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OF THE 

JOHNS HOPKINS UNIVERSITY 



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DELLA 



% ACCADEMIA NAZIONALE 

DEI LINCEI 

ANNO GGGXXI 

1924 



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NOTfZTE DEGLI SCAVI DL ANTICHITÀ 



VOLUME XXI. 




ROMA 



TIPOORA.KIA DELLA R. ACCADEMIA NAZIONALE DEI LINCEI 

PROPRIETÀ DEL DOTT. PIO RKFANI 

1924 



NOTIZIE DEGLI SCAVI 



Anno 1924 — Fascicoli 1, 2, 3. 



Regione X (VENETI A ET H ISTRIA) 

I. USTE — Trooam'tnti romani. 

a) Brolo Albrizzi. — Sul finire del settembre 1922 la Direzione del Museo Atestino 
venne ;ì, conoscenza, che l'Agenzia di casa Albrizzi nel parco della villa, che occupa, come 
è noto, una parte della Ateste romana, aveva praticato alcune trincee, e in ognuna sco- 
perto muri e pavimenti. D'accordo colla r. Soprintendenza del Veneto, si dette allora 
inizio agli scavi io prosecuzione di una delle trincee già aperte, dove si scorgeva un pavi- 
mento a mosaico bianco con una curiosa macchia nera di difficile identificazione: se 
derivante dall'accidentalità di un rappezzo o da un disegno pensato ; sembrava una 
nave dall'alta prora. Non soccorreva, a vero dire, la speranza di fare qualche importante 
scoperta, quanto l'intenzione di cominciare uno scavo sistematico, da proseguirsi pos- 
sibilmente anno per anno, allo scopo di riconoscere la esatta topografia della città ro- 
mana (•), trascurata finora per il maggior interesse che naturalmente presentano i pro- 
bi end protostorici di questa terra. 

Scoprimmo dunque, per due terzi, ma in modo da poterne trarre misurazioni sicure, 
una sala di m. 8,60 per 5,70. Stava a profondità varia: da ni. 1.86 e 1.65 alla periferia, 
si giungeva, lateralmente al centro, fino a m. 1.45. Occorre però notare che, or sono pochi 
anni, su tutta la superficie del brolo venne steso, togliendolo dal vicino canale, uno strato 
di terra spesso cinquanta centimetri. Quindi l'altezza del piano di campagna originario 
si dovrà calcolare di altrettanto minore. 

11 campo del mosaico (opus tesseUatum) era bianco, recinto, a distanza di cm. 35 dai 
muri perimetrali, da due fascie nere, tra le quali inclusa una bianca. A mezzodì e a 
nord, lungo la parete, si alzava con una sensibile curva, la quale risultò formata ad arte 
e messa no'n a mascherare, come si congetturava, una conduttura di calore, ma piena 
di cocciopesto e calce. Centrale in senso della larghezza, ma spostato verso l'alto in quello 
della lunghezza, si vedeva un quadrato di bello e chiaro disegno geometrico ottenuto 

(') 11 Prosdocimi ne diede il perimetro approssimativo nella tav. I in Not. scavi, 1882. 



ESTK 



— 4 — 



KKGIONE X. 



con tessere noie (ni. 1,47 x 1,47) (fìg. 1). Nell'insieme esso richiama, più modestamente, 
quello scoperto sulla via Trionfalo a Rema e clip il Catti (' ': attribuì alla metà del 1 sec. 
d. Cr. 11 mosaico riposava sopra uno strato alto 20 cm. fli scaglia rossa dei colli, cui 
sottostava un altro di sassi trachitici. 

11 muro a nord, che dovette esser largo m. 0,90, si presentava completamente demo- 
lito, anche nelle fondazioni. Invece no ora rimasto un tratto, tagliato netto, dalla parte 




Frc i. 



di mezzodì (alto m. 0.82, con spessore di m. 0,46), formato da sottili lastre di seajrlia 
sovrapposte accuratamente e intonacate con calce greggia mista a granuli di cocciopesto. 
La demolizione totale riscontrata negli edifici romani di Este, se può essere dovuta alle 
distruzioni barbariche, forse più si dovette alla necessità dei bassi tempi medievali, 
quando per mancanza di altro materiale da costruzione, si utilizzò quello degli edifici 
antichi, probabilmente già rovinosi. Esempio cospicuo le fabbriche dell'epoca marchio- 
nale scoperte dentro il recinto del castello. 

Presso il muro a ovest trovammo terra mista a carboni ed ossa umane, fra cui il 
frammento d'una mandibola e un coccio di pignatta in argilla scura a cui aderivano terra 
di rogo e un pezzo di carbone. 

In processo di tempo la sala si volle trasformare in ipocausto ; allora si innalzarono 
i pilastrini delle suspensurae formati di mattonacci (cm. 21 X 30 X 7) fissati malamente 



(•) Not. scavi, 1920, p. 291. 



REGIONE X. O -— ESTE 



con calce. Molti erano rimasti ; se no, dove i mattoni mancavano, la loro presenza e 
' segnalata dal letto di malta, che si riscontrò anche sul quadro centrale e su la fascia nera 
dal lato di mezzodì. Per causa a noi ignota, il lavoro dovette rimanere sospeso; è lecito 
argomentarlo dal fatto che i pilastrini occupavano solo la parte mediana, e pel resto 
erano limitati a una fila tutto intorno alla sala. La trasformazione a ipocausto chiarì la 
macchia cui accennavo sopra, quale un grande rappezzo eseguito alla buona con tas- 
selli neri, anziché bianchi come si sarebbe dovuto. 

All'angolo est del cavo si trovò il pavimento di un'altra stanza, in semplice battuto 
di cotto, sul quale stava accatastato gran numero di frammenti di intonachi affrescati; 
con essi si potè ricostruire un breve tratto di decorazione a riquadro giallo contornato 
da fascia bianca a segni rossi in forma di M, e questa da una più larga color celeste. Anche 
si recuperò un frammento con la testina di un flautista. 

Un terzo pavimento (prof. 1.80) di semplice bettonata confinava colla sala dallato 
nord, e a sua volta con un altro ambiente (prof. 1.20) dove stava ancora in situ il lembo 
inferiore dello zoccolo nero spruzzato di rosso, di verde, di giallo. 11 muro divisorio, fra 
queste due ultime stanze, aveva nell'angolo scoperto alcuni macigni per l'immorsatura, 
ed era fatto di scaglie sovrapposte ; seguiva uno strato di bettonata, poi di nuovo scaglie. 
Nel terreno dello scavo si rinvennero alcune lastrine di marmo bianco, con piccole mo- 
danature, che dovettero servire da impellicciatimi; una lucernetta fittile mancante del 
fondo; alcuni cocci di pignatta; qualche ferro ossidato; il fondo d'una tazza di vetro; 
parecchi mattoni scioltisi dai pilastrini dell'ipocausto, e dei tegoloni che dovevano ripo- 
sare un tempo sui pilastrini. 

Più interessante il mosaico scoperto a cura dell'Amministrazione Albrizzi. Stava 
a un metro appena di profondità, e cioè, per l'osservazione fatta innanzi, a soli cinquanta 
centimetri dal vecchio piano di campagna. Formava il pavimento di una stanza di ni. 3.76 
per 5.62. La decorazione è ricca ma affastellata, senza nesso ; vi si alternano elementi 
geometrici e figurativi: tralci e foglie d'edera, nodi, pelte, bottiglie, poetili, crateri e in- 
sieme delfini, ippocampi, grifi, tori marini compresi in quadri e rettangoli collegatigli 
uni agli altri da linee che danno luogo, colle intersecazioni loro, a stelloni d'otto punte 
(fig. 2). Graziosissimo il motivo dell'albero fogliato, quasi lontana reminiscenza dei 
tronchi che appaiono sulle situle laminate ; nuovo quello della bottiglia e del poetilo, die 
pezzi che sembrano moderni, tanto sintetico ne è lo spirito. Sul lato breve, a est, grandi 
racemi d'edera a tre ampie volute alternate si svolgono da un cratere a piede campa- 
naio (') e adorno della croce svastica. È ovvio pensare, che da questa parte si aprisse 
l'ingresso principale. 

Il pavimento presenta molte lacune facilmente risarcibili, eccetto il disegno di wn 
riquadro intero che conteneva la rappresentanza di un altro vaso, del quale è rimasto 
il manico piegato a gomito. Nel complesso somiglia quello di Asciano, nella sua parte 
più ristretta (-) sia per la costruzione generale della composizione, sia per taluni parti- 



(') Rammenta il fregio nel mosaico col ratto d'Europa scoperto a Lucerà nel 184') ed ora 
al Museo di Napoli. 

( 2 ) Not. scavi, 181)9, pag. 6 e segg. ; e Not. scavi, 1908, figura a pag. 126. 



ESTE 



REGIONE X. 



colari come l'ornato a intreccio che nel nostro occupa due riquadri. Anche quello di 
Asciano venne fatto risalire al 1 sec. dell'Impero. Però i nostri li farei di cent'anni, 
almeno, più tardi, anche per ciò che ci suggerisce il paragone con taluni di Aquileia 




Fig. 2. 



(cfr. Fasiolo, I mos. <T Aquileia, Roma, 1915) che tuttavia sono più tardi ancora, e 
lo rivelano nella maggiore rozzezza della lavorazione. 

Meno accurata, a confronto del primo descritto, risultò la preparazione sottostante 
al mosaico ; qui si riduceva a una bettonata di calce e coccio pesto. Pare che le pareti 
della stanza fossero di rosso pompeiano ; se ne trovarono minuti frammenti. Nell'ot- 
tobre di quest'anno 1923, allargandosi lo scavo allo scopo di poter con più comodità prò- 



fcEGIONE £. — 7 — ÈST* 

cedere al distacco del mosaico ('), si scoperse, addossato verticalmente al muro, un tubo 
di trachite, chiuso alla bocca da una pietra di forma trapezoidale. Vicino stava l'ansa 
di un vaso fittile, di cui dò il disegno (fig. 3). Anche presso questo pavimento si rimise 
in luce un breve tratto di un altro a tasselli neri, posto a un livello più basso. 

Nota. Colgo l'occasione per rettificare un errore in cui involontariamente incorse 
l'Alfonsi. Nelle Notizie (1918, p. 259) egli parlò di un oscillum scoperto nel parco 




Fio. 8. 



Albrizzi, e, accostando questo trovamento a quello della maschera tragica, ne inferì 
colà esservi stato un teatro. Il creduto omllum si trovava invece usato come pietra 
da pavimento in una casa, anch'essa di proprietà Albrizzi, nella vicina via di S. Pietro, 
e non è da escludersi potesse provenire dal parco. In realtà si tratta di una edicola 
con trabeazione retta da due colonne che racchiude la figura nuda di un palestrita 
che si versa l'olio. L'Alfonsi potè crederlo oscillum avendone veduto il frammento 
figurato senza il resto, che fu riunito più tardi (fig. 4). E appunto quel frammento ha 
una forma semilunata, che può fino a un certo punto giustificare la data interpretazione. 

b) Orto dell'ospedale civile. — Nell'orto di questo ospedale, durante lo sterro per 
le fondazioni del tubercolosario, si trovarono (febbraio 1923) due pavimenti a mosaico, 
profondi da m. 0.70 a m. 0.85. Appartenevano ad ambienti apparentemente vasti ; non 

(') Le proprietarie baronessa Robin de Cervine Contcssina Dada Albrizzi, cedettero graziosa- 
mente la parte loro spettante per legge. 



ESTE — 8 — REGIONE X. 



se ne possono dar le misure, essendo stati scoperti parzialmente, lo stato di conservazione 
e anche la modestia loro non incoraggiando a completare lo scavo. Uno, distante m. 47 
dal muro di casa Argenton e m. 33.00 dalle mura di cinta verso via Pozzetto, era a fondo 
bianco con disegni geometrici in nero (fig. 5), col motivo degli stelloni comune ai mo- 
saici locali. Sopra, commisti alla terra, si raccolsero un pezzo di cornicione marmoreo, 
varii cubetti poligonali in cotto da pavimentazione aventi nel centro una tessera mar- 
morea, e un medio bronzo di Tiberio Claudio Druso (Cohen 1 164, n. 79). L' inizio del 



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Fig. 4. 



secondo mosaico lo si trovò a m. 5.50 dal primo, e per il piccolo tratto liberato era bianco. 
Poco di là da questi mosaici stavano delle grandi lastre trachitiche messe in fila, con dire- 
zione da nord a sud, ma tutte sconvolte. 

e) Località Casale. — Nel gennaio di quest'anno, nel fondo Cortelazzo, ben noto ai 
lettori di Notizie, si trovò casualmente, a circa 50 cm. di profondità, un pozzo o cisterna ; 
proprio a poca distanza dall'ingresso alla proprietà da via Pilastro. Era profondo m. 20, 
con diametro interno di m. 0.90. Lo costituivano conci trachitici leggermente curvi. 
Chiudeva il fondo una lastra di pietra ; sollevata la quale, si trovò l'acqua. La parte supe- 
riore era diruta, e attorno alla canna, esternamente, stavano costipati gran sassi fino 
in basso. Fu vuotato di nuovo. È probabile si trattasse di uno di quei pozzetti di dre- 
naggio che gli Atestini avevano cura di porre sotto i pavimenti per ripararli dall'umi- 
dità ; umidità, nel tempo romano, ben maggiore, per trovarsi questa località prossima al 
braccio dell'Adige. 

Nota. L'Alfonsi nel dar notizia di un altro pozzo scoperto nella stessa loca- 
ità, descrive una « elegantissima formella o scodella, foggiata a guisa di foglia 



REGIONE X. 



— 9 



ESTÉ 



di cavolo, ornata a sbalzo colle nervature e costolature proprie di questa pianta. 
(Nat. scavi, 1921, p. 294). La fotografia (fig. 6j mostra che l'A. sì ingannava nel- 




Fig. 5. 



l'interpretazione; è invece una bella conchiglia del tipo pecien. La d. 881 Campanile 
mi fece conoscere un eguale oggetto scoperto nella necropoli romana di Starigrad, e 




Fio. 6, 



pubblicato in Jahreshefte des òskrr. Arch. lnst. in Wien. B. XII, 1 heft.-Beiblatt. 

p. 65), dove si rammenta come « zahlreiche Schalen und Gefàsse aus Pompeji zeigen, 

das die Muschelform fiir Tafel-und Kuchengeràte sich besonderer Beliebtheit erfreute ». 

Notizie Scavi 1924 — Vol. XXI. 2 



FIRENZE — 10 — REGIONE Vii. 



Per questo riguardo l'A. non s'era sbagliato scrivendo, che la scodella « nel complesso 
ricorda i moderni stampj di confettura ». 

d) Campo alto al Cristo. — Dissepolte nel febbraio alcune ossa umane, data la loca- 
lità così ricca di materiale archeologico e il fatto che dove le ossa erano state trovate, 
non furono mai compiute ricerche (Vedi in Notizie, 1922, p. lo, fig. 1 ai n. 2, 3, A), si 
giudicò opportuno eseguire degli assaggi. Purtroppo il risultato fu assai magro, che, pure 
avendo aperto una trincea profonda oltre due metri e lunga tre, non trovammo se non 
i resti di una tomba romana a umazione, manomessa ; e cioè gran quantità di mattoni, 
per lo più frammentati e molte ossa. Vi dovettero essere sepolti uniti più individui. 

A. Callegari. 



Regione VII ( ET R URIA). 

II. FIRENZE — Scoperta di resti costruttivi romani nell'area della 
« cerchia antica » . 

Nella decorsa estate, facendosi un grande scavo in vicinanza della via Cerretani per 
un magazzino sotterraneo della ditta di spedizioni Humbert, vennero scoperti i resti 
costruttivi risalenti all'epoca romana, ai quali si riferisce la presente nota. In sé si tratta 
di scarsi ed oscuri avanzi, ma essi vanno segnalati specialmente per le considerazioni 
d'ordine topografico che furono da me richiamate in Notizie degli scavi 1923, pag. 238 sgg., 
a proposito di altre analoghe scoperte. 

Il punto preciso del trovamento di cui ora tratto cade — come risulta dalla nostra 
piantina (fig. 1) — all'angolo tra la « via dei Boni » e l'antico ed angusto « chiasso Pa- 
della », quasi di faccia alla chiesa di S. Maria Maggiore. Siamo dunque presso il muro 
settentrionale della cinta romana, che seguiva da questo lato la direttiva della seconda 
viuzza, parallela e prossima alla via Cerretani. 

I ruderi testé messi in luce, essendo compresi nell'area di un grande fabbricato, non 
si sono potuti seguire in tutto il loro sviluppo, né si poterono conservare visibili in situ 
per le necessità dei lavori intrapresi. L'odierna notizia pertanto potrà servire a coor- 
dinare i resti ora scoperti con gli altri eventualmente esistenti in quella medesima zona, 
i quali potranno essere incontrati in future escavazioni. . 

Lo spazio potuto esplorare corrisponde a quello del magazzino Humbert (m. 11 X8 
X 3,60 circa di profondità). Esso era in gran parte occupato dai ruderi, i quali si in- 
ternano sotto i muri moderni del fabbricato. Il piano romano, su cui s' inalzavano i resti 
costruttivi, risultò in quel punto della vecchia Firenze di m. 3,60 sotto il piano stradale 
ora praticabile ; ma è probabile, come spiegherò fra poco, che questa notevole profon- 
dità fosse stata raggiunta, dati il particolare carattere e la destinazione dell'edifìcio ro- 
mano che ivi sorgeva. 



REGIONE VII. 



11 



FIRENZE 



Del resto tale profondità dello strato antico non può destare meravigl'a, quando 
si consideri che in quei pressi, al disotto del palazzo già Orlandini, in via dei Pecori 8, 
lo strato romano trovavasi a m. 3,70 sotto la strada attuale (cfr. Not. se. citate, pag. 240). 

I ruderi studiati e riprodotti nella fig. 1 consistevano in una vasca semicircolare 
(in pianta C) nella quale si poteva scendere mediante una breve scala angolare di tre 
gradini in pietra, posta nell'angolo occidentale (in pianta D). A questo bacino faceva 






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Fig. 1. 



seguito un altro maggiore e rettangolare, in direzione nord (in pianta E), però alquanto 
più profondo del primo, come risulta chiaramente anche da la sezione sulla linea A-B 
riprodotta nella nostra figura 2. La vasca semicircolare era infatti profonda m. 1,40 ; 
quella rettangolare m. 1,80, con un dislivello dunque di 40 centimetri. 

Continuando sempre verso nord, dopo la vasca E si notò uno stretto e superficiale 
alveolo (in pianta G) chiuso da ogni lato dai muri della costruzione antica (cfr. anche 
fig. 2). Nel punto F del muro divisorio tra il bacino rettangolare e l'alveolo predetto 
esisteva un rocchio di colonna liscia in pietra forte, però posato superficialmente e forse 
in un periodo posteriore alla costruzione romana. Tale ipotesi sarebbe anche avvalorata 
dal fatto che tra l' imoscapo della colonna ed il muro originario apparivano tracce di 
rifacimenti successivi a calcina di tipo diverso dal romano (sono accennate con tinta più 
tenue, nella fig. 2). 1 muri delle due vasche e dell'alveolo G, con i loro prolungamenti 
a nord e a sud, che s'internavano sotto il fabbricato moderno, erano larghi due piedi 
(circa 60 cm.) e risultavano di pietrame e calc'na opus incertum) ; l' interno delle due 
vasche era reso a tenuta d'acqua mediante uno strato di fine intonaco bianco. 



FIRENZE 



— 12 



REGIONE VII. 



La relazione fra i due bacini C ed E era evidente : la loro vicinanza e la relativa 
differenza di livello in profondità non potevano far sorgere dubbi al riguardo. Ma per 
quanto avessi ricercato attentamente un canaletto di comunicazione, non mi fu dato 
di rintracciarlo. Essi dunque non comunicavano se non forse per mezzo di un canale inca- 
vato sul muro divisorio presso la scaletta D. dove notai una depressione intenzionale nella 
compagine dell'opus incertum. 

Ad un livello di circa un metro o poco meno sui muri delle dette vasche notai inoltre, 
nel terreno circostante, qualche avanzo di antica pavimentazione di coccio pesto, di 
tipo romano, la quale con ogni probabilità rappresentava il piano praticabile del locale 
dove furono costruiti i due bacini in questione. Dagli elementi raccolti e qui esposti bisogna 



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dedurre intanto che non è possibile pensare, in questo caso, agli avanzi di un bagno e 
neppure ad un pubblico fontanile con annessa vasca per lavare. L'allineamento dei muri 
romani, che appaiono perfettamente coordinati alle strade cardinali e decumane di 
quella zona — in cui sorgeva anche il Capitolium dell'antica Florentia — e le tracce di 
pavimentazione sovrapposta dicono in modo sicuro, che quel complesso di ruderi rima- 
neva circoscritto ed incorporato — come al presente — in un edifizio di considerevoli 
dimensioni. 

L'unica ipotesi che credo si possa fare circa la destinazione originaria dei ruderi 
sopra descritti è questa : che essi cioè debbano riferirsi a qualche piccola industria dome- 
stica. Il pensiero corre naturalmente alla più comune delle industrie casalinghe, vale 
a dire all'impianto del frantoio (torcidar) per la pigiatura dell'uva e per la fabbricazione 
dell'olio. Ma non escludo che si possa trattare nel nostro caso anche di una concieria 
(coriarii officina), o più probabilmente di una lavanderia-tintoria (fullonica). 

Nel liberare dalla terra e dalle pietre che l'ostruivano la vasca semicircolare C fu 
rinvenuto, ma poi subito rotto e disperso dagli operai, un orciuolo di terracotta. Esso era 
di un impasto grossolano mal cotto, privo di decorazione, e nella sua sagoma esteriore 
richiamava piuttosto i tipi barbarici-medievali del vasellame domestico, anziché quelli 
dell'età classica. Trattavasi perciò di un prodotto tardo ed erratico, la cui presenza fra 
i ruderi romani testé scoperti non poteva apportare alcuna luce sulla loro originaria 
destinazione, 

E, Galli, 



REGIONE VII. — 13 — POPULONIA 



III. POPULONIA — Relazione degli scavi archeologici governativi 
eseguiti nel 1923. 

Le ricerche compiute nel 1923 dalla r. Soprintendenza agli scavi d'Etruria, nell'agro 
populoniese, furono limitate soltanto a porre in luce le scoperte occasionali verificatesi 
durante i lavori, sia quelli dell'escavazione delle scorie da parte della società « Populonia », 
sia quelli agricoli e di macchia, con il consenso del nuovo proprietario della zona sig. 
avv. Francesco Mussio. Riassumo brevemente i risultati, di tali ricerche, condotte con la 
consueta abilità e diligenza dall'assistente sig. Cesare Barlozzetti. 

Sepolcreto del Costone della Fredda. — Sul costone denominato « la Fredda », che 
scende dalle Grotte verso la conca di San Cerbone, il diboscamento, effettuato in seguito 
ai danni che la macchia ha sofferto per un incendio, rese possibile la scoperta di un nuovo 
sepolcreto. Finora sono state rintracciate ed esplorate soltanto otto tombe a camera ; 
ma il sepolcreto deve essere molto esteso, particolarmente a monte del costone, sul cui 
dossale si vedono emergere qua e là altri piccoli tumuli, che senza dubbio celano le ro- 
vine di altre camere sepolcrali. Esaminiamo questo piccolo gruppo di tombe (fìg. 1). 
La camera occupa il centro di un'area circoscritta da un circolo di pietre conficcate nel 
terreno naturale, che serviva in origine a limitare il tumulo di terra artificiale che rico- 
priva la tomba. Il piano della camera sepolcrale coincide con quello del tumulo ; vi si 
accede mediante un dromos praticato a corridoio dall'esterno del tumulo. La camera 
è di pianta quadrata con le pareti rivestite da muri a secco, fatti con blocchi più o meno 
regolari e di varie dimensioni di sasso morto o di panchina arenaria. In tutte queste 
tombe le vòlte delle camere erano franate; in alcune però apparvero chiaramente le tracce 
d'impostazione della vòlta a pseudocupola di base circolare, girata mediante pennacchi 
angolari a risega, con anelli di pietre sporgenti ad accollo ; l'impostazione della base 
della cupola comprende l'intera area circolare, contenuta dalla cinta periferica del tu- 
mulo. Il dromos risulta di pianta trapezoidale, delimitato da muretti a secco, di struttura 
irregolare, che vanno restringendosi dalla periferia del tumulo all'ingresso della cella : 
esso è rivolto in alcune tombe ad est, in altre ad ovest. Una struttura più regolare pre- 
sentano le tombe nn. 2 e 5, sia per ciò che concerne i muri della cella, che sono a sistema 
pseudoisodomo, sia per la tracce d'impostazione della pseudocupola. Nella maggior parte 
di queste tombe la cella funeraria è distribuita in loculi mediante lastre divisorie disposte 
per ritto : più comunemente il piano della cella risulta tripartito in una corsìa centrale, 
a continuazione del dromos, e due loculi laterali ; talvolta ai due loculi laterali si aggiunge 
un terzo, posto lungo la parete di fondo ; variamente disposti per numero e dimensioni 
sono i loculi nella tomba a camera n. 2. 

Tomba n. 1. — La cella, quasi completamente distrutta, è di pianta rettan- 
golare con le dimensioni di una fossa (lungh. m. 1,90 ; largh. m. 1,00), e come tale si po- 
trebbe ritenere, se non si fossero conservate le vestigia del dromos e della porta ; essa oc- 
cupa il centro di un'area circolare, contenuta da una serie di pietre poste per taglio, del 



POPULONIA 



— 14 — 



REGIONE VII. 



diam. di m. 5,70, che in origine serviva di base al tumulo ; il dromos è determinato da 
muri a secco (lungh. m. 1,60 ; largh. m. 0,80) ; la porta, con le ante monolitiche, aveva 
il vano sbarrato da un lastrone (m. 0,70 per m. 0,80). Nell'interno, sull'ultimo strato di 
riempimento della cella, sono comparsi pochi resti di un inumato mescolati con i residui 
del corredo funebre : frammenti di oggetti in bronzo laminato ; frammenti di una coppa 
d'impasto cinerognolo ; frammenti di vasi fìttili, d'argilla figulina color giallognolo, 
dipinti a fasce di vernice rosso-bruna in stile italo-geometrico. 






10 



I-» i t i i i i i ■ 



20 



30m. 



Pia. l. 



Tomba n. 2. — È la tomba a camera di maggiori proporzioni del gruppo (fig. 2). 
Al centro dell'area circolare, che serve per base d'impostazione della vòlta e del tumulo 
(diam. m. 9), sta la cella di pianta quadrata (m. 2,65 di lato) ; i muri delle pareti presen- 
tano inferiormente una struttura assai regolare, con bozze squadrate di panchina arenaria 
sovrapposte in sistema pseudoisodomo ; rimangono ben visibili agli angoli i resti dei 
quattro pennacchi sporgenti a risega che servivano d'impostatura alla vòlta ; il piano 
della cella era distribuito in loculi assai irregolari, delimitati da lastroni di panchina 
posti per ritto. Ben delimitata è la porta con le due ante monolitiche di sassomorto pro- 
lungate a rivestimento delle pareti laterali fino al livello dei pennacchi angolari della 
pseudocupola ; il vano, largo circa m. 0,55, era in origine chiuso da un lastrone di pan- 
china arenaria, del quale si sono conservati in siiu alcuni resti. Il dromos si apre ad oriente, 
più largo alla periferia del tumulo (m. 0,90) che non verso la porta della cella (m. 0,65) ; 
misura in lunghezza circa m. 4,20, ed è delimitato da muretti a secco di struttura assai 



REGIONE VII. 



— 15 — 



POPULONIA 



rozza. Del corredo funebre giacente nell'ultimo strato del piano della cella è stato 
rinvenuto : 

gruppo di frammenti di punte di lancia in ferro ; 

frammenti di vasi fittili d'impasto : ciotola d'impasto color cinerognolo fram- 
mentaria, con orificio a parete leggermente rientrante ornata con tratteggi a funicella ; 
frammenti di un poculo decorato con tratteggi a denti di lupo ed impressioni a funi- 
cella ; frammenti di un altro poculo decorato con una zona di impressioni ad unghia ; 




Fig. 2. 



frammenti di vasi fìttili d'argilla figulina: resti di cinque aryballoi a ventre sfe- 
rico schiacciato ; resti di alabastra piriformi, di varia grandezza (alcuni con rigonfia- 
mento a toro presso il collo, sono decorati a fasce di color rosso bruno e paonazzo, ed in 
uno si conservano le tracce graffite di un volatile) ; frammenti di due askoi a forma di 
animale; resti di un calice su piede, di due tazze ad orlo costolato con anse a bastoncello 
e di due coppe biansate di argilla giallognola (le prime a tinta uniforme rossiccia, le se- 
conde con le decorazioni scomparse per la superficie incrostata). 

Tomba n. 3. — Entro ad un'area circolare, delimitata da un cerchio di pietre 
qua e là interrotto (diam. m. 6,20), è ubicata la cella di pianta quadrata (m. 1,80 di lato) 
che conserva sul piano le tracce di una corsìa centrale, in continuazione del dromos e 
di due loculi laterali ; il dromos è rivolto ad oriente, lungo m. 2,70, largo m. 0,75 alla peri- 
feria e m. 0,65 alla porta della cella, che in origine era sbarrata da un lastrone di pan- 
china arenaria. 



POPULONIA — 16 — REGIONE VlL 



Tra i residui del corredo funebre, ritrovati nell'ultimo strato di riempimento della 
cella, si notano: 

pendaglietto di bronzo conformato a goccia, con appicagnolo a campanellina 
fissa, frammentario (alt. m. 0,013) ; 

frammenti di oggetti in bronzo laminato ; 

frammenti di una punta di lancia in ferro ; 

fusaiola fittile, d'impasto bruno, a forma conica con trattini incisi a raggiera alla 
base (diam. m. 0,018) ; 

frammenti di un piatto d'impasto cinerognolo con orlo a margine rialzato, deco- 
rato esternamente da solcature ; 

frammenti di vasi fittili d'argilla figulina dipinti in stile italo-geometrico (coppe, 
aryballoi ecc.). 

Tomba n. 4. — Esternamente sono comparse le vestigia del circolo periferico 
di pietre che delimitava l'area (diam. m. 7,00) d'impostazione della vòlta e del tumulo ; 
all'interno di questo è stata rintracciata la cella di pianta quadrata (m. 1,80 di lato), 
formata da muri costrutti con blocchi squadrati di panchina arenaria, che conservano 
agli angoli i resti dei pennacchi in aggetto della pseudocupola ; il piano della cella è 
tripartito in una corsìa centrale in continuazione del dromos e due loculi laterali ; della 
porta si conservano le due ante monolitiche di sasso morto, ed un grosso blocco di calcare 
che funziona da architrave determinando un vano alto m. 0,80 e largo m. 0,70, chiuso 
da un lastrone di panchina arenaria ; il dromos è rivolto verso oriente, con le pareti rive- 
stite da muretti a secco irregolari, lungo m. 3,40, e di larghezza variabile (m. 0,75 — 1,06) 
poiché va restringendosi dalla periferia del tumulo alla porta della cella. 

Nell'ultimo strato a contatto con il piano della cella, con i pochi residui di scheletri 
si rinvennero anche le tracce dei corredi funebri : 

frammento di un dado d'avorio; 

frammenti di vasi in lamina di bronzo ; 

frammenti di asticelle in ferro ; 

frammenti di vasi fittili d'impasto ; 

frammenti di vasi d'argilla figulina dipinti in stile italo geometrico (tazze, ary- 
balloi, askoi, alabastra). 

Tomba n. 5. — La cella, di pianta quadrata (m. 2,35 di lato), è ubicata al centro 
di un'area circolare, delimitata con pietre alla periferia, del diametro di m. 10 (fig. 3). 
Il dromos si apre ad occidente, ed è di pianta trapezoidale (lungh. m. 3,45 ; largii, da 
m. 0,60 a m. 0,70) ; la porta è delimitata da ante monolitiche di sasso morto ; sopra alla 
porta, con funzione di architrave, e nella parte adiacente del dromos, si trovano ancora 
in situ i lastroni di copertura disposti per piano. Le pareti della cella sono rivestite da 
muri con blocchi abbastanza regolari di pietra e quattro pennacchi angolari a risega, 
sui quali si aggirava la pseudocupola, la cui altezza approssimativa dal piano si può cal- 
colare in m. 1,50. Il piano della cella risultava ripartito in una corsìa centrale, a continua- 
zione del dromos, due loculi sulle pareti laterali ed un terzo sulla parete di fondo, deli- 
mitati da lastre di panchina arenaria poste per ritto. Nei loculi e nella corsìa sono com- 
parsi resti scheletrici di diversi individui con residui dei corredi funebri : 



Regione vii. 



17 



POPULONIA 



terminale forse di ago crinale a disco di osso perforato (diam. m. 0,03) ; 

punta di freccia in bronzo con alette a coda di rondine alla base e cannone conico 
fornito di-forellino per l'innesto dell'asticella lignea (lungh. m. 0,042); 

frammento di anello di bronzo con placchetta rettangolare a sigillo, con tracce di 
una figura di animale, assai deteriorato e corroso ; 



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Fig. 3. 



frammenti di una spiralina di filo di bronzo ; 

frammenti di oggetti in bronzo laminato ; 

fusaiola fittile d'impasto, a forma conica (diam. m. 0,021) ; 

frammenti di vasi fittili d'impasto (coppe, calici, tazze su piede) ; 

frammenti di vasi fittili d'argilla figulina color giallognolo. 
Tomba n. 6. — Poche tracce del cerchio periferico indicano l'area circolare (diam. 
m. 6,50) che serviva di base d'impostazione della pseudocupola e del tumulo ; nel centro 
era ubicata la sepoltura, interamente distrutta, dall'esplorazione della quale si estras- 
sero pochi frammenti di vasi fittili d'impasto e di argilla figulina, ed un pendaglielo di 
bronzo conformato a goccia, miseri avanzi del corredo funebre della tomba. 

Tomba n. 7. — L'area circolare, contenuta da un cerchio interrotto di pietre, 
è di m. 7 di diametro ; la cella, di pianta rettangolare nelle proporzioni di una fossa (lungh. 
m. 1,85, largh. m. 1,45), occupa il centro di quest'area; il dromos, delimitato da due 
muretti a secco, lungo m. 2,50, va restringendosi gradualmente dalla periferia all'in- 



POPULONIA 



— 18 



REGIONE VII. 



gresso della colla (largh. da m. 0,50 a ni. 0,65). Negli ultimi strati di riempimento ade- 
renti al piano della cella si scoprirono : 

frammenti di vasi in lamina di bronzo ; 

frammenti di una punta di lancia in ferro : 

frammenti di un rocchetto di impasto con testate a calotta; 

frammento di un rocchetto di impasto con testate a calotta, ornate di impres- 
sioni a funicella ed a sigillo : 

frammenti di vasi fittili d'impasto (coppe baccellate, tazze su piede, poetili, ecc.). 

frammenti di vasi fittili d'argilla figulina. 





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ZTTi 



Via. 4. 



Tomba n. 8. — Di questa tomba, quasi interamente distrutta, non è stato pos- 
sibile rintracciare nò il circolo periferico d'impostazione del tumulo, né l'area della cella 
e la direzione del dromos. Di oggetti del corredo funebre sono comparsi solo due borchioni 
di bronzo con testata sagomata a peduncolo centrale e quattro costolature rilevate e 
concentriche nel disco, del diam. di in. 0,05. 

In una zona sottostante a questo gruppo di tombe, nei saggi di scavo praticati per 
determinare l'estensione del sepolcreto, si è ritrovata una tomba a fossa scavata nel ter- 
reno di riporto, dalle pareti deformate. Negli strati di riempimento sono comparsi i se- 
guenti oggetti del corredo funebre che indicano la tomba appartenente alla bassa epoca 
etrusca: un boccale di terracotta verniciata in nero, conformato a bottiglia con ansa a 
bastoncello verticale; frammenti di due skyphoi di terracotta verniciati in nero; frammenti 
di una ciotola di terracotta verniciata in nero con impressioni a palmette e circoli radiati. 

Durante i lavori della società « Populonia », si verificarono nella zona di San Ger- 
bone diversi trovamenti di ruderi di edifici e di sepolcreti di varia epoca. 

Nella chiusa della Porcareccia sono comparse le vestigia di una grandiosa costru- 
zione (fig. 4) che abbraccia una vasta area rettangolare, larga m. 14, lunga m. 28. Di tale 



REGIONE VII. 



— 19 



POPULONIA 



Costruzione si poterono esplorare soltanto i muri periferici e parzialmente quelli interni, 
tutti di struttura irregolare a piccole pietre e dì vario spessore, ad eccezione di quelli 
perimetrali che presentano una larghezza uniforme. Nella parte centrale del muro di 
settentrione, ed in quello esplorato a sud-ovest, si notano delle piccole aperture verticali, 
larghe di dentro e strette di fuori, simili a feritoje, che, trovandosi nella parte inferiore 




Fm. 6. 



dei muri, in una conca soggetta all'acqua, dovevano servire con tutta probabilità a dare 
libera circolazione all'acqua e sfogo conseguente all'umidità del sottosuolo. Sull'angolo 
sud-ovest sono comparsi i resti di un'altra costruzione annessa all'edificio. Nulla pos- 
siamo dire con certezza sulla destinazione di tale edificio. 

Sotto al muro di settentrione, in corrispondenza alla serie di feritoje sopra indi- 
cate, si rinvennero tracce di fondazioni di un muro più antico. Sul lato esterno poi è stata 
scoperta una interessante fossa di pianta rettangolare (fig. 5), con le pareti rivestite da 
blocchi squadrati di panchina arenaria, disposti in assise regolari e leggermente spor- 
genti a gradino ; la fossa non è stata ancora completamente esplorata, e non ne cono- 
sciamo quindi la profondità, nò possiamo determinarne la destinazione ; nella parte supe- 
riore vi è un parapetto, formato da lastroni di pietra arenaria disposti per taglio, che 
chiude all'ingiro l'apertura la quale risulta di m. 2,85 per m. 3,85. 

Nell'esplorare questa vasta costruzione, furono trovati numerosissimi frammenti 
di tegoloni in cotto dai margini rialzati e frammenti di vasi fittili di diverse forme ; si 



POPULONIA 



20 — 



REGIONE VII. 



notano fra questi ultimi, resti di piatti, di ciotole, di kylikes a vernice nera con impres- 
• sioni a palmette, e frammenti di terracotta di impasto grossolano, di grandi ziri ed anfo- 
roni. Sono comparse inoltre alcune monete di bronzo deteriorate dall'ossidazione fra 
le quali sono riconoscibili dei sestanti populoniesi (') : testa di Minerva a destra, co- 
mporta da elmo corinzio con due globuli al disopra indicanti il valore nominale ; i* figura 




Fio. fi. 



di civetta,*con il corpo rivolto a destra e la testa di prospetto, che poggia le'zampe sopra 
due globuli indicanti il valore nominale : sul campo vi è figurato il crescente lunare fra 
due astri, e sotto ricorre la signatura A M V vi A V A (Pupluna). Oltre a questi sestanti 
populoniesi, si sono rinvenuti degli assi e dei semissi romani che servono a documentare 
cronologicamente la durata dell'edificio. 

Nella zona adiacente alla fossa è stato ritrovato un piccolo bronzetto di carattere 
votivo, di fattura assai grossolana ed alquanto deteriorato : rappresenta un personaggio 
maschile, avvolto nella tunica e nel manto disposto a tracolla, che tiene nella destra 
protesa una offerta: ha la chioma conformata a parrucca scendente a spatola sul dorso 
(alt. m. 0,076). 

Le macchine escavatrici delle scorie di ferro della società « Populonia », sul lato 
nord-ovest del Poggio della Porcareccia, hanno posto alla luce resti di altre costruzioni 



(') Cfr. Sanibon, Les monnaies antique» de Vitali?, 1903, ]>. 71, n. 117. 



REGIONE VII. 



— 21 — 



POPULONIA 



sul terreno argilloso al disotto degli strati delle scorie : trattasi di fondazioni di muri, 
disposti su piccole terrazze artificiali digradanti sul declivio del poggio, di dimensioni 
varie da m. 0,50 a m. 0,H0 di spessore, appartenenti a fabbricati della città ; si notano 
resti di fognature in muratura e di lastricati di strade che si estendono per un tratto 
considerevole ('). 

Sul versante della chiusa del Conchino, durante i lavori d'impianto per una ferrovia 




Pie. 7. 



dal Poggio della Porcareccia al nuovo ponte di carico sulla Punta delle Tonnarelle, sono 
stati ritrovati numerosi resti di costruzioni antiche che qui sommariamente registriamo: 
Ja) resti di un muro(fig. 6) costrutto'con piccole bozze di tufo calcare sovrapposte 
a filari regolari; nell'esplorare in profondità questo tratto di muro, si ritrovarono, sparsi 
nel terreno, cinque assi sestantali di bronzo alquanto deteriorati; 

b) tratto di strada antica (fig. 7), costrutta a lastre poligonali contenute sui fianchi 
da una serie di lastre poste per ritto (margines) che determinano chiaramente la larghezza 
in m. 3,40 ; la strada saliva sui fianchi del Poggio della Guardiola lungo il Conchino ; 

e) resti di un grosso muro regolare costrutto con blocchi squadrati di panchina 
arenaria disposti a strati orizzontali. 



(') Non essendo stata ancora la zona liberata dai depositi delle scorie, non è possibile precisare 
la estensione e la natura di questi ruderi. 



POPULONIA 



22 — 



REGIONE VII. 



Negli strati superiori ed adiacenti del terreno di riempimento della costruzione 
suindicata si sono scoperte le vestigia di un sepolcreto con tombe di inumati, nelle quali 
la custodia dello scheletro è di due diversi tipi, e cioè a copertura displuviata con tegoloni 
dai margini rialzati, e ad anforoni di cotto, senza alcun residuo di suppellettile funebre 
(fig. 8). Lo strano costume di seppellire i morti, entro ad un'anfora segata o rotta per metà, 

ovvero fra i pezzi di due o più anfore, del quale si è creduto 
di riconoscere un accenno in Plinio («. h., XXX, 46), risponde 
all'antico rituale greco dell' tyivtqiafió;, usato solo per i 
bambini, e che, nel tardo Impero e nel più alto mediavo, tro- 
viamo largamente diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo 
per le persone adulte. 

In questi tardi sepolcreti — dei quali rammenteremo quelli 
di Provenza e di Liguria elencati dall'Issel ('), di Castelsardo e 
di Olbia in Sardegna (*), di Sfax in Tunisia ( J ), di Classe a 
Ravenna ( 4 ) — troviamo, frequentemente mescolate con queste 
tipiche tombe ad anforoni, altre con copertura ad embrici di 
cotto displuviali, ala stessa guisa che nel nostro sepolcreto 
populoniese : mentre però i sepolcreti sopra ricordati sono da- 
tabili per le monete ritrovate in essi appartenenti al basso 
Impero (Onorio, Valentiniano), nessun documento invece hanno 
offerto per la datazione le tombe populoniesi. 

Essendo comparse durante l'aratura tracce di tombe nella 
parte occidentale del podere di San Cerbone, si è provveduto 
ad estendere da questo lato i saggi di scavo già praticati nelle 
campagne archeologiche del 1921-22. 

In una zona prossima alla strada comunale, sotto a strati 
profondi di scorie, a circa m. 2,40 dal piano di campagna, è stata scoperta una tomba 
ad inumazione a fossa, con copertura displuviata ad embrici di cotto dai margini rial- 
zati (m. 0,60 per m. 1,90); sui fianchi dei resti, scheletrici erano disposti i seguenti vasi 
fittili appartenuti al corredo funebre : 

brocca di terracotta rossiccia, a ventre espanso, ansa laterale a nastro, beccuccio 
a tubo cilindrico eretto, piccola ansa a bastoncello arcuato (alt. m. 0,32) ; 

due oinochoai fittili con bocca a cartoccio ed ansa a nastro; sulla superficie scrostata 
si vedono tracce della decorazione dipinta in rosso, e precisamente sul collo una testa 
muliebre fra girali, ed altre due teste di profilo sul corpo distinte da una ara mediana (alt. 
m. 0,27) ; 

due skyphoi frammentari, con festoni floreali dipinti in bianco sulla vernice nera 
(alt. in. 0,16) ; 




Fig. 8. 



(') Cfr. Tssel, Liguria preistorica, p. 584 sgg. 

(") Cfr. Notizie degli scavi, 1881, p. 30 sgg. ; 1892, p. 216 sgg. 

( 3 ) Cfr. Revue arch., 1887, II, p. 28 sgg. 

(*) Cfr. Notizie degli scavi, 1904, p. 177 sgg. 



REGIONE Vlt. — 23 — POPULONIA 

lekythos a corpo globulare, bocca imbutiforme, ansa laterale a nastro con tracce 
di zone dipinte in rosso-bruno (alt. m. 0,17) ; 

due ciotole frammentarie, a vernice nera, con rosetta centrale impressa; 

ciotola a vernice nera, con orlo costolato (diam. m. 0,21) ; 

lucerna fittile di terracotta rossiccia, a corpo globulare schiacciato, piccolo piede 
e beccuccio prominente (lungh. m. 0,09). 

Vicino alla tomba suddescritta, in uno strato di terreno naturale e compatto, senza 
sovrapposizione di scorie, alla profondità di m. 1,70 dal piano di campagna, è stata ri- 
trovata una tomba a fossa dalle pareti deformate, con il piano di deposizione lastricato 
in pietra alberese ; negli strati inferiori della fossa, aderenti al lastricato, sono comparsi 
i resti dello scheletro e del relativo corredo funebre : 

alcune perle globulari perforate, di pasta vitrea e di ambra, appartenenti ad una 
collana ; 

piccolo cilindretto perforato, di bronzo (diam. m. 0,013); 

tre fìbuline di bronzo ridotte al semplice arco ingrossato, in un esemplare a fuso, 
negli altri due a cuscinetto romboidale ; 

gangherella di filo di bronzo, con appendici spiraliformi ad occhiale ; 

fusaiola fittile d'impasto bruno, a forma conica (diam. m. 0,025) ; 

tre rocchetti fittili d'impasto bruno, provvisti di testate a calotta, decorate da 
impressioni con una rosetta centrale a tratti incrociati, circoscritta da un triangolo a 
festoni di tre tratti a funicella (lungh. m. 0,065) ; 

frammenti di vasi fittili d'impasto, fra i quali sono riconoscibili due coppe ad 
ingubbiatura nera, ed un poetilo ad ingubbiatura color marrone, fornito di duplice ansa 
ad orecchietta perforata a cunicolo, e decorato sul corpo da due zone di triangoli trat- 
teggiati in serie orizzontale a denti di lupo disposti con le punte verso la parte 
mediana ; 

frammenti di vasi fittili d'argilla figulina color giallognolo, non ricostruibili né iden- 
tificabili per le forme. 

Gruppi di tombe e resti di costruzioni del periodo etrusco-romano furono scoperti 
fortuitamente in seguito ai lavori di aratura del terreno nelle zone di Poggio al Lupo e di 
Poggio all'Agnello. 

A Poggio al Lupo, nella pendice di nord-est è stato rinvenuto un gruppo di tombe 
di inumati con custodia a cassone ; la struttura di queste si presenta uniforme con il piano 
di deposizione a fondo sabbioso senza alcun rivestimento, e le pareti e la copertura 
formate di lastre di alberese, riunite sulle pareti in modo che vanno restringendosi dalla 
testa ai piedi (lungh. m. 2 ; largii, da m. 0,80 a m. 0,60) ; le tombe erano disposte in fila, 
a m. 0,70 l'una dall'altra, tutte con i resti scheletrici, ma senza alcuna traccia di corredo 
funebre. 

A Poggio all'Agnello, in un campo adiacente alla fattoria, denominato « le Pian- 
tate », sono venute alla luce altre tombe di inumati a fossa, con copertura displuviata 
a tegoloni di cotto, dai margini rialzati, od a lastre di panchina arenaria. 
In questo gruppo di tombe furono raccolte le seguenti suppellettili : 

perla globulare d'ambra, perforata nell'asse, frammentaria ; 






lWÙLONIA 



- 24 



Regione vii. 



specchio di bronzo, a patina verde chiara, dal contorno dentellato e provvisto 
di codolo che doveva essere in origine innestato in un manico forse osseo (lungh. m. 0,27). 
Sopra una delle facce (fig. 9) è graffìta una figura di Lasa ignuda, con il copricapo 
pileato ed il corpo visto di tre quarti, che, provvista di due grandi ali spiegate, è con- 
cepita in atto di volare recando nella mano sinistra un alabastron ; 

specchio di bronzo, a patina verde chiara, dal contorno dentellato, fornito di 




Fio. 9. 



codolo (lungh. ni. 0,17) ; è a superficie liscia, e solo alla base del manico vi è graffito un 
motivo floreale con tralcio di edera ; 

tre bacinelle di robusta lamina di bronzo, con orlo leggermente appiattito ; sono 
di diverse dimensioni (diam. m. 0,1 7 ; 0,19 ; 0,24) ; 

gruppo di chiodi a capocchia discoidale piatta (lungh. m. 0,05) ; 

due ciotole d'impasto poco depurato, frammentarie : di diverse dimensioni (diam. 
m. 0,10 x0,ll); una di esse porta sul fondo interno come segnatura A ; 

due poculi d'impasto, frammentarli : uno è decorato, sotto al collo, da una zona 
di tratti angolari a denti di lupo (alt. m. 0,10) ; 

tre piatti, di terracotta rossiccia verniciata in nero, su piccolo piede, con orlo 

(') Vedasi per tipi consimili Gerhard, FArxiskische Spiegel, I, tavv. XXXI-XXXIV : Schuma- 
cher, Reschr. der Stimmi, antiker Bromen in Karlsnihe, tav. V, 5. 



REGIONE VII. 



- 25 - 



POPULONÌÀ 





piano e labbro leggermente rovesciato ; due di essi sono segnati, l'uno con la sigla A A , 
l'altro con la sigla A (diam. m. 0,15) ; 

altro piatto consimile a vernice nera plumbea, con orlo rovesciato (diam. m. 0,18) ; 

due ciotole di terracotta verniciata in nero, decorate internamente sul fondo 
da bolli a palmette (diam. m. 0,15) ; 

lekythos a corpo piriforme, di terracotta giallognola, frammentaria (alt. m. 0,13) ; 

piccolo poculo di impasto assai depurato, color bruno, 
con orlo a labbro rovesciato, frammentario (alt. m. 0,08) ; 

grande anfora di terracotta rossiccia (alt. m. 0,57); 

due oinochoai a bocca trilobata, di terracotta verniciata 
in nero, con tracce di decorazione dipinta in colore bianco- 
crema (alt. m. 0,23); 

oinochoe simile alle precedenti ma di più piccole propor- 
zioni ; frammentaria alla bocca (alt. m. 0,21) ; 

frammenti di quattro oinochoai sul tipo delle precedenti ; 

skyphos frammentario di terracotta a vernice nera, de- 
corato da una grande palmetta sovra dipinta in rosso ; 

kantharos frammentario su piede campanulato, di terra- 
cotta verniciata in nero (alt. m. 0,17) ; 

askos frammentario ad otre, di terracotta giallognola, 
provvisto di ansa orizzontale a nastro impostata presso il bec- 
cuccio. 

Nella parte elevata della sella, che distingue, sull'alto di 
Populonia, il poggio del Castello da quello del Molino, nella 
località di S. Caterina, presso la strada comunale che sale da 
Baratti, sono apparse casualmente le vestigia di un pozzo antico. 
Il pozzo (fig. 10) è stato esplorato sino alla profondità di m. 8,50, 
ed è costrutto con un muro regolare ad opera a sacco ; superior- 
mente ha la bocca ricavata da un blocco di pietra arenaria, 
ridotta a tamburo cilindrico, alta m. 0,80 e del diametro di m. 0,85. 
Alla profondità suindicata di m. 8,50 il pozzo è risultato chiuso 
da un grossissimo lastrone di tufo. Dallo spurgo effettuato sino a tale limite, e precisa- 
mente nello strato inferiore, sono stati ritrovati diversi oggetti antichi di varia epoca, 
dei quali elenchiamo solo i principali. Tra gli oggetti in bronzo sono degni di rilievo : 

parte superiore di piccola situla (fig. 11) con maniglia a verghetta, ripiegata ad 
arco, costolata nella parte superiore, provvista di campanella ad appiccagnolo, e con i 
terminali ripiegati, desinenti a testa d'oca ; le orecchiette, fissate sull'orlo, sulle quali 
gira la maniglia, sono conformate ad anello, ed hanno la base di attacco di robusta la- 
mina ritagliata a foglia d'edera. La situletta, che doveva essere a corpo ovoidale, pre- 
senta all'orificio un diametro di m. 0,09 ('); 



•;;l|, 




Fig. 10. 



(') Per tipi analoghi di situle in bronzo vedasi Bruno Schroeder, Griech. Bronzeeimer in Berliner 
Antiquarium, in 74° Winckelmannsprogr. p. 2!) sgg. 

Notizie Scavi 1924 — Vol. XXI. 4 



POPULONIA 



- 26 



REGIONE VII. 



ansa di oinochoe (fig. 12) con il fusto a doppio bastoncello inguauiato da fogliami 
stilizzati, biforcato in basso in due cauliculi raccordati ad anello elissoidale, che reca nel 
mezzo un emblema a basso rilievo con gorgoneion; superiormente, anche il fusto si distingue 
in due branche a verghetta, terminate a teste d'aquila che avvolgevano l'orificio del- 




Fig. 11. 



l'oinochoe ; nella parte mediana sporgente su placchetta sagomata sta una protome di 
ariete, e sulle corna trovasi imperniato, mediante cerniera, un coperchio mobile foggiato 
a conchiglia (alt. m. 0,16) ; 

ala sinistra, con appendice di attacco in ferro (fig. 13), appartenuta, con tutta 
probabilità, ad una statuetta di bronzo di qualche divinità o demone alato ; è finemente 
graffita da un solo lato, con le remiganti e le primarie ben proporzionate (lungh. m. 0,20); 
Con gli oggetti di bronzo suddescritti furono inoltre ritrovati : 

piccola base frammentaria di pietra tufacea ; 

stilo di osso, di forma conica, con l'estremità inferiore finemente appuntita (styli 
praeacuti: Plin., n. h., IX, 70, ì) e quella superiore terminante a perlina (lungh. m. 0,093). 
La forma di questo piccolo stilo, assai comune, non ci permette di determinare il periodo 
al quale appartiene : esso può benissimo risalire anche al periodo etrusco, dove accanto 
allo slylus ferreus (Plin., nat. hisl., XVIII, 50, 2), con terminale superiore a raschiatoio 



REGIONE VII. 



27 — 



POPULONIA 



per levare la cera (vertere stillivi), erano in uso anche quelli confezionati in osso (Varrò, 
G. L., I, 55,4; 138,1) ('). 





Via. 12 



Fra i copiosi frammenti di anfore, di ziri e di altri vasi fittili, ricorderemo : 
resti di uno ziro decorato con zone orizzontali rilevate a treccia continua di stile 



ìonico-arcaico ; 




Fio. 13. 



ciotola frammentaria, a vernice nera, ornata internamente con impressioni a pal- 
mette (diam. m. 0,14) ; 

vasetto a vernice nera, frammentario all'orificio ; 



Q) Cfr. Bluraner, Terminologie und Teehnologie, TV, 425; Wiinsch in Pauly-Wissowa, R.E., VII, 
1874 sg., s. v. «Griffer»; Gardthausen, Griech. Palaeogr., p. 68, 



POPULONIA 



— 28 — 



REGIONE VII. 



lucerna di terracotta color rossiccio, a beccuccio sporgente e corpo globulare schiac- 
ciato con base piatta ; reca sul fondo una segnatura incisa £ (lungh: ni. 0,085) ; 

dischetto perforato (peso od amuleto ?), formato da un frammento di vaso fìttile 
a vernice nera (diam. m. 0,03). 

Fra i trovamenti effettuati in passato durante i lavori della società « Populonia » 
vanno segnalati i seguenti oggetti, ora di proprietà del sig. dr. Zannellini di Piombino : 
Braccialetto trinato d'oro (fig. 14) che richiama a quel tipo di braccialetto vetu- 
loniese, offerto dall'esemplare del « circolo dei Monili » (') ; differisce però nella composi- 
zione, non risultando di nastri distinti ed in relazione con le testate ed il prolungamento 





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Fio. 14. 



mediano (lungh. complessiva nello sviluppo m. 0,18). Il nastro appare come unico, com- 
posto di quattro fettucce, con l'orlo limitato da doppie funicelle, accostate a guisa di 
treccia, e di altre trine a giorno di diverso disegno. Le trine laterali sono di filo ondulato 
semplicemente, quella centrale invece è di filo ad ondulazione a meandro: questi due 
motivi di trine si trovano similmente confezionati e disposti alternativamente in finis- 
simi esemplari di armille vetuloniesi, e cioè quelli scoperti nel «circolo di Bes » ( 2 ), nel 
« primo tumulo delle Migliarone » ( 3 ), nel « tumulo della Pietrera » ('). 

Passando alle testate del nastro, noi troviamo lateralmente due laminette semicir- 
colari, ed al centro una laminetta a triangolo isoscele, contornate a funicella e decorate 
alla periferia da triangoletti ed al centro da rosette granulate. Appare così, in un primo 
sguardo d'insieme, applicato il sistema in uso nella confezione dei braccialetti formati 
da tre nastri distinti. Nella parte mediana si staccano dalle testate le linguette a nastro 



(') Cfr. Falchi, Vetulonia e la sua necropoli antichissima, p. 98, tav. VII, 6 ; Karo, in Studi 
e materiali, II, p. 103, fig. 66. 

(*) Cfr. Falchi, op. cit., p. 105, tav. Vili, 14 ; Karo, op. cit., p. 105, fig. 59. 
( 3 ) Cfr. Karo, op. cit., p. 106, fig. 60. 
(«) Cfr. Karo, op. cit., p. 107, figg. 61-64. 



REGIONE VII. 



— 29 — 



POPULONIA 



costituito da una trina a giorno ondulata a meandro e due fettucce di lamina. Ora le 
linguette rappresentano la continuazione della parte centrale del nastro oltre la testata 
triangolare ; esse terminano in una placchetta rettangolare, ad orlo cordonato, decorata 
a granulazione con triangoli periferici e listelli : da un lato vi è saldata una gangherella 
rettangolare di robusto filo d'oro ; dall'altro lato si stacca il gancio a nastro di fili d'oro 





Fio. 16. 

accoppiati e ripiegati ad arco nella testata, come nell'armilla vetuloniese, già ricordata, 
del « 1° tumulo delle Migliarine » ('). 

Piccolo bronzo rappresentante, a quanto pare, una figura muliebre (alt. m. 0,08) 
di stile cretese-peloponnesiaco (fig. 1 5) ; è vestita di corta tunica che arriva appena al 
ginocchio, provvista di mezze maniche e con gli orli contornati ; risponde allo schema 
più rigido e severo nella disposizione del corpo e degli arti, nel profilo del volto con gli 
occhi assai grossi conformati a mandorla e divergenti; singolare è la capigliatura, a 
ciocche parallele scendenti a nappa sulle spalle, e sollevata sulla fronte a guisa di un 
toppino arcuato che va gradualmente assottigliandosi verso le tempie ( 2 ). 

A. Minto. 



(') Cfr. Karo, op. cit., p. 106, fig. 60. 

( 2 ) Vedasi il bronzetti cretese dell'Antiquarium di Berlino in Arch. Ameiger, XXXVII, 1922, 
col. 63, n, 6. 



PORTO S. STEFANO — 30 — REGIONE VII. 



IV. PORTO S. STEFANO — Scoperta fortuita di anfore romane in 
locahtà « Casalonc » (monte Argentario). 

In seguito alla comunicazione di una scoperta fortuita fatta durante il mese 
di luglio 1923 in località « Casalone» presso il Pozzarello, in proprietà del sig. Luca 
Pari la K. Soprintendenza agli Scavi d'Etruria mi incaricò di compiere un sopraluogo. 

Le anfore scoperte sono cinque, due delle quali quasi intere e ben conservate, 
mentre le altre tre sono un po' danneggiate nelle anse e nella bocca, in più si 
ritrovarono due embrici quasi quadri, che — stando a quanto mi si riferì — dovevano 
aver servito per sepoltura, essendovi state ritrovate sotto delle ossa umane. 

Il luogo in questione già da diverso tempo è segnalato come ricco di antichità, 
e due anni or sono nell'eseguirvi un lavoro di correzione per conto della ferrovia 
Orbetel Io-Porto S. Stefano, vi furono ritrovate due anfore della stessa specie e forma, 
una delle quali, insieme ad un altro piccolo vaso assai rozzo, sono stati donati dal- 
l'attuale direttore della stessa ferrovia ing. Clelio Carati al nostro Antiqmrium, 
dove attualmente si trovano conservati. 

Le vestigia dei ruderi sono diverse, e si protraggono per una notevole estensione : 
a mio criterio si riferiscono al primo o secondo secolo dell'epoca imperiale romana. 

Sono residui di muraglie (opus reliculatum) e di colonne in materiale cotto; e 
senza dubbio doveva trattarsi di costruzioni assurgenti ad una certa importanza. 
Esse forse erano attinenti alla famosa Villa di Santa Liberata o Domizia, che trovasi 
poco distante, e si sarebbe tentati di condividere l'affermazione che — a proposito 
di dette rovine — ebbe ad esprimere molti anni indietro il cav. dott. A. Ademollo 
nella sua Guida del monte Argentario, e cioè che ivi sorgesse un'officina figulinaria, 
facente parte dei predi appartenenti ai Domizi Enobarbi. Ma per dare un giudizio 
definitivo in merito, bisognerebbe approfondire le esplorazioni e mettere in pianta ' o 
eseguire il rilievo dei detti resti archeologici. Per esempio: a un metro circa del- 
l'attuale livello del terreno, in una specie di burrone, constatai spuntare un frammento 
di impiantito a mosaico di tipo comune romano. 

Notevole poi è questo, che dal « Casalone » si dipartiva un'antica carreggiata, inol- 
trantesi nell' interno dell'Argentario, e che io ho potuto, in altre occasioni, seguire 
per lungo tratto. 

P. Raveggi. 



REGIONE VII. — 31 — MAGLIANO ROMANO 



V. MAGLIANO ROMANO (già Pecorareccio) — Rinvenimento fortuito 
di un antico sepolcro. 

Certo Nazzarri Enrico, nell'eseguire lo scassato per vigna in suo terreno posto nella 
contrada denominata Ara Corridoja, presso Magliano Romano (già Pecorareccio) rinvenne, 
alla profondità di circa m. 1,25 dal piano di campagna, sei vasetti di bucchero, due di 
argilla chiara e diversi frammenti di altri vasi, di cui dirò in seguito. 

Sospeso lo scassato e messi in salvo gli oggetti, il Nazzarri diede subito denunzia 
della scoperta al maresciallo dei carabinieri comandante la prossima stazione di Campa- 
gnano, il quale, a sua volta, ne informò le autorità competenti le quali disposero, che l'as- 
sistente sig. cav. Natale Malavolta da Isola Farnese, ove egli trovavasi, si recasse senza 
indugio a Magliano per prendere visione del materiale rinvenuto e tutelare gli interessi 
dello Stato. 

Secondo le notizie trasmesse in questi giorni dal Malavolta, la scoperta sarebbe 
avvenuta poco oltre il cimitero, lungo la via che prende il nome dalla chiesa della Ma- 
donna del Carmine posta a N-NE del paese, e precisamente tra la proprietà del Nazzarri 
e quella limitrofa appartenente ai fratelli Sergio ed Umberto Arnaldi, essi pure, come 
il primo, residenti in Magliano. 

I fittili sarebbero stati trovati sul pavimento di una tomba a camera scavata nella 
roccia tufacea che il Nazzarri, fino al momento della scoperta degli oggetti, non avrebbe 
riconosciuto, e di cui, senza volerlo, aveva distrutto la parete d'ingresso, 50 cm. circa 
delle pareti laterali e il corridoio che dava accesso alla tomba stessa. 

Stabilito che la continuazione dello spurgo sarebbe stata fatta a spese dei singoli 
proprietarii, il Malavolta presenziò e diresse i lavori di sterro, che furono completati nei 
giorni 14 e 15 gennaio scorsi ; e prese nota della suppellettile tornata in luce, con 
quella cura e diligenza che lo hanno sempre distinto. 

La pianta della tomba aveva forma rettangolare, e misurava m. 1,80 di larghezza 
per una lunghezza di m. 2,45. L'ingresso di essa era esposto ad E-NE. In corrispon- 
denza del dromos che, come già dissi, era stato distrutto dal Nazzarri, furono da questi 
notati vari frammentilo di vasellame simile a quello rinvenuto entro il sepolcro, ai quali 
lo scopritore però non diede alcuna importanza, e che perciò non raccolse. Della chiu- 
denda erasi conservato soltanto l'infimo blocco ; il resto era stato rimosso ed asportato 
dagli antichi violatori del sepolcro. La suppellettile si trovò perciò tutta fuori posto 
e sparsa sul pavimento senza alcun ordine. Del cadavere non si rinvenne nessuna traccia. 

I vasi scoperti dal Nazzarri a breve distanza dalla parete d' ingresso sono i seguenti : 

1. Oinochoe di bucchero a ventre sf eriforme, bocca trilobata ed ansa a baston- 
cello. È decorata, intorno al corpo, con tre solcature che lo dividono in quattro parti, 
e, sull'orlo, con due apofisi presso l'attaccatura dell'ansa ; alt. mass. mm. 195. 

2. Altra oinochoe di bucchero, di forma assai goffa, con ansa a nastro molto 
elevata sopra l'orlo e munita di due solcature longitudinali. Manca di quasi tutto l'orlo, 
e misura mm. 160 di altezza. 



MAGLIANO ROMANO — 32 — REGIONE VII. 



3. Olpe di bucchero, con crinature nel corpo: alt. mm. 127. 

4. Anforetta di forme tozze e priva di decorazione. Si raccolse in frammenti e 
misura mm. 98 di altezza. 

5. Kantharos di bucchero ad alte anse a nastro, ornato con due linee graffite intorno 
all'orlo e con delle intaccature nel punto di unione del collo al fondo : alt. mm. 73 ; diam. 
alla bocca mm. 120. 

6. Tazza a calice, di bucchero, posata su basso piede e decorata intorno al collo 
con tre solcature parallele eseguite al tornio: diam. mm. 127. 

7. Tazzina a calotta, di argilla chiara, posata su pieduccio e decorata con una 
fascia di colore bruno intorno all'orlo e nella parte superiore del corpo. Internamente 
è verniciata di bruno. Anche il pieduccio era verniciato del medesimo colore : alt. mm. 72 ; 
diam. mm. 105. 

8. Altra tazzina a calotta, di argilla chiara, su pieduccio sagomato e priva di deco- 
razione. È in frammenti. 

9. Gruppo di numerosi frammenti appartenenti a vasi di bucchero ; d'impasto 
rossastro e di argilla chiara. 

Lo spurgo di quella parte del sepolcro situata al di là dalla staccionata che divide 
le due proprietà, in corrispondenza cioè del terreno posseduto dai fratelli Arnaldi, non 
fruttò se non una tazza a calice, di bucchero, posata su pieduccio e decorata come 
quella descritta al n. 6 : alt. mm. 84. 

Trattasi evidentemente di una delle solite tombe a camera, di tipo arcaico, provviste 
generalmente di banchina per la deposizione del cadavere ; banchina che qui sarebbe 
completamente scomparsa insieme colla vòlta e con buona parte delle pareti, per la forte 
erosione subita dal terreno. 

Tracce di un altro sepolcreto si sono potute accertare anche in vocabolo Monte Lungo, 
dove un certo Cesi Aniceto, lavorando la terra per la semina del grano, trovò, qualche 
tempo fa, due grandi anfore a copertura rossastra e decorazione geometrica di colore 
bianco, poste sotto alcuni lastroni che il Malavolta ritiene possano avere appartenuto 
ad un sepolcro costruito in tutto od in parte con blocchi squadrati di tufo, e forse non del 
tutto esplorato. 

Durante il periodo della civiltà etrusca la regione dovette essere intensamente abi- 
tata, ed un centro di una certa importanza (senza accennare a quello che doveva sorgere 
nel luogo dell'attuale villaggio) fu riconosciuto dal Malavolta, nella sua rapida pere- 
grinazione attraverso il territorio, sopra l'altura di Monte Maggiore, a breve distanza 
da Magliano ed a poco più di 6 km. da Narce ('). 

La regione stessa, per la conformazione del terreno, per l'abbondanza delle acque 
sorgive e per essere posta a cavaliere di due grandi arterie stradali — la Flaminia e la 
Cassia — congiunte l'una all'altra da un diverticolo di cui si conservano parecchi tratti 
selciati ( 2 ), dovette anche nei tempi romani essere cosparsa di ville e di altri fabbricati 
importanti, a giudicare dai frequenti trovamenti di marmi, di anfore vinarie e di altro 

(') Cfr. Mon. ant. dei Lincei, voi. IV, tav. I. 
(*) Not. scavi, 1919. p. 123. 



regione vi. — 'ó'ó — Gualdo tadino 

materiale che i contadini del luogo, col dissodamento del terreno, vengono man mano 
rimettendo alla luce. 

Alcuni oggetti provenienti da sepolcri di età romana, furono potuti recuperare tre- 
dici anni or sono in vocabolo Valentino o Vallette nella proprietà Sili, tra la Flaminia e 
Magliano, per merito del custode Domenico Marino' che aveva ricevuto dalla Soprinten- 
denza l'incarico d'ispezionare quel territorio. Essi fanno attualmente parte delle collezioni 
del museo di villa Giulia e consistono in un anello di quarzo opalino con scudetto ovoi- 
dale liscio ; in un grosso anello d'ambra con scudetto rilevato ; in alcuni frammenti di 
specilli in avorio e vetro, ed in una moneta di Faustina. Tali oggetti provenivano da 
due tombe a fossa in muratura, protette da pesanti lastroni di travertino, rinvenute 
a pochissima profondità dal suolo da certo Zaccardini Pietro, il quale, secondo le voci 
che correvano, era potuto riuscire a vendere sul mercato antiquario di Roma una col- 
lana d'oro che avrebbe fatto parte della suppellettile rinvenuta nei sepolcri stessi. 

È mestieri perciò seguire con occhio vigile i lavori campestri di quel territorio, da 
cui si possono attendere, da un momento all'altro, delle scoperte archeologiche di note- 
vole importanza. 

E. Stefani. 



Regione VI (UMBRIA). 

VI. GUALDO TADINO — Scoperta fortuita di antichi sepolcri. 

Nel febbraio dello scorso anno, mentre eseguivasi l'aratura di un terreno situato 
nella località « il Piano », presso Gualdo Tadino, furono scoperte due tombe a fossa pro- 
tette da lastroni di calcare e contenenti ciascuna gli avanzi dello scheletro che eravi stato 
deposto. 

Le tombe appartenevano entrambe a guerrieri. Nella prima si rinvennero : una 
spada di ferro, a lama ricurva ; alcune strisce in lamina di rame servite per il rafforza- 
mento di qualche cassetta, ed un pezzo dell'orlo di un grande vaso d'arte locale verni- 
ciato di nero. Nella seconda, i residui di un'altra spada di ferro, pure a lama ricurva; 
gli avanzi di un pugnale di ferro, con relativo fodero ; una cuspide di lancia, in ferro ; 
un rasoio lunato, di bronzo, privo del manico ; una bacinella in lamina di rame, fram- 
mentata nel fondo, ed alcuni pezzi insignificanti di ferro. 

Durante la lavorazione del terreno furono trovate anche una grande armilla di 
bronzo con estremità sovrapposte ed appuntite, e una cuspide di lancia in ferro molto 
acuminata. 

Un altro sepolcro a fossa tornò alla luce, pure l'inverno scorso, nella località « Campo 
Calvio », contigua a quella del Piano, durante l'escavazione di certi formoni per vigna (')• 
Esso conteneva il seguente corredo funebre : a) resti di una fibula di bronzo ad arco ser- 

(') Per le scoperte precedenti avvenute nella medesima località, vedi Notizie 1922, p. 7Gsgg. 
Notizie Scavi 1924 — Vol. XXI. 5 



CORINALDO 



34 — Regione v. 



peggiante adorno di una rosetta ; b) spillo di altra fibula ; e) tre anellini di filo di bronzo ; 
d) due braccialetti di bronzo ; e) un infundibolo umbilicato in lamina di rame ; f) fram- 
menti laminari enei a sagoma ricurva ; g) pochi avanzi di vasellame grezzo, d'impasto 
scuro. 

I detti sepolcri si riferiscono a due periodi di civiltà diverse : l'uno, che ci riporta 
al VII-VI sec av. Cr., rappresentato dalla caratteristica fibula a rosetta di tipo euganeo, 
perfettamente simile a quella rinvenuta pochi anni or sono nel sepolcreto scoperto in 
contrada « Ginepraia », nel comune di Nocera Umbra (') ; l'altro, alquanto più recente, 
rappresentato dal noto tipo di spada a lama ricurva, peculiare dei sepolcri del IV-III 
secolo. 

A quest'ultimo periodo va riferito un denso sepolcreto da me recentemente sco- 
perto nel medesimo territorio, e che, presto, spero, potrà essere illustrato: sepolcreto 
da cui si ebbe un bel complesso di oggetti (elmi, armi, vasi, ecc.) di età gallica che 
trovano il loro riscontro nelle ben note e poco lontane necropoli picene. 

E. Stefani. 



Regione V (PICENUM). 

VII. CORINALDO — Statuetta virile arcaica in bronzo. 

Un indizio pervenuto da Senigallia il 12 dicembre 1923 alla Direzione del Museo Na- 
zionale di Ancona, rivelava che un contadino di Corinaldo aveva rinvenuto nel suo campo 
« un bronzo raro d'epoca molto remota, alto circa mezzo metro, e che l'aveva venduto 
per poche lire al medico di Ornano (Pesaro) ; che il contadino poi sarebbe stato pentito 
di averlo ceduto a troppo poco, e che il bronzo sarebbe stato benissimo nel museo ». 

La mattina del 14 interrogai, dinanzi al sindaco di Corinaldo, il contadino, iden- 
tificato nel possidente Sante Paolini, e così seppi che egli aveva rinvenuto la statuetta 
in bronzo massiccio, lavorando il suo campo in località Santa Apollonia, e che, non 
avendo trovato soddisfacente offerta in paese e a Senigallia, l'aveva venduta per due- 
mila lire a Bologna a un antiquario di cui non volle dire il nome. Il 15, con l'aiuto 
della questura di quella città, potei identificare anche l'antiquario acquirente, che era 
stato il cav. Arturo Rambaldi insieme col sig. Alfredo Pallesi, e il giorno 22 potei ricupe- 
rare per il museo di Ancona la statuetta, che è rappresentata nella tavola I. 

La figura virile in bronzo massiccio, di bella patina verde coperta, a macchie, da 
leggera e fragile incrostazione e ottimamente conservata, misura in altezza mm. 239 ; e 
compresi i due grossi perni a cono, fusi insieme sotto i talloni e ritorti in avanti, mm. 280. 
L completamente nuda, e sta ritta sulle gambe rigide, di cui la sinistra avanza la destra 
della lunghezza delle dita: le braccia e le mani, rigide come le gambe, sono appena stac- 

(') Ibidem, 1918, p. 104. fig. 1. 



REGIONE V. 



— 35 — 



CORINALDO 



cate dal corpo e, vòlte in basso, vanno successivamente restringendosi come le linee dei 
fianchi, dalle quali con movimento stentato sono un po' avanzate ; più della destra, che 
tocca con la palma la coscia, la sinistra, che, rientrando maggiormente, la lambisce con 
la costola inferiore. La testa (figg. 1 e 2), a piombo sulle spalle esageratamente larghe, 





Fio i. 



nella parte anteriore ha forma quasi geometrica: un piano sfuggente e senza increspature 
(la fronte), due piani che appena fanno trasparire gli zigomi forti (le gote), un altro piano 
sotto il mento, danno una quadratura, che, misurata nei punti d'incontro più sporgenti 
delle tempie e all'impostatura delle mandibole, è quasi regolare. 

I contorni degli occhi, a bordo rilevato tutto uguale e assai più grandi del giusto, 
sono fatti a spicchio, con la punta verso l'orecchio e sormontati da forti sopracciglia 
leggermente intagliate a indicarne i peli : il naso è piuttosto grosso e, dall'apice, forma 
di profilo l'angolo, in linea diritta alla sommità della fronte, e, in linea rientrante e spez- 
zata, all'estremità del mento. Ma mentre il lato discendente dall'orlo frontale dei ca- 
pelli è rapido, la linea che sorge dal mento quasi ricurvo, per la bocca, col labbro inferiore 
piccolo e ritratto e quello superiore tumido e inarcato in alto, per il taglio del naso stesso 
con le narici scoperte, pare tesa da una contrazione ascendente. La calotta cranica è 



CORINALDO 



36 — 



REGIONE V. 



invece regolare quasi come una mezza sfera, ed è ricoperta da una fitta serie di treccio- 
line di capelli partenti dal mezzo con inappuntabile simmetria e, sia sopra la fronte sia 
sotto la nuca, formanti una frangia a cordoni più grossi ed espansi, più accuratamente 
intagliati e regolarmente disposti. Le orecchie grandi sono all'altezza degli occhi. 

In generale la muscolatura è massiccia ma non modellata, il petto troppo grande 
e i fianchi troppo stretti ; le mani stese con le dita appaiate, i polsi quasi non distinti 





Pig. 2. 



dagli avambracci ; le gambe tozze robustissime, i piedi enormi con pochi segni della 

nervatura. 

* 
* * 

Il carattere arcaico della figura è manifesto per la sola rigidezza dell'atteggiamento : 
il carattere etrusco per i tratti caratteristici della testa, oltre che per il luogo di pro- 
venienza ('). 



(') Della ricchezza di bronzi etruschi offerta dal territorio dell'Emilia, della Romagna, dell'Alta 
Marca, si potrebbe dare una abbondantissima documentazione : basterebbe per averne adeguata 
comprensione una visita alle raccolte etnische del salone maggiore del Museo di Bologna (Ducati, 
Guida, pp. 99-151) e il ricordo di corredi particolarmente descritti e illustrati della necropoli di 
Marzabotto (Gozzadini, Bologna 1865, tavv. 11-14); di quelli di Novilara (Brizio, in Monumenti 
Antichi, voi. V, tavv. VIII-XIV), e di quelli inediti di S. Costar.zo e delle numerose e ricchissime 
necropoli picene raccolte nel Museo di Ancona (Dall'Osso, Guida del Museo di Ancona, 1916, pp. 35- 
201). 



REGIONE V. — 37 — CORINALDO 

Nonostante alcuni lineamenti realistici della maschera, non è da tentare neppure di 
porre il quesito che possa trattarsi di una figura a valore iconico, quale l'arte etrusca diede 
sin da età remota ('), a meno che non voglia supporsi di quella categoria di ritratti, a cui 
lo Helbig ascrisse quel centinaio di figurine arcaiche in bronzo di un ripostiglio rinvenuto 
a Roma, in uno sterro fuori porta Portese, nel 1887 ( 2 ). Le quali figurine tuttavia, a modo 
di vedere dell'autore, pur essendo ritratti votivi di romani, non rappresentavano i de- 
dicanti nella loro imagine personale, ma in maniera simbolica. La statuetta di Corinaldo 
non può avere che carattere sacro ; e, ove non dovesse essere considerata come idolo di 
culto, dovrebbe essere giudicata almeno come una ragguardevole offerta votiva. 

Le statuette etrusche di carattere sacro, concepite ed eseguite sulla scorta di mo- 
delli greci, sono conformi ai prodotti dell'arte ellenica fin dalle sue prime rudimentali 
espressioni : così nel periodo dell'arcaismo vi sono figurine che si rifanno al tipo primi- 
tivo dello xoanon; altre che imitano il tipo della statua virile comune in tutto il VI se- 
colo av. Cr. e generalmente riconosciuto del così detto Apollo ; altre, che replicano lo 
schema della statua muliebre seduta. 

La statuetta di Corinaldo appartiene a uno di quei gruppi di statue virili imberbi 
e nude che fanno capo appunto a quei prototipi, ed ha perciò in generale i caratteri 
schematici e stilistici dell'arcaismo greco, in particolare i caratteri etruschi locali. 

E possiamo dire Apollo anche la nostra statuetta, se la sua capigliatura piuttosto 
lunga, la nudità totale, il corpo robusto di prima giovinezza, corrispondono alla descri- 
zione del Dio fatta neWInno omerico (Hymn. Apoll. Pyth., v. 271), alla rappresentazione 
di esso determinata su pitture vascolari dal soggetto mitologico, e se la somiglianza col 
considerevole numero di figure del medesimo genere identificate da iscrizioni votive 
ad Apollo ( 3 ) valgono a comprenderla nell'assai più numerosa classe di idoletti senza 
attributi, i quali, anche per esclusione di ogni altro plausibile riferimento, vanno comu- 
nemente interpretati come repliche votive di più o meno note e celebrate statue di culto 
sacre a quella divinità, ma che più in generale, in corrispondenza ai tipi delle xóqm del- 
l'arte ionica, sono convenientemente detti xoroot. 

Il Deonna, fondando le sue indagini sui caratteri stilistici, che i numerosi esemplari 
da lui raccolti e studiati presentano, ha tentato di distribuirli in varii gruppi di cui i 
più importanti sono quello ionico (Samo, Mileto, Rodi), quello insulare (Nasso, Chio e 
Paro) e quello continentale (Beozia, Attica, Peloponneso) ( 4 ). Ma molte volte le differenze 
da tipo a tipo in queste opere dell'arcaismo primitivo sono eosì sottili, e sembrano così 

(') Cfr. Milani, Monumenti etruschi iconici, in Museo Italiano, I. p. 280: Albizzati, Ritratti 
etruschi arcaici, in Disserta?, della Pont. Acc. d'Archeol. XVI, 1920, )). 3. 

(-) W. Helbig, Ripostiglio di figurine in bronzo a Via Portuense in Not. se, 1888, p. 229-232. Il 
numeroso gruppo di figurine alte da sette ad otto centimetri era diviso in due classi: gli esemplari 
dell'una riproducevano l'arcaico tipo greco di Apollo di Tenea schiettamente, e senza aggiunta di 
sorta ; quelli della seconda corrispondevano agli esemplari della prima, prescindendo dalla partico- 
larità della testa munita di pileus. Su' valore del pileus come simbolo della libertà (pileus liberlatis) 
presso i Romani, cfr. la memoria dello stesso Helbig in Sitzung. der Bayer. Akad. philosoph.-philol. Classe 
6nov. 1880, p. 487 e segg. 

( ) Martha J., L'art etrusque, chap. XII, Lcs figures mythologiques, p. 319. 

( 4 ) W. Deonna, Les «Àpollons archaiques », Genève, 1909, pp. 281-377), 



CORINALDO — 38 — REGIONE V. 



dovute alla maniera individuale degli artisti, che il Paris ('), propende a crederle derivate 
soltanto da circostanze fortuite») dall'arbitrio degli scultori. 

Se infatti volessimo giudicare il xorgog di Corinaldo da qualcuno dei suoi carat- 
teri anche importanti, dovremmo pensare che esso, per la pendenza delle spalle cadenti 
e per la massa sfondata e pesante delle sue forme anatomiche, sia un prodotto dell'arte 
ionica della scuola di Mileto ( 2 ) : come potremmo pensare che per la statura tozza, per 
la struttura a piani e il profilo angoloso del corpo, per l'aspetto rude col mento quadro 
della testa, debba essere avvicinato a quella scuola greca continentale particolarmente 
beotiea, la quale fece capo al prototipo dell'Apollo di Orcomeno ( ) ; e se e vera l'in- 
fluenza che il Perrot (*) nota come venuta alla scuola artistica della Beozia da parte 
delle scuole doriche, queste corrispondenze generiche della statuetta di Corinaldo con 
le iiperc delle scuole continentali non sono se non una conferma della sua attribuzione, 
sotto ogni riguardo più attendibile, all'arte dorica e più particolarmente a quella della 
scultura eginetica in bronzo. 

È già povera di monumenti superstiti la contrastata ( 5 ) scuola dorica o pelopon- 
nesiaca nel corso del periodo protoarcaico dell'arte greca (VI sec. av. Cr.) ; più povera 
ancora è quella eginetica che ne fa parte, sebbene, ancora prima di manifestare la sua 
forza nelle sculture del famoso tempio sacro ad Aphaia, avesse dato considerevole mole 
di statue anche famose ( 6 ). 

Ma, nonostante tale scarsezza, pare che la statuetta di Corinaldo, per alcune affinità 
stilistiche comuni coi pochi esemplari, che ci sono conservati, della scultura dorica in 
quel periodo, debba rientrare in quella categoria di bronzi che fecero la fama degli scul- 
tori egineti, non solo per la perfezione dell'opera, ma anche per quella della lega me- 
tallica, e popolarono poi l'Altis di Olympia con figure di atleti vincitori, offerti nei grandi 
templi come doni votivi ( 7 ). 

Gli scavi di Delfo misero in luce il nome di uno scultore di Argo, Polymedes (?), 
sopra una figura in marmo di xorQog. della prima metà del VI sec. av. Cr. ( 8 ). A osservar 

(') P. Paris, Catal. des Moulages de la faculté des lettres de Bordeaux, 1889, p. 99. 

(") Sui caratteri della scuola arcaica degli scultori milesii cfr. in generale Perrot, Hist. de Vart,XUl, 
p. 268-287, in particolare p. 274 e 280. Per la esemplificazione Oei prodotti di questa scuola nel tipo 
del xoppof , ved. Deonna, op. cit., pp. 285-293, e i mi. 131-139 dell'elenco delle sculture in marmo. 

(■) Per l'arte arcaica primitiva della lieozia e specialmente per le figure giovanili virili nude, 
cfr. Perrot. Hist. de l'art, Vili, p. 507-512 ; I) siali», op. cit. pp. 337-346, e specialmente il n. 26 (Apollo 
di Orcomeno), il n. 42 (statua proveniente dallo Ptoion), i nn. 35 e 53 (teste prov. dallo Ptoion) ecc. 
dell'elenco delle sculture in marmo. 

(') Hist. de Vart, Vili, p. 512. 

(*) Ved. Deonna, op. cit., p. 365 ; e, citati dal Deonna nella nota 1, Lechat, Sculplure attique 
p. 143 ss., p. 153 nota, p. 146 nota 2; Perrot, Hist. de Vart,\ll\, p. 476 ; Pottier, Reme de Vart ancien 
et moderne, 1907, p. 184 ss. ; id, Comptes-rendus de VAcad. des inscrivi, et beli, lettr., 1908, p. 93; 
M. Collignon, in Revue arch., 1908, I, p. 169. Cfr. anche l'articolo « Le problème de Vart dorien » di 
E. Pottier, pp. 52-J34, estratto dalla Biblinthèque de vulgatisalion du Musée Guimet, t. XXVIII, 1908. 

(") ffr. Collignon, Hist. de Vini (ediz. ted.) voi. 1, p. 293-299. 

( ; ) Collignon, op. cit., I, p. 294. 

( 8 ) Fouilles de Dclphes V, pi. I-II ; IVrrot, op..cit., VIII, tav. IX e X ; Deonna, Les Apollons 
arch., p. 176, n. 65, fig. 66; ivi la bibliografia. 



regione v. — 39 — corinaldo 



bene questa figura, che è più grande del vero (è alta m. 1,97), si notano differenze con- 
siderevoli nei capelli, a rosette sulla fronte e a trecce scendenti sul petto e sulle spalle, 
nei particolari anatomici del tronco, delle ginocchia, delle gambe e nel movimento, che, 
nella sua compassata simmetria, è meno serrato e legato. Ma sulle differenze prevale 
la corrispondenza di vari caratteri stilistici, forse più significativi. 

Anzitutto l'ampiezza delle spalle e la ristrettezza della vita, le orecchie poste troppo 
in alto, le braccia distese lungo i fianchi, la gamba sinistra avanzata, benché siano qua- 
lità e pose più o meno fedelmente subite dall'influenza egizia (*) da tutte le scuole arti- 
stiche della Grecia del VI secolo, hanno tuttavia maggior rilievo nelle opere della scuola 
peloponnesiaca, alla quale, secondo il Furtwàngler ( 2 ), avrebbero importato il tipo statua- 
rio egizio Dipoinos e Skyllis, peloponnesi, da Creta. 

Ma più di ogni altro carattere schematico o anatomico, è l'impronta incisiva della 
testa la quale ha, in potenza, le qualità che si andranno evolvendo verso la forma tipica 
della scultura monumentale di Egina. I più caratteristici tratti della testa di questa 
statuetta — che sono: la fronte piana, bassa, sfuggente; il naso piuttosto grande che 
prosegue con la linea del dorso l'inclinazione della fronte e nel taglio inferiore, obliquo 
sul labbro, scopre le due narici ; gli occhi grandi sporgenti sotto le sopracciglia, a con- 
torno rotondo verso il naso e a punta molto allungata verso le tempie, con pupilla se- 
gnata da un cerchietto inciso ; le sopracciglia coi peli bene intagliati ; la bocca col 
labbro inferiore ritratto e quello superiore tumido ed esposto ; il mento pronunziato e 
forte — modellati sopra la massa uniforme e tutta a piani della maschera, esprimono 
i rapporti della maggiore affinità stilistica, che la statuetta di Corinaldo mostra di avere 
più stretti che non con altri xovqoi con quello firmato di Polymedes (?). Un raffronto con 
risultato approssimativamente simile si potrebbe fare con la statua colossale scoperta 
dallo Stais a Capo Sunio ( 3 ): ma la maggiore corrispondenza di qualche particolare, come 
quella degli occhi (che, del resto, in quest'ultima, hanno il taglio delle palpebre infe- 
riori troppo rettilineo), della forma piana e rettangolare della fronte e quella quadrata 
e ossuta del mento, è contrastata dalla finezza dei lineamenti del naso e della bocca, 
e dall'espressione seria, ma benevola e delicata del viso. La quale, invece, seria, ma 



(') Intorno alla dibattuta questione nella influenza egizia sull'arte greca primitiva ved. Deonna 
(op. rit., p. 21-32) che riassume e discute le discordi opinioni, giungendo a questa conclusione : « L'in- 
fluence qu'exerca l'art de l'Égypte sur le Kofpo? se constate dans l'avancement de la jambe gauche, 
et dans quelques mentis détails tona superficiels. On ne peut dune pas dire, que le type est emprunté à 
l'Égypte. On ne peut non plus en attribuer l'invention à un sculpteur particulier, ou à une région 
déterminée. Ce n'est pas une invention proprement dite, mais la première création, toute naturelle, de 
la statuaire, qui s'est developpée à la fois dans la Grece orientale et occidentale. Le róle de l'Égypte a 
été d'introdurre quelques modifications de détail par l'intcrmédiaire des contrées grecques, qui étaient 
en rapport avec elle, ainsi que par le commerce phénicien » (p. 32). 

(-) Furtwàngler, Meisterwerke, p. 712 ; id., Ardi. Zeit. 1882, p. 55 ss., 323 ; cfr. Overbeck, Apolìon, 
p. 11 (nota 5 a p. 32 di Deonna, op. cit). 

O Deonna op. cit., p. 135, (n. 7), 138, figg. 16 e 17, dove è succintamente illustrata per la prima 
volta, e pp. 347-348, dove ne è delineato lo stile attico. È citata soltanto in American journal of arch. 
1907, p. 96 ; Ath. Mitth., 1906, p. 363-364 ; Stais, Marbres et bronzei, p. 5, n. 2720. 



COKINALDO 



— 40 — REGIONE V. 



anche rude nel marmo di Polymedes (?), e quasi brutale nel bronzo di Corinaldo, è un 
altro comune carattere che avvicina queste due figure. 

Un altro termine valido di raffronto è nel collo e nelle clavicole. La maniera dell'alto 
arcaismo è tenuta scrupolosamente: il rilievo delle clavicole è serrato troppo in alto, 
e chiude strettamente il collo nel punto in cui questo s'imposta sulle spalle: ma mentre 
nella statua in marmo l'incisione di esse si prolunga nelle scanalature scendenti fra i pet- 
torali fino all'ombelico, nel nostro bronzo resta chiusa con una piccola centina alla fos- 
setta della sommità del petto : nei due punti dell'articolazione, sulle spalle, forma poi 
altre due simili fossette simmetriche e corrispondenti, dalle quali il bordo, che più in 
basso era delle clavicole, sale verticalmente pei lati del collo sino ai capelli sotto gli orecchi, 
forse come rilievo stilizzato delle carotidi. 

Da questi elementi anatomici lo scultore ha tratto partito a fine decorativo ; pur 
rendendo infatti con indubbia evidenza, benché manierato, il sistema osseo della parte 
superiore del torace, il collo appare come uscente da un intaglio fatto a disegno sopra una 
specie d'involucro teso, che pare avvolga tutto il corpo. 

Della capigliatura non v'è altro raffronto, tra le poche sculture di questa scuola 
in questo periodo, che in una figurina in bronzo rappresentante Giove imberbe e nudo 
che lancia il fulmine, la quale, forse più antica del xovgog di Polymedes (?) ('), oltre alle 
treccioline corte regolarmente distese, sotto un cordone, sulla fronte, dietro le orecchie 
e sotto la nuca, ha anche l'austerità dell'aspetto, e la supera sino alla brutale fierezza. 

Il Furtwàngler, che esamina particolarmente le fogge di questa capigliatura nelle 
teste giovanili, in prevalenza di bronzo, dice che la più antica è quella in cui i capelli 
sono disposti in forma piana, e sono effettivamente tenuti sotto un cercine, o sono ab- 
bassati sopra la fronte e in tutto il giro come stretti da un cercine, che è appena accen- 
nato, per es., in una statuetta di bronzo di Olympia ( 2 ), che egli riferisce allo stile 
della scuola di Egina, o manca affatto, come nel xoÌQog dello Ptoion ( 3 ) e nella sta- 
tuetta di Corinaldo. Questa anzi, coi capelli a treccioline più lunghe sotto la nuca, e in 
avanti più corte, correttamente appaiate sulla fronte, corrisponderebbe proprio a quel 
modo di cui gli Egineti hanno offerto gli esempi più antichi ("). E cita fra altre sculture 

(') La figurina, a cui si allude, è giudicata opera della fine del VII scc. av. Cr., ed è stata supposta 
riproduzione di un esemplare, dalla cui ispirazione Ageladas avrebbe tratto quella delle due grandi 
statue di Zeus, collocate sul monte Ithome (Zeus Ithomatas, riprodotto sulle monete di Messene). 
Tale figurina, alta nini. 165, con iscriz. in dialetto dorico, si dice rinvenuta nel Peloponneso. [Frochner, 
Collection d'antiquités du Comte M. Tyszkicwicz, 1898, pi. XIV; Pcrrot, Hist. VIII, p. 468-46!), 
fig- 239 a p. 471]. 

( a ) Olympia, Ausgrab. iid. IV, Die Bromen, Taf. Vili, 62. 

( 3 ) Collignon, Hist. de VArt., I p. 332, fig. 167 (ediz. ted.) ; Deonna, op. e, p. 158, fig. 35. 

(*) Il Furtwàngler, a proposito di un piccolo bronzo di scuola argiva (Eine argivische Bronze 
in Fiinfzigstes Programm zum Winckelmanns feste, S. 125-162), esamina particolarmente la foggia dei 
capelli propria alle sculture delle scuole peloponnesiache, e le divide in tre gruppi cronologicamente 
successivi, distinguendoli dall'avere appena accennato un cercine sui capelli anteriori, o dal non averlo 
affatto pur sembrando i capelli stretti da esso ; dall'avere sopra la fronte ravvolti i capelli sul cercine ; 
dall'avere i capelli anteriori lunghi, ravvolti e tirati pei due lati e stretti indietro. Il primo gruppo, 
nel quale va considerata la foggia della capigliatura del xoDqos di Corinaldo, e riguardato come con- 
posto di opere, che vanno attribuite alla scultura eginetica primitiva. 



REGIONE V. — 41 — CORINALDO 

appunto il piccolo bronzo della Collezione Tyszkiewicz, che sarebbe la più antica del 
gruppo ( l ). 

Ma era le sculture meno arcaiche appartenenti o attribuite alla scuola dorica o più 
oarticolarmente a quella di Egina, troviamo varii esempii i quali, oltre alla capigliatura, 
cue è tra gli importanti caratteri loro, ne presentano altri propri anche alla figura di 
Connaldo. Sono presso a poco tutti, per l'epoca, entro il principio del V secolo, e hanno 
più deciso il movimento in avanti della gamba sinistra e determinato ad un fine quello 
delle braccia ; appartengono insomma tutti al tipo dell'» Apollo arcaico della seconda 
maniera » (*), hanno proporzioni più rigorosamente commisurate e meuo ottusi i par- 
ticolari anatomici, ma, o più per l'una o più per l'altra nota prevalente del loro complesso 
di caratteri dorici o egineti, sono documenti a conferma del genuino stile della statuetta 
di Corinaldo che li possiede con loro. 

Citandone alcuni, potremmo cominciare dall'Apollo Strangford ( 3 ), il quale, come. 
riporta il Deonna, fu non solo attribuito alla scuola di Egina (/) ma si è anche preteso, 
che dovesse provenire dal frontone occidentale del famoso tempio (*) ; e, insieme con 
esso, dal xoPgog dello Ptoion, che, essendo giudicato anche un po' più antico del prece- 
dente, è più vicino alla nostra statuetta ( 6 ). Questa figura avrebbe potuto essere il termino 
di confronto più acconcio se, come nella capigliatura, che finisce ugualmente sulla fronte 
con una corona di riccioli stilizzati, avesse avuto pari affinità nella struttura della ma- 
schera, che è invece ovale, ed ha la bocca atteggiata sensibilmente a quell'insignificante 
sorriso, per cui fu anche attribuito [insieme con la testa efebica Barracco('), anch'essa 
di stile egineticoj all'arte insulare (Samo) o all'arte attica delle xóqtu (*). 

Tra le numerose supposte repliche dell'Apollo Philesios (*), che Kànakhos scolpì 
per Mileto, quella tenuta per la più probabile e fedele, l'Apollo l'ayne-Knight ( 10 ), è anche 
delle più conformi al prototipo artistico da cui è derivata la statuetta di Corinaldo. Se 

(') Furtwiingler, op. cit., p. 128, nota 1). La testa, Athen. Mitili. 18815, tav. VI-1, e la statua 
Bull, de cor.: hell. 1887, pi. 13 e 14 ; cfr. Uriif, in Athen. Mitth., 1888, p. 404. 

(-) Collignon, llist. dì l'art (edizione tedesca) 1°, p. 266 ; Overbeck Apollon, p. 17 o 34. 

(-) Deonna, Les Apollom archaiqurs, p. 251, n. 101-162 (ivi la ricca bibliografia completa). 

( 4 ) Prachov A., Statue archa'ique a" Apollon in Annali 1872, p. 181-184, e la riproduzione in 
Monumenti inediti deli' Istituto, voi. Vili, tav. XLI. Fin da questa, che fu la prima pubblicazione, 
è determinato il carattere egineta della scultura, ael cui stile il Prachov dice : ■ excmple d'une nouvelle 
nuance de l'art archalque, qui tien le milieu Mitre le style de l'Apollon do Tenée et celili des statues da 
Ironton occideutal da tempie d'Eginc, penchant toutefois vers ce derider» (p. 182). L'autore avrebbe 
messo forse nel suo giudizio al posto dell'Apollo di Tenca, il xutoos di Polymedes di Àlgol so fosso 
stato fin da allora conosciuto : e sarebbe stato così anche più vie no all'istituito nostro riferimento. 

( 6 ) Deonna, op. cit., p. 261, nota 3. 

(«) M. Holleaux, Bull, de con. hell., 1886, p. 273 ; 1887, p. 286. 

( 7 ) Catalogo del Museo di scultura antica {Fondazione Barracco), Roma, 1910, n. 80 a p. 20, 
con fig. di pari numero. 

(_") Klein, Gestii, d. griech. Kiinst, I. p. 270. 

(») Basta citare di esse l'Apollo Strangford, l'Apollo di Piombino, il xoPqoì dello Ptoion. (ved. 
le note precedenti n. 3, 6, e la nota 1 a pag. 42). 

(">) Cfr. Deonna, op. cit., nell'elenco dei xonpo» in bronzo n. 100 a p. 273 : ivi la bibliog afta 
ompleta. 

Notizie Scavi 1924 — Vol. XXI, 6 



CORINALDO — 42 — REGIONE V. 



infatti dai caratteri generali comuni a questo gruppo di sculture si distingue per le trecce 
dei capelli scendenti sul petto e sulle spalle, ha più stretta attinenza per la massiccia 
forma della faccia, per lo scarso rilievo muscolare, per la dirittura del profilo frontale 
dai fianchi ai piedi. 

L'Apollo di Piombino (') è la meno remota e perciò !a meno rude figura di Apollo 
della seconda maniera, a cui deve essere avvicinato il bronzo di Corinaldo. 

Come ultimo termine di confronto, benché meno conosciuta, deve essere citata una 
figurina di bronzo della stessa altezza di quella di Corinaldo, trovata nel 1888 dentro 
il Partenone (-). 11 De Kidder vuol rivendicare allo stile attico ( 3 ) la piccola scultura 
che il Furtwàngler attribuì a quello eginetico, una prima volta studiando i bronzi di Olym- 
pia ( 4 J, e una seconda in uno scritto, che abbiamo già avuto occasione di citare ( 5 ) par- 
lando della capigliatura. Se le ragioni assai generiche e fugacemente accennate dal De 
Kidder trovano il loro maggior valore nella provenienza della statuetta dall'Acropoli, 
pare che l'attribuzione del Furtwàngler alla scuola di Egina possa trovare anche più 
valido sostegno nei suoi più significativi caratteri stilistici, e precisamente nelle spalle 
ampiamente delineate, nella vita e nei fianchi, in proporzione troppo stretti, nella testa 
rotonda e sfuggente, nella maniera in cui sono acconciati i capelli, ma soprattutto nelle 
proporzioni tozze, che danno il senso di altrettanta robustezza, e nella angolosa mas- 
siccia forma della maschera. Sebbene l'attenuamento della durezza abbia addolcito 
un po' l'espressione dell'Apollo dell'Acropoli come in tutte le figure simili del primo 
quarto del V sec. av. Or., il viso piatto e largo ha un profilo che è tutt'una linea spez- 
zata, come in quello del xoì<(>o$ di Corinaldo: ed è questa forse la ragione non ultima per 
cui nel bronzetto dell'Acropoli l'attribuzione del Furtwàngler potrebbe prevalere, come, 
fra le principali non è l'ultima, per cui pare che il xoìqos di Corinaldo debba essere ascritto 
alla categoria del cosidetto «Apollo della prima maniera », nello stile primitivo delle 
sculture in bronzo di Egina. 

Così la nostra figura, per tutte le precedenti considerazioni, va a collocarsi, in or- 
dine, fra il xotQoi di Polymedes (?), che, per i suoi caratteri stilistici e per quelli epigrafici 
dell'iscrizione, è creduta opera compiuta fra il ó8d e il 550 av. Cr., e le figure di « Apollo 
della seconda maniera », tra la line del V 1 e il primo quarto del V sec. (*). A quale di questi 
due termini sia più vicina non è facile dire : ma se tra gli altri particolari si osserva la 
forma dei piedi piatti, larghi e lunghi, con le dita che nella nervatura hanno quasi lo 
aspetto di artigli distesi, l'arcaismo appare assai remoto. L'indizio dei piedi è eonfer- 



(') Cfr. Deonna, op. cit., nell'elenco dei xotiqot, in bronzo, il n. 102 a p. 274: ivi Ja bibliografia 
completa. 

. (') Journal ofhell. st. 1888, p. 134-135; Ball, de con. hell., 1888, p. 4 ; Olympia, Die Bronz n, 
p. 20 (n. 52). 

(■') De Ridder, Caialogue dea bromes trouvi» tv* V Acropoli d'Athènes, Paris 1896, p. 268-269, 
tav. Ili e IV. 

(«) Olympia, Bd. IV, die Bromen, taf. Vili, 52. 

(') J2" Programm :ur Winckelntanmfeste, p. 128, nota Vili. 

(") Cfr. Bull, ttin dr con: hell.. 1900, p. 449; Homollc, Oaz. des beaux-arts. 1894, p. 445; 
1895, p. 322 ; e Deonna (da cui son tratte le citazioni), Les Apollons arch., p. 177. 



REGIONE V. — 43 — CORINALDO 



mato, avvalorato anzi, dall'atteggiamento delle braccia; le quali, se più non sono unite 
ai fianchi e alle cosce come nei xorgoi in marmo che più risentono dell'influenza egizia C), 
sono state dallo scultore staccate e mosse prima di sapere a qual fine occuparle. Restano 
infatti in quella fase di iniziato e arrestato movimento, che, invece di segnare un pro- 
gresso sulla posa insignificante di quelle congiunte al corpo, la aggrava in un evidente 
stato d'impaccio. E, più che la destra, è impacciata, e quasi in una penosa immobilità, 
la sinistra, che è avanzata, non ha ancora disunite ne piegate le dita e non pare affatto, 
perciò, predisposta a tendere un arco, come le supposte repliche dell'Apollo Filesio di 
Kànachos, o una fiala come qualche statuetta atletica di xoTgoc, o un pavone come il 
piccolo bronzo Payne-Knighit ( 2 ). Le mani tese e le dita strette col solo pollice verso 
la palma, concordano invece, con la forma dei piedi, a imprimere un carattere selvaggio 
— e perciò, tanto più antico — alla figura ( 3 ). 

T\ T on si sarebbe, dunaue, forse lontani dal vero ponendo che il tipo artistico rappre- 
sentato dal xorgoc di Corinaldo sia appartenuto alla scuola egineta nel periodo che seguì 
immediatamente alla metà del VI sec. av. Cr. 

Resta da vedere ancora, se sia un prodotto importato dell'arte greca o non piuttosto 
un esemplare di imitazione di arte etnisca. Mancando di attributi e di vestito, manca 
mire di ogni segno più decisivo, che consenta di trarne un indizio sicuro. Tuttavia, ove 
la figura fosse stata di maggiore grandezza, da un'attenta osservazione di tutte le parti, 
e segnatamente della testa, si sarebbe potuto tentar di conoscere, sulle indicazioni, che 
anche con troppo meticolosa cura il Kalkmann ha tratto da'lo studio comparato dei più 
celebrati esemplari del'a grande arte greca f 4 \ se certi rapporti, creduti fondamentali, 
si fossero conservati, e dedurne una ragione di più. prò o contro l'attribuzione della sta- 
tuetta all'arte greca originale, che pare fosse così rigorosa nel mantenerli. Non sembra 
invece dubbio, che la deforme sproporzione dei piedi la qua 1 e trova, in parte, riscontro in 
quella meno grave delle mani e dei piedi nella bella statuetta virile etnisca, anch'essa di 
tipo egineta, rinvenuta a Monte Guragazza e conservata nel Museo di Bologna- ( 8 ) e l'inciso 
contorno stilizzato delle clavicole, che nel medesimo bronzetto ha similissima struttura, 
siano segni di quell'arte greca, la quale, «trapiantata in Etruria. divenne meno omogenea, 
meno morbida, meno armonica»: nò può negarsi che dall'espressione di tutta la figura 
a forti tratti individuai, benché di carattere assolutamente ideale, emani quello spi- 
rito proprio impresso dall'Etruria persino ai soggetti importati della mitologia elle- 
nica ( 8 ). A ciò si aggiunga la ragione della provenienza. Ricordando, per questa soltanto, 

(') Cfr. l'Apol'o di Capo Sunio citato ti ella nota 3 n pag. 39 e i principali tipi dell'Apollo 
arcaico (di Orchomenos, di Tcnea ecc., ecc.) 

f 2 ) Ct*. le note e 10 a pag. 41. 

< :i ) Dconna, o.p. oir., p. 25. 

(*) Kalkmann, Dm Ptoportionen des Gesichts in defgrv'chUrhen Kunst (53° Programmi zur Win- 
ekdmamrfKCte, L898): p. 20 e ss., p. 4!i e ss., e tabelle di p. ss a 110. 

( h ) ('!. fìozzadini, Di ilnr statuette elruscheedi min iscrizione etrwa dissotterrata neWApennino 
bolognese., in Memorie deWAec. dei Lincei (classe scienze ninnili, storiche e /ìloi., serie T17, voi. XT, 1882, 
tav. T-TI) : P, llii'-ati, fluida del Museo civi-o di Bologna, 1023, p. 144 con fig. 

(") J. Martha. Vari etrum/u,r~\). 321. 



CORINALDO — 44 — REGIONE V. 

l'Idolino (') che è una superba opera di arte greca originale ma fu già tenuto per un 
«insigne esempio delle rielaborazioni e contaminazioni materiali, che si facevano in 
Italia, degli originali greci » ( 2 ), rinvenuto a Pesaro ; il così detto Verlumnus, conteso tra 
l'arte greco-ionica e quella etnisca, ispirata dalla stessa scuola ( 3 ), rinvenuto a Isola di 
Fano, che è a pochi chilometri da Corinaldo, nella vallata del Cesano ; altri mirabili 
bronzetti recentemente rinvenuti a Orciano ( 4 ), tra CorinaMo e Iso'a, e la bellissima 
testa in bronzo di Cagli ( 5 ), vediamo delinearsi dalle valli del Metauro e del Cesano, 
come Giovanni Gozzadini aveva notato a proposito delle statuette e dell'iscrizione 
etnisca di Monte Guragazza per l'agro bolognese ("), l'afflusso di opere etnische attra- 
verso la via, che divenne poi Flaminia, e fu mezzo, fin dai più remoti tempi, di scam- 
bio tra i due versanti dell'Appennino. Da questo medes ; mo afflusso avrebbe potuto 
essere portata nella valle del Cesano anche la statuetta di Corinaldo, la quale in tal caso, 
come opera di imitazione, dovrebbe essere un po' ritardata nel tempo ed essere assegnata 
alla fine del VI sec. av. Cr. : se pure (ed è forse l'ipotesi più attendibile) non debba con- 
siderarsi come prodotto di una di quelle officine locali che, con l'immane quantità di 
oggetti di bronzo restituiti dalle ricchissime necropoli, raccolte nel museo di Ancona, 
svelarono, specialmente in quel secolo, l'alto valore della civiltà picena, ancora sorella 
minore di quella etrusca, ma avviata ormai a uscire presto di minorità. 

G. Moretti. 



(') Kekulé, 49" B. Winckelmannspr. 1889 ; W. Amclung, Fuhrer, p. 275 (ivi la bibliografìa). 

( 2 ) L. À. Milani, II R. Museo archeologico di Firenze, testo p. 173-174, tav. n. CXLIII. 

( 3 ) La famosa statuetta di Isola di Fano fu interpretata come imagine di culto del Verlumnus, 
il dio nazionale degli Etruschi, nella prima pubblicazione che ne fece L. A. Milani in Not. se, 1884, 
ser. 3*, voi. XllT, p. 618-622, tav. III. Tale interpreta' ione, accettata dal Martha (L'art elrusque, p. 320- 
321, fig. 219), è stata recentemente contrastata da G. Bendinelli (Rendiconti dei Lincei, ci. di se. mor. 
stor. e filol., serie 6», voi. XXIX, 1920, p. 65-75), il quale crede debba riconoscersi nella importan- 
tissima figura un prodotto dell'arte etrusca ispirato da originale ionico dell'epoca pisistratea,-ma 
sostiene pure che rapprrsenti, invece, V Ilermei Euodios, < he con l'etrusco Verlumnus ha in comune 
la proprietà di presiedere alle vie e di soccorrere i viandanti. 

(*) Il Museo di Ancona ha recentemente acquistato due bronzetti rappresentanti una deliziosa 
figurina di Nike su globo derivata da un tipo artistico del sec. IV av.Cr., e Artemis nel tipo di quella 
detta di Versailles, di eccellente fattura. Le due piccole figure (alte ambedue min. 112) saranno pros- 
simamente pubblicate nelle Notizie. 

( 5 ) Cfr. A. Della Seta, Muieo di villa Giulia, Ronu, 1918, tav. XXX; G. Bendinelli, Br mi 
votivi italici del Museo nazionale di villa Giulia, in Monumenti antichi dei Lincei, voi. XXVI, p. 229- 
242, tav. I (ivi la bibliografia). 

( 6 ) « T)a tre anni in qua sono tornate alla luce alcune antichità etnische nell'alto Apennino bo- 
lognese, a Casio, a Montecavalloro, a Montcguragazza, che fanno testimonianza distazioni etrusche 
in quei luoghi, e si collegano coll'amplissima stazione di Marzabotto, la quale era per avventura la più 
grande, la più doviziosa, la più importante di codesto Apennino : talché non si sarebbe forse troppo 
arditi supponendola centro d'una lucumonia. Tutte queste stazioni sono dentro o presso la valle 
del Reno, quindi nella direzione della Toscana o dell'Etruria centrale verso Pistoia, ecc. ecc. » ; Gozza- 
dini, Di due statuette etnische, p. 3. 



Notizie degli Scavi - 1924. 



Tav. I. 




o 
•a 




o 
U 



> 



p 
j5 



3 

c/5 




>anesi-Roma 



ROMA — 45 — 



ROMA 



ROMA. 

Recenti trovamenti di antichità nella città e nel suburbio. 

'Regione IX. — Nell'eseguire la demolizione di un muro che recingeva l'area 
delimitata dal corso Vittorio Emanuele, dalla via Larga e da via del Pellegrino, desti- 
nata all'erezione del palazzo per la nuova sede dell'Agenzia delle imposte dirette, si 
rinvennero, fra il materiale di risulta, già messi in opera quando fu costruito quel 
muro, cinque frammenti di lastra marmorea inscritti. Si riconobbe, che quei frammenti 
facevano parte della stessa iscrizione, e, ricomposti, rivelarono costituire una cospicua 
porzione di un latercolo contenente un lungo elenco di nomi di tabernarii, con una prae- 
scriptio nella quale figurano i nomi degli imperatori Arcadio ed Onorio e del praefectus 
urbis Postumio Lampadio (a. 403-408). 

H ricupero di questi frammenti fornisce un tipico esempio per la cautela che è neces- 
sario usare prima di pubblicare e dare per inedite epigrafi tornate in luce, specie quando, 
come nel presente caso, trattasi di iscrizioni su lastre marmoree adoperate come mate- 
riale da costruzione in murature di non recente data. Infatti il testo epigrafico dei fram- 
menti in parola è già noto ed edito nel C. I. L. VI, 9920. 

Il lemma che precede l'iscrizione nel Corpus rende noto, che i frammenti si rinven- 
nero nell'anno 1854 presso il Pantheon diM. A grippa, e che alla pubblicazione del Corpus 
stesso non se ne conservava se non un solo frammento, mentre gli altri erano andati smar- 
riti. Il frammento superstite ha peregrinato dall'Ufficio degli scavi del Palatino, ove fu 
dapprima immesso, al museo Kircheriano, ed ora fa parte della raccolta epigrafica del 
Museo nazionale romano delle Terme, ove lo raggiungono gli altri frammenti felice- 
mente ritrovati, dopo essere stati, chissà come, trasportati fra la tegolozza e serviti a 
costruire il muro di via Larga. 

Il frammento conservato è quello riportato nel Corpus a destra in alto del testo 
dell'iscrizione, che comprende le linee 2-12 ; quelli recuperati ne formano il resto già 
edito ad eccezione di alcuni piccoli frustuli staccati e definitivamente perduti. 

L'iscrizione notissima contiene l'elenco dei componenti il corpus tabernariorum di 
Roma, redatto ex auetorifale del prefetto della città Postumius Lampadius, fra gli anni 
403 e 408. Questo personaggio è noto anche per essere stato eonsularis Campaniae 
(C. I. L., X, 1704, 3860) e per avergli Simmaco dirette alcune epistole (Symm., epist., 
VIII, 62, 64). Il latercolo fu già illustrato da G. B. De Rossi (Bulletiino dell'Istituto, 1855, 
(pag. 51) e dall'Henzen (Syll, n. 7915). 

* 
* * 

Regione XIII. — Sterrandosi per un lavoro stradale in via Marmorata, presso 
l'arco di S. Lazzaro, si è rinvenuta, a poca profondità dal piano stradale, la parte 



ROMA 



46 



ROMA 



destra di una lastra marmorea (m. 0,34 X 0,28 X 0,03), recante il seguente resto 
d' iscrizione cimiteriale cristiana : 



in NOCESSTETA 

nws qui vix. iwNVS P L es M 

. . . dcp. diV. Ili NON 

. ... fi. I/NCSVCCÒNS a. 401 



Il defunto, un fanciullo detto [in\noce(;n)s, ebbe il nome di Stefa[nus]. Morì e fu 
deposto [Flavio) Vi]nc(enlio) i{iro) orarissimo) constile), e cioè nell'a. 401, il giorno III 
mn(us) di uno dei due primi mesi dell'anno. Infatti anche altre iscrizioni, con la data 
consolare di quell'anno e con l'indicazione di uno dei giorni anteriori al mese di marzo, 
hanno la sola menzione del console di occidente Flavius Vincentius, non conoscendosi 
ancora il nome del suo collega di Oriente. La promulgazione in Roma del console di 
Oriente per l'anno 401, Flavius Fravita, avvenne dunque circa la fine del mese di febbraio 
o nei primi giorni del mese di marzo (cfr. De Rossi, Inscript. ehrist., I, 494segg., p. 597). 

Via Labicana. — Demolendosi un muro di cinta sulla via Casalina per dar 
posto alla costruzione della nuova chiesa dedicata ai ss. Pietro e Marcellino a Torpi- 
gnattara, si rinvennero, ivi messi in opera, alcuni frammenti di lastre marmoree con 
i resti d'iscrizioni funebri di equites singulares, che, com'è noto, avevano quivi il loro 
sepolcreto (cfr. Notizie degli scuri, 1922, p. 141 segg.). Essi sono i seguenti : 

1) Frammento di stele funebre marmorea ; nella parte supsriore è rappresentato 
un eques singularis coricato su di una cline (m. 0,34 X 0,48 X 0,10) : 



D M 

A V R • VICTOR 
e Q-S-AVGG • NN 
"IX'ÀN-XXVHf'MÌ 

ÀN-X-T-HE P CVLA 

r!lI-N-B-H-AVR-MA 

ne ILLINVS-F RATEI. 



11. 5-6 : t(urmae) Herculani n(aiione) B(essus ?), h(eres) 

2) Frammento di stele marmorea (m. 0,37 X 0,19 X 0,14) : ' 



vG- EQ- Si ing. 

... a "R- SATVR ninus 

N A T • M O esus 

col. ul PIA-OESC^ 

\\X 



nOMA 



47 



ROMA 



3) Frammento di cippo marmoreo 
(m. 0,30 X 0,22 X 0,17) : 




4) Id. id. id. (m. 0,27 X 0,40 X 0,16): 



* 



j<T£Tnì s • X 

mr/LIT -ANN 
FL-CRF.SCEN/ 



BENEMERENZA . 



-/ 



5) Frammento di stele marmorea scorniciata ; in baiso è rappresentato un cavallo 
bardato (m. 0,30 X 0,21 X 0,13) : 




Nella tenuta di Torre Spaccata, di proprietà della casa Torlonia, eseguendosi lavori 
di bonifica del terreno, si misero in luce alcuni avanzi di antiche murature. Si estrasse 
dalla terra un cippo marmoreo funebre pulvinato (m. 1,74 X 0,47 X 0,53), mancante 
della parte destra ; sul davanti ha inciso il seguente resto d'iscrizione : 



D • M s. 

L- VAL-L F C 

MELDVBR 

V O • A N N 

VAL-C-F-MA 

SALAGENS; 

MATRI-L-VA;/ 

MELDVBR1 

ANN -XXII 

VALERIA- S 

PARENTIBVS sw/s 
F E C I T 



Via Latina. — Presso porta Furba, sulla sinistra della via Tuscolana, nel 
punto ove questa forma crocevia con la via Militare, il sig. Francesco De Angelis, nel- 
l'eseguire un cavo per la costruzione di un nuovo fabbricato, mise in luce, alla distanza 
di m. 16 dalla via Militare, di m. 14 dalla via Tuscolana ed a m. 2 di profondità dal 
piano di campagna, alcuni resti di muratura in opera reticolata ed un grande cippo 



ROM\ 



— 48 - 



ROMA 



funebre di marmo (m. 1,25x0,84x0,54) con cimasa pulvinata, base modinata e patera 
e prefericolo ai lati. Il lato anteriore ha incisa la seguente iscrizione : 



DIS • M ANIBVS 
SACRVM 

VALGIA • SILVILLA 

SIBI ET 

TICLAVDIO-AVXIMO 

CONIVGl • SVO 

BENEMERENTI • ET 
LIBERTIS-LIBERTABVS 
QVE-SVIS-ET-AVXIMI 
POSTERISQ.VE-EORVM 



Nel lato posteriori è rappresentata in rilievo la porta dell'Hades leggermente soc- 




Fig. l. 

chiusa ; ciascuno dei due battenti ha due specchi lisci ed una piccola maniglia di forma 
semicircolare. 

Si rinvenne anche una sfinge alata di travertino che servì già da acroterio del fastigio 
di una tomba (ved. fig. 1). È rappresentata seduta con le braccia tese e le gambe aperte 
simili a zampe di cane. Lungo il petto sono disposte, su due file parallele, otto mammelle. 
Il viso è umano, di giovane donna, dai capelli ricciuti divisi sulla fronte e terminanti sul 
petto in due riccioli attorcigliati. 



UO.MA 



- 49 - 



KOMA 



Si recuperò, infine, anche una targa marmorea (m. 0,23 X 0,30 X 0,02) con questa 
iscrizione funebre : 



D 


• M 


CN 


SECCI 


EV TAC TIA 




NI 



Via Laurentina. — Sulla destra della via Laurentina, tra il 4° ed il 5° km., 
in vocabolo Pedica di Grotta Perfetta, nella proprietà dei fratelli De Angelis, eseguen- 
dosi lavori agricoli, è stata rinvenuta una lastra marmorea con cornice (m. 0,61 X 0,49 X 
0,09), con la seguente iscrizione : 



DIS • MANIBVS 


CAESENNIAE 


secvnd£ ; 


A-CAESENNIVS- 


FERENTE V 


FECIT-CONIVGI 


•BENEMERE 


NTI 





(.ir) 



Via Nomentana. — Eseguendosi un cavo per un raccordo di fognatura in- 
nanzi la caserma del 6° Genio, poco prima di giungere al ponte Nomentano, a m. 1,40 
dal piano stradale, si è trovato in pezzi un piccolo sarcofago di fanciullo, in marmo con 
coperchio. Nella fronte anteriore è strigliato, ed ha nel mezzo, entro una semplice riqua- 
dratura scorniciata, le seguente iscrizione in lettere tarde : 



D M 

L-SVNNILFEVPHEMv 
INGENVIALVMWr 
DVLCISSIMI QVl V\ix. 
ANN-VII-M-III-D-V 
L-SVNNIVSCLEMens 



Via Ostiense. — Sulla sinistra della via Ostiense, presso la collina detta Roc- 
cia di S. Paolo, nella proprietà del sig. Andrea Segni, nell'eseguire un cavo per la costru- 
zione di una nuova casa, si è rinvenuta, a m. 1,40 di profondità dal piano stradale, una 

Notizie Scavi 1924 - Voi. XXI. 7 



IlOMA 



- 50 — 



liOMA 



lastra marmorea in due pezzi scorniciata, (m. 0,44 X 0,44 X 0,05) con la seguente iscri- 
zione : 



D 




M 


POMPONIE • 


5ENILLE 


PATRONE 


• E T 


POMPON IE • 


POLVX 


SENE • FILIE • MAE 


QVE 


• VIXIT ■ ANNI 


XIII- 


MESSES 


•DIEBVS 


XVII 


FECIT • 


VESTINA 


POMPONIA • 


SIBI • ET 


SVIS • 


LIBERTIS 


• LIBERTA 


1 BVS- 


ET-C- POMPEIVS 


i 


FELIX 


• LOCVS 


! DATVS • POST 


•EORVM 



(sic) 



Via Portuense. — Nell'eseguire gli sterri per la fondazione del nuovo fabbri- 
cato dei Padri Maristi in via Anton Giulio Barrili, sulla collina di Monteverde, è stata 
messa in luce un'altra parte del vasto sepolcreto che si estendeva nella regione sopra- 
terra del cimitero di Ponziano. 

I movimenti di terra, eseguiti nel 1917 per la costruzione del monastero delle Suore 
della Dottrina Cristiana di Lille, avevano già fatto scoprire una notevole parte del'sepol- 
creto che fu illustrato con grande cura dal compianto prof. F. Fornari in queste Notizie 
degli scavi, 1917, pag. 277 segg. L'annessa pianta (fig. 2) contiene la porzione già sco- 
perta nel 1917 (lett. A) e vi si è aggiunta la parte ora riconosciuta. I rilievi furono, come 
i precedenti, eseguiti dal prof. Ettore Traversari. 

Le prime scoperte rivelarono soltanto alcune formae, quasi interamente franate, 
ricoperte da tegoloni messi alla cappuccina; s'intravide anche, alla profondità dim. 1.50 
circa dal piano di campagna, parte di una piccola abside in muratura a tufelli e mattoni, 
e tracce di pavimentazione a tessere bianche e nere. In seguito a queste constatazioni, 
fu intrapreso dalla R. Sopraintendenza agli scavi di Roma un saggio di scavo, allo scopo 
di meglio identificare la costruzione. Fu a me affidata l'ispezione dei lavori ; l'assistenza, 
al sig. Pietro Mottini. 

II breve scavo mise allo scoperto una recinzione in muratura di forma rettangolare, 
absidata (ved. fig. 2, lett. B), quasi rasa al suolo, non rimanendo dello spiccato se non un 
tratto alto cm. 45. Le murature erano a tufelli con ricorsi di laterizi. L'edificiolo absidato 
misura m. 6,60 X 5,10 ; il diametro dell'abside era di m. 2,61. 

Il pavimento della piccola area circoscritta dal recinto absidato era cosparso di 
tombe della consueta foggia a formae, divise da murelli. A ridosso del lato occidentale 
del muro absidato erano costruite due tombe (lett. a, b), ricoperte da una volticella e 
divise fra di loro da un muretto a tufelli, dello spessore di cm. 20 ; misuravano m. 2 di 
lunghezza e m. 0,80 di larghezza. 



Jl/xrjvsj- 0/uzrj E>£f 



§ 

U 
H 

O 





r; 



ROMA 



— 52 



ROMA 



Un'altra tomba a forma (lett. e), più larga delle a'tre (m. 1,81 X 1,48), era del tutto 
sconvolta ed interrata ; fra il terriccio si rinvenne la lastra marmorea di chiusura della 
tomba (m. 1,80 X 0,55 X 0,07), rotta in sei pezzi, recante la seguente iscrizione: 




Pro. 3. 

Quintianus se vivo emit et fecit sili et suis omnibus. 

Il monogramma I è notissimo per essere usato frequentemenete nei rilievi e nelle 
epigrafi tanto pagane quanto cristiane, prevalentemente del secolo IV, in ispecie nei 
monumenti relativi ai giuochi circensi, nelle rappresentanze di agitatores de' circo e nelle 
tabulae lusorme ('). È simbolo quindi di vittorie riportate nei ludi del circo e della pa- 
lestra, tanto più che spesso è unito alla palma. Rimane sempre come più probabile la 
spiegazione data di p(alma) fe(liciter); altri hanno voluto intendere p(alma) e(lea) o p(alma) 
e(merita). P ù raro è il trovarlo in iscrizioni sepolcrali, quale la presente, ed è pro- 
prio delle iscrizioni funebri cristiane posteriori alla pace costantiniana ( 2 ). 

Notevole è anche la decorazione di questa lastra tombale, formata da due circoli, 
in uno dei quali sono inscritti più circoli intrecciantisi, ciascuno contenente un rosone 
a sei petali ; l'altro circolo contiene un solo rosone a sei petali. 

Il muro perimetrale di settentrione (lett. d, e) era invece a sacco, e si prolungava 
oltre il termine dell'area rettangolare absidata, per la lunghezza complessiva di m. 11. 
A ridosso del prolungamento, verso sud, si aprivano altre formae costruite con sponde 
di tufelli poggiate sulla roccia di breccia. A meridione del detto gruppo di tombe, fu messo 
allo scoperto un altro folto gruppo di formae (lett. B) intersecantisi in modo irregolare. 

Ancora più a sud, presso uno degli antichi ingressi al cimitero di Ponziano (lett. f), 
i lavori di sterro misero allo scoperto una tomba in muratura a sacco (lett. C), di forma 
quasi quadrata (m. 2,55 X 2,40). L'ingresso doveva essere dal lato ovest ; in ciascuno 
degli altri lati era praticato un arcosolio (m. 1,30 X 0,74), aggettante cm. 50. Ciascun 
arcosolio era decorato con pitture a fresco su intonaco di calce, quasi del tutto caduto. 
Della decorazione rimanevano soltanto, nell'arcosolio del lato orientale, un pavone, 
ed in quello del lato settentrionale una figura muliebre ammantata. 

(') Cfr. le iscrizioni nei sedili dell'anfiteatro Flavio (R. Lanciasi, Bull, della Gomm. Archetti. 
Cernuti., 1880, pag. 250 segg.) ; una tavola lusoria (Bull, della Comm. Archeol. Cornuti., 1904, pag. 342 
seg.); lo stesso monogramma trovasi anche in un contorniato con l'effigie dello storico Sallustio: cfr. 
Sabatier, Les médaillons conlorniaies, XVI, 2. 

(') Cfr. ad cs. A. Silvagni, Inscriptiones christianae urbis Romae, nova series, I, n. 1436. 



ROMA 



— 53 — 



ROMA 



Avanti gli arcosolii delle pareti settentrionale e meridionale era praticata una forma. 
Sul pavimento giaceva, spostato dal luogo di origine, un sarcofago marmoreo (m. 1,36 X 
0,50 X 0,50), troncato nella parte destra, con la fronte baccellata e nel centro una targa 
securiclata anepigrafe ; nel lato maggiore opposto, entro altra targa ansata è incisa la 
seguente epigrafe (IH sec.) : 



D M 

À ÀTINIVS MER 
CVRIVS TVRCIÀE 
PROCLÀE CONIVG 



I FECIT 
ENTI 



BENEMER 



\ 



In origine il sarcofago era lungo m. 1,95' e destinato ad un adulto ; fu poi ridotto sul 
posto alla lunghezza di m. 1,35 ed adoperato per seppellirvi un giovinetto, del quale 
furono rinvenute le ossa nell'interno. La parte del sarcofago asportata, lunga cm. 60, con 
gli angoli di destra, fu rinvenuta nel fondo di una delle due formae alle quali si è accennato. 

Il pavimento era a grosse tessere bianche e nere formanti un'iscrizione sepolcrale, 
lunga m. 1,10, alta m. 0,35 ; le lettere, nere su fondo bianco, sono alte cm. 13 e sono 
contenute entro una targa ansata formata da fasce nere, larghe cm. 3. Mancavano la 
fascia del lato superiore e la maggior parte di quella del lato destro, tolte quando fu 
praticata la forma addossata alla parete settentrionale della tomba. Al disotto della fascia 
inferiore, entro un lungo rettangolo stanno tre rombi, divisi fra di loro da fascette; 
l'iscrizione è del seguente tenore : 




**»*: ,s*s 



Fio. 4. 



ROMA 



— 54 — 



ROMA 



Nell'angolo formato dalle pareti settentrionale ed oceidentale si riconobbe un breve 
avanzo di una pavimentazione più antica, a piccole tessere bianche che posavano su 
di uno strato di calce ; questa pavimentazione era a 10 cm. più in basso della posteriore. 



* 
* * 



Fra la terra di scarico che ricopriva l'area sterrata, oltre a vari insignificanti resti 
di antico materiale, si rinvenne un sarcofago marmoreo bisomo liscio (m. 2,00 X 1 ,00 X 
0,65), rotto in più pezzi. Si ricuperarono inoltre le seguenti iscrizioni funebri : 



1) Stele marmorea scorniciata, in due 
pezzi (m. 0,37 X 0,19 X 0,03). 



(aie) 



D M 


ALFEN ATI A* 


ISIAS • FECIT * 


TLIBONI ANO 


FILIO • SVO * 


Q * VIXIT * ANNis 


X I • M E N S I B • V 1 1 


DIEBVS- Vili 



2) Frammento di stele marmorea 
scorniciata (m. 0,39 X 0,27 X 0,02). 



- I I P T9 



L- APVLElVS 
AVIOLA • FECIT 
ET • SIBI 



3) Lastra marmorea frammentata 
(m. 0,40 X 0,21 X 0,07). 



4)Lastra mamorea scorniciata(m.0,45 
X 0,30 X 0,02). 



a re^-L [-A — 


FLORA ÀV 


RELIO EVO 


CHI DE FILI 


O SVO BE 


NEMEREN 


TI FECIT 


QVI VIX 


ÀNNIS XVI 


DIEB XI 



D M 


L VIBI VS 


C H R Y S À 


N T H U S 


FECIT- SIB 


I - SE VI VO 



5) Frammento di lastra marmorea scorniciata (m. 0,32 X 0,12 X 0,04). 



mquis hoc monumentimi violai e 

v Ut i^L^ÀTrrerTNTÓ MINE- IN 
scrii ERE QVOD SI CONTEM 



pserit iNFERET- AERARIO • tS-X-N 



ROMA 



— 00 



ROMA 



6) Lastra di marmo bigio, in tre pezzi (m. 0,64 X 0,28 X 0,02), con iscrizione funebre 
cristiana del propinquo cimitero di Ponziano. 



FORTVNVLA a 


QVI • 


VIXITosANN-V» 




MJBNTfl'-B-'XHII'D 


P- PRIDIE 


FDVS 




^ US 


CES 


Q. VE T- 


IN -P- 


h 



7) Lastra marmorea frammentata (m. 0,32 X 0,24 X 0,04). 



© h. 

ÀTÀKAYTOC/ \... 
AHNIjJ / TwGÀYTtU 
nÀTPI ' TOMNHMeiok 
KÀTGCK£YAC£N / 
MNHMHC / XAPIN / 
Z H C À N T I / GTH / k v 



* 
* * 



La regione sopra terra del cimitero di Ponziano è chiaramente indicata nell'Itine- 
rario dell'unico codice Salisburgense, con le parole « lune aseendiset pervenies ad 8. Ana- 
stasium papam et martyrem, et in alio Polion mariyr quiescit. Deinde intrabis in eccle- 
siam magnani ; ibi sancti martyres Abdo et Sennes quiescunt » ('). A nessuno di tali edifici 
esterni possono con sicurezza attribuirsi i resti finora tornati in luce nei recenti scavi. 

Gli sterri hanno però permesso di fare un'importante constatazione: si è ricono- 
sciuto un altro degli antichi ingressi al cimitero di Ponziano nel punto segnato nella 
fig. con la lettera g. Un lungo descenso menava in pieno alle gallerie cimiteriali ; tanto 
il descenso quanto le gallerie sono indicati nella fig. 2 a tratteggio. 



* 
* * 



Nei vasti lavori di sterro eseguitisi sulla collina di Monteverde, nella gita vigna di 
S. Carlo dei PP. Barnabiti, per la costruzione del nuovo ospedale della Vittoria, si è 
fatta un'interessante scoperta. 

Alla profondità di circa 1 m. dal piano di campagna lo sterro s'imbattè dapprima 
in un breve tratto di un canale, largo m. 1 ,80, per la lunghezza di circa 8 metri. I muri 
laterali del canale erano a sacco, larghi cm. 55, ed avevano le pareti interne intonacate 
a cocciopisto, dello spessore di cm. 2. Il piano del canale era formato da una platea a 
sacco, dello spessore di cm. 60, con sopra uno strato di cocciopisto di cm. 10. Il canale 



(') Cfr. G. B. De Rossi, Roma sotterranea, I, pag. 182; S. Scaglia. Notiones archaeolonicae chri- 
stianae, P, pag. 458. 



ROMA 



— 56 — 



ROMA 



immetteva in uno speco d'acqua, che si prolungava per m. 1,30, con la vòlta quasi per 
intero franata. Lo speco era più stretto del canale che lo precedeva, misurando soltanto 
cm. 75 di larghezza. All'imboccatura dello speco si videro le tracce di una chiusura a 
saracinesca che regolava l'immissione della massa d'acqua nello speco. La fig. 5 mostra 




• Fig. 6. 



il punto in cui s'iniziava lo speco, e ne fa vedere la struttura ; esso era di forma trape- 
zoidale, e misurava m. 1,15 di altezza, cm. 75 di larghezza al suo piano e cm. 60 all'im- 
posto della vòlta. I muri laterali, larghi cm. 60, erano a sacco di scaglioni di tufo, calce 
e sabbia locale, e si conservavano por circa cm. 40 di altezza. Le pareti interne avevano 
l'intonaco di cocciopisto dello spessore di cm. 3; il piano, anch'esso a cocciopisto, po- 
sava su di un banco di creta, ed aveva lo spessore dicm. 10. Agli angoli inferiori correva 
il consueto cordone. 

Furono rilevate due quote sul livello del mare, alla distanza di m. 45 l'ima dall'altra, 
per conoscere la pendenza del piano dello speco ; esse erano, l'una di m. 49,12, l'altra 
di m. 48,47, con un dislivello di cm. 65 per un tratto di 45 metri. Di mano in mano che 
lo speco andava digradando, diminuivano la larghezza dei muri laterali e lo spessore 
del piano in cocciopisto. 



ROMA 



- 57 



ROMA. 



Lo speco, la cui direzione andava da N-0 a S-E, era una cospicua deviazione del- 
Vaqua Abietina o deWaqua Traiana, le uniche acque che, provenienti dai laghi di Mar- 
tignano e di Bracciano alimentavano il popoloso Trastevere ( x ). 

Il canale e lo speco fornivano di acqua una grande vasca rettangolare (ved. fig. 6) 
messa in luce alla profondità di m. 2,80 dal piano di campagna, misurante (la vasca) 



mÉ*wmw%K ^mmrmwvtt 




'Wìzwwmm^^xxsm^d 



7*5x? 



Fio. 6. 



m. 42,10 X m. 19. I suoi muri erano a sacco di scaglioni di tufo, calce e sabbia locale, e 
misuravano cm. 80 di spessore ; si conservavano in media per un'altezza di m. 2. I lati 
lunghi erano orientati da N-E. a S-O. ; r minori da N-O. a S-E. ; le pareti interne dei muri 
avevano l'intonaco dello spessore di cm. 4, in cocciopisto impastato con carbone vegetale 
triturato minutamente. I muri spiccavano su di una platea di cocciopisto dello spessore 
di cm. 15, il cui piano si trovava alla quota di m. 44,97 sul livello del mare. Tra gli angoli 
della platea e lo spiccato dei muri perimetrali correva un cordone in cocciopisto. Uno 
dei lati maggiori della vasca rettangolare, e cioè il lato orientale, aveva nel muro un avan- 
corpo (lett. a) a forma di ferro di cavallo, il cui diametro interno misurava m. 1.95 ; 
l'imboccatura verso l'interno della vasca era di m. 1,20. Ai lati di questo avancorpo, 
e precisamente alla distanza di m. 2,20 da questo vi erano due grandi dolii fittili, disposti 



(') R. Lanciani, / Contentarti di Frontino intorno le aeque e gli acquedotti, pag. 342, 374 segg. ; 
C. Herschel, Frontinus and the water supply of the city of Rome, pag. 173 seg., 184. 

Notizie Scavi 1924 - Voi. XXI. 8 



ROMA 



58 — 



ROMA 



in senso orizzontale entro la muratura (lett. b, e) e con la bocca rivolta verso l'interno 
della vasca, in modo che dal muro sporgeva soltanto l'orlo della bocca (fig: 7). 

Nel mezzo dell'altro lato maggiore, l'occidentale, eravi un altro avancorpo di forma 
quadrangolare (lett. d), composto di tre muri formanti due angoli retti ; quello esterno 
misurava m. 1,57, gli altri due m. 1,86. Gli angoli esterni erano alquanti smussati. Ai 
lati dell'avancorpo, alla distanza di m. 3,45, eranvi altri due dolii fìttili (lett. e, f), in 




Fio. 7. 



corrispondenza di quelli deFlato opposto già descritti, giacenti nello stesso modo degli 
altri due (fig. 8). 

Nel mezzo di ciascuno dei lati minori della vasca, e cioè dei lati settentrionale e 
meridionale, eravi un corpo rientrante (lett. g, h) formato da tre muri che compone- 
vano due angoli retti, e misuravano, l'interno m. 5,60, gli altri due laterali m. 4,78. Nel 
mezzo di ciascuno di questi muri era murato un dolio, nella stessa posizione già descritta 
per gli altri dolii dei lati maggiori ; gli angoli interni dei muri erano lievemente smus- 
sati (ved. fig. 7 e 8). 

Complessivamente i dolii coricati erano dunque dieci, e cioè due in ciascuno dei lati 
maggiori, tre in ciascuno dei lati minori. Essi misurano circa m. 1,50 di altezza e l'aper- 
tura della bocca è di circa cm. 16 ; si estrassero in gran parte rotti o crinati. Quasi tutti 
i dolii recano sull'orlo della bocca un marchio di fabbrica rettangolare, con la seguente 
leggenda : 



caduceo M-CAILIVS- M-L- "EVCR 



ROMA 



— 59 



ROMA 



Nel lato minore settentrionale, verso l'angolo formato con il lato orientale, erano 
tre gradini che scendevano al piano della vasca (pedata cm. 28, alzata cm. 18) rivestiti 
di cocciopisto dello spessore di cm. 2. 

Nel mezzo della vasca era un bacino circolare (lett. A) del diametro di m. 9,30 con 
un muro a reticolato rozzo, dello spessore di cm. 90, conservato per un'altezza di m. 2. 




Fio. 8. 



All'esterno del muro di recinzione di questo bacino erano addossati quattro pilastri 
di forma quadrata, di cm. 90 di lato, disposti simmetricamente a croce (lett. i). Anch'essi 
erano a reticolato con le morse agli angoli di blocchetti rettangolari di tufo. Le fonda- 
zioni del bacino giungevano alla profondità di cm. 65 sotto il piano della vasca, che fu 
espressamente tagliato. La parete interna del bacino era intonacata a cocciopisto dello 
spessore di era. 4, fermato in alcuni punti da piccole grappe di ferro a T, con le punte 
appiattite ; altre grappe erano piegate a squadra con punte quadrate. 

Il piano del bacino circolare, in cocciopisto dello spessore di cm. 12, poggiava su 
quello della vasca, ed aveva tutt'intorno il cordone, anch'esso in cocciopisto ; la costru- 
zione del bacino fu perciò evidentemente posteriore a quella della vasca. 

Tra i due pilastri orientale e meridionale del bacino circolare, addossato al muro 
perimetrale, aprivasi un pozzetto, aperto nel piano del bacino, con l'apertura formata 
dalla parete stessa del bacino e da tre muretti a piccoli parallelepipedi di tufo, into- 
nacati all'esterno in cocciopisto. Il muretto maggiore era lungo m. 2,29 ; gli altr due, 



ROMA 



— (50 — ROMA 



normali al muro perimetrale del lincino, erano lunghi m. 0,90. I due angoli esterni del 
pozzetto erano stendati ; la sua profondità era di cm. 64, ed il suo piano trovavasi a 
cm. 10 su quello del bacino. Addossato ad uno dei muretti laterali del pozzetto era 
un gradino, impostato sul piano della vasca, rivestito anch'esso di cocciopisto, largo 
cm. 80, dell'alzata di cm. 24 e della pedata di cm. 27. Sul piano dello stesso muretto 
eravi l'impronta di un secondo gradino, simile al primo. 



* 

* * 



La costruzione ora riferita fu evidentemente un antico vivaio artificiale (vivarium 
o piscina), nel quale si mantenevano e nutrivano dei pesci di acqua dolce ; essa formava 
un piccolo stagno con i ricettacoli o cavità, ove posavansi i pesci e deponevano le uova, 
formati dai dieci dolii fittili coricati. Alcuni canali dovevano condurvi l'acqua dello speco ; 
altri la scaricavano, muniti di grate per non dare il passo ai pesci. La costruzione circo- 
lare centrale vi fu poi aggiunta per apprestare ai pesci un banco artificiale di rocce, forse 
coperto di alghe e di piante acquatiche, affinchè i pesci non trovassero differenza tra 
le acque chiuse e quelle dei laghi o dei fiumi. 

È noto che per i Romani i vivai furono oggetto del maggior lusso nelle loro case 
o ville. Non si contentavano di avere stagni per conservarvi parecchie sorta di pesci di 
acqua dolce ; ne scavavano anche sulle rive del mare, derivandone le acque per nutrirvi 
pesci di mare e procurarsi il piacere della pesca ('). Alcuni dei dintorni di Roma diven- 
nero celebri per le rendite dei vivai in cui il proprietario nutriva pesci rari ; qualche 
specie di questi pesci, come la muraena, diede il nome a quei che ne commerciavano, 
e dei quali formava la ricchezza. 

Il modesto vivaio della Portuense, ora messo in luce, dovette avere piuttosto scopo 
lucrativo e commerciale, e fece forse parte di una vasta azienda rurale esercitata da 
qualche speculatore nelle immediate vicinanze di Roma. La struttura delle murature 
indica, che il vivaio fu costruito nel III secolo dell'Impero; il reticolato del corpo cen- 
trale non fu originale, ma rifatto con materiale derivante dalla demolizione di muri pre- 
esistenti. 



* 
* * 



Gli sterri hanno messo in luce molti altri cospicui avanzi di antichi edifici con mura- 
ture di varie età a cominciare dai più antichi a parallelepipedi di tufo ai più recenti 
a sacco di rozza struttura. Ciò rivela, che in quella località fu intensa la vita dai tempi 
repubblicani ai più tardi periodi dell'impero. Si riconobbero avanzi di altre vasche, an- 
ch'esse alimentate dalle acque dello speco e del canale suddescritti. Si videro anche qua 
e là nel terreno avanzi di antiche condottine d'acqua, con canaletti formati da blocchi 
di tufo, costituenti un intricato sistema di diramazioni d'acqua tutte irradiantisi dallo 
speco principale. 

Si scoprirono inoltre' avanzi di conserve d'acqua e tratti di cunicoli di drenaggio 
di varia orientazione, ed alcuni pozzi raggiungenti la profondità massima di m. 18. 

(') Cfr. R. Del Rosso, Pesche e peschiere antiche e moderne nell'Etruria marittima, Firenze, 
Poggi, 1905. 



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61 



ROMA 



Lo spurgo di questi pozzi ha restituito una notevole quantità di materiale di sca- 
rico, fra il quale non pochi resti di sarcofagi marmorei rotti in minuti pezzi con la mazza, 
avanzi di pavimentazione a spina, alcuni pesi di pietra di paragone, rocchi e frammenti 
di colonne di marmo bianco, di bigio, di granitello e di travertino, e resti di fistule plum- 
bee acquarie. 

Si ricuperarono infine le seguenti iscrizioni : 



1) lastra marmorea stondata in alto 
(m. 0,21 X 0,15X0,04): 



2) frammento di lastra marmorea 
scorniciata (m. 0,46 X 0,28 X 0,06) : 



L-G AVI 
SABLONIS 



D 1 1 S manibus 

S V L G I A £ 

CL AVDI 
IVGIB-DV 
VIXERVN 
PIA * F 
PARENTIB 



con 



l 

ccit 

MS 

ET* LIB* LI b. posterisqup. 
E O/ rum 



Via Salaria. — Nell'area compresa tra il viale dei Parioli e la via Salaria Vec- 
chia, erigendosi una casa dell'Unione edilizia nazionale, si rinvenne, a poca profondità 
dal livello stradale, un cippo funebre di travertino (m. 0,75 X 0,43 X 0,23) con l'iscrizione: 



>- 



IVLIA • AVG • L 

HELENA 

VENERIA-EX-HORT 

SALLVSTIANIS 

SIBI • ET • SVIS 

IN-FRO P-XII 

IN-AGR P-XII 



I Venerei o Venerii erano ministri addetti al culto di Vcnus Erycina importato a 
Roma dal monte Eryx in Sicilia dai soldati reduci dalla prima guerra punica (cfr. Cic, 
Verr., IV 38 ; prò Cluent., 15). Fu dedicato un tempio a tale divinità fuori la porta Col- 
lina del recinto serviano il 23 aprile dell'a. 181 av. Cr., votato tre anni prima dal con- 
sole L. Porcio durante la guerra contro i Liguri (Liv., XL. 34, 3; cf. XXX, 30, IO; Ap- 
pian., b. e. 1, 93 ; Ovid., Rem. am., 549). La Venus Erycina extra portam Collinam fu iden- 



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62 — ROMA 



fincata con la Venus hortarum Sallustianonm (')• Ciò premesso, è facile intendere che 
Mia Helem, liberta.imperiaie forse di Agrippina o di Caligola (della gens Mia), fu inser- 
viente (veneria) nel tempio di Venere degli orti Sallustiani. Era già noto un minister 
al[mae?] Veneris ex ho[rtis] Sallustian[is] (C.I.L.,Y1, 32468). Analogamente eranvi 
Venerii presso il tempio di Venere in Pompei (C.I.L., IV, 1146; cfr. 2776). I cittadini 
di Sicca Veneria, nell'Africa proconsolare, dicevansi Venerii, ed erano costituiti in colle- 
gium dedicato al culto di Venere (C. /. L., Vili, 15881). 



* 
* * 



Via T i b u r t i n a. — Nei lavori di sterro per il prolungamento del viale della 
Regina, e precisamente innanzi alla nuova clinica pediatrica, demolendosi una casa, 
è stata recuperata una lastra marmorea frammentaria, già messa in opera, contenente 
parte di un'iscrizione funebre cristiana (m. 0,24 X 0,30 X 0,06) : 



FORMICVLA QV \ae vix. an. 

ET MESES VII • DB p 

AVG BENEMERptó 
IN PACI 



CE/ 



Proviene probabilmente dal propinquo cimitero di S. Ippolito, che si estendeva sotto 
la già vigna Gori, sulla sinistra della via Tiburtina. 

G. Mancini. 



Via Nomentana. — Scoperte archeologiche avvenute nella tenuta ' Capo Bianco '. 
I signori fratelli Miragoli e l'avvocato Antonio Cortesi, comproprietarii della tenuta 
« Capo Bianco » all'undecimo km. circa della via Nomentana, denunziarono recente- 
mente la scoperta di un sepolcro e della testa marmorea di una divinità campestre, 
rinvenuti presso le fondazioni di un antico fabbricato, durante la costruzione di una 
nuova strada di accesso alla tenuta stessa. 

Detta strada, dipartendosi dalla Nomentana poco prima del rudere denominato 
« il Torraccio » (fig. 1), raggiunge il Casaletto, attraverso la « Riserva Grande », mediante 
due bracci rettilinei formanti un angolo ottuso della lunghezza complessiva di circa 700 
metri ( 2 ). Gli avanzi dell'antico fabbricato furono incontrati poco oltre la metà del se- 
condo braccio di strada (fig. 1-A) ; ed una parte del materiale estratto dai cavi di fonda- 
zione venne utilizzato dagli operai per la formazione della massicciata di un piccolo 
tratto della strada medesima. 

(') Cfr. R. Lanciani, Bull. d. Comm. Archeol. Cornuti., 1888, pag. 3 seg. ; Chr. Hiilsen, Rom. Mit- 
Iheilungen, IV, pag. 270 segg. 

(*) Debbo alla ben nota cortesia ed abilità del sig. Edoardo Gatti il rilievo topografico della 
località. 



ROMA 



- 63 — 



ROMA 



In base a codesti avanzi, si potè desumere che il fabbricato, quasi perfettamente orien- 
tato, doveva avere forma rettangolare (m. 44,80 X 22,80), con due piccoli avancorpi 
simmetricamente disposti alle estremità del lato orientale di esso. 

Dalla disposizione dei muri superstiti, ed in base alle osservazioni fatte sul luogo, 
si potè arguire che l'edificio doveva essere formato da due corpi di fabbrica di estensione 




Fio. 1. 



pressoché uguale e separati l'uno dall'altro da un cortile : quello a sud destinato ad uso 
di abitazione ; l'altro a magazzini, ecc. I tesselli marmorei che dovevano far parte di un 
pavimento ad opus sedile, rinvenuti nell'ala meridionale del fabbricato,e il trovamento 
quivi avvenuto del frammento scultorio, di cui dirò appresso, confermano che quella 
doveva essere la più nobile parte dell'edificio. 

L'ala settentrionale del fabbricato, posta su terreno leggermente in pendìo, aveva 
il muro estremo a valle rafforzato internamente da grossi pilastri, presso uno dei quali 
fu trovato ancora in posto, conficcato nel terreno, un grande dolio di terracotta, che fu 
ridotto in pezzi dagli operai addetti alla costruzione della strada. In questa medesima 
ala, quasi affiorante, conservavasi l'unico e misero avanzo di un pavimento in laterizio 
a spina, ed appena lo spiccato di un piccolo tratto di muro ad opus reticulatum. 



ROMA 



— 64 — 



ROMA 



Disseminati in tutta l'area occupata originariamente dal fabbricato, ed anche un 
poco oltre, si rinvennero varii pozzi di tufo e mattoni, abbondanti residui di tegole 
e coppi, ed alcuni frammenti d'orlo di grandi dolii, due dei quali con relativa marca di 




Fio. 2 



fabbrica. Dò la riproduzione di entrambi i pezzi perchè le marche sono, o nuove, 
o presentano qualche variante su quelle conosciute. 




Fig. 3. 

La prima marca (fig. 2), perfettamente conservata, è impressa nella parte pianeg- 
giante dell'orlo (larga 140 mm. e spessa 83), ed ha per contrassegno un'impressione ret- 
tangolare liscia (mm. 22% X 14) situata nel centro, al disopra dell'iscrizione che è cir- 
coscritta in un rettangolo misurante mm. 95 X 22. 

L'altro frammento d'orlo (fig. 3), avendo maggiori dimensioni del precedente, ci 
permise di valutare con una certa approssimazione il diametro della bocca del dolio 



ROMA — 65 — ROMA 

in 62 cm. ('). La larghezza dell'orlo è di 20 cm. circa. Il frammento presenta, lungo il 
margine destro, due profondi incavi terminanti a coda di rondine, ad attestare che il 
dolio fu restaurato in antico. L'iscrizione, impressa in un rettangolo di mm. 112 X 34, 
ha qualche lacuna, ma le lettere rimaste sono abbastanza chiare e non possono dar luogo 
ad alcuna incertezza. Essa era circondata su tre lati da vari contrassegni : un ramo di 
palma su ciascuno dei lati minori ; una clava immanicata o tre teste di bue capovolte, 
disposte in doppio ordine tra la parte inferiore dell'iscrizione e il bordo esterno del dolio. 

Tranne la clava, contrassegni simili si trovano sopra l'orlo del dolio riportato a 
pag. 478, n. 2438, del voi. XV del C. I. L. ; quivi al posto della clava sono le parole SPE- 
RATVS SER FEC disposte su due righe, mentre nella prima, in luogo di L RVSTI, trovasi 
il solo cognome FAVSTI. 

Il nome del nostro figulo ricorre invece sul bollo di mattone di età adrianea, distinto 
coi numeri 1418 e 1419 del medesimo volume. L'iscrizione è perfettamente identica a 
quella del dolio di cui stiamo occupandoci 

L RVSTI 
LYGDAM 

il che c'induce a credere che si tratti dello stesso figulo, il quale sembra dovesse fab- 
bricare simultaneamente dolii e mattoni. 

L'unico frammento scultorio rinvenuto è una testa di fauno imberbe di tipo elle- 
nistico, con parte del collo, alta complessivamente 20 cm. circa (fig. 4). Manca del naso 
e di gran parte del labbro superiore, ed è coronata di due rami di pino simmetricamente 
disposti e legati dietro la nuca. Ha la bocca dischiusa a leggero sorriso ; mento piccolo 
e sporgente ; pupille incavate ; piccoli cornetti ai lati della fronte, congiunti alla capi- 
gliatura a masse ondulate e ricciute, eseguite con largo uso del trapano. La probabile data 
di questa scultura (prima" metà del II secolo) concorda benissimo colla struttura del fab- 
bricato e colle iscrizioni ricorrenti sugli orli dei grandi dolii quivi rinvenuti, e di cui 
abbiamo poc'anzi parlato. 

Il sepolcro tornò in luce quasi in corrispondenza dell'asse della nuova via, sovrap- 
ponendosi in parte all'edifìcio di cui sopra ed occupandone precisamente l'angolo SO : 
la qual cosa viene implicitamente a dimostrare, che l'edificio stesso in quel tempo era già 
abbandonato e caduto in rovina. La fossa, con orientamento est-ovest, misurava m. 2,25 
di lunghezza, 0,80 di larghezza e m. 1,80 di profondità dall'attuale piano di campagna. 
Aveva le spallette in muratura a tufelli e mattoni, ed era coperta con tegoloni disposti 
alla così detta cappuccina, fissati anch'essi con calce. Vi si rinvennero i resti mal conser- 
vati di uno scheletro, e null'altro. 

Avanzi della spalletta di un altro sepolcro simile si videro a breve distanza dal pre- 
cedente, lungo il limite settentrionale della via che in quel punto corre in trincea. Tracce 
di altre tombe furono notate lì presso, immediatamente di là dalla nuova strada, dove 
il terreno degrada dolcemente verso mezzogiorno per poi risalire verso la Nomentana. 

(') Il margine sinistro dell'orlo fu limitato nel disegno a poco oltre la marca di fabbrica, mentre 
la lunghezza effettiva della parte conservata dell'orlo stesso è di cm. 35. 

Notizie Scavi 1924 - Voi. XXI, 9 



KOMA 



— 66 



ROMA 



Data la vicinanza relativa di tali sepolcri al cimitero suburbano di S. Alessandro, 
che vuoisi dipendesse dall'antica Ficulea, non è improbabile, che essi pure avessero 
fatto parte di quel sepolcreto. 




Fio. 4. 



Avanzi di altri sepolcri furono precedentemente scoperti nella stessa tenuta «Capo 
Bianco », presso « Case Nove », sulla via di Nomcnlum, durante gli sterri di una cava 
di pozzolana. Soltanto uno di essi diede una lucerna con biga sul piattello e l'iscrizione 

BRACA 

u 

incisa sotto il fondo. 

Nel casale di Capo Bianco si conservano inoltre alcuni frammenti marmorei di 
figure panneggiate che erano stati messi in opera nella costrizione medievale sovrap- 
posta al rudere sepolcrale denominato «il Torraccio », appunto dalla fabbrica che in 
quell'epoca vi si costruì sopra, e di cui oggi rimane ben poco. Tali frammenti, molto ava- 
riati ed imbrattati ancora di calce, hanno un'importanza artistica limitatissima, edessi, 
molto probabilmente, dovettero in origine far parte della decorazione di qualche sepolcro. 



E. Stefani, 



ROMA 67 — ROMA 



Frammento di una edicola saera ad Ercole Rsichiano. 

Comparve recentemente ne] commercio antiquario in Koma un frammento marmoreo 
di piccole dimensioni, consistente in un architrave ed in un fastigio di semplice disegno. 

Avendo io avuto occasione di vederlo ed essendo inedito, ne feci fare l'acquisto per il 
museo Gregoriano Lateranense, della cui sistemazione mi occupai pochi anni or sono ( 1 ). 

La iscrizione comincia dentro il fastigio con una sola linea in lettere grandi, e con- 
tinua poi sull'architrave con tre righe in lettere minori ed è del seguente tenore : 

H1ERVS-ET-ASYLVS 
(T) I ■ IVLII • AQ.VILINI • CASTRICI! • SATVRNIN (i) 
(C)LAVDII • LIVIANI • PRAEF • PR ■ SER • VILLICI ■ AEDEM 
HERCVLI • INVICTO • ESYCHIANO • D • S FECERVNT 

La mia prima ricerca fu quella della provenienza del marmo : ma non mi riuscì di 
saperla, come spesso avviene, allorquando si acquista dai commercianti di antichità, i 
quali per lo più vogliono sviare le ricerche degli archeologi. 

Dalla forma del piccolo monumento può intanto stabilirsi, che si tratta del fram- 
mento di una edicola la quale, come si ricava dalla iscrizione, fu dedicata ad Ercole 
da uno Hìerus e da un Asylus. Costoro erano servi villici di un personaggio che fu 
prefetto del pretorio, e che fa pompa di tutta la sua polionimia chiamandosi Tiberius 
Julius Aquilinus Castricius Saturninus Claudius Livianus. 

Essendo questa una iscrizione alquanto singolare, ne mostrai la copia ai due illustri 
colleghi Cantarelli ed Htilsen ; ed anch'essi convennero sulla importanza del nuovo testo, 
e mi dettero cortesemente alcune indicazioni che mi furono assai utili per la sua illu- 
strazione. 

Intanto è necessario che io dica per prima cosa, che la nostra iscrizione deve avere 
una stretta relazione con un'altra iscrizione romana già pubblicata dall'Henzen ( 2 ). Questa 
epigrafe è ugualmente dedicata ad Ercole, e vi sono nominati pure gli stessi dedicanti 
Hierus ed Asylus i quali figurano sul nostro marmo, e si dichiarano pure servi di un 
Tiberio Claudio Liviano. Eccone il testo : 

HIERVS • ET 

ASYLVS 

TI-CL- LIVIAMI 

SER • HERCVLI 

D • D 



(') Questo piccolo monumento fu collocato nella sala III del suddetto museo, chiamata la sala 
dell'Antinoo ; ed io ne feci una breve illustrazione in una adunanza dell' Accademia romana di archeo- 
logia il 28 giugno 1923. 

(•) C. I. L., VI, 280. 



ROMA — 68 — ROMA 

Ed è bene notare subito che questa iscrizione fu scoperta circa il 1660 « in una 
cava a Ripa». Il marmo più non esiste: e dalle varianti delle copie l'Henzen restituì 
al personaggio il cognome di Livianus, la quale lezione è ora confermata dal nuovo testo. 

Ma è di speciale importanza l'avere dalla nuova iscrizione il nome completo di 
quel personaggio medesimo che fu prefetto del pretorio sotto Traiano, e che si chiamò, 
come dissi, Tiberius Julius Aquilinus Castricius Satuminus Claudius Livianus ; e da questi 
altri nomi di lui si deve dedurre, che egli fu imparentato con un Tib. Julius Aquilinus 
e con un Caslricius Satuminus. lì eh. Hiilsen, il quale ha fatto alcuni anni or sono 
degli studi speciali sopra questi due servi dedicanti Hierus et Asylus ('), potrà illustrare 
anche meglio questa nuova iscrizione : ed intanto io dirò che egli stesso mi ha proposto di 
identificare Tib. Julius Aquilinus con il procuratore della Rezìa Tib. Julius Aquilinus 
nominato in un diploma militare dell'anno 108 ( 2 ) e poi anche di identificare Caslricius 
Satuminus o con P. Castricius Satuminus magister augustalis di Pollenza( 3 ) o con 
P. Castricius Secundus servir augustalis pure di Pollenza( 4 ), supponendo, che costoro si 
fossero trasferiti poi a Roma, e che il prefetto del tempo di Trajano fosse nepote di un 
Castricius Satuminus. E devo anche dire che l'altro collega Cantarelli il quale studiò 
questa iscrizione, mi accennò anch'egli alla ipotesi di identificare il nome di Tiberius 
Julius Aquilinus della nostra iscrizione con quello del procuratore della Rezia. 

Io non voglio entrare per ora in una questione così complessa, e mi limito piuttosto 
a dir qualche cosa del monumento stesso ricordato nella nostra epigrafe, cioè della 
Aedes Herculis invidi Esychiani che fu dedicata da quei due servi del prefetto del 
pretorio. 

Ed intanto dalla citata iscrizione scoperta nel 1660 risulta che il Tiberius Claudius 
Livianus di quella epigrafe deve identificarsi con il prefetto del pretorio della nuova 
iscrizione, e che egli ed i suoi due servi Hierus et Asylus professarono un culto speciale per 
Ercole. E quanto al titolo di Esychianus che si unisce nella nuova epigrafe alla Aedes Her- 
culis invidi costruita a loro spese dai due ricchi servi del prefetto del pretorio, esso è spie- 
gato da un'altra iscrizione trovata pure nel secolo XVII nella stessa località, cioè in una 
cava a ripa e pubblicata pure dall'Henzen, la quale dice così : 

HERCVLl • INVICTO • SACRVM 
M • CLAVDIVS • ESYCHVS • D ■ D ( 5 j 

Quel titolo pertanto dato dai due servi ad Ercole nella nostra iscrizione, deve deri- 
vare dal nome di questo Marcus Claudius Hesychus che dedicò l'epigrafe pubblicata 
dall'Henzen, e che potè essere legato di parentela con il prefetto del pretorio del 
tempo di Trajano o forse esserne stato liberto. E da ciò sembra potersi dedurre, che il 
culto di Ercole fosse un culto domestico per tutti costoro, e che i due servi Hierus et 

(') v. Berliner Philologische Wochenschrift 1889, n. 22, p. 683 sgg. 

(-) C. I. L., Ili, p. 867. 

(>) C. I. L., V, 7604. 

( 4 ) C. I. L., V, 7670. 

(') C. /. L., VI, 322. 



REGIONE I. — 69 — OSTIA 



Asylus ebbero forse una cura speciale dei monumenti che essi dedicavano a quella 
divinità. 

E siccome le due iscrizioni di Ercole testò citate, furono scoperte insieme nel 1660 
nella stessa località di ripa, così nasce spontaneo il sospetto, che anche la nuova iscri- 
zione acquistata per il museo lateranense, debba provenire dal medesimo luogo. 

Ora dalle parole « ripa del Tevere » potrebbe intendersi tanto la destr;\ (S. Michele 
a ripa, S. Francesco a ripa) quanto la sinistra indicata appunto dal noi: e del «rione 
ripa », che si estende nei dintorni di S. Maria in Cosmedin. E se il frammento della nostra 
edicola provenisse da questa ultima località, come suppone PHiilsen, potrebbe collcgarsi 
al ben noto gruppo di monumenti sacri ad Ercole, che erano posti presso la famosa « Ara 
massima» del Foro Boario. 

0. Marucchi. 



Regione I (LATI DM ET CAMPANIA) 

IX. OSTIA — Scoperta di una iscrizione e di un santuario a Jupiter- 
Caelus (Ahonra-Ma:da). 

Le ricerche che si stanno facendo per rintracciare l'intera cinta delle mura del primo 
secolo av. Cr. in Ostia, proseguite anche lungo l'antico corso del Tevere, con la scoperta 
di una torre di difesa posta all'ultima curva del fiume in corrispondenza con l'ingresso 
principale della città, mi hanno condotto al trovamento prima della iscrizione e poi del 
sacello mitriaco che mi affretto qui a pubblicare. 

La lapide marmorea inscritta è applicata ad un basamento rettangolare di mat- 
toni eretto contro la parete sud della torre sul Tevere, che si trova nel terreno di pro- 
prietà di S. E. il principe G. Aldobrandini, il quale aveva molto cortesemente permesso 
alcuni saggi per lo studio completo della cinta di mura di Ostia repubblicana. Scoperta 
l'iscrizione, mi affrettai a studiarla e a commentarla, inviandone il contenuto a Franz 
Cumont, l'illustre storico delle religioni orientali, il quale fu così cortese di aggiungere 
alle mie qualche sua osservazione che riassumo fedelmente alla fine dell'articolo. 

Data però l'importanza dell'epigrafe, potei ottenere da S. E. il principe Aldobran- 
dini, che ha vivo interesse per gli scavi ostiensi, una esplorazione, sia pur limitata, del 
mitreo che l'iscrizione rivelava. Purtroppo però, sebbene il mitreo parzialmente esplo- 
rato non presenti traccie di scavi antecedenti al nostro, rivelò ben poco, sicché lo scavo 
nulla aggiunge alla prima interpretazione da me data alla iscrizione, e che ho quindi cre- 
duto opportuno di mantenere integralmente, facendovi soltanto precedere la descrizione 
di ciò che nel mitreo fu potuto vedere e trovare. 

Si tratta di uno scavo incompleto ; ma, in verità, non potei insistere troppo presso 
il principe Aldobrandini per il completamento di esso, giacché si sarebbe potuto dan- 
neggiare la sua casa fondata quasi sopra lo speleo. Né, d'altra parte, mi parve necessario 
assumere la spesa e il lavoro non indifferente di opere di protezione e di robustamento 



OSTIA — 10 — REGIONE L 



dell'edificio moderno, quando La parte scavata del mitreo nò rivelava caratteristiche 
nuove, né offriva trovamenti tali da giustificare l'impresa. Giacché, asportata, quasi cer- 
tamente, la figura di culto ; sottratti in gran parte i marmi dei podia ; tolto il pavimento 
della nave centrale, eccetto un piccolo spazio ancora a posto e scoperto ; nude le pareti, 
scarsissimi i trovamenti entro questo santuario mitriaco ripieno di materiale di demoli- 
zione, m'è sembrato potesse bastare ai fini archeologici l'averne esplorato la parte più 
importante, e il poterne lasciare scoperto l'altare con l'iscrizione. 

Del resto, anche incompleto, questo nuovo sacello di Mitra, che s'aggiunge ai cin- 
que già noti in Ostia, mostra chiare le sue sostanziali caratteristiche, e ha certo note- 
vole interesse. 



* * 



Il santuario mitriaco è orientato NNO-SSE, ed è collocato tra le costruzioni 
ostiensi che s'avanzano sulla linea del Tevere, a poca distanza (circa 150 metri) dalla 
porta romana di Ostia. 

Il mitreo si serve, infatti, sia del lato meridionale di una torre ad opera quadrata 
di difesa del fiume, per poggiarvi contro il basamento laterizio della divinità, sia dell'ul- 
timo tratto delle mura sillane per la sua parete orientale, rivestendo Vopus incertum 
originario con una cortina a mattoni di buona epoca. Nulla autorizza a dire, che il mitreo 
si sia adattato entro un ambiente costruito precedentemente e per altro scopo. 

Due pareti in laterizio conservate per m. 2,40 e certo originariamente intonacate, 
fondate su costruzioni più antiche (a oriente le mura di cinta e a occidente sopra un 
muro a reticolato) racchiudono due podia e la navata centrale. I 'due podia, larghi 
m. 1,38, sono sorretti da un muricciuolo di m. 0,65, iivestiti originariamente di marmo ; 
di questo rivestimento rimangono lastrine sottili di marmo bianco che formano l'aggetto 
del muricciuolo stesso. Il piano del podio con leggera pendenza verso le pareti è rivestito 
di calcestruzzo intonacato. Dai podii si discende, per un gradino, verso l'altare. Quanta 
lunghezza avesse il santuario non so ; lo scavo ha fatto scoprire circa metri 5 del podio 
occidentale senza trovarne la fine (il podio opposto è stato visto soltanto per più di due 
metri di lunghezza). Nel tratto scoperto il muricciuolo del podio mostrava piccole nicchie, 
comuni del resto a molti mitrei. L'ingresso doveva essere nella parete inesplorata, cioè 
nella parete opposta a quella contenente la statua di culto. È tuttavia da segnalare, 
che la parete occidentale si interrompe dietro il podio, ma non si sa se supporvi una aper- 
tura nella cortina fatta posteriormente. 

Tra i podii rimane un corridoio centrale, largo m. 1,90, che non conserva più il pavi- 
mento, il quale è da supporre quindi piuttosto in marmo, facilmente asportabile, che non 
in opera musiva. 

La parte più scoperta e più interessante è quella oltre i podia, in cui s'è trovata 
l'iscrizione. Si tratta evidentemente dello spazio riservato al culto e ai sacerdoti, una 
specie di adyton sollevato di pochi centimetri dal resto del mitreo. Si entra a questo spazio 
per due aperture che si aprono di fronte ai due podia, larghe m. 0,66 e che, per mezzo di 
un gradino, immettono in due brevi ali (lunghe m. 2,60) fiancheggianti Yadyton, a cui si 
sale da ciascun dei due lati per mezzo di due gradini. 



REGIONE I. 



— 71 — 



OSTIA 



Tale spazio, largo m. 2,20, costituente la parte più sacra dello speleo, si compone : 
a) di un basamento in laterizio rettangolare a due piccole ante conservate per cm. 59 X 
34 X 29,50 che doveva sostenere Fimagine di culto, e sulla cui faccia anteriore è appli- 




Fig. 1. 



cata l'iscrizione ; b) di due pi'astrini in mattoni disuguali nella misura e asimmetrici, sia 
rispetto al centro del mitreo, sia all'iscrizione. Tali pilastri erano rivestiti di lastre di 
marmo, e ad essi si appoggia una lastra marmorea che ricopre una specie di forma ret- 
tangolare (m. 2,65 X 0,35) quasi un nascondiglio di oggetti di culto i quali potevano 
venire esposti sulla tavola marmorea che la ricopre, e che serviva di piano di posa. I due 
pilastri a me sembra dovessero sostenere le figure dei dadofori, secondo l'uso consueto 
di molti mitrei. 



OSTIA 



— 72 



REGIONE I. 



Tra questo adylon e i podi» il piccolo intervallo che resta ha pavimento marmoreo : 
e nel mezzo un riquadro di marmi colorati a disegno geometrico di quadrati, rettangolari 
e rombi. 11 mitreo non presenta, in sostanza, caratteristiche tali da differenziarlo dal 
tipo comune usato per questi santuari! 

I trovamenti, come ho detto, furono scarsissimi e di lieve importanza ; ne dò l'elenco : 
a) Lastra marmorea (cm. 43x26)"con figura di Silvano. Silvano con falcetto e pino, 




Fio 2 



e con il cane a sinitra, entro una edicola fiancheggiata da lesene e sormontata da un tim- 
pano nel cui centro è una corona con in mezzo una testina femminile di pieno prospetto ; 

b) tre arettc di tufo rettangolari liscie sulle quattro faccio (cm. 17 X 3) ; 

e) una ermetta di Sileno attempato con traccie di colore azzurro tra i capelli, 
intrecciate con nastri e frutta (alt. cm. 20) ; 

d) tre vasetti di terracotta figulina rossiccia a pareti sottili e senza manico con 
pancia ovoidale ; sull'una di essi un ornato di angoli acuti in colore bianco (cm. 10 X 10) ; 

e) frammento di colonnina sottile di mattone, con basetta in laterizio (cm. 18) ; 

f) due piccoli sostegni di tavola marmorea (trapezofori) con rosette a rilievo 
(cm. 38 X 36) : 

g) alcune lucernette di terracotta figulina rossiccia, di tipo e forma comunissimi, 
senza decorazioni. 



REGIONE I. — 73 — OSTIA 



L'importanza del mitreo, o, più propriamente, del sacello a Jupiter-Caelus, sta sopra 
tutto, dunque, nella iscrizione su lastra di marmo bianco (m. 1,64 X 0,59) interamente 
conservata, che serve a bene individuarlo e differenziarlo dagli altri. 

DEVM • VETVS-TA-RELIGIONE (■■«) C m. 7 

INVELO • FORMATVM ■ ET • VMORE • OBNVBI cm. 5 

LATVM • MARMOREVM • CVM • C m. 4 

THRONO-OMNIBVSQ.-ORNAMENTIS- cm. 4 

ASOLO-OMNI-lMPENDIO-SVO-FECIT- cm. 4 

SEX -POMPEIVS-MAXIMVS- PATER cm. 6 

• Q • • S • • S • EST • cm. 3 '/, 

ET-PRAESEPIA-MARMORAVlT-P-LXVIll-DEMSP » » 

L'iscrizione, a belle lettere regolari e bene incise, contraccie di rubricatura, contiene 
un testo, in verità, singolare ed interessante. La qualifica di pater nel dedicante Sex(tus) 
Pompeius Maximus, ci richiama subito al più alto grado della settuplice gerarchia dei 
fedeli di Mitra, quello di patres, che sembra abbiano presieduto alle cerimonie sacre e alle 
altre categorie degli adepti. Non pare si tratti qui del pater patrum o pater patralus che 
era il capo dai patres ; m& pater è seguito dalle sigle q. s. s. est, le quali, non potendo signi- 
ficare l'usuale q(ui) s(upra) s(criptus) est, dovrebbero essere interpretate per una più 
specifica designazione del pater. E per quanto poco si sappia del clero mitriaco, ricor- 
dando ciò che dice il Cumont ( l ), e cioè « que le prOtre qui porte indiff éremment, semble-t-il 
le titre de saceràos ou celili à'antisks, fait souvent, mais non toujours partie des pères»( 2 ), 
potrebbero quelle sigle sciogliersi in q{ui) s(acerdos) s(olis) est. Soluzione certo non 
soddisfacente, perchè tale abbreviazione non credo abbia riscontro se non in quella ana- 
loga, ma non simile di M(itrae) S(oli) S(aerum) (C. I. L., IX, 1550). Forse si può pensare 
anche a aacratus ( 3 ) o a saeer. Che queste sigle possano specificare un'altra qualità o una 
caratteristica del pater, non credo sia possibile affermare allo stato attuale delle nostre 
conoscenze. 

Comunque sia, non v'è dubbio che si tratti qui di un sacerdote mitriaco il quale 
fa a sue spese « deum. vetusta religione in velo formatimi et umore obnubilatimi marmoreum 
eum throno omnibusq(ue) omamentis. L'espressione è davvero singolare e, per quanto 
io so, completamente nuova : con essa pare si voglia designare con precisione la figura del 
dio, contrapponendolo ad altri forse più usati, ma non rispondenti al tipo indicato dalla 
vetusta reUgio, che è stato invece qui prescelto. Bisogna quindi, in mancanza della imma- 
gine che lo scavo non ci ha ridato, risuscitarla e farla viva dalla iscrizione stessa. 

Posto che si debba rintracciare tale divinità nella cerchia del culto mitriaco (e ciò 
non mi sembra dubitabile), si pensa anzitutto allo stesso Mitra. Ma l'espressione su 

(') Monnnwnts de Mithra, I. p, 323; eh. II, p. 635. 
(') In Ostia (p. es. C. I. L., XIV, 70): pater et sacerdos. 

C) È Boto che gli adepti mitriacisono menzionati spesso, nei donativi e nelle cerimonie mitri iche, 
col titolo di saerati (Dea soli... omnes sacrati... posuerunt ; album sacratorum ecc.). 

Notizie Scavi 1924 — Voi.. XXI. 10 



OSTIA 



— *14 — REGIONE t. 



citata non può indicare né il Mitra taurottono, ne il Kronos leontocefalo, ne il Mitra 
nascente. Non c'è bisogno di ricordare la figura del Mitra taurottono sempre uguale in 
infiniti esemplari, e fissata per lunga tradizione artistica, prodotto forse già dalla scuola 
di Pergamo, e che anche nel suo significato simbolico si riallaccia alla originaria figura del 
dio, giacche nell'immolazione del toro divino era contenuto il grande fatto della storia 
del mondo ('). 

Il Saturno. mitriaco, pur prendendo apparenze diverse, è fissato però come un dio 
leontocefalo col serpente intorno al corpo e le ali sulle anche e sulle spalle e con le chiavi 
nelle mani, già da antichissimi tempi. Si può infatti con esso risalire fino alla scultura 
assira, e, per quanto i suoi precedenti artistici ci siano ignoti, si può esser certi che, molto 
tempo innanzi che lo conoscessero i Romani esso era rappresentato a quel modo, come, 
del resto, attestano le monete fenicie di Mallos in Cilicia, paese di dove pervennero in 
Italia i misteri che riproducono il dio El o Kronos ( J ). Basta, del resto, pensare al senso 
di ripugnanza che ebbero i Greci a rappresentare questa divinità bicefala così da mitigarne 
l'orrore col porre sulla testa del leone la testa sola del serpente che di solito avvinghiava 
il suo corpo, per persuadersi che nessuna vetusta religio avrebbe potuto rappresentare 
il Saturno mitriaco diversamente da quanto era in uso da vetustissimi tempi, anche se 
il tempo poteva essere identificato col cielo ( 3 ). 

Né si può pensare al Mitra nascente che è rappresentato come un fanciullo dal corpo 
nudo con un berretto frigio sopra capelli lunghi e ricciuti e nascosto fino alle anche da 
roccie. Questo deus saxigenus o ntiyoysvrjc {*) non può essere dunque il nostro deum in velo 
formatimi et umore obnubilatimi, anche per la ragione che, nonostante la mancanza nei 
libri mazdei della leggenda della nascita di Mitra dalla pietra, essa deve risalire almeno 
ai culti d'Asia Minore di dove fu diffusa dai Magi ( fl ) e la scultura mitriaca l'ha riprodotta 
con una frequenza che indica la sua importanza religiosa. Lo stesso deve dirsi per gli 
altri aspetti assunti da Mitra (d'importanza secondaria, del resto), come quelli, raffi- 
gurati sul bassorilievo d'Osterburken. di un giovinetto che taglia le foglie di un albero, 
o si nasconde nel fogliame di esso, o mentre lancia freccie contro una roccia da cui esce 
un getto d'acqua ( 6 ). 

Certo il culto dell'acqua, a cui ci richiama l'espressione della lapide ostiense umore 
obnubilatum, è strettamente congiunto al culto di Mitra, giacché non solo acqua e fuoco 
si considerano fratello e sorella, ma si onorano nel culto mitriaco e i fiumi e le fonti e 
Nettuno ed Oceano, e perfino il cratere sacro di molti monumenti mitriaci rappresenta, 



(!) Cumont, op. cit., I, p. 288. 

(') Svoronos, Zeitschrift f. Numismat. XVI, 1888, p. 219 sgg., tav. X, n. 12 sgg. Cfr. Cumont, 
op. cit., p. 76. 

( 3 ) Su questo vedi Cumont, Revue ardi. 1888, I, p. 184 sgg., e cfr. Pauly-Wissowa, I, p. 696, s. v. 
aeternus. Del resto, tale identificazione non ha avuto la minima influenza sulla rappresentazione figu- 
rata del Caelus mitriaco. 

( 4 ) Per tali figurazioni mitriache cfr. Cumont op. cit., I, 179; 214; 160 sgg.; 159 sgg. 

( 6 ) Tale è l'opinione dello Zocga (Abhandl., p. 132) che dichiara questa leggenda « eine dem 
Geschmack der magischen Fabeln giinzlich fremde Idee ». Cfr. del resto Cumont op. cit., I, p. 160 sgg. 
( 6 ) Vedi per tutto ciò Cumont, op. cit., I, p. 163-164. 



REGIONE I. — 75 



OSTIA 



come dice Porfirio ('), la sorgente che scorreva nelle grotte dapprima consacrate a Zo- 
roastro. Viene quindi al ricordo, dato che nessuno degli aspetti assunti da Mitra possono 
riferirsi alla divinità onorata nel sacello ostiense, la Triade suprema della religione mi- 
triaca, di cui fa parte anche Oceano, in cui il sole va ogni giorno a rinvigorire i suoi raggi, 
sicché esso si trova unito al cielo e alla terra. Anzi il posto assegnato ad Oceano nelle rap- 
presentazioni mitriache sembra indicare, che i miti della religione mitriaca facessero risa- 
lire la sua nascita alla origine dell'Universo; e infatti il suo culto risale fino all'antica reli- 
gione iranica, nella cui letteratura è espressa l'idea, che tutto è stato creato dall'acqua ( 2 ). 
Il tipo artistico che assume nell'arte mitriaca, è dato da un personaggio barbato semi- 
sdraiato tra roccie, e nel quale si può riconoscere sia Oceano sia Nettuno, e il cui torso 
porta attorto talvolta un serpente, per la diffusa credenza orientale, che il mare fosse abi- 
tato da un serpente gigantesco. Non ci sarebbe dunque, in verità, da accostare tale figu- 
razione a quella descritta nella nostra iscrizione. Senonchè, per il fatto che in alcuni 
rilievi mitriaci lo stesso dio barbato è riprodotto due volte (una come personificazione del- 
l'acqua dolce, l'altra del mare), è stata emessa l' ipotesi, che questa duplicità di rap- 
presentazione debba riportarsi ad antiche concezioni babilonesi e semitiche, le quali 
ponevano sopra il firmamento un oceano celeste che forniva la pioggia, mentre un se- 
condo, sotto la terra, alimentava il mare e le sorgenti. Osserva giustamente il Cumont ( 3 ) 
che di ciò non c'è traccia nel mitriacismo, nei cui monumenti l'oceano ed il fiume sono per- 
sonaggi accessorii di due scene non messe in opposizione. Tuttavia il fatto che tale in- 
genua e primitiva concezione, pur sorpassata dalla scienza greca, trovava difensori 
ancora alla fine del paganesimo ( 4 ), potrebbe farci pensare, che se ne avesse una traccia 
in questo nuovo mitreo ostiense, nel quale, riconducendosi appunto ad una vetusta 
religio, si sarebbe tentato di figurare questo Oceano celeste in velo formatum et umore 
obnubilatimi. 

L'ipotesi non è certo del tutto soddisfacente, né mi pare opportuno insistervi, giac- 
ché un'altra migliore ritengo si possa formulare. Ed è questa: 

Nell'interpretazione della perifrasi usata nell'iscrizione ostiense a designare la divi- 
nità, non bisogna dimenticare, che essa è congiunta alla menzione di un thronum il quale, 
anche se non forma un tutto con l'imagine del dio, conferisce alla divinità un'importanza 
tale da giustificare la designazione di thronum. Occorre quindi pensare non alle divinità 
minori, ma bensì alle maggiori connesse col culto di Mitra ; e, poiché non può essere, 
come s'è visto, Mitra stesso, mi pare si debba ricondursi proprio a Iupiter. 

Intendo riferirmi al Giove dei mitriaci che è, com'è noto, alquanto differente dallo 
Jupiter dell'Olimpo greco-romano. Infatti, se noi risaliamo ad Erodoto la più antica 
fonte che ci parli della religione dei Persiani, egli ci dice di essi tòv xvxXov navxa 
tov ovqccvov Jia xaXsortti (1. 1 e. 131) e Strabone (Qeogr. XV, § 13, p. 732) ripete la 
stessa cosa. È vero che Jupìter, cioè Ahura-Mazda, non sarà più nell'Avesta la sfera 

(') Porphyr., fr. cit. , tav. II, p. 40. llaqà t<-i Afifyiy 6 xq«ttjq àvd rfjg niiyfjs xèiaxica. 

(') Cumont, op. cit., p. 155 sgg. 

( 3 ) Cumont, op. cit., p. 99, nota 8. 

( 4 ) Revae d'Imi, et de litér. réligieuse, toni. Ili, 1898, p. 636< 



OSTIA 



— 76 — REGIONE 1. 



celeste ; ma le treccie di questa primitiva concezione vi rimangono ancora ; e infatti il 
Cielo è adorato dai seguaci di Mitra clic dedicano ad Optimus Maximus Caelus Aeternus 
Jupiter. Anche in Siria si constata, almeno all'epoca degli Achemenidi, un riavvici- 
namento del consueto dio della folgore con l'Ahura-Mazda dei Persiani, l'antico dio 
della vòlta celeste, divenuto la più alta potenza fìsica e morale. I Seleucidi rappresen- 
tano.nelle loro monete questo, che i Romani chiamano Jupiter eaelestis (Zebe ovqàìioc), 
con la fronte sormontata da una mezzaluna, e con un sole a sette raggi per ricordare 
che presiede al corso degli astri ('), e altrove avvicinandolo ai due Dioscuri, perchè 
questi eroi erano divenuti personificazioni dei due emisferi celesti. Per questa urano- 
grafia religiosa, la divinità suprema posta nella più lontana zona della Terra è designata 
col nome di Altissimo (vipicioc) che si applica tanto ai Baal Siriaci quanto a Jeovah (■) 
e che i Latini tradussero con « Jupiter summus exsuperantissimus » ( 3 ). Come ha già 
bene osservato il Cumont ( 4 ), la concezione fatalistica dell'Universo favoriva i' riavvi- 
cinamento del Cielo e del Tempo, cosicché lo stesso Kronos mitriaco, come del resto 
il Giano romano ( 5 ), tendeva, materializzandosi, a identificarsi col Cielo stesso ; del 
resto il Saturno siriaco ed africano è il Ba'al sammin, cioè il padrone dei cieli. Non 
solo : l'epiteto di deus aeternus, che nelle provincie latine si usa a designare un dio 
siderale siriaco, entra nell'uso rituale soltanto nel secondo secolo dell'era nostra, cioè 
contemporaneamente al culto del dio Cielo ( 8 ) ; e la relazione con il Cielo è rimasta 
apparente, per esempio, nell'iscrizione C. I. L., VI 406 = 3075S, ove Giove Dolicheno 
è detto Aelemus conservalor lotius poli ( 7 ). 

Rammentate queste note relazioni tra il Cielo e la divinità suprema del mitria- 
cismo, resta però a vedere se i cultori ostiensi abbiano voluto rappresentare proprio il 
dio Caelus in velo formatus et umore olmubilatus, o non piuttosto lo Jupiter-Caelestis. 
Bisogna certo convenire, che tale espressione conviene, più che altro, a designare la figu- 
razione plastica del Caelus per il tipo ben noto rappresentato sulla corazza della statua 
di Augusto del Braccio Nuovo in Vaticano, e che risale a un originale, ellenistico ; tipo 
che s'impersona in un uomo barbato, nascosto fino alla cintola da nuvole e che tiene 
spiegato sopra la testa un mantello la cui incurvatura rappresenta la vòlta celeste. Tale 
tipo artistico, che si mantiene pressoché inalterato fino all'arte cristiana ( 8 ), non si è ritro- 
vato però ancora nei santuarii mitriaci. Invece, sopra la stele di Hedernheim, sotto l'iscri- 
zione Cmlum, vediamo un'aquila che tiene un fulmine tra gli artigli, e che è posta sopra 
una sfera decorata con sette stelle e tagliata in diagonale da due cerchi che s'incrociano ( 9 ). 

(') Monete di Antioco Vili Grypus (125-96 av. Or.) in Babelou, Rois de Surie et d'Armenie, 
1890, p. 178 segg. 

(*) Cumont, Le religioni orientali (trad. Salvatorelli), Bari, 1913, p. 258, nota 70. in cui sono 
riuniti i numerosi testi che attcstano l'esistenza di un vero culto del Ciclo presso i Semiti. 

( a ) Cfr. Archiv [tir Relkjionm., IX. 1906, p. 326 sgg. 

(') Monum. de Mithra, p. 85-86. 

( 8 ) Sopra Giano dio del Cielo cfr. Roscher, s. v., II, col. 44. 

(•) Cfr. Revue arch. 1888, I, p. 184; Pauly-Wissova, s. v. Aeternus 

(') Cfr. Somn. Sàp. Ili, 4; IV, 3. 

( 8 ) Roscher, s. v. Caelus; Cabrol, Diti, d'arch. chret., s. v. 

(•) Cumont, Mon. de Mithra, I, p. 88; II, n. 253. 



REGIONE I. 77 — OSTIA 

Rappresentazione simile è in una sfera conservata ad Arolsen e riprodotta dal Cumont (') 
il quale dice che « cette eombinaison allégorique paraìt avojr été employée en Syrie pour 
figurer les Baal celeste», et avoir passe de ce pays en Occident ». Su altri monumenti, per 
ricordare l'esistenza del Cielo si ricorre ad Atlas che porta il globo celeste ; così esso ci 
appare nel grande bassorilievo di Oesterburken ( 2 ). Non comprendendo perche a rap- 
presentare il cielo il mitraismo abbia preferito, al tipo piti efficace e più diffuso nell'arte 
ellenistico-romana, quello dell'Aquila e di Atlante, si sarebbe certo tentati di pensare, 
che nel mitreo ostiense si sia voluto rappresentare il dio Caelus, con una figurazione 
risalente a una vetusta religio. Ma non soltanto il Caelus, in quanto personificazione della 
vòlta celeste, appare imagine secondaria nel mitriacismo ; ma la sua rappresentazione, 
descritta nell'iscrizione ostiense, si identificherebbe col più comune tipo artistico del 
Caelus, dimodoché diverrebbe oscura l'espressione vetusta religio, se non si voglia ammet- 
tere, che proprio quel tipo risalisse al primo culto mitriaco e fosse poi stato abbando- 
nato. D'altra parte bisogna pur dare una certa importanza alla parola thronum, la quale 
può anche servire a designare presso questi mitriaci ostiensi l'altare del culto, e cioè il 
basamento in muratura su cui era l'imagine, ma verosimilmente indica il trono marmoreo 
su cui sta seduto il dio. In ogni modo l'espressione si spiega male, pensando soltanto al 
dio Cielo, mentre si capisce meglio, se si ammetta negli ostiensi l'intendimento di onorare, 
con il tipo artistico, più comune, del Caelus, la divinità maggiore Jupiter-Caelus, degna 
del trono. Infatti, mentre sono note le relazioni tra Jupiter e Caelus, così che il cielo si 
identifica col dio supremo, e lo si onora come tale in qualche città della Frigia rappresen- 
tandolo in lotta con i giganti ( 3 ) ; Jupiter-Caelus, invece, non aveva nelle figurazioni 
mitriache a noi note nessun segno od attributo che rivelasse questa sua duplice natura 
che le dottrine mitriache gli riconoscevano : lo Jupiter dei mitriaci è infatti null'altro se 
non il Giove dell'Olimpo greco-romano. Che se, ad esempio, nel bassorilievo di Nemroud- 
Dag Io Zeus Oromasdes, seduto sul trono di fronte al re di Commagene, porta ancora la 
tiara e il costume indigeno ( 4 ) ; nell'occidente invece egli perde questo suo aspetto barbaro 
per confondersi con lo Jupiter consueto, personaggio barbato con la mano sinistra 
appoggiata sullo scettro, la folgore nella destra e talvolta l'aquila ai piedi. Questo è 
appunto l'aspetto sotto cui Ahura-%lazda è generalmente adorato in Italia ( 5 ). 

A me pare dunque di poter concludere che, pur riconoscendo i mitriaci in questo 
tipo di Zeus ellenico seduto sopra un trono celeste il sostituto del dio supremo dei Per- 
siani, i cultori ostiensi hanno voluto ricondursi più strettamente alla primitiva reli- 
gione persiana e venerare un simulacro che riproducesse questo duplice carattere del 
dio, Cielo e Giove nello stesso tempo. È peccato che lo scavo non ci abbia reso tale ima- 
gine, scoltura o rilievo che fosse, anche perchè meglio giudicheremmo, a chi potrebbe 
risalire questo tipo artistico espresso con una figura di Jupiter-Caelus seduto verosimil- 
mente sopra un trono, ma con una espressione plastica che dovrebbe richiamarci alla 

(») Ibid., p. 89,. fig. 2. 

(-) Cumont, op. cit., I, p. 30; II, n. 246. 

( 3 ) Ramsay, Cities of Phrygia, II, 626 sgg. 

( 4 ) Cumont, Mori. myst. Mititra, II, p. 188, fig. 11 ; cfr. Roscher, s. v. Oromasdes. 

( 5 ) Cumont, op. cifc., I, p. 91, nota 3. 



OSTIA — 78 — REGIONE I. 



nota imagine del Caelus. Questo trono celeste è menzionato nella iscrizione del basso- 
rilievo di Nem-roud Dagh già citato e che rappresenta appunto Jupiter-Caelus. ('). 
D'altra parte la voce thronum appare in un'altra iscrizione ostiense da me pubblicata ( 2 ). 
Una terza iscrizione ostiense è dedicata Nummi Caelesli. 

Certo, plasticamente una figura di tal genere ha tutta l'aria di essere un pasticcio, 
ma è anche vero che non c'è troppo da meravigliarsi, trattandosi di figurazioni di culto 
mitriaco il quale ci ha avvezzi ad espressioni assai poco artistiche. 

Quanto all'iscrizione, è da notare in essa, oltre l'insolito uso delle sigle q. $. s. est che 
proporrei di sciogliere in q[ni] s[acerdos\ o s[aeralus] ? s(olis] est, anche l'espressione del- 
l'ultima linea della iscrizione: et "praésejna marmorari!, p(edes) LXVIII dem. s. p. In- 
fatti la voce praesepia è nuova nel culto mitriaco : dovranno intendersi con essa soltanto 
le supponibili nicchie del mitreo — sebbene lo scavo fatto non ne abbia rivelato affatto 
la presenza — o, piuttosto, tutta la cella del mitreo^ stesso data la misura di circa 
17 metri di rivestimento marmoreo ? 

In ogni modo l'iscrizione mitriaca e il santuarietto che la contiene sono assai in- 
teressanti per il contenuto formale e per la rivelazione di una singolare figura di Jupiter- 
( aelus. 

Nota. L'illustre prof. Franz Cumont, a cui, come ho detto in principio, avevo pas- 
sato questo mio commento all'epigrafe, mi risponde con una lettera assai lusinghiera per 
me, e che sono lieto di riassumere in parte, e in parte di tradurre fedelmente, per le nuove 
osservazioni che essa contiene. Il Chimoni approva l'interpretazione della figura per 
quella di Jupiter-Caelus; preferisce prendere la parola throniw nel suo significato comune 
e non in quella di basamento che io avevo subordinatamente accennato ; e quanto alle 
sigle q. s. 8. est, accoglie l'interpretazione proposta di q(ui) s(averdos)o s(acralus) 
s(olis) est. 

Suggerisce invece un nuovo significato da dare alla frase deum in velo formatimi 

et umore obnabilatum. Traduco letteralmente le parole del Cumont: 

La vostra interpretazione di umore obnubilatimi nel senso di nuvole che circondino 
Jupiter Caelus è ingegnosa, e può sostenersi. Ma io non so se non occorra dare alla prima 
parte dell'iscrizione un significato più materiale di quello che voi gli attribuite. Bisogna 
riavvicinare la vostra nuova dedica alla iscrizione C. I. L., VI, 746 (= M. M. M., II, 
102, n. 61) dove si parla di vela Domini insignia habentes, cioè dove certi emblemi di 
Mithra erano dipinti. Sull'uso probabile di simili veli cfr. M. M. M., I, p. 325, n. 9. 
Io sarei dunque tentato di tradurre l'iscrizione d'Ostia : « Il dio che una antica devo- 
zione aveva rappresentato [in pittura] sopra un velo, essendo annerito (o cancellato) 
dall'umidità, Sex. Pompeius Maxiinus l'ha fatto in marmo con il suo trono ecc. ». 
Si tratterebbe dunque di un vecchio dipinto, divenuto indistinto, e che è stato rim- 
piazzato da una statua. Per l'uso dei vela nel culto, cfr. la dedica a Jupiter Helio- 
politanus (Dessau, n. 4290 e anche 3737). Per l'epoca cristiana ved. De Rossi, Bull. 

(') Cumont, op. tit., iscri. 1, 1. 8: Ilgà; oùoaviov; Jiò( ' SIqo(ì(<o&ov »^6rov(. 
(•) Xotizìe degli scavi, 1913, j). 332. 



REGIONE I. — 79 — MARINO 



are. crist. 1871, p. 61 sgg. Quanto al nome del dedicante Sextus Pompeiiis sembra 
doversi mettere in relazione con il fatto che la prima comunità mitriaca di Roma è stata 
formata dai pirati fatti prigionieri da Pompeo (M. M. M., I, p. 244)." 

Ecco dunque quanto il Cumont ha voluto cortesemente aggiungere al mio commento, 
giacché non viene infirmato nella sua sostanza. 

Per mia parte debbo soltanto osservare, che la sua dotta e sottile interpretazione 
della frase in velo formatimi et umore obnubilatimi, se toglie di mezzo la difficoltà di una 
figura scolpita la quale risponda al più ovvio significato di queste parole, ne incontra 
un'altra; e cioè che bisogna dare a formatum il senso di dipinto, mentre formare, in latino 
e perfino in italiano, non soltanto esprime il concetto plastico, ma risveglia assai bene 
l'imagine di qualche cosa di scolpito o di rilevato. Che i cultori ostiensi di Mitra non 
fossero gente istruita, d'accordo ; ma sembra per lo meno singolare che, dovendosi dire 
dipinto o semplicemente rappresentato, si usi l'aggettivo formatus, di significato così 
ovvio e preciso. 

Comunque sia (e altri potranno discutere le due interpretazioni proposte), mi è 

stato assai gradito poter aggiungere alla parte sostanziale del mio commento l'autorevole 

conferma del Cumont, che vivamente ringrazio. 

G. Calza. 



X. MARINO — " Fosse da vino » d'età romana sul Monte Crescenzo. 

Nella scorsa estate, durante l'esplorazione di un sepolcreto laziale, situato sulla 
estrema pendice settentrionale del « Pascolare », di fronte quindi al monte Crescenzo, 
ho avuto occasione di compiere un rapido giro investigativo su quest'ultima altura che. 
a guisa di sprone elevato, s'erge in direzione di Roma lontana, tra due profondi avval- 
lamenti : l'uno sotto Marino e più scosceso, l'altro digradante sino a confondersi col piano 
dell'Agro verso il mare. Lo scopo preciso di quel giro era di raccogliere qualsiasi indizio 
che potesse testimoniare la presenza di un possibile antico abitato sul monte Crescenzo. 
Infatti questa altura, per la sua stessa conformazione, già induce al supposto, avvalo- 
rato in più dall'esistenza di un folto gruppo di sepolcri dell'età del ferro laziale, sco- 
perti a più riprese alle falde, quasi, e in giro ('). Alle scoperte succedutesi dal 1817 al 
1885, si aggiungeva ora quella recentissima del sepolcreto, prima accennato, e di cui 
presto sarà data l'illustrazione, situato come ho detto sull'opposto versante della val- 
letta che separa il monte Crescenzo dalla più bassa altura del « Pascolaro », il quale si 
estende verso mezzodì e l'abitato di Castel Gandolfo. 

Ma assai poveri furono i resultati dell'investigazione, che, oltre tutte le altre cause 
comuni di scomparsa di antiche testimonianze, le correnti d'acqua devono aver lavato 

(') Ved. carta geogr. in Pinza, Etnologia Etrusco-Laziale, tav. 2» (ai num. 6-8-9-10 : scavi 
Meluzzi del 1864-'68; scavi Limiti del 1817 ; se. Testa del 1871 ; se. Tomassetti-Carnevali del 1817). 

Non vedo ricordata la «sensazionale » notizia data dal Lanciani in Not. scavi, 1884, pag. 108, 
della scoperta fortuita di un sepolcro laziale contenente un monile e una collana d'oro, in una vigna 
sul monte Crescenzo stesso (certo nel pendìo che finisce alla strada per Marino). 



MARINO 



— 80 



REGIONE I. 



copiosamente le pendici abbastanza ripide del monte. Pochi frustali di ceramiche, e non 
dei tempi più antichi, fra cui qualche frammento di sottile vaso a vernice nero-lucida 
della cosidetta ceramica « etrusco campana », e qualche altro della « aretina ». Più 
notevole, sul pendio meridionale, la presenza di un grosso blocco parallelepipedo di 
peperino (in. 1,60 X 0,58x0,38), intenzionalmente e con regolarità squadrato, avente 
sulla faccia più breve, visibile e rivolta a valle, il piano di combaciamento in sporgenza 
rilievo. 



A — 




Fio. 1. 



Ma il maggiore interesse fu dato dall'esistenza di escavazioni, operate dalla mano 
dell'uomo, in uno spazioso masso di « peperino »> situato in prossimità della più alta quota 
del monte e sul pendìo che scende alla strada che. costeggiando più o meno il lago, forma 
in quel punto un gomito al sommo della salita (per chi vada verso Marino) dopo la fer- 
mata tranviaria « Villini ». 

Sul nudo masso apparve una specie di fossetta regolarmente, incavata nel « pepe- 
rino >, lunga m. 1,10, larga in media 0,50 e profonda da 0,18 a 0,28. Dopo il margine 
orientale di essa, procedendo in una con la discesa del pendio, il masso presentava un 
brusco salto, o frattura. Alla distanza circa di tre metri e mezzo dalla fossetta si mostrò 
un altro incavo, un'altra fossa, di forma quadrilatera, i cui margini intagliati spiccavano 
netti sulla nudità della roccia, mentre l'interno era tutto pieno di terra, erbe e rovi. 

Osservando lo spazio interposto Ira le due escavazioni che, pure a un primissimo 
sguardo, si rivelavano come dovute all'opera intenzionale dell'uomo, facilmente notai 
che lo strato erboso, solo apparentemente uniforme in tutti i sensi, aveva maggior con- 
sistenza terrena al centro, e per un largo tratto ; mentre ai lati si mostrava sottile e fa- 
cilmente asportabile, perchè ricoprente appena il masso del « peperino ». E a un primo 
e rudimentale tentativo di scoprimento, data l'apparenza dei tagli nettamente praticati 
nel masso, ebbi la certezza che si trattava di una terza escavazione artificiale, intermedia 
alle altre due già a sufficienza notate. 



RKOIONE I. 



— »81 — 



MARINO 



Procedetti subito alla pulitura e allo sterro necessari al rilievo per il possibile esame 
dal punto di vista archeologico, ottenendo i resultati giaiicamente esposti nell'annessa 
pianta (fig. 1), cui è aggiunta una sezione (lìg. 2). 




Fio. 2. 



La grande fossa intermedia, di forma trapezoidale, è lunga in media m. 2,20, larga 
sul lato più corto 1,60, con una profondità variante da 0,60 a 0,26, essendo il fondo per- 
fettamente piano ma inclinato verso est e quasi corrispondente alla pendenza del piano 
di campagna. Sulla superficie del masso, ai margini dei Iati lunghi, e più visibilmente 




su quello di destra e anche su quello del lato corto, corre una zona leggermente inca- 
vata, manifestantesi per un piano « di posa » adatto a sopnielevazioni. Ciò viene anche 
confermato dal ritrovamento fatto di un tratto di muratura, di opera laterizia costituita 
a rettificazione del lato soprastante, e certamente a causa della irregolare obliqua frat- 
tura del masso. Il laterizio impiegato in questo murello di rettifica, e ritrovato in mas- 
sima parte in sibii con i suoi interposti strati di calce, molto spessi, si compone di pezzi 
di tegoloni e di mattoni triangolari, non di fabbrica ma ritagliati, di color gialliccio e 
rossiccio e di buona cottura. Unico bollo raccolto 6 quello qui riprodotto (fig. 3), 
frammentario, in cui leggonsi le lettere APOL , precedute da un'altra di cui resta la 
porzione inferiore, forse un T o anche un P. A destra, dopo la L, l'inscrizione aveva 
certo il suo termine. 



Notizie Soavi 1924 — Voi, XXI. 



11 



MARINO — 82 — REGIONE I. 

Data la rottura del mattone, non possiamo dire se l'inscrizione occupasse una sola 
linea, o se ve ne fosse superiormente un'altra ; ma è certo che il nostro bollo si ag- 
giunge ai consimili già pubblicati in C. I. L, XV, 824(5-7) (cfr. Notizie scavi, 1884, ser. 3* 
voi. XIII, p. 231), 2227-2228, 2270 2, tutti provenienti dal territorio tuscolano-albano. 

Nel lato corto della stessa grande fossa trapezoidale, circa alla metà, è praticata 
una apertura con irregolare taglio, larga in basso all'incirca m. 0,20, per mezzo della 
quale la grande fossa viene a comunicare con l'altra sottostante quadrilatera. Il fondo 
del vano, così ottenuto nella parete della roccia, risulta un poco più basso del fondo della 
grande fossa, ed è appianato con cura. 

La terza fossa, sottostante e quadrilatera, misura m. 1,20 X 1,30, con profondità 
variante da 0,75 a 0,50 (data sempre la pendenza del piano di campagna e della super- 
ficie stessa del masso) e col piano di fondo normale. Un particolare è offerto dagli angoli 
che non si corrispondono, poiché quelli del lato superiore sono arrotondati : gli stessi poi 
portano, ciascuno alla distanza di circa m. 0,40 dal fondo, un buco tondeggiante di quasi 
cm. 10 di diametro : i due buchi, così scavati nell'interno della fossa, si corrispondono 
esattamente distando fra loro m. 1,15, mentre sulla loro linea quasi coincide la fine del 
taglio dell'apertura già ricordata che è in mezzo ad essi. 

La roccia, nell'interno delle fosse (o vasche, se preferiamo così chiamarle), mostra 
i segni di una regolare e accurata scalpellatura. 

Lo scopo agricolo di siffatte escavazioni non ha bisogno di essere dimostrato. Si 
trasse partito dall'esistenza dello spazioso masso di « peperino » affiorante, per trasfor- 
marlo in un apparato meno costoso di quello che sarebbe occorso se fatto in muratura. 
Conviene anche ricordare, che il masso presenta una frattura che obliquamente at- 
traversa il grande bacino trapezoidale, e che nella parete di sinistra, dove il taglio della 
frattura si fa più profondo e più largo, il vuoto era stato accuratamente otturato con 
blocchetti e con scaglie, messivi ad arte. Ma nessun indizio, ed è naturale, si è potuto 
avere circa il modo con cui in origine sarà stato acconciato il fondo inclinato del grande 
bacino trapezoidale. 

Se lo scopo agricolo è palese, i dati particolari (quali la inclinazione del fondo delia 
più grande fossa in confronto del piano orizzontale del fondo di quella sottostante ; l'aper- 
tura fatta per la comunicazione dall'una nell'altra; i « piani di posa » per una sopraele- 
vazione, presumibilmente in muratura, sui margini della fossa trapezoidale), ci condu- 
cono a ipotesi più precisata. La quale ipotesi assumerà maggior valore, se si istituiscano 
comparazioni a quanto ci è stato tramandato per iscritto sulla struttura dei fora vinaria 
e dei torcidaria in uso presso gli antichi ( ! ). E ancor più varranno i raffronti con analoghe 

(') Cfr. Darembcrg-Saglio, a Torcuhir. p. 361; e Billiard, La vigne dans Vantiq. (Lyon 1013), pp. 438- 
440. Per la parte monumentale, ma riguardante il torcuìarium, è fondamentale la ricostruzione del 
Pasqni, Mon. ant., VII, pag. 464 ss. Ma per le cscavazioni del monte Crescenzo non dobbiamo rife- 
rirci ai torcularii ; bensì ai soli bacini dove le uve venivan pigiate. Terremo allora presente Isid. Orig. 
XV, 68 (dorus cut locns ubi uva calcatur, dictus quod ibi feriatur uva, vel propler quod ibi fedibus teratvr, 
et calcatorium dicitur), confrontando con Varr. De agr. I, 64; Cato, R. lì. XXI (lacits vinarius); Colum. 
XII, 18-XI, 2; ecc., e accettando quanto il Billiard, op. cit., osserva per rigettare l'opinione che 
vorrebbe nel calcatorium riconoscere una passerella pel personale, e non già lo stesso forus o forum 
vinarium. 



REGIONE I. — 83 



MARINO 



escavazioni di antichi tempi, in più luoghi notate e talora, anche rilevate, e con pratiche 
tuttora vigenti in molte parti d'Italia, con un chiaro riferimento all'antico. 

Ad esempio, massi rocciosi, anche erratici, scavati in modo regolare e per fini deter- 
minati, si incontrano in più luoghi dell'Italia centrale, dell'antica Etruria. Il Pasqui ('), 
a proposito di due vasche grotte intercomunicanti, da lui diligentemente esplorate nel 
territorio ardeatino, cita altri esempì di escavazioni fatte in roccia a cielo aperto, accet- 
tando la supposizione che, se vicine all'abitato, tali vasche servissero come «fuìloniche » 
o per « conce di pellami >■; se disperse per la campagna, per la macerazione dei vegetali ( 2 ). 

Ma, per quasi tutti i casi, nelle varie regioni, data la povertà archeologica, ed in 
mancanza di dati per uno studio proficuo, non si pensò di darne notizie. Per ciò che si 
riferisce ad usi tuttora vigenti e che ci riportano ad antiche costumanze, senza estendersi 
con superflue citazioni, basterà che io ricordi l'esistenza, in terra sarda, delle cosidette 
« sa fossa 'e bingia» ovvero «su forni 'e binza», delle quali mi ha, con infinita cortesia, 
dato notizie Antonio Taramelli. 

In tutto l'agro campidanese e altrove, i contadini sardi intagliano la roccia cal- 
carea formando due vasche o bacini intercomunicanti : nell'una pigiano le uve ; nell'altra, 
che è sempre più bassa, raccolgono il liquido, il vinum conculcatimi appunto, che poi tra- 
sportano con otri. La comunicazione fra i due bacini è data per mezzo di una non ampia 
apertura, praticata nella parete comune del masso ; quando occorre, i sardi la precludono 
per lo più con una tavola di legno. 

La somiglianza di un siffatto sistema a quanto ci può risultare dai bacini scavati 
su monte Crescenzo è singolare e assai confortante. 

Si ponga mente ai due buchi corrispondentisi, notati agli angoli e nell'interno della 
fossa quadrilatera, che ha anche il piano del fondo orizzontale, e non si potrà non met- 
terli in rapporto con l'apertura praticata nel mezzo, la quale poteva benissimo essere 
preclusa del tutto o parzialmente, secondo il bisogno, con un mezzo analogo a quello 
usato nelle fosse sarde. Il liquido colante giù nella sottoposta fossa quadrilatera, o sarà 
stato raccolto in appositi recipienti, depositati nel fondo stesso della detta fossa, o anche 
lasciato correre e ammassarsi fino a un certo limite, per essere poi trasportato. 

Ma nulla di preciso possiamo supporre circa la misura delle sopraelevazioni sui 
margini della grande vasca trapezoidale. Data la poca larghezza del « piano di posa », 
dobbiamo forse pensare, che non si trattasse di murelli molto alti e quindi atti a sostenere 
un tetto, ma semplicemente di una limitata sopraelevazione, fatta per meglio assicu- 
rare la capacità del bacino, vero e proprio calcatorium, secondo il senso più ragionevole 



(') Not. scavi, 1900, pag. 67-68 (cfr. fig. 8, 9). 

( a ) L'esempio di Ardea, costituente due bacini in grotta, comunicanti fra loro, nonostante le 
osservazioni del Pasqui relativamente alla mancanza di rivestimento e alla porosità del tufo, potrebbe 
pur sempre riferirsi alla vinicoltura, ove si attribuisse al complesso una funzione, non ditorculario, 
ma semplicemente di forum vinarium, o calcatorium. 

L'operazione di pigiare coi piedi i grappoli, ottenendo il pliniano vinum conculcatum (operazione 
primitiva, e che può sussistere da sola, così come anche oggidì avviene), va distinta e separata dal- 
l'altra, per cui si richiede l'uso di un vero torcular, e che costituisce un compimento o perfezionamento 
della prima. 



POZZUOLI 



— 84 REGIONE I. 



da dare a questa parola. Ai murelli inoltre potevano appoggiarsi anche le mani dei calea- 
iores operanti nel mezzo. 

Incerto è l'ufficio da attribuire alla prima fossetta, più in alto. Essa non può disgiun- 
gersi dal resto, ma non vi è necessariamente collegata : non ha intimità di rapporto con 
i due più grandi bacini. Non è improbabile ch'essa potesse servire alla nettezza dei piedi 
dei calcatorfs. 

Anche in riguardo alla datazione, non abbiamo elementi sicuri per precisarla ; poiché 
ne la qualità del laterizio ritrovato, ne l'unico bollo raccolto, che ci riporterebbe a 
tempi molto antichi, sono dati sufficienti e sicuri, per molte ovvie ragioni. 

Ma ciò che mi sembra indubitabile è riconoscere nelle descritte escavazioni un esempio 
di « fosse da vino », come sopra ho supposto, ritenendole quindi una modestissima, è vero, 
ma pure utile testimonianza della vita rustica dei tempi imperiali ( 1 ). 



U. Antoniellt. 



XI. POZZUOLI — Piccoli rinvenimenti epigrafici. 
. In Pozzuoli, sul lato est della via Anfiteatro o Gironi (contrada Anfiteatro), nel 
tratto interposto fra i ruderi detti del « tempio di Diana » che sorgono in terreno di 
proprietà dal senatore Vincenzo Cosenza ( 2 ), e le case operaie attualmente in costruzione, 
scavandosi una vasca di raccolta delle acque, legata in quel punto al sistema di fogna- 
tura stradale, si è rinvenuta in terreno di riporto nel febbraio 1922, a novanta metri 
circa di distanza dal « tempio di Diana », a m. 3 di profondità dal piano generale di 
campagna, ed a 1 m. circa al di sotto del nuovo piano stradale, una lastra marmorea di 
m. 0,67 X 0,25 X 0,02, con l'iscrizione : 

* D • • M • 

a EGNATIAE • EVTHENIAE 
VIXIT- ANN- XXIII I • MENS- VI - 

DIEB XI 
A-EGNATIVS- ALYPVS * 
VXORI - BENE • MERENTI 

Il dudus delle lettere (che sono alte rispettivamente min. 30, 27, 23, 20, 23, 16) è 
quello della buona età imperiale. 

I cognomi Eulhenia ed Alypus sono, come è ovvio, grecanici, ed indicano la proba- 
bile condizione libertina dei personaggi ricordati. 

(') Si noti anche che il luogo non è distante da quello ove trovavasi la vigna di Sante 
Limiti, anzi tutto menzionatole per i sepolcri dell'età del ferro che conteneva e nella quale 
furono pure ritrovate sepolture d'età romana soprastanti alle altre piti antiche (cfr. Garrucci. 
in Civiltà Cattolica, 1875, tasc. 593; pag. 13 delPestr.). 

(•) Pianta dei ruderi in Paoli, Antiquitatum l'iiteolis, Climi), Bais existentium rrliquiae, Ncap., 
1768, fol. ; ved. pel resto Beloch, Campanien 1 , p. 140 e pi. III. 



REGIONE I. — 85 — VENAFRO 

* 
* * 

In casa di S. E. il senatore Vincenzo Cosenza in Pozzuoli mi è avvenuto di esami- 
nare una tavola di marmo di m. 0,43 X 0,20, dello spessore di inni. 15, rotta in tre pezzi, 
rinvenuta airincirca dieci anni fa in contrada Celle, mentre si ripuliva un antico colom- 
bario. Il capraio che faceva quella ripulitura, la portò in casa del senatore Cosenza, dove 
essa tuttora si trova. 

* D - M * ^ 

M • GESSIO - M A 
XIMO ♦ QVI - VlXt 

ANN • XXXV ■ M • VI • DlfcB ■ XXIV • UESSIA 
MARCIA • MATER • FILIO • PIENTISSIMO 
FECIT o LOCV » CONCESSV * HA ' AV (sic) 

LIA • HILARA 

Le lettere delle prime tre linee sono rispettivamente alte min. 41 , 42-47, e 39 ; nelle 
ultime quattro linee l'altezza oscilla da J4 a 20 mm., anche in una stessa linea. 

Il duetas delle lettere è trascurato. Da segnalare la omissione dell's finale nelle pa- 
role locus eoncessus, e la singolarità ortografica della ha per ab della penultima linea. 

Il gentilizio Gessius era già noto nella onomastica puteolana (p. es. in C. I.L., X, 
2152, 3367) ; ricorre invece per la prima volta, a quanto sembra, il raro gentilizio Aulia, 
purché non avesse dovuto scriversi Aurelia. 

S. Auiugemma. 



XII. VENAFRO — Scoperte epigrafiche. 

Nel 1915, eseguendosi dei lavori in Venafro per la costruzione di un'edicola dedicata 
ai santi Meandro, Marciano e Daria, contro una delle fronti esterne della cosiddetta 
« Torre di giustizia » in piazza Milano, si rinvenne nel muro di fondazione della torr-;, 
messo in opera con le altre pietre, un dado di calcare di Venafro (largo in fronte m. 0,58 ; 
alto nel punto di maggiore conservazione m. 0,37 e spesso m. 0,50), che recava sulla 
fronte, incisa in belle lettere quadrate che sembrano del 1° secolo dell'Impero, la iscri- 
zione seguente : 

C • FLAVIDl 'M-F-TeR 
HARVSPICIS 

Nella l a linea le lettere sono generalmente alte 55 mm. ; le due lettere che, come è 
talora costume nel 1° secolo, sovrastano le altre, raggiungono i 56 mm. ; le lettere della 
2 a linea sono alte 40 mm. ; i punti diacritici sono triangolari. 

La tribù Teretina figura in un considerevole numero di iscrizioni di Venafro ; nuovo 
per l'onomastica locale è il gentilizio Flavidins, che è del resto estremamente raro anche 
altrove nel mondo romano ; mentre derivato dall'ufficio sacerdotale è il cognome Haru- 



VENAFRO — 86 — REGIONE I. 

spex, che è pure assai raro, sia sotto questa forma, sia sotto le forme Harispex, Aruspex, 
Arrespex. Non si può escludere però, che il defunto non avesse cognome, e che siasi 
voluto indicare il suo ufficio di haruspex municipali'. 

Il dado iscritto era sormontato un tempo dalla statua, ricavata nello stesso blocco 
di pietra: della quale statua sono, oggi, soltanto superstiti i due piedi chiusi in calcei mor- 
bidi ; la iscrizione occupa del blocco un rettangolo di m. 0,58 X 0,26. Del nuovo titolo 
diede una prima notizia Gittoeppe Cimorelli nell'articolo «Di un'epigrafe venafrana» 
apparso in « Archivio storico del Sannio Alifano e contrade limitrofe », edito per cura 
dell'Associazione storica regionale in Piedimonte d'Alife, voi. Ili, n. 2. 

La epigrafe è ora conservata nell'androne della casa dei sig. Cimorelli, ai quali la 

« torre » appartiene. 

* 
* * 

Nel riattare il portone d'ingresso della casa di tal Michele D'Agostino in Venafro, 
in via Giambattista Della Valle, si rinvenne verso il 1905, posto in opera nello stipite 
della porta, un cippo di pietra iscritto, che fu estratto, e poi ancora una volta murato 
nello stipite stesso, così da renderne visibile la faccia iscritta. 11 cippo (di cui l'altezza 
massima raggiunge i m. 1,38, e lo spessore i m.0,30) è spezzato da un lato sulla fronte in 
senso perpendicolare, così che la larghezza del cippo nel punto di maggiore conserva- 
zione e di m. 0,41. Tra la cornice e lo zoccolo sagomato, entro una grezza specchiatura 
a listello e a gola rovescia, alta in. 0,64, appare in lettere rozze e tarde, che sembrano 
talvolta graffite (alte da 46 a 30 min.), la iscrizione seguente : 

VETEDIVS 
i V S T V S 

l m p e 

SIGNVM 
ga N I M E D E S 
civ ITATI ET 
rie IBVS 
d. D 

. . . V\etedius j [Iu]stus | . . . p(uironus) (?) c(oloniae) (?) | signum | [Gan]iìnedes | 
[civ]itati et | [civ]ibus \ [d(onwn)] d(edit). 

11 cippo ci permette di restituire in modo esatto la lezione di un'epigrafe conser- 
vataci in forma arbitraria in un codice veronese di Marino Sanuto, del quale il Mommsen 
si servì per la sua edizione del Corpus (C. I. L., X, 4891). La lezione del codice vero- 
nese recava : C. Vekdius Iustus j y. p. e. I hoc Velcdias signum \ Ganimcdcs | cioitati 
et civiòus | dedit. 

S. AURIGEMMA. 



REGIONE I. — 87 — CONTORSI 



XIII. CONTURSI (Salerno) — Aoanzì di una villa rustica in contrada 
f Sainara » . 

La contrada « Sainara », posta a km. 8 di distanza dall'abitato di Contursi, è costi- 
tuita dal dorso di una collinetta che, nell'anfiteatro dei monti vicini e lontani dell'alta 
valle del Sele (Vallis Silari superar : C. I. .£., voi. X, pag. 47), gode all'intorno del più 
ridente dei paesaggi, e domina ingiù un'amenissima insenatura del fiume stesso. Avanzi 
di antiche costruzioni nel fondo indicato, cioè sullo spiazzo estremo della dorsale di 
quella collina, non che essere stati ivi notati altra volta prima di oggi, è certo invece, 
che dalla mano dell'uomo siano stati per lunghi secoli costantemente demoliti e rimossi 
per ridurre a cultura quella regione spoglia di vegetazione arborea e soggetta a dilava- 
mento continuo, per bonificare ed accrescere con assidua fatica Vhumus di quel suolo 
collinoso, costituito in gran parte dai detriti della sottostante roccia calcarea. Quelli 
che furono notati nell'estate in un fondo del sig. Angelo Raffaele Trotta, nascosti appena 
dai pochi centimetri di terreno vegetale, così faticosamente ottenuti per la cultura del 
grano, e quelli che ne emergono intorno per pochi centimetri in tratti di considerevole 
lunghezza, sono soltanto i sicuri avanzi, non ancora dispersi in tutto, di una villa rustica, 
romana, risalente al I— II scc. dopoCr. perfettamente isolata, ed occupante in origine 
con i suoi annessi un'area totale di circa m. 100 X 30, che è stata ora parzialmente sag- 
giata in varii punti, sotto la direzione del signor A. Filomarino. Dove qua e là notansi 
tratti di muratura profondarsi al disotto del suolo, trattasi di evidenti opere di sostru- 
zione, richieste dalla discontinuità della roccia generalmente affiorante. Di tutta la 
pianta della villa rustica, che forse potrebbe essere in gran parte determinata con uno 
scavo metodico, lasciansi riconoscere principalmente oggi due pavimenti musivi degli 
ambienti del bagno privato ; il fondo di una vasca rettangolare (o serbatoio di acqua), 
larga m. 2 X 6, rivestita di intonaco di cocciopesto ; un tratto di fogna di scarico, larga 
m. 0,45 (piedi rom. 1%), ricoperta con una serie di tegole in due pioventi, scorrente 
nel sottosuolo ; e, poco oltre, alcuni tratti di pavimento di altri ambienti più rustici, parte 
in opus spicatum, di terracotta, e parte in cocciopesto. Mercè un vialetto in dolce pendìo, 
sviluppantesi nell'antichità attraverso un interposto giardino, è da credersi si perve- 
nisse una volta dalla villa alla prominenza estrema del poggio, là dove ergonsi ancora per 
un'altezza di m. 0,60 i robusti e solidi avanzi di un belvedere (o loggia coperta) di m. 5 
di lato, di cui nel perimetro esterno vedonsi ancora conservati pochi blocchi dell'origi- 
nario rivestimento di travertino bianco, e nell'interno restano considerevoli parti del 
pavimento di calcestruzzo ricoperto di cocciopesto. 

Dei due pavimenti musivi avanti menzionati, e le cui tessere sono in media di cm. 1 
di lato, solo l'uno, in parte sterrato, mostra il suo fondo uniformemente bianco circon- 
dato da una fascia perimetrale nera ; l'altro, di m. 7 X 6,53, è parimente a fondo bianco, 
ma è in primo luogo fasciato intorno intorno da tre cornici lineari nere, e contiene al 
centro un quadro di m. 1,75, di buona esecuzione, composto con tessere di marmi policromi 
(verdi, nere, gialle), e di terracotta (rosse). Dalla periferia al centro il quadro è circon- 



CONTORSI — 88 — REGIONE I. 



dato: a) da una cornice esterna, risultante di quattro listelli (nero, giallo, verde, rosso); 
b) da una greca ad elementi rettilinei, nera ; e) da una cornice verde. In quest'ultima, 
ponendosi a guardare da un lato, vedonsj ritratti a colori : un cavallo marino verde, 
associato al tridente, natante a sin. ; al disotto una aragosta giallo-rossa. Guardando dal 
lato opposto, vedonsi: un altro cavallo marino verde, natante a sin.; al disotto un dei- 
tino rosso. Il musaico figurato così descritto sarà distaccato, probabilmente a cura del 
municipio e per lodevole iniziativa del eh. mo sig. sindaco, avv. Kosapepe, il quale in- 
tende col musaico stesso, ed i frammenti (in prevalenza di terracotta) raccolti nel fondo 
Trotta, costituire il primo nucleo di una collezione locale alla quale possano affluire in 
seguito altri monumenti illustranti la storia della contrada, Tra quei frammenti, custo- 
diti attualmente in un armadio dell'aula consiliare, potei notare parecchi avanzi di 
tegole con un bollo nuovo, a quel che pare, non trovandone menzione nel voi. X del 
C. 1. L. : 

M FLAVI 

Esso in un caso solo si mostra in una redazione più completa: 

M -FLA/I • OT 

Su di un grosso frammento di dolium notai, graffita in grosse cifre (mancanti 
a sin.), l'indicazione della capacità (in anfore): 

XXIIIS 

I rimanenti sono piccoli frammenti di vasi aretini e di vasi di vetro ; qualche pezzo 
d'intonaco parietale colorato ; elementi di una cornicetta di stucco stampigliata, a ri- 
lievo ; mattonelle di terracotta dell'opus spieatum già di sopra mezionato. 

Ad l km. di distanza a monte della contrada Samara, nella località detta Fosso del 
Palazzo, visitai col sig. Filomarino una cava di ottima argilla (soggetta a sfruttamento 
da secoli moltissimi, come lo è tuttora), nelle cui vicinanze non mancano detriti e fram- 
menti di tegole romane, qualcuna col bollo già riportato ; e, ad eguale distanza circa, 
ad oriente ed a valle della contrada Sainara, nella masseria Tavoliere, là dove il suolo 
notasi cosparso di detriti di tegole per un largo raggio, assistetti per poco al cavamento, 
che un contadino andava facendo, di frammenti di tegole romane da un considerevole 
deposito del sottosuolo, denunziente ivi la presenza o la vicinanza di fornaci figuline 
rimaste attive nell'età imperiale. 

II. Della Corte. 



REGIONE Ili. — 89 — REGGIO DI CALABRIA 



Regione III (LUCANIA ET BRUT TU). 

XIV. REGGIO DI CALABRIA — Nuove scoperte in città e dintorni. 

Nel « Bollettino della Società calabrese di storia patria » (') diedi già conto del'e 
numerose scoperte da me segnalate nella città e nei dintorni di Reggio durante gli anni 
1911-1913, quando cioè, per incarico del Ministero, su proposta caldeggiata da' com- 
punto prof. Luigi Savignoni e sostenuta dal' a R. Soprintendenza agli scavi di Calabria, 
prestai assidua e non infruttifera — credo ameno — vigilanza agli scavi edilizi della 
città stessa. 

Della pubblicazione, apparsa in varie puntate, stimai necessario, nell'interesse della 
scienza, far largo omaggio ai dotti, e vi compresi pure quant'altro posteriormente alla 
mia missione mi era stato dato osservare in materia di scoperte dentro e fuori Reggio. 
Vi ricordai altresì ciò che avevo già prima segnalato in questo medesimo e in altri pe- 
riodici. Ritengo utile, ora che il detto Bollettino ha cessate le sue pubblicazioni, infor- 
mare qui stesso delle nuove scoperte che ho avuto tuttavia modo di notare nei ristretti 
limiti di mia osservazione ( 2 ). 

. 
I. Vie Fatamorgana-Torrone. 

Nel decorso anno, all'incontro di queste due vie, praticandonsi gli scavi, per le fon- 
dazioni della casa del'avv. gr. uff. Eugenio Foti, furono rinvenuti i seguenti due pezzi 
di scultura romana e di buona epoca, probabilmente appartenenti a sarcofagi, e utiliz- 
zati in seguito nella copertura d'un corso di acque nere ( 3 ) : 

1) Frammento di lastra in calcare duro, compatto, a grana fina, di cave probabil- 
mente locali, raffigurante Achille sul carro, al quale egli, baldanzoso e trionfante, tra- 
scina legato il cadavere di Ettore, dinanzi alle mura di Troia, tenendo in alto il braccio 
sinistro, reggente lo scudo, e sferzando i veloci cavala. Su le dette mura stanno, a sini- 
stra, Ecuba o Andromaca, sparsa la chioma e con la mano destra davanti al petto ; 
dall'altra parte, Priamo ed uno dei suoi figli, entrambi inclinato il capo verso il lato si- 
nistro : l'uno, il giovine, appoggiandolo su la mano destra ; l'altro, il vecchio, sul corpo 



(') II (1918), n. 1-2, p. 21 sgg. ; III-IV (1919-1920), n. 1-3, p. 4 sgg., n. 4-6, p. 78 sgg. ; n. 7-12 
p. 166 sgg. Quivi stesso — II (1918), n. 1-2, p. 21 — ebbi ad avvertire, che quanto nei varii fascicoli fu 
pubblicato, venne desunto da rapporti in diverse epoche inviati al Ministero per l'inserzione in queste 
stesse Notizie, dopo averne riferito mensilmente, com'era mio dovere, alla Soprintendenza archeo- 
logica calabrese, dalla quale allora dipendevo. Tali rapporti furono poi, a richiesta, ceduti alla locale 
Società calabrese di storia patria, ed ecco perchè apparvero nell'organo ufficiale di essa. 

(*) Avverto che, pure in questo rapporto, seguirò l'ordine topografico indicato nel Bollettino di 
storia patria, ossia procederò dal nord verso il sud della città. 

(•') Devesi alle amorevoli cure dell'ing. Giacomo Foti, molto rispettoso delle antichità, se i due 
pezzi furono risparmiati dalla distruzione e messi da parte per il Museo civico. 

Notizie Scavi 1924 — Vol. XXI. 12 



REGGIO DI CALABRIA 



— 90 — 



REGIONE III. 



del primo. 11 vecchio medesimo ha la mano destra sul petto, come la donna. Della figura 
di Achille conservas' la parte dalle anche in su, e, sebbene nulla vedasi stringere nella 
mano destra protesa, pure in essa è da imaginare Un'arma, e forse con questa anche le 
redini dei cavalli. Di questi rimangono soltanto la testa col collo in uno, la sola testa nel- 
l'altro, mentre mancano completamente il carro ed il corpo di Ettore. Su la parte supe- 
riore corre un fregio di stile ionico. Misura m. 0,70 X 0,52 X0,18 (fig. 1). 





Fio. 1. 



Notevole soprattutto nel presente pezzo la figura vigorosa, movimentata ed espres- 
s'va, di Achille, il quale [alla medesima guisa che nella poesia greca (') ed in atteggia- 
mento simile a quello di altre rappresentazioni artistiche meglio conservate ( 2 )], già vio- 
lentemente lanciatosi come sparviero su colomba, o com'aquila nera, battagliera, sul 
caro figlio di Apollo, e vintolo, ne trascina ora il corpo esanime, agitante la nera chioma 
intorno al capo leggiadro, coperto di polvere, lungo il corso curvo, con la sua orma trac- 
c ato, dinanzi alle mura di Troia ; mentre egli, il vincitore, vola, con voce terribile grida, 
e di sangue segna i prati ed i campi incolti, e mentre i parenti di Ettore, dall'alto delle 
mura, piangenti e disperati, assistono al triste spettacolo. 

2) Frammento marmoreo raffigurante la parte anteriore di un Tritone o Centauro 
marino, a zampe equine, sul dorso sostenente una Nereide, della quale non conservansi 
altro se non il braccio destro con la relativa mand a lui cingenti il collo, ed un lembo del 



(') II. XXII, 138 sgg. : Lyeoplir. 258 sgg.; ved. pure Aen. I, 483 sgg. 

(') (ir. perii mito di Ettore nella letteratura e nell'aite Roscher, Lexicon, I, 2, col. 1910 sgg. 
Vedi, Ira le rappresentazioni a rilievo riprodotte dal Reinach, Rép. des reliefs, I, p. 69 sg. ; II, 
pp. 122 sg. 522, III, p. 397. soprattutto la prima (p. 70, n. 2), alla quale, sebbene molto più movimen- 
tata ed espressiva, s'avvicina maggiormente la nostra per la figura di Achille e dei cavalli. 



REGIONE III. — fll — 



REGGIO DI CALABRIA 



manto che cade dalla parte interna. Egli regge un remo inerte, appoggiato su la spalla 
destra. Della testa, conservasi, molto danneggiata, la sola parte posteriore, attorno alla 
quale notassi residui dell'ampia chioma e della larga barba. Misura m. 0,695 x 0,67 X 14 
(fig. 2). 

Abbiamo in questa figura la contaminazione del Tritone vero e proprio con l'Ippo- 
campo, designato col nome di Ix^t'oxàrtai'oo;, del quale in Tzetzes ad Licophr. 34. 




Fig. 2. 



Tale figura apparisce dal IV sec. in isvariate funzioni decorative presso numerose scene 
di monumenti, anche funebri, tanto in Grecia, quanto in Italia, e specialmente in Etru- 
ria. Tra i sarcofagi sono quelli recentemene scoperti negli ipogei presso il km. IX di via 
Trionfale in Roma, editi in questa stesse Not'zie, 1922, pag. 439 sgg., fig. fi sgg. 

IL Vie Fata Morgana-Marina alta. 

All'angolo sud di via Fata Morgana -Marina alta, negli scavi per le fondazioni di 
casa Guarna, riapparvero resti di tenne e di un mosaico a bianco e nero, che la Dire- 
zione del locale Museo civico segnalò subito alla R. Soprintendenza archeologica per 
la Calabria, con sede in Siracusa, la quale provvide a spe.-;:» proprie alla rimozione ed allo 
acquisto del mosaico stesso. Questo risulta oggi ricomposto da parecchi pezzi nella massa 
unica congiunta a cemento per opera del sig. Pietro Gervasi che condusse le operazioni 



REGGIO DI CALABRIA 



— 92 — 



REGIONE III. 



di trasporto da un luogo all'altro noi medesimo cortile del R. Istituto Magistrale, dove 
temporaneamente il pavimento venne deposto ('). 

La scena, sufficientemente movimentata, è quella di una lotta ; e il disegno delle varie 
figure, se nella parte superiore riesce, generalmente, piuttosto trascurato, viceversa nel- 




Fig. 3. 



l'inferiore, e specialmente nelle gambe dei personaggi, apparisce bene eseguito. Vi sono 
in alto residui di iscrizioni greche indicanti — com'è da credere — i nomi dei lottatori, 
ed oggetti ad essi appartenenti. Mi asterrò qui da qualsiasi esame, perchè del detto 
pavimento e del resto dello scavo riferirà la R. Soprintendenza archeologica. 



III. Corso Garibaldi-Traversa Liceo. 

Negli scavi per le fondazioni del nuovo palazzo di proprietà del sig. Paolo Vilardi, 
su l'angolo del corso Garibaldi e della salita Liceo, sono stati avvistati dei residui di 

(') La ricomposizione dei pezzi, pur troppo, non è perfettamente eseguita ; ad ogni modo, la 
veduta d'insieme s'intuisce bene. L'intera massa misura m. 3.65 x 5.50. Mi piare qui segnalare il 
concorso morale ed economico prestato dal municipio e dal Museo civico che ne dipende, nelle operazioni 
non lievi e non facili di questo trasporto. 



REGIONE III. — 93 — REGGIO DI CALABRIA 

sostruzione a mattoni con la marca «fANOVC). Ne ho scelto alcuni esemplari pel Museo 
civico locale, che misurano m. 0,405 X 0,33 X 0,09. 

A monte dello scavo, a distanza di circa 15 metri da detta sostruzione, fu raccolto 
dagli operai, tra sabbia e brecciame, a circa metri 5 dal livello della strada soprastante 
(la nuova Tommaso Campanella), il busto marmoreo muliebre che vedesi a fig. 3. 
e che, posto al sicuro, venne donato al medesimo Museo civico. Di proporzioni maggiori 
del vero, esso, nudo sul lato sinistro — il solo esistente — del torace, fu così lavorato 
per poter essere congiunto al resto del monumento, che doveva essere coperto, ed era 
forse di materia e colore diversi. Ben conservato nel resto, manca del solo naso. Attira 
l'attenzione l'acconciatura dei capelli, ondulati su la fronte e raccolti a forma cilindrica, 
in uso dall'età di Traiano, importata forse dalla Spagna. Essi formano un groppo rial- 
zato dietro la nuca, dal quale, in alto, si dipartono anche due trecce che girano attorno 
la base del tutulus. Questo è coperto da reticella. I grandi occhi con la pupilla segnata, 
ed i tratti larghi e nobili del viso incorniciato dalla massa enorme dei capelli, indicano 
il carattere matronale della donna di cui qui abbiamo il ritratto. Probabilmente siamo 
davanti ad un busto funebre appartenente a qualche tomba, dov'era sepolta la defunta, 
e che, dopo la distruzione, precipitò giù nel luogo dove oggi venne isolatamente raccolto. 
Per la particolarità tecnica della pupilla segnata negli occhi, attribuirei il busto in parola 
ad età postadrianea (*). Misura in alt. in. 0,67. 

IV. Via Amalfitano. 

Lungo questa via, in prossimità dell'incrocio con via dei Bianchi, praticandosi i 
lavori di fognatura, fu rinvenuta negli sterri la minuscola antefissa arcaica, in terracotta 
a rilievo e dipinta, che vedesi a fig. 4. Notevoli, oltre al viso spiccatamente ovale e schiac- 
ciato, i grandi occhi coi bulbi schizzanti dall'orbita, le labbra tumide e semiaperte, 
il mento carnoso ed appiattito ; di più, il velo che scende dal capo su le spalle, ed un gio- 
iello che pende da un cordoncino cingente il collo. Entrambe queste particolarità spe- 
cialmente m'appariscono nuove in simili monumenti della plastica architettonica locale. 
Evidentemente questa antefissa apparteneva a qualche piccola edicola sorgente nelle 
vicinanze del luogo di rinvenimento. Misura in alt. m. 0,105. 

V. Prolungamento di vie Torrione ed Aschenez. 

Dalla demolizione del castello, a nord-est della città, pervennero al Museo civico 
il fusto di una colonnina calcarea, attorcigliata (alt. m. 0,0985), ed un capitello marmoreo 
a calathos, privo di abaco (alt. m. 0,44 ; diam. m. 0,38). La superficie di quest'ultimo è 

(') Già nota per Reggio : Kaibel, Inscriptiones It. et Sic, n. 2400 (26) ; ma nei due pezzi che con- 
servarsi al Museo civico l'asta orizzontale dell' A è spezzata, come nel caso presente. 

(*) Vedi quanto su tale acconciatura del capo e su la particolarità tecnica della pupilla, sopra 
accennata, osserva il Paribeni nella dotta relazione al tribunale civile di Roma « Sull'autenticità di 
una testa di bromo» [Ausonia, TX (1919), p. 123 sgg.], a cui rimando, anche perla bibliografia. E circa 
simili busti -ritratto in tombe, cfr. Baumeister, Denkmaler des Mass. Altertums, I, p. 28; Cagnat- 
Chapot, Manuel d'arch. rom., p. 519 sgg., fig. 290 ; Gusman, L'art décoralif en Rome, II, tavv. 83, 
116 ecc. 



REGGIO DI CALABRIA — 94 — REGIONE III. 



rivestita da foglie di palma, alle quali è sovrapposto, in tre file, il solito acanto a ner- 
vature verticali, diviso in cinque palmette a ventaglio, dalla superficie piatta leggermente 
piegata in avanti e tutta arrotondata in alto, con la fogliolina di mezzo, nella serie infe- 
riore, incurvata un po' più. Le palmette della fila superiore sono ridotte a quattro e col- 
locate ai quattro angoli : esse spuntano da un calice di loto o di giglio ('), quasi volendo 
tenere il posto dei caulicoli. Sebbene molto danneggiato ( 2 ), questo capitello — nuovo 




Fio. I. 



per me in Reggio — riesce interessante per la forma, affine a quella della serie accennata 
dal Dumi, Die Banlamst der Griech*., p. 347, fig. 331 sg. Di proposito mi occuperò 
di questo pezzo — che attribuisco, con la colonina, ad età ellenistico-romana — 
altrove, trattando di tutti i frammenti architettonici esistenti nel Museo civico 
di Reggio ( 3 ). 

VI. Prolungamento di vie Tribunali e Palamolla. 

Nel tratto di terreno compreso tra il prolungamento di via Tribunali ed il prolun- 
gamento di via Torrione, in prossimità del Duomo, negli scavi per le fondazioni della 

(') L'Orsi, in «(ueste Notizie, 1912, p. 201, fig. 2, ritiene essere di giglio un calice situile, in altro 
capitello ellenistico o romano; ma nel presente almeno, data la forma, credo che esso potrebbe essere 
anche di loto. 

( a ) Posteriormente è stato incavato alla base superiore per uso di pila,. 

() Per tale forma di capitello e per i suoi rapporti con l'Egitto e con Cipro cfr. D.mn, loc. cit. ; 
per l'acanto sul capitello, ved. l'interessante pubblicazione di Albizzati, Qualche problema su le 
colonne rutilane di S. Lorenzo Maggiore in Milano i Boll. (Carte del Min. , XIV (192)), p. 84 sgg., spe- 
cialmente p. 271 sgg. 



REGIONE III. — 95 — REGGIO DI CALABRIA 

casa di proprietà del sig. Carmelo Liconti, fu rinvenuto uno di quei serbatoi frequenti in 

Rhegiume già descritti in queste stesse Noi., 1883, ser. 3 a , voi. XI, p. 175 sgg., voi. XIII, 

p. 140 sg. ; 1 884, ser. 3 a , voi. XIII, p. 634 ('). Nella consueta forma d'imbuto capovolto 

e nel solito materiale di calcina e cocciopesto, presentava alla parte superiore un piccolo 

condotto, che si è riscontrato altre volte in serbatoi simili di Rhegium. Misurava circa 

m. 3 in alt. ed aveva uno spessore di cm. 4-5. 

Il primo illustratore, il benemerito mons. A. Maria De Lorenzo, ritiene che tutti 

questi serbatoi, i quali s'incontrano soprattutto nella parte orientale e meridionale 

della città ( 2 ) siano delle cisterne d'acqua, ma è possibile che l'uso sia stato promiscuo. 

Forma simile, infatti, hanno i granai, ed a Siracusa l'Orsi ha segnalati alcuni di 

questi (*). 

VII. In varh punti della città. 

In varie epoche, prima e dopo il terremoto, ed in varie località, dove una volta 
fu scavato ed oggi si torna a scavare per le fondazioni di nuovi fabbricati, vennero ritro- 
vati parecchi frammenti di vasi fittili a rilievo, rimasti quasi sempre inediti, e perciò 
sfuggiti all'osservazione dei dotti che non ebbero l'oppurtunità di visitare il locale Museo 
civico, dove essi sono raccolti. Stimo perciò opportuno riprodurre qui alcuni esemplari, 
aggiungendo due piccoli vasi interamente conservati, che per la loro particolarità meri- 
tano essere anche conosciuti. 

A) Frammenti arcaici : 

1) frammento di collo di nld-oi (volgarmente giarraì, decorato da un %oQÓg, 
dove si vedono tra quattro filetti — due sopra e due sotto — tre figure femminili intere 
ed a sinistra i residui di una quarta, tutte in chitone talare a maniche corte, con 
apoptygma e cintura alla vita, la testa e i piedi di profilo verso sinistra, il resto del corpo 
di tre quarti verso lo stesso lato, l'occhio di prospetto, i capelli a massa unica su la 
nuca, una corona tenuta dalla destra e dalla sinistra di ciascuna. La lavorazione 
è a stampo, la creta rossastra, ben depurata; la conservazione , buona. Misura 
ni. 0,65 X 0,175 (fig. 5); 

2) frammento di labbro di ót'ffxog, o piatto, che reca pure a stampo le figure di 
due bighe correnti, intere, ed i residui di una terza a sinistra, ridotta a metà, ognuna 
guidata da auriga. L'argilla pure rossastra, ben depurata; la conservazione è piut- 
tosto buona. Misura ni. 0,06 X0,16 (fig. 6). 
B) Frammenti tardi : 

1) tre appendici di braciere recanti i soliti motivi : nel primo, grossa testa bar- 
bata ad alto rilievo ( 4 J ; nel secondo, palmetta sotto, viticci sopra ; nel terzo, piede di 

(') Vedi pure Le scoperte archeologiche di Reggio Cui., I, p. 14, sgg., IT, p. 1 sgg. E per altri esempi 
di cisterne nei dintorni della città cfr. Notizie, 1883, ser. 3", voi. XT. p. 638 sg. : Le scoperte areh. T, p. 24 ; 
Putortì, Neapoìis, II, I, p. 100, nota 3. 

(-) Cfr. pure Carbone Grio, Rivista storica calabrese, 1902, p. 168. 

( ) Cfr. Notizie degli scavi, 1891, p. 389, sgg. ; e, di piti, Darembcrg, Saglio- Pottier, Dictionmire, 
II, p. 1651, 2 seg. È rimasto alla Soprintendenza il compito di esplorare internamente il 
nuovo serbatoio di Reggio. 

(■) Di tali bracieri leggo in Notizie. 1892, p. 489, che due vennero ritrovati su le alture della 
Reggio-Campi. 



REGGIO DI CALABRIA 



— 96 — 



REGIONE HI.*} 



animale, con artigli, fra volute. L'argilla nel primo è di un colore rosso cupo ; negli altri 
due, di color grigiastro. Alt. m. 0,115, m. 0,14; 

2) diciassette frammenti di terracotta sigillata di cui alcuni sono riprodotti nelle 
figg. 7 e 8: 1-5) Parte superiore di askoi attraversata da piccoli buchi, con Gorgoneion, 




Fio. 5. 



di tre quarti a destra ; vernice nera, svanita quasi in tutti i pezzi; diam. m. 0,070, 0,057, 
0,067, 0,072, 0,062. 6-8) Fondi di.'coppe pure con Gorgoneion, di tre quarti verso destra 




Fio. 0. 



(n. 6), o verso sinistra (n. 7), o di prospetto (n. 8); vernice nera diluita, tranne il n. 6, 
che ha il medaglioncino in rosso, ed il n. 8, che ha nella parte posteriore una zona fasciata 
del colore dell'argilla : diarn. m. 0,042, 0,048. 0,062. 9) Fondo di coppa con parte del 
piede ed in mezzo il medesimo Gorgoneion di tre quarti a destra, dalla chioma più ampia; 
vernice nera, diluita, tranne, intorno al medaglioncino, un cerchio rosso-sanguigno fra 
un altro cerchio di colore biancastro, oggi svanito, e un giro di foglioline di quest'ultimo 
colore, anche svanito ; sui residui del ventre due tratti di cerchi, di colore biancastro 
l'uno, rosso-sanguigno l'altro; conservate anche una fascetta all'attacco del piede 
e tutta la parte posteriore del piede stesso ; l'esterno del ventre è decorato a fitte e sot- 



Regione iìi. 



97" — 



REGGIO DI CALABRIA 



tili scanalature : diam. m. 0,120, alt. m. 0,055. 10) Fondo di coppa con testa di un 
Sileno dai grossi baffi e dalla barba fluente, vernice nera metallica, sulla quale, attorno 
al mcdaglioncino, corrono un filetto biancastro ed un altro rosso-sanguigno ; sui residui 
del ventre, due foglioline incise nella terracotta; diam. m. 0,054. 11) Idem, con la 










Pio. 7. 



mascheretta di un Sileno: vernice nera metallica quasi del tutto svanita; diam. 0,30. 
12) Fondo di coppa su piede, con la parte superiore della testa di Athena di prospetto, 
dall'elmo a triplice cimiero, con decorazione simile al n. 9, ma con altra fascetta rispar- 
miata su l'orlo del piede stesso e con una fascia nera su la parte sottostante di questo ; 
diam. m. 0,060, alt. ni. 0,038. 1 3) Fondo di coppa con Dionysos giovine in piedi, nudo 
di tre quarti verso sinistra, che accarezza con la destra la pantera ; egli si appoggia 
con l'altra mano ad un sostegno, sul quale è deposto un tessuto scendente a pieghe, veri- 
: imilmente il mantello di lui, e dietro al quale è il tirso (il medaglioiicino è dipinto in 
giallo, quasi a smalto ; intorno corrono un filetto nero ed una fascetta rosso-sanguigna; 
la parte opposta lasciata del colore dell'argilla; diam. m. 0,066. 14) Idem, con due gio- 
vani che rapiscono due fanciulle (ratto delle Leucippidi) : attorno al medaglioncino 

Notizib Scavi 1924 - Voi. XXI. 13 



REGGIO DI CALABRIA 



- 98 - 



REGIONE HI. 



due filetti come nel numero precedente, però quasi svaniti ; vernice nera, molto diluita : 
diam. in. 0.102. 1 6) Idem, con il medaglioncino di fanciulla che abbraccia e bacia un efebo 
nudo ; dietro di lui un'altra figura maschile di fanciullo nudo, che non si discerne bene, 
e che parrebbe in atto di spingere il primo verso la fanciulla (forse Eros) ; vernice rosso- 
sanguigna, quasi del tutto svanita; diam. in. 0,072. 16) Idem, coni busti di una fanciulla 




Fio. 8. 



e di un efebo, incoronati, che si baciano ;, vernice nera metallica; diam. ni. 0,057. 
17) Idem, con la testa di Alessandro Magno a destra: attorno corre un meandro tra un 
filetto sotto e due sopra; all'attacco del piede corre una fila di palline rotte a metà: 
argilla finissima di color giallo, ed ottima conservazione (diam. m. 0,075; fig. 8). 
I due vasetti su accennati, e d'età pure tarda, sono : 

1) vasetto configurato, munito di anello laterale, con l'imagine di un piccolo etiope 
accoccolato su la sua brocca. Questa lasciata nel colore dell'argilla, il resto in nero, tranne 
i riccioli dei capelH e il cercine che li cinge, lasciati pure del colore dell'argilla, nonché 
le unghie della mano dipinte in bianco ; ottima conservazione. Alt. in. 0,06 (fig. 9) ; 

2) urna cineraria munita di tre protomi di grifone e di coperchio a manico alto 
e desinente in bottone per presa, priva di piede. Sembra che originalmente fosse dipinta 



REGIONE III. — 99 — REGGIO DI CALABRIA 



tutta in rosso, del quale colore si osservano larghe tracce qua e là. Alt. col coperchio 
m. 0,385, diam. della bocca m. 0,20 (fig. 10). 

Meritano essere rilevati i primi due frammenti a stampo, non solo per la loro ar- 
caicità, ma anche per la loro rarità in queste regioni ('); i frammenti di terracotta sigil- 




Pig. 9. 



lata col ratto delle Leucippidi consenzienti (del quale, così come è espresso nella lette- 



(') Il primo ritrovato in via Aschenez in terreno di proprietà Barilla (De Lorenzo, Notizie, 1883, 
ser. 3 a , voi. XI, p. 539, Le scoperte archeologiche di Reggio-Cai., I, p. 26 seg.) ; il secondo erratico. Quale 
specie di danza sia quella espressa nel primo non è facile desumere. Potrebbe pensarsi forse ad una danza 
sacra in relazione con le stesse feste rituali che annualmente celebra vansi, in Reggio ad onore di Apollo 
ed Artemis, ai quali erano pure dedicate le danze : tanto piti che il sito della scoperta apparirebbe una 
stipe votiva. Vedi, per tali feste in Reggio, quanto io stesso ho già accennato in Rilievi inscritti di Reggio 
[«Rivista critica di cultura calabrese», T (1921), 1, p. 116: e, per le danze sacre alle medesime divinità, 
Daremberg-Saglio-Pottier, Dictionnaire, IV, 2, p. 1034 ; mentre a pagina seg., fig. 6060, è una rap- 
presentazione di danza arcaica — parte di quella sul vaso Francois — che per i personaggi fem- 
minili riprodotti ed il modo come tutti si tengono per mano, presenta analogia con la nostra 
di Reggio Alla medesima pagina è una rappresentazione di altra danza, ma di età più tarda, 
dove pure si vedono dei personaggi con in mano delle corone. Utile riesce nel medesimo Dictionnaire 
l'intera lettura dell'articolo relativo (Saltatio). Per esempi di rappresentazioni affini a quella del o"iaxo( 
su pezzi a rilievo arcaici, cfr. Kekulé, Die Terrakotten voti Sizilien, p. 49, fig. 105. 

I due frammenti si aggiungono ai pochi e rari pezzi a stampo conosciuti finora come provenienti 
da queste estreme regioni d'Italia: ved. Duhn, Antichità greche di Cotrone, del Lacinio e di altri siti 
del Brezio, in Notizie degli scavi, 1897, p. 357 seg., per due altri frammenti da Colle Mauro, presso 



REGGIO DI CALABRIA 



— 100 — 



REGIONE III. 



ratura e nell'arte, mi sono recentemente occupato in Rivista Indo-greco-italica 1922 (') 
ed al quale rimando), e con la testa di Alessandro Magno nella nota imagine delle monete 
di Lisimaco e dei cammei della Bibl. nat. de Paris, più che dei medaglioni di Abukir ( 2 ) ; 




Fio. 10. 



il vasetto col piccolo etiope, di una naturalezza straordinaria, e raro anche in queste 



S. Mauro Roggiano, stazione nelle vicinanze di Sibari ; Orsi, Caulonia, col. 893 sg. (= 213 sg. 
dell'estratto), fig. 131, per un frammento ritrovato a Caulonia stessa ; e Putorti, Acquisti del Museo 
Civico di Reggio, in « Bollettino della Società calabrese di storia patria », ITI (1918), n. 1-2, p. 26. per 
un altro pezzo ancora proveniente da Locri ; mentre per quelli arcaici e posteriori di altre località, 
ved. Mirone. Ceramisti sicelioti, « Miscellanea di studi sicelioti ed italioti in onore di P. Orsi », p. 60 seg.: 
ivi bibliografia precedente. 

(') VII (1923), I-II, p. 9L sgg. 

( 2 ) Per le monete di Lisimaco efr. Imhoff-Bliimncr, Portràtkopfe auf Munzen hellen. und 
hellenist. Volker, t. II, 3. Pei cammei della Bibl. nat. ved. Babeion, n. 223 e specialmente il n. 224, 
che con la testa del nostro frammento « sembra abbia molta affinità pel profilo (particolarmente della 
linea del naso), per la disposizione della capigliatura e per l'andamento del corno visibile» come ap- 
punto scrive il prof. Minto in lettera, a me diretta, del 30 giugno 1921 (circa i cammei stessi e le mo- 
nete cfr. quanto osserva il Koepp in 52" Winkclmannsprogramm, 1892). Per i medaglioni di Abukir, 
ved. Delbrùck, Antike Portràls, p. LXII, n. 60,(1-4). Per l'iconografia d'Alessandro Magno riesce utile 
quanto leggesi specialmente in Schreiber, Studien ùber d<is Bildniss Alexanders des Grossen, Leipzig, 
1903 ; Bernoulli, Die crhaltene Darstelhmgen Alexanders des Grossen, 1905 ecc. : ivi bibliografìa. 



REGIONE III. — 101 — REGGIO DI CALABRIA 



regioni (') ; ed infine l'urna cineraria, unica nella forma e nella funzione descritte anche 
quaggiù, e forse non comune altrove ( 2 ). 

Vili. Nei dintorni di Reggio. 

I. Sepolcro arcaico a cremazione, nella borgata S. Gregorio. — Nel comune di Gal- 
lina, borgata S. Gregorio, contrada Carrera, alcuni anni addietro, dissodandosi, per la 
piantagione delle viti, lin terreno a pendio, sovrastante un vallonello, e di proprietà 
dei sigg. Pietro Romeo e Consolato Cicciù, venne ritrovato un cratere nero ( 3 ) inte- 

(') Rinvenuto dentro un serbatoio, simile a quello su descritto, presso i fianehj della collina del 
Salvatore, sovrastante alla città, dove s'erano già verificati altri ritrovamenti :>I}e Lotejizà, Notizie, 
1885, ser. 4», voi. I, p. 602 ; Le scoperte arch. II, p. 10. Per un tipo molto simile, ved. Wiilte'j/iWe Typen 
des figurlich. Terrakott.il, p. 450. n. 5. Cfr. pure Reina eh e Pottier, Lanécropolede Myrina, p.484 sg. Per 
ogni specie di vasi a rilievo ved. la parte riflettente all'art. Vaso, nel Dizionario del Daremberg. 

(*) Credo che tale urna provenga, se non dalle alture della Reggio-Campi, dove si dice siano 
state in passato rinvenute delle urne (Not. 1892, p. 488). certo dalla borgata S. Caterina, dove si riferisce 
che furono rinvenute delle « tombe (sic) con tre anse libere a testa di Grifone » [Rii>. st. cai., X (1902), 
p. 114]. Quanto alla forma, ricordo l'analoga e coeva in fittili del Fusco, di più piccole proporzioni, non 
ancora, per quanto a me risulti, definitivamente spiegati dall'Orsi, Notizie, 1897, p. 479 sg., fig. 12. Essa 
ha affinità con quella dei noti lebeti ed urne etnische (p. es. Martha, Art étrusque, p. 107, fig. 99 
e p. 464, fig. 301 ; Milani, Il R. Museo arch. Ai Firenze, I, p. 222, e II, tav. LXXI; cfr. pure Notizie, 
1896, p. 313, fig. 28), e delle note urne romane (p. es., Piranesi, Raccolta di vasi antichi, p. 66, n. 2), 
oltre che con quella di egualmente conosciuti vasi greci, ai quali i primi sono raffrontati dal Martha 
stesso (ibid., p. 107, nota 2) e, ultimamente, dal Karo (Mitili, des deutsch. arch. Inst., Ath. 
Abth. XXXXV, 1920 p. 138 sgg. ; quivi bibliografia prec). Per il caso di Reggio, credo ad influenza 
diretta dalla Grecia propria ed a sopravvivenza di forma fino a tarda epoca. Per simile influenza in 
altro territorio della Magna Grecia, cfr. il piccolo lebete con protomi di grifoni, nella tavoletta votiva 
di Taranto riprodotta dal Petersen Mitili, des kais. deutsch. arch. Inst., Abth. XII (1897), p. 112 sgg., 
fig. 1, n. 1. 

Dei frammenti di terracotta sigillata, noto che a quelli esistenti da tempo nel Museo di Reggio 
non si accenna dal Pagenstecher, Die Calenische Relief Keramik in » Jahrbuch des k. d. arch. Inst. », 
1909, e Catena, ib., 1912. Per esempio di impressione di medaglioni su tale ceramica cfr., fra gli altri, 
Cabrici, Cuma, II, col. 703 : richiamo ad opere precedenti. Quanto alle appendici di braciere cfr. ciò 
che in proposito, fra gli altri, osservasi dal Walters, History of ancient pottery, I, p. 104 seg., tav. IV, 
figg. 2 e 5 ; Catalogne of the terracotlas in the British Museum, Introd., p. XlX seg. e p. 290 segg. 
Che altri frammenti di grossi vasi a rilievo siano stati rinvenuti nei tempi passati in Reggio stessa si 
dedurrebbe da quanto dichiara il medesimo De Lorenzo, Notizie, 1883, ser. 3», voi. XI, p. 176 ; 
Le scoperte archeologiche, I, p. 13. 

( 3 ) Argilla bruna, nero-lucida all'interno ed all'esterno, tranne la parte sottostante delle anse su- 
periori, conservata nel colore dell'argilla ; all'attacco del piede, una fascetta risaltante. Misura in al- 
tezza m. 0,575 ; nel diam. della bocca m. 0,51. La forma è quella del Pottier, Corpus vas. ant., Louvre, 
III, D e, tav. I, n. 1 sgg. In questa nuova pubblicazione l'A. dichiara di conservare per questi vasi 
la denominazione di stile laconico o cirenaico, perchè il problema posto per essi non è ancora risoluto, 
e d'altra parte potrebbero esservi state due fabbriche, l'ima in Laconia, l'altra in Cirenaica. Quivi 
stesso è riportata la bibliografia, alla quale rimando. Credo intanto necessario far sapere, nella presente 
nota, che presso il Museo civico di Reggio conservasi una ragguardevole raccolta inedita di minuscoli 
crateri congeneri, coevi e posteriori al primo. La differenza è soltanto nelle anse, le quali negli ultimi 
sono semplici, invece che doppie, e nella vernice che generalmente presentasi non in quel nero che si 



REGGIO DI CALABRIA — 102 — REGIONE III. 



ramente verniciato, con dentro le ceneri del morto, che furono disperse, e di più 
un anello d'oro ed un manico di patera configurato, di bronzo, i quali, naturalmente, 
furono raccolti e conservati insieme coll'anfora stessa. Gli oggetti recuperati dal 
Museo civico, sono stati ad esso dal Ministero affidati in deposito, su proposta del 
Soprintendente agli scavi prof. Orsi, che già per l'anello aveva emanato la notifica 
d'importante interesse al sig. Romeo predetto. 

L'anello (fig. 1 1), dal cerchio tondo e massiccio, reca incisa — come vedesi dall' in- 
grandimento dato alla fig. detta - sul castone ovale una figura muliebre alata, di tre 
quarti verso sinistra, vestita di chiton e d'himation, sollevante 
con la destra un lembo del chiton stesso e reggendo con l'altra 
mano, anche protesa, un ramo d'ulivo o di lauro. I capelli, a 
massa unica, raccolti su la nuca, sono cinti da tenia, e l'abito 
ed il portamento della figura richiamano i tipi femminili votivi 
del V secolo. Ciò che più mporta notare in questa figura è il 
doppio paio di ali di cui essa è fornita (l'uno piantato sugli omeri, 
di profilo; l'altro sui fianchi di prospetto: in entrambi con le 
estremità ricurve). Evidentemente ci troviamo davanti a un pro- 
dotto industriale, di fattura finissima, derivato dall'arte ionica; 
Fi Q - 11. e forse, più che (lavanti all'imagine diKike, siamo di fronte a quella 

di Athena-Fike, del quale soggetto mi sono io stesso, a proposito 
di un altro anello reggino, occupato in Neapolis, I, 2, p. 128 e seg., a cui rimando, 
anche per la bibliografia precedente ('). Diam. int. m. 0,119, est. m. 0,125; peso gr. 17. 
11 manico di patera è rappresentato da una delle note figure efebiche all'impu- 
gnatura, e da quella di un cane superstite all'attacco del lato sinistro. Molto espres- 




osserva sul grande vaso — cosa potuta dipendere da ragioni varie — e non ricopre sempre l'intera 
superficie di ogni pezzo. Penso (e non da ora) per tutti questi vasi (come per altri raccolti nel locale 
Museo civico stesso, nella presente nota ed altrove descritti, oppure ancora sconosciuti) alla possibi- 
lità di fabbriche già esistite sul posto, ricco di terreni argillosi, nel medesimo modo avvenuto per le 
magnifiche terracotte ed i rinomati laterizi, abbondantemente e sicuramente prodotti in Reggio. Anche 
il dott. Rumpf, il quale testé ha visitato il nostro Museo civico, e mi hi segnalato altri pezzi simili al 
sopra descritto cratere, siccome conservati nella vicina Sicilia ed altrove, così pensa. Di più, a propo- 
sito di fabbriche ceramiche in Reggio, oggi un altro giovine dotto straniero, che pure ha testé visitato 
le raccolte locali (il dott. Langlotz), manifesta l'opinione che l'abbondante produzione dei vasi calci- 
desi, rappresentata da circa duecento frammenti diversi presso il Museo civico reggino (i più insigni 
sono i due da me già illustrati in Rivista indn-greco-italica, Ioc. cit.), sia avvenuta sul luogo stesso. Egli 
vi trova particolarità di stile comune anche alle terracotte ed alle monete locali, oltre che particolare 
maniera di ornamentazione. Certo è che, rispetto alla produzione cretacea vascolare, Plinio sognala 
insieme, per l'Italia meridionale, due città, già di fondazione calcidese (Reggio e Cuma), nel noto p:isso 
della N. H. XXXV, 46, 5 (ed. Firmin-Didot), che dice : « Nobilitantur iis oppida quoque ut Regium 
et Cumae ». Il che potrebbe confermare l'ipotesi a favore di Reggio, che quivi non solo in epoca tarda, 
ma anche precedentemente sia potuta fiorire un'industria indigena vascolare. A ogni modo, la questione 
merita essere convenientemente studiata, e sarebbe grande conquista per la scienza, se essa potesse 
venire risoluta a vantaggio di un centro, per altre ragioni, notoriamente evoluto molto nell'antichità. 
(') Cfr. pure Macchioro, Dionysia&i, Estrattò dagli « Atti della R. Accademia ardi. lett. belle 
arti », nuova serie, VI (1917), p. 25 sgg. 



REGIONE III. — 103 — ROSARNO 

sivo quest'ultimo, con la riproduzione finanche del collarino. La parte rispondente al- 
l'attacco è ripiegata in giù, per l'azione prodotta dal fuoco, che, per altro, ha danneggiato 
alquanto l'intera superficie ('). Misura in alt. m.0,17. Assegno tale sepolcro ai principii 
del sec. V. 

IL Sepolcro ad inumazione nella borgata S. Caterina. — In questa borgata, pra- 
ticandosi gli scavi per la variante della ferrovia, fu incontrato un primo gruppo di 
sepolcri, che, all'infuori di uno, rimasero devastati. 

Avvertito dallo stesso impresario dei lavori per assistere all'esplorazione di que- 
st'ultimo sepolcro, mi recai sul posto e constatai, che esso consisteva in un'ampia cassa 
di grossi mattoni, coperta da tre paia di grandi tegole, che erano in parte cadute dentro 
ed in parte fuori della tomba. Di queste tegole le coppie estreme erano congiunte e ter- 
minanti in frontone. Le tegole esterne medesime erano internamente rinforzate da 
sostegni d'argilla triangolari, e tutte recavano presso gli orli inferiori un incastro per 
la perfetta adesione alla cassa. 

Dentro vi notai il solo scheletro, e nel campo degli scavi qualche capitellino fittile 
corinzio, di quelli soliti a ritrovarsi in sepolcri reggini, che fu donato al Museo insieme 
con le tegole. Ne informai con due lettere distinte la Soprintendenza archeologica di 
Siracusa. Merita esser rilevata la forma del coperchio di questa tomba, che è la prima 
a presentarsi così in Reggio. Misura del sepolcro m. 2,31 X 100 ( 2 ). 

N. Putortì. 



XV. ROSARNO — Scoperta di monete malmenine e brezzie. 

In Rosarno, l'antica Medma, questi anni scorsi, furono fatti dei nuovi acquisti da 
parte del locale Museo civico, dei quali, come degli acquisti e scoperte precedenti, fu pub- 
blicato dalla Direzione dell'Istituto un primo articolo divulgativo in una rivista locale ( 3 ). 

Tempo addietro, a questa Direzione stessa venne segnalata da certo Giovanni Ser- 
reti, da Rosarno, la scoperta di un ripostiglio di monete di bronzo colà stesso avvenuta, 
in località detta Li Greci. Il Serreti dichiarò che i pezzi erano circa un centinaio, e di 
essi fece vedere soltanto alcuni noti esemplari mamertini e brezzii, mediocremente con- 
servati, aggiungendo che a questi erano simili i rimanenti. 

N. Putortì. 

(') Come tipo di manico di patera con figure di animali all'attacco (tralascio quelli di specchi), 
cfr., p. es., De Ridder, Bronz. trouvés sur l'acrop., II, n. 725 sg. ; Gabrici, op. cit., II, col. 556 seg., 
tav. LXXVI, n. 1 : Babelon e Blanchet, Cai. des bronz. ant., p. 579, fig. 1428; e per un pezzo prove- 
niente dalla Calabria — forse dalla stessa provincia di Reggio —, Cafici, Manico dì tegame in bronzo 
della Calabria, « Archivio storico della Cai. », III (1915), 4, p. 388 sgg. Del nostro manico e di altri 
oggetti in bronzo conservati nel Museo civico locale mi occuperò particolarmente altrove. 

( ! ) Mentre per la Sicilia si conosce, p. es., il coperchio affine in Orsi, Camarina,. col. 241 seg. 
(= 29 dell'estratto), fig. 31. 

( 3 ) Albania, VI (1922), n. 3, p. 209 sgg. 



CITTANUOVA, SALINE JÓNICHE — 104 — REGIONE III. 



XVI. CITTANUOVA — Scoperta di monete bizantine. 

Anche tempo addietro, a questa medesima Direzione del Museo venne segnalata da 
certo Arcangelo Piromalli, del paese stesso, la scoperta, in Cittanuova, di monete 
bizantine di bronzo, delle quali egli fece vedere soltanto qualche noto esemplare, 
mediocremente conservato, di Leone VI e di Teodora, figlia di Costantino Vili. 

N. Putortì. 



XVII. SALINti JONICHE — Scoperte varie. 

Da Saline, contrada Vasi, territorio dell'antica Leucopetra, vennero acquistati dei 
piccoli oggetti di antica scoperta, dei quali fu dato conto in altra rivista locale ('), con 
l'avvertenza che da quel sito, e non da 1 ocri, proviene la stela che l'Orsi ha pubblicato 
in queste Notizie (1909, p. 324 sgg., fig. 4 seg.) ed il Toscanelli (Le origini italiche, I, p. 558, 
fig. 158) ha dopo riprodotto ( 2 ). Dalla medesima località di Saline, a mezzo del sig. Vin- 
cenzo Barbaro, agricoltore del paese, fu posteriormente acquistato un m. br. di Traiano, 
erratico ma molto bene conservato, con la testa dell'imperatore laureata a destra e la 
leggenda IMP -CAES- NERVA TRAIAN AVG GERM P M; mentre nel rovescio è 
riprodotta la figura della Pace ( 3 ), seduta a sin., con un- ramo nella mano destra protesa, 
lo scettro appoggiato sul braccio sinistro, e la leggenda TR POT COS III! P P S C ( 4 ). 

N. Putortì. 



(') Bollettino della Società calabrese di storia patria, II1-V (1919-20), p. 91 sg. 

(*) La pubblicazione di detta stela e di altri oggetti rinvenuti nella medesima località di Saline era 
già apparsa per opera d'un erudito reggino, in Rivista storica calabrese, XII (1904), p. 227 sgg. Fra i 
detti oggetti il più importante è un elegantissima colonnina dorica in arenaria compatta, con piccola 
incavatura rettangolare su l'abaco, nella quale era fisso il voto. Segnalo anche qui la necessità di con- 
durre uno scavo razionale sul posto. 

( 3 ) Credo che tale figura sia piuttosto della Pace che non della Giustizia, quale pure è ritenuta 
da altri. 

( 4 ) Pel tipo cfr. Cohen, Mon. impér., II, n. 636. 



REGIONE HI. — 105 — MOTTA SAN GIOVANNI 



XVIII. MOTTA SAN GIOVANNI — Scoperta di monete bizantine. 

In Motta S. Giovanni fu ritrovato un peculio di sedici pezzi di bronzo bizantini, che 
dal contadino Giovanni Azzarà fu ceduto a questo Museo civico. Di essi pezzi, undici 
appartengono a Teodora, figlia di Costantino VIII (11 gennaio 1055-31 agosto 1056), 
due ad Isacco I Comneno (31 agosto 1057-25 dee. 1059), tre a Costantino X (5 dee. 1059- 
maggio 1067). I pezzi di Teodora esibiscono da un lato la parte superiore della figura 
di Cristo, barbato, in'piedi, di prospetto, con nimbo cr. ed una pallina su ciascun lato della 
croce, con indosso tunica e mantello, la mano destra in atto di benedizione, la sinistra 
con il libro degli evangelii, ornato di palline su la copertina ; nel campo IC • XC. Intorno 
la leggenda + GMMA.-NOVHA, e ai bordi giro di puntini. Sul rovescio recano una croce 
composta di palline e fiancheggiata da un'altra pallina all'estremità di ciascun lato ; 

negli angoli della croce stessa, la leggenda [~ *7\ Intorno, giro di puntini ( 1 ). I due 

pezzi di Isacco I Comneno recano da una parte il busto di Cristo, barbato, di faccia, 
con nimbo cr., ornato di due palline su ciascun lato della croce, con tunica e mantello, 
col libro degli evangelii fra le due mani, decorato da cinque palline su la copertina ; nel 
campo IC • XC ; all'orlo, giro di puntini. Sul rovescio 

- + - 
l S x e 

basile 
basii' 
-o-(») 

Le tre monete di Costantino X presentano da un lato Cristo, barbato, seduto di fac- 
cia sul trono, con spalliera a bracciuoli diritti, nimbo cr., ornato di una pallina su ciascun 
lato, con tunica, mantello e libro degli evangelii tra le mani, decorato da cinque palline 
su la copertina. Nel campo IC-XC; intorno, circolo di puntini. Sul rovescio, come 
i pezzi precedenti ( 3 ). In generale, non buona conservazione. Alcuni pezzi sono 
ribattuti su conii precedenti. 

N. Putortì. 

(') Wroth, Calai, of the lyzant. coins, II, p. 507, tav. LX, n. 6. 
(•) Ib., p. 613, tav. LX, n. 15. 
( 3 ) Ib., p. 516, tav. LXI, n. 6. 



Notizie Scavi 1924 — Voi. XXI. 14 



CATANIA 



— Ì06 — 



SICILIA 



SICILIA. 

XIX. CATANIA — Scoperte nell'area del nuovo palazzo delle Poste. 

Negli ultimi mesi dello scorso anno, essendosi iniziati i lavori per la costruzione del 

nuovo palazzo delle poste in quell'area che è compresa tra il lato meridionale del giar- 






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FlG. 1. 



dino Bellini a nord, la via S. Euplio ad ovest e la via Stesicorea ad est, allo scopo di 
procedere all'escavazione delle trincee di fondazione, si dovette demolire il fabbricato 
Majorana che sino a quest'epoca sorgeva in quel sito. 

Nell'abbattere i muri del piano terreno di quest'ultimo, si incontrò una solida fab- 
brica di origine sicuramente antica, quadrilatera ed incorporata poi nel palazzo Majo- 
rana, dove era stata adattata a scopo di deposito di carboni (fig. 1 , A). Le mura di essa, che 
si elevavano per un'altezza complessiva di m. 4 dal piano-terra del palazzo Majorana, 



SICILIA 



— 107 - 



CATANIA 



presentavano una sola apertura sul lato occidentale ed erano chiuse in alto da una vòlta 
sferica, di forte spessore, mentre, sotto il livello del piano terreno, proseguivano per circa 
cm. 30 e, poggiando poi su muri di impasto non diverso ma di ben più grande spessore 
(m. 1,80), giungevano sino alla profondità di m. 3,30. 

L'esterno del muro, più robusto sul lato ovest, presentava le traccie di una zoccola- 
tura in pietra lavica costituita da bei conci regolari della grandezza media di m. 0,60 X 0,50, 
in due filari sovrapposti, alla base dei quali, dal lato interno, corrispondeva una forte 
risega. La parte superiore dello zoccolo terminava con uno smusso di accurata lavora- 




Fig. 2. 



zione, che bene si può osservare nell'annessa sezione (fig. 2). Questo rivestimento esterno 
non si limitava al fianco occidentale del detto edificio, ma seguitava sul muro che ad 
esso si congiungeva dal lato sud. 

Xon sappiamo, se i muri di maggiore spessore e quelli superiori, meno robusti, 
formassero unico corpo, giacché il solo argomento che sembra avvalorare questa ipo- 
tesi è l'analogia della tecnica e dei materiali impiegati nella costruzione (pezzame lavico 
unito con calce) ; ma, ad ogni modo, il rudere, tanto per le sue dimensioni quanto per 
la sua forma e per la sua topografia, si raccomanda all'osservazione degli studiosi. 

Questa costruzione, che in complesso sembra raggiungesse l'altezza di m. 7,60 circa 
(i cui lati esternamente non misuravano meno di m. 6,50, ed erano inferiormente adorni 
di un rivestimento analogo, per materiale, cura di lavorazione e sagome, ad alcuni pezzi 
del non lontano anfiteatro), è certamente della stessa epoca di quest'ultimo edificio (pro- 
babilmente I secolo dell'Impero) e con esso concorda anche per il livello. La destinazione 
originaria è però enigmatica, soprattutto per la forma trapezoidale della sua pianta. 

Avrei volentieri creduto si trattasse di una delle torri della cinta murale romana 
(che non è inverosimile corresse un centinaio di metri più a nord dell'anfiteatro), ma il 
muro che si parte dal lato meridionale del rudere è di troppo tenue spessore (cm. 0,70) 
per una destinazione di tal genere. 



CATANIA — 108 — SICILIA 

Per la forma irregolare della robusta costruzione, d'altra parte, dubito parimente, 
e con maggior ragione, che possa trattarsi di uno di quei monumenti funerarii di cui, 
in questa regione settentrionale ed estraurbana, si hanno alcuni altri esempii. Avanzi 
di una sepoltura con poche ossa si sono rinvenuti, è vero, nel vano interno (spazio x del 
nostro rudere) ; ma di quanto fosse rozzo e tardo un tale adattamento dava testimonianza 
la pessima costruzione del sottile muretto che divideva assai irregolarmente questo vano 
centrale. È quindi evidente, che in un'epoca seriore si volle sfruttare a scopo funerario 
l'antico edificio che si venne a trovare incluso nell'ambito di una necropoli che nel III 
e IV secolo d. Cr. s'impiantò in questa regione. 

La maggior antichità del rudere rispetto alla necropoli è provata da un altro fatto : 
il basamento di quello era a m. 4,46 sul livello del mare, e poggiava sulla lava ; non così 
tutte le tombe, il fondo delle quali era invece, in generale, alla quota di m. 5,65 circa. 
Considerando che, tra le sepolture, quelle ad un solo ordine erano alte m. 1,10 e quelle 
a due ordini m. 2,20, si avrebbe per conseguenza, tra l' impianto dell'edificio romano 
e quello della necropoli, un innalzamento del livello del terreno (avvenuto tra il I 
e il III secolo d. Cr.) al minimo di m. 3,79. 

Di altre costruzioni non sepolcrali dobbiamo ricordare una cisterna circolare 
(fig. 1 , B), dello spessore di m. 0,60 e del diametro di m. 2,30, nel lato est del rudere 
anzidetto e certamente posteriore, perchè poggiava a un livello di 85 era. superiore 
a quello del primo. Le pareti di essa si andavano restringendo gradatamente verso 
l'alto, ed erano internamente intonacate. A sud della maggiore costruzione era pure 
un vano di pianta rettangolare (m. 2,25 X 1,70), con muretti dello spessore di circa 
cm. 30 (fig, 1, C). 

Passando alla necropoli, notiamo anzitutto, che di essa son venute alla luce due gruppi 
di sepolcri; uno più occidentale (fig. 1, D), costituito da un filare di undici tombe quasi 
contigue, salvo un intervallo tra la ottava e le ultime tre, e disposte, eccetto una, con 
lo stesso orientamento (nord-sud) ; ed un gruppo più orientale (fig. 1, E) con sepolcri pog- 
gianti direttamente su lava e di grandezza analoga ai precedenti (luce m. 1 ,80 X 0,60 
e 1,30 di altezza). Le singole tombe erano composte di muretti di mattoni, coperte talora 
da lastre in laterizio : le quattro più meridionali erano a doppio ordine, separato l'uno 
dall'altro da lastre di pietra lavica. 

II gruppo delle sei tombe orientali, nel lato sud, si appoggiava a una specie di mu- 
retto di cinta (larghezza m. 0,70) che poi piegava ad angolo retto verso nord. Entro 
questo piccolo recinto, alla distanza di m. 3 dal gruppo di sepolcri, erano tracce di un muro 
divisorio con una larga soglia in pietra, per cui si accedeva ad un piccolo vestibolo costi- 
tuito appunto da quel breve spazio. 

Fu questo il luogo dove si rinvenne l'unico modestissimo documento epigrafico : 
una lastra marmorea su cui, con caratteri che permettono di scendere certamente al 
IV od al V secolo, era indicata, sotto la sigla cristiana, Vemptio sepulchri, menzione che 
ricorre qualche altra volta nelle epigrafi sepolcrali di questo periodo. 

r E P O N 

tioy Aro 

PACIA 



SICILIA — 109 — CATANIA 

L'area comprata da questo rsoórriog era evidentemente quella occupata dal gruppo 
delle sei tombe più orientali, gruppo che non sappiamo, se continuasse oltre al muro che 
corre in direzione est-ovest, o fosse da questo 'imitato. 

La detta lastra di marmo, qualche minuscolo vasetto e poche lucerne costituiscono 
lo scarsissimo materiale venuto alla luce in tale zona, e che dimostra l'estrema povertà 
di questo gruppo cemeteriale. 

Le sei tombe di regóvno; erano, come abbiamo detto, quasi all'angolo sud-ovest 
di un recinto che trova il suo muro parallelo (della medesima costruzione e di identico 
spessore) 29 metri più a nord (fig. 1, F). Gli altri sepolcri, allineati sul lato ovest, erano 
invece addossati alla risega di un altro muro perimetrale delle solite dimensioni. Resta 
quindi insoluto il problema, se il piccolo recinto che circonda le sei tombe orientali fosse 
originariamente incluso in un cimitero maggiore, formandone una sezione, o se esso 
costituisse il primo nucleo centrale, intorno al quale si addensarono altri sepolcri, poi 
limitati da nuovi recinti. 

Ad ogni modo, le scoperte di cui abbiamo dato notizia, oltre a sollevare l'interessante 
questione della destinazione del rudere d'epoca imperiale e, conseguentemente, dell'esten- 
sione della città romana da questo lato, aggiungono un piccolo contributo alla nostra 
conoscenza sulle tarde necropoli cristiane che recingevano la città del lato settentrionale. 

Alcune antiche iscrizioni che leggiamo nel Kaibel, ci avevano indicato i gruppi sepol- 
crali cristiani più orientali : quelli della chiesa del Carmine. Antiche e recenti scoperte 
ce ne indicarono altri sul lato orientale, in contrada S. Maria di Gesù e sotto la chiesa della 
Mecca. Questi che vengono oggi alla luce, costituiscono il gruppo centrale che, se non ha 
relazione con quelle tracce di necropoli rinvenute anni or sono nella via degli Archi, po- 
trebbe riannodarsi con quella specie di « catacombe » che il Ferrara descrive, situate 
a tramontana di S. Euplio, nella strada che da questa regione conduceva, ai suoi tempi, 
alla chiesa del Carmine. 

E chiudiamo queste notizie con una osservazione che potrà avere un certo inte- 
resse per la geologia catanese. La zona in cui sono avvenute queste scoperte, come quella 
situata immediatamente a nord di essa, era nota come un' isola di terreno arenario in 
mezzo alle lave circostanti. Con lo scavo delle fondazioni che han dato luogo ai nostri 
rinvenimenti, essendosi dovuta raggiungere una considerevole profondità, si è potuto 
costatare la presenza di un poderoso banco di antiche lave che, venendo da nord, scen- 
deva dalla quota di m. 3 sul livello del mare a m. 1,20 sul lato ovest, per poi risalire 
a circa 4 metri più a sud e raggiungere i 6, là dove si trovava il gruppo delle tombe orien- 
tali: una vera ondata di lava su cui, con l'andare dei secoli, si era addensato l'alto strato 
di terreno arenario ed alluvionale che sopra dicevamo. 

G. Libertini. 



CAGLIARI — 110 — SARDINIA 



SARDINIA. 

XX. CAGLIARI — Inscrizioni di età cristiana rinvenute nella chiesa 
di S. Saturnino, ora SS. Cosma e Damiano. 

La chiesa ora dedicata ai SS. Cosma e Damiano e con la più antica designazione a 
S. Saturno, poi a S. Saturnino, a Cagliari e fra le più antiche ed interessanti costruzioni 
preromaniche della Sardegna. Situata all'estremità occidentale della città, di fronte 
alla collina cimiteriale di Bonaria, in area archeologica importante per avanzi di Roma 
imperiale e di periodo cristiano, in un ambiente suggestivo dalle vaghe caratteristiche 
orientali, richiama vivamente l'oriente, con le linee peculiari della sua cupola bizantina, 
impostata sul rigido basamento eubico, delle navate e dell'abside decorate dalla sobria 
cornice di archetti romanici. Ma se l'aspetto suo è così pittoresco e suggestivo, gravi 
incertezze si affacciano allo studioso che voglia farsi un'idea della struttura originale 
e delle successive modificazioni da essa subite, e cercare da questo esame della struttura 
e delle forme architettoniche una conferma alle notizie storiche che si riferiscono a que- 
sto edifìcio, e si collegano alle antiche vicende della chiesa e del Giudicato cagliaritano. 

A questo insigne monumento architettonico, per non dire di altri studiosi che lo 
hanno preceduto, dedicò la sua attenzione il chiaro collega arch. ing. Dionigi Scano, nella 
sua « Storia dell'arte in Sardegna dal sec. XI al XIV» ('), raccogliendo le notizie storiche 
di più sicura attendibilità, e studiando il complesso di elementi architettonici costituenti 
la chiesa. 

Egli, esaminata la struttura dell'edifìcio, quale oggi si presenta, immagina, che esso 
risulti da costruzioni succedentisi in epoche diverse, spiegando in questo modo le discor- 
danze che si ravvisano, specialmente nella decorazione, tra le varie parti dell'edifìcio. 
La chiesa venne eretta, egli pensa, in area di catacombe cristiane, e questo spiega le 
numerose inscrizioni cristiane ivi esistenti, e fra queste, il sarcofago del vescovo Boni- 
fatius. 

A questa antica chiesa appartenne la parte centrale, con i quattro massicci pilastri 
sostenenti la cupola e la navata del presbiterio, anche oggi esistente, coperta da vòlta 
a botte. P^gli pensa, che a ciascuna delle quattro arcate poggianti sui quattro pilastri 
della cupola fosse aggiunta un'altra navata uguale a quella tuttora esistente, e si avesse 
la tipica chiesa a pianta di croce greca con cupola centrale. Questa pianta, confermando 
le decorazioni delle mensoline decoranti i pennelli della cupola, deriverebbe dalla tec- 
nica e dall'arte bizantina. 

La vòlta a botte della maggiore navata esistente non è mai usata in Sardegna da 
costruttori romanici, e d'altra parte il concatenamento costruttivo di questa con i 
pilastri della cupola indussero lo Scano a ritenere, che queste due parti, cupola e navata, 
fossero coeve, e gli attacchi tuttora evidenti alle altre tre arcate della cupola l'inducono 

(') Biblioteca storica sarda, voi. I, 1907, p. 39-49. 



SARDINIA "> — 111 — CAGLIARI 



nella convinzione, che anche le tre navate corrispondenti fossero parimenti dello stesso 
periodo e del medesimo getto, in modo che la cupola e la navata che oggi vediamo sareb- 
bero le parti tuttora esistenti della primitiva chiesa. Le navate laterali, invece, con le 
rozze colonne, le vòlte a crociera e la decorazione esterna ad archetti, sono aggiunte ro- 
maniche, fatte all'epoca della solenne riconsacrazione della chiesa, di cui abbiamo me- 
moria nel 1119. 

Rimangono tuttora complete le navate aggiunte ai due lati della maggiore ora 
esistente, con i pilastri divisorii composti da elementi di grandi colonne e paraste fram- 
mentarie, provenienti da edificii romani, e con le semicolonne sporgenti dai muri peri- 
metrali, con basi attiche e rozzi capitelli senza stile. Ma anche nel lato verso l'ingresso, 
nell'attuale cortile che precede la chiesa, i muri perimetrali hanno le semicolonne con le 
stesse basi e capitelli dell'identico tipo, che dovevano, secondo lo Scano, sostenere da 
un lato le vòlte delle navate minori di questo braccio della croce greca, unitamente con 
i pilastri della navata maggiore. 

Dopo l'abbandono dei monaci di S. Vittore di Marsiglia (i quali, in seguito al predo- 
minio della Chiesa pisana, dovettero assai probabilmente lasciare l'isola ed anche la 
chiesa a loro donata nel 1089 dal Regolo Costantino e confermata nel 1090 da Ugone, 
arcivescovo di Cagliari), ruinarono per intiero le due braccia laterali e parzialmente il 
braccio della fronte (di cui non rimasero se non i muri perimetrali, oggi racchiudenti il 
cortile), furono murate le tre arcate della cupola, fu aperta la porta in quella di fronte 
ed intonacati i muri, e la chiesa venne ridotta all'attuale aspetto. 

La spiegazione del chiaro ing. Scano non precisa l'epoca a cui si riferisce la strut- 
tura veramente ardita e grandiosa della cupola a bacino, sorretta dai massicci pilastri 
e fregiata alla base dalla inscrizione seguente, preceduta da croce e chiusa da una figu- 
rina di colomba : 

AS Q. VII NCOAS TIP ERF ICE VSQ_ VEIN FINE 
Dominus qui incoasti perfice usque in fine 

la quale inscrizione, così scompartita, forse perchè intercalata alle figure dipinte nella 
cupola, può essere un sussidio alla datazione dell'opera architettonica, con un accurato 
esame della grafia. 

Così pure incerto sono sull'attribuzione a due periodi di tempo diversi e lontani del- 
l'attuale navata centrale del presbiterio e delle due navatelle laterali, che apparirebbero 
invece un tutto unico e contemporaneamente costrutto, coi rudi pilastri frammentarii 
reggenti le arcate divisorie delle navate e le vòlte di quelle minori. Non saprei immagi- 
nare, come, massime in un'epoca di mezzi meccanici limitati, siansi potute aprire nelle 
solide pareti laterali della navata maggiore, in grossi blocchi di pietra, delle arcate di 
notevole luce e fondarle su pilastroni alla meglio composti con basamenti e rocchi di 
colossali colonne romane, senza produrre non dico lo sfacelo di tutta la parete, ma nep- 
pure la più piccola lesione in tutto l'apparato del sovrastante muro di detta navata. 

Ma non è mio intendimento, ne questo è il luogo, di discutere intorno a questo grave 
problema architettonico ed alle conclusioni a cui era giunto il chiaro studioso dei monu- 



CAGLIARI 112 SARDINIA 



menti medioevali sardi, tanto più che egli, posteriormente alla sua pubblicazione, ha 
intrapreso nuove indagini accompagnate da estesi sondaggi entro e fuori la vetusta 
chiesa, in seguito ai quali fu condotto a modificare, in parte almeno, le sue conclusioni. 

Mentre perciò si attende che di tali indagini sia dato il risultato, mi è grato porgere 
i più vivi ringraziamenti al collega ing. Scano, che mi consente di pubblicare un certo 
numero di inscrizioni e di frammenti che vennero in luce nelle esplorazioni da lui compiute, 
e che giacevano alla rinfusa nel terreno di riempimento delle navate o intorno alla chiesa 
e non avevano con essa alcun legame, ma provenivano indubbiamente da tombe cristiane 
manomesse da gran tempo, quando cioè furono eseguite le costruzioni della chiesa e del 
convento di S. Saturnino. 

Questi materiali epigrafici dovettero essere portati alla rinfusa entro alla chiesa, 
quando nella navata principale si costrusse, ai tempi dell'arcivescovo d'Esquivel, il pre- 
sbiterio rialzato, e si rabberciò la sottostante cripta, elevandosi anche il pavimento delle 
navatelle laterali con materiali di riporto, nascondendo così la base dei pilastri sostenenti 
le arcate e le vòlte e gli antichi avelli i quali dovevano in parte almeno formare il pavi- 
mento primitivo delle navatelle stesse. Questo riporto di terre dallo strato ricco di fram- 
menti di lapidi cemeteriali cristiane esistente attorno alla chiesa entro alla cripta dovette 
continuare anche dopo il riattamento di questa, quando si continuò ad adoperarla per 
uso sepolcrale, valendosi anche di vecchi sarcofagi a cassone di pietra, tolti dai cimi- 
teri cristiani frugati e saccheggiati tutto all'intorno. 

Perciò ho creduto conveniente di procedere alla rinettatura di tutta la cripta, per 
ricuperare materiali e frammenti epigrafici riferibili alla prima epoca cristiana di Cagliari. 

I risultati di questo modesto lavoro, nel quale ebbi anche a compagno il chiaro 
dott. Luigi Ugolini, della scuola italiana di archeologia, non sono del tutto inutili, ed io 
qui li espongo, dopo aver presentati i frammenti epigrafici raccolti nella esplorazione 
eseguita dalla Soprintendenza dei Monumenti della Sardegna. 

N. 1) Lastra di marmo bianco di m. 0,58 X 0,40 ; spessore 0.045. 

Lettere abbastanza regolari, alt. 0,05. In fondo alla inscrizione, foglia : 

BONEMEMORIEIO 
MISVSCÌJERICVSQ.V 
IBIXITANNISXLVR 
EQVIEVITINPACE 
VXKNOBE 

Nell'altra faccia portava quest'altra iscrizione, con lettere più piccole nella seconda 
parte (I a) : 

B-M-IONISVS-CLERICVS-Q. 
VI- VIXIT-AMNIS- XLV-DEP 
OSITVS-VX-K-L NOBE V- 
B- M • DVLCITIA-QVI- VIXIT 
ANNIS • LXX • DEPOSITA 
TER^IDVS-FEBRAS- 

CF.SQVET-IN-PACE («'e) 



SARDINIA — 113 — CAGLIARI 

Evidentemente nelle due faccie della lastra è ricordata la stessa persona : la lastra 
v T enne rivoltata, riscritta l'inscrizione con l'aggiunta di quella della donna, forse la moglie, 
morta in seguito di tempo e chiusa nello stesso avello. Si noti la varia grafia Ionisus e 
e lomisvs, l'una e l'altra insolite ; poco comune è anche l'appellativo clerieus a designare 
persona appartenente al clero. Non mi ricordo, altri esernpii, almeno per la Sardegna. Su 
entrambe le faccie il numero del giorno indicante la data della morte di Ionisus è scritto 
VX e non XV. 

Noto le scorrettezze Febras e Cesquei, per Felmiarias e Quiescit, entrambe però non 
senza confronti tra le inscrizioni cristiane. 

Dulcitia è nome forse di schiava, abbastanza diffuso a Koma e Neapolis, in età 
cristiana; nuovo in Sardegna. 

N. 2) Frammento d'inscrizione su lastra di bardilio (0,27 X 0,30 X0,04): 

IIICIACET BM VITALIS 
SIT ANNISPL s M s XqlQVIEV 
PACESVD'qlIDS I A N VA RI A 
HICIACETBM MV 
SA QVI BIXIT ANNI 
SMINVSXLVREQVIE 
VI/TINPACESDqi I 
APRILES IN 

H nome Yitalis è già noto in altre inscrizioni sarde, di età romana v (0. I. L., X, 
n. 7657, 7852) ; la donna si chiamava forse Musa. 

N. 3) Frammento di lastra di marmo (cm. 40 X 24 X 7) ; lettere separate da linee : 

(sic) 



* HIC IACET 


BB 


FAVSTINA QVI 


BIX 


T ANPLM XXII REQ 


VIEVITIN PACE 


SVE^ 



II ID OCTB IN XIIII 0*0 

Il nome di Faustina, frequente nelle inscrizioni cristiane dell'Italia meridionale, compare 
solo in un'inscrizione di età romana di Cagliari (X, n. 7653). 

N. 4) Lastra marmorea irregolare di cm. 45 X 45 X 4. Anche le lettere sono molto 
irregolari e ineguali, da 3 a 3.5 cm. : 

* HIC IACET BM THED 
OTE Q.VI BISSIT AN 
NIS PL MN X ql RE 
Q.VIEBIT I N PACE 
SVB- VII KALENDAS 
SEP T E M B I N ©- 
SECVND * 

Notizie Scavi 1924 - Voi. XXI. 15 



CAGLIARI — 114 — SARDINIA 

H nome di questa giovinetta diciassettenne è abbastanza frequente nelle inscrizioni 
cristiane dell'oriente (cfr. l'inscr. egiziana di una Theodote: Miller, Inscrip. grecques... en 
Egypte, in « Rev. arch. » 1883, n. 203) ; credo che questo di Thedote sia una variante, se 
non pure una errata grafia del medesimo nome, che si presenta anche in altra inscrizione 
cristiana di Cagliari nella forma di Thodote. (C. I. L., X, n. 7630 : Eusebia Thodote). 

N. 5) I tre frammenti seguenti con lettere eguali per forma e grandezza, di una 
grande inscrizione sopra lastra di bardiglio, sembrano riferirsi ad un medesimo titolo, 
ma le varie parti ricuperate non mi danno un chiaro senso : 

a b 

LIS MEMO R 
C SITVS ESTC 
PEREGRINO 
DVM RICRE 
L DEP 





PEM 




j NDE 




h VMANITA 




VESTROR 




VIXIT A N 




DII| 


e 




S PR . . 




VIXIT A N 




I J II 





Nel frammento a) forse si deve scorgere il nome Peregrinus, non insolito fra i nomi 
di schiavi ; nel frammento b) è forse il resto di una invocazione alla preghiera dei lettori. 

N. 6) Frammento di grosso lastrone di marmo bianco (35 X 17 X 10) con lettere 
di cm. 8, molto evanide : 

S • E P I S C es QV 

Il marmo, desolantemente mutilo, doveva recare il nome di un episcopo, purtroppo 
perduto : esso doveva precedere, come di consueto, alla indicazione della carica. Anche 
il titolo posto sul sarcofago conservato nella medesima chiesa porta il nome di Bonifatius 
episcopus, seguito dalla frase qui vixit annis e poi dall'indicazione degli anni di carica epi- 
scopale. Il nostro frammento è troppo mutilo ; solo ci conferma, che attorno all'area della 
chiesa i sarcofaghi e le tombe di vescovi e dignitarii della chiesa caralitana erano poco 
distanti da quelli di altri membri della comunità cristiana. 

N. 7) Frammento di lastra di inalino ben lavorata, presa da un rivestimento di 
edificio di buona età romana, con elegante modanatura (cm. 42 X 40). 

Lettere molto trascurate ; ali. cm. ó : 

CELIVS QVI VIXITA 
VITIN PACE XIIII K 

/UH 
RQVIBIXIT ANNIS 
FoWVNATVS Q.VJ VlXfl 



SARDINIA 



115 — 



CAGLIARI 



Di questa serie di nomi frammentarti potremo con qualche probabilità riscostrurre 
nell'ultima linea quello di Fort)unatus, nome abbastanza frequente fra i titoli di Caralis. 
(CI. L., X, un. 7655, 7680, 7690, 7698, 7757). 

N. 8) Frammento di lastra di marmo bianco (cm. 30 X 24 X 3), scritta su due faccie : 



RIETUI- 

UM« Q.U 
NIL PROD 
PUTATU 
I N T 



I VIXIT 
/GS 

VI VIXIT 
X\ 



L'inscrizione, su una faccia, conteneva certo una massima, ma quale fosse non 
possiamo ricostrurre dalle residuate parole nil prod\esi)... fulatur. 



N. 9) Frammento marmoreo (cm. 30 
X10X5): 

CA 

VI 

T LEN 



N. 10) Frammento marmoreo (cm. 20 
X12X6): 

I E B I T I N 
I VNI AS 



N. 11) Frammento marmoreo (cm. 17 
X18X3): 

LC 
R E P L E T 
'TE NC 



N. 12) Frammento marmoreo (cm. 30 
X 20X10): 

REQ.VIEVIT 



N. 13) Frammento marmoreo (cm. 16 X 12 X 3) : 

DL 
PACE D 
III KA 



N. 14) Frammento di esile lastra (cm. 10 Xl5 X2), con solchi incisi tra le linee: 

>b I N . in nomine ? 

quid II quid... 

SIBI'IV silique 

pesto 



N. 15) Frammento marmoreo (cm. 8 
X7X4): 

quiev IT IN face 
N I A 



N. 16) Frammento marmoreo (cm. 13 
X 10 X 5) : 



ATVSr 

MQR* 



Fortun]aius ? 



CAGLIARI 



116 



SARDINIA 



N. 17) Frammento marmoreo (cm. 15 
X 5 X 4) : 

RO 
SIT 

più S M I nus ? 
s Bs IT 



N. 18) id. (cm. 4 X 10 X 3): 



E. 

IVS 
SEXC 
AEAN 
VA>B 



Seguono ora i frammenti ricuperati nella rinettatura della cripta sottostante al pre- 
sbiterio, e che si trovavano alla rinfusa in mezzo al terriccio accumulato in seguito a 
quell'affannosa ricerca dì testimonianze presunte del primato della chiesa caralitana sulle 
altre dell'isola, che fu causa di tante esagerazioni e falsicazioni nel sec. XVII. 

N. 20) Il più interessante frammento, sventuratamente troppo mutilo, è quello 
appartenente ad un rozzo pilastrino in calcare locale ; si completa con una scheggia dello 
stesso pilastrino, rinvenuta negli scavi della Soprintendenza dei Monumenti, eseguiti 
nelle navatelle della chiesa ; non doveva quindi provenire da molto lontano. Dimensione 
della parte conservata cm. 40 X 30 X 20. Lettere disuguali e di periodo tardo (alt. cm. 
4-6), apicate ma trascurate: 




i'J» «(ornine) d(vmiu.)i D(e)i 
n(ostr)i Ih(es)u Xq(ìs)U im(munes ?) 
salinarum 
pertinenl(es) 

Propongo con esitazione di leggere immunes salinarum, ai quali possa aver appar- 
tenuto un'area comune nel cimitero cristiano. Nella lamentata brevità dell'epigrafe, che 
non mi consente più ampie indagini, dobbiamo tuttavia constatare come in periodo tanto 
tardo, forse nel VI secolo, vi sia ancora il ricordo delle salirne di Carales, a cui già si rife- 



SARDINIA — 117 — CAGLIARI 



risce una menzione assai più remota, quella della inscrizione trilingue di Pauli Gerrei 
(0. /. L., X, n. 7856) che ricorda il salarius sociorum tennis.] 11 lavoro delle saline durò 
quindi tutta l'età romana, favorito dalle speciali condizioni del litorale e del clima 
cagliaritano. Tra gli schiavi addetti alle saline ed anche fra gli ufficiali e impiegati che 
attendevano ai penosi ed umilianti lavori del sale si formarono presto comunità cristiane, 
delle quali la mutila inscrizione ci dà un cenno troppo incerto ed incompleto. 
X. 21. Lastra marmorea (cm. 17 X 30 X 4): 

P 

IMOVIX 
VI-D-XET/ 
\E Q- VIX 
«•VDjXI 

S-ALVMNVS 
SSIMIS 

Appartiene all'inscrizione funeraria posta da un alumnus ai cati]ssimis parenti adot- 
tivi. È questa una nuova prova dell'addolcirsi delle condizioni morali di questi adottivi 
aitarmi, in età romana assai dure e simili a quelle di schiavo (De Rossi, Bull. ardi, crisi. 
1866, p. 24, n. 3, nota 85) un ahmmo quem amavit teneriter è ricordato in una inscrizione 
del Museo Laterano (De Waal, Ròm. Qnartalsehr. 1898, p. 345, n. 47-48) ('). 

N. 22) Piccolo frammento di lastra marmorea (lettere trascurate): 

ANNIS VII 
IANVARIVS 

Il cognome Ianuarius non è nuovo fra i titoli caralitani di età romana (C. I. L., X, 
n. 7593) e nei miliarii della via Caralis-Olbia, dell'imp. Licinio e di Costantino (C. I. L., X, 
nn. 7974, 7975. E. E. Vili, u. 783), e ricompare nei primi secoli del medioevo, dato 
all'illustre presule caralitano, a cui sono indirizzate le celebri lettere del grande pontefice 
Gregorio Magno. 

N. 23) Lastra marmorea (cm. 17 X 9 X 3): 

RECRE 

lAECEPTv 

TIV 

Si può pensare ad un Raeceptus, che appare anche nei titoli caralitani di buon periodo 
Gabinius Receplus, (C. I. L., X, n. 7599). 

N. 24) Due frammenti ricomposti in marmo bardiglio (cm. 23 X 12 X 2). 

I L • V 1 D uà? 
RElViEBITiNPACe 
k lendaS IVNIAS INDITIOwis 

( l ) Cfr. P. Syxt, Notiones archaeol. chrislianae, 1909, II, 2, p. 234. 



CAGLIARI — 118 — SARDINIA 



Dato lo stato frammentario, posso solo dubitare, che abbiamo qui il ricordo di una 
vidua, consacrata al culto del Signore, che spesso ricorre in inscrizioni cimiteriali di 
Roma e di altri luoghi (De Kossi, Bull. meli, ekrist. 1886, p. 9; P. Syxt, op. cit., II, 
n. 210). 

Di molti altri frammenti recanti solo poche lettere non è il caso di fare qui 
cenno. 

11 contributo di notizie dato da questo gruppo di inscrizioni e di frammenti è assai 
scarso. Abbiamo raccolto alcuni nomi personali (Imiisus n. 1 ed 1 a ; Dulcitia e Vikdis, 
n. 2 ; Faustina, n. 3 ; Thedoie, n. 4 ; Peregrinus, n. 5 ; Fortunalus, n. 7 ; Ianuarim, 
n. 22, forse un Raeceptus, n. 23) ; il ricordo di un episcopus (n. 6) forse di un clericus 
e di un alumnus (n. 21), e probabilmente di una vidua (n. 24) ; soprattutto interessante 
è il ricordo delle salirne (n. 20) e di una riunione o società di schiavi forse, o liberti o 
in genere, addetti al loro servizio, collegati in un atto che non sapremo precisare, ma 
è probabilmente la consacrazione di un'area sacra o di una tomba nel nome del Signore. 
Scorrettezze nella grafia e nella forma delle lettere e nelle forme grammaticali ricorrono 
qua e là nelle inscrizioni frammentarie, e più ne potremmo notare, se il tempo e la distru- 
zione non avessero così mal ridotte queste inscrizioni. Ma forse anche questa rabbiosa fran- 
tumazione di tutte queste epigrafi ha anch'essa una significazione storica : è l'espres- 
sione violenta di una volontà nemica, di una distruzione sistematica ; forse in qualcuna 
delle scorribande vandaliche o, più tardi, saracene, il cimeterio cristiano, situato a poca 
distanza dal porto e fuori dalle difese del castello, dovette subire una terribile distru- 
zione che lo sconvolse, e ne rovinò monumenti, tombe e gli esteriori loro segni. Anche la 
ricerca delle reliquie dei corpi dei martiri che venne intrapresa, più di una volta e con 
un accanimento interessato, per parte dei difensori del primato della Chiesa caralitana 
su tutte quelle dell'isola, dovette concorrere a questa dolorosa mina, di cui appunto 
è testimonio lo stato miserando di questi frammenti. A questo periodo secentista della 
ricerca dei corpi dei martiri caralitani, del rovistamento delle antiche tombe ed anche 
di imitazioni imperite delle vetuste inscrizioni in lapidi mortuarie del tempo ed anche, 
talora, di ingenui falsi epigrafici, appartiene anche un frammento di lastra marmorea, 
trovato in mezzo alla terra della cripta, che con piccole lettere irregolari reca l'inscri- 
zione funeraria della bona sancta memoria di un Dominus Ludovicus Galtas: 

><U HICIACÌBSMIED 
\J LVDOVICSGAL 
55 S MR 

Riporto, qui, anche questa modesta ed insignificante inscrizione, come esempio di 
quell'influenza singolare che sui lapicidi dell'epoca secentista esercitarono le numerose 
lapidi di tempi cristiani, esumate in quell'età, e che ebbero tanta parte nelle lotte accanite 
per il primato fra le due diocesi di Cagliari e di Sassari. 

A. Taramelli. 



119 



IL DUCA GIUSEPPE RIVERA 

Non credo debba mancare in questo nostro periodico un ricordo del duca Giuseppe 
Rivera, nobile figura di patrizio e di studioso che fu ispettore onorario di monumenti e 
scavi e membro della Commissione Provinciale per la conservazione dei monumenti 
per la sua Aquila. Uomo di antica probità e severità di vita, tutto il suo tempo 
diede agli studi storici e alla beneficenza, gli uni e l'altra esercitati con silenziosa 
dignità. Se alla storia civile propriamente detta egli diede le sue cure più amorose, 
e se merito suo più alto rimane la fondazione e la direzione della Società di Storia 
Patria per gli Abruzzi, divenuta poi R. Delegazione di Storia Patria, siano qui 
ricordate le relazioni di scoperte archeologiche che furono da lui pubblicate nelle 
Notizie degli scavi tra il 1890-1893, l'elenco dei monumenti aquilani pubblicato nel 
1896 e gli studj su Nicola da Guardiagrele accolti nell'Arte di A. Venturi nel 1909. 



UBALDO MAZZINI 

Direttore della Biblioteca e del Museo civico di Spezia, ispettore onorario dei 
monumenti e scavi per quella città, Ubaldo Mazzini è morto a 55 anni, giovane 
ancora di età, giovanissimo per vivacità d' ingegno e per appassionata operosità. 
Egli fu uno dei più elevati esemplari di quei preziosi eruditi locali che per fervido 
amore al luogo nativo non sentono lo stimolo a cercare più vasto campo di indagini, 
pur avendo tutte le doti di alta intelligenza, di larga cultura e di forte operosità, 
atte a lavori vasti e sistematici. Ma in compenso se ristretto il cerchio geografico, 
quanto profonda, quanto viva, quanto sentita la conoscenza e storica e topografica 
e preistorica e folkloristica della regione ! Tali conoscenze egli dimostrò larghissima- 
mente in special modo nel Giornale Storico e Letterario della Liguria da lui fondata 
nel 1900, negli Atti dell'Accademia di Torino, e in più breve misura in queste 

Notizie degli scavi. 

La Redazione. 



NOTIZIE DEGLI SCAVI 



Anno 1924 — Fascicoli 4, 5, 6. 



Regione X (VENETI A ET H ISTRIA) 

I. ISOLE DEL QUARNERO —Ricerche Paletnologiche. 

È questa la prima volta che le Notizie degli scavi danno cortese ospitalità a una 
relazione preistorica della Regione Giulia che finora, per le speciali condizioni politiche, 
non poteva figurare in un giornale edito sotto gli auspicii del Ministero della Pubblica 
Istruzione del Regno. Per tal modo nessun cenno vi è fatto delle numerose ed impor- 
tanti scoperte paletnologiche che si andavano facendo negli ultimi otto lustri dalle Alpi 
al Carnaro, da quando cioè si cominciò l'esplorazione sistematica del paese, mercè la 
quale il nostro remotissimo passato s'illuminò improvvisamente di fulgida luce, dan- 
doci contezza di genti fino allora ignorate e delle prische civiltà che fiorirono nelle no- 
stre contrade prima che le aquile romane stendessero il loro volo trionfale a questo estremo 
lembo dell'Adriatico, apportatrici di una nuova più splendida coltura che, nonostante 
l'avvicendarsi di tanti eventi, più non doveva estinguersi. 

Ma ora che i nostri destini si sono felicemente compiuti, e che anche la nostra regione 
è entrata a far parte della grande madre-patria, è tempo che pur essa occupi finalmente 
il posto che le compete tra le altre consorelle della penisola, e faccia conoscere agli stu- 
diosi delle altre parti d'Italia le sacre reliquie de' nostri proavi, conservateci gelosa- 
mente per lunghi millenniinel grembo della terra. Lontana dai grandi centri di cultura e 
dalle benefiche influenze civilizzatrici di popoli più evoluti, ch'ebbero così notevole parte 
nel progresso di altre contrade della penisola, essa naturalmente non può vantare gl'in- 
signi tesori archeologici delle necropoli dell'Etruria, del Lazio e dell'Umbria, ma tut- 
tavia ci rivela parecchie particolarità non prive d'importanza, determinate dalla sua 
posizione geografica tra le due opposte rive dell'Adria, particolarità che si connettono 
al grande e complesso problema delle migrazioni orientali. 

Grazie al vivo interessamento di S. E. l'on. Rosadi, già sottosegretario alle Belle 
Arti, ci venne concesso un contributo per la continuazione degli scavi sospesi fatalmente 
dallo scoppio della guerra, sicché ora, dopo quasi un decennio d'incresciosa inattività, ci 

Notizie Scavi 1924 — Voi. XXI. 16 



Isole del quarnero — 122 — ■ regione X. 



fu possibile riprendere le indagini che speriamo, mercè il valido appoggio del patrio 
Governo, più non subiranno interruzioni, e ci permetteranno colmare parecchie lamen- 
tate lacune nella conoscenza della nostra paleostoria. 

Mentre le ricerche preistoriche finora eseguite nella Regione Giulia in molte ca- 
verne, in numerosi castellieri e campi funebri, si svolsero precipuamente sulla terra- 
ferma, culminando nello sterro delle grandi necropoli della valle dell'Isonzo a S. Lucia 
e Caporetto, in quelle di Ronchi in Friuli, di S. Canziano e di S. Servolo presso Trieste, 
e di Vermo, dei Pizzughi e di Nesazio in Istria, per tacere di parecchie altre minori, 
le isole del Quarnero furono quasi del tutto neglette. Già in una rapida corsa intrapresa 
nel 1901 per le isole di Veglia, Lussino e Cherso e per le isolette contermini, durante 
la quale eseguii qua e là qualche piccolo assaggio in varii castellieri ed in alcune caverne, 
mi ero persuaso dell'importanza ch'esse possiedono dal lato paletnologico e dell'oppor- 
tunità di più estese indagini che non avrebbero mancato di darci interessanti rivelazioni. 

Lo stretto canale di Maltempo che divide l'isola di Veglia dalla terraferma, misu- 
rante appena mezzo chilometro, reso ancora più angusto dall'interporsi dell'isoletta 
di S. Marco, non poteva per vero opporre alcuna difficoltà di migrazione anche a genti 
fornite dei mezzi di trasporto più primitivi. Se lo scoglio di Pelagosa giacente nel basso 
Adriatico, distante dalla costa italiana (Gargano) 53 chilometri e dalla più prossima 
isola maggiore della Dalmazia, Lissa, ben 113,6, era già abitato nell'epoca neolitica, aven- 
dovi trovato tombe d'inumati rannicchiati con istrumenti di selce, quanto più facil- 
mente doveva esserlo l'isola di Veglia, tanto vicina all'opposta riviera, dalla quale poi 
non lungo era il tragitto alle altre isole del Quarnero ! Per tal modo, fin dai tempi più 
remoti quest'isola venne ricercata dall'uomo preistorico, come ci fanno fede i numerosi 
castellieri che incoronano i suoi monti, la cui fondazione rimonta all'epoca neolitica. 
Nel mio breve soggiorno a Veglia potei constatarvi 15 di queste costruzioni ciclopiche 
ed un buon numero di tumoli sparsi per tutta l'isola, e presumibilmente parecchi an- 
cora ne verranno rintracciati in altre più accurate ricerche che vi fossero fatte, spe- 
cialmente nelle parti che non mi fu possibile visitare. Purtroppo, questo interessantis- 
simo territorio archeologico è, per ora, a noi precluso, causa l'inconcepibile leggerezza 
con cui si rinunciò al possesso di questa bella e fertile isola che formava un tutto omo- 
geneo con le altre isole del Quarnero, e che pur avrebbe avuto per noi, e per la nostra 
sicurezza, indiscutibile valore. Sulle altre terre del Quarnero, irte e dirupate, Veglia offre 
il vantaggio d'un terreno in parte pianeggiante, intersecato da colli e da monti di mo- 
derata altezza, coperto da fitta vegetazione lussureggiante, da vaste boscaglie, da campi, 
da prati e da vigneti ubertosi. Altro e non piccolo vantaggio è quello della maggiore 
umidità grazie alle pioggie più frequenti ed abbondanti, e del possedere numerose sor- 
genti perenni e parecchi serbatoi d'acqua, tra cui principali i laghetti di Panighe e di 
Capriccio. 

Se la terraferma dell'Istria è una delle contrade nella quale più spesseggiano i ca- 
stellieri, che anzi a ragione può dirsi il paese tipico di queste primitive costruzioni ciclo- 
piche, non meno abbondanti essi trovansi sulle isole del Quarnero, sulle quali finora ne 
conosco ben cinquantanove, cifra che, senza dubbio, sarà notevolmente ancora accre- 
sciuta da ulteriori esplorazioni. 



REGIONE X. — 123 — ISOLE DEL QUARNERO 



Ne ciò deve punto meravigliarci, dappoiché le isole offrivano maggior sicurezza 
della terraferma contro le incursioni nemiche che, a giudicare dalla robustezza delle 
cinte dei castellieri, non dovevano essere allora infrequenti né poco accanite. Circon- 
date da ogni lato del mare, dalle torbide acque del Carnaro, spesso non transitabili nep- 
pure agli odierni grandi piroscafi, e quindi tanto meno alle fragili navicelle di cui pote- 
vano disporre quelle prische genti, le nostre isole avranno esercitato indubbiamente 
speciale allettamento sulle schiere migranti a fissarvi stabile dimora. 

Partendo da queste considerazioni, proposi al chiar. architetto comm. Guido Cirilli, 
reggente l'Ufficio di Belle Arti a Trieste, d'iniziare le nuove ricerche paletnologiche dalle 
isole del Quarnero, per rilevare meglio i monumenti lasciatici dalle antiche popolazioni 
che le abitarono. Accompagnato dalla esimia dott. ssa Bruna Tamaro, addetta quale ispet- 
trice al predetto Ufficio di Trieste, rivisitai nel decorso maggio e nel luglio le isole di 
Lussino e di Cherso, praticando alcuni piccoli scavi in tre castellieri dei dintorni di Os- 
sero, ed in due altri nella parte centrale di Cherso. Si approfittò di questi due viaggi 
per fare una ricognizione di buona parte dell'isola di Cherso fin quasi alla sua estre- 
mità settentrionale, visitando e rilevando parecchie altre stazioni preistoriche e relativi 
tomoli, segnandoli nell'annessa carta topografica (tav. II). Non possiamo far a meno di 
porgere qui le dovute grazie al Dott. A. Lcmesich, segretario del Comune di Cherso, ed al 
sig. 0. Zadro, addetto allo stesso Ufficio, che ci facilitarono questo compito. 

Prima di riferire sugli scavi intrapresi, mi sembra opportuno passare brevemente 
in rivista i castellieri finora scoperti sulle isole del Quarnero, che ci dimostrano quanto 
densamente esse fossero abitate nella remota antichità, e quale mèsse d'importanti docu- 
menti archeologici si potrebbero trarre" dalla loro metodica e più estesa esplorazione. 
Dappoiché non dobbiamo dimenticare che, lasciate le loro dimore ipogee, i nostri proavi 
ricercarono le ventose cime dei monti, come quelle che offrivano maggiore sicurezza 
contro eventuali attacchi nemici, circondandole di robusti valli. Così sorsero i castel- 
lieri che rappresentano nella nostra regione ciò che per la Lombardia ed i paesi ricchi 
di laghi sono le palafitte, e per la valle del Po le terramare, delle quali devono con- 
siderarsi coevi. Essi non erano semplici fortilizi, come potrebbe farlo supporre il loro 
nome, ma veri villaggi e talora ampie città della circonferenza di alcuni chilometri, su- 
peranti per estensione perfino parecche delle più celebri metropoli della classica anti- 
chità, in cui trassero per lunghi secoli la loro esistenza le popolazioni primitive delle 
nostre contrade, lasciando, negli strati più o meno profondi, le tracce eloquenti del loro 
soggiorno. A buon diritto quindi i castellieri, con le copiose reliquie che contengono e 
con le necropoli che vi appartengono, possono venir riguardati quali i preziosi archivii 
della nostra preistoria, in cui ci è dato leggere tante ignorate pagine sulla vita sociale, 
sugli usi e costumi dei loro abitatori. Da questo lato la ricerca dei castellieri riesce di 
somma importanza ; e noi facciamo caldi voti, che vengano tenuti nel debito conto e, con 
opportuni provvedimenti legislativi, preservati da ulteriori vandaliche distruzioni. 

All'estremità settentrionale dell'isola di Veglia sorgeva sur un mammellone roccioso, 
alto 72 m., al fondo di un ampio seno di mare, un castclliere, tramutato più tardi in ca- 
stro romano e nel medio evo in formidabile castello, del quale si conservano ancora i 
torrioni, ed entro alle cui mura esiste tuttora il villaggio di Castelmuschio. Una ricca 



ISOLE DEL QUARNERO — 124 — REGIONE X. 

fonte, sgorgante al suo piede, favorì non poco la sua fondazione e la successiva scelta a 
sede ininterrotta dell'uomo. Forse anche il dosso rupestre a N. E. di questa località, 
designato sulla carta dello Stato Maggiore Gromasiza (124 in.), dominante il canale 
di Maltempo, era pure un castelliere, come parrebbe accennarlo il suo nome('). Vi si 
scorgono copiosi avanzi di muraglie e di edilìzi, circondati da un vallo ; ma, non aven- 
dovi praticato alcuno scavo nò riscontrato terriccio nero né i soliti cocci caratteristici, 
non ardisco ascriverlo a' tempi preistorici, sapendo come su quest'isola s'incontrino 
in più luoghi rovine di villaggi abbandonati a causa delle felibri malariche che v'infie- 
rirono spesso, e con speciale violenza nel secolo passato. 

Non molte opere munitorie si richiedevano per difendere la lingua di terra che si 
protende in mare a sud del villaggio di Nivize sulla Punta Zuffo, bastandovi un semplice 
vallo trasversale che ne sbarrasse l'accesso dalla parte orientale. Nel mezzo di questo 
piccolo castelliere sorge un tumolo sul punto culminante (30 m.). Da informazioni avute, 
anche sul m. S. Giovanni (117 m.), che s'alza a levante ed a poca distanza dal laghetto 
di Capriccio, dovrebbe trovarsi una stazione preistorica. 

Altro bel castelliere a duplice cinta bene conservata, e del pari con un tumolo nel 
mezzo, trovasi sul m. Gradina (107 m.), a mezzogiorno di Malinsca. La sua cinta esterna, 
formata da grossi blocchi, ha una circonferenza di 550 m. (fìg. 1). 

Alquanto alterato da costruzioni posteriori, che per vasto tratto occupano i fianchi 
del m. S. Pietro (255 m.) presso Gobogne, è il castelliere a triplice cinta, dal quale, per 
la sua posizione isolata, si domina l'esxeso territorio circostante. 

Poco lungi da questo, sopra un dosso nominato Gromacina (282 ni.), con tracce di 
vecchi fabbricati e di vallo, sorgono due tumuli, alti rispett. m. 2,50 e 1 ,50, e della circon- 
ferenza di circa 80 m., costrutti di grossi blocchi, dei quali uno, aperto una ventina d'anni 
fa, possedeva nel centro una tomba a cassetta formata da lastre di pietra, nella quale si 
rinvennero solo pochi avanzi di scheletro senza alcuna aggiunta. Un bell'esempio di 
costruzione megalitica ci offre il castelliere del M. Gracisce (266 m.) verso Dobrigno, 
a duplice cinta, per la quale si adoperarono blocchi di 1-2 in. di base. Due castel- 
lieri giacciono presso il villaggio di Garizze, uno sul m. S. Giorgio (328 m.) piutto- 
sto malandato, l'altro sul M. Chersovan (256 m.). In prossimità della chiesa di questo 
villaggio esistono due tumoli, di cui uno, scavato per conto del museo di Zagabria, avreb- 
be contenuto, a quanto mi fu riferito, oltre ad alcuni bronzi, una collana d'oro. Un terzo 
sorge a non molta distanza sul colle Cosmanice verso Verbenico. Del pari presso questa 
borgata, che probabilmente pur essa fu in antico un castelliere, si incontra a ponente 
quello di Crasini (164 m.), chiamato dagli indigeni Gromacina, con due tumoli, ed 
altro tumolo sul m, Castriz (90 m.) di faccia al porto, nel quale si rinvennero soltanto 
resti di un inumato nella solita cassetta rettangolare. 

A mezzogiorno di Verbenico torreggiano egualmente due formidabili castellieri, 
l'uno sul m. Gain (448 m.), l'altro sul m. Maligrac, meno alto (212 m.), con cinta mega- 
litica misurante 290 m. bene conservata, della grossezza di 3 m. ed alta in alcuni punti 



(') Col nome di gromuzzi gli abitanti delle isole del (^uarnero designano solitamente i castellieri. 



REGIONE X. 



— 125 



ISOLE DEL QUARNERO 



ni. 2,50. Il terriccio vi è nerissimo e zeppo di cocci. Nelle sue vicinanze, alla quota 183 m., 
trovasi un tumolo isolato. 

Probabilmente sulla punta che s'allunga in mare a NE. esistono pure due castellieri 
a giudicare dai loro nomi di Veligrad e di Maligrad (Castello grande e piccolo) ch'io non 



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ebbi occasione di visitare. Fui informato che, circa 3 chilometri a S. del m. Maligrac, 
esiste un altro piccolo cartelliere sopra un dosso in prossimità del m. Gajen, il che sa- 
rebbe pure suffragato dal nome di Podgrasca Glaviza, ossia Poggio del castello (458 m.). 
Nella parte meridionale dell'isola, brulla e rocciosa, non potei constatare se non due 
castellieri, quello del m. Mizza (338 m.) a SE. di Ponte, ed un altro sul m. S. Giovanni 
presso Besca nuova, sul quale veggonsi scarsi resti d'un castello e di altri fabbricati 
medioevali. Va notato, che presso Bescavalle fu scoperto, anni fa, un deposito di alcune 
centinaia di armille e di anelli di bronzo. 



ISOLE DEL QUARNERO — 126 — REGIONE X. 



Come indicherebbe il nome di Gradaz(') dat:t ad una vetta di 270 m. tra Besca nuova 
e Besca vecchia, anche ivi sarebbe da ricercare una stazione preistorica, che a me non 
fu dato constatare, come pure sul dorso arrotondato del m. Socola a levante di Besca 
nuova, ove scorgonsi molte rovine, che gli abitanti riferiscono ad una città distrutta, 
da loro nominata Corintia. 

Noterò infine, che in un podere presso Veglia, appartenente alla famiglia Schinigoi, 
fu scoperto un sepolcreto romano, nel quale trovavansi pure alcune tombe preistoriche, 
contenenti rozzi vasi d'argilla con decorazione ad impressioni digitali, una bella fibula 
di tipo La Tene con due nodi al piede ripiegato ed un anello a spirale. Senza dubbio, 
parecchie altre stazioni preistoriche possiede l'isola di Veglia, che io non potei rilevare, 
e che avrebbero richiesto un più lungo soggiorno ed un esame più accurato di quanto 
a me fosse concesso nella breve gita d'ispezione. 

La distanza che separa l'isola di Veglia da quella di Cherso è di appena 4,8 chilo- 
metri, sicché il passaggio non poteva offrire grand' difficoltà ai nostri preistorici. No- 
nostante quindi l'asprezza e la sterilità di buona parte di quest'isola, che per estesi 
tratti consta di nude rocce biancheggianti, che nulla hanno da invidiare alle più deso- 
late plaghe dell'Erzegovina e del Montenegro, e dove a mala pena le greggi fameliche tro- 
vano un filo d'erba da brucare, anch'essa ebbe i suoi castellieri, dei quali finora potemmo 
constatare 14, numero certamente inferiore al reale, e che s'accrescerà con altre inda- 
gini, difficoltate non poco dalle grandi distanze (l'isola misura in lunghezza 67 chilo- 
metri), dalla natura rupestre e selvaggia del terreno, dalla deficenza di strade e di ogni 
più primitivo ricovero nei villaggi più eccentrici. Non dobbiamo tuttavia dimenticare, 
che probabilmente quest'isola aveva un differente aspetto nell'antichità, prima che 
cominciasse l'insano diboschimento, causa precipua della sua fatale progressiva carsifi- 
cazione. 

Nella parte settentrionale, coperta ancora in buona parte da vaste boscaglie di 
quercie e di carpini e finora assai poco esplorata, alto torreggia il castelliere del m. Halm 
(434 m.) a N. di Dragosichi, circondato da un robusto vallo parziale, non richiedendo il 
versante del monte, vòlto a tramontana e scendente ripidissimo e roccioso, alcuna difesa 
speciale da quel lato (fig. 2). Il vertice è occupato da un'alta roccia dentellata con un 
piccolo ripiano. Il terriccio è assai scuro e cosparso di numerosi cocci. Nella recente 
riduzione a campo di un tratto pianeggiante entro la cinta, fu trovata pure un'ascia 
di pietra levigata che purtroppo, andò smarrita. A quanto rilevai dal proprietario 
del fondo, si sarebbe incontrata alla profondità di 1 m. una grande lastra di pietra 
che però non venne smossa. 

Un altro castelliere trovasi più in basso sur una vetta presso il m. Rasna, che la 
brevità del tempo non ci consentì visitare. Persino sulla cima del m. Syss (638 m.), sul 
piti elevato punto di tutta l'isola, s'incontrarono cocci preistorici. Probabilmente era 
pure una stazione antica il colle isolato (130 m.) su cui sorse più tardi Caisole (Caput 
insulae). Da ricercarsi sarebbe inoltre il m. dolman (402 m.) a mezzogiorno di Dragosichi, 

(') La popolazione slava designa i nostri castellieri coi nomi di Gradisce, Gradistie, Gradina, 
Gradaz, tutte voci derivate da Grad che significa appunto castello. 



REGIONE X. 



— 127 — 



ISOLE DEL QtMRNEKO 



mentre la visita del m. Gradiste (562 m.) tra Vodizze e Podoschizza, ridotto ormai a 
nuda roccia, nonostante il suo nome, non mi fornì alcun indizio di antiche costruzioni. 
Del pari non m'ebbi alcun resto trogloditico da una caverna facilmente accessibile presso 
Petrici, forse a causa della troppo superficiali ricerche. 



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Fra. 2. 



Anche nella parte settentrionale di Cherso non mancano tomoli: così ne esistono 
parecchi a ponente di Caisole sul fondo comunale del Maliverch, ora imboscato a pini. 
Allorché questi venivano piantati, il Dott. de Petris, allora podestà di Cherso e zelante 
cultore d'archeologia, ne aperse alcuni, trovandovi tombe rettangolari a cassetta con sche- 
letri rannicchiati. Vi raccolse parecchi oggetti di bronzo, come un pezzo di pugnale lungo 
10 cent, 2 bottoni, un gancio da cintura ed alcuni anelli che furono spediti al museo di 
Vienna. Altri tumoli giacciono sparsi nei boschi all'estremità dell'isola sul m. Trabian- 
cich, a Crasni, Malsiceriza. Veli Jablanaz, ecc. La presenza di questi tumoli fa presup- 
porre l'esistenza di stazioni preistoriche anche in questa parte remota ed impervia di 
Cherso, che restano ancora da ricercare. 

Al di sopra della città di Cherso sorge il castelliere di S. Bartolomeo (314 m.), punto 
assai strategico dominante la strada che conduce al porto di Smergo alla costa orientale 
dell'isola. E difatti, dagli scavi eseguiti dal prelodato Dott. Petris e dal Dott. Lemesich, 



ISOLE DEL QUARNERO — 128 — REGIONE X. 

emerse chiaramente che fondaco già sullo scorcio dell'età eneo-litiea, esso fu tramutai 
p ù tardi in castro romano, servendo per lungo tempo a tale scopo, come ci fanno fede i 
copiosi resti che si conservano al museo di Ohcrso. Tra gli oggetti paletnologi raccolti 
mi sembra specialmente interessante uno stampo d'argilla, una così detta pinladfra, 
lunga 125 nini., portante alla faccia inferiore quattro croci circondate da cerchi (fig. 3>; 
un cilindro a doppia capocchia, alcune iusaiuole ed anse a linguetta, fibule di tipo La 
Tene ed a doppio ardiglione, e parecchi cocci appartenenti a quest'epoca. Più copiosi e 
svariati sono i resti riferentisi ai tempi romani. In seguito alle costruzioni posteriori ed 
alla riduzione di un tratto di terreno a vigna, il vallo di questo castelliere si è solo par- 
zialmente conservato. Non è da dubitarsi, che scavi più estesi darebbero altri pregevoli 
relitti, non soltanto di età arcaiche, *ma eziandio dell'epoca romana. 




Fig. 3. 



A mezzogiorno della città di Cherso troviamo, sulla vetta emergente del m.Grossu- 
glia (326 m.), un giande tumolo che, aperto anni fa, non diede se non pochi cocci. A me- 
riggio del villaggio di Losnaci, ad un'ora circa dalla città, incontriamo due robusti castel- 
lieri : sul m. Ciule (314 m.) e sur una vetta vicina nominata Pucoina (289 m.;. Del primo 
avremo occasione d' intrattenerci più tardi, allorché riferiremo sugli scavi in esso pra- 
ticati; l'altro è di forma circolare con muro ben conservato, della grossezza di m. 3.50, 
costrutto di grandi blocchi ed in alcuni tratti alto oltre 2 m., cui si annoda un secondo 
vallo semicircolare grosso m. 2.40 (fig. 4). In questo castelliere si vede chiaramente, come 
già allora i costruttori fabbricassero le mura di cinta adoperando per le parti esterne 
blocchi più o meno grossi e riempiendo la parte centrale di semplice pietrisco. Essendo 
quest'ultimo meno resistente all'azione dissolvitrice delle intemperie, andò maggiormente 
corroso dei massi esterni che rimasero per circa un metro più alti, sicché il muro presenta 
attualmente per vasti tratti l'aspetto di un angusto corridoio fiancheggiato dalle rocce 
esterne tuttora in piedi (fig. 5). Sur una piccola spianata alla base di questo castelliere 
s'inalza un enorme tumolo alto circa 10 m. e della circonferenza di 110 m., che permette 
ancora riconoscere la torte muraglia circolare da cui era circondato. 

Da comunicazioni avute dal dott. de Petris(cui mi è grato rendere sentite grazie per 
le gentili informazioni che si compiacque darmi), egli scavò per ben 45 giorni in questo 
tumolo, con esito del tutto negativo, avendo trovato solo pochi cocci, e tra il materiale 
di scarico una fibula di tipo La Tene con infilata un'armilla, sicché risultò, che già ante- 
riormente era stato manomesso. Date però le sue grandi dimensioni, non è escluso che, 



REGIONE X. 



— 129 



ISOLE DEL QUA^NERO 



se anche la tomba eentrale del tumolo venne distrutta, si possano trovare tuttora in- 
tatte eventuali tombe laterali. Altro tumolo si scorge poco lungi sopra una vetta alla 
quota 190 m., in contrada segnata col nome Belijina. Anche a ponente del m. Ciule, 
presso la scomparsa cappella di S. Pietro tra Chersina e Bataina, a sinistra della strada, 
che da Cherso conduce a Vrana, incontrasi un grande tumolo. Portando il centro di esso 










Fio. 4. 






tracce evidenti di essere stato già anteriormente rovistato, il dott. Petris scavò nelle parti 
periferiche, aprendo tre tombe in cui nelle cassette rettangolari giacevano gli scheletri 
rannicchiati e, come al solito, senza alcuna aggiunta. 

Nei pressi di Aquilonia ergesi il castelliere del m. Sculchi (312 m.), punto culminante 
di un'ampia regione, d'onde schiudesi un bel panorama della parte meridionale della 
isola. Anche di questo castelliere avrò agio di riparlare. 

Noterò qui che ad oriente di questo castelliere trovansi tre spaziose caverne sur un 
fondo appartenente al Capitolo diocesano, le quali, essendo di facile accesso, è probabile 
contengano resti trogloditici, e quind> meriterebbero un'esplorazione. 

Verso l'estremità occidentale dell'isola vedesi torreggiare il castelliere del m. Chelm 
(483 m.), poco lungi da Lubenizze, del quale però assai difficile riesce rilevare la forma ed 
il decorso delle cinte, causa la fitta, quasi impenetrabile pineta che attualmente lo ricopre. 
Presso Lubenizze trovasi pure una caverna di facile accesso, finora inesplorata. All'estre- 
mità del lago di Vrana giace il castelliere del m. Ghermov (328 m.) con un tumolo, e due 

Notizie Scavi 1924 — Voi. XXI. 17 



Isole del quarnéro — 130 — regione x. 

tumoli s'alzano sul dosso detto Hrib (208 m.) presso la cappella di S. Pietro. Altri due 
tumoli scorgonsi sul m. Nieloviza (1 63 m.) ove, a quanto rilevai, si troverebbe pure un ca- 
stelliere, che non mi fu possibile visitare. Del pari un bel tumolo, alto 6 m. e misurante 
in periferia m. 200, s'incontra sul m. Sillaz (196 m.), di fianco alla strada provinciale 
a N. di Bellei. A quanto mi comunica il dott. de Petris, un castelliere si troverebbe 
sulla Punta Meli a NE. della Stanzia Verin, presso la quale giace un'estesa necropoli 
romana ; nella propinqua Valle Bocca si vedrebbero sul fondo del mare, in prossimità 
della riva, numerosi balsamarii di vetro. 

La parte meridionale dell'isola presenta un aspetto del tutto differente : scompa- 
iono i monti elevati con le loro rocce biancheggianti, ed in loro vece si distende un terreno 



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Fio. 6. 



basso, dolcemente ondulato, ricoperto da una fitta e rigogliosa vegetazione sempre- 
verde. E quivi, a N. della città di Ossero, trovasi il castelliere di Pescenie (178 m.) e più 
giù, verso Punta Croce quello robustissimo della Grande Guardia di Vela Straza 
(148 m.), dei quali ci occuperemo in seguito. Nei boschi circostanti a quest'ultimo sono 
disseminati numerosi piccoli tumoli, alcuni dei quali, già aperti, mostrano nel centro 
la solita cassetta rettangolare. Poco distante dal castelliere apresi la grotta di Gher- 
mosai, già illustrata più di un secolo e mezzo fa dal Fortis, ricca di brecce ossifere, 
che probabilmente servì pure di dimora ai trogloditi, e che, al pari dei tumoli, merite- 
rebbe una più accurata esplorazione. 

L'isola di Cherso è divisa da quella di Lussino da uno strettissimo canale (forse 
artificiale), misurante soli 11 metri di larghezza (la così detta Cavanella) oltre la quale e 
gettato un ponte girevole. La città di Ossero — già centro importante e sede di un vesco- 
vado sino all'anno 1818, ora ridotta a poche centinaia di abitanti, causa l'imperversare 
delle febbri malariche — giace ancora sull'isola di Cherso, laddove, poco lungi dalla città 
ma già sull'isola di Lussino, sur una vetta segnata sulla carta dello stato maggiore col 
nome di Bog (97 m.) trovasi il piccolo castelliere portante pure il nome di Vela Straza 
e sulla adiacente cima verso Punta Debela, alla quota 87 m., un tumolo. 

Tra le isole del Quarnéro quella di Lussino è indubbiamente la meglio esplorata 
dal lato paletnologico, sicché il numero de' suoi castellieri finora conosciuti sale a non 



REGIONE X. — 13 L — ISOLE DEL QUAUXERO 

meno di 25 (*). La mitezza del suo clima, i suoi monti meno aspri e selvaggi di quelli 
di Cherso, rivestiti di dense macchie di sempreverdi, i frequenti suoi seni di mare ricchi 
di pesci, offrivano eccellenti condizioni d'esistenza a' nostri castricoli, e quindi non 
deve recar meraviglia la copiosa serie delle sue stazioni preistoriche. Ad eccezione del 
m. Ossero, che s'erge a 588 m. con le sue vette dirupate e brulle, tormentate dai venti 
impetuosi che prostrano a terra i grami ginepri e gli altri pochi alberi da cui qua e là 
è interrotta la desolante nudità delle sue rocce, tutto il resto dell'isola è disseminato 
di una fitta rete di castellieri. Che però non fossero del tutto disabitate le balze del monte 
che scoscendono con una serie di altissime rocce perpendicolari al versante occidentale, 
tra le quali a forma di vasti atrii s'interpongono parecchie vallicelle, lo dimostrano 
iresti trogloditici trovati in un piccolo assaggio che feci praticare nella caverna Vela 
Jaina (Grande Grotta) ( 2 ). Del pari i contrafforti estendentisi al lato orientale tra Ossero 
e Neresine portano vestigia, più o meno evidenti, di antichi castellieri; così uno ne esiste 
a Tersich sul m. Bielci (160 m.), poco lungi da quello già citato del m. Bog, con vallo 
parzialmente conservato e terriccio nero con abbondanti cocci. Nelle sue vicinanze sul 
pendìo verso Ossero, vedesi un tumolo aperto con cassetta rettangolare. Del castel- 
liere che circondava la cappella di S. Lorenzo (88 m.) più non esiste traccia di vallo, 
e solo la presenza dei caratteristici cocci ci fa fede dell'antico abitato. Un altro esisteva 
sul m. Halcina (108 m.), entro al quale giace una frazione del villaggio di Halmaz, 
ove il terreno è disseminato di cocci preistorici e romani; ed un quarto, ormai quasi 
scomparso sul colle Berdo (120 m.), sorgente immediatamente sopra il villaggio di 
Neresine, con parecchi edifizi recenti in rovina. Nei suoi campi veggonsi frequenti resti 
di stoviglie primitive e di molluschi marini. Persino sulle vette inospiti del m. Cam- 
plin (m. 215) sopra S. Giacomo, il cap. Martinolich trovò in questi ultimi giorni cocci 
preistorici, senza traccie però di vallo. 

Per un tratto di sei chilometri in cui l'isola subisce una forte strozzatura, riducen- 
dosi ad una larghezza di appena un chilometro, non s'incontra alcun altro castelliere 
sino nei pressi di Chiunschi, ove l'isola torna ad allargarsi, ed ove sull'adiacente poggio 
segnato con la quota 144 m. trovasi un piccolo castelliere. Un po' più a settentrione 
ne esiste uno più ampio sul m. Polanza (214 m.), con poderoso vallo, solo in parte ancora 
conservato, essendo il tratto discendente del castelliere vòlto a ponente, ridotto ad 
una serie di scaglioni per la coltivazione delle viti. Lo scavo che vi praticai nel 
ripiano orientale, mi fornì una copiosa serie di cocci appartenenti tanto a grandi doli 



(') Ricordo qui con grato animo l'efficace collaborazione del compianto prof. A. Haracich e del 
cap. M. Martinolich di Lussinpiccolo nella faticosa ricerca dei castellieri di quest'isola, 

( 2 ) Questa caverna s'apre nel dirupo di una scoscesa vallieola, tutta occupata da mobili sassi, ta- 
lora di notevoli dimensioni, tra i quali raccolsi numerosi cocci preistorici, trasportativi probabilmente 
dalle acque dal sovrastante atrio della grotta. Questa consta di un'unica stanza quasi piana, lunga 
23 m., con abbondante terriccio nero, ed è illuminata sino al fondo dall'ampia apertura triangolare 
dell'ingresso, alta circa 8 m. e larga 6, ove scorgonsi i resti di un antico muricciuolo. Oltre a questa 
caverna, ne esistono parecchie altre più o meno spaziose al versante occidentale del monte, tra le quali 
va notata la maggiore, detta » Dell'Organo » (Organaz), lunga 40 m. e divisa in tre stanze, nella quale 
però finora non venne praticata alcuna ricerca patetnologica. 



ISOLE DEL QUARNERO — 132 — REGIONE X. 

dalle pareti assai grosse, quanto a piccoli vasetti d'argilla più fina, con e senza anse. Tra 
queste notevoli parecchie nelle quali la branca superiore dell'orecchietta si allarga e 
s'inalza fino a cm. 5. La decorazione delle stoviglie è molto semplice, e consta di cordoni 
o di solchi disposti tanto orizzontalmente quanto in cerchi concentrici. Vi raccolsi pure 
una bella macina rotonda ed imperforata di trachite bigia a fine grana quasi grani- 
toide. Non rari vi sono pure frammenti di fittili romani. Numerosi osservaronsi i gusci 
di molluschi marini, quali della Monodonla turbinata, dello Spondylus gaideropas, del 
Cardium rdule, del Murex truneulus AcWArca Noe, del Ceiithium mlgalum, di varie 
specie di Palelle come la scutettaris, la subplana, Vaspera ecc. 

Un altro castelliere di piccole dimensioni esiste presso Chiunschi sul più elerato 
punto dell'isoletta Osiri (64 m.), mentre sul propinquo m. Vlaca (140 m.) s'ergono 
due tumoli alti 2 m. con un diametro di 10. Tanto gli abitanti del m. Polanza quanto 
quelli, dell'altro castelliere giacente sul m. Stan (110 m.) e situato a SO. di Chiunschi 
(del quale si conservarono chiare vestigia, e nel quale, misti agli avanzi preistorici, 
veggonsi molti frammenti d'anfore romane), avevano intorno a se un ampio territorio 
assai fertile, formato da un'espansione pianeggiante dell'isola. 

Ove questa torna a restringersi riducendosi per una lunghezza di sette chilometri, 
fino a Lussinpiccolo, ad una semplice schiena di monte larga appena mezzo chilometro, 
incontriamo, allineati l'uno appresso all'altro, tre castellieri: quello diCabosciac(102 m.), 
del M. Asino (125 m.ì ed un terzo sulla cima segnata con 97 m., tutti però assai dete- 
riorati, specialmente quest'ultimo, sul quale scorgonsi alcune tombe rettangolari. 

Intorno a Lussinpiccolo spesseggiano i castellieri : e già all'imboccatura del suo 
porto ne sorgono due, di cui uno sullo scoglio Coludarz (53 m.), il cui vallo andò di- 
strutto, ma che nel terriccio nerissimo rinserra numerosi cocci preistorici; l'altro nomi- 
nato Vela Straza (64 m.), sulla punta che si protende verso Bocca falsa. Nelle imme- 
diate vicinanze della città, e quindi manomessi dai lavori agricoli o da fabbricati po- 
steriori, onde ben poco si conservò delle loro cinte, si devono notare le seguenti sta- 
zioni preistoriche : una sul m. Piccolo Calvario (55 m.), di forma elittica (diametro 
150 X 40 m.); un'altra sul m. Castello (41 m.); una terza sul m. S. Martino sopra Val 
d'Arche, ed una quarta d'appresso sul poggio detto Varsac (diametro circa 100 m.), 
con cocci più numerosi che non nelle precedenti. Meglio conservata è quella di Umpeliac, 
a duplice cinta, sur un dosso che si protende dal m. Tomosciac in direzione di Val d'Ar- 
che. Qualche traccia si conservò pure di quella del ro. Telegrafo (108 m.) che, per la sua 
posizione dominante, concede un'ampia veduta su tutto il porto di Lussinpiccolo. 

Anche intorno a Lussingrande, e verso l'estremità meridionale dell'isola, incon- 
triamo parecchi castellieri od almeno vestigia di questi : così sul m. Strasiza, ove sono 
costruite le prime case della città, si conservò qualche resto del vallo, ed il terreno è 
cosparso di cocci; così sul m. Bulbin (112 ni.), con forte cinta e terriccio nero con abbon- 
danti frammenti di pentole ; così sul m. Calvario o S. Giovanni (234 m.), quasi del tutto 
scomparso ; così quello del m. Pogled o della Vedetta (242 m.), che presenta ancora qual- 
che resto di cinta; ed infine uno sul m. Mulman (60 m.) presso la Punta Cornù, con vallo 
ancora in buono stato ed alcuni tumoli. Sull'adiacente m. Strasan Stan sorge un tu- 
molo alto 2 m. e del diametro di 15, nel cui centro scavato scorgesi una tomba a cas- 
setta rettangolare. 



REGIONE X. — 133 — ISOLE DEL QUARNERO 

Ma non soltanto le tre isole maggiori erano abitate fin dalla remota antichità, ma 
anello sulle minori non difettano castellieri. Su Canidole grande ne esisteva uno sul 
punto culminante (60 m.), detto Vela Straza, del quale rimane ancora parte del vallo, 
entro al quale il terriccio è assai scuro e contenente cocci in abbondanza. Due altri ne 
possiede l'isola di Unie : uno alla sua estremità settentrionale sul m. Malanderschi 
(96 m.ì, nel quale ai cocci preistorici si frammischiano in copia quelli di epoca romana, 
ed abbondanti resti di molluschi marini; l'altro alla meridionale, sul m. Arbit (129 m.\ 
con duplice cinta. Da un piccolo assaggio fattovi eseguire, oltre ad un grande numero 
di frammenti di pentole di varie dimensioni, tra cui molte fornite di bugnette e di anse 
di fogge diverse o con decorazione di cordoncini o di solchi talora disposti a cerchi con- 
centrici, come in un elegante vasetto mammellonato rosso, si sterrarono alcuni pezzi di 
un grande piatto d'impasto assai grossolano, dello spessore di 2 cm., leggermente 
concavo su ambe le facce, che, a giudicare dalla curva, doveva avere un diametro di 
60 centimetri. Si rinvennero pure una macina imperforata di trachite bigia granitoide 
ed una bella ascia levigata di schisto quarzitico, lunga 104 mm. Anche in questo castel- 
lici si trovarono parecchi frammenti d'anfore romane. Una più accurata esplorazione 
di questo bel cartelliere — e, in genere, dell'isola d'Unie — non sarebbe certo opera 
sprecata. 

Del pari due ne esistono sull'isola di S. Pier de' Nembi, di cui uno nominato pur 
esso Vela Straza (91 m.), a duplice cinta, che in un assaggio ci forni parecchie anse ad 
orecchietta ed a linguetta ; l'altro sul m. Strizine, del quale non si conservarono se non 
pochi resti, sebbene il terreno sia disseminato di cocci tanto preistorici quanto romani 
e di una grande quantità di molluschi marini. La natura speciale dell'isola di Sansego, 
consistente di un ammasso di pura sabbia incoerente dell'altezza di 100 m., non era certo 
favorevole alla conservazione di antiche costruzioni : la presenza però di cocci pre- 
istorici, che qua e là rinvengonsi sul m. Garbe, vi farebbe tuttavia supporre l'esistenza 
di una stazione preistorica. 

Da questa succinta enumerazione ci si può fare un'idea dei numerosi castellieri 
ond'erano disseminate le isole del Quarnero. Com'è naturale, non tutti vennero contem- 
poraneamente costruiti, ma successivamente, a mano a mano che, per l'accresciuta 
popolazione, se ne presentava il bisogno. Per conoscere quindi l'epoca della loro fon- 
dazione, sarebbe mestieri praticare qualche piccolo scavo in ognuno di essi od almeno 
nei meglio conservati, da cui risulterebbe la loro età, quando cioè vennero eretti e 
quando abbandonati. Né è esclusa la possibilità, che vi si scoprano le relative-necropoli, 
dappoiché non di rado queste, nei primi tempi, trovavansi entro le cinte, ed appena 
più tardi, allorché, per l'aggiungersi di nuove tombe, lo spazio disponibile più non era 
sufficiente, venivano trasportate in qualche fondo con adeguato terriccio, al piede del 
castelliere, a minore o maggiore distanza da esso. 

Città principale delle isole del Quarnero era nell'antichità quella di Ossero, dalla 
quale veniva pure denominata l'isola di Lussino (Absorus). Ci parve quindi opportuno 
cominciare le investigazioni appunto da questa località, rispettivamente dai castellieri 
che la circondano. E tra questi, per robustezza delle cinte e per la buona conservazione, 
attrasse la nostra attenzione quello della Grande Guardia che dista dalla città circa 



ISOLE DEL QUARNEHO — 134 — REGIONE X. 

cinque chilometri in direzione di Punta Croce, di proprietà del sig. Romano Socolich- 
Castellani di Neresine, dal quale gentilmente ci fu concesso di eseguire lo scavo. 

La sua posizione, elevata di una cinquantina di metri su tutto il terreno circo- 
stante, lo rendeva un punto strategico di primaria importanza. Le sue mura hanno 
uno spessore di m. 4.60 che bene si distinguono quale nucleo entro l'enorme massa 
di sfasciume derivante dal loro crollo. Esse constano d'informi blocchi di calcare di 
1-1.50 m. di diametro, senza alcuna traccia di lavorazione o di cemento, com'è d'altronde 
il caso in tutte le costruzioni preistoriche della nostra regione. Specialmente dal lato 
di SO che è il più elevato, l'àggere ha tuttora un'altezza di 3 m., laddove dagli altri non 
giunge se non ad 1.50 e meno ancora, spccialmen'.e nel tratto frncheggiato da un'am- 
pia e dirupata valliceli» crateriforme ed in quello rivolto a levante verso la Stanzia 
Ghermosai, che scende con forte pendìo, ove non si richiedevano così robuste opere mu- 
nitone, avendovi già provveduto la natura. Il castelliere va digradando verso mezzo- 
giorno, e presenta alla sua metà un ripiano semicircolare sostenuto da un muro di due 
metri di grossezza, al disotto del quale c'è un breve tratto inclinato rupestre che fini- 
sce in un ampio pianoro largo 10 m., occupante tutta la parte inferiore del castelliere. 
Quivi fu praticato lo scavo principale di circa 16 mq., approfondendolo fino a 1.80 m., 
livello in cui si trovò il terreno vergine. Due sterri minori si fecero nel ripiano superiore 
ove il terreno era profondo soltanto 80 cm., ed in un campo all'esterno del vallo che 
appariva disseminato di cocci. 

Il terriccio di questo castelliere contiene una grande quantità di frammenti di 
fittili d'impasto assai grossolano, che alla frattura presentano un'argilla nera frammista 
a sabbia calcare, di cui solo un tenue strato all'esterno ed all'interno venne arrossato 
dalla cottura. Essi provengono per la massima parte da stoviglie di grandi dimensioni 
e dello spessore fino a 2 cm. Queste erano generalmente ventricose, con labbra diritte 
o leggermente piegate all'infuori, raramente orizzontali, ed avevano il fondo sempre 
piatto. Quasi tutti erano lisci, senza alcune decorazione o, tutt'al più, con qualche cor- 
done rilevato o qualche bugietta. Raramente il cordone è ondulato o disposto a cerchi 
concentrici. La stessa ornamentazione ad impressioni digitali (fig. 6), tanto comune 
nelle nostre caverne e nei castellieri della terraferma, apparve solo in tre cocci. Scarsi 
sonvi i vasetti più piccoli (fig. 7), non dissimili da quelli fornitici dagli scavi delle 
nostre grotte eneolitiche. 

Abbastanza varie si presentano le anse de' vasi, tanto verticali quanto orizzontali, 
di cui si raccolse un buon numero. Le più frequenti sono le imperforate, consistenti in 
una linguetta sporgente (fig. 8), talora con un'impressione nel centro (fig. 9). Alle volte 
sono ridotte ad una semplice protuberanza semicircolare applicata alla parete del 
vaso (fig. 10). Una di queste linguette è perforata da un forellino per passarvi una cordi- 
cella, al quale scopo in un'altra pentola a labbra diritte serviva un semplice foro prati- 
cato presso il margine. Si raccolsero pure numerose anse ad orecchietta, inserite più o 
meno distanti dall'orlo. Interessante è una specie in cui la branca superiore si allarga in 
un'espansione aliforme semicircolare (fig. 11), particolarità caratteristica delle epoche più 
arcaiche, comparendo già negli strati neolitici delle caverne ed assai frequente negli altri 
castellieri del Quarnero e dell'Istria meridionale, rara invece nelle parti settentrio- 



REGIONE X. 



— 135 — 



ISOLE DEL QUARNERO 



nali della regione. Molto strani sono certi manichi triangolari o linguiformi (fig. 12), 
lunghi fin 20 cm. e grossi fino 5, assai massicci e pesanti spesso oltre un chilogramma, 
che sembrano una specialità del nostro paese, e di cui anche alcuni altri castellieri della 
terraferma p. es. quelli di S. Spirito di Cittanova, di Carastac e di Moncas presso Villa 
di Rovigno, di Contovello ecc. ci diedero alcuni esemplari ma sempre imperforati e 






Pio. C. 



Fig. 7. 



Pio. 8. 



mai forniti di uno o due fori presso l'estremità che s'inseriva al fittile relativo, come 
in quelli di Ossero. Probabilmente essi appartenevano a quei grandi piatti o padelle già 





Fio. 9. 



Fig. 10. 



accennati tra gli oggetti scavati nel castelliere del m. Arbit, dei quali il presente castel- 
liere ci diede pure alcuni frammenti, di ancor maggiore spessore (4 cm.). A quale scopo 
questi servissero non è facile stabilire con certezza. Forse stavano in relazione con la 
panificazione, considerando il modo usato ancora oggigiorno dai contadini dell' interno 
della Dalmazia nella cottura del pane. Distesa la pasta in forma di grande e sottile fo- 
caccia o schiacciata (analoga alle pizze dell'Italia meridionale), sul terreno preventi- 
vamente appianato, e più o meno pulito, essa viene ricoperta da una specie di ampio 
e grosso piatto d'argilla, sul quale si accende il fuoco, improvvisando così un forno ru- 
dimentale. 

I fittili sono assai primitivi, e non presentano mai un'ingubbiatura più fina né trac- 
cia di graffiti o di dipinti a stralucido, che pur non fanno difetto in molti castellieri 
dell'Istria e persino tra gli avanzi eneolitici delle nostre caverne. Va pure rilevata 
la mancanza di scodelle a labbra rivolte all'interno, frequentissime nei castellieri di 



ISOLE DEL QUARNERO 



— 136 — 



REGIONE X. 



epoca più tarda. Strana riesce inoltre la scarsità di resti animali che, trattandosi di genti 
dedite principalmente alla pastorizia, sono di regola molto copiosi. Non si raccolsero 
se non poche ossa di pecora, di bue e di porco, nessuna di specie selvagge ( 1 ). Del pari a 






Fio. 11. 



differenza di tutte le stazioni giacenti in prossimità del mare e nelle quali abbondano 
i molluschi di cui assai ghiotti erano i castricoli, quivi non si raccolsero se non due 
patelle nello scavo del ripiano superiore. 




Fio. 12. 



In generale il carattere dei relitti che ci offre questo cartelliere può dirsi negativo, 
almeno a giudicare dai risultati ottenuti coi nostri scavi : nessuna cote, nessun istru- 
mento d'osso o di pietra, nessun oggetto metallico e neppure alcuna traccia di resti 



(') Anche dagli altri castellieri delle isole del Quarnero non ebbi alcun resto del capriolo o del 
cervo, quantunque quest'ultimo non vi mancasse, almeno nell'epoca quaternaria, come ci viene di- 
mostrato dagli avanzi raccolti nelle brecce ossifere. 



KEUIONE X. — 13? — ISOLE DEL QUARNEKO 

appartenenti ad epoche posteriori. Una grande uniformità ci presentano i manufatti 
raccolti, sicché dobbiamo ammettere una notevole arcaicità di questa stazione, i cui 
abitanti vivevano isolati nel loro ben difeso villaggio, senza contatti con genti più pro- 
gredite. È evidente che assai presto esso venne abbandonato, probabilmente fin dallo 
scorcio dell'epoca del bronzo, perchè, in caso diverso, non sarebbe stato possibile che si 
fosse sottratto alle influenze della civiltà più evoluta che fioriva nella vicina Ossero. 

Isella speranza di rintracciare la necropoli, si fece pure un assaggio nella vallecola 
adiacente che presentava al fondo una bella spianata, tanto più che, in una specie di 
nicchia tra le rocce de' suoi fianchi, si erano rinvenuti grossi pezzi di un'urna e fram- 
menti di ossa. Purtroppo lo scavo non ci diede alcun risultato. 

Analogo bottino, se anche più scarso, data l'esiguità dello sterro, si ebbe dalle 
indagini praticate nel castelliere di Pescenie a circa due chilometri a TN T . di Os- 
sero, che giace sopra un dosso arrotondato, quasi nudo ad eccezione di alcuni Ton- 
chiosi ginepri (Juniperus phoenirea), e totalmente grigio per la grande quantità di 
Salvia officinaKs ond'è rivestito. Esso è ad una sola cinta, piuttosto debole, che gira 
intorno alla vetta per 310 metri. Al suo culmine trovasi un mucchio di pietre alto m. 4 
e della circonferenza di 40, dovuto ad un antico tumolo, con tracce di costruzione più 
tarda. Altro tumolo minore (alto m. 0.5; circonferenza 20) sorge presso la periferia del 
castelliere. 

Ben differente è l'aspetto del piccolo castelliere di Vela Straza, che sorge 
roccioso a un chilometro in linea d'aria a mezzogiorno di Ossero. Circondato da lus- 
sureggiante vegetazione sempreverde, che s'addensa anche sul suo ripiano, esso va 
del pari fornito di una sola cinta megalitica, grossa 2 m., girante intorno ad un colos- 
sale tumolo, che, unitamente ad una serie di rocce dentellate, ne occupa il centro, sicché 
ben poco spazio rimaneva per le dimore degli abitanti. Causa la fìtta sterpaia di gi- 
nepri, di lecci, di filliree ecc. che impedivano uno scavo più esteso, ci si dovette limi- 
tare ad un piccolo assaggio, dal quale naturalmente non si ebbero gran cose. 

Per poter fare un confronto tra i castellieri dell'estremità meridionale dell'isola 
e quelli della parte centrale, mi parve opportuno rivolgere l'attenzione ad alcuni castel- 
lieri dei dintorni della città di Cherso, che per la loro buona conservazione ci davano 
maggiore affidamento. A quest'uopo scelsi quello del m. Ciule presso Losnati e quello 
del m. Sculchi a mezzogiorno del villaggio di Aquilonia (Orlez). Il primo è un 
bel castelliere con una cinta interna della circonferenza di 260 m., costituita da un 
robusto muro della grossezza di 3.60 m., alto in alcuni tratti 1.50-2 m. Esso è costruito 
dà blocchi di oltre un metro di diametro, e possiede un ripiano variante da 2 a 4 m., ri- 
stretto però in buona parte dal materiale del muro rovesciato. Al punto più elevato esi- 
ste un tumolo scomposto, sul quale venne alzato un segnale trigonometrico. Del pari 
al versante occidentale veggonsi tracce di un tumolo, ormai quasi scomparso. Il vallo 
esterno, molto più debole, constando di un muro di soli 2 m. di spessore a fior di terra, 
giace circa 8 m. più in basso, ed è solo parziale e limitato alla parte meridionale, dove 
una bella spianata lunga 125 m. e larga 6-8, riparata dai venti di tramontana, of- 
friva la più opportuna posizione per l'erezione delle capanne. E difotti, mentre gli scavi 
praticati entro la cinta superiore nel ripiano dalla parte di NE. ci diedero risultati del 

Notizie Scavi 1924 — Voi. XXI. 18 



Isole del quarnero 



— 138 — 



REGIONE X. 



tutto negativi, quelli fatti, durante due giornate di lavoro, al lato occidentale, meno 
esposto, e specialmente nella spianata inferiore, ci fornirono larga mèsse di frammenti 
di fittili. E ciò e naturale, perchè, senza dubbio, anche nei tempi preistorici la patria 
bora avrà soffiato con violenza sull'isola di Cherso, come ce lo provano la maggiore ro- 
bustezza delle muraglie che generalmente si riscontra ne' suoi castellieri dalla parte 










4$ ■ •-: 




d'onde spira questo vento impetuoso, e la presenza, in molti di essi, della seconda cinta 
unicamente al versante meridionale, meno soggetto alle raffiche furiose. 

Costruzione non dissimile ci presenta il castelliere del m. Sculchi (fig. 13) che è 
di forma elittica. Anch'esso è un castelliere a doppia cinta, di cui però l'esterna, a dif- 
ferenza di quella del m. Ciule, si annoda ad ambe le parti al vallo superiore. Per la na- 
tura oltremodo rupestre del terreno, scendente molto ripido tanto dal lato orientale 
che occidentale, il ripiano delle cinta superiore è limitato a due tratti a N. ed a S. : 
il primo lungo 22 m. e largo 7 ; l'altro, più vasto, lungo 50 m. e largo 6-8, a circa 10 m. 
sotto il culmine, che è piano e costituito da nude rocce calcari. I muraglioni del vallo, 
misuranti attualmente in altezza soli m. 0.50-1, sono grossi da ra. 2 a 2.50 e costrutti 
da blocchi del diametro di 0.80-1 m. La cinta inferiore scende per una ventina di metri 
più in basso, e possiede pur essa uno stretto ripiano semicircolare. 



REGIONE X. 



139 — 



ISOLE DEL QUAKNEKO 



Lo scavo in questo castelliere fu praticato in due punti del ripiano superiore vòlto 
a meriggio, e si estese sur una superficie di 25 m. q. Il terriccio aveva una profondità 
di soli 0.50-0.70 m. e conteneva cocci in grande copia, che, al pari di quelli del m. Ciule 
sono del solito impasto grossolano nero, e per forma e decorazione presentano spiccata 
analogia con quelli già descritti del castelliere della Grande Guardia di Ossero. Vanno 




Fio. 14. 



tuttavia rilevate alcune forme di anse non osservate in quest'ultimo, come p. e. l'ansa 
orizzontale gemina (fig. 14) fornitaci pure dal m. Ciule, alcune a linguetta terminanti 
in due cornetti, ed alcuni manichi cordonati con coste trasversali (fig. 15). Né vi man- 




Fio. 15. 



cano quei grossi manichi triangolari, più o meno allungati, di padella, riscontrati 
in quello della Grande Guardia. Al pari di quest'ultimo, scarseggiano gli avanzi 
d'animali, ne si ebbe traccia alcuna di molluschi marini e d'ossa lavorate. In ambedue 
si raccolsero macine imperforate di trachite, del diametro di 20-22 cm., provenienti 
probabilmente dai colli Euganei: quella del m. Ciule di colore oscuro con numerosi 
noduli bianchi di quarzo; quella del m. Sculchi invece d'una varietà bigia, granitoide, 
cui va aggiunta inoltre un'altra macina formata da una puddinga o conglomerato ros- 
sastro con ciottoli di quarzo, simile a quella della valle del Ferro in Carnia che ancora 
attualmente viene scavata per tale scopo. In quest'ultimo castelliere si rinvenne pure 



ISOLE DEL QUARNERO — 140 — REGIONE X. 



un bel coltellino di bronzo, lungo 94 ira., che fu l'unico oggetto metallico raccolto 
ne' nostri scavi. Anche in questi due castellieri non si rinvenne alcun oggetto di 
epoca più tarda, sicché pur essi sembrano essere stati abbandonati alla fine dell'epoca 
del bronzo, a differenza di quello di S. Bartolomeo presso Cherso, di cui si fece più 
sopra parola. 

Riassumendo i risultati ottenuti dagli scavi da noi praticati nei castellieri chersini, 
possiamo inferire dallo studio de' manufatti raccolti, ricordanti non poco quelli delle 
caverne, ch'essi furono fondati già nell'epoca eneo-litica, perdurando durante tutta 
la successiva del bronzo e forse, almeno quelli del m. Ciule e del m. Scalchi, sino ai pri- 
mordii dell'età del ferro. Nonostante il notevole spessore del terriccio del castelliere 
della Grande Guardia, non fu possibile constatare, come si sperava, una differenza tra 
i manufatti degli strati più profondi e quelli superficiali, che avessero concesso di rico- 
noscere uno svolgersi progressivo della coltura. La presenza dei tomoli— che in maggiore 
o minor numero sorgono nelle vicinanze od entro la cinta de' castellieri e che, per il 
rito dell'inumazione del cadavere in posizione rannicchiata (rito tanto diverso da quello 
ipogeo e della combustione, vigente nella nostra regione esclusivamente durante l'epoca 
del ferro) e per le aggiunte che talora si rinvengono, devonsi attribuire all'evo del 
bronzo — serve pure a determinare indirettamente l'età delle stazioni. Va inoltre 
notato che, a differenza della terraferma dell'Istria, ove sono molto rare le ascie levi- 
gate di pietra dura, sulle isole del Quarnero esse ritrovansi relativamente frequenti 
nei castellieri o nelle loro vicinanze. Non ostante ch'esse vengano gelosamente con- 
servate dai contadini quali talismani contro il fulmine ed alcune malattie, e quindi 
non facilmente se ne privino, ne ebbi pure parecchie da Losnati, dà Lussingrande, da 
Lussinpiccolo, dal castelliere del m. Arbit di Unie e specialmente da Verbenico sul- 
l'isola di Veglia, dalla quale località ne vidi una trentina nella raccolta del parroco 
don Butcovich di Castua. Esse sono solitamente di piccole dimensioni, da 35 a 45 min., 
a differenza di quelle della terraferma istriana che talora giungono ad una lunghezza 
di 200 e più mm.; per lo più constano di cloromelanìte, di rocce trachitiche e diaba- 
siche, di malafiro, di eclogite, di riolite, di serpentino ecc. 

Approfittando del breve soggiorno ad Ossero, si procurò di ordinare le raccolte di 
quel museo locale, che erano nel massimo disordine, non essendosi rispettato alcun 
criterio cronologico, per cui trovavansi mescolati gli oggetti delle età più disparate (*). 



(') Ne scrisse per primo Riccardo Burton una breve nota (Scoperte antropologiche in Ossero, 
nclT « Archeografo triestino », 1877, p. 129) in cui si limita a far cenno di alcuni pochi oggetti, 
intrattenendosi specialmente sur una lucerna romana con alcuni rozzi graffiti sul fondo che, se- 
condo la sua opinione, sarebbero runici, analoghi a quelli dell'Irlanda. Il Benndorf (Ausgrabun- 
gen in Ossero, nelle « Epigr. Mittheil. aus Oesterreich », 1880, p. 73) trattò esclusivamente degli 
oggetti romani, illustrando parecchie epigrafi. Più tardi il prof. Klodic pubblicò una relazione 
(Mittheil. der Centralkom. Vienna, 1885, p. I) che però è una semplice enumerazione di alcuni 
oggetti, dei quali figurati 21, tra cui soli 4 di epoca preistorica. Incaricato nel 1894 di eseguire 
nuove ricerche nella prefata necropoli, il dott. de Petris inviò i relativi rapporti alla Commis- 
sione centrale di Vienna, dei quali non furono pubblicati se non smilzi estiatti (1895, p. 258; 
e 1897, p. 176). In tutte queste relazioui i resti preistorici sono quasi del tutto negletti. Né 



REGIONE X. — 141 — ISOLE DEL QUARNERO 



Essi provengono per la massima parte da una vasta necropoli che giaceva a mezzo- 
giorno della città di là dalla Cavanella, e quindi già sull'isola di Lussino, sur un ter- 
reno a dolce pendio, estendentesi intorno all'ormai scomparsa cappella di S. Stefano. 
Gli scavi vi vennero praticati dall'arciprete G. Bolmarcich, allora parroco di Ossero, 
tra il 1874 ed il 1881, non però continuamente e, purtroppo, in modo assai primitivo 
e senza alcun metodo scientifico, non tenendosi conto nò dell'area scavata e del nu- 
mero delle tombe aperte, né del rito e dell'epoca cui si riferivano, né della loro forma 
e giacitura, e mcn che meno curandosi di conservare diviso il loro corredo funerario, 
d'onde si sarebbe potuta avere una nozione precisa di questa importante necropoli. 
Si aggiunga, a ciò, che mons. Bolmarcich, nominato canonico alla cattedrale di Veglia, 
portò con sé, a quanto mi fu detto, buon numero di oggetti, dei quali più non si ebbe 
contezza. Più tardi, per incarico della Commissione centrale per la tutela dei monu- 
menti di Vienna, il dott. G. de Petris di Cherso esplorò un lembo non ancora manomesso 
del cimitero, che però in massima parte conteneva tombe romane. Anche dalla parte 
settentrionale di Ossero si trovarono qua e là piccoli sepolcreti, il cui contenuto pare 
sia stato frammischiato a quello della necropoli principale della Cavanella o, più spesso, 
miseramente disperso. Su questi campi funebri e sulle loro interessanti reliquie ben 
poco venne finora pubblicato in succinte relazioni, nelle quali" ai relitti preistorici non 
si fece alcuna attenzione; e quindi, sebbene si tratti di un materiale scavato parecchi 
anni fa, non stimo inopportuno darne qui alcune brevi notizie, giacendo esso tuttora 
inedito. 

Per quanto si può dedurre dagli oggetti tuttora conservati nel museo di Ossero, 
la necropoli servì per lunghi secoli agli abitanti della città, e probabilmente anche dei 
castellieri circostanti, dai primordii della prima epoca del ferro sino ai tardi tempi 
romani. È vivamente da deplorarsi, che le varie relazioni non ci dieno se non scarse e con- 
fuse notizie sul rito funebre vigente, dalle quali si desume unicamente, che le tombe 
erano di differente costruzione, alcune ad inumazione, la maggior parte però a com- 
bustione, senza indicarci in qual'epoca era in uso l'una o l'altra forma di seppellimento. 
Degli inumati, alcuni erano deposti nella nuda terra sopra un letto di ghiaia, altri in 
sarcofaghi di pietra o di terracotta. I resti dei combusti venivano raccolti in vasi 
d'argilla o di vetro, talora conservati in urne di pietra : non vi è fatta però alcuna di- 
stinzione tra tombe preistoriche e tombe romane. 

Io non mi occuperò qui dei numerosi resti della civiltà romana, consistenti in una 
bella sene di vasi cinerariidi argilla, di bronzo e di vetro ; di una grande quantità di lu- 
cerne spesso con bolli di fabbrica o con decorazioni figurali; in copiosi utensili ed oggetti 
d'ornamento di bronzo (quali strigili, specchi, pinzette, anelli, braccialetti, bottoni); in 
collane di perle d'ambra e di vetro ; in ami ed istrumenti di ferro, malauguratamente 
mezzo distrutti dall'ossido, non essendosi provveduto alla loro conservazione; in grandi 



più luce vi apporta un rapporto manoscritto del Bolmarcich, favoritomi gentilmente dal prefato 
dott. de Petris. in cui si parla di egiziani, di fenicii, di pelasgi e di ciclopi, ma ben poco delle 
tombe e della loro struttura come pure degli oggetti in esse contenuti, sicché non riesce di alcun 
giovamento. 



ISOLE DEL QUARNERO — 142 — REGIONE X. 

missili di piombo, di cui alcune con iscrizioni, in monete, lapidi, epigrafi funerarie, ecc., 
che formeranno oggetto di studio della dott RS *. Tamaro. Limitandomi alla parte preisto - 
rica, procurerò di illustrare brevemente il materiale archeologico riferentesi a quest'età, 
esistente al museo di Ossero, molto meno numeroso del romano, ma pur costituente una 
collezione abbastanza cospicua ed interessante per la palcostoria delle isole del Quar- 
nero, finora quasi del tutto sconosciuta agli studiosi. 

Pochi sono i resti appartenenti all'epoca enco-litica, dei quali però è assai dubbio, 
se provengano dalla necropoli o da qualche castellierc, il che è molto più probabile. 
Noterò qui una bella ascia nera di pietra dura levigata, che giudico di basalte o di me- 
lafiro, lunga òò mm. e larga al taglio 40, ed un ciottolo d'egual sostanza (lungo 50 mm., 
largo 36, grosso 1 8) non ancora lavorato per trarne un'accetta. A questo periodo vanno 
ascritti pure alcuni pestelli e coti d'arenaria, tanto frequenti nei castellieri e nelle ca- 
verne della Regione Giulia. 

Nessun rappresentante dell'età del bronzo trovasi nella raccolta del museo; all'in- 
contro ad un periodo arcaico della l a epoca del ferro appartengono indubbiamente sei 
fibule ad arco semplice ed otto ad occhiali ('). Delle prime, che sono di tipo semicircolare 
ed hanno l'arco alquanto ingrossato, nessuna, purtroppo, conserva la staffa, sicché non 
è possibile stabilire se debbano riferirsi alle cosidette fibule a riccio bilaterale (ossia for- 
nite di una voluta dalla parte dell'ardiglione anche al di sotto della staffa, comuni nei 
campi funebri della valle dell'Isonzo e de' suoi confluenti, e specialmente in quelli della 
penisola, balcanica, che però non s'estendono ad occidente di là dal Friuli), oppure al 
solito tipo delle fibule ad arco semplice italiche. Ad ogni modo riesce interessante la 
presenza delle fibule ad arco semplice nei cimiteri di Ossero, essendo esse estremamente 
rare o mancanti nelle necropoli dell'Istria meridionale. Gli scavi di Nesazio, dei Piz- 
zughi presso Parenzo e di Vermo non ne hanno data alcuna, laddove esse spesseggiano 
nelle parti settentrionali della regione, cominciando da S. Canziano presso Trieste 
a S. Lucia, Caporetto, S. Pietro del Natisone ecc. 

Per quanto riguarda le fibule ad occhiali od a spirale binata di Ossero, che sono 
di grandi dimensioni (11-19 em.) ed assai pesanti, esse presentano un'interessante 
particolarità, finora mai riscontrata in alcuno dei numerorissimi esemplari di questa 
specie rinvenuti nella Regione Giulia, che giungono a quasi mezzo migliaio, e che soli- 
tamente sono assai più piccoli. Alla parte inferiore, cioè, esse possiedono una laminctta 
di rafforzo, assicurata mercè due chiodetti, che ad un'estremità si ripiega a formare 
la staffa, dall'altra invece si rastrema nell'ardiglione direttamente oppure descrivendo 
una voluta (fig. 16). Esse differiscono quindi dalle solite fibule ad occhiali, constando 
di due pezzi distinti : le spirali e la laminctta con l'ago e la staffa. 

Fibule di questo tipo non sono rare nella penisola balcanica, tanto in Croazia 
quanto in Dalmazia ed in Bosnia e nell'Erzegovina, e ne vennero raccolte pure nella 
necropoli di Circonico (Zirknitz) in Carniola, poco lungi dal nostro confine settentrio- 
nale. In Italia se ne conosce del pari qualcuna da Novilara, da Sibari, dall'Apulia e 

(') Un altro esemplare di quest'ultimo tipo proveniente dalla stessa necropoli, misurante 
176 mm., trovasi nel museo di Parenzo. 



REGIONE X. 



— 143 — 



ISOLE DEL QUARNERO 



dalla Terra di Lavoro. Noterò infine che l'esemplare piìi occidentale, finora conosciuto, 
di questa fibula, raccolto a Costanza in Svizzera, possiede pur esso una laminetta 
sottoposta, laddove nessuno dei quattrocento e più pezzi di Hallstatt ne va mai tornito. 
Fatalmente spezzata è una fibula particolare a drago e spillone a globetto (fig. 17), 
rarissima nella nostra regione ove non ne trovai se non un'unica più grande e massiccia,! 




Fio. 10. 



pur essa incompleta, nella necropoli di Bresez presso S. Canziano, ma diffusa special- 
mente nell'Italia media e meridionale come a Bologna, Ancona, Teramo, Celano e Lame 
in provincia di Aquila, ad Alfedena, Terni, Cuma, in Sicilia ecc., spesso coll'aggiunta 





Fio. 17. 



Fio. 18. 



di un disco o piattello. Rara è invece nell'Italia settentrionale, d'onde non conosco se 
non un esemplare dalla necropoli di Vadena nel Trentino ed un altro da quella di Bis- 
sone presso Fontanella in provincia di Pavia. Del pari due esemplari sono noti dalla pe- 
nisola balcanica : da Nona presso Zara e da Drvar in Bosnia, forniti ambedue di piat- 
tello a spirale. È strano che questo tipo di fibula, che, secondo Montelius, rappresen- 
terebbe la forma arcaica della fibula serpeggiante, si sia conservato, se anche alquanto 
modificato, nella Carinola inferiore, ove vengono ancora al presente adoperate dai con- 
tadini simili fibule, di dimensioni però molto ridotte, per abbottonare la camicia al 
collo. 

Interessante è un'altra fibula, purtroppo contorta ed assai alterata, coll'arco 
semicircolare ornato, d'ambo i lati, di una serie d'appendici rotonde coniche o rosette, 
formate da un sottile filo di bronzo avvoltolato (fig. 18). Un esemplare simile fu tratto 
dalla necropoli di Nona, ma in miglior stato di conservazione, fornito cioè dello spil- 



ISOLE DEL QUARNERO — 144 — REGIONE X. 

Ione a capocchia appiattita e d'un grande disco in prolungazione della staffa. Questa 
decorazione a piccoli coni spiraliformi ricorre pure in una fibula consimile, però senza 
lo spillone, dalla parte arcaica della necropoli di Benacci a Bologna ed in un'altra con- 
servata nel museo di Ascoli-Piceno. 

Di fibule a navicella la raccolta di Ossero ne possiede due sole di piccole dimensioni, 
ed anche queste spezzate, al pari delle fibule ad arco laminare, di cui una appare re- 
staurata in antico. La fibula a bottoni è rappresentata da un unico esemplare a due 
bottoncini laterali; egualmente quella a sanguisuga e la serpeggiante. Quest'ultima 
(fig. 19) è di tipo umbro, cioè con la curvatura ingrossata, al di sopra della quale tro- 
vasi inserita una voluta, per cui apparterrebbe alla categoria che distinsi col nome di 
biserpeggianti. Va inoltre fregiata, alla curvatura, di due cornetti laterali con pomelli 
e di un dischetto al di sopra dell'ardiglione. 



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Fio. 19. 



In maggior numero vi sono le fibule della Certosa, appartenenti a due varietà di- 
verse : la forma tipica col piede ripiegato terminante in un bottone di cui esistono 
dodici pezzi, ed una varietà speciale dall'arco fortemente curvato, in cui il piede egual- 
mente si ripiega, ma, anziché finire nel bottone, si allarga alquanto in un'espansione 
cocleariforme, senza però innestarsi all'arco come nelle fibule La Tene (fig. 20). Di que- 
sto tipo il museo di Ossero conta 7 esemplari, dei quali il più grande misura 166 mm. 
ed il più piccolo 65. Esse sono fornite di una o due volute al di sopra dell'ago, ma non 
mai di un disco com'è spesso il caso nelle solite fìbule della Certosa. Questa varietà 
non è punto comune : tra un migliaio circa di fibule della Certosa largiteci dalle necro- 
poli di S. Lucia, di Caporetto, di Jelsane e da altre della nostra regione, nessuna pre- 
senta questa particolarità, ad eccezione di quelle del sepolcreto di Castua, nel quale 
sono la forma predominante. Solo nel museo di Pola vidi un esemplare analogo, ma 
col piede di ferro. Anche fuori della regione Giulia non conosco località alcuna, sia orien- 
tale sia italica, che abbia fornito eguali fibule : una qualche somiglianza ne presenta 
una da Nona in Dalmazia, però col piede ripiegato più breve e meno slargato; ed un'al- 
tra da Jeserine presso Bihac in Bosnia, con l'arco non tanto curvato. Per quanto riguarda 
le località italiane, ne va notata un'unica da Alfedena e parecchie, che più o meno ricor- 
dano le nostre di Ossero, dalle necropoli picene di S. Severino, Montegiorgio, Numana, 
Ripatransone, Belmonte ecc., conservate nel museo di Ancona, mentre, com'è noto, 
la solita fibula della Certosa è una delle più comuni in tutte le necropoli italiche di epoca 
più tarda. Anche ad Ossero queste ultime non mancano, e presentano forme differenti, 
quali fornite di riccio, quali di disco od anche d'ambedue. Una di esse, lunga 50 mm.. 



regione x. 



— 145 — 



isole del qtjarnero 



è d'argento, ma forse già d'epoca romana, essendo questa specie di fibula perdurata 
assai lungamente. 

Della seconda epoca del ferro troviamo nella raccolta di Ossero sedici fibule di tipo 





Fio. 20. 



Fin. 21. 



La Tene e venticinque a doppio ardiglione, più o meno spezzate (fig. 21), che ci dimo- 
strano la continuazione del sepolcreto sino allo scorcio delle epoche preistoriche prima 




<à 




la) 



Fin. 22. 



della conquista romana. Tra le ultime noterò due con l'arco fregiato, al margine, di 
una serie di cornetti. 

Gli oggetti della suppellettile funeraria non si limitavano però alle sole fibule, 
ma noi vi troviamo parecchi altri, tra i quali alcuni spilloni (fig. 22), di cui quattro a 
globctti e tre a riccio, oltre a sei pezzi indeterminabili. Da uno di quelli a riccio pen- 
dono due anelli. 

Notizie Soavi 1924 — Voi, XXI. 19 



ISOLE DEL QUARNERO 



146 



REGIONE X. 



Speciale menzione merita uno spillone lungo ben 695 mm., cilindrico alle due estre- 
mità e quadrangolare nel tratto intermedio, fregiato di lineette e di triangoli a dente 
di lupo, con due dischetti infilati a determinate distanze e terminante all'estremità 
superiore con una larga staffa, cui pare fosse in origine agganciato un anello (fig. 23). 
Né mancano pure lunghi aghi a cruna, dei quali la raccolta possiede cinque esemplari. 

Numerose sono le armille, tanto solide quanto cave, come pure a spirale, e gli anelli 
di differenti grandezze, da 1 a 4 cm. di diametro. Tra gli anelli trovansi del pari alcuni 
a spirale ed a nodi. Uno è ornato da una serie di triangoli a dente di lupo. 




Fig. 23. 



La maggior parte dei cinturoni, copiosi come in generale nelle necropoli istriane, 
essendo di sottile lamina di bronzo, andò sventuratamente spezzata, sicché al presente 
non si hanno se non informi frammenti, dai quali tuttavia si rileva che la loro decora- 
zione era semplicissima ed esclusivamente geometrica, constando di cordoncini rile- 
vati e di serie di punti. Due sole placche da cintura, formate da lamina più grossa e resi- 
stente, che venivano assicurate ad una striscia sottoposta di cuoio, si sono meglio con- 
servate. Una è rettangolare, ornata di linee longitudinali, con un chiodo a bullone ; l'al- 
tra, lunga 19 cm., presentante la stessa decorazione, va un po' rastremandosi verso un 
capo, e possiede nel rovescio, ad ambe le estremità, un gancio. 

Alcuni bottoni, pendagli, saltaleoni, fusaiuole e perfette di vetro completano la 
suppellettile delle tombe preistoriche. Tra i pendagli, oltre a parecchi a secchiello 
(fig. 24), a bulle cave, a goccia, a spirali binate (fig. 25), va fatta speciale menzione 
di due laminari, nei quali si può intravedere una rappresentazione schematica della 
figura umana (fig. 26 e 27). 

Nella collezione si trovano pure numerose perle d'ambra ; ma, siccome questa sostanza 
veniva largamente adoperata anche dai romani, e noi non abbiamo alcun dato per sta- 
bilire a quale epoca appartengano, non ardisco comprenderle tra gli oggetti preistorici, 
tanto più che hanno un colorito tendente al giallo, come di solito le ambre romane, e 
non presentano il bel rosso-vinacoo delle nostre ambre più antiche. Del pari non è pos- 



REGIONE X. 



— 147 — 



ISOLE DEL QUARNEKO 



sibile determinare l'età di alcune lance di ferro e di varii istrumenti di questo metallo, 
che inclinerei a riguardare piuttosto romani. 

Non essendosi proceduto con metodo scientifico nello scavo della necropoli di 
Ossero, non venne, purtroppo, tenuto conto della suppellettile fittile delle tombe pre- 





Fig. 24. 



Fio. 25. 



istoriche, che andò quasi del tutto distrutta, sicché non si conservarono se non una pen- 
tola alta 145 min., leggermente ventricosa, ad orlo diritto, di pasta grossolana e lavo- 
rata a mano, ed un'altra, più piccola (93 min.), con fregi di lince e di punti. Parecchie 





Fio. 20. 



Fio. 27. 



altre urne più grandi, con solchi longitudinali prodotti con la stecca, offrono manifeste 
tracce di lavorazione al tornio, e quindi devono riguardarsi di epoca celto-romana. 

Nel museo esistono inoltre alcuni teschi, però, al pari di tutti gli altri oggetti, senza 
alcuna indicazione circa alle tombe nelle quali furono rinvenuti, che ci avrebbe concesso 
di determinare la loro età. In un piccolo scavo da me praticato al lembo superiore della 
necropoli per conoscere fin dove questa fosse già sterrata, e vedere se fosse possibile rin- 
tracciare qualche tomba non ancora manomessa, cho c'illuminasse intorno al rito ivi vi- 
gente, m'imbattei in uno scheletro che per la conservazione dovrebbe essere coevo di 
quelli da cui provengono i teschi della raccolta museale. Questo inumato giaceva supino 
in posizione distesa, orientato con la testa verso sud, nella nuda terra a 75 cm. di profon- 
dità, senza alcuno schermo di pietra. Era privo di qualsiasi corredo : la presenza però di 



ISOLE DEL QUARNERO 



— 148 — REGIONE X. 



alcuni lunghi chiodi di ferri» viene a dimostrarci, ch'esso fu interrato in una cassa di legno. 
Va inoltre notato che dappresso veggonsi i resti della vecchia cappella, sicché possiamo am- 
mettere, con molta probabilità, ch'esso non rimonti ai tempi preistorici, ma appartenga 
al cimitero cristiano medioevale che si stendeva intorno alla prefata chiesetta. Ad ogni 
modo, credo che sarebbe prezzo dell'opera tentare uno scavo più esteso in qualche parte 
della necropoli, che appare ancora inesplorata, per determinare possibilmente le partico- 
larità del rito funebre trascurate nelle indagini anteriori. 

Da questo breve saggio sulle antichità preistoriche delle isole del Quarnero, nel quale 
mi studiai compendiare quanto le ricerche preliminari finora eseguite ci fornirono, si può 
di leggieri farsi un'idea del vasto campo, quasi del tutto vergine, ch'esse offrirebbero allo 
future esplorazioni sistematiche, dalle quali è lecito attendersi importanti rivelazioni sulle 
antiche migrazioni tra la penisola balcanica d'Italia, sulle loro relazioni commerciali e 
sulle prische civiltà che fiorirono su questo nostro estremo confine orientale. La fitta 
popolazione delle stazioni preistoriche che in tanta abbondanza sono sparse per le vette 
de' monti, deve avervi lasciato non pochi cimiteri celati tuttora sotto le zolle de' campi e 
de' prati o nei boschi poiché il numero limitato dei tumoli non può certo rappresentare 
se non una piccolissima parte delle migliaia e migliaia di tombe addensatesi nel corso 
dei secoli nelle necropoli intorno ai castellieri. E quali preziose reliquie della nostra 
palcostoria esse racchiudano, ci dimostrano gli avanzi, pur incompleti, dell'unica finora 
scavata, di Ossero. 

Non bisogna dimenticare che alle isole del Quarnero si connettono intimamente 
parecchie leggende, risalenti alle più vetuste antichità. Se è vero che nei miti e nelle 
tradizioni c'è quasi sempre un nocciolo storico, il ricordo di qualche avvenimento lon- 
tano, conservatoci, se anche modificato, alterato o svisato attraverso i lunghi secoli, 
trasmettendosi da generazione in generazione, ma che, sfrondato dagli abbellimenti 
e dai fronzoli poetici, ci rivela non di rado importanti notizie etnografiche, noi non 
possiamo riguardare quali semplici favole fantastiche, da ignorarsi completamente, 
tutto ciò che gli antichi autori greci e latini scrissero intorno alle nostre isole. Ed ap- 
punto ad Ossero, presso al tempio di Diana, di là dall'Euripo, dovrebbe essersi svolto 
l'epilogo dell'impresa eroica del rapimento del vello d'oro e della spedizione avventu- 
rosa degli Argonauti dalla Colchide all'Adriatico, col tradimento e l'uccisione di Ab- 
sirto, d'onde il nome di Absirtidi dato alle isole del Quarnero, chiamate fino allora Bri- 
geidi. Chi non vede adombrate in questi mitici episodii reminiscenze di arcaiche immi- 
grazioni di popoli orientali asiatici e grecanici che si susseguirono ? E l'altro nome di 
Elettridi, con cui queste isole venivano pure talora designate, non ci accenna forse 
alla loro importanza nel traffico dell'ambra ed alla loro funzione d'intermediarie nel 
commercio tra le genti delle regioni transalpine ed il mezzogiorno d'Europa? Rintrac- 
ciare nei castellieri e nelle necropoli i documenti di queste antiche colonizzazioni, 
traendo dall'oblio le perdute civiltà, onde chiare possano emergere le attinenze ed i 
rapporti con altre popolazioni preistoriche e fors'anche le loro affinità etniche, ecco 
il vasto compito delle future investigazioni nella Regione Giulia, che desideriamo 
vivamente vedere in breve attuate. 

C. MA.RCHESETTI. 



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REGIONE X. — 149 — 



FELTRE 



IL -FELTRE — Importante trovamento di epoca romana ('). 

Nel giugno del 1921 , nella piazzetta della Posta, quasi di fronte alla casa « Pasole » 
e di fronte al seminario vecchio, scavando la fogna per la costruzione delle latrine pub- 
bliche, alla profondità di circa ni. 2 dall'attuale piano stradale furono trovati insieme 
con pezzi di pavimento a mosaico e frammenti di anfore : 

1) due pezzi di colonna in marmo grigio con venature azzurrastre, aventi ambedue 
lo stesso diametro dì ni. 0.465 (uno lungo m. 1.50 ; l'altro m. 0.64). 

2) l'estremità di un piede di cavallo in bronzo, più grande del normale (lungh. 
secondo curva esterna ni. 0.26 ; secondo quella interna m. 0.115). Lo zoccolo haall'incirca 
mezzo centimetro di spessore; di diametro mass, m, 0.145; di diametro min. m. 0.115. 
È modellato con molta maestria e rifinito nei minimi particolari con lavoro di bulino che 
accenna con trattini la peluria che contorna la parte superiore dello zoccolo. Sta ad indi- 
care l'esistenza, a Feltro, di una statua equestre. Simili trovamenti non sono infrequenti 
nel Veneto ; per ricordarne alcuni, al museo archeologico di Venezia si conserva quasi 
tutto un garretto, con il relativo zoccolo, di una zampa di cavallo, in bronzo con tracce 
di doratura ; parimenti è al museo di Verona un piede di cavallo trovato nei lavori del- 
l'Adige. 

Sarebbe stato opportuno in questa località proseguire nelle indagini, ma il Comune 
fece continuare i lavori senza preoccupazione di sorta; e, quando ne fu data notizia 
a questa Soprintendenza, più non fu possibile intervenire utilmente, perchè avrebbero 
corso rischio di pericolare parte della nuova costruzione e la casa attigua di angolo. 
Si fece qualche assaggio in luoghi limitrofi, che riuscì però infruttuoso. 

Nel 1° settembre del 1922 durante i lavori per le fondazioni di un nuovo fabbricato 
ad uso di abitazione dell'arciprete della cattedrale di Feltre (fabbricato che sorge fra 
la chiesetta dell'Annunziata, il duomo e la sacrestia), alla distanza di circa una cinquan- 
tina di metri dal luogo dei trovamenti suaccennati, avvennero scoperte di grandissimo 
interesse, sempre alla profondità di m. 2 dall'attuale piano stradale : 

1) un'ara con un'iscrizione d'importanza eccezionale e quasi unica; 

2) una lapide con un'iscrizione funebre ; 

3) un blocco sagomato di calcare locale, che doveva far parte di un basamento 
circolare avente un raggio di ni. 4.85. 

Questa Soprintendenza non mancò di far proseguire le ricerche; e poiché l'altare e la 
lapide erano incorporati con materiale di costruzione in un grosso muro costruito di 
blocchi irregolari e disposti senza nessuna cura, si cercò di seguire la direzione di questo 
muro che si trovò sensibilmente parallelo al piano del duomo. Subito sotto l'altare e la 
lapide vi era un grosso blocco parallelepipedo, misurante all'incircam. 1,30X0,80X0,30, 
che, dopo essere stato bene esaminato da tutte le parti, non presentando niente d'interes- 

(') Rendo vivissime grazie all'ing. ardi. Alberto Alpago Novello, che tante notizie e chiari- 
menti utili mi ha fornito su questi trovamenti. 



FELTRE — 150 — REGIONE X. 

sante, fu lasciato in silu. Proseguendo lo scavo in profondità, si trovò, innestato al pre- 
cedente, un muro più largo e meglio costruito con blocchi discretamente squadrati ; molte 
di queste pietre erano calcinate, e presentavano tracce di annerimento dovute a incendio. 
Verso sud, a squadra, si staccava un altro tratto di muro, il quale, al limite del piccolo 
assaggio che fu circoscritto all'area del nuovo edificio, sembrava interrotto e sostituito 
da terra di riporto. Si raggiunsero così i metri 3,50 di profondità. Il muro più profondo 
pare appartenesse a una originaria costruzione romana distrutta per qualche incendio, uno 
di quei tanti incendi dovuti all'invasione dei barbari a cui Feltre, come altre città di con- 
fine, per la sua posizione, fu continuamente soggetta. E devastazioni e successive rico- 
struzioni si ripetettero senza tregua ; e le devastazioni, a volte, furono così violente, 
come alla discesa del re longobardo Alboino, che la città, abbandonata l'antica sede in 
piano, dove a tempo dei Romani era stata edificata, fu ricostruita nel colle vicino verso 
settentrione, dove è attualmente ( x ). 

Ora, in quale delle distruzioni perisse l'edificio, al quale apparteneva il muro romano, 
è un po' difficile poter stabilire, come pure difficile riesce il determinare l'epoca del 
muro sovrapposto che fu costruito con abbondante materiale romano. 

L'ara (fig. 1) è di calcare locale della medesima qualità di quello del basamento 
circolare ed ha la forma semplicissima di un dado quasi rettangolare (alt. mass, ai lati 
m. 0,80 ; largh. 0,60 ; prof. 0,56). In alto un ornamento formato da due tori e scozia e al 
disopra un pulvinar. 

La parte superiore pare che sia scavata per ricevere o il sangue delle vittime o liba- 
zioni, ma, essendo l'ara un po' rovinata, specie in questa parte, non si può determinare 
se vi sieno stati dei canali di scolo all'esterno. 

Da accurate misure prese sopra luogo, l'iscrizione deve completarsi in 

ANNA[E] PEREN[NAE] 

Il .solo nome della divinità, come le più antiche dediche, al genitivo o al dativo. 

L'altare è dedicato ad Anna Perennai*). Se gli antichi calendari! e Ovidio ricor- 
dano al 15 marzo le feriae di Anna Perenna, e Marziale ( 3 ) fa menzione di un bosco ad 
essa sacro, questa è finora l'unica iscrizione trovata della dea ; una divinità apparte- 
nente al più antico ciclo italico, e che già al principio dell'Impero era diventata un po' 
enigmatica. 

I dotti moderni si sono un po' sbizzarriti intorno ad essa, ma non mancarono di 
favoleggiarne gli stessi antichi. Ovidio non sa nemmeno lui con precisione, che specie 

(') M. A. t'ambruzzi, Storia di Feltre, I, pag. 99. 

(■) Meltzer in Roscher, Lexikon der griech. u. ramiseli. Mijthologie, t. v. «Anna Perenna » ; Wis- 
sowa in Pauly-Wissowa, Reni Eneiel, s. v. « Anna ». 

( 3 ) IV, 64, le Et quod virginco cruore gaudet 

Annae jiomiferum nemus Perennile 

La lettura e la relativa interpretazione del primo di questi versi è stata ed è. tuttora un tormento 
per i filologi e gli archeologi. Dalla villa di Marziale sul Gianicolo si godeva la vista di questo 
bosco ; quindi varie opinioni sulla sua ubicazione. Ch. Huelsen, in una nota ad un articolo di H. Schenkl, 
Der Hain der Anna Perenna bei Martini (in Rom. Mitteil. 1906, pag. 219), ammette che abbia occupato 
il posto dell'odierna villa Strohl-Feru tra piazza del Popolo e ponte Molle. 



REGIONE X. 



- 151 



FELTRE 



di divinità essa sia, e si preoccupa di riferire scrupolosamente, non senza una punta di 
scetticismo le favole che correvano ai suoi tempi : 

Quae iamen harc dea sii quoniam rumoribus errai 
Fabula proposilo nulla lacenda meo (« Fast. », III, 544), 




Fig. 1. 



e comincia colPidentificarla con Anna sorella di Didone, che dopo non poche avventure 
giunge nel Lazio, e trova la sua fine nel fiume Numicio. Oppure vi si vuol riconoscere 
una vecchia donna di Boville, che, durante la secessione sul monte Sacro, alla plebe af- 
famata portava giornalmente del pane fresco, e a ricordo le si era innalzata una statua. 
E anche fu identificata con la Luna e con divinità greche come Themis, Io o Ra- 
gno ('). Qualcuna di queste interpretazioni dipende da vane concordanze e varie e qual- 
che volta errate etimologie del nome. 



(') Ovid. Fasi., Ili, 658 segg. 



rei/ras 



— 152 — REGIONE X. 



Per la versione della punica Anna, oltre che dalla concordanza del nome, lo spunto 
è dato anche da una falsa etimologia : 

Arane perenne latens, Anna Perenna vocor (Ovid., Fast, III, 654). 
Per l'Anna di Boville, secondo alcuni (') da somiglianza con Annona, secondo altri ( 2 ) 
da una greca tradizione dell'egiziana fornaia Anna. 

E se le incertezze sono per la divinità, per la natura della festa non potevano nascer 
dubbii, una volta che perdurava ancora ai tempi di Ovidio, che s'indugia a descriverla 
minutamente e con una certa vivacità. In verità la festa è alquanto strana e un po', anzi 
troppo, campestremente scapigliata. 

Per la rispondenza che ambo i membri del nome di Arnia Perenna trovano coi 
gentilizi etruschi vien fatto di pensare ad un'origine etrusca della divinità. Il valente 
etruscologo prof. Bartolomeo Nogara, cui io comunicai queste mie osservazioni, mi sug- 
geriva molto giustamente di considerare il nome « Anna Perenna » alla stregua di quegli 
altri nomi di divinità che si presentano nella tradizione letteraria con un tipo onoma- 
stico bimembre come Numisius Marlius, Uni Ursmnei (— lunio Orsminia\ JanusCu- 
riatius, Silvanus Naevianus, Hercules lulianus e le molte Fortunae: Fortuna Flavia, 
Fortuna Iuveniana ecc., di cui un nome, di solito il primo, sarebbe il nome individuale 
della divinità e l'altro una derivazione aggettivale dal gentilizio della famiglia che aveva 
per quella divinità un culto speciale : si tratta di culti gentilizi molti dei quali passarono 
poi nel culto statale. 

Per parecchi indizi si può sostenere che queste divinità proprie di una gens, tribus 
o clan, prima che in Poma fossero in Etruria. 

E nel caso di Anna Perenna, qual' è il nome individuale ? Quantunque Anna risponda 
ai gentilizi etruschi Ane, Anei, Ani, Anie e Anne,Annei, Anni, Annie ( 3 ), esso dev'essere 
il nome proprio della divinità, e per i riflessi delle leggende riferite da Ovidio, e perchè 
è il primo membro del nome. 

Perenna sarebbe il gentilizio: etr. Perna^) CI. E. 1064, 2312, 2497, 2541 seg.; 
L Perna Vel. f., femm. Pernia, C, XI, 2377 segg. e la famiglia Perennia di Arezzo. 
M. Perennius è il noto figulino della ceramica aretina. Il luogo del trovamento in una 
città della Rezia, dove probabilmente sono stati gli Etruschi, porterebbe una conferma 
all' ipotesi della origine etrusca di questa divinità. 

Non c'è dato indagare, quale fosse la primordiale essenza di Anna Perenna, certo 
è che quando entrò a far parte dei culti latini, doveva essere venerata come dea dell'anno ; 
e tale significato si accorda con la interpretazione di luna quia mensibus impleat («Fast. », 
III, 657), la più attendibile fra le tante riferite da Ovidio. E buona testimonianza è 
il posto che la festa della divinità occupa nel calendario romano: nel primo mese 
dell'antico anno civile e nel tempo della prima luna in primavera ( 5 ). 



(') Usener, in Eh. Mus., XXX, pag. 208. 

(*) Wissowa, in Pauly Wissowa, Redi Encicl. s. v. . Anna ». 

( 3 ) W. Schulze, Oeschichte latein. Eigennamen, pag. 346. 

( 4 ) cfr. W. Schulze, op. cit., pag. 88. 

( 6 ) Wissowa in Panly- Wissowa, Real Eneiel, s. v. « Anna», coL 2224. 



REGIONE X. _ 153 _ 



FELTRE 



Fino ai primi anni dell'Impero le ferine in onore di Anna Perenna perdurarono a 
Roma. Gli emerologi (») che ne fanno menzione e Ovidio sono quasi contemporanei ; 
ma l'attestazione viva di un culto alla dea la troviamo solo in una città di origine retica', 
con la recente scoperta. E presso a poco anche al principio del 1" secolo d. Cr. appartiene 
questo altare : oltre la laconicità della dedica che non potrebbe essere più semplice, e la 
forma dell'altare, lo attestano f caratteri che, quantunque ben pochi, appartengono al 
medesimo periodo. 




Fio. 2. 

Frammento (0,43 X 0,65), rotto in due pezzi, di una lastra di pietra (fig. 2) 
rozza locale, mancante nella parte inferiore, con iscrizione. Circonda l'iscrizione un orlo 
in rilievo. In alto, ai lati, due grappoli di uva stilizzata, tenuta insieme ad un bastone, 
vorranno raffigurare in modo del tutto primitivo un tralcio di uva, la cui rappresenta- 
zione alludente al culto di Dionysos ò comune sui monumenti sepolcrali ( 2 ). 

Vi si legge : 

d(iis) m(anibus) \ Maximiae \ Vidoriae | Arpagius | et 

S'intravedono le parti superiori di altre due lettere, ma è impossibile poter com- 
pletare il nome dell'altro dedicante. L'iscrizione deve appartenere agli ultimi anni 
della Repubblica o ai primi dell' Impero. 

(') II calendario Vaticano al 15 marzo ha: Ferine Annae Perennae via Flaminia) ad tapi- 
dem prim(um). II Farnesiano : Annae Per. Ambedue questi calendari! sono stati redatti al tempo 
degli imperatori della casa Giulio-Claudia (C. l.L.,1, pag. 311). Piìl antica è la testimonianza del ca- 
lendario precesariano trovato tre anni or sono ad Anzio: Mancini in Not. scavi 1921, p. iti): Ann(ae) 
Perennae. 

(') Un tralcio di vite con un « bellissimo grappolo » era scolpito anche sull'iscrizione di T.Caelio 
Montano (C. /. L., V. 2071). Cfr. A. Cambruzzi, op. cit., IV, pag. 530. 

Notizie Scavi 1924 — Voi, XXI. 20 



l'ELTRE 



— 154 — REGIONE X. 



A Feltre e nei dintorni, ad eccezione di un certo numero di lapidi, alcune notevoli, 
non sono mai state fatte scoperte importanti di antichità, ma trovamenti sporadici 
quasi inevitabili ogni qualvolta che per qualche restauro, o per qualche nuova costru- 
zione, si è avuto occasione di raggiungere la profondità di 2 o 3 metri dall'attuale piano 
stradale. Pure Feltria fu colonia o municipio, perchè sono menzionati i quattuorviri i d. 
e sono ricordati anche altri magistrati : praefecti iuridicundo, gli adlerti aerarlo ; non 
mancano corporazioni quali collogia fabrum, cenlonariorum, dendrophororum. Antichi 
edifici civili e sacri dovettero senza dubbio esistere. 

La tradizione ricorda un tempio di Ercole ( J ) di considerevole estensione, le cui ro- 
vine furono scoperte sull'area orientale di Campo S. Giorgio, trovandovisi una statua 
di Ercole di fine marmo data in dono al podestà Domenico Contarmi ; un'iscrizione ri- 
corda gli Herel(anenses) (C. I. L., V, 2072), abitanti forse di un vico, e il duomo si vuole 
costruito su di un antico tempio di Apollo ( 2 ) : sovrapposizioni e trasformazioni, queste, 
frequentissime. 

Ma, di fatto, di costruzioni romane, all'infuori di qualche raro e breve tratto di muro 
non abbiamo altre tracce. Essenziale però è notare, che quel poco, che a varie riprese è 
venuto fuori, è quasi del tutto localizzato nelle adiacenze del duomo o a breve distanza, 
dove pure avvennero le ultime importanti scoperte, cioè nella parte piana della città, 
sede dell'antica città romana. 

Trattandosi di cose di poca importanza, meno il cippo di Severo et Rufino ro.ss. 
illustrato dal prof. Ghirardini ( 3 ), non di tutte queste scoperte è stata fatta menzione ; 
così io eredo opportuno raccogliere tutti i dati, scritti e orali, affinchè quei ricordi, che 
ancora sono vivi negli abitanti, non vadano dispersi, e anche per mostrare la necessità 
di fare in questa zona qualche saggio di scavo sistematico, che sarebbe facile, perchè essa 
è in gran parte libera da edifici moderni. L'elenco di questi trovamenti è dato cro- 
nologicamente per quanto è possibile, e con riferimento numerico ad un tratto di pianta 
della città riprodotta nella fig. 3. 

1) a. 1493.- Nella parte orientale di Campo S. Giorgio, continuando la fabbrica delle 
mura della città, si trovarono avanzi di costruzioni antiche identificate con il tempio 
di Ercole e, scavando le fondamenta di un torrione che stava tra la porta Imperiale e 
la Pusterla, la ricordata statua di Ercole donata al podestà Domenico Contarini (An- 
tonio Cambruzzi, Storia di Feltre, II, pag. 196). 

2) a. 1535. - Costruendosi la casa de' Pasoli, scavandosi le fondamenta, furono tro- 
vati verso oriente e settentrione muri molto profondi, « della larghezza di 8 piedi, lavorati 
a scalpello, e così bene insieme congiunti, che parevano scavati da un gran macigno » 
ed inoltre preziosi oggetti di antichità (Daniello Tomitano, op. cit. ; A. Cambruzzi, 
op. cit., II, pag. 325). 

3) a. 1543 (?)- Presso il duomo, durante i lavori per la nuova facciata fu trovata 



(') A. Cambruzzi, op. cit., II, pag. 196. 

(") In una antica cronaca latina di Feltre della seconda metà del sec. XVI, che si conserva al 
seminario patriarcale di Venezia, è detto che il duomo fu edificato sulle rovine di un tempio di Apollo. 
( 3 ) Not. se, 1907, pag. 431 segg. 



REGIONE X. 



155 



KELTRE 



l' importante lapide di C. Firndus Rufinus (Nic. Borgaso in Cod. statutorum Féltrinorum ; 
Arch. Veneto ai Frari, Mise. cod. 183; A. Cambruzzi, I, 58; C. I. L., V, 2071). 

4) a. 1804. - Avanzi di eostruzioni antiche presso il castello vescovile, poi convento 
delle Agostiniane. 

5) a. 1847. - Frammenti decorativi in pietra, e vasi vinarii nello scavare le fonda- 
menta del palazzo Berton in via Garibaldi (A. Vccellio, Un giorno a Feltre e due nel suo ter- 
ritorio, 1895, pag. 7). 




P/ANTA DEL CENTRO D/ FELTRE 

Fio. 3. 



metri 



6) a. 1862. - Scavando le fondamenta del Palazzo Guarnieri furono trovati dodici 
sepolcri, di cui uno avente l'iscrizione « 1. Caelio Montano », C.I.L., V. 2070, A. Vecellio, 
Continuaz. storia Cambruzzi, IV, pag. 530). 

7) a. 18... . - Rifacendo la strada che rasenta la casa Pasole si trovarono monete, me- 
daglie, frammenti di pietre romane (A. Vecellio, Un giorno a Feltre ecc., pag. 11). 

8) a. 1893. - Avanzi di grosso muro, di epoca non determinata. 

9) a. 1894. - Monete romane e frammenti lapidarii alla base del campanile. 
10. a. 1896. - Frammento di iscrizione etnisca illustrata dal Lattes in Rendiconti 

dell'Istituto- lombardo di sciente e lettere, ser. II, voi. 34; 1901, pag. 1136. 

11) a. 1898. -Altro frammento appartenente alla medesima iscrizione. 

12) a. 1900. - Scavando per l'accesso alla cripta del duomo, frammenti di sepolcri 
in pietra. 

13) a. 1906. - Cippo « Severo et Rufino » rinvenuto nel costruire un nuovo selciato sul 
sagrato del duomo. {Not. se. 1907, pag. 431 segg.). 

14) a. 1910. -Monete e piccoli frammenti durante gli scavi per l'acquedotto. 



FKLTKE 



— 156 



REGIONE X. 



15) a. 1910. - Avanzi piuttosto notevoli (marmo, pezzi di mosaico, voltine di so- 
stegno) durante gli scavi per l'acquedotto. 

16) a. 1921. - Frammenti di due colonne, zampa di bronzo, e pezzi di pavimento 
a mosaico, durante la costruzione delle latrine pubbliche. 

17) 1922. - Ara dedicata ad Anna Perenna ed iscrizione di Arpagius ; parte di basa- 
mento circolare. 




Fio. 4. 



>*el 1915, in località detta ai « Folli », in margine al torrente Colmeda, qualche cen- 
tinaio di metri a valle della città, in uno scavo praticato dai soldati per la costruzione 
di baracche, si rinvenne una maschera muliebre di terracotta (fig. -4, la cui singo- 
larità non sta nell'oggetto in se stesso, ma nel luogo del travamento ; in Grecia, in Sicilia, 
nella Magna Grecia, dove ne vengono fuori a migliaia e di maschere e di teste e di busti 
fittili, non farebbe nessuna meraviglia, mentre in questa regione simili trovamenti sono 
rarissimi. Misura di altezza completa m. 0,265 ; dalla radice dei capelli al mento, m. 0,12. 

È di color gialliccio con qualche striatura rossa, residuo evidente di policromia; 
come si vede dalla fotografia, la superficie è un po' rugosa, perchè per l'azione dell'acqua 
deve essere andato via quello strato di biacca, che d ; solito si passava dopo la cottura 
per poi darvi i colori, e che levigava ogni rugosità dando a quelle teste un aspetto di 
vita. 



REGIONE VII. — 157 



CASTIGLIONCELLO 



È del tipo noto, con il diadema da cui pendono le bende laterali oppure falde di una 
xcdvnvQct una specie di manto che ricopriva la testa lassando libera la faccia (*). 

È riccamente ornata ; dalle orecchie mal modellate pendono gli srdóvta, e avvolge 
il collo una collana formata da un cordoncino ritorto con due ornamenti cuoriformi 
nel mezzo ( ! ) ; sotto il diadema vi è una corona di fiori ( 3 ). 

Non è una terracotta architettonica, ma di carattere funerario o votivo ; anzi può 
dirsi l'uno e l'altro, perchè è stato ben dimostrato, come il carattere funebre di queste 
maschere si connetta strettamente al culto delle divinità chtonie Demeter e Cora, e quindi 
la loro presenza così nei sepo'cri come nei santuarìi ( 4 ). 

T. Campanile. 



Regione VII (ET RUM A). 

III. CASTIGLIONCELLO — Scoperte di antichità varie, compresa 
un'ara riferibile al culto di Robigus. 

Trent'anni addietro, la località di Castiglioncello, sulle ultime propaggini del 
Montenero a sud di Livorno, era ancora soltanto il centro di una grande tenuta del 
nobile Diego Martelli e sede della relativa fattoria (*). Al Martelli subentrò più tardi 
nella proprietà del vasto territorio il barone Fausto Patrone di Genova, il quale con 
larghe e moderne vedute segnò decisamente la rinascita di Castiglioncello. E si deve 
parlare proprio di rinascita, giacché i resti archeologici scoperti in quel sito, e dei quali 
qui mi occupo, stanno a dimostrare che, oltre due millennii prima, un'intensa vita erasi 
svolta per lungo tempo nella medesima località, sotto un nome a noi ora ignoto, ma 
con manifestazioni d'arte e di pensiero degne di essere conosciute e studiate. 

Alle scoperte archeologiche di Castiglioncello, che hanno culminato, sinora, 
con la interessantissima ara annunziata nel titolo di questo articolo, molto contri- 
buirono non solo i lavori per le costruzioni edilizie, ma anche gli ingenti sterri dovuti 
fare per la ferrovia Livorno- Vada, in esercizio, come è noto, da circa quindici anni. 
Con i prodotti di detti scavi occasionali, integrati opportunamente da esplorazioni 

(') Tale consuetudine è stata raffigurata specie negli alabastri rodiesi e in una quantità di tipi 
muliebri seduti che del pari sembrano far capo a Rodi (Orsi, Monumenti Lìncei, XVII, 1907, col. 698). 

(") Questo stesso motivo di collana, ma più ricca, con maggior numero di perle cuoriformi in- 
tramezzate da perle rotonde, si trova anche in un busto di Agrigento ; tipo di gioiello comune nel- 
l'antica oreficeria, specie nel IV sec. (Rizzo in Oesterr. Jahreshefte XII, flg. 41, pag. 67). 

( 3 ) Diademi con ornamenti floreali sono stati trovati anche a Rosarno Medma (Not. se. 1913 ; 
« Suppl. », fìgg. 139 e 148. 

( 4 ) Orsi, Noi. se. 1913, . Suppl, pag. 81, e ivi bibliografia. Per quelle di Rosarno-Medma, l'Orsi, 
loc. cit., pag. 83, sospetta che sieno delicate ad Athena, e che si tratti quindi di un Athenaeum. 

( 6 ) Per le poche notizie retrospettive su Castiglioncello cfr. E. Repetti, Dizionario storico della 
Toscana, I, pag. 591 seg. 



CASTIGLIONCELLO — 158 — REGIONE VII. 



governativo, fu costituito a Castiglioncello, nel 1913-M4, un piccolo musco, per inizia- 
tiva e merito dell'illustre e compianto prof. Luigi Adriano Milani, che ad esso dedicò 
le ultime forze della sua nobile e feconda esistenza. Alla creazione del museo predetto — 
che ora è in corso di completo riordinamento scientifico ed amministrativo — concor- 
sero il Ministero della Pubblica Istruzione con cospicui contributi.il barone Patrone 
con la cessione gratuita j P j suolo in cima ad un ameno poggetto alberato, somigliante 
ad un grande tumulo artificiale, donde si domina il mare, e molti abituali villeg- 
gianti per mezzo di una pubblica sottoscrizione promossa pure dal Milani. Però è 
veramente strano, che a tanto fervore di opere e di cure per le scoperte che si verifica- 
rono in quella zona, non fece eco veruna pubblicazione, neppure di carattere provvi- 
sorio ed informativo. 

Il museo intanto è affidato alla custodia del colto ispettore onorario locale, rev. 
dott. don Carlo Gradi. 

Non sappiamo se nei secoli passati fossero state fatte, come sembra probabile, 
scoperte archeologiche nel sito di Castiglione-elio. Un'eco di possibili scoperte e della 
presenza di resti di antiche costruzioni in quel luogo è nelle parole del Repetti: «Casti- 
glioncello di Rosignano, già Castiglione Mondiglio, per quanto di aria salubre, ha i 
suoi contorni spopolati (il Repetti scriveva nel 183;>) e con pochissime abitazioni, men- 
tre il suo terreno ricuopre avanzi di antichi edifizi, fra i quali ho dubitato che cadervi potesse 
qualche resto della villa di Albino Cecina, dove una notte del 415 d. Cr. prese alloggio il pa- 
trizio Rutilio Numaziano ( l ) «. 

Debbo però subito avvertire, che i trovamenti avvenuti a Castiglioncello si rife- 
riscono, nella grandissima maggioranza, a varii gruppi sepolcrali di un'estesa necropoli 
discendente dal sec. IV av. Cr. sino ai primordi] dell'Impero romano: necropoli che do- 
vette formarsi nel corso di circa mezzo millennio, non già accanto ad una fattoria o 
ad un piccolo villaggio prima etrusco e poi romanizzato, ma piuttosto presso un impor- 
tante emporio marittimo, che svolse un'intensa vita di relazioni e di traffico con le popo- 
lazioni circonvicine. 

Allo stato dei fatti noi non possiamo dire, neppure in via di ipotesi, quale fosse il 
nome antico di .tale emporio ; ma è forse probabile (ed archeologicamente più che giusti- 
ficabile) che esso fosse un Vadum Volulcrranitm, giacche il nome plurale di Vada Volalcr- 
ran-i, che ricorre negli scrittori, e che viene generalmente identificato con l'odierna 
Vada( J ), a sud di Castiglioncello, doveva comprendere non uno ma diversi approdi dis- 
seminati su quel litorale, alla diretta dipendenza della non lontana Volterra, centro 
etrusco di alta antichità e di vasta irradiazione, in grazia della sua prominente po- 
sizione geografica. Può darsi che il c« vado » di Castiglioncello, al pari degli altri vi- 
cini, non avesse neppure avuto mai un particolare nome determinativo. L'aggregato 
di popolazione ivi formatosi dovette essere però considerevole, specialmente nella fase 
più antica di cui si hanno elementi (sec. IV-II av. Cr.). 

(') Repetti, op. oit., pag. 391, rfr. pag. G6. 

( 2 ) Por le fonti relative a Vada Volntcrrana etr. Pennis, Cititi and cernetene» of Elrvria, II, 
pag. 201, nota ì). t'fr. anche la recente ed utile pubblicazione di Arturo Solari, Topografia storica 
delVEtruria, 2« ediz. ; I, pag. 38; II pag. 71 e 104, nonché pag. 87 seg. 



KEU10NE VII. — 159 — CASTIGLIONCELLO 



Le prime fortunate scoperte risalgono al tempo in cui era ancora proprietario del 
luogo don Diego Martelli, dagli eredi del quale il Milani acquistò, nel 1898, per il R. Museo 
Archeologico di Firenze, una bella stele funeraria in marmo greco con venature bluastre 
(pentelico ?) ( l ) ed un gruppo di vasi, in prevalenza campano-etruschi, riferibili a se- 
polcri del TV-Ili sec. av. Cr. Succeduto, in quel torno di tempo, il barone Patrone al 
Martelli, e iniziati i lavori per la costruzione del sontuoso castello nella più alta 
parte dell'abitato, sulla sinistra della ferrovia per Vada, si scoprirono varie tombe 
di cremati, di caratteristica struttura a cassetta (come le tombe coeve del territorio 
etrusco-ligure di Ameglia e di Genicciola presso la Spezia ( 2 )), le quali a loro volta 
perpetuano un noto tipo della prima età del ferro con piccolo dolio per le ceneri e sup- 
pellettile vascolare etrusco -campana e locale in discreto numero. La maggior parte 
di questi oggetti fu potuta salvare, mercè l'interessamento del barone Patrone, e venne 
poi aggiunta dal Milani alle collezioni dell'istituendo museo. Però di tutti i trovamenti, 
compresi quelli sopra accennati del castello Patrone, fu tenuta regolare nota solo a par- 
tire dal 1903. Io qui dunque espongo prevalentemente, ma in sintesi, i risultati di que- 
st'ultimo ventennio di trovamenti e di scavi regolari. E per rendere chiari i riferimenti 
topografici delle varie scoperte, esibisco qui (fig. 1) una piantina di Castiglioncello (nella 
proporzione di 1 a lóOOO circa) desunta dal foglio 111 della carta d'Italia dello Stato 
Maggiore del R. Esercito. 

Nel predetto anno 1903, in seguito alle numerose scoperte casuali fatte nella vasta 
zona di terreno che si estende dal parco del castello Patrone alla piazza di Castiglion- 
cello, quindi di qua e di là dalla ferrovia, fu ordinata una campagna di scavi governativi, 
con lo scopo di esplorare principalmente l'area della suddetta piazza e delle sue im- 
mediate vicinanze, dove incominciavano ad intensificarsi le costruzioni di case e di 
villini. 

Fu raccolto copioso materiale archeologico, soprattutto vascolare, ora tutto con- 
servato nel locale museo, e si potè stabilire con sicurezza che la più antica necropoli di 
quel Vadum Volaterranum, cioè quella risalente al sec. IV-IIIav. Cr., si estendeva dal 
parco Patrone all' imbocco della odierna via Diego Martelli. E ciò fu poi ancora con- 
fermato dalle ulteriori scoperte del 1908-09 che l' impresa Parisi fece negli sterri per 
formare il piano della ferrovia, e per le opere costruttive all'imbocco meridionale della 
galleria a poca distanza dalla piazza del paese. 

Questa galleria pertanto passa al disotto di una parte della necropoli non ancora 
interamente esplorata, e che dà di continuo (una nuova scoperta si è verificata anche 
in questi ultimi mesi, come dirò più oltre) qualche tomba intatta, sia del gruppo più 
antico accennato, e sia di quelle che discendono sicuramente sino all'epoca romana 
imperiale, e che pertanto erano state praticate in seguito nello stesso terreno tradi- 
zionalmente sepolcrale. 



(*) Inv. n. 78047. Venne riprodotta per la prima volta da P. Durati, La sedia Corsini, in Man. 
ani. dei Lincei, XXV (1917). pag. 450, fig. !). 

( 2 ) Cfr. Ubaldo Fomentila, Questioni di archeologia lunense, in Memorie della Società lunigia- 
nense O. Capellini, voi. IV (1923), fase III, pag. 108, tav. XII. 



CASTIGL10NCELL0 



— 1(50 



REGIONE VII. 



Successivamente, nel 1910-M1, durante i lavori per la costruzione della nuova 
strada rotabile fiancheggiante la ferrovia, e per il riassetto della via e piazza Tripoli, 
si rinvennero altre tombe intatte, le quali però se giovarono a determinare l'esten- 
sione della necropoli anche da quel lato, nulla aggiunsero di notevole alle nostre cono- 
scenze circa il tipo dei sepolcri e circa il genere della suppellettile funebre, che qui sotto 
indicherò brevemente. 




Cash' ò/ion ceffo 



PlG. 1. 



A questo primo gruppo di scoperte vanno aggiunti alcuni sporadici travamenti 
fatti in questi ultimi anni, e che furono da me stesso ispezionati. 

Nell'estate del 1920, scavandosi le fondamenta per un muro presso il convento 
delle suore di S. Giuseppe, a poca distanza dalla spianata del castello Patrone, si rin- 
vennero due tombe, vicina l'una all'altra, ricoperte da embrici che quasi affioravano 
sul terreno, e contenenti avanzi dello scheletro e poco e rozzo vasellame grezzo del 
periodo romano (patera, olla, alcuni vasetti minori). Una di tali tombe era meglio con- 
servata dell'altra, già. franata in antico; ma entrambe assai povere. Esse tuttavia indi- 
cano che la necropoli romana, con le tipiche tombe di inumati ricoperte da tegoloni, 
s'innestava a quella anteriore etnisca, e ne costituiva il prolungamento : e ciò è segno 



REGIONE VÌI. 



- 16Ì 



CÀSTÌGLÌONCELLÓ 



che una tradizione ininterrotta, corrispondente ad una storica continuità della vita 
civile in quei paraggi, aveva rispettato i sepolcri anteriori, ed aveva per alcuni secoli 
riservato il luogo al riposo dei defunti. 

E questa continuità della necropoli etnisca e di quella romana — la prima che si 
estendeva, come sopra ho detto, verso occidente superando il limite ora segnato dalla 




Fio. 2. 



ferrovia per Vada, e la seconda invece'che si sviluppava verso nord-est, anche stando 
alle voci di altri antichi e numerosi travamenti di sepolcri di inumati ricoperti da 
tegoloni-c attestata altresì da scoperte recentissime. 

Ai primi del mese di luglio del 1923, nel lato occidentale del poggio attraversato 
dal traforo della ferrovia, e prospiciente sulla piazza principale del paese, quasi di faccia 
all'imbocco di via Diego Martelli, nel preparare le fondazioni di una casa di proprietà 
Pizzi, vennero in luce due finitime tombe della necropoli etnisca, in quella zona lar- 
gamente esplorata durante questo ultimo ventennio. La struttura di esse, del solito 
tipo (fig.2), che consisteva in una fossa rettangolare protetta da embrici sulle pareti, 
coperta da un lastrone di pietra e contenente un piccolo ziro rozzo con le ceneri del 
morto e la suppellettile vascolare di industria etrusco-campana (olpe con ghirlanda 
N'oiizif. Scavi 1024 — Voi.. XXI. 21 



CASTIGLIONCELLO 



— 162 — 



llEGIONE Vlt- 



di foglie bianche intorno al ventre, phialai, piccoli sympula, qualche balsamarietto di 
terra figulina giallastra) distribuita ai lati, corrisponde perfettamente a quella dei se- 
polcri più antichi rappresentati a Castiglionccllo; e pertanto anche questi due depo- 
siti funebri debbono rientrare nel quadro topografico e storico del primo stanziamento 
etrusco colà formatosi. 

Un secondo gruppo di scoperte, naturalmente meno ricco ma non meno importante 
e significativo di quello di carattere funebre sinora descritto, riguarda gli avanzi e le 
tracce di edifizi dcll'età'classica una volta esistenti a Castiglionccllo. 




Pie. 3. 



Seguendo anche per questa parte il criterio cronologico nell'indicare le scoperte, 
bisogna innanzi tutto notare, che il poggetto isolato su cui ora sorge il museo, e che 
da lontano sembra un grande tumulo artificiale alberato, mentre gli abitanti del 
luogo affermano che non sia altro in realtà se non una specie di mammellone di macigno 
ricoperto da poca terra e da conifere, fu più volte saggiato col piccone tanto alla 
base quanto sulla vetta (nel 1901-'02 in basso, per fondare il muro di cinta della 
villa Gordigiani; nel 1903, per conto della Soprintendenza, in cima; e più larga- 
mente nel 1912 per preparare le fondazioni ed il sotterraneo del museo). 

La cosa più notevole, che fu messa in luce in seguito ai larghi scavi del 1912 sulla 
vetta del poggio, è questa: quella sommità era attraversata in antico, in direzione 
sud est-nord ovest, da una grossa e robusta canalizzazione di terracotta, un pezzo 
della quale fu lasciato a posto, e può ora vedersi nel sotterraneo del museo. A quale 
uso avesse originariamente servito tale tubo non siamo ora in grado di poter determinare. 

Una seconda scoperta di più concreta definizione fu fatta nel 1920 in un terreno 
del sig. Orlando Faccenda, sulla cima di una collinetta che strapiomba in maro, nella 



REGIONE VII. 



— 163 



CASTIGUONCELLO 



località «Caletta», a circa una cinquantina di metri a sinistra dell'hotel Miramare. 
Il punto preciso della scoperta è noto col nome di « Castellacelo », forse in forza di una 
tradizione, alterata sì ma giammai spenta, di un vecchio edifizio esistito in quel luogo. 
Il podere è coltivato a vigna; e, facendosi appunto degli scassi di carattere agricolo! 
a un metro solo di profondità comparvero gli avanzi di antichi muri, compresa una 
soglia di travertino, ed un cospicuo tratto di pavimento a mattonelle rettangolari mar- 
moree di vario colore (bardiglio, bianco lunense, rosso, e breccia rosa). Al di sopra 




F;g. 4. 



erano stati raccolti da; sig. Faccenda frammenti di vasi romani, fra cui pezzi di una 
lucerna circolare (del I" soc. ci. Cr.), con tracce di lettere sul fondo. 

I tipi vascolari prodominanti fra le scoperte di Castiglione-elio sono comuni in 
Etruria ai sepolcri del IV-JII sec. av. Cr., e consistono in oinochoai, sympula, ciotole 
e phialai, in qualche olpe ad alto beccuccio, tutti a vernice Ttera di fabbriche etrusco- 
campane; ma vi è rappresentato anche qualche esemplare di patera calcila mesom- 
plialos, chc-tostituiscc la testimonianza di rapporti commerciali con i più celebri emporii 
della Campania nel predetto periodo (fig. 3, 4 e 5). 

Un'altra categoria, anche più numerosa, di suppellettili vascolari è quella dei bal- 
samarii di molteplici ma consuete forme, degli askoi, degli orcetti a pareti sottilissime, 
delle tazzine, alcune delle quali di fattura delicatissima, con le anse di tipo metallico, 
ricavati da una terra figulina giallastra e depurata, talvolta anche con l'aggiunta di 
una decorazione dipinta all'esterno, a strie o fasce bruno-rossicce, delle olle e dei 
caratteristici cinerarii cilindrici dipinti a fiorami e di argilla pure giallognola. 

Notevole è anche l'askos in forma di maialetto, che si riproduce alla fig. 6. 

I bronzi rappresentati nel museo di Castiglioncello non sono molto copiosi, ma 
fra di essi meritano di essere ricordati i seguenti oggetti: una grande situla cineraria; 



CASTIGLIONCELLO 



- 164 — 



REGIONE VII. 



uno specchio discoidale non graffito, con peduncolo; alcune anse finemente lavorate, 
spettanti a vasi di lamina. 




Fig. 5. 



Alla irradiazione culturale ed artistica, di Volterra ci riconducono poi esplicita- 
mente altri e più cospicui materiali archeologici venuti fuori dal suolo di Castiglion- 




Fio. 6. 



cello ; innanzi tutto una magnifica urna di alabastro, alla quale la millenaria perma- 
nenza nel sottoterra ha conferito un caldo colorito giallognolo. Essa racchiude le ceneri 



REGIONE VII. 



165 — 



CASTIGLIONCELLO 



di una donna. Velia Carinei, la cui immagine è rappresentata, con intenzione naturali- 
stica, sul coperchio, che porta inciso nel listello anteriore appunto tale nome (*); mentre 




Fio. 7, 



la fronte dell'urna è decorata con una scena di carattere epico risalente al ciclo Tro- 

(') 11 gentilizio Carinei non ha riscontro nel Glossario del Fabretti, né mW Appendice del Ga- 
murrini, ma è chiaro che esso appartiene al gruppo dei più noti gentilizi etruschi Carna e Carini, dai 
quali derivarono i latini Carnius, Canina, Carenius, Carienius, Cannus e Carmius: cfr. \V. Schulze, 
Geschishte lateiniseher Eigennamen, pag. 146. Sul prenome Velia invece, cosi frequente nelle iscri- 
zioni sepolcrali etrusche, non è il caso di perderci in discussioni. 



CASTIGL10N CELLO 



— 166 — 



REGIONE VII. 



iano, cioè il ratto di Elena («) (fig. 7). Se «on vi può essere dubbio sull'origine volter- 
rana di tale urna, fa però invero meraviglia che a Castiglioncello, fra parecchie diecine 
di sepolcri esplorati, essa rappresenti un caso isolato e sporadico. 

Una maggiore diffusione fra gli antichi abitatori di Castiglione-elio ebbe invece 
l'uso di contrassegnare alcune particolari tombe per mezzo di una stele figurata posta 




Fio. 8 



sul tumulo; senza coniare i sepolcri, ancora più numerosi ma certo meno importanti, 
che erano invece contraddistinti all'esterno da piccoli cippi conici rastremati in basso, 
di un tipo già noto e diffusissimo in Etruria nei secoli IV e III av. Cr. Le stelai rinve- 
nute in quella necropoli sono soltanto tre, sostanzialmente simili tranne che nelle di- 
mensioni, la maggiore delle quali — frammentaria in basso — venduta al museo di Fi- 
renze nel 1898 dagli eredi di Diego Martelli (cfr. fig. 8) insieme con un gruppo di pic- 

(') Cfr. Brunii, Urne etruschi, I, pag. 22 segg. Trattasi di un soggetto rappresentato su pia di 
venti urne edite, però con varianti nel numero e nell'aggruppamento dei personaggi che compongono 
la movimentata scena. Tn questa di Castiglioncello i personaggi sono sette, compresa Elena che viene 
sospinta verso la nave di Paride, e nella loro composizione presentano delle notevoli differenze al con- 
fronto delle altre urne sinora pubblicate. 



HEGtOtfE VIt. 



— 16? - 



CASTIGLIONOELLO 



coli cippi conici marmorei e con alquanto vasellame della medesima provenienza, 
come sopra ho già accennato, e le altre due potute assicurare dal Milani al museo di . 
Castiglioncello ; ma costituiscono un gruppo di distinta fisionomia artistica, e perciò 
sono di notevolissimo interesse nei riguardi dell'archeologia. Consistono tutte e, tre 




Fic. 9. 



in grosse lastre di marmo greco lavorate sopra una sola faccia ; e la materia usata per 
esse denota due cose: 1°) i frequenti contatti che la popolazione del luogo aveva con 
i paesi dell'oriente mediterraneo ; 2°) l'epoca più presumibile dell'importazione di tali 
marmi, anteriore all'uso delle cave lunensi (sec. 1° av. Cr.). Di marmo pario sono con 
sicurezza le altre due stelai minori conservate nel museo di Castigliocello. Tutte 
e tre hanno forma approssimativamente ovoidale, molto rastremata verso la base 
(press'a poco come le pietre funerarie felsinee) (*), e sono scolpite a bassissimo rilievo, 
con tecnica alquanto sommaria (fig. 9). Portano invariabilmente una immagine di 

(») Cfr. P. Ducati, Le pietre funerarie felsinee, in Monumenti antichi dei Lincei, XX (1911), 
specialmente fig. 74 e 75 a pag. 663 scg. 



CASTIGLIONCELLO 



_ 168 — REGIONE vlr. 



guerriero di profilo od in cammino verso sinistra, armato di lancia, di scudo italico con 
ambone allungato a losanga (l) (cfr., per la più antica tradizione di questo tipo di scudo, 
l'esemplare litico di Vetulonia — sec. Vili av. Cr. — che si riproduce alla fig. 10), e 
di elmo a calotta con grandi paragnatidi pure di tipo italico, somigliante fondamen- 
talmente a quello della tomba volsiniese dei Sette Camini (sec. IV av. Cr.), ora nel 
museo di Firenze ( 2 ). 

La tecnica, lo stilo, i particolari delle armature, e, soprattutto ed immediatamente, 
la pertinenza di esse a sepolcri con vasi campani del sec. IV-III av. Cr., fanno risalire 




Fio. 10. 

tali stelai — che furono con ogni probabilità lavorate sul posto da artefici dozzinali — 
appunto al detto periodo, che segna la più antica fase dell'esistenza della stazione etru- 
sca di Castiglioncello. Ai tempi posteriori appartengono invece l'urna di Velia Carinei 
(sec. Ili— II av. Cr.), alcune monete raccolte in tombe romane (asse e semisse onciale 
non anteriori al sec. II av. Cr.), ed il vasellame rozzo proveniente dai sepolcri ricoperti 
da embrici disposti a schiena d'asino, e riferibili al periodo imperiale inoltrato. 

Nulla di più ci era dato di ricostruire con la scorta delle reliquie archeologiche 
intorno agli orientamenti spirituali di coloro che vissero in quella oscura borgata tir- 
rena, prima della scoperta della quale ora particolarmente tratto. 

(') Il Ducati (lavoro citato alla nota 4) riconosce giustamente un Etrusco nel guerriero effigiato 
sulla stele Martelli ; ma io penso che a Castiglioncello, nel periodo di cui si tratta, avevano potuto 
infiltrarsi elementi della civiltà celto-ligure, come denoterebbe il peculiare tipo delle tombe a cassetta. 
Questo importante e non ancora esaurito problema delle vicendevoli influenze celto-liguri-etruselie 
potrà essere convenientemente illuminato dagli scavi che si faranno nella bassa Liguria e nella Lu- 
nigiana. 

(') Cfr. per altri tipi simili, dei musei di Firenze (da Talamone) e di Bologna (da IJolsena), Leon 
Coutil, Le» cnurpies proto-étrusques , itrnsques et gaulois. tav, VII, n. 2 e 3. 



ttEGIONE Vlt. 



169 — 



CASTIGLIONCELLO 



Nel luogo che ora è detto « Leccino », ad un chilometro dal paese verso nord, in 
una vigna che era sino a due anni fa della Società Magnesite, e che ora appartiene al 
sig. Lavelli, fu scoperta per caso, nell'aprile del 1922, l'ara di cui parlo, la quale fu pos- 
sibile assicurare al museo di Castiglioncello. 

Essa giaceva a circa mezzo metro di profondità, rovesciata nel terreno, presso 
un masso rettangolare di travertino che costituiva forse in origine la sua base, e che 




Fio. 11. 



venne pure salvato, ma poi fu rotto in più pezzi ed in gran parte disperso da ignoti ; 
e vi erano intorno copiosi avanzi di tegoli e di embrici, risalenti con tutta probabilità 
ad una tettoia sostenuta da pali e posta a protezione dell'ara. Non riscontrai lì presso 
nessun residuo o segno di sepolcro. Alcuni frammenti di vasi rozzi (anse e orli di 
pignatte e di ciotole), che notai fra i rottami di laterizi, debbono risalire piuttosto ad 
una stipe sacra, o, quanto meno, a recipienti rituali. 

Fatto rimuovere non senza fatica il monumento che pesa circa 8 quintali, questo 
mi si rivelò subito con caratteri inconsueti e strani. 

Consiste in un blocco cilindrico, alto m. 0.88 e del diametro di 0.71 circa, di bella 
e durissima selce piromaca bionda, che si trova nei monti vicini: insomma una cosa 
sorprendente prima di tutto dal punto di vista tecnico, perchè, come è risaputo, oc- 
Notizie Scavi 1924 — Voi. XXI. 22 



CÀSTIGLIONCELLO 



170 — 



REGIONE VII. 



corre una tempra speciale dell'acciaio per incidere la silice. Può darsi che il colore fulvo 
di tale roccia sia stato imposto da ragioni rituali, come si desumerà dalla mia ulteriore 
trattazione. Sul sommoscapo di detto tamburo fu incavata, con singolare perizia e re- 
golarità, una scodella profonda m.0.35, riducendo in cima l'orlo della pietra a soli 13 
centimetri di spessore. La scodella ha due piccoli canali emissarii contrapposti, un po' 
più alti del suo fondo e con corso lievemente in pendìo verso l'esterno, come mostra lo 
spaccato alla nostra fig. 11 ; la loro sezione è rettangolare (mm. 34 X 42, e 50 X 32) 




Fig. 12. 



e conserva ancora, in ambo i lati, gli avanzi di una fistula plumbea ribadita. La con- 
cavità ed i canaletti laterali sono lavorati con una cura straordinaria, a piccoli colpi 
di subbia aguzza, ed evitando le facili sfaldature su simile roccia di composizione 
cristallina. 

Non minore abilità tecnica dimostrano i rilievi che furono ottenuti abbassando 
all'esterno la superficie del singolare monumento. A circa due terzi della sua altezza 
ricorre infatti tutt'intorno la seguente decorazione, composta di più figure e ricavata 
con ogni cautela e pazienza sulla pietra fragile e tutta solcata da cretti e fenditure. 

Un grosso festone di frutta autunnali (uva, pomi e foglie) è fra due teste di gio- 
venchi dalle piccole corna (non già bucranii) (fig. 12) ; ma la testa di sostegno a sinistra 
è ora quasi del tutto abrasa, mentre l'altra è conservatissima. Segue, procedendo verso 
destra, un cane rivolto alla testa di torello ben conservata, e sebbene abbia la parte 
posteriore abrasa, si vede ancora nitidamente l'impronta della caratteristica coda at- 
torcigliata a voluta. Un altro cane analogo procede in senso inverso (fig. 13). Segue una 
terza testa, ben conservata, di giovenco, e finalmente si ha un singolare gruppo di tre 
figure, disposte secondo l'andamento del contrapposto encarpo: nel mezzo, in basso, 



REGIONE VII. 



— 171 — 



CASTIGMONOELLO 



una piccola testa umana di faccia, con rudimentali corna bovine, e lunghe chiome la- 
terali di tipo anguiforme come nelle consuete immagini di Gorgo-Medusa; ai suoi lati 
seguendo una linea rimontante, due altri cani semi-accovacciati, tantoché non si ve- 
dono le code, e posti inversamente (fig. 14). 

Il rilievo di tali rappresentazioni — che in apparenza sembrano prive di collega- 
mento concettuale — non è molto alto ; esso non supera mai i 3 centimetri (groppa dei 
cani, che è il punto più rilevato). 




Fio. 13. 



L'ara fu lavorata da artefici locali, forse non molto lontano dal sito dove essa venne 
scoperta : la materia, le dimensioni e lo stile degli elementi rappresentati concordano 
a farci formnlare questo giudizio. 

I cani sono trattati assai sommariamente ; ma, anche così schematici e grossolani, 
non sono privi di una certa vivacità. L'aspirazione naturalistica dell'artefice nel ripro- 
durli, risulta particolarmente dalla posizione rispettiva e dai movimenti di detti animali. 

Al contrario, le teste taurine vive, ostentatamente ricoperte di pelle e di peli, deri- 
vano da un ben riconoscibile archetipo di bronzo, e nel loro schema stilistico serbano 
elementi arcaicizzanti di particolare interesse : il pelame fra le corna giovanili e ro- 
buste, suddiviso in due larghe ciocche inverse e simmetriche, che vanno a terminare 
sulle orecchie aguzze ed erroneamente portate innanzi ; gli occhi circolari, quasi metal- 
lici, emergenti dal fondo della vasta orbita nitidamente intagliata ; le narici piccole, 
profonde, distanziate agli angoli del piatto muso (fig. 15). 

Un compendio di analoghi elementi stilistici, ma con una cura dei particolari an- 
cora più minuziosa e delicata, riscontriamo nella piccola protome umana cornuta che 
si riproduce qui isolatamente alla fig. 16. 



CASTIGLIONCELLO 



— 172 — 



REGIONE VII. 



Dal punto di vista tecnico gli sforzi maggiori dell'artefice furono diretti a rendere 
con esattezza geometrica i capelli ondulati e bassi ricadenti sulla fronte, e gli occhi 
aperti, a mandorla, contornati dalle palpebre che rivelano l'influenza di un prototipo 
di lamina metallica. I capelli e gli occhi furono trattati appunto con perizia degna della 
toreutica. Il resto del viso, angoloso, bestiale, e di aspetto piuttosto maschile che fem- 
minile, è però rozzo e sommario, col naso schiacciato e le labbra contadinesche legger- 
mente dischiuse, come del pari trascurate nei particolari appaiono quelle due appendici 




Fig. 14. 



serpentine (capelli o tenie, non sappiamo) che formano due anse a contatto, ma non 
annodantisi, al disotto del mento. 

Per poter intendere il particolare significato di questa strana figurazione, noi 
dobbiamo innanzi tutto stabilire, che il monumento in istudio non può classificarsi 
fra i cippi funebri, nonostante il suo generale aspetto esteriore ('). 

Il capace incavo a scodella sulla sommità fornito di due canaletti di scolo, ed ogni 
altro carattere formale inducono invece a ritenere sicuramente, che noi siamo in pre- 



( l ) Specialmente in Grecia durante il periodo ellenistico non sono rari i cippi sepolcrali rotondi, 
a forma di colonna: cfr. Walther Altmann, Die romische Grabaltare, pag. 2 seg., fig. I: il cui elemento 
supcriore riscontra, specialmente per le protomi taurine, con la nostra ara. In Etruria, durante il 
sec. V av. Cr., si hanno non rari e empi — specialmente nei territorii chiusino e perugino — di cippi 
anepigrafi rotondi e figurati, però di tutt'altra tecnica, stile, materia e soggetti. Nell'età romana pre- 
valgono invece i cippi a schema quadrangolare, mentre la forma cilindrica si perpetua nei cinerarii 
marmorei: cfr. per esempio Altmann, op. cit, pag. 47 e figure 34-35. 



REGIONE VII. 



173 — 



CASTIGHONCEIXO 



senza di un raro esempio di altare per sacrifizi cruenti, che non può avere avuto nessun 
rapporto con la necropoli della borgata etrusca e romana del valium di Castiglioncello. 




Fra. 15. 

Dobbiamo perciò orientarci piuttosto verso qualche divinità o santuario , al quale 
un monumento così peculiare potè appartenere. 




Fio. 16. 

Le constatazioni potute compiere sul luogo del trovamene furono invero scarse 
e di poca entità intrinseca. Dato però il peso dell'ara, è difficile ammettere la sua tras- 
lazione da molto lontano; e, d'altra parte, dove essa giaceva (semi-inclinata e presso 
il masso di travertino rettangolare sopra menzionato, che le aveva probabilmente ser- 
vito di base, fatto trasportare al museo di Castiglioncello) non vi erano resti murarli, 



CASTIGLIONCELLO 



- 174 - 



REGIONE VII. 




ma solo di una possibile tettoia o capanna ricoperta 
di tegoloni etruschi: dunque un contrasto curioso tra 
il monumento descritto — il quale, fra l'altro, non 
rivela segni di essere rimasto lungo tempo esposto alle 
intemperie fuori della terra — ed il suo probabile ed 
umile ricovero originario. Ma anche ciò apparisce coe- 
rente e normale, quando si risalga, attraverso ai suoi 
peculiari simboli scolpiti, al concetto religioso cui fu 
informato tale altare ed al rito che periodicamente su 
di esso doveva celebrarsi. 

L'encarpo e le teste taurine, se hanno remotamente 
un senso allusivo alla fecondità della terra arata, sono 
però divenuti, specie nell'epoca romana, simboli deco- 
rativi triti ed inerti di ogni manifestazione d'arte. 
Festoni analoghi al nostro, molto spesso adorni di tenie 
svolazzanti (delle quali, è bene ricordarlo, quello scol- 
pito sull'ara è invece affatto privo) e bucranii o anche 
intere teste di bovini sono motivi preferiti sulle urne 
e sui cippi sepolcrali romani. E, pertanto, non siamo 
autorizzati a riconoscere a siffatti simboli, anche sul 
monumento che si studia, più che una semplice allu- 
sione generica alla abbondanza dei prodotti della terra, 
che ebbe le dovute cure dell'uomo, e non fu avversata 
dall'inclemenza divina. Dobbiamo perciò lasciarli in 
disparte, ed occuparci, con maggior profitto, delle altre 
figurazioni. 

I cani così isolati e numerosi costituiscono una 
novità, e per ciò stesso il punto fondamentale di tutta 
la questione. Essi, non potendo essere giustificati in 
base a ragioni artistiche, vale a dire come ripetizioni 
di motivi ornamentali più o meno generici e comunque 
noti, debbono ragionevolmente rappresentare, nel caso 
che si sta discutendo, le consuete vittime da immolarsi 
su quell'altare, come mezzo di propiziazione del favore 
di un'oscura divinità. E per trovare riscontri plausibili 
ad un sì strano rito, noi dobbiamo discendere nel 
mondo romano, erede anche sotto non pochi aspetti 
del patrimonio religioso della finitima e più antica 
civiltà etrusca. Senza disperderci ora in ricerche secon- 
darie e quanto mai ardue, conviene tener presente 
questo : che — mentre per l'Etruria non si hanno notizie 
di sacrifizi canini — a Roma, durante l'età repubblicana 
ed imperiale, venivano sacrificati cani in talune, sebbene 
rare, ricorrenze religiose di remota origine, e cioè nei 






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REGIONE VII. — 175 — CASTIGLIONCELLO 



Lupercalia rievocanti la leggenda dei gemelli allattati dalla lupa('); per i Lari, per la 
loro supposta madre Mania, e per Ercole venerato al Foro Boario (*) ; nei Robigalia ( s ) 
e neWAugurium Cauarium presso la porta Catularia ( 4 ), strettamente collegati fra di 
loro per l'epoca della ricorrenza, per il comune spirito cui s'informavano e per il carat- 
tere delle cerimonie che si compivano nella loro celebrazione. 

Ragioni prevalentemente locali nei riguardi dei Lupercalia e ragioni di natura in- 
trinseca per i Lares e Mania ed Ercole ci fanno escludere a priori ogni rapporto con l'ara 
di Castiglioncello ; la quale invece deve riferirsi al culto della divinità della ruggine, 
Robigus o Robigo, secondo si consideri demone di sesso maschile o femminile (*). 
Le fonti letterarie che si posseggono, e particolarmente la lunga descrizione che Ovidio 
fa nel IV libro dei Fasti di una cerimonia per propiziare Robigo, alla quale egli stesso 
ebbe l'opportunità di assistere, sono sufficienti a farci comprendere — in mancanza di 
qualsiasi altro riscontro monumentale specifico — il senso della singolare figurazione 
che adorna l'ara della quale qui si discute. 

I Robigalia si celebravano a Roma il 25 aprile di ogni anno, cioè nel periodo critico 
per lo sviluppo delle mèssi (*), e comprendevano diverse cerimonie rituali, che avevano 
inizio dalla città, e culminavano in aperta campagna, nel bosco sacro a Robigo (lucus 
Rubigi o Robiginis), al quinto miglio sulla via Claudia ('), col sacrifizio di una pecora 
e di una fulva cagna fatto dal fiamen Quirinalis sopra « l'altare » del nefasto nume. 

Ascoltiamo Ovidio che notò molte cose interessanti in una di tali celebrazioni. 

« Il 25 aprile mentre tornavo daNomento verso Roma, mi vidi sbarrata la strada da 
una bianca processione. Era il flamen che andava nel bosco sacro alla vetusta Robigo per 
offrire i precordii di una cagna e di una pecora. Per essere edotto del rito mi accompagnai 



(') Plutarco, Rom. 21. 

(*) Plutarco, ibidem; Quaest. rom., 61. 

( 3 ) Ovidio, Fasti, IV, v. 907 segg. Per le altre fonti intorno a Robigus cfr. in Roscher, 
Lexikon gruch. und ròm. Mythologie, IV, l'articolo di J. Ilberg, pag. 129 seg. ; nonché Preller, Rom. 
Mythologie, pag. 437 seg. 

(*) Plinio, Nat. Hist., XVIII, 14. Paul. Diac, pig. 46 : « Catularia porta Romae dieta est, quia 
non longe ab ea ad plaeandum Caniculae sidus frugibus immieum rufae eanes immolabanlur, ut fruges 
flavescentes ad maturilalem perducerenlur ». Fest., pag. 285, accenna pure alle rutilae cane*. Per le 
considerazioni sul colore rossiccio dei cani da immolare per tener lontana la ruggine o golpe di 
analogo colore, si veda il lucido studio di Tina Campanile, Volcamlm e ludi vuleamlici, in Bull, 
della Comm. areh. coni, di Roma, fase. I— IT, 1914, pag. 191 seg. 

( 5 ) In Roma la celebrazione di Robigus era associata con quella di Flora : cfr. Preller, ) loc. cit. 
Anche nel mondo greco si ha qualche riscontro di un culto analogo. Secondo Strabone, XIII-912, 
i Rodiesi consideravano Demeter ed Apollo quali divinità prcservatrici dalla ruggine, indicandole 
rispettivamente con gli epiteti di erysibia ed erysibios. 

(«) Verrio Fiacco, Fasti Praenestim: Rob (igalia); cfr. anche G. Mancini, Calendario amiate 
anteriore a Cesare, in Notizie Scavi 1921, pag. 94 seg. Anche il parallelo Augurium Cauarium 
cadeva press'a poco nello stesso periodo, stando alle parole di Plinio, Nat. Hist., XVIII, 14 : - prius- 
quam frumento vaginis exeant, nec antequam in vagina* pervemant ». 

(') Cfr. Mommsen, in C. I. L., I, pag. 39 e 391. Il Mommsen erode, che Robigus non fosse 
altro se non una ipostasi di Marte rustico: donde la celebrazione del rito riservata al fla uen 
Quirinalis. 



OASTIGLIONCELLO — 176 — REGIONE VII. 

a lui. 11 tuo sacerdote, o Quirino, pronunziò queste parole : ' aspra Robigo ('), non 
danneggiare i cereali ; qui a sinistra tremolano le pianticelle ora emerse dalla superficie 
del suolo. Tu consenti di far crescere i seminati fatti sotto le propizie stelle, finché siano 
maturi per essere falciati. La tua forza non è di poca importanza: i raccolti che tu con- 
trassegnasti, sono dal dolente contadino annoverati fra quelli perduti. Mai i venti e le 
pioggie nocquero tanto alla terra ; e nemmeno la campagna assiderata per il candido gelo 
impallidisce così, come allorché il sole riscalda le accumulate nebbie. Allora incombe 
l'ira tua, o temibile dea. Abbi dunque pietà, ti supplico, e tieni lontane le tue ruvide 
mani dalle mèssi ; e non nuocere neppure alle nuove coltivazioni : ciò sarebbe ugualmente 
dannoso. Corrodi piuttosto il ferro, anziché a poco a poco con la tua ruggine le tenere 
biade. E poiché il ferro può nuocere agli uomini, distruggilo per primo. Più utilmente 
ghermisci le spade ed i nocevoli dardi : non vi è nessun bisogno di essi : al mondo occorre 
la pace. Or dunque risplendano al sole i sarchielli, il robusto bidente ed il vomero adunco, 
indispensabili alla campagna : e siano invece guaste le armi. E se alcuno s'induca 
a trarre la spada dal fodero, senta esservi trattenuta dalla ruggine prodotta dalla lunga 
permanenza in esso. Ma tu, Robigo, non oltraggiare Cerere : e fai sì che il contadino 
possa sempre sciogliere i suoi voti a te assente \ 

«Così aveva pregato il flamen. Poi tolto dalla destra il tovagliuolo di ruvida lana, 
con la patera colma di puro incenso costituì un turibolo. Diede indi alle fiamme dell'ara 
incenso, vino ed i visceri della pecora, e si videro altresì sul fuoco dell'altare i repu- 
gnanti interiori di una sudicia cagna. 

«A questo punto tu mi chiedi, perchè ai sacri riti si appresta tale nuova vittima? 
L'avevo domandato io stesso, ed ecco qual' è ragione, disse il flamen. 

«Trattasi del cane celeste Sirio, per il cui moto stellare la terra indurita diventa siti- 
bonda, e le mèssi si inaridiscono. Per propiziare dunque il cane sidereo qui si sacrifica 
una cagna sull'ara ; e perchè essa così perisca, non ha invero altro titolo all'infuori del 
nome ». 

Lasciamo da parte quest'ultima erudita spiegazione data dall'ingenuo ministro di 
Quirino e di Robigo ad Ovidio, e cerchiamo piuttosto di valorizzare i dati positivi con- 
tenuti nel lungo brano, per porre in giusta luce l'ara silicea di Castiglioncello. 

Non si ha notizia del culto di Robigus fuori di Roma ; ma dall'accenno di Ovidio 
alla sua antichità (v. 907: Flamen in antiquae. luciim Robigwit ibat), dalla circostanza 
già opportunamente fatta rilevare, che la celebrazione del suo rito spettava al flamen 
Quirinalis, e dal fatto che questo culto a fondo agricolo si faceva risalire al re Numa ( 2 ), 
può desumersi che esso probabilmente apparteneva al primitivo substrato religioso, di 
origine etrusca, della stirpe latina. Anche la ambiguità del sesso — essendo Robigus con- 
siderato nelle fonti come nume, o, meglio, demone maschile e femminile ( 3 ) — deve ri- 

f 1 ) Gli epiteti di aspera, mala ecc., rivolti a Robigo, hanno riscontro, presso gli scrittori, con 
altrettali aggettivi pronunziati per simili esseri demoniaci ugualmente malefici, come per esempio 
la Gorgo-Medusa: cfr. Bruchmann, Epitheta deorum, parte 2», rispettivamente, pag. 90 e pag. 40. 

(■) Preller, loc. cit. 

( 3 ) Prima di Ovidio le fonti conoscono un dio Robigus ; dopo di lui prevale invece presso gli 
scrittori latini l'indicazione della dea Robigo : cfr. per tale importante rilievo J. A. Hild, in Daremberg- 
Saglio, DM. des ant. gr. et rem., IV-2, pag. 875, e le fonti ivi citate. 



1UJ0Ì0NE VII. — 1?7 — 



OASTIGLIONCELLO 



tenersi elemento di remota origine. È lecito dunque supporre che anche nella prossima 
Etruria tale culto, cui erano connessi riti così peculiari e tradizionali, fosse conosciuto 
ed esercitato per le sue finalità apotropaiche in rapporto alla cultura dei campi. Nessun 
monumento — è vero — fu sino ad oggi segnalato, neppure a Roma, che possa rife- 
rirsi al culto di Robigus ; ma ciò non è una ragione sufficiente per negare all'ara di Casti- 
glioncello il suo particolare carattere di monumento religioso inspirato proprio a quel- 
l'antichissimo culto, come chiaramente denotano non tanto la genericità della sua strut- 
tura tectonica, quanto soprattutto i simboli che vi furono intorno scolpiti. 

Quest'ara per i sacrifizi cruenti dei cani acquista dunque una importanza molto 
considerevole non solo per la Bua novità, ma anche per tutte le considerazioni storiche, 
archeologiche e religiose, che essa può suscitare. 

Non solo infatti l'ara in discussione rappresenta il primo monumento figurato che 
si può pensare riferibile alla religione di Robigus — o ad altra analoga con le medesime 
finalità e manifestazioni esteriori (il nome, in fondo, conta poco in questo caso) per 
scongiurare i danni provocati dalla «canicola» primaverile alle biade — •; ma giova 
altresì ad indicare la probabile origine di tale culto, prima che esso fosse introdotto 
e localizzato a Roma, ed anche nella stessa Etruria. 

Fra tutti gli elementi figurati dell'ara che ho sopra esibiti e descritti, uno special- 
mente deve essere di nuovo qui rievocato, cioè la maschera umana cornuta, riprodotta 
alla figura 16, la quale maschera, risalendo ad una corrente artistica ben determinabile, 
ma non italica, può indicare forse la remota provenienza sostanziale del mito e del rito 
di Robigus. 

Tipologicamente questa protome semi-animalesca con attributi bovini trova ri- 
scontri, formali e concettuali soltanto nella serie arcaica delle teste della dea egizia Harhor, 
che vennero studiate dal Pettazzoni ('), e che avrebbero avuto — secondo il chiaro 
autore — influenza decisiva sulla determinazione artistica dell'immagine di Medusa 
nel mondo orientale-greco ed etrusco ( 2 ). 

La faccia demoniaca scolpita sull'ara non è ancora precisamente un Gorgoneion, 
come sopra si è visto, ma ad una simile concezione molto si avvicina. È certo però una 
figura derivata da un repertorio esotico ed orientale, che, nonostante le spiegabili altera- 
zioni e deformazioni dovute alla iniziativa di incolti artefici paesani ed al periodo relati- 
vamente tardo in cui essa fu scolpita, serba pur sempre caratteri e particolari della sua 
remota origine : oltre alle corna, si osservino per esempio l'acconciatura e gli occhi 
oblunghi. 

Ora, come mai sopra un monumento, che, per tutte le ragioni generali e parti- 
colari esposte nella prima parte di questo studio, non può concepirsi anteriore alla 
più antica fase del vadum di Castiglioncello, cioè al IV sec. av. (Ir., perdura un tipo 
hathorico siffatto ? 



(') R. Pettazzoni, Il tipo di Hathor, in Ausonia, IV (1909), pag. 181 sgg. ; cfr. specialmente, 
per l'influenza in Etruria, pag. 19 ì s. gg., e fig. 15 s.'gg. 

( 2 ) R. Pettazzoni, Le origini della lenta di Medusa, in Boll. d'Arte, XI (1922), pag. 496 segg.; 
efr. specialmente fig. 3 e 4 a pag. 492-49:'.. 

Notizie Scavi 1924 — Voi. XXI. 23 



CASTIGLIONCELLO — Ì78 — REGIONE Vlt. 

Sarei quasi tentato di rispondere a me stesso, che proprio in quel tipo era tradizio- 
nalmente compendiato e personificato il sembiante dell'agreste demone della ruggine ; 
ma non oso : abbiamo troppo poco a nostra disposizione per potere affermare tanto. 

La dea Hathor, cioè V ordinata dimora di Horos, secondo la definizione di Plu- 
tarco ('), era una divinità strettamente connessa con la fecondità dei campi (*), e nella 
sua ipostasi catactonica anche con la esistenza elisiaca nell'oltretomba, al pari della 
Persephone greca ed etrusca. 

Se ora teniamo conto, che l'elemento cane-lupo era in Etruria associato al culto 
delle divinità infere Hades e Persephone ; e se ricordiamo altresì, che cani venivano 
sacrificati anche ad Hecate, divinità infernale per eccellenza (*), la posizione del Ro- 
bigus italico in rapporto da un lato con le divinità greco-orientali preposte al periodico 
rinnovarsi della natura, e dall'altro con i misteriosi numi del sottoterra, anch'essi pro- 
motori e presidi dello sviluppo delle mèssi, viene chiarita notevolmente dal reciproco 
riscontro di tutti i fatti e circostanze sopra esposti. 

Ma non è possibile sviluppare in questo breve studio tutti i problemi che possono 
scaturire dall'esame obiettivo dell'ara e dalla coordinazione dei suoi simboli, dell'epoca 
a cui essa risale, dalla topografia e dalle circostanze della sua scoperta. 

Senza allargare di più per il momento l'orizzonte, invero assai allettevole delle illa- 
zioni e delle ipotesi, limitiamoci piuttosto a meditare sugli elementi positivi, non pochi 
né di scarsa portata scientifica, che la singolare ara di Castiglioncello improvvisamente 
ha posto sotto i nostri occhi. 

Edoardo Galli. 



(') De Iside et Osiride, cap. 56, pag. 101. Si tenga anche presente che Erodoto (TI, 144) iden- 
tifica Horos con l'Apollo dei Greci, cioè col nume del calore solare indispensabile alla fecondità 
della terra. E si ricordi anche che a Rodi lo stesso Apollo era considerato come dio della ruggine 
(cfr. sopra, nota 16). Cfr., per Hathor, Pierret, Dici, d'arch. égypt., pag. 249 segg. 

(*) Per le feste di carattere orgiastico che si celebravano annualmente in onore di Hathor, dopo 
i raccolti e la vendemmia, cfr. A. Moret, Mystères égyptiens, pag. 266. 

( 3 ) S. Reinach, Cultes, mythes et religions, I, pag. 58 seg. 



REGIONE VII. — 179 



VIGNANELLO 



IV. VIGNANELLO — Nuovi scavi nella città e nella necropoli. 

Nelle Notizie degli scavi del 1916, da pag. 37 a pag. 85, illustrai le scoperte avvenute 
nell'estate del 1913 nella prima campagna di scavo fatta a Vignanello, nelle contrade 
Molesino e Cupa (proprietà del principe D. Alessandro Ruspoli). Ma, finita quella 
campagna, dopo alcuni mesi di sosta invernale, gli scavi furono ripresi l'I t maggio 191-1 
e durarono quasi ininterrottamente fino al 2 dicembre di quell'anno con particolare 
intensità nei mesi di luglio e di agosto. Dopo una nuova sosta invernale, la terza cam- 
pagna si iniziò l'8 febbraio 1915 e continuò, con qualche breve interruzione, fino al 
22 settembre dello stesso anno. Brevi riprese si ebbero dall'8 al 22 luglio 1916, e infine 
dal 23 settembre al 24 novembre 1921. Inoltre, nel settembre 1 915 ebbero luogo ricerche, 
sempre nel territorio di Vignanello, in località Ponzano, nei luglio 1916 a Fontana 
Antica e nell'agosto a settembre di quell'anno a Casa Mecocci, sempre nelle proprietà 
Ruspoli e per iniziativa del benemerito Principe; ma di esse riferirò separatamente. 

Tranne la breve campagna del 1921, dovuta all'assistente Malavolta, tutti questi 
scavi furono eseguiti dal soprastante Giuseppe Magliulo, che con essi chiuse la sua bella 
attività di scavatore. La morte infatti lo colse, in ancor giovane età, e costituì una per- 
dita dolorosissima per la nostra scienza. Sento perciò il dovere di ricordare agli studiosi 
questo modesto e integro funzionario che, in mezzo a difficoltà di ogni genere, eseguì 
importanti scavi archeologici e unì all'abilità del ricercatore una rara esattezza nel re- 
digere i documenti di scavo. Utilissimo infatti per questa relazione mi è stato il gior- 
nale di scavo compilato dal Magliulo e conservato nell'archivio del Museo di Villa 
Giulia. L'opera del Magliulo, presenziata continuamente dal principe Ruspoli. appas- 
sionato fautore delle ricerche archeologiche, fu nel 1914 e al principio del 1915, e così pure 
quella del Malavolta nel 1921 costantemente diretta e controllata da me, al quale il com- 
pianto soprintendente comm. prof. G. A. Colini volle affidare la direzione scientifica di 
queste ricerche. Per il resto del 1915 e nel 1916, essendo io alla fronte della guerra, fui 
sostituito dai miei valenti colleghi. Tutto il rilievo dello scavo e i disegni che adornano il 
presente scritto (ad eccezione del rilievo delle tombe X e XVI dovuto al sig. L. Giam- 
miti, di quello dell'altare T, fatto dal non meno valente sig. A. Berretti, e del disegno 
del sig. A. Paradisi riprodotto nella fig. 9) sono dovuti alla nota abilità del cav. Odoardo 
Ferretti del Museo di Villa Giulia. Le fotografie sono mie o del sig. Tonelli, del Gabi- 
netto fotografico del Ministero della P. I. Tutte le tombe poi e buona parte dei muri 
e pozzi scoperti sono stati lasciati dal principe Ruspoli aperti e visibili, e mi è stato 
quindi possibile di tornare a studiarli. Le ragioni infine per le quali solo ora si dà la rela- 
zione di queste scoperte, sono facili a comprendersi. Essendo io restato a compiere il 
mio dovere di ufficiale italiano fino a dopo la nostra vittoria, solo al mio ritorno, es- 
sendo nel frattempo mancato ai vivi il prof. Colini, furono potute riprendere attiva- 
mente le pratiche per la stima e l'acquisto di tutto il materiale scoperto e, quando 
questo, nel 1922, entrò finalmente a far parte delle collezioni del Museo di Villa 
Giulia, dove ben completa quello degli scavi del 1913, già da anni da me illustrato, si 



VIGNANELLO 



180 — 



REGIONE VII. 



dovette iniziare l'opera di restauro, che richiese lunghe e pazientissime cure, essendo 
alcuni vasi, come i tre falisci della tomba V, ridotti a un cumulo di minutissimi 
frammenti, per giunta confusi tra loro. In tale restauro fui mirabilmente coadiuvato 
dai bravi restauratori del Musco, Cesare Falcssi principalmente, e poi Giuseppe Pen- 
nelli ed Angelo Del Vecchio. 



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Dell'importanza di Vignanello dal punto di vista archeologico e della sua situazione 
all'estremità settentrionale del territorio Falisco già trattai nella relazione pubblicata 
nel 1916. Come quella, anche questa relazione va divisa in due parti, secondo che si rife- 
risce alle tombe scoperte sulle pendici meridionali del colle, nella valletta detta la Cupa 
o alle ricerche nell'area dell'antico abitato, ora detta Molesino. (Vedi pianta, tav. III). 
Per uniformità di metodo farò anche questa volta precedere la relazione sulla necropoli. 

Le tombe scavate nel fianco della Cupa sono tutte a camera, anzi, come dissi a suo 
tempo, fu appunto la scoperta casuale di una di esse, nel 1913, che portò l'attenzione 
sul centro falisco di Vignanello. Le tombe I, II e III furono scoperte nella campagna 
del 1913, per quelle che devo ora illustrare m'è parso logico, per evitare confusioni, di 
continuare la serie, numerandole secondo la loro posizione topografica (fig. 1). Siccome 






REGIONE VII. 



181 - 



VIGNANELLO 



tale ordine non è quello ehc fu tenuto nello scavo, aggiungerò sempre, tra parentesi, il 
numero che ciascuna tomba ha nel giornale di scavo del Magliulo. La parte settentrio- 
nale della Cupa, che è poi, come dissi, quella subito sotto il limite meridionale del colle, 
che portava l'antico centro abitato, è, per natura, scoscesa e si presta quindi singolar- 




Fiu. 2. 



mente, data anche la natura tufacea del terreno, allo scavo di tombe a camera, le 
quali si aprono generalmente a mezza altezza, in modo che l'accesso è piuttosto diffi- 
cile. Ora l'aspetto della parete è stato in parte modificato dalla costruzione della 
strada che, evitando il passaggio per l'interno del paese di Vignanello, porta a Valle- 
rano, per evitare confusioni, non fu segnata nella pianta, a tav. Ili, tauto più che 
le tombe esplorate non ne furono danneggiate, aprendosi tale strada (come si vede nella 
tav. IH a) nella roccia soprastante. Cominciamo quindi a descrivere le tombe, partendo 
da quelle scavate nella prima campagna del 1913 e procedendo verso sinistra. 



VKiNANELLO 



— 182 — RKGIONE VII. 



* sic 



Tomba IV (4° noi giornale di scavo, p. 161 e segg. ; la suppellettile è inventa- 
riata nel Museo di Villa Giulia dal n. 43800 al n. 43816). —La pianta e la sezione son 
date alla fig. 2 ; nella tav. IV a si vede chiaramente il taglio dello stretto e alto tramite. 

Si accede infatti alla tomba (che si trova (fig. 1) nelle immediate vicinanze delle 
tombe scoperte nel 1913 e precisamente a sinistra della I e davanti alla III, la quale 
ultima, per una singolare anomalia, aveva una direzione perpendicolare a tutte le altre) 
per un dromos lungo 7 metri e largo m. 1,25. La porta è a sagoma rettangolare e fu 
trovata priva della chiudenda. La tomba apparve subito violata in antico e fu trovata 
colma di terra con un grande numero di bozze di tufo. Tolta la terra, si accertò che nella 
tomba si scende per quattro scalini. La camera è a pianta trapezoidale, con il lato più 
lungo (m. 4,50) dalla parte della porta ; quello opposto è di m. 3,75 ; i laterali rispetti- 
vamente di m. 3,75 e 3,70 e l'altezza di m. 4,00 ('). 

Ogni parete aveva loculi, che furono trovati colmi di terra ; ma vuotati da ossa e 
suppellettili. La parete a sinistra, entrando, ne ha quattro ; quella a destra sette,tin due 
file; quella infine di fondo cinque. Solo la parete di destra appare completamente oc- 
cupata ; nelle altre sarebbe stato possibile scavare altri loculi. Questi sono di varie dimen- 
sioni, proporzionate evidentemente a quelle dei defunti. Il loculo più in alto, a destra, 
della parete destra, è assai grande, di altezza pari a quella dei due loculi sovrapposti 
contigui. 

Pochi i ritrovamenti : A) nel dromos, vagliando accuratamente la terra, furono 
ritrovati in minutissimi frammenti : 

1) pochi avanzi di una kylix attica con fig. nere, con occhioni a fondo bianco, tra i 
quali, come appare da un resto di braccio, dovevano essere Satiri danzanti. Presso le 
anse fiori di loto; 

2) resti di kylix attica con fig. rosse," della fine del V secolo. Nell'interno, tra una 
corona di meandri (alternati con quadretti con crocette), due giovani nudi, dei quali 
resta solo la parte inferiore : uno ha in mano un altere. All'esterno, da ciascun lato un 
gruppo di tre efebi, nudi, in piedi. Da una parte un giovane di profilo destro con una cla- 
mide sulla spalla sinistra, tiene in mano un elmo corinzio, che pare presenti al giovane di 
mezzo, volto di faccia, avente anche esso la clamide sul braccio sinistro e la mano destra 
al fianco (manca la parte superiore della figura). A destra è un giovane di profilo sini- 
stro, completamente nudo, che tiene le mani dietro la schiena. Dalla parte opposta, il 
gruppo nell' insieme si ripete ; ma la figura di destra ha una sola mano dietro la schiena 
e con la destra presenta un oggetto (strigile ?). La figura di sinistra poi invece dell'elmo 
presenta un altere. Appeso al fondo un bombylios. Sotto le anse un insieme di piccole 
palmette e girali. Disegno molto trasandato; 

3) pezzo del piede di una kylix con graffita la lettera M ; 

4) kylix falisca, del diametro di m. 0,27 (tav. V a), notevole per la fine pittura 
del tondo interno. In una cornice, con meandro interrotto da quadretti a scacchiera, 

(') Le misure di tutte queste tombe sono qnelle esattamente prese dal Ferretti. 



REGIONE VII. — 183 — VIGN ANELLO 



vediamo un Sileno nudo, caratterizzato dalle orecchie equine, che, tenendo le gambe 
incrociate, si appoggia con la sinistra a un tronco d'albero, che pare potato, da cui spunta 
un ramo, e tiene nella destra il tirso. È calvo, cinto da una tenia bianca, porta scarpe 
ai piedi (di forma che ricordano lo zoccolo equino del tipo antico di sileno) e una duplice 
bandoliera di perline. Egli si volta a discorrere con una Menade (ora mancante di gran 
parte del corpo) che si avanza verso lui, portando un piatto in mano. Veste un peplo ed 
è adorna di una collana e di una tenia. A lei si volge, scherzoso, appoggiando la zam- 
petta sulla sua veste, un cagnolino. All'esterno i soliti gruppi da ciascun lato, formati 
ciascuno da una donna (Menade?) vestita, tra due" giovani (Satiri?) nudi, assai somma- 
riamente e rozzamente eseguiti e separati da gruppi di palmette che circondano le anse. 
La rappresentazione era già conosciuta nelle kylikes falische, ad esempio in due 
di Falerii del Museo di Villa Giulia, con leggiere varianti, come qui l'aggiunta del cane. 
Dall'unica che conserva quella parte si vede che la Menade teneva nella destra un'oino- 
choe. Ma la rappresentazione si ritrova anche, capovolta, eppur sostanzialmente identica, 
in una kylix del Museo di Berlino (Antiquarium, n. 2943) proveniente da Chiusi ('), e 
appartenente a quella scuola di ceramiche etnische locali del IV secolo, illustrate dal- 
l'Albizzati (*). Se nella oppa Chiusina l'uomo può interpretarsi anche per Fufluns, 
l'etrusco Dionysos, qui, come vedemmo, è certo un Sileno. L'arte è poi diversa: più vigo- 
rosa a Chiusi, più aggraziata nella nostra coppa, che si raggruppa con alcune delle più 
fine delle falische. Questa comunanza di rappresentazione presuppone, come in altri casi, 
un prototipo comune greco e lumeggia la genesi di questa arte, che ha una così viva 
impronta locale e giunge, per molti riguardi, ad altezze ignote alla greca del tempo. 

5) coppa falisca (diametro m. 0,185) (fig. 3) verniciata di nero all'esterno, la quale 
nel fondo, in una cornice di puntini, ha il profilo, eseguito con facilità, di un giovane 
Satirello, con una tenia bianca in fronte. All'esterno tra palmette, da ciascun lato, una 
testa simile sommariamente eseguita; 

6) due statuine di terracotta acefale. Rappresentano figure femminili avvolte 
nell'himation, in piedi su alte basi forate per fissarle a un perno. Sono assai somiglianti 
a quelle rinvenute nel 1° loculo di destra della parete di faccia della tomba 1JI ( 3 ), e do- 
vevano essere ornamento, probabilmente, del centro di un candelabro, umile sostitu- 
zione delle statuine di bronzo ( 4 ) ; 

7) frammenti di un vaso, di imitazione metallica ( 5 ), con una protome equina, 
certo guarnizione di ansa. 

Infine frammenti di vasi falisci o semplicemente verniciati di nero, pezzi informi di 
ferro, una piccolissima ansa arcuata di bronzo e il rivestimento, pure di bronzo, del 
piede cilindrico di una sedia. 

(') A. Furtwangler, Beschreibung beri. Vasensamm. p. 882. Il vaso fu pubblicato dal Gerhard, 
Trinkschalen u. Gefàsse, I, X, 3-4 e poi dal Montelius, La civilisation primitive en Italie, II, p. 999, 
tav. 235, 76. 

( 3 ) C. Albizzati, Due fabbriche etrusche di vasi a figure rosse, in Romische Milteit., XXX (1915), 

p. 142, fig. 7. 

( 3 ) Not. scavi, 1916, p. 71, fig. 28. 

( 4 ) Così pensa anche il Sieveking (Sammlung Loeb, Terrakotten, 191G, II, tav. 100, n. 2). 
( 6 ) Della Seta, Museo di Villa Giulia, p. 70. 



Vlti.XANELLO 



- 184 — 



REGIONE VII. 



Tra la terra poi dell'interno della tomba, sono stati rinvenuti: 

1) un anello-sigillo di argento, tutto corroso; 

2) un vago di collana di vetro azzurro, con occhi bianchi; 

3) una piastrina ornamentale di vaso (lung. m., 0,027) di bronzo, con la testa di 
Aeheloo (tav. Ville) del noto tipo arcaico che studiai, pubblicando le antefisse del tempio 
dell'Apollo a Veio ('). Il restauro, fatto dal sig. Hocchi col sistema dell'elettrolisi, ha 
rivelato la fine incisione della barba. 




Fig."3. 



Inoltre altri frammenti di vasi locali, di lamine di bronzo, di un manico d'osso, una 
borchictta di bronzo. 

La tomba aveva originariamente i loculi chiusi da tegole, come si vede dall'incastro 
all'orlo. Tali tegole portavano iscrizioni e pitture ; ma delle prime restano solo lettere 
isolate e delle pitture miserrimi avanzi. Ho potuto notare alcune parti abbastanza chiare 
di una sfinge con la coda anguiforme, un lembo di veste femminile e alcune rozze linee 
che paiono zampe dei cavalli di una quadriga. Sul fondo queste figure furono disegnate 
con un contorno nero, poi riempito di pochi colori (giallo, rosso, bianco). Non è possibile 
giudicare dello stile ; ma dai frammenti parrebbe trattarsi di interessanti dipinti di età 
arcaica. 



(') Noi. scavi, 1922, p, 297, fig. 3 e tav. I, 1. 



REGIONE VII. 



185 



VIGNANELLÒ 



* * 



Tomba V (Tomba dei letti funebri). — Scavata dal 27 novembre all'8 dicem- 
bre 1914 è la8 a del giornale di scavo (p. 182 e segg.). 

il éWiùtd.** 




Fio. 4. 

La ricca suppellettile è inventariata dal n. 43960 al n. 44007. 

Subito a sinistra della precedente (tav. Ili e fig. 1) è accessibile anche essa per uno 
stretto tramite (tav. IV a), lung. m. 6,25, che va leggermente allargandosi da m. 1 a m. 1,25. 
Fu trovato colmo di terra, che conteneva frammenti di rozzi vasi locali. La tomba di 

Notizie Scavi 1924 — Vol. XXI. 21 



VIGNANELLO 



186 



REGIONE Vii. 



forma leggermente trapezoidale (larg. m. 4,30, profondità m. 3,30, altezza m. 2,15), è 
scavata in un profondo masso di tufo, il taglio infatti davanti alla porta misura ben m. 8 
di altezza (fig. 4). 

Nella parete di fondo si notano due loculi sovrapposti. Addossati alle pareti destra e 
sinistra sono due letti funebri ; a un posto quello di sinistra, a due quello di destra. Inoltre 
ciascun letto porta scavati nel suo interno dei loculi, mentre davanti al letto di sinistra 
un altro loculo è scavato nel pavimento. Quest'ultimo letto con i suoi due loculi si può 
vedere nella fig. 4 ; quello a destra è disegnato separatamente nella fig. 5. Ciascuno di essi 
è a forma di kline, con le gambe sagomate e cuscino per appoggiare la testa ; il primo 
è alto m. 1,25, lungo m. 2,35 e profondo m. 1,35; il secondo rispettivamente m. 1,35, 
m. 2,00 e m. 1,00. 



z^i 





detkjlu del loculo A ?....,...¥' i^_ 

Fig. 5. 



2/72 



Anche questa tomba appare sconvolta da devastazioni antiche, durante le quali 
furono evidentemente rubati gli ori e i bronzi, mentre le terracotte, gettate a terra, s' in- 
fransero e si confusero. Come già accennai, dal lavoro di restauro, risultò una bella 
serie di vasi : 

A) Vasi attici con figure nere : 

1) frammenti di kylix attica con fig. nere. Neil' interno si notano i resti di un 
guerriero di corsa armato (scudo a forma di violino); all'esterno c'è una corona di raggi 
intorno al piede e la rappresentazione di combattimenti, a piedi e su carri. Riproduco 
(fig. 6) il frammento più conservato, dove un uomo barbato, con la lancia nella sinistra è 
sul carro e dietro è un guerriero armato, con l'elmo corinzio in testa, che squassa l'asta. 
Dal lato sinistro notiamo un altro guerriero in completa armatura che tiene per la briglia 
un focoso destriero e un simile gruppo pare fosse, in senso opposto, dall'altra parte. 

La kylix doveva avere un diametro originale di circa m. 0,30. È di esecuzione ac- 
curata e della seconda metà del VI secolo. 

2) grande skyphos con una zona decorata all'esterno nella parte superiore del 
vaso. Da tutt'e due le parti si nota la rappresentazione di un gruppo di tre figure (un uomo 
seduto, tra un altro uomo e una donna in piedi, tutti avvolti nel mantello) tra due sfingi. 
Di esecuzione rozza e sommaria: è un prodotto tardo del principio del V secolo. Diametro 
superiore m. 0,20; altezza m. 0,157; 

3) coppetta (diametro m. 0,08) che presenta nell' esterno una decorazione di 
una serie di palmette, disposte a ghirlanda ; 



REGIONE VII. 



187 



VIGNANELLO 



3) coppetta (d'ametro m. 0,157) che presenta nell'esterno come decorazione 
una figura seduta da ciascun lato ; intorno alle anse palmette. 
B) Vasi attici con figure rosse : 
1) Kylix verniciata all'esterno di nero e decorata solo di un medaglione centrale 
(diametro m. 0,11 - manca quasi tutta la conchiglia). 

In un meandro alternato con crocette vediamo una donna seduta su uno sgabello, 
(tav. V b). Veste un chitone, sul quale è un himation. La donna siede in posizione aggra- 
ziata e tende la mano destra sollevando un filo bianco da un paniere (tàXaQog) che si 
trova in terra a lei davanti. È una rappresentazione che si ritrova poco diversa iu un vaso 




Fio. 6, 



di Nola aH'Ermitage(M, dove è però più rozza e il filo, almeno nella^riproduzione, non 
è espresso. 

La nostra kylix è di fattura piuttosto trasandata e attribuibile al periodo di transa- 
zione tra lo stile severo e quello bello della prima metà del V secolo. 
C) Ceramica apula : 
1 Cratere a campana, mancante del piede e di gran parte dell'orlo (tav. V e). 
La circonferenza sotto le anse è di m. 0,75. Rotto in antico fu accomodato con « punti t di 
bronzo. Da una faccia, nel mezzo, una Menade in piedi vestita di peplo e dhimation, col 
quale avvolge la vita, tenendone il lembo estremo col braccio sinistro. Tiene nella destra 
un kantharos e nella sinistra un timpano. Si volge, offrendo da bere, verso un Sileno nudo, 
che siede alla sua destra e si volta indietro all'invito. Egli tiene nella destra un'otre, 
nella sinistra il tirso e ha la testa cinta di bende. Dall'altra parte è un giovane nudo ; 
ma con il mantello avvolto attorno al braccio sinistro. Tiene nella sinistra il tirso e nella 
destra un campanello ( 8 ), che è evidentemente in atto di suonare, mentre è intento a guar- 

(') Compte reniu de l'Acad. imp. de St. Petersbourg, 1863, Atlas, II, 17 (Reinach, R. V., I, p. 17, 
n. 21). 

(-) É noto che i baccanti e le baccanti abitavano campanelli (xi4<fa»c) tenuti in mano o sospesi 
al pugno, o posti all'estremità delle loro ferule e tirsi; vedi Daremberg-Saglio, s. v. lintinnabulum 
(Espérandieu) dove è riprodotta un figura assai simile alla nostra (fig. 6995 = Laborde II, 2 =. Reinach, 
R. V. II, 216, da un'hydria del Museo di Vienna). 



VIGNANEtLO 



188 — REGIONE VII. 



dare gli altri due. Dall'altra parte un Sileno ugge verso sinistra : ha nella destra il tirso 
e nella sinistra una corona che offre a una Menade (peplo, collana) che lo insegue, tenendo 
nella destra il tirso. Dalle due parti, nel campo, tenie appese a festone. Sotto le anse 
palmette e girali caratteristici della ceramica attica tarda e di quella apula, nella quale si 
trovano i tipi delle figure. Basta sfogliare le pagine del Repertorio dei vasi del Reinach ( 1 ). 
D) Vasi falisci : 

1 Stamnos (n. inv. 43968) (tav. VI a), alto m. 0,37; diametro alla bocca m. 0,245, 
circonferenza sotto le anse m. 0,95. Sull'orlo un'onda marina stilizzata. Sulla spalla del 
vaso linguette e ovuli. Lato A. Un giovane nudo siede sulla clamide (manca tutta la parte 
superiore della figura) ; probabilmente è Dionysos. A lui dinnanzi una donna (Arianna?) 
vestita di pep'o, con un ramo d'alloro in mano, posa un piede su una roccia ; dietro a lui 
un'altra donna (Menade) si avanza a gran passi. Tiene anche essa un ramo nella destra ; 
veste un chitonisco ben decorato, che, slacciato sulla spalla sinistra, lascia da quella parte 
nudo il petto. Dietro a questa è un giovane completamente nudo, con corona radiata in 
testa, che tiene il piede sinistro alzato su una roccia. Un'altra donna lo segue, avanzandosi 
con un piatto nella sinistra. Veste anche essa un peplo ben ornato. Tutta questa scena 
è compresa tra due efebi, quello a sinistra di corsa, quello a destra con un piede su una 
roccia. Dal lato opposto un Sileno siede su un'ara con grosso tirso nella destra e un 
timpano nella sinistra. A lui davanti è una Menade danzante, che tiene un ramo nella 
destra e nella sinistra un timpano. Il campo è cosparso di foglie, dischi, tenie. La pelle delle 
donne è bianca calce. In basso un meandro alternato con stelline. Rappresentazione 
non fine; ma correttamente disegnata e con colori vivaci. 

2) Stamnos (n. inv. 43969) (tav. VI b, e, d) altezza m. 0,395 (compreso il piede 
moderno), diametro sotto le anse m. 0,98 ; alla bocca m. 0,23. All'orlo della bocca onde 
stilizzate ; sulla spalla linguette. Inferiormente meandro alternato con quadratini a scac- 
chiera o con stella. Nella faccia anteriore c'è una quadriga con due cavalli bianchi e due 
giallicci, adorni di bei finimenti. Essi vanno di corsa sfrenata e trascinano un carro 
della solita forma delle bighe (le cui ruote sono disegnate con un infelicissimo scorcio) 
sul quale è un giovane nudo con una clamide. Purtroppo manca la testa. Nel campo 
erbe in basso, una ten : a superiormente, dischi e palle. La quadriga si dirige verso sini- 
stra, dove si vede rappresentata una colonna, o meglio pilastro, di color bianco ed è 
preceduta da un giovane nudo con petaso, caduceo e clamide sulle spalle, che si volgfe 
indietro a guardarla. Alla sua destra è una donna seduta su una roccia, vestita di 
peplo tra due grossi uccelli bianchi. Dietro il carro un Satiro, dalle gambe caprine, 
siede su una roccia tenendo in mano una fiaccola. È una scena mitologica o la 
riunione di al cune figure senza alcun rapporto tra loro ? Il giovane col caduceo non può 
essere che Hermes, che infatti vediamo spesso precedere una quadriga sia nei vasi 
del Ratto di Kora (*), sia in quelli dell'Apoteosi di Herakles ( 3 ). Il giovane sul carro 

(») Cfr. Reinach, R. V. I, 8 (Compte-rendu, Atlas, 1861, IV da Jouz-oba) ; id. I, 13 (Compte- 
rendu, Atlas, 1862, V, dall'Italia meridionale); id. I 119 (Monum. Instituto corr. arch., Ili, ta- 
vola XLIX, Ruvo) ecc. 

(«) Es.: Mcm. Inst., II, tav. XXXI (Reinach, R. V., I 99). 

( 3 ) Es. : Annali Inst. 1880, N (Reinach, R. V., I, 344) ; Arch. Ze.it. 1848, tav. 17 (Rein., 
R. V., I, 368); Laborde, I, 75 (Rein., R. V., II, 204). 



REGIONE VII. — 189 — VIGNANELLO 



somiglia molto al tipo di Helios (>) ; ma la presenza del Satiro farebbe pensare piuttosto 
a Dionysos; allora la donna potrebbe essere Arianna o una Menade. In ogni modo, 
benché le figure laterali, più piccole, ben si adattino a riempire lo spazio sotto le anse, 
parmi che appartengano alla rappresentazione principale. La parte posteriore ci dà 
una scena dionisiaca; una donna completamente nuda, col timpano, siede su un'ara. 
Davanti a lei un Sileno completamente nudo, con scarpe. Dietro, un altro Sileno, con 
nebride, tiene il piede destro su una roccia; dall'altra parte donna in piedi vestita di 
peplo e volta verso il gruppo centrale. 

3) Stamnos (n. inv. 43970) (tav. VI d e VII») alto (col piede moderno) m. 0,41 ; 
circonferenza sotto le anse di m. 0,995; diametro della bocca m. 0,24; L'ornamentazione 
identica a que'la dello stamnos precedente. La rappresentazione principale mostra due 
donne completamente nude, che si avvicinano per lavarsi a un bacino, a forma di coppa, 
di marmo bianco, nel quale da un mascherone a testa leonina cade uno zampillo d'ac- 
qua ( ! ). Sull'orlo del bacino un erote si regge in equilibrio ( 3 ) e porge alla donna un 
alabastron. Interra, dai due lati del bacino, due ciste di vimini intrecciate, con tre piedi, 
di forma assai simile a quella della ciste di Palestrina ( 4 ). Alle pareti appese tenie. 
Ai lati quattro figure ; a destra una donna seduta e una in piedi, tutt'e due vestite di 
peplo ; presso la seconda un piccolo felino (gatto ?). Dall'altra parte, un'altra donna 
seduta simile alla precedente e un Sileno che, come spaventato, si butta a terra; ha la 
sinistra avvolta in una pelle bianca. Sotto l'ansa, a sinistra di questa scena (tav. VII a), 
la curiosa rappresentazione di un Satiro con gambe caprine visto di faccia, con gambe 
e braccia larghe. Sotto, un cigno quasi in atto di toccargli col becco ily. Sotto l'ansa 
a destra resta solo la nuca di una grande testa di profilo. La parte posteriore è divisa 
in due gruppi : a sinistra vediamo Dionysos che saluta Arianna ; questa è seduta di profilo 
sinistro, appoggiata al tirso e ha la parte inferiore avvolta nell'himation. Dionysos in 
piedi si appoggia sul tirso con ritmo prassitelico. La scena ricorda quelle di congedo di 
tante : tele attiche. A destra un Satiro e una Menade danzano ; il primo nudo, calvo, 
con scarpe e con la nebride sulle spalle e annodata sul petto. La Menade è vestita e tiene 
un'oinochoe nella destra e nella sinistra un oggetto che per la frattura (alla figura 
manca anche la testa) resta indeterminabile. 

La rappresentazione delle donne alla fontana, che si trova anche in uno stamnos di 
Villa Giulia da Falerii, compare già nella pittura attica della metà del V secolo ( 5 ) ed è 

(i) Mommi. InO., II, tav. XXXII (Reta., R. V., I, 100); Mon. Inst., IV, XVI (Rcin., R. V., 
I, 125); Annali Inst. 1837, I (Reta., R. V., I, 188); Annali Inst., 1878, G (Rcin., R. V. I, 339). 
(«) Cfr. il vaso di Ruvo, Mon. Inst., Ili, tav. XL1X (Rcin. R. V., I, 119). 
(») Cfr. Tischbein, V, 108 (Reta., R. V. II 303). 

( 4 ) Una cista molto simile, con coperchio, si vede rappresentata in una kylix coeva di fab- 
brica chiusina del Museo Britannico, F 478, (Walters, Cai. of. vases, IV, tav. 12, 2: Albizzati, 
scr. cit. RBm. Miti., XXX, p. 133, n. 3). Così pure nella parte posteriore della celebre anfora 
f alisca dell' Aurora (Savignoni, La collezione di vasi dipinti del Museo di Villa Giulia, in Bullett. 
d'Arte, 1916, fìg. 15) in una cista assai somigliante urtata da Tetide divincolantesi, si vedono due 
alabastri del tipo di quello portato dall'Eros di questo stamnos. 

( 5 ) Furtwangler-Reiehhold, O. VM., tav. 1<>7; Tischbein, IV, 30 (Rein., Il, 328). Lo stamnos 
di Falerii ha il numero d'inventario 3592 (Della Seta, Villa Giulia, p. 71). Perle rappresentazioni 
in altri monumenti italici coevi cfr., p. es., lo specchio Gerhard, IV, 317. 



VIGNANELU) 



190 — REGIONE VII. 



più volte ripetuta. Alla terza donna dietro il bacino è qui sostituito l'Erote, che rammenta 
quello che folleggia sui cavalli della quadriga di Dionysos e Arianna nella grande oino- 
choe trovata nella tomba II della stessa necropoli di V gnanello('). Con questo vaso i due 
stamnoi di questa tomba V (i quali nonostante le minime diversità di dimensioni appaiono 
gemelli) hanno stretti rapporti stilistici. Abbiamo già esaminato i tipi delle loro figure, 
che non si discostano da quelli non solo della ceramica falisca, ma dell'arte attica e ita- 
liota del V-IV secolo a. C. Come spesso in questa ceramica dipinta tarda, i tipi appaiono 
presi senza stretta relazione col soggetto. Cosa resa più facile della nota possibilità che un 
tipo stesso fosse adattato a rappresentare personaggi differenti. Basti l'esempio della 
quadriga preceduta da Hermes, per il quale abbiamo già notato i casi del Ratto di Kora, 
di Helios o dell'Apoteosi di Herakles, e che si trova anche in una quadriga sulla quale 
è Nike o Iris o una semplice donna ( s ), mentre in un altro vaso ruvestino è adattato per 
Oinomaos e Myrtilos, mentre Iris prende il posto di Hermes ( 3 ). Ciò rende oltremodo 
difficile e incerta l'esegesi di simili rappresentazioni. Ma, se per i tipi e' è questo da 
osservare, notevole è l'importanza artistica di questi due stamnoi che per finezza di 
disegno e vivacità di composizione sono tra i migliori di fabbricazione falisca e portano 
una nuova conferma dei singolari pregi di questa importante fioritura di opere d'arte 
del IV sec. a. C. notevole per i rapporti con la Grecia, per la propria originalità e 
per la vicinanza con Roma. Riserbo a un'opera a cui attendo da tempo su questa 
classe di ceramiche, ancora così poco studiate, una discussione più particolareggiata e la 
determinazione delle differenze tra i vasi di questo gruppo e quelli a cui appartiene 
lo stamnos n. 43968 che, pur essendo anche esso falisco, si differenzia dagli altri due, 
per tecnica e per disegno. 

4) Kylix, mancante ora del piede (diam. m. 0,22). Nell'interno in un cerchio 
con meandro alternato con quadratini a scacchiera, due figure. Un Sileno ebbro, com- 
pletamente nudo, con una nebride sul braccio sinistro, tiene in mano un corno potorio 
e porge con la destra un timpano a un giovane, pure completamente nudo, che siede e 
vi batte con la sinistra, mentre con la destra pare segnare il tempo. All'esterno tra pal- 
mette, da ciascun lato gruppo di un giovane nudo con donna vestita di peplo, che tiene 
il timpano ; tra loro una volta è un corno potorio e una volta una tenia. 

5) Kylix di fattura un po' trascurata (diam. m. 0,195), che nell'interno presenta 
un gran profilo di donna, con cuffia, orecchili, collana. Il tondo è limitato da un meandro 
(fig. 7). All'esterno decorazione all'orlo della coppa, di semplici onde stilizzate. 

6 Piccolo skyphos (alto m. 0,095; diam. sup. m. 0,09) con la rappresentazione, 
da ciascun lato tra un gioco di palmette, di un uomo avvolto nel mantello. 

7) Altro skyphos in frammenti, ma di dimensioni uguali al precedente, con due 
teste di Sileno. 

8) Quattro dei comunissimi piattelli con piede (diam. in media 0,145, alt. 0,06) 
che nel cavo superiore portano in una cornice di onde stilizzate, un profilo femminile 
analogo a quello della kylix n. 5. 

(') Not. scavi, 1916, p. 65, fig. 10. 

(*) Laborde, I, tav. 84 e 85 (Rein., R. V., II, 207 e 208). 

(») Mon. Inst. II, tav. XXXII (Rcin., R. 7„ I, 100). 



ÉEGIONE VII. — 101 — VIGNANEtLÓ 

9) Parte superiore di un'anfora che aveva certo la pancia verniciata di nero 
ed è decorata sulle spalle di linguette come gli stamnoi e sul collo di volute di logliame 
stilizzato e di palmette. 

E. Vasi d'impasto italico, di color bruno: 
Di questa categoria di ceramica arcaica vennero trovati molti frammenti dai quali 
col restauro si son potuti ricomporre : 

1) Scodella con fondo piatto e alto orlo divergente in fuori (diam. m. 0,36) ; 
adorna nella superficie inferiore esterna d'una stella formata da quattro foglie disposte 




Fio. 7 



a croce e segnate con due solchi paralleli ; altre quattro foglie analoghe sono normali alle 
prime negli spazi interposti, il tutto è compreso in una cornice formata da onde stiliz- 
zate. L'orlo superiore è leggermente incavato a incastro, il che potrebbe far pensare 
che si tratti di un coperchio di grande olla (fig. 8 e). 

2) Altra scodella simile, più piccola (diam. m. 0,33), ma che, mancando l'in- 
castro dell'orlo, non può aver servito se non da vera scodella. Anche essa è decorata, 
nell'esterno, di una stella di quattro foglie collegate tra loro da una doppia linea a fe- 
stone (fig. 8 a). 

3) Coppa su alto piede con ampio orlo espanso, decorato, nella parte superiore, 

di linee disposte a palmetta (alt. m. 0,22) (fig. 8 b). 

4) Testa fittile, adorna di cerchietti, di grossa spilla. 
F) Buccheri: 

Si sono trovati in gran quantità, ma frammentati e generalmente mancanti di gran 
parte del vaso. Sono tutti del tipo spesso e rozzo. Sono coppe, piattelli su piede, Coto- 
lette, orli e anse di oinochoe, tutto del tipo più comune nelle tombe etrusche e fahsche 
del VI-V secolo. 



VlGNANELLO — 192 — REGIONE VII. 



67) Vasi etrusco-campani: 
Di questa ceramica del III secolo, a vernice nera lucente, furon trovati frammenti 
delle solite coppe e ciotolette. Notevole un gruppo con figure bianche, rosse o gialle, 
sovrapposte alla vernice nera: 

1) Skyphos (alt. m. 0,120 ; diam. sup. m. 0,127) ; da ciascun lato tra due rami sti- 
lizzati di olivo, una figura in piedi ammantata ; il tutto dipinto con vernice rossa sul nero 
del vaso. 

2) Altro skyphos simile, più piccolo, di cui restano pochi frammenti. 

3) Kylix (diam. m. 0,21 ; alt. m. 0,09) ; decorata nell'interno con giovane am- 
mantato (giallo) in cornice di cerchi concentrici ; all'esterno id. tra palmette. 




Fio. 8. 

4) Altra kylix (diam. m. 0,250 ; alt. m. 0,10) ; nell'interno, in cornice a linguette, 
giovano in piedi ammantato ; nel campo corone e oggetto indeterminabile ; all'esterno 
da ciascun lato giovani ammantati che si guardano. Colore rossastro. 

6) Kylix come le precedenti (diam. m. 0,243 ; alt. m. 0,09) : nell'interno (fìg. 9), 
guerriero con chitonisco e corazza, con la destra al fianco e nella sinistra una tenia. Nel 
campo specie di informe palmetta. Contenuto in una cornice circolare con linea serpeg- 
giante. Esterno come la kylix precedente. Colori rosso e giallo. 

Tutti questi vasi, per forma e disegno si rivelano tardi prodotti del III secolo. Il co- 
lore in molti casi è andato via ed è rimasta però nella vernice nera la impronta della tinta, 
in modo da permettere di riconoscere il disegno generale. Del resto, solo l'interno della 
kylix n. 5 6 discretamente disegnato ; le altre figure, eseguite su uno schizzq alla buona, 
sono assai rozze. E un genere assai frequentemente rappresentato nelle tarde tombe f alische. 
H) Vasi imitanti il metallo: 
Di questa classe di vasi imitanti il metallo e sórti alla fine della ceramica dipinta, 
si sono trovati minutissimi frammenti, probabilmente di uno stamnos. 

/) Vasi di terra gialla lasciata grezza o verniciati di rosso : 
14 piattelli del tipo comunissimo del diametro di cm. 10, 12 ; 2 su piede ; 4 ciotolette, 
(diam. cm. 6, 8), di cui due portano il segno V. 



REGIONE Vii. 



193 



VIGNANELLO 



K) Figurine fittili: 
1) due rozzissimi idoletti (fig. 10) che si riattaccano ai tipi primitivi di statuine 
della prima età del ferro. Giustamente il Della Seta ( ] ), parlando di quelli di Conca, che 




Fio. 9. 

pur differenti, offrono un caso simile, osserva che, siano giocattoli infantili, siano ri- 
produzione di idoli primitivi, la loro rozzezza non è segno di alta antichità ; 



| 




Fig. 10. 



2) due statuette del tipo di quelle della tomba IV, n. 5, rappresentano donne ve- 
stite di peplo con in mano un alabastrai. Sono frammentarie, ma non potevano aver 
altro uso se non quello ricordato. 



(') Della Seta, V. G., p. 308. 
Notizie Scavi 1924 — Vol. XXI. 



25 



VignaNello 



194 — REGIONE VII. 



L) Lance di ferro : 
Se ne sono trovate parecchie in frammenti, con i relativi saurocteri. 

M) Bronzi: 
Solo quattro borchie, il rivestimento d ; una gamba di mobile, un'ansa, chiodi, fram- 
menti di lamina e il solo profumiere di un candelabro, come quelli della tomba III ('). 

N) Osso: 
Frammenti di un manico, forse di uno specchio. 



* * 



La tomba, come si vede, manca assolutamente di orifìceria e quasi totalmente di 
bronzi, per la devastazione antica. Fortunatamente è restato l'importante complesso 
dei vasi dipinti. Da questo risultano chiaramente : una fase arcaica di seppsllimenti a cui 
appartengono i vasi con figure nere, i vasi d'impasto e i buccheri; un indizio di seppel- 
limento del V secolo e specialmente l'uso della tomba nel periodo falisco del IV-III 
secolo av. Cr. 



* 
* * 



Tomba VI (3 a del giorn. di scavo, p. 154 segg.; scavata dal 29 al 31 ottobre 1914 ; 
n. invent. delle suppellettili dal n. 43782 al n. 43799; pianta e spaccato fig. 11). — Tro- 
vasi a sinistra della precedente (fig. 1) e il suo ingresso è visibile nella veduta tav. IV a. Vi si 
accede per un corto tramite, largo m. 1,40 e lungo, nello stato attuale, m. 3,30. La tomba 
è scavata assai superficialmente, tanto che la parete superiore è spessa, al massimo, 
appena 80 cm. e perciò presentemente vi si nota un minaccioso crepaccio. La tomba fu 
trovata devastata e colma di terra ; restava in posto il blocco inferiore di quelli di 
chiusura. La camera stessa, di pianta tendente al trapezio, misura nel lato della porta 
m. 4,50, in quello opposto m. 4,20 ; le altre due pareti normali alla prima sono lunghe 
m. 3,10 e m. 3,25. L'altezza è di m. 2,10. La porta è ad arco arcuato, alto m. 1,60 e un 
po' a destra; lateralmente in alto è un piccolo loculo; la parte di sinistra è occupata 
da un letto funebre che aveva la solita forma di kline (alto m. 1,25) e nel quale è stato 
scavato un loculo. Le pareti destra e di fondo hanno ciascuna un grande loculo, -che 
occupa tutta la larghezza della parete, si addentra lateralmente ed è alto m. 0,50 
nella parte superiore. Sotto a questi sono altri loculi, e precisamente : nella parete 
destra, quattro in due file ; nella parete di fondo invece furono scavati solo i due delle 
parte destra, per scavare l'inferiore dei quali è stato abbassato di 32 cm. il pavimento. 

La poca suppellettile, sfuggita alla devastazione, fu trovata nella terra di riempi- 
mento e comprende: 

A) Vasi protocorinzi: 

frammento di bombylios a sezione biconica, decorato di zone e di linguette. 

B) Vasi attici con figure nere: 

piccolo poculum assai frammentato; vi vediamo da ogni lato, disegnato sommaria- 
mente, un Centauro, contro il quale si avventano dalle due parti Lapiti armati. Sotto le 

(') Not. scavi, 1916, pag. 75, fig. 27. 



REGIONE VII. 



195 — 



VIGNANELLO 



anse oglie d'edera. Doveva esserci un altro poculum simile con scene dionisiache, perchè 
l'unico frammento che ne resta con un Sileno pare non possa in nessun modo adattarsi 
al precedente. 


















Fio. 11. 
C) Vasi falisci: 
1) Stamnos, mancante della bocca e del piede. Alle spalle decoraz'one di lin- 
guette, come in quelli della tomba V. Circonferenza sotto le anse m. 0,88. In basso, mean- 
dro, interrotto da quadratini con stella. Sulla faccia anteriore vediamo (tav. VII J) Dio- 
nysos n piedi, a destra, nudo, con la clamide sulle spalle e con il tirso appoggiato sulla 
spalla sinistra. Ha lunga chioma, e una tenia gli cinge la fronte. Con la destra indica due 



VIGNANELLO 



196 — REGIONE VII. 



giovani donne, vestite di peplos. La prima è china in atto di prendere un vaso, che pare 
uno stamnos, posato su una roccia; l'altra si allontana con un'hydria in testa, tenendola 
ferma con la destra, mentre con la sinistra solleva un lembo del vestito. Essa si volge 
indietro a guardare, come sollecitando, la compagna che deve seguirla. In alto un uc- 
cello si leva a rapido volo. Nel campo una tenia appesa. Nella faccia posteriore, invece, 
davanti a una stele, un giovane atleta, nudo, in piedi, ha la destra al fianco e tiene nella 
sinistra uno strigile. A lui di fronte è una donna vestita di peplo, in piedi, con una mano 
presso il capo. Tra le due facce, intorno e sotto le anse, è un ricchissimo intreccio di pal- 
mette, di mezze palmette e di girali. 

2) Frammenti di un altro stamnos perfettamente simile al precedente. Restano 
quasi interamente le figure di Dionysos e della prima delle due donne. Dell'altra è conser- 
vata la testa e parte dell'hydria. La prima delle donne è in uno stato perfetto di conser- 
vazione. Della parte posteriore restano la base della stele, le gambe dell'atleta con lo stri- 
gile, e il piede destro della donna. 

Alcuni frammenti della bocca del vaso, decorata nell'orlo, come gli altri stamnoi 
sopra descritti, di onde stilizzate, pur non potendo ricongiungersi, appartengono certa- 
mente all'uno o all'altro di questi due stamnoi. 

In essi, particolarmente notevole è la finezza dell'esecuzione ; il corpo di Dionysos, 
del color giallo-roseo della terra, è rappresentato villoso; le donne hanno le parti nude 
perfettamente bianche e su tale colore sono eseguiti in giallo le armille, gli orecchini e le 
collane. Anche le pieghe delle vesti sono riprodotte con accuratezza. Trattasi poi di due 
vasi gemelli, caso assai comune nella ceramica falisca. Basti ricordare nel Museo di 
Villa Giulia le due coppe con l'iscrizione potoria falisca (n. 1674,75), gli stamnoi con 
Zeus, Cupido. Minerva e Ganimede (n. 1599-1600) o quelli inediti n. 1608-1609 ('), 
nei quali vediamo (fig. 12) due donne che versano, con vasi (uno è certo un'hydria), 
dell'acqua sur un rogo funerario sormontato da una corazza. Quest'ultima rappre- 
sentazione, in vasi che somigliano molto, anche per tecnica ai nostri, mi spinge a for- 
mulare un'ipotesi per l'esegesi. Certo potrebbe, nel nostro caso, trattarsi solo di Dionysos 
con due Menadi ; ma parmi piuttosto si debba pensare a riproduzioni parziali, e forse 
fatte da parte dell'artista senza più coscienza dell'insieme, di una rappresentazione del 
Rogo e dell'Apoteosi di Herakles. Federico Hauser infatti, illustrando la pelike di 
Monaco della metà del V secolo ( 2 ), dove, vicino alla donna che getta acqua sul rogo, 
ve ne è appunto un'altra con un'hydria in testa, nota la progressiva presenza del thiasos 
bacchico nella scena. Per il motivo della donna che prende uno stamnos vedi pure lo 
stamnos della metà del V secolo n. 28, della serie del Frickenhaus dei vasi detti delle 
Lenee ( 8 ). 

3) Uno dei soliti piattelli con piede, nel quale è dipinta una grande testa femmi- 
nile di profilo. 

4) Molti minuti e insignificanti frammenti di vasi falisci (tra i quali quelli 
di una kylix). 

(!) Della Seta, V. 6., pp. 68, 71, 73 e 74. 

( 2 ) Fnrtwangler-Reichhold, t.av. 109. " 

( 3 ) fìià Lambert 24; A. Frickenhaus, Lenàenoasen, in 72" Winkelmannsprogr. 



REGIONE VII. 



197 — 



VIGNANEM.O 



D) Vasi imitanti il metallo: 
Per tecnica dcvonsi comprendere in questa classe di ceramiche i frammenti, purtroppo 
assai miseri, di uno stamnos il quale non presenta i soliti ornati, ma una rappresenta- 
zione eseguita assai rozzamente con vernice diluita (fig. 13). Vediamo un giovane avvolto 
in un mantello, nella parte inferiore, che depone un'offerta su un'ara, a quanto pare. 
Dietro a lui una donna suona la cetra. Di fronte v'è un'altra figura, anche essa, come 
le due prime, in piedi, della quale resta la parte inferiore. Restano pure avanzi di pal- 




Fig. 12 (vaso da Faleri). 



mette intorno alle anse e di linguette sulla spalla del vaso. Trattasi di un prodotto popo- 
lare che si può datare tra quelli tardi del III secolo av. Cr. e che appare lavoro di un ope- 
raio che non conosceva i primi elementi del disegno. Come infatti tutt'ora dai monelli 
che imbrattano le facciate delle case, vediamo da lui eseguito in figure di profilo un 
grande occhio di faccia, come nell'arte più arcaica. 

E) Vasi etrusco-campani: 

Trovati frammenti sia di vasi con semplice vernice nera, sia col color rosso sovrap- 
posto; inoltre una ciotoletta (diametro m. 0,045) col segno + ; un'altra cotoletta 
(diametro m. 0,05) e un piatto su piede decorato di cerchi concentrici. 

F) Vasi grezzi: 

Sei dei soliti piattelli ; uno col segno V , di terra gialla ; resti di un'olla di rozzissimo 
impasto nero; un frammento piccolissimo di un rhyton a testa di sat.ro come s. 
può dedurre dalia punta di un'orecchia caprina e dai capelli. 

G) Oggetti varii : 

1) statuetta di donna avvolta nell'himation, del tipo già studiato, alta m. 0,08. 



VIGNANELLO 



198 — 



REGIONE VII. 



2) due bottoni di terracotta, che, come i bellissimi di pasta vitrea trovati 
a Praeneste ('), dovettero essere pedine da giuoco ; 

3) frammenti di una cannula e di un cerchietto di ferro; 

4) frammento di una gamba votiva fittile. 

Un anello semplice a fascetta d'argento (d. mm. 15), andò smarrito prima del- 
l'acquisto. 




Fio. 13. 



È chiaro quindi che abbiamo i pochi avanzi sfuggiti ai devastatori : la tomba aveva 
anche essa avuto seppellimenti nel VI secolo e altri nel IV-III av. Cr. 



* 
* * 



Tomba VII. [9 a del giornale di scavo, pag. 190 e segg. ; scavata dall'8 al 12 
febbraio (dromos) e dal 16 al 30 marzo (camera) 1915]. — Le suppellettili inventariate 
dal n. 44009 al n. 44072 (pianta e sezione fig. 14). Tomba particolarmente notevole per la 
parte architettonica e per il maraviglioso oggetto d'oro rinvenutovi, miracolosamente 
sfuggito alla devastazione completa fatta da antichi scavatori. 

È a sinistra della tomba VI (fig. 1), e assai profondamente scavata (vedi nella 
sezione l'indicazione del livello della tomba VI); il dromos si vede assai chiara- 
mente nella tav. IV a, ed è lungo m. 6,70 ; largo da m. 0,90 a m. 1,30. Il taglio della 



(') Della Seta, V. O., p. 450. 



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Fig. 14. 



VIGNANELLO 



— 200 — REGIONE VII. 



parete sulla porta è alto ben 8 metri. La porta ad arco è alta m. 2. e fu trovata chiusa per 
metà da una grande lastra di tufo. La camera, alta m. 2,40, è di forma trapezoidale. Il 
lato lungo è quello della porta e misura m. 4,80 ; quello di contro m. 3,80; i due laterali, 
rispettivamente, m. 4,40 e 4,80. 

Nella volta la roccia fu lavorata in modo da lasciare un finto trave trasversale, pa- 
rallelo alla parete di fondo, largo m. 0,30 e spesso m. 0,18. Tutt'intorno alla tomba corre 
una banchina. La parete di fondo presenta quattro loculi in due ordini sovrapposti, che 
presentano ancora gli incastri per le tegole di chiusura; così quello a destra in alto della 
parete a sinistra (per chi entra nella tomba), dove sono pure quattro loculi ugualmente 
disposti. La parete della porta presenta due loculi a sinistra (guardando la porta) i quali 
entrano nella parete a destra; dall'altra parte sono due loculetti per bambini. Il lavoro 
architettonico è più interessante nella parete a destra (per chi entra nella tomba), dove è 
stata ricavata una sporgenza nella quale in alto è un grandissimo loculo bisomo adornato 
da gambe di kline scolpite nel tufo. Tra queste gambe è scavato un altro loculo che alla 
sua volta ha l'ornamento di altre gambe di kline. 

La camera fu trovata interamente colmata di terra, con i loculi perfettamente vuoti. 
Tra la terra fu trovato : 
A) Orificerie: 

1) borchia d'oro, di forma semicircolare (tav. Vili e), larga m. 0,035, 
alta 0,030 (')• Vi vediamo a rilievo un Sileno con zoccoli equini, sdraiato, con un 
vaso (una olpe?) nella sinistra. Il corpo villoso nudo, la testa quella caratteristica 
delle antefisse dei templi della fase arcaica (*), con le orecchie equine, la barba ta- 
gliata rotonda, baffi spioventi, aspetto bestiale. Nel campo una stella a cinque punte 
e delle spirali. 

Questa parte è circondata da una fascia coperta di granulazioni d'oro e circondata 
da dieci palmette, alternate con palline. In ogni palmetta le linee divisionali delle foglie 
sono eseguite con granulazioni. Sotto, due fiori e un pezzetto di quarzo (?) semicircolare 
incorniciato in oro. La parte posteriore è coperta da una lamina d'oro liscia, nel mezzo 
della quale è un gambo per fissare l'oggetto. La riproduzione non dà se non una pal- 
lidissima idea della sua bellezza, per la finissima lavorazione e il bel contrasto tra la 
lucentezza del corpo del Sileno e il tremolìo opaco del lavoro a pulviscolo. 

Per la sua datazione, la figura arcaica del Sileno ci mostra essere la fine del VI secolo; 
il suo tipo a zoccoli equini appare nella Ionia sin dal VII secolo ( 3 ). Così giacente come 
motivo di orificeria si era già avuto in esempi sia pure di pregio assai minore (*); e anche 
per il lavoro si può confrontare, per esempio, un pendente d'oro in forma di melograno, da 
Locri, ora al museo Britannico ( 5 ). Notevole anche il gambo forato, che serviva a trattenere 

(») Descritta in Della Seta, V. 0., <p. 112. 

( 2 ) Ad esempio, quelle del tempi» dell'Apollo a Veto (Notine degli scavi, 1922, p. 207, fig. 1). 

( 3 ) Frickenhaus, Zur Vrsprung von Satyrspiel und Tragódie in Jahrb. d. Inst. 1917, p. 5; cfr. sta- 
tuetta di Dodona (Gazette archéologique, 1877, tav. 20). 

( 4 ) Compie renda Aeadémie St. Petersb., Atlas, 1877, II1-1; Cai. Jewellery of Brìi. Museum, p. Ili, 
n. 1270, tav. XI (già Pourtalès, VI-V secolo). 

( 6 ) Cai. cit., p. 147, n. 1472, tav. XXIII, 10. 



REGIONE VII. — 201 — VIGNANELLO 

questo oggetto ('), per il quale mi pare però sia difficile l'uso di orecchino, pensando io 
che sia stato piuttosto un ornamento femminile, della classe delle fibule. 

Ma quello che ce lo rende particolarmente pregevole è, ripeto, la rara finezza del la- 
voro, tanto da poterlo considerare un vero capolavoro dell'orificeria antica arcaica. 

2) Anello (tav. Vili d) di grosso filo d'oro (diam. m. 0,017), con piccolo sca- 
rabeo di corniola con inciso un insetto. K di tipo noto nella orificeria etrusca (*). 

Insieme con questi furono rinvenuti un pendente d'argento a fascetta, spezzato 
da un lato (lunghezza ni. 0,0 lo) ; un frammento d'anello di sottile filo d'argento e un 
riccetto di sottile filo d'oro, con decorazioni a globetti e filigrana, che purtroppo anda- 
rono dispersi in occasione del traslocamento degli oggetti dall'uno all'altro magaz- 
zino Ruspoli, prima dell'acquisto della suppellettile da parte dello Stato. 
E) Vasi attici con figure nere : 

1) frammento di piccola hydria di tipo arcaico in cui vediamo un felino tra 
due uomini stanti ammantati (tav. Vili/). 

2) piccolissimi frammenti a scacchi di rhyton, che ricordano la bocca di quello 
della tomba II, firmato da Charinos ( 3 ), della II metà del VI secolo. 

C) Vasi attici con figure rosse. 

1) frammento di kylix della fine del V secolo ; resta metà dell'esterno e vi ve- 
diamo un uomo avvolto nello himation tra due giovani nudi, uno con le mani dietro la 
schiena, l'altro con uno strigile. Si vede anche un resto di scena simile dalla parte 
opposta ; 

2) frammenti di altra kylix della fine del V secolo (fig. 15). Nel centro resta 
la parte inferiore di due figure, avvolte nel mantello, una seduta e una stante. 
All'esterno: a) guerriero armato, con elmo in mano, in atto di allontanarsi, tra due 
figure avvolte nello himation ; b) resta solo la figura a sinistra : giovane con clamide 
e petaso sulle spalle e due giavellotti in mano. Lavoro piuttosto accurato. 

D) Vasi falisci: 

1) kylix, in parte mancante. Nel tondo centrale un sileno nudo, seduto, con 
timpano. All'esterno da ciascun lato figura ammantata tra palmette. Lavoro rozzo ; 

2) coppa che presenta nell'interno e all'esterno un profilo, eseguito alla buona, 
di testa di Satiro. Cfr. la coppa della tomba IV, n. 5 ; 

3) skyphos (alt. m. 0,065 ; diam. sup. m. 0,105), adorno esternamente di un 
tralcio di edera eseguito in vernice nera su fondo giallo. È uno di quei prodotti nella tec- 
nica delle figure nere, che appartengono al III secolo ( 4 ) (fig. 16); 

4) due piattelli su piede con profilo di donna (diam. m. 0,125). 

E) Bucchero : 

Rinvenuti molti frammenti (ciotole, tazze) : una tazzina del diametro m. 0,09 
e un piccolo infundibolo con ansa ed occhiello. 

(') Cat. cit., Brit. Mus., 137, 138. 

( 2 ) Brit. Mus., Cat. of the Finger Ring Graek. Etruscan and Roman (1007), p. 302, tav. Vili. 

( a ) Not. scavi, 1916, p. 53. 

( 4 ) Cfr. l'anforetta di Falerii ilei Museo di V. (i.. n. inv. 3588. 

Notizie Scavi 1924 - Voi. XXI. 26 



VtGNANELLO 



202 — 



REGIONE VII. 



F) Vasi etrusco-campani: 
Ne fu rinvenuta una gran quantità in frammenti e quattordici tazzine verniciate 
di nero, delle forme solite in questa classe di ceramiche; una porta il segno A e 
un'altra Y I Y. Notevoli i frammenti di un cratere con figure dipinte in rosso sovrap- 
posto alla vernice nera: restano un girale e un atleta con strigile e corona e nella parte 
posteriore un figura ammantata. 




Fio. 15. 



^^__ O) Vasi di terra gialla grezza : 

Quindici dei soliti piattelli, uno col segno H ; frammenti di altri, uno su alto 
piede ; un vasetto cilindrico di argilla rossastra, alto m. 0,09 ; un colatoio. 
H) Bronzo: 
Solo 5 rivestimenti di piede di mobile; 4 borchie, due delle quali grandi (m. 0,04 
e 0,06) ; un'asta cilindrica. 
/) Oggetti varii : 
Due vaghi di collana, uno bianco, uno azzurro (questo manca, come un frammento 
di manico di specchio da prima dell'acquisto) ; un anello di ferro ; una statuetta femminile 
ammantata, di terracotta, del solito tipo (ornamento verisimilmente di candelabro), 
trovata acefala ; un gruppo di chiodi di ferro e frammenti di lance, pure di ferro. 



REGIONE VII. 203 



VIGNANELLO 



Noto che sul dromos furono trovati frammenti di buccheri, di vasi rozzi, e qualcuno 
piccolissimo di vasi greci. Trattasi, anche in questo caso, di una tomba, riadoperata in età 
tarda, ma che rimonta al VI-V secolo, del quale periodo, oltre agli ori, ci restano i fram- 
menti di vasi greci e buccheri. 



* 
* * 



Tomba Vili (detta tomba delle iscrizioni) (11» del giornale di scavo, pag. 246 
e segg. ; esplorata il 24 e il 25 giugno 1915; le suppellettili sono inventariate dal 
n. 44111 afn. 44119). — Questa tomba, con la sua piccola apertura, si vede nella 
tav. IV a, a sinistra della VII, ma tra le due sono visibili i resti di un'altra tomba 
la cui costruzione fu cominciata e poi abbandonata. Questa tomba Vili era acccs- 



Fig. 16. 

sibile già prima che si iniziassero gli scavi governativi a Vignanello nel 1913 ; la 
notai infatti nella pianta data nelle Notizie del 1916, indicandola con la lettera a; 
pubblicai poi in quella stessa relazione le due epigrafi che, incise nel tufo, si leggono 
su due-loculi ('). Nel breve scavo del 1915 la tomba fu convenientemente esplorata; 
ma naturalmente ben poco c'era da trovare nella terra rimasta. Importante è in- 
vece la parte architettonica (fig. 17). Si accede alla tomba per un tramite lungo 
appena 3 metri e largo da m. 1,40 a 1,50; la camera stessa è profondamente scavata 
nella roccia che è tagliata, davanti alla porta, per circa 6 metri di altezza. La pianta 
è quasi perfettamente quadrata: il lato della porta è infatti lungo m. 5,20; l'opposto 
5,30 ; i due trasversi, rispettivamente, m. 4,75 e 4,80. La volta piana è all'altezza di 
m. 2,55. La parete di fronte all'ingresso, come si vede nella fig. 18, sez. AB, è occupata 
da tre loculi: il principale, in basso, è quello con l'iscrizione di Poplia Cocelia; gli altri 
due sono nel piano superiore alle estremità della parete ; sotto quello a destra infine 
si iniziò Io scavo di un quarto, ma il lavoro fu tosto abbandonato. 

La parete a sinistra, entrando, presenta tre loculi: due sovrapposti, a destra; e uno 
solo in basso, a sinistra. 

La parete opposta, a destra entrando, come si può vedere nella pianta e nella se- 
zione della fig. 17, presenta un aspetto singolare; a sinistra infatti c'è, quasi a metà della 

(') Not. scavi, 1916, pag. 38, fig. 1. 



VIGNANELLO 



204 



REGIONE VH. 




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Fio. 17. 



REGIONE VII. 



— 205 — 



VIGNANELLO 



parete, un loculo della forma e delle dimensioni comuni ; a destra invece un altro gran- 
dissimo, alto m. 1,15, lungo m. 2,20 e profondo ni. 1,60: di più ai lati ci sono due incavi 
per introdurvi i piedi di un letto funebre o, meglio, di uno di quei grandi sarcofagi di 
legno, dei quali abbiamo avuto esempi nelle tombe della Russia meridionale. Tale 
letto o sarcofago doveva essere bisomo. La parete infine, nella quale si apre la porta 




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Kig. 18. 



(che è piccola, larga m. 0,70 e alta m. 1,55 (fig. 18 - sez. CD) ha quattro loculi, due 
per parte ; quello superiore a sinistra è sormontato dall' iscrizione di Firmia Titia. 

Aggiungo che alla camera corre tutto intorno una banchina 
alta m. 0,45 e larga m. 0,55. 

Già dissi che nella tomba, accessibile già prima dello scavo, 
benché la terra da togliere non fosse poca, poco c'era da trovare. 
Le suppellettili rinvenute si limitano infatti a: 

1) due figurine di terracotta, ornamento di candelabro, 
del solito tipo ammantato, una particolarmente conservata (alta 
m. 0,12) (fig. 19), l'altra mancante della parte inferiore; 

2) una tazzina emisferica etrusco-campana e uno dei soliti 
piattelli di terra grezza ; 

3) quattro borchie, due del diametro di 6 cm., e due di 
4 cm., di bronzo, molto probabilmente resti dell'ornamento del 
letto o sarcofago del grande loculo di destra; 

4) frammenti informi d ferro; 

5) frammenti di un alabastro di pasta vitrea bianca e 

azzurra. 

Inoltre frammenti insignificanti di vasi locali dipinti, di un 
pendente a cerchietto di argento, e una fuseruola di pastiglia 
bianca con filettatura bleu alla base, che non furono raccolti o andaron dispersi prima 
dell'acquisto del materiale. 



Fio. 19. 



* 
* * 



Tomba IX (detta tomba decorata). — Questa bellissima tomba, la cui piccola 
entrata si vede all'estremità sinistra dalla tav. IV a, fu scavata in antico ed era perfet- 
tamente vuota. Essa non figura quindi nel giornale di scavo, tuttavia, essendo inedita, 
credetti utile di farne eseguire un accurato rilievo dal cav. Ferretti (rilievo che ripro- 



VIGNANELLO 



— 206 — 



REGIONE VII. 



duco a fig. 20, 21 e 22) per poterne studiare la struttura architettonica. Piccolo il 
dromos in leggera discesa, lungo m. 2,25 e largo alla porta ni. 1,40. Il taglio della rupe 



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Fio 20. 



è di soli m. 3,50. La porta, larga m. 0,90, è a sguincio e l'interesse consiste nell' in- 
solita forma e decorazione. 



REGIONE VII. 



207 — 



VIGNANEU.0 



Anzitutto è di forma ovale, nel senso dell'altezza che raggiunge m. 1,70; e poi è de- 
corata nell'interno con due pilastri a forma di mezza colonna, i quali seguono la curva 




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Fio 21. 



dell'apertura. La decorazione è completata da linee graffite a Y 3 dell'altezza, con traver- 
sali a croce. La camera stessa è di forma trapezoidale ; il lato più lungo (m. 5,65) è quello 



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Fio. 22. 



opposto all'entrata; l'altro, in cui si apre la porta, è di soli m. 4,85; i due laterali am- 
bedue di m. 3,55. La vòlta orizzontale, alta m. 1,75, è leggermente più alta verso il 
fondo a sinistra. Pochi i loculi: nessuno nella parete destra, entrando; uno solo in 
alto in quella sinistra, con accenni di decorazione a gamba di kline; tre in quella 



VIGNANELLO 



— 208 — 



REGIONE VII. 



di fondo nella parte sinistra (uno di bambino); uno solo (e di bambino) in alto a destra 
dell'entrata, guardandola. 



* 

* * 



Tomba X. — Oltre alla tomba suindicata, uno scavo fu eseguito alla distanza di 
circa 100 m. ad occidente di essa, verso sinistra, nel fondo della Cupa (tav. III). Esso fu 
opera delMagliulo dal 26 giugno al 7 luglio 1915, e la tomba rinvenuta porta nel giornale 
di scavo (pag. 248 e segg.) il numero 12. Il cavo era molto profondo e vi si dovette 
fare un grande movimento di terra; la tomba a camera fu trovata con la volta 
completamente sprofondata ('). 



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Fio. 28 



La tomba (fig. 23) ha un dromos lungo m. 6,80, che si va allargando verso la porta. 
Questa fu trovata ermeticamente chiusa; quindi il Magliulo ne dedusse di poter con 
sicurezza affermare che la tomba non fu mai manomessa. Infatti ci si rinvenne gran 
quantità di vasellame; ma, sia nella parte architettonica, sia nella suppellettile, la 
tomba si rivelò assai povera. La pianta è trapezoidale; la parete in cui si apre la porta 
misura m. 2,50; quella opposta m. 3,00; le laterali m. 3,25 e 3,50. Nella parete di fondo 
si aprono due loculi: uno in quella destra, due altri nella sinistra. La suppellettile rin- 
venuta è la seguente (inventariata dal n. 44120 al n. 44231): 

Nella parete di fondo (fig. 24): 

Loculo superiore : conteneva solo lo scheletro e presso esso, tra la terra, insieme 
con una piccola ansa ad occhiello di filo di rame: 

Colum di bronzo, in discreto stato di conservazione; con un .ansa a doppio filo 
serpeggiante (diam. m. 0,11). 



(') Per la scoperta di questa tomba trovata non manomessa si sperò l' esistenza in quel 
punto remoto della Cupa di un altro gruppo di tombe: ma le ricerche furono infruttuose e solo 
a sinistra fu trovata traccia di cave di pietra e lavori di sistemazione. Dato l'esito negativo, le ri- 
cerche non furono proseguite. 



REGIONE VII. 



-'209 



VIGNANELLO 



Loculo inferiore : vuoto. Sotto di esso tra la terra : 

1) 11 vasi a vernice nera, detti etrusco-campani; una ciotola del diametro 
di m. 0,145 e ciotolette col diametro di cm. 5 a 10 y 2 ; 

2) 5 piattelli di terra gialla grezza, due dei quali portano sul fondo graffita 
una stella a cinque punte e un terzo ha fasce rosse nel centro e il segno V ; 

3) un vasetto imitante il metallo, a forma di bicchiere cilindrico con alta 
ansa (altezza m. 0,08) ; 

4) un askos, a ciambella, con ansa a nastro striato (diam. m. 0,15); 




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S.t- 



Pig. 24. 



5) frammenti di uno specchio circolare' di bronzo liscio ; 

6) maniglia di filo di rame, certo applicata a un oggetto (cassa) ; 

7) impugnatura di una spada e molte lance di ferro, la maggior parte in 
frammenti; tra le quali una a quattro tagli (lunghezza m. 0,33); altre di forma piatta 
(lunghezza 0,29 e 0,135) con i relativi sauroteri. 

Nella parte laterale destra, il loculo conteneva il solo scheletro. 
Sul piano del pavimento : 

A) Ceramica protocorinzia: 

tre bombylioi del solito tipo comune sferico, con decorazione a fasce e a 
foglioline. Altezza m. 0,09. 

B) Impasto italico: 

olletta con anse sull'orlo ; ornata, nella pancia, di strie graffite. 

C) Bucchero: 

tazza (diam. 0,125) con graffiti separatamente i segni 1 Y X ; altra più grande 
(diam. 0,175 ; altezza 0,07) di color cenerino ; due tazze emisferiche (diam. 0,12). 

D) Ceramica falisca: 

1) 5 piatti su alto piede, quattro dei quali (diam. 0,125) con il solito profilo 
femminile nella superficie anteriore, entro una cornice di onde stilizzate; essi hanno la 
Notizie Scavi 1924 — Vol. XXI. 27 



VIGNANELtO 



210 



REGIONE Vii. 



superficie spiccatamente concava ; uno (diam. 0,150) decorato internamente di serie 
di ovuli, come i grandi vasi falisci; 

2)askos a ciambella (diam. 0,100; altezza 0,155), decorato di una doppia 
fascia nera serpeggiante. 

E) Ceramica etrusco-campana: 

1) askos ad otre, a vernice nera, con decorazione di un ramoscello a foglie 
d'olivo (giallo) che gira attorno al corpo (altezza m. 0,09) ; 

2) 22 vasi verniciati di nero ; i più ciotole e ciotolette di varia grandezza, due 
delle quali portano il segno graffito -J- e una $ ; tazze con piede, una delle quali ha pure 
il segno + ; kylix, un piatto con piede col segno V ; una piccola olpe (altezza m. 0,08), 




Fig. 25. 



un boccaletto, una tazza cilindrica, un piatto (diam. 0,175) con cavità nel mezzo come 
quelli italioti con rappresentazione di pesci. 

F) Ceramica grezza: 

15 dei soliti piattelli di terra gialla. 

G) Bronzo: 

una ghiera (diam. 0,035) ; un'olpe frammentata, un fondo di vaso, un'ansa 
rettangolare, due lebeti con l'orlo decorato di tante perline (uno di essi è intero e ha 
il diametro di m. 0,23). 

H) Ferro: 
oltre a resti informi, forse di candelabro, fu rinvenuta una bella serie di lànce, 
generalmente della solita forma allungata con costolatura mediana. Tra esse notevole 
una (n. 44221) lunga 44 cm. e perfettamente conservata (fig. 25, in mezzo). Un'altra 
(44160), lunga cm. 56, mi pare rivelarsi, all'esame, piuttosto formata dall'unione di 
due cuspidi di lunghezza ordinaria (circa 30 cm.), attaccate per la punta, mentre 
erano disposte in senso inverso (fig. 25, in basso). Alcune lance sono a lama larga; 
due paiono piuttosto punte di giavellotti ; nò mancano resti di una spada, benché pur- 
troppo, com'è destino di questi oggetti di ferro, la conservazione sia cattivissima. 

/) Oggetti varii: 

1) uno dei cosiddetti pesi da telaio (altezza m. 0,14) ; 

2) una fusaiola ovoidale di creta scura (altezza 0,03). 

All'angolo di questa parete destra, dopo il loculo, fu. trovato un incavo, largo 
m. 0,55, lungo m. 0,70, nel quale fu rinvenuta una lancia di ferro ben conservata 
(lunga 0,44). 



REGIONE VII. 



— 211 — 



VIGNANELLO 



Nella parete sinistra (fig. 26) furono trovati pure due loculi: il superiore era 
senza oggetti, nell'inferiore, trovato chiuso da tegole, era il solo scheletro. Davanti a 
questo loculo era stata scavata una fossa (m. 2 X 0,75) profonda 50 cm. (vedi fig. 23 
e 26); in essa furono rinvenuti: 

1) colum della solita forma con anse di doppio filo di bronzo serpeggiante ; 

2) specchio tondo (diam. 0,145) con perno, liscio ; 

3) lamine di bronzo, decorazione terminale di cassa o mobile ; 

4) ansa di olpe di bronzo ; 

5) due piattelli gialli ; 

6) tre cuspidi di lancia di ferro (una a foglia d'olivo) lunghe m. 0,26, 13 
e 0,32. 




Fio. 26. 



Sul piano del pavimento, da quella parte, furono raccolti i seguenti oggetti, insieme 
con frammenti varii di piattelli e ciotolette : 

1) tazzina emisferica di bucchero cenerina ; 

2) due ciotolette verniciate di nero ; 

3) un piatto su listello, a vernice plumbea . 

Anche in questa tomba quindi si trovano oggetti arcaici del VI secolo, come i 
vasetti protocorinzì, con ceramiche tarde da attribuire al III e forse più in giù (vasi 
etrusco-campani, piattelli grezzi). 



* 



Tomba XI (fig. 29). — Terminata la descrizione delle tombe scavate nella 
Cupa a sinistra delle tre trovate nella l a campagna del 1913, ci resta ora da trattare di 
quelle trovate nella stessa scarpata della collina, a destra delle tre tombe suddette. 
La prima è questa, che, continuando la numerazione, chiameremo XI (5 a del giornale 
di scavo ; pp. 1 64-65), scavata il 9 e il 1 novembre 191 4 (v. fig. 1 e tav. IV a). Fu trovata 
perfettamente vuota, tranne un gruppo di rozzi frammenti di vasi diversi, sia di buc- 
chero, sia di piattelli di terra gialla grezza. La tomba è però interessante architetto- 
nicamente (fig. 27). Breve il tramite (lungo m. 2, largo m. 1,40) ; il taglio della roccia 



VIGNANELLO 



212 



REGIONE VII. 



sulla porta di soli m. 2,80, tanto che, essendo la tomba alta m. 2, sottile è lo strato di 
roccia restato sulla vòlta. 

La tomba è di pianta trapezoidale: il lato in cui si apre la porta è di m. 4,10; l'op- 




Pio. 27. 

posto 3,20 ; i normali di m. 3,45 e 3,70. Nella parete di fondo sono due loculi e tre in quella 
di destra. Nella parete di sinistra invece è stato tagliato nel masso tufaceo un letto 
funebre a forma di kline, con colonnine ai lati, alto m. 1,10, lungo m. 2,35, largo 
m. 1,10. Nel centro, come motivo decorativo è riprodotto un alto sgabello, come 
quello, p. es., sul quale nei sarcofagi chiusini posa i piedi la donna seduta sul letto. 



REGIONE VII. 



— 213 



VIGNA.NELLO 



* * 



Tomba XII (7 a del giornale di scavo, p. 167 segg. ; esplorata dal 13 al 26 novem- 
bre 1914) (fig. 28). L'ingresso si vede nella tav. IV a, a destra, e tutta la tomba, con la 




J< 



Fio. 28. 



vòlta franata, nella fotografia che riproduco a tav. IV b, come esempio del mirabile 
paesaggio della Cupa. Noto che la contigua tomba XIII, della quale par eremo m se- 
guito, Ira stata scavata in precedenza ; mentre la tomba XII i stava al.ora appunto 
scavando. 



VIGNANELLO — 214 — REGIONE VII. 



Ho già detto che la vòlta era franata, anzi con essa era franato un gran pezzo della 
parte anteriore della camera. A questa si accedeva per un tramite, largo m. 1 ,35 e tro- 
vato quasi distrutto. La pianta della tomba è quasi rettangolare ; il lato in cui si 
apre la porta è lungo ni. 4,10; quello opposto 3,90; glialtri due, m. 2,90 e 2,65. L'altezza 
della vòlta, come si può vedere dal piccolo pezzo conservato, era di m. 2,90; e, essendo 
la tomba stata scavata in alto sulla Cupa, lo spessore della vòlta era troppo esiguo, 
tanto che non ha resistito. La porta fu trovata senza chiudenda; ma il gran cumulo di 
terra caduto ha fatto si che il materiale rinvenuto fosse assai abbondante (numero 
d'inventario dal n. 43822 al n. 43959). 

La più notevole particolarità della tomba è che, addossato alla parete sinistra 
e a quella nella quale è la porta d'entrata, fu costruito un pilastro della lunghezza di 
m. 1,40, larghezza di m. 1,40 e altezza, nella parte conservata, di m. 2,68, formato di 
rozzi blocchi squadrati di tufo. Evidentemente questo pilastro fu costruito per soste- 
nere la vòlta, quando questa cominciò a mostrare qualche segno di rovina; e la co- 
struzione fu fatta in epoca posteriore all'impiego della tomba, perchè coprì un loculo, 
che si potè visitare solo con l'asportazione di parte del pilastro stesso, il quale fu 
tralasciato dal Ferretti nel disegno della tomba. 

Venendo ai loculi, la parete di fondo ne ha tre, due sovrapposti a destra e uno a 
sinistra ; nella parete a destra per chi entra nella tomba furono trovati due altri loculi 
sovrapposti ; due altri in quella sinistra; uno piccolo infine a destra dell'ingresso. 

Parete di fondo ; sezione destra: 

Il 1° loculo in alto, privo delle tegole di chiusura, trovato pieno di terra, conteneva, 
oltre allo scheletro del defunto : 

a) all'altezza della testa: 1) oinochoe di rozza argilla giallastra, alta m. 0,22; 
2) tazzina emisferica di bucchero, su listello, alta m. 0,120 ; 

b) verso i piedi : fibuletta e frammenti informi di ferro. 

Il 2° loculo, sottoposto, era anche esso aperto ; ma le tegole di chiusura erano 
cadute dentro. Conteneva gli avanzi dello scheletro e ai piedi: 

1) piccola pelike (alta m. 0,08) a vernice nera, con decorazioni di color rosso 
sovrapposto. Presenta da tutt'e due le parti, tra palmette e ornati, una figura virile 
ammantata; 

2) fusaiola a tronco di cono, di argilla scura. 

Sul piano del pavimento, sotto a questi due loculi, furono rinvenuti aggruppati, 
insieme con ossa umane, i seguenti oggetti, parte dei quali possono essere caduti dai 
loculi soprastanti : 

A) Vasi d'impasto : 

rozza olletta ovoidale (altezza m. 0,11, diametro 0,10) ; altre ollette simili 
(altezza m. 0,09) ; poculum ovoidale, altezza m. 0,45. 

B) Buccheri : 

Se ne trovò una discreta quantità, i più in frammenti. Notiamo : 

1) cinque tazze emisferiche su listello (altezza m. 0,50; diametro superiore 
m. 0,115); 

2) kantharos di bucchero fine ; 

3) un piatto di forma piana ; una ciotoletta, ecc. 



REGI0NE ^ - 215 - VIGNANDO 



C) Vasi etrusco-campani : 

due tazzine emisferiche su listello (diametro 0,95 e 0,35). 

D) Vasi di terra grezza, o con vernice rossa : 

1) due olpai ; 

2) nove ciotole o ciotolette ; 

3) cinque piattelli. 

Inoltre frammenti, non raccolti, di una cuspide di lancia, di ferro. 
Parete di fondo, sezione sinistra. 
Un basso loculo, perfettamente vuoto. 

All'angolo, grande pythos ovoidale, di argilla rossastra con orlo frammentato, alto 
un metro, che conteneva frammenti di una rozza olla di argilla rossastra. 
Sul pavimento sotto il loculo : 

A) Bucchero: 

una tazzina emisferica su listello (diametro 110) ; e frammenti di vasi varii. 

B) Vasi etrusco-campani : 

1) stamnos a vernice nera, con figure dipinte in color rosso sovrapposto (dia- 
metro bocca m. 0,15 ; altezza m. 0,25). Tra due rami di olivo stilizzato ; da ogni parte 
un giovane ammantato offre un oggetto (palla ? frutto ?) a un atleta nudo con lo striglie 
in mano ; 

2) kylix di terra assai fina, a vernice nera con nel centro dipinta, con vernice 
diluita, una stella a molti raggi. 

C) Terra grezza, o con vernice rossa : 

tre tazzine (diametro ni. 0,12) ; un'olpe (altezza m.0,05); quattro piattelli, uno 
col segno -f- ; due ciotole (diametro 0,16 e 0,17) ; frammenti di olla. 

D) Oggetti varii : 

1) olpe di bronzo, in buono stato di conservazione (altezza 0,13) ; 

2) un'olletta di impasto, con quattro protuberanze sotto il collo del vaso (al- 
tezza 0,05) ; 

3) frammenti di un vaso con decorazione di fasce bianche ; 

4) fusaiola di rozza creta rossastra. 
Parete a destra, entrando nella tomba : 

Loculo superiore : era quasi tutto sprofondato e dalla parte della testa conteneva : 
1) anforetta attica con figure nere, alta m. 0,185. Sulla pancia ha due occhioni, 
tra i quali è la rappresentazione di Heraklcs che fugge con il tripode di Delfi (tav.Xe). 
Il tripode è posto in modo che si vede chiaramente che il tipo è stato preso dalla scena, 
comune nella ceramica del tempo, della lotta di Herakles con Apollo per il tripode. 
Posteriormente il vaso è in gran parte mancante ; pare ci fosse rappresentato un albero. 
Loculo inferiore : non conservava alcun oggetto ; ma nella terra, come caduti sul- 
l'orlo del medesimo, si sono rinvenuti : 

1) piccola kylix di bucchero su listello (diametro 0,14) ; 

2) simpulum di bronzo, con il manico terminante con una testa d'oca. Vera- 
mente il manico fu trovato a un livello più basso ai piedi della parete, eper la corrosione 
non si congiunge bene ; ma non mi par dubbio sia proprio quello di questo simpulum ; 



VtGNANELLO 



— 216 — REGIONE Vii. 



3) kylix a vernice nera (diametro 0,15), nell'interno della quale, con vernice 
rossa sovrapposta, è dipinto un atleta, completamente nudo, che tiene una corona (as- 
sai corroso) ; 

4) olpe di lamina enea sottilissima (altezza 0,11), assai rovinata ; 

5) vaso cilindrico di bronzo, con manico mobile arcuato, munito di coperchio, 
assicurato da una catenella (in frammenti). 

Sotto a questi due loculi, nel piano del pavimento, furono rinvenuti parecchi og- 
getti : 

A) Vasi d'impasto : 

1) frammento della parte superiore di un sostegno (cosiddetto holmos) di 
terracotta rossastra, ad orlo piano e striato ; 

2) frammento di olla sferica di argilla nerastra a doppia ansa ; 

3) varie ollette, intere (altezza 0,05 e 0,08) o frammentate, d'impasto nerastro. 

B) Buccheri : 

1) piatto su piede (altezza 0,08 ; diametro 0,09) ; 

2) due kantharoi (altezza 0,05 ; diametro circa 0,10) ; 

3) dieci tazzine e ciotolette del diametro da 0,07 a 0,12, delle quali una col 
segno -f ; 

4) una piccola olpe, alta m. 0,065 ; e un'oinochoe, in frammenti ; 

5) una kylix, pure in frammenti. 

C) Terracotta grezza : 

1) cinque dei soliti piattelli di argilla giallastra ; 

2) una ciotoletta (diametro 0,06) e metà di una ciotola col segno J. 

D) Bronzo : 

1) olpe con ansa a nastro ; 

2) colum di sottile lamina enea, con ansa a doppio filo, del tipo già trovato ; 

3) due saurocteri di forma cilindrica acuminata (lunghezza m. 0,18) ; 

4) un frammento di lamina (balteo ?) (lunghezza m. 0,31 e altezza 0,09) ; un'ansa 
arcuata, un piede cilindrico, una piccola borchia, una patera di sottile lamina (diame- 
tro 0,10). 

E) Ferro : 

1) tre cuspidi di lancia (lunghezza 0,15) e un'asta cilindrica ; a una di queste 
lancio dovette appartenere un anello di bronzo rinvenuto ; 

2) piccole borchie e chiodi. 
Parete opposta, a sinistra: 

Nel loculo superiore, si rinvenne soltanto una fusaiola di bucchero, a tronco di 
cono, striata (altezza 0,02). 

Nell'altro, scoperto dopo la demolizione del pilastro addossatovi, di cui si è già 
parlato, si rinvenne : 

1) rozza olla cineraria di argilla rossastra, di forma ovoidale, con due 
anse a occhiello applicate sull'orlo (altezza 0,26; diametro 0,135); è piena di ossa 
cremate ; 

2) due rozzi piattelli di creta rossastra, uno dei quali ha il segno V . 



RICCIONE VII. - 217 - VIGNANEUO 



Ai piedi dei loculi furono rinvenuti : 

1) vasi di l)iicchero, i più in frammenti, tra i quali un piatto circolare piano 
su goffo piede e una grande oinoehoe in frammenti ; due ciotolette (diametro 0,06")) 
e una tazzina emisferica su listello (altezza 0,055; diametro 0,11); 

2) una ciotoletta di argilla giallastra e una rozza olla di argilla rossastra, 
nonché un'oinochoe a corpo sferico ; 

3) sette piedi di sedia di forma cilindrica, un po' ricurvi, evidenti rivestimenti 
di bronzo di gambe di legno ; una grande borchia (diametro 0,05) e l'orlo di un vaso 
di bronzo ; 

4) avanzi di tre aste di ferro unite a triangolo (forse del mobile a cui appar- 
tennero i piedi di bronzo) e di altre aste di ferro vuoto. 

La tomba quindi, che per il franamento deve aver subito poche devastazioni, pre- 
senta il solito fenomeno : a seppellimenti antichi (VI-V secolo), a rivelare i quali baste- 
rebbe qui l'anf oretta attica con figure nere col Ratto del Tripode, si sovrappongono 
in seguito quelli del III secolo av. Cr. 

Assai notevole poi è il fatto che, tra la terra che riempiva questa tomba, fu rinvenuto 
il coperchio crestato di un pozzetto (larghezza 0,7 ; lunghezza 0,82), il quale certa- 
mente era caduto dentro con lo sprofondamento della volta. Già antecedentemente, il 
13 luglio 1914, il Magliulo, eseguendo saggi nella Cupa, appena esplorata la tomba XIV, 
rinvenne un disco di nenfro, del diametro di m. 0,78 e con uno spessore di m. 0,16, piano 
da una faccia e sormontato, dall'altra (a calotta sferica), da una cresta di m. 0.25. Al 
Magliuolo sembrò coperchio di pozzetto ; e così pure al prof. Gabriel e a me, che ordi- 
nammo perciò di aprire due grandi trincee nel piano della Cupa, presso il luogo del rin- 
venimento, per determinare se esistesse un sepolcreto a cremazione ; ma tali ricerche 
riuscirono infruttuose. Eppure l'esistenza di tombe a pozzo della prima età del ferro 
mi pare assai probabile aVignanello; oltre ai due coperchi suindicati, ce lo fanno 
supporre alcuni frammenti fittili trovati sporadicamente nello scavo. 



* 
* * 



Tomba XIII (6 a del giornale di scavo, p. 166; fu esplorata 1*11 e il 12 no- 
vembre 1914; la poca suppellettile rinvenuta ha il n. d'inv. dal 43817 al 43821). — 
È contigua alla precedente, a destra (fig. 1); nella tav. IV & se ne vede assai bene 
l'entrata. Il tramite quasi non esiste; le porta è alta m. 1,55 e larga 0,75. La pianta 
trapezoidale; la parete d'entrata lunga m. 2,45; l'opposta 2,25; le altre 2,25 e 1,95. 
Questa piccola camera, con un'altezza di m. 2, veniva ad essere quasi cubica (fig. 29). 
Nella parete di l'ondo si aprono due loculi, e così in quella di destra; nessuno nelle 
altre. Fu trovata aperta e colma di terra, e nel piano della tomba furono rinvenuti: 

1) frammenti di bucchero, tra i quali uno di una tazza col segno -f ; 

2) frammenti di vasi d'impasto italico, alcuni dei quali portano dei graffiti (teste 
di cavallo; volute): tra essi noto una bocca di boccale a forma di becco d'oca, di inso- 
lita grandezza, con decorazione graffita ; 

3) frammenti di vasi etrusco-campani, con ornati di color rosso sovrapposto ; 
Notizie ?(avi 1024 - Voi. XXI. 



VIUNANELLO 



— 218 — 



REGIONE VII. 



4) frammenti di kylikes falische, tra cui una con un Satiro (?) molto finamente 
disegnato ; 

5) un piattello di argilla rossastra; 

6) un bellissimo scarabeo di corniola, che riproduco nella tav. Vili b, lungo 



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Fio. 29. 



m. 0,01. Rappresenta un guerriero che si arma. Posato a terra ha il suo scudo, in mano 
ha un elmo. Lo strano è che pare che egli ne porti già uno in capo. Il lavoro è piut- 
tosto accurato ed eseguito col trapano, come generalmente in questi scarabei etruschi 
di pietra dura. 

Presso, la tomba si è rinvenuto un medio bronzo dell'imperatore Valeriano (254 e. v.) 
con la Virtus Augustorum (Cohen, Monnaies de l'Empire Romain, V,p. 279, n. 137). 



REGIONE VII. 



219 — 



VIGNANELLO 



* 
* * 



Tomba XIV (2 del giorn. di scavo, pp. 92-94; scavata dall'8 al 20 luglio 1914- 
lc suppellettili hanno il numero 43627-43647 d'inv.). - Come si vede dalla pianta dello 



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Fio. 30. 



scavo (tav. Ili) questa tomba fu rinvenuta a 115 m. (a volo d'aria) a oriente delle altre, 
nei seggi nel fondo della Cupa, dove il terreno era assai sconvolto. 

Questa tomba (fig. 30) ha un corto tramite di m. 1,30, ed è anch'essa di dimen- 
sioni assai piccole. Il lato della porta è di m. 2,35, l'opposto di m. 2,65, gli altri due 
di m. 2,10 e 2,45. La volta è completamente crollata. La camera conteneva solo due 
loculi (e dato il luogo, non è possibile ne siano crollati altri superiormente), uno nella 
parete di fondo e uno in quella a sinistra entrando. 



VIGNANEI.LO 



220 



REGIONE VII. 



I. Loculo della parete di fondo : di dimensioni comuni (m. 2,55 X 0,75) presenta 
la particolarità di avere un'incassatura che lascia una cornice anteriormente di 
m. 0,11 e nel resto di m. 0,12. 

Dalla parte della testa si rinvennero due tazzine di bucchero su listello (diametro 

m. 0,08). 

All'altezza delle cosce: 

1) fusaiola di bucchero a tronco di cono ; 

2) piastrina di bronzo, della lunghezza di m. 0,03 ; 




Sotto il detto loculo sono stati raccolti : 

1) rozza olla di impasto rossastro con ansa applicata sulle spalle (altezza 
in. 0,25); 

2) altra olla a bulla a vernice rossa (altezza m. 0,35); 

3) 2 olpai di bucchero, altezza m. 0,12, una delle quali di color cenerino ; 

4) quattro tazze emisferiche pure di bucchero, su listello (diametro m. 0,12) ; 

5) oinochoe di bucchero, ad orlo trilobato (altezza m. 0,15) (fig. 31 e) ; 

6) cuspide di lancia di ferro. 

II. Loculo della parete sinistra. Di forma identica all'altro, ma col solo rialzo dalla 
parte della testa. 

All'altezza del petto era la metà di una bulla lenticolare di bronzo (diametro 
m. 0,02). 

Sul piano del pavimento : 
1) oinochoe d'impasto nerastro, con bocca a becco d'oca, decorata sulla 
spalla di una serie di « denti di lupo » graffiti (fig. 31 b); 



REGIONE VII. — 221 



VIGNANELLO 



2) tazza emisferica d'impasto ; 

3) piatto d'impasto bruno con orlo piano e striato ; 

4) piccolo « karkesion » d'impasto bruno, con doppia ansa a bastoncello che 
si attorciglia superiormente, e decorato sulle due facce da meandri incisi (fig. 31 «) ; 

5) frammenti di una tazza di impasto scuro. 

Questa piccola tomba che ha dato tutti vasi d'impasto e buccheri e assai interessante 
per l'uniformità della suppellettile. Sebbene manchino i vasi greci contemporanei, per 
la forma dei vasi credo che la tomba debba datarsi piuttosto bassa, nella prima metà 
del VI secolo a. C. 



* 

* * 



T o m b a X V (l a del giorn. di scavo, pag. 87 segg. Fu scavata dal 20 giugno al 4 lu- 
glio 1914 ; la suppellettile è inventariata dal n. 43605 al n. 43626. A più di 100 m. in 
linea retta a oriente della precedente (tav. Ili), fu trovata anche essa totalmente franata. 
Il tramite, lungo m. 2,65, è assai largo (m. 1,60). La camera (fig. 32) ha forma trape- 
zoidale, col lato della porta lungo m. 4,75; l'opposto m. 3,50 e i due laterali m. 3,85 
e m. 4.60. 

Dal segno delle volte sulla parete si vede che l'altezza era assai poca. 

Ha, almeno nello stato presente, tre loculi: due nella parete a destra e uno in quella 
sinistra; in uno dei due primi (il g'omale di scavo non determina meglio) fu rinvenuto 
un anello slgil'o d'argento, a castone piatto. La suppellettile fu trovata nel piano del 
pavimento : 

A) Ceramica falisca : 

I) kylix (d'ametro m. 0,26), una delle più fine e interessanti rappresentazioni di 
arte falisca (tav. IX a). Neil' interno, .tra un meandro alternato con quadratini a stella, 
sono tre figure. La scena è su un terreno il cui piano è indicato da una serie di ovoli, nel 
quale spunta un ciuffo d'erba e sorge uno di quei caratteristici alberi falisci, potati con un 
ramo novello (cfr. la coppa della tomba IV). Una giovane donna, con un peplo dall'apo- 
plygma filettato di nero, che lascia libera la spalla destra, le scarpe ai piedi e una tenia tra 
i capelli, ritta in piedi davanti all'albero, suona il doppio flauto. Essa guarda verso destra 
dove è un Silenopappo in atteggiamento festoso, che tiene nella sinistra un tirso adorno 
di una vitta e con la destra solleva in alto una giovanotta completamente nuda, ma con 
le scarpine ai piedi, la quale muove ritmicamente le braccia. A prescindere dalla figura 
della flautista, così comune nella ceramica attica del V secolo, interessante e il gruppo. 
Esso ricorda quello di una suonatrice nuda di doppio flauto, sulle spalle di un Sileno, alla 
presenza di Dionysos e di Arianna, in un vaso d'imitazione etnisca che da un calco pos- 
seduto dill'Ist. di corrisp. archeologica fu pubblicato negli Annali ( l ). Ricorda pure 
il vaso pubblicato dal Tischbein, che però il Reinach dice sospetto, dove, alla presenza 
di due baccanti, una piccola donna suona pure il doppio flauto ( 2 ). Il motivo delle mani 
così piegate lo troviamo già in tombe etnische del V secolo, come quella delle Bighe di 

(') Annali /».<*., 1*78. tav. Il (= Rein., R. V., I, 330, 4). 
(■) Tischbein, II, 52 (= Rein. R. V, Il 304). 



VIGNANELLO 



— 222 



REGIONE VII. 



Stackelberg('). Il tipo del Silenopappo, comune specialmente nella ceramica italiota ( ! ), 
rimonta all'arte attica ; basta rimandare all'articolo della signorina Bieber ( 3 ) dove si 
parla delle origini del costume tragico, e della veste villosa (xoQiaìog, ^alXmtòg xitmv) 




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Fio. 32. 



dei Papposileni in uso dalV secolo av. Cr. al II e. v. e che compare appunto nei vasi 
attici sin dal 2° terzo del V secolo ( 4 ), derivando dal tipo naturale ionico del demone. 

(') Jahrb. d. Arch. Inst. 1016, p. 120 fig. 8. 

(*) Alla* Compte-rendu de St. Petersbourg., 1863, VI (= Rein. R. V., 1, 19, n. 2); Arch. 
Zeit. 1809,17 (= Roin., 11. V., I 405, n. 2) ecc. 

( a ) M. Bieber, Die Jhrlimft des traqischen Kostumt, in Arch. Jahrb., 1917, p. 47 segg. 

( 4 ) Es. il mirabile cratere del Museo Gregoriano Vaticano (Helbig Amelung-Weege, Fiihrer, I, 
p. 336. 



REGIONE VII. — 223 — VIGNANELLO 

Questo quadretto, finamente eseguito, tutto vita, dove alla figura grottesca del Pappo- 
sileno si contrappongono quella graziosa della piccola danzatrice e la gentile della flau- 
tista, conferma, vicino ad altri vasi giustamente celebri, la grande finezza della scuola 
falisca della prima metà del IV secolo av. Cr. All'esterno il disegno è tirato via; vi 
vediamo da ciascun lato una donna vestita di peplo (da una parte ha il timpano), 
tra un uomo nudo e uno ammantato; 

2) altra kylix (diam. m. 0,24) (tav. IX 6). Entro un meandro uguale a quello del 
vaso precedente c'è una di quelle caratteristiche nude figure femminili alate (Lase). 
Questa procede rapidamente con i piedi difesi da scarpette, tenendo nella destra una 
freccia (?) e nella sinistra un grosso a abastron. Dietro, posato in terra, un timpano; 
davanti, su una roccia, un c : gno starnazzante le ali. Il nudo è benissimo disegnato e 
l'espressione assai v'vace. Questo essere fantastico l'abbiamo già, tra l'altro, trovato 
nella coppa falisca del a II tomba di Vignanello che pubblicai nel 1916 ('). In essa 
presenta appunto il timpano a un Sileno che vi batte con la sinistra. Così, noto è il tipo 
del cigno ; appare per esempio in una kylix falisca di Rignano Flaminio, che pubblicai 
parecchi anni fa (*), nella quale vediamo che con questo cigno gioca un Satiro seduto 
su un'anfora. L'esterno di questa coppa è, al solito, sommariamente eseguito. Vi 
vediamo tra il gioco delle palmette, da ogni parte, il gruppo di un giovane nudo, 
con il timpano, davanti a un giovane ammantato : tra i due un corno potorio ; 

3) kylix, in parte mancante (diam. 0,245). Nell'interno un Sileno danzante con 
grosso tirso, davanti a un uccello: il quale è di tipo già noto nell'arte falisca ( 3 ). 
All'esterno di ogni lato, giovane nudo in conversazione con donna; 

4) frammento di kylix (fig. 33) che mostra nell'interno un giovane completa- 
mente nudo con scarpette ai piedi, che siede su un delfino il quale nuota nel mare, come 
si vede dai pesci rappresentati. Il giovane tiene nella sinistra una grande anfora. Di- 
segno un po' tirato via ; notevole però la rappresentazione degli animali. Il delfino lo 
troviamo dell' identico tipo nell'oinochoe di Rignano Flaminio che or ora ho citato ; 
i pesci (una razza, una triglia, e, pare, un polpo) sono gli stessi dei caratteristici piatti 
per pesce dell'Italia Meridionale. Noto infine che una rappresentazione quasi identica 
è in una coppa, ancora inedita, trovata recentemente presso S. Oreste e acquistata per 
il museo di Villa Giulia (<). L'esterno è quasi tutto mancante ; ma dalle tracce si vede 
che doveva avere il solito gruppo, come le kylikes precedenti; 

5) frammenti di altri vasi falisci, tra i quali uno skyphos con testa di profilo ; 

6) piattello su piede, del tipo di quelli che ordinariamente hanno una testa 
femminile di profilo : qui invece c'è una croce. 

B) Ceramica etrusco-campana: 
1) una finissima kylix a vernice nera (diam. 0,10) con in fondo 6 palmette 
incise; 

(0 Noi. scavi, 1916, p. 59, fig. 14. 
(•) Not. scavi, 1914, p. 273, fig. 10. 

( 3 ) per es. Not. scavi 1914, fig. 9 (Rignano Flaminio). 

( 4 ) Cfr. pure la Lasa su delfino rappresentata su un vaso del Museo di Volterra (Albizzati, 
in ser. cit.. Som. Milt., XXX, p. 165, fig. 17). 



VIGNANELI.0 



— 221 — 



REGIONE VII. 



2) una tazza emisferica con incise nel centro quattro palmette; 

3) due tazzine (diam. 0,095 e 0,075), pure verniciate di nero; 

4) una coppa su alto piede (diam. 0,125) e frammenti varii. 

C) Cinque dei soliti piattelli di terra gialla o rossastra. 

D) La parte inferiore di un poetilo della ceramica imitante i metalli. 

E) Una piastrina di bronzo, ornamento di mobile, e una cuspide di lancia, 
di ferro. 




Fio. 33. 



Anche questa tomba, notevole per le belle coppe falische, ha il pregio di avere 
materiale di una sola età, IV-ITI sec. av. Cr. 



* 
* * 



Tomba XVI (10° del giorn. di scavo, p. 241-244; fu esplorata il 15 giu- 
gno 1915). — Fu scoperta all'estremità orientale della Cupa, a più di HO m. dalla 
precedente (vedi pianta dello scavo tav. Ili) ; era tutta sfaldata e in parte lesionata. 
La porta si apre sulla destra della camera la quale misura nella parete d'ingresso 
e nell'opposta m. 3,30 ; nelle laterali m. 3,25 e 2,80 (fig. 34). Ogni parete presenta 
loculi; in quella opposta all'entrata tre sovrapposti, in quella a sinistra due sol- 
tanto (fig. 35). La parete a destra poi è di forma notevole, perchè tutta la parte 
mediana fu isolata con lo scavo di due profondi tagli laterali, larghi 70 e 80 cm. 
e profondi altrettanto (fig. 36). Tale parte mediana presenta scavati tre grandi loculi, 
il superiore dei quali porta una decorazione di gambe di kline. Siccome il loculo infe- 



ftEGIONE VII. 



— 225 



VIGNANKLLO 



riore finisce sotto il livello del pavimento, vi fu scavata davanti una fossa profonda 
m. 0,30 e larga m. 0,70; un'altra identica fossa fu scavata nella destra della parete di 
fondo (v. fig. 34). 



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Fio. 34. 



Tutti i loculi o erano vuoti o contenevano i soli avanzi dello scheletro, senza alcun 
oggetto. Tra la terra però furono trovati alcuni frammenti di vasi locali, e un fram- 
mento di anforetta di vetro azzurro. 




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Fig. 35. 



Fig. 36. 



* 
* * 



Term'nata la descrizione delle tombe, devo ricordare che nei saggi fatti nella Cupa 
furono trovate molte camere semidistrutte; come già notai nella prima relazione ('): 
grandiose camere erano dove poi passò la nuova strada, e i loro resti si intravvedono 
anche nella tav. IV-a ; un'altra tomba devastata fu trovata tra la I e la II e così pure 
una tra la VII e l'VIII. Un'altra ancora presso la tomba XV. Ma, come si vede nella 
pianta generale dello scavo (tav. Ili), il più gran numero fu rinvenuto nelle immediate 
vicinanze della tomba XIV; ne sono state infatti determinate sette. Non è il caso 
di soffermarci più a lungo su esse, che dimostrano solo l'importanza della necropoli, 



(') Not. scavi, 1916, fig. 1. 
Notizie Scavi 1924 — Vol. XXI. 



29 



VIGNANELLO 



- 226 — 



REGIONE Vii. 



confermata dalle camere sotto il moderno paese, le più ora adoperate come cantine. 
E certo molte ancora devono restarne nei punti di più difficile accesso della Cupa, 
tanto da render desiderabile che gli scavi possano venirvi presto ripresi. 

Il Magliulo fece, per quanto i mezzi e il tempo glielo permisero, molti saggi nella 
Cupa e gli parve di rinvenire indubbie tracce di un'antica via, in parte tagliata nella 
roccia, ai piedi della scarpata nella quale si aprono i tramiti delle tombe; una via, del 
resto, è verisimile in quel punto per lo svolgersi delle pompe funebri, che sappiamo in 
territorio etrusco così notevoli. 



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In successive ricerche nell'estate 1915 il Magliulo scavò sulle pendici della Cupa 
dietro la tomba XIV e rinvenne, sotto un grande tumulo di terra, un muro formato 
di grossi blocchi di tufo che, più o meno conservato, continuava per una ventina di metri 
(vedi tav. Ili e fig. 37). Questo, muro che indico nella pianta con la lettera F, posava , 
sulla roccia vergine, che in alcuni punti era essa stessa tagliata verticalmente e 
aveva ai piedi una cunetta per lo scolo dell'acqua. In un punto la cunetta era 
interrotta da un pozzetto di forma rettangolare (m. 1,70 X 0,75), profondo m. 1,65 
e trovato perfettamente vuoto. Per accertarsi che non si trattasse di un edilìzio, fu- 
rono fatti saggi avanti ; ma ne risultò che la roccia scendeva rapidamente in dire- 
zione del fosso della valletta. Mi pare dunque che tale muro avesse una funzione 
puramente di sostegno della scarpata, sia per difendere dalle frane le tombe sottostanti, 
sia anche in rapporto con la strada della quale si sono scoperte tracce. 



* 
* * 



Tornando alla visione d'insieme della necropoli, a Vignanello furono trovati indizi 
di tombe a pozzo e, se non fu rinvenuta nessuna tomba a fossa, tra gli oggetti spo- 
radici, si trovò negli scavi l' anforetta (mancante del collo e di un' ansa) che pubblico 



REGIONE VII 997 

_ ii( _ VIGNANELLO 



alla fig. 38 e che è del tipo caratteristico delle tombe a fossa. Le tombe a camera 
esplorate sono sedici, e di altre 12 furono trovate sicure tracce ; calcolando ad altret- 
tante almeno le tombe devastate sotto il moderno paese, abbiamo una notevole serie. 
Delle sedici esplorate, la tomba più importante resta sempre, architettonicamente par- 
lando, la II, concepita regolarmente con la bella colonna tuscanica nel mezzo ; la più 
usata, con ben 30 loculi, la III. Tutte del resto sono di tipo costante, una camera cioè 
quadrangolare, a pianta trapezoidale, dove si entra per una piccola porta, alla quale 
conduce un tramite ; i lati vanno tra i m. 5,50 e 2,50 ; le più grandi sono la tomba 
della colonna (II), quella delle iscrizioni (VIII) e la decorata (IX) ; le più piccole la 




Fig. 38. 



XIII e la XIV. Notevole la presenza, nella tomba V, di due letti funebri; nella VI e XI 
di uno accostato alla parete a sinistra entrando; mentre talvolta, come nelle IV e VI 
(parete destra), si incontrano loculi grandi e alti, bisomi, e nella Vili un grande loculo 
fu scavato, come vedemmo, per introdurvi evidentemente un letto funebre. Nella XVI 
tutta la parte media della parete destra fu resa sporgente, mediante lo scavo di due grandi 
tagli ai lati. In parecchie tombe, come nella parete destra della IX, una parete non fu 
occupata da loculi : quasi in tutte, in una o nell'altra parete, c'era ancora posto per uno 
o due loculi: pare quindi che i loculi non fossero preparati al momento dello scavo pri- 
mitivo della tomba, ma a mano a mano che se ne presentava il bisogno. Nella tomba II, 
sia che si preparassero al principio, sia che si volesse seguire un ordine regolare, i loculi 
furono ricavati a due a due in ciascuna parete nella parte più alta. Ma anche qui la 
parete destra fu deturpata da tre loculi posteriori ; come evidentemente posteriori 
sono quelli scavati entro o avanti le banchine in forma di letto funebre. Del resto il 
pilastro di rinforzo, messo nella tomba XII, coprendo l'apertura di un loculo, mostra 
che le tombe venivano non solo riaperte, ma restaurate in occasione di nuovi seppel- 
limenti. Normalmente però erano ermeticamente chiuse, come dimostrano le lastre di 
tufo messe nel vano della porta. 



VIGNANELLO 



— 228 — 



REGIONE VII. 




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Della tombe scavate, solo la XVI ha ma- 
teriale omogeneo della prima metà del VI sec. ; 
e l'VIII e la XV paiono, dai vasi trovati, avere 
solo seppellimenti del IV-III secolo. In tutte le 
altre abbiamo una fase arcaica (dalla proto- 
corinzia all'attica del secolo V) e una fase fa- 
lisca (IV-III sec.) con la solita estrema povertà 
di trovamenti per il periodo 450-300 av. Cr. 
Ne viene di conseguenza che le tombe nel loro 
insieme architettonico devono essere opera del 
VI secolo, come confermano la forma della 
colonna tuscanica (tomba II) e le gambe delle 
klinai scolpite nella roccia. Perciò, nella grande 
penuria di tombe a camera del territorio fa- 
lisco che siano scientificamente studiate, queste 
di Vignanello acquistano una notevole im- 
portanza. 

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Cavo I. Nel ripiano superiore al muro 
presso la tomba XIV fu trovato (giorn. di scavo, 
p. 105) un doppio cavo, che indico con la let- 
tera I, nel quale le due parti erano separate 
da un tramezzo di tufo di m. 0,35, e profonda 
ciascuna m. 1,30. Nel punto di divisione una 
vaschetta circolare di m. 0,95 di diametro e 
m. 0,15 di profondità. Uno dei cavi aveva la 
volta sprofondata. In esso frammenti fittili 
romani, tra i quali metà di una rozza oinochoe 
(n. inv. 43648) e di un'anfora (n. 43649). 

* * 

Con questo siamo giunti sul ciglio della 
rupe del Molesino, sul quale era il centro abi- 
tato. Tutti gli avanzi scoperti lo confermano; 
e quando il Magliulo pei cavi rinvenuti parla 
di tombe completamente devastate e esplorate, 
evidentemente sbaglia. Dall'esame di essi mi 
son convinto trattarsi di cavità come quelle 
rinvenute nel centro abitato che scavai ad 
Ischia di Castro (') le quali sono indizio di 
capanne e di magazzini. E, come vedremo, nu- 
merosissimi erano i pozzetti. Tale centro abitato 

(•) Notizie d. team, 1913, p. 383 segg., fig. 1. 



REGIONE Vii. 



229 — 



VIGNANELLO 



occupava la sommità del colle, del quale già diedi cenno nella relazione del 1913. Nel- 
l'ultima esplorazione del 1921, come dirò a suo luogo, fu rinvenuta parte del muro evi- 
dentemente di difesa che sbarrava l'accesso al colle dalla parte di occidente (tav. Ili, 
lettera S): il luogo era, del resto, da se sufficientemente forte, come dimostrala sezione 
del colle stesso da N a S (secondo la linea segnata nella tav. Ili), che do nella figura 39. 
Vediamo che esso è compreso tra due vallette e che il pianoro, traversato ora in trincea 




Fio. 40. 

dalla vecchia via Vignanello-Vallerano, è largo circa 120 metri. A mezzogiorno era la ne- 
cropoli ; la valle a settentrione non è stata ancora esplorata ; noterò che a mezza costa 
vi sono ampie grotte scavate, o almeno adattate dalla mano dell'uomo. Sul ciglio sono 
muri, che, mentre dovettero far ufficio di consolidamento, sono indizi di antichi edilìzi. 
Tra questi noto particolarmente quelli a settentrione (R) dei quali parleremo tra poco, 
perchè sono addossati a un vero banco di terra. È probabile che in tempo antichissimo la 
sommità del colle sia stata livellata e che della terra sia stata gettata sulle pendici setten- 
trionali, in modo che i muri hanno come primo officio quello di servire all'ampliamento 
della superfìcie del colle stesso, uso del quale ci ha lasciato un insigne esempio l'Acropoli 

di Atene. 

* 
* * 

Costruzione C. Essa fu già segnata nella pianta parziale data nel 1913 (') e se 
ne accennò allora a pag. 84, dando la riproduzione di un interessante frammento 
di vaso attico a figura rossa col nome di Glauco. Ora presento la pianta (fig. 40) con 



(«) Not. scavi, 1916, fig. 1 ; p. 84, fig. 47. 



VIGNANELLO 



— 230 — 



REGIONE VII. 



le due sezioni (AB, fig. 41 e CD fig. 42), nonché una bella fotografia dell'insieme 
(fig. 43), al fine di conservare il ricordo di questo modesto rudero. Scoperto il 30 
settembre 1923 (giom. di scavo, p. 49), è una piccola platea di tufi squadrati piantati 







Fio. 41. 



sul terreno vergine, notevole specialmente per la vaschetta o collettore di forma ret- 
tangolare (m. 1,10 X 0,56 con una profondità di m. 1,32), dove sembra abbia avuto 




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Fio/ 42. 



principio una apertura di cunicolo. Anche nella vicina costruzione di blocchi è una 
piccola vaschetta (lato 0,50; profondità 0,70). L'insieme dette molti frammenti di 
tegole e di vasi generalmente tardi, tra i quali appunto il frammento attico ricordato. 
Muri D. A occidente di esso (indicati in pianta con la lettera D) due muri di 
parallelepipedi di tufo che si incontrano ad angolo retto. 



* 



Fondazioni H. Dalla parte opposta, sul versante settentrionale, furono tro- 
vate sul ciglio del colle vaste fondazioni (indicate con la lettera R), delle quali dò la 
pianta (fig. 44), la sezione (figura 45) e una fotografia (fig. 46). 



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Come si vede dalla sezione, tali fondazioni sono addossate al colle che s'innalza di 
circa 4 m. su esse ; la parte interna consiste in un muro lungo m. 7,50, al quale s'inne- 
stano verso il colle due altri ad esso normali, lunghi m. 6,30 e 4, in modo da formare 
la fondazione di un edifizio quasi quadrato. Dalla parte occidentale s'innesta un altro 
muro, parallelo al primo e lungo m. 6. Davanti corre un'altra serie di blocchi a linea 
spezzata, della lunghezza totale di m. 16,50, linea che ha una sporgenza di m. 2,60 in cor- 
rispondenza del muro traversale più orientale. Tra la prima e la seconda serie di bloc- 




Fig. 43. 



chi resta quindi un corridoio largo m. 0,90, a metà del quale si osserva nella serie 
esterna la soglia di una porta di accesso, che assai bene si vede nella fotografia (fig. 46). 
I blocchi sono generalmente su due file e sono lavorati con una certa cura. 

Le esplorazioni per mezzo di cinque trincee (v. tav. Ili) furono continuate verso 
occidente e portarono alla constatazione che le costruzioni continuano per circa 70 
metri dello stesso tipo e nella stessa direzione. 

Abbiamo resti di un sistema di fortificazione con opere sporgenti, quasi vere torri, 
oppure qualche edifizio pubblico (magazzino?) addossato alla collina? I ruderi sono 
troppo miseri per decidere al riguardo; probabilmente le costruzioni avevano l'uno 
e l'altro ufficio, essendo ben noto che sin dagli antichissimi esempi di costruzione, 
come a Tirinto, spesso i due scopi erano contemperati. 

Ritengo che siano avvenuti in questo luogo (il giornale di scavo qui non è 
chiaro) i travamenti fatti alla fine di luglio 1914 (giornale di scavo, pp. 106-107) e 
precisamente : 



VlGNANELLO 



— 232 — 



REGIONE VII. 



1) (n. 43650) frammenti di una kylix a figure rosse di stile severo (fig. 47). Nel- 
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Fio. 44. 



l'interno è un Satiro itifallico. Nell'esterno : A) parte inferiore di una grande figura 
seduta, avvolta nell'himation, che deve essere Dionysos, verso la quale un Sileno 



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Fin. 46. 

spinge un quadrupede (forse un mulo itifallico). B) scena di combattimento. Questa 
kylix è assai bella sia per il tipo caratteristico nelle scene dionisiache ('), sia per 
l'arte. Noto l'ardito scorcio della figura del Sileno. 

(') Giunge perfino nell'arte etnisca del IV secolo, come nel cratere di Trieste (Giglioli. Cratere 
ttrusco del Museo Civico di Trieste, in ausonio, X, 1921, p. 93, fig. 4). 



REGIONE VII. 



233 



VIGNANELLO 



2) piccolissimo infundibolo (43.651) di bucchero; 

3) due « pesi da telaio » di terracotta, uno con una croce incisa da una parte, 
più una quantità di frammenti di vasi e un grande scarico di tegole e coppi. 




Fio. 40. 



* * 



Venendo alla parte centrale dello scavo nell'abitato, a nord della strada Vignanello- 
Vallerano, ricorderò che le ricerche si svolsero tra le più grandi difficoltà, per il forte 
interro e specialmente per essere il terreno coltivato a vigna, che non si volle dan- 

Notizie Scavi 1924 - Voi. XXI. 30 



VÌGNANEUO 



— 234 — 



REGIONE VII. 



neggiare. Dalla pianta (tav. Ili e fig. 48) si vede che furono ritrovati parecchi cavi, più 
o meno profondi, i quali davano tegole, blocchi di tufo e frammenti di fittili. Tra questi 
trovamenti, sono apparsi quattro insiemi che designerò con le lettere L, M, N, P. 

Pozzo rivestito (L). A circa 15 metri a nord della via moderna, fu scavato nel- 
l'agosto 1914 (giorn. di scavo p. 117). È a forma di tronco di cono (fig. 49), con un dia- 




Fio. 47. 



metro alla bocca di m. 3,95 p profondo m. 4,93. Le sue pareti sono rivestite, fino al 
fondo, di parallelepipedi di tufo grigiastro (cappellaccio). La fotografia mostra come il 
lavoro sia irregolare, ma, nell'insieme, piuttosto accurato. Il pozzo fu trovato colmo 
di terra, nella quale erano pezzi di tegole, qualche frammento di vasi locali, ma special- 
mente blocchi lavorati, appartenenti a un edifizio rovinato dall'incendio, perchè quasi 
tutti con evidenti tracce di bruciatura. Una parte di essi quindi, molto probabilmente, 
fu gettata in quel pozzo, appartenendo forse all'edifizio le cui fondamenta furono 
trovate in I' ; ma alcuni devono aver costituito gli ordini superiori del rivestimento del 
pozzo stesso, il quale alla profondità di ni. 4,50 si riempì naturalmente di un po' di 
acqua, per il riallacciamento di parte delle polle naturali. La grandezza e il completo 



REGIONE VII. 235 



VIGNANELLO 



rivestimento ci rivelano un pozzo evidentemente pubblico e che anche per la sua posi- 
zione ci indica forse il centro dell'abitato. 
Oggetti rinvenuti (n. inv. 43697-43702) : 

1) « Peso da telaio » con foro (altezza m. 0,095) ; 

2) piccolissimi, frammento fittile (di fregio?) (altezza 0,065); e poculuin d'im- 
pasto, di forma cilindrica (a. 0,01.7) : 

31 rozza oinochoe d'argilla giallastra (altezza 0,23) ; 

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Fio. 48. 



4) altri due piccolissimi pocula d'impasto scuro, di forma conica (altezza 0,028); 

5) olla arcaica di argilla rossastra, di forma ovoidale, con tre prominenze coniche 
sotto l'orlo (altezza 0,20 ; diametro 0,12). 

Fondazioni di edifizio (P). A nord del pozzo poco più di 10 metri, in succes- 
sive ricerche dell'estate 1914, furono scoperti due filari irregolari di blocchi di tufo, 
come in C e in R. Presento la pianta di tali costruzioni (fig. 50), con due sezioni da N a S 
(figure 51 e 52) ; da esse si vede che trattasi di due costruzioni parallele, lunga quella 
a sinistra m. 7,80 e larga in media 80 cm. ; lunga l'altra m. 14,50 ma mancante nella 
parte mediana. Verso settentrione anzi accenna a estendersi a platea. I due filari sono 
distanti tra loro m. 2,80. 

Come appare dalle sezioni, posano sul vergine e sono in lento declivio verso il N. 
Nei pressi della parte interna del muro a sinistra si apre l'accesso a un cunicolo, che, come 
si vede nella sezione C-D, scorre trasversalmente nel tufo litoide sottostante. 



VIGNANEU.O 



236 — 



REGIONE VII. 



Grandi discussioni e speranze suscitarono queste scoperte; e in giornali quotidiani 
sipario perfino di una pretesa scoperta del tempio diVoltumna! Ciò fu motivato non solo 
dall'aspetto delle fondazioni ma dal ritrovamento di un'antefissa fittile, di cui parlerò 
tra poco. Naturalmente, lasciando pur da parte le fantastiche denominazioni, che si tratti 
di un tempio è anche possibile ; ma la rovina è così miseranda, che ogni affermazione sa- 




Fig. 49. 



rebbe arrischiata. Ciò tanto più che i saggi fatti nelle zone contigue, tra i filari di viti, 
hanno portato alla scoperta di altre fondazioni di blocchi, mentre i cavi e i pozzi, così 
numerosi in quel terreno, hanno dato tutti più o meno blocchi lavorati. D'altra parto 
sappiamo ormai che gli edifizi etruschi sorgevano di materia assai facilmente deperibile 
sopra basse fondazioni di pietra. Quindi queste scoperte non ci possono se non dare la 
conferma che su quel pianoro sorgeva una cittadina ; ma nulla più. 



* 
* * 



Cavo N. Antefissa arcaica. Ho detto della scoperta di un'antefissa. Questa 
fu rinvenuta il 4 agosto 1914 in un grande cavo, lungo m. S, largo m. 2, a una 
diecina di metri a N-0 delle fondazioni P, cavo che dette origine a notevolissimi 



REGIONE VII. 



— 237 



YIGNANEM.0 



travamenti (fig. 53, giornale scavi, p. 109 e seguenti;). Tale terracotta (n. inv. 27403, 
tav. Vili ai è finora 1' unico esemplare di antefissa della prima fase della decorazione' 
del tempio italico, fiorita intorno alla metà del VI secolo av. Cr. ('). Rappresenta 




Fio. 50. 



una Gorgone di tipo orrido, con l'aspetto tradizionale arcaico, nel quale appare 
anche più accentuata la matta bestialità. Trattai della Gorgone etnisca, illustrando 
le maravigliose antefisse del tempio dell'Apollo a Veio (*), nò voglio ora ripetermi. 

(') Vedine cenno in A. Della Seta, Museo V. Cr., p. 130 e 206 e in E. Douglas van Buren, 
Figurative terra-cotta revetment* in F.truria and Latium in VI and V cent. b. Chr. (1!>21), p. 8, 
type VII (la Van Buren però data inesattamente l'antefissa nel V seeolo). Essa è anclie men- 
zionata in: Leopold, Over Etrurisehe Kunst, in Mededeelingen van het Nrderlandsch Hisiorisch 
liìsliluut te Rome, 1923, p. 47. 

( J ) Nat. d. scavi, 1922, p. 206 segg. 



VIGNAMELI,*) 



— 238 — 



REGIONE VII. 



Noterò soltanto che in questo esemplare abbiamo la prima riproduzione etnisca, in 
un'opera plastica, del tipo ellenico, che già al principio del VI secolo ^vaso Chigi), 
se non prima, era giunto in Etruria, con i prodotti importati. 

La nostra antefissa rappresenta la Gorgone con gli occhi sbarrati; il naso grosso e 
rugoso, la bocca larga con le zanne, la lingua sporgente]; orecchie piatte e]i capelli a rie-]] 



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ciolini stilizzati, come tante rosette. La terra è di quell'impasto rossastro, assai duro, 
caratteristico di questa fase, che il Della Seta crede ottenuto dall'impasto dell'argilla 
con materiale vulcanico. Una ricca policromia, negli occhi, nei denti, nella lingua mac- 




I 050 < 

Ululimi 



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Fio. 52. 



chiettata, ravvivava originariamente l'antefissa; ne restano chiare tracce. Un confronto 
con le antefisse di Veio è assai interessante; là sono aggiunti i serpenti e la figura ha rag- 
giunto la perfezione dell'orrido; qui il tipo è più schematico e presenta particolari somi- 
glianze con quello che comparisce nei bronzi ionico-italici della prima metà del VI secolo, 
come il carro di Castel S. Mariano e la biga di Norcia (episema dello scudo), e per i quali io 
già esposi il parere di condividere l'opinione di coloro che li considerano prodotti fatti 
in Etruria, sia pure sotto influenza ionica ('). Ma, uscendo dal cerchio dell'arte etnisca, il 



(') Brunn-Bruckmann, tav. 687 e 688; Giglioli, in Not. d. scavi, 1922, p. 212. 



REGIONE Vir. 



2!59 



ViriNANEI.LO 



miglior confronto si può fare con ii colossale gorgoneion fittile del tempio (' di Selinunte, 
ricostrutto dal Cabrici ('); e con esso, come con le Meduse siceliote e quelle dipinte di 







Fig. 53. 



Thermos, ha la caratteristica che lo sviluppo della faccia è nel senso orizzontale, mentre 

(') E. Cabrici, 11 Gorgoneion fittile del tempio di Selinunte, in Atti della ff. Aecad. di seieme 
Mere e arti di Palermo, III. voi. XI. 



VIGNANELLO 



— 240 — KEGIONK VII. 



nella Gorgone del tempio della Garitza a Corfù e nella testa dell'Acropoli di Atene la 
forma è tondeggiante e in quelle di Veio ha ripreso lo sviluppo in senso verticale della 
faccia umana. Con l'acroterio Selinuntino e la Gorgone di Siracusa, la nostra ha 
particolare somiglianza per la caratteristica solcatura orizzontale del naso. Altra 
interessante prova di quei rapporti tra l'arte etnisca più arcaica e l'arte siceliota, che 
sempre più si intravvedono. 

Già ricordai che questa antefissa, la quale colmava il semicerchio della bocca del 
coppo, appartiene alla prima fase della decorazione del tempio italico, dove, se gene- 
ralmente (Velletri, Pitigliano) troviamo una linea laterale, formata di una fascia bac- 
cellata interrotta da colato] a forma di protome felina, viene così ad aversi la con- 
ferma che già allora esistesse il tipo a antefisse e antepagmenta. Ora è notevole 
che a Vignanello, negli scavi del 1010, sia stata trovata la lastrina di terracotta che 
pubblicai nella prima relazione (') riconoscendone l'alta antichità. La mia datazione 
alla metà del VI secolo fu confermata dal Della Seta e dalla Van Buren ( 2 ). Come 
nA rilievo del lapis nigc-r al Foro, trattasi di decorazioni di mutuli. Per stile e per 
dimensioni la lastrina e l'antefissa di Vignanello jsi possono benissimo considerare 
appartenenti alla decorazione di un tempietto arcaicissimo, probabilmente già in 
antico distrutto. Ho già detto della difficoltà a determinare se le fondazioni trovate 
in P siano resti appunto di un tempio. Aggiungo, ora, che, se ciò non può escludersi, 
la mancanza di mura trasversali e l'apertura di accesso al cunicolo fanno piuttosto 
pensare alle facciate esterne di due costruzioni indipendenti tra loro. 

11 cavo N termina all'estremità occidentale con un grande pozzo circolare del dia- 
metro di m. 1,95 e profondo m. 7,30. Fu trovato ricolmo di blocchi di tufo, tegole e fit- 
tili di cui poi parleremo. Nel fondo si apre un cunicolo di scolo, largo m. 0,50, in dire- 
zione orientale. II cavo stesso ha nel mezzo conio due larghi scalini, a destra e a sinistra 
dei quali furono sepolti in sarcofaghetti tre bambini ; due a destra, guardando il pozzo 
e li indicheremo con le lettere A e B, e il terzo (C) a sinistra. A destra lastre di tufo 
cingono le due tombe dalla parte degli scalini (fig. 54). 

Sarcofago A. Di nenfro, di forma rettangolare, lungo m. 0,90 e largo m. 0,43 ; 
rialzo per posare la testa. Chiuso da coperchio a doppio spiovente (fig. 53). Rottosi 
nel rimuoverlo, non fu potuto conservare. 

Conteneva mota nella quale non fu trovata traccia dello scheletro. All'altezza 
della mano destra era un vasetto protocorinzio a forma di cerbiatto accovacciato, 
di color giallo, punteggiato di bruno con la testina mobile che fa da coperchio (lun- 
ghezza ni. 0,10 ; tav. X a, a destra). Per compiere il suo ufficio, la testa-coperchio 
termina inferiormente in una punta che s'introduce nel collo dell'animale ( 3 ). 

(») Not. scavi, 1916, p. 86, fig. 46 ; Della Seta, V. O., (1018), p. 206, n. 26280. 

(*) E. Douglas van Buren, op. cit., tav. XXI, 2; Giglinli, Ritrovamenti sporadici di Veto, 
in Not. scavi. 1923, p. 169. 

( 3 ) Cfr. Cabrici, Cuma, in Monuin. IAncei, voi. XXI, tav. LXXI, 5; Albicati, Vani antichi di- 
pinti del Vaticano, fase. I (1924) tav. IX 116 ; ma specialmente Not. degli scavi, 1894, p. 346, fig. 13, 
(= Montelius, Civil. primitive en Italie, II, tav. 203, 11, pag. 916) che presenta un esemplare 
simile trovato, insieme con una magnifica serie di vasetti a forma di animale e con un vasetto a 



REGIONE VII. 



241 — 



VIGNANE1.LO 



Esternamente nella parte anteriore del sarcofago si rinvennero : 

1) bombylios d'impasto, fusiforme, striato (lunghezza m. 0,22); tav. X a, 
C° da sin.); 

2) vasetto d'impasto formato di tre ollette a bulla, munite di coperchio. Ciascuna 
olletta è alta m. 0,05 col diametro di m. 0,03 (tav. X l) ; 




Fio. 54. 



3) due ollette di impasto rossastro, di forma ovoidale (altezza m. 0,08; diametro 
m. 0,07); una delle due conteneva un cucchiaino di bronzo, lungo m. 0,10 ; 

4) vasetto raffigurante un cerbiatto accovacciato, di color giallo, punteggiato di 
nero (lunghezza m. 0,10), mancante della testa; 

5) altro vasetto simile, più piccolo (lunghezza m. 0,085) ; 

6) piccolissima olpc di bucchero (altezza m. 0,04 ; tav. X a, 1° da sin.) ; 

7) oinochoe di bucchero, con corpo sferico e orlo trilobato (altezza m. 0,08; 
tav. X a, 4° da sin.) ; 



forma di testa di guerriero con elmo. 11 Paribeni, trattando dei vasi del tipo di quest'ultimo, 
data le tombe nella seconda metà del VII secolo (R. Paribeni, Vasi inediti del Museo Kirkeriano, 
in Monum. Lincei, XIV, col. 11). La tomba descritta nelle Notizie fu trovata a Vetulonia e ha il 
nome di tumulo del Figulo. 



Notizie Scavi 1924 — Vol. XXI. 



31 



VIGNANELLO 



242 — REGIONE VII. 



8) kantharos di bucchero su alto piede (altezza m. 0,15 ; diametro m. 0,11 ; 
tav. X a, 2° da sin.);, esso conteneva: 

9) infundibulum di bucchero, con anse ed occhiello (altezza m. 0,04 ; tav. X a, 
3° da sin.) che a sua volta conteneva : 

10) frammento di una bulla di sottile lamina nera ; 

12) vasetto lenticolare di stile corinzio (tav. X a, 5° da sin.) con decorazione 
di ocarelle graffite e dipinte; 

13) piccolo frammento informe di ferro ; 

14) olletta a bulla, di impasto nero. 

Segnalo questo grazioso corredo di tomba infantile, nel quale la pietà dei parenti 
ha riunito vasetti di piccole dimensioni e ben tre di quei graziosi vasetti protocorinzi a 
forma di animale (') che sono abbastanza comuni nelle necropoli arcaiche d'Italia; 
vasetti i quali, se pure ebbero originariamente altro uso, potevano divenire, in mani 
infantili, veri e propri giocattoli. La suppellettile evidentemente forma un insieme; nel 
quale notevole il vasetto composto di tre ollette, che ha la stessa forma del vaso trovato 
a Roma, con la celebre iscrizione di Duenos ( 2 ), e di un altro scoperto dal Mengarelli alla 
Caracupa presso Castelgiubileo e ora al Museo Preistorico di Roma( 3 ). Senza toccare la 
questione della datazione di questi vasi, certo la tomba di Vignanello, che presenta un 
carattere così omogeneo deve essere di data intorno al 600 av. Cr. L'opera della Maxi- 
mova, sui vasi antichi in forma di figura, pubblicata nel 1916, non mi è stata acces- 
sibile. 

Sarcofago B. Anche esso di nenfro, era rivolto in senso opposto al primo (fig. 55) 
Pur essendo sostanzialmente della stessa forma, aveva pianta trapezoidale, con basi di 
m. 0,42 e 0,35 e lunghezza di 0.70. Dello scheletrino nessuna traccia ; il sarcofago ap- 
pariva perfettamente vuoto. All'esterno dalla parte della testa (caratterizzata dal rial- 
zamento nell'interno) furono raccolti aggruppati i seguenti oggetti : 

1) olpe di bucchero, a pareti sottili (altezza m. 0,13 ; diametro m. 0,065) ; 

2) anforetta ovoidale di bucchero, con due anse verticali (altezza m. 0,11 ; dia- 
metro m. 0,05) ; 

3) olletta ovoidale, d'impasto nerastro (altezza m. 0,07 ; diametro m. 0,09) ; 
41 piccola olpe di bucchero (altezza m. 0,08 ; diametro m. 0,055) ; 

5) kantharos di bucchero, su grosso piede (altezza m. 0,07 ; diametro 0,10) ; 

6) sei pocula d'impasto rossastro, di forma cilindrica (diametro m. 0,04) ; 

7) due infundibula di bucchero, uno cinerino, uno nero (altezza m. 0,038) ; 

8) un'olletta a bulla, d'impasto rossastro ; 

9) frammenti di una piccola olpe di bucchero. 



(') Il Cultrcra, Vasi dipinti di Villa Giulia, in Monum. Lincei, XXIV, 1916, col. 13, propende 
per una fabbricazione ionica ; io però li credo corinzi, almeni i più., col Ducati (Ceramica greca, II, 
p. 603). Cfr. pure Albizzati, scritto citato. 

(*) C. I. L. 1*, II, p. 371, n. 4 (ora alTAntiquarium del Museo di Berlino). Il Lommatsch, autore 
della seconda edizione di questo volume del Corpus, data il vaso di Dueno nel periodo dopo il 350 av. Cr. 

( 3 ) Pinza, in Monum. Lincei, XV, 602. 



REGIONE VII. 



— 243 



VIGNANELLO 



Sarcofago C. Dall'altra parte del cavo fu scoperto un terzo sarcofago simile, 
dove sono stati rinvenuti aggruppati i seguenti oggetti : 

1) olletta a bulla, d'impasto rossastro, con tre prominenze coniche (altezza 
m. 0,11 ; diametro m. 0,08) ; 

2) altra olletta di forma ovoidale (altezza e diametro m. 0,08) ; 

3) olletta ovoidale d'impasto scuro (altezza m. 0,09, diametro m. 0,08) ; 



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Fio. 55. 



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4) due ollette semiovoidali, d'impasto scuro (a'tezza m. 0,06; diametro m.0,07); 

5) due piccoli pocula d'impasto scuro (altezza m. 0,06 ; diametro m. 0,042) ; 

6) tre oinochoai di bucchero, a corpo sferico e orlo trilobato (altezza m. 0,10). 
Come si vede, pur non contenendo i vasetti corinzi, anche questi altri due seppel- 
limenti sono quasi coevi, forse un poco più antichi, e prababilmente si tratta di tre 
bambini di una stessa famiglia sepolti a non molti anni di distanza in questo cavo che 
doveva essere nell'orto che circondava la casetta avita, sapendosi che anche in tempi 
romani i bambini si seppellivano presso la casa paterna. Queste tombette qui sono 
non un ostacolo, ma una vera conferma alla conclusione che qui fosse l'antico villaggio. 

Colgo quest'occasione per ricordare un sarcofaghetto di tufo, trovato al Molesino 
in scavi anteriori e conservato in una stalla, da dove lo feci portare nel museo di Villa 
Giulia (n. inv. 44571). Lunga m. 0,93 e larga m. 0,55 per 0,65 di altezza, con coperchio 
a doppio spiovente, questa urna per bambinello riproduce un arca di legno ; al- 



VIGNANELLO 



— 244 — REGIONE VII. 



trimenti infatti non si spiegherebbe la presenza non solo di quattro bassi piedi, ma di 
un'incastonatura nei fianchi. Questo sarcofaghetto, che deve essere coevo ai tre indicati, 
conserva tracce di color rosso. 

Già dissi che il pozzo contiguo fu trovato ricolmo : i massi squadrati sono evi- 
dentemente resti della fondazione della vicina casa, la cui esistenza è provata anche 
dalle tegole. Tra queste poi furono rinvenuti interessanti, ma miseri frammenti di sta- 
tue arcaiche, che paiono aver subito l'azione del fuoco ; e precisamente (n. inv." 43696) : 

1) gamba di statua, di grandezza naturale, conservata dal ginocchio al mal- 
leolo (lungh. m. 0,44); 

2) frammento della coscia della stessa statua (lungh. m. 0,18) ; 

3) frammento di altra coscia e di parti varie della statua. Questa è di argilla 
rossastra, piena ed eseguita piuttosto rozzamente. 



* 

* * 



Nelle vicinanze di questo pozzo il 22 settembre 1914 (giorn. di scavo, p. 137) ne fu 
scoperto un altro, ovale verso il fondo (3,10 X 3 m.), che era profondo m. 2,75. Vi 
furono scoperti pezzi di tegole, frammenti di fittili e (n. inv. 43764-43766). 

1) rocchetto da filo, di terracotta nerastra (lungh. 0,05) ; 

2) parte posteriore di un vasetto di terracotta, a forma di quadrupede (lungh. 
m. 0,10) ; 

3) frammento che pare di una mano votiva. 



* 
* * 



Cavo M (fig. 55). Tornando alla parte opposta dei muri P, a una diecina di 
metri da essi e dal pozzo L fu scoperto in una fossetta trapezoidale (fig. 55), dalle 
basi rispettivamente di m. 1,85 e 2,00 e con gli altri lati di m. 1,50 e 1,60, un 
sarcofaghetto di bambino, identico, nella forma e nelle dimensioni, a quelli prece- 
dentemente rinvenuti (giorn. di scavo p. 121, del 18 agosto 1914). Questo sarcofago 
aveva una lunghezza di m. 1,15, una larghezza da capo e da piedi di m. 0,48 e 0,45 
e un'altezza di m. 0,40. Il coperchio a doppio spiovente. La fossa in cui si trovava 
era difesa a settentrione da alcune lastre di tufo. Il sarcofago è indicato nella pianta 
(tav. Ili e fig. 48) colla lettera M; la suppellettile ha il n. d'inv. dal 43703 al 43718. 
Il sarcofago non conservava alcuna traccia dello scheletro. All'altezza del petto 
conteneva : 

1) quattro pendaglini d'ambra, a goccia, avanzo di collana: 
All'altezza delle braccia: 

2) frammenti di due braccialetti di sottile filo eneo. 
Esternamente, dalla parte della testa, sono stati rinvenuti aggruppati: 

3) coperchio d'impasto scuro, decorato con denti di lupo graffiti e ricoperti 
d'ocra rossa (diam. m. 0,12). Sulla sommità si vede l'attaccatura di una figura in scul- 
tura ; pare un animale con coda, come in coperchi simili di vasi a olla ; 



REGIONE VII. — 245 



VIGNANELLO 



4) frammenti di altra tazza simile ; 

5) frammenti di olla a bulla, d'impasto scuro ; 

6) piccolo kantharos, d'impasto scuro, di forma cilindrica, con ansa a nastro, 
(altezza 0,085 ; diam. 0,06) ; 

7) frammenti che compongono un'olla d'impasto nerastro, con decorazione 
graffita ; 

8) coppia di ollette ovoidali d'impasto scuro (altezza 0,075; diam. 0,08); 

9) tazzina a calotta su listello, d'impasto scuro ; 

10) frammenti di un'olletta a bulla, d'impasto, con decorazione di denti di lupo 
graffiti, colmati di ocra rossa e altri di vasi d'impasto. 
Dalla parte opposta, sono stati raccolti : 

11) piccoli frammenti informi di ferro ; 

12) frammenti di un'olla a bulla, d'impasto scuro ; 

13) tazza d'impasto rossastro, su basso piede. 

Anche la tomba di quest'altro bambino (una femmina, per i monili), appena più 
grandicello dei tre già ricordati, fu preparata presso la casa, con minuta cura, e ha dato 
suppellettile della fine VII sec, omogenea e povera. 



* 
* * 



Intorno a questi ritrovamenti ben individuati nella pianta, nelle lunghe ricerche 
fatte al Molesino, furono, tra un filare e l'altro di vite, rinvenuti cavi informi o pozzi 
che dettero tutti qualche suppellettile di mediocrissimo valore: 

1) Uno (3° del giorn. di scavo, p. 117 e 151) alla profondità di m. 3,80, dette 
un tamburo di colonna di tufo del diametro di m. 1,05 e dello spessore di m. 0,40, con 
un dente tagliato di 40 cm. ; insieme con esso fu scoperto uno scarico di grandi bloc- 
chi squadrati di tufo e di frammenti di tegole e parecchi frammenti fittili, come un 
fondo di tazza di argilla rossastra (n. inv. 43780) portante graffito all'esterno il se- 
gno ^> e un manichetto mobile arcuato di bronzo (n. 43781). A scavo compiuto, il 
pozzo misurava un diametro di m. 4,40 e una profondità di m. 5,15; e presso alla pa- 
rete, in direzione settentrionale, si scoprì un cunicolo di scolo, della larghezza di m. 0,50. 

2) Anche un altro pozzo dette solo frammenti di tegole a fittili e un manichetto 
arcuato di ferro (giorn. di scavo, p. 79-80 ; n. inv. 44255). Con un diametro di m. 0,85 
soltanto, raggiungeva la profondità di m. 4 e vi si accedeva per mezzo di sette scalini 
a tacca scavati nella parete. In fondo si apriva un cunicolo, alto m. 1,70 e non mai 
portato a termine, perchè dall'una e dall'altra parete era scavato per m. 0,80 soltanto. 

3) Pozzo di forma conica (5° del giorn. di scavo, p. 123) trovato a un centinaio 
di metri a ponente di L (tav. Ili, n. 5) con apertura superiore di m. 2,90, diam. in 
basso di m. 1,20 e profondità di m. 1,70. Tra i pezzi di tegola e i frammenti fittili, un 
« peso » di terracotta (n. 4371 9), il fondo di una tazza campana a vernice nera con 
sovrapposta una figura muliebre (43720), e i] fondo di un'altra tazza (43721) por- 
tante graffito nell'interno il segno ■ T <' all'esterno ^. 



VIGNANELLO 



— 246 — 



REGIONE VII. 








Fio. 56. 



4) Altro pozzo (6° del giorn. di scavo, p. 123-125), che, avendo dapprima forma 
cilindrica assume verso il fondo forma ovale (m. 2,45 X 1,70) con una sagoma a 
forma di bottiglia (diam. della bocca m. 1,07; profondità m. 4,20) (fig. 56) e ha 
dato molte tegole e tra esse frammenti archeologici (n. 43722 al 43747). Noto ben 
diciannove tronchi di piramide detti « pesi da telaio », la cui natura è ancora un 
mistero. Misti ad essi, frammenti di tazze emisferiche di bucchero. Uno dei « pesi » 
era di pietra tufacea e aveva il segno y. Come si vede dalla fig. 48, tale pozzo 
era presso L e P. 

5) Pozzo (giorn. di scavo, p. 133 e 134) di pianta circolare (diam. m. 2,85), pro- 
fondo m. 0,90, era colmo di terra e frammenti fittili di età diversa, tra essi (n. dal 43751 

al 43758), oltre a uno dei soliti « pesi » e a un piattello dei soliti 
di rozzo coccio, sono da ricordare due piccolissimi kantharoi di 
terra rossa (alt. m. 0,03; diam. m. 0,08) e: 

a) frammenti del centro di una kylix attica con figure 
rosse (metà V sec). Vi vediamo un efebo nudo con il braccio 
destro proteso tendendo una patera verso una figura femminile 
ammantata. Esterno mancante, tranne le gambe di una figura 
orizzontale ; 

b) frammenti varii di kylikes greche e etrusco-campane, 
tra cui un fondo di coppa greca con giovane atleta nudo il quale 
ha un bastone e uno strigile (fine V secolo) ; uno skyphos etrusco- 
campano con decorazione di un tralcio d'uva di vernice rossa 

sovrapposta e una coppa etrusco-campana pure con figura di Menade dipinta in rosso 
sul nero. 

6) Pozzo (giorn. di scavo, p. 134 e 135). Circolare, diam. m. 1,35, profondo m. 1,60; 
pieno dei soliti frammenti di tegole e di vasi di bucchero, tra i quali un piccolo fram- 
mento di cornice strigilata (alt. m. 0,07 ; largL. m. 0,08 ; n. inv. 43759) e la parte di 
una gamba posteriore di quadrupede (43760). 

7) Due pozzi (giorn. di scavo, p. 135), dei quali uno di forma rettangolare, aper- 
tura forse di cunicolo (0,95 X 0,60), e i soliti frammenti di tegole e di fittili romani ; 
l'altro circolare con frammenti di lastra con la parte posteriore di un quadrupede a 
rilievo (n. 43762). 

8) Pozzo scoperto a settentrione delle sostruzioni P (supposto tempio) ; giorn. di 
scavo, p. 293). Di forma ovale (m. 1 ,25 X 1 ,00), profondo m. 6. Conteneva una grande 
quantità di fittili locali e di buccheri, pezzi di tegole e ossa di animali, nonché qualche 
frammentino di vasi greci e falisci dipinti e laminette di bronzo. Tra essi (n. 44244-52), 
un pezzo di cws rude; una fusaiola d'impasto scuro, a tronco di cono; un rocchetto di 
terracotta rossastra e 5 cosiddetti pesi da telaio, di terracotta. 

In fondo al pozzo fu trovato un cunicolo, in direzione nord-sud, della larghezza 
di m. 0,48 e alto m. 1,85. . 

9) Grande cavo, di forma quasi cilindrica (diam. m. 3,20), colmato di terra e di 
blocchi informi di tufo (giorn. di scavo, p. 297). A pochi centimetri di profondità vi tu 
rinvenuta una parte di rozza testa di ariete, di terracotta scura (n. 44253), malamente 



REGIONE VÌI — 247 — VIGNANELLO 

modellata (lungh. m. 0,12), e, verso il fondo, una piccola olla di argilla rossastra di 
forma ovale, con un'ansa verticale a nastro (n. 44254: alt. m. 0,135; diam. m. 0,09). 
Il cavo era profondo m. 5,80 ; vicino fu rinvenuto altro pozzo, più piccolo, che fu sca- 
vato fino alla profondità di m. 2,80 senza rinvenire alcun oggetto. 

Come si vede, tutta la superficie della vetta della collina è tormentata di cavi 
e pozzi, i quali, come ad Ischia di Castro, sono segno dell' esistenza, in quel punto, 
di un' intensa vita cittadina ; ma non si è trovato nessun fondo di capanna o basa- 
mento di casa. 

Di antichità posteriori solo una tomba a fossa di età romana (giorn. di scavo p. 81) 
incavata nel tufo, per una profondità di m. 0,25, ricoperta di grandi tegole messe alla 
cappuccina. Aveva pianta rettangolare, con base di m. 0,60 e 0,35 e lunghezza di 
m. 1,85. Conteneva qualche avanzo dello scheletro, presso i piedi del quale erano 
(n. inv. 43602-04) : 1) olletta a bulla, di argilla rossastra, su alto listello, verniciata 
di nero, con striatura sul corpo (alt. m. 0,105 ; diam. m. 0,07) ; 2) tazza di creta gialla- 
stra ; 3) anellino di filo eneo (diam. m. 0,01). 

* 
* * * 

Notevole è invece la natura dei rinvenimenti fatti nella parte orientale del colle, 
nei pressi del moderno paese di Vignanello. A settentrione dell'antica via Vigna- 
nello-Vallerano fu costruito nel 1913 un convento di monache con annessa chiesa (') 
(tav. Ili); di fronte fu. edificato dal Comune un decoroso edifizio scolastico, dietro il 
quale, verso la Cupa, fu fabbricata una casa da certo Annesini. Già ricordai, nella 
prima relazione, la scoperta sotto il convento, il 31 luglio 1910, di un pozzo del 
diam. di m. 0,92, profondo più di 5 metri, nel quale, tra varii frammenti, fu rinve- 
nuta la lastrina fittile col cavaliere, decorazione arcaicissima di un mutulo. Ora là 
intorno furono scoperti altri tre- pozzetti, e di essi un gran numero fu rinvenuto 
sotto l'edilìzio scolastico. La costruzione della casa Annesini invece portò alla sco- 
perta di costruzioni in blocchi quadrati di tufo (nella pianta lettera G). Descrivia- 
mole particolareggiatamente. 

A) Area del convento. 

1) Pozzo n. 2 (il 1° è quello suddetto, già descritto). Scoperto 111 maggio 1914 
(giorn. di scavo, p. 73), aveva un diametro di m. 1,60 e una profondità di m. 3. Era 
colmo di terra e di bozze di tufo, insieme con pezzi di mattoni e di coppi. In questo 
scarico furono rinvenuti (n. 43582-43585): 1) metà di una tazza di bucchero su listello ; 
2) molti frammenti di vasi di bucchero di forma varia ; 3) parte del coperchio di 
un'olla di rozza terra nerastra ; 4) frammenti di rozzi vasi tardi. 

2) Pozzo n. 3. Di dimensioni identiche al precedente. Tra lo scarico analogo 
a quello, si rinvennero : 1) orlo di un grande pithos di argilla rossastra ; 2) parte di una 
tazza emisferica di bucchero, col segno \i graffito sull'orlo esterno ; 3) frammento di 
un'oinochoe di bucchero, con l'orlo trilobato. 

(') Not. scavi, 1916, p. 82 e segg. 



VIGNANEM.O 



— 248 — REGIONE VII. 

3) Pozzo n. 4. Aveva il diametro di m. 1 ,05 soltanto ed era profondo m. 6. Tra 
lo scarico di terra, di pezzi di tufo, di mattoni e di coppi, furono rinvenuti : 

a) Oinochoe attica a forma di testa femminile (n. 43597), sormontata dal collo con 
bocca trilobata e ansa rotonda (tav. X e, d). Questa, la bocca e la chioma della testa 
sono verniciate con una splendida vernice nera. La testastesBae i capelli sopra la fronte 
sono lasciati del color naturale della terra e soltanto gli occhi e le sopracciglia sono 
indicati con sottilissime linee nere. Benissimo modellata e finamente dipinta, questa 
oinochoe, alta con l'ansa m. 0,205 è un pregevole prodotto della fine del VI sec. 
av. Cr., di un tipo già noto per parecchi altri esemplari. Basti ricordare quella tro- 
vata a Chiusi, nell'interno di una di quelle caratteristiche statue-cinerarie, ora al 
Museo archeologico di Firenze ('), e quelle citate dallo Schncider ( 2 ). 

Insieme con questo bel vaso, furono trovati (n. 43589-43600) : 

b) piccolo frammento dell'orlo di grande kylix attica con figure nere a occhioni 
nello esterno, e nell'interno parte di una testa di profilo (Dionysos ?) ; 

e) piccolo frammento della parte centrale di una kylix attica di stile severo 
con figure rosse. Vi si ravvisa la parte posteriore della testa e una mano di una 
figura, e nel campo l'appellativo KAUOS. Esterno nero ; 

d) altro frammentino di piatto di fabbrica locale, con decorazione di circoli 
rossi e neri ; 

e) parte di un rozzo coperchio di creta nerastra ; 

f) olletta ovoidale di terra rossastra (diametro m. 0,06) ; 

g) tazzina emisferica, a fondo piano, di argilla gialla (diametro m. 0,07) ; 
h) manico piatto di uno specchio di bronzo ; 

i) frammenti di una colum di sottile lamina enea ; 

j) vaso di bronzo di forma semiovoidale, ad orlo aperto e sporgente ; ha il fondo 
staccato. Pare avesse le anse (diametro m. 0,16; altezza m. 0,17) ; 

h) frammento del fondo di una tazza di bucchero, che all'interno ha il segno X 
e all'esterno ha graffito il segno 




B) Area dell'edificio scolastico. 

Questi quattro pozzi, e parecchi altri che si notano nel taglio in trincea fatto per 
tutto il senso della lunghezza del colle nella costruzione della vecchia strada Vignanello- 
Vallerano (vedi profilo a fig. 39), hanno il loro riscontro nei numerosissimi pozzi e cavi 
che, come appare dalla pianta dello scavo (tav. Ili), furono rinvenuti nei lavori di fon- 
dei quale ne fu inciso un altro a croce X. 

(') Milani, Museo Archeol. di Firenze, p. 234. 

( 2 ) R. v. Schneidcr, Oinochoe aus Eretria, in Oesterreich. Jahresh., 1898, p. 143. 



11EGT0NE VII. — 249 — VIGNANELLO 

dazione dell'edilìzio scolastico. Ne dò una breve descrizione e riproduco nella fìg. 57 la 
sezione dei più caratteristici. 

Pozzo 1 (giorn. di scavo, p. 205). — Scavato nel tufo tenerissimo, detto vol- 
garmente goglio, aveva un diametro di m. 3,55 e una profondità di m. 2,50. Fu tro- 
vato riempito di terra con frammenti di vasi arcaici, di un'ansa di kylix greca e dei 
seguenti oggetti (n. 44073 a 44083) : 

1) ciotola emisferica su listello, verniciata di rosso. Porta graffita nel fondo 
interno a grandi lettere la parola 




2) tazzina emisferica di bucchero cincrino, portante graffita la lettera V sul 
fondo interno (diametro m. 0,120) ; 

3) tre ciototettc (alte ni. 0,03, diametro m.0,07), due delle quali verniciate di 
nero (una porta il segno -f- nell'interno) e una verniciata di rosso- ; 

4) piattello di rozza creta rossastra ; 

5) tre coperchi, dei quali uno di argilla nerastra, l'altro d'impasto rossastro; 
il terzo di essi (frammento) porta nell'esterno graffito VA ; 

6) piccolissimo poculum di impasto nerastro e di forma cilindrica (altezza e dia- 
metro m. 0,03) ; 

7) frammento di kylix campana con circoli concentrici, ned' esterno del pied'. 
C a v o A (giorn. di scavo, p. 206). — Era un cunicolo di scolo, alto m. 1 ,1 5 e largo 

m. 0,45. Il punto scavato era stato tagliato superficialmente ed era pieno di terra 
frammista a frammenti di tazze, vasi d'impasto scuro e piattelli di bucchero. Oggetti 
interi (numero 44084-44086) : 

1 ) olletta d'argilla rossastra ovoidale, con 4 prominenze coniche all'orlo (diametro 
m. 0,095) ; 

21 due tazzine emisferiche di bucchero, su listello (diametro m. 0,11). 
Cavo B (giorn. di scavo, p. 207). — Di forma rettangolare (m. 1 X 0,68). Era pro- 
babilmente un altro cunicolo colmo di frammenti di vasi di varie epoche, tra i quali : 

1) piccolo skyphos (altezza m. 0,07), del solito tipo con la civetta tra due rami 
di olivo; ma di una finezza di esecuz'one non comune (manca della metà) (n. 44 562) 

(tav. Vili?); 

2) tazza emisferica, verniciata di rosso, su alto piede (altezza m. 0,07 ; diametro 

m. 0,14) (n. 44087j; 

3) tronco di piramide, di terracotta (n. 44088). 

Cavo C (giorn. di scavo, p. 208). - Lungo ai. 5,80, largo m. 0,70. Tra lo sterro, 
pezzi di tegole e di vasi locali e i seguenti oggetti (n. 44089-44097) : 

1) kylik locale, con nel centro due figure virili ammantate, conversanti fra loro, 
Notizib Scavi 1024 - Voi. XXI. 



VtGNANELLO 



— 250 



REGIONE VII. 



eseguite assai rozzamente con color rossastro sovrapposto alla vernice nera. All'esterno, 
da ogni lato, la stessa rappresentazione (diam. 0,225, alt. m. 0,105) ; 

2) tazza conica, d'impasto nerastro ; 

3) piccolissimo infundibulum di argilla rossastra, con ansa a occhiello (altezza 
m. 0,015 ; diametro m. 0,030) ; 

4) due tazzine emisferiche su listello, verniciate di rosso (diametro m. 0,075); 

5) grande ciotola, verniciata di nero (altezza m. 0,065 diametro m. 0,160) ; 

6) due rozzi piattelli di argilla rossastra. 



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Fio. 57. 



Pozzo n. 2. — Cilindrico (diam. m. 2,80; profondo m. 2,30). Soliti frammenti di 
fittili locali e di un'olla con fasce nere. 

Pozzo n. 3 (fig. 57) ('). — Cilindrico (diametro m. 1,10; profondità m. 3,80). 
Frammenti di tazze di bucchero e rozze olle. 

Pozzo n. 4 (giorn. di scavo, p. 213). — Cilindrico (diametro m. 1 ,45). Frammenti 
di fittili arcaici e buccheri e un grosso rocchetto di terracotta: un'olla d'impasto scuro, 
di forma ovoidale; un tronco di piramide di terracotta (n. 44098-44100). 

Pozzo n. 5 (giorn. di scavo, p. 214). — Cilindrico (diametro m. 1,75; profon- 
dità m. 3,80). Vi si rinvenne un gruppo di frammenti di bucchero e d'impasto scuro 
e alcuni di vasi greci; inoltre (n. 44 101-44104) : 

1) un piccolissimo infundibulum di bucchero, con ansa ad occhiello; 

2) coperchio conico di creta rozza ; 

3) due tronchi di piramide di terracotta. 



(') Da questa figura si vede la stratificazione del eolie del Molesino, dove sono alternati 
strati argillosi e strati tufacei, secondo le osservazioni del cav. Ferretti. 



REGIONE VII. — 251 — VIGNANE1.M) 



Pozzo n. 6. — Cilindrico (diametro m. 3; profondità ni. 3,80). Soliti frammenti 
di vasi arcaici e alcuni insignificanti di kylix greca con .figure rosse. 

Pozzo n. 7. — Cilindrico (diametro m. 0,80 ; profondità m. 2,45). Fu trovato 
già rovistato ; conteneva bozze di tufo e terra, con alcuni frammenti di vasi d'impasto 
e buccheri. 

Pozzo n. 8. — Cilindrico (diametro m. 2,25; profondità m. 2,50ì; frammenti 
varii, tra i quali di kylix campana. 

Fossa n. 9. — Rettangolare (m. 2,65 X 0,70, con profondità di m. 1,10). 
Conteneva solo pochi frammenti di vasi d'impasto; in essa sboccava un cunicolo che 
comunicava a sua volta con un altro cunicolo. Vi si rinvennero frammenti arcaici 
e (n. 44105 44!06) una ciotola emisferica di argilla rossastra (diametro m. 0,120) con 
graffito il segno -|-, come pure un vasetto lenticolare d'impasto nerastro con orlo 
piane e sporgente (altezza m. 0,105 ; diametro m. 0,0")). 

Pozzo n. 10. — Cilindrico (diametro m. 2,60; profondità m. 1,30). Nello sterro 
frammenti di rozze olle d'età romana e di una cornice strigliata (n. 44107). 

Pozzo n. 11. — Cilindrico (diimotro m. 3,50; profondità m. 2,10). Conteneva 
blocchi di tufo, ma nessun oggetto. 

Pozzo n. 12. — Cilindrico (diametro m. 2,60; profondità m. 1,70). Colmo di 
terra con blocchi di tufo, frammenti insign ; ficanti di kylix attica con figure rosse e un 
piccolissimo kantharos di creta rossastra (diametro m. 0,035; n. 44 554). Sul fondo del 
pozzo era un alto strato di carbone. 

Pozzo n. 13. — Rettangolare (m. 3,10 X 2,80; profondità m. 3). Colmo di terra 
con grandi blocchi di tufo e frammenti di rozzi vasi locali. 

Pozzo n. 14. — Cilindrico (diametro m. 2,05; profondità m. 1,80). Gruppo di 
frammenti di rozzi vasi arcaici. 

Pozzo n. 15. — Cilindrico (diametro m. 1,90; profondità m. 1,30). Si restrin- 
geva verso il centro, dove eran posate due grandi tegole (n. 44108) tagliate in modo 
da formare un cerchio (diametro m. 0,60). Vi si rinvennero frammenti di grandi olle 
e (44109-44110) un'olpe di rozza creta giallastra (altezza m. 0,07); un piccolissimo 
poculum d'impasto scuro di forma ovoidale (altezza m. 0,025; diametro m. 0,020) 
e un « peso da telaio » di terracotta (altezza m. 0,090). 

Cunicolo D. —Largo m. 0,59 e profondo m. 2,35, in direzione nord-sud, poi 
piega verso est. 

Pozzo n. 16 (fig. 57). — Conico, allargatesi verso il fondo. Alla profondità di 
m. 2,10 cunicolo di scolo (larghezza m. 0,67) che termina nel pozzo stesso, ritrovato 
(giorn. di scavo, p. 239), alla distanza di m. 2,40, ostruito da due pezzi di lastre di 
tufo e alcuni blocchi. Profondo m. 5,80, conteneva frammenti di vasi locali e d'im- 
pasto. In esso sono stati rinvenuti anche due pezzi di marmo nero accuratamente 
lavorati (n. inv. 44555-56). Uno a forma di grosso ciottolo awicinantesi a un paral- 
lelepipedo con gli spigoli arrotondati (0,125 X 0,10 X 0,05) ricorda molto quei carat- 
teristici cippi are della necropoli di Orvieto ('). L'altro regolarmente lavorato, a 



(') Vedi p. es. Milani, in Sludi e materiali, II, p. 60, fig. 



226. 



VII INANELLO 



— 252 — REGIONE VII. 



base quasi quadrata (in. 0,0(5 X 0,065 X 0,03) sembra piuttosto un peso. E pesi li 
riterrei senz'altro, se non ci fossero difficoltà di riferirli ai sistemi in uso in quel 
tempo ('). Diametro del pozzo alla bocca metri 1,86; in fondo m. 4,10. 

Pozzo n. 17. — Cilindrico (diametro m. 2,20; profondità ni. 2,70). Pochi fram- 
menti di rozzi vasi arcaici. 

Pozzo n. 18 (fig. 57). — Ovale (m. 2,40 X 1,65; profondità m. 2,80). Conte- 
neva, tra la terra, pochi frammenti di vasi arcaici. 

Pozzo n. 10. — Cilindrico (diametro ni. 1,80; profondità in. 0,45). Non conte- 
neva alcun frammento. 

Pozzo n. 20 (fig. 57). — Cilindrico (diametro m. 2,15; allargatesi verso il 
fondo sino a raggiungere un diametri) di ni. .'5,50; profondità, ni. 4.00). Contatterà 
molti frammenti di vasi, e molte tegole e grosse bozze di tufo, tra le quali 
(11.44557-44558): 

due protome di terracotta a testa di ariete (altezza ni. 0\33). 

La testa è appena abbozzata. Nella superficie di un lato, che è l'opposto nell'altra 
proteine, molti buchi rotondi, del diametro di I crii, e profondi altrettanto. Su queste pro- 
tomi di ariete, spesso adoperate come alari, si è già discusso da altri, come ad esempio 
l'Alfonsi e il Déchelette (-). Queste protomi paiono aver decorato un antico edilizio. 

Pozzo n. 21 (giorn. di scavo, 239). — Cilindrico (diametro m. 1,15; profondità 
. m. 1 ,75). Solito scarico di tegole. 

Pozzo n. 22. — Conico (diametro m. 2, alla bocca, restr'ngentesi verso il fondo, 
fino a m. 1,80; profondità ni. 1,60). Era colmato totalmente da un grande scarico di 
frammenti di olle e di tegole. 

Pozzo n. 23. — Cilindrico (diametro ni. 0,90 ; profondità m. 1,15). Soliti fram- 
menti di tegole e olle. 

Pozzo n. 24. — Cilindrico (diametro m. 1,50; profondità ni. 4,80). Conteneva 
tram penti di olle di kylikcs e un piede di un'anfora a vernice nera (n. 44559), con sotto il 
fondo le lettere A A. 

Pozzo n. 25. — Cilindrico (diametro m. 2,65 ; profondità m. 3,40). Da una parte 
apertura di m. 0,80; lunghezza m. 0,70. Forse inizio di cunicolo. Colmato di blocchi di 
tufo e frammenti di vasi d'impasto. 

Pozzo n. 26 (giorn. di scavo, p. 257). — Cilindrico (diametro m. 1,25; profondità 
in. 2,30). Pezzi di tegole e qualche frammento arcaico e di bucchero. 

Pozzo n. 27. — Cilindrico (diametro m. 1,35; profondità m. 2,20). Stesso ma- 
teriale del precedente, tra il quale un cosiddetto peso da telaio (altezza m. 0,09). 

Pozzo n. 28. — Cilindrico (diametro m. 1,40 ; profondità in. 1,35). Conteneva 
gli avanzi di una grande e rozza olla di argilla giallastra. 

Pozzo n. 29. — Cilindrico (diametro m. 1,80 ; profondità in. 2,50). 

(') Il pezzo maggiore pesa gr. 1030 e l'altro gr. 335; quindi, nel caso siano veramente pesi 
corrispondono assai approssimativamente alla libra di gr. 327,46 e il relativo multiplo di tre 
libre (= gr. 982,35). Vedi H. Nissen, Grieeh. uni Rom. Metrologia). 

(») Alfonsi, in Bull, di paletnologia, XXVII (1001), p. 134-39; Déchelette, Le bélier consacra 
aux divvàtés domesliques su' ìes chéwts gattloix, in JUtme archéol. Ili I., XXXIII, p. 63 e segg., 
245 segg. 



REGIONE VII. 



- 253 — 



VIGNANELI.O 



Pozzo n. 30. - Cilindrico (diametro m. 1,45 ; profondità m. 2,20); vi sboccava 
un cunicolo largo m. 0,55, ad un'altezza di m. 1,80. 

Cavo n. 31. — Rettangolare (m. 1,45 X 1,20), profondo m. 1,30; comunicava 
con un cunicolo della larghezza di in. 0,70. Era totalmente colmo di pezzi di tegole e 
frammenti di fittili locali. 




Fio. 58. 



Pozzo n. 32. — Cilindrico (diametro m. 1,70 ; profondità m. 1,10) ; frammenti 
di due rozze olle e un « peso da telaio » (44560). 

Pozzo n. 33 (fig. 57). — Conico (diametro superiore m. 1,10; diametro della 
base m. 2 : profondità m. 3,50). Colmo di terra, tazze di tufo, avanzi di ossa di 
animali, frammenti di tegole e di vasi di bucchero ed inoltre tre « pesi da telaio » 
(altezza m. 0,08 e 0,010) e due pezzi di aes rude (n. 44232-44236). 

Cavo n. 34. — Cisterna ? Da un'apertura rettangolare di m. 1 X 0,50 si accede, 
per mezzo di incavi scavati nella roccia, fino alla profondità di m. 5,90, in tre piccoli 
vani (larghezza mass. m. 3,17; lunghezza m. 3,85 circa). Vi si rinvenne nelle calatoie: 
I) (44561). Kylix etrusco-campana verniciata, dì nero con figure in color rosa 
sovrapposte, assai ben conservate (fig. 58). Manca del piede e di un ter* del vaso. 
Interno, due figure ammantate, un a delle quali si appoggia sul bastone. Esterno, tra 



VIGNANELLO 



— ! 254 — REGIONE VII. 



decorazione di fogliame, giovane efebo completamente nudo che ha due lunghi ba- 
stoni in mano, ed ètra due uomini, anch'essi in piedi, ammantati, rispettivamente 
con un bastone e uno strigile. L'altro lato, rotto fino alla base, dai resti dei piedi, 
doveva essere uguale. 

2) (44562). Coppa etrusco-campana verniciata di nero, con decorazione, nel 
tondo interno, di due palmette appaiate. 

3) (44565). Pezzo della conchiglia di una kyìix attica della li metà del V secolo 
(fig. 59). Vi si vede un giovane ammantato, appoggiato curvo su un bastone, davanti 
ad altra figura ammantata. A loro si avvicina una Nike che tende il kerykeion. 




I"i r.. 69 



I.'ci vani interni, oltre a un frammento di un piccolo sarcofago di tufo da 
fanciullo: 

4) un frammento di conca di terracotta con avanzo di un'ala (?) dipinta di color 
giallo (n. 44237), e due « pesi da telaio » (44238-44239). 

Pozzo n. 35. — Ovale (ni. 2,60 X 1,80; profondo m. 1,85). Era colmo di terra, 
con grandi parallelepipedi di tufo e rozzi frammenti d'impasto scuro. 

Pozzo n. 36. — Cilindrico (diametro m. 3,35; profondità m. 1,95). Conteneva 
i frammenti di un grande dolio e di vasi d'impasto e un tronco di piramide di terracotta, 
con quattro piccoli fori ; uno in ciascun lato nella parte superiore (altezza m. 0,085 ; 
n. 44241). • 

Pozzo n. 37 (profondità m. 1,10). — Tra la terra soliti blocchi di tufo. 

Pozzo n. 38. — Cilindrico (diametro m. 1,95 ; profondità m. 2,70). Tra la terra 
piede di kylix attica e tronco di piramide di terracotta giallastra (n. 44 566-44567). 

Pozzo n. 39 (giorn. di scavo, p. 275). — Cilindrico (diametro m. 1,50 ; profon- 
dità m. 2,60). Colmo di grande quantità di bozze di tufo, pezzi di tegole, frammenti di 
grandi olle, un « tronco di piramide » di creta rossastra e un ars rude (44242-44243). 

Pozzo n. 40. — Cilindrico (diametro m. 1,60 ; profondità m. 3,10). Tra la terra 
bozze di tufo e di peperino. 



RKGtONE VII. — 255 — VtONANELLO 

Pozzo n. 41. — Cilindrico (diametro m. 1,10 ; profondità m. 4,45). In un punto 
della circonferenza attraversato da un cunicolo di scolo (larghezza m. 0,65 ; alto m. 0,85). 
Nessun oggetto. 

Pozzo n. 42. — Cilindrico (diametro m. 2,50; profondità m. 1,80). Conteneva 
uno scarico di tegole e coppi. 

Pozzo n. 43. — Cilindrico (diametro m. 1 ; profondità m. 1,70). In un punto 
della circonferenza era stato iniziato un cunicolo di scolo (larghezza ni. 0,55; altezza 
m. 0,80 ; lunghezza m. 0,70). Colmo di sola terra. 

Pozzo n. 44. — Cilindrico (diametro m. 1,70 ; profondità m. 1,20). Colmo solo 
di terra e blocchi di tufo. 

Come si vede, sulla breve area dell'edilizio scolastico il terreno era tutto crivellato di 
pozzi, il materiale ritrovato nei quali (in prevalenza tufi lavorati, tegole, coppi e fram- 
menti di vasi di uso) dimostra che ci troviamo sempre nel centro abitato. L'idea che 
potesse trattarsi di un'antica necropoli a cremazione devastata va scartata, perchè nes- 
sun frammento si è rinvenuto di terracotta di tale periodo e perchè, oltre alla difficoltà 
di una tale profanazione, i pozzi sono troppo grandi e sopratutto troppo profondi 
D'altra parte simili pozzi già osservai negli scavi del pugus etrusco presso Ischia di Ca- 
stro (') e sono ancora del parere allora espresso, che, escludendosi per i più che possano 
essere accesso a cunicoli ( a ). deve pensarsi piuttosto a veri e propri sylos per la conser- 
vazione del grano, che era elemento così vitale nell'antica civiltà. Ricordo che in alcune 
città del Mezzogiorno, come Foggia, le fosse granarie in terra hanno avuto grandis- 
simo impiego. Dopo l'abbandono, a Vignanello, furono; come appunto a Ischia di 
Castro, colmate coi rottami dell'abitato. È probabile quindi che l'area, ove è sórto 
l'edifizio scolastico, fosse territorio pubblico e il vero granaio dell'antico villaggio. 

* 
* * 

A mezzogiorno dell'edilìzio scolastico, erigendosi una casa di proprietà Anncsini, 
furono scoperti (giorn. di scavo, p. 211 a 239) due grossi muri di blocchi di tufo squa- 
drati, (fig. 60) alla distanza tra loro di m. 1,22. Questi poderosi muri, che si prolunga- 
vano per una lunghezza totale di m. 12,40 fin fuori l'area Annesini verso la Cupa, 
appaiono terminare con blocchi trasversali (fig. 61). Posano su terreno vergine; e 
nella parte interna furono ^empre interrati, perchè presentano una superficie rozza. 
Trattasi quindi di un cavo sostenuto da simili poderose muraglie; evidentemente, 
piti che fondazione di un edificio del quale a noi sfugge la forma e l'uso, lavoro di 
sistemazione agraria. Il grande formo ne fu rinvenuto pieno di terra con frammisti 
tegole, coppi e frammenti fittili. Accanto ad esso sono tracce di fondamenta di un 
ambiente a pianta quadrata. Un altro muro poi parallelo a quelli del forinone e 

(') Not. scavi, 1913, p. 378 : fig. 1. 

(») Anche la collina del Molesino era stata sistemata con una serie di cunicoli, tra i quali, 
oltre a questi a cui si accede dai pozzetti su ricordati, sono interessanti specialmente quello sotto 
i muri P e i due scoperti nel taglio dilla nuova via e che si vedono assai chiaramente nella fig. a 
della tav. IV e nel profilo fig. 39. 



VKiNANELLO 



- 256 



IÌKCIONK VII. 



formato da una sola serie di blocchi di tufo fu rinvenuto, in cattivo stato, a una 
dozzina di metri a oriente. 



* * 



Mura dell'abitato (S). — Già ricordai che negli scavi eseguiti nell'autunno 
del 1921, sotto la mia direzione, dall'assistente cav. Natale Malavolta, furono fatti 



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Fio. 60. 

importanti trovamenti all'estremità occidentale del Molesino, dove la collina si re- 
stringe fino a soli 60 metri. Come si vede nella pianta (tav. Ili e fig. 1), presso la 
colonna onoraria Kuspoli, in mezzo a un centenario castagneto ('), fu scoperto il 
monumento T (che poi studieremo) dal fine intuito di scavatore del Malavolta, che si 
accorse di una esilissima fessura nel suolo. Contro la fronte orientale di questo monu- 
mento si trovò accumulato un grande numero di parallelepipedi di tufo che formavano 
come una grande rovina di un altro edifizio crollato quindi verso occidente. \oto su- 
bito che tutto intorno al monumento T, e così pure nei saggi verso la strada provinciale, 



(') Vedi tav. IV a, al limite sinistro, in alt». 



REGIONE VII. 



257 — 



VIGNANELLO 



fu trovato costantemente, a profondità varia da 2,50 a 3,70 sotto l'attuale superfìcie 
della campagna, essendo questo assai irregolare, in modo da raggiungere così uno 
stesso piano orizzontale, un antico piano di battuto, composto di nuclei di tufo, misti 
con terra magra. 

Constatata questa rovina, si praticò una trincea verso occidente e, alla distanza 
di m. 9,65 dal monumento T, fu trovato un grosso muro S, formato di blocchi lavorati 
di tufo, uguali a quelli rovinati, i quali quindi dovettero appartenervi. In successivi 




Fio. 61. 



saggi si è potuto accertare, che questo muro occupa la più gran parte della larghezza ] 
del colle, per un totale di metri 42. Alle estremità settentrionale e meridionale fu 
trovato mancante, ma così non era in origine, perchè a mezzogiorno il muro appare 
chiaramente distrutto nei lavori agricoli, e anche il termine attuale verso nord non ap- 
pare quello originale. È presumibile quindi che tale muraglia quando era intatta sbar- 
rasse completamente l'accesso al colle. Doveva in questo caso esserci naturalmente una 
porta d'entrata in città e, benché essa possa trovarsi ancora nascosta sotto terra nel 
tratto mediano che non fu potuto esplorare, è più probabile fosse sotto la presente 
strada, che, occupando il punto centrale del colle, ha verisimilmente lo stesso trac- 
ciato della strada antica. 

Il muro, per tutta la sua lunghezza, è costruito in modo abbastanza omogeneo con 
una doppia scric di blocchi, cioè con una serie di parallelepipedi di tufo, messi gene- 
ralmente uno accanto all'altro per il lato più lungo, le dimensioni dei quali variano 

Notizie Scavi 1924 — Vol. XXI. 33 



VIGNANELLO 



258 — 



REGIONE VII. 



in lunghezza da m. 0,80 a m. 0,96, e in larghezza da ni. 0,42 a m. 0,46. Davanti a 
questi, verso occidente, fu messa una seconda fila di parallelepipedi ; ma in senso 
trasversale. 11 muro posa su terreno vergine, una specie di cappellaccio friabile, e 
consta di un ordine inferiore di massi, alto m. 0,54, che lascia una risega di m. 0,12, 
e di più ordini superiori, dei quali tre conservati in posto per un'altezza complessiva 
di m. 1,45 (tav. XI e). Si è notato però che, nella parte inferiore il muro non era neppure 
in origine libero ; ma fu addossato al limite occidentale del colle, il cui tufo era stato 



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Fio. 62. 



prima convenientemente tagliato a piombo. Se si pensa che tutta la grande quantità di 
parallelepipedi trovati davanti al muro, dalla parte di occidente, deve necessariamente 
provenire dalla rovina del muro stesso, e che essi occupano uno spazio di oltre nove 
metri, se ne deve dedurre che il muro era un forte sbarramento, da nord a sud, spesso 
in media m. 1,50 e alto non meno di 6 o 7 metri. Esso quindi poteva compiere perfet- 
tamente l'ufficio difensivo e deve essere crollato in seguito a qualche scossa di terre- 
moto, in un momento che non si potè sgombrare la rovina e ricostruirlo. Così a poco a 
poco sparve sotto l'interramento. 



* * 



Monumento T. — All'esterno del muro S, dalla parte di occidente, come fu ac- 
certato nello scavo, era una spianata, con battuto di terra e di pezzi di tufo. In essa 
sorgeva, a m. 9,65 dalla fronte del muro e quasi parallelo ad esso, il singolare monu- 
mento a cui già accennammo, del quale la rovina del muro S impedì la devastazione 



REGIONE VII. 



259 



VIGNANELLO 



del lato ad esso rivolto, permettendoci così di sapere qualcosa della sua forma origi- 
naria. Tale lato è lungo m. 9,465 ('). Il monumento, come si vede dalla pianta (fig. 62), 
ha forma assai regolare. Il lato conservato, orientale, doveva esser la fronte del monu- 
mento stesso la cui pianta è rettangolare. I lati minori, che si uniscono ad angolo retto 
col primo ( ! ), sono lunghi m. 7,435; e tutti e due (cioè i lati nord e sud) hanno, 
a m. 5,05 dal lato est, una risega rientrante di un metro. Il lato occidentale quindi, 
normale a questi e parallelo a quello orientale, è di una lunghezza di m. 7,455. Stu- 
diamo ora il lato orientale che ci presenta una fronte assai ben lavorata. 








Fig. 63. 

Partendo infatti dal piano battuto, noi osserviamo che emergono i massi delle fon- 
damenta per m. 0,08 (fig. 65). Su essi, con una risega di centimetri 8%, posa una fila 
di massi ben lavorati, alti m. 0,37 e di lunghezza varia ( 3 ). Su questa fila, assai rego- 
lare e bella, c'è un grande toro per un'altezza [di m. 0,33 e rientrante, con bella curva, 
di m. 0,505 (fig. 64 e 65). Anche questo toro è formato di una serie di massi di lunghezza 
varia ( 4 ) ed è sormontato da un altro toro più piccolo, lavorato in massi separati (lo ve- 
diamo assai bene nella fig. 64 e nella tav. XI b), alto m. 0,16. Su esso è un'ultima serie 
di blocchi, alti m. 0,505 e di dimensioni maggiori di tutti i precedenti (i tre rimasti sono 
lunghi rispettivamente m. 1,95, 1,84 e 1,47). Questi massi, con una fronte leggermente 
concava, terminano con una cornice a becco (fig. 63 e 65), di forma assai caratteristica. 



(') Le misure sono state prese dal disegnatore Azeglio Berretti. 

(') All'angolo sud-est c'era per protezione in basso, a guisa di paracarro, un nucleo di silice, 
rastremato in alto e piantato sul piano battuto. 

( 3 ) Da sinistra a destra : m. 1,02 ; 0,05 ; 1,35 ; 1,18 ; 1,28 ; 1,30 ; gli altri due non misurabili, 
perchè nascosti dalle radici di un castagno 

( 4 ) Da sinistra a destra ; m. 1,32 (mancante); 1,26; 1,01; 1,44; 1,68; 1,06. 



VIGNANELLO 



— 260 



REGIONE VII. 



Questa serie superiore è l'ultima conservata, ma originariamente doveva essere sormon- 
tata da altre file di massi ; di una almeno l'esistenza è accertata per le tracce sulla su- 
perficie superiore degli esistenti. La lavorazione infatti di questo peperino fu talmente 
accurata, che non solo le commessure sono perfette, non solo la curva dei tori è rego- 




Fig. 04. 



larissima ; ma, come ben si vede alla fig. 64, fu segnato su ogni strato il punto preciso 
di collocamento dei massi superiori. Del resto, se osserviamo il profilo di questa sago- 
matura (fig. 65), vediamo che architettonicamente presuppone una continuazione in alto. 
Prima di indagare sulla probabile natura del monumento, completiamone la de- 
scrizione. Dalle figure già citate e specialmente dalla tav. XI b, noi vediamo che esso 
è costruito con tre sorta di pietre : il bel peperino delle parti ornamentali e un nucleo 
centrale di tufo (tav. XI a) ('), formato di massi regolari. Questo nucleo consta di due 



(') La fotografia fu da me presa da sud-ovest rispetto al monumento. 



REGIONE VII. 



— 261 — 



VIGNANELLO 



parti : una potente fondazione e la parte sopraterra. La fondazione è costituita da ben 
cinque filari di parallelepipedi di un tufo cinerognolo duro, sovrapposti, l'ultimo dei quali 
è quello emergente per 8 cm., come vedemmo. Nell'interno della parte sopra terra è 
accertato che i massi giungevano alla stessa altezza del filare superiore dei massi di pe- 
perino lavorato, perché, pur essendo lo strato superiore dappertutto sparitole è restata 
traccia tra le radici di un castagno secolare, nato sulle rovine (tav. XI a). Questi filari 
sopra terra sono tre, e i massi che li compongono sono di un tufo chiaro e meno duro. 




Fio. 65. 



È evidente quindi che il monumento fu devastato, e ne fu asportato quasi tutto il pepe- 
rino e buona parte del tufo chiaro. Solo conservata, per il crollo del muro S, è così la 
parte inferiore del lato orientale. Quelli settentrionale e meridionale restano solo in mi- 
nima parte, e manca totalmente quello occidentale. La sua esistenza da ogni lato è però 
assai probabile e confermata dal fatto che in una massicciata posteriore, scoperta un 
mezzo metro sull'antico suolo a nord e ad ovest, e così pure nel lato sud del monumento, 
tra i nuclei di tufo erano frammenti dei tori dalla caratteristica cornice a becco. 

Per quanto nelle attuali condizioni sia assai difficile una ricostruzione ideale del 
monumento, parmi evidente che esso avesse la fronte ad oriente e fosse costituito da 
una parte anteriore a pianta perfettamente rettangolare di m. 9,455 X 5,05 e da un 
avancorpo, rientrante, come dicemmo, un metro per lato e anche esso quindi a pianta 
rettangolare, di m. 7,455 X 2,385. Se nel monumento si doveva accedere, è evidente 
che da questa parte doveva esserci la scalea. 

Per determinarne l'uso, mi pare sia assai istruttivo il confronto che si può fare con 
il monumento d dell'area etrusca di Misanello a Marzabotto, or ora studiata magistral- 



VIGNANELLO 



— 262 — REGIONE VII. 



mente da Pericle Ducati ('). In quell'importante centro etrusco, il Ducati ha identificato 
i templi e gli altari. La costruzione d, presso il tempio e, fu dal Gozzadini erroneamente 
creduta un sepolcro (*) ; ma la sua vera natura è stata riconosciuta dal Ducati. È di 
pianta quadrata, misura m. 9 per lato ed è preceduta da un avancorpo di tre gradini. 
11 podio, alto m. 1 ,15, è costruito con tufi elegantemente sagomati a gola, tra due tori 
ad echino con una cornice ad abaco al di sopra. Ora, se si paragona la sagomatura del 
nostro monumento di Vignanello con quella dell'ara d di Misanello, si vede che ha molte 
somiglianze e che a Vignanello devono mancare il toro superiore e la cornice ad abaco. 
Siccome la parte conservata è alta già m. 1,37 e le parti mancanti devono considerarsi 
di circa 70 cm., ne verrebbe un totale originale di più di 2 metri. Quindi, essendo la 
lunghezza del lato, a Vignanello, di m. 9,455, quasi identica a quella del lato di Misa- 
nello, il monumento di Vignanello era notevolmente più alto. 

Il Ducati giudica che la costruzione d per la presenza di un prossimo tempio e 
tripartito, sia un altare (come b del tempio e), e trova conferma alla sua idea nella 
sagoma di d, che rievoca un tipo di ara caratteristico dell'Etruria arcaica. Tra i mo- 
numenti da lui citati è particolarmente caratteristico lo specchio del Cabinet des mé- 
dailles della Bibliothèque Nationale di Parigi ( 3 ) con devoti che invocano Usil su due 
basse are del tipo ; e la primitiva costruzione della cosiddetta Tomba di Romolo al 
Foro ( 4 ) che, per lavorazione, pietra e profilo, molto ricorda la costruzione di Vigna- 
nello. Menzionerò anche i plutei in cima alla grande scala del tempio di Fiesole, 
con sagome di tipo arcaico, come pure i frammenti incastrati nel consaeplum maceria 
davanti al tempio stesso ( 5 ). 

Così pure c'è concordanza per la data: lo specchio della Bibliothèque Nationale è 
del 500 circa av. Cr.; la primitiva tomba di Romolo, nonostante quanto si è da altri affer- 
mato, ha chiaramente il tipo delle costruzioni del VI-V secolo, come conferma la stipe ; 
l'ara d di Misanello è giudicata, dal Ducati, di età non posteriore, al massimo, all'inizio 
del V secolo ( 8 ). Una tale datazione conviene perfettamente al monumento T di Vigna- 
nello, che, per tipo di sagomatura e finezza di esecuzione, porrei alla fine del VI secolo, 
età che, come abbiamo visto in questa relazione, segna un periodo di grande prosperità 
e attività per il piccolo centro che sorgeva sul Molesino. 

Il monumento T dunque, come tutto fa credere, fu un'ara sulla quale, con la fronte 
ad oriente, salivano i devoti per compiere qualche cerimonia. Purtroppo a Vignanello 
non si son trovate, come a Misanello, prossime rovine di un tempio: né veramente finora 
ce ne è indizio alcuno. Ma è vero che il terreno circostante non è stato ancora esplorato. 

( 1 ) P. Ducati, Contributo allo studio dell'area etnisca di Marzabotto, in Atti e memorie della 
R. Deputazione di storia patria per le Romagne, IV serie, voi. XIII (1923). 

( 2 ) Gozzadini, Antica necropoli a Marzabotto nel Bolognese, p. 22, tav. VI, 1, 3-5. 

( 3 ) Gerhard, Etruskisehe Spiegel, IV, 1, tav. 292; Studniczka, in Oesterr. Jahresh., XII, 1903, 
p. 139, segg., fig. 83; Ducati, in Rom. Miti, XXVII (1912) p. 244 e segg. 

( 4 ) Studniczka, np. cit., p. 129; De Ruggiero, Il Foro romano, fig. a pp. 216 e 223. 

( 5 ) E. Galli, F icsole, p. 18-22, fig. 7 e 6. 

(«) Ducati, scr. cit., p. 15 (dell'estratto). Il Ducati giudica la primitiva tomba di Romolo certo 
anteriore al 450 av. Cr, 



REGIONE VII. — 26H — VIGNANEUO 



È intanto importante constatare la duplice circostanza che il monumento sorgeva fuori 
delle- mura e sopra alla necropoli. Aveva esso qualche relazione con il culto in onore 
dei defunti ? Per esempio, presso il tumulo I di Cerveteri (') c'è una costruzione che me- 
riterebbe di esser studiata a questo riguardo. 

In ogni modo, tra tutte le ipotesi che mi si sono affacciate alla mento, questa che 
il monumento T sia stato un'ara destinata al culto mi pare l'unica attendibile. 

Ricordo infine che all'angolo sud-ovest del monumento stesso si attacca un muro 
di massi di tufo in direzione ovest, che, dopo m. 4.10, piega a sud e corre per circa m. 16 
fino all'orlo della collima, dove ci sono altre costruzioni (fig. 62). È a uno o, al più, due 
filari ; e in tale stato di rovina che ogni ipotesi è impossibile. Era il limite di un temenos ? 
A me e al Malavolta ha fatto l'effetto di essere una costruzione posteriore, aggiunta 
quando l'ara era già abbandonata per il crollo del muro S. Questo crollo può essere av- 
venuto in età assai antica : il frammento di fittile più recente, dei pochi trovati sotto 
i massi, è di una kylix attica del V secolo. 



* * 



Con questo monumento T ho terminato lo studio di tutti i resti antichi che sono 
venuti alla luce al Molesino e nella Cupa. Con queste campagne di scavo si è deter- 
minata l'esistenza del centro abitato, e si sono rinvenute parecchie notevolissime tombe, 
che hanno dato una suppellettile importante per il pregio dei singoli oggetti e perchè 
ha dimostrato inconfutabilmente che Vignanello apparteneva al territorio Falisco. 

Ma l'esplorazione è tutt'altro che compiuta nella necropoli, mentre nella città sa- 
rebbe assai interessante esplorare a fondo il terreno circostante all'ara T. Termino per- 
tanto con l'augurio che, mercè lo zelo del principe Ruspoli e l'interessamento della 
Soprintendenza agli Scavi, le ricerche possano essere presto riprese e ci diano altri 

importanti risultati. 

G. Q. Giglioli. 

(') Not. scavi, 1915, p. 349, fig. 1. 



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Notizie degli Scavi - 1Q24. 



Tav. IV. 




IX Vili 



VII VI V IV 

Fig. a 



XI XII 




Fig. b 



XII 



XIII 



VIONANELLO - L'entrata delle Tombe della Cupa 



Danesi-Roma 



Notizie degli Scavi - 1924. 



Tav. V. 





Fig. a - Kylix falisca 



Fig. b - Kylix attica 




Fig. e - Cratere apulo 



V1QNANELLO - Vasi dipinti 



Danesi-Roma 



Notizie degli Scavi - 1924. 






Tav. VI. 




Fig. e 



VIGNANELLO - Stamnoi falisci 



Fig. d 



lancsi-Roma 



Notizie degli Scavi - 1Q24. 



Tav. VII. 




Fig. a 



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Fig. b 



VIONANFI.LO - Stamnoi falisci 



- 



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- 



V. 









I 



Notizie degli Scavi - 1Q24. 



Tav. IX. 




Fig. a 




Fig. b 
VIGNANF.LLO - Kylikes falische 



Danesi-Roma 



Notizie degli Scavi - 1924. 



Tav. X. 





Fig. e 



Fig. a 




Fig. b 





Fig. d 



Fig. e 



VIQNANELLO - Fig. a b - Suppellettile di tomba (vasi locali e protocorinzi) 

Fig. e d e ■ Vasi attici 



Danesi-Roma 



Notizie degli Scavi - 1924. 



Tav. XI. 




Fig. a 





Fig. b 



Fig. e 



VIGNANELLO - Fig. a b ■ Grande altare fuori le mura 
Fig. e - Muro di cinta della antica città 



Danesi-Roma 



NOTIZIE DEGLI SCAVI 



Anno 1924 — Fascicoli' 7, 8, O. 



Regione XI (TRANSPADANA). 

I. PAVIA — Avanzi di edifìcio sovrapposto al pavimento romano sco- 
perto sotto il Corso Vittorio Emanuele. — Altri frammenti architettonici. 

Proseguendosi i lavori por l'acqua potabile, che' condussero alla scoperta di un 
pavimento o lastricato romano sotto l'attuale Corso V. Eni., che fu sempre via cit- 
tadina, ed era il curilo di Ticinum (vedi in queste Notizie, anno 1!I2.">, pag. •210). av- 
venne una scoperta notevole, in relazione con la precedente, ma di non facile inter- 
pretazione. 

Quasi nel mezzo dell'incrocio che forma il Corso con le vie Calatafimi e Mentana 
(che si continuano una nell'altra da occidente ad oriente, conservando, come altre 
vie parallele, l'andamento del reticolato stradale romano), ed a circa m. 6 dallo spi- 
golo del palazzo universitario che volge dal Corso sul Iato settentrionale di via Men- 
tana, apparve, a soli 60 cm. dal piano stradale, mia tozza colonna o piedistallo ro- 
tondo in granito a grossi elementi (sarizzo), ancora in silu e mostrante la faccia su- 
periore di giuntura con buco per un pernio. Avvertito, e presi gli opportuni accordi 
con l'Ufficio tecnico municipale, feci allargare lo scavo ed eseguire il rilievo planime- 
trico e la fotografia che qui si riproduce (fig. 1). Mostra quest'ultima lo spigolo di una 
costruzione in muratura, a doppio paramento senza interstizio di altra struttura: 
il paramento esterno, di maggiore spessore, in pietra da taglio ; l'interno di mattoni. 
I due muri s'incontravano ad angolo non perfettamente retto, ma alquanto ottuso. 
e proseguivano l'uno sul Corso, parallelamente alla facciata dell'Università, l'altro 
verso via Calatafimi, con tendenza ad attraversarla obliquamente. Né avevano una 
grossezza complessiva uguale, risultando più spesso il primo (cm. 61) e più sottile 
il secondo (cm. 52). La costruzione poggiava sul pavimento stradale romano, che 
appariva ben conservato al disotto di essa, ed aveva invaso e usurpato la maggior 
larghezza dell'antica via, riducendola senza dubbio notevolmente; non si può dire 
con precisione di quanto, perchè non sappiamo, se l'attuale larghezza inedia del Corso 
corrisponda appuntino a quella della via romana. 

Notizie Scavi 1924 — Voi. XXI. 84 



PAVIA 



266 — 



KKGIONi; XI. 



Sull'angolo ora situata la colonnetta, formandole la muratura un breve Beccolo 
dell'altezza di 2ó cm. ; e dalla cura con cui si fece corrispondere il profilo del luto 
con l'allineamento dei muri, parrebbe potersi desumere, che questo pezzo lavorato 
era collocato a vista. 

In tutte le epoche, chi avesse voluto costruire in quel punto, usurpando parte 
della larghezza dell'antica via o giovandosi di anteriori occupazioni abusive del suolo, 



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Fio. 1. 



non sarebbe stato invitato dalle condizioni di fatto a svellere i poderosi blocchi del 
selciato romano, ma piuttosto a servirsene come di fondazione, rinunziando, almeno 
nella parte ove l'area della nuova costruzione coincideva con l'antico pavimento. 
ad ottenere cantine profonde nel sottosuolo. Tuttavia l'avanzo di edificio che ci è 
riapparso, non può a nessun patto appartenere ad epoche recenti, perchè l'antico 
selciato romano, quantunque ristretto nella sua larghezza, doveva essere ancora in 
uso, come dimostra il rinvenimento di un paracarro piramidale di dimensioni mo- 
deste, ancora in silu sull'angolo dell'edifìcio ; il che dimostra all'evidenza, che le strut- 
ture che abbiamo davanti non sono fondazioni interrate, ma parti basse a vista, con- 
fermando così l'impressione che dà la collocazione della colonnetta in linea con i muri. 
Basterebbe il fatto che tutto rintcrramento sino al livello di oggi risulta poste- 
riore alla fondazione dell'edificio scoperto, per riconoscere che questo deve risalire 
a una notevole antichità. La struttura muraria è ancora accurata, e le uniche forme 
un po' artistiche che abbiamo a disposizione per un esame stilistico, cioè quelle della 
tozza colonna, mostrano decadenza, ma non abbandono delle forme classiche tarde, 



REGIONE XI. — 267 



PAVIA 



con la lavorazione degli scapi a doppio toro, ossia a due bastoni quasi uguali divisi 
da profondo solco orizzontale, e ripetuti quasi identicamente alla base e sotto il piano 
di posa del capitello, mentre e dall'uno e dall'altro capo una fascetta o listello forma 
passaggio graduale o invito da quella forma più sporgente al fusto liscio. Né certa- 
mente si ha qui un pezzo dei migliori periodi dell'età classica riadoperato, bensì un 
pezzo lavorato contemporaneamente alla costruzione dell'edificio, quando la preci- 
sione e il gusto dell'esecuzione tecnica e delle forme eostruttive ed ornamentali si 
andavano affievolendo, ma non erano spenti. 

Il paracarro di arenaria misura in altezza cui. 27, ed alla base cm. 11x9; ma 
essendo consunto sui lati esterni, ove mostra tracce di urti che asportarono parte 
della superficie, si può ritenere che in origine avesse una base quadrata. La colonna 
di sarizzo misura m. 1,10 in altezza, con una circonferenza del fusto di m. 1,70 e un 
diametro di 0,60 al sommoscapo; il foro pel pernio e profondo 0,10. È certo che dovesse 
avere un capitello ; e, se questo si fosse conservato fino a noi, avremmo sicuramente 
maggiori e più sicuri elementi per il giudizio stilistico. Stando al carattere del fusto, 
e limitandoci a comparazioni locali, esso ci appare, con le sue proporzioni tozze, quasi 
un precursore di colonne romaniche che troviamo adoperate in edifici civili, e segna- 
tamente nel Broletto di Pavia ; se non che qui le colonne sono costruite in muratura 
e non già tratte da monoliti: in piccoli blocchi di pietra da taglio quelle del cortile, 
assai più grosse ; in cotto quelle delle logge superiori ; e le une come le altre portano 
al sommoscapo un sol toro assai rilevato, di sezione semicircolare e di gusto già af- 
fatto diverso. 

Ardua cosa è l'indagare quale fosse l'ufficio della nostra colonna angolare. L'esi- 
stenza di un portico sembra da escludere, non essendosi potuta notare differenza di 
sorta, né nel paramento esterno nò nell'interno, fra i corsi inferiori della muratura 
che passavano anche sotto la colonna, formandole zoccolo, e quelli superiori che, 
nell'ipotesi del portico, avrebbero dovuto accecarlo. Forse aveva uno scopo ornamen- 
tale, nel qual caso doveva esisterne un'altra simile all'altro cantone della facciata sulla 
via romana ; forse sosteneva una loggetta angolare. Nell'un caso e nell'altro essa mo- 
stra, pur nella decadenza, che i costruttori di questo edificio ebbero una certa cura 
anche per l'adornamento, confermando così l'impressione che si riceve dalla buona 
struttura muraria. Pertanto, ci sembra che l'edificio possa assegnarsi o all'ultima de- 
cadenza del periodo romano, prima che si aprisse l'età barbarica, ma quando già il 
rispetto delle vie pubbliche si affievoliva ; ovvero al principio dell'età barbarica, 
quando gli artefici conservavano ancora in gran parte la tecnica romana, e cioè al pe- 



riodo gotico. 



Non era però questa la prima volta che la colonna veniva alla, luce. Ci venne, 
almeno in parte e senza che attorno si facessero indagini, quando, nel passato secolo, 
si collocarono i tubi pel gas, che le si fecero girare attorno (ved. la fotografia); e la vi- 
dero il Brambilla e parecchi cittadini che erano tuttora viventi quando, nel 1897, 
Pietro Pavesi, professore di zoologia nella r. Università e benemerito studioso di me- 
morie locali, fece di ciò menzione nel suo opuscolo su La slmili il Ile Calme, stampato 
in quell'anno a Pavia (pag. 12, nota 3). 11 Pavesi esclude giustamente, che la detta co- 



PAVIA — 268 — - REGIONE XI. 

Ioana potesse mai aver appartenuto alla demolita chiesa del Letto, e con pari giu- 
stezza ne riconosce il carattere romano, pur ponendo innanzi la infondata ipotesi che 
sia da riconoscervi un milliario. Devo la indicazione bibliografica al chiaro dottor Re- 
nato Sòriga, conservatore del Museo civico di Pavia ; nel quale Istituto ho fatto tras- 
portare tanto il paracarro quanto la colonna, affinchè tutti possano osservarla e verifi- 
care che il fusto non portò mai iscrizione di sorta. Gli avanzi dell'edificio furono rin- 
terrati. 

Negli stessi lavori per la distribuzione dell'acqua potabile, ma in tutt'altra parte 
della città, e precisamente in via Giov. Antonio Scopoli, vennero in luce poderosi 
avanzi di mura medievali che evidentemente fecero parte di una delle cinte fortificate 
di cui, successivamente e sempre allargandosi, fu munita Pavia; l'Ufficio tecnico mu- 
nicipale ne fece il rilievo planimetrico prima di rinterrarli. Si presentavano, per chi 
entrava in quella via dalla piazza del Municipio, sulla destra poco oltre la casa Quinci 
e volgendo verso la via di Porta Palacense, a guisa di un robusto bastione sporgente, 
o grande torre, che avesse fiancheggiato la detta porta. Entro la muratura di mattoni 
erano posti in opera come materiale di costruzione frammenti di marmo bianco che 
avevano appartenuto ad antichi edifici, e dei quali feci estrarre e trasportare al Museo 
civico i più significativi, alcuni con residui di ornamentazioni. È probabile, che fossero 
stati tolti alle rovine del prossimo palazzo di Teodorico, se non anche a quelle del 
pur vicino anfiteatro. 

La via Scopoli, alcuni anni or sono, proseguendo e passando davanti all'Orto bo- 
tanico, conduceva in forte salita ai bastioni della terza ed ultima cinta, tuttora in 
parte esistente; ora vi conduce in piano, per essere stato abbassato il terrapieno dei 
bastioni a livello delle vie. Durante gli sterri — che visitai talora anche in compagnia 
del compianto collega T. Tarainelli, il rinomato geologo dell'Università di Pavia — 
venivano in luce pietre lavorate di lontana provenienza (fra le altre alcuni enormi 
blocchi di marmo rosso di Verona) che pure dovevano derivare dallo spoglio delle 
rovine d'insigni edifici, come i due sopra detti, ed erano state adoperate per colmare 
il terrapieno. 

Nel correggere le bozze di stampa della predente Relazione sono in grado di comu- 
nicare che, par merito del citato dott. Sòriga, il Museo civico di Pavia ha ricuperato un 
altro pezzo importante proveniente dagli sterri di via Scopoli, che era stato momenta- 
neamente sottratto dngli operai ; e cioè la parte inferiore di una statua marmorea togata 
d'epoca tarda un po' maggiore del vero, comprendente (purtroppo per poca altezza) il 
panneggio aderente alla base, col piede sin. calzato che sporge fuori (il destro manca). 

G. Patroni. 



REGIONE X. 



269 



ESTE 



Regione X (VENETI A ET HlSTRIA) 

IL ESTE — La ùlula figurata Randi.nel Museo di Este (Uv. XII). 

La situla figurata del podere Mandi si può dire ancora inedita, per quanto v'abbia 
accennato il Ghirardini (') promettendo di rioccuparsene. Proposito non effettuato, 
né pur troppo effettuabile più. 




I I P.W.rf. 

£233 •• - iv 
1223 •• •■ ///■ 



I Aj t*gf>° -UI 111**1 fi* pv * 

3 P*u*tf>0 <1*l 11**1111' P*r ** 
\p**M° II' 



Fio. 1. 



È uscita nel gennaio 1906 da una tomba della necropoli dell'ovest (v. pianta e tìg. I ). 
Appunto in quell'inverno, la direzione del Museo Nazionale Atestino scavò nel po- 
dere Kandi, ex Franchini, scoprendo trentotto tombe ( 2 ) ; delle quali sei, appartenenti al 

(') Bull, paletti. 1913, p. 160. 

(») Dodici appartenevano a! II per. Prosdorimi., a prof, da m. 1,00 a 2,10; diciannove al IH, 
prof, da 0,40 a 1,70; quello del TV prof . da 0,50 a 1 ; una sola era romana, a m. 0,40. Anelie qui 
dunque, silvo l'assenza compierà del primo periodo, la stratificazione si presenta chiara. Si sco- 
prirono anche due stele trachitiche, anepigrafi, infìsse verticalmente, e si segui per buon tratto a 



ESTE — 270 — - REGIONE X. 

Ili periodo Prosdocimi, risultarono violate; alcune, pare, fin dall'epoca romana, altre 

— è facile il sospetto — ad opera di Girolamo Franchini, maioliearo, quando sullo 
scorcio del secolo XVIII frugò i sepolcreti e per sé e per conto del marchese Tomaso 
degli Obizzi ('). 

Riporto dal giornale di scavo, tenuto con la solita esattezza dal compianto Alfonsi, 
quanto concerne la nostra tomba : 

«26 gennaio: tomba n. -'54, a cassetta, alla profondità di m. 1,70. Lunga 0,70, 
larga 0,65, alta 0,60. Il coperchio di questa stava sotto la platea della tomba n. 22 ( 2 ) 
e distava da questa m. 0,70. Era vuota da terra ; ma la platea, per pressione, si era 
sollevata nell'interno rovesciando i vasi. Superba sitala ornata di cordoni racchiu- 
denti zone con figure animali, munita di coperchio. Disgraziatamente era profonda- 
mente ossidata e frammentala. Conteneva un ossuario fittile lucidato a nero; con 
ciotola coperchio che racchiudeva le ossa, due aghi crinali, due spirali di bronzo 
e un oggetto pure di bronzo, non definibile. Oltre a questi vasi, si trovarono cinque 
Doppine a basso piede e un vaso situliforme contenente una scodellina a manico 
rialzato ». 

Prima di parlare della situla, esaminiamo più minutamente gli oggetti che l'ac- 
compagnavano. e che oggi si vedono esposti con essa in una vetrina della sala E (se- 
zione preromana). La rassegna ci servirà ai fini della datazione. 

Terracotta : a) ossuario (n. 4893 d'inventario) situliforme, lavorato al tornio, tinto 
di grafite. Altezza nini. 260 ; diametro alla bocca 0,185. Colmo di ossa combuste e ce- 
neri (fig. 2). 

b) Vi è imposta una ciotola-coperchio (n. 4804) a labbro rientrante, tinta di 
grafite e decorata esternamente a stralucido di strie radiali. Per base un disco piatto 
dipinto con una croce, pure a stralucido. Diametro 0,210. 

e) Vaso (n. 4895), uguale di forma al precedente ossuario, ma di argilla rossa. 
che reca tracce, quasi svanite, di un disegno a reticolato ottenuto con ingobbatura, 
dove i rombi risultanti dalle linee che s'intersecano, vengono tagliati a metà da altre 
linee orizzontali. Tale decorazione non è abbondante nella ceramica atestina. Semplifi- 
cata, senza cioè le righe traverse, la si vede in un'olla vent ricosa del IH periodo uscita 



prof, variante da in. 0,40 a 1, una cordonata circolare di precintone. lo un dileguo trovato al 
Museo ho potuto notare che a sua volta anche la tomba contenente la situla figurata era compresa 
in un recinto di sassi conforme un rito non infrequente nelle necropoli atestine e ad esse carat- 
teristico pel quale si distinguevano i sepolcreti di famiglia e le tombe dei capi. 

(') « Osservo essere cosa certa, che circa la metà dello scorso secolo un certo Franchini Girolamo 
di qui, proavo del superstite Luigi Franchini, nei pressi di Morlnngo [che è il sito dove fu importa 
la situla Ramli] ed in altre località fece fare degli scavi cedendo Boi il frutto dei medesimi al Museo 
del Cataio, allora della nobilissima famiglia degli Obizzi > (Soranzo, Scavi e scoperte nei poderi Nazari 
di Sale, p. 41) E l' Alessi a p. 288 delle sue Ricerche istor. crit. delle ant. di Jkte: « Circa un centinaio 
fdi lucerne] ne ha raccolto il sedo Girolamo Franchini, uomo amante delle cose antiche..., estratto 
la maggior parte, com'egli afferma, in questi ultimi anni ne' campi suoi fuori del borgo di Caldivicn 
verso la pendice » |Caldivico è. compresa nella necropoli del nord |. 

(-) Di passaggio dal III al IV per., a prof. m. 0,60. Violata. 



KKliloNK X. 



— 271 — 



KtìTh 



dal sepolcreto Pela (n. 1958, tomba n. 13), e in due ossuarii di tipo gallico del sepol- 
creto Benvenuti (a. 0937, tomba n. 123; e n. 5855^ tomba n. 118) ('). È frequente 
invece in una necropoli del 111 periodo scoperta a Padova in Borgo Ognissanti (*). Ai- 
tozza nini. 250 ; diametro alla bocca min. 185 (fig. 3). 




Fio. 2. 



il) Coppe (nn. 4896-4897-4898-4900) a basso piede campanato, vuoto, con 
labbro rientrante; uguali nella forma e colorate a raggiera colla grafite sulla tesa 

esterna (fig. 3). 

e) Coppa (n. 4899) a piede bassissimo, con grosso labbro rientrante; ricomposta 

da più pezzi (fig. 3). 

f) Scodellimi (n. 4901) di fattura fine, in argilla nerastra verniciata in bruno, 
con ansa verticale. Tipo comunissimo fin dall'inizio del II periodo (fig. 3). 

Bronzo : «) Frammento (n. 4902) d'ansa o manichetta, munito di aletta. In due 
pezzi. Fuso. Dev'essere questo l'oggetto indicato dall'Alfonsi come indefinibile (fig. 3). 



(>) Cfr. ProsdMimi. Notizie ìc, 1882, tav. VITI, Bg. 2; e Ghignimi. ìi«lì. pai., anno XXX, 

p. 114. 

(2) Moschetti-Conlenons, in Bott. d< 1 Mus. Civ. di Padova, anno XIV, fase. 1-6. 



ESTE 



— 272 — 



KKG10NE X. 



b) Due aghi. Duo (n. 4905) intero, che si presenta piegato ad arco, reca quattro 
globetti e due costole nella parte superiore. È munito di grazioso salvapunta di 0880. 
Lungo 0.1 '-•(>. (Hi aghi a globetti, di grandezza variabile, si trovano spesso nelle tombe 
di Este ; e, particolare notevole, sono gli unici fra i differenti tipi di ago, ai quali si 
accompagni il salvapunta, così che pare debba arguirsi fosse una caratteristica loro 
propria (') (fig. 3). L'altro (n. 4904) in due pezzi e incompleto, fatto di lamina accar- 
tocciata, presenta due dischi infilati, uno dei quali funziona da capocchia. Lunghez- 
za 0,180 (fig. 3). 




Fio. 3. 



fi)_Doppia spirale. TI cordone, che avvolgendosi la origina, si curva ad arco fra 
esse. Probabile frammento di una fibula (fig. 1). 

A questi oggetti va unito un ciottolo fluviale marmoreo (n. 4906). Forse un amu- 
leto, se pure non servì per macinare l'ocra. Che fosse nella tomba, benché l'Alfonsi non 
vi accenni, lo desumo dal trovarsi esso esposto col resto del corredo funebre, e tutti 
sanno, come nel Museo atestino il concetto topografico sia stato sempre seguito scrupo- 
losamente. Del resto la sua presenza si riscontra con altri trovamenti di ciottoli fluviali 
in tombe del IT periodo (*). 

E veniamo alla situla (n. 4891) (tav. XII). Altezza min. 320-330 ; diam. superiore 
230-235 ; diametro inferiore 131 ( 3 ). Patina di un bel verde, o bleu di Prussia intenso. 



(') Cfr. (ìhirardini, Unii, pai, anno XXX; pp. 121-122. Il piti bello p guada, aurora infilato 
in un copripunto, uscì dalla tomba 187 Rebato. Cfr. Alfonsi, Notizie 1022, pp. 47-48. 

( 2 ) Due ciotoletti fluviali si trovarono nella tomba 19 Benvenuti del II per. contenente le ossa 
non ben combuste di un bambino di cui quei ciottoli saranno stati il giocattolo caro. Un altro ciot- 
tolo usci dalla tomba n.O (II per.) appartenente allo stesso sepolcreto. Vedi Alfonsi, Notizie, 1907, 
pp. 172 e 174. 

( 3 ) L'oscillazione delle prime cifre esposte trova giustificazione nel fatto che la situla ci per- 
venne in pessima conservazione, lacunosa, frammentata, guasta dall'ossido ; e nel ricomporla, per 



regione x. •_ 273 - ksh: 



È a tronco di cono rovescio che in basso s'ingentilisce. Tecnica solita : lamiere di 
bronzo tirate sottili a martello, unite per sovrapposizione e tenute in sesto mediante 
bullette a testa piatta e tonda, ribadite all'interno. Ma la struttura è più complessa del 
consueto. Due lamine, congiunte verticalmente, formano la parte" alta del corpo, la 
spalla, il collo. A quelle si unisce per una serie orizzontale di borchie una striscia che 
comprende, come vedremo, la zona colle palmette e uno dei grossi cordoni che le st,i 
sotto ; una quarta infine, liscia, fermata con chiodi di testa più piccola, costituiva la 
parte inferiore e probabilmente anche il fondo, ora mancante. 

Quattro grossi tori, fiancheggiati ciascuno da altri due sottili, dividono il corpo 
in quattro zone. 

Inusitati per le dimensioni nelle situle atestine, paiono davvero la sopravvivenza 
dei cerchi che assicuravano le doghe nelle secchie di legno. E questi tori o cordoni sono 
graffiti a trattini disposti a spina-pesce. 

La spalla, a piano inclinato, forma col corpo angolo acuto. Il collo, verticale, ha 
il labbro arrotolato attorno a un'anima di metallo. 

Delle zone l'inferiore resta liscia, le tre altre sono sbalzate a mano libera dal- 
l' interno all'esterno, ma d'uno sbalzo depresso. Xella zona con figure d'animali, un 
po' meno in quella colle rosette, i contorni, incisi una prima volta a tagli rettilinei, 
vennero ripassati premendo forte un istrumento acuminato. Invece nella terza il 
lavoro è piìi frettoloso, e le palmette riuscite assai irregolari si presentano con le 
curve risultanti dalla unione di tratti squadrati, e appena qua e là, come di volo, vi 
è segno della punteggiatura. Questa diversità di sentimento e di mezzi di esecuzione, 
ancora maggiore sul coperchio, che artisticamente è la cosa più bella, permette di 
credere che più d'uno siano stati gli artefici, i quali forse — giusta l'ipotesi del 
Ghirardini ( l ) — erano uniti in corporazioni. 

Attorno alla prima zona (alta mm. 36) una teoria di nove quadrupedi cammina 
verso sinistra. Vediamo due stambecchi susseguirsi chinati nel solito atteggiamento 
del pascere ; dietro, i bovi (*). D'uno di questi è rimasta la sola parte deretana e la testa 
presso uno stambecco. I corpi, eccetto due stirati per necessità di riempire lo spazio 
troppo ristretto ormai per capire un decimo animale, sono abbastanza organici, non 
esageratamente allungati come quelli della situla Benvenuti Pi, né stecchiti e legnosi 



quanto 'l'esecutore sia stato quel Calore che già si era meritato lodi anche straniere quale abile imi- 
tatore dei prodotti sphyrelata, non si seppe o non si potè operar bene, e non combaciando le zone, 
ma quale restando più alta, quale più bassa, salta all'occhio la situla essere uscita dal restauro alterata 
nell'insieme, e in origine dover risultare un poco più bassa. Alcuni frammenti conservati in una sca- 
toletta unita alla suppellettile della tomba mostrano di appartenerle, lasciati da parte dal restaura- 
tore perette troppo minuti. Per tenerla su, venne assicurata a una rete metallica riposante su scheletro 
di legno, e i vuoti vennero risarciti col gesso. Il coperchio, fragilissimo, fu assicurato a una callotta 
di rame. 

(') Bull. l'ai. /<., 1911, p. 102. 

( 2 ) Ghirardini (Bull. lai, 1913) parla di quattro bovi. In realtà sono sette, riconoscibilissimi, 
anche quelli più danneggiati. 

( 3 ) Cfr. tav. I della pubbl. cit. del Benvenuti. 

Notizie Scavi 1924 - Voi. XXI. 35 



KS'I'K 



— 274 — REGIONE X. 



come nel soperchio Rebato ('). Le froge, la bocca formano in molti come tre grosse lab- 
bra che conferiscono un aspetto infantilmente umano. Secondo il solito, abbiamo espresso 
un corno solo, immaginandosi l'altro prospetticamente nascosto; e queste corna, che 
par si partano dal mezzo della fronte, sono striate come quelle Kebato, mentre il corno 
del bue Benvenuti è liscio. Le code bovine sono trattate variamente: in alcune lo spa- 
zio limitato dal contorno è occupato da trattini obliqui; in altre questi trattini si bipar- 
titilo, più conforme al vero, da una lineola mediana. Tutte le quali disuguaglianze ci 
dicono il lavoro essere stato condotto così a occhio, senza uso di calchi. 

La seconda zona (alta ugualmente nini. 35) è piena di rosette a otto petali attorno 
al bottone centrale, ricorrenti vicine vicine. 

La terza (alta mm. 52 circa) ha le palmette fenicie diritte e rovescie, alternata- 
mente. Dove le volute si toccano, sta un chiodo che accortamente, fatto corrispondere 
alle bugne centrali delle palmette, non sembra vero ma bulinato. 

Sul collarino si scorgono quattro coppie equidistanti di fori tondi. Evidentemente 
due servivano per fissarvi le gambe a grappa con occhiello dove s'innestavano i manichi. 
due gli uncini dove quelli riposavano. La situla era dunque provvista di manico gire- 
vole doppio per ottenere maggiore equilibrio. 

Ghirardini scriveva ( 2 ): « I manichi mobili non si hanno in Este se non per secchielli 
di piccole dimensioni ». È una osservazione che ha perso valore dopo le scoperte poste- 
riori a quello studio. Oltre alla nostra, abbiamo la situla (n. 51 62, tomba 73, III periodo) 
proveniente dal fondo Kebato che tuttora la mantiene ( 8 ). E la nostra servì prima a 
trasporto di liquidi; la si privò dei manichi e degli uncini, quando entrò nella tomba. 
Si può pertanto pensare, che tutte le altre grandi situle uscite dalle necropoli atestine, 
poiché non recano né manichi nò tracce di essi, furono espressamente eseguite per uso 
funebre. ' 

Il coperchio (n. 4892, diametro 245 mm.), a callotta con bordo piegato vertical- 
mente, più ancora del vaso è intaccato dall'ossido, tanto che a mala pena vi si distingue 
la figurazione. Dovette l'umidità, filtrando attraverso le sfaldature calcari della 
cassetta, deporvisi sopra e guastarlo ; per la stessa ragione il fondo pure andò perduto. 
In migliori condizioni si mantenne la parte centrale del corpo che opponeva una super- 
ficie sfuggente. Impossibile darne la fotografia ; il disegno che presento fu però da me 
eseguito con la maggior cura (fig. 4). Un poco indietro dall'orlo il coperchio si gonfia 
a toro cerchiato da un cordoncino ; un altro toro e un altro cordoncino girano attorno 
alla presa centrale. Anche questi tori sono decorati a spina-pesce. La presa, lavorata 
e saldata a parte, ha forma elegante di calicetto con largo labbro espanso, e sopra la 
bocca della scodella è fissato un disco che s'innalza a cono nel mezzo, e finisce sormon- 
tato da un pometto. Tale forma a scodella e il pometto si riscontrano con quelli del co- 
perchio della casa di Ricovero (n. 3551, tomba n. 34 ; di transizione dal 11 al III periodo) 
nel quale coperchio il pometto sta nascosto, e più con quelli del coperchio Rebato di 

(') Cfr. Kg. 41 in Alfonsi, Noi scavi, 1922. pag. 47. 
(*) La situla, in Mon. antic'.i, part. I, col. 38. 
( s ) Ofr. fi?. 22 in Alfonsi, Not., 1922, p. 24. 



REGIONE X. 



275 



ESTE 



pieno II periodo nel quale invece spunta fuori a forma di melograno (vedi fìg. 4). 
Questo tipo di presa lo troviamo anche nelle situle felsinee, già in quella del sepol- 
creto Benacci (*) ; il che dimostra l'arcaicità del motivo (*). 

La zona compresa fra i tori è decorata con figure di quadrupedi. Uno, gradiente a 
destra, sta chino. Non se ne distinguono se non le zampe che sono quelle proprie dei felini 




Fio. 4. 



e la lunga coda ricurva passante fra le gambe sotto il ventre. La linea del collo inclinata 
denota la belva essere in atto di pascere se non piuttosto, conforme alla sua natura 
ferina e a somiglianza di altre belve che s'incontrano sui bronzi atestini, in quello di 
lambire le gambe posteriori del cervo che le pascola quieto davanti. A quest'ultimo 

0) Cfr. /arnioni, Gli scavi della Certosa di Boi., tav. OXLVIII, flg. 24, dove però la riproduzione 
è di così minuscole proporzioni da potersi dir solo che il coperchio è munito di presa. 

(*) Una derivazione da questo tipo di presa rivelano i vasi zonati n.8163, 3147 rinvenuti nella 
tomba 42 (ITI per.), necrnp. dell'ovest. la presa dei loro coperchi è foggiata a forma embrioni* di 
testa umana. 



ESTE 



— 276 — REGIONE X. 



fanno sèguito due stambecchi affrontati a testa alta così che le corna ricurvo seguono 
parallele al cordone interno. In mezzo agli stambecchi qualcosa, al tatto più che 
all'occhio, riconoscibile per una palma fogliata ('). di quelle che di solito pendono 
dalle bocche dei quadrupedi. 

Da quanto sopra, risulta essere la aitula blandi, oltre che la più adorna, dopo la 
Benvenuti, di forma affatto nuova per Kstc Al Ghirardini sorriso l'idea di trovarsi 
lilialmente di fronte a un prodotto ionico di quelli che servirono di modello ai calchcuti 
veneti. Però, a mio modesto avviso, malgrado le particolarità e singolarità tecniche e 
stilistiche e. lino a un certo punto, una tal quale maggior felicità nel rendere forma 
e movimento, troppe sono le negligenze, di esecuzione per ritenerla fabbricata in ( 'uccia 
a scopo d'esportazione, o uscita — il che sarebbe lo stesso — da mani esotiche ope- 
ranti nel Veneto. Io credo si debba farla rientrare nell'ambito dell'arte nostrana. Nes- 
sun elemento vi è nuovo : gli animali, le rosette, gli. spina-pesce sono elementi soliti degli 
sphyrelata. Anche per i cordoni la novità si riduce in fondo alla grossezza, e del resto 
uno altrettanto voluminoso cinge il collo del piede nella situla della casa di Ricovero 
(n. 3550, tomba 234) ( 2 ). Maggiore novità offrono le palmette. che — se non sbaglio — 
si trovano solo sulla guaina di pugnale di una tomba Franchini ( 3 ), dove però il motivo 
diritto e rovescio è espresso con qualche diversità. 

Oso poi non condividere l'opinione del Ghirardini che la assegnò al III periodo. 
Di questo è l'uso (che troviamo già nella situla Benvenuti e in quella della cisa di 
Ricovero, entrambi di transizione fra il IT periodo e il ITI) di non far servire la situla a 
contenere direttamente le ceneri. Ma l'ossuario situliforme inizia il secondo, ma il tipo 
di presa si trova nei coperchi di ambedue i periodi, ma la decorazione a stralucido è 
più antica del ITI ( 4 ) e la ciotola coperchio nel TU periodo autentico non finisce piatta 
ma si aggrazia nel tipo di presa derivato da modelli metallici quale appunto il nostro 
coperchio ; infine — e questa è la prova più certa — gli aghi crinali, frequenti nel II. 
se reperibili tuttavia nello stadio di transizione come nelle due tombe citate sopra, nel ITI 
spariscono completamente ( s ). 

Ritengo perciò giusto ascriverla alla fine del periodo secondo, cioè a subito dopo 
la metà del sec. VI av. Or., se anche non più su, considerando che la situla servì ai vivi 
prima che ai morti ( 8 ). 

(') Si noti la stretta analogia decorativa e di forma fra il nostro e il coperchio Rebato. 
II motivo degli animali affrontati, come il Ducati osserva ('tuli, l'ai, 1923, p. 89 e segg.) è « tardo 
riflesso di arte sub-micenea e orientalizz%itc nel tempi stesso ». 

(') Pubblicata da Ghirardini in Bull, anno XXVIT, ftg. 2: Nuova sit. alcstina con ornali geom. 

( 3 ) Cfr. in Ghirardini. Bull. 1911, la fig. 2 della tav. IV. 

(') Xella tomba n. 78 del se)). Benvenuti la vediamo nelle cintole n.5041 e 5046 ; e in una coppa 
li. 6339 della tomba 142 della casa di Ricovero, e nella ciotola n. 2368, tomba 149 delle stesse necropoli. 
Tombe tutte del li periodo. 

( 6 ) Per gli aghi crinali cfr. Prosdocimi, Notizie, 1882, tav. TV, fig. 38-39; Soranzn, <>p. cit., 
tav. VT, fig. 9 e 11 ; Ghirardini, Bull, pai, XXVII, p. 207, fig. 6 ; Benvenuti, op. cit., tav. TI. 

(«) 11 Grenier, Kologne villanovienne et étrusiue, 1912, e il Ducati, Hull. Pai, citato, e La situla 
della Certosa, Bologna, 1923, p. 72, pensano a un ritardo culturale di Bste rispetto a Bologna. 
Io però, considerate le favorevoli condizioni geografiche della pianura veneta, mi attengo ancora 
alla cronologia proposta dal Ghirardini. 



REGIONE X. — 277 — ESTE 



Il Ghirardini riconobbe al III periodo l'uso pieno della decorazione zoomoriìca, 
e credette a un perfezionamento nella tecnica dovuto all'esercizio. Dopo la scoperta 
della situla Rebato e di questa Randi, che si collega dunque per la datazione alla Ben- 
venuti (proprio le tre situle più prezioso sono anteriori al III periodo), quei concetti 
non possono più essere sostenuti. Noi troviamo abilità e ricchezza decorativa agli inizi, 
anzi più allora che appresso, fatto comprensibile in una forma d'arte importata e copiata, 
che non ebbe sviluppi, presto in decadenza quando per la cresciuta produzione locale 
dovette mancare la necessità di nuove importazioni. Gli artefici veneti hanno copiato e 
interpretato da barbari, e niente aggiunto. Se avessero creato elementi nuovi, questi 
sarebbero perdurati più degli stranieri corrispondendo a un sentimento — per dir così — 
nazionale. La poca attitudine e genialità artistica si tradisce appunto nella cristalliz- 
zazione, nel sempre più stanco e più infantile ripetersi dei vecchi motivi. Forse ciò di- 
pese anche dal costo e dalla conseguente scarsità di ordinazioni. La mancanza di gua- 
dagno dissecca le fonti migliori. Né la decorazione zoomorfica dei bronzi si può calco- 
lare un nuovo stile (') venuto in onoro dopo il geometrico. L'osservazione che senza i 
criterii topografici « avremmo probabilmente pensato ad una decorazione geometrica, 
che, povera agli inizi, fosse andata via via arricchendosi di nuove forme, in guisa da 
trapassare dal semplice al complesso » mentre invece, « quando penetrò nella regione 
veneta, aveva già attraversato tutti gli stadii del suo svolgimento » ( 2 ) è forza ripeterla 
per la zoomorfica interpretata finora quasi un progresso, un raffinamento di quella. I 
due generi furono concomitanti fin da principio. Piuttosto da un fare — per intendersi — 
naturalistico degenerarono in uno più convenzionale. E quel terzo periodo, che apparve 
come il massimo della civiltà de' Veneti, dove coderò forse il passo a quello che la pre- 
cedette. Tutt'al più si potrà riconoscergli, che vi raggiunse maggior bellezza ( s ) e varietà 
la ceramica, vittoriosa per ragioni economiche nella concorrenza degli oggetti enei che 
aveva impreso a imitare. 

E qui si presenta di nuovo il vecchio problema : sono le situle d'importazione d'ol- 
tremonte o d'oltremare ? Come è noto, il Ghirardini, basandosi sulla successione degli 
stili, ammise la forma del vaso e i motivi geometrici venuti dall'Etruria por il tramite di 
Felsina, i motivi zoomorfici direttamente da un'influenza adriatica. Ora il fatto di tro- 
vare già nel II periodo, cioè al primo apparire della situla nel Veneto e al tempo stesso 
che la geometrica, la decorazione zoomorfica fa dubitare, che unica sia la provenienza 
del recipiente e della sua decorazione. È però ancora prematuro di esprimere afferma- 
zioni decise. Troppo resta da conoscere e da indagare. Che sappiamo noi degli scali di 
Adria e di Spina ? Ricordiamo che Adria ci diede numero grande di vasi greci uniti a 
ceramica del III periodo ( 4 ), vasi che in numero minore e ben più modesti di pregio e di 
dimensioni troviamo nelle tombe coeve di Esto, dove poi appariscono, benché si tratti 
di un trovamento isolato, in pieno secondo periodo ( 5 ). Era là dunque la fonte principale 

(') Ghirardini, La situla, part. II, col. 54. 

( 2 ) Ghirardini, La liL, part, li, col. 57 e 58. Del resto nella stessa Memoria a col. 58 nota che le 
due situle ove la decorazione è più complessa sono anche le più antiche. 

( 3 ) E anche questo è discutibile, se noi pensiamo alla bellezza dei vasi [torchiati del li per. 

( 4 ) L. Couton, Le antiche necropoli di Adria scop. dal 16 nov. 1902 al 7 apr. 1904, p. 38. 

( 5 ) Ghirardini, Bull. pai. XXX, p. 11-12-13-14. 



MONTECALVO VERSIGGIA — 278 — REGIONE IX. 



d'importazione e d'influenza ? E chi può escludere — colle sorprese che di continuo 
ci riserva lo scavo — che la terra non celi bronzi anche in quei porti scomparsi ? Chi 
avrebbe sospettato le situle di Leontini e del Piceno pochi anni fa ? 

Un'ultima parola sui soggetti. Sempre il Ghirardini scrisse ('): « Le situle istoriate 
della necropoli etnisca di Bologna e del gruppo veneto illirico hanno fine sepolcrale, 
e gli episodii espressi su di esse debbono essere principalmente ricondotti al culto dei 
morti. Io mi riserbo di dare di ciò più larga dimostrazione ». 

Che tristezza la morte abbia suggellato la bocca del chiaro archeologo ! Tuttavia 
io sono d'opinione che — sebbene qualche rappresentanza si potrebbe riferire ai riti fu- 
nebri (come le teorie degli animali del sacrificio, i ludi), e forse per i soggetti di animali 
domestici uniti alle belve arrivare a una qualche ragione affine a quella per cui più tardi, 
nel tempo romano, sui nostri coperchi di tombe scorgiamo i leoni e i mastini tenere at- 
terrato o il coniglio o la lepre o l'ariete — in genere si debba pensare a uno scopo sempli- 
cemente decorativo delle figurazioni umane e animali. Si pretese riconoscere il costume 
veneto nella situla Benvenuti. Ma questo costume si sarebbe riscontrato il medesimo 
nel Bolognese, nel Veneto, nella bassa Austria, in epoche diverse, in paesi diversi, presso 
popoli etnicamente diversi. Io concordo col Della Seta che, trattando delle antichità 
prenestine Barberini ( 2 ), espose. il concetto, che le ornamentazioni afigure di animali, 
venute d'oriente, qui e altrove si poterono diffondere appunto per la loro mancanza di 
altro significato che non fosse di allettamento visivo. E infine, se si potesse immaginare, 
coi criterii nostri, una ornamentazione allusiva al. culto dei morti per le tante situle 
appositamente costruite per la pietà del sepolcro, come si potrebbero gli stessi criterii 
conciliare per quelle più antiche — come questa Randi — che prima furono secchie 
davvero per gli usi domestici o religiosi, e pure vediamo adorne degli stessi soggetti? 

Adolfo Callegari. 



Regione IX (LIGURIA). 



III. MONTECALVO VERSIGGIA — Tesoretto di antoninianì scoperto 
nella frazione Michelazza. 

Nello scorso anno il sig. Luigi Torti, facendo degli scassi per l'impianto di nuove 
vigne nel suo fondo sito in frazione Michelazza del comune di Montecalvo Versiggia, 
mandamento di Broni, circondario di Voghera nell'Oltrepò pavese, mise allo scoperto 
ruderi informi di una villa rustica (a quanto pare, d'età romana), tra i quali, entro 
un'anfora che andò in frantumi, era deposto un tesoretto di antoniniani. Provveduto 
per cura della Sovrintendenza agli scavi di Lombardia al recupero delle monete ed 
alla consegna al r. Medagliere di Brera, oggi depositato nel Medagliere Milanese al 

(') Bull, palei., 1911, \ì. 95. 

( 2 ) Bulletl. d'arte ari minisi, della pubbl. istruì., 190!», p. 18G. 






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REGIONE Viti. 



Castello Sforzesco, le monete, in numero di 357, furono riconosciute e distribuite 
dall'egregio conte G. L. ('omaggia tra le zecche qui elencate : 

1 di Filippo padre, zecca di Roma 
79 » Gallieno, » » ,, 

2 » » » » Antiochia 
126 » » » » Mediolanum 

3 » Salonina, » » Roma 

1 » » » » Antiochia 
23 » » » » Mediolanum 

2 » Salon. Valer., » » » 
61 » Claudio Gotico, » » Roma 

59 » » » » » Mediolanum. 

La Sovrintendenza ha proposto al Ministero l'acquisto della metà del tesoretto 
spettante al proprietario fortuito scopritore; e la proposta è stata accolta. 

G. Patroni. 



Regione Vili (CISPADANA). 

IV. COMA00HIO — Vasto sepolcreto etrusco scoperto in valle Trebba. 
(Kelazioao provvisoria delle campagne di scavo del 1922 e del 1923) (tav. XIII- 
XV). 

Nell'aprile del 1922 l'ing. Aldo Mattei del Genio civile di Ferrara ^sezione di 
Comacchio) annunciava al R. Sopraintendente degli scavi di antichità in Bologna, 
conte Malaguzzi-Valeri, che in valle Trebba — una delle valli comacchiesi di recente 
prosciugata — si era scoperto un sepolcreto, probabilmente di epoca etrusca, a giu- 
dicare dai frammenti di vasi istoriati rinvenuti. Essendo io assente da Bologna per 
altra missione, si recò a Comacchio e in valle Trebba il sagace assistente degli scavi 
sig. Francesco Proni ; il quale, famigliare com'è col materiale archeologico del Museo 
civico di Bologna, a Comacchio prima, nei pezzi mostratigli (principalmente di cera- 
mica greca a figuie resse e di quel vasellame comune in argilla rossiccia ovvio nelle 
tombe felsinee) riconobbe subito una corrispondenza col materiale delle tombe etni- 
sche di Felsina e, in valle Trebba poi, sul luogo della scoperta mediante un esame dei 
terreni circostanti — nei quali qua e là affioravano frammenti di materiale simile a 
quello detto sopra — potè farsi la convinzione, che il sepolcreto dovesse essere piut- 
tosto esteso. 

All'estensione del sepolcreto sul terreno, sulla base dei pezzi già venuti in luce, 
appariva d'altra parte far riscontro una non breve estensione anche nel rispetto cro- 
nologico. E infatti l'esame che io feci, prima a Bologna, di alcuni pezzi recati dal 



«OMAOOBlO — 2B0 — REGIONE Vili. 



Proni, p, poi a Comacchio, di altri pezzi di scavo abusivo, sequestrati presso i! locala 
Ufficio del Genio civile, mi permise di riconoscere nelle varie categorie di materiata 
fittile (specialmente greco a figure rosse ed « etrusco-campano » a ornati impressi) 
rappresentato uno sviluppo di circa un secolo e mezzo, e veramente da poco prima 
della meta del V secolo av. Or. fin ben addentro alla seconda metà del secolo IV. 

Non era quindi fuori luogo nutrire la fiducia che il sepolcreto, già per i termini 
cronologici provvisoriamente acquisiti, di notevole estensione, avesse avuto una du- 
rata anche maggiore, e pensare che anche per i limiti topografici esso dovesse risultare, 
all'atto dello scavo, assai più esteso di quanto avevano accertato le prime constata- 
zioni. Poiché pertanto la vastità e la lunga durata del sepolcreto, argomentate fin da 
quei primi giorni, unitamente colla situazione della località nella bassa valle padana 
considerata nel suo insieme, mi parevano consentirlo, mi lusingai, che quello dovesse 
essere il sepolcreto della tanto sospirata Spina. 

La notizia della scoperta ora detta, se mi rallegrò vivamente, non mi colpì come 
un fatto inaspettato. E ciò non soltanto perchè era verosimile che, in questi tempi di 
estesi lavori di bonifica nel Basso Ferrarese, la zappa, tanto invocata da geografi, sto- 
rici ed archeologi, potesse finalmente giungere a squarciare il mistero che avvolge 
Spina perfino nella sua ubicazione; ma anche perchè a me, in qualche modo, parecchi 
anni fa, ne aveva quasi preannunziato la scoperta il vedere in Ferrara, oltre a due 
vasetti di minor conto, una lekythos attica (assai guasta) a figure nere e una troz- 
zella di accertata provenienza locale, e cioè da possedimenti del Comune di Porto- 
maggiore. 

I quali due pezzi mi permisero di dichiarare al R. Sopraintendente, con rapporto 
d'ufficio 4 gennaio 1910, che, se la trozzella attestava come i prodotti dell' antica 
ceramica indigena dell'Apulia arrivassero per commercio marittimo anche nelle 
regioni del Basso Ferrarese, la lekythos faceva pensare a un non lontano stanzia- 
mento etrusco. 

Aggiungerò anzi, che in un'appendice, inavvertitamente soppressa a Roma, ad 
un mio articolo su tre kylikes del Museo civico di Ferrara ('), dichiaravo di riconoscere 
in quei quattro vasetti una testimonianza del commercio attraverso Spina ; alla qua! 
città rivendicavo nel commercio delle provenienze per la via dell'Adriatico quella fun- 
zione di scalo per le destinazioni a sud del Po, che per Adria mi pareva conveniente di 
riferire soltanto prevalentemente alle destinazioni a nord del Po. 



(') 1 quattro vasetti, da me osservati sul fluire del 190!), imi l'anno parie delle co lesioni ilei Mu- 
seo civico di Ferrara, comi' quelle tre kylikes a f. r. — di p ive ie.zi non ferrarese — che pubblicai 
a mezzo di un breve articola nel BoUettmo d'arte del Ministero I. P. (anno V, pagg. 341-340), ma si 
trovano presso l'intelligente amatore di cose d'arte sig. Giova ini Pasetti. Il quale dal direttore del 
Museo di Ferrara, che mi vedeva ansioso di rintracciare vasi greci di provenienza locale, mi fu se- 
gnalato come possessore di una raccolta di ceramiche (per la maggior parte dei secoli XV e XVT) 
di accertata provenienza ferrarese (città e provincia); raccolta che ora nella parte più cospicua 
è slata illustrata dal coram. Agnelli nel voi. XXV degli Atti e Memorie delia Deputatane ferrarese di 
Storia patria. 



REGIONE Vili. — 281 



l'OMACOHIO 



Il conte Malaguzzi-Valcri, compreso della eccezionale importanza della scoperta, 
invocò ed ottenne dal superiore Ministero mezzi straordinarii per eseguire le esplora- 
zioni archeologiche, mezzi che, dopo i felici risultati della prima campagna di scavo, 
vennero per le campagne successive concessi in misura più larga. E così fu possibile 
nei due anni 1922 e 1923 scoprire più che duecento tombe; le quali, sommate con una, 
abusivamente scavata ma poi ricuperata, e con alcune altre, venute in luce per effetto 
dei lavori di canalizzazione del Consorzio bonifica agraria, formano un complesso di 
ben 221 tombe. 

Prima di proseguire, voglio qui ringraziare il R. Sopraintendente per avermi af- 
fidato l'incarico della direzione tecnica dei lavori, per la cui esecuzione ebbi a giovarmi 
dell'opera intelligente e dello zelo indefesso dell'assistente Proni. 

Condizioni di valle Trebba e del sepolcreto. — Per mettere sott' occhio 
i varii punti di riferimento che verranno citati in seguito, ed anche per segnalare 
la vastità della valle, che ho ragione di credere esser seminata di tombe anche in 
molti altri punti situati fuori delle zone finora scavate, riporto qui a fig. 1 parte di una 
pianta di valle Trebba, tratta da un disegno favorito dal già ricordato ing. Mattei ; 
pianta, nella quale, oltre ai particolari reperibili anche in altre carte, sono segnati 
altresì i lavori eseguiti dal Genio civile di Ferrara. Detta valle, di forma irre- 
golare, ha una superficie di più che 2000 ettari. Entro quest'ampia valle il punto 
della scoperta denunziata (vedi il segno -^- nella figura) trovasi 1500 metri a nord 
della strada provinciale e a m. 200 verso ovest dalla strada poderale più orientale, 
che corrisponde, rispetto a Comacchio, a una distanza di km. 6. 

Come dalle prime ricerche fatte in prossimità del punto della scoperta, così da 
tutto il sèguito dello scavo si rivelò che le tombe erano state scavate nelle dune di sabbia 
che — insieme con quelle delle altre valli del Comacchiese — col loro andamento gros- 
solanamente nord-sud, ora rettilinee, ora curvilinee, sono ancora una testimonianza 
del graduale sviluppo della costa orientale d' Italia nel tratto dominato dal corso 
del Po (*). 

Ma mentre le dette dune dovettero dapprincipio ben emergere dal piano circostante, 
col progresso del tempo il continuo costiparsi del sottosuolo torboso portò alla conse- 
guenza che, abbassandosi il livello della regione, questa venisse quasi totalmente 
allagata (come appunto rimase, ove non intervenne l'opera dell'uomo, fino a pochi 
anni fa), restando in tal modo emergenti solo le dune più elevate. E così avvenne, 
che valle Trebba nelle carte dell'Istituto Geografico Militare del 1911, eseguite 
a valle non prosciugata, mostra, sull'estensione di km. 8 da nord a sud, cordoni 
di dune soltanto nei sei chilometri più settentrionali. Senonchè anche nei due chilo- 
metri più meridionali proseguono i cordoni di dune, come c'insegna l'osservare 
certe lievissime ondulazioni, quasi fuse, per forma e per composizione superficiale, 



(») Ved. l'articolo del prof. O. Marinelli nella rivista Le vie d'Italia (aprile 1924), sulle vicende 
del delta del Po. 

Notizie Scavi 1924 — Voi. XXI. 36 



COMACCHIO 



282 — 



REGIONE Vili. 




Fio. 1. 



REGIONE Vili. — 283 



COMACCHIO 



col fondo-valle (') ; le quali talora sfuggirebbero all'osservazione, se non le rive- 
lasse la zappa mettendone in luce la composiziono interna di sabbia pura, e facen- 
done rilevare il profilo curvilineo. 

Ho voluto mettere in evidenza questo particolare del prolungarsi delle dune 
anche nella parte più meridionale di valle Trebba, perchè gli è appunto a queste dune 
più meridionali (non segnate né dalle carte dell'Istituto Geografico Militare, nò dalla 
pianta del Genio civile di Ferrara) che appartiene la quasi totalità delle tombe finora 
scoperte (*). 

Come s' intende di leggieri a guardare la pianta a fig. 1, si tratta di un vastissimo 
territorio, aperto su tutti i lati; il quale, formicolante com'è di uomini del paese 
(poiché ai Comacchiesi e agli abitanti di Lagosanto fu concesso di scegliersi una parte 
del terreno per lavorarlo a proprio profitto), mal si presta ad assicurare che non avven- 
gano scavi abusivi. 

Svolgimento degli scavi. — La prima campagna di scavo si svolse anzitutto 
in un riparto che chiamerò zona II ( 3 ), sopra una lievissima duna ( 4 ), là dove era 
avvenuta la scoperta denunziata dall'ing. Mattei, e successivamente in zona III, 
entro a un'area ( 5 ) prossima a un punto ove, durante i nostri lavori nella zona II, 
si scoperse fortuitamente una tomba con candelabro, a norma di legge denunciata. 

La seconda campagna ebbe a soffrir limitazioni per dover rispettare le aree col- 
tivate a frumento ; ma, malgrado ciò, riuscì a mettere in luce, principalmente in tre 
aree, due (') in zona I ed altra ( 7 ) in zona II, nel breve spazio di un mese e mezzo, 
79 tombe ; fra le quali una con rarissimi vasi fittili configurati. 



(') Per spiegare come le dune piti meridionali abbiano potuto ridursi nelle condizioni sopra accen- 
nate — se pur non vi contribuirono anche una minor elevazione primitiva delle dune stesse e una 
più forte costipazione locale del sottosuolo torboso — deesi pensare all'azione delle acque melmose 
dirompenti in tempi di piena e inondazione dal vicino Po (e ben noto che in antico il corso del Po 
si svolgeva più a mezzogiorno che non attualmente) ; azione che , corrodendo lateralmente e superior- 
mente le dune, le assottigliava ed appiattiva sul fondo-valle, mentre depositi alluvionali alzavano 
il livello del detto fondo-valle, colmavano gli intervalli fra duna e duna, e finivano anche per amman- 
tare di uno strato, ora di argilla, ora di sabbia argillosa, le dune meno elevate. 

(*) Quelle scoperte in dune emergenti si limitano ad un gruppetto di 6 tombe presso la « Motta 
degli Ortazzi ». Si ebbe anche notizia che uno o due chilometri più a nord, nei lavori di scavo per il 
collettore centrale, venne scoperto alla profondità di m. 3,60 uno scheletro con vasi simili a quelli 
delle tombe dei nostri scavi. Ma se fu possibile di accertare la notizia, nò si pervenne a precisare il punto 
della scoperta, né si riuscì a ricuperare, del materiale rinvenuto, più che una tazzetta a vernice nera 
con ornati a impressione. 

( 3 ) Con le indicazioni « zona I, II, III, ecc. » si indicano i tratti di terreno situati rispettivamente 
a sud dei varii canali : Donna Bianca, Ortazzi, Anima mozza ecc. 

<*) Ved. fig. 1, letr. a. 

( 5 ) Ved. fig. 1, lett. b. 

(«) Ved. fig. 1, lett. e ed e. 

(') Ved. fig. 1, lett. d. 



OOMACCHIO — 284 — REGIONE VII]. 



Nell'agosto del 1H2.'!, dopo la felice scoperta ili 10 tombe— Ira le quali una ricchis 
sima — per l'apertura di uno scolo ( x ) da parte del Consorzio bonifica agraria, fu pos 
sibilo, per il benevolo interessamento del Sottoprefetto di Comacchio, sig. cav. Silve- 
stro Ales, ottenere che qualche propizia area di terreno, anziché ridata alla coltiva- 
zione, fosse provvisoriamente riservata per gli scavi archeologici. 

I quali, nella terza campagna, dopo saggi larghi ma infruttuosi nei pressi 
della ricchissima tomba ricordata, si svolsero con felici risultati in zona I, sopra 
un'area (*) vicina ad altra delle 10 tombe sopra mentovate. 

II materiale delle 221 tombe è stato trasportato al Museo civico di Bologna. E 
poiché troppo tempo dovrebbe passare, se si volesse comporre la relazione di tutto lo 
scavo, tomba per tomba, dopo il restauro di tutti gli oggetti, mando intanto innanzi 
questa relazione provvisoria, acciocché gli studiosi possano essere informati al più 
presto della presente scoperta ; la quale è di eccezionale importanza. 

Durata del sepolcreto determinata dalla successione degli stili nei vasi 
dipinti. — Lo scavo delle tombe di valle Trebba (se si prescinda dalle stele figurate 
che qui non apparvero) ci fece rivivere, per così dire, in mezzo ad un sepolcreto per 
gran parte di tipo etrusco-felsineo. Ma, così dicendo, soggiungo subito che, per quanto 
riguarda l'età, le scoperte attuali abbracciano un periodo di tempo che non corri- 
sponde esattamente a quello dei sepolcreti di Felsina ; il qual giudizio si trae 
dall'esame della classe di monumenti più numerosa e significativa, e cioè della cera- 
mica e specialmente dei vasi greci dipinti. 

Imperocché se da un lato i vasi dipinti più antichi finora scoperti ci consentono di 
attribuire al sepolcreto di valle Trebba, in confronto ai sepolcreti bolognesi, un inizio di 
poco posteriore e forse quasi contemporaneo (cfr. quanto è detto sulla fine di questo 
capitolo), dall'altro lato l'esame della ceramica ci fa riconoscere, che la necropoli di valle 
Trebba, protraendosi di là dalla fine di quelle felsinee, scende fino a trovare, pel suo 
materiale fittile, oltreché qualche riscontro con pezzi del sepolcreto gallico di Monte- 
fortino, altre corrispondenze nelle necropoli galliche del Bolognese. 

Se consideriamo la categoria dei vasi attici a f. n., vediamo che questa, mentre 
nelle tombe, bolognesi si presenta con una copiosa serie di esemplari, a valle Trebba 
è rappresentata da un numero assai limitato di pezzi : una trentina. Al che è da aggiun- 
gere che, laddove la serie bolognese presenta nel noto stile « tradizionale-convenzio- 
nale » numerosi pezzi di grandi dimensioni, come anfore e crateri, e per grandissima 
parte appartiene allo stile anzidetto, risalendo tuttavia qualche pezzo anche allo 
stile precedente, la limitata serie di valle Trebba è invece costituita di vasi di piccole 



(') Ved. lìg. 2, senio B. (Ad oriente del collettore centrale, tra questo e l'argine dello Spina, fu- 
rono scavati cinque scoli paralleli, dei quali soltanto uno, il B, rivelo la presenza di tombe. L'aper- 
tura di altri seoli paralleli a ponente del collettore centrale darà alla Snvrintendcnza, cui urgeva 
sempre di scavare in zone dense di tombe, per prevenire i facili rapinamene, occasione di prendere 
una prima < scensa della condizione delle cose in quel settore occidentale della valle). 

(■) Ved. fig. 1, lett. f. 



REGIONE Vili. — 285 



COMÀCCHIO 



dimensioni, eoa scene nello stile tradizionale sopradetto, eseguito quasi tutte cori di- 
segno trascurato e talora trascuratissimo ; dei quali vasi anzi, mentre qualcuno può 
forse risalire agli ultimi anni del sec. VI, più di uno può scendere parecchio entro 
il sec. V, come manifestazione di tarda sopravvivenza di stile. 

Non devo però omettere di ricordare, che ultimamente in un piccolo gruppo 
di frammenti di vasi — raccolto dall'attivissimo Proni nei terreni sepolcrali di valle 
Trebba e rettamente, per le condizioni di fatto, giudicato da lui un residuo abban- 
donato da recenti scavatori clandestini — osservai qualche frammento di vasi di 
maggiori dimensioni, come ad esempio di quel noto tipo d'anfora a corpo non verni- 
ciato che a Bologna apparve in un discreto numero di esemplari del terzo stile (') ; 
la qual cosa dimostra, che anche vasi^siffatti trovavansi nei corredi funebri di valle 
Trebba, e fa sperare che il seguito degli scavi potrà mettere in luce qualche tomba 
che ne contenga. 

Mostra associate le due tecniche una grande anfora ; la quale, rinvenuta da 
operai del Consorzio bonifica agraria senza la presenza dell'assistente Proni, fu a 
questo poi consegnata insieme con alcuni vasetti a f. n. dichiarati della stessa tomba. 
Detta anfora è alta — compreso il coperchio — m. 0,74ó, ha il corpo tutto verniciato 
a nero e il coperchio fornito di pomello a melograno. Essa ricorda le anfore a riquadro 
di Bologna (*), per la forma del corpo, del coperchio e del pomello, ed è provvista di 
anse larghe a nastro con margini rialzati, quali vediamo in taluna di dette anfore. 
La sua sobria decorazione poi consiste, per il coperchio, in una baccellatura nera in- 
torno al pomello, in un paio di cerchielli risparmiati in mezzo e in una ghirlandimi 
d'edera stilizzata all'orlo e, per le anse, sulla costa, in ramoscelli d'edera stilizzata, 
nonché, all'attacco inferiore, in una palmetta capovolta, risparmiata ; palmetta, 
che fra i pezzi bolognesi ritroviamo, peraltro in vernice nera, nella notissima anfora 
a doppia tecnica e in un'altra anfora. La particolarità, entro la sobria decorazione, 
dell'associazione delle due tecniche mi induce ad avvicinare cronologicamente la 
presente anfora al famoso pezzo ora citato, e a riferirla al penultimo decennio del 
VI sec. ; alla quale alta datazione confortano anche le alte dimensioni del pezzo. 

Quanto ai vasi attici a f. r., ho avuto la fortuna, in una delle mie ultime gite a 
Comacchio, di scoprire, fra il materiale sporadico proveniente dalle aree sepolcrali 
di valle Trebba, un frammento di tazza del cosiddetto ciclo di Epitteto. In detto 
frammento, che presenta poco più del quarto inferiore a sin. del medaglione, vedesi 
una figura nuda a destra ; la quale col passo largo e sforzato dei primitivi appoggia 
il piede posteriore all'arco del listello circolare, mentre un braccio della figura 
(certo ripiegato al gomito) è ricacciato indietro per ottenere una composizione che 
riempia meglio, secondo la costante preoccupazione degli artisti, lo spazio circolare 
da decorare. E lateralmente veggonsi le tracce delle lettere HOPA, residuo della 
nota acclamazione. 



(') Ved. Pellegrini, Catalogo dei vasi greci dipinti dilli' necropoli felsinee, mi. 16-41. 
(*) Ved. Pellegrini, op. cit., nn. 3-7 e 151. 



COMAOCHIO — 286 — REGIONE Vili. 



Quanto alla produzione del tempo immediatamente successivo, come è limitato 
il numero dei vasi a f. n. del terzo stile tradizionale-convenzionalc, così assai scarsi (') 
trovai i vasi a f. r. che possano riferirsi al periodo del secondo stile severo. 

Ricorderò fra questi: tre oinochoai configurate a testa femminile, una delle quali 
mostra sopra la testa di donna impostato non il collo del vaso, ma il prolungamento 
della forma dell'oinochoe fin oltre la spalla (v. tav. XIII, 3) — il qual carattere, come 
reminiscenza del periodo anteriore, fa porre il pezzo sùbito all'inizio di questo secondo 
periodo — : una bella kylix (tomba 1%), decorata solo internamente, con la figura di 
un Sileno vendemmia-lite, il quale finisce di riempire un cestone con grappoli d'uva, 
mentre nello sfondo vedesi appeso un otre colla scritta KAUOS; e tre kelebai (tombe 
143, 153 e 154), due delle quali con coperchio. Di queste tre kelebai, due sono deco- 
rate con scene di simposio: l'una, ridotta alla più semplice espressione perchè limitata 
(in A) a un uomo sdraiato su cline, il quale, tenendo con la sin. la sua ricca coppa 
metallica, invita, col protendere una kylix comune, un giovane ammantato (in B) 
che si affretta ad accorrere : l'altra, sebbene più complessa, ben lontana da quella 
monotonia che si fisserà più tardi in queste rappresentazioni ; mentre la terza kelebe 
esibisce (*) Achille che si veste delle enemidi in presenza di Tetide e di una Nereide 
recintegli scudo e lancia. Nò tralascierò di rilevare, che il coperchio con pomello in 
forma di melograno, qui apparso con le kelebai a f. r. più antiche, riappare frequente 
nelle coeve anfore a f. n. con corpo non verniciato, delle necropoli felsinee. 

Gli è tuttavia dopo questo periodo, e specialmente dalla metà del V secolo, che si 
mostra più abbondante la produzione ceramica, e quindi anche maggiore il numero 
delle tombe. In causa di questa maggiore abbondanza di vasi, raggrupperò ora i pezzi 
principali secondo le forme, trascurando quelle forme minori — qui rappresentate 
da pezzi secondarii — che proseguono il loro sviluppo nel sec. IV, e rilevando, quando 
convenga, il soggetto dei vasi passati in rassegna. 

Ed anzitutto due grandi coperchi (non provenienti dagli scavi regolari), fram- 
mentati e lacunosi ; uno dei quali è notevole, oltreché per la forma, per una magnifica 
rappresentanza di Gigantomachia, espressa con mirabile energia in stile grande- 
scvero, mentre l'altro è decorato di una scena raffigurante una corsa di cavalieri nello 
stadio. 

Sulle kelebai le più frequenti sono le monotone scene di symposion ; seguono 
poi le rappresentanze del ciclo dionisiaco, fra le quali è degna di rilievo, per la vigo- 
rìa dello stile, una (dalla tomba 123) raffigurante Dioniso seguito da un Sileno, en- 
trambi su muli itifallici : in altre due sono rappresentate rispettivamente la lotta di 
due Centauri contro Ceneo (ved. fig. 2) e due cavalieri delle Panatenec. 



(') Questa maggiore scarsità è naturale per le difficoltà che la nuova tm-nica doveva vincere 
presso gli acquirenti, avvezzi ai prodotti con l'antica tecnica a f. n.. 

(*) Nei vasi a duo facce, come le kelebai, i crateri a calice e a campana, etc., ove spesso la scena 
del rovescio e insignificante, e in questi vasi come anche nelle kylikes, quando per lo stato frammen- 
tano o per concrezioni aderenti non sia possibile o opportuna una dichiarazione piii piena, verrà data 
indicazione solo della scena principale. 



FtEGlONE Vili. 



•287 — 



OOMAC'CHIO 



Scarse di numero sono le anfore a volute, ma di primissimo ordine. Si tratta di due 
pezzi grandiosi — entrambi in frammenti, uno restaurabile quasi per intero, l'altro, 
purtroppo, molto lacunoso — ornati di superbe composizioni, ragguardevoli sia per 
lo stile, sia per i soggetti delle rappresentanze, È ornata la prima (tomba 128) di 




Fig. 2. 



una grandiosa composizione di stile polignoteo, che, comprendendo 18 grandi figure 
e sviluppata per tutto il giro del vaso, presenta una scena del culto dionisiaco ('). 
È ornata la seconda (tomba 127), sul collo, di una lampadodromia e, sul ventre, di 
una vasta e pittoresca scena riferibile già all'inizio dello stile bello-florido ; la quale 
presenta - rarissimo soggetto - Hera seduta sul trono in attesa della prossima 
liberazione, mentre Efesto, a banchetto con Dioniso e ormai ebbro, è già stato 
derubato delle tenaglie (*). 

(■) Per la descrizione della rappresentanza in particolare, vedasi pag. 314, ove è data la de- 
scrizione di tutta la suppellettile della tomba. 

(') A questa scena partecipano anche, contornando le figure principali, altre numerose figure, 
in piani diversi e in isvariati atteggiamenti. Mi preme aggiungere, che in alcune figure di questa scena 



roMAfCHlO 



— 288 — REGIONE VITI. 



Nell'unico cratere a calice (tomba 128) una rappresentanza di stile bello : il 
combattimento di Antiope, a cavallo, contro Teseo accompagnato da Piritoo ; e 
fra i pochi crateri a campana, tutti in frammenti, uno (tomba 203) con un'Amaz- 
zone che, or ora appiedatasi, cammina, seguita dal cavallo di cui tiene con la destra 
le redini. 

Nella categoria dei vasi minori numerose oinochoai con una notevole varietà 
di soggetti e parecchie kylikes ; delle quali ultime, per pregi stilistici, vanno segna- 
late : una con scene di palestra (tomba 132), altra con scene di gineceo (tomba 152) 
e una terza (tomba 128) — il cui stile fa risovvenire della notissima tazza di Codro — , 
esibente nel medaglione Apollo (coppa e lira) e Ninfa (oinochoe e coppa), il primo 
col nome apposto, la seconda con alcune lettere presso la testa. 

Merita infine particolare menzione un raro rhyton a testa di ariete, fornito di 
piede (ved. tav. XIV, 3), nei due registri fregiato di scene di Sileni e Menadi, di stile 
bello con qualche reminiscenza del severizzante. 

Ben rappresentata, ma veramente più per il numero dei pezzi che per la 
qualità della produzione, è la ceramica del sec. IV ; nel qual secolo, se non anche nei 
primissimi tempi del successivo, il sepolcreto di valle Trebba presenta, oltre ad altri 
fittili di fabbriche italiote, qualche modesto pezzo della cosiddetta ceramica di 
Gnathia e vasi protoellenistici con anse risvoltate al sommo o annodate, per mo- 
strare da ultimo, insieme con trascurate tazze « etrusco-campane » a ornati impressi, 
tazzette congeneri con iscrizioni etnische graffite. 

Non fa certo maraviglia che la ceramica attica del IV secolo, tanto rigogliosa 
nelle tombe della Crimea, in questa regione dell'Alto Adriatico si mostri in forme e 
modi più modesti. Ma mentre l'attuale scoperta non aggiunge alle collezioni — per 
quanto si riferisce al IV secolo — vasi dipinti notevoli quali quelli della Crimea, è 
pur un notevole acquisto il poter dichiarare che, se, prima dell'attuale scoperta, era 
lecito sostenere, che coi più tardi vasi greci delle tombe etnische di Felsina l' impor- 
tazione di questa ceramica era del tutto cessata, ora si possa affermare, che la cera- 
mica attica continuò ad approdare alle coste del Basso Ferrarese ben più tardi del 
tempo di cui danno testimonianza i vasi delle necropoli etnische di Felsina. 

In valle Trebba la ceramica attica del IV secolo non è rappresentata dunque, 
come nella Crimea, da numerose idrie, pelikai, crateri a campana e lekanai, ma è co- 
stituita in prevalenza da pezzi minori, p. es. da numerosi piattelli, decorati, nel 
tondo, quasi sempre, con teste, il più spesso femminili; da ariballi e da lekythoi 
ariballesche ; da poche e scadentissime lekanai (*). 



appariscono scorci arditissimi e torsioni di corpo, par in pose tranquille, piene di verità, rivelanti nel- 
l'artista sia una perfetta conoscenza del giuoco delle membra umane, sia un temperamento vivace 
e audacissimo, sia un'eccezionale padronanza dei mezzi di esecuzione. 

(') Si parla, qui, soltanto di pezzi attici figurati. La lekanc a tutta vernice nera è rappresentata 
da begli esemplari di minori dimensioni. Riguardo a lekanai italiote con ornati geometrici e fitomorfi, 
vedi oltre. 



KElUONE Vili. 



- 28 l J — 



t'oMM omo 



Rileverò poi in particolare : due piatti ria pesce, decorati ciascuno di tre pesci 
(ve:l. fig. 3) : una piccola pelike (ved. fig. 4) che sul lato nobile mostra un gruppo di tre 
Combattenti (parte delle armature in bianco) : i Frammenti di un cratere con figure 
sedute e retrospicienti. in mezzo alle quali avanza Eros (in bianco); una lekane. sul 
cui coperchio due donne fuggenti e retrospicionti, inseguite da Eroti (in bianco) ; 
i fpiali cinque pezzi provengono tutti da una sola tomba (n. lìl). E rileverò ancora 




Fio. 3. 



altri due crateri a campana, in frammenti : "uno (tomba\l30) con un Arimaspo ap- 
piedato che difende il cavallo da due grifoni^ altro (tomba 187), sui cui frammenti 
riconobbi un gruppo di tre divinità (Apollo, Demeter e Hermes), cui s'accosta un 
Sileno con piatto pieno di grappoli d'uva ; e, infine, due oinochoai (tomba 40), deco- 
rate, ciascuna, di una gran testa femminile fra due busti di grifoni. 

Quanto ai fittili di fabbriche italiote — prescindendo per ora dai cosiddetti va'si 
di Gnathia — rileverò anzitutto, che in valle Trebba si raccolse una mezza dozzina 
di oinochoai a bocca trilobata di terra giallognola, sulle quali a larghe e rozze pen- 
nellaturc, dal nero al brunastro, sono contornati e internamente dettagliati testimi 
femminili a sin., circondati da fogliami e viticci ( l ), nonché un cratere a campana 



( l ) Duo altra oinochoai recano, invece del testone, soli ornati fìtomorfi. Q.iesto stesso genere di 
penncllature a linee brune, piti o meno larghe, si ripete nelle Eorme più semplici degli ormiti fttomorfl 
-<) delle a trùcie circolari, anche sopra un certo numero di doglietti e coperchi relativi, nonché su due 
brocche, fornite di due anse avvicinate, della stessa terra giallognola. 

Notizie Scavi 1924 - Voi. XXI. 37 



(JOMAC0I1IO 



— 290 — 



REGIONE Vili. 



di terra più rossiccia, che sulle due facce è ornato rispettivamente di due e tre testoni 
a sin. di esecuzione trascuratissima. Testoni, simili a quelli delle oinochoai, ricordo 



F 




Fio. 1. 



di aver osservato molti anni fa su crateri di Numana nel Museo di Ancona ; e questi 
sono quei crateri, dei quali — oltreché di certe oinochoai similmente decorate a te- 
stoni tra fogliami —parla il Brizio nelle Notizie d°gli scavi 1891, a pajr. 150-151 ('). 



( ) Il Tìrizio tuttavia dichiara che le decorazioni ora suini in color russo, ora in color nero, per lo 
più accurate e di rado negligenti. 



REGIONE Vili. — 291 — 



COMACTHIO 



Due di tali oinochoai furono trovate in una sola tomi» (n. 16), e ad esse era associata 
una coppia di pelikai con coperchio pomellato; ciascuna delle quali sul lato nobile 
mostra una figura femminile alata nuda (una volta seduta, una volta camminante) 
verso destra, che tiene nella mano sinistra un piatto sormontato da oggetto di forma 
conica, Nessun dubbio, che questi quattro pezzi appartengano ad un'officina etnisca. 

E ad officina etrusca riferirei pure il gruppo delle altre oinochoai con testone 
di valle 'Preliba ; gruppo al quale si collega un altro esemplare proveniente da tomba 
gallica del Bolognese ( 1 ). 

Mi sembrerebbe che dovesse riferirsi ad altra officina italiota il cratere coi te- 
stoni sopra ricordato ; ma mi manca il modo di riconoscere a qual gruppo esso po- 
trebbe piìi opportunamente accostarsi. 

Di fabbriche italiota sono alcune lekanai, sul coperchio decorate di ornati geo- 
metrici e fitomorfi ; ma credo italiota anche qualche lekane figurata, p. es. una, sul 
cui coperchio si ripete due volte la successione : testa femminile a sinistra (in rosso), 
oca a sinistra (in nero), palmetta (in rosso), viticci (in nero). A due diverse offi- 
cine italiote sono da riferire altri due vasi: il primo, un oxybaphon, con scena di gi- 
neceo (padrona e ancella) ; il secondo (*), assai frammentato, con decorazioni, in 
rosso-sangue, di fini meandri sull'orlo della bocca e di un giro di tralci e foglie 
sul coperchio. 

Nella categoria dei vasi di Gnathia trovo rappresentati i tipi del boccaletto a 
bocca tonda e della piccola kotyle, nonché della grande oinochoe trilobata, sempre 
con costolature e con elementi decorativi semplicissimi. 

Sebbene finora sieno sempre stati omessi i vasi privi di decorazione pittorica, ora, 
per la ragione cronologica e il confronto tipologico, credo opportuno ricordare 
che di vasi protoellenistici, da prototipi metallici e senza lenocinlo di colori quali 
nei vasi di Gnathia, trovo rappresentato due volte (tomba 156) il tipo della coppa 
verniciata in nero, emisferica, con pareti sottili, con piede a calice rovesciato e con 
due anse snelle, oblique e risvoltate al sommo, forma che trova corrispondenza 
— salvo in un dettaglio del piede — in una tazza verniciata a nero, riferibile senza 
dubbio a tomba gallica, di Montefortino ( 3 ). E in valle Trebba trovo due volte 
(tombe 156 e 186) anche il tipo del cantaro verniciato in nero con anse a doppio 
bastoncello, ornate, al sommo, di un nodo ; il qual tipo in un esemplare conserva- 
tissimo (ved. fig. 5) — appartenente a blocco di materiale sporadico — è ripetuto 
in proporzioni minori quali corrisponderebbero a quelle dei cantari del sepolcro XXX 
a Montefortino ( 4 ). 

(') Ved. l'oiaochoe riprodotta a tav. V, n. 4 nel lavoro del Brizio, Tombe e necropoli tyiUiehe (lei 
Bolognese, Atti e Memorie Deputazione Storiti Patria per la Romagna, 1887; ina il Brizio, parlando 
dell'ninochoe a pag. 473, non riconobbe il testone per il grande deperimento della pittura. 

(') La sua forma doveva esser quella di un vaso a trottola con alto collo cilindrico, sormontato 
da labbro sporgente orizzontale e fornito di anse a sottili colonnette binate, raccordate al sommo da 
un archetto. 11 coperchio era sormontato da un pomello in forma di vasetto. Zone di color rosso-sangue 
decoravano il ventre del vaso. 

(- 1 ) Ved. Iìrizio, Il sepolcreto gallico ili Montefortino, in Mon. ant. Lincei, IX, col. Gì)6-fi!HS, fig. 24. 

( 4 ) Ved. llrizio, op. cit., col. 68'J e tav. X, n. li. 



roMArrmo 



292 



REGIONE Vili. 



La tomba L56, che ci ha 'dato tre dei pezzi ora considerati, ha dato pure una 
kotyle in forma di calotta emisferica su piede cilindri©», verniciata in nere e recante 




Fio. 5 



le I linci' di una decorazione in rosso sovrapposto, per gran parte svanito (ved. fig. (3) : 
un gran cigno a sinistra (su ciascuna faccia) alternato con una palmctta fiancheg- 




Fio. ti. 



giata da girali e fogliami (sotto a ciascuna ansa). Tale kotyle richiama subito alla 
mente, per la decorazione (tecnica e ornati), due kotylai di forma simile, provenienti 
da due tombe galliche del sepolcreto Benacci nel suburbio bolognese (*) ; al quale 

(') Ved. Brino, Tombe e necropoli galliche ecc. pag. 478, scp. Xt,T, n. 4, t-av. V, n. 5 e pag. 499, 
sep. XVIII, ii. 1, e rispettivamente Pellegrini, Catalogo citato ira. 826 e 827. Anche nella seconda di 



REGIONE Vili. — 293 



COMACCHIO 



sepolcreto, che ha dato una ciotola «etrusco-campana» con iscrizione graffita dopo 
la cottura (»), ci richiamano altresì tre ciotole, a vernice nera scadente e con iscri- 







*>■■ / 



(^ 



'•1/1 ' 



Fio. 7. 

rioni etnische graffite dopo la cottura. Le tre ciotole appartengono alle tre tombe 
150, 168, 218 e recano nell'interno rispettivamente lo iscrizioni seguenti: 

parìft : attui venne pulius mi anta 

riprodotte in facsimile alla figura 7. 

I termini cronologici, più alto e più basso, della rassegna ora fatta risultano 
pertanto segnati rispettivamente dal frammento sporadico di tazza del ciclo di Epit- 
teto nonché dalla grande anfora a doppia tecnica rinvenuta dagli operai del Consorzio, 
e dai pezzi che indicai sulla fine di questa rassegna, riscontrandoli con oggetti dei 
sepolcreti gallici di Montefortino e del Bolognese. Queste per l'età dei pezzi vascolari. 

Quanto alla data della più antica tomba, è ben vero che. a stretto rigore, non 
converrebbe prendere per base un corredo che non sia stato scavato sotto gli occhi 
dell'assistente, con perfetta garanzia che nessun oggetto sia andato disperso (mi 
riferisco alla tomba con anfora a doppia tecnica) ò un frammento di oggetto isolato 
(quale la kylix del ciclo di Epitteto) e che quindi, prescindendo da tali pozzi, e rife- 
rendosi a qualche tomba intatta con vasi comuni a f. n. del terzo stile, si potrebbe 
fissare verso il 470 l'inizio del funzionamento del sepolcreto di valle Trebba. 

Non ometto però di osservare, riguardo ai due pezzi poco sopra ricordati, che 
fra due tombe non intatte, di cui facessero parte rispettivamente! ed anzi dei cui cor- 
redi fossero sole superstiti l'anfora a doppia tecnica e la kylix del ciclo di Epitteto, 
con minor esitazione sarebbe da arguire la data della tomba della kylix in confronto 



queste kotvlai, sopra una delle due facce principali restano tracce di pittura riferibili a un volatile. 
Il Brizi» accenna a decorazione di fogliame; ina non intendo, se si riferisca a quelle, ben visibili, 
die sano sotto le anse, o se pensi che tal decorazione si svolgesse per tutto il giro del vaso. Il Pellegrini 
non accenna, a decorazione. 

(') Ve l. Brizi'), T,> nhi e •(•,., pag. 47!>, sep. XLIV, tav. V, n. 8 e Pellegrini, op. eit., n. 888. 



COJIACCHIO — 294 — v REGIONE Vili. 



a quella dell'altra; porche l'anfora poteva, con l'eccezionalità dello sue dimensioni, 

far desiderare che per maggior tempo la si conservasse sopra terra a decorare la casa 
dei vivi prima di passare ad ornamento della tomba, mentre non sembra verosimile 
che una kylix con una comune e modesta figura possa aver risvegliato un analogo 
desiderio. La qua! considerazione induce a pensare, che non sia troppo ardito il col- 
locare sia la tomba cui apparteneva il frammento di kylix ('), sia l'inizio del fun- 
zionamento del sepolcreto nell'ultimo decennio del sec. VI. 

Così per il termine più basso della necropoli, già sulla base del solo materiale 
ceramico considerato, si potrà arrivare, anche oltre la fine del sec. IV. entro all'inizio 
del sec. III. E così dico, perchè, anche se la maggioranza dei pezzi da me indicati 
quali i più tardi appartiene al sec. IV, credo tuttavia che più d'uno possa scendere 
nel III, trovando essi riscontro nel materiale delle tombe galliche sopraccennate e 
specialmente in quelle del Bolognese (*) ; le quali insieme sono dai dotti attribuite o 
tutte al sec. Ili o parte alla fine del IV e parte al III. 

Riti funebri e altri; particolarità delle tombe. — Delle 221 tombe rin- 
venute, 118 mostravano il rito della umazióne (tra queste, anzi, due erano i sepol- 
cri bisomi) e 94 quello della cremazione. Quanto alle 9 rimanenti, mentre di una, 
scavata abusivamente, non si potè conoscere il particolare del rito funebre, delle al- 
tre 8, scavate sotto l'assidua sorveglianza dell'assistente, non è certo quale fosse il 
rito, perchè non si trovò né scheletro né ossuario ( 3 ). 

(') Mentre da un lato sembra poco verosimile clic nel vasto sepolcreto, per tanta parte ancora 
inesplorato, dovesse essere unico quel comune pezzo vascolare, del quale ci pervenne casualmente un 
frammento, d'altro lato la vastità del sepolcreto e il molto che vi è ancora da esplorare permettono 
di pensare, che la facile obbiezione del non essersi finora trovati vasi a f. n. del secondo stile potrebbe 
avere soltanto un'apparenza di verità. Al (piai proposito ricorderò eh* nessun vaso a f. n. apparve 
negli scavi del '22, che negli scavi del '23 apparvero vasi a f. n. ma solo di piccole dimensioni, e che nel 
'24 rintracciai qualche frammento di anfora a corpo non verni "i ito. 

(*) Del resto, come si vedrà, dalle tombe di valle Trebbi prove nera aich • altri Oggetti, i quali 
trovano riscontro più o meno diretto il oggetti delle tomba galliche del 15 dogiese. Cito ad es. un raris- 
simo colatoio in stagno (tomba 186) con appendice per sostegno sul Iato opposto al manico, una cio- 
tola-colatoio fittile con maniglia verniciata a nero, nonché un askos otriforme (entrambi della tomba 
156), ricordando per il primo di questi tre pezzi che l'appendice di sostegno, mai apparsa negli esem- 
plari bronzei della Certosa (ved. Brizio, Tombe e necrop. ecc., pag. 475), appare negli esemplari di età 
gallica di Bologna e di Montefortino, e richiamando, per il secondo, un frammento fittile emisferico bu- 
cherellato, parte centrale di colatoio, del genere etrusco -campano, proveniente dal territorio di Mon- 
zuno (ved. Not.se. 1884, ser. 3*, voi. XIII, p. 16S), nonché, per il terzo, un askos otriforme similissimo 
(ved. Brizio, op. cit., tav. V, n. <S), proveniente da tómba gallica del suburbio bolognese. 

( 3 ) Mentre per alcuna di queste potrà valere l'ipotesi che si tratti di tombe di bambini, per al- 
tre — tenendo presente che nella tomba 11 lo scheletro fu trovato coperto da un leggero strato di calce 
e che nella tomba 13 lo scheletro si trovava tutto avvolto nella calce — •potrebbe valere la spiegazione 
data dal Brizio (Afon. IAneei,Y, col. 184), per certe tombe di Novilara senza scheletro, la scomparsa 
del quale fu da lui attribuita all'azione corrosiva dell'abbondante calce che si spargeva nelle tombe 
di quel sepolcreto. 

Le tombe che risultarono violate e sconvolte possono derivare questa condizioni' di cose o dal- 
l'azione delle correnti d'acqua impetuose o dal fatto di depredatori sia antichi, sia dei tempi nostri ; 



REGIONE VITI. — 295 — COMACCRIO 



Le tornile ciano scavate ne! terreno sabbioso delle dune, estendendosi però 
talora il sepolcreto anche in certi margini di terreno sabtnoso-argilloso, frutto di 
antichissime alluvioni (così p. es. le tombe 101, 104 e 1 10); in certe aree poi, ove lo 
dune erano state rivestite, per effetto delle alluvioni, di un manto di terreno sab- 
bioso-argilloso, si riscontrò che, mentre la gran maggioranza delle tombe erano state 
scavate tanto profonde da essere interamente circondate dalla sabbia pura, altre 
erano state tenute più superficiali. 

Nessuna tomba rivelò costruzioni di pareti di ciottoli a secco o costruzioni si- 
mili di pozzetti, quali si rinvennero nelle tombe felsinee. Una sola volta si riscontrò 
una massicciata dello spessore di cm. 80, costituita di sfaldature di pietra forte, messe 
a coltello, disposta quasi coperchio protettivo nel sepolcro 128, il più ricco di tutto 
il sepolcreto. 

Le tombe a umazione avevano pianta rettangolare, e non erano provviste di 
cassa di legno. In qualche tomba si rinvennero, molto danneggiati dall'acqua del 
sottosuolo, tronchi o rozze travi di quercia, disposti sui lati della fossa: in una 
(n. 106) sopra un lato lungo, in altra (n. 107) sui due lati lunghi e sopra uno dei 
brevi e in quattro (nn. 177, 182, 199 e 203) sui soli lati lunghi. Mentre le due prime 
tombe, per essere state saccheggiate, lasciano pensare che anche qualche troncone 
possa essere andato disperso, nelle altre quattro, che si scopersero intatte, i tronconi 
sui soli Iati lunghi fanno pensare, piuttostochè ad un espediente tecnico per lo scavo 
della fossa nella mobile sabbia, ad una recinzione sommaria dell'area sepolcrale in- 
dividuale nel sottosuolo per tener corpi e corredi separati da corpi e corredi di tombe 
contigue. Noterò infine che la ricchissima tomba 128, già segnalata per la massicciata 
della potenza di cm. 80 che la proteggeva superiormente, mostrava; anche sul fondo 
un particolare che non si riscontrò in nessun'altra tomba ; che il suo fondo era co- 
perto da un tavolato di quercia dello spessore di cm. 2. 

Gli scheletri erano disposti supini, con la testa per lo più a ponente ('); e ricor- 
derò anche che in due casi (tombe 11 e 13) lo scheletro apparve coperto di calce. 

Di fronte all'uso comune di distribuire la suppellettile funebre — prescindendo 
da quella che riguarda l'ornamento personale — intorno al corpo, si trovò che in qual- 
che caso questo, anziché circondato, era coperto o totalmente o parzialmente dai 
vasi (*). In tutto lo scavo si riscontrò sei volte collocato il pezzetto di aes rude nella 



uè infine è da escludere una manomissione, parzialmente involontaria, occasionata da lavori agricoli, 
là dove le tombe si trovavano molto superficiali (p. es. tomba 14; ved. anche area a sud delle tombe 
34 e 35). Né mancano casi di sconvolgimento da imputare ad antichi seppellitori ; i quali, scavando, 
s'imbatterono in una tomba forse insospettata, e in questa produssero spostamenti per far posto al 
nuovo defunto (cosi nelle coppie : 20 e 22 ; 182 e 183). fili spostamenti delle antiche deposizioni in qual- 
che caso si sarebbero spinti fino al ridurre i resti dello scheletro in un mucchietto d'ossa col cranio 
sovraimposto (179 e 183) ; nella qual disposizione è tuttavia da vedersi un atto di pietà. 

( 1 ) Dei 118 sepolcri a umazione (nel qual numero vengono conteggiati per uno anche i sepolcri 
bisomi), dopo aver escluso quelli che, per una od altra ragione non pitev.no conteggiarsi per la orien- 
tazione, mi è risultato che, su 70 sepolcri, in 48 la testa era a ponente, in 12 a levante, in 5 a nord-nord- 
ovest, in 2 a nord-ovest, ancora in due a nord e in uno a sud. 

( 2 ) Totalmente nelle tombe 15, 42, 101, 206 ; parzialmente nella 19. 



iom urino — 296 — REGIONE Vili, 



mani) destra dej defunto; sembra d'eccezione il caso dell'oes rttde trovato una volta 
dentro una scodella insieme eoi resti delle vivande funebri ('). 

Non mancarono esempii di tombe bisome; e tali tombe sono quelle contrasse- 
gnate coi nn. L49 e 203, ciascuna coi due corpi innati (*). 

Riguardo alle tombe a cremazione, dissi già che mai non apparve una costru- 
zione a pozzetto in ciottoli a socco, ma tal forma viene in qualche modo rievocata 
in quei rarissimi casi (tombe lòti e 10Ò) che mostrano i vasi disposti in circolo intorno 
al cumuletto delle ossa bruciate. Salvi questi rarissimi casi di eccezione, le ossa sono 
contenute entro un vaso ; il quale, mentre in qualche raro caso è un grande ziro 
(senza un vaso interno per ossuario), consiste generalmente in un doglie! lo. di forma 
ovoidale, più o meno grande e di genere fittile più o meno fino. Come a Bologna, 
anche qui fungono talora da ossuarii vasi greci dipinti; e, naturalmente, per tale uso 
vengono sempre scelti vasi capaci, quali l'anfora (tomba 1251 e la kelebe (tombe 
51, 84 e 198). Sebbene non manchino tombe ricche anche fra i cremati, fra questi 
sono abbastanza frequenti le tombe povere e poverissime. 

Nelle tombe a cremazione gli oggetti eventualmente aggiunti all'ossuario sono 
collocati talora dentro all'ossuario, talora fuori sul piano della tomba, e talora. 
infine, sono distribuiti parte dentro, parte fuori dell'ossuario. Una volta (tomba 207) 
il vasetto aggiunto, una piccola idria a f. n., si trovò posato, anziché sul piano della 
tomba, sopra la ciotola rovesciata che faceva da coperchio all'ossuario. 

Come segnale della tomba si rinvenne alcune volte un grosso ciottolo fluviale : 
il quale per lo più si trovò a un'altezza fra i cui. 55 e i 70 dal piano di fondo della 
tomba. Il ciottolo doveva essere impostato sul cumuletto formato dalla terra ecce- 
dente dopo compiuto il seppellimento, cumuletto che col naturale asscMamenlo 
della terra era destinato a sparire ; ma, comunque, il ciottolo, per esser privo di 
qualsiasi indicazione specifica relativa al defunto, finiva per indicare solamente che 
il terreno sottostante era già occupato da una tomba. 

Come a Bologna, nel sepolcreto etrusco fuori porta S. Isaia ( 3 ), così in valle 
Trebba fu riscontrato, che aree diverse del sepolcreto furono in uso contemporanea- 
mente; dimodoché, come tombe di uno stesso periodo sono situate, parte in una 



(') Tali residui, abbastanza frequenti, si rinvennero, quasi sempre, entro scodelle a piatti e con- 
sistevano, per lo piti, in valve di molluschi comuni e in ossicini di pollo o ossa di quadrupedi. Eccezio- 
nale ('■ il caso di tre frutti fittili dipinti (efr.JVo*. te. 1918 «Supplemento», pag. 130, fig. 174). Per quanto 
potei riscontrale, le tombe degli untati sono piìi ricche e varie riguardo al particolare delle vivande, 
mentre presso i cremati non trovansi che valve di molluschi. Quanto all'uovo — ili cui in una tomba si 
rinvenne il guscio — l'Orsi (ved. Camarha, in Mnn. Lincei, XIV, col. 847, n. 1) In già rilevato come 
esso avesse, invece, un significato di purificazione. 

(*) Così rilevo, perchè non mancano altrove esempi di doppii sepolcri con inumato e cremato 
(ved. p. es. a Bologna, nel sepolcreto alla Certosa, la tomba 319-320). 

( 3 ) Cfr. Ducati, Contributo alla storia ddla civiltà etrusci in Felsint, in Rendiconti dell' Accademia 
dei Unni, voi. XVIII, 1909, pag. 208 e segg. Pellegrini, op. cit. LII; Ducati, S'iti: riti funebri dei se- 
poli-refi etruschi felsinei, in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia patria per la Romagna, IV serie, 
voi. V, 1916, pag. 7 e segg. 



IlEGiONE Vili. _ 297 — COMACCHIO 



area, parte in altre, così in una stessa area trovansi alternate — con diversa preva- 
lenza da un punto a un altro — tombe più antiche e tombe più recenti. 

Riguardo alla profondità delle tombe, è da notare che essa è molto varia, poiché, 
mentre nella zona II si trovarono tombe affioranti, col letto a cm. 20 e 25 dal piano 
di campagna, nella I le più profonde arrivavano col letto fino a m. 1,60 e 1,80 ; 
della qual maggiore profondità può dar talora spiegazione o la circostanza del tro- 
varsi nel corredo funebre un oggetto molto sviluppato in altezza (come un cande- 
labro, da collocarsi verticalmente), o la ragione pratica — prescindendo anche da 
motivi ideali — di meglio proteggere con un più profondo interramento una 
tomba ricca. 

Considerando tombe contemporanee in aree poco estese o in aree vicine è, in 
genere, possibile riconoscere una certa uniformità di livello nei piani di fondo ; ma 
se il confronto sia fatto da un'area ad altra lontana, p. es. della prima e della seconda 
zona, sembra più frequente il caso di livello disforme. La qual cosa appare naturale, 
appena si pensi alla vastità del sepolcreto, distribuito in un terreno che subì tante 
vicende specialmente per opera della natura. 

In relazione alle cose dette aggiungerò, che in qualche punto del sepolcreto ho 
già individuato qualche gruppo di tombe non solo contemporanee per le caratteri- 
stiche dei corredi, ma situate, entro lievissime differenze, a un medesimo livello. 

Gioverà anche sapere che gli scavi del 1923 hanno fatto conoscere alcuni casi 
di tombe sovrapposte : la coppia 63-64 con insensibile intervallo e le coppie 159-160, 
176-177, 181-182, 202-203 con intervalli rispettivamente di cm. 70, 105, 75 e 25 ; 
nei quali casi si riscontrò sempre il rito dell'umazione nella tomba inferiore e quello 
della cremazione nella superiore, salvo per la tomba 202 che è anch'essa a umazione 
come la sottostante. 

Oggetti fittili. — Ebbi già occasione di occuparmi dei vasi dipinti, quando 
presi in esame questa classe di monumenti all'effetto di determinare la durata del 
sepolcreto. Ora tratterò degli altri fittili apparsi in questa necropoli, cominciando 
dai vasi configurati ; ai quali, per ragioni di affinità, associerò gli altri pochi prodotti 
di plastica figurata : statuine e rilievi. 

Dagli scavi del '22 provenne, oltre il rhyton attico a testa di ariete, già menzio- 
nato per le scene dipinte di Sileni e Menadi, un askos di argilla figulina giallo-chiara 
finissima, in forma di oca, con finissimi ornati (in nero) di palmette ed ovuli distri- 
buiti in opportuni spazii, mentre longitudinalmente il corpo dell'animale è attra- 
versato da sottili linee nere secondo l'andamento delle penne maestre delle ali. 

Dagli scavi del '23 i pezzi configurati uscirono più numerosi. Ricorderò anzitutto, 
oltre a tre oinochoai configurate a testa femminile (già menzionate nella rassegna 
per la cronologia del sepolcreto), un pezzo notevolissimo consistente in un guttus con 
vernice nera, eccezionale per essere di pianta rettangolare e decorato in rilievo di 
una vigorosa testa di Hcrakles di ottimo stile (tomba 54). 

Fra i più preziosi trovamenti è da annoverare un gruppo di quattro vasi configu- 
rati in t'orma di quadrupedi (tav. XIII) tre dei quali eccellenti. Di essi si parlerà diffu- 
Notizie Scavi 1024 — Voi. XXI. 38 



COMACCHIO 



298 — REGIONE Vili. 



samente quando si descriverà il corrodo della tomba relativa (83). Per la novità del 
travamento, conviene ricordare alcuni bustini di divinità femminile modicità (7 pezzi; 
in parte, di diverse grandezze e di vario stile). Meno inaspettate ci arrivano invece, 
dopo la comparsa di prodotti simili a Montefortino, alcune statuine coronate di foglie 
d'edera, di età protoellenistica (due maschili e identiche, da due tombe diverse ; 
due femminili, di cui una priva della metà superiore); le quali, insieme con altro ma- 
teriale che abbiamo considerato più su, sembrano trovarsi ai più bassi limiti crono- 
logici del sepolcreto. 

Ed ora, sommariamente degli altri fìttili, tutti della categoria vasellame. 

Un impasto grossolano — in terra nerastra, rossastra e anche cenerognola — 
appare esclusivamente nei dogli, negli ossuari e nei coperchi di questi ultimi ('). Ri- 
guardo agli ossuari, ho già detto (ved. sopra) che son generalmente dì forma ovoidale. 
Senonchè, malgrado la prevalenza di questa forma, non mancano esempii di do- 
glietti o più ventricosi o più elissoidali; e in ogni modo contribuisce a portar fra essi 
una certa varietà d'aspetto la presenza o meno di anse, di pomelli, di cordoni o solca- 
ture decorative. 

D'altra parte ossuari ovoidali appaiono abbastanza frequenti anche in argilla 
ben purgata e ben cotta, sia rossiccia sia giallognola, talora — in questo secondo 
caso — con una coloritura rossiccia su tutta la superficie, e talora con decorazioni 
geometriche o fitomorfe in pennellature brune. Tale argilla ben purgata e ben 
cotta appare altresì sia in alcune anfore, raramente a fondo piatto, spesso a ter- 
minazione puntuta (le quali fanno risovvenire delle anfore puntute così frequenti 
nel sepolcreto di Montefortino) (-), sia anche in vasi di piccole dimensioni, special- 
mente piattelli con e senza piede, scodelle, ollette, corrispondenti ad esemplari dei 
sepolcreti etrusco-felsinei, nonché askoi otriformi simili ad esemplari dei sepolcreti 
gallici del Bolognese ( 8 ). E qui compare — per lo più usata per piccoli vasi, quali 
piattelli con e senza piede, tazzette, scodelle — quell'argilla cenerognola, la quale, 
dapprima riferita alla ceramica gallica, fu più tardi riconosciuta dal Brizio anche in 
vasi delle tombe etnische di Felsina ( 4 ). 

Ma la classe più numerosa è quella dei « vasi verniciati a nero », che riproducono 
una gran parte delle forme dei vasi dipinti greci; senonchè è da notare, che la vernice 
in molti esemplari, anziché fina e di un tono nero brillante, si mostra scadente e di 
tinta verdognola. Da segnalare fra i vasi a vernice nera una coppa-colatoio con sua 
maniglia. 

Fra i vasi a vernice nera compaiono altresì esemplari della ceramica cosiddetta 
etrusco-campana a ornati impressi (per lo più tazze biansate, ciotole, piattelli con o 
senza piede) ; dei quali esemplari, se abbiamo una serie piuttosto numerosa in pro- 
dotti italioti, poveri d'ornati e assai scadenti di fattura, non manca in questo sepolcreto 

(') Non è raro il caso che il coperchio sia di una terra e di una fattura che non concordano con 
quelle del vaso. 

(*) Ved. in Brizio, op. cit., tav. V, n. 17 e Vili, n. 13. 

( 3 ) Ved. in Brizio, Tonile e necropoli ecc., tav. V, n. 8. 

(*) Ved. Brizio, Il sepolcreto gallico di Montefortino, in Mon. Lincei, IX, col. 782. 



REGIONE Vili. 299 



COMACCHIO 



qualche esemplare con ricca varietà ornamentale, che, malgrado qualche imperfezione di 
esecuzione, non esito a giudicare di produzione greca (ved. fig. 8; dalla tomba 15). In 
tale categoria, e certamente di fattura greca, è da rilevare anche una coppia di patere 
ad omphalos (tomba 186), eccellenti per la delicatissima decorazione a zonette di in- 
taccature oblique, che circondano l'interno giro di palmctte e fiori, per l'eleganza della 
forma e per la sottigliezza delle pareti. 




Fio. 8. 



Oggetti di metallo. — Se l'umile terracotta ha potuto quasi sempre vittoriosa- 
mente contrastare alle insidie disgregatrici del sottosuolo salmastro di valle Trebba. 
altrettanto non si può dire degli oggetti di bronzo e di ferro. 

IVegli oggetti di ferro — dei quali dirò subito brevemente, per passare poi al 
più lungo discorso intorno ai bronzi — la devastazione è molto profonda. Infatti, 
se si eccettuano i casi di pochi chiodi, di una cuspide di lancia (tomba 83) e pochissimi 
altri, nei quali l'oggetto si riconosce con maggiore o minore difficoltà, negli altri 
pochi casi il ferro — talora avvolto da concrezioni sabbiose e sassose — è ridotto a 
frammenti informi. 

Degli oggetti in bronzo lo stato di conservazione è assai vario, poiché, mentre le 
parti laminate, sottili, quali le pareti dei vasi, furono assai spesso ridotte a miseri 
brandelli ed altri bronzi, massicci, sfuggirono quasi totalmente all'azione disgrega- 
trice, certi pezzi fusi che erano ornati con delicata cesellatura, ora resistettero bene, 
ora soffrirono più o meno fortemente per le insidie dell'ambiente. 

Degli Oggetti in bronzo, quello che apparve con maggior frequenza è il cande- 
labro, in quel tipo con statuina al sommo fra la raggiera per le candele, di cui ha dato 
tanti esemplari il suolo felsineo. Dieci candelabri di questo tipo sono finora rappresen- 



COMACCHIO 



300 — REGIONE Vili. 



tati in questo sepolcreto : 4 volte dall'intero pezzo, 3 volte dalla statuina con o senza 
raggiera, 3 volte dal candelabro senza statuina. 

Mentre in genere tali pezzi sono di lavoro comune, di lavoro eccellente è un reggi- 
lucerne a piede, sormontato da una statuina di danzatrice con crotali ; il quale cor- 
risponde nel tipo ai candelabri sopra indicati, sostituendo però alla raggiera per le 
candele una corona di sette gambi ondulati per la sospensione delle lucerne. Ma su tal 
pezzo mi diffonderò largamente più avanti, quando descriverò tutto il corredo della 
sontuosissima tomba 128, ricchissima di bronzi ; tra i quali un superbo tripode del 
noto tipo « a verghette » e un'anfora a volute, di cui si conservano, oltreché parti 
della parete, il piede modulato e ornato e le magnifiche anse con attacchi in forma di 
gruppi di figure e ricche di elementi ornamentali. Fa pensare che altra anfora dello 
stesso tipo si trovasse nella tomba saccheggiata 106, l'aver trovato in questa un 
smagliante piede rotondo, modinato e ornato, sebbene di lavoro meno accurato. 

Si trovarono : un pugnale, in frammenti, a doppio taglio, entro la sua guaina; due 
xQfaYQw; un'olpe (simile a quella pubblicata dall'Orsi in Not. te, 1912, Supplem., 
pag. 15, fig. 17) e i frammenti di altri due vasi (forse entrambi olpai), in uno dei quali 
l'attacco inferiore dell'ansa finisce in un gorgoneion lavorato su dischetto di grossa 
lamina; resti di qualche tegghia; qualche piccola maniglia girevole; un paio di robuste 
e ornate maniglie fìsse con attacchi cuoriformi per bacile circolare; iresti di un bacile 
circolare ornato con una fascia di « corrimi-dietro »; un paio di situle con coperchio a 
pomello e con doppio manico girevole; un nappo ad alta ansa; tre modioli idi diversa 
grandezza e un colatoio. Il quale ultimo pezzo ci porge l'occasione di aggiungere qui 
subito che una tomba ha dato — rarissimo esemplare — un colatoio in stagno, for- 
nito dell'appendice di sostegno sul lato opposto al manico. 

Quanto agli oggetti metallici di ornamento personale, se ne sono trovati assai 
pochi 

Fra le fibule — assai poche e quasi tutte frammentarie — incontriamo quasi 
sempre l'esemplare in argento, piuttostochè quello in bronzo. Salvi tre casi di limitata 
importanza — nei quali la fibula si presenta con corpo o a navicella ordinaria o a navi- 
cella schiacciata o con corpo fornito di costola longitudinale ed esibente nell'arco 
un'andatura, quasi ad angolo ottuso, frequente nel tipo Certosa — e un quarto caso, 
invece assai notevole, di cui dirò fra poco, le fibule presentano in grandezza varia, da 
una misura piccolissima ad una misura parecchio più grande del normale, il tipo Cer- 
tosa ; anzi dirò che, quando è conservata la terminazione della staffa, essa si presenta 
sempre col bottoncino e mai con la coda di rondine. I più begli esemplari son quelli 
costituiti da una coppia di fibule d'argento, provenienti dalla tomba 128. 

In bronzo sono le fibule assai notevoli, cui poco fa accennai. Esse consistono in 
due esemplari del tipo detto « a timpano » (tomba ó) e sono simili, per la forma gene- 
rale, a una fibula già apparsa, in quattro esemplari, alla Certosa ('), accostandosi tut- 
tavia maggiormente, per la forma particolare e decorazione dei timpani, a due altri 
esemplari apparsi entro tombe galliche di S. Maria di Cazzano (*). In ciascuna delle 

(') Ved. Brizio, Tombe e necropoli galliche ecc., tav. VI, n. 8. 
(*) Ved. Brizio, op. cit., tav. VII, n. 47. 



REGIONE VIH. — 301 — OOMACOHIO 

due fibule di valle Trebba il timpano, che occupa quasi interamente l'arco, è a dischetto 
convesso con incavo centrale e cordoncini concentrici, mentre sull'estremità della 
staffa si ergono due dischetti simili, ma più piccoli, impostati normalmente rispetto 
alla direzione dello spillo (lungh. delle fibule cm. 4). 

Fibule di un tal tipo a Bologna apparvero una volta associate a vasi dipinti del 
sec. V ('), appunto come appaiono associate ora qui nella tomba 5 di valle Trebba, 
contenente il già citato rhyton a testa di ariete del pieno V secolo. 

Ora l'associazione di tali fibule — che sono un preannunzio del tipo la- Tene — 
con vasi dipinti del secolo V ci è argomento per considerare tali coppie di fibule nella 
valle Padana non come pezzi di poco anteriori alle fibule la-Tòne — che a Bologna 
compaiono nelle tombe galliche — sibbene come isolate e lontane ripercussioni di 
un tipo che in regioni oltremontane aveva già avuto una larga diffusione ('). 

Di armille s'ebbero quattro esemplari del tipo a capi sovrapposti ; dei quali uno 
di solo bronzo, mentre gli altri tre hanno, sopra un'armatura in filo di bronzo, un 
grosso rivestimento d'argento. 

Anche in oro, di ornamenti personali, si rinvenne pochissimo : un a/unvì; (tom- 
ba 160), di forma rettangolare — tenuto stretto sulla fronte del defunto da una fet- 
tuccina d'oro che girava sull'occipite — decorato, a ciascuna estremità, di un arciere 
a cavallo, in sbalzo a stampa, entro campo convesso a testa di borchia e un orecchino 
a cerchio con testa di leone ( 3 ) di valore artistico assai limitato. 

Oggetti varii In materie dìverse. — Oltre alle fibule — che qualche volta si rin- 
vennero ancora sul petto del defunto (tombe 128 e 203) — altri oggetti si trovarono i 
quali o stavano ancora sul petto o, per essere forniti di foro pervio, manifestavano la 
loro antica destinazione ad essere appesi al collo, sia singolarmente, sia in collana. 

Undici tombe han dato grani di collana in ambra : dal pezzetto bruto, attraverso 
alle forme, più comuni, dell'anello a ciambella, fino alle forme a goccia, a piramide, ad 
ascia piatta e ad anello con castone. Sul petto si trovarono anche un disco fittile 
grezzo in terra giallo-rossiccia (tomba 172) con foro centrale e con altro foro presso la 
periferia, una valva di mollusco comune forata all'apice (tomba 195) e una cypraca 
tigri? pure forata ( 4 ) (tomba 221). 

In due tombe diverse trovaronsi anche una piastrella forata in testa (tomba 37), 
di una materia che non potei fare analizzare, e una perla di pietra oliare (tomba 168), 
che merita di essere ricordata per l'indizio di tardività da essa significato. 



(') Zannoni, Scavi della Certosa, tomba 371, pag. 383, tav. CXXIII. 

( 2 ) Il Déchelette (Manuel d'archéol. préhist. celtiquc et <jallo-ro inaine, II, 2» parte, pag. 869) 
pone verso la fine del secondo periodo di Hallstatt (700-500) il tipo della fibula a timpano e a doppio 
timpano, riconoscendo anche che nella civiltà di Hallstatt tali fibule sono più comuni dello altre fibule 
coeve. 

( 3 ) Si ricuperò altro orecchino dello stesso tipo, ma più grande, proveniente da scavi clandestini. 
(*) Non forata, la c : /praea moneta apparve in tre tombe ; e in una di queste è rappresentata 

da ben 26 esemplari. 



COMACCHIO 



— 302 



REGIONE Vili. 



In altre tombe si rinvennero da una a tre perle, con foro pervio, di pasta vitrea ; 
ed altra tomba ha dato una bella armili», di tipo gallico, a cerchio, di vetro verde 
chiaro trasparente. 

Se la pasta vitrea si presenta piuttosto scarsa nella forma delle perle, essa appare 
invece abbastanza frequentemente in piccoli ed eleganti vasetti, che dovevano servire 
per le cure dell'abbigliamento personale (fig. 9). La forma più frequente è quella del- 
l'unguentario derivata dall'alabastro!! (>), perocché essa appare in una decina d'esem- 
plari; ma, oltreché dell'alabastro!!, son riprodotte le forme dell'oinochoe trilobata, 



w#* 



Fio. 9. 



dell'idria, dell'anfora e dell'ariballo ( 2 ). Particolarmente ricca di tali vasetti è una 
tomba (n. 83) , con due alabastra, tre piccole idrie e due anforine. 

Aggiungerò anche, che in un unguentario alabastriforme della tomba 147 fu tro- 
vato ancora immesso un bastoncello aguzzo d'avorio che doveva servire all'applica- 
zione dell'unguento, e che, quando si lavarono i vasetti della tomba 83, l'acqua da 
uno di essi uscì leggermente tinta in rosso. 

L'aspetto di opulenza ( 3 ) e di serenità che si rivela dai corredi del miglior tempo 
di questo sepolcreto non poteva esser disgiunto da segni della giocondità del giuoco ; 
ed ecco che sei tombe, a somiglianza delle etnische della vicina Felsina. ci danno 

(') L'alabastron in valle Trebba appare parecchie volte anche in alabastro e in argilla figulina. 

(*) Un esame comparativo fra i varii pezzi fa riconoscere, come sia varia la loro qualità, che di 
fronte a pezzi finissimi ce n'è altri piuttosto scadenti. 

( 3 ) La ricchezza della città cui si riferiva il sepolcreto di valle Trebba e la noncuranza signorile 
con la quale quegli abitanti dovevano trattare l'abbondante vasellame greco che avevano a così facile 
disposizione, si rivelano anche dal fatto che, mentre a Numana il Brizio trovò tanto frequenti nei 
vasi i fori per riattaccarne i frammenti, i pezzi di valle Trebba coi fori per la raggiustatimi sono piut- 
tosto rari. 



REGIONE Vili. — 3Ó3 — COMACCHIO 

dadi, in avorio, in osso, in marmo, ora parallelcpipedf, ora cubici, con un numero 
vario di sassolini ('). 

Descrizione di alcune tombe. — Tomba 5 (zona II, area a): a umazione, 
orientazione O-E, a m. 0,50 di profondità. 

Presso la testa, a sin., 6 grani d'ambra per collana (la. maggior parte cipolliformi, 
uno a ciambella, uno trapezoidale), e a d. un raro e conservatissimo rhyton a testa 
di ariete, con piede (tav. XIV, 3) tornito di abbondante applicazione plastica per la 
riproduzione dei bioccoli di lana e decorato di scene dionisiache a f. r., di stile bello 
con qualche reminiscenza del severizzante (registro superiore : al centro due Sileni, 
l'uno con ramo d'edera, l'altro con anfora vinaria coronata d'edera, che si corrono 
incontro saltando, mentre su ciascun lato si allontana una^ Ninfa retromirante ; 
registro inferiore : due Sileni, in danza e mosse agitate intorno a un'anfora vinaria 
coronata d'edera, posta in terra verticalmente e appoggiata a un rialzo retrostante). 

Presso la spalla d. : 

a) un paio di fibule in bronzo «a timpano» e cioè con un allargamento a testa 
di borchia occupante quasi tutto l'arco e con due timpani minori all'estremità della 
staffa impostati normalmente rispetto alla direzione dello spillo (lungh. cm. 4 ; simili 
in Brizio, Tombe e necropoli galliche, tav. VII, 47) ; 

b) tre frammenti di pugnale in bronzo (guaina e lama) a doppio taglio, la cui 
guaina è fornita, sulle due coste, di appendici anelliformi per infilarvi il cordone di 
sospensione ed è decorata di borchie ; 

e) un frammento in sottile lamina di bronzo di forma trapezoidale (lungh. 
mm. 55), con incerte tracce di incisioni, finiente, a un lato, in linguetta, forse un'estre- 
mità di cinturone. 

Fra le dita della m. d. un pezzo di aes rude. 

Sempre sul fianco d., dall'altezza del bacino fin presso ai piedi: una decina di 
vasi a v. n. (ora in duplice esemplare, ora in esemplare unico, delle forme : oinochoe 
a bocca trilobata, scodella senz'anse con parete bassa e sgusciata, scodella mono- 
ansata con piede-listello, scodellimi senz'ansa con piede-listello, coppina, skyphos 
cantaroide) e due piattelli con piede decorati, entro e fuori, di una zona rossa rispar- 
miata e, dentro, di tondo centrale rosso. 

A nord della testa, a cm. 50 di distanza, due borchie in bronzo, una delle quali 
con spina in ferro frammentaria. 



(') Che tali tombe col giuoco dei dadi siano in numero piuttosto limitato non deve far mara- 
viglia ; perocché ogni località ha sempre qualehe sua propria particolarità e preferenza. Così cito qui 
il fatto che, mentre a Felsina troviamo usati, per segnare i punti dei dadi, non solamente sassolini 
naturali ma anche certe semisferette di pasta vitrea, che appaiono anche nelle tombe galliche di Mon- 
tefortino, in valle Trebba invece non s'incontrano che sassolini; e così cito l'altro fatto che in valle 
Trebba, in un sepolcreto che si estende più in giù dei sepolcreti di Felsina, non si è trovata una sola 
fibula a coda di rondine, sebbene tal forma di fibula, com'è noto, cominci ad apparire un po' più 
tardi della fibula Certosa a bottoncino terminale. 



OOMACUHIO 



— 304 — REGIONE Vili. 



Si raccolse anche una fibula frammentata d'argento, priva della staila e di parte 
dello spillo (lungh. mm. 35), che, a considerare l'andamento dell'arco, sembrerebbe da 
giudicare di tipo Certosa. 

Considerando il rhyton e tenuto conto, come si deve, del ritardo, per la depo- 
sizione del vaso nella tomba, in confronto al momento della sua fabbricazione, giu- 
dico, che con questa tomba si scenda verso il 425. 

Tomba 15 (zona II, area a) : a umazione, con scheletro O-E coperto dalla 
suppellettile, alla profondità di m. 0,80. 

La suppellettile consiste per la maggior parte in scodelle a v. n. con impressioni 
del genere e. d. etrusco-campano, varie per dimensioni (diam. mm. 196, 150 e 105) 
e per finezza d'esecuzione. In tutto sono nove pezzi, dei quali i maggiori son decorati 
di un largo giro di palmette impresse, legate insieme da gambi incurvati a semicer- 
chio, di una zonetta di fogliette a ferro di cavallo, di un altro giro di palmette coi 
gambi come sopra e, al centro, da quattro fogliette a ferro di cavallo disposte in croce 
(ved. fig. 8). Nei pezzi di media grandezza la decorazione è ridotta, e ancor più nelle 
scodelle più piccole ; le quali ultime si differenziano dalle altre anche, sia per avere 
esternamente la parte inferiore della parete sgusciata, sia per avere la zona perime- 
trale della decorazione costituita da zonette di intaccature oblique. 

Due grandi piatti a v. n. con cavità nel centro, della forma dei noti piatti da 
pesce. 

Di vasi dipinti : un'oinochoe con bocca trilobata a f. r. (giovane nudo a d., con 
timpano, fra due uomini ammantati), pessima per disegno e conservazione ; e due 
kotylai rastremate verso il piede così da accostarsi agli skyphoi dell' Italia meri- 
dionale (sulle due facce di ciascuna : due giovani ammantati e affrontati, uno dei 
quali con uno striglie enorme in mano), di pessimo disegno. 

Otto piattelli grezzi, di cui sette cenerognoli e uno rossiccio. 

Giudicherei questa tomba dei primi decenni del secolo IV. 

Tomba 16 (zona II, area a) : a umazione, orientazione E-O, alla profondità 
di m. 0,50, con gli oggetti posti in mucchio sul fianco sin. dello scheletro. 

Due pelikai (alte l'una m. 0,295, l'altra m. 0,265) con proprio coperchio pomellato, 
in terra figulina giallo-chiara molto fine, con pitture a vernice bruna, di fabbrica 
etnisca. 

Nella prima, sul lato principale : figura femminile, alata, nuda e con sandali, 
seduta a d., con mano d. protesa e reggente con la sinistra un piatto sormontato da 
oggetto conico ; dall'altro lato: giovane stante a sin., ammantato, che nella parte pan- 
neggiata si presenta come un fagotto enormemente gonfio; sul collo palmette, al- 
ternate, con altro fogliame ; sotto le anse : grandissime palmette affiancate da mezze 
palmette, spirali e volute. Sul coperchio : zona circolare di bastoncelli bruni e, sul- 
l'orlo verticale, risvoltato in giù : « corrimi-dietro » risparmiato. 

Nella seconda pelike, sul lato principale: fig. simile a quella della precedente, 
salvochè, anziché seduta, è gradiente, e con la mano d. tocca una tracolla che le tra- 
versa il petto ; sull'altro lato : giovane stante a d. ammantato, presentato goffamente 
come quello della prima pelike; sul collo, sotto le anse, sul coperchio : le decorazioni 
come nell'altro pezzo, salvochè eseguite più rozzamente. 



ItElilUNK Vili. _ 3(J a _ 



COMAOCHlO 



Due grandi oiaochoai, corrispondenti per argilla, vernice e fabbrica alle due peli- 
kai; una, priva dell'ansa, è alta cm. 21», l'altra è in frammenti: ma entrambe sono 
ornate, a (pianto sembra, delle stesse decorazioni: sul davanti una grande testa 
femm. a sin., con diadema a linguette: sotto l'attacco inferiore dell'ansa, palmctta 
fra girali. 

Lekane frammentata, esibente sul coperchio una scena di gineceo (cinque figure 
femminili in atteggiamenti sforzati, che (piasi tutte sono rctrospieienti, e quelle che 
non son sedute si muovono con passo troppo largo), di disegno assai scorretto: sul ri- 
svolto verticale del coperchio: giro di ovuli a semplice contorno nero; sul piano oriz- 
zontale della rotella del coperchio: giro di ovuli simili, alternati però. nei vuori trian- 
golari con grossi punti neri : al sommo del venere della tazza : zona di palmette rosse. 
alternatamente con la base in alto e in basso. Prodotto forse attico, ma tardo e sca- 
dentissimo. 

Askos con ansa a stalla, con bocchino molto inclinato e a orifizio assai svasato; 
sulla caloria, al centro, bottone plastico conico, circondato da un giro di ovuli (a v. n.) 

e. più esternamente, da una corona di foglie di lauro (in r.). 

Tre ciotole a v. n., con ornati impressi (un giro di palmette alternate con fiori 
di loto, oppure con ornati a ferro di cavallo aventi un bastoncello intromesso, op- 
pure di sole palmette sormontate da ferro di cavallo ; la qual zona gira intorno ad 
alcuni circoli concentrici, ed è circoscritta da parecchie zonette delle note intaccature 
oblique, sottili e fitte). 

Due grandi kotylai a v. n., con piede rastremato, in frammenti. 

In terra cenerognola: 6 piattellini e alcune scodelle; delle quali ultime, la mag- 
gior parte è decorata con ornati impressi (stelle; stelle e palmette). 

Tomba 19 (zona II, area a): a umazione, orientazione N-S, alla profon- 
dità di m. 0,80, con gran parte degli oggetti sullo scheletro. 

Sul lato sin , sotto alla mano trovaronsi parecchi frammenti di ferro indeter- 
minabili. 

Sulla mano d. poggiava una pelike attica a f. r., intatta (alta m. 0,196 , esibente, 
sul lato nobile, un gruppo di tre guerrieri che combattono in terreno accidentato 
(vcd. fig. 4); dei quali il centrale (clamide, scudo e spada), caduto a d. sul gin. sin., 
guarda all'indietro ed alza la spada contro un nemico (pileo, clamide, scudo 
e spada) che avanza da sin., mentre da destra in aiuto del primo accorre un terzo 
guerriero (clamide, scudo e lancia). Sono sovrappinti in bianco gli scudi, quando 
si presentano dal lato esterno, e il pileo del secondo guerriero. Sul rovescio: collo- 
quio di due ammantati. 

Sul petto dello scheletro si raccolsero i frammenti di un cratere a campana a 

f. r., che mostra sedute ai due lati di una colonna ionica una figura giovanile maschile 
e ignuda (seduta sulla sua clamide) e una donna riccamente vestita e con ornato 
serperttiforme sulla stoffa in corrispondenza del petto, rivolgentesi ciascuna all'in- 
dietro, la prima figura verso una donna stante (con vestito simile a quello dell'altra 
donna) e recante colle due mani una collana a globi, la seconda verso un Sileno stante 
le cui mani reggevano oggetti ora scomparsi (tenie?); e nel mezzo, presso la colonna, 

Notizie Scavi 1924 - Voi. XXI. 39 



0OMACCU1U — 306 — REGIONE Vili. 



Kros (in bianco) che si protende verso la donna seduta, recandole un aggetto non 
determinabile (scena legata con le nozze di Dioniso e Arianna); sul rovescio, scena 
di palestra. 

A d. dello scheletro : una lekane intatta a f. r. (diani. ni. 0,17) di disegno trascu- 
ratissimo, sul cui coperchio veggonsi due Eroti (in bianco) che volano inseguendo 
ciascuno una donna fuggente con largo passo, retrospiciente e reggente una cassel- 
tina rettangolare con larga benda; sul risvolto verticale del coperchio e sul piano 
orizzontale della rotella del coperchio si ripetono gli ornati della lekane di tomba 16; 
al sommo del ventre della tazza : corona di foglie di lauro (in r.). 

Sul fianco d., dal ginocchio al piede : 

a) un'anfora di argilla cenerognola a doppia ansa verticale e puntuta (alt. 
m. 0,45 circa), completamente marcita così da non potersene raccogliere nemmeno 
i frammenti ; 

b) due grandi piatti, con cavo circolare centrale e con orlo risvoltato (diam. 
m. 0,22), su cui son dipinti tre pesci (ved. fig. 3) ; sull'orlo risvoltato, giro dei 
soliti ovuli a semplice contorno nero; intorno al cavo centrale, giro di ovuli simili 
con grossi punti negli spazii triangolari ; 

e) due kotylai con piede rastremato, in frammenti (alt. in. 0,11), esibenti 
ciascuna, su ogni faccia, una coppia di giovani ammantati, stanti, affrontati, in 
tecnica a f. r. e stile della massima decadenza; 

d) un askos con ansa a staffa, con bocchino molto inclinato e finicnte in bocca 
di tromba molto espansa ; sulla calotta duo oche a d. in rosso risparmiato e, al sommo, 
tubercolo plastico qual centro di quattro linee nere in croce alternate con grossi 
punti neri; 

p) sei ciotole — una delle quali biansata — (diam. da mm. 175 a 146) a ornati 
impressi ; la più grande delle quali ha una decorazione che consiste in una zona di 
9 palmette con gambi intrecciati, svolgentesi intorno a un cerchio e circoscritta da 
due zonette — una triplice e una duplice — delle solite intaccature oblique; le altre 
ciotole hanno decorazioni più semplici ; 

f) nove piattelli e un piatto, con piede, in terra cenerognola. 

La decorazione della pelike sul lato principale richiama vivamente, porgli at- 
teggiamenti delle figure del gruppo, il fregio del Mausoleo con la lottatici (imi 
contro le Amazzoni; e perciò sembra che questa tomba possa collocarsi verso il 
326 av. Cr. 

Tomba 54 (zona I, area e): a umazione, orientazione O-E, alla profondità 
di m. 0,50. 

Presso il fianco d. dello scheletro: 

un alabastron di argilla figulina (alt. cm. 17), già ricoperto di un'incamiciatura 
di latte di calce e con zone di ornati (riconoscibile un quadratino, entro cui una croce 
obliqua alternata con quattro punti); un prezioso askos fittile, di pianta rettangola re 
(nini. 05 X 80), verniciato in nero-bruno, decorato in rilievo, siila faccia superiore, 
di una testa di Herakles con xvvét] che riflette nel trattamento del volto gli imme- 
diati influssi della grande scultura fidiaca ; tre piccoli busti fittili di divinità fem- 
minile uiodiata, tratti da una stessa forma e fiacchi nei dettagli. 



REGIONE Vili. 3Q7 



COMAC^HIO 



Presso i piedi: una piccola idria frammentaria di argilla giallo-chiara e grezza. 

Presso il fianco sin. : dodici lekythoi ariballesche, della stessa argilla e grezze, 
per lo più frammentate nella bocca e nell'ansa, ed altri vasetti ; da ricordare un fram- 
mento di coppa « etrusco-campana » con ornati impressi (palmette e fiori entro una 
larga zona di sottili intaccature oblique) e una scodellina di terra cenerognola. 

Per l'askos con testa di Herakles collocherei questa tomba nell'ultimo decennio 
del secolo V. 

Tomba 77 (zona I, area e): a umazione, orientazione N-S, profondità in. 1,60 
cosi che gli oggetti si dovettero pescare nell'acqua fangosa, senza poterne ricono- 
scere la posizione rispetto allo scheletro. 

Si scoperse anzitutto, collocato verticalmente, un candelabro in bronzo, del tipo 
così frequente nel territorio felsineo, con statuina al sommo e con raggiera a 4 uncini 
per l'innesto delle candele; senonchè qui non si trovò né la statuina nò la raggiera. 
Alto cui. 86, ha il fusto faccettato, mostra tre palmette negli incavi angolari fra le 
(re branche del piede finienti in zampe di leone, è decorato di grandi linguette incise 
sul piattello, e, parte presso il piede, parte presso la sommità, di anelli di perline e di 
ovuli. 

Presso al candelabro una ventina di ciottolini (bianchi e a colori), molti dei quali 
levigati. 

Una kelebe a f. r. in framm., rappresentante sul lato nobile la lotta di ('eneo, 
in parte già sprofondato nel terreno, contro due Centauri, armati, l'uno di un ramo 
secco, l'altro di un gran masso (vcd. fig. 2). Di stile bello, con qualche reminiscenza 
del severo. Sul rovescio : tre figure stanti, eseguite trascuratamente, in parte ancora 
coperte da concrezioni. 

Due altri vasi dipinti, molto frammentati,' trovaronsi in questa tomba. 

È il primo una kylix a f. r. (di stile bello, ma con disegno affrettato e sommario, 
specie nelle figure delle facce esterne); la quale, per quanto si può giudicare dallo stato 
assai frammentario, nel medaglione interno, circoscritto da ghirlanda di lauro, mo- 
strava due figure maschili stanti e in colloquio (cfr. Pellegrini, Cai. 419 bis) e nelle 
facce esterne era decorata di gruppi che sembrano ripetersi : un efebo clamidato 
con petaso sulla schiena e appoggiato con la d. a una lancia, fra un efebo amman- 
tato fin sulla nuca e un uomo barbato, ammantato e appoggiato a bastone. 

L'altro vaso dipinto è un piatto con piede, decorato, sull'orlo, d'una corona 
di foglie d'edera, assai guasta e, al centro, di una ruota a quattro raggi (in nero). 

Jv'on è senza interesse il notare, come questi due vasi trovino riscontro in due 
pezzi similissimi trovati in una stessa tomba del suburbio di Bologna, (ved. Pelle- 
grini, Cai. 419 bis e 572 bis). 

Fra il numeroso vasellame, a vernice nera, per gran parte frammentato, son rap- 
presentati specialmente i piattelli con piede, le coppe con piede ; ma si trovano al- 
tresì una scodella con parete a sguscio, una scodellina con un'ansa orizzontale, due 
askoi discoidali con ansa, a staffa. 

In terra rossa non verniciata: due piattelli con piede e un terzo apodo. 

1 vasi dipinti mi inducono ad assegnare alla tomba una data intorno al 420. 



COMACCHIO - 308 — REGIONE Vili. 



T ii in I) a 83 (zona I, arca e): a umazione, orientazione incerta per essersi 
trovate marcite le ossa ; profondità m. 0,80. 

È questa una delle tombe più pregevoli di tutto lo scavo. 

Del corredo faceva parte anzitutto un gruppetto di askoi fittili configurati: 
e cioè quattro vasetti da profumi in forma di animali, tre dei quali mostrano di ap- 
partenere a una stessa serie e sono di splendida fattura (*). 

11 vasetto men pregevole rappresenta un capriolo accoccolato, con le estremità 
fortemente contratte contro il ventre, così da poggiare, sul piano ove venga collo- 
cato, coi quattro ginocchi (tav. Xlll,2). 

11 capriolo è modellato in maniera sommaria e la variegazione del suo pelame 
è stilizzata, essendo costituita da trattini paralleli di vernice nera diluita, distri- 
buiti qua e là in varie parti del corpo e da grossi punti neri di forma ovale distri- 
buiti uniformemente. Con tal vernice nera sono trattati in modo sommario anche 
la parte anteriore del muso, gli occhi (punto entro contorno amigdaloide) e gli zoc- 
coli ; e resti di vernice nera osservansi anche sui cornetti. 

In mezzo a questi è impostato verticalmente il bocchino di immissione, pure 
verniciato a nero, come verniciata a nero è l'ansa del vasetto, ad anello verticale, im- 
postata sul dorso dell'animale; la quale ansa, come già il bocchino fra le corna, cor- 
rendo con la parte anteriore aderente al collo del capriolo, cerca di occultare la sua 
presenza per alterare il meno possibile la linea della statuina. 11 forellino di emis- 
sione è situato al centro delle labbra. L'altezza del pezzo è min. 98. 

Un notevole valore artistico hanno gli altri tre vasetti. 

Uno di essi rappresenta, accoccolato come il capriolo, un cervo (tav. X1U, 1), mo- 
dellato con grande accuratezza in tutto il corpo, ma specialmente nella testa, nelle 
corna e nelle zampe. Kestano abbondanti tracce di sottili pennellature rosse, che 
dovevano simulare l'andamento del pelo. Ma altri colori erano aggiunti, come un 
giallo, vòlto ora in verdognolo, sulle corna, e così una vernice nera vòlta in bruno, 
conservata sulla punta del muso, alle sopracciglia e all'occhio, ove in nero è segnato, 
oltreché la pupilla, il cerchio dell'iride. 

Sottili striature lungo le corna e al nascimento di queste, nonché in altri punti 
del corpo (come all'attacco degli zoccoli e lungo le gambe), mostrano la grande cura 
con la quale l'artista, anche in minuti dettagli naturalistici, ha voluto rifinire il suo 
lavoro. Il bocchino, giacché non avrebbe potuto impostarsi fra le corna, fu impostato 
sulla parte estrema del dorso, così aderente all'ansa da compenetrarsi quasi con essa; 
la quale, a sua volta, aderendo al collo del cervo ed essendo dominata dalle alte e 

(') Questo gruppetto di vasi fa risovvenire della tomba di Vetulonia, dal Falchi denominata 
« del figlilo » (vcd. Noi. se. '94, p. 344-350) ; è però da rilevare che, mentre i vasetti di Vetulonia hanno 
tutti un solo foro per l'immissione e remissione del liquido, i vasetti di vai Trcbba hanno un boc- 
chino per l'immissione e un forellino per l'emissione. È anche da rilevare che i pozzi di Vetulonia sono 
geni ansa, al contrario di quanto appare nei nostri vasi ; i quali, quindi, sia per le due aperture, sia 
per l'ansa, trovano tipologicamente una piti stretta parentela in vasi antichissimi, della classe «cre- 
tese-micenea », quali quelli indicati dal Sieveking ai un. 48-51, e riprodotti in tavole, del suo catalogo 
Die K6n. Vusensammlung zu Muncheu. 



REGIONE VIIT. — 309 — COMACCHIO 

ramose (-orna, finisco per ridursi tanto dnvanti all'occhio dell'osservatore, da per- 
mettergli di gustare, senza veruii disagio, questa bella opera d'arte. 

Il bocchino, di forma cilindrica, leggermente campanulato all'estremità così 
da sembrare un fiore, è decorato esternamente — in rosso — di linguette al' v vite 
con bastoncelli ; il quale aspetto di elemento vegetale — sia per la parte p! Cica, 
s : a per l'aggiunta pittorica— fu opportunamente scelto, perchè più armonizzante 
che non una forma geometrica con l'organismo vivo dell'animale. Anche sull'ansa 
restano tracce della coloritura rossa. Il forellino di emissione è, anche qui, sul mezzo 
delle labbra. L'altezza del pezzo è di min. 185. 

Il terzo vasetto (tav. XIII, 4) presenta un toro che, dop'i e sersi, dilli posizione 
di accosciato, cretto sulle gambe ripiegate al ginocchio, punta contro il suolo con la 
zampa anteriore destra per alzarsi da terra. In relazione a tal movimento, che si 
accentra contro il suolo sull'arto relativo, tutto il corpo è spostato in pendenza 
verso destra. 

Anche qui è molto curata la riproduzione naturalistica dei dettagli (vedi, oltre 
ai particolari della testa, le costolature sui fianchi, le grinze della pelle sul collo e 
perfino le brevi striature all'attacco degli zoccoli). L'ansa, che qui è meno occultata 
(poiché il toro non tiene il collo inclinato all'indietro come il cervo, e d'altra parte 
qui manca il sussidio delle grandi corna), è più depressa; e dietro ad essa è impo- 
stato il bocchino, che, anziché di t'orma leggera, come conveniva per il cervo, è di 
forma massiccia, come conviene per il toro. Detto bocchino è costituito da un breve 
collo cilindrico, sormontato da un labbro discoidale. Scarsissime tracce di vernice 
bruna sull'ansa e sul labbro del bocchino. 

Numerosi resti di color bianco, sul corpo, fanno pensare che il toro fosse tutto 
dipinto in bianco. 

La statuina, a differenza dalle due precedenti, ha una sua basetta costituita 
da quattro listelli disposti a trapezio, in modo da compienti"]" i punii d'appoggio 
della statuina stessa. Sui listelli restano tracce della coloritura rossa. Il forellino 
di emissione è, ancora, sul mezzo delle labbra. L'altezza della statuina è di min. 130. 

11 quarto vasetto (tav. XIII, 5) presenta un toro ferito, che, col muso levato, come 
per respirar meglio, si muove penosamente agitando la coda e sembra in procinto 
di cadere, quasi gli mancassero le forze per sostenersi. Il movimento di due delle 
gambe (sin. rat', e d. post.) è irregolare, come d'altra parte non è del tutto esente da 
tracce di sforzo il movimento delle altre due; in conformità poi ai particolari ora 
osservati, l'occhio è smorto e la lingua peiidula. 

È questo il più bel pezzo di tutta la serie, sia per il concepimento, sia per l'espres- 
sione raggiunta. In esso sono meno numerose che non nel precedente le pieghe della 
pelle ; ma non mancano solcature per le grinze del collo, per il muso, per l'occhio e 
per il fesso delle unghie. Sull'ansa qualche traccia di color fosso : e sul corpo qualche 
debolissima traccia di color bianco. 

Nella bocca aperta del toro redesi il forellino di emissione: (piatilo al bocchino, 
che manca in questo pezzo, esso, come si rileva da una rappezzatura sul dorso, do- 
veva trovarsi dapprima presso all'ansa, in posizione corrispondente a quella nell'ai- 



COMACCHIO — 310 — REGIONE Vili. 

tro toro. Come il toro precedente, questo è fornito di una sua basetta a listelli. Si 
t i-.i1 la di tre listelli (fu omesso quello fra le due zampe anteriori), sui quali sono 
anche sparsi due piccoli appoggi per le due gambe di sin. e un sostegno più alto 
— perchè collocato in corrispondenza della coscia — per la gamba posteriore de- 
stra. Altezza della statuina nini. 144. 

Oltre a tali preziosissimi fìttili, facevan parte del corredo funebre iinainiilla 
di vetro e alcuni vasetti di pasta vitrea, nonché una punta di lancia in ferro. 

L'umilia è in forma di cerchio (diam. interno mot. 00) ed è costituita di una 
verga a seziono pentagonale di vetro verdiccio trasparente; così da farci ricordare 
l'aratila di Montcfortino (ved. Brizio, op. cit.,col. 123, tav. VII. n. 20), 

I vasetti — tutti a fondo azzurro — sono due alabastro, tre idric con piede a 
dischetto e due anforine finienti, al basso, in pomello. 

1 duo alabastro (alt. mm. 120 e 123) sono ornati di fasci di linee ondulate, alter- 
nai ivani"nte gialli e bianchi ; le idrie (alt. nini. 70, 74 e 75) sono ornate di una fascia 
di linee ondulate, alternatamente gialle e bianche; le anforine (alt. 111111.6;") e 77) sono 
ornate, l'ima di una fascia di linee ondulate gialle, chiusa, sopra e sotto, da linee 
ondulate bianche, e l'altra di una fascia di linee ondulate, tutte gialle. , 

Nessuna tomba ha dato tanti vasetti di pasta vitrea ; ed è curiosa la singolarità 
di questo corredo, che, costituito quasi interamente da vasetti, fittili e di pasta vi- 
trea, riferibili tutti ad acque odorose, essenze unguenti, rivela un pensiero unico 
predominante. 

La cuspide di lancia in ferro, assai corrosa nella foglia, è lunga cm. 11. 

Dei quattro fittili configurati, i tre ultimi, insieme con quelle larghe forme pro- 
prie della statuaria del V secolo, mostrano associato un così sorprendente senso della 
natura da destare la più viva ammirazione. Alla quale ammirazione si accompagne- 
rebbe anche la maraviglia, se i ceramisti, con altri dei loro vasi configurati, non ci aves- 
sero già preparati a precoci manifestazioni realistiche. 

Tomba 128 (zona I, scolo B, al segno °) : a umazione, orientazione O-E, 
alla profondità di ni. 1,60, con scheletro giacente su tavolato di quercia dello spes- 
sore di em. 2 e circondato dagli oggetti del corredo funebre; che furono estratti 
con gran difficoltà per l'abbondante acqua del sottosuolo. L'integrità del depositi», 
in questa tomba che è ricchissima ed anzi di gran lunga la più ricca fra quante finora 
si scopersero, era assicurata da uno strato alto ni. 0,80 di sfaldature di pietra forte 
disposte in coltello. 

Ne uscì anzitutto, in frammenti ma restaurabile, un tripode del noto tipo vul- 
centé « a verghette » studiato dal Savignoni ('). 

I tipi delle figure, in gruppo separate, che lo decorano, non sono nuovi. 

Sulle asticelle diritte: un Ercole che. impugnando nella mano d. alzata un 
oggetto ora perduto (certamente una clava) è trascinato verso d. da una donna 
(tav. XIV, 1) e due coppie di uomo e donna gradienti a d., traendosi dietro il primo 

(') In un bronzetti) arcaico dell'acropoli 4' Atene e ili una classe di tripodi ili tipi greco-orirn- 
tuie, in Man. ant. Lincei, VII. 



UEUlONE Viti. — oli — CQMACCaiO 

la seconda col tenerla pel polso sin. ; nelle quali due eoppie l'uomo una volta è bar- 
bato (tav XIV, 2), l'altra imberbe. 

Sugli archetti, una volta pantera a d. che divora un toro atterrato, e due volte 
pantera a sin. che divora un cerbiatto o capriolo atterrato (tav. XV, 2). 

E infine, sull'anello in basso, tre anitre verso destra. 

Non sono nuovi i tipi dei gruppi, perchè essi trovano vive corrispondenze e 
confronti nei gruppi figurali di alcuni dei tripodi raccolti e studiati dal Savignoni, 
e specialmente di tre ('), due da Vulci e il terzo da Durkheim (Palatinato Renano) (*), 
mentre anche le figure isolate delle anitre sull'anello in basso trovano riscontro in tre 
figure di uccelli di altro tripode (•>). 

Ma certamente sono singolari nel presente esemplare l'espressione, piena di 
umanità, delle teste nei gruppi sulle asticelle e specialmente la dolcezza del viso nella 
donna con Ercole, la vigoria, così nelle agili pantere come nel toro possente, oppresso, 
col muso e coi ginocchi in terra, dal soverchiale assalto, e lo sbigottimento nel gen- 
tile capriuolo e infine l'accurata esecuzione di tutte le figure ; nelle quali tutte un 
delicato e sapiente lavoro di cesellatura si è sovrapposto al prodotto della fusione, 
ora per ravvivare, ora per aggiungere particolari ; lavoro che fu usato non soltanto 
per i sci gruppi di figure (ved. specialmente la pelle variegata e il pelo sulla fronte 
della pantera, le pieghe della pelle degli animali, i capelli e la barba delle figure 
umane e l'indicazione di certi tessuti nelle stoffe), ma non fu omesso nemmeno per 
i corpi (ved. penne e piume) delle anitre sull'anello in basso. 

Di un bacile di bronzo (diam. circa m. 0,35) si rinvenne l'orlo, periato, con buona 
parte della parete contigua su cui girava una fascia di « corrimi-dictro » incisi ; il 
qual pezzo frammentario trova il suo riscontro in altri bacili simili con le stesse de- 
corazioni, che, come il tripode, il commercio nell'antichità fece pervenire anche in 
paesi transalpini ( 4 ). 

Due grosse anse orizzontali in bronzo, con attacchi a foglia cuoriforme (largii, 
m. 0,12), poteansi credere da principio appartenere al bacile frammentario ora indi- 
cato ; senonchè l'osservare che bacili con anse similissime o identiche a queste 
non sono mai ornati di « eorrimi-dictro », ma sono pezzi distinti e appaiono talora, 
associati (») ad altri bacili, senz'anse, decorati appunto di quell'ornato, persuade 

(') Ved. gli esemplari VI, VII e Vili nella Memoria citata del Savignoni. 

(•) 11 tripode trovato a Durkheim mostra quanto lontana si estendeva l'esportazione di tali 
prodotti etruschi ; dei quali, per esser stata la maggior parte degli esemplari noti rinvenuta a Vulci, 
fu ragionevolmente attribuitala fabbricazione a questa città. Né forse sarà troppo ardito attribuire 
alla città stessa, se così essa si sarà guadagnata fama per lavori in broli», la fabbricazione di altri 
bronzi (che similmente vediamo largamente esportati in paesi transalpini), quali certi bacili che si 
citeranno nelle note successive. 

(=) Ved. l'esemplare IX nella Memoria citata. 

(«) Ved. in Déchelette, op. cit., TI, parte ITI. fig. 415, ri. i (a pag. 107!» ; fìg. «44, nn. 1, 2 e 3 
(a pag. 1438). e fig. G45, n. 1 (a pag. 1439). 

(•'•) Ved. in Déchelette, op. cit. II, p. HI, fig. 045. nn. 1 e 2 (a pag. 1439), e lig. 644, n. 1 (a pag. 1438), 
associata a fig. 645, n. 3 (a pag. 1439). 



OOMACCMO 



312 



UEGlUNli VII). 



che in valle Trebba nella parete di bacile con « corrimi-dietro » e nelle due grosse 
anse (') devonsi riconoscere i resti di due bacili diversi. 

Appartenevano a un'anfora a volute due superbe e identiche asse a voluta in 
bronzo (alt. rum. 175), una delle quali è riprodotta a tav. XV, 3, e un piede rotondo, 
modulato e ornato, riprodotto alla fig. 10. 

Le anse, in ciascuna delle quali ogni attacco è costituito da un gruppo (alt. mm. 
64) consistente in un cavaliere appiedato clic tiene il cavallo per le briglie, hanno 




Fw». 1!). 



un diretto confronto con un'ansa conservala al Louvre ( ! ) ; ma i due pezzi di valle 
Trebba sono indubbiamente superiori per l'alto spirito d'arte che manifestano nel 
concepimento e nell'esecuzione. Sono particolarmente espressive le vigorose teste dei 
cavalli; i quali, lievemente protesi, mostrano, nel muso sforzato verso il collo, di 
sentire il freno delle briglie. Ad elevare il pregio dell'opera concorre un accuratis- 
simo lavoro di cesello, rilevabile specialmente nelle criniere, nei particolari del muso 
e nelle pieghe della pelle sul collo dei cavalli. 

Le statuine, che sono trattate a tutto tondo e non a maniera di applique», come 
i gruppi figurali del tripode, hanno in confronto al bronzo del Louvre il pregio di non 
essere, nel lato posteriore, intaccate da un chiodo, come Bell'esemplare di Parigi, 
che in tal modo era fissato al corpo dell'anfora. 



(') Il Musco di Bologna possiede un b irile eoa anse identiche a quelle di valle Trebba per forma, 
particolari decorativi e dimensioni. Proviene dalla gran tomba del giardino Margherita e misura 
cm. 31' di diametro. 

(•') Ved. De Ridder, Lcs bronzes antiques du Louvre, n. 2635, a tav. 96. 



REGIONE Vili. — 3L3 — OOMACCIJIO 



Anche la disposiziono dello tre palmette (elemento di transizione tra le parti 
inferiore e superiore dell'ansa), qui più varia e più opportuna che non nel bronzo di 
Parigi, serve ad elevare il pregio delle anse di valle Trebba ; le quali, nella parte supe- 
riore, all'ornamentazione della faccia principale, visibile nella figura, aggiungono, 
sui fianchi, una decorazione semplice e piena di gusto: al centro, una voluta a dop- 
pia linea allargantesi in una cornucopia rovesciata, chiusa da una frangia di embri- 
cature; all'orlo, una fila di linguette cave. 

Altro dei bronzi più importanti di questa tomba è un porta-lucerne con piede 
a tre zampe leonine, con fusto scanalato (rotto in tre pezzi), con raggiera a sette 
gambi ondulati per reggere lucerne (') sospese a catenelle ed esibente, al sommo, 
sopra una basetta modulata, impostata sopra un singolare basamento cipolliforme, 
una pregevolissima statuina di danzatrice con crotali (tav. XV-1). 

Elaboratissimo è questo oggetto in ogni sua parte, e cioè sia nell'ornato — un 
vago intreccio di palmette, doppie spirali e conchiglie — che decora i tre spazi ango- 
lari fra le branche del piede ; sia nel fusto, in cui le scanalature si alternano con li- 
stelli gemini rotondi separati da linea incisa; sia nel nucleo cipolliforme ornato di 
due ordini di foglie triangolari rovesciate, dal quale sembrano ( 2 ) spiccarsi i gambi 
della raggiera ; sia nei gambi ondulati che, alternando due curve ascendenti con due 
discendenti, finiscono in bottoni di fiori di loto (con linee incise per separare i sepali) 
rivolti con la punta all'insù; sia nella basetta modinata, ornata di una fila di ovuli 
e di altra di perline, la cui accurata esecuzione è ancora riconoscibile malgrado i danni 
dell'ossidazione. 

Ma tal portalucerno è sopratutto pregevole per la squisita statuina della dan- 
zatrice. Vestita di un chitone leggiero con mezze maniche scendente fino a metà dei 
polpacci e di un giubbetto sovrapposto, senza maniche e attillato ; ornata di orecchini 
a disco, con stephane e cuffia in capo e con stivaletti nei piedi, essa asseconda il 
movimento della danza sia col movimento delle braccia, mentre stringe con le mani 
i crotali, sia con una leggiera inclinazione in avanti e di fianco della bella testa. 

Per effetto dell'azione disgregativa del sottosuolo di valle Trebba, più che in 
altre parti l'epidermide della statuina fu danneggiata negli stivaletti ; sicché in essi 



(') Tal sistema di gambi, per reggere lucerne sospese a catenelle, anziché ili branche orizzon- 
tali con terminazioni acuminate per infiggervi le candele, vediamo anche in un bellissimo reggi-lu- 
cerne etrusco, già appartenente alla collezione Fould (vcd. Daremberg et Saglio, Dictionni re ecc., 
s. v. «eandelabrum», fig. 1099) ; il quale qui cito volentieri perchè fra le decorazioni figurali di esso 
havvene che Io apparentano coi tripodi del tipo vulcentc « a verghette ». Ed anzi richiama particolar- 
mente al nostro tripode quel gruppo di Ercole e donna gradienti a d. rapidamente che nella figura 
data dal Daremberg si vede decorare una delle facce del basamento piramidale del pezzo. 

(') Il nucleo cipolliforme ornato di foglie triangolari rovesciate incapsula un rocchetto cilin- 
drico, nel quale s'innestano da sotto l'estremità superiore del fusto del porta-lucerne e lateralmente, 
tutto in giro, i sette gambi. Le foglie rovesciate, cui ora ho accennato, trovansi disposte in due or- 
dini, e in ciascuno di essi sono in numero di 14 ; ma mentre nell'ordine superiore si susseguono, tutt'in 
giro, senza interruzione, nell'inferiore sono distribuite in sette coppie che si alternali., con sette spazi 
vuoti ; dai quali spuntano i sette gambi innestati nel rocchetto interno. 

Notizib Scavi 1924 - Voi. XXI. 40 



COMACCHIO — 314 — REGIONE Vili 

non si scorge veruna certa traccia di decorazione. Ma probabilmente anch'essi erano 
decorati ; perchè l'autore della statuina, ritoccandola col cesello dopo la fusione, 
profuse gli ornati su quasi ogni parte di questo magnifico pezzo : nel giubbetto. BOB 
bordi presso gli orli, fascie verticali sotto le ascelle e decorazioni a campo rettango- 
lare sul petto ; negli orecchini, con un ornato a rosetta ; nella stephane con una fila 
di cerchielli (borchie) ; nella cuffia, fatta di una stoffa tutta a rombi, con un minutis- 
simo ornato entro a ciascun rombo. 

La statuina, rotta in due pezzi, misura dal capo alla metà del polpaccio min, 104. 

Basterebbero i tre splendidi bronzi: tripode, anfora a volute, reggi-lucerne con 
danzatrice (fine Vl-principio V secolo) — nei quali l'arte etnisca si presenta ancora 
nella fase ionicizzante — , a rendere insigne ed eccezionale un corredo funebre; ma, 
come vedremo, anche nel campo della ceramica figurata il corredo di questa tomba 
mostra un analogo carattere di eccezionalità. 

Del resto questa tomba si singolarizza nella sua tendenza alla ricchezza e al fasto 
anche con particolari di minor conto, quali ad es. — per restar sempre fra i bronzi — 
l'aggiunta, al reggi-lucerne, di un candelabro del solito tipo, e l'argentatura di cui 
furono abbelliti parecchi vasi. 

Il candelabro, trovato senza statuina e alto m. 1,10, corrisponde al tipo comune ; 
ha tuttavia, a differenza dagli altri candelabri di vai Trebba, il fusto, anziché liscio, 
scanalato. 

Fan parte del gruppo di vasi di bronzo inargentati : 

a) un paio di sitale a coperchio pomellato e con doppio manico girevole (cfr., pel 
tipo, Montelius, I, 104, n. 12), assai frammentate (alt. m. 0,255), con decorazioni sul 
pomello, sui manici e terminazioni, agli attacchi pei manici, sul labbro del vaso e sul 
risvolto del labbro e infine sulla parete presso il fondo; da rilevare, fra tali decora- 
zioni, Partii tqìttXccS, inciso sul labbro e presso il fondo: 

b) bicchiere in forma di tronco di cono rovesciato con alta ansa verticale 
(cfr., per il tipo, Brizio, Tombe e, necropoli galliche ecc., tavola V, 39), decorato con 
giro di perle sull'orlo e con zona di « corrimi-dietro » incisi presso il fondo ; 

e) tre modioli (cfr., per il tipo, Montelius, 1, 103, n. 1 3) di altezze digradanti (alti, 
senza l'ansa, mm. 87, 75 e 62), con due giri di perline presso il fondo, con un giro di 
perline e uno di ovuli presso l'orlo e con tre costolature. periate sull'ansa. 
In bronzo senza argentatura sono principalmente da ricordare : 

a) un colatoio con ornati fitomorfi incisi sul manico ; 

b) una xQeàyQa a sette uncini esterni e due interni, con fusto, in parte, tortile ; 
e) un manico semicircolare tortile (diam. int. cm. 7), fornito di attacchi si- 
mili a piccole pinzette con testa ad anello ; 

d) un'asticella (lungh. mm. 135), finiente al sommo in disco piatto e forato, 
contornato da 4 appendici rotonde. 

Oltreché per i bronzi, questa tomba, come si disse, è insigne per i vasi dipinti che 
conteneva. Fra i quali in primo luogo è da segnalare un'anfora a volute, rinvenuta 
in frammenti, con grandiosa composizione di stile polignoteo, che con diciotto figure 
svolge per tutto il giro del vaso una scena del culto dionisiaco. 



REGIONE Vili. — 315 



COMACCHIO 



In questo vaso, entro un tempio indicato da due colonne doriche, veggonsi rappre- 
sentate, con un'ara davanti, due figure di aspetto statuario e di statura sovrumana, 
Dioniso e, a quanto penso, Kora-Persephone ('). ciascuna su proprio trono e con 
coppa e scettro, la prima col capo ornato di due serpenti, la seconda con un'ricco dia- 
dema in capo e con un leoncino dappresso, che dalla spalliera del trono stende il suo 
corpo fino alla mano sin. della dea. Si avanza lentamente verso le due divinità una 
figura femminile con bianchi capelli, che reca in capo e regge con ambe le mani il 
liknon velato, e la seguono due figure femminili, sonanti l'una le doppie tibie, l'altra 
il timpano. E intanto, dietro ai due personaggi in trono, spiranti una maestà divina 
e una calma solenne, si svolge in felice contrasto una danza scomposta di Menadi, 
agitanti serpi nelle mani, al suono commisto di doppie tibie, cembali e timpani. Più 
di una figura mostra le forme del corpo sotto il leggiero panneggiamento, e in più che 
una figura la testa è presentata quasi di prospetto! 

Altro vaso assai notevole è un cratere a calice, raccolto pure in frammenti, sulla 
cui faccia principale, in stile bello, è raffigurato il combattimento di Antiope, a 
cavallo, contro Teseo accompagnato da Piritoo. 

La corrispondenza di tal soggetto e composizione con quelli della nota pelike della 
necropoli del Fusco (ved. Not. Se. 1891, tomba XIII, p. 407 e segg.) è una conferma 
dell'osservazione fatta dall'Orsi nel parlare di tale vaso, e cioè che tanto la scena della 
pelike, quanto altre similissime, debbono ricondursi a un prototipo comune, molto in 
voga, da ricercarsi nell'Amazonomachia dipinta da Polignoto sulle pareti del The- 
seion. Al qual proposito anzi non è inopportuno osservare, che mentre nella composi- 
zione del vaso del Fusco, Teseo, nell'alTrontare Antiope, si raccoglie tutto su se stesso 
puntando su di un masso il piede, nel vaso di vai Trebba Teseo assale Antiope avanzan- 
dosi con un largo passo. Ma quel masso, che lì serviva per il motivo polignoteo (ved. 
Diimmler, in Jahrìmch. il. d°al*ch, ardi. Instìt., 1887, p. 170) del piede puntato, nel 
vaso di vai Trebba, sebbene non utilizzato per tale motivo, viene ripetuto davanti 
al piede di Teseo ; il che prova che nell'originale polignoteo il masso esisteva con 
la funzione di appoggio per il piede. 

Conteneva inoltre questa tomba due kylikes a f. r. 

Una di queste, in frammenti e lacunosa, mostra nel tondo interno la lotta di Teseo 
col toro di Maratona, ed è inoltre decorata di altre rappresentazioni relative alle im- 
prese di Teseo, distribuite in due zone, l'una sulla faccia esterna, l'altra sulla faccia 
interna intorno al medaglione. 

L'altra tazza, in frammenti, ma ricostruibile forse per intero, ha nel medaglione 
Apollo (coppa e lira) e Ninfa (oinochoe e coppa) e nelle due facce esterne scene di con- 
gedo — costituite, ciascuna, di cinque nobili figure — con donzelle che recano la liba- 
zione. Nel medaglione, presso Apollo è chiara la iscrizione del nome, mentre presso la 
testa della Ninfa veggonsi alcune lettere, in parte mal conservate, che non consentono 
una sicura lettura ; nelle due scene esterne, presso qualcuna delle figure qualche let- 

(') Ved. Daremberg et Saglio, Dictionmire ecc. s. v. -Proserpina» e la moneta di Oizico ivi 
riprodotta (fig. 5815), con testa di Kora, sul diritto, e testa di leone, sul rovescio. 



OOMACCHIO — 316 — REGIONE Vili. 

tera, più o meno chiara, del nome. Il nobile stile di questa tazza fa risovvenire della 
famosa tazza di Codro. 

Facevano inoltre parte del vasellame fittile di questa tomba i seguenti pezzi : 

a) un vaso singolare, assai frammentato e lacunoso, in forma di olletta con 
coperchio ; il quale aveva decorazioni di carattere osceno, sia nella scena dipinta, 
sia nella configurazione plastica di certe sue parti ; 

b) due oinochoai configurate a testa femminile (alt. m. 0,20) con la massa dei 
capelli avvolta in una cuffia nera, dalla quale la capigliatura sporge sulla fronte con 
una frangia di ondulazioni stilizzate ad archetti ; sulla cuffia una ghirlandimi di foglie 
di mirto, originariamente bianche ; sopracciglia e contorno amigdaloide dell'occhio, 
cerchio dell'iride e pupilla a vernice nera, con fondo bianco ; 

e) un askos con ansa a staffa, decorato di un quadrupede che s'appresta a fare 
un salto per aggredire una lepre ; 

d) quattro piattelli con alto piede a vernice nera, decorati, al centro, di una 
ruota, risparmiata, a quattro raggi e, sull'orlo, di una ghirlanda d'edera a foglie 
risparmiate, con gambo e bacche sovrappinti ; 

e) scodella, senz'anse e con piede-listello, con ruota nera nel centro e con can- 
taro, a macchia, nella parte inferiore del fondo ; 

f) altre scodelle di limitata importanza. 
Si rinvennero inoltre: 

a) due fibuloni d'argento, tipo Certosa a bottone (lungh. mm. 155), che erano 
collocati sul petto del defunto ; 

b) alcuni pezzi informi di ferro avvolti in spessa concrezione, taluno dei quali, 
mostrando nella frattura verghette parallele di ferro, fa pensare a un fascio di spiedi ; 

e) due dadi parallelepipedali d'avorio (lungh. mm. 35) ; 

d) cinque ciottolini levigati (tre bruni e due rossi) ; 

e) frammenti di tre alabastra di alabastro, di grandezze diverse ; 

f) alcune anse, intere e frammentate, e frammenti di pareti, in genere sottilis- 
sime, pertinenti a vasi in cera. 

A tale insigne tomba assegnerei per data l'inizio dell'ultimo venticinquennio del 
V secolo. 

Tomba 143 (zona I, area f ) : a cremazione, a m. 0,90 di profondità; con 
dolietto ovoidale d'impasto grossolano e completamente marcito, entro cui le ossa 
combuste. 

Presso al dolietto una kelebe a f. r. di stile severo progredito, in frammenti, 
ma restaurabile, alta cm. 36, esibente sopra un lato un banchettante barbato su cline ; 
il quale, protendendo una kylix, invita un giovane (sull'altro lato) ad affrettarsi pei 
piaceri del symposion. 

E su altro lato del dolietto una brocca di forma slanciata a bocca circolare e con 
la spalla a spigolo, a v. n., alta cm. 28; e un'oinochoe a bocca trilobata, pure a v. n., 
alta cm. 18. La kelebe c'induce a collocare questa tomba nel decennio 460-450. 

Tomba 149 (zona I, area f ) : bisoma, a umazione, con gli scheletri affian- 
cati, orientazione O-E, alla profondità di m. 1,25, Salvi i due primi oggetti che eran 



REGIONE Vili. — 317 _ 



COMACCHIO 



collocati ad ovest e in prossimità dei due cranii, gli altri oggetti eran situati sul 
fianco d. dello scheletro di sud, dal gomito ai piedi. 

Un'anfora a puntale, con due brevi anse verticali presso la bocca, in terra giallo- 
rossiccia (cfr., per la forma, Brizio, Il sepolcreto di Monteforlino, tav. Vili, 13), alta 
m. 0,675. 

Un dolictto ovoidale, in frammenti, di terra cenerognola. 

Due grandi oinochoai ventricose con bocca trilobata, a v. n. scadente, alte 
m. 0,27. 

Un askos otriforme (cfr., per la forma, Brizio, Tombe e necrop. gali, tav. V, 8), 
grezzo, in terra giallognola, con diaframma bucherellato all'imboccatura; alt. m. 0,175. 

Una lekane e suo coperchio, frammentati; decorata nel coperchio, in rozze pennel- 
lature nere, con una zona di semicerchi intromessi tagliati da una verticale e, sull'orlo 
ripiegato, con larghe gocce rettangolari, mentre il ventre della tazza ha una zona di 
simili gocce rettangolari nella parte alta e, per la parte restante fino al piede , strie 
circolari. 

Il resto della suppellettile è costituito da fittili ricoperti di vernice nera scadente 
(una gran kotyle in frammenti, a corpo emisferico su piede cilindrico; due grandi piatti 
con cavità circolare centrale e orlo risvoltato; due piattelli con piede; una scodella 
senz'anse e una scodella biansata) e da una scodella senz'anse in terra cenerognola. 

I pezzi più significativi di questo corredo c'inducono ad assegnare questa tomba, 
non troppo ricca d'oggetti per due defunti, alla fine del sec. IV, se non anche ai 
primi anni del III. 

Tomba 154 (zona I, area f) : a umazione, col cranio a NNO, alla profon- 
dità di m. 1,10. 

Gli oggetti erano collocati presso il fianco d. e sono : 

Una kelebe, con coperchio pomellato, a f. r. di stile severo progredito, in fram- 
menti; la quale kelebe, sul lato principale, presenta Achille che si cinge la cnemide 
sin. in presenza di Tetide e di una Nereide che gli ìeca scudo e lancia (sul rovescio: 
tre figure virili ammantate). 

Tre vasi a v. n. : una kylix intera e un paio di vasetti ovoidali con bocca tonda 
(alt. mm. 125), uno privo dell'ansa verticale ad orecchio, l'altro in frammenti. 

In terra rossiccia : sette pezzi (scodelle, piattelli con e senza piede), uno dei 
quali contenente resti di ossa animali. 

In terra cenerognola : un piattello senza piede, frammentario. 

Tomba del decennio 460-450. 

Tomba 156 (zona I, area f) : a cremazione, con gli oggetti disposti in circolo 
intorno al cumulo delle ossa bruciate, alla profondità di m. 0,80. 

Fra le ossa si rinvenne una capocchia di chiodo in bronzo a segmento sferico con 
tracce della spina di ferro e, presso al circolo degli oggetti (tutti vasi fittili), una 
anfora a puntale (alt. ni. 0,64), di argilla gialliccia e ben cotta, simile a quella della 
tomba 149. 

I vasi sono quasi tutti a sola v. n. e quasi sempre di qualità scadente. 1 pezzi inte- 
ramente verniciati in nero sono ; 



OOMACCHIO — 318 — REGIONE Vili. 

ff) un askos otriforme, simile per forma a quello della tomba 149, ma senza 
diaframma bucherellato all'imboccatura; 

h) un'oinochoe con corpo cuoriforme, piede cilindrico, collo tronco-conico e 
beccuccio accartocciato inclinato obliquamente all'insti ; 

e) una ciotola-colatoio con maniglia laterale (ved. fig. "20), deldiam. dim. 0,18; 
d) un askos o guttus con ansa a staffa, di forma larda (alt. m. 0,09) ; 

è) due grandi kotylai a calotta emisferica e con piede cilindrico, l'uno intero 
(alt. m. 0,19), l'altro in frammenti ; 

f) un gran piatto apodo, con quattro palmette impresse, disposte disordina- 
tamente intorno al centro (diam. m. 0,215), piatto che era collocato come coperchio 
di altra kotylc di cui si parlerà fra breve ; 

g) due tazzine, in frammenti, a calotta emisferica, con pareti sottili, con 
anse alte, snelle, oblique, risvoltate al sommo e con piede elegante, rivelanti la 
derivazione da prototipi metallici (una, ricostruita, è riprodotta alla fìg. 21; altezza 
m. 0,09; diam. 0,125 senza le anse e m. 0,207 con le anse); 

h) un cantaro, con anse annodate al sommo, in frammenti (alt. circa m. 0,25; 
ved., per la forma, a fig. 22 un altro cantaro, più piccolo, proveniente pure da valle 
Trebba) ; 

i) tre piccolissimi boccalini con corpo sferico, collo a carrucola, bocca tonda, 
ansa ad anello verticale non sormontante la bocca e fornita di due apici laterali 
all'attacco superiore (alt. mm. 52,60 e 67) ; 

j) undici scodelle apode e senz'anse (diam. da mm. 100 a 155); delle quagli, 
tre decorate nell'interno con zonette d'intaccature oblique e una, pur nell'interno, 
con la seguente iscrizione etnisca, graffi t a dopo la cottura: MV<KA:AJ4(H (ved. 
il facsimile a fig. 7) ; ' 

k) quattro piattellini con piede ; 

l) tre grandi piatti con piede, il massimo dei quali, intero, ha il diam. di m. 0,24 ; 
degli altri due, frammentati, uno ha nel rovescio la sigla /> , granita dopo la cottura; 

m) due oinochoai a bocca trilobata e di forma ventricosa (alt. m. 0,27 e 0,255) ; 

«) una lekane (diam. m. 0,18) col coperchio in frammenti. 

Ha da mettersi in rilievo una grande kotyle (alt. m. 0,175) della forma di quelle 

indicate alla lettera e e verniciata similmente in nero, senonchè essa è decorata, sulle 

due facce, di un gran cigno a sin., in color rosso sovrapposto — ora per gran parte 

svanito — e, sotto le anse, di una palmctta fiancheggiata da girali e fogliami (fig. 6). 

Faceva parte della suppellettile funebre anche un vaso in terra giallo-chiara ben 

depurata, con scarsa decorazione In vernice brunastra; esso ha la forma di un 

fiasco a ventre emisferico, con collo alto allargantesi verso la spalla, con bocca 

tonda e con due anse verticali non contrapposte ma ravvicinate che vanno dalla 

spalla all'orlo (alt. m. 0,19) ; l'orlo, il collo e le anso sono parzialmente coperti 

di una tinta brunastra; mentre sul ventre girano due striscie brunastre parallele. 

Per l'anfora a puntale, le tazzine e il cantaro da un lato, per l'askos otriforme, la 

ciotola-colatoio, la kotyle con decorazioni sovrappinte e la scodella con iscrizione 



REGIONE Vili. — 319 _ 



COMAGGHIO 



gl«ffita dall'altro lato, ebbi già occasione di richiamare confronti con oggetti dei 
sepolcreti gallici rispettivamente di Montefortino e del territorio bolognese. 
La tomba può riferirsi all'inizio del III secolo. 

Tomba 196 (zona I, area f ) : a umazione, orientazione 0-E, alla profondità 
di m. 1,10. Gli oggetti erano collocati sul fianco d., tutti presso la mano, salvo il 
primo, collocato presso la spalla, e sono : 

un vasetto ovoidale in forma di kotyle senz'anse, d'impasto assai grossolano 
(alt. m. 0,15); 

una bella kylix a f. r. di stile severo progredito, in frammenti, ma quasi perfet- 
tamente ricostruibile, esibente nell'interno un Sileno itifallico che s'accosta, recando 
due grossi grappoli d'uva, a un gran cesto pieno di grappoli, posato in terra, per ter- 
minarne la colmatura ; appeso nel fondo un otre con la scritta KAUOS numerosi 
fori, indizio di antica raggiustatura ; diam. della kylix, circa m. 0,180) ; 

un piatto con alto piede, due scodelline a tronco di cono rovesciato e una sco- 
della sul cui fondo esterno è graffito <AU tutti in argilla rossiccia; 

una coppina con piede, in argilla cenerognola. 
Questa tomba è del secondo quarto inoltrato del V secolo. 

Dell'identificazione dello stanziamento cui si riferisce il sepolcreto.— 
Si è già visto, per l'esame del materiale dei corredi funebri di valle Trebba, del carattere 
etrusco (') di quel sepolcreto, e si vide anche dell'età cui il sepolcreto ste?so"e da rife- 
rire. Ora ricorderò che sul principio di questa relazione io espressi la lusinga, tramuta- 
tasi poi in convinzione, che il detto sepolcreto fosse da riferire alla misteriosa città di 
Spina. 

Che fosse da riferire a Spina, in un primo momento balenò anche al Ducati ( l ) ; 
senonchè, malgrado che egli propenda a collocare Spina altrove e, tra due ubicazioni, 
una più a nord di valle Trebba (sul Po di Goro) e una più a sud (sul Po di Primaro), 
propenda per questa seconda, in fondo non mi sembra, che egli rigetti del tutto la pos- 
sibilità che le vestigia della città di Spina sieno da ricercare in prossimità del sepolcreto 
ora scoperto. 

È ben vero che Spina, in base ad antiche fonti ( 3 ), viene da Dionigi d' Alicarnasso 
(1, 18 ; cfr. anche I, 28) collocata alla foce di un fiume, il ramo spinetico del Po, e che 
la ragionevole sostituzione di 2nìva ad' EMijic in un passo dello pseudo-Scilace (17) 
conferma l'ubicazione di detta città sopra un corso d'acqua; ma è pur vero che, qua- 
lunque ubicazione si dia a Spina, resta pur sempre la difficoltà accennata dal Ducati, 

(') Si ripete anche, quasi a riprova, il fatto già osservato a Bologna dal (ìnzzadini, della grande 
scarsità d'armi nei sepolcri. 

(") Ved. il suo articolo Scavi archeologici nel Comacchiese, in Rivista di filologia e di istruzione 
classica, 1924, p. 91-95. 

(*) Il Christ (Griechische Nachrichten iiber Italien, in Sitzungtberichte der K. Akad. der Wis- 
sensrhaften zu Munchen, 19115, p. 78-79), per la notizia di Dionigi in I, 18, crede che la fonte sia da 
ricercare in Eudoxo rodio o in Artemidoro e giudica il tratto I, 17-30, oltreché come una continua- 
zione, come un'integrazione della notizia di Ellanico (Dion. I, 28). 



COMACCHIO — 320 — REGIONE VÌII. 



che una città, indicati) al tempo dello pseudo-Scilace (intorno al 350 av. Cr.)a poco più 
di km. 3 e mezzo dal mare, venga indicata poi al tempo di Strabone (V, p. 214) a una 
distanza dal mare che in poco più di 350 anni si sarebbe accresciuta di km. 12 e mezzo. 

Non mi risulta che critici di testi o studiosi di geografia, infirmando l'esattezza 
delle distanze indicate da quegli autori o in altro modo, abbiano cercato di risolvere 
questa difficoltà. 

Non so se sia troppo ardito il pensare che, fermo restando (e di ciò esporrò fra 
poco le ragioni) il punto che Spina si trovasse poco lungi dal sepolcreto che ora si sta 
scavando, il ramo Spinetico del Po — analogamente a quanto si sa essere avvenuto 
in tempi più vicini a noi per altri rami del Po e perfino per il ramo principale — abbia 
potuto, posteriormente al 350 e a valle di Spina, mutar corso e venire a sboccare in 
mare più a mezzogiorno, dopo un più lungo percorso, sfociando per la bocca del Po 
di Primaro, che corrisponderebbe allo Spineticum ostium di Plinio (N. H. Ili, 120). 

Mi resta ora a dire, perchè io insista a tener fermo il punto, che il sepolcreto di valle 
Trebba sia appunto quello di Spina. 

Il Ducati stesso ('), riconoscendo la-grande somiglianza fra le suppellettili funebri 
di valle Trebba e i corredi funebri dei sepolcreti etruschi-felsinei, espose la congettura 
— già da me esposta sul principio di questa relazione — che « il centro abitato, a cui 
apparteneva la necropoli di valle Trebba, fosse lo scalo, il punto di approdo ( ! ) della 
numerosa e preziosa merce vasaria » attica destinata agli Etruschi di Felsina. 

Certo che principalmente dovevano dirigersi a Felsina i vasi attici che passavano 
per tale scalo ( 3 ) ; ma, come già dissi, tale scalo dovette essere un centro di irradia- 
zione e diffusione per tutto il retroterra a sud del Po. 

Che infatti per tale scalo (vedi sopra) io giudicavo essere stati importati nella valle 
padana dalle lontane provenienze — attica ed apula — quei quattro vasetti, scoperti 
nel territorio del Comune di Portomaggiore, che io, sul finire del 1909, avevo osservati 
a Ferrara nella raccolta Pasetti ( 4 ). 

D'altra parte la città di Spina, etnisca, se non d'origine, certo nel sèguito della sua 
storia ( 5 ), preminente per lungo tempo sulle altre città dell'Adriatico, prosperosis- 

(») Ved. art. cit., pag. 92. 

(*) E al Ducati non sfuggi l'importanza della notizia che il Proni, sempre zelantissimo, mi aveva 
riferita in una delle mie prime gite a Comacchio, che cioè un venti anni fa, durante i lavori per la 
bonifica delle contigue Gallare, si sarebbe scoperta una barca ripiena di vasi dipinti; poiché tale 
notizia proverebbe come in valle Trebba ci dovesse essere un passo obbligato per l'introduzione 
dei prodotti transmarini. 

( s ) A tale scalo, già in suo discorso del 1908 accenna il Ghirardini, quando dice di fattorie 
fondate degli Etruschi a Spina e ad Adria (vedi in Al'.i e Me orie R. Deputazione di Storia patria 
per le Romagne, 1914, s. IV, voi. IV, pag. 279). 

(*) Il Pellegrini (op. cit., pag. LUI) ammise, oltre allo scalo principale di Adria, uno scalo secon- 
dario a Spina per l'importazione dei vasi greci diretti a Felsina ; e ad accennare a Spina lo indusse 
la notizia dei quattro vasetti sopra indicati (ved. op. cit., nota 63). 

( 5 ) Per le fonti letterarie riguardanti Spina e critica relativa, ved. De Sanctis, Storia dei Romani 
voi. I nei capitoli IV, IX e XII e specialmente alle pagine 132, 326, 436-437. Ved. anche Pais, Storia 
della Sicilia ecc., Appendice III in fine e Appendice IV. 



HEGIONE Vili. — 32L — 0UMAC011IO 



sima per lauti guadagni nei eommercii marittimi, cosi da fondare con le decime di tali 

utili un proprio tesoro a Delfo, e tanto imbevuta di ellenismo che Stratone, ricordan- 
done l'antico splendore, dice (V, p. 214) « nàlai .... 'EUtjvìs nóhg», si presenta, per 
le notizie degli antichi scrittori, tale quale dobbiamo immaginare lo stanziamento cui 
si riferiscono le ricche e numerose tombe di Valle Trebba; tombe, le quali dimostrano 
di appartenere a un centro etrusco popoloso, che, ricco per commerci con lontani paesi, 
doveva anche nella pratica quotidiana mostrarsi famigliare con i ricchi oggetti di cui 
faceva commercio e godere di una larga faina, così da offuscare col suo nome località 
minori del territorio circostante. 

Unica località indicata dal Periplo dello pscudo-Scilace in tale regione è Spina. 

E perciò, tenuto conto che questa città già premineutissima, se pure ai tempi 
della redazione del Periph, non era più così florida come anteriormente, doveva an- 
cora essere preminente nella regione, trovo nella menzione del Periplo e nella condi- 
zione del sepolcreto argomento per confermarmi che il sepolcreto di valle Trebba 
sia appunto quello di Spina. 

Il Pellegrini, come ricordai, ammise per Felsina, oltre allo scalo principale di 
Adria, la possibilità di uno scalo secondario a Spina. A tal proposito osserverò che 
l'abbondanza e la qualità del materiale ceramico rinvenuto in vallo Trebba sono 
tali, che si può senz'altro pensare, che lo scalo di Spina provvedesse da solo ai bisogni 
di Felsina. 

Non c'è dunque più questione intorno a questo punto. Può sorgere invece que- 
stione intorno al momento nel quale l'importazione dei vasi diretti a Felsina comin- 
ciò ad avvenire per mezzo di Spina. 

Si è già visto, che in valle Trebba i più antichi vasi greci a f. n. provenienti da 
tombe intatte del sepolcreto non rimontano fino ai tempo dei più antichi vasi greci 
delle necropoli felsinee ; ma d'altra parte quel piccolo frammento sporadico di kylix 
a f. r. del ciclo di Epitteto, la cui forza probante per attribuire all'ultimo decennio del 
sec. VI la tomba cui apparteneva può da qualcuno essere considerata con riserva, nei 
riguardi della data d'importazione è di un valore assoluto. 

Si può quindi affermare con sicurezza che, se l'importazione dei vasi attici a 
Felsina cominciò col principiare dell'ultimo quarto del sec. VI('), l'inizio dell' impor- 
tazione a Spina si mostra, finora, quasi contemporaneo. 

L'importazione dei più antichi vasi a Felsina, anche senza ciò, avrebbe una natu- 
rale spiegazione nella derivazione attraverso Adria ; dove anzi l'importazione dei vasi 
greci mostra di risalire fino a categorie anteriori a quelle rappresentate a Felsina. 

Senonchè, ad osservare che in Adria mercatanti ellenici facevano pervenire i pro- 
dotti delle industrie greche ancora prima che gli Etruschi discendessero nella valle pa- 
dana, e a considerare che da qualche dotto (») il nome di Spina è dichiarato di impronta 
schiettamente italica, vien fatto di domandarsi se colla fondazione di Spina anteriore 



(') Veti. Pellegrini, op. cit., p. LIV. 

(*) Ved. De Sanotis, op. cit., p. 102; e cfr. Paia, op. cit., p. 457, nota 1. 

Notizie Scavi 1924 — Voi. XXI. 41 



PERUGIA — ■ 32 J — REGIONE VII. 



alla discesa degli Etruschi i mercanti greci, indipendentemente dagli Etruschi, non 

abbiano cominciato ad introdurre le loro meni qui così come facevano in Adria. 

Il che in altri termini significa considerare la possibilità, che il sèguito degli scavi 
in valle Trcbba produca vasi greci di quelle più antiche categorie rappresentate ad 
Adria e non a Felsina. 

Certo è che dalle più antiche tombe del vastissimo sepolcreto — contengano esse 
vasi dipinti di antiche categorie o sieno affatto, per la non ancor iniziata importazione, 
prive di vasi dipinti — ci potrà esser rivelato, quali sieno stati i primi abitatori della 
città — ancora ignota nella sua ubicazione — cui si riferiva il sepolcreto di valle 
Trcbba, il che è quanto dire i fondatori della città di Spina. Al quale risultato si 
potrà similmente pervenire, se felici circostanze ci permetteranno di riconoscere final- 
mente l'ubicazione della città, la quale per necessità locali pensiamo essere stata co- 
stituita, come Adria, di abitazioni su palafitte. Perchè le ricerche intorno ai pali, ap- 
profondite fino al più antico segno di opera umana, potranno farci trovare nei più 
profondi strati, gelosi e fedeli custodi, il segreto delle origini della misteriosa città. 

A. Negrioli. 



Reoione VII (ETRU RI A). 

V. PERUGIA — Tomba etrmea costruttiva del Faggeta. 

Sino al 1908 le tombe etnische costruttive con volta a botte e con porta di 
pietra girante sui cardini, ad uno e qualche volta a due battenti, erano localizzate 
nel territorio chiusino; ma costituivano tipi di sepolture gentilizie piuttosto rare. 

L'ultimo sepolcro del genere, di cui si abbia notizia nel predetto territorio, è quello 
di Vaiano nel comune di Castiglione del Lago, nella piana che si stende ad occidente 
del Trasimeno, e fu da me illustrato nelle N etisie fagli Baivi appunto del 1908, 
pag. 317 sgg. (cfr. anche gli altri esempi ivi ricordati). Dai caratteri della suppel- 
lettile vascolare e delle urne rinvenute in questo sepolcro di Vaiano si potè desu- 
mere, che esso risaliva alla fine del IV o ai primi del III sec. av. Cr. 

Ora alla serie già nota va aggiunto un ultimo esemplare interessantissimo, sco- 
perto circa quattro anni fa nel cuore dell'Umbria e rimasto inedito fino ad oggi. Prima 
di parlare di esso, debbo mettere bene in rilievo la topografia della scoperta, ed il 
fatto ehe il trovamento fu potuto controllare quasi subito dalla r. Soprintendenza 
per i monumenti di Perugia, dimodoché debbono ritenersi fantastiche le dicerìe sui 
tesori che vi si sarebbero rinvenuti. Ecco invece come precisamente stanno le cose: 

Nel territorio montuoso a settentrione di Perugia, non lontano dal confine tra 
questo comune e quello di Umbertide, nella regione detta « il Faggeto », proprietà 
del sig. Ettore Calderoni, tra la fine del 1919 ed il principio del 1920. fu fatta la for- 
tuita scoperta alla quale si riferisce la presente relazione. Il luogo preciso dove la 



Notizie degli Scavi - 1924. 



Tav. XIII 








COMACCHIO - Vasi modellati. 



Danesi-Roma 



Notizie degli Scavi - 1924. 



Tav. XIV 






COMACCHIO - Figurine in bronzo e rhyton in terracotta. 



Notizie degli Scavi - 1924. 



Tav. XV 






COiMACCHlO - Decorazioni in bronzo. 



REGIONE VII. 



— 323 — 



PERUGIA 



tomba fu costruita, è il crinale di un'altura ricoperta da fitta macchia di quercie e 
di ceni, e fa parte della tenuta di caccia del sig. Calderoni denominata « S. Giovanni 
del Pantano ». Il sepolcro dista dal casino di caccia circa SdO inetri verso X-O. È 
motto probabile, che quel luogo abbia 1 conservato lo stesso aspetto che aveva nell'an- 




o.l 75 



£ 



l'IG. 1. 



tichità ; le secolari quercie e i corri e la fitta boscaglia che degrada giù giù dal colle, 
escludono che ivi potesse sorgere qualche notevole centro agricolo ; e d'altra parte, 
non affiorando ruderi per tutta una larghissima zona intorno alla tomba, nò essen- 
dosi mai rinvenute a memoria d'uomo altre antichità in quelle vicinanze, bisogna 
pensare che, anche nel remoto secolo in cui lassù si deposero i resti mortali di un in- 
dividuo della grande famiglia etnisca, un profondo agreste silenzio regnasse all'intorno, 
e che il panorama dominato da quell'altura offrisse press'a poco le medesime carat- 
teristiche di Oggidì : una corona di colli avvolti da vegetazione e da ombre ; a sinistra 
invece brullo e biancheggiante il monte Acuto a foggia di piramide : di faccia il monte 
Tezio che cela la valle del Tevere : a destra, lontano, le case di Perugia dal lato di 
porta Sole. Colà dunque fu costruito il piccolo sepolcro tra il IV ed il III sec. av. Cr. da 
gente che forse sentiva l'ineffabile fascino di quel luogo alpestre e solitario. 



PERUGIA 



— 324 — 



REGIONE VII. 



11 suolo e ivi schistoso ed in continua erosione, dato il displuvio del colle, e la 
roccia arenaria usata nella costruzione fu tratta perciò dalle vicinanze che hanno tut- 
tora cave di tale pietra. 

La tomba è composta di una sola cella quadrangolare (m. 1,25 X 1,12), di cui 
circa la metà di fondo è costituita da una larga e bassa banchina (cfr. fig. 1). Tra 
questa e l'ingresso rimane un angusto spazio abbassato di alcuni centimetri in rap- 







Fio 2. 



porto alla soglia, col pavimento costituito dal terreno naturale battuto. Le pareti 
risultano invece di tre sole assise di massi rettangolari combacianti perfettamente 
a tenuta di acqua, però sovrapposti senza cemento (cfr. fig. 2). Soltanto nella pa- 
rete di fondo furono aggiunte alcune altre piccole bozze per sostenere la copcrtiua, 
come mostra la nostra figura. La pietra, come ho già accennato, è un'arenaria gri- 
gia e compatta, e fu lavorata con minuziosa cura. 

È evidente che i costruttori del sepolcro del « Faggete » non lavorarono in gal- 
leria, ma come in molti altri casi simili specialmente del territorio chiusino, scavarono 
prima una gran fossa, vi inalzarono nel fondo l'edilìzio funebre e lo ricoprirono di 
un tumulo artificiale. Sparito il tumulo in seguito al millennario lavorio delle in- 
temperie, i massi della vòlta finirono per affiorare, ed offrirono il primo disordinato 
passaggio agli scopritori. 



REGIONE VII. 



— 325 — 



PERUGIA 



La volta, molto interessante per la sua struttura, fu fatta mediante massi ac- 
costati, e combacianti perfettamente, tra il fondo della cella e l'ingresso (nel senso 
cioè della linea C-D della fig. 1). 

Detti massi, ora in parte spostati per aprire un àdito agli scopritori del sepolcro, 
sono lunghi circa m. 1,50, ed in origine poggiavano solidamente sull'architrave 



A& 



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Fio. 3. 



della porta e sulla parete di fondo. Essi potranno ritornare al loro posto senza dif- 
ficoltà. 

Noto intanto che ^siffatto tipo di volta e nuovo, e, mentre forma una sezione 
semicircolare (o a botte) analoga a quelle delle tombe chiusine del medesimo genere- 
sopra ricordate, se ne differenzia nettamente per la originale struttura. 

Un altro elemento del tutto originale, e degno perciò di particolare attenzione, 
è il frontoncino triangolare monolito, in funzione di architrave sulla faccia esterna 
dell'ingresso rivolto ad oriente (cfr. fig. 3). 

Nella parete orientale della tomba si apre la porta larga 0,55, che era all'esterno, 
verso la valle, preceduta originariamente da un corridoio {aroma*) scavato a tr.ncea 
nel terreno, e solo ora in parte, presso l'entrata, reso transitabile, largo a sua volta 



PERUGIA — 323 — REGIONE VII 

in. 0,75 e lungo forse 8 o 10 metri. Il blocco di arenari», foggiato a timpano verso 
l'C3torao, forma invece internamente l'arco a tutto sesto dell'ingresso, e mostra di 
ess":v stato scolpito con molta attenzione ed abilità. Esso pertanto col suo aspetto 
esterno a frontone, quantunque liscio e disformo nelle due appendici laterali, vuol ri- 
chiamare economicamente il ricordo degli analoghi frontoni templari, e sottolinea — si 
direbbe — l'ovvio carattere sacro del sepolcro considerato come dimora ed insieme 
tempio dello spirito del defunto. Sotto questo punto di vista esso si ricollega più par- 
ticolarmente ai frontoni scolpiti delle tombe rupestri di \orchia e di Sovana in Etra- 
ria (senza bisogno di risalire ad altri esempi delle civiltà mediterranee, più remoti 
nello spazio e ivi tempo), le quali furono imitate da veri e propri] santuari co- 
struttivi. 

La porta è ad un solo battente, ed è costituita da un lastrone rettangolare di 
rrc'i-ria. un po' più chiara di quella dei massi delle pareti, e fu scalpellata e lisciata 
con notevole maestrìa, così da incastrare perfettamente nell'incasso quando il pas- 
saggio rimaneva chiuso (cfr. fig. 3). Due sporgenze cilindriche lasciate alle due estre- 
mità del lastrone, muovendosi in due corrispondenti incavi a rallino dell'architrave 
e (Via soglia, hanno funzione di cardini, e consentono alla porta di aprirsi e chiudersi 
agevolmente girando sul lato destro. Ma poiché sulla sua faccia esterna non si scor- 
gono attacchi per anelli metallici o altre prese, si deve supporre che, nonostante la 
sua ingegnosa struttura per essere facilmente aperto, l'uscio lapideo doveva venire 
molto di rulo o forse anche urti spalancato per lasciare il passaggio ai viventi. 

Se cosi è. coni" io credo, il tipo naturalistico della chiusura della tomba, desunto 
dalle pori" delle abitazioni dei mortali, coordinandosi idealmente e materialmente, 
in q'i-sto caso del <> Faggcto », al sovrapposto frontoncino templare, serve a chiarire 
appunto il duplice carattere del funebre edifizio. che è quello di casa-santuario del 
morto. E, in base a questa concezione fondamentale, possiamo bene ammettere che 
l'uscio in pietra girante sui cardini avesse solo un valore simbolico, e fosse perciò de- 
stinato a rimanere eternamente chiuso. 

Infatti lo spazio angustissimo nell'interno del sepolcro, lasciato libero dalla ban- 
china, non era certo adatto e sufficiente a consentire il periodico svolgersi di riti fu- 
nebri là dentro. L'ingresso pertanto, così relativamente sontuoso di aspetto e per 
struttura, avrebbe servito una sola volta e soltanto per il passaggio del defunto. 

Analogamente ancora oggi in molte vecchie case di Toscana e di Umbria e di 
Abruzzo si nota una piccola porta ad arco (*) murata, diversa e discosta dal portone 
«l'ingresso, la quale viene (o veniva) aperta soltanto per il passaggio di un morto, 
e poi, subito dopo, di nuovo murata. 

La serie dei contrasti tra la solidità, l'accuratezza, il modello della piccola co- 
struzione e l'ufficio cui essa era destinata, aumenta, quando consideriamo l'umile 
suppellettile che vi fu rinvenuta. 



(') Anclic l'ingresso ili questa tomi)» del « Faggeta » è ad arco, come ho fatto sopri notare (cfr. 
fig. ;!) ; e sempre ad Meo è altresì l'entrata dell'Ade sulle urne etnische. 



(UHilONK VII. — 32Y — PERUGIA 



Bisogna intanto escludere che la tomba avesse subito una precedente viola- 
zione in antico ; si deve però ammettere che gli incolti contadini, che la scoprirono, 
non posero attenzione a salvare tutto il suo contenuto. Poiché il fondo della cella era 
stato invaso dall'acqua, parecchi vasi del corredo funebre andarono in briciole, ap- 
pena toccati, e si perdettero. Nonostante però tale condizione avversa, fu possibile di 
constatare: 1°) che la cella conteneva una sola urna cineraria deposta sulla banchina: 
2°) che alcuni v;>s ; , abbastanza bene conservati, erano al loro posto sulla banchina ai 
lati dell'urna (cfr. figg. t e 2); ;5°) che non vi furono riscontrate ossa di nessun genere, 
e perciò bisogna escludere ogni altro seppellimento all'infuori di quello rappresen- 
tato dall'urna; 4°) che non vi sarebbero stati oggetti di metallo: anche nella più 
grande ma analoga tomba di Vaiano, ricordata al principio di questa relazione, fu 
rinvenuta una sola aratila di bronzo. 

Gli oggetti raccolti nella tomba del « Faggeto », e custoditi nella vicina fattoria 
del sig. Calderoni, sono i seguenti : 

a) Urna architettonica in travertino col coperchio a timpano, di rozza fattura 
frammentaria nel lato sinistro, priva di qualsiasi decorazione e di piedi. Conteneva 
ceneri e avanzi di ossa imperfettamente combuste. Sull'orlo della faccia anteriore, 
prossima al coperchio, porta incisa superficialmente e con avanzi di colorazione 
rossa questa epigrafe, da destra a sinistra: arnth. Mimma (fig. 4). 

flMItfqi/ì >OMSfl 

Fio. 4. 

Il pronome m-nlh, solo o con i suoi composti arn'h-ial. arnth-al ecc., s'incontra 
frequentemente nelle iscrizioni funebri etnische; ma il nome eaimmà non ha ri- 
scontro in altre epigrafi. L'unico nome etrusco che più gli si avvicini per la radicale 
è un isolato eairiei, che il Gamurrini lesse sopra un tegolo chiusino ( l ). 

h) Il gruppo di vasi recuperati comprende un'olla priva di anse, di media 
grandezza, d'impasto grigiastro fine fessa si vede a sinistra dell'urna, nella fig. 2): 
una ciotola con breve piede verniciata in nero, di produzione puMidocainpana (ve- 
desi a destra dell'urna, nella predetta figurai; un'altra ciotola di argilla naturale non 
depurata, malcotta, priva di piede e di anse, forse originariamente con funziono di 
coperchio : trattasi però certo di un umile prodotto di un'officina non lontana. 

La povertà del contenuto contrasta con la costruzione del sepolcro così solida 
ed accurata : tanto più quando riflettiamo che la tomba servì ad un solo individuo, 
le cui ceneri vennero raccolte nella rozza urna di travertino. 

La piccola cella costruttiva s'ingrandisce dunque idealmente, ed assume il va- 
lore di una degna magione consacrata allo spirito del defunto, al confronto dell'unica 
urna che fu destinata a racchiudere. Un'analog.t idea iiifomnlrico già aveva rico- 



(') Cfr. Appendice al C. I. I- del Fabretti, n. 218. 



sant'okeste — 328 — iìkcione vii. 

noscioto acutamente il Milani nella tomba a tholos di Casal Marittimi», ora nel giar- 
dino del Museo archeologico di Firenze ('). 

Date le caratteristiche di questa tomba del « Faggete », che ho cercato qui di 
mettere in rilievo, e dato il fatto che nessun altro sepolcro etrusco del genere esiste 
per una larga zona circostante ( 2 ), la Soprintendenza d'Ktruria ne ha consigliato il 
ripristino e la salvaguardia in situ al proprietario del terreno, sig. Calderoni, al quale 
il sepolcro verrebbe lasciato in consegna per rimanere accessibile agli studiosi. 

Edoardo Galli. 



VI. SANT'ORESTE — Campioni di ceramica figurala f olisca prove- 
nienti dal territorio. 

Provengono dal territorio di Sant'Oreste, e furono recentemente acquistate sul 
commercio antiquario per il Museo di Villa Giulia, talune kylikeé figurate, più 
o meno frammentarie e ricomposte da frammenti. Xe offriamo ora per la prima 
volta le riproduzioni fotografiche, accompagnate da un adeguato commento. 

1. Kylix biansata a figure rosse su alto piede, ricomposta da molti pezzi e restau- 
rata. Vernice nera opaca e rosso arancione. Alt. m. 0,005; diam. del piatto 0,26, del 
piede sottile sagomato 0,10. Scene figurate all'interno e all'esterno del piatto. Nel- 
l'interno, grande medaglione centrale (diam. est. 0,177; int. 0,145) chiuso entro cor- 
nice a meandro (fig. 1). A destra Minerva, il volto di profilo a sin., la persona quasi 
di fronte. La dea porta sul capo un elmo attico adorno di lungo cimiero, nonché di 
palmette dipinte sulla calotta. Di sotto l'elmo scendono ciocche di capelli sul collo 
alla dea, la quale è poi vestita di chitone ionico, con apoptygma, egida con testa 
di Medusa sul petto e breve mantello (chlàr.ia) gettato di dietro sulle braccia; ha 
sandali ai piedi ( 3 ). La figura regge olla destra quasi verticalmente la lancia, 
mentre colla sinistra si appoggia allo scudo rotondo e convesso, pure in posizione 
verticale. Il bordo inferiore del chitone porta una ricca decorazione, consistente in 



(') Cfr. Milani, Guida del Museo, I, pag. 287. 

( 2 ) L'unica tomba etnisca piti vicina, ma quasi del tutto demolita e di difficile accesso, è quella 
di ■ Sagraia> pressa Preggio (Umbertidc), intorno alla quale riferì nelle Notine dogli -'cavi 1932, 
pag. 10C, l'architetto Amerigo Contini. 

(') Caratteristico il modello dell'egida la quale, lungi dal presentarsi nella forma ordinaria d'un 
copripetto, si divide in due ali distinte, tangenti sul petto e riunite e saldate nel punto di tangenza 
da una maschera di Medusa. I bordi superiori delle due alette oltrepassano le spalle, mentre i bordi 
inferiori sembrano assicurati alla cintura. Questo tipo di egida si incontra nell'Atena l'arth enos e in 
quella Hope e sue repliche, derivanti da un tipo statuario attico del V secolo che si è voluto attribuire 
a Fidia (A. Prevss. Athena llnpe nnd Pallas Albani-Farnese, in Arrh. Jahrb. d. Itisi. XXVII, 1912, 
p. 83 segg.). Effettivamente la figura di Atena dipiata nella modesta kylix riecheggia tipi statuari! 
fidiaci, non esclusa la Parthenos. 



ItEGIONE VII. 



32U 



SAN'l'oKI STI. 



una serie di « corridietro », una fascia a ricamo e triangoli a denti di lupo in alto. 
Pure decorati, sebbene meno riccamente, l'apoptygma e i bordi laterali della 
chldina. Intorno all'umbone dello scudo è disegnata una corona di lauri,. Tutti 
questi elementi decorativi sono ispirati dalla ceramica attica del periodo contras- 
segna o dallo stile detto «fiorito» o « midiaco ». 




Di fronte alla dea sta Eracle, pure di profilo, in conversazione con essa. L'eroe 
in aspetto giovanile, con la prima pelurie delle gote accennata con pochi punti neri 
sulla guancia destra, ha il corpo ampiamente coperto dalla pelle leonina gettata su- 
gli omeri e annodata, per le zampe anteriori della fiera, sul collo. Egli si regge posando 
il piede destro sul suolo, il piede sinistro sopra un rialzo rettangolare. E rappresen- 
tato in atto di sollevare la mano destra dalle dita aperte verso la dea. cui rivolge il 
discorso, mentre colla mano sinistra sostiene la clava aderente, per l'estremità su- 
periore, al suolo. Nel campo superiore, tra le due figure, patera dipinta. Soggetto 
della se Mia d srritta è p obab ;, mente l'apoteosi di Era-le e l'entrata di questo nel- 
l'Olimpo, così come si vede sopra altre pitture vascolari, e an he sopra una pittura 
murale romana (S. Reinach. RPIìR, p. 21, 3). 

Notizie Scavi 1024 — Voi. XXI. 42 



sant'orate 



— 330 



Regione vii. 



All'esterno, palmette sotto le anse: e precisamente palmotta centrale sotto 
l'ansa, riunita, mediante volute, a due palmette laterali simili. Il motivo ornamentale, 
di perfetta origine attica, rivela il suo imbarbarimento in suolo straniero, per via di 




Fio. 2 

certi hocciuoli ignoti alla ceramica attica, i quali sbocciano al di sotto di ciascuna 
paimetta laterale. Entro ciascun campo, limitato dalle volute, scena figurata ripetuta 
per due volte nell'identica forma. A sinistra efebo nudo, il quale muove al passo 
insistendo sulla gamba sinistra e avanzandosi verso una figura muliebre giovanile, 
rivolta verso la prima, vestita di chitone dorico cinto alla vita, coi capelli annodati 
sulla nuca. L'ima e l'altra figura eseguiscono dei gesti che possono essoro interpretati 
come gesti di saluto (io ìvers; zione amorosa). Dietro alla donna e nella stessa dire- 
zione di questa, una figura giovanile, tutta avvolta e chiusa in ampio mantello. 
11 gruppo, di contenuto così grazioso e cosi sommariaraontG eseguito, rivela la 
funzione puramente riempitiva «Iella scena due volte ripetuta. 



REGIONE VII. 3;>| 



SANT'ORESTE 



2. Kylix figurata, frammentaria, su alto piede ; dei piatto superiore non ri- 
mane se non la parte centrale con medaglione figurato, incompleto (fig. 2). La coppa 
risulti-, restaurata in antico e precisamente Io stelo del piede, essendo stato rinfor- 
zato dall'introduzione, nell'interno di esso, di un perno di bronzo, verticale. Alt. del 
centro del piatto, ni. 0,07. Diam. approssimativo esterno del medaglione, cu. 18. 

XeH'interno del medaglione figura efebica di Dioniso nudo, seduto a destra su 
sedile invisibile, al di sopra del quale appare essere stato gettato l'himation stesso del 
dio. Questi si riconosce perfettamente dal tirso sorrètto leggermente colla mano 




Fio. 3. 

destra; eoll'altra mano egli aliena l'avambraccio di un Erote che si avanza a volo 
verso di lui. L'Erote giovinetto regge con la mano destra una larga patera, sulla quale 
dall'alto, e precisamente dalla bocca di un vaso della forma di un'anfora, si versa del 
liquore. All'avambraccio sinistro dell'Erote è avvolti! e annodata una lunga tenia 
svolazzante ; simbolo questo dei vittoriosi, come si vede sopra monumenti di arte 
vascolare attica. Xel campo limitato dalia linea dello gambe delle due figure, trovasi 
un corno potorio (xe'Qac), altro attributo di Dioniso. 

11 medaglione è rotto in maniera clic mancano 1;: spalla destra e i piedi della 
figura seduta ; le gambe, le estremità della tenia e dell'ala sinistra della figura volante. 
Il corno potorio manca dell'estremità inferiore. 

Anche la superficie esterna del piatto della coppa era istoriato con figure amane, 
oltre che essere decorato con palmette sotto le anse. Dei due quadretti sotto le anse 
rimangono poche tracce di uno solo. Vi si riconosca una composizione allatto iden- 
tica a quella già riscontrata nella coppa precedente : e cioè una figura muliebre 
in mezzo a una figura efebica nuda, a sinistra, e ;i un'altra ammantata, a destra. 

3. Kylix figurata, simile alle precedenti, frammentaria e restaurata. Diam. del 
piatto m. 0,270. 

Xel medaglione centrale (fig. 3). chiuso entro cornice circolare a meandro più 
larga del consueto (cui. 3 circa), è una figura di Satiro giovinetto, il torso disegnato 



— 332 — REGIONE VII. 



di tre quarti a destra, la faccia rivolta indietro di profilo, seduto sul dorso di un 
delfino natante a sinistra. 11 Satirello regge in equilibrio sulla mano sinistra un'an- 
fora di quelle del tipo tardo, a corpo ovoidale, terminante inferiormente in punta, 
mentre tiene la mano destra, dallo dita aperte, sospesa sul capo del delfino. La 
natura satiresca del fanciullo è qui unicamente indicata dall'orecchio caprino presso 
la tempia sinistra, dal naso accentuatamente camuso sotto una fronte sfuggente, e 
da breve coda equina che gli sferza i fianchi. Il Satirello è munito di calzari ai piedi. 
Nel campo sotto il delfino è disegnata una seppia, a meglio indicare l'elemento ma- 
rino sul cui sfondo si svolge la scena. Nel campo superiore, a sinistra, corno potorio ('). 

1 tratti, con i quali il disegno è eseguito, sono assai grossi; il colore ineguale 
e diluito. 

Sul rovescio del piatto la stessa scena stereotipata delle precedenti, ma eseguita 
assai più rozzamente, senza rispetto alcuno per le proporzioni e per i dettagli. Il mo- 
tivo, privo di qualsiasi interesse artistico o di altro genere, è tuttavia interessante, 
giacche ci permette con sufficiente sicurezza di ritenere che le tre coppe siano uscite 
tutte da un'unica fabbrica, anche ammettendo tra l'uria e l'altra di esse una certa 
distanza di tempo. L'identità di fabbrica e di stile può essere riscontrata in base 
ad altri elementi. Tale il corno potorio, il greco rhyton, rappresentato identico su ambe 
le coppe 2 e 3. Così per analogia possiamo ritenere che i piedi mancanti di uva 
delle due figure, l'Erote, sulla coppa n. 2, fossero muniti di calzari, allo stesso modo 
che si vedono Eroti calzati sopra vasi dipinti, tardi, dell'Italia meridional". Il Sati- 
rello con calzari rappresenta una diretta derivazione da quegli Eroti e costituisce 
la più viva contraddizione immaginabile tra la natura, più che selvatica, animalesca 
di questo essere mitologico, e questo attributo di effeminatezza raffinata, quali sono 
i calzari ai piedi di Eroti androgini al seguito di Afrodite. 

Non si può menomamente dubitare che le tre coppe fossero impiegate come 
suppellettile di tombe e. provengano da una qualche necropoli dei dintorni di 
Sant'Oreste. L'arte di coteste kylikes si rivela sotto tutti gli aspetti un'arte locale, 
da identificarsi con quell'arte ceramica falisca già nota per esemplari numerosi, di 
cui taluni pregevolissimi, rinvenuti specialmente a Corchiano e Vignanello. a nord 
di Civita Castellana. L'età del massimo fiore di questa ceramica locale, oggi larga- 
mente rappresentata nel Museo etrusco di Villa Giulia, si può ritenere coincida con 
'la seconda metà del secolo IV, non senza escludere che essa si protragga sino ai primi 
decenni del secolo successivo, e cioè sino al termine della ceramica classica dipinta (*). 

G. Bendinelli. 

(') Un incitivi) affatto identico si riscontra sopra una piccola coppa dipinta proveniente dalla 
necropoli di Vignanello (Notizie 1924, p. 224). 

(') Nel libro di C. Watzinger, Grieehische Vasen in Tùbingen (Reutlingcn, 1924) viene 
elencata, a pag. GO segg., una serie di frammenti vascolari sotto il capitolo Mittelitalien Falerii. 
Dopo i frammenti falisci (tav. 46 e 46) è ricordata una Hydria ungewbhnlicher Grosse (grosses 
FragiiierU dcr Schulter), F 37. Il vaso ft giudicato di stile campano (spa'.kamjtaniseher SUI, srhr 
karalcteristiseh. Non sappiamo se, come sembra, si tratti, anche qui, di un prodotto di arte 
ialisca. 



RF.fi IO NE I. — 333 



NETTUNO 



Keoione I (LATIUM ET CAMPANIA). 

VII. NETTUNO — Piscinae in litore constructae (tav. XVI). 

Dei tre monumenti marittimi, appoggiati alla spiaggia tra il porto d'Anzio e la 
torre d'Astimi, di cui dò qui notizia, non si hanno altri cenni nella lei t era lina archeo- 
logica, tranne quelli del Winckelmann, in ima lettera del 1 7(>4 al Big. Enrico Fuessly (') ; 
e del Gregorovius, negli idilli! delle, spiagge romane (*). Il primo così ne parla : «...ro- 
vine di sei o sette case di campagna situate tra il porto dell'antica Antium e la città di 
Nettuno, in uno spazio di un miglio e mezzo. I muri di queste fabbriche, al tempo del 
flusso che in quel mare viene tutte le dodici ore, non sono coperti per più di due palmi 
dall'acqua, e durante il riflusso, dopo pranzo e verso sera, ed anche, nelle giornate 
lunghe, al nascere del sole, sono in asciutto. Se ne potrebbe aneli" ora prendere la 
pianta, tanto chiaramente si conosce la loro situazione, e quella principalmente di 
una casa di campagna immediatamente accanto all'antico porto di Astura, otto miglia 
di qua da Nettuno, casa che fu una villa in cui vi sarebbe stato luogo per una famiglia 
principesca. Che però queste fabbriche anche anticamente s'inoltrassero tanto nel 
mare lo provano chiaramente due grosse muraglie tirate dalla spiaggia piana in forma 
di argine fino a dentro il mare ». 11 secondo è piti breve : « Tutta questa spiaggia non 
era se non un sèguito di grotte, di bagni, di templi, di palazzi, le cui fondazioni in gran 
parte sussistono in fondo al mare o sotterra nelle sabbie della spiaggia». 11 Volpi (*) 
si occupa solamente dell'ultimo degli edificii, notato poi dal Winckelmann. cioè di 
quello congiunto ai moli del porto di Astura, e di un altro, semicircolare, esistente 
sulla spiaggia tra i nostri ed il mentovato, e ne dà anche piante erronee (*). Il Cani- 
na (•), pure con piante sbagliateci limita a questi due; uè altri posteriormente parla 
delle costruzioni marittime di quel tratto di spiaggia tra essi ed Anzio. 1 tre monu- 
menti, adunque, possono considerarsi del tutto inediti. 

Io ne iniziai l'accurato rilievo topografico nell'estate dell'ultimo anno della 
guerra europea, ed ero già a buon punto allorché alcuni solerti bagnanti, al vedermi 
occupato a misurare angoli, prendere nota di grandezze e scand'gliare profondità, 
credettero di scorgere in me una spia di nemici, e. eorsi ad avvisare i carabinieri di 
Nettuno, mi fecero trarre in arresto in quella caserma per circa mezza giornata. Intanto 
che davo affidamenti sull'esser mio (*), la marea bassa ed il tempo, già calmo e pro- 

(') Winckelmann, Opere, 1» eia. italiana. Piatii, 1831, timi. VII, p. 262. 

(•) Gregorovius, Wanilerjahre in Italien. Leipzig, 1870, I, 4. 

(*) Volpi, Vthts IjUìhw profanum. Padova, 172(>, timi, in, lib. IV, cap. 11. 

( 4 ) Su ciò si consulti il min articolo : Noie ili archeologia marittima, in Neapotis, anno 1, Case. 1 1 1- 
IV, p. 363. 

(*) Canina, Edifici dei contorni di Roma aulica. Roma, 1848, tav. 196. 

(") S >u lieto ili mi lei-, numi, pubblicamente, assai grato al mio illustre amico oomm. I>>- 
menieo (listai, li, allora Qiintor.) ili Rimi, per la cui attestazione mi pi. lei districare ila quel- 
l' impiccio. 



KETTT'NO — 334 — REGIONE I. 



pizio a siffatti iMBcoltosi rilievi, mutarono, ed io ras ne partii, sospendendo ogni ope- 
razione. Ho compiuto il lavoro pochi ni"si fa. quando intesi di lavori che s'andavano 
compiendo nel castello del Sangalli», cui soggiace il secondo dei monumenti, nella 
téma che, come purtroppo è accaduto nel seno Bajano, tali lavori di trasforma- 
zione si prolungassero fino ad investire 'e murature esistenti nel mare, e la memoria 
non ne rimanesse in alcun documento. 

Denominerò i tre avanzi monumentali, Bell'ordine coni" si susseguono lrngo la 
spiaggia da occidente ad oriente : piscina A. piscina B, piscili;', ('. giacché trattasi 
di piscino, e mi" vedremo appresso. Avverto eh". Belle piantiti", hi parto ombreg- 
giata è la torri, quella bianca il mare, secondo l'uso delle carte inaline : e che in alto 
ho situato il mezzogiorno, come penso debbano orientarsi le planimetrìe in materia 
archeologica. 

P i ■ - i n a A. — Giace in corrispondenza del villino del cav. Adolfo Nesi di 
Roma, Ed il villino, al pari di tutti quelli allimati di fronte al golfo incantevole, è 
costruito sopra la pendice di una terrazza costiera, percorsa dalla strada tra Anzio 
e Nettuno, alta una diecina di metri sul livello del mare; sicché tutta quella co- 
rona di costruzioni c'vettuole, mentre ha l'accesso dalla strada che la cinge a setten- 
trione, scende a piantare i muri vòlti a mezzogiorno nelle arene della sottoposta spiag- 
gia. Nessun dubbio vi può essere che, nei tempi imperiali, una serie di ville marittime, 
allo stesso modo, si assideva sul ciglio della terrazza costiera : ed il villino Nesi è pre- 
cisamente al posto di una di quelle. 

La costruzione in pieno mare (fig. 1) dista una quindicina di metri dal piede del 
villino : è. in parte, allogata sopra una serie di scogli affioranti costituiti da un'arenaria 
verdastra, della quale l'antico architetto ha tratto profitto, incidendola, secondo il 
suo disegno, e completando poi il tutto con muratura cementizia, la cui sommità è a 
livello dell'alta marea, K un quadrato di 60 piedi di lato, contenuto in due muraglioni 
larghi (i piedi, i quali a mezzogiorno vanno a ripiegarsi a guisa di timpano o triangolo 
sul tato anteriore del quadrato. Questo è spartito da due muri in croce, spessi piedi 
2 e mozzo, in quattro quadrati minori, di piedi 25 di lato, porche alla parte interna di 
tut!" queste muraglie appariscenti si notano, a livello della bassa marea, dei marcia- 
piedi intomo intorno. Nel bel mezzo delle quattro vasche quadrate sorgevano dei 
pila;! ri isolati, di cui avanzano tre, come li ho segnati nella pianta, a sezione quadrala 
con i piedi di lato. Altri marciapiedi simili sono nella parte interna del triangolo, con 
divinoni che accennano a due triangoletti laterali e ad un cerchietto nel mezzo. Più 
innanzi, in corrispondenza del vertice del triangolo, si sviluppa, fra il banco d'arena- 
ria, conente verso libeccio, opportunamente tagliato, e la muratura sovrappostavi, 
una vasca circolare di circa 40 piedi di diametro, che ha . più innanzi ancora nel mare, 
due braccia circolari aperte a guisa di chele. Molte strette aperture nei fianchi ed in 
mezzo a tutti questi recinti li mettono in connina azione fra loro e col mare libero ; 
e. anzi, sulla spiaggia qualche altro piccolo recesso vedesi scavato nell'arenaria verde. 
La profondila delle ! vasche quadrate non supera i 3 piedi : nel triangolo va fino a 4, 
laddove nella vasca circolare, e più innanzi nel mare, è di ò a6 piedi. La disposizione 
delle aperture favorisce il continuo rinnovarsi dell'acqua del mare nel complesso re- 



KEGlONE 1. 



— 3^5 



NETTUNO 



la iihì 



cinto. Il va^o aspetto del quale rende assai bene la fotografia (tav. XVI, 1) da 
tratta dall'alto del villino Xesi ('). 

/' i *cin« B. — È dominata (fig. 2) dal castello del S»ngallo, ed il castello, 
indul)l)iainen(e. prese il posto della villa romana, di cui la piscina era appendice ne- 



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Fio. 1. 

Dcssaria. L'opera marittima comincia sulla spiaggia a circa 22 moiri dal piede del ca- 
stello, con un taglio nel sottosuolo di arenaria verdastra, già menzionato, che affiora 
anche qui in diversi scogli protraentisi in direzione di libeccio, dei quali il rumino ar- 
chitetto tenne partito. Una prima vasca rettangolare, larga piedi 28, lunga piedi 90 
(quanto distami, cioè, i due muraglioni o argini, larghi Itì piedi, che contengono tutto il 



(') Ringrazio sentitamente il cav. Adolfo Nesi e li su iff.it ile sij-wr.i delle cortesie e delle faci- 
litazioni usatemi in tale occasione. 



NETTUNO 



336 — 



KKUtONE 1. 



recinto), è preceduta nell'arena all'estremo occidentale da una vaschetta circolare 
del diametro di piedi 12. 




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60 METRI 



Fig. 2. 



Più eltre. verso il mare, apparisce dna serie di 4 bacini rettangolari, originati da 
muri di paramento, tripedali ; e, mentri la lunghezza di questi 4 bacini è costante, 
cioè di piedi .">"), le larghezze differiscono, presentandosi così da occidente ad oriente : 
il 1° bacino piedi 15 ; il -1° piedi 22 ; il 3° piedi 25; il 4° piedi 13. All'intorno del 1° e 



REGIONE I. _ 337 - NETTUNO 



del 2° esistono ancora i soliti marciapiedi a livello ribassato, come si può osservare nella 
figura ; il divisorio tra il 2° ed il 3° bacino è rovinato. La costruzione, dopo aver ripie- 
gati all'indentro i due moli per altri 10 piedi di qua e di là ad angoli retti, continua 
con una vasca semicircolare, del raggio di piedi 18, appoggiata alle due vasche rettan- 
golari centrali, e, ancora più innanzi, con un curvo corridoio di acqua, largo piedi 10, 
diviso in due nel mezzo, chiuso da un muro concentrico a quello della vasca semi- 
circolare ; e termina, in pieno mare, con una specie di terrazzina, anch'essa a semicer- 
chio, i cui avanzi, parecchio elevati sol livello del mare, denotano, che il canale d'ali- 
mentazione, foggiato a cateratta, fosse già coperto da volticella. Quantunque protetta 
ed inserita negli scogli d'arenaria, la parte semicircolare antistante del manufatto, 
nel corso di tanti secoli abbandonata, molto ha patito dalla furia del mare in direzione 
di libeccio. 

La profondità delle vasche, da terra verso l'alto mare, cresce da piedi 2 a 6. 

Anche qui le aperture, più o meno anguste, praticate nei muri, favoriscono per- 
fettamente il ricambio dell'acqua marina racchiusa nel recinto. La fotografia, che esi- 
bisco (tav. XVI, 2), è presa dall'alto della scala esterna del castello. 

Piscina C. — È posta di rincontro (fig. 3) all'estremo orientale della cinta 
murale di Nettuno, quasi in linea col corso d'acqua detto « del mulino », che alimenta 
la pubblica lavanderia. È in pieno mare, profondo circa 9 piedi, e dista, in media, me- 
tri 24 dalla detta cinta murale, battuta anch'essa dal mare. L'opera, tutta cementizia, 
comincia con l'avanzo di un muro ad angolo retto, largo, come tutti gli altri, piedi 3,5, 
cui segue una specie di corridoio, largo piedi 15. Più in là, verso il mare, tre vasche 
(le estreme quadrate, di piedi 18 di lato, e la media rettangolare, di 18 per 22) si ap- 
poggiano ad un muro perimetrale che esce fuori la linea delle vasche dalla parte di oc- 
cidente, e dimostra, così, che la costruzione continuava ancora in quel senso. Seguono, 
coll'allungarsi dei muri verso mezzogiorno, altre tre vasche rettangolari, lunghe piedi 
30, larghe quanto le precedenti : la vasca occidentale è mezzo diruta, come può vedersi 
dalle linee a tratti nella pianta. In ultimo una vasca più piccola, in corrispondenza 
delle mediane, sporge ancora per altri piedi 12 ; ma non saprei dire, se lo sperone di 
muro, che apparisce in fondo al mare, dall'angolo di scirocco, fosse un semplice rin- 
forzo dello spigolo stesso, oppure l'avanzo di una seconda vasca Laterale a quella, 
onde poi bisognerebbe suppbrne una terza all'altro fianco. 

Tutti i muri presentano aperture ai luoghi indicati nel disegno planimetrico, e, 
attraverso di esse, l'acqua del mare si rinnova in continuazione dentro i bacini. Un 
molo poderoso, costituito da una serie di pile larghe piedi 10, e di varia lunghezza, di 
cui avanzano tre, proteggeva la struttura dalla veemenza dei marosi: la pila maggiore 
superstite, al lato occidentale, è denominata « scoglio Orlario ». 



La vicinanza dei tre caratteristici manufatti ora descritti alla grande piscina 
di Astura esclude subito, che questi possano essere delle case affondate nel mare 
dai bradisismi, giacche il movimento non poteva non manifestarsi anche ad Astura, 
impegnando, com'è risaputo, dove si verifica, aree vastissime : ma ad Astura la pi- 

Notizie Soavi 1924 - Voi. XXI. 43 



NETTUNO 



338 



REGIONE I. 



scina, con le sue tipiche losanghe e con la sua anche più tipica catena di vasche, è 
tuttavia al livello dove fu piantata dagli antichi. Né meno si comprenderebbe, ove si 



5COQLIO ORLAPIO 





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Fio. 3. 



volesse sostenere, che si tratti di costruzioni di edifici piantati in mezzo al mare e poi 
rovinati e spariti, perchè sarebbero stati incavati nel banco di arenaria gli ambienti, 
che ho, volta per volta, segnalati nella descrizione ; o perchè i muri perimetrali aves- 



REGIONE I. — 339 — NETTUNO 

sero quell'eccessivo spessore ; o perchè i tagli delle mura non raggiungessero mai, come 
si verifica, l'ampiezza d'una porta ; o perchè sarebbesi qui bandita affatto la forma delle 
case romane, pur sempre riconoscibile nelle ville dalle piante più capricciose da noi 
studiate ; oppure perchè, infine, le dimensioni delle camere, se fossero camere, sareb- 
bero state enormemente dilatate. 

Invece, il livello uniforme delle sommità delle mura esaminate, in rapporto al 
livello medio del mare, le anguste aperture atte a contenere le grate metalliche, e 
la somiglianza, secondo il paragone vivace di Varrone ('), con le cassette loculate, 
dove i pittori pongono separati i colori diversi, ci rendono sicuri che ci troviamo in 
presenza di altrettante peschiere, piseinae, rivarrà, che costituivano la più essenziale 
parte della villa marittima, in fra gli ultimi anni della Repubblica ed i primi dell'Im- 
pero. Anzi qui abbiamo proprio tre di quelle peschiere eostruite sul lido,o;w stanino, 
delle quali ci tien parola Columella (*); dovendosi intendere con tale dicitura, non 
esclusivamente il solito manufatto di coccio pesto, masibbene di quello che oggi si 
chiama (ed ignoro, nò mi preme ricercarne l'etimologia) un calcestruzzo, nel quale 
fosse di qualsivoglia natura l'elemento « pietra », caementum, purché non eccedesse 
il peso di una libbra, in armonia con le espressioni di Vitruvio ( 3 ) e di Plinio ( 4 ). 

Ma la poca profondità delle vasche, nelle piscine A e B, ci richiama alla mente il 
precetto, che Columella (loc. cit.) toglie da Virgilio ( 5 ), cioè «di osservar bene ciò che 
compete ad ogni contrada ». Eppcrò, qui che siamo sopra un lido arenoso, se biso- 
gna escludere che trovassimo adattamenti per la coltura delle conchiglie, amanti 
del fango, è logico di trovarne pei pesci saxatiles, ma è più logico ancora di trovarne 
pei cubantes, cioè quelli che vivono adagiati sul fondo arenoso. E giova trascrivere 

quanto soggiunge Columella (loc. cit.): « namque soleis ac rhombis, et simillimis 

animalibus, humilis in duos pedes piscina deprimitur in ea parte UtorÌ8,quae profluo 
recessu nunquam destiti! itur. Spissi deinde clathri marginibus infiguntur, qui super 
aquam semper eminent, etiam curri, mari» aestus intumverit. Mox praejaciunlur in gy- 
rum molcs, ila ut complectantur sinu suo, et tamen excedant stagni modum : sic mi/m 
et maris atrocitas obiectu crepidinis frangilur ;~el in tranquillo consistens piscis sedibus 
suis non exturbalur, ncque ipsum vivarium, repletur algarum congerie, quam tempesta- 
tibus eructat pelagi violentia. Oportebit autem nonnullis locis moles intercidi more Mean- 
dri, parvis sed angustis itineribus, quae quantalibet hiemis saevitia mare sine fluctu 
Iransmittah.ìo credo non vi sia bisogno di commento per comprendere come, a pun- 
tino, i nostri manufatti A e B corrispondano alle prescrizioni di Columella. 

Solo voglio dichiarare a che potessero servire quei pilastri nel mezzo delle 4 va- 
sche quadrate della piscina A. Potevano essere basi di statuette-fontane di acqua 
dolce, che, mentre accrescevano vaghezza al conseptum, servivano a temperare la 
salsedine ; numerosissime statuette emergenti dall'acqua troviamo nelle peschiere dei 
giardini di Pompei. Potevano anche essere basi di colonne destinate a sostenere una 

(') Varrnnis R. r., Ili, 17. 
(•) De re rustica, Vili, 17. 
( 3 ) De architedura, Vili, 6. 
(') Nat. Hist., XV, 12. 
(•) Georgica, 1, v. 63. 



NETTUNO — 340 — rtEGIONE I. 



rimovibile copertura da stendersi su quelle vasche contro l'eccessivo ardore del sole ; 
oppure potevan servire all'una ed all'altra cosa insieme. 

La piscina C, infine, piantata in alto mare e protetta da un molo al largo, non 
presentando alcuna estetica di linee nella pianta, e trovandosi in corrispondenza della 
foce d'un corso continuo d'acqua dolce, mi sembra sia stata destinata alla cattura 
ed alla stabulazione per ingrasso dei pesci, secondo spiegai nella citata mia memoria. 




Del resto, anche le parti più avanzate, quelle circolari e triangolari, delle piscine 
A e B erano certo destinate alla pesca diretta. 

I larghi moli, che circondano questi graziosi consepta o condusiones, erano dilet- 
tevoli e fantastici ambulacri (crepidines) sul mare, fiancheggiati dai plutei clathrati, 
ricordati da Columella, e menavano alle terrazzine anteriori, come quella semicircolare 
della piscina B. 

E quando le ville eran molto su nella collina, per godere la vista delle piscine, 
l'andirivieni festoso delle barchette variopinte da una villa all'altra, e la brezza del 
mare, lunghe scale marmoree adorne di stucchi modinati scendevano ad apposite alte 
terrazze: su questa spiaggia,, poco più ad occidente della piscina A, è quella che ho 
fotografato (fig. 4). Ma altre molte di siffatte scale ho viste e studiate e rilevate sul 
litorale d'Italia, a Posilipo, a Baja, a \3apri, e presso Formia, una grandiosa, che 
scende dall'alto della collina di Scauro. 

Ritornerò ai monumenti, di cui ho parlato, per classificarli scientificamente in- 
sieme a numerosi loro compagni nel lavoro generale sulle antichità marittime, che 
ho per le mani: qui ho solo voluto darne una concisa notizia. 

L. Jacono. 

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Notizie degli Scavi - 1924. 



Tav. XVI 




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NETTUNO - Piscine romane. 



REGIONE I. — 341 — 



VELLETRI 



Vili. VELLETRI — Scoperta di un antico sepolcreto cristiano nel 
territorio veliterno, in località Sollum. 

Circa 5 km. a sud della città di Velletri, in località Solluna, e precisamente presso 
il luogo ove la strada di Lazzaria taglia la via Appia antica, tra il XXI ed il XXII 
miglio, eseguendosi, a poca distanza dal margine destro dell'antica via, lo scassato 
per le piantagioni di una nuova vigna, si rinvennero, nei primi mesi dell'anno 1922, al- 
cune tombe e qualche iscrizione cristiana. La scoperta fu sommariamente annunziata 
dal benemerito ispettore onorario di Velletri, ing. cav. Oreste Nardini ( l ). 

Il soprintendente agli scavi di Roma, prof. Roberto Paribeni, riconosciuta 
l'importanza della scoperta, decise di fare eseguire un saggio di scavo per mettere in 
luce quanto ancora rimanesse celato in quel luogo e per identificare i resti di antiche 
costruzioni che qua e là affioravano nel terreno. Affidato a me l'incarico di dirigere 
lo scavo, lo iniziai nell'ottobre del decorso anno, protraendolo fino a mezzo no- 
vembre ('). 

Si è riconosciuto esservi stato colà, a circa 40 m. dalla crepidine destra dell'Appia, 
un piccolo cimitero sopra terra, recinto di muri tardi a piccoli parallelepipedi silicei 
o di calcare con un ricorso di mattoni ogni 30 cm., di forma basilicale absidata 
(ved. fig. 1). I muri in parte affioravano sul terreno, ed in parte erano mozzati quasi 
fino al piano che fu raggiunto alla profondità di m. 1,50 sotto il piano di campagna. 
L'ingresso al cimiteriolo non era sull'Appia, ma di fianco, verso sud; tutto il suo 
lato verso la via era appoggiato a costruzioni preesistenti, estendentisi fin sulla crepi- 
dine dell'Appia (ved. fig. 2). Le murature delle costruzioni più antiche erano a 
reticolato con prismi di selce (v. fig. 4). Il muro al fondo del recinto incurvavasi 
a piccola abside ; il raggio dell'arco absidale era di m. 7,20. L'interno era diviso in 
tre navatelle da una serie di quattro pilastri per lato (ved. fig. 1) ; quel tanto che 
si è potuto scavare del cimitero misura m. 18,60 di lunghezza e m. 15,75 di lar- 
ghezza. La navata centrale era larga m. 7,10: quella di sinistra m. 3,80; quella di 
destra si allargava invece per circa 7 metri fino a raggiungere il muro a reticolato 
parallelo alla via Appia che formava il lato destro della recinzione del cimitero 
(ved. figg. 1, 4). All'altezza del terzo pilastro, a procedere dall'abside, e cioè a 
m. 14,20 dalla fine di questa, erano tirati muretti divisorii, che lasciavano àdito tra 
l'esterno e l'interno (v. fig. 1 lett. a-h-c). Sembra che il quarto pilastro (lett. A) 
facesse già parte di una specie di atrio; i limiti imposti allo scavo non hanno per- 
messo di vedere meglio questa parte del cimiteriolo. Presso il suddetto pilastro era 
ficcato in terra un grande dolio fìttile (lett. e) che si rinvenne rotto in più pezzi. 

Gli spazi fra i pilastri non erano uniformi, e cioè correvano m. 6 tra il muro di 
cinta ed i primi pilastri verso l'abside, in. 4 tra i primi ed i secondi, m. 4,20 tra i secondi 
ed i terzi. La distanza fra il terzo ed il quarto pilastro era invece di ni. 3,20. 

(') O. Nardini, Notizie degli scavi, 1922, pag. 250 segg. 

(*) Una breve notizia sull'esito di questo scavo fu già da me pubblicata nel Nuovo liullettino 
di archeologia cristiana, anno XXVIII (1922), un. 1-4, pag. 132 segg., tav. Vili. 



VELI,ETRI 



— 342 — 



REGIONE I. 




Fio. 1. 



REGIONE I. 



— 343 — 



VELLETRI 



È inoltre da rilevare ehe l'asse della navata mediana non «incide esattamente 
con il vertice della piccola abside, ma è alquanto spostato verso destra, ciò che farebbe 
ritenere essere i pilastri divisorii, anch'essi a parallelepipedi silicei e mattoni, costruiti 
non contemporaneamente al muro absidato di recinzione. È vero anche, che una tale 
irregolarità non nuoceva alla destinazione dell'edificio. 




Fio. 2. 



Infatti il pavimento di tutte le tre divisioni risultò cosparso di tombe ad inuma- 
zione, a due o tre ordini sovrapposti, a cassettoni, con le sponde in muratura a blocchi 
di selce o calcarei e mattoni. Erano tutte ricoperte da tegoloni in piano, con sopra una 
ulteriore copertura di lastre marmoree ; alcune erano invece ricoperte da un doppio 
strato di tegoloni. 

Gli scheletri giacevano su di un piano di mattoni o di tegole e, come di consueto, 
avevano i cranii orientati verso nord. Molte fòrmae contenevano ossa di più scheletri, 
alla rinfusa, ricoperte di calce bianca. 

Fra le numerose formae, vanno rilevate due contigue, unite per uno dei lati stretti, 
praticate circa nel mezzo della navata centrale (ved. fig. 1, lett. f-g), le quali contene- 
nevano ciascuna uno scheletro, i cui cranii convergenti erano semplicemente divisi da 
un'ermetta marmorea o pilastrino di transenna di qualche recinzione (m. 0,90 X0,18 
X 0,13), preso dal suo posto d'origine e messo quivi a dividere i due cadaveri. Si ebbe 
cura di porre l'effìgie della piccola erma verso terra. 



VElLeTIU 



344 



ÙKGIONE I. 



Le due tombe erano chiuse ciascuna da un grande blocco di travertino sagomato, 
già facente parte della trabeazione di qualche monumento sepolcrale dell'Appia. 




Fio. 3. 



I due blocchi hanno ciascuno incisa un'iscrizione nella parte superiore, ove è l'intacco 
di presa dell'olivella per sollevarli. Il primo blocco (m. 1,22X1,07X0,15) ha incisa la 
seguente epigrafe : 



colomba e ramo s cello 

martinvs se vivo 
fecit sibi et hilare 
coivgi svhae secv 
ndvm meritvm 
svvm sibi martino 
patri benemeI JrentiinpaCe 
qvi vixit an plvs m iju 
& iii idvs mar fl syagrio 
v c consvli 



a. ?.81 



HEGIUNE l. 



— 345 



VliLLETltl 



11 secondo blocco (ni. 1,33 X 1,13 X 0,15) reca quest'altra epigrafe 



BENEMERENTI IN PACE 
DVLCISSIMA MATER QVAE 
VIXIT AN PL M l_X ET BIXIT 
HILARA SVPER VIRGINIV 
AN Vili D XMII KAL NOB 
ARCADIO AVG ET BAVTONI VC CONS 



a. 3H5 



Lo due tombe contenevano dunque i resti mortali di due coniugi. Il marito Mar- 
tmus, morto in età di 61 anni, vi fu deposto il 13 marzo dell'anno ."Ì8I ; la moglie H i- 
l'ifii, mòrta di anni 60, il 1 7 ottobre dell'anno 38§. Secondo l'iscrizione di Hilara, questa 
sopravvisse al marito otto anni [yixit super virginiu(m) an(nos) Vili]; invece, dalla 
precisa data consolare dell'anno 385, si desume che ella fu deposta nella tomba quattro 
anni dopo la deposizione del marito. Evidentemente il lapicida ha errato ed ha inciso 
la cifra Vili invece di TIII. Le sepolture erano state preparate da Martmus ancora vi- 
vente; la deposizione e l'apposizione dei titoli furon fatte dai figli. 

Queste sono le due sole iscrizioni rinvenute al loro posto e datate ; esse indicano che 
siila fino del secolo IV il piccolo cimitero era in piena attività. 

Di grande interesse è un'altra epigrafe incisa su di un lastrone di marmo (me- 
tri 1,23 X 0,47 X 0,02) rinvenuto quale chiusura di una tomba presso il muro esterno 
di sinistra del cimitero (ved. fig. 1, lett. h), e messa in modo che il lato scritto rimanesse 
nella parte rovescia. Infatti, quando fu trovata.il lato scritto era tutto coperto da 
calce rappresa. Il marmo conserva le tracce di tre grappe di ferro esterne che la soste- 
nevano al suo posto d'origine. L'iscrizione è del seguente tenore (*) : 

FALTONIAE HILARITATI 
DOMINAE FILIAE CARISSIMAE 
QVAE HOC COEMETERIVM 
ASOLO-SVA PECVNIA FECIT 
ET-HVHIC RELIGIONI DONAVIT (sic) 



L'importante testo la cui paleografia è propria della fine del III o dei primordi] 
del IV secolo, ci dà il nome della fondatrice e donatrice del cimitero, Faltmia ìlììn- 



(') Il testo fu già pubblicato da O. Nardini, in Notizie degli scavi, 1922, pag. 360, e da me in 
Nuovo Ballettino di archeologia cristiana, 1922, pag. 134, tav. Vili. 

Notizie Soavi 1024: — Voi. XXL 



44 



Y'KLLETltt 



- 340 - 



UJiUluNE I. 



rilns, seguito dall'epiteto di domina, che in segno di rispetto si faceva precedere nelle 
epigrafi di quella età ai titoli di parentela. L a donna della nostra iscrizione fu forse 
una liberta della ricca gens Fnltonio, imparentata con gli Anieii, di origine prene- 
stina; non è improbabile che avesse possessioni anche nel territorio reliterno. 

Degna di rilievo è la frase et inde religioni donni il. Credo debba intendersi clic Fnlto- 
nia Hilaritas concesse l'uso del cimitero da lei fondato ai suoi correligionarii cristiani, 
intendendosi per religio il culto del vero Dio in contrapposto alla superstite pagana ('). 

La circostanza chi' la lapide non fu, come si è detto, trovata al suo posto d'origine, 
ma adoperata come copertura di una tomba, indica che il piccolo cimitero fu in atti- 
vità tanto a lungo da permettere- che impunemente se ne distaccasse dall'ingresso la 
targa di fondazione per servirsene allo sopì di ricoprire una nuova tomba. Il titolo 
fu posto, come indica la voce filine, dai genitori di Faltonia HUaritas, probabilmente 
premorta. 



* 
* * 



Riferisco ora altre iscrizioni pagane e cristiane rinvenute durante lo scavo: le 
prime furono asportate da vicine tombe fiancheggiantilavia Appia ed adoperate come 
chiusura o rivestimento di formae; le seconde appartennero propriamente al sepolcreto. 

1) Lastra marmorea frammentaria; ne rimangono sei pezzi che, riuniti, costitui- 
scono gran parte del testo della seguente iscrizione : 



\ 



M-IVL io . 1F- VOL- RO mu LOPROCos. 

EXT R A sort E M • P R O V inciae M A C E D O N 1 ae 

\ 
LEGATO propK- PROVINctae PRO- PRAEr 

FRVMEN\/i c/a\jDIEXS-C le G ATO PROPiJ. 

ITERVM 

LEGATO- 



ì N ( 



E-PRAETORl 
\ivi <jÌ.AVDll-LE& x V • APOLLIN AB/ 



provi 'INC I AE* ASI ia 



ADLECTO /ni p LEBlS-A-DlVo • CL-AJ D 
SERVIRÒ EO) ut /u MROMANO!IVEQVl-5)«W. 
.VM-TRIB-Mi7 ITV.ot 



o 



L'iscrizione, eertamente funebre e già appartenente ad una delle tombe fìanchcg- 
gianti la via Appia, contiene il cursus honorum misto di M. lulius f. , Vol(linia tribù), 
Romulus, nell'ordine discendente. 

Appartenne dapprima all'orbo equestri/! ; come ufficiale montato, fu trihnnus 
mililum in una legione o in una coorte, ed ebbe poi un'altra delle funzioni preparatorie 
alla carriera equestre, che ci è ignota per essere il marmo mutilo. Fu quindi tevir 

(') Cfr. G. B. De Rossi, Bullettitw di archeologia cristiana, 1865, pag. 92 segg. ; ivi egli com- 
menta la frase ad religionem pertine.ntes meam che ft assai somigliante a quella della nostra epigrafe. 
Questa frase si legge in un'iscrizione trovata presso il cimitero cristiano detto di Nicomede sulla via 
Nomentana (C. I. L., VI, 10412). 



REGIONE I. — 347 — VELLETRI 



eq(uilu)m romanor(um) equ(o) p[ubl(ico)], cioè preposto ad una delle sei hirmac di 
cavalieri romani, onorati, per imperiale concessione, dcllVgitMs ftublieus. 

A queste cariche della carriera equestre segue la funzione di passaggio alla car- 
riera senatoria per concessione dell' imperatore Claudio (a. 42-54), che lo ascrisse, 
mediante Vadleetio, tra i tribuni plebis. Leggesi infatti nell'iscrizione: adleclus 
[_lrih(unus) p~Jebis a divo Claudio. Le cariche assunte dal nostro personaggio nel per- 
correre la carriera senatoria sono le seguenti : 

1) legatus d[ivi Claudi leg(ionis) \x~\u Apollinar(is). I legati legioni*, comandanti 
di una legione, erano generalmente praetorii, ma se ne trovano anche fra i tribunicii; 
come tale M. Iulius Romulus fu preposto dall'imperatore Claudio al comando della 
XV legio Apollinaris. 

2) praetor. 

3) legatus prò pr(aetore) iterimi [prori]neiae As[ia]e, ossia coadiutore, nel governo 
della provincia di Asia del proconsul. Fu confermato in tale carica (iterum): d'or- 
dinario Viteratio^ndica, la conferma fatta nella carica da un nuovo imperatore. Nel 
nostro caso, morto Claudio nell'a. 54 e succedutogli Nerone, questo avrebbe confer- 
mato M. Iulius Romulus nell'ufficio di legatus prò praetore. prorineiae Asiae. 

4) prò praef(ecto) frumenti da]ndi ex s(enatus) consulto). La voce prò, che pre- 
cede, deve far parte di questa carica, quantunque ciò non abbia raffronti. Comunque, 
od effettivamente o per subordinato incarico, M. Iulius Romulus fu praefpctus fru- 
menti dandi ex s. e. in uno dei primi anni del regno di Nerone (a. 54-68). 

Viene ad aggiungersi alla serie di tali magistrati (*), nominati dal senato fra 
i praetorii in occasione di straordinarie fniHicntofóun/'s elargite dall'imperatore a spese 
dell'erario e distribuite a cura del senato stesso (*). Per il fatto che nella serie di tali 
praefeeli eravi finora una lacuna che andava dal tempo di Claudio a quello di Traiano, 
il Kornemann ( 3 ) ed il Rostowzew ( 4 ) hanno creduto che tale carica sia stata abolita 
da Claudio e poi ripristinata da Traiano. La nostra epigrafe farebbe restringere al- 
quanto la lacuna indicando, che anche durante il regno di Nerone furono nominati 
praefecti o prò praefeeti frumenti dandi ex s. e. 

5) legatus [prop]r(aetore) provin[eiae]. In questo punto il nostro marmo presenta 
una difficoltà ; lo spazio da supplire tra la voce provili.... e la seguente prò non è suf- 
ficiente se non per completare la parola provin[ciae]. Si ha pertanto una indicazione 
incompleta, non essendo specificatala provincia nella quale M. Iulius Romulus eser- 
citò il suo mandato di legatus prò praetore. Sappiamo che un M. Iulius Romulus tu 
legatus ino praetore provineiae Sardiniae nell'anno 69, in sottordine al proconsul 
L. Helvius Agrippa (C.I.L., X, 7852). Soltanto due anni prima, nell'a. 67, ì& Sardinia, 
da provincia procuratoria imperiale, era divenuta di nuovo senatoria, per poi tornare, 
dopo breve intervallo di tempo, un'altra volta imperiale con Vespasiano. Non credo 
esservi dubbio che il legato della Sardinia dell'a. 69 sia lo stesso personaggio della 

(') Cfr. L. Cantarelli, in Bull, della Commiss, archeol. comun. di Rama, 1896, pag. 217 segg. 

(•) Cfr. G. Cardinali, in Dizionario epigrafico di antichità romane .li E. De Ruggiero, s. v. . Fru- 

raentatio., III, pag. 248. 

(») Kornemann, in Real Kncyclopaedie von l'anh,-\Vtssowa, B. v. Curatore*, IV, pag. 177.». 
(') M. Rostowzew, Tessere romane di piombo (testo russo), pag. 72, 318 segg. 



VELLETRI — 348 



REGIONE I. 



nostra iscrizione e che l'indicazione della carica di cui ci occupiamo debba essere : 
\egatu8 [prò p]r(aetore) provin[ciae] (Sardiniae). 

6) proc[o(n)s(ul)\ extra [sort]em prov[inciae] Maeedoni[ae}. 11 coronamento della 
carriera di M. Iulius Romulus fu il governo della provincia senatoria pretoria della 
Macedonia, che gli fu attribuito eccezionalmente dal senato extra sorteti,, derogando 
cioè dalla consueta estrazione a sorte fra i senatori candidati al governo delle provìncic. 

Non essendovi nella nostra epigrafe alcun accenno a magistrature municipali, 
non è possibile di decidere se M. Iulius Romvlus fu cittadino velitcrno, tanto più che 
è tuttora incerto a quale tribù fosse ascritta la colonia di Velitrae. Egli appartenne 
alla tribù Voltinia, mentre Velitrae sembra abbia appartenuto alla Outiumma (C.I.L., 
X, 6555) od alla Quirino (C. I. L., X, 6576). 

2) Frammento di lastra marmorea con cimasa a cuori e resto di un'iscrizione 
sepolcrale con grandi lettere, alte cm. 8, di buon durlus, che la fanno risalire alla prima 
metà del 11 secolo dell'impero (m. 0.69 X 0.61 X 0.04) : 

• 

p. vai E R I V S * P * L» A P O 



Q, V I N Q * C O N legi fahrum 
tignuario K P^t_LyjS^T-Rrì^ 

Il defunto fu [mag(istcr)] quinq(uennalis) eon[legi fabrum lignuario]r(ini,), con 
tutta probabilità di Velitrae (cfr. C.I.L., X, 6585). Seguiva l'indicazione numerica del 
lustrimi collegiale che egli aveva esercitato nella sua qualità di quinquenne /*. 

3) Grande lastra marmorea frammentaria, con iscrizione sepolcrale ("metri 
1,28 X 0,76X0,03). 



TI'CLAVDIVS-CELA, 

REDEMPTORINTESTINARIVSFECIT« 
CLAVDIAESYNTYCHECONIVGICA*, 
ET- IVLIAE- NEREIDI • ET- L I B iL* 

LIBERTABVSQVESVIS-POSTERISQVE-EORVM-EXCEPTO-FAVST/o et 
SABINA •MALISLIBERTIS-HVICMONVMENTOTVTELAE-NOMINe/ ceda 
C VMT ABERN AET- AGRO-I VGERIBVS • PLVSMIN VS- OCTOITAVTIOMQVE Ut prò 
INDIVISO PARTEM-DIMIDIAM- HA C- LECE- ET ■ CONDIClOUe ul quod 
RELICTVM • EST • POSSIDEANT • NEQVE • DE • MANIBVS • EORVjil exeat et 

LICIAT- V L L I • ABALIENARE-AVT • V E ti Ù ere 
HOC • MONIMENTVM ■ SIVE • SEPVLCHRVM • EST cum aqro 
ET- TABERNA- ET- HORTO- HEREDEM • N 0rt sequelur 



REGIONE I. 



— 349 — 



VELLETRI 



È da rilevare la professione esercitata dal fondatine del sepolcro 77. Clau- 
dia* Cela [il us], che fu redemptor intestinarius, e cioè appaltatore di quei lavori 
da falegname di rifinitura interna degli edifici (intestmum opus), quali le intra- 
vature ed i lacunari dei soffitti, le intelaiature delle finestre e delle porte, i pian- 
ati in legno, ecc. (cfr. Vitruv., IV 4, V 2, VI 3; Varrò, de re rust., 111, 1 : ('od. 
Theod., XIII, 4, 2). 

Il sepolcro fu destinato da Ti. Claudius Celadus a sé, a sua moglie Claudia 
Syntyche, a lidia Nereis ed ai loro liberti e discendenti, con esclusione di Faustus 
e di Sabina, perchè mali liberti. A questa esclusione segue nel testo dell'epigrafe 
una disposizione riguardante lo jus sepulchri, estratta dal testamento del fonda- 
tore, con la quale egli destina, a meglio garantire l'incolumità della tomba (tuteUte 
nomino), la metà del terreno adiacente, di circa otto jugeri, con una casetta per 
il custode (tàberna). È notevole la formula riguardante il terreno, ita uti ofptimus) 
m(aximas)que est, che fu usata dai giureconsulti ad indicare essere Vager in buono 
stato e libero da ogni cànone o servitù (cfr. C. I. L., V, 7454; Dig., I, 16, 126). 
La parte del terreno che rimaneva a tutela della tomba doveva restare prò indi- 
riso, ossia di comune proprietà ex aequo degli aventi diritto alla sepoltura, e non 
poteva essere da alcuno alienata o venduta. L'iscrizione termina con la consueta 
formula che tutela i diritti sepolcrali di famiglia, escludendo le tombe e gli annessi 
da eventuali passaggi di proprietà. Può risalire alla metà circa del I secolo del- 
l' Impero. 

4) Lastra marmorea sepolcrale frammentaria iscritta (ni. 0,37 X 0,40 X 0,02): 



D m. 

C-IVLIO • SECVN do saccr 
DOTI MATRIS deum conia 
Gì ET PATRONO^ optimo 
ET 1NCOMPARAB ili qui vi 

X ANNIS LXXXIIII ' 

ANCT IXS ET FILI ET AV re 
LIVS QVINTVS CONVIC 
TOR FECERVNT BENEMER 
ENTI CVM QVO VIXIT ANNIS 
VIGINTI SEPTE B 



Il defunto, che raggiunse la bella età di 84 anni, fu sacerdote municipale di 
Cibele (Maler deorum). Tra i dedicanti la tomba vi è Aurelius Vietar, che fu suo 
nmriHor, ossia ebbe con lui consuetudine di vita famigliare. Confidar è anche chi 
fa parte di uno stesso collegio^* HwTepvlo resei noletlt). 



VELI-ETRI 



— 350 



REGIONE I. 



5) Parte sinistra di una tabula lusoria, in tre pezzi (ni. 0,80 X 0,03 X 0,02) : 



ri locu 



D A L V S O 


r^. 


S1DS3N 


rosone 


V I C T V S 


r^j 



ouspnj 
recede 



È facile supplire il testo della parte mancante, riferendosi ad altre tabular lu- 
soriae analoghe rinvenute presso il Castro Pretorio e nel cimitero di S. Agnese fuori 
le mura ('). Esso così suona: di lusori locit(m), liniere nescis, rictus recede (o leva le). 
Essondo due i giuocatori, il vincitore schernisce il vinto, e lo deride dandogli del- 
l' inetto, ed invitandolo ad allontanarsi sconfitto ed a lasciare il posto ad un altro 
giuocatoro. 

Riferisco ora alcune iscrizioni cristiane rinvenute fuori posto durante lo scavo. 

1) Lastra marmorea (m. 0,50 X 0,66 X 0,04) (*) : 



A $ (O 






BONE MEMORIE 




GÈ N ESO QVI 


BIXIT 




ANNOS LXXII MEN 


II II - D 


XI 


DEP-VIKAL AVG 


IN PACE 


m 







2) Lastra marmorea rotta in due pezzi (m. 0,41 X 0,45 X 0,03) ( 3 ) : 



Y 


LEO QVI VIXIT AN 


A 


NOS N XXVII CVM 




VXORE MENSIS N X 




DEPOSITVS X KAL. 




OCTOBRIS 



( ) Cfr. L. Bruzza, Tavole tutorie det Castro Preorio, in Bull, della Commiss, archeol. comunale 
ili Roma, 1877, pag. 94 scg. 

« (-) (ìià edita con lettura incompleta in queste Notizie degli ICOOi, 1922, pag. 261, ed in Nuoto 
Hiilliltiiio di archeologia cristiana, a. XXVHI (li>22), ]iag. 135. 

(•') (ìià edita in Nuovo bnlMtiiut di archeologia cristiana, a. XXVIII (1!'22), pag. 136. 



REGIONE 1. 



— 351 



VULUSTllI 



3) Lastra marmorea frammentaria in 22 pezzi che riconnessi danno il seguente 
resto d'iscrizione sepolcrale cristiana (ni. 0,74 X 0,92 X 0,02) : 




JTA VERSORVM NOMEN SCIRE^QVr 

IERITA QVESQVET IN PACE FIDELESl 

pa / IlENTES VT POSSVNT FLETVS OPTV TIB* dare 

/ECCE VENIT TEMPVS VBI MERITI PECCA 

SEMPITERNE DEVS MISERERI OS5IBVS ISU/s 

jCERTIS CALENDIS DIEM M O R i ^T-ALJ*/ 

A N N V S OCTO V I X I T VENIT die }(oVì?mbrcs 
S E P T I M A POS DECIMA I N '•■ * /O M N I O I paeis 

1 

palomba 



palomba j $$> ,. 



È l'iscrizione funeraria di una fanciulla di otto anni, di nome Merita, deposta 
il decimo settimo giorno di novembre, [die] nove[mbri$] aeptima pos(t) d>n'»ta. Que- 
sta data è espressa con la miniera più semplice e naturale di numerare in ordine pro- 
gressivo i giorni di ciascun mcso, ciò che si cominciò a praticare nel corso del V secolo. 
L'iscrizione è redatta in versi ritmici, detti quasi versus, il cui uso ebbe principio fin 
dal IV secolo dell 'é. a nostra. 

Si rinvennero inoltre un acroterio a palmctta di travertino (m. 0,3") X 0,28 X 0,10ì, 
una punta di lancia di rame a foglia di alloro con cottolo e due alette, ed una specie 
di puntale di asta di rame con tracce di doratura. 

* 
* * 

Il viandante che proveniva da Roma percorrendo la via Appia. oltrepassato il 
XXI cippo miliario, trovava, poco più lungi da' luogo ove è avvenuta la scoperta del 
piccolo cimitero, sulla sua destra una via che lo conduceva a Velitrae ed a sinistra 
un diverticolo verso il mare (») (vel. fig. 2). Attorno a questo quadrivio doveva 
estendersi una stailo o mangio dell' Appia: ed infatti chi investighi tutt'attorno i vi- 
gneti può riconoscere essere il suolo cosparso di ruderi e di tracce di abitato. Questo 
piccolo centro fu già riconosciuto da vari autori (*) essere la mnwio ad Sponsas, 
menzionata nell'itinerarium Hierosolymitanum o Burdigalmse ( 3 ). 

(') Cfr. E. Desjardins, Essai sur la topographie dn Latiwn, pag. 129 ; O. Nardini, Notizie degli 
srari, pag. 138 segg., fig. 2. 

(•) A. Ricchi, Lareggiadei Volsei, pag. 248; G. R. V. lpi, Yelas Laìium profanum, tnm. IV, 
pag. 48; Teoli, Storia di Velletri, pag. 40; A. «orgia. Misulhtiia IVWv.i;, m». LVIII, 28, n. 14. 

( J ) Cfr. M. Fortia ri' Urban, Récueil des itinéraires ancien*, pag. 102. La munito fu forse così chia- 
mata da un'insegna d'osteria raffigurante due coniagi che si te.igoao per le mxni (cfr. G. Tomassetti, 
La campagna romana, II, pag. 381). 



VELLl.TKt 



— Bà2 



HE010NE 1. 



Dalla stesso itinerario sappiamo che la sfatte <id tre* Tabernas precedeva, per 
chi veniva verso Roma, soltanto di circa tre miglia la fermata ad Bponeas. Ora. pre- 
cisamente a ó km. all'incirca più lungi da Roma dalla località Solluna, ove si rico- 
noscono le tracce del quadrivio ed i ruderi della mcmsio, è un luogo detto « le Castella» 







Fig. 4. 



nel quale sono state rinvenuti resti di un vasto abitato'('). Ivi presso, Antonio 
.Nibby (*) pose le Tres Tabernae, corretto poi dal De la Blanchère che le situa più 
lungi, presso il ponte di Mele ( 3 ) e dal Kiepert che ne fissa l'ubicazione oltre Cisterna ( 4 ). 
Credo, per le ragioni su esposte, essere più vicina al vero l'ipotesi di Antonio Nibby, 
e sarebbe così definitivamente fissato il luogo ove i primi cristiani di Roma corsero 
ad incontrare l'apostolo Paolo, già circondato da altri fedeli che si erano spinti a 
riceverlo fino a Forum Appii, per accompagnarlo alla città eterna ( 5 ). 



(') Notizie degli scavi, 1900, pag. 235 segg. 

(*) A. Nibby, Analisi della carta dei dintorni di Roma, III, pag. 282 seg. 
( a ) De la Blanchère, La ponte sur la voie Appietme. in Mélniujes d'arelii'ol. et d'hisl. de VÉcole fran- 
caise à Rome, 1888, pag. 54 seg. 

( 4 ) 11. Kiepert, Latti mteris tabula; cfr. la pianta annessa al C. I. L., vul. X. 
( 6 ) Actus apostoloruiit, XXVIII, 16. 



REGIONE I. — 353 — S- MARIA DI CAPITA VETERE 



Adunque nella località Solluna esisteva una mansio della via Appia che tutto 
fa credere fosse le mansio adSponsas, i cui abitanti di fede cristiana ebbero fin dalla 
fine del III o dai primordi] del IV secolo un piccolo cimitero eretto dalla pietà e dalla 
munificenza di Faltonia HUaritas. Quantunque in territorio di Velilrac, il cimiteriolo 
non fu propriamente il veliterno (>) per essere distante dalla città ben tre miglia ; 
anche le sue dimensioni indicano, che non fu se non il cimitero di una piccola borgata. 

G. Mancini. 



IX. S. MARIA DI CAPUA VETERE — Scoperta di una cripta mi- 
triaca (tav. XVII). 

Sulla fine di settembre del 1922, in vico Caserma (rione di S. Erasmo), facendo 
le fondazioni per la costruzione di una casa, si è rinvenuta una interessante cripta 
mitriaca con affreschi, che è stata esplorata solo nella primavera di quest'anno (*). 

La località è vicinissima all'antico Capitolium di Capua ( 3 ), attorno al quale si 
conservano numerosi sotterranei, appartenenti a costruzioni della città romana ; 
sono dei criptoportici, con volta a botte, in comunicazione fra loro, illuminati dal- 
l'alto mediante lucernarii, conformati a tronco di piramide, disposti alternativamente, 
ed a distanza uniforme, sulla sommità o su di un lato delle vòlte. La struttura di 
questi criptoportici è assai rozza, con le vòlte e le pareti grezze ed il piano a battuto 
di terriccio e calcinacci. La cripta mitriaca del vico Caserma appartiene ad una di 
queste serie di sotterranei, e costituisce il vano più appartato ed occulto, come il 
rito dei misteri richiedeva, vano espressamente adattato e trasformato, che si diffe- 
renzia dagli altri della serie per le pareti e la vòlta intonacate e dipinte. 



(') L'esistenza di un antico cimitero cristiano veliterno presso S. Maria dell'Orto, fuori la porta 
Napoletana, nelle vigne Zara e Fantozzi, fu riconosciuta, da alcuni indizi, dal compianto G. Schneider- 
Graziosi ; cfr. L'antico cimitero cristiano di Velletri, in Bull, della commiss, archeol. Comunale di Roma, 
1913, pag. 225 segg. 

( 2 ) Esprimo la mia più viva riconoscenza all'illustre prof. Franz Cumont che mi ha onorato di 
una visita durante l'esplorazione del mitreo, e mi ha fornito, con la sua ben nota dottrina sulla reli- 
gione di Mitra, preziose indicazioni per l'illustrazione del monumento, intorno al quale ha breve- 
mente riferito all' Académie des inscript, et belles lettre* (cfr. Compie* rendus, 1924, pp. 112-115). 

Ringrazio pure pubblicamente l'ispettore onorario prof. G. De Bottis, l'ing. Roberto Pane ed 
il sorvegliante agli scavi, sig. N. Testa, per l'opera da loro svolta nell'esplorazione della cripta. 

( 3 ) Il prof. G. De Bottis, dotto conoscitore delle memorie di Capua Veterc, mi ha gentilmente 
comunicato, che in un antico diploma (cfr. A. Perla, Capua V etere, p. 200), la chiesa di S. Erasmo, eretta 
all'epoca angioina, prendeva il nome di S. Erasmo in Capitolio, e vicino è ricordata anche una torre 
(iuxta turrim s.ti Herasmi de Capua). Michele Monaco (.Sancluarium campatimi p. 669) riferisce poi 
che la chiesa anzidetta ■ habel titulum in cappella turris prope cryptas, et eroi ibi eiusdem nuneupationis 
villa ». 

Notizie Scavi 1924 - Voi. XXI. 45 



S. MARIA DI CAPUA VETERE — 354 — REGIONE I. 

Il riempimento della cripta era costituito da terra mista a rottami di titoloni, 
calcinacci e pietrame di tufo, con cumuli maggióri in corrispondenza dei lucernarii, 
che hanno servito come da pozzi di scarico. Solamente nella parte inferiore si 
sono rinvenuti gli antichi strati di infiltrazione e di riempimento del piano, e si 
sono scoperti varii residui di materiali archeologici che qui enumeriamo : 
Nella parte mediana della cripta : 

frammento di antefissa in terracotta, che riproduce in bassorilievo a stampo 
un gruppo di centauri (m. 0,15 x0,31) ; 

tubo di conduttura per acqua, in terracotta, di forma cilindrica con rastrema- 
zione da un lato per l'innesto (lungh. m. 0,49 ; diam. mass. m. 0,24) ; 

recipiente di terracotta per acqua, frammentario, con il corpo di forma ovoi- 
dale, che reca sul rigonfio tre aperture circolari equidistanti per l'innesto di piccoli 
tubuli a diramazione di condutture (alt. ni. 0,215; diam. delle aperture m. 0,010) : 

frammento di una lastra marmorea con resti di rilievi ornamentali (metri 
0,29 X n. 0,33) ; 

piccola base di marmo (m. 0,21 X m. 0,25 ; alt. m. 0,12), che porta superior- 
mente un incavo di forma rettangolare (m. 0,09 X m, 0,12 ; prof. m. 0,025) ; 

altra piccola base marmorea di forma rettangolare (m. 0,18 X m. 0,36 ; alt. 
m. 0,30) ; 

piccola base di travertino, frammentaria nella parte superiore (alt. m. 0.30) ; 

frammenti di una colonnina di terracotta, con scanalature sul fusto (alt. me- 
tri 0,17). 

Delle poche monete rinvenute nell'esplorazione della cripta, si poterono soltanto 
identificare le seguenti: 

medio bronzo di Marco Aurelio: 1? M • ANTONINVS AVG • TR • P • XXlll; 
testa laureata dell'imperatore a destra; R/ SALVTI • AVG -COS -HI S- C • La 8afo», 
stante a sinistra, reca uno scettro ed una patera, alla quale si accosta un serpente, 
avvolto attorno ad un altare (169 d. Cr.) ; 

piccolo bronzo di Costanzo Cloro: 1? CONSTANTIVS NOB • CAES-, testa 
radiata dell' imperatore a destra ; R7 VOT ■ XX • A , entro a corona di lauro ; 

piccolo bronzo di Costantino Magno: 1? CONSTANTIVS MAX • AVG •, 
busto dell'imperatore diademato R7 GLORIA EXERCITVS, due soldati stanti che 
reggono un'asta, e si appoggiano ad uno scudo ; in mezzo vi sono due insegne militari 
ornate di corone ; nell'esergo S • M • N • T • 

Negli strati inferiori si rinvennero qua e là numerose lucerne fittili, di colore ros- 
siccio, intere e frammentate ; appartengono tutte alla forma comune, con il corpo 
semiovoidale e con un solo beccuccio, annerito dal fumo per l'uso, e sono di varia 
grandezza (diam. 0,07-0,12). La maggior parte di queste lucerne sono liscie ; soltanto 
due presentano la parte superiore decorata con rilievi a stampo : la prima (fig. 1, n. 1 ) 
con una testa radiata, a semplice contorno schematico, del Sole, che richiama a rap- 
presentazioni consimili, come ad esempio a quella del rilievo marmoreo di Colchester 
(cfr. Cast* of romnn brit. sculpt. fig. 8 ; Reinach, Reperì. Ae rélicfs, II, 448, n. 5) ; l'altra 
reca sull'orlo alcune impressioni a sigillo di rosette, e nel mezzo l'iscrizione M E N 
(fig. 1, n. 2). 



REGIONE I. 



— 355 — 



S. MARIA DI OAPUA VETERE 



All'incrocio del criptoportico che serve da vestibolo, negli ultimi strati di riem- 
pimento, si rinvennero i seguenti oggetti : 

due frammenti di lastre marmoree con resti di rilievi decorativi (alt. m. 0,11-0,13) ; 





i Fio. 1. 2 

due frammenti di transenne, marmoreo (m. '7-1 X m. 0,36); 

frammento di una base di tufo, terminante superiormente in una piccola co- 
lonnina rivestita da stucco (m. 0,10 X m. 0,15); 

frammento di una lastra marmorei, di forma rettangolare (lungh. m. 0,13 ; 
alt. ni. 0,C45), con resti di una iscrizione (fig. 2); 




Pio. 2 



numerose lucerne fittili, di colore rossiccio, più o meno frammentarie, della 
medesima forma e dimensioni di quelle rinvenute nella cripta ; sono per la maggior 
parte liscie, una soltanto è ornata sull'orlo da impressioni a sigillo con rosette e 
motivi geometrici ; 



S. MARIA DI OAPUA VETERE — 356 — REGIONE I. 



anfora di terracotta grossolana, frammentaria all'orificio ed alla base appun- 
tita (alt. m. 0,41) ; 

piccola coppa di terracotta grezza (diam. m. 0,045). 
Nella medesima parte, qua e là dispersi nell'ultimo strato a contatto con il piano, 
si sono ritrovati diversi ossicini frantumati di animali. 

Nello scavo delle fondazioni di un muro di rinforzo a sostegno della volta, nel 

vano indicato nella pianta con la lettera I, si è rac- 
colta fra i pietrami una testina (alt. m. 0,08) fittile 
di. Minerva (fig. 3). 

Levati gli strati di riempimento nella cripta e 
nell'ambulacro adiacente, è apparsa chiaramente la 
forma del mitreo, quale può vedersi nella pianta e 
nella veduta d'insieme (figg. 4 e 5). 

Il vano è rettangolare (m. 12.18; alt. m. 3J22), per- 
fettamente orientato nella sua lunghezza. Addossato' 
alla parete nord (quella ove sta l'affresco di Mitra 
tauroctono che esamineremo a suo luogo) vi è l'altare 
in muratura, rivestito di stucco dipinto in rosso, lungo 
quanto è larga la cripta (m. 3,50), largo m. 1 ,57, alto 
m. 0,68, con forte inclinazione verso la parete. 

Sul davanti, nella parte superiore, vi è un cana- 
letto largo m. 0,09, profondo ni. 0,08, inclinato verso 
la parete laterale nord, dove piega per un tratto sco- 
perto, e poi scompare sotto al podium, lungo la parete 
stessa. 
Dall'altare, sulle~pareti lunghe di nord e di sud, si staccano i podio, noi quali 
si distinguono due costruzioni di diversa epoca. I podia più antichi sono di forma 
assai ristretta (lungh. m. 1,25; largh. m. 0,39; alt. m. 0,45) e risultano costrutti 
in calcestruzzo, intonacati e dipinti in rosso. Il podium della parete sud termina 
in una piccola vasca rettangolare, che si avanza sulla fronte verso l'ambulacro 
(lungh. m. 1,28 ; largh. m. 0,67 ; prof. m. 0,55), pure in calcestruzzo, rivestita di 
cocciopisto e di stucco dipinto in rosso. Il podium della parete nord termina, di 
fronte alla vasca, in un pozzetto profondo, che, per ragioni statiche, non si è potuto 
esplorare; in corrispondenza ad esso, nell'interno della parete, vi è una conduttura 
di immissione, che scende dall'alto, ed una conduttura di scarico, che attraversa 
l'ambulacro. Il canaletto che dall'altare piega sul podium, lungo la parete nord, 
per un tratto scoperto (lungh. m. 0,22) e poi ricoperto, va a finire, con lieve incli- 
nazione, nel pozzetto, ed ha il fondo formato da frammenti di lastre di marmo. 

La presenza della vaschetta e del pozzetto, come pure i resti di condutture e di 
recipienti di terracotta per acqua, è pienamente giustificata dal rituale dei misteri 
mitriaci. 

La pavimentazione dell'ambulacro fra i due podia è fatta di cocciopisto, nel quale 
sono stati incastrati, come a mosaico, dei frammenti di lastre di marmo di diversa 




REGIONE I. 



357 



S. MARIA DI CAPUA VETERE 



natura; il pavimento termina al limite della vasca e del pozzetto, ed è contenuto da 
lastre di marmo bianco, dello spessore di m. 0,06, poste per taglie. Tutto il rimanente 
piano della cripta, come pure quello del criptoportico che serve da vestibolo, è for- 
mato da un battuto di terriccio e calcinacci. 









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Fig. 4. 



In un periodo successivo i podio Furono ingranditi, portandosi con la fronte 
sulla stessa linea della vaschetta e del pozzetto, rendendo così più stretto l'ambulacro 
centrale che conduceva all'altare (in. 0,84). Questi podi/i più recenti, prolungati sulle 
pareti laterali per m. 8,36, hanno una larghezza di m. 0,90, incorporando i podio 
più antichi, la vaschetta ed il pozzetto. La loro costruzione è assai rozza, e consiste: 
all'esterno, verso l'ambulacro, in muretti di parapetto, formati di materiale vario, 



S. MARIA DI CAPUA VETEKE 



— 358 — 



UEOrONE I. 



intonacati solo per lieve strato nei piedritti; all'interno, in un'opera a sacco, assai 
grossolanamente eseguita con scarico di materiale vario (pietre di tufo, frammenti 
di tegoloni e di vasi di terracotta, pezzi di marmo e di intonaco di stucco); dello 
stesso materiale erano ricoperti la vaschetta ed il pozzetto, che venivano così an- 
ch'essi mascherati da questi podia di ulteriore costruzione, i quali presentano una 
lieve inclinazione verso le pareti della cripta, come si è riscontrato anche in altri mitrei. 




Fio. 5. 



Sulle pareti verticali dei podia, in luogo della vaschetta o del pozzetto, si aprono 
due nicchie quadrate (alt. 0,32; largh. 0,33; prof. 0,30), consimili a quelle ritrovate 
altrove (mitrei di S. Clemente, di Spoleto e di Ostia) ( l ), destinate con tutta proba- 
bilità a custodire dei recipienti di acqua lustrale per le cerimonie purificatone. 

Nella ripulitura delle pareti si sono ritrovate tracce copiose di graffiti, anche con 
iscrizioni : di queste però soltanto una è parzialmente leggibile (.... MODVM), sulla 
parete sud, in fianco all'altare. 

La decorazione delle pareti e della vòlta concorda perfettamente con le parti 
della costruzione più antica, e risale quindi indubbiamente all'adattamento primi- 
tivo della cripta al culto mitriaco. 



(*) Cfr. Cumont, Notes sur un tempie mithriaque d'Ostie, p. 10 sg. 



REGIONE I. — 35<J _ 8< MARIA DI CAPUA VETERE 



Tanto la vòlta quanto le pareti della cripta sono rivestite di stucco, e questo in- 
tonaco si arresta nel passaggio al criptoportico che serve da vestibolo. 

Il cielo della vòlta è dipinto con stelle a sei punte, eseguite a stampo uniforme, 
di colore verde e rosso-mattone, che spiccano sulla tinta giallognola del fondo. Il 
medesimo colore di fondo ricorre anche sull'intonaco delle pareti, limitate superior- 
mente da una larga fascia all'altezza dell'aggetto della vòlta, e da un'altra fascia, nella 
parte inferiore, la quale non segue una linea continua, ma si solleva in corrispondenza 
ai podici, più antichi, indicando così chiaramente una contemporaneità di esecuzione. 
Queste fasce orizzontali, alla base e sull'alto delle pareti, sono congiunte da faseie 
verticali, che determinano una suddivisione delle pareti stesse in tanti riquadri di dif- 
ferenti dimensioni. 

Le fasce sono di un colore rosso-mattone, eseguite a mano libera e perciò assai 
irregolari. 

Sulla parete breve di ponente sta l'affresco con la scena di Mitra tauroctono 
(tav. XVII). La scena abbraccia tutta intera la parete sopra l'altare ; solo inferior- 
mente ricorre a guisa di zoccolo marmoreo, fra l'altare ed il quadro, una fascia di- 
pinta in verde antico. 

La vòlta serve a contornare mirabilmente il quadro, seguendo la conformazione 
della grotta, dipinta in colore brunastro sullo sfondo, che si distacca dal cielo azzurro 
chiaro ; entro la grotta spicca la figura di Mitra che compie il sacrificio del toro. 

Il nume, con un ginocchio sulla groppa ed un piede sulla coscia, gravita sul toro 
atterrato, afferrandolo con la sinistra per le narici, mentre lo colpisce con la destra 
per mezzo di un pugnale, la cui guaina gli pende dal fianco. La foga di quest'atto 
esprime tutta l'agilità e la vigorìa del nume invincibile, in contrasto con il dolore della 
vittima, che contrae le membra nello spasimo supremo della morte. Il viso dell'eroe 
è alquanto danneggiato, ma si intravvedono chiaramente i lineamenti giovanili e la 
espressione patetica nello sguardo rivolto al cielo, nella contrazione delle ciglia e 
delle labbra, alla quale espressione conferisce il contorno dell'abbondante capigliatura 
inanellata e sollevata sulla fronte. 

Nel vestiario, il nume conserva il tipo orientale, ed è interessante la varietà dei 
colori, nei quali è riposto un particolare significato simbolico. Mitra veste una tu- 
nica di colore rosso, con sopramaniche e polsi verdi, ornati di frange giallo-oro ; di 
colore verde è pure la zona della tunica con le orlature ed il motivo decorativo a cane 
corrente in giallo oro. Le anassiridi, come la tunica, sono di colore rosso, con bande 
in verde, ricamate in giallo-oro con stelle a croce ed a cerchielli variati. Il berretto 
frigio, di colore rosso, è similmente ornato da una zona mediana in verde, ricamata 
e frangiata d'oro. Il mantello è, come le altre parti del vestiario, di color rosso, or- 
lato di verde e ricamato e frangiato d'oro ; ma la fodera sottostante è azzurra, or- 
nata da sette stelle in giallo-oro, simbolo evidente della vòlta del cielo con i pianeti. 
In giallo sono dipinti i calzari, l'elsa e la guardia del pugnale. 

Questa dovizia di colore delle vesti contrasta con la bianchezza del toro, sulla 
quale si nota il candore della dentatura, il rosseggiare delle narici e del sangue che 



S. MARIA DI CAPUA VETKRE — 360 — REGIONE I. 



esce dalla ferita, il colore giallo-oro delle corna e delle spighe di grano, che spuntano 
dalla ebda nel momento supremo del sacrificio. 

Il trionfo del nume, simboleggiante la potenza vivificatrice del sole, porta un 
completo sconvolgimento nella natura rinnovellata, e tutte le altre figure, che circon- 
dano il gruppo centrale, hanno una parte diretta nell'azione : il cane, dal pelo fulvo 
maculato, si drizza verso la ferita del toro per lambirne il sangue, fonte della vita ; 
lo scorpione punge, con le acute sue branche, i genitali del toro morente (evidente 
opposizione fra i due segni dello zodiaco che i due animali rappresentano) ; il serpe, 
con il dorso a squame brunastre ed il ventre verdognolo, striscia di sotto, e solleva la 
testa, protendendo la lingua bifida per raccogliere il sangue che scende a terra. 

Ai lati di Mitra tauroctono stanno i due dadophoroi, in costume frigio, armati di 
arco e di faretra, l'uno con la face sollevata (Cautes), l'altro con la face abbassata 
(Cautopates), doppia inrearnazione del nume che al mattino s'innalza, ed alla sera 
declina sull'orizzonte, e si innalza o si abbassa sulla terra negli equinozi di prima- 
vera e di autunno. 

Vestono, come il nume, la tunica con sopramaniche, le anassiridi, il mantello, il 
copricapo frigio ed i calzari ; l'arco, la faretra e la fiaccola sono dipinti in giallo-oro. 

Il vestiario tuttavia si differenzia nei colori, con evidente significato simbolico 
della luce solare alla nascita ed al tramonto : in Cautes, la tunica e le anassiridi sono 
di colore giallognolo con le orlature ricamate (meandri) e le bande in verde, ed il man- 
tello ed il copricapo sono di colore rosso ; in Cautopates, solo il berretto frigio è rosso, 
mentre invece la tunica e le anassiridi sono rese con una tinta grigiastra ed il mantello 
è bianco ; notevole è il ritaglio quadro (tabula), ricamato in verde, che adorna la 
tunica all'altezza del petto. 

Sull'apertura della grotta fanno capolino, con la parte superiore del corpo, il 
Sole da un lato e la Luna dal lato opposto, i due dèi luminari che fecondano la natura. 

Il Sole, dalla capigliatura rossiccia, è ricoperto da un manto di colore rosso, 
e regge uno scettro dorato. Dal nimbo radiato in oro, che gli circonda il capo, si 
stacca un raggio luminoso, che si protende nella direzione di Mitra ; davanti al Sole, 
appollaiato su una roccia sporgente, sta il corvo, messaggero del dio della luce. La 
Luna, coronata dal crescente, veste un mantello di colore bianco, e l'incarnato del 
volto spicca sul colore rosso-bruno della capigliatura, che scende sulle spalle e sul petto. 

Alle due figurazioni del Sole e della Luna sul cielo corrispondono in basso quelle 
dell'Oceano e della Terra. L'Oceano è barbato, con le chele di aragosta che escono dalla 
folta capigliatura ; la chioma e la barba sono dipinte con diverse gradazioni di blou, 
sul quale spicca il colore rosso-bruno del volto, delle chele e degli orecchi. La testa della 
Terra ha il volto colore incarnato, circondato da una lunga capigliatura di colore ver- 
dognolo, che simboleggia la vegetazione. 

L'immagine di Mitra tauroctono, con tutte le altre figurazioni simboliche, corri- 
sponde nel quadro generale all'estrinsecazione che del mito offrono gli altri monumenti 
dell'arte romana. La novità invece consiste nel fatto che, mentre le altre figura- 
zioni sono scolpite in bassorilievo ovvero a tutto tondo, la nostra invece è dipinta ad 
affresco sulla parete. , 



REtìlONE f. — 361 — S. MARIA DI OAPUA VF.TKRÈ 



Rare sono le cripte mitriache finora note (Spoleto, Ostia), con figurazioni dipinte, 
nonostante che di un mitreo affrescato si avesse il ricordo di una iscrizione di Tolt- 
schach (C. /. L. Ili, 4800). 

Di immagini poi dipinte di Mitra tauroctono il Cumont (') dà contezza solo delle 
seguenti, scoperte in mitrei di Roma : 

a) della casa dei Nummi (Bull, coni., 1886, p. 17 sgg. ; Cumont, op. cit, 
monum., 11). 

b) della casa di Tito (Bull, com., 1895, p. 178 sgg. ; Reinach, Reperì, des pein- 
tures, p. 29, n. 2). (Turnbull, A curious eollect. of ancien!, painlings, tav. 9) ( 2 ). 

Nessuna però di queste pitture può reggere il confronto, per la grandiosità della 
composizione e per lo stile, con il nostro affresco. 

La scena dipinta, abbracciando tutta intera la parete, offre un magnifico sfondo 
alla cripta, che, avendo la vòlta costellata di stelle, come nel mitreo di S. Clemente, 
doveva dare ai fedeli, nella celebrazione dei misteri, l'illusione del sacro spelaeum, 
simbolo del mondo terrestre (Porph., de antro nympho, 5) dove il nume ha compiuto 
l'uccisione del toro, e dal quale ò uscito vittorioso. La grotta è rappresentata 
come sfondo del quadro ; entro ad essa sta il nume sacrificante, con tutte le figu- 
razioni simboliche : sull'alto il cielo azzurro con i due astri luminari, ed in basso le 
immagini dell'Oceano e della Terra completano la triade suprema del pantheon 
mitriaco ( 3 ). 

La composizione centrale della scena non offre alcun particolare notevole di dif- 
ferenziazione, se si eccettui lo sfarzo delle vesti policrome del nume e dei due dado- 
phoroi. Il Sole e la Luna sono figurati a semplice busto, senza traccia dei loro veicoli 
celesti ; l'uno con il mantello purpureo, l'altra con la veste bianca, a significare la 
diversità della loro luce. 

La luce del Sole penetra nella grotta, cioè nell'oscurità, e va ad illuminare il 
nume, in segno di saluto per la sua vittoria. Il particolare del raggio che dal nimbo 
del Sole si stacca verso Mitra si ritrova in altre figurazioni (*) : 

a) bassorilievo scoperto a Roma nella Suburra (Annali delVInst. 1864, tav. N, 
p. 177 sgg. ; Cumont, op. cit., monum., 14); 

b) bassorilievo scoperto a Roma nell'Esquilino (Bull, com., 1874, tav. XX; 
Cumont, op. cit., monum., 16). 

e) bassorilievo scoperto a Capri al Museo Nazionale di Napoli (Mus. borb., XIII, 
22 ; Ruesch, Guida, n. 671 ; Reinach, Reperì des reliefs, III, 77, n. 2 ; Cumont, op. cit., 
monum. 95). 

Così per la posizione del corvo, l'uccello messaggero del Sole, si trova un bellis- 
simo riscontro con il bassorilievo di Capri. 



(') Cfr. Cumont, Texles et monum. rei. aux myst. de Mithra, voi. I, p. 214. 
(") Forse un'altra testimonianza di Mitra dipinto può aversi in una iscrizione ostiense 
(Not. scavi, 1924, pp. 73, 78 sg.). 

( 3 ) Cfr. Cumont, Les mystères de Mithra, 3» ed., p. 110. 

(«) Cfr. Cumont, op. cit., I, p. 193. 

Notizie Scavi 1924 - Voi. XXI. « 



4, MARIA DI CAPITA VETERE — 362 — REGIONE I. 



Nuova è invece la concezione delle due rappresentazioni dell'Oceano e della Terra. 

Oceanus era venerato dai cultori di Mitra, come lo attcsta l'iscrizione di Heddcrn- 
heim('),c lo troviamo rappresentato a figura intera, coricata sul tipo delle divinità flu- 
viali, in diversi monumenti, come ad esempio nella pittura del mitreo della casa di 
Tito ( 2 ), nel bassorilievo di Klagenfurth ( 3 ) ed in molti altri bassorilievi mitriaci ( 4 ). 
L'immagine di Oceanus è qui contrapposta a Caelus ( 5 ), figurata a semplice testa bar- 
bata con folta chioma, dalla quale spuntano le chele di aragosta, alla stessa guisa come 
è figurata nelle pitture e nei mosaici romani, tipo conservatosi anche più tardi nelle 
pitture cimiteriali cristiane ( 6 ). . 

Alla stessa guisa dell' Oceanus, anche la Terra (Terra mater), fecondata dalle 
acque del Caelus, occupava un posto assai importante nei misteri mitriaci ( 7 ). La tro- 
viamo figurata ai piedi del dio tauroctono, dinanzi al serpente, nell'atto di tenere 
con la destra un canestro di frutta, in un bassorilievo scoperto a Roma, oggi all'Anti- 
quarium di Berlino ( 8 ). 

Nel nostro dipinto la Terra è rappresentata non a figura intera come la Tellus, 
ma come Gaia nelle ceramografie greche, cioè a semplice testa uscente dal suolo, alla 
somiglianza di Oceanus che esce dalle acque del mare. 

Gli studiosi, esaminando la policromia di alcuni bassorilievi con la rappresenta- 
zione di Mitra tauroctono, hanno notato uno speciale significato simbolico nell'uso dei 
colori per le diverse figurazioni. Sotto questo riguardo il nostro affresco presenta un 
singolare interesse, poiché serve a controllare ed a determinare tale policromia sim- 
bolica, particolarmente nei vestiarii. Che a Mitra fosse proprio il colore rosso del 
costume, era noto dai bassorilievi policromi meglio conservati, fra i quali basterà 
rammentare quello del Vaticano; ma nella figura del nostro affresco appare tutto lo 
sfarzo orientale nelle margellae, nei davi, nei lori di stoffa verde, frangiati e rica- 
mati in giallo-oro, che adornano le vesti purpuree del nume, il pileo, la tunica, le 
anassiridi ed il manto. 

Il costume orientale di Mitra, per ovvie ragioni di culto, si è mantenuto intatto 
nelle figurazioni dell'arte, anche nel mondo occidentale ; e nella foggia e nei ricami 
delle vesti si riscontra la tradizione costante del tipo del personaggio persiano, quale è 



(') Cfr. Cumout, op. cit., monum. 263. 

(*) Cfr. Reinach, Reperì, des peintures, 29, 2. 

( a ) Cfr. Cumont, op. cit„ monum., 235 b.-c. 

( 4 ) Per gli altri bassorilievi mitriaci vedansi, oltre ai noti pubblicati dal Cumont (op. cit., mon. 
99, 162, 220), quello di Salona (Bull, di arch. e stor. dalmata, XXXII, 1909, p. 67, tav. VII, 2) e 
quello di Naunia (Arch. Treni., XXIV, 1909, pp. 107, 121). 

( 5 ) Questa contrapposizione risulta chiara in un bassorilievo di un'ara del Louvre, nella quale 
è rappresentata Diana Lucifera sopra la testa di Oceanus (Reinach, Répert. de la staluaire, I, p. 63). 

('), Per questo tipo di Oceanus nell'arte romana, riprodotto in pitture ed in mosaici, che ritro- 
viamo anche in Pompei (peristilio della casa dei Vettii), vedasi Reinach, Répert. des peintures, pp. 37, 
38. Per le pitture cimiteriali cristiane ricorderemo le figure di Oceanus delle catacombe di S. Calisto. 

( 7 ) Cfr. Cumont, Les mystères de Mithra, p. 116 sgg. 

( 8 ) Cfr. Cumont, op. cit., monum., 60; Besckrcibung der anliken Skulpturen p. 263, n. 707. 



REGIONE I. — 363 — S. MARIA DI CAPUA VETERE 



offerto dall'arte classica nella ceramografie, nei dipinti, nei mosaici (basterà ricordare 
quello celebre d'Alessandro) ; e questa persistenza artistica del tipo, nei riguardi del 
costume, la troviamo mantenuta per le figure dei Magi nelle scene di adorazione della 
primitiva arte cristiana ('). 

Il mantello svolazzante del dio, rosso superiormente, ha la fodera di colore azzurro 
ad indicare la vòlta celeste ; e su di essa spiccano nel campo sette stelle dipinte in oro, 
rappresentazione evidente dei sette pianeti, che nel culto dei misteri erano in relazione 
con i diversi gradi dell'iniziazione mitriaca, e che ricorrono talvolta figurati nei basso- 
rilievi del culto ( 2 ). 

Così il medesimo contenuto simbolico, per la colorazione del rovescio del manto 
e per gli ornati a stella, si riscontra nei due bassorilievi policromi di Ostia del museo 
Vaticano (Cumont. op. cit., monum. 82,85; Paschetto, Ostia colonia romana, p. 168, 
fig. 33, e p. 388, fig. 115), ove ai sette pianeti si unisce il crescente lunare. 

I due dadophoroi, sebbene con vesti meno ricche, sono simili nel costume a Mitra, 
entrambi con il pileo rosso sul capo. Cautes ha però la tunica, ed anche le anassiridi, 
di colore giallo, con orlature a bande ricamate a meandri, ed il mantello rosso ; mentre 
Cautopates ha la tunica e le anassiridi di colore grigiastro ed il mantello quasi bianco, 
evidente contrasto di colore fra il sole levante e quello ponente, fra il sole di primavera 
e quello di autunno. 

Passiamo ad esaminare gli altri affreschi della cripta. Sulla parete di oriente, 
contrapposta al grande affresco dell'altare, è dipinta una scena che comprende quasi 
per intero la lunetta superiore della parete delimitata dalla vòlta (fig. 6). Vi è rap- 
presentata la Luna, ritta in piedi sulla sua biga, con il manto svolazzante, colo- 
rato di bianco, che discopre le belle forme del corpo. Il tipo della dea è quello co- 
stantemente riprodotto dall'arte romana (nei sarcofagi con il mito di Endimione; 
nel medaglione dell'arco di Costantino) ( s ) e che troviamo rappresentato in numerosi 
bassorilievi mitriaci, al di sopra della grotta, in contrapposizione dell'immagine del 
Sole, che si innalza nel cielo con la sua quadriga. Tra questi ricorderemo soltanto i 
bassorilievi più noti: 

a) quello del Capitolino, conservato al Louvre (Clarac,tav.204,n.57; Cumont, 

op. cit., monum., 6); 

h) quello di Neuenheim (Cumont, op. cit., monum., 245); 

e) quello di Heddernheim (Cumont, op. cit., monum., 251, tav. Vili). 
La dea spazia nelle superne sfere con la sua biga, tirata da cavalli, che essa regge 
con le redini e tiene desti con la frusta : l'uno, con il capo abbassato e la folta criniera 



(') Vcdansi le pitture cimiteriali di Domitilla e dei santi Pietro e Marcellino; una notevoli 
corrispondenza ritroviamo nelle bande ricamate delle anassiridi, con le figure dei Magi dei mosaici 
di S. Maria Maggiore in Roma e di S. Apollinare Nuovo in Ravenna (Ricci, Ravenna, in Italia 

artisti a, fig. 55). 

(») Cfr. Cumont, op. cit., monnm., 84 (mosaico di Ostia), 97 (affresco di Spoleto), 106 (basso- 
rilievo di Bologna); Lea mystères de Milhra, p. 122. 

( 3 ) Cfr. Wilpert, in Bull, eomun., 1922, p. 55 sg., fig. 8. 



S. MARIA DI CAPUA VETERE 



— 364 



REGIONE I. 



ondeggiante, sta per declinare sull'orizzonte ; l'altro volge la testa indietro, quasi per 
attendere l'incitamento della dea. 

Il fondo grigio-bruno della scena, la massa nerastra dei cavalli, l'incarnato oli- 
vastro della dea. denotano il più vivo contrasto con la luminosità e la gaiezza dei co- 




Fio. 6. 



lori che abbiamo notato nell'affresco del dio tauroctono ; contrasto di luci certamente 
voluto per esprimere il diverso simbolismo tra la Luna declinante sulla sua biga, in 
opposizione a Mitra vittorioso del toro (Soli invieto). 

Sulle pareti laterali in principio dell'ingresso alla cripta troviamo dipinti, l'uno di 
fronte all'altro, due dadophoroi in costume orientale (figg. 7, 8). Vestono una tunica 
cinta al fianco, portando le anassaridi ed il solito copricapo frigio, e sono figurati stanti, 
con le gambe incrociate, sotto due lauri, dalle chiome riunite superiormente ad arco; 
quello dipinto sulla parete nord (fig. 7) solleva con la destra la fiaccola al di sopra di 
un'ara fiammeggiante, e dall'altro lato è figurato un gallo; quello dipinto sulla parete 
sud (fig. 8) abbassa invece la fiaccola, che tiene nella destra pure al disopra di un'ara 
accesa. Nel primo di questi dadophoroi, quello con la face sollevata, riconosciamo la 
personificazione del Sol Orims, anche per la presenza del gallo, messaggero dell'au- 
rora; nell'altro con la face abbassata abbiamo l'immagine invece dei Sol Occidens. 



REGIONE I. 



365 — 



8. MARIA DI CAPUA VETERE 



Queste personificazioni non sono una novità nelle figurazioni mitriache ( l ): la no- 
vità sta invece nel piccolo mazzetto di ramoscelli che i due dadophoroi tengono nella 




Fio, 7. 



mano sinistra, rispettivamente sollevato od abbassato in contrapposizione alla fiac- 
cola; esso richiama il fascio consacrato di ramoscelli (baresman) che i sacerdoti 
persiani tenevano durante le preghiere salmodiche, dinanzi all'altare del fuoco, nel 
rituale delle cerimonie purificatone (*). 

(') Cumont, op. cit., I, p. 210. 

(') Strabnne lo descrive (XV, p. 733 C) come §rip<hn> ftvQixivmr iHafirj (rfr. Cumont, Le» my- 
stères de Milhra, pp. 64 e 69). 



8. MARIA DI CAPUA VETERK 



— 366 



REGIONE I. 



All'entrata così della cripta le due figure dei dadophoroi forse simboleggiano le 
antiche prescrizioni rituali per i mystai, i quali, potevano accostarsi all'altare sol- 
tanto purificati con frequenti flagellazioni ed abluzioni. 




Fig. 8. 



Sulla parete laterale, quasi sull'angolo, presso cioè l'affresco della Luna su biga 
calante, all'altezza dì circa m. 1 ,20 dal suolo, è rappresentata una figura, quasi svanita 
per l'umidità della parete, e che sembra rispondere al consueto tipo orientale del Kro- 
nos mitriaco, con le ali spiegate ma abbassate, ed il serpe che gli avvinghia la persona 
(altezza m. 0,65). 

Sulla parete laterale sud, al di sopra della vaschetta con la quale termina il po- 
dium, nel mezzo di un riquadro della parete, è fissato un bassorilievo marmoreo (me- 



REGIONE I. 



367 



S. MARIA DI OAPUA VETERE 



tri 0,23 per m. 0,30), contornato a guisa di cornice da una fascia di color rosso, ove si 
vedono scolpite le figure di Amore e Psyche (fig. 9). Alla stessa guisa che nella reli- 
gione primitiva cristiana il mito di Amore e Psyche, simboleggiantc l'anima elevata 
dall'amore mistico, si trova accolto nella tradizione artistica funeraria, e rappre- 
sentato nelle catacombe ('), così pure, benché costituisca una novità, la presenza 
del rilievo nel nostro mitreo può essere giustificata dal simbolismo analogo, che lo 




Fio. l J. 

stesso mito doveva avere nei misteri^mitriaci, per la credenza della immortalità 
e della purificazione delle anime ( 2 ). 11 piccolo rilievo, derivato da qualche monu- 
mento funerario romano del II-III secolo, è stato posto a guisa di quadretto sulla 
parete, esprèssamente adattato ed incorniciato in un tempo successivo. 

Altre scene figurate sono dipinte in forma assai rozza, a semplice colore rosso, e 
ripartite in riquadri, sulla fronte dei podia della costruzione più tarda. Tale sistema 
di decorare la fronte dei podici con affreschi o mosaici si riscontra in altri mitrei 
(Ostia, Spoleto). Disgraziatamente la cattiva qualità dell'intonaco, poroso ed ineguale 
alla superficie, e la corrosione lenta, prodotta con il tempo dal contatto del terriccio 
umido sulle pareti, tanno danneggiato assai queste pitture, facendo anzi scomparire 
in tutto o in parte alcune scene. 

Dall'esame di ciò che è rimasto si rileva una esecuzione assai sommaria, sia nei 
riquadri, sia nelle figure, eseguite in rosso a contorni più marcati e con l'interno dei 



(») Cfr. l'affresco del cimitero di Domitilla : Venturi, Storia dell'arte, I, p. ì), fig. 6. 
(*) Cfr. Cumont, Les mystères de Mithra, pp. 141 e 202. 



3. MARIA DI CAPUA VETERK 



— 368 



kegJone i. 



corpi a tinta più leggera ed uniforme. Il pregio di questo ciclo di pitture dei podio 
sta nel contenuto religioso delle scene, che esprimono diverse cerimonie dell'inizia- 
zione al culto dei misteri mitriaci ; e quando si pensa che ben scarse sono le notizie 
intorno al rituale dei misteri di Mitra pervenuteci attraverso gli scrittori antichi, si 
comprende benissimo l'importanza di queste pitture ; e non si può se non con il più 
vivo rammarico lamentarne lo stato di deperimento nel quale sono a noi pervenute. 




Fio. 10. 



Esaminando nell'insieme questa serie di quadretti, balza subito all'occhio la 
figura del mystes, che appare in ogni scena, e sul quale si accentra l'azione svolta 
dagli altri personaggi. In tutte le scene il mystes è rappresentato ignudo: ciò 
risponde perfettamente, come mi ha fatto notare il Cumont, al rituale dei mi- 
steri ( l ), in cui l'iniziato deve deporre le vesti mortali, simbolo della sozzura 
della sua vita anteriore, per rinascere nudo, come l'infante dal grembo della madre, 
alla vita novella. Così nella primitiva religione cristiana il rituale del battesimo 
ad immersione prescriveva la nudità per i due sessi. 

Nella maggior parte delle scene conservate la cerimonia attorno al mystes è 
svolta per lo più da due personaggi: il mystagogus ed il sacerdote. 

Nella prima scena (fig. 10) il mystes è seguito dal mystagogus, che veste una 
corta tunica bianca; esso appare con gli occhi bendati (ciò si rileva anche nell'atteg- 



(') Cfr. Heckenbach, De nuditade saera sacrisque vmculis, in Religiomgesch. Versitche u. Vor- 
arletlen, IX 3 p. 13 ; p. 24 sgg., frg. 67. 



REGIONE I. 



31Ì9 — 



8. M.UUA DI UAl'UA VETtRE 



giumento dello braccia e delle mani, che è quello proprio di una persona priva della 
vista, e che procede a tentoni). Ora nel rituale dei misteri di Mitra sappiamo che 
si bendavano gli occhi agli iniziati. Lo Pseudo-Augustinus (Qttaest. veteris et novi 
Testamenti, in Migne, Pii.tr. Iti,., XXX IV, 2214) riferisce: « Illud autem quale est 
quod in spelaeo velatis oculis illudunlur? Ne enim horreant turpiter dehonestari, oevii 
Mix wlankir » ('). Il medesimo accenno agli occhi velati lo troviamo neTAmbro- 




siaster (C<mm. in epist. aijìphe»., V, 8, in Migne, op. cit., XVII, 396 A): « Pagani 
in tenebri» myslica sua celebrante* in spelaeo velatis oculis illuduntur («). 

Nella seconda scena (fig. 11) il mystes è rappresentato assiso, con le mani legate 
dietro la schiena, alla stessa guisa come sono figurati i prigionieri, e nuovamente con 
gli occhi bendati (velatis oculis) ; lo segue il mystagogus, vestito di tunica bianca ; 
e sul davanti si approssima a lui un sacerdote in costume orientale, con berretto fri- 
gio ( 3 ), e che sembra tenere in mano una spada. 

Nelle scene III e IV (fig. 12) noi vediamo il solito gruppo del mystes, del my- 
stagogus e del sacerdote, ma non possiamo, dato lo stato dei dipinti, precisare il sog- 
getto delle cerimonie ; solo si desume che il mystes, come gli altri due personaggi, 
è figurato stante. 

(') Cfr. Cumont, op. cit., textes, p. 8. 

( 2 ) Cfr. Cumont, Les mystères de Mithra, Appendice, p. 297. 

(») Il Cumont riconosce in questo personaggio un sacerdote, e ritiene che anche nel bassorilievo 
di Konjica (op. cit., I, p. 175, fig. 10) si debba riconoscere, non già un persiano, ma un sacerdote, nel 
personaggio che si accosta con un rhyton alla tavola sacra. 

Notìzie Scavi 11>24 - Voi. XXI. 47 



S. MARIA DI CAPO A VETEUE 



— 370 



REGIONE I. 



Xelle scene V, VI, VII (figg, 13, 14, e 15) il niystes. sempre ignudo, appare in 
finocchio, con le braccia dietro la schiena e le mani forse legate; il inystagogus, 
vestito di tunica bianca, sembra intento a trattenere con tutta forza per le spalle il 
mystes, durante la cerimonia compiuta dal sacerdote, che gli sta dinanzi in costume 
orientale; il sacerdote, nella scena VII, sembra tenere in mano una spada, alla stessa 
guisa che nella cerimonia figurata nella scena seconda (fig. 11). 




»<*■» 



IV 



Fig. 12. 



La spada, come osserva il Cumont, aveva una funzione particolare in alcune 
cerimonie di questa religione da soldati, ove non potevano mancare le prove di 
forza e di coraggio per gli iniziati. Le fonti classiche offrono copiose testimonianze 
di quest'uso della spada nelle cerimonie mitriache. 

Lo pseudo-Augustinus, a seguito del passo succitato (Quaesi. vet. et nov. Testam., 
(' XI li, 11 ; p. 308, 17, Souter), riferisce: « Alii legatis manibus intestini* pallini* 
proieiuntur super foveas aqua plenas, accedente quodam ewm gladio ei irrompente inte- 
stina saprò dieta, qui se liberatorem appellet ». 

Tertulliano (de. corona, 15) accenna ad una cerimonia che sembra riguardare l'ini- 
ziazione al grado di miles: « coronam interposito gladio sibi oblaltm,.... monetar obvia 
marni a capite pellere ». 



REGIONE I. 



— 371 



B. MARIA DI CAPUA VETERE 



Zàcharia lo scolastico, nella vita di Severo d'Antiochi, rifcrisoè che nei misteri 

del Solo si mostrava una spada macchiata del sangue di un uomo morto per vi usa 

(Ptmo&àraioe). Inoltre cade qui opportuno il ricordo di (pianto scrive Lamprìdio 
nella vita di Commodo (vita Comm., 9): « saera milhriara homirtfù fero polluit tmn 
mie aliquid ad speeiem timori* vai diri vel fìngi solcai ». Nessuno però di questi 
testi sembra riportarsi direttamente a tali scene. 




Fio 13. 



Nel bassorilievo policromo dell'Esquilino ('), sotto l'immagine di Mitra tauroctono 
ricorrono due scene, che si ricollegano alle note scene con le gesta di Mitra, che ritro- 
viamo nei rilievi di Heddernheim, di Osterburchen, di Neiienheim ( 2 ). È notevole 
però il confronto di una di esse con le nostre scene dipinte surricordate. Un personaggio 
vestito all'orientale brandisce un pugnale, e lo pone sulla testa di un giovane ignudo, 
che gli sta dinanzi con un ginocchio piegato e con le braccia pendenti un po' aperte, 
in atto di chi è rassegnato a soffrire, atteggiamento frequente nelle figure dei prigionieri. 

Nella scena IX (fig. 16) si contempla il mystes ignudo disteso a terra, con le brac- 
cia allungate, fra due personaggi stanti : il mystagogus, del quale è conservata solo 
una parte delia figura, ed il sacerdote, i cui tratti risultano assai confusi per il deperi- 



(') Cfr. Unii, coni., 1K74, tiiv. XX: Cumoat, op. ci!., monuiil. 10. 
(') Cfr. Gummit, op. cit., I, p. 172 sg. 



S. MARIA DI CAPUA VETERE 



— 372 



REGIONE I. 



mento della pittura ; i due personaggi protendono le braccia verso il mystcs, sul corpo 
del quale si scorgono le tracce di un serpente, che richiama al nostro pensiero le 
immag ini del Kronos mitriaco. Nulla possiamo dire intorno a questa singolare ceri- 
monia di TTQooxvrijrtie del mystes, il quale ricorda il rituale cristiano dell'ordina- 
zione sacerdotale. 




SL^°L 



Vili 



Fio. 14. 



Altre scene dipinte decoravano gli altri scomparti dei podiu, ma di esse è spa- 
rita ogni traccia. 

Come ho già riferito, lo stato di conservazione di queste scene dipinte non ci per- 
mette di raccogliere se non pochissimi elementi sulle cerimonie rituali in esse rappre- 
sentate. Noi conosciamo assai male la liturgia dei sacramenti niitriaci ; sappiamo che 
i neofiti erano sottoposti ad una specie di battesimo per hi rumini (Tertull., do bapti- 
smo, 5; de praeser. luterei., 40) ed a molteplici abluzioni, e ciò spiega la presenza 
di fontane, di vasche, di recipienti per acqua, riscontrata anche nel mitreo di Capila. 

Nella tradilio dei sacramenti, oltre alle abluzioni, alle lustrazioni, alle continenze 
rigorose rituali, il candidato era assoggettato a diverse, prove di forza e di coraggio, a 
certe espiazioni drammatiche, delle quali troviamo il ricordo in queste pittore. L'ideale, 
a cui l'iniziato doveva mirare, con queste prove di coraggio e di indurimento fisico, era 



REGIOXE I. 



373 



S. MARIA DI OAHTA VETERE 



l'apsti», l'assenza da, agni emozione ; ed in ciò si rivola il fendo di crudeltà di questa 
religione da snidati. 

I fedeli, contemplando queste scene liturgiche, dovevano provare la suggestione 
di tutta la loro vita religiosa, attraverso i diversi gradi di iniziazione ; e da ciò ritrae- 
vano novella forza e coraggio, nella lotta del bene e del male, per il raggiungimento di 
quella purezza perfetta, che costituiva il fine supremo della legge mitriaca. 




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Kio. 15. 



Nel sistema di ripartizione delle scene in riquadri, e negli schemi figurativi, pre- 
scindendo dai soggetti rappresentati e dalla maniera di esecuzione rapida e sprezzante, 
ritroviamo una certa qua! rispondenza di principi] e di elementi con le pitture cimi- 
teriali cristiane. 

Le scene dipinte spiccano fortemente sullo sfondo chiaro, come richiedeva il 
luogo sotterraneo, e palesano una somiglianza di espressione, oltre che negli schemi 
figurativi, anche nei movimenti, nei gesti, nei particolari del vestiario, dei personaggi 
rappresentati. L'origine orientale di questa religione, legata al rispetto scrupoloso 
dei vecchi riti dei misteri, il carattere popolare che ha sempre conservato, giusti- 
ficano pienamente la tradizione stilistica ed iconografica orientale, fissata dall'arte 
ellenistica, di queste figurazioni del culto mitriaco. 

È noto come la Campania costiera, e particolarmente Pozzuoli con il suo impor- 
tatilo emporio, abbia servito alla diffusione di speciali culti fra l'Oriento e Roma. 
Per il culto di Mitra, dall'esame dei documenti epigrafici e monumentali, il Cu- 



S. MARIA DI CAPUA VETERE 



374 



REGIONE I. 



niont (*) ha posto il rilievo la scarsa diffusione di esso nella Campania (*), giustificandola 

con il fatto che Pozzuoli ha cessato di essere per Roma, fin dal secondo secolo, il grande 
emporio del Levante. 

Così a Capila, in diretto contatto con Pozzuoli e sulla grande arteria dell'Appin. 
mentre si avevano testimonianze di altri culti orientali (Mater deum, /.s/s) ( 3 ), man- 
cavano fino ad ora documenti sicuri per il culto di Mitra. II Mommsen (Inseript. neap., 
3374) aveva riferito al culto mitriaco una iscrizione dedicatoria scolpita su di una co- 




Fio. 16. 



lonna cl"l giardino Teli (S. Maria di Capila Voterò), oggigiorno purtroppo scomparsa; 
si trattava però di una integrazione congetturale della parte lacunosa del testo, che 
il Mommsen stesso ha poi ripudiato (CI. L., X, 3793). Un'altra iscrizione dedicatoria 
(Soli Serapi invicto) è data come scoperta a Capua Vetere dal Ligorio (Murat., 29, 3) 
e dal Pratili! (Via Appia, p. 290); ma dal Mommsen è stata ritenuta falsa (Inscript. 
neap., 508; C. I. L., X, 429). 



(') Ci'r. Ciiinont, Le» mystères de Mitkra, p. (>4; Cumoitt, Tcxles ci mon. rei. Otti mjfst. de Mylhra, 
I, p. 266. 

( 2 ) I documenti epigrafici e monumentali scoperti nella Campania costiera ed insulare sono i 
seguenti : 

a) iscrizione con dedica Soli invicto. rinvenuta a Pozzuoli (C /. L., X, 15'J1 ; Cumont, 
op. cit., inscript., 202). 

b) iscrizione scoperta ad Ischia (Cumo-it, op. cit., inscript., 149): 

e) tre bassorilievi, scoperti a Napoli e dintorni, eoa Mitra tauroctono (Cumont, op. cit., mo- 
mmi. 93, 04, Mbit); 

d) bassorilievo scoperto a Cipri (('unioni, op. cit., montili». 05; Kuesch, op. cit., p. 182, 
n. 671). L'IIirschfel I (« Sitzungber. der Beri Akid. », 1888, p. 823, nota 28) ha creduto di scoprire 
un ricordo del culto mitriaco anche nell'iscrizione pubblicata in C. I. L., X, 1874; vedansi però le 
osservazioni in contrario del Dubois (Pou:~olcs antique, p. 154). 
(■>) Cfr. Beloch, Campante», 2 ed., p. 332. 




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REGIONE I. . — 375 — SORRENTO 



Dei diversi fatturi sociali e politici che hanno concorso alla diffusione del culto 
mitriaco (commercio marittimo ; importazione di schiavi : dislocamento di truppe e 
di funzionarli pubblici, ecc.) è difficile stabilire quale in particolar modo abbia influito 
per l'introduzione del culto a Capna, tanto più die questa introduzione deve rimon- 
tare all'epoca più antica, come nelle altre città marittime della Campania. 

Quantunque non si abbiano elementi sicuri per la datazione del nostro mitreo, 
tuttavia non vi è dubbio che alcuni degli affreschi, e principalmente quello di Mitra 
tauroctono, appartengano ad un buon periodo artistico, risentendo ancora l'influenza 
del IV stile pompeiano ; sarei pertanto incline all'ipotesi che il primitivo adattamento 
al culto della cripta, possa risalire anche ai primordi! del secondo secolo dell'Impero. 
In principio deve aver servito ad una piccola comunità religiosa, accresciutasi succes- 
sivamente, come si rileva dal rifacimento dei podia. La struttura di questi e gli affreschi 
monocromi che adornano le fronti, appartenenti ad un'arte decadente, insieme con 
altri elementi che abbiamo segnalato, rivelano la lunga destinazione della cripta al 
culto mitriaco. forse lino al tramonto di esso con il trionfo del cristianesimo. 

A. Minto. 



X. SORRENTO — Sculture ijreehc in marmo (tavv. XVIII e XIX). 

11 gruppo di importanti sculture, che si presenta alla ammirazione degli studiosi, 
fu rinvenuto nel 101 1 nella città di Sorrento e precisamente nel vicolo I Tasso (ex-via 
dell'Accademia) durante i lavori per una conduttura d'acqua. Al Museo Nazionale di 
Napoli vennero eseguiti i restauri necessarii, ed ora le sculture, ricomposte per quanto 
fu possibile nelle belle loro forme, son tornate a Sorrento, e hanno preso dimora in 
una magnifica, saletta del Museo Correale ('). 



* 
* * 



Per quanto appare dalla loro fattura, dalla qualità del marmo in cui son lavorate. 
di grana assai affine al pentelico, e infine da due preziose iscrizioni frammentario che fra 
esse si conservano, si tratta di sculture greche, forse lavorate da mano greca che traeva 
i suoi modelli da tipi del V e del IV secolo avanti Cristo. 

E questa fioritura di forme artistiche grochc sbocciata nella città di Sorrento, che 
già nella sua famosa « base » conserva u.i riflesso dell'arte di Scopa, di Timoteo e di Ce- 
fisodoto il giovane, acquista un fascino singolare, ed aumenta il valore, già di per sé 
grande, delle sculture che ora pezzo per pezzo osserveremo. 

1) Figura muliebre acefala e senza braccia, seduta, col corpo lievemente rivolto a 
destra, su animale a lungo collo, privo di testa e di gambe, di profilo alla sua sinistra 

(•) Un brevissimo, gommine accenno a qne?ti tr.i vanititi con iiitcrpr.Hiziinp errata (lolle scul- 
ture è dato da A. Filangieri di Candida nel volumetto Sorrento» la sua penisola, in Coli. IU)liaarlist.,y. 45. 



BORRENTO — 376 — RBUtONE I. 

tav. XVIII. E vestita di chitone cinto alla vita e di mantello che, attraversando il 
dorso, scende da un lato sulla spalla sinistra e sul lungo collo dell'animale, dall'altro 
cingo il fianco destro raccogliendosi sur ventre. La figura muliebre manca di piedi, 
e sul collo porta infisso un perno di ferro; segno di un antico restauro. 

Le quattro zampe dell'animale, che hanno l'unghia fessa, posano su una ineguale 
base rocciosa, da cui si eleva una sporgenza a guisa di tronco d'albero che serve di so- 
stegno. La parte anteriore della base spianata e liscia reca i resti di una iscrizione de- 
dicatoria (fìg. 1): 




^■^■OB^^ 



Fio. I. 
àòaz àvéd-rjx\s\ 



cioè un dedicante, il cui nome termina in <i<fa$ ("AyelàSag?). dedicò. La parte retro- 
stante, poco modellata, mostra che la statuetta stava appoggiata ad una parete. 
È ricomposta di cinque pezzi, ed ha la altezza massima di cm. 82. 

È evidente che si tratta di una Artemide. L'animale, su cui la figura sta seduta, 
perle quattro zampe saldamente poggiate a terra e per la forma della coda di cui 
resta l'inizio, ha tutti i caratteri di una cerva. Artemide la cavalca in posa analoga 
a quella che si vede in alcune note rappresentazioni della dea su vasi dipinti, come 
quella all'angolo sinistro della zona superiore nella faccia principale del celebre vaso 
apulo col consiglio dei Persiani, del Museo Nazionale di Napoli ('), e l'altra nell'in- 
terno di una tazza a figure rosse della collezione del dott. Preyss a Monaco (*). La 
Artemide potrebbe quindi, in analogia a queste rappresentazioni, con ogni proba- 
bilità esser completata così: la testa leggermente rivolta a destra, il braccio destro 
steso lungo il corpo e l'arco nella mano, il sinistro appoggiato sulla groppa del- 
l'animale. 

2) Parte inferiore di statuetta muliebre seduta in posizione frontale, su animale, 
che sembra essere un cavallo o un mulo, di profilo alla sua destra tav. XIX-1 e fig. 2. 
La donna non poggia direttamente sull'animale, ma su di un'ampia sella rigida, coi 
bordi rilevati, che da un lato viene coperta dal manto, dall'altro resta scoperta. È 

(') Fiirhvangler-Reichliold, Oriechischc Vatcnmnkrei, tav. 88. 

( J ) Pubblicata in AiMichc Beriehte aus den Kòitigl. Kunstsamml., August 1917, fig. 101. 



REGIONE 1. 



377 — 



SOKKKNTo 



vestita dì un ehitone leggero, che aderisce strettamente alle forme, come un velo 
finissimo e bagnato, e di un mantello diesi raccoglie fra le gambe in pieghe pro- 
fonde. La rossezza della parte retrostante mostra che la statuetta era infissa ad una 
parete. Ha la altezza massima di cui. 37. 




Fig. 2. 



È questa senza dubbio, come indicano i caratteri dell'animale e la sella che esso 
porta sul dorso, una rappresentazione di Artemis-Selene, che faceva da riscontro 
alla statuetta precedente, e mostrava la dea in un altro degli aspetti multiformi che 
le erano attribuiti. 

3) Un frammento della groppa di un quadrupede coll'inizio della coda (lungh. 
cm. 26). 

4) Un frammento della groppa di un quadrupede coll'inizio delle gambe ante- 
riori (lungh. cm. 28). 

6) Frammento di quadrupede che comprende il lungo collo dell'animale, parte 
del dorso e l'inizio delle gambe anteriori (lungh. cm. f)1). Questi frammenti apparten- 
gono ad animali più grandi di quelli cavalcati dalle statuette ora descritte. 

Notizie Scavi 1924 - Voi. XXI. 48 



SORRENTO 



2?8 - 



iiiidioNi: I. 



til Gamba muliebre destra, piegata al ginocchio, di figura seduta di maggiori di- 
mensióni ffig. 3), che poteva cavalcare uno degli animali di cui rimangono avanzi 
dungh. cui. òO). 

7-H-10 Tre frammenti di panneggio. Lungh. cm. 62, cm. 39, cm. 28. 




Fig. 3. 



10) Un frammento di avambraccio. Lungh. cm. 22. 

11) Torso giovanile stante sulla gamba sinistra rotta ;il «rinocchio (tav. XIX) 
Il mantello che copre la schiena, il fianco e la coscia nel lato sinistro, viene tenuto ade- 
rente sotto la ascella dal braccio di una minore figura che formava gruppo con la mag- 
giore, e che la sosteneva cingendole il dorso. Le forme molli, la posa indolente colla 
forte sporgenza del fianco destro della maggiore figura, il braccio e la mano forti e ner- 
vosi della più piccola, fanno decisamente pensare ad un gruppetto di Dioniso sostenuto 
da un satirello. (Alt. cm. 58). 

12) Torso virile di forme più robuste, stante sulla gamba sinistra scheggiata e 
rotta al ginocchio (figg. 4 e 5). Probabilmente il braccio sin., come mostra l'elevarsi 



REGIONE I. 



370 - 



SOSTENTO 



della spalla, ora puntato contro un pilastrino, di cui resta ancora la traversa di sostegno, 
mentre il destro pendeva lungo il fianco. (Alt. cm. 07). 





Pio. 4. 



Km. 6 



IH» Testa barbata di dimensioni superiori al naturale e di aspetto do ce esolenne 
(fi. 6). Ha i capelli ricadenti sulla fronte in riccioli simmetrie, cut, da benda, baffi 
Sci spiove* i e ricca barba a boccoli. Le gote sono assai spianate e lo sguardo l.eve.nente 
rivolto in basso. (Alt. cui. 36). 



SORRENTO 



- 380 



REGIONE I. 



14) Frammento rettangolare di marmo su cui si legge profondamente incisa la 
iscrizione greca 'Pitfiriov (fig. 7). Lungh. cm. 28; alt. cm. 10,5. 

15) Frammento architettonico che sotto alla cornice con dentelli ionici porta, 




Pio. 6. 



in luogo del fregio, una serie di nietope che recano a rilievo un bocciolo rovesciato, alle 
quali si alternano mensole a forte aggetto (fig. 8). Lungh. cm. 17,5 alt. cm. 29. 
E infino parecchi frammenti informi di marmo. 



* 
* * 



Ho detto che le sculture greche sin qui descritte, a cui vanno aggiunti alcuni 
frammenti romani che osserveremo dopo, si ispirano a motivi prediletti dall'arte 
del IV secolo av. Cr. 



REGIONE I. 



- 381 



SORRENTO 



Tutt'al più nella Artemide sulla cerva il petto piuttosto largo, la posizione bassa 
della cintura, e lo stile delle pieghe alquanto rigido potrebbero accennare al V secolo. 




Km. 



e la grande testa barbata, pur preludendo al tipo di Asclepio ('), apparirebbe ante- 
riore al IV secolo, epoca in cui fu istituito il culto del dio. Nella Artemis-Selene 




Via. 8 



invece compare la tecnica dei panni che aderiscono alle forme come un velo finis- 
simo e bagnato, e la figura è tenera e smiba come nell'arte di Timoteo, di cui ha 
la caratteristica eleganza semplice e tranquilla. 



(') Ved. sopratutto l'erma di Londra in Brunn-Bruckmann, tav. 229. 



SORRENTO — 382 — REGIONE I. 

■ . . ■ ■■'■'-■ - ■--■« 

Pure al IV secolo ci riportano i due torsi giovanili, quello di Dioniso aggroppato 
col satirello ('), l'altro probabilmente di Hermes che esprime il motivo della figura 
appoggiate ad un sostegno (*). 

Ma in quale epoca le sculture sorrentine furono lavorate ? 




Fio. 9 

La prima delle due iscrizioni, quella col nome del dedicante, sembra appartenere 
al III secolo; l'altra è indubbiamente di epoca più tarda. Certo lo scultore, che 
forse lavorò nel III secolo o dopo, si è ispirato a motivi artistici di epoca anteriore. 

* * 

11 frammento di elegante cornice. die fu trovato fra i marmi, accenna ad un edi- 
ficio al quale essi nel loro complesso dovevano appartenere, mi questo non doveva 
essere il Pantheon di Sorrento che li tradizione colloca ii'l centro della città ( 3 ). 

Si tratta di una serie di statuette (piasi tuffo di piccolo modulo, di cui una con 
iscrizione dedicatoria, e degli avanzi di una membratura architettonica, anch'essa 
di modeste dimensioni. Questo insieme ci fa piuttosto pensare ad un tempietto con- 
tenente degli cx-rot-o, ad una cappella, che non ad un tempio in cui la città di Sor- 
rento, particolarmente devota alle Sirene e alla Minerva Tirrena, avrebbe unito in 
un culto solo tutti gli dèi. 



(') A. Levi, tlrii/iiii. di lìnceo con un salirti, in Ausonia, IX. 1 !•! 4, p. 55 e sgg. 
(') Butte, Der scIiohc Mmseh, tav. 65, li;. 24. col. 12.j e sg«. 
( 3 ) Beloch, Campanie*, p. 2C4. 



UECÌtÓNE 1. 



38;ì 



SORRENTO 



Un dedicante green, forse della Doride, come appare dal nome terminante in 
àóccg, ed altri greci di Reggio, (si può forse supplire il sostantivo àràUr^ìu e supporre 
dei nomi davanti al genitivo plurale 'Pqyircop = dono votivo d-J tal" e del ta'e Reg- 
gini?), avrebbero fatto eseguire per Sorrento le statue cx-roto. th uno scultore greco, 
che seguiva la corrente artistica attica, di cui era stato esponente nel Pelopon- 
neso lo stesso Timoteo. 



* 
* * 



Assieme con questo gruppo di sculture greche si trovarono una base assai con- 
sunta di statua, evidentemente romana, alla quale restano attaccati i piedi, lunga 
em. 08 e larga cm. 31, una testa in marmo, di arte romana, ed una (istilla plumbea. 

La testa (fig. 9), che misura cm. 34 di. altezza, ha il naso profondamente scheg- 
giato, ma i suoi caratteri stilistici — e cioè linea craniale piatta, fronte sporgente, 
bocca rientrante fra il naso e il mento, e capelli che circondano la fronte con un taglio 
angolare — accennano chiaramente alla prima metà del 1 sec. di Cr. e più preci- 
samente all'epoca di Tiberio ( 1 ). 

La fistula plumbea, frammentata in ambe le estremità, è lunga m. 1,76, e reca 
la seguente iscrizione, divisa in due parti distinte dallo spazio lasciato libero per la 
saldatura (figg. 10 e 11): 




Fio. 10. 
S TRIBVNVS PATRONVS ET DEFENSOR IVLIANI PATRONI 




Fio. 11. 
FILIVS REFVDIT CVRANTE FL. VITVLO II CVRATORE R 



(') Bmv.ohìIIì, Mmhchc lkonograpkie,\>. 141 e LfiO: 
tav. 170. 



Ilekler Bildniskunsi drr Oriecìun uni liómcr. 



SORRENTO — 384 — REGIONE I. 



Lo stato frammentario di questa iscrizione e il non trovarne nel «Corpus» alcuna 
che te somigli, non ne rende agevole la lettura. Forse in essa si vuol dire che un tale, 
del cui nome resterebbe solo la lettera S, il quale era tribuno, patrono, defensor della 
città e fìllio del patrono Giuliano, provvide a far riversare (refudit) le acque me- 
diante quella conduttura, con l'assistenza di un certo Flavio Vitulo che si occupava 
di tale bisogna. 

Alda Levi. 







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Notizie degli Scavi - 1924. 



Tav. XIX 






SORRENTO - Sculture greche. 



NOTIZIE DEGLI SCAVI 



Anno 1924 — Fascicoli 10,11,112. 



Regione XI (TRANSPADANA). 

I. PICCOLO SAN BERNARDO (Alpis Graja) — Esploratone 
della sona archeologica. 

Alcuni avanzi di edifici di età romana al passo del Piccolo San Bernardo avevano 
già da tempo richiamata l'attenzione degli studiosi delle antichità valdostane. Qualche 
saggio di scavo vi aveva fatto il Promis nel 1838, allargando uno scavj iniziato l'anno pre- 
cedente da un viaggiatore inglese ('). Altri scavi vi si succedettero in occasione dei la- 
vori della nuova strada nazionale. Ricerche fece qua e là lo Chanoux nei molti anni che 
fu rettore dell'ospizio. 

Da tutti questi scavi irregolari risultarono manomissioni e rimescolamenti che re- 
sero poi impossibile ogni constatazione stratigrafica. Il materiale raccolto andò disperso. 

L'esplorazione sistematica venne eseguita negli anni 1912-1914 a cura della Soprin- 
tendenza delle antichità per il Piemonte ( 2 ). I successivi eventi di guerra li interruppero, 
e ne impedirono il compimento. Dopo la guerra, si potè riprendere qualche lavoro : ma 
si preferì, anziché estendere gli scavi, procedere al consolidamento ed alla protezione 
dei ruderi già scoperti. Pur tuttavia l'esplorazione è così avanzata, e presenta già tale 
interesse dal punto tli vista archeologico e storico, che si ritiene non doversi più oltre 
aspettare a darne notizia. 

Gli scavi ed i lavori presentarono particolari difficoltà. La zona archeologica non 
è scoperta dalla neve se non tre mesi all'anno, ed anche in questi tre mesi le intemperie son 
così frequenti da causare continue interruzioni nei lavori all'aria aperta. Si aggiunga 
che, per mancanza di mano d'opera sul posto, fu d'uopo procurarsela da luoghi lontani: 
donde anche difficoltà di ricovero e di mantenimento. 



(i) Promis, Le antichità di Aosta {Memorie d. r. Accad. d. scienze di Torino, ser. II, voi. XXI, 

1864). 

(*) Alla esplorazione della zona archeologica prestò valido concorso l'ispettore G. Moretti, negli 

anni in cui fu addetto a questa Soprintendenza. 

Notizie Soavi 1924 — Voi. XXI. 49 



PICCOLO S. BERNARDO 



— 386 



REGIONE XI. 



* 
* * 



Chi per la nuova strada nazionale sale dal versante italiano venendo da La Thuile, 
appena raggiunto il pianoro del passo e dell'Ospizio, arriva alla «Terza Cantoniera »; 
poco dopo incontra a destra della strada, e in parte tagliati da questa, estesi ruderi di 
un edificio a cortile (fig. 1). È di questo che il Promis si era occupato. Più avanti, at- 
traversa un cerchio preromano (diam. m. 72) di pietre di non grandi dimensioni, distanti 
qualche metro l'una dall'altra, forse un recinto funerario da collegarsi a quelli delle 




PF.R AOSTA /*>- 



Fig, l, 



età del ferro in Francia ed in Italia ('). A destra della strada, ancora tracce di un fosso 
rettangolare : al Promis aveva suggerito l'idea di un piccolo posto militare; ma la sua 
origine potrebbe essere molto più recente. Più oltre sul ciglio della stradii e precisamente 
sulla linea dello spartiacque, una colonna romana (alta m. 4,50 circa) con sopravi una 
piccola statua di san Bernardo (*), e dal lato opposto gli avanzi di un altro vasto edificio 
a cortile (fig. 2). È questo l'edificio che si stava esplorando, quando nel 1914 la guerra 
venne ad interrompere i lavori. 

(') Vi fu chi accennò anche ad un dolmen di grandi pietre che sarebbe esistito nel centro del cer- 
chio ; ma il Promis, che disegnò il cerchio (op. cit., tav. Il, K), nulla vi avrebbe veduto. In questa parte 
della zona archeologica sembra certo l'avvenuto rinvenimento di una moneta gallica (RIanchet, Déter- 
mination d'une monnaie gauloise trouvéc cn 1869 dans le dolmen du Petit Saint-Bernard (Bull, de la Société 
académique de Saint Anselme, Aoste, IX). 

(*) La colonna di marmo cipollino, di cava della Savoja, sembra che per i lavori della strada sia 
stata spostata dal punto in cui era un tempo eretta, e sia stata collocata, dove ora si trova dall'ai). Chanoux 
per porvi sopra la statuetta di San Bernardo. Verosimilmente è la stessa colonna disegnata dal Guiche- 
non (Histoire généalogique de la maison de Savoie, Turin, 1660), sovrapponendovi a fantasia un oggetto 
che doveva figurare un carbonchio di cu: parlano le leggende meaioevali. In documenti medievali è chia- 
mata columna Jovis. 



REGIONE XI. 



387 — 



PICCOLO S. BERNARDO 



* 
* * 



Gli scavi del Promis presso la terza cantoniera avevano dato risultati assai limi- 
tati. La pianta dell'edificio, da lui completata per ipotesi, risultò inesatta anche per 
le misure. Numerosi frammenti laterizi, appartenenti al tetto, gli fecero credere ad una 



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Fio. 2. 

costruzione laterizia, mentre in tutto il vasto edilizio sono laterizi soltanto tre piccoli 
muretti (fig. 1 l) : tutti gli altri muri, come ordinariamente negli abitati alpini, 
sono di opus incedimi di piccolo pietrame, quale fornisce il luogo, colla frome rivestita 
di piccole pietre spaccate e disposte con una certa regolarità. Gli angoli sono rinfor- 
zati da piccoli massi squadrati di tufo locale. I muri maestri hanno lo spessore di 
m 0.70 circa. Attualmente si elevano appena sopra la risega delle fondazioni. 



PICCOLO S. BERNARDO — 388 — REGIONE XI. 

Le rovine coprono un'estensione di m. 25,50 X 67,50. Non sono tuttavia complete, 
una parte dei ruderi essendo andata distrutta per il passaggio della strada nazio- 
nale. Ma non potevano estendersi molto a sud della strada, per la prossimità del tor- 
rente che scorre al piede della ripida costa. 

Il corpo principale di questo edificio consta di locali chiusi disposti intorno ad 
un cortile (piano I, a), troppo vasto (m. 23 X 11) perchè si possa dubitare fosse un atrio 
coperto a difesa dalle intemperie, come se ne hanno esempii in altri luoghi alpini. L'in- 
gresso principale era al lato nord, dove verosimilmente correva la strada romana 
(fig. le). Davanti alle tracce di questo ingresso rimangono sul posto due rocchi di colonne 
di tufo, le quali verosimilmente sostenevano il tetto di un piccolo portico. È un uso, 
davanti agli ingressi, constatato anche a Boutae in Savoia (*). Dall'ingresso, per un breve 
androne, i carri potevano entrare nel cortile. Un altro ingresso si apriva al lato sud 
del cortile (fig. 1 b) : seguono ad esso due muri paralleli rotti per la costruzione 
della strada nazionale. L'accurato rinforzo di piccoli massi squadrati agli angoli dei 
muri sembra indicare che trattasi di un locale particolarmente importante. 

L'edificio aveva quasi certamente un piano superiore parzialmente costruito in 
legname. Era del resto una costruzione bassa, e lo si arguisce dal poco spessore dei 
muri. Il largo uso di legname è attestato, oltre che da abbondanti tracce di carbone, 
da una grande quantità di chiodi di ferro. 

La disposizione delle stanze risulta dal piano : sono riconoscibili, caratterizzati agli 
angoli da piccoli massi di tufo, due piccoli ingressi (fig. 1, d, e). 

Annesse al corpo principale erano costruzioni evidentemente aggiunte, forse non 
molto tempo dopo la prima costruzione : una a sud (fig. 1 f), formata da due am- 
bienti isolati quadrangolari, tagliati sulla strada nazionale; un'altra aggiunta al corpo 
principale, divisa in due locali (fig. 1 g t h), forse alla loro volta suddivisi in minori am- 
bienti da muretti di cui restano bassissimi avanzi di fondamenta (fig. 1 i, l). Si 
entrava per un piccolo ingresso all'angolo sud-ovest dell'edificio principale (fig. 1 m). 
Questa costruzione aggiunta segue il forte pendìo della costa. Nel locale h il tratto di 
muro n ha lo spessore di m. 1,30 ed 6 fondato assai solidamente sul suolo roccioso. 

Anche in queste costruzioni aggiunte numerosi chiodi mostrano il largo uso di le- 
gname : in h, oltre a carboni, molte ossa di animali domestici. 

I due muri divergenti o sono avanzi di una incerta costruzione di uso ignoto : il 
muro p sovrasta le fondamenta del muro q ; sembra trattarsi di una costruzione poste- 
riore, seppure non è correzione di un piano primitivo. 

* 
* * 

In nessuna parte, sia del corpo principale sia degli annessi, rimangono tracce di 
pavimenti, e neppure di ipocausti, che pure nelle fredde regioni alpine e transalpine 
avevano una importanza notevole. Non è improbabile che le stanze venissero riscaldate 
con focolari costituiti nell'angolo di ciascuna stanza al piede del muro con un camino 
per l'uscita del fumo. Se ne trovarono esempi in Savoja (*). Nulla che accenni a fine- 

(') Marteaux, Boutae, vicus gallo-romain. Annecy, 1913. 
(*) Marteaux, op. cit. 



REGIONE XI. 



— 389 



PICCOLO S. BERNARDO 



stre, le quali verosimilmente erano piccole e chiuse da vetri. Il tetto aveva la comune 
copertura a «tegulae » ed « embrices ». Ne sono sufficiente indizio i numerosi rottami 
trovati in grandissima abbondanza sul suolo. 



* 
* * 



Benché i ruderi fossero stati ripetutamente manomessi e sconvolti, pure ne usci- 
rono frammenti di vasi fittili e di vetro. Fra le ossa di animali, frequenti i denti di 
cinghiale.È noto come queste fiere fossero numerose nelle regioni alpine, non solo in 
età romana, ma anche nel medio evo. Sui laterizi, varii bolli in belle lettere rilevate, già 



noti in Val d'Aosta : frequentissimo specie 
publicae Augustanorum ?), 



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SEPPI 



1/ 



.PVBtc' : ancora 
I/I N 



Finora nuovo il bollo 



R-P-A 



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Q-V-C 



, anche 



questo in belle lettere rilevate. Il bollo in lettere rilevate 



M-aiV-J 



completasi con 



altro del Gran San Bernardo ('). Dolio lucernette, alcune sono della forma a becchetto 
a volute (*), in uso nei primi tempi dell'Impero : un'altra, a becchetto ornato di coste 
sporgenti (*), ha il nome del noto figlilo COMWI, la cui attività, almeno in parte, 
è anteriore alla distruzione di Pompei. 11 bollo a lettere disposte a cerchio SEVVO-FEC- 
è sul fondo di uno di quei vasi di impasto nerastro non bene depurato, caratteristici di 
officine della bassa Savoja, dalla fine del I sec. al principio del III. Sevvo o Seuvo sembra 
avesse l'officina a Vienna, dove numerosi si raccolsero i suoi bolli. I vasi dipinti a fasce, 
più o meno larghe, bianche, nere, violacee, brune, che si trovarono nella Francia Centrale, 
Svizzera, Vallese, ecc., ci diedero qui scarsi frammenti. Il periodo di maggiore attività 
sembra la seconda metà del I secolo av. Cristo, ma se ne trovarono anche in giacimenti 
posteriori. Il Marteaux ne raccolse a Boutae in istrati che egli daterebbe al II o III 
secolo. I nostri frammenti, usciti da terreno rimescolato, non portano luce sulla que- 
stione. Anche la « terra sigillata », a vernice rossa, era pervenuta al sommo dcWAlpis 
Graja. Non molti i frammenti italici : più numerosi quelli gallici transalpini ornati 
e non ornati. Le figg. 3 e 4 riproducono frammenti di caratteristiche coppe transalpine : 
gli ornati erano stati impressi entro le forme in cui si modellavano i vasi. Il frammento 
della fig. 3 è di una coppa di foggia caratteristica, di uno dei più antichi periodi della 
produzione gallica fin verso l'80 circa d. Cr.) (*) ; la coppa cui appartenne il frammento 
della fig. 4 era della foggia emisferica introdotta in uso posteriormente alla precedente, 
prima tuttavia della distruzione di Pompei ( 5 ). Su frammenti si lessero i bolli dei figuli 



AM-3IV-J 



n. 29 



(!) Notizie d. scari d'ant. 1892, p. 443. Il bollo completo è 

( 2 ) Foggia Dressel (Corp. inscr. lai., XV, tav. Ili), n. 9. 

(3) Foggia Dressel (op. cit.), n. 6. 

(«) Déchelette, Vases céramiques ornfe de la Gaule Romaine, Paris, 1904. La foggia Dragendorf, 

( s ) Foggia Dragendorf -Péchelette, n. 37, 



PICCOLO S. BERNARDO — 390 — REGIONE XI. 

Virilis e Vitalis, delle officine di cui si trovarono le tracce nella odierna località di 
Graufesenque: ad altra officina, presso l'odierna Lezoux, appari eneva il figulo PeUernus, 
il cui caratteristico bollo (') ritrovasi anche su un frammento della Alpi* Qraja* 

Le monete trovate sono per la massima parte in cattivo stato di conservazione: 
alcuni medi bronzi possono essere attribuiti ai secoli I, II, III, IV, ma non sono identifi- 
cabili. Le identificate vanno da Augusto ad Aureliano. Della repubblica solo un denaro 
di L. Caesius (a. 104 circa av. Cr.). 




Fio. 3. 



* 
* * 



L'altro edilizio, di cui, come si disse, sono visibili i ruderi lungo la strada del passo, 
era stato costruito precisamente sulla linea di spartiacque. In questi ruderi si ravvisa 
l'identica muratura dell'edificio precedente, lo stesso largo uso di legname ; ancora molti 
frammenti di tegulaeedi imbrices, avanzi del tetto. Alcuni frammenti di laterés indicano 
che in qualche parte se n'era fatto uso. 

Anche questo edifi zio, raso fino alle fondamenta, presenta un cortile centrale, in- 
torno a cui stanno i varii locali (fig. 2). Immediatamente a nord e ad ovest il terreno 
digrada bruscamente, mentre a sud e ad est scende con un lieve pendìo percorso da un 
canaletto di scarico (fig. 2 a), Qui era forse l'ingresso, al punto più basso, e avanti ad 
esso passava la strada romana. Ma a questo proposito converrà aspettare i risultati di 
ulteriori scavi, i quali potranno stabilire pure, se davanti all'ingresso fosse un portico, e 
se, per avventura, ne facesse parte la colonna oggi eretta sid margine della strada na- 
zionale (*). 

( l ) Déchelette, op. cit. 

(*) Secondo il Roche (Notiees historiques des Centrons, Moutiers, 1813), al principio del secolo pas- 
sato era qui, al passo, entro un mucchio di pietre, oltre a questa colonna, un capitello corinzio. 



REGIONE XI. 



— 391 



PICCOLO S. BERNARDO 



Al lato del cortile opposto all'ingresso esiste un locale (fig. 2 b) di cui soltanto la 
facciata è compresa nel recinto del cortile stesso. Vi si accede per mezzo di un gradino 
fiancheggiato da un largo basamento in muratura. Internamente muretti di poco spessore 
sembrano stabilire divisioni. Nesssuna apertura di accesso di fianco. Nella parte opposta 
al cortile pare fosse una piccola cella chiusa. A differenza degli altri locali, fu trovato 
pieno di avanzi di carbone e di ossa di animali domestici. Lungo la parete esterna furono 
rinvenuti insieme, evidentemente perchè insieme deposti come in un ripostiglio, tre og- 



^vs-ertrir , 




. . 



Fio. 4. 



getti di lamina d'argento sbalzata: un nastro cioè ravvolto su sé stesso, ornato di 
lineette a spina di pesce ; una figurina di Ercole entro la fronte di un tempietto ; un busto 
di Giove, a tutto tondo, schiacciato dal peso della terra. 

La tecnica a sbalzo, di arte provinciale, la rozzezza delle figure, le lamine della 
stessa lega d'argento, le circostanze di ritrovamento fanno credere che questi tre oggetti 
siano usciti dalla mano di un modesto artefice, che lassù provvedesse ai passeggeri ex- 
votó da offrire ad una divinità locale, denominata forse Giove dai Romani. Sono però 
i soli oggetti finora noti che diano indizia archeologico di culto lassù praticato. Mons Mino- 
ris Jovis, tuttavia, evidentemente per il perdurare di una tradizione, era detto nell'alto 
medio-evo il Piccolo San Bernardo, quando Mons Jovis nomavasi l'altro grande passo 
valdostano, il Gran San Bernardo, YJipis Poenma dei Romani Durante l'Impero visi 
ergeva infatti un tempio in muratura, alle cui pareti erano appese le note tavolette vo- 
tive a « Jupiler Poeninus » a fianco della grande strada che conduceva al Reno, presso 
alle varie mansiones, solidamente costrutte per resistere ai rigori del luogo. 

I materiali raccolti tra i ruderi dell'edificio sono analoghi a quelli raccolti presso la 



Terza Cantoniera : frammenti laterizi col bollo 



Q-V-C 



di « terra sigillata » italica 



e gallica transalpina, ecc. Le monete più antiche sono un denaro di Mn. Cordius Rufus 



PICCOLO S. BERNARDO — 392 — REGIONE XI. 

(49 circa av. Cr.) ed un altro della legione Vili di M. Antonio ; la più recente un medio 
bronzo di Teodosio I. 

* 

* * 

I bolli laterizi, la ceramica, le monete concorrono nel dimostrare che i due edifizi 
esplorati presso la Terza Cantoniera ed allo spartiacque esistevano fin dal I secolo del- 
l'era volgare. Per il primo edificio e per parte almeno del secondo si può con fondamento 
affermare la loro destinazione a mansiones. Specialmente nel primo la disposizione dei 
molteplici locali non poteva meglio rispondere a tutte le necessità cui servivano le man- 
siones in luoghi, dove per le difficoltà del transito ed i rigori della natura esse venivano 
ad avere un'importanza molto maggiore che non nelle stazioni al piano. Anche gli 
oggetti usciti dagli scavi dimostrano, che in quei locali si provvedeva ai bisogni di una 
mansio : sono gli stessi oggetti che, in genere, si raccolgono tra le rovine delle case 
gallo-romane della Savoia e degli altri paesi gallici romanizzati. 

L'esistenza di una mansio sÀVAl-pis Graja è espressamente indicata nella tavola 
peutingeriana, sulla strada romana che attraversava il passo. 

Di questa nessun tratto riconoscibile finora apparve al Piccolo San Bernardo: 
forse constava semplicemente di terriccio battuto. Ma notevoli avanzi ancora se ne 
hanno nel versante italiano, lungo la nuova strada nazionale. Essi furono già illustrati 
dal Promis, ed in questi ultimi anni se ne occupò la Soprintendenza agli scavi del Pie- 
monte nell'intento di salvare da ulteriori deper'menti le ultime tracce di romana grandio- 
sità. Cosi furono a cura della Soprintendenza stessa consolidati a monte di Aosta e li- 
berati da aggiunte posteriori varii tratti di ardite sostruzioni. 

II Promis era d'opinione che la costruzione della strada romana in vai d'Aosta ri- 
salisse all'età dei Gracchi. Senza togliere valore a tale autorevole opinione, sembra tut- 
tavia doversi tenere conto della difficoltà del tracciato e delle molte ed importanti opere 
d'arte che esso richiese, mentre d'altra parte la valle, per la fiera resistenza dei Salassi, 
continuò in uno stato di guerra quasi permanente fino ai tempi di Augusto. Siffatta con- 
dizione di cose fa ritenere che almeno per il tratto più difficile, quello a monte di Aosta, 
lagrandiosa sistemazione non possa essersi compiuta prima della pace definitiva imposta 
da Augusto ai Salassi e a tutti i popoli alpini. Quando Agrippa, verso il 20-19 av. Cr., fece 
costruire le strade che allacciarono Lione all'Aquitania, a Marsiglia, al Reno, all'Atlan- 
tico, tutto fa ritenere sia stata pure completamente sistemata nei due versanti delle 
Alpi la strada che, per Vienna, passando per VAlpis Graja, raggiungeva Augusta 
Praetoria, allora fondata, e penetrava in Italia. Fu probabilmente allora, o poco dopo, 
che Roma fece costruire gli ampli mezzi di ricovero e di comodo transito al pa«so del- 
l'Alpe Graia e dell'Alpe Pennina. 

Pietro Barocelli. 



REGIONE XI. — 393 



SEMIANÀ 



II. SEMIANA — Analisi dei pani di rame e nuove informazioni 
sul ritrovamento. 

Facendo sèguito alla mia relazione, edita in queste Notizie, anno 1923, pag. 209, 
comunico l'analisi dei pani di rame rinvenuti a Semiana di Lomellina, analisi eseguita 
nell'Istituto di chimica industriale della R. Universtà di Pavia. Da essa è risultato che 
si tratta di rame quasi puro, con tracce di stagno e di ferro, ma non di metalli rari che 
potrebbero dar qualche lume sulla provenienza di essi pani. Le proporzioni, per cento 
parti, sono : 

rame ■ .- . 99,2 

stagno 0,3 

ferro 0,48 

99,98 

Dopo che l'Istituto di chimica industriale ebbe rimandato i pezzi da cui si erano 
prelevati i campioni per l'analisi, venne a trovarmi in ufficio il prof. G. Ponte, r. ispet- 
tore onorario per gli scavi della Lomellina occidentale, al quale, sùbito dopo la scopetta, 
erano stati mostrati i frammenti di metallo trovati a Semiana ; e lo invitai ad osservare 
quelli che erano stati sequestrati ai ritrovatori e portati a me, per riconoscerli. 11 Ponte 
aveva sempre parlato di bronzi lavorati, dei quali non trovavo traccia, e invece non aveva 
mai accennato a pani di rame ; e pure il trovamento era unico, e le persone che avevan 
fatto la scoperta erano le stesse presso le quali si era poi eseguito il sequestro. Poiché 
l'interpellato non riconobbe gli oggetti che io gli mostravo, asserendo che mai non gli 
erano stati mostrati prima, e poiché confermò, in presenza di esemplari dell'Antiqua- 
rium del Gabinetto archeologico dell'Università di Pavia (che è anche l'ufficio della 
Sovrintendenza), di aver visto invece frammenti di spade o pugnali di bronzo a costola 
o nervatura centrale, e frammenti di accette a margini ribattuti, bisogna concluderne 
che il sequestro arrivò troppo tardi, che tutto ciò che presentava una forma qualsiasi, 
anche frammentaria, era già sparito, e soltanto rimanevano presso quei contadini 
i frammenti di pani di rame. Tale conclusione pare a me sicura, tenuto anche presente 
che il prof. Ponte, sebbene non specialista di preistoria, è persona pratica di antichità, 
ed autore anche di pregevoli pubblicazioni descrittive di archeologia locale. Ed è di 
una certa importanza, perchè viene a stabilire che i pani di rame sono effettivamente 
preistorici e dell'età del bronzo ; quantunque chi è pratico di tali rinvenimenti e della 
ricchezza della Lomellina in avanzi precisamente di quella età non avesse motivo di du- 
bitare, che appunto all'età del bronzo la scoperta dovesse attribuirsi, come già io feci 
nella precedente relazione. 

Si deve anche dedurre, da tutto ciò, che il ripostiglio era più notevole di quanto non 
si fosse ritenuto ; poiché ai kg. 12, peso attribuito ai frammenti di bronzo lavorato che 
furono portati a vedere al Ponte, bisogna aggiungere i kg. 6, 1 /* di frammenti di rame 
in pani; e, tenuto conto di precedenti dispersioni, si può ritenere che in totale il peso del 
metallo contenuto nel rozzo vaso andato in frantumi fosse di una ventina di chilogrammi. 
Notoib Scavi 1924 — Voi XXI, 50 



PITIGLIANO — 394 — REGIONE VÌI. 



Devo ora aggiungere che, esaminando meglio il maggiore frammento di un pane 
di rame, ove precedentemente notai che una linea netta di contorno è quella che rap- 
presenterebbe il taglio della scure, un po' convesso, devo escludere che il pane intiero 
avesse la forma di doppia ascia o bipenne. Il pezzo, col maneggiarlo, si è meglio ripulito 
del terriccio che lo incrostava, e si vede che i lati stretti non sono usciti da una forma, per 
quanto incerta o sbavata si voglia ammettere, bensì furono ottenuti rompendo a mar- 
tellate un pane molto più grosso in forma di focaccia. Infatti le due facce maggiori, che 
s'incontrano in quello che poteva parere il taglio, si presentano l'una piana e l'altra con- 
vessa ; quella era la faccia superiore, questa la inferiore del rame colato in una baci- 
nella di pietra refrattaria situata al fondo del forno in cui si trattava il minerale per 
estrarne il metallo puro. La convessità del « taglio » altro non è se non un arco della 
circonferenza interna della bacinella. L'altezza massima del nostro pezzo, nella parte 
opposta al «taglio », che è di cm. 16, ci dà approssimativamente lo spessore massimo, verso 
il centro, della focaccia di rame fuso ; ma la convessità della faccia inferiore sembra con- 
tinuasse, e la parte centrale manca. La curvatura dell'arco di circonferenza fa presu- 
mere un raggio di circa 20 cm. e per conseguenza un diametro interno della bacinella 
di 40 cm. ; la lunghezza massima del pezzo è, invece, di 12 cm. Abbiamo dunque la por- 
zione esterna di una fetta, ottenuta con tagli o rotture approssimativamente radiali, 
del pane di rame originario. 

G. Patroni. 



Regione VII (ETRURIA). 

III. PITIGLIANO — Rinvenimento di tombe. 

Nelle ultime settimane dell'anno 1921 , il sig. Salvatore Mastrorosati scoprì fortui- 
tamente, in un suo terreno a Terralba (a circa 5 km. da Pitigliano verso S-O), una tomba 
etnisca a camera (m. 3 X 4,10 X 1,75), preceduta da dromos volto a S-E (largo m. 1), 
e tutta circondata internamente da una banchina (larga da 0,73 a m. 1,20 sul lato d., 
ed alta dal pavimento 0,62), sulla quale in origine avevano trovato posto varii cadaveri 
distesi. Il sepolcro è tutto scavato nel tufo di una bassa collina, e lì presso pare si siano 
riscontrati indizi di altri seppellimenti. Il Mastrorosati, ossequente alle disposizioni di 
legge, aveva lasciato tutto in ordine, dopo la sua regolare denunzia del trovamento, 
cosicché quando io, nel dicembre, mi recai sul posto per ispezionare la scoperta, potei 
senza difficoltà rendermi esatto conto del carattere e dell'entità di essa. Già il Mastro- 
rosati e l'intelligente Ispettore onorario di Pitigliano, prof. Evandro Baldini, accorso sul 
luogo al primo annunzio della scoperta, avevano notato che il sepolcro era stato violato 
in antico. Tuttavia un gran numero di vasi fittili della originaria suppellettile era ri- 
masto nella cella funeraria, a testimoniare della importanza del deposito. A questa prima 
antica devastazione si deve attribuire la scomparsa quasi totale degli oggetti metallici, 
che non potevano mancare fra il corredo dei varii defunti ivi sepolti. 



REGIONE TIL 



305 



PITIGLIASO 



I copiosi vasi greci ed etruschi (circa un centinaio in complesso), raccolti nella mas- 
sima parte in buono stato di conservazione, servono in compenso a fornirci gli elementi 
sicuri della cronologia. Tale sepolcro doveva appartenere agli ultimi decennii del sec. VI 
av. Cr., ma potè rimanere a disposizione per ulteriori seppellimenti forse per tutto il 
primo cinquantennio del secolo successivo. Dunque esso risaliva ad un periodo di alta 
importanza per la vita artistica e culturale dell'Etruria, soggetta all'influenza ionica, 




Fio. 1. 



ed in rapporto con le industrie ceramiche della Grecia continentale, segnatamente at- 
tiche. Però tale constatazione di massima non costituisce una novità, ma solo una con- 
ferma a quanto era già stato posto in rilievo in seguito ad altre scoperte dello stesso ge- 
nere nel territorio pitiglianese {*). 

L'elenco completo dei vasi trovati a Terralba si conserva nell'archivio della nostra 
Soprintendenza, ma non credo necessario di riportarlo qui per intero. Agli effetti della 
notizia scientifica sull'importante scoperta, è bastevole il dire che il carattere, l'abbon- 
danza, e la natura della suppellettile vascolare in parola corrispondono interamente ai 
depositi analoghi di Naioli e del Gradone, ai quali si riferisce il mio richiamo alle Nat. se. 



(») JL Minto, in Sol. stavi, 1913, pag. 334 e 337 sg. 



PITIOLIANO 



396 — 



REGIONE VII. 



del 1913. Non pochi vasi del gruppo Mastrorosati provengono senza dubbio dalle me- 
desime officine che arricchirono anche le tombe di Naioli e del Gradone. 

I più interessanti da segnalare sono i seguenti : 

ISfel ristretto numero dei vasi greci d'importazione : 
a) Bella kylix ad occhioni (diam. 0,21%) raccolta in frammenti ricomponibili 
quasi per intero, e decorata all'esterno con due rappresentazioni identiche contrapposte : 
Herakles con la nemea e la clava in corsa verso d., e due Sileni pure in corsa ai lati delle 
anse (cfr. fig. 1) ; e nell'interno con un singolare Gorgoneion di tipo orrido radiato. 

Questa tazza fu dovuta rilasciare (insieme con una piccola lekythos pure greca 
e con due vasetti etruschi) come quota parte spettante al sig. Mastrorosati. 




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Via 2. 



Fra i vasi locali di particolare importanza se ne possono segnalare di più. 

b) Kantharos con anse ritorte e forate in cima, d'impasto italico fine ma imper- 
fettamente cotto, alto 0,30. Le sagome che girano intorno alla base del collo hanno 
il carattere quasi di un lavoro ligneo sottoposto al tornio, e tutta la superficie dell'alto 
collo è decorata inoltre con peculiari graffiti geometrici ripieni in origine di ocra rossa, 
dei quali si riproduce una sezione nell'annessa fig. 2. Questo kantharos venne assicu- 
rato alle collezioni del Museo di Firenze, mentre tutto il resto del vasellame di pertinenza 
governativa fu depositato ad incremento del Civico Museo di Pitigliano. 

e) Pisside alta, col coperchio, 0,21, decorata con rozzi ed ingenui graffiti rappre- 
sentanti uccelli acquatici intorno al ventre, e con altri graffiti geometrici nella parte 
superiore e sul coperchio, il quale è sormontato inoltre da un'ocarella plastica (fig. 3). 

d) Pelvis di bucchero con ingubbiatura, fatta sopra un modello di lamina enea, 
come chiaramente dimostrano le anse di tipo metallico fissate da chiodi. 

Oltre ai suddetti vasi, debbono essere ricordati in complesso alcuni grandi pithoi 
ovoidali di argilla chiara ; parecchie anfore ed oinochoai lisce di bucchero nero e grigio ; 
varii vasetti di argilla figulina depurata, con decorazione a strie rosse e brune. 




DEGIONE VII. 



— 397 



PITIGLIANO 



* * 



Il 25 giugno 1923 fu scoperta fortuitamente, mentre si eseguivano lavori agricoli 
nel podere del sig. Amedeo Polidori, posto in località «Formica» presso Pitigliano, una 
tomba etrusca a camera col soffitto franato in antico. Tale tomba era scavata nella'roc- 




Fig. 3. 



eia tufacea : misurava in lunghezza m. 3 ; in larghezza m. 2,50 ; in altezza circa m. 1,90 ; 
aveva due banchine lateralmente (quindi il sepolcro era destinato a più cadaveri) ; la 
porta era chiusa da un grosso lastrone spezzato in due parti, ed era preceduta da un cor- 
ridoio scoperto (dromo*), larga circa m. 1,50 fefr. fig. 4). Sulle banchine si riscontrarono, 
al disotto della massa di terreno precipitata dall'alto, resti di ossa umane ; e nello spazio 
tra le due banchine, ma più accosto a quella di destra, si raccolsero diciannove vasi costi- 
tuenti la suppellettile funebre. 

Tali vasi non sono tutti omogenei, ma variano per fattura più o meno accurata, per 
tipo e qualità di argilla. Uno di essi ha la superficie esterna ricoperta da una sottile in- 



PITIGLIANO 



398 - 



REGIONE VII. 



gubbiatura rossastra che si sfalda ; un altro è di un impasto cenerognolo (che si suol chia- 
mare bucchero grigio) ; mentre tutti gli altri esemplari sono fatti di argilla impura gial- 




!•':<, 4. 



lognokv-biancastra di buona consistenza, ma non presentano decorazioni di soita, se si 
eccettua qualche rigatura circolare eseguita al tornio figulino. 




Fio. 5. 



Quanto alle loro forme, le nostre figure 5 e 6 ne riassumono chiaramente la varia 
tipologia ; e per le misure basta accennare che variano da un minimo di centimetri 3X7 
(tazzina) ad un massimo di centimetri 38 X 16 di diametro alla bocca (anfora). 



degione vii. — 399 



PITIGLIANO 



È cosa indiscutibile che essi siano tutti prodotti non importati, bensì fabbricati 
sul posto ; e nel loro complesso denotano la povertà del sepolcro ; il quale appunto 
dal genere di detti vasi, in mancanza di altri eJementi di giudizio, non dovrebbe essere 
molto antico, ma da collocarsi con ogni probabilità tra il sec, IV ed il III av. Cr. 




Fio. 5 



Questa tomba pitiglianese della « Formica » fu esplorata con grande diligenza 
e perizia dal solerte Ispettore onorario del luogo, prof. Evandro Baldini, il quale ebbe 
cura di ritirare subito nel Civico Museo, pure a lui affidato, i vasi del corredo funebre, 
che, pur non presentando alcun particolare interesse intrinseco, sono tuttavia oggetti 
degni di studio in rapporto alle antiche manifestazioni dell'arte e dell'industria locale, 
e perciò da essere conservati. 

Da un dettagliato rapporto del Baldini., arricchito di disegni fatti di sua mano, ho 
desunto le notizie e le figure di questa mia nota, e debbo perciò ringraziarlo ora viva- 
mente. 

* 
* * 

Darante la mia gita a Pitigliano per l'ispezione al travamento Mastrorosati, potei 
anche assicurare allo Stato ed al Museo pitiglianese una quantità cospicua di vasi greci 
ed etruschi scavati clandestinamente nella celebre necropoli arcaica di Poggio Buco 
(antica Statonia) nello stesso territorio del comune di Pitigliano. Ma mi propongo di 
pubblicare a parte il più insigne esemplare di questo gruppo (un grande cratere tetran- 
sato di bucchero, con decorazioni figurate a rilievo e graffite), e di darne tutti i ragguagli 

scientifici. 

Edoardo Galli. 



fAKQUINIA — 400 — REGIONE Vii. 



IV. TAEQUINIA — Scoperte nella necropoli. 

Durante lo scorso anno 1923, in seguito alla cessione in enfiteusi, a piccoli lotti, 
della contrada detta i «Monterozzi», da parte de) Comune, a vari agricoltori, sono avve- 
nute in quella zona della necropoli tarquiniense alcune scoperte, non per via di scavi 
sistematici, ma di esplorazioni saltuarie, che si son cominciate a fare, allo scopo di assi- 
curarci che qualche tratto di terreno o qualche tomba a camera, visibilmente già fru- 
gata e poi abbandonata, si potessero senza scrupolo lasciare alla libera lavorazione o alla 
libera utilizzazione da parte dei nuovi proprietari. 



Le prime di tali scoperte si ebbero tra la fine di gennaio e il principio di febbraio, in 
un appezzamento di .terreno passato in possesso di tal Tarquinio Di Giacomo. Detto 
terreno è contiguo alla strada provinciale che conduce a Viterbo e trovasi di là dal 
cimitero moderno, presso a poco all'altezza della carrareccia trasversale che la mette 
in comunicazione con l'altra carrareccia chiamata della <■ Madonna del pianto ». 

Tomba I. — La sera del 29 gennaio la Direzione del Museo fu avvertita dal Di 
Giacomo che egli aveva cominciato un lavoro di spianamento per la costruzione di una 
casetta e che nel corso di tale lavoro si era imbattuto nell'ingresso di una tomba. 

La tomba, a camera, si apriva a una quarantina di metri dalla menzionata rota- 
bile. Ne fu compiuta l'esplorazione, con la debita vigilanza da parte del personale del 
Museo, nei giorni seguenti, 30 e 31. Essendo stata frugata e saccheggiata in precedenza, 
ora si presentava piena di terra, anche per il franamento di una parte del succielo. In 
ogni modo, se ne poterono stabilire le dimensioni, non molto grandi (circa tre metri 
di profondità e altrettanti di larghezza e un paio di metri e mezzo di altezza), e le forma, 
col succielo a botte. Era orientata con l'ingresso verso nord ed era molto irregolare, 
senza ornati e di rozza fattura. Quasi nulla rimaneva di suppellettile funebre. Due vaghi 
di collana, in terracotta, tre pendaglieli di bronzo (>), l'arco di una fìbuletta di argento, 
una cretula circolare (in due pezzi) del diametro di 13 mm., forata per traverso come 
uno scarabeo e portante impressa da una parte la figura rudimentale di un quadrupede, 
e un piccolo frammento di vaso d'argilla figulina bianchiccia costituiscono il residuo 
recuperato. 

Tomba IL — Proseguendosi il lavoro di spianamento, a pochi metri dal primo, 
fu trovato un altro ipogeo, che aveva il suo ingresso verso ponente. Era più piccolo del 
primo, misurando un paio di metri di profondità per uno e mezzo di larghezza e poco 
meno di due di altezza. Il suo vuotamente) fu compiuto il 3 febbraio. La camera non 
aveva subito danni per frane ; sicché più chiaramente si potò vedere quale fosse la forma 
del succido, anch'esso tagliato a guisa di volta a botte ; ma tutta quanta era pure di 
fattura semplice, senza pitture o altra specie di ornamentazioni. Risultò, come la prima, 

(*) Simili a quelli, p. es., pubblicati in Noi. scavi, 1893, p. 141, fig. 11, 



REGIONE VII. _ 401 — TARQUINIA 



depredata in precedenza; tuttavia, oltre a qualche oggettinodi scarsa importanza (quale 
un'olletta di argilla rossastra, alta 66 mm., e una tazza di 12 era. di diametro), fu rinve- 
nuta, ancora al suo posto, un'anfora greca a figure nere, che stava nell'angolo di sinistra 
(rispetto all'ingresso) del fondo. Se non che, quest'anfora non faceva parte del cor- 
redo funebre, ma era servita da urna cineraria, come si potè riconoscere dalle ossa umane 
che ancora conteneva : caso notevole di associazione dei due riti, in quanto che nella 
stessa tomba si conservavano avanzi di scheletri inumati (*). 

Tomba III. — Un terzo ipogeo fu scoperto o, per dir meglio, semplicemente 
esplorato (giacché la sua esistenza era riconoscibilissima alla superficie), nella stessa 
località, ma alquante» più a nord, in vicinanza dello stradello antico che attraversa 
tutta la zona dei « Monterozzi ». Qui il Di Giacomo — in un punto ove, tra gli avvalla- 
menti del terreno, la roccia affiorante presentava un ampio gradone — voleva scavare 
una fornace da calco. E siccome a brevissima distanza dal luogo designato si notavano 
appunto le tracce di una delle tante tombe a camera di cui il terreno abbonda, s i ritenne 
opportuno farla vuotare prima che fosse iniziato lo scavo della fornace. Il lavoro fu ese- 
guito dal 6 all'8 febbraio. Il succielo era completamente franato ; ma si potè constatare 
che la tomba era a sezione ogivale ricoperta superiormente da lastroni posticci, giusta 
un tipo che vedremo meglio esemplificato dalla tomba VI. Contrariamente a quello 
che si poteva supporre, essendo — come si è detto — la tomba già riconoscibile alla 
superficie, essa non era stata saccheggiata, a meno che un possibile depredamento 
in antico non si sia limitato a particolari oggetti di valore, come oreficerie. Comunque, 
assai notevole apparve la quantità di rottami di vasi fittili giacenti sotto le macerie. 
Le condizioni di.trovamento erano deplorevolissime; tuttavia si cercò di ricuperarne 
il più che fosse possibile. Intatti, o quasi, si trovarono soltanto pochi bombii! e ariballi 
di piccole dimensioni. 

Diamo qui un elenco degli oggetti rinvenuti, i quali in gran parte si son potuti 
poi ricomporre : 

Impasto. — Due piccoli bacini a calotta sferica con torniture alle labbra e muniti 
di tre piedi ciascuno. Diametro rispettivo m. 0,24 e m. 0,19. 

Bucchero. — A. Due oinoehoai, di cui una decorata da due fascie di semplici linee 
parallele, incise al tornio (alt. m. 0,28); l'altra con nel mezzo un fascione di linee graffite 
verticali, orlato da due solchi per parte, sulla spalla una corona di pennacchi piegati, 
a punteggiatura impressa, e torniture sull'alto del collo (alt. m. 0.28). B. Due Mntharoi, 
di cui uno semplice (diam. m. 0,14), l'altro con seghettature alla sporgenza del fondo 
e corona di pennacchi piegati, a punteggiatura impressa, presso l'orlo (diam. m. 0,14). 
C.Sei coppe su alto piede, di cui tre con seghettature alla sporgenza del fondo e pennac- 
chi come sopra attorno alla vaschetta (alt. circa m. 0,15 ciascuna") ; una (mancante del 
piede), simile alle precedenti, ma con decorazioni a ventagli semicircolari pure a pun- 
teggiatura impressa (diam. mm. 145); due (molto frammentate, con lievi seghettature 

(!) Le ossa combuste sono state analizzate e riconosciute per umane. Non avrebbero perciò 
ragion d'essere i dubbi che lo Helbig manifestava a proposito di una simile concomitanza in una 
tomba a fossa (Annali dell'Inst., 1884, p. 113 e nota 4). 

Notizie Soavi 1924 — Voi. XXI. 51 



TARQUINIA — 402 — REGIONE VII. 

o fossette alla sporgenza del fondo e semplici torniture a solchi nel corpo della vaschetta 
(diam. min. 145 ciascuna). D. Due coppe su basso piede, delle quali una ridotta allo 
stato di semplice frammento e l'altra, intera, decorata da una corona a pennacchi 
attorno alla vaschetta (diam. mm. 140). 

Ceramica cosi detta italo-geomefrica. — A. Anfora di argilla chiara, tinteggiata di 
marrone al ventre e al collo ; denti di lupo marrone su fondo bianco in basso ; ornati 
a linee serpeggianti su fondo bianco alle spalle e a volute a fianco dei manichi (alt. 
m. 0,27). B. Coppa quasi emisferica su alto piede, a fasce bianche e rosse, tanto allo 
esterno quanto all'interno (alt. m. 0,21 ; diam. ni. 0,22 e %). C. Coppa emisferica, a 
fasce bianche e rosse tanto all'esterno quanto all'interno, con due buchetti presso 
l'orlo da una parte (diam. m. 0,15, alt. m. 0,06). 

Ceramica ionica e ionizzante. — A. Tre oinochoai di argilla bianchiccia a bocca cir- 
colare, decorate a piccole squame incise a punta di compasso (altezza rispettiva : me- 
tri 0,30 ; 0,25 ; 0,24; (tav. XX. fig. a). B. Quattro grandi anfore di argilla bianchiccia, 
policromate, delle quali tre con ornamentazioni incise a punta di compasso e tutte e 
quattro con figure, incise e colorate, di cervi e telini in una sola zona. C. Quattro oino- 
choai ài stile corintio, a bocca circolare, decorate a zone con figure di animali: in due 
la colorazione è vivace, nelle altre due sbiadita, così che esse hanno un aspetto bian- 
chiccio conforme al colore naturale dell'argilla (altezza rispettiva: m. 0,33; 0,32; 0,31; 
0,30) (tav. XX, fig. b), D. Tre bombilii di stile corintio, con ornati a picchiettature 
(alt. rispettiva : mm. 100, 65, 45) ; e due ariballi dello stesso genere, con la particolarità 
di un ornato a denti in argentatura che ha lasciato una sottile incrostazione bruna- 
stra; lo stesso sistema di decorazione fu usato nel fondo, ove lo spazio risparmiato 
forma una specie di croce; filettature con riflessi metallici si osservano attorno al corpo 
di ciascuno di questi vasetti (altezza rispettiva mm. 80, mm. 75). (Tav. XX, fig. e). 

Bronzo. — A. Coppa a calotta sferica, senza ornati, rotta in pezzi e ricomposta 
(diam. m. 0,21). B. Due piccole borchiette semplici, di circa mm. 15 di diametro, e al- 
cuni piccoli frammenti, forse di uno stilo. 

Ferro. — Un anello, molto ossidato, del diametro di circa mm. 45. 

Vanno infine ricordati alcuni frammenti sporadici e irricomponibili di vasi fittili 
diversi, ma sempre delle specie enumerate (compreso il bucchero), ad eccezione di una 
grande olla di impasto, di grosso spessore, della quale non rimane se non un frammento. 

Quanto all'ipogeo in se, esso si presentava orientato con l'ingresso verso sud-ovest ; 
aveva poco più di tre metri di profondità, circa due di larghezza e altrettanti di altezza. 
Alla sua struttura si è già accennato. Due banchine per la deposizione dei cadaveri, 
ricavate dalla roccia, si appoggiavano alle pareti longitudinali e alla parete di fondo. 

Tomba IV. — Sulla fine di settembre (dal 25 al 27), si procedette — sempre 
con l'assistenza del personale del Museo — al vuotamente di una quarta tomba nello 
stesso terreno Di Giacomo, a circa una decina di metri dallo stradale. Anch'essa a ca- 
mera, molto interrata, si apriva verso nord-ovest. Era di forma quasi quadrata, misu- 
rando poco più di tre metri di profondità e altrettanti di larghezza con quasi due e mezzo 
di altezza. Succielo quasi pianeggiante, con una leggerissima centinatura a botte. Dal 



REGIONE VII. — 403 — TARQUINIA 



lato destro (rispetto all'ingresso) conteneva una banchina per la deposizione del cada- 
vere. Ma questa banchina — a differenza dal consueto — non era ricavata dalla stessa 
roccia (troppo friabile e non omogenea negli strati inferiori), sibbene formata da un 
grande masso posticcio, rozzamente squadrato e misurante circa m. 2,20 di lunghezza 
per m. 0,80 di larghezza e altrettanti di altezza. 

La tomba era stata frugata in antico. Non vi si trovarono che pochi avanzi di 
scheletri umani, parte all'interno, parte sparsi nella trincea di accesso, insieme a scarsi 
frammenti fittili appartenenti a oggetti del corredo funebre, il cui residuo consiste in 
alcune piccole stoviglie di bucchero senza ornati (tre tazzette, di cui due frammentate, e 
una specie di attingitoio, pure frammentato) e in altri pochi avanzi di vasellame di ar- 
gilla figulina chiara (tra cui un orecchio di oinochoe), un frammentino di tazza greca a 
figure rosse (probabilmente erratico), vari frantumi di vasellame di bronzo e due fram- 
menti di utensili di ferro molto ossidati. A semplice titolo di curiosità, va ricordato che 
furono pure trovati entro la tomba parecchi avanzi di uno scheletro di porco spino 
(histrix eristata, esemplare vecchio più che adulto, a giudicare dal logoramento del- 
l'unico dente superstite della mascella inferiore sinistrai, i quali, stante la loro rela- 
tiva freschezza in confronto con il miserevole stato di disfacimento delle ossa umane, 
lasciavano comprendere che la bestiola debba esser penetrata nella tomba in epoca 
recente, per qualche buca rimastavi praticabile in seguito all'avvenuta violazione. 

Tomba V (a cremazione). — Il giorno 9 ottobre si procedette al disotterramento 
di alcuni frammenti di un lastrone di nenfro, con ornati a rilievo su di una faccia ; fram- 
menti che erano stati visti, ma lasciati sul posto, nell'agosto precedente, allorché il Di 
Giacomo, arando il terreno, a pochi metri più a nord della tomba IV, si imbatteva in 
uno di tali frammenti, giacente più presso alla superficie insieme ad altri blocchi grezzi 
pure di nenfro, e lo rimoveva per custodirlo in luogo chiuso. Si tratta di uno dei quei 
lastroni con ornati a figure, di arte arcaica orientalizzante, del tipo ben noto e specifico 
della necropoli tarquiniense. Ma la scoperta in quel punto non si limitò soltanto al la- 
strone, che poi si è potuto ricomporre quasi per intero. Accanto ai frammenti che erano 
rimasti sotterra, dal lato nord, furono trovati quasi tutti i pezzi di un'anfora greca a figure 
nere, insieme ad un coperchio di bucchero, la quale, come quella scoperta nella tomba 
II, era servita da ossuario (M, ma era rimasta schiacciata, forse anche per la poca resi- 
stenza determinata dalla cattiva cottura, sotto il peso di una piccola lastra grezza 
e informe di calcare, rinvenuta a una trentina di centimetri dalla superficie, e della terra 
sovrapposta. Furono inoltre trovati alcuni piccoli frammenti fittili : qualcuno di buc- 
chero, qualche altro di terra rossa piuttosto grezza, e tre di vasi greci verniciati, uno dei 
quali sicuramente appartenente a coppa a figure rosse. Date le condizioni di trovamento 



(!) Nel museo di Tarquinia non sono rare le anfore greche figurate, munite di coperchi che tal- 
volta appariscono di diversa fattura e qualche altra sono di bucchero come nel caso attuale. Eviden- 
temente si tratta di vasi adibiti, nel modo istesso, come cinerari. Se non che, date le condizioni in cui 
si è trovato il materiale prima del suo trasporto nel palazzo Vitellcschi, non si può esser sicuri della 
compertinenza al momento dell'interramento. 



Tarquinia — 404 — regione vii. 

in un terreno così sconvolto, sarebbe arrischiato dedurre senz'altro una originaria asso- 
ciazione di tutti gli oggetti elencati. Della stessa anfora -cinerario, benché rinvenuta 
— oltre che ancora con le ossa combuste e con il coperchio — sotto la menzionata lastra 
di calcare disposta orizzontalmente e come collocatavi intenzionalmente, ci sarebbe 
quasi da escludere che quello fosse il suo collocamento primitivo, tanto più che nessuna 
forma di vera tomba, di qualsivoglia tipo, si delineava nel terreno nel momento della 
scoperta, se non ci fosse da potere ammettere che della forma di una piccoja . fossetta 
• di tipo non sconosciuto nella necropoli tarquiniense (' ), per le deformazioni del terreno, 
sia andata perduta ogni traccia. 

Tomba VI. — Successivamente, un altro enfiteuta dei « Monterozzi », tal Dili 
Alfredo, chiese di poter vuotare una tomba a camera, abbandonata, esistente nel suo ter- 
reno, a ebrea 3 chilometri da Tarquinia (all'altezza del posto ove è tuttora indicato 
il 2° miglio). Vi si lavorò il 15 e il 16 novembre. La tomba si presentava franata in tutta 
la sua parte anteriore. Non c'era, naturalmente, da aspettarsi grandi cose. E, infatti, 
non furono recuperati se non una notevole quantità di frantumi di vasi di impasto (in 
prevalenza — a quel che sembra — olle sferiche strigilate, ma con esemplari di coppe, 
dello stesso materiale, a pareti verticali, strigilate orizzontalmente), alcuni frammenti 
di vasellame di bucchero, qualche altro di argilla figulina (del genere così detto geome- 
trico italico) e una notevole quantità di rottami di ferro ossidato. 

Ma vale anche la pena di fare un cenno della tomba stessa, per la sua struttura 
che tuttavia risulta molto frequente tra quelle dei « Monterozzi ». È a sezione ogivale, 
larga m. 3,15 e alta, complessivamente, m. 2,60. Stante il franamento di tutta la parte 
anteriore, non se ne è potuta determinare la profondità. Ai due lati, due dei soliti banchi 
ricavati dalla roccia, per la deposizione dei cadaveri. Ciò che costituisce il fatto di mag- 
gior rilievo è la struttura del succielo ; il quale presenta un lieve rincasso longitudinale, 
largo circa m. 0,65. Tale rincasso è chiuso superiormente da una serie di lastroni che 
vi furono collocati dal di fuori e poscia ricoperti di terra. Il primo, visibile a causa del 
franamento, misura m. 1,00 di larghezza e m. 0,40 di spessore (fig. 1). 

Tomba VII. — Dal 19 al 21 dicembre si lavorò al vuotamento di un altro ipogeo 
nel terreno, ora di Rogani Gioacchino (in quel momento ancora di Rosa Ferri), limitrofo 
al precedente, dalla parte verso Monteromano. Anche questa tomba presenta qualche 
particolare caratteristico in confronto della maggior parte degli ipogei dei « Monterozzi » ; 
ma se ne osserva qualche altro simile nelle vicinanze immediate (fig. 2). Tale particolare 
consiste nel rivestimento a lastroni di calcare, un poco più duro di quello della roccia nella 
quale è scavata, così del margine superiore delle due pareti laterali del dromos (vi si 
nota un filare per parte di simili lastroni), come della parete di fondo del dromos stesso, 
al di sopra della porta (dove si notano due grandi lastroni, l'uno sovrapposto all'altro 
e lunghi così da coprire tutto il fondo fra l'una e l'altra parete). 



(') Una fossetta del tipo sopra indicato è stata scoperta durante l'anno in corso 1924. Se ne 
parlerà nel rapporto relativo al detto anno. 



REGIONE VII. 



405 — 



TARQUINIA 



Va segnalato, come travamento erratico nelle immediate vicinanze un blocco di cal- 
care, frammento di un lastrone somigliante a quelli di nenfro.ma con i soli incavi ad 
golo senza ornati (>). Misura m. 0,57 X m. 0,48, con uno spessore di circa m. 0,24. 



an- 



■'in- * s 




Fig. 1, 



La principale importanza di queste piccole scoperte consiste in ciò: che esse provano 
ancora una volta, se pur bisogno ce n'era, che le ricerche nella necropoli di Tarquinia 
non possono dirsi esaurite, neppure ai « Monterozzi » che rappresentano forse la zona 



(') Evidentemente faceva parte di un lastrone di un tipo nel quale i fascioni, invece che di figure 
a rilievo portano, degli ornati geometrici incassati a zig-zag. Già ne esisteva un frammento al 
Museo, ma nel corso di quest'anno se ne sono scoperti esemplari più completi. Ne parleremo nel rap- 
porto per il 1924. 



TARQUINIA 



— 406 — 



REGIONE VII. 



più battuta nelle precedenti escavazioni. Avevamo quindi ragione di far presente, in 
una precedente relazione ('), l'opportunità di riprendere questi scavi senza esclusione dei 
terreni che si presumono i meglio esplorati. 

II. 

Gli oggetti recuperati fanno ormai parte delle collezioni del Museo Nazionale Tar- 
quiniense. Di essi un più ampio cenno illustrativo meritano le quattro grandi anfore 
ionizzanti della terza tomba, le due anfore greche a figure nere e il rilievo di nenfro. 






^«K-.-!l': 




FlG. 2. 



Anfore ionizzanti. — Sono della medesima fattura, della medesima forma e, presso 
a poco, delle medesime dimensioni : argilla bianchiccia, ben depurata, dall'aspetto este- 
riore color crema ; corpo ovale ; collo a cono tronco rovesciato, non grande, in confronto 
delle dimensioni del corpo; anse piatte, piuttosto piccole, essendo l'attaccatura inferiore 



(*) Not. d. scavi, 1920, p. 224 e segg. ; particolarmente, p. 266 e p. 275. Nella relazione in di- 
scorso volemmo intenzionalmente prendere occasione da quel primo saggio di scavo, per enunciare 
un vero e proprio programma di future ricerche, impostando nei termini che parvero più convenienti 
le due principali questioni che maggiormente si impongono a Tarquinia : l'ima relativa alla storia 
della pittura sepolcrale, l'altra alla topografia della città etnisca. Fingere di non accorgersi delle espli- 
cite dichiarazioni fatte in proposito, null'altro significa se non voler dare a intendere, non certo in 
buona fede, che inconsapevolmente è stata supervalutata l'importanza intrinseca dei trovamenti senza 
renderci conto della sproporzione fra l'ampiezza della relazione e la modestia dei trovamenti stessi. 



REGIONE VII. — 407 — fARQÙINlA 

non distante dal collo. Anche l'ornamentazione, salvo qualche variante, è uguale in 
tutte. Tutte e quattro furono raccolte in pezzi e in minuti frammenti, del cui recupero in- 
tegrale tanto ragionevolmente si potò dapprima dubitare, che pareva non si dovesse riu- 
scire a ricomporle se non in parte. E le lacune infatti, indi supplite in gesso, all'atto 
del restauro risultarono inevitabili, ma in misura assai minore di quanto non si pensasse. 
Per riguardo alle varianti, le descriveremo ad una ad una, contrassegnandole semplice- 
mente con le lettere A, B, C, D ; ma, per brevità, non rileveremo ulteriormente le la- 
cune di ognuna. 

Anfora A. — È altam. 0,55 (tav. XXI, figg.a, 1 e a, 2). Nella parte inferiore del corpo 
(poco più di un terzo), due fascioni color marrone (a cominciare dal piede) con altri due 
bianchi (color naturale dell'argilla) ; ma al marrope sono sovrapposte varie strisce vio- 
lacee, alcune filettature rossicce ai margini e altrove, che non sempre completano il giro 
del vaso. Il rimanente del ventre e della spalla fino all'attaccatura dei manichi è tutto 
a fondo marrone, orlato in basso da due strisce violacee e da una più ampia in alto, che 
è qui preceduta da un'altra bianca, pure a colorazione sovrapposta. Un'altra fascia vio- 
lacea, orlata da strisce bianche ai due margini, si svolge tutt'intorno alla metà circa del 
vaso. Su questa fascia si imposta la composizione figurata, che comprende in tutto tre 
sole grandi figure di animali: due cervi e un felino, probabilmente un leone, incedenti 
di profilo verso destra. 

Se si prescinde dagli elementi specifici, che contraddistinguono le due specie (come 
le teste, le zampe e le code), per il resto i corpi di tutti e tre questi animali si somigliano 
perfettamente : alti, quasi sempre molto slanciati, sono trattati a graffito e a pittura ; 
i contorni sono generalmente resi non con una ma con due linee graffite ; sulla schiena 
e sull'addome (meno che nel felino, di cui l'addome è reso con una sola linea) lo spazio 
intermedio è riempito di color bianco. Da tutta la schiena, tanto nella figura del felino 
quanto in quella dei cervi, discendono lunghe ciocche ondulate di peli, colorate in bianco 
e in violaceo alternativamente. Strana altresì è la colorazione delle gambe, comprese le 
cosce e le spalle : quelle del primo piano colorate in bianco, le retrostanti in violetto 
vivace (colore inconsueto). I due cervi, contraddistinti dalle code molto brevi (e riunite 
alle cosce da un fitto tratteggio), dai piedi ungulati e dalle teste allungate, conle caratte- 
ristiche corna ramose, si presentano nello stesso atteggiamento: entrambi procedono 
abbassando il muso sino a terra; ma le corna sono cosi lunghe che con la cima toccano l'orlo 
superiore del campo marrone. La testa del felino, piccola con l'occhio visibile sporgente 
in alto, ha ben poco che raffiguri effettivamente un leone ; solo la criniera del collo agrandi 
ciocche, simili a quelle della schiena ma più fitte, e le zampe corrispondono in modo appros- 
simativo a quelle della specie che si è voluto rappresentare. La belva cammina al passo, 
con la coda alzata e distesa orizzontalmente al di sopra della sehiena, ma arricciata 
all'estremità, e con la testa sollevata, addentando per la base un lungo corno di cervo, 
che pende fino al suolo. Qua e là, nel campo, sotto le figure degli animali, si notano dei 
rosoncini resi con grossi punti bianchi. 

La spalla dell'anfora è a fondo bianchiccio, con baccellature a colorazione marrone 
e violacea, in gran parte sparita. Il collo è a fondo marrone; ma al di sopra del bastoncello 
sporgente' dell'attaccatura gira una fascetta violacea, sormontata da una collana di punti 



TARQUINIA — 408 — REGIONE VII. 

bianchi e poi, nel mezzo, una linoa bianca ondulata. Il labbro è tornito a scanalature, 
inclinato verso l'esterno e ornato di qualche filettatura marrone, come all'orlo, dove sul 
marrone gira una fila di punti bianchi. I manichi sono a fondo bianco ed erano prima or- 
nati da una linea orizzontale, tracciata a metà di ciascuno, e da semplici baccellature di- 
pinte, di cui non son rimaste se non le tracco. 

Ciò che è oltremodo attraente in quest'anfora, come del resto in quasi tutte le altre 
(per lo meno in parte), è la vivacità della colorazione, accentuata dall'alternarsi delle masse 
scure con le larghe fasce bianchicce. 

Anfora B. — Alta m. 0,56 (tav. XXI, -fig.-j, 1 e 6,2). La differenza principale, in 
confronto colla precedente, è data dall'estensione del graffito anche alle ornamenta- 
zioni e dall'uso del compasso peruna.gran parte di queste. L'insieme presenta la stessa 
vivacità di colori dell'anfora A ; ma la colorazione violacea ha un'intonazione rossiccia. 

Dalla metà in giù, fino all'attaccatura del piede, si alternano cinque f ascioni : tre scuri, ■ 
e cioè di un marrone che in vari punti ha un'intonazione rossastra, ma con varie filet- 
tature o bianche o violacee, e due bianchicci. Tanto sul fascione scuro più alto quanto 
sul mediano si svolge una ornamentazione a semicerchi intrecciati, tracciati a compasso, 
ciascuno con due linee concentriche, molto accostate. Una fascetta rossa e violacea, 
orlata da ambo i lati da filettature bianche, separa questa parte del vaso dalla zona supe- 
riore contenente la rappresentazione figurata, la quale, salvo alcune varianti, somiglia 
a quella dell'anfora A: due cervi e un felino, dello stosse dimensioni e dello stesso stile, 
si seguono nel medesimo senso. Dei cervi, quello che sta immediatamente a tergo del fe- 
lino tiene la testa abbassata, l'altro la solleva in modo che le corna, meno lunghe del so- 
lito, si stendono al disopra del collo. Il felino è sfornito di criniera e non ha nulla in bocca ; 
la quale è aperta, con la lingua penzoloni, stranamente aderente al palato così da lasciare 
in vista i denti della mascella inferiore: Il disegno di queste figure pretenderebbe di essere 
più ricercato, come risulta da alcuni accessori decorativi, quali una serie di dischetti 
bianchi allineati lungo l'orlo dell'addome, nel felino, e l'orlo inferiore del collo in uno dei 
cervi ; ma il corpo del felino stesso è Sproporzionatamente allungato. 

Tra le figure degli animali sono disposti, senza alcun ordine, cinque grandi scudi, 
graffiti a punta di compasso, tutti divisi verticalmente in due parti, di cui la destra colo- 
rata in rosso e la sinistra in bianco : tre rispettivamente sotto ciascuna figura di animale, 
il quarto fra la protome del telino e il cervo che lo precede, il quinto fra i due cervi. 
Non mancano i fiorellini punteggiati in bianco, ma sono più piccoli. Una fascia rosso-viola- 
cea, orlata da ambo i lati di bianco e portante una filettatura bianca nel mezzo, chiudo, 
come nell'anfora precedentemente descrittala zona della composizione figurata, separan- 
dola dalla spalla del vaso, che è a fondo marrone ed è ornata pure a baccellature, ma graf- 
fite oltre che colorate in bianco e rosso alternativamente e separate fra di loro da più strette 
baccellature color marrone. Il fondo del collo è pure color marrone chiaro, meno una fa- 
scia rosso-violacea che corre sopra il tondino aggettante dell'attaccatura, è cosparsa qua 
e là di fiorellini punteggiati in bianco e sormontata da un breve tratteggio verticale pure 
bianco, che arieggia una collana di perline lentiformi. Sei grossi fiori bianchi, resi da 
dischi orlati di puntini, sono disposti tutt'intorno nel mezzo del collo. Labbro tornito 
a scanalature, inclinato verso l'esterno, variopinto e punteggiato di bianco ai due orli. 



REGIONE VII. 



- 409 - 



TARQUINIA 



Anche i manichi sono decorati di graffiti, con un ornato a foggia di due pilastrini contrap- 
posti per la cima, rastremati, disuguali, e terminati da due ampie volute coniche, a cui 
si attaccano delle brevi baccellature a guisa di palmette o, piuttosto, di fiocchi. 

Anfora C— Alta ni. 0,55 (fig. 3). In quest'anfora la colorazione non è conservata se 
non in parte, sicché non da tutti i lati mostra la vivacità di cui si è parlato. Nel rosso- 




Fio. 3. 



violaceo, là dove questa colorazione si conserva, prevale, come nella precedente, l'intona- 
zione rossiccia; e nell'insieme ha con essa in comune, oltre alla solita composizione figu- 
rata, anche le ornamentazioni graffite, con gli stessi fregi a semicerchi intrecciati in due 
dei fascioni scuri della metà inferiore e gli stessi scudi, che invece di cinque sono tre, 
disposti rispettivamente sotto ciascuna figura di animale. Avendo il disegnatore rapprc- 
sentatoilfelino,come nell'anfora A, nell'atto di tenere in bocca un lungo corno di cervo, e 
ambedue i cervi con la testa alzata, è venuto a mancare lo spazio per gli altri due scudi. 
Gli scudi non sono suddivisi per metà ma in quattro ; e i quattro spicchi (propriamente 
nell'unico nel quale la colorazione si conserva) sono colorati in rosso e in bianco a con- 
trasto. Altra differenza dégna di rilievo presenta la decorazione dei manichi, in quanto 
che al pilastrino inferiore, che qui è più alto, non se ne contrappone un altro rovesciato, 

Notuik Soavi 1924 — Voi. XXI. 62 



TARQUINIA 



— 410 — 



HEGIONE VII. 



ma, al disopra dell'ornato a baccellature a fiocco, si imposta un secondo ornato, pure a 
volute e anch'esso terminato in alto con una simile baccellatura. 

Anfora D. — Alta m. 0,54 e % (fig. 4). In questo esemplare la colorazione è quasi 
completamente scomparsa, di modo che manca presso che del tutto la bella vivacità che 
caratterizza in ispecie le due prime. Per il resto il vaso si accorda in particolar modo con 




Fig. 4. 



l'ultimo descritto, soprattutto per la identità della decorazione dei manichi (fig. 5). Ma 
gli scudi, divisi in quattro parti, originariamente colorati in rosso e bianco, a contrasto, 
sono questa volta quattro, essendo il felino rappresentato, come nell'anfora B, senza 
corno di cervo, nella bocca (anche qui aperta, con la lingua penzoloni, ma mostrante i 
denti superiori). Particolarità da rilevare : 1°) essendo il corpo di uno dei cervi riuscito 
insolitamente troppe corto, lo scudo che gli è sottoposto incontra entrambe le gambe 
interne ; 2°) nel disegno di uno dei piedi posteriori dell'altro cervo si nota una correzione, 
essendo stato disegnato prima come zampa di felino. 

Non sappiamo se altre volte siano stati rinvenuti nella necropoli tarquiniense vasi 
dello stesso genere ; comunque è certo che per le collezioni del Museo costituiscono — per 
lo meno sotto certi aspetti — una novità, Una approssimativa affinità si può riscontrare 



REGIONE VII. 



— 411 



TARQUINIA 



in certe anfore ionizzanti, di provenienza eeretana, nelle quali l'ornamentazione a zone 
con figure di animali si associa alle decorazioni graffite a punta di compasso (squame e 
trecce). Riproduciamo, per il confronto, un frammento della Collezione Castellani (fig. 6). 
Ma queste anfore, oltre a non presentare identità di stile disegnativo, se ne differen- 
ziano notevolmente anche per la forma. A questo punto sorge la questione della loro 




Figi 6. 



provenienza: se si tratti cioè di oggetti importati dal di fuori (dal mondo ellenico) oppure 
di produzione indigena (italica). È indubitato che le figure degli animali — in confronto 
di quelle dei vasi così detti corinti, ove esse sono caratterizzate da un più alto grado di 
naturalezza e di verismo — sono disegnate con una tale ingenuità, da non potervisi ri- 
conoscere nulla più che un'assai indiretta reminiscenza dei modelli orientali. Tuttavia 
questa reminiscenza è innegabile ed è in particolar modo rivelata dalle lunghe ciocche 
ondulate di peli discendenti dalle schiene degli animali. E della reminiscenza in genere 
dell'arte ionica fanno fede altresì il sistema di colorazione degli animali stessi, iroson- 
cini sparsi sul campo, il motivo del corno di cervo in bocca al felino ; il qual motivo non 
è se non una variazione di quello, ovvio nell'arte ionica, della gamba umana addentata 
da simili animali pure incedenti al passo. Ma si aggiungono poi altri argomenti a favore 



TARQUINIA 



412 



REGIONE VII. 



della fabbricazione locale : da un lato qualche particolare tecnico, nel disegno graffito 
delle figure, come i tratteggi paralleli che, non nei vasi «corinti» trovano riscontro, ma in 
prodotti italici ('), e, dall'altro, la qualità dell'argilla e la decorazione a semicerchi intrec- 




Fio. 6. 



(Frammento* della Collezione Castellani). 



ciati o a circoli (scudi), incisi a punta di compasso; qualità di argilla e decorazione, chele 
nostre anfore hanno in comune con quella categoria di vasi (predominanti le oinochoai), 
pure di argilla figulina biancastra, caratterizzati dalla decorazione per lo più a squame, 

(») Cfr, R. Paribeni, Monum. dei Lincei XVI (1906), col. 277 e segg. ; A. Della Seta, Guida del 
Museo di Villa Giulia, 1, p. 341 e seg. E. Stefani, Bull, di Pale'., hai, 1912, tav. IX, n.2,p. 155 
(oinochoe di Leprignano). 



REGIONE VII. — 413 



TARQUINIA 



egualmente eseguita a punta di compasso. E con alcuni esemplari di questa categoria 
di vasi le nostre anfore si collegano altresì per la somiglianza della colorazione, che pre- 
senta, in genere, le stesse tinte quasi con le identiche tonalità e lo stesso gusto che predi- 
ligeva combinazioni policrome vivaci, mercè anche l'utilizzazione del bianco crema del 
fondo ; ma, particolarmente, con una oìnochoe della Collezione Castellani, per l'affinità di 
disegno delle figure di animali graffite e dipinte sulla spalla del vaso, di cui, per con- 
fronto, riproduciamo un particolare (fig. 7). Ma nella suddetta oinochoe mancano le orna- 
mentazioni a punta di' compasso ( l ). 

Ora è noto come alcuni archeologi ritengano la categoria dei vasi in questione di fab- 
bricazione indigena ( 2 ). Pur astenendoci dal volere individuare il centro di fabbricazione 




Fio. 7. 



(tanto più che la fabbricazione potrebbe essersi propagata in molti centrile pur ammet- 
tendo la dipendenza da modelli esotici e in genere dall'arte ionica, anche noi ci dichia- 
riamo propensi a credere che, in assai larga misura se non nella totalità ( 3 ), questi vasi a 
embricazione, e simili, siano stati prodotti in Italia. E il fatto che la decorazione a semi- 
cerchi incisi a punta di compasso si riscontra, oltre che in qualche vaso di bucchero (*), 
pure in qualche lavoro in metallo, come la fodera in lamiera d'argento dell'urna in 



(') Esprimiamo vivi ringraziamenti al dott. P. Mingazzini. che ha messo a nostra disposizione 
la fotografia del vaso. Alla (Anochoe Castellani si può, in certo qual modo, ravvicinare quella del 
Vaticano riprodotta da C. Albizzati in Vasi antichi dipinti del Vaticano, I, tav. VI, n. 77. 

(•) Cfr. G. Pellegrini, Not. d. scavi, 1903, p. 270. 

( 3 ) Sulle relazioni con la ceramica dell'Oriente ellenico, G. Karo, De arte vascularia antiquissima, 
Bonnae, 1896, p. 35 e segg. ; I. Boehlau, Aus ionischen und italìschen Nekropolen, Leipzig, 1898, pp.~91 
e segg. Come corinti classifica piccoli bombili, con analoga decorazione a minute squame, C. Albiz- 
zati (Vasi antichi dipinti del Vaticano, I, n. 83 alla tav. VI, n.84, fig. 9); comunque, è indubitato che 
di simili vasi se ne trovano dappertutto nel mondo ellenico. 

( 4 ) Un esemplare (oinochoe a corpo ovale e a bocca trilobata, con grandi rotelle all'orlo, fian- 
cheggiati l'attaccatura del manico) trovasi nel Museo di Tarquinia (Raccolta com., n. 1672). Ricor- 
diamo anche la tazza con coperchio della tomba di Gabii, nel Museo di Villa Giulia (inventario 
nn, 6686 e 6687). ... 



TARQUINIA 



— 414 — 



REGIONE VII. 



bronzo trovata nella « Tomba del duco» a Vetulonia ('), opere, queste, sulla cui origine 
locale non sembra che ci siano da elevare dubbi di sorta, può in qualche modo confor- 
tare l'attendibilità di tale ipotesi. 

Anfore greche a figure nere. — L'anfora trovata nella tomba II appartiene alla cate- 
goria di quelle anfore di forma non molto frequente, e del resto non molto elegante, che 




Fio. 8. 



hanno il collo sormontato da un labbro, non largo e di forte sporgenza, ma piccolo e di 
sporgenza scarsa, tanto da dare l'impressione che nella sagoma di questo genere di vasi 
manchi qualche cosa. È alta m. 0,39. Rotto e riattaccato il piede ; scheggiato e logoro il 
labbro. Manichi a tre bastoncelli riuniti. Ornamentazioni consuete nelle anfore analoghe: 
denti di lupo alla base, sormontati da una zona a bocciuoli con doppi gambi rigirati 
e intrecciati, sormontata a sua volta da un'altra con un meandro continuo ; volute 
e palmette sotto i manichi. Composizioni figurate sulle due facce, con la consueta sovrap- 
posizione di color bianco e rosso-violaceo in alcune figure. Faccia A (fig. 8) : Eracle ed 



(») I. Falchi, Noi. d. scavi, 1887, p. 503 e segg., tav. XVIII. 



REGIONE VII. 



— 415 — 



TARQUINIA 



Euristeo. L'eroe, barbato, con spada al fianco, di profilo a destra, col cinghiale sulle spalle, 
poggia il piede sinistro sull'orlo del pithos, di cui il collo con la spalla emerge dal suolo. 
È come in atto di scaricare la bestia addosso allo spaventato Euristeo, rifugiato nel re- 
cipiente. A destra, Athena con elmo attico, munito di alto cimiero, e in gran parte coperta 
da un ampio scudo circolare che ha un'ancora come episema. Allo stesso scudo è appog- 




Fio. 9. 



giata la lancia della dea. A sinistra, Iolao, pure barbato, vestito di chitonisco ed egli pure 
con spada al fianco, mentre regge la clava diEracle nella destra. Faccia B(fig. 9): Dioniso 
barbato, vestito di chitone e himation, con corno potorio in mano, sta diritto in piedi e di 
prospetto, con la testa di profilo a sinistra, fra due Sileni danzanti. Quello di destra porta 
un otre sulla spalla. Due lunghi e diritti tralci, inclinati in senso inverso, si incrociano 
dietro le spalle di Dioniso f 1 ). Colorazione bianca al chitone di Dioniso, rosso-violacea 
alla sua barba e al suo himation, alle barbe e alle code dei Sileni. 

(') In un'anforetta del Museo di Tarquinia (Raccolta comun., n. 3912) si ha una rappresenta- 
zione molto somigliante, con la differenza che, a tergo di Dioniso, ai due tralci sono sostituiti due 
bastoni senza foglie. 



TARQUINIA 



416 



REGIONE VII. 



La seconda anfora, trovata nella tomba V, già restaurata in antico e ora ricomposta, 
con qualche supplemento in gesso, è di forma più comune, ma dal ventre largo e piuttosto 
tozza. Misura m. 0,32 di altezza. Ha pure i manichi a tre bastoncelli riuniti. La decorazione 
figurata è del genere così detto « a metopa » : su ambo le facce è divisa in due zone, che, 
su ambo le facce, sono quasi somiglianti. Faccia A (fig. 10) : Nella zona superiore, che 




Fio. 10. 



ha figure di piccole dimensioni, si vedono, in mezzo, due leoni che aggrediscono un vitello 
e, ai fianchi di questo gruppo, due figure virili ammantate ; nella zona inferiore un gruppi» 
di tre guerrieri elmati, che, imbracciando grandi scudi circolari tracciati a punta di com- 
passo, marciano verso sinistra, mentre ai due lati stanno due cavalieri di prospetto, con 
la testa rispettivamente rivolta verso il gruppo centrale (la testa di quello di destra 
manca). Faccia B (fig. 11) : La composizione della zona superiore è quasi identica alla 
corrispondente dalla faccia A: nella zona inferiore i guerrieri sono quattro e ai cavalieri 
sono sostituite due figure di uomini ammantati ; sul collo gira un fregio di bocciuoli a 
doppi gambi intrecciati. 



REGIONE VII. 



— 417 — 



TARQUINIA 



Soggetti, molto comuni (se pure presentanti variazioni nei rispettivi schemi tipo- 
logici), e disegni, ne troppo andanti (specialmente nella prima anfora) né di particolare 
pregio artistico, non son tali da richiamare speciale attenzione. Ciò non toglie tuttavia 
che anche la loro scoperta dia lo spunto a qualche opportuna considerazione, ma da ri- 
ferirsi non all'opera d'arte in sé, sibbene a tutt'altro ordine di idee. 




Fio. 11. 



Con la scoperta di queste anfore, la raccolta dei vasi greci a figure nere del Museo 
Tarquiniense, di già molto numerosa, si è venuta ad arricchire di due nuovi esemplari. 
Ora, non può non sorprendere il fatto che con la ricchezza di tale categoria di vasi, tutti 
riferibili a un periodo di tempo piuttosto ristretto, contrasta in modo evidente la rela- 
tiva povertà della serie di quelli a figure rosse ; povertà, si intende, quantitativa, non 
certo qualitativa, essendo notorio che la serie stessa comprende esemplari di prim'or- 
dine. E si aggiunga che i vasi a figure rosse di Tarquinia vanno cronologicamente distri- 
buiti per un lasso di tempo assai più lungo : per Io meno, dal principio alla seconda 
metà inoltrata del quinto secolo av. l' èra volgare. Assai più scarsi sono i vasi riferibili 

Nonna Scavi 1924 — Voi. XXI. 63 



TARQUINIA — 418 — REGIONE VII. 

alle epoche successive. Di riconnettibile con il ciclo dello stile fiorito o midiaco (inteso 
in 'senso lato), non sapremmo ricordare se non le due coppe di Aristofane ed Ergino 
(una firmata, l'altra tanto somigliante alla prima da non potersi ammettere dubbi sulla 
identità degli autori), entrambe con rappresentazioni di centauromachia, ed entrambe 
dal Museo Bruschi passate a quello di Boston ('). Nel Museo di Tarquinia presente- 
mente non c'è nulla di simile, meno un piccolo frammento con rappresentazione di una 
Menade e un Satiro (*). Pochissimi sono i vasi che possono ritenersi contemporanei del 
detto ciclo ma di stile non fiorito e forse postmidiaci. 

Se questo stesso rapporto venisse constatato rispetto a tutti i vasi greci dipinti 
provenienti da Tarquinia, il fatto non potrebbe ritenersi casuale. Non sarebbe arrischiata 
l'idea che esso potesse valere a confermare l'ipotesi di un precoce inizio di relativa de- 
cadenza (in confronto del periodo anteriore) della fiorentissima città maremmana, pro- 
babilmente in seguito alla disfatta degli Etruschi nella battaglia di Cuma del 474 av. Cr. ( 3 ); 
e ciò tanto più, in quanto un'altra questione a questo proposito ritorna sul tappeto. Con 
la diminuita importazione dei vasi greci si accorda quanto si osserva rispetto alle pit- 
ture delle tombe : e, cioè, che quelle che formano il gruppo arcaico sono più numerose 
di tutte le altre prese insieme ( 4 ). Per il suddetto gruppo di tombe già ammettevamo 
come ragionevole, in linea di massima, la loro riferibilità al tempo della importazione 
del vasellame greco a figure nere, in vista della presenza di vasi dipinti a ispirazione di 
quel genere di ceramografia, tra le pitture di una delle tombe tarquiniensi del menzio- 
nato gruppo arcaico ; ma, come per gli altri gruppi di tombe, facevamo le più ampie 
riserve circa la delimitazione cronologica di quello stile pittorico ( 5 ). Allora non sospet- 
tavamo minimamente che per lo stesso gruppo arcaico un qualche nuovo sprazzo di luce 
sarebbe venuto dal semplice confronto numerico fra i due gruppi principali dei vasi 
greci esistenti nel Museo ( 6 ). Ma, dopo fatta tale constatazione, non potremmo non rite- 
nere sensibilmente rafforzata l'idea, già da altri avanzata ('), che le pitture tombali del 
primo gruppo, fatta la debita parte all'attardamento e alla persistenza del relativo stile, 
siano da riferirsi, sempre in linea di massima, a un periodo di tempo che può andare 
dai primi decenni del quinto secolo in su ; al periodo, cioè, che sta a cavaliere fra il sesto 
e il quinto. Se non che, in materia di pitture sepolcrali etrusche, come in genere in ma- 
teria di arte etrusca, bisogna sempre guardarsi dalle rigide datazioni e particolarmente 
dall'attribuzione di tutte in blocco al medesimo periodo. 

(') Furhvangler-Reichhold, Griechische Vasenmalerei, III, tav. 128-129. Intorno alla cronologia 
del ciclo suddetto si vegga quanto abbiamo scritto in Ausonia, VII, 1912, p. 167 e segg.. 

(») Raccolta comunale, n. 2977. 

( 3 ) A. Holm, Geschichte Sicilienu, I, p. 215. 

(*) Tredici di contro a dodici. Se poi a queste si vorrà aggiungere la tomba Bruschi, anche al 
primo gruppo si dovrà aggiungere quella del « Citaredo », presentemente chiusa. 

(*) Scritto cit, in Not. d. scavi, 1920, p. 258 e segg. 

(') Allora l'ordinamento del museo era lungi dall'essere iniziato e, per l'affastellamento e la 
confusione del materiale nei magazzini, non era agevole farsi a prima giunta un' idea chiara circa l'en- 
tità delle varie categorie di oggetti. Solo quando i vasi furono raggruppati per classi, apparve sorpren- 
denti la differenza quantitativa fra i due gruppi di vasi greci a figure nere e vasi a figure rosse. 

(') Cfr. scritto cit., in Not. d. seain, 1920, p. 260. 



KEGIONE VII. — 419 — TARQUINIA 

Il concetto della decadenza di Tarquinia — è bene insistere su questo punto — non 
andrebbe inteso in senso assoluto ; di modo che, pure nel datare le pitture di stile arcaico, 
bisogna continuare a tener presente, come per le pitture di stile evoluto, il possibile, 
anche assai prolungato, attardamento di quel medesimo stile. Di un semplice sprazzo 
di luce si può quindi parlare, e non di più. I particolari problemi di cronologia, che cre- 
demmo di risollevare relativamente alle tombe dipinte tarquiniensi, nel loro complesso 
rimangono intatti ; e, per tentar di avviarli a una soluzione, la via che si dovrà seguire 
rimane sempre quella che allora indicammo. Ma, tornando ai vasi, poiché siamo in tema 
di scarseggiamenti e di lacune (abbiamo già ricordato la quasi mancanza di vasi dello stile 
midiaco), dobbiamo segnalare un altro fatto che non può passare inosservato, quando 
si considera il complesso del materiale archeologico esistente nel Museo di Tarquinia, 
e cioè : il salto dalla ceramica così detta corintia, con decorazioni a zone con figure di 
animali (e qualche rara rappresentazione di figura umana di primitivo disegno alla quale 
presso a poco si associano cronologicamente le coppe di bucchero ornate a rilievo con 
figure impresse), alla ceramica greca a figure nere. Sono infatti rarissimi gli esemplari 
della ceramica ionico-attica o affine. Che poi a quest'altra lacuna si abbia da riconoscere 
un parallelismo nel fatto che, delle tombe arcaiche, soltanto quelle dei « Tori » e — sebbene 
più recente — della « Caccia e pesca», al pari della tomba «Campana» di Veio, trovano 
in qualche modo riscontro nella ceramografia ionico-attica e attico -corintia, è cosa at- 
tendibile, ma in questo caso, più che a un analogo periodo di decadenza, preferiamo 
pensare a un periodo di sospensione di quelle ondate di arte ellenica, di cui si è notata 
la ripercussione nell'arte etrusca ('). 

Rilievo di ncnfro. — Ricomposto quasi per intero, con quattro pezzi principali ed 
altri piccoli frammenti, misura da m. 1,10 a m. 1,67 in lunghezza e da m. 0,80 a m. 0,75 
in altezza. Lo spessore è di circa m. 0,15. Il rilievo in discorso, nel suo insieme, somiglia 
quasi in tutto agli esemplari già noti : vi si osservano le consuete incassature ad angolo 
— quattro in tutto (le due superiori più ampie, le inferiori più strette) — allineate ver- 
ticalmente a due a due, e intramezzate, sempre in senso verticale, da una larga fascia 
divisa in due riquadri con figure a rilievo e incorniciate da ambo i lati da fasce simili, 
egualmente divise in due riquadri in modo da formare, nell'insieme, anche degli allinea- 
menti orizzontali (tav. XXIIj. Ma, mentre, generalmente, negli altri esemplari si osserva 
un fregio (figurato o a semplici ornati, come baccellature) o lungo il margine superiore 
o lungo il margine inferiore, nel nuovo esemplare questo fregio marginale manca da 
ambo le parti. In ciascun fascione gli orli orizzontali dei riquadri portano l'ovvia de- 
corazione della treccia semplice ; e lungo gli orli verticali con un semplice tratteggio 
obliquo (che in alcuni esemplari si ritrova impiegato in altro posto). Ciascun riqua- 
dro contiene una figura a bassorilievo. In alto, da sinistra a destra : 1°) TJn uomo che 
sembra quasi del tutto ignudo salvo che certi piccoli tratteggi rilevati, ricadenti dal 
lato destro, non vogliano significare le pieghe di un piccolo drappo legato ai fianchi; 
ha la chioma lunga, raccolta all'indietro e tagliata all'altezza dell'omero, all'egiziana, 



(!) Cfr. scritto cit., p. 261, 



SPOLETO — 420 — REGIONE VI. 



e cinta da una specie di stretta benda, da cui, dalla parte dell'occipite, svolazza un fiore 
di loto a guisa di fiocco ; incede verso destra, con la testa rivolta a sinistra, sollevando e 
stringendo per il collo con ciascuna mano un'oca o altro uccello aquatico. 2°) Una 
donna vestita di chitone talare, che procede verso destra, con le braccia alzate, come 
in atto di spiegare un drappo rettangolare, sebbene le mani appariscano com- 
pletamente comprese entro il drappo, il quale si presenta disteso a guisa di sfondo della 
figura. 3°) Una figura simile, nello stesso -atteggiamento e con lo stesso drappo disteso, 
ma incedente a sinistra. In basso : 1°) una Sirena di profilo a destra; 2°) una Sirena di 
profilo a sinistra (molto rovinata per la frattura del lastrone) ; 3°) un leone o leopardo 
alato, di profilo a sinistra. Il secondo e terzo riquadro, dunque, della zona superiore 
si somigliano come il primo e il secondo della zona inferiore; soltanto, il primo della 
zona superiore e il terzo della inferiore non hanno riscontri. Di alcune delle rappre- 
sentazioni dianzi descritte (come l'uomo che porta le oche e le donne che sollevano 
i drappi distesi) non sappiamo indicare riscontri negli altri esemplari che ci son 
noti. Le Sirene e il felino alato appariscono altrove. 

Sulla destinazione di questi rilievi, nulla finora si sa con sicurezza. Si è pensato 
a chiusure di tombe ; ma è probabile che abbia ragione il Milani nel negare che si tratti 
di simili chiusure (*). 

Tarquinia, giugno, 1924. 

Giuseppe Citltrera. 



Regione VI (UMBRIA). 

V. SPOLETO — Scoperta di iscrizioni latine. 
Compiendosi dei lavori agricoli in località detta Napoletto, lungo la via provinciale 
da Spoleto a Terni, a circa tre chilometri da Spoleto sulla destra del Tessino, si rinven- 
nero tracce notevoli di uno dei sepolcreti romani di Spoleto. Sulla sponda del torrente 
è visibile gran parte del nucleo interno di un monumento sepolcrale a pianta circolare, 
costruito in scaglie di pietra, legate da malta abbondante, e misurante oltre due metri 
di diametro. Non lungi da questo nucleo si ritrovarono tombe protette da tegoloni alla 



(') L. A. Milani, Noi. d. scavi, 1892, p. 472 e segg. E che siano chiusure di tombe l'esclude anche 
E. Brandenburg (Italische Untersitchungen, Florenz, 1923, III, p. 7 e segg.); il quale ha tentato di dare 
una spiegazione dei rincassi ad angolo che si notano in questi rilievi, pensando a gradini simboleggianti 
troni su cui siederebbe una coppia di divinità. Se non che, negli esemplari dianzi ricordati (p. 406, 
nota 1), scoperti più recentemente nella necropoli tarquiniense, come si è detto, in calcare e decorati, 
comunemente, con solchi a «zig-zag», di rincassi c'è una sola serie anzi che due, ed essi non sono 
sempre formati da due piani incontrantisi verso il fondo, sibbene da tre, di cui'uno, che costituisce il 
fondo, parallelo alla superficie esteriore e gli altri due inclinati nella maniera consueta. Con simile 
struttura, non possono simboleggiare un trono. 



Notizie degli Scavi - 1Q24 



Tav. XX 




Fi?, a 




Fig. b 
TARQUINIA - Vasellame della tomba III. 



Danesi-Roma 



. 



• 






Jotizie degli Scavi - 1924 



Tav. XXI 





Fig. a, I 



Fig. a, 2 





Fig. b, 



TARQUINIA - Anfore della tomba II!. 



•anesi-Roma 




OC 

I 

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REGIONE VI. — 421 — SPOLETO 

cappuccina, e avanzi di sarcofagi in terracotta. Poco più a valle, rovesciati in terra si 
rinvennero i seguenti monumenti iscritti 

1) Cippo in calcare stondato in alto ; di m. 0,98 X 0,54 

C HERENNENO C L 

STATIO 
C HERENNENVS C L 

SECVNDVS 
POPPONIA NYMPHE 

I nomi in enus (cfr. nella iscrizione seguente Aufillenus) sono, com' è noto, comuni 
nelle iscrizioni latine dell'Umbria, e molti esempii ce ne dà l'onomastica spoletina (*). 
Anche il nome Herennenus è due volte ripetuto (C. I. L. XI, 4872, 4937). L'altro nome 
Popponius è pure noto nella epigrafia di Spoleto (C. I. L. XI, 4908, 4909). 

2) Cippo simile al precedente per forma e materia m. 0,97 X 0,51 

NOBILIS AVFIDIA 
D L SIBI ET 
T AVFILLIINO MAXI 
MO 
AVFID | IAE 

ARBVS^CVLAE 



3) Altro cippo maggiore dei precedenti e con migliori lettere. Misura m. 1,25 X 0,61. 

T VIBVLEIO TL 

AMICO ANVLARIO 

RVFRIAED L 

FAVSTAE 

H M H N S 

Anidarius è il fabbricante di anelli. Altre iscrizioni ricordano questa professione 
(O. I. L. XI, 1235 ; XII, 4456); una ci presenta persino un collegium di tali artefici 
(C. I. L. VI, 9144). 

4) Altro cippo di m. 1,11 X 0,56 

IN-F-P-XVI 



(>) C. /. L. XI, 4797, 4799, 4807, 4859, 4872, 4874, 4880, 4882, 4886, 4935, 4936, 4937, 4938, 
4947, 4948 ; Not. scavi 1900, p. 141. 



SPOLETO — 422 — REGIONE VI. 



5) Altro di m. 0,48 X 0,46 

P-Q^XII 
Cfr. C. I. L. XI, 4962, 4963. 

6) Frammento di cippo (0,49X0,49): 

DAPHN 

SIBI 

EOLIAE DL IV. 



7) Altro frammento (0,46X0,21): 



... VSTI 
.. . VS 

8) Frammento di grande cippo (0,89X0,43): 

...INI 

. . . PEX \Harus] pcx ? 

Allo stesso gruppo di sepolcri deve avere appartenuto un altro grande cippo in 
marmo, della stessa forma, inserito nella muratura della spalla di sinistra del ponte che, 
cavalcando il Tessino, conduce alla chiesa di S. Pietro. La corrente lambisce lo specchio 
iscritto, sicché le lettere sono del tutto corrose, tranne le prime tre della prima linea 
LVN e le ultime due della quarta linea PR. 

Questo complesso di cippi e gli altri resti di tombe e di edifici sepolcrali fanno pen- 
sare, che colà passasse un'antica via, sulla destra pertanto del Tessino, e non sulla si- 
nistra, dove passa l'attuale per Terni. Un contadino del luogo assicura infatti, che lungo 
una striscia rettilinea di parecchie decine di metri, i suoi strumenti agricoli incontrano 
un battuto molto duro, quasi fosse la ruderatio di una strada della quale fosse stato por- 
tato via il lastricato. E altre iscrizioni sepolcrali sono date come provenienti dalle vici- 
nanze della chiesa di S. Pietro nel luogo stesso (C. I. L. XI, 4785, 4821, 4843, 4849, 
4906, 4923). 

Presso la moderna chiesa di S. Marco extra Pomerium sono i resti di un edificio quasi 
del tutto interrato, costruito in pietra da taglio con due ingressi ad arco e con una fila 
mediana di colonne. Nella costruzione, che è probabilmente la cripta di una chiesa 
e che sarebbe opportuno esplorare, è inssrito materiale frammentario preso da più antichi 
edifici. Così una delle colonne è costituita dal pulvino in forma di festone di lauro di 
una grande ara classica in calcare. Lungo la parete sinistra è l'architrave con sobrie cor- 
nici lisce di una porta, e pure nella parete sinistra sono inseriti nella muratura i fram- 
menti di due granii iscrizioni, l'una con bsllissime lettere già pubblicata in C. I. L. XI, 
4828, l'altra non veduta dagli editori del Corpus, e che qui trascrivo, 



roma _ 423 — 



ROMA 



9) Grande lastrone di m. 1,47X0,58. L'iscrizione continuava a destra. 

OGVLNIAE SP 
QVARTAE 
TESTAMELO F 

Nel libro di Severo Minervio De rebus gesiis Spoletinorum (1527) è riferita un' iscri- 
zione Ogulniae Sp. f. Quartaep. q. XVIII che è detta esistere nella chiesa di S. Nicola 
ad Palatia. Dal Minervio la riporta il Corpus (XI-4901). La nostra deve riferirsi alla 
stessa persona, e precisamente la nostra è l'iscrizione principale della tomba, mentre 
l'altra, che è dal Minervio chiamata cippo, doveva segnare i limiti dell'area sepolcrale. 

10) Nella chiesa dei SS. Apostoli si rinvenne un frammento di lastra di marmo con 
povero avanzo di un'iscrizione greca 



IO Y 


!ioc 


iVlTH 



Per la diligente cura dell'ispettore onorario dei monumenti sig. conte Carlo Ban- 
dini le prime otto iscrizioni qui pubblicate sono state trasportate nel Museo Civico di 
Spoleto. 

R. Pakibeni. 



VI. ROMA. 

Via Latina (tav. XXIII). Costruendosi un fabbricato ad uso vaccheria nella loca- 
lità Lucrezia Romana, in tenuta Roma Vecchia, di proprietà del sig. Luigi Di Marzio, è stata 
scoperta una parte di antico fabbricato appartenente a villa rustica. Si riconobbe una 
stanza con le pareti in opera reticolata, lunga m. 9,20 e larga m. 5,30, avente l' ingresso 
nella parete sud, e pavimentata con musaico di tessere bianche e nere, formanti file 
a squame, metà bianche e metà nere, larga ciascuna fila m. 0,32 ; il pavimento è limitato 
verso le pareti da una fascia nera larga 0,35, a cui segue una bianca di m. 0,06 ed altra 
nera di m. 0,04. 

L'ingresso è largo m. 3,94, e si accedeva alla stanza mediante due gradini; uno era 
ricavato nella grossezza del muro e munito di soglia di marmo, l'altro poggiava sopra 
il pavimento di musaico, ed era largo m. 0,27. 

Sempre dal lato meridionale, e sulla destra dell'ingresso suddetto, si riconobbe un 
porticato, con l'angolo nord-est costituito da una fila di blocchi di pietra albana, larghi 
m. 0,42, alti 0,25, sopra la quale poggiavano le colonne in laterizio, intonacate con 
fine impasto di calce e polvere di marmo, formanti nel perimetro facce piane di m. 0,09 
di lato ; il diametro delle colonne era di m. 0,40, e distavano una dall'altra, da centro 
a centro, m. 2,40. 

Del lato est si vide per una lunghezza di m. 26,50, mentre del lato nord non rima- 
neva se non un tratto di circa 6 metri. Il muro settentrionale della stanza suddescritta prò- 



ROMA — 424 — ROMA 

seguiva verso est, e alla distanza di m. 10,40 esisteva un ambiente a pianta rettangolare, 
lungo ni. 8,72 e largo m. 4,55 ; nella parete nord aveva una banchina larga m. 0,50, nella 
cui metà erano cinque gradini formanti una piccola scala larga m. 0,95. Nella parete di 
fronte, cioè quella a sud, esisteva uh pilastro in muratura largo m. 0,60 X 0,60 ; nella 
parete orientale correva un canaletto largo m. 0,22, profondo m. 0,15-». a. sezione con- 
cava, mentre nella parete occidentale si apriva l'ingresso largo m. 1,64. 

Uh altro piccolo ambiente, esistente all'esterno dell'angolo nord-ovest della ca- 
mera precedente, aveva una piccola scaletta in muratura formata da sei gradini, che 
discendeva sul piano dell'ambiente. Ambedue questi ambienti erano intonacati a coc- 
ciopesto, e dovevano far parte dell'azienda rustica ; il primo poteva essere il torcu- 
larium (?) ed il secondo un vascone per usi diversi. 

Poco lontano dal porticato a colonne laterizie era un pozzo scavato nel cappellaccio 
di tufo, e munito di pedarole del diametro di m. 0,90, entro il quale fu rinvenuta una testa 
marmorea (tav. XXIII). 

La testa a grandezza naturale (altezza dall'apice dei capelli alla parte più bassa del 
collo m. 0,27), è scolpita in marmo greco a grossi cristalli, e non presenta gravi danni, 
tranne una erosione piuttosto profonda, che ha in particolar modo guastato il naso e le 
orecchie. È rappresentato un giovane dai lineamenti fini e delicati, pur nel rigoglioso fiorire 
della sua vigoria e della sua sanità. I capelli morbidi e ricciuti scendono a coprire piuttosto 
in basso la fronte ; gli occhi formano una ellisse piuttosto allungata, con piccola distanza 
verticale tra le palpebre e con le arcate superciliari non molto incurvate. Il naso appare 
piccolo, la bocca, leggermente aperta, sembra alquanto schematicamente trattata, ma di 
questa apparenza la colpa è forse da attribuire per intero alla corrosione del marmo. Il 
labbro inferiore alquanto sporgente e la robusta mascella danno alla testa quell'aspetto 
maschio e forte che non appare dagli occhi dolci e melanconici e dalle guance carnosette. 
La testa è volta con una certa vivacità verso la propria sinistra, e gli occhi sembrano 
guardare piuttosto in basso. 

È riprodotto un tipo di sana e fresca bellezza giovanile, che non ha nulla di maestoso 
e di divino, ma che si attribuisce volentieri a uno di quei bei campioni di razza umana 
che il ginnasio greco educava. Appartenne forse alla statua di un atleta vincitore, e ne ri- 
produsse molto idealizzate le sembianze. Dai caratteri artistici sembra rivelarsi una con- 
sumata abilità, e una evoluzione stilistica che ha già avuto campo di vedere e di sentire 
l'influenza dei grandi maestri del quarto secolo, e forse in special modo digrassitele. 
C'è un'aria di famiglia innegabile persino con la Afrodite Cnidia ( i ). Nella serie nume- 
rosa di statue di olimpionici e di altri vincitori di gare non è difficile trovare riscontri 
alla nostra testa; abbastanza vicina ad esempio parmi possa ritenersi quella di una sta- 
tua di corridore trovata a Velletri, e ora al Palazzo dei Conservatori, replica di un origi- 
nale in bronzo da attribuire al IV secolo ( 2 ). 

R. Paribeni. 



(') Cfr. specialmente la replica di Tralles, ora a Berlino : Bulle, Ber schSne Mensch, tav. 264. 
(•) Visconti in Bull. Comunale 1876, tav. IX; Brunn Bruckmann, tav. 363', Helbig, Fiihrer 3 , nu- 
meri 913-914. 




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ROMA _ 425 — ROMA 



Iscrizioni sepolcrali. 

Per dono del valente pittore sig. Vincenzo Fasano son pervenute al Museo 
Nazionale Romano due iscrizioni che sembrano rinvenute di recente in occasione 
di nuove costruzioni non lungi da Porta Maggiore. 

1) Piccola stele marmorea di m. 0,46 X 0,295 : 

©EOIZ 

KATAXQONIOIZ 

OYTOZ O TYMBOZ 

EXEI AIONYZIOY MA 

ZIMON YION MHTPOZ . 

KAPnOYPNIAZ EIKO 

ZI KAI AY ETU)N OIKO 

AOMON ZYAOEPrON 

AMOUMTON KATA ~E 

XNHN nATPlAOZ AZ 

TAKIHZ ENQAAE A 

nO(pelMENON AEI 

VANTA ZTYrEPON 

riEN©oZ EOIZ TENETAIZ 

La forma umile e pedestre non lascerebbe pensare che abbiamo in questa 
iscrizione un componimento poetico, ma il metro ce lo rivela tale, e forse il rispetto 
alle sue leggi è maggiore qui che in altri epigrammi funerari di più elevata con- 
cezione e di più nobile struttura. L'epigramma ha due distici e un pentametro 
finale : 

&soìg Kutccx&ovìok; 

OvTog ó tv/x^og £;j« Jiovvotov Mà$~i/j,ov vlóv 

Mrjzgòg Kaqnovqviug sixoai xcà iv èt&v 

Olxoàó/iov ^vlosQyòv àfiión\jf\Tov xarà ts%vrjv 

Ilaroióo; 'Aaraxirjg iv&àde ànotfd-iixévov 

Xeitparta atvysqòv név&og ioìg yeveratg 

Come di consueto, sono stati i nomi propri quelli che hanno posto in qualche 
imbarazzo il poeta, il quale se l'è cavata bene dal punto di vista della metrica 
cambiando in 'Afftaxir] il comune 'Aaraxóg (verso 4; si può confrontare 'Afftaxeirjg 
yérjg in altro epigramma metrico: Kaibel, Epigrammata, n. 168) e si è posto invece 
i piedi sotto i medesimi coi due nomi propri Jiovvaiov e KaqnovQviag. Il defunto 
Maximus figlio di un peregrino e di una madre romana a quanto pai e, nato ad 
Astaco? di Acarnania o ad Astacos di Bitinia, fu olxodófiog tvXoeqyóg, costruttore e 
legnaiuolo, probabilmente perciò esperto in quei lavori in legno che solvono alle 
costruzioni, come ponti, armature di tetti, di maeniana etc. SrvyeQÒv névd-og del 
verso ultimo è in Omero x 376. 

Notizie Scavi 1924 — Voi. XXI. 64 



AlARtNO — 426 — REGIONE L 

2) Lastra marmorea, misura m. 0,285X0.275: 

D • M • S • 

HYGINVS • PATER 

ETY FELICIA • MATER 

HYGIAE FILIAE DVLCIS 

SIMAE-FECERVNT-QV 

AE VIXIT ANN II M II D XVIII 

SIBI-POST-EORVM-SIT-TIBI'TERRA-LEVIS 

R. Paribeni. 



Regione I (LA TIUM ET CAMPANIA). 

VII. MARINO — Resti di abitazioni romane in località Castruccio. 

In località Castruccio presso Marino, facendosi piccole riparazioni in alcuni locali 
terreni del casale di proprietà del signor Valentini, furono messi in luce alcuni avanzi 
di muri in reticolato, conservati per pochi centimetri di altezza, e resti di pavimenti 
in mosaico. La parte di pianta, che il disegnatore signor A. Berretti potè delineare, è qui 
riprodotta a fig. 1, I muri antichi sono segnati in nero, si trovarono a profondità di circa 
due metri dal piano del cortile, ed accennano ad una specie di corridoio e a un portico 
di cui restava una base di colonna. Nelle due stanze a nord del cortile, a pochi centimetri 
sotto il piano attuale, si rinvenne invece un avanzo di un pavimento a mosaico, di cui 
la costruzione dei muri moderni aveva fortunatamente salvato parte del quadretto cen- 
trale che, non potendo esser conservato sul posto, fu distaccato, ed è ora nel Museo Na- 
zionale Romano. È a tessere bianche e nere non molto grandi; e riproduce, come ognun 
vede dalla figura 2, la scena finale del mito di Apollo e Dafne, cioè la metamorfosi della 
bella ninfa in pianta di lauro. Apollo con lunghi capelli raccolti a xqwfìvXos, dietro la 
nuca e con corona sulla fronte, vestito di breve clamide svolazzante dietro le spalle, è 
rappresentato di pieno profilo in atto di muoversi velocemente verso destra e di tendere 
il braccio destro per ghermire la fuggitiva ; la mano sinistra regge il piccolo arco con le 
estremità ricurve. Dafne è rappresentata nuda, di pieno prospetto, mentre già le gambe 
sotto le ginocchia sono imprigionate nel tronco legnoso, e sui fianchi, sul capo, sulle mani 
aperte in segno di implorazione, sbocciano i ramoscelli frondosi. 

Non è questa la prima volta che la storiella leggiadra e toccante tentò l'ingegno 
degli antichi artisti, e forse i fluidi versi di Ovidio le diedero tra i Romani la più larga 
notorietà, così che nell'arte romana essa più frequentemente ci appare ( 1 ). E se alcune 



(') Metamorph. I, v. 452 seg. Un primo elenco di opere d'arte ispirate a questo mito in Over- 
beck. Griechische Kunstmythologie, III, p. 497. Recentissimamente riesamina tutto il gruppo di queste 
opere il Leschi, pubblicando un bel mosaico di Tebessa con la stessa scena (in Mélanyes de V Ecole Fran- 
caise 1924, pag. 95). , 



REGIONE I. 



— 427 — 



MARINO 



pitture e mosaici si limitano a raffigurare semplicemente la scena dell'inseguimento, 
senza ardire di accennare alla metamorfosi, altrove invece, come nel nostro mosaico, 
abbiamo rappresentata in atto la prodigiosa trasformazione ( 1 ). L'audace innovazione 




Pia. 1. 



fu tentata sia da pittori sia da scultori ; ad originali pittorici si riporta ad esempio cer- 
tamente il mosaico citato di Tebessa, dove la ninfa cade in ginocchio, e dove è accen- 
nato il paesaggio e il corso del fiume Peneo (*). Il nostro mosaico invece con la figura di 



(») Tn una pittura di Stabia (Helbig, WandgemàUe Campanie™, n. 206) e in un mosaico di 
Lillebonne (Inventane des mosaiques de la Gaule 11-1051) non vi è alcun segno della metamorfosi. 
Cfr. Leschi, loc. cit, p. 106. 

(») Leschi, loc. cit., p. 104- 



MARINO 



— 428 



REGIONE I. 



Dafne non più in corsa, ma vòlta di pieno prospetto, e con la figura plasticamente gra- 
diente di Apollo, mi pare si debba riportare a un'opera di scultura, di cui una testimo- 
nianza si ha nel noto marmo della Dafne di Firenze, così simile alla nostra Q). 

Indubbiamente la scultura aveva trovato meno felici soluzioni della pittura, nella 
trattazione del difficile momento, ne ci voleva meno della genialità possente di Gian- 




Fio. 2. 



lorenzo Bernini per dare alfine il prodigio invano, a quanto sappiamo noi, cercato dagli 
artisti a lui anteriori. 

Di oggetti il piccolo scavo non diede se non tre frammenti di tavole di fregio 
in terracotta dal tipo detto terrecotte Campana, due dei quali si riferiscono alla nota 
scena di Ercole con un torello sulla spalla (*), e uno aveva un bucranio. 



(') Collignon. Hist. de la sculplure ijrecque II, p. 589. 
(■) Winnefeld, Antike Terracotte», tav. XLVII. 



R. Pari beni. 



REGIONE I. — 429 — MARINO 



Vili. MARINO — Sepolcreto laziale della «Riserva del Truglio», nel 
Pasco'aro. 

Nella primavera del 1923 il contadino Giovanni Properzi denunciò alla r. Soprin- 
tendenza Scavi che, nello scavare per l'impianto di un vigneto in un terreno sito nel 
« Pascolaro » di Marino, si era imbattuto più volte in materiale ceramico, di bronzo 
e di ferro, trovato in mezzo a grossi blocchi di pietra locale, che giacevano sepolti a 
discreta profondità. In vista dal copioso materiale fortuitamente rinvenuto, rivelante 
in quel terreno la presenza di molte tombe laziali, e in considerazione della notorietà 
del luogo, la Soprintendenza credette opportuno eseguire saggi di scavo regolare, i 
quali vennero operati in due riprese nell'estate sotto la continua e ininterrotta vigilanza 
dello scrivente. 

Venne così esplorata una estensione di terreno di oltre 200 mq., ottenendo come 
risultato lo scoprimento regolare di trenta tombe « a fossa » (*) contenenti un corredo 
funebre che mostra l'appartenenza del sepolcreto a quella fase della civiltà laziale dei 
tempi preromani che suole indicarsi con i nomi di seconda, o recente, dell'età del ferro. 

È doveroso ricordare che, chiusasi nell'ottobre la mia seconda esplorazione, le 
scoperte continuarono in occasione di altri lavori agricoli ; e che non potendo io, per 
ragioni d'ufficio, assentarmi da Roma, tali lavori furono invigilati dall'egregio col- 
lega Enrico Stefani, il quale con ammirevole e disinteressato senso ha voluto senza 
altro donarmi i suoi preziosi appunti di scavo, relativi alle ultime cinque tombe. 

I materiali recuperati, e depositati nel Museo Preistorico, compongono una serie 
ricca e notevolissima ; ma ciò che più importa è il poter dare per la prima volta un 
resoconto di scavo regolare con dati precisi, tratti dall'osservazione diretta, come mai 
per il passato avvenne per la vasta zona occupata dalle necropoli albane, se si eccettua, 
e solo in parte, l'illustrazione del Colini e del Mengarelli per la necropoli di Grottaferrata 
(villa Cavalletti). 

I sepolcreti laziali noti. 

In previsione di venturi e augurabili ritrovamenti e per le conclusioni che gli stu- 
diosi potrebbero trarre, reputo necessario che qui sieno preliminarmente ricordate le 
scoperte avvenute in passato nella zona circostante al terreno ultimamente esplorato, 
con il rimando, per gli opportuni riscontri, alla pianta annessa (fig. 1). 



( l ) Ne vanno aggiunte parecchie altre, incontrate e manomesse dal contadino prima dello scavo, 
e una trentunesima intravista dallo Stefani nella buca sottostante alla tomba 24, fra 6° e 7° forinone 
(ved. pianta a fig. 1), la quale non si potè esplorare (a causa delle coltivazioni da non danneggiare) ma 
di cui si raccolsero due vasi (una tazzina-infundibolo e una tazza su piede). Cosicché, nell'area di 1000 
mq. e più lavorati dal nostro contadino, il numero delle tombe incontrate è certo superiore alla qua- 
rantina. 



MARINO 



430 — 



REGIONE I. 



Tutta la zona cstendentesi attorno agli orli del lago Albano, da Castel Gandolfo 
a Marino, e di là fin giù nella piana solcata dall'Appia, è una zona sepolcrale delle più 
caratteristiche. Ci limiteremo alla sola parte occidentale, a quella cioè che va messa 
in stretto rapporto con l'esplorazione recentissima, ricordando appena che le « necropoli 






C** 1 *? 




• Scala Chilometrica. 



. (ALBANO) - 



Fio. 1. — Carta topografica delle necropoli albane. 



albane » si continuano anche a oriente di Marino, fin quasi a Frascati, e che, oltrepas- 
sato Albano, se ne rintracciarono fino a Vclletri ('). 

(') Oltre le menzionate, ancora numerose sono le sepolture messe in luce sui monti Laziali, ren- 
dendosene noto il discoprimento. Inoltre, copiosi materiali appartenuti a corredi funebri di tombe 
« non localizzate » si conservano in musei italiani e stranieri, e sono anche in possesso privato. E, pur- 
troppo, anche frequenti sono stati i rinvenimenti fortuiti, nei quali il materiale andò distrutto o di- 
sperso, senza ricordo per gli studi. Tutto ciò prova quanto densa fosse la popolazione sulle ridenti 
alture vulcaniche. 

Le altre località dove si accertò l'esistenza di sepolcreti o di tombe laziali sono : 
Villa Cavalletti, Vigna Giusti, contr. Boschetto (presso Grottaferrata) ; Vigna del Sette a Capo 
Croce, contr. San Rocco, Cimitero di Marino, contr. Intergo, Valle Marciana, Vigna Caracci nel Prato 



REGIONE ì. — 431 — MARINÒ 



A cominciare dal 1816, quando avvennero i famosi ritrovamenti del Pasqualucci 
in occasione del taglio della strada che dalla località « Due Santi » sale a Castello, le sco- 
perte si succedettero frequenti fino ai giorni nostri, spiccando tra le varie località le 
alture di Monte Crescenzo, di Monte Cucco, con le loro pendici, e del Pascolavo di Ca- 
stello. Principiando dal nord, col numero corrispondente a quello segnato nell'annessa 
pianta (fig. 1), abbiamo i seguenti gruppi : 

1) Colle Castel de' Paolis (scavo 1903) fj 

2) Campo Fattore (scavi 1871) ( ! ) 

3) Vigna Meluzzi (se. 1864, 1868) ( 3 ) 

4) Vigne Limiti e Pavoni (se. 1817, 1874) (<) 

5) Vigna Testa (se. 1817-1874) (*) 



della Corte, contr. I Colli (nel territ. e nei pressi di Marino) ; Vigna Trovalusci presso Paianolo, nel 
Campo d'Annibale (in territ. di Rocca di Papa) ; presso Cecchino, a Monte Giove, a Fontana di Papa 
(in territ. di Albano e sotto Vallericcia) ; a Monte Pardo e presso il Cimitero di Ariccia; presso l'abi- 
tato di Lanuvio o Civita Lavinia ; in vigna d' Andrea (presso Velletri). 

E con esse, data la stretta parentela, vanno ricordate Pratica di mare, e probabilmente anche 
Ardea. 

Con i ritrovamenti fatti, infine, a Preneste, a Colonna, in Via Prenestina (Gabii), a Lunghezza 
sull'Amene, a Conca (Satricum), a Caracupa e a Valvisciolo e a Norba, nel suolo romano (sull'Esqui- 
lino e nel Foro), si completa il quadro di tutte le necropoli laziali. 

Per tutte è ora fondamentale il recentissimo volume di F. von Duhn, Italische Graelerkunde, I 
(Heidelberg, 1924), pag. 394 e segg., pag. 519 segg., che per compiutezza e precisione di notizie può 
escludere ogni precedente (tranne che perle figure). Sempre consultabili restano gli ampi lavori rias- 
suntivi del Pinza : « Necropoli laziali » in Bollett. comun. 1900, fase. 2-3, e Mon. ani. XV (1906), 
col. 325-398 [con l'aggiunta di Seccia, Bull. pai. it. 1907 pag. 225 (S. Rocco)]; id. Not. scavi 1908, 
pag. 356 ; di Galieti, Not. scavi 1917, pag. 27 (Lanuvio)J col riscontro della carta geogr. edita nei suoi 
Mater. per l'etnologia ant. ecc. (Hoepli, Milano 1915), tav. 2 a , e cfr. pag. 33 segg. Così pure sempre 
utili sono il riassunto e la bibliografia dati da Montelius, Civ. prirn., 2* pari., Italie centr. (1910), 
pag. 553-690. 

Poiché, ponendosi a riscontro la citata carta geogr. edita dal Pinza con la piantina già dallo stesso 
data in Boll. com. 1900 (riprodotta in Montelius) e col rimando fatto a pag. 33 dei detti Materiali ecc. 
1915, risultano mancanze di perfetta corrispondenza, ho creduto opportuno dare qui nuovamente 
segnate con precisione le località della zona che e' interessa, aggiungendo per ciascuna le particolari 
indicazioni bibliografiche. 

Infine, anche ricorderò, per la sua importanza, il recentissimo e assai utile libro di D. Randall 
Mac Iver, Villanovans a. early Etruscans, a study ecc. (Oxford, 1924), dove a pag. 79 segg. si tratta 
delle necropoli laziali. 

(') Seccia in Not. scavi, 1903, pag. 201-204. E nella vicinissima [località SS. Apostoli, è proba- 
bile l'esistenza di altre tombe (cfr. Pinza, Mon. ant. XV, col. 332). 

( 2 ) M. St. De Rossi, Nuove scoperte nella necrop. ali. (Quarto rapporto ecc.), 1871, (estr. da Ann. 
Inst. 1871, pag. 243 segg.) ; cfr. anche L'Opinione del 12 genn. 1871. 

( 3 ) De Rossi, Rapporto sugli studi e s. scoperte paleoetn. ecc., 1868, pag. 27 (estr. da,]Ann. Inst. 
XXXIX). Cfr. Bull, pai it. 1875, pag. 186 (per gli scavi Schliemann). 

( 4 ) R. Garrucci : « Scavi nella necrop. alb. », in Civiltà cattol. 1875, fase. 693, pag. 582 ; ibid., 
1877, fase. 660, pag. 706. De Rossi, Secondo rapporto ecc., 1868, pag. 26-40 (estr. da Giornale ar- 
cadico, nuov. ser. LVIII). 

( 5 ) Garrucci, op. cit. in Civ. Cattol, fase. 693 già cit. 



MARINO — 432 — REGIONE L 

6) Vigna Tomassetti (se. 1817) (») 

7) Villa Monteverde (se. 1898) (») 

8) Pascolare (se. 1816-1817) («) 

9) Vigne Cittadini e Evangelisti (se. 1868-1875) ( 4 ) 
12) Villa Cibo (se. 1867) ( 5 ) 

11) Vigna Batocchi, presso S. Sebastiano (se. 1882) (*) 

12) Vigna Marini alle « Mole » (se. 1817) ( 7 ). 

Nella grande maggioranza le tombe scoperte in così vasta estensione di terreno 
appartengono alla cosidetta «prima fase», consistendo in sepolcri a incinerazione entro 
grandi dolii o con « urne a capanna », talvolta protette da lastre di pietra formanti 
custodia o cassetta. Alla « seconda fase », o recente, caratterizzata dalla assoluta pre- 
valenza del rito inumatorio con fosse scavate nel terreno, dal più ricco corredo, com- 
posto di materiale d'impasto più progredito, di ceramiche figuline importate e d'imita- 
zione, di bronzi più copiosi e di tipo più recente, appartengono soltanto i ritrovamenti 
fatti nelle vigne Cittadini e Evangelisti sull'Appia, nelle vigne Testa e Limiti alle falde 
di monte Crescenzo, e nella vigna Meluzzi ( 8 ). 

A questi pochi gruppi, che scarsamente finora ci rappresentavano la più progredita 
fase della civiltà del ferro laziale, viene ad aggiungersi molto opportunamente il 
sepolcreto della Riserva del Truglio, il quale, per quanto ho già detto, è l'unico sistema- 
ticamente esplorato. 

Il terreno e la struttura delle tombe. 

Il terreno, nel quale fu costituito questo sepolcreto, trovasi sull'estrema pendice 
dell'altura formata dal celebre » Pascolaro » di Castello, e termina al nord in una angusta 
e breve valletta solcata ancora da un fosso dirupato, corrente all'incirca in direzione 
S. SE — N. NO nella sua parte superstite, essendosene col tempo colmata quella supe- 
riore che discendeva dall'altura di. monte Cucco e in direzione quindi obliqua alla infe- 
riore anzidetta. Di là dai fosso, sempre procedendosi verso nord, ha inizio il pendìo 
del Monte Crescenzo. 

(') A. Visconti, Lettera... al sign. Carnevali di Alb. sopra ale. vasi ecc. (stamp. L. Contedini), 
Roma 1817, pag. 32 (estr. da Atti d. Accad. rom. di arch., voi. I, parte 2»). Garrucci « On the Alban 
necrop. ecc., >, in Archaeologia, XLV (1879). 

( 2 ) Pinza in Boll, comun. 1900, pag. 63 (dell'estr.) 

(') Visconti, Lettera.... cit. C. Fea, Varietà di notizie... sopra Castelgand. ecc., (tip. Bourlié), 
Roma, 1820, pag. 41-45. Garrucci in Archaeologia cit. 

( 4 ) De Rossi, Secondo rapporto, pag. 29. Garrucci in Archaeologia cit. 

( 5 ) De Rossi. Secondo rapp., loc. cit. 
(•) Not. scavi, 1882, pag. 272. 

( 7 ) Garrucci in Civ. cattolica, fase. 693 cit. 

( 8 ) Le tombe di vigna Meluzzi, pure appartenendo alla seconda fase, ancora presentano il rito 
dell'incinerazione (sono a dolio). A quecto secondo gruppo appartengono anche le sepolture di Vigna 
Carocci (Prato della Corte) e di Vigna Del Sette (Capo Croce) ; anche quelle di Pratica di mare, e forse 
una delle due tombe scoperte nel Campo d'Annibale. Tutte le altre sono della prima fase, la cui serie 
è chiusa dalla necropoli di villa Cavalletti, alla quale tengon subito dietro le tombe di vigna Meluzzi. 



REGIONE I. 



— 433 



MARINO 



Il medesimo terreno presenta due pendenze: la più sentita nella direzione 
approssimativa da S. a N. ; l'altra, di molto più lieve, nella direzione O-E. Una 




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Fig. 2. — Pianta del sepolcreto della « Riserva del Truglio » . 

groppa, quasi pianeggiante, occupa lo spazio compreso dalle tombe 30, 29, 27-28 
(ved. pianta a fig. 2) ( 1 ). 

(*) Nella pianta data a fig. 2 sono disegnati : con linea punteggiata i limiti dei « formoni », rego- 
larissimi, e delle buche, fatte poi dal contadino per l'impianto di alberi ; con lieve tratteggio lineare 
i limiti delle zone esplorate. Con segno di croce sono segnati i punti approssimativi dove il contadino 
raccolse materiali, e il luogo della trentunesima tomba localizzata, come è detto a nota prec, apag. 429. 

Notbib Soavi 1924 — Voi, XXI. 55 



MARINO — 434 — REGIONE I. 

Questo in quanto all'apparenza superficiale ; rispetto alla composizione, lo strato di 
terra vegetale copre uniformemente tutta la distesa, ma non con eguale potenza. Lo 
spessore dcìVhumus varia da 25 a 35 cm. ; segue uno strato di terra lavorabile composto 
di detriti di « cappellaccio » e di sabbie sterili, talvolta compatto e duro, che non sorpassa 
mai la profondità massima di m. 1,50, da un minimo di 0,60. Al di sotto si estendono, ir- 
regolari e interrotti da larghe fratture o da profondi incavi, gli strati duri, cioè ammassi 
impastati di materiali vulcanici incoerenti costituenti il cosidetto «cappellaccio», facil- 
mente rompibile con la gravina, e veri e propri strati di durissimo « peperino », propria- 
mente detto (lapis albanus), dalla superficie appena appena intaccabile dai ferri del 
lavoro (!). 

Il duro masso del « peperino » ha in generale la stessa inclinazione del terreno super- 
ficiale ; ma lo spessore di quest'ultimo, specie nella zona mediana del campo fra terzo 
e quinto formone, dovette in antico essere maggiore. E certamente una buona parte di 
terra è scesa nel fondo della valletta, producendo l'interramento del fosso e quindi una 
breve spianata, esistente oggi ai piedi di tutto il pendìo. Ne consegue che la profondità 
dei « letti » di quasi tutte le tombe, salvo in qualche raro caso, più non è quella stabilita 
dai loro antichi scavatori. 

Le fratture o incavi, sopra accennati, esistenti nella dura compagine della pietra 
vulcanica, sono pieni di un fine sabbione di detriti vulcanici, che ha lo stesso colore ci- 
nereo del « peperino» ma quasi sempre più scuro ; sabbione, detto dai paesani « pozzolana » 
perchè servibile agli stessi usi di quella propriamente detta e dal ben noto colore. E per 
lo più, anche in questi spazi intermedii, che diremo teneri, il passaggio àedVhumus al 
sabbione è segnato da un variabile ma non spesso strato di terriccio compatto, piuttosto 
duro, vero risultato d'impasto, come l'altro già detto e tutt'altro che desiderabile ai fini 
dell'esplorazione archeologica. Infatti riesce penosissimo il recupero degli oggetti in 
esso imprigionati. 

Costituzione diversa ha il terreno sulla « groppa » ricordata presso il limite occi- 
dentale del campo, fra terzo e sesto formone; consistendo esso, nello strato soprastante 
al masso duro, di terra vegetale mescolata con molta compattezza a fine terriccio dal 
vivo colore giallo-rossiccio, dovuto evidentemente alla presenza di ossido e perossido di 
ferro. 

Sul descritto vario piano sotterraneo vennero a posarsi i « letti » delle fosse sepol- 
crali. Di queste, molte interamente poggiano sul duro masso del « peperino », per tutta 
la loro lunghezza e larghezza ; molte soltanto per metà, e generalmente quella supe- 
riore ; molte altre potrebbero ben dirsi addossate al masso, risultando tagliate nel « pe- 



(*) Quanto ho notato è perfettamente rispondente alla descrizione fatta dei banchi di tufo li- 
toide alternati con altri di sabbie ecc. da V. Sabatini, « Vulcano laziale » (« I vulcani dell'Italia centr. 
e i loro prodotti : parte 1» : Memorie descritt. d. carta geolog. d'Italia, voi. X°), Roma, 1900, pag. 331 
seg. ; il più coscienzioso e recente studio sul nostro vulcanismo, e a cui rimando preferibilmente che 
ad altii. Il Sabatini distingue un peperino coerente da un p. incoerente, con tutti i passaggi intermedi; 
a pag. 321 segg. studia accuratamente, riassumendo tutte le ipotesi, la origine e la formazione del 
peperino. Citeremo ancora questo fondamentale lavoro. 



REGIONE I. _ 435 — 



MARINO 



perino » sol per uno dei lati lunghi. È probabile che gli antichi scavatori fecero del loro 
meglio per evitare la dura fortezza della pietra vulcanica, preferendo i punti dove questa 
cedeva o era più tenera ; ma è anche certo che non prescelsero gli spazi occupati dal 
sabbione, come resta provato dalla tomba 20 che, capitata per circa due terzi in uno di 
questi spazi, ebbe il piano del « letto » rinforzato con grosse lastre o sfaldoni di pietra, 
sui quali fu posato il cadavere. 

Tenendo conto di tali osservazioni, si comprende senz'altro la irregolare disposi- 
zione delle tombe, scavate, come appare dalla pianta annessa, non a eguali distanze 
fra loro, dove più e dove meno raggruppate, e sopra tutto varianti nell'orientazione, 
che non sempre la linea dell'asse maggiore è in direzione S-N o SE-NO : la preferita, cioè, 
a giudicare dalla maggioranza dei casi. Ma ciò che risulta chiarissimo dalle scoperte fatte 
è che il sepolcreto, il quale certamente deve estendersi anche oltre i limiti del campo 
lavorato dal Properzi, si estende in senso obliquo ai « formoni » delineati nella pianta, 
e cioè in direzione generale da S-E a N-O, ma non però oltrepassando il formone ottavo, 
scavato nella piana artificiale percorsa dal fosso. 

Le tombe, tutte a fossa [ventotto fosse semplici ; due con loculo laterale (19, 29) ; 
una con doppia tumulazione sovrapposta (27-28)], in quanto alla struttura si presen- 
tano in modo assai uniforme, costituendo così un gruppo caratteristico. Eccettuata una 
sola (la 29), tutte le altre presentano una tipica pianta rettangolare allungata con 
gli angoli arrotondati, anzi con i lati corti per lo più arcuati, con una larghezza quasi 
costante di m. 0,60 e 0,70 ; meno pochissimi casi di un parziale maggiore allargamento 
(nelle tombe 2, 12, 19, 20). 

A tale costante ristrettezza si aggiunga la lunghezza poco variata : eccettuata la 
ricordata t. 29, tolti i massimi di m. 2,70 nella t. 12, di 2,50 nella t. di 2,45 nella 26, 
e di 2,40 nelle tombe 6, 11, 25, in tutte le altre si aggira intorno ai due metri. 

Se i letti sono incavati nel duro masso del « peperino », lo sono per non più di una 
ventina di centimetri. Sia nelle tombe poggianti per intero o in parte sul peperino, sia 
in quelle costituite nel sabbione, i margini erano tutti rinforzati da blocchi squadrati 
di peperino o da sfaldoni di cappellaccio, per lo più accuratamente lavorati, formanti 
solide spalliere su cui si appoggiarono altri blocchi e sfaldoni, o lastroni, dello stesso 
materiale, i quali, sovrapponendosi e unendosi a contrasto, coprivano la tomba a guisa 
di vorticella, non sempre forse continua, ma pur sempre esistente nella parte superiore 
sopra il capo del morto, e sopra la deposizione più ricca dei vasi raggruppati. Lo scavo 
ha dimostrato, oltre il costante arrotondamento degli angoli e delle testate, la regola- 
rità di tale copertura o difesa, meno in qualche caso, in cui, trovandosi le tombe a non 
troppa profondità, i lavori agricoli avevano scomposto la compagine protettiva, o l'ave- 
van fatta addirittura scomparire. Si è anche notato che la maggiore e più accurata im- 
posizione dei blocchi di copertura doveva esser fatta sul capo e sul petto del morto 
e sopra il gruppo più numeroso di vasi depositati. Il tempo e tutte le altre logiche cir- 
costanze han fatto sì che, col peso, i materiali imposti producessero un malaugurato 
schiacciamento o crollo ; ma in parecchi casi fortunati, come nelle tombe 3, 4, 8, 22, 
20, 26, 27, si è potuto constatare ancora il vano esistente fra il piano del « letto » e i blocchi 



MARINO 



— 436 



REGIONE L 



di copertura, ancora sostenuti dalle pietre laterali delle spalliere (>). Anche notevole 
è l'accurata scalpellatura della superficie del masso, nel fondo dei «letti» ; fu poi quasi 
generalmente riscontrata la pendenza dei « letti » stessi, in modo che la testa del morto 
risultava più alta dei piedi. Fu altresì accertata la presenza di pietre-segnali delle tombe, 
o per mezzo di rozzi blocchi o sfaldoni appuntiti, ritrovati ancora ritti fra il cumulo come 
nelle t. 3 e 29, alla metà circa della lunghezza o con veri cippi appositamente tagliati 
nella pietra, riprodotti nella fig. 3 : l'uno con base distinta, misurante cm. 27 in altezza 
totale e 13,5 di diametro, trovato sulla tomba 23 a cm. 15 di profondità ; l'altro di 
forma conico-piramidale, alto cm. 25, e largo alla base 16, proveniente da una delle 
tombe incontrate dapprima dal contadino. Ne fu trovato già uno consimile a Campo 
Fattore (De Bossi in L'Opinione cit., 1871). 





Pio. 3. 



Qualcuna delle tombe più profonde ci ha integralmente mostrato la sua pesante di- 
fesa di blocchi : così la 12, la 21.1a 29. E veramente enorme, date le maggiori dimensioni, 
era il cumulo imposto su quest'ultima. 

Lo spazio coperto dai blocchi protettori della t. 21 misurava all'incirca 
m. 2,45 X 2,00 ; quello della 1. 12 circa 3,20 X 1,25. Fino a sessanta e più furono contati i 
blocchi, dei quali alcuni di assai rilevanti dimensioni e pesanti fin 15 o 20 chilogrammi. 
I lastroni o sfaldoni usati per le spalliere (e talvolta anche alcuni dei sovrapposti) ap- 
parvero generalmente bene squadrati e tendenti alla forma parallelepipeda, spessi da 10 



(') Questo vano non fu certo originariamente più spazioso di quanto abbisognasse. Dove è stato 
possibile calcolarne le misure, e s'intenda approssimative, era alto da m. 0,30 a 0,55 ; ma quasi sempre 
fu trovato abolito dalla pressione e dai movimenti del terreno soprastante. Ad esempio, nella tomba 20 
le ossa femorali si rinvennero tra lastrone e lastrone in un ristrettissimo spazio di 12-16 cm. 

Potrebbesi anche congetturare che la costante ristretta larghezza delle nostre tombe sia spie- 
gata come conseguenza della costituzione di tali volticelle, e che le tombe stesse assumessero l'aspetto 
dia cassoni «appunto perchè i cadaveri venivano tumulati a contatto diretto col terreno, senza uso di 
casse lignee. Mai infatti ho potuto raccogliere il più lieve indizio di siffatte casse, la cui esistenza f n in- 
vece provata in altre necropoli. 



REGIONE I. __ 437 - MARIN0 



a 15 cm. e qualche volta di considerevoli larghezza e lunghezza; alquanto diversi quindi 
dai blocchi di copertura, più irregolari ( x ). 

Da quanto si è detto può anche arguirsi il deplorevole stato in cui si raccolsero 
i vasi, specie quelli di più grandi dimensioni. 

Veri « cassoni » funebri, queste tombe a fossa si presentano con un tipo ben noto 
e diffuso in varie contrade dell'Italia centrale ; ma i più utili riscontri possono istituirsi 
con quelle ritrovate in suolo romano, anzitutto con alcune della famosa necropoli del 
Foro, dove fu notata la stessa struttura della rozza volta a secco protettrice, appoggiata 
alle serie laterali di scheggioni o blocchi di sostegno ( 2 ). E similmente dovevano essere 
costituite le fosse della necropoli esquilina, purtroppo malamente esplorate, ma delle 
quali è pur possibile farsi un'idea adeguata ( 3 ). 

Ho già fatto notare che, generalmente, non possiamo essere sicuri d'aver ritrovato 
l'originaria profondità delle fosse ; le misure che verranno indicate, descrivendo le sin- 
gole tombe, sono in relazione alla superficie del terreno, inclinato come fu detto. Ma se 
si delineasse una sezione di tutto lo scavo, su di una linea corrente press'a poco da 
S. a N., segnando il punto di profondità di ciascun « letto », risulterebbe che le fosse 
toccanti una maggiore profondità non sorpassano la quota di m. 1,50, e che in generale le 
tombe stesse, con tutta la loro copertura di blocchi, sono limitate in una zona alta o 
spessa 1 metro. 

Data la pressione esercitatasi dall'alto, è stato difficile stabilire l'originaria altezza 
del cumulo protettore, formato da tutta la complessa imposizione di materiale sul letto 
delle fosse. In ogni modo si può tenere un certo conto dei dati forniti da qualche tomba 
che ha presentato condizioni più favorevoli al rilievo : dati pur desumibili dalle sezioni, 
riprodotte a figg. 4, 20, 23, 24. 

Possiamo pertanto notare, in sezione, misurando dal fondo del « letto » all'estremo 
superiore del cumulo di copertura, spessori di strato come i seguenti : di m. 0,50 per la 
t. 1; di m. 0,55 perla 3; di m. 0,45 perla 17; di m. 0,65 per la 20; di m. 0,55 perla 25; di 
m. 0,60 per la 29. La straordinaria condizione di umidità del terreno, aggravata dalla 
presenza dei sottoposti strati impermeabili di peperino, ha causato la quasi completa 
distruzione degli scheletri. Ciò non ostante, la orientazione delle nostre fosse può darsi 
egualmente in modo sicuro, non tanto desumendola dalla posizione degli oggetti di cor- 

(') Per due volte, tra il sòlito materiale di peperino e cappellaccio, si raccolse un masso di lava 
pirossenica dal caratteristico colore sanguigno scuro ; e in qualche blocco di peperino si potè notare 
la presenza di blocchetti inclusi di bianchissima dolomite, noto « incluso » dei peperini marinesi (cfr. 
Sabatini. Vulcano laz. cit., pag. 340). Si è pure raccolta qualche bomba vulcanica. La lava basaltina 
invece non fu usata nelle coperture delle fosse. 

( 2 ) Boni, « Quarto rapporto » in Not. scavi 1905, pag. 182-187 (t. P) ; Sesto r. in Not. se. 1906, 
pag. 253-256 (t. B). Ved. poi quanto sarà ricordato nelle osservazioni conclusive del presente 
lavoro. 

( 3 ) Mariani, « I resti di Roma primit. » in Boll, cornuti. 1896, pag. 20 e fìg. 1 (dell'estr.) ; cfr. 
Pinza, Mon. ant. XV, col. 43 segg. Vedasi anche : Not. scavi 1902, pag. 285-76 (tomba Brancaccio), 
dove, nonostante l'imperfetta esplorazione resa evidente dalle parole stesse che ne illustrano l'anda- 
mento, chiaramente risulta la struttura. Ma, le figurazioni date poi della stessa t. in Mon. ant. XV, 
col. 60-64 (figg. 12-14), considerate bene quelle parole, appaiono troppo « accomodate •, 



MARINO 



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REGIONE I. 



redo ornamentali, quanto dai resti delle corone dentarie raccolte in quasi tutte le fosse. 
Inoltre le tombe 4, 19, 20, 24, 25, 29 presentarono anche, dove più e dove meno con- 
servate, le grandi ossa femorali, penetrate dalle esili radici delle felci. Le sole tombe 14, 
19, 20, 25 conservavano, in più, avanzi cranici : notevoli quelli della t. 20, che mostra- 
rono, finché non tolti dal terreno, l'intera scatola (meno la mandibola e l'osso zigomatico) 
con qualche dente ancora a posto: sottile e labile strato di materia organica che rive- 
stiva, secondo l'originaria forma, il terriccio infiltratosi e accomodatosi nel cavo. 




L— 



Fio. 4. — Sezione della t. 3. 



E le tombe così conservanti.gli ultimi resti organici posavano tutte su strati teneri, 
della cosidetta « pozzolana », la quale ha naturalmente favorito la conservazione di 
quelli, data la sua permeabilità non permettente i ristagni. 

Voglio infine ricordare un interessante particolare di scavo. 

Queste sepolture della « Riserva del Truglio », anzitutto presentano la stessa iden- 
tica struttura di quelle in passato rinvenute a Vigna Cittadini, incavate anch'esse nel 
peperino, e di quelle di Vigna Testa, costituite in strati meno duri e protette dalla coper- 
tura di pietre (Garrucci in Civ. Cali., fase, cit., 1875). Ora, più volte, durante i nostri 
lavori di discoprimento, è occorso di dover rompere a viva forza e con ripetuti colpi di 
piccone i lastroni di « peperino » duramente anche impastati con altri detriti e con « cap- 
pellacci », e di aver notato il duro conglomerato in cui questi ultimi s'erano fissati. 

Una volta poi, dopo aver tolto parecchie delle pietre di copertura nella t. 21,1 'ope- 
raio che scavava si arrestò dicendo di aver toccato « il vergine », e solo dietro la mia in- 
sistenza proseguì fino a scoperchiare il « letto » funebre. Similmente ebbe a esservare" lo 
Stefani per le tombe 26 e 29, assicurandomi inoltre che lo strato interposto fra i seppel- 
limenti sovrapposti della t. 27-28 era un vero durissimo «impasto» da sembrare quasi 
omogeneo. 



REGIONE I. — 439 — MARINÒ 

Le stesse particolarità erano state riscontrate nelle fosse di Vigna Testa (Garrucci, 
op. cit. pag. 4 dell'estratto) ; e saggie osservazioni lo stesso Garrucci scrisse circa la 
durezza e la compattezza dei conglomerati di « cappellaccio » (p. 10), avvalorandole con 
l'esperienza personale fatta in Palestrina, dove i suoi operai arrivarono al « punto 
forte », al vergine, nell'identica maniera del mio ! « La terra », scrive Garrucci, « si 
trova, in alcuni luoghi, così dura e compatta e omogenea, che può ingannare anche gli 
esperti » (pag. 12). 

È nota la intelligenza del Garrucci. Ma, con ciò io non intendo qui di voler interve- 
nire in modo decisivo nell'aspra e appassionata questione della « Pompei preistorica » 
(questione ripresa con ardore di fedele dal Pinza in Materiali p. Vetnol. cit., pag. 70 
e segg. : dove per altro non sono affatto ricordate le importantissime osservazioni di 
Garrucci) ; ma ho reputato mio precipuo dovere richiamare l'attenzione sul particolare 
esposto. E si trattava di « fosse », tanto a Vigna Cittadini e Testa, quanto nella « Riserva 
del Truglio ». Figuriamoci uno di quei conglomerati sopra una buca o pozzetto !... 

Nel voi. XLIV del Bull, paleln. tratterò della dibattuta questione, per la quale il 
più recente e autorevolissimo studioso del vulcanismo laziale, il Sabatini, non potè se 
non concludere in forma estremamente dubbiosa, tendente alla negazione (*). 

* 
* * 

Prima di passare alla descrizione delle singole tombe, indicherò alcuni ritrovamenti, 
segnati in pianta con le lettere a-b-c-d, che non possono riferirsi alla serie delle fosse se- 
polcrali. 

a) Tra le tombe 3 e 7, alla profondità di m. 0,50 fu trovato un frammento di grossa 
parete di vaso, spessa cm. 2, di rozzissimo impasto, e sùbito dopo, sterrando, in mezzo 
ad un terriccio misto a detriti e a pozzolana, altri frammenti di cocci, sassi, ciottoli, pic- 
coli sf aldoni di pietra vulcanica. Tale strato misto fu verificato continuo per circa due 
metri all'ingiro. Alla profondità poi di m. 1,50 apparve nettissimo nel masso duro il ta- 
glio circolare di una buca che, esplorata e vuotata, s'internava per circa 50 centimetri, 
avendo la concava parete accuratamente scalpellata. Solo da un lato di essa esisteva una 
frattura, dovuta a rottura naturale del masso, e quivi la parete era regolarizzata con uno 
straterello di scheggie e ciottoli basaltini, sovrapposti ad arte e con cura. Il riempimento 
della buca, che ai margini del taglio misura m. 1,25 X 1,35, era della stessa natura dello 
strato già descritto: terriccio, pozzolana, detriti, ciottoli, sfaldoni (più o meno grossi) di 
pietra. Disseminati in siffatto riempimento, fino a poca distanza dal fondo, e cioè fino 
a m. 1,80 di profondità, si raccolsero decine e decine di frammenti di rozza ceramica d'im- 
pasto, tra cui abbondanti pezzi appartenenti a vasi di varia forma e di vario spessore di 
parete, ma tutti egualmente di rozzo impasto e malcotto. Più notevoli, qualche pezzo di 
massiccie anse arcuate, proprie di ossuarii biconici o di grandi ciotole; qualche mani- 

(') Vulcano laz. cit, pag. 329. E per la appassionata, e in conclusione infeconda, discussione, 
è sempre utilissima la diligente rassegna fatta da R. Meli, Elenco bibliogr. delle più import, pubblicai, 
in cui trovasi fatta parola dei manufatti rinv. nelle deiezioni mie. d. Lazio (Roma, tip. Lincei, 1908). 



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chetto arcuato di più piccoli vasi ; una fuseruola sfaccettata ; un pezzo di grossissimo 
orlo forse appartenente a un dolio e che potrebbe accordarsi con altri frammenti con- 
generi. Anche menzionabili a parte sono: un informe pezzo di terracotta gialliccia, arieg- 
giantela forma di una parte di grande rocchetto, adorno, sulla testa piatta e in giro, di 
circoletti impressi ; un frammento di spessa lastra con foro circolare, ottenuto prima 
della cottura ; un frammento del corpo di un'anforetta nerastra con spalla adorna di 
scanalature, che è il solo pezzo staccantesi dagli altri per forma e tecnica. 

La forma della buca — che, rispetto alle « fosse », tocca la maggiore profondità, 
incidendo per 50 centimetri il masso duro — fa pensare a un pozzetto scavato per con- 
tenere un dolio ; cioè ad una tomba a incinerazione. Ma il riempimento e lo strato so- 
prastante al taglio hanno tutti i caratteri di uno « scarico ». I copiosissimi frustuli di 
rozze ceramiche, disparati, non autorizzano a precisione d'ipotesi ; ma non è impos- 
sibile ritenere che gli scavatori delle fosse sepolcrali abbiano incontrata e distrutta 
una più antica tomba a cremazione incavata nel peperino (fig. 51. 

b) Un'altra buca circolare, di più piccole dimensioni, larga m. 0.43, fu trovata in- 
cavata per 30 o 35 centimetri nel masso duro, alla distanza di m. 1,50 dalla tomba 15. 
Era ripiena di schegge e ciottoli basaltini, anche minuti, di detriti e terriccio, fra cui si 
raccolsero due bombe vulcaniche e due molari di bovino, tra molti e insignificanti avanzi 
di rozze ceramiche. 

e) Nella stessa direzione della precedente, a m. 0,60 di distanza dalla tomba 16, 
fu rinvenuta una terza buca scavata, non nel duro masso, ma in strato più tenero, per 
la profondità di circa 50 centimetri ; risultò composta di una parte superiore larga 
m. 0,60 e di un pozzetto più ristretto, nel mezzo, misurante 0,25. Anche qui il riempi- 
mento era simile ai precedenti ; anche qui si raccolsero numerosi avanzi della solita rozza 
ceramica, fra cui un pezzo d'orlo con rozza dentellatura all'esterno. Si raccolsero 
inoltre due blocchetti farinosi di dolomite, alteratasi allo statolibero.il fondo di questa 
terza buca risultò 60 centimetri più basso del piano di fondo della tomba. 

Sulla destinazione di questi due pozzetti non saprei pronunciarmi, per quanto non 
sia assurdo attribuirli al rito funebre ricordato per la prima buca. 

Un altro particolare non trascurabile è dato dal ritrovamento di ceramiche isolate. 

d) Tra le tombe 11 e 12, e a 60 centimetri di distanza dalla prima e a 50 circa di pro- 
fondità, fu incontrato un grosso sfaldone di pietra appuntito e di forma piramidale, che 
giaceva sopra un' anf oretta nerastra depositata in una piccola buca circolare e poco pro- 
fonda, perfettamente isolata. 

L'anforetta, raccolta rotta e con pezzi mancanti, si è potuta ricostituire per circa una 
metà longitudinalmente : è d'impasto bruno, depurato e ben cotto, a pareti piuttosto 
sottili, con superficie nera lucidata a stecca. Appartiene a un tipo di anforette ben note, 
dal corpo depresso e con ventre tronco-conico, spalla adorna di costolature verticali con 
bugnette e impressioni semicircolari, con anse a tortiglioni, o alette elicoidali, collo 
cilindrico e orlo leggermente rovescio all'infiori. Il nostro pezzo misura in altezza m. 0.1 7. 

e) Tra le tombe 20 e 21, a m. 1,30 di distanza da quest'ultima e a soli 30 centimetri 
di profondità, anche perfettamente isolati, ma senza protezione alcuna, furono rinvenuti : 



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1°) una tazzina a forma di cantharos, con anse a bastoncelli partenti dalla risega, 
con cui termina il brevissimo ventre, divisi e