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Full text of "Notizie de' professori del disegno da Cimabue in qua,: in qua, per le quali si dimostra come, e ..."

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NOTIZIE 

DE PROFESSORI 

DEL DISEGNO 

DA CIMABUE IN dUA 

Secolo V. dal 1610. al 1670. 
Diftinto" in Decennali 

OPERA POSTUMA 

DI FILIPPO BALDINUCCI FIORENTINO 

ACCAPEMICO DEI,LA CRUSCA. 



IN FIRENZIK^-MDCCXXVIII. 
Nella Stamperia di S. A.R. Per li Tartini, e Franchi. 



Cm Utiliza Je'Suferitrì. 



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^ 



oédi 1 1. Seìiembre 1727. 



NOI appiè fottofcritti Cenfori e Deputati ^ riveduta 
a forma della legge , prefcricta dalla generale adu«- 
nanza dell' anno 1705. la feguente opera del Luftrato 
noftro Accademico , non abbiamo in efla oflervati errori 
di lingua • 

V InnominMtQ Actmkmico tAnton Aùfis ì 

) Cenfori àel^ tjieciiemié 



U Divagato in luogo delF Innominata ) dcOa Crufca 
Sig. Dott. Giufeppe Aver ani } 



V Innominato Canonico Marco emonio di Mozzi ) ^ . 
r laminata Canonico Salvino Salvini ) ^CP^^'^^ 

L'Innominato Andrea Prancefibi Arciconfolo 
V Innominato Pandolfo Pandolfini Vice Segretario 

Attefd la fopraddetta relazione > fi dà facoltà agli Stampatori 
dell' Opera del Luftrato Filippo Baldinucci di nominarlo 
nella pubblicazione della otedefima Accademico della Crufca . 



/ 



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DELLE 

NO T I Z I E 

DE PROFESSORI 

DEL DISEGNO ^j 
DA GIMABUE IN QUA . 

DECENNALE IL 

DELIBA PARTE I. DEL SECOLO V. 

'DAL JHDCX. JL MDCXX. 

GIOVANNI DA & GIOVANNI 
PITTORE 

Difiepelo di latteo 'Rop/Ii, nato 1590. #1(^3^* . 

ON è così infelice il mondo, che non poflà in- 
olili tempo contar fra'fuoi gran numero d' uo- 
mini, che innamorati d'alcuna virtù, con gran- 
de Audio ed applicazione di guadagnarla pro- 
cacciano. Quelli però trovand fòvente fra dì 
loro aflat differenti d'umore; concioffiacofachè* 
alcuni faccianlo, e per amor della virtù fieiTa, 
e per lo fine di ripiortame quei pregj , con che 
ella dipoi ben polTeducst gli animi e le perfone 

_ , de'propi) feguoci fuole adornare; ed altri porta. 

ti più da una tale quale fmoderaca paflìone o capriccio * più per isfogo 
delnitdelìiOfrtGhe per altro i«gionevol fine: ne vanno ia caccia: equeftt 
A foglio. 



a Decenti» IL della Part, l^delSec, FI dali6i o. al i ^20. 

« 

fogUono ^^ talora carti cervelli » ahrettaoto sforniti di giudizio» 
quanto^rovviAi d'ingagnoi ondp macavigUa nane» cl^giuaiti eh' enfia- 
no al pM^iU> di quella facukà» ek' e'cerpafono 4^ ae^uSare, in grave 
danno àg^ftoh^ui (iella taedf^iiiia e di loco ^eCi fe^ iw alnifido, e la 
ftrapazifSEUi. 4^i& ptir voluto ta bmoiM feirte ^1 ceiùà> del quale ora 
fiamo pèi^ farfara, dieà del noftf^ nitore Già* da S» Giovanni > che non 
fra quefti ultimi, ma fra quei primi gli aveflimo potuto dar luogo; che 
al certo (àrebbeci convenuto parlare^ di lui, come d' uno de' più nobili 
Arteficiii^ che calcaflero ma? I bei feriitier] , che conducono al più perfetto 
naU^Arti noftre. Ma perchè camfltìna aflai eencraria la bifogna, toceberà 
fttndi^ a mofl|rarlo , in ciò che alÉp medeiinii Arti appartiene, qu^odo 
i«(MDore a ÌMlti grai^ laueflri del Tuo tempa» e quando di gran hit\^ 




la fua patria e fra' fuoi cittadini, di che dovelTe rimanere più viva la 
memt^ia, o 'de! valóté , cV egli l*ane fpefb motftrò ^ue^l' arte fua , 
d^le firavaganate elc^ereeze» colle qi>ali egU accofnpagnq fempró il 
fuo vivere. 

Ma prima d'incominciare adefcrivcre i fatti di qucfto valentuomo, 
qualunque egli fi flano per apparire , or molto or poco degni d' appro- 
vazione e di lode, conviene, eh' io mi dichiara col tn io lettore, che nel 
tefler ch'io feci , e fon per fare le vite di quei delle noftre arti, io mi 
prefifE alcune mai&me, che a me patveta inconxraliabili : e tali furono 
ivimieramente, efiere (lato fln da'piik aàtichi teoapi coftume d* ógni Sto* 
rico, il tramandare a' poderi le notizie di queli' azioni, o buone o ree 
ch'elle fi fuflero, che al mancare di chi ne fu T autore, già venute in poter 
della faiiia , eran rlmafe per eredità al difcorfo degli umani intelletti 9 
onde non n'era luogo oramai, o al più efaltarle , fe< buone, o al redi- 
merne la vergogna o*l danno, fé btaumevoli o cattive. E ciò per mio 
ftWifo ufarono di fare gli Storici , per la grande utilità , che procacciafi 
con sì htxff notizie ali' umaiia converfa^one; ffli^tfe ne infegna i' efpe- 
rienza , che per uno, che ne venga a ragione biaflmato» cento ne ven« 
gono corretti: e perchè confideravano altresì, che la lode o '1 biafimo, 
chea chi operò, fufle da' loro fcritti per reful tare, potea chiamarfi un 
bel premio» o pure un proporzionato ^aiUgamento de' fuoi vizj o virtù: 
^ ih ciò: non penfb punto d' effermi ingannato • Per quello i>oi , che 
apparsene allo ferivere talora de' noiki Artefici , cofe, che abbiano del 
fcivalo 6 del Leggieri, anzi che nò» £uuio cokuro, che atcefero allaftudio 
degli antichifiimi libri , ove leggong fioàti notizie , ci» quefta qualità 
di. ftoria godefi con pacifico nolkub il nome d' una lettura amena, face- 
ta e piacevole, adattata mirabiimente al foUevamento degli animi,, «oche 
de' più ftvfi e dt'piià ftudiofi:^ ed eccoos la ragiofio • Sb dft quel noftco 

gttnd' 



GWVAKNi 'DÀ S. aiOVANNL $ 



^nnd'^ uomo {») fa chìaimta la Poefia una Pittura loquace » poffi 
tUt^ air inèontro $ «ho fia la Pittomiina Poefia muta , onde con fii&ftQjaoi» 
%i«o gli antichi Poeti tennero quefte dtte beli* Arti, per così dire p pdr 
una cofit fteffii rè neceffiirio confeflare, che colui, che kldevolmc^te J« 



pittura dèrcita ^ Ha dotato di poetico ingegno . Qr & quefto tale è pecw 
fona ingegnofa molto, è fonsa altresì, che i fuoi fatti e i fuoi^ detti mi» 
ingegnofi ed arguti qualunque pure fi fiano più o meno foftenuti è grarit 
al che fe aggiungeremo, cne ognuno di quefii fatti o detti raMlrafi iii^ 
corno a cofa, che per fé ftefla ai&i diletta, che è la pittura fletta ;(Conie 
non vorremo noi dire, che a iimile lettura tale attributo d^amenità o 
piacevolezza non fi convenga.* e che allo fcrittore, che ha per fìne^il di» 
vertire le menti , e dilettare gli animi di chi Jegge, non fia lecito» li^accomi!» 
pagnare i fuoi fciitti colla narraaione di fatti,, die nella loro baffeMa^» 
a forza deH' ingegno di chi he fu V autore , inlèparabilmente congiunai 
alla matwia fteUa, che puretnolto diietta, non lafcianod'^ere^e'4iIèc* 
tevoli ed ingegnofi in un tempo fleflo? Ma io non vorrei, che dal fen^ 
tirmi metter fuori in fui bel principio della vita del noftro Giovanni un 
ai grande apparato di protette, «Itri fi defie a credere, ch'io voleffi pcidar 
di lui, come d'uomo affatto fcoflumato e cattivo; onde oonviene , che 
io di nuovo mi protetti^ che nel conofcere ch'io feci |e anioni di coftui» 
cali quali io fono ora per notare, non ne formai altro concetto» ié noa 
come d'uno di coloro, ne^cjuali accompagnò naturai con uno fpirito 
pronto e yivace, una tale invincibile ignoranza in ciò, che ad una de* 
coro& gentilezza nel converfare appartiene: che feguendo nell' operar 
loro fenza la dovuta moderazione il naturale iftinco, nulla dì qunato ei 
dicono e fanno, par loro, che reprenfibile fia . Eda tne viene fcuf^toGio^ 
vanni, non perchè molti fuoi fatti e detti per loro ftefli fel mi^rttinos 
ma perchè oltre a qutnto difli , io Io confiderò tanto provvifto a princi* 
pio d' uno ftravagante naturale» quanto fprovvìfto ne' primi anni del^ 
Teducazione de'proprj genitori; giacché egli, come vedremo, per lo in^ 
cellante, anzi firabocchevole defio d* apprender l'arte, non folamente dtt 
medefimi affatto fi allontanò , ma eziandio a guifa d* uomo fiilvatico , fug* 
gì le converfazioni d* ogn' altra ragionevole perfona. Nel refto, che ri^ 
guarda fuo valore nella Pittura per l'opere fue piìi belle, à egli app0 
di me, e doverà eflbre, e farà a* defcenaentl fuoi, ed alla mia patria 4 
gran ragione femore in concetto d* un uomo grande » 

Fu dunque il natale di Giovanni nella Terra di S. Giovanni di Val- 
damo, nell'anno di noftra falute 1590. nel giorno del Venerdì Santo* 
Il Padre fuo fi chiamò Gio: Battfta Mannozzi» uomo affai onorato e ca- 
vile, che dicefi fuflè fratello di Francefcò d' Agnolo Mannozzi [^], Saceri- 

A a dote^ * 



[a] Commendatore Fra Lodovico Cardi Cigoli Pittore celeberrimo . [ b] Kntìp , conìe 
quejlo Francéfco d^ Agnolo fi trova defcritto alla Decima della Pieve' di S. Giovanni - 
dal i^^. fino al tóoo. FranCtfco d'Agnolo Minazzi^ e non Mannozzi ^ iperhvert^f 
fecondo Hteftmwior di più antiche r pH provanti fcrittare ^tbc il Vff0iicafat9 di 
Qi9Pmmifu dé'Mamiozzi e non de^Minozzi. 



4 DecittnJl.deUé^aff:lJelSec.V:Mt^iìi.ùh 

&te» chepei; le belle doti, cheornaroao l'animo foo neM'unMne Ittfcret 
e nette Ecclefiaftiche difcipline, allq quali agdunfe il bello orn^OIOUCO 
^ella Mufica» arrivò ad eOere Piovano di quilla Terra; onde gran ft((o 
lion fu» che tanto queftt» che lo fteifo Padrie di Giovapni T a|i^Ueafle 
iino negli anni fufoi più teneri allo ftjidio delle buone firti » coA.tQC^n*- 
4uoné m^condurlo a pofto d' eccellenza nella profeflìone del Notariato 
€ delle Leggi . Il (anciullo però aqdavaiì trattenendo in quella prima età 9 
-nella quale il debole degli anni non gli permetteva il far più vive lìefolu* 
«ioni>ineU*attendere a sì fatti ftudj , anche cpn grau proiittOi n)a per 
«nera forza*; e dava la maggior parte del tempo» anzi quali tutto quanto 
n'aver» fensa alcuna guida o maeftrc, a quelli del difegno; di che accor- 
^ndofi ì fuoi maggiori » forte il riprendevano» ed il più delle volte ufa- 
.Vttnolpon.e0b altro che parole. Ma il cervello di Giovanni era sì fermo 
jiella deliberazionq di non voler profeflàre eferciz; letterari , e si fiflb nel 
difegno» che non punto curando il vivere una vita arrabbiata fra i rim- 
proveri e le percoUe de' parenti » confumava l'intere giornate (chicche- 
rando con carbone» or qua or là, le mura della Pieve, tanto che oramai 
«poco era il luogo, che non fuflfe rimafb imbrattato de' fuoi fantòcci. 
A chi animandolo, con ifperanza d'ottima riufcita nel Dottorato, il ri* 
prendeva, faceva apparire chiara f uà firavaganza t e poca ragionevolezza, 
col dire, che coloro , che tal meftiero profeflàvano , eran gentaccia , e 
che non voleva egli con tutti, o colla più parte di loro andarfene a cafa 
del Diavolo . Quefte sì mal fondate rifpolte ebber forz^ di far credere 
"ft' parenti» che da efib per folo fine, com'è iblito dirli, di non voler £ar 
bene, né in (juello né in altro meftiero, fufTer portate. Ma per non darli 
affatto per vinti, incominciò il Padre, la Madre, e'I Piovano {ledb con 
ibuone parole a perfuaderloa pigliar l'abito di Prete, aflicurandolo que* 
fti, che quando ei G fufie ridotto in iftato d'abilità» egli gli averebbe ri* 
ilun2iata la Pieve, e intanto averebbe egli in qualità di cherico potuto 
icrvirealla Chiefa. A quefte parole più per impazienza» che per altro 
'egli fi refe, e prefe l'abito, eflendo egli allora in età di fedici anni. Ve* 
nivaa . Tore del fervire le Meflei de' Divini Ufiz) , e delle facre funzioni: 
e Giovanni in ogni altro luogo trovavali , fuorché in Chiefa o in Sa- 
grefùa . £d una volta accadde il non trovarlo» né h né altrove ; perché 
eflendogU venuta alle mani una bella ftampa d' un' opera di Raffaello da 
IJrbinoi egli empiutati la tafca di pane, erafi rinchiufo in una ftanza, fer- 
iirit9'per pollajo di quella Pieve, dove era fiato due interi giorni, rica- 
vando con carbone quell'opera in grande, con che aveva piena un inte* 
ra facciita: né fono molt*anni, che ancora ella fi trovava intatta. E non 
ha dubbio, che quefto fatto fece conofcere a' parenti e ad ogni altro» 
cl)e il giovanetto aveva un maravigliofo genio a queir Arte : e che a 
ciaìcheduno farla potuto ciò baftare » per levarlo dalla applicazione ad 
ogiu alerà facoltà, ed a quella fola indirizzarlo; ma i fuoi, che per poca 
intelligenza, o per poco genio in verun modo non lo volevano Pittore» 
in vece di inanimii Io» diedergli per onorario di quella fua prima fiiiica 

liuona quantità di buft!ei fioche fra quìsfto» « 1 ;VeaerU egli oramai dive- 
nuto 



--VV 



-CiaVANNI DAS.G10VANNL\ J 

jMKo^eibib^i» tvkdi fn l^dìlé^idc? fuòi cotMtiei» del c^ppeUiao^^Jnc» 
deUtxplùibiira Aervleù; s'^^iAdò a nifcondece Ibpr» un palco di 4|ielia ciù[ 
0V«£r0nìfer«iiva il fimt^ ed atrendo poroata con fMo un.fu^ ookeilai^ 
Mfe <e ibta» quif i per più ^òmi U tttiCFeahe , cfbandpfi al fi^aibliio pQu^ 
co e diale» iiii tanto elici gìiSiWt veauco fatcii ddla Aia tc%a:e 4et Cdé> 
lungo mancdlo wi ìabico fecolàrefcos e incanto ì iuoi pacenci in ogni 
luogo 'lo lacerano cefcare. Finica che egli «ebbe ed faccenda» di noce» 
tempo 9 fesiz» quattrini » e fenxa Capere^ove dovéfle pojfare, fé ne^ venne» 
per la prima molta alla qitià di Fk'enzei Ma per-chè 4gli è pcoprio d^tta* 
nec^cà il ht V uomo behe ttw^dutK»» rovvennegti e(fòr ki firenze u» 
Canonico deUa Famiglia del Miglìoire, amiciffiBio del PÌFdvbiKiifao Zio^' 
da (b anche molto ben conófciuto^ ))er etbtA egli pia voice^in occàfione[ 
di viaggio feema«o<incafa lo HtSò Piovano i e tioiratolo fihalmetite , tut^ 
le proprie Cciaguregli narrò» concludendo efier già rifciliiciflìaìò di jyM 
tornarfene più ^S« Giovanni» e di volere per ogni mòdo* ftt r ei^ce dell 
Pittore, pregandolo infieme a:jtrovar^ieae il maeftro. Frar T aHie €e&») 
ch'aveva dette ([Giovanni al CanoMèo, unii fdi coinè* egli era dilato duo 
giorni lènza aiangmrevonde fui! dilni {>rimo penderò» di a*iftorark> bene' 
di cibo r fermandolo in propria oaAl fino a che gli veiiifle facto il trovar r 
per bii qualche pactito : Avvi^ poi 4a fui gante di nòQ'<fevate dare eoa' 
penfiero del giovane» perchè egli era in Firenae, e in ^fa fua ì QM ch'ef 
non s'afpettaflero gii di rìaverlo^in patria» finch'e* noi> ù luffe bene los^ 
pofleflàto della pittura» alla quale Giovanni aveva già ^abilito di voler»-' 
per i^ni modo attendere : che peiìfier fuo farebbe (teto il trovargilmae» 
Oro: e- che dovefie efl^re il lóro» l'accompagnarlo con «n mòdeUoprov** 
vedimpmo per vivete: e chéfleflfero pur certi, che altro modo non v'eM 
oramai da poter difporite di lui . Era allora in Firenze Matteo Roflelii in- 
creato di oucm pittore» e molto più d'uomo da be<ìe, pratico e eacìii*^ 
tativo neirinfegnar l'arte Tua, ond'era fioritifiima di giovani la fualcuolaf 
il perchò il* buon Canonico trovò- modo di mettervi anche Giovanni^ 
al quale da' primi precetti dei maeftro, e ne' primi giorni traflè talprofìt- 
ta, che quei eh' e'copiava da^ difegni di 'Matteo, fariafi potuto cambiare; 
cMli originali^ e non era egli ancora ftàtocón eflb féi mefi, che già erafi 
lalciato indietro di gran lunga quéi condiicepol!» che per anni avanti vi 
ave vano perfeveraco ; tantoché il RoffèlH bene fpefla rimproverava loro- 
le beffe, che nell'entrare , che Giovanni aveVa fatto in fcuela, s' era 
cifilcheduno di loro ingegnato- di fargli, par averlo veduto metterQ' in età 
di tS. anni ad imparar le prime regole, che d^nofi a' piccoli fanciulli . 
Vivevali allora il giovane a guifa d* uomo fatvatico nella propria cafa del 
Roflellt,. in una piccola ftanz^tta fotto una fcala , giacche tanto > e non- 
piitavejiragii:il maefiro potuto aflègnare : ed andava cambiando fùa vita 
oon.quebpoi», anzi pochifflmo ^ . che ttli veniva mandato da calà.^ 
B qui «eiiaaencer» fé timore d|. troppo allungarmi non mei viétaife , fa* 
rebbe kib|^ adir moltot della ftrasragànza del fuo vivere > a cagione della; 
per condire» lìno^eratiiBma' fua^ applicaìsione allo ftudio del diiagno,' 
adi^uale:j|» quel.ctemfo volle aggiugQer quello* dell' Archjtettura ^ 

A3 Profpec^ 



^ DecemlL Mta?m,t MSfy. ^'MfSió. eh 610. 

pb£o ogoi strtedo dt cucina, deUft qoti9/rn.òi>; mai fufà^yÀ il cwkiiRtfiQjitt 
D^o^è il direi, che. né c«vola^ tìè paj»;a,t fìLè.fga^ljlo^:fi;t]30vtj:oft flMiipreri 
Zemioil £10. palio ; perche per lo. pm^ QP^^cat^fi tn ca^tio^t fedevaS 3 q^M 
4>uariÌ!MidUQ9i.vinor t quniì eoa uà c<i9^idi,garie> «gUr.cjpolleiL&fitfiiJf 
ifili3ì«rfòdi6£tieeva al gatto ed alU fame. JÌ'curafi^ il barile colk coda 
d':una :adÌG0 » : .che .egli ufava jiv ca«n1^ 4^ zipolo j ^cd^ il rienpicre Hi me* 
delimo con. acqua pura> acciò non ifyanàìre , fu iiip co fiume ordinario, per 
uaperao; fittoli^ in^egn4glll^e^p0fiel)3U; ph.e ,pG^.mai|i;$nere loripici* 
co al vino;, lil mefcplarlo coli* acqua non e«« rifi«($a molto lodabile* 
^afera noie ridotcqfi nel (Uo piccolo leccicciaaloi dopo airere attaccata ad. 
ima delie colonne una caodeiecca acc€^,.iAeccevaG a leggere buoni libit. 
ìfioricv^ ppecicij de' q^aii fu Tempre anjicp e curiofo ;. finche vinco dal 
ibnnó JalciavafegU cader dalle mani» mentre V accefa candeletta feguitaa- 
do j&^&ur. tuttavia il fatto fuo» o confupiata.Aporz^vafii o in terra cadeva: 
Q rnLoite^furan; quelle .volte, che perjcalcagiione fu per ardeK il letto» la 
eameca^Jis ù C^fa »:,com' era folitp raccontar? il Rovèlli» ie il fuflaoo 
Uarfiii» noi) avente predo dati fcignt 4^11' imminente j^t»QÌQ ^ chi a 

2iiellailan«» abitava vicino, pai rnodo.^ ch'egli teneva in. trattai: fe'ftef* 
»:xiel cibarfi» e nel pigliar ripefo, argivnenti o^nunok quale fiifl^:qlie^ 
lOy.dilegUufavàiiel Vfftire» che fu sìaiCafo^ che più non farebbe dato 
& i panni gli fuiier fiati, gettati, addoflb dalle fìne(ire.;.e talora occorfe» 
che trovato per idrada da'fuoi conofccpci co^pgl^piu slacciaci e fciolti» 
cdM. calate,. e* Ccarpe u pianella i. colla parte di dietro del coliate pen* 
dente fui pet(9» e. con altr^ (tmile addobbo della petfonai ÉutTcl- a viva 
finrza tirato in. una qualche bottega per raffazzonarlo alquanto» e toglier- 
loiaUo fcherno de' rfigaui dellarpubblica via. Il XofTcUi peco da quefla 
filo vivere attratto piglia va. ogni; ài maggiore fper;3nza di fua avanzaoien- 
tprnell'arte ,e fìrequentemente dicevagli t Giovanni , tu vuoi ettère un gran 
igilentuomo^.iinQhè giunfela coià a fegno, ch'egli (i dichiarava ai>erca- 
mente con ognuno» di non faper più né che regole ne che precetti dar*, 
gli« Facevagli difegnare naturali ignudi, yelUti» ed ogni akracofa» che 
oibbifognaVa alle proprie opere : e de' difegni in cHTe fervi vali • Le medeliaae 
fikfeva a lui tirare molto avanti» e quafi con fuo pennello. condurre fini* 
te: il che faceva Giovanni con tanta applica^^ione di totci ifenfi» che 
Don mai fentivafi profferire parola» fé nonfufie però venuta occafione di 
dar la.qmdraa qualcuno : delle quali occaGoni» perchè egli aveva un' in- 
gegno arguto e pronto» ed era a ciò molto inclinato» neflVuìa lafciavatt 
Scappare: il perchè da*fuoi compagni e da ogni altro» il metterli a parlar 
molto con luì. o. dove era egli, ttimavafi lìè più né .meno un voler, tirar la 
Qoda al cane» o ttuzzicare un vefpajo. Fuori però tli tali occafioni » . era 
neceflario , per fargli protterir parola » il trargliela di bocca « come dir fi fuo« 
lé» colla tanaglia. Ed una volta.. occorfe quefto cafo* AveM. iL.RoflaIIi 
comandata a' fuoi giovani # che. ogni qualvolta futter venute^ perimie alle 
i^ ttanze». in tempo ^ che egli futte fuor dicafa^ pigliattero r imbafcia* 
tef.xon farfi.4are il iiQiQe de) portatore. Coanf arvfiro un giotnoaUa 
^ caia 






GIOVA Nm DA S.GÌOP'Aisfm. :^\ f 



ofii del RbflTelU tre giovani » coxi 4efiderk> Ai parlate còti offa fGìorainil 
lu <piegtf » che ipeita loro la porta» diflè>che ilmaéftto non era'inctafiri 
e fen» pìù'parlai« la chiufa. Tornato il Rovèlli, ù fehtìco, che vi {affa> 
To fiati I tre giovani; a' quali avefle apeno Giovanni , domandò egli al 
iuo iblito, chi elfi faflbro; ma Giovanni con un fempHce non lo loi 
diede per faldato il cónto. Allora il Roflelli vedendo 9 che Giovanni dó« 
pò avera trafgredito fuo ordine , fé la patTavi con sì beila difin^otturai 
diede in efcandefcenze troppo grandi . E Giovanni a lui : bcci altro tnaMi 
che il non avere io domandato chi f ufler coloro» che batterò larpdrta) 
e prefo il matitatoio t rttiratoii in difpartè, con pochi maefireVoli fe'i(ni 
formò l'effigie di tutti e tre» e xliedeia al maeuro;. il quale avendogli 
tutti beniffimo rtconofciutì , ne ptefe tanto gufto ed ammirazione infiìef 
me. che diede luogo a quel difi^no fra le Cofe più care, jiè^ volle maii^^ 
che gli ufctlTe di mano fin eh* ei vifle; e da quel tempo cercò ogni dì piìl 
d' introdurlo in occafioni d'operare* particolarmente a freico» in che H 
giovane moftrava una ftraordinaria difpofi^ione . La prima opera » che^H 
toccafle a fare in pubblico (opra di se > fu la Storia b frefco del Martirio 
di Salito Stefano» che ogei vergiamo» però alquanto guada dal leiìipoi 
nella piìi alta parte della focciata della Chtela dei Santo de* Frati- A2ofti<^ 
lìianj al Ponte Vecchio. Era V anno 16^. quando egli ebbe a Colorire é 
frefco un. bel Tabernacolo d' una Vedine con più Santi iti Via Nuovtt 
da S. Armonio. Circa a quefti tempi il Gran Duca Cofimo IL avendo 
formato di lui gran concetto, volle, ch'egli efequillè un fuo nobile pen« 
fiero» che fu di dipignere a freCco la facciata deiJa cafa» che per entra 
la citcà fa termine alle cafe fra le due vie rimpetto alla Porta a S. Cier& 
in Gattolino» o vogliamo dire Porta Romana. A quelEI:" opera s'. applicò 
Giovanni con gran premura » facendo apparire in eUa una fua belk ldea# 
rappttfentando dal deftro lato <li una fineftra, che è nel mezzo, h.Qn 
gura di Marte» di Pallade , e di Mercurio» in belle attitudini,. e Je Gran 
zie che al fuon della lira d'Apollo (tanno leggiadramente danzando t 
e dal finiftro, la Città di Firenze in fi^ra d' una maeftofa Regina fedente 
in trono» veftita dell'abito della Sacra Religione di S. Stefano Papa 
e Martire, olla quale fbggono a. delira e (iniftca due vaghe fc moline, am« 
fuantate pure alla reale, che rapprefentano » quella a delira» ia. Città 
di Siena » o quella a fmiilra , la Città di Pifì: alle quali tutte, accorrono in 
atto reverente Flora, colle quattro Stagioni dell'Anno, ciafcbedunaprov-^ 
vifta di fue delizie per fargliene offerta, mentre varj amoretti ȎprincipaU 
mente due, che uno mafchio e l'altra femmina i fcherzando neil' aria, ap* 
plaudiicono a quell' azione. Sopra Y jrrchitrave della fineftra poiàleggia* 
draqiente, quau giacente, il Fiume d'Arno, figurato in un vecchio nudo» 
difegnato mara?i^liofamente: (opra di cui fi vede V Arme della CafaSere^ 
nifltma de'Medici» in mezzo a due vaghe femisiioe» del tutto e vagamente ver 
(Kte, che una rapprefenta una Vergine Vedale , con la face accelà in mano, fi» 
gnificante la Vigilanza : e l'altra , eh' è colla fpada alla mano , va usurando 1$, 
Giuttiflcia. Sotto queft'opera in certi fodi figurò a chiarofcuro giallo quattro 
cro£:j#allttdenti ali' Arti liberali» alla Militare» all'Agricoltura» edallaSo* 
' : -ì A4 vranità ► 



t DecmMÀfHi^fm. tiMìèt. V. 'M\ St4M 1 610. 



tjf 



moda cho detto abbiamo ; avcirdà dipiata ccÀ dtviift 4nY e gii 

«yènddhi dfpoifai aik y tfta d'ognuoa» avcsnrioe ripof tata grtfi iod^ ; quiid» 
irimóffi £u i ponti » e di nuovo ferr^tofiattorno^ a quel iniiro» maodòf a.cem 
tutto il IÌMito;«antre ìLpopolo la^^prìdàva a tefta>; itiacglifirpondetar s'dla 
|iiacè*miìi€lU& non piace amè: etìDlia&opfircbelfcépoila nuova pittu#^ 
ara» dkcte àconofecre quanto^!refifafia.il giudizio édl'occiao di pertco maa^ 
Uro , di <|iialIo del popolo >GÌie per lo più (enra raziocinio^ iatorno a' {vecetci 
ikll^ arca vaol giudicare; coociófouecofàcliè egli la eoralucelle di canto 
gufté » iche noa folo ella eccede ia bontà ìi primo Iav<n»; a» ae guada»* 
giiò maggixMTi applaufi della patria fid» e d' ogni vadoiroib artefice fhuT 
luerò ». eji& entrando per quella porta sneUa noflxa Città» s'incontrava in 
oflb» tantoché prefto volo la J&atià di loo penuelb aoeàe a' più iootanit 
egraa peecato^ per cosi dire, fu del tesipo» e di dti poi quella cafa abi-» 
eòi l^aoèrla d malaoiente coa&rvata / a per meglio dire •. in tanti modi 




fanti de' Frati dell' Ofiervanza* nella quale rappretieneògit Angelici Cotfi 
con quantità dtbelliffimlangpletti itgurati in aria danmiido^éonsi belli 
fcortiidl (otcoim fiir che pajono veramente in apxà ìa ty (tao per totto 
ftìecàti dal itiQiio . Ne"^ peducci della volta dipinfe alcune figure belilffik 
me di Serafini , alludenti ali" Qcdine ed al Santo Fondatore t e vr (L veg^ 

rio ancora di fiia mano altre figure condotte di btiona maniera » Q^cua 
però per Giovanni una ilnna faccenda ^ a cagione di una grande umi«^ 
àìtàfr cii'eglr attraffè, (landò per più tempo fenau> inquel laogo» per alv 
tr6 ftngdfto; fttt le &eiche calcine > nella quale tanto a'^ aggravò, che i» 
divenne pàaszo r e dicefi» che la fua pm recuperata fan ita hconofcede egli 
AU^oranonì di quei Retigiofi» che per compaffione a chi aveva sì nobile 
mente ornai» la Chiefa loro^ n^eran rimati molto affiitti ; anzi non ebbe 
«gfi appena riavuto il fenno e le forze» che i medelimi operarono» che 
lufiero fatte dipignere a lui cinque lunette del primo Chioftro» le quali 
«qnduffr cjgti in diverfi tempi fra il i6i6i e'I idip^. Vedefi; in una il Mi« 
racolo di S. Francefco nel refucitare il fanciullo morta, nella calda ja boi* 
lefite:-'ed è<k notarfi » che nella perfbna d* una femmina, figurata per la 
madre* dtel fanciullo^ veftita diroflb, che accorre alla cafia» in cui il mor-» 
co bambino era ftato ripofto , fece il ritratto al naturale di Margherita 
di Cammilio Marzichi uia conforte. Nell'altra rapprefentò il raffrenare 
die fece S. Francefco con fae orazioni le mortali nimicizie , e civili difcor- 
die della città d'Arezzo, facendo vedere Tatto d^una orrida queftione 
con più feriti e morti > opera veramente bella « In un'altra vedefi il mi* 
racolo del liberare un efleiTa, e qudlo delle formiche» In una è quello 
d€l)la fanaaione d' una donna deca. E nelTuIcima finalmente è la Sanu(fi« 
ina Vergine, in atto di porgere a San Francefco il fuo Bambino Gesù. 
In quello medefimo tempo, dico circa al 1616. trovati efllre fiato dato 
princìpio in Firenze alla firuttura d* un nuovo Tabernacolo in full^ an- 
golo appunto del muro delie Stifichei dalia parte di verfo Badia» per ac« 

€ompa* 



k - 



GlOFANNl mi S. HJOVANNl. o 



\ 



^AiuiipigMttrA 'd«lPthto anckHiOiiK)» «he rifiéde Mir angolo della altra 



yarte Yehb la Via Ghibellina : e dovendoli fare per entro i medefimi la 
fàtìtàt^ a firefco» ne fu a Giovacvni da S. Giovanni data V ioctimbenaa: 
dqoÈÌc nel primo ri^prefencò la ferrata d'ima carcere» ed un venerando 
'vtochio» vedilo in abito ienacorioi in accodi porge? liioofacia a* carcera- 
ti» mentre Gasii Crifio noftro Signore» che v' è fi^^ritto prefence glo- 
rìofi^^ colia venerabile foa mano benedice quella limofina. In aria vefih 
gonfi alcuni Anpelerct» che oflervano quella pia uione: e nella parce di 
qoefia bella fiona» die à più vicina tir occhio» vedali un uomo in piedi» 
civilmente veftico » io poficura grave , e in acco di guardare chi lo mira » 
e quefto è il ritcactatl naturale e beliiffimo dello fteflb pittore. Nelle 
bande di fuori del Tabernacolo fono due figure di Sance . rer inteUigen» 
zm di quello, che Giovanni dipinfe nelFalcrb Tabernacolo, è da (aperfi^ 
-com' è antica ufanza del Magiftrato de' Buonuomini delle Stinche» nelle 
Soleiinità del Natale, della Refurrezione, e di S; Gio: Batifta» il liberare 
molti prigioni: per debito FifcaJe» e d'altri Ufiz) e Magiilrati » e tanto de^ 
loro prigioni p quanto di quegli de' Buonuomini di S» Buouaventura: e 
ovegli unire nella ftedb luogo delle Stinche» e quindi mandargli a of* 
nrta» con rami d'ulivo inmano» alla Chiefk di S.Giovanni. Quegli poi» 
/ che tal benefizio confèguifcono nella Palqua della Refurrezione » da San 

Giovanni tornan&ne al Palazzo del Bargello » e da' Buonuomini di San 
Boonaventura fono pure procefiìonalmente accomj3agnati alla Chiefa di 
Santa Croce > ove con danari, che danno loro per carità» fon lafciaci li« 
beri e fpediti . Avendo dunque Giovanni fatto vedere nel primo Taber-» 
nacolo r ateo di carica del vifìtare e fovvenire i miferi nel luogo di lor 
miièrie, voile rapprefenttir nel feccHido l'ultimo termine delk carità ftefl 
&, che è il torgli affatto da cale infelicità. Quefi' opera» che è beUi(fima# 
coaiincia oramai» colpa degli anni e de' venti» che quivi molto poflo^ 
no» ad eflèr ouaG ridotta a fuo fine. Nel tempo eh' e' dipingeva que- 
fto Tabernacolo , nel paflàre che fece di quivi vicino uh certo nobile 
nomo, aperfe un tal poco il ferraglio di tende» con che il Pittore erafi 
rscchiufo in fui palco: ed afiaociatofi per quella feflura» e vedutolo ve^ 
ftito al fuo folito ali* impazzata, e male all^ ordine della perfona, per pi- 
gliarli gufto» e farii beffe di lui , gli domandò ove fofle il maeftro. Ma Gio* 
vanni» che non teneva barbazzale • con due fole parole» che effondo inge« 
[nofe molro» potrebber far conofcer fempre più di che tempra fuffe la 
uà arguzia e prontezza » lo mandò via fvergognato e conJFuib ; ma io 
per non offender le facre leggi della modeftia» non iftò qui a dir quaii 
furono le parole. Dirò folo» che anche a chi fentefi ben fornito di zan- 
ne» non è fempre cofa ficura il metterli a morder chi ha denti. Brain 
quei tempi in ìilato d' un de' primi Miniftri della Cafa Serenilliaia Niccolo 
dell' Antella Senatore, che fu anche Luogotenente pe *i Granduca neU 
l'Accademia del Difegno. Quefti avendo deliberato di far dipignere la 
facciata di fua cafa in fulla Piazza di Santa Croce» come amico eh* egli 
era dell' arti noftre » e molto più ^lla gloria e avanzamento de' noltri 

virtuoiiFioreacini» che molti pure ve ne avevain qucU'ccà» chiamati a fé 

Dome- 



y 



1 o Deeenn. IL della Part. l ìidSèc. V. dal i6io.al 1610. 

Domenico . Paffigilani , Matteo Rofielli» Ottavio Vannini , Giovanni ida 
S. : Giovanni» Fabbcìzio Bofchi » Michelagnolo CinganeUi , Niccodetno 
Ferrucci» Andrea del Bello» difcepolo epa^fiino di Giovanni» Michele 
Buffini» Ton Guerrini» Filippo Tarchiani» Coiimo Milanefi» e Stefan 
da Quinto» fece loro dar. principio, con Difegno di Giulio Parigi » al bel 
lavoro : e quel eh' è degno di refleffione » fi è » che con edere le pitture qiùii 
tutte belle » e tanto ben lavorate , fino al prefente tempo, dico dopo più 
di 60. anni» ell'apparifcono, come fé pur ora fuflero fiate dipinte . Tutte 
furon fatte in tempo di gioriii 20. cioè quelle » che occupano io fpazìo 
del primo ordine delle fineftre di quella cafa> in giorni quindici » dentro U 
mefe di Maggio ì6i^. e q uèlle , che al ]>iano del Terrazzino occupano f altro 
fpazio delle inferiori fìneftre» in foli giorni cinque, dentro al Maggio i6^o. 
Ma quantunque fra' Pittori da me nominati , e maeftri vecchj fufièro uomi- 
i\i di gran nome; con tuttociò le pitture di Giovanni daS. Giovanni ripor- 
tarono la lode maggiore, e meflerlo intanto credito» che non fi fece poi 
opera grande e degniiTima a frefco in Firenze, che non fufle raccoman. 
data al fuo pennello. Ma perchè quella £icciata contiene in le non fola^ 
mente il preziofo di molte belle pitture» ma il curiofo e dilettevole altiedt 
de i concetti, co* quali vi furono efprefle varie Virtù e Deitadi: ed 
anche perchè defideriamo di dar qualche lume delle maniere a frefco di 
più maeftri» che v* operarono» abbiamo per bene il fare di quafi tutte un 
breve racconto; proteftandoci però» che rifpetto a i nomi delle dette 
Virtù e Deitadi» polliamo in più d* una aver prcfo qualche sbaglio, per 
non avergli trovati fcricti né preflo alle figure»' né in alcuna nota o ri«- 
cordo, onde ci è bifogno il cavargli da* (imboli, ch'elle hanno appreÌlo« 
Incominciano le pitture da uno fpazio» che è fopra una delle porte della 
cafa, ove vedefi TArme della famiglia dell' Antella con treputtini attore 
no in varie attitudini, opera del noftro Giovanni» e bcUimma. Venen» 
do ora a defcrivere il primo ordine di pittura» che nel più badò occupa 
i parapetti delie prime fineftre, e facendomi dalla parte della Chiefa» ve- 
deli la. figura della Fortezza, con fpada in mano ed una fiamma appreffo» 
alludente forfc al fatto di Muzio Scevola : e quella apparifcc opera del Van- 
nino. Segue la Religione» che vedefi genufiefla, ed in mano tiene una 
candela accefa. AppreiTo è la Dovizia, appoggiata ibpra un faftelletto di 
pomi, ed ha un falcio di fpighe: nèfappiamo noi quale de* foprannomi* 
xiati maeftri ne fufle l'artefice» e non è delle migliori. Seguita poi la ftu-* 
penda figura dell'Amorino, che dorme prelTo ad un cigno: equefta fe- 
ce Giovanni da S. Giovanni , il quale non ebbe difBcukà di copiarlo da 
fimil figura, che oggi é nel Palazzo Serenifllmo » fatta ner mano del Ca- 
ravaggio: e non v'è chi dubiti, che data la parità dell' eflere quello di 
Giovanni a frefco» e quel del Caravaggio a olio» non fia migliore quello 
di quefto . La figura della Dilezione fi fa vedere appreflb, ed ha in collo 
il pellicano : opera è quella del Rofiellt . Vien poi rappre^ntato un Gio^ 
vane con un ramo di quercia ghiandifera : e fecelo il Paflignano pe '1 
Secolo d' oro . V è poi lo. fpazio, ov' è fituata la ftatua di marmo del 
Granduca Cofimo IL da i iati della quale è figurata in pitturai a finiftra» 

una 



.>:G10VANm DA S. GIOVANNI, u 

ma hwuÙLÌtk^ chfei nppréfdiita k; deca di'Sidna, orperd del^ni^pUo del 
RcàTeiii ,; ili ^quale dovendole fare iF^ccompàgnatu» della Lupi» per 'efière 
in. dipignere': animati poco felice » {)regò Giovanni, che gKelo Ikceflc: 
€d egli in uhì oliano d'ora* e nòà phì^ dipinfola bella teda di detta Lo- 
pat la qualcotà^ofTervàca d;^ Paifignanoi che a riian delira della ftacua di'^ 
pìofe Li figura per la città ài Firenze, volle che lo fteflo Giovanni dipi- 
gnefle anche per lui il Lione, armo. di i]uefla Città w Fecelo egli, e tanto 
beiie, chefembra fatto dal naturale. Dopo è la Fedeltà» figurata in una 
ftimmina, con un cane in colloi tutta fattura di Giovanni. Segue una 
ya^'jdonha, con ifcectro ed una chiame d' oro in mano» fatta da incer- 
to pittore» per la Ricchezza» Apprefio è la Sincerità » che nella deftra 
ha un cuore, e nella finiftra una candida colomba: il tutto fatto da Otta- 
vio Vannini. Allato a quella vcdefi un giovane» che tiene imbrigliato un 
leone» ed.ha nella deftra un pugnale: e. fu opera di Filippo Napoletano , 
che in (quegli ultimi anni della vita di Cofimo» ne' quali per mala fanità 
egltvific per lo piii. obbligato al letto o alla camera» fi tratteneva ap«^ 
preflb a queir Altezza per tuo virtuofo follazzo» dipignendole tuttavia di 
que'fùoipaefi, con piccole belUiìime figurine. V'è poi un'altra maravi- 
giiiofii figura »fiitta da Giovanni, che è Cupido abbattuto: e dopo quefta fe*^ 
^oe il terrazzino o pergamo' che dir vogliamo» reftando. finito nella par** 
tt bada imprimo ordine delle pitture. E notili» che nel bafamento, fra 
Tona e 1- altra delle figure» che dette abbiamo» fon certi putti di chia* 
rofcuro» uno de' quali tiene una lunga carta» in cui fono Icritti i nomi 
de' pittori, che in detto anno idi 9. vi operarono» che fono i dà noi fo* 
pra notati; Evvene anche un'altro» dopo la virtù della Sincerità » che in 
altra carta tiene fcritto» che Io reftante della facciata fu cominciato da' 
medefimi pittori agli ii. e fi finì a' i8* di Maggio 1620. Segue il fecondo 
ordine delle pitture» e primo delle fineflre : e frali' una e l'altra fìneftra 
iòn tutte figure quanto il naturale a chiarofcuro . Vcdefi la Pietà colle 
man giunte» opera del Vannino: la Scienza colla penna d'oro» che fopra 
una carta (crivé, ed è fattura d'incerto: ficcome quella della Sapienza 
figurati ili una Pallade» colla lancia e collo feudo; auella della Fede» col 
CaIice.:e:i:olla Croce: e quella della Temperanza» che ha nelle mani un 
freno diicaivaJlo'. Segue la Religione» che con una mano fofiiene un tem- 
pio:^* e coli' altra tietie.una chiave d'oro» che fu dipinta dal Roflelli. 
Seorgefi poi la tanto fiimofa figura» fatta dal noftro Giovanni 1 che rap* 
prefema la Giiiftizia» con elmo» fpada» e bilancia» alla quale» per eflere 
viva»(non.manca fé non la voce. La Femmina» che fi fpecchia» che tiene 
in mano una freccia» ed a. lato un cervio, fu fatta pure da Gióvaiuii. 
Quella» .che fegue dopo qnefta» rappreièntante il Configlio» figura con 
due faccie» xma di giovane» ed una. di vecchio» inghirlandate di fpighe^ 
ed ha nella deftra un timone» e chiavi d'oro nella finiftra » fu dipinta dal 
Rodèlii v DelJa Femmina con libro in mano» ed altro libro a' piedi fopra 
un' oriuolo a polvere» ed apprefiò una gabbia dentrovi un uccello» che 
fu opera del medefimo» non oppiamo il fignificato« Appreflb è un'altra 

FeqnninaiColktefta alata 1 a cavallo a una Oria qì» lecca i fuoi parti: 

è bella 



1 1 Deeam* IL àeìla Pari, LMSé£, V, del iSi Òiàli6i o. 

è belili j^ififiur» di Gtownnl. Il Giov» co* fulmini,^ e V Ercqkfinxuk |nip 
re coloriti dal iMdcfimo» Nei terzo ordine di ptctotae ; .xiei< panpeMò 
delle feoond^ fineftrev incominciandofi daUa parte del Terramnb > ' Aa 
%ure colorite. La prima » che è di Giovanni » n^pprefenta Jt Pittai 
r». Segoe dopo quella l' Aftrouomia » che apptrifce fafckta dallo 2kif- 
diaco: e fecela il Remili • V è poi la Contemplazione» figurata in une 
femmina giacente 9 inatto di aprirli il petto» e moftrtre il cuore; ma di 
^ue(hi non lappiamo chi fufle P artefice. Un Giovane armato» ed alato 
in tefta, con arco tefo> è. fattura di Filippo Napoletano* Ha la figura» cìm 
fegoe in atto di ledere, che è la Meditazione, una candela acceda 
• leg^ in un libro • e quella è di mano di Giovanni. Una Femmina, eoa 
una terpe nella, finiftra , e nella delira una sferza i fi giudica d' Andrea del 
Bello . Altra Femmina fedente fopra nuvole, con ftettro e corona , ed 
un'Aquik apprelTo, fu fatta dai Roflelli, per rappiefeacare la Maeftà « 
L'altra giacente, che colla delira dringe una guglia, è d' incerto Pittore i 
ed è forfè la più debole co fa che fia in quell'opera. Vedefi anpreflo la 
figura d' uo Vecchio ignudo , fedente fopra V iride , con fede nella finiftrag 
archipenzoh) é fouadra nella deftra ! fi dice facto per lo Tempo , né fap^^ 

E^amo da quale oe' nominaci Pittori . Segue dopo quello una F^ura coni 
lancie nella delira, ed un cornucopia nella finiftra, forfè di mano del 
Tarchiani . Nel Giovane armato , e con elmo fiorico, volle il Rofielii 
rapprcfentare il Ripofo. V è finalmente la figura della Prudenza^ in atta 
di federe: nella dettra ha le fefte, e nella finillra una vergai con apprefib 
laGrU« Venendo al fecondo ordine de^ chìarifcuri , e quarto delle pittuse 
fraile feconde fineftre, e facendofi dalla parte della Chiefiié vedefi ima 
Femmina con lucerna» a' piedi la Gru col fafla, nella quale fij^uròil 
Roflèlli la Vigilan2a . Il medeiimo fece quella che fegue» con palma in ma«i 
no, un mappamondo a' piedi , e fopra la tefia un Sole: ficcome onoota 
r-alcra, che ciene una lucerna ed un libro. La Femmina alata, coli' afta 
pura [a} nella deftra » e nella finiftra una laurea dorata ^ che rapjpce* 
femala Gloria, fece pure il Roflèlli. Dipinfe Giovanni quella, che è 
dopo quella, col pecco, da una parte ignudo» con uno fcojattolo in ma*^ 
no • V* è la Fama , con due trombe d' oro , una pefidente dalla finillni 
mano, ed una dalla bocca in acto di fonare, che tu pure opera di Giov 
vanni • La Carità co' tre.pucti , fece il Tarchiani. Vedefi appceflb una 
Femmina» con manto flellato , attorno ad una ara coi fuoco accelb » ed. 
evvi una Tigre, che fa opera del pennello del noftro Giovanni . Seguono 
poi tre belle figure , chediconfi di mano di Fabbrizio Bolidi : ciò fona» una 
donna, con ramod*ulivo.nella deftra mano, ed uno feudo QeHafinìftca,efa 
fatta per la Pace : un' altra donna , con orinolo nella deftra, ed ha imai^fcia 
o diadema reale; ed un giovane alato, con fiamcoa nel perto, e pr^flb ar 
lui un cervio alato, che fi crede rapprcfentare lo Zeb.. Evvi una donna 
colorita per mano del Rofiielli » che tiene una croce d' oro,, ed appreflo. 

^ ha un 

£ a ] Afta pura , . m$ Afia m» arftwa.iiftrm^ e dikra ùm'^^fMMé^.ci^ jùauifi /tfr . 
prftnifii . dfoldati ptr alcuna loro gloriofa azione • 



GlOrFANNl DA. S. GIOVANNL 13 

Im «n pexzo:di macia » con élLera attorno; Dopa qnefta ftwpw un* al- 
.tra. coronata »f£Eitta da^Giovanni^. che tiene a* piedi lina Pianea à!:^ì^ 
JàQÌo .. Sopra auefto quarto ordine di pittare legue il quinto , . che fa 
compimento, allac bella facciata * dove m figure colorite » veggonfi ràp* 
prefentate diverfe altre Virtù e Deitadi in numerp di credici., che per 
fuggir lunghezza non fi defcrivonp. Diremo però folamente, che nel bèi 
niez2so avvi un venerando Vecchio » fedente in abito Senatorio, ed appref* 
fo un uccello notturno, fimbolo della Prudenza, e perciò dedicato a Pai- 
ladex erapprefemala figura, che è beliifnma,e di mano di Giovanni, la 
:per(ona di Donato deirAntelh, Senator Fiorentino,. Padre di Niccolò» 
.che quella beli* opera, con grande fpelà, fece eJTporre al pubblico diletto 
dé*fuoi concittadini: e per ornamento eziandio di quella grande e nobi* 
liffima Piazza, nella quale per ordinario, oltre al bel giuoco del Calcio» 
le pubbliche e più infigni felle foglionfj rapprefentare.. Ed eccoci a ri- 
pigliare il filo del noftro racconto» TralP altre amenif&me Ville della Se** 
reniffima Cafa, pofte dentro a. tre miglia preflodi Firenze, in vaghe col- 
linette dalla parte del Monte Morello , o vodiamo dire da Tramontana » 
era quella, detu la Quiete , che poi a' dì noftri fu da Ferdinando II. con- 
ceduta alla pia memoria della Serva di Dio Leonora Montai vi, nobil Da- 
ma Fiorentina, per abitazione delie Vergini di fuo Inftitvto. Quella ViN 
la dunque, per la ftima che faceva il Granduca Colimo IL della virtù del 
noftro Pittore,, volle egli che fufle abbellita con fue opere,, che furono 
una molto bella figura, rapprefentance la Quiete, e quattro facciate con 
gran quantità di belliflimi putti; nelle quali pitture dicono eh' egli fu- 
peraffe fé (ttffo; onde crefcendo ogni dì più in pofto ài molto concetto 
appreffo a (quell'Altezza, ne godè nn ch'ei vifle la protezione» con fegni 
m non ordinario amore: ed una volta frali* altre ebbe a dirgli quefte pa- 
role.* Giovanni, noi vi vogliamo bene, e vi faremo fer vizio volentieri; 
ma voi nulla mai ci chiedete. Ed egli al Granduca: fé Voftra Altezza 
defidera di &rmi grazie, una glie ne chiederò, ed è quefta . Io ebbi fin da 
bambino gran piacere deir andare colla civetta » e tale quale io fon ora» 
quando dò ripofo a' perinei li, e che il tempo il concede, non lafcio di 
andare or quù or là; ma le gite fon lunghe: e le prede fono fcarfe: vor- 
rei però ,.che V. A. me ne concedere la licenza per le bandite delle Cafci* 
ne. Molto poco chiedete, diffe il Granduca : e non ebbe egli appena par- 
Iato, che furon dati gli. ordini per tale facoltà; e Giovanni non prima 
r ebbe avuta, che incominciò a valerfene. Accaddegli una mattina V etm 
fervi trovato da una fquadra di birri » che me(folo in mezzo ( folita ufanza 
df quella g[ente ) gli dimandarono chi il faceva andare a civetta in quel luo**^ 
go « Le mie gambe , rifpofe , e il fapere che qui fono più pettiroffi che altro- 
ve. Ma fapete voi, diuèr coloro, che qui è bandita? Io non fo tante cofe» 
ripreCe Giovanni, e penfo, che il Mondo fia fatto per tutti. Or fappia- 
te, diflero i birri, che quefto è tm di quei luoghi del mondo > che non è 
per tutti ; però venitevene con eflb noi. Lo prefero , lo legarono, e poi 
per la Porta a S. Piergattolini» corteggiati da gran comitiva di ragazzi 

e d'ogni fotta di peflone^ che bene U cono&cYauo» per aver egU operato 

preffo 



^m^W^^t 9 I p m^ -.'"W ■-■ ^ * 



1 4 JD^tfAM. J7. «I(fi7ii fa^t. 1. MSeci V. dal 1 6 lo.^l 1 620. 

preflb a quella fwrta/e anche per aveie fua abitazione in queila eoaw 
troda^ amduOBVttnlo allecarcen del Bargello* Gianfe in mercato nao* 
vo» nelP ora appunto dello foaflèggiare che fannovi i negosdanti e ca* 
valieri ; onde alcuni di lorot (voi conofixnci ed amici > lafciati i ncgoz^» 
s' accoftarono a lui » e con gran pena domandarongli di quel fucoeflb . 
Kifpofe imdi coloro» che per averlo trovato a civettare nelle Calcine len<- 
za licenza. Come fenza licenaa? replicò Giovanni; la licenza io l'ho 
beila e buona s e meflbfi, com'ei potè il meglio , la mano alla tafea, fé- 
cela loro vedere. O perchè non ce la moftnifte voi* quando noi vi pi» 
gliammo ? difièro i birri . Oh % ve lo dirò io , difie Giovanni a voce alta : 
perchè % a' io ve l' avefii mofirata allora, voi non avrefte avuta la fifchiata 
in Mercato ni^vo» che v* avrete adeflb. E tanto badò» come noi dir 
fogliamo» per dar Je mode a' tremoti ; perchè in un Cubito e dalle logge ^ 
Mercato nuovo ^ e dalle botteghe e da tutta la ilrada fi Tenti un rumore 
di fìfchiate contro le perfone de' birri> che mai il maggiore : e Giovanni 
pofto in libertà fé n'andò a goderli la £itta burla fotto le logce con quei 
gentiluomini > mentre i birri fvergognatie confufi dieder volta addietro « 
Ed io non faprei altro dirci fé non che altro non vi voleva» che il cerveU 
Io di Giovanni » che per cavarfi il capriccio di fare un fimile fcherzo 
a quei malnati» fi volefie ibggettare alla» per così dire, grandiflima 
icopatura di farfi vedere per tanta gran parte della dttà» nelle vie piA 
frequentate » a tanto gran cotto della propria dima e decoro « Ma tem- 
po è oramai di ìFar menzione d* alcune delle molte opere , che al no^ 
fico Pittore» circa a quefti medelimt tempi (chiamatovi a pofia) con* 
dufle a frafix> e a olio nella Terra di S. Giovanni di Valdarno, fua patria^ 
Primieramente a capo allaftrada» detta di Santa Lucia» è un Tabernacolo 
di braccia due d'altezza» ove vedefi Maria Vergine con Gesù in braccio: 
evvi lì filo Spofo S.Giufeppe» figurato in un venerando Vecchio» ritratto 
al vivo da un uomo di quella terra i e v' è anche il fanciullo S. Giovanni « 
Sopra la porta d* un orto del già Girolamo Puccerelli Fiorentino » ^i 
delle Monache del Latte di Montevarchi, dipìnfein altro Tabernacolo Ma* 
ria Vergine» a' cui piedi è S^ Giovanni. Un fimile Tabernacolo vedefi di 
fua mano fuor della Porta Fiorentina» in luogo» detto il Tabernacolo di 
Bartoloromeo Roffi; e v' è pure la Madonna, ritratto naturale della ma* 
dre del Rofiii e Gesù con S. Giovanni» ne'pilaftri in proporzione quan- 
to il naturale è S. Antonio» S. Francefco, e S. Bartolommeo; e nel ro* 
vefcio è rapprefentato il Signore» apparfo alla Maddalena in fembianza di 
ortolano: opera bellifiimay fé non quanto il pittore» per eflerfi forte 
corrucciato oer caufa di prezzo col padre del Rofii» che gliela fece fare# 
feguendo il aettame di fua folitaftravaganza» disfece una di quelle figure, 
e rifece la a bello ftudio deca e ftroppiata : ed è da notarfi » che quefia non 
fo con quanto merito d'approvazione e di lode, foriè i)er pafcere b c\x^ 
riofità de' riguardanti» fu allora» ed è fiata poi per moltiflimi anni lafcia* 
ta» e forfè fino al prefente dura, così detmrpata e guada. Veggonfi pure 
di fua mano a frefco due lunette a capo alle due fcale dell' Oratorio 
della Madonna per ^ntro la Terra: in una lo Spofalizio di Maria Vergine 

con 



GIOVANNI DA S. GIOVANNI. 1$ 

con S. Giufeppe: openi che fir> per quanto riferivano i vwch) di quel 
luogo» dal pittore affii ftrapazzata, a cagione delF ettevfllì fiato negato lo 
ftare al naturale per la tefta della Vergine, per ecceflodi modeftìa» d^ una 
ftnctttUa divago e maeftofo afpetto; neir altra è rappreientato il Mifierio 
dell' Annunziaztone di Maria . QQefia pittura, obi dtpono e0afe befliffi^ 
ma» pt»oque tanto a yranoefco Rovai , noftro GentUuoieQ , noliile poeta 
di noftra patri:) , e che a guij& dell' antico Pacuvio , Pittore infieme e Poe* 
li, [a] oaolto diletfio0i dell' arte della Pittura» che coir oceafione di tro-» 
varfi iuquel luogo per più fettimane T anno 1633. ^^ ^^^0 clie Faolo 
Antoiuo fuo padre vi ttfodeva Vicario t non folo feeeoe di tua mano una 
copia», ma in lodo della medefima compofe alcune molto ingegnofe riiae « 
Sono anche nelte Terra di San Giovanni opere dello fteflo Pittore fat- 
te a oUoi ma bellilBma è la Tavola dplh Pecollaaione di S.Qio: Battila, 
^e fi «o^erva nella Compagnia * (òtto T invocazione di detto Santo» nel 
recinto delia Parrocduele di S. Lorenzo , dipinta da lui nel i<^o. Rap« 
frefentafi nella Tav^ uoa ofcura career e ; in terre v^^fi caduto il la* 
<iro corpo del Pceeorfoc^ fra'l propaio fangae dopo il fiero colpo: da 
una parco è Erodi^de* pronta a ricevere la reciià tefta del Santo, e dall' al- 
tra il carnefice, eh» £iiela prefenta: e in veduta alquanto vicina fa bella 
ecuriofà nioilr« una i^rfiata di carcere, alla ^uale s' affacciano atterriti e 
dolenti, alcuni prigioni» per vedere la terribile tragedia • % qui è da no« 
Qurfi» che mentre il aoftro Pittore conduceva quefta bell'opera per entro 
la medefima Compagnia, un certo tate» uomo bruttiamo d' afpetto» 
di ìmJ^ condizione , moffo da curiofità» e con modo troppo importuno $ 
lafciavafi vedere ia quel luogo, con che era di non foca nftidio al fólto* 
r<t; maque(U, ch<e non aveva a mendicar P invenauoni pev torfelo una 
vote^ d'intorno». oflervatoJio ben bene » ritraifelo al vivo nella tavola per la 
IH^opiia perfona del bo)a » dei che il pover* uomo» per lo tempo che viflo 
poi» fu fempre feontento. Un'altra fua Tavda pure a olio è nel foprad- 
demo; Oratorio della Madonna» sella quale con molto artifizio dipinfe 
SaaGluTeppe inatto di federe; con una mano tiene un. libro» e neiral* 
txiiil.fiortio battone, e fralle fue ginocchia è il fanciuUino Gesù» che di* 
Qono Mtratcoi al vivo di Giovanni Grazia» Tuo allora piccolo figliuolo. 
Qpefie 6m l'opere, che egli mefle in pubblico neUa fua -patria : e molto 
dolgoiift al prelence qui^' iuoi pae(àni, eh' e* non avefl^ effetto un tratta-'^ 
to» che §\x maSà ia quei tempi , di fargli dipignere tmta la Sagreftia del ' 
detto Oratorio , con Ifiorie di Miracoli delta tanto rinomata Immagine 
di Maria Vergine, che ia efib fi riverifce e a' adora s e quello mercè la len« 
tezaa , e forfè avarizia degli antenati loro . 

Stavafii dunque in queftji tempi il pittore nella Terra di S. Giovanni» 
parte dipignendo V opere che dette abbiamo» e parte godendofi i pochi 
oeni ch^eglt aveva quivi di fuo patrimonio; ma perchè Giovanni» andaf- 
fe o fiefle pure dove fi voleffe» fempre portava con &co il luo senio» bia« 
zarro si» ma fiitirico» mordace» e beffante ogni perfona» occorfe cola» che 

ora 



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m^^^mmmliimmmmmmmmmmmmmmmmmmmm 



[a3 ila/af GìUìms Noffis Attitd, 



1 6 Decimi. Il delta Pah. t delSec. V. dali6t o. ai 1 610. 

óra Gamo per riccontftire. Era il mele^d'Agofto, quando in quella Tefra 
concorre oa ogni banda- gran quantità di popoli alla devozione del Pèr« 
dono; quando venne a lui un certo merlotto, poderajo fìflb in quel luo- 
go d' una tale Comunità di perfone » delle quali per reverenza non £i di 
nieftiere altro dire: e gli parlò in sì fatta guifa . Giovanni mio» s' avvi-' 
Cina la feda del Perdono » ed. io vorrei pur trovar modo d'cGtare circa di 
ottanta barili di vino » che m' è avanzato in cantina ; cofa » che fé io non 
fo in quefta occaiione, oramai non farò più» perchè la mercanzia, fianto 
i gran caldi, non può più afpettare, e corro pericolo» coli* andare in là» 
di mandare alla malora e1 vino e i vali in un tempo fteflo; però altro 
non ci vuole, per torgliermi da penfiero, che l' ajuto dell'ingegno vo- 
ftro . Or ben ùpete, dtfle Giovanni, fé voi non volete altro che votar 
k voftre bòtti , e dare efito al vino, V invenzione è bella e trovata . Voi 
fapete , che nelF occafione di quella fefta non v' è chi abbia divieto dal £ire 
oueria. Sapete ancora, che nella tale ftrada è una piccola caletta fpigiona* 
ta; onde io ho penfato che facciamo così . Qui potrete voi Gir comurre 
a volito bell'agio più quantità che potrete deTvofiro vino: e con quello 
e con quello, che voi farete portare a' voftri villani, a mano a mano 
eh' e' S'andrà in quel giórno efìtando, e con pane, paftumi e carne, che 
io procurerò di provvedere, fi farà o(ìeria« Q^efta cofa non mi torna» 
dille il poderajo; e che direbbero i miei maggiori, fé fapelFero ch'io avefii 
fatto r ode ? E poi , dov' è la quantità delle lloviglie da tavola e cucina » 
e la biancheria? giacché quanto al provvedere e pane e carne, ed ogni 
altro companatico, voi mi dite di non volere che io abbia un penfiero 
al mondo. Statevene a uieto,dil]e Giovanni, eh' io ho penfato a tutte le 
cofe: e che ciò venga all' orecchio de' voftri maggiori, non temete punto; 
jlerchè oltre al veftirvi che làrete fuori del voftro ufo t io fo penfiero , che 
Voi ve ne lliate fempre in cucina, che appunto è fotterra,e in luogo ove' 
nefluno potrà penetrare altri che voi; e l'afliftere alle tavolate» T ammet- 
tere e licenziare i foreftieri, farà tutto penfier mio. Ma e' converrà pu« 
re, dille ri poderajo, che qualcuno vi porga la vivanda: ed io non lo pò* 
trò fare fenza elfer vitto e conofciuto. No, no» rifpofe Giovanni , co* 
dello non leguirà ; perchè io medefimo verrò a riceverla fino a mezza la 
ita letta» e voi ve ne tornerete alla voftra buca t fenza eflere punto ofllèrva* 
^to : e quanto alla biancheria ed alle ftovigUe , latciatene il penfiero a 
me ; che quaodo e^ fé n' avefllè a rompere o fmarrire qualcuna» tante ne 
ho io in quella mia cafa» che me n'avanzeranno: e po' poi» chi vuol 
fare altrui fervizio, e'- fi vuole fcomodarfi un poco. O via, come la cofa 
ha da andare cosi, difle quel fem^liciotto, io ne Ibn ben contento: e mi 
pare ognora milPanni» che arrivi quel giorno. Giovanni allora diedeC 
a provvedere pane e robe da mangiare, in ^rand' abbondanza» e fpefevi 
tutti i quattrini che egli avea guadagnati ne' tabernacoli e altre pitture 
fatte in quella Terra : fornì la cafa dell' arredo necellàrio ; e '1 poderajo 
mandò il vino che potè allora : diede gli ordini a' fuoi contadini che por- 
tafifer l'altro a fuo tempo» giufta il concertato: e un dì innanzi la fella» 
fi ferrò in quella cafa elR> e Giovanni» per preparare il neceffario. La 

mattina 



s 



Efesini ^FiiÌr&(f|«lil>rti9f«Màiftv ^ died« ptintipib tlli bèlla ém^ 
om»p fth« ik ifiAcOà^ fncomin^fsrbno a tanire le perfone • quella cala t 
a^Qitf«tHnU<«wieiakle gemiliÀentfe a iatola# cranceneTale in birislìciteé 
ftcdira IdmtfMltlfD al matigiitcab^rft. Vanita poi il tempo di far cbii^ 
narVC^amai all« prHfi« parolt rCJk' e' fenciva. dirtene da iteiiri di loiOà 
iifp«nd*fà:'chèfcMiJtf ntfncontcf? voi non aoii óonofcetebtfne: or fa-^ 
pece Vòf i Jbif io foho Giovanni dà San Giovanni Pittore, e non ùti 
eatemìèrtf^f SMio allertco in quella Terra iti grembo alla lAaggior civiltàfa 
ci ho d^ fr podeH» o mi de le ^efe il pennello» ed ho biibgno di falrmi 
degli amici» rifoii d'airyUirmi in al farce fordidetiM; però andatevene # 
che v' accompagni il oieló: e fé voi ci avete o parenti o compagni di 
viagMiOimàifì^acetìi Olire; cditt fintamó che d rimarrà nuU* » tucto fari 
per loro per VoT. Ic^ tioh vi vò dire à(tetfb n i^ome andafle- la bifogna 1 
éIoè« thtfnti4Ìuiml(h di geiìc»^ r avviai ih hr«v^ ora ìa queir o^a,/ 
' oper'dirinèglioeqBeUacacci^na. Intanto qMl ftmpliòisino dd podeu 
rajo, fénteildò arAèfliare perla eafii «anta fMte atte tavolate, e veden4 
do, che fi Mvà vii teista toba» e tinto vinoi per lo contento e fperan^ 
2e del gran guadagno affogava nel brodetto: e per poter riparare ai bifo-* 
gnof , jarróftirafi f>er h cucina e intorno al fuoco, fudando goccioloni co* 
me pUkKte. Finita chef» la feda, il poderajo, che non vedeva l'ora di 
metter le bréoche in fu'qnattrini del vino , chiefe a Giovanni conto del 
ritrattò. B Giovanni a itiii: uomo mio, io ho ^ran paura, che voi non 
Ve ne fiate beiito tanto da voi ùtffOf che v* abbia facto craiecolaret oncte 
Aon vi rliìordiate più de* patti che fon fra noi. Vói mi pregafte, eh' idi 
vi faceflt elitate i] vofiro^ino : ecco che io v'ho ferviCó , e v' ho ferviti 
predò: e |)erftrvirvi mèglio, ho fpefo in eofe mangiative il mio guadi» 
gnodfi ^u iflefi: che Voletri voi cavare da tm mio papi? Credette il po«i 
derapo in fMla bella prima « che il Pittore volefle feco là burla; ma ac« 
cortofi j^oi dalle repliche di Giovanni^ eh' e' diceva pur troppo daddove«> 
irò, ilòti &poò dire, inchefmaniee'diede^ é farebbefeiio fatta bella li 
piazza , fò. la paura, che il fatto non andafle all'orecchio de' fuperiori # 
non avefl'elò rftehoto. Ma quello però non ftrv) al fuo bisogno; perchè 
o f ulie il ciuacchierar di Giovanni , òhe con gran baldanza faceab belìo 
della fatta burià , benché con tanto Tuo difpetidib, o il cicalar de'conta^ 
dini, o altro che fé ne fuflè la òégione, il tatto fi fcoperfe : e fegu) tal 
cofa (che io ora qui non racconto) per etti il poderifo fa per capitarno 
male: eGiovantii bene afciuttO di danari, fé ne cornò a Firenze, dov0 
attendevab il Principe Don Lorenzo, per fargli £ire per la fua Villa di 
Cafiello alcuni quadri a olio, i qtiali acciò riufciiTero di ratta bellezza^ 
voUcchVdipigaeflTedtfuo intero capriccio. Rapprefentò-egli ih uno 
una Venere, in atto di pettinare il fuo figliuoli no Amore» ed a chi forte 
il r^refe dell^ avere netta fua opera rapprefentata tofa troppo vile e forw 
dìda , anzi che nò , diede al fuo folito una argutifiima rifpofta , ma noh tale 
daipoterfi fenza c^e(a d'una decoiofa civiltà raccontare,. Ne D'altro quodroi 
che è largo circa a Tei braccia , detto comunemente òggi II Quadro déU 
la Spofii, effNrefle un foo nuovo concetto^ pieno delle fue Colite baje* 

B ' Quello 



f8 l>ecèiin.It,déSàPàrtJMSec\Kdaiì6H:ali62o. 

(^fto^àndò» dopo kfDOtte'diqii«lPlrlndpetMrv«iwCQÌO f^^ 
Granduca Ferdinamo IL fcceli dw luogo in Palazzo: ed al prefante yth: 
4efi nel Regio appartamento del Sereniffirao Ferdinando. Frinpipet di> 
Tofcana , Circa quefti medefimi tempi > tvendo egli grande amicizia pon, 
Baftiano Guidi, giojeiliere rinomato » che fallava Tua botc^ a n^ffa; 
coTcia del Ponte Vecchio , dalla deftra mano andando verfo jl:P4lftZso ^e-- 
Pitti t tutta egiiek dipinfe infieme colla, volta > in quella parte 9 che rUppn-t 
de fui fiume d'Arno» in molto piccole figure;, rupprefen^ndo la pefiba 
daJle.perle e de' coralli, ed altri umili bei conpetti .. Era il vecchio Spe**. 
daledi Santa Maria Nuova t dico quello, in cui raccettanfi le donne» dalla. 

erte oppofta allaChiefit di Shinto Egidio^ e contiguo al Convento delie 
ònacne; e faceva» poco più là che a mezM» ypaf volta» attrayerfando». 
9i«diante ' uno fpavioib cavalcavia» la ficada detta delle Paf^» fino ad. 
occupare, tutto quel fito» che oggi .fi godono i FrateUi deJi^ Co«ipagnia 
di Santa Maria de' Raccomandati » altrimenti detta della Crocetta » in iuor 
so dell'altro fito che e' godevano» fiato demolito per accrefcervi la piazza w 
Voleva lo Spedalingo di quel tempo adornare le. due purti laterali della, 
foprannominata ftrada (otto il cavalcavia; e ordinò a Nlatteo Rovelli, che 
sm bel mezzo dello i^a^io da Levante facefle a frefco un immagine di 
Maria Vergine ^on Gesù% Feccia il Pittore: e riufcì opera. bella t ed è 
q\iella fleflà , che pure ogftì fi vede » adornata con fegni di compartite gra« 
9ie a'fuoi devoti. Al nouro Giovanni fece ordinare, che in ^iccompagna-^ 
aura di quella» rimpetto appunto^ dipipneffe pure a frefco» per alludere 
agli efercizj dello Spedale» una Oirità • il qual lavoro , tantoptù volentieri 
9glì accettò» quanto che vedeva dì poter nella fua pittura pofta in para-s 
pone di quella del maeftro fuo » lar conoicere quanto egu già. avevaù> 
liiperator e condufie t opera» che fi vedde con ammirazione d^ ognuno» 
Kon pacarono fe non pochi giorni , che trovandofi una mattina in . nii 
certo luogo » che per lo migUorc fi tace , Gio: Batilla e Domenico Pie* 
latti Scultori Fiorentini, infieme con un altro virtuofo, il quale pure 
lion vogliamo nominare , andavano fra di loro difirorrendo fopra alcuna 
putti, che nel luogo fieflb erano fiati dipinti a frefco da un certo pitto* 
se, il cui nome conviene pur che fi taccia. E portò il cafo, che m fui 
più belio del difi:orfi> comparifle quivi il pittore fteflb , che i putti avea 
Coloriti; e dopoi convenienti faluti , quel virtuofo voltatofi a liu^così gii 
parlò t Voi avete fatti quefti puttini di molto buon gufi:o: noi fiavamo 
appunto parlando di lor bontà ; e credetemi» eh' e'(on unto belli, che 
^pajòno di mano di Giovanni da & Giovanni • Rifpofe il pittore tutto 
gonfio d* alterigia » fé T opere mie non mcritafiero altra lode r che it 



gran lode ; e fenz' altro ag^ugnere , infieme co* compagni 
caci di tanu audacia » gli voltò le IpalTe» e- fi partì : ed il giorno dipoi fi 
frovò ,che la detta pittura della Carità di Giovanni era ftau in più luo^ 
sfregiata: e chi a. noi tal notizia diede » diceva afleTerantemente effetti, 

trovati buoniifimi xifconm» non altri aver copuneifo tale attentato» ci» 

l»pro- 



CiOVANHl M S. GtOVANNL:\ ^ 




perchè con qiiefte batta ft me Inanimo di fame dell* altre, e più belle. É 
ceno che qiKft' opera fauna bella cpfiiv e tale i che eflendo dopo isipic^ 
anni flato condotto a vederla Pietro; da Cortona, da Vincenzio Dandìai 
noftro celebre Pittore , ebbe adire; coftui ftudìava, perch' e' non gli pa^ 
reva di iàpere; ma e* fapeva, e fapeva aflai. Tornando or», onde eoa 
troppo lunga digceflione partimmo ; dopo' poNchi giorni, che Giovanni 
ebbe finita quefta pittura, lo Spedalingo gl'invio perfona apoda, per in^ 
tendere ciò eh* e'aomandafle della fua fatica ; ma perchè il Pittore fi di* 
moftrò reftio al domandare , e quali metcevala in complimento ,. il man^ 
dato died^ie conto aiio Spedalingo , per ordine del quale tornato a lui^ 
si gii d^flè: Signor Giovanni^ giacché a vm non piace il domandare pttz^ 
zo determinato dell' opf ra voftra, noi abbiamo penfiito di darvi quella 
ftefib, che abbiam daio della fua al maeftro voftro; e pofegli in mana 

Suindici belle ptaftre . Allora Giovanni, per moftrare , come fu creduto, cha 
ebbonfi l'opere de' gran Maeftri ricompenfare in ri^ione di loro eccel* 
lenza, e del nome. e della perìbna che le fece: ed infieme per afiìbttara 
con una ii^egnofa ironia mi^gioranza fopn *1 maeftro Ae(Gb , contato il 
danaro difie: O fé voi avete dati quipdici feudi al Roflelli mio maeftro r 
vuole ogni giuftizia , che a me, che fono fuo fcolare, fé ne diano fola^ 
mente quattórdici: e prefa una delle piaftre , refela al mandato dello ^e«^ 
dalingo« Ora per non lafcìar notizia, che appartenga a queft' opera, che, 
al certo merita luogo fralle migliori del nomro Pittore , non laveremo di 
dire , che efiendofi dal Granduca Ferdinando I L rifoluto di fare un nuo«: 
Yo Spedale per le donne, dalla parte di quello degli uomini, per far sì ^i 
che quello e quefto » e laChiefa tornaftero in un fol ceppo, non pure^ 
per rendere più maravigliofa 5 più<u>moda e più capace la gran Fabbrica^ 
con accreiamento ancora della bella Loggia , e della bella Piazza : fu ad. 
eftb dato principio il d)ip« d'Aprile 1557. ed agli io« di Giugno dell'anna 
fiefib in Domenica, fu con gran (blennità, alla prefenza del Granduca. 
Ferdinando, e de' Seroniflimi Fratelli, da Monfignor Ruberto Strozzi #» 




pronta del Granduca, e arme dello Spedale: ed eflendo finalmente a' 7. 
di Maggio i66qJ terminata la fabbrica, fecefi luogo a ridurre il vecchio 
Spedale ad altro ufo, e a demolire il cavalcavia, che nello ùcffò giorno, 
fu incominciato a mandare a terra . Ora tale fu la ftima, che fu fatta del* 
la figura della Carità dipinta da Giovanni , che con non ordinaria fpe(a 
fu reciia dalla muraglia , fu bene incaflata, e con graq cautela [lortaca nel 
CUoCtro già d«tto deiroflav che è allato alla Chiela di Sant' Egidio a mar 
^eù» , e nel muro laterale eCbriore di d. Chiefa , con gran diligenza aflifla . 
Circa a quefti tempi medefimi, dopo aver dipinu a fréfco, per entri 
U Cortile de'Canigiani da Santa Lucia alle. Rovinate i e perli0{fiozo PfiiA . 

Bi bardi 



/• 



io DecÉnnJldettaPmJédd^tMdilUi^^^ 

bardlm fàem delIaTuft caft Tank' amo; alcubli^ e»à lOiltel jpaii. 
ilo a opera tocco- d^ oro » per adornamento d^on cerM bafo rÌlMiN>» 
ebbe a dipigne^re ne'pedocct diarie volte ile'Cfaioftri della Salicifliiiii Non* 
zi^té, ritn^etcò alla celebre pittura é^Andteadefl Sarco» detyaatMidoB^ 
tia dèi Sacco* i Ritratti di due Gèriertli di ouellà R€tigiiMM[> d^ Strti»' 
eiò^.a dire di Fra Lótterm^p ideila Sofia ,; e « Fra Antoni» Mantìiieci^. 
l>i ^ràfieia ebbe còmtoiffiohe di hi dodici- quadri don favole daHe Meta- 
ihoffoli dj OVidi6 , alle quali diedre egli bello ej fjpedito fifte , pkrcihdsgfi 
nilPànni di por ia mano addoflb al iiiòbité onorario t che glie ne eraltàto 
procheflb ; come quegli» che eflendofi fino allora dilettato di Tpenèero 
quanto guadagnftTa, (enea mai avamare un foldot aveva cominciato % 
dire a*iuói amici: }ò ho avuto un^figlìudei u mi ibn femore dato a 
ored^te eh* c^^fia per^ morire; tua ora ch'io veggo; ^'e* vuoi caoipare » 
bifogna» c1ì4o penii a lafdar|Ii qualcoià» E'Come gli fu promeflb» coilsH 
fb anche mantenuto; perchè è &ma» che egli per oueile pitture avele 
gran quanti ti di d&han. E fu cofa mirabile in qoefto artefice» che egli 
tvefletma fantafia si forte, che in cotto quello» che egli (i poneva a faro 
a olio a frefco» non pareva che egli avelie fatto ftufl; d' alcuna forte i 
^ondofltacofachè , come egli aveva ^ota una cofe » ed una fot volta di- 
^ghata» reftavagK talmente imprefla» che provvifto folamente de' ftioi 
fentafim, portavafi in fui luogo del lavoro» e fenù nulla d'avanti» epe* 
xava franchiffimamente : come particolarmente fece vedere ne' molti chÌA« 
tffc^ri» che fino ne'fuoi princim ebbe a fiirc per Tfifequie della Regina 
di Francia » ndla Chiefa di San t^orenzo» a concorrenza del fuo maemo ^ 
molti dt'qu^li» fino a*nofl:ri tempi, per entro la medefima fi veggono 
appefi. Pianfe intanto a gran lacrime la città di Firenze» \^g\ la motte 
del Grarnduca Cofimo 1 1. di G. M. e fra gli altri funerali apparati» che 
óltre a i foliti della Medicea Baiilica» volleio fargli i particolari cittadini^ 
in ie^o di gratitudine e d'amore» fu quello» e ocHiffimo» detta Compa* 
pagniadbir Arcangelo RafFaelio» detto la Scala ^ A quefto fu chiamato 
Giovanni» non come giovane in ajuto di Matteo Roflelli fuo maeftro} 
sua nella fieflTa riga di lui, d'Ottavio Vannini, di Gifmondo Coocapam» 
d^ Aftafio Fomebuoni» e di quattro de' migliori Statuarj, che operaHèro 
flfllora in Firenze . Fra quefii furon dtftribuitt i lavori di pitture e di fia* 
(uè » I foprtntendenti» anzi quelli» col cui danaro r4>pera tutta dovea 
condurfi» erano il Cav. Agnolo Darfi, Agnolo Galli» Filippo del Nero» 
Filippo Magalotti» Gio: Batìfta Strozzi, Gio: Battila Quaratefi» Luigi 
Bàrtoli» Lorenzo Bonfi»e PieroMartellini: e l'inventore del bel concetto 
dell' Efequie» fu Simon Carlo Rondtnelli. E perchè doveva il tutto rima- 
Aere finito in termine di cinque foli giorni» ^onfidecarono i prudènti 
Gentihiomrni, efler bene dividerfi fra di loro rincumben%a» e pactico* 
larmente vollero , che dovefle ciafchedonio (bllecitarc it iuo artefice » 
Toccò a Giovanni a dipendere da Filippo del Nero » GeAttiuocio^di^ ómI 
Ibavi maniere» che forft ncm ebbe queli* età in Firenaa un altìro tale; 

• B- quivi 



^. ^ __> ■ 



[ aj d" 28« Ftbbrajo i6io< 






1 '^iOVAtim DA S. QlOKàNNl. ai 




SmÉMOiè^bflibifotiiira, i che feglM d'tnipiftfa fi cidofle li rMfct»» 
n è AftfAgrai diiSiofaimi^ BsOi il (Aptra^ cht tn gA ^aflàco il cers» 
fìMMip .^ìttido.iU coceir pemiallA noas'ers di luiincort né pur rw- 
m% #41 chi y«iiuft fl toiledcula t cifai cbe non era più quella ed 
^Jk^ fiQlcMìdtn dilla finefin» che fe akreda Isi non fi domandava» 
^l«veiéblie4lnini quando gli alcci* EcoBifuTOhunencei perchè pofio- 
VI le.flfeiftir «Mi quella hraTy sa» ch'egli giàs'era gnadagnau nel faiv» coiai* 
daft iMd cerinine preCbricto Topcn al fuo fine» e no riportò la oridia lo* 
da. Qoello> cbe toccò a fave a lui» fu una figura» che capprelencava la 
Religione di Santo Stefimo» onmu di diverfi crofiu o kgM di riportate 
«itiorie «ontto la ea& Ottomanna : ed un* altra figura • in cui veniTa efpre& 
& la rtn é pirAnte Vircù: e quella em. in. frawlania d'un* Aiuaszoneé 
che Còlla finlftti -mano iaalMacdava uno feudo ciraondato d* eke » ed in 
mefeft) ufevè una pelmur e colla, daftni teneva una Clava d'Alcide» at^ 
torniact <|0n rafie Miuce. En qudkaleinuiina ooronata d'alloro e d* uti» 
va» é coM^t le (uè fpaUe utia pelfe di leonei che follevavafi alquanto 
dal fho ooilb, per lo violente movimenttf» eh'eUa moftrava di Ceire nel 
calcar col finiftro piede un' Idra i nelle cui fette tette eran figurate le £or<» 
me» del Seif pente» del Becco» dello Sti^uteo, del Lupo» dellfOrfo, dd 
Pavone» e del Gtumeilto: le quali figUKi Giovanni a maraviglia conduC^ 
ft. E non è da tacerti in queito luogo^ come montò li ipe&delle nobili 
Efeqoierftttc in breve ||iro di nMirat ed in cinque foli giorni» a nove^ 
ttntù feudi r e che terminate che elle forano # efreiidofi da i già nominati 
Qetttikloffiiiti gettate le forti» per dtviderfi fra di loro 1 quadri e le fU^ 
tntf quelli del noftro Giovanni tocourono» la figura deila Virtù al Darfi^ 
e qMtia delk Rctt|^one al Magalotti . 

. Fìnd é qoefto tempo , benché avelie il noftro Pittore prefa edk da fi » 
contuttociò non aveva lafciau la ibuòladet^Roffelli » e di tanto o quanto^ 
qniv^iopMwe; ma diceli» che avendo- Mtduto, che le foe pitture fatte alle 
Scali»- e-Alelle fatte a S. Lorenzo, corfore-anpreffo diremo» avean nortato 
H vuntadl tutte l'altre» egli moncifle instai concetto di fé ftefib, che non 
folamente non la frequentai poi più» ma che ad un mandato dello fteflb 
Roflelli. f fedito a vedèf ciò che fuflè di lui» e'i perchè non fi Ufciaflk^ 
più riVedtfe» deflè per rifpofta» di non aver più bifogno del maeftro : à 
v'aggiungono ancora (che io non poffo appena finir di credere) eh* ei di-^ 
efiffe allo fteflb mandato # che non ere oià luogo alni a ftare col Roflelli^ 
mentre onimai era- giunto in gnklo^ neirarte, aie il Roflelli fieflb (ariapo* 
curo venire a ftìtr con (eco : e dicono» che tale fufle il modo » conche Gfo* 
vanni fi licenaiòdal maeftro» dal quale anche poc* anzi era fiato propofto 
a Giulio Parigi» per fiir parte degli fcheletri, per le reali Efequie fatttfi in 
S. Lorenzo, nelle quali pureera^» come fi^pra accenmmmo» a(&i mesi i a 
portato ér agtìf altro artefice • E iè quello fn vero, ficcome dicefi che raC» 




ulta parte» tutta la Cappella de'Calderini in Santa Croce» con luoriede* 
fictldidr Andrea Àpoiolot la quale opera » benché abbia in le alcune parti 

B } aOai 



2z DecemiJlde1laBart:l.ÌelSef.K4aUStò.Bli6io. 

«flai lodevolif cpntuttociò non ^ugne a fegno di poter'eflère molno lo- 
4Jata ; onde eflendo fiata; veduta dopo il 1^40. dalF ficceilente Pittore Pier 
trb da Cortona » diedegli cagione di dire le feguenti ]>aroIe : I0 mi perfug^ 
do. cbe ^uefie pitiure facefe Ghvmnidé S. Ciavémnif in quiliunf^ 0fpum$ 
€i'egii aveva incominciato a cono/cere et ej^e un vaicnt'nomo. Detto dego^Tr 
iimo d' un fuo pari» e bene appropriato al fatto, con cui volle dare a co* 
Qo&ere» che quando altri, in aualfiiia bella Acuità, incomincia a.par^ 
grande a fé fiefib, incomincia alcresl a farfi di fé fieflb minore • Fece poi 
a olio per Lionardo di Lodovico Buonarruoti il |iovane, in una delle 



ghirlande 

to a operare in più luoghi dello Stato . Per Franceico di Giovanni Lu- 
cardefi FaoUknti a S« Cafciano, dipinfe la Cupola d'una f uà Captila nel- 
la Propofitura, oggi Collesiata. A Poggibonii, per Ercole Muzj, colork 
pure a frefco la Cupola deU' Oratorio della Madonna del Piano-' la quale 
opera non eflendo riufcita d'intero gufio del pittore, coiroccaftone del 
tornarfeoe jpoi di Roma» s^ofierfe a mandarla a terra e rifarla: cola , che 
al padrone larebbe pure piaciuu ; ma temendo di fua incoftanaa, nongUet 
concttk , e Topera redo nel moda eh' eUa fu latta da principio • Per quei 
delia V'acclùa dipinfe pure una piccola Cappella a Vico di Vald'Elfa. Per 
lo padrone, che fu della Villa di Santa Margherita a Montici , poileduta 
oggi dagli eredi di Gio:Bacifta Benedetti, dipinfe pure un'altra Cappella, 
In Firenze poi , per lo Senatore Agnolo Niccolira, nella fua ca(a di via 
de' Bardi, dipinfe a frefco una ftanza con iftorie del Vecchio Teftamento > 
Msindò a Montepulciano una fua Tavola a olio , del Martirio di S. Biagio» 
che. fu pofia in una Cappella di Cafa Nardi « 

Era Tanno i<{2i. quando, ftante la morte de] Granduca Cofimo, fe» 

5 Ulta alcuni meli avanti, fu £aicto porre in acconcio un bel palazzo e ^ar* 
ino, fra il Monaftero della Crocetta e la via della Colonna, che dove* 
fervire, ficcome fervi, per abitazione, [a} prima della SercAift. Maria Mad-^ 
dalena. Figliuola del Granduca Ferdinando I. e di Madafna Criftiiia da 
Lorena, e per abitazione ancora delle SerenHTime Principeffe Margherita 
e Anna, forelie dello allora Principe Ferdinando^ ed appreflb della Sere*» 
nilfima Vittoria della Rovere, piccda bambina > deftinata allorarcche 
poi fu Conforte del medefimo^ e Granduchefla di Tofcana, neir edere 
quelle Principe^ confegnate all'affifienza e cura (in aggiunga delle prò-* 
j>rie Corti ) delle Monache di eflb Convento . E già era fiato fabbricato 
si bel corridore , che da quel palazzo porta alla Chiefa della Santiflima 
Konziata, ed anche a fine» che tanto poteflèro le Princlpelfe portarfi ai 
Monafteriot quanto le Monache al Palazzo. Già erano ftati fatti due mlTa** 
via , uno per mezzo d' un arco fopra la ftrada , chiamata d$ quel Monaftero» 

lavia^ 



m 



Kmm 



[a] LaSerenifs. Primpèfa Maria MéMakna 0ntrò inMatuffiirior^ Z^d^AUfgfi^ 

i6%ujn €$è i'aani %q. of9$ morì i:ij. 4i Dicembre 1(33» 



GÌOrANNl DA 'S. GIOVANNI. 13 

It vU Ideila .Craéecta :. e T alerò fotcdmoiéo; quando fu coniklento efféc 
bene r ornare la bella Cap{)ellecca,£ibbricaca in cefta al Giardino^ che do« 
vea Ibrvire cilora alle Principefle medefime^ ed a quelle de voce Madri » di 
falìgiora ricreazione t con picture di qualche facra iftoria, la quale fu or* 
dinaca f come poco appreso diremo» a Giovanni. Ma prima, per cogliee 
eonfuficme al letcoret convìendirct che partiteli le Principelle, furon ie-^ 
vati anche i due paflkvié, con cheti Palazzo comunicava col MonalletOi^ 
oioè quello fopra terra» del mefed'Otcobre itf37. e di quello vedenfi i ù^ 
gnali m due pietre « ove batteva Timpoftatura dell'arco di qua e di là ali» 
Itnula » poco diftanci dalla porta della Chiefa da levante : e *1 focterra» 



f. 



neo fa levato » mediante un muro diviforio • £itto (ervire a corno* 
do e del Convento e del Palazzo. Giovanni dunque avendo intelb» choi 
dovea allegarli la pittura di quella Cappella» dicefi, che fenza nulla £uri 
Capere al aiaeftro» procurafled* averta per fé : e che pure fenza fua fiiputa» 
vi mètteflè mano» e traeflelaa fine; che il Rolfelh faputo. il vero d'un 
tal* atto » che a lui parve di troppa diffidenza » forte fi corrucciaflTe ; ma- 
comecché egli era un uomo di ftraodinaria bontà » non la&iò per quello 
d' andare a vedere la pittum» fatta eh' ella fu ; e veduula » d' ammirarla a- 
{ran fegno ; conciofiiflecofachè ellafufle riufclta cola tale da potere avet^ 
uogo f ralle più degne, opere» che o prima o poi partori0e il pennello di 
quefto artefice . Rapprefentò egli in tronte della Cappella» che da tre htt^ 
è aperta » la Beatillima Vergine nel viaggio d' Egitto ; e difcollandofi dal^ 
modo tenuto quafi da ogni altro pittore» figuroila in atto di fermarfi n^ 
prendere ripofo ad unpoveriflimo albergo alla campagna» efpretTo mirabil*^; 
menie da Giovanni in una mendica cafuoccia nimicale • compolla parta 
d' una icommefla muraglia » e parte d' antico « fdrucito legname. Vedeìi* 
la. Madre Santifiiqia in atto appunto di fcendere dal giuménto, fi tiene ii* 
fuo piccolo bambino Gesù colla deftra mano » mentre il fuo Spofo San 
Qiuieppe» figurato in perfona d' un molto venerando vecchio» le porge . 
il deliro braccio» fui quale aggravandoli» va ella » con ammirabile compo* > 
liaione di perfona» apofare ilpiede fopra un povero defchetto, tenuto 
fermo al iiiolo dalla finifira mano dello ueiTo S.Giufeppe» per quindi poi 
giuogectaterra. PrelTo alla piccola porticella dell'albergo è figurato 
quegu che n' e il ladrone: e quefti con una mano tiene la corda » con. 
cui il giumento è legato » e coir altra ftringe un' arme in afta . In una fac- 
cia della piccola cafa fatta di tutto legno » è una fineftrella» alla quale ap* . 
poggiata una sraziofa femmina veftita in poveri panni» tiene in braccio 
un piccolo figuuolino» e con grazia veraoiente maravigUofa» con allegrez* : 
zae «uriofità infieme» fta guardando i foreftieri giunti all' albergo . In lon* 
tananaa finalmente fece vedere Giovanni un villano» che avendo colto 
un fiifcetto d'erba» moftra. venirtene verfb quella cala • Noi abbiamo vo* 
lut^ defbrjvere quella pittura per appunto ^cola che non intendiamo di 
voler £ire d' ch'altra di iua mano ) parche veramente ella apparifce un 
open molto d^na» e per invenzione e per colorito» e per altre, fue qua- 
litadi» e tanto più in confideraaionet eh', ella fu quafi delle prime cofe» 
conducete Giovanni ancora giovane. Da quella trafle egli tanto credi tot 

B4 ^^^ 



»4 Decènti. n.delUBéùttJ.MS€c.V^M 

éh*M pròfeflToriydf èkti noirfi^tritvi'f ciift'dilm .: McIm finahò I^òmJ 
re » che egli ebtSe a ùtt |Msr pameokuri ; ohi efiepcb ieguito» come fi dJOe » 
il cafo della morte del GxiAOuca Cofimo/ del^Ia quale ocoafione & cekbM 
Iacopo Callot intagliatore in nme^ il pran laa^ftrodi coiitiGaffaNi^io^ 
U^ Filippo Napoletano, e 1* eccellenciffimo Mufiop Fmfeo^akli^ effand» 
rsisafi privi di quelli (Upendtt con cui la liberalifà di quel gma Esiacipo 
era iblìca éi tratccuergtA , cooits^iò ancke Gieiranni a ponoftere h^sgom 
perdita, cheera toccata a.iàik e kiifteilo, dico degli onoiail iìnpicglti , che» 
fii andava tuttavia piovvedende qi^pllT Akeaaa^e jfra quetoeU forte ua^: 

Iiullb,oheglie nediede un ceito Banedetto^Kcciuoli , pittore digrot^efiduv 
iio garzone, rifilivi di portarfi a Roma , per vedere le belle cok idi^^uelU 
Cit^à : e molto più per p^iA^^ìalclie meie in buon tempo, con oento» 
feu^, che contro ogni Tuo fbikpf e coàtr^ ogni fuo genio eiuUrìvfei.^' 
co il mettere inavanaof exoncenMaltri» cheificavi^' averne iirio^ 
Tanto pensò , e tamo pofe .in eflecta; Gionci che furono a Roma i due 
compagni, Censa fiirfi conofcere peir quei che egli erano, né meno per 
pittori, di^ronii a vedere le coft beUeì fenza però lafciar punto la vre^ 
ouenaa dèlie uveffne . E sì fattamente andò la biCbgna, che in breve sirò 
cU Cettimane i cento feudi di Giovanni, che furono i primi a venir tuo» 
la , rimafer finiti» e fecefi luogo alio fpendere i fuoi ai' Picduoli. Ma 
quèfti dicefi, cheawr neceflità, ch'egli a vefle di cornariènea Firenze pe( 



«roi affan, o perchè fi trovafie gii ben foditf4|to di Roma, veduta oj|o« 
dutaairaltrui fpelè, fé ne parti a qucfta volta» lafciamlo Giovanni in Sa. 
to di tanto bifogno^ cbeie volle vivere, gli fu necefiario, per alcuni gior« 
sii, il vendere certe poche giammengoii, ch'egli aveva coli portate per 
ufo di fua perfona . Volle però la fua buona force, eh' ^ti s*abbattefle a 
trovare in Roma FraocefcoFurini, tenutovi da Filippo tuo padre, detm 
Filippo Sciamerone» con aflèffnamemo di iei feudi il meft» periftuditfi^ 
T-arte della piitora: ed eflendo lo fieflb Francefco fiato 'C^imfcepolo df 
Giovanni appreflb il Roflìdii s e per effere quelli un umore non j^uari 
lontano dal Tuo, lece camemta con eflb , vivendo l' uno e T altro in fe 



quel poco d'aflegnamento, fe non guanto fufie talvolta loro fiulcita il 
vendere a' quadrar) qualcofa fatta di mano di Giovanni; ma ciò ièguivo, 
di rado , e per pochi Quattrini, tantoché e' giunfero taloni a cale efirèmo di 
Deceflitàf che fu lor forza il campare la vita di folopane, aggiuntovi il be* 
nefìzio della fonte : ed una volta occorfe quanto io fono ora per dire . Ave* 
vi il noftro Pittore condotta una vaga fiorietta a oliò $ e'I Furino avénc^t* 
in più luoghi cimentata alla vendita , non ne ave vatrovata altra offerta , 
che dì dieci miferabili giulj» prezzo poco fuperiore a «quello ddla femjdi- 
ce tela: ed erane tornato alla povera ftanza con efia, m fulPoce appunto 



del ddinarè . Qò fentko Gtotànni , con ifmanie più ci» ofcfinarìé/ dì(fe 
al Furino, va, « porta il quadro a cui ti fece r offerta de* dieci ììuIIy 
perch'io mi morrei di dolore • fé io avttffi a kfeiare quefto cattivo efemp 
pio di me» d^Aver.pafflna la Oòm^nica^di^ Carnovale («he tale ajq^cmtQ 
era quel ftorao ) fenza mangiar cafticf^ Fu venduto Al qigidro» e fisnza 
puito pehfitfo al domani i neftì fpefi» it titntto in ool» m«ngtative , per 
— : ^ foUazza- 



• t 



GiùVANBl BA S. GIOVANNL %$ 



firi toiU tywl éU -t foleva poi difo il Ftirìifd, d^fio nì^k'^iini. a ehi t 
■B' diede tal notiaia» (he il quadro età rìoicito oofii é beltà, che s^c^ 
aveflè |RM!uco raoeapenate dove ei fi fuflè capkàco, farc^^dèfie «idato t 
I, .|io|ta'per ricooi'pitf la ad ogni pie/ao . Ma perchè 6aahMnfiequcl 
li «hm», a kingo «adare noa peeey» dioico^ oìeeeipe nei alFtoin^ 
ionraiuair^d aUMiiooiicro, non voleva «gii ftiueoiiofeete. ttèifitt'* 
iiHDbcfi>a MelBbno pef ave^ da (ari in pubblio», t'eepb^<id ondi^iM»} 




iin.eec4vqiiadr<. . 

che :vai me diate, une -ce& con deVolorì : ed^ ìé eroMr^^ 1^ albana Cofkiàl 
fiafefiiàdifirediatia invenzione: e av^tafaV meStUt^opptttff: f^oKCbbé 
e^ eppwttM. dscQ pvineìpio 4 lavoro, che 'i padróne veduti compatir: netta 
tele i bei peniien, e i prtnai colpi della docia ,• eh^egl^^cendeva d» fap^ 
•ceftMaire, tatico frencni e ficon, ài addogando qii&AVo>eglt avefle vo» 
loco il giorno, per tratcenerfi a dipignere nelle fuC'^ntet al che rif^eCh 
Giovanni^ che il lafisiafle prima finire- il qoadrò, e peifarebbefi difeorfQ 
del pagaioencoi; il quale anche «gli averebbe' ^'oleflò aik Ctià difcrisiKmev 
Conduié hi |io« più di fei giorni , anidoViadèllaN^^asia^di S.PtetKp*» 
«reflèi ah^ anciUé;, con un gruppo di Ibtditti ,' fSuei di'tanW |iiao.e diel 
buona ^gnieray Che il inMvan.té ^i ebbe -a dfiire ; Giovsinnt imo» voi Aont 
(ècìB, coett dite, perforìa che vadh cercando Tea forcè^» inatti) |ran v*« 
lem* iioeiiò': e per vì«a vedrà dieetn», chi v<^ ficee; nia quantunque' re> 



MCK{«iel'6i«va)iai<(a S.Óiovanoi, che in Fireéee aveva fatta l'opera % 
neiòo «idipiat(«Palla Porta d« S. Fiero Gattolinf;, la quale già aveva piener 
RòdMtdtl «lottie Afe .. Non è poffibtie e dire , con qual^conteato e diflào^ 
flcnibnél dt diina ciò afcolcaflè il qU8draro,il*'qualc.da indt a poi te- 
ne^iélo in 'cs6- occulto, p^r tema di non perd«-lo; ed incanto cavavaM 
ofMMs^ affiti , ohe in Roma ed in Francia fructareogli ^n danari . hbe 
QUsvÈMt&f'ióo^ non molte fettitaanct' innoiatofi-di qoel-'modo dtiVivt. 
réioggéito, àv^do anche meflh-da parte qualche dofoia; prèfà oCJcifiotie 
d* avere! iiMcib. che t» quel tempo appunto il Càrdinidé'Guido Bentivo»* 
gU- fiwikava ad abbeltrrè il fuò Palaeio a MontecaVaffci, qàellò, che fii 
poi «wMà^sarrini , in cui aveva fatto diptgnerea fìefco« Guido Réaì 
il bei> Cirro dell' Aurora ; deliberò di lafciire il quadrerò . per £irli oonot* 
fceie in'Romà per quel di'^egii era: e àtto^nirao a^ iè fteflo^ fi portò dt 
quel Gardiiiaie, edinftaRtembiiterlj^regò, <$he fivolé(TeconteAtflrèièlM 
egh nella pajrtè oppoft» all'opera di Guido potefle dipignere il Orfo detta- 
la Ì9oÓ!6. Sorrife il CurcKnale a quefta domanda , òhe a l^i parve dettai^' 
più kla giovanile «'ditecEa, Cheda prudente conC^Ho-: eguardatoh) dain» 

S»^ alle piante, gli domandò, ^e'fapeva,che quell'opera, ch'egliikitéftA' 
va d'iGConpagnaie » eia di mano di Guido . lo lo fo* diflé Giovanni; 

l'ho 



i 



V ho vedttu, e bon* oiervata/ e dieoi cV éì:^ ttle«qiiftl« è ogn'altni ò|^ 
» 4i quel gran pucore; ma concuttociò io la fujpplico ad allogariiii pev 
POCO cempp qudU parte di luuragUa^.cpn calcina a con un muracore» 
lenza alcuna mercede per la fatica mia> perchèio altro nondefidpro» ote 
d'efTerisiefperiuieptato. i« rifpoAedeì Cardinale furon fémpre le medhM 
iìjBie; ma crebbe can^o 1^. iatpoccunità di GiQvanni* awiilnca a qualche 
|>pono ufiziotch'egli iivcV^ tatto fare per fe ^preflb m iui^ch'eglt alto 
fine il compiacquf ; non Cc^nfsa però j)eruiaderii, che roperadi .Giovanni,' 
:&rta ch'ella fune, fufle per cqrnarfene d'onde ella venne» cioè in polve^ 
se e calcinacci* Allora il Pittore Atto un bene ftuditto cartone, preib 
In fuQ ajuto il Furino, diede principia alla pittura; finì la prima gioma« 
%9f^ nel tempo c^lla quale ^^li riufcito il condurre una figura^ che rap^ 
prefentava la (^un? * Tornatotene acafaegli ed il compagno, e la matti^ 
|ia dipoi tornad|i.iil,lavpro;>i trovarono cV egli aveva (coperte^aflai bsìàU* 
ture , ed era ibrdidapiente ip^i^to , }n quel modp che fuol £ire l'inconaco 
fr^fcamente dipinto i ed ann«^ato coir orina; tantoché Giovanni ebbelo 
a. mandare a |erra » e metterli di nuovo a far la figura* Pafsò il fecondo 
gtprnoie poi il terzo e 'I quarto ed il quinto ancora, e andò fempre la bi- 
iQgfìP^.per lo qiedeiimo ver^Q,. tantoché ufe) la voce per queUa cort», che 
ìI/n|t^Qr,FÌQreiitino non faceva altro che fieire e disfare: il peitebènefii 
fupf^a sputatala nopzb ^1 Cardinale , che avutolo a fé • gli aomandòi ch« 
cpfae^Mndauefa^ndoi. Il quale pf cui cUconfufipne^ raccontaiffgli iltuc«»; 
to^ difle av;iQ^gran dqbbio che la .<»lcina o la pozzolana, fuOTe qodla ^e 
faccine tali (Ira vaganze, ma che aveya già quali trovato il rimedio re or« 
dinò al .Furino il portarli a $• Pietro » e 'T procacciare certa quartticè di de- 
cina, a, ufo. di qufUa della città di Fir^nze^ e della m«ikfima flferv), 
mentre al Carylinale parve berne pei?, quella volta il.dilBmvbre. Mail 




tQ 9 nuUa^e prefodaldegra), il chiamò t diceadc^li aver vedutt fua bnoN 
aa volontà e '1 fuo grand' animo, e tanto baftargli <per allora: dovefòpe* 
rò .metterli a fiudiare, peirchè cpi.fayorq di queUoji; egli gUaugprava pm^ 
fi(;^^r9nde.;Àllpra Giovanni» qvffiigeouAeirp, fupplicòJi iPrelato» cfao 
afvcora per unfalcjra volta e non piUf gli: ^velT^ 'Opnoeduto il oeiterC ad 
QP^re,;; il cj|ie,n/»n fenz^ qualche diiicwltÀ, ottenne: e partitoli, diflb 
af j^yrino: Cecco mio» quello » x:hai mi fìt queljbp bifchenohe» è bene akro 
che pozzolana e calcina: e fattaG condurre in fui palco una maieraflà con 
poco da nutrirli per quella fera , qui inlieme con elfo volle allogffiiire. 
Stav^fene 1'. uno e r altro così allo fcuro , e zitti .cpme, V olio ; quando ve* 
nuta la mezz^ notte, ecc;pti a^pr^fi ^entilaM^hi^eM' porta di quella ftansa» 
ecpin^rire due perifone con ui^';pf(yx>lpj; lunucina ed un bigonciuolo , 
ehtrovi una ceru materia liquida ; e prefa la vìa 4'. una Ical? a piiiolirjche 
portajfa in fui palco^* (alida a bi|onpalfi : e poco oramai mancava loro per 
montarvi fopra, quando Giovanni meilà n^nóa.d t^na fciaboIa,r gridò a4 
alta voce: ecco quei bricconi;, ed insieme col Furino» prefo il capo della 

fcala 



w^ 



\GiorANmBA s. arovANNi . 27 

ibdtt» h rovefi^rono all' indietro # tantoché uno degli aggreflbri, per fa 
.gran caduca t rottafi una cofcia» e l'altro un braccio» abatniti e malconci 
nella perfona » reftarono quivi interra» quaii del tutto tramortiti» mentre 
quei di fopra accomMgnataino i loro lamenti con ìftrani rimproveri è 
arrabbiate parole . Il Furino rimafe anch' egli alquanto sbalordito» né fa-- 
pevache farfi; perchè fiocome quegli » già ftroppiati della perlbna» non 
potevano piùfaiire» così a lui ancora ed a C^iovanni» a cagione della 
lunga fcala» diftefa in terra» era proibitolo fcendere: quando Giovanni 
il confortò con dire: vien qua 9 vien qua» Furino» e tornati con me ft 
diacere in fulla.materafla» perchè quedi oramai fono a^iuftati in modo» 
eh' e' ci potranno af pettate ben bene» infìno a domattma: ed lo non hoi 
le noo per cofa aflai verifimile» che Giovanni » con^ran quiete » il ^efto 
di quella notte fi dorinifie tutto il fuo fonno * Venuti i primi albori del<- 
r altro dV» il muratore e manovale Ce ne vennero al lor lavoro ; e troverò» 
no» che i due fgidmali » ch'eran due jpittori FranzeG » che teneva quelCar* 
dinaie in palazzo a dipignere grotteiche per entro il giardino » fé ne sia» 
oevano ancora in terra mezzi sbalorditi» gridando e piangendo per debo- 
lezza e per dolore ; e (entitane da.Gio vannf e dal Furino la cagione » rimefla 
la fcala al fuo luogo , con efli feguitarono loro faccende . Intanto fu di tutto 
avvifato il Cardinale» che dati gli ordini convenienti intorno a' due flrop^ 
piati » per loro ammenda a fuo tempo » e per loro fovvenimento cantati-^ 
yo nel. prefentaneo accidente » furono efii » con una bella licenza dal fer- 
vizio» mandati a curare in uno fpedalè ; e auel degno Prelato compa« 
tendo molto al noftro Giovanni» l'afficurò» che avendo fcoperto l'aflam- 
naiuento » già più non temeva» che l'opera fua non fufiè per rìuicir tale 
quale egli ing^navafidi condurla. Quale ella poi gli riufcifle» fi cont- 
prenderà dagli applaufi» ch'egli ne riportò da' primi della Romana corte t 
e molto più dal Cardinale detto» che donategli loo. doble di regalo» ùì^ 
chiacttolo {Lio virtuofo » lo volle fempre poi onorare di luogo in fua pro- 
pria carrozza : e fu cagione quell'opera » che molto poi gli toccafle a ope- 
rare in Roma. E primieramente nel luògo » che ftato in antico tempà 
alleggio de'foldati diMifeno» fu poi Monaftero deli' Orfanelle» governate 
dalle Mimache di S« Benedetto » dimnfe per lo Cardinale » Garzia Mellino » 
Vicario d'UrbaiK>VIIL tutta la Tribuna^ in cui rapprefentò la Gloria 
à^ Beati > e fqtto la. cornice» ifiorie de' Santi Martiri » i cui corpi ripofiino 
ia quella Chieda « Nella Madonna de' Monti » a man deftra» dipinfe tutta 
la. Cappella di $v Carlo Borromeo » toltane la tavola » e fece l'ittorìe dèlbr 
vita dieu Santo : e di fopra» per di fuori» la chiamata di S. Pietro e di 
Sant' Andrea ali Apofiolato. Nella Chiefa del Popolo» è fua pittura» 
quanto fi vede. Nella Cappella de' Mellini» è la tavola della medefima » 
e U S^Niccolò da Tofentino a dìo; e finalmente in S. Grìi 



/ 



Xrio in,Tra« 
».»treAr« 

cangf U , Michele. G^bbriello e t^&é[lo^\iAtntn.t^ìiì cracceneva operan- 
daneUacribanade'SantìQuaccrQperloCardioale Mellino; la Sisreniifiinft 
Àrciducheflà Maria Maddalcoa d' Auftrk , Mc^te del defunto Granduca 

Cofimo II..aY«ado QDJidoma.gEtiiiefao k bettiffiaia Fabbrica dell' Im. 

perialc» 



V 



xB Dee0imJJMIà:Pm.Ldeitìtt.P^^ 

enne ftifiBe, fW coriliplntttila Giiili6 Farigi, che n'eraflaco rArthic«n»> 
A wkrfi deE'onendiGiCNPantti'tii cfoile egU ftimva il tm^^Kore di qfiiaiici 
a qud fiempo oipigneflero a fteSm )ond?egli lAi fdbko ehiaii|aca« -ed 19^ 
cettò r in vttot confortato aiìche Jieiafan dallo fiéflb Cardinale MtfAlAo^ 
;Ma ip»xù& di ciò la Tocepor Roina, Goqiinciaconogl'ififidioà etnaltvoli 
«:dftr fuori ualufiacroé cha fiia fubìca (parcitav ahro non era» che vnjgm^ 
teflo^ prefo dal pittore per Aiggur i^ ianp^gno di oiielP opera , alla qotLÌt egli 
non oonoCbefaii faaAanta& di che preia egli « tue apprenfione» die Tenaa 



punt» penlare« e colla faa Cblita ftcititi e difiavoltura» mandò qua ietterà 
di fcula dal già aocettaco lavoro dell' Imperiale : d: che diede l' Acddo^ 
cheflk fègni di giuflo fdegnor e di .volerne fiire rilemiaienti proprf dT uA 
tMtto mancamento» tantoché il povero Giovanni fi trovò in grandi itu 
^t^ie . Ma finalmente avendo fiitto collare dell' infamia» che proctifivftn'é 
ai Inome fuo le calunnie de' maldicenti » quand' egli aveflè abbandonai 
fj^óglL'operg; ne fu daUa clcmenxa di quella gran Signora compatito >« 
potè dar line al tutto ; mafratcanto le pitture dell' Impernia furonoadaU 
ttiallogate. Finitecheegli ebbe r opere per loCardinafeMellino» diedegli 
il medefimo l' elezione» iè egli zvdBb voluto per onorario » oltre aHo fttu 
b|Iiaó pagamento» 100. doble , o pure unXavalierato d'onore; ma Gio- 
vanni con gran nrefteaza por£s la mano al he 100. doble» anaichè la per» 
fona all'onore del Cavaliemto; febbene ncm lafciò il Cardinale» da tt in poi » 
d' onorarlo molto » nel mo4a eh' aveka ftrto il Bentivogli • con dargli tao* 
go in propria carrozza» fra' più degni perfonaggi di Roma» che frequen^ 
temente il corteggiavano . Qui i^rèboe cofa aflài |raziofa: il raccontare» 
quanto Giovanni» uomo per altro tanto a caio e difprezzato di fua per-' 
iona • trovaflefi imbrogliato dai penfi^ro e <kiir accenzione nel raffazzonarli 
ia modo da potere occupare quel kiogo^^fonza vergogna fua e del Cardine*' 
le^ madefideriodi fuggir hRwhezaaL» non mi dà campo dì più dirne. 

Spedito» eh' egli li fodamoktè di Roma» e tornatofénea Firenze^ 
nqn trovandoli per allora mcrfto affaccendato» e perchè egli aveva già da«^ 
to pciiìcipio a patir di podagra» meflefi a fare» per trattenimento, nella 
poapria cala» alcune ikoriette a frefeo fopt a paniera » o vogliamo dire fiuojò 
di vtfudce » le qualipiacquero tanao» e per lanof ita dell- invenzione epe^ 
k Uza^ia» colla quale kivoravale» che ne cavò gran dahari . E non è dt 
araJafciare» come egli obbligato^da quel male» a non ufdre di caftì tene- 
vi ih £Qacompa|aìa Gio: Barifta Foccetti » fratello del eeìebte Bctnardi« 
no: dico quel Gioì Batìfta » die lavorava eccellentemente CrocifilG di le« 
gno» d^l quale altrove abbiamo^ parlato. Quefli pure pativa delld fteflb 
male di Giovanni: ecosl.ftavafi apprefio di lui intagliando le fue figura «^ 
• .ponendo intanto^coneifoia vicenda le mani» ora al pennello» oratUo^ 
lcacpello»edoniae0rtifiardìidi:boeii vino» che pure facevan loro còn«: 
veriazione» a dtfpéttodelld gdtte* Ma guanto (la ti noftro pittoro.sik 

nat ai dite nelle fud folite ftravaganZe? Dironne una» che^ 



eornato di Roma t ai dite nelle fud folite (tra vaganZe? 
mflfermaii per Qualcuno -povelft occorrere circa a qùefti tempi» la eguale 
conciofliacolàcbè non pota raccontare iiwiga accompagnatimi d* im giuAo 

biafimo 



• « «% <.' 



I GiOVAUm JM iSi aWVAITKL . 99 



ImAtaò :fiio:» non è:pAr fuefiof:, bk« iL àda ìiiotà^ nabf o^b molto: déntri* 
h^acc A\&r ben cofipfcoe lo flitfanem e Facuteosn infiemei del cerrello 
di ooftoi . Fu eg4i ricereeto da ima comunità di periboej» ipr mni^tolo 
«enidoibilii di voler pteir Joro dfpignem pnjajfflidtio» in cai veniue rappresi 
liehiitta.la Carata .; ^U acoeccòiì jMiicauppiéaofRRb^ dìMÙ à porre ^ni 
filo ^odìoper fu'colavoJie riuTcifl^ dunofa. JSf àppUcòifl^opef a y^ied o^ 
qvalvolta» ;ehi ne ayjew l'incumbeosai veniva a foUepcarla» fifpoodevt^ 
ebcf flsavm. operando «e che bea pnft^ ;evrd)bek lóro . Anmidau a c^ ìjeUa 
efiniM; fische. accendtnrafi fempro più.' in lox^ il defidecio di pofledeiia^ 
Ftnaljneme fìnko il quadro» e mandato al luogp {liit^ fu » non fenza.gcaa 
baldanza •• fcoperco alla presenza di niolci;: e fi nsovòi che Qìovanniàire^ 
va dipinci neUa fiia tela due Afini , tucci'effacoendaci in gcai:tarfi l' un l'al- 
tro, la rogna .. ▲ tal vifta, non è «da poterfi dire quanto fcalnore» a^can 
fagiane» facèti in quei luogo; tantoché fatte paflarè di ciò le dogliente 
a^i ^Hrcodiide' fuperiori, fu'prowìAo all'indennità degli offeii, corrert 
to ti pittore é ed al quadro fu daoo.ìoogo» eoa ìsboria di cento feudi • 
in oiano del medeficno , appreifG» a perfona d*^co affare \ Ben' è vero» che 
dopo quello fatto nacque in Firenze, nel volerfi parlare di certe caritadi». 
o noce o intéreflate» che fonnofi talvolta daalcqni» il proverbio che dicec 
ella £irà la parità di Giovanni da S« Giovanni . 

Guftava grsndemetue del f uo biszaiiro e capricciofo umore il Gran- 
duca Ferdinando : e coli' occafione del vill^giare eh' e^faceva qualche vol« 
t|a Pratoiino, ve Io faceva venire. Per fuo ordine ebbe a dipignere nel 
ialone di quella Real Villa, un iftoria di Diana . nell'andare o tornare da 
caccia • Nidi' ora poi di fuo divertimento , ammettevalb a piacevole cpn*^ 
verCazione c<^i altri fuoi cortigiani : nel qual tempo , per ifpaflb di quei 
gran Principe» Giovanni diceane delle belle e delle buone. Cn giorno 
em capicaco quivi un fer tale , che io noi nomino per dovuto rifpetco ; 
uno di coloro» che pieni di vanità e d*iambizìone» iubito ch^e'fóno ftatì 
fin tal poco » o ben vifli o ben ricevuti nella corte d' un Grande, dannofi 
a credcEe Tefler diventati T amore» anzi il cucco d'ogni perfona» dalla più 
grande alla più piccola: e vedutolo Giovanni» difie al Granduca: Sere- 
nifllimo, io io quello che Vollra Altezza fogna la notte; e '1 Granduca 
a lui : Se cu fai quello » io ti (limo un grand' uomo . Io lo fo per certo» 
dide Giovanni, s' egli è vero quel che dicono i filofbfi, che quel che fi 
vede ogni di ed ognora, (i fogna poi U notte. Io non venni mai a que- 
lli Corte, o in Firenze o in Villa» ch^io rwm ci vedefli incanta malora 
comparir coftui; ora non è dunque pofitbile» che V. A. polTa fognare al* 
tro che lui. Un' altro dì {lavali egli in quella medeGma converfazione»ÌA* 
torno ad un cerco ori volo a Sole; e fu moflfo difcorfo» di qual.fufle fra 
tutte Ja pia beli' ora del giorno . Altri diflero quella dell'Aurora» altri 
della levata del Sole» altri del Meriggio» ed altri del tramontare, Gio<> 
vanniydopo aver fencico tutti ^ difTe arditamente: Voi potete dire 
quanto voi volete; perchè a. me feinpre è paruto» che la più bell'ora dd 
giorno» fia quella del definir^. ' ^ 

L*anno 



\ 



3^ Deeem^n.de!knrhI?Je!Sec.VM 

di f iefolei la tettata del. Rete ttor io > nella quale nappreftiuò il Signore i 
a cui», dopo la tentazione nel deferto e- llungo digiuno» miniftrano le 
celefti Gerarchie. In qoeft'oDera» oltre ad altre leggerezze» co&inalcoi^ 
fìcevoii colla Sacra Iftoria» aelle quali non intendo di parlare» fsce nella 
fi|^a del Demonio» ciheatt abito di falfo pellegrino» con ali di pipiftreU 
lot piedid' avvoltojo» e coma in tetta» vinto e confufo» (prezzato dasli 
Angeli» ìnottra di foggirfi» il titractoEliYÌFo d' un fervente di quella Ca« 
ia» che nel tempo èhé il ^iuore vi £ trattenne» avevate- malamente trat« 
tato • In quello, che alla pittura appartiene» dico» che fonovi molte parti 
belle: altre poi ftrajpazzate a gran fegno » e fra quefie la figura del Demonio • 
In quefio tempo tu chiamato da Gio: Francefco Grazini» Gentiluomo 
molto ricco r^e di quett^arti amiciflipia» n dipignere a frefco tutto il cor» 
tile della fua bèlla villa di Gaiìclloi ed a lui fteiTo lafciò Tincumbenza di 
penfaré a i concetti della pittura » i quali» ficcome dov^n fervire per or« 
namento d' un palazzo in campagna » tutto accompagnato d' amenitadi^ 
iroUe Giovanni che futtèr tutti piacevoli e fiiceti » anzi » affinchè e' com* 
parifler tali» diede loro in teftimonio buona quantità di vtrC » dafecom* 
pofti a bello ftudio nel più baffo ttiJe» che fapefle gettare la fua penna < 
avvezza per altro a comporre cofe affai lodevoli. Sarebbe poi cola del 
tunò impoflibile il raccontare le bizzarrie» le burle, le ftravaganzè e le 
bilcheiiche , che wa nelle belle converfitzioni^ che tenevanfi bene fpeflb 
dal padrpne della villa » .nel tempo ch'egli operava, ora a i fattori e fer*^ 
venti di quella cafa» e. ora a' villani face vanii» delle quali vive ancora; 
dopofeffanta anni»frefca la memoria; però tacendole » leguiteremo a diro 
alcuna cola delle pitture» le quali troviamo reQaffero finite nel 1630. 
A man « fiAittra » entrando ». dipinfe la favola del Guarino » quando il 
Satiro rimane colle treccie in mano di Corifea. Vedefiil Satiro» nello ftrap* 
ìparfi delle tteccie» caderfi a terra in tal getto e politura, che ben fa vedere 
lua. confufione e difgufto» mentre Corifea firugge : ed in una cartella^ 
che è lotto» fcriffe i feguemi verfi, ne' quali fa parlare il Satiro: 

Ogni cor iarrojjijca 

tApguir queffo nome 

Della fai fa C$rifca . 
i : Eccovi t amanti t 

. e ' Ecca qui t^ auree chiome^ e mi dileggia $ 

) * . l'^^fienderò ben' io con alsr* inganni 

Menit^ella lava i panni • 
-Ed in un baffo rilievo , finto con chiarofcuro» è fatto il Satiro e Mirtillo » 
che fé n' entranonell' antro. Per alludere a quefta fiorietta fece vedere 
nello fpartimento di fopra quattro Ninfe» che lavano i panni» due delle 
quafi maftran volerfi fuggire» nel fopraggiungere che fanno quattro Sati. 
n per rapirle^ V* è un'ovato fopra lapona» ov'è rapprefentato Apollo» 
in atto'di ifedere^ In altro fpazio» che termina, quella facciau» fece lo 
fletto Apollo, che fcortica Marfia» nel quale» in ridicoloia attitudine» hf 
fatto vedere il Satiro» legato per le zampe » pendente per aria da un tronco 
. . .4 non 



»»*••. 



^WVAMmm:S. GiOVÀItm^ r jr 



ium molca Ipncano da^cenra^eve pofa; eolle real rincarando h tefta eU' 
dorib in ilTcoreio : le cofcie ha egli del picco fcoccicai^ej eia osan finiftra 
cien leg^ca con una corda ad un cavicchio in:^cerra ficcp;. La carcella chPi 
^ fo^co» conciene gli apprejTo verfi^^ne'qvali.^/if^ P^^l^i^e • Apoljkirf : Y 

Se mei9 di mrAéfveif$ fiiMjii $n \ }M ; -i.- ^ùi.r'ìt}.} 

i /',< ' Qe a4^r^JMneij$ti4effiinfredar^ . . ». , u — f v i 

. Mif forche mi ffogfi^fif \ .:,t . i. 

£ifam M'i^ lìr/ tuo vile albergo ^ ^ . ^ 

Prr ^irf/^ Spoglio a te di pelle il tergo, . /.i 

Socco qoefta cai carcellav dico nell'iiui^a^àmenco « dipinfe a chiarofcurof 
Mìda, giudice della concefafra ApoUòciMarfia. Ia uno octangolobislun* 
go nell'ordine di fopra» ha dipinco lo (b&b Macfia , che veflicofi de' pan- 
ni di Ennone » valTene alla fua grocca» e da altri faciri, fra' quali uno tie- 
ne alcri panni della Ninfe i è rapito. Rimpecto alla princioal porca/ 
un'alcra ne ril'pon^et che mette nel giardino, fopra la quale e una teda 
di maripp» axui fanno ornamento due belle figure a frefco di Giovanni »- 
la Pirimavjerà e l' Eftate» che eflehdo (bitb fatte dal naturale, eccedono in 
bellezza r altre: fatte dal, pittore in quel luogo: ,e nell'ordine ruperio^re» 
finfe un ragazzo contadinoi colla fua vanga in fpalla, tenuto in mezzo da 
alcune zinganct una delle quali gli fa la ventura, e 1' altra intanto» per 
di dietro, gU cava dalia tafca i qiiàttrpl« Nella principale facciata ha di^ 



ci conche marine: in aria diverfi'Àmoi;ètti/ che vibrapo faetce; e fotto 
leggonfl le leguenti parole : 

, Deb cacciator prendete . 

^^^(/^'^» cbeH mio Aci fpìnfe è Lettp 
Ed io farò ^ cV Amore 

D' altro cV a feguir Jler $ V' accenda il cuore . 
tn un balTo rilievo a chiarofcuro è Polifemo e Galatea che fugge. Nella 
niù alta parte dìpinfe un iTrionfo d'una compagnia di cacciatori < SotcOi 
M fìneftrt fopraccennaCa, finfe una ferrata d' una cantina, alla quale ac- 
co(bmdo£ per di dentro una Fante dovane e di bello afpètto, moftra 
di voler ^gere a chiccheflia, nafcoiamence # un fiafco d'olio: e poi^en^ 
dofi un dito alla bócca, fa cenno al ricevente» che ftiafi zitto. Sopra una 
porta, che conduce alle cucine fotterranee, fece vedere un Maeftro di 
Cappella, in atto d'infepnar cantare a' fuoi fcolari; in luogo del leggio^ 
fopra cui reggefi il gran libro delia mufica » ferve un Caramogio con cer- 
cine e corda a guifa di facchino» e con altri buifonefchi abbigliamenti di. 
perCbna.' C^Iii che cantano a cappella» fotco la battuta del maeftro» £0-» 
no altri ferCaramogi, a'^uali ha lo (ìeiro Maefl;ro di Cappella infiiato. 
con lucchetto, il labbro di fotto; e da quello pende una corda» e collo 
ftringere che fa tutte le corde infieme e tirarle , moftra infegnar loro a far 

re il trillo. £*" molto capricciolEo un altro pei^ero» eh* ci dipinfe poco 

lungi 



\ 



32 DecmUMitnrìJ^^^ 

^ kingl dftU* accennatù di ib^ai bdè^itn gi^iippò di h« giònhi àóiìhé, cKè 
farU^ arrafbbiafie fra éì lerói &nB6 a t cìfipeillu fiiéhtre a quél rumore ac- 
'corre una vecchi«'<ion ifeia; tr«i)iEit% wlk mét^^ in atto di dìvid^rl^. 




ve ip*niip?nti; nel primo • in cur- IJ twe ^*f p«*d di mare, ha finto 
l' Afin d'oro ch^ ragka^ - itghlriifniktb di rèi^v t lino alle deretane parti 
orna^Q de' m^defimi fiori, ;t€^i$ ì» (^i^^ck^ Ath'ik^ che affettuofamen- 
te s* avventa a Pfiche : ed in «1$ «art^Har ch^ k f(in&ì fihge che parli f Afin 

d' prQ in q^cll^ vcrfi ; 

ci* è^rém^'tim mecd in CÉtirar méggitt, 
ÈfcTficbt 9' Cupide 
Net giudicar H} farejir barbogt^ 
Rtmehirenlà gtià he* Caramogi . ' 

Nel? ifiSbafamento è fihta in baffo rilievo da uni patte Pfichè ^ eh* con 
lucerna in mano, ciiriofa 4 potta a viedere Amòre che dò^me: ef dalraN 
tra è P Afin d* oro. N^lla fuperior parte vedeC un viandante acaVaUo» 
che £nf<» ai'reftato da una fouadFa di fanciulle m^gS^^ruoIe , che dopo aver 
cantato I in atti affai gracion,, imp^dffCoticK il partire, prima d'aver da-' 
t^^ loro la mancia/ Nello ipariot' che termina colla log^a, è Olimpia 

{>iangencè f per efTere fiata lalciata da Birreno: ed è figura bdlillima , fótta 
a quale l*ggonfi i feguenti verfi: • , / • / 

' cùfh acf^-h e dtftoì * 

^" ' ' yn perfido V ir réni t tkàladttiò • '' 

Sola mi lafcìò in htto, • . ^ '• 

Per andare à ftgtUVWpifck it/ maro . 
A* quali y^jrff volendo àllliai!rè, «cpottìe/àrieo^a alla • favola, buffonefca- 
mente al jfuo fpiito^ rapprefentò il ^ttòi^e una ftrada civile , in fuir an- 
gola, della quale vedenappeio uncartéflb, di quelli che hanno in fe U 
pròi.bizrpne di far bruttura in fimili vie V i^effp al quale , dopo aver pò- 
• ftfiiHh tèrra una fua fporta pierii di frtfrtè, icct)ffà(l un villahoper orina- 
rjf ; é méntre eh* e' fi fta in fitnìlé fàécehda /dompàrifcé h ftmiglia del 
Bargello^ e uno de' birri abbtàhtata ài contadino fa fdrra de' calzoni, lo 
fa prigione. Nello fpazio di mezzo fi,nalmehté, che forfè riufci di pcg- 
gior gujfto. Giovanni finfe una marina, ed in arh fece vedere la Pittura 
fopra nuvole. Dalla deltra parte avvi un'Amoretto > che regge un» tavo- 
la, ov' ella di pigne: da fin idra è un altro limile in atto di difegnare: e 
dietro un altro Amorino che macina i colori , mentre il quarto moftra 
d'ammirare il bd parto del pennello deiriftcfla Pittura. Ncfuquefto 
concetto di Giovanni ( ch^'è I* ultimo ih quel cortile) men fortunato 
dè]^li altri, ncir accompagnatura de' i\iói, a bello (hidio compófli , fdoc- 
chiffimì Verfi; anzi fulbpratutri gli altri ptìvileglato, mentre nella Parte 
che gli fta fotto, leggonìì ifegdenti , più fciocchi degli altri: e quel che 
è più» avendo Yohto , che in effi parli Irmedefima Pittura: 

• ^ Mojiro 



GlùVANNì DA S. GJOVANNL ^^ 

M»8r$ in ^itejh fieeitté 

0/impia iiJ^atM* 

AjMft t PJMe lieiit 

S GébUié tré lieti, 

li Satiro htrlatt» 

E Marfià fiortieatts 
B le fterie dipinte fit *l S fepré* 
A eejh fatte, e poi tra quefie iit efr§* 

Coti piaefne gi attore 
Per fin utitare* 

S^éie è Poeta ancora; 
Peri ai ba delle baiee getti fmra, ^ ^ ^ 
Ma giacché abbiam fiitta menzione dell' opere a freuo ntte da Giovili- 
ni per la villa del Grazzini , diremo ancora > come nella medefima con« 
fervafi una Tua pittura a olio: ed è la canto riGiputa burla, fótta dal Pio* 
▼ano Arlotto a quei cacciatori , che avevangli lafciati in ferbo i loro le- 
vrieri: pittura veramente belliffima, e che ha in fé un efpreffionedi con- 
cetto tanto naturale * che più non può dirli : e non Tappiamo, che altri 
prima di lui , fi metteflb a rappreientare in pittura le facezie del Pio* 
vano: con che diede occafione a l^daflar Volterrano, di fòr poco'do|>9 
ì belliffimi quadri che fece , rapprefentanti tali materie, come fral/e noti* 
»e di lui faremo vedere . Diciamo finalmente, che la burla dipinta, co- 
me fopra , da Giovanni, fu colorita in Roma, e dicefi appofta per lo Car- 
dinale Barberino; ma a cagione di non fb quale incontro , ch'ebbe il pit- 
tore col Cardinale fteflb, egli fé la portò in Firenze, ed al Grazzini no 
léce un dono. Reftò terminata l'opera del Grazzini, come accennammo 
di fbpra, Tanno itfjo. nel qual tempo, alto incendio di guerra, con pe- 
fie e fame, arfe quelle parti della Lombardia, che bene fon note; ma la 
crudele careftia e '1 male contagiofo invafero ancora altre molte città 
dell'Italia: ed era già mezzo il mefe d* Agofto dello fteflb anno, quando 
la pelle , che pure aflai da vicino alla noftra città avea fatto fentire fuo 
orrendo {ìetore, non perciò eravi penetrata : cola, che feguì poi dopo bre- 
vi giorni, e fecevi grandi ftragi: e volle la buona fortuna del noftro Pie 
tore, che in fui bel principio, o poco avanti la gran dilatazione di tal 
malore, CofimoBargeUinljgentiluomOyamiciflifflo dell' arti noftre , quan- 
to d' ogni altro cavallerefoo ornamento , deliberafle di far dipipnere « 
frefco circa a venti lunette delia loggia della Santiflima Vergine di Mon- 
fommano, Chiefa cosi detta per efler fituata alte radici dell' antichifiiino 
caftelio di quello nome, nella Valle di Nievole, territorio di Piftoja. 
Or quello, avendo fatto capo a Giovanni, conduflèlo a Montevetturini , 
altro antico caftelio in quella parte, ove ilBargellini poflèdeva molta difua 
ricchezza. Quivi dipinfe alcune cofe a frefco; poi applicatou all' opera 
delle lunette, neMe quali rapprefentò più grazie e miracoli , operati da Dio 
per mezzo dell' Immagine di Maria Vergine , che in quella Chiela fi con- 
ferva, diede loro fine con lode. Da quel luogo chiamato appofta, fi por- 
tò a Piftoja; e per quei della ftmiglia de' Rofpigliofi (Upinfe in u^ Ipc 



* /- - k 



14 Deatm,U.dM'f^f^VdetSecJ/,ìhit4tA,iiii6io. 

m 

Palazzo, una Cappella, ove i«p|»r«ftnf6 f»cti di ^Suita Caterina Vergi- 
ne e Marcire : e dicefi , che nella medisi&auk rkrafib al y ivo tutte le perfo» 
ne di quella cafa . Con tale occafioM fu ricctvvt^^ki, cafa propria da Ja- 
topo Jacopi nobil Fiorentino, al lortl^v^t^w per )9 Serenimi 
duca in quella Città : e per lui dipinCeriqolti fcefcbi^ con diverfi capricci 
di fuo gufto tbpra paniere, o vogliaaip diré ftuoje di vetrice, ficcome 
aveva ui'ato di fare in Firen^ft^ Q>i| andò giovarmi fiiov di Patria confu- 
mando quel tempo, n«i qvdjk «tU eia dalla peftileaze fcurte travagliata. 
Tornato finalmente , ebbe a di|iifM»re» neìia QaufQra per le Monache 
d'Aanalena, tutto il Coro* con iftpfi« di Maria Vergine : e perchè eragU 
pervenuto air orecchio ciò che fu decta.nel|ie0ipQehr egli operava, cioè , 
che avendo avuto a dipignoM^ioi luog/^ ^icciiUp r ad |^m intendente dei» 
l^tfcer» àvrebti'egU fimn debbio operato s ino4a foo^ o per «MV^^^^^t 
coTì^ iOrepez^o; qrotndo a' ebbe e venire elf onmnrio» non yoUf ogl> KU^i 
domandw cófa tleonet finchi ooo fu fua ojpora ricono&iiiie da cbi y^^ 
aci dare ficwo gìndisio dr fee bo»tè* 'é che mto»aiH:lie fi«onc«9«òd'ei& 
Cere a ge&i di quelle Madri rkoe^^enfato . Fo foi chìeotato 9I MaaafU^ 
É» dclte Conveniaei, dove ccdeA a fiefi^e pivi il^ie daU^ Vita da &« Agp^ 
fttno. (^imdrfiittó endere dal S«ieidffiiooC<rdffiak»Gi5r ^ìo aUia^Jw 
Vilia di Menoaiooef ^ ogg^ deli MUnslie^ CodrlkHt^ vi dipiafe due (p^f 
di volce.econcorrera» d-atcrei dipioKvi daJP^ikìaiio; aia piii^a dpr daf 
principio aB' opera, diflèglt il Friiwipe: Giovanni^ noi vi met^'wnf» a4 
operare in loogfo, ove hadipiaicf l'Albano; però iogeg;nac«vt di |a|ei 
onore . B Giovanna a ìm : Sere^iifliiiio , fé e FirensQ non fa V Albano» e^, 
ci fai abaeno del Mofeadello bMoivo . Io ma sfoi?zc9Òf e ie ^' non eu ri^fisi^ 
id reflua qudb, alraeiki pfocliireyòd*ie(!er quefto» . 

: ^ .Venuto V aiiaoi^Jj:):. il Padre Don Diaa^anae Rofli, Abafe de' Mok 
mò VaUombao&ni in Santa Trinila, voUe fa^ dioignere, di.^àcte iftok* 
lie^ tette te lunette del Refettofio terreno di quel MoiAafl:ero : ed affina 
che a i Monaci, ndFatto di dare col cibo riftoro ^1 corpo, non mancaf-* 
frcò oggetti atti a onio vere in loro devoti penfieri ir appropriati e <}eeW 
Vnìotìc necef&ria alla coniervazione della vita^ detereviiiòi che in ciatcho-» 
duna delle aiedefime lunette fuflèro r^ipprefemati fatti del Signor noftro 
Gesù Crifto. Fu chiamato a tal'opera i^ noftro Giovanni» il quale pri<* 
mieramente fece nello fpaaiio di meno della volta la Baata Vergine, in 
etto d'andarfene al Cielo: fecela vedere fedente fopraune nuvola r fo« 
fienuta da tre vaghiffiim Angeletti, il tutto vìfto di fottoin fu, opera 
belliiTima, che vedutah il celebre pittore Ciro Ferri, ebbe a dire, di non 
avere oflervata figura, eheCcortalie ai bene (guanto quella. Delle molte 
Junette , Ìblo quattro ne diptiife , a cagione di non e(fer riuscito a^ Mona-* 
ci averlo per tempo %i lungo. Vedeft in una, rioftro Signoa G^auCrifto 
% nenfa in cafa di Mart9 e Maddalena, dopo la refurreaione di LaasKM» 
H quale pure vedefi a tavola collo ftefio abiti», con cui etcì dal fepelcro» 
V' k fa Maddalena genufleiià evanci il Signore , mentre la (ónìHot ve mi- 
nitlrando. L'altre figure, ebe veggoofi iiv quella eavok , furon fatte per 

sipprefentaM alcuni fafiÌei|.vemKi a vedete Laxaeio; a fot(oè notato i| 

luogo 



GIOVANNI DA S.GIOVANNL || 

iMge dì Cén Gìotohiiì ìI XIL Hmptafnr ^fia» témmm, fii m léwm^ 
rmm ^kki^em . B quatta 9ffn fiece.fim r Abaco Don hYWttdo Nt«coluiit 
•liondt V«iloabro(k» ^Generai» dell'Ordino. 13 «n'alerà, clie torr 
fit fiwM il piilpico » è il Sàgnore » clbi> càì^e da i>erd «J it Sammari cant . In 
altri è lo oWTo St|0Ofe» pure in cafa di Mane e Maddalena « e queAa fk^ 
dente a- Ami piedi» mentre la Sorella par che fi dol^ con eflb » di non 
effi^r da ideila afiNata nel poepanae U co& nei^flarie alla menfa: e r' Ib 
notato il luogo di Santo Luca al X. Opthnampmnem ilegit fièi M^ié t &c^ 
In altra finalmente 9 dipinfe Criflo noftro Signore dofMi la Refurresione» 
die fi abbaffit per arrolbve fopra la braci il pefiaa; e redoG fopra un fiiflo 
«n pane, ed in lontananza la pescagione 4egli Apolloli; e v'è notato il 
luogo di S. Giovanni al XXI. Videtcam ànma$ fyk^s^ & pìfctm fnfirfù^ 
JhMm^{yp§mm. Né gran £u(» fu «che a' Monaci T aver Gio ranni al propcio 
ftnrìgto, f^r maggior tsoipo di quello afahiaBio dotto di fopra» non riUT 
fciflé^'conciofttdboofachè, nonfob gltabbondaflerp Tocfiafipi^i per la citia| 
ma luffe tuttavia foliecitato d' andare a far opere fuori t e mentre fapevau 
in Roma » eh* e' fi tratte^ieve in Firenae , non era nìai » per ca$à dire , fectì«^ 
jnana^ ehe di là non gli aiugneflero lettere piene di tafi inipvlfi; e *i Car^ 
dinaie Spada, piùd^ogn^altro, ilringevaio a porcarfi colà . per dipigaergli 
il Salone del fuo Palazzo , giufta la proroefia àk facta|jiteiie da lui peff 
mezzo di Belifìirìo Guerrini; e già ne aveva urti i di^gni; ma perchè 
non mai fi i/enne all' ultimo del partire di Fireoae » la promefià rimafo 
lènza affetcp; e fegoita poi la morte di Giovanni*, dicefi, che da Giovan** 
ni Grafia fuo figliuolo h^er donati tutti i detti difegni alja gloiiofa me* 
morìa di Leopoldo, poi Cardinale di Tofcana. 

Circaa quefti tnedefimi tempi, per Agnol Galli nofiro ricco GentiloQ* 
mo , dìpinfe a frefco nella fua cafa di Firenze # uno fpaztodi volta d' una ca«» 
mera, ove rapprefentò la figura di Pftche , efisipra alcune porte della fala aU 
cuni putti, cheriufcironoopera^beliiflima. Chiaaiato dal Marchefe Gab^ 
brielloRiecardi nei fuo Cafinodi Valfonda , colorì jpure a £refco in una volta 
a mezza feala , una beli' arme , in veduta di foeto in n , in al bello fcorto , cho 
né più nò meglio, in quel genere , fi può vedere. Dopo t«ete quelle cofe^ 
incominciò Giovanni ad efièr forte travagliato dalb gotta 1 e cosi fpeflb» 
che convenivagliquafi il più del tempo fiarfene in cafa- e perchè foleva eH» 
ière il fuo operare per lo più fnori della medefima , òoy^ ammano arnma*» 
no occorrevagli dipignere a frefco # egli incominciò a trovarfi bene fpeflo 
del tutto oziofo, o con poco da fare. Ma perchè il fuo cervello, cho 
non mai lafctava di raggirarfi intorno a<:oiè bizzarre, e per lo più appar-^ 
tenenti a materie fatinche e mordaci , eifendofi dato alla lettura de' Rag-t 
guagli di Parnafo di Trajano Boccalini^ che non molto avanti eran com* 
parli alla luce, s'incapriccl s\ fattamente di que;l modo di comporre, cho 
difapplicando quafi affatto dal dipignere, diedefi a comporre anch' efio 
in quello fiiie Un libro , in cui, con affili ingegno^ invenzioni ù% ma 
indifcretiffime, motteggiò e fchemì a mal modo tutti, i profelTori deUuo 
femp^,- e cos'i col guac^gnarfi che fifcé jcon sa filtro lavorio t gli appéaufli 
dtf più imprudenti od inditeti uomini ^ fi piecMciò e^utooio. sì graik 

C a ^ numero 



1 6 Decekn, U, della Fart, t delSéc. V.daii6i oM 1 610. 

Aumero di nemid, che nòaen imt onmai chi |Mte0e'c<m boon OMfe 
fencir pronunziare il fuo nome. Aveva fempre la cafa piena di quei talii 
che dove fi beva p sì ciarli, e fenza alcun nrpecto. altri fi dileggi» ufano 
di confumare Tore migliori del giorno. Con cale con verrasione delizianr 
dofiegli» dato a otta otta di mano al fuo libro » leggevano loro quand' una e 
qnand' un' altra parte: e con effi a vicenda faoevavi quella parafrafi i che 
• derifione de* fuggetti in eflb nominati, tornava .meglio in acconcio, 
A quello libro» come diremo a fuo luogo» fu, dopo la morte di lui» data 
quella fine, che meritava un tal fuo prefo affumo; onde poche delle in* 
venzioni ivi contenute fi)n rimale nella memoria de' vecchj , che ùg%\ vi-: 
irono I e noi ne fappiamo alcune; ma perchè il raccontarle col nominare 
coloro, fopra i quali elle furon fatte » farebbe cola indegna i ed il portarle 
lènza tale notizia , fnerverebbe i per altro iogegnofi concetti \ farà parte 
noftra il tacerle affatto; qualcheduna però accennandone di quelle, che 
Donate con tale nominatone » non poflbno offendere ; e fenza la mede- 
urna, contuttociò non lafciano di fervire ad uno innocente trattenimen- 
to del Lettore, ed alla notizia del modo» eh* e' tenne Giovanni in quet 
foo capricciofo componimento • Ed incominciando, diremo» come ave*^ 
va in quel tempo un nofeo pittore, per altro di buona pratica in difegno» 
dipinte alcune lunette con «ftorie della Vita d'un Santo, in un chioftro 
di noftri ReUgiofi : e nel colorirle erafi portato sì male , che tutta la città 
ne gridava. Finfe dunque Giovanni, che un cerco Marmalo, detto il 
Gradino, che facea fua bottega di medicar tele, e vendere ogni forta di 
colore in Bor^o San Lorenzo» comparifle ungiamo in Parnafo» e da* 
vanti ad Apollo ponefle un calorofo richiamo contro quel pittore» per 
-«vere egli, ficcome ci diflfe, levati da fua bottega tutti i colori, de* quali 
crafi poi fervito per condurre le pitture del chioftro , e negavagllene il 
pagamento. La povertà deirinftante, e la premura, con che e' portò le 
proprie ragioni contro il pittore , fece si che Apollo fubito faceflelo coni* 

Eanre alla propria prefenza, per dar conto di ie. Comparfo il pittore, e 
ittofi il confronto de' litiganti , il Graffino, con parole aflai tervorole » 
zeplicò fue iflanze; ma il pittore conftantemente negò d* aver mai ricevu* 
to da lui colori di forte alcuna: e poi con gran Iena, voltatoli ad Apollo» 
eos) parlò Sire, (guanto è vero, che le bugie han corte le sambe! 11 eie- 
io, eh' è amico di verità, ha fatto sì, che queft' uomo fi fia imbrogliato 
adire, che i colorì, che fon ferviti a me per dipignere le lunette del 
chioftro, io abbia prefi da fua bottega: e così non le ne accorgendo, a me 
ha apena la ftrada per una giufta difi^fa . Poi voltofi al Marmajo , gli do- 
mandò» che forta di colori diceva egli d' avei^li dati a credenza Pel 
Marftajo a lui: Voi molto ben lo fapete; io vi diedi terra roda, cinabro» 
minio» orpimento, lacca, terra gialla, tèrra verde e nera. Or ringrazia- 
to fia il cielo, diflè il pittore: io fo inftanza, o Sire, che fi mandi a ri^* 
eonofcere il mio lavoro: e fi vedrà, che io non adoprai in eflb giammai 
altro colore, ch^^ brace, calcinaccio» e mattonpefto. Subito di commif* 
fioTO di quel (òvrano furono eletti i periti per riconolcere T opera, come 
ti pittore aveva chiefto: i quali portatifiai luogo i e riconofciato il tutto-. 



.* « • » 



GlOrjNm DÀ 5. GìÙVÀNNh |f 

tìfaìeoiKitqttdkaMftà^ eIie.leipkHntiiDftrM»iiojd«vi4«n}l»* 4ÌIMMI 
dSm Aatt mia con tloro^ che omi quella forco di eolocU (^e U piccQH 
•VM« dccio,. cioè eoa brace, cakanaccHii o mattoo pafto i onte actefi 
aale deooixiOM » fa tt povoro Mar majo caodannaco nelle rpef«: # od U pifiit 
core eibloco # f$iitis.. Voile anche Giovarmi dertdore il proprio Ahi 
fliaeflro MAeao Roffalli: e prefene P ocoafione dell* avere oflervato» dM 
egli fu Ibltfo d' ornare » qoafi femore, la gamba eU piede di f«e ^use^ 
con carri calari traferarì; che pero finfe» ohe efiò Matteo awiainandidt 
aUa veccàiàja, temendo di non dover condnrii, a cagione della medefi^ 
ma» in iftato di non poter così fitcifanente e tanto bene man^giara ^ 
pennello» rioonreflèadf Apollo» e domandaflegli q[iialche impilo» input 
urna eppHeaaìonee fatica non fi riehiadefle: e ohe parendo ad Apollo 

Jlioda la dimanda »^ fobito ordini^» che al RoflblU rafie dato T t]^Ua 
e'caiceitl» il quale e^ di buona voglia aecetcafle» per einerlo poi fem^ 
pre Am alia morte; e ohe per fiiro di finale àameanaia buono fpaccip^ 
ufiiflc di provvederne oant fua figura • Erari un altm nofiro buon pittov 
re » che tra altfo fue abniadi, aveva quella del rapprefentare maravi^iov 
fiunente in pittura i drappi d^oro: e come <|oegli» die ben conolceva ia 
quefta parte fuo talento» ere iblito reftire dt quegli e femmine e mafcfai» 
ch'ei rapprafencava ne' fuoi quadri. Finfe dunque Giovennì» che al me-i 
defimo tuiSeda un certo poeta ordinato un gran quadro» per adornarne une 
ifiiaflanEa«a Ptmafos che dipinto che fu il ooadro» il pittore ne feoeflo 
nn niotda» e ben l^ato e coperto l' inviane al padrone; ma nell'en^ 

tee» fuflè fermato da' gabellieri il pormtore» per fentir dà hu 




parce aei quaaro» ov'era un de' tonti amppi d'oro» rappreienuto ai oe^ 
ne» che i gabellieri credetterlo vero : e menolo in frodo» fubito corfe chi 
lo portava » e chiamare il fattore: il ^uale comparvo» e aparta ia pran tct 
la» difl'e» ch'ella non conteneva altrimenti in fé pezze di drappi d'oro^ 
come tntn dati a credere i gabellieri» ma %ure dipinte . Di tutto fa 
avvifiico Apollo» il quale volle» che fi elaminafile il depofto del pktore; o 
filtro ben neonofcere il quadro da' periti, fent)» che veramente q^od drap*» 
pi» benché. pare(iÌMO veci» orano finti; ma doverti ciò non oftaiace coaf»* 
dannare il pittore nella pena del frodo, per avere egli detto» che il quadro 
conteneva m fé figure» quando veramenfe altro non vedeafi in efiò le ncm 
fiintoeci . Per un* altra Umile cenfura» eh' egli inventò contr^un altro pftt« 
core, conchidente in fi^nze » che le figuM fue non eran di carne, ma di 
Tetro, fu Giovanni per capitarne male» fé non che il fuo fpirito binofo 
ne io caf8ipò,ooiò fu : perchè eflendo il cenfurato uomo piuttdfto da urCi 
che da dire» trovatolo un giorno per iftrada, e fu lung'Arno, dopo averlo 




al latore: oc giaccne voi volete sar 4 
poiché egli è tanco^ ordir che n'findaflimo prima-a definarei.((d è puro 

Ci ancbo 



jSt Deutttt. Il della Part.l detSecV. dati 6 io. ai 1 620. 



'/ 



anche dovere» che avendo io l' intonaco d' lin mio lavoro» cke fi fécói» 
che voi mi diate tempo di poterlo finire. Or raggrefibrè» che dopo 
aver dato fuora il fuo veleno» ogn' altra rifpofta afpettavaO» che quella # 
mezzo tentato a ridere» con poco altro più dire lo lafciò» ^It cofa fini 
in parole. Ebbe anche luogo fra' burlati da coftui» Ottavio Vannini, 
in quefto modo. Finfe Giovanni eflèr venuta notizia di Parnafo» come 
efla Ottavio fu& (lato un giorno vtfitato da certi pittori» acquali avreb» 
be egli pure voluto. &r cortefia d'un poco di rinfrefco; ma eiIendoftatQ 
colto air improvvifo» jpoc' altro aveva melTo loro in tavola» che un bel 
pezzo dimagro di bue treddo» avanzatoli aldefinare della mattina: e cli^ 
a quello avventaronii i pittori, come a vivanda loro condicevole» e di 
tanto lor gufto ; la qual c<^a veduta dal Vanmno » per defio di dar loro 

J»ù neii^ umore, tolto di tavola quanto era rimaib di. quella carne» ri- 
nvia in padella , e tornò a porla loro dinanzi; e che tanto baftò per far 
Af che i pittori di/ubito.abbandonaiftro il mangiare, con dice» piacer lo* 
ro le cofe come vengono alia prima cottura » e non rifritte ; con che ave* 
va voluto moftrar Giovanni il poco concetto» eh' egli aveva degli altri 
pittori: e che il tanto ritoccare» che faceva il Vannino 1' opere fue » le 
peggiorava non poco. Fin qu) il concetto di Giovanni^, ma è da fàperfit 
che effendo ciò venuto air orecchio del Vannino, con tutta flemma ftet- 
tefi quieto, e poi rifpofe; Veramente ha facto bene Giovanni a metterfi 
sn quell'ultimo a comporre alia Boccalina» perchè cos\ farà egli in ogni 
€o& fimile a fé fteflb» mentre vede ogni uom' eh' ha ingegner ch'egli da 
qualche temoo in qua anche h:i cominciato a dipignere alla Boccalina : e 
volle dire, cae Giovanni aveva cominGiaco ad ufar quel modo di diviene* 
le» di cui fervofìfi coloro, che a Montelupo ed altrove dipingono i doc« 
caK; onde fece apparir femprepiù vero il proverbio» che dice; Chi 
ia fa l'afpetti. E quello è quanto eie paruco poter notare intorno a 
quanto è venuto a noftra cognizione di quello libro, tacendo ogni altra 
cofa, che per diverfi titoli dee tacerfi , 

Era l'anno 1635. quando Baldaflarre Francefchini Volterrano, fiato 
difcepolo del Roflelli» giovane di ventiquattro anni in circa , innamorato 
dell'arte» quanto altri mai, coli' occafione dell'avvicinarfi il tempo» che 
doveanficelebrare le Reali Nozze del Sereniffimo Granduca Ferdinando II* 
colla SerenifTima Principefla d'Urbino» Vittoria della Rovere, avea per 
ordine di quel Serenìflimo il noflro Giovanni dato principio a dipi* 
gnere il Salone terreno del Palazzo de* Fitti » avendo e(tò Baldaflarre in 
grande ftima il di lui modo di colorire a frelco, fecelo pregare da amici 
dhe volefle dargli luogo in quel lavoro» acciocché potefle quella bella ma* 
niera apprendere : e ne fu iubito compiaciuto da Giovanni» il quale fra 
1* altre cofe» per ornamento della volta» di che appreflò faremo mena^io- 
ne» fecegli dipignere in una cantonata fopra.un cimiero» alcuni fpea« 
xiacchi. Ma non furono appena paflati i cinque mefi» da che égli inco- 
minciò a valerfi di lui , e nella Sala e nella Tavola del Parigi in & Felice » 
di che a fuo luogo (iamo per ragionare, che vedendo i progrefli. del gio* 
vane troppo più oltre avanzarfi» di quello di' egli per avventura erafi 

imma- 



, GW VANNI DÀ S, G 1 OVA NNI . 59 

immt|nitto» temeodò di noi) diventigli fecóndo» fé lo tolTe d'aceomog; 
e andò la cola nella fegaence maniera . Era in quel tempo Giovanni for« 




pier portarfi al luogo del lavoro» ove Baldaflarre co' muratori l'attendeva i 
tantoché &cendofi l/ora tarda, andò il Volterrano a cafa Giovanni» o 
fentita fua impotenza » gli difle : Signor Giovanni » giacché io la vedo ift 
quello grado» s'ella fi compiace» per oggi tirerò avanti io medefimo» per« 
die rintonaco non può più afyettare» e converrebbe levarlo via: e noa 
tema» die operando fopra i fuoi difegni» io fia per far cofa» che non 
abbia a riuCcire di fua fodiafazione. Furono, quelle parole a Giovanni* 
una ferita nel più vivo del cuore; onde fatta gran furza a fé fteflb» pica 
di fdegno contro il Volterrano » fecefi portare a Palazzo : con gran fatici^ 
e dolore , montò fui palco» colle fue proprie mani buttò a terra l'into^ 
meo: ed a Baldaflare diede una bella licenza dal fuo fervizio • £ anche è 



da laperfi » che pochi mefi avanti trovandofi Giulio Parigi » Architetto^deL 
Granduca» flato maeftro del noftrò pittore d' Architettura e Prof petti va ^ 
d'aver già data fine all' ornato d' un Altare d' una fua Cappella ndla Chie<% 
fa di San Felice in Piazza, per lo concetto» eh' egli aveva di lui» volle»* 
che di mano fua fufle dipinta a frefco la Tavola; e ben diede a cono-» 
icere il pittore in quel lavoro» quanto gli premefle il dar gufto'al Parigi» 
avendo condotta un opera veramente beiliffima» e fu» quando San Felice 
fpreme in bocca a San Maffimino ( che vedefi giacere quivi tramortito, 
fopra le nevi) il miracolofo grappolo dell'uva: ed è da notarfi» che fo«- 
pra la figura d' un' Angelo» che tiene una vite venuta dal cielo» lavoròi 
alquanto il Volterrano^ ficcome noi fentimmo da lui medefimo. Vedefi 
oggi quefta bella pittura» tanto ben confervata» quanto fé pur ora fufiè^ 
ftata colorita , Ma ^empo è oramai di dar notizia delle pitture della Regia 
Sala terrena di Palazzo» fopra accennata » la quale» e per la propria flrut* 
tura» e per la nobiltà del concetto» che elefle Giovanni» per adornarla, 
di fuo lavoro» merita, che fé ne faccia particolar menzione da ogni pen» 
na. 
volta 

ognuna delle facciate» per lunghezza» pofa fopra due pedu 
intero» e fopra uno nelle due per Jarehezza. Ha due gran fineftre rifpon«-» 
denti infulla piazza» nell'ordine dell'altre inginocchiate del Palazzo : ed 
evvi anche una fineftra nel mezzo più alta delie due. Ha quattro porte , 
una che viene dal ricetto terreno» contiguo alla gran loggia del cortile : 
due che conducono alle regie camere terrene da due lati ; ed una finale 
mente » che vien daUa loggia fegreta di quello appartamento . Doveafi 
dunque ella dipignere tutta» da imoafommo» con iftorie alludenti a' gran 
£itti di quello» che nel fecolo del 1400. fu l'eroe maffimo dell' Auguftiffi* 
ma Cala de' Medici» dico di Lorenzo di Piero de' Medici il Magnifico. 
E' vi fu a tar effetto chiamato Giovanni ; mentre a Francefco Rondinelli» 
nobile ed èruditlflimo Gentiluomo » Bibliotecario defGranduca i fu 'dau 

C 4 l'i«- 



VbÈomknm di pealam tdm v^«MMefit»ffer MficBHn. itfanò^ 
pwefi da Gdanem^ come qiMgii » che flwlio yMflKCiMfi del tei 
^»» cmoko tacKe fom piMigicwii'i di ùm^tuàuiom^ nifiaeni 
etnei» die ttiievaiwdd aoetÌGO« per ia^wi Ikìiim de* ImooS tte&t » 
ohe encbe» ifep^ «noe aHMUidenm> lo «Mia delle feicuae, jaerderidl 
dde^w^^oMi ratetmiefiDMBitaoD; Ibrcefidoifii o»l iLaoecfinoili» oi» 
dovondD cgK cenducee > fiooome eonduflie ^ dà tueiD faAo^ «m eà 
^nd' #pèm odi feonetto, «Mm dorefife fididi ^1' ii«egao foo tadlie it 
oonceeMi o «m ttk oocufiooe camomci^ i|oeii€o iuorop a oò ama 



feuGMo^j^^taMofiaiMpieo^ aad 

■rinmto la teUa tika^ eìteiiol Granduca dot^rfi^per ^gnt oaodo hTcnr di 



eneo él peftfioio «I pinoae» poottAando# cter«cfiìaioguftoildi'Aleèan 
SeM faioMe ^iaaaCben coro o per tua» appagato s le (enaa pie daed^ 
dol «loAiD jpiaoae fttiACÌpio «ir opera ^el éq^aonae modo. £ aacocnio»* 
eìandò « -defcrineda idalia paà jmA parte della >oolaa^ per pocctrci oocGa 
il fuBwoiH dioiaaao: che oppanfamo ae* pa^ed^ •adioaauaeme ficoate.» 
le «pyMGCta ScagioQi finte d' oro» con thie de' kir msA éati 4i otaoDo^ o 
fiacio4e aaadctioieibiioalccinìpiiaic CeAiofkt ^nti di àuposo .^ laciafishe-» 
donadeUe doe iiaodc » por iolongo» opparffceflui elevo. padiicoao» ore^ve^ 
defiam eaaCM, nel^iaate di bafiMiliom fimo alpnat ipmcu ck§ MIaodo 
lbh a ioa oo^'4c ^li'taii de'niadcfiaiì pedaicd » ^foiio due wn aodi . Sopra o^ 
Sae^Sloiie écm figurate piooole fioriettedi bafl'orilievo^ ilnie di tecmao» ia 
«ne» cioè ÌA«odla eoe è dall* Inverno • vedtfi Boto Re do* Ventai; immo 
di ibaodiaie ji^i «kit Veoai^ per -etifer quegli <sbe doaahia meda Scagiaiìe^ 
Ibpra la tecione delia Pctmavera Ibno alari pMti^ ohe ibfaeraaiio ooa 
fioris fo^ u State Ibao akime Kmfe donaanti; e l'opra T Aoniiiiìo im 
M4o di finir] • Nel bel meuD delle vokiceUe» cliefonnanoi due pe« 
éo eci di aezao<ddle due parti longke » fimo dico» dalk parte del- 
k platOB , ibpra la imeftra olta , la figura dello Notte • pure di finto bafib- 
ri)icvo4i hmMo: ed ia quella che gli è rimpetto* la figura deliSiorno. 
19e^ 4U%9oli della fiila» ve^oafi i TtoEd fopracoennaci^ e Xonovi ako» 
ni cimieri^ 4da^4|oa}i fi partono allori» palme, ulivi «e pennacchi: e pò- 
ftiM i^ioiori .ft>pm una delle palb deiranoe Medicea» rcua da una Sire» 
3M' . 'Smovi omme certi putti, che reggono la Reale Corona, per la qua* 
IfepaffimO'le paloe^ gli allori ed almi che detto abtnarao? le quali tutte 
cbie, couie «ogmm vede» fidano encomio e qualificauo le varie e nobiliifi- 
ne virtù de'grandi di quefta Ca£i . Negli fpigoìi di mezoo a' due peduc* 
ci delle parti luMhe» fono due tondi, ove di hafibrilievo di finto bron- 
co » fon figurate la Notte e '1 Giorno. • Cola è quefla tanto bella e cosà 
bene adattata a' fuoi pofii» aggiuntovi V efiere il tutto riooaaaeiite lu- 
meggialo d'oro» che potrebbe per te Aeffit, quando non mai ahro , te- 
iere, p« un nobUiffimo adornamenao^dla fala • Termina finalmenaecutco 
quatto primo ornato del lenimento della voltata in ;un liei tecraaoina ba^ 
lariftrato* ^e fiDriana il grande fpaaio'iiel mezao ideila medefima» da i lata 
dcil quale» per Innghean^ Ibao due flnriette colorite » ^ù parncokr^ 

nec 



VIùVAdfm "DA S. GIOVA NNL 41 

neate alhideiici tfi* ReaI(f«Mte . Imma él figari oviit» Giovanni fin* 
fé Anoca.dhe condiice ft Lione ( itt «ut vienlguato il fojxHo fioren*» 
tifx> ) t Afe d9bq«io a Matte , fiiito éff poeti k> Dio éi à km ammelii 
od ki quello rien fignificata ia feai ferfima dì fierdioando . Métl'alcraddài 
inalerò kto » è flora in MaeAà » in abito reale» ootle |ilinlb dell' AarnOt 
eiie le i^argono Ibpra fiorì e j^rtande : e Tedevif il Dio ftne» ia eoi 
aooo il Mondo figwafi , che 4ta in atto d'aoNOiiOfe le l^eUene di f iMAfla» 
Nei grande fpazio di mezzo» ha il pictore facce vedetele Parclie» le4iio 
che filano lo dame di noftra vita» e l^aMaaa ilaia » per 4i«ioftrare ftia ve« 
iocicà nel portaifi a icciderlo. & ^[oefta in atoo di cagliaf con eflo anche 
un albero di quercia, Arme detla SerooiUtfoa Cafa delia Rovere» menerò 
cerei vaghi Ai^ofecti Ae pcendono alcuni nonoftcM < ne^^uali volle darò 
a còfioioera Giovanni » eflere fòlamente la SetenilBiM S^fa riaaafa. di 
quella ^nrt Fioùglia) ef[iì portano ad iimeAiM ed uno (eodo d'tfmev 
aooomodato in pollo fubtime» eva^^uetta della SeMAÌfffifàa Caia Medi«^ 
ci» tenuta in crono 4a Veneie Dea itogli amofi. V^èandie Giunone^ 
detta da* Latini Prm$0ki, da' Greci Gsmtlis, ovvero Dea delie Nobm, 
e Regina delf Aria : e quella vedefi in ateo di coiuendace il tutto . A car» 
pò a Venere fono le tre Grazie» folite corteggio di queMa Dea» figomo 
igoude con iiVolaazante 4Eek>{ e tutte m veduta di fotaa in fiiv-fopr» ««« 
vofe 9 danno villa di (e eqa) ^at^raìe» di'4 piopifio una maravi^ta^ «A 
oltre al bello e ouriofo 4f«dere, clie hiMo le mvole ftcH^» la cui e(be«^' 
buca per di iocto, pemmmdo V apertura del graodd fpaMO o afendatOf 
ohe dir vogliamo , pare ffhe occupi il vano^dalla Ala medefima» £ioondo 
ncTodi delT canato e del fintò eerrani no ^Ènm Ibetcimenc o 4i cnbcaiia^ 
turale e Vera, onde fèmbi-ano ^reggerli in €t Aefie» 4iMaa eoocarno' donno 
pane . Fiftfft il pittore pofaie la voke fopra- alcuni pikÉrom di beliiffiao 
acchicetcura ir nei fedo de^quali apparifcono i «MMraftgliofi^finei'baffirilieva 
dimanao» de* quali parlare moepprdlb. Ma «tea fa 4i aneMeri» chofi 
attmirino4e quattro colonne» cSk^egli-pure liftCeiiétteoaACOtiace deUa fafai« 
Ma e^i , a forze di fcurì e di lumi» cavata da ^Uno efondato un rifidto di 
tutto rilievo, cioè a dire daM^ arsolo e canto vivo »<he fanno le quattro 
■Mra <lie foratiano la fala> una colonna toitda per ciafciiedua canto. « 
talmente tonda» che finattanto eh' ella non fi tocchi eotta mano» lampao 
apparifce di tutto rilievo. &i<oooeia dofctiyere le petaure 4elle lunec» 
te, delle pani laterali, e delle teilate d<tlai«la« Metta prima lunetta (b« 
pra la porta, che vien dalla foggia legreta » incoaninoia 11 fuo nobile pen« 
fiero, per alludere alle glorie dd gran Loiasnuo i V<dafi4l Tempo » che in 
atto di federe fopra la medefima porta» va di^kifendo col Cuo fiero dea» 
te, e colli mano va laceran^do buona quantità 41 libri » chegU porgono 
diTerfi fatki, mentre aicri làttri, armati di fadi ocèefe» aMftrano inviai^ 
alla roha di Parnaib» che vien rapprefenmto tieHa lunetta di mee^; ed 
uno fi dima per raccogliere alcune carte dal Tempo ftmeciote. Traili 
fcritti lacerati dal Tempo»- cade fra quei'Citirt uno Kraccio d* un IHiro^ové 
è notato nAPM^IòOT imi OTEIKfiN» ehe vale adite^9iraMOÌif délb 
I!jj6#; ed una Satirefla alza certe corone i in fogno di baklaazofa vtttM'ia. 

Sul 



. ^ 



42 Decenti. IL delia Pari. hdelS(t.V.dali6to.ali6io. 

Sul piano medeiiQio, ove Cede il Tempore dopole fue fpalle, vedefi reciik 
ilal bufto la teda d* un coloflo di bronzo , che è il ritratto del gran Ma- 
cedone. Nella più alta parte^ Maometto, che con un piede foimt un De* 
monio, figurato in una arpìa, ftringendo colla deftra una fcimitarra, mo* 
fira di correre a gran paifi alia diftruzione delle virtù: e fopra quello è ufi 
ultra arpia, che feguitahdolo, tiene in mano un libro aperto, ove è rcrit*^ 
€o Algoran: e nel bafamentodi quefta prima lunetta è una cartella colla 
leguente infcrizione : 

V 0eree vief9pta Demonio alato 

Corte Maooaetto, e V a-udel traodo bs in mano: 

£ di granitica orribilmenìe infano 

^Minaccia Europa , e V del beSemmia e ' / fato . 
Segue la lunetta di mezzo: e qui veggonfi in mediocre diftanza i Satiri» 
^hegii pervenuti al Parnalb, ne sbarcano e fcofcendono gli allori *. altri 
colla forza del braccio, altri con accetta, altri legandogli intorno al mezzo 
con funi, e tirando : ed altri finalment&neir aggrapparli che fanno fopra 
imedeiìmi, per iftrapparne anche gli (frumenti muficali, che vi pendevano 
appefi. Altri fatiti veggonfi poi, i quali con falli e verghe ne fcaccianoda 
una parte i Poeti, mentre l'Arpie dall'altra Parte con faci accelè ne mettono 
in, fuga le Male» Vedefi dalla parte del tergo un Filofofo caduto a fede* 
re » e^ colle roani fi foAiene • Ariftotile jper terra con altri filofoli e poeti , 
che moftran fuggire verfo una porta, figurata per una della città di Fi- 
renze, per rcfugiarfi appreflb al Magninco Lorenzo» vero Mecenate de' 
Letterati. Fra quedi è labelliflima figura d'Omero laureato , il quale, per 
efler cieco, fé ne va come ufiando col piede, e coli' una e coir altra ma- 
no» e moftra inirodurfi il primo di tutti nella città . E^ anche fra loro 
S4^o poetelTa: e quella apparilce firagellata da una Furia vecchia^ dietro 
4 cui è Dante in abito rodo t in ifconcia maniera rotolato dal Monte 
Paoiafo. Dalla parte deftra di quella ftoria, è il belliflimo cavallo Pega» 
(eq, che moftra force nitrire, per vederfi afiàlito dall' Arpie, che fono in 
atto di divorarlo col dente in varie parti del corpo . Dietro a Pegafo è 
«ria fonte finu di bron;co, alla diftruzione della quale s* avventa un Sati* 
ro; ed io aria fon vaghi Amoretti, in atto di fuggirfene. Nel bafamento 
leggpnfi quefti verfi : . ; 

Le Am/èp il Pegafeo , Dirceo Ippocrene^ 

Ludibrio sì di barbaro Tiranno, 

Comr* all'empio furor fcbermo non anno , 

E Jfbn di fere alberghi Argo e Micene . 
Dopo quefta ha il pittore nella terza lunetta, in quella parte di fpazioch' è 
fopra la porta, che dicemmo venire dil ricetto, fatta vedere accanto alla 
figura della Munificenza, una bellilfima femmina, che è la Tofcana, che 
ha dappreOb il fuo Lione , Arme della città di Firenze , con cornucopie 
efimili: e quefta porge la mano alla Virtù, figurata in altra bella donna, 
la quale moftra ^ che avendo avuta l' intefa da Pallade, che quivi fi vede 
in aria , di dover ricovrarfi in eftà città , addita alla Tofcana gran quan- 
tità di letterati, dolenti e raminghi per lo mondo :^ e quella a lei infegna 

ove 



GIOVANNI DA S: GIOVANNI. 43 

•ve tnttienfi il Magnifico Locenzo . Fra gli afliicrifiimi lectetad » fatti ro» 
dere dalia Virtù aUa Tofcana» fa curiofa moftradi fé Empedocle Filofofo 
e Poeta, che in atto di federe, amaramente piange la perdita delle l>elle 
opere fue: una delie quali ha fatta vedere il pittore qaafi del tutto lace-^ 
ra e (tracciata, leggendo vili folamente il titolo EMIIEAOKAEOTS TA IIEpl 
APXflN » cioè t dire: JUiri dc^principii dette co/e . V infcrizione» eh* èibtta 
a quefta iftoriaȏ la feguence: 

Z)* un genere/o etee la fame e H gride , 

Cari fon t eatre angnfie e mare e terra • 
^Virtà^ che fi najconde efule ^ erra% 

Chiama in Etruria a farfi eterne ihnìdo • 
I belliflimi fimi pilaftri, che dividono l' una dall'altra lunetta, foncofa. 
di maraviglia; ma aflai più i quattro tanto rinomati baffirilievi, finti d^ 
bianco marmo, che nel bel mezzo de*medefimi pilaftri pare che fiano in-* 
caftrati; i quali, acciocché appariflero veramente di rilievo, furondipin* 
ti da Giovanni in un moda, non più , dacché incominciarono a maneg^ 
giarii 1 pennelli, fovvenuco ad alcun pittore: e con tale fuo nuovo mo* 
do, fecegli comparir tanto veri , che non è chi poflà accertarfi del*^ 
Teflere eglino veramente dipinti, fé non che il teftimonio della ma- 
no: e poco ne mancò, che il Paffignano fteflb, chiamato a vedec 
quell'opera finita» non defie.di piglio ad ima canna, che era allora ca- 
lualmente in quella ftanza, per chiarirfi, col cocco della medefima, fé gli* 




primieramente 
foriiievo, accomodandoli a'fuoi lumi, con tutta quella maeftria, eh* è 

{propria d' un uomo grande in queft' arte: e poi avendo oflTervato, che 
òpra i veri baflirilievi, bene fpelTo cadendo la polvere , ella fi ferma fo- 
pra le lor parti fuperiori, ov'elle fon più atte a riceverla e confervarla » 
egli imitando queAo naturale e molto folito accidente , fecegli vedere poi» 
veroll, dando alla fìnta polvere un color tanto vero, che non è facue a 
concepire a chi non gli vede: e fra quefto, e fra gli fcuri gagliardi dati 
dal pittore ne fottofquadri, ed il lume vivo , che vien loro quafi di fotto 
in lu dalle fìneftre, formali in efii un compofto di fimiglianze al vero tan- 
to maravtgliofo I che è forza ad ogni occhio, non informato di tale arti- 
ficiofo lavoro, il rimanere i ngannato . E ciò tégue tanto maggiormente ne* 
due, che fono dalla parte delle medefime fineftre, i quali ricevono* il 
lume per reflefib dalla parte contraria , che certo fono i più maravigliofi. 
Ed è tradizione , molto accettata f ra' profeflbri , che uno di quelli coforifle 
Giovanni in tanto tempo folamente , quanto confumò il Granduca una 
mattina neJl' ordinario fuodefinare. Ecerto,xhe fé Giovanni non avei& 
facto altro mai,- che fcoprire agli artefici una ^ bella novità, meriterebbe* 
egli di rimanere nella memoria d'ognuno, per un grand' uomo. Quì*ter« 
minano l' opere della fala dipinte di mano di Giovanni . E noi a fine di 

fer . 



£>] Simone Pignoni ^ fiato df ce poto dello fiejfoPaJpgnano 



wmmmmmmmmmm 



n 



44. Decetm Al Malati. Idèi Set. V.déltSioMìeio. 

fior.conòfcère nd il ^Am l^teticiite doll'kifeRao fao/él finirò IbnAu 
mento foprt fiMiffiatenidisfecie^ ^^'^ umbro nell' àccominisnarle co* 
fttoi poetici pOìficri» tblmiB ponfiuo eflcr bene prona di procedere avan« 
tì> il porre inqnefto luogo» in forma di noce» alcune refleflioni fatte de 
Airi fbpra i medefimi» che fon le fwuenci. Primieramente ha egli introN 
dotte le Parche filanti , damanti a uiunone Pronuba ed a Venwe^ forfè 
ricordevole dell' genciliflimo Poeta Latino Ocullo $ che nel fuo Poemet» 
to fopra le nozze di Peleoe.Tetide» imroduoe le medefime Earche fìlan« 
do e cantando infieme » per augurio, di feliciffima vita a' novelli Spofi , 
Non fenza grande avvenenza ha Àteo divorare al Tempo i libri derJet* 
cerati; offendo notilfime le ptfdite » che per fua cagione ha £itte di que- 
gli la Letteratura: ed il ftrgli porgere al dente del medefimo per mano 
Qtì Satiri » fu > perchè in efli volte intendere i popoli barbari» e gu uomini 
de'^^fecoli (alvatichi ed ignoranti. Con molto giudizio ha £itto vedere 
Maometto! e. fopra un uemonio in forma d' Arpia» perchè la ma^ior 
perdita de' libri antichi s* è fotta dall' Imperio de' Turchi in qua : e ve n' è 
evidente riprova» fapendofìi che Fosio P^riarcadi Coftantinopoli» che 
ficdA circa al novecento» fece un libro intitolato Uhreriét dove notò tutti 



f libri ch'egli avea letti» de* quali» molti non fon venuti a' nofiri giorni» 
ed anche ve^ikfi » che i Turchi non iftimano altro» che VAk^rMOi in 
queOo divertì da i Sacacini o Arabi» i quali» tuttoché Maoaaettani» oltre 
a q^la degli ftudj di lor falfii Religione» attendevano air altra letteratura : 
e V' è di più » che efleado ne' tempi del Magnifico Lorenzo de' Medici 
fcguitadi firefcó la prefa diCo(kntinopoU, tutti i Letterati Greci» infie* 
me edle lettere loro e co'1ìIm:ì» rifiigiarono» come in ficuro afilo» in fe« 
ao a Firenze » fotto la protezione di quel gran Mecenate delle lettere. 
Sonra '1 concetto di far Satire femmine » fi noti 9 come nella Libreria 



di San Lorenzo in un Libro fcritto a penna » Cemento delle Satire di 
Giovcnide. di Domizio Calderino Veronale » dedicato al medefimo Lo- 
TMam de^ Medici » fi trova nel fironteiphdo wì ywgo baccanale di Satiri e 
Satire » Icherzanti fra loro colle palle dell'Arme della Cafii Medicea . Une 



ibmigiiante bizzarria venne in capo a quell'antico pittore » come fi leggo 
mmo Luciano io uno de' fuoi faoetiflimi Dialoghi» che f>er ufcire dew 
lirida bauuta dagli akri pittori» fece un Centauro femmina: il che per 
avventura diede materia ne moderni tempi di farfi da' pittori fimili Cen* 
tlurefiè : ed ewene mi arazzo nella Guardarcèa del Sereniamo Grandu- 
ca » Atto ndpaflàto feooio» nei modo chft detto abbiamo « Dante ha egli- 
v^fttto di roflo» efiendo eofit nota» ch'egli nfiedè de' Priori della già fte« 
pubblica Fiorentina* Voile figurare» che (teerofufleil primo fra' lette* 
ati a entrare nella porta di Firenze; forfè alludendo ali* eflère fiatai* ope* 
n fim le prime fra ^i Autori Greci» che in quei tempi appunto» che fi 
era trovata la ikmpa» fiicoRo ftampate in Firenze** il che Ugni 9 fé altri- 
noi fa{>efre» per opem ed a fpefe di duenobiliffimi Gemiliaomini» Nerli 
ed Acciainoli: ed evvene l' attefiato in uno.eien^arefiaaipato incarta* 
pecora , che vedefi nella Libreria di San Lorenzo . Finalmente profon« 
do» a mio parerà» fu il c o ncett o di Gìovaanij nel xa ppr efe n tar e £mpe« 

docle 



\Ql(miNm DA S: GlOf^ANNL 45 

4ocIe FiloCpffo 6 Poeta, litdTo della città d' Annencot oggi detta Ger^ 
genti in Sicilia, in ateo, di piangere la perdita de? tuoi libri, che fii vede«^ 
re quivi guadi edìsiàttt»* perchè Verità fu ed è,. che quelli non fi trova- 
no, fé non in pezzi» citati da Ariftotile e da altri filc^ofi: la quale ve* 
rità ièppe il pittore fare efprimere chiaramente al fuo pennello , in quel 
libro (tracciato, ove altro non fi fcorge, che ia prima intitolazione, ed 
il redo lacero in modo, che quafi nuUa vi fi difttngoe. Or qui farebbe» 
luogo a raccontare alcune delie ftrane bizzarrie^ ulcite dal cervello di 
Giovanni , in varie occafioni., mentre esli conduceva quefli' c^erà ; ma; 
per interrompere il filo della prefente deterizione , e moko più (icrchè ciò» 
non permette la ferietà del prefente racconto, convien tacerle, per ri* 
fervarle a luogo più proprio* Diremo dunque, che doveva egli medeii-% 
mo anche dipìgnere tutto il rimanente della &la , e già aveva dato princLj 
pio alle due lunette, che feguono d<^o le fue tre fopra defcritte, iegtkK 
tendo fuo bel concetto intorno a i fatti del Magnifico Lorenzo; quando» 
per la cagione che a fuo luogo diremo, egli fu colto dalla morte; onde 
fu di meftiero il raccomandarne ii reitance a tre altri pittori, che furono.' 
Ottavio Vannini, Franceico Furini, e Francefco Montelatici, detta 
Cecco bravo, a cui toccarono le due lunette, che feguono dopoquellet 
di Giovanni, e da lui cominciate. Mail Montelatici, come uomo,ehedi 
gran lunga più prefumea di fé fteiTo, di quel, che veramente le proprie 
abilitadi permettere gli poteano , mandato a terra il fattovi da Giovanni » 
volle il tutto condurre a fuo intero capriccio: e fu ciò, che pur ora fia- 
mo per raccontare ; perchè non ottante » che delle pitture £ittevi da^' 
tre Ibprannominaci maeftri fia per parlarfi nelle Notizie della Vita di 
ciafchedun di loro , intendiamo di replicarle qui , affinchè al noftro 




, . . opere 

modi artifiziofi e prefianti infieme , provaronfi i fuoi malevoli ( de' quali 
colpa di fua mordace lingua , egli . 4' era pi^ocacciaci in gran nutnero) 
V perfuadere al Granduca, non eflèr bene, che quella nobiliflima fbnze 
fufle dipinta di più maniere : ne efler quella di Giovanni di tanto pregio^ 
che non potefle francare il conto e la ^efa, il farla buttare a terra, e ad 
altro pittore di maggior grido dar Y incumbenza di tutto il lavoro infietAe; 
come fé l'opere di Giovanni, le più belle eh' e' facefie mai, non fi fufler 
già guadagnata T ammirazipne d" ogni intendente) e come fé quegli ap» 
paflionati uomini avefier già ottenuto daHa morte un ben lungo iàlvocon* 
dotto per quel nuovo pittore,., a cui dqyeafii fecondo loco, qeeU'operA 
allogare, acciò non maipiù dovefle fegui're un tal difordine, di non tarla: 
condurre da un folo pennello. E tanta fu appreifo al Grai^uca loro im* 
portunità, che alla fine, per torfegli d'attorno, con qualche ben fbnda<« 
ta ragione, egli fece chiamare a fé Jacopo da Empoli > il. più vecchio» 
e forfe^ il più fondato in di&gno,. eh' avefle allora la città, ed in tal gui- 
fa parlò. Jacopo, io v' ho fatto venir qu) , per fentire voftro narere, ìa*^ 
quanto io &}i\Q ora per dirvi v e ^Qza più condu|felo in quella ftanza; 

, fccegli 



ì 



4^ Deitm.lUéllà¥èrt21. ìMSeiKWm a^^/ i ^20. ' 

iiaeegli ineden io pidsn 1 <li in^cmth IqiiMiàfiKiiU» , è dkdegU t«m^ 
a jpeiiftf e« rii^OM LTfia^lìitllan^^iM^dò in «ni oochlaca fetmi^ 
toil do9ìiMXQnc9V^odia(kWji^ $«renìÌ8Ì8io. io noAhobU 

iogno di cwipo ft riifOndere » e qiiiAo è il «io Murera . Dict VoOra AW 
ttasa» che chi bitrima Eacda. Dtfic alton ipìii fipientUiuno PnincipOis 
Jwopo^ io v' ho bello « inteib ^ audace , perdiè tamo batterà per le aie 
deliberazioni.! e "reflaxido intatte le* beile opere di GwvmnAi , fubko fu Um- 
so al cJuainarfi i ^ nopunaci altri tretmaéfiri^ jier dar line alfe pitture 
della lala^ le quali ^om fiaa0f)erdeferifircres e^itiierat^ ci a fanno 
iiedere ie 41K iunetae^ dipinte da Cecco Br^ro niella tetata di focto. Nelin 
pcima baegli rapprefemato (a feconda dei poetico concèctodi Giovtnni 9 
iiocoa» fbiQsro. anche gli altri due pittori ) il Magnifico Lorenzo In abi«^ 
co coffe (qiieMo appunto, che ufa^alìdi veftire in que'fnoi tfinpi dalGon-^ 
£dopiere« allora prima dignità dello Stato Fierencìno) d'aitanti al quale 
fi rappoefemano la Virtù eia Fama, che cocidueono Apoflo Colie Mufer 
col aorceggio dell'altre V^ircù, dal medefimo Apollo chiamate dal cielo} 
meotce Lorenzot in atto cortefe e benigno , ftende la deftra mano , per dar 
loro adito a & fteilb ed al proprio patrocinio: e nel bafamemo leggonfi 
iH^puenci verfi; 

EJ ec€0 aWomira del pia vago lanr^ , 

CVthbt f Ihere le Gangeticbe onde% 

Lieta ricovra 9 e deUa facra ftonie 

Adomo il erin . pia che di geimna e iauro . 
Nella feconda , è lo ftefie Loreneo in piedi ì in tale attitudine» che pare»' 
ciie lo rappnefeati negli atti difuo prudente magnanimo governo* V* è- 
una vaga femmina, figurata per U Italia, che fi Cpoglia gli abiti guerrieri ,- 
iftMtre dal cielo fé ne viene la Pace» per coronarla d'una bella ghirl^n* 
da d' ulivo . Vedefi la figura della Prudenza > \\ carro di Marte nel fao 
Cielo, ed in lontananza fi fcorge chiufo il Tempio di Giano : e nella più 
bafia parte h quella infcrizione : : * 

DifrmdewzM t fardi^^^nvaga ef empio t 

Lava la/^da a Afyrìf^, t F empia face 

Sfegne d t^htto • e per lai f aurea face 

Setra di Giano il farmidabìt Tempio , 
Nel primo degli tre iQmsj» dalla banda delle fìneftre » dipin{è Ottavio Van« 
ninilaFede,che a LoMnzo-addita il cielo, onde un nggto di luce fi fpic- 
ca: ed 4M Angelo, cK'è-quIviap^reflo, tiene il libro della Sacra Scrittura;. 
ed in aria fono AngelettivoleAftiv che* tengono ininano Regie ed Imperiali 
corone e tkre 9 alkidentl alla gloriofii fua Fofteritià; e i^el bafamento è 

fjriteo; , 

Sacre ufoti inalzò con regia mano > 

Qmndifiil erin di due' Regine r Gigli' 

Fiorir di Senna^ e quai nipoti e figii 

Regnar ^rkfifìifiàf ^mo e in Vaticano. 
In altro foazio è Loi'èhzd, che^ fopra nobil fedfa, nel fuo Cafino da San , 
Adarco, è-btrcoUdató de igeaki "numero^ di gióvani , tenutivi a fbe fpefe 

air 



• .Nt 



gi9V4 am- iW, .1..' G.iAf^4mh :. w 






tU'«6qnUb f)fli^ UU' «riAé «Ici}m; dcv ^ml^ . t^^igcm^ in ai«iK» modelli di 
xilieva.. «Itddi: ^bbricW*. tiitn fùa^e e oifegQi ». rat ittre il ^vttistto 
MK:l)^LpSa^j»l,$i^on^rruoti,i^ 8Uo.Q«flb liOtiftì^ vedere to; fu» >l>dlUt«» 

. ^ , '. . «Afr^ff ♦•rf^" s^mmrér mw e Jnfrm^,» 
* - • Jt'ffCoU vicini ed ai nmoii i 

Ili aJci^<) ip^io ni^la»^i9c f«f« vedere la, bella. F]U»r»« cock «n putto t^preC? 
to^ «4 (9^'ioi^ di frugai;» 6qti . Acciatft/ki^^é^^ h ftittf» d<:M4 Fra» 
denz4: OjelU ffip^ripr parte Con9 4tte.9^ccÌ4<^:'|iiC(i!lr4glH«iuiàdeiiti«|l*jliM 
veazÌ9Qfr;^e Cocca è. ferino ; , ., ^ -, : ; ;, i: ;.-. 

^$ilìm.9*ikt binubi afmf fig*^' ' 

. Sc^ ^ tornar l' 0ivint»rif 4 fMdf , ! 
popq l« dtfcriue oof^e del VtMìmn9M.feg«9nale:du.eJtpjpc%cedeir «Iti* 
ma. ceda». i^^%()e};pfnaeU»4l PraQ^|G99(i^urinoK t| (|U4le neUaiprìm» 
di vfffò U ptazsa, rti^preièntò h taPi^hfieleJb^ejÀc<yi(^AÌa;de' Letterati 
de} MagnifWo iiorenzo * ts.nut% iitella, Ant'-V^U^ Aia.itpffi^ . •}/' è- Marlilio 
Pici Qo • il tico« il Poliziano» vi è;- V i^% 9«)i^> ftatoa ^\ Platone > per entro 
la quale è (crttco 4 Ptoionem hudt^^rMi^^f/e ^ mirar». Sopi^ laWcdeltt 
medefima» ov* è u)>a bella fen»mktWi».i^,n iQohi. libri » in uno de* quali leg» 
oiì le^ parole ^^TiKt» , pR0ci.t»ìQÌiAi4^Vf • «4 lA fitt Akcoleggeft i?MV«4 
el bvCni^t^O Cono quatti Vttrrif:)r:«> ;• ■• >j ;. ; . ••• 
y- Mira, fftìifi C^areg^iif IJ^imtmAf^r •'..-• ''-^ '- 

.M9rfìli»e/l.fii9^Aimii>n'^Wfp^ti\.i.\. 

Edi:, i «il «m^e degH Elifii mini ^ 

Tanti n'ekien giammai. Tete «dÀiem,. 
Termina finalmente col bel lavoro della f^tturft e 'del concetto * l*ulti<« 

X» limette.^ alludente al cA(q d^U%i9orce a$} MMnificot- W fannofi ve-t 
dc^e lè;^arcW' HO» 4ell»r>q^»i» We fop»4 mi6ffo* ìÀ pui è fcrktot 
VtMTi^ jemfiPFf p^<f.i- iV' ^ 'il fi^foef'.di |i#eto jrapprelTo ti qv^le V»» 
deu un candido Cigno» clw;.i;if^ pend^BC«c|*l):^OfiQ Dna medaglia, nellft 
quale i effi^ata la perlon^ dèlio fteiio t^enzp > ^ Cvo notae : e mofti4 
il Cigno dt cavarla da qaeil' qnda neaica. Ùf Ptice e Aftrea fé ne tor* 
nano piangenti in cielo, d'qnde fBìccaQdod MafK» tutto baldanzofo , di 
nu^vo-Cen viene ad M>itat If'l.fvi^ > Acf^on^gnaiì^ al fi>lito il penfitfo» 
efprelTo ili que^' ultimi l^kf^ì^^»» g^:<IPpfeir9 Ve<^fif 

^4^f€ t eà al f'**'''^^'*^ i* ^^t atJÌÌ$Hik i 

Ttrnan doUm't ai.^fh 9A H wmt fi-^SMUi ' 

Cig»i Ftbel ifainia virti^de, amatftip 

Ttlfer9 aW inimi^ onda Lfte0* 
Q^ finifce il beiliffi.-no concetto, fovvenutp 4 Giovanni* per ornamefiM» 
ddia ~ 



l 



Regia Sala, e per efpre^oe degli egrog) latti dsl gran Lorenzo de* 

Medici . 



%S DemkU.MéPm:t.ielSecMdali6to,4d i6%o. 

Meìdici • Fsr quello poi • che appartiene all'opere eondotte dal {ao pennello » 
cónciofliacpfachè anche quelle degli altri pittori non lafcino di meritar 
Molta' lode » dicot che ib rCccpme dii riuTcì Petòlicare lor fignificato e i Ppe<« 
tìci ^enfieri dell* Artefice ^ mi fìiife ftató po0ÌDiIe ii far conofcete Io ^iii^ 
to e vivezza» con che egli con eflb gii accompagnò» h frefcheztà del 
colorito» che le fa parére» dopo cinquanta e più iEiTini» come fé pur' era 
fuflero fiate dipinte; crederei» che la mia penna av^ operato qualcofa* 
Ma perchè il aar retto giudizio di sì fatte qualitadi » puèfiir folamente 
colui» che con occhio erudito le yiddè e confiderò» non chi folamente 
^e fent) ragionare; però a quello interamente mi rimetto. Ma io non^ 
vorrei » che per efTermi per -tanto tempo trattenuto in defcriVère quefl^' 
beir Òpera , portando il difcòrfò in (^ofe tanto nobili e tanto Cerié» fenzaì^ 
^ggiugnere alcuna di quelle baflezze o firavaganze d'umore; conche il 
lìoflro artefice fu fempre folito di méfcolare ogni fuo fatto e detto, fufle 
per parere al mio lettore d*aver perfo di vifia afi^tto Giovanni» e poter- 
le reftare in dubbio s' io parlai d'altri o pur di luì» giuda al mio a(Iunto« 
Fero per ovviare a tal difordine » mi convien ponar dui una po(:a par- 
tè delle molte cofe» degne di rlfo e di compaffione.» che feguirono nei 
tempo ch'egli quefta beli' opera conduceva : le quali» cònciofliacofacfaè 
per fé ftefie non fi meritinq^ l'approvazione de' (aggi e prudenei; non è 
però che non po(&n giovare »-pér ben faper come cohtenerfi; a chi mai fi 
porgeiTecongiunturaditrattare»ò poco o punto» con uomini di tal fatta. 
E prima è da faperfi » come era folita la clemenza e molta bontà del Se* 
reniflimo Granduca Ferdinando» benefpeflb nell'ore di fuo ripofo dalle 
alte cwe del governo » il pòrtarfi per proprio divertimento al luogo » ove 
Giovanni dipigneva; e per pigliarfi guftò della prontézza delXuo fpiiftto 
e bizzarria del fuo cervello» ìimmettev^alo a parlamento di ^e^alche familia- 
rità» per dargli materià'di dite: ed untf Volta gli domandò »come i canti- 
nieri di Coree» nel fomminiftràrgli la folita parte » tratcavanlo bene a vino . 
Sereniflìmo Signore» rifpofe Giovanni» uno di loro ve n'è/che mi tratta 

Gualche volta bene \ O come qualcKe volta » e non fempre? difle ti Serenif* 
mo . E che ne poflTo Capere lo? rifppfe Giovanni : fecondo che la cócco^ 
la gira • E1 Gr&nd4]ta i laU eh ^i^ ìquatlt'^ io credo» voi nbn avrete còn^ 
lui'préfoil verfò: ^'vuoPèfieré di quando ih quando fargli un ritrattino a 
6 qualche altra <:ofa dì fitnil fatta . Seremflimo» rifpofe Giovanni» s'ia 
ho mai ^ fare il ritratto di quello cantiniere » i' lo vo' far co' ricciolini « 
Come farebbe a dire? diflfc il Granduca. Voftr* Altezza or ora lo vedrà • 
E fopra un pezzo d'intonacò» in quel punto» fece il ritratto del cantime- 
le tanto Umile» che pareva egU ftéfto: é fopta la fua teda (lampo un bel 
par di corna: con che diede ax^uel Prìitcipe, per buoiio fpa zio /matterìa 
da ammirare e da ridere in un medefimo tempo. Era folito fpeifillime 
volte un Cavaliere de' primi della Córte SerentlTima» nell* andarfene allo 
camere, pafiando per quella falà» fermarfi per un poco» aprir la tenda» 
e voltato a Giovanni > foleva dire: buon sioitioMefò. Giovanni; che fa- 
te Mefs. Giovanni? e intanto dava d'occhio al fuo lavoro : il che per al* 
tro a lui non farla difpiaciuto»v ma la cofa di quel tueifere» che allora dal 
■•••• ♦ volgo 



I 



GIOVANNI DA $..GÌ0VANN1. 49 

tolgo ignorante era prefo in conto d'un titolò plebeo , non gli andtva 
punto per lafantofia. Avrebbe egli pure voluto potere ancor mof cóme 
egli era folito fare con ogn' altro», adoprar le zanne contro al cavaliere; 
ma il rifpetto dovuto alia dignità di fua carica» mette vagli la mufoliera: 
e (blamente dicea fra fé Aeflb, pian piano borbottando: Meflere è l'afino^ 



meflfere è Tafino: e defiderava congiuntura di poterfi in qualche modo sto^ 
gare. Portò il cafo una mattina p mentre e' lavorava in lui Parnafo» e di« 
pigneva a un Demonio» in forma d'arpia volante per aria» le parti bafle^ 
che comparve quivi l' amico : e falutatolo » al fuo (olito gli difle : E fta« 
mattina che & di bello mefler Giovanni? E Giovanni a lui: Quel eh' io fot 
Signore» ben lo vede VS. io dipingo una coppia di Cortigiani . A que* 
fia inafpettata parola quell'uomo allibbi, chiulè la tenda» e (è n' andò; 
ma perchè tali parole (uron ben (èntite e da' muratori e da' manovali 
e da' fervjtori del cavaliere» e forfè da altre perfone, n'andò fubito la 
voce ai Granduca » il quale non (àppìamo ne cerchiamo di (àpere ciò. 
eh' e' dicefle . Egli è ben vero» che o tuflefi per mantenere la dovuta one* 
fià a quel luogo» o perchè coir occafione di vederci quella figura » non 
8'aveife per tempre a mettere in rifo la perfona di quello, per altro de- 
gniamo Gentiluomo; Giovanni ebb' ordme di mutarla in altro» iiccome 
fece; ma non fu per queffo, che per lungo fpazio di tempo la Corte 
tutta non ne ridtfle . Perdoni il mio lettore alla mia penna » 1' aver con«* 
tro il fuo (olito raccontato quello fatto, anziché nòt fcorretto e fpiace« 
▼ole» cavandone quello frutto i cioè: che il voler talvolta il nobile tan* 
to panicolarizzare e difiinguere fé (leflb co' gran virtuoii » negando lo- 
ro, a folo titolo di maggioranza di naicita» quei cortei! trattamenti » eh' e^ 
fon foliti ricevere dalla più parte» oltre all'odio eh' e' ne procaccia» corre 
anche pericolo di fcapitarne nel dovuto rifpetto. Aveva poi Giovanni 
incominciato ad affezionare tanto ad un gran lavoro» che gli era dato éU 
logato da un principal Gentiluòmo della città» come appreiio racconte- 
remo » eh' egli appoco appoco andava trafcurando quello del Palazsoa 
in che però , nel bel principio » dalla clemenza del Granduca » che anche 
gli voleva bene» era compatito. Occorfe una mattina in fui tardi» in 
tempo 9 che un gran cortigiano » di profefliohe legale » fiandofi preflb 
all'Altezza Sua in fui ballatoio del Palazzo» vedde Giovanni» checol* 
la maggior quiete del mondo fé ne veniva al fuo lavoro » e voltoli al 
Granduca» glidilTe: Vegga Voftra Altezza a che bell'ora viene irpit-* 
tore a dipignere: fé la cola cammina di quello pafTo» creda pur T A* V* 
che la pittura non li lìniri mai; bifognerebbe pure una volta parlargli in 
modo eh' egli intendefle : e quando V. A. così fi compiaccia » diane la 
cura a me » e ne vedrà l'effetto . Che volete voi fare » diffe il SerenilEmo? 
queft* è un valent' uomo» e cagionevole di fua perfona ; e' li vuole tal volta, da 
quefti tali fopportar qualcoia. Dice bene V. A. replicò il Cortigiano; ma 
egli è tanto oramai eh' e' vi lavora» che egli arebbe dipinto tutto il Palaz- 
zo: e feguitò con tanta importunità a domandare dì fare a Giovanni la 
bravata» che finalmente il Granduca Io lalciò in fua libertà» circa al farla 
o non farla. Di^ allora quel tale: lo non poflb ciò fare prima che ora^ 

D tanto 



ctKt&più ^iic:ì2LÙuL CMrdnaftdiftwiaittiQft nie a» Bofg» b MogmuMit 
featkà poi T Altez» Vofis» $^ 10 ni iarò^ valete. E dito umo^rw ck& il 
pittore H £u£b Mcomodatoi ai dìfii^Miie „ i www zil» votea àcm Uhtt . U . 
Gisaadaca incanto^ chft fpprava; d'fti^es a vdtece qualche bel^laflcM > .di «ic» 
«]». %ie¥d £uie Gioraiuai^ aml&iadicor aflè pes an fegrete- rigk» d^ ^ckb 
ikiwn con. certi looi CQSttg^^ .efleq»fidop0>wia'pQita ^àtàaoàlkwììm^ 
oadfepoca&.»fimzf cfliet. .wi^vot ^bea fenaire; ogni eola». Eil accod Ui Coittr 
gsoBUif che aecoflafiofii aJilai tiaub^» diilo; cont iMce bcft ftfi£iiUt : Olir olà « 
AUbca CxiAKairai». dia la conobbe heae odia yma:^ flSao&efi zitfio» edifleal 
seaaouiale^ehe ncoi fiacafle. Replicò U comgiaiie*: 01à> olà> (èc&vai pec 
eweatottra. mcti fardi ? do¥' è il pk^aiae^. chesnon* fi» sial neU«? Alloca 
Giòiranitt accenneadoal manovale,, gsìdh kt nncb che fr faasUetfeodcd 
dalle piaaza: Va » e vedlchir è quello fciman^». che chiaeia cmet q^Uar 
bella gcasìai. Andò il manovale.», e. veduto il Geaiiluomoff e sicenofisìii* 
telo». nQn.rei»zeqAsalìehe timoref. paefibo st^Ca ai Giovanoi: Egli è quello» 
oliei ìok ciiiaoiana il $gnor tale » che eeccai di voi», e vi «oole paelve . 
UUb allom^GiovamilciM' voce pittala che mai: Omà r v^ ,, edi* ai Signoa 
taie, eh/ efm' elicci in ièrai^v ecoali uà- altra voltai qoaadore'mivocc»» e' 
ima» acà a calcare di me. Qual fufl& allora la; can&ifione dai} GeatUuoino » 
noac cDsifiaeiie addire:, meo ssicto.* & u' andò aUe ftanzot e: voiam ree* 
ooncare: ih fèguico*; qnaado ìhOrsanduca^» che ^ ara gimiìDO' pcime^ di lui. 
Ieaae< la&iarlo comiaciaise at dice » non feaBa» ìHm fiisc e de< vicini corti^ 
^ani, CQÀ gli pjirJàr: Qraù^ dbct&r mio, pes qual^vola Waftefleavutau 
al voficoi conCQ> infina al* finocchio : or' impamte: par un' a}a?a voice a^^ fae 
le beavate a' pittori!. E cantar oL baitla^ aver dcfiCo>mtamo alle folice inezie, 
iilkte dakBiocQce» ancheneltwnpo del condurrei là bell'opera^ che delcritsai 
abbiano . Ma la« licenza, di Giovanm^i in ciò aiie fpetcava ali* operve iia^ 
Falamov amiinmè ad efier poi tale e: tanoi, per la caufii già detta », del*-* 
Vefibflfi mùt che ordinariamente^ affezionata ad altro; luogo» Ct ad altro la^^ 
vofa» cne quello per cui doveva ^ivfiabilir fuaioBtttnaf per ftropre » metcè: 
il guadagno dell'ite pmtezione^ del Granduca:, fu. poi l'unica cagione,; 
ohe dopo gran rimproveri avutine, perfane finalmente la grazia», pec ec- 
ceffa didoion egli^fe ne.morifle. Ma prima di dirne i {articolari; piùi 
minutì • è nece(&rio eh' io. mi« diffonda^alquanto nella narrativa d* uniatro , 
il quale nel tempo fteflo: che fiervirÀ per bafe al difcorfoi di* tal materia<t 
i^erràtancocaperdkr notizia d*^alcxeopexe.di Giovanni^ degniflime d'ogni- 
lode. 

Viveva aJIon in Ficenze Aleflandoo Bucci ». nobiliflimo Gentiluo*» 
ao» e nej^ùmte molto ricco » d' animo^ ^ generofo, e tanto ami» 
-CO. delle: beli* arti » mianto moilrano 1' egregie fabbriche, fatte da luii 

£r entra la^ città e Iuqiì^ Qsefli» volendo abbellire itfuo palazzo da^ 
n Michele Vìfdomini» preifo^ alla cantonata di via de' So^ri» loo|(a 
appunto r ove in^ ftacTco tempo». £uQri delle vecchie mura della citità% 
erano le caie della: famiglia^ de* B^agi^ dico quella gran {Mfte di eflb w^ 
lazao » che. edificatai da^ Aleflandra» e (bea. poi ne' prefenti tempi* notabilr 
mente arcicGliìei di nuova, iecotata eaocQicione ai modt>« Romano, con 

dilegno 



VWi^4Nm DA S. QÌÙVANNL $t 

idBiSKnD 4i fUolb Ppieonieri; lirtMfiffitto tkmfieis^ ydiao GentBQmd» 
4eM Caaen 4d SemiSflK) Gandsca » dt <^: Lnoeiizo Bned £&- 
potè néel oiecMN&o Aieflifìdfo. Vofando* éì^, egfi abbeUbdb coa|itRip- 
senobili; b^ui^BMoA delta bdb oMiueca di dBpij^Mtt a ffisCbii db Qkwaaé- 
jni : « «TMolè « fe^ onte iepfìe allettarlo 'OoUe AfSMSk jnmiece.» ck'naii 
fumprte di te satserafe , e condoni ezianxfio» che Ibrecta ora :eft>imft 
molto gcaade amicizia, £icil oofa gli fa^ioi^ non fato conébgttiie fiu ìa- 
te^eo nelle saelte inMiife , ma H ^laclf^naiielo per modo^ cihe ìben piiò 
diflli » ch«i€dU iieil' operare "per lulf delle icoque (fioori cotto fé Ac^^ jd»- 
'ine &noo chiaramente Tad«» ié pecore medefime , che ioia le ièganena. 
• In un camerino teoreno:: è una finirà 4' nn moro lèdente • col saottx^ 
Oméids fMO$rilÌMj In eoo fpanio (f noacanieM s terreno^ iè dì fiia mano 
^na Venere f che£b|Mai miv^ gfazio&iaenee rìpoCà, ed in anamannaìft» 
ne nn naAro^^o»!! ciìi Con le^iee due xu>lambe. fiellUfioia, quanto ian 
ft^ opera di «mano di Giovanni , ftimafi k 'fiderà .della <}arica , rappiefett-^ 
tata in altro "^azio in un fidocto terceap : nella qual pittura » comecché 
4aol€o gli piacefTe, voHe icrivuoii proprio nome. Salite le nobili iicalo 
del palaaeOf ttovafinn incetto» ove nd bel meTSo della volta è cb pinta 
'Ja Fama. Qnindi entrandofi nella gran lab vedefi in un grande fpazio » m 
veduta ài loeto in (il» Apollo tei^ nuvole» col coro delle Mule co* lor 
fimboU, of)eni bella: e non è de tacerfi quanto occorfe a Giovanni nel 
dipigne» qna^ fpaS'io. A ve vaio e^tì gii tirato a fine» e fcopeno, ma 
con e(jpfeConed*ttn penfiero afl&i diverfo da quello, che vi fi fcorge al 
prefence « Quefto tal penfiero al Pucci non fini di piacere ; ma per non 
ndarfi del proprio giudizio t fecelo vedere a più amici pittori , ed altri , 
i quali tutu ritrovo dello fieflb umore t cioè; che Giovanni in queir ope- 
ra fufle òuicito aflàt min(M:e di ie fieflb . Allora Ale&iidro» volenido ferale 
xase colf «nico pittoce» (enam punto defraudarlo delP opera £aa » una mat-* 
Cina, prima che egli fi portaflìe al lavoro ( il die faceva entrando in un 
certo pergamo o bfgoncia che cogliamo chiamarla» che tirata da imo n 
fommo della danza, per mezzo di due grofie funi ^ che penetravano per 
due fori la vc^a medefima, fervi va al pittore in luogo di palco, giacché 
per eflèr égli podagrofo molto , non poteva per falire valeni del piede né 
delle gambe) entrato Aleffandro in quella bigoncia medefima , protU 
vitto d^ un pìcool vafo pien di gefio da imbiancatori , ^con un ìmà 
groflb pennel io , in fu quel lavoro , ancor non del tutto fecco , fece nflìd 
afregi, e tutto di quella material' imbrattò; poi fattofi ealare abbaflb* pre^ 
ie pofto dietro ad una portiera della fala , onde dovea peiflaxe Giovanni nel 
venite ad operare nelP altre camere. Comparve Giovatmi: ed appena 
meflb il piede in fala, e veduta la nuova e bella faccenda» diede in al 
pazze fmanlct e mandò fuori tanto veleno, e ai villane parole adoperò ^ 
jper obbrobriefamenfìe qualificare qualunque vi avefie avuta mano, che H 
iencirlo fu codi degna di tifo e di compaffione . Quando il Pucci , con un 
dolce rifo e con cento feudi in una mano» ofcìdel fuo ripofHgfio» ed a 
Giovanni in si fiuta guifa parlò : Giovanni , voifiipete, ch'io vi vobo- 
ne : or fapniace anoom t aie nel ctuidur , che voi fiicefle ^qudl' o{ier4 
^^ Da (checche 



5 1 Decéfin. Il dell» Piùtt,t delSec. V, dali Sio*étit dio. 

• 

(checché a voi sie fia pàrutó) voi non riuibifte puAcò lodevole r cà&$ 
che a me non folo» ma ad altri ancora di miglior godo di me» a chi io 
confidentemente la feci vederci diede sì &tta ammùrazione» cheìoviddi 
in gran cimento il credito del voftro per altro molto valore nell'arte vo- 
ilràx al che aggiungete, che per effer qiiefla, per ragion dei luogo fiefib, 
la pcincipal pittura t con che io pretefi d'abbellir quefla mia cafii; non 
io. con quanto onore e voftro e mio io avrei potuto mofirarla, ftandofi 
così. Quefte ibn tante doble» che &nno appunto cento delle noftre pia» 
fire Fiorentinesche tanto .^fe non meno, voglioio , ciò non ottante» filmar 
h voftra fatica: e pender voftro fia il disfar la già fatta*, e farne un' altra; 
che il mio làrà di nuovamente fodisfarvi. Quefte foàvi parole d* Àieflan* 
dro, proferite ira lo fplendor di quell'oro, ebbero tanta forza appreflo 
èl pittore, che in breve rimafe quieto » finché paflandoii fra lor due d' uno 
In altro difcorfot fi meATe la cofii in burla: e Giovanni con gran fbr- 
Tore diede, mano a far la nuova pittura, che è quella» di che foprà abbia- 
mo ragionato, che al certo menta luogo fra l'altre fue cofe più belle» 
Dipinie anche. Giovanni in un bafkmento della teflau di guelfa fala una 
biga a due cavalli di finto bafibrilievo» della fua folita maravigiìofa inven- 
2ione, che non refta di parer veramente rilevata , fintantoché la non fi 
tocca. In una cantonata della medefima, entro un tondo # dipinfe anco^ 
xa di chlarofcuro giallo un iàciro in atto di federe, fonando una zampo- 

fia, che pure apparifce di vero rilievo,* ma quefto coU'occafione dell' ef- 
rfi ultimamente mutata una porta , fu c«n gran diligeiiza fegato dalla 
.tiarete del muro, per collocarlo altrove. In un falotto, che fegue dopo 
la fala » rapprefenco Giovanni il Giudizio di Paride . Nello fpazio della ca^ 
•mera» che chiamano della Cappella, colorì la figura della Notte, con va- 
xie altre figure: ed in quefk' opera pure ferifle il fuo nome. Nella carne- 
«a, che fegue dopo quefta, dipinfe l'Aurora, in atto dt fparger fiori: e 
v? è Titone che dorme , Segue poi la terza camera ; e quefta pure è or« 
naca d' uno fpazio t in cui vedeu di fua mano Latona per aria , che tiene 
apprefib i fuoi figliuolini : e v'è Apollo e Diana , Nella quarta camera 
fanno bella moftra di fé Venere colle tre Grazie , che fpargon fiori t ed in 
mezzo è un Amorino , che appoggiato ripofe . Abbellifire finalmente 
4* ultima ftanza un' altra pittura di Giovanni ; ed è Orfeo , che libera 
^Euridice dall' Inferno: e preflo vedefi il Cerbero: tutte figure, che con 
lìon ordinaria efprefiiva, e di terrore e di forza, fanno apparire il bel 
concetto di. Giovanni. Ed è da notare ^ che tutti gli ornamenti delle 
pitture di quefto nobile appartamento, con certi termini fatti di buon s»- 
ito 9 fonoo^re del fuo pennello. Non finiron qui gì' impieghi del noftro 

Sittore avuti dal Pucci ; perchè egli medefimo conduflelo più volte ad una 
elle fue belle ville, detta Cafignanot preflb di tre miglia dalla città, ove 
fecegli dipignere a freibo, d' architetture , ftatue ed anticaglie , una bella 
^otta . Ed eccoci al termine della da noi fatta lunga digreflione , affine 
*^- far fapere il perchè la grand' opera del Palazzo Sercnimmo fu a Gio- 



^vanni caufa della morte. Sappiafi adunque, che in quel tempo appunto» 

cji' egli la conduceva I occoriegUr 



efler chiamato dal Pucci : il quale aven- 
dolo 



^ V 



GIOVANNI DA S. GIOyANNL fi 



diotofedafa rt pronto td teeetctt iba commtfionc » e poi sapendo éSBtrttm 
co Ugnm CMipo» ch'egli in fuo ferrigio impiegava, diedefi t credere» o 
cfete^ Giovanni per lo le voto del Palaaao non tenefle ordini molto pref» 
fiinti t o pttre% che per natura della cofa ilefla» e%ìi bene fpeflo o non 
potefle o non dovefle applicarvi i né vennegli mai in mente, ch*MÌi pow 
cefleeflTer ak poco avveduto, che dovefle venirgli fatto il tanto traicurar, 
Gom'ei fece, i reverendi precetti dei Sovrano. La verità p^rò fi fu» cho 
Giovanni » innamoratofi • per così dire , delle dolci e cortefi maniere di 

3uel nobileGentilttomo, attendeva quali dei continuo ad operar perluU 
L quefloattgiungevafi» che in quel tempo fteflb era domeftichiflimo nel*' 
b cafa d*AieflandrOi e come miniftro primario de'fuot negózj bancarj# 
Niocolòdi Merlotto da Gagliano, giovane di tal valore nel fuo mintfiero. 
e di al nobii tratto, che quantunque affai mancaflegli per eff'er nobile di 
nafcita , era egli giunto contuttociò , non folo ad edere univerfalmento 
accettato in tutte le pubbliche e private converfìaionl de* nobili ; ma ad 
eflervi anche fampre defidento. Bravi ancora in molta grasia d'Aleflandrai 
Giovanni Bilivert celebre pittore, e Piero Curradi, fratello del pittore ct«^ 
Valter Corradi^ il quel Piero all' in trinfeca amictzia col Pucci aggiunge^ 
va il lèrvizio di foprintendere per lui a tutte le fue fabbriche. Ora il no- 
ftro Giovanni , occupato bene Ipeflb in trattenimenti di giuoco e di uvo^' 
la , nella cafa di Firenze e nelle ville , in una s) fatta converlaaione , fi tro*: 
vò con eflk a) forte legato, eh' e' pareva, eh' e' non fé ne potefle allonca* 
nare per un punto; onde fra quefto e le continove occafiont d* operare, 
eh' egli aveva dal Pucci, con ricche ricompenfe, egli incominciò i^ raf^ 
freddarfi, ed a far di belle paflàce nel lavoro della (ala , e particolarmente 

auando la Corte fi portava a Pifa e i Livorno, o alle Ville* Ebbe però 
a principio la clemenza del Granduca Ferdinando , che (limando fua 
virtù, tenevalo provvifionato , e davagli la parte, folita allora darfi a'phk 
intimi cortigiani, ebbe, dico, in fui bel principio compaQìone; anzi non 
di tutto eufto fentiva, che talora egU da qualche miniftro fuffe riprefb. 
Ma la cola finalmente giunfe a tal fegno, che appreflàndofi il tempo, che 
l'opera doveva efièr finita, né vedendofi ella puntò avanzare, gli awifie 
le correzioni incominciarono a farli più frequenti ; ma ciò non giovando^ 
volle un giorno quel Serenifiimo averlo a le» e con un parlar da grande r 
oltre a i rimproveri, co' quali fecegli conofcere fua contumacia, e'I prò-» 
prio giufiifiimo fdegno, lo dichiarò decaduto dal (ervizio, e conl^uente^ 
mente privo de'foliti regali e della provvifione ftefla. Quale redatte il pit« 
tore allora, non è cos) ftcile a dire. Il fatto peròfu» che un tal difpiace** 
re, fé non gli tolfe di fubito la vita, almeno fece sh ch'egli aflai pretto 
fufle colpito dalla morte; contribuendo a ciò anche non poco quella ftra* 
vaganza di cervello, con cui egli avea fempre menati i fuoi giorni; e an- 
dò la cofa nella fetuente maniera . Aveva in lui la forza dell' apprenfionet 
in cui egli era caouto a cagione di sì fìitca novità, cagionata gran perdita 
de' ripou delia notte; onde il cadere delle fue fiulTtont fecefi di gran lun« 
ga maggiore del folito , e più veemente , portandofi quelle a ftagnare nel 
neftro ginocchio : idove s'accrebbe al fattamente H dolore» «h' egH nòAr 
T D j pi^ 



puì CfOvavb po& ) e giorno Aliotte gridava a gran' voci. Allora GìUvinfiia 
per trovare tlle^eriinento al proprio male, accennefi all' i)fo mal confi^ 

tliaco de* rìmedj de' montam banchi > valendoli or d' uno , or d'un altro; 
nchèi' offefà furte i irritata a gran fcgno da quegli inipiafliri , fcoperfe una 
pertinace cancrena, la quale in non molta lunghezza di giorni e pelle « 
jcarrie e nervi corrofe e divorò* fempre portando al mifero Giovanni un 
diipetato Tpafimo. finché giunfe a feparargli dal ginocchio e dalla cofcia 
tutta l'intera gamba; ed a lui finalmente, fra' lamenti e fra le firida> toi- 
fe la vita . Occorfe la fua morte , dopo avere con fegni di pentimento ri- 
cevuti i Sacramenti della Chiefa , alli 6. di Dicembre dell' anno i6iS. 
E quivi m\ fa luogo 9 portare una chiara riprova di ciò« eh' io a princi- 
pio accennai, che le llravaganzci le leggerezze, le maledicenze, e U beffa- 
le altruii non furono in quefl'uomo parto d' intera malizia, ma iibbene 
d'ima certa qualità di natura, di poco giudizio, e di mancanza di educa- 
itione avuta a principio: e la riprova è quefta: che Giovanni coftìtuico 
ia grado di morte» confeflb e pentito, non abbiamo notizia, che facefle 
60D(egnare alle fiamme il fuo (corretto libro de' RagguégU ài Parnafo» del 
quale egli per avventura non avea formato altro concetto , che d' una buo- 
na cofa : ìf che fece poi la fua prudente conforte . Tale fu la fine di Gio- 
vanni da S> Giovanni , e lègul in una fua piccola cafa di flta folita abìta- 
xione, in Borgo San Piero in Gattolino, prello alla chiefetta chiamata Ser 
'Umido, fiella quale fu al fuo corpo con umile funerale dato rìpofo. 



CAVALIERE 

blO LORENZO BERNINO 

: SCULTORE , ARCHITETTO , E PITTORE 

'Dtfiepoh di Pietro 'Bernino fuo Padre ^ nato 1598. ■$• 1680. 

va l'anno i (S81 . primo dopo il pafiaggio a vita migliore del 

cocelebreGio.LorenzoBernino, di cui io ora ho prefo 

arlare \ quando li fempre gloriola memoria di Criflìna 

{ina di Svezia ( alla quale egli, non meno di quello fuffb 

ti vircuofo grande del fuo tempo, per fua ìnCgne virtù 

x» cariflìmo ) ebbe vaghezza . che oltre a quanto ì opere fue 

egregie di Scultura» Architettura, e Pittura in Roma, ed in altre parti 

parlavano di lui , parlaflero anche le carte \ acciocché a i pui lontani 

eziandio giungelìeró. attesaci di fuo valore: e che con quello dcflefi 

maggiore ftabilìmento alla fua fama , affinchè collo {correre de* fecoli, 

«Uà non m^i un puiuo perii pocefie,- onde volle, che ie ne fcriveffe in 

i. parti- 



qiO: LORENZO^ ERNINO. s^. 

KrdcoUie U yìct . E quantunque non mancaflero a quella gran Regina* 
iterati» che per quefio folamente di dovere obbligare le loro penne a' 
fervigj della Maefiè Sua, farebberfifiimaci contenti (non fo perchè, né 
a quale oggetto, fé non fu per dare al mondo un memorabile fegno di 
fua clemenza) ella volle, che a me> per mezzo di degniffimo Prelato, ne 
fìilTe per fua parte dato il penderò e la fatica; né contenta di ciò, volle, 
ancora» che 1* opera venifle a lei mcdefima dedicata. Cofa, che obbligò 
me a portarmi a Roma quafi appofta , e per proftrarmi a' piedi di Sua 
Maefia^ per riceverne anche dalia viva voce i più efpreflì comandi, e per 
vedere cogli occhj proprj l'opere più belle della mano di tale artefice: 
ed infieme per cominciar diprefenza le pratiche, che poi tornato alla pa« 
tria mi occorfero dontinovare per lungo carteggio con molti , che li 
contentarono di procacciarmi belle e fincerìATime notizie della perfona 
di tal' uomo: e particolarmente col tanto rinomato Architetto, ftatofuo 
carìffimo Diièepolo» Mattia de' Roffi Romano, chener lo fpazio di ven- 
tìcinque anni collo fteflb maeftro pperò, e fino a che durò fua vita con 
filiale amore il feguitò . Tantoché efiendomi poi venuta (cricta fedelmen- 
te sì , ma non lo già con qual felicità di dite, efia vita : ed avendola a 
Sua Maeflà dedicata, ella, fotto la condotta d'un tanto nome, s'andò di« 
latando si attamente, che pochi efemplari oramai ne rimangono in mio 
potere ; fèbbene non lafciano per quefto d' efTervene molti e molti in altre 
parti; ma però flati da quella in di verfo idioma trafportati. Io però af* 
finché non reftino i mia Decennali d' avere in fé fra gli altri la notizia di 
quello artefice, che a gran ragione per molti fi conta, ho voluto fiire 
della già da me fcritta vita il feguente tiretto compendio, nel quale porrò 
brevemente la ferie de'tenipi» colle più principali azioni del Bernmo e 
coll'opere fue , rimettendo il mio lettore, aefiderofo di maggior notizia , adi 
efla vita, la quale già fono dieci anni» che infieme con una Apologia a 
difefii di lui , in ciò che appartiene a' lavori fatti fotto la Cupola di S. Pietro^ 
ed infieme col ritratto al vivo del medefimo, e con altre figure va per te 
flampe. 

Fu Pietro Bernini Padre del Cavaliere, di non ordinario grido nella 
Pittura e Scultura: per apprendere le quali arti , di Firenze fua Patria 
partitofi da giovanetto > e andatofene a Roma» quivi fotto la difciplina 
del Cav. Giufeppe d' Arpino , in fervigio d' Aleflàndro Cardinale Farnefe, 
e d'altri molti , nell' una enell* altra profeflione lodevolmente adoperoffi i 
'" '* ■ . .. . • 'unno fcritto, troppo più note fono ^ 

nvitato pofcia dalla fperanza di mag# 



le di cui opere, perciocché altri ne hanno fcritto, troppo più note fono ^ 
che meftier faccia, che fé ne parli . Invii 



venne intanto , che difegnando Paolo V, di far fare un' iuoria grande- 
di marmo, per collocarla nella facciata della Cappislla Paoh: e volendofi 
in ciò fervirè dell'opera di Pietro» ottennelo da quel Vice Re. Giunto a 
Roma con fua numerofa famiglia j vi ferino fua.Aanzai' ofid^ fedeli a 

D 4 " Gio. 



$6 DecennJldeMa?anA.ddSec,V.dati6io.èli6io. 

Gió. Lorenzo il figliuolo grande tpercurt di spptgar fuo genio in cpiefe 
beirartt» nello fiudio delle maravigiiofe fculcnre della vecchia antichità, e 
del gran Michelagnolo » delle gnnd* opere di Raffaelloi e deUe dspende aiu 
t}c][itflifne architetture. La priimi opera » che uficiflè dal foo fcarpello in Ro* 
ma, fa una tetta di marmo , ficuata nella Chirfa di Santa Potenziane ; airen* 
do egliallota il decimo anno di fua età appena compito. Per Ja qual cofir 
maraviglioiamence commoflb Paolo V. dal chiaro grido di Cotanta virtù ^ 
eòbe vaghezza di vedere il giovanetto: e fattofelo condurre d'avanti, 
gli domandò » come per ifcherzo, fé aveiTe faputo fargli colla peniu une 
tsftas e rifpondendogli Giof Lorenzo i che tefta voleva ? ioggiunfe il Pon*^ 
tefìce : Se coal è % le fa far tutte; e ordinatogli che ficelTe un S, Paolo, gli 
die perfezione in mezz^ora, con franchezza di tratto libero» e oon fom- 
mo diletto e maraviglia del Papa • 11 quale fopnimmodo defiderofo , che» 
le virtù di Gio: Lorenzo, ancor tenera e di frelco nata» fuflè damanoau«* 
f orevole foftenuta e promoflTa a quel grado d' altezza , che le promettevano^ 
ifati} al Cardinale Mafieo Barberino, grande amatore e femore delle let» 
fere e delP arti {»ù nobili ( che quivi allora opportunamente era foprag-^ 
gtmito) ne commife le curàf ordinandogli ftrettamente, che non puref 
con ogni diligenza agli ftudj del Bernina affiftefle, ma deflè loro eziandio 
calore e fomento, che gli ftéfiè come mallevadore dell' inl^e riufciia, che 
ék lui 6 afpectava . B dopo averlo con dolci parole confortsto a pTo&« 
gmr di buon'animo la incominciata impreia^ e regalatolo di dodici meda-* 
glioni di orof che furon tanti quanti potè pigliarne con piene mani , tì^ 
^Ohoel Cardinale ydifle vaticinando; Speriamo» che quefto giovanetto deb- 
bediventafe il Michelagnalo del fuo fecoto . Non atidò molto» che Jacopcr 
9c^ Montoja deliberò di ornare col proprio ritratto» da fcolpirli nel mar- 
*o, il ìuogo dì fua fepoltura nella Chtefa di S Jacopo degli Spagnuolt t 
ed al noilro giovanetto artefice diedene l'incumbenza. Condufle quefti 
un ritratto eoa) al vivo 5 che non fu mai occhio, fino e quefti noilri tempi 
•he non ne Cupide : e avevalo già nel fuo luogo collocato» quando ailài Car* 
dinali e altri Prelati vi fi portarono appofta per veder si bell'opera. Tre 
fuetti uno ve fu» che difle : Quefto è il Montoja petrìficato: né ebbe egli 
Appena proferite quefte parole» che quivi fopraggiunfc lo fteflb Montoja. 
Il CardinaleMaffeo Barberino» poi Urbano Vili, che pure anche ellb era 
eoli quei Cardinali, fi portò ad incontrarlo » e toccandolo difle: Quefto è 
il ritratto di Monfignor Montoja : e voltofi alla ihitua : E quello è Monfìgn* 
Montoja. Dopo queff opera ebbe a Dire la tefta con bufìo del Cardinale 
Bellarmino , che fopra il venerabii fepolcro di auel gran Prelato nella Chie^ 
le del Gieaii fu collocata: e fecevi appreflb fa figura» che rapprefenoi la 
Religione . Anche la Sentità di Papa Paolo V. volle di mano di lui il pro« 
prio ritratto, dopo il quale ebbe a (colpire quello del Cardinale Scipione 
Borghefe fuo nipote ; e già aveyjalo quau finito » quando a cagione d' un 
pelo (bopertofi net marulo» che occupava il più bello delle firoote, fi rifoU 
ve di farne un altro , che riufc) al bello» che lo fieflò Bemino vedendolo 
infieme eoi Cardinale Antonio Barberino » dopo quaram^anm $ ebbe e dire 
^uefie paiole t Oh «loamo poco proétto ho fiicco io netl' arce deUa icultore 
' . inali 



CIO: LORENZO BERNINO. 57 

in ù Ittngo corib d^anm ; mencca io eonokép che <k fiincioUo ikianeggitir« 
il marmo iiv quefib modo ! 

Cerrtvt «gli incanto il qQifidictfimo di ftM eci» quando e^fece je^ 

dere fcolpka di fua mano la figura di San Lorenzo (opra la graticola» 

par Leona Strozzi, che fu polla nella lor Villa: e poi pel già nomina*^ 

co Cardinale Borghefe , la dacua dell' Bnea» che poru il ?ecchio AnchU' 

fé» figure» anziché nò, maggiori del naturale :. e fu quefta la priaia opera- 

grande, ch'egli facafle, nella quale» quantunque alquanto della maniem. 

dì Pietro luo radre fi rìconofca » non lalcia però dì vederfir per le belle av#> 

vertenze» eh* egli ebbe in condurla, un certo avricìnarfiaiteneroe vero». 

al quale fino in queir età portavi lo l' ottimo gufta tuo, ciò che nella ce^^ 

(la del vecchio più chiaramente campeggia. Onde maraviglia non è» che 

lo ftello Porporato di fubito gli ordiniS^ una ftatua d'un Davidi di non 

minor grandezza della prima. In ^ueft* opera egli Toperò di gran lun« 

ga fé ftdio; e conduflela in ifpazio di fette mefi e non piai mercechè eg^L 

fin da quella tenera età, come egli era poi (olito dite» divorava il marmo» 

e non dava mai colpo a voto; qualità ordinarìa^non de* pratici nell* arte,. 

ma chi all'arte ftsfia a'> €itco fuperiore. La belliffima leccia di quefta fi*. 

gurzt ch*esU ritrafie dal proprio volto fao# con una gagliarda increfpa- 

tura di cigfk allo 'n giù , una terribile fiiTazione d' occhi $ e col marderfi 

con la mandibula fu peneri tutto il labbro di focto^ jb vedere maraviglicH 

fimente efpreflò il giufto fdegno dei giovane Ifdraelita 9 nell'atto di vo«^ 

ler con la frombola pigliar la mira alla fronte del Gicante Filifieo ^ ìik 

diflimile rifoluzìone» fpirito e forza fi Icorge in tutte raltre parti di quel 

corpo, al quale, per andar dispari col vero^ altro iwn mancava» cM il 

moro. Ed è cofa notabile, che mentre egli la (lava lavorando, a forni- 

glianza di fé medefimo , lo fteflb Cardinale Maffeo Barberino volle ^ixk 

volte trovarli nella fua ftanza ^ e di Tua proprfat mano unergli lo fpecchio » 

Ma il Cardinale Borghefe, a cui ptrea per avventura , ficcome era vora^^ 

mente, d'avere in queAo artefice ritrovato un ceforo» non permefle mai 

ch'egli fenza alcuna bell'opera > da farfi in proprio fuo fervizio, firimanef. 

fé. Coaìebbe egli a fare il gruppo delh Dafne col giovane ApolloiC quells 

in atta d' eflèr trasformata in Allòro , che riufdi lavoro sì marav%Uofo» cho 

fs poi fiunpre detta la Dafne del Bernino: ed egli» che ancora diciott^an*^ 

ài non avea compiti , nel camminar eh' e' dceva per la città , era da tutti 

gusfdato e additato per un prodigio deir arce. Ma perchè la figura della 

Dafne, quanto più tenera e più vivai l'occhio cafto d'alcuno menoof* 

fender poteile ,allorchè da qualche morale avvertimento ella venilFe accom» 

pagnata»f altre volte nominato Cardinale Maffeo Barberino » operò che vi 

fuUe fcolpito il feguente dtfticò sparto nobile di fila eruditiffima mente 1 

Fronde mavus impiett hiciéi ftu €éi^ph ^maras. 
Seguita la morte di Psolo V. ed efaltata alla foprema dignità Lodovifioi 
detto poi Gregorio XV. ebbe a farb fino a tre volte il ritratto di lui > fra in 
bronzo e in marmo . Provveddelo quegli di ricche penfionii e fecelo Ca« 
valiere di Crifto . Brevi furono i giorni di qutfto Fenteficé ; dopo il quale 

fuaf* 



£u alTiinto Barbermdj che £u, Ui^bano Vili: il quale Cubito aruco in & il ' 
Cavaliere» gli parlò in quella forma : E'^gran fortuna la voftra» o Bernhioi . 
di veder Papa il Cardinale Maffeo Barberino; ma aflai maggiore è la no- 
(Ira , che il Cavaliere Bernino viva nel noftro Pontificato. Fecefi fare in 
marmo e metallo più ritratti difua propria perfona. Ad iftanza dei me«. 
defìmo fece la grand* opera di metallo in San Pietro» intorno al luogo» 
che diciamo la Confeifione « Voile che egli per due anni interi attendefle 
agli liudj di Pittura e Architettura» difegnando di far dipignere a lui 
tutta la Loggia della Benedizione. Ebbe il Bernino in ricorapenfa del bel 
lavoro della Confeifìone » in cui avea confumati nove anni » diecimila feudi t 
con alcune penfioni: e per due fuoi fratelli» un Canonicato di San Gio- 
vanni Lateranote un Benefizilo di S, Pietro. Fece poi la bella Fonte di 
piazza Spagna » col bel concetto della nave $ con var) cannoni di batteria , 
che gettano acqua per entro la medefima; fupplendo con tale invenzio- 
ne al mancamento dell' acqua fteiTa» che in quel luogo avea pochiifima 
alzata dal fuolo . Accompagnò il bel capriccio del Bernino Io fteflò Pon« 

BeUka Pontifi€ummnfundìi machina flammés 9 
Std dulctm^ belli qua petit ignis » aquam . 

Fece anche in. quel tempo la Fonte di piazza Barberina» col Glauco colia; 
conca fonante, dalla quale fcaturifce l'acqua» e tre Delfini» che reggo-' 
no la pila . Ad iftanza pure d' Urbano adornò le Nicchie de* piloni » che: 
leggono la Cupola di San Pietro» dove poi furon collocati i quattro Co*' 
lofli di marmo» dico il Longino» opera di Gio. Lorenzo » il Sant'Andrea del 
Fìammii^o» la Santa Elena del Bolgia e la Veronica del Mochi . Fece la. 
fiàtua della Santa Sabina per la Chiefa della medefima in luogo detto Ai 
Vrfum pileaium. 

Correva V anno 1639. quando egli a' conforti dello fteflb Pontefice 
pafsòaftato matrimoniale «e lì accasò con Caterina» figliuola dì Paolo Ter* 
zio» Segretario della Congregazione della Santillima Nonziata» uomo di 
molta bontà» colla quale viilb poi trentatr^ anni» e ne riportò nume- 
ròfa figliuolanza . Diede poi mano al difegno del Palazzo Barberino» 
del Campanile di San Pietro» e della facciata dei Collegio de Propa^ 
ganda fide. Scolpì il bafibrilievo» fituato fopra la porta maggiore» che è 
quando Crifto dice al Principe degli Apoftoli: Pafce oves meas. Fece il 
difegno e modello della Conteflà Matilde : e intagliò il bel ritratto di 
marmo di Gofianza Buonarelli» che oggi vediamo nella Galleria del Se- 
reniflìmo Granduca. Fece il difegno» e tutta la grande opera del Sepol- 
cro d'Urbano» col bellifiimo ritratto di bronzo dello fteflb» e la bella fi« 
gura della morte» col fuo gran libro» in atto di feri vere a lettere d' oro il 
nome di quel Pontefice: alla quale opera applaudi T elevato ingegno del 
Cardinal Rapacciuoli » co' feguenti verfi : 

Sernin sì vivo il grand" Urtano bafimo^ 

E sì ne^duri bronzi è Pa/ma imùrejfa. 

Che per $orglilafe% la morse (sejfa 

^ Si0 Jutfepokro a dimofirarlo eftinso . 

Fu 



; GIQ: LORENZO SE RNINO. \ 59 

Ftt qu^ft'CFpera ilupinda jncomiDqiaca duf anni avanti la morte d' Urba-> 
l^ano» <9 fcoperta circa a trema mefi dopo che egli fu andaco al Cielo :ì 
«ciò fu ajla prefenza de) fuo Succeflbre Innocenzip. Né io voglio lafciara 
4i portare in quello luogo un'arguta rifpofta, che diede il Bernino a per* 
(pnaggio di alca condizione» poco amico dicala Barberina», che la itavi 
guardando» prefenci altre perfone. Aveva il Bernino , per una certa biz^ 
zarria, e non ad altro fine, figurate in qua e in làibpra il depofito alcuna 
Api, alludenti all'arme di quel Papa. Offervolle il peribnaggio» e dilTe: 
Signor Cavalier j VS. ha voluto colia (ituazione di quelle Api in qua e ia 
là, modrare la dìfperfione di cala Barberina (erano allora le perfone- 
di quella cafa ritirate in Francia) ai che rifpofe ii Bernino ; VS. però pu^ 
ben fapere, che le Api dìfperfe ad un fuono di campan^ccio ii tornano 
a congregare; intendendo della campana grande di Campidoglio, chefuona 
dopo la morce de' Papi, Divolgatofi femprepiù la fama di quell'artefice» 
più Potentati d'Europa incominciarono a defiderare l'opere lue « La prima 
tuEnrichetta Maria Regina d'Inghilterra, che con fuadp'itf. diXìiugno» 
richiefelo dèi ritratto del fuo conforte Carlo I. V infelice Ke d' Inghilterra : - 
e a tale effetto gli mandò un bel quadro di mano. d'Antonio Vandich, 
dove vedeafieflbRe ili tre vedute ritratto al vivo. FeceloegIi,e mandol- 
Io a quel Potentato. Veddelo la Maeftà della Regina», la quale defiderò 
eflere anch' efTa ritratta per mano di lui; ma le turbolenze^ poco dopo 
inforte in quel Regno, non permeflero che ciò fi facefie , Ebbene però a 
fare uno per un Cavaliere di Londra » che veduco il bel ritratto del Re» 
fi portò a Roma appolla per tale effetto: ed ebbene onorario di feimila 
feudi. Ebbe poi a fare ancora il ritratto del Cardinale di Richelieu. 

Correva V anno 1644. quando il Cavaliere con lettera del Cardinale 
Mazzarrino, fu chiamato dal Re a fiarfene in Parigi» con promefia di do* 
dicimila feudi di provvifione; ma F amore eh' ei portava all'ancora viven^ 
ce Pontefice Urbano » fecegìi recufare V invito . In quedo tempo incornine 
ciarono, colpa dell' invidia, contro il noftro artefice varie perfecuzioni» 
a conto deji' opere d' architettura , fatte da lui nella Bafilica ai San Pietro, 
che cagionarongli per lungo corfo di mefi affanni eftremi, lafciando do- 
po di loro fralla minuta gente di gran fufurri , che fon noti, e che da noi 
furono nella fopraccennata vita puntualmente deferirti 1 intorno a che ad 
«OTa vita ci rimettiamo» ed all'apologia, con che a giuda e intera difefa 
di lui, l'abbiamo accompagnata . Mentre tali cofb feguivano» non lafciò 
egli di far vedere femore parti più belli del fuo ingegno. Tali furono il 
difegno della Cappella del Cardinale Federigo Cornaro» nella Chiefa di 
$anca Maria della Vittoria de' Carmelitani Scalai ; e'I mirabil gruppo deU 
la Santa Terefia coli' Angiolo» che quivi a' ammira. Ad iftanza d' Inno- 
Cenzio X.»fece il difegno della m^ravigliofa Fonte di piazza Navona» ini 
mezzo alla quale trafponò il grande dbelifco co' i quattro fiumi princi*" 
pali del Mondo: il Nilo per l'Affrica» opera di Jacopo Antonio Fancelli; 
il Gange per l'Afia » fatto da Monsù Adamo: il Danubio per 1' Europa» 
fcolpito da Andrea detto il Lombardo: ed il Rio della Piata» che fu da 
Francefco Baratta intagliato^ .fopra il quale e fopra il Nilo diede però con 

f UQ 



^0 Ù€camAldeSaFmJJtlSt^.V.iiali6iù.ali6io. 

ftto r<:irptllo adii eolpl il Httmlm». Ih ^titfti ceÉip} il Duca di Modanà 
Fctiìceico da Efte volle di maii6 dai Bemino il praorio ritratto » il quala 
condotto a ptriaaione» egli «andò al Duca t ad ebbene in tanti afganti' 
onorario di valore di tremila Toudi; mentre a Cofimo Scarlatti t fattiiltara' 
dal Cavaliere, che V andò a eonregnar^, furon donati dugento Ungberi. 
Circa queftotùcidefifno tempo di(de egli compiinento alla grande e belliflir- 
ma ftatua della Verità fcoperta dal Tempo, che oggi fi ammira in cafa i 
fuoi eredi; ed era fua intensione 41 Are ancora la ngura del Tempo dio 
la fcopre i a effetto di che aveva egli provvido un grande e belliffimo 
marno i ma tale fuo proponimento, a cagione dell'altre fue occupazioni» 
AOA poti avere effetto» onde il marmo rimafe tale appunto, quale em 
ftato tratto dalla cava. Fu intanto veftito della Sacra Porpora Monfignor 
Fabio Ghigi, onde ebbe occafione il Bernino, che foo amiciffimo era • 
d* impiegarli per effo nella refiaurazione della Cappella di Tua cafa , nella 
filale dopo Tua efakazione al Pontificato , fece il bel gruppo di marmo deU 
PAbacuch coli* Angiolo, ad il Danielle fra' Leoni; ed m quel tempo pu<» 
fé diede princioiò con fuó dUègno al gran Palazzo di cinque facciate per 

10 Principe Lodovlfio in piazza Colonna, che poi per mone del Papa ri-i^ 
mafc ionperfetto: e conduffe ad iftanza del Re delle Spagne Filippo IV. 

11 gran Crocifiilo di bronzo, che ebbe luogo nella Cappella de' Sepolcri 
de' Re . Intanto fu egli dal Pontefice Aleffandro dichiarato fuo proprio 
Architetto e della Camera : eofa che non gli era occorfa per avanti negli 
altri Pontificati; perchè ogni Pontefice, avendo proprio Architetto di cafa 
fua, a lui voleva tal carica conferire ; coftume,che poi dagli altri Pontefici* 
dopo Aleffandro, non fU feguitato, per lo rifpetto phe ebbero alla fin« 
ffoiar virtù del Bernino i onde egli fine n e' viffe, fempre ritenne tal carica» 
Inre che in quefio Pontificato aveffero in certo modo loro comincia- 
mento l'opere egregie del Bernino; manoiandremole, per fuggir lun- 
ghezza, folamente accennando. Una fu il gran Portico della piazza di 
San Pietro. Neil' ordinare quefta fabbrica volle valerfi della forma ovata» 
difcoftandofi in ciò dal difegnodiMichelagnoIo, afiine di più avvicinarfi 
al Palazzo Apoftolico, e di meno impedire la veduta della piazza dalla 

rrte del Palazzo fabbricato da Sifto V. col braccio comunicante colla fca« 
regia , che fu pure opera del fuo grande ingegno. E fucofa maraviglio^ 
fa il vedere , che nello fteffo tempo eh' egli tirava innanzi auefta gran 
fabbrica, a*applica(Ie altreaì a condurre , per ordine del Pontence» il bela- 
lo ornato della Cattedra di San Pietro, co i.gran Colofli di metallo t rap. 
prefentanti i quattro Dottori della Chiefa: gli due Greci, Gregorio Na* 
zianzeno e Atanafioi a gli due Latini, Agoftino ed Ambrogio* Queftt 
con grazia inefplicabile fofiengono una bafe , fopra la quale ena Cattedra 
leggiadramente fi poft: ed è da ammirarfi in quello luogo l' infuperabil 
pazienza del Bernino, il quale di quefio gran lavoro fi^ce di tutu [uà tùu 
tio i modelli di terra . Bd effendogli ì Cololfi riufciti alquanto piccoli g 
non ifdegnò di quegli metterti a fare di nuovo, della grandeaza appun- 
to, che ora fi vedono in opera. Per ordine dello fteffo Pontefice tece il 
Teinpio e la Cupola a Caftel Gandolfo ; il Tempio alla Riccia» Feuda 

dell' 



» ► 



€fO: lORBNZO BERNtNO. €i 



deH'EcceìIifìtiikcaraGhigi: ^tÉelIodiSànf Andrea a MontectvtIlo»N<^ 
viziato d^ Fedire Geftiiti. Remuro la Ghiiela di Sanca Maria del Popolo > 
e la vicina porta della città. Erede la fabbrica per T aggiunta del Palaz* 
zo Quirinale per la famiglia del Papa • Adattò con bel concetto la Sala 
Ducale p in modo che poteflTe comunicare colla Sala Regia « Edificò un 
Palazzo dell' Eminehtiffimo Cardinal Qhigi : • VArfènate di Civitavecchia ; 
e la Oailefia e Facciata verfo il mare del Palazzo di Caftei Gandolfo. 
CKtrc alle ftatae dell' Abacuch e Danielle per la Cappella de' Chigi, delie 
quali fopfa abbiamo fatta menzione » fcol pi ad inftanza d' Aieflàndro un 
San Girolamo ed una Santa Maria Maddalena: fece il modello della (ta- 
tua di lui, che fu pofta nella Cattedrale di Siena, afliftendo ad Antonio 
^flggi» detto il Lombardo» fuo difcepolo, che la intagliò: e diede luoga 
in pie della fcaladi San Pietro ( avendolo già condotto a Duo fine) al gran 
Coiofib di marmo del Cofiantino à- cavallo. 

S' accrebbero le fortune del Bernino , colla comparfa a Roma della 
Real Maeftà della Regina di Svezia, la quale già per l' innanzi elTendo pie«- 
na d'alto concetto del valore di lui, noniafciò poi, finch* ei vide, con 
alTettuofiflìme dimoftranze, d^ onorare il fuo merito. Venuto Tanno 1^64. 
al modo Romano, volle anche la Maeftà del Re di Francia Luigi XIV* 
far conofcere quanta dima ei facefiedel noftro artefice , colla chiamata di 
fua perfona a Parigi , per fargli vedere i difegni, dati fiitti colà da' ^U va«* 
lorofi Architetti, per dar fine al magnifico edifìzio del Lovre; acciocché 
dopo aver vedute in Roma le piante mandategli a tale effetto appofia, ne 
facefib di fua mano il penfiero, per portarli poi a metterlo in opera. 
Molte furono le lettere, e di Colbert primo Miniftro, e del Re ftefib alla 
Santità del Papa per ottenerlo , ed al Bernino per averlo , ed al Cardinal 
Ghigi , che per brevità tra tafcio^ avendole con più minuto racconto nota« 
te nella fopraccennata Vita con loro rifpoftè > infieme con quanto occorfe 
al Bernino dall' Aprile 166$. che fegul tua partenza pef Frància, fino al 
fuo ritorno, e co^ nobili onorar} riportati da quella Maeftà (della anale 
anche fece unbeliiflitno ritratto) e con quanto eziandio occorfe nell'oc- 
cafione di tale bella manifattura , degno al certo d' eterna memoria . Mor-> 
to il Pontefice Aieflandro, efucceflb a lui Giulio RofpiglioG, che fi chia* 
mò Clemente IX. che pure era flato grande amico del Cavaliere, volle 
iinch' efib onorarlo con non minori dimoftraztoni di ftima . In quefto 
Pontificato eibbe egli a finire il bràccio del Portico verfo il Sant' Ufizio ; 
la cordonata alla (cala, che noi diremmo padiglione o fcala a baftoni, 
d'avanti uUa Bafilica di San Pietro: abbellì il Ponte Sant' Angiolo, con 
ftatue d'Angioli, portanti gli ftrùmentì della Paflione del Signore, e fecevi 
balauftrate . Aveva egli condotto di fua mano due de'medefimi Angioli, per 
dar loro luogo fra gli altri fopra di eflb Ponte; ma non parve bene a Cle« 
mente, che opere sì belle rimaneflero in quel luogo all' ingiurie del tem^ 
pò ,- che però fecene fare due copie : .e gli originali deftinò ad cfler podi 
altrove, a difpofizione del Cardinale Nipote. Ciò non ottante il Bernino 
ne fcolpl un'altro fegretamente , che è quello che foftiene il titolo della 
Crocei non volendo per verun modoi che un opera d'un Pontefice, 

a cui 



6% DecmM.èài§fmt.lMSi(rV>4a^ 

^ora della Iva judo . C»^ uk^tOf^ 9(BMa^ '«ìl^^eTO cooi^^xM»^ e diUé : la 
iMSfsa, CamtkM^ toì in» y^^ J»«w^ware ^ i^r fare un^ altra copia ^ 
£ qui coB&iexi il mio lectosd» «I\e il ^oftrp afitefice cpniUtuho in (età ^e- 
cnepiia« ifi jipa^ di 4ui^ aiw4«4iftn jpiÀ». oonduflTe le>d\ie lUtiie ili ovu:^ 
iiiio imentf aflaiAagcu»» d^lMjtsfttyle.» CfiTa;^ cbe a' più incendenti deir 
> anet iiiainbra a^eiae^i* aiP9«dìlyAl^c^ Pian^ jn^oaìtp &oina e U Mondo 
ciitto» ia bacete idi Cks»eA%s J^* ^ AlPCCO^iP: il .Cai;dinale Exnijio Aluecl^ 
con nome cU Clenence X« (^^ per la £iia £cavi$ma età di ottantuno 
«mo» noA pece caricarfi del igf^wxQ d'edificare e di abbellire la cittàs 
ciò cbe al Bomino diede «ccafiene £ dare alia ^eqfie e al coi:|>o fuoigual* 
cke rif«Kfi> dair iBce0anci frticl^e ^durate a (¥>piia ì^enefizibo^»^ per lo cer- 
io di diedi aani e pii^^ $^ laft^ip par q^efto la geoerofii» del Cardi.^ 
naie Altieri» Nipote del Papa, di Yakr|i :in quanto potjb dell' opera del no- 
Al» artefice # fèQfMfidqgli liir^ il xifratto di Sya Sas|tità^ e la bella Aatua 
^Ua Beata jjodovica Aib^màaii» in atto di morire: U quale a'aimnira ogfi 
Jietia ionrQolii Ci^peila vf^ $a^ ]?rancefco a Ripa . In quefio goyerno fece 
ogUaMQCa il paviiQen^Q il^marmo iniftio dei Porticele di $aa Pietro : e 1 
Oharip di meuUo e lapiÀ?z«li per la Cappella del Sacramento > con gli 
due ioifeli pure di mefaUai in aftto di adorazione del Corpo di CriCb^ 
«he 10 eflà fi coiìferva; e vedefi anche la bella Tavola dipinta dal Bernino# 
e non da Carlo Pellegrino Tuo diCpepolo.» cofloe fi dice per ognuno: nella 
iiual Tavola rapprefentò fatti di S. ^auri^o. Qùefia polla a fronte delle 
beli' opere 4Ìi fcukura dello fteflb artefice, lafcia in gran dubbio» St egti 
f>iiì nella pittura o nell' arte ftatuaria facefle rifplendere il acme (vo. 
Aasiunfe anche a ^uefta Cappella » confup dìfegno % il pavimento e la ba- 
iaimratR . Aveva d Cavaliere Bernino > fino in vita d' Aleflàndro VIL 
fatto il difiMEno,e modellato tatto di £imì mano» del Sepolcro di lui » per 



iioiitifluao Cardinale Nipote» ma dal m^defimo Alefiàndro : il quale di più 
glie ne avea pronicflb r intero pi^amento ; onde mancato Clemente X. 
ed afiunro alla Pontificia dignità Innocenzio XL egli applicatovifi di gran 
]»Fopafito, lo conduflè a fine. Mpdrp in quello (epolcro il Cavalier Ber« 
nino la fplita vivacità del fuo ingegno^ Situandolo in una &^^ nicchia • 
«a luogo appunto ove è lima iKurta^ per la quale continovameme fi pdla; 
lèrveadofi di edà così bene al Tuo bilogoOj» che quello» che ad altri urek-^^ 
be potuto parere. grande im^pedimento > a, lui ièryì d' ajuto» anzi fu x>ecei^ 
Cario requifito per efiettuare un fuo bel penfierp. Finfeegli adunque» che 
la porta fufle coperta da 91^ gran <K>ltre» che egli intagliò in dtafpro di 
Sicilia: apprefiTo figaro in dorato metallo la morte, che entrando per efifa 
porta» alza la coltre» colla i^uale » quafi yergognofa, fi cuppre la teda» e 
porgendo un braccio infuon verfo Ja figura di Papa Aleflandro (il quale 
egli fece vedere di (opra inginocchiato Mi fignra di marmo {>el doppio del 
naturale) dimoftra con un' ortvuolo in mano» ^à efier finite l'ore fue. 
Da i lati nella pili baila parte veggonfi due grandi fiatue di marmo» rap* 
prefentanti , V qna la Carità \ V alcca la Verità . Quella era interamente 

ignuda» 






r : ' GIÙ: tÓkBmO SEXNINÙ. ^5 

che le &ceTa actorna la colere , e 4rf $oi» eie* le^ cèprmi hd ia( poca il 
pbtco ; ma perchè femminsf nuda, bcAcSiè di feffo, ma p»:6dìr mano del 
S^rnioo, non bene fi* eoti&eél^ collh oaBdkdtZMdef penficri ddl^ allora 
tàccavia Regnante Pofieeficef InneiceniwìtLpijBbik^^ 
mente incenderei cfitt fòrebfte Anco di feognfto /choeft BesÉónor nel imr- 
db che m^iùte a Axf lufle iMiruta, Tovefl^ aln^uaiito» piii rioopesta. Bg^ 
di fubico le fece mitr vefl!e^ di ffletallo» ItKjwkefin&dibi^co a fomi^ 
glianza del marmo: cofa che a lui fu di inelplicabile penllero e fatica» 
per eflergli convenuto accomodare una cofa fopra uà* altra , fatta con di- 
verfa intenzione. Tennelaegli però per molto bene impiegata, mentre 
con tale provvedimento; e con qjuefto bello efemplo fece rirplendere a'fe- 
coli che verranno» la Santi til^ della ménte d'uri tafncojPonceficft^ Nelb 

J)arte fuperiore fono altre due ftacue , delle- quali fr if^ede^ la macà: e forno 
a Giuftizia e la Prudenza . Termina firtalttfente^ ih cuno^ T affane di qubt 
Papa, ficuata fopra la dorata nicchia, oon^dUe snindi^ aiaefae I^r^ono^. 
Correva il Bernino V ottantefimo anno di tua vdca,^ quandoi dtefiderow 
io, prima di chiuder gli occhi a quefta luce» di dare alcun* fegnudi.grattitur 
dine alla Maeflà della Regina , llata fuè iing^lariilìm» Pnnetancev il pofii 
con grande ftudio ad intagliare in marmo in mescsa^ii^ray oiagpese'del 
naturale, il noftro Sai v^toi<e' Gesù GriftO'; opra» , che ficeomefitidbtOL 
da lui il fuo Begnamino , cosi fu i* ultima , che defle ai ludnida Ib fiia ma^ 
no: e deftinolla in dono a quella Maeftà. Venneg4v petò^ fallito^ tftte:diw 
fegnb , perche alla Afoeftà fua parve cofa sì bella^ che non^ troirandoftal* 
lora in congiuntura di potere proporzionatamente coiìwaecnicnbiQraDe ib ào^ 
no, elefle anzi di recufi&rlo, che di mancare un punto aUfei^ Rmle MagnU 
ficenza dell'animo fuo; onde il Cavaliere, che pure voL8ai,.eh/.e'ftimd2'. 
Sua Maefià , glielo lafciò p60 td(lamento . X^aii ooncbipoi eila.faceflTé di 
quella figura, io non fo'coqie e^icare, fé non coir acteftaco* di quanto' 
ella medefima fi degnò dichiararmi, alloAùpUDida^Ia^OTtma volcaichf io mi' 
portai a' fuoi piedi, dopo aver comandato^ cbe'miifuilèfiittot^eraooaii^' 
to di belio e di raro conoenevano le ftanze delia. rùa:poeriòfiflim»G«lWiav 
ella ilefTa per ultimo mi condufle davami a^quelbcdlo'eimaidlofiffimo^fiiniir 
Jacro, e con la viva voce VcHe fl'tuVM^ dàcmyaieonofcoee.. 

Refterebbe per uitimo a dire, quale ruifdiiTÀii'nfoftra arte&se». nohi 

{>ure nelle tre arti di Pittura, Sculturae^Atrdiiteéniraiy ma eanandìoiileiv 
a Ingegneria, quanto mirabile in ogni' fotta) df! invenzione di'macehìne^. 
di apparati, di (cene, e d'oga' al tra operazione, in ogni co(a apptrcenea^ 

te al difegno: quanto valorofo nelrarte Comica, nella quale rapjmfentè 
tutte ' ' - - • ...--. 

tenze 
Tefercizio 

aflRtato. 
un breve compendio di ciò eh* io fcrifll^alttd^vóki^iìuiraiqo^ 
doil mio Lettore, altro non fonoperdirne. Terminò finalmente il Cav. Be 
nino, la fua vita a cagione d' una lente febbrai o'coi'fi^ aggirnife acciden 

d' apo- 




6^:^ Decenfi^n.MàPmJ.del$ée.V.M tSro.^ 1620. 

d*apopleffit nell'età. fua diotttfitftdue anni» meno nove giorni, a* 28. del 
mele di Novembre delitfSo. e con pompa aguale al merito di unt'uomo» 
e delle ricchcz2e, che erafi procacciate con fua virtù, che non furono 
meno di qnattrocentomila icudi» fu portato il foo cada vero alla Chiela di 
Santa Maria Maggiore, dove.ndU fepoltura di fua cafa attende V ultimo 




*RUrauit te Si e con bu/lo. 

Del Majordomo di Sifto V. in Santa Praflede / 

Di Giovanni Vigena , alla Minerva . . 

Del Cardinale Delfino , in Venezia . 

Dello fteflb in profilo , in Venezia* 

Del Cardinale Serdi, in Parigi.; 

Del Cardinale Valefio» in Venem. 

Del Cardinale Montalto, in cafa Pcretti. 

Di Monfignor del Foz^io >. in ì . 4 • . . 

Di Monfig. Frane. Barberino,. a»o d' Urbano Vili. 

Della Madre d'Urbano Vili. . V 

Del. Padre del medefimo. . ^ 

Di Donna Lucrezia Barberina. ^ in cala Barberina , 



Due di Papa Urbano VIIL 

Altro- del medefimo • \ 

Altro di metallo, r . . ^ 

Di MoofigiK» Montojt, in S. JacopQ d^gli SpagnuoU . 

Altro del medefimo Cardinale , in cafa Borghefe . 

Di Urbano VII. in cafa Giori • 

Altro di metallo, ali* Abate Braccefi. 

Di D. Paolo Giordano Ducadi&acc. in cafa.Orfina ^ 

Di CoiHanza Piecolomini , in Galleria del Granduca . 

Di Innocenzo X. in cafa Panfilia • 

Altro del medefimo, per la cafa Bernina « 

Di Gregorio XV. \ • r r j .-r 

Altro dfmetaUo ) '"^ ^^'^ ^^^^^^^ • 

Di Aleflandro VII. \ • ^.a, nh;^; 

Altro del medefimo, ) '^ "^^ ^^^8^- . 

Altro del medefimo, per la cafa Barberina» 

Dei Cardinale di Richelieu, in Parigi . 

Di Carlo I. Re d* Inghilterra, in Londra • 

Di Francefco Duca di Modana, in.Modana* 

Di D. Carlo Barberino, in Campidoglio. 

Di Luigi 



x: Giù. LORENZO SIRNINO* . €$ 

0i Luigi XIV. Re di Francia, in BtiSm. ^ 

Bi Cioiaence X» in Roma^. 

Di un Cafalicra Inglsfe, in Londra. 

Stafue di marmo • 



X2et Cardinale BeUarmina» al 

Della Religione» fui Depofito di detto Cudinalei al Gìcsi^* 

Di Paolo V. al Giesù. 

Gruppo d'Enea, Anchìfe» e Afcania, in Viila Borgbefc. 

Grupoo del rateo di Proferpina , in Villa Lodovifi . 

GJIpp;)d»AponoeDafne, ) in Villa Boighcfe. 
Grttj^o di Netcunno e Glauco, in Villa Moncalco^ 
San Lorenzo ibpra la graticola , in Villa Stroasu.. 
San Sebafliano, per la Principefla di Roffiuio . 
Santa Bibiana , nella Chiefa ai efllà Santa . 
Angiolo al fepolcro del Cardinale Delfino, a Venezia* 
San Longino , in S. Pietro . 

Tefta e modello della (tatua della Conteflà Matilde, in S.Fiecro. 

II Coftantino a cavallo » nel Portico di S» Pietro . 

Il Tritone nelb Fonte di Piazaa Navona» rincontro al Palaszo Panfilio* 

Scoglio della Fonte di Piazza Navona^ 

Il Cavallo ) In Piaxza Navona . 

Il Leone» ^ 

La Verità » in cafa Bernina • 

San Girolamo» nella Cappella Ghi^i» in Siena # 

Grupt^'d* Abacuch e F Angiolo» ) «ella Cappella Chigi al Popolo. 

Urbano VII I . in Campidoglio • 

Fonfeca con la corona ih mano • in S« Lorenzo in Lucina • 

L' ultimo Cardinale Cornara» alia Madonna della Vittoria . 

L'Angiolo col titolo della Croce» &l Polite S. Angiolo « 

ltf(R»tìlt«V0 di C^ifto e S. Pietro, d«it|o volgarmente il ?sfc€ «vis mett, 

fopra la porta di S. Pietro . 
CoIoBo del Luigi XIV- Redi Frandt, par Sua Maefti Criflianiflima. 
U Tritone nella Fonte Barberina, in Piazza Barberina . . 

E La Bea- 



4Ò Decetth 11. dèlia p4Uft, L MSec VMliS\o.«l\ dio. 

La Beata Lodovica Albercpni, iàS»£niice£co A Ripa.' 

Sepolcro di Aleffandio VII. con la fna ftatna ed alare, in S. Pietro « 

U Salvatore ultima opera > i>er U Maeffii della Regina di &Tezia« 
Tede fino al numero di quindici» in luoghi diverfi . 

Statue di metallo. 

Bttflo d'argenco di Sant' EulUcIiio , nella Chiefa di eflo Santo. 

Urbano VIIL in Vellecri. 

Del medefimo al fuo Sepolcro» in S. Pietro. 

La morte in eflTo Sepolcro » io S. Pietro « 

Quattro Angioli di metallo al Ciborio » in & Pietro • 

I quattro Dottori della Chiefa alla Cattedra .\ 
La fede della Cattedra . ) 
L'Àngiolo'della fedia grande. \ 

Altro in eflb luogo • / in S. Pietro« 

Due Aagiolini ibpra la fede • \ 

Angiolo grande nella Gloria* / 

Crocififlb grande quanto il naturale» per T Altare della Cappella Reak di 

* Filippo tv. in Madrid. 
Santa Francefca Romana , Angiolo e Cafla » nella Chiefa di efla Santa • 
Due Angioli del Ciborio di metallo all'Altare del Sacramento % inS. Pietro^ 
Ritratto del Cardinale di Richelieut in Parigi. . 

Opere di Architettura t mijie. 

La Facciata » Scala e Sala del Palazzo Barberino « 

II Palazzo Lodovifio imperfetto . 

La Chieda del Noviziato de' Pkiri Gefuitl. 

La Chiefa nella Aricela . 

La Chiefa con Cupola in Caftel Gandolfo, 

La Galleria e Facciata ferfo il mare del Palazzo in Caftel GandoIfo« 

La Cappella Cornara alla Madonna della Vittoria . 

La Cappella del Cardinale de Silva » a S. Ifidoro . 

La Cappella del Fonfecaj aS. Lorenzo in Lucina. 

La Cappella dèir Allaleona » a S. Domenico di MontemagnanapoU. 

La Cappella de' Raimondi » a & Pietro a Montorio. 

Capp^la de' Siri , in Savona . 

spulerò di Aleflandro Vii. in S. Pietro % 

Il Ciborio di metallo e lapislazzulo all'Alutedel Sagramento, in S. Pietro* 

I quattro Angioli» dove «anno le Reliquie in S. Pietro dal cornicione ia 

terra , ^ 

II Baldacchino di S. Pietro t t)vvero le quatteo colonne. 
La Cattedra di S. Pietro. 

use- 






eiOt LORENZO tERNÌNO. 



H 



ti Sepofcro della ComeffiMktiide» incflo Inqgo. 

LftScata^del Calaazo Vscictna. . 

Il portico nella piazza di S. Pietro . 

La Memoria del Marenda» *ia S. Loceozo in DimaTo ; 

Altra fimile alle Convertite . ' 

La Memoria dtS, M. Rag»», alla Minerva. 

Il Sepólcro del Cardinale Pimentelli, alla Minerva. 

L* Arco e ornato della Scala Ducale, in Vaticano. 

L'aggiunta al Palazzo Quirinale d' Aleflioidro VII. 

Là Fontana di piazza Navona , ed erezione della GogUi • 

La reflaurazione della Cappella Ghigi, al Popolo, 

La reftaùraàone di ratta u Chielk del Pc^lo . 

-La Porta del Popolo dal cornicione in fu. . . . 

Le ftinse «da eftate con Loggia di Clemente IX. al Q^inile« 

Ornato del Ponte S. Angiolo, con Statue. 

L' Arrenale in Civita Vecchia . 

La Villa de'RofpigUofi, nel Piftoiefe. 

L' Altare neUa Cappella del Giesù de' Rofpigliofi , in Pifio)» ; 

Il ibcco Altane , dove è il fepolcro di S. Franoefca Romana , 

Altare in San Caiifto . 

Altare Maggiore» in S. Lorenzo in Damalo. 

Là Facciata » e reftaurazione di Santa BiUana • 

La Fontana in Piazza Barberina . 

Gli ornamenti di Putti e Medaglie di marmo ne' pilafiri iti S, Pietro cot* 

l'Arme d' Innocenzio X. 
V Armi con Stttue ed altri ornamenti di colonne di Cottanello in S. Pid< 

tro dello fteflb Pontefice. 
Lanternino e fefto della Capok alla Madonna di Monte£into, al Popolo t 
Pavimento di S Pietro , fatto da Innocenzio X. 
Bivimento del Pocticale, £itto da Clemente X. . 

Kon fi pongono le Scene» Qaarancore, Fuochi d'allescezsa» Catafricbì» 
Mafcheiste» e colè 



£a 



GIO- 



V< Peuim. ìt. tUagTért.'l.dilStt.V. dal iSi <t. il 1 6zo. 

GIOVANNI BILI VERT 

PITTORfic FIORENTINO 

*D'tfcepo!Q del Omm^ndatéte Lodwké Cardi GgttB, 

IE' wnfti, ckt recava ia ifinass k flonoTn oiMRorii aldi 
Granduca, f eM|Ìnando l» venne in qusftì cùtà un ceno JS" 
copo Giadmdi tipuioaeViuBaiiago. wmo «flfti cìi^ : ed 
è probabil coTa, ch'«* fiiffis anche inulligente àeih.b9aat 
wtài fiiaoohè ùp^MooOfOii^egU fa daqoel magatuino t 
vinuoTo Prìncipe aoocHaaxkto in carica di Frovvtdico» 
della fua R«ad Galleria: uftcio, che per ordinario fono fiatt fi^cc queftc 
Altecse di cpnfcrire « perfone di buòni natali e dì buon giifto in osoi 
farta di colè appareenenti a^e msdafioM arti. Ebbe cc^ni un figltuuo, 
che &i ti noftvoQiovanni^ «comechè fycSo oceorre. eh«.i nidriflwalc 
arvifarì del §enio de* propri fìglìuoli , o poco inclipaifi a f^r lor» canai- 
nare per quelle vie, le ^-uati kanno effi moéa&toA battuce, in^amùnana 
loro talvolta per Sentieri troppo lontani di- qiicì fini * a i quali cali liiro- 
mo da n^ura deftinari i portafegli occa&ane d' iiaptagara il nnciulto 
tléRa città di SWàa nell'etfcvdaio della mercacitra, jMt^ Pinvtò* a poféla 
in va b^ncQ. Aveva il fìgUuolo portato fìn dall'utero della madra una 
STnperfetìone.éellK|^HftÌ«-eglÌ aon aveva mai fatn» calo t cioà* che per di- 
fetto 4^1 nervo ottico 1' occhio fuo finiftro fcocgcvaaflai msno dell' oc- 
cliìodeRro^ OeewtGì, ehs andindò ^li un j^iomo. c^ a' A ÉKKva >nji 
Fiera, afpaflb perla città robnaltii «iovaa't di bancplàoi compagni, aea* 
fp^'^CCofVó^d una di quelle taviale.'love li vQidonóerìflaUtiColnlH eiftlt 
irediverfe coft? e dara dì manoquafi per ^oqo ad vnpard' occhiali. £• 
accodò ano de' due vetri all'occhio, dove era ìldifcttoi ed in«n fubits 
venne in cognizione. che quel vetro gli agguagliava appunto la vtfta col- 
Tocchio deftro; onde parendogli d'aver trovato, come veramente era. la 
fua medicina, fin da quel punto congegnatofi da quella parte un Cm^ 
vetro occhiale, quello poi tenne Tempre fino ali* età di 68. anni ch'e'vilTe, 
fenza mai portare altri occhiali. Qual fiiflè poi la cagione, che 't fanciullo, 
lafciata la città di Siena e la mercetuta, fé ne cornafle alla patria . e fi 
mettefle all'arte del dtfegno. a me non^ noto.; né tampoco!' ho potat» 
ricavare da Agoflìn Melilfi Pittor Fiorentino ^deJ quale paiierè più ab- 
ballò) che non folamente fu fuo difcepele e feguitce per gran tempo., 
ma fuoconfidentilEmo; e mi -ha dato in gran -parte qneHe notizie di lui, 
che io ora vo fenvendo. La verìtil però fu, che il SerenlTìmo Granduca 
Ferdinando, che teneva protcKioiìe 'del padre e dì Coacafa. lo-mellea 
flare col celebre 4>ittoie LudQv<ico Cardi C^oLi. 4)0! Commendaxore Ge- 
rofigliruiufko^' ed apfjretflb di ime è.àRai jnobidùiej dbe «iò fu&. alla ptii 
•■''-■ Joioga 



.t 



GIOVANNI l^lllVERT, ^9 

iiilgttdreft AVaitìì\oiS90k cioè odia fu Kà di quattordici. anni; perche 
ip m^defimo» fra altre pittura di mano di feanalati artefici • confervo un 
ritratto di lui, fatto quando egli era in età di quattordici anni» come 
anche moftea V effigie» che è d' un fanciullo» di faccia né corta ne lunga « 
piena di teneriffime e ben colorite carni» capelli baffi e biondicci» fatto 
per mano dello .fteffi^ Lodovico Cigoli fuo maeftro . Fece il giovanetto in 
quella fcuola gran prefìtto: e fu anche molto amato da Lodovico» il qua* 
le non aiuiò molto» che cominciò a valerli di lui per abbozzare lefue pit« 
cure. Conduflelo feco a Roma» e tennelo fempre appreflb di fe^ quando 
nel tempo di Cleaiente.VlIL eglircbbe a dipigaere per la Vaticana Bafi- 
lica la gran Tavola del Principe degli Apoftoli» in atto di lanare lo fior*» 
niato» diacente prcflb aUa porta del Tempio» opera che reftò finita poi 
Kegnante Paolo V. Riufirì al giovane il pillar cosi bene la maniera del 
maeftro» che ftando egli ancora nella fteflarcittà di Roma» gli fu dato 
a fare pe* Monaci di San Benedetto .ima Tavola » dove rapprefentò 
San Gallile » quando con fiillb al collo fu gettato in un pozzo della fua 
propria cala: nella qual' opera» che fu pofta nella Chiefa di San Califto» 
vicino a Santa Maria in Traftevere» (i portò per modo* che non è chi la 
ficonofca per d'altra mano» che dello fteflb Cigolio 

Venuto ]K>i a morte T anno itfi 3. il maeftro» il quale aveva dato in 
Firenze principio a una bella Tavola » quella ftefia che fi vede oggi in 
fiiir Altare de*Serriftori in Santacroce» fu al Bilivert, ftimato il miglio* 
re de' fuoi discepoli» efla Tavola data a finire. Era folito egli medefimo 
raccontare» che il Cigoli v' aveva fatto di fua mano quelk belliffima tefta 
di vecchio fenzs barba » quella del giovanetto che coglie i rami d' ulivo# 
e (quella ancora di Cri(b Signor noftro* che cavalca r alinello per entrar 
trionfante in Gerufalemme» con parte delle vefti di quefta fteflà figura: 
e tutto il rimanente» che pure è belliffimo» aveva egli ratto di fua mano» 
Similmente gli fu dato a finire un quadro d' altezza di fei braccia per 
Giuliano Serragli Nobile Fiorentino» nel quale volle il Cigoli figurare 
il miracolo delk grandine» operato dit Dio alle preghiere di San Diacinto 
Follacco dell'Ordine de' Predica(^ori» nel Villaggio di Cofeler nelle Cam- 
pagne di Cracovia: il quale quadm era fiato pure anch* eflb lafciato 
imperfetto « Vedefi la figura del Santo ftare in piedi colla faccia » in atta 
divoto rivolta al cielo > quafi implorando il dtfiderato foccorfo • mentre 
una nobil Matrona genufleflà accompagna le fue preghiere ; dietro al San- 
to apparifce una tefta vivifiima del Frate fuo compagno: e appreftb gli 
fiede in terra una bellilfima giovane» la quale con volto ridente moftra 
parlare con un'antica femmina che le è vicina; e intanto la donzella fa 
gefto di ftrtngerè un bel fanciullo» che fi rifugia nel iuo feno per timore 
d' un cagnohno» che (cherzando fé gli allancia alla vita ; ed è co(a in tutto 
bella il vedere nel &nciulIo unito infieme il gufto e'I timore» perchè con 
un piacevol rifo egli moftra che gli diletti lo fcherzat di quell'animale» 
e col rifuggirfi e firingerfi al feno della giovane » fa apparir chiara la lua 
paura . Vedefi una tefta d' un paggio con berretta in capo • che non può 
flfier ne più bello né più vivo : in lontananza» in una va^ campagna^ 

E 3 ^ fono 



70 Deeemt.Ih deSaPart, l delSéc. K dui i d 0. uii 6io, 

fono alcuni uomini > in atto d' ammirazione » cocchi d* ottimo gufto • 
La tefta e forfè tutta la figura del Santo e del compagno» quella delpag- 

8 10^ e le figure lontane fono» a mio credere» di mano dei Cigoli: il re« 
ante del Bilivert. Trovafi oggi quefta beiliilima opera in potere del Con* 
te Lorenzo Magalotti Fiorentino , Cavaliere di quel valore » bontà» e 
erudizione» che è nota» il quale ne fa quella filma» che merita una tale 
opera . Da quel che fi è detto fin qui» fi raccoglie quanta debba eflere la 
pazienza ed umile fuggezione a i loro maeftri » di coloro che voglion fare 
in alcun arte gran riufcita ; giacche quello artefice , che per quefte fole 
opere » già fi poteva chiamare valentuomo» dopo tanto tempo» e profitto» 
non aveva abbandonato il Cigoli » fé non per morte • Il grido che egli 
ebbe di quelle pitture» fu per avventura cagione che glie ne furono date 
da fare moke altre» per collocarfi ne* più degni luoghi della città : e parti- 
colarmente la Tavola della Santa Elena» che pure oggi fi vede nella no- 
minata Chiefa di Santa Croce nella Cappella de' Calderini . Eflendo poi 
reftato finito» con difegno di Matteo Nigetti Architetto Fiorentino» per 
la Sereniflima Granduchefla Madama Crifiina di Loreno » 1* Aitar Mag- 
giore della Chiefa di SanNiccola di Fifa» toccò al Bilivert a fiirvi laTa* 
vola . Altre molte pitture di quelle» che pur ora fiamo per notare» potè** 
irono forfè eflere (tate fatte da lui in auefii medefimi tempi; ma per non 
averne io avuta notizia precifa, le anarò nominando iènza tale circofian* 
sa Dopo la morte del Sereniamo Ferdinando I. rimafe il Bilivert fotto 
la protezione del Sereniflimo Cofimo II. fuo Succefibre . Quelli moilrò 
di fare di lui grande (lima»e molto lo beneficiò. Aveva finoavanti al ttf la 
il nominato Matteo Nigetti avuta la carica d' Architetto della Real Gal« 
leria : e non potendo fupplire da per fé fiefib al molto» che gli conveniva 
operare in fervizio della medefima» per lo gran numera di maeflranze che 
del continovo» (jccome anche al prefente» vi fi tenevano impiegate» non 
&>lamence in fervizio di efia Galleria» ma della Real Cappella di S. Loren- 
xoe Palazzo Sereniamo; avendo riconofciuto il Bilivert per giovane di 
grande fpirico nelle cofe dell'arte , di leggiadra invenzione ed* ottimo di* 
i^gno» la propofe ad efib Serenifiimo Granduca Cofimo» per fuo ajuto, 
particolarmente })er trovar je macchie delle pietre dure» e far difegni di 
ngure e paefi per i commefiì: in che Giovanni era afiai miglior maefira 
di lui : il che piaciuto al Granduca» fecegli dare ftanza»per operare nella 
fieflTa Galleria» con provvifione di quindici feudi il mete. 1 primi difegni, 
che il Bilivert vi fece» trovo che furono al primo di Febbraio itfio. nel 
qual tempo non aveva egli ancora lafciato il Cigoli fuomaeftta. Sofl:en<- 
Yie egli queda carica finche durò la vita di quel piiflìmo Principe. Segui- 
tò poi il cafo di fua morte» gii fu per opera d* un tal Broccardi» che 
in quei tempi ferviva anch' efib la Real Gallerìa, levata la provvifione^ 
ed al Nigetti fu refliituitolil penfiero e la fatica delle macchie e de* difegni, 
iiccome io trovo in un ricordo» che di fm mano lafciò fcritto il medcfimo 
Nigetti in un fuo libretto » che oggi è apprefio gli eredi di Gio: Batifta 
Baleftri, Architetto e fuo nipote. Mentre che Giovanni operava in tal ca- 
nea I non lafciò per quefto di far molto in pittura. Poi circa all'anno i6x^ 

per 



GIOVANNI SniVERT. si 

Eer i Sereniffimi Cardinal Carlo e D. Loreiuèo dipinfe alculte grandi tt4 
\t dove rap{>refentò la ftoria diGiufeiTe e di Sufonna; e di quelle ufcit 
rono poi fuori aflai copie, alcune delle ^uali furon ricocche di tua proprie 
mano: lìmtlmente la favola di Ruggieri, una Siringa e altre fimiii. Una 
Venere e Adone, in ateo di dormire, mentre Amore che V ha incatena** 
ta » accenna che fi faccia filenzio, e un Satiro par che tenti; rvcgliarla« 
Queft' opera piacque tanto al Principe D Lorenzo, che oltre ali* avergli 
donato cento zecchini, fecegli fare un abito intero di feta tanè, color 
folitodel fuo vellire in voto, per una ricevuta grazia della hberazione da 
grande infermità . Quefto quadro fu poi dallo fleflo Principe Don Lor 
renzo donato al Marchefe Kidolfi , e oggi fi conferva appreflb i fuoi 
eredi. A Michelagnolo Buonarruoti il giovane, dipinfe un bel quadro^ 
che dal medefimofu affiflo al muro, fra altri di famou artefici di quei temr 
pi, in una delle danze di fuà cafa in via Ghibellina, da fé fabbricata, ia 
quelle proprie che furono abitazione del gran Michelagnolo fuo antenai* 
to, cioè nelle danze, the egli particolarmente dedicò alla memoria delle 
glorie di luì. Rapprefentò il Bilivert4n quefto quadro, quando richieda 
Michelagnolo da Solimano Gran Signore de' Turchi» per mezzo d'alca-^ 
ni Frati Francefcani , di pprtarfi a £ire un Ponte da Codantinopqli a Fera^ 
con promefla di grande onorario; fi configlia con Piero Soderini, allora 
Gonfaloniere della Repubblica: e fi rifolve alla negativa, per non impie<^ 
gar fuo talento in fervizio di Principe non Cridiano: e piuttodo elegga 
di redarfi ienza gli onori e le ricompeiiie ofi^ertegli da quel Monarca . 
Predo alla pittura è la fe^uente infcrizione: Vrafiamis ingeniifamap éuie§ 
celebrisi vel in Barbaros pervagatar» ut adpomem Bo/pboro impanenàum % qM 
Cbalcedonem ByT^ntio , imo Afiam Europe conjungeret% a Solimano Ttèrcarum Im^* 
peratore evoceiur» In tale opera veggonfi dipinti al naturale, nella peifo^ 
na d'un Cavaliere di Malta, di cui fi vede la teda/ola. Fra Francefco di 
Bionardo Buonarruoti, pronipote di Michelagnolo: in quella d' un giova* 
netto I teda che è fra quella di Mich^^lagnolo e d*un Turco, è ritratto^ 
Lionardo di Piero Barducci. Vedefi iti qualche didanza una mezza figu^ 
ra d'uomo con turbante in capo, del quale non apparifce l'intera tedas 
ed in quedafu efpredal' effigie di Niccolò Àrrighetci , tutte nobili famiglie 
Fiorentine. Pel Serenifiimo Principe e poi Cardinale Leopoldo, leco 
un quadro di mezza figura d'una femmina, che accarezza un agnello» fatta 
per la Manfuetudine, che da quella Altezza fu mandata alla Maedà dell' Im-* 
peratore: e per lo deda Principe dipinfe un Ecce HomOf mezza figura. 
Pel SerenifTimo Arciduca d* Audria color) in un bel paefe, noflro Si- 
gnore piccolo fanciullo giacente fopra la Croce: e al nominato Serenifli- 
mo Cardinale Carlo fopra tavola una belliflima Vergine con Giesìi Barn-' 
bino, S.GiufeppeeS Giovanni in campo di paefe, che poi fu meda nella 
Real Galleria del Sereniilimo Granduca . FecegH ancora più quadri di San* 
te mezze figure pel fuo Palazzo, detto il Cafinò da S. Marco, delle qua« 
lì ufcirono poi fuori infinite copie, alcune ritocche da lui, che quan-» 
tunque elle fieno tenute per originali, fa ehi fi trovò prcfente nel tempo 
che elle furon date fuori , e tutto yedde , eh' elje non fon tali • Al Sereiiifs;,' 

E 4 * ' Duca 



fi Decenn.U.Ma^?m.l.iklSec.V.dàlx6io.ali6io^ 



IMca di Guifa fece aflai qutiifi di pia gandeue » eh- egli laaiidò m Frtn« 
eia; e fra quefti una gran Tavola delle Marie al Sepolcro, e l'Angelo e 
ttna Vergine intera col Bambino Gieaìi. Al Marchete Gabbriello Riccar* 
di dipinfe circa ali' anno 1(^3 a un quadro n^l quale fi vede eflo armato 
d^afta e brocchiere, due femmine nuda co' piedi nell' acqua, e altre cofe 
aHudenti al fuo bel penfiero . QuelV opera , che da' profeAbri fu ftimata 
ima delle più belle eh' ei foceiTe mai , venne poi in cafa il Marchefe Fi- 
lippo Niccol ini, e oggi è tuttavia appreflb gli eredi , iniieme con un fimii 
quadro, che pure fu ratto al Riccardi dal Cavalier Domenico Pafltgnani» 
nel quale figurò la città di Firenace coi fiume d' Arno>e diverfe femmine t 
in atto di bagnarfi. Per Aleflandro Pucci Gentiluomo Fiorentino» dipin- 
fe un gran quadro da iala colla ftoria di Lot . Quefio dopo la morte di 
Aleflandro venne in potere dell' Eccellentiffimo Duca Salviati,infieme con 
«n tondo in tela , eh' egli avea dipinto per Raffaello Staccoli , Auditore del 
Granduca , in cui era la Vergine con Giesù , S. Giovanni , Santa Elifa- 
bettae S.Giufeppe, opere tutte molto fiimate. Circa all' anno 1(536. man- 
dò a Fifa nella Chiefa de' Cappuccini una bella Tavola di un S.Francefco 
che riceve le flimate , che fu filmato quanto che fé fufie fl:atp di propria 
mano del Cigoli » avendo egli in eflb tenuta tutta lafua maniera. Circa 
• quefii medefimi tempi per Bernardo Migliorati Guardaroba di S. A. $• 
color) fopra tavola una Vergine con Giesù e San Giovanni, a imitazicme 
della maniera Lombarda, che fi dice fufie moftrata dal Granduca Ferdi- 
nando H. a Pietro da Cortona, fenza dirgli chi 1' avefié fatta: e che per 
aver egli non folo imitato quella maniera, ma adornato il quadro d'un' or- 
namento antico , lo ftefib Pietro ne rimanefle ingannato : e che allora quel 
Serenifiimo gli dicefle chi veramente aveva facto il quadro. Quefl:a pit« 
tura, che rapprefentava un S.Giufeppe, Santa Eliiabetta e S.Giovanni» 
fu poi comprata dal Marchefe Ruberto Capponi , al quale lo fl:eflb Bili- 
vert aveva fatto un quadro, ove egli aveva rapprefentatp gli ftefii Santi 
ki figure quanto il naturale fopra tavola . A Prato mandò un quadro da 
Altare d' una Nunziata: e a Pifioja una tavola del portar della Croce. 
A Monsù Niccolò della Rofa, dipinfe .tre quadri di braccia tre e mezzo; 
in uno4ece vedere S. Maria Maddalena nel deferro, in atto di flagellarfi: 
ìn^altro la medelima Santa in cafa del Farifeo col Signore; e in un altro 
kkSantifs. Vergine, SanGiuieppe, Giesù, e ^an Giovanni, tutti condot- 
ti con ottimo gufto, i quali pervennero poi alle mani di Piero Strozzi . 
A Giovanni Cerretani, poi Senator Fiorentino,. fece una ftoria di Tub- 
bia, che è pofta fra le fue opere più belle . Per Annibale Dovara, un qua* 
dro di mezza figura d' una Venere che bacia Amore , della quale vanno 
attorno più copie, e alcune fon ritocche dal ooaeftro. Per lo Cavaliere 
Dragomanni, rece due quadri di più di tre braccia; che in uno vi è Sin 
Bafttano medicato dalla Matrona; nell' altro Tetide, che porge 1' armi 
ad Achille , e due mezze figure d'una Ninfa e un Satiro. Uel quadro di 
Sah Bafl:iano e de' ibprannocati quadri di Madonne ufciron fuori molte co* 
pie, che per eflefe , come fi è detto ,di akri, ftate ritocche da lui, paflk- 
fono per oci^siali;. ma tali però non apparifcono « chi h» oechio intea« 

dente: 



- GIOVANNI BILIVERT. n 

dente : e tati non fono , per quanto attefta chi gli Tidde finire , e vi wt^ 
va eruca fopra le maggior parte dell'opera . Al Marchefe Coppola, Mae* 
ftro di Camera del Sereniamo Ferdinando IL dipii^ la (bria di Moisè 
pollo nella ceftella > quadro di braccia quattro in circa • Per Orazio San* 
miniati, fece, per mandare a Venezia, una fioria di Fenelojpe che dia A 
il broccato d* oro , opera che in quella città ebbe molto plauio . Vedonfi 
nella città di Firenze in più chiefe e calè di particolari > altre belle ca^ 
vole e quadri di mano del Biliverc, di parte delle quali fi darà qualche 
notizia. NeJla Chiefa della SantiflSma Nunziata, nella Cappella degli Ac-> 
colti intorno al Coro, una Tavola dello S^ofalizio di Santa Caterina. 
In Santa Maria Maggiore nella Cappella degli Qrlandint» una Tavola con 

J>iù Santi; e nel mezzo è un voto, oov'è l'Immagine di rilievo di Maria 
èmpre Vergine, che fi Icuopre in certi tempi particolari fra Tanno. 
In S. Marco, Chiefa de' Frati Predicatori, nella Cappella del Sacrafflen« 
to» una Tavola della Predicazione di S. Paolo a* Corinti, e del miracolo 
del fanciullo rifufcitato , fatta Tanno 1643* Nella Chicfetta incontro alle 
cafe de' Bini, che già fervi per primo luogo de' Padri dell' Oratorio» una 
Tavola dell'Angiolo Cuftoae; e fopra T Immagine di S. Baftìano» die fi 
vede rimpetto ad eflà Tavola, dipinfeun Angiolo con ghirlande , che pa- 
re che voglia coronare il Santo Martire. E in S.Michelino degli Antino-» 
ri è di fua mano la gran tela della ftoria d' Eraclio portante la Croce « e 
fopra una lunetta dì putti . Nella vicina Cappella, dove Matteo Roflèlli 
ifipinfe la Santa Elena, e'I ritrovar della Croce, colorì il Bilivert una fto^ 
ria pure di S. Elena e della Croce , che furono dell' ultime opere fqe. 
In cafa Mafetti è di fua mano un San Baftiano medicato dalla Matrona, 
figura quanto il naturale: e più quadri di mezze figure. In cafa Martini^ 
una S. Agata guarita da S« Pietro , più che mezza figura quanto il natura- _ 
le: e un altro quadro di S. Baftiano medicato dalla Matrona. E qui av ^ 
verta il lettore, che tutte quefie Immagini di S. Baftiano* fatte a diverfi, 
fono anche di diverfa invenzione* In cafa Bini fono altri quadri di ma* 
no di quefto artefice» e altri molti altrove. L'ultima pittura che fece il 
BiKvert, fu un quadretto di braccia uno e un terzo per lo Sereniffimo 
Cardinale Gio: Carlo di Tofcana, dove rapprefentò una femmina» ^u* 
nta per l'Adulazione: appreftb alla quale feguci come una procemo*^ 
ne di perfone d'ogni ftato e dignità, inatti e Sembianze adattate al con» 
Mtto. Vifie il Bilivert feflantotto anni; finalmente aflalito da febbre fH^ 
trida» pagò il debito comune del mefe di Luglio 1644. Fu il fuo cada* 
vere onorato a proporzione dell* univerfale concetto che s' era avuto' 
di fue virtù *, perchè fu accompagnato da tutti i Pittore e Accademi-* 
ei del Dtfegno , fino alla Chiefa di San Felice in Piazza , dove gii^ 
fu data fepultura . Fu il Bilivert uomo d' ottimi coftumi ^ nemico 
del giuoco, e affai devoto , e fra gli akri Santi ebbe patttcoiar divo- 
zione a S. Filippo Ned . I fooidifcorii eran per ordinario di cofe àtV!ikt^ 
te e degli artefici più rinomati . Al Coreggio e Tìaìanò diede la mag» 
gior parte del fuo afietco, tenendo però in alciffima ftima Michela|nolo-, 
Andrea del Sarto e 'J Pontormo . U Cigoli fiato iua raaeftro ^ era folke 

chiamare 



* ^ 

74 DefennJldeHaParthdelSéc.Kdalióio.alióio. 

chiamare ilCoreggiolde'fuoi tempi. Non fi vidde mai con tento .appieno 
delie proprie pitture» folito a dire con grande aufietà : Io vorrei pure una 
volta fare un opera di mio gufto • Neil' elezione tenne Tempre i precetti del 
Cigoli; e in quello, che air attitudini appartiene, (limò oltremodo Santi 
di Tito , e fece fempre per le fue opere fiud) grandiflimi : e loleva dire, 
che ancora il Cigoli fuo maeftro faceva lo ftefiò per le fue. Nelle Ta- 
vole da Chiefà coftumò fcrivere il ftib nome colla cifra G. B.^^ e col miU 
lefimo." e negli altri quadri fcrivéva dietro alla tela; febbene veggonfi 
delb copie, o poco o molto rìtocche da lui, colla medefima cifra . Uipin* 
fé' fempre con un folo occhiale, e fenza bacehctta. Si dilettò per fuo di- 
vertimento di fonare il liuto; ma poco potè divertirfi, a cagion delle moÌ« 
te occupazioni, e d^lla numeroià fauiigiia che ebbe, e molto meno per 
la pocafanità, attefochè e' fuife folito di patire molto di renella e carno^ 
ùtài e anche tribolò molt' anni, a cagione d* una fìftola in parti carnofe, 
dove gli era convenuto il foppottare un taglio di dodici ioidi del noftro 
brapcio: il quale non gli diede la morte (come egli raccontava) per un 
voto fatto al Serafico Padre S> Francefco : in fatisfaxionè del quale fece- 
gli la b^elJiflima Tavi)la. che fopra abbiam nominata, per i Padri CappuCf 
cinidipifa, e andò poi fempre veftito di bigio. £bbe il Bilivert molti 
difcepotii alcuni de* quali riunirono pittori aifai lodati • Uno^fu Barto« 
lommeo Salveftrini» che in fua fanciullezza (lette con Matteo RoiTelIi: 
portatoii poi alla fcuola di Giovanni, fecevi tal profìtto, eprefene ia ma- 
niera si appunto, che il Bilivert era folito dire, che quefto era fiato il 
miglipre di tutti i fuoì allievi. Fece coftui, per le Monache di Sant'Or* 
ipla in Firenze, una bella Tavola del Martirio di quella Santa colle Com-* 




queiia contagione, hnì i giorni luoi. baccio del isianco pitto 
re, e celebre ingegnere: Francefco Moncelatici, detto Cecco Bravo; 
Gìo:Batift.a Vanni, de' quali li parlerà particolarmente al luogo fuo: 
Francefco Bianchi Buonavita ,. cittadino Fiorentino: Quelli da. piccolo 
fanciullo elièndo'ftato dal padre pofto alla fcuola <lella Grammatica, di- 
vert^fido da talefludio, fi poneva a far figurine fopra carta» fopra i me-* 
dcfipv iibri.di fcuola, o fopra. muraglie • e moftrando una grande incli-« 
nazione air arte , tj padre fu configliato dagli amici a metterlo al dife« 
gno, ; U'Cigoli fu quegli che diede al giovanetto Francefco i primi in- 
l£g(iamenti, pregatone dal padre che ebbe nome Giovanni fuo partico- 
lare antico #: attesoché da molti anni trovavafi al iervizio della Serenifs Cafa 
4e' Medici in qualità d'Ingegnere e Direttore de' lavori di pietre dure, ar- 
tificio ftovamente introdotto fottoJa dì lui alfiftenza in Firenze, invitatovi 
per taleeffetco dal Granduca Francefco, e ohiamatovi fin dalf anno 1580. 
da Mi(ano fua patria» dove fi profefiava con ifpecialità quefta bel? arte , e 
vi fiprofefla ancora mediante la vicinanza della Elvezia , ne* di cui eionti 
fi.trovauo bejliflvme pietre, febben, per vero dire? ella molto fiafi raffinata 
in*Firen?:e,.e particolarmente nelle commettiture. Fu dunque facile che 

, il Gran- 



' GIOVANNI BILIP'ERT. 75 

il Granduca Coiimo II. avefle cognizione del fanciullo re vedente i fuoi di^ 
fegni» ^che gli parvero fatti di sì buon gufto, che non folo quella Àlte2«- 
2a, per inanimirlo» gli fece un bel donativo di denari» ma gli ordinò 
eh' e' feguitafle a difegnare , e ogni mefe gli xnoftrafie il fatto . Per tali 
benigne dimoftrazioni , Francefco prefe così grand' animo» che rinfor- 
zò più che mai Io ftudio: Difegnò quanta di buono feppe trovare in Fi- 
renze, e con gran diligenza condufTe d' acquerello tutte l'opere fatte 
da Andrea del Sarto nel Chioftro della SMtìifima Nunziata e dello Scalzo, 
e vedutele il Granduca» fubito diede ordine al padre» che Io accotno** 
dafle apprefTo il Bilivert in Galleria» acciocché quivi» fotto la fcorta di 
tal maeuro»e col difegnare quanto vi ha di maravigliofo» antico e moder« 
no » e particolarmente l'antiche ftatue» arrivafle alla perfezione dell* arte. 
Fecelo il padre » e il Bilivert 1* indruì con grande applicazione . Correva 
Tanno itfi5. quando avendo lo fteiFo Sereniflimo veduti nuovi ftud) del 
giovane» deliberò di mandarlo a Roma » dandogli danari per lo viaggio » 
•€ dodic} feudi il raefe per fuo mantenimento. Del* i6i6, venne a morte 
Giovanni» e lafciò» oltre alfuddetto Francefco» un'altro figliuolo mas- 
giornato, per nome Bafttano» in cui la bontà di quel gran Principe» volle 
che continuaflè la carica di Cuftode della Galizia èfercitata dal padre» che 
ne fu il primo Cuftode. Dell'anno itfi 7. Francefco fudiritornoaFiren«i 
2e» paflando per le principali città dello flato^Ecclefiafiico » ftudiandovi le 
opere più belle de' buoni maeftri » e i difegni» ch'e' portò di Roma » diedero 
occaiione al Granduca di fargli altre dimoftrazioni della fua folita genero* 
fità. Intanto era venuto a Giovanni Bilivert di Francia una commiflione 
di far copiare fei pezzi di quadri di Raffaello e d'Andrea del ^arto» della 
fianza di eflTa Galleria» detta la Tribuna» onde ottenutane la licenza »^ fé- 
cegli copiare a Francefco» che fi portò con ammirazione del maeftrot 
che però il medefimo gli diede a fare altr' opere per i Sereniflimi Princi** 
pi ^ Dopo la mone del Granduca Cofimo ebbe a farne altre per la Se^ 
reniflima ArciduehelTa già fua Conforte» e fra l'altre volle quella Sere- 
niffima fargli dipignere fopra diverfe pietre» come alberefi» diafprl» gga« 
te» lapislazzuli e fimili» varie llorie del vecchio e nuovo Tef^amento» 
fecondo h qualità e macchie delle medefime pietre » che fu flimata cola 
nuova -ed ingegnofa ; eh' e' n* ebbe poi a far moltiflicne per la città » e per 
mandar fuori» e fparfefì tale invenzione per tutta Europa. Deliderò la 
Sereniflima » che al Bianchi fofle data ogni comodità, acciò egli fenza in- 
terrompìmento e noja di ftrepito potene ftarfi a'fuoi (ludj; e perciò ordi- 
nò al Marchefe Giugni Guardaroba Maggiore» che gli defle un apparta** 
mento per abitare , e una ftanza nel corridore della medefima Galleria » 
iiccome feguì . Venuto poi a Firenze Tanno 163 1. il Sereniflimo Duca di 
Guifa con fua Conforte, ed eflendo alloggiato in Palazzo vecchio^ anda- 
va fovente per fuo vi r tu oib divertimento alla ftanza di Francefco oer ve« 
derlo operare » e guftando foprammodo della fua gran diligenza volle» che 
ffU faceife molte ftorie fopra pietre per mandare in Francia , ed egli 
moltre» di volontà de' SereTiiflimi» fattagli una fcelta de' più preziofi qua- 
dri della Tribuna^tutti glie li copiò . £d è cola notabile» che perio buon 
4 concetto 1^ 



\~ 



^6 DecettHAl4ell4?mJ^MStcy.d0li6io.ali6io. 

concetto , cht ivevfi dell» fbtfélt» di Fnncefoo , la gloriofa metricuria d^ 
Granduca ferdifitndo, allorfi Regnante, permefl^, che i medefimi quadri 
originali gU fuflfero portaci nella Tua Oanaea, privilegio, fino allora» non 
conceduto ad altri. Piaciute le copie a gran fogno» fecegli il Duca £ire 
altri quadri di (ba invenzione r qii«li Pore > infieme colle o^ie^ mandò in 
Francia. Molt' altre fun||p l' ojpere de) Bianchi» fatte per diverfe Chiefe 
fuori deUacitti» e in Firenze Jfi^no di fua mano quattro pezsi di quadri 
nella Chiefa di S. Giufeppe t che fappre&ntano diverfi fatti miracolofi di 
San Francefco di Paola; e « -Montecarlo è pure una tavola di fua mano 
di noàro Signore CrocifiiTo» opera aifai lodata * In Firenze ancora nella 
Chiefa di SantoStefano, vicino alla porta , è una Tavola d' un San Barto- 
lommeo A ^ilolo» quando fa il miracolo di cacciare il Demonio dall'Idolo» 
e per le cafe de' cittadini fono altre fue pitture • CondottoG egli finalmen- 
te air età di anni cinquantacinque» fi trovò sì fattamente travagliato da 
una fciatica» che gli aveva force impedito il defiro lato» che non potenr 
do più Aar fiflb al lavoro» fu necefutato quafi abbandonare la piuura» e 
applicare agli ufìzj per la città» egoverm di fuori. In ultimo crovandofi 
in carica dì Vicario a Certaldo » dopo aver già condotta la metà dell' uii«» 
SÌQ nel i6s%. fu fopraggiunto dalla morte» e nella Chiefa diS. Iacopo^ 
Propoiitura di quella Terra, prèfTo all'Altare di San Paolo fu lepolto. 
]Fu quefto artefice pratichi (lìmo nel conofcer le maniere de* Pittori anti- 
chi % onde il Serenifs. Granduca» inquefio, quanto in altra cofa » fi valfe 
di lui» ne mai gli capitarono a Palazzo fimiU forte di pitture eh* e^ noli 
fufle ricercato il fuo parere, prima di farvi applicazione alcuna. Dodici 
anni prima era morto Baftiano fratello di Francefco» come fi è detto» laon« 
de r importante carica di Cuftode della X^alleria dal Granduca Ferdinan^ 
do IL fu conferita a Giovanni fuo figliuolo in età di 14. anni e per i meriti 
del Zio »e per ii buon concetto che i^ ne avea» ne eglidegenerò punto dallo 
Ottime qualità, e fagge maniere de'fuoi Antenati, efercitandola per 56. an- 
ni con efattezza e foddisfazione univerfale, finché divenuto ottuagenario 
pafsò all'altra vita l'anno 1 701. QueAo fecondo Giovanni ha lafcìati due 
^gliuoli Baftiano» e Giovanfrancefco Maria, il primo de* quali» per beni* 
gna intenzione del Sereniflimo Granduca Cofiroo III. eflendofi introdotto 
nella cognizione delle lettere greche e latine, e nella fioria, e fuflèguen» 
temente avendo allaporato lo Audio delle Antichità» per beneficenza del 
fuddetto Principe fu mandato a Roma » e altre parti d'Italia, e in Francia 
ancora per vedervi le raccolte piùfamofe» e conofjcervii Letterati più ce» 
lebri» affine di renderlo capace a cuflpdire e intendete inumerofi» e prer 
giabili avanzi della dotta e venerabile Antichità» che la RealCafa poflliede» 
e al fuo ritorno lo coftituì Soprintendente di eifi , e come oggi fi dice, fuo 
Antiquario, vivendo ancora il padre» e dopo che quelli terminò di vive* 
re, conferì la carica di Cuftode della Galleria air altro fratello Giovan* 
francefco Maria*, jpu anche difcepolo del Biiivert Orazio Fidani» del 
quale per averJo egli -afluefatto a Sozzar franco e a fare alla prima > fi 
urvì grandemente per bozzare le fue opere con fuo difegno e inven- 
alone; e dicono», che quando talvolta a Giovanni occorreva aver bifogno 

dida« 



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nmrAKNi BmvE^T. ^7 



dllilinari (^he fucc^deva J>sm fpeflS>, penhè egli airera gna jfaiii^Ikr» 
4^ £ tsraccav» bene ) metteva innanzi a coftai qualche tela per cavala o 9^^ 
ria , di (|ttelle che colora» (opra^atcti dall' occalioiU » te^igooo i pittori gran 
cemj)q vQlte al muroj fenzi( 4^ loro princi|4ot e col ditegnocA' aveva già 
fitta^ in pophe ore glie la «faceva |H>z9fai? tutta: mandava poi 4 .chiamaire 
il^padcane»: ì\ ^qale vedendo t^ita lavorai dlvagU il danaro ch'eWoIeva;: 
V'I ^ilivert {loi la fìniva a fiiA comodo» e co4 Sovveniva al proprio. bifo*' 
^np, :e al padrone dell' opera dava gualche fodiafiizioiie. Del Fidani lo^o 
infiniti quadri in f irense in eaCa di particolari citttcttoi • Pel Genera^- 
le dal Borre, (eoe gran numero 4ì ritrani al nat^irale, di Ufiziali (lati 
tfbltQ il filo coniando nella guerra 4el 164%. Soup di Tua mano gli dodici 
^poAc^fCi^tfi vedono allq colonne della Chiefa di. Santa Croce» e wn 
Appisolo in San Pier Maggiore . Sopra 4a f^Mta » che ntiette nel cortile 4el 
^^onaftero xi|i Saa Doi^enieo dalle ftalle^ #jnnie a frefco un S. Domenici 
«copaljeuni Àngioli. Copio moltt^i.q4Mdri;del maeftro; eultimamento 
colori la Tavola dell' Àngiol Rafiaellp e Tobbia > che fi vede nello fj^ 
filatoio della Compagnia della Scala # rimpetto alla bella Tavola del Cco- 
cifìilb di Lorenzo Lìppi ; < fece akr' opere per Firenze e fuori • che per 
hreykà filafpiai^o. Ii]U>arò l'arce <da lui ^raacefco Morofini, , detto Moo» 
«epudciauo, cbeidipime «na Tavola della Cpnverfione di S.PaplorCbe'è 
in S. Stefano» lallato alla porta del jfuQCù.: Jn SJRomeft è di fna.roaii» 
«la Nunziata a man deftra all'entcafe» e «ti'altra a man ma«ca» dov' è il 
martirio di & Btftiano : e fono due fuoi quadri in S. Gito&ppe . Benedetta 
Bollii, di cui fi veggiono poche opere degne. 4i lode» falvo alcune colè 
eh' e' copiò dali'ojpere del fuo maeftro. Gio^ Maria d* Qttavio Morandì# 
che Ile' fupi primi anni copiò mokVopere del BiUvert..* eflendo poi an* 
4ato a iV^re \vk corte d^ir EcQellervift . Sig,* Owra Àalvìati in: £lPma , dove 
#1 f(X^ùx^Jy trova t ripn ha Mfpi^P; idi dar <4h»1 vCàgni al m^oa^o^di q^n^» 
»> p^ll'agipvare ad un'ottimo ingegno la ^raceeic^oe di Principi di quella 
l>onta e valore ; ma di queft* pi^ecsemo jMÀi <a itingoii fuo luogo e tempo» 
Finalmente è &aco £uq aliicMO Agoftino Melìi0i » che vive ed prefente , «o- 
sto. di molta inteilrgenza» ilc}wle hadifegnato 6ì^ bene, che i fuoi difegna 
non ^ di^ingppno da quelli d^ m^ftro: ha.qtamtepu^ una maniera noft 
furìto Itìhic^na ^\\fs bw>9e t^e;deU'arter fe M^òpfi di fua raanp qua^ 
4n Qi' ottime iqelork^ .. ^ell' JAfegrai^ Jl^a-ìi^cti^olar tgtentp» ed èdìììr 
j^enti^ma.: Ha fatto qfeltì^me ^c^4 pe^ la:^r(à«:Q:>iQOite a»cora ne tfh^ 
AQ (late miindaxe fuori* £M«i quefti i pcln^ipii4aJl«migioCaatagaUi«a4 
e dopo la peAedel vS^t. 4 accoftò a ÌAuitm AoiflbUt . QfA 1634- andò a 
#are col Bilivert, che lo tenne indi' e'jijlG^ <àw ài»^ì 1^44. Agoftin^ 
•al prinp^io fi tritacenne io q^^'^'^l^ > difi|^md« df^l xilievo i e cpf^iafH 
•d<^ {^riina piccoli quadri 4Ìetatf4ftroi/e*ifbi:r^ intere: eiTendoyì 4»Qa 
capitata uu he; quadro d? Wt QiA9^SillD9b^»^:apffleffo la Vergijìe^^* Sart 



dovaimi,, di mano d&l ,Ctgdv> ^<llv^iwr «pei» (lai4i> <ftefll> Biliv«r,t {fu d« 

odni f iorencini;. ii M«lt(rrn» ifeoe ttnftctoipfoaar ittQftodio^ che iwuem 
àa Rotore (kUa jflorioCi iMit«cia4d SelOiùià £rtiici;piìi)wLoceB»> M«<li* 

ci. 



7$ DecennMMla^atKhdelSec. V.dalìSio. aiióio. 

ci. Commciò pòiil BiUfert hòrt' ratamente a far^K abbozzare fuoi Tòhìzzi 
di ftorie» ma ancora a ^rgU^fare i^dfifegni e (kdj delle medéfìniè dal na- 
turale; e gli fteflt ftUd) e difegm voleva che Agoftinò a^la fua prefenzt 
metcefle in opera tielle Aie tavole « c^Kàdri ; à^ qMii poi ponèvafi egira 
dar peiiesfiòne: equéfto feceva » é tagionte d* una grtvee faftidiofà mfermi^ 
tk, éhe non gli permetteva > fé liòii con travaglio, il (feder lungamente 
al lavoro. IpelP annoi 642 i dipinféii MeHffi per ta Chiefò de- Monaci di 
(S.Giovanniin Pifiójia, due ftorieciòèc la VificasiioAe di Santa EUfàbétta» 
é'I Banchetto d' Erode con Eròdiade*. e un altro quadro» dove rà^preferh* 
fòil Re Tótila a ì piedi di S. Benedetto. A Domenico Bonatti un Ahr 
'gtol Raffaello e Tobbiar e a Gabbriellò Zuti fece in un*ottangolo la R6^ 
tiadiSufenna» Siccome cirea a quefti medefimi tempi d^infe ài Conte 
•iProfperO'BentivogU un & Antc(nio> baflonato dal comune mimico, che fi 
conta fraile fue t>iù b«41^ 'pittore. Venuto poi a morte il fuò maeftro» 
ed èffendo rimale molte fue opere imperfette! toccò ad Agoftihò il dar 
fine ad alcune delle principali, e frair altre ^ ad una ftorià della Novella 
diCimone , che per Amore, di pazzo, divien favìò: quadro di quattro 
braccia d'altezza, quale egli jnedefimo aveva abbozzato, con invenzione 
del Bìlivert, pel Serenifs. Cardinale Gio: Carlo: e fi compiacque quel- 
^ VA Itezza , che il MeUfli ne rimutaidé alcune eofe, e quelle riducefTe ai fuo 
gùfto . Dieefi , che quefta tek , dojK) la morte di ^uel Principe , fufTè man-^ 
data a Genova . Un'altra fimil bozza aveva il Bilivert fatta fare al Meltffi» 
la quale venne poi in mano di Fràneefco Mafetti. Del 1646, dipinfe un 
Grido morto. Maria Vergine e S. Giovanni, fatti col lume di fottoinsù: 
quadro, che nel tempo quarefimale fta fempre èfpofto full' Altare della 
Compagnia di S. Paolo: e fecelo per ordine del Serenifs. Principe, poi 
Cardinale Leopoldo. Del 1647. diede mano a fare per T Arazzerla del Se- 
reniamo Ghmduca più difegni e cartoni a tempera t e prima fecene alcu* 
siipiccoli^ezzi,cioè: Aleflandro Magno è Diogene riella botte; lo (ledo 
piangente al fepolcro d* Achille , e quando dal medico gli vien porta la 
bevanda , ed altri appartenenti alle azioni di quel gran Monarca: e una 
fioria dell' Angiol RaÌ9faeIlo e Tobbia . Fecene poi de' molto grandi , che 
fono: la Decollazione di S. GioVambatifta, quando i fuoi Dilceppli por- 
tano il Sacro corpo alla fepdlctfrà^ più ftorie di Moisè con !or fregi cr àr* 
chitettura, cioè: quando è ;ca va to della ceftella; lo fcàturir T acqua dal 
iaffo : la fommerfione di Fbraohe; :il gettar dèlie Tavole della Legge, che 
ierv<MK> per l'anticamera dello ft^o Sereniffimo . Inokre colorì e inven« 
co un altro cartone di braccia undici , che rapprefenta il Senato Fioren« 
no 9 in atto di rendere obbedienn al Granduca Cofimd IL nel principio 
del fuo regnare I con altri piiìcoli pez^i, dove fon rapprefentate diverfe 
virtù , armi con putti per portiere e carriaggi. Ha inoltre il Meliffi fatto 
a cartoni di tutte le ftorie. dipintela a^chiarofcuro da Andrea del Sarto 
edalFranciabigio, nella Coùipagnia dello Scalzo, ridotte a colorito, e in 
proporzione grande, di bractia tre e mekzo l'uria 4e figure principali , Iad<> 
dove le originali fon minori del naturale ^ Qudfti cartoni nel teflfera in tap^ 
peazerie 9 effetto proprio di qaei lavoro» vengano a rapprefehtar l'iftorxe 
■* 'e figu» 



GIOVANNI BlllVERT. %9 

«^aieperlocomrariOf di ^ud diesile fono in picniia, cioè: cfaeqodlo 
che in quefte è veduto a dewat in quelle fi riconorce a finiftra * Deu' an-; 
no 1648. fece per l'Eccellentiis. Sig* Duca Salviatit per la tanto rinomata 
fila Villa del Ponte alla Badia prefib a Fiefole, una Siringa in tela di quat- 
tro braccia: e pel Conte Bardi » una Tavola con San Donnino» S. Fran-» 
cefcOf S. Bartolommeo» Maria Vergine con Giesù ed altri Santi» per 
mandare alla Chiela di S. Donnino a Colle in Valdarno . Del 1 650. e i6s i* 
t^oXoti a Franoefco RucelUi in un quadro ciò che racconta Valerio Mafli- 
mo di quella femmina che allatta il Padre alla prigione: e per V Abate. 
Aleflandro Stufò, due quadri di mezza figura, una Nin£i e un Fattore » 
in atto di fonare il flauto : ed al Marchete Coppola una S. Caterina del- 
le Ruote con un' Angeletto . AJMarchefe Filippo Niccolini, perleChie-^ 
fé di (uo Marchefato del Ponfacco, e Palazzo ai Camugliano» fece più tt« 
volo e fiendardi • Ha operato a chiarofeuro, in occaiione di pid)blicbe fede» 
per riceWmenti di Principi , per efequie ed altre limili occorrenze. £ di 
liia mano in cala Odoardo Gabburri nobil Fiorentino un'ottangolo, do- 
ye è un S. Pietro piangente, e in lontananza il cortile di Pilato» co' foldati 
è 1* anelila odiarla . Fece egli quello quadro V anno 1 675. e a me pare e 
per colorito e per difegno , e per alare (uè qualità » una delle più belle 
opere t che fieno uCcite dal £ao p^nnell>» • Ultimamente ha fatto una Tavola 
^ una Trinicà* e Maria Vergine , in: atto di pregare per V uman genere # 
che dee efier mandata alla Compagnia della Paflione a S. Fiero al Terreni» 
nel Valdarno di ibpra . MoJt' altre opere ha&tte il Meliili 9 ed ha alle ma«* 
ni al prelènte, che fi lafciano per brevità. Altri molti difcepoli ebbe il 
Bilivert , parte de* quali H partirono dalia città* ed altri, che per edere riu- 
sciti uomini di meno che ordinario valore , non fa di meftieri parlar di loro« 



FRA ARSENIO MASCAGNI 

PITTOR FIORENTINO. 

l^fiepok Ji Jéuopo LigQzzt^ naf 1579. # 16^6. 

Jquefto «ite£ce« che ài f«jCQl« .fi cbUin^ Damato, figtiiM^ 
d' un tal Matteo Mi^cs^t FìMentioo , di pjrofeffione muii* 
tore , e di Agnoletta DoiMti . Ebbe due fracelU » fiar^tolom* 
meo , cbe fu ecceUeate nel ^eftiero del padre • e yiutco- 
flo,tMflàvafiertrohi€efCfo« eheper marac«re* avendo di tut- 
ta iua induftria in veatate. varie roaachtne «fonti per rtflet<r 
«u: la pei^aiaena della gran Cupola de'l fMipno^ maltsattat» da unfulmine; 
Salvearo-, l' al tro fratello, fu orefice» e nell' arte fua di lum infdiocre in- 
selligensa . Il ooftro artefice dunque ne' primi anni di Tua fanciullezza 6 
'difde «Uo ftodto del difegao e della pinatfaXìttto la diÌGk»lt&a di Jacopo 

l^igozzi 




9o DecmtAl kU^f4MktddSei.^^ 



o^ 



il quale iftvtfra appreft V arte dtil ^al^ PàoH^ Cdiatì Verénefé .: Pnttcnu* 
to che fu Donaco air età di ventati amii, n«l quat tempo eraiegli mollai 
bène ìftructo nel dipignere» defidtrofo di fetvirea Dio, fecefi KeligioCd 
della lleligipne de'^Servi , alli 2f . dì Setrerabre Tanno di aoQra faluie i6o^^ 
liti Siero Eremo di Monte S<ftàfi0;i)re(lba Firenase otto miglia : e nel i6oth 
illi 15. di Settembre vi jfecèla fóleWné profeflìone» eli cillamò Frate Ar^ 
fenio. Non andò molto» che non pbttodo la di 1« dtbole compleffione 
i rigori detta vita di qae^bMmì Eremiti fbffrire : ed eflèndo anche in qua-* 
fto mefe feguita la morte di Bartòlommeo fuo fratello » lafciando fua ^ 
jBiglia in grave bifogno; fu necelTitato di procurare dalla Santirik di Papa 
FaoloV. per mezzo di Girolamo Cardinale Berner io. Protettore dì quet- 
fOfdine, licenza di paflarfene alla vita comune nel Coibento dellaSantifik 
Kimkiata di Firenze: eie fu rannoi<5o8. Nel idoj. s'ordinò SacerdotCt 
édalli^5. Marzo all' Altare della Santifs. Vergine Annunziata celebrò la fua 
primii Meflà » effendo egli tn età di anni 32. in circa . Da lì in poi còminciòi 
ad operar molto pib del folito di pittura, fisceido grandiflìmi guadagni» 
itarte de'quan , così permettendogli i fuoi Su periori> adoperava per alimene» 
tare la madre e i poveri nipoti , a i quali otteone facuità ài fomminiftra- 
Ife de'fuoidepofiti, fino alla fomma di fei feudi Kmefe* Prima di firfi 
Religìofo , aveva colorito a' Monaci degji Angeli Camaldolefi , alcune lu^ 




quar opera 

ftro fuo, eh' ella par veramente di mano di lui. Occorfe Tannoitfiv 
che Bernardino Poccetti, infìgne pittor Fiorentino, che nel Chioftro del 
Convento, chiamato il chiouro de' morti, aveva fatte moltiflime bella 
Dpere , fé ne pafsò all'altra vita, e così vi rimafero a dipignerfi ^cune lu- 
nette; onde a Frate Arfenio fu data la qura di farne due di fua mano . Fjr 
gurò egli dunque in una dt quefle la Bon^asiìone di quella Chi^fa : e nel- 
l'altra» quando fu dipinta la miracólora Immagine della Nunziata. Coioti 
ancora a frefco quattro lunette, nella prima danza della Spezieria , con 
alcuni ritratti di Generali , (hti figliuoli di quel Convento; e un quadro 
a olio della (loria del Conte Ugolino, fatto morir di fame da' Pifatii nella 
Torre • Nel Gapiebto è un qu«drp,.di quattro braccia d'alteaza, dove ejali 
dipinfe a olio una (loria dell'elezione al Generalato dell'Ordine, del ra*» 
dre An gioì Maria MontorfoU » reìigiofo di fama vita : e in Chieta fono 
Immàgini del Eeato Giovacchi^Oi-è dèi Beato Pellégtinó dello fteflb Or« 
dine: e in Sapreftiafu poftaunb copia delta Santi ffima Nunziata, latta pu- 
re di mano di lui. Nella Chiefa de' Frati della Pace, fuor della Porta di 
S.Piergattotinì, è di fua mano lìil q(i4dro , fatto quando era fcolare, dove 
è l'Afluni^ione di Maria Vergine. PaflTatofene a \^ttTV^>, dipinfe nel Re- 
fettòriò'de^ Monaci CamaldolefidetlaBadta.dl S{ Salvadore, altrimenti di 
S.Gvtt(lOr#aori della dttè, alcuiiefiorle a ft«Tco, de'ibtti dt'SanUGlu^ 
ilo, Clementi e (^ttoviétibtfie 'pifcr tona facciuM-d^l medéfimo <:olot) a olié 
una grande ilo'rià:'deUa Noake ila Cam di Calile».. Ne4ìo lleflo Monaftero 
< è di 



.; FRA ARSENIO MASCAGNI. 8t 

èdlfiuBMnó» pun a olio» un quadro ,'die!3dt uno de^Aigliori artefici 
di oveflo fecoio ci è l^o figurato per òpera fingolaro e rar^ma » nel 
quale fece, vedoe Gidb fa 1 ietaaM)0 ^ e la móglie di laiche lo ximproTe» 
fa^ evi.ajpftttnfeahfe belle figure v Per la Chiefa dd Borgo di moma 
Bladohi^ inr quaUa parte; dipii&una carola i in cui rapjihrefentb una Vef^ 

fine con & AnMjnio ed altri Santi : ed un' altra per la Comoagnia di Sante 
cefiino in^Campo Mar2o« Fu poi l' anno idii. da alcuni Prelati cbiauui^ 
to a Roma > dovefece motte opere . Ocoorfe in qoeftotempot che il Pria;^ 
dpedi Salisburgh ebbe di bifogno d' uil pittore: e avendo di Ciò fcritté 
a'fiioi amici di Roma, fu propollo il Padre Arfénio» il quale fi condoflerià 
quelle parti, e molto opero per quel Signore; ed alia foa tornata a Fireniu 
ze porco di fuoi guadagni buone fomme di denari, i quali diede al ik/ù 
Convento^ e a proprie fpefe rifece la porta principale dei medefimoifi 
piecre lavorace a bozzi con fuo ornato , e con proprio fuo difegno . Aveft 
decerminato di tornarfene in Salisbufgh; ma fopravvenendo alla cicca 4t 
Firenze dell' anno 1530. il mal contagiofo, gli fu neceflàrio il trattenerÌE 
in patria, doite fino all'anno 16^6. (empre operò; ed in queft' anno mi* 
defimo fopraggiunito dal male dell'afma^ alli io« di Maggio, dopo mia Tiite 
afiai religiofaìiiente menata , fé nepafsò al cielo : e nella comune fepolcù^ 
«a de* fuoi Frati neUa medefima Chiefit delk Santifitma Nunziata fu fepoka» 



PIETRO PAOLO JACOMETTI 

SCULTORE , GETT ATok DI METALLI, 
E PITTORE RICANATESE. 

'Dtftepofo iP Anton Calcagni , nato 1580. # 1555. 




Acque quefio artefice deUa.nobil famìglia de'Jacome^i 
di Ricanacif P anno di noftca faiuce 1 580. e fisi dal b^ 
principio degli^anni iuoi aacefe allf anca della Scultviraé 
fottQ gr infegnammsti d' Anton Calcagni fuo zio ,r'f 
vppttnoz Tarqttinio Jacometti fiio firacello, de i quali 
aobiaoui altrove parlato : ed in compagnia di Tarqtti- 
nio foce le Aatue di bronzo della {onte t sW è dayaati 
-aUaChiefa deità S/Calà diLoreto; e per .k> Cardinale d'Araceli > V Urna 
hronasQ del BatoeQoio» foftenuca m, onattro tori» che èni&lla Chida 
nedcaie .di Ofimo (a) « Furono opere oelle fue qnani il fepoicro di bren? 
delio fkci& Cardinale d'Araceli » ndia Cfaieia di &Aian:o della ftefla citt 
d'Ofimo (f){ i bronzi della Fontana cfa'è nella piazza di Faenza: l'or«- 
mento pel B^tefimo con alcuni Angdi » e '1 S. Giorambatifta batcezr 
iOB> in Civita della P«nna in Regno» ad inftanza di Mi»figaor M a rfu cci 

F • da Ri* , 



» ■ I I M I 



[a] Per rogif. di scr C^/bm lìnMféfati . 



H Demn. Il delkPàft. l delSec. V. dal i €i h,él 1 6io, • 

iftj Ricaditi , Vefcovo di quella città. Per 1« Signoria, di Rtgulk £ècé 
una Stacus di bronxo dì qu&ttordici paloù Romani^che fu ^i&a pdri]tieUa 
pBrci i'anno 1637. e dicefì che eila £i)flè collocata nella pubblica pnzza.(c) 1 
vna Immagine di Maria Vergkie di Loreto , portata dagli Angeli . /lituatt 
in Rtcanaci. nella facciata del PaIaz2o Frìorale. Per laChiefa de' Padri 
Gefaiti d'Ancona, una Statua di bronzo di quattro palmi: ed una Umile 
Status per le Monache del Monte nuovo {S) , Per la città di Muerata la 
Stàtua del Cardinale Fioi pofta fopra '1 portone del Borgo. Kella citrà di 
JefiinellaChieCa Cattedrale, è di Tua mano il DepoGto del Cardinal Cenci] 
Smiliuente gli Animali, che vedono nella Fontana del borgo in Loreto . 
fecevi ancora un ritcatto di bronzo d'un Benefattore, che fu portato in 
ATcoli. Trovanfi nellacittà, fua patria, adai piccole figure di metallo , fparfe 
|ier le cafe di particolari cittadini. Attefe alla pittura, nella quale ebbe 
per maeflro Ctifiofano Roncalli dalle Ripomarance, al quale 8)utò nelle 
pitture della Cupola di Loreto: e fiece alcuni quadri in Recanatì per le 
Monache di Santo Stefano, e per quelle di San Benedetto , e per laChiefa 
delU Terra di San Giulio : e pe' Padri Conventuali di San Francefco 
dfpinlè ia Cena del Signore , quale pofero nel loro Refettorio : e cutor) a 
fÌK&:o un' AfTunzione «i Maria Vergine: e finalmente nella fteflà città di 
Rieanati, fu con fua architettura ridotta a migliore (lato la Chiefa de* Pi* 
drì dèlia Compagnia dì Gesù. Seguila morte di quefto artefice l'anno 165;. 



PAOLO BIANCUCCI 

PITTORE LUCCHESE 
. Dìfcefilo di Guido "Reni, nato -$- 1555. 

\ Irca a quello tempo vìflè in Lucca Paolo Biancucci , difce- 
V pòio di Guidò Reni, del quale giufU colà è il fare alcuna 
[ menzione, avendo egli cercato d' imitare la maniera del 
7 fua gran maeftro, netta quale fiecefi conofcer dotato di 
I molta gentilezza nell'invenzione, e vaghezza nel cotori- 
r co. Sono le fue opere principali in Lucca fua patria, 
' cioè : una tavola da Altare nella Chie& del Suffragio, 
nella quale rapprefentò la Beatìflìma Vergine, che fpreme il fuo latte vir- 

tinate fopra l'Anime Purganti; un^ altra tavola nella Chie^ de* Fran- 
efcani, in cui figurò molti Santi in terra e in -aria. Quello pittore , co^ 
ne quegli che era dilìgentiflìmo nel fuo operare , copiò molte opere di 
Guido fuo maeftro eccellentemente. Fu di nafcita affai civile, granotbdi 
perfonae ditratco:eperòfu caro agli amici, ed afiaì gradito nelle cofoverfo- 
zioni;ed in ecàdi 70. anni, circa all'anno 1(553. fini il corfode'gioniifuoÌ> 
; \ AGO- 

[ bl Pfrrtgit. Hi ter Tarquat. BttMÌ . [ e ] Seritt, M BsKtbÙré 

ii Ttdifi metta» fmAaton*. \fi,}Ro£Ìt.dilCìme.dtUasittà* 



.0 AGOSTINO BUGÌARDINl. f| 

AGOSTINO BDGIARDINI 

ALTRIMENTI DETTO 

AGOSTINO UB ALDINI 

SCULTORE FIORENTINO. 

Piftepoio ^i. Giovanni Caccim , nato 4^ J^^S* 



ti 




N qoefii medefimi tempi operò in Ficensse Agoftino Bugitr* 
dini» il Quale 9: non fo perchè « fu chiamato lempre Agofti* 
no Ubaldini . Quefti £a di(cepolo nella fcultura di Giovali* 
ni Caccini: e fra le prime opere che £icefle nella ftoola ddL 
maefiro» furono Quattro Cherubini^ che fi venono fotto il 
Cibpnq del Santluimo SagTamento» che è in (ufr Aitar matf<» 

E*ore di Sospinto» i quali intagliò a concorrenza di Gherardo Silvani af- 
ra fuo condifcepolo 9 a cui il Caccini aveane dati a fare altri quattro • 
Fece poi molte cofe per di verfi Gentiluomi, e particolarmente pe* Cerre* 
tani in fulla piazza vecchia di S. Maria Novella . Fece anche opere aflbi ben 
condotte per pubblici luoghi: e fra quefte, non oftante ciò che altri fé nei 
iMiia erroneamente fcritto » la Statua della Religione » che fi vede nel mezzo 
del fecondo chioftro de' Frati Serviti della Santifs. Nunziata; nella quale 
Scttua» che con isbaglìo fu detta opera del Caccini, ebbe anche parte 
Anton Novelli ,^ che eflendofi partito da Gherardo Silvani fi acconciò con 
eflb Ubaldini più in aiuto dell'opere I che per difcepolo» contuttoché egli 
non avefie ancora il ventiduefimo anno di fua età compito . Yedefi anco 
di mano del Bugiardini una grande Statua di marmo, con alcuni piccoli 
fimciuUif nellaGrotta, che è in teda al cortile del Palazzo de' Pitti» nelle 
quale pur auche lavorò il Novelli, che pare rapprefenti la Carità . Eflen-'* 
do Tanno i6z2. paflTata all' altra vita Arcangela Palladina, Mufica celebre 
della gloriofa Memoria della Sereniflima ArciducheflTa Maria Maddalene. 
dVÀuftria» volle quell'Altezza onorare la memoria di lei; onde ordinò 
febbricarfi perJo fuo cadavere un nobile Sepolcro nelh Chiefadi Santa 
Felicita: ed al Bugiardini comandò, che rjntagliafiè* Quelli fece ^I tì^ 
tratto di Arcangela • teda con bullo > che fi vede al prefente fopra il me« 
defimo Sepolcro ; ma non ebbe appena condotte a un certo mediocre fe«* 
gno le figure di due femmine di mezzo rilievo, che gli (tanno da i lati , che 

firevenuto dalla morte non potè finirle: il che poi toccò a fiire al Novel* 
i . Fu anche di volontà della ftefia Serenilfima decorato quel tumulo colle 
feguenti parole , pano dell' ingegno del celebre poeta Andrea Saivadori : 



F 2 D. O, Mr 



94 D(cenHnltJelUF4fttéklBtc.V.dà^ 

D. o. u. 

Cecini T Hetruscis Regirus nunc canit Deo 
Vere Pallaoimia jostar. pauadem acu Apellam goloribus 

CaNTU AEoyAVlT MUSAS . 
ORUT ANNO SUA9 AETATiS ^ijilll. DtS XVIII, OCTOBRIS J^QXXII. 

Sparge. RD^is lapicem « coelesti innoxia cantu 

jÀcET SiREN 9 Itala musa Jacet . 



r S 



Ìa morte di qtieft^ artefice fu veramente degna di gran compaflione» ed 
Qooorfe in quefto modo. Viveva in quel tempo m carica 41 Piovano 
dell' loipcuneca un Gemilaono di cafaBuondelmontii amiciflìmo dei Bu- 
giaidini, il quale « comecché mobo fi dilectaifit della caccia» bene fpeflb 
|iartivafi da Firenze eoa bxx baleftra» pprtavafi dall^ aulico» e reftava con 
«fio per qualche. giorno alla Pieve. E perchè egli era giovane fpintoTo^ 
manche aveva una buona vena di poefia* le la pailava in quelle converia^ 
vqm aflai familiarmente f e con piacere e follazRo proprio e degli altri. 
Una mattina venne capriccio a" preti e ckerici del Piovano di piglbrfi delipi. 
Senltore alquanto di traftuilo: e cosi avendo con un ben fiiporito intingi 
colo fatta cucinace una bella gatta» quella pofero davanti al Bugiardinié 
u quale .credutala ima lepre» fubtto.vi dette dentro fenz'eflerne pregato ^ 
cdera&ne egli gii beri fatoUo» quando gli amici di tavola volendo bel Delio 
incominciare a fcopoir la burla» ftnaafaper'qttant^ oltre ella foifetbitaper 
irriy!ire»dieder' principio al contrtd&re a vicenda il oiiaokr delgatao» 
aocoinpagnando quello ftrepito con qualche ri Ibi e tanto fecero ducsre 
^pKlla trefca»che il Bogiardini reftò chianco delia burla . Allora ilpovee 
«omo • che per avventura gentiliffiaoo era di ftomaco» reftò preib da tan^ 
ta nmufea dcìr inghiottito piafto » che con infoSribiie violenea dell' intera 
ne pani del petto» cominciò ad arcoreggiare r ed in breve rimafe coalaf^ 
laAnaca e travagliato» eh* egli ebbe per bene falire a cavalla» e tornarfoM 
ne a Pirense » non lènza rammarico da* compagni di tavola • Ma e' ncuji 
ebbe appena paflato il luogo del CMcififib » né era ancora alla villa di M^il- 
Mmonte pervenuto » che rottofegli nel petto una vena» fece gran ^xA 
dì (àngue » Non ottante tale accidente » egli continuò il fua viaggio »gittn(b 
t caia» e in capo « otto giorni a cagion della burla» egli fi trovo dn dove* 
fo; fra quelli deU' altro mondo . 



— * 



ASTOL- 



ASTOLFO TETRAZZL 8| 

ASTOLFO PETRAZ2I 

PITTOR SENESE 
Dtfiefolo del Càv.Fran^fio Vamì^ nato ...... 166$. 




1 Allt fcuoU ótì Cw. Francelco Vtnnt , oltre ad iltrì buoni 

«iccorì, dif quali « fuo luogo abbiamo parlato» ufd Aftolfo 
Gerani cittadino SMefe , ti quale avendo dipoi fiudiat* 
molto apfH^effio ti Car. Ventura Salimiient e Pietro Sortii 
luoltilfifde opon fece nella Tua patria . Fra quelle che vi fu^ 
roAO pia lodate > fa quella del San Sebaftiano nella Chiefii 
de*Teffitori : quella del San Girolamo nella Cappella de' Rocchi inS. Ago« 
fiiho : nella Chiefa dello Spedale di Mort* Agnefai la Natività e i* Afiben- 
fione del Signore . Sono due tav^e in S. Giovambatifta in Pintanetot 
detto di S.Giovannino, con iftorie a frefco: in S. Anna: in & Sebaftiano 
di Vallepiana . Nella Chiefa de' Padri Serviti è una Tua tavola, ih cui rap« 
prefentò la gloria dei Para<firo»con altre diverfe figure . Nella Chiefa delle 
Madonna delle Trafifle è l'Adorazione de' Magi; ne' Cappuccini Nuovi il 
Traniitodi Maria Veigine. Mandò e Prato, per la Chieia di S. Agoftino p 
una tavola di noftro Signor Gesù Crifto , che con tre dardi fulmina il 
mondo. Veggonfi anche fue tavole in S. Agoftino dì Pietmfanta, e nette 
città di Spoleto . Fu poi chiamato a Roma, dove conduffe di fua mano» 
ver la Chiefii di S. Euftadiio, la ftoria del Aio outrtirio, cioò, quando egli 
tu melTo dentro al toro di bronzo « Per la Chiefa di S. Giovanni de' Fio* 
rentìni colorì la tavola per la Cappelle de' Capponi , dove fece vedere 
Santa Maria Maddalena loftenuu dagli Angeli. Un' altra tavola fece ìtt 
S. Biagio, in cui efptefle la figura di Maria vergine, con alcuni Angeli e 
Santi . E finalmente per la Chiefii Nuova de* VwAvi deUe Congregazione 
dell' Omorio di S. Filippo Nerit dipinfe venti gran quadri d' immagini 
di Gesù Crifto» di Mane Vergioa, degli Apoftoli, e d' akri Santi « Fu 
Aftoifo Petrazzi uomo non uieno innamofato , per cosi direr dell' arte fua^ 
che amico de' profeflori , e foasmatMOie dvitacivo vedo quei poveri gio^ 
vanif che defidérando di apprtinderia, non avevano hiogo ove efercimru 
gli ftud) loro : che però fino alla fua età pKi cadente e più inferme, cIm 
egli menò negli ultimi anni , fempre ne tenne buon numero appreiTo éà 
fé, facendo nella (^a propria cafa, e nella propria ftanza un^Accademia» 
nella quale diede luogo ancora a) celelnre pittore di battaglie Jacopo Cor- 
tefi, detto il Borgognone, ne'fuoi primi tempi, dico, quando (^li par- 
titofi da Bohagna per portaiii a Roma, fi fermo in Siena , e andò la cofii 
in quefio modo . Non aveva ancora il Borgognone , come eflb medefimo 
à me raccontò, fermato Panimo-di quale do veflè edere il fuo particolare 
efercizio in materia di pittura ; ma avendo nel paflar per Firenae fatte 
grande amicizia eon Gio. Azzolino» detto Orebat Olandefei eceellento 

F 3 pittore 



t6 DecmAldéllàVart IddSec. V:dàlUio. aliSio, 

I 

Sìnoredi bei capricci e di batu'^lie, e «n Monsù Mont&gtu cdebce nel 
ipìgner navilj e foituoofe marine i enfi force Affezionato a quelle no- 
velle bizzarrìe ; ma particolarmente in far caprìcci e^ paefì : e giunto a Sie- 
Da* dove da niuno en mtii flato per 16 avanti viftp ne conofcìuto, la bon- 
tà del noftro arte6ce Adolfo fubito l'accolfe, e diedegli comoditi d'ope- 
nre nella propria ftanzai e con quefio e con quel pi^, che forfè eglipolè 
fomminiltrargli d'ajutOi come a povero giovane e &reftiero, fu cagione 
che il Cortefi con quel primo guuo, guadagnato colla pratica avuta in Fi- 
renze per alcune fettimane con quei virt;uori> vi conducefTe di fua mano 
alcuni paefi e diverfi caprìcci , e pigliale grand' animo di portarli a Roma 
- « nuovi flud) : e che datofi finalmente a fìtr battaglie, facefle poi qudla 
gran riufcita, che. a tutti è nou . Ma tornando ad Aflolfo, egli fìnalmen- 
<•: carico d' anni; e aggravato dalle fatìcJie • gìunfe al termine de' fuoi 
giorni l'anno della noma falute 166$. e nella Cattedrale di Siena fu data 
al fua corpo fepoltnra . 



ASTASIO FONTEBUONI 

PITTO R FIORENTINO 

'Difiepoh di Domenico 'PaJltgnaniy nafo .,.,., ^ ....... 

E BARTOLOMMEO FONTEBUONI SUO FRATELLO 

DeUa Ccmptffùt di Gè tu* 

•tafio di Piero di Sngio d' un altro Piero di Stagìo Fonte- 
buoni I buona famiglia Fiorentina , nacque nella cittì dì Fi- 
renze: e crefciuto in età. nella fcuola del Cav. Domeni- 
co Paffìgnani molto fi approfittò . e rìulcl buono imitatore 
della fua maniera; onde ancor giovanetto fé n'andò a Ro- 
ma j dove fece molt' opere degne di lode . M> prima di par- 
tire aveva dipinco in Firenze per la Chìeu di San Giovannino de' Padri 
Gefuici, duebellìQtme floriette a olio, che a* di noftrì poflbno molto bene 
efler credute di mano del fuo maeflio . In una rapprefentò una crocìfìfTione 
dìS. Pietro, col capo verfo la terra; e a qqefla fu dato luogo nellp fpazio 
die corna fopra'l primo confellìonario, in fondo alla Chieu, dalla Gniftra 
parte entrando» uia oggi poco fi fcorge: nell* altro efpreflfe il martirio 
aiS. Bartolommeo» fituaCQ nello fpazio fopra '1 confcfiicnarìo, che fe^^i^" 
ta dopo il già nominato .. Similmente dipinfe a frefco nella parte; più al- 
ta di elTa Chìefa , per quanto tiene la facciata interiore, pure in fondo, dì 
qua e di U dalla fineftra, l' immagine di. Maria Vergine Annunziala e graa 
nninero d'Angeli» in atto di fonare e cantate; e da ì ìatidi queOa pittura 

due 



AST^SW FONTE BUG NL tf 

dAe profeti a chiarofcttro. Giunto in Roma , dipinfe npUa Galleria di 
dafa Savdiif fiitti d'uomtni di quella ca(k; in Santa Lucia de' Monti « una 
tavola d' una Nunziata: e due. piccole tavole in S. Gregorio « Dipìnfe. 
ael Palazzo de' Borghefi la Cappella, e varie ftorie per le camere. CoJoiI: 
im quadro di dieci braccia nella fteÓa città di Roma , che fu mandato a 
RaguTa ; e molt" altri di dìver(e invenzioni » per lo Cardinale Àrrigoai ^ 
Nella Chiefa diS.Giovanm della Fiorentina nazione, nella Cappella della 
Madonna, le due ftorie laterali, della Natività e Morte dellti medefima»^ 
le quali condufle a ojio fojpra muro. In Santa Balbina dipinfe la tribuna 
con più figure di Santi a rrefco. Nella volta della Sagreftia di. S.Jacopo 
delli Sj^gnuoli fece altre opere • Ebbe poi a dipignere per li Monaci lEto^ 
liedettini di S. Paolo fuori delle mura, la volta. della Cappella del Santifai, 
Sacramento» in cui rappceièntò l'incontro d' Abramo col Sacerdote Melr- 
chifedech, dal quale ebbe i pani della PropoGzione, opera non meno cicca, 
di figure, chewdi varj e nobili ornamenti. Quella però fu motivo, che 
egli abbandonafle Roma, e faceflè ritorno alla patria > a cagione dell' efler^- 
ne (lato^male rìcompenfato. Giunto a Firenze vi fece in breve tempo 
molte opere , e^ furono •- un quadro a Olio d'un Santo martire, a cui ^ 
tagliata la tefta, che fu pofto nella foffitta fopra r Aitar maggiore della 
Chiefa interiore de' Monaci degli Angioli dal Tiratojo* Pel Quarantotto 
Mo22Ì dipinfe la Cappella domefiica colla tavola. A Michela&nolo Buo* 
oarruoti il Giovane, colori una tela, la quale dal medefimo fu affifla al 
muro fra altre di famofi artefici de' fuoi tempi , in una delle ftanze della» 
Gallerìa di fua cafa in via Ghibellina da fé fabbricata i in quelle proprie 
che furono abitazione del gran Michelagnolo.fuo antenato, cioè nella 
fianza che egli particolarmente dedicò alla memoria delle glorie di lui « 
A quefta dunque diede luogo rimpetto alla porta della Galleria fopra altra 
porta; e vede vili rapprefentato Michelagnoio, che partitoli di Roma per 
alcun difgufto prefo da Giulio IL dopo efler con triplicati brevi da eflb 
richiamato; finalmente lo va a ritrovare a Bologna, onorato dalla Repubr 
I^lica Fiorentina col titolo di fuo A mbafciadore •• ed è da quel. Pontefice 
con grand* onore ricevuto • . Veggono nel quadro più ritratti al naturale» 
e fra quelli Neri Alberti Senatore Fiorentino. Preflb alla ftorja è la.fe« 
guente inferi ziones Micbéelis Angeli reditus ad ^ulium II. PatrU tega$iM9 
i^fignis & illufirior //, quo diu a Pmtfficc expetitus » vix iandcm impetra^ . 
$ttr$ cum toc batcai pr^dara virtuSf u$ fé ipfam nofcai^ & quam fii ai-- 
miraiilis imeUigat , Per la Badia di Settimo ancora colorì molte co(e« 
Mandò a Fifto)a una tavola d' un Crifto depofto diXroce : ed a S. Martino 
aUa Palma, lontano cinque miglia da Firenze, lopra un colle poco di- 
ttante dalla ilrada Pifiina , Chiefa curata de' Padri Ciftercienfi , dipinfe 
la tavola, dell' Aitar maggiore i in cui rapprefentò un miracolo di Saa- 
Martino : e ciò diciamo , non ottante quello , che fia ftato creduto da al* 
cuno , che efla tavola fufie opera di Don Damalo Salterelli, Religiofo 
di quell'Ordine; perchè, oltre all' atteftazìone, che ne fa la maniera ^fia» 
ed un Padre molto antico , di propria veduta e fcienzà ; fappiafi , che 
quanto noi fcriviamo deir op^ere di queft' artefice > V abbiamo per noci* 

F 4 zia 



:tU ^ propria mano dello Mb. fef.li ««defiaU pÈÓti CtOereièni, «in 
illora aDÌta va no « Pinci » di pi nro ftkre «ollt «oft i ftdbo» e parùcohratenct 
du« lanette con sftorie di Marcitì dei loro Ordine» te quali n^i pie non 
i veggono, per eflèr contenute fleUa (^nfort deUe tHortaohe Ceriielitaif< 
ne» che abitano il Convento «tmelTe «Ili Cbiefit» ove & conferva licore 
pò di Santa Maria Maddalena de'Plssii qtiftl Convento ftt loro afiegiMctt 
dar Urbano Vili l'ftnno itfiS. in onibio di quelk>« che già fu loro iM-» 
«feione e della Sant» fttfdeCbui , poflo da Sin Frieno . Dtpianfe Mteort i 
ìi'efco nel fatene baffo del Pftlaa%Of decfio ilCtfinD,rfmpetio al CoitvtAtS 
él San Mareo» per lo Cardinale Carlo de* Medici, «nailorit dell» CorcM 
nazione, fegtiita in Roma, del Grindiica Cdfitnol. ed sna altresì defit 
prefa di Siena : e per le camere dello fiefib Pàlatto fono di fm mano alt» 
moke cofe . Nelk Villa del Poggio Imperiale , diftinfe pare tt fircfto Ift 



ftórta di S Agita traile fiamme. Mandò a Genova fue pitture, e partiefr* 
Armence una tavola pel Doge» e a Rimiri! ufi* éUr* d' un S. Bemendo* 
ili atto d'orazione avanti a Maria Vefgine . Al Grinética Colmo Ik dono 
iftn Àio qoadretto in rame d' un San Glovinni , ki atte di predicate t e4 
tln tkro d* una S. Maria Maddi^nè Penitente . Altre mdte cofe dìtAnft 

Cit diveife perìbne, delte quali égli niedefiifio non ricerderidofi» non ei 
feto fé. non generale memoria . 
Ebbe doftut un fratello, ehe§ chiamò Birtdloffimeof il quale #ufe H» 

tefe aib pittura; ma datofi di gran propoflto fotto la fèorta del servo di 
Dio IpolirO Qalantini, al vivere devoto e ériffiano * dopo aver ^r quel* 
die tempo frequentiti la Congregazione t ài lui fondata in Kliiizliok») fi 
fMblvè a veftire abito rtitigiòfo in Roitia della Compagnia di Ge«ù . Qutflt 
infanciuilena fi portò sì bène nelf afte, tht noti étmfkb ancor finita tf 
dlcfotcefimo di ftra érè , dipinfè i frefdOdue Angeli in Dguradi ftiidtflli, 
per ornamento deir inlmdginó di màrmo^lla & Vét|ine , che fu pdfta 
Uil canto di Borgo degli Albizzi , r(ncontik> IÌlaChie& diS Pier Maggiore. 
Aiìdatofene poi a Roma, non fb fé prima dòpo aver profeflTatO ndRi 
Compagriia, dìpinfe molte cofe nella Cniòfa di S Sitveftro a Monte Cavillò^ 
di che abbiamo noi pure notizia per g^i fcrifti dft propria mano di Aftaik» 
fuo fratello. Crebbe poi in lui èl fittiniente lo fpirito e 'I fervore religiò- 
fò. ehé ( avendole egli fatta grande iftanza } i Padri dèlia Complg(ìtti 
ebbero pe^ bene dS inandailo ^P Indie . Quello ehé egli operaffb, come 
religiofo in quelle parti, non è a noftra cognizione; fappiamobene, per 
notizia avuta di propria mano di PaolfantiLucardefi, già FUrier maggio- 
rb de* Sereniflìmt Grandochi , iì quale nel corfu di diciott* anni fino a due 
Volte fece il' viaggio nel^ Indie Orientali ,- che il Padre Fontt^uont motte 
cofe dipinl^ irr quei juiefi nelle Chiefe della Compagnia, e panitoéarmeA- 
tb nel i3uonge8Ù di Goa , in S. Paolo,- e in S. R eco ; in Cieu) , in Bac- 
c'ain, in Daman, ed in Goccino, tutti luoghi principali de' Ponughéfi: 
e^ folea dire la fteflTo FaoHami, che molto pia r e per mohi aUrif iaoghl 
pubbKci e privati, avere bbe egli potuto operare in quelle parti , fé ^tt 
avefie cosi voluto , ó da* Superiori fnffegti (lato comandato. Termrnerò 
la notizia- diella Vita del Padre Fontebuoni, con ponaic 'A queflo luogo 

copia 




iASTAilO MHTE^UONL. €9 

ed^tt é*iti\« ìtmu del ttéa«fikiié,I^Vllla ti pfdfaOi dhi ^u«(W eofercrivè» 
dico «lU botte mtaiot'A di GtOVènili Btkliniwisir Uqvijt, ^vero dire» 
iìccome fin da fìinctuUo , e per an corfo d* otunc* toni dì vita , fu molto 
fitHoraeo di Ok>,eo9) in Ogni t«it)bò «bM ailii«i^a e (tratti ^rttita éo' più 
devòtf ed efeMptiIrt «dttiftl det luò tempo . Tra qucftt £ù il Padre jA» 
Cinto triineerclii » iMMt FidreACinò ,^Ma ÒOiifO«|nia diXlMù t quegli fmè^ 
che per la predicakionè della Cattolica Fede lalcié nelC Beitipia glefioftt> 
mence H viti. Nel partire dohqtié che fece per l' India Orientai» il fi^ 
dre Frihcerchi, il nominato Giovanni Bildfnuoei diede in ita mano ittift 
ietterà pei Fontebttoni , la qttiió da eflb Padre Jaointo fu puntoaiannie 
recapitata , tantoché ne tornò larifpofta nelle focaia, eh* lo fon pernMen 
ipprefib. Porterò ancora li fulknta d* un ricordo i che dello fteub mnytf*^ 
dre , ferapliceirfente e fens'omamentodi panale, fu di propria mano laicteM 
ferictO) dal quato fi caveM ilcufta pia ^recift notiaia del Pìadre Fontebwni . 

Gepii dilli Lettef4 del Padre Barceloi&raeo Fontebnoni 

• a QiCrVattAi BaldìAtieCi « 

* 

hi. tietnuto « non /• pti» efyU9*n ; ii éUgnwé U ptgèi 
là cathàt è h Htt^ràti» inf^lte vù/k ieUe inme mm 
vfì ctt mia i§ Atto Ai/a mtacuginm Orfoh ftmahì^ 
Iti » «^ iÈm9ta a Mèf. ipèHiò "Gatantinit ebé tàìitit amo. tìategU It mk r«r* 
a)minéàtèm\ Nm mi pifo HMWtraìre toh U l»00n Ndn ^aciim framefibì^ 
per fiarf in m» èkra Proifintia mèli* Untano t gik U tengo fiiitif, b fiè i» 
4Èe0e pénii -e /M mito hntom i ma tkòn ntmiiM:ò Hi raeet tmtnéa tH ai iSr» 
gnore, tbeftidta^éUontmOf ite tmti ieffètriémot efeUeéJk in c^Mfir 
fifiUt'e , 49 farò con mòtto èèiflo . Ahìr* mn gii dirì ,/ènonebimi rHct n m oM 
éffii ài ò'f'inor'e » r raccomandatemi a tatti gì* amici, ii ignòte inffiitiiè, 

IH anmgiHi» a ^ »i. n Dicem^e iti idit. 

Vo0^ AfìtiMati/ì. Uei Sigmn 
Ban9Ìemmeo Ponuémmi i 

Orfdb Fòatebubhi,cttginadéfnoailn8to ^Mm, dell» qnele nelle léccen 
fi h iljeniiène i- fu Riìigiofà nel Monèftero di S. Mtrcitle di Pifio}a . <^ 
ftft viveVk f n ^tie* tempi con fama di gran bòn^ e Iftrird d' oraziMie i 
Penmefili poi iddib, ^r maggiormente approfitctrla in «iniltà, che eiH* 
o^ foffb per ihandknxa di buon Direttott o per altra qu&lfifìiaè cagione , 
ctrca Téilrto 1^31. nel tempo dsHa grate peftiltrM»» fitrovaffis akuoe vei» 
ta iilofa; ond'ella fu da'fuoi Prelati, con faggio avvedimento , meflà in 
iliaco di figorolà prova : nella quale è notiflimo , cfi'élla fi cónfèrvd Coa 
gran pazienza e ralTegnazioiie fino alla morte , che (èguì dell' anno i dj^. 
a'zy. di Gennaio, e ripofto il fuo corpo nella comune fepoltura dell' sà- 
tre Monache. Ipolito Galantini fu qoeU' nomo > a noi tanto celebre per 
bontà , chiamato comuoemenre il Beato Servo di Dio Ipolito, che fu Fon- 
datore, della Venenbile Coaipa^nia di S; Fftncefo» in Palaczttolo > volgar- 
mente detta de* Bacchettoni . Sdbn- 



pò ' Deceait. IL deUa Pari» IMSièt. V,daix$io. al 1 620. 






. SUftàixza del Ricordo di propria fnajvo di Giovanni Baldinucci, cbe fi 
, 1 legge in uh foglia fciotco pr«flb all' originale della notau lettera . 

T 'ln€{uf0 letiers mi fa mtmiau dal Padre Vartohmmeo Fonubuni Gè-- 
jLu Jfuita iall^ Indie Orientali t amna i tf 1 8. Sasa per via venti mefii ed ìper 
rifp9fia S una mia a lui ferina % e confegnata alle mani del Padre iacinto 
Er ance/chi noSro Fiorentino 9 inoccafione di Mrtarfial Giappone t acciò la ren^ 
dejfe ad ejfò Padi'e Bartolommeo , il ^nale alfecoìo era Pittore $ e fa mio ami* 
€Ì£imo « Frequentavamo infieme la Congregazione del fervo di Dio Ipolito Ga* 
iantini, & andavamo a conferirci da* Padri Gefuiti di S. Giovannino. In quel 
tempo venivano a detta Congregazione circa a venti tre pittori » onde in un gior^ 
m camminando per la citte in compagnia dello Beffo Ipolito ^ gli diedi queSa 
otaeizia 9 congratulandomene, con effo : al eie egli rfjfpofe^ cbe di ventitre fitto- 
ri» cbe allora venivano t folamente tre avereÙero perfeverato $ Jic^ome in ef- 
feiio fegsiì f uno de*qualtfu il Font ebuoni . QueHo poi in Roma fi fece Gefuito, 
figliando per f uà umiltà p e per non aver ^ùfeffate cofe letterarte , io Bato di 
laico: e dopo due anni fu man Atto all' Indie Orientali » cbe vi andavano a pre* 
dicare la Fede» e vi fu molto gradito da quei Re Cattolici Indiani, sì per le 
faetìriSiane virtù» H anche per ilpofifi cbe aveva defl' arte della pittura • 
Stette nella città di Goa molti anni : e percbè ilfuo defiderio fufemwe d aju^ 
tot t anime i ejfindofi aperta ttna nuova Alinone nel Regno cbiamato dei Vanente ^ 
agli pregi in/lantemente i Superiori» cbe sola lo mandaffero» ficcome fecero per 
fuaconfolazione i ma per lafirada i* ammali» e morì in Bengala l* anno 1^30. 
ed ia per me credo , cV e' fuffe martire dt defiderio » percbè per il fine del mar^ 
torio egU fi panava tra^ paefi t idolatri^* il nominato Padre Macinio France feti 
atafiro FiorentÌMo » cbe mi fece la carità di recapitar la lettera » fu figliuolo di 
Mei. Già. Pranfe/cbi mio amicamo {a) » cbe faceva arte di Lana» e di Ma-^ 
dama Caterina della VaìeBra . Quefii ex anq fiati molt" anmfenxiaverfigUttoU» 
quando dalla Santa memoria di Clemente Vili {b) e fendo fiato Canonizzara 
S. iacinto Domenicano» effi ricorf ero alla di lui inter cenone» acciò gì" impe* 
traffe dal Signore tm figliuolo » promettendo con voto di darli ilfuo nome$ e ne 
furono ef auditi . // figliuolino fi mantenne fempre buono: fu mandato alle fcuote 
dt^ Padri Gefuiti di S. Giovannino (e): e quando fu in età conveniéme » cbie/è 
gtaxia Jt efiere accettato per HeligiofodfUa Compagnia di Gesàt e con gran pe- 
ma del padre e della madre» a cui non refiavana altri figliuoli % e ebe tamavatm 
Marno gli occbj proprj • vi fu ricevuto . VeSì C abita in Roma: e dopo aver" 
fatto il mviziato » ottenne d" andare èl Giappone per defiderio di Cpargere il 
f angue per Gesù Cri fio* Diede conto a^ fuoi Genitori di tale deliberazione i 
animando i medefimi a ringjraziare il Signore» cbe gli avefie dato un figliuolo 

fihi 

[a] Giovanni di ter Baftiano di Benedetto .Franc0fcbi\ Caterina di Benedetto di Gio» 
vanni della Balefira^ in Gab. Ci 232. a e, 44, con Dote dì fendi 230;. Scritta di 
Matrim. t?. Luglio 1584. [h'j Canoniz. di S.J acinto 17. Aprile t $^4. [e] Ex 
P. PhìUppo Alcgamhe Sot. Jef ad A. 16^9. pag. 523. P.Hyac. Frane. Alexandre' 
Bertio state ir confuetndine ptnSas , ingenio , caftitate , religionipiue , ftodio coufi'^ * 
milis ù^c. Ibid^ ftatnm religionem àmpleSttor 16. OSobr. 16x4. De^effit. atat. 
Ann* 40. Soc. 24. : «,' .'.'.: 



ESTASIO mNTEBUONI. ^i 

folo>. e jf nette ftéffofipifft eèmpiacimo di eteggerjt per fifù firviziai, nella Re-^ 
Ughntp e di'fiù\ tbepotefji andare a portare il tuo nome , e.fpargere itfan^ 
gue per lui. tA quefto avvifo la natura fece n^ cuori del padre e della madre 
Jfua quegli effetti ^ che ciafibeduno può immaginar/i; pure confbrmandofi al dis- 
vino volere f Jcrijjiro ài Padre Generale^ che alméno fi' contentajfe di far fare ai 
figliuolo la flrada per Firenze : e ne furon compiaciuti . S^uà flette il Padrf 
iacinto alcune fbttimane : poi con i compagni feguithfuo viaggio . Giunfe affln^ 
dia 9 ma non gli fu permeffo Pandore al Giappone ^ a cagione Alla fiera crudele 
tà di chi aOora pofedeva quella parte f cbe efiendo nemiciffimo del nome Crifiiu' 
notfifludiava alpoffiUle di ferrar tutte le vie ^per le quali iMi(fionanti vi po^ 
tenero penetrare; onde egli fu mandato in Etiopia. Di làjcrijfe circa al iCtOk 
al padre e atta madre una lettera f netta quale Jignificava loro la caufa del non 
^Herfi portato al Giappone; dando loro ragguaglio di alcune refe occorfegli pe0 
Jo viaggio 9 particoUti^mente dette molte carezze y fiategli fatte netta nave da un 
Turco , a quale anche votte > eh' egli i^ abbùccafie col Generale dett* Armata Tur^ 
thefcai e che queflo comandante bene fpeffo volevalo appreffo di /r » etnia fi 4& 
ragionar con lui dette cofe d^ Europa; onde il Vadre iei^a fatto luogo di fargli 
vedere unUmmaginetta^ cbe portava con Ceco detta Santi ffima Nunziata di Fh 
renze% e di Srgli varie cofe in commendazione detta Vergine : e cbe il Genere^ 
le neWafcoltar le fìte parole ^ e veder quett^ immagine ^ non ceffona di dire: 
Veramente è un peccato » cbe una tal donna fia morta, &c. Fin qui il Ricordo s 
« oot paflk t parlare deli' avvifo avutoli in Firenze della aloriofa mdrM 
del Padre Jacinto: e come quegli, che fa confidencifliino di quelli cafiii 
e vidde cogli occhj proprjj e co'propr) orecchj fentì da Giovanni Frah« 
ceichi <]uanto egli notò » comecché fi crovafle bene f^flb nella propria 
cafa, ibicazione del medefimo» in folla piazza di S, Spirito . Seguita poi a 
fcrivere con parole d* ammirazione degli efifecti dell' alta provvidenza di 
•Dio 9 che avefie dato unt' animo e coraggio ad on giovanetto di senti- 
Jiffima compleffione , allevato e nutrito ( come egli dice ) nella bamh^iai 
per refifiere a' patimenti dì terra e marct fermo per mefi e meli fopra la 
nave 9 e talvolta per feì e otto mefi continovi fenza toccar terra . E gìac« 
che io coli' occafione di dar notizie del Padre Fontebooni colfopranno» 
tato Ricordo» mi fon fatto lecito divertire alquanto in cofa» che non in- 
teramente fi confò colla materia ;. foggiugnerò ancora» che Giovanni Fraiv 
cefchi» padre d']acinto.| nel paflar ch'egli fece per Firenze, volle farne 
fare 11 ritratto al naturale: il qual ritratto» primo e originale fatto al vi* 
4ro dalla perfbna di lui» confervo io fieflb nella nùa propria cafa. A chi 
poi piaceue di reftare più precifamente informato della crudel morte deU 
Joftefib Padre (j)» fofferta pure in Etiopia per la Cattolica Fede » circt 
alli 21. di Giugno nell'anno 1630. potrà leggere quanto latinamente fcrifle 
il Padre Filippo Alegambe di Bruxelles della Compagnia di Gesù; ficcome 
potrà vedere una carta d'intaglio in rame, nella quale efla fua morte» con 
quella d'altri Padri della Compagnia fuoi compagni e d' altre Religiòhif 
vien rapprefentatat e con varie annotazioni dichiarata.% 
' • . r RUTI- 

[a] Pbilipp.Alegém.Soc.3efMorte$iUuftresàrGtfiaeorumde - 

Soc. ire. Ann. 1.^38. pag* 522. Rama 1657. 



/ 



9 1 Decetm. ti. MaPart, l MSd. ViM iS to. al i6to. 

RUTILIO MANETTI 

PITTORE SENESE 

*Difiép9h del Cav, hmtfio Vmnl y nato -^ ..... 



Muwct! citMino Senefe » per qntnto ne lftfi:iò notato 
nlknorGiuJio Mtncihi in un fiioM.S. actefe alla pittura 
:o la difóplina del Cav. Francefco Vanni, nsl che iìa k 
e ap|wefia tale autore. Dico pevò, che quantunque egli 

1 fcguitaflè punto la maniera di quell' eccellente maaAfo; 
«5t. è però vero , eh' e' riu£cl pittore aflai lodevole in quel 

modo d* operare, eh* e' fi fcelÀ» sfòrzandofi d' imitare la maniera di Mi- 
ehélagiwlo d» Carara^io» la quale poco avanti a quei fuoì tempi ayeva 
dato gran KUfto in Roma. Abbiamo noi in Firenze di mano di RutiliOi 
nella Chieu di Santo S(Hrìto degli Agoftiniani, la tavola di S. Toounifo 
4a VillanuovB. A Empoli fe ^ure una fui tavola nella Chie& di Santo 

Axoftino de' [nedefimi Padri , in cui è rapprelèncata r . . , 

All'Imperiale, Villa della SeremJGma Victoria della RovcfQ.Granducheflk 
rii Tolcana, è un quadro dì S. Baftiano: e nel F&Ìa7zo del Sereniffinw 
Granduca a' Pitti , ó una gran tola, ove egli 6gurò il trionfo di David • 
di maniera alquanto gentile e diverià dall'antico fuo modo: e vi fi Ico^ 
ia cifra del nome e cognome dell'artefice, • 'I tempo nel quale fu dipin^ 
ca^ che fu l'inno i(S37. Molte pitture di fua mano.&tte con grand' amo- 
r«, hanno i Monaci della Certofa dì Fìrcnie, cioè: nella Cappella di San- 
ta Margherita > la tavola della Santa, ri&naca dagli Amelii « nel Cap»< 
tolo, il quadro del Beato Stefano Macanie, fegretario £ Sent» Caterina 
da. Si«na , in atto d' cflTer foiato cxil tatto d' un dito da quella Vergine, 
del male d'un'Occhìo. Bvvenc ancora un altro , dov' è la figura del Bea- 
to f4etro Petronj Senefe , mentre moflo da particolare ìmpuno del divino 
fpìrito, fi taglia ti dito indice finifiro, per inabilitare le fteflo ad eller [ffo- 
tóoflb dal Diaconato al Sacerdozio , dì cui riputavafi ìn^goo. Nel CoiTo» 
che chiamaru) de' Frati , cioè a dire do' Converfi , è il quadro della Buts 
Boauìoe Cartufiana, la quale mo& pure da divino fpirito, fi canfìoea va 
chiodo nelia finiftra ooano. V è anch» noftro Sign«r Geaù Grido, tutta 
Fliplendente ! e un Angdstto galante, con una griilandadifioriinmano; 
Vedcfi anche in quel luogo un quadro d' eguale grandezza, colla figuca 
delta B. Margherita Cartpfiana .- ed altro , in cui è U Beato Dìonifio, Dectofe 
d«Ho ftefs' Ordine, in atto dì findiare, mentre per atterrirlo , gltcom- 
parìfce un maligno fpirjto. Un -altro fimile , ov* è dipinto il Beato Dome* 
nico de' Futeo , Priore deHa CertoTa di Trevcrì , al quale > mcnue ficdc a 
men&, comparifce. noftro Signore fanciullo. Moko operò queft* anclice 
inSicna Tua patria. dove-neTPalazBO de' Signora fece vedere un quadro 
della Natività di Crifto, e uno dì S. Anfano . Nella Chìe& di S. Agofiino, 

lapit^ 



w. .« V, 



1*. RVFlLmoMANETTI. . 91 

k pktUfa tU' À]ctttt.dt & NÀMOlò i. Ne* IServi là wr9Ìz ài S. Lorenzo ed 
altra): «: nella Chiefitldel Jtefiimo, due quadri di S.Ga]$aiio. Dh>infe «n- 
c«Mla frefeo metti .vottà dì S.JBcnwrdino . In S. Niccotiafece la pittura 
gli' Ahare» rii«feafii » iiucdio iifel Oocififlbi e parte deHe' lunette nella 
Compifnia. della-. Mosf «ul Furono .fimUdience opere àw\ -Jio pennello , ■ li 
Madonna degli- Al^erighif: ed alcuni frefcU- fopra la ^ortaJdi S. Pieteo a 
Ovilet e di S. i^iufio.' Da t iaci:^ll' Alur.ma«ìoee in & Spirico, ed iti 
alcuni rpa^l della ToUa in & Roooò. Sono ancne di fua mano finalmente 
la cairola..di filaria. Vfispxta che ya in.l^icto • in S. Pietro alle Scale» «ni 
in & Piero in £0)o*;<e4;àlc«nt quadretti ndl' Oratorie ; che è quanta nOf 
tisi^ podiamA date dii tal pittore . : 



■ ' ni ". J i | | « ^ I I I 1 1 t mmuéttm—m^mmrm^^ I w m i j i ^*— ^■*»t— Wt*— pì**m»>ì» 



( > 



GHERARDO SILVANI 

' SCULTORe È ARCHITETTO 

FIORENTINO 

DifièpQÌo di VakrÌQ Q(Ji:^4i^(fi di Giò^Xmwi/ 




lUf^téo SihraiuScttkérciie Archittcta^ttscqtte nella città di 
Efìfenst i' anno dì nofira fiilutje 15.79* aili 13. di Dicembre ^ 
di Kranceibo di Silvano Silvani > già Salfani» e di Miria del 
Gioeofìda^ latine e Takra famigue athì rìgiiardevoli ; ma a 
cagione diconiifoiBion di faeni e d! altri jfiniftri acddenti* 
occorfe alla cafa di Francefco l'anno i$)tf. nella mucazione 
deUo Stato f le fu tbraa declinare alquanto dall' antico pofto;. mentre per 
campar Aia vita» contenne aUo fteflb Fcanoefco. applicarli all'arte del fonr 
dacoj e quellteferckare imo all'età di fectanta epiù anni . Nel qual temr 
pp crovandoii effii carico di figliuoli» tutti però ntoico avverti a tal mcr 
Aìero» e ad ogjti' altro inclinati» che fiiffis (lato più cpn£icevoIe ^la moka 
oitfiltà di caia loro» dopo averne alcuni ampiegitir. a feconda di loro inaili' 
nazione» fcorgando in Gfaesardp una più cbe ordinaria dirpofizione a pofr 
appartenenti a difegno ( giacché e^i Ièna laleiare gli affari della bottéga* 
Cfafi fegretamente e (enza maeftro » per un. amio incero » eiércitato nel 
modellare) fi rifolvè » adopraodo il meno di Giovanni Clerretani Geott*? 
luomo Fiorentino, d' accomodarhi nella (ouola di Valerio. Cioli» buonp 
kukofe di que* funi tempi • Veducoft il figUuolo giunto laddove era por»- 
fato da naturile inelinaaione» diedeti a tanto'ftudio» che nel corfo d' un 
anno « non più» avanzò ogni idcco fiio condifcepolo; egià avea dato f^rin- 
ci pio a lavorare in marmo» quando per Lo fteflo Giovaimi Cer^retani in; 
tagliò una immagine di Maria Tempre Vcarginei te&i con bollo, alla quale 

die luo- 



94 Decem.n.i(leOàBàè$J.dèlSéc.yé 



die (luogo ih cefia d'una ic'akdi fua cafa . Non èri àncora appena IV detto* 
anno paflato, da che Gheracdoa^eraaccomodatto^c^Cioli; che il^ede- 
fimo.fi morì: e cre^ o quattro' meli dopo pafsòaHUlcr^tvicà^Qiovannrfiflii^ 
dim> detto Giovanni deir Operàt altro buoniffimo feulcQftf Fioienltinì;^^ 
die il Silvanidopo la morte dei pnino» erafi' eletto il fecondo iBMftro, 
Qoa cui avrebbe egli talora piotata finir di £ivei prbpr^ ftud}-; talmenteehè 
il.poyero giovaole» qnafi pentendofi d* jeflerfi meflb*a taf profeflSoner e dr 
aver difapplicato dall'eferCisio del padrev^he gii avea data fine' al rt^>- 
auo del' fondaco» eritiratohe gli: effetti r poco naéno che non andav^a dife* 
giumdod' abbandonar la ftatuarìa ,^je.data ad altri ihioieg^i di mereaittfrav 
Correva allora in Firenze» e fuori ancora, un aito grido-dei fingolarìiBifitf 
Ingegnere, Bernardo Buontalenti, detto delle Girandole; il quale» fic- 
come^ fu^^Mdo in tutte le noftre artiycosì fu anche grand^ amica e prò* 
cettore di coloro» che egli fcorgeva da natura inclinati a bene efercitarle» 
Cop if^fiSù volle Gherardo sfogar fua patitone e cònfigHarfi: che però r||c* 
comandacofi a. Giuliano Salvarti» nobii Fiorenbino e fuo parente, fìi in- 
trodotto a lui » dal quale fu confortato ad entrare nella fcuola del celebre 
Scultore Cào, Bologna da- Dovai: t quefto non t^tò in cóhfideraziono 
del cran valore di quèlisaeftro» quanto per le. continove e grandi occa* 
fionf» che » per così dire; in quella piovevano» di far opere» non pure 
per lo EalazzoSeremflimo e.per varj cittadini di uodca patria, che in quei 
tempi ftèiii ne' adornavano e dnefèe cappelle e palazzi e giardhii'; ma 
eziandio per varie città delio S(ato e Provinoie.Oluamon tane ; tantoché era 
quella fua fcuola il raddocto de' migliori ingegni e foreftieri e cittadini» 
che a tale bella facoltà defideravano dedioat&i Ma per quello^ che allorS 
fa univerfalmente ragicunato.f checché & ne (ia la verità ) ftayali allora ap-^ 
poefib a. Già Bobgna^ in qualità di: giovahe: più dilettòid* ògn' $|!tro , Fie-^ 
aro Tacca da MaOà di Carrara, il quale trovandoii aver còlla 'fvegliatezza 
dì fuò ingegno ed abilità nell'arce; guadagnato gran pofto aeir affetto del 
m^eftro» e fentendo^ che tali pratiche fuffero.per introdurli a favor del 
Silvani: ed effendogli ben nota altresì l'ottima difpofiztone , chedicevafi 
per .ognuno, eh' egli aveffe alla foultura» temendo»* che il giovane^ non 
fuffe per acquiftarfi in breve con effo gran parte di •cpselP^amore» che a fé 
medehmo avea procacciato una lunga ed attènoifìima i^ervitù ; ubò ogni 
Audio per im^pedirgli» non folamente l' ingreffo nella fcuok del Gio. Bo- 
logna» ma eziandio lo fteifo abboccare con hii . Tale in fotoma- fu ia fine 
di quefta pratica. Allora Gherardo fatto ricorfo al fuo gran protettore 
Giot^anni Cerretani , fu , mediante gli ufìz) del inedefimo, accomodato 
con Giovanni Caccinì Fiorentino, altro valente ediligemiflimofcultore» 
fiato difcepolo di Gio. Antonio Dolio. Fu quefta pel Silvani ottima con- 
giuntura» atteibchè àvèfle il Caccini appunto ricevuto dal nobile Gio- 
vambatifta Mìchelozzi » l'ordine di conaurrt il Coro di marmi della gran 
JChiefa di Santo Spirito de^ Fratti «A gofiiniam » nel quale dovev«ano^ aver 
luògo molte ftatue di tutto rilievo^, ed un bello e riccamente lavorato Ci. 
borio. Sopra quelli lavori dunque fu dal Caccini pofto ad operare il 
Silvani: e v' intagliò diligeatiflimamente alcune teflc di Cbexoibini f che 

noi 



noi I»ti^ì9mq tittocaoiàlkivfléib Ciborio.- e4 a concorrènza d" Agoftino 
Ubftldioi» akro Tuo diffKpofoyYiolfei Ir Caccine ch^ eglìiticagliafle i quat- 
tro Cterttbini» che fono della parta dirotto: nelle qufi^i opere avendo egli 
dato graa fiiggio di fc> ebbe; pòi per oaiine dello llelfo.CSaccini , a con* 
durre interamente di fua manot per quanto a me riftrì Giuliano di Cam* 
nullo Salvetti fuo cognato > li due Angelidi tutto rilievo > poco lontani dai*» 
l'Altareiche tengono i Viticci .Ed ancoria ebbe a fare di tutto punto la Aa» 
tua di S* Pietro oi marmo, che è nella nìcchia, rincontro ia quella del S, 
Paolo, preflb al Còro e Presbiterio nella ChiefadetlàSantìflima Nunaiata^ 
la quale ftaiua del & Paolo fu pure dallo fiefib Silvani intagliata, infieme 
co' quattro Cherubini, che veggiauio adornare quell'opere: ed ebbeipa* 
fib ancora nella flatua incominciata dal:maeftro , che rapprefenta la Rèti^ 
glone, alla quale fu dato luogo nel hel mezzo del cortile del fecondo 
chioQro. Di quelle belle e grandi fiatue, che erano (late date a fare al 
.Cacciai , che in efle ebbe poco di .più che il puro home, cioè folamente 
ri&venzione « Pafliftenza , fpemva Gherardo di dover riportar dalrmae^ 
Aro premio aflai maggiore di quello, che effettivamente gli riufd; oqde 
^gli prefe di ciò. jcamammliiicooia #2^21 tantp Ccfbgna, che partito&di 
qaellafianzaifi ritirò ad operare ia ca&i- fua propria, che era allora in via 
San Giovanni, atta ehene accomodata a tale eièrcizio. Quivi incornane 
:ciarono ad e^rgli dateafiire tant' opere, che appena poteva refiftere; 
onde non andò molto , che gli cqnveane pigliar gipvani in fuo ajuta. 
Per Andrea del RoflTo, perla cafa é*giardind^ch'egli allora andavo accte* 
fcendo ed' abbellendo in via Chiara, fece Ja* grande fiatoa dell' Apollo^ 
che oggi nobilmente fidarna la tettata delio^dlb giardino.,^ una bella 
vafca.' Qccorfe intanto la morte del fopr^raiòmim^ .Antonio Peri^ il 
qUale nella fua eredità area lafeiato fra. gli altri, effetti , eh' e' poflède^ 
va in RiMoia , buona quantità d' antiche lAatue é 4M:time ipitture , alle 
quali voleva Caterina PandoUìni, madre ed erede del medefimo,. dare efi«» 
tó; ma per ciò fare , abbirognava'£irspn>caeoiO'd'uo<mq:\'albcofoiAquel^ 
l'actet^tie dì ^utta fi^eltà e difiotèceflàtezzai'^il perchò dTendo per mpht 
eCpwi^nase ixen nota ^a^Benedettau PandolBni , ftretto parente di Cawrinav 
iaiÌQpr«bboiidantefufficier0axli pet tiitco ilibifbgno, lui ^e- ri* 

jottCQi. Plri»flljdtfnk|ue di Fireiiie it Silvani; infieme con Giulio Pitti, che 
-doveataffiftoreralU terminazione di quello eid* ogn' altro interefle di tale 
etfidttàj t portiofit « . Roma, dove pttimamente^fòdtafece. alle fue parti: 
<ed inoltre eifònda rimafp cattonito xud vedefo le ilpp^ide pitture, fcìiU 
.tufA le^ttrchitetimire: de^ - antichi ie' moderni maeftri , ideile quali è pienìa 
iquelfb nòbiJiffima città^; prèfe grand* animo l^^uton qusft^ anche gran l«w 
xe, per inplrrarfi TdapfMrcpiù.nei buca moda d^ fcolpfreied operare d' ar- 
.chitettura ;« onde: tornato a. Fiìrenze i :non,andò iiioil»,>icfaeida Marcello 
Accolti gli fadaUaoondorrecpn fuodifegho l^operà della Cappella di 
^nt' i vo tìclh Chìe& della Nunziata ; Fece moki apparati per Quarantore^ 
'.chefeeondo T ufo di que' tempi, furono lodadffimi: efraquefti nella Gap* 
pella. delia Croce in S. Spirito, fece vedere, fra altre belle macchine, un 

afcobalenQ taoto.al nacnralci» che recò m»uravjgla;a. tutta la«tt€à. It^tagliò^ 

peiT 



^6 Decenti. IhdcBtiVM. IdèlSA. KMi^io. al 1610. 

per caf^ CorfiiHi %S4^Gaggt«f :dikeD^Girtti dliricratti^ pattini che ti 
fi veggono; e non pur^qucAi .».;i*a eduiéìQh Sigréftiadi quella Chiefa^» 
fwta^ Tue ftrehu;ect»re\ 'firanaatigU inai di Aoftra ftloce circa al Ldn, 
quando Sebaftttno Ximenex». CavaHeieidi Santo Stefano, Priora di ìLOj* 
magoa, Signore di Siturniaf Rodcrtgq e Friteili, figliuoli del Senato* 
tt Kiccolo f avendo rifiikito di nuovo edificare ed in più ampia forma ri* 
àtìxtt la CanpeUa: grande della Chtefa di S. Pier Magsiore» ne eleflPero per 
architetto a Silvani s il quale avendone fìtto il difegno e modello» che 
riwTd di guftodi que^gentiluomini't jcondufle l'opera al &gno >che oggi fi 
vede . Circa a oueftt tempi la gbkiofa'nemoria del Granduca Cofimo 11. 
applicando molco di propofico^r accrpfcimenco , che fin da' tempi di 
Bernardo BuQAtalenti fi dtfegnam di fare aL Paiaso cte' Pitti» volle che 
Gherardo ne facefle» a concocrenàa di Giulio Parigi, anch' effo un mo^ 
dello; il che egli ben prefto efcguì . Bra fuo penderò il fabbricare avanti 
al Palazzo un. gran Teatro» ohe dovea aver fuo termine in via Maggio* 
con Lc^gie attorno» a fotni|^ianaa della bella loggiadi Piazaa • con andari 
Ibpra Scoperti; ed avanti al Palascto faceva una ringhiera, sì per adornar 
Éaoftto e per diletto del pafleggiare>^còme per cotaodo delle oarrozab e 
per arltri ufi; ma tali i, ptf quanto fi ATe»- fiicono i finiftrt ufic) d^ fuoi 
contcar^t e di quelli acquali più particolarmeme compliva il tenerloin^ 
^dietto»chedi tale fua fatica appena fu avuto' difcorfo. Ma Gherardo »che 
eora oomo'quleto e pacìficoi; 'C che. né panto ne poco era Colico introdurfi , 
4»re Jion era chiamato » o doife f avefle a contendere o litigare^ non fece 
A^ di ciò CO' foperiori adbun movimento % come avrebbe pocutb &re; 
otMe in ciò» che apparteneva ail'>aGCTeicimento del Patexab da i larìf fdak 
mente; che era: quello». che net allbita pittdi^ogn'>altwabbelltàieato oiiv- 
^ndtmanto premeva»; fu Segui caro aiaM difegDoÌ4^£'i>im vbro » clie 
.^ftndo fiato» daciù benraifurò le prime fineftre, prefo emnre» &x poi 
«ecei&rionel metterle fa» V aggiugnere alle bozze alcool taflèlli» i quali» 
affinchè non i&opnfléroJa! magagna » furon tinti; maaUa prìmUpqua che 
4opnivvennéi* fiiaocnaixmù al/lacpakuMÒ colore; e cosìpeir diifeMO di 
^ua' maeilri flannofi. fino, al preftlìiee[ cetopo v VoUe ^es Ja Secénifiiaia At- 
ciduchefla.d' Aufida- Maria Maddalena; dh'^egtì glifàcefl&noh mtèdeltpptkr 
iMiDvo acoreiibimenco ed ornata della fna>Real Villa del Pai^gfo Iihpetìaio» 
4tiè de*BaroncdU: tiel qual.dtfagto pure non fòrti il éUvani maggior fot> 
tana di quena».che>^i eia. tocca -nel già nominato *4ìfegmr de) {^iazzode* 
lifii ; : perchè anche) i|neflf opeira y tomeiliiwaD cpiìr parekxilàtment» a fuo 
«HiOgo» fudacaaiJbrpiadakii. iIahqttefbaèHipi'i)iòn)maivco9aaK^ 
iil(oe alle accanfiote^ vaaie jaltfie!perfiran^oèii4^ 4™i^ pnoìfibiirdtì» che già 
4|vevanó occupati ip|im& poftì; marmò nderoftaate^fflii e;peii loìfaofauon 
ifltodo di proMdere «oa cuoti» re per JaifiiffibienM'.nettf ane » e medito più 
rnella fila difiill:dreffittfa2a » .fi thovò fempre paonaìfto :df occbfioni al pari 
di chi fi fufle» e per la fiadoanae: per Pascàitttcutfa . Pel' giamUno di Bó- 
.boli fece la (tatua idei Xempo»(Che. tiene etta.faittopervun piede e a capo 
lail'^iogiù.etgrtaniqvanfità di: ftatue jcefiauco.. fino all^anno itfitf* avQa 
ft^nufiaiabiotaiMld mUazdaifià cala in, ^àa^S^Cióvaani i^ed. avendola eoMOk 
^;;(£ fciuta 



\ 



- ^ : ìSHEnARDO SIIFANL ^ 

ì&%a^ ÌStmé iSkììkÙL ti bilb^ idilli wfe fi»» ^ramM 'i. ptofMié %i»lft Méb* 
ttfaBbéRitr: il étfè> fa csugiéne i che il G^oàluomò wdo(M»D<éilbLiDeéi&- 
tn^ifetifita.Tcyict ilarluéga a preghiti o^óffiMe, ¥GAe(Ietoikiar6.ad «bicÉ- 
tiri dà iè; ^hdé al Silvani fu nece^iochpeinbrevUinmiceaf^Ki^^ 
dfe^iòte fpedita e vacUa, n^B cav^ ^^ a fuo gran coflo , ottre .a* àamtàm 
ithefi e- fapelletcili » gran copia di datile antiche , cim glieMóo ftace^daee 
1 reftàufr^tte, ed altre finite e non^ fmite di fua mano» cofi «nui copiai di 
marmi iiicierì . Ond' egli » fatto atcorco alle lite^ fpe&, debuterò meo 
darfi ìiì modo, òhe per 1* avvenire non pocefle più oecofreralt mfea A 
tà difgra^ia, di fpender molto Copra '1 foolo ali^ìo, «non ad altro finev chb 
d^'éilCTne cK fuoìt6 cacciato.*' e ccm ifpefa dj cinquemjia fcnéì^ 'comprò 
tutto il ceppo ifolato di qiieHecafe» cke- in^tóneiando dailà fdaate 
delte Palloctble sMncontrano veifd il tanto da' Bi&lieri , e quivi ^igeaiio 
veffb Stnta Maria in Campo, tornane a Toltafe in detta- piae^ . Tnm^ 
vali egH afilora in età di trentafette aAiii, qyaAdo v«|Dndot naffismo 4t^ 
fttdtfrateHi fever Volontà di accaliffi, cesi peifuafo di' paremt* , . pr eie 
fesH t^¥e refolntìónie, ammogliandoli oon Goftanta figflnioia^di Cammillo 
&l!vctti,.ndbife &mi^iaT^ìoremii^a>' nata per iti aere d^fitstfemia Bontaìen- 
tif unica nglitxola dei cdebrelBè¥fiardo Bontalenti, detco-delte Girando* 
te , denà quale fino al 164^ %tìl q^Panno ella fin) di vivere» ^hbe qmii- 
cordici figliudi: e fra elfi Pierfrdncefco, che riufd ancor egli buona^ar^ 
èhhettù ; ma di quello parleremo u fuo luògo . Ridotto intanto che cgK 
fifiu in iftatò d^ ag^ftamento delle cofe fut, diedefi più che mai aii*«fer« 
tizio dell'architettura, nella quale elA>e tanto da operare, che limghitf- 
ma caia ftrcfbbe il raccontarlo. Al Stg. Conte Alberto de' Bardi a Vti^ 
Mti, riihodernò tutto ilPalazao, e ridufMo in iftato di gran comodioà ^ 
li^Iieiza :/ed altre belle fabbriche e feftaairazioni fece Jn demi Contea. 
Diede fórma ad un grande e bel Valazzo nella Potefteria del Montate-» 
che dal nome di quel Signore ii chiamò Cblle Alberto: e ^i trovò l'acqui 
viva, con che nobilmente lo arricchì • AbbelR la Cappella de' SalviaciiA 
S. Croce ove fi cotrferVa il SS. Sacramento . Méfle maiio «l4&odello dtfU 
kbellidifha Villa deUe Fdle pel Sedatore AlelTandro Guadagni, la qua!» 
eflendo fenza cortile» non lyfciad'éfler. dégna d'ammirazloite,(n0n'pore 
per le' facciate , ma eziandio 'per la ihagnificenza del Sa Ione,' largo' diòiotto , 

<5he 
tempo fece pel medelimo altre 
molte ^cdfe in FirenJee, efra quelle T acme dl^l Tuo Palaizo, contmuo4aU 
)^Oj^éta di'SflthnrMariìa del Fiore . 'Afflftè alh terannàzionte delH ftbbrioi 
della cafa di Piero GWciardini, 'e delki)ellb Scala e Cappella, defMe quali 
il Cigoli era flato aròhitetto , epér^ttaofte non - a vea* potute finire . Rifc- 
cbi rldutlb al diodemo pel Oalifei^Ch^efa di ^an Simone, coll'orna«> 
tbtìeli* "Aitar grande 9 del Coro etfélle Cappelle: ficcome ancora riduf- 
fc àbéii'èfPefe l'abha^one del^Crirat 




Cdratb. Si portò a Volterra , dcyuBe 
tf6rìo'AmmhragHrolnrgHirami diede fìn^ ìid'un bel Palazzo: fecà^lriil 
mbdellb per 0Ha4t)a Gappelh nella <Sattedrales ed ancoradiede prineifab 

^ '^ G ad una 



9f^ Decenti, IL Ma Pàti, h deiSfCi Kdalt6io,aii 61 o. 

éà un» fu Villfi di Ulignaoo , kiò^ due miglia preflb delU/dctà ^ «llf qo^l 
inVoLi per morce dello fteflb Ingmraini» npn fu dato compimento: e pe^ 
r A uditore Ftfcale, e Cavaliere Mario Bardini t conduflTe un heì depofit:o d| 
marmi mifchi confuo ritratto.» niella Chiefa di S. Francefco : e fecevi altre 
&bbrtche. Fu chiamato a Piftoja^.dove reftaurò>ed in gran parte fece di 
nuovo il Palazzo di quella Sapienza. Tornato a Firenze, pel Bali Ruberto 
.Fucci fiiiì rOratorio o vogliam dire la Cappella » ftaca incominciata dal Cacr 
^ini ilio maeftcoi nella Chiefa della Nunziata ; e moki abbellimenti e reftau^ 
fazioni fece per le fue ville. Ridufle a moderna forma la cafa del Marche- 
fé Luca degli Albizzi» ove fi rendè tanto più lodevole l'opera fua » quin- 
«to che convennegli per lo niù valerfi delia vecchia firutcuni: e tutto quer 
fio fu facto fra Tanno itfao.e i(ìi%. Avevano già i Padri Teatini di San 
Michele dagli Anpnori, fatto dar principio» per mezzo deli' Architetto 
Matteo Nigetti, alla nuova fabbrica di lor Cbiefai; quando vedendo che 
la medefimai dopo più anni d' impaccio» e loro ed* altri, poco a* avan^ 
kava». operarono 9 per mezzo, del. Padre Don Filippo Maria Guadagni, 
.uno di eflit che licenziato il Nigetti» fofle chiamato il Silvani a finire efla 
Chiefa» e la loro abitazione ancora. Fecene egli adunque nuovi modelli t 
lecundo i quali accrebbe la Chiefa di lunghezza e larghezza : abafsò il pia* 
no oltre a due.braccia» e fette e mezzo ot più ne alzò la muraglia: ornò 
le due bande della Croce per FranceCboBonlit con ifpe&, come fìidettOt 
di dodicimila feudi: tirò tutta la Navata della Chiefa, coli* ornato, che 
dentro e fuori della medefima fi ravvila: fece la facciata interiore ed efte* 
4?ioref e ia (cali nata, per entro il muro della quale facciata cavò una fca« 
iatumaca che porca all'organo» che fu aflki lodata. Avendo dipoi con- 
dotta quella gran fabbrica, e gettatane là volta, confiderando, che per 
jeflere T abiezione de* Padri fituau in luogo angufto , non meno che ofcu* 
M99 a cagione di gran numero di cafe e di palazzi , che per ogni parte lo 
circondano t e fenza apertura di giardino, onde poteflero i niedelimi tal« 
volta refpirare air aura fcoperu; con faggio avvedimento alzò tanto té 
ipiira della Chiefa, oltre la fommiti della volta, fenza che né punto né 
poco ne apparile fegnale al dì fuori verfo la piazza , che gli fu facile ij\ 

3^ello ipazio» che «fovea fervir per foffittone per li cai^alletti , accomo^ 
arvi alcuni lunghi e fpaziofi* andari, e farvi da'latl tante aperture a ^ni- 
fe di ternano, che da tutte le parti» fatte già fuperiori avvicini edificj, fi 
]M>tefle fcoprire una ben larga campana » onde potefler occhio non poco 
rìerearfi • L tanto bafti aver detto eh quella fabbrica, la quale veramente 
è una delle piii vaghe , che veggafi in Firenze in queftì noftri tempi • 
Soggiungo folo, per fodisEiie a' curiofi d* antichità, cofa da me in altro 
hxopì narrata» cioè: che del mele di Settembre del itf}}. nel cavarG certe 
fimdamenta per la nuova Chiefa, dico da mezzo in giù verfo la piazza, 
da man deftra entrando # cioè da quella parte che confina colb viai fi tro* 
varono più pezzi di marmi bianchi lavorati t un butto d'antica ftaioa fen* 
:n tefta» più medaglie di bronzo dì Traiano e di Tiberio, e gran quan» 
tità d'ofla^ di morti . Tornando ora al Silvani* per lo Cardine Carlo de* 

Medici i^cctnpi operò egli molto nel Cafino da S« Marcot ove fece uà 

bel 



\ 



aHERAÈùO StlVANL 9$ 

bel riicóntro di ctmere e 1 dàrdhio » e ne accrebbe il Alone . Con fttf^ 
difegiio fece la caia del Marcnefe Guicciardini, riduccndo il vecchio aU& 
moderna forma , e vi cavò una bella Scala ; <e fa fua architettura la Capi» 
pfclla di S. Croce, fatta per Lorenco Calderini. 

Correva l' anno 1 6%i. quando i Monaci di Ceftello concederò l' àntà* 
co loro Monaftero, nella via detta in Pinti, alle Monache di Santa Maria 
degli Angioli, che per avanti davano ih Borgo San Fridiano, Convcintft 
loro antico, ove viflè e morì la Santa Madre Maria Maddalena de' Panie 
Monaca di loro Ordine Carmelitano, come altrove più diffufamente fi 
trova da noi edere dato ibritto . Ciò fu appunto che ne era Abate Doti 
Salvadore Silvani , fratello del noftro artefice; onde di \\ a non molto ytìr. 
kndo i Monaci ridurre a comodo di loro infHtuto il Convento delle Mo^ 
nache, avuto in contraccambio, toccò al Silvani ad efierne l'architetto • 



Quelli 1 non oftante la quantità e qualità de'.fiti, che per edèr d' antica 
ftruttura, ed al tutto diverlk da quello che alle codumanze de' Monaci 



abbifognava., s* adattò cosi bene, che par veramente che tutto da Atto di 
pianta . E nel dar luogo al primo Chiofiro,. operò che appunto lòtto V atf» 
co di mezzo (giacche altro luogo non £e gli poteva comodamente ad#* 
gnare ) reftade il uozzo detto della Santa, alle cui acque concorrotì molti 
per divozione . Tutto il Monaftero riordinò é di fcale e di fale, di cucir 
ne, di doppia forefteria» di chiodri con beli' ornato: e fopra ordinò un 
bel dormentorio di quaranta braccia . Né debbo lafciare di raccontare » 
che nel luogo appunto predo alle campane, ove fu la cella di Santa Ma» 
ria Maddalena , nel miglior modo che fu podibile , operò che redade una 
camera, che oggi in memoria di lei è ridotta a Cajipella. Cedata la pe£U^. 
lenza del 1^32. i Fratelli della Venerabil Compagnia delle Stimate t che fi 
nigunano fotto le volte dì S. Lorenzo, ricordevoli deir alto favore, ottenti^. 
to allora dalla nodra città per interceffionè della gran Madre di Dio» dopo 
la folenne traslazione fattali dellafua facra Immagine dell* Impruitetatlud* 
^, ov' ella fi reverifce , per miglia lèi in circa didante dalla medefima citte » 
ricondotta dipoi con pompa folenne; ricordevoli, dico, di tal grazi^« 
deliberarono di fare a proprie fpefe una bella loggia davanti a quella Chié« 
fa: ed avutone difcorio col Silvani, egli non folo diede apjprovazioneAl 
loro fanto penfiero, ma quel che è più, a'offerfe egli ad euerne Tarchi^. 
tetto , fenz alcuna mercole pretendere di fua fiitica ed adidenza : e coa| 
diedefi adempimento alla refoluzione de* buoni Fratelli , e con difegna 
del Silvani fecefi la bella loggia che è nota • Volle V erudito Giovamba* 
ttda Strozzi, tuttoché privo della luce Aeg)ì occhi, far la facciata di fot 
cafa da S. Trinità , quella ove oggi vediamo il terrazzino : ed a tal fine 
diede ordine al Silvani di farne il modello. Gherardo, a cui lo Str<»zi 
fpiegò fuo concetto e defidetio , condotto che ebbe il modello a fua fine; 
portoUo a quel virtuofo: il quale lion potendo valerfi delle pupille , (q^^ 
aisfecefi col tatto, e fecegli dare efecuzione. Era tornato in quel tempo 
a Fiienze dalla fua carica di Tefauriere di Romagna Piero Capponi , con 
defiderlo di ripofarfi in patria, e intanto metter mano alla fabbrica d* èn 
bel Palazzo in viaLai^ per propria abitazione! « Contendo l'opere,; du 
^ Q % ^ tuttavia 



l^ò Decemti étléMart.l>diISfhK M\ $i q. al i ^20» 

totidvia faceva vedefe U Sib^tw^i p»prjé»>iio^elk> 1 4i«^;)f ft 9H 
«rabeiiza. C^uefii ttaìno^vii»i%\&u>^)W(tm^W 
il ;Caj>fioni; vokvavi p^r ogni :rjibilQ Hit. grtft ^rdJ^ne > H i^Uy^W pKlT' fUMAn 
modaifi al Tuo gufto, usò talfi!4fÌBÌfizior.|)»f }n^^ ^*Qùi\A^P ^9K9^4 <4^9A9r 
ctetfopi^ iT^granvanopooefl[eroi!bflii4 afouihpfriQQjoa^oaip^citvé oN 
4ÌRidi ftanae: go&, cìx^iaii&ìiiii^ltv ì{ìì^ 

fildl Gentiluomo annojatoflquaaai d^Ha gtand^ ipi& ^ iKl.d^^ ^fcffuo*^ 
Ile inleW'dl modeUoiC:À^ Psdaeso.edeUab^lUffima fiCciaUijP^^ (M; 

èar^ q«imo dair ardritetto cra>fta£o dife^aco: «.cosi refiò HoQf^.f^ 
oeclij 4>ene eruditi di fcorgare ia efla facoiata jp«a l)eiJa pioppi aìpai.fli 
fpayj , di quelle f. che per aUro fi iìurebber potute vederi^; e dalla ^(Ta/Hk 
gione nacque ancora, che 1* armefuCEe dataafaris a maaftrpf'/^h&le^^^. 
quanto ai f<.ppe e non più . £ cuttociò fia detto, in confrojito d«Ì piùc^c^ 
patea defiderarfi ìf\ una fabbrica ai nobile e. à bella» quanto ella xiu(cH 
perchè per altro ella merita il pregio d' oaa delle più vaghe» più ricche. 
#>piii «nagnifiche^ che adornino quella bellilTima contrada. Me(I^.pQÌ 
aia no al Modello del Palazzo in via di 5« Gallo, che ha riu(cica in viatUar-^ 
^a ,• p9# Agnolo, Zaiiobi , Mamnaonio e Ottavio di Niccolò Ca(|«:irit 
ricoh^dimt negoziatiti Fiorentini , ed^ alla bella facciata del medaliiaQ . 
Ii\quòfto incontrò il Silvani la ftefik fortuna, che in quello dal Capponi» 
tfOhciofuflèoofàchè i^Caftelli, che prima di darne l'ordina a lui» parte con 
próm'ìb Concetto, porte col configlio di periona di non tan^. valore in. 
9ft'^arti, avevana.ftabìUti alcuni penfien^ e data lor^i anche qualche: elio- 
li^né r ^uron cagione che' il noftco artefice , jper ridurre il tutto, al bel 
concètto Tua, disfaca^^ e'flaoae é volte» echeluiTeneceffitato a 9Q^,v»9r 
ìh-àé tffii fiticoioe difpendiofb Uvora;'e contuttoché gli ^riibaognaflè 
Isacco modarO' talvolta al gófto e alia volontà de* Padroni; quel Paiazao» 
<i^rt4cd)armente la fatioiata'» a gran ragione è ftimata oggi urtO da^pia 
va^tò e ^nobili edificj, che da altri gentiluomini lìano ftaci fatti in Firenze 
nel pfefenee fecolo . Cd è da faperfi,che l'aimo j 658. per morte d'Agno* 
loit il Qbaggiofe de' fratelli , che fu il penultimo a morire, per fuo cella» 
ménfd. pervenne ne^ fuot univerfali 'eredi, cioè T Abate Franerò • Ora*» 
SRò , pòi Sénatoìre Fiorentino /Abate Giovanfilippo^ poi Sfegrecario di (lato 
del Sèreniffimo Granduca» e unico Segretario dello Stato di Siena, Giu^ 
ft^pte^anch* elio poi Senatore , Jacopo e Vincenzio Canonico della Gat« 
cedrale» tutti figliuoli d' Aleflandro Marucelli : pervenne » dico, ineflì pex 
metà è per indivifo coU'altra matàrcàa,per la morte d'Ottavio poi Tulti* 
tho defunto de* Caftelli nel mefi; di Novembre dello fteflo Anno 1^5 8. ven* 
Ite nel Cavaliere Pierfrancefco CafielU, injordine al noftro Statuto, efdu- 
dente le fenlmine^ in favora dagli agnati: col quale eflendo i Maruoelli. 
veimi alle divife di effii eredità, per mezzo di due gentiluomini Cioren* 
fini,' toccò .loro tutto il Palazzo, per via della forte* che viii adppe* 
iòf il <|Qale daefG ortifentemente fi abita, ed in qualche parte è Aato an« 
che accrefciuto • Fece anche il Silvani il dilcgnó per la facciata dalia caia 
del Bartorellt in via LArga» di fecile e non molto di(pendio&>. [componi»' 
dkhtoi «/tale^inibiàma» quale lo volley potò efeqvireil Padrone t . . . 

^' . L'an- 



'^ 







'L'^guta ««f S/ ir «fipUdè 4rt «n «ten fiUiciM per G4>Wi4l4if 
^òfiiftòr RkeiéflU M4<cMtdì CIÌìiA9Ì'e fthrtlto» in ni^lorJupg» ^»U 

' '*" innò-i ffledefltei due àftiMcoaian gdMidt,«fiBawfi^<e|r{iiyiOik 
' Slivajni éitift «ti ngcv Pillèa» oMi varj a . odbui «pptrctipuum f 
tHbòntrl di ftaitòe . Divwici «I Pìnluaa «peife um Aìanwcn^ fier .Tfglvm 
e |>er-coìiiòdità del ngfim delie Cirrosae< perdi dietro ordinò il peMiWt 
ipo j^aidino die .è noco, ricco oggi> non pace .pei! It aolnle ffmtimiii'f 
tipSnt^é f ^oiAto pel ceforo ^ fino e Inumerò di . dqgeacodieà »t« j^^m 
ìiinià, ti 'Ibi tM^rèfiginedi nitnao^-'deir>antiichà^nié octin»a imnilt» 
Grecare Rdriiitaai èfeiV^ i «(tiadffì di<«iMo diirinonuci piaòri«clie «^r 
nanbiè flàrtse del pikkaé: «d tticttuon-nuinèeo 4* iofiuNtionl ; /ch^ mt 
lò più' ibpùterali Gradite* e Aóweiio, • UeUé ^lii Id iiMir»gtto del «erf i^ « 
ve j^ònb tvobHirattite t^ittf^r^^ >CMh<ccefcendo>il noftró wrmè^t aonnip 
re Yppi^ffi» de'f «di' eOnoìtMéìni yl|ia.*Éiei)dè»du teeniffini » nf 1 oon^ec» 
to dì molto nfiorolb ,- {» KenÉb «6|d. di mocoproiiriò del Griodfct F^f^ 
diittnite 11,; di feqiAre'gliivkjrttiooiklahMvdieimtCtaD Aaacbtftcìpdeil' g^ 
:(a della CMed^kftf,'«it4fa^04ieldeiianOjOi«li» FMgi» dm mora il dì f«. 
t^iuffno f6is: étìè fé 4i tèaipo-^elr>^ior«edioere fiàscio idei. Tov^gJlMi 
CofitlciftòlA taf^irtiaì .folle ^n «|gRi>r«i>indoftrnb>ppltcarc-«l fìómt» 
rdffie^to ^o ' OMO' di; ni |tttn filtmai iàcHUCkMktb CnpoÌ«: f)è jmA» 
la tate iìiar dlligenisà i perchè ^i tf«Mie in «ogàizieiiie- d*ii» eocei^o^di^ 
Tordfnfe, ehb.^rtnngo coHod'Mmièn &to diffimideco» npfi'fen^ jvmi 
itiiiaintÀiìte'' jpètieètfO'di'pitftorìMi lin gìoÌDD Jqnkte: iftniMr noviti; p, «4* 
gf» iVìdfei^Mttto kfOÀiMOtfteiiie <bpra>leitoiC94cUe'MVéie, U^^t.ximmi 
m thàHft e*takftuiòli Iri-tifl iooBO» •finocaU'ttltena.dt nove bMoeit^ mepr 
zó; i ^^tdfté'df €à4tfr'^nÓHiìoidietÌM9e(accè le c«cene>di caftwno . ^ 
tehéV«/io tifate' le ttdtmiFò oatiae di^frarov ohe .dageiio U Ckiefa;. «d 
ìKraiifitéfciatidio'per H>ebeedeiReipeA>r cpnifrckl jiiic«o,ÌU4ipp«ie due ceffr 
h6 di' gttacrro afreoni ^èi vecfi>^^$.Giovanm . Qmdì iè ,. che iktco de t<7i4 
tàntmévdit tM cMiifogiMira » oteinné» die fiiffikjooiko vit dl£g^.]»llo 
Volte Vjti^ 'cificè^ ed ordinavo a(|»i-Hiornéfe a fitte.UI»ella.«^i>#diu;à/di 
legnapie di (Afttg^o, dir«|jK4liotibi^}au]iMÌeritffd«oftÌ9gMnor?<e «tir 
lìtfitna ; Né •è'pb(Bbile*gm*^9mnu^éìBcé^^i^^ -^4 

tSéttù ^tòtiSm il ftM>fin«( oMciofadctfofiiciiè ai dover i&arKac& nwl^ 
Vòlte dal gran ^^vy$ ffWfggaM^ndSé l^4npiidkaiaento.del gran rìgogl io àfiiie ipflp 
'deìSinè, a cagidnedel qui», dlAeiKfllinà cb(k faH |Hieffri.adKti)ire'p«r 
nOdainehte'^ akMtoi alle*la>ro'«ianipokMiione. f eoe Uneof ai ìn-^uel iuor 
atf^fi'di^ale eooMldlflinie perdei ;neoBfl'aria faceenda, Trov^ 
„ . oi«>elMe4*faéc(MadeMi>GfÌJ«ra^ <perio peneiU iverfo la via del Cor 
coajfro» irt-t«cn^'elnM«iweMto«nnid<K>o'la fiAedificaa^^ p per di^ 
i^tò di iiiétó b pk ««^io^éi vftiMlMieiim traverà tfofniaciato a far quaklw 
taoXQi t già fcoraevtli una pendenza dalla fonunicà fuori del piombo , di 
•-• '-v- .'.V. ■ • ■.-. ... G.| ■ ....... - c^Tca 

. ' ■ ' ' ' M. ' i" ;"i ' f" ■ ■ ■■ ' ■. n ì ' . . ■ i I ■ 







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«<» DetenàiLiS^dMrt.i:MS^^ 



ìmbiiòyiix^iW^^ 9H?tA fincate? 

4iiiitikili.^ ficcoiÉcfiriitièlfoJà più ioèglii ii fiiC^nbni di j{df irfi^ychj; S4i^^ 
là'j^rrtiGiìpda^ ì qoaU pure uvMacOoj;abiliiwoce<{»ticoic Non ^^ 





^IV^^dètléFaltCMnar^d affaire, alcuoì4i/f^^ 

«[lìèii^^c^o poffiede'^ «d àncfirai^èiMÌo^gK^ftat^.ditttó fr^^^ yaJlcjv 

rfidmimditk-proftffiooe "" " " " " ' ^ ^ i^*^' - j^^ 

«ètIàfaàHtU dìS^niidQ 
4ll«#«filiét(i)'rc^^ 

lÉièfìtp «ppònav^: aJiariCfaierai» oonduiS^lo^ cpQ ììq4$ì idie^rJmteficknui/^ 
ìttdcto %hiè -dktoio: ifWMÌSft»J&o^i(iÌ>.fkiiqli^ .in:r<aù aoi»giùi>tura ;alfnina 
lRÌèil£Ì€»f\é di i|tt9gii • eoe iava^tbiJt Jubi^dl^Silioi jeoipì;i>irQno invitati 
^{:<krl ì-'Mè^ primii conyìéfiQ ilciiiiii(Cf9f« (Urf^4<il polto^ in c^ i" antica 
ficdaca tM^à^fi iadc€taamtoij^B4^^qi^^nd0r^ Alzavafi 

nlla d "^^ ' " ■ 

Ai^ '^GomitictoVatC^t-pirifltoiotdi fcalere 

^oi'figK-ai^hi iicisti ÌdetìB;iiiiietiii^tfipQr«^ dà ijiiti^v pa^ ffrg^vj^np éd^ 
«rehPàdlfci » 'chpierniinày4na:in Jbal^ alcept». • ^ qi^B^ 4H)c^pavA il Tét 
4dènd'ordi«ta»^e era kfiaiba/^ àìk.(j(0tica., «tutto pi«iw;4f ftMue di óiar« 
«iòV Sòl^ì-a <]«ea' cvdtoé è^ lòrg^ il terzo ed ulcjiup ordine t che cer^ 
tnntfvaapbiinao fotto i dsrtttoÈcfak làtefaU:.^ quefio^,per.]a pucéUi vèrf^ 
là tia deVMaroelK, luià traidel tjii[|Oiiinif:iK>» P^np»nj^ovi:pai$^'/dfsll^ 
«^roftactafìi e draacodeUa.'éasàtonata^ eia .cprniQq^pjBr :guai>có (énevalajpqr^ 
té cK Meieao.- ilTimanente » iÌQo> atU.femqùiià die .profpetcpV.^rii j^iìctf 
teùnglia roaaa ; come; fi ?ede al pie&nfle {è) ; Qelle^varì^ (latue gf^^ é pie* 
càie che Padomavandt e'dei.JupgQchfi a ^^i^ch^^upai^ujdattiìc^ dif 
véaio -ale una oafa:» rimettendoci a quitnto da ti%fi\ ^^0(ÌcM}p, ; Fece 
Édonqtte il Silvani il fuò modellò » componendo^Ot di d4e ^fimìt} ^ nejr 
4- efiremkàf daziati intefe dì fare due totidi pilaftri a fiqiggia dixam^hili^ 
ìion fole "per cemiinedèll'crdineGotioo» coivrcjie^ ^ inpi^ftata al di fuori 
tutkala Chieia» maicaiandìo per non difcoftasfi^^) ^i fdbito.dal ijè'ccbioV 
teflèrtdo dipòiftatl inijqiiipi tempi tutti i.inodeUi.»; cioè a dire quello dei 




tft di metto;; odo tf Bernardo Bontakatti di srci«ordini» ia quel dt mezzo 
Attidp: .quello dt Gio. Antonio Uoliq » modella piccalo d* uà fòlò ordine 
yrificipate'. efopra.r aiuta del fecondo; quello negli Acondeim^ii diel Dif 
legno di due «ordini i e con* quello dijpiìijche tadorna .1*, ajpsaiia della navac^ 
di mezzo% come fopra; quello, di. I>oa Giovanni^d^' M^dic^^ d' ^n fólò 
ordine > con qwl di più che adorna detta ab^aita; quello dei CigóH ^' un 

••-'''• ••.-.•:->!::'. -:-i .. ".' ..-.'' '» , . ..; ; .. '' ^^ 

la] ^^^^0 lOSj.perle Reati Nozt^ ÒetSereniJs. Gran Principe Ffr^nando colla Serr^ 

nifs.ViolontVlBèairTciWBav^ {a^nahtrm 

fiata ricominciata dì ftiatini t , ffa tutta intonatMt a élìfòita'éfrmè , m»f ùggì^fivifdfp 

Cb] U facciata del Daom aaiifafi^edf taàas hmiiNk uHÓkiafindiSMMariQ. 



* ^ m^ ■^ * t^nf • \^ 



hin étréa tfd ac^ttéfttUdt;efinaliiRniéuiladifif6eio 4el BitQ!OQ>,, ep^ 
oòV dico; (tati ctittr'^ueCfì modeUi n|éft fin di' loro j» contnllo* dop% 
fonM difcttflìòné, ft qodlo 4di SUramt» ed^ qiMlIo. «liittsì /cbgU Àoccaaof 
mìadéVDWef^no (ogni altrò^hifo) fa «iwecct 1' «lezione < ézfuQl 
òuan^ èhé nàt fi doveffe 'por mino a qml kréco < -Oad^ ^iHos» fin ^ 
Qninduea ordinato , che in tal célb « dair uno e dall'' aloq fi /pigìiafl^ 
le parti ml^iori, e che il Siifani:flié dofeOè eftse ilydifppnit^^t e ^ 
diciamo * noti ottante tncco qtidlo. ohe 'da alcn fin qttl & ùaf9 fcrfut^, 
£d è da ^pei^il come offendo dopo' «Ipun teiapo fiato decermifltco -di 4^ 
princìpio a -quella libbridi; nefia aHi . «2. d' Ottobre 'xtf3tf.pofta4a|>rìgai 
piècra,dopo fa télébnzhmèddla Mefli^dettorSpirìto Saoto»^ Monl4B.^abli^ 
ti Canonico della Cattedrale i e Vicario ddlo* alloca Ardvefcovo l!4ic€alinik 
. Tornando ora a ripigliare il filovdeirifi(HÌa> era l'anno 1(^37. atMnr 
^o il Silvani éi clnamato 'dall'Abate NiccoUfti a -Valloaibrofii* e ^efi 
un 1>él tnddeiló per icctefiàoiento dèllf ^ociatadella Chie&; riordinò li 
abit&eioni de' Monéc», «rvi accrebbe utia Forefteiàa « ^DI> Doroienttvk»* 
iriquadrò'Ja bella pràierfa"» ed altri lavori fecàvi.per oomodo e vaghenatik 
Circa qiiei 'roedefiìmi tèmpi fir mandftoalSacro Monte] dftllaVernu» do« 
Ve per 16 Murchete- Niccolioi ornò fa CéppèHa* nella quale allora fu dat 
to laogo alIe'Sàhtè Rétiaufe , iopérà dégóiffima è tlii^ienaioifl per Iq pffj9v^ 
Vèdiiiliencò chttu ilébeibrió ArS ih padfe lontano^ e £no dalrifleffa cifiè' 
di'Firàiceyìte'm2iràii,''iilàéflrainseì ed'og^-.dtra colà delle, moke di* 
nòh^ooteVanóaverfi in crtièl luogo. Reflaurò il CoOiveni^o: «diede nm«p 



dio «Iriifimìiìéncie ^icoio di jfdvhir che ap^f iVa ii«i campanile . Ciùg^ 
ÀiAtbaTratò ó'él ttf^d: ^idaflè s ben' e0erc ii Pt^aliiferlo ddla 
CKiefa; che e avanti l'Ahar mndèv totrò di belliffiìiii mariiii . In Fi^* 
renze pef lo Setiàtote Ttomméfo'Gtsidagni fece più- modelli pel fuo Bn 
króo' diètro alla '^^unsìatt, quantunque non io edifioafle di pianta: iio« 
eòme ancora per varie reftiàrascotii dei beltiffimo Monafliero de* Mpnacii; 
degìl' Angeli de'PadrfOinaldblèfi'f e p« lo Concento di Sun Domenico' 
(SBFieiblé de' Padri Predtéatori: e dir più riordinò ancftfa mokecofe xxìl 
Pèrazzo è giardino dèrMkdhéfe Corfi^^^ Prato. ,: 

rOccorfein Firenze caibt che mohd travagliò il Pubblico:, e il Privato : f 
fU» che per (Idanto tiene tutto il Quartieredi Santa Croce, avevano T acque 
Ibnerratìee sì &daménté occupatele cafe» che noli (blo eranfene piene te 
cantinèii àìàagranpeha'rendeanfi'abitabiU i piani terreni delle medefime^ 
Alche Volendo |a' KiOpre (bllecìtà provvidenza del Serenifliino Grandma 
Ferdinando It* porger ridiedio, deputò iopra; tale fiKxenda alcuni Genti^ 
luòmihi e 'cinque ingegneri: è ouefti furono v il Pa(fignàm « il Parigit^ 
il Nigetti. ìI^BaitoIotf i , ed il noftro Silva'hi: t quali riconofciuto lo fta^ 
to dellècofe'» b bea pénAtòu 'quanto occorreflef» dovefiero tròvarfi infie<r 
me davanti, a i Deputati; coiràllUlenza del Senatore Cofimo da CaCtiglioW 
net allora Provv^itòre del Masiftrato^deUaParte: e (quiyi eCpofti i pro^ 
prj'^reri; difcttjrnr&lo^a: di oK ammenda «per dpvécfi poi/queUo nX^r 
geróV ohe foffaiptrucopià «oafvefiiettte>4ri)AUiii9i^ ,7m 4Wfli P^réji 
• * '*"- . ^ ^ ■ . .. . G4 iene ^ 



\ 



1^^'ive ¥è ià ètri» 4in» diài MI^|ffioa«(cai«è(;))CÌir i>49«fi9B(9 .._, , ^ 

pbi^mtnm^ fwAdcrarllBJcaiiclMB «rà«iiifisiM> Miiil Si|««AflMit>4i>MÌR9l 
che^fi éevcflé ^Sft «fbgo^t '(fàeiri«cgQCi;ìj|»n(£vfiuticfa0n9iic*iKn 

arante' SI ^ttaP%»itt(Rè ègM iilfibufeaia iJih» intici IMeqw^ft^gNAMt 9l9r if)^ 
«rtieFla^iinm fMul' dtifeaèiltÀ , «vafcebheio>;pMf4 iqpMUOi v.«i, ìt,ù^<^,u^ 
ffri&ièlcrìiin ^t>i «iti ; 'il «laetfiaio «(>Uj6ymiW}rMfò,iià mf^, «h* «pV^fi 

wìiHzi ; 'peithè <rdAiH»io coek4)eneitlifi»tttf0 l'iia^MdfflMHrMVtt'fiM;!/^ 
)p6i^iieoefl[hfIo 4t- ili#e kiogfMe ÌJiaidiléfiÉiì; pcMbi}|K)r<iMiib;iiue ^t«» Co9(Otd 
phno del «Dgfioittt ^«r poMmeoMoe «cqito. il» ìmmbiA» Jfygsiift fiwi 

Ìrmcìpìó'tieindKo 4«l- Gméigni »oohe .èifmliè tmiira di^f ìvi^f^'^ì verfo 
i Fort» «Ntt- Croce «'e'liC<mseMOJ«Wle 'Mdiiifllie a^ì ^S«i|tr:AfÌ4!r<lg|Q^ 
lj^indi'^if)Olti-ft>V<h:fe t^^onentt » {ÉaffimttodSoMCikaetfiSinceiwfefiitmicq^ #4 
t€o Convegno i 't ^)c«ndtio«(t fuUs/pMMotit.q ìfi^à .inigè^fier ji^ fismc^i^* 
AntrVià'dé* P<ttitol(nl, per MalbbrghèKo;, ti* SilifJrirM>««foo r iffriUqf^^ 

éti gilliltrcKélè Roffi «ucci»éliCoiMtMKOr^'Fr«cMtiS«B<%,Cr(H;ÌEt»4i^ 
de^vt nella v}tf, 6veifonoieQr^:Aiiò«e:jpaliàt»ÀDiipoirf£)jf^>,piil^' f^toiff 
e I* calti de* Scc«h<«^rfi^S«tUiiAArtiaraBMe>ii{^lu)lQ:^t«(ipia».b^l^^ 
Ifoifiainer d»i)aetb'ptn«'cfae2n(&'^ttfBia:dùjiiA)4A:Ar0p. ^I«Ì fiip;prin" 
%iìl)io>'U'fuft>più «i» pirte, «ioè'Uiù(«rick><billai«0HH»':m:>9;JU,eHÌ^^ 

tie fihoàlÌo«l»«<^r«1nAraftidoyefttKow in f^u^òài^vlà^\^%nWfP'MVf^* 
iM'fiiàlairglieanà èdVe Vreccb» e'l!«k«!«a.<dfai imfMB liViia^wiDo . :^.^ 
eùfitio «Ut Mtto tioeve acqiiajdA>tifv tlirafiiiiiie'fogii^net/cKi ^-iUb n(i|}<* 
«Apianèli^ «reo dette ^lilonache di SeiM»ÙBGdMiU»tpftAMMto 4:ier J« $fa4« 
lo^fó 11:gÌardiiiO'ile''8ignori<Gtbbvrci. bFii ^fA-nottMe. elw.nel 49^ 
VtrO U-fmTain yiaPèncolini, iibn'jnDlcò'<-kingid8S«nt^AffbrQgip« fitro» 
V'Jtono , 'fr* lo Iptfk» di < cento braoctain •oro», qwtcropolw fd'.vt^JW 
Iffllpidifllna, Il éhc-^ede ocafioócrdi&rfi ddabvttQif M MfifJiKffo ricsi^ 

Etto alle cafe nuove,'4sfio per l'iArce^dellaiLlaa.'e 'r«kno;pervJ'#rxe^|^ 
tisi r « coti ^acqua ,(tlie era deftirfac» iaiyar««rfi;ÌRuiififilitfiiaicrvcet»l iiume » 
fa'£ittfl dfvetfire-foo corto all' ufodi^e' lawaMM :;da* a««Hrpoi^ rtcondti^ 
ibefi neUaf'Mifi^ foglie « la q^aleappimco iii/iiil'camodelFtifc:iii»df.Ue c«ft 
nuove» f« li rìpiglta-^ la craporti m> A'rno^per.uoa .bpe«a.<> alta- ^aie. tu 
tòròmodaca- «ma caccracca eoa tale- «rufiiio« «fte?t|uaadoik.t>ì«Qe.gjr<»d44 
IrrnlhnM'fifid « leticarla, ella da per te ilc^'fichittdei:<tÀ rf paco4dle 'cp«* 
remi v' aéciocdiè per'eiitror.jl' fognane, non <aa|indìtio< belletta « rena: 
ié qttali iltfrrMti poi ce(bte, il'acqt».ftc(Bi!cfM pone il fQ^o9e><Mirn« 
liil apiifre la «aMffikca .'^Ma gà(fiMao!ponMei'dall')Qfdiae'd«lla4orii' e, ^Hh 
ornare il^MftilKiAo atf^ìdente dem:ro««na{deipMue'jdi Pi(à, pflIVip^i- 
' fioné •deli#,^al« toccò alSilwàiitcfiurcfaleiÉta!céra^«JMppÌ«6 adunque, cò- 
llie Urto' 1ti|nHd) i6$$, il (ponte <f)^diiDridi C*iiàv?eh«)fft n& m^ph,A% 9f9* 
«d <SattUMiCOiti^ttt«aitiMtt>^GOiaeiMdtoet larHiiànìiiiH ttrw» di 4iii., 

poiU 



<- • • ,■* • 



iGMSnAÈBO UlVANh lof 



Kgna di (lactaeMoi: a.oBgknB' cnjeket^rtfi Avmo.fier bcn« d» «Jù allóq^. 
•KM k«oiitt ddie:i£ibbmc|lc:^ H fateakiimiMftiincoii)o.jule:]9l0f per ant 
t g» cc iatc kà cagfooÉ di iiiUmovkà, :coa iShc er«nii fcopipfw attorno Wìf: 
aedofime dciiw cajricadi : .e jioa iqMico ciuittl|e 4i IMoere» due qu^ft^» 
AQD foto <^<MfieE0iav«Mr d«u caufii. a qualolie ^ iQavMApnto Che andtv» Wri 
wndo. 4«eiir;edifisio?{ imtL a elione delle 0icd«fiflie • ivSk à» ì»v^j^ì9^. 
tempi» arn mele <iiiaggtafe • hh comeocàèiiegU .è Jt»lt(9 ;Wlcbe de^ più priir 
denti iì mahoA in quefli cifi tfiroltare il parece di .ittpijti .: ;e ,pq€hi Xoiio ^^ 
laro peto iicdinaeio ^^jciie ^ilmoEite s' indupano a credere il pqgg^^W» «li 
«bfiijanflò f«r modo. >cbe ti f«fttifmoto dcVpiù cadde .Coprii la miglior ff/i^ 
«Btxioèiaidin» ohe capito queir appacemeoioviiseiiiot quanto. le jnco» 
amicìtttfr orakadi^mttoriio alle pileiiMmiiiflecco(ìi.daiai;i9«iiC«fo. ÌSpP^I^Ìt 

S'onfe incnatD r^inverno deHo fieilo aniio i<^)5*^e oon^dro il cr4eCciiQiBn^ 
Jl ' agqpttcd a qqekltiMnc » ele^p^nechenfuron grandtfiiiQe \ onde lìagipriui 
pipffiaalleweii(imeoce».trovandc£ tn.uiia dàlie i]uattroi>Mteghe,cb« pQ^a* 
4ttfioìljoqKmiqtteA«poote» ttn.muracofe in atto di mettiefiein. piano 



qualunque voi^i eglijv'.aGCOttiodiya liftpia rarchipempto, calzando or quii 
onlà la piecca4>ari ridurre al .fuo piano» troirava.che la oiedefifiu daqi]t^ 
m^ce-del ponte» che) poi rovinò» fempre tornava più baila. Ei^ fo(ie qoh 
mii un diiColiHro» che iffleco^dava il patti e di chi jteneva la pretta iro.yin% 




a?;ctrcoftaitftixgridaado fotte. i^fuggiamoci^ fuggìtim9ci,tutci»^ch«;il poi 
spwina • AlMTQnfi alloca le jr idadella gente ^per mòdo t, ohe/iom. pure ^ 
uomini. di quella bottega» ma eziandio delluicre tmce» <d qgni pe(fon/| 
deillejQQltittme* che in. queir ora ^aa.folite Jturli o .camminare fopra^ i| 
ponte» fi^meOe. in ioga . ^ iodi, a poco fentiffi un grande (cheggviie di pie^ 
tre» Qnehè:allentate le pUe»*epertili gU archi con uno (Irepito tale» ch4 
luanii può^ddlrivefe» cadde quella graa macchina^ UXii^ peròxhe.alcii'; 
no^uoflux pende . Qu^l Cuflè il serrow.idèU% Città.per t^tca la^ fopravve» 
goente notte » puote ognuno da per fe fleffi> conGderare^ Venuta laim^t- 
rina idell' ahro giorno » cosiiociò il popolo ouriofo a porcarfi ;al luògo de)^ 
kieovina »^e:.flioIti ^vi .furono ( in queflo al certo troppo luale ^vy^^^^ 
chei^inoltraiìòno molto ih iuUa.eftrìemiGà del, muco drila detta pan^c 
tcamontaha; oodeofiiiS» la gransza di qpelpefb.» o<cbe quella banqia 
fufle già difpofta a cadere in un tratto » fpiccatofene un gran m^ ^ 
di repente precipitò nel fiume ». e qàn f«Aòi:giaii\9W9^ff ^^ perfone; 
delle quali » .perchè , fui , leflo . d' Arno, eraiifi a.totf i. Ibpi^. '1 piano ^df l« 
^acqua alcuAÌj«onfiiciellifiaui delle rovJin^del f>ioQIEe.i fo)p quindici rima^ 
fera.mofftesii'Alcretuae ofopn^lefiB«idtt0ii|e<,f ovine pja.rnuoto» Ipccorre 
poi dalle viciiie}b«riel|e||K« (L ialvaioria. ^»ifio %k\ ca^o» fubito,(ujlal 
GranduM^fiidMUiada 11., inc«ilMAQi«<» ^^penfare ti hh^q di rifare nuovo 
pome.. P^iytale eftato iuc<m condc^ i}iverG Ingegiieri a rìconofceto 

liiiao^ e diw ilofa^tfeii» iiu' «uli jMMWQj|ufi^^^^^ 

Inge- 



X(^6 Decen».Il.Ma^^$XdèlSéc^W,dàli6to.al iCiù, 

Ingegnere Veneadana,* che peto 'a fan ib appoggiata qbdt^t^perà. Ifi ìa 
f òffe (come in quei tempi tìi ragtoaàfio) che nel vemrne poi al facto, il 
Contini incontrai: alcuna grave difficalài in eiegiiirefuo penfiero» oftiffa 
per dilgufto prelbfi per caufa di accidenti occcfffigli in qudl' afiare , egli 
abbandonò T impreià» e {uirciffi • Eragià l' anno itfi^. quando a càgionia 
della partita dei Contini, fi fece iuc^o a ricorxere ad altri Ingej^rài 
Fra quefti dunque fu chiamato il Silvani, che portatoli a Pifii» e ricontf^ 
fcioto il pòftoff fu di parere, che dovefle farC il. nuoTO* ponte, o con una 
fola pila o con due. Feoene i modelli, fecondo i quali fi offeriva a darlo 
finito in tre anni al più. Fra gli altri, che concorféto.oon lui in dar difi:^ 
gno di quella gran fabbrica , uno fu Akflandro Bartolotti , il i|Uale più ani'» 
mùCù , o vogliamo dire più arriichiato degli altri , propofe di fare il pon^ 
M » non con due, né tampoco con una fola pila, ma con un arco folo» che* 
fefQMajuto di pile» pofauefopra Tuna e l'altra fpalla del fiume; affici^* 

' ;uardo deh^ran vano ci 

rata la glorui di colitene 

i c^uefte promeffe prcfe 

ino di quei cittadini, che Cacti cofii fu, eheil Gninducaperdefideripdidar 

toro guOo, lafciati da partei toodelli del Silrani, e d* <^tìi altro au'thi^ 

tetto, in quello confantifie del Barcbiotti, Ma troppo divérfo fu ti finto 

d!al bel principio ; concioffiacofachè dopo éflerGcon gran éifpendio daU 

If ùna'c dall'altra parte del fiume •demolita graii quantità di caie e hotce^' 

ghe,per iftabilire i fianchi dì ai grand' arco» e datcflS mano all'opera, fatU 

ta' k difpendrofa centinatiira tutta a forxadi travi rilevate dalfuolo , e fira 

disloco incrocicchiate » e nello fpaaiodi due anni finito di murare ilpòm - 

tfi ofulTei { cotee fu detto allora dalla piti parte) cte troppo per tempà 

tit fuffero Hate tolte via lecendne e ic annadure^ o per lo poco fefto.deU 

Tiaìco in sVgran vano (come forfè è più ver ifimUe) o percbi- rimpoifaui 

ture aveflero poca piega è o per qual (e ne fufle altra cagrone, la verità fu> 

the eirta le otto ore della notte dd dìprtmo di Gennèfodd 1644^ coti 

tmo ftrepito , a guifa d' un terremoto > il ponte cadde per la fecoiidr voltai 

eifecefi allora sì gran fufurro^ e clamore per la citta i xht. fe. l' avvedutensa ' 

M la governava allora ]^1 Sereni(à. Granduca non avefie provveduto « 

far riporre il Bartolottr, fiatone architetto ,^ra faeìlcofii, comcfidiflèji^ 

cheecli vi capitafl*e male . Paffiurono pòi piìiannie rìfec<di dinuovo iijpoQK ' 

tecolie due pi le , il quale ogglirediamo con architettura e afiifbtnaa di Fran« ' 

€te(co Nave Romano , in tempo che il Silvani già era ventito in età ca^ 
dente.' •..-.-. . .. ^ . '• - \ . -, 

' Troppo lunga' coft ftidibe adeflb il far menzione di tutti i difcgnt 
e teodelli, che inun córfodi vita di nofvantaièi anni kct qu^ artefice^ 
(giacché non mai , anche neirefireofa decrepiteaza , fcapitò egli tanto di 
rorase, fche gli mancifle il poter operare) e le infinite ìreftauraajoni- e ri<^ 
duàióni al moderno di Chiefe e ai Monafter} e di Ville cK nofiri dt<adi<^ 
ni ; fralle quali fi contano la bella rfHHt del Senatore Barratommeò Ugoli* 
ni a SanMartinb àStrada, di cui Giovmni Càccini aveva incominciatm la ' 
beila fibbfica : quella delliiardiefiB Lotemàà fìoicoafdmi in Vtfdipefai 
-^ - di Giù* 






QHtnAtDtX MlVàm. 107 



4t6ittHaM0rtUi'» c^dol^enltore Jtccjpodellt Ma nohU ftiniglia » e le loro 
«flif; di Cìf imv^* il Cafinodel MiMrchf fe: Salviici in, Pinci coii faogiardinox 
^ilKubBZo drfiit abitaSHOic in via. del Palagio» da luì f^i{(9 a quella ina« 
goaficensf è gr<pdctzft>ph«oggivfMliÌ»m^: la villa del Senàrp^rL^igiAltovicI 
alzilo Ait!u»o ; te cala ìi^ Pinp del Priorf Sebaftiano Ximenea i la villa d«l Se* 
JiMQf Lòren2o Stròzzi ^ICorno in Va)fdip^(k , e. quelladi Colombaja pteflp 
alle Cainpara déUo Aeflb : la cafa di Firenze del^ vaiier del Rpflb con lue 
Acciata» e quella eziandìo di Qio. Andrea del RoìTo s quella|della Religione 
cdi^ Ste&nìe per li Balldi Firenze.in via M^^io : quelli del Marchefe Vinr^ 
jMKtto Capponi; il lielliiSoio« Salone della cala de* Oallim via de* Pandolfi^ 
jaliTt iifgAn Stela del palazzadc' Pqcoì dal canco di via dV Servi s la fkccfi^ 
-dellacmi^ cercaezino ecappeilade^GianfigUazzi^n^'Amo? T Aitar qMg«- 
^'oM.dellaChiefadi S^Felicita, iequalicmcefiibbriclieo alzò da' fondamela 
ti oaggrandl .ariduflèall' ufo moderno . Fece inoltre la Chiedi di S. Fran^ 
Cjsfcodi Paòlafuoci di Firenze traile 4ue Porte di S. Pìergattolini e di $ Fri-* 
4iiaii9,<e ^uefta;per fpla carità : e predò fua affiftenza pure cari tati vamentie alle 
secminezioheflfiUa Cluela e del Convento de' Frati Agoftiniani fcalzi » chia^ 
iBuitil «òlgàrtMDte ICeppuecini Neri . l'opra la cofta a S. Giorgio, la qual fabi- 
èrica era Ilare incoo^kxtiata dal dv. Bernardo Radi . Tagliole due torri d^ 
J4agalottt.e Jdaocini (.ove ^leggeuna bella infcrizione, fatta da Francefc»' 
*Rondineyì.):.per.far.piazza alla Chiefa^ che fid fegnava di fare col modello 
^ Piéaoiia Cortona f da' Padri della Congr^azione dell' Oratorio di S. Fi*^ 
lipifo Neri da. S* Ftreoze e feq; eQc|i*egli un modello di eJa Chiefa e abica<« 
«ione de' Padri. iFuanchecpn fuo4ifcgnoi|icto il campanile di S. Jacopo 
Ì0pr\amoi erkChiefeccade'lPadriBMnabiti.al canto alla Cuculia. Re^ur^ 
nd in0:aaaa di illatceo' Sacchetti la Cnieia di $• Appolljnare . Ma tempo è 
oramai di nenire lai fine di. quefta narrazione . Pervenuto adunque che fW 
Gherardo ali* eU'di.p) «anni» portò iicafo che ìufle tratto per la Poiefterìe 
di Bugiano; ed egli non rifiutò. Portoffi allacarica»che dicefi fufie la pri-^^ 
ma che egli aveffeintal -genere accettata» e condottala a fine con felicitàir 
fu di. ritoroo a Firenze ./Era P Apno Santo derl 1675. e ^lelPetàdeìSilvam 
àirJtaranteGmoieflo, quando l^ ^ra;ddli ajvdi Novembre egli s'ammalò per 
la pifima volta d! un poco di'todTe ed; alquanto catarro alla gola > fenza però 
dar G^p^dr alcun pericolo di vitai tintochè la fera ftefla volle» fecondo il 
coftemeiiiorf cenerino' ÌSgliooli: poi mode ragionamento di avere ancom 
tieuderìoie* penfiero di riveder la citca.di Roma :- né eflere lontano dal 
credere chefufleper venirgli fatto » in compagnia però d'alcuni de' fuoi fi^ 
gliupli. Antonio il minore» che fedeafi a tavola con lui» cominciò coft 
ile ftiietxa a diftoilo da tal penforo ; modbrandogli con vive ragioni , che e 
yropipo gran còmodi fua vita»e eopfeguencemente di fua famiglia • (arebbefi 
egU apolìeeco a tale refolusioner quando a cagione di fua grave età gli 
accadeUe i^uaiche iiniflf o . Con t^i amorevoli parole si bene fi cattivò 
Antonio P animo di quel buon vecchio» clie egli ijuafi per tenerezza la» 

{rimò; ed in fepno di reciproco amore » yoUe che egli accettafie in dono 
I metà di fua vivanda» che in quella f4ura era apjprdlau apppfta pei; Ini • 
¥inka la cena appiccd noovo nfioniuBcnto col ngkuolo di cqCi npn fo* 
i ... Uta . 



/ 

v 



Ió8 Decemn,MiPirt.fM9à.F.MilÌto,aì 1620. 

atà étiff dà luì ; ilàéfib in tvl^ àè^&oHii ddè t f Igtitolb fti iSlc^è .jf«ik 
thhtf'ìo va in tìitkóilti^, pré^éb'Di&ptc ée: iichh in Antonto; al ^ 
le {(airevM dtv«d6^1ó-éràiMtM!òÌ^iliViiÌ6>fii Jcagkme di imòrù ci»orà; oa>> 
de comnieffii «I un fuo £lnte il jSigllAlr* in Addii Docce fti9 fi paf» pòco 
fìiori della ciMéra di M , pet c<lèr« profnto td dgtii bifogno^ ed^l vecchi* 
W(i%pvùctMr fofpettb. Feceló «ftii e llon cfim» ancora paAct le cinque 
«tfedelii noèté, quando Ghèrardi^ ttfcico di pfer (è fteffé dal fo^o , è ve> 
flotbiì fervitore, gli ordinò che ehliinafle i 6|liiioli ^ acciò aH|ndaièso>|Rf 
Sacramenti , perche égli già fi morivat etono fecefi com'el; diie'; Rie&«è 
i danti Sagramene: poi vdlti^ ad Atitohió^ • tosi gli diflbi Ored> i»«Hi 
Ihd^, e ti iafcip tanto, che ben potrai contentarti « mettere- iO:ti!pMb 
loetcò, che quando io farò. Ih Plradifo, io pregherò molto Iddio faér 
tèi;' petrò ti tòmo a dire , Ra allé|ib e Aon temere. -'DiedesII Is TuiDe^ 
nèdizipné > ed iminediatamente entrO ìA agonia : e dopò le clnqw ore in 
vtreai pladdamence fpirò il giorno delia ftfta di S. Cletaehte Papa e Mìp> 
^T^, t' ventitré di HòveffllM<e del detto Aimo Santo 1475 . iqone« pecqmii» 
topoi&amo noi immaginare , degna d' un uomo > €he> meliate Tiwjfiiaptt 
ì>Ìpérè l)eae. Refturono de' (boi figUÀdt PierfrartoaCèki ^ «he rii|fo^ bMH 
*ArchitetVo, il quale pervenuto all' ecà'di refl^dftSiviqve «mi fiUììLootlo 
ffifus vita ; Arrigo invano di Broilsi > uobvo m<Hee «ecòricè^nctte cb^ idi 
Cuominifteroye molto amico de'poVeri; i) quale pooò avanti al^maggWè 
Àac^Io Pférfhncefco • ancora tìSfo morì -e Gamm ilio morto ■ poo» dopo al 
iMtdre.- e finalmente Antonio , oggi vivente « di cai ibpré aiibiiraò'par^ 
ittò- 'FviU Silvani uomo d* òttiAit cottwki, lìoA puAfO inosfasflitr»^ ««di» 
^mitfvo { iipfilicati0imo allb eo(e d^* aéé faàr peh le faille «eOòfti«ilil 
%i]l«dbgAÌ fatica: «ciò fttceva'piirticdl««mfèmfe inpfeleixÌo<4stlii(9t«a 
«Chtéfii-del Duómo^ la quale con ^ch{ò<Ìln»preid«fte(bòftodive'. 1 ;Porci*lfi 
^he ^eflb alta vifita della gran fab^)éà<dèMarOtpo)a'euitl.CariitMnf}éJb 
-fifen^o le tante e tante (cale, fenfea àvtv con (kt» perlòmitancovirljiò* 
9lfardoftu<9ràirruoti , allora Ptorrediceèe^lPOpera ; tGentìlmmo che fate 
fiéflà. carità , lì rìdufle quàfi a forfecrh» In qv^^h- uli^iaa £m edkv « condmi» 
Ve alcuno in compagnia, acdòpoteflè^^tìHÌo«laifin»iM<4aiiMife«rMÌé 
«accidente che gfi potefie oct^i^ei^: e ilkii(« GheMi^o «pèir «ó» noAmii 
teftlo alle aònoreroK indtiefte del Btfontfrrbotis eleflfe per filò ieeiqpA^fUi 
f n qoeltè vìiìte un muratóre, che fì thiemaVi II !Mérohin»,oonMlla.«if ^^ 
to mancava per giugnere afl* età di <ien^arini« e #tt «quegli cbetsiftÌM il 
"pavimento di elTa Chiefa del Duomo. E veiwefence ^etja òo&^asiofii H 
4ne9ere,come quei decrepiti 'uomini fermonttfvano beine fpefi» .'« «aJfiBiri 
b^ni'dl quelle tante fcale e trabiecòtii no» finenti •diqtfeliat'elHrdoe 
giovanetti di prima lanudne fatto atrrebbci)»; M» qvefto «lon^'CSigie^eirà 
ìnarari^ia , ogni quaf vofeafi confilecr ,- theOliefHdo ,- cheJdl Aavira- Hk 
))iccoHinmo , e non punto eanlofo o vierberdto,>'ed in appaxensa dibole 
anzi che nò, era di si forte eoaspleffieiie, die-avevepor- fue coAtmedi 
"fiire ogni dìfttodiporto,e talvolte in fervieio deU^arte^fiitf gite hinghijfli^ 
lire di replicate miglia:, taneoéhè parare eh' e'' non é poieflfe Oaiararei. 
Ma forfè troppo oi fiadio «lliifl^ett- Aelte «otteie <dv ifitfto eneficèj^adc 
vogliamo che tanto batti aver detto diiui . JACOPO 






f^AffO'JtO }€dltOT. top 



• _ .' '«..Il*- i 1 \ : K )»i.^ 



, NOBÙbS: Lt^Ìl£N£^ .ÌNTAGLIAXÒRE )k : RA\Ì£i ' ^ 




Difiefol9 ÀixGiuùt Pavigt fionii^my uÈt% i^t^ ^.ì^^ji 

[Hfiin9d6;Ik& inMlletto diio bea CQno£:efe .<|timto. ]io(^ 
\/ìA un. trfimo afibilènl^aiiiuce cklla.vktit > averi snche ivo» 
U^cèpef crederei, > che >qitti edebite iì0IIId.»;<1ì cui mì fi>ró 
ia p^r p&rUre , dicp JaDopaCaJlot.f chjB.<li nobili ^MtÀotu 
lUimo i5s4. ehbefiio.qaulei^Nam1ctciÀAÌjlU>i:en«, lóiàfl^ 
(alam^nte da ddidecia. d*. apprendere . la bella éftcokà aiello 
intaglia a< abitino » ,^lla quale egli orafi torte invaghito &a dapiocolb 
fiavanefca ;. 'labiali i ptKfiti e k cuoiadìtfdi ideila pàcectia abicasionei^ 
^c kittgQ; o^loib. viaggloifijpoaafle jii :RAma: li\à.c^poiQQ gli Cflgioiieì» 
xàj fìàravJalia «liiìuuire eiò:che a^me filraecOntataaà^rConadi'Cua ^ 
tsttti/jrhfibeiid U conobbi cioè» qhieilQift^oCàyfti tipvUndo^in qocUa 
4tlKi »t afioè. ^r4ar« adeittpiinanco ;f . fisoi vircaofi .penCerh agi' idccJaieali 
4'iuii!/pQff6fa'e ileribito viv«re fi^fogget taife , .firv:bè[ odiailahza:* d'.un^rD<» 
fòSutbidthk niierie^ma arce fala^jaco fii poie . Ala per vanire ora. a ^iap 
di'iinln.piu minute d^coftanae^dioo^ x:ome circa i|aonoi(ro£..vÌFcr.a 
ad. spesava in Jloma iiiilcerto^l^illi^iXcxmaiaiiiu» il; qqalec dall'. umifaefoeU 
ftieraiid'iti€a0liare[>fil]bif dixiiq:^^ ,oiiefjifiiv4nfi Dcriognuoo in IqDet 
tfóipi» foneacodafncccflitàì,:^ aVBya oa&ifiwco il dìfioaccwafi, 

Ì>oi;dt^ quella u£in;;a; :o pure «icato4|feenio'cdb(kiéno idi fipfe pì\i:oafaif% 
il a'€ra ndlFu.ad intagliare' in raoies adiappioiaQ ay poca aire^a^ €at^aItaL 
profictoè che iioa pocendò riparkrfiftb petiìe ilailb ùi'ihtagiiare.bdie Vii% 
venzioni di eofe. devote, teneva altri .che gb fi^ro in ajuto» pagandogli 
a giornata . Qm cdftui dunqoe » cba pure età di.nasione Ftaqzfiìe ^ fivcì di 
acoonciarfi il gioirà net co Jacopo t iricàgluméo (èmpie ^BiUinoiV ^i^chè.f roi« 
vamioiiinjjtajiodijqujicfaevpcatìca.di caie ftruaicnto,:accócgeiidofi»:ciie 
mokagh roanpwa per giuog^w a quella uuivèrCriitàdlincBlltgema^iOiwiiil 
un/^v»mo clie defidcraflc^d'ioircir perfetto in qax:li'urtis%icccca i .delibero 'di 
laftiare la città dt'Rom'a, tpratoixred'io» dalia fìuna»càe. non pure qxpvL 
€>per r IcaUa, ttiaeziandip peo: 1' Europa tacca bdrrc^a e) i. Giulio Parìglia 
cittadino Fioremi no t Ingegiiere dei Granduca ».ilr:qttjie,.alcre alle belle 
opere eh' e' faceva vedere tn dilegna di fue vag^e .e capcicc^ofe JAv^n^. 
aioni» oltre alle belle inblKÌct)e: che vfaceva rpa filò, anddelia • ténea 
va anche in cafa fua una fiotitilTuiia louoda» fiellaqtide adal^ 
tramoncani ieggciraed infegparra Are hitetciica' civile emilctate, e-le^a^ac» 
tematiche, e dava bei pmcéttld*inveil7Ìdhtdliuacchine'f é diale» » que< 
&e fimigliaiici fofe.,Giunw:adjiiu]iie;die..fu a.Firenz& il noftrQ Jacopoit 
trova modo xl*Jntr«KfaiTÌc a* fm^eutar (^u^faiictoU : e perchè legU ,erà pdf 
in efteriore apparenza, e medao più in |iui:^.fpificoi0 e.«ÌYa^j..fiib1cb^ 
fi guadagnò V affettQ del maeftroi per modo che egli cominciò ad ìnfe*'' 

guarii 



j f • » » 



II t> DecefmJKd^ia^artJ.deìSec;V^ 



loarli còù grande amore . 1Fra ^i litri moìio rirtùofi e npbQi giovaiU » che 
per cagion ói Studio ttàtvtMvànG allora appreflb al Parigi; era Lodovica 
Incontri volterrano» che fiato poi in lipigna per negoz) della Cafa Se» 
renifliffia', morì agli anni p^ati in carica diSpedalingo di S. Maria Nuova» 
Qoefli, dopo avere apprete le mattematiche dal noftro ftmqfiflimo Galileo 
Gaidbi > coli' dceafidne che egli leggevate al Sereniffimo Principe Doti Lo* 
renzo di Tofcanat al cui fervizio egli allora fi tratteneva «per defiderio 
d'apprendereìarchitettura miU»ir^e civile , erafiaccoftato al rarigi . QuelH 
fir uno di coloro , che fu fblito d* ammirare la bella indole dei Callot, e 
là di lui ^randiflima inclinazione' ad ogni cofa appartenente al difegno: 
éfoleva egli medefimo a ote raccontare» che il nrigi oflervando la gran 
£iciijtà| ch'egli aveva in difegnare piccole figurine, con un modo però 
tmmanierato e aggrottefcato molto , come quegli , che nulla mai aveva 



del vero , o delle cofe maefirevolmeme imitate e condotte , e perciò gu« 
fiare aflai più di quei primi aborti del proprio ingestio » che fono quelle 
fievoli bambocciate e componimenti» che detta loro il capriccio j egli: 
ttovava, nel fbggettarfi all' imitaKione del vero, grandi repugnanze: le 
quali bene feppe vincere T amore e rafliduitù del Parigi» con perfuifioni^- 
die taloi^a fareober potute parere troppoxigoròfe , facendogli fiire fatichC' 
ftraordinariflìme in difegno femore fopra'J naturale» onde avvenne» che 
ilCallot cominciando !sd abbandonare appoco ap^o quei ivo modo ag« 
gtottefeflftò , che ancor fi vedde nelle prime cofe (uè intagliate all'acqua forte 
fiiio al itf 1 5.<con invenzioni del Parigi» come a fno luogo fi diri » fi acqui^; 
ilafle pòi quella unto maravigliofa maniera in fiir piccole figurine» gruppi»! 
é ftoriette piene di tanta varietà e naturalezza» che non è rato fin cui » chi: 
dubiti» che egli aflblutamente parlando non fi fia renduto if^uperabile, 

: Koi nel parlare che abbiam fiitto di molti celebri Intagliatori a buli- 
no' ed alP acqua forte » non fempre ci fiamo incaricati del pefo di notare 
àitte le operp loro; perchè eflendo fparfe le carte ufcite da' loro intagli 
in grandiflimo numero per lo mondo, non è quafi alcuna perfona> che- 
xion« ne abbia » tt non in tutto, almeno in parte , Qualche barlume . Mt 
di quelle del noftroOllot non diciamo così; perche contuttoché anche^ 
elTe in numero» per così dire infinito» fi fiano fparfe per T Europa» con- 
tiittòciò talee fiata la preziofità loro, che rariffime volte fé ne fon vedute 
ih pùbblico, difendo fiate raccolte ben pretto» e da' profefibri del difegno»* 
édaf dilettanti» e ferrate» come noi dir fogliamo» a fette chiavi» neMoro: 
^bluetti» e come tante gioje cónfervate'. Rifolviamo perunto e voglia-' 
mo» per quanto a noi farà pofiibile» hxt in quefto luogo ciò, che non è 

e noftn cognizione» che fin qui fia fiato fatto da niono, dico fer di tutto 
menzione: e '*--— --^ *-■ "-*- ^^ ^^t^^^n z^. •-• :- £.. .\ ^i.^ 



ogni amatore di ciuefta bell'arte » affine di condurfene 
^oftì far procaccio di quelle che gli inancaflèro . 



Diremo 



34€0^(> VAILOT. M 



^ . Diremo ;ia pnnfp loogqi cf^Jt veama dtl Callot da Roma a Ftffa^ 
}»i ccediamo isìQi^icauaiente che fufle circa Tanno lì^ix. efleiido egli in 
j^tidi i8. anni» vedendoci una carta di fuoinuglio. in mezzp fogìlo reale^ 
ove in figure di più di mesFp palmo è una ftoria, che alla maniera feaif* 
)()ra invenzione dello Stradano; ^^e vi fi Ccòrge noftro SignoreGesùCriftQ> 
moftrato da Filato al Po{>ólo9 che grida crucifige : nella quale vedeà qual* 
che franchezza e buon rigirar di bulino» coniarle di tette» tocche d'aflai 
buon gufto» ficchè a chi la vede n^n fembrainverinmile» che egli poi « 
dopo avere, attefo di proppjSio al dif(q(no ed all' intaglio appreflbal Par 
rigi , faceffe Quella eran riufcita ^ che a tutti è nota. Quefta Immagino 
fece egli ad iitanza del P.^Fra Già Maria Barelli Servita » il quale la dedicò 
a Francefcodi Martino Spigliaci genciluomo piiflìmo» difcendente da quel 
Kigi di Spigliato» nel CUI governo di Gon£iloniere nel 1314. ( conio u ha 
da quel noitro Cronifta [a] ) fecerfi beile provvifìdni a benefizio di nottrà 
patria e Dominio. Leggpnfi focto V Immagine gli appreflb notati yerfi: 

S^dfHrii immiti nimtMm f Jer^ turbàt tu^Uuì 
Ecce HmQf fid geni ior cui DtiUyipft; Dco. 

Sl^idve fiiis lur^ùs imhrcs , beu!f£va crucis 
\ ^ \S$iOulaffif9rdcsMnaLv0repffitflì 

E vi fono le parple Ja: CaDot . P. Dopo l'anno 1 (5 1 3 dpyecte egli dàrfi tutto 
allo ftudio deiU Profpectiva* deir Architettura» del Drfegno» e dell' m* 
tagliare air acqua forte; giacché non veggiamofue opere fino al l^^S» oe^ 
qu4Ì tempo euendo venuto in Firenze il Serenifs. Principe d'Urbino; pes- 
cui onorare» il Granduca Cofimoll. alla nobiicà Fiorentina » con invenzio^» 
ni e difegno del Parigi » fece fare fopra la piazza di S. Croce la Fefla » chia- 
mata la Guerra d'Amore »e(rendo quefia riufcita bella oltre ogni credere » fo 
fatta intagliare air acqua fono dal noftro Jacopo» il quale iu diverfe carte 
fece vedere la bella moftra della Fetta « Eranvi alcune com par fé di carri, di 
cavalieri » foldìiti ed altri : il bel carro d' Amore » che comparve circondato 
da una nuvola, la quale pattando per lo mezzo de^combattenti» in un mo- 
mento s' aperfe , e fece vedere il foglio d' Amore colla fua corte » men« 
tre quegli fece dar fine al couìbattimento » ed invitò i cavalieri al ^allos 
il carro del Monte Parnafo colle Mufc e Pallade» tutte aflife all' ooibra 
dèlia Rovere » infe^na di quel Principe » e gran quantità di letterati (^) fparfi 
pel Monte» affittiti dalla Fama» ed era quetto carro accompagnato da cen» 
fettanta a piedi ; il carro del^Sole » fopra 4 quale Atlante reggeva il glo* 
bo folate ove rifede va il Sole. Eranvi t dodici fegni del Zodiaco» il Ser« 
pe d' Egitto» i Mefi» le Stagioni, V Ore del Dì e della Notte ^ pretto 
al qual carro camminavano otto Giganti Etiopi ; e finalmente il carro di 
Teti» fopra cui vedevafi efla Teti colle tre Sirene», le Nereidi » e i Tri* 
toni ed appretto al carro camminavano otto Giganti» in figura quafi di 
tanti Nettunni, per rapprefentare i Màd più principali del mondo; e fi« 
nalmente fece vedere il Callot in altra caru il bellitCmo Teatro » ove^da^ 

auarantadue cavalieri fu fatto r Abbattimento» colle comparfe de* carrÙ e 
e* pedeftri: ed un'altra ne intaglio dello fletto Abbattimento . 11 medefimo 

' 1 ' I ' M ■ '•••• , • 'anno / 

fa] Ammkét^ÉmiQ 1324. [b] Curte if Mino fétóritriU di kfUrafi • - 



-Mratlé Vtrtttm detfd'nftrnò éfHt «AMéttt MiOitmricrit'TìVìiéhti'. -HA 
«tVtò-ìmóAi còli (ili èórtei «iS(t«lb'« «)eli«r vii liWtwriii. Tarn 
••WRi rMnl ,che oigt fi «StiTéi*!»!» ftèBtItMT tjnardarobs del G^and^ftil, 
iritìgKhi inHc(la*fert«;'<B«hi)4"|*flgili' òMegirarift fiioii in AJ gio: 
i«ntCll tfé^la prt6datil'W«Ai(*rt /tt'IhVefiKióhciei FàriéivSi'riWihbKòi 
itò %banta'kniWtólWat* e JdnWHS d» hiiSI WihTiglioro feùtto, Vbe e'gll 
J'-dcMMipdV'. atpo iVer-raWi^aiIrti ftiaj-iHyifègrtl.vheiterti abtìiaiiroj 
WWiSBHe aWtìdo.egli diedi' tiìflaH^àti- i qvarihtafetrf pèzzi intitolaci ttf»- 



). egli dipòi pìfl5tH^«i- i OTlarihcafettf pèzzi 
Béil )3i iafii fgkri j dtasfi «He'iff'VdlélSi mollteVé nialcoh'tènto dell'ode» 
«,fe«'fliìo.»ijiiei tefcpot"ritlH(lefteW di dcdtózttrai d<* mede«mnl 
SttiHKirWò PrintSpe Doli LtìrtiiTO di ToTcsHa, diflè di'eflfel qolfi le pri« 
miiSdafcHeftS ftticHB. Gontehé<irtb qilrfh! carte , riipeétb alle fotó figure» 
perlopiù lo'fchirjio'elo 'Abhuwv fitto cioè a.firtfev^clije'-fervir pollano 
d' ammaeltranieKto à'i^iitéifffàpti d^ modo dt^ìlìldi^e e^ ben dilegntre 



«JrhcéffioniBllaCattkdralei ir Wliò delle Carré tte:iT«WJtldelleCittì, 

Ittrte e Ciittlli , Che fi oftrlltohO al Gtinduca Vielli ftflà di S. Giovimbai 

..1* ; „ ''.^jin^entfo la Scappata de'barbfcri al palio i'fijirapifiia preSb allft 

?Vat6. VtmitoVanno i«t7. ebbe ad intagliarti 'qoitttò'rtfcl 

fdaf io-,- he'jqóaji pgm* h BKtaglia; -aViitili con vittoria da qòati 

b'de'l Granifiica.co' VàfcelliTu'rcJiisfchi, nUlmiòdò che nof qtil 

■" " " " " b-pet 

bojt; 
Ifonfo 
[ diPillbìa, là SaAti M&tH} ìUiddalena dal Cavaliere Gio. Paol4 
eli Bel Moittè, San FràiitltftO' dà Ferdinando Suares, è S.Slefa- 
Arfaifò ftdra IngMafiflVj'fiiffA li condotta del Marchefe lacoi 
imi',"AiiJmitaglio della Srérk'Rélitìonc di Sintb Stefana; giunte 
ì Ablla Qjiag^a d'Afeli fottò -la Mattia, ove per awifo venuta 
fS^lib ) drcevad eflbffi'iìlfdgEitò òn'eiramuflalB Tni'cherco , pre- 
téiere ; Wléo d'-iifb^ri, ;"ftntefine-, redii , catrami , ed altre 'a 
iglianfi Cofe;, atte alla fabbrica de'- Vafeilliì tisi per fortjjna "di 
:^li levato il'rìtribòrchio riel gòffo di Sjlferho. Cjr mentre- qùefto 
Si plglftr lihgm, bye 51 VaWlfo'fflflt'tSfititti , Vèhne fqr fatto 
k, l'Elba, e l»pàpAi3,-dl'ft:tmrfreaùé Vaicelll nimìcij Ondi 
fieffi'ittiatìfi iAà Btìrf"ftftó'S irtart , dotto'ltfrtga bittaglla, 
^ '* '■ ' ' '■" "■""^ i'ifntimerb^ai-tóhtSfer; 

'aiidf il '^ttdoj the Jap- 

^ i;>.i.riu i> lauio., Kiati»w aikib^i <u la CllrioUti e^i-Qefiderib dt 

lipcrne ò gtii p articola re -piiii 'niirtn tò . - dlte: 'p^H) ' &ì f o 'dWa 'a tl'i 
rnuntuale'EinrzJSlìéV^ll'flSfilUnta'Hdle.bené carfe'disl Cairoti 

•■ . , ...,„ ,,.r. ,.i„j,. ■««....... 1. ri ;u-. ■■• ^-pjife. . 



fjCCQtQ CAllOr. iij 

MMMtfilMiuid cndb iEiMilt bicttclii: e nAi irik no niintt i Gmtàutitm 

foroR ttpofti i fami» ncf qotH egli mkv Mugliò il fw» acme, ctcda ki# 

pefchà Mèndo iacoaiisicMto a p^litr ffaad' gnime aelnugiiomie die q^ 

MM fiMXa net difegno ed intMliaaU^ acqiM forte nd corfo ù un $m»t 

«Noe bea & nccog^ds tutte Te fiie open §m qil liotiWt v^lle efpetoBe 

e fittiOf ficGooie fempre fece poi m qaelie» ci» gli ptrve zwtt condMce 

di mifAat ^aÉo, che furono; le belle carte delw Bactagltt del ReTeS 

e del Re Tinse ^ Fdie tapprefentauft nei fiume d'Arno alli »5. di Lbj^ 

del létp. le q«tl carte ditpo£e m tal fonas» che pocefle fenrire per orm^ 

meofod^onavcnceruole: ti bel fronief pizie , colli cinque interinedj#4M]e 

real Tragedia ^ detta ilSàimMm&, eooipofia dal Conce Profpero Bonaretti» 

e recitataìfi in Firenze ¥ anno peie 1619. Difegn^poi l'am» itfao. la tetn* 
•: ^^ : : — j.ii- 1?:_. o^iu . ^JL^ ^ largherà à'v- ■— - 

Ho ftefto braci 
igUofi gruppi 

io ebbinotizia* venuta da uomini dell* arte, che erano in quel tempo fraT vi* 
ri» egli ToUel' aififtensa dell' ottimo lettore Domenico nffignem. In pie 
della caru fcrifle le feguenti parole : 

SennìOSm9 Cofmo Aùgn§ ^uci Etrmriét. 

^ùtéts tmpnmitma$ , aii£ in Dhi IMS F^9 qmMmùi ìmmmeféMi pt^ 
freqmemiat aiau§ 4^^nri variamm mcrcimm co^ €€kbrammr imtM 
_ ^/ma i%fipir à NMliffima Bamlelfmmisna PmnìUs 0fim^pnfri0 mo €$h 
uu$m^ fim&mmqm t uki D§ip»ét Vìrgimi ImsgQf mirécmhnm fecmébf^ 
^ioiimDimlJica^ mfiriMff <kpiSaf4$$f9èeèffiwitherus0frriigiomefim^ 
nm i#rv4M«r ijr coUtur f^c* 

fMC9$miCatkt NoUtìs^ Lottwingms delmeatas w £r&f00 ioiifas dedicéviì t9n^ 
ficTMiifim grati animi fin ferpetunm ÈcSimméiim An.iéd. %MDCXX. fi(f. 

Queft' anno pure 1 6%o, intaf^iò il Fronteff^zio del libro intitolato : T^^n^ 
taso diili fiume s immngim éf'/icri eMjfhj M Hrtu Smnu^ àfegnnt tm fe^ 
tmfukmmi M fùàrt firn Btfnmriìm AWÙC0 % diGelUMti.dé'Mimri Ofifvmhh 
e fimflmeme tutti gl'intagli contenuti in eifo libro in numero di trenta-^ 
Quattro peau » che fono le piante 1 prefili t alzate e fpaccitl delle facrace 
itabbriehe di que' luoghi » ove fu ^rate noftra redenzione: ed i rami ài 
quefte carte fi confiirvano anche em ntAla Real Guardaroba del Grandi!* 
ca. Egiicdiè parttamedi tal libroi non tafcerò di dire, come Pietrodelte. 
Valle » che ben vide que^ Santi luoghi , ne' fuM Vtag|i aaefta , che quan* 



ùuii 
Tem 



to fi vede in qwfto fibro^del Padre Bernardino Amico, è degno d* ogni 
fl&ma per efibie in tutto e per tutto le fue figure fomi^iantifiime al \tto. 
Vivente aneoia in quefto tempo M Granduca Cofimo II. intagliò il Fron« 
ta^izio del; Hbro degli Statuti de' Cavalieri di Santo Stefano, riftampatofi 
con aggiunte 1 Sue opere fi credono de' medefimi tempi alcune carte , ove 
fen figurati gli Zanni , il Pìsintalone , e '1 CapitiAio di Commedia , con 
gran numero 4^ fpecmtori» in a«iod'afcelMre« Una earta d'Bfeéuie del« 

H lo^Mpe* 



4 1 4 Decenti. ìhdéllé^m.h deiSec. V.M i6io.aÌi dio; 



'Mperadore , iktefi in Firenze n^k Aflibtt}ruina.Bafilica : ànr tei rlcfattf^ 
i^ Donata dell' AntelUSeoaco^eFiQcentitio il Vecchio » di lui eci dUfétt 
tiancotto anni ; e 'Jtìcracco al Frontelpiziodel Poema diGabbridlo Ghia^ 
btera » inticolaco F/f/o/f Diftmuai e due ritratti di Granduchi diToicanai 
jBra oramai pervenuto il Callot, per entro quefta patria i& fuori., in qiiei<t 
l'aita dima e concetto. d'ognuno» cheav^vangli guadagnato le degniuimc 
Ampere fue; ed era dallo ftcifo Granducati con grolla pmlione trattenuto ^ 
Quando per tiifta forte creila città e dello (lato e degli amatori di virtù'# 
Venne il cafo della morte dello fieflb Granduca f in tempo appunta» dia 
a cinque Principi fuoi figliuoli erano in aflài tenera età ; onde reftaronoi 
^accomandati gì' interelfi più gravi al goyerno delle Sereniflime Tutrici#^ 
À'cuni de'Miuiftri,. i quali avevano alTue&tto ti cuore più a*de(ider) Aéi 
fifpai:mio, che a c|uei della {gloria* accomodando i lor configli alla mifu^ 
radei proprio genio « fecero per modo» che non folo al Callott*ma al ce^ 
lebre improntatore Gafparo Mola» ed air eccelL Frefcobaidi Mufico ri« 
nomato» che pure trovay^nfi prò? vifiofiati fin dal tempo di c^uel Serenì(s« 
(Mflafierp gli ftipendj { onde avvenne» che colla morte di lui piangefle quafi; 
in un tempo fteflb la noflra città » la perdita di tre uomini » forfè i piìi fin-» 
golari neir arti loro » che in quelle avefle avuto il móndo fino a quel teoi* 
pò in molti e molti fecoli . Crediamo che il Mota ed il Frefcobaidi fé ne 
«ndafièro immediatamente a Roma» in che ci rimettiamo a ciò che fufle 
più vero« Il Callot fi portò alla volta di Francia » in quindici anni, 
termine prefcritto al fuo foprav vivere» fece cofe troppo ftupende^ e noi 
1^ anderemo notando fenz* ordine di luogo o di tempo» giacché tale cir«. 
«oftanza in pochilfime delle fue cane può ravvifarfi. Primieramente ec** 
cedono ogni bellezza due carte bislunghe» ii> cui fon di regna te due ve«. 
dute interiori della gran citta di Parigi» in quella parte che rilponde irt 
Alila aerina; ed in una fi vede il Palazzo del Lovre» colla Torre de Nelè 
rimpetto. Una carta di buona grandezza» col ritratto del Re Luigi XI IL 
attorniato da un bel trofeo» compofto di militar j inftrumenti» è rappre« 
. tentato, in eflà il paflb di Sufa e di Vigliano in Piemonte» ed una belliffi* 
ma battdfllja. Si credono pure intagliati in Francia dicjafietre spezzi inti*. 
tolati; Varie figure di Jacopo Catlot % nelle quali fon rapprefentati villani 
€ perfone d' altra condizione in abiti diveru» e perlopiù v' è lo fcbìzzd»> 
ienz' ombra e ombrato» fatti .pure per lo fine che fi>pra accennammot 
d'ammaeftramento de' principianti . Vifon p^n i tre maravigliofi intagli 
th numero ài piìi fogli per cìaicono» figuranti gli afled) dtUa Fortezza 
di San Martino» di Breda»edella Roccella» ne? quali fece vedere il Calloc. 
]a franchezza del fuo difis^nare» non folamente in piccoUfiime figure (nelle 
quali, benché richieggaii u|ia grazia» uno fpirito» ed un tocco vivaciflimot 
ha però queflio vantaggio V artefice» che non cumparifcono in efiè cosi 
aperti gli tuoi errori in difegno» come nelle grandi), ma eziandio nelle 
figure di mediocre grandezza» come moftrano alcuni groppi» che, occupa* 
no il primo. pofio delle medefime carte» ed altre figurette alquanto mi# 
norì , fi* che fi perviene a quelle» che apparifcpno all'occhio quali invifibili^ 
Vi ^ lina can» di £ittie mii:acoU di San Manfueto Scozeele» primo Veico* > 

¥Odi 



f ''. 




CAtiùt: tif 



\ ». 



Vo di Tol OeUft Loiena ^ Difeeoolo di Stn Pietra. Uiui ili largheca di 
foglio naie» cioè il manirio diSan Baftiano. Veggonfl poi ventiquattro 

Sani intitolati 2fsUi di Sfifimia di ^tom^ CéBoif in ciafchedQnode'auatf 
no figntè piccole «inatti» motiegeftt ridicc^ofi» rapprelentanti tutti gii 
Iftrioni » eoe in que^ fuoi tempi camminaTano per V Europa» e(ercitan|« 

Klopiù parte buffbnefca: e tali furono il Capitano Cerimonia» Riccia^ 
^ Francdchina • la Sig. Lavinia» la Sig. Lucia» Menettino»Gianftrinaft 
PulUeinielio» Trafiullo» Cuccubà » il Capitano Malagamba » il Capitano 
Babbeo I il Capitano Bellavita » il Capitano Spezzaroonti # BagattinOé 
CHanfrittello» Chiurlo» RazzuUo» Cucchericù » Francatripp^» FritteHino» 
Scappino » il Capioino Zerbino» il Capitano ^iigherato » il Capitano 
Coccodrillo» Smaraulo cornuto ».Raazft di boja». Capitano Bopibardonè 
il Capitano Grillo» Cicdo Sgarra »< CoHnfranciTco » Pafquariello» Tyono^ 
Meo Squacquera» BeHofguardo» CoviellpCuccorogna» PernoVallà» Tar 
gliacantoni » Fracafib » Scaramuccia » Frìcaflo» Guazzetto» Meftolino« 
Capitano Cardoni ,e Maramao . Veggonfl altri ventiquattro pezzi» rapmo»» 
^^ •^•-^. - .1 "'*'• lene una Idra» 




carte verar 
imitare il verof 

concioAacofiichè* veggonfl in. efle oflervate le proprietà e varietà de'loro 
cenciofi panni » dell' arie » delle te(te » de" geftì e nelle azioni» e de' loro 
viliilimi arredi: altri ne rapprefèntò vecchj cadenti» e malchi e femmine^ 
altri giovani» altri fiinciuUi»- altri gagliardi e fani» altri ftroppiati o cier 
chi» né alcuno ve ne ha» che in quaififia delle qualità notate» all'altro S 
aflbmigli: tutti in fomma. curiofi» capricciofi e ridicoli. Sono anche belle 
e copiofiflime d'invenzioni le carte d^li Zingani e Bianti » in atto dì vi«K» 
giare fopra carri e cavalli» e a piedi con loro fudice maflerizie • Quem» 
adornò egli con alcuni dilUci in lingua Franzelè » alludenti alle loro azio- 
lA e meftiero. E^ bella altresì la carta , ove in un vago paefètto veggonfl lo 
fefte di Maggio» i balli» i canti e' giuochi» e le Maggia juole« una delle 
quali tiene in mano il majo» fcherzo antichiffiifto» chiamato nel Codice 
MaifffM ^ che era l'allegria, che face vafi fino negli antichiffimi tempii 
aei piantare che facevano i garzoni eflb majo» davanti alle porte delle 
two amate . Vedefi quefta carta eflere ftata intagliau in Nana) patria del 
noftro artefice. Pafla f ralle più belle carte» che intagliafle il Callot» !# 
«Caccia del Cervio» ^lla quale non cedono punto quelle della fiera di NansÙ 
de' tre Pantaloni» figure della maggior grandezza » che e&li intagrufiè mai.» 
ed un'altra pure di due Pantaloni . Il San Giovanni nell' Ifola di Patmoa>; 
il Moisè» che conduce il popolo Ebreo coir Arca del Teftamento: il San 
Baftiaho in campo aperto» alla prefenza d'innumerabili perfone faettato 
da' Soldati. &ippiamo aver' egli intagliata rannoitf29> una veduta di Fa** 
rigi > che pare che rapprefenti il dar la paga a' foldati . Del 163 1. inti^ 
gliò i bei rami in quindici pezzi delle Immagini del Salvadore» di Marie 
Vergine e de' Santi Apoftoh : e altri moki ne potè intagliare dal 163 u 
«1 tóìi.'ì quali noi porremo più avanti allarinfufa per.non averne. ti:o«* 
^to il tempo, precifa • la detto anno 1633 /diede fuori lo flupcndo li*» 

Ha bretto 



Itott» ih diciiAkce t^ntt ifitiiaifl» U Mutrie # ù^mikiMiMtnmi 
owflbìn luce inf tfigi da Uhual fiio cmaéé ittico. Io ^iieilo itiMnoé cAct 
volgtonente fi dice U V$té MSMii^t moflcè il Calloc fia dam poseAt 
ì^iifgneoc iifnoipraofiipent atiemreimfiifeooiiwacoowmtri^ 
fiilico , fM 'Con iftupend» uivcnEÌòM rtiipr^Bmò <fi piccòiiffime figms 
ogni aecid^me fottio tccadert a' ai£m fotdati»dA quel punco càe londaf-^ 
lae locò té |>rtme paghfc * fiocfalè o morti in ^ iern, o gfWfctxiao per loro 
ttaijpreffioAi e amfiKCi;f AailcoAo di vìvere; o fvi» veimci in poceie ^ei^* 
Ja veorbièzza e deUà povertà^ e con qoefle d'iofiu inferoitci e ani'eria» cidi 
iopim nuda terra nelle pi4>bliciie vie. chi fu]»» Jetamti cadono in 1irao«^ 
ciò alla morte . Dtmoftranfi quivi con beliiffime figmine e gruppi gm»i^ 
iidimit io Cquadf tnare» le marciate in ordinaasa^ le bateaglae diìgwaio» 
fet gi* incendi di cafe chiefe e nonatterj > gl'infulti if teligiofi» t fac« 
dieggiaioenti , i foratf i» gii aflìifinamenti aUa aMcdiia* l'aocur prigioni^ 
i fttppUcj crudeli e dt forca e di rote e di infllchettacc e di fuoco. Ter*» 
mina finalmente il lifarecto con quattro caice^ che in una vedefi f€t en« 
eco una piaazat attorniata, di belle fabbriche di chiefe e.di cafamenti» graa 
nomerò de' medefimi foldaci» mifero avanzo de* militar) àrncfi# fcalzt o 
Aracctati« ed in iflrane maniefe sella peHbnaftroppia ti, valetfi per caaa^ 
minire, chi delle grucce # chi delie ginocchia e delle mani» e chi delle 
oaticfae , afpettando la carità d' un po' di br€>da ». fporoo avanxo delle cuer» 
ne da'benellantif che anche vien loro fomminillrau a mi&ica^ mcntro 
aUct per defio d' efiere i primi a diflétarfi coli' acqua d* un comune poz^ 
so • cosi ranchi e ttravoiti come fqno , con un braccio fi appoggiano ai 
ponot e coirdtrò fi percuoton colla gruccia » Nella feconda carta» aU 
tri Jidotd in aperta campagna aireftremo di lor vita» fopta letamai fini* 
fconò i giorni (oro. La tersa rapprefenta paefe bofchereccio: ed io qoe* 
ftò ravvifeii la llrage che fanno i villani doi>o la guerra di quanti foldati o 
iinarriti o nafi^fi, danno loro fralle mani. Rapprefenta k quarta final* 
mente una Regia Sala» nella quale afiifo in trono il Regnante con certi 
piccoli doni» remunera quei pochi» che forfè a cagione di amicizia o di 
più feconda fortuna hanno avuto in forte di rtpoi care V onore deUa Vic- 
toria. Sono anche fralle carte dello intaglio» delle quali a noi non è no» 
tQ il tempo p primieramente un bel Paefe » ove gente diverfefocto una quer» 
ce antica » in auo di fonare e ballare fi ravvifa» mentre altri giuoca alle pai*» 
luttoJe» altri merenda» ed altri in altri modi fitraltulla: e vedefi incaglia* 
tainNansì. Un libretto di ftorie delia Vita di noftro Signor Gesù Crifto in 
piccoliflime figure : nove carte di comparfe di fette teatrali fatte in Franciaa 
una veramente ftupenda carta » ove fono efprefiè diverte giuftisie di mal* 
£ucori» col motto fopra: Sappticimmjlcekfis fromam : fei peszi bislunghi 
per larghezza» rappreftntatavi la Paflione del Signore ; un iibrecto imi* 
colato; Vùa ^ HiBùth B, AL V. Mstris Dei, à mAili vira féeO^ Célhg 
imvemé 9 JfJineaié f éiqme h m iwcifii% & ah IJHàìt arnica fmù in luttfUi tiitu% 
Par^i. Vi fono quindici pezzi della Crocififfione del Signore, Aflwiv- 
cionedi Maria Vergine, e martiri degli AfKiftoli » in piccoli ovatini ftaia* 
pali dt Moncòrna« Similmente qoattso pioccde catcìne» in ciafchedone. 

delle 



ii^U qnaH h ni]^«e^(|to.il Si^i^va^ meniti cif^ iMlk N^e dì G 
4i ÌQalucii col Fgnf^o t o^U' ultima cpn^cQgf x ApQfto|i ^^ ^^ j[i»^ai^te cq' 
ipiic^pU Ckofa e Uic). <;^U)iìliei p^co^ ovati 9 U)ndi^ì » oofice^, 
jjM^AÙ.fau;! 4i Qèsu Ci'jÌiajSS^m>r1iioftai e d\ pJlàxUfcmw^ Vcrgifle . Uoiu 
wtijSii MoÌ3è ciw comiuceii popolo per Ip loar .r<:^o^ op] (fgVfH^%9 «Ipuo ^! 
TdiéÌ0m barn ^cam • pr^itio » ^ ^^4¥Ìfi^9JW:^ P^^f^fim If/K^Ms Cthtitt\ 

Una carlina oEAa 0óna ^1 Judiicà col osif^à' Olg^j^nc ; e una finito M^ 
i'Ioifbagìne di 3ao Uvario Marcirie paiìri^sió 4i Msrz,.pfimop<la (ii^^asi^^ 
e cpila^cffiià ^fAa in 4Ó»oo., il cui i»ftr;Uib, (i^ttì cii:x:a V a|ìn<^ f40p»' 
Jntag^o incingile ramiV con piiu il FrotueTpisk) <(on aftificipfa ìf)Vf»f 
zìooe , j Alliier) giudiofi ^ dolorofi e glorioli del iìa wi^iggp Rpijirpp «r Vi ji 
unA b«fla cartina della C^onverilone di San Paolo; un' ovaco d^lU (ln0P 
d(»l;|ni)Qc»nfÌL, Veggonli ir^^gliat^da Jui.una Mla.r^ca della gfa«| 
fiipp^ji^:^^ dye {|ic<;ole (Mttagiie: divfrfi nani* 

caf^m^g^^ li^pifcoh c^rù della Predìca&io^e di $ai> Giovanni ; MA Ssù 
PiietU),^ ^ Pf ^FfjPV pf^'BEo ad uìia Vergine : mn^M^donc» del Soccorfoi 
bili pu^li. pa^ ; ^è dpe notti ; i^i San Lorenao t alcune piccole cane di, 
McrrfÌ2J; i Sette peccati Mortali ; i Martiri c}eJ Giappone) una CoP^V? 
fioQ^ in giranioglio: i piccoli batt^rioni: ia Pan^lora: un Sian Fra^eicé 
U mezzn figura: due liori di Emblemi; il Cffoiello» e (hù Cpartìmentidì 
giardini di Nans). Belli^ancoraronogl'inwglide'Hìtrtf^^^ dir 

90 di Moasu de ppfme^ e quello del Prjf^ipe di PÀalfe)H>ufg. MacJiói 
d^fcmo noi delle oeUiifime cartine doUa v^tà dei 4gliuol Prodiga*. dedicA-*. 
té a. Mon%nor Armando, de Mael JVlarchd^ di ^efltn^ e diriiis l^i ctfM 
^^ff^^ delia Pai&one del ^ìgooré t deUe quattordici .iiatkalate Efcrsi: 
x/ mUtwi p dedicate a M oniigoor Claudio òtrl^ di SiaiiìSremaiìt ; deìto 
iantafie, in numero di tredici p»zit mefiè in.lupeda idrae^ SilTeOro fw) 
(imico^ € dedicate n Monfignor Gio- Luigi di Ban^emQiM » Conta di Ron« 
daòjf Barpne del Luguct ; e finalmente della beltà carta del Santo Antonio^ 
i;ej^to liei deferto; le quali tutte egli int^i^b in quell'anno» che ftt Pnl^ 
irmo al Aio vivere: e none lingua che ppiia fpieg^^ t q9«&to fiaoo pien9. 
di queir eccellen:^:, die poflbno mai dcliderajrii in q«el mugiAero • Ed éln 
lyre a quanto potrebbe dirfi dell'altre^ moi^raJa ca^fa del & Antonia M 
bizzarria de* concetti di quello anefice» non pure nell* infinito numeió 
de i demonjt che infultano alS^to; ma eziandio per le nuove t diver fé e 



mieite al ma^ior Demonio # figuratovi in qualicjk d' un' orrilnlilSmo. mo- 
qro» coi capo di dragone^ dalla cui bocca, qnafici^ yomiiMi (mhOf (ttdo 
no w gcan numero altri rptriti ribelli . In ultimo mefle mano al \»l ìu 
brecto del Teftamenfo Nuovo, in di^i oicoole ^torusiciei ma 4a mòrte i» 
vidiolà non volle, che egli pot^fTe daini il d^fidera^to compimento: e Afc! 




perla 



' n8 DecettftJL delia PdrfJ, delSec.V, dal i6to,ali 6io» 

• 

iper la Europa tutta, eHa lo coffe a queftalucc: così recarono le belle tirti 
prive del primo inventore » ed infieme unico maeftro della bella facoltà 
di dìfegnare, e comporre fioriécté d'infinite piccolìflime figure con tutta 
leggiadrìa , (ingoiare invenzione » e con irpirito maravigliofo , che è la prò» 
pria lode, che (idebbe dare al Callòc; jperchè quantunque avanti a lui « 
altri aveflèro operato , non fu mai però chi in fimili perfezioni o poco 
o molto a lui fi accoftafle . Puote aflblutamente affermare la noftra città 
di Firenze d'aver ricevuto dj^l Callqt a cran mifura hi ncompenla e '1 pa* 
ganiento dell' eflèrgli data màeftfà, mediante ia t>errona del Parigi; per- 
chè non pure fu ella la prima, ^he incominciaffe a gótfere le belliffime 
opere Tue; ma perchè poi, a cagione del beli' efemplodr lui, fede guada* 
enod'un altro fingolanflima artefice, pure fuo cittadino ,' che fu il ce^ 
lebi/e Stefano della Bella, delquale pure al luogo fuo ci con verrà parlare; 
Tu altresì il Callot pratìchiflimo neli' intagliare a bulino, ed ebbe una beU 
la taglia, alla quale poi fempre agaiunfe perfezione; e veggonfi di fuo in« 
taglio, oltre all'Ecce Homo, dì cui fopra parlammo, più ttorie d^* fatti di 
Ferdinando I. Granduca di Tofcana, cavate per lo più dall' opere , che 
dipinfe nel Cafino di San Marco , per lo Cardinale Carlo de' Medicii 
Matteo Roflèlli» e daaltte nel Salone terreno. Sono le figure tntagirata 
di mezzo palnio poco più; e fé ne confèrvano i rami fra gli altri in Guat'» 
daroba. Venghiamo ancora avvifatidi Francia, che intagHaflTe egli pure 
a bulino tavole di S. Pietro di Roma, un S. Paolo, una parabola Evangeli* 
ca , alcune Vergini , ed altre cofe ancora , che non fon mai venute ^otta 
r occhio noftro* (^efto sì pofla dire per notizia aiutarle in miz faii^ 
ciuUezza dal Dottore Jacinto Andrea Cicognini , che fu ftio amrciilimo; 
•he egli s'era fatto s) pratico, nel maneggiare il bulino, e nblP inventare i 
che talvolta dopo aver tirato a fuo fine tin rame al? acqua forte, rifletè 
tendo fdpra di éflb, e trovando, cb^ ivrebbeVi fatto bene qualche bel 
gruppetto di figurine per riempiere qualdie fpazio, fubito metteva mano 
a quello ftrumento, e così alla prima Ve Io intagliava: cofa, che lofteflb 
Potcore diceami aver veduta cogli òcchj propr;, una volta fìrall' altre » 
fopra il belliffimo rame della Fiera dell' Impruneta. Segui la morte di que- 
fio artefice nella fua patria di Nansìalli 24. di Marzo Panno 1635. e fu 
al fuo corpo data fepoltura nella Chiefa de' Padri Oflervanti, con appo* 
fiaione del feg«iente Pitafiioi benché in parte erroneo molto, come più 
lòtto fi" dirà. • 

D. 0. M. 
&hgist babes quodmirerh% & imhari coHeris . Jacobus CaUot NobUis Nan^^ 
c^énsiSt Calcograpbid periti a ^ proprio mane , nuUocfue docente vtagifiro fie- 
elaruiti ut dum ejus gloria Phrer$ti£f ea in arte Princeps fui tempori s nemi^ 
ne reclamante babitus f éc a Summo Ponti/Ice , Imperatore f nec non Regibtts- 
advocattis ftterit,. J^ibus Sereniffimos Principe s fuos anteponens patriam repe^^ 
ttit f uti Henrico Tertio , Francifcù Secando , Carolo Quarto Ducibus Calcogra^ 
pbus Jtne pari maxime cordi » putride ornamento , urbi decori , parentibus fola^ 
ito tConcivibtis deliciis , uxori fuavitati fuit; donec anno jetatis fuét ^uadragefimo 
nt^tiaunittum Cwlo maturam $ mors immutura dimiftens vtgeftmo quarto Mar^ 

^. - tti 



^CXXJtt^. Corpus iérìfim4i mxori Csièmmé RittSngetfr^^ 

^m fi^ÌQ JfàsH p. faifiam mpm miuAilk^ whtm ^*«r optima t pànmM 
éSìo QiedUniif Mtc^tem .mmt$ fumiffifm^% ftmtnm jroin kiltUo^ privoph', 
^tMtmni ^Vìis /p/fiuùrt mnjHP^ ^ ^ 

Ssaiiì in Mernum nvment ^ wtìs opus . 



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En véin SM ferois des vohimes 9 

Suf tes /èivémgé de Càlhti 
Four moy, je nen diray fii un mot ». 
Sm iuritt vauì mieux que nos plumes . 
Che val« in noftra lingua : 

luvuno su farai doni volumi 

Sulle lodi dovuse al gran Callotti . v 
^er me non ne dirò che auefiojoto ; 
Suo Mino vai più eoe nofire penne . 
Da Guanto noi dicemmo al pìrincipio di queftà narrazione» ipparìrà a& 
fai cniaro T equivoco ftato pr€^ da' parenti del Callot » laddove fecem 



fcrivete nel Pitaffio le parole nùUoque docente magijlro i ed jù non dubito, 
punto» che fufle di ciò la cagione» i'eflereftato quefto loro con|tunto fiiv 
dalla pueri^Kia quaG iempre fuori di patria» dove, appena fi riconduflb ni^ 
ultimi anni» tetto già nel fuo meffiere il pritno uomo del mondo; E & 
vogliamo riflettere alla difficoltà, che ha per ordinario ogni perfona» cfan. 
eccellente fia , a parlar de'proprj principi , e di quegli anni che furono a 
ft mengloriofi; non avremo alouna repugnanza iti crederei che egli ìioa- 
avefle C06Ì per appunto renduti informati i fuoi diquaiito gltocoorteneU 
ìgi fcuola del Tommaiini » in Roma » teftimonio tt Cav* Bi^lioni. nella Vita, 
di efib Tommaiini fcritt^ poco dopo la morcedel Callotti: adi quanco 
noi dicemmo di fòpra aver fentito da perfeue che potettero ben Caperlo : 
e di quanto eziandio fu noto per ognuno nella città noftra» intorno aK 
r aver egli avuto per maeftro Giulio Parigli; con invenzione del quale eg^) 
ìniagliò ie primie niccole fue figurine», prima affai trivialmente» poi me«* 
glio» e poi u formo la tanto ammirabile maniera die a. tutti à nota», fi»» / 
perando di gran lunga il maeftro (ledo. Sicché preftifi intiera fede al Pi«- 
taffio in ogni altro racconjto» che pqr enti?o:ìl medefimb £ vedefatto»- txSc^ 
cante gli ultimi tempi» e quanto gli ocoorfe oltre t monti; ecox^rvifi 
la credenza intiera» a ciò» che dicemmo noi dei feguito nelle parti noftte 
in fu gli occhi d'ognuno nella noftra patria: e tuttociò fia detto folamen« 
te» per non defraudare la medefimad'ùna glòria» della (yaate ella vivfedL 
iempre ambiziofa i cioè d* aver j^norito al mondo» mediante la .virtù deP 
proprj cittadini un tant*uomo» E per dare alla verità della fiória il luogai 
ilio» dirò per ultimo» come vedefiil ritratto .del Callotti» mtaglìato À^UaJ. 
di lui età di 36^ anni da Mpncori^e^.cQn.parole. attorno eh? dicono; ; ^ 
Jacobus Callottus NoBiLia LoTHARiHGua Chaucoì&ìiaAiìuSì 

Anno &r. sua 36. 

I ■ I I N ■ I , , M II 

[ a ]. DaHa vote greca X^x/i9i6yfu(fQt$ tbo wol dire difcgnatore in rame « 



\ 



fZù DecmM:4Mf4lf$, !i^SlilKlùii6io.ali6io. 



% i i • ..»v ••».^ \»' 



S finto è^. in «ift aitall». it^uò r- 

ptnii véri f Mdt mertn swàmr ovAsiWuw» tdemwmutiifttf J0»r«#. - 
B v'à un »raì« di cin^ae (Ielle fituat» $ modo, dw foraun» iiflM CfooOb 



ÌtalRii««lpaii^-f«iiBn#«Mp^«pp^ 




DIVERSI 



CHE FIORIRONO IN QUESTI TEMPI 

NE' PAESI BASSI. 

FRANCESCO SNYOÉRS fu Piicore afilli rinomato in AniFtrfiit ASM 
del 1579. Imparò Tatti) ésUa Pittòra 4a Arrigo VinlM^n . Fu in Ità^ 
IniV ^vc fliolto tempo^fi crittenne,f«c(^m)o'(}iiadri di baite invanzlofii di 
oadce,» paefi frwSci; e moifififm akri n^ conduce Mf la fatria fiM, oea 
kl Re di Spagna , per T Arciduca Lcopoklo GugHtImo t • per pwi altri 
Eriòcipi e Sagnori, Fece un belliffiiao rhiateo di fua perfòna Aiutrea Vali 

GUG£«IELMO DB NICULANT d! Anverfi, Mtd nel 1584. imparè 
V Mce da Jacopo Safari in Àoifterdam : flefce in Roma appreflR» Faolo 
BrilU ; fa cftevuco per vino degli A^adeeatcif del Difegno in faa pacrki 
Hsnno i(^» Furono lue ordiwrìe appticaiiMnI H dioìgnere amicag^ie • 
x&fim delta città di Rofiiar aecomc^nete da bellimnae Veduae di paefi» 
e Mcooke' figure, Actefe ad operare di minii*. Intagliò in aequa fene, ed 
eobe graiHk taiento in poeto « Porratoft tnalmenre in Amfteidaqi fin) il 
ccafo ^iiua^ vite iranno idfs. Vedeft per te (ktatpe i(dt lui dciaffo^ finti» 
ed intagliato per mano di GitfMAm MeyfTens . 



ADAMO tVlLLAERTS, AafoiA Aftvtf4ii^de4t577 feftn^fiia iamsakii 
Uiwcàc, e diede gran ncmé di fé ib'di|^igttfre marine, porsi ed ^ni 
fortìa di navi con piccole figure é^ 

OA9PARO CLBAVBR d*Anvwft>iMMlfMll585. ivencl«^iniptf«t*rar* 
tfrds Rsffiftl Ceki dinaonAfe %BttìSìt\Ust, e fàtcofi iiKche tmì migltor 
meftro di fvtr condvflb in^uetti^oitlà opafe malte i e per tltre ancor*. 
Bu pictofe (toir Alceant àoì Principe CètéitksAé Faéìnanèa é*' Mediei: 
e perchè vsilfe uncbtf noka iM' fiiMKM dil^tt él mtttrsle tfflb^ Frìixnpe 
coaakct.aolKÈ. - . ; - 



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'"* • * /« • . ^^ . . '^- w\ 



ROLAK- 




j ROLANDO S^yRML t»t 

AOLàKDO BAVERI, meo iilVitiicl»^ fa piiiani 4i Ri4^fo a Ut» 
e ,»• v«llc itt«teo ia' dif^nare ogni fiartad* animtii . Ve<jkfi AAnpA* 
catfioidi <)aefto «ctcfioo, difogM» d« Aduso Wtllaerca «. ftMPfit 

to dm Giovuiai MayOca». 

BNRICO VANDBR BQRCHT di Broflelkst iuta 158}. fa Vétmot 1 fWi 
• Mgiosit ddle folkfisioiUf ccMidotto in Atoaiagna^ e perreniito in. tià 
oompMMice» fa poflo ad imptrac V am delia pitturi appreio Giits di 
Valckenboc^. V^nne in lcai«» onde pacritofi» dimorò in Frandceniisicl 
fino airaono Uiij. cl^ egU andò a (lare a Ffwacotott nel Pabidnato « F< 
snaravigUofo amatore d* ogni iòrta di tavità e anticaglia. » calcile il ConV 
d' Arondel molto fecelo operare» e tenne di lui gran conto. Fu il di lui 
nuraHodìpmao dafimie» Vandet Bofobc ilgtovane, eftampaco^da Gio- 
vanni Meyflens • 



JACOPO ERNESTO THÓMAN 

DB HAGBLSTEIN 

Npbife di Linda PITTORE , » cai il Sandvart dà il nome 

di Giovanni Ernesto, 

t . 

fiato 158S. ^ i6$j. 

OSTUI ebbe i radiiaentì dell* arte delia pittora aprimi mi 
Goflanaap e poi in Campoéuno • L* «uno ido$^ poriacufi 
in Italia, e termatofi per ^uakhe tempo in Milano, vbig^ 
gì^ a Roma, ove fece quei progceffi uèW acie, che pro^ 
flOMtoen ad ogni ftudiofo ingegno le maraTiglie^ che fi 
veggono in quella citti • ed effii arte appartenenti . Quivi 
pure ftrinfe amieisia con Adamo Elaheimev pitton valQ# 
sofOf e cogli altri fooi compagni fietro Lacflnanno e Gioranni Pinnafi* 
d' Amfterdam, co' quali aveva aocomiinaci gli ftudj in far paefi terreflrii 
e particolermence rapprefeniati in tempo &IV aurora, e dell' imbrunire 
della A9t9 e col puncoi faaflb. Coftui adum^ue dopo avere, operata pet 
Quindici amii oontioovi in afldi citcidi Roma, in Napoli» e in Genova # 
fegoita già la morte dell* ElaheMoer, fece Atorna alla patria» ove nort 
pure In città^ ma ^Kiendìo fv : li eontorot fecefi rkxmofcere per buon 
pfacico. anche neUe maggiori figuro» e iteliaeompofixione delle grandi 
iftòrie» ma perticolarmente in quelle» ove alcwia bella veduta di paefii 
fi nccbittdette; cencioffiaoofachè in ciòi ohe apparteneva a qàefle » jerai 

eoiii mata bua foodecof cbei fiioi pacfc bene;fpcfla camfaiiivanfi con quelli 

dcU* 



v^ t.^ 



»2 Decmt,B, MaPai^t. lMSes:V, Mx6io, àh6io. 

dell' Elzheitner ■■ ciocché chiùaménte fi dice apparire in molti de'.fobiVdlt 
In raccolta d'altri di eflb Elzheimer reftarpno appreflb David Thbana 
fuo figliuolci Contulente d' Aiigufla: il quale oltre ad altre tiiolce pittare 
di maeftri di chiaro nome, ha anche fatto nctbile acquiflò di. gran copi* 
d* eccellenti dìfe^ni . adunati in var) libri , di quantità d'antiche llacue. e 
d* ottime medaglie . Ma tornando a Jacopo, egli nell' univerfale inondt* 
zione delle guerre della Germania, ritiratoli a' fervig) della MaeAà del-r 
rimperadwe, refle per molti anni la Prefettura dell'Annona; onde prò. 
babii còla è, che da quel tempo in poi, poco o nulla potelTe operare neU 
l'irti noflre. Finché venuta perlui l'ora fiatale, ^ nella cittì di Lin- 
da a' dì a. d'Ottobre 1653. diede fine a'.giorni Tuoi . 



GIOVANNI STEFANO MARUCELLI, 

PITTORE FIORENTINO 

'Difcepolo d* %Andrea 'Bofeolt^ nato 1586 -$■ \6^6, 

I BBE Giovanni Stefano Marucelli ifuoi natali nella città di 
■ Firenze l'anno \$Z6, Quivi dal butm pittore Andrea Bo- 
V fcoU tra0e ì fondamenti dell' arte delia pittura e dell' ar- 
|L chiiettura. Quindi, non fo per qual cagione, lafcìata Ift 
J patria, iì portò a Fifa* dove non andò molto, che iiscefi co- 
* nofcere per buon pittore : ed avanzatoG ogni d) più neUa 
ftimae buon concetto di quei nobili, mediante una certa vaghezza di co- 
lorito'(in quefto alcjuanco Superiore al maefiro fuo) e nella felicità del- 
l' inventare, incominciò ad eiTervi impiegato in opere ragguardevoli» 
eolle quali grande ornamento aggiunfe a quella nobiliflìma città e luoghi 
« quella vicini . Colorì dunque U tavola del Patriarca Abramo a roenfa 
colli tre Angioli» alla quale fu dato luoso nel Coro del Duomo, fralle 
altre molte de' più celebri maeftri di quel tempo. Per la Chiela di San- 
ta Caterina Vergine e Marcire de* Padri Predicatori dipinfe ì mifteri 
del SantilTimo Rofario : ed in San Torpè de' Padri Minimi fece due 
tavole , in una delle quali è la Beatifiìma Vergine con due Angioli • 
ed i Santi Apoftoli Filippo e Jacopo; e nell' altra i filtri dì San Cario 
fio rvomeo. Nella Badia di San Bartolommeo Apofìolo nel Caftetlo dì Ca- 

Snnoll colorì la tavola del martirio del Santo: e per la Pieve dell' altro- 
Hello quivi vicino» detto Santo Pietro, dipinfe due altre tavole, nella 
prima Iddìo Padre colla BeatiOìma Vergine, e i Santi Pietro Ap<^olo e 
Giorgio martiri, e nella feconda l'ultima Cena del Signore colli Apofto- 
li . Soa di fua mano dipinte a frefco le due facciate dei Palazzotto de'Ca- 
ralieri di Santo Stefano, luogo detto per altro nome * La Torre de' Gtm- 
laodi e delle Sette Vie» p^cEètaiue iliade tevan capo inguai luo^o^ 
' quindi 



GIOVAmt ^ÈMm MAÈUCELLI. lij 



Qaifìàidetca la Tolte della Ftmet dal fempreinemorabilecafbfegDitoran^ 
no T 189. f>er entro là medefima » dellai morte del Conte Ugolino della noÙ^ 
fiffima &mìglifa de' Conti della Gherardeica , infieme con due figliolini e duo 
nipotini. In eflo rapprefentò quefto artefice più figure di Virtù e d'Arti 
liberali e meccaniche, con diverti paefie profpettife. Il Decano Fran-*^ 
Cefco e Claudio Berzigheili, nobili di quella cittì» de' quali altrove e* è 
Convenuto parlare/ coiifervano di Tuo pennello due belle tette con butta 
di vaga e graziofa invenzione, una di mafchio e T altra di: femmina; q 
ben potea fperarfi,p eh* egli ful& per dare ogni dì maggior (àggio di fua 
abilià» fé un'altra » che forfè in lui fu maggiore, dico quella dell' archi^ 
lettura e ingegneria, a comune benefizio di quella città medefima e luo 
Stato, non 1* aveflé ritolto alla prima ; conciottiacofiichè ben conofciuta 
dalla glonofa memoria del Granduca Ferdinando IL fece sì, che egli fuffb 
dalla medefima Altezza impiegato nella grande e faticofa carica d' inge- 
gnere de* Fofii » nella quale mottrò quanto ei valefle nelle meccaniche» 
ed in ogni altra facultà» utile e neceOaria a tale impiego . E così polla dà 
parte la pittura, ed applicatofi di tutto propofito. alle ingiunte e nuove 
occupazioni, fece ogni ufizio, ed ogni mduttria adoperò ne' tempi che 
dalle medefime gli venivano conceduti, d' inftruire quella nobiltà; e fra 
gli altri, che molto s'approfittarono non pure nella pittura, ma nell'ar^ 
chitettura e nelle meccaniche, uno fu il Cav. Giovanni Navarrette^ 
che per fuo folo diporto molto vi attefi: . Or mentre il noftro artefice, 
andavafi godendo in Pila gli àpplaufi dovuti al fuo merito, e l'amore de«!^ 
gli amici, fopraggiunto da grave infermità « pagò il comune debito di 
morte « e ctòieguì Tanno 1646. 



■ta 



GIOVANNI COCCAPANI 

ARCHITETTO CIVILE E MILITARE, 
MATTEMATICO E LEGISTA FIORENTINO, 

ftato 1582. •$• 1649. 

Ella famiglia de'Cocca{Mini> che nelle parti della Lombardia» 
e fpecialmente nella citcà di Mantova, Ferrara, Modana» 
e Carpi , per avere , per un corfo di più fecoli , parcorici al 
mondo uomini grandi nelP arti, nelle fcienze, ed in ciò che 
a* militar) etercizj appartiene, vien fralle più chiare riputata ; 
vifle fino ne' tempi della guerra di Siena, fatrafi da Cofimo I. 
Granduca di Tofcana contra le armi Franzefi» un tal Niccolò , che iti, 
qualità di Cipitano di cavalleria bravamente fi adoperò fratte Tofcane 
milizie; talmentechè non fu gran fatto^ che Regolo Francefco Coccapani 

fuo 




f 24 D^imJtU4^fUrpJ: ìMSttVi MtUr^ 0(1610. 

btrdia^ fé ne ilen«e«4 «hiE*w h «iflà cU ?w«MeiQjipSi#«ii».f|i ii p^« 
di quel doveonit di «oni om (ÌMM pftr ^are». ijtjiyfcl i»cti» jrwf r«f»(i 
Ud^ralo» pec modadief«mp9ii4*^(rwgk^tffipiS9^^ «PPn^^HO? 

t0 Je pcoprk ìvAmjoo» 1a cip f i^pM»iafiiia« ri<ÌMff$ «d «iSw «i«4iQ«r« «n 
fifn 41 propri» «ircM t, M«Acr« Vi ^% MWmw» 9crHq«Hico {# ) j <il «lù fi 
MooAgiie ateM egli iibe rtaif a w -d»nat» nf\ QvfNgp^DO hm 4]|wli6aiM 
woflhBomr»; dettti.lt Vati* ili fitbìKeM > Vtf k cpTie io f f«pa6t» tfÀ^Qll 
Utemlioà di mY^mmo peKitttjibf i» «oponf^i 0111» pftc opn i^e «k «jp «f^ 
diana» nofira aflunco.» ci 4)eilef à ìJ dii» qmnfp g)ia¥y«9ii^.iif« 'tnoloR con 
na ccm viandaeis^ e (ècvìrA^ per xeodisf più «hwr.o U timivk éiiw\m$ 
dftl qiufe 0» inioo oer ifcaif^fej e per .^oi^la ìi cà« »d jauttzjaae, di Jw 
nM ha ritefxio udiaare > qaanda )iie«ffi(À U ricfciksgia • N^r AmKi^aHt^» 
adunque del liSoou* nagg^aadk> di fJtofa» da R^saa atta fn^a patria ii« P^lfi 
kcrìuo, da Maùofie fMMpiogQ» ftcnieM tocfi» ja^i^» Con«4'efl«Q0 pfc 
aAcadtt -fraitgiatQ fdngtì iffiblbii; e giiiM9 a ¥ii!en;B^ icafko di. Aafu;l»ezu 
iHoefficà» quanto .i6>m«co d* tifai «oià» <m4« p o t affir foAenef« fiM vjiaj 
fMc sIttMi MvveoimiHiwdì fiaa.tn«(eria W(}ajra foc^wi^ pr» tea di v0iMe«-r 
K. in pÉQodkii 4pMcr Drr^^miafeada pAPbU&w^ i^^ 
pieooia.pittruaui« Ma «Ifeifttofi «bbatsuca a tf(aiMr gmi per^bpa» cw pi^ 
aMnvnca il i:uaae il d«fideriii del pocài(Hn0 gMMAf m>* cba «g)l /peoair» 
narve da quelita «oaqiraf (cbe ita.oo«ifii(i#a^ «VMfoiiaail mfktp^ fiP9ii fiuA 
•fintai criftft» càesi iiMtf£taiiD # racii('ai:4a » Aiyapll^^NRoftUWMCflèft 
cafii &eMlo Entnoefeo);^ fc^rgeadi» :Ì9 4U«I pio)««r# rii^pcrf HA» fyrjoat 
Bobiltàd' animo e di tratcbf benché il ved^ 0<^si mU^ in arii^« ^gÙ addfo 
mandò perchè cercafle di vendere quella cola, che pure potea riferbare 
a pw y ria d a yo a ì o o a ;-e feud» ^che n o n p e r aitrot che per neceffirà , ^ -pcjc^ 
poterfi condurre alla città di Bologna , ov' egli era ben conolciuto» con. 
quel jiiù t e!he ia quel punto gli ibggiunie il f elle^in^ iutomo file prò» 
prie Jciagiire^ Alloca ii Cocoapanii pofta «lano alla cafca > tie cr^p rapji 
Hn gran pugno di grofle monete d'argentot ed alla Tua mano le conlegnò. 
Gl'adi il pòvero 9 grand' «tto» e poi gli ditTe » Signore , vvi iìi'aTecaTa>» 

ÌHto il cuore: eie giju^uerò Calvo a cala mìa» mi vi darò a conofcerev ma 
iraccanto vogKo hfciarvi w\ aeibro conerà la febbre, die è que(U pietra 
del Santo Sepolcro del Signore» dalla quale vedrete maravigliofi effetti i ma 
fatemi noto il voftro nome» affinchè io iappia^dii mie ftato sì cortefe be- 
nefattore: e ìntefoloifeguitòil fuo viaggio. In capo d' un anno compar^^ 
ve a Regolo una koen dei nuabilè aioaao^t acdooipagoaCa con jregab, Ih 
l«M d' ogni fpe&« di quattro graB peni di pceiopfe capefEzerle» due bai? 
le di divcrfe felli # ad unaoadàdti bcUi0ìfa^ fiampe in Rame; taoto vai» 
appreOb «1% auina nobile « gentile un ibrviatQ hv:» # 4:«mpo ; o £e vo-> 
giiamo ridurla al più vero» tanfo fi ftioia^ ArieompenQi ajcreal dalFabo 
Iddio wà 2tao ialine di difinteneflato &VMBiwaaeiK9« £icto da chicchefia 
a chi il vedcà in g«d» di vana neociiBfià • In foflaoaa fu ^ofta antenate^ 

di Gicu 

t ' ' 1 ■ » « . ■■■■li f iX 'I -I J \iì .. !■ ^ 11 III J |i 

[a)] ^ogò Ser Andrts Andreini a* 14. Agofio 1614. 



/. GlOVAffNi COCCAPAtfL its 

vmn 11 foa fÈCtWÈéfài^ t Mk ili It.ftitfMi» cbe Bà ftctt nftiftw Mffona friT 
p!iniflù»«li^ &i mok* «QUI 4a{M <:be<tgti fu ohuimio ì qoeAi luce » ne. cftr 
IMiwim lBr0vivo4lidoJoce.4eU»j)erdk^ e'I^efidetìp; oMiure ÌQXxmtOé. 
che il Marob^re Ptoie Cooctfitfu • VidCcow d« Seggio» MiogmcttlaiKWft ^al 
D0firo GtOMOAi» oh*€fli aveffè tvìtto un figliuu»» kil:i{tt«lc aveffb ^lato 
il notte 4elk> Aeflb K^polo» coi fiilo mocif o di vtdet* us qiiakbt «od* 
riftca vita kioemom dì lui» psrticolanMiue eoo eflb.fe ne rtll«^> 
^ QimAo Regate adunque fu Padre di Gto vanni Coc^apant t il qtiek. «OBè 
Jie^a quèfta iupc il dì io. di Maggio dell'anno dinoflMlaiuce isSa^ il^t^Ci^ 
OkO di qoaccro fratelli « Nel crefcer che àceri in ecà • diede Aggio, di 
fi» gniHde ingegno negli fiod} delle prigae leaerev «taefc ette Ltggl.Ca». 
eoniche o Civ^ili, nelle quali infieme con Giulio inghtrami nobile VbK. 
serrano # cotifegu) la laui'aa del Dottorato; ma perchè egli era ftato de 
Ipacura provvido d^alco e chiaro iaccUeuo» non volendo termocfi nemicali 
ìludj delle l^ggi.» applicò dì gran propofico a quelli delte Matetsaticiie di«; 
f0pl«iie» faic4€oepmpuicei)d«j^ di quelle veriuoi» di cui è proprio il eOAv 
tencàre a gran legao a defidar ), che km folici accoaipignaoe4'uinaiia.ffecil^ 
Jaziiiiiei e fecevi cancoproAcao^che ne nufcìoelebire piar turca Italia e £uo» 
fiì tantoché dopo aver moJu anni impiegaci in al fatti ftudf, ed in quo» 
gli a J crea) dell'Architettura (come poco appreffo ditemo ) {pregato da d» 
ver£ amici » fi ^ifolvè di ptibUicamence iafegnargli ad altri . Diede egli 
principio ai nobile adunco il di 3. d* Octobre itfia. e crovaE ne* Ricoma 
di* foa preiprìt mano» efibre (kaci i fuoi primi difcepuli, ti Principe di Sfor 
ita con più nobili Cavalieri Olcramoncani « cioè« un cai Coofe Giorgiia 
Tbdefco» Jaoopo Scozaefea Abramo Van Thye Fiammingo • che i' mù» 
no* 1614 in Fiandra fu facto Quartier*maftro Generale t Capitano « lu^ 
cegnere in Olanda f il Conce Vitate del Bò*» ed altri ancora Itabatii# cioè! 
il Cavaliere Bartolommeo Canlacchit e Lodovico Incontri Volterraho# 
poi Marchefe ; il Capitano da Verraaszano» il Cav Francelco Saracmeili» 
Andrea Stufa Cav. di Sane* Jago di Spagna» il March. Barcolomiueo Cor» 
ikif f il March Lorenso Maleipina, Luigi e Tommafo Capponit il Conce 
Andrea della Stufa il Cav. Vinoensio Borgherini • il Cav« Ridolfo V^cn^ 
CYiri. e Carlo C;)nfacchi. Fu anche fuo dilcepolo nella fortifìcazioiìe.» 
Giorgio Ugh^lli Fiorentino» che dicefi fratello dell' Abate Ciftercienfe^ 
Aurore deli* Italia Sacra: e Jacojpo Biliverti p P uno e P altro de' quali nel 
%6té partirono per Germania a quelle guerre. A quefti li aggiunfero poi 
il Birone Guglielmo Viiliery, Adamo SchlibitzXavaliere di Slefia, che mo« 
r) m Firenze • non avendo aùcora il ventelimoquarto anno di ùia età tefw 
terminato « il d) 9. di Luglio 163% e il Cavaliere Giovanni Schweinichen fi 
vaire del Cnccapaiii per fargli fabbricare la meinoria lèpolcrale nella Chiefii 
di San Michele Vifdominié e poi fi parti di Fireose aOa volta di Germa» 
»ta infieme con Paulo Canlaccni . Furono anche fuoi difcepoli Tomma* 
io Wefton , figliuolo del gran Tieforìere della BrettJgia, ti Viccconte di 
A mde ver Arrigo lerficf Giuliano Sceword» Giovanni di .>tgbie« Filippo 
Mantuurig Inglefi : M Conte Francefico Fanct e Guglielmo Peuiec> 00' quaUi 

cucci 



I %6 DecemiJlMafarHMSécV.4at\6ió,ati6io. 

tutti (l trova av«r egli poi Cdoipre- tenuta letteraria corrifpondenza. Vi fil 
Edovardo SommerietoBaronelaglefe»!! quale nel partir chefecedi Firen« 
fise con un fuo fratello e con Antonio fuo filofofo» dopo fooi ftudj» di Set^ 
«embre 1625. donò a Giovanni un par di guanti d'arowa» pieni didobioni 
d' oro» e lèco condufle ancora un noftro eccellente cavalleriaszo : Edovar^ 
^o Paùlet Barone Inglefe» Giovanni e Guglielmo VanderChys Fiam^ 
sninghi » Filipi^ jSIontefort di^ Brofelles , Guglielmo Villiers Vifcónte Inr 
l^fer Paolo Viviani Fiammingo, e Monsù Luigi Gfelin Baron Franoefe» 
&gliiK)Io ^1 Regio Tesoriere « Nello ileflb tempo attendeva anche Gio^ 
vanni air architettura » e neir anno itf^o. fece un non fo qual nobile ox^ 
nato nella.Compagnia'della Scala» del quale Monfignor Ciampolif fuo in* 
crijnJeco amico i flato :anche fuo còndifcepolo , in una fua lettera in data 
é^i^. Aprile x6%i. parlando di Giovambatifta Strozzi» letterato anche 
«nò fuo amiciffimo » dice: Abbismo lungamenic7r$fciiirjQ deìl^ ingegnafa Ar- 
thUeituta » cht ìm$o è Smìù ammirata nella Compagnia deUa Scala . Amenm 
ghignerà mai nuova ladeatcmnat che fi dia aW invenzioni di VS. in queSe moh 
tene » ^ alle quali la natura f ha sì feHcimente inclinata . Fin quì il Ctampoli>« 
£ giacichè ci ocoorfe far menzione dell' amicizia» che mfsò &a Giovanni 
e quel Prelato e xoUo Strozzi , non tralafceremo ancne di dire come la 
fpedefima amicizia fu ancora fra quefii tre» e '1 Dottore Giovanni Pierbni^ 
celebre profelToredeirarti medefime. Q|uefti fu lo fteflb anno 1 6ii« chia^ 
anato a Vienna dall? Imperatore: e quivi per lo fpazio di molt' anni por« 
co sì l;>ene le fue parti in quelle guerre» che ne fu da quella Maefià arric* 
chito» e col dono di più a un Feudo onorato . Di quefta chiamata av^iu 
4o il Coccapani data parte al Ciampoli» ne riportò rifpofta di grande 
congratulazione» con ciliari attesati del concetto che teneva di lui? che 
chiamava comune amicp. E chi quefte cofe feri ve» con particolare {odx^ 
fazione s* è inconaato a parlar del Pieroni» per la dolce memoria» che 
egli conferva dell* eflere quefto virtuofo flato più volte ricévuto in prò.» 

Sria cafa dai padre di eflb fcriveme » con cui egli ebbe gran corrifpon». 
enza: e ciò fu nelle varie occafioni ijchefe gli porferoiftando al fer vizio 
dell- Imperatore» di portarli a Firenze» di che molto bene fi rammenta^ 
quantunque egli fufle allora in puerile età» per aver molte volte ammiri^ 
co ne' ditoorfi e nel tratto la dignità d* un tale uomo: Tornando ora alle 
opere del Coccapani» diremo» come trattandoli dà' Sereniflimi Prìncipi di 
Toicana nello fteflbanno \6iz. d' aggrandire il Palazzo» già de'Baroncelli» 
fuori delia Porta a San Pier Gattolini» che in oggi è la Regia Villa del- 
r Imperiale» a lui fo data incumbenza di farne undifegno, il quale 
•felicemente condufle» a concorrenza di Gabbriello Ughi » di Francefco 
Guadagni, di Gherardo Silvani» di Matteo Nigetti; di Cofima Lotti e di 
Giulio Parigi: ed il di 30. d' Agoflo dello fteflb anno alla Sereniffima Ar*- 
ciduchefla Maria Maddalena» per cui ièrvizio dovea fabbricare» lo pre- 
Tentò con fua pianta » prefeh ti il Cardinale Carlo de' Medici ,* D. Lorenzo de* 
Medici ed il Principe d'Urbino. £ perchè il difegno in pianu alquanto ii 
^Qn&ceva con quello del Silvani» fi unirono.tutti e due a farne un modello 
infieme^ «he mofiravanQ.poter£jefequire con i(pe(a di ventiduemila fcudtt 
. • ma 



\ 



GIOVANNI. COCCAP ANI. 117 

» * ^ 

flit quantunque là fpefii di quel del Parigi fi^ accennati in fòmma d| 
erencQUomila fcudb fii pesò eletto quefio, e tutti gli altri efclufi^ edallo 
fielTo Parigi fu appoggiata queir>opera. &ra ranno ttfi^ quando fparfaft 
la faoia delia Tìrtu di Giovanni per : tutta 1'' Italia » egli dàiberò di fare 
un viaggio: e priou volle fcorrer U Lonibii^a* antica patria deTuoi an^ 
tenati» ove nella città di Modana dal Duca Alfonfo d' Ette, in Bolosnar 
dal Gardinale Legato Ubaldini , ed ia Eerrara da] Cardinale Ceanini.» LeW 
gato altresì f fu molto onorato.» regalato» e fatto fplendidamente fervici^ 
nel. reftantedi fuo viaggio « Nel i6zj. pafsò a Roma i A tempo 4* Urba^ 
no VIIL e da tutti i virtuoG di quella Cjrte » particolarmente dal fopfan^ 
nominato Monfignor Ctampoli» allora Segretario de' Brevi» fu ricevuto^ 
e trattato alla grande: al che ben corrifpoiè iL Cocca jmni; perchè torna-:^ 
to a Firenze» mandò al, medefimo in dono un ritratto di Giulio II. Somni9 



Pontefice, armato con fopravvefte.di felpa bianca» opera del gran Tizia*- 
no da Cador^ regalo che dal Ciampoli ru avuto in tal pregio, che fubi« 
to fecene un.prefente al Papa, che gli £ede luogo itejla propria Galle- 
ria , Preflb la cictà di Volterra circa d' un miglio » era fituata in luogo dee*: 
to il Botro» vicina ad una tmmenfurabil voragine» una ancichiffimaChiefa» 
tjutta tncroOata.di marmi» con fue fcalere» dedicata a S. Giudo, uno de^' 
Protettori della città medefima. Occorlè, che fino air anno i5po ficcOir 
me io trovo ne' MSS. di quei tempi » cominciò la voragine a farli tanto 
maggioredelfoÌito,che a pocoavvicinoffi alla Chiefà » tantoché non pafsò' 
Vanno i6oz. che già era incominciata a cadere per entro la medefinia» parte 
delie, fipiilp». Qaindi accr^fcendofi : tutta via lo fcolcefp d irupo , un giorno • - 
che fu il d) 4. oT Settembre» non fo quanto avanti al i6ij. in mi tratto» ' 
con terrore univerfale di quei pòpoli , e lo rimanente delle fcalere e la he^ 
data tutta, e parte della Chieu» in un momento precipitareop » trovan* 
dovifi prefenie fra gli altri Baldaflarre Francefchini detto il Volterrano» 
fiato poi eccellente pittore» allora giovanetto di tenera età» che a mèi* ha 
raccontato. Puote ognuno f^icilmente immaginarli il dolore de' cittadini 
di quella, patria, e per la perdita di quel nobile ed antichiflimo edifU 
2JÌo » e per venir tolto loro il predare il follto culto al Santo. In queflb ' 
ciio fu li lor primo penfiero il falvare le inligni Reliquie de' Santi» che ia 
effa Chiefa (i confervavano ; parte delle quali trafportarono nella Chiefs 
dello Monache Benedettine di San Marco Evangelifla . Poi peiiftronot 
g;iu(la lor pofla ,. a &r la Chiefa in altro luogo: ed io trovo , che il mo« < 
dello della nuova febbrica fufle fatto per mano del noftro Coccapani t . 
non è già finora venuto a mia notizia chi ne fufle il facitore; non pòten^ 
do però elTer altri che Lodovico incontri, nobile di quella patria, il qua* 
le» come fopra abbiamo accennato «appreflb al Coccapani aveva ^cquutaCii 

f;ran pratica in architettura» cheal contribuir eh* e* fece con gli altri jenti» 
uomi J» e coliaperfona e coli' avere aggiugnefTe ancora la fua aflì(tenzat 
acciò fuflè il muilellodel maeftro fuo bene efeguito. Incominciofli adun^ ; 
que la. nuova C^hieià con una Compagnia ad eUa contigua» in luogo emi* : 
nenie» detto il Poggio» quali in egual diftanza fra U vecchia già rovinata 

Chiefa e. la città: e ne fu poAa h prima pietra per inaoo dì Moufignor 

Bernardo 



ii8 DecàmJLAÌkTéi^LlMSe$.KMiSto.aii62o. 

• 

Betnudo Ir^hinuù ti tlk ycC dk 9»tténAie 1^*7: E farà Toa^ gtorb per 
«Itici ci(tidu4 ìi fi^ctfi* ok» cale fi» lai deTosione verib i^ ^wk»» che 
ciafcheduno o po^rcra o tìopà » » nobih^ o' ptcbao ch'elfi fuflb > non f<rf»> 
■tente col pcoprto tvece, ma doU» propria p«:foQft»or ponancb ii niaaerìa* 
leu ova altre coià faoeiMlo > àptf^ pei ao4a» ^ofinaioMnce oon ifpefe in- 
«fÌRKbHe,kCind&feftàinl(4oceÀdò(taiticrmine, nelqoalooggtfivede. 
Veintto reiBK» itfaSL Voieiiéo la niuèil doone Franoefca Guardi ne- 
fH tboHnè» dare efeeiteio n e ad u> faq nobilo o iioto ooncetto » di fonde* 
ye mTis^a^fe un Monaftéro di Vurgml nòbili, clw doveflcro vivere col* 
F ItioatOi delle Seata. Madre! Tereia di G99Ù » diede al Coceapeni U caci. 
codi fire dieffo Mdnafteto • d^Qa nvoea Chiiefii en modello; e feconda 
dot ^fo ^n ipoi dato principio il é^^J^. d'Ottobre dell*^ i|te|S> ewiaool 
gMCo dcllii prime ]neire» oomenefite una Me^^lie d^ ej^emo doceto» 
colf effi|;ie della 3enm, f colle lègaewti parole: 

■ 

S. Mate» Tbh>ia Sxc*M9AriJu FvMiMntjr. 
Bad'ovefcio; 

• ... 

"BtimcacK d^Guard» Viooamobj Rcobh. ham Eocu*. a FtMDìMK manr 

A. D. MDCXXVIII. 

r 

End measki dello fteflb rov^cia fo poOa l*Arme de* Gnaidi «eoii tti «Min- 
ti, «on una abarra attrtverfo, e lo feudo dentato. Fa. qoefta Medejlis 
oopeita di piombo» nel quale furono fcolpico le perolo appreflb nocete} 

D. O. M- 

GT II» II011PRIM SaMCTìB TIHKM9 VlRCtMIS nO«1^\ 

B dall' alcn parte t 

JoÉMtesCoocAMNns t. C. Vum. SAtter- Tbpma Aucait. A. S. O. nacxxfiit. 
pia xMiv. ÙtcBuma S. Potrr. Ukbano Vili, st Ser. Fer. II. Maqko^ Ertnmiff 

DVGB RCGMAMn, 

I 

E^ h ftbbrica di qudAa Chiefa formata di fifnn efiigone eon (ba Copela, 
bene incela nelle proporsiotù e ne'Iamij con cbe non lafde d^appoRtfe 
comodo e vaghezza . 

lo trovo ancm:*» che d$l i((ji 3 , lo fte0<> Cbceaftni kot£St «n dil^ 
gno di una fiiccieta , che dif«rgnava dt fare ad effe caHi dagli iSaii in vie 
Ghibelline/ Andavafi coal trattenendo otieQo virt«ofo> ore alcone co- 
lar operando in architettura per fervizio di nuove fabbriche » or qaalche 
befto inftrnmento inventando, per utilf^ e comodo delle Meecaniche . 



tellecco nelle Maceomciche» ora f acqiH0aee virradi te le fcoperte vericadt 
adalcii eomunScando; quandoavendoii Grandoca deliberato Iranno 16^8. 
d'eggiugnete all' ekre aobblicJie Cattedte deffe eiccè di Firenae, quelle 

delle 



GIOVANNI €QC€APJtNL laj 

ìMIellateattiàhe» Ile telefle por iiHmaLétCDitt ibfoft(opCooQIOff>lf il q|i%f 
le neir Àccademit dei Difi^no comparve per U priine volta a)li i %, à\0^ 
£obre aprirne Domenìct di ellb mefe» e facevi un Or«uiine i(i lode^ deVQir 
legno e delle. MoceoMcichet la quale poifu dau^tlkiftaiape, OopqoQar 
tinoò fna lettura '^ e fralle molte matene che egli ia&gnòj furono gli. Ètor- 
menti d' Euclide ; la pratica del Compaflp ; Geometria , e funi Teorici e?r^ 
tìc%'t il iqodo di mifurare difianze» profooditadi e altezze* alle qu^lì BOti 
fi pofla gtugnere in perfona: Proipettiva: voltamento d«f corpie.loi» 
Piegature: livellare la più modi «per condurre acque al comodo didivetr 
(e operazioni: Architettura civile t co* fuoi ordini diftinti» Ppfti «' coovj9r 
nienti luoghi: mifurare colia vifta dentro e fuori del propo(to luogo s For- 
tificazione , fue difefe» offefé e ripari» colPùfo della calibra [a]; levar 
piante da prefib e da lontano » dentro e fuori del primo ficb; 1' ufo dfif- 
gl' iSrumenci matematici» geometrici» aritmetici e sferici : sfera e geo- 
grafia : meccaniche e loro forza : operazione praticabile della ' buuola $ 
carta da navisare» aftrolabio. e baJefingUa.: il modo di ridurre diverfe ttdr 
tute in una loia nota mifura : la regola per crafponare con siufte fimebrit 
ogni figura di piccola in grande» e di grande in. piccola; nicilità e.fictt* 
rezza di ritrarre perappunto oualiiiia cofa in cii^heduna diftanci» poflft 
in qualfifia luogo m comoda vifta del riguardante » con un tale inftrumM^ 
co: invenzione trovata altresì dal celebre pittore Lodovico Cigoli» fo 
non volei&mo dire» che non il Coccapani ne £oSc ftato inventore» majl 
Cigpli» e che egli folamente ne infegna& la pratica. E di tutte quefie 
beUe difcipline ne fon rimafi fuoi molti eruditi Trattati appreUd al Padro 
Sigifmondo di SanSilverio» al fecolo Regolo Silverio Sigiimondo Coecar 
pani fuo figliuolo» c^i Affiliente Generale de*Cherici Regolar) delle Seuil? 
ìt Pie » religiofo chiaro per pietà e dottrina» e per li molti coinponimeil* 
ti» che per mezzo dell'orbano fuo» e per le pubbliche (lampe» e per mes* 
zo altresì della fua penna hanno (ottico di godere e godonfi tuttavia gl'io* 
gegnt eruditi del noftro tempo. Bflendo poi V anno i64h fegiiito ia 
Roma il cafo della morte del Padre Don Benedetto Callelli BreCciano 
deir Ordine di San Benedetto» Mateoiatico celebre» particolarmente pec 
li dottilibri delia mifura dell'acque correnti, il quale era pubblico Letto* 
re in quello Studio ; il Cardinale Francefco Barberini, per mezzo del Mar« 
chefe Luigi Strozzi» cofi lettere molto preflanti, fece ogni opera per ave** 
re il Coccapani in luogo del defunto Caftelli ; ma , o foflfe per cagione 
d'amore alia patria» o perchè fi trovaflTe bene accarezmco e (limato qua» 
o forfè ancora» perchè dura cofa gli pare(re il mutar cielo in età molto avan-» 
zata» egli non confenà all' inftanza del Cardinale, contento folamente # 
cred' io » dell' eflerfi colla propria virtù fatto degno d' una fimile chiamata « 
Ma quantunque egli ricufaflTe di lafciar Firenze per portarfi a Roma» non 
è però eh' et non avefle fempre oonfisrvató un grandHmore alla Lombar*^ 
dia» onde a^va origlile fua famiglia; e quefto anche particolarmente pe( 

I le re^ 






[a] Cslìhrs » firum$t^^ cm n^ fapfmfqn» i P^zzi delP ArtiglUrU 9lflefi$9^§ f%i^ 
fa » 4^^ ^^' iibrarf » colia frepofizìwe kxtx abbreviatura . 



l^ó DeeM. IL detìdfarf.l. dèi Sic. V.daJiSlo.al 1 61 o; 

le iteplic&te iftànzb , dhe i di JCdlà condurfi » e qiiivt ftttiilìr Alt afi» gli 
ay^a fatte don lettere prèmurcfe Monfignoré Gocóapani foprannomi* 
xiàto Vefcovo di Reggio/ che però fino a due volte in duelli medefiini 
ttfirfpi gli èra convenuto aiidano' a trovare in quella citta. E vaglia il 
"V^ros che fé tenia di troppo tediare il mio Lettore non ne riteneflei 
tacerebbe molto a pròpofito il portare in quello luogo le lettere fteflè 
di <|uel Prelato » dalle quali fi conofcerebbe non pure quanto egli Tamò» 
«Bà eziandio la ftima» eh' ci fece di fua virtù. Così dunque efercitan- 
doft tuttavia il nóftro Giovanni in opere molto lodevoli, portò gli an* 
xii'fikvi fino al 1^49. nel qual tempo correndo per la Tofcana una granar 
ide influenza di mali acuti, che. grandi/Timo numero di perfone in città ed 
lli'eontadò privarono di vita: ancor egli diede fine aggiorni fuoi ; e fu 
il 4uo 4còrpo> con pompa conveniente a' fuoi natali ed al fuo merito^ ti^ 
p€^o nella Chiefa di Santa Maria Maggiore, nella fepoltura fatta dal Padre 
per quéi di fua famiglia; Fu il Dottor Giovanni Coccapani uomo aliai 
retigtoibi e^miciffimo de^^gcan letterati del fuo tempo • fra' quali non 
«bnnfó ìt altimo luogo Giovambatìfla Strozzi , Maffeo Cardinale Barberino » 
poi 'UYbàtìoVIIL Sommo Pontefice, oltre a quanti ne abbiamo nominati 
difopra^. Si dilettò di pittura: e nel. conofcere le maniere de* buoni raaé^ 
IM fu àfidi ^(limato e Ebbe anche vaghezza di far raccolta delle medefime^ 
~ j che fi Trconofce àncora da più lettere, ftategli fcritte dal Conte Alfon- 
^ Coccapani I fratello di Paolo il Vefcovoi e dal medefimo Vefcovo» in 
tah materie anch' efib inteiligentifiimo « Ebbe in grande ftima le opere 
d^e'l Cifoli: efuqtiegli , che Pannoi644. operò,. che il detto Vèfcovodt 
R^gio /nella città di Ronda, per majio del Curti% ne factflTe intagliare il 
ritiratrct-in rame. In quella poi, che fa fua particolare profteiTtone , nluno 
pfùr^di' lui fu il udiolb e applicato; onde fecefi caro oltrèmòdo alla glorio* 
fi merifTOria del Granduca Cofimo li. il qiiale, oltre al capitale che fece 
feoipre di lui in cofe ragguardevoli » godeva fovente di vederti intorno 
aMa tavola fue belle invenzioni di fontane portatili, e fimili bizzarrie^ 
filFendo poi quel degniamo Principeranno 1620 venuto a morte , volle 
il Coccapani onorare la di lui memoria coli' efecuzione d'un bel con* 
catto di Simone Rondinellì per un fontuofo funerale f ricco di firtiue e di 
pitture, nella Compagnia della Scala, della quale egli era molto affezio* 
3KKo« Fu anche molto caro a' Sereniffimi Principi Don Lorenzo, Gio« 
Carlo re Leopoldo: e forfe^non fu gran fatto, che il trovarti in pofleflb 
della grazia loro e del Granduca , fu(Ie una delle cagioni « che lo rite^ 
neflero dair abbandonar la patria; mentre fajppiamoi che effendogli una 
j^ta detto, che Giovanni Ciampoli portatoti a Roma, e Giovanni Pie- 
roni in Germania, avevan fatta maggior fortuna di lui, rifpofe; Non di- 
co ^tà io cciSl; perchè qutfli fuori di patria fervono Principi firanieri; 
ed 10 in patria fervo il mio Principe naturale, che è quella co& che io 
ftimo per mia gran fortuna. Reftarono alla fua morte più difegni di fua 
mano: e fra quefti uu difegno della Cupola del Duomo, fatto con fue 
mifure: ed uno, per cui intefe moftrare il modo d' alzar V acqua a forza 

diiuoco^ e per via di tromba» con paflardi gran lunga T altezza folita; 

e^ue- 



. . r: GIOVANNI :COaCAmNI./\ tsi 

ìì ^ueft0 per mezzo di tidòcti • Puno {qfptf V f^o;> <K>n un fpk) xìtsàft^ 
jB viraìnente ;* in ci6 cke af>pametie ài joutfV^rà é conàvvofi ìfdJb%vlk^ 
ìBgli ebbe un genio non ordinario ; ed è fama » che egli ancora avefle 
parte helPop^àzione del Condotto j^er la Fontana >h$ (ì'féce iif teda al 
cortile del Palazzo de' Pitti . Rimafe ancora un modello in grande d' an 
di^ndiofo ftrumento» col quale con trema fia£chi d' aèqiia morta» àcl^ 
mudata in un certo caflTone» macinavafi perfettamente il grano « imprime* 
vafi in carta ogm forta d' iìitaglìo in rame» ed altre più operazioni in ìm 
tempo fìéOh facevaniìi ma petchè eflendo ximafo di fui , dopo fùa morte» 
£>lamenteun piccolo bambino di pochi mefi> che è quello » che oggi]^ 
religioib, e lo ftrumento col reftahte; degli effejctìndi quel patrioiGihio,. al 
governo di femmine-, di cut per lo «più* non è proprio tli conofcere 1^ 
pregio di cofe sV fàtee » egli fu venduto pet^pòco^e non .fu anche po^fli* 
bile il ritrarne il prezzo. Onde fattane; popDblica>caufl» fufonxhiàimK| 
per periti a datali giufta ftima» Jacopo Landi, ftato diibepolo ui Giqfvàn^ 
ili, e Giovanni Balatri : i. quali referirono, eflere il valore, del foJo mat^^ 
rìale» di^ che lo Orum^nto era com;p!olko,' 4a ibmma.di cian|octnqvàhQ| 
feudi, con dichiarazione^^fpreila «di non e^fi eglino ingenti nellaiUm^ 
dell'invenzione, ia quale riconofcevano maggiore d'ogni ftims. Ma.<^'ii;^ 
tuttoché Gipvanni fufle sì copiofo d^ invenzioni, e grande invefligacbrv 
deUe naturali cofe v fu però feinpre dichiarai» nemico dell' Alchimia, hk: 
quella parte che eli' è fatta fervire all' ingordigia del trovare oro; ed ieril 
fuo detto ordinario, parlando di ccdord, chea si gran cofioe della viof 



.1 



•il" • J wf 

• 1 I ' ' 



c^ dell'avere a tal' uopo Te ne vagliono • che 

' Cbi^mantp^UiL Sul f Akr^uth, e Venere ^ . : . ^ : ; ^: . ìj i'> 
Se ne va in fumo f e fi riduce^in^^cenere. i .-- . ':o 

si dilettò delle Piante: ed avevane frali' altre in.on fuo giardino una d| 
gdfo a di- moto « come più ordinariamente ioglifmo diiamarlo ,' la quaki 
conduceva ie fue more d'una fmifurara gcai^dezza,.dtcp non miniore di^ 
una grofia fufina. Queft^ albero, chiamava egli per piacevolezza, il R« 
de' Mori t edelleiuefmtta erafolitoregalare:0^ianiK>.iSereni(fimi.^^ 
cipif< acdompagnando il regalo Gon[qualcfae(iuof ameno compomjomtajr 
Cóoi^iacqùefi ancora d«l pigliar <ì^ote delk*«cofe più} fingòiarL> .dke cne) 
iatft tèmpi occorvevano » di che^è'rimafo.tn liio molto iaocuxaco. ;MS: h^ 
papticotarméme intorùo a ciò, che avvenne in Ficeoae per kipéftìlfna^ 
del i6}o. ed a quanto . per fìtperàre |ai& concagiofa indiitoza ,.fd.operata;t 
Dico per ultimo « che per contribuì]» all' aKtttma;£ùiia del caro padre J[ 
H foprannominatoKeligiofo ùxo figliuolo /fece ài medefimo. un.elògio » dha 
fi legge nella fua opera^ i ntitolaca^ ^roinfiìmi Poesiciei ftampata io Ficenk 
zé da Vintesizio Vangelifti ì'ànnvì^^j^ cdiexioifipii^ vederfi al ^mUmvrTf» 

%-• i.^^ la SIGIS* 



•3» Daam.tt.ìMtBtrfJ. detSa. V.Mi6i9.ali6io. 

SIGISMONDO COCCAPANI 

PITTO R B éRCHITETTO 

&ifHf^9i^ÌAié9m^Cm^Gg<tà, imm 1583. -^^ 1^42. 

ifc)fiaiwdo.Cacca|Moi.natMl fiiffigf» di Lomtardto* «bbc i 
I fuDi natati dcUa atta di Fìsensfl'uin» di iMar«£iJiNa<^fl^. 
I. e fu jfi^biòlo di .queUoftdTo Regola f rsoerico Cocaapwii . ìk 

I: «ut «:-prinapiJ» delle nomìe i&l Doccor GitCMVMnj &•»&»- 
ittlln a^anfi poc* vi «i &tta awicioixo . Oì^bmò flì «nni 
. idi .fìu. £incittU«nu;, «d Imiuuoae deUo ftcffo ficiieilo fi» • 
IximH ftad) dcUe Iccccre; na poi TenteDdOfi tirare dal gonio a qttcgii det 
I^lMao* detta {ioBura s delle M««BUtciche* a quefti ih gran propoito f 
«fpiicè* «leggendofie per snteftro il oetebre pittore Lodovico Cardi Ci* 
foli , oci^^MlB fece in brere ul ixofitco . cìm per ^mnto abbiacvo da 
«OD sbòaao diietàica. da t«i Dentea di Rmat « Luigi Arrigncc» in dast 
dB*9.jd'.Oiiisbiie 116M. fi trovò collo Asflb Cigeli nct.itfio, a dipigncis 
méà^ aiutò netta C^>pella Paolina: e tcaneonefi dipoi «pplicaco a tal 
ÌMCCfinda*-ed in iervizio del audefimo CkoJi dtteakri «ani conànwtda- 
po t quali, non oftante il ricordo d«agTi dal loaeftro , cioè Che fier b 
pari era m^io ad un profefloK di di&gno abitar Rosuj che qualttfiflà 
alerà cittì del mondo, benché contra la pmpria in«Iin«i»iM, jdelfberè 
di ritnpacriare . TociuM dtinqUe a Firen» , fu chiaoMCoa Lucca, dove 
colori una tavola perula Chieia di S. t^onziacw}. che fu la prima opera eh» 
é^liolpondSè al paabblico : e della ftclla fua ^\js» manieta fesa ftg Viii- 
eènsio IBakfeorinecd la pcrara d' una lUa Cappella oelia Pieve di M«^ 
tu jdcUa qual Cappella egU pure aveva dato il difegno. E.bbc Miche in- 
•lunbeiua dt&re il modello d'atchicetuica,, e ja piccura altr^ d' alirt 
Caippelta neUa fteflaChietàr per quaiuo li ha da lettece di fua manof ma 
Qon«néiuttOiaiiotÌBÌa.nfiAra.fii eglsl'efietcuaflc. Si cavj pure da più In- 
fere, fericnda lui a Monfignor PicefriofDini > edft Fnticefco Maria. Mak- 
ffOiuielle>-che fa&so opera iua k: pitture e cui;ca 1' archicMtuni di itnc; 
lìtppelk-fKl'l>uaiaodiSieiu,.lej9iiaUoan4ii6è l'asno l6}8. a Coacor- 
senza dt^lue ArcMiettì Rràaani .; Sttiodipinte a fuelco di tua raaw) .ndW. 
Cfaie£i (U&nMichctc dagli Antinoridc' Padri Teatini, per entro la Cap- 
wUa edificata dal SenatorMarco Martelli, due Iwiette. Nel primo chà» 
m&.éi San Macco, de* {^adripEcdicttor^ dipioics firefco una lunetta, ov« 
SÉp{Hainti^ 4i ivMìb, anmenda e gaftiga: infie«ae > dato da S*nc' Ati« 
tonino Arcivelcovo di Firenze , a' due ciechi accattoni, mentitamente 
poveri , ì quali col preteso dì tal finta necelfità avevano fatto gran 
peculio . Ve^onfi in quefta le perfone de' due ciechi, molto bene ac- 
comodate alla ftoria : nelle cede ritrafie al vivo due ciechi poveri di 
quei fuoi tempi , e quello con barba rojTa col cane apprefio , è il ri- 
tratto di quel Paolin ciecot «omo piacevok, fiusofo&aUa luinita gente 
-".i . per lo 



• / 



SIGISMONDO COCCAPANl. tjj 



S 



•r Iq fw) &r giocolare i casti» • per gl'infiniti ftftoibotci da lui co^ipoh 
i e ointati.al Tuono di fua chitarra. • par lo corfo dì pr^flo a can^^^suiH 
che egli yi0e in quefta nottra cicti di Firenze fua patria x dal che pro(¥ 
occafiBne » per. ifcherzo > BaldaflTar Vqherrano • in tempo che il cieco eragi4 
in età cadente 9 di ritrarlo per Omero colla fua lira « che riufcì wi belliflita* 
quadro» e* oggi fi vede xmìz Galleria del Marchefe.Pieraotonio Cerini « 
Tornando ora al Coccapani» veggonfi di fua mano alcune opere per le 
cafC'de' noftpi gentiluomini, e molti ritratti i conciofòfiecofichè nel ri* 
trarre al naturale egli molto valefle: e dicefi» che GiuftoSubtermans» in 
tal facoltà Angolare » doe ne confervafle aj^efio di fe con dimo^raaioue 
di grande dima. Vifle quefio Sigifmondo fino all' anno 1641^ nel quale 
allì i. di MarsEo ebber fine i giorni fuoi: ed al fuo corpa fu data col da*» 
bito onore la fepoltura nella Chiefa di Santa Maria Ma^iore , preflb a 
quello del p^re e poi del fratello • 

Qgeilo Artefice » che nel Dtfegno e lìella Pittura appreffo il Cigoli ebbe 
alti princii))» non diede poi in pubblica molte opere di fua mano; con- 
ciofoflècoiachè egli affai diverttflè fue appUcarioni nello fcrìTere di coft 
di quell'arte» e d' archìtetcura altrea); e fino a ben ventidue anni , cioè 
dal i((i2r. al i<^34. quafi del tutto impiegafie in comporre un trattato in* 
torno al modo di mettere il fiume d' Arno in canale % nella quale opera eoe 
belle figure geometriche fece apparire fiicilicà e chiarezza» tantoché mti^ 
rito di eonleguirne approvazione e lode dal celebre Galileo Galilei apw 
preflb al Granduca FerdijKuido IL che perciò di conceife il bel PrivUc!- 
giQ> efiftente nelle Riformagioni , del quale parla l'Abate Gamurrini nei 
Tomo 3. della fua Iftorja Geneolc^ica nel Trattato della Famiglia da^ 
Coccapani . Impiegò anche gran parte del fuo tempo in difi:gni e mot- 
delU divedi d' architettura per fuo divertimento» e talora con ordine é»* 
Sovrani : come fu quello della Facciata del Duomo » fattogli fiire dal Gran^ 
duca Cofimo li. a concorrenza degli altri architetci ; e per la pefiilenzt 
del 1630. fino al numero di otto ne conduflè, tutti fra di loro diver&i 
tantoché tK>i nell'anno 1633* eflendofi da' Deputati dell' Opera fopni tale 
aflbre» rìiòluto di far congrefli» affine di eleggere il migliore fra tanti mo- 
delli» &ì il Coccapani chiamato fra gli altri a dirne anch' eflo il fuo pa« 
rere» che iFu fempre» che fi dovefle mantenere la facciata di tre ordini» 
affine di difco(burfi quanto faceva di bifc^no» e non più » dal concetto di 
Arnolfo» che in Gotica maniera volle feguitare l'antica direzione del pa* 
dre fuo, che fu di comporre tutto Tetteriore di quel Tempio di tre or* 
dini . Fu anche d'opinione» che neir elesione da farfi » fi (lefle nella ma« 
Olerà Fiorentina interamente» ad efclitfiooe d' ogni altra -'e da vane per. ra- 
gione» Taver tutti gli ftranieri» che bene hanno operato ^ preia la ot» 
tima maniera del Buonarruoti i ondc^nel tempo che u praticavano davanti 
al Granduca i congreffir sforzayafi di far conofcere tal verità cogli efem- 

Jili delie facciate delle Romane Chiefe» cioè a dire delGie^ù» di Santa Su- 
anna» di San Lu^ de' Franzefi» e d'altre a quefte fomiglianti: tutto cofia 
che egli poa ne- fuoi eruditi Trattati lafciò fcritte« Impiega ancora parte 



qael «IBM* akti 4urò il contagio • nel mroTameiico 4i ?tf ie inven^io^U 

I 3 atee 



i34 DeciMl. della PartJ. del SèCéK iettai 1610. 

afte a facilitare il buon governo in tanto bifògno: in cui fu molto idòpes^ 
nto, e particolarmente con approvazione pure del Galileo> fece il nuovd 
Lazzeretto : e trovò il modo di poterli con comodo e fìciire^s^ eràfporta'^ 
re i tocchi da quel malore» che furono alcune bareltette lunghe» coperti 
a foggia di piccole lettighe: ed inoltre inventò certi treggipni, atti a con^ 
tfiinere e trafportare» colla dovuta cautela, i corpi morti . E perchè egli 
io tali xofe aveva fetta grande applicazione e refleflione, volle anche feri- 
vterne un Trattato, il quale con fìgure pure di fua mano conferva oggi il 
Padre Sigifmondo di San Silverio tuo nipote, di cui parlammo poc' an:n 
nelle notizie def-Dottor Giovanni fuo padre . Diede ancora il Coccapani 

San parte del fuo tempo, togliendolo alla pittura, all' infegnare Tarte 
J Difegno : e ciò fu particobrmente nella leguente occafione • Era Pan-» 
no 1 61 9. quando Monfig. Piero di Vincenzio d* Agnolo Strozzi , Cav. lette* 
ratiniimo , quegli che fcrifle De Dogmstitus Cbg^Aeermm , ftato Segretario 
de' Brevi più anni avanti, e ne' tempi di Paolo V. contento d'efierfi meri* 
Cita in faccia di tutto il mondo, quella grandezza a cui (aggiunta alla 
chiarezza de'fuoi nobiliffimt letali ) portato lo avevano fue fingulari vir«* 
tmii, ad oggetto d'accafarfi, lafciata la città di Roma, fé ne tornò all*àma«^ 
ca fua patria Firenze. E dentro a quello fpazio di tempo, che dopo Taiw 
rivo precorfe il fuo accafamento colla nobile Signora Caterina di Niccòlè 
Bafdovinetti , avendo fatta raccolta di mòltt^ giovani di fua famiglia , é 
d^altri a quella congiunti in parentela, fi applicò per proprio diverti men<^ 
to ad infégnar lóro V arte rettorica e le fcienze : della qua} cofa tantd 
e con tale applaufo in Firenze fi parlò, ed a cagion delk quale tanto^ap- 
parve il profitto dr quei nobili, che ogni altra fcuok anche piìi liitomata 
di quel tempo ne rimafe ofeura: e quindi avvenne,' che il bel congréffoi 
ftguite che furono le nozze di Piero, noti fi difi:iol(e nói- ma da uno ad 
un altro hiogo fi trasferì: e quella, che prima fu icuola in cafa lo Strozzi^ 
fu poi una norita Accademia nelle calè, che a principio della Via delle 
Ruote, non molto avanti erano fiate fatte edificare da Don Antonio de^ 
Medici per fua entrata # Fu primaria intenzione de' nobitiflin^i giovani » 
de' quali immediatamente fii grande il concorfo, e ripiena! i*AocàdemÌ8/ 
Paddbttrinamento rn tutte le buone arti e fi:ienze, ed in ogni altra bèlla 
fiicolti, che defiderar fi poteflè in un gran Cavaliere: e fra qiiede non 
diedero l'ultimo luogo alla beir arte del Difegno. E comechè per T infe-^ 



gnarne ciafcheduna altra ^ foflè flato eletto un valente maeftro; per quella 
del Difegno fu fatto capitale del noftro Sigifmondo , che accompagnan-' 
do (uo fapere co* tratti gentili della fua n<^ile nafcita, portò egregiamente 
le fue parti: e da tale fua ricevuta incumbenza, e per lo durare eh* e' fece 
in tak uficio per lungo tempo, egli tfaflb ilnome del Maeflro del Difegno, 
per )o quale fu poi chiamato e ìntefo. Anziché eflendo fiato fatto inta» 
gliare fuo ritratto in rame per mano di Bernardino Curri, fu fcritto a' pie 
del medefimo: Signor Sioismondo Cogcapani celebrb pittore fk^ntino 
KcMiNATo IL MAESTRO DEL PiSEGKor e nella parte piii alta dell? ornato ftf 
fitta vedere una mano in atto di difesnare» col motto Nemini secundvs. 
E certo che egli ebbe neldifegnare dal naturale con matiu xo0k e nera 

(coftu- 



/«. ■* 



SIGISMONDO COCCATANl. m 



8 



(cofliiaie, che fii affai praticatola! Cigoli flato foo maettro) una maniàr 
ngtasiofiffimaj. particolarmente. ne^ ntratti, i ^aali egli conduceva cò- 
me fé .fiati iviSbto dipinti con colori : ,e noi et ricordiamo aver dato lu» 
o ad alcuni di quella fiitta , disegnati da iuif fra glialtri dìfegni deVgraiH' 
l'uomini celebri del Sereniflimo Granduca: e due ne confèrva lo fcriven«> 
te fra -altri molti d'eccellenti maeftrij uno de' quali è il ritratto al vlv4» 
del Dottor Giovanni Pieroni altre volte da noi nominato . E giacché par« 
liamo del foo difègnare, è da laperfi» come egli aveva trovato un cer- 
to geffo naturale di color di carne» con cui fenza 1' artifizio de' padelli, 
condufle bei ritratti ; e praticò anche un modo » e forfè ne fu il primo 
inventore » cioè di far ritratti fopra carta colla fola polvere di colori» eoa 
certi sfumini di carta » co' quali faceva vedere effigie molto vaghe . Sap- 
piamo incora da chi il vide , dico da Gio. Maria Morandi Fiorentino» 
o|;gi rinomatiffimo pittore in Roma» che dal Coccapahi ebbe da fan- 
ciullo i principi dell' arte» come egli condufle di fua mano un groflb li«> 
bro» nel quale ailègnò ogni forra d' animali » che rìufd cofa di gran pre- 
gio» e fu poi mandato oltre i monti. Diletcofli ancora Sigifmondo Coc- 
capani d'antichità» non folamente in cofo ftoriali » ma eziandio di ma- 
ture e difegni» de' quali fu intelligentiffimo: e perciò ailài gradito dalla 
gloriofa memoria del Principe Leopoldo di Tolcana» poi Cardinale che 
noa ifdegnava chiamarlo fuo maeftro ; e ncm pure adeuo» in tempo di età 
avanzata molto» ma fin dai tempi di fua gioventù. Fu caro perciò al Car- 
dinale Maffeo Barberini » poi Urbano Vili, col quale tenne corrifpon- 
denza per lettere; anziché quefti ebbe un tal concetto di fua abilità. ia 
materie d'architettura» che troviamo avergli ordinato di fare tre diveda^ 
piante. per l' aggiunu al Palazzo Barberino» che già fu del Duca forzar 
m dichiarazione delle quali fappiamo ancora avere il Coccapani mandato^ 
a Roma un fuo ben lungo difcorfb. Ed in confermazione di quanto ab* 
biamo detto del Cardinale Barberino» e della corrifpondenzache esli ebbe: 
col nofiro Sigifmondo» regiflriamo in quefto luogo la feguente fua lettera. 



Molfo Mag, NoSro . T A perdita del CigoU veramente ì Sa$a ^ratkk e di 

■ ^ melio dìfpiacere » a cbi conofceva U wrtuxbe era in 
ini : e deve parer mokSa a lei in particolare » che camminava a gran pafi 
netr imitarle; onde non mi maraviglio che fé ne rammarichi meco con tanta* 
eletto . Ben la ringrazio deir avvifo che mi dà » che fia per venire in eoteSa\ 
città a S. A.S^ la pittura della Madonna Santiffima che va in Egitto t ancor cbè 
imperfetta » nondimeno di molta filma» per ejffèr di mano di per/ina tanto ce^ 
kire: e prendo in grado la prontezza cb* ella mofira» aeompiaceiini di co" 
piarla . Nel che avendo io rimeffa al Sig. Carlo mio fratello la deliberazione 9 
tni giungerà accetto» cbe eUa ne tratti con lai » e cbe gli dia notizia detti due 
rametti » dalli quali mi ferivo parimente » percbè egli me ne pafia ragguagliare . 
Frattanto non po£o dirle altro» fé non cbe aggiunaendomi aj/ai aU^ opinione cbe 
avevo di lei la teftimanianza del Sig. Ciampoli^ farò pronto a giovarle fimpre p^ 
come me le afferà » conpregar Dio la feliciti. Di Bologna ^^i. Lug. 1613. 
DiV.S. t Ajf>^ il Cardinal Barberina^ - > i 

1 4 Dirò 



ijtf Detm.ll.MàVattA.MStc.V.iUliSii>.«li6io. 

DM per ultimo , come rieodaevde delh TirtA dal cUo 1'» , tu il Fedra 
Sigifmondo di San Sllrerio compofta tona bella- ia(crizìone che fi legge nel 
Volume delle Tue Pr^mfimi fttncbt , ftampeie in Fiienn pei ViaceÉxis 
Vangelifli itft). al num, 7;. 



CHIARISSIMO D' ANTONIO 
FANCELLI 

SCULTORE DA SETTIGNANO 

Dtfiept/t di Gìevami Catciiii , nati %r idrjz. 



f 



Aperò pò» in qiieftì teiopt nella citti di FireMe» con i 
I lode nella Sculiiiri, Chiarifiìmo Fancelli da Settignano. 
vill^gio preflb alla tàxxà di Firenze tre atipia (Ulla parco d» 
|i Levante. QueAi feoedifuamanu onPergam* e tre StatOB 
I di tondo rilievo per la Chiefa del Duomo di Fifa . Per la 
* giardino di Bobolì incaglio una Statua di Vulcano > che 
fii poflà nel viuc grande del medeftmo. £^ opera del fuo fearpeDo la celU 
di tnii'ino con bullo* ritratto del Granduca Colìma li. cfao veggiaiMt 
Ibpra la porta d'un palazzecto in Borgo Sant'Apo&olo « da man finittra an- 
dràdo ver fo la piazza di Santa Tcìnita: ed unaalcreaì, rierano del tnede^ 
£mOt che fopra altra porta d* un palazzo vedefi nel Borgo degli Ajbizzì 
prtlTo alla piazza dì San Pier maggiore; e quella ancora , che ac&mt nells 
eflerior pane la Loggia della Piazza del grano. Ebbe il Fancelli dall' A>ace 
Fabbroni incumbenza di fare diciocco Scacue per Ja MaelU della Regina di 
Francia I detta la Regina Madre . nelle quali dovevanfl rapprefe^itarc i «Iodi* 
ci Mefi dell'anno» le quattro Stagioni , il Tempo e la Fortuna: delle quali 
è fama» che egli quattro folamenceneconduceder due toccaffero a fare, 
sd Antonio Novelli , una a Lodovico Salvetci t un'altra a Francclco Ge-^ 
nerini» ed una finalmente a Bartolommeo Ceonini. Ne furono anche, 
intagliate due altre dafcultore aflai ordinario, cioè: una femminacbn al- 
cune fpighe. ed un makhio con grappoli d* uva. cioè 1' LQate e 1' Au-^ . 
mnno: le quali reftarono in via di San Gallo nel Palazzo de' PandoIGnì », 
abitato in quel tempo dall' Abate Fabbroni fuddecto* e le poilìede oggi 
H Senatore Ruberto Candolfini pidroiw del Palazzo. Tenne Tua fianza il 
Fancelli in via Ghibeltnia, e poi fui Renafo di là dal Fonte a Rubaconte,. 
ove intagliò le^ oc'anzi nocace quactro Statue . Da luì ebbe i principi del- 
Tarte. da Giovanetto, quel Giovanni Gonnelli. che i.>oi d' ecà dì veiitt 
anni diventato affatto ciuco, operò non ottante aflai bene di, rittatti al, 
juCurale di creta» e. fu detto il Cieco da Gambalfi * di cui altrove ci 
' ; converrà 



converrà pBxhw. Vtflb duariffima FtivceUs fino «IP anno i6ft: nel qat^ 
le ft*«3l di Maggio ebber fine i fuoi giornit ed «1 fuo corpo fìi data U^ 



llttefii della SamUSiiMi 



OR AZ IO M O G Hi 



\* 



%ì . . . • . V/ 




SCULTORE FIORENTINO 

» : 

lytjcepoh di Giovanni Cacctnt ^ nàto ». « . • . ••$« . i ^25. 

Razio Mochi» uno de* di&epoli di Giovanni Caccinii riuCcI 
uno de* più valorofi Modellatori » che arefleia noftra città nel 
ilio tempo . E^ però vero « che tn ciò x:he appartenete al u^ 
gKar la pietra» fu infelice anziché nò : e «noi fentHumo di 
chi ebbe di lui moka cognizione • che a cagione òi «ale fot 
infisltóità* dopo aver egli condótto uno ftupendtf modellb de^ 
due yillani» che ftnno il giuoco del Saccomazzonet per doverne * fevè^ lo 
StacMe di pietra, da porfi nei giardino di fioboJi» ed arendo aHchè data 
principio ad intagliarle» per tema eh* e* non guaftafle il fafib, gli fu lev^itor 
e dato a finire a Romolo del Daddii che bravamente lo condcffe al flaa 
termiiie, come irtibiamo detto nelle, notizce di ini». con if piegare aitcoc* 
che cofa fia, ed in che coiiiiiia quel giodco^r Ma queilo chf e piùi eflbndll 
fiata ai Mochi :a(legnata> ad effetto dì condurre tatet òpera» fWovvìfiono^ 
ragguardevole » aiidie quefla li fietiè iniknie col lavoro . Nel marclK) ope^ 
rò bene: di che fanno tefiimonianza i due Apoftoli» che veggiamo nella 
Chiefa^di San Simone , fcolp iti in marmo da lui »noi> oflaote quella a-* aUrft 
(critto un moderno» in ciò male informato. Fu però fua ordinaria occupa- 
zione il modellare» ejd anche intagliare per la Reale Caller iaflatuettecft 
flette dure » che dovevano andare in fervizio della Cappella di S Lorènaò^ 
urongli ancora dat>a fare i modelli di due grandi Statue x)ìe dovevano 
rapprefentare due fiumi • ed avare luogo una di qua e iMa di là fopra lo 
vafche dell'acqua al principio dello ftradone, che dalla Porta a San Pieiw 
^ttolini conduce alfa Villa detta V Imperiale: e ditèfi, che éflèndofi egli 
in s) fatto lavoro voluto accomodare più a* proprj dettami » i quali egli 
ftimava più Conformi a* precetti deirarte» che a quelli di Giulio Parigi» 
con architettura del quale il tutto in quello fi faceva i non furono altrimenti 
i fuoi modelli meffi in operai ma ne furono latti ^trl modelli da Dome- 
nico e Giovambatifta Pieratti» e condottene le figure t come pure oggi (i 
veggono I non già di marmo» ma di ftucchi e fpugoè ; e noi» a coi fon toc-^; 
ceti à vedere i modelli del Mmthi » ^on poUiaruO' altro credere» fé non 
che probabii cofa iofle* che l'opera del p» imo non poiefle riufcire gran^^ 
fatto migliore di queUa » che feeet poi v^^tt^i fecondi^ Ne- tempi di - 
.. . quello 



f 3 B 'Dec^nJl.deSa'Pm.h MSèa K dai 1 6to. ài 1620. 

queftb artefice operò in Fireiize.an cerco Fibhrìao Farina , t cui fu «omu* 
4}icàco il fegreco di lavorare il porfido. Quefli con modello del Mochi» 
dicefi che intagliale in tal pietra U titracra del Granduca CofiiQO;XitdU 
con bullo, che in detta Real Galleria fi conferva: fìccome conduffei con 
nodello dello fleffo Mochi , RaffwUo^ilurradi , che fu poi Cappuccino , 
un fimìl ritratto del Granduca Cofimo II, che nello (leiTo lu<^ fino a c^ì 
ficonferva . Fu anche intagliata da Orazio l'Arme , che vedefi dentro la «^ 
del Marchete Corfì; ed alla Tua morte, che lj;gul,a' zo.di Maggio itfif. 
leQò imperfetta una fua Statua d' uno Ajace, che doveva fervire per lo 
Giardino di Bobolì , e oggi 11 trova nella pi fua ftanza prefTo al Convenco 
d^'Padrt de* Servi dì Maria i nella quale danza, ed in altre ad eflà contigue* 
hanno Tempre operato fimUi profellbri, egettatori di metallo. Ebbeque- 
fio arcefìee due figliuoli : Francsfco* a cui egli ìnfègnò l'arte fua, che 
riufd buono intagliatore in pietra e in marmi : e quedo Francelco fa 
Quello, che fccequei Cavalli, che fono nella Piazza di Piacenza, cosicele, 
bri e rinomati; fece molto bene gli Animali; modellò afliii per la Cap- 
pella di San Lorenzo, reftaurò ftatue per la Galleria: e fece le poche n- 
y&re di marmo, cheli veggono alle lepoltuce della Cappella CoUoredft 
neUa Nonziaca . Fu anche eccellente commettitore di pietre; dure , e in 
fimili lavori oiolto operò per la medefima Galleria , Non voglio lafciare 
di dire > che nel ricercar che io feci ne' pubblici libri .del. giorno appun- 
to della fua morte di queQo Francefco , che fegul a* 14, del mefe di Mar- ' 
zo ttf48. trovai notato ne'medelìmi, contra il cqftums, che quefii fu uo- 
■tO Angolarmente faceto, ed il primo inventore delle jnafchere da Beco, 
che con tal nome vengon chiamati dal volgo coloro, che mafcberaci rap- 
{Mfcncano la ^rtc del villano. U altro figliuolo d' Orazio fii Stefano, 
che non imparo l'arte dal padre, mada Matteo Nigetci > fra le noiiaie- 
del quale abbiamo data andu di loiqualclte ct^nizìonc. 



RAFFAELLO CURRADI 

SCULTORE FIORENTINO 

*J>tfiépoh d^ Andrea Ferrucci da Fsefole , nato •$■ 

Ìlede ottimo b%g\o di fé fteffo in quefti tempi nell'arce della 
Scultura, RafimelIoCurradi dilcepolo d'Andrea Ferrucci, net 
tagliare la pietra, come fanno conofcere chiaramente tutte 
le opere del Tuo {carpello . Nacque coftui d'^uomo aflài be- 
neftante , che faceva botceg^a dì fornajo nella Villa o Boi^o di 
,, Rovezeano^pceffiididuemiglìada Firenze. Ebbe da fanciullo 

ìaclinazìone al Difegno; che però fu poflo dal padre con Giulio Parigi, 
nella fcuola del quale Ai condxfcepolo del celebre Callqc . del Bezi^lwe 

e d'altri. 



I 



RAFFAELLO CURRADI. 13J1 

e d'altrt, che poi riàfctròno ucittihi d'alfb gridb. Ma perchè egli incline-^ 
va molto alla Scultura , fu dalla gioriofà memoria dèi Granduca Cofimo IL 
accomodatocon Andrea FeiYtied><the operava nello fl!aii2(onie deWafi del 
giardino dt Bobolt, préflo alla Compagnia di Santa Brigida: nel quale ftan* 
zone lavòraranfì tutcam da elTo Andreste da' Tuoi moki difcepoli, fiatue 
di marmo per lo fteflo giardino t ed anche molte di pietra bigia; ondo 
Raffaello fecefi molto pratico in lavorare: è veggonfi di tua mano Quattro 
Statue fui balla tojo àél Palazzo d«' Pitti: e credefi a;ncora , che al tre' ^e 
conduceife » che fervirono per ornamenid della Regia Villa detta Milipé* 
mle,e dello fteCfo giardino di Boboli. Occorfe poi Tarino 1(^34. ob^'^^fi 
dòvefle fare in Firenze la bella facciata del Palazzo* d'Agnolo , Zànbbi» 
Marc' Antonio, e Ottavio Càftelli , architettata d[a Gherardo Silvani; on'^ 
de conofciucafì già la bravura del Curradi 1 fu datò a liA il carico di fare il 
bello ornato della porta» attorno alla più alta parce^ della q^ialé» per ibfte^ 
gno e reggimento del terrazzino fportantè in fuori fece vedere due Arpie ; 
figure intére cniaggiori del naturale, itvslbelIaécapricciofaattitudinifVche 
apportano in un tempo l^efib* ditttto e ftupor^': 'in the erra Taltrér volte 
accennato «moderno autore» ne ir attribuir che fa iquefta lodevole opera; 
^he pure è data' fatta né* tempi di chi ora fcrive» alFefrutci ,■ mdntrenòn 
il Ferrucci; ma il Curradi^ come ad ognuno è notb» fie'fii l'artéfice;; Lt 
pietre /che fervirono a sì bel lavoro , f uron cavate ne' mòìAci di Fiefoléjdàlla 
cava de^Sandrini ,ove dal Curradi furono abbozza te .e quindi fatte trafbor^ 
tare a Firenze dentro al Pala?zo de^tiiedefìmi CàfteJIj r ebbero loro fine* 
Efleiìdo flato dato principio » e già condótti é buon termine la prima ag« 
giunta al Palazzo de' Pitti dalla paìrte di Santa Felicità/ fecei il Curradi per 
adattarli fòtto due finefl:re terrene» dico rolfimeve^ffò détta parte» leaùe 
beUe tette di Lione, che in bellezza e natunilezza e nel cagliò Aeflb fon 
le più eccellenti fra quante he ha quella hobtliflimà facciata . Poflbdè Raf« 
fiiellò Curradi il bel fegreto di lavorare il porfido: e dicono i proféfl^fi di 
quefte arti , che' viflero'ne' fubi tempi, eh* egli fece »1 modello < e diede 
principio di fua mano alla reflaurazione delta grande Statua del Moi$è>che 
veggiamo nella grotta della Fonte in tefta al Cortile del Palazzo de' Pitti t 
che fu prima un torlo antico di porfido orientale» al quale incominciò la 
gran tefta il Curradi, le gambe , le braccia e *1 oofare; e la tefta fermò fò« 
pra il torfo a vite, in modo da poterfì con facilità levare e porre. SimiN 
mente fece di porfido » col modello d' Orazio Mochi , la tefra con bufto 
del Granduca Cofimo II. che è nella Real Galleria: ed un Coloflo, tefta 
con bufto armato a fcaglie , che pure fi vede oggi dentro la medefima • 
Non aveva quefto artefice» dopo ratte tante opere .ancora compiti venti- 
cinque anni della fua età, quando continovando tuttavia, ficcome con* 
tinova fino al prefente i fuoi fpirituali fervori la Venerabile Compagnia 
di San Francefco in Palazzuolo, fondata dal Servo di Dio Ipolito Galan- 
tini, detta volgarmente de* Bacchettoni ; volle il cielo, eh' egli datofi 
alla frequenza della medefima , fubito fufle prefo da tanta devozione e fpi- 
rito, che incontanente tagliatafi una bella chioma, eh' egli era folito di 
portare non fenza qualche compiacenza» e dllmeftb il veftir lindo e 
i'x\^ attillato 



«140 DecenfLll Ma Van. 1. delS$c. V. dal i6 io. al 1 620. 

mìW^tOr fi veftì 4* un flbiulk> l'Orto al modo nfiito d|i quei Bratèlli; fé» 
guirò la frequenza: finalmente, mofio da Divina infpirassione » rifolutofi 
;d'at)bandonac€; e l'arte e *1 mondo» vedi abito Religiofo deir Ordine dar 
Cappuccini t e n'ebbe il nome di Fra Giovanni da Firenze # E jpcrchè il 
Jb^ì (egreco di lavorare quella duriflima pietra non perifle» donollo ad un 
^ertp pome nico Cord « povero ciabattino • fuo compare, acciocché con eflb 
poteile aiutare (uà povera fiimigUi» Siccome feguì; che quefti dtedelo a 
ÌC^olimp Sfdvedrini Scultore^da Caftello. il quateipoi» fintantoché durò 
lapperà della reftaorazione del Moiaè a fpefa del Sereniffimo» glicQrrifpo^ 
jfe CQn prpvviGono di cinque foodi il mefe. E giacché de) Salvemini fi par« 
ìeicdiremòi com"" egli ebbe a finire la detta rSaurazione del kAwh ;^e ul- 
tintamente jgondufie di fiiuccbi le Statue della prima fl:anza del Cortona 
nel: palazzo de' Fitti h col difegno dello ftefib Cortona: e parte ancora di 
qu^lQiìelUalnre .fttiizQ i fopra le quali talora lavorò lo fteflb Pietro, par^ 
|:!Cqlarment^ fopra alcune femminette, abbigliate di panni fi^ondo l'antica 
éOtHAa maniera Romana^ Goi)^ come dicemmo, il Curradi» jafciatì i pa- 
xeojti ale comodità delb propiiia cafa» partoritegli dalla propria^ virtù •• 
d«U'«0etto del ilio Sovrano» che oltre al pagamento di tutte^ U op^vc» il 
pEOVvifioóava di v^micitique feudi il mefe t fé ne andò alla R^jgioB^fir^ove 



eièmpio e d'ammiraitione . Enon è da tacerfi • che per efierfiegli 
tutte le for?.e del corpo allefauche della Religione, e ad una vit^ firaocr 
dioarìa penitente, cadde in tale infermità » che gli funeceiSicio efpOi;fi 
af taglio delie parti da bailo > ciò che egli con memorabile pazi^n^* (wrU 
l^andato poi dall'obbedienza al Convento di Volterra, acciò vi operali* 
d'flabiftro un Ciborio^ il Npn religiofo ti s',accin{è ali* <)pei^t^9 diedesli 
per^Mpae: e per avanti aveva mooeliat« ^i ferra una'Qapanmcci»«r eh)» 
fìon è a noftra notizia fiervenuto ove opitafle: e fina Imi^QtiRff ave AtiAta 
infermatpG nella fieifa città di Volterra, fantimente fe ne^mori^} 









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OTTAVIO VANNINI 

PITTORE FIORENTINO 

Di/tegolo di %ABafio Tonuhuonìy , nato 1 5S5/ -fi^ x<^4l« 




I un ctle Michele VanDiai Fioientina» vomo d'umile 
disionef ma di onoraci ooftumtte timorato d' Iddio, neoquft 
in Firenze ranno della noftra^ute 1 58;. la notte (egueii* 
teal giorno delli 1 5. di Settembre • OtuviOt di cui ora fii- 
mo p^r {Mirlare; e perchè il cielo» che 1^ aveva arricchita 
d' un animo bep compofio » e d' un ii^egno alTai perfpt*» 
<:ace » lo aveva altresì douto d' un bel genio a cofe apparto** 
nenti a diCegop; appena fu a quella età pervenuto» nella quale togliono 
i |>adii provvedere i loro figlinoli di maeltri di quell' arti o fcienze , oer 
eiii è lor defiderio d* incamminargli» che pofto allo Audio delle prime leCi» 
Cere, noniblo non dava alcun Cegno di defiderio o premura di quelle ap* 
prendere; ma rrafcurandone affatto l'efi^rcìzio» ponevafi in qudla vecee 
&x di fua mano con penna , varie e graziole figure. Il che oflervaco $dal 
maeftroe dal padre, diede loro fiifficìente motivo t per togliere il fanciulto 
das\ fittti ftud|» ed ali* arte della pittura applicarlo; ma non porgendofi a 
Michele» pereiòface, altra più aggiuflata congiuntura* per non aver* egli; 
che loutantffimo era da fimi! genio $ cognizione d* altri pittori, raccoao^ 
dò con un tal Mecatti» uooio d* ordinario &pere neirarte fua : il ^mJo 
per eilece fiato da natura provvifto d' un capo non meno che d' uno in» 
gegno ftraordinariamente groffio» eca e da profedbri delKarte della pittura 
e da ogni akra perfona chiamato per foprannome Capaccio, e per Ca« 
faccio da tutti intefo . A coftui parve una bella cofii il vederfi in ooctega 
un fiinciuUetco sì aifennato e fpiritofe» com' era Ottavio : e cosi in vecd 
d^iofegnAfgli quel poco, cb^e^fiipeva» occupavalo del continuo in cfui* 
QUMre mt qua or là per Firenze^ per fiure or quello or quell'altro de'fef- 
vigi di caia fua, ne più né meno» come fé gli fufle fiato lèrvitore fata* 
ciato te foto un tal poco di quando in quando face vaio difegnare» erive* 
elevagli il facto » tantoché fu poi dopo qualche tempo necefiàrio » che il 
padre lo togliefle a quel macftro , come apprefib diremo . Ma giacché ne 
na portato it difcorlb a fiur menzione di Capaccio , non ci par da trala» 
fciare di idar prima qualche notiaia d' alcuna dette fiie gofiezze e fempU* 
citùf affine d> (cemar tedio al noftro lettore: e fargli, a confronto dello 
dtdiolezae dì taf uomo, più chiaramente conoicere, in quanta ftima àtb* 
bano eflere in lui quei donit ch'egli con afiàt magare vantaggio cono- 
fcerà avier ricevuti dal cielo ; non per quelli o altri di si fatta qualità 
diiprt giare t ma per>eflerne giaco ai donatole. 

£ra dunque Capaccio perfona di^gcofla pafta» che il tutto fi erede- 
Tilt ^he gli veniva detto da chi fi InSkt anche affine ex fiuti beffe di lui; 

ondo 



: 142 DecennJl della Tart.L del SecV- dal 1 6i e. al 1610. 

ond^ egli tt% diventato, fra quegli del fup.teinjpo, il fpltezo cM traini- 
lo; ed jo la&iQ'f «jper lo sàigliqre, di lar.tÀnapone in <|ucfta luogo delle 
molte e veramente folennimme burle , che venivangli fatte ogni dì da' 
più fcalm e meno difcreti. Ma perch' egli bene fpefib adiviene» che 
quando fi comincia iii chicchefia a fcoprir la vena di dolce, non Colo gU 
eguali, ma gr inferiori ed i f ottopodi eziandio, mefle da parte le con ve* 
meiiz.e , e perduto il rifpetto , incomincino a pigUarfi gufto di lui; fino 
il giovanetto Ottavio» con tutta la fua modeftia e naturai bontà^, dopo 
aver ben finito di conofcer^la qualità del maeftro, graziofamente il derife 
:talvolta. Avevalo Capaccio {mandato un giorno allo fpeziale per duelib«- 
.Iure d'olio di noce: e per mancanza di vafo, che tutta conteneflè , ave- 
vagli date due ampolle di vetro . Il figliuolo fi portò alla bottega » e prefe 
iPòlio; ma nel tornarfene , fra rimpaccio del ferrajuoloy e l'avere a tener 
runa e l'altra mano occupata in regger i'am polle, portò il cafo,che una 
ie ne roppe: e rolio, che doveva fervire a Capaccio per colorir le fue te- 
Jq» fervi per quella volta per dare il luftro alle ladre di quella contrada. 
Tornato Ottavio, nel raflegnar che: fece al roaefiro unaampolla fola» fU 
dai medefimo interrogato ove fufle l'altra: al che rifpofe Ottavio, .che.li 
mala fortuna fua, per non fo quale accidente occorfoli per la via, glie^ 
le aveva fatta cadere. Allora Capaccio, prefo da gran collera» diede in s^ 
jalte grida , eh' e' pare va fuori di fe: e confondenck) a mal modo il fanciul^ 
io, e con cattive parole caricandolo , il minacciò di bufTe, enon cefTavà 
di dire: DVTu, furfante, come hai tu fatto a romper quell'ampolla, co^ 
tne liaitufiaitto? AII019 Ottavio , acni già era fcappata la pazienza, dìffèc 
Volete fapere come ho fauo ?. ecco eh' io ve lomo(fa:o: ed aperta gentil^ 
mente la mano ,dov' egli aveva l^altra ampolla , fé la lafciòcosà piena cadere 
interra, e così fecegii» come noi fogliamo dire ^ veder provare la comme«j 
4ia cogli abiti, eh' egli farebbefi contenta» di feixtir rappréfentare colla 
fola voce; ne io Ilo qu) a defcriyere la nuove fc:andefcenze, in che diede 
Capaccio y perchè farebbe troppo lunga faccenda , Trovavafi una volta 
queflo pittore alquanto mal dilpoflo di fanità a cagione di certa ripiariezza 
OQppilazione ch'ella fi fofle; ed avendoconfulcatocpl medico, n'ebbe* 
per configlio , il far talvolta alquanto d'efercizio la mattina a buon'ora r 
perchè quedo , diceva egli, avendo virtù di fomentare, nodro' naturai ca^- 
lore, conferiva molto alla réfoluzione degli umori fupearflui del corpo^^ 
Tanto vi volle e non più, per fare che Capaccio, che giovane era el)a«' 
liofo affai , levatoti una mattina a budniilima ora, prefa la via della Portai 
alPrato, fi portade, poco men che di trotto efenza mai férmarfi » fino a^ 
Pìdoja, città lontana da Firenze ben venti miglia . Qoivifermofii aiquan-*' 
fio» e adocchiata una bella fanciidla, foi'teifé ne invaghì; e fu poi caufi^^ 
quedo amore , eh' ei guaridè affatto dell' ipoòondria, perchè avendo la. ria-«> 
gazza, parte dal fuo fare e dire, e parta dà j\otiaifi avoté da altriblm co«* 
Aofcìuta la pada, leppè sijben guidare la ballata^ che e^li imbarcando lèm^^ 
prepiù, fu ^oi folito per un pezzo di trottare da Fioenze a Pidoja tante > 
volte la fètttmaria» quante egli avrebbe fetto, per ca$ì dire» nella pro- 
pria cafa da caioiera a £da» fenza che mai.fi veriifTe a^conclufione ]di cÀatrw 
. ' ^ mo^^ 



OTTjiVlQ VARNim. 143 

monto «e fu poi la fanciulla d'ogni, altro che del piccore/ il quale avendo 
▼educo, eh' e* non era con eflfa terren da por vigna, s'innamorò d'un' ai*» 
tra fanciulla, figliuola d'un caitacciere di r alazzo , che aveva tua abitazione 
in Firenze in Borgo S. Piero in Gatcolino: e quivi era cofa graziofa il ve- 
dere Capaccio, cheper moftrare alla giovanecta ch'egli era pittore, e che 
egli aveva da fare aflai neil' arce fua, macchiavafi a beila pofta con diverfi 
colori il cappello: e ftando a pie della fineftra dell* amaca, pigliava da quel- 
le macchie occalione di parlar di fé fteflò; poi cavatofi di tafca un fagotto 
di carte difègnate di fua mano, cosi (otto il mantello gliele £iceva vedere^ 
dicendo ; Lucrezia ( che tale era il nome deUa £inciulla ) quefie le ho fatte 
io , vedete; e credetemi, che un par mio non lo troverete altrove; men» 
tre non pure la fanciulla , ma eziandio.tutte le vicine , curiofe di vedere 
il ridicolo amoreggiare di coftui, s' aifacciavano alle fìnettre, edlsfacevanfi 
per le rifa. Andava poi a sfogar fue amorofe pallio ni con un certo Carboni 
larto, il quale fìngendo d* avere da poco innanzi alquanto ingroATatoT udi- 
to, conducevalo in una flanza dietro alla l)ottega, ove molti Tuoi lavoranti 
fiavàno a cucire» e quivi gli dava licenza di dar fuori, com' egli diceva 
con tutta libertà i propr) fentimenti, mentre col parlar forte non poteva 
cfllre udito da chi paflava per la via: e intanto dava a vedere a i garzoni 
una ridicolofa fella. Dolièfi una volta fra l'altre, che nel volerli accòftare 
alfa cafa della Lucrezia, alcuni de' fuoi cani malamente lo morfero in urm 
cofcia: e foggiui«Ìe, che non glidifbiacevan tanto i rilevati morii, quaOi^ 
tò che egli ftimava eflere dato queuo un trido augurio pe'fuoi amori «Ma 
v'ebbe fra quella gente chi il confolò, con dargli ad intendere «eflerquefto 
non già un tnfto augurio , ma uno de' più fortunati prefagi , eh' e^ poteflè mai 
defiderare i conciofoflecofachè quegli animali avellerò una certa virtù» di 
conofcere, ove fi volgevan gli affetti de' lor padroni; e cosi avendo beA 
comprefo l'amore della fanciulla verfo di lui efler sì grande, che malea 
loro ftefli ne fuccedeva, moflfi dalla gran gelofia» che è propria di quelle be-- 
ftie, avevangli fatto quell'affronto; tantoché Capaccio, che il tutto ere* 
deva per veriilfimo, quando poi fi vedeva far violenza da quei cani fi ral- 
legrava un poco. Una volta volle egli fare apparire al pubblico l'acutezza 
del fud ingegno, e moftcar con efprelTion di bei geroglifici, a che legna 
fi eftendefie la bizzarria de'proprj concetti: e per ciò fare» fi dipinfe un 
arme in più fpazj divifa ; in uno rapprcfentò un par di fefte, e quefta di- 
ceva efler l'arme de' Semini: in un altro dipinfe un quartuccio» e quello 
per chi avefle avuto il calato de' Mifuri ; nel!' ultimo finalmente fece vede« 
re due ruote da carro, acciò poteiTe fervtre tal' arme per chi fi fofie fiitta 
chiamare de' Carradori; e pare/agli aver fatta sì bella cofa, che tenendola 
appefa fuoiidi bottega, fpendeva bene fpelTo il più della giornata in fullo 
fportellocon tavolozza e pennelli alla mano, foiamence per dichiarare il 
fi^nincato dell' arme a molti gentiluomini, che avvifati del fatto paiTavan 
di quivi appofta. Con tanta lua fetnpiicicà però aveva avuto tanto capi^ 
tale di cervello per difenderfi al pombile da una gran guerra, che per pi» 
gliarfi fpaflodi lui gli avevano fatta certi belli umori fuoi conoicenti, per*^ 
chè^voleiTepjgliar la parte per recitare ad una ior commedia; ma al molti-^ 

piicar 



144 Decetm.ll.Ma^àrt.lMlSeey.diti6ìo.ali6io. 

plioar degli aflalti gli fu forsìt il cedere . Pfcfe h ptrte ch'era di pochilfi* 
4tii verfi» con granfiicicat ed in lungo tempo r imparò: poi fi prefentò al 
pubblico cimento, ftette bene attento a chi diceva, per effer pronto al 
tarlare; ma non ebbe appena aperta la bocca per dir la prima parola «che 
ìsi canna prefe vento, e per molto ch'ei fi fiorceffe e icontorceflè» non 



e toinatofene dentro maipiù non fi rivedde; e riufc) quello lazzo natu- 
rale tanto applaudito dalle rifa d' ognuno , che ogni altro Scherzo che 
avea in fé la commedia , fatto con iftudio, affai ne perfe. Ma fé fi voiefle- 
ro raccontare tutte le femplicitadi , che potrebber dirfi di queft' uomo» 

ione£ 
padri 

il figliuolo in quella danza poco ImparaTa, e molto faticava» ordinogli 
una volta il chiedere al maeftro alquanto falario,per non perdere il tem- 
po afiatto; ma rifpofe Ottavio: Padre mio, non mi coftringete a £ir qiie* 
fio ; perchè fé non fufie , che io ho bifogno d' un maeflro » che fappia iiu 
fegnarmi meglio di lui, io ci vorrei ftar femore , e dare il falario a lui» 
perch'e'mi fa fcoppiar delle rifa co'fuoi modi, tantoché io non fo, a' e' 
mi toccherà mai nel rimanente di mia vita a darmi il bel tempo , che io 
mi dò ftando appreflb a coftui . Di quefto Capaccio non fi vedde mai in 
pubblico» eh' lo fappia, altro quadro, che una tavoletta mezzanamente 
grande » che fu pofta per un boto fopra la Cappella di San Baftiano » 
nel chioftrino piccolo o ricetto della dhieta della Santiflima Nonziata» 
nella qual tavola era dipinta affai fopporubilniente la figura di Papa Cle« 
mente Vili, di cafa Aldobrandini : ed io mi ricordo averla poi più e più 
volte veduta fituata in altri fpazj delle mura dieflb ricetto; e tanto bafti 
di Capaccio . 

Stìette il Vannino con quefto criiliano quattr' anni ; ma crefi:iuto e 
di età, e di genio e di gufto» fé ne partì: e portatoti a Roma ebbe luc^o 
nella fcuola di Aflafio Fontebuoni , nella quale , e colla buona alfiftenza 
del maeflro» e coli' incefFante fatica, che fece nelli ftud) delle opere di 
Michel agnolo e di Raffaello, e d' ogni altra preziofa pittura e fcultura» 
in breve unto a' approfittò» che già divenuto fuperiore al Maeftro, ebbe 

fer bene tornarfene a c|uefta fua patria. Aveva in quel tempoi tanto in 
irenze, che per V Italia tutta, giiadagnata £ima d' eccellenti ffimo pittore 
Domenico Patlìgnani» il quale forfè per notizia avuta da Afiafio dato fuo 
difcepolo » del valore del giovane , nchiefelo di venire a Ilare in fua fcuo- 
la ; e ^1 Vannino defiderofb di femprepiù approfiturfi , volentieri conienti . 
Stette vi molt' anni, fempre adoperato dal Paffignano nelle lue più nobili 
opere, le quali per lo più col difegno dei miaeftro abbozzava, ciocché 
anche talvolta era folito fiure Mario Balafli : e tanto quelle^ abbozzate da 
Ottavio, che quelle abbozzate da Mario, hanno fbrtita poi la buona for« 
tuna di lunga durata; laddove tutte l'akre a cagione dd poco colore t e 

molto 



.• » 



OTTAVIO VANNINI. 145 



molto óliofo% e per ftlcfe caufe ancora ^ chb detcer abbìamd al luogo fiio^ 
e quelle maffimameme^ ove noniìi mefcolata mólta biacca » tutte fonor 
quafi fvanite . Fra quelle che abbozzò il Vannino, fi contano: la belUffi*: 
ma tavofa. del San Vincenzio Ferrerò in San Marco : quella della Ado-: 
fazione de' Magi nel Carmine : quella dello Spirito Santo in Santa Maria 
Maggiore; e la bella tavola de* due Martiri nella Cappella de' Neri , con«» 
cigua al Monaftero di Santa Maria degli Angeli in Pinti ; oltre all' akrei 
molte , deUe quali a noi non è pervenuta certa notizia . Ma tempo era già 
che il Vannino y dopo avere per lungo tempo fervito a quel valentuomo» 
ìncominciafle, come noi fogliamo dire, a giocare per primo : e guada^ 
gnafle per fé medeiìmo quel credito e quell'onore , che egli (otto la graa 
fama del Paflìgnano aveva tenuto tanto nafcoib; che però prefe ftanze da 
fé : e furon quelle , ove radunavafi la converfazione del Beccuto in Borgo 
OgniiTanti . Di quivi incominciò a dar fuori opere lodatiflime^ che in bre* 
ve lo mederò in grande flima fra gli altri pittori, tantoché manca vagli il 
tempo per loddisiare alle chiede, che gli venivan fatte di fue pitture ^ 
Fralr altre cofe, che ebbe à fare, fu la bella tavola del Santo Antonio 
Abate per Andrea del Roflb, la quale veggiamo fopra l'Altare di fua fa«« 
miglia in San Felice in Piazza a man delira: che quantunque, per eflèr fi? 
tuata in luc^o aflai fcuro, non laici godere la vaghezza delle tinte, e là 
fòrza de' lumi; non è però , eh' ella non comparifca fempi;e agli occhj de«t 
gì' intendenti un' opera degna . Per. lo medeiimo Andrea del Roflb colori 
molti ahri Squadri da camera e da Ciìstf di figure e ftorie diverfe ; ed o in&c 
per gènio. particolare, che avefle Ottavio con quel gentiluomo , o che 
dalla libenaitj^ del medefimo fi trovafie ben ricompenfato, appena v'ebbe 
in quel tèmpo alcun altro » a cui potefie riufi:ire l' aver tante fue opere » 
quanto venne fatto a lui, colle quali ordirlo Cua beliifllma cafa m via Chia- 
ra. Fraquefte fu un Abramo, in atto di fitcrificare il figliuolo Ifac, del 
quale furon fatte molte copie : la pioggia della Manna agli Ebrei nel de«^ 
wnoi l'acqua, che fcaturifce dalla falcerai tocco della. Verga di Moisè: 
e iaSttfanna nel bagno: e fono quefte * deli' opei^ migliori di fuoptoi* 
nello, iper éflere a maraviglia condotte ». ... 

Era in quel tempi Maeftro deU Spezierìa di Santa M^na Nuova Ala-» 
raanno Moronti da San Gimignano di Valdelfa, uomo , la cui piacevo^ 
lifiima** converfiizione dalla nobiltà Fbrentina e da ogni .virtuofa per-» 
fona era defideratifliiDa : il quale poi fatto Sacerdote e Rettore della Chiefii 
di Sàn€^ Andrea a Quaraca,.e quella poi renunziata, morì agli.anni addie- 
tro di ^gravcfiima età. Quefti fu confideittiffimo del Vannino, e n! ebbe 
dì fuOf'fteir altre cofe, un quadro en trovi la figura d'un CriAo, maggio* 
tè del; naturale', in ateo di benedire il, pane'; di cui. pure furon fatte co- 
pie a(Ìai. !Per la Cattedrale di Colle di ValdelGi dipinfe la tavola dell' Al* 
téredel Santiflimo Sagt^amento . Ad ifianza di Lorenzo Ufìmbardi un'al« 
tifa ne fece d' una Santa Maria Maddalena , in atto di xornuaicarH , al*« 
kmiale fu dato luogo in una Chiefardi Pìfa . Per una^Chiefa dtU 
laCitti del Borgo a^n Sepolcro .colori .una. tavola d'un CriAo Crocififlb^ 
ipirante, in cui appaclfce gran naturalezza^ a* pie. della/ Croce e. la fu* 

K " Santifli* 



t^6 T)eeennJIdtUa?artJJélSec.V.dal\6ìo.ali6t9. 

Santìffima Madre, nel volto deHa quale fece apparire Ic^ f^iafifiio deleno^ 
le; ma non volle già figurarla fvenuta o femiviva come gli altri ia dipin* 
fero • perchè folea dire, che voriffima cofa era:^ che la> Santa. Madre iftì 
amantiffima del Fisliuolo, ma- reietta alcreii dì cotanta» virtù, che ben 
fiipcvà ogni naturale affetto fuperare. Ed è da notarli , che tale fuo fenti* 
mento ottimamente corrifponde al Sacro TeiUif mediante il quale, per 
le parole Subat juxis Ctucem fefu Matta Maar ejus^ fi fa paiefe, che 
ella non cadde, ma ftètte falda e coftante nella gran piena de*fuot.do^ 
lorì a ^iè della Croce. Noi abbiamo in altro luogo raccontato » che 
per fimile cagione a Cornelio Bloemaert, cetebratimmointagUatore del 
xioftro tempo , dal Maeftro del Sacro Palazaa non fu conceiu) il ?Mi^ 
cetur della beiliffima carta della Crocififiionc del Sicnore, dipinta da An- 
nitrii Caracci, ove vedeafi la Madre d' Iddio ^rew> all'agonizzante Fi- 
gliuolo ftramonita , che riiifeì uno de* più belli intagli di ouel grand' uo* 
no , il perchè fu poi neceffarìo al Bloemaere man^e quel rame in Fran* 
eia. Tornando ora alla tavola del Vannioo » ^li figurò nella medefimt 
anche un S. Niccolò di Bari, ufando la licenza, folica a per metter fi a'pittorii 
di pervertire talvolta l'ordine de* tempi, ad effetto ai moftrare efler pro- 
prio de' Santi il trattenerfi bene fpeflo nella conttmplazione della vita e 
morte del Signore, ed efier col cuore e coll'affetto laddove non fi trova- 




néU' una e nelr altra facciata della Croce dipìgnere per la famiglia de' Bonfi 



due gran quadri di Sacre iftorie, che in vaghezza e bontà poteffero bfen 
corrìfpondere al rimanente dell' ornato della medefima; che però furono 
ali osati uno a Giovanni Bilivert, e l'altro al noftroOttavio . Rapprelèn* 
tò ilprimo il gran Coftantino, porunte la Croce del Signore ; e^l fecon* 
do, P Adorazione de' Magi . Queft' opera , per morte del pittore , réftò 
alquanto imperfetta: ed al poco che mancò, perderle compimento fup- 
pA Antonio Ruggieri , ftato (uo difcepolo \ ma il molto , che vi operò il Van-^ 
nino di Tua mano , non lafcìa d'effer ai bello, che non vengs da! profe£t 
fori aflai lodato, particolarmente in ciò che all'arie delle tede appartie** 
ne { concioffiacofachè Ottavio in qiiefto foflè folito di premer molto » aven- 
do avuto per coilume, quando doveva rapprefentare. figure df uomini di 
ftraniere nazioni, andare in cerca ne' pubblici luoghi de' nazionali ftefli» 
e col folo vedergli, prendevane 1' eQigie^ e fé naiialeva poi ai fuo bifo"* 
gno, cofa, che noi fappiamo aver fatta anche il cklebre Paolo Veronefe* 
Quefto pure fece Ottavio , quando ebbe a colorire efiii tavola de' Magi *, 
ritraendo pel giovane e pel Moro , volti di orientali; e benché i per la 
Accia del Re vecchio* faceile il ritratto d' un noftro contadino , chiamato \\ 
Giuagiola, fu egli uomo d'afpetto si maeftofo, che akro non gli mancava 
per Sirfi credere un Re di corona f che lo (cambiamento de' panni • Dipinfib 
il Vannino per lo Cardinale Carlo de' Medici un quadro da (ala-t in cui 
fece vedere la bella Racchelle, che dà bere al mandato di Giaeob eda' fmoi 
eammelfi* (^lefla ftoria arricchì di belle figure di ienmiae in vaghe atti*- 

tudini# 



ÙTTA FIO VANNIN-L 147 

indilli» con buona eipreffione d'affetti» eeonifiriordintria diligenu . Per 
la cicca di Piftoja condofle una gfan t8¥ola'»e nella parte più alca figoriiMaT 
ria Vergine eoa Geau » Sant' Anna e San Giovacchino » e vaghi Ange^ 
letti: e< da baffo Sema Francefca S^maoa coH'Angdo fuo cuftode » ed 
uh Santo dell' Ocdine4e\Predicatori» Edè da nocarfiicbe mentre egli cot 
loriya efla tavola » un geatiluomo fuo £iinigiiare così gli parlò: Sig.Ottat' 
vjo» io ammiro fea^>re voftro valore; ma io vi prego a Ccufarmi» a' io H 
dico» che quel Geaù Bambino non mi pare che^fia riuicico molto bene» 
Al che rifpofe Occavio : Lafct V. S» il chiedere Ccufa a ehi fenaa intelligen^ 
ea dell'arte aflbkitamente biafima l'opere de' maeftri nelKarce ; non do^ 
vendo ella addimandada ^ mentre fka xrenfora non fi eftende pmito oltre 
i termini del fuo parere» e iaCcia luogo al giodieio de* più penti. Un^alh 

ino nella Ca 

quali apprei 

ve della flèfla Terra d' Empoli » nella Compagnia di San Lorenzo » fu pò*» 
fta un'altra fua tavola, ov'egU aveva rappiefentato il Martirio di San Lo» 
renzo, benché, non rimandfTe interamente finita. Per la Compagnia di 
San Michele di Poncormo» piccolo Caftellccto vicino alla detta Terra in 
Alila ilrada Pifana» è di mano del Vannino una grande ftoria dell' A p-* 
parizione di San Michele Arcangelo» rapprefencacavi una procelfione 
Papale co* Cardinali ; ma quefla pure non redo finirà. Nella volca della 
Cappella de' Brunaccini nella Nonziaca actorno al Coro fono di fua mano 
un Dio Padre e due Virtù, condotte di gran manierale con gran diligenza 
lavorate. Per la cktà di Pifa rapprefencò in una tavola il Tranfito di San 
Francefco . A Francefco Antonm da Bagnano di^infe più tele d'Apofioli^ 
che ritticirono lodatiffirae» e le confervano oggi in loro cafa l' Abate Lo* 
renzo, Simone» e Girolamo Antonio Cavaliere Gerolbl imitano fuoifi# 

f^liuoli . Per altri moltiluoghi e perfone nobili e private dipinfe più tavor 
e e quadri a oKo » che per fuggir lunghezza fi tralafciano . Ebbe anco il 
Vannino uni molto foda maniera nel colorire a frefco; di che quando non 
mai altro» fimno chiara tefiimonianza quattordici beliiflime tefte con bu- 
llo e mani» rapprefentanti Vefcovi dell'Ordine de* Servi, che egli dipinfe 
ne' peducci delle volte nel chtofiro della Nonziata, dall'uno e T altro lato » 
di quella parte di effo, che è congiunta alla Chiefa, le ouali per certo» 
e per difegno e per lo gran rilievo» Gomparifi:ono sì belle, che piìi non pud 
defiderarfi. Le perfone rapprefentate fono : Fra Bernardino de' Bartolom- 
mei Fiorentino Vefcovo di Tiferno » o vogliam dire Città di Caftello : 
Fra Antonio Aleflandrini Vefcovo di Fondi: Fra Diontfio dal Borgo a San 
Sepolcro A rei vefcovo di Siponto : Fra Ipolito Mafiari da Lucca V^covo di 
Mompelofo; Fra Mariano da Firen;^e della famiglia de' Salvini Vtfcovo 
di Cortona : Fra Raimondo Germano Arcivefco vo d' Urbino : Fra Luca da 
Fulìgno Vefcovo di Fuligno: Fra Matteo de'Tefti Vefcovo di Cortona; 
Fra Francefco da Faenza Vefoovo di Faenza: Fra Lorenzo Opimo Bolo«? 

fnefi^ Vefiu>vo di Trento; Fra.Deodato Bolognefe Vefcovo di Ajazzo: 
ra Roberto da Perugia Vefcovo di Perugia: Fra Gio. da Siena Vófcovo 

' K a di Faen- 



14^ DecenuJkdeUaPart I.delSec.V.dal \6io.al i6io. 

di Faenn: e Fra Francefco cittadino e Vefcovo di Padova. Dipinfe pure 
% frefco> chiarofcuro» nella Real Villa dell' Imperiale della Serenimim 
Granducheila Victoria della Rovere» fatti d'£roi di Cafa Medici: ed è di 
tua. mano la pittura a frefco dell' Ecce HomOf che veggiamo in un tabeiw 
nacolo preflb al Convento delle Monache di San Giorgio in fuUa Cofta . 
Bflendo Tanno 1638. occorfoilcafò delia morte di Giovanni da SanGio^ 
vanni 9 a cui dal Granduca Ferdinando U. coiroccafisne dell'avvicinarli 
il tempo delle fue Reali Nozze colla Serenìffima Vittoria della Rovere» 
era flato dato a dipignere a frefco tutto il Salone terreno del Palazzo de' 
Pittii fu neceflkrio far ricorfo ad altri rinomati pittori di quel tempo» ac« 
dò deflero fine con lor pitture al bel jpenfiero fovvenuto, ed in gran par^ 
ce rapprefeutato da Giovanni, pereipreflione de' gran fatti di Lorenzctde* 
Medici il Magnifico^, ed al Vannino toccarono a dipignere quegli fpuzj^ 
che fono dalla parte delle fineftre . In lino fece vedere la Fede» die gli ad<t 
dita il cielo» onde un raggio di luce fi fpicca; mentre un Angelo, che fta 
•pprefib, tiene aperto il libro della Sacra Scrittura: ed iti aria fono Art- 
■eletti volanti, che in mano rejggono regie e imperiali corone e tiare» al? 
ludoiti alla gloriofa fua pofierità : e nel bafamento è fcritto: 

Sacre moii ina/zò c$n regia mano : 

S^uindi fui crin ài due Kegine i Gìgli 

Fiorir dà Senna : e qua $ nipoti e figli. 

Regnar grawÙ fu t i/imo e in Vaticano. 
In akro fpazio dipinfe Lorenzo, che adagiato fopra nobil fedia, nel fuo 
Cafino da San Marco , è circondato da gran numero di giovani » tenuti a 
fue fpeie* per avanzarfi nelle belle arti appartenenti al Difegno: alcuni 
de' quali tengono in mano modelli di rilievo, altridi fabbriche, altri piana- 
te é difegni» mentre il giovanetto Michelagnolo Buonarruoti gli fa vede* 
re la fua beila tetta del Satiro , primo marmo lavorato da lui in età di quin* 
dici anni, che oggi nella Real Galleria fi conferva: alla quale egli applau* 
difce con graziolo forrifo: e nel bafamento fono ferirti gli appreflb verfi : 

Marmi e bronzi ammirar vivi efpirami. 

Ed in tetefcolpiti effètti e moti» 

A*/ccoli vicini ed a i remoti » 

Del magnanimo cuor fian glorie e vanti . 
In altro fpazio finalmente fece vedere la bella Flora, chefiede, con un 
putto appreflb , ed ogni Corta di frutti e fiori . Accanto a quella è la figu- 
ra della Prudenza: e nella fuperior pane fon due putti in vaphi atti $ al- 
ludenti all'Invenzione , e nei bafamento fi leggono i feguenti verfi: 

St illaro alìor le nubi alme rugiade f 

Né più le Mufefofpirar Permeffit: 

E ne' Regni di Plora Apollo fiepo 

Scefe a cantar P avventurofa etade .^ 
Nella quale opera, filtra a concorrenza di Giovanni da SanGiovantUt che 
avea in quella regia Sala fatte apparire opere di fua mano» si moftrò non 
meno il buon difegno e la diligenza fua lolita , che vaghezza di colorito. 
Molto gli mancava ancora a condnr queir opera a fuo fine 1 quando da 

^ . perfona 



^^ 



or TAVl VA NN IN 1. ^49 



ledila (»ni «1 Otsndocft fii ricèrcfttodftTorce a.^inignere una eaHaecà 

terrena à^ una fua-oafii^ ^' ^^^91 ^^ novàménee fabbricata. ìa Firenze «. 

Egli , che GortefiftdiO'era » tifpof^i Be^ pocete rat aver conolciuco damol^ 

ti fegnif cheia hoetfòdi wv^itvi^ mentre ho facce .per voi ttnc'opem 

di mia mano, lafciandoiiealcrei che pure molto mi premevano; .paàac.<H 

cercatevi, che farà mio penfiero il fodiafasrè a roftra dimanda . Tanto ha- 

ftò perchè l'amico s* invogliafie a fegno cale; di veder fua ftanta. dipinta» 

che potè ottenere dal Granduca ,» che alla pttcura del Palazzo fi deflè ripOi»' 

fò, e chodat Vannino a'andaflfeadipigner per effo«i Por tatofi dunque a 

quella cala , -Viide che la camera era murata ta^o difrefco^^che noagU 

era poffibìle il mecaec mano ail^* opera» fenza. eriderM:e pericolo di fua u^ 

nità; onde difle alla pecfiMa^» che conveniva iafekrla alquanto afciugarer 

frattanto avrebbe- iitti; r* eartòrii :* ^e £e ne tornò al lavoro del SiJane j 

Non erano» ancor pallbrS fé non pochi |;iorni ; che V amico, poAolLunft 

mattina^ a biè' dtll^ico'Y ove Oc cavio Ma Palazzo dipigneva ,. comineiò' 

conmbéò, in8iiche.no]; impetuoso, e. minacciance, a fingere il pictore 

a pei^ manoaHapitcuraJdi (uataiutra; foggiugnendo» non pcergli, cbe^ 

per tale effe€co<dove(Ie egliafjpettare, eh* ei fi.vale({e.d' alcri mezzi » chfir 

degli adoperaci fiiio allora i Ma Ottavio a>n ifiraordinaria flemma rifpefer 

non aver mai per ièrvirlo. aviyco bifognodi .mezzo: alcuno ; ma.che exft. 

iua. voloncà il fervire a lui, non alla iua furia: con che volle fargli bea 

eonofcere, chelaibvecchia^pafiiooe, non. egti fteflb, era quella. che cratr 

teneva quell'affare. L'amico fi pare); .ma avendo replicate Tiftanze al Se*: 

f^iflimo Fadro^e*^ fu dopo poche ore, per méczo dì perfona di qualità». 

parlato «1 Vannino e' detcdgli , eifer. volontà éalSereniwmo, che quellajtaL 

perfonat£b({eTervkaf rifpande^però queliO£h*ei.determinava difare, icot^ 

mandi de^ Sovrano^ r ifpofe Otcavio ,^ebbonfi efeqoir e , anche a coftp delln! 

propria vico ; ed io^ fon pronciflimo a fare il fimigliance ; ma vorrei però » che 

tolrapprefencaftea Sua, Alcezza-^ che qucH'uomo vuol ch'io dia. a dipi^i^ 

gnere per lo fpaziò di quan.ro nxeii continui in: una fua ftanza murata di 

pochi* dì, nella quale egli- non iftactbbe per lo fpazio.di tre quarù dVua 

ora- interi: poi tornite da me*con nuovi comandamenti dell'Altezza Sua^ 

che farai mia patte P obbedire. Laquàl cofaintefa da quel clementiflimo* 

Principe, fece sì , che del lavoro. della camera, non maipiù fi parlaflTe :. e *t 

Vannino tirò avanti la fua opera :delià Sjaiajdi Palazzo. Con che volle, far*»- 

ne conofcere quel Grande • che dobbiamo bensì rfcercare gli uficj de' 

Sovrani in ogninoftFobifogni>e>defiderìo,/ma non abufare i medefimi ini 

appagamento, di noftrafregolaca volontà. - .^ 

Tornando ora all' opere del: Vannino» egli pure. nella foprannomi-* 

nata Chiefa di San Michele fierteldi. dipinfé a fiefco per la famiglia del. 

Ròflo nella loro Cappella la prima a.manodeftra.entrando in chiefa, tutt^ 

h volta colle tre lunecte, rapprefentandovi. npÀro Signore Gesù Crifto. 

nella fpa Glòria, che* ftandò a braccia> aperte*, e coagOiocch] volti verfo' 

lateiTa,'pare che ftia godendo delia nobile vittoria di Sani! Andrea (uo 

Apoftolo, il cui martino viene efpreflo nella, tavola , che q (opratali' Al*: 

tire : nelle tr&ltmerte dipin&.akauii. Ajigeli.:.La ^avoifc pACe^del ^i^iitfA. 
t:. I K 3 Andrea 



t^a DecemiJt.deìIàPàrtldetSéc.y.iM 

jfcndret fii inventata e abbosséta d» Jni meiftfiao^ iipcoiiie i dae fda^^i 
a olio> cheli vigono dai lmAdU^CM^Ìlà,m im de' qa»E è San Gio-r 
vambatifia» lÉf atto di addkaK^it Signora: .e neir aitro lo fldTo Signorei 
che chiama San Pietro dfUa baica; na eflèndo Taano i6jtì. occorfo il ca(b 
della morte del Vannino» tamo alla tarala » cht a idiie ^oadrìfudato comt 
pimento dal (bprannominato Afitcxcito Rug^eri» Diptnfe ancora |i frefeo 
U Cappella dello Scarlini d'Empoli» deUa quale di fopra lucemmo men^ 
anione . Vedefi nella vol^ un Dio Padre con atcum Angioletti » e più baflb 
ìrqfiiattro Evangelifti» il tutto £itto con gradr fodezza e dil^nu .infieme ; 
è certo che a que^ può darii luogo firalie più beUe oofe»<(^he véggonfi di 
mano d' Ottavio . Fu Ottavio Vannini vakot* nomo nell^ arte ma» dife^ 
fjàò benHfimo * e con una certa morbideBa » ^ eoo un ritrovar di mufcoti » 
e toccar di panni » che fk conofcere congiunu a grande iotelUgenza U114 
aggradevole delicatezza . Fu nel fua dipisnere diMgentiffimo » e per Io più 
«aò tornare e ritornare £bpm una oota u>la tante voke > che fbrfe meno 
fiiriabaftato; e daquefto per avventara.pQtè addivenire » che le Cue opere, 
tbtcochè corredate di varie eccellenze »ed cfaminate a parte a partenti trofc 
Tino fenza errore ; concuttociò vedute tutte d^ un pezzo<> moOrano un 
non fo ohe dei duro; e queflo pare, che (lpoÌ& dire T unico difetto di 
qoefto artefice . Fu dabbene aflat, quieto» paci fido e rifpetcofo : qualitadi« 
eh' ebber forfè principio da un naturale timorofifikno; mft efercitate poi 
Ài una buona volontà, e da altre belle doti. dell' anioiolba. Fu bensi tanta 
abbondante d^ ingegno e di giudizio, che con tutto il fno rispetto e timor 
se (eppc eoa arguti detti e con £ivie rìfpoike.rtnfLuzzar la petubftza e Tafw 
diredegl'iadifcreti»^ come im parte abbiamo di ifopca moftrato; e come 
particolarmente occorfe neU'efiergli Stsmo ràcxsomaco una vòlta il: tsgxmnf^ 
ce cefo, cioè: Che Giovanni da ^m Gio^^aiìfii (alla: ftravagan^a del cui 
oervetio fempre' fovveoivan cofe torbide >.fanta(Uchei o come fuol dire il 
volgo r fgsinghéTatìffime )t a'era^ mt^flb ad empiere un certo fuo foartafaccii» 
d'alcune fue compofizìoni in fuiio ftik de^Ragguagli di Parn^fo di Traiano 
Boccalini^ libro notoi e pure allora novamente ok ito, e. con nuov^.gg- 
giunte f alta luce« e con tali componimenti, fenz* alcun rifpettOi aVova 
oreib a derìdere tutti gii artefici» che in fuo cempo maneggìavan pennel* 
lo in Firenze; e che fra quelli aveva dato luogo anche a luì, fiogendo efl'er 
venuta nuova di Parnafo , cooie egii un giorno fofle ftato viiltato da certi 
lettori , a' quali avrebbe pure voluto far cortefia d' un poco di i'infre£cQ9 
ma efiendo ftato colto airimprovvife , poco altro aveva m^flTo loro in ta* 
Vola» che un bel pezzo di magherò di bue fceddo» avanzatogli al definara 
della mattina: e che a quefto s'avventarono quei pittocitcome a vivanda 
a loro confacevole e di tutto lor gufto; la qual colà veduta dal Vannino # 
per defiderio di dar loro più nell'umore , tolto di tavola quanto era rimafo 
di quella carne, rifriflèla in padella , e tornò a porla loro innanau : e che 
tanto badò per fìir sì, che i pittori di fubito abbandonaiTero il mangiare, 
con dire , piacer loro le cofe come vengono alla prima cottura, e non rU 
fritte, con che avea voluto moftrar Giovanni il poco concetto eh' egli 
afVea degli alcfi latori; che il canto risoccarjchc €u:cviril Vaimiao Top^m 
^ - fue> 



• '« .. y ; . ì .*.« 



OTTAKIO If'AKirtm. . ?. ifi 



nonrioccnoiaiafto hoi dì lotcoicriTftrci iA.bi^iimQ^difqia^lU'M^ilipc/uoi^ 
Occtvio d«bqwéenttoa;dò rtedontUK^eoQ futAacA^^ ftesmfi iquisM 
a fentfr k novelletta: le poi colfe.m«de<mrifpofei Verafneoce ha lacco 
bene Giovanni à matt^fi m qneffidcimoa tMc^Kii^e aUft^BocGaUna» .|icr« 
ehè così farà egli rin ogni cola fiìAiie a fé fttoflò; meiicre vede, ogn' uomo 
cIms ha ingegno t che egli da gran tempo in <)uà anche ba cominciacQ a 
dipignere alla Boccalina : e volle dice* che Giovanni avevji daco principio 
ad tifare .^uel modo di dipàgnere, di cui iervonfi coloro, che a Mont«>]ut 
pò e altrove dipingono i boccali . Ed in vero» fé vorremo e&minare T uno 
e r altro fentimento » e di Giovanni contra il Vanninp». e del Vat>nXi)o 
conerà Giovanni, troveremo più appropriato al vero qvel del Vaniùno^ 
che quello di Giovanni; perchè il primo co) rifare le cofe fue le perfetiov 
nò talora a gran fcgm>« e quando non mai altro # andò cercando d^l me« 
glio, benché talvolta noi uovafle; ma il fecondo» a cui diede natura un 
rairabil genio a quatte arti re che anche coodufe molcidiine opere degne 
d'ammirazione» non che di lode; dipoi forfè di Aio fapere invanito» da^ 
toG a ttrapazzarCf facene ancora in sran numero, che foJamCnte dalia, ftol^ 
ta g^nteiono avute in concetto di belle» non per alerà da loro conofcior 
ta qualità, che per quella dell' effere fiate fatte da Giovanni da Sa» Giot 
Vanni ? e fon quelle per av v oficcira , che vedute dal celebre Pigerò da Con» 
tona » gli fomminiftraron materia per dar ftK>ri quel bello e moraliflimo 
concetto; cioè a dire» cflèr quelle « a Tuo credere» quel If opere, che Gio* 
vanni aveaiatm dopo eh! e' a^ era avvifio d' effere «a valenci' uomo» 



^ « . j 



W i ft i ì i > iw J U l lt i I i jm < ■ ■ III i l IjK i Jl ii H i i ni ii . . i j l I I j I H^w^w^^"%yiiwiT—i p^ 

GIOVANNI LANFRANCO 

PITTORE PARMIGIANO 

Dtfiepoh d'Ago fino Canacci , tialo 1 58 1 . -élf- X ^47. \ 




• • » - . • ./ \ 

Rafi Giovanni Lanfranco iin nel tempo di fua fanciuUezzat 
fenaa alcun penfiero di faffi pittore» partito da Parma fua 
patria» e portato nella città di Piacenaa» dove in cafa del 
Colite Onzio Scotti , Marchefe di Montalbo » eraii accon 
nuxlato -••'''••"• 



mrwy. W* : i^irito » o forfc da efemplo d' altri fuoi coetanei» incomin» 
eàò a dar luogo' in (e fiefib a ai grande, aquioe a cofo di pittura e dif^gnov 



ieiNBa aletta maeftro 
danno 
eon carbcme 



degrioKpieghi di fua carica ) tracaefieviifi in rapprefpntare io cartt^ 
~.. ^wxbone 4 eanche <bpra . leiteflè mum^ei» :f ne faotafie e capricci t e una 

votcafraiPalfrexU quafie^medaiidié AMè )mfregMid!iiii«iiitfCA.flam(sta4i 

^ . . K 4 e non 



t$i DecemUMaPé^i:kdeiSU.^^ 



che cai lavoro drevacondotcov" Ticiiiò> egli for^e^i^ -cai clonutoda» e:)aetcefi 
cmifofd e cheto ; ma il cortefe Sicure, rion foM'^afficutò^ e:fecegU aisiL» 
mo ^ finir t^ opera ^ e noi) voleiiito r »chó<in:iuiifii]>erde(fe:un A b«b<km6 
di natura» raccomodò appredb ad AgòftiiioCafracci , che appomoifi tco^ 
¥ava in Ferrara a' fervigj^el Duca RamiccioJ • Stette ^ il Lanfranco ap«> 
pìreflb a tal maeftro alquanto tèmpo» e^fìnchè^ncomìnciò a! dar foori pio? 
ture di propria 0Mtno^ e fulafùa prhw, una tavola d'una Vergine'coapiù 
Santi , che allora fu pofta nella Chiefihdi Sant'Agóftiao di quella città • Die*- 
defi a far grandi ftodj datt' opere del Core^io»^ particolarmente da quelli 
della Cupola di Parma, fermaiidpfi con «odo particolare aeU' ìmicazioos 
della bella facoltà > che pofledò quel srànde artefice nel rapprefentar le fi^ 
gure in veduta di fotco^n sii, roiito<ure>ché non bada» che.il pittore in^ 
tenda bene la prospettiva, e fappia con regola ben mifurare le figure in 
tltQ , s'egli non le fa accompagnare da una certa grazia nel movimenco^t 
che le renda amabili; co fa dal Coreggio. aaravìgliofamente ofiervata : il 
quale ftud io fruttò poi al Lanfranco l' aka £ama , chi egli, feppefi fèoipre 
raantenepe in sì fatta perfezione., della 'ouale egli: arricchì iempre i* Qpere 
fue * Seguita la morte d'Agoftino, elTenao 'Giovarmi in età di circa «.a. 20» 
anni, fi poitò a Roma, e nella feuola d' A^nnibale ftce gran modra* di Tua 
virtù; onde fu dal medefimoacioperato neiiepitcuce d'una camera del Ca** 
ftna^n^l Palazzo Fa4::nefe air Arco. di Strada Giulia;, a fu queftg la CAf^/^fA 
de' Roooitì peiuteiìitf ^ nella quale fu folitail Cardiha^diu4)ueik.Cia(ii cxf^7 
tenerfi fovence a fua devozione .. In Roma (ludiò 1' opere di Raffaello, e 
ìfirfieme con-SiftoBadalocohiiRtaglièaiU-^cqua-fogte gran partedelle Logge 
Vaticane, dedicandole ad Annibale loro comune maeftro. Dipoi per lo 
CardfhaierSajnnèfio; nelTuò Caiiuo d^BorgcS diptftfefi d^fCòTiUcune* Tolit 
te iftorie del vecchio Teftaaieiito.« ìe alcrQ.opefe;fe.i:e^^rVo'metìeftm^ 
a olio. Incanto fegui la morte d'Annibale, a cagione della quale fecefi 
luogo al L(anf;anco (|i fqrnatfené aljb patria * cH>ve peJ)aC|hi^fa.del Batte- 
fimo dipinte la beila iftoria del martirio di SanV Ottavio. Falrtì da Parma 
alla volta dlPiac^nza^ dove in Santa Maria di Piazza cq loti a olio e nj^efco ; 
e anche «n San Naz/aro, córrendo allora V anno.ìòìo. *'^Fece ne| y^iomo 
il bel quadro delia morte di Sant'Alelfio , e altre cofe , che tutte (i godono 
pregio d* ecèciténza fra quelle d'altri pittori di cbiarilliàkd nome. Fece 
Cofìofcére altresl-jl valore di fuo pennelloln d4je:fiav6le per San Lorenzo, 
e in divertì quadriceli' egli conduire<pel Conte Scqtti. Tornatofene 1 
Rvtfma fece la beila tavola della Chibfa. delle ^Monachi di San Giufeppci là 
q;ùai#'gli prodaeoiò fama di gi^an pittore vtmtòchègUfurbotlatea fare n(ll4 
Gabpeila de' Buongio vanni 4n Sant^Agoftinb ffer eotroià Volta di efla Cap'* 
fella, il ^iédolb quadro a olio fopra l'altapeii e le pitture ^etlerpartl la tfe«. 
«ali n«t4a Muraglia J Nel P^lkzao P^otificipaiMbnté Ouvai]bi:ebbe i d(^^ 
^ignere nel fregio dell ar Sala Regia la fìoria di* Moisè del miiiicolo della. 
>^rga^- tramutata -in* ferpence^: e quella del Sacrifizio d'i^bramo^ e quefta 
fur ordine iklla-Santici^diiFapa Paolo J/.pier:i(oìoiuè deUquale dlpkife 
• ^»A '^ V -^i anche 



«àehe in Sthu^ Matrix Maggiore nella fm Oppella » fottò Inarcò (inxffrb» tà 
figura di MaKa Vergine 9 in hiogo ond' era^ ftaca totcana^pìttura deiPAn^ 
jgiolo, dipintovi da Giiido Reni » -in etto di porger r abito d Santo Idei- 
tenfo. Drpinfepoi la Cupola di Sàiiif Andrea della Val te, dtftimta gii 
«1 celebre Dittai e DomenidìSnò, che vi aveva fatte l'opere» che nel le ììo^ 
xizie di tale artefice s* è detta. In quelle pitture puote afJFeroiarfi vera^ 
«ente , che il Lanfranco , non foló fuperàile di gran lunga fé fldlb ; mi 
ch'egli. eiponeiic aUa villa degli ftudiofi delFarte una* nobile idea di qtiet 
bello, ai quate pare che polla giun{|ere in cevco lùodo 1' arte medéffmaj 
Per ia fteflà CIii«£i colorì il bel quadro^ delBeato Andrea v ih abito Saéisr^ 
dotale, e ìiella piìi alta parte del medfefitno là celefte Gloria . E' betlHfiaid^ 
lavoro dlfuo pennello la tavola del maggiore Altare deXappucèinh- éy^ 
èMmmacolata Concezione di Maria Verigne; e quello aitresi diHa' Nati-^ 
vita dei Signore. Sono anche opere delle fuo^naoi le pitture délift'Gttp^ 
pelia del ^cra mento nella B^filica di San Paok> fuori delle mura, con i^-^ 
coni quadri a olio^ i quali poi furon levati > e podi in Sagreftia ; e '1 tutto 
eondufie di $\ buon gufto, che meritò d' efièfe iitìpiegàtò da' mlniftìri della 
Fabbrica * per f^re una delle tavole della Vaticana Bafilica { e fu qdélla di Satt 
Pietro eke cammina fopra i' oiule marittime: ed ebbe luogo 'ove prima* 
«ra quella di Bernardo Cadelio , la quale dal tempo era Hata corrofa e guà* 
flii. Intanto diede opera a finire i cartoni de' Mufaìci pe' peducci della' 
Cupola di SamLeone, ne' quali figurò San Buonaventura e San DionHio:' 
e dipinfe a frefco, con ifiorie della' Pallionodel Signore» la Cappella del' 
Crocififlb) eia Cupola, in San Giovanni de' Fiorentini, per quei della 
Cafa Sacchetti» color) pure nella Cappella del Crocififlo li due quadri a òlio' 
dell'orazione nell' Orto, e la caduta del Signore fotto la Croce» colle 
lunette della medeiima> e la Cupola, in cut fece vedere la ihlita di lui at 
fuperno Regno . Dopo avere egli condotte queft' opere ad inftanza del 
Padre Muzio Vitellefchi, Generale della Compagnia di Gesù, fi portò a 
Napoli, dove in tempo di i8. mefi dipinfe la Cupola di lor Chiefa: poi 
per lo Abate della Certofà di San Martino, ebbe a fare le pitcure della 
tribuna e volta della nave, in tefta dèlia quale rappreCentò ia Crocifiilio^ 
ne del Signore : e vi colorì da'lati delle quattro fìneflrc> e nc'triangoli fo- 
pra efTefìiteftre, più figure [a]. Finito queAo lavoro^ meffe mano a dipigne* 
re nella Chiefa de'Santi Apoftoli, le bellifiime cole» che vi fì veggono di 
fua mano. Segui intanto la morte dì Domenichiiio ; edeflendo ftatebuc^ 
tate a terra le pitture, ch'egli aveva fatte nella Cupola della Cappella del 
Teftfror fu data incumbenza al Lanfranco di rifarle ; è però vero, che fe« ' 
condo il parere degi' intendenti , egli » in quanto' appartiene all' accorda*- 
mento, vi riufcì alquanto inferiore a fé fteflb. Per altre chiefe e luoghi ' 
pubb'Iibi e privati di quella città, altre cofe dipinfe a olio e a f refco » die * 
per brevità fi tralafciano. Dopo Tanno 1(546. avendo già il Lanfranco 
fatto ritorno a Roma, fegù) la Rivoluzione di Mafaniello, nella quale' 

molte 



rtM0«H 



[a] Qitefta khfaJftafa tMét modeméme^iti rifatiéi (^ JwrMtié pir'M k dttté 
tmu$$ f re fio . 



1 54 DecmJl dcHé PérfJ. ìlei Set. V. Mi 610. al 1 620. 

Ifiolte opere 4i queftff digniflimo artefice, e &a qaefte la tielk GalleHa^ cht 
figU aveva dipinta per lo Dupa di Macalona » a fùria di popolo. fu data iifi 
preda alle fiamme « In Roma dipmie intanto la Tribuna di Sùn Carìoéef 
iCatinarj » che fu appunto l'uidma fua fattura; perchè venuta la Fefta di 
^ael Santov alli ap. di Novembre dell' anno 1547. egli diede* fine al Aio 
Operare ed al tuo vivere, correndo egli l'anno feflTaxitefimoiefto di fua etit 
f nelU vigilia del gloriofo Sant'Andra, il cui Tempio aveva egli col foo 
pennello tanto abbellito, quanto ógnua fa « Fu al Tuo corpo data fepoltùra 
i^^lkC^hie^a dir S. Maria ipTrafte vere • Rknalè un fuo figltilolo» chiamato 
Giuijis^pe, al quale, fe^ficonfiderano i guadagni fatti dal padre » reftairono 
f(^^ipcri faculOBtdi , a cagton non pare della fpe(a >- a che obbligoBo in 
yiui (a numerora famiglia, eJa geoftro&cà delj' animo, coUa quale egli fa 
folito trattare ^Si e fé med^imo. Tenne Lanfranco,. fino ad uir certo fe<* 
gno:,>le QMi^ieradelCarracci, fé non quanto nelle dilpofiisioni volle atte#* 
Berli al modo del Coreggio , fcoprendo nelle fue pitture alquanto di pia 
ardire di pennello « S'aecoftò molto «1 naturale. Difegnò per lo più coti 
gkQo e cariyme,e talora con acquerelli, ma con tanta facilità , cbe fu ooim 
«larat ìgliofa : ed ebbe un non (b che del Angolare ncW accomodaménaò 
de' pofini delle ftte figure , Scendo apparire in elle , poche -ma bene ^ac4 
conce pieghe, e fenza apparente arcifiaio fecele apparire natiimli» ^. ve# 
le. Recarono alcuni fuoi difcepoli, fra' quali Francefco Pervier, che fu* 
quegli che diede fuori il bel libro delle Statue e de' BaffiriHevi antichi » 
di fua propria roano difegnati, e tnftaglìati all'acqua fisrte . > Queftì por^ 
tacofi a Parigi dipiiìfe la Galleria di Monf la Urilere, Segretario di Stata 
del Re, della quale riportò gran fama. 
' ' • • .'.'■»-■ 

ART E F I CI 

CHE FIORIRONO IN QUESTI TEMPI 

> 

NELLA CITTA DI GENOVA E SUO STATO . 

Rlufd in quefti tempi aflài lodato pittore SINIBALOO SCORZA , ntt 
00 di Giovanni» nel luogo di Voltaggio» da efla cicti poco diftantt^ 
Quefti da giovanetto •: da Batilta Parrofiq cenuto in fua danza » ne' tempi 
folamente che gli avanzavano agli ftud j deiP umane lettere, giunfe a operar 
A bene in difegno» che il padre Tuo ebbe per beaa» levandolo da ogni alf^ 
tra a4>pIicaziooe »di mandarlo ad abitare alia città » appreflb a Giovambacifta^ 
Faggi» che (corca la di lui inclii^aione a ritrarre ogni forca d' animigli e 
di fiori g molto contribuì con {^opria affil^enaa alle lue lodevoli facicfae « 
Applicofii poi il giovane a contraffare con penna le carte ftaropate d'Al- 
berto Duro: e iecelo in modo^che i pittori Ueflì» o^iii qualvolta egli non 

riflettevano <U milldfimo» cbe lo Scorsa eia fotito ». notare in ogni fua 

copia» 



tmiBALDQ SCORZA. Ì55 

copiai pigliavanle per originale* Attefe coftui per gran tein|K» a dipigiM» 
re vafcelli» in fuila maniera del Serrano pittore Milaneib; ed in queuo m^ 
coraficcome in pàefi bene adornati di figure »e.nelia miniatura» giuaie agua* 
dagnarfi non poca fama appreflo a i grandi» che molto ricercarono fo9 
Àtcuret per ornamento di ioroftud) e. gabinetti . Refefi perciò anche molto 
amico de* poeti del Tuo tempo i perlochè non lafciarono con loro inge«» 

Snofe rime di celebrare la virtù di luì. L'apno 1619. chiamato alla Corc^ 
i Sa?oja» parti a i]uelb volta: e quivi per quel Ouqa &oe opere molte r 
particolarmente di minio: e molte. ancora ne conduflTe» che foron man« 
date air Imperadore» e ad altri Potentati d' Europa. Occorfo poi Tao-» 
no 1625. il cafo della gran guerra »acceM fra' Genoveil e i Sa vojardi , egli 
parti da quel luogo» e alla patria fi conduOèt ove tali e tante perfecuzio» 
ni incontrò per opera d* invidiofi profeiTori dell' arte fua» che fiiron ba^ 
fianci a farlo partire di Genova con fuafitmiglia» e ricoverarfi nello Stato» 
di Mafia» ove cortefemente fu accolto dalla demenza di quel Principe: 
finché riconofciutofi il vero delle falfe iuipuuzioni > fu egli abilitato a fi* 
ilire il tempo del fuo efilio per entro la città di Roma» ove pure fece ve« 
dere opere dcgniffime di iuo pennello. Tornato a Genova attefe al- 
quanto ad intagliare in rame alcune piccole figurette» con bei capricci 
ed invenzioni, finché aflalito da maligna febbre nel quinto giorno d' Apri- 
le del 163 1. correndo l' anno qoaranteiimofecondo di fua età» rendè e^i 
V anima al fuo Creatore . 

Ebbecoftuiun fuo fratello» chiamato GIO. BATlSTÀ»il qualeavendo 
fi^ luogo tempo attefo all'arte dell' orefice» poi apprefib a Luca Cambiaib 
diedefi aiKh'euo a lavorare di minio: es) bene imitò ipiccoliflimi animali» 
cioè addire» la formica» l'ape» il ragno» la zanzara» lefarfiilletteefimili» 
che meritò d'eflerne dal Cavalier Marino» nella fua Galleria, molto loda^-- 



to: e quel che è più» eflendo defiderata fua virtù da Filippo IL Re delle 
Spagne» ebbe a portarfi a'fervig) di quella Maeftà» che volle valerfene per 
ornare di fue miniature i Sacri libri » che dovevan fervire a' Sacerdoti nello 
Efoimale^ L'anno 155)9. ad inftanza della Regina Margherita d'Aufiria^ 
ebbe r onore e la forte inlieme di copiare il Sanciifimo Sudario» che fitto* 
V|| nella Chiefa di San Bartolommeo degli Armeni de' Padri Bernabiti nella 

città Moltiflime furon l'opere di q^uefl' artefice » concui 

recarono arricchite Gallerie e Gabinetti di diverh Prelati e Principi in 
Roima e in altre città. Fu uomo d' iiiterì(fimi coftumi» tutto dedito al« 
l'opere di pietà» nemiciifimo d'ognuna di quelle laidezze» che talora fo-< 
gliono rapprefentare co' lor pennelli gli artefici meno cofiumati: e fa 
^riandio di sì umile (èntimento di fé fteifo» che non folo per lo graodo 
applaufo» che in c^ni tempo (enti va efler fatto all' opere fue» non puo«>. 
to invaniva ; ma avendo fortiu dal cielo alcuni anni prima del fuo man* 
care» la grazia di vedere Gr^orio fuo figliuolo» per le fue virtìi» dive- 
nuto» di femplice negoziante» grande e riverito Principe nel Regno di 
Sicilia» non lolo» co^ da lui tichiefiot non volle portarfi a godere della 
di lui grandezza; ma avendo (empre in propria patria tenuto un pofio cto- 
nie , ma aodeftiffima» e abitata uoa paccolacafecta» in quella vdle poi 

conti- 



I S6 DeceukM. deUaFart.t. delSég.V. daliói o. al 1 6io. 

continovare a vivere fino alla motte i che in età di proflb a novanta anni 
gli foprav venne nei i6}j. 

Ebbe Giovambacifta un' alerò figliuolo, che fi chiamò GIROLAMO, 
dà elio pure allevato neir arce del difegno e del miniare, e quel che più' 
importa, nel fanto timor di Dio, e nell'abbof rimento di ogni fuperbia e 
àmoizione,- che però feguendo.i paterni fentimenti, ricusò anch' egli di 
ponarfi a godere delle grandezze del Principe fuo fratello, eligendo in 
quella vece di rimanerh a'fervig) deir antico Padre. Molte cofe fece Gi« 
lolamo di miniatura per privati Gentiluomini di fua patria ; ed aflaipià 
avrebbene fatte vedere il fuo valore in quella facoltà, fé morte, in eti' 
aflài matura, non avefle fermato il corfo aggiorni fuoi • 

CIOVANNI ANDREA. ANSALDO , nato in Voltri V anno 1584, 
4* Agofiino Anfaldo, mercante aflfai riguardevole: actefealla pittura ap-» 
preflo ad Orazio, figliuolo di Luca Cambiafo: e fatto buon profitto, più 
quadri colori di fua mano per le chiefe di fua patria, e per quei contor^ 
»!• Portatofi a Tortona, in brevifTimo tempo condufle una tavob , che* 
ebbe luogo nella Cattedrale, per cui ne venne affai applaudito; on^eaitte^ 
ebbene poi a fare per quel luogo ftefTo • in Genova» nell'Oratorio di Satit«^ 
Croce, iu mefla una nia tavola dell* Invenzione di e(fa Croce. Per TOra- 
tovio ài Sant'Antonio dipinfe un Cenacolo aflai grande, il quale adornò 
con vaghe ptofpettive, conciofliacofachè in tal beila facoltà fu egli mbl-^ 
tu eminente . Mandò a Cadice una fua tavola d' un San Sebafliano, che 
per eiTere piaci uta^molto, gli fi;ioccaiionedi doverne poi fan^ adtre pier <|ueli' 
ipedefimo luogo. NeLdipigiiere a frefco ebbe buona òcanchtzM, e molt^ 
opere fece in Genova lodatiflime , . fra le quali furono quel le della Cap^Ua 
fotterranea di Santa Maria del Monte, fatta ad inftanza di Giacomo SaluzzcP 
Brincipe di Corigiiano. In Cafa di GiacoQto di Negro ftce 1* iftoria^del 
Trionfo di David, ed una diSanfone* Nel Palazzo di Giovanfrancefco 
Brignole, poi Duce di Genova, dipinie 1* imprefe guerriere del Marchefe 
pinola. In quellodi Giovan Maria Spinola , in San Pierod'Arena , in Ga** 
fa Doria , Ceva • Negrone, Imperiale ed aitri • a! ere opere fece. Ebbe 
quefto pittore più volte difgrgzia di cadere da' ponti , e per l'ultima con' 
rottura d' una cofcia: e mentre egli fermo nel lecco di rifanareprocac-' 
clava, non volendo dar luogo all'ozio, s'applicò a fare per quei di oafa 
Lomellini i difegni per le pitture, che dovean farfi nella Cupola della 
Nonziata del Guadato, i quali dagrinvidiofi pittori, e da quei partico* 
larmente, che ambivano d accreditare con quel lavoro i proprj pennelli, 
tanto e tanto furono biafimati , che non trovando il povero artefice di chi 
fidarli in patria, acciocché i non intendenti dell'arte, acquali toccavv a* 
ordinare quell' opera non reflalTero da' proprj avverfar) ingannati, prefe 
partito di cofiituire nel giudizio delle fatiche fae 1* Accademia de' nofiri 
fiorentini pittori : i quali, e fra elfi particolarmente il celebre Domeni* 
co Pafljgnani e Jacopo da Empoli, non folo elfi difegni canonizarono 
per belliflimi e per degni d' effS^ pofti in opera ; ma con* una. lunga Sorit- * 
tura aflegnarono con chiarezza le ragioni .di loro ^iodicaco , a con£rontot 
... j " delle 



GIOVANNI ANDREA JNSALDO. 157 

de^le calunnie degli aTyèr&n'dt'Giovtnm Àndret Anfaldo : la quale Sarit^ 
tura volle egli poi , che fofle data alle fttftit>e> é ad eflb .medefimo c6ccè 
queH' opera ad eifer dipinfii : RappcefibAtò egli m efla JacgJarìol'a Afceai^ 
fione di Maria Tempre Vergine; e U pittura accompagnàtcad si £acceiil»3s> 
carré iuvìenzioni di Mofpettiraf che |)^9 quefte ftefiu t quando tlGa^^ria» 
per altro* rennegli tacio d'incontrare ii ^gemo^i ihdeAderìò e^l giAadt 
ogni perfona . Pervenuco dunquie egli fintfloience in età di cj^nqBtncaqptoto? 
tro anni nel vencefimo primo giorno d'JV^dlo dei 1(^8.. firàiicorforctì'^ 
vita. Furono difcepoli di Giovanna Andrea v Orazio di Ferrari ìfGtovaov 
chino Lazzeretto* Giufeppe Badorracó , e-fiarcòlommeo B*Bb: e i^dli 
nella proipettira fece vedere di fuo pennello opdrecbelliflimeri' - rt 

BERNARDO STROZZI Pittore e Ingegnooer, nacode in Geììovr 
Tanno 1581. di poveri sì, ma onoranti parenti) «. -Qoeiti datoli ne' pie 
veodl anni «llo'ftudio delle lettere, più per obbedir-e ài la «paterna volon-u 
tà t che al proprio genio , che tutto età voUo alla. ]bitt^ura<9 itnalmente» 
coAituito eh' e' f in f uà libertà ^ per» morte del fuo geni cdre, té qs^toUo 
affatto. Si accomodò con Pietro Sorri Senefe » che alioca^pon chiama £1-* 
iba operava in quellz'patria: e in breve diede £eghif di poffèderé cantai- 
edita , o per meglio dire « tanta bravura nel maneggio! deS colori ( ia che 
la: più parte degli ftudiofi gioJiiràni fuole incagliare ailché dopo aver cord 
feiicemence gli afpri fentieri , che portano alla peiffeziohe del diftgno:^ 
che diede principio a condurre da^ per fé AeBò ope re aflai lodevoli. cSode^ 
va di tanto fuo avanizameiito ia vedova^madre» vedéndofi appoco appoca 
fojlevare dalle miferie dei fuo povero fiato 1 mi poco durò per èlTa un£^ 
mile godimento ;• conciofoflecofachè il giovane «ohe: nella fcuoia del Sorri: 
non aveva meno dell' arte del dipìgnere imparata quelli del ben vivere ;f 
giunto in età di 17. anni » così inQ>irato da Dio / veftl Abito Religiofa 
fra' Padri Cappuccini. Non reftava però il devòto giovane, così permei^ 
tendogli i faci Prelati, dopo le folite olTervanze, di dare alcune óre* al* 
T/antica applitazione della pittura» effigiando immagini dlevùte. Fraque*? 
fte conduflfe, a perfuaflone di Giovambotifta Riviera ottimo dilettante dr . 
èofe appartenenti al difegno, una tavola di mezze figure, oV egli* con. 

Spella fua franca maniera di colorito, rapprefentò lo IpofaUzio di Santa 
Caterina . Queft' opera in mano deKRiviera alzò tanto di grido del pit* 
tote, che ornai male li fopportava dagli amatori de U^ arte 1 che una tanta 



virtù fra le anguftie de' chioftrì fteflefi più riftrettai onde fra nuefto e per 
r efperienza , che già aveva fatta il Cappuccino della ^rave miieria , in che 
mediante fua partenza dal fecolo, era caduta <la foa povera madre infie* 
mec^on una fua forella, tenne pratica co* iuo^i Superiori di poterli ritira- 
re da quello dato; e tanto gli fu conceflb, per lo tempo paro folamente^ 
che foilè durato il bifogno della forclla e ia vita della madre. Ufcl egli 
dunque dal Convento in abito Chericale: e portatoli ad un luogo detso 
Campi p che fu già del padre fuo, diedefi a fare fiudj affai , e poi ebbe per 
bene di trafpOTcare fua cafa in Genova. Quivi non folaoiente ebbe da; 
•pesare per quei cittadini i ma fpadafi in breve da per tutto la fòma di ùio 
^ j valore» 



1 58 Decenn. Il della Par t.l del Sec. V. dal i ^i o.al 1 610. 

valore ,. incominciò ad avere non pocii6 cófsmSffioni d^ opere graindi per 
pabblici Inogiii:. Fece per le'^onaekedi Santa Tei'efia in Bregara la ta^» 
vola del maggiore Akare di lor Chtefas una fimile del Beato Felice per 

Sélfat; della Omcexionet un Cenacplo per V Oratorio di SanTommafoi 
caltremolte ne cok>tk,clw per brevità fi tralafciano. Datofi al dipigne» 
rea^frefoo» dipihfe un falotto a Giovanni Stefiino Dòria nel fuo Palazzo 
pneffiara San Matteo; nella quale opera fi portò si bene» che guadagnau 
a^giaa fegno la grazia di quel Omltere • ebbe per fuo mezzo a Are le 
piccuxe del Coro di San Domenico « dove rmpprefentò il Signore nella fua 
ulona,^ in atto di voler fulminare il Mondo» mentre la Vergine Santiffi* 
ma il ritiene; kvoro , che tantopiù maravigliofo fi refe» quamto che m ca- 
gione dell' ofcurità del luogo cagionata da* ponti, che venivano fuperiori 
alle fineftre » ebbe egli a condurlo tutto al lume della lucerna. Brafi egli 
per lo valor fuo gii condotto in tftaco di molta gloria » quando gii oocone 
la morte della madre» onde fecefi luogo a' fuoi Religiofidi rivolerlo ai 
Convento ; ma qual fuoco » anche di forveote vocazione » non può e non 
fa intepidire f ie non affatto eftinguere» il mefcofatrfi col mondo? Quefto 
fu al pittore » pia troppo fcaduto dagli antichi fentiroen ti» un colpo mor^ 
fab; e.Iiibito ihconnnciòa rifpondere a quella chiamata con^var) pretefti 
di igiufia; negativa . . Furoncontinovace rinftamze , a.proporzione delie quaU 
furonidaedb moltiplicatele repliche» finché trovò modo di fiu: penetrare 
alla Santità del Papa le proprie repugnanze; onde unito ad un^ onorato 
dono d^unCavalierato» ne n{>ortò iiaohe fperanza di averfi a poter gode«* 
re. leoitamente fuori della Religione la propria caia . Ma quei Padri temen^ 
do» che 9Ì fatta concellione nonfbflQs per eflere ad altri. efemplor in gra«» 
ve piregiudizio dell'oflervanza ftefia ; ottennero» che a Bernardo fofle da^^ 
ta rielezione d'una Religione» qualunque ad efibfofie per {Hacere» nella 
quale fìra'l termine di iei mefidovefle egli ritirarfi per lo rimanente del 
vivere fuo^ Accettò egli di buona. voglia la conceflione » e rifolvè di ve- 
ftirl* A^o de' Canonici Regolari Ago Ili niani di San Teodoro ; ma oerchà 
ciòr repugna va alle coftituzioni di quei Padri» .che fenza licenza del Capi- 
tolo Generale non potevan ricevere alcuno » che folTe fiato d' altra Religio^ 
ne» non potè egli effettuare . Pafliirono intanto i deftinati fei mefi; e i 
Cappuccini fecerio chiamare ali Ordinario» a titolo di difobbedienza: o 
comparfo vi » fi trovò fatto prigione > con ocdine d' efiere di fubito con^ 
dotto al Convento de' Cappuccini in manoxle' Superiori^ Avuta di ciò 
notizia i fuoi congiunti e partigiani » deliberarono di portarfi a fax vio* 
lenza alla corte per torgliergiiele dalle mani ; ma ciò fu indarno, perchè t 
mentre fi preparavan le cole » egli fu condottoci Convento» e pofto in 
una carcere » ove fenza poter vedere nefiiino » convennegli confumare 
molti mefi» e per lo più iempre infermo . Uno fu però fra quei Padri aflai 
vecchio» che compamonando la> miferia d' un tanto vi rtuofo» alcuna co*;| 
modità gli diede di potere fi:rivere a^fuoi parenti» amici» e più diletti 
difi:epoIi» i quaU in primo luogo tentarono una notte di rapirloper forza 
d' uomini in gran numero ; ma .ciò loro non venne fatto ; e al povero 
Bernardo ne tornò la. peggio coll'efifere^flate raddoppiate le f<;rmcuie della 

carcere » 



. \ì o3EM;NARJ)X) STROZZI. 159 

Qtpeew» ^ egli pritftto «Alto delk oomUAuSwy^h ci» |)riii» porg6««dt 
il vecchio Frate. Guiiidimi Iddio» dice iluroverbiOy.dachialtrocKinm 
die uo penfier folo^ Seppe^ è uavòjaodo BecnardOf itiftoorainai diipe« 
uto al tuo fiMmpo 9 di fingere una si fana mucazionaditpenfietri » una otlo 
devozione » obbedienza # inorcificazione » : a uà talciaiiDrei e At peiùaenza 
e di croce» etve goadagJiatofi V affetco di quei Keiigìdi» fu da' medefimi 
abilitato fino a portarti con un compagno a vificare fua fiirella . ÀndovviiP 
o dopa i debiti faluti» finie (.come xacoonta Raffiello Soprani) pomrfi 
0Dae£bi in altra ftanza por bifogno di connunicade alcuni Cegreu di- fu* 
cafar e quivi fiittafi tolare la barba» vefticofi in abito di Prete, per un'ala 
tra porta fé ne partì» né maipiù.fi rivedde. Era già vieina Ja fera» onde 
il buono e fempkce fuo compagao fece cenno» che fofle ornai teaipo di 
ritornare al Convento ; e n* ebbe per rifpofia ». che il Frate gii a' eca mh 
viato per altra via . Puote ognuno iuuuagiiiarfi in. che (luto fi rimaneffo 
allora il fuoi povero compagno. Corfe fubito a farne avvifati i Superiozi: - 
né è fiiotle,a.dire>» i|uali diligenze.fi faceflero da* Cappuoetni per ritrovar- 
lo » quando Analmente s' tntefe eirerfene.egfi foeppato a Venezia» ove fot* 
IO la protezione di quei Nobili (tette lo rimanente del tempo di fuavita». 
operando molta in {uttura» è affiitìcandofi eziandio neir efercizio dMiw 
gegnere • Chiufe finalmente gli jocchj a quella iim< in cffii cittàndi V^nfrf 
zia agli 15. d' Agofto il feflanteÌQmofefto di Tua età « brave al certo» e pòco» 
invidiabile da chi bene intendeil pericolo» a che quefto virtuofo fi fiottopoi*: 
(e di pmrdere colia vita temporale » anche V ecerna : e fu al fuo corpo otta 
fepoltura nella Chieia.di Sanca Folca . Furono difcepoli di Bernardo Sttciz^ i 
ai» Giovanni Antonio de' Ferrari r e Antonio Travi ,. detto, da Sefiri • 

GIOVAN MARIA BOTALLA» detto altrìmeati» RAFFAELLIHa 
BOX ALLA: fiorVancor' egli in Genova circa a quefti meddimi tempii 
Qpeftf forco la proteziooevdeir Eminentifiimo Sacchectl pofto da fanciul«* 
lo focto la difi:iplina del CortoiMif incominciò a dar fegni di talprofittot#f 
e a quel Porporato prometteva tale riofcifia di fé»: che non ipixi Gio.Ma^^ 
ria • eoa Randellino tii foltto chiamarlo ;. onde poi avvenne l' mere egli peo 
tal nome quafi da ognuno tafielb. Studiò cofim. molto in Roma, e nellar 
calàdi Napoli.molto operò» non meno a olio.cfae a frefco. Tornatofe^j 
ne alla .patria vi fu al&i adoperato. Aveva egli finalmente per Agoftètt 
no Airpli dato princìpio a dipignete una Galleria , quando affalico da gaa»; 
vje Jndifpofiziane» alla quale uè per mutazione d'aria, né per via d'altro 
rimedio. aoa fu poffibile fare ofiacolo, che. nulla valcfie» gli fufocca ve* 
nire in potere della morte» e ciò fu nel KS44. . 

LUCIANO DI SILVESTRO BOLZONE /nato in Genova Fanno t^.. 
ne' fuoi più verdi anni lenza alcun penfierodi furfi pittore» actefe alle ìtt^t 
tere« Qui (idi col. praticare eh' e'fibceva in cafa di Filippo: Ber coIoctOé.ft^o/ 
zio materno» Ritrattifia, affezionatofi all'arte # $! applicò ai diicgno » findkè 
fptco la protezione d' Alberto Cybò Principe di Mafia* gli rìufcì d'effisr. 
ricevuto nella fcuoia di Velerio .Corte.. Xflncennefiin efia gran tempol 

... fenza: :.^ 



t6o DecenèJrj9Hii\P4èildélSic.VJàlì6to.aii6io. 

ieiuKL d^r fegni^di 9iioUor«at«rè^«o»<i^ opeM tfételt; aii^chè nò : 
Non ia(ciava.periki\C0 lUflSritpifaUoiftudiitfe; finché fiiialmeiKe col fiivo^ 
n^àiX^o.i^tìé.JÌosiàv^ c\i^:v^ vìnu ramict 

debolcu) nelle difficuloà-deirai»^ ioGominciò axlar .ftk^ri dt fM mtaa 
i)peM.itttie«je*xltratti foénigUaniifliaii; >Per la Chie& di San Qiufeppe fece 
k «aVola dei San FranceCco><;Iie ciceve le Sciaiaw, e quella poi venne in 
potere dèi già nominato' G io. Ca^o Djopia. Portacofi a Milano» affai xicrat» 
ai vi cibori» e pacricolarmente.oopgUidi DonjFederigoHenrìqueciGaver^ 
aatore àel Cailellodi Milano; del papengin ^ ìGnifepale dell* [mpeiraicore^e 
éei Duca OtcavioiPiccoiooììni : XJ;non ibio vi dipinfe più akrif quadri ; ma 
partendofene alla volta della* patSria» porco ^n feco ordini « «commiflloni 
df^ltà molti i a^' quali dìedafinein'X>etiova> pvejflai.ebbe.éa^operafe daf 
inai concittadini . RitràfiecToipfDaib 3tigt'a<iii e '1 cdebttf «Gabbrielic»^ 
ra : e queflo ritrattoebbapoi' lttogjo.nella Galleria di <UiÌMno VI IL 
pare ili Padre Kicoardi dell' Ordine de' PredÌGitori • celebre per- 
éotmna.- e?l Principe di Maflà^.tl:quale4inche fece due<tavòle»una4lctk* 
Santifiìma Konziata» eiinadi Maria Vergine con Gesù:B«DbÌno4i:arle* 
bfflOGiavbhe furono aliai, lorlate . Ebbe anche a^fiir e. i^ritcatti «li Aiolrii Qa^ 
vflllelDi e igraa Pxelati » e (quello eaiandio del Padre FcaTommafo dà HTreb*» 
bÌBiiii>VaÌMJn.etàdiceiiix> anni fin^ faavita jn;coikcetto di (antità-noa 
onAìnavia^ e cale ritratto fu poi dato alle. (lampe jddn'ihcas^ò dìiMiohe^ 
laùis Franiseie . Altre moltifliine opere condufièro ifuòi pennelli, che fu« 
con mandua ici ; d ivecfe Provincie d'Italia t e ; in^pm- kioblù della^ Liguria* 
Aefia. É^ diiioal liiarvo^kL tàvola delSan Vincenzio Ftmro» quantfo in. 
fancinllefi:aìetàjpredÌGa;alla<prefenza del maeftro le «de'diioi condifcspbU / 
Per la Chiefa di Santa Maria di Caftello fece la tavola della Concezione» 
ébe:fti;^oRa nella Cappella^delcSantifr. ISofluto «iiSan' Domenico /'quella 
di Santa Chiara da Monte Falco iniSanSebaftianù : e quella àA Battèfimo 
del Signore ,* eoa altre due de^fatti.di San GiovambatiftaJn^ Santo Spiri'-- 
to. Dando egli finalmente compimento a4>uin0grlin' ca.volaa!ella'Niic^vJtà- 
del Signore , jche* ipoi fu . pofia mella i ChSefar delta* Samifli ma' Konziaca. del 
Guaflaco: e. trovandoli aitale effetto ntcìcriaprarJai^o (baione^ nel fai e cOl* 
piede un non fa quale mal penfato^'movicdeocó/ pnscipicande dalia cima 
atterra,' reftò da sì fatta percòfla^ofòfoineLcapOivqheùn brevi giorni ebbe 
£ne il vivere fuo. Pofledè quefta irteftce: npii* ordinariarperizli nel co* 
nafirercle maniere de' pittori ; bnde^potè]! <3iac«inp Lx>mellìno per fi» 
Galleria fare una bella raccolta di gran numero- di ouadritde' più eccellen-' 
ti maeflri; jed altre perlbned- alto» afface^uifurond pure per s) tatto^fervigio 
la fua opera. Non folo valfe molto» .comò dicemmo» in far ritraiti di 
ordinaria grandezza; ma quello, che era più (ingoiare iiì efib, fu il ritrarre 
da.1: naturale ì .volti ..delle perfone in -^taótb fjpazio , quanto appunto faria 
potuto reftar.coperto dà una lente: i quali ritratti » cheTiUKirono fomt^ 
giiantiifimi f eran poi iogati in anelli (otto jqualchepceziofa gioia . Refta*^ 
i*ano più iuoi difcepoli y fra' quali Glovambatifta e Carla Francefco fuoi'^ 
figliuoli» Giovambatìfti Monti» che fece bene di ritratti/ GioyambatiAa* 
Mainerò» GiovacchinOiAxeretò».Gio.^Antonii> Va&Uo pure ritrattifta» 
e anche buono inventore. GIO- 



eiGf^AMBATlSTA CAPELLINO. i^i 

eiOVAMB^TISTA CAPELLINO, nato in Genova Ptnnio is%o. tra* 
fitudofi nelU fw primi 4cà mal(o inclinato ti dt%na, fu acconiDdaco ap* 
preifai a Giovflwbacifta Paggi i il quale vircii0Ìkmcnte.invaghico della tab^ 
defili;» le^tadriayedelgninofo convertire del gióvaneito» affitte per mof« 
dò a' primi ftud| di luì • che non^ aveva egli ancora compito il quarto lu^ 
ftrOr che fece vedere in pittura la 1)eiroi»eradel martirio di San Scbaftia^ 
no fieila Chiefa di Sanca Sabina » condotta in falli maniera del maeftro fìios 
poi per la Chiefa di San Martino in Bifagni, una ne color) del mmirio 




dbl Santiffimo Crocifi^, apprefTo a «ut fece vedere la Santiffima Vergìtoo 
con più Angeli» in ateo di veftire il Stnro degli abiti di Vefcovo . La tàn 
y^a poi che egli ooloii in Santo Stefano » ove rapprefencò Santa Fran*» 
4erfca Romana» che miracolofamence r^ituifce la &vella ad unafanciulb i 
li guadagnò la lode d'opera veramente perlecta. In. San Siro furon podfto 
iue graziofe tavoline di fot mano per entro la Cappella del CrocifiCo | 
nppr^fentanti miiler) della Paflbne del Signore. Altre molte opere fece 
quefio artefice ; e finalmente giunto ali' etè di fettabtuiw anno, affalito de 




dopo 

tore^ Fu ii Capellino, lin dagli anni clella fui puerizia , dotato d' una mi 
/avigliofi mod^it : la quale congiunta colla vaghezza del volto, omaco di 
chioma naturalmente piegata , e del colore dell'oro , hiceva in eflb un com^ 
poftp di grazia da non poterfi cosi facilmente defcrivere ; ma quello che fit 
più ammirabile , fi fu , che tale fua bellezza, non punto alterata dalle rugho 
nel volto , durò a ricono^Derfi in eflb ( cofa che rariflime vc4m a' è veduta aci> 
cadere) fino al Pittima v.é<rcbiMzai talmeneeohè era egli già pervenuto qoafi 
al felTantcfìmo anno di fua vita, che appena dava fegno d'avere l'ottavo hmro 
compito. Sarebbe cofa lunga il narrare, qual fofle fempre data in lui lance* 
cezza e Undura della perfonat alle quali faceva andar di pari i proprj difcorlt 
ed ogni altro fuo fatto o gefto . Egli è però vero , che in fimile fentimen« 
to fu cogli altri $) aufìero e fcrupolofo , che olcre al diventare inquieto in 
fé fteirp, fu fempre a' fuoi fubordinati grave e nojofo. Non poteva jpati« 
re di vedere, non che di toccar cofa, eh' egli apprendefle avere in le al- 
cun fegno di fchifezza » benché fofTero cofe mangiative; onde s'egli avve- 
niva, che alcuno venditore di sì fatte cofe , come di carnaggi, caci, fa- 
lami ofimìli, nel contrattare con fue genti in fuacafa , avefle tocco alcuna 
coia, o fofle ftatoil venditore da efle (lato tocco, faceva di meftieri, che 
la cofa toccata, o quella mano che tocco aveva eflo, o la mercanzia di 
lui, fubito n lavaflero ben bene, per toglierne il piuttofto immaginato, 
che vero male odore. Ebbe per legge indifpenfabìle di non por mai fua 
mano fopra moneta di forte alcuna , che gli fofle data , o in pagamento 
di fue òpere, o per altra qualiìfofle cagione, fé prima non era flata per 
mano de' fuoi creati ben bene lavata, e talora non contento di ciò, s'inge* 

L gnava 



i6i Decem(Jl.deUàPartJ.d€lSec.V.Mi6io.ali6io. 

gna^a di farla fpéndere per alerà toanot jper non avetfa a mane^iar pun- 
to : e avefle guardato il cielo » che alcuno de' fuoi giovani > porcatofir 
alla fua ftansa, aveffe o punto o poco sbattuto m terra il piede, o foofla 
una particella del proprio mantello r perchè fubito erane da lui forte ri- 
prefo» qualichè avefie folle vara polvere» con cui venìflero a rimanere \m^ 
Drattati gli arnefi e le pitture ftefle. Se talora per entro la medefinut ftan-. 
sa mandava alcuno a pigliare o carta o libri » o qualche fcatola o vafo 
/ di colori » era il primo precetto eh' ei dovefle andar guardingo nel muo* 

▼erla di luogo: e poi còlla ftèUa cautela riporla al proprio pofto» per non 
ifcuoter punto la polvere » che vi foife ftata fopra . Lafciò una volta dlado* 
pierare maipiù una fua cappa, folamente per lo timore che un fanciuUot 
eh' egli aveva cafuàlmence incontrato per fftrada, carico d'un' ocre pietu^ 
d' olio» nel palargli dappreflb non gliele aveflè tocca .^ Ebbe feaipre giurai 
ta nimiciasia col tango delhi via v onde non è poflibtle a dire » con quanta 
efaccezza egli ufaffe portare il piede, quando dà neceflicà veniva obbligata 
a camminarvi; e con pari premura raccomanda vali » o a chi l'accompa- 
gnava o pa({à vagli vicino , che £acefle lo fteflR) per non imbrattarlo . la udii 
una volta dire a un grand' uomo , eflère difficilìflimo talora il diftinguerc 
nelle perfone la virtù dall'umore; cdiache veddefi bene avverata in co» 
fuAi imperocché chi penerebbe mai, che un amore j^ pulitezza ftata 
in eflb sì eccedente, in un tempo medefima degenesaiTe in una fordidez» 
aa infopportabile ? E pur. fu verof pofciachè per lo fteflb fine di non imp. 
brattare con polvere cofa che fi fb{fe« non volle mai che fi fcopaile la (tan** 
sa del fuo lavoro, né tampoco la propria camera: nella quau^ quafi non 
mai permefle che entrafle perfbna, né meno per acconciare il letto, la- 
fciando in dubbio, ie nel corfo anche di qualche anno foflero ftate mai 
mutate le lenzuola . Tanto é vero, che quella virtù, che non va con* 
giunca cotla prudenza, a gran pena di virtù merita il nome; anzi dee (em-^ 
pre averfi per fofpetta o di vizio o di fÌMìtafl:ico umore ^ come poc'anzi 
accennammo» per detto di quel grand' uomo, E tanto bafti il dire dique^ 
fio anefice» 



DELLE 



««J 



D E L L E 

NOTI Z I E 

E)E PROFESSORI 

DEL DISEGNO 

DA CIMABUE IN QUA 

DECENNALE Ut 

DELLA PARTE L DEL SECOLO V. 

1>AL ^DCXX. AL MDCXXX. 

P. FRA GIO. BATISTA STEFANESCHI 

DI RONTA MINIATORE 

Eremita di Jffdttn Senario ^ nato 1582. ^ i^59* 

Acque il Pad» Fr«Qio.BMÌJU> che al fecolD fu chittntco 
Marchionne.cioèMelchiorrei l'anno di noArt làlutei58i. 
d'un ttlmtefiroFranceicoStefiinefchi muratore daRonca, 
piccolo cafielletto del M^llo , lontano circa venti mi- 
glia dalla citcà éi Firenze; e non prima fu egli all'età 
ai ventidue anni pervenuto* che mofib da Divina iCpi-y 
razione , fi rìfolve di darti al lervizio di Dio nel làcro 
Bremo di Monte Senario in Mugello della Religione de' Servì di Maria. 
Veftl^Ii adunque il facro Àbito l'anno i(fo4. a' »5. di Marzo, e agli ii. 
d' Aprile del 160; . cioè compito cke egli ebbe il folito anno della provar 
2ione, nel giorno di San Leone Papa, fece nel medefimo luogo la Pro: 
ielEone folenne : e dopo 19. mefi» cioè il primo di Genntjo del itfcd. 
La celebrò 



fS^ DecemM. della Part. I, delSfc» Kdali6ia,afi6$ o. 

celebrò hi fua prima Mefi. Non we^z mai il giòvanei fino al leppo che 
'egli encrò in Religione, attefo a cofe di difegno né di pletora; ma^ perchè 
egli è proprio delle menti ftudiolè» ed anche de'pradenti Reltgiofi il far 
]gran coHto degli avanai» ancorché piccoliflimi r del tempo (che in una 
DTéve vitk> quale è quefta noftra» non lafciano d'efler preaiofi ) per quelli 
impiegare in alcun virtuofo divertimento; il noftro Eremita,, a cui non 
"shancavanè ingegno né bontà, davafi nelle poche ore che gli avanzavano 
tfopo i Divini Ufiaj e &nte contemplazionir proprie di queliiftitutOyaireler- 
^izio del dii^gno, tirato daiin certagenio ch'egli aveva all'arte del mi-* 
aliare ; e fatta amicizia col molto eccellente pittore Andrea Comodi Fio^ 
ientfno; procurava pvrtjuanto glWeniva penBeflbdaU'obUigodifuarftei- 
i%tdfa ofleryaiìza» di con^rire coneflcx^ni ftttdio fuo . pa q^uefto ricevè 
•pU4 veri e-Auoni preMCti dell^asie4nedefimefquantunqìK aon pocaAti^, 
lità ricavafle'dalilamicìzia e prapcache ebbe ièmpre co) Lrgpzzt» pure an- 
che tffàt pittore diMganti^o: t poi col unto ^labf e Pietro di Cortona r 
«el tei^o ch^ egl t f u ^ a Firenze a' fbrvlg) de t^ereniflima Granduca . £ 
(cóme quegli, eheioUre ali'aree del miliare ^era dal genio fortemente por- 
tato alle cofé Idei dKegAÓ ; iti brève tempo cominciò ad operare bene ia 
pittura» e ottintanieniWr e forfè fenat eguale tiel fufr tempo r nella mi- 
niatura » nella quale r con direzione e afliuenza d' Andrea liro maeffro r per 
io>tiiij|)o che viIRe, coAdufle opere Inafibilt , li dopo fa dilui^ofte jatnqsra; 
Arrìdi a tal fe^o k'eofceltgnz^ di ||uwoa(tb4cet cheilSeiMiifl^ii^ 
duca volle di fua mano più opere di minio » le quatl fece coìtocare nelfa tua- 
keal Gellefia> dove alcune fi confòrvailo Mlo&ra » h magi^orlforielil prò- 
i^orziene y che ulcidero dalle mani del noAro^vaforofo Eremita. Quattra 
quadri d^altf6cttrtti';^aii<liffimi:pittort/tiicravni |^edat| àaììt Serenici» 
ma Cafa, gli fervlrono d*^ originare t imo Fu d^Ani^rea del Sarto r in cui 
'queir eccellente maeftro. aveva rapj^refenciitp Sant'Agoffina^ e San Pier 
jnartire in atto di difputare dcH'aliiffidioi tMèio dilli Trk\itè » che fi ve- 
de (ituata neUa parte più alta del quadro « e vi è,ai»:ora San Lorenzo e 
San Francefiro/edtle altre figerb ^enuiieile^ Santia- Maria Maddalena, e 
San SebafUano. Creila è la famofa tavola^ che flava già nalla Chiefa de* 
Frati EtÒrtìtanr Oflèrvantr di Sant^ AgofHito fuori della Porta a SAn Galky , 
che pQi demolita inficme col Convento per F ailèdio dell' anno 1529. fu 
trtf(polrtatà in S. jaiécppo tisT Fdffit biogo «enutò' da"^ midefimi Fmi : e di 
^•per falvarlttdairittondaaaone iAcÌÌ$5t\ aooifftibggetcatquelIaChiefìir 
fafiè in pétett dt'Strtniffimi Principila Di i^taal* grandezza prefe a mi- 
nsafé if San Giovambetifta net Deferto , riffematiflima quanto comrover- 
là òpera étìir aiQmitatlile Raffiteiie^ dà tOtìritìo t dito eoncroverfa per ve- 
detft in qtialche attiro Ittogo d"" Italia, e fuor d" balia ancora > Io (ledo fog- 
lietto, da ciafcheduno de' poflèflbri téntrao per originale di Raifaello. 
La Vergihe Madre ih-att^ d^adorare ii fiso Bambino Gesùf. opera maravi^r 
gliofa d' Antonfo Allegri da Cdreggio , fu uti terza impiego delta iua 4er 
teerotìe e tkl fuo fa pera, ridotto aèch' efib a proporzione con(iaaiIe» 
benché (a pitture di qeefti tre quadri l'abbiano molto diverfa . Alquanco 
liìaggiore riufci la miniatura d' uno fiupeodo quadro di T»iano, in cui 
' viea 



/ ir,jv. ero. smsfA mPANEScm.^ 16$ 

Vieti ràppi^r«ncaca la Ntcivicà del Signore coiridonzione de i Pallori , ceco 
figure mmtco» e iri*fiTedono tdoe'aniinaK, e un agnello per oblaaioné 
tal nato Salvatore» òlcre P archicectora ed il paefe : nella qua}' opera Fri 
Qìa. Ritlfta fupéiè Te 'iBt)defitiio,avehdohi toccata ^Ua maggior forza» cte 
da mitihrtbrc pretender fi 0o0ti {aonde il Grand acaj^erdinandò II. di glor^ 
oieffl. dopò dì averla lodata e ammiraci» còm^ò^che vi fbfle i^actaw 
im'ortiaaefiica di lapiOazziilo» legato in cornice di bronzo doratoc eqiie^ 
Ro finito» lo fé vederci all'Autore , aiidò comprenda in qual preaio T A.S« 
teneva il quadro: 6 il buon uomo con molta umilcàt ma con lutrettantt 
franchezza replicò » ck6 il Serenì0imo Padrone focena troppo onore a quel* 
la Aia povera filtieat intendendo per avventuri V che r ardii 



povera mica ( intendendo per javvèpturiV ' che r ardito, colore 4^ 
quella nobili/Gpu pietra potefle pre^Wlicare alla miniatura» la quale pò« 
rò dopo unti annir^ge.ancora al paragi!)ne d^^.cdor naturale di quel h« 
piilaczqlpv il pSù belio chela natura Ibi q^t abbia prodotto. Nel lavorac 
di' ei ftceiòpra quefti quadri» conifefi iedipre eoi maedrofuo» Andrea 
Comodi, pittore, che ordini^ tutto ilfuo sudo almodo del colorire del 
Goreggio ; onde maraviglia non è « che al noftro Miniatore riufcifle U 
condurre T opere fue di si vago colorito» die meslio in quel genere ncm 
può vederfi; perchè lafciato da parte il difegno e r imitazione yeramento 
maravtglioTa de^i originali # effe tengono in fé una certa tenerezza» pa* 
ftofità e freichezza di coforito» alia quale non pare che fia poffibile poter 
giugnere quella Torta di lavoro, il quale fi ^ a forza di quafi mvifibili piMi« 
ci» e collo (tento e lunghiflima operazione, che a tutti è nota. Fece il 
P. Fra Gio* Batifta infinite bellimme miniature di devote immapni pio» 
cole» che lunga cdk farebbe a raccontare: e più ritratti del facto volto 
della Santìfiima Nunziata. Occorfetche egli fi ponefle una volta a copiare 
di miniatura la bella fiiccia del Crifto con mani giunte, di meno di mefczt 
figura, e di proporzione quanto il naturale, fatìa da Andrea del Sarto # 
>er tenere fopra T Altare della Saiititlima Nunziata: e già avevala» dopo 
unghiflimo tempo, tirata a (ingoiar oerfezione: e dopo un eftrema fiitica 
del corpo e degli occhj , condotta a nne ; quando avvenne che una notte» 
ch'egli aveva lafciata T opera fua non ben ripofta, per efler quella, com* è 
folito , lavorata fopra cartapecora , gliele roterò in tante parti i topi » che 
tutta la guadarono: onde il povero Padre, afflitto per tanta peraica, fo 
n'andò a trovare Jacopo Vanni, argentiere e gioielliere di gran valore» 
e fuo amiciffimo : e mofirandogliele cosi lacerata » al eli diffe : Guardate 
qua» mefs. Jacopo, fé mi bifogna avere una pazienza da romiti i eccodo- 
v'è andata la mia fatica di tanti mefi. Ed in vero, che fu quella una graa 
perdita» alla quale poi riparò lo fteflo Padre» con metterfi a fiirne un'al- 
tra di nuovo ; ma non è a mia notizia ov* ella fofle poi maialata , né dove 
oggi fi trovi. 1 Frati della Santiffima Nunziata di Firenze confervano di 
fua mano nella loro Sagreftia un frontefpizio di miniatura di un libro in- 
titolato; ASa B.Pbilippi Venizii Ori. &rv. e una tefla d'un Salvatore» in- 



K 



caftraca in un Reliauiano di le^no indorato i e una copia 'fìitca a olio dello 

fieflb volto di Crifto Signor noftro . di mano d* Andrea del Sarco» di cui 

toofi, ablyamo fatta menzione . Neil* Eremo di Monte Seoario ibno di fot 

^^"^'^ L I mano 



1^$ ZXVW/T?<rv<(A|8WVv^^^^^ 

io 4el Coro ,: fflprji il. qoiwciflrtie, ^é. O/ve^^if^^&pnB ,^%vecri9f« . ìcpU! wpr 
M9m;a.(^i«»o .por .?ccaB(y)«g«amra ^elljt fitac^: e dBe.qu9^Uoi^|^tto «U^ 

lygijDP^ j^ì^mlPJt ^^lÉJW^ ' 4i>PMH<^ ^acjora un C^n^c^oto «fra^df . «^ 
pp^ivì^fp ^' $«)ryi (fi Yett%ri i ì(l%n dicano di3piP9»a. Fe?^ alqim 4? 

Fra* 4|f*tw .dipropeifi yiano de' jV'>i>«V««Vy?iWpr,»J:«QcpÌ 4»IIa «)(^j iM<Vr 

4je4 S»r«pt|4. C»din^^ (iepg^Mp (^< Tolosa , Yì^iM^cite iqwltp/4i fQg 
P^r«„f^V9.p «w^ mm » « HO* Of ifioiifàKvanp ^sUa.Iprfia.^^aJft^^efe 

g'ivflh 4e^ le Sig;ipre 4^H» Qui^ « Vjffe qììahHV^9m9^n\fyim(f^ 
tt»t ewft alcuni ». zytnù aliala aioiì^e * fi^ '1 npp Cervif ^U pì^ la .viftf » 
^ it iglif^f b^le fiffitq fyfi, ^;).p|o disfidcrio che gli ebbe di attenda 
^i fiip^Clco, cpme egli diceva, a preptrarii al p«0o della morte, lafeis* 
pi, ogat Ali^a applicazione, li fermò q^ Cap E^eaio, a^teadjpndo qoi,vt con 
p<Hi Q;cdii¥ffio fervore agli eterei?) della Èeligipo^. Óccoclè iii«tnc9,<^ 
q«ei Padri inoomìnciarono cratcaco^i mandare a ifondare un Eremodi Jo- 
«o Ordine nello Scato Veneto; e dopo e(rer.già tutte le «ofe ftabilite, fm 
il noftco Padre Fra Qio. Batifta daTuei ?i;eutti, che lo-ponofcevano per 
1KMBO prudente, e per attimo Religji^ , iafieme fqn Fm Soffegno bico» 
fbandato a Venera per dare effetto a tal fondazione; «ma n^n 9fw> motto 
fàe mentre egli di tutto prppofito attendava al pio iavioror .alS^ito d^ gn» 
«e:in&jrmità,iiel Cppvenf:o de' Serri; della ftefla città, dppp aver ripeypei 
|i.%nt$ Comunione rpifsò da queftì jiU'gitra vita aUi ji. d> Ottobre del^ 
Votalo i^s^ e neUa QbiiPfs di q,Qel Cpiivento ej^b» il (ho qn^aveio Se- 






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WtTORB b' ANVERSA 

Dìftepoh dtGie^telm de Voh nal9i$^T.^ iJS%u 

K qadll «ntidiiffimS cenpi , tifqiuU Ittèli' trce dellt pimirà 
prafi i pnì fublimt pofti d'eccelienBa^, abbelliva di fé fieOaÀ 
più nonlitciccè del mondo» venn^ ella in s) gta n pregio ap> 
preflb i Lacini, che^^ ftip«r«nO'i pt^ degni , non eflervi altm 
Kfapiù fioòra-di cteirtHur 1» fama di lor glofiofe aàont , e Ùi 
s), «htfitf <^i%ettp»)li luro p pailaA^i che<il Uletare a* pò* 
i iterate» al vivo l'effigie A6'^vto6t\ vèki\ -QiiincH è » che incpibiiicfan^ 

dofi a pf!aci<!iTe 6ra *' ' * * ' '" — ' ' — "^ ^ 

ceno per oanano 

avucd ))er £0104 

te ih btonmin roarmi, e in tdccàc^; itft^aAchelff céra re- così fatte im^ 

màgìnt di cera chiudeViho-ne'Io^oliFaìdrjr e con efle volevano che £jflèH» 
fo s^xompégnati i fl|<Mti della fiiinfigliah talohò ninno «ori va di quel 
ndifli Ttomitih chenon /offe portato ill^foloro col Isgiioed KeùtùM^ 
matara di tucti i fuèigloriofi-anteiteii.-i quali' «rama portati con órdine 
rucoefliy<^r utib airalwd (è^per ufiffe il ièrilo delle parole di PHnio, «ht 
ciò raocont*) '^er vi» ■d'<> albero, e con oidine:di linea. Bran poi quei 
grandi nómira s) gelofi di mantener pofto nobiie a tale^coi^uetuoi iie > che 
per!qu|mco:dipe b fi^b'^nio; MefTala (^Còre non volle, eh* e' fi po' 
nedb fra qublli di faà geme rimidi^ine'de'Lévinh e per «al cagione «n^ 
cova il Vecchio .MeiTaM^S pofe a^ coin)piliire trattati deHeiàmiarte. Si^luo^ 
le' poi il nomiiMCO A«toi^< che ìjiHsfia'bélb'VfBKzè, Colpi della pigrìisia» 
venillè^ifuo Tempo 'aflai tréfcuracaf peitihè^gli uotDini d'etto afiàre» 
dicceli , in luogo di tMfmettere a' pofteriia metnbrìa dt fé coli* ini- 
inagini proprie» e cotrfervar «fuélte degli ai\céniti«--u&iMno feudi di ramcv 
e4capia'arg<ritOt i ciutii indifferentemente trafportàvano d> unailatùs 
ad un* altra, roollnincKy 'di- ftimàte*«^fpià che campeggiaflè nelle lor ca-^ 
mere lo fpitndor dell'argento» che Teffigie di lor medefim! e de' parenti i 
e co^iefeinronoa'i-pofteri, anzi Tididii^gini del loro avere, che di loro 
fleffi. Tali fufoaeicolhntii^detPaAliGhita incorno ai titratti. Fecempoi 
le beli' arti quell* offendo naufragio ^he è nòto, e dopò molti fecoli'tor* 
naroao a vivere^ E fé n'oi Vogliamo bra ^lóencare fra l^opere di quei pri- 
mi maeftiA , che'dipiAfei<6 In Italia per gran corfo' d' anni , troveremo, che 
effi» iit ciò che UppanrtiWIie ài deéoto di QVkèfte belle facoltà, per ordinario 
fegttifàrtfn'o'il b«dn;'ed(lttttè 'antico, perchè noà ocOipai^òno il lor pen- 
nello In fiir ritìracd ctei è* uoroiiti nobifì; o 'ptt alCui^a |>articolare ecceU 
lenaa fra gli<altt4 di primo nonlte ': e di <]fàefti adorrtarono le più infignl 
opere loro» i luoghi pbbblici i e ì pia rìnbniàtì' mufei e librerie. Coti 

« . i;4" l'allais 



y 



1 68 DecettnJILdeUa Part.l delSec. V. dal 1 610. ali 63 o. 

]? allM^trfi-pot €he{ecfroqaefearcrf.e Ciolmaldpl^ degiiarteficH fi tir 
ifli^arcmoaltroBÌle manide*]imor»;èftf'facta^ modo i che 'no a potefle 
più dolerfi il Segrecarip della Natura > che il mondo rimanefTe fenza cicrau 
ti^ perchè i picjtoii incoininciÌH?bno'a lappreientare. prima .in fulk tavole» 
o poi in fulfe tele» nell'opere pubbliche e nelle private» i volti di per- 
fine d' Qgni piccolo a£&re , e l^ne. fpf ÌIp ancora di. taluno » che vivo a vreb^ 
be dovuto coprirfi la laccia» per non e0er dajgii altri ùomiai né veduto 
né riconofciuto» non che fatto vedere a i poderi» perch* e' parlaflero di 
lui ^ Soli ^:paflirt!i poto meno di' tre Xecoit » dacché jun talie abufo ebbe 
fuQ. principio: e oggi fiamo ridotti a fegno» che ni$a lunno le llufe» le 
bettole» le taverne, e i pubblici macelli uomo sii vile» che non fi vefó« 
dipinto; e perchè poco più .cofta ai pittore il broccato che il canapino i 
beato colui» che più bei panni fi fik mettere addoffo . Y edefi taruouio in., 
civile e okeooanicò» dipinto appoggiato a tavok» ricoamente coperta » pref- 
io nobil portiera» armato» e toSi, bafion di .comando io mano» come & 
fofle un Docad'Alva oonMarchefedel VaiUo^ che puretnon s' impacciò mai 
cop ialiarnefi% fé non it forfe.ii»<iQmi]iedi0.>ower.j>er giuoco ; lequaii cofe 
Anno cofloro» non fo fé affine di non eflef co^pfJbiiKi.per q|:i« che iiQOO# 
o per far vedere alb^ gente quamo poco t\ cóoofcono tè fteflì. In £oxsy^ 
ma quel che negli anni aoticiH fif ;folo fegnp dii nobiliè » piemia d^.una &f 
palata virtù» ladmcentivo idja ,pofterità.» «^pperfl^gioriofis» iei;ve o^gia 
coftorodi fomemód! una iniofportabil^^ vanità» e d'unta fmodéràto amòre 
di fé fteffi» ficcarne apprefib a quei che ver cunno, feivirà loro di beffi^g** 
giamento e «di rifo« Qùcfta vana cupidigia td' onore non W» ohe regna 
nella ^nte minatar.ha.pgruvitoallaivepubbljc^dft^'ìinyn^ 
ike arti ìttt altro inc0nvenjfertfe » ed è > che dovendoti pun^.fare atta plebe » 
per acchetarla» infiniti ritratta, (ipnofi^ altresì flitti'tntiniti pittori plebei « 
iqvali obbedienti più alle. teggi. della propria neeeifità» che aj decoro del« 
l^arte,.fcorbiàndo a:ttaliiMK|o a tavole e tele» hanno ripièno il* mondo 
dì qqefta baflEeza: né fi vergognjano taivolcadi^pippjrre «incha ne iloof hi 
più devoti alla vifta degli uorinnii ceffi di taluni »^e viliper eondiaioiKt 
iconofeiutt per talento, malvoluti per cofiumi , fervono finglmenfc a 
gjitfo altro» che a fomentar la pietà» a' ella non fo(|e però di quella forte 
che chiede da' {mi amorevoli V infelicità de' lor laerveiU, Ma ringraziato 
fia il cido» eh' e' venne una volta al raondg^ un nobiiiffimo Ar«(6ce» noQ 
un pittore di femplici ritratti ir ma usiverfi^l^, dilèguator. celebre, colorii 
core maraviglici» nobiliflimo inventore» ch^ha lapui^o eoo mirabile ar« 
ti^zk> e franchezza» imitarequancojmar facci 4a Naturar m4 neKformat 
poi fì4le tele l' effigie degli uocoini è fiato tanto 'fingokire » che pub bene 
aver luogo fra quei rinomati artefici » che diede al Aòhdo nel p,:(rato fe^ 
mAo Venezia. e la Lombardia» e che ha dato nel prefefite, la Germania 
e la Fiandra •* un pittore finalmente» che non^9Mi pea ordinario occupò 
fuo pennello» per confegnare alla pofterità altre memorie i ohe odi Mo- 
narchi o di Broi o di nobiliffime perfi>ne: in che pofiiimo a/Fefmare » che 
egli abbia aggiunto più di reputazione a di gloria all'arca fua ed a* prò- 
feflbri» che non hanno tolto loro per più fecoli tanti altri fisonfi^crati atf« 
teficì » de i quali abbiam di fopra, cwì in generalei fatte menzione . 



» -4. 



M>NSU GIUSTO SUBTERMAm: 169 



£^ ad^inque da faperfi » come circa alP anno 1 590. viveva in Anverft , 
città di Fiandra , un nobile cictadiiK> di Bruges , chiamato Francefco SuIk 
teriiians» che li efercitava in mercantare drapperia: ed eflendo in efla città' 
fiato condotto fin da giovanetto f eravifi finalmente accafatocon una no- 
bil Dama» chiamata Efter» di Lovahio della Fiandra alta. Ebbe qudfti»' 
che rimafe unico della famiglia «della nominata Aia conforta dieci figliuoli 
mafchi e tre femmine. Fra i mafchi fuMattias, valorolb Ingegnere e ce^' 
lebre Mudco » dichiarato dalla Maellàdell'Imperadòre MuficodellaCamera.' 
Altri quattro riufcirono eccellenti pittori » cioè il noftroGiufta: France- 
fco, che dopo avere avuta larteda Giufto fi pofe appreilo al Vandik»efu filo 

J[rand' imitatore: Giovanni e Cornelio > e quefti ultimi due morirono m 
ervizio della Maeftà Cefiirea : e di Francefco rimafisro un Mattias, Re-' 
ligiofo della Compagnia di Gesù, celebre Predicatore « che vive al pie«i 
fente . Fu il natale di Giufto Tanno di nofira falute 1597. e alli 28. di Sec<«^ 
cembre fu Battezzato nella Chiefa dell' Aflunta, CatiedraJe d^ Anverfa fuai^ 
patria.. Appéna fu egli pervenuto agli anni della difcrczione» che inco«. 
mincib a dar fecni di non ordinaria inclinazione al dif.gao ; tantoché; 
avendo queftp luo bel genio oflervato Guglielmo di Pietro de Vos» buoa: 
pittore di quella patria» pregò il padre del fanciullo » che gliele concedefle 
per infegnarsli quell'arte: ciò che Francefco »defiderofo d'incamminare il 
figliuolo» a lecondadel genio» non ricusò di fare. Il giovanetto appreflor 
à tal mAeflro s* approfittò affai e in breve tempo » onde ad efib e ao' altri 
fu di non poca ammirazione . Confiderando egli poi di quanto riefca ad», 
uno ftudioXb di ^uefie arti» il peregr:inare per diverfe provincie» ad effetto 
di vedere lé varie maniere de'maeftrir deliberò di viaggiare alla volta di 
Parigi, latto già sì pratico e fpedito nel lavorare, che giunto in quella^ 
gran cittì» e attefovi a operaie per treanni e mezzo continovi» lofteffa 
pittore del Re» al quale era pervenuta notizia della fua bella maniera» e 
del fuo vago colorito > ne fu in non piccola gelosa : dalla <]uale moflb » 
guaflò alcune opere» ch'egli aveva già finito j per tigiìetle di diverfa ma^ 
niera da quella eh' egli aveva ceriuto fino allora • la efii città di pari^ 0i 
trattenne Giufto per due anni interi» in cafa dei celebre pittore del He 
d' Inghilterra Francefco Pulbus» che era venuto al fervtzio della Regina 
Madre j. provvifto di cinquecento feudi ogni anno » e di nobili onorari 

Ser r òpere: e il rimanente del tempo» che furono circa diciocto rnefi» 
ètteu <fa per fé. Aveva in quefto tempo la gloriofa memoria del Grai>ii 
d^ca di Tofcana Cofimo II operato» che da Parigi foftcro fatti venire a 
Firenze alcuni valent' uomini neU* arte del tefler panni d'Arazzo» per 
far loro condurre alcune belle tappezzerie per la fua Real Guardaroba: il 
che venne a notizia di Giufto» i cui fervori negli ftud) dell'arte fi anda« 
yan fempre aumentando; e avendo fatta refleifione alle maraviglie» die 
in genere di pittura» più che in ogni altra parte del mondo, fi veggono in 
Italia» procurò di fare amicizia con cofioro » ed infieme eoa effi fi mede 
in viaggio alla volta di Firenze» per quindi poi portarfi a Roma. Ora 
e da faperfi in quefto luogo» che il Suotermans» ficcomeera ftato dalla 
Natura dotato d'animo nobile 1 d'acuto ingegno 1 d' innocènti maniere., 

e di 



e difttaordltìflfift abilità pet. ognlrcoft' virtttafai eosV ancor* aVea fòrtito 
d' avtre un vago afpatto, e prefcrfìza fignòrile > cor quale e coH* avvdrieiiza' 
che fi fcorgeva in ogni fuo gefto% accompagnava le proprie aatòni tantor 
gra«iQf«(taiente > che èra cofa niaravigliQCii : il che aggiunto alla fua tùxAik 
KÌrt\V nell'arte deldipigneret none polfibilea dire, quanto $li tendtflefa^ 
elle il cattivare X aflecto e V amino d' ogni perfona. Giuiiti finalmente] 
queimadlria Firenact e rapprefentatlfi avanti al Granduca i cH^ beni*^ 
gnamente gli ricevè^ gli fecero fapere di aver condotto con fé un nobile 
giovane , profeffore di pittura valor ofo* e di piit che ordinaria afjpèttàzio* 
neà il quale per Tuoi ftudjdife^nava pafTarfenea Roma . Quel benisniflima 
Fdncipe, Tempre intento a promuovere e favorir la virtù. Io volle aveiti 
a fé: e parutogU, come egli era veramente, uh degno fuggetto , voll^ 
anche vederlo operare; e così gli ordinò eh' e- facefl^e il ritratto d'un di 

SQet maeftri il più vecchio : e quefli fu il tanto rinomato Picaer Fever ,^ 
quale poi per un corfa di molti luftri ha operato in tappezzerìe per ir 
Sereoiffimi Granduchit con ammirazione d'ogni perfona; equeRpprimo 
ritratto di Giufio poffiede oggi il nobiliffimo Cavaliere, ti Marche^ Bar- 
tolommeo Corfini. Stavafi in quefto medefimo tempo quel^n Piriìicipè 
li Inù del tempo nel letto, a cagione di mrave e lunga infermità, la quale 
poi dopo pochi mefi, con pianto univeriale, io tòlfe a quefta luce ; e pef 
Ilio virtuoib divertimento i guftava d' aver quàfi del tontinovo nèlld pro<^ 
pria camera, e non molto lontano dal letto; il celebre pittore Fllin^o' 
{Napoletano, al quale faceva dipignere vaghe invenzioni in piccole fi^a- 
re't com' era il coftume e talento di queir artefice r e così* non fu grad 
faato, che il ritratto de) vecchio, che gii aveva Giuftù condotto a petfe- 
zione , veniHe fptto T occhio dello fteflb' Filippo, il quale si fattamente 
lodò al Granduca i che egli^e la SeMntfllmt' Arciducheffii fìia CÓAlorte 
non vollero altrimenti ,che Giufto C'ardile per andane. a Rùtcftì: e datagli 
flanza, comodità e danari a proporfeifone di lor reale magnificenza^t'fo 
formarono al proprio fer vizio in Firenze t e da IV in poi (tan t'era piàciu-^ 
ta la fua maniera di colorire ) non reftàva mai quella Serenifiima di farlo 
operare : anzi fin da quel tempo incominciò a tar di lui s) gran cónto, (tf 
a tenerne tal protezione, che nonè^poflibile a dire; colla quale, e col-' 
Pavanzarfi che Giuflo faceva femprepiù nelle perfezioni defl* arte, cor«* 
fé ben prefto la fama di lui per tutta Italia. Seguì' intanto U^iriortè 
del Granduca Cofimo alli 28. di Febbrajoitfio. e alouantù dopo fu ftabi«^ 
lito il maritaggio fra la Serenifiima Eleonora prima rrincipéfia di Manto- 
va colla Maeftà dell' Imperatore Ferdinando li; onde furono dst'quei Se- 
reniflimi porte preghiere air Arciduchefla, acciocché mandaflè colà quefiò 
virtuofo» per farne il ritratto . Si compiacque! 'quell'Altezza di concederlo ; 
ma ve l'inviò con ordini affai ftretti e limitati^ per lo timore ch'ella ave- 
va, che quella virtù, che lo rendeva defiderabile 'a Firenze', non fofle ca* 
gione dì divertirlo per altrove . Nèfufuperflua tal diligenti, perchè arri- 
vato a Mantova fece il ritratto della Serenilfima Spofa : e fi portò cosi be* 
ne , che gli fa fatto ogni forza, acciocché ei fi contentdfle di feguitarla a 
Vienna; e vi fu da far.non.pDco e peflui e per la medefima Séttniffima' 

Arcidu* 



^ » 



MONSffiJWSTO SU§TERMANS. 171 



Àr^ìdycliefla •4>er 4il>e)ra|ii dqUe^om^e iifftanfze; che loro né venivano 
fat^e da^que' Priacipi. Tannatotene iìnaAiMnce Giiifto alla città di Fi* 
r6aze».la qnale,eglÌQfiamai,^ffi(lico daUal^ntà e aiFe(3toidi.tutta laCafaSo* 
rftjóiffima , riqopofc^v^a ;per fija patria^» gli fu dato 4 dipignere da quella 
Alp^izsi j^ ^an.tela^ióezzo topdaf cpn ^giKe ,^ olio afllti maggiori del na« 




irtamencii) affinchè ci i^pprefim^ 
predato al SerenifHmo PerdinÌHW 
do JI. . nuovo iGrandttGia > da* -Senatori Fioroncini nel principio del fod 
regnare . In quella feoe egli veramente .conofccre fé fteob per quelicITegli 
era., ^gìon folo in ciò che «1 colorito apparteneva # ma al difegna, invenf 
^ìoné .^nobiltà di penfìeri, talmentechè quefta fda opern , a parere de* fiii 
incendenti # baderebbe per dichiarare i che quefio artefice fofleftaeo urt 
nomo iingolarifiìmo neir arce fua . Vedefi dalla parte ìleQra in maeftofo 
trojEiQ, bendKè coperto di iugubse apparato^ il giovanetto Ferdinando»^ 
di ftraordia^ia bellezza nei volto, in atto dì ricever T obbedienza , che n 
città di Firenze e la Tofi:ana tutta, nella perfona del Supremo Magiftrato 
'[li jiura ; e^ccanto ad eflb fiedona a deftra la Seceniffima Arciducheira>Ma<« 
Ire, e a (iniftra la Serenilfima Criftina di Loreno Avola foa^ a' piedi del 
Grandocaprofondamieote s'inchina il Senatore Barcolomoieo Concino, fira-^ 
tello del MtriBfcialJo di Francia , allora Luogotenente per S. A. S. in eflb 'Ma<* 
filtrato: il Maeftro delie Cerimonie della Metropolitana, in abito clenicale^ 
ii^iiioochiaco ibpra uno de' gradi del foglio, gli porge aperto il libre de^ 
gli Evangeli per lo giuramento di fedekà : ed è tjuefto ritratto tanto a& 
vìvo*, e m così bella attitudine , e si propria a quella azione , che più non 
puòeflere. Il dorfo incurvato del Luogoteiiente, fa luogo a vederfi due 
tefte di Senatori in lucco nefo, ritratti al naturale; cioè un vecchio cal« 
vOf |1 quale con una mano s' allai^ alquanto il lucco d' avanci al petto > 
fopra U quale, e ibtco V apercura del lucco, fi vede come una croce di 
Cavaliere di Santo Stefiino, diceii eflere il Senatore Filippo Mannelli; -e 
allato a quello, pur £itco dal naturale, un altro beli tilitiio ritratto d* un 
Senatore, non tanto vecchio quanto*! prinao^ del quale allo fteflb Giù*' 
fto , che tal notizia ne diede , x^^n (by venne ìlnóme . Delle due figure , che' 
di là da, quella d^l Luogotenente ftanqo \n piedi fopra i gradi del fogliò ^ 
quella di p^rlboa di torvo aÌ{ie|(tO|,ch9 tiene una oìaao di dietro, w in 
tSJL un par di gijantì , dicq^io i^re la perfona 4eiCavalb Ve<;chio , Audi-^* 
tore Fifcale del <jraoduca, che orò in qudla &nzh)nek y altra veduta ift' 
tutco profilo , che tiene il braccio ft^fp > e la mano che nofa fopra '1 <3or- 
pò, è fatta per lo Generale Afuolo 'Niccolini. Fra quefte'due iìggre ve«* 
dei! apparire più lontana uivi- ^la le^a d! «ti; gtafietf o con cortifiiitl^ ca- 




che nò^ dei quate AQ» fi v«d«ft{trOr€hf i* teQa^ Dalia parte, dóve fi vede 

la Se- 



172 Dècenn.lìl della PàrtJ, detSecVi dd 1 61 o. at i ^3 o. 

la Screniflimt ArciducheflarftannoG ih piedi doe venerandi uomini, uno 
de*quali yedefi con una fola mano alzata, tn atto d'accennare: ed in qua- 
tto voile rapprefentare il pittore i due Ambafctacori di Modana e Lucca; 
ritrafle però i volti loro da altri naturali» non gii da loro fteffi. Termi^ 
nano quefta vaghiflima (Loria • da man deftra una gran figura d'un vecchfo 
nudo» che rapprefenta il Fiume d'Arno: e una d'un foTdaca dèlia Guarf 
dia Tedefca: e un'altra che volta la fchtena, fatta forfè per alcuno Ofi« 
siale di Corte: e dalla finiftra una belIiiBaia femmina» coperta di quinto 
reale, con fcettro in mano e coronata» con appreilo il Leone e la Palla t 
nella quale vien figurata la Monarchia della Tofcana . Quefta belliffima 
pittura fu a' meli addietro tolta di luogo, e fituata nel Salone di fopra, 
che fervi per Taudien» del Sereniflimo Cardinale Leopoldo de' Medici » fta« 
tt deftinata appofta per tutte l'opere di Palazzo »fatte di mano di Giufto, 
come appreflo diremo • 

Correva Tanno i tf 13 . quando incominciarono a venire alla Sereniffiibà 

Arciduchefla caldiflime lettere dall' Imperadore Ferdinando II. con vive 
inftanze ^^ -»— -i- - *'• *• - • • ^ »- ^.^a-^uj 

proprio 
dell' I 
derio 

però per un certo determinato tempo . Prefe egli dunque il viaggio a 
quella volta » e feco condufle il foprannominato Giovanni fuò fratello» 
che allora fi trovava in Firenze . Giunto a Vienna fu ricevuto dall' Im- 
peratore e dall' Imperatrice; con dimoftrazioni eguali al defiderio » col 
quale V avevano afpettato. Trattenncvifi , fempre trattato alla crande per 
un anno intero» nel quale fece X uno e T altro ritratto di quelle Ma^: 
ficcome ancora ritrafle i quattro figliuoli dell' Imperatore » nati di Anna 
<|i Baviera » figliuola del Duca Guglielmo » cioè a dire > Ferdinando » che fu 
poi Ferdinando IIL Leopoldo Guglielmo, poi Arciducali' A uftria, Go- 
vernatore de' Paefi Badi » e gran Maeftrò dell' Ordine Teutonico ; Maria 
Anna» poi maritata a Maflimiliano Duca di Baviera: Cecilia, poi moglie 
di Ladidao Re di PoHonia» e molti di ouei Principi: ed è cofa notabilCa 
ohe avendo l'Imperatore fentito dire» «ccome era veramente» che Gìu- 
00 fofle di gracile complelBone » mentre che gli ftava al naturale» volle 
per ogni modo farlo federe , e più volte àncora lo perfuafe a cot>rirfi la 
tefta» al che però egli non volle mit acòonjfentirb . Non celavano in quel 
tempo in Firenze TAltezae Sereniffime di fiire fcrivere a Giudo» che fé ne 
tornaffe; ma egli| che non trovava modo che quella Maestà il licenziaflTe» 
non rifpondeva» non ifciìfandòfi . Alla perfine temendo la Sereniflima che 
a iui^o andare non potefle darli ^ìl eàfo. che la nòftra città facefiè perdita 
d'un tal virtuolb» fenile a GioQó» chi cofK Imperatóre foo fratello face-* 
va a ficurtà » che però farebbèfrélla incaricata del penfìero di operare » che 
ogii io rimandaife per ogni motlo . ' L' linptAitoré inoftrava tutte le'lettere 
a Giufto, ma non per quefto.il licentitfvi Rifolvéttéfi finilmente» do. 
pò averlo nobilifiimamente regalato > e fpeditagli una Patente di Nobihè» 
data in primo . Ottoblrc Ì6x4. in cui vollèr the foflero nominati fet fuoi 

fratelli» 



,-N r 



MQNBU GIUSTO SUBTERMANS. 173 



fricelU t ehe tlhnra vìvtfvaiko»; eftnda già compita V anno dopo i! di lai 
VtirQ a^Vi^nnaidi concedergli licefiato di tornare a Firenze . Egli di fubi- 
€o fi oeflc in viaggio I lafciando colà il fao fratello Giovanni in fcrvizió 




629. 

cb<Qcò rutta la nobiltà c^i fua Corte: e finch' e' vifle, usò per ordinario di 

raocsttare in j^opriicaik rotti i Cavalieri, che di Firenze fi portavano 

in qutile parti. Ebbe iìglìiioii; ma poi, tanto quelli, quanto eflo ti i^ 

ipoglie fi fliortrono, e di lui non nmafe (iicceflione J 

V : Era l'anno i6%y. quando a Giufto convenne partirti di nuovo di Fi* 

rdn«0#epoitarfi a Roma, chiamato appofia dalla cala Barberina, per fare il 

ritratta» al oaturale della Santità di Papa Urbano V III. Venuto a nofiauE 

del Cardinale Magalotti , che il Subtermaoa già era giunto in Roma , fe^ 

ceiM ppfola coi Pontefice , il quale volle eh' e' fi defle principio ai ritrit-^ 

a», ^X'kQf legittl iin quefto niodo. Stavafi il Papa a {edere ibpra una fediat 

ein^adec^uaca diflaiiza era accomodato un leggio colia tefo, dove doveva. 

£MfiJa.p}fiturajsjd!.avaati^l leggio era polato in terra un bel guanciale^ 

fopra il quale Giufto, che neir operare flava in piedi , di quando in quan^ 

dOf iécondochè ricercava irbifognot potava un ginocchio/ Hammi più 

v^f e f acconttfio Ib fteflb pittore, chémencre fiiceva quefT opera, il Pon» 

tlB^ce parlava co^ lui con gran fiuniliaritè e dinaoHrazione d^ amore, prc^ 

ia^di'^ciò la maceria dal nome fuo, dicendogli fentirli molto affezionato al 

nctee di Giuflo, quando non ami per altro, per la gioconda memoria #- 
'^ 1 - - . ^ . r- .^ .. .. ^ mente, di Giufto: 

e un ben favio 

politico « e così da quefto in altri giocondi dlicorfi paflando , dava tem- 
po al pittore di pigliare con animofa ficurezza e gufto indicibile, nel fua 
quadro la propria efi^ie. Volle poi quel Pontefice onorare fua virtù, ia 
tatto il tempo che fi tratccnno in Roma; che ogni volta che gli convea» 
ne cavalcare a Càfiel Gandolfo o altrove, egli ppre cavaicafle a corteg«* 
gio. Non finiron coi ritratto del Papa^ le faccende di Giudo in Roma), 
perchè dipoi ebbe a ritrarre ancora tutti i Nipoti di Sua Santità, e quali 
t\icti i Cardinali, che allora fi trovavano alla Corte , da'quali fu r^ala*' 
ù»a gran mifura . Il Papa gli fece donare un ricco bacile d'argento, e^-" 
trovi gran quantità di medaglie d'oro e d* argento colla propria immagi«^ 
oe fua, e una collana d* oro di cinquecento icudi . Ma un cost fatto re- 
galo potè per avventura parere fcarfò alla generofitì di quel Pontefice;, 
conciofqflfecofachè, trovandoti un giorno il nollro Giulio a difcorfo col 
Cardinale Magalotti, fentifli, quafi acafoe per incidenza ^benché fofle« 
&cto per ordine efprefib del Papa ) interrogare , fé a forra egli avefle avu-- 
todehderio di confeguir qualche onore; ma egli, phe per allora non ÌK^ 
Bc intefc il fondamento du tale interrogazione, rifpofe, che non aveva 
parente alcuno in Prelatura ,. è che quanto alla propria peribna, per non 
edere punto né poco in fu quefto filo, non dava iuo^ in fé Uefio a si 
"* ' penfieri: poi, così a cafo, e còme gli venne in bocca, e.quafi bur-- 

landò, 



\ 



1 74 DécdttnMJeSa Partii delSecV. dal 1 6%o. «/ 1 S^ o. 

landò» foggtunfe quefte fonnali parole: Se pasb t non mi Teniflfe vogtia 
^ farmi mce. Quella rifpofta fu dal Ctroinale prefk feriamence ed in 
altro fenfo» cioè a dire: fi perfuafe effli, che Giulio intendeflè parlare ddU 
la Croce di Malta, e Cubito pii promeUe di parlarne coiPajpa. Quello fa uà 

Srlar ai £itto, che immantinente furono fcrìtte per lui le lettere al Gran 
aeftro , fpedito il breve da Sua Santità , e dati gli ordini per lo ricevi* 
mento di liia perfona % cooperando anche a ciò la Serenimma Arcidu-* 
chefl^f e Madama Sereniflima , le quali, ; in data de' 17. d*Agoflx> i<Sa7.: 
ne IcrifTero al medelimo Gran Maeftro lettere in fua raccomandaziofie : 
e andò la cofa tant' oltre , che in tempo del Ricevitore Pandoliini »• 
Giulio pagò in Firenze il fuo paflTaggio • La fama, che fi fparfe ben pretto 
di quefta novità , cagionò un effetto , che gli amatori della di lui virtù» 
che praticavano la Corte , temerono , che col fottoporfi che egli £iceva' 
in quei nuovo dato al comando d' altri fuperiori , la noflita città non la 
dovefle perdere \ e che però vana fofle per riufcire ogni diligenza fiata u£a-' 
€a fino allora dalla Sereniffima Gafa per tenervelo: e un tal lolpetto fecero' 

Servenire air orecchio delle Serenimme» le quali in fulla bella prima die<^ 
ero fegno d'approvazione del penderò ; ^de Giulio , a cui fomiptmea-^ 
te premeva il fecondar la volontà di quelle Altezze, alle quali fi conofceva- 
tanto obbligato , d.ifapplicò interamente da talee refoluzione . La Sereni(fi«' 
ma poi, per render fermi affatto i di^ lui. pensieri, fi^egli pro|)orre parti* 
tod'accafamento, che ebbe fuo effetto nella perfona di Oejanira di Santi 
Fabbxetti Pifana. E perchè apparifca più chiaro tutto ciò., che intorno 
alla Croce di Malta noi abbiamo pocanzi rapprefentato , etcoiie il telli* 
monio del Breve di Sua Santirà, e delle lettere delle Sereniffima .* ^ *- 



D 



XJrbanus PP- Vili. « 

JicSc Filif Salutem&c. Pax eofum vatis Rbemer annuimus, fuos Re^ 
/ Mgioms jtive teneri cogfKmmu^ * Sane, prt^ iparte^ dihSì filiì fu9i Sub" 
tcrvumi laici Aniuerpievfis nobis, nuptr eocpo/itum fiat .quodipft esc peculiari 
devotioms affe&H , quem erga iftud Hofpiio/e SanSi yo\ Hierofoljm. gerii , 
flabitum per fratres miliics obedìentije magiSralis nuncupatos ejufdem Hofpi-- 
talis geHari foliium jfufcipere , ^ profeffionem per eofdem emini ccnfuétam 
èxprefsè eminere iejtderat regularem. Verum quia in Èabirimentis %fiuflat9^ 
tis ^ ordinationibìés ejujdem Hofpitalis a S. Sede cApoftoUca emprfnatis ai 
buJHjmodi Habitum quemquam extra ConwntutH pradiSi Hofpitalis adatitti 
probibeiur^ defideriifui campa s bac in par te. fieri nequit abfque noftra i^ Se- 
dis Apoftolica difpenjafione feu indulto . Vobis propterea bamiliter /UppU- 
care feci tf ut /ibi in prétmtffis opportune provider e de Benignità te jìpoftalica 
éUgnareniur. Nas igitnr diffum ^uffum/piritualibus fawribus & gratUs pro^ 
J^qai vo/entest é^ aqmbuswexcommtmicationiSffkfpenfioniSi & interdiBt- 
aliitque Ecclefiajticis fententiis^ cenfuris ^ petnis ajure vel barn ine quavis 
occafione vel caufa latiSffiquibttslibetinnodatus exiftit , ai ejfeàum prjtfentium 
confequtndum , harum ferie abfolventes^ ^ abfolmum fare cenfentes^ bu^ 
jufmodi fuppticationibus inelimttr. Tibieundem fuHum Ucet a Canventu. diBb 
i Hofpi- 



MONSU GIUSTO SUBTERMANS. 175 

UuJhiuUs étffinsfitt in Frairem OétUttm oheJRemU Magìfiralis biiji$fm9il$ 
gua^ritaie mfiré recifiiendi «^ admiaèndiy eidemque babimm per Fratres Mi* 
lites iAediiHfie MagiSralis geftari filitum^ eìiam txtra Cónventam di Si ifìb- 
J^$ali$ sr^di & txbibtri fmendi^ necfktn éidem fufiù , ut a die ifHo babiium 
bfi/0fifi4di Jkfceperu privihgM ^ gratiis ^ induiiJs^ qnUbusalii Fratres Mi^ 
ìites ^bedientù MagiftraUs p:4tdiBi mtmwr ^ potittmur, & gaudent 9' ac ttti 9 
p9MÌf & gaudefepo&tnty&potermtt qMmodQlièet infuturumpari mod9 nti^' 
(filtri 9 gaudere pqfit & valeat. aaSorisate nafira • arbitrio tuo amcedendi éf^ 
indulgendi diSa au3mtate tentre prétfemium » plenatn » liberami ^ ampUtm 
fitcttltatem & éuSmtatem concedimtts, & impertimur: non obftantibus pne* 
mijSSst ac conftitutionibus 9 ^ ordinatimbut Apofioticis 9 necnon di3i Hofjpi'- 
talis 9 etiumfuramento confirmatione Apofi0ii€é9 ve/auéfisjlrmitate Miiaro* 
boratis Batutis (^ confuetudinibus ^ Babilimentis 9 ufibusi & ffatutis, ae or^ 
^jnationibus capituUribus 9 privilegiis attoque , indaltis & titeris ApofioU^ 
€is 9 in contrarium quomodoìibet CMceJJts ^ confirmatis & innovatis , Quibns 
omnibus f&fingidii eorum^ tenore frafentittm prò expreffis babentes iUis aiiM 
mfao rotore permanfuris » bac vice dmttéxat /pedali ter & exprejfe derogamttSp 
Ceterifque amtrariis awbuscumque . Datum Roma apud S. Mariam Majorem 
fté anitk Pifcasorià die xii. ^unii i6%y. Tontificatus noffri Anno quarto &c. 

C Wfcatinui. 



Lettera della Sereniflima Arciduchefla GraodacheiTa di Tofcana - 

al Gran Maeftro di Malta li 1 8. Agofto l6^^. 

SOnopiàannÌ9 ebe Giuflo Suttermano Fiammingo ferve in queffa Cafa9 con 
particolar fodisf aziona di tutti noi per le virtuofe qualità fae: edef-. 
fendo egli molto fludìofo neDa Pittura 9 e valorofo, ci contentammo il Grandma 
mio figliuolo & io, alcuni mefifono 1 cbe egli potejfè t ras ferir fi per ciò a Roma 9 
con wìncipal fine di vedere le celebri pitture amicbe e moderne, cbe fono in 
quella città , per tornarfene poi aia al noSro fervizio : ed avendo egli quivà 
avuto occafiope di far conofcere il valor fao anche al Papa col formarne ilfuo 
ritratto, té Santità Sua, in fegm della particol^rfodisfazione avutane, fi com^ 
piacque di proprio moto abili tur lo aWCibito A codoflo Ordine ferofolimitano» 
domndofliene f alligato Breve, del quale fé bene io non dubito eoe VS. lUur 
Brifs. fi contenterà di commettere f esecuzione, col darne qua gt ordini opor^ 
$uni a cbi bi fogni ; bo voluto ^ nondimeno raccomandare alla bontà e cortefià 
^ VS^ lUufirifs. il medefimo Gsufto : e teftificarle , cbe egli non Jolo merita que^ 
fio onore per la nafcitafua e per effere ornato di virtuofe qualità ,■ col veftirc 
e praticare fempre nobilmente, maper ejfere egli mio particolare fervitore e 
provvifioiutto da me, già pia anni, ai venticinque fcftdi il me fé • con le flame 
e il piatto nel mBro Palazzo 9 e col pagamento ancora di tutte le opere che 
di mano in morto fé gli commettono da quefia Cafa ; onde egli viene a ricever 
fempre maggior comoda di trattarfi t mantenerfi con quella reputazione , che è 



dovuto alla grazia , cbe fli verrà faìta di cote fio Abito, & a quella ancora cbe 

c£^ rictvfiie p9cbii^m^fon9 ikOf^ M^ 



Imperatore mio Fratello, che 



17 6 D^m. Il detta P4rì,L délStc, V, dal i^ió. 4/t 65 o. 

^jiàir\iem Qiufip per fior ritrmftfe miefim é gli Aréidutié fnn flràeU 
e figliuoli t mmtnioh poi ftut MsefidCej4a^f§t al ritornò, oltrt 4 tm groffo do» 
mtivo % d* itn frivitcgi9 «mpliffimo tm^ora» dovt diebiart il meéfm9 Qiufiot 
fkoijfateOi rjkccefiori,Qcn$iltiomim^C4^taei di ^àlfivògli» 9tnre<^bé eitfipw^ 
cttHftenderr ^ ehe rnict^ qiufi9 tonctfiU daUa hmtitòSna*c'<be ricéserè daVS,' 
JUi^ri/s, fura ben foOotatoi < f' aj^ro, cbc egli hfàfierrì eoH ti dovapg ono- 
rivolézz» : ^ io refierò fo» molta obU^atkoe « VS. lllufitifi. f ogtflfavorf 
tbe fi emupùKerè di Jkre a faefi§/i$ggfUo ijf iUa/ka ^dizione 1 f con tattf 
fanim le weg» vera frofperità ^, 



. \ 



^lettera di Madama Sèrem$ina Qranduthejfà al medefimo . 

AVcorcb} k Serenifffttuf Arcidù^fa mia ìJuera fcriv§ 4 fangQ VS* IBu^ 
Srifi, in racfom^ntùmione di GmBo Suttermano Pittore fiafnminpf 4f' 
Jine €b€ fidi attutato da lei aU* onifre di catejh Abito in fonfòrmità dtlfavoff^ 
mot Breve fCte ba ricevttto in dona da SHa Santità ^ultimamente fb^etli i Sètto « 
Roma; io nondimeno non pò ^ contenermi di f affare il medefimo opzio (on VS. 
Jìhftrifi. non /oh fer le molte occa/iom cbe bo avuta dì con^ fiere ti valore 1 cbe 

f'i tiene nella fifa pròfeffiQne, ma per e fere /oggetto di altre onorate qualità i 
aJJSettro però VS. lUuftri/t. ebe. e qtteftét graT^a e ogn' altra (b'eUagli 
à , farò ben collocata, e cbe io medefimà ne remerò con particolare obbliga^ 
Ttione alla cortejsa di VS. lÙttpri/s. e pregandole ogni profferita le hcio le mani , 

Per cornare ora donde partimmo > è da fapere, che non furono appena 
undici mefi pailàti , che il noftro Monsù Giufto avea contratto matrim^* 
IMO con Dejanirt Fabbrettt Pifanat che afialita da'dolorìdel parto» do» 
pò avere alU at. del mefe d' Agofto del i$z8. partorito il itto primo e 
unico figliuolo» che fi chiamò Carlo, forte aggravando nel odale, (e ne 
morì : e non è da tacere • che queRo Carlo avendo poi ftudiato lettere 
limane, fecefi Sacerdote, e tanto nel |>rimo che nel fecondò ftato, diede 
grand'efcmpio di criftiane virtù. Fit ticmìo d^ orazione , nella ouale dcn« 
Ito la propria cafa del continuo ii ^^ftrcitava : è talora fentmn occupa^ 
to il cuore da tali ecceflì di compUTtòione » che per fò foverchfo percuo^ 
terfi il petto eh* e' faceva, aggionto ad altri efercizf^ oenHei^za^ Cadde 
in ifhito di mala fanità; onde fu da i M'edid avuto per ìiètic^ ch'irgli i 
per mutar aria, fé n' andaflè a dare a Modsnk; dcfve trattenutbfi alquan* 
co , e dato faggio di fua rara bontà» fotte àggraVatido le.indifpofiziom 9 fi 
«4^.,n:. -Ili .ijtimo de' giorni fuói : e cosi alla -*-'•-- — -»- — -- ^•• 

de i quali era piena la catbém , p 

efemplarifiimi iieligiofi di quella 
Creatore, Correva Tanno J635. quando il Suttfennans ttovandòfi col' j«c- 
colo figliolino , del quale pur ora aviàiq fatto menzione , e coH6 Mag- 
giori occupazioni dell'arte che egTisl^è^ lavucò firtoa quel tempo, fa ne- 
ceifioato per buon governo di fua cafe a paflare àdaUrfe rtowe; e fece 
matrimonio con Maddale/ia. di CóÌmip ftlmltoé^^ tm 

figliuolo f 



MONSU GIUSTO SUBTÉRMANS. 177 

iiglìiiolo » che fi chiamò Francefco Miria i ed una figliuola altresì, che «b^ 
be nome Victoria . Francefco Maria» che fii un de'piìi belli e graziofi gio«> 
vaili» che n^ tempi fuoi redefle la noftra cicca » fecefi conofcere docato di 
grande insegno , e di ftraordinarj talenti » con che i' amore fi guadagnò 
di tutti i tuoi coeunei; ma in fui più bello degli anni fuoit aflaliio da 
male acuto 1* anno i66ì. finì di vivere. Vittoria vive» oggi maritaca ■ 
Carlo da Romena . 

Circa il 1635. un leccerato Franzcfe » grande ammiratore della virtù del 
lìoftro celebratifiimo Galileo Galilei, con cui era Cbfito tenere Ictcerarit 
corrifoondenza » vivamente il pregò a £irli pervenir colà un ritratto al 
vivo di le fl:eflb: il Galileo fecelo fare a Gilmo, e mandoUo in Francia 
air amico» che il confervò come preziofifiima gioja. Semita poi del 1641. 
ia morte del Galileo , il nobile virtuofo Vincenzio Viviani , flato per tre 
anni fuo diicepolo e commenfale : e quegli, che iniieme con Vincenzio 
Galilei, figliuolo del Galileo, e con Evangelifta Torricelli , fi trovò t 
chiudere gli occh) al fuo gran maefiro : e die dopo il nominato Torri» 
celli fuccefle allo fteflb Galileo in carica di Matemacico del Sereniflimo 
Granduca Ferdinando IL carteggiando per altro affare con quel virtuo- 
so , Ibfpinto da afiettuofa ricordanza di quel celebre uomo, r interrogò 
tli ciò che fofle (eguito del bel ritratto: a cui rifpofe il letterato 9 tenerlo 
fra le fue coie più care ; ma ciò non oftante eflèr difpofto di fisirne al Gran- 
duca un dono, quando foflè avvenuto, che quella Altezza non ne aveffo 
un altro fimile. Tutto que(k> il Viviani palesò al Granduca , che beni- 
gnamente grà^ r offerta ; onde non andò molto , che il quadro fu man* 
dato a Firenze al Viviani, il quale prontamente alle mani del Sereniflimo 
lo prefentb : ed è àuel maravigliofo ritratto , che oggi fi vede nella Real 
Gallerìa ; ma del Viviani e del ritratto del Galileo converrà parlare in al- 
tro luogo di quefto racconto . Aveva il noftro virtuofo pittore fin da quel 
tempo , che giovanetto s* era partito dalla fna patria , mediante la perfiy- 
na di Francefco Suttermans fuo padre, mantenuta amica corrifpondenza 
col celebre pittore Pietro Paol Rubens, del quale non pure in Anverfa» 
ma in tutte le città e provincie , per le quali egli s* era trovato a paflare 




gloria; ma anzi tra portato 
cepita verfoun tal maeftro, una riverente ed ofiequiofa affezione, erafi 
anche accefo di defiderio di avere alcuna opera di fua mano: al quale de- 
fiderio egli non permetteva V eftenderfi più oltre di quel che fofie di arri-* 
vare a pofiedere una delle fue minime e pili ordinarie pitture, per tenerfe- 
la poi come un teforo . Il perchè operò egli per mezzo dello fteflo Fraii* 
ce(co fuo padre, che gliele fbflero in fuo nome porte umili preghiere. 
Ma il Rubens, a cui eran noti i grandi avanzamenti di Giuffo, e che tal- 
volta potè col vivo teftimonid degli occhj. proprj aver conofciuto quanto 
ei valefle nell'arte, riflettendo forfè anche, che quel bafib concetto di fé» 
col quale egli aveva fatto domandare una delle fue minime pitture da per 
fé ftefib, quando non mai altro meritava eflfer trattato alla grande; fi mefle 

M a colo- 



17^ 0/^/1»-^/^ ^^F^^/- éM$«cf^.^lt02o.tii%6$o. 

• jcplQTire per lui wi» gran Cf)* ir che fircondo il gtudtfiQ i che n^ 4vi% il 
iQedeiimo Cjiufto» può Otre ^ pararne di guance altee mai iie ufcifTero dal 
f^nnello di quel grande artefice : ^l quale in capo a certo tempo glierin- 
,viò: ed è quella ftefla» che dopq eflerli confervata cjualche tempo in cala 
l^e* fuoi eredi » fu defiderau e ottenuta dal Sereniffimo Gran PrinciDC 
Ferdinando, avendo queftp Principe tenuto in gran pregio i quadri dk| 
migliori maeflrij nulla di meno di quello , che fi abbiano fatto tanti 
fooi ^briofi PredeceiTori^ Non ifiarò a defcrivere la ftoria, che per en- 
ferò ¥t fi rappr^en^tf ma folo jporterò qu) le parole della lettera ikff^ 
A^ritta dal Ruben» in tale occauone , copiate oa me dai proprio originar 
Jt; ciò che anche Ter vira per dimoftrarè ad evidenza ^ quanta ftima fa- 
ceife quel celebre maeflro nel noftro pittore. 

9 

SPtrot eòe VSi mri ricevute la mie éhpo la data della fua ultima Jelio^di 
Pebkrejft • per la igeale uecafai la ricevuta deOa tragedia , e li diedi le de^ 
aite gMziet fer. tal favore . 

Ora eecvtre « dirmit che il Sìg* Scbutttr i frenate a trovarmi oggi in cefiw 
tìmiba (09Hto eento^&aramadae fiorini e qaattor^ci pvacq^ter complimenta 
4tU^ intera pagamemo di quel qwdrow clT io feci de ùrdine divS. par faofer-- 
piciOf di cke ka dato al Sig. Scbmter la quietanza- Io mi fono, informato daf 
Sig. Amiom, per potere parlarne com certezza til quale fui dice aver mandato, la 
eej^ coti il fua quadra tre fettimane fona a^ volta i Ulfa^ onde pfffàri di 
imgo ver/o Italia, Pineà^àSig* Iddio difargdiela capitare ben condixia^aìo im 
hreve tempo eomefparot palchi le ftrade ai Ger marna, * colla pir^fade HannaulBp 
a la rotta data a Roiymar faraemo rinetme dì ogni m^le intoppa. In quan^ 
aa «/ /oggetto della pittura egli f cbiariJJSmo i di maniera cba com quel poco w 
eòe ne ter tifi. aVS.da principiai U rimanente fi dicliiareri aU' occhio giudizio^ 
fa di ìrS^ meglio forfè 9 cbeper mia relazione. Contuttociò per ubiiSre a VSL 
gli efpltcarò eon pocbe parole, la principal figura i Marte , cbe lafiiando il 
aempio di fana apeno [ il quale in tempo di pace fecondo gli coSumi Romani 
fiava ferrato} va col fiuda e la fpada infaf^u/nata f minacciando a i popoli 
qualche gran ruina^ f aj curandofipofo di Venere fua Dama » che fi ^rza con 
carezza • ^ al^bracciamenti a ritenerla » accompagnata daUi fuoi tAmori 
a Cnpidini . DalT altra banda Marte vien tirato da^ f strìa Ale Sa [ b] , c(af 
omajiice in manof e duoi mofiri a canto $ cbe lignificano la PeSe e la Fama 
(c]f compagni infepar abili della Guerra* Uel f^ola giace rivolta una Danpa 
eon un liuto retto , che denota t Armonia » la quale è incompatibile coUa dUcor^ 
dia dolio Guerra: ^come ancora una madre col bambino in br accio w dim^ran^ 
dolche la Fecondità^ generazione e Carità vet$gono fraverfatedaìlaGuearaf cop 
corrompe e diftrugge ogni co fa. Ci è di ptà un Architetto fottof opra colli fuoi 
firumenti in mano , per dìre% cbe dot che in tempo di Pace vien fabbricato per 

la com^ . 



i^W*^mV*^WBivp«a«»i 



|a) fW4 ^S- lucrczio nel fuo ffordio • [ j>] Vide Virgili nm l fi. jìùfeidQS . le} La 
Pffio ba la bocca infocata f e la Fame molto aperta* 



MOmV GIUSTO SUSTE RMANS. 179 



hèùmàwSii i§rmmemo delle tittì.fimMi§ in ruma, egeitafipef terre 
pef k ^iekmtM ieWarmi . Crede, sì ken mi ricardOf cbe VS. treverà aaeora nel 
fiehfdi fette i piedi di Marte . un Uhre , e fnalebe diffegno in car$a , per inferire^ 
cbe egli ceke le tcSe tenere 9 & altre gnlenterie. Vi deve ejfer di^ù nn mezza 
Sfrezze ofaette, cel laccio cbe gli Jlringeva infieme f dot so cbe era $ ftanda 
emite ^ f Emblema detta Cencoréa , Jkeome ancora il Caikceo e f ulive $ firn^ 
Modella Pace, cbe fin/i giacerli a corno. jO^eOa matrona lugabre, nefiita di 
négro e col vele firacciato, e /pagliata deUeJSegioje & ogniforee d^ornamem* 
ti I i rinftUce Europa, la fuale già per temi anni Jbffre le rapine , oltraggi a 
miferie, cbe fona tanto noctve ad ognuno , cbe non occorre fpeeificarle . Lafna 
marca è f nel globo t jbflenuto da un Ang/tUtt 0,0 Genio con la Croce in cima 9 eba 
denota t Orbe Criftiano , Stneffo è Manto cbe pofo dime a VS. e mi par trop. 
pò , poicbè VS. con la propria figaciia F overeHe facilmente penetrato ; onda non 
avendo altro con cbe trattenere a telarla, mi raccomando tH vivo cuore nella 
fna buona grada % e re fio in eterno 
D^Anverfà il 1 1. di Marzo ranno 1(^3 8. 

DiVS.Moiein.^ ■ 

Vm.^ e M^ Str.^ 
£ poi fotto foggtunge : Pietro Vam Rtéent é 



h temo , cbe fiàndo tanto tèmpo una Pittara frefca inroUata & iftcajjita, ben 
aoiretbèno fittarrire un poco gli colori f e particolarmente le camcgioni, e t^ 
haccbe ingìaliir/t fuaMe poco , cbe però fendo VS. tì grande uomo nella noffré 
profeffione , fi rimedierà facilmente con efporlo al filCf taf dandolo per hter^ 
<^aOi, è quando fajfe Hecefforio , ben potrà VS. con mia permi^kne metterci 14 " 
fuamàuo, e ritoccarlo dove farà di bifogao, » per difgracia% per mia dap^ 
pocoggine 9 con cbe di nuovo te bacio' le mani . 

Mi la finta di Giulio , eht oramai 8' era fparfa per tutta Europa , nott 
f aveva pdfto folamente in concetto del Rubens; ma lo fteflb Antonìof 
Vandich» quel grand* uòmo clie è noto, che fin dall' infanzia avevala 
amato, Febbe in tal concetto» che poco avanti la fua morte, che fegu): 
derr64i. defiderò vivamente di avere alcuna co& di fua mano, e forte lo 
ftimolò con fue lettere a fargli il ritratto di fé fteflb; ma la modeftia del 
noftro artefice I che gli faceva parere, che una tale IHma deli* opere fue ' 
in un sì celebre fhaeftro, eccedefle al proprio merito, fé ne andava fcu-^' 
fando. Vinfe finalmente ana sì gran continenza Tinduftria del Vandich; 
il quale per ottenere l'intento , mandogtì a donare il ritratto di fé fteflb; 
fatto di fua propria mano (a) , che è quello appunto, che fi vede oggi neU' 
h ftanza de' Ritratti de t celebri artefici , fatti di lor propria mano nei^' 
Ta Galleria del Sereniflimo Granduca t di che fon io flato afccertato di 
Giufto médefimo, il quale lo diede alla gloriofa memoria del Sereniflimtf 
Cardinale Leopoldo de' Medici , inventore di s) bella raccolta, e dal qualef 
è ftata tolta V efiigte , che l' erudito Gio; Pietro Bellori ha pofto nel Cqù 

Ma bel 



M»MBi»«a«MMHB«wai«iMl*M*««BaMaaHaBaH^BHBMaMlMiaBiaiM^MaH«P« 



(a) Nom è pia qudlo, ma un altro molto pia bello donato dalC Elettore Palatino. 



i8o Deceunjn.Mla Parti del Sec. V.dali6io.aÌt6$o: 

bel libro delle Vice de* Pittori, Scultóri e Architetti moderni^ «1 prui- 
bipio della vita di quel!' artefice . Ma non foto per aver da Giulio il to» 
prannominato ritratto , gli mandò il Vandìch il proprio , ma quello altreik 
fatto pure di fua mano» della madre di lui» dico delio fie0o Giufto> h 
quale viveva in Anverfa, già ridotta all'ultima vecchiezza.; il qual ritrtfi- 
to fi conferva oggi appreflb i fuoi eredi. Rapprefenu quefto il volto» con 
buona parte della perfona» d' una veneranda e (piritofa vecchia» con una 
mano al petto » con manicòtto e collare a lattughe air ufanza delle matro» 
ne di quelle parti. Mandò ti Suttermans il fuo proprio ritracco al Van- 
dicht che molto lo gradì; ma poco le Io godè» perchè non andò molto 
the egli chiufe gli occh) a quefta luce. 

Era già l'anno 1^40. quando il noftro pittore fu con grande inftan^ 
aadaiSereniniimodi Parma domandato al Granduca di Tofcana; onde e^ 
da' comandamtenti dello fieflo fu necejQlitato a partirfi di Firenze , e colà 
incamminarfi. Fece i ritratti di tutti quei Principi: e. col SeremiTimo 
Duca trattennefì in Piacenza per qualche tempo . Intanto il Marcbele di 
Leganes, Governatore di Milano » avendo difegnato di portarfiall^imprc^ 
fii. di Calale di Monferrato» per k quale avevi mèfiTo in arme dodicimila 
Fanti». 6 cinquemila Cavalli, già dava afpettando avviio» che fojSero aK 
r ordine gli altri più necefiTarj provvedimenti per quella guerra, per ufci«^ 
fe^di .MtlaDó.; quanda vennegli volancadi fariliare il pro|^rio ritratto < e 
avendo udito dire t che Qiufto^, di cui correva gian fama m quella cstùirp 
fi trovava in Piacenza»; tanta fi adoperò con quel Duca » che egli di fut)!-* 
to» in compagnia .de! Marcbefe Lampognani fuo Ambafciadore » gUel 
mandò . Quefto Cavaliere ie lo volle Tempre renere in caia e alle fue fpo« 
fSr dilettandofi r^on ordinariamente il Governatore di quefie ardi; onde 
e#a^ fatto fare i ritratti di tutti i^ Generali e Maettridi Campo r che Tave-^ 
van fervito in quelle guerre > de i quali aveva formato un bel Mufeo: con- 
cetto fegutiato poi dal M'archefe AlefiTandro dal Borro, Generale dell'Ar- 
mi del Sereniflimo Granduca» dopo le guerre del 1643. nella fua cafa di 
Firenze. Fra quei ritratti» il più bello r anzi maraviglioib» era quello 
del Marcheiè Cofìmo Riccardi» nobile e ricchiifimo Cavaliere fiorenti-- 
no» che egli medefiino» per donare al Governatore, aveva fatto venir di^ 
Firenze. Parve mìir anni al Leganes di fencire da Giufto chi aveìTe colo* 
rito quel quadro» al quale effli dava tutto il fuo affetta; onde la prima 
volta ch'egli ebbe avanti a le il noftro virtuofo» dopo var; fegni d'amo- 
:^e e di ftima dimoftratigli^ fecegli vedere il Mufeo» e particolarmente il 
ritratto del Riccardi f il quale egli frattanto non ceflava mai dì lodare » e 
volle faper da lui ehi ne fofle (tato il pittore. Allora un Prelato , quivi 
prefente» al quale era ftata data incumbenza di trattenerlo» e provveder^ 
lo in fue occorrenze, che già era di tutto informato, mentre Giufto per 
modeftìa taceva, difié al Marchefe» efler quel quadro di mano d'un gran- 
de amico e fervitore dell* Eccellenza Sua » accennando verfo il Subtermans } 
onde il Marcfaefe accoftatofeglì , cordialmente l'abbracciò; e fubito con 
gran baldanza gli mofle il difcorfo di come e' voleva che fofle fatto il pro- 
prio» cioè in figura intera quanto il naturale» e con trofei d'arai attorno . 

Ma 



y 



IMON^U GVISTO SVBTERMANS: iSì; 

• 

Mi non furono amena pochi giorni pafliui » che Giudo, colto da fpcùt 
febbre» fi pofe in letto» ficchè non fu altrimenti poffibile il dar pririci*» 
pio al ritratto. Non trapafaò la febbre il termine di fette ^orni, dopo 
a ^uali, l' Amba&iadore per divertirlo alquanto» finche ei ntornafle alle 

8 rime forze » conducealo feco in carrozza . Occorfe un giorno che qué-^ 
a s' incontrò colla Cprte del Governatore-, il quale vedendo il pittore 
ufcito di letto e di cala, molto fi rallegrò; onde dall' Ambafciadorefii 
ftimato conveniente cofai che egli di nuovo e coalconvalefcente fi pre- 
ièntafie a Pabus?o; ma ciò fegu) a fuo gran cofio ; conciofliacofachè» per lo 
difagio patito in quella vifita» ricadde nel male sì precipitofamente » dje 
per tre mefi continui oppreflb da tre: ricadute» una peggiore delPaltrat 
fiettdli nel letto quali fempre in pericolo della vita. Intanto il Màrc^iefis 
di L^anes» che già s'era incamminato coir efercito a Calale» daya^ol:. 
dìni continovi per aver nuove di lui, mandavalo a vifitare eregalare^. con 
defiderio di averlo quanto prima 4IP armata». ma fu così pertinace la ma^ 
iattia» che già erafi levato r aflèdio» quando egli non era ancora ridotta 
allo fiato della prima falute* Sentì vivamente le male nuove di Giudo in 
Firenze il Granduca: e tenendo per fermo , che la mutazione dell! aria 
avefle potuto alquanto contribuire alla di lui fanicà» fecali ordinare il 
partirli di là per ogni modo . Volle quel Marchete » eh' e' nifle accompa* 
gnato ton ogni immaginabile comodità; con ordine efpreflb a ehi lo eoa* 
duceva» dltermarfi in tutte le citta» e quivi fargli prendere ben lunghi 
fi poli, finche e'^iugnefiè a Firenze . Tale fu dunque l'eGto della chiama^ 
ta di Giufto a Milano, e il canto defiderato ritratto del Marcheie non pò» 
tè farfi altrimenti • 

' *L' anno 1644. la Santità di Papa InnocenzioX» elefib nel numero.de; 
Cardinali di Santa Chiefa la |[lorioia memoria di Gio. Carlo» uno de'Prin* 
cipi di Tofi»na : ed eflèndo il giorno 13. di Novembre dello fleflb anno 
comparfo qua MonCGiovanni Gerini nobile Fiorentino» uno de i Camerieri 
Segreti participanri f mandato a quell' Altezza colla berretta Cardiiulizia , 
fu Juogo al Cardinale di metterli in viaggio alla volta di Roma a pigliare 
ai Cappello- Partì egli adunque di Firenze agli otto di Febbraio fufieguen-^ 
ce » e volle avere £ra gli altri di fua Corte il Suttermans . Giunto in quella 
Città» dove fi trattenne per (hù meG» fpedìa favore del noftro artefice » 
che egli teneramente amava» un memoriale in data de' 20. Aprile i<^4;«( 
con cui meflelo al proprio ^ Ruolo » e pcovviddelo d' una molto nobile 
provviGone. Tornofiena Giudo finalmente a Firenze: e di nuovo fu chian 
mato a Roma a fare il ritratto del Papa, che riufcì belliflimo. Dipinfé 
Donna Olimpia e' fuoi figliuoli con tutta la cafa Panfilia» dalla quale ri*» 
portò ricco onorario e trattamenti nobili • Tornò di nuovo a Parma :: quin* 
ili fi portò a Modona, e in quella città fece i ritratti dituttiiSerenimmi» 
parte de* quali ritratti furon mandati a Firenze al Granduca. Era fiato 
dli tf. di Marzo i(^45..creato Cardinale Àldi^ranoCybòde'Principi di Mafia, 
ed incaricato della Legazione di Ferrara . Volle quefti il proprio ritratto di 
mano di Giufio » al quale » così egli » come tutta la fua Eccellentiffima cala, 
portava non poca afieaione ; onde fattone negozio col Granduca, ottengo 

. M 3 che 



V 



che egli da Modana fé ne veniffe a Fenara. mciii0é¥i ^uell' infigm Porr 
potato in varie proporuoni : e t ricratti f iirbn mattdati mdivem luoghi^ 
Segaico poi che fui' anno itfitj^^racMfaiiMnto fra M«ria Anna» figliagli 
^Ferdinando III. Imperadorei e la Maeftè del fte Caccoltca Filippo IV^ 
il Sereniamo Cardinale Già Carlo» Generaltflimo del Mare per quella Co^ 
sona» fé ne pafaò al Finale di Spagna» per accompagnare air imbarco la 
novella Spófii» pigliando la ftrada da Milano : e feco condofle per quel ^^^^ 
go viaggio il nodro Giudo » non tanto come familiare di fua Corte» quaa* 
co acciocché faceflè il ritratto di quella Maeftà: il quale egli condufle ma-^ 
ravtglio&mente al fuo foKto»e ad efla lo confegnò per portarlo in Ifpagna» 
come£bgu]k. Dopo quefto fé ne tornò si Genova col Cardinale » che fu 
alloggiata in cala di Gio. Andrea Spinola » il qutfle al partire di Sua Al* 
tezza «I in nome di quella Nobiltà gii chiefe in grazia il la£ctare quivi 
per qualche poco il pittore» e ottennelo. In quefto tempo Giudo fece 
I ritratti di Gio. Andrea e della Moglie » quello d' Otuvio PaUavici* 
no» e d^ altri Cavalieri e Dame» riportandone frutto di gloria» e dòna«^ 
tiri eguali al merito di fiia virtù. Intanto» perchè a cagione de** contino» 
vi divemmentt» e de* allunghi viaggi • eg}i aveva Iafi:iati e a Modana^ 
m Parma affai lavori imperfetti; comparvero lettere del Granduca» colle 
ottali veniva^Ii orinato il tornare a dar loro il defiderato fine ; onde egli 
vibfto meffoii in viaggio» & portò in Lombardia. Fecevi di nuovx> ì ri- 
tntttidi tutti » Serenifliau Fnncipi e Princioefle » per quelle e per l' Al* 
tezzedi Tofcana . Era egli», fino in tempo aella Sereniifima Arcidueheffj^ 
Claudia» Moglie dell^ Arciduca Leopoldo» fiato pia volte ricreilo di an^ 
darfène in Infpruch ( a) » ciocché» per le varie occupazioni » «ome àbbiao» 
fletto» non aveva mai pocuco efiettuare^ ónde intorno airanno liSsi». eC^ 
fi»do feguito il matrimonio della Sereniffima Anna dt Tofcana coli* Ar*^ 
cidttca Ferdinando Carlo» nel tornar fenè clV egli faceva da Parmae Mow 
dana» incontro gli ordini del Granduca ^^ di portarfi di nuovo in Germai» 
ntà a' (ervig> di Sua MaeftàCe&rea» e poi in Ifj^ruch ». il che tutto eféquh 
CoU'Arcid'ucheffa trattennefi un arino intero: fecevi ritratti di quei Prin. 
cipi e di molti Cavalieri e Dame ^ e qui poffiamo dire che ave&ro fine i 
viaggi di Gittfto» Non è poffibile deCcrivere la quantità degli ftupendi ri* 
tratti «che fono ufeiti dal tuo pennello nel corfo dei molti anni, che egli 
a^ è tracteiwto in Firenze dal \6sh che Icgui il fuo ricorno di Infpruch » 
Io folo farò menzione d'alcuni, in rigurdo de* foggetti rappiefentati r e 
non già per dar giudizio, di maggioranza di perfezione fra loro» non ve^ 
dendoiéoe aopena alcuno» che non.iìa bello a maraviglia. Fece il bellifli» 
mo ritratto uel Sereniamo Granduca Ferdinando IL che fo pofto nella 
Real Gatteriay figura quanto il naturale fino fotfo il ginocchio* Avevalo 
egli dipinto con cappello in tetta adornato di pennacchi; ma dopo quaU 
che anno» per ubbiaire agli ordini di un gran Miniftro diquell'^ Altezzap 
con vennegii » benché con poco fuo guflo» il cancellarlo» e nr al che fi ve- 

defle 



( a ) hfprucb , della parola Pruch , che in lingua Tidefca vuol dire Ponte » r Ina » che 
vali Di la fiume » tat. Oenipons Oenipontii • 



MONSU GIUSTO SUBTERMANS. i8j 

defie qvidltmaeftofii tetti deltuttoCcaperct . Reda peiò metnorii, come fteff^ 
oer avanci il ritratto, in una copia » la quale d' intaglio di Francefco Spierr^ 
LormeCe correttampata» principio del £iaiofiiiiaio libro ìncìtolato i'agg$ 
di Hmuwati Efymtienzt % fatti neW Accademia del Cimimo , /òtto la ProtezioiHf 
del Seremfima Principe Leopoldo di Tofcana . Colori poi il tanto celebra xtr 
tratto del MarchcCe Gerì della Rena, ft^to Maeliro Generale di Campo «^ p 
Conflglier di Guerra di Sua Maefta Cattolica • che riufi:i tanto vivo » che, fu 1» 
maravigltade' pennelli di quell'età : la qual cofa confiderandp quel valorofo 
Cavaliere, volle lafciarlo per tedamepto , obbligato 4 eretto fidecomoaiflo^ 
infieme con un altro ftupendo ritratto» fatto pure dalla propria per fon^fut 
In fua gioventù da Criftofano Allori » coinè nelle notizie del meoefimo Cri^ 
fiofano abbiamo raccontato : quello di Francefco Capponi, Propoftodellt 
Cattedrale di Firenze, confervato oggi in fua memoria, come maraviglia 
dell'arte, dal Senatore Ferrante Capponi fuo Fratello, AiKlitore del Sere^ 
niflimo Granduca , e della Illuftriflima e Sacra Religione di Santo Stefano 
Papa e Martire.- dal qual ritratto Aleflfandro Nani ricavò quello, ch'egli^ 
dopo la morte del medefimo Propofto, dipinfe a frefcò in un peduccio di 
volta del Chioftro dello Spedale di San Matteo, del quale il Capponi era 
ftato per più anni Spedalingo * ... 

Era r anno 166$. quando alla virtù delle altre volte nominato Matfir 
matico del Sereniilimo Granduca , Vincenzio Viviani, Autore del tanto 
rinomato libro De Maximis ^ MinimiSf accrefce vanii ogni giorno pili 
gli'Applaufi in Firenze fua patria e per r Europa cutta; onde non è da 
maravigliarfi, che al noQro pittore, da un Sovrano fòfle ordinato il pror 
curare, «tome da ie (kefla e fenza fare Scoperta delValco motivo avutone» 
di fare il riktatto di quel Virtuofb. Ripugnava a tal richieda la modeftia 
del Vtviani, mentre quegli, per rendere obbedienza a quel Grande, ror 
plièava Pìirflanze. finamente ebbe la cofa fuo fine. Fu il ritratto fatto 
pervenire alla mno di chi 1* avea ordinato , ^ il quale vedendolo vefiito dei 
prtfprìo abito civile , eU)e vacheseza di averne uno in altro abito più efpreft 
fivo delle qualità letterarie, che adornavano l* animo della perfona dipmta< 
onde volle che Giufto di nuovo il ritraete t e coal il noitro pittore fece 
l'altro belliflimo ritratto, che è quello appunto, die poi fu fatto pervev 
nìre in mano dello fteflb Viviani: la perbna del quale in più che mezza 
iìgura, vedefi in atto di federe con libri attorno, ed una lavagna : ed eflp 
con itile e geflfo alla mano, con moto e gefto fpiritofo , alza T occhio e la 
teOa verfo la Hntftra parte; quaGchè immerfo in profonda fpeculazione» 
vada richiamando e combinando fpecie e fantaltni , ordinati alle fue nobi? 
il e peregrine invenzioni geometriche. Dx quefto ritrattole dal naturale 
ancora, il valorofo giovane Antonio Tempeftìf diCcepolo delfamofo Nan* 
tuel » feguendo i comandi del Sereniflimo Granduca Cofimo IIL tolfe 
Feffigie, e con maravigliofa diligenza intagliò in rame. 

Ma giacche ne ha portato V ordine del noftro racconto cafualmentè 
a parbre del Viviani , pare che non farebbe cofa molto lontana dalla ma- 
teria, di cui noi imprendemmo a parlare , ma bensì di onore delle nofire 

M 4 / . arti , . 



/ 



y 



1^4 DuentiJIVdeMPah^^ 

Wttn il dirne ^ualcoik in psirticoUre . Ma tanti fono ftati fino t qsleOi 
:Ceinpi gli uomini di tlto valóre nelle ornane lettere , luliani .ed Olcrt» 
laontani, che hanno fatto menzione di lui ne' loro icritti» .che impropria 
filmerei io il lungo divertire, parlandone , dal filo incominciato. Vedafi 
ciò, che ne fcrive Carlo Dati nella Apologia iotco nome di Tìmamrùjinn 
matti il P; Fabbri in più luoghi dei fuo Eufiémdroft nella iìiè.Sjna^s Gear 
arnica ; Gio. Alfònio Borefii ne' fuoi Comenti fopra il V. vCeVIL 
"d* Apollonio I tradotti dall' Arabo da A bramo Ecchellenfe : Renato Fran^f 
cefco Slufio ne' Mifcellanei geometrici ; Gio. ColUnt Afof emacici negli 
Atti Filpfofici di Londra» ed altri molti • Dirò fole efier concetto fra ds 
sioi comune^ che oltre gli altri requiCti,. che qualificanQ il Viviarvi pej^ 
fitigolare, uno fi è aver congiunto al dono d'una gran lucidezaa d'ìnteN. 
»Ìetto e prontezsa d* ingegno t quello altrea) di una micabi^le inventiva nel* 
le còfe Matematiche e Geometriche : di che teftimonio badante fu il no* 
minato fiio libro ^e Aiaximis ^ MimmU$ da eflib pubblicato del i6s8% 
a) comparir del quale in Parigi l' invitta Maefià diLu^iXlV. il^ Grande r 
di propriot moto fece dar luogo a lui tra quei letcerati d' Italia « ch'ei 
volle che foifere regiamente riconoTciuti con annuale onorario , eguale 
alla di lui Regia Liberalità . Il teftimonia finalmente V ifteflb libro • cioè ^ 
t^e olire a quello» che ne fcriffero i Matematici di primo grado» 4o trovai 
lìptato in un Giornale di Francia , dico neU' XI. Giornale de* iS^hAà^ 
f io (579, a fac. 13/. le feguenti parole « Vincetuii VmanfSeren^m M. JO^ 
itrurU Matbtméucr En$daiio PnUema$um » uniwi^/ti G€ome$r$s^ fropcfii^rnm 
nCkr. & Rev. Dom. Claudio Comiers Cantmicakhtdunenfii OUegiafisBcc/efiji 
diTtì^antPrfpvfito dignìffima^ in 4. Fhr\ ^677. ^fètk alti» par^teiappfefl^ 9 
che recate in noftra kngua così Tuonano; TrovkfiuinifuaJhliiìto affiti pkk 
J^^tll^f ihe il iitola ci promciici poiché il Sig. Vifuam.Jagno, Difo^h e 
fuccejòra doùo il TwrntBi i nella Canedra delle Matiemaiicl>ajKOaSeadh iÌ9r 
tentino r del Galilea neW Accadamia Fiorentina r nonfoldmen$it ci da la fciagli* 
memo de^Proèkmi^ flati da nai emtnciati nei XVI h Giornale: del 1676. macidé 
ancora molte maniere Geometriche ^ per dividere PAngob^ in tre parte egnafip 
'a anco in fualnnqne defidtrata propotziane^i ciò che non è' pnmomen degno de^. 
f ingegno di lui ^ già fattoci fi pale fé nel J no bel libro De Maximis &. Minimis^^; 
in fn^limento del quinto Liho aerduto^e sìlnngamemedefideraiOfde'Conici di 
tyipoUomo. Fin qBiVil Giornale ^ e fappiafi che quello Apollonip- fiori iii 
Grecia peco meno di duemila anni fono . E tanto bafti aver detto del 
Viviani . Tornando ora al Subtermans, che io- m' ingegnai a principio d| 
qualificare col bell'encòmio di pittore d'uomini grandi» non diebbo la«r 
Ictaredi far particolariifima ricordanza de' tre veramente ftupendi ritratti, 
ch'egli ìli diverfi tempi colorì al vivo del tanto rinomato rrancefco Re«^ 
di iK>bile Aretino, gloria non meno di Tua patria. che del noftro fecoio» 

fer la profondità di quella fcietiza , che hanno fatta oramai nota al moi^dcr 
fuoi dottifiìmi libri. Il primo di quefti ritratti dipitìfe il noftro artefice 
nel tempo, che il Redi nel più bel fiore di fua gioventù già avea fatti ve«. 
dere, per emro la nofira città e fuori , i gr:in tacg^ di fuo fa pere: in fe-« 
gnodi che volle il pittor rapprefentarló colla deftra mano fopra un libro; 

e riufcì 



« • 



MONSU GIUSTÙ SUBTÈRMANS: 18 J 



eritifeì t»le quella pittura, che non ho alcun dubbio d^aflèrmare» ch'elle 
meriti luogo fra le pib belle di Tua mano. Il fecondò ritratto fece egR 
dopo qualche tempo : e a quefto pure fece in mano un libro i ed anch' etrò 
beftiliimo. L'ultimo finalmente dipinfe in piccoliflima proporzione, ^ 
quanto dovea fervire a fuo tempo t (iccome poi fervi per modello t Do^ 
menico Temperini , noftro intaslìatore valòrofo, per mtagliarlo in ramò 
in fuUo ftile del celebre Nantuel tuo maeftro » come di fopra fi diffe . Noi) 
poflbn mai baflantemente lodarfi i ritratti ih tutta figura , eh' egli fece 
poi del nominato Sereniflimo Ferdinando II. del Serehifiimo Granduci 
Cofimo III. Granduchefla Margherita Luifa d' Orleans fua Confòrte, Gran**» 
duchefla Vittoria della Rovere, de i tre Cardinali, Carlo, Gio. Carlo 
e Leopoldo di Toicana , e del Sereniflimo Prìncipe - Mattìas , ne i quali 
tutti fece vedere miracoli del fuo valore. Un ritratto al vivo dello fteflb 
Principe Matttas diTofcana veramente apprezzabile, quanto dltro mai no 
partoriflero i fuoi pennelli: e un altro belliffimo del Prior Dante della^ 
nobiliffima famiglia daCaftiglione, dato Maeftro di Càmera del Serénifli-'^ 
mo Granduca Colimo III. confervano in cafa fra altri dello fteflb artefice $ 
i figliuoli del Cavaliere Bernardo «fratello dello fteffo Priore, che fu Mag"- 

Siordomo Maggiore del nominato Principe Mattias. Nelh Galleria del 
larchefe Ferdinando Cofpi Senator Bolognefe fono i ritratti di ottoPrin* 
ci pi della Real Cala di Tofcana di mano del Subtermans, donati a detto 
Marcheiè da'medefimi Principi» e fottodi e (fi legge fi il feguente difticOl 
MedìctQS vuhus pinxh manus inclyta ^ufli ; 

Mediceos animos Regia Dono notant. ^ ^ - 

Ma qui mi convien pure alquaoto divertire dalcorfo delP iftoriti € 
dire alcuna cofa in generale dell'eccellenza de' fuoi ritratti , per dar quai*^ 
che contezza di loro prerogative a chi non ne ayefle mai veduti. B prima' 
fa di melUeri il riflettere » che varie fono le abilità e i particolari talenti ^c' 
rinomati pittori, tanto della vecchia che della moderna età. Di Deme-^ 
trio r antico fi racconta, ch'egli fu fingolare in efptimere la fomiglianzf- 
dclle cofe, ma non ebbe già pari nel conofcimento del più bello della Na-> 
tura. Zcuf] per l'opere fue fcelfe fempre il più vago,- ed è notifiimo queV 
hiio , che dovendo dìpignere la tavola nel Tempio di Diapa in Crotone»' 
affine di farla quanto più ii poteva bella, non contento d'un fol corpo»; 
fcelfe cinquefanciulle delle pili leggiadre I che fi trovaflero fra la gioventi^- 
di quel tempo, oflervando in ciafcheduna di effe le più commendabili parti; 
per ritrarle nella fua tela . Nel primo fi loda l'imitazione di quell'oggetto » 
eh' e' fi metteva a ritrarre i qualunque e' fi fofle o bello o deforme ; nel 
fecondo la bellezza di un tutto, compofio di belle parti, di diverfi corpi;' 
ma non già la fomiglianza ^ alcuno in particolare . Sonb fiati poi altri* 
artefici > che noi diciamo di maniera o ammanierati , i quali avendii^ 
formate alcune idee di volti a lor capriccio, non (blo non hanno feelto* 
. ri più bello che può far là Natufa» ma non hanno imitato eziandio quello^ 
che ella èfiitita di fare: e quefti fon degni d' ogni biafimo. Ma chi pò-' 
tra giammai credere eflerfi trovato un pittore , il quale fuggendo la de* • 
olezza del primo »fenza T artificio e iiiduftria del fecondo : ^ lontaniflimó' 
• . dalU 



i%6 Decenn.llldella9artldAlSccy.M\6%Osah6^o, 

dall' inganno di ^uefti vltimi « ila gianto a fegno di fare i fuoi rìcratd fi* 
miliflìmi al vérOf Jt diflimili in un tempo ileflo t e tali finalmente , che 
e' fi pofia dire, che la cofa dipinta fia quella fatta dalla Natura^ e quella àU 
tresì che ella non aveva fatta » ma poteva fare pia bella . E pure tale fu 
]1 nojftrp Giufto Subtermaiis t il quale non fece mai ritratto , che non 
foìTe di gran lunga più éello dei vero» e che non- foCTe 'duello Aedo, per 
cui raflomigliar^» fu dipinto. Né fia chi con rigorofo efame, del flutto e 
di ci^fchedyna parte de' fuoi volti f podi a fronte dellvoriginale, fi pro- 
netta di poter rintracciarne dìlFerenzà ; perchè ciò non è pofiibilei tro« 
yandofi in efli fimili le proporzioni, il colorito» il gefio» lo fpiritot ed 
ogni altra cofa quanto mai efier pòfia : pei'fezione in vero propria del fuo 
pennello» e non d'altri : e da poterfene» a parer mio, poco difcorrere e 
fianco incendere; ma pure, per ricercarne qualche ragione, io prendo a 
parlarne in quefto modo , Noi vediamo» che il volto dell* uomo con eiTer 
tempre lo ftefib, contuttociò in fuperfìcie, o per ritiramento o per rila& 
azione delle parti» farfi veder fovente alterato e difilmile da fé fteUptCioè» 




illegi 

fi rende punto difficile al pittore il far ritratti, che afiimigliandofi molcoi 
àJIaperfona dipinta, la tacciano anche afiai difiimilc a quella, ch'ella fuojt 
«fiere per ordinario, coll'efprimere tali affetti nella fua pittura,*, ma Tefi^ 
figiare il volto d'un uomo in tempo , che egli è del tutto lontano dalle vio- 
lenze deir infermità, o dà quelle dell* interna pafiione d' allegrezza o al« 
trp: e farlo feropre nella più bella apparenza eh' egli pofla avere ^ fenza 
difppfiarfi punto dalla fomiglianza di lefiefib; quefta fi è cofa, che fi rende 
a prima yifta incredibile: e pure il pennellp di Giudo ha fatto sì, che la 
traviamo vera. Bifogna adunque dire , che tal perfezione abbia avuto fua 
fermezza in un maravigliofo conofcimento di tutte le mutazioni, che pof*^ 
(pn fare tutte le parti de i volti» per dimoftrare al di fuori la giocondità 
e la bellezza, che propriamente e particolarmente loro converrebbe: cofa 
che, per cosi dire, ha del divino : e tale» credo io » che chi l'ha non la 
puote ad altri infegnare; e chi non V ha» difficilmente colf imitazione la 
può imoarare. Mi conferma in quefta credenza ciò che egli» non ha moi* 
to> miuifie» cioè, che ogni figura ha un moto, che è fuo proprio, e noa 
d'altri: e che è neceflàrio nel ritrarre il conofcere tal proprietà di moti» 
la quale ha una gran parte nella fomiglianza ; onde egli avendo tale cogni- 
zione, non ègranfattoch'eigiugnefle ali* accennato fegno. Che egli poi 
ciò ben conofi:efie , pare che lo moftri chiaro il feguente cafo, raccontato- 
mi pure da lui in fimile propofito. ^ Aveva egli in Genova colorito il ri- 
tratto d' Ottavio Pallavicino : vi furono alcuni Cavalieri, che per mo* 
Ararlo ad altri, coperfero prima con un fazzoletto la fola faccia del rì« 
tratto: poi cosi conerto il fecero vedere: e nefibno vi fu» per quanto egli 
mi raccontò, che dal getto della perfona noi riconofcefie per Ottavio Pal- 
lavicino. Il fimile, dinemi egli» eflergli avvenuto in Mantova in ritratti di 
Dame» ed in Ferrara in un altro ^he gli aveva fatto fare T Eminentiffimo 

Cybò. ^ 



MONSU GiVStO SUBTERMANS. 187 

Cybò. Dicaio lidunque, che fé quefto arcèfice ebbe tal cognizione de f 
moti propr) de i corpi , che gli fece anche da quegli {tedi ravvifiure pet 
quei ch'e^ rapprefen cavano, fensa |àrne vedere i volti; gran fatto ftato 
non farà» eh' egli abbia avuta una tal cognizione de' moti delle parti d*ua 
volto» che gli (ia fiato poffibile il farloa fuo talento apparir bello e giocondo^ 
fenza levargli la focniglianza del vero. E tanto baiti aver detto in queflo 
propofito. ' ^ 

Eravamo già nel!' anno 1664» quando il noftro pittore trovàndofij^i dt 
molti anni addietro privo della fua cara feconda conforte, fu necc«itato 
per buon governo di fua cafa a pigliar nuova moglie . Effettuò egli dttn^ 
que il terzo matrimonio con una molto virtuofa e civile fanciulla» per no^ 
me Maddalena» figliuola di Agoftino Artìmini, della quale ha avuto ^i I 
figliuoli , de' quali a fuo luogo faremo menzione. Ed e cofa di maraviglia 
il vedere, come quello valent'uomo coll'avanzarfi nell'età, con tante mi^ 
che e cure, abbia mantenuta obbediente la mano ai fuo perfpicace intéi* 
letto, a fegno tale, che l'anno lójS. eflendo egli di preflb agli ottantadue 
anni, fece di volontà de' Sereniffimi il bel ritratto del Sereniflimo Prin« 
cipe FrancefcadiTofcana, con tanta bravura» che vollero quelle Altezze» 
che a perpetua memoria egli vi Icrìvefle il fuo nome , 1* anno e 1' età* 
Ha &tto poi altri ritratti fimigliantiiTimi fino a ouefti ultimi tempi, ne i 
quali volendo la clemenza del Sereniflimo Granduca Cofiroo III: mofira^ 
re a Qiufto alcuno nuovo legno di filma del fuo valore e di gradimento 
di fua lunga e lodevole fetvitù, comandò, che nel Real Palazzo de' Pitti» 
il Salone, che fervi per Y udienza del Sereniifimo Cardinale Leopoldo; 
fi dedicafTe tutto all' opere di Giufto: ed avendo fatto far raccolta d' una 
gran quantità di efle » fra altre che lì trovavano in diverfe ftanze » volle 
che in eflb Salone foflero collocate» per farne un intera e grande galleria; 
cdnèetto veramente nobiliflimo (n), toltone il tanto rinomato ritrattò 
di Galileo Galilei , del quale facemmo altra volta menzione » a cui fece 
dar luogo nella ftanza della Real Galleria, chiamata la Tribuna» che già 
più volte quefio ritratto ha cambiato luogo , e quivi fi confervano i pre«^ 
ziofi tefori di Pittura e Scultura , di che è ricca quefta Serenifliaia Cfafa: 
eciò, credo io, per far vedere agli occh) degli eruditi in un tempo fieflb 
due ftupendi miracoli della Natura, nella perfona di colui che quivi fi rap* 
prefentaal vivo» e anche dell'Arte nella pittura di Giufto. Dacché tal coQt 
ebbe fuo effetto» viflè Monsù Giufto tre anni , i quali, quefto onorato 
vecchio, ha menati cx>n un vivere al fuo folito devoto , e con tutti amo^ 
revole, trattando fé e la famiglia fua con nobile fplendore» godendo il 
frutto di fue fatiche nel pofledimento d' un ben radicato amore verfo di 
fé di tutta la Sereniflima Cafa » e in iftato di buona ricchezza , e d* affai 




fattegli 



rtM« 



(a) t quadre di Monsà Gtufto fono di prefenti fparfi per éltn fianze del Real PalitzzQ 
il ritratto del Galileo i nella Jlanza allato alla Tribuna. 



« » 



1 88 Decm* III della FartX MSec. K dal i Cto. ali 6$ o« 

{«ctegU per la ftraordiiuirìt amiciziii che ira di noi pafiò: eie liuidieooii«» 
fuke» che fino luzU. ultimi giorni ch'egli godè unità i feci con dtof eoa 
.penna e carta aUa mano » non tanto p^r ricevere e rifcontrare notizie! 
/ivate di pittori Fiamminghi de' fuoi tempi > per lo bifogno dell' Opera 
;iiia j quanto per rubare a lui » per così dire , il rimanente di quelle di fua 
^rfona» U quali. ( tanta fu la Tua modeftìa) davami egli con propria mor* 
tificazione , accertandomi di averle ad ogni altro in ogni tempo negatei 
jed io all'incontro non volli fcrivere alcuna cofa di lui^ ch'io non Tavefll 
da lui medefimo ricevuta, benché a forza di replicate indanzct e con 
efpreiTo patto di non darle fuori, fé non di poi che egli avefle chiuG gli 
Qfifih) a quefta luce. Mancati che furono finalmente i giorni autunnali 
dell'anno i<S8o« a Giufto cominciarono altresì a mancare gli fpiriti, e col- 
V inoltrarfì dell' inverno, fi accrebbero anche in elfo notabilmente le in- 
4ifpofizionì; tantoché in breve incominciarono adafiàlirlo a otta a otta 
in cafa, in chieìa, in firada accidenti di (incopi, che 1' obbligarono ad 
«ftenerfi il più del temno dall' ufclr fuori , falvo i giorni fedivi per la ne* 
ctifxtk della fanta Mena , e in quefti anche con paura . Si acquietarono 
alquanto i rigori dell' inverno ; ed egli a proporzione del temperarfi di 
flueili» moftravadi riforgere un tal poco; ma nella fettimana di Paflione 
pi di. nuovo abbandonato dalle forze . La Domenica delie Palme non fu 
.pofllbile, ciò non ottante, il ritenerlo dall'andare alla chiefa, dove aven*^. 
«do patito gran freddo, come egli medefimo confefsò , tornoiTene a cafa 
.travagliatiflimo • 11 Lunedì ufcì di letto con volto, braccia e gambe al- 
jquanto intumorite e gonfie, ftrettezza di petto, e gran palpitazione di 
cuore. In tale fiato perfeverò egli per fei giorni in circa, ogni di piùj 
fcapitando di forze \ onde convennegli il Sabato Santo darfi per vinto al 
male reftandofi in letto, mentre teneafi da ciafcuno per fermo, ch'egli 
non ie ne dovefle maipiù foUevare, ficcome avvenne. Continuò il pe^- 
giQr^K^ento fino a tutto il martedì dopo la Domenica in Albis: ed^in 
quefto tempo volle due volte il Sacramento dell' Eucariftia, e dipoi la 
continova aflifienza del Confefibre: al quale molto afliduamente fi aggiugne- 
vano il Padre Angelico Mazzocchini Servita, fuo cognato, ed altri Reli* 
jUgiofi efemplari . Aveva già &tto fuo teftamento , al quale volle aggiugne*^ 
re codicilli . Finalmente la fera del Martedì, nel tempo ftefib che ie gli 
porgeva dagli adami alquanto di refezione, fu fopraggiunto da una così 
abbondante pioggia d'umore dalla teda, .che credendo di morire, di Cubi- 
to chiefe e ottenne la raccomandazione dell'anima e l'efiremoSacn^men* 
to.. Uopo averlo ricevuto, immediatamente entrò in agonia ;ed alle i^. ore 
del feguente giorno, cioè a dire il mercoledì 23. d'Aprile i68i« fé ne an« 
dò , come piamente dobbiamo credere, al godimento degli eterni ripofi. 
Fu con nobil pompa e con accompagnatura degli Accademici de| Difegno » 
condotto il fuo cada vero alla Chiefa dì San Felice in Piazza, dove con or-- 
dinario dolore di tutta la città, in particolare degli amatori dell* arte, gli 
fu data fepoltura nel luogo appunto, che corrifponde fotto le campane. 
Lafcìò di fé e di Maddalena Artimtni fua Conforte, che pur vive al 
prefente in giovcnile età, un figliuolo, il cui nome è Francefco Maria, 

che 



MON su GIUSTO SUÈTÉRMANS. 189 

tòe ìK>n gtugne a compire il ^uattordicefimo afino i giovanetto d' otti* 
ma indde e di laggiaari colhimi » di cui a gran ragione fi promettono 
gli amia di quella cafa ogni pììi eceliente rìuicita : una femmina chia-.. 
mata Marglierita Luiik> che follmente per Tetè può dirli al fratello edere 
feconda (^) . Son rettati m cafi fua, oltre alla prèziofa tela> dipinta dal 
Ruben», ed un quadro d* una femmina del Palmas molti quadri di mano 
di lui» e di gran maeftri Fiamminghi i e di altre nazioni » che lungo fiireb*.. 
be il deferivergU in quello luogo . Diedi però che egli abbia di tutti la** 
iciatt una puntuale defcrìzione per chiarezza maggiore de'fuoi eredi. 



t$tmmtmm^mm 




MICHELAGNOLO CERC^UOZZI 

PITTOR ROMANO 

« 3 

DETTO MICHELAGNOLO DELLE BATTAGLIE 

Difeepolo di Giacomo it,Asè Fiammingo^ nato \6oo. ^ 1660, 

Acque il celebre Pittore Michelagnolo » detto poi per ec-^ 
cellenza, Michelagoolo delle Battaglie, nella città di Ro- 
ma», madre ie^pre feconda d'uomjni fingolariffimi. Tanno 
di noftra fal^ti^ i6oo«r II padre fuo fu Marcello Cerquozzi» 
il quale col fiire eferctrar mercatura di quoja per la concia 
nella ftrada detta della Regola » fi fece ricco di fisicoltà ; alle . 
quali » per particolar grazia del cielo , ebbe aggiunta profperità di prole;, 
conciofliacofachè egli aveflTe arutodiLuciaVaATalli, pur Romana, Ciuacon* 
forte, quattro figliuoli , il primo de' quali gli fu in ajuto nelle fatiche di 

2uei negozji in cui Tempre fì trattenne: il fecondo applicò alla computi*.- 
eria : il terzo datoti agii ftud) delle lettere» e facto Dottore in Teolo* 
già e Sacerdote » meritò d' efler portato al pofto di Cappellano e Teologo 
della Maeftà dell' Imperadore: il quarto fa quegli, del quale ora parliamo ^ 
per cui farà fempre viva nel mondo la memoria di quella cafa . £bbe an-« 
Cora due figliuole, che avendo veftito abito Religiofo nel Monaflero di 
Vitorchiano» dopo aver dati faggi di lor bontà e prudenza 1 Ibftenncro 
ambedue il carico d' Abbadefle» e poi fé ne paflarono al cielo. 

Venendo ora a Michelagnolo » egli ebbe i prìncipi del difegnoda Già* 
comò d' Asè Fiammingo» in quei tempi pittore di qualche nome: e poi 
il pòfe a ftudiar l'opere di Bambocci, tA inlieroe con Jacinto Brandi fuo 
amiciflimo, teneva nella propria cafa un natuiale » dal qualp ftudiava egli 
'>er le figure piccole , che erano il fiiQ.prìncipal talepi^» ed il Brandi per 
e grandi : e non fu gran fiitto »che Michelagnolo giovanetto» in età di non 
più che tredici anni» arriv^e adìfegnare eccellentemente ; mentrechè 
■■■ ^...-..-« lo aveva . 

( a ) FumogUedì MaJpmiliémQ SQldsni BcnsJ^ celebri Sfafuijla Fiorentino . 



i 



190 DttemAìIJtiàfmS. éÌS^.V.4aii6i9. al tC^o. 

Io aveva la natura dogato r non .folo d'un-gufto petfettiffima in conofceie 
il più bello delle cofe, che airpccbìo noftro & vedere la natura^ mt eaan« 
dìo d' una memoria rariifima • a|^t«inc» ad una ai chiara e sì force faìica» 
ila, che con grandiffima facilità ^iprimcva in pittura» ciocch'é's'era tto^ 
vato a vedere anche per molti 9 molti «uni avanti ; anzi era u|e Tìnger 
gno Tuo (cofa invero che in pochi ^efperimenta) chedal£blofentir rac- 
contare o da legger cali feguiti di battaglie cerreftri e marittime, naufra* 
g^9 tempefte e umili > ra^^efentavAgti fìibito in mttura» conformandoli a 
cuel racconto > come fé c<^U occhi propr} pli avene veduti : e quello AelTo 
taceva dal fentir la defcrizione dell' amenità, o fofle orrore d' un (ito, o. 
altra aquefia fimigliante cola* Incominciò egli dunque a fare ^diepet 
ognuno li parlaffe del fuo pennello, fin dalla Tua età di quindici anni in 
eira, nella quale dipinfouna tekij^er lo Maggiordomo dell* Ambafciado- 
n di Spagna , allora Relidente alla Corte di Roma : nella qual tela fece ve* 
dere numero grande di figure . Ma volle il cielo in quello medelimo tem- 
po far conofcere a lui, e con eflb al mondo, quel tanto vero ailioma , che 
non fono veramente in poter dell'uomo le proprie vici ma di colui che 
tutto regge e governa; onde allora e non prima, tanto e non più, altri 
puote a'difegnati fini pervenire, quando e quanto a lui folamente phc^ 
oche però egli con unfagsio refleflba quella mano, onde ogni bene fcà- 
turifce, vengali ad abilitar femprepiù a confeguir la pienezza d'qgni mag;*' 
gior felicità. Fa dunque egli aflalìtó da u^a grave Infermitii, la quale in 
rompo lo ridulTe :a . fegno , non folamente d' aver confumato tutte le prò* 
pne foftanze, ma d' avere eziandio quali ogni abilità perduta da potere 
Q&fcìtare fua profeffione: e già fi dava per vhVto a quel mialpre § ed in- 
cominciava a difperare di poter phì tomaia a dipignere^ quando "Voile 
Iflfaiior' cIm tornane di Spagna Domenico VioFa pittore intendente; e che 
a:^q[uefii , dal mentovato uomo dell' Ambafciadore di Spagna* fofle'ratto^ 
vedere il l»I quadro : e che egli avendovi ^tto fopra gran reflelfione, vt' 
mcoiofcefle un.gulto didipignere cos) folle vato e nuovo, che nulla più; 
che però facefle grande inllanza al medefiiDo di procurarne un altro com- 
pagno del primo , Ma già il Majordomo s' era dimenticato il nome del 
I littore, né fi prometteva di pia cbnòfcelrlo, quando egli anche fi fòlle in 
tti abbattuto ; onde pregò lo i^eflb Viòla a far diligènza di ritrovarlo: 
e ritiovatolo, gli ordinalle di fare il nuovo quadro . Fece il Viola le fue . 
pratiche , finché venne in piena cognizione del giovane; ma con eHb co-.' 
nobbc ancora le miferie di lui, e 'i pellimo (lato, in che egli a cagion del 
male s'era ridotto; tantoché vedendo efleir vano ogni tentativo, ch'egli' 
avelie potuto fare per farlo dipignere> perchè il pòvero giovane già aveva 
perfo del tutto Tufo delle mani, cominciò ad elortarlo alla pazienza, ed' 
a procurare la perduta fanità scollo d'ogni travaglio, clie i neceiràrj me- 
dicamenti gli Ibllèro ftati per apportare . Qtlindi '6tta refleflìone , che il 
Marcbefe Crefcenzf, Còti cui il Vk>Id'era' tornato d!aHa Corte di Spagna , 
aveva di là portato un certo fegreto, eh' tfi credette poter giovare al di 
lui male; gliele proi^ofe^promertéhdd^i^ di fatgntene procaccio, ficcome 
fece : e fu^ penfiero dello fteflb Vicia il fàrgiiele*mettere in efecuziòhé , 

••'•'* 'Con 



JMlCmLA:(SmiO CE^QUOZZl. »9i 



gnolof venne a legar con e^o uq tal nodo d^aoticisiat che anipiù non 6 
djUfciolfe f fé non ]>er morte . 

Tornato che fu il noftro pittore a' (oliti ftadj » fece fibito l' altfo qm^ 
dro al Mas^iordomo» che ri^i aìSai più bello diel pfimo: e medisme gli 
ufici del Viola » ne riportò un mqko nc^il^.oAQftfio. Subito nella Corte. 
deirAmbafciadore venne intanto credito ^ che felice chiama vafi GolmtChe 
aveflé potuto avere qualche opera di faa «mìo • mche a gran presso . 
Con queflo andò appoco appoco allarg^odofi la fu« fanui per tutta Roma & 
Egli però riBettenao, che per mezzo di^ueUa Cotte avevano avuta prin^ 
ci pio le proprie fortune t reuòper podq afieaionato alla nazione Sjpagmio*' 
la, che ne fu Tempre parzialiflimo, dandone anchecAstiormente fegainel 
modo del Tuo veftire» (e non fempre in tutto e per tutto » almeno, in pena^ 
Iitcomtnciò ad eiìere adoperato molto pniveriaknente ; e quantunque tfAi 
per r eccellenza, con che le coloriva t fofle chiamato poi tempre MichdA«» 
gnolo delle Battaglie ; fi rtndè però Angolare in ogcii foru di lavoro di figa» 
relè grandi e giccole» frutte i Aprì», ^adi (n«' quali talvolta fu in con« 
corrénz^còl Rofa) marine, ed in ogni altra o^a, di che fanno indubitata 



oltre, il l|i)bgh9Lil.mlb (Jetio^f^, alcwie (òl^nf^np» delle ^ ùngùi\ 
poiftèrò i^n (juelio lubsa. Incovakioer^ da quella bsUa lunetta^ che fi.ved* 
nei cIiiofri:ò^dì Sant'A(l4re^4^11eGro^eAÌ4praJap<uM^^^^ in 

cui egli dipinfe al naturale ^an Fi:^noefca4à 9^\wt in Jiftto di dtftrìi»ice 
le èrère l^nedette : e vt i gran^quàntità di iold»tì .^d altre figure» che per 
eflere ftata la primii opècà^ch'éf^i^^eÌAr^i^ndlStist ftt» ^tdventùi è de^ 

Sniflimà draghi lode • .Dìpinfe ancfl^mà/òi^y^ furon man- 

ate nelMfoIa diSardigna , che* Il vedono ui quelle chieCe* Conferva iti 
fila Galleria P Etninentiuimo G^igl due g^an celja: in. una disile quali rap* 
prefentò egli la fpedi^on d' un Corriero da un Campa, pon divem UfiziaU 
dijg^uerra, è gran quantità di foldatefca* nell' aUìFa £»ce vedere unaipoglio 
de* morti dopo la battaglia, opere veramente^ degnarne, Sonovi ancnedoe 
aftre grandi tele; in una delle quali è una nobile profpetn va, e nclkf altra 
un bagno, tutte di mano di Viviano Códaoìray mf pQrò ripiene» tanto la 
nrima che la. feconda, di gran, numero di figMfe del noftro Michek^nolo » 
NeUa Galleria deU'Eccellenti(fiaiò.&irviati fonÀx.i^ quattro Stagioni t rap^ 
prefentate con gran quahtìtà^i ^^t<;: ed una'i;e|a.CM longhesasa di palali 
nove in circa, ove in un béUiffimo pteie ò.^ftUMto Swi Giovanni pce^ 
dlcante nel defèrto' » con groppi^ di ngure tacito {pìciiidftitlenfse .fioriate ^ 
che è proprio una maravigli^ , Per lo c^funto Conte CammiUo Carandip* 
ni dipinfe una tela di qua ttròjpalrai|,i|i.qpi:f<$ce vedere il luogo e lafon** 
tana deir acqua 9cecofa».cph grafi ^ijf^ntfsà, di figure t in atto» chi di pren«- 
derlà» e chi di renderla > con noìu curxpfi a«ri4£9<ìft.. Per lo ftefito fece una 

batta- 



1 92 Dec€nn.IILMIa ?m.t dclSecV. dal 1 6% 6. at 1 6$ o^ 



battala con quattro altri quadri , con ftoriè di S, Giovanni » ed una manna » 
ove otìfe una feihi fatta in mare in tempo di primavera t con vaiceli i nobil- 
mente addobbati» e filuche» e gran quantità di figure con divet^ inftru« 
nienti da fuono, ed altre ville in lontananza» in atto di piantare il Mag- 
gio in una ifola : le quali tutte b^lliflime opere pofliede oggi la ConteSa 
vedova del detto Conte Cammillo . Oltre a molte belle mafcherate ed 
iapparati di commedie ed altre diverfe inveneioni fpiritoiiffime » che fi 
trovano apureflb Monl^nor Raggi» é '1 Marchefe Lanci» che lungo fa- 
rebbe il detcrivere ; dirò d* una veramente maravigliofa» che fi vede nel 
Palazzo del Bali Spada» ciò è una gran tela, in cui è rappréfentata la 

{liazzadel mercato di Napoli: ed in ella» con infinità di figure » la Revo- 
uzionediquel Popolo» (otto la condotta di Mafo Aniello. Fece conofce^ 
le veramente » quanto egli abbondafiedi tutti quei talenti, che a principiò 
accennammo; concioffiacoftchè » colfi>lamente fisntire le relazioni di chi 
vi 8^ era trovato prefente» dipin& quel luogo» e tute! gii accidenti ivi ff 
guitis e quello che è più mirabile fi è » che non folo rapprefentò in quelle 
fi|[ure Parie di tefte» ma eziandio di atti ftefli» che perlopiù fon propr) 
'di quella nazione » fenza efibr mai fiato a Napoli » e in fola forza di fanta<^ 
lia» jer quelli che altrove aveva veduto» venuti da quella spatria! Confer- 
va m più fue eceelientiifime pitture il March^fe Filippo dèlMarchele 
BartolommeoCorfini» di mano di queft'artefice, quattro qttadVl di braccio 
in circa» cioè uno Spofaliziò di Villani, una moITa di Cjabòiatori^ un^ 
Mafcherata» ed un Foraggio di foldati in contado» tutti beHifirmi . ' Il Mar- 
chefe Pier Antonio Germi v oggi,degmfiiittoLuogòtbnehte''p^^ 
mo Granduca nell' Accademia del Difegno» liW prù/quadti dèt' m^édèfi-^ 
mo: in uno de' quali è'dipinta hi favola di ^iinoiW» e le tre Fónlniihe 
in atto di dormire . Quefle veramente ftùpfèhéé figure i duand* ufójrofio^t 
mano dell' anefice, eran del tdtto €còpiprtèi' màTrMilrèhefeCarli^» F^é 
del vivente Matchefe; volle die /Io/ Wef^ Michéla^fic/lo in alcune naV):i 
:lecopriflec e a tal' effetto' '|lr^ririfé]?tfò II ^uadrd'a Róma» dolide alpol 
beli' e coperte con modo kg^ildriiiimai gh foròho a Firenze rimandate. 
Ha il medefimo due altri ^adrì di pf^effi in forma bislunga, ove fono alcu- 
ne piccole figure» congegnati in tarmodò con loro ornamenti» da i lati 
del gabinetto di fuo Palazzo in Via del Cocomero»' che mentre' fanno or« 
namento a modo degli altri quadri a quelle pani di muro » fervono anco, 
ra per coperta d'alcuni àritiàd) fegreti , cavati nella ftefla muraglia . Ma nef^ 
funo farà mai, che pofla abbèftanza lodare un maravigliofo quadro» che fra 
gli altri d'eccellenti maéfiri arricchifce la di lui Galleria, nel quale fon 
-rapprefentare le nozze d'alcuni poverifiimi contadini. Quefto quadro, 
per concetto, compofizione, colorito» franchezza e diligenza infieme, per 
imitazione del vero» e per ógni altra fuà parte è tale » che non fon man- 
cate perfone di ^iìi che mediocre perizia nelle noftre arti , che hanno fl;i- 
mato» die ' nel fuo*^ nere non fia mai ulcitò di hianò di pittore cofapiù 
Isella. Egli e di -larghezza d'un braccio e mezzo in dirca, e alto a pro- 
porzione . Vedefi primièramente apparite un vaghiflimo paefe» di bella 
macchia ftupendamencd accordato. Si ravvila» non lungi dalla ca& e dal« 

Taja 



MICHPIAGNOLO CERQUOZZI. 195 

V aj4 d' lui villano » £qtp UM tf^lk pftitgoU « tppirtcchiata la tavoh defl^ìiiact 
alle nozze : ed una.gÌQvane contadina m posero, arnefe» che vi aocMno*» 
da fopra le rozze falvieccej mentre ud viUanello. giovauecco mal veftìtò 
al ppmt>i]j?. fé le accolù , per porgerle un^ran piatxo di cavolo fumante k 
Circondano la tavola più fgabelli^con uxta vecchia cifcranna di qviojo» pN^ 
parata per laperfona del Curato chiamato, anch' eflb alle nozz^: edieer^ 
a quella fon polare fui (uolo alla rinfufa, un gran catino pieno dì ilovi« 
glie f . 1^ granata » la bar lotta, la mezzina, una vecchia e rotta feggiola-di 
£ila, e fmili altre ppvere malTerizie . Poco lontano è il Prete Curato del* 
}a Villa,. rappreièntato nella perfona d'un vecchio con cera bronzina^ 
foalyeftito però, e poco avvenente e graziofo dì perfona, che iiu>ftra.efie« 
re fcefo appunto da un bardellato e male abbigliato aiinello, con anche 
qualphe guid^lefco^» Tiene, con una mano,, po&taibpra una fpalla, l'afta 
d' un parafols di quojo all'antica , veocliio e. confìimato . Dietro al giiH 
loento è un fante, male all' ordine, anch* e^o quanto mai dir fi pofla , che 
avendo fcipìce dal giumento (comie pace abbia voluto mofirare il pittoi^) 
due ben frutte bifacce di quojo, che per loro antichiti di nere che f uro- 
XkChg già incominciano a pendere in xofio, fa moftra di voler trarre dalle 
medefime alcuna coferella oer regalare gli Spoii . Dietro al Prete è on 
giovane con archibufo in (palla, che dicono efier la guardia de'bofchì , 
chiamato àn^h'eflb ad onorare con fua perfona quelle nobiliffime no^ze . 
pifli, qh'e'fi dice eflère ftatu fatta quefta. figura per la Guardia de'bofchi; 
ma io: dica afli(^' e' da per fé fieflo,. perchè io non veddi mai finofomìa né 
veraniè^dipinot» cha più e me^io r^iprefentafle un uomo di quel taglio» 
di quella che Michelagjnolo fece apparire nella faccia di coftui . Ma quello é 
^he.QfdUqitadro ^ fopraogAi credere maravi^iofo e ridicolofo infieme, (i e 
^ l^^iapro cpiQplimehto, che fanno gli Spofi col vecchio Curato . Per la 
^ppU è figurata una fanciulla di groflblana &ttezze , attempata anziché nò , 
yi^t» ia abito di. panno rc^, nuovo sì, mafemjplice e manofo ; e quefta 
con poco aggradevoleiachinar di perfona bacia fa mano al Pcete . Dalla 
^iftra parte di lei è il giovanetto Spofo, veftito di verde, con una mal pet* 
tinata zazzer/i,..CQa&cduurideate si, ma nello fteffo tempo timorofa; in 
(U.i a caràotcri molto aperti leggali la femplicità contadinefca, congiunta- 
ad una iftraordinaria goifezza,* mentre ftandoii ritto e intirizzato come i)n 
boto o upó (loUo, il fa vedere in quell'azione il più impacciato uomo del 
mondo: meni:reun vecchio, figurato per fuo padre, con barba lunga i fol- 
ta e difprezzata^ veftito d'un Tuo gabbano rabberciato con toppe di più 
colori, fiorte firingendolo pel deftro braccio, lo fpigne, come per forza, 
a complire anooc* eub colla perfona dei Prete: e intanto una vecchierelia 
contadina, dbe allato all' amico marito, a' avvicina a cofioro con volto 
feftevole e. giulivo , ofierifce per regalo alla Spofa una piena pezzuola di 
|ion forche • Pa una parte vei^onfi comparire alcune poveredonnicciuo- 
UsgidKàiiì e vecchie^ con paniere e caneftri di polli e uova v fé ne vengon 
CQH quefte ì viUani lor conforti, fra' quali è fommainente ridicolofo un 
^i loro, che con cappellaccio il più fordìdoe fgraziato che immaginar fi 
pofià^ rinvolto a mplmodo neLluo lacero mantello» fe^ ne vion fonando 
.. ' N una 



f 94 Deeentt.Ul Ma Paft. l MSe^.V. dàtiéio/at 1 6^0^ 



una chitarra: e quelli per avventura JBirà colai «che /dappoiché per lafo*^ 
lenne mangiata larà pieno pinzo ogni ftomaco i farà rofizio oi mieftro 
del ballo. In maggior diftanza Ibn pure akre figure d' uomini e donne di 
campagna» fopra bardella ti «fineUi^che (è ne vengono ancora effi alla fefli 
epMqr regali. Dalla parte deftra del(|uadro» poco luii^i dalia tavola, veg^ 
gonfi cinjque figure di villani, altri ntcS» altri a federe in terra e fopra ^né 
difinefià pancaccia. Uno v'è, che lafciandodi fonar la chitarra # la^uitlò 
tiene nella finiftra mano* appicca la bocca ad un fiafco; mentre uh di4<Nrò 
il più rappezzato , il più cenciofo eh' io vedeliì mai » fuona una fua cor« 
pamufa. In certa mediocre lontananza li fcorge la cafa radicale» <Yit farà 
l'abitazione degli Spofi: prefib alla quale air aperta campagna è accefo uri 

Sranfuoco, coroiìato da più bollenti pignatte; edeWi un contadino » che 
a un |ran v«fo cava i maccheroni» tolti pure allora dalle fiamme» e glt 
divide. in piatti diverfi; mencreuna malveftitadonnuccia»prefone ano» fé 
pe viene alla volta della tavola. Annefla alla cala è una capanna» preflo- 
alja quale fon legate cavalle e ciuchi » con lor bafti e sborrate bardelle i 
ibnvi appiccati i buoi al carro: e quello carico di poveri arnefi e gj^*'^'* 
i^engole » che fono per avventuragli arredi e comedi della Spofa . Tufiii 
ridono» tutù giubbilano » e fietti per dire » tutti parlano ; e finalmente 
fanno vedere in loro fiefli» co' lor gefti» co'ior tratti» ad onaedreibà po« 
▼erti» cQi^giunta una veramente fincera ed imperturbabile allegrezza. 
Ed è da notarfi in qufifio luogo» che Michelagnolo per qualiivoglia gran» 
de opera» ch'egli prendere a fare» non malfaceva fchizai o penfieri"» co- 
inè é coftume quah di ognialtro pittore; ma poftafi javànti la tela» e dato 
^i piglio alla tavolozza e a' pennelli» in^ulbelprincipio» c^ folo colo« 
rire,, facevavi nafcer fopra tutto ciò» che fi vede di belici nell' opere* fue»* 
onde era cofa più che guftofii lo fitrlo a vedepediipignerev Quefió però è 
ben vero» che dopo» eh' egli aveva meflo infieme i gruppi delle ngure» 
vqleva poi con. ogni attenzione il tutto rivedere dal' naturale» fino ad 
ogni minima parte. Quanto poi fofle eccellente Michelagnolo nel con-^ 
traffare frutte al .naturale» lo.dimofirano due gran tele, che confervano 
i\el lor Palazzo i Xeodoli in Roma: molto più quelle che fi veggono in 
gran quantità nelle Reali Gallerie di Francia e d' Inghilterra» nelle qualr 
ancora efprefie figure in varie e ipiritole altitudini » per accompagnatura : 
e ciò che diciamo della Francia e dell' Inghilterra» pofikmo anche affer» 
mare d'ogni altra Provincia d'£uropa » non folo in genere di frutte» paefi. 
marine e limili» ma di battaglie ancora . Ne doverà parere meno che ve* 
rifimile»che egli avefie potuto.in un corfo dinonlunghilfima viu operar 
tanto» e tanto bene» con una maniera ai pulita» e ben ricercata e finita ; 
mentre li confidererà non folamente la gran franchezza di pennello» ch'egli 
ebbe in forte dal cielo » ma la di lui efirema jBiffiduità all' operare: e che fé 
egli talora a tempo e luogo di fpenfando la mano dette fatiche», poftavafi a 
qualche foUazzoi quefto facieva in compagnia de' primi artefici de* fuoi 
teinpi» e fempre pafcendo ta fantafia di oggetti appartenenti all' arte # fo^ 
)ito perlopiù» tornato a cafa» di dipignere le conver&zioni » incui a' era 
trovato. & fralle pitture iatte in fimàe congiuaaira« è quella canto rino- 

flUlU^ 



" < 



MICHBLAGNQLO CBRQUOZZL I9J 



ntta» che ebbe Giovanni da Ano viedo» nelltquale» in undeliziofo gitr^ 
dtno Mparìicon dipinii al viroiopki pittori fuoì aoiici : e lui fleflb intttoji 
pò di fiate » in atto dji gioiciire.aUe carte :.e vi fi vede ancora Vincenzio Neri 
UÌQ ^edKQ ,^^tmicp àpi^en|:ii6iiia . Ma non folamente fu ùfìto di con<» 
fprvi^re aìl'^^ jfua» n^l'piodo cb^4cttQ ubiamo, ^uei tempi ftefii, cb* é^ 
pacava dì^^j^aveff^ ^^ie(ttna»\per caufa di neceCTarìo divertii 

irontoVmachi Aoicpbene il conobbe e praticò , afferma eh' egli nohuifck 
mai di càikjpétr Ak» ànaVe , cfa,' ^ non tornaflìe colla mente tutta piena di 
6eUii9me ofiervazìoaii , delle quali faceva poi la fera alcuni fchiazi. E di 
qui, p^nfp io,, che fi fQjrn¥tlTero in lui le grandi idee per la yafta ìnvenzio^ 
ne»>h^ li tìcoMktt nelle fue o^e^re. Ma contuttoché poffiamo dire, che 
réftàfle if/nondo alquanto abbellito dalle mól^^ che partorì il lua 

peniiellq^ piò ^olpd, più e meglio farebbe (èguito , ie la morte invidiolai 
in fu '1 più bpllo del fuo operare, cìo^ neir età fua di feflhht' anni, non 
avefle recifo il filo della fua; vita. .Hod^tto in fu'l bello dell'oprar fuo; per-*' 
che, quantunque eglicorrefle il feifanteCmo anno di fua età,. e già per uan« 
chèzza di vifta fi valefle d^gli occhiali « contuttociò egli confervo fempro 
fpi^ti sì vivaci» che le pp^rp di lui t £|(te negli ultimi tempi , Ce non foff 
le più belle, almeno; vanno al pari delle migliori degli altri tempi , cofa; 
che dì pochi altri artefici fi racconta . 

Fu Michelagndo uomo di bello afpetto, ben proporzionato di vi«^ 
ta , avvenente , allegro e faceto nelle converlàzioni , e veffi lempre ci-*^ 
vilmente. .Alle amabili. qualità di foa peribna, non furon punto difli- 
mili quelle dell' animo fuo ; concioflìacofachè egli fofle di onoratiffimi 
colhami, e fedeliifimo in.ogni fuo affare con qualunque, a cuiaveJTe im- 
pegnata fi;ia parola; onde non volle mai per ordinario pigliare a far ope« 
ra alcuna, fé prima non a;veva dato fine a quella, che aveva f ralle manif 
e quando riceveva caparre d' alcun, quadro, ripone vale in un fuo fcri- 
gno,^ di' dove non le:cav8va mai» fé non quando aveva finita e confò*»' 

?;nata T openi : e ne' pressai fu modeftilumoi dimodoché perlopiù non' 
u folito condurre lavoro, che dopo il chiefto onorario non gli fotte tìt^" 
compensato con argen^ti ,' gioje, ptlvoii ed altri preziofi doni . Non foKo' 
non volle garaco|i altri pitt^/ri, co^e fpefib avviene della più parte; mf 
deriderò che^ l^t%i fi avao^aflèro in yii;i9re ilìma: di;che fu a me iteffo buon* 
tefiimonio J§C9pp ^rf e^> :4^t%9 il Borgognone ^ poi keligiofo della Com- 
pagnia di,G^ii,:'i);qualj$ inìraccontè» :6he. ttòvandotì a RoHia, ebbe va-' 
ghez^^di sfocare. una fua pittoreCb^ vena i)el;dipignere alcune battaglie:' 
cofa che fin' allora aqn era (bta fuajToliia^ dì ohe avendo a viito notizia ir 
padr'e del giovane Cardinale Carpigna, procurò di conbfcerlo: ^e avutolo 
a fé, fecegli dipignere una battaglia: e mentre eh* e' la faceva , il Conte 
portatofi alla fua fianza con un tal' uomo , che dal Cortefi non era cono- 
leiuco, volle vederlo dipignere. L'uomo (che era appunto il notìro Mi- 
chehgnolo) feppe sì bene diportarfi in quella vifica, che al Cortefi potè 

{)arere ogni altra cofa che pittore. Si partì finalmente il Conte e Miche- 
agnolo, il quale lodò sì fattamente quel modo di fare, che non folamen- 
te il Carpigna, a riquifizione di lui gnene fece dipignere mok' altre, con 
fua..^[»|i^e^y^cà, ma colle lodi che dt quelle battaglie andava fpargendo 
' *' . ^ N a il no- 



^9^ DuèuH.UUè^BdgjrMM^ 

il tioftN> «tetice per tiittc Ikómà , tgìiyvihhé'li^ t»Aed crei9ft^''/c^V'nott 
aM^iiHt colà gran perfonai^^y <ht^<^ilidnir6l^ cjttakhé é^^ 
ntno: e cosi col moie' operare appiii)(kt^ndA#ej|liftmprepìd> ^^ i} 
Borgognone qoeUa gran ri ofei» » "Iche tft mon^ JT ndtfi : '^^cfècitti^ qtÉif 
Ikà dQl n^ro artefice^ tgguaMie «)r av^AeriKi d^ Tuo ttSéiÒ fitittèk.-é 
«IgCM valom nell? aria fila, iM|er&é); «IK tìo^;i^ , fei fHJ^^.^^zrffinH 
]6»;Pml0to o akro Principe in |loi!»# <$he la^ fua^ft^iMa nonHfìb^ét^t^ 
molto alla domeftica* Uno de* quali però » che fu ìblito tr^vamj^t^^^ 
iigoi altro» tdaffimè coli' ocoEdiono delle molcè bperó che gli feeel^*tlèr 
li propria galleria » fu il Cardinale Rapaceiuolfi ii qutile' hkné[f^tSRy1iè 
Vttltvx nelle fue caimecs in; queii^ofe, che ai^anzd Vano alfe ftiè bé^t^^^'' 
Ut; iiohefii folko di £ire anche Motifignor Salviati . J^ciòche ìcHcfriamo 
de'grAnperfona^gidiRama^ dobbialnb^iire ancora d'ogiM iiféh3F»c^ ve^ 
niva . in quella (Httè , o' Principi» o grandi ineendentPnèH^iitìff^^^ krci; 
i tifali godevano non folo di coiiofcerÌa»*fna'di (krfi con lui per gran- 
d'Are;, ed ognuno a gara procurava di avere -opere di foa:nianò..:<^ant:d 
poi Ibifc ddiderata lafua p^rfbna da i Mti Pòcèncati Ùlrrannohtam ed ài* 
tri» non è poffibite adirlo: e fra< quelli fu il'Sevetìifiimo* di Savoja» che 
procurò di averlo a £e, eoa prouieita eguale tfl' inerito di fua virtù; ma 
non potè mai rtufcirgli» perchè Michela^fiolo non vòlte mai abbandonare 
ìt ci4fo tti Roma e gli amici • che fbron molti : Mai^Mi' Tuoi confidentiifimt 
el>bQro il primo luQgo il nominatola principio Domenico «Viola» Jacinto 
Brandi» celebre pittore »^ e Rafiàello Marchefif-gii infigne curiale in Roma ; 
ReftaroQo dopo fua morte due fuoi difcepóli> cioè' Francelèd Cotti» the 
oggi vive in Roma» octimo imitatore 4el maeftro» particolarmente net rt* 
tr^arce fcucte al naturale: e BuonaventuraGiovàihìelN »* il quale con'apio-^ 
m e eoa fatica inefplicabile nella foa infirmità di-fei mefi 'Coninovi il- fer-* 
vi 6c)o alla morte. Quefii avendo per£> il care lAaeftró in tempo» ch'e\ 
non aveva ancora £itco incero profitto nelPafte» fi è poi afforza dei prd- 
«riet io^gno e de' grandi itud) ridotto in queUo flhto di perfezione » che 
umno Goaofcere io Roma le f^e oitture» L' erediti di Mi6hèlagnoIb (la 
quale.per U molta continenza» eh' egli usò in fer/i pagar P opere, pon f^ 
9^e li legno d^ ottomila feudi in ewté) pervenne per {tx6-ééftati\en]5o a' 
C^rlo Marcello Cerquozzi fuo nipote i detrati?àhb 'burnii quahtPtà' d* ar- 
genteria» che in^fegno di gratittidini^ volte die fedele! VHHa; eitbltent a!-* 
enne foe infigni pittore »^ delie mialiéce legato^ éhf^ù antié) . Fu ài fuo^ 
cadaveco data fepoitura nella Chiefa degli Ordini, alla quale ancora egli 
ev^va» a titolo ai pietà/ fatto qualeheconfideràbHe legato'.- 



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PITTORI DIVERSI 

CHE FIORIRONO IM <ìUE$TO TEMPO 

NE' PAESI BASSI. 



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ADRIANO VAN-UTRECHT o D'UTRECHT» nacque in Anrerà 
a*i 1 . di Gennaio del 1599. Fu fila manieia ftimatiffima neir imicasuiiie 
d'ojzni forca di frotte e animali morti e mi , e particolarmente di Gallitte# 
GaUi d' India e d'altri limili . Operò per V Imptfadof e , per lo Re di S4>aKntt 
e per altri gran Principi e Signori'; e U fua patria arncch) di befiiwmo 
opere fue » ficoome aveva £itto nel viaggiare/per la Francia.» Provenat edl 
Alemagna . Fo il ritrattodiqnefto AdrianocokiritodaGioyaniti Meyflenat 
ed intagliato dal Wanmana . 



GIO. GUGLIELMO BAVVR di Straabor^^ altrimenti detta Aigea^ 
tina nell'Alfiiasia » feoe cofe lodatiffime di miniatura . Venuto ;a Roma ji 
fu ricevuto dal Duca di Bracciano « Portacofi a Venesia nell'anno 16% fs 
vi fece conoicere il proprio valore . Finalmente jMtftitofi^dla volta di VìcAp» 
-aa • fu arniovenco ira' pittori ddl' Impeiacbre» in <ui ftrntio diedeifiiM 
al vivere fooi'atino 14(40. Awva jdtpinixitil pfoprioTÌtacco.di fciM^ 
che a' è veduto poi fiampato da Giovanni Meyffeua • 



\ t 



I9ICGOLA CANUPFER imparò l'arte^deUajiittnniin Lipfiada Emanoelo 
Nyftn.. Pafsb a Magdemburgh : nel itfjow* fi portò «d utfechc» e fi ciaft- 
cenne appreflb ad.iAdb&amo Blopiotert.» dove icondufle. opere belle per lo 
Re di Danimarca e per quei cittadini . Si vede andare per le ftampe il ri- 
rritto di coftui^ intagliate da Etem de |odè» Ricavato da ({udlo fteuof ekb 
egli medefimo aveva colorito dai natoraie "^aUà fua propria pecfona. 

JACOPO DI GIORDANO o GIACOMO GIORDANS» pittore di fi- 

f;ure grandi , nato in Ànverla V anno i594- ^^^ >n^f^ di Maggio: imparò 
'arte del dipignere dal fuo fuooero Adamo Van Oort» e riufcì eccellea* 
te» non pure per la bella manierai eh' egli s* era eletta, ma eziandio per 
r ottima invenzione e componimento di fiorie facre e profane . 

BALDASSAR GERBIER, nato in Anverfa Tanno ijpi. fu ottimo mi- 
niatore: ftudiò ed operò in Italia: fu pittore del Duca di Buchingam, poi 
del Re d'Inghilterra, che in premio di fua virtù lo fece Cavaliere» e lo 
provvedde di nobili impieghi a Brufelles . 

LIONARDO BRAMER, nato in Delft Tannoi^ptf. fu pittore univer- 
iàlei operò in grande e in piccolo; (tette lungo tempo in Italia appreiTo 
al Principe Mario Farnefe» per cui molto operò • Tornatofene a Delft » 

N 3 dipinfe 



ipB DecetmAtt.dellaPart.l.delSec.V.daliCio.al iS^o. 



dipinK ^et Kyfewyci ^[JcIP^UczzadelPfìricipé d'Orangc Fledcrigo En- 
rigo » per lo Conte Maurizio di Nafikii, ù per «leti Pòcencati... . 



ADRIANO DE BIE fu ^itto/e di figure. grandi . Ebbe fuoi iiataH nella 
città di Lira l'anno 15^4- ru in Italia per gran tempo: ebbe un figliuolo» 
che fi chiacnò Cornelio de Ke» che fanno 1661. diede fuori un mo libro 
in lingua Ohtndefe, intitolato V Auree Gabinetto deUa nobile ArtedeUa Pit^ 



%ur§ 



\ f » 



ADRIANO VANDER VENNE, nacque in Delft T anno 15^9. ebbe i 
|>rinctp> dell' arte della pittura da Simone Vaich di Leida , e pòi da Gi- 
rolamo Van Dift eccellente pittore a chiaroTcuro : operò per lo Re di Da^ 
ftimarca» pel Principe d'Orange» e per altri Potenutt; ma parò fi loda più 
iche in* akra cofa » ne' chiarifcurifu buon Poeta . Tenne fua ftahza all' Hay ir » 
fece il; proprio ritratto di fua perfona» che fi vede ftampato • 

• • • • 

GHERALDO HONTHORST» nacque in Utrecht Fanno lypi. appre- 
le l'arte dei dipignere da Abramo Blomaert» fbbbónò inventóre e ritrae- 
tifb» operò gran tempo in Italia per più Cardinali ed altri Principi . Paf- 
Jatofene in Inghilterra » fece colè belle per quel Re, ficcome per lo Re di 
Danimuca . Ritiratofi finalmente alPHaya , operò in fervizio del Principe 
d'Orange fino ail^ annoi 66 K nel qual tempo ancora viveva « Fece il ritrae^ 
co di fé ft^bi che poi 61 dato alle fiaiùpe » con intaglio di Pietro de'Jefde, 



V 4 



I • 



' < . < 



:.*. 



PIETRO SNAYERS, nato in Anverfa 1' anno 1593. fu boniflimo pittou 
fé di battaglie è dipaèfi-iin ipicoob e ih grande!; fu piiìtòrè ^fi Aréiduchi 
Alberto e Ifabella»: e altre^ domefticò àìSm Altezza il Principe Cardinale 
Infìinte in Ifpagna» e di; pia alori>Perincìpt» tenne iìia ftanza a BrufeHeS. 



t * 



; 1 



JACOPO yRAKCQAERT,fa Ar6hicettt»dfell*.An:iduca AH)erto;e Iiw 
cemeie ordiotrìo di BniièUes ipei iSenrizib di Sut Maefiè . 



C » 



» « 



FRAN- 



'99 



FRANCESCO LAURI 

PITTOR ROMANO 

Difiepolo d^ Andrea Sacchi ^ na$o i6io. # circa al iCi$. 




lA abbiamo factMi menzione nel Decennale dal i(^oo. al itfioJ 

di Baldadarre Lauri dAnverfa , pittore di paefi» che fu uno 

de' migliori diCcepoli di Paol Brilli: il quale dopo avere opor 

rato a Milano /venuto ad abitare in Roma, dove poi Tan* 

no 1641. finì di vivere » vi ebbe due figliuoli, che tutti e 

cui ora 

opera con ^ , . 

luo^o fi dirà . Francefco adunque t avendo non ordinaria inclinazione al 
^ipignere figure, fu àA padre raccomandato alla cura d' Andrea Sacchi » 
nella cui fcuola tanto fi approfitcò» che d'afiai giovenile età già prometter 

{^ran coSt di fé fieflb; tantoché il padre» che già nel minor figliuolo Fi« 
ippo aveva firorto genio non punto minore alla pittura » volle che Fran« 
ceico foflè quelli f che sriniegnafle i principi dell'arte; anziché lo fteffo 
Andrea Sacchi» che anch' egli lo filmava molto, gli fece dipignere un'ova- 
to grande in mezzo alla volta della fala nel Palazzo de' Creicenzj > dove 
tapprelencò tre deità» cioè Diana, Cerere e la Luna* ^r formar le tM 
Lune» che compongono 1 Arme di quella Cafa. Quefte figure adomò 
«gli con nobile aggiunta di putti, che tenevano in mano cole appartencn* 
ti a ciafirheduna di loro: e tutto fece con tanto artifizio e con tanu va- 
ghezza , che ne acquiftò gran credito* Ed al certo farebbe egli in tempo 
flato impiegato in opere di grande afiàre , fé la morte in fui fiorire oe- 
ffli anni fuoi » dico in età di venticinque anni , con efiremo dolore def 
tuoi genitori, non aveflè recifo il filo di fua vita: che é quanto poffiamo 
dire di quello artefice . 



N 4 FRAN« 



$09 Deeem ULdeSaTartJ. delSee. V,dali€%o.ah6io, 

FRANCESCO RUSTICI 

PITTOR SENESE 

D'^tefoh del Cavalieri ftémfs^ Vdm, nm ....<. -^ 1 61$. 

L7 nella cictà di Sirena un certo CrUlo&no Roftìà pittore , 
il quale per ordinario dipinfe afrefco. e oellc gcoctefche 
riuicìcosl bene, che nella faa pacrìs ebbe a fare infiniti k. 
vorit Dì quefti nacque Francesco Rufticì, pittore akresU 
che ne* primi anni dì.rue gioventù giunfo a gran franchezzai 
di penn^o: e coqì belle cofe condufle di fua aiano, che & 
Berte non Io av«Qè toUo al mondo in troppo giovenile ecà. fi ikrebboho 
fènza dubbio veduti concorrere verfo la p«u)na di luì i più nobili applaub 
e Is gletric» che nel noftro fecolo hanno goduu i più rinomati mawri di 
^wft'arce. La virtù di coftuì adunque ben prefto conf^ciuta da' Serenila 
ini noflri Prìncipit come da ogni alerò in To^na» lece sì , che gli faro* 
ilo dati a fiu'e molti quadri: fra' quali (bno foiwammodo ledati qviegli«(^ 
xt^ ciwfècva U Serenìfliino Granduca fra altri di eccellcntiflìmi artefici. 
.Tali fono , una Santa Maria Maddalena penitente, in ìftato di fua ultima 
^|onìa aflìftiu dagli Angeli; quadro, di cui in quel genere non pare (^ fi 
fuDÀ veder coTa ne più bella ne più vera. Un altro quadro* dove m ptùchc 
sDczM/igure quanto.il naturale, fono nppcef«nntek.l?itcurtcl^^rc)ur 
tetttu:a; ed un altro pure d'un Criftfl appafiionato» a cutiftannó apprelTft 
doemanigoldit fi confervano nel RmI Palazzo de' Pitti . Airimperiale» 
Villa poco diftante da Firenze» della Sereaiflìma Gvanduch^ Vittoria» 
è una Santa Maria Maddalena nel deferto, ed una Noiulata in due qua- 
dri, tutte opere bellìflìme . Per Io Cardinale de'Medici dipinte unqtu- 
dro della ftoria di Sofonia e Olindo. Pel Cardinale Magalotti.un Criftoi 
che lavai piedi a'Difcepoli. :NclJa citclt di Roma nel Greco colori una 
tavola d* una Pietà . Pollìede ancora la fua Patria molte opere diXttt mai- 
no , cioè a dire , nella Chiefa delle Monache del Refugio un quadro : nel 
Duomo nella Cappella di San Giovanni tre ftoiie : nella Chiefa delle Mo- 
nache di Vita eterna è una tavola. ed un altro quadro, a cui allora fu da- 
to luogo fopra la porca : e nella Chiefiidì Santo Anfano , che dal volgo cor. 
rotcameiuefi dice Santo-Sano, fii polla una fua tavola, ed un altro quadro , 
che pure fu collocato Copra la porta : e fu anche parto di luo pennello la 
tavola di Maria Vergine Annonziata nella Madonna di Provenzano . In 
fomma egli ne' pochi anni che ville , non fece cofa , che non folle degna 
di lode: e mofirò veramente d'aver avuto per eredità il genio a quell'ar* 
te, mentre tanto il padre, quanto l'avo elzio furono tutti pittori. Seguì 
la morte di queft' artefice l'anno i6i$. 

SNY- 



101 

S N Y D E R S 

PITTORE D'ANVERSA 

Dìfiepoh del "Rubens^ nato circa al 1587* '# circa al 16 ^f. 

Ntorno ti fine del paflàco (ecolo vifle in Anverfa un celebre 
pittore d'animali groflit che fi chiamò Snyders^ in noftra 
pronunzia Sinaiders ^ il quale avendo atteio da principio a 
fiir piccole figure > credefi pure forco la difcipiiiia acl Ruoens 
fuo maeftro'; finalmente per conlklio del medefimo dato(i 
a dipignere al naturale animali groui > cioè a dire , bracchi^ 
levrieri » maftini ed altri fimili , vi fi fece tanto pratico e valente » che 6i 
confenfo afiai comune di maefiri nelParte , fi meritò la prerogativa dei pri« 
mo mteftrotche in quel genere di pittura avefle mai uGtto pennello; con«* 
ciofoflecofachè egli avefle t anche a parer de* pratici» paflato il Caftiglioni 
ficflb: cofa che di ni un altro fi racconta* Onde in un corfo di circa a 
Iettante anni che vifle > fjparfe in ogni parte d* Europa fue opere » le quali 
non è pmito neceflario il defi:rivere; giacché per la nobiltà e fingdaritè 
eh' eir hanno in fc» dico per efler riufcito nuoviflimo il ccmcetto di far 
quadri» che folamente contengono fimi I forra d'animali» ognuno» che 
vedrà opere di tal fatta* e d' impareggiabile eccellenza, potrà giudi* 
carie di mano di lui, fenasa pericolo d' errar gran fatto. Ebbe però co« 
ilai un difcepolo» che fi chiamò Nicafio» pure d' Anverfa» che molto 
r imitò in cai fona di lavoro • Fu il termine della yita di Snydera circa 
all'anno di nofira fidute 1657* 




GIOVAMBATISTA VANNI 

PITTOR FIORENTINO 

* 

Difcepolo di Cri flof atto Allori ^ nato 1599. -6|8- \66o. 

[ K quegli ultimi tempi del pafiato fecolo » ne' quali la noftra 
^ città di Firenze» quanto in altri mai» partorì alle noftre arti 
uomini d'alto ^pere, flava godendofi il frutto di compiaci- 
isjiflRJiK ^^^^^ ^ ^' onore» che le opere loro» fparfe in ogni luogo di 
bSUh» eflà» e per tutta Italia e fuori, le procacciavano : e mante- 
nevafi fempre viva altren nella profeilione degli Orefici, Gioiellieri ed 
Argentieri I una ftraordinaria applicazione a cole appartenenti al diiegno; 




viveva 



a<>l Decenn.lll deOaPan. LdelSec. V. dal 1620. al 1610. 

viveva Orazio di ÒiovamWtiila Vanni GiojcUiere» e Benedetta di Jaco- 
po Torrfghtni di lui conforte t Y una e V altra ragguardevoli fiimiglie , &• 
vorite dal cielo di numerofa prole . Di quelli due congiunti nacque alli xi. 
di Febbiaja]599. Giovamtntifta Vanni» dì cui io prendo ora a parlare. 
E non fu gran fatto i che effendo egli natOi allevato e nutrito in mezzo 
all'arte del dìfe^no i appena toccati gli anni del conoicimento » delle 
ii'conofcere in (e ileflo un genio non ordinario a cole dì pittura. Que^^ 
fio però fuccedeva non fenza qualche avverfione del genitore , il quale 
^arte conformandofi al quali comune umore de'piii» che è d'allontanare 
^1 poflibile dal proprio mefiiere i figliuoli , ftante T averne incamminati 
^er lo medefimo altri due, e parte per avere fcorto in Giovambatifta uno 
ingegno acuti Aimo e jperfpicace, ad ogni altra cofa penfava, che a quella 
^di fatti imparare il dilegno. Ma il fanciullo» il quale a cagione non pure 
^'una mirabile vivacità di fpiriti» ma eziandio d* una impareggiabile bel* 
lezza di volto e di perfona» erafi $ non dico guadagnato» ma obbligato 
ogni volere di lui» poco o nulla ebbe da fare» acciocché egli 1* attendere 
la tale profeilione gli permetteflè: ed il primo artefice, alla cui direzione 
égli folle raccomandato, fu Aurelio Lomi» appreflb al quale fi trattenne 
fintantoché esli fi part> di qua per tornarcene a Fifa fua patria; e dopo 
la partenza del Lomi »ftette alquanto appreflb a Matteo Roflellì,* e aven* 
dovi fiitto qualche profitto in difegno» (e ne partì . In quelli tempi fi con« 
tava in Firenze» fra i più rinomati pittori, Jacopo da Empoli» fiato di» 
fcepolo di Tommafo da San Friano , il quale avendo ftudiate molto le ope^ 
te del tanto celebrato Jacono da Pontormo : e perciò eflfendo divenuto 
franchiflimo e fpedito»e di uraordinaria intelligenza in difegno , ave va una 
tnolto fiorita fcuola di giovani : tantopiù» perchè allora di fiate e d* inver« 
ho» facevafi in cafa fua Accademia i e tenevafi il naturale; fra quefti ^o^ 
vani ( così permettendo il Padre ) ebbe luogo il noftro Giovambatifla. 
Or qui non fi può dire » guanto di nuovo apparifle agli altri giovani 
Còl giugnervi di coftui » dico d' un giovanetto di ftraodinaria bellez- 
za» e di cosi attiva e focofa vivacirà» ia quale anche avrebbe avuta ap« 
parenza d' una quafi indomabile e odiofa ferocia , fé non fofle fiata una 
certa grazia e leggiadria naturale» con cui esli condiva ogni fuo gefto. 
Divenne fubito quella fianza T abitazione dell' allegrezza e del rifo » per 
non dire de'traftulli e delle baje. Al maefiro» per efler uomo piuttofto 
ruvido» ed in età affai avanzato, ciòpotea poco piacere? tantopiù» che 
a lui medefimo talvolta, fenza faper da chi la cofa fi venifie» toccava a 
eflere il foggetto delle commedie» che fi facevan fra loro» e *i termine dkl- 
le fpiritofe burle, che dal Vanni ogni dì s'inventavano. E per darne 
un faggio, fenza pafiàre a molte altre, che potrei raccontare » affine di 
non tediare il mio Lettore » due fole ne accennerò : e furon quefte • 
Aveva l'Empoli nelF orto di fua caia una beliiflima pianta di fichi brogiotti: 
e comechè eg/i molto fi dilettafie di quel frutto , la fiimava una folenne 
delizia ; che però era in eflà cafa» e tantopiù nella fcuola» divieto in- 
difpenfabìle a chi fi fofie, d'accofiarfi alla medefiroa» non che di toccarla» 
o punto o poco alleggerirla. Il Vanni» che ficcome aveva affai migliore 

fiomaco 



ftomftco dèi maeffaro , e per confegucnza |riù appetito» così malamente fo& 
fnra di non avere a godere dì quei fichi» come fanno i buoi al monte di 
Fiefole, che guardan l'acqua del fiume Mugnone , e quanto al guftarne té 
la paflano con una leccata di bocca e non più; andò penfando al modo 
-di sfamare fé flcflb e gli altri giovani ; e una mattina, clie eflendo venuto 
un poco' dì pioggia, era la terra dell'orto alquanto tenera e molle» aven^ 
do priina filtro procaccio di un par di fcarpe di un villanello, afpettò che 
il maeftro fofiTe, com* era folito talvolta» andato fuori di cafa a fue fac^ 
cende; e cambiate le fue colle fcarpe del villano, fé n'andò alla voludel 
fico : e fra quelli eh' e' mangiò egli »,. e chediftribul agli altri giovani» mef» 
felo quafi in giorno affatto: voglio dire» che intorno a* già maturi poc» 
fino a quel dì rimanea da fare : poi rimpiattò le fcarpe defcontadino» e le 
proprie fi calzò . Fecefi l'ora del definare • e tornatotene V Empoli a cafa» chi 
aveva Pincumbenza d'apparecchiare andò per prendere i fichi: e trovato 
^h' egli eran già ftaci colti tutti» fecene confapevole il padrone» il quale 
tutto infuriato fé n'andò neir orto, riconobbe il fatto» e oflervando per 
lo terreno» vedde imprefiè nella fanghiglia le pedate: ed immaginandofi 
ch'elle foflero deTuoi giovani, fubitofi diede a credere d'averli arrivati. 
Or mentre efii zitti come olio fé ne (lavano al lorQ lavoro». egli incominr 
ciò a chiamarli ad uno ad uno» fiicendo a ciafcheduno cavar le fcarpe» 
le quali andava fopra V orme medefime mifurando : e trovandole » ficcotne 
lempre le trovava o più lunghe o più ftretce» rendevaleal giovane» di* 
scendo» vatti con Dio, che tu non Iciftato tu. Intanto quei ragazzi fpet- 
tatori del bello fcherzo, crepavano dalle rifa. Fatto finalmente che lu il 
rifcontro» il vecchio reftò capace » e i giovani aflbluti» mentre egli fi die- 
de a credere » che quel male o da' vicini o da ogni altro in fomma foflfe (ta- 
to fatto» fuori che da loro. Venendo ora all'aura burla» è da faperfi» co- 
me l' Empoli dilettavafi oltremodo di efler regalato , ficcome nelle notizie 
della vita di Ini accennammo; a fegno tale» che nefluno per ordinaria 
poteva dar moto a' fuoi pennelli» ne farlo applicare all'ordinato lavoro» 
fé non a forza di donativi , Riponeva egli le cofe donate in luogo ficuro» 
deftinato loro , valendofene appoco appoco a fuo bifogno : e una volta 

n bel falficciotto»e quello manomefib» Giovi 
mpo che il maeftro non poteva oflèrvarlo » e 
igliavane di buone fette ; e perchè V Empoli 
potefle accorgerfene così di fubito» con cenere del focolare copriva gen* 
tilmente il luogo del taglio. L' Empoli » che fra V un pafto e l'altro lo 
vedeva (cemare: ed all'incontro oflervando che la tagliatura era coperta» 
da quella eh' e' credeva la folita fidamela» non fapeva a che fi penCare. 
Infine, per alquanto chiarirfi, cominciò a non mangiarne; mail falamc 
contuttociò fcortava a più non poffi>» efempre appariva il bianco della 
falamoja» ond' egli» per cosi dire» ne impazziva. Durò la trelca finché 
del falficciotto poco altro rimafe che la culatta e la legatura; ed egli allora 
chiarito affatto» eh' e' non poteva efleriène andato per infenfibil trafpira- 
zione; finalmente trovò modo d' eflerc informato del tutto , non (^nza 
maiavjgliarii in & fteflb del fegno » a cui giunge ben fpefib l'afluzia di un 

ragazzo 



204 DecemMl della Pirt. L dtlSec, V, dal 1 ^20. al 1 6^0. 

V 

ragfttzo fpiricofo . Né io vogU« diie» quanto del buono riafcimento delb 
burla fi godeflè il noftro Giovambatifta » il quale» o perchè avendo comin- 
ciato con quefte o fimUi cofe a troppo fpefleggiare» ne foflc via mandato; 
o perchè avelie tfTai migliorato il gufto del colorire» onde volefle cercare 
d'apprenderne la più eccellente maniera: o veramente perchè defideraffis 
di trovar luogo, dove il romoreggiar de* giovani» e le loro baje non fof* 
fero ofTervate cosi per la minuta ; fi partì da quella fcuola» ed a quella fi 
portò di Crifto£ino Allori : nella quale» come dicemmo nelle notizie della 
viu di lui» i piti bizzarri» i più fiiceci» e iton fo s* io mi dica q|uegli» che 
fiipean fìtrfi fra loro piùinsegnofebiichenche» facevano lamiglior figura; 
conciofoflécofachè affai più fi conformaflero all'umor del maefiro» allegro 
t bajofo al polfibile. Era allora GiovambatiiU in età di 17. ^nni » e già 
dair Empoli aveva apprcfo affiti bene il modo di manegeiare i colori» ma 
pervenuto nella fcuola di Criftofano» vi fece gran profitto, conformai* 
dofi molto ai di lui modo di colorire » il quale fenza dubbio loaverebbe porw 
tato a* primi pofti nelP arte fua» fé egli TavelTe feguitato iempre ^ il che 
non fece. Lafciò la fcuola diCriftofano per canfa della fua morte» fegui* 
ea del 1621. e datofi agli fiudi di Archioectura e Profpettiva nell' Accade- 
mia di Giulio Parigi» fi fece affai pràtico in tali facoltà; e per la Compa» 
gnia dell^ ArcanMio Raffaello, detta la Scala» dipinfe affai profpettive» e 
rdinò più macchine» le quali nelle commedie » che erano da 1 giovani del 



ordinò più macchine» le quali nelle commedie » che erano da 1 giovani della 
medefima rapprefentate, diedero granfufto* Aveva egli già cominciato 
ftd operare nella fua propria cafa • e motti quadri aveva fatti di buona ma» 
tiiera» quando finalmente uno e bellifiimo ne conduffTe, cioè. a dire» uà 
San Benedetto » allorachè da un gran faflo » deftinato per la fabbrica di uà 
fuo Monaftero» difcacciò il Diavolo» che per renderlo immobile aqual^ 
fifofle naturale violenza» vi fi era fopra poiato. Quefto quadro gli^or^ 
dinato da Niccolò Vanni fuo fratello » affine di fervirfene per onorare la 
Fetta del Santo nelht Compagnia di San Benedetto Bianco k la quale egH 
era folito frequentare con grande affetto . Moffo tuttivia piìi dal defide^ 
rio di avanzarfi nell'arte» fé ne andò a Roma» dove fu ricevuto in cafii Ac^ 
ciajttoli : e fotto la protezione di quefii e di Monfignore Corfi » in quella 
città fece molte cote» che lo fecero conofcere per giovane di gran valo^ 
re; onde lo fteffo Cardinale Antonio Barberini volle farfi fuo difcepolo 
neldifògno. Gli fece dare ftanza a San Pietrore volle che egli dipigndfii 
g<i Stendardi e altro » che occorfe per la Camonizazione di Sant' Àndcct 
Corfini: e dì più vi dipinfe una tavola di un San Lorenzo in gloria» do- 
ve rapprefento alcuni Angelettì belliffimi; la qual tavola per alcun tem<* 
pò ftet^e nella Sagreftia di San Pietro. Pure nella città di Roma fi mefle 
a copiare un Baccanale di Tiziano» in quadro di tre braccia e mezzo in cir* 
ca » dove fra moire figure era rapprefentata una femmina nuda che dormc^ 
Quell* opera gli fu pagata dugento feudi, e poi donata a perfona grande ; 
0>munque poi s^andafle il fatto» quefta bella copia» tornato ch'egli fu a 
Firenze» venne di nuovo in fuo potere» e tenacia tempre in pregio; at- 
cefo maffime,che l'originale già era (lato dal Cardinale Lodovifio manda* 
to in dono alla Mi^^fià del Re CettoUco* il quab (come fu. detto allora) 

per 






GIOVAMI ATI STA f^ANNL lo^ 

t>er tp^zzo del fup Ambafciadore ne aveva fatto offerire al Cardinale ven^^ 
timila feudi ; ed era anche Ilato concetto comune in quel tempo, che il vaf« 
fello che portava ()u?fto teforo , a cacone d' una furiofa tempefta) faceffe 
nàufil'agip nelle còde, d' Olanda. Qiiefta bella copia» dopo la morte .de| 
Vanni, p^fsò alle mani di Bettm Ftanccfco Seminati: di che avendo avu- 
ta lioikia là gloriofa memoria del Sèrentlfimo Principe Mattìas dìTofca- 
lia, domandplla a! medéfìmò Ih pagamento; ma perchè eglirecusòdi trat««' 
tqr con quei Principe cpn termmi d' interefle , egli non la prefe altrimen- 
ti, ma volle che per. mano d'eccellente maeftro fofTe ricopiata. £ queftò' 
è /quanto all'opere» che è venuto anoftra nocizia,cheface(ìe inRoma tlno« 
Uro artefice» al quale veramente pofliamo dire» che tutto il contrario ad^ 
diveniflè di quello » che ad ogni altro accader fuolè ; conciollìacofachè eglf 
fi'portafle colà» dotato di un' ottima maniera di coloritore poi a cagiona; 
non fp di che» fé ne tornafle alla patria » in quella parte tutt* altro da 
^uel ch'egli erà> di che fa chiara teftimonianza la tavola del San Loreiìzo 
in fuha graticola, che egli fece in quel tempo per la Chiefa di San Simone. 
Córreva già T anno i62p. e dell' età del.noftro artefice il trentefimot 
quàiido egli pef defiderio di vedére le maraviglrofe pitture della Cupola» 
ed altre di pàano'dèl Coreggio» fi portò a Parma; e perchè il padre/ dei 
graA guadàbili di fua profeflione , iacevagli alla giornata buone rimefTe» 
potè a fuò Deli' agio trattenerli. colà» e sfogare il fuo vlrtuofo genio ne* 
gli iludj dell'opete di quel gran maeftro. Vedde la (lupenda tavola, fatta 
dal nicdetìmo per la Chiefa di Sant'Antonio: e tanto fi adoperò» che ot^ 
tenhé di poterla copiare a tutta (uà comoditi e la copia riufcì sì bella» 
credetti per dire» che appena T occhio ben perito e intelligente» vale a 
diflinguerra dall' originale. Ed è quella Ilefla(> che pòi énitl i fuoi ftudj » '^ 
egli fi porto a Firenze: dove in proceffo di temtpo . a cagione del mòh;o 
(pendere eh* e* faceva nel buon trattamento di fé fteffo, e talof a ne' trat^ 
tenimenti'del giuoco» veniva in non mediocre flr::ttezza ; e una volta 
impegnolla per dugento feudi, avuti in pr^f^o da nobile perfpna. Qùellp. 
quadro poi, 4^ luì recuperato > rimafe nella fua eredità; e finalmente venne 
tra alth'in mano di Bettiri Prancefcò Seminati negoziante» nato di nbbi-* 
le cittadino della città di Èergama » og^i noithj cittadino Fiorentino* 
H^^iacchè ^arliadiò dèi Sedjiinativ non lalcerb di dire; còme ilmedefimo» 
cbmè qi^égii che/ all' integrità dfelfa vira,^ gentilezza di maniere, ha con- 
giuntò un* grande affetto » ed tihanoh mediocre intelligenza intorno alle 
còfe dell'arti hoftre» conferva fra altre di eccellenti artefici, non foto la 
bèlHfKtDti còi^iàV^mà eziandio un^alà'a di maho'dét Vanni medelimo» fatta 
a maraviglia bene da una del P^^rmigiano : ed è uns( Vergine col fanciullo 
Gesù . Maf noniì fermarono gli lludidi Giòvambatifta nella fola copia della 
bella tavola» ed aitile 'pitture ^dl gtati maeftri Lombardi» come detto ab- 
biamo/ ma "pptìofi attorno aUà grand'- opera della Cupola del Coreggio, 
non folamchte ia^oifegnò^ttttiòii^'ma pbi a fuo^tempo, a benefizio univer- 
fale» lahicagltò all'acquaforte, conche refe comunicabili » non folo alla 
patria"; ov7rir^ar(èr6*rc aftetteflà ifiSSéEma,^ le ' 

mirabili idee di quei loblunii&ma artefice. Circa a quefti tempi ebbe •' 

^ dipi* 



zoS Decem, ìli della Part L delSec. V. dal 1 6%p, al 1 6x o. 



li 



dipigoere per lo Sereniamo Principe Mtttias di Tofcant una gran tela, 
qol ritratto di lui a cavallo, opera lodata: a cui da queir Altezza fu fatto 
dar luogo nella fua Real Villa di Lappeggto. Colori anche d' alTai buon 
uflo un quadro di mezze figure t nel quale fece vedere il ritratto di (e 
eflb con bizzarro berrettone in capo i e con ricca vede» il tutto tocco di 
fòrza: evyi anche dipinta una vaga donna ed unavviftaco giovane,che accor-. 
dà uh violino» accoftandofelo con bella grazia air orecchio .* la quale ope** 
ra pure poffìede Bettin Francefco Seminati» di cui fopra facemmo men* 
zione (tf) . Partì poi un'altra volta di Firenze $ è ii portò a Venezia : óve trat- 
tenuto con dimoftrazioni di grand* amore da' Signori Corhari, ebbe occa* 
ilohe di copiare le migliori pitture di quei grani màeRri: fralte quàli^fa 

Snella delle Nozze di Cana di Galilea del Veronefe • la quale poi intagliò 
I' acqua forte» come fatto aveva la Cupola del Coreggio. Il difegno 
della medeiima » fatto di matita nera» condotto con grai{de accuratezza e. 
tócco maeftrevòle » venne poi in potere della glorioik memoria del Cardi-' 
naje Leopoldo di Tofcana; e le carte ftampate (i fparfero in Firenze e per^ 
altri luoghi d* Italia e fuori . Mentre egli fi tratteneva in cala i Cqroari»'^ 
occorre» che tòrnandofene egli un giorno da fue faccende» veddévi <;ppQi-? 
pariré un cane Corfodi froifurata grandezza , che iiava a guardia di^qucUa, 
cafa. 'Eraquefto tutto affannato» e con lingua pendente dalla bocca» còV 
me è lolito di quegli animali» quando hanno molto camminato o combat*' 
turò con altre fiere, e fianco e anelante fi pofe mezzo a giacer^ in àflai* 
praziòfa attitudine in una certa loggia « il Vanni allora i che aveva prpntìj 
1 pénrielli, tela e colori, fi mi fé a ritrar quella befiia al naturale»' che riufcl 
cofa fatta di buon gufio. Di qucfto quadro fi fervi poi nella ftorìa, di che 
apprefib parleremo, eh' e' fece pe' Frati del Carmine : e oggi fi trova lo 
ìttSo\ pure apprefio al Seminati. Tornàtofene a Firenze, dlpinfe più ta- 
vole ber diverte chiefe» non folo di efia città» ma di Piftoja', . Livorno ed 
altri luoghi dello Stato, delle quali non facciamo particolar menzióne» 
sì per fuggir lunghezza, sì ancora perchè in efie non fece comparir graa. 
fatto il (uo (àpere, e '1 frutto delle fatiche durate nelli (lud)di Roma e ^ 
di Lombardia , Fu poi chiamato a Ferfara da quei di cala Rimbaldefi » nobili 
Fioientini, pej li quali fece molte òpere: e fra quelle una grande fioriai 
della Pacefeguita fra i Guelfi e Ghibellini «alla quale fi trovò unp di quella 
famiglia: ed ancora per altri Òentiluominì cppdufie altre, pitture: è neillo, 
fieflb^tempò ebbe ordine di Venezia/daf nobile Qio. Giufeppe Torha- 
quinci, di dipignere un quadro» che doveva fervire x)er una delle parti la* ' 
terali della Cappella di quella famiglia in San Michèle dagli AatÌQorj.%; 
e aveiidone avute di Firenze le mifure» conduCTe il quaiìro, nel quale rap- 
preferito il miracolo ' ' "" -- • ^- .. ^ ht ì. s^ 

lufcitare un morto. ( 

luogo, e rimane tuttavia in mano degli ere'd^^^..^ - — ^ , -,,-.^ 

mato a Ravenna in tempo dqlla Legazione del Cardinale Spada» che gli 

,' diede * - 



li Firenze le mifure» conduCTe il quailro, nel quale rap- 
alo del Beato Eugenio, Dicono di San 2anobi , di ru 
. Quefia , che .rivfcì belj^ opera , non fu ppljpofia a fuo 
ittavia in mano degli eredidello fteflby anni., Fu chia*^ 



■■■■' ■ . I '.' M . } ". ' ■ " n 



(a) // ritratto di Gio.^ Batifia t^àfini^ fatto di lui mtdtfim in ntez^a^fiff^ra ^W- 
de quanto 'il naturale i e appreso U Dottore Anton Maria\Bifcioni . 



GÌOVAM^BoiTlSToi VUNNL 207 

diede ftin^e nel proprio Palazzo > e Io fece operare molto per (e e per di« 
verfi Gentiluomini di quella patria. Ritornò a. Ferrara » e di W ^ pan\ alla 
vòlta di Firenze t con avanzo di mille zecchici, co' quali e' recuperò la 
bella tavola della copta del Còreggio , e diede {^(o a moke coTe fue t rU 
toafe alquanto difaftratet per la molto che gli eran e;p(lati gli foàfli conti^ 
novi e le converfazioni . In quefto tempo dtpinfe a freico il Tabernaco* 
lo die fi vede a pie dell' ena de' Cappuccini di Montai, nel quale figurò 
Ctrfto noftro Signore morto, foftenuto da Angeli I e da itati San FranceCco 
e M Beato Felice "Frate di queir Ordine : nel cartone oella quale opera 
ebbe qualche affiftenza di Domenico Pieratti, Scultore e ottimo dìfegnato- 
re» col quale egli ebbe non ordinaria domefiichezzi • Aneora|>er la Ghie- 
fa de'medefimi Padri dipinfe la tavola dello fteflb Beato , pofta nelPulci* 
ma cappella verfo T A Itar maggiore . Per le Cafe de* Guicciardini » Gri- 
foni» dTel Turco e altri Gentiluomini Fiorentini fece più quadri : e per 11 
Gattefchi di Piftoja una ftoria di Moisè»che fii fcaturir l'acqua dalla pietra. 
Nel Convento de' Frati del Carmine di Firenze, in tefta al loro Refettorio» 
dipinfe a frefco il Convito di noftro Signore in cafa del Fàrifeo. Venuto 
V anno 1651. volendo i Frati Predicatori del Conv( 



651. volendo i Frati Predicatori del Convènto di San Marco 
dipignere gli fpaz) laterali d' alcune lunette nel Chioftro fopr^ certe por- 
te » nel mezzo delle quali lunette veggonfi fino al prefente tempo dipin- 
te fiicre immagini di mano del Beato Giò. Angelico Religìofo di loro Or«^ 
dine; ne diedero la cura al Vanni: il quale in quella, che è foprt la por- 
ta che entra in elfo chioftro dalla parte delia Sagreftia, ed ha nel mezzo 
r immagine di San Pietro Martire, dipinfe da i lati le figure della Fede 
e della Speranza: e nel primo peduccio della volta contiguo nella perdo- 
na di Fra Girolamo Savierre, ctnquanteiimó fecondo Generale di queU* 

V Ordine, fiato CQnfeflTore del Re Filippo IV. fatto poi Cardinale T^n- 
061607. da Paolo V. dipinfe T efiigie del Padre Maeftro Fra Francefco 
Maria Campani, detto per eccellenza il Padre Campana: il quale avendo 
in età di doAci anni a*2tf. di Marzo 1592. veftito quell'abito nello fteflb 
Convento, e fatto poi gran profitto in facre lettere, datofi alla predica- 
7ionei e avendo predicato prima a Colle, poi ad Arezzo, a Grofieto, 
Siena, Lucca, Verona, Cremona « Milano, Palermo, e più volte a Fi- 
renze, Ferrara, Venezia, Roma, Napoli » Turino ed altre città d'Euro- 
pa, a cagione non folo del naturale talento, ma eziandio d* altee partico^ 
larifiime qualità , che egli ebbe in queir uficio, che però n' era chiamato 
da Paolo V. il fecondo Paolo ; fu per opera di Francefco Cardinale Barberi- 
no Arciprete di San Pietro, dichiarato Predicatore perpetuo di quella Ba* 
filica. Nelli fpazj lacerali della lunetta, dalla parte oppofta a quefta, la qua- 
le ha in me/zo una immagine di Crifto morto » di mano del detto Beato» 
dipinfe la figura della Carica con alcuni putti , e quella della Giuftizia» 
Sopra alP altra porta, che è dalla parte della piazza, nella lunecta ove è 

V immagine di San Tommafo d' Aquino, dipmfe Sant' Antonino Arct^ 
vetcovo di Firenze, e*l miracolo delta chiave ritrovata nel ventre del 
pefce: e nel peduccio deftro nella perfonadi FraMicheleMazzartni,Mae« 
Aro del Sacro Palazzo 1 poi da Innoccnzio X. fatto Arciv^covo d' Aix , poi 

Cardi • 



f©8 Decmi^ltt.dtUaPmA.dtlSu^^ 

Cardinale dì Sanu CeciUd * ^ dal Re Criflianìffimo dichiarato Viceré ^ Ca^ 
talogna» morto a' 31. d'Agofio 1(548. rìtralTe l-ef^ie del Servo di Dio il 
Padre Maeftro Fra Ignazio del Nente» Reli^iofo pure di queir Ordine^ 
che mori a' 27. di Marzo dello fielTo anno, il quale pe' molti devotiflimi 
libri che diede alle (lampe» fece conofcere la piropria dottrina e religiolà 
bontà» Fra quelli libri è la Vita del Beato Enrigo Sufone, e della nollr^ 
Venerabile Suor Domenica del Paradifo. E pef vero dire, quefie opere 
dipinte dal Vanni in quefto chioftro, coltone alquanto di franchezza di 
pennello, non hanno in fé i>erfeziotie che ne pv(nto ne poco le agguagli a 
quelle ch'egli fece ne' primi tempi. 

Venuto l' anno 1 660. e dell* età di Giovambatifla il fefiantefimp primo ; 
venne voglia all'Abate de' Monaci Olivetani di Pifioja di fardipignere i| 
firefco un Chiollro del loro Monaftero, ed al Vanni ne allogò quel!' opera: 
il quale avendo vifitato il luopo» e convenuto il prezi^o cpfr Abate , ne fé* 
qi in Firenze i cartoni; e poi, qualichè avelTe preveduto» che quella do« 
yeffe eflere l' ultima dell* opere fuci licenziò ogni altra occafione». dieclf 
accomodamento a' proprj interefli , ed infieme con Coiimo Segoni fuo di* 
fcdpplo fé ne andò a quella Badia . Trattennefi occupato in iquel lavoro 
alcuni mefì: e finalmente avendogli con fodisfazione di quei Monaci e 
deli*^ Abate dato fine, deliberò di tornarfenea Firenze. Qge Padn, a \ 
qiiali molto era piaciuta la fua converfazione, non gii permefTero per aU 
lora il partire; perchè vollero per ogni modo che egli fi xrovafle allace^ 
Ba che dopo una lor fella dovevano conforme al folito fare tutti iniieme; 
a] che non feppe il Vanni contraddire. Veline il giorno della fefta^.c fa 
apprettata la cena , la quale a cagione^ del gran caldo dovea farfi aU' aria 
aperta (òtto una bella pergola, ove era un rivoletto d' acqua cri(lallina, la 
quale cadendo da una viciua rupe c(Ki bel mormorio (correva a dcfUzh^ci 
quel lupgo • Venuta Poradeeermiiiata^ adagiaronfi tutti a taf ola: con iftra^ 
ordinaFia allegrezi^a e giocondità; ma non era ancora ammezzata la ceinaA 
che il Vanni prefo da ecceflb. di calore fi tra0e il cappello, e appoco^ap-» 
poco (ènuiiì come trafiggere la teda da una atroce puntura. Mefiefi di 
inibito le mani al capo, ed in breve Xvanì il dolore. Seguitò la cena « do-t* 
pò la quale al folito andò a fuo ripofo, con animo di partir la mattina alla 
volta di Firenze. L'Abate, che molto lo amava, fatto gelofo dall' occor- 
£a n^yiià del Vanni, la mattina per tempo andò alla fua camera» eirtro* 
vollpin atto di veftirfi» interrogatolo come fé la paflafie» e* n'ebbe pw 
rifpofta , parergli d'efler alijuanta sbattuto.: e toccatogli il polfo , fentì che 
egli aveva la febbre, da lui però non punto conofciuta, come quegli che 
non mai in tempo di fua vita l'aveva provata. ISon volle l'Abate a ve* 
XfìTì patto che egli ufciffe di lettor ma la febbre intanto cosi impetuofa-? 
mente fi accrebbe^ che in fette giorni Iq condufTe alla morte, che feauì 
4lli %f. di Luglio dell'anno 1660, II fuo corpo, in efecuzione di fua ulti-» 
ma volontà, fu portato alla Chiefa di Saft Francefco di Paola, poco lun-t 
gi dalle mura di Firenze y fra la Porta Romana e San Friano, e quivi ono- 
revolmente fepolco . Era ftato il Vanni uomo di tanta robuftezza t che 
non folamente, come poc'anzi accennammo, non mai aveva provato al- 
cuno 



GIOVA MB JiTlSTA VANNI. 209 

cono accideiiM'di malattia; ma aveva avuto foncé per reiiflere a ogni ék^ 
ftjio» e per reggere» per così diret a ogni difocdine: e racoontafi di toi« 
che egli talvolta ne* tempi di gran caldo ftefTe fino al numero di 24. ore 
neir acqua d'Amo lenza ufcirne mai « Si dilettò molto della mufica; e fa 
di ^enio sk allegro» e di sì gran vivacità di fpirìti dotato» e ne i detti 
ne 1 fatti , che era cof& maravJgIìofa » e come quegli » che non degenerane 
do dagli antenati I ebbe tratto e concetti cìviliflimi» con cui accompagnò 
fempre ogni fua azione. Non fu folito hx cok» eziandio in quegli ftefli 
trattenimenti» che fogUono efler propr) di coloro» che vogliono per ìmqì 
modo darli buon tempo» che non avefle in fé fteflb (fenza «eruna affec^ 
(azione però ) un certo che dei nobile e del grande ; onde era per ordina- 
rio accettato in ogni piùraaguardevoie converfazione » e fra i profeflbri 
comunemente chiamato itnctor gentiluomo . Fu molto aflfezzionato aU 
l'arte ina) che però frequentò fempre l'Accademia, difegnando con gli 
altri il naturale, del quale perlopiù egli fteflo accomodava 1' attitudine» 
Queft' affezione all'arte non ebbe però molta forza in lui di farlo amico 
degli artefici» a cagione di un mancamento eh' egli ebbe fempre, di non lo« 
dar quali mai, anche le opere de' buoni maeftri: e non mancarono cafi» 
ne^ quali per tale fua libertà egli ebbe a venire co* profeflbri a non ordinar} 
cimenti. Dife^nù non (bio con franchezza, ma con pulitezza e leggta^ 
dria: anzi è opinione fra gì* intendenti , che il tanto difegnar eh' e* fece » 
particolarmente con matita rofla e nera» gli togliefle il buon gufto eh* égli 
aveva avuto dalia natura j e'I profitto che con tante fue faticne egli aveva 
£i€to ne' primi tempi nelL' ottimo colorito } onde gran parte delle opere 
file» fiatte .da certo tempo in poi, fono fiate prive di tale perfezione » ed 
hanno avuto in fe alquanto dell' ammanierato. E vaglia il vero, che fé fi 
c<mfiderano gì* infiniti di&gni » che fi veddero di mano di lui dopo fua 
Morte» fatti per i(hidio» aggiunti tanti altri, fiitti per puro gufto di dife- 
gnare» come le opere della Cupola» ed altre di Lombardia . che egli poi 9 
come (opra dicemmo» intagliò in rame airaoaua force : t difegni, che egli 
ad infianisa di Bartolommeo Gondi fece, in Firenze di tutte le pitture di 
Andrea del Sario. nella Compagnia dello Scalzo, che poi furono intaglia- 
tela Domenico Faicini»* verremo quafi a dire, che egli più difegnò,che 
e^nondipinfe. E giacché parliamo delle pitture dello Scalzo , èdafaperfi, 
che trovandofi.le medefime inx|uel tempo abbacinate, anzi coperte dalla 
polvere, che per lo lungo cor(o desìi anni, e per la poca curaeraviiì fo« 
praafiodata, il Vanni, prima di ditegnarle, con gentil maniera le. ripulì, 
e fece più godibili, fenza punto aggtugnere o levare alia pittura. E perchè 
tale fua faccenda, che bene gli riufcì, per Cbmpre apparifie, lafciò nel 
pfimo ({ito, lenza punto toccarla» una particella di efle dietro ad un S Gio* 
vanni (opra la porta. Vedefi il ritratto di queft' artefice del tempo ch'egli 
era giovanetto di 17. auni^ fatto da Jacopo da Empoli allora fuo maefiro, 
nel belliffimo quadrò vdel. Santo Ivone ,che egli coiofì per li Signori del 
Magiftcaco de' Pupilli, ir ritractoiece ivEmpoli \^t rapprefentaie il volto 
della vedova, che fece vedere in eflb, in atto di raccomandare i [nroprj 

figliuoli alla protezione del Santo • 

^ O Reftò 



^i o DeeènàM.Ma Parti deiSecK M i iiò. alieno. 

■ ■ . Redo dopo la morte d^ Vanni un fìio diicepolo . chiamato Cofimo 
Segoni da Monte V'archi , giovane cofhunato e devoto , che fii eitede del» 
ftud) del maeftro , Quefti elTendofi eletta una maniera dolce e ditette^ole 
jnolto, sverebbe fatto gran pxofìtto nell' arte » Te non che nd dipignne 
£b* e* faceva un gi(ffno una gran cela* eperò fìavifì ritto fopra una certk 
carola» volle tirarli addietro ^r guardare il ftttoi ed efTcDdofl perfòrA 
dell'applicazione al lavoro ,. dimenticato, che oltre al piano della ctvolt'» 
Ipazio non rimaneva ove po&re il piede, cadde all'indìecfo, a* Cagiont 
^la qual caduta» in capo a pochi giorni, con gran legni perù di-relr- 
poiàbonti, fece paflaggio all'altra vita. (>. . ^ 



CESARE D ANDINI ; 

PITTOR FIORENTINO 

Dìfcepolq del Cavalière Curra^f nato sma tf/1595. •$• \6$Z, 

> Dandini Fitcor Fiorentino » nacqne nelh cicca di Ftren- 

:irca all'annodi noUra laluce 1^95. e porveaiKo agli ainii 

conofcimeato, diede fègiii d'arce avuto dalh naturi Qn- 

vivacLe fieri» ma non panco lontani» a tempo* ti hiogo » 

{uella docilità, che è acceiTar» 2, colorotchefino dkVbei 

^iiiicipio di^nane d'ineamminarfi per la vìa doli* vèrtù^< 

(Hide avendo neldodicefimo anuo di itia «ce mpftrata gtande inetìm^ìdn* 

^Ila pittura » fu forza a Piero £iia Padre 1* applicarki a quelP àree : e diedelo 

alla cura del Cavalìer Curndì . U giovanetto , che innamoratiffitno «ra di 

quello Audio» non lafciava fatica» pergrandech'etlafofic, per prafncar»; 

ed almaeftro, il quale colla fotìta fua carità «lamftfe-glt affifteW' predava 

unta obbedienza , e con tanto oflequio lo aSieconcfaVa , eh* era proprio 

npo flupore; non potendo foffriredt perderlo di vifta anche ne'gìo^nifè^ 

Itivi» ne'quali portavalì alla fua «afa» dove con grande ofl^rVjmMj perfiin 

lo motivo di filiale amoreT l'ajucava e Cervira : al qa(tle corrHpbmtendo \\ 

Curradi . molto bene coltivo quell'ingegno » talmencechè in breve tempo 

conduflelq a contraffare la tua propria maniera, per modo che le opere del 

maellro a gran pena da quelle dei difcepolo fi diAìnguevano > di che £inna 

fede due quadri condotti da lui in quella tener» età , ■ che poi reftaiiano iq 

mano de' fuoi eredi : in uno dipintovi Sah FranCefco e San Domenico» 

in atto di abbracciarli: e nell'altro Santa Ocerina Veigine « Martire < 

In quel tempo pure dìpinfe una cefta d' nn&ce Marna , il -quale per^ 

nuto poi alliC mani del celebre pictiore iMonsù Giuftò Subtéjìnans, «W» 

luo^o in cafa fua fra le più belle pitture d'otcimlnaeftri, non fapendo 

pero egli da qual mano foiTe ftato dipinto % tantoché .una voha potcandofi 

aquellft 



CESARE BAND INI. ut 

t: qoella etfa Filtro da Cortona > accorapagnacovi da Vinceheio Dandini \ 
fratello di Cefare» e difcepolo dello fleflb Cortona, per vifitar Giudo, ed 
infieme per vedere le cofelue, diedegli moke lodi eiàgerando fua bellezza i 
csentre Vincenzio, che ben fapeva chi aveva fatto il quadro, per non di- 
ninttire il concetto air opera, o pure a & medefimo la fede collo fcoori^ 
re il nome dell'Autore , e il tempo in cui fu fotto, attefe ancor euo < 
lodarlo fenz' altro più dirne. Era Celare Dandini giovanetto di vago afpet« 
to • e di belljffime e pittorefche prooorzioni di volto ; onde il Curraai fì| 
(olito ritrarlo nella più parte delle lue opere, particolarmente ove dovei 
rapprefentare volti di femmine; perchè, come quelli che tenea vitaca^ 
fiimma, rare volte, o non mai* s'impacciava con eile, anche per ciò che 
alla fua profeffione appartenea. Uno di quefti ritratti, facto al naturale 
dalla faccia di Cefiire , per quanto da perfoiia antica, e che ben conobbe 
e praticò in quei tempi r uno e l' altro , è il volto di quella Vergine con 
Gesù Bambino , che il Curradi dipinfe nella più alta parte della tavola di' 
Santo Ignazio di Lojola, che fl vede nella Chiefa de' Padri Gefuiti di^ 
San Giovanni nella prima Cappella dal lato dell* Evangelio: e fimilmen- 
te il volto di alerà Vergine con Gesù in un'altra tavola di Santo Ignazio g 
^che confervano quei Padri in una delle fianze di lopra del Collegio » che 
al preferite ferve per Sagreftia della Congregazione de' nobili e degli arti* 
(li . E^anche tratta del fuo volto T effigie d' un giovane, che lo flefla 
Curradi colorì nella tavola, che veggiamò oggi nella Chiefa della Ma« 
donna de* Ricci de' Padri delle Scuole Pie ; Creiceva tuttavia 1* affetta 
del Curradi verfo la molta virtù dello fcolare, intantochè talvolta pò-» 
nevafi a riipproverare il proprio fratello', che ancora egli attendeva all« 

Inctura» la . tua diappocaggine , e dice vagli: Guarda qua quefto fitnciul**^ 
o^ che. in sì poco tempo già opera meglio di te, che tanto hai profeC* 
ÙH quell'arte: ì quali rimproveri, aggiunti al valerfi, che faceva il Cur«^^ 
radi deli' opera di Celare per aiuto in fuUe proprie tele, non lafctò di 
partorir qualche invidia nel cuore del fratello: ed una volta che la glo** 
riofii memoria del Sereniffimo Granduca Cofìmo II. fi era portato alla 
ca£i del Curradi per vederlo operare ( onore ftato folito di^ fare quel gran 
Principe anche ad altri buoni artefici del fuo tempo, feguitato poi da^ 
fuoi, gloriofi fuccelTori ) il Curradi gli volle moftrare il bel quadro della^ 
Santa Caterina: e fattolo per gran pezzo cercare» alla fine li trovò eflere 
fiato nafcofo in luogo da non poterli quali trovar mai . Altre cofe occor- 
Ibro al giovanetto in quella fcuola; talché Pietro fuo padre deliberò le- 
varlo, ed acconcioUo con Criftofano Allori» elTendo egli già ftato appreflb^ 
al Curradi per Io fpazio di tre anni interi . Qui fi farebbe aperto un lar-' 
go campo al Dandini di farfi grand' uomo coli' imitazione della maniera 
di quel gran maeftro; ma appena egli ebbe fciolto il corfo a* propr) pen* 
fieri, per applicargli tutti aa ogni più faticofo ftudio, che egli fi accorfe 
di trovarfi in luogo, ove poco o nulla poteva profittare; attefochè ( fic* 
come altrove dicemmo ) era piena quella fcuola di siovani fcorretti, e 
non punto ftudiofi, anzi a nulla più intenti, che a rarfi fra di loro indi- 
fcreiiffime burle; onde J&a quèHo e'I nonvederfi omai il maeftro (che* 

O 2 diftrat- 



2 1 2 Decenft. ìli della Parti del Bit .V. dal 1620. alt 63 o. 



diftrtcto era da mine craftulii) dipìgnere, fé non a ponti di lune» el'ef^ 
feie il Dandini gio? ane rifentito e fiero» e poco acconcio a quelli fcfaerzi» 
deliberò per meglio di partirli : e per opera pure di fuo padre » fu acco- 
fliodato col Cavaliere Domenico Padignani. Quefti avendo ben prefto co- 
notbioca 1' ottima inclinazione e buona maniera di lui» fé lo conddflé a 
Fifa, inajuto d'una grande opera eh' e* doveva fare nel Duomo : e fin da 
quel tempo non lafciòdi valerfene» fino a fargli condurre pitture con 
proprio dtlegno di tutto punto . Tornatofene Cefare a Firenze » venne 
m penfiero al padre di mandarlo a fludiare a Roma, e già aveva accorda^ 
te le condizioni con un tale Matteini fuo corrifpondente, per doverlo 
fpefare in cafa propria; quando il povero vecchio fu coito dalla morte 
Tanno itfiy. lafciandofeifigliuolitde'qualiCerare era il maggiore. Madie 
difordine non può ce apportare a* giovanetti figliuoli la mancanza d' un pa* 
dre« congiunta a'perniciofi uficidi gente sfrenata? Non andò molto che 
Celare vedutofi in libertà» aflediato» per così direi da gran numero di falfi 
amici» gente oziofi e di bel tempo» incominciò a dar bando agli ftud) » 
e poco meno che ai dipìgnere» ed in quella vece a fpender fuo tempo ne* 
paffatempi e nella caccia » la/ciando anche » a fine di vivere in tutto e 
per tutto a fé ftelfo» la paterna cafa e* fratelli» e ritirandoli appreflb altri 
tuoi. parenti. Fece egli nondimeno in quello tempo alcune pitture» nelle 
quali non mai abbandonò una certa fua maiùera diligence» né tampoco il na* 
turale . Tati furono un ritratto mezza figura d* un fuo zio paterno» che riu- 
fci aflai fomigliante :e per CammilloTerriefi un quadro di piccole figure del** 
le nozze di Caaa di Galilea: per Giulio Porcelini un San Giuliano» figura 
quanto il naturale , ed altre coferelle di non tnolto rilievo . Trattennefi an-* 
che in tal' tempo» con qualche utile» a fare: piccolifTicni ritratti di fèmmi« 
Defoprarame» in quel modo che noi dichiamo alla macchia» e talvòlta dal 
naturale, come anche fare lì coftuma in quelli noftri tempi da alcuni» per 
compiacere a certa forta di perfone» le quali, coiropporfi poi a guifii di 
fpecchio concavo al raggio delle proprie pupille quel debole ed ofifufca- 
€0 metallo» procurano di mantener vivo in ogni luogo ed in ogni tem« 
po n^l petto quel fuoco» o pazzo o impudico» che del continuo abbru* 
da loro il cuore. Ma fatta poi miglior refleffione a fé lleffo» viebbetan* 
to fcrupolo» che non maipiù volle ingerirli in sì fatti lavori; anziché a 
cagiojìe dell' elTerfi egli già fatto coiiofcere per vaiorofo in quel modo di 
operare » elTendò llato quali che forzato da perlbna di conto a farne uno 
di bellilfima e nobil Dama» da fé pazzamente amata» a portarli alla cala 
di lei» nel tempo che ella fatta fpofa» doveva ricevere T anello matrimo* 
niale, tirato che n'ebbe con lapis» nafcofamente ed alla sfuggita» un po« 
co di fchizzo» portofl'elo a cafa; poi finfe averlo perduto» e feppe così 
bene colorire la cola» che chi gliele aveva data la commìlfione» ne ri- 
mafe appagato . Colorì ancora in quefti medelimi tempi per Roderico» 
poi Marchefe » figliuolo del Senatore Niccolò Ximenez Aragona » il fuo 
ritratto pure f opra rame» e quello di Flavia Mancini fua moglie» per una 
Angelica e Medoro» opera condotta con gran dil-genza . Ad uno di cala 
Lenzi di verfo la Romagna» allora abitarne ia Firenze^ fece una tavola 

non 



CESARE DANDINI. aij 

Sion molto grande » nella quale toro Maria Vergine ed im San Michele 
col Diavolo (otto i piedi » e San Colombano» il quale con una catena tie^» 
ne eflo Demonio legato pel collo . Quefia riufci cofa lodevole aOai , tut- 
toché di non tanto buon difegno» a cagione deir avere egli» già da tanto 
tetiipo avanti » trafcurati gli (tudi . Ma finalmente vedendoli gii pervenu* 
co all'età di venticinque anni: ed offiervando air incontro tanti fuoi eoe* 
taneì, e ferie ftati poi fuoi condifcepoli, aver profittato molto» ^ià eflèr 
▼enutt in buon credito» ed avanzani anche neii' avere» incominciando e 
penlar bene a* cafi fuoi» deliberò di ripigliare le prime applicazioni» la« 
iciando andare i trallulii giovenili » i fovercht fvagamenti e gli amici » me 
non già r ^ercizio della caccia. Accadde però» che alcuna volta» il con-» 
verfiire con gli amici» gli ebbe ad efler cagione di fua rovina: e tra V al- 
tre pel cafo» che gli occorfe circa ^I trentdimo anno di fua età » come la 
fono ora per dire . EraC egli al fuo folico trattenuto in converfaziono 
fino a grand' ora della notte: partitoli finalmente» volle la fua difgrazia» 
o pure quella d* alcun altro » eh' e* a' incontralfe in non io qual perfe-> 
aa« che aveva vino in td(b» la quale gli fece mabicreanza A (bienne» cho 
ef U» che per natura» come dicemmo e principio» era uomo rìfentito» 
^Mfta mano al pugnale » lo percofle sa fiittamente» che egli indi a non mal^ 
«o fi moit ; onde a Cefare convemie metterfi in luogo ficuco dalle mani 
della Giuftizìa t finctie fatte chiare le ctrcoiianze fiivorevoU al cafo fuo * 
c^i ficoftitnl prigione» donde traflTelo finalmente la protezione di perfo* 
alaggi d' alto amre» colla fola pena di confinò 'ovunque gli folle piacittto»* 
die talora fu in una nobiliffima Villa preflb a Firenze » e talora dentro al* 
k mura della fteAi città . Ma t>erc^ il fHidct del defunto era vecchio e po^ 
arerò » il Dandini » ohe per akro 4M:a inclkifaté alla |(iu{lizia ed aUa com«r 

S filone > non laCdò di foaminiftrai^i fempre ajati validi per pocerfi Co- 
nere. 
Era r^nno léis* quando ad un difcendo del Cigoli» chiamato Gto» 
«tmbatifta Lupicini» uomo afiai filmato itfel ricavare opere di gran maeftri» 
fu dato ordine d'amlare a Fifa» per quivi copiare molti de'belltffimi qua- 
dri di quella Cattedrale: e perchè il lavoro era lungo, volle Giovamba* 
tifia condurre qualcheduno in fuo ajuto» che fapefle operare con diligenza « 
Aveva coftui vedute alcune cofe» fatte da Cefare al naturale* e particolare 
mente un quadro » che poi dopo la morte del medefiuio » fu venduto per 
cofa rara» cioè a dire : una vecchia che fila» figurata in proporzione quan- 
co il vivo, in atto di federe» così bene adattata in oìccola tela» chequafi 
^i fi vede tutta ; onde egli fermò V animo in lui: ed avendo con eflb ac- 
cordato uno affai decente trattamento » con feco il conduflè • Cefare 
portò A bene le parti fue» che il Lupidni a gran legno ne fu contento; 
ma fopravvenuta fa fiate » tempo nel quale i non avvezzi air arte grofie » 
non cosi bene fi adattano a fiate in quel luogo: e perchè in queirannorvi 
fu qualche influenza di malattia; egli lafciatovi il Lupicini» e con non 
poco difgofto di lui » ft ne vernie a Fii^einze » per non tornarvi più » feiizt 
nulla volere da Giovambatilla del pattuito onorario . Aveva egli per lun- 
ga confuetudine contratta amicizia con un oeno padre Fra Vangelifia 

O ) Cantini 



1M 4 DeànuJll^deUa Tm. L del Sec. K Mi 620. ali 6 $o. 

Cantini deirOrdinede'Servi di Marta nel Conventodella Nonztata . Ooe^ 
IH» fatto Sagreftano » ebbe vaghezza di firn una Cappella per entro uno (pa^ 
ziOf che è fra la Chiefa e la Sagreftia. e condottala a fine, volle che il 
.Dandini ne dipignefle la tavola per V Altare . Dìpinlè egli adunque , fé* 
guendo in ciò la volontà del Frate,, un Grido morto, Ibfienuto da due 
-Angeli» ed altri Angeletti che tengono i mìfterj delia Pafiione, con dufc 
Beati dello fteflb Ordine , genufleffi » in atto di adorazione del Sadro Corpo: 
e nel lembo della Sindone del Signore fcrifle il proprio nome e '1 tempo; 
nel quale la diede per finita, che fu lo (ledo anno 1^25. Non paflTaro^ 
no poi due anni , che il buon Padre Cantini finì il corfo di fua vita , e 
ciò fu alli 5. d'Agofto i6%j, lafciando memoria di fé ftefib, non pure d'aver 
&tta opera che tolTe quel luogo adattato al Divino culto. Quanto per ave^ 
jre cosi bene fecvita quella Chieià con fua virtù, eflendouato mufico ec- 
cellente. ^ 

Circa a quefti medefimi tempi» per lo diletto che Celare fin da fan^ 
.ciullo s' era prefo delle ftampe di Alberto Duro» fiate fino allora per tutta 
-Italia in eccedente credito» avevane fatta a gran coito una bella rao^ 
.colta .- e ftimavale tanto » eh' e* pareva che naufeafie ogni intaglio dà 
-qualfìfofie buono artefice» che purè fino* allora molti ne aveVa avuti la me^ 
,4efima Italia» che avevano operato* con buon difegno ed crttimò tocco di 
bulino; ma rimafe chiarito» toftochè tornato dalle parti. di Germania il 
Sereniffimo Principe Don Lorenzo» avendo, fra altre belliflimecofe» por* 
tata gran quantica di eOTe (lampe » volle che Cefare Dandini ne rìcopiaifie 
jalicune in pittura» di proporzione quanto il naturale » .cioè quella del Ca-* 
vadenti, ed un'alcra> Meflevi egL^ dupque la manose per iarle più gin* 
ifte» tirovvi fopra la rete> ^boendo la quale, fulla fua tela le difegnò; ed 
in ciò fare a'accariè che lei ftanjpe avevano in fé notabiliifimi errori»' che 
in quella piccola proporzione non fi lafciavano vedere; onde gli fu necef* 
jrio emendarle nelle copie, le quali pervenute poi in mano del Principe^ 
Juron donate "alia Screnìfl^ima Acciduchefia d' Aufiria» che diede loro luo^ 
4;o nella fua Villa dell' Imperiale. Per lo fteflb Principe dipinfe un Saa 
Girolamo» mezza figura» in atto di.ftudiare» che riufci di si buon gufto» 
.che fu d'ammirazione a' profeflòri dell'arte; onde in un fubito ne ufci- 
jron fuori copie infinite. Trovafi oggi queil* opera in una delle antica- 
mere, del Sereniflìmo Granduca neUa Villa della Petraia. Per lo Mar^- 
chefe Bartolommeo Corfini dipinfe due quadri di mezze figure , cioè la 
J^ittura e la Poefia; ed in un'ovato» per accompagnatura di un altro lìmi* 
ie» in cui Vincenzio fuo fratello aveva colorito una Baccante belliflìmav 
dipinfe un' Artemifia. Per Giovambatifta Severi, celebre Mufico » dipinfe 
la morte di Zerbino , in .figura quanto il naturale . Al medefimo fece una 
tavola di circa nove braccia d'altezza» larga quattro e mezzo» con figure 
afiai maggiori del naturale , nella quale fece vedere San Carlo Borromeo 
nella ceiefte Gloria, con Angeli che foftenevano le infegne delle varie di- 
gnità pofledute dal Santo in terra : e nelja più bada parte erano San Gio* 
vambatifta» San Lorenzo» San Francefco e Santa Barbera : opera che a* 
profeiTori piacque molto > ed a lui medefimo 1 fielU città d'Ancona dove 

fuflun- 



. CESARE /DANDTN!. àts 

fu mandata» diede gran rinomansEa e faiia. Per lo fieflb Severi finalmentt 
dipinfe ana Cena del Signore. Qualche travaglio , fpeià e penfierot^che 
aveva foiFercoil Dandini a cagione dell'omicidio» avevan fatto in lui que« 
Hi effeuj p che perlopiù cagionar ibgliono agli uomini» per altro giudiziofi» 
le av verlitadi ; ond'egli già alloncanatofi dal non mai fino allora abbandona- 
to efercizio della caccia» erafi dato di buon propofito alla devozione , ed atli 
iladj dell'arte ìua; onde da quindi innanzi ven negli fattoi! condurre opere 
più lodate» che per Paddietro fatto non aveva. Tali foroho ia gran tavola del 
San Carlo» dìcui poc'anzi abbiam fatta menzione frale opere che fece pel 
Severi ; una bella tefta di giovane con un berrettone » tagliere incapo , trac« 
taal vivo da Bartolommeo Landinifanch'eflo Mofìco » e poi Maeftro di Ca]>- 
pella celebre » che ultimamente è morto in carica di Curato della Chiefà 
ai San Martino a Mont' Ughi . Di ouefta furon Atte moltiflime copie # 
che fi veggono in diverfi luoghi fparie. Al già nominato Principe Doa 
Lorenzo dipinfe» per entro un clavicembalo» in piccole figure, quanda 
Euridice è mor& dal ferpe^ e vi rapprefentò molte femmine in vari getti 
e attitudini beneefpreiTe» e con fomma diligenza condotte. Per lo Sere* 
niifimo Principe, poi Cardinale Gio. Carlo» ritraiFe al vivo in un' ovato » 
la Checca Cotta» rinomata canutrice » in tempo che ella era fanciulla • Pei 
medefimo dipiniè uo proprio concetto morale di due figure in un quadrar r 
un giovs^ne in atto di aifegnare» e una femmina che importunamente il difto« 
glie da quello ftu^io » volendo moftrare di quanto difturbo iiano a tali ap- 
plicazioni sì fiitte pratiche. Di quefie invenzioni alludenti a cofe. morali » 
ne fece egli moltiffime: e come quegli» che era dotato di buono ingegno^ 
cercava di Ij^ndere nell'opere fue del pròprio giudizio . Rapprefentò tal- 
volta perb qualche Qoriaiacrao profana» e qualche favola, conforme alfar 
intenzione di coloro ».Mpe* quali le conduepa • Per lo Marchefe Gab« 
briello Riccardi pel fuQ. giardino di Valfondai fece una Arianna abbati* 
donata da Tefeo, ctte|u ftioiata aflài bella. Per Micher Àgnolo Ventu« 
ri dipinfe Moisp^quj^dofcaccia i Paftori, cjie molefiano le figliuole di 
Jetro Sacerdote, che volevano abbeverare il proprio gre^e: e lo rappre* 
lento in atto di minacciare e gridare coloro: i quali affetti però in quella 
figura fi veggono aflai bene efprelE. Per la SereniUimaArciducheira Claudi» 
dipinfe una tavola» in cui figurò rAuguttiflima Trinità con gran copta 
d'Angeli; e quefta fu mandata in Ifpruch. Per la città di Volterra fece al- 
tra tavola bellifllma della Natività di Noftra Signora : ficcome altra ta- 
vola fece egli per la ChieOi de' Cappuccini nel contado della ttefia città- 
di Volterra • Per Franceico Milaneu colorì una tela di figure di braccia due 
e mezzo di un San Paolo» quando fa il miracolo dello ftorpiato da nativir 
tà I e per Ottavio Borgianni un Santo Antonio Abate di vaga maniera • 
Ne' tempi» che il Dandini già fi era acquiftato gran credito» comparve ìtt 
Firenze Jacopo Palli, che nella città di Venezia in negoz) di terra e di ma^ 
re aveva fatta gran roba . A quefti venne in penfiero di edificare a fue fpe« 
fé nella Chiefa della Nonziata una Cappelk per fua devozione: ed a ule 
effetto ottenne da' Frati di quel Convento un certo fpazio a mano fini- 
dira, andando verfo T Aitar maggiore fotto V organo» e rimpecto all'altro 

O 4 organo 



ii6 Vecetttt.nrje1taPartJMStLlKMi€io.a^ 

CKftnd» dove era un' antica dippeUet ti con uti Santo Hocco > fcotplté In k« 
gntme di tutto rilievo; ond'egH fece dar ouno al lavoro» ornando (^ 
nuova Cappella di maroii bianchi ad imitazione dell'altra, che gli dava 
oppofta^ in cui era già una beila taviila di mana di Fra Bartolommeo di 
San Marco ^ la quale poi fu levata, e mefla in Tuo luogo una bella copia 
della medefima, fatta per mano» comeii dice » di Jacopo da Empoli» che è 

Juella» che al prefente fi vede • La tavi>la della nuova Cappella fu dal 
alli dìata a fare al Dandini , che vi rapprefentò la Vergine SamiffiAa in 
Cielo p ed alcuni Angeletti » S. Jacopo Apoftolo e Santo Rocco ^enuflefli • 
A quefta pittura però, che per altro diede fatis&zione al pubblico, prò» 
nouicàrono gli artefici aflai corta viu : né diflero cofa contraria a ciò che 
ha dimofirato il £itto; condofdfecofachè egli ftcefle in efla quello, che 
talvolta usò di fare in altre , cioè a dire p fi lafciafie portare da un cerco Tuo 
gufto di dipìgnore di fvelature, dcon poco colore di corpo. Per lo Se« 
rentffimo Cardinale Carlo de' Medici dipinfe una femmina, maggiore del 
naturale, figurata per la Carità, con tre putti appreflb, viftadi fotto in su» 
alla quale fu dato luogo in uno fpazio di volta di una fianza terrena nel 
foaOifino di San Marco . Pel Principe Don Lorenzo per la foa Villa del^ 
la Petraja color) una Gaiatea nel mare, fopra un Carro tirato da Delfi ni » 
con altre fismmine» e alcuni Amoretti appreflb , in varie e belle attitudini 
t^opriate alle qualità loro. Quefta fi conta, fenz' alcun dubbio, fra le 
più belle opere eh* egli facefle . Hanno ancora luogo fra t più betti un 
quadro , fatto per Giovanni Comparini , nel quale benché non ecceda 
la giandezsa di due braccia, fece vedere gran quantità di figure, beniffi* 
me difpofle t* rapprefentanti h fioria dell' orazione di Mbsè ^ ftd mon- 
te. Similmente due quadri, fra di loro nórf molco diverfi, ne^ quali fi- 
gurò la Carità con alcuni putti^ e quefti alla fua morte redarono imper- 
fetti. Il (HTimo finito poi da Vincenzio Dandini fao^ 'minor fratello, fiato 
•nch'eflb valente pittort, k> ebbe il Dottore Giotanibatifia Stgni, Medico' 
are: e T altro» finito pure dal medefimoVimceiiziDy venne in mdno di 



celebre : e V altro » finito pure 
Aleflandro del Lapo. Per le cafe de' cittadini fono in Firenze moltifltme 
file pitture di giovani e di vecchj.* e altJre di devozione, fitte di buon 
guAo ed zfkì nudiate, avendo egli in quefta cofa delio ftudiare le opere » 
evuta gran premura . Molt'anni prima eh* egli finiife il corfo di fua vita» 
aveva dato principio ad un gran quadro di fette braccia per lo Marchefe 
Bartolommeo Corfini, in cut figurava Moisè, quando fa fcaturir l'acqua 
dalta pietra per conforto dell' afietato popolo ; e già incominciava quel- 
l'opera a dar fegni di dover'eflere la più bella, che fbile mai ufcita dalle 
fue mani (a)» quando fopraggiunto da terribile accidente d'alma , male , da 
cui per lo fpaztodi molf anni fu folito efler travagliato» in termine d'un ora 
in eirea,chiufegli occhi a quefta luce il giorno 8. diFebbrajo 1558. aven* 
do avute queir affiftenae e di Sagramenti e di Sacerdoti, che in quel bre^ 

vidimo 

( a ) Qtfefio Quadra , rtftatG in mano d^fuoi Eredi , fu poi dnlls Grandtttbeffa Vittoria della 
Rovere farto terminare da Piaro Dandini fra nipote , e fu eoUoeate nel Salone delia Ville 
del foisjio Imperiale • 



/ 



CE&ARE D ANDINI. 217 

f ifimo tempo le fu pofllbile a?ere; ma q;li già per molti e mdt* anni fi 
tra dato a canta riciracezsa » ed aveva menata una vita si criftiana » che co* 




all'arte fteffit; cancioffiacofachè , a paragone delh (Urna che ^i ne£ftceva#: 
e delPonorevoiezsa con cui la profeflava » fofle anche ;^antiffimo protetto* 
re di eflk e degli artefici» i quali in ogni loro occorrenza trovavano ap^ 
preflb di luì afilo ficuro. Non voleva però fentir nulla di certi tali, chu 
gli chiamava indegni del nome di pittore» i quali con un vivere fcorretro 
e plebeo fannofi conofcere ad ognuno per tutt' altro» che per pofleflbra 
di sì bella facoltà . Chiamato a (limar le opere de' buoni maeflri, fc^enevalo 
molto { e ad un tale» che una volta trovandofi in fimile faccenda in com-«. 
pagnia di lui , fi era pofto e fermato ad una ftima, di gran lunga inf 
al merito della pì<tura e del pittore » difle con gran rifentimento : 

fnare a colui imparar prima ad operar nella forma che aveva operato qosl« 
artefice » e poi cìmentarfi al meftiero dello fiimar pitture . Moflo altresì, 
dalla (ieflTa cagione di grande ftima dell' arte; » fa folito tenere in credito 
anche fé fieflò» e mafiime negli anni fuoi più verdi» colla liberti ecoirar^* 
dire a lui folito, come quegli, a cui non crocchiava il ferro» di ributtare 
ogni trattamento di fua perfona» che aveffe avuto del fordidb e del vile • 
In oropofico dì che non voglio lafciar di notare» come una tal perfona fi 
cceoette una volta di fargli un bel dono» in ricompenla de* buoni lervig) ri- 
portati dal fuo pennello» con mandarcli un pajo di ben piccole calzette di 
leta » accomodate né più né meno a calzare » non lui » che srande era di per* - 
fona » ma un quakhe fanciullo . Vedutele egH » di fubico Te reftitul al man» 
dato » dicendo efler quelle appropofito per chi a vede avuto le gambe di roa*' 
done »come colui che le mandava «Un' altra volta fu regalato da nobile per« 
Iona d' una gran cofcia di cignale» ma ftantia e già fetente : Va' » difs'egli a- 
colui che la portava» e rendila al tuo padrone» con dirgli da mia parte , che 

Suefti fon recali da lioni . Non voleva» che in fua prefenza fi parlaffe male 
elle opere altrui» e forte fé ne rifentiva» dicendo efler difficile l' opera- 
re » quanto facile il biafimare . Moftrava anche quefto alto concetto del«^ 
Tarcei nella grande applicazione ch'egli poneva nell' infegnare e bene edu- 
care i fuoi giovani » da i quali voleva rifcuotere una più che efacta oflTer* 
vanza nelle cofe appartenenti» non meno a* loro ftudji che al decoro di 
loro perfone. Ma perchè rare volte addiviene» che vogliano i fanciulli, 
aflc^getcarfi con quefto a rìgorofa difciplina» pochi furono quelli, acuì 
baftatle l'animo di camminare al paflbdi fuo zelo» in quella parte ferven- 
tiilimo. Quei pochi però T ebbero fempre per protettore in ogni bifogno; 
perchè veramente in quefta cofii nel fovvenire air altrui neceflità, e eoa 
danari »ved air occorrenza con ricorfi al Sovrano medefimo » egli fu tempre 
difpoftiflìmo: e rare volte occorreva»che gli fi toglieiTe dattorno alcuno len- 
za porgergli prima defiderato conforto . Impararono V arte da lui Vincent- 
zio pai)dìni uo minor fratello» che efTendo poi ftato appreflb il Cortona» 

nxÌQÌ boniffiiLO piicoiei e forfe tanto migliore di Cefare , quanto perchè 

tenne 



2 1 8 Decenn. Uh della Part.l delSee.V. d^l lóio.alió^o. 

tenne una maniera più morbida e più naturale f ma di eflb parleremo a filo 
luogo. Stefano della Bella, di cui abbiamo già parlato: Aleflfandro Rofi: 
Antonio Giufti: Gio. Domenico Ferrucci, che fi portò a Lucca, dove fi 
accasò, ed operò con lode: e finalmente Jicopo Giorgi, dal' quale fufe« 

J[uitato ed amato femore; onde Cefare venuto a morte, volle che fofler 
ile tutte le bellifiime ftampe e medaglie d* oro e d' argento e d* altri me- 
talli, delie quali in vita egli aveva fatta affai ragguardevole raccolta. Que- 
fio Gio. Domenico però non fece grandi opere di fua invenzione, aven« 
do confumato gran tempo in copiare ; ed in quatcheduna eh' e' ne conduflè » 
fi valfe molto de'difegni, dell' invenzione, e perlopiù delle opere ftefie fia- 
te fatte dal maeftro> togliendo o aggiugnendo , o come noi iogliamo di* 
ve, le medefime rifriggendo. Vedeta una uvola di mano di coftui , ove 
è Maria Vergine con gli Apoftoli , adla Chiefa di Sant'Andrea a Sovi- 
f liana , poco di là dalla Terra d' Empoli in fui fiume d' Arno . 

Eboe Cefare Dandini una maniera vasa , con beli* arie di tefte t e 
conduflè le fue pitture con gran diligenza e fiudio: e benché talvolta defle 
a quelle alcuni vivi refleffi » non tolfe loro però la (bmiglianza del natura* 
le I loa gli diede con ciò una certa graasia e vaghezza particolare • Refta* 
rono dopo fua morte due fuoi fratelli > Vincenzio il loprannominato» e 
Ottaviano i e ouefti fu padre di Pietro {a) Dandini, il quale avendo in fanciul* 
lezza atteib alla pittura appreflb a Vincenzio fuò zio» non fu orima giunto 
airetà di diciotto anni, cne meile in pubblico opere belle di iua mano: ed 
avendo poi fatti grandi fiudj in Roma, in Venezia • e per la Lombardia» 
ed acquifiata una franchezza di pennello i quafi impareggiabile, con altee 
ottime qutilità dell'arte, ha dato e dà tuttavia sì fl^ran faggio di fuo valore» 
che a noi pollerà ancora a fuo tempo aflai materia di parlar di lui e dello 
belle opere f uè . 



wm^ 



(a) Piero Dandini morì F anno 1712, § lafciò Ottaviano , eVinanzio^ oggi Gtjuita^ 
Jhoi figliuoli^ buoni prò ft fori ^mbcdnt di pittura. 



4: ' 



FELICE 




219 

FELICE FICHERELLI 

DETTO FELICE RIPOSO 

PITTOR FIORENTINO 

Dtfcepoh dì Jacopo da Empoli y nato circa al i6o$,^ i56o. 

• 

{Eiice Fìcherelli nacque in SanGimignano, antichiffima Terra 
di Valdelfa » di parenti molto onorati e civili. Fino dalla, 
dìù tenera età fi con4uflè a Firenze» quanto privo di afli« 
itenza e d* avere , altrettanto provvido di genio e defiderior 
di cofe appartenenti a difegno: e voile la buona fortuna fuat 
che egli, non fo in qual maniera, defle alle mani d*unCa-* 
valiere, che in quel tempo avea luogo fra* più degni della noftra patria t 
amiciffimo delle buone arti. Quefti tu Alberto d* Ottavio de' Bardi» doT 
Conti di Vernio , che allora folleneva la carica di Cavallerizzo Maggio* 
re della gloriola memoria del Sereniffimo Cardinale Carlo de' Medici % 
ed anche era Tuo gran favorito: il quale per T ottimo gufto e per la grande 
intelligenza che «gli aveva in cofe di pittura e icultura, e per la prore* 
jiioae che fu folito di tener fempre di quefte arti nobili01me> fi era gua* 
dagnato talmente 1' affetto de'profeflfori delle medefime, che fino al nu« 
mei^ di diciotco de' più eccellenti pittori fi erano uniti infieme in uà 
ioÌQ volere» a cui anche diedero effetto: e fu di fargli un quadro per eia* 
fcuno* per ornamento di un' Oratorio» da lui fabbricato ad una fua villa di 
V^aldagna nel Chianti : ed aveva anche fortito di fare una preziofa raccol- 
ta di preziofe pitture e fculture, che quantunque poi veniuero in qualche 
potere dello f!i^([o Cardinale, che fervirono per lo fuo Palazzo del Cafina 
da San Marco \ concuttociò ne rimafero in gran numero apprefib aali eredi « 
Qoefto Cavaliere adunque • avendo ben conofciuto lo fpiriio del tanciuUo» 
e fua grande inclinazione al difegno , diedegli luogo fra' tuoi Camerieri nella 
propria cafa: e frattanto volle, che egli ne incominciafie gli (lud) fotto la 
dìfciplina di Jacopo da Empoli, rinomato pittore di quel tempo, nella 
fcuola del quale, ajutato non meno da natura , che da una inóefefTa ap-* 
plicazione, fece gran profitto, alfiftito altresì dalla protezione del Conte» 
il quale , fra l'altre cofe volle fargli copiare per fé tutte le opere d' Andrea 
del Sarto, che fono nelChioftro piccolo della Chiefa della Nonziata; tan« 
tochè indi a poco incominciò a dar fuori opere di lua mano, che merita- 
rono la lode de' profelfori: con che sì fattamente s'avanzò nella grazia del 
Conte, per Io quale molto operò; che venuto a morte » lafciò'per teda* 
mento > che Felice fofie fpefato nella cafii degli eredi per tutto il tempo 
ch'egli avefie durato a vivere: e queflo, non con altro aggravio ^ che di 
fare a'mcdefimi ogni anno un quadro a propria elezione. Come fu difpo- 
fio dal Conte; così fu da lui e dagli eredi efeguito per lo fpazio di molti 

anni i 



il o Decenn. Uh della Pari, l del See. V. dal 1 61 a. al 1 6^ o, 

tn:n , fino a che tnoSb egli da defiderio di trttctr (e ftelTo con alquanto plik 
di libertà» di qaelio che in tal laopo gii riofcivt di poter fare, fe.ne partii 
e prefe ftanza altrove. Qui incominciò ad avere gran quantica di commiC 
fioni per quadri da fala e da camera ; concioffiacòfachè egli già G fofle fatta 
una maniera vaga e di gran tenerezza , come quegli che non volle mai ope^» 
tare fenza il naturale » e che fi era ancera applicato molto a ftudiare aa i 
colorici del Furino, che hanno tal qualità molto propria. Dipinfe dun* 
que diverfi quadri di femmine in mezza figura, capprefencanti alcune Dei- 
tà , per Giovanni Federighi , Avvocato del Collegio de' Nobili , e Senatore 
Fiorentino, e Auditore del Sereniflimo Granduca Cofimo III. fiato Au« 
dìtóre delle Riformagioni ; il quale, dopo avere per lo fieflb Sereniflimo» 
impiegata la vivezza del proprio ingegno , prudenza e dottrina, in carica 
di Prefidente al Governo della città di Siena , lafciò la perfente vita V an« 
no 1669. e le pitture recarono a i fuoi figliuoli, che le confervano eoa 
iftima . Era nella Chiefa di Santo Spirito , air Altare della Cappel la de' Nafi » 
tina bellifliina tavola di mano di Pietro Perugino, in cui fi rapprefentava 
una Apparizione di Maria Verdine a San Bernardo. Eflendoll i padroni 
dell» Cappella rifoluti di torla di quel luogo i con lafcìarvene una copiai 
di efeguire tale loro volontà diedero l'ordine a Felice, il quale la con» 
dufle cosi bene, e tanto fi conformò a quell'antica maniera, che fietteiro 
poi ì padroni in dubbio , quale dovefièro pigliare , o V originale o la oo^ 
pia , la quale oggi fi vede a queir Altare , giudicata da ognuno per T origt* 
naie ftefib» Con cale occafione dipinfe Felice due quadri, in uno de*qmtt 
rappfefentò San Francefco d'AfliG, inatto d'orazione: e nell'altro Stn-^ 
tf Antonio da Padova col Fanciullo Gesù,* i quali furon pofti da i lati di 
efia tavola nella già nominata Cappella; Per Tommafo Fantacci dipinfe 
iholtifllme tele, che reftarono a'fuoi eredi. Una delle più belle opere <;ho 
ufcìfibro dalla mano di quefip artefice, fu un Giudizio di Paride, in figure 
quanto il naturale, che fu Mandato in Inghilterra. E^ di fua mano la ta- 
vola, che veggiamo fopra l'Altare della prima Cappella t a man defira en- 
trando in Chiefa» di Santo Egidio dello Spedale di Santa Maria Nuova» 
ove è rapprelèntata Maria Vergine, con Gesù, San Niccolò e Sant'^An* 
tonio da Padova con altre figure . Per Gfovambatifia Chellini conduflb un 
quadro, nel quale fi veggono, in proporzione di naturale, Niobe co' fi- 
gliuoli, parte fuggenti, parte morti, parte in atto d*efclamare, mentre 
Apoflo in aria ha fcoccate le flette, e Diana ftafli coli' arco tefo. Per lo 
fteflb fece un' Andromeda lesata allo fcoglio, e'I Mofiro marino . Più ftorie 
di fatti di Sanfone, di Jona Profeta, del Sammaritano, di S. Benedetto, di 
Santa Appollonia, di S. Giovambatifta ed altri , tutti quadri di ottimo gufto» 
i quali niròno d' un molto vago e ricco ornaménto alla bella fala di loro 
cala in via de'Crefci, coli' occafione delle nozze fattefi da AleflanUro di 
Felice Ferdinando Chellini, colla nobil donna Caterina Fuceini, e tutta- 
via , con altri quadri di mano di eccellenti maefiri, fi confervano apprefHi 
2 fuoi figliuoli . Per lo eruditismo Dottore Francefco Redi nobile Are-- 
tino , Protomedico del Serenifiimo Granduca , che mentre io qùefie cofis 

ferivo I fofiiehe il caribo d^ArciConfoladelf Accademia della Crufca, àU 

pinfe 



FELICE flCHERELll. lai 

pinfe due quadri di niexze fgarc: in uno de* quali npprefencò Santa Marie 
Maddalena» nell' altro Sane' Agata . A Urorno mando una fua beila^vo^ 
la» alla quale fu datò luogo nella Chiefa di Santo Agoftino all' entrare « 
man finiftra: vedefi in una rapprtfentata con gentil maniera la Santa Mar» 
tire Cecilia , in atto di federe » e colle braccia ftrette al petto a modo di ero* 
ce» mentre un Angelo gli fta ajppreffo con due ghirlande nelle mani; e 
nella parte più alca è figurato il Paradifo con Angeli » e alcuni di quefti 
in atro di fonare diverfi muficali finimenti. Colorì egli quefla tavola circa 
Tanno 1 6$$. per un talctché aveva navigato fopra le Galere del Sereniffimo 
Granduca in carica di Scrivano: e tutto fi ha da Frant:efoo Barbieri pitto« 
re Fiorentino» fiato difceoolodi Felice» che al prefente opera in Livorno. 
Fece ancora più ritratti iomigHantiflìmi» fra i quali è quello diPompeino» 
già orgaiùtìa della Cattedrale Fiorentina» che fu anche (ingolarifiimo fo* 
fìatore di Kuto: quello dell'Abate Capponi» e diFra Bartolommeo Ga<« 
lilei. 11 Dottore l:^aolo Minuccii noto per la fua erudizione» che fu fuo 
amiciffimo» e di cui abbiamo altrove parlato» ha di fua mano un ritratto 
al naturale d' un beliiffimo giovane» chiamato Cammillo Marini» cittadino 
Fiorentino » che poi in Napoli fece gran fortuna: e rapprefenta quefti un 
David colla tefta del Golia. Della medefima effigie di Cammillo fi trova 
eflcrfi fervito queft' artefice in molte fue opere: e finalmente fé ne yalfe in 
un quadro in ottangolo pure dì un David colla tefta di Golia, che oggi èia 
potere di Antonio di Carlo Corfini Dottore di Legge : e fi dice fofle V ultima 
opera che ufcifie dalle mani di Felice, li Cavaliere Serzelli ha di fua ma- 
no più quadri di ottimo gufto» fra' quali la cacciata de'primi noftri Padri 
dal Paradtfo Terreftre: una Santa Prafledei che fpreme il Sangue de'Mar* 
tiri , il martirio di Sant' Agata » ed una Erodiade colla tefta di San Gio*' 
vambatifta. E per FranceCco Gabburrì» Gentiluomo Fiorentino, fece un 
Sacrificio di Abramo, che è bellifiimo. Quefte opere, con altre molte» 
che io per brevità tralafcio» conduflle il noiìro pittore: e finalmente l'an« 
no 1660. eifendo egli gii pervenuto all'età di 55 anni in circa» diede fine 
alcorfode'giorniiuoi; eandòlacofain quefto modo. Erafi egli un gior-^ 
no del mefe di Luglio alquanto rifcaldato: e per prendere frefco» fi pofe 
a^ pafleggiare m luogo che teneane oltre al bifogno, tantoché in un punto 
fi rjifrecklò; a cagione di che fuafiàlito da una acuta febbre, che fi aggiunte 
a male di petto o pleuritide sì acura, che non cedendo a rimedio alcuno» 
dopo tre ioli giorni di malattia lo condufle a morte la notte del Venerdì 
precedente alla Domenica , nella quale egli mofio da devozione avea deter* 
minato di portarfi infieme con Matteo Novelli fua amico, alla vifita della 
Santa Cafa di Loreto: e ciò fu nella Cafa Priorale di Santa Maria fopr' Ar- 
no , Aveva egli ricevuto i Santiflimi Sagramenti » quando poche ore avanti 
al fuo fpirare» fi voltò ad una dorma» che ferviva in quella cafa, ed a lui 
caritativamente aflìfteva» e così le parlò; Voi avete durato gran fatica ;>er 
me . e vi compàtìfco ; ma railegiatevi, perchè io ho nome Felice , e mi chia- 
mo per foprannomeRipofo: e fpero che fra poche ore mi darà il mio Dio 
felice ripofo, e fi tacque. Fu poi il fuo corpo portato con grande accom- 
pagnatura alla Chiefa diS« •.t quivi onorevolmente fepotto . 

Fu 



%iì DectttfiJlhdefla-Pifrfil^^^ 

Fu opinione che egli avcire,ngaiiato .aflAl,l](uap pepiflio; ma non eflendofi 
alla fAJia morte trovato nelU' lìaiijKè di fu%;U;>lita abitazione nefluij^o danaro» 
^on mancò chi dubìtafTe di ciòi clic, bexfe fpe^lb in fimili inafpfCtati cail.» 
Si chi lìon ha più che tanto cura di fé e delle cofe fue» avvenir fuole ... 
Non è ilata.cofa infolita a colo^ che Ijianno Ccrlcto d'uomini diquàl«^ 
che valore in alcuna fcienza p arte» il di^re contezza ^non meno delle ope* 
re loro degne di lode» che de' lóro corptoir^li temperamenti e naturali m- 
clioazioni, e di quelle eziandio che glixeferonel colpetto dell* univerfa- 
Je più deboli» e talvolta fpiacevoii e nojjofi: e quedo per mio javvifo fé* 
cero eglino » perchè fi conolca ben chiaro» non eiTer folita la natura. » jdi dare 
o^ni qofa ad un folo ; e cosi non fia , chi favorito per altra ed aricQhJLto 
ài bupni talenti» foverchiàmente fé fteflb awilifca , ogni qualvolta egli fi 
xiconofca a qualche naturale debolezza afiai minore di fé fleiTo; ma folo 
prenda da ciò occafione di non infuperbirfi» e di quegli compatirei che 
egli conofcerà. non giungere ih ognlcofa al perfetto . Ancora » perchè dor 
vendo efiere principale aiTuntp d^ogni uomo in quefta mifera vita » il com« 
battere polla propria natura» che fempre inclina al peggiore, polla dal ve-» 
dere quanto poco altri feppe vificere» pigliare efempio» e farfi animQfqf 
per lo confeguimento di quel^bene^che ne apporta la vittoria, lo dunque 
feguendo V ufo di tanti buoni fcrittori» non lafcerò di portare in quefta 
IjuogQ» ficcome parlando d' altri ;ni fovyiene aver fatto» alcune d^Ile qualir, 
cà naturali di quefio pittore » le quali ( fé non quanto egli medefimo» co-^ 
me è folito della piii parte di fimili perfone» viflè contento di fé ftefTo) 
farebbero baflate per rendere ogni altro» fuori che lui» interamente infe-^ 
lice . Dico dunque » che quefto artefice fu uomo di così poche parole p da 
non poterfegli forfè in qu^fk parte trovare altro eguale» e tanto quieto 
^ amico del fuo comodo» che fi guadagnò il foprannome di Ripofo» per 
Ip quale fu fempre intefo» finché vifre».e intendefi fino al prelente tem* 
pQ . Aveva prefa fua flanza nella vj^ de'Baxd] » in quel luogo appunto ove 
fu l'antica Loggia de' Bardi» ridotta poi ad ufo d'abitazione: e fattone due 
grandi fianze in volta al piano di terreno» fotto le quali è un bel fotterra- 
neo» pofla da tramontana in fui fiume d'Arno: in quefta fé ne ftava Felice 
a fuo pare re felicemente «iènza alcunaperfonadifervizio. Il luogo del fuo 
ripofo era un armario» che flava il giorno chiufoi avendo in fé quel tanto^ 
che bifognava al pittore i per adagiarti la notte per dormire. Rare volte o 
non mai v'accendeva fuoco» perchè coipe quegli » che faceva un pafto folo^ 
e quello la fera alPofieriai poco bìfogno gli pareva d' avere di fimile co- 
modità: e foleva dire» che l'ora che altri s'erano eletti per definare» era 
appunto quella che dovea darfi al lavoro: ilravaganza per certo diretta- 
mente contraria a quella di Giovanni da San Giovanni » ch'era folito dire» 
e anche fcriffelo una volta per motto fopra un'orivolo a Sole» cioè» che 
la dìù bella ora del giorno era (juella del definare. Se poi a Felice taU 
voTta » o per poterfi trovare cogli amici all^ taverna, o per qualche ftraor- 
dinarió bìfogno» occorreva il cibarfi alquanto in cafa» fi faceva con uova 
una paiiatella, ed un pennello di fetola. proporzionatamente gròfTo» gU 
ferviva alle occorrenze dei dibattete o der meilare / finché ella fofiTe fla- 

gionata/ 



I <k 



FÉ LICE f 7 CU BRELIL 223 



1^\tìriiii\ TncéVa égli boniffimì j^'fi^hi hdll'^à eotitùttocib fé rtt 

tindava tanto male ii^ irneie defk' jj^óim i che era cofa da non ci^derfl*: 
e f«;^ talora' ibrì^ta dagli aÀiici fi^rifòltrevai cóme noi (bkliaihó dire; a rirì- 
fìbnkitfi Uh tahtino • lo 'fiicevado^ tanta iivìreriione del tuo naturale, clie 
knbhe fira' migliori panni ficea com|iaSrlrè h'fua fciactaggine J Stette tal- 
Tolta fino a feì meli lenza, raderli la barba': 'eiion è chi fappia» che in molti 
e molti anni che egli abitò auélleftanzè» fi confumaflTe maifopra loro pa« 
vimento una fcopa; tantoché aita fuè mortie^fi trovò eflere la pólvere « 
la te^ra, per lo continuo camminilré^éhefaédva'nb fé p^erfone per entrò le 
med^me» tosi: alzata eTodàrt che fé he' cavò un numero sì grande dr fer- 
me, 'Chtf io non ardisco dirqul,*^er tema ^ non'efler creduto qualche iper« 
bolieo novellatore. Per Tuo ordinario poco o lion mai parlava: e fU'cofii 
Itraordiharia in- lui è màravigliofa infieme > il vedere Come egli , con eiBsr 
tai^to^poco d'animo del parlare» cohtuttocià guftafie taiito della* con verfa- 
'stìònéi là quale cercava quanto potevisi» e non fapeà pamrfené;; .ma Tetn« 
pre però con quefta condizione» che nbnrafveffe*àvucó' a parlar mai • "Stette 
talvolti una notte inceìra a v^déì: ^idciWaRé'ix»hchtaceo x-sbbragliho^^ 
Saliere èi quei giuochi «ficconle desi! filtri àncora ^hè pure il nome;'e fen- 
za mai profferir verbo .^ il che avefrido bCervatò ben mitle volte, ìli qiiella 
edm altre fimili occa/Tóni , AntOtiib Ruggieri pittóre , uno de* )più'Tollaz- 
se Voli, mai altresì ftravagahte umore che aveltero qué' Tuo' tempi > e fuo 
amiciflimo, volte una vòlta vedere fin dove poteva andare a finire un sì 
ftra vagante filenzio , e fé gli foffé potuto KtìRrire'il-fargli dir qualcofa da 
le ftéfib fens^a rAt^rrdgazibni ] E ^dsVafndat&^bn Itii uha Domenica matti. 

na a definare airoftèrTaV dopò 'ilVftó'» chiéènatò dti |)a)te febretàmente il 
|>adrone , gli diftè che quella fefà'fi farebbe tbi^hatò.inGé'me con Felice a 
cena; avvertendolo però ,^* die j^tiirBhi a f^nòtt, "dóvéfle comandare a^fuòi 
garzóni, che portaflero tutto il bifoghevóje per la tavola, lenza che mai 
alcèn di loro ardtiTe di fiatare: e tantomeno di &re , benché minima in<* 
terrògazione né a Felice né a lui', quando anche e* fodero ftati a tavola fi- 
ilo' illaf^fegó^nte^nattìna:' e in tarcafb, qd§nd<y nbn dVeflero avuto altro 
ovAVtk, av^'fleip feri^tà l'ofterrà j^ ialbiati^Ir in quel itkbgo. Con i|[uèfto 
dim(^é tP R'uggieriTé ne %fcì ^n Felice &t\h. taverna, e lènza mai par* 
Uiiéò pbbo o putito, aìidàvà Voltando^ affettatamente ora un canto, ora 
un aitino, otaii' deftra, óra a liniftra, bene ^fpello per iftrada, altra volta' 
epxxK àHora battuta , pallando', finche fiTece bujó, e r uno e l'altro pre- 
fé' calumino alla volta delia folita olleria, (enza efi*erfi mai in tutto quel 
di fra di loro profferita parola. Furono di fubito apprettate le vivande nel 
concertato modo; tierchè r ode e r garzoni, ben conofcevanol' umore del 
Ruggie)rf ,'àfpettàndóli di vedere qualche nuòva cola, òfflbr'varono 1*of:dìnc 
i i^untihor con fa^ brò uficio intorno ftlla^ tavola, ftahdòfi cheti. Cenato-^ 
no F^eKcee'Iconìpagnofèiiza mai^tare^ pagaron 1' offe feAza dir trulla: 
POPl{i(!a^a(h'o k qùdto ìratóla cheti e itfmy ^anto due pali ,. finche fohtite 



te dhqtid ore délù ìi^tév .fi fe^V la catot^W del" Bargello : ed allora Fe- 
iicte i^òltàtófi a Ruggieri, 'difle; Oh abbiamo noi forie a morir qui? e* mi 



liete i^òltàtófi a Ruggieri, difle; Oh abbiamo noi forie a morir qui 

pare 'ormài tempo d' andare a d^miie. «O' the ti polla venir la rabbia» 



124 DeeemtJlL Ma Parti deiSee, V. M i dio. al 1 6^ o. 



.4iire il Ruggieri # vedi che pure uqa ?«lta tu dteeftl una ptacoUx e aon ien-- 
za rifa deir ofte è de* garzonit fu rotto il (ileimo: e l'uno e T altro pittwe 
.fé ne tornò a cafa fua. Era ih quedo tempo in Firenze un uomo» cniama- 
^co il Nipitella» uomo a cui piacque più del bisognò e del doyese # lo ftf^K 
allegro. Quefti teneva raddotto. di giuoco in (uà bottega » dove frequea- 
temeote fi trovava Felice p non già per giucare, ma per vedere gli amici; 
ed una fera alParrivar che fece» dille uno fra di loro, che di profefiione 
era Seniàle; Chetiamoci » pacche egli è giuntq quefto gran ciccione» che 
non fa chetarli mai» e ogni cofa vuol di,i:e egli. t|arve a Felice di eflere 
.colto ove gli doleva: e cbco bando al filenzio , facendo alcuna di quelle 
Jinorfie» che erano folite di accompagnare la fua collera» rifiH>/je in s^ fatta 
maniera; Ognuno debbe valeru de' talentile efcrcicare gli ufìcj che (bn {uoi 
propri; il farro, ha da cucire ; il legnajuolo ha da piallare; il pittore de» 
Tedipignere : e folamente il fenfale è quello » che non ha da fare altro che 
liicalare » come fate voi . Poi pofatofi per lo fpazio di ouafi un quarto d'onit 
e dato alquanto le fpefe al cervello » in un tratto fi al2;ò » e andò alla volta 
del Senfale ( che oramai non penfava più a tal cofa ) come uomo che ,vgU 
gìiz altri percuotere; tantoché credette ognuno che e'fe *1 volefle man* 
jgiare crudo e col pelo» ma f^nl il grande afTalto in quefte fole paroU: 
jOrdipignete ,un poco una teda voi> come la dipignerò io; e ratpo ratto^ 
mentre che ognuno fi rideva di quella novità, fi partì di quel luogo . Non 
iofiante tanta fua mutolezza, fu» come dicemmo» amiclfiimo della con ver* 
fazione» ed afiai frequentemente fi faceifanp nel fotter ranco delle 4!ue Aznt^ 
belle ritrovate a deun^ri e c^; e £uo era il penfiero del cucinare^ perchè» 
quantunque e' fofie folito a trattare fé fieflo» quando era folo i groflbla* 
namente e alla carlona» in tali occafioniperò il faceva delicati fiimamentet 
-ma vi voleva gente di fuó genio; e qinndo «feguiva altrìmenti » fé n^ pi^ 
gliava tanto difgufto , che fi fcprdaya de' condimenti » e non dava in nuua» 
« talvolta ancora per collera , diede volta alle pignatte . In quello però lo* 
lamente fi conolceva il gufto o difgufio dell' animo fuo; perchè per altro 
p contento p fcontentp eh* egli fi fofl^»^già era cofa nota» eh' e* non vAr 
leva parlar mai. Aveva un firatello» Canonico in San Gimignano t . il qiWr 
Jedopo quattordici anixi chécorferp» dacché e' lo perfedi viib« vei:^i^ g 
Firenze, e fi portò alla fua (tanza in tempQ c^e lavorava: .dopo il primo 
ialutó gli difie : Che fate voi Felice? e Felice a lui: Dipingo. Vogliodiret 
replicò il Canonico , come voi ft^e ? < Oh in tanta maìoiray.aifle ì^elice » non 
lo vedete ? io {lo a federe co' piedi in terra e colle mani per gria. Quelle 
furono le cerimonie» e qu) finirono gì' inviti. 11 Cauopicp però» che benfi^ 
il qdnpfceva^ reftò feco a definarer lenza cavarne altre parA>le, fc non for- 
zate e tronche 9 e di niu^ conclufipne f perchè egli era per f^a natura tan- 
to afiratto» che da quel tempp cj^'fs* lafc^iò l^pati^ e i p^ei)ti., non ne 
ricercò mai» nèm^ai fé ne ricprdò^ne poc<^ né pui^p ; ajafichp trovandoti 
egli una volta per teftifnQnio a^ una fcri^tfa^ ed.e^ej(^Q|fìj^celfarJo/far men** 

zione del nome del padre fuo^ bifpgiiò addimand^ri^ a^ ÒS^ altro»fhe % 
lui, dal quale non fi pot^ mai cavare» k non^hip glj pareva di ricordarfi • 
che egli aveife nome Ottaviano. Neil' lil^ma fua qial^ttia domandato dal 

Dottor 



mi ICE FÌCtìERELLl: 145 

Dottor Paolo Mlnucci i fé fi fofle contentato, che gli lafeltffe un (ao firn* 
ce per affifterlo in fuoibifogni; rffpofc: Il mio bifogno farebbe di guarire: 
fe queib voftro lervicore non ha facoltà di trarmi da dodo quefto maJe^ non 
lo lafciate altrimenti . Ma troppo m'allungherei , fé io volefli deicrivere le 
molte cofe » che occorfero di quella fatta • Delle cofe deli' arte fu anche 
firavagàntemeiite innamorato; piacquegli il buono» ed ebbe una ftrtna av« 
verfione al cattivo. Una volta tu introdotto alla cafa d'un gran peffonag«> 
gio a vedere un bel quadro di Tisìano : veddelo > e rimafe per maravialit 
quafi eftatico. OfTervoUo quello ajutante o altro fervitore, cbeg'i moftfa* 
va la pittura: ed accennò ad un altro quadro d'un San Girolamo, che èra 
flato meflb allato a quel di Tiziaiìa, ftato fatto da moderno pittore, il quale 
con una certa fua vena d*in ventare e mane^iare colort, fi era guadasnuto 
anche appreflb a' Grandi qualche nome,eglidHre : £ di quello, che e mi- 
no del cale , non dite nulla ? non vedete come egli è bèllo ? Felice fino ad 
lina e due volte fi dette cheto» dando fegnocon alcune delle folite fmòf- 
fie , che tale interrogazione le defle affai nel nafo . Ma feguìtando il fervi- 
Tore prohflamente ad interrogarlo, egli fenza far rifleflione alla dignità del 
iuogo ove e' fi trovava, andò alla volta di colui colle pugna ferrate,^ e gif 
dHTe: che co(a è egli, minchione, quefto quadro, che cofa è egli? che 
vuoi tu che ti fi dica? e fai s'e'Pha mefib allato a quel di Tiziano, quefto 
babbuafib ? non per altro , crèd' io , che per farfi befife di quel grand' uomo; 
Or va' , e di'al tuo padrone , che lo faccia levar di quivi» e eh' e' lo afoii-^ 
làìf fé però tu ed egli non avete gufto d'efler la burla del mondo. Inter» 
rogato una volta di quel che gli parefliè dell'opere di un tal pittóre di mòK 
to grido, che operava in fuo tempo» rifpofe : Io non faprei che me ne di- 
re, perchè non vidi mai nulla di fuor giacche il dìpignere fi^pra i cartò- 
hi d'altri, è cofa da uomo da nulla: ed 10 per me, per dappoco eh' io mi 
fia , non dipignerei fopra quei di Tiziano . Per ordinario però non volea 
dar giudizio dell'opere altrui ; dicendo, elTer quefto uno impegno da rìoà 
fi pigliare » fé non da gente di poco fenno: e forzato una volta da un tal 
Pancacci a dire ciò che gli pareflè dell' opere del Cerrini, detto il Perugi- 
no; dopo molte e molte inilanze, rifpofe : E' fa beniflìmo , ma non ve nt 
caricate; come quegli che forfè fapea, che il Fantacci per lo foverchio 
concetto ch'egli aveva formato di quel pittore, gii aveva ipela gran par- 
te di fua facoltà in opere di fua mano, delle quali aveva piena una gran 
fala, dopo averle anche arricchite di nobili ornamenti , fperando foriè di 
lafciare con efle un gran teforo in cafa fua; ma ha poi fatto conofcere 
l'efperienza, che egli s'ingannò non poco, non già perchè il Perugino 
non fofle bravo e fu'edito artefice » e non facefle molte opere degne di gran 
lode; ma perchè cni vuol far sran teforo, bifogna che vada in cerca di 
gemma di primo pregio, di dobble o verghe d'oro, e non di ogni altro 
metallo , che pure abbia in fé fteflb qualche durezza o fplendore t ed in ma- 
teria dì pitture, per far raccolta che vaglia» non bifogna che vada dietro 
alle grida; ma che abbia da fé fteflb occhio erudito , o fi governi col pare- 
re degP intendenti dell' arte . E tanto bafii in propofito di Felice . 

P FILIPPO 



tt6 Deeem.UI. della Pan. I. delSei. V. JaliSio. aliój o. 

FILIPPO UFFEMBACH 

PITTORE DI FRANCFOORT 

'Difiepok dt Adamo Gr'mmery nato -^ circa al 1(^40. 

Acque qucAo artefice d* aflai buoni natali in Franc&oi^* 
città dell' alta Germania; fugrande imitatore della mar 
niera del fuo nueflro Adamo Grìmmer. a cui fin da fanr 
ciuUo era llato da'genicori raccomandato. Fra le oper^ 
Tue più eccellenci fatte inFrancfoort. (i conta unatavol» 
della Chielà de' Padri Predicatori, ove fu dal fuo pen- 
nello rappiefentatarAfcenGone del Signore. Sono anche 
fue le pitture della Torre> al ponce della fìeja città fabbricata. Fu molto 
dedito alla Chimica» e curiofo degli ftud] di Teolo2Ìa,e molte cofe fcrifie. 
I^el tempo della Ribellione » foUevata da V incenzio Fettmilch. fornajo , con-: 
tra il Senato, avendo molto perduto di quel &vore, che gli avea la fua 
virtù procacciato nella fua patria, li ridulfe a paflàr fua viu nella propria 
cafii con poche comodità : e finalmente circa r anno 1(^40. diede fine al 
viver fuo • Fu fuo difcepolo Adamo Elsheimer ■ Ebbe in grande ftima 
gli antichi artefici Tedefchi . Fu anche verfato nelle regole (li Sìmetria » 
Geometria^ Prospettiva e Anatomia: e quantunque poca ononmaiavefT 
fé perduta di viua la patria; per la molta letteratufa, e per aver molto 
Jtentito da' pratici de' viaggi, parlava di quegli con quel fondamento, che 
^Icrì avrebbe fatto » che aveje fua vita tutta impiegata in camminare il 
mondo . 



ORA- 




127 

ORAZIO RIMINALDI 

PITTORE PISANO 

\ Nato 1598. ^ 16^0. 

Acque Orazio Rioiinaldi di onorati parenti ndla nobiKfli*» 
ma città di Pila 1' anno dì noftra falute I59ft. edavcnd^ 
tutti gli anni di fua fanciullezza fervorofamente irnpiegati 
negli ftudj del difegno, prima apprefTo Rinìeri Alberahct* 
ti , poi fotto Aurelio Lomi; defiderofb diperfeziorìarfe nel» 
r arte della pittura, fé n' andò a Roma; e quivi fotto la 
fcorta del Genti lefchi e d'altri de' più celebri maeftrì » che 
in quel tempo vi operavano » dico di Domenichino e di Bartolommeo 
Manfredi , avendo fatte gran fatiche intorno all'opere più belle de'fingo* 
lariffimi artefici» de'quali fu fempre abbondante quella regia patria, diede 
tal faggio di fé , che ben prefto ne corfe il grido apparenti e agli amici ncU 
la citcà di Pila; onde Curzio Cedi Operajo del Duomo delk ftefla città» 
Gentiluomo onorato» di ottime qualitadi» e molto amico delle belle afti# 
feppe così bene con fuoi uficj con lui diportarfi , che gli riufcì il farla 
rimpatriare. Giunto che egli fu in Pifa gli furondace a fare molte ope« 
re; ma particolarmente le due tavole pel Coro del Duomo; in una del- 
le quali fece vedere il Moisè, in atto d^ inalberare fopra la Croce ilferpen* 
te di bronzo: e nell'altra ilSanfone, che uccide i Filiftei: le quali poftea^ 
loro luoghi» fra l'altre che adornano quella parte di Chiefa» tutte di ma- 
no di maeftri valorofi, diedero tanta fatisfazione alla città » che facii cofa 
fu, che a lui fofle dato a fare l'infigne opera della Cupola» nella quale rap. 
prefentò 1' AiTunzione di Maria Vergine » e le immagini di tutti i Santi 
Protettori della città . Dipinfe pel medefimo Curzio Ceoli un quadro a 
olio d' un San Baftiano, in atto d' efler curato da S. Irene . Per la Chiefa di 
San CriAofano fece la tavola di San Guglielmo» mentre dalle Vergini viene 
riftorato : e per la Chiefa di San Martino delle Monache di San Francefco 
un'altra tavola, ove rapprefentò Santa Bona, Vergine Pifana. Si vede inefla 
la Santa, in atto di prender l'abito Monacale: evviii Sacerdote col Piviale» 
flflifo fopra una fedia, col Diacono e Suddiacono: uno di quefti da man de- 
fira tiene in mano un libro chiufo, e l'altro da man fìniftra porge l* abito 
al Sacerdote, il quale ftende la mano per prenderlo, e colla deftra £1 P atto 
di benedire Santa Bona» che vedeO inginocchiata a' fuoi piedi in politura 
di gran reverenza, e con ghirlanda di fiori in capo. Dietro a quefia è fi« 
gurata una donna inginocchioni, inatto umile e colle mani giunte: e die- 
tro a quefta fece vedere la tefta d' una vecchia, che moffa'a di piagnere: e 
vi fono ancora altre figure Angeliche ed umane. In San Michele è pure 
tina tavola dell' Immaculata Concezione di Maria Vergine , fatta con fuo 
pennello I ed una finalmente hanno in loro Chiefa i Padri Domenicani di 

P 2 Santa 



128 Decenn.ìlldella7artA.dalSec.VMli6%o.ali6io, 

Santa Catefìna, ove è rdppfefentatio ì$. martiri* di Santa Cecilia , Era gii 
tf Rifflìnaldi in breregico d' &nnì v^v^o in tanto .credito., che fì h» d^ 
una lettera de'fedici d' Ottobre del 1652. fcritta dal Dottor Giovanni Pa- 
ani al Decano Berziahellì, avere egli avuta notìzia da Girolamo Rìmitial- 
dir come dalla Maelià della Regina di Francia, -mediante due fue lettere, 
una in Franzefe, e 1 altra in Italiano idioma , ^)i era flato rapprefentaco 
fno defiderio , eh' egli fi portafle colà infuofervizio; quando venuto l'an- 
no itfjo. infaufto alla Tofcana per la crudele peflilenza, Ìl Riminaldi in 
ftal bei flore degK anni , e in fui più bello dell' operare , tocco da ul male» 
pervenne all' ultimo de' giorni fuoì. 

Ebbe anche la città di Fifa ne' tempi dìquefto artefice un altro RIMI- 
N ALDI per nome DOMENICO, dì cui giulla cofa è , che facciamo in queflo 
luogo qualche ricordanza, efTendo egli flato nell* incagliare in legno affai 
ingegnoCu e valente; onde meritò, che Curzio CeoUOperajo del L^uomo, 
Ibprannominato , gli defle a &re il grado dell* Altare Maggiore i in cui fe- 
ce vedere J' ifloria dell' Incoronazione della gran Madre d' Iddio, con gran 
copta d' Angioli , altri in atto di danzare , altri di regger* felloni . Son di 
fua nano gli ornamenti dorati , contigui a i pilaEtri , che foflengono la 
Cupola, facci per contenere alcuni quadri di Benozzo, d'Andrea del Sar- 
to e del Sogliano; firailmente il Santuario dorato Copra la pOTta dì mez- 
zo: e i due Angioli maggiori di naturale, che fi veggono alle tettate di 
e0b. Ville quell'artefice anni quarantadue, in fine de' quali fece da quefta 
all'altra viu paiTaggio l'anno 1637. 



ANDREA CAMASSEI 

DA BEVAGNA PITTORE 

'Dtfcepolo di Domenico Zampieriy detto Domemchino , 
nato 1602. -ii^ 1649. 

' f Ndrea Camaflei > nato dì onefti parenti in Beva^na nell' Um- 
' brìa, in fua gioventù fi porco a Roma: e quivi nella fcuola 
di Domenichino pittore celebre . attefe per modo agli {todj 
di quell'arte, che in breve diede fperanza di dover divenire 
uno de' migliori maeftri che aveflè la fua età ; non (blamente 
perchè nefìun giovane in quel tempo difegnò meglio le co- 
lè di Raffaello > maflìme quelle della Lo^ia de' Ghìgi , di quello che egli 
con matita roffa e nera fi fece; ma eziandio perchè nella medefima fcuo- 
It egli già fi era facto conofcere per uno de' più bravi giovani » che vi ma- 
Tieggìaflero iwnnello Ma di gran lunga maggiore incominciò a correre 
la fiuna di luìi non dico a cagione d* um Gupolm»* clu ia molco frefc* 



' i, r^N^kEA^^CA'MASS£L n^ 



• ^ ' -Ài' 



ekià egli ^Ì0Ù in Bét^gtta ^nt pft(rih^< am iill 
éiìtìé QieAcIvoftli in di^ittitote .k Vòltt 4eUa 



Fàlazza MÀzetmifo, che peVv«Ane in pMerè dej Due» Mancini . Rappre^ 
lento ^gll iA^qiieiropéni la iigara^ Giovai iiiactodirigionarecon Amo- 
re delie fue bozze t ieceontndo verfo quelb di Pliche» che poco lungi fi 
rtàt ctfr vafeUò in mano. Appatiice da unt mrte Giunone* lopra le miioft 
pei* entro il file carro é* ùtù , ^lafi ricevendo le dolci ì Apreflioai d<;110' f pi- 
rare éi Zéffitoiy taierircFe in figafa di dhtti Aaioretfet » (piranti pure aure iua» 
vi» volano per 'aria alcuni piccoli vfenttcdli , e le Ninfe vanno fpargea^ 
do odorati nort; In altra pane è la ^Dea Venere nel Carro d' oro, iopra 
le nuvole $ àìh^qniiè fallilo vaga aoQdmpagnatura le Gra2ie e gli Amori ; 
i due de'qualif che gli hanno rapito' il mantello, fi volta Vulcano . Cono» 
fciuta fua virtù da tutu, la Catfa Barberina, n&' tempi d' Urbano* ebbe il 
Camaflei ad ^(Msrare ifon pooo aTÌchtefia iorot e oel lor Palazzo alleQuof^ 
ero Fontane dipinlb a frefcò le^ voice drdve ftaiKEe: in una delle qu<all 
fece vedere la ftoritr delia creazione degli Angeli: e nell' altra il Monte di 
FarnaCb, ove è Apollo colle M|ife» t|itte con loro fegni e diftintivi » ia 
vaghe attitudini : e fiinno* tetla ihoftra le Parche addormbntate^ colle qm^ 
li lodatiflimi^ pitture, «e Cò4 nobil erutto , che era proprio di queft' artefice » 
s'acquiftò tanta grazia appreflb a quei Principi , e tanto ne guadagnò l'amou 
re, che non feppe defiderarda Ipso,. per proprio avanzamento, grazia, che 
egli non confeguKTe, come fu k^^oftodia della Cappella del Giudizio éà 
Michekgnoto nel Palazzo Apoftolico»^ folica darfi iolo ad eccellentifiimi 
profeiìbri? càrica nobile e di rendita allora di .dieci feudi il mefe» oltre 
a quella*chehoi diciamo la paree> cheròfuaointero pi^evvedimento per la 
propria perfon^a di guanto alvifto ab^ifogràti. Equefta non poco contri* 
bui al vafntaggiofo matrimonio, che egli p<u con dote di feìmila feudi con« 
traife con Giovanna, belliifima fanciulla, figliuola di Pietro Spedizioniere 
della Dateria. Sotto il patrocinio pure di Cafa Barberina ebbe a fare altre 
opere, ^che gli apportarono applaufo:e particolarmente ha la Vaticana Ba« 
fifieai una pittura a frefcp ; ove è San Pietro, in atto di battezzare due fol* 
dati; e vi fono altre figure molco fpiricofe; e condotte di ottimo guAo . In 
San Giovanni Lacerano dipiniè pure a frefoo in un grande fpazio la batta 
glia di Coftantino con Mafienzio, che fi Vede fommerfo nel Tevere. li, 
quefta veramente, quanto in ogAi altra fua opera , fece egli conofcere iì 
fuo bel genio pitcorefco^ non tanto per la grande efpreffione che moftrano 
quelle figure, quanto per ogni akra loro beHa qualità*. In alerò fpazio di- 

J>infe il trionfo dello fteflb Coftantiaot che fi vede maeftofamence ra^ pre« 
encato fopra un Cdrrtftirato da quattro cavalli , a' quali altro non manca^ 
che il moto: e non<è datacerfi, cbequefii animali ricraXIe egli al vivo da 
quattro creila mttta>dol gi^Eminéhtilfimo Pallotta, la quale in quel tempo 
evea per Roma il pi(!t<nobil gridou :L* accompagnatura delle figurò è foeU 
liffioHi , e la difpofiaione eziandio delle medefime. E* di fua mano in 
Sant'Andrea della Valle de^Pàdri Teatini» h gran tela, dove è dipinto San 
Gaetano genufileflb, in atto di (cri vere le Regole di fua ReligiotiC Vi è 
un Angelo che fettine àiiiaicaaeUaycdiilniputco che tiene il calama/o: hcU| 
• ' P 3 parte 



ft|ò De((miJJIJeff$ Pari J. dei Sec.y.^^^^^^ 

piTCepiìi tlta è GasùiCriflo nelljpr<u^«tor«t| ohe motr» Ai8i«rii»;ftl$inr 
to effe Regole . ArrioChifconoqiMll» partfif ft rf<idon{t ^^ ^meOnra n^. 
ti Angeli in varie e belle atci€u4ìn^ .rfVmn^/p^l il(!HiUK> aèiliM^9nf«zc^ 
sione cH quel Santo; ed i Padri fecerpxifoon^IMrélil'fìtvoU 4\vnt ghiihundii 
di fiori» nel che in vero foddisfecero più ajla pcppiria loro deirgslcae, che 
al buon gufto deer intendenti dell'arie. £' anco di mano delGantaffeiv in 
Santa Maiia in via lataf al Corfor la, jiitiiira a ffiefco (4eJUa gtoctofriAfliiiv^ 
«ione di Mark fempre. Vergine»; feryiiira da grai^ccip«a:d'ÀngQliU lSb^t^^4 
coada f» polla al. primo Altare a; man finiftra lai (avpla -a olio ctella-^Q^f 
ilkffii di Maria Vergine Afliinta» can Angeli in? varie adicpiithi 1:^4 ah^iu^ 
putti che fpargon refe fopra -1 fttofepokiro... Per: U Cbieé (j()i^* Cap[pn(:«ix4 
dipinfe la tavola della, Pietà t nella quale in ifcorcio aKirltp bene |nce^ « 
craziofi>,» fece vedere il Corpo di nofiro Signore Geaù Criftc» nel iena della 
ina Madre: vi fono le figure di San .Giovanni ^e di NiftcodraiOt tutte bea 
AifpoOe e colorite* In Santo 'Egidio in Tiafteveiie .è jl iiiiftdra deli^ Aitar 
Maggiore» colla figura della BesAa Vergine. col Q^aiàbin» Gdsù' in itna glor- 
ria» con moltiL Cherubini ; e nella parpe fih baflà«è dn pianto dell' Ondine 
CacBaeliunov In &^n Sebaftiano» paffiico CampK>:yafiainoii è la.ta;aola del 
Santo, in atto d^efler battuto da duoinaAig(rfdit e vifono alcuni beUii&« 
mi putti » 

A chi volefle ridire quante opere. m pittura condufle Andrea in pub-^ 
^ed it>4yrivato, e particolaro^ente per idandare in.FcancJaedinaltre 
Provincie oltre i monti » bifognerebbe un gran tempb» onderà noi batteri 
quanto fc>pra abbiamo accennatola: Avvenne pau che* nel Pontì^cato di 
Innocenzio X. futiato manoaiii unanfocma delle fpefo.di.Pabttso^ ci&à 

2uelie che furon tolte via, ebbe luogo far pfovvi6one eia patte eht folea 
arfi a Itti come cufiode della Cappella ; onde egli fra Io difgufto che (ipre^ 
fe di tale novità, e fra l^efTere ftato chiamato alla patria per dipignervi al- 
cune cofe* e particolarmente per dipignare la Cupola della Cattedrale di 
Fuligno, non nurito lungi da Mvagna» che poi non eflTettiJò per non aver 
concordato ne) prezao e modo del pagamento r egli lafciò Roma» e ad ti& 
fua patria fi portò . Vi fi trattenne una fiate intera » net qual tempo (non 
fi fa per qml cagione ) egli fece ad un tale dar cene buiie ; onde avvenne 
•he lornatofene a Roma vi fu fobito carcerato: e molto gU valfe la fua 
virtù; ma mokiifimo V ufida di Donna Olimpia Panfilia » cq^nata dello 
allora Kegname Pontefice r per Io fine di (campare di tal briga f con nulla 
altro più» che con una breve prigionia. A quella Signora dipinfe il Ca«* 
aiafléi un fregio in una fiansa del ivop^zzo di Piazza Navone» che allora 
appunta era in fui termtnarfi* Si andava egli intanto feniprepiù avanaan-» 
do e nel vabre e nella filma apprefib di ogni perfona» quando venuto 
r anno tó^g. e quaraotefimofectimo deir età fua , egli infieme con Gio- 
ìfanna fua moglie , fu foprappreib da grave infi^rmità '. la quale ndP uno e 
neiraltroforteaggravandonellofteflb giorno, urimaeflb è poi la mMlìe» 
privò di vita: e ciò fu ( per quanto ne corieh fama) per ecceflo didilgufti 
ricevuti da'fuoi . Il giorno feguente fu il cada vero di Andrea # con accom* 
pagnatura di tutti i Proftflòri e Accadeioaici del Difegnoi portfeto nelb 

Chieia 



o 



: I \ Oiil^'iS^^^ \ Ce» >MaA}&SS. L ^31 



Glltefì4iStm^Afòffina\' tafitme«on c^^ delia moglie, a col prioM 

di'itibrìre noR^à tefoiicni aow il ^aib del marito: e quivi ebbe fepoiciiai^i 

Rf^di'qanlM*VrÌkilk>iik^>uii|)itt il quale in tenera .età ouiot 

6ò éi^^if/ tàmockè^'queto^viftiStffò, toltone le belJc opere dir fuo/pcat 

liellò'Miltrt:iUé«orìa^1MA^ftll|èfK ^Fw 11 Gamai&L d" al^a flatùt^a ^ inagcp^l 

per(bna, di carni ulivaffret di pelo nero, ecchj jpiccoliè di tempéMuiefiiio 

iflM&ìoóhfCoi àflfiii bhttil^^^ p^dixfierì; ma in quelli ^dwialVja^tè 

tj^paMeherano^ (lava syfdrmd,' ckeHnò nell^ atidlifc csmmMàndea iUpoc^ 

to> vi fi profòndam : e qttaiuftque bel^ concetto partoriva la fua fanta(iA# 

tion avendo prontir la-eaMa i ditègnava per le mwa. Quefta. Tua maltnco^ 

tAà o ifeflazionè qUiifi-cdfttiilU<i>, lK}|p^g(i tbglievs però un oerto tcatio no-i 

bitef'*ed una"Mrta*c<^tinbxbtfic4'^ Toitti di perloha » éi paccicos 

brmente colla gìovèhtvH/^coale Quegli cto molto ^ufta va di quell*allegda» 

cìtth£éVtz^t6txi^^tk2Lt€ì\nt^^^ faceti e cueiofi; 

lenza jHiiiCb eccedere t Viàuti di ^hà intere bodeftjai anziché da quegli che 

vivean toggerti alla fua cura, -volevano biìa efatta oflervahza , e forte pa«^ 

niva ogni loro mancamento, rn còle ehe offe ndeflero una certa civile one(U<» 

Occorie una volta, che fino al nóm^o di di^ci de* fuoi difcepoli, fapen* 

do che ÀiìdfÈfai benché-ttlantei còme 6*^ ò-dettOi del decombe della civi^ 

te'pne(M}era ^ejr'éltfo \\t\ luò fegi^étirsfqiianto abbattuto dall' afièuo v»^ 

netto ^* elidendo fargli eofa gtata, fecero iin difegno per uno di propria 

{nfVènzipneY^apprefeiitahdo un atco^tikodt> loro, appartenente a cosi 

ft|tce matef le*s e poi lo moffrarono ài maeftiftf ^ e ne ftavano afpettando gli 

applaufi; quando H-Càfbèffsi,cheera appunto in attedi piagnere , lafciat» 

la. tavolozza è \ peh'fìielli, die marf6ìid un^roflb legno, e fenza gran co£e 

direi pili' che dar loro d^ infoienti, màltr^aci e bricconi , tutti gU cadcia 

d^fuà '(ctidlà, nella quale reftarobo foto Gìt>: GrifQftomo Ciamborlani^da 

TerniV Mònsù Francefca Franzefe, e Giovanni Carboni da Tolentino r 

t quali noli aveVan vplìitò avei^ luogo Iti ^^l brutto lavóro. Fu (blico Kxi^ 

drea per ordih^rid'poéo diVmirficIalP^perìfre, ed al più ne' giorni feftivi« 

e la iéra in fui tardi porcarfi in Strada ^ice, ove non è poliibile a dira 

quanto egli fi pigliafTe gufto in veder fare a'fafli, coftume mofto ulaio.iA 

3uel tempo r<|ttafi ogni di dà' fanciùlU, da' giovani, ed anche da uomini 
t età alquaìlto avànzatià,^<era'quali Uetie fpeuo appiccavanfi tali battegiiei^ 
che poi nnivanfi coli' armi alla mano. Qui veramente moftrò Andrea qual 
fofie il fuo debole ; conciofiìacofachè nuli' altro, che il timore di fcapicare 
alquanto in quel credito e fiima , che egli fi era colla fua virtù e colle buone 
maniere procacciato per tutta Roma , il riteneva dal metterfi ancora efTo ia 
quello ftrano giuoco: accoftavafi però quanto più poteva. Fu in ciò più 
volte da' fuoi giovani, e particolarmente da Giovanni Carboni avvifato» 
ma fempre in vano; tantoché una volta egli rilevò una sì fiera faflata nella 
fchiena,che egli cadde in terra: donde follevato dal Carboni e da altri , e 
condotto nel palazzo «che era abitazione del Marchcfe Palombara , e quin- 
di alla propria cafa, ebbe molto da patire, prima di far ritorno airantiqa 
falute. Ma per dire alcuna cofa della maniera che tenne quefi:'artefice nel-* 
l'operar fuo, non lafcerò di notare, come egli feguitò tempra quella di Do« 

P 4 meni- 



2^2 Dè£àik,Mh^éffaP^xlStlSe^,TiMjJ5^o.alt6$o. 

menichino fuomaefiroi Ifc qti«le>ttfò «acl luiiccito •gQflj^Xuo pra]^io.^aii 
buon difegnó e vago colorico.f che fatono^A pxiiai pijegt ^fiJciwo pcrm^W 
lo: di che parricolarmencie faxttio f<dAÌik^l»>VplA;cyjli\AÌr»nM i)9l(a( tBiooqt 
da, le iepictovein S. ?iktta,eithS^Qìf}mt»^ìjÌM9rM»QmSihfitAw 
piìiparte degl* incendenti» fonoitiiq«(»|e mìlAwrÀ Aperse * «lM(l(giÌ;<ijpOipiej^ 
ti pubblico nella città dì, Roa». .1 '. '4 ìfi ,vt ] f j ^ rr-j . » .; ^.. . 
FuróndifcepG(li delCamaifei^ '^qi^egU Ahe^fi^prStjlb^'»^ 
li forfe più dr^igni altro fi tvtnw <alQVANMi;Ca(Wi!ti ,. di culgiu^la^ 
che dichiamo alcuna cofa, giacché €gli per avello qUp ha/6n qui q^t^OmìI^ 
per le TperaIlze^ che fi hanno delle funurè ppei^^Cue ,. pe ne fomiQini^fii 
lufficiente materia. Quefiit che avQndo CQoginnto/allA «lyilcà de'Jfpm 
natali molte dlqueUadotì» che^fonò^tfc^iiilieUf qwl^i^cà^^ 
altro virtuofo è bùotio^ ed wwdo^ à$f» («ggìp.di fua abiliti ìq-^ì^ 
belle arti; ne' tempi d*Ale(&adiKiyiL:fy iiifieme €<m. altri pittori; cl^ia^ 
matO' a dipignere la Lo^^iaf d^I Palnusio Apa(lpri«e( 4 San Pietro : e iFù da*» 
co principio, ai lavoro; ma poi (checche fé ne foìSe la cagione) queK 
l'opera xeftò imperfetta. In età di trentatre anni (tanto fu il concetto 
che fi aveva di lua modefiia ) fu ammefli? p«r pi^. i;a^fi a dipigne/e dea* 
ero al Monaftero delle Monache fn£ampO:M8|»io,,i4o;ire colori ìa ftoria 
dellaCena del Signore ^ più Angeli attorno ad uà Crpgi^flo^ nn S. B«aedet;tQ 
in ^lorsst, ed altre opere» colle quali foddisfi^e noi% pure a) gufto^e alla d^ 
vozione di quelle Madri* ma#KJaMdw>de' loro fupejHori. £ quefto fia detto 
non ottante dò, che agli «nm ia^^dietro fu fcrittft.df «Ieri, :cl|«.foriè per 
erróre di chi gli diede^tali notiate» in ^nX^f> per a|tr<>;bjBlli(fimo , curiomfi-*' 
no e utiliffimo libro > le^ atfrii^Vad AltrQ.quiefirp ; jiocome |a(ciò di i>otare 
due grandiiffimì quadri» che W &e0b^Carboni avea dipinti per ,1% Cbiefa ikf; 
S^nti Apoftoli, ove è la floria.ds Giufeppe in Egitto, che ricen^ i fratelli $ 
e neir altro la Ibmmerfione di Faraone t^ Mai^ rq(ro> Moaè e'I popol^ 
d' Isdrael , E' anche opera delle fue mani ìK «i^rp^.^el . San Niccolò da 
Tolentina nella Chiela di Ge^ù Maria degli .4^^(Uniani Scelsi al Corfp» 
il quate lo fteflb autore attribuì ad un tale Bafijio Franzefe • Nella Chiefa 
di Sant^Angeio in Borgo, in una Cappella a mano finiftra,fono fatte da lui, 
le pitture attorno a un piccol quatdro della Madonna.. E que(U> è quanta 
è potuto fin qui del Camaflei e de' fuoi diicepoli. fenire a nqtiz^it noftra^ 



. » 



' f 



MAKIO 






»33 




MARIO B AL ASSI 

• • • ■ ' f 

' PITTORE FIORENTINO 

Difiepolo di latteo ^offelli^ nato 1^04. ^ 

'Anno di noftra faluce 1(^04. nel mefe dlGennajo nacque hellt 
cicca di Firenze Mario d'Antonio Balafli » di onoraci parenti : 
ed era ancor piccolo giovanecco, quando avendo moftraCg 
inclinazione alla pitcura» fu raccomandaco alla cura di Jacopo 
Ligozzi » boniflimo pitcore, fiato difcepolo del canco celebre 
Paolo Veronefe; maeflendonon molto dopo feguita là mofcc 
del Ligozzi, fu pollo nella fcuola di Matteo Roflelli, la quale» come in aU 
tra luogo dicemmo, era allora una delle più fiorite, che aveflc la noftra 
città, non tanto per la pratica t difcretezza, che avea quel maeftro nel 
comufucare altrui la propria virtù» quanto per la bontà del medefimo; 
onde chi a. lui raccomandava i proprj figliuoli» fi aflicurava di ciò, che 
era per eHi il più importante» cioè di riavergli civilmence e crìftianaoien- 
te educati. Stettefi apprefib il Roflelli fino all' età di diciocco anni» qùan-* 
jdo il Paflij^nano» al quale bifognava un giovane di bei cofiumi e grande* 
mence.dilpofto all'arce» per allevarfelo in fuoajuco, fece ricorfo al Ro(^ 
felli» il quale fubico gli moftrò i difegni e le prime opere di cucci i fupi :- 
eveducele» fece di, quelle di Mario» ed infieme della buona indole fua si 
buon concetto» che f ubito lo elefle fra tutti gli alcri, e nella propria fcuo- 
la il condufle. £ qui non è da tralafciare di dire ciò» che il Balaffi fóleva 
poi raccontare» cioè» chefubitoch*egli cominciò ad aflaporare il modo di 
decorrere delle cote dell' arte di quel gran maefiro» e gli fquifici prececci» 
fu prefo da cale maraviglia» che pareagli d'eflèr rinato in un nuovo mon- 
do . Aveva egli fino a quell* età ancor cenerà apprefib il RoflfelU facco sì 
gran proficco, chequafi di fubico cominciò a dare ajuco al nuovo maeftro 
nell'opere; onde elfo gli aiìegnò ftipendio di dieci feudi il mefe; e tanto - 
fi foddisfaceva di lui , che per ordinario di qualfifofle grand' opera facevsl 
di fua mano un difegno» cavalo al Balafii; ed efib riporca vaio in grande 
fopta la tela , bozzandolo di fua mano , e talvolca conducevalo a legno » 
che al Paflignano reftava poco altro più da fare» che il ripaflarvi fopra con 
gli ultimi colpi . Né io {tarò qui a ridire quante bellifilme tavole, fatte da 
lui in Firenze e per lo Stato» furon bozzate dal Baladi» perchè di ciò ba* 
(lan^emence abbiam parlaco nelle nocizie della vica dello fléfib Pafiignano* 
Baiti folo. che avendo queir arcefice» per alerò fingolarìfilmo » ufanza di 
pofare il colore in fulle tele in poca quantità» e quafi velando, e alla pri- 
ma, ogni fua. bell'opera, ftetti per dire, eccetto quelle che furon bozzate 
da Mario o da Occavio Vannini alerò fuo difce{>oIo » fi è quali del tutto 
perduta Occorie intanto la chiamata del Pallignano a Ronfia nel Pontifi- 
caco d' Urbano; ondalo volle in fua compagnia in quella cicca. Il Balafli 

ebbe 



li 3 4 P^centh 111. della Part. I. delSecV. dal 1 6io. al 1 6$ o. 

ebbe a fare per Don Taddeo Barberini una oopia del^ ftaptnda tavob di Raf* 
faello da Urbino in San Pietro in Moncorio, che ebbapenfieradi collocare 
in Sant'Andrea delia Valle de* Padri Teatini nella Cappella Barberina : e 
fi portò sì bene » che efTendo poi da Don Taddeo fiata tatta vedere al Paffi* 

Snano alla prefenza di G uido Reni » fii cónclafo fra quei grand* uomini • e fu 
etto» che Mario non l'aveva copiata» ma i)accata.dal quadro fte(ìo di Raf- 
faello» e pofata fopra il fuo quadro . Partendofi poi il Paffignano da quella 
città t lo ebbe a lafciare a quel Principe» il quale lo fermò a'fuoi feryigj nel 
jproprio Palazzo , con provviOohe di 25 ; (cudi il mefe • Seguitava egli intatito 
ad operare per Don Taddeo , quando eflfendo piaciute le opere fue al Duca 
Ottavio Piccolomini» che in quei tempi fi trovò in Roma: e riconofciutolo 
iper Fiorentino • offerfegli i proprj uficj per fargli confeguire la Croce di Ca<* 
vallere; ma il prudente giovane ringraziando quel Signore » fé he fcusò eoa 
dire» non parergli convenevol cofa » che peribna , che non aveva entrate 
badanti a farfi fervire » almeno nella necemt-^ di provvederfi il bifognevoló 
per cibarfit dovefle pigliare un tale impegno , per metcerfi poi da le fteflb» 
col fegno di cavaliere indofib » nell* efercizio di ogni più ordinaria faccen- 
da. Ma il Ficcolomini» che defideràvaf pui'e di giovargli) trovò mòdo di 
poterfelo condurre in Germania, dove ebbe a fare i ntriacti» non purè dei 
Piccolomini e d'altri gran perfonaggì» ma dello fteflòimperadoré allora 
regnante : da cui » oltre a moki nobili trattamenti » riportò un regalo 
di mille ungheri . Dovea anche fare per la Cattedrale di Vienna una gran 
tavola della Crocififiìone del Signore; e già avevane fatto, il inodeìlo, che 
èra riufcito di gufto della Maeftà dell' Imperadore; quando per le grandi 
aderenze» che aveva allora in quella Corte un certo Jacopo Sàndrac, che 
dicevano di Religione Calvinifta» affai buon pittore, a luì, fu data a fare la 
tavola» con tortene la commitfione al Balalh: il quale. fra le ragioni che 
apportava In proprio favore, per non fottometterfi a quel torto, e non 
perdere gli applaufi eh' e' penfava dover guadagnare per quell'opera, dice** 
va non parergli cofa decente» che un fatto sì Ucro, dovefie rapprefentaHi 
da pennello infedele: né fanere come fofie mai potuto feguire, che una si 
fatta rapprefentazione» avelie potuto avere in (e fteflTa devozione alcuna» 
mentre veniva fatta per mano di chi n'era fenzi affatto; efoprsitutta 
appoggia vafi al patrocinio del Duca, al quale non potè venir fatto di ope? 
rare per modo, che il Balaflì ritornafle in fui fuo; onde eg}i fdpgnato per 
tal fucceflb» dille al Piccolomini, che in liiogo, dove non gli era potuta 
giovare la protezione ftefladiuno Imperadore, non poteva fperare avvan* 
raggi per le proprie fortune: e con mille ringraziamenti da lui licenzia* 
tofi» le ne parti alla volta d' Italia . Toccò la Schiavonia , dove avendo 
ammirato molte belle pitture dello Schiàvone, affai ne diregnò: e tanto in 
quelle parti, che in Venezia, ed in altre città per dove pafsò» ricercando 
ienipre dèlie pitture de' gran maeftri» vi acquifto gran pmtica nel conofire» 
re le, maniere di tutti loro, la quale gli fu di non poco fplendore fra quei 
dell'arte, tornato aJla patria. In Venezia» dove ebbe pccafione di opera*» 
ra, ilavafi con gran contento dell' animo fuo; quando avendo di qua avuta 
nuQva della morte feguita di due fuoi fratelli e di un cognato » nativo di 

Ancona» 



: MARIO CALASSI. 155 . 

Anóòna , che in fervizio ddlt CaTa Sereniffidia'lavorava dì armi bianche V 
gli fu fona di tornarfene alla patria: ove fi ritirò in caia delia vedova faafo- 
relia, nella quale anche volle > che veni(& a (late una poferiifitna fanciulla jr 
a cui era Mancaco ogni ajuto: e queAo fece. foto» perchè avendola e^li te- 
nuca a Batteftma» aveva fcrinpolo di làfciarla abbandonata, con perieold 
di fiia onéftà : e rennela poi tempre a fuerpefe, finche non gli venne fatto 
il metterla in luogo ficuro. Ih quefto tempo pofe mano alia belliflima tt* 
vola per la Chiefa de' Frati di Sant'AgóAino di Prato» nella quale rappre*** 
fentò il miracolo di SanNiccolada Tolentino» che rifufcica alcune {tarne;; 
la quale opera. non folamentft riufcì la plib bella ch'e'fiiceire mai o innanzi 
o.dopo» ma fu cofa iingolariffima: ed io per me la (limo per una dell« 
più pregiate pitture , che abbia auella cittì ; perchè nel catto ed in ciafche ^ 
duna parte non faprei defiderarla né più curiofa né più maeftofa di quello, 
che ella fia . Per la (leda città di Prùco dipinfe alcre tavole» cioè una Tri-: 
nici, una Sanca Converiazione di Gesù» òiuleppe e Maria: ed una tavola 
perla Madonna della Pietà fuori delle mura, dove è da nocarfi cofa curiofa* 
cfeir avere egli figurati tre Angeli in atto di foftenere il quadro della facra 
Immagine» temani de' quali »rapprefentate in atto di pigliare la cornice» vi 
fono cosi bene adattate fopta ih pittura^ chepajonodi tutto rilievo . Mefle^ 
anche mano pel Duomo ad una tavola di un San Lorenzo» che poi non 
tinìf come piU avanci diremo. Un'altra tavola fece d* un San Francefco 
che riceve le (limate » che in Firenze fu pofta nella Compagnia delle Stimate 
fotco le volte di San Lorenzo. Gli fu poi data a fare mia gran tavola per 
la Cappella degli Ardinghelli in. San Michele dagli Antinori» in cui rap^ 
prefentò la gioriofa Aflunzione di Maria Vergine: ^ fi portò tanto bene»^ 
che pili non fi può dire. Ma peich'egli è veriflinio» che gli uomini nel-^ 
Pavanzarfi coli' età» mutano perlopiù gufto e penfieri; il Balafli» che in 
quefiaquafi comune infermità non fu punto fra gli altri privilegiato^ col« 
r avvicinarfi alla vecchiezza» comincio altresì a concepire nuovo gufto» 
e nuove idee nel' colorito : e procurò » ovunque gli fu poffibile > di ritirar 
le-pitture fatte dà fé ne* tempi più verdi: e quante ne potè avere, tante 
ne ritoccò e riduflè a quel fuo nuovo modo» che fu quanto dire» che fé: 
non tutte le guaftò» almeno almeno mplro le peggioro; e, fra quefte poco 
avventurate pitture da lui rifatte, pofliamo affermare che folfe ia tavola 
deir Aflunca » di cui pur ora abbiamo £icca menzione: dalia quale però nel 
grado che fi trova» può chiccheilia trarre fufficiente materia» per vèntre in 
cognizione della bontà dell' operar fuo negli antecedenti tempi, perchè 
ella non lafcia però di edere una beila opera. Ma per tornare onde par* 
ttmmo» volle il Serenifliimo Principe Cardinale Carlo de' Medici regalare 
due quadri alla MaeAà dejl' Imperaaore : e fecegli fiure al Balaili » che al fuo 
foiijco fi portò beniflimo. Ih uno figurò Sanca Victoria» con una palma in: 
mano» ritratta al vivo dalla* SerentSma Grand uchefla Vittoria diXofcana» 
cingendo la palma» tenuta dalla Santa» d^ona ftrifcia finta di carta» neHa 
quale icrifle le paròle del fecondo de' Re e. i a. Nomine meo udfcribatur ViOo'^ 
ria, belliffimo penfiero della gioconda memoria di Francefco Rondinelli» 
nòbile Fiorentino» Bibliotecario del Granduca. Neir altro quadro era il 

ritratto 



. 1 ^6 DeceìtnJlL della PatU. delSec. Vi dati (Jio. ai 1 6$ o. 

• 

ritratto pare, fatto al vivò^ dello fiefloGrandoàiFerdtnatvloIL Ckmibrcft 
di dia Sereniffimat e rapprefimtava la f^ura di San Giorgio ; e perdiè il 
Bblafli, che veraoiente aveva £ieca gran pratica nel conofcere le maniere 
degli ecceiientt pittori » li credette andie troppo di faperle tutte imitare 
(cofa che efaminata da altri occhj fuori de' funi proprj , non riufcìira fem» 
prè tera) in queflo quadro del San Giorgio pretefe d'imitare il modo di 
finire di Alberto Doro. Non debbo pera lalciare di dire» che in quefto 
dell'imitare le maniere degli antichi buoni maeftri, egli talvolta fi port6 
bene» come feguì in uo ritratto di unk vecchia ^ la quale con una mancr 
teneva un libro» e coli' altra un fazzoletto » fatta ad imitazione* della ma- 
niera di un'ottimo artefice antico . Quefio ritratto procuro egli che veniflé 
fotte l'occhio del foprannominato Cardinale de' Medici, il quale col pa« 
rere de' più intendenti^ lo giudicò veramente di mano dell' antico mae- 
ftro, e ne offerie fino a dugento feudi. Ma il pittore» a cui badò fola« 
mente il gufto di avere ingannato i profeflori dell'arte» fcoperfe la cofa» 
e ritirò il 1 uo quadro . Tornando ora all'altre opere fue , pel Barone Àlaman* 
ni ebbe a fare un quadro per rapprefentare la Pittura; ma a quefti toceò 
peggior forte di quegli» di cui fopra parlammo» perchè dopo molti anni 
richieftolo al padrone per ritoccarlo di quel fuo nuovo. gùfto» tutto io can» 
celiò; ma non aveva ancora finita la nuova bozza» che ejgli diede fine al 
dipignere ed al vivere infieme; ficchè queir opera così bozzata fi rimafe. 
Ad infianza di chi ora quelle cofe feri ve» per lo Dottore Medico Loren- 
zo Neri di Empoli» uomo per certo di nobili e oortefiiGme maniere , che 
permeiti anni leggendo nella celebre Untverfità di Padova, diede faggio 
del foo fpirito» dipinfe il Balafli una tavola di Maria Veirgine Aflunta in 
Cielo: e v'è San Òio. Gualberto» San Lorenzo» San Niccola da Toleott-- 
no» e San Filippo Neri» quafi in atto di meditare quel mifterio»- che per6 
ftannofi intorno al Sepolcro di e(& Vergine; per le due figure princi^ 
pali fece San Lorenzo e San Filippo» per alludere al nome» ed al cafato 
che avea fimile a quello di San Filippo» chi la faceva fare, che gli diede 
luogo in una Cappella della Chiefadi Sant'Agoftino di detta Terra d'£m* 
2)oli . In quell'opera molto fi afiàticò l'artefice, per ben foddisfiire afe fteilb;: 
e noi iappiamo, che per ttgnere la pianeta di San Filippo d'un colore, ohe 
bene accordaflè col rimanente della tavola » egli in una fola mattina dipifw 
fela verde, bianca» rofla» gialla» e finalmente fi fermò in un certo colete 
OiKne di rofa. Avea quefto pittore, nel migliore fuo tempo, colorita una 
tavola per Ferdinando Brandani» già negoziante in Roma: ed in efla avea 
rapprcfentato San Giovanni Evangelifta nella caldaia di olio bollente: ed 
era occorfo, che Ferdinando avea queft' opera , che belliflima era , dopo al** 
contempo portata in Caftiglia, dove polla a. paragone delle più belle, che 
avefie la città ov'ella fu fituata, fu giudicata di tanto maggbr bontà fopra 
tutte r altre , che eflendo Hate ofiervato il nome del pittore , che egli aveva. 
fcritto in un pezzo di legno finto ardere liel fuoco, giacché il mercante 
era morto, o pure non vi era chi di tal nome fi ricord^e, fu fcritto aFi-^ 
renze, affinchè clTendo più vivo il pittore, fi procurafle di mandarlo colà> 
ove i'afpettavano nobili occalioni di operare, e ricche ricompenfe: «dici 

man» 



MA È IO BtALASSL 237 

VMncattza di lui, fi mandafle qualche foo eccelknte dtfcepolo; ma cai pra^ 
cica reftò feiiza efFecco; accefochè egli era già vecchio: e eie' fuoi allievi al«* 



tri non vi era , che un cale Gamolli, che riufcì mediocre pittore. Molte 
in lomma furono le opere del Balafli, e parcicolarmente quadri di mezze 
figure per ornamento di Tale» camere e gabinetti; e certo che fé egli non 
fi fofle tanto innamorato del proprio modo di .fiire (vizio che ha tolto il 
pregio alia maggior parte de' buoni pittori ) le fue pitture farebbero fem-. 

J>re Hate nel gran credito che egli in vita le tenne» facendole pagare for-» 
è più di ogni altro; laddove per aver poi dato molto neir ammanieraco r 
alcune di elle dopo fua morte fcemarono alquanto di prezzo ; ma quelle 
ddla fua buona maniera > fono e faranno (empre (limate aflaiflimo . Non 
è per quefto che egli mancaflè d* intelligenza de* buoni precetti dell' ar« 
ce; che però era bene fpeflb chiamato a dar giudizio della qualità e bon* 
tè delle pitture ; a propolito di che non voglio lafciar di dire quanto gli 
occoriè una volta in Firenze con ceni Frati. Avevano quefti £itta dipi* 
gnere una grande ftoria a frefco in lor Refettorio» a pittore fiato per al* . 
tro valoroib^ ma che in queli' opera non fi era portato bene ; onde quei 
Padri annojati dello mn dire che fi faceva fira' Profeflori dell' arte, intorno 
alla debolezza di queir opera, pregarono il Balaffi che T andafle a vedere» 
Andatovi finalmente, cominciò un di loro a dire: Diteci, Signor Mario » 
quel che vi pare di quefia pittura, la quale a noi appare s) wUat e pure« 
ogni altro che la vede, ne grida al lupo . Stette alquanto il pittore topra 
di le: e poi che T ebbe. ben bene confiderà ta, per non turbar la mente di;^ 
que* Religiofi più di quello che ella fi fofie, in cola ove non era più ri- 
medio, gettoifi al partito dei fingere, e difle: Oh hanno bene il torco co^ 
loro che la biafimano, perch'ella mi pare una bella cofa. Oh fiate voi pee 
mille volte benedetto, difiéro i Fiati, che ci avete pur confolato, e non 
fittoci tanto cafi:are le braccia» come fin qui hanno fatto unti altri, a fé- 
gno tale» che noi avevamo facto penfiero di fare alla fianza certe fpalliere, 
e coprirne dappiedi parecchi dita. Soggi un fé allora il pittore; Orsù, giac- 
ché io vi veggo sì ben difpofii a coprirla, fate a mio fenno». copritene più 
che voi potece, perchè quanta meno fé ne vedrà, farà meglio . Oh voi ài^ 
cevatech'ellaera sì bella, diflero i Frati: e che volevate voi che io diceffi, 
ffifpofe il Balaffi» che io deffi di nero a un cratto? la ho retto quanto In 
potuto» per non vi fcorare come altri ha fatto» ma quando io vi ho vifti 
sì rifoluti a far bene, vi ho dato quel configlio, che io mi farei prefo per 
me fteflb . Giunfe finalmence quefto artefice al termine de' fuoi giorni : 
e nella Chiefa di Santa Maria Novella*, nella comune fepoltura cks' Fra- 
telli della Compagnia del Santiffimo Rofario, afpetta il fuocadavero T ul- 
timo grorno. Reitarono alla fua morte moltiffime fue opere non finite , 
e fra quelle una tavola di un San Lorenzo in fuUa graticola, che egli fa- 
ceva ad inftanza del Padre Lorenzo Calvi della Congregazione dell' Ora- 
torio , fuo Confeflbre» la quale poi fu finita da Carlo Dolci* 

Fu Mario Balaffi uomo di delicata cofcienza , e più che ordinariamen- 
te amico de' poveri 9 a' quali non pareva eh' e* lapeffe negare il chiefto fov« 

veni- 



13[8 Deceniì.lll.dellaPartA.delSec,V,dal\6to,alì6'^Q, 

renimento : e più e più rt^te (i trovò «I eflère ingannato da alcuni inde- 
gni verameme della fua carità* ì quali fotto apparente, ma h\Ìo bìfogno, 
gli cavavano dì mano quanto loro piaceva. Sicché giunco ali' ultima in- 
fermità , quantunque egli avefle in cafa gran quantità dì opere , lì trovò sì 
fcarfo di danaro, eh' e' fu necelTario.che Jacopo Lippii gentiluomo, che 
molto fi era valuto dì luì , il fovvenìITe di buona fomma : ai che perù il B«- 
la(H repugnò, dicendo non poter rìceyerla , perchè trovandofi in calò di 
morte, non avrebbe potuto foddisbre il debito^ ma la cortelia del Lìppì 
vinfè le di lui repugnanze , con dire , che avendolo egli ben fervito 
in TÌta, -meritava il fovvenimento in morte di quel danaro, che egli non 
gli preliaTa . ma gli donava . E^ anche da notarli un otto folieo delta bontà 
ai quefto uomo, ed è: chete prime parole, ch'e'diccva a' fuoi giovani net 
pigliargli in fcuola Tua, erano: che eglino fi fìguralTero d'eflervi fiati rice- 
vuti principalmente, per eflere educati nel vìvere Crifijano, e poi imparar 
r arte . Diremo finalmente , che non è in noftra cognizione . che egU pei 
ordinarlo imbrattaflefuopennetloiconfarglirapprefentare cole lafcive: e 
fé pure alcuna ne £ece , fappìamo , che venendo a morte, egli ordinò efpre& 
fiimente a'fuoi eredi, che le abbrucìaflèro, ficcome alcune Veneri un poco 
troppo {coperte , ed ogni difegno di fua mano che (ì fofle trovato dì tal ntta . 
DiceHperò, che cale fuo precetto, checché fé ne fofTe la cagione* non fìi 
poi efeguito ; e tanto baftì del fiaUili . 



CORNELIO BLOEMAERT 

INTAGLIATORE IN RAME 
DELLA CITTA D' UTRECHT 

^ifsefiìio d* fAbramo Bloemaerty nato KJoj. vive net i6Z6, 

r ON e gran tempo, che mancò a quefta luce nella cittì 
, d' Utrecht, in età dì 94, anni. Abramo Bloemaen, na* 
tivo di Gorckom , uomo, che oltre all'efler giunto a gran 
^ fègno nell'arte della pittura, tanto fi fegnalò nell' amore 
? della Cattolica Religione , in cui forti d' avere avuto i fuoi 
r natali, che tenendo fua flanzi in una città , quale è Utre- 
cht, la più tenace della (ba falfa religione di Calvino che 
abbiano quelle Provinoìe ; non folo feppefi confervare buon Cattolico , ma 



fu, fin ch*ei vifle, gran difenfore de ì Cattolici: e tenendo fegrera Cor- 
rifpondenza co* Padri della Compagnia di Gesù, e facendo ogni di, a co- 
modo degli ftcfiì Catcolici celebrare la Santa Mefla ; acculato perciò al 
Magiftrato. che fatte romper le pene, avca trovati i Sacerdoti in atto di 
celebrare, e i fedeli in orazione, fu condennato in grofle pene pecuniarie; 

e molto 



CORNELIO BLOEMAERT. 239 

t molto giravi perrecusioni da li in |>ol convennegli fopportaret fino ad 
eflfere fiato dagli Eretici,, co' quali bene fpefTo ebbe difpuce di Religione» 
fcricco un volume a fuodifpregio. Quelli dunque fino al numero di quat* 
cordici figliuoli ebbe di fuo matrimonio» alcuno de' quali fotto la propria 
direzione applicò al pennello , ed ultri al bulino . Uno di quefti fu Fede^ 
rigo, ìì quale alletcaco da deiiderio di quiete, e dalle buot\e facoltà, che 
egli ancora fi gode nella fqa patria, fiategii lafciate dal padre , ha quali del 
tutto abbandonata la profefiione, folito dire folamente per ifcherzo, efie- 
re ella fiata inventata dal Diavolo, per fare altrui perdere la pazienza ,. 
11 fecondo fu il nofiro Cornelio, il quale, mentre io quefte cole ferivo^ 
carico d'anni e di gloria perle belle opere che ha partorite la fua mano» 
fé ne vive in Roma, da ognuno riconofciuto in tutto e pertutco degnifli* 
mo erede delle umane e criftiane paterne virtù; ond' à, che prima di par^ 
lar di luit deLquale molto potrebbe dirli, conviene che io mi dichiari^ 
che per lo baflb concetto e ftima che egli ha di le fiefib, pochiflime noti- 
zie ne ho potute ricavare : e quelle^poche, dettate più dalla reverenza ad , 
un Cavaliere, tale quale è T Abate Francefco Marucelli, che con moko * 
replicate inftanze ne lo ha pregato, che dal proprio fuo genio o volontà, 
la quale egli ha fempre tenuta faldiflima in non voler permettere non 
pure che fi parli di lui con lode, ma eziandio, che fia fatta memoria di 
fua perfona, volendo pure che fi creda da ognuno, non efiere egli tale, .- 
che meriti che alcuna ricordanza ne retti alla pofterità. E per cominciare 
a dir quel poco, che di quefio virtuofo artefice fi è potuto con gran fati^ 
ca ricavare, dico i come avendo egli fotto la difciplina del padre fatto 
gran profitto in difègno, fu dalmedefimo applicato all' intaglio appreflb 
Crifpiano Vandepas nella fiefià città d' Utrecht, uomo di non gran rino- 
manza $ ma contuttociò valle tanto e'I buon genio di Cornelio e la fua 
grande applicazione, col feguìtar tuttavìa a perfezionarfi in difegnó ap« 

Srefioal padre, e nello ftefio tempo a far pratica nel bulino, che gli riu- 
a V intagliar molte opere del meddimo fuo padre, non fenza univerlale 
applaufo. Pervenuto che fu air età di ventotto anni , fé ne andò a Pari« 
gì j dove fi accomodò appreflb al Configgere del Parlamento, Jacopo Fa« 
vereou, per cui intagliò un libro, di quafi cento carte, di poetici capricci 
fecondo i difegni di diverfi maeftri Franzefi, e di Abraham Diepersbeeelz ^ 
difcepolodel Rubena» la quale opera nello fpazio di tre anni diede finita. 
Se ne venne poi a Roma, chiamato dal Marchefe Giuftiniano , famofo Me^ 
cenate de' virtuofi, per intagliare, come fece, le fue molte e belliffimé 
fiatue antiche,deUe quali, dopo il coifb di altri tre anni , aveva fatte vede- 
re intagliate circa al numero di quaranta , quando occorfe il cafo della 
morte del Marchefc. Ma perche non mancarono mai perfone di alto affa- 
re, che ad uomini di tal fatta non offeriflero grandi occafioni di &r mo« 
fira di loro virtudi ; lo accolfe il Caidiuale Montalto nella fua celebre 
Villa, dove ebbe da inragliare il propriq ritratto di iui, e ^iù fuoi ìnfi-^ 
gnifiimi quadri , fra' quali la belhffima Madonna di Annibale Caracci . Que* 
fio luogo però fu al nofiro Cornelio oocafione di certa malattia, a cagiona 

del diletto eh», egii er» (olito pr«ndeifii di «ndaw la notte a frugnolo per 

quei 



240 DecennJlLdelbPanJ/deìSec.V.daiióio.aì iC^O'^ 

quei bofchetti; onde egli.deliberò di toglierfi da tale occafione: ed aperfe 
cafa da per fé fieflò vicino a San Giufeppe a capo le cafe , ove egli poi per 
lofpazio di quarant'anni ha abitato, operando per diverfi Signori • e con- 
ducendo rami belliflimi . Ma noi di alcuni pochi folamence faremo meo- 
sione; giacche il volergli defcriver tutti» troppo lunga cofa farebbe: ed 
air incontro» vero è »* che le belliffime ftampe» che in ogni tempo in nu- 
mero quali infinito» hannogettateifuoi incagli, fono ftate e faranno fem-* 
-pre a lù ftefle una molto chiara e nobile iftoria; onde poco abbifogneran- 
noloro noftre defcrizioni . Intagliò ^i adunque per lo Abate» oggi Emi- 
nentiflimo Cardinale Sacchetti» con difegno di Pietro da Cortoiia » una 
belliffima Conclufione» ove rapprefencù mti del Grande ÀlelTandro: un 
Santo Antonio da Padova » in una gran carta» con difegno di Ciro Ferri : 
il miracolo di San Pietro del rifucicare una morta , tratto dalla bell'opera 
di mano del Quercino da Cento» la anale pode^ono quei di Cafa Colon» 
,»a:. il froncefpizio e altre carte del bel libro in foglio» intitolaco V Efpt^ 
ride del Padre Ferrari ^cm difegni delTAUéno » Romanelli 9 e Postfin. Simit-^ 
mente intagliò fette pezzi in foglio» tratti da fette quadri del nominato 
Alarchefe Giuftiniani» fatti da famofi pittori» ed in particolare il tanto 
rinomato dello Spofalizio di Santa Caterina, di Raffaello: una Natività 
del Signore» con difegno del Cortona: fette pezzi in foglio grande in 
mezzi tondi» delle opere dallo fteflb Cortona fatte nelle Regie Camere del 
JSereniffimo Granduca a* Pitti : due ftorie della Sala Barberina » pure del 
Cortona » in una delle quali fono favole di Bacco e Venere» neir altra di 
Vulcano e del Furore» con alcuni ritratti di perfone di cafa Barberini t 
i quali tutti intagli vanno congiunti al bel libro in foglio» intitolato Mdei 
Baréerimex e gU quattro ritratti fece egli con difegni di Andrea Sacchi» 
iihe rapprefentano gU uomini illuftri di quella Cafa, il Sig. Onofrio» i Car- 
dinali Francefco e Antonio» e Don Taddeo Generale di Santa Chtefa . li 
firontefpizio delle Prediche del Padre PaoloSegneri della Compagnia di Ge- 
sù» con difqgno di Ciro Ferri : la Refurrezione » e la venuta dello Spirito San* 
co » invenzione pure di Ciro : una Natività del Signore » credei! da pittura 
di Raffaello : una Madonna col Bambino Gesù e San Giufeppe » di Anibale 
Caracci : più figure del famofo Breviario in foglio » fatto (himpare da Aleflan* 
dro VIL le quali figure condufle con difegni del Mola» di Ciro Ferri » 
del Romanelli » e del Maratta . Si vede ancora di fuo intaglio una Santa 
Martina» con invenzione del Cortona: ed un frontelpizio di un libro di 
Conclufioni per TAbate Spinola» con difegno del Romanelli > ove rappre<» 
fentò Giafone col vello di oro . Con difegno del Miele» intagliò i\ fron* 
cefpizio del libro in foglio del Padre Bartoli» intitolato V Afiax e quello 
della Cina con San Francefco Saverio. Un frontefpizio altresì vergiamo 
intagliato da lui» con invenzione di Raffael Vanni, pel libro intitolato 
Cbronicon CaJJinenfe . Uria ConcluGone» fatta con difegno del Romanelli ^ 
per Monfi^. Raggi » nella quale rapprefentò Enea » che piglia il ramo di oro 9 
di cui abbiamo in Vergilio uhq avuìfo. non deficit alter . Intagliò jpoi la 
belliflima ifforia della Crocìfiflione del Signore » dipinta da Anibal (Jarac* 
ci» nella quale fra le altre figure fi vede la Madonna Santifiima a pie della 

Croce. 



CORNELIÙ BLOEMAERT. 241 

Croce , qoaft facendo cramprtiti .. Qotllo» che fu uno de^ più beli' intt- 
gli» 'che^rcorilie il bulino di quefto trtefice, famandMoin Franciaj « 
cagione di non aver mai voluto il Maeftro del Sacro Palazzo > darne ij ?tf« 
Uiceiur^ con dire, eidere quefto con tra la Chièfa, che dice) Stabat • non 
jacebat Méter dohrofé. Dico finalmente » che egli (che da gran tempo in 
qua aggravato • non pure dagli anni > ma dalle molte cadute £itte in ftra- 
na maniera più volte » ed una particolarmente, non ha molto, ibpia il 
fuoco, che gli arfe in più luoghi, di una gamba e delle mani , la carne fi- 
noall'oflb) a gran pena può maneggiare il bulino,* contuttòciò fi è n)effo 
^ incagliare per fuo divertimento un bel rame, ove egli capprefenca San 
Giovambatifta , inatto di accennare il venuto IVfeffia. Unode'pregjdi que^ 
fto artefice è ft^ta una tale dolcezza ed egualiiÀ della taglia, da non tro-' 
^arfele parì^ «d inoltre un fapew a maraviglia imitare , ed efprimere la nui« 
fiiera di quel pittore, di cui egli ha intagliate ie opere e difegni: e fu que- 
lla k cagione, per la quale il Cortona, fciolta Tua pratica con Ftancefco 
Spief re , anche egli intagliatore rinomatifiimo , fi accoAò al noftro Cor- 
nelio, per fargli intagliare Tue belliffime pitture, come nella vita di dffo 
Spierre più difiufamente racconteremo. Egli è ben vero, che quaiitoll 
Cortona defiderava JMoemaert per lo intagliare delio opere fue, altrettanto 
il Bloemaeit in certo modo aborriva il fervirlo, a cagione, non fo fé dob» 
biamo dire del gran buon gufto dì quel pittore, o pure della di lui mdta 
fttftidiofaggine t perchè non mai fi trovava pienamente contento della Xua 
Mglia r per altro maraviglioft, % talvolta! de' dintorni, t quali volea veder 
Are in tua propria preftna: efp^e voke fiiceva rimutare dopo che erano 
fat^; e non ha dubbio, che fé ciò Aon fofie occotfo, aflai più opere vtet 
iremmo del Cortona intagliate per mano di quefto artefice , che non veà^ 
giamo. Conduce egli al prefente foa vita, che può dirfi molto religioU, 
piuttofto air eremitica , che altrimenti , per entro una camera oiodefiamen^ 
te abbigliata , ma ricca benA per lo nobiliffimo arredo di fua perfbnaè 
adorna di tutte quelle virtù, che fi ricercano in un. buono e devoto Cri» 
ftiano, fo/ferendo con indicitnle allegrezza il pefo dell' età e de i tanti mà« 
lori, di cui poc* anzi parlammo: fi contenu di uno fcarfo fòvvenimen* 
to di fei feudi il mefe, che gli mandano dalla patria i fuoi congiunti, go# 
ftantiflimo in recufare ogni altro ajuto « che bene fpeflo hanno defider 
rato di offerirgli perfone dell' arte fuoi amiciffimi, e che lo hanno in 
gran venerazione: né è balbto loro per confeguire il proprio intento,, il 
procurare in varj pretti^» d'ingannarlo. Tanto è lontano da ogni appetito 
di applaufi di mondo, che non ha mai permefib , tuttoché con vive in<< 
ftanze ricercato, e qUafi forzato, che fia fatto il ritratto di fua perfona# 
ièmprecircofpetto e guardii^o nel proferir cofa , che in quali fia manie«» 
ra pofla punto contriUiire al confeguimento di quella glpria , che per altro 
fi è meritata la fuaf virtù ^ 



» « 



Q^ STEFA. 



841 Deceiiii. III. MaPart. I. JelSte.V. dali6ìo.ali6jo. 

STEFANO DELLA BELLA 

• INTAGLIATORE IN RAME 

t. . ■ I ....... 

■ Difiepolo di Cefare Daudini, nato i(Jio. ■$■ x66^, 

\. colora » che verfb la fine del paflato fecole * nella cele> 
re Aanza di Gio, Bologna da Dovai, accefero alla fevlcura. 
lutando al medefimo» e lècondo la maggiore o minoie «bi- 
ca di ciafcuno (come ne giova il credere) erano ancbe da 
jì falariati, furono li due fratelli Francefco e Guafparri di 
Jirolamo della Bella . Francelco, il primo di queftir accaia- 
(tofi colla molto onefta donzella Dìanora dì FrancofcoBuonaj^uti. ne ebbe 
più figliuoli , i quali tutti effendo nati in feno a quelle belle arti , atcefe- 
to al difegno. Il maggiore, che fu Girolamo,, fi diede alla pittura» L^>- 
davìco ^ce la profelEone dell' Orefice , e '1 Doftro Stefano fu poi quel tan^ 
<o celebre difegnatore e intagliatore y che al mondo è noto. Nacque egU 
«dunque in Firenze la fera de' 17. Maggio i($io. ed in San Giovanni «baie 
ilBattelìmo. efitindogli compare il valente fcXiltore Pietro di Jacopo Tacca, 
ibtco ancora egli appreflo a Gio. Bologna; «nxi quello, che fu a lui fra'fuoi 
difcepoliilpiùcaro, e chefemi>reìl Ceguicò, ed il quale ancora a gran ra- 
gione fi conta fra' più eccellenti artefici, che: partoriHè quella G:uolaJ e 
fu a|ipena gionco Stefano all'età di .trenta inefi, che il padre tuo mancò 
^i TJta, onde egli cogli ftltrì fratelli .fi rimafe, in iftato aUai difaftrofo ; ma 
il fanciullo, non oftante i colpi di conccafibrtuna, fin dagli anni più te- 
neri incominciò a dar fuori qualche fegno della forte inclinazione « che 
ancora egli aveva alla virtù del di&gpo e allp Audio ; onde ì fuoi mi^giorì 
non tardarono punto a iècondare I' ottima indole lua con provvederlo 
d'impiego, in cui egli potefiè efercìtarfi; e queOo fìi pure l'efercizìo 
dell' orefice nella bottega di un certo Giovambatifia, forfè uomo in tal pro- 
feffione dì non molto talento, tantoché iu d*uopo il toglierlo a tal mae- 
Aro . Trattenevafi in quel tempo al fervizìo della Cafa Serenifiima Gafpa- 
ro Mda , improntatore rinonwcifiìroo , che operava nella Re«l Galleria: 
e parve buona fortuna di Ste&no 1* eficre ftato da' faot con effo allogato ; 
ma non fu così, perchè il Mola tutto intento a* fuoi lavori, niun penfic- 
10 fi prefe del Maciullo , e nulla mai gì' infi^gnòi imde affiìcca di ciò la ma^ 
dre e i fratelli . procimirono di trovargU altro impiego : e queflo fu nella 
, bottega di Orazio Vanni, il quale oltre alla gran piaiica, che tanto egli, 
guanto ì figliuoli Jacopo e .Niccolò, ebbero in ogni cofa appartenente a 
ouell' arte ■ feguitato poi fino al prefente dagli altri di loro ca& , furono 
angolari in dar giudizio di ogni forta di gioje. ed in legarle egregiamente. 
Non era appena Ste&no ( che per ìa fua tenera età di circa tredici anni, 
e per l'avvenenza del fuo trattare, vi era per vezzi chiamato col nome di 
Scefanìno ) dimorato in quella vinuofa fcuola otto giorni» che t«Io fua 

grande 



r' 



STEJPANO DELLA BELLA. ^43 

I 

grinde inclintrione al difegno fu a tutti fatta paleie ; conciofoiTecofà» 
che» eflendogli fiato dato per prima octapa^ione il difegnare quella forca 
di boti» che fi fanno alla groua t con dozzinale dintorno» di fotcilìffima 
piaftra di argento» Stefano gli conduceva con tanta grazia, che a tutti era 
d* ammirazione. Ma non fi fermavano qui i primi fagpi del Tuo bel genio ; 
perchè aveva ancora tanta fiicilità in copiare le belliUime carte > pure allo«» 
ra ufcite fuori » di Jacopo Callot (delle quali difégnava quante mai ne pò* 
te va avere) che era cofii da Ihipire: ed in quel tempo medefimo» no t fi 
&ceva in Firenze pubblica fefta o trattenimento» o fone di gioftre o di i&r* 
nei o di corfi de^ oarberi al palio » che egli prima non fi porcafle curioib a 
vederle ed ofiervarne ogni più minuto particolare» e poi tornatofène a bòt^ 
tega» noi difegnafle; con che tirava a fé gli occhi e l'affetto » non pure àcf . 
giovanetti fuoi coetanei e compagni, ma (come a me ha raccontato chi 
fu uno di effi) eziandio de^ maeftri medefimi e di ogni altro, che qutlla 
bottega frequentava . Ma era cofa fommamente graziofa» il vedere» con^ 
egli nel cominciare le fue piccole ed innumerabHì figurine» fi faceva fem^ 
pre dappiedi» Seguitando fino alla tefta: ne fu mai alcuno» non folo, che 
ne potefie penetrare la ragione , ma che né meno poteflelo mai dift gliere da 
quel modo di fare . Non voglio già io maravigliarmi di ciò » ne pofib dare 

2uefta cofa per nuova» perchè vivono nella mia patria due cavalieri , di 
tmiglia che fi conta frale pih nobili d'Italia» che da me furon ben conò^ 
fciuti e praticati in loro frefca età » che ornati da natura di bella inclina- 
zione al difegno» con quella fola e fenza maeftro» copiavano ogni forta di 
ftampe del Callotti o dello fteflb Stefiino della Bella e d'altri» in modo df 
poterti» fietti per dire, cambiate la copia coli' originale » fempreiiicomin^ 
ciando loro figure dal piede . Difii, non volermi maravigliare di ciò» noti 
perchè io ( al quale non è noto il fisgreto della natura in dare un fimil gè* 
nio d' incominciare le figure dal' piede, e fenza prima metterne infieme 
l'intero, andar feguitando all' insù tutte le parti , e condurle a buona pro« 
porzione) poflTa darne alcuna ragione; ma perchè, come io difii, queftoca* 
io a me non è nuovo . Furono oflervate altresì le amabili maniere di Stefa«» 
no, del quale non vide quell'età il più quieto ed il più applicato, daireru^ 
dito Michelagnolo Buonarruoti il giovane, amico ai quei virtuoG artefidt 
cdaGiovambatlftaVanni pittore, altro figliuolo di Orazio foprannomina^ 
to »e tanto V uno che l'altro » fi dolfero comparenti di lui , che ad un gìova^ 
netto di s\ alta afpettazione in cofe di difegno, facefiero focterrare il prò» 
prio talento, e confumare gli anni migliori di fua età in un'arte, nella 
quale, tuttoché un buon difegno ih neceflariflimo, concuttociò » in quan- 
to alle opere appartiene» ella ha un campo afiai limitato ed angufto; efi^n* 
dendofi al più al dover far bene le poche cofe, che fono proprie fue; lad-- 
dove deirarte della pittura fono oggetto d* imitazione tutte le opere della 
natura fl:eira; ondetecer per modo» che Stefano dà lì in poi incominciaflb 
a frequentare la fianzadi tìiovambatifta » dove ( comecché egli era braviffi^ 
ipodifegnatore) diede principio ad iftruirlo ne' buoni precetti, facendo* 
gli di fua mano gli efemptari » fecondo l'ordine che fi tiene co' principian-* 

ti» giacché Stefano fino aUora aveva opcrato-fei^a regola» efolamente io 

(^a forza 



j!>44 T^ccettnJH Ma Part. l ddSèe.V. dai 1620. al 161 a. 

49x»kòi naturale mplinazipne : ed al pili con qualche «ffiflensa # Rmigio 
CancagaUina* Ingegnere valorofo f al quale egli di quando in quando %t}k 
Aato tolito.oìollrare le cole &e . .Cooptali maeftri pioltofi apprpfìctò* fU 
fwi non (b p|er q«al cagione egli fi partì dal Vanni ,e conCefare Dapdint fi 
^fccomod^i il quale» come altrove abbiamo detto « eipa pittore di aliai y%^ 
^a invenzione, di buono abbigliamento, ed aveva un colorito» cbe dava 
x^W occhio alquanto più, che quello del Vaniii non faceva, onde iì era 
^ella città acquiftaco non pocQ applaufo. Con queflo leguiiò Stefano ad 
jmpafar l'arte della pittura • ma come quegli > che fin dal tempo, che egli 
/taya all'orefice, daj vedere e copiare le belle opere del Callotti fi era £bt« 
te invaghito dell* intaglio^ e già aveva incominciato lo ftudiodel mai)e^« 
giare il bulino 1 nel modo però folico di quegli che vogliono darfi all' ori* 
pceria» che è d'intagliare prima lettere, e poi rabeichi; pofla da par^. k 
pittura, fi diede tucto ali* intaglio: eleggendo però la pratica di efib in »cqua 
forte, atteCochè quello modo, non Iblamente affatichi manco la conv» 
plelfione, ma afiai piùii adatti al rapprefcntare in piccala carta numero 
infinito 4i piceplilume figure, genio proprio dell' infigne Callot., eredita* 
^ pgi dal. noftro Stefano . \ji prima opera, che ulcifie dalla fùa ancor te? 
Iier^ mano, fu un Santo Antonino Arcivefcovo di Firenze, che dalla fila 
|>«ata gloria UK^ftra di proteggere coli' orazione la Tua cafa citcà^, ^he ve* 
d^fi figurata in lontananza « Nel mille feicento ventifect^, e dec^mofettima 
di fuii età» intagliò una carta bifiui^^ rapprefenia^^ce una lauta cena , cha 
i^e una fera in Firenze una delle due ranco rinomate Compagnie de^ Cac- 
ciatori, dette de' Piacevoli e de' Piattelli » cioè quella de^Piacevoli» e iade« 
dico al Sereniamo PnncipeGio.CarUHiiToicirna, poi Cardinale . Inque* 
i}a earca, nella quale fi fcorge tutta quella povertà di difegnp e di tocco» 
che doveva efière in un giovanetto di tenera età i e che aveva conCumata 
ì\ Tuo primo tempo in mefiiero diveribi- non è che non fi veg^a un gran<» 
diffimo genio all'inventare con gran copia di penfieric ficcome in altre car-» 
te ancora» che e|;li andò poi intagliando nel corfadi alcuni m^fi , eh' e' fi 
trattenne in patria , delle quali, non fa di meftierofar menzione. Rifplen« 
deva in quei tempi nella città di Firenze, eper |[rande amore di virtù, e 
per Regia liberalità la gloriofa memoria del Serenifiimo Principe Don Lo» 
rjenzo* fratello del già Granduca Cofimo IL C^efti avendo avuta noti* 
2Ìa del giovanetto, e da. più Cegni coiKiiciuta la riuscita, che prometteva il 
di lui ingegno, lo accolfe fotto la propria protezione; e con aflegnamemo 
d^ fei fifudi il mefe, ìenz' altro obbligo o penfiero , che di fiudiare , l' in-* 
viù a Rogna , facendogli avere fimza nel Palazzo del Sereniamo Granduca 
in Piazza Madama. Vi fi trattenne per lo fpazio di tre anni, nel qual tem* 
pò tutte le cofe più aggrade voli difeanò; onde non fu gran facto, che nei 
fervore di quei grandi iludj , gli riufcifle 1* inventare ed intagliare la bellifiìma 
cavalcata de 11' x\mbalciadore Poi lacco nella fua entrata in Roma l'anna 1633* 
la quale dedicò al Principe fuo Signore. IntagUò ancora otto pezzi di ya«* 
dute di Campo Vaccino, e otto Marittime » e quella del Ponte e Caftello 
di Sant'Ai^elo. Ma, o fofle perchè non parefie a Stefano di poter fare in 
Roma quella fortuna» che era dovuta al graa talento fuo.i o perchè gli 

parefife 



N. 



STEFANO DELLA BELLA. ^ 445 

parefleftcicft 1' «fpetcarla^o perchè fofle per avvencurt ftimolato dal grido^ 
che univerfalmente fi fentiva degli applaufitche erano ftaci fatci al già de* 
funto Calice , e fi facevano tuttam alle opere di lai.; rifolvè di lifctar 
Roma , ed a Parigi fi portò» valendofi della Gongiuncur.a dell'effèr colà fta<* 
co mandato Àmbafciaaore il Barone Aleflàndro del Nero, Cavaliere lblen« 
didifiimo» che lo volle fra*fuoi in quel viaggiot e gli diede ajuci di ^nari 
eziandìo fommiiìiftracigli dal Sereniflìino Granduca . Vi dette molci anni^ 
f v'intagliò pofe troppo flupende : e fra quefie la fegnalata carta deiraflcdio 
di AraSf mandato prima in quel luogo appofta» con nobile cratcamencp^ 
i3al Cardinale di Richilieui acciò il tutto potefle bene oflervare e dife-^ 
gnare. Ma perchè!' opere, che Stefano intagliò, non folamente in Fran< 



Che dopo una efatta ricerca fstttane, fon potute venire a noftra cognizici* 
ixe. Diremo folo> che egli a cagione delle medefime , non folo in Parigi» 
e per tutta la Francia, ma eziandio per la Fiandra » per T Olanda ed in Am- 
fierdam (dove egli, negli undici anni che egli flette fuori di patria, fi por* 
tò) giitnie a tanto credito, e tanta (lima era fatta di lui , e da'Grandi e dalla 
minuta- gente > die il profferire il fuo nome nell' anticamere e nelle ppjl*» 
vate converfazioni, folo ballava per aprir la ftrada alle lodi >ed agli eneo* 
mj dj fua virtùa ftftta ornai fuperiore ad ogni invidia. Teflimonio di cA 
fone quame i^ ora fon per dire^ fecondo quello che egli medefimo era fo<» 
lìto e raccontare . Inveivano in quel fuo tempo nella città di Parigi le folle^ 
vaBiom de' popoli. e i tumulti, che ogni dì fi tacevano da i contrarj di Mas* 
^larrinacontra gP Italiani: edoccorie queftocafo. Fu egli un giorno afia- 
lito da una truppa di fnfiofa gente , non ad altro fine , che di levargli fat 
vitaj> per quefto fojo $ che d' efier egli di tal nazione^ Ciò feguì in luogo, 
QVe;«raiio certe donile t^ le quali bene il oonofcevano, ficcome la più par- 
te, nelle peifone e nobili e plebee: e una ve ne fu, che forte gridò: ^^ 
ffiies vmu ? Ccjimie èmime tf eS pés halitns mais il eff Piortmin . Chela*- 
te voi ? quefto giovane non è Italiano» egli e Fiorentino . A quefta voce 

{(li ftggtenori, non fo fé per non faper coai in un fubito dar giudizio del« 
a fpropofitata difi:fa> panjita da quella femmina, o perchè cosi a primo 
afpetto foflèr trattenuti da quelle grida, riftertero tanto, che Stefano ebbe 
tempo di dite a gran voce; lo fono Stefano delta Bella: etantci badò e 
non pili» non. folo per ritener l' impeto di quella gente dalla uccìG&ne di 
fua peribna; ma per lafciarlo in lH>ertà, anche con fegni di riverenza. 
Apparirebbeinciedibiie ciò, che io volefli dire della (lima, che era fatta di 
Steano in Parigi, anche da i Grandi , ed in particolare dall' Eminentifitmp 
Maszarrino; ma folo mi bafterà affermare, che a quefta corrifpondevano 
effetti'cli onori , quali fi fiurebbero fatti a gran Principi : e più volte fu egli 
flimohto a fermatfi al Kegio fervizio, jper efler maeftro nel Difegno della 
Maeftà deJl' c^gi Regnante Re. Fu peniato ancora di fargli intagliare cutte 
le Imprefe, fatte dalla Maeftà del Re Lodovico XIII Ma tale era in lut 
l'amore de' fuo» ftudj % tale T «vverfione alla Corte # e. tale altresì la noia » 

Qj che 



246 Decènti Jll della Pari. 1. delSec. V. dal 1 620. al 1 6$ o. 



die gii gli cominciavano ad apportare quelle civili difcordie $ a cagione 
Aìaffime dell' efierfi trovato à^ pericoli chefopra dicemmo» che non foia 
fteiisò» ma deliberò di cornarlene in Italia: a che Io dimoiava un certo 
defideriot che egli aveva Tempre covato nel cuore, di menare e finire fiia 
rita nella cittj^di Roma ( come egli dirfbleva ) fra' quei da sé tanto amati 
ftffii antichità e rovine licite un tempo care delizie dell* animo fuo, edelte 
quali egli aveva difegnata si gran copia; ma vano gli riufci tal penfieror 
perchè cornato alla patria t dove V afpettavano le grazie de' Sovrani,* e 
fili applaufi de'fuoi concittadini» come uomo che già fi era guadagnata. la^ 
nma del maggior maeftro del mondò in fua profeffione , fu fermato in at- 
tuale fervizio della gtof iofa memoria del Sereniffimo Principe Mattias, che, 
fu Tempre , ficcome ogni altro di fua Sereniffima Cafa , parzialiffimo di 
ógni amatore di virtù • Vitifero allora nel noftro Stefano fue antiche re-: 

Jmgnanze alla corte, la riverenza di fuddito, e'I deGderio di guadagnarfr 
* amore di un Principe sì magnanimo; ma non fu già, che egli lafciafle di 
nutrire in fé un gran defiderio di rivedere la città di Roma; talché non tf% 
ancora un anno paffato , dacché eali fi era dedicato fervitore attuale del 
Prìncipe, che gli chiefe in graziai' incamminarli a quella volta per certa 
determinato tempo. Era giunto alla corte di ouel Serenifiimo uno fpiri^ 
cofo giovanetto , che oggi fi conta fra' più celeDri pittori dell* era t^i^t^p 
dico Livio Meus diOudenard, cittadella provincia di Fiandra t il quale 
per la bravura della fua mano in far piccole figurine colla penna , ad kni«* 
tazione del celebre Callot e dello ftetTo Stefano ^ e fenza avere ancora toc* : 
co pennello , così bene difegnava, ed eranfi vedute di Aio tali invenzionf ^' 
che (tate portate in Francia, nel tempo che ancom Stefano, vi ditoorainir 
e venute fotto l'occhio di lui, fenza faoere tla qual bano fbflTero ftate* 
condotte , le aveva giudicate di gran maeuro: tornato poit ed avut» eo*i 

r iasione 4i Livio (tanta era la bontà e carità fua)< in vece d'invidiar^ 
fua virtù, gli.fi era a gran fegno afiezi<mato . • Coli' oocafiofìe adunqde 
della benigna concefiione di portarti a Roma, vo4Id quel Sereniflhno con--' 
fognare a^ Stefano quel giovanetto Livio, e raccomandarlo alla^fua cura, . 
togliendolo da Pietro (fo Cortona, da cui pure in Firenze , mentre A di-- 
pfgnevano le ^egie camere del Palazzo, fi ei^a trattetiuto due mefi, fotaer- 
rando il proprio talento i conciofoiTecofachè Pietro o per ooca inclina* ^ 
anione che egii avelie ad infegnarli l'arte, o perchè egli avew (Rena la fantt* 
Ha di akri penfieri , lo aveva trattenuto in non altro fare > che^ in difegnare- 
dai geilb, cofa direttamente contraria airinclinazione. del fanciullo, che 
era air inventare . Il noftro Stefano adunque fé lo conduflc a Roma» e per due. 
mefi Io tenne appreflb di fé: nel qual tempo gli fece condurre molte bel)e. 
invenzioni in fulla propria maniera, le quali poi mandate al Principe» • 
Jton lafciarono di guadagnare a Livio accrefcimcnto di grazia e di &vove • ^ 
Soleva bene fpeflb Stefano molto dolerfì con Livio, di avere , come ^H 
diceva, fatte tante fatiche e fkudj in difegno» ed eiferfi poi fermato in 
quelle carte , mentre con quegli fiudj fi trovava aver fiitto tanto capitalCf 
quanto farebbe abbifognato per farfi un. gran pittore: e quefto diceva con 
tale energia I e ne moftrava tal fentimento^ che fu .cagione , c^4Uivio^^ 

; meglio 



*. .. V 



STEFANO DELLA BELLA. H7 

meglio fri fé fteflb penfiindo» fi defle di propofito alU pittura; ficchè allt^ 
memoria di Stefiino della Bella deefi dalla noftra città attribuire il benefi- 
cio di aver fatto acqaifto di sì valorofo pennello, quale è quello di tal 
maeflro , le cui opere daranno materia a noi di più parlarne • 

Tornò Stefiino dalla città di Roma a quefta Tua patria » in tempo ap« 
oanto» che ilSereniffimo Principe di Tofcana» Cofimo » oggi felicemente 
Regnante» era all' età pervenuto, nella quale poteva aggiugnere agli altri 
fiudji con cui andava adornando il resto animo fuo, anche quello del di- 
legno; onde, il Sereniamo Principe Mattias, a lui Io confiegnò per mae« 
ftro. Né io voglio qui raccontare, quanto il noftro Stefano fi andafie ogni 
di avanzando nella fervitù e grazia appreflb a quel gran Principe, tanto 
amico (ficcome d'ogni altra) di qaefte virtù » quanto hanno dimoftratoo 
dimoffrano tuttavia i grandi uomini, che nella fculcura e pittura ha c^li in 
fonra di foa protezione ed a proprie fpefe, guadagnati alia noftra città, e 
quegli eziandio, che tuttavia, con inceflknte cura e plaufibile liberalità' 
alla medefima ne promette. Erafi Stefano provvifto in Firenze di una be^ 
ne a^ta abitazione in Via di Mezzo « non lungi dalla piazza di SanrAm-^ 
bro^io» dalla parte di San Pier Maggiore, nella quale profegucndo i fuoi 
ftud; , era bene fpeflb vifitato da* primi virtuofi del fuo tempo : fra' quali 
ih Dionigi Guerrini, foldato di gran valore, e pratichiflimo in difegno € 
in architettura militare e civile, tornato pure allora di Spagna > dove aveva 
lafciato gran nome, e defiderio di fé fteubt per le varie cariche ragguar-* 
deVoli, e particolarmente di Aiutante del Quartier maftro Generale, che 
egli vi aveva con gran lode fofienute: ed in compuignia di Ste&no trac*^ 
tenev«i(i, per fuo divertimento» in difegnare belle invenzioni. Dure an«» 
ch'effe in fui gufto di lui , finché dal Serenifiìmo Granduca fu eletto fuo 
Quartiermaftro Generale, e poi Maeftro di Campo del Quarto di Prato w 
Vi fi portava ancora il fi>prannominato Livio Meus , appunto tornato di 

naro 

fof • 

te Porto 

roCamente 

effo Stefano e Livio intagliarono alP acqua 

primo rapprefentò P attacco di Lungone: ed il fecondo il pofto e città di 
Piombino; mentre il Guerrini, a cui enn continuamente mandate di colà 
da* fuoi amici del Campo ^pagnuolo • accuratiffime vedute , piante e dtfe* 
gni , gli fomminiftrava loro, acciocché tanto V uno, quanto l'altro, poteflè 
riportare onore di fila fiittca . Stefano dedicò V òpera tua al Conte d* Ognat» 
che molto la gradì : e Livio al Conte di Converfiino» che al gradimento 
aggtunle un regalo di cinquanta- ptaftre Fiorentine . Non fu però, che per 
la moka applicazione, die aveva Stefano a'fuoì belHflimi intagli, non vo*- 
lefle talora divertirfi alquanto negli ftudj doUa pittura, nella quale, ben- 
ché poco operafief, tenne una maniera di buon gufto: e vedefi di fua ma* 
lel Palazzo de^Pitti; il ritrattò quanto il naturate del Sereniflimo Prtn-» 




no nel Palazzo dè^Pittr, il ritrattò quanto 

cipe Cofimo , oggi Granduca ftlicemente Regnante, figurato fopra un bel. 

Cavallo. 0^4 Cosi 



4» Decenn. ìli MaTm. l del Seù.V. dal 1 6io. aii6$ ©• 



ùandavafi fempreaimnEandd il noftro S€«fiino,e nella gfa2|t del («» 
Padrone» e nella benevolenza e dima degli amici delle buone arcit ffcendo 
Vedere molte belle cofe di fua manoi quando àfiàlico da fiera e lunghini- 
ma infermità (che oltre ad ogni altro firano accidence > cagionato nel fuo 
corpo aggravato dalle molte tatichef gli aveva guaCto tutto 11 capo) per- 
venne finalmiente alt ultimo de' Cuoi giorni: e^iò feguì inc^mpoappun- 
toV che^gli aveVa inventate iei carte di capricci, in fortnaovaje» come* 
nenti (cheletri» a vogliamo dire» la morte ftefla > figurata in diverfe azioni» 
cioè in atto dì rapire fanciulli, giovani» vecchj» e mafchi e feoomine,! cofo 
veramente bizEarrilfima » quando non mai per altro» per le Arane apparen* 
ze date travolti della morte in quegli atti tutte ipaventofe e terribili ^ Fm 
quefte una Ve Ae era in atto di cacciare in fepoltura un cadavero d* un uo« 
ano» pure allora tolto alla vitat e già voleva darle compimento» quando a 
lui medefimo convenne divenire preda alla morte ; e co^ fu quel pezza 
dipoi finito dft Giovambatifta Galelìruzzi» e va ftampato infieme cogli aJU 
CTK Pianfe la perdita di tant'uomo la città noftra e V Europa tutta» men* 
tre nella pcrfontt di lui mancò Tarte nedefima ; non già che altri non ne 
rimaneffero DrofclTori » ma perchè non tali j, che di gmn lunga valeflero per 
agguagliare il gran faper (uo. Alle comuni dpglianze fi aggiunfera quello 
della Ca& Sereniflima » alla. qualQ mancò* un rerviìti;>re*virtu0fo » di %\ 
alto grido» ma grande oltre ogni credere fu il fentiffiento del Sereniifimo 
Principe Cofirao, che Io aveva avuto per maellro nel difegno. Quefti pe<» 
rò gli fu di non piccola confolazione nella lunga infermità, non pure col* 
le viiite di ogni di» che gì* inviava» £itce a fuo proprio nome» ma co* 
continui a)uti eziandio» con che (provvedeva alle fue neceflità. FualfuQ 
cadavero data fepoltura nella Chie£» Ai SanV Ambrogio alli i}. di Lu- 
gliaf tf($4« Vuole ogni dovere» che alcuna c^fa fi dica delle ottime quali* 
ti perfonali di quedo grande artefice» acciocché tantopiìi bella comparifca 
agli occhi degli uomini fua rara virtù» quanto ella veniva accompagnata da 
altre belle doti dell'animo fuo, e così fua memoria ne rimanga più glorio- 
fa né' fecolt che verranno . \ 

Primieramente egli fin da giovanetto portò fempre un riverente amo* 
realtà vedova madre» a fegnotalet che non prima ebbe dal Sereniflimo 
Principe Don Lorenzo l'auégnamento da'fei feudi il mefe per portarti alli 
fiud] di Roma» come fopra accennammo, che egli operò» eh* e' fodero 
aflegnatie voltati in ibvvenimento di lei; e giunto a Roma vi fi manten^ 
ne come potè il meglio «- Fu umanismo e gittfi:o» nò mai fece torto a per« 
fona: e fu dotata di tanu modeftia» che pora a paragone» ftetti per dire che 
ne avrebbe perduto quella di qualfifolTe ftata bene educata donzella. Ebbe 
sì gran defidetio di giovare a tutti » che non fu mai ricercato da alcuno di 
fervizio» che (è uotk m tutto f almeno per quanto era in fuo potere» non 
giiel Sàc^tki onde nefliino vi fu mail che da lai non fi Mniitc in qualche 
modo contento. La (uà cafa » dopo il fuo ritorno di r^rigi» fu temide 
ilfefugio e l'albergo di quanti Tuoi conofceoti venivano da quelle parti, 
a'^uali fomminiftrava largamente aiuto di danari» togliendogli alle prò. 
plrie neccffitadii onde non fu gran maraviglia , che un vittaofo , che a' giorni 

faoi 



&TEFANQ DELl^ ISELLA. 249 



fiioi aveva fatti sì grandi gxiadagniyd Yidiioèfle m moctre m tllato di medio-* 
cri facoltà . 

Mi giugne ora un coto fentimento di credere » che il mio lettore da|< 




ì^ di Stefano deUa Bella » fiati fatco curiofo di iapere perchè io abbia dato 
tanto airone, quanto all' altre i attributo di fingolarità, mentre £corg[efi 
£ra efle tanta diverfità di maniera. Io però» affine di fodis&re a tale vir* 
tuofa curiofità» dirò qui alcuna co(à del parer mio» e di quello che io no 
fenta, dopo avere affai bene.confiderate le opere dell' uno e dell'altro» ed 
averne tenuti iènfati difcorfi con uomini di aflai miglior gufto » e di più 
alto làpere di quello^ che io mi fia; lafciando a ciafcheduno il formarxiei 
poi quel giudizio» che a lui più e meglio piacerà. Dico adunque» cbq 
tanto le opere del Callot> quanto quelle di Stefano» fono appreflb di me 
nel più aito grido di. (lima » che io penfi poterli ai prefente da chiccheffia 
immaginare: e che tanto l'uno» quanto 1 altro » nell' arte loro particolare; 
e. propria» che fu d' inventare ed intagliare piccoliflime figure» debbono 
averfi per uomini fegnalatiflimi» e fin qui fenza eguale; e benché varie fia-« 
no fiate in lo: 9 le perfezioni;, non è però, che ciafcbedima in fé ftelTa 
non apparìfca tale» che non fi meriti fa più alta lode: ficcome noi veggia^ 
mo aadivenire in moki amdaaJif ne' frycu> ne^fiori.ed in ogni altro bel 

Iiarto della natura » i quili col p^flad^e ognuno in fefieflb variate le qua-» 
iradi» non per ouefio Iafi:fano di averle in fuo genere tanto perfette t che 
refii luogo al ^euderarle migliori; e fetalorainquallifiadi loro» alcuna vO^ 
he ha meno eccellente; avvene alcresV alcun' altra. cKe fupplendo al di- 
fetto di quella , ajuta mirabilmente a compprre un tutto degno di aóimi^ 
razione^. Al Callot dunque deefi la gloria d' eflEere fiato il primo» che in 
tal maniera abbia eccellentemente operato* La fua taglia fu impareggiabi-^ 
le : egli ebbe fiupenda invenzione: accordò egregiamente il vicino e '1 
lontano, e tanto ^ che più non può defiderarfi: e pofiedè in grado emi*. 
nence le ottime regole della profpettiva e del difegno. Stefano poi verfa- 
tìflioio e neir invenzione» e nel difegno» e nella. profjpetti va, non ebbe una 
taglia cosi pulita» quanto, quella del Callot» ma alquanto più confufetta ; e 
ne 1 lontani piccolifiimi non fu così copiofo e chiaro ; ma dov'egli mancò in 
qneOa parte» fijppl) con un cetto gufto pKi pittorefi:o di quello del Callot » 
che fu fuo proprio fin da' tempi della fua gioventù» come apertameme di« 
moftrano molte delle cofc fue» ma particolarmente la bella carta dell' en« 
trata in Roma l'anno idr3» dell' Ambafciedor Pollacco; ond*^» che ifuoi 
d^legni» de' quali re&rono moki alla fua. morte in cafii fua» furono con 

? rande filma ricercati da gran Principi.» e dagli amatori di quefi'arte» e 
urono poi confervati e tenuti in gran pregio. Si conferva un ritratto di 
Stefano, facto per mano di pittore Frawete» di cui fin qui non è venuta 
notizia del nomci nel Palazzo Sereniflimo» tefta con parte del bufto lòia-* 
mente. 

» > - > . • 

SUno 



250 DecemulìLdtllaP4rt.ì.delSte.V^ 

Siamo al fine della narraxionè di cib» che qi è riufcito ritrovare» ap« 
parcencnce alla vita di aaeft' artefice; onde fi & luogo a noi di aggiugner 
qui la promefla nota delle carte» che fi fon Vedute andare attorno di fuo 
incaglio; e fiuÀ quella che fcjgue. 

Il Ritrovamento della miracolofii Immagine di Maria Vergine dell* Im« 
prtineca» intagliata del 1633. 

Galileo Galilei, in atto di moftrare le Stelle Medicee a tre donzelle t 
figurate per tre Scienze • 

. . La |ià mentovata carta dell* entrata in Roma dell' Ambafcìador Pollaci 
coi dedicatt al Sereniamo Principe Don Lorenzo di Tofcana. 

Otto carte di porti e galere, intagliate del 1634. 

Il Molo di Livorno, co*belcolom di bronzo di Pietro Taceat inta- 
gliata del 1635. e dedicata al Sereniffimo Principe di Tofcana» ed altri 
pezzi di vedute di quel porto e mare. 

Diverfi ornamenti di cartelle per apparati funerali* 

Prontefpizio all'Orazione di Piero Strozzi» recitata in San Lorenza 
per rEfequie di Ferdinando IL Imperatore* il dì due d'Aprile i<^37. 
t Apparali di Efequte, fattefi indetta Chiefa in morte de' Serei\iffimi^ 
Principi di Cafa Medici . 

Le Fonti e vedute de' viali della Real Villa di Pratolino del SeMniffi^ 
mo Granduca . '- 

: La Battagliagli Sant^ Omer, intagliata del 1638. 

Le Profpettive di una commedia reale fiittafi in Parigi Panno 1641. 

Una carta di brutti : vi è figurata una feggiota veduta dalla par«^ 
te.di dietro della fpalliera, dalla quale pende un panno» ove è fcritto: 

Miatis /ii£ {i. e vi fi vede un uomo con cappel nero vifto dalla parte 
delle reni, ed in fronte è fcritcot LesOewres df Starr $n A ^Mri9 Cètz 
T^MJJainSs ^inet au Palais, uvee Priviiége du Royi649. 

Il Prontefpizio dei libro intitolato ilCo/mo, orveroliaii0 Trionfante. 



.11 Tedefi:bino9 che fu Buffone di Palazzo, figurato a cavallo: é Tef* 
fi£(te è fomigliantiflima » intagliata V anno 165%. 

Quattro carte di paefini e dì marine bislunghe; 

Una carta , ove fi fa moftra delle operazioni, che fanno i (bldatt per 
addeftrarfi nell'ordinanze di guerra . . 

Infinite carte di rabefchi e di tefte di ottimo gufto, difegoate in picco^ 
Io, di gcottefiJie bizzarriffime» con animali divedi e mofiri marini, tocchi 
si. bene, che pajono coloriti. 
. Molte carte di vafi di belliflime e noviffime forme • 

Dodici carte di feudi per armi ed impreCè, con ornamenti di putti» 
ficene , fcheletri , centauri , ed animali bruti . 

Quaranta cartine in fiorma di carte da gtucare«. . 

Ventitre carte di capricci diverfi, fcrittovi: Stef. d. B€U.f«tt ^ Marietti 
exc»dit^ 



nbel 



STEFANO DELLA BELLA. 251 

Il bel Ponte di Parigi. 

L* A (Tedio di A ras. 

Moitiffiine piccole cartine » in frontefpikio dice t tteeuiil de £verfti 
fieces tresneceffasres a/a fortificatimi a Monfiigneur Armane de la Porte. ' 

Quattro carte di paefi in quarto di foglio . 

Dodici carte di {>aefi » ove è fcritto : $• 2' Bf iavemfecit P. Manette ex^ 

Sette Paefi tondi con figure di verle. 

La ProceiGone del Corpus Domini nella città di Parigi , - 

Dodici carte di ornamenti di fciidi d' armi • di maggior gfandeza 
delle prime^ il rame è quanto quarto di foglio t e fotto è fcritto: S. d.^ B.é 
Jnven. ftcit • F. L. D. Ciartrct excttd, eum Pri^l Regit Cèrif. 

Una carta bislunga di una cartella ornata tutta di cani groflli, in atto 
di afferrare un cervio» che pofa la tcfta fopra la cartella » nel bel meno è 
fcritto S. d.^ B.^ In.fecit P. L D. Ciartrot excttdit. 

Più carte di cartelle bislunghe . 

Dodici carte belliflime di tette con bufto dimafchi e femmine , vtfiiw 
te in abiti Ungarefchi» Turchcfchi e Armeni: il frontefpizio è un giova* 
ne» che tiene in mano una carta» dove è fcritto : Plufiears teffes toiffifes #* 
Ì0 PerfieBne fiit. pùttr ES. D. Bella. 

Una gran cana» ove è una moftra» £Kta(i nella Piazza di Vienna alla 
prefenza deli' Imperadore . 

Una carta di una moftra di Cavalcata in tempo di notte a lume di torce* 

Otto carte di belle fcaramucce coli* asme corta» e addeftramento di 
«avalli » in belle figure di balio a cavallo . 

Una Feda Teatrale» fattafi davanti alla Maeftà dell' Imperadore, grande 
per akezsa di foglio imperiale • 

^ D^e ^arte» per altezzadi foglio mezzano» di giuochi della Contadina ; 
in tempo di notte a lume di torce . 

Diverfe carte» tolte da antichi baffirilievi. 

Sette cane di Aquile i difegnate in pofiture diverfe . 

Una teda di Cervio col collo» ed altre di beUiflimi Cavalli. 

Più carte di grandezze diverfe» figuratavi Maria Vergine con Gesù 
Bambino nell'andare in Egitto; e con Gesù e San GiovambKitifla. 

Una Battaglia e aflalto di una città liberata da San Profpero. 

Otto pezzi di Cacce del Cervio # del Cignale » dello Struz/olo e d'altri 
graffi animali- 
Tredici carte di capricci diverfi» fcrittovi : S. d. B.fe. ^ariette exe^ 

Venticinque carte de* principi del Difegno» occhj» orecchj > tede* 
mani» piedi» ecc. 

Undici carte di Mori e Perfiani fopra cavalli» con belle vedute di paefi • 

Cinquantadue cartine di Femmine» figurate per diverfe Provincie» e 
Inedite al modo delle medefime, con una breve mfcrizione in ciafcuna, 
in 4ingua Franzcfe . 



Più 



j 5* DecennJll dèUa P4r.h del Scc. V. dal i Ci o. al i ^3 o. 

Più carte di fiiriile grandezza» ove fono figurate altre Femmine , rap- 
prefencate per altre Provincie o Città » al modo delle fopraddette • ^ 

Due carte per ornamento di ventaruole, fcrittivi alcuni verfi, parte 
con carattere 9 e parte con figuret e cofe diverfet efprimenti tutto o parto 
d'alcune parole m cambio di effe lettere» come a. modo d'indovinelli. 

La cart4 d^l t^elU^iuoVafo di marmo dell'Orto Mediceo, con cinque 
carte maggiori di foglio comune » figuratevi antichità Romane » £ibbriche 
e paefi . 

Una belliflima cartft bislunga del Trionfo della Morte . 

Sei tondi, contenenti diverfifiitìri e animali, una cervia feguitatada' 
cftni » un cignale e un caprio. 

< Una Carta in figura quadra, orbata di cartelle e fedoni » con due cavalli, 
alcuni fiovani e una femmina 1 che tien legato un toro. 

Un'altra , ove è una femmina, che dà l' andare ad un can maftino • 

Arme per frontefpizio per V Efe^uiè di Ferdinando II. Imperadore» 
iittefi in Firenae dal Granduca Ferdinando li, i' anno 1637. 

Facciata della Chiefii di San Lorenzo » e Catafiiico fiitcofi in efla Chie^ 
& per dette Efequic. 

Dodici carte delle Profpettive di Commedia e Balletto a cavallo t £ittofi 
per k feliciflime notwi del Granduca Ferdinando IL colla Serentflima 
Granduchefla Vittoria della Rovere , 

Rittatto al naturale di Margherita- Coda . 

Ritratto di Ferdinando ILlm[>eradore. 

Ritratto del Serenifiimo Principe Francefco, fratello del Sereniflimoi 
Granduca Ferdinando IL 

Due piccoli ritratti in tondo del Sereniflimo Principe Cofimo dì To« 
fbaaaji oggi Regnante» è della Sercniifima Granduchefla Margherita d Or* 
leans f uà Spofa . 



• • 



GIOVANNI 




GIOVANNI GONNELLI 

SCULTORE 

DETTO IL CIECO DA OAMBASSl 

• . - . ... 

Dìfiepolo di 'Pietro Tacca ^ nato # * . i . « . 

Uale e quanu fia la poflanza talora dell'*uaiana fantvfiaf co<? 
nDbbc» nonfenza ammirazione # in quedi tempi la noftm 
Italia, nella perfona di Giovanni Gonnf^Uì , dettoil Cit* 
co da Gambàffi, infigne pJafikioacore ritratòftvs quegli di- 
co » che privo in tutto e pertutta della luce degli occhj • 
in fola forza della faiualia ilefla , congiunta ad una efquifita 
perfezione avuta da natura nel fenfo del toccarei fece ve- 
dette uell'operar tuo in un tempo CkeflTo due meraviglie, dico l'opeiare fenza 
luce» e '1 condurre ccdla mano eofe d^ne di molta lode come è noto. 
Nacque adunque quefio virtuoTo nel Cafiellodì Gambaifi ^^ nel territorio di 
Volterra, di un naie Dionigi Gonndli, uOmo aflài benoftantet di profeffioi^ 
ne biccbierajo , arte allora molto olàta in quei contorni i non pure per 
antica confuetudine, ma eziandio per la comodità « che apportano allo 
fornaci le molte bofcaglie» che occupano quella campagna: e perchè e^ii 
fin da- primi anni di fua &nciuUezzai fra gli altri &atolU fpiccà mirabile 
mente Det un bel genio a cofe apparcenemi alla (btuam^ fu forza al padre 
il mandarlo a Firenze, oveallora, ficcome in ogni tempo era ocoorfo» la 
efercitaVano uomini di alto aome» per irgliele apprendere.: Il prime 
maeftrof eoa cui fi accomodò il giovanetto, fii Chiariifimo Fancelli; ma 
o fofle jperchè il biion gUfto fuo in tal facoltà , tuttavia ftudiando e opa<- 
randoffi fiiceflfe migliore: o pure perchè a ciòrinvicafle il grido, che dapv 
penutto correva di Pietro Tacca » fiato degno difcepolo di Gio. Bologna 
da Do vai , lafciato il primo maeftro, con quefio fi acconciò, e vi fece tal 
profitto f che a tutti ne fu di ammirazione. Mentre ei fi trovava in talo 
fcuola, porte il cafo, non (p per f uà ventura t o per fin fvcn tura , dheCar*^ 
lo Gonzaga Duca di MUntovave di Nivers^ ritrovandofi nella città di Fi^ 
renze, fi portafle un di nelle fianze del Tacca: ed avendo veduto il gio-^ 
vanetto Giovanni e le opece eziandio della fua mano $ ed avendo altresì 
riconolctttto nella perfona di lui bella avvenenza di tratto, e neir operar 
fuo rpirito e vaghezza; Corte s\ invogliò di averlo ^ proprj fervigi . Ondo 
rapprefentatogli tale fuo penfiero, facil cofagU fu Toctenerlo; ma non ter-^ 
minò Qxà fua voglia ,> perchè avendo veduto pure itdle fianze del Tacca uà 
altro tuo vaiente fcobre, chiamaco Tommafo Redi, anche quefio daefib' 




afiedio. 



j25.4 J^^cenn.llL della Part, 1. delSecV. dal 1 620. al i 6$o. 

afledio * nella forprefa e nel faccheggiamento dellatictà . Mi lafciando ora da 
parte il Redi , ch^^^opp avere operato in Mmtova «. tomacofene a Firena^e» 
e poi a Siena fua patria» molte cole vi gettò di metalli : e feguitando a 
parlare di Giovanni, diremo, che in tjael tempo, non |b fé a cagione 
dell' umidità» che in quella cictà, fituata in mezzo ad un gran lago» ap- 
portano le frequenti nebbie della mattina : o pure per li grandi patimenti 
ntti, e grandi dtfagj patiti »parcibolarmente per efliergli convenuto nell'oc- 
caiìone de' ripari fattifi a' podi» il portare in corbelli e fafli e terra» e fo* 
ftenere il travaglio continuo di una totmentofa fame : o pure per altra 

SualfifolTe cagione» il povero giovane «che fino allora fiera goduto il brio 
ella fua frèfca edt» di anni venti e non più^ reftò del tutto privo dèlta 
Juce:degliocchj. Quale egli fi rimanere allóra per sì fatto accidente, tro- 
vandofi di aver perauto il più gradito di tutti i corporali fentimenti , e 
per confegoèma il tanto deuderato ufo dell' arte fua» con aagiunta di 
quel pili, che di male apporta una incera cecità, non è pofiibile ad efpli* 
caffi. Vero però fu» che il far ritorno alla patria nel miglior modo a fé 
polfibile» fu fuo primo penderò: e lo mefle in efecuzione, conducendo 
con feco» o pure vogliamo dire, facendofi condurre al fuo compagno Tom* 
mafo Redi. Giunto in patria» attefe per diecianni continovi a far nulla 
'più» che vivere in quella fua miferia; come quegh, che non avrebbe mai 
laputo perfuadere a ie lle(fi> di dover così cieco, ancora ancora hx vede- 
re maraviglie delle, fue mani, ficcome dopo i dieci anni già detti, egli fi 
accoriè di poter fare: e andò la cofa in quefto modo . Aveva egli da sio* 
iranetto fatta di terra una tefta con bufto , ritratto al vivo del Granduca 
Cofimo IL e comechè fofiè a quefto ftato dato luogo in una parte dell» 
cafa» dove nel tempo della pioggia ^rana folite cadere alcune gocciole 
d' acqua piovana, la figura in più di un luogo era rimafa guafta; feppelo 
Giovanni: .e mofiro».non fo feda curiofità o da amore di quella fua ami. 
ca fattura» fattofi portare della creta , così fenza luce , e iole in forza di 
fantafia » e- del fcnfiitiffimo tocco delle fue mani, la nffettò sì bene, che 
non pareva che ella avefle avuto mai difetto alcuno « Cofii parve quefta 
a' fuoi congiunti» maravigliojia aflai: ed è probabile, ch'eglino incomin* 
ciailèro a renderlo animofo a cofe maggiori ; giacché dopo miefta egli ù 
mefie a fare una figura di un Bacco co' grappoli dell'uva, che dopo fua 
morte fi confervò per un poco nel terreno della fua cafa a Gambaffi. 
Dipoi fi applicò a far ritratti al vivo, fé mpre facendo che Tufizio dell* oc- 
chio faceuero le mani: e poffo io dirlo per efperienza » giacché nella mia 
età di anni quindici in circa» trovandomi in luogo, ov' egb ritraeva un 
gran Cavaliere» volle adattarle alla mia faccia nel fuo folitomodo: e Ciot- 
tolo» fi mefite a defcrivere le mie fattezze appunto^ efprimendok anche 
in parte con certi verfi piacevoli, ch'egli allora in tal propofito recitò. 
Diuì, eh' egli adattò le fue mani nel fuo (olito modo: e quale ei fofle cer^. 
oberò ora io nella miglior maniera poffibile di > cappreièntare ; bendié io 
penfi» che da chi non.vide^ difficil Co(ami<filràl^eflereinteia. Accomc 
dava ^li primieramente la foa maf& di terra > formandone con mano così 
alla grofta » un bullo colla celli d* avanti a fé fopra defcbetto a tavola .- 

e dato 



GIOVANNI GONNELLl. 2SS 

• 

^« ddto luogo op^òHamente i\ri vicnio a ehi ddv6Va'éiIère ritratto, in mp^ 
-do di potttio toccare a ftia conxodicà, accofliava infieme aperte le tnanìt 
piegandole gentilmente, canto quanto avelie potuto formarne come una 
aalchtTa t la quale egli prefentava al vifo del fuò naturale : con che dì pri«* 
mò cretto concepiva , a mio parere, una cognizione univerfàle dell ùl« 
tezza e larghezza di quella faccia , e delle parti poco o molto rilevate . 
Difgiungeva poi efle fae mani appoco appoco, mentre le due dita ^roflè> 
una verfo una parte, una verfo l'altra, andavano ricercando e gentilmen* 
te toccando le fuperficie delle labbra e d- altre parti da i lati dei volto ri- 
levate o cupe, in cui incomravafi. Dopo ognuno di quefti moti o ricerca- 
menti tanto uni verraJi, quanto particolari, egli applicavaiG alla fua (tatua, 
l^onei^o^c ' levando terra, e poi coprendo colla medefima mafchera fatta 
deile Tue mani, poi colle dita grofle e cogli due indici tornando a ricer-ca» 
re, finché fi accòrgeva, e che vedevano anche gli aftanti, che nella fqa 
creu iacominciava ad apparir la forma deUa penibnà ritratta : alla quale 
dava tuttavia pei<lézioiie col nuovo tatto e ricercamento , fempr^e colle due 
mani intente all' operazione , una^dall* una , ed una dali* altra parte del vifa; 
€ quello, ctod^io, per mantenére nell* egualità delle due dette parti, e 
nel tutto, -oltre a}la fomiglianara, anche.il buon difegno. Soleva finalmenk 
te perfezionate la fiia figura , legnando negli occh j le luci ; ma perchè tal 
fegno èfottfliffimo, e confeguentemente non è feniibile alla mano, aveva 
accomodata una <ieffta cannuccia , colla quale le improntava a* luoghi loro. 
£^ anche da faperfi, che^i ebbe per ufanza di condurre i fuoi ritratti, 
ed anche V altre Tue figure , nella interior parte voti , non Tappiamo già 
a qùai fine'; e ciò faceva con mettere dentro la terra certi panni (tracci» 
i quali pòi tirava fuori dopo aver data forma e (labilità alla fua figura. 
Per ultima fu fua ufanza il dare (opra i fuoi ritratti \in certo colore ver- 
diccio, come fogliono vederfi alcune fiatue di antico metallo, ma luftrante 
alquanto, e fimile a quello che da' pittori è detto purpurina . Fra gli altri 
ritratti dunque che egli fece in fua patria > fu quello di un gran Cavaliere 
Volterrano, morto lubitaneamenté, in atto di caccia: e quefto ritratto fi 
conferva oggi appreflo a Lifabetta fua moglie, infieme con una tefta. fatta 
da lui di un Sant' Antonio da Padova , di proporzione mezzo naturale . 
Spar(efi intanto la fama di quello non più udito modo di fcolpire i onde* 
gli fii duopo venirfene a Firenze, forfè chiamatovi dal Sereniffimo Gran- 
duca Ferdinando IL e quivi ebbe a far ritratti dello ùcdCo Sereniflimo, e 
di tutti gli altri della Sereniflima Cafa , i quali fecero (bttoporre alle mani 
dell'artefice fliatue di marmo , ritratte al vivo da'propr) volti: fotto le qua*** 
li e non fopra il naturale ( così richiedendo il dovuto contegno di una* 
maeflà reale) egli condulle le opere fue: di che, oltre a dimofiraziont di 
(lima e di amore, gran prem} riportò. Molti furono i Cavalieri Fiorenti- 
ni, che da lui vollero tStt ritratti, e fra quefti Lorenzo Ufimbardi, al qua* 
le anche altre cofe fece, oltre al proprio ritratto. Ma non fi fermò T ope- 
rare di Giovanni , mentre egli fi trattenne in Firenze, nella pura operazio- 
^e de' ritratti; ma quel che fu di ammirazione fi fu, che egli fece anche* 
più figure» e fra quefte quella del Santo Stefaao Protomartire, che oggi- 



ìOlfk!» 



^.^^ Demn. Jll déff0 P^t. l (fe/^fi. K daii 620. al 163 o. 

v^|{gia;iqo in unt nìQcfiin p^r «m^o iji Coro 4ft' Frati Agoftiniiuii imIU 
jCAii^b del Santo preflb «lipop» vec9hio> ftacadipinjca poi con colori. Qge» 
^a i\gurain ^emporim^fe guafta in una «lanot. chp^li fu rifatta di legnane 
da Pier Francefco Ciard'^ -Pocc^tti $ fiato cpn6d«ntìffioìo del nofiro «rtefictu 
che a(I$rifc9 aver veduta di f«a mano pure una figura di unCii0» inorco, 
lìon porrò interamente iinita^ Finalgicince paflàto il grido di sì bella novi* 
|;à alla ciui^di Roma» egli fuchiamatp ne' tsm]^) di Url^nc^ VJlL e fecevi 
molt^ opf^re^^er quei Prelati a Prin^ipi^ «d il ritratto d^Ho ftc^o Eoaitefi^ 
e» Urbano. Fra T altre perlboe di ponto» che egli ritrafle in Rotnap f« 
Gio« FraiicefcQ di Giufiiniano Genovefir» ohe per.quanro « noi è fiate 
r*ppr«&ntato» feceglicrarta dipromefla di uà vigco onorario per 4opo 
norte di Andrea Giuftkiiano, Marchefe di BaSanó» fuo fratello ; ma quel*- 
la di Giovanni prevenne .il tempo e 'I cafo dell* adempimento di cale pro« 
ae(&i • Ocoorfe poi • che trovandoli egli un giorno appreflb al Cardi» 
naie Pallotia» facendo fòo ritratto» venni^ con buona .ocaaitone di difcorfo 
• dar ftiori, come fin da' tempi del filo v^dere'egliera innamoirato< Senti» 
to ciò il Cardinale, gli domandò Co gU. foflè bafiato l'animo di effigiare la 
dama Aia: e fentito che sì , voUexbe egliii accingeflè aUVopor»i: ed in* 
' tanto Tp^di un fuo pittore aGambafli afiire un ritratto della fanciulla i che 
fatto» e pofto a fronte col rilievo del Cieco» io fecQ comparire tanto fo^ 
migliantet che il Cardinale diede luogo alla ftatua» come cola: memorabi^ 
liiumai per entro la propria Galleria» coU'appreffojnotto.:. 

Giovén > cb' i cieco » e Lifiib€it§ amà^ 

La /colpì nelP Idea che ^morformh . 

Nei tempo» ch'ei fi trattenne a Roma, cioè dell' anno MS} 7. :la nobiliffi^ 

ma città di Volterra, che non è molto lungi dal Caftelio. che fu fua pa-« 

cria , ambiziofii del nome fuo • fatto ragunare il generai Configlio » lo 

fece defcrivere nel numero de' fuoi cittadini : e ve n' è patente in idate 

de' 17; di Luglio di detto anno, foforìcta da Girolamo Bofi Dottore, Can-^ 

celliere della citti medefima. Ma noii è da. trabfeìarfi, come mentre egli 

ìfl Rx>ma faceva vedere di (uà mano i, bei ritratti, vi fu perfona di alto 

affare» che non potendo perfuaderfi» che Giovanni oper^ privo affaptco 

del vedere , tantopiù che l'occhia fuo per. altro da gran tempo cieco r 

quafi nvUa aveva perduto di fua antica bellezza 7 volle farne efpNerienzà»coa 

farlo operare in uiia fianza interamente fcura, dica fieaiza minimo bagliore 

di luce o chiara o fbfca ; ma prefio rimafe chiarita fua curiofità » conciofofle- 

colkchè Giovanni vi conducefle un ritratto tanto pulito» e tanto al vivo»* 

che meritò la lode del più bello che fofiTe dalle Tue mani uficita nmi fino a 

quel di. Né io penCb» che farà cofa del tutto fpiacevokr raggiungere in 

tal propofito, ciò che foleva raccontare Ferdinando>di Pietro Tacca, fiato 

fuo condifcepdo nella fi:uoIa del padre » ed è 3 che trovandofi Giavanrd 

pure ih Renna, in atto di ritrarre un Cardinale, a cui era venuco alcun 

dubbio» fopra il vedere o non vedere delP artefice» volle anch' efib £ftrne 

efperìenza: ed appofiaca congiuntura di fua maggiore fifia;^ione al lavoro « 

alzatofi chetamente dalla fedia» vi fece federe un fuo uomo, che avea &€• 

te^ze» fé non fimili a fé , ahneno non. coal diver^ ,. che^a fuo.paaere. non 

poteflero 



GIOVANNI GONNEILL 157 

^Qteftro dar é% fere td un cioeo per dUUogiierlie» quando tcco» che Gio» 
trannt coma al fuo tafto. In fuUa bella prima egli riftetce alquanto; poi 
toccatala vede incorno al collo, ch'era un abito domeftico>fimile a quello 
del Cardinale; in un tracco li tlzò del fuo fgabelletco, e d;fcoftando ìk 
deibo braccio, e ibringendo force il pugno : Al corpo di me» diflè egii^ 
che Te io foffi certo» cne cu non foffi un altro Cardinale» ficcome tu po« 
creili eflère, io c'avventerei un di quelli alla volta delle mafcella, per mo^ 
do tade, che tu poteffi imparare per un' altra volta a dar la burla «'galani 
tuomini; ma il Cardinale con dolci ed amorevoli parole tirando la cofa a 
fcherzo piacevole, fattolo chiaro del fuo dubbio» interamente il placb» 
Dopo avere dunque Giovanni condotti alTat ritratti nella città di Ro^ 
ma, fé ne volle tornare alla patria, ove loafpeccava la Lilabetta Sedi, (la* 
ta fua amante fin da' primi anni dell' adolefcenza , per divenirgli confor«< 
te, ficcome feguh Nel tempo , ch'ei fi trattenne in Firenze ( tanto ert 
l'amore eh* esportava all' arte fua) cosi come era privo di luce, non po« 
tea contenerfi di non andare la fera alia pubblica Accademia del Difc^nor 
e nel tempo che fi direnava il naturale, fi tratteneva con quei profalòii 
in bei difcorfi delle cofe occorfegli nella città di Roma: e talora colle pro- 
prie mani voleva riconofcere T attitudine» che faceva il /nodello: e quello 
ricercava parte per parte » e poi dava giudizio dei mancamento o perfe»^ 
zione di ciafcheduna parte . Nel tempo pure eh' egli dette in Firenze , che 
furono più anni» ebbe egli della Lifabetta fua conforte cinque figliuoli , fra 
inafichi e femmine, de'qiiali fino a quattro ebbero cortiflima vita: e Cate- 
rinangiola fu dopo la morte di lui congiunta in matrimonio con Lorenza 
Barluzzi, che ferviva in Corte dd Sereniamo Principe Francefco Maria» 
oggi Cardinale di Tófcana: e di Lorenzo, che ora più non vive» nacque^ 
ro dieci ficliuoli • de'quali» mentre 10 quelle cofe ferivo t fon rimafi Am« 
brogfo» (Juafparre, uiovanni, Bernardo» e Marta Rofa : e rell;] anpore 
al mondo la vecchia Lifabetta loro ix>nna » che fu moglie del noftro artefice. 
Stato che fu Giovanni per quakàe anno, come dicemmo, nella città dì 
Firenze , fi» ne tornò a Roma, pure nel Pontificato di Urbano V II L è dopo 
avervi alquanto operaco, regnaatte ancora quel Pontefice» vi firti fuà vita e 
uè mancò chi afiennaie, che (bgiiiflè fua morte jer cauià di veleno; ma fé 
Brande fo il cafo di fua morte, grande altresì fu quello, che occorfe alla 
tua ca£a dì Gamfaaffi ^ laqwile» pochi mefi dopa che egli fu daquefia all'aU 
tra vita pa&oo^ dì cepente rovinò ; e di fue opere » che in eua fi confer* 
Yavano, e di tea fupellettile., altro non ifcampo dalle rovine , che un fuo 
ritratto dipinto a olio, tefta conbuftoj»con un parodi f^fie in mano» lo quale 
avevano fatto face in Roma i fuoi amici in tempo di fuainfermità^eqùcftot 
che poco fa fi coalérvava appreflb la gii nominata fua coriforte , è ogpi » 
per dono fiurtosliele da lei medefima, in potere di chi quelle cofe feriva» 
che gfi ha dato luogo fra altrirdi uomini, nelle fcienze e neirartivilluftri > iti; 
unfao Mttfiso. Fo quefto artefice uomo di bello e gioviale afpetto, di co«* 
fiumi amorevoli » e di grata e (bllazssevole convér(àKÌone : vefiì nobilmeméi 
€ per la città andò fempre appoggiato al braccio di un fuo aliai civile Ter*' 
Tiforo. Deiki^re fuc non chiefe mai prezzo; ma le iacevii per aggradirò 

R a chi 



/ 



Ì58 Decenn.IIL deSaPartJ. delSec.V, dal 1 610. al 1 6$o, 

a chi glìMedomandava; febbenè era poi corrtfpofta tale foa coitela cimi 
ricchi oBorarj > onde egli pocè fempre trattar fé Aeflb e ìfuoì, coaonore» 
y olezza e con decoro. Ebbe però il fuo debole nell'eflèrcosleccedenteme»- 
te inclinaco, all' amore , che pria» di àccafarfi , gli baAava fòle il fentìr 
parlare grazìofa fanciulla, per renderlo innamorato: equi talora foggéttò 
fé Aedo al dileggio di molti ; conciofoflTecofachè egli volclle portarfi co<- 
gli altri giovani alle pubbliche veglie , dove fonava Tua chitarra , cantava, 
e non poche volte volle, così cieco, anche ballare colle amate; ma infer* 
ma è noftra natura , e difficile riefce l' abbandonar del tutto quelle palEo- 
m, dalle quali chiccheflìa infinda'piU verdi anni li lafciò poitedere ; àn^ 
al comparir che £t la privazione deh' amato coftùme * reggiamo quefii fàrfi 
bene fpefTo maggiori > e poco meno che io non difiì, del'cutro infapcrabilu 
Scriflè di Giovanni Gonnelli> còme dì un miracolo del noftro fecolo. 
Bernardo Otdoìm Genovefe, nel fuo Riftretto dell' Iftorie del Mondo dal 
1^35. al ii$4o. fcritte da Orazio Torfeltini della Compagnia di Gesù : e 
umilmente Pietro Seritio , flato fuo Medico , nel fuo Libro intitolato : 
^fertMtio de Unguento Armario , five de Ssturje cArtifque OiiratuHs. 
Rome Typis Dom. MertUni 1641. 



FRANCESCO FURINI 

PITTORE FIORENTINO 

'Difiepfflo di Matteo Rojfeìll , nato, dna ài i5oo. 4^ 1^49* 

Olivera in Firenze verib U fine del pafiàco fecolo, in caatexio 
i di ragionevole pittore di ritratti al naturate, un cerco Fi«' 
i lippo Furini, uomo di buono ingegno, e nelle conver&zio* 
\ m follazzevole molto; benché nel trattamento dì fé fteffb & 

8 la paflàffè cosV a cafo, che non Filippo Furim .ma Pippo 
Sciamerone era chiamato da ognuno, e per tale > da chi fi 
foflè , iiitefo e conofciuco : uomo , in fomma > onorato e dabbene ; ma 
fuori di evi-, tutto il contrario di un fuo fratello, chiamato Michele, che 
^ccp di devozione e dì bontà, eferckò per più anni il caricodì Governatore 
della Venerabile Compagnia di San Giovanni Evangelifta in ria dell'Acqua ; 
. -firequentò afliduamence quella dì San Benedetto Bianco: e fu quegli, che 
. valendofi dell' amicizia grande , che pafTava fra Pippo fuo fì^tello e 'i cele- 
bre pittore Criflofano Allori» operò, che lo fleffo Criftofano faceilè per 
. e(ra Compagnia le bellìflime fìgure del San Benedetto e del San Giuliano* 
che poi furon polle per adornamento degli fpazj lacerali dell' Altare della 
medesima. Di quello Filippo, o Tìppo che vogliamo chiamarlo, nacque 
Franccfco Furìni circa all' anno i5oo. e noii fu gran iacco > che egli, fin 

4»* 



FRANCESCO FURINt. 259 

da* primi anni iiicUnafle al dilèffno ed alla pittura i giacché fu allevato da 

gidre pittore: il quale anche yoUe per quell'arte incamminarlo» prima nella 
«ola del Pailignanoi pm del Bilivert : e finalmente di Matteo Roflelli «, 
Oiunto eh' e' fu in ecà con&cevole co' buoni ftudj , fu dal padre mandato « 
Roma • e con fufficience provvedimento di danari, quivi per più anni trat* 
cenuro: e fu anche fua fortuna, che egli colà ritrovale Giovanni da San 
Giovanni» fiato fuo condiscepolo col Roffelli, perchè ftudiando a fecondi 
del buon gufto di lui» potè ritrarne maggior profitto» che fatto non avreb- 
be fenn (uà ailiflenza. Ben' è vero» che nella ftefTa pratica» che egli usò 
tempre con Giovanni» che era un umore bizzarro» ftravagante» e alfai de* 
dito alle baje » gli convenne .trovarfi con eifo in tutti o nella più parte di 
quei cafi, che ad eflb frequentemente partoriva il fuo modo di vivere», 
come dir fi luole» air impazzata: di che molto a lungo abbiam parlato nelle 
notizie dì fua vita; onde non.fa di meftiero il più dirne in quello luogo. 
Tomatolene il Furino a Firenze» fece la fua prima opera a olio» che fu 
una piccola tavola» che fu mandata a Vicchio di Mugello; la qual tavola 
conduflc ad inftanzadel Molto Retr. Prete Giovanni Niccolai Priore di San 
Simone : ed una a frefco. che pure fu la fua. prima, cioè un* architettu* 
ra di una Cappella finta» nella Parrocchiale di San Frocolo, alla liniftra ma^ 
no allato all'Altare del Santiflimo . Poi gli fu dato a fare da Giovambaci* 
fta Baccelli negoziante Fiorentiiu) un quadro, dove rapprefencò la morte 
di Adone con più figure al naturale: opera» chediedegliaì gran credito^ 
ohe fubko incominciò ad eflere adoperato . Aveva il Furino in quel tem« 
pò una lorella» che pure era. pittrice, ed aveva imparata Tarte da Grido-. 
Sano Allori : donna di non ordinaria vivezza e fpinto» e perciò fiimatiffi« 
ma: ed una altresì chiamata Angelica, vedova di Domenico Belli» tino* 
maro maelttro di mufica: e quefta pure era mufica di profeffione» e per la 
fuaonefitf e valore in tali>eua fiicold» fi trovava non poco favorita nello 
cafe delle principali Dame e Cavalieri Fiorentini ; onde Francefco il fra« 
tcllo, tornato a ftare con efla» ebbe occafione difarfi tuttavia più conofce« 
re: e particolarmente in cafa il Marchefe Giulio Vitelli» Capitano delta 
Guardia a piedi del Granduca; che però fparfafi in breve la fama di fi|o 
Iiennello» ornai incominciava a mancargli il tempo per contentare i moU 
ti» che volevano fue pitture: etantopiù» perche col grand' ufo del naca- 
rale egli fi era fatta una maniera di colorire teneriifima e vaga ; e fiami le- 
cito a dire ciò» che non potrà contenutegli animi de' più prudenti» e 
de' più cadi , perchè egli avea fermato il fuo per altro ottimo gufto in rap- 
prelentare la nudità delle femmine ; co& » che colpa di noftra malizia » è 
tanto dalia più parte applaudita» quanto è pernicioOi» per lo molto ch4 
ne patjfcono i buoni coftumi . AUai ouadri dunque eboe egli a fare per 
diverC Gentiluomini; fra' quali troppo bello e troppo vero riufcl un qua- 
dro da fata per Agno! Galli» ove egh rapprefentò il giovanetto Ha e '1 ba- 
gno delle Ninfe » tutte quanto il naturale » in vane attitudini: e quello 
eziandio dell'Adamo ed Eva» che oggi vedefi nel Palazzo del Marchefe 
Pier' Antonio Gerinì, che altri in buon numero ne pofliede in mezze fi- 
gure di femmine f pure di mano, di lui. Era in ^uel tempo nella città di; 

R 2 ' ^ Venezia 



a6o Deeenn.lll della PartX delSu.V.MiS^ù. al 1 6^ o. 



Venezia un yomo molto ricco «ptofamiere di profiiffione, e ^die ftcev» 
guanti di ambra . QMfti fi dilectava oUremodo ai wat quadri et piìi ee^* 
celienti maeftrìred avendo fentita lacuna che già coneva in qadla fUr 
latria del pennello del Furino» lo mandò a pregare a porcarfi coltb» ad 
effetto di colorir per lui un quadro di una Teti» che dovefle ferfire per 
eecompamarnc un altro di una Europa ^ che egli avea di mano di Gwdo 
R^ni} offerendoti a fare eflb medeGmo tutta la fpefe di fue gita» flmza e 
ritorno > oltre allo sborfo per un molto degno onorario . Il Furino» che 
ftNTte bramavadi vedere le ftupende pitture» che fi ammirano in quella 
cittì» accettò r invito: edinfieme con Diacinto Bocd e con Daftokmuneo 
Pegni Tuoi difcepoli » fi pani a quella volta » portando con. £eco in te^- 
uonio de) Aio operare» un belUffimo quadro di un Adamo ed Eva» che 
egli aveva fatto per Bernardo Giunchi noftro cittadino » abitante alkura- 
in Venezia» amiciffimo dell'arti nofire, che poi al fuo rimpuriare» graa 

Soantitàdi pitture Venete e Lombarde» portò in quefta fua patria. SKtte 
Furino in Venezia circa a fjbi meS» nel qual tempo fece al Profumie^ 
te il bel quadro» e molto piìi vi averebbe operato» iè da unoeceeflivo do* 
Ine di denti» che noA lo lafiEtò aver bene»^ non fotte ftatail più del tea»* 
pò trafireo; ma per fupplire a tal difetto» e per defiderio dì rendete per« 
fetta r opera che egli aveva prefa a fare , non volle dare moka copia di&p 
ricufando le vifite ed ogni altro tsattenmento » che da cale aflotico e dal 
godere le belle picture Veneziane» 1* avvero potuto divertice . Tofnato* 
fene poi alla patria» con maggior credko» aoraggiore anche fa il nometo 
deHe opeie » che gli fia^ona ordinate da^ noftri cittadini: delle quali tutte 
infiememente feremo aacnaione più avanci ^ fenaa oflenctcc L* ordine del 
tempo» che a noi non è bea noto; e fra qaefte una Andromeda per la* 
Ideila dell^ Imperatore» à^ììtt quale rimafe «aa buona couia ia ca£i il Mac^ 
chefe Piero Capponi» fatta per mano di uno de' figliuoli del Colonnella 
^ro Capponi , dico dell* Abate Ferdinando Capponi , il quale col diletta 
che fi preie della bella acte della pittura» molto aggitinfe di p^JMio air al*- 
tire doti deiranimo fuo^ ed all'arte medefima. Per TEccellentiuimoDucsL 
^copo Salvìati fece un quftdro» entrovi uà iflforia di cofa Medici. 

Venuto V anno i6f6. occorfé il cafo della morte di Giovanni da San 
Giovanni ; il perchè fu neceflacio » che da' Sereio^iffimi » altri pittori fiekg«^ 
^siTero per dae fine alle pitture a frefco della fata terrena del Palazzo def 
pitti ^ dedicata alle glorie di Lorenao d^ Medici il Magnifico. Furono* 
quefli Ottavio Vannini, a cui toccarono a fare quelle dalla parte della piaz* 
20 : Francefeo Montelatici» detto Cecco Bravo » che colorì le due lunette 
dalla parte della porta principale di efib Palazzo^ e l'altre due » cioè quelle # 
che fono dalla banda delle regie camere terrene ^appunto rimpecto a quefte« 
Furono per opera del foprannominato gran protettore del Furino » il Mar^^ 
chefe Giulio Vitelli . date a fare al noftro pittore ; il quale, quantunque 
fi pottailè benìflimo nell' invenzione e nella difpofizione delle figure» nel 
colorito però non giunfe gran fatto ad afibmigliarfi a le fiefib i per efler 
quella fiata quafi la prima volta che egli fi metteflè ad operare a frefco e 
nel che fare è forza cne e^ll miglioraflè molto il guftoj, giacché fi vede di 

fua 



FRANCESCO FURÌNL zdt 

Ala mano un bai c^maeolo in fiiUa cantoiuti del maro daMa Pocafteflit 
del Galluzzo^ ove ia va^he acciciidtni a veggpno San Filippo Neri e San 
Cai lo Borromeo 6 e quafli» mentre in atro reverente e devoto incontratofi 
col Santot a lui fi prefenta: opera che fece il Furino ad infianza di Frai»» 
cefco Rondinelli, Bibliotecario del Granduca; Tornando ora alle pinvri 
del Palazzo de' Fitti « dipinfe il Furino nella prima lunetta dalla parte dal* 
la piazza» la tanto celebre Accademia de* Letterati del Magnifico Lorenzo^ 
Cenata nella fua Villa diCareggi : vi è Marfilio Ficino» il Picof il Piilizia* 
no ; vi è 1* Ara colla ftatua di Platone , nella quale è fcritto ; V/ai$mcm 
iamdéiiurus éy file % ^ mìnre . Sopra la bafe della medefima • ov* t una 
bella femmina » fono molti libri » ed in uno 6 leggono quefie parole; 
P/oiinuf, Proclus , ChakidÌMj: ed in un altro è fcritto Pkit§. Nel bafap 
mento fono gli appreflb verfi ; 

{Mira qui fi Careggi mi f àure amene ^ 

tMaf^filh r 7 P/ra, e centù egregj/piriii 

£iÙ\ /e aWomkre degli Btis) mini. 

Tanti ff ehhtf giammai lete od Aiene . 
Termina it bel lavoro della fala la feconda ed ultima lunetta del Furino^ 
alludente al cafo della morte di Lorenzo » nella quale (i veggono le Par* 
che, una delle quali Cede fopra un faflb , in cui è fcritto; Vi Pauam iem^ 
jfari Parca: Vi è il fiume di Lete, appreflb al quale è un caiulido Cignot 
che tiene appefa al roftro una medaglia, nella quale è effigiata la perfona 
del Magnifico Lorenzo , e fcritto il fuo nome i e moftra il Cigno di cavarla 
da queir onda nemica • La Piace e Aftrea fé ne tornano piangenti in cie^ 
Io, donde fpìccandofi M^rte, ie ne ritorna baldanzofo ad abitare la terra • 
iAccoflipagna al (olito il concetto di quefta lunetta la feguente iiUcriziooea 

Mmre% et al fuo morir la Pace e tAftreé 

Tornea dolenti ol deh ma il nome e i vanti 

Cigni Fehei , ^ alta wrtude amanti^ 



To/fero aW inimica onda Letea. 
fu III 



Pervenuto che fu ti noftro artefice air età di circa qoarant* anni» non (• 
fé per fuo meglio o per fuo peggio, venne vx penfiero di farfi Prece: e fa* 
cil cofa gli ftt il confeguire la Cura di Santo Sano in Mugello* predo al 
Borgo a San Lorenzo, Chiela dr aflai buona rendita . Dilli • non fo fia 
perluo meglio o per fuo peggio, perchè» quantunque vera cofii fi fia» 
che egli f tale (tato volefle , come e* diceva , applicarfi, per potere in una 
quafi foltudine maggiormente attendere agli ftudj dell* arte fua» e molto 
iù per illontanarli dalle occafioni del mondo, e particolarmente da queU 
» chedi veniva tuttavia prelèntata dalla confuetudine di tenere natura* 
li divcrn per colorire le fue nude figure; non fappiamo però» che da indi 
in pa a' buoni precetti, che egli era (olito dure aTuoi jpennelli nelle cofe 
delrarte» aggiugnefle quelb della modeftia , proibendo loro Finterà o quafi 



i 




candore che in qaet di ciiè dato fi ricerca , 1* ufo dcUì manu e della mano 

IL ) in quelle 



26* DecMH. IIL àeSa PartJM Seù Ktk/ t6to. ai 1670. 

ih quelle cdfe » che anche ne* fecohridrte&ci.iì rendono» p^r. comune fen^^ 
tifnencode* più prudenti* biafimevoli » anzi che nò. Abbiamo noi però 
affai cerei rifcóncri, che il Furii>o» in ciò che. appartenne alla fua eccle&ar 
fttca cura, fa Tempre molto sfatto; concioilìachèKnon iblamente non fé ne 
partiva» che per neceilltà : «d allora altri abiliflimi Sacerdoti Ialc|ava ii> 
fuò luogo ; e che de' Tuoi gran guadagni e delle rendite . dell^ Chinai mer 
defima» fu» co' fuoi popolani poveri » liberale» fòvvenendosli » non, pure* 
nelle iòro ordinarie nèceflità» ma eziandio dotando loro. le fSgliuolej e f^r 
cendo loro altri sì fatti caritativi fervig) . Col trattenerli eh* e' fepe alla 
Chiefa, conduce molte belle opere» che fi veggono Cparfe per divcrfiCa- 
fielli e Chiefe della Valle del Mugello., Fra quelle ha la. Compagnia nella . 
Pieve di Falcona una tavola di fua mano» ov' è Maria Vergine Annunzia^ 
ira» opera» che dicéfi di gran pregio; fatta però dal Furino» per quanto 
fi dice , per poco o nulla . Nella Chiefa del Convento de' Francefcani 
fuori del Borgo a San Lorenzo è di fua mai>o la tavola del San Giufeppe 
e San Buonaventura » che dicefi gli fofle fatta fare dalla famiglia degli Uli- 
vi: la tavola deli'Immaculata Concezione di Maria Vergine, e quella > ci 
H^ìen detto » che fia della fua più perfetta maniera : ed all' Altare Maggio- 
re è di fua mano pure la figura dell' Eterno Padre. Nella Compagnia del- 
le Stimate in detto Caftello delQorgo a San Lorenzo è ancora una^ tavola 
di un San Francefco, in atto di ricevere le (limatei che pure dicono che 
£a opera eoGellentiflima , fatta dal Furino agli uomini della Compagnia pei^ 
£oli feudi 60. che fi flima valere ogni prezzo: e fuol raccontare perfona» 
che bene conobbe e praticò il pittore » che un tal Frate» a cui era ilata 
idata r incumbenza di affrettare la terminazione di queir opera» con non 

Jìoca importunità il foUecitafle; a cui finalmente diife il Fucino» che g^ 
o aveva fervito . Il perchè portatofi con preftezzail Frate alla fua danza; 
« veduto» che k tavola» in eui doveva farfi la pittura» era ancora quella 
ileffa» che ella era ufcita dal medicatore» tenendoli beffato t con eflb forte 
£ dolfe ; ma il Furino » che con altro occhio confjdetiya la fua operazio- 
}ìe>.4a quello che il Frate attendeva» menatolo in a^ra ftanza» gli fece 
vedere tutti i difegni e (lud)» che egli aveva fatti per h medefima tavola 
Copra carte» tanto che altro non mancava» che porgli in opera» e sigli 
dine.: Sappi^ite, padre mìo, che allora io dico di aver fin«e le opere, 
quando io ho finiti quefli : e lo vedrete colp effetto . Siccomt promeffe » 
così effettuò; perchè dopo brevi giorni gli diede 1* opera finita • Nel teio- ' 
pò» che il Furino il trattenne allaChiela» fece ancora alcuni bei ritratti » 
e.fr^ quelli quello di Bartolo Galde^ti» uomo comodo» e padrone allora 
della Torre che è rimpetto a Sant'Andrea a Gricìgliano : il qual ritratto 
riufbi fomigliantiilimo . Lo vedde non molto dopo» e lo comprò t gran 
prezzo. V Abate Niccolò di Tommafo Strozzi» Configliere di Stato della 
%AzeQà di Luigi X(V. Re di Francia» e per lui Refidente alla Coite di 
Tòfcans; quegli» .1^ cui memoria farà fempre durevole, npn pure psr lo 

Srido che ancora in quelli tempi rimbomba nella patria nóftra, traaan- 
àtsoci già dair Accademia de*Fantaftici ih Roma» è degli Alterati» e della 

Crufea in finale , nelle quali egli fi fece fnolto fenure» ma eziandio per 



FRANCESCO FU R INI. z6$ 

Pàttefiàtodfie fanno di Cua letteratura^ e del fuo bel genio di poefial' ornai 
tiflime Orazioni funerali , fatte per TEIequie del Principe di GianviUe nel 
1 640. e di Luigi XI II. nel 1 643 . eli Epitalami nelle nozze di D.Taddeo Bar^ 
berini e del Duca Francefco di Modana : la ParafraG delle Lamentazioni di 
Geremia in verfiTofcanì ed altre belle opere, die vanno per le ftampe ,fenasa 
i due volumi di altre belle poefie,rimafi alla Tua morte» non ancora date in iu^ 
Ce . Trovafi oggi il bel ritratto delGaldenti ,fra altre pitture di buoni mattili h 
appreflb all'Arcidiacono di quella Cattedrale, Luigi , ed Àleflandro Senatore 
Fiorentino» figliuoli del Senatore Carlo, ìl'celebre Padre dell* Antichità , 
che fu del foprannominato Abate Niccolò fratello. Infegnòpoì V efperien«» 
2a al noftro artefice , che quella Tperanza^che egli aveva concepita di potere 
Coi ritirarli alla fua Cura, come in luogo di folicudine e lontano da' rumori» 
maggiormente attendere agii (ludi dell' arte, era ftato un vero errore d'in« 
gannata fantafìa, conciofliachè vedendoli del continuo in Firenze le ope* 
re eh' e' mandava di colà, ora a quefto ora a quell'altro, più perfette, gli 
fu duopo l' aflentàrlene per più mefì dell' anno , lalciando in fuo luogo f um- 
dente Sacerdote, che quella dovelfe governare: e ciò fu panicolarmente, 
quando dal Principe Don Lorenzo diXofcana fu con dolce violenza obbli- 
gato a ftarfene (eco nella Villa della Petraja , ove per quell'Altezza cond uflfe i 
due belliflimi quadri, l'uno del Parto di Racchelle, l'altro delle tre Grazie» 
che furono poi regalo degno della regia liberalità di un tanto Principe, fat- 
to al Marchefe Ferdinando Ridolfi, dopo la cui morte vennero in pote- 
te de'fuòi eredi. Ebbe anche a fere per lo Granduca Ferdinando 1' ifto- 
riadiLot colle figliuole, la quale da queir Altezza fu donata alla Maeflà del- 
r Imperadore . Pel Lorenzi Dottore medico conduiTe il quadro dello Spo- 
falizio di Maria Vergine, per accompagnatura del tanto rinomato quadro 
della Maddalena in cafa il Farifeo, di mano di Carlo Dolci; ed è f ma, 
che allo fieflb Lorenzi, daperfona di alto affare, fofle il ouadro del Furi- 
no chiedo in vendita, con offerta di ottocento ducati : e cne egli , per non 
ifcompagnare l'altro del Dolci, ne ricufalTe il partito. Per lo Marchefe 
dai Monte dipinte un Àbramo, che facrifica Ifach» ed altri quadri di mezze 
figure; e pel detto Marchefe Ferdinando Ridolfi una illoria di Lot: pel 
Senatore Lutozzo Nafi» che poi fatto Sacerdote vedi abito delh Compagnia 
di Gesù» dipinfe un quadro da camera di una Sammaritana : e per Miche* 
lagnolo Buonarruoti il giovane una Vergine con Gesù Bambino, che nato, 
dolcemente ripofa. Ma fra quanti mai e Principi e Titolati ebbero dalle 
mani del Furino quadri di eccedente bellezza , uno fu meritamente il fua 
infigne benefattore il Marchefe Vitelli : ed i medefimi quadri fono oggi 
tuttavia nel fuo Palazzo in fui RenajOirim petto alle Mulina, e predò alla 
Chiefa di San Niccolò Oltrarno, tenuti fra altri di fìngolariflimi maeftri, 
in gran pregio dal Marchefe Pier Francelco fuo figliuolo. Capitanò dcila 
Guardia a piedi del Sereniflimo Granduca» che per elfere molti in numero, 
baderà a noi dare di ciafcheduno un breve cenno. Ha egli dunque uà 
altro quadro del Parto di Racchelle; una juditta, che taglia la tefta adOlò^ 
ferne : una Vergine colla Luna fotto i piedi: un San Tommafo e un Sad 
Giovanni , più che mezze figure ; un San Baftiano, figura intera i Santa Maria 

R 4 Madda- 



i54 Deceart. HL dtHn Part. LdelSec. V. dali dio. al 1 6^ 0. 

Mtddalena, che fi fpoglU cte'giondani ornamenci: un SanBtftiwor piùcho 
flKzzì figura» riduco ia profilo OQn ce(U alzata» colorito dal Furino ad ioù-, 
fazione della Lombarda maniera; un tondo ^ (Spintovi un David colla tede 
di Golia ; il modello dell' Ila » quadro fatto» cQmè dicemmo » per cafa Galli s 
un altro David colla teda di Golia in quadf o i una Cleopatra col ferpe % 
quattro femmine » rapprefentanti quattro delle Mnfe» e quefte fono in tor- 
ma ovata: due quaclretti da tefie in un folo oniamento» cioè Maria Ver- 
fine Annunziata dall' Angelo» una Baccante col bicchiere in mano: un 
aride col pomo: un San GiovamliatiSa» teftà fola» coir£c^^ Ag^sDtii 
un Sant'Andrea A poftolo: un San Giovanni^ una Santa Martire Crocifìila 
ad una antenna» piccola figura: una fimil figura» cioè Santa Maria Mad-» 
dalena nel defèrto: un San Pietro : un San Simone; una tefia di femmin 
na»che guardali cielo; il modello del quadro delle tre Grazie» piccole fi^ 
gure : una Femmina» fatta per la Pazienza: un quadro della Natività del Si- 
gnore» una Clorinda morta e Tancredi » opera > che cominciata dal Gale-» 
firuzzì» difcepolodel Furino» da lut fu poi rifatta e, finita. Vièfinalmen* 
Ite il ritratto al naturale del Marchefe Giulio Vitelli p belliffimo « veiìico 
in abito nero con una mano al petto. A Francefco Cordini» grande amico 
fuo»e deirarte medefima » fece più quadri ; e quegli che quefte cofe feri- 
ve» ha un fuo quadro in iforma ovata di un SanBaBiaho» te(k con bullo» 
braccia e mani. 

Cosi andavafela paflando il noflro pittore» quali del continuo in Firen«^ 
ze impiegato nelle opere dell' arte Tua» con poco o niun rìoofb; quando 
venuto Iranno 1647. l'altre volte nominato Duca Jacopo Safviati» che al- 
lora fi trovava pur anch' efib in Firenze » ebbe volontà di avere due altri 
quadri di fua mano » cioè a dire la Cacciata dal Paradifo Terreftre de* prl» 
mi nofirì Padri» ed un ifiorìa di Lot» di figure quanto il naturale» per 
portarfegli a Roma fra l' altre eccellentifiime pitture del fiio Palazzo di 
ftrada Giulia : ed avendone il Furino prefo 1' aiiunto» vi pofe anco la ma* 
210 con non ordinaria applicazione» per lo defio che egli a ve va di foddisfa* 
re ad un Signore di sì ottimogufto in limili materie, come in ogni altra bel* 
lifilma facoltà. Ma avendogli condotti ad un certo fegno» fu rorza al Duca 
di tornarfene a Romar e per a(ficurarfi,che l'operazione del Furino fopra 
le defiderate pitture , non gli foflè da altri ritaraaca » deliberò di cóndurii 
^n feco e le opere così bozzate e'I maefiro. Parti il Furino a quella volta » in« 
fieme con Anibale Niccolai , pittore oggi degniflimo »e Provveditore di noftra 
Accademia del Difegno » allora fuo difcepolo » cosi richiedo dal giovane » per 
i fuoiftudi . Mette mano all'opera: e già avea confumati in Roma otto 



interi mefi , quando eiTendó per avanti morti al Furino tutti i fuoi » dico 
^ padre» e Michele fuo zio» ebbe nuova delP imminente pericplo di morte» 
in cui trovavafi ifi propria madre; onde gli abbifognò lafciar di nuovo Ro- 
ma» e toriurfene colle incominciate opere alla città di Firenze» lafciando 
a'fuoi flud) il giovane Niccolai. Tornato in patria» affiilè alla malattia e 
morte della madre; poi fi diede ad opuare fopra i quadri del Duca» il qua* 
le» acciò più préfto e meglio gli venifle fatto lo sbrigarfene» gli conceflb 
f er abitazioae una fua villectai non lungi dal fuo bellifiimo Palazzo del 

Ponte 



FRANCESCO FU RI NI. 26$ 

Fonte alla' Badia • preflb un miglio e messo di Fimnse (nella quale avev»^ 
anche a tale effetto facci lafciare i due quadri) e perchè volle» che la me^ 
defima poceflè fervire al pittore per diporto» dopo le £itiche . Accettò egli 
ben volentieri T offerta» paflando in eflk il tempo che gli i 



tempo che gli avanzava a'; 
affari della città t dove aveva prefa a pigione una cafa ia via delie Ruòte m 
Ma perchè già era venuta l'ora, nella qual^ il povero tirtefice dovea dar fi* 
ne air operare ed al vivere » occorfe , cne coli' andare eh* e' faceva frequen* 
temente da Firenze alla villa» egli un dì foffe aflalito da male di pleuritide 
con febbre» onde fu neceflario ricondurlo alla Tua cafa in città» dove an-* 
che furono riportati i due quadri del Duca . E perchè era allora quel mi* 
ferabil tempo » dico fra il 1648. e itf 4^ quando non pure Firenze» ma 
eziandio la Tofcana tutta , ardeva per la popolare influenza delle febbri 
acute con petecchie» che né più né meno» come fé fofle Hata mna pefti* 
lenza » infinito numero di perfone in città e per Io contado uccife ; poco 
vi volle» acciocché il male del Furino» che rorfe a principio non fu ^ 
che tanto pericolofo» degenerafle in una acutiffima febbre, coir aggiunta 
del folito accidente delle petecchie» la quale in quattordici giorni lo pri* 
vò di vita. Ed è fama» che egli nell' awicinarfi a quel tremendo pauo* 
non cefiafle mai di pregare gli amici e congiunti a operare» die le pitture 
fue» pet quanto fbfie flato poflìbile» fofler date in preda al fuoco : e con 
tal dìijpoGzione venne in potere della morte» dopo aver ricevuti tatti i 
Santiilimi Sacramenti di Santa Chielà» nell' anno 1^49. e nell' Ambrofiana 
Bafilica fu al fuo cadavero affai poveramente data fepoltura . 

Reftarono i due quadri del Duca » non del tutto finiti» ma bensì a 
buoniffimo fegno condotti; ed inoltre rimafe un gran quadro da fala» ap* 
punto abbozzato» ove egli avea cominciata a rapprefentare Y ifforia delle 
Vergini prudenti e ftolte » che venuto in mano del Marchefe Folco Ri« 
nuccini» Cavaliere di ottimo gufto» edamicimmo» quanto altri mai » deU 
le buone arti» fu poi fatto finire» o per dir meglio» fatto del tutto fare 
( (tante P effère sì poco avanti ) da Antonio Franchi pittore Lucchefe : ed 
ora ferve in parte di ornamento della (ala di fuo Palazzo nel Fondaccio di 
Santo Spirito . 

Fu il Furino» uomo» come noi,(bgliamo dire » di buona pafta ^ e ami«> 
co dell'amico; malinconico anziché nò; ma che volentieri fi adattava alle 
converfazioni foUazzevoli efefiofe» nelle quali molto fi rallegrava: ebbe 
genio di poeCa berncfca » nel cui ftile fece compofizioni aflai lodevoli . 
Non fu punto intereffato » anzi pochiffìmo o nulla (limava il danaro: e 
non parve» che fofle poflibile» eh' e' poteffe mai tenere in fuo potere un 
quattrino; perchè dall' averlo allo fpenderlo» non fi frammettea momento 
di tempo . Edi aveva però un certo fuo fcrigno nella nappa del pennello # 
che non gliele lafciava mancar mai» conctotoffecofachè quando e' ne re- 
cava fenza afifatto» fi metteva a finire una tefta (delle quali avea fempre 
molte abbozzate) e mandavala a'fuoi amici» che fubito gliele pagavano» e 
molto anche il ringraziavano. Graa fatto dunque non fu» che de' gran 
guadagni» eh' e* fece» e di quegli anche» che esli averla potuti fare col 
chiedere gran prezzi dell' opere fue» quando egu aveflfe voluto > non iblo 

non 



ilSó 1)e(mJìh della Part. L delSec. V. dal \6io. ali 6$ o. 

non lafciafTe roba, ma che rimaileflè foa eredità gravata di qualche debito. 
Fu anche di ciò gran cagione il lungo faticare, eh' e' faceva in fulle pit* 
ture; la gran quantità di azzurro oltramarinoi che egli usò feinpre nelle 
ned^fime , dico nelle carni , e fino nelle ftefle bozze » e le intollerabili 
fpefe, eh' e' fece fempre né* naturali delie femmine; talmentechè, come 
egli dilTe a perfona, che a me l'ha raccontato, bene Tpeflo una teda con 
butto» che a lui era per ordinario pagata dieci doble , gli cotto attai più; 
convenendogli tener naturali a dieci e fino a quattordici lire il giorno, 
perchè non folaroente premeva in aver naturali di ottime parti e p.^opor- 
zioni, ma per ordinario tenne fempre fanciulle: ed a chi talora con bel 
modo il riprendeva dell' efporre fé fteflb a tanto pericolo di anima, nei 
trattenertt, che faceva del continovo nella fitta imitazione di (imtli oggetp 
ti V* rifpondeva con una certa ragione, che a me non finifcedi foddisfare, 
benché in etto , e nel temperamento fuo potette aver fufliftenza, ed era 
quefta. Se e' conofceflero, diceva egli, quefti fcrupolofi la gran faticai 
«nzi la mortale agonia , che prova l'artefice, nel voler foddisfare a fé ttef- 
io nel dar verità alla fua fattura; conofcerebbero altresì, quanto ìmpotti* 
bil cofa fia , che a chi tanto pena e fatica , pottano in un tempo fteflb 
ettère importuni altri penfìeri. Io però, come ditti, non Ikpreì finirla di 
approvare; ai^zt pigliando il fatto dall'intera caufa, la ftimerei un vero in- 
ganno; perchè, fé tale ella non fotte, knche potrebbe dirO , etter degno di 
Icufa, chi nel compor verii ofceni o maledici, fuo ingegno affatica, noA 
già per lo piacere, che egli provi nel fargli, ma per lo dannofo effetto» 
che tCR all' umana converlazione producono, poco rilevando, che il pit« 
tore neir operar fuo, e'I poeta nel fuo comporre lafcivamente, a cagione 
del faticare che fa, non provi ftimoli meno che onetti; ogni qualvolta 
egli applica ogni iua induilria in condurre cofa, che in mancanza de* veri 
oggetti , potta fervire a chi con etto nonfi aflfaticò, né dopo di ^ffo fi affa- 
ticherà mai. per ettère abbattuto , e cadere; in quella guifa appunto» che 
chi fcarica le bombarde e i cannoni, chi accende le bombe, e dà il fuoco 
alle mine, potrà ben* ettère. che lo faccia con cautela di fé medefimo» 
ma non già, che noi faccia a rovina ed efterminio di ognuno, che non fi« 
eSTo . E tanto batti fopra di ciò , mentre io mi dichiaro, che non è mia in« 
tenzioneintal cofa di giudicare il Furino, né l'interno fuo, ma di parlari 
dell'azione ttettli. 

Lafciò il noftro pittore alcuni difcepoli : e tali furono , IJonarJo 
Ferroni, detto il Bigino, nome, che gir venne per ettère ftato anche ap- 
pretto a Giovambatiita Baccelli , che fu detto il Bigio, a cagione dell' an- 
dare, ch'e'fece fempre vett:ito di tal colore, Quefto Ferroni feguitò 'èm* 
pre la maniera del Furino, e'I fuo modo di dipigiiere la nudità delle fem* 
mine. Fu anche fuo allievo Baftiano Pegni ,che gli fece gr<inde onore» ed 
attai più gliele avrebbe fatto, fé morte nel più bel fiore degli anni fuoi 
non lo avettè tolto al mondo. Vi'^cenzio Vannozzi^eDiacintoBotti, fiati 
fuoi condifcepoli nella (cuoia del Pattlgnano, diventarono pure fuoi fcola- 
ri. infieme con Giovambatifta Naidini , che oggi vive; il Mannozzi flette 
alquanto più nella fua maniera. Simone Pignoni» pure quett'anno itfpo. 

viven-^ 



% t» • 



ERANCESCO rURINI. 261 



vivente, in età di preflTo a octant* anni r più valororo che jmai nel maneg- 
giare il pennello , (ludiò le opere fuevC fempre. ha feguitato il fuo modo. 
Finalmente fu il Furino » come ho detto grande amico degli amici • e da 

Sueftìfu riamato non poco: e fra gli altri molti, che più frequentarono Cua 
anza, fu il celebre Poeta noftro Andrea Salvador!, che lo a)utò molto nelle 
poetiche invenzioni : Baccio del Bianco, Pittore ed Ingegnere del Grandu» 
ca, epoi della Maeftà del Re Cattolico : e Francefco Cordini , al quale , dopo 
Tua morte, rim^fe la maggior parte do' Tuoi difegni, donatigli da Niccolò 
Furini fuo fratello > che per gran tenipo negoziò a Venezia t e diiTe la Ra^ 
gione in Furini e Menegoni , e quivi finalmente terminò fua vita . De' mer 
defimi difegni » gran parte e de' migliori» donò il Cordini al molto nobtr 
le ed erudito nollro Gentiluomo, Andrea Cavalcanti dì gioconda memor 
ria. JB quefto è quanto pofliamo dire di quefto Artefice. « 



mm 



GIROLAMO CURTI 

DETTO DENTO NE 

PITTORE BOLOGNESE 



Dtfcepolo di Ce fare "Baglioni , nato # 




llrolamo Curti., nato di padre originario di Reggio» ebbe i 
^ fuòi natali nella città di Bologna, in iftato di tanta povertà* 

che non avendo il padre modo di alimentarlo, lo pofe ne^ .' 

primi anni di fua fanciullezza all' arte di filatojajo . Nella. 

viltà di tal mefiiero, ed in converfazione di coloro, che in . 

fua bottega, ed in fua compagnia V efercitavano, (lettefi Gi«> 
ròlamo fino all'età di vent'anni; dopo i quali accoftatofi a Lionello S|^<« 
da, giovane allora non meno neceflìtoib di lui » usò di feguitarlo alla Chie« 
la di San Martino , aiutandolo a fonar le campane per invito alla predica . 
nel tempo quarefimale, per procacciarli non più che il vitto per un fol 
giorno . Ma avendo egli oflervato il genio del compagno, che era di farfi 
pittore, incominciò ancora elfo a volger T animo yerfo il difegno: e «per* 
che ne Tuno né V altro avea comodità di pagare le folite taife per portarli 
a (ludiare il naturale alla pubblica Accademia ; incominciò Qirolamo allo . 
^pada> e To Spada ad eflb» a fervir di modello: e cosi il Curii, parte di^ 
fegnaudo » parte le campane fonando» e parte comprando quantità. di 
ftarnpe devote , ma però a danari rìprefi., come quegli , che non (i trovava 
capitale, ed effe (lampe coprendo d) colore, per dar loro fra la minuta 
geme migliore fpaccio, anaava campando miferamente fua vita. Diedeii 

poi da per fé Sì^ì![q 6 iQaza m^^lQ agU Aud) di profpetpiva Copra un certo 

• ' • ' ' ^ libro, 



368 Decenn. Uh della Part. LdélSec.V. dal 1 6to. al 1 6$ o. 

libro, che gli ert dato Me mani t fenani però Diti abbandonare il Aftgno 
e la pitturai nella quale fino allora fi era portato poco oltre il fegno di 
dipigner croci fopra le munit o qualche altra cofa mólto facile, e quelle 
tolta di pefo dalle fue ftampe. Quefte cofe però non facea sì male» che 
elle non ifcopriflero in lui» oltre ad un gran defiderio di operare» una buo- 
na dìipofizione; tantoché il padre lo pofe ali* arte con Celare Bagliune» 
appretto al quale in pochi meli fece tal profitto nella quadratura , che non 
andò molto, che egli incominciò ad operare da fé fteflb. Lungo farebbe 
il defcrivere le molte cofe t eh* e* dipinte neMuoi princìp)» ed anche per 
Io cor(b di più anni, in diverfe chie(è, per ornamento di cappelle» ed 
inche in cne di privati cittadini: né farebbe per lo noftro aflunto, con» 
fiftendo tutte in colorir fregi, armi» fotfitti e fimili altre cofe; che però 
daremo notizia folamente di alcune delle più principali» eh* e* fece, poi« 
eh' e' fu montato in credito appreflb le ricche e nobili perfone» dalle quali 
fu adoperato molto» ed in lavori onorevolifiimi, ficcome da' primi anefici 
del fuo tempo in loro ajuto ne 11* architetture e profpettive .* e parttcolar* 
mente dal Brizio, dal^ Mafiar), da Lionello Spada, e poi dal Colonna* 
In compagnia di quefii dipinfe molte danze del Palazzo di San Martino 
de' Marchefi Paleotti : nelCafino, non lungi da quello • di Pirro Zannt:ttis 
ed una foffitta nel palayzetto del Trebbio di cala Malvagia ^ Fu poi dopo 
]* efaltazione del Ordinale Lodovifio alla fuorema digniri, chiamato t 
Roma» ove per li nipoti di lui dioinfe più uanze nel Palazzo de* Santi 
Apoftoli; e quivi fi portò sì bene» che aflài ne perfè la rinumanza dell*Al«* 
beni, che per avanti avea dipinta U Sala Clementina. Tornato a Bolo^ 
gna dipinie la volta della maggior cappella pe* Frati Predicatori: poi It 
bella pro(pettiva a San Michele in Bofco: e la facciata del nuovo Palazzo 
di ftrada Felice » de* Grimaldi • Portatofi e Ravenna » per U> Cardinale 
Capponi, allora Arcivescovo» nel Palazzo Archiepifcopale affai dtjpinfe. 
Chiamato a Parma in tempo che Ferdinando II. Granduca di Tolcana» 
dì ritorno dal viaggio di (iermania » dovea quivi da quéi Principi cflèrò 
alloggiato , molto infieme col Colonna operò: ne prima fé ne parti , che 
non fi fofiero sia incominciati a fcoprire i primi fofperti della pefiilenze 
del i6ìo. ed allora fé ne tornò in patria, nella quale» a tal cagione con« 
▼enne a lui ed accompagni entrare» non come viandanti, ma come abi« 
tanti in città» cioè a aire» lafctate già le cavalcature e i panni da viaggio t 
ed in luogo difiante da quelle mura , rivediti di abito civile , ed in bran« 
oo» ])er colà direi di altri cittadini ideiti poc'anzi a toro diporto per bre« 
ve via per quei contorni» Nel tempo che durò quella comune miferia» 
dioinfe ti Cuni» infieme col còmpagnot in una fala del pian di fopra nel 
Palazzo del Cardinale Spada » allora Legato, ed altre cofefi^ce , che io non 
tftò qui a raccontare « Poi dipinfe in Modana per lo Principe Niccolò 
d*Efte: e poi in compagnia pure del Colonna» per lo Duca, la bella GaU 
lerta. Pofe mano a dipignere in efla città V Oratorio di San Carlo ;. ma 
non prima gli ebbe dato principio, che una fera nel tornarfene a cafa gli 
occorfe il cadere » battendo un ginocchio fopra un piccolo (aflblino, che à 
principio fece in eflò una piccola apertura : dipoi » poco o non punto 

curata 



GIROLAMO CURTL 



2^9 



cutftti» degénifò ili utiaftitUi che trirciutafeinpre» e non medicata» in 
b^eve condufle il povero afcefice al paflb della morte • Quello pittore > che 
nella quadratura riufcì ralorofii, ebbe per aggiunta gran bontà di coftu-» 
mif e in ciò, che appartiene SÌl'interefle, tu oltremodo delicato; e potè 
colla fua foprab]:)ond^te moder^aKione » efiere di non poco efempio a i 
troppo ingordi» iblìto a dire $ che non voleva rendere cohto di roba altrui: 
e per afiicurarfi di ciò ( in quefto non Tempre imitabile) dava in eccedi. 
Primieramente non volle mai di tao lavoro domandare colà alcuna;, ma 
quello folamente prendea» che la difcretezza di chi Io faceva operare gli 
donava : e coi Colonna e ci^i altri Tuoi compagni > non ebbe mai altri 
centraci» fé non per parergli» che tanto efli» quanto egli medefimO, nel- 
le opere eh' e' facevano inueme » fofièr troppo largamente pagati : ed in 
quello , che a fé meddiimo apparteneva , u&va dire , parergli^ina gran co*« 
itif che ad un povero iìlatòjajo ( alludendo al fuaftato ne' primi tempi) 
che altro non era aweazo a guadagnare» che cinque bolognini a giorno r 
fefle pagato per una giornata un teftone» e talora mezzo feudo ; rìcom-r 
penia, per vero dire» non baftevole a gran fegno per un valent' uomo t 
quale era egli ; onde efièndo pìeiH> di tal concetto di (e i gran fatto non fu» 
che interrogato di fua pretenfione» p#r opere anco grandiffime^ fi offeriiTe 
a farle per prezzi del- tutto vili. Tak ft» ififintereflatenza , fu a) fattàmen-^ 
te conofciuta e (limata nel fuo tempo dagli oomini granai e da ogni ttlcrot 
che jie lu avuto in venerazione: ed Ma voice ineontrandofi in lui in Bo^ 
legna il Cafdinal Cappone ^ e 1 Cardiiiale Obdl^i Le|ató» per le feale dd 
Falazflo, fet modi ii Cardiflele: e pofta le mano fopra la fpalla del pittore» 
voltaiofi al Legato y cùA gli parlò: Signor Cardhiaiei è quefto un de' gran 
vìrtiiofi , che abbia il nofti^o» £ècolo; m* quei che è pi4k» egU poffiede tra 
cpialiciidi in eminenu gtada^ die fare volte^ onon p^annotrovarfi uni*» 
te in altrrfuoi ptri . Egli è uoaao dabbene , -Àfintefoffato i e non punto co* 
nofcee ftima fua propria virtù. Erivolto a lui ieguit^adircrComfandatecU- 
Signor Girolamo» perchè voi ogni bene meritate. O»^ fatto onore ri^ 
cevè anche in Parma dal Cardinale Lodo vi fi ^ ellMaehè trovoindofi miei Dìlrsr 
ce a vederlo operare^ il Cardinale gli diede lode di uno de' maggiori uo« 
mini » che avefle T Italia nel chìaroicnM e nel firefco t perehè » diceva e^ll •* 
tele era il concetto^ che aveafi dì lui in RottMr, Ma pi& i>ifplen4eva iti 
quefto. artefice la bella dote della finceriti e disila dabbenaggine» diche 
noUo potrebbe dirfi . Lafcib il Curtl alcuni - difce^noli , che furono fuot * 
imitatori ; fra* quali Gio. Padente » Andre» Sighez^i , Tpgnone Àfinaro , 
Reimondo Cornetti , Giovambatifta de' Veechf » Pier Francefòo Batifielli , 
&Gio. Andrea Caftelli, che molto operanma in quadiftitura » tento in vita» 
quanto dòpo la morte di ini. 



CAVA^ 



2^7 o Decenn, Ili ifelfa Part L delSèe. F. dai 1620. alt 6$ o. 

CAVALIERE GIO. FRANCESCO 
BA RBIERI 

PITTORE DA CENTO 

DETTO IL GU ERG INO DA. CENTO 

Difiepoio di 'B^edetfo Gennari^ nato 1 590. -^ ..... . 

t L celebre pittore Gìo- Francefco Barbieri , ebbe i fuoi ntttU 
h nella città di Cento, l'anno della Olute iioArii 155^. nej fe- 
t condo giorno di Febbrajo. Andrea Barbieri fu il padre fuo 
w eia madie EÌena Ghitèllini. Era e^li ancora tenero bambi- 

!no a cura delta nutrice, quando gli occorfe ciò. che benft 
rpeflb accader fuole « coloro , che ha deftinati il cielo ad- 
operar CQfè grandi, cioè l'ellierei quafi.diffi, pria che alla luce erpofli «gli 
infoTtonj ed alle difgrazie: e grandiUìina per certo fu per eflere b fua» 
iDentre poco ne mancò, che per efTa fin da quei primi Tuoj giorni egli 
réftalTe impotente a farfì quel grand' uomo nelle noflre arti > che poi ha co- 
nolciuto il mondo edere egli riufcìto- Occoiiè dunque, che per puca cura 
della nutrice flefla > ftandoh egli un giorno addormentato . vi fu chi pn^Ob. 
a lui proruppe d'ìmprovvifo in un grido il ilto e si CegolatOi che l' in* 
Ante pien di Ipavento fvegliacofi daffonno, diedelì a Oralmtare gli c-ccl^ 
in sVntca guiit or qui or là, che la pupilla dì uno dì eflì» e fu l'occhio 
deliro» fìn da quel punto rimafe ferma e fida nella parte angolare di eOb, 
e quivi /ì fermò j>er Tempre; onde egli poi in età crefciuto ne acqutflò il 
nome del Guercino da Cento. Pervenuto eh' e' fu all'ufo di ragione, be> 
tie allevato nella crilliana pieti, fu applicata alle prime Ietterei ma ìcor* 
tofi poi in lui un mirabil genio alla pittura > per avere egli in etl di otto 
anni, col folo Audio dì pochi meli facto da per (è (ledo, colorita nella fac-. 
ciata di fut cjfa una Immagine della Madonna dì Reggio , che poi vi fi à 
veduta fino a' di noftrii fu dato a cura di un pittore, però alquanto or- 
dinario, che giuda fui puflà, iiove0e ìnAruirlo nell'arte,- ma non avendo 
egli potuto in più mefi da quello, altro imparare , che a conofrere i co- 
lori, lafciatoii primo maeflro. pafsò alla fcuoladiBenedeitoGennari, altro 
pittore da Cento, it quale a capo dì un anno conobbelì iiiferìore al diico>.' 
polo, tantoché non folofervivafeneinajuto, .ma per correttore delle pro- 
prie fue opere, delle quali molte diede fuori in quella terra, e nel Tuo 
territorio. Era Gìo. Francefco gii all'età pervenuto di dicidnno?e inni» 
quando, fparfofììl grido della tua bella maniera dì dipignere, da' più cele- 
bri pittori di Bologna, portatofi colà a polla, era vifitato: ed i medefimi 
volevano vedere le opere , che egli aveva fatte in quella patria in buon 
nutiiero , a frefco e a olio * in pubblici e piìvaù luoghi . 

Venuto 



CJV. GIÙ. FRANCESCO BA'R'BIE^Ì. 271 

Venuto Panno 1^15^. fa un fuo bel quaiirò di un San Matteo, per 
opera del Padre Mirandola » mandato a Bologna» che in congiunrara di 
una proceflione efpofto al pubblico, fu creduto t da più di un profeflbre, 
opera degli fteflì Carracci . Non andò molto , che egli diede principio a 
ricevere in fua danza giovani ad imparare, « benefizio de' quali, oltre a 
l'uà caritativa alllftenza neir inftruirgli, aperfe un'Accademia a pofta per 
difegnare l'ignudo ( e già tal grido gu avevano procacciato le (parfe bp^e 
fue, che non folo di Bologna^ di Ferrara, di Modana e di Reggio, ma 
eziandio di Francia comparvero giovani per fottoporfi alla fua difctpUna . 
Chiamato a- Bologna P anno itfi8. vi dipinfe a frelco la figura di S*ntò 
Rocco nella Compagnia di elfo Santo : e nel Palazzo del Marchefe Tanari 
un Ercole, che da Lodovico Carracci fu giudicato fuperiore ad ogni fti* 
ma . Al Cardinale Lodovifio , allora Arcivefcovo di quella città ; poi Gre^ 
gorio XV. più quadri dipinCe , e fra quelli un miracolò di San {^ietro^ 
opera > che veddefi poi intagliata dall' eccellente bulino del Bloemàcrt \ 
Tornatofene in patria , fece ad infianza del Padre Antonio Mirandola • 
con penna, il bello eiemplare di tutte le parti minute, e più principalt 
del corpo umano, per ammaeftramento de' principianti» che poi intaglia*^ 
to da Oliviero Gatti, fu dedicato a Ferdinando Duca di Mantova . Per Mar« 
cello Provenzale, celebre profefibre dimufaici, colorì la tavola diXancre^* 
di, trovato ferito da Erminia dopo il combattimento con Argante: di* 
pinfe quella di Madia , Corticato <h Apollo. In Ferrara ebbea fare jpiù 
opere» finché nel itfzo. richiamato a Bologna fece la bella tavola in dan 
GregOriÀairaltarede' Lucarelli, pittura, di cui tanto fi parla, L'annoKSzi. 
tflunto alla dignità di Sommo Pontefice Gregorio XV. volle, che il Bar-: 
bieri fofle chiamato a Roma per dipipnervi la Loggia della Benedizione» , 
con promefla per fuo onorario di ventiduemila feudi ; ma la morte troppo 
predo accaduta di quel Pontefice, fece sì , che' lo (labilito negozio non 
forti fuo effetto . Dipinfe ben' egli molte cofe a frefco alla vigna Lodo- 
vifia> fece il ritratto del Pontefice fteffo, è colorì la bella tavola della Santa 
Petronilla in San T 
Papa . Come quegli 

bene /del profiimo, donò in Roma, a- Padri Cappui . . 

Miifioni fi portavano all' Indie , gran quantità d' immagini della Beata Ver- 
gine, che è famafoflero le prime, che vi fofiero portate, e che le mede- 
fime in molti luoghi fparfe, fifianomoftratefempremiracolofe. Nel tempo 
eh* eì fi trattenne m Roma , feppe far così bene fpiccarc , oltre al fuo talentò 
neirarte^ la fua rara modeftia, che non vi fu proteiTore , che nonloamafi[e 
cordial mente : e bafti a dire , che tra quefii vi fu fino lo fteifo Michelagnolo d^ 
Caravaggio» quello ftrano cervello , che a tutti è noto, che con sì pochi- 
lego • e quafi con tutti la ruppe. Sarebbe lun^a cofa il raosontare, quan-^ 
toegli poi operaflb tornato in patria « a Reggio e per la città di Bologna v^ 
fino al Idia 7. nel <|ml tempo ^li fu chiamato a Piacenza per dipignervi^' 
la Cupola, incominciata dal Morazzonè pittor Milanefe, che per morte. 
' iion potè farvi altro che due Profeti; e quell'opera diede finita il Guerci* 
no dal Luglio fino al Dicembre dello fteflb anno« Nel feguehte anno poi vi 

dipmCe 



^7 a Decenn.Ul della Fétt.l delSee.K dal 1 6%o. al 1 6$ o. 

dipinfe l€ dtiQ grandi ftorU iKtrèti* ed pnt avoU da giure» del mircirio 
Uell'Apoftolo S. Jacopo per U Fermi di Reggio; ed teiere opere nella città 
ft^flà colori pervarj perfpnaggi ftrani^ri» che poi furon maiulat» aMuoghi 
Joro. Popò il 1631. dipinCc il ftmofo quadro delU morte di Qidone pet 
la Regjnt di Francia» ^kt efpoflo in pubici ieo nella città di Bologna» ebbe 
ixNira?igÌioro concorfo» Poi ad iftanea dal Cardinale Spada fu di queft'ope- 
<ira fatta una copia, per dover rimanere in Italia » tu^ta ritocca dal proprio 
pennello del Guercinot cbe poi fu polla n«Ila Galleria Spada, rincontro 
al bel quadro daU* Elena, dipìnto da Guido , Nel 1^3 ì fu chtaoiato a Mo>- 
dana* per farvi ritratti di quali'Àltezaié : e conduce con feco i due fuoi bra- 
nfi difcepoU* Bartolocnineo Gennari da Rimini, e Matteo Lovea. Oltre e 
quante altre tavole e quadri i che egli fece dopo quello teippo per le città 
ìQ luoghi foprannotati, neconduire anche moUiper diverfimncipi di Ea*' 
ropai e p«r Cardinali» ma il far di tutti menzione , co(k troppo lunga nu- 
fcirebbe, onde a noi baftera far nota di alcuni pochi. Trovali avere egli 
iino del i6}6. dipinta per la città di Siena la bella tavola del martirio di 
San Bartolommeo, che tu polla nella Chiefa di San Martino > alla qoal pit- 
tura però ved^fi avere alquanto nociuto il tempo. Per 1q Cardinale Barbe^ 
fino color) il gran quadro delVAbigaille-tlèl 1(^39. e per Io Spedale m^iggio* 
TC di Milano la bella tavola della Santiflima Natività. Ì4ì queftj anni mede^ 
fimi fu chiamato dal Re di Francia» con pnomefla d» trattamento» quale 
potea offerirti ad un fuo pari da un tanto Re ; ma egli per varie cagioni 
ricusò l' invito » ma particolarmente per avere egli per avanti fatto io fteflb 
col Re dMnghilterra $ che con |raa p emura il richiedeva per luì. Operò 
poi per li Cardinali Sant'Onofrio, Sacchetti, e Spada, e per Don Taddeo: 
e per la Maefià dell'Imperatore fece uà San Giovanni nel deferto, che gli 
fii^ mandato a V ienna • 

Venuto r anno 1642. in&ofto ali' Italia per lo drepitò della guerra « 
convenne al noftro arcefìce il ritirar G a fiol^na , ove fu accolto e tenuto 
alla grande» ia propria cafa, dal Conte Aldovrandi» e molto vi fi trattco* 
ne. Fecegli il ritratto del Conte Ercole fuo figliuolo in età di tre annfi 
per altri Cavalieri di quella patria molto operò, e per divetfè chìefe , e per 
pubbli e privati luoghi. Una tavola di San Filippo Neri anche vi dt« 
ptnfe per la Chiefa Nuova di Roma* Era l'arino 1649. auando per morte 
di Paolo Antonio Barbieri, fratello 4i Gio, Franoefco» fopra di cui ( cot 
mechè foflè uomo di ottima vita , pieao di Jamore e di carità verfo t prò* 
prj congiunti ) reggeafl tutto il pefo del governo della cafa • refianm ai 
pittore quello folamente del puro esercizio di fua Yirtù ; egli rimafe im«r 
merlo in tanta fatica e peniiero per le cofe domeftiche, che caduco in gran 
malinconia, poco mancò» che egli non diveniffi^^ tanto inconfolabile, che 
poco ornai gii reftalTé di abilità per fare godere al mondo il frutto di fuo 
nobili fatiche; ma a quefto teppe bene riparare la bontà del Duca Fran* 
cefco di Modana , die avutane contezza , lo fece là condurre in campai 

{^nia del Colonna» del Metelii, di Giufeppe Maria Calepini e di Berto- 
ommeo Gennari, fratello di fuo cognato.: e quivi fra le carezze e gli 
Onorio fiati fard a lui ed alia foa conveitfaàioae» ed un jjcchiffima» regalo^ 

con 



CAr. GIO. FRANCESCX) BARBlEm. ^71 

• / 

eon coi £11 fatto accompagnare nel ritorno a Bologna, riprefé egli canto 
enimo , che deppfti gP importuni e fofchi pmfieri , e recuperata fu» antir 
ca allegrezza e jpace del cuore » feguicò a tare opere belle : e tanjco più'» 
■ yin o &e ole uennari pittore» fuo difcepolo e cognato > fottoponendo iik 
fieffo ai carico dèi defunto fratello» forte contribuì allo fcemameoto^ %vvN^.^t« .^ 
file nojo£b cure. Io tralafcio di £ir nota precifa di moke belle cofe» cho 
da quel tempo fecero vedere i fuoi pennelli . Dirò folo , che fu quafi 
r ultima fua pittura una tavola » ov' ei rapprefentò Santa Terefia » mcntrt 
da Maria Vergine riceve T abito: e vi è San Giufeppe» Santo Albeito e 
San Giovanni: e veggonfi molti Angioli in atto di applaudire a quelJ' azio^ 
ne . Fu queft' opera mandata alla città di Meflina» e collocata fopra FAltaro 
m^giore nella Chiefa delle Monache dieffii Santa Tanno 1666. nel quale aiih 
no agli 11. di Dicembre in Sabato» fu quefto pittore aflalito da gravifli* 
ma infermità» la quale nel corlb di undici giorni» cioè alli aa. delio ftcflb 
raefe lo privò di vita in età di anni ^6. meli io» e giorni i6. Reftaro^ 
no delle fue ricchiilìme fuftanze eredi i due nipoti Benedetto e Cefaro 
Gennari. Fu Gio. Francefco Barbieri in tanta fttma nelle cote delTar^ 
te , appreiTo di ognuno > e particolarmente de' grandi » quanto in parto 
può ricavarli anche dal poco» che di lui abbiamo infinqu) notato: e Cri^ 
itina Regina di Svezia nel fuo paflaggio per Bologna» non folo onorò la 
cafa fua» vificandolo in perfona propria; ma volle toccargli quella manot 
che ella difle operatrice di maraviglie. Fu anche in alto concetto appref«» 
fo a* primi letterati de' fuoi tempi : e trovali avere egli dal CaValier Marino 
ricevute lettere eruditiflime » icritte a caratteri di oro • Non meno che 
dal Marino » fu onorato con fuoi elogj dal celebre Raffaello Du Frefnet 
nelle cui mani» per prezzo di cento doble » e con promefladi farlo in« 
tagliare in Parigi per mano di uno de' più celebri ma^ftri di bulino, per» 
venne il famofo rame » parto pure della mano di lui » ove egli avea figura* 
ta la Prefenuzione di Maria fempre Vergine : e dopo avere quel letterato 
dato alle (lampe il bel libro del Tranato di Pinura di Liénardo da Vim^ 
a lui ne mandò un efemplare col feguente Elogio: 

Quifl' opera 
ly un de^ più celebri Pittai della pajfata età 

manda 

Al pia famofo Pittore delt eia m/Ira 

Gio. Fraticefco Barbieri da Cento 

Raffaella Du Frefne 

Per fegno e del fuo affetto 

e della fua memoria 

Cb* egli tiene della fua virtù e gentilezza . 

Fu lodato dal Cavaliere StigUani nel fuo Canzoniere » da Gio. Francefco 
Maja nelle fue rime» dal Paoli» dal Galifoni » da Scipione Glareano» e da 
quanti altri nel fuo tempo fcriiTero di pittura. Non è da tacerli ancora» 
che quantunque moHriao iie opere fue grand' amore ed oflervan^a del vero; 

S contùc- * 



^74 DecinttJlLdelta Vart. 1, delSec» V. dal 1 620. al 1 6^ e. 

contuttociò elle fomn condotte con una bravata » che mai non può dirfi 
4a maggiore ; onde ne fu lodato ed ammirato da' migliori profeflbri del fuo 
tempo. E fra le altre cofe» che intorno alla (jpeditezza del fuo pennello 
io n degne di memoria » è quella » che occorfe nella tavola d^llAGmmBé&tm^ 
(^^c^H0€gk^fu^ àcì Signore, che egli fece per le Monache di Gesù Maria in Bologna, cioè 2 

che eiTendo venuta la vigilia di quel giorno ,<che 1' ojpera per caufii deUa 
feda di quella Chiefa dovea eflere a fuo luogo con ogni tuo anneflb : je man- 
cando la figura del Padre Eterno , che dovea eiler fopra; il Guercino la 
dipinfe in una notte, ed al lume di torcia, tantoché alludendo a quefta 
fua velocità nell' operare ,11 Tiarino gli ebbe adire quefte parole; Signor 
Gio. Franceico, gli altri pittori fiinno quanto poflbno; ma voi fate quan- 
to volete . Diceli , che le opere da lui condocce giungono al numero di 
centofei tavele da altare; centoquarantaquattro quadri a Sommi Ponte fi* 
ci. Re, Regine, Cardinali e Principi, oltre a quegli» eh' e' fece per par- 
ticolari perfone a ed oltre a i rimali in fua cafa in tempo di fua morte agli 
credi, con dieci libri di difegni di matita rofla e nera, e fatti a penna r e 
belliffime vedute, da elfo difegnate dal naturale. Fu folico operare poco 
più che alla prima, cioè abbozzando, ed immediatamente terminando. 
Ebbe grandiflima intelligenza nelle maniere di tutti i maeftrì, tanto in di- 
fegni ,» che in pittura. Ma giacche abbiamo detto di lui in ciò che appar-^ 
tiene all'arte; è giuda cofa, che alquanto di tempo fpendiamo in dar ììo* 
tizia di quel che in lui andò di pari# anzi molto avanzò le perfezioni del* 
l'arte medefìma: e ciò furono i fuoi lodevoliffimi cerumi, degni.al certo 
4eil' iiuicazione di chi fi fìa, ma particolarmente de' profeflori delle buone 
arti, fenza i quali gran fatto fara, che elle poflTano mai in e(E interamen*- 
te rffplendere« E per ciò fare , bafterik il portare in quello luogo, quanto 
fi' ha detto il Conte Carlo Cefare Malvafia nella parte quarca della fua Fel- 
fina, laddove così r^iona. Fi$ di fiatura comp€$ent emente alta , gracile % 
tarne bianca e roffa , con fuiàominio 4IÌ bile , temperamento buono , tirante al 
fanguigno^ Natura piacevole f allegra^ e di converfazione gufiofijjima ^ di ap^ 
plicazione inde fé (fa , finceriffimo , inimico detia bugia , eortefijfimo , temile $ com^ 
pajjione^le^ religiofof cafio. frequentatore de' Sacramenti t amator de* pove^ 
ri, che fempremai aveva intorno quando ujciva dì cafa ; mie pareva il padre 
di effi: e fi prendeva guSo difcorrere con loro. Rifpettofo a' Religiofif pieghe-^ 
vote a tutti , curiofo di vedere e fentire tutte le novitadi : di una memoria 
grandìjfima , raccontando fempre con gli amici e fcolari ifucceffiprefemif tan- 
to fuoi f quanto di altri pittori fuoi amici. Con tanta grazia, che incantava 
chi f udiva ^ Diceva ben di tutti : Uvea molta buona cognizione d'Ufo rie e di 
favole • terfettiijima intelligenza nel difcernere le diverfe maniere de" pittori. 
Non vile mai pittura di altri, che non gli daffe lode, e fé non V aveffe meri- 
tata, ne parlava con moderazione e con ri [petto. Fu amicìffimo de' pittori del 
fuo tempo , non f cavalcò mai alcuno da ver un lavoriero : e godeva , che ognttno 
f ingegnale e faceffe bène . SoUevè dalle mifetie molti amici, che fé gli racca- 




r . 



CAV. GlO. FRANCESCO BARBIERI. %^s 



^àgfkitff Merate ed e/pìttie in firn €afa a fhmmo/egno . ifoujf $£ mai mof^ 
morézione contro Fimegrità di fua ftr/tma • Fufiimato verginea e pttrea m-^ 
/e» éU^afpem florido ed afla potìT^ia delia fué vita . EHe poci>i(^me malanie: 
e 0uefiefol9 nel pne degli anniJi$oi, Fu ben vol/ìtio da* Principi fupremit a 
filmato da tutti. Non ebbe mat lite con alcuno nel civile 9 e nel criminale ^ 
Guadagnò te fari colle fue fatiche: £li fpefe generojamente » e la maggior parte 
in fiUievo degli altri . Acquifiò col danaro una gran cafa in Bologna • Acqui^ 
fio luoghi in campagna : mobili il tutto alla nobile . Lafciò in cafa addobbi p 
pitture^ ed argenti f gioje, danari e crediti. Erefie ceppeOe, altari: gli fornì 
cS tutti gli arredi necejfarj : le perpetuò con legati pii . Viffe onoratamente con 
gran prudenza > con gran timore di Dìo ; onde mof*ì ancora come un fante » ri-* 
eevendo il colpo con allegrezza di animo indicibile % fenza punto lamentar/I . 
Fece un tefiamento, degno di ejèr veduto da tutto il mondo f con ricordi, ve^ 
r amente efpreffi da un animo di paradifo . La/ciò eredi li due nipoti. Signori 
Benedetto e Ce/ire , delle fue fortune t e molto più godette di averli laf ciato té 
virtù: e que0i furono i motivi, che gli fecero accettar la morte con allegrez-^ 
ta, per godere in cielo il premio dello Jue virtuofe fatiche . Morì, pianto dà 
tutti : fu fepolto in San Salvatore con onorevoliffime efequie % veftito da Cap^ 
puccino . Fin qui il Malvagia • 

Recarono molctflitnì de'fiioi difcepoli, oltre a ì Gennari: e fra qae* 
iti Fulgenzio Mondini» Criftofano Serra da Cefena > Criftofano Salrounf; 
Lui^i Scaramuccia, e S^aftiano Bombelli Veneziano > celebre ritratcifla* 
Diro Finalmente f come un belliflimo ritratto del Guercino da Cento, di 
fua propria mano, fi vede nella altre volte nominata Aanza de* Ritratti 
di proprie mani degFtnfigni Pittori, nella Reale Galleria del Sereniflimtf 
Granduca, 



S % AKGIOL 



276 Dtcennlll Ma Parti, deìSee,K MiUxo, «/ 1 5^o. 

ANGIOL MICHELE COLONNA 

PITTORE BOLOGNESE 
Dìfiepelo di nato # 

\ Erits veramente fra' nobiliflìtnì profeflort delle noRre arti 
\ eterna memoria Angiol Michele Colonna , il quale dQpD 
k enèrrufotcoladifciplinadipiùordìnariinmt pittori, mof- 
S to e molto afiatìcaco in ogiii forta di lavoco. dentro alla 
9 fua patria Bologna» in compagnia di diverfi firefcanu; 
\ finalmente pervenuto in etì di ventiféi anni , avendo fat- 
' co col proprio pennello il belliffìmo ornato achiarofca* 
ri> deli' Aitar grande della Mntiuima Vergine de* Padri Scalzi, fuori della 
porta di Stra maggiore , ne acquiflò tanto credito « che fin da quel tempo 
incominciarono 1 fuoi pennelli ad alzare quel grido di unico maeRro dt 
■rchitetture e profpettive » che poi l' accompagnò per lo tempo , eh' e' vif- 
I^r e che andie dopo fua morte dura : opera, di cui parlando Io Qe0b Me- 
teUì ebbe a dire, nonelTerfi itno a quel teinpo veduta m quel genere, colà 
niigitoret avervi egli fatta gran confiderazione, e trattone gran profitto . 
Allora il Colonna fatto animofo e dal profpero rìufcimento di quell'ope- 
ra e dagl'intendenti amici, che ne lo conforcarono, incooiinciòaderporli 
S[Ii occhj del mondo, col portarli alla corte di Parma : dove ad iflànza 
ella Sorella del Duca Ranuccio, che fé ne ftava nel Convento delle Mo- 
nache di Sant'Alellandra , dipinfe nella loro Chiefa una Cappella a fretco'. 
Tornacofene in patria, trovò, che Girolamo Curii, anch' eflb carico di 
lodi e di onore , erafene tornato di Roma , dove fotto la protezione de' Lo- 
dovìgi aveva fatte belle prove di fuo pennello; ma efiendo pervenuto « 
notizia del Curri, non purel'onore, che erafi fatto in patria ed in Har. 
ma il Colonna, ma eziandio l'impareggiabile avanzamento , che egli ave- 
va fatto in quell'irte* forte temendo di non trovare per l'avvenire nella 
per fona di luì, non dico un competitore, ma un nemico; procurò con 
faggio avvedimento di accrefcere con eflb 1' amica > benché per alcuno 
accidente alquanto turbata amicizia ; e quel che è più , di averlo per com- 
pagno in ogni fua opera t e al bene gli venne fatto il tornarne a ftrìngere 
il nodo, che non maipiù, finch* e' vìffe* lo vide fciolto . La prima opera. 
nella quale in compagnia del Curti poneflè mano il Colonna, f u U pit- 
tura della volta della Cappella maggiore di San Domenico per li Grimaldi. 
Qtiindi avvenne poi, cne da quefli due fi condulTero le bellillime opere, 
dico della prorpettiva in Capo dello Gradone di San Michele in Bofco: la 
Sala di VefpuOano Grimaldi : e la Galleria del Monaflero degli Olivetani. 
Furono poi dal Cardinale Capponi chiamati a Ravenna, perdipignere oel- 
fA rei velco vado : a Parma, a dipìgnere due fale del Palazzo e del giardino : 
e fiaalfflente a Modana. per tare altri lavori; donde, a cagione di grave 

inftf- 



• y 



UNGJOL MICHELE COLONNA. 277 



infymìfS, che qotfi itòomluflero al termine deTuoi giorni , tofto gli con-- 
venne partire; ma o folfe ftato il furor 'del male, q altra cagione, egli ri« 
maCe così malinconico e prelb da tanta ipocondria, che per lo foazio di 
ben dodici anni egli fi ftecce né fano né infermo: e rifpetco a quanto egli 
avrebbe potuto operare, pochiflimo fece nell'arte Tua; finche per con(i« 
gito di dtfcreto medico, che in queftp la fece più da vero amico» che da 
medico, lafciati gì' impiaftri e le medicine » col folo parchifltmo cibarli^ 
col tenere follevatò l'animo, e M corpo in moto, non folo fece ritorno 
alla prima fanità , ma divenne in tutto e per tutto per ròbuftezza e per 
altre corporali facultadi, altr' uomo da quello, che per tanto tempo 
e fino allora égli era flato. Più volte por egli ebbe a portarti a Moda- 
na, dove in- occalidne di varie fefte fattefi da quel Sereniifimo, ed in (er- 
vizio di Tua Galleria molto operò; fervendo anche di direttore di più 
altri pittori , che nello ftefTo affare trovò: impiegati , de' quali fu foli- 
to emendare le mancanze con obbliganti maniere, ed in modo, che il fat- 
to G riducefTe a ben' eflere , e ad elH medefimi rimanefle V onore di aver 
benfatto Quivi p^r morte foprawenuta al Curci, toccò a lui a continua- 
re il lavoro della volta dell'Oratorio di San Carlo, che appena aveva avd- 
to principio: e gii dopo la- fine di eflb eflendofene tornato alla patria vo- 
leva por mano a dipignere la (ala di Giovanni Locadellì, quando il Car« 
dinaie Santacroce» allora Legato , volle eh' e' dipignelTe V appartamento » 
di fotto a quello, fatto già dipignere dal Cardinale Spada fuo' anteccfTore: 
nel qual lavoro èlefTe per compagno Agoftino Metelli , col quale poi pa- 
re che egli facefTe affai più (tretra compagnia di quella, che per avanti col 
Dentone fatta aveva; conciofliacofachè da quelto tempo, finché durò fua 
vita, non mai neir operar fuo fé lo tolfe d* attorno. Fu poi per opera di 
Francefco Albani chiamato a Firenze dal Serenitfimo Granduca Ferdinan* 
do, per ornare uno fpazio nella Villa di Mezzomonte, oggi de' Marchefi 
Codini , in cui lo flefTo Albani avea dipinto un Giove con Ganimede • 
Moltiflime poi furono le opere, che gli abbifognò condurre per entro la 
città di Bologna, finché feguita in Firenze l'anno 16^6. la moite del no- 
firo pittore Giovanni da San Giovanni, a cui erano (tate, date a dipignere 
le ftanze dell'ala deftradel Palazzo,* abitazione del Granduca , a' Pitti, fèn- 
za avere lo ftéfib pittore potuto condùrvi altro più, che la ^olta con tre 
fpazj della fata ; fu per mezzo del Cardinal Sacchetti, allora Legato di Bo- 
togndf mandato «thiamare dalGranduca il Colohna, per dipignere lo ri- 
manente d^lle ftanzé; Diede egli principio e fine atta prima, lafciando 
aperta la parte fuperiore delia volta, ove in uno fpazioib* campo dovea- 
no efTere da altro pittore dipinte le- fìg^ire ; ma avendo queir Altezza fat- 
ta vedere 1' opera del Colonna a Andrea Comodi : e confultato con efTo 
il modo di trovar pittore, che effe figuiiedipigtìédè; ne ebbe in rìfpofta^ 
che non ad altri, che alColom^a (i dovefìero quelle' aHogìire,. giacché egli 
aveva non pure nelle mioabili profpective , dì che egli aveva piena quella 
danza, ma (eziandio nelle molto graziola figure , vagamente fra quelle acco^ 
modate» àztàtìon poca fperanzadi doverfi anche m quelle portare egre*- 
gbcdence.'GoAe coilfij^iò ìt Comodi'^ cosifu efòguko: tantupiìi^ ehe il 
. * .; S j Cava- 



A 



178 Di^cem, III della PartJ.éiSec,V.Mi6A0^ 

Cavaliere Guidoni » Gentiluomo di gran godo , e ansi buoi» profisfibre 
che dìletcante in cofe di difegno» che poco avanti erafene tor^iaco da Ba« 
Idgna a Firenze a quefia Corte » molto aveva approvato il parere del Co^ 
liiodi. Era Tanno 1(^38. e ^1 Colonna con qualche breve intermiflione di 
tempo» che egli confumò in patria a dipignere la (ala del celebre MecUcot 
Cucchi in fua cafa in via del Prad^llo, (^ applicò infieme col Metelli alle 
ìdue altre camere, che feguono alla (oprammentovata iiello (leflTo Palazzo 
de' Pitti i né fi partirono mai dal fervizio delia Sereniffima Cafa fino al 1644^ 
dopo il qual tempo molte altre belle cofe cpnduflèro» finché del 1(^49. ^ 
1650. chiamati di nuovo a Firenze dal Cardinal^ Gio. Carlo di Tofcana« 
dipiniero nel fuo Palazzo de| Giardino di via della Scala, e nel Pahnoi 

£ure de' Pitti colorirono un beir ornato preffo ad un gabinetto, per io 
[archeiè Niccolini altre belle profpettive fecero nel Palazzo di Tuo Mar* 
cheiato a Camugliano » ed in quello di Firenze in via de^Servi : né deb- 
bo io lafciar di dire ciò che iblea raccontare in fua patria il MetelU, ^to^ 
compagno del Colonna nell* accennate opere, che nel venirfene alla citte 
di Firenze, aveva egli portato con Ceco un sran òicco di terre diverfe da 
colorire: e che al tomarfene che fece a Bologna, aveval riportato pieno 
di piaftre f onde diceva egli di aver trovata 1* invenzione ol convertir la 
terra in argento . Furon poi chiamati a Modaaa, ove fecero cofe affili. 
Ayeva già la nuova e bella maniera de* due pittori fatta sì beila moftra , o 
partorito $ì gran defiderio di fé per V Italia tutta, che fin da quei tempi 
più altri profelTori vi fi applicarono di gran propofito , e tali furono in 
Bologna l' Ambrogi, il Sìghezzi, il Bianchi, il Padema, il Santi ed altri 
pittori a frefco ; ed in Firenze Bartolpmmeo Neri» detto comunemente 
j1. poeta Piedi f per lo talento, che egli ebbe di comporre in ottava rima 
cantando alPimprovvifo . Quefto Bartolommeo iiì cofe operò molto teatro* 
li : per cafe di privati fece fregiature e fbprapporti , e di fua mano foni' ar« 
^hitetture , che adornano la frónte interiore della Chiefade' Padri Bernabiti 
al canto alla Cuculia. Jacopo Chiavillelli Fiorentino , fiato difcepolo nel di. 
fegnoe pittura di Fabbrizio Bofcbi,e in quanto appartiene all' arte, che fa 
propria del Colonna, del Metelli e d'altri da loro derivati , fece tal profitto, 
che ha ripiene, per così dire, dì fue belle opere nella noftra città e fuori^ 
e chiefe e palazzi ed altri luoghi pubblici e privati , fino a auefio anno 1691 . 
che io queflecofe ferivo, nel quale vìve egli ancora, moftrand>femprepiù 
L'abilità della fua mano maeftra, dopo avere nelPane medelima fatti più 
allievi, i quali con molta lode di lor pennello operano tuttavia. 

Era Tanno 1^50. quando il Colonna alle preghiere del Senatore Mar- 
cheie Cofpi, e molto più a quelle del Cardinale Gio. Carlo di Tofcana, 
( ri/olvetre ad accettare la chiamata, che gli veniva fatta per parte di So» 
]4aeftà Cattolica al fvo fervizio jn Madrid: e quefto per la terza volta; 
giacché alla prima, avuta per mezzo deIMai?chele Virgilio Malvezzi, e alla. 
Kconda, avuta mediante la petfonadi Monfign^re, poi Cardinale Buon^ 
compsgni^ non aveva egli voluto piegarfi. Colà dunque inviatofi col fuo 
£edele compagno Agoftino Metelli, provvido di gran danaraper lo viag» 

ÌÌo>».6d allieva^ d^uattamsBtimolto^npfaci» dipiiidCe le b^Ue cdfi^r deU» 

quaU 



.ANGIOL MICHELE COLÓNNA. 179 

àtiftii abbitmo parlato nelle notizie dello fiedb Metelli : e fra l^ tAirt volle 
ìsL Maeftà del Re FiUptìo IV. che foflè di lor m^no dipìiuo un fyìottQ 
ottangolflco, nel ^aale (ubiro dipinto» drede pubblica auaienza all'Amba*^ 
fciadore delCriftianiflimo, il Dnca di Lione ^ che a nome del Tuo Re do^ 
toandava T Infanta: e noi abbiamo fedele atteftato, che i> Re Filipuo più 
6 più volte fra fetcimana portavafi in fnl palco ( diceva egli ) de^ rittorl 
Italiani: e quivi inameni difcorfi trattenea/i con effi i per vederdi dipime* 
re* Al Buonritiro dipinfero una Loggia da imo a fommo delia favola di 
Cefalo e delP Aurora t e negli ornati Satiri e Putti , termini» feftonl 
ed altri vaghiffimi ornamienti inventati dal Metelli; al quale non molto 
dopo foprav venne la morte » ed al noftro artefice toccò a far ritorno alle 
patria» con perdita del caro amico» benché con guadagno di danaro e di 
gloria. Moke furon le opere» che egli condufle nella iua patria Bologna^ 
dopo il Tuo ritorno; Era Tanno 1671. quando il noftro artefice alle pre« 
ghiere del Conte Girolamo Caprara » rifolvè di accettar la chiamata d2 
Monfieur di Lione a Parigi, per operare in fervizio del Re Criftianiflimo 
nel Palazzo di Verfaglia • Fu fa partenza di lui a quella volta a* ì^. di Mar* 
to dello ftelfo anno . Trattennevifi piìi di due anni» Tempre facendovi» 
dere a quella Corte opere egregie del fuo pennello^ e finalmente veden. 
dofi egli omai in etì di 73. anni » fpinto da defiderio di rimpatriare , fé 
tic piarti; e nel giorno de' 20. di Maggio del 167$ fu in Bologna» do Ve 
molte co(e fece > che lungo farebbe il raccontare $ finche in età decrepita 
aggravato dagli anni e da infirmità , diede fine aTuoi giorni agli 1 1« di Mar- 
Co 1687. e tu il fuo cadavero fepolto nella Chiefa di San Bartolommeo di 
Porta de' Padri Teatini • tn unDepofito» da lui medefìmo fatto fare in vita: 
né rìmafe di lui che un figliuolo del defunto fuo figliuolo» il quale » men» 
tre io quefte cofe ferivo» vive godendo con ifplendida civiltà le fufiansé 
dell' Avolo fuo • 



riraM^«MiMMWÉiiMBMMÌ^i«H^iMHHM«aa«llMHH««MiHl^ll«MM|«MHBaHa*Ì«MHÌMMMaM 



ANTONIO VANDICH 

PITTORE D' ANVERSA 

* • • 

Difeepoh di Tietro Paoh ^uhns^ nan 1 599. # 1^41. 

V ■ • 

A citta d' Anverfa nella Provincia di Fiandra » die fino dopo 
il riforger che fece a nuòva Vita la beir arte della Pitturai 
incominciò a provvedere il mondo in A fatta facoltà di uo* 
mini di chiara fieima ; avendo verfo il fine del paflato fi^iold 

latti ièntire gli applaufi del foo celebre pittore Pietro Paole 

Rubens, Un altro nel tempo fteflo ne andò preparando, per cui non fola^ 
niente poteafi a ^an ragione «fpeccare 1- Europa tutta un dbgno fucceflbr* 

S 4 a ttOJBO 




À 



»8o *DecettnJIl della Part.L del Sic V. daii 6i«. al 1 6^ o. 

9 

a'tiomo s) grande» per qvando mài ioffe piaciuto al cielo di toglierlo a 

Suefta luce; ma eziandio di vedere per gran cempo rifplendere nel fecon* 
o le perfezioni del primo, anche con qualche aggiunto; fé forte nemica» 
centra ogni afpettazione» non avefle fatto sì, che tanti pochi loefi dopo 
al primo, che nel 1577. aveva avuti i fuoi natali, perifle il fecondo, che 
non prima del 1599. era (lato partorito: e quefti fu il celebre Antonio 
Vandich, il quale ebbe per padre un mercante delle finiflime tele di Fian<- 
dra» e avendo avuta per madre una donna valorofa ner formar coir ago 
bellìflìmi paeli di punto, potè egli fvegliare il proprio fpitito a valerti di 
tale efemplo, e di quello poi fervlrfi a migliore ufo nelle belle opere di 
pittura • 11 fanciullo adunque poftofi prima da fé ftelTo agli ftud) del 4ife* 
gno , non con altra fcorta, che con quella della madre, fi accoftò poi » così 
percuettendo il genitore, a Pietro Paolo Rubens: e non andò molto, che 
egli colla bontà de'coftumi, e colla grazia del converfar fuo, ed aflàipid 
per Io maravigliofo profittare eh* e' iSceva, venne in pofièflb di tanto a& 
letto del maeftro , che ornai facevagli difegnare, ogni fua bella invenzio-* 
2ie , per quella poi dare alle pubbliche ftampe: e fra quelle da eflb dife* 
guaie, contali la belllilima bavaglia deJile Auus^zoni . .Servivafi anche di 
Antonio per abbozzare fuoi quadri, e talora per condurre a buon legno 
in pittura i propri Ichizzi: e andò la cofa tant' oltre , che fu avuto per co» 
Itante, che il Rubens, col grande e fpedico abbozzare e condurre del 
Vandick» guadagnalTe in quel tempo fino a 100, feudi il giorno; il che 
Xioii farà dinicile a credere achi.confidererà, che alla^ morte di. Ini reftaile 
ad Alberto Rubens il figliuolo, il riccKiflirao patrimonio, che a tutti è 
noto ) non ottante il tractami^nto nobile, con cheègli era (iato folito di 
inantenere ia propria cala e perfona . Fece il Vandick i cartoni per le 
fapezzerie delle ftorie diDecio , e altri ancora. Non potè però il grande 
a) (ito, che traeva il Rubens dal Vandick , far sì , che egli non potefie giù» 
fiamente temere di fcapitare nel più : cioè a dire, che col pubblicarii il 
molto ..che nelle fue cofe operava il dlicepolo, non veniflè attribuito 
ad eifo medefimo anche quel poco, che vi facevano! pennelli del maeftro; 
onde forte ingelofìto, incominciò a divertirlo da i componimenti, col 
lodare al maggior fegno alcuni volti, fatti al naturale, proponendo fua per- 
Zona in proprio luogo in ognuna delle infinite occafioni, che fé gli pre« 
fentavano di far ritratti: la qual cofa ben conofciuta dal Vandick, fu ca- 
gione, che egli fi afTentafle da quella fcuola, e fi jionelTe a operare da fé 
lolo Dicono, che la prima pittura, ch'e'facefle fuori della fcuola del 
Rubens ^ foiTe la bella fioria del Crifto portante la Croce , per la Chiefa di 
San Domenico, che vedefi condotta di tutta maniera del maeftro fuo. Poi 
ad efeniplo di quello fi portò a Venezia, ove grandi ftud) fece fopra le 
iopere di Tiziano e di Paolo, e gran fama vi lafciò di fé fteflb, in quanto 
a'iitratti appartiene. C^indi portatoti a Genova, ove altri molti ne co* 
Jori, tanto VI fi accreditò, che guadagnato in eminente grado Tarnore di 
quei cittadini, volle quafi eleggere quella città per fua patria; conciofiia* 
eofachè, per molto che egli poi andafi[è vagando per T Italia, era fempre 

Genora il fuo riparo e 1 fuo npofo, Andatolune a RQma^ ove fu ricevuto 

da 



.ANTONIO VANDICH. 28.< 

dal Cardinale Bend?ogIi » fece del medefimo il maraviglìofo ritratto, che 
poi venne in potere del noftro Sereniffimo Granduca » e oggi ha luogo 
nella danza» detta Ja Tribuna nella fua Reale Galleria. Per lo taedelimo. 
Cardinale fece un bel Crocifilio fpirante . Occorfe poi , che parendo a' prò- 
felTori dell'arte in quella città» che la bella luce del colorito portatovi dà 
quefto artefice» pofta a confrqnto dell' opere loro »faceflele parere alquanto 
ofcure, ìnibrgefle contro al Vandick una sì fatta perfecuzione per opera di 
alcuno de'medefimi» che egli, che continente e prudentiffimo era» aveffe 
per bene il laiciar Roma, ed a Genova tornarfene* Quivi con gran prò- 
vecci fé la pafsò* facendo infiniti ritratti di ^uei' nobili e de* perfonaggi 




periti neir arte » che egli, più 
che non fece il Rubens fuo maeftro. Dipinfevi anche belliflimi quadri^ 
oltre a i ritratti; e tali furono per Mondo RoHb» terra della Riviera» uà 
Crocitìflb» San Francefco » il Beato Salvadore» e la perfona del padrone 
del quadro, che ivi vien rapprcfencata inginocchipni . Da Genova il porr 
tò in Sicilia « mentre il Principe Filiberto di Savoja eravi Viceré. Fecene 
il ritratto, ed eflendo poco dopo feguica la morcc di quel Signore, egli 
da Palermo fi partì di ritorno a Genova» portando con fecouna fua belr 
ja cavoladi Maria Vergine del Rofario» con S. Domenico e con cinque San- 
te Vergini Palermitane, opera che era fiata dcfiinata per P Oratorio della 
Compagnia del Rofario di quella città . Seguirò a dare opera a'fuoi ritrat<- 
ti; finche venuto m dcfiUerio di riveder fua patria e i propr) parenti^ fé* 
ce ritorno ad Anverfa; ove puie afiaì bellifiimi ritratti» tavole e quadri di 
varie invenzioni colorì, de' quali molti furono (parfi per la Fiandra e per 
altre Provincie, e oggi veggonfene alcuni andare per le pubbliche fianze^ 
Fra quegli» che furon ritratti da lui , furon quali tutti i Principi » che al 
fuo tempo captarono in Fiandra» che lunga cofa farebbe V annoverate» 
.Diremo folo» che fra quefii furono la Regina Madre e V Infante» il Duca 
di Orleans» il Cardinale Infante »e'l Principe Tommafo di Savoja . Stabi- 
lito che ebbe il Vandick in quelle Provincie il tuo gran nome» deliberò 
di paflare a Londra, chiamatovi d^l Re Carlo: nella grazia di cui forti al 
fuo (olito di trovar luogo non inferiore a quello » che vi aveva acquiftato 
il Rubens fuo maeftro» che già fé n* era partito ; e quel che dicefi del fa- 
vore del Re» d cefi eziandio de' guadagni del fuo pennello. Fecevi il ri« 
trattpdelRe» della Regina» e de* figliuoli del Generale Gofino, del Con* 
te Mit yrort» gran Mallro dell' Artiglieria, in atto di comandare a certi 
ufìziali di guerra, del Conte di Arondcl e della fua Conforte la Duchefllà di 
Buchingam colle figliuole» e di quelladi Sudamptgn: ed altri molti ritratti 
fece e quìdridiv rfi di varie invenzioni; e fra quefti un bellifiìmo quadro 
della Lri;cififiìoi;e del Signore , l' Immagine di Gtsà Crifto e (}e' dodici 
Apofioli in mezze figure» che vedefi nello lluclio delle bellifllme pittu- 
re di Monsignor Carlo Bofch Velcovo di Gante » fiati poi dati alla fiampe. 
Moki furono i regali e le onore volezze » che il Vaudick ricevè da quel 
Monarca» partìcQlarioente delPi;fierne llato creato Cavaiiexe del Bagna, 



^S2 Detettrt. ÌILdélla Parf. LdelSet. V.daliCio. oli6^o. 

Dopa tutte quefie cofe già trovavàfi.qiMfto artefice travagliato da diver(« 
indifpofizfoni » U quali ornai IkcevangH conofcere efler troppa si unta aU 
ie indefelTe (loe applicazioni ali' arte» la fatica e gì' incomodi della Co tei 
onde per aificuraru di poterfene dillogUere alquanto» ed inficine di fod« 
disfare ad un fuo defiderio> che en di lafciare dopo di fé qualche grande 
opera» avea per mezzo del Cavaliere Digby» procurato di avere Tincum* 
behza di fare le invenzioni per le tappezzerie della gran Sala della Regia 
Corte di Ubitehal in Londra, con iftorie dtir Elezione de' Re, dell' In* 
fiitUzione dell' Ordine della Giarrettiera • cominciata da Odoardo IH deh 
la proceflione de' Cavalieri ne' loro abiti , e delle cerimonie civili e mtli^ 
tari» coir altre Regie funzioni ; e quefto per fare una nobile accompagna- 
tura alla più ricca tapjiezzeria del gran Raffaello» cogli atti degli Apofto* 
li» e co i cartoni originali ; ma quefta cofa non ebbe effetto» perchò ta- 
le già era giunca nell' anefice la ftima di fé fteflb » che egli non dubitò di 
chiedere di quella opera fino a trecentomila feudi i prezzo però» che non ìm^ 
pauri tanto la magnanimità del Re, ch'e*non avefle anche dato modo di 
aggiuftamento» che a fé fteflb e al Vandick fofle potuto piacere; Te la mor- 
te fuccefia al povero artefice » non avefle troncato il filo a si fatta nego* 
jeiazione. Ma a quanto ogni altra mai degniffima opera, afpirava il Van- 
dick a quella della gran Galleria del Lovre in FraiKia: e conciofofi*eco- 
fachèe'fi fòfiè portato colla moglie* in Fiandra; nel ritornar eh' e' fecct 
]^reie volta a Parigi, ove già era giunco Niccolò Fulfino: e quivi due mei 
li trattenne» con ifperanza di adempimento de'fiioi penfieri; ma cono^» 
Iciutane rimpoflibitità, rifbivèdi aboandonar Parigi, e in Inghilterra torw 
itarfene • In Londra qualche poco fì trattenne» finché afialito da grave in^ 
firmità» non fenza quelle dimoftrazioni» che fon proprie di un buon cat^ 
eolico » vide il fine de' fuoi giorni » correndo 1* anno 1641. e fu al fuo corpo 
dato ripofo nella Chiefa di San Paolo. A chi confiderete Pimmenfità dè^ 
guadagni» che al Vandick procacciò la fua virtù» parrà forlè difficile o 
credere t che egli al fuo morire lafciafie poche ricchezze ; ma cefierà la 
maraviglia» fé u fari refleflione al trattamento, che fece quefio pittore» 
non pure di fé fiefiò » ma eziandio degli amici » Cavalieri e Dame di ogni 
più alta condizione » che venivano alla fua cafa per eflere ritratti» i quali 
tutti omai , per legge indifpenfabile » venivano obbligati a reftarfi eoa 
elfo» trattati alla grande, ad un lautiifimo definare . Ma poco era quefto» 
rifpetto a quello, che egh fu folito fare coli' occafione della gran quantità 
de' gran Perfonaggi e Dame, che mofil dairefemplo del Re,' folamentò 
per vederlo dipignere, porta vanfi da lui: i quali pure fu (olito banchetta* 
re» facendogli trattenere da' fuoi mufici, fonatori e bufibni» e talora cor*- 
teggiare da* fuoi fervttori e cavalli: e per ordinario non paflava giorno» 
che andane voto ifi ai farti ritrovati e allegrie. Fu folito tenere alle fue 



fpefe uomini e donne» che doveflèi^K fsrvire per modelli, facendocli fta< 
re al naturale , per dar fine a' ritratti di Cavalieri e Dame» dopo che da* 
volti delle medtfime aveva egli ricavata l'effigie . 

Dirò finalmente, che in ciò che all'arce appartiene, fu il Vandick 
fingolariICmo ne' ritratti j e Ricevagli con canta oravora» che.bene fpeflb 
^ ' ^ due 



ANTONIO VANDICH. aSj 

doe in un ibi giorno ne eonducSsva fino t qubl fegno, che tlcronon latnk 
eaflèioro» che qualche uictmo ricocco . Ne' componimenti» per vero di*^ 
te» non giunfe unt* oltre» ma Tempre fegaicò le regote del Rubens fuo 
maeftro » moftrando una cerca delicatezza alquanto n^giore nelle carni da 
quella moftrarono le opere di lot» ma però con alouanto minore feliciti 
nel difegno. Fu bdlo di corpo, e benché piccolo ai Altura» fu di aninw 
grande » generofo e nobile » ed in ogni fuo affare grazioCb ; onde ben pu»* 
te affermarfi, che fra tante e belliflime fue doti > fcnifib glorioCkmente ac» 
compagnata in lui » e giufta fuo merito » la bella e nobiliffima ano ddle 
pittura. 



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FRANCESCO DI QUESNOY 

SCULTORE FIAMMINGO 

Difiefolo dì ,..^..... nato 1 594. ^ 1 6/^^. 

^Uanto pofla fovente un ingegno fublimiflimo» applictto 
con tutto amore agli ftud) delle buone arti, ha ntco ve- 
dere al mondo in quefti noftri tempi il tanto rinomato 
Scultore Francefco di Quefnoy Fiammingo. Coftui» cho 
avendo avuta oripine dalla terra di Quefnoy de* Valloni» 
che gli diede anche il cognome, d'onde Girolamo fuopa^- 
dre erafi partito per portarli a Brurelles» per eferciui^vi l'ar- 
tt dell* intaglio e della Scultura; venne a quella luce in ella città di Bru* 
fellea Tanno delia noftra falute 1594. e giunto a competente età» pieno da 

Senio a quell* arte, avendone avuti dal padre ì primi precetti; ed eflèn« 
oli affaticato molto in modellare e lavorare in avorio » ed in una certa 
fotta di marmo tenero t che trovali in quelle partii atto a ricevere un*o€« 
cimo pulimento; è fama» che vi faceflè di fua mano una Statua della Giu« 
fiizia^ che fu collocata Copra la porta grande della nuova fabbrica della 
Cancelleria ; ficcome ancora due Angeli nel frontefpizio della Chiefa del 
Gesù» e la figura della Giuftizia e della Verità per la cafa pubblica di Hai: 
k quali opere gli guadagnaron tanto credito» che per TÀrciduca Alberto eb* 
be a fare un San Giovanni per lo Caftello di Tor Veerten : e poi fu dal me« 
defimo mandato* con accompagnatura di buone lettere e con provvedimen- 
to di danaro » a far fuoi ftuaj nella città di Roma» effendo allora il giovane 
in etù di venticinque anni. Giunfe a quella nobilitfima patria con otti- 
me fperanze di buoni progreffi fotto tale protezione; ma la morte ieguita 
non molto dopo dtir Arciduca, fece rì, cn'e'fofle forzato a darli a far la-* 
voci di avorio e di legno^ appreffo'P intagliatore Claudio Lorenefe. In 
quella fl^iisa trauehneii in £ix te Aedi Santi per Reliquie 1 finche da Pietra 

Pefca- . 



aB 4 Decem III dilla Part. I.delScc. V. dal a Si o. al 1 6^ o. 

?ercatore>.mércahce Fiamminga, gli fu data a fare una ftacua'^di marmo» 
é fu una Venere fedente, figura quanto il naturale, in atto di allattare 
Amore , la quale anco adornò di alcuni baflirilievi . Occorfe poi, che 
èfféndo venuti fotto i' occhio del Contcftabile Filippo Colonna, alcuni 
fuoi bei lavori di avorio, egli rifolvè di. pigliare protezione dell artefice» 
e molte oofe fecegli fare in proprio fervizio, e fra quefte un bel Croci- 
fifib di avorio di circa a tre palmi, del quale il Conteftabile fece dóno t 
Urbano Vili. Aveva quefìo virtuofo acqùiffata grande amicizia con Nic- 
colèr Poffino, col quale anche abitava, onde gran fatto non fu, che nella 
firetta pratica di uomo tanto fingola e, egli facede un'ottimo gufto fopra 
le ^iù belle antìchiffime ftatue, modellandole del continuo ; e perchè egli 
ebbe un geiuo particolarifllmo alle figure de' putti , grandì^ftud) fi mefie t 
fare fopra quegli dipinti da Tiziano, infieme collo At((o Poilino, ridu- 
cendogli da pittura a mezzo rilevo di terra ; e da tate fludio traflè egli 
quella maravigliofa maniera, che a tutti è nota. Moltiffimi poi furono i 
putti, che egli fcolpì, de' quali faremo un breve racconto, rimettendo il 
noftro lettore a quanto con maggiore eftenfìoue e numero di circoftanze 
accuratamente fendè il Bellori. Intagliò l'Amore Divino, che abbatte 
l'Amor Profano, con un altro putto, che fofticne una laurea corona. 
Fece un Baccanale con putti che tirano per le corna una capra : Sile<- 
no con altri putti attorno, in vaghe operazioni con altre figure; onde 

Ì;li fu data incumbenra di modellarne altri per le colonne di bronzo fopra 
* Altare degli Apoftoli in Vaticano. Da' putti pafsò alle fiatue di maggio- 
ri fitjure, e per l'Aitar grande della Confraternita de' Pomari nella loro 
Chtefa della Madonna di Loreto alla Colonna Trajana, ufando per ifcorta 
la maravigliofa (tatua dell'Urania di Campidoglio, fece là bella figura della 
$anta Sufanna poco maggiore del naturale» che ebbe luogo nella prima 
nicchia finilira; edècoftante opinione, che egli in quell'opera, in ciò che 
appartiene al panneggiare, agguagliafle il più perfètto degli antichi; onde 
venne a lui tanta fama , chejper ordine di Urbano Vili, gli fu dato a fcol- 
pire uno de' quattro Colofli , per uno de'nicchioni de' pilaftri, che reg- 
gon la Cupola di San Pietro, e ui il Santo Andrea tanto rinomato» che poi 
dopo cinque anni fu mefib a fuo luogo, e fcoperto il giorno di Venerdì 
primo di Marzo 1640. e fu fuo grande infortunio 1' eflergli fiata collocata 
8Ì bell'opera, non già nella nicchia finifira in faccia, ov' è oggi la Santa 
Blena, per io qual pofto era fiata lavorata; ma nell'altra nicchia obliqua- 
mente oppofia, con che venne a mutarfi al bel lavoro lume e veduta: e 
ciò feguH a cagione di avere ia Congregazione de' Riti avuto perbene, che 
il Volto Santo colla flatua della Veronica dovefle tenere il primo UiogOt 
nel fecondo fofie la Croce colla Santa Elena , nel terzo la Lancia co) Lon- 
gino, e in uitiiDo la tefia di Santo Andrest colla fua figura. Ma non fu 
quella r ultima delie fventure accadute a Fi'ancèfco in queft'opeia; con* 
ciofliacofachè egli di cos). nobile fua fatica venifiè poi tanto male ricom- 
pcnfato, che appena avefle egli potuto rinfrancar le fitfib de' gran disborii 
patiti, a cagione degli^uoiri^nr tenuti In effaa fue.fpefe ; e qtieflo, oltre a 
quel più, che importò ^ lui J' avere applicato in efla tutto ie fteilò per 

tanto 



FRANCESCO Di QUESNOV. 285 

tantb tempo» lafciando i gnin gutdogni» che egli tvrelri>e potuto fiu» 
col Tuo fcarpello in altre cofe. Fece poi il Fiaanningo per lo Cardinale 
Filomarino Arcivefcovó di Napoli un baflToriiievo di aicom Aogeletti, ia 
atto di cantare» che ebbe luogo nella Tua Cappella fopra 1! Altare nelUi 
Chiefa de' Santi Apoftoli in effa città , Per la Óhiefa dell' Aiiima in Roma 
diede fine aili due depofiti deMue piltfftri» uno jdi Ferdinando Wanden 
di Anver^: e l'altro di Adriano della famiglia Urìburgens di Alcmarìa* 
F.u anche in carte opera delle foe mani il depofito di Giovanni Afe nel- 
la Chiefa di uia nazione in Camposanto » onde poi fu tolto dopo qualche 
tempo. Ultimamente (colpì per Toinmafo Baccherà^ Cavaliere Inglefe 



la bella figura dell* amoretto ignudo « in aktodifaltare. Erafi già quella 
grand* uomo condotto al quarantefimotttavo anno dell' età fua; ma in ù 
cattivo flato di fanità e di avere, che ornai pocoH^ niun contento vole» 
vali in fé fteflb pe' gloriofi applaufi , che tuttavia venivano fatti alla fua 
virtù» anzi tutto dolente e malinconico, fenza poter punto operare» fia« 
vali patendo i difagj e gli ftenti» Che avevangU fruttato le Cue malricom- 
penlate fatiche e tormentofi affanni, che tuttavia cagionavangli le pcrfe- 
cuzioni di un fuo crudel fratello , anch' eflTo fcultore , che per quanto ne 
cor(e la fama, fu quegli, che gli preparò la morte col veleno; quando fu 
con replicati (limoli, ^er parte di Luigi XIII. Re di Francia, indotto ^ 
confentire di ^portarfi in qualità di fuo fcùlcore a Parigi, ove due anni 
avanti era andato il celebre Niccolò Poflino, che poi tornato a Roma » 
dovea con e(Tò di nuovo tornare a Parigi , e condur con feco dodici aio- 
yani, che f^tto i di lui precetti ,. do velf^o in quella città gettare i ton* 
damenti di una perfetta fcuola di Scultura: ciò che anche dovea feguire 
di altri per quella della Fittuni, colla condotta del Poflino: e già erano 
(late da' Regi Miniftri ftabtlitele provvifioni e i trattamenti per quefl;i e per 
quegli, e depofifato il bifognevole per lor viì^^o:.,ed avea Francefco già 

Eartedel d«pQ(icato via^cipo pej: fé atyuta in contanti; quando glis'accreb* 
ero sì fattamente i malori, che diede in un delirio, che per alcun tom* 
pò obbligoljp: al letto, cpn neceflità di grande afliftenza, mentre egli a ca« 

{[ione di tale nuovo accidente fu forzato a dare di fé fteflb un molto mi« 
iprabile fpettacoto . Djpoì riavutofi alquanto • neutre egli per coniiglio 
de' medici , con difegno dì portarfi all' aria nativa , g^ partito di Roma 
erafi condotto a Livorno, da repentino male aflalito, diede fine a' giorni 
fttoi, il gioroo dell} la. Luglio ló^ì. e della fua età 49. Tale fu il fine 
del povero virtuofo» al corpo di cui nella Chiefa de' Fra^i Francefcani fti 
data fepokura . Ma checché fi foflè della morte, che fi difle datagli dal 
fratello; egli è certo, che quafli, per quanto ne fcrifle il Bellori, page 
ben prefl:o il fio del crudele fraticidio; conctofoflecofaehè tòrnatofene ia 
Fiandra, e caduto per fuoi gravi misfatti in mano della giufl:ìzia, rico- 
noiciuto reo di altre Tue nefande colpe, dopo avere , quafiin atto di fup- 
plizio, confeflato T altro delitto della morte data a Francefco, in pubbli- 
ca piazza di Gante, confumato dalle fiamme, lafciò fua vita. Tornando 
ora a Francefco, egli fu per certaun artefice fingolariflimo, in quanto 
appartiene pasticolarnente «Uà bella ideat che egli fi formò neireiprimere 

le forme 



j 



386 Decem. 111. della PaK.I. dtlSet. V. dali6zo, al 1 6% a. 

le forme de' putii , per b gnnde ftudio £ins de qoei & Tiziino e dil U' 
turale neflò, ricercando i più teneri .fino nelle ìakmì offervando minuta- 
mente elTa.cenereaM. non pure nelle forme loro» ma eziandio negli atti* 
ne' moti e nelle attitudini, non punto ammanierati . non troppo gonfi o 
e&nuati ( villa, nel quale hanno dato bene Tpeflo, tanto in pittura quan- 
to in rilievo, inuggiori uomini, cbeabbiano avuti quelle belle arti) tan. 
tochè poHa dirfi di lui , che egL Ca flato capo e maettro di una nuova a 
perfiittiRìma icuola a tutto il mondo . Altre molte opere , oltre a quan- 
te lì Tono foprsonotate, fece il Fiamminga alla iplecialata .' Ilccome più e 
diverlì modelli di belliffimi putti, che furon poi formati e dati fuora per 
iftudìo de' profeflori 1 le quali tutte cofe fi fono per breviii tralatciate. 



AGOSTINO METELLI 

PITTORE BOLOGNESE 

Dijcepolo é Girotam Curùjem Dentotte ^nato 1609. -^ 1660. 



^Goflino Mecelli, che forti da natura una delle più ferventi 
S inclinazioni alla pittura , che di altro mai uomo di quell'arte 
[j fi racconci, incontrò ne' primi anni di fua fanciullezza tan- 
u ta contrtdizttone al pocervifi applicare, che ad ogni altra* 
E che alla, pw così dire, oftitìica mente dì lui faria potuto ba- 
ftare per diftorlo in rutto e per tmto da si fatto penfiero . on- 
de non avelTepol potuto vedere il mondo le canee maraviglie , che all'oc- 
chio fuo efpole il fuo pennello : e tutto ciò eziandio . che egli ad efempio 
del Colonna feppe a^iungcre del proprio alla bella acuità del dipignere 
architetture e profpettive. a cui per avanti tanto avevan contribuito di 
migiioraaienio i due fratelli Giovanni e Cherubino daJ Borgo in Roma» 
iSandrini in Brefcia. il Bruni lor dìfcepolo in Venezia, e finalmente pri- 
ma il Baglìoni, e poi Girolamo Curci nella fua patria Bologna; onde po- 
tere innamorare di fuo nuovo e belliffimo modo di tali cole coloiire ogni 
perfona di alto affare * ed ogni amatore di quefte belle arci , fioche toccafle 
ad elTo, ed al fuo fempre fido compagno Angiel Michele Colonna, ad 
abbellire dì loro curlofillìme pitture e chiefe e palazzi, dilatando tale lo- 
ronuova fcuola per modo, che ogjg} non è luogo in Europa, ov'ella, o 
per mano di loro fteffi o de'Ioro dilcepoli e imitatóri , non fia fiata porta- 
ta, e con univerfale applaufo mefla in] ufo. Ma comechè moko angufia 
£a la ftrada, per cui fi giunge a fublìme virtù, anche ad Agoftino ne* pri- 
mi anni de'fuoi flud) toccò a paffare fua vita in molta miferia, affai &tican- 
doefoffrendo, finché in forza di ciò, e moko più di continenza , fommef- 
fioatti ed umiltà verfb ogni profeflbie. da cui avelie egli potuto afpettare 



AGOSTINO METELLL 287 

IncamtDinamencb nell'arte e nell'occafioni di operare» talché finalmente 
vinto ogni difagio > e faperata ogni dtfficultà » fi trovò a propria e comu* 
tu utilità in pwèflb di ciò, che egli con sì grande amore « e per tanto 
jcempo area di ritrovare procacciato . Era egli dunque all' età pervenuto 
di fe<lici anni , quanilo gli toccò la forte di eflfer fatto paflare alla danza di 
Girolamo Curri i detto DenAone; il quale tenutolo per qualche tempo» 
ed oflervato il mirabile genio di lui air arte, che era fna propria di dipi^* 
gnere a frefco di quadrature ; e poi il profitto , che egli in breve tempo 
dveva fatto, (i rifolvèdi proporlo ad Àngiol Michele Colonna in ajuto^ 
coU'occafione appunto, eh' e' di pigne va in cafa Rizzardi , e nella profpet^ 
€iva di San Michele in Bofco Diede Agoftino molto aiuto al Colonna nel 

j:_! 1^ r_i_ j-i i-« 1- _f^ o ^- ^ n^ J» -11 ^ :^^ «L^^:.««^^ 




opei 

f>ignendo ognun di loro ne' lavori grandi e piccoli fopra una determinata 
porzione di fpazio , né punto né poco dipoi diftinguevafi l' una dair altra 
manifattura» comparendo, aglioccnj anche de' periti; il tutto parto di un 
folo pennello . Non è anche da tacerfi , che fu concetto de* più intelli* 
genti, che dalla compagnia d' arte ftrettafì fra quefti due, naCcefle al Co- 
lonna fteflb non poco miglioramento nei!' operare: e quantunque nel di-^ 
pignere figure, il Colonna di gran lunga avanzafTe Agoftino; non è però, 
che in quanto appartiene agli ornati ^ egli non riufciCTe ad Agoftino al» 
quanto inferiore, per la molta grazia e vaftità di concetti e d'invenzione, 
che femprefiì fua propria; ma perché infiniti furono i lavori, e tutti bel- 

ì patria e tuo- 
meazionct ab* 




tornarne a par- 
lare in'quefto luogo . Dirò folo, che porratofi V anno 1658. Agoftino col 
compagno in lipagna aTervig) del Re Cattolico; ricevuti che furono nel 
Regio i^alazzo, fu dato loro a dipignere per faggio due profpettive nel 
Palazzo del Buonriciro: poi le volte del Quarto Reale in città , e la gran 
Sala contigua a quelle: altre nobilifiime opere » e con promefla d* alte ri- 
compente furon fatte colà intraprendere a' due pittori; quando il povero 
Agoftino ferace infermò; e tale fu la violenza del male, che in breve lo 
condufle al palio della morte, e ciò fu alita. Agofto del 1660. dopo venti- 
quattro anni, da che egli fiera poftoin compagnia del Colonna, e nella fua 
età di anni cinquantuno, lafciando di fé quella degna memoria, che fino 
al prefente dura, e femore durerà in quelle parti. Devefi a ouefto artefi-* 
ce il pregio di aver migliorata Tarte fua fino a quel fegno, cne poc'anzi 
accennammo; di aver dato alle fue pitture un mirabile rilievo: ed in ciò. 




befchi, carcelle,termini,edinaltre cofe sì fatte : nel ridurre in piano con 

modo particolare qualfifofte fefto di volta p arco , e per lo contrario il piano' 

in arco o in vol^a; pnde per ordinario fu ^ arte fua il «oncepire ^ di&gnare 

* i pen* 



^8.8 Decenn.Ul della Part.I. ddSec.V. dal 1 610. al 1 6^ o. 

flipcnfieri dell* archicectwe e prorpecdve» a feconda di Tue mirabili idee : 
ed ti Colonna il tutto poi infieme colle figure diiponeva a' proprj luoghi : 
e quel che era più maravìgliofo /i fu , il mantenerli per tanti anni una copi 
pia di virtuoii» della quale non vide mai più bella il mondo» fenz* alcuna 
competenza o gelofia; dividendofifra di loro egualmente i gran guadagni. 
non dico dell' oro» ma quel che per lo tutto vale» della gloria fieflk. 
Fu quefto artefice di acuto e ben coltivato ingcjgno* amico delle buone 
lettere» e molto dedito alla poefia; tanto ben fondato nelle dottrine di 
Suclido e di Vjtruvio» che non mancarono a fuo tempo di conl^liarfi 
con eflo i primi e più efperti profeflbri delle mattematiche e dell* archi- 
cettaniche difcipline. Fu folico dire, che due cofe fiicevano un perfetto 
pittore: Toccauone di Qperare in pubblico» e la gara. Lodava molto le 
Accademie » aflerendo eUèr quelle nelle buone arti tanti giardini » no* 
quali coglieanfi vaghi fiori e faporitiflimi frutti in ogni tempo. Benché 
r afpetto fuo tenoefle alquanto al malinconico» fu però di allegriffima 
converfozione» la quale fu folito di condire con acuti e facetifiimi deiUi 
che però ebbe e mantenne fempre grande amicizia con Giovanni Paderna 
buon pittore» e foprammodo faceto e bizzarro; e con Flaminio della Tor- 
re eziandio » che tu maefiro di un fuo proprio figliuolo nella pittura. 
Veggonfi di mano del Metelli più quadri di bellimme profpettive nella 
città di Bologna » per entro le cafe di diverfì Gentiluomini» che gli con^ 
fervano come vere gioje •* d'alcuni de* quali /ono fiate per ifludio»tte co^ 
pie infinite» e molti eziandio furon mandati in Francia ed in altre Pro- 
vincie oltre i monti. Ebbe particolare inclinazione all' intaglio: e veg« 
gonfi andar per le ftampe ventiquattro pezzi di bellifiimi Icudi d' armi» 
cartelle e rabefchi da lui intagliati alPacaua forte Panno 1636. e dedicati 
a Francefco Maria Zambeccari nobile di lua patria: ficcome Quarant* otto 
pezzi di fregi e fogliami» cavati dalle colonne bafle» ornate dal Formigine 
nel portico Gozzadini in Porta » i quali intitolò Fregi delF Ar€bheinir09 
e dedicò al Conte Ettore Ghifilieri: le quali fue belle fatiche non lalcia- 
fono» né lafciano tuttavia di apportare comodo e facilità a' profeflbri di 
quell'arte . Difegnò di Architettura ottimamente »* onde potè eflère utile non 
meno agli Architetti del fuo tempo nella cofiruziono de^ lor modelli» che 
a' Pittori di figure nell' invenzione e difpofizione delle profpettive nelle 
loro iftorie. Fu amico delle fcene» le quali volle fempre abbellire difuoi 
bellifiimi lavori» non meno che co' proprj recitamenti» rendere plau* 
fibiii e grate . Dicefi efier' egli fiato il primo inventore di quelle protpet^ 
ti ve» alle quali diede egli il nome di Vedute non Tegolaie da un fol puma. 
Non fu punto avido del danaro e del molto pofi'edere: e quando egli al- 
Ijeftivafi per la gita di Spasna col Colonna» a perfona che avvifollo di non 
dover portar con feco molta fuppellettile » a cagione di pericoli » che s'in* 
contravano per terra e per mare in quel viaggio» rifpoie: A me poco im«* 
porta » che mi fia tolta ia roba » purché noU mi fian tolte le due dita della 
mano, colla quale tengo i pennèlli. Egli è però vero» che tanto adeflb» 
quanto al Colonna eran l'opere pagate almeno per li primi anni» che fu- 
rono anche molti» prezzi 'grav^ffimii. onde, ebbe a. dir e jun titolato» fuo 

paefano» 



JIGOSTINO METELL l. 28^ 

paeiàno I «he per«vét iDpMredi quoftidiie, ftcevt »ltreiì di mefiieri il imi* 
dere 1^ meglio poflfeffioive di caui fai » Soler« dir talieolu » che fra' piccot» 
fiicertn grandiffimi guadagni fojamence i buoni buoni r c4i cattivi cattivi « 
E noi abbiamo per notizia molto jScura» ohe la tua gita per operare infici 
toe col compagno a Venezia, redo lenza effetto a cagione di prezei; per- 
chè parve fatica a quei Nobili 9 l'avere a sborfiir più danafro a quefti due» 
di quello» eh' e* trovavano ne* loro antichi libri eflere dato pagato a Gior-» 
fione, al Veronefe, al Tintoretto e ad altri sì fatti artefici: cofa, che • 
chi ben avelie confiderata la mutazione del valore della moneta t e quelli 
de* tempi e degli ufi altreaU non avria dovuto cagionar maraviglia. 

Diremo per ultimo » che reftarono molti fuoi difcepoli $ oltre a quan-^ 
ti fenza eflere flati in fua ftanza, per avere imitata Tua maniera t e da quel- 
la ricavata ogni loro perfezione » tali potrebbero chiamare ; cioè a idir e 
TAmbrogi» i Cervi, il Palerna, il Borbone, i Gentili^ e '1 Ssghizzi; ma 
fra' fuoi veri difcepoli fi contano BaldalTar Bianchini, Domenico Santi ^ 
Andrea Monticelli, Gio. Giacomo Monti, Giacomino Frianif Frofpero 
Mangiai, Giacomo Alborefi, Fulgenzio Mondini, Antonio e Giulcppe 
Rolì , i quali tutti , ad imitazione del maeftro , hanno fatte vedere operi» 
belle* Reftò ancora un Itio figliuolo, che attelè air intaglio; e per T Al- 
tezze Serenifiime di Tofcana, per lo Duca di Modana » e ^er quello di 
Mantova intagliò alcune cofe in occafione di commadie* Operò incito 
molto in pittura : e tanto balli del Metellf , 



«i# 



ARTEFICI 

CHE FIORIRONO IN QUESTO TEMPO 

NELLA CITTAVDI VENEZIA 

E PER QUELLO STATO. 

T TUole ogni dovere» che dovendofi parlare degli Artefici, che fiorirono 
V nella toprannominata patria ne! préfente tempo ; il primo e più de» 
gno luogo dhifi a colui, dico al CAVA LIER CARLO RIDOLFI, 
che tanto di quella beir arte amico , non folo a quella» fino da' primi anni' 
di fua i^nciullczza» fi dedicò» ed in efia» con gloria de' fuoi pennelli, pev 
lungo corlò fi e&rcitò» ma con grande Audio e fatica avendo raccolte bel* 
Jiflime e fincere notizie de' fatti e delle opere altresì degli eccellentiffimi 
pittori > che la città di Venezia e fuo Stato aveva a gran benefizio del 





290 Decenn.UL détta Part. I. delSic, V. dal 1 6io. #/i 55 o. 

bèi 
che 
per 

a'medeiiini artefici guadagnarono le ftupende opere lóro : ed a me ha an- 
che portato il comodo di poter rendere i miei racconti più univerfali e 
più ricchi» mentre nel far menzione de' Veneti Pittori mi è potuto riu« 
fcire il ?alermi delle notizie lafciate da quefto virtuofo» quelle compen-^ 
Piando folamente, e a più firetto trauato riducendo, lafciando luogo al 
lettore di ufare perla cognizione di quel più, che io tralafciai» la lettura 
de' racconti di quello Autore» che avranno vita» a mio, credere» fino a 
che il mondo fteflb durerà. 

Dirò dunque > come il Cavalier Carlo Ridolfi ebbe i fuoi natali poco, 
dopo il 1570. di un tal Marco Ridolfi» famiglia» che per quanto eflo Car* 
lo ne fcrifle, fpiccatafi circa all' anno 1500. di Germania» coir occaflone 
delle guerre di Lombardia» poi per alquanto tempo flanziata in Vicenza» 
finalmente fi fiabiU in Lonico» Terra di quel Cpmune, e dalla medefima 
città di Vicenza poco lontana; e non era egli ancora pervenuto alla mag* 

1[iore età» che rimafe privo deUproprio genitore , e con poche (oHanzet 
e quali pure da uno ftrecto parente, a cui era reflbata la cura della madre 
foa e di un piocolo fratello, furongli tutte difTipate; onde ad effetto, di 
Qiantenpr quel poco, che alla pìccola famiglia era rimafo de* beni pacerni» 
fu luogo alla madre di prender nuovo coniòrte» ed a quello la cuuodia di 
fé e de' figliuoli raccomandare • ÌSeppe quefti sì bene corrifpondere alle con- 
fidenze deiramoroià donna» che di tutto intrapreiè il governo; e né più 
i$h meno Tempre operò » che fé vero padre fofle (tato di tutti loro , in- 
camminando 1 fanciulli per un vivere ci vile , timorato di Dio» ed amico 
de' buoni coftumi. Furono le lettere la prima occupazione del noftro 
Carlo» il quale tiraco dal grande amore datogli da natura a cofe di difegno» 
r applicazione a' libri bene fpeflb tialafciando » ed agli ftudj di quello» 
fotto la fcorta di un pittore Alemanno attendendo » a tale fi ridufle , che 
potè muovere il patrigno a levarlo dalle lettere • e in tutto e per tutto alla 
|>ittura dedicarlo: e ciò fu nella città di Venezia, ove condufTeJo appoìta 
apf^eiToal? Alienfe, pittore, che in quel tempo faceva in eiTa citta non 
piccola figura. Con eiTa dimorò egli cinque anni continui fempre ftudian- 
doi dopo i quali, forte pcrfeguitato da un fuo condilcepolo » deliberò di 
tornare alla patria; e poco dipoi a Venezia fece ritorno, ove in iftato affai 



penofo condufTe per alcun tempo fua vita» di e notte ftudiando dalle ope- 
re de' migliori maeftri , e da' rilievi. Ma prefo da nuovo defio di adorna- 
re r animo fuo di quella bella letteratura, la quale aveva egli abbandona- 
la per darli al difegno, attefe alla Rettorica» Logica e FiloTofia : e final* 
mente ilabiil fuo diletto fra gli fiud) della Morale, non lafciando la lettura 
di buone llorie, e l'efercizio di vaga poefia , Attefe ali* Architettura, e an- 
che alla tVoCpettiva» co' quali tutti vaghi ornamenti , facendo moftra di (e 
per le pubbliche e private Accademie» fece ben conofcefe i propr) talenti.; 
e tutto quefto feiìza mai abbandonare la pittura, nella quale era già per- 
venuto a fegavi^lìe gli furono da' Fadri de Uà Congregazione H S,&orgio 

m Alga 



CAV. CARLO ^lÙOLFI. s^ 

m 

in AlgiidiSanFermoeRuilieodiLanica, tHogace due grandi cele » neK' 
le quali dovevano eflere dipinti facci del Beaco Lorenso Giufiiniano, fi-: 
giiuolo di quella Religione . Air età pervenuco di crenc' anni aveva egli 

g'à dato cai fagsio di fé > che erangli dace a fare opere aflai a olio e a ftt^ 
o per le cafe de' privati a Venezia, e calerà in Vicenza (t\a patria, Chia^ 
mato a Verona l' anno 1 62 8. a richieda di perfona di alto affare i ebbe « 
ricavare il gran quadro, dipinto in San Nazzaro da Paolo Veronefe; qua«^ 
dro, dico» che egli era folico di chiamare il Giardino della piccura» co» 
mecche trovinfi ineflb tutte quelle vaghezze maggiori, che fervir poflonb 
M render perfetto 1* operare di chiunque defidera di far bene in queft'arce. 
Sopravvenuta incarno la crudele peftilenza del 1630. molto ebbe egli, cha 
aflai piecofo era, da patire in quella città , per (bla rimembranza delle mi- 
ferie, che è folico di piovere Copra ogni condizion di perfone sì fatto iba*-* 
lore, benché egli ne campaflè : a cagione di che, più che per tema di fuai 
irica, fi {lortò a Spineda, Villaggio del Trevigiano; ma quivi pure fra^ 
medefimi e forfè più crudeli fpettacoli fi ritrovò, fenza però che mai 
1^ comune miferia alla perfona di lui punto o poco fi tccoftaffè . Per 
Ja Chie& di Spineda dipinfe alcune cofe , cioè a dire una tavola coit: 
Maria Vergine e più Santi, a contemplazione di Andrea d'Oria: ed un'al«* 
tra tavola per Murano. Venuco V anno 1631. e ceflaco il male fé ne cornòr' 
a Venezia, dove varie fue poetiche invenzioni dipinfe: e di nuovo fé titf 
tornò a Verona, portando colà una fua copia della gran tavola della falica al 
Cielo d^Ila gtan Madre di Dio, dipinta da Tiziano, che fa pofta nel Duo- 
mo fopra un Altare di cafa Àrzalino a Rovere . Tornato a Venezia , vi ft^ 
ce la tavola di Maria Vergine nel viaggio all'Egitto, per un Altare di càia 
Fafqualigo in San Maffeo di Murano; e per San Giovanni decollato, un 

Suadrodi San Filippo Neri, dopo avere celebrata la Mefla: ed in figura 
i un £tneiuIlo col Meflale in mano , fece il ricracto al vivo di Ottavio 
Bandini, che fo poi il Cardinale . Dipinfe in un foifitto della Scuola de^ 
Legnaiuoli la SantifCmaNonziata. Per li Riformaci di Padova unSanFran* 
cefco col bambino Gesù in collo; e vi è Maria Vergine con alcri Sancì» 
Per San Giovanni Elemofinario fece la tavola dell'Adorazione de' Magi , 
e più altre per Venezia, e per altre città dello Stato. Ma troppo lunga? 
faccenda farebbe il deicrivere tutte le tavole , quadri e ritratti , che veg« 
gonfi di fua mano in Venezia , la quale egli già da gran tempo erafi elet- 
ta per patria; che però rimecco il mio leccore alla notizia , che diedene la 
propria penna di lui nell' ultime carte delle fue belliffime Vite de' Pittori 
veneti, che diede alle (lampe T anno 1649, dedicandole alii due fratelli 
Reinfl: il Cavalier Giovanni Stgn di Niel , Commiflario appreffo alla Maeftà 
Criftianiflima per gli Stati delie Provincie unite, e a Gherardo Governa- 
tore di Amfterdam . Dirò folo, che per là molta fua virtù ebbe egli in for* 
te r anno 1645. con Breve della Santa Memoria di Papa Innocenzio X» 
di confi^uire la qualità di Cavaliere Aurato Pontificio: e che per mano 
di Monf^nor Quirino Arcivefirovo diCandia, gliele furono foiennemen* 
te conferite le nobili infegnej Mdltè poterono al certo eflPer l'altre opere » 
che condili il pennello di quelt' artefice nella città di Venezia e per la 

T z Stato f 



219*^ DecenfiMl detfa^art. t detSee. V. dal 1 6zo. al 1 6$ o. 

Stato» oltre a quante abbiamo fopra nqtate; ma oomecchè iM^n fia rìttlal^ 
to.a noift per dili^nza che alziamo fatta {Nsr lettere con amici di quella 
città» di rintracciare di efTe una ficura notizia (eflendo noftra coftanté va« 
Ioatà di alvei poco dire » che molto e nu:n cerco) le palleremo lotto filenzta^ 
Ebbe finalmente fuo termine il vivere di quefto virtuoCo» a cxiàV arte^ gli 
artefici tanto devono» 1^ annoidóa» dopo aver compito il feitantapovelìt 
mo anno dlfua età» con più mejOi cinque» e giorni 



MARCANTONIO BASSETTI VERONESE» ebbe in fua patria i pre- 
cetti dell' arte da Felice Brugia Sorcio poi a Venezia fi portò ^ ove diedefi 
dio ftudio delle belle pitture » particolarmente di quelle del Tintoretto » 
difegnandoie con più elattezza di quella di ogni altro giovane del fuo tem* 
pò i ufando per ordinario farle (òpra carte » tocche di biacca e nero » a olio » 
de^quali (uoi difegnt molti fi fon veduti a^4ar per mano de'dilettanti del- 
l'arte del preferite fecolo. Desiderando poi ftudio più vario > fé neandì> a 
Roma» ove potè ben (bddisfare al fuo waRov tantoché tornatofene alla 
f»thf ebbe a ilipignetvì piolte cofe» e fra quefte la tavola di San Pietrp 
«oa altri Santi per la Chrefa di SanTommaib: la Coronazione dt M»ria 
Vergine per r Altare della Cappella del Rpi^io in ^anca Anaftafia: a dì- 
Terie private perfone diede fue opere, e molte anche ne conÀifie per 
famdare in Germania » ove {kflfai buone corrifpondenze 4 guadagnò col- 
V occafione di una fua caritativa ofpitalità verfo ogni amico a pro£efIore 
del^arte^ che compariva a Verona ^ nel riceverlo ch^e^ faceva in propria 
caiacon* trattamento cortefe; eftendendo ancora tale buono animo, fuo 
V(i)ol paefant» col frequentare eh' e' fece fempre^ueMuoghi r ove opere H 
facevano di caritài e particolaroiente quegli desinati alla cura degli orfanelli ; 
«nde foprav venuta la peftilenza del 1630* eflTendo egli (lato deputi^ta per 
capo dejja contrada f contrattane la maligiu infezione» in età <ìi quarantadue 
anni, cambiò» come piamente dobbiamo credere» colla felice e4 eterna» 
la prefente mortale e penofifiima vita* 

TOMMASO SANDRINO BRESCIAItO Pittore e Architetta, feccfi 
onore in quefti tempi nel dipignere foffitti, i quali i^ folito adornare con 
a0ai.<lilectevoli invenzioni, cio^ con archi, colpnne , ritorte » rifalti, tri- 
bune, pergolati , e con altre a quefile fomiglianti cofe ^ Fra le molte opeie 
fue lodevoli, ebber luogo le pitture fatte nel Refettorio de' Monaci di 
Rodengo, conGSenti in belle profpettive, ed altri ameni capricci : ficco- 
tne quelle del Palazzo del Broletto r. di quello del Poteftà» e del Capitano 
^i Brefcia»' gli ornati ^ che e' fec^ in varie facciata; di cale alle figure di* 
pintevf dal Zi^oi » ed altre molte. Chiamato 9II& Mirandola» dipiiife a 
quel Duca varie cofe : altre, nella eittà di Milano: e a Ferrara per lo Mar* 
chefe. EfìztO' BencìVpgU #. ed in altre citt^ di Lombardia . Giunto fina}* 
mcMe air età di cinquantafei anni nel i6it. tempo della peftilenza più fie- 
raffini fua vita. Rimafe uofuo difoepolo chiamato DOMENICO BRUNI 
da Brefcta, che imitando la maniera del^maeflro fuo» dipinfe in Venezia la 
Tribuna della Chiefa ufi.* Tolentino 1 in comp^gpia di Jacomo Pedralli» 



TOMMASO SANDRINQ. a^g 

pure fkéCàuìoi ed il fofficio dallt nuova Salt ad Doge: ed altre molfift 
cofe in f II quelU mtmera^ iti Tif) luoghi eoloih 

PIERO DAMINI DA CASTEL FRANCO» nato di Damino Damini 
cittaditiodi quella, terra yìàanoiS9t. feaz^ altro ajuto» che del naturale 
iftinto 9 pofefi da fiinciullo a fare ilud; ^andi in ditegno dalle fole ftam|fe( 
e nello fteflo tempo attefé alle mattematiche , fenn Jalciare intanto la W 
tura de'buoni poeti e dell' iftoriè • Voi accodatoli a Giorambatifta NoveU 
li^ altro Cittadino di foa patria^ e difcepolo del Falmat apprefe il buon 
modo di maneggiare i colorì ; onde potè poi con miglior guflo applicaci 
a fiodiar V opere colorite in quelle parti da* migliori maeflri { tantoché 
giunto al ventefimo anno di fua età, eflendo già da gran tempo reftato 
privo del genitore « fi portò con fua famiglia nella città di Padova , ove 
fece una tavola» che molto piacque: e fu quella del San Girolamo » pon- 
ila allora nel Duomo air Altare del Cavaliere Salvatico. Colorì poi per la 
Chiefa di San Giovanni della Morte la figura del Santo» in atto di fcrive* 
re rApocali(Iè»e quella della Decollazione di San Giovambatifta . A Vicen* 
za dipinfe tutto il Refettorio de' Padri Zoocolanti di San Biagio : e nel 
Chioftro de' Servici la vita di San Filippo Benissj , ed altre molte onere fe« 
cévt per religtofi e fecoiari. Tornato a Padova dipinfe in San Ciemence 
ilCrifto, che dà le chiavi a San Pietro; hei Santo il Signore in Croce, e 
appriiTo» ia Vergine e San Giovanni; per li Teatini il San Carlo edi fuoi 
iniràcoJit teltnartirio dè^ Santi Simone e Giuda. In San Francefco gran^ 
de» aniunfe alla tela dì Paolo Veronefet che era fiata tagliata» le bgure 
degli Jbpofioii:, ^^ atxo di guardare il Signore » che &le al Cielo «^ Chiama- 
tò A .C3r<inoha dtpinfeiper alcune C3hiefe e Conventi. Altre opere fece in 
Badóva: operò per Ttevigi , per Morano^ per Vicenza» e per Cremona. 
Ma giunto ìmI ailai felice fiato , mercè delle fue lodevoli fktiche , tocco dalla 
peftileàsa del 163:1; in età di p^. anni» in fh^A più bello del fuo fare, fu 
colto ilalk morteli Hanno le pitture di quefto artefice una certa varietà 
e vaghezza di colori » nelle tpani "égli » per dilettare rocchio della molti* 
tudine» s* ingegnò femprìe' di particolanzzarfi da ogni altro} ma non fono 
per avventurali ne huìfio in le:gìfan pafiofità e morbidezza: e quefto per 
colpa de' fnoi primi fiudj » che: elFendo fiati t come dicemmo » intorno alle 
flampe » ftcer si » die e|^i non potefie mai fungere a pofiedere inceramene 
te ai fatte perfezioni . . 

■ 

FILIPPO ZANIBERTI» nacque in Brefcia l'anno t $85. e venuto in età 
di quattordici anni» fu dai Padre accomodato nella fcuola di Santi Pieran« 
da nella città di Venezia» doVe fino al ventefimoqaarto anno di foa età 
ft odiando le opere del maeftro» fecefi buon pittore» e nelle piccole figure 
acquifiò anche pofto di qualche fingolarità. Cominciò poi a operare coi 
fuo condifcepolo Matteo ronzone; e finalmente fi ritirò a fsire da fé fteflb. 
Nella nominata città ih Sinta Giuftina dipinfe la Vifita fatta dall' Angelo 
nella prigione alla Sanea Vergine. Nella Badia del Polefine colorì a frefco 
la ftoria deil^Nozxe di Cana di Galilea^ ed altre de' fatti di Maria fempre 

T 3 Vergine. 



994 ^^^^^« in.ééBaVoft. l MStt. V.dal i^io. alt6$o. 

Verone. Fece vedere iaetìeUe pitture a fctfco nel foffieto^^lt iiiicmfIl 
Salt del Doge» e ne' iati delti meidefimafalft belle Iftorìe de'i^ctidd Do» 
jp Corneo. In cafa Loredano dipinfe un bel fregio di favole, di Adone 
e di Amore, cavate dal Matìkiò» piene di vari penfieii e di beltà irivenai» 
jie. AXonfraci di Santa Maria Nuova fece il gran quadro della Manna^ 
pceotBi^ ad altri moke altre. cofe, che furono alTai iodate. Perfe coftm 
gran tempo nel tormentofo trattenimemo delle. liti civili ,:che quan^ 
tunqiK porta&rloa) con&guimento * della vittoria , molto gU conhiaia^ 
rono dell' acauifltato capitale, e de' buoni guadagni» cbe promette vagli 
fua virtù: e nnaimente quando tempo fu di goderli in pace le aoquìftate 
Coftanze, fu fatto preda della morte, correndo Tanno 1(36. . . . .- 

« 

• 

il AÌTTEÓ INGOLl RAVENNATE, fu difcepolo di Luigi Ben^ 
fetta: e fu quegli al quale toccarono, dopo la morte di lui, a finire piU 
fue opere rimafe imperfette . Sono fatture de' pennelli di qoefio artefice 

Sella Chiefa della Fiorentina nazione, e nelle Convertite' Per kt Chiefa 
i Cafale fece. la. tavola del.mahirio di Santa Caterina, e «n* altra tavola 
per; li Padri Franoefcani . Eflendogli l' anno i6zi. fkta data la foprainten. 
Senza e'I lavoro, per io funerale « fattoli dalla nazione Fiorentina per* h 
morte di Coiinio li. Granduca di Tofeana , fece cofè oiolto lodate; aven^ 
dOp oltre alle belle architetture , con che adornò l' ingreflo ddla Cbiefa de^ 
Santi Giovanni e Paolo, ripartiti gli fpaz; con beliiffime pitture di fatti 
d^ quel Pf incipea alle quali. mtte cofe asgiunfero applaufo non poco i bella 
£k)g>, le utgegQofe infcrizìoni e li&preie, parto della vaga mente di €3is* 
lio Strozzi ^ e fu tutto queffo apparata, a. perpetua meiÀoria, datoaUe 
A^tnpe» Moke altre cofe dipinfe Matteo in Venezia # dico in Sanu Mar« 
ta nella nuova Sala dell'' appartamento Duca lei in^n Geremia, in San 
Giovanni e Paolo; e^nella Madonna di MeQ:res e quivi irapprefentò Talto 
miracolo di Maria Vergine, opcaratorìn un^ viga dai)teUa;d6Vota del Sati^ 
tiffimoRofàrio, che in modo crudele, da inemieilananoqirivata'di vita/ e 
gettata fua teda in un pozz&^ tanto vi fi confdrvòimatta, finehr alle pre^ 
ghiere, del Patriarca San Dometiico^ paflato pcrsufuo affaae^daqttel luo» 
gò, avuta di lutto revelazione dal Stgnore#.fu éflà tefia per mano degli 
Angeli portata full' orlo del pozzo, ove le fu porto il Santiffimo Sacra» 
mento dell' Eucariflia, ed efia immediatamente rendè l' anitiia al (ilo Crea* 
tore. Venuto 1' anno i6i^. ebbe Matteo a fare , pure ad infianza delia 
nazione Fiorentina 1 nella Ghiefa di Santa Lucia il fùlenne apparato per la 
Crea^rion e di Urbano Vili, cofa, ciie riufci maravigìiofa , conciofofiecofa*- 
che elTo in ciò, che ad architetture e profpettivé appartiene , foflTe mot* 
to fii^olare , Finalmente ancor efib tocco aal eontagiofo morbo dell' an» 
no ioji. vid0 l'ultimo de* fuoi giorni « . > 1 < 

FRANCESCO 2UGNI fiRESCtANO . cke allevato nelU fcuola del 
Palma t>vVc\ grande imitatore della maniera di lui» -delicatamente e con 
aflai vaghezza molte. coiè ilipinfe a frefèo in i\ia pàtria i e fra^ueAe la Tri- 
buna 



FRANCESCO ZU€NL ajj 

boiit dtnansi •! Sécramento del Duomo» con atij^eli è putti» e conirà]f| 
orntinenci di ftatue finte di bronzo. Color) la ftociaca della eafa dì Gafpa* 
ro Lana^ e molte immagini di Maria Vergine , e altre co(è dipihfe per là 
città . In San Loremso nelle Gmie fece una tavola della Circohcifionè 
dei Signore: e ntf altn in San Niecolò» ove fece vedere diverfi S*rtd; 
Mei Palazzo del Retaore dipinfe i Santi della città, in atto di prefencaré 
le chiavi e la bacchecu a Fantino Dandoli» primo Poteftà di Brefcia jpec 
la Veneta RepobUicax e la volta della fata oel Capitano adornò di belle 
invenzioni . Portatoli a Murano molto dipinfe a frefco nella cafa del Mer» 
canto Guarino: e finalmente in età di anni feffiintadue nel i6}6. pa^ò II 
comune debito della natura* 

GIOVAMBATISTA BRISONB PADOVANO» ebbe i primi precètti 
dell'arte da Francefco ApoUodoro» detto il Porcia, buon pittore Pado« 
vano in ritratti» il quale in quelfa città ritraflb per ordinario i non Tolo 



ilGapovaeciOf P Acquapendente « Jacop 
Pellegrini , Jacopo Galla, 1^ Octelio, il Savonio » il Cavaliere Servatico» 
Francelco Piccoiomini- od altri . Volendo poi Giovambatifta ferfi pia 
«ntverfale » fé ne pafBÒ alla ftann di Dario Varotari, ove nell' ih ventare 
molto fi approfittò, tantoché comincio' ad éflère impiegato in lavóri ono-^ 
revoliffimi. Nel Santo dipinfe f».ù tavole, afra cfle quella del San Buò* 
navenauu'. Operò moleo nel Cannine co' nello Spirito Santo rapprefento 
ife Saivacore f che mandb gli Apoftoli ad annunziare nel mondo la divinit 
pafoii:/e finatmertce^'nelta Chiefa de* Padri di Monte Ortone fece vedere 
di itia manb un- bel quadro , ìAlmoftrante la pacefattafi fra la Repubblica di 
Vene^b e Lodovico Sforva Dueà di Milano > per opera di Fra Simone 
da^Caoierino^ Queft* artefiéefitto già vecchio, eflendofi innamorato di 




gtìft< 

mo il rimanente di fua vita, la quale nella fua età di feflanta anni nel 
ì6}6. gli venne finalmente a mancare. 

TIBERIO TINELLI, nato in Veneaia net i;8d. fotro la difciDlina del 
Cavaliere Contarino, apprefe i principi tiel colorire : poi molto n affaticò' 
nel fiir ricratti incorno alia' maniera aeTXlàvaliere Banano; non lafciando 
però ogni altro ftudiòr che ei giudicò eflèrgli necéflario per condùrfi , giù-' 
ilo il proprio deSdcrio, a grado di ecctelteriza , in ogni altra più bella fa- 
ooltà« che pofledere poffinno i maeftri, che nell'arce della pictura voglio* 
noeflereuniverfali . Ne' ritratti però fi portò si bene, che molti de'fuói 
piglianfi fovente per di mano del Beffano fieflb . Accafatofi con vaga don* 
SBella , che pure lodevolmente efercieava la pittura , foftenne poi il TineHl 
trattamenti al fatti» che baftarono per renderlo per lungo tempo doppia- 
mente infelice: e po^ continovi rancori, c$fie t geloliei e per non potere 

T 4 a cagio* 



f96 T^emnM:46UPartJMSéc.VMli6io.éli6io. 

• €«^ne de^raedcimi due il neceffiurioteamoiill'ictefiiaj eiì(Mafegaen«» 
tornente x doTUCi fof venimenci alle doAefttclie fue neeefficadi % mena mm 
vice affai ccitxilita; le quali tutie co& ponaronfifinftlaiemea finii» tti ilnt 
fiiga delladonna dalla caladi lQÌ>dt.un proptki fatelk>iiiftigaca.^^pec£icittr£l 
ia quella dd padre » col difcicgliixielita tecipròcabwnte volontario de'^due 
coniugati > «vendo k giovane lltto cofiare al Prelato, di eflcifi ella co»*' 
éoxx^ a quelle noste,. non oftante un voto di perpetua éafticài. càe ella, in 
sftato libero aveva fatto» ai caaione di avere impradenteibenté creduto i; 
certo indovino I. che le avea <ktto , che eleggendo ella fiata matrimoniar 
ICf farebbeii morta ia unpàrtD. Aviita fine dunque la miièrìa deLTineUir^; 
feceC luogo a lui di darli novamente» e con più fervore che mai # a^kelei»r> 
ciei delt arte fua : e molti ritratti fece di più rinomati uomini » in arti « 
in ifcienzci che allori» vivevano» Partale uia ^Wvùl in fìir 'ritratti,, fudcr* 
fiderà tOr e con predanti inftanzeridueOo a paliarfenc in Francia a' fervi* 
|i di quel Re Luigi XIIL ma rametto verfo \% propria mgdce» per allora 
Il ritjenne dal portarli colà ;. non perciò fu» che ia Maeftà 4i quel Re »< a. 
cui erano Hate fatte vedere opere Dèlie di foppenm^lo» non fi;<SfpQnefie: 
t £irgli grazie» fino a veftirlo deìr abito' di Cavaliere c^U^ QffdtHè di San. 
Michele: il che fp » malgrado .^t^ fuoi uMridiofr^neiiiiei p«irfecùtQci^ nel 
Palaz?Q. di cafa Gnmanif, u^ maad^diXaHo DiH:a dlOrequ^^K Àmbafcia- 
dorè Straordinario di qoeJUa Ma^ftàaltaRepì^blica» col cingerli lo Scocco 
dorato^ dato in dono ai pittore ttalDuóaéi'Gundele^ che a tate atto volle, 
trovarli prefente. Sarebbe materia troppo lungaì'jl deferi vere la quantità 
de* ritratti » eh' ^ fece il l^ineUi di uomini' dìbgoi più aito a^ate;,^:e diz 
nobili0ime Dame < e molti de' qeali ritratti xeò» &r.rapptefeotate bene/ 
ijpeflb alcufìconoetto o fignificansa» oltre: alla puhi'efpreflione. della fiìouUi 
^lanza . Fecene anche con pennae;coft.mtcita.iEel& e Aera alcuni fisìhi^' 

SliantiOimi^ che dieder materia ft Niccoli Ckaflo» celebre Juteoonfiilto » 
i comporre in li>de de' medefimi belliffiniverfi. Portatoli a MaoftmKan^ 
no 1 63 1. vi fece i ritratti di quel Duca e di Madama la Duche0a fua madre . 
TornarpnQ poi a farfi'più fiequfriti e più vive le: inlbutize del Re.pac aver* 
lo oramai a Parigi , ov'egli aveva prodellb di portarfi dopo licevuco 1- oae»- 
K del Cavalierato : e mentile ^che egli andava dando line a due faelilffimi 
quadri, in uno de' quali aveva figurata la Beata Vergine » in atto di còm* 

Erire ad un Beato della Religione Agolliniana : e neiraltro Sanu Maria 
addalena nello fpogliaffi ide ijoìonc^ni adornamenti r i quali quadri ave- 
va egli incominciaci» non fo a' ÌQjdica per indugiare. alquanto più» e met« 
cere tempo in mezzo ai fuo. parlile «ppr, la VifiS% cagione. di affecM alla ma« 
dre, o pure per preparare cpn* e#;i]n bai dono da ofièrirfi a quella Mae'» 
flà; colto da grave malore, ohe non fu conofciuto da^ aectieii nella fna 
età di anni cinquantadue» in fui più bello dell' opemr fuo • .fini la vita Fan- 
no 1(^38. Fu il fuo cadavero, così difponendo'l' Ambafciadote Franzefe» 
accompagnato da tutta la propria Corte veftit4..a Imtuhoj coli' onore dovu- 
to alla dignità di Cavaliere di-quel nobiliflimo Ordine, portato alla Chiep^ 
la di San Canziano, ove ebbe lèpoltura. Fo il Tinelli nell'arte fua ab- 
bondante di bei concetti e capricci > di buona iaTmzioae e componi* 
r/ imento^ 



TIBERIO TINELLI. 



^97 



mento: folico a fpeiidcr gnui tempo neldUBoftmfU io cart« y ma ikrefki 
tanto nemico del porttrgli in pitranij che pocbe furono je opere» che 
in sì fatte materie feoeio vedere i fuoi pennelli* nelle quali peto non: 
lalbia di fcorgerfi una certa nobiltà di fiintaiia. Fra le oper» ai foa ma* 
no farono in San Giovanni Elemòfinario di Rialto un San Marco ed una 
figura del Suddiacono di quella Chielà» ooU' arme del Doge Coriiaro^ 
Per lo Princi{>e Don Locenso di Tofoana di gloriola memoria, fece un 
bel ritratto di una Dama Veneta, ed una mexza figura, che rappce£ex)L«; 
te la Vigilanza . Diede anche principio a dipignere più tele di buon» 
grandezza per diverfe Ghiefe, alle quali poi non diede fine, Fadifia» 
tura ftudiofo,e però malinconico, e allo fiarfi folo indinatiflimo * Co' pit- 
tori volle fempre avere poca o ninna pratica t e tanto fu dedito all'amo* 
re, quanf altro mai, a cagione di che e della fcarfezza di fuo avere, c.a«, 

{[ionatagli dall' eflere ftata per ordinario ricooipenfata Tua virtù, più con 
odi, con rime., con vifite e onorevcdezze , cne eoa argento e con ofOt , 
vifle fempre una vita tormentata e ftenutif&ma . ^ l 



m^0mmmm^mmWiȎtmmmqtm^^ 



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NICCOLO POSSINO 



t.-. 



PITTORE DI ANDfiLY 



Dìfiepblo di 



, »/iw 1594. ^166$, • 




ALLA nobile famiglia de* Poffini in Plccardlanel Contado di 
Soiflbn, trafle fua origine Giovanni Pofiini .• ^efti partitp/i 
dalla, patria ne* tempi delle civili difcordie, (ì pofe a'fetvigj 
del Re di Navarra , che poi fu Enrigo IW. K^ di Francia; 
e tro<randofi in Andely di Normandia, no]> molto l^ngi .da 
Parisi, quivi fi accasò: e Tanna 15 94. ebbe di fuo matrimoQio 
un figliuolo, che fu il tanto celebre Niccolò PoAino, di cui oraÌ)amo.per 

Sarlare: il qnab in età crefciuto, quantunque fi fentifle forte inclinato al 
i&gno, per eièguire il paterno volere, diedefi agli ftud) dellp lettere, non 
fenza contrailo deir animo fuo, che ad altro oggetto il chiamava ;^ ma per« 
venuto air età di diciono anni ^infe finalmente in liu il defiderio di farQ 
pittore , e ne trovò ben pronta la congiuntura nel venirgli fatto di acco^ 
ftarfi a Quintino Varino , che in quella città tal profie(no))q «on molta Io« 
de efercicava , e che di fuo pennello, opere «ffai aveva JFatte vedere in 
Amiens e in Parigi . Con efib alquanto u trattenne^ finché defiderofo di 
più alti ftud), lalciata occultamente la paterna cafa it a Parigi fi portò; do-» 
ve a cagione di fuo bello fpirito, accolto da un nobile di Poitù, che fe- 
condo X ufi) di quei gentiuiominif era venuto • iJwvir^ a. quella CortCji 

ben 



Ì0 Decenn. UldeffaPdrt. tdetSet. V:Mì6iù. allòro. 

beri crittato heUa perlbnt» e fovFenuto di dantri, a più di un maeflro fi 
accoflò, uno de* quali fu Ferdinando Fiammingo buon ricrattifta . Ma non 
tiotò in alcuno (bddiafacco iV iuo genio e 1 fuo buon gufio ; 



foSc allora il modo del dipignere in iftato poco lodevole, non pure ia 
quelle parti, ma eziandio in molti luoghi d' Icalia : dove appena in Boio*^ 

fna e in Roma, mediante la nuova e bclliffima maniera de'Caracci, in 
iitnze per quella del eelebre Lodovico CisoU e del Palpano » ed la 
Venezia per quello che avanzava di lodevob de' fuoi poc' anzi defanti 
àaeftri , vedeanC opere di bontà (ingoiare . Pur tuttavia avendovi il Poffi-- 
nò trovato aClo appreflb il Regio Mattematico nella Galleria del Lovre^. 
die aveva £itta raccolta delle più rare &unpe dell' c^re di Rafimello e. 
di Giulio Romano f potè egli darfi allo ftudio delle medefime in tal modo» 
che fin dà quel tempo venne a ftabìlire in fé le più principali mafiime» 
iti quanto al difegno, alla compofizione, ed aU'efpreifiaiie.degli affetti 
appartiene, tantoché con unto faticare eh' ei fece, in un tempo fleflb in* 
tomo al modo di maneggiare i colori, fi ridufle a tale , die venuto il tein». 
pò del partire del Cavaliere dalla Corte, volle averlo con feco, con ani- 
mo di fargli dipignere la propria cafa: e averebbelo fatto, fé a tale fua 
deliberazione non fi foifero oppefti i propr) parenti ; onde fu d' uopo-iil- 
Poffino, per non aver modo di viaggiare, per circa a cento i^he di ritor- 
no a Parigi I il trattenérfi per quelle parti , facendo or qua or^li alcltna co- 
fa in pittura, finché a gran cotto di patimenti gli riufcì il condurvifii ma 
giuntovi finalmente, egli per foverchio di ftanchezza infermò, e a ca-^ 
gione ditale fua infermità, fu coftretto a far ritorno alla patria, (^ivi 
crattennefi per un anno » intento folo al recuperare della fiinità e delle 
Ibrze , e poi fé ne tornò a Parigi , ove per qualche tempo operò • Tirato 
poi dardefio di, vedere le belle cofe di Romia, a' inviò a quella volta; 
nha checché fé ne fofl^ la cagione» vera colà fu , che giunco a Firenze, fis- 
ce punto a quel viaggio,, e di nuovo fé ne tornò in Francia . Stettefi ope- 
rando per qualche tempo colàs e poi di nuovo fé ne oartì alia volta di 
Roma: e pure a cagione di altro accidente non gli forti il condurvifi. 

Venuto finalmente 1' anno 1(^23 • nel qual tempo i Padri della Com«- 
pagnia di Gesù celebravano la Canonizazìone dei loro Patriarca Santo 
Ignazio, e di San Francefco Saverio^ vollero gli Scolari Parigini dar fegni 
di lor contento, col fare efporre in un pubblico apparato, dipinti a guaz- , 
zo; i miracoli de' due Santi . Furono date a fiire al Pofiino lei ftorie deT 
medefimi» deUe quali, il fuo già fatto bravilfimo pennello, in bre^i gior^ 
ni fi fpedi, fiicendofi conc^cere fuperiote ad ogni altro, a cui erano fiati' 
commefli altri fimili lavori ; tantoché vetrato perciò a notizia del Cava* * 
liere Giovambatifta Marino, che trova va(ì allora a Quella Corte > ne gua« 
dagnò tanto l'amore, che volle egli medefimo accoglierlo in i^ropria cafii. 
Stavafi il Marino in quel tempo per fue indifpofizioni perkipiù obUigato 
al tetto, e gran piacere prendeafi di averlo a fé, facendogli rapprefentatc 
in difegno poetiche invenzioni del fuo Adone . E fiypiafi, che io non in« 
tendo gii croi racéonto di quefto fatto , di punto lodare 1^ empietà di colui ^' 
che quantunque GriftianoéCactolicofoflef non contento di evere aggiont» 

alla 



NICCOLO POSSINO. 299 

t!it fila Madre Chicfa Santt» e • i Rettori dì quella t un gravofo penfier: 
ro, che fu di tenere a tutta lor pofia^ finche durerà il Mondo, lontana 
dall' orecchie de'proprj figliuoli <iuanto et troppo lafcivamente cantò iti 
quel fuo Poema; volle anche ( Tervendofi dello ftile^.e forfè anche de? 
pennelli di un artefice rinomato ) farne comparire amabile la defcMrmiti 
anche al fenfo degli occh) più cadi. Dico folamente^ che al Poflìno^un 




ingegno » de' più Dei precetti 
poetiche facultadi: cofe tutte» che bene apprefe dal molto luciilo inieir 
Ietto di lui» e confervatepoi fempre» gli accrebbero unto luftro iopra. taor 
ti pittori fuoi coetanei» che nulla più. Àvrebbelo il Marino» di ritorno n 
Roma » voluto condurre in fua compagnia : a che però non potè il pitto*? 
re per proprj impedimenti» allora confentire*» ma non andò molto» cho 
«gli ancora vi fi portò» e ciò fu nella primavera del 1624. Non riufd.giè 
al Marino il goderfi 1* amico; perchè indi a poco toroato&ne a Napoli» 
diede fine a' fuoi giorni. Lafciollo però in Roma affai raccomandato a Mar-»' 
cello Sacchetti» Cavaliere nniciffimo.di ogni arte più nobile» ilouale lot 
diede alla protezione del Cardinale Barberino» nipote di Urbano» allora Rer 
gnante Pontefice ; ma quefti partì per le ftie Legazioni delia Pace: e*l Poffino 
rìmafofenz'appoggi e fenza avventori» fi riduue in ifta^o di tanto bifcg^po »- 
che avendo (come egli medefimo fu folito di raccontare) condotteci fua 
mano due battaglie in tele di quattro palmi» venne a termine di darle per 
fette Romani feudi: tanto è vero» che del tutto malagevoli fono i fentieri» 
per cui conviene che fi porti chi brama di giugnere ^l termine di veragloria «. ^ 
Troviavafi allora il pittore in ctk di trentanni: e come in altro luosodin 
cemmo, vivevafi in compagnia col celebre Scultore Francefco di Qaempvy' ^^ 
Fiammingo; onde bella occafióne ebb'egli di applicarti con efib« ficcooK;^ 
fece» agli ftudj dell' antichifiime fculture» or difegnando or modellando; 
e ciò particolarmente fopra la fiatua del l^Antinoo» e fopra le pitture di 
Tiziano» fpecialmente Copra il giuoco degli Amori nel Giardino de'Lodo-^. 
vifi» pittura» che fu poi mandata inlfpa^na: e non contento dlJKu^i^* 
tt sì belle opere col pennello» volle eziandio modellarle» facendole veder 
re in rilievo» dal quale ftudio tolfe egli la. bella e teneriflima maniera di 
formare i fuoi putti» de' quali molti a olio e a fìrefco fèjce in quel tempo di 
fua mano . Diedefi ancora alla Geometria e alla Profpettiva» ovyeroÒtti-i 
ca: € riprefe lo ftudio dell' Anatomia» a.cui aveva già bene attefo.in Pa-. 
rigi» non lafeiando intanto di frequentare V Acca&mia di Domenichino 
per lo. ftudio del naturale. Avevano allora. occupato tutto il cgmpò^de' 
Romani applaufi i foli pennelli di Guida Reni » le opere de) quale erano, 
avidamente ricercate per iftudio de' giovani pittori» tanto d'Italia» ctie- 
d'oltre i monti; ma il Poffino volle difegnare e Studiare Y opera di Do* 
menichinot oppofta a quella» che nella Chi^a di S.Gregorio ayea dìpintti. 
lofteflb Guido:e fu cagione» che altri molti allo ftudio della medcfima fi 
volgeflero , comecché da quanto aveva egli, in ella faputo riconofc^re di 
raro è di profondo » veniffsro.elfi ben peEfuafi.eiTcr.qufifta ^ ìi^ paragone dif 

quella 



3Ò0 DecennJIL Ma Par.L del Sec.V. 4al i6io. ai i^^o. 

quella di Guido » più apprezzabile. Comparve intanto in Roma» rpedito 
de' luci affari, il Cardinale Barberino: e Albico fi applicò il pletore a co« 
lorire il tanto celebre quadro della morte di Germanico, e la prefa di<x«- 
rufalemme ; e V una è V altra opera a quel Prelato donò ; onde avvennot 
che dal medefimo gli veniflè ordinato il dipignerne un altro delio fteflo 
fbggetto, infiemecol flaeello della gente Ebrea, e Tito trionfante. Qpe. 
ft* opera fu al ceno una «Ile più belle, che ufciflèro dalla mano di fuetto 
artefice : e fervi al Cardinale per fame un degnò regalo al Principe di 
Echeiben, Ambafciadore di obbedienza dell' Imperadore al Pape. Correva 
in quello tempo per Roma e dappertutto la lima della virtù e bontà del 
Cavaliere Caiiiano del Pozzo» come di un vero Mecenate de' virtuofi, il 
quale eflendo venuto in cognizione del valore di Niccolò , e moltopiii 
del fuo pellegrino ingegno» incominciò a dargli occafioni di operare » ac* 
tirefcenaogli anche non poco (come quegli, che in Corte de! Cardinale 
faceva gran figura) il concetto e l' amore: e fu cagione, che a lui folTc 
allogata una delie tre tavole minori » nella tribuna iiniftra della Vaticana 
Bafilica: e fu quella del martirio di Santo Erafino. Né io ftarò qui a raC« 
contare quale riufcilTe quella pittura: e mi atterrò eziandio dal far deferi* 
zione , s\ di quefta« come di ogni abra degnilTima opera , che fece il Pofll* 
no nel rimanente del fuo vivere i perchè tuttociò fi potrà trovare apprefRi 
all'erudito Bellori; badandomi folamente, per foddisriire al mio lettore, il 
fare di quelle una breve memoria in numero » e nelle loro geneirali quali- 
cadi* Circa quefto teinpo conduflTe il Poffino una tavola della Afedonoa del 
Pilo di Valenziena dr Fiandra, ove fece vedere Maria Vergine Ailunta in 
Cielo: e fece ancora la ftoria de' FiUftei, quando dal Signore per lo n^i*- 
sfatto di aver tolta al (uo popolo TArca di Dio , e portatala in Azoto , fur0n 
flagellati con quello (lomacofo malore nelle deretane parti : ed in qi^e» 
fi' opera videfi forte imitato il fare di Raffaello. Ouefto (hipendo quadro 
nelle mani dellUrtefice non forti altra fortuna, che di unafcarfa rìcompen* 
& di feflanta feudi ,- ma in quelle di altri , per le cjuali paisò dòpo alcuni 
anni» fi accrebbe il fuo valore fino alla fomma di mille » che per tanti 
fu venduto al Duca diRichelieu» che lo volte in Parigi, dove poi fu pollo 
per adornamento delle Regie Camere • Erafi il pittore in quelle figure con- 
tenuto in una piccola proporzione » fra gli due e ^li tre palmi: conche 
diede tanto gufto, che ipariafene la fama» incominciarono ad accrefcerfe- 
gli a gran legno V occafioni di farne per gabinetti , non folo per la Fran- 
cia, ma eziandio per altre Provincie • E in tal tempo fec^fi luogo al Po(fi*< 
no di condurre i tanto rinomati quadri in figure di due palmi , per lo fuo 
gran protettore» il Commendatore Calfiano dal Pozzo, ne' quali rappre* 
fentò i fette Sacramenti: opere, chefuron poi una nobile aggiunta alraU 
tre maraviglie, per cui fu e (empre farà famofo il preziofo mufeo di quel 
degniflimo Cavaliere • Fece anche per lo medefimo un altro bel quadro di 
San Giovambatifta, in atto di battezzare; e al MarctmfeDon Amadeo dal 
Pozzo colorì le due fiorie del Paffaggio del mar roflb del Popolo d' Iddio » 
colla fommerfione di Faraone ; E V iftoria eziandio deirAdorazione del Vi- 
tello» le quali ebber luogo nel fuo Palazzo a Turino. Per Giacomo Stella 

pittore» 



NICCOLO FOSSIMO. goi 

]»kcore , fup ctro amico ,. color\ un qi^dro 4el miracolo dell'Acqua nel de^ 
ikno ; un' altra ilmile floriaf ma di diverla inversione dìpinfe per Monsù 
Cilliè, Al Cardinale di Richelleu colorì quattro Baccanali col trionfo di 
Bacco» e quello di Nettunno in mezzo al mare » fopra il carro tirato da ca« 
valli marini , corteggiato da Tritoni e da Nereidi » opere tutte , che gli frutta- 
rono tanta fama, che poi per mezzo di Monfignore di Noyers, Segretario 
e Miniftro di Stato # e Sopraintendente delle Regie Fabbriche, ad ìnftan*- 
ze dello fteflb Re e dsl Cardinale ( che volevano ricondurre in Francia Iq 
buone arti, abbellire il Real Palazzo del Loirre e di Fontanablò ed altri, 
e adornare la Regia Galleria, col fare ragunata di uomini fegnalati in pit- 
tura e fcultura ) fu il Poflino chiamato, per occupare fra efli il primo e 
princìpal luogo : e ciò fu al principio dell'anno 1639. E'ben vero, che ben 
due anni indugiò il pittore a portarli colà: e quefto, a cagione di doverq 
accomodare fuoi a£Fari in Italia ; onde non prima che verfo il fine del i ^40^ 
£1 il fuo arrivo a Parigi, ove gli fu dato luogo a Fontanablò/ Furongli 
dalla Maeftà del Re ordinaci due gran quadri per le Cappelle di Fontana- 
blò e di San Germano ; e furongli fubito donati duemila iTcudi per dat- 
orincipip all'opere; mille per V incomodo del fatto viaggio, nel quale ct^ 
fiato pure interamente fpefatoj e mille altri furongli aflegnati per ordina- 
rla provvifione di ogni anno, oltre al pagamento da farfegli di tutte le ope- 
re. Dicdegli in dono quel Re per fua abitazione un palazzetto nel pia bel** 
pollo del Giardino delle Tuil]eri€s,che poi per caufa di nuova fabbrica fuT- 
mandato a terra- Lo dichiarò fuo primo pittore ordinario: diedegli la fo* 
printendenza di tutte le opere di pittura , e reftaurazioni di Regi Palazzi 
con particolare provvifione di jcremila lire : ed altre dimoftrazioni di amo4 
re e di ftima^Iifece, che. leggonfi in una lettera, che il medefimo pQflina 
icrifle al Commendatore del Pozzo, in data de' 6. di Gennajo del 1641^ 
Doveva il ]>ittore, fra T altre cofe, far dipignere con proprio difesno nelU 
gran Galleria del.Lovre qtto iftoriedel vecchio Teflamento, e altre norie pet 
Arazzi deUe Regie Camere, ad imitazióne degli altri del gran RalTael 16, pori 

J^ermiifione di valerH per quelle delle invenzioni di altre Umili iftorie da 
Ili dipinte. In quello tempo colorì per lo Cardinale l' iftoria di Moisè nel 
Roveto, che dovea eflfer pofia fopra il cammino del Gabinetto di fuo Pa- 
lazzo ! e pei palco di qudla ftanza , in figure maggiori del naturate 1 
dipinfe la Verità, fofienuta dal Tempo contra V Invidia e la Maledicenza. 
Per San Germano colorì la tavola dell' Iniìituzione del Santiflìmo Sacra^ 
mento : pe* Padri Gefuiti fece la tavola del miracolo di San FrancelcQ 
Saverio nella refurrezione della donna Giappone fé . Difegnò tutti i fron- 
tefpizzi per, la riftampa fattafi allora nella Regia Stamperia di Parigi delle 
Poefie di Vereilio e di Orazio. £ra già qùafi terminato l'anno 1642.. 
quando il Pollino, vieden^ofi immerfonel gran pelaj^odi tanti impieghi e 
kvpri, rifolyette di condurre a Parigi la propria contorte : e a tale effetto, 
con permiflione del Re, e con promeflTa di predo ritorno, viaggiò a Ro-. 
ma, portando però con.feco P obbligo di loddisfare anche da lontano a'^* 
bìfogni delle incomìiKiate faccende pelLovre; e giunto colà con allegrez- 
za degli amiciy li pofe a feguitare l'opera de* cartoni per )a Galleria . Oc- 

corfe 



3<>2 DecennAlL della Part, L deiSecV. dai 1 620, ai i ^3 o. 

* 

Qorie intanto in Francia il cafo della morte di Monsù di Noyers fuo gran 
protettore a qwlla Corte; e poi quella eziandio dello (teflb Re; ondeH 
fece luogo al Pofiino a non penfar più al ricorno a Parigi, ma a fermarfi 
nel r applicazione alle fue belle invenzioni di favole e di (ìorie» come per 
avanti era fiato folito di fare: ed in si fatta quiete perfeverò per ben ven« 
titre anni* che acconipagnaron poi il viver fuo. Per lo Signor di Chate^ 
loa fece di nuovo i fette Sacramenti , tenendoli in prte lontano dalla 
prima invenzione » elettaG per quegli, ch'egli aveva dipinti per lo Com- 
mendatore del Pozzo 9 ed altre molte cofe i tutte degne di ammirazione, fé* 
ce vedere e per Roma e per varie Provincie > ov' elle furon trafoortate • 
Perfeverò, come dicemmo, il Poffino in quefti fuoi ftud) per lo (pazio di 
ventitré anni» fempre caro ad ognuno, non tanto di quella nobilifliaia 
città» quanto d'oggi altra; ond' è, che a Roma non.comparivano perfo* 
iie»o di alto lignaggio o gran virtuoG, che non voleflèro vederlo e cono-* 
fcerlo: e lo fteilo Ke Luigi XIV. gli confermò il paterno brevetto col ti« 
tolo di fuo primo pittore » e volle che gli foflero pagate le trafcorfe prov* 
vìfioni. Ma perchè egli è folito deir umana mtferia il non fentir godimen* 
Co fenza miftura di dolore; incominciarono appoco appoco ad affliggere ii 
noftro artefice varie indifpofizioni : e particolarmente fu aflalko da un si 
fatto tremore di mani e ai polii, che a fegno il conduffe dì non poter 
più ne^ fuoi difegni far vedere i maeftrevoli tratti, che per avanti erano 
itati proprj del fuo ftile: e coW accrefcerfi di tale accidente, anche al di« 
pìgnere provava egli ^ran difficultài finché forte indebolita la foftanza del 
corpo fuo , prima fi ridufTe quafi del tutto inabile al camminare : poi > col* 
Paggiugnerfi a' fuoi mali una gran poftema, giunfe a non poterfi difobbli» 
gare dal letto» finché gli fu forza il vedere V ultima ora del viver fuo:' 
e ciò fu agli 19. di Novembre del 166$^ e della faa età il fettantefimeprima 
con più cinque mefi : e quefto , dopo avere egli dati aperti fegni di quella 
pietà 9 colla quale veramente in fu gli occhj di Roma e di tutto il mondo 
egli era fiato folito di menare fua vita» Gnindiflimi furono gli onori» 
che da quegli Accademici di Santo Luca, e da tutti gli altri artefici furon 
£itti al fuo cadavero, al quale finalmente nella Chiefa Parrocchiale di San 
Lorenzo in Lucina fu data onorevole fepoltura . 

Ebbe il Poflino moglie, ma non' figliuoli: ed il fuo capitale • in tempo 
di fua morte » non trafcefe al valore di quindicimila feudi . Reftò un fUo 
ritratto fatto di fua propria mano Panno 1(^50. e mandato da lui mede* 
fimo in Francia al Signor di Chatelou. Fu il Pofiino d'ingegno vivace 
molto: ed a forza di gran lettura, e colla pratica de' gran letterati poflia* 
mo anche dire, che egli fi {offe fiitto fumcientemente dotto, almeno in 
quanto appartiene al fapere ingegnofamente e nobilmente inventare : cofa , 
che veddefi particolarmente nelle figure , che egli difegnò nel trattato 
della Pittura di Lionardo da Vinci , ftampato in Parigi Panno 1(^51. e fa 
folitoa dire, che il pittore doveada per Ct fteffo Icegliere il fuggetto abile a 
rapprefentarfi , Nel modellare di cera e di terra non fu inferiore ad alcu- 
no del fuo tempo, anche profeflbre di {cultura: e fu fuo detto ordinario» 
che la Pittura e la Scultura erano un* arte fola, d'imitazione dependentc 

dal di- 



NICCOLO POSSINO. joj 

dtl difegno t non in altro difparif cho nel modo; benché k prima per U 
finca apparenza foflè pm artinciofì • . Ebbe penfiero di dar fuori un fuo 
Trattato diOflervazioni e Ricordi diverfi fopra la Pittura : e alle originali 
fatiche» a tale oggetto fatte da lui» fu dato luogo nella Libreria dell'Emi-- 
nentiifimo Cardinale Cammillo de' Maflimi , comunicate ancora da eflb a 
Pietro le Maire , fiato fuo amici (fimo : ficcome caro non poco gli fu Gafpa*» 
ro Dushet» fuo diicepolo e cognatp» il quale nell'ottima maniera e nelh 
fjuna di condur bene arie « paefi» pofiiamo affermare» che rimaneflfe fuo 
degno erede • 

Diciamo per ultimo » che chi bramafle alcune belle ofTervazioni del 
Poifino intorno alla pittura , ed anche una fua bella fatica intorno alle mi* 
fure della maravigliofa (latua dell' Aminoo , potrà nell' altre volte citata 
opera del Bellori render pago fuo defiderio . 



PITTORI 

CHE FIORIRONO IN QUESTO TÈMPO 

NELLA LIGURIA O GENOVESATO. " V 

GIOVANNI CARLONE, figliuolo di Taddeo Carlone Scultore , 
ebbe fua fcuola appreflb a Pietro Soni pittore Sanefe, nel tempo ap« 
punto» che egli fi trovava in Genova, nel 1595* per fare pili opere per 
quelle chiefe: e nel tempo ancora, che nella medefima fcuola ftudiava 
Bernardo Strozzi » detto comunemente il Cappuccino Genovefe : e riufci 
ne' fuoi principi ad ogni altro fuo condifcepolo (uperiore; ma partitofi 
da quella città il Sorri, né trovandovifi allora pittori di valore, con cui 
poteiTe egli dar compimento a' fuoi ftud), fu dal padre mandato a Roma, 
ove alcuni anni (i trattenne : e poi portatofi a* Firenze, fi fermò appreflb il 
celebre pittore Domenico PaiIignam,dovegIi forti di farli gran pratico nel 
colorire a olio e a frefco; tantoché tornatofene a Genova, vi fu da quei 
cittadini in lavori onore voliflimi impiegato. Accafatofi con una figliuola 
di Bernardo Caflello , fatto già abbondante di occafioni di operare, potè 
bene appagare il fuo genio e l'amore, che egli aveva all' arte fua. Nella 
SantiilìmaNonziata di Port'Oria fece più pitture a olio e a frefco: nella 
Chiefa dei Gesù per ii Loniellini dipinfe la navata di mezzo: nella Chiefa 
della Santiflima Nonziata del Guaftato, e nella cafa di Anton Maria So* 
prani, che poi fu di Carlo Cafella , colori molte iftorie a frefco .. Ch'urna* 
to finalmente a Milano , vi diede principio ad una grande opera nella Chie- 
fa di Santo Àncoiùo ; ma non era egli appena alla metà pervenuto di fuo 
lavoroi che fu colpito dalla morte V anno 16^0, Furono quelle pitture 

terminate 



3 04 Decenn. ìli detta 7art. I. del Set. F.dal 1 620. ali6$ o. 

terminate da GIOVA MB ATI STA CARLO NE Tao fratello: e ti 
cada vero di luifunelja ftcfltCbiefai poflTedaa da' Padri Teatini, dacaoao* 

revolc fcpoltura. 

GIOVACCHINO AXERETOiche venne a queftaluce nell'anno 1600. 
fin da piccolo fanciullo actefe al difegno appreflb Luciano Bozzone t e 
fotto la fcorca di lui prima fecefi valorofo nel difegnare di penna, poi fi 
approfittò nella pittura fino al iegno di potere di fua invenzione operare : 
e £ra le prime cofe, che conduflero i fuoi pennelli , fu un Cenacolo per 
quei dell'Oratorio e Compagnia di Sant'Antonio in Sarzano . Accodatoli 
poi a Gio. Andrea Anfaldo, eflbndo egli ancora iu aflai tenera età, fece 
pe' Fratelli dello fteflb Oratorio un'opera di ftraordinaria grandezza, in 
cui con qualche ajuto del maellro rapprefentò le tentazioni di S. Antonio « 
Una tavola pure dipinfe a'medefimi» nella quale fece vedere il Santo in 
atto di fare icaturire acqua dalle pietre. Operò per liDifcìplinantidiSan* 
ta Maria, e per l'Oratorio di Santa Croce . Nella Nonziata del Guadato, 
aiella Cappejla di noftra Signora della Cintura , fece opere belle a frefco e 
a olio . rer Gip. FranCefco Granello dipinie un falotto , e un altro per 
Agoftino Arpoli : per le Monache di Santa Brigida operò fimilmente: e 
più quadri colorì per pubblici e privati luoghi di quella Cittì e della Ri- 
viera, e molti ancora, che furono mandati in Ifpagna. L'anno i<^39. por- 
tatofi a Romai vifitò tutte le danze de' pittori, ofTervando le maniere di 
ciafcheduno , fenza mai però darfi a conpfcere per pittore : né volle ope-^ 
rarvi alcuna cofa; benché, com'et difie poi al tuo ritorno, ei non avefle 
fra quei maeftri veduto tanto , che avefiegli tolta 1' apprenfione di fapere 
anch' eflb tanto o quanto maneggiare i pennelli . Finalmente venuto Yzn^ 
x\o 1649. ^^I quale occorfe la terribile influenza delle febbri acute , che 
tanti e tanti privarono di vita, toccò anche ad eflb fra i molti la ftefia mU 
fera forte. Fu quefto artefice in apparenza malinconico, ma allegro e fa- 
ceto nel converfare; e ftando folofapea anche di ver tirfi , traftullandofi col 
fuono e col canto all'improvvifo, e fino col cane e colla gatta. Dilettofli 
in eftremo della pefca, tantoché fé egli avveniva , eh' e' vi fofle chiamato 
da* compagni in tempo, che egli avene fopra alla frefca calcina abbozzata 9 
e anche a buon termuie ridotta alcun'opera , pofava i pennelli, lafciando 
il lavoro nello flato eh' e' fi trovava ; onde gli era duopo il feguente gior« 
no gettare il tutto a terra, dar nuovo intonaco, e ricommciaire da capo le 




Genovefe, che molte opere copiò del maeftro a maravigjift bene; e finì fua 
vita r anno 1656, Fu anche difcepolo di Gio vacchino , Giovambatifla Ta- 
nara nobile Genovefe» ehe dipinie per fé ftelTo; e pe' propr) parenti e 
amici . 



NOTI- 



3 OS 



D B L L E 

N O TI Z I E 

DE* PROFESSORI 

DEL DISEGNO 

DA CIMABUE IN QUA 

DECENNALE IV- 

DELLA PARTE l DEL SECOLO V- 

DAL OiDCXXX. AL MDCXXXX. 

DON ANGIOL MARIA COLOMBONI 

DA GUBBIO MINIATORE 

Mnaco UfivetoM, 

|U il natale di quella ircefice l' anno i6o%. il i»dre Tuo 
1 fu FUmminioColombonicJctftdino dì Gubbio. VeAl 
fin da giovanetto T abito della Congregazione Olive* 
, tana: ed in quella (ì intero fìn dal Del principio ap- 
prezzabile , non meno pe* buoni coflumi , che pef 
le inclinazioni alle lettere e ad altre facottadi, nelle 
quili col tempo riufcì dì non oidinaria eccellenza» 
e particolarmente nelle mattematiche. Stampò inBo^. 
logna l'anno 1669. un libro intitolato 'Pràtica Gnomo» 
tùeé » ovvero Tavole t colh qutli ciafcum agevolmente puòjar ^ fé gli omlogi 
do Sole - e un altro fìmil volume ha lafciat;o in penna . Ma non meno lì è' 
egli fegnalato , per l'abilità avuu in difegni e ricami , e per trarre dal ns- 
tjurtle (»ni fof et dì iìori , facendo da fé medeOmo Iq tinte di fughi d'erbe . 
■ ■ V ■ ' " Fu " 



^ò4 DegetmJl^. della Part.L dei Sec.y, dal 16^0, al 16^0, 

Fu eccollence in lavorar dr minro . e ritrarre al vivo ogni Qualità dì uccdll» 
i quali lavorava con'cant'arte, cheeracófaftraordinaria, paiohè olcre alla 
pofìcura» il geflo e la naturaleiza, fi difcerneva in loro la più minuta piu- 
ma delle penne, col variar d&lP«dìI»ei iuezzetince e lumi; onde è fitoia, 
clw il celebre pittore Gio. Francefco Barbièri* detto ìt Guèrcino ^a Cen* 
to. fol4 jrólitò di cl^UDar« quefto Padre iiì fìmil pro&iIi<H>e> il Raffaello 
de' noftri tèmpi: e Frahcefco Allegrim pittore dt Gubbio Io paragonava 
a Giovanni da Udina, che in rìtrarre,al naturale gli uccelli fu lìngoIarilH- 
mo. In due libri di quefti animali, che egli ha lafcìaro dì fua mano, fi 
vede ad ogni«arta figurato con mirabile fquijicezza un uccello > in quell^^tt^ 
eppunto , cha ad eflo è più connacut^te ; oilèrvàzione e fatica > degna in^)e- 
ro èf uno fqtiifico ingegno , coaijd^^ quello^ di queflo artefice . Sc^teC 
egltper qualche tempo in Bologna, onorato del titolo di Abate, fotte il 
Generalato déIl'AEute.Peppolj: poi toiiiatofràé alla patria' a continuare i 
fuoi fiudj , alTalico da gr^e infermità , fini il corfo de' giorni fuei l'anno 1671. 



C O S I M O L O T T I 

pittore e architetto 
fior:entino 



'Difiepolo di 'Bernardino 'Pocceni,nato 



ION v'ha dubbio alcuno, che a p^rfona, che BJutata dal gènio 
voglia far profitto in qualche bell'arte, non fia neceflarìo 
aver per primo e principal penfiero ìl fare fcelta per fé di un. 
ottimo maetlro; ma egli è vero altresì , che fé tal maeftro non 
avrà congiunto all'abilità nel fuo meftiero, l'amore e la dili- 
genza neli* iftruire i.difcepoli, non farà Tempre buona tale 
elezione. Colimó Lotti Fiorentino', uno de" più bizzarri ingegni del fuo 
tempo, avendo grande incUhaZtone alle cofe del difegno, fin da'fuoi pri- 
mi anni fi acconciò co! celebre jfittòre Bernardino Poccetti. Ma per eflè. 
re quegli , per altro valente e infaticabile artefice , come abbiamo fatto ve- 
dere nelle notizie della vita di lui, perfona bisbetica e capricciofa , e tut- 
to dedito agli fvagamenti e all' allegrie delle tavole, dì pochi o dì nìur>o 
de'fuot fcoiaricì /on mai venuti a notizia grandi progrem nell'arte^ onde 
non è gran maraviglia « che il giovane, dopo avere aiutato per qualche 
tempo al maenro ncU' opere fue, fi delle tutto alle cofe di Architettura, 
efèrcitandofi particolarmente in quelle, che ad uh nobile e bizzarro inge- 
gnere appartengono, nelle quali rhifci poi (Ingoiare. Onde effendo (lata 
conofeiuta .dal SereitilUmo Granduca W fua grande abilità netl' inventare 
t'(Ì9»duWe«fifteVòft Ciwofc'c nuore» toUe ch'c'-tefiaWfiiR tu^ce le fonti 

L. ... ■ -■_j^^ - .- jj^ji. 



QOSIMQ lÓTTI. 307 

jdellt Keal VilkdiPratoIino; mi parucokcin^ce tutte I0 figure» che inof 
pendoli a forza d'acqua>fanno diverfì loro uficj , che Pajon veramente anU 
mate . Ebbe ancora per volontà dei medefimo a rettaurare le fonti della 
Villa di Caftello, dove conduiTe can fua invenzione la belliflima fonte» 
che fi chiama la Grotta, con ungran cancello di ferro, che da per fé 
•fteflb a forza d' acqua chiudendofi, ferra il mal pratico foreftiere oentro 
alla medefima» mentre da tutte le parti piovono acque in grande abbon- 
danza : e fimilmente fu fuo concetto e artifizio il gran mafcherone, che jlji 
Vede ibpra il frontefpizie di eòa .grotta» il quale al toccar che fi fa col 
piede una lapida» che ènei pavimento poco avanti all'entrare, aprenda 
moftruofamente la bocca e (Iralunando gli occhj , vomita addo(fo a chi è 
di fotto trentatre fìafchi d' acqua in un momento,; e. fece anche due cigni 
per un'altra fonte di quella Villa, che a vicenda fi muovono, tuffando il 
capo per bere, poi vanno fpruzzando l'acqua all'intorno verfo ì riguar«> 
danti* Quivi pure , nella fonte detta la Quercia ,fece una tavola , che getta 
l'acqua con bellifiimi fcherzi: ndle quali tutte cofe fi fervi per la mani- 
polazione» di un tal maeftrodi (l^gni , chiamato per foprannome. il Trito» 
che in que' tempi era molto filmato in maneggiar ìe materie neceflarie $ 
tali invenzioni>^ e perfona in tuttfls{)Qr tutto ^fimile a lui, perchè era ui| 
uomo piacevoliflimo . Fu egli in quefto tempo grande amico del vinw)C^ 
Giovambatifia Strozzi , chelo tenne con provviftone di cinque feudi il me- 
fé: e fecegli fare piìi difegni per la facciata della fua cala da Santa Trinità» 
doV è il terrazzino; benché poi fi valeile del modello di Gherardo Silvani^ 
faceiìdo fare però con difegno del Lotti i trofei , che fi vedono fotto la 
cornice della fiefifa facciata . Era paflata al cielo la gloriofa memoria del 
Granduca Cofimo II. - felice- pec la bQllaiucQeifione lafciata di quattro Prin* 
cipi e tre PrincipeflTe fuoi figliuoli , la maggior parte in puerile età , «e di 
quello fpirito» che i medefimi, fatti maggiori, nanno poi dato a conofce- 
xeal mondo; quando, per avere egli^ come fi è detto, avuta mano no' 
foprammentovati lavori, fi eragià fatto a0ai conofcere a quella Corte; on- 
de e' nofì andò molto ^ che egli incomihciòa riceverne trattamenti di 
grande amorevolezza e familiarità; ed efiènda fiata conofciuta la fua gran 
piacevolezza, facevanlo quelle Altezze frequentare il palazzo e le camere 
de ì Principi fanciulli, a i quali colle fue beile invenzioni, in cert'ore 
determinate, era di un gioconditlimo trattenimento. Per quefti fece nel 
viva)o de' Pitti moltifiimi fcherzi d'acqua tanto belli, nuovi e capricciofi, 
che pi ù non fi poteva defiderare . Fra gli altri fece una piccola barchetta , nella 
quale eran due barcaruoÌj\ che per fòrza di contrappefi fi vedevano va* 
gare, mentre la barca, che era di un braccio o poco più, andava cam- 
minando. Accomodò ancora nello (ttffo vivajo due figurine armate, che 
non eccedevano l'altezza di un palmo. Quefie pofavano fopra un piano di 
afie, coperto di lamiera di rame, e quefta fopra un puntello, che in fon« 
do aveva uno zoccolo pefante, sì bene contrappefato, che la teneva fer- 
ma appunto al piano delj' acqua, mentre le due figurine, mediante alcuni 
artificiofi ordinght,che eran fotto^ incontrandofi inileme,e più yolte arre^ 
trandofi, s' invefiivano con lancia. Chi vide molte di quefie invenzioiu 

V a dice, 



^ o8 Decenn. W. Ma p4rt. t. deliec. V. àal i ^3 o. al 1 6/^0. 

tdice, che il Lotti per faf tate apf^arenza fi valeflb di certe caflette d^ acqua 
riferrata f che al toccar di una chiave pigUatrano un moto violento «eoa 
cui fi vedevano operare quelle figure, e anche la barchetta. Se poi occer- 
fevano o pel Palazzo o per le cale de i Cavalieri fuoi, nozze o oanchetti » 
ficeva egli per le tav<rfe beUiffini lavori di zuccheri « fonti e altri fcherzi 
non più veduti. Venuto Tanno ifizft. la Maeftà di Filippo IV. Re delle 
Spagne incominciò la fabbrica del gran Palazzo del Buonritiro alle mura 
di Madrid, dove difegnòfare un teatro per le commedie: e per tale effet- 
to chiefe al Granduca Ferdinando alcun buono artefice e ingegnere, che 
Sion iòlo potefle dar diiègno per lo teatro , ma anche inventare e promuo- 
vere 1' ufo delle macchine per le ftefie commedie. Il Granduca ebbe di- 
Icorfo di ciò con Giulio Parigi, che in tal meftìere faceva allora la prima 
figura in Firenze i al quale parve , che fofie giunta una bella congiunta- 
xa di eonfigliar bene il Tuo Signore, far cofa utile al Re» e liberar le fieflb 
danna torxoentofagelofia, che travagliava il fuo cuore neli' ofiervare le fpi«> 
ricofe operazioni, che dava fuori ogni di l' ingegno di cofiuii onde fenza 
punto penfarvi fopra, diCTe al Granduca , non poterfi mandare in Ifpagna 
m^lior foggetto che lui . E perchè il Lotti aveva già in tali belle facoltadi 
dato gran faggio di fé: e perchè e- voleva quel ^reniffimo &titfare pie» 
tiamente al gufto di quella Maeftà; comandò a lui il mettedi all'ordine per 
portarfi a quel fervizio. Cofimo accettò volentieri così bella occafione di 
ftrfi onore: e fulnto fi applicò a preparare belliffime invenzioni , per farle 
vedere al Re al fuo arrivo , affine di acquifiarne appreOTo la defiderata be- 
fievdenza e ftima di fuo (apere : ed acciocché gli folle concefl^o di poter colà 
porre ad effetto un fuo bellifiimo penfiero in materia di artifiziofe i^ppa* 
renze, che io racconterò più abbalTo, Stava egli in quefto tempo in Fi* 
irertìse nella propria cafa di Mattio Fiordivilla luo nipote, uomo dt tanta 
integrici e di tanto retto giudìzio , quanto altri mais e quelli fi trovò a 
vedere rutti i modelli , e preparamenti delle cofe,che io fono ora per rac- 
contare , ficcome egli a me T ha raccontate* Primieramente compofe di di» 
verlè materie proporzionate alle azioni una teda maggior del naturale , 
la quale, nel toccarfi un bilico, apriva la bocca in modo fpaventofo, in<- 
crefpava il nafo e le narici, arcava le ciglia, fliraya le gote e ftralunava gli 
occhj: inoltre rizzava i capelli, e prorompeva in un urlo orribile, Que* 
fta portò egli poi con feco in Ilpagna , la donò al Re , e fervi per un bello 
fpattb della Corte, particolarmente della Regina: la quale fattala vedere ad 
alcune femplici fue damigelle, le meile in apprenfione, che ella foffe cofa 
fopraiinaturale , e che ella avefle vlnù di fpiare le azioni de^ Cortigiani per 
rirari/le alla Maellà Sua; cofa che le coftitui in tanto timore, che non fi 
arrifchiavano a parlare, per non eflfere udite da quella teQ:a« Ma perchè 
non creda alcuno, che l'affetto del Fiordivilla alla virtii e perfona del zio 
rabbia fatto in quello racconto alquanto amplificare, eccone un tefiimo* 
Ilio di un gran vinuofo delle Spagne • Quelli è Vincenzio Carducci , Re- 
no pittore, il quale nel fuo Dialogo della pittura, fcritto in <)uella lingua, 
fa mi cai racconto i che recato in noftro Italiano idioma, dice così; 



COSIMO lOTTL SQf 

Déìt^trn hmJU titomnHéUe finente dtttf whft tppsnamimo i§ 8§t$ 

fiì £jpofto e ùtémio di isvole un teatn potatile » per far commedie di méccbi^ 

ne. come queUe ebe # quefli giorni fi fin fatte ^ neUe quali Cofima Lotti ffamo-^ 

Jò ingegnere Fiorentina t mandato dal Granduca di Tofcanf al fervizio di Snéf 

Maefià , ba impiegate con tfiupore di tutti lefue ammirabili e fhaoaganti tra^ 

sformazìoni. Per faggio e per mofira del fuo ingegno ( quando venne ) fect 

qfueBa te/la di Satiro di wtlente fculiufa 9 cbe con movimento feroce muove gH 

accb) , gli oreccbj e i capelli ^ e la bocca apre con tanta forza 9 e con uno fir/do 

eie ypavema e impaurifce cbiunque non iSà fulFavvifo ; ficcome in mia prefen^ 

^u feguì d^ un uomo , cbe flrafecolanào per queOo non penfato rumore % diede 

turbato e quafi fuor di fé ufcito^ un balzo iU pia di quattro poffi. Nonfifit 

fé quella cbe formò Alberto Magno 9 cbe fecondo dicono le fior ie% fave IJ ava ^ 

uvanzajfe quefia . Una rapprefentazione fece in Palazzo dove fi vedeva un ma^ 

re con tal movimento e proprietà t cbe coloro cbe la miravano, uf vivano (olla 

fiomaco alterato^ come fé 'veramente faffèro fiati nel mare ^ ficcome vedd^lt ito 

piti d una Dama di quelle 9 cbe fi trovarono a queffa fefta . Fin qu) il Car» 

ducei. 

Diifi di fopra , che il Lotti preparò in Firenze U bella inirenzione di 
quella fpaventofitcefta per acquiftar credito appre(£bal Re rdcciocchè gli fo& 
K credMa unta fede 9 che bafl:a(!e|ier condurlo all' adempimento di iia fuo 
bei penfiero. Diquefto» fubitocliè egli fu eletto Ingegnere di Sua Matftà ^ 
egli aveva fatto i difegni d' acquerello colorito: e anche aveva terminaci 
i modelli in Firenze, nella cafa e a vifta del nominato Fiordivtlla fuo nl^ 
poce: ne* quali modellici era fatto ajutare a un tale, Pier Francefco Can« 
dolfi 9 detto 'il Maeftrino legnaiuolo » uomo di grande ingegno « che efleq» 
do flato a Roma qualche tempo , aveva difegnate e colorite tutte le piik 
beHe fontane di quella città . Il penfiero dunque del Lx>tti fu quefto. Ave* 
va egli determinato di fare un Giardino a quel Re» con tutte le amenità « 
delizie, che fon proprie di un tal luogo . Alla porta di quefto Giardino vo* 
leva ehe col toccarli di un bilico comparifle una fìnta bellifiima femmina» 
pompofamente veftita, ad incontrare il foreftiero, e con bella grazia gli 
porgefle la mano ; quindi accomp^ignandclojper alcuni palli » lo doveflé con* 
durre in luogo,dove dovevano edere altre ngure, che da per fé fteffca va« 
rie azioni fi moveffero. Vedutoli pai dal foreftiero il più bello del giardi»* 
no, doveva egli pervenire in un luogo, dove fofle un^alrra finta femmina, 
Ja quale con bel gefto T invitafle a bere dell' acque di una fontina, quivi 
vicina, accomodata con tale anifìzio, che fubito, che egli vi avefle ap- 
predate le labbra, cetTaflTe di gettare acqua, e in quel cambio mai)dafl*e fuo« 
ri preziofifllmo vino: e fubito fpiccata la bocca dalla fonte tornafle a darò 
acquar etutDOciò dovea farli fenzafenfibileintermìifione di tempo, etan«» 
to iftantemente, che non potendoli accorgere alcuno del celTar deir acqua 
e del vino, pareflc proprio che l'acqua in vino e 'I vino in acqua li trafmu* 
rade . Quella bella idea non li crede che fede portata a fuo fine ; petcbò 
giunto che fa il Lotti in Madrid infiemè col Candolfì » il quale condude 
per fuo ajuto nelle macchine, con due altri uomini, giardinieri del Giardino 

V 3 di Bo- 



j io Vecenn.U^.MaPart.hdelSèc.V.dàl tó^o.al 16^0. 

ilBòboli (a) I fa Cubico dal Re impiegato nel teatro $ il quale fece egli con-^ 
cigoo al Real Palazzo» in tal politura, che dal piano dell' appartamento Re- 
gio» godendofi tutta la fcena » pocevanfi altresì vedere e (entir benifllmo le 
commedie: e perchè il didietro di efia fcena rifpondeva in campagna aper- 
ti/ potè r artefice farvi comodamente i pozzi eie tagliate, per maneggiar 
le macchine, che riufcirono maravigliofe e di tanto artifizio, che egli » a£« 
finché fàpeiTero quelli, che erano per venire do]>odi lui, maneggiarle, ne 
blciò im libro ben difegnato ,con tutte le memorie e note , che al loro go% 
verno giudicò eiier neceflàrie. Ave vagli il Re fatto aflegnare una molto 
onorata provvifione, e gli aveva fatto dar le danze unite al Regio Palazzo 
fbpra la caia del teforo, donde era folita paflare la Maeftà Sua, per di quivi 
tirare al Volo; perchè avendo conofciuta la molta piacevolezza di lui» gu- 
flava grandemente di averlo attorno . Fecefi intanto la rinomata comme** 
dia, di che fopra abbiam fatto menzione; la quale finita, il Re fece dono 
al Lotti di tutta la macchina e del materiale di efla con gli abiti ed ogni 
akra cofa . Con quello arredo fece egli a fue fpeiè recitare più altre com* 
medie con $ì mirabili profpettive, mutazioni e trasformazioni, che non 
mancarono molti fra la minuta gente» che fi fecero i credere, che le ope« 
razioni di coftui noh foffe fenza ajuto d'arte magica e negromanzia. Fece 
•l^i pagare un tanto per perfona a chi le volle vedere , con che avanzò 
fopra duemila feudi . Aveva egli lafciato a Firenze due fue figliuole fan* 
ciolle alla cura della moglie, la quale non moki roefi dopo la partenza del 
marito, fentendo fin di qua nuove di lui, altre digufto, altre di poca fue 
Ibddisfazione, attefi)chè egli forfè attendefle troppo a darli buon tempo , 
fuitrò in tanta furia, che infieme colle fieliuole prefe la via di Spagna: 
ed egli , quando meno il penlava ^ non to già con quanto fuo piacere ) 
fi vide tutta la Tua fami^ia m Madrid « Ma la moglie non fu appena fiata 
colà alcuni mefi , che niì) il corfo di fua vita : una delle figliuole fu mari- 
tata aflài civilmente ad un Capitano di cavalli: l'altra eflendo folita in Fi- 
renze lavarli fpeflb la tetta , e poi metterfi al Sole i volendo feguicar fuo 
coftume in quei clima caldiflimo, fu fopraggiunta da tale accidente diapo* 
pleffia , che avendole contratte tutte le parti del corpo , e fattala divenir 
come una palla, la tenne , per pia anni eh* ella fopravvifle, in continuo 
tormento , e finalmente ancor ella morì . Continuò a ueft' artefice molt* anni 
in carica d' Ingegnere del Re , con fua grandiflima latisfazione e lode , e in 
iftato di molta grazia; e finalmente aflalito da grave infermiti , pafsò da 
quefla ali* altra vita • 

Noa folamente fu quello virtuofo, come abbiamo detto, uomo aflai 
Aceto e piacevole nella converlazione, ma nella poefia burlefca ebbe buon 
talento, e molto più nei rapprefentare in commedia parti rìdicolote. Era 
la fua ordinaria parte il contraffare quegli uomini fordidi e plebei » che 
Aoi diciamo Battinni i ed in quelU era tanto (ingoiare » che fin nel tempo 

ch'egli 



m^'^'mmmm^mmmmmm^tm^tém^^iémé^^ltàitam^mméélÉB 



( a ) Bobolì , Giardino dil Palazzo dfl Granduca di Tofcana , ebe anticamenti diceafi il 
* Poggio ài Bogotf,, Già. Vittanit MS. anfÌ€o éppre£ò il Sig, Dmort Aafon Marim 
Sakim , cbiarijpmo di greca Unnsfura in Firem t fum • 



COSIMO LOTTI. 311 

ditegli ert in Tofinma^ e lavorava nella Villa di Caftella» dova fi trovsBvi 
per diporto il Serenifiimo Granduca Coflmoi e però facevanfi molte com^ 
medie co* (oggetti di Jacopo Cicognini» detto il Cicognin vecchio; egli o 
Pippo Sciamerone» che tu padre del celebre pittore Francefco Furini^ 
che pure anch* eflb faceva mirabilmente la medefima parte > fu il condii 
mento di tucte ; ed era cbfa veramente guftofa il vedere comparire in fui 

gilco quelli duet nelF a bi t o e nel gefto canto fimili alle perfooe r«ppre« 
mate» che folamente in vedergli ognuno lì moveva a rìfo: al che ag«^ 
giunte poi le parole e i concetti » non è polTiUle a dire quanto diletto 
arrecavano. Quefta parte fecero anche i due pittori in altri luoghi fuor di 
commedia» fingendoli tali per pigliarli burla di alcuno t in che feguirona 
oofe aliai curiofe, che io lalcio di dire per brevità. 



per 
Poche pitture fi trovano cono^iute per di fua mano : e quelle in ca^ 
fé di particolari • AJla morte del già nominato Fiordivilla Tuo nipote r ima** 
fé in cafa, che fu fua 1 il ritratto di lui » fatto allo fpeochio fin nel tempoé 
eh' egli era in Firenze» e quefio apparilce tocco con buona francheasat 
e per Cammilio Pinadori fl fa aver fatto una tavola del Rofario» che t^ 
mandò in una fua villa • Potè anche aver fatti aliai difegni di £ibbri^ei 
ma a noi non è noto altro» che la facciata del Cieco Strozzi , della quale 
fi è fatu menaione» e una loggetta nel Palazzo de* Pitti » che pure fu fiitia 
con fuo tQodello, 

BACCIO DEL BIANCO 

PITTORE E ARCHITETTO FIORENTINO 

'Dìfcepolo di Giovanni Biìiverty nato 1604. ^ 16 $6. 

I Cofimo di Raffaello del Bianco, che nella città di Firenie 
eferciava T arte del Merciajo» uomo di efeurolariffima bonti« 
alli 4. del mefe d'Ottobre 1604. nacque queuo Baccio: e per« 
venuto al reta di otto anni e non più, già aveva dato (aggio 
di fuo bello fpirito» e tanto inclinato alle cofe del difegno» 
che fu configliato il padre » in cambio d' incamminarlo nel pro« 
priomeftieret di eferciurlo nella pittura » ficcome (ecep accomodandolo 
nella firuola di Giovanni Bilivert» che allora aveva Ama in Firenze e fuo« 
li di ottimo artefice. Con quello fi trattenne il figliuolo» profittando aflai^ 
fino air età di anni (edici. Occorfe un giorno» che trovandofi in quella 
feuola il Dottor Giovanni Pieroni» celebre Mattematico» buon Filofofo» 
Architetto e Ingegnere t che doveva portarfi al fer vizio della MaeftàdeU 
¥ Imperatele a Praga # vide il giovanetto; e oflervando le qualità di fua 
perfona e del fuo ingegno > e V allegriffima fua nac|in • congiunte al bel 

V 4 modo 




312 DecennW. deUa ParfJ. delSec. V. dal 1 63 o. al i ^40. 

modo e alla bella facilità, che tgli av^etranel difegnatet pregò ilpadie che gFie^ 
le volefle concedere per condurlo con (èco . Non difpiacque a Cofimo H 
propofizioffe del Pieroni; onde rivefticolo di tutto punto aflai civiliBente> 
perchè era uomo affai comodo, gliele confegnò . Andoflene il giovanetto 
con gran fua foddisfazione feguendo il Pieroni t col quale (lette impiega- 
re tre anni continovi in far difegnii fecondo gii ordini , che alla giorna^ 
ta ne teneva da lui , fenza però abbandonare mai Tefercizio della pittura; 
ma paflato qoefto tempo % vedendo egli edere troppo lontane le fortune 
e gli avanzamenti, che gii erano (lati promeffi dai nuovo maefiro, fermò 
fuó propofico in volerfene tornare a Firenze . 

Mentre egli fé ne ftava in quelli penfieri , occorfegli V eflere propo« 
fio ad Alberto Waldeftain» Duca di Fritland, Generaliffimo di Sua Mae-* 
Ai Cefarea , per dipignerli nella ftefla città/di Fraga fua patria , alcune 
fian^e in un (bo palazzo, che egli novamente faceva fabbricare: e Baccio 
TI C applicò di buona voglia. Scava egli un giorno operando (opra un 
certo palco» quando comparve il Waldeftain: e tutto pieno di collera 
( perthè pafeagli, che il giovane facefle adagio , e già più volte avevanelo 
affrettato ) dine: Eie pitcore fiorentino ^ quando diavolo finirai tu quefto 
lavoro ? In quale fpavento o timore cadefle il povero giovane nel vedere 
fdegnìito contro di le quel terrìbile uomo» ben conoTceremo dal fapere» 
che eran già noci a Baccio due ftravagantiflimi rigori , che pure allora ave* 
va ufati Quel foldato , i quali però (limo io bene di accennare • 11 primo 
iti della fubita morte di forca, comandata darfi a quel miiero fuo Ajttcante 
di camera, che per folo fine di far meglio, all'arrivo di uno fpedito con 
lettere di Sua Maeftà Cefarea avevalo {vegliato dai fonho • II fecondo fe- 
g«) in quefto modo • Erafi accoftato un giorno a quella cafa med^fi» 
ma , mentre il Waldeftain ftava vedendo una fua fabbrica • e gli ope- 
rane! • un Ufiziale, per fargli una non fo quale ambafciata da parcc di un 
Comandante del fuo reggimento . Il Waldeftain fenza far motto , sfodera- 
ta la fpada, la dirizzò alla vita dell'innocente mandato. Quefti feanaò il 
colpo colla fuga per le ftanze del palazzo? e1 Generale fempre il feguitò 
colla fpada alla mano, finché il ridufte in una ftanza non ancora del tutto 
impalcata , nella fummità della quale eran folamente ftate fermate a loro 
luogo alcune travi; onde 1* Ufiziale non potendo pia oltre fuggire con 
un bravo falco fi flanciò, e con fermezza di piede e dì perfona fi ftabitt 
ibpra Uiia di efie travi: « come quegli, che già fi vedeva morto t voltò la 
faccia, mefie mano al ferro , e pofefi in parata conerà il Waldeftain ftcfib; 
ma quefta volta, o fofle per lo concetto, che formò il Generale dell'ani- 
ttoficà del foldato > o fofle per falvare fé ftefib dalla nota di efierfi iafciato 
perdere U rispetto da un foldatello, tettò vinta la lua fierezza, e difife^ 
Quefta è una brava beftia: e ripofta l'arme al fuo luogo, diede ordine, che 
al foldato foflefo donati cento Tal lari , con farlo però calTare dal fuo regr 
gimento, e defcrivere in altro. Tutte queftexroie dunque, fcguite pure 
di fre(co, con altre fimili fapeva il paverp Baccio, quando fisnci infiiriarfi 
eoAtrodi fé il Waldeftain, come abbiamo detto di fopra; ficchè incomin- 
eiando a iremafe da capo a piedi, csdde di fubico da quel paloo ov' egU 
i- ftava 



TACCIO DEI BIANCO. 315 

ftiva dtpignendo t fopri un altro palco, cbe gli ftava poco di (btto » a vifit 
del Generale» che la vece di cooipaffionarlo, di&>: Diavolo» chequettìa 
bèftia vuol rompere ii collo prima di finire la mia 'pittura; febbene poeo 
di poi col dargli alquanto di animo» fece s) » che il pittore iè ne cornò al 
Tuo lavoro I che gli lìnl'cì profperamrénte» ic con ioddbfazione del Generale. 
Non fini già di piacere a Baccio V avere trovalo ad nn ^ fatto male un 
rimedio cosi arrabbiato» che ^erò da quel punto determinò di fiiire- altro 
di; fé; ma in nupva fimile congiuntura» come più abbafib diremo ^ fi tro¥& 
prevenuto colla licenza • Allora egli» che eca: giovane molto rifbluto » fi 
accordò con un compagno « forfè di età fimile alla fua , comprò con eflTa 
a mezzo un Cavallo» e prefi con fé molti fuoi fiu^j e difegni di varie pit- 
ture e fortificazioni^ s' avviarono infieme alla volta d' Italia. Cammina* 
rono alquanto unitamente i due giovani ; ma avendo una fera prefo allog* 
gio ad un ofteria» mentre che Baccio fianco dal viaggio dormiva a più non 
pofib» il fuo buon compagno levatofi di letto» accomodò il cavallo e par- 
cifii» e non fi vide maipìù; tantoché il povero Baccio fvegliatofi la matti- 
na» fi trovò fenza compagno» fsnza cavailot con pochi danari» e col carico 
di un baule con tutti, i fvoi difegni e con altre (uè robe . Può ognuno im* 
tnaginarfi» quale ei fi reftafle allora: pure» come perfona coraggiofa » prefo 
il baule dietro allefpalle^^ e così carico e a piedi fi mefite a.feguitare il* 
viaggio verfo Italia» in te^ipo appunto» che tutta la campagna^ era copef*. 
tj^.di neve. Gr infegnò poi P efperienza» che- il met^rfi a.quella fatica, 
n^ii era &to cimento, pier luii» perchè quantunque foflè. di buona e.robn^. 
da' compleifione* egU era però uato allevato con bvone cooiodità.» e affai. 
oiyilH[ienj:es il perdile» iprfe Q>ir|it« d^ C^if^^ 9^ vcjk'^aiier consodi bi>^-. 
unafi^^tilù fcrmmiaxuttvi diCegniaJpbr^uciòre «o^imaf^i carico folamen^ 
te di })och)fllm^^£uoip«flr)i,.^JPifii^^90, iorie i0Ì^(ihd^ Pm> > perchè Upo» 
Xei^'l^ipvaiie non i(»mminò po) molto» cì^'ie''*^ jF^ta> oPr^ione^ daU« foU 
cia4iefc)ie. A cjie ^ranp Xp^fe in qM$(I|>e pafti* ^ Ragione delle' guejrre di T«i« 



neaiica> .Jo ntjQimero pes. 

cinque giorni róntiniu^ ed $gJi medéfiioo' poi friji falito dire co& credi* 
biliffima, cioè» cbeleper fi^adifgraaiaì fol^gli4V^ÌM^ 
i^dilegniniJle piante e fortificazioni» fenj^a^^bio avereblionlo fiitto mo*^ 
rire o di forca o di aiQfchettate , Rimalo finalmente libeiro, e f iprefo. il viag« 
gjo , giunte a Milano ; ma tanto oiale in arn^^ 4^Ua p^rlbna » ^ con. ai pò- . 
chi danari per fi^uitarc il cammino a Firenze , che gU fu neo^afio;na*«;^ 
eh' e' giungefle la rifpofla del padre alle fue lettex^v cofi che 1' aveva pce- ' 
gato a fargli qualche ri^^eiTav il fermarfi quivi e accoftarfi ad un pitcorcf 
epereflb, affine di campar fua vita » lavorare 41 giornata ^ Cof^pacvera fi«p^ 
naj mente le lettera, e i dM^rii^fpiid' egli riyefiuofi de^encejpente» fé ne 
tornò a Firenze • ,T »•• '\. ^ , 

Quanto abbiamo fcntto iìn qui» «ve^mo perlof^ìu f^er ,ncCK4i9 dataci, 
da Àgofiino MeJlifi » .«che fu ^cq^nato dellp 4^i^ò Bac(;ìq; ma ^«nd^i poi 
venuta alle mani una lettera originale d^l mede^mo Baccio 9 fcritta nei i<l54- - 
di Madrid ai fuo grande amico Biagio Marmi» Qo9]pd9ifolt)ft Meffiiore del 

' ' palazzo 



% 1 4 Decenti. IV. della Part. 1. delSec. V.dali6$o.alt ^40. 

Palazzo de' Pitti, nfelltf qmlc graziofamente volle darli conto e per la mi- 
nuta di più cofe fuccedutegh nel corfo di fua vita fino a quel tempo: o 
perchè ella contiene piti particolari e più curiofì delii defcritti fin qui. 
Toccanti i oiedefimi tempi» e a quefti»che fèntimmo dal Meliffi , non con- 
ctttddicentiv ma in aggiunta de'mcdefimi; ho filmato» che non fia per di- 
piacere al mio lettore , che io ne ricopj in quefto luogo per ora tutta 
qtielfat parte, che conduce ai tempo del fiio ritorno alla patria , per far poi 
I0 ftdTo del rimanente della medefima in quei luoghi del prefente raccon- 
to» ove ci tornerà più in acconcio; Pice e^Ii adunque colà; 



Racconto della Vita di Baccio del Bianco fcritta da fé 
mede fimo al fuo cariffimo amico fopra ogni altro 

Signor Biagio Marmi . 

CO^m del Biéncù Mercìgjo in Csliméré fi chiamò mio padre f Caterina Par* 
tigi&nifu mia madre, lui del bel Cerreto Guidi aveva il padre . ebe eru 
difcejò alta bella Fiorenza : fi cbiamò Raffaello del Vianca , che al tempo dei 
Grondila Fraincefco era lafsà come Fattore, e per alcuni romori s* incittadò il 
mv^Of appena Cffio mi ricordo quando morì , perchè dovevo averjèi anni in cir^ 
ea. & egli ne aveva 84. finiti % tutti cadenti , e aveva un porro grande nel labbro 9 
ed era tutto ca