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Full text of "Novelle morali di Francesco Soave"

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NOVELLE 



MORALI 

DI fRAN^ESCO SOAVE. V 



IPAKTE I. 




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V 



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DALLA STAMPERIA DI CRAPELET» 

BUE DB YAUGIBABD, N* 9. 



MORALI 

DI FRANCESCO SOAVE, 

AD USO DELLA GIOTENTÙ, ^/ 



VVDBOIMA BDISXOVa, 

ACCBBSCniTA IMIXX KOTSLLB HOftAU DI A. PAIIBA SUL. UtA- 
MMMMM ; — m OTTO HOTSLLB BI AUTOIK IKCBaTO; — K DI 

QOArrmo alxbb di ALmoATi capacblu b d'altarssi; 

Nella qoak si soao Moeotate tutte le tocì , per facilitar agli itnmeri 
S modo d'inqpaiare la prosodia deUa linf^ ìtaKana. 



parte I. 



« ■ 




PARIGI. 



PRESSO BAUDRY, LIBRAJO 

FS& X.K U«OVB STRAVHRBy 

9, HUB DU COQ SAlNT-BOKOBé. 

1839. 



L'EDITORE 



• 



PnsuAflo r illustre letterato signor cónte Cèrio 
Betténi , che una sèrie di nocelle, atte ad eeci- 
tare nello spirito de' giovanetti 3 sentiménto 
della ¥Ìitn , e un tìvo entusiasmo per tutto eiò 
che tende a saUerare e rendere felici gU nomini , 
e all' oppósto l'aTersióne e l' orróre per tótto eiò 
the tende ad opprimerli e rèndergli infidici, 
' riuscir dovesse di giovaménto grandissimo ; fin 
dal 1776 con generóso prèmio, che depóse 
prèsso i presidènti dèlie pùbbliche scuòle di 
Brescia , invitò gì' Italiani scrittóri a compiere 
un' opera cosi importante. Nel medésimo pro- 
gramma che annunziava il soggètto e il prèmio, 
si espósero pariménte le condizióni , a cui èrano 
i concorrènti astrétti a conformarsi. Richiedèvasi 
che le novèlle fossero principalmente dotate di 
quésti tre firégi , cioè : i . mèrito d' invenzióne 
nel soggètto o alméno nella condótta ; ii. scèlta 
ingegnósa di fatti umàn^ véri o verisimili adatp- 

I. « 



tati aU' intelligenza de' giovanetti ed architet- 
tati in gufsa che la màssima scéppi fuóra da se. 
in un mòdo nuòvo e luminóso; iii. eleganza non 
affettata y grazia e variet^ di stile sempre piacé*-^' 
vole e interessante. All' invito del cónte moltis^ 
sime da tutte parti gliene furono spedite per cooi^ \ 
córrere al premio; e sebbene i persQniliggi>(f jf 
destinati a decidere del merito di ^sse , niuma ne*- ^ 
trovassero appièno corrispondènte al n^oiléli» 
descritto , nondiméno accordarono a quelle 'd^r i ^ 
chiarissimo P. Francesco Soave il primo onore.** 
Esse comparvero di pòi élla luce per volére ed ' 
òpera dello stésso Bettóni : l' Italia se ne com-* ' 
piacque , trovatele accónce ad ispiijare per tèmpo . I 
a' fanciiilli quéi sentiménti eh' èsser debbono in* * 
apprèsso i regolatóri della lóro condótta , ed ap- 
plaudi alla semplicità dello stile , con cdi sono- 
scritte , giùnta ad un' eleganza che -seduce. Per 
téli ragióni non è pùnto maraviglia se divennero 
i|i brève non sólo la più piacévole ]^ùra dèlia 
gioventù , ma ancóra dèlie persóne più attem- 
pate d' ógni nazióne , che amano lo stùdio dell* 
Italiana favèUa. Le Novèlle di Soave e la Dèdica 
son tutte comprése nel primo volume. 

(i) C. SiBiUATO, S. Stratico, M. (Cesarotti. 






• • 

Il signor^ Bettóni , sebbène avesse l' animo 
' "dislràtfo in mólti e vdrj oggetti di pùbblica nti* 
' 'lità f pure non' poteva non sentf^e che il più . • 
Sessenziale di tiitt' i bèni consiste nella disposi- 
/\2Ì(ÌJDe:^de'cittadfiti cbe vivono nella medésima 
/ Società ^ E in.jvèro, cbi ben riflette s'accorgerà. 
fj]|tfllìlt<ént^ cbe, la sómma de' bèni e de' mali che 
^^sii ù6miti"suf fanno scambievolmente, é sènza 

^^r^rtìi&na'o -àal córso del móndo. Yolèndo, per ., •* V 

* f[tkànio la sua posizióne e le stie fòrze gli per^ • 

' 'Aièt^vano, concórrere a formare de' cittadini 

.♦.*** 

'•fifóbì e virtuósi, fece nel 1785 riméttere alla 
'• ** ■ . . • . ' 

1 società patrió1|ca di> Milano cento zecchini ónde . 

• *pvéiniére'vent|c;fngue novèlle dirètte all' instni-^T^ 
zjgne de' gióvani .di quattórdici in sédici anni. 

AJà gran nùmes'ó'in tèmpi successivi ne pervenne 
/alla- sòciej^*, ntta non ne furono giudicate dégne ^ ' 
-del prèmio che 'dièci, solamente , e sono quattro • 
'.Uel dottor 4é^i^'balè Parèa Milanése, e sèi dell' ^ ,[ 
avvocato .Luigi Bramièri , gentiluòmo Piacen* 
tino. Le aitr^' quindici si stanno ancóra, deside- 
rétndo.. •• . ' - 

Con quéste .||ièci novèlle s' incomincia il se- 
cóndo volùmér^ ma perchè èsse non 6£Prono 
sufficiènte móle> vi si sono aggiùnte dódici altre, 



\ 






%)%^ • ■%^%-^<»»^»^ * ^*^ v*>% ».%l^»^<^%>^% %/%^ t,^^ ^1^^ ^^^ „^^ ^^^ ■»,%»^*(^ 



DEDICA 



DEL P. F. SOAVE 



AL CONTE CARLO BETTONL 



Intraprese per vdstro speciale eccitaménto , 
omatissìmo e nòbilissimo Signor Gónte^ óra per 
vostro espresso volére e per òpera vostra quéste 
novèlle escono al pùbblico. Vdstro avviso è di 
far con èsse un vantaggio alla gioventù ; ed io 
desidero , che nel favorévole giudizio che di lóro 
portate, non fórse la troppa liberalità e gen- 
tilézza dell' ànimo vòstro v'inganni. Vói cèrto 
non vi siete pùnto ingannato, aUorchè avete cr^ 
dato che ùn% sèrie di Novèlle ètte ad eccitare, 
nello spirito de' giovanetti il sentiménto della 
virtù, e singolamiènte l'amóre de'nòs^ simili, 
e un vivo entusiasmo per tuttociò che tènde a 
sollevare e rèndere feh'ci gli uòmini, e.all'pp^ 
pósto l' avversióne e l' orróre per tuttociò che 



tènde «d opprimerli e rènderli infelici , riuscir 
dovesse di giovaménto grandissimo : e avete 
perciò voluto, clie a compier un'opera cosi im- 
portante gì' Italiani Scrittóri venissero con gene- 
róso prèmio solennemente invitati. Manifestando i 
fo qui il benèfico Filàntropo, che quésto préfliio 
di^>óse fino dal 1776 prèsso a' Signóri Presidènti 
dèlie Pùbbliche Scuole di Brescia , temerei con 
ragióne che la vòstra modèstia avesse motivo a 
sd^pnàrsi , se già il vòstro nóme, che élla avrebbe 
voluto per sèmpre tener celato , non fòsse stato 
da altri pubblicamente scopèrto. Ma a dimostrar 
pienamente quanto pròvvido e saggio io reputi 
èssere stato in ciò il nòbile vòstro pensièro , 
permettetemi , eh' io prènda le còse un po' 
dall' alto. • 

Chiunque si fàccia ad esaminare ciò che dèi 
pòpoli barbari e selvàggi ci nàrran gli stòrici e 
i viaggiatóri , e ciò che l' esperiènza ci móstra 
tutto di nei fanciulli , non può a meno certa- 
mente di non iscórgere tra V infànzia , dirò cosi , 
déOe ni(tiòni , è l' infanzia comune di ciascun 
udmo grandissima somiglianza. Si osserva in<* 
fi&tH , <|ie gli uni è gli altri tiitto indistinti^nénte 
si crédtffnd pròprio qnèllo che possono occupare , 
e quidàn<{ae usurpazióne si fanno lécita , purché 



Desti yenire, anzi sì fonano spésse volte un 
isto piacére ^ fòre ad essi del male unicamente 



riésca ; cbè nell' esercizio déDe lÒra fórze tdtto 
ripóngono il principale lóro prègio; e siccóme 
r abbàttere e il sottométtere i lóro eguali è una 
pròva della lóro superiorità , di ciò si campiéc- 
Clono sommamente , qualùn^e male ne debba a 
quésti 
tristo 

per far del male ; cbe ^^| contrario intolleranti 
sono all' estrèmo de' mali o degli oltràggi cbe da 
altri véngan lor fatti y e quindi impetuosissimi 
all'ira, ferocissimi alla vendétta; che pochis- 
simo sentono la compassióne per le altrui scia- 
gare , cui non conóscono abbastanza , o non 
corano , tròppo occupati intórno a se medé- 
simi; pochissimo sentono i dólci inviti della 
beneficènza , salvo che da molivi particolari 
d'amóre o d'amicizia vi siéno spinti. Quésta 
somiglianza d'effètti ben chiaramente dimos- 
tra la somigliànzà delle cagióni : anzi pur la 
cagióne propriaménte non è che ùnà sóla , vale 
a dire che i pòpoli selvàggi in tanto rassémbrano 
a'fimciùlli, in quanto tròppo lentamente e 
tròppo poco in lóro sviluppandosi la ragióne , 
rimàngon sèmpre ^incidili ; che £fno a tanto che 
la ragióne non ibbia prèso sul cuor dell'uòmo 
l'impèro, le passióni vi dominano ciecamente 



XIJ 




e sfrenatamente. Quéste fanno che sènza alcun 
riguardo ad altr&i ognuno procàcci d' arér tutto 
ciò che r alletta ; che a ciò impieghi tiitte le siie 
forze; F esercizio di quéste, pel vantàggio che 
ne ritrae, sia prèsso di lui il sómmo pregio ; che 
goda di tiitto quello cHI delle pròprie fòrze gli 
dà maggióre opinióne idiie fieramente risentasi, 
di tiitto ciò che gli móstra il contràrio ; che tutto 
intènto a soddisfar se medésimo pòco si prenda 
o niùn pensièro degli altri. I pòpoli selvàggi non 
escono di quésta barbàrie , se non a misura che 
lina lunghissima esperiènza fa lóro vedére , nella 
moltiplicità di divèrsi casi , il danno che risulta 
a ciascuno dall' uso sfrenato e sregolato dèlie sue 
fòrze, e l'utilità che nàsce dàlia comunicazióne 
degli scambiévoli soccórsi. 

Di quésta medésima esperiènza hanno pur 
d' uòpo i fanciulli per uscire dàlia lóro barbàrie , 
dirò cosi , naturale : i precètti sóli non bastano 
per contrappèsàre la fòrza dèlie passióni : e il 
maggior vantàggio di quésti è fórse quello d' in- 
vitare e fissare l'attenzióne ài fatti che offre 
l' esperiènza. Ma l' esperiènza particolare di 
ciascuno è tròppo lènta , e tròppo di ràdo oc- 
córrono dèi fatti , che vivamente feriscano l' im- 
maginazióne , che altamente in lèi si stampino , 



che richiamati al bisógno , da per se sóli póssan 
far àrgine all' fmpeto delle passióni. Qufndi 
chiunque ama di vedére i giovanetti imbevuti 
per tèmpo di quéi sentiménti , eh' èsser debbono 
in dp|)résso i regolatóri della lóro condótta , dèe 
cercare per altro modo di accumulare i fatti sótto 
agli òcchi lóro , supplendo con vive rappresen- 
tazióni a quégli ond' èglino non pósson èssere 
testimónj , e facendo in tale guisa che a pròpria 
esperiènza rivòlgano l'esperiènza degli altri. 

Ottimo Ansigli^ pertanto e savissimo fuor 
d' ógni dubbio è stato il vòstro , ornatissimo e 
nobilissimo signóre, di procurare che dna sèrie 
di novèlle morali per lóro si componesse, le quali 
servir potessero a quésto fine. Ciò èra tanto più 
necessario , quanto meno l' Italia , e dirò pur 
anche le altre Nazióni , di si fatte novèlle sono 
finór provvedute. Una pasisiòne, la quale, perchè 
suscettibile di maggior varietà d' accidènti , più 
vasto e più libero campo offre alla immagina- 
zióne per diversificarne i soggètti , e per rèn- 
derli interessanti , è quella che ha finóra occu- 
pato principalmente, siccóme i tràgici e i còmici , 
«rosi ancóra i novellatóri. Ma la natura e gli effetti 
di quésta passióne espórre non débbonsi ai fan- 
ciulli innanzi tèmpo. Èssi hanno in vece mestièri 



41 novellétte , che offrano lord ^mpj grandi dì 
giustfm e di beneficènza; che l<Sro infóndim 
ribrézzo e abborriménto per tutto quello che 
sappia di fròde , di soperchiena , o di barbari? ; 
che déstin nei lóro animi un sómmo jrispétto alle 
leggi sacre e inviolàbili della più esatta onestà ; 
che lóro ispirino i dólci sentiménti di amor filiale 
e fratèrno , di amic/zia , di gratitùdine , di com- 
passióne e di generosità. Quésto è il fine nobilis* 
simo., che vói vi siete propósto, siceóihe appare 
dall' eccellénte.Progrdmma, che per^pera vòstra 
fn allór pubblicato; e quésto fine medésimo, 
comunque incèrto , se per me giungerà ad otte- 
nérsi , nan voglio però negare di aver arùto co- 
stantemente di mira , allorché stimolato dalle 
vostre cortesie e* premuróse istanze fo mi pósi a 
stèndere le presènti novèlle. 

Per conseguirlo f o ho creduto primieramente , 
che gli argoménti scrj fossero da preferire àgli 
scherzévoli. Quésti possono allettar maggior- 
mèpte : ma il lóro frutto d'ordinàrio n ridiicìe 
a divertire e far rìdere, sènza più. Che se a 
qualche còsa pur giova il ridicolo , égli è a cor- 
règgere i p/ccoli difètti di società , cJie meno rila- 
vano ) non i vizj fondamentali , che nei fanciulli 
dèe prèmere maggiarmènte di tògliere e dì pre- 



XV 

venire* Quésti vogliono èsser pósti in orróre , 
non in ridicolo, eonciossiacbè chi si avvézza a 
ridere suUe fonóni ivial onèste, córre gran rischio 
di {laasére col témji^ a riguardarle cóme azióni 
da 8cliéi3o« Tnipl^o adunque importando, che ài 
giovanéiU s'ispfri cdnlrp a tutto ciò eh' è con- 
trario ài dovéri e èlle léggi la massima abbomi- 
na^iópe ; che lóro s' ispiri nel tèmpo stésso 
r amóre della virtù , che non pud infóndersi col 
rldieolp ; che insomma si pensi a lóro formar il 
Goóre piulbósto che a irastulIarH , a quésto io mi 
8ÓUO prìscipalménte applicato. 

Ma^iid ef/»tér un orróre costante pel vizio, e 
un vivo amóre per la virtù > nOn basta il dipin- 
gere la deCòrmità dell'uno e la bellézza dell' 
akra : conviene ancóra dimostrare i danni che 
véngon da quello, e i vantaggi che da quésta pos- 
sono derivare. Io ho dunque avuto aftenzióne di 
fare , che in quéste novèlle le azióni malvàge si 
vedessero sèmpre punite.^ e sèmpre ricompen- 
sate le buòne ; acciocché a fuggir l' une , e a 
seguir r altre , i gióvani fossero pur dilettati da 
quél tròppo possènte ed universale incitaménto , 
io voglio dire l'amóre del pròprio bène. 

Tra i sentiménti. quello che ho avuto premura 
di destare più generalmente , è il pentimento 



XVJ 

della compassióne. Quésto è il priiicfpio di tutte 
le sociali virtù : un uòmo compassionévole si 
guarderà dal far mai ad altrui nidn oltràggio o 
pregiudizio , e sarà giusto ; «erjherà di riparare 
o pKvenfre i mali altrùi con ógHi sfòrzo possi- 
bile , e sarà benèfico : più non avremmo a desi- 
derare. Per eccitare quésto sentiménto io mi 
sono occupato a descriv^;^ vivamente divèrse 
calamità , e diversi mèli degli uòmini in divèrse 
lor circostanze, con quella estensióne che ho 
creduto compatibile con una cèrta brevità , da 
ciii non debbono dipartirsi le còse destinate 
all'istruzióne dèi gióvani; e bo procurato pòi 
àncbe di offrir lóro quasi sèmpre il piacére di 
veder sollevati quésti mali , e di gustare antici- 
patamente quél dilètto puro e dolcissimo , cbe 
accompagna l' esercizio dèlia beneficènza . £ sic- 
cóme è BìAUì mio intendiménto di fornir lóro 
istruzióni ed esèmpj , cbe lóro servir potessero 
non solamente negli anni primi , ma in tutto il 
córso dèlia lor vita , cosi bo introdótto nelle no- 
vèlle persóne di ógni età e di ógni condizióne , 
e per ai^omènti di èsse bo scélto fatti di divèrse 
manière tratti iti parte dalle storie e dai ro- 
manzi , con quel cambiaménto di circostanze cbe 
ho creduto più conducènte al fine da me prò- 



XVlj 

p^sto f in pérte racc^flti d& priTati raccónti , e 
da tradhióoi inèdite, e in parte fabbricati sul 
▼erisfmile. 

Isella distribuzióne delle novèlle non bo te- 
nuto altro órdine se non quello -cbe potesse con- 
tribuire ad una maggióre varietà : giacché trat- 
tandosi qui non di dére una istruzidne metò- 
dica, ma di eccitar sentiménti, pòco montava 
il destème prfma lino, piuttòsto che un iltro; 
e il separare le novèlle in cui si contengono dèi 
sentimenti analoghi, serve anzi a ricbiamère 
quelli che sdnosi di già provati altre vòlte , e ad 
imprimerli più saldamente nell'animo. Mi sono 
pure comunemente astenuto dall' indicare al 
princfpio dèlie novèlle la moralità che vi è com- 
présa, si percbè ho procurato che ciascuna con- 
tenesse più 4k ^n& istruzióne al medésimo tèm- 
po , e sì ancóra perchè ho amato che i fanciiilli 
ricavassero per se medésimi l'istruzióne dal 
fatto. , 

Nulla dirò dèlio stile , se non che bo cercato 
di dargli c|^èllft semplicità che mi è sembrata 
più combinàbile cdlla natura dèi fatti che aveva 
a rappresentare. Io mi sono sforzato in sómma , 
per quanto ho saputo , di èsser ùtile : ma avrò 
fo saputo pur Riuscirvi ! La cortesia vòstra , or- 



XV IJ 

natissìmo e nobilfsaimo Sign<Sr Cónte , vuoi che 
io lo speri; l' autorità dèi Giùdici che forano 
destinati a decidere del mèrito delle novèlle con- 
ciSrse al premio , potrebbe pur lusingarmene , 
|)oiehè sebbène fra le moltissime, che sped/te 
vi furono da ógni parte , niùna sia stata da lor 
trovata corrispondènte appièno al jmodèllo , se- 
cóndo il qaile hanno immaginato di dover giù- 
dicerie , èssi hanno però alle presènti accordato 
graziosamente il primo onore. Ad ógni modo lu- 
singato abbastanza da ttitto quésto , io fórse le 
avrei sopprèsse, se la gentilézza vòstra non mi 
avesse quasi obbligato a pubblicarle. 

Nell'atto però, ch'jfo mi fo un débito ed un 
piacére di ubbidirvi , permettetemi , omatissimo 
e nobilissimo Signor Cónte , ^e non vi ubbi- 
disca ancóra del tutto , e che un |^ii|gio soltanto 
per óra al Pùbblico ne presènti. Ov' esso le ap- 
provi, io prenderò allóra maggior coràggio a 
produrre ancóra le altre , e ad aggiungerne pur 
di nuove, a ciii potrùnnomi servir di nórma 
quelle che nel secóndo concórso veVrànno dai 
Giùdici, coronate. Accettate frattanto coir usata 
vòstra umanità e gentilézza quést' atto del mio 
ossequio , e quéi sentiménti di véra stima , e di 



XIX 

VITA rfconoscéilza ^ con cui ho l' onore dì dìchìa^ 
rirmiri, ec (i). 



(i) Le moltipUci e nnóre occupaùdni sòppraTreniìte «U* 
autóre non gli permisero di proseguir qnésto laTÓro, od 
dare cioè an copióso ndfaiero di altre Boyélle in séguito 
ille già pobblicite. 



( 



I 



NOVEI.LE MORALI 

01 

FRANCESCO SOAVE 

Metpiefre txemplmr vitee mommque Jnàaiot 

flOB. 



NOVEUA I. 

LA VEDOVA AMMALATA. 

Dólce in ógni tèmpo è il benefizio ; ma vie più 
dólce quànd' è accompagQàto dilla sorprésa. 

Méntre un altissimo personàggio passava lina 
mattina per tèmpo , incògnito, e tutto s^ per un 
sobbórgo di Yiépna , vide accostarsegli un giovi- 
nétto d' intórno a dódici anni , il quale con òcchi 
bassi e lagninosi e con vóce timida e smarrita si fece 
a domandargli qualche soccórso. L'aria gentile del 
giovinetto, il portaménto compósto, il rossóre che 
il vólto gli coloriva» il piànto che avèa sul ciglio, la 
vóce incèrta, sospésa, ii^teiTÓtta, fiéoer neir ànimo 



2 NOVELLE hi SOATE. 

di quésto signóre «ina viva impressióne. T5i non 
avete sembianza, gli disse, di èsser nàto per chiè- 
dere là limosina. Ch'è ciò eh' a quésto vi mòte ? — 
Ah ! io non son nàto certamente , rispóse il giovi- 
nétto con nn sospiro accompagnato da làgrime , in 
così misera condizióne. Le sventure di mio padre, 
e lo stato infelice , in cui mia madre si trova presen- 
temente , a ciò mi costringono. — E chi è vòstro 
padre? — Égli èra un negoziante, che avéa acquis- 
tato già qualche crédito, e incominciava a formare 
la sua fortuna. Il falliménto d' un suo corrispon- 
dènte lo ha rovinato interamente ad un tratto. Per 
nòstro male maggióre éi non potè sopravvivere alla 
sua disgràzia, e dòpo un mése n'è mòrto di cre- 
pacuòre. Mia madre, un fratèllo minóre, ed Ìo 
siamo restati nell' estrèma misèria. Io ho trovato 

"ricóvero prèsso un amico di mio padre. Mia madre 
s'è adoperata finóra co' suoi lavóri a sostener se 
medésima, ed il fratèllo minóre. Ma quésta nòtte 
élla è stata sorprèsa da un male violènto , che mi fa 

^ temere dèlia siia vita. Io sono privo di tutto , sprov- 
veduto affitto di danaro , e non so cóme soccór- 
rerla. Non assuefatto a mendicare , io non ho pur 
coràggio di presentarmi a chi mi può riconóscere. 
Vói, signóre, mi sembrate stranièro, dinanzi a 
vói per la prima vòlta io mi sono fàtt' ànimo avvin- 
cere il rossóre che sento. Deh ! abbiate pietà dell' 
infelice mia madre : fate eh' io pòssa aver mòdo di 
sollevarla. 

Cos\ dicendo égli uscì in dirótto piànto, da cui 
l'incògnito si sentì tdtfo comn^òsso. — Sta assai 
lontano di qui vòstra madre? — lÉla è al fine di 



I. LA VEDOVA AMMALATA. 3 

qaétia contrada, néH'dltima casa a manca, a^ tèrzo 
pftno. -^ E «tato anc<k^ nitin mèdico a visitirla? — • 
Io andava appdnto di lui cercando ; ma non so cóme 
rieonpensirlo , né cóme provvedére ciò che per 
esso verrà ordinato. Lo sconosciuto signóre trasse 
dàlia bórsa alcuni fiorini, e a Mi porgendoli : An-* 
date sdbito , disse , a procurarle alcun mèdico e a 
sovvenirla. Il giovinétto, còlle più sémplici, ma 
insième pia enèrgiche espressióni d' un cuòre 
riconoscènte pendutegli le grazie più vive, partì di 
vólo. 

L'incògnito personàggio frattanto, allorché qué- 
gli per àlfe*a piÉte si fu allontanato , prése deter- 
ntnaaóne d' andare égli stèsso a visitare la védova 
ittUdioe. Salile le scàie , entrò in una piccola came- 
rétta , óve éltro non vide che pòche scranne di pà« 
glia , pòchi attrészi da cucina , un tavolino rózzo e 
mal commésso, un vècchio armàdio , un lètto , óve 
giaceva l'inférma, e un'altro picciolo lettiicciuòlo 
accanto. Élla èra nel più profóndo abbattiménto , 
e il picciolo iiglio appiè del lètto struggèvasi in 
piànto. Cercava la madre di confortarlo, ma tròppo 
élla medésima di confòrto avéa mestièri: 11 perso- 
nàggio if accòsta intenerito , e fattole cuore inco- 
mincia quàl mèdico sovra il suo male ad interro- 
garla. (^Essa n' espóne succintamente i sintomi ; 
indi con un sospiro, e piangendo : Ah! signóre, 
da tròppo ^rha cagióne deriva il mio mèle, e l'arte 
mèdica non v* ha rimèdio. Io sono madre, e madre 
infelice di tròppo miseri figli. Le mie sciagure e 
qnéBe dèi figli miei hanno ferito già quésto cuòre 
tròppo profondamènte.*SLa sóla mòrte può métter 



4 NOVELLE DI SOAVE. 

fine a' miei mali; ma quésta stéssa mi fa tremare 
per la desolazióne, io clie i pòveri miei fìgli %i 
rimarràmio. Qui crébbe il piànto : élla esp^K le 
sue sventure che il suppósto mèdico dissimulò di 
sapere già altrónde , e che gli trassero nuòve là- 
grime. Alia fine : Or via, diss'égU, non disperate 
ancóra : il cielo non vorrà porvi in dimenticanza. 
Compiango le vòstre calamità ; ma il cielo è pròv- 
vido : vói non sarete abbandonata. Pensate intanto 
a conservare una vita che tròppo è preziósa pe* 
vòstri figli. Avreste catta da scrivere ? Essa ne 
staccò un fòglio da un librettino^ sópra del qtxile 
esercita vasi il bambolino di cir^ a sètte anni 
ch'era appiè del letto. L'incógniro, dòpo d'aver 
scritto : Quésto rimèdio , disse , comincerà a Con- 
fortirvi; ad altro migliòre, óve bisógni, procede- 
remo in appresso, e fra pòco io spero che vói sarete 
guarita^ Lasciò il vigliètto sul tavolino^ e partì. 

Passati pòchi moménti , ritornò il figlio mag- 
gióre. Cara madre, diss'égli^ fatevi coràggio : il 
cielo ha pietà di nói. Mirate il denaro che nn 
signóre mi ha dato generosamente quésta mattina , 
esso ci basterà per più giórni. Son ito pel mèdico , 
e sarà qui a moménti. Chetate il vòstro dolóre e 
consolatevi. Ah I figlio « disse la madre , vieni ch'io 
t' abbràcci : il délo assiste la tua innocènza ; deh ! 
pòssa égli protèggerla costantemente. Un mèdico, 
eh' io non conósco , è partito di qua pur óra : ve- 
dine la ricètta sul tavolino , va e recami ciò che 
prescrive. 

Il figlio prènde il vigliètto ^ lo scórre , e fa un atto 
d^ estrèmo stupóre ; il riguarda da capo, il rilègge , 



I. LÀ VEDOVA AMMALAtA. 5 

|>ói alza un grido. Ah! madre, eh' è quésto mài! 
Latnàdre, attònita e sospésa, prènde la carta , e la 
légge impaziènte. — Oh cielo ! V impei^adóre! — In 
così dire le cade di mano il fòglio^ e tìmàn sénsa 
vóce e sènza respiro. Il vigliétto èra nn órdine dell' 
ailgiisto Giuseppe II, in cfii le assegnava del sdo 
privato eràrio un geheróso sovrenimènto^ Il mèdico, 
sopraggìùnse Opportuno per richiamare la madre 
dallo sviliménto in cui la sorprésa l' avèa gettata. 
Gli apprestati rimédj prèsto pitr la riebbero dàlia 
malattia che traeva dall'afflizióne dell'animo la 
principale 8oi*génte. Il generóso monarca j ricólmo 
di lòdi e di benedizióni, ebbe il piacére di rènderle 
la sanità e la vita , e di formare la felicità di un' 
onèsta famiglia dàlia fortuna aspramente perse^ 
guitàtai 



4 > > > > » »i Ba* « fc > I» » »>l> l fc t<>>tl>ll > «'WV^.^V^^V/^^ %r»^4^%«> «'«^^•^ 



NOVELLA IL 



RIGGABOO MACWILt. 



RitìcAtDO Macwill , figlio di un ricco mercatante 
di Dublino , all' avrenènza dèlia persóna e alla sa- 
gacità dèlio spirito univa nn cuor tènero e com- 
passionévole , che ben più pregévoli rendeva in lui 
gli altri dóni dèlia natura. Trovandosi égli per 
commèrcio in Algeri, vide un giórno approdare 
un naviglio su cui èrano due gióvani dònne , che 
dirottamente piangevano. Intenerito a tal vista si 



t 



6' »0yELtB J>i SOAV£. 

avvicinai a doQiaiidanie contézza , e «di <h'>^raxkp 
dile gióvani schiave predite reoenteménte , e là 
condótte a mercato. Spinto da un dólce moto di 
oompasnóne, ci tòsto ti presentò a contràrie, e 
png^o ^ànlx^ gli Avidi conéri da lui pretèsero, 
con paróle cortési si féoe a confortarle , le accom-* 
pagnò sulla sua nave, dichiarò ad ambediie ch'esse 
èrano libere, o <ii*égU èra prèsto ad ógni còsa 
che lóro aU>Ì80gnasse. Caddero a b\ inaspettata 
generosità le due ààtm^ fra lo stupóre e la giója 
a' suoi piedi, e i gémiti di dolóre si convertirono 
■èlle vóci più vive di giubilo e di gratitudine. 

£ran èsse amendùe di ària nòbile e gentile, e 
lina pur anche di singolare bellézza^. Riccardo ne 
fu colpito, e qué' sentiménti di compiacenza, che 
inspirar sogliono ad un uóm benefico un dcJce in- 
terèsse per le persóne beneficate, i sentiménti di 
riconoscènza, che nella gióvane ravvisava, tfeoprat- 
tutto i mèriti che venne in lèi discoprendo, r accor- 
giménto, l'ingégno, la sensatézza, lo spirito, la 
dolcézza del carattere, la leggiadria dèlie manière, 
gli apèrti indizj infine di lina nòbile e saggia educa- 
zióne , fecero in mòdo eh' ^U ne concepì a pòco a 
pòco un amóre ardentissimo. La donzèlla dal canto 
suo già a lui strétta coi dólci legami di una tènera 
gratitudine, vedendo créscere in lui ognór più le 
cortési premure, trovando in esso congiùnti ad 
un'avvenènza non ordinària i prègi mólto migliòri 
di un ànimo cólto e di un cuòre h&à fàtXo, non 
potè a meno di non sentirsi per Idi un' eguale in- 
cUnazióne. 

Riccardo l'andò più vòlte pregando con dólce 



irtéoM, che ilsé» «óne» króa famiglia» I« ida 
fAtrÌM, volesse manifestargli. Élla Ut paga di pale- 
sirgli Alt Gostànca era il séo aénte, che tabèlla 
fflhiamiwasi la sda compAgna » ma il pregò a voléri» 
peméttore di taoére il rastéote. Beativi, disse , sa* 
pére €he il óAo non mi fé' nàsces» indégna déUe 
cortési atlenaiòni che vói m' «méte, ecbe un 
bea èsser potfébbono ricompensate* 

Arrivéto a Dnblino, Riccardo presentò al 
le due dongélle , narrò per qoal mòdo le avesse ac« 
quietate, né seppe Uroérgli i tèneri sentiménti che 
Gostanza avévagli inspirati. Lodò il bndn pédre la 
generóea asióne da esso fétta nel riscattarle; ma 
non lodò il matrimònio eh' et braniéva di atringwe 
con qnésfca gióvane «gpóta e stranièra, e non pér*- 
vegli sóIÌ€ prime, ohe. tròppo bène sì convenisse. 
Kon andò guari ciò non osténte, che vinto égli 
pure delle nòbili manière e delle amabili qnalitìi 
ohe in lèi -riconobbe, a' fervènti desidèri e Ole ri* 
petnte istanze dèi figlio, non wppe pt^ Uar con*- 
tristo. Qnindo .Costanza ad\ Riccérdo scoprirle 
palesemente l' amóre ehe a lèi portava, amóre ài 
ciii ben dato aveva innanri già ehiéri ségni , ma che 
non avéa mii ardito di pesare apertamente; e 
l'nd^ insième offerirle pnr la alia meno ; benché già 
aecésa per h&i, edel pari viviuima compiacenza neU' 
inima ne rtsa[itis9e ; ciò non perténfto ccHobattd!^ 
e dubbiósa si atétte per Idngo tèmpo. Alfine «móna 
In vinse. Riccérdo vide coroniti i snói vóti: e in** 
nénei al finire deli' inno , un figlio il più végo e il 
più vezaòso fa il dólce finitto détta lóro feUce 
unióne. 



8 KOYELliE Dt flOÀVS. 

Passiti COSÌ diie anni aocóra-fra le dolèésze Mìa 
domèstica pace e dell' amóre più péro , Riccardo fu 
obbligato da' SQ^ affiiri ad intraprèndere' lina nuòva 
e più lónga navigazióne. Al dipartirsi dall'amata 
spòsa le làgrime fiiron mólte, né seppe indi&rvisi 
sènza portAme séco il ritratto ch'èi fé' legare in un 
anello. Dòpo vàrj ▼iàggi in vàrie parti , éi venne 
finalménte a capitare a Palermo, óve un giórno V 
méntre égli stava fissamente contemplando la cara 
immàgine, da cui non sapeva tener lungamente 
lontani gli òcchi , intei'vénne'che un uóm di córte 
a Itii dapprèsso trovandosi, la riconóbbe, e al re 
prontamente ne die l'annùnzio. 11 re, fattolo tosta- 
lUènte chiamare, e fingendo tùtt' altro, e il discórso 
traendo di una in altra còsa, si fé' attentamente ad 
OsseiTàre l'anello. Al primo mirarlo si senti nàscere 
in cuòre un turbaménto grandissimo^ ma pur vin- 
cendosi, e dissimulando, gli chièse placidamente, 
chi quell'immàgine rappresentasse. -^ ÉUa è il 
ritratto di mia móglie j rispóse Riccardo. — Di tua 
móglie! e dóve òi trovai ^^ A Dublino con mio 
padre. -^ Quàl è il suo nóme ? — Costanza. — È 
nativa di Dublino ^ o stranièra ? — >- Élla è stranièra , 
ma di qdftl pàtria , Sire, lo non saprei. E qui si póse 
a narrargli cóme tratta l'avesse di mano ài corsari , 
còme condótta séco a DobUno , cóme fatta sua spòsa . 
U re, tutto udito attentamente^ sènza altro dire, 
comandò eh' èi fòsse arrestato. Fé' quindi allestire 
una nave immantinènte, e la spedì a Dublino^ per- 
chè tòsto Costanza col figlio e con Isabèlla gli coq'- 
ducéssero. Chi dir potrebbe quàl fòsse l'abbatti'- 
mènto, la costernazióne del misero spòso, allorché 



il. ÀICGAROO IIAOWIEX. 9 

▼ide il pericolo a ciii P imprudènza del suo rac-- 
cónto l' avéa condótto ? Quale l'orróre e lo spavènto 
dell' infelice Costinzai , quando per órdine del re 
suo padre si vide présa ? Quale in Dublino la deso- 
lazióne del misero vècchio , che tutto a un tratto 
spogliato si vide dèlia nuòra, del nipóte e del figlio? 
Arrivata Costanza a Palermo, e recata dinanzi 
al re , sul primo afiacciàrsegli , ebbe a svenir di ter- 
róre. Pur rincorata e prostésa ài suoi piedi : Sire , 
gli disse , io debbo rèa apparirvi per mille capi ; e 
con sommissióne attèndo gli effètti dèir ira vòstra. 
Ma quésto tènero nglio, ma l'infelice suo pidi*e, 
sono innocènti, e quésti io prègo che sièno salvi. 
Sebbène óve pur vòglia lo sdégno in vói dar luògo 
per un moménto all'usata vòstra pietà, me stèssa 
fórse vói troverete men rèa di quél che or dèMx> 
sembrarvi .\ Nel fatai giórno che a vói mi tòlse, io 
me ne stava a dipòrto con Isabèlla in quella parte 
de' reali giardini che stèndesi vèrso al mare. Una 
truppa di gènte , eh' èra in agguato , all' improvviso 
ci si avventa , e via ne pòrta amendùe. Lo spavènto, 
il dolóre, la disperazióne ci fece méttere altissime 
grida, ma ftiron vane. Il diica di Bàri, autóre del 
tradiménto, ne fé' recar siilla nave, che non lungi 
avéa dispósto^ e dar subito le véle ài vénti. Io con- 
fésso ài vòstri piedi j o Sire^ che il mio cuòre non 
avéa prima saputo da lui difèndersi abbastanza ; ma 
vi giuro eziandio, che ben lontana dal condiscèn' 
dere ad una fòga s\ rèa, da quél moménto io il ri- 
guardai cóme l'uòmo più abbominèvole dèlia tèrra* 
Arrivati in alto mare , nói fummo sorprèsi da un 



iO nOVELLE DI SOAVE; 

naHgUo di (HrAtì. ]l combattiménlo fa Idngo e osti- 
nato. Il diica pagnò da aóm farióso, ma alfine pagò 
còlla morte la p^a del siio delitto. Nói fatte schiave 
fàmmo condótte in Algeri per èsser vendiite. Un 
gióvane ignòto là pirve spedito dal cielo a nòstro 
scampoAÈi mòsso da lina generósa compassióne 
offerse gran prèzzo pel nòstro riscatto , e l' ottènne. 
Rondataci la libertà, non y'èbbe por cortesia che 
non ci usasse, Éi chièse più vòlte quàl fòsse la 
nòstra p&tria, e colà promise d'accompagnarci. 
Ma io temendo il sospètto c^e vói giustamente 
aver dovevate , ch'io fòssi complice dèlia fóga, te*, 
móndo gli effètti del vòstro risentiménto , mài non 
éhbì coràggio di palesarmi. Éi mi condusse a suo 
padre y e dòpo avermi mostrate per lungo tèmpo le 
cupè più rispettóse, benché stranièra gli fòssi, 
benché soonoscii&ta, benché ostinata a nascónder- 
mi, pure m'dti^Brse generosamente la sda mano. Io 
v' ho offéso y Sire ; io più fórse non mèrito di ès- 
sere da vói riguardata siccóme figlia ; ma abban- 
donata, com'io credèvaroi, da tutto il móndo, 
agitata da un timóre insuperàbile dd vòstro sdé- 
gno , disperata di mài più rivedérvi , vinta pur an- 
che *da nn sentiménto di tènera riconoscènza , 
vinta, dirótto ancóra, da un sentiménto più dólce 
che m' inspiravano le sde manière adoràbili , io ce- 
detti, e accettai d* èssergli spòsa^ Punite pure, o 
Sire, punite la vòstra figlia; e s'ella ha meritato 
il vòstro rigóre, io non saprò hmentàrmene. Ma il 
mio benefattóre , quello a cui debbo la libertà e la 
vita; ma quésto tènero pargolétto , deh! non vo- 



II. &ICXUK1I0 MACWILL. 11 

gliit^die sofiHr débban la pécia di un delilto^tie 
tatto è rolo. 

AH? udire quéMo discórso, che Pespi'iesnóne dé-^ 
gli óechi, dd vólto e della vóce rendéa più enér* 
gico e più efficace , il Re , che ìHlto e severo mo-'^ 
strato érasi da principio, sentì calmarsi a pòco a 
pòco, e finì eoa esserne intenerito. L'atto ùmile e , 
dimésso , in cui era Costanza , i snói singhiozzi e 
le sue Ugnine , il plinto con cui il tènero fancinl* 
lino vie più avvalorava quél della madre , ebbero 
piiré sol cnóre di lui nn vigóre grandissimo. Égli 
stése illa figlia tnttór prostèsa ài suoi fMèdi amore- 
vohnénte la mano, e sollevandola : Tu mi hii of^ 
féso, le disse y stringendoti sènza mio aséènso a 
nòdo A disuguile ; più m*hai ofiiéso dobitindo dèlia 
mia fjemènza , se la tua fuga èra stata innocènte. 
Ma poiché io veggo eh' effètto di debolézza , non di 
animo rèo sono gli oltràggi che tu m'hai fatti, io 
mi ricòrdo tuttóra che ti son padre , e ti perdóno. 
Così dicendo amorosamèn^ la strìnse , e ordinò 
che Riccirdo gli fòsse condótto innanzi. Un tor- 
rènte di làgrime versò Gostanza a quest'atto, là- 
grime tiitto insième di tenerézza, di giója , di gra- 
titùdine, e il Re maggiormente commòsso pur còlle 
siie le venne accompagnando. 

Riccardo intanto, ch'era stato sì lungamente 
sospéso ed incèrto dèlia sua sòrte, agitato a quésto 
nuòvo órdine da mille terróri , pàllido se ne veniva , 
e tremante. Allorché vide Costanza, un gèlo im- 
provviso gli córse per tutto il sàngue. Ma a quésto 
succedendo ben tòsto un ardóre e un traspòrto più 
xivOf sènza riguardare ài circostanti, e diméntico 



Ti ri 



12 NOVELLE BI SOAVE. 

di Ógni 4ltra còsa , si lanciò a lei in nn subito tra 
le braccia, e lei stringèndo, ed il figlio alternata- 
mente, avvinto ad amendùe si stétte per Mngo 
tèmpo aenz' altro linguàggio , che sol di lagrime e 
di sospiri. Da lóro alfine spiccatosi , e cadendo ài 
piedi del Re : Accètto, disse, accètto, o Sire, 
oggimài di buon grado qualunque sia il vòstro de- 
créto : poiché mi è dato di rivedére i diie oggetti 
a cui tutti miravano i miei vóti, altro più non de- 
sidero : sólo vi prègo, eh' èssi , che il padre mio... 
— No, figlio, il He l' interruppe, no, non tur- 
barti , e non temere. Al tuo raccónto ed a quello 
di mia figlia (accennando Costanza) conósco la tiia 
innocènza, e ammiro la tiia generosità- U cielo ha 
voluto ricompensartene , e adoro i suoi consigli. 
Vivete felici amendiie, e siano i vòstri figli il con- 
fòrto dèlia mia vecchiézza. Crébbero qui le tene- 
rézze, gli abbracciaménti ed il pianto. 11 Re al 
tèmpo stésso spcjdi una nave a Dublino invitando il 
padre di Riccardo a venir séco alla córte, il quale 
con dólce traspòrto di giubilo immantinènte vi 
còrse. Benedétti dal cielo colà vissero tiitt' insième 
i d'i più lièti e più giocóndi ; e Riccàixlo ebbe pùi*e 
il piacére di poter quivi più largamente esercitare 
quella beneficènza ch'era stata il principio dèlia 
6Ù.a elevazióne e dèlia Sjda fortuna. 



III. Ih QUADRO. 13 

NOVELLA in, 

IL QUADRO. 

Non è ancóra gran tèmpo ch'essendo governa- 
tóre di Róma monsignóre Enea Silvio Piccolómini , 
no onést'nómo, a cui Tet^ avanzata e la salute già 
fittasi cagionévole non permettéa di più occnpérsi 
in qaélP arte con cui se e la vècchia móglie avèa 
sostenuto fino a queir óra , costretto videsi dal bi- 
sógno a dover véndere di mano in mano le pòche 
suppellèttili , che pur aveva, per mantenérsi. Èra 
tra qaéste un piccol quadro di Raffaello , lasciato- 
gli già dii suoi avi ; ma di ciìi égli non sapeva co- 
nóscere il prèzzo. Il fumo, che l'aveva offuscito, 
e la pólve ond' èra lórdo, pur concorrevano a far- 
glielo riputare di minor cónto. Per trérne alciia 
denaro égli raccomandóssi ad un pittóre, il quale 
era più àbile a trafficare di quadri altrùi , che ^. 
farne di próprj. Costui non sì tòsto veduta ebbe la 
téla , che ben la mano e il valóre ne riconóbbe. Ma 
abasare volendo dell'imperizia e dèlia necessità 
del baón vècchio , iacominciò a beffarsene cóme di 
còsa vile e di nidn prègio , e offertigli pòchi pàoli, 
cdi finse pure di dai gli per atto più di limosina 
che di compenso che ai dovesse al valóre del qua- 
dro , esultando in suo cuòre del ricco acquisto , e 
rìdendosi della dabbenàggine dèi póver'uómo, sci 
portò via. 



l4 NOVELLE Dr SOAVE, 

Avvenne dépo alcuni giórni, che a cisa di quésto 
capitò un vècchio amico, il quale non vedendo più 
il quadro che avéa veduto altre vÓlte, gli domandò 
che ne fòsse. £i rispóse di averlo venduto , disse a 
chi, e per quanto. Fremè d' indegnazióne l'onèsto 
amicò al veder s\ tradita la semplicità del buon 
vècchio, e assicuratolo che P òpera èra di mino 
maèstra e di gran valóre, gli fé' coràggio a richia- 
marsene innanzi al governatóre ; óve per animalo 
vie più si offerse égli stésso di accompagnarlo. 

n sàggio prelato, udito il fìtto attentamente, si 
fé' lasciar le misure del quadro , e présa notizia di 
ciò che quésto rappresentava, li congedò amendue. 

Éran nella siia galleria fortunatamente dde qai- 
drì corrispondènti a un di prèsso nella grandésza 
a quello di cdi trattàvasi. A un di quésti èi fé' le- 
vare la téla, e chiamato a se il pittóre : Sapreste, 
disse , per avventura trovarmi lina téla da empiere 
quella cornice, e da accompagnare quèst' altro qua- 
dro? Io l'ho appunto, rispóse, ed è pittdra in- 
signe di RafEaiéllo : èssa par fatta a bello stùdio per 
èsser pósta là déntro. — Ebbène, fate ch'io la vég" 
ga , i*eplicò Monsignóre : e il pittóre partendo ri* 
tornò tòsto col quadro. 

Figurava quésto una Sacra Famiglia, toccati 
maestrevolmente. Ripuliti dal fumo e dalla pólve, 
i colóri n'erano usciti a perfezióne : vi si vedeva 
tutta r esattézza dèi contórni , la morbidézza delle 
carnagióni , la vaghézza dèi panneggiaménti , l' ele- 
ganza delle figure, la verità dell'espressióne, che 
caratterizzano Rafiaèlio. Méssa a luògo la téla, óve 
quadriga assai béne^ e consideràula perjicùn 



III. IL QUADRO. 15 

tèmpo y il prelato ne chièse il prezzo. Io ne ho gi^ 
prónti , disse il pittóre , dagénto zecchini : jérì un 
amico me gli ha offèrti per nn Inglése, eh' è im- 
paziente di farne acquisto. Io gli ho rifiutati, tenén* 
domi férmo sópra i dugénto cinquanta, che l' òpera 
ben li vàie : pur quando a Yóstra Eccellènza élla 
aggrada, di qualdnque accresciménto alla prima 
esibizióne mi terrò pago. 

Inorridì il prelito alla malYagità del ribaldo ; 
ma tuttavia, dissimulando, venne dicendogli trai^ 
qoillaménte^ ch'éi già non volèa contèndere che 
U quadro non fòsse di mólto prègio e che mólto 
non mentisse, ma che non sapèa contnttocìò per«- 
raadérsi eh' égli avesse avuto cuòre di ricusare «n* 
esibizióne sì fitta. Uscì il pittóre nelle protèste più 
sèrie e pi^ solènni , che pdnto non aggìugnèva illa 
verità, e che qnindo a Monsignóre f^se piaciuto, 
V amico stèsso gli avrebbe condòtto innanzi per 
rafiermirlà. 

Vói ne avete addnque di cèrto » repliob ègB, 
' r esibizióne di dugénto zecchini ? -* le T ho. Mon- 
signóre ; e assii più ancóra io voglio sperarne. — 
Or bène } non più. Aprasi quella portièra , sog- 
giunse tòsto rivòlto ad òno dèi camerièri. Fu apèr- 
ta : ed ècco apparire il buon vècchio, ch^ égli aveva 
fitto a se venire, e tenére frattinto colà nascósto. 
È fàcile a concepire quii cólpo orribile fòsse al pit^ 
tòre quésta veduta improvvisa : èi venne pallido , 
si smarrì , e incominciò a tremar tutto quinto. Il 
prelato lasciatolo alcun tèmpo alla sua confusióne, 
vestendo apprèsso l'aria di sevèra autorità : Così, 
scellerato, s'abusa, disse, dell' ignorioza e dèlia 



16 IfOlTEtLÉ bl SOaVE. 

necesntà di tin iofelice ? Qadndo ta l' hai tradito 
8\ iniquamente , non hai tu allóra, sciagurato, sen- 
tito ftémere la natùt-a ? Il pane, 6he tu fratidàvi Sd 
un vècchio lànguido ^ ad una móglie cadènte , non 
ha aliór sapi&tò destarti in cuòre nidn rimòrso ? Ahi- 
ma esecrabile ! ben sài la péna Che alla tiia malva- 
gità si dovrèbbe. Tròppa clemènza è il darti ^1 la 
condanna che bài tu medésimo pronunziata i ma 
il cièl ti guardi da nuòvo delitto, che il fio ben 
pagherai aspramente deli' uno e dell' altro ad un 
tèmpo sólo. Gì* i dngèntd becchini , che pèb tda 
confessióne quella téla si merita , e chef protèsti 
d' aver già prónti , darai tu incolitanènte a quést* 
uòmo : una nuòva fròde , che di te giùligami all' 
orécchio , sarà là tiia pèrdita. 

Atterrito , confuso , interdétto , partì il pittóre : 
con làgrime di tenerézza e di riconoscènza il buon 
vècchio benedisse mille vòlte il siio sàggio benefat- 
tóre : quésti gustò con pienézza il piacére d' ftvér 
sollevato un miseràbile opprèsso, e còlto nella prò- 
pria réte un truffatóre ribaldo. 



NOVELLA IV* 

DAMONB £ PITIA. 

Gbméa un tèmpo Siracdsa sótto alia tirannia di 
Dionigi. Quèst' uòmo feróce, usurpato còlle fròdi 
e còlie violènze un tròno non siio, col terróre 



IV. Ì>AUÓÌfE E PlTIi. 17 

e colla gradella cercava di sostenérlo. I additi in- 
felici nell'atto che tiitto it péso sentivano delle sue 
dppressidni , éi-an costretti a tacére , e a sofibcare 
lóro malgrado anche i più giusti laménti : ógni do- 
glianza, che avessero osato di fame, èra delitto 
di mòrte. 

Ih méiizo ilio spavènto nnivérsile, Pitia, gióvane 
fèrvido erisoMto, non seppe frenare i traspòrti 
della sóa ìndegnazióne ; ad un esémpio eh' éì vide 
della harbarìe del tiranno , osò levare la vóce , e 
deplorare altamente la Calamità della sua pàtiùa : 
ma tròppo caro ebbe a costargli il ^ùo sfógo e la 
sua imprudénssa. Le spie che Dionigi teneva per 
ógni parte assoldate, ne recarono prontamente 
r annùnzio : il tiranno accéso d' ira ne giurò fièra 
vendétta : e il gióvane infelice si vide tòsto da una 
squadra d' iniqui satèlliti circondato e tratto in 
prigióne. 

In quell'istante s^ avviene in lui Damóne, gió-' 
vane d' una esimia virtù, e che amava Pitia quanto 
se stésso. Colpito a tal vista dal più vivo dolóre , a 
Itii s' accòsta affannóso : Mio caro Pitia , deh ! eh' è 
liiai quésto? Che bài .tu fatto? Fórse la tua inavve- 
dutézza, il tuo ardóre sovèrchio ?.... — Sì , amato 
Damòne; qu^o, che tu bài predétto più vòlte, è 
alla fine avvenuto. Io Uón ho saputo imitarti , non 
ho saputo abbastàhza seguire i tuoi consigli : ho 
detestata lungamente in segréto la crudeltà del 
tiranno, facendo fóraa a me medésimo per ubbi- 
dirti , ma dlla fiiie il mio sdégno ha voluto mani- 
festarsi ; a tanti esémpj di barbarie non ha saputo 
più star nascósto. Veggo eh' io ne morrò, ma ad 



18 NOVELLE Bt SOAVE* 

lina sdùavìtù ti obbrobriósa la mòrte è da prefe- 
rire. Sólo m' incrésce del vècchio mio padre, della 
mia tènera spòsa» de' miei figli. A te, amico^ U 
raccomando; ta li consola per me; tu gli assisti : 
io non avrò più a. lagnarmi del mio destino, I rèi 
ministri non consentirono che i diie dolènti amici 
s' intertenèssero più a lungo : strappati a fòrza 
V lino dall' altro vennero crudelmente divisi* Pitia 
fu strascinato alle carceri) e a Damóne non fu por 
concèsso di seguitarlo. 

Opprèsso dal più acèrbo rammàrico andò quésti 
per 1' ànimo ravvolgendo mille divèrsi pensièri , 
oercando pure se alcuna via trovar potesse a scam- 
parlo : ma niiina gli si offeriva. Dòpo mólto riflètè 
teree mólto ondeggiare^ or V una còsa abbracciando 
óra V altra , e tutte pòi rigettandole siccóme inùtili 
o dìsaccónce , risolvette alla fine di presentarsi a 
Dionigi medésimo. In mézzo a guardie numeróse » 
da cui il tiranno, agitato da miUe intèrni timóri , 
non èra mài abbandonato un moménto , égli venne 
alla sua presènza introdótto. Prostéso a Idi dinanzi : 
Signóre Y gli disse, un gióvane infelice è stato per 
tuo comando testé condótto in caténe. Io non vengo 
a far difése per lui, né a chièder perdóno : sebbène 
il suo delitto sia stato effetto soltàntc^di un impeto 
giovanile, égli è rèo a' tuoi òcchi, e ciò basta. La 
sóla grazia eh' io ti domando, é che la péna che 
gli destini sia differita di qualche giorno. Égli ha 
lontano di qui il padre languènte, la spòsa, due 
tèneri figli, che tròppo hanno mestièri dèlia sua 
presènza. Permétti , Signóre > eh' io ro' offra os- 
tàggio per lui} che io prènda per pòchi giórni le sue 



i 



i¥. damohe m pitia. 19 

attee, che a jhli sia libero inUnto di medére per 
rdltrma vòlta la séa fàmi^ia , oompórne gli alH* 
ri, rioéveme gli estrèmi abbracciaménti. Éi tor- 
nerà fléiixa d^^^o al fissito ténaine ; e dóve pdre 
^netoe , la mòrte mia pagherà il sdo litMo » 
qualdr t' aggrada. 

Stupì Dionigi all'udir b\ nnóva proférta , e mdsfo 
a codottlà di ▼edérne V effótto : Ben , ditie , dìle 
giémi io gli concèdo : ta intanto sar&i prigióne per 
lAi ; ma pon ménte che se l' auròra del tèrzo giórno 
non lo rivede in Siracusa , ta sarai il primo a por» 
time la péna. 

lièto Daroóne dèlia rispósta) córre immantinènte 
alla cÀroere ddU' amico. Ivi di pròpria mino di« 
sciòlti a Idi i fèrri, e cintone se medésimo, con affet- 
toósa premdra : Y a<, disse » tu stèsso , va a confor- 
tare la tèa infelice famiglia : dde giórni intéri 
f accorda Dionigi , de^ quali potrei usare sénea sos- 
pètto. Quésti bastano a procurarti una néve e sal'^ 
vartì. Prestèsasa e soUeottddine soprattutto fe di 
mestiérì t vanne, non pèrder t^po. 

AttÒBÌto Pitia a quéste paróle r Io fuggire! Ìo, 
disse, lascièrti in inia véce al furóre dèlio spietato 
tiranno? Deb! còsi ddnque or mi conósce Damòne? 
Réndimi'tósto, rèndimi quelle caténe , se è pur tuo 
avviso, (he in énimo cader mi pòssa viltà e perfidia 
A esecritf^ile. •— No, rispòse Damòne ; la tiltà e la 
peilMUa fatte non séno per un ànimo quàl è il tuo) 
se io potessi in te sospettare sentiménti di tale na- 
tura, già non saresti mio amico. Ma né viltà , né 
perfidia sarà eseguire quél eh' io t' impóngo. Tu 
bài un padre ^ dna móglie, due figli, a cui devi la 



20 HOTBLtE DI. SOAVEi 

tda vita, e- te stéisov ^ che mal potrebbero «ènea 
di te sostenérsi. Io non ho più nessuno^ per ciU 
m' impòrti di vivere ; e il morire per na amico ^ 
€{aàl toumi sèi, darà per me il pia gioeóndo di tutti 
i piacéri. — Ah ! d' un piacére sì barbaro tu non 
godrai certamente, replicò Pitia : andròacóippifere 
io medésimo^ poiché t' aggrada , gli estrèmi ofiìcj 
di natura ; andrò a dar l' ùltimo addio a mio pa- 
dre, alla mia spòsa, ài miei Agli; ma al primo 
romper dell' alba. domani mi rivedrai : te ad èssi 
lasciando in mia véce, io^faròlóro Un dóno più 
grande ; e con quésto ben io spéro cti consoléilt. 
Gos\ dicendo, abbracciò amorosamente il dégno 
amico , che séco confuse i bàci ed il piànto , e fret- 
tolóso s' incamminò alle sue tèrre. ^ 

Ma cadde il secóndo giórno , e sói^se il tèrzo, e 
Pitia non si vede apparirCé Damóne pei^àso nell' 
ànimo, che cedèbdo alle strida e alla disperazióne 
dèlia desolata famiglia procurato égli si fòsse lo 
scampo, èra pièno di giubilo. Dionigi all'incón- 
tro, credendosi da lor beffiito, salì alle fùrie estrè- 
me, e nel bollóre dell'ira sua ordinò che Damóne 
fòsse tratto immantinènte al supplizio che aveva a 
Pitia destinato. 

Spargesi per la città il trijtfto annùnzio , e fólto 
s' aduna il pòpolo sulla piazza a vedére il miserando 
spettàcolo. Altri compiànge quivi il tradito amico, 
altri detesta la rèa perfidUa del traditóre, ognun 
condanna fra se medésimo la crudeltà del tiranno. 
Quésti, in mézzo a mille armati sedendo su d'aito 
tròno, gira d' intórno , terribile gli òcchi. infiam- 
mati di sdégno, e tutta móstra l'impaziènza della 



IV. ÙàUONE £ PITU. 21 



r. Damóne nicatenàto si Tiene intanto avin- 
zéndo col caìrnéfice al fianco. Ognun s* afrrétra alla 
vista compassionévole : un trèmito di pietà, di rac- 
capriccio commuòve ógni cnóre ; su gli òcchi di 
tòlti si veggono tremolare le ligrime^ che più non 
salmo celarsi. Nel comune dolóre Damóne sólo se- 
léna e lièto si móstra ; èi benedice in sdo caóre gli 
Dèi, che riuscite sièno a buon tèrmine le sée brà-^ 
me, che il caro amico sia salvo. 

Arrivato in mèzzo alla piazza , tranquillamente 
sta égli attendendo il fatai cólpo; e già sono ben- 
dati gli òcchi , già nudo è il còllo , già il fèrro lam- 
peggia in aito, quando alF improvviso : Férma! 
s' òde gridar di lontano, f^ma, crudèle l e ansante 
e tutto copèrto di pólvere e di sudóre si vede un 
gióvane precipitóso affrettarsi. A tal vóce ogniin si 
volge sospéso^ e gli libera il passo. Égli giunto nel 
mézzo ! Sièn grazie^ esclama, raccogliendo affan- 
nosamente gli spiriti, sièn grazie al cielo, che il 
dovére di figlio non mi ha tòlto di compiere quél 
d^ amico : pòi córre impaziènte a Damóne, e sul 
còllo gli s'abbandona. Qui nàsce nel pòpolo un 
bisbiglio confiliso di pietà, dì meravigli», di giòja : 
È Pitia, è désso, l'un dice all'altro i deh! chi 
l'avrebbe mai più aspettato ? chi più l' avrebbe cre- 
duto? 

Pitia intanto, staccatosi dall'amico, intrèpido 
m, presenta a Dionigi , che estitico lo riguarda , e 
appéna crède^ se stèsso : Qui al fin tu miri, gli 
disse, la tua vittima ; pur mi s' affretti il supplizio ; 
e l' innocènte si sciòlga. Tròppo dura necessità mi 
ha costretto a sì lungo ritardo. Il padre mio , mi- 



2St NOVBLLE DE SOàVE. 

8ero padre! all'udire U nvóvadet mio destiiio» 
cédde improwisaménte quii chi è colpito da uu 
fùlmine» e indarno io ho usato ogn' òpera per ri- 
dùamark) ; a dispétto d' ogn' arte quésta nòtte me- 
désima io ho aviito il dolóre di vedérlo s^rire 
sótto ài miei òcchi. Qn\ il piànto per alcuni mo^ 
ménti lo interruppe, e pòi ripigliò : A tétta fórca 
io mi rapii tostamente alle hràocia della spòsa de- 
solata e dèi figli , e m' affrettai al ritòmo. Ma cer- 
car Toléndo la via più hréve, io mi smarrii fia il 
hujo della nòtte in un bòsco , dov' errai fino ali* 
alba per intralciati sentièri, che mi guidarono pia 
lontano. Rimésso finalménte sul nòto cammino, 
raddoppiai i pàssi a tdtto còrso , e tròppo godo di 
èssere pur gidnto a tèmpo. Réndiftti adunque, 
rèndimi i miei fèrri, e V amico sia libero*; altro da 
te più non bramo. A tal raccónto niiino yì ebbe 
che più potesse frenar le làgrime, e il tiranno 
medésimo pur sentì in cuòre un moviménto di 
nascènte pietà, che cercò invàno di soffocare. Ordinò^ 
égli frattanto, che Damóne fòsse disdólto. Ma qui 
éooo un nuòvo prodigio, che più alto raddoppia 
negli spettatóri lo stupóre ed il piànto. Damóne 
ricusa che più si debbano a Pitia le sue caténe : È 
già trascórso, disse égli, il tèmpo tra nói fermato : 
óra a me tócca di morire ; tu alla spòsa ritóma ed 
ài figli abbandonati. — Il tèmpo di rènderti la li- 
bertà, rispónde Pitia piangendo, finché tu vivi 
non può mài èsser trascòrso, e quésta per ógni 
légge e per ógni ragióne è a te dovuta. Dam&e 
inMste nel ricusare; la nòbil gara s'accènde vie 
più ; ognun dèi due ad alta vóce domanda a Dio- 



Nr 



IT. BAMOME S PITU. 23 

nfgi là libertà per l' amico , e la mòrte per ae me- 
désimo. \ ^ 

A sk virtoóso contrasto , quél cuòre, benckè di 
fèrro, non seppe più lungamente resistere. Yinta 
la nativa crudezza, e scòsso e intenerito : La libertà 
e la vita si deve , disse , ad amendue, e ad amen* 
diie la dóno. Ma dna si rara amicizia iliérita ancor 
di vantaggio ; élla è dégna d^nn re, ed io terrómmi 
ben caro di èsser V amico vòstro comune. Cosà di- 
cendo , scése dal tròno , e affettuosamente córse ad 
abbracciérli. In quella guisa, che siille scène si vede 
talvòlta a un hàUec d'occhio cangiarsi un dirupo 
I inorato e scoscéso in un ridènte giardino, cùA 
in ttn sébito cangiò allóra nel pòpolo ógni còsa 
d^aiqiétto. Alla tristézza ed al piànto succedette la 
fèsta e il tripudio : ognuno affreCtavasi a mirar da 
vicino i diie amici incomparàbili, ogniino di liète 
viva e di applàusi faceva l'aria eocheggiir d'ogni 
parte; e quisi in triónfo vénner èssi a fianco del re 
accompagnati al reale palàgio. 



NOVELLA V. 

/ £T£L&ED0. 

Rimasto in età giovanile padróne di se medésimo 
e dd tròno d'Inghilterra, Etdrédo per tèmpo si 
aUiandonò alle imprudènze e àgli erróri , in cui è 
tròppo ficile a cadére un gióvane il quale «w* 
pruno bollóre non sa ascoltare che l' impeto delle 



24 MOVELLB m SOAVE' 

sue passióni. Essendo un giórno alla «accia, gtl 
venne veduta una gióvane oontadinélla, che lieta- 
mente cantando si stava alla guàrdia di dna siia 
piccola greggia, e cóme b^la e graziosa gli parve, 
< cosk incontanènte se ne accése. Persuaso égli , che 
ad un- re ni&lla avesse a far contrasto , credette ai 
primo assalto di dover vincerla facilménte ; ma 
trovò la virtù d'Etelwrige, die tal chiamàvasi la 
pastorèlla , assai più fprte che non avèa immagi^ 
nàto./ Ogni arte di vézzi e di lusinghe, e di bèi 
dóni e di larghe promésse éi mise in òpera per 
sedurla; ma ógni arte riuscì vana. Lungi però dal ^ 
temperare P ardóre della sua passióne , la resistènza 4 
non fé' che accènderla vie maggiormente. L'im- 
màgine di Etelwige aveva égli mài sèmpre dinanzi 
àgli òcchi : o vegliasse o dormisse, altro più non ve- 
deva se non lèi sóla : a mano a mano égli giùnse a 
tèrmine , che sènza lèi più non pàrvegìi di poter vi- 
vere. Non v'era però altro mézzo ad espugnare 
l'invitta di lèi costanza, che offerirle la pròpria 
mano. Ma cóme poteva égli degradarsi a tal ségno ? 
Cóme osare di pórre sul tròno una. misera villa-> 
nella ? In quésta ambiguità di pensièri égli ondeg- 
giò lungamente ; ma alfìne la passióne lo vinse ; la 
proposizióne fu fatta , ed Etelvfrige , che a tutte le 
altre lusinghe avèa resistito invincibilmente , non 
seppe resistere a quella della nuòva grandézza, che 
inaspettatamente si vide offèrta. 

Tròppo è raro però, che una sùbita e straordi- 
nària elevazióne appòrti una véra felicità. Etelwige 
ben tòsto ebbe a pentirsi del suo cangiaménto , e 
a desiderar nuovamente le liète campagne y e la 



V« ETELIUSBO. 25 

coiUénta semplicità , ov' éi*a nata. Le nózxe di £tel<- 
rédo vennero biasimate altamente da tiitto il ré- 
gno ; susurri e ragionaménti contumeliósi ne cór^ 
sero per ógni parte, e l'infelice regina, sprecata 
da ogniiao e abbandonata, si vide in mézzo alla 
córte riatta àUa solitùdine più umiliante e più 
disgustòsa. 

A pòco a pòco ciò nondiméno la sua saviézza , e 
la dolcézza delle sue manière pur seppe vincere 
V alterigia de' grandi ; e nel lóro ànimo iusinuàn-- 
dosi , élla giùnse a vedérsi in fine quii lóro sovraua 
pubblicamente per èssi riconosciuta e corteggiata* 
Ma quésta nnòvA fortuna non servi cbe a réudei*le 
più sensibile e più tormentósa quella disgràzia che 
a lek già stivasi preparando. Etelrédo, abbando^ 
Dandosi all' incostanza del suo cuòre , in brève 
tèmpo dimenticò quéll' ardói^ cbe avèa per lèi 
concepùto , ^ più di lèi non curando , in nuòvi 
amòri incominciò a dissiparsi^ Soffocò Etelwige |)er 
alcun tèmpo in silènzio il suo dolóre; ma vedendo 
ognòr créscere T alienazióne del re, dòpo tentate 
coli' altrùi mézzo inutilmente divèrse vie per ri- 
chiiunàrlo , osò per ùltimo di provare se le sue là* 
grime alméno potessero avere sópra di lui qualche 
fòrza. Misera! pur non l'avesse osato mài! Non 
fécer quéste che inasprir l'animo d' Etelrédo più' 
fieramente. 11 crudèle nell' impeto del suo furóre 
ordinò, che tolta di córte, élla fòsse recata im- 
mantinènte in un castèllo, e là racchiùsa per sèm-^ 
pre. I sospiri ed il piànto furono quivi la sóla com- 
pagnia e il sólo sfógo dèlia sciagurata regina, finché 
consumata a pòco a pòco dall'intèrno cordòglio, 

3 






tS NOVELLE m SOAVE. 

I 

illa sAa disavventi&ra più non potè sopravvivere. 
Ungi contuttociò dall' osir mài di farne al re alcun 
rimpròvero , o alcdn laménto, neB' atto stésso ciie 
avvicinare si vide fl tèrmine degli afiu^nósi suoi 
giórni, a lui scrivendo, usar non seppe che le più 
dólci e più tènere espressióni, e datoci con quéste 
V estrèmo addio , miseramente perì nella frésòa età 
divent^ànni. ^ 

Il re nd\ la mòrte dell'infelice con sentiménti 
ben più di bàrbara compiacenza, che non di pietà 
o di rammàrico ; e gettata in disparte la lèttera 
sènza neppdr curarsi d' a^n^irla, tutti rivòlse i pen- 
sièri a stringere un nuòvo legame còlla principéssa 
£mma« sorèlla di Riccardo duca di Normandia, di 
ciii un ritratto avèalo innamorato. 

Non andò però lungo tèmpo, che incominciò 
con èssa a pagare per tristo mòdo la péna dèlia sua 
passata infedeltà e barbàrie. Nel carattei*e fièro e 
risoluto dèlia nuova regina già non trovò la dol- 
cézza di quella che prima aveva sì iniquamente 
sacrificata. Lo spirito incostante d' Etelrédo inco- 
minciò a disgustarsene ; la regina se ne risentì al- 
tamente ; la discòrdia domèstica si fé' palése alla 
città ed al régno ; la nazióne si divise in due par- 
titi ; tutto si mise in combustióne ed in tumulto , 
tutto fu pièno di turbolènze e di rivoluzióni. Quante 
vòlte non andò égli allóra cliiamàndo la tradita 
Etelwige! Quante vòlte non pianse la crudeltà che 
avéa c(kìtro di lèi usata! Ma tròppo tardi. 

Un giórno che solitàrio nelle siie stanze iva scor- 
rendo alcune carte , la lèttera di Etelwige , l' ùlti- 
ma lèttera , che avéa gettato ti^ascurataménte sènza 



degoàm di aprirla, gli ^ane improwitaBiéatir sdito 
òcchio. Al vedérla ne riconósca égli tósio il carat- 
tere : uà frèmito di rimòrso e d' orróre incorna- 
Dènte l'assale ; stènde ad èssa la mano tfeminte , 
r apre , e légge quéste paróle. 

«Ricevete, o Sire, F ùltimo addio déUa mori- 
bónda Etelwige. Degnatevi alméno di non odiare 
la sua memòria, quànd'élla non vivrà più. Ah ! chi 
mài , chi potrà amarvi, com' élla v' ha amato ! In- 
felice ! élla non vivéa che per vói sólo , non respi- 
rava se non per vói ; per vói èrano tutte le sue oc- 
capazióni e i suoi pensièri. Vói l'abbandonate.... 
vói la tradite, crudèle.... » 

Quésta lèttera fu ad Etelrèdo cóme uno scòppio 
di folgore : parvegli di vedére le estrème agonie 
dèlia tradita sua spòsa , parvegli di udirne l' estrè- 
mo sospiro : gettò un altissimo grido : Tu baiÌMu:o, 
disse, tu r bài uccisa : e assòrto rimase in un mire 
di piànto. 

Da qpél moménto éi non seppe trovar più pàoe o 
confòrto. P^isòso e malincònico andàvasi qua e là 
^^gìrando, sènza sapere il dóve» e dappertutto 
sembravagli di vedére la pallid' ómlnrà di Etelwige , 
che r inseguisse. Sepólto in una profónda tristéua , 
lungi dall^occopàrsi negli antichi piacéri , abban- 
donava pur anche le cure del régno , e abbonriva 
perfino la stèssa luce. Crescevano frattanto i tór- 
bidi e gli scompigli ; tutto èra in disòrdine ed in 
ferménto ; e i nemici estèmi pur s' unirono agi' in- 
tèrni per affrettargli V estrèma rovina. Il re di Da- 
^nimarca l'assale con un poderóso esèrcito; éi si 
oppóse ; la battaglia fu sanguinósa ; ma al fine , co* 



28 NOVEtLH 01 SOAtB. 

Strétto a cèdere ed a fuggire , sorprèso da dna fél^ 
bre violentissmia, straziato da mille rimòrsi, op- 
prèsso dal péso dèlie sciagure, che tròppo avéa 
meritato, finì di vkere miseraméote, terribile 
esémpio alle ànime infide e crudèli. 



NOVELLA VI. 

TERESA BALDDCCI^ 

Éeano due inni, che Teresa Baldiied, gentil- 
dònna di Firenze , védova si trovava con dde figìt. 
Usciti quésti^ già di tutèla , possessóri d' un ricco 
patrimònio, non ritenuti più da niun fréno, e ani- 
itìàti da perniciósi compagni , si èrano dati in prèda 
a tutte le sregolatézze di una gioventù sconsigliata. 
Invàno la madre adoperàvasi còlle ragióni, còlle 
preghière, col piànto, a richiamarli dal mal cos- 
tume; non èra più ascoltata. Il maggior de' fratèlli 
dimorava tuttóra in Firenze; il minóre èrasi pósto 
a viaggiar per V Italia. 

Una séra, che l'afflitta madre si stava sóla pian- 
gendo i disòrdini de' suoi figli , védesi repentina- 
mente spalancare le pòrte, ed entrare precipitóso 
lino stranièro tutto pàllido ed ansante, cògli òcchi 
tórbidi e spaventati , col vòlto turbato e scompósto, 
e con una spada insanguinata alle mani. A tal vista 
improvvisa élla balzò di terróre ; ma lo straniero, 
gettandosi a pie di lèi : Deh l abbiéte, le disse, coju- 



TI. TKftEAA ftALDUGCi. 29 

passiotie dSin infelice. Io son Romi&o qoi gmnto 
da pòchi giórni. Compiuti gli affi&ri che qnà m' ave- 
van condótto, io me ne torniva pòco fa adi' albèrgo 
per dispòfmi a ripartire. Non lungi di qn\ uno a 
me SGOBOsciiito m' incontra , e nel passarmi dap- 
presso mi urta villanamente. Io mi lagno del sdo 
modo inurbano ; égli alla scortesia aggiiigne gP in* 
fnilti e gli strapazzi : io mi risento ; égli accrésce 
le villaide , e òsa pur anche di minacciarmi arro- 
gantemente. Insofferénte di quésta estrèma, inso- 
lenza , io trassi la spada, égli fece lo stèsso, e ferito 
d' un cólpo è caduto a tèrra. Sa il cielo s' io son do- 
lènte di quésto involontàrio delitto. Ma vói^ signóra^ 
abbiate pietà d' dno sciagurato. Confuso e fuor di 
me stésso, io mi son dato immantinènte alla fdga ; 
non sapendo óve aggirarmi , ho ardito di penetrare 
in quésta cisa , che la fortuna mi ha fatto trovire 
apèrta. Deh ! non vi spiàccia che quésta mi sia d' a- 
silo per qualche óra , finché sottratto alle ricérche 
di chi potesse inseguirmi , posaci a nòtte più oscura 
assicurarmi lo scampo. 

Gelò d'orróre la gentildònna a quésto raccónto ; 
un néro presentiménto V empì di mille agitazióni ; 
ma póre non ascoltando in quél moménto che le 
vóci dell' umanità e déUa compassióne, il fé' entrare 
nel siio gabinétto, e colà il racchiùse. 

Non fùron vani i presentiménti dèlia misera ma- 
dre. Passati pòchi istanti , élla udì un nuòvo ru- 
móre ; e pàllida nella sàia avanzandosi, recar si vide 
dinanzi il figlio, che da una larga piaga, che avèa 
nel petto, versava rivi di sàngue. Alzò èssa un grido 
terribile, e il fìstio,, che lànguido e quasi esàngue 



30 iMtMUs% m ioitB. 

già Ticino sentWasl ti fat&l pì&nto, racco|^iéiido V es* 
tréme fòrze, e rtT<UtQ alla mddre : Vói mirile ia 
me, cUsse, un esémpio della giusta panistóaedel 
cielo : io V ho meritata : tilga alméno la mia mòrte 
a mio fratèllo d* avvertiménto. Se il mio uccisóre 
fésse arrestato , vói , midre , pigliatene le difése. 
Egli è innocènte, io sono che l' ho provocato. 

Égli spirò a tali vóci, e la midre cadde sa lui 
tramortita e ptiva di sènso. Staccata dal sanguinóso 
cadàvere del figlio estinto , lasciò, èssa per Idngo 
tèmpo i circostanti in dùbbio della siia vita ; aè si 
riebbe che a gran fatica, e per abbandonarst a di^ 
rotkinimd piànto. Élla andava ad ógni istante ri- 
chiamando suo figlio^ voleva tottór rivedérlo, e 
d' estrèma fòrza fu d^ uòpo per discostèmda. 

Qnàl non fa intinto il dolóre e V agitazióne del 
giovine stranièro, il <{uèle dal gabinétto, ov' èra 
cfaidso, udiva tutto il tumulto, e sentiva tutto 
l' orróre di quésta tràgica scéna , a cdì égli sciagu- 
ratamente avéa avuta la primk parte ! Da un canto 
il cordòglio d' aver formata V infelicità di una ma-» 
dre rispettàbile gli facéa desiderare d'esser caduto 
in véce égli stésso sótto ài cólpi del suo nemico : 
dall' altro il timóre d' èsser sorprèso bévagli ad 
ógni nuòvo moviménto , e ad ògaì nuovjd rumóre 
•gelare il sàngue. . 

In quésta angiistk égli stétte fin óltre alla mézza 
nòtte, quando, essendo già tutto tranquillo, e 
avendo fl dolor déUa madre por dato luògo alla 
riflessióne» élla andò al gabinétto, e T aperse. 
Prostrós^ il giovine appiè di lèi : È il cielo, disse, 
il délo io chiamo in testimònio » se tutto il mio 



VI. TBBESA llAU>UCa. 31 

dkigae io non vorrei dare piuttòsto... — Alzatevi, 
difse la gentildóona ; vói m' avete rendata la più 
Infelice dóona che mài vivesse; ma so la vòstra 
innocènza. Mio .fìglio m'ha ordinato por di difèn- 
dervi ; ed io lo d|l;^« Vn. calesse verrà frappóco a 
rilevarvi Mino dei miei domésUci vi sarà scórta 
sfino ià confini : quésta hdrsa vi servirà di sussidio; 
il cielo vi dia quella tranquillità > che a me avete 
si^ita^ ^ 

Il giovine Eomano si sentì strùggere a quésta 
jjpenerositàdi dolóre e di tenerézza. Ah ! mai, disse, 
wil non saprò perdonare a me stésso d' aver ajBlitta 
una dama sì adorabile. Fece per lèi mille vóti , badò 
mille vòlte la sua mano benèfica, e partì còlle la- 
grime^ risoluto di fóre ógni òpra per provarle, 
quando la fortuna i mézzi gliene offerisse , il siio 
ranunaricp e la sua riconoscènza. 

La fortdna non tardò mólto a presentargliene 
l'occasione. Passato appéna Viterbo, s'abbàtte in 
un giovine, che assalito da due masnadièri, a grave 
Stènto si difendeva. £i balza sdbito di calèsse, vola 
a soccórrerlo, e gli assalitóri prèndon la fóga : ma 
il giovine èra ferito. Prèsolo in sua compagnia, a 
Titérho cortesemente éi lo riconduce : e cóme per 
baóna ventiJM*a la ferita èra leggiera, così quégli 
ben prèsto ne fu sanato. Mille ringraziaménti fece 
il stWàto giovine al suo liberatóre : ma chi può 
esimere la consolazióne ed il giùbilo che quésti 
éhbe^ allorché intèse eh' égli èra appunto il fratèllo 
di quello stésso, che sgraziatamente égli avéa ucciso 
in Firenze ! Teneramente abbracciandolo : Quinte 
grìizìe, disse, io debbo rèndere al cielo, che m' ab- 



( 



34 VOVELLE DI SOAVE. 

bia offèrto il mòdo di ricambiare in qualche parte 
il benefìcio , che dàHa vòstra adoràbil màdi^ ha 
ricevuto! Eternamente io l'avrò scolpito nelt' 
ànimo : e mài per nìuna cosa la mia gratitudine 
iton sarà paga. Vói afirettàtevi it^g^to a rivedérla : 
élla ha estrèmo bisógno di vói , e vi sospira impa- 
ziènte. Ditele, che quello stésso, a cui élla ha 
salvata la vita ha aviito, or la fortuna d' impiegarla 
per vói, e che tutto il restante desidera pure di 
occupare interamente per amendùe. 
/'- Sorprésa orribile fu al gióvane Baldiìcci , quando 
arrivò a Firenze, l'intèndere dàlia madre ciò^ 
eh' èra avvent&to. Il dover riconóscere in lina per-> 
sona medésima l' uccisóre di sdo fratèllo e il prò- 
prio liberatóre , gli eccitava dna confusióne d'af- 
fètti , che si combattevano stranamente l' un l'altro. 
Udendo però l'innocènza di lui, scemò l'orróre 
che sulle prime cóntro di esso avèa concepùto ; e il 
sentiménto dèlia gratitùdine per la vita che gli do- 
vèa, riprèse tutta la sua fòrza. Piangendo la mòrte 
del fratèllo , nOn potè a meno di non adoperàrsi- 
ègli stèsso, perchè l'uccisóre ne rimanesse assoluto. 
Frattanto i due spaventevoli esèmpj che avèa di- 
nanzi àgli òcchi gli fecero la più profónda impres- 
sióne. Vide a quài pericoli espóngono gli erróri 
dì un'incàuta gioventù, cambiò interamente cos- 
tume, e còlla sda saggia condòtta consolò final- 
ménte la madre dell' amara pèrdita che avèa fatta. 



ALIIIBK O tA r«LICfTA. 33 



NOVELLA VII. 

ALIMKK O LA FELICITA. 

Ifòvéìlar aniòa, 

NoH ci ha uòmo , il qaàl non irai dì esser felice , 

e che iDolt' opera non impièghi, e mólto stadio 

per divenirla; e non ci ha quasi pur nomo, il 

quàl non sr lag<ai di non potére m^i gidgnerc a 

quella felicità, che con tanta fatica e tanto affanno 

va ricercando. Ma dónde avviene égli mài, che fra 

tanti y che di continuo e si premurosamente ne 

vanno in traccia ^tìiun9 o quasi niùno- mài pòssa 

giiignere a rin^nirla? Sarebbe mài che il pili 

degli uòmini dietro a false guide si disviassero dal 

cammln rètto che a lèi condùce, e colà appunto 

l'andassero ricercando, ov'è più difficile il ritro^ 

vària? Io ne dubito fortemente, e la seguènte no- 

vélta , benché favolósa , pur cóme spésso di grandi 

verità sótto al vélo dèlie fàvole si nascóndono, mólto 

m' inchina a confermarmi in siffatta opinióne. 

Un pastóre d'Arabia , per nóme Alimèk, méntre 
stivasi un giórno oziosamente guardando la sda 
greggia, e vagando dall' uno all'altro pàscolo, vide 
sótto ad un mónte una gròtta copèrta all' intomo 
di piànte e di cespùgli , e sentissi curiosità di en- 
trarvi. Èra quésta sul prima ingrèsso tutta òrrida 
€ tenebrósa, ma si vedeva sul fóndo iUii minata da 



31 jffOTELLE DI SOAVE. 

« 

vai ràggio di Ilice, che scendeva dalT alto. Avaii^<- 
tosi a qaélia vóha , trovò da un canto della cavèrna 
lina bórsa , un anello , ed nn vècchio papiro^ Stése 
égli tòsto alla bórsa avidamente la mano , ma affiLtto 
vota sentendola : Deh ! mal ti sia, disse, che altro 
non hai saputo fuorché lusingarmi sènza profitto. 
Altnéno se qualche monéta vi avesse déntro, ma 
neppdr una. Or vanne pure , e ti rèsta In tiia ma- 
lóra óve finóra sèi stata : e cosi dicendo , gettólla 
sdegnosamente per tèrra. 

AI bàttere eh' élla fé' sovra un sasso , Alimék udì 
un suòno , che parve d' òro. Attònito la raccòglie 
di nuòvo, e la trova pièna. Cielo, che è quésto 
mài ? per JMTacóne ! qui V ha un incanto. Ma checché 
sia , di qnést' òro io mi godrò a buon cónto. Ciò 
détto , piglia r anello e il papiro , e s* incammina 
velocemente fuor della gròtta. AQ^ uscirne : Addio, 
sélve, diss'égli, finché ho quèst^óro^ io vo' tras- 
tullarmi; ah! s'io fòssi alla Mècca. 4. Non ebbe 
cémpo a finire, che già alla Mècca si ritrovò in quél 
moménto. Stordito più che mài e confuso, Apre 
con man tremante il papiro, e vi légge : La bórsa 
sarà pièna d' òro , qualór tu vorrai ; coli' anello sarai 
tostamente doviinque ti sarà in grado. 
. Lièto di tale avviso , la curiosità di veder nuòve 
tèrre fu la prima che Alimék senti nàscersi in cuòre, 
e che cercò siibito di appagare. La facilità di tras- 
portarsi da un luògo all'altro fece che in pòco 
tèmpo éi potè córrere una gran parte del móndo* 
Trovò a principio dilètto grandissimo ad osservare 
la varietà de' paesi ; la differènza dèi climi , i pro- 
dótti divèrsi della natdra , i divèrsi sforzi dell' arte, 



L. 



ALIMEK O LA rKLICITA. 35 

la diversità dèi costilini e degli usi delle virie na- 
sióni. Ma d6po alciin tèmpo qaésto dilètto ioco- 
minciò a scemirsi : pia inoltrava^ , e più vedeva 
che la varietà, ood' èra stato allettato in si&Ue prime, 
andàvasi dimimièDdo ; che l' àrie e la nati&ra a uq 
di prèsso ofiEerivano dappertutto gli stèssi oggetti ; 
che gli fisi e i costumi degli nomini , tdtti prodótti 
dàlie medésime passióni, non si distinguevano che 
per picciole differènze. Gessando il sollético dèlie 
novità, cessò pur àndbela curiosità interamente, 
e s^o di viaggiane égli pensò a riposarsi. 

Scdse a tal fine la città di Costantinopoli , óvt 
gli pai*ve di poter mèglio godere di qué' piacéri 
che le siie richézze agevolmente potevano procu- 
rargli , e dóve il concórso di tante gènti divèrse 
potèa servire a rinnovargli la memòria di ciò che 
nei suoi viàggi avéa in divèrsi luòghi osservato. Si 
diede éi quivi pertanto a gustare d'ogni manièra 
di divertiménto , a soddisfare ógni spècie di capric- 
cio , a nuotare nelle delizie e nei solàzzi» Ma non 
trascórse gran tèmpo , che anche di quésti si tix>vò 
stinco. A fói*za d'uso le voluttà più squisite gli 
diventarono insipide; più studìàvasi di variare, e 
più incontrava dappertutto la sazietà ; V ànimo disr 
occapàto èra opprèsso da una nója insofirlhile, e 
quésta, dovunque andava, il veniva dappertutto 
accompagnando. Una malattia che gli sopravvenne, 
e che èra effètto de' suoi disórdini , ùxà di convin- 
cerlo ohe la felicità non è pósta in utìa vita mòlle » 
i*ffeminàta , voluttuósa ; e determinò$8Ì di ricercarla 
nell'occupazióne, e négf impièghi. 
La vastità Aéììe sue ricchézze gli ]n*ocurò Ucih 



36 NOVELLE BI SOAVE. 

ménte de' protettóri e degli amici ; le cogaizióni, 
che avéa acquistate ne' suoi viiggi^ il fecero age^* 
volménte riputare abilissimo àgli afiari pivi grandi. 
Éi salì presto di grado in grado alle càriche pia 
sublimi ; finché por giùnse alla màssima di Gran 
Yisir. Qu\ gli afiari incominciarono ad assediarlo 
da ógni parte : óra gli órdini del «ovràno, óra i ri- 
córsi dèi sùdditi non gli lasciavano un moménto di 
libertà e di ripòso. I capricci delF effeminato mo- 
narca, r inquietùdine delle dònne del seri'àglio, le 
cospirazióni e le càbale degP invidiósi e degli émoli 
pur lo tenevano continuamente in agitazióne e in 
timóre. Éi cominciò a sentire per pruòva, chele 
dignità e gli onori non ad iltro riescono finalménte 
che ad un' illustre schiavitù. Sàzio di quésti ancóra, 
pensava già a ritirarsi, quando, arrivatala nuòva a 
Costantinopoli , che la Pèrsia disponévasi a mover 
guèrra , incaricato di affrettarsi con fòrte esèrcito 
a frenare l' orgóglio dèi nemici , si sentì pùngere 
dal desidèrio dèlia glòria, e v'accórse. 

Le prime due battàglie riuscirongli felicissime; 
sbaragliati i nemici^ gli obbligò a ritirarsi intera- 
mente dal Turchestàn, che già avevano occupato. 
Éi fu ricólmo d' elògi e d' onori ; il nóme di Alimék 
risonava d' applausi per tutto l' impéro ; il gran sul- 
tano già preparàvasi a ricéverlo nella capitale còlla 
magnifica pómpa del più supèj^bo triónfo : quando 
avanzatosi con tròppo ardóre nel paese nemico, éi 
cadde imprudentemente in un agguato non prove»- 
dùto, e non potè liberarsene se non )ton pèrdita 
consideràbile dell'esèrcito. La scèna cangiò allóra 
ad OH tratto ; gli elògi mutàronsi in esecrazióni ^ in 



VII. ALIMJEK O LA FELICITA. 7S7 

luògo dei prqNiràto triónfo éi si vide presentare nel 
cordón d' oro la mòrte. 

Fortnojttaménte F anello il trasse fuori dì peri» 
colo : égli scomparve , e dòpo avere trascòrse varie 
partì dell'Indie, séco portando sempre il disgusto 
e la ìnqnietodiiie 9 si fermò da ùltimo nella città di 
Groloònda. , ^ 

Signoreggiava quivi una principéssa dì tal bel- 
lézza, che ripntàvasi la meraviglia delP A«^a. Alimék 
al primo vedérbrne fu colpito, e si sentì aoeéso d» 
un ardóre vivissimo* Cercò sùbito di èssere intro- 
dótto élla córte, e agevolmente V ottenne. La ma- 
gnificenza^ con cui presentòssi , T avvenènza, ond' 
éi pure si distingueva , le sue manière nòbili e leg- 
giadre , i suoi discórsi eleganti , vivi et variéti , le 
notiEie eh' éi producéva de' mòìd paesi , che aveva 
trascórsi, attrassero l' attenzIònWi Sdima, che tal 
Bomàvasi la principéssa, e gradila trovar le fécero 
la compagnia di Àlimék. Égli fu invitato a tratte- 
aéffsi per qualche tèmpo in Golcónda , invito ebe 
ben accettò di buon grado ; furono a siio riguardo 
apprestate fèste , càcce ,. divertiménti : égli dal canto 
mo negli ibi ti , nelle gfòje, nel ricco oeiAéggio an- 
dava ognóra manifestàodo vie pia la sda liechèzza 
e il sdo gttsto^ Selima gli accordò pòco a pòco la sua 
iatima confidènza; parve eziandio infiammarsi per 
Ittid'amói^, giunse pur quasi a fargli sperare la 
sua miao; éi^ro in sònuna di contentèzaa Àlimék 
già credévasi pervenuto a quella felicilà, che an- 
dava da tinto tèmpo cercando ; quindo l' invidia 
de'corUgiaBÌ , che tróf^ mal sofiérrvano di dover 
servire ad uno stranièro, seppe ordire cóntro di 

4. 



^8 -NOVELLE m &SATE. 

Idi Aaa ■! néra calibiaia, e ccm tdu'i oodori della 
verità e dell'evidènza àgli òcchi della regina ik iMsn 
diphigerla» cb'élla decretò immaiitMétiie che si 
metteste a mórte^ e al valóre del ido «oélh» fti a 
Idi mestièri di lioórrere nuovamente per libererei. 
Di là panato oolF animo pién di ranundràco e di 
dispétto, che svanite fossero in un pùnAo le tfée 
•peranse» « riaacita td nulla tdtta qodia lelicttà, 
die flOgna\^ d' aver trovata alla fine , rioeroò véne 
iltre parti dell'Asia sènza sapere óve m&i arrestarsi; 
inqniéto sèmpre e sconfortato e «contènto dì se 
medésimo, determinò finalménte d' inoamminfirsi 
vèrso adla Cina. Qui méntre sóloe oocapàlo de* Mtéi 
tristi pensièri aggiràvasi un dì fra romite cam- 
pagne, iid\ da nn lito il rtmhómbo di lièti snótii e 
di cinti e di grida festóse; e 'mosso a curiosità di 
vedére che fòsse ^colà si volse, dónde partivino. 
Gitbilo ad dna cdla campèstre, éi vide tUia tdrba 
di «ontadini e di oontadinèlle , che , quii sosttndo 
e quii cantando, e mólti insième intreeciimdo 
festivi hiUi, tutti allegramente sì soiiani^ao. 
Maravigltito al mirare la gii^a, che A pura e sin- 
cèca na d'.é9ni vólto manifestàvasi, èi si accostò ad 
un vècchie di veneranda «aniaie, che nell'Maiie 
aspètto mostpindo tuttóra la giocondità e il vigóre 
d' «n còrpo € d' un iaimo nulla abhdttnfto ifógH 
inni, le lóro fèste ai stifva oon giubilo riguardando; 
e a Idi richièse quii la cagióne si fóase di qtt^lo 
^ straordinirio trìpùdio. E'non è pùnto «traordin^- 
' rio par nói, diase il véochio : ne' dì conseerati id 
npéan, dòpo prestito il déiosto edito igU Dèi, con 
innocènte sellaaso così si passano lietamente tra 



VII. ALIMBK O LA VELIGITA. 39 

nói le én die ne rimingono. — Vói compentàte 
ben doleeméale, diate Alimék, il péso delle i&fttche e 
de' travàgli che vi coQvién sostenére, e détU vita 
infdice che siete astrétti a nyenàre negli iUri giórni . 
Il vècchio a Idi sorridendo : Io ho già scórsi, ris* 
pó0e , óltre a settanta inni in qiftésta viàz medésima , 
e ne ringrixio sommamente gp Dèi; né saprei 
dfirvi d' avérla trovata mai infelice. So che a vói 
grépdi non simhra potérsi avere felicità, óve 
grand' óre e grand' argènto , e ricche.e {Mróaióse 
gèmme jHm'ai véggan rispléndere : ma a nói conta- 
dini, allorché entrando néUe vòstre città e ne' 
vòstri palagi , odiamo e veggiémo i tnmóUi e le 
ÌM(oieti]dini che vi regnano, le vòstre ricchézze 
destano 'len più sovènte compassióne che invidia. 
La tranqniUità non è fitta per vói ; J' avarizia, l'am- 
bizióne, le gare, le dissensióni Ve la rapiscono ad 
ógni tratto; e óve non è tranqailiità, felicità non 
ha InégD. Nói siamo di vói meo ricchi ; l'oro e 
l'argènto appéna da nói si conóscono '. ma ciò che 
per méuo di qaèsti vói comperate , la nòstra greg- 
gia e le nòstre tèrre il ci forniscono sdibastanza, e 
nói siamo oonténti. tiorprèso Alimèk ille paróle del 
vècchio, e desideróso di pur sapere, com'éi potéise 
tra h povertà e le pitiche goder di qoéUa felicità, 
che in mè»|o égli égi e att' opulènza èi non avèa 
poldto tro#r ancóra, prése deliberazióne d' inter- 
Isnérsi atqaénto con lui , dilettandosi por firattinto 
di rimirare qnélli cbB eòi lóro inoocénti trastiilli 
legttlmpO a aoUazzirsi. Ben, disse, è strano per 
me, che uòmini, siccóme vói, astretti a vivere Ji 
coptinno tra le ftìidbe e gli stènti , pòssan mài dii'si 



40 NOVELLE Bl *OAVE. 

felici. — lì lavóro, rispóse il vècchio, a chi è 
smezzo da liingo uso ad nn òzio perpètuo può sem- 
brar fórse gi^avissima péna ; ma a nói non è che un 
sollièvo. Io non ho mài passate óre sì triste, cóme 
quando per indisposizióne mi son veduto costretto 
a cessare da' miei usati esercizj , e a rimanérmi 
sènza far natia. Il tèmpo m'andava allóra d'una 
lentézza insoflribile , e mille anni paréami ógni 
moménto. Allór che io sono occupato a' miei lavóri « 
io mi tn&vo al fine della giométà sènza pur quasi 
awedérmene , né séiito mài un istànte*Ìl péso gra- 
vissimo déDa nòja, che ho provato sì intollerabile 
ógni quàl vòlta io sono stato àforzito a rimanérìsii 
ozióso, e che qualóra io éntro nella città, pàrmi 
vedére sì spésso dipinto sul vólto déglf uòmini 
sfaccendati. — Ma il péso continuo dèlia fatica, 
disse Alimèk, che vi conviene sofl&ire, è ben an- 
córa più grave e più intolleràbile. — Il péso dèlia 
fatica, rispóse il vècchio, è grave per lino schiavo, 
eh' è costretto a soffirirla suo malgrado forzata- 
mente, e sènza potére pur riposài*si, quando il 
bisógno lo chiède. Ma tale non è fra nói : óve sia 
stanco y io mi ripòso tranquillamente quànt* è 
mestièri, per quindi ripréndei^ il mio lavóro con 
maggior léna : io non sófiro pur mài che altri fa- 
tichi óltre al dovére, o alle sue fòrze. La fatica 
allóra non è più un péso , ma un piaóévdfe esercizio ; 
élla ci occupa, e ci distòglie da ógni tristo e nojóso 
pensièro : il còrpo ne acquista più sanità e ro- 
bustézza , e va esènte dai mali , a cui gli uòmini 
scioperati sono soggètti così sovènte : il cibo ed 
il sónno dòpo di quella ci son dolcissimi; e nel 



Vir. AUMEK. O LA FELICITA. 41 

tempo medésimo eh' élla dora, il pensièro dèi Ihitli 
che bimno a derivarcene, è per nói un dilètto con» 
tiauo 9 che vói ricchi e grandi noa conoscete. Ogni 
sólco» ch'io fo nd mio campo, mi richiama élla 
méirte il lièto giórno della raccolta, e qaésto pen- 
siero me ne fornisce tiitto il piacére inninù tratto. 
— Ma il frutto, òhe da sì lunghe fatiche vói racco- 
gliete, disse Alimék, dlla fine è ben piccola còsa, 
se a quello si paragóni, che i ricchi godono sénsa 
fatica, né stènto alcunor ■— Quand' ip mi traggo 
pienamente la séte, rispóse il vècchio, a qaésto 
picciol rusjBéUo, che quV accénto ci scórre, che 
importa a me che altri beasi tutto l' Hoaéng ? 11 
mio campo e la mf a greggia mi dan quanto bàstia 
soddisfare éi mièi.desidèrj e a farmi contènto : che 
dég^ io chièder di più? La felicità non è pósta 
nell'avér mólto, ma nel sapere tranquillamente 
godere di dò, che ne dà l' indùstria o la fortuna, 
e sapere appagarsene. Vói, che nuotate nell' ab- 
bondénza, tóì siete realmente di me più pòveri, 
perchè sèmpre più lóngi si stèndono le TÓstre 
brame. Pòchi bisógni impóne a nói la natura ; e 
quésti son facili a soddisfare. Mille altri , eh' io non 
conósco, o non curo , a vói he fórma continuamente 
il capriccio , e il non poter appagarli vi è pòi ca- 
gióne perpètua di amarézze e d' inquietudini. Tre 
còse (e vói potete ben prestar fède ad un vècchio, a 
cui è stata maèstra una lunga esperiènza , e che nel 
córso dèi giórni suoi ha veduto sovènte non meno 
il mòto e il bisbiglìo dèlie città, che la quiète e il 
silènzio dèlie campagne) , tre còse alla felicità si 
rìchièggono e non più : ma quéste son tutte e tre 



i 



42 MOVELLE hi SOAVE. 

iodispeiii&bdi : io vó^io dire tranqailltl^, occiqEia- 
zióoe e coorleiiléssa. Sappiate l'énimo serbar tran- 
cpiiUo» teiróotdo liiags le nimistà, le discòrdie, fre- 
nando k pnasióiii inquiete ; vincendo o sopport^do 
eoa feraéiza i mali indispensàbili ali' nmàna con- 
diziófte } sappiate fuggir la nója col fuggir l'óaio, 
coir utilmente pocupérvi; sappiate - god^r saggia- 
ménte dèi bèni o pócbi o mólti , che il dei vi com- 
pérte, e contentàrvene : e vói sarete felice. 

Stupì Alimék al trovar tanto sénno in nn uòmo 
di villa ; e V ùltima parte del suo ragionaménto gli 
si stampò più di tutto profondamente nell'animo. 
Preso da Idi cothmìàto ^ andò fra se ripetendo ciò 
che aveva da lui adito ; e più in suo cuore vi ripen- 
sava^ più vére paréangU le sue sentènze. Che vera- 
ménte » dicéa fim se medéàmo, quella felkità, 
ch^io son ito Onora cercando con tanto etddio-, 
albèrghi fra le campagne ov'io son nato; e ch'io 
da Icr partendo non abbia fatto che andar pur 
sèmpre da lèi {hù lontano 1 Ah ! ben funèsto sitóra 
si a?rétd>e a dire il segréto, ch'io ho trovato là 
nella grétta, e di cui tenévami sì fortunato !/Ma se 
pur ben vi ripenso, che posso io dirne altriménti? 
Quàl prò finóra da un tal segréto m' ho io raccòlto ? 
Stanco e annojàto da infiniti viàggi ^ da ciii éltro 
non ho apprèso fuorché la trista cognizióne déUa 
malvagità degli uòmini dappertutto unifórme e 
dèlie lóro stravaganze pazzamente variate^ nanseàto 
da insulsi {Maceri , che mài un instante m vér^ aod* 
disfazióne non mi han prodétto, e mi hanno in 
véce condótto al màrgine iléUa tómba ; ^opprèsso 
Il per lina vana ambizióne da un tumulto di brighe ^ 



vii. AUM£K O LA FCULITa. 43 

d! iu^uietiidìni , di disgusti, che ho veduU pur 
finalménte ricompensati con un capestro; iniqua^ 
ménte tradito da uaa dònna, che simulava d'amar- 
mi, e clie. tanta avési lusingato le mie speranze, io 
▼o óra aggirandomi sénxa saper il dóve , fatto ^g- 
^mai odióso e insopportàhile a me stésso. Quanto 
èra mèglio il restarmi nelle native campagne « e 
nella mia primiera semplicità! Il cibo, ch'io là 
gustava y èra meno artificióso : ma l'appetito clijc^ 
m4i non mancava , quanto rendévalo saporito! Le 
vésti éraoo sémplici; ma quinto mèglio mi ripari- 
vano dille intempèrie delle stagióni, che quelle cdi 
mi ha prescritte dappòi il capriccio volubile dèlia 
moda ! Èra pòvera la mia capanna ; ma quinto dólci 
in èssa io dormiva i lunghi sónni lontino da ógni 
ùqnietiidiue , da ógni molèsto pensièro! La guar-' 
dia del gi^gge, o la coltura del campo mi occupiva 
fra la giornita ; ma quinto èra da preferire siffatta 
occupazióne all' ozio compigno inseparàbile dèlia 
ftója, che tinte vòlte mi ha opprèsso !ykh! ben ra- 
gióne ha il veneràbile vècchio , che il cièl mi ha 
^tto iocontrire per tèrmi d' ioginno : égli è k 
TÓce di un Dio propizio, che mi richiima sul buon 
leptièro, ond'io ho traviato, econvièn seguitarlo. 
Passita tutta la nòtte fra quésti pensièri, al primo 
ippntir dell'alba èi si lèva subitamente, e al buon 
Décehio tornando il prega a voler consentire , clie 
séco xvi^a per l' avvenire , e incominci pi?r final- 
mà^te a gustire con lui di quella felicità, che cer- 
cata per ógni parte (ino a quél tèmpo l' avéa sèmr 
pi» £ui|^ito. Il vècchio con un piacévol sorriso : Io 
godo, a lui disse, clje la semplicità e l'imicccnza 



'44 NOVELLE QJ 80AYB. 

del viver nòstro assai più felice vi pàja, che^órse 
jéri aon vi sembi^àva : ma qtiésta vita uè or Sarebbe 
per vói , né la felicità alberga sólo fra le caippdgae. 
In mézzo ancóra al tamùlto delle città , in mézzo 
ancóra all' opulènza vói potete trovarìa , qualór vo- 
gliate^ basta che la tranquillità dello spirito serbar 
8a{^iàte ognór costante; che sappiate èsser pago 
dèi vòstri bèni, frenando i sovèrchi desidéij insa- 
ziàbili sèmpre di lor natéra; e lungi dalPózio e 
dàUa scioperatézza sappiate in alcuna còsa onesta- 
mente e saggiamente occuparvi : altro di più non 
si chiède. 

Tutto potrei , ben lo véggio , rispóse Alimék ; ma 
tròppa fatica mi costerebbe il cercarmi per me me* 
dèsimo una vita per èsser felice , che vói già prónta 
mi presentate. Dall' àUro canto il viver campèstre 
non è s\ niióvo per me, che io non pòssa agevol- 
mente accomodàFmivi. E qui si fóce a narrargli 
quàl fòsse l' origin sua , cóme avesse trovato là nella 
gròtta, la fatai bórsa e l'aiiéllo, quali Scénde gli 
fòsswo pòscia intervenute. Indi -al buon vècchio e 
l'uno e l'altro porgendo : A vói, disse, io ne fo 
dóno, sol che vi piaccia ch'io più quind' innanzi 
A da vói non abbia a patirmi. Il sàggio vècchio ciò 
udendo : Poiché vi aggrada , rispóse, accètto il vòs- 
tro dóno, ma non per usarne) che il ciél mi guardi 
da così tristo pensièro; sol per serbàrvelo, quando 
pure giungesse un tèmpo , che stanco ddla fruga- 
lità e semplicità d^la vita agrèste, amaste di ripi- 
gliarlo. Comùnque sàvio sia il consiglio che avete 
prèso, èi pàrmi tuttavia un po' sùbito e precipitato, 
(} ad un tardo pentiménto potrebbe un giórno con- 



VII- ALIMEK O LA FBLlCltA. 45 

dtirvi. Vói facète, iìachè v*è a grado, l'esperi— 
mento di ciò che ti lisa fra nói : óve quésto vi piac- 
cia , il rés^ve sai^à in poter vòstro : ma quando 
venga a dispiacérvi , io non vo' che per alcuno vi 
sia disdétto il riprendere i vòstri dóni , e partirne. 
Lietissimo fu Alrmék dell'amorévole accogli- 
ménto,, e dèlia saggia deliberazióne del vècchio : e de» 
pósti incontanènte ì yànì pensièri, che in mille guise 
fino a quél pùnto Tavèano travagliato, nella tran- 
quillità , nella parsimònia ; e nella occupazióne in- 
cominciò a sentire quél piacer puro e quella pièna 
soddisfazióne dell'animo, che dapprima non co- 
nosceva. Trascórso alciin tèmpo, lungi dal pentirsi 
della prósa risoluzióne, .trovandosi anzi di lèi più 
pago ógni giórno, pensò a coronare interamente la 
sua feficità, e fissarla per mòdo , che più non avesse 
a fuggirgli. Avéa il buon vècchio una figlia, in cui 
la beliézza e i\ <^ndór dèi costumi si davano scam- 
bievolmente risalto, e gareggiavano in concèrto a 
rènderla più amàbile e più adórna. Alimèk, quando 
pàrvegli di aver dato siffatto saggio di se medé- 
simo, che il padre dubitar non dovesse di accor- 
dargliela in ispósa, a Mi ne fece instanteménte 
V inchièsta : ma tròppo quésti per lungo uso cono* 
scéndo V incostanza dell' umàn cuòre, e tròppo an- 
cor diffidando dèlia fermézza di Alimèk , volle che 
assai più a lungo continuasse F incominciato espe- 
riménto. Alla fine sì cèrte pmóve in lui vide di mt 
ànimo pienam^te contènto del nuòvo stato che 
aveva asdnto , e interamente lontano dall' aver più 
)iensiéro di dipartirsene , che differir più non volle 
ad appagare i snói vóti : e Altmék giùnto pur final- 



46 MOTELLB m fOATE. 

ménte a qu^ cólmo dì felldtii, che le ricchàase, i 
piacéri , gli onori non ayéan sapdto mài proteeci^- 
gfiy vòUe che k bórsa e Fanèllo fossero sepólti in 
parte 9 óve non più trovati da venio altro, pia non 
potessero, siccóme a lui, destare il funéalo pen- 
sièro di rèndersi infelice colrkercàire la felicità ^ve 
meno pa6 ritì*OTarsi. 

NOVELLA VIIL 

SIDNET £ PATTT. 

Sidney Biddlph d' itli^re e ricca famijglia. delV 
Inghilterra, rìnuoziito per ubbidire àUa n^idre il 
partito di lord Falkland , signóre ricchissimo., da 
c&ì èra adorata , e eh' élla amava ; e unitasi in véce 
a M' AmiUd, che dòpo avérla trattata nella marnerà 
più bàrbara, e aver perduti parte per la siia scos- 
tOBtatézza , e parte per una lite sciagurata quasi 
tdtti i suoi bèni , morèndo infelicemente la lasciò 
védova con due figlie ; ebbe flòscia il dolóre di per- 
<lere anche la madre, eh' èra il suo sólo sostégno , 
« interainéate al^andonàta da un ricco fratèllo, 
insultata iniquamente da lina cognata orgogliósa ed 
avara, costretta si vide a ricovràrsi éntro una pò- 
vera casa in dde piccole camerétte ad ùltimo piàAO , 
ed ivi passare oscuramente i suoi giórni quasi peli' 
ùltima mendicità. Per cólmo di disavventura le due 
piccole figlie, che amava teneramente, furono quivi 



i 



TIU. SIPNST E FATTT. 47 

sorprése da «n vajaólo di maligna iialMni^ ohe, 
dopo aver teoéU l'afflitta madre in un'angustia 
aoerì»sBÌma per più gtàm^ prése finalménte un 
capétto migliòre , ma latco^trinse Crattéato a con'- 
samare in soccórrerle tatto qnél pòco, che ancóra 
le rimaneva. Più di un mése le conveniva per anche 
aspettare innanzi di riscnótere quella tènue pen- 
sióne, frutto di un avànso della sda dòte, che per 
la cradeilÀ del fratèllo èra divenuta la stia ùnica 
sQssisfcéBEa. Le figlie intanto iocorainciavy o a risa- /^ (> 
nàrsi ; ma la debolézea in cui erano, esigeva uo nu- 
trìménlo migliòre , ed élla fttù non. yoléva oggimai 
procurarne 1«H> di alcuna sòrta. A <|oésli estrèmi 
la misera non trovò altro partilo, che di spogliàm 
interaraéote dèi pòchi abbigliaménti ohe le resti- 
vano, e convertirli in denaro. 

Commise pertanto a Patty sua iedél camerièra , 
che dòpo avérla «ccoiBqpsgnàta costantemente in 
tutte le sue iehci e sciagnrdte vicènde non volle 
pure Bbégli ùltimi mali da lèi staccarsi, di trotóre 
a qaèlUper quikhe modo lo^péoeio, ò^de poter 
provvedére a se medésima e alle sue licite. La gió- 
vane affettuòsa guandéndda coa éria cU compas- 
sióne b«n mostrava^qnànta péna nell' animo ne ri- 
sentisse. Vói non siete , le disse con véce dùbbia 
e smarii4a, non siéle^.per anche. Madama , a sì 

deve «fltremità Io lo sono, FH^yi quél ch'io 

aveva, e ben sài s'èra scarso., ò già del tutto con- 
sunto. Dall'altra parte io non ho più mestièri di 
qaésli vani omaménU , e pati^ non póeso di vedére 
le mie pòvere figlie mancar di quéUo che lóro è ne- 
cessario a pienamente risl^'^bi^';si. — Non ne man- 



48 NOTKLtE DI SOAVE. 

cher^Ano pdre. Madama « sol che vogliile peniiét* 
termi di provvedérvi. — Io conósco, miaxàra Pitty, 
il Ilio buon cuòre, ma cóme puoi tu essere in grado 
di sovvenirle ! — Vói sapete che io ho qualche des- 
trézza ài donnéschi lavóri , La nóstni alhergairìce 
in b\ fatte òpere è sèmpre mólto affaccendata; io le 
ho offèrto i miei servigi, e di un lavóro che le ha 
fatto in quésti ultimi giórni ho già aviito trénta 
scellini. — Cóme! trénta scellini f sMo lion ti ho 
c[uàsi veduta mài occupata in altro che a mèco di- 
videre )* assistenza alle mie figlie! — Io suppliva 
nella nòtte a quello che non poteva fra il giórno , 
e V assiduità mi ha fatto compiere assai più «he io 
medésima non isperàva dapprima. Or se vi aggrada, 
M«fóma , io seguirò a far lo stésso ^ e il mio lavóro 
potrà bastare , io spéro , sènza che abbiate a spo- 
gliarvi pur di quél pòco che avete ancóra. 
> Sidney piangendo di tenerézza e di gratitudine : 
Mia cara Pàtty, le mie làgrime, disse, abbastanza 
ti danno a conóscere quanto io sia sensibile alla 
bontà del tuo cuóre«: ma a Dio non piaccia, eh^ io 
vòglia ritenére il frutto della tua indùstria e dèlie 
tiie fatiche. Quello che tu puoi guadagnarti , débb' 
èsser tck> ; mài io non soffrirò che tu abbia a spèn- 
derlo per mio riguardo. 

L'amorósa gióvane fra la confa sióue e la péna : 
Io vi prègo, disse, a perdonarmi, se ho fórse ar- 
dito soverchiamente, ma io ho già impiegata a 
quésto fine una parte del denaro che ho riscosso. 
Io ho credi&to che le vòstre bambine adèsso conva- 
lescènti avésser uòpo di qualche ristòro per rinfor- 
zarsi ; e vói stessa , Madama , dòpo le fatiche e le 



via. ^siDN£r X PATTI. 49 

inquietiidiai , . che la lor malattia vi ha cagionéle , 
pàrmì che avreste piii^ bisógno di un tal soccórso. 
Io ho dunqne comperato alcune piccole bagatéile , 
che a ciò ho creduto più convenévoli : deh! don ah* 
hiatelo in mala parte. 

Ah! mia cara Pàtty, rispóse Sidney, stringendole 
amorosamente la mano e fortemente piangendo « 
io non posso già cèrto avéi'lo a malgrado ; io ne 
sono anzi penetrata profondamente : accètto il tuo 
dóno, ma sia F ùltimo, io ne sarei tròppo altamente 
commòssa. Or che le figlie mi làscian tèmpo , mi 
applicherò io stèssa al lavóro , anziché spogliarmi 
eli cos' alcuna , giacché pur veggo che ciò ti dà s\ 
gpan péna. 

Fn hèta oltremódo la gióvane, che la mp rispet- 
XiìÀÌ padróna non isdegoàsse il suo piccol presènte : 
e Sidney nelle estrème aivgùstie per quésta guisa <i|a 
lina pòvera fapte si vide offerto spontaneamente 
ipiél sussidio, che da un ricco fratèllo iniquamente 
veoivale ricusato. Ma né quésti andò impunito dèlia 
siìaharhàrie, né àUa hontà ed amorevolézza di quella 
mancò la dèhita ricompènsa. In quàl manièra ciò 
avvenisse , nella seguènte novèlla sarà manifestalo. 



NOVELLA IX. 



SI9N£T £ WAftVSR. 



l.' INIQUA fortuna non èra sazia ancóra di tormen- J 

^re la paziènte Sidney. Appéna le figlie incomia- 



5 



50 NOTKLLE m SOAY«. 

ciihtmo a rinrigorirsì , élla medénma fa assalita da 
dna «radei malattia, prodotta dàlie afflizióai ohe 
avéa soffèrte, e dai disàgi a ciii riafennit& delle 
figlie l' avéa costretta ; msdattJa , «he fecéndosi di 
giórno in giórno più grave, la mise in peiicolo 
dèlta vita , e la tenne per Idnga péeza inciiiodàta in 
tin lètto. In quésto tèmpo élla sì vide <^bligàta pur 
sdo malgrado a dovére user dèi soccórsi della fedéle 
P&tty, che tròppo avventurata sì riputiva dì poter 
sì bène impiegarli. Alla fine il male pur oomtociò 
a rallentarsi , ed dia ebbe frattanto eziandio un tri- 
mèstre dèlia sda tenne pensióne , di cui volle tòsto , 
che lina parte si occupasse a rimborsare Patty di 
quello che avéa spéso per lèi, serbando al mante- 
niméntatfU se e di sda fMniglia il restante. 

Non èra per àndie del tutto ristid>ilita, quando 
un vècchio poveramente vestito , alla cisa di lèi 
presentandosi , domandò di parlarle. Pàttolo intro- 
durre , ed accòltolo cortesemente , élla chiésegli 
quàl cagióne colà il guidasse. Il vècchio attenta- 
mente guardandola, incominciò a sospirare, e 
pòscia in ària timida e comméssa : Yi sovverrebbe , 
disse égli , mài di aver avdto nn parénte nominato 
Warner, che passò all'Indie Orientali, or sono 
circa a trent^ànni? — Me ne sovviene, rispòsegli 
dolcemente Sidney. — Ah ! vói mirate óra quést' 
infeiioi , soggidoie H «éothio. Jo aveva fatto colà 
qualche tènue fortuna. U desidèrio di rivedére la 
pàtria mi trasse a carìeài« sópra dna nave tdtti i 
miei bèni , e a partire per l' Inghilterra. Nói fum- 
mo assaliti prèsso alla Brettagna da un armatola! 
francése , chesapertóre di fòrze d^>o un fièro com- 



IX. SIBVET £ WARNKB. ItI 

battiméfito ci sime , ^e ci spogliò d' ógni còsa. Ri- 
lasciato nel pòrto ài Brest ,^ io mi séno strascinato 
alia jné^io perfino a Londra. Qui gidiito jér l' al- 
tro, ho chièsto Slibito di lord Bidulph vòstro padre 
e mio zio , perocché ben sapete che mia madre gU 
èra sorella. Udendo ch*éi più ikon vivéa , ho cer- 
cato di presentarmi a mylòrd vòstro fratello, maéi 
mi ila ricevuto eoo isdégno , e rimandato senza f 
soccórso. Or veniva per supplicarne almén vói; n»a ' 
dalle angustie in ciii vi miro, ben m' avveggo eh' io 
iioa debbo sperarne : più non mi rèsta, che soffrii^ |^ 
%ì pace la mia sciagura e morire. 

Sidney più vòlte avéa udfto parlare di M. War* 
nér ; e attentaméiite osservandolo , ben ricou<^bbe 
tn esso i lineaménti d^Ua midre , di ci&i presènte 
all^^rao avéa tuttóra il ritratta. AH' intèndere la 
sciagura di lui, élla ne fu vivstménte commòssa. 
Mio cugino , gli disse , Iddio* sa quanto mi duole 
di non poter sovvenire alla vòstra disgrizia, com' io 
vorrei , ma avrò alméno il piacére di soccórrervi 
cóme posso : nói divideremo insième la mènsa fru- 
gale, che a me^èrve e alle mie figlie : la nòstra 
albergatrice ha pur lina càmera, che io farò cè- 
dermi , ed élla sarà ner vói. Se quésto danaro frat- 
tanto poòlìastare alle spése , che avrete dovuto fare 
in quésti giói^ni , io ve l' offro ; se di più vi bisógna , 
n(m avete che ad awisirmene : il cielo è pietóso, 
e prowederà a tutti insième per qualche mòdo. In 
cosi dire gli pòrse cinque scellini. 

n vècchio nell'atto di' stènder la mano proruppe 
in un dólce piànto di tenerézza e in una viva escla- 
mazióne. Ah ! il cielo , disse , il cielo ben dèe prov- 



Nv. 



52 NOVELLE DI SOAVE. 

vedére a tanta virtù , e tròppo felice io «óao y che 
vòglia valérsi del mézzo mio per compensarla. Mia 
cara cugina ! io accètto il vòstro presènte , e il terrò 
per eterna memòria del vòstro cuor generóso ; ma 
quésta cirta incominciate vói pure ad accettare in 
ricambio ; e cos\ dicendo le offerse un vigliétto di 
banco di due mila lire sterline. Sidney al vedérlo 
rimase attònita; e quasi sognasse, più non ssypéa 
né dóve fòsse, né che si dire. Warner la mano 
stringendole affettuosamente t Mia c^ra cugina, 
ripigliò, perdonate alla sorprésa che io ho voluto 
farvi. Io non sono sì pòvero quàl mi son fìnto ; sótto 
quésti cènci vói mirate un dei più ricchi uòmini 
dell'Inghilterra. Partito per l'Indie con tutta 
l'eredità di mio padre, io mi soh dato quivi af 
commèrcio , e il cielo l' ha prosperato di mòdo che 
vi ho guadagnato sónime immènse. Kimàsto colà 
sènza móglie già da sèi anni, e perduto ultima- 
ménte pur l'unico figlio che aveva, io mi sono' de- 
liberato di ritoliiàre àìla pàtria , e fra vói e vòstro 
fratèllo dividere le mie Costanze. Io ho voluto però 
innanzi discoprir l' ànimo de' miei erèdi , e traves- 
tito quàl mi vedete ho incominciato a presentarmi 
a lord Bidùlph : io non òso pyi onoràrio col nóme 
di vòstro fratèllo : èi non merita più quésto titolo. 
Con quàl orgóglio il crudèle , e con quale barbàrie 
mi ha discacciato ! Ben prevedendo , che qualóra 
in un arnése sì pòvero io mi fòssi all' anticàmera 
dichiarato col mio nóme , io non sarei stato am- 
mésso, mi feci annunziar solamente còme tino, 
ch'era giùnto recentemente dall'Indie, e avéa a 
paHài'glì a nóme di M. y^arnèr. Per quésto mézzo 



IX. SIDNEY £ WARNER. 53 

iui introdótto. Égli èra sdrajato su di uà sola, e 
avéa accinto Mylady siia móglie, che stava per òzio 
trastollàndòsi con nn cagnolino. Al mio entrare 
iacominciàrono essi a misurarmi da capo a piedi , 
e a soggiiiguàre fra lóro. Io chinandomi ossequio- 
samente : Avreste per mia avventura , dissi a My> 
tlórd, qualche rimembranza dell' infelice che òsa di 
Ipresentàrvisi? —Io no certamente, rispóse égli 
) con nn riso amaro e sprezzante. Io nou so di avervi 
veduto mài. — Yoi avete dunque , soggiunsi io, 
dimenticato interamente il misero vòstro cugino 
Odoàrdo Wamér. A quésto nóme égli guardò My- 
lady con atto fra la sorprésa e lo schérno ; mi fissò 
gli òcchi addòsso nuovamente, mi venne tutto con- 
siderando; pòi finalménte : Io so bène, ri spòse, 
d'aver aviito un parénte di quésto nóme, ma è sì 
gran tempo ch'egli è partito di qui, ch'io cèrto 
più non saprei riconóscerlo. — Io ben appièno vi 
riconósco, gli replicai»: v<^ avevate già dódici anni 
quando io partii : quante vòlte io vi ho tenuto fra 
le mie bràccia! da quél tèmpo io debbo èssere ben 
cangiato ; le fatiche , il clima , l' età debbono avere 
alterati i miei lineaménti : ^r qualche tratto ne 
dovrèbbe èssere ancor rimasto ; il tuón di vóce... — 
Or ben non giova , diss' égli impaziente , il disputar 
sì a lungo snll' identità dèlia vòstra persóna ; che 
avete vói óra a comandarmi ? — Ah ! il pòvero , ris- 
pó^ io^ ubbidisce e non comanda. Quindi mi feci 
ad esporgli la mia suppósta disavventura a un di 
prèsso nei tèrmini, che ho usati con vói. Mylady 
guardandomi alcuna vòlta con ària d' insulto , se- 
guiva a trastullarsi col siio cane ; Mylói^d agitava<>i 



54 ^OVELLE DI SOAVE. 

inquièto, e aliar ch'io giunsi allo spòglio, die di 
nói fece V armatóre francése , non volle più altro 
adire. Levandosi con dispétto , si mòsse còme per 
uscire di camera , quindi volgendosi incollerito t 
Ve' bei garzóne ! dìss' égli , che s' introduce in mlat 
cifia sótto pretèsto di avere a darmi novèlla di un 
mio parénte , e pòi si scopre per quésto parénte 
medésimo , che viene a chièdermi la limosina. Bèlla 
sorprésa, per fède mia! Io vi chièggo perdóno, ris- 
pòsi ^ se io non mi sono a dirittilra annunziato per 
quéi oh' èra : con quésto arnése ho creduto , che 
non convenisse di farmi conóscere ài vòstri domès- 
tici. «^ Or bène , comunque sia , replicò dispettóso, 
io non posso niilla per vói : che pretendereste vói 
che io facessi?— Io non ho pensièro, gli dissi , di 
èsservi a càrico. Io sono stato allevato nel commèr- 
cio, ho buon caràttere, 'ho esperiènza di dSò che 
appartiene alla mercatura ; cónto di pormi al ser- 
vigio di qualche negoziante, «da cdi spero di é88ei*e 
accettato ; ma intanto io muójo di fame : qualche 
piccol soccórso per qualche giórno è quél sólo che 
vi domando. Éi póse la mano in tasca per trame 
qualche monéta. MyRdy vedendolo : E che volete 
vói , disse , pigliarvi pensièro di tiitti quésti cen- 
ciósi ? Datene a uno , ne Terràn cento ; e la pòrta 
sarà sèmpre assediata da siffiitti importuni t dite 
che tòmi alle sue Indie,, o vada altróve a provve- 
dérsi. — * Vói ben potete immaginare, mia cara 
cugina, qnàl bile mi mòsse un discòrso cosk insul- 
tante ed inumano; pur fiéci fòrza a me medésimo^ 
e mi contéhm. Sperava di vedére tn vòstro fratèllo^ 
che ben m'avéa rìconoscidta, lina minor craddtà ; 



IX, 4IOXET E WAaNEB. ' 55 

ma éi pdre pentito della dispoMzióiie , w cék seni- 
bra^B di èssere per dirmi qualche sussidio : Ég^ ^ 
véro, disse, io mi lasciàra vincere da dna pietà 
importdna; andate, qaì i|oa v'ha nóUa per yói; e 
in eia dire, voltandomi bruscamente le spàUe, mi 
obbligò a partire. Jo fireméa di sdégno ; ma pure 
vólfi disaimiilire, aspettéodo miglior tèmpo a fàrìi 
pentire amendiifi. Cbiési tòsto oddio di vói, e qui 
entrando, io vi confèsso, die l'ira più fieramente 
mi si raccèse. Com'è égli possibile, che un signóre 
alloggiato superbamente in un sontuóso paliuo 
'làsci così languire una soc^a , cóme vói siete , im- 
prigionata in un vile abituro, siccóm* è quésto ch'io 
veggo? ]Von avrébb'ègli a vergognarsene per se 
medésimo? 

Mio Otello , rispóse Sidney, ^vrèbbe voluto ve- 
dérmi unita ad un siio amico, a ciii pure m'avèa 
proméssa : mia midr^ s' oppóse ; io credetti di do- 
vérla ubbidire; da quél tèmpo èi cominciò a scemar 
qu^' amóre che mi portava dapprima. H marito, 
che per consiglio di mia madre io scélsi in apprèsso, 
èra da liii mal veduto , e non gli parve piire con- 
veniènte al suo grado. Indispettito vie pia éi non 
TóUe mai più mirarmi. Mio marito fa sciagurato : 
un'ingiusta sentènjEa gli tòlse tutto; e pòco dòpo 
morì. Quésto però non valse a riconciliarmi il^a- 
t^ : èi dice eh' io ho meritata la mia disgràzia , 
ch'io l'ho voldia » eh' io dèggio soffrirla, e ostinato 
ad èssa mi abbandona. 

Aaima vik e spìetila! esclamò Warner : più 
non mi fa meraviglia cb'égli abbia scacciato sì vil- 
lanamente un cugino, quand' égli giùnge a trattare 



56 NOVELLE DI SOAT&. 

«lina sorSU » e sorèlla rispettibi|lp quài «Séte vói , in 
yn mòdo sì barbaro. Ma égli pagherà il fio della 
stia ina mani tà : io voglio che senta tutto il présEzo 
di ciò ,' die qnésta gli h^ fatto pèrdere ; vo' che si 
róda e si strqgga d'^invidia e di dispétto. Tutte le 
mie ricchézze En d' óra sono per Vói , e a patto, che 
a }ùi non debba toccàrne.mài pur la minima parte. 
Sidney, che comùnqne trattata dal fratèllo iniqua- 
ménte , pur non aveva mài cessato di nutrire per 
lui quella tenerézza , che la virtù sa inspirare ad 
un'anima superióre, cercò di rimóvere il vècchio 
cugino da quésto proponiménto ; ma égli vi persia 
sitétte immutàbile. Anzi io voglio ancóra di più, le 
soggiiinse; la péna non vàie, se tutto il péso l' ini- 
quo non ne risente. Io vado fin d^óra a procacciarvi 
il più supèrbo palazzo , che aver si pòssa ; quanto 
sarà a Idi più vicino , sarò più pago. Gli .addòbbi 
più preziósi vo' che oe fócciano l' ornaménto , una 
córte numerosissima vo' che sia al vòstro servigio ; 
in vésti, ^ióje, Carròzze, e in ógni altra manièra 
di fósto ninna dama di Londra vo' che pòssa ugua- 
gliarvi. Yedrà il ribaldo lo sfòggio a cui salirete, 
] e che dovéa con vói dividere : vedrà V orgogliósa 
' sua móglie la magnificènza ed il lustro, a cui quél 
cencióso da lèi sprezzato saprà condiirvi. Ne fre- 
m^pin di livóre : io riderò al vedére la lóro ràbbia 
e la lóro umiliazióne. Egli fece esattamente ciò che 
avèa propósto. Non passarono mólti giórni, che 
trovato non lungi dàlia casa di lord Bidulph un 
palàgio magnifico, e fattolo ornare nella maniera 
più splèndida , Sidney vi condusse quasi in triónfo. 
Non è da dire quàl mortificazióne ne risentisse 



IX. STDNCr B WABNEft. * p 57 

Mylói'd , e più aacóm la supèrba Myiédy, e qoiatc 
vòlte si rimprovedissero scambievolméate la lóro 
durézza e il lóro oi^ógUo. Ma il Ditto noa èra più 
riparabile. 

Sidney frattanto amata universalmente e rispet- 
tata, ebbe il piacére* di goder iUa fine dòpo uiià 
Gumnlo di afflizióni e di sciagure , una vita lièta e 
felice }v di provvedére agiatamente all' educazióne 
dèlie sue figlie, eh' èrano la sua più dólce premura, 
e di ricompensar degnamente la sua fedéle l^tty, 
cbe dòpo aver passati con lei tuttavia alcdni anni 
a manièra di compagna piottósto4:hc di servente, 
con ricca dòte congiùnta si vide a leggiadro e virr 
toéso giovine , eh* élla scélse , e che formò la feli- 
<àtà dèi suoi giórni. a 



NOVELLA X. 

FEDERICO LANUCCI. 

UnmocsiizA. è costretta a soffrir talvòlta le più 
terribili persecuziòni ; ma con vergógna e con 
danno dèlia calunnia e dèlia malvagità alla fine por 
ne triónfi. Eccone un esèmpio. 

Méntre Pisa ^Firenze formavano due distinte 
lepdbbliche, ed amendiie èrano continuamente 
agitate dàlie guèrre intestine dèi Guèlfi e dèi Ghi- 
bellini, avvenne in Firenze, che Antonio Bandi- 
ttélli, il quale èra dèi Guèlfi^ aggiungendo alle fa- 



60 NOVELLE DI SOAVE. 

quésta vis/ta^ gli cade di mano il liime, si getta 
sovra Belfióref, e riman sénca senso. 

Il mmére frattanto svéglia i domèstici e li fa 
accórrere d' ógni parte. £nti*ano e veggono la ter- 
riMle scèna : il padróne ucciso , Landcci tutto in- 
sanguinato e giacènte sótra di lui , cògli òcchi 
immòbili, col vòlto pàllido e contrafattp^ e còlla 
candéla a' piedi tuttór fumante. Alzano tiitt' in- 
sième uno strido d' orrore ; Laniicci^ si scuòte , e 
levandosi furióso : Ali ! dóve , grida , dov' è il ri- 
baldo, il traditóre ? quésto pugnale, quésto medé- 
simo, che non poss' io allo, scellerato tutto immèr- 
gere in séno!... Misero amico ! infelice Belfióre!... 
e rompendo in uno scòppio di piànto , sènza più, 
nuovamente' sovra di lui s* abbandona. Confusi, 
attòniti , inorriditi rimàngon tutti j e niiino sa più 
né che dirsi, ne che pensare. 

Il seguènte mattino la nnóva del caso orribile si 
spàrse tòsto per ógni càuto, e tiitta Pisa ne fa ri- 
pièna. Arrestati vennero subitamente quanti èrano 
nella casa del trucidato Belfióre, e fra gli altri pur 
anche lo sventurato Laniicci. Chi dir potrebbe di 
quàl rammàrico a lui fòsse il vedérsi confuso infra 
colóro eh' èsser potevano accagionati dell'esecrando 
assassinio ? Ma pure infelicemente tutti gV indiz) 
cadevano anzi sovra lui sólo. 11 luògo , in coi fu 
sorprèso, il sàngue, del quale èra lórdo, il pallóre 
e il turbaménto, che portava dipinto in viso, il lume 
spénto di frésco, che avèa a' piedi, la fama d^ tra- 
diménto commésso dianzi in Firenze, tutte èrano 
vóci, che lo gridavano rèo. Intéso il sospètto, che 
sovra di lui si fondava, égli usc\ nelle smànie più 



X. FÉDBRICX) LANQGC». 61 

vìoiénti : Io, disse, fo, uccidere il sólo amico* che 
avéya al móndo , quello a cui pur doveva quésto 
débole avanzo di vita , die ètmàì detesto , quél ohe 
io amava più di me stésso , e per cdi tdtto il sangue 
in fino all' ìiltima stilla avrei mille v<^te sacrìfìcéto t 
\io ucciderlo barbartbiénte! io stésso còlle mie mini 
atrocemente assassinarlo! E in quàl guisa? di nótte^ 
addormentato, sótto al vélo e alla difésa dell' ospi- 
talità e dell* amicizia ? Un ànimo s\ spieiato e sii 
rordàrdo può dùnque in me sospettarsi ? A quésto 
grjdo d' esti'éma umiliazióne son^o dùnque ridót- 
to ? Dio giusto ! Dio terribile f^on m' hai tu dun- 
que provato ancóra abbastanza ? Un malvagio , a 
rni dóno la vita , a tradiménto ni' investe , mi ób- 
Miga a trafiggerlo pur mio malgrado ; io sono ac- 
cusito cóme vigliacco assassino, esiliato dàlia patria, 
e da miei , perpetuamente spogliato di tutti i bèni. 
Un amico m' accòglie generosamente ,, usa ógni 
mézzo per addolcire il mio crudèle infortùnio, égli 
è il sólo confòrto che mi rimane , io per lui sólo 
consento a vivere tuttavia : qnést' amico m' è tòlto 
spietatamente ; io non posso scoprir nemméno il 
traditóre ; aver non posso il piacer alméno di ven- 
dicarlo ; e méntre il dolóre di quésta pèrdita orri^ 
bile mi strazia l' ànima e m' opprime, io stésso ac- 
cusato mi veggo del tradiménto brutale ? io stésso. 
Dio giusto ! ancor quésto cólpo doveva io aspet- 
tarmi ? 

Così dicendo , éi rimase nel pia profóndo abbat- 
timénto. Ma tutto quésto non dileguava i sospètti, 
non distruggeva gl'indizi , che troppo apertamente 
parlar sembravano cóntro di lui. Nel senato fa 

a 



02 MOVBtLE J>X SOAVE. 

• 

tnttavià chi toómodtA «ju» dolóre 4air érÌ9 d' ia> 
gomita, €ke io liii dÌ9e(^rÌTft, osò di ptréndeme le 
Àfése ; ma la più porte a 6mnóo0 o a rìiaòrso attri- 
bQuroQO le tue sooéwe ; disaero che U^i^ppo nuni- 
iàéate éran le firóve dei bi&o deUtto, che il tradiméato 
commésso già in Firenze vie fMÌ#le avmdaraca» che 
il rigor déUe léggi dovevasi rispettai^ , che V atro- 
cità del misfìctto chiedeva un eeémpio , che il po- 
polo 1 attendeva , die indugiar non potévasi j^ù a 
tango : il misero quasi a pièni vóli fa condaiuróto. 
La nnóva dótb fatale ^entéoa^ gli fa /recata, 
méntne égli lacerai dappiù crndéle doióise^ pro- 
stéso a tèrra £ra le caténe andava pure ira «e gri- 
diado : Io Accasato del «io assassinio ? lo.«redato 
il traditore I e tu , giusto Dio , il conséocli P Q<>Mido 
udì lèggerai la sentàiza, che rèo di wórte Xq di- 
chiarava, montò allegrie «strème i«ui possa giti 
gnere un uóm s^osihilei che cònscio déUa sua in 
nocénza si miri opprèsso; un uóm d' onore , che 
véfgasi nella più orribil manièra iufamitp^ u^i tè- 
nero amico , iàìe al dolóre di non a^vér potato difen- 
dere duL avì^éhhe pure salvato a qualunque «costo, 
«i sente Ag^iùgnere pubblicamente e per .sèmpre la 
néra impntaaióne d' avòrio assassinato» iUle fiirie 
«uceedétte una costernazióne e prostraxiauie totale» 
che parve simile alla mòrte. Da quésta nw ^ -xis- 
oóase ohe per uscire in. nuòve smànie più ferrei, 
e ricadére pòi dòpo nel suo abbattiménto. la «4 
fièra alternativa é^ trascóisetutu la nòtte. Pian- 
gevano i circostanti, e invano s'argomentavano di 
aoohetirlo : l'orrór duella mòrte non èra quello 
che il commovésso. Dé^ la 'pérdiU dell' amico 



X. FEBE&ICO hktfnCCA, 63 

t(tié»to iatìiaèikto éttt da ìAi rigoardàc» tàtscòum ti 
tenutile ééi méH Mali : il <stiidÀ peanéro di 
égli medéniao diel^iàràto Mftóre deO'i 
èra il sdlo eheatroeeméiife k straziata. 

Alta fine però a conforto dell' abbatufata tialéraai 
mòsse la religióne. In un monénto di céltta éi 
fissò gli òcchi BtteAtaménte «o d'un crocefisso dbe 
gli fo-póÀo dinittÀ. Immòbile per aldAn téxapo n 
stétte é^i a contetni^rio. Méntre èra assòrto Be' 
suoi pensièri, pirvegli che in vóce tènera ed amo- 
rosa quésti all'Animo gli dicèiie : Io ben èra ]>iù 
ionpoènte ékie ta non sèi ; par vedi a qaal tèrmine 
iìii condótto. Colfrito da qifi&sta vóce divina ^ini- 
prtrtrisainèiite égli s' àiaa, aUoraccia la si^a im^ 
migine, e al petto stringendola teneramente : Mio 
Dio , em^ma , mio Dio ! avete vinto ; deh ! perdo- 
nate a' miei fóBi traspòrti : la mòrte, l'infimia più 
non Jrìcàso : Io non v' ho itnitito vivendo , godrò di 
potérvi almén da Itingi seguire in mòrte. Tròppo 
dégno amico e tròppo infelice ! il tilo fedéle Lanucci 
a te fien tròia : la sòrte iniqua non ha volilto chea 
tèmpo giugnèssi di trérti dalle mani del tiio ero- 
à&e assassino; or io vengo alméno contènto ad 
abbracciarti. Ddli! 9' affretti il fatale moménto, s'af- 
fretti, io lo sospiro. Così dicendo proruppe in un 
ddoe pi^to, che uà torrènte di làgrime trésse a 
tójtti gfì spettatóri. IMiono più v'ebbe allóra chedn* 
bit&saed^a sua innocémea, ognuno sarébbeai fatto 
mallevadóre p^ Mi : un Insbiglio crescènte desta- 
vasi già d' ógni parte, susorrévasi ^ che èra d'uòpo 
soepéildere la tr^po pi*ecipitdta senténsa , che 
nuove informaziónf e nuòvi esami éra^o necessari , 



54 VOVELL £ IM SOA%£. 

olle il tempo avrebbe scopèrto il rèo, cheLandcci 
non potéa non èssere innocènte ;e clie diiaxióne in 
sómma e diligènza maggióre si richiedeva^ mólti 
èran già férmi di xicórrere ài giudici solenne- 
mente ; la pubblica opinióne già èra tutu per lui , 
quando un corrière affrettatosi da Firenze a sciòlta 
briglia opportunamente pur giilfese a confennàrla , 
ed emp^ tdtta Pisa di gàudio e ditripu^ioJL' uc- 
cisór di Belfióre èra stato un sicàrio' spedito dai 
bàrbaro Bandinèlli per trucidale Iauiìccì. Non 
contènto il crudll^P" d'aver con i*èé càliinnie spo- 
gliato il suo nemrcó~di tiittì i bèni e fattolo esiliare 
pe*r «émpre ,^vóUe pur anche vedérlo tòlto di vita. '' 
Ad ua.ribàldo èi promise larghissima ncompénsa , 
óve T'avesse di ciò appagato >^Co8tùi recatosi a 
Pisa: e spiato qaànt*èra d'uòpo, segretamente 
èrasi introdótto nella casa di Belfiói^, e tenutosi 
<piivi nascósto fin óltre alla mèzza nòtte, nell' oscu- 
rità e nel silènzio maggióre salito èra a compiere 
il suo rèo diségno. Ma in véce di ammazzare La-* 
fidcci , scambiata nella confusióne di qudl' istante 
terribile la direzione dall'una càihera all' altra, 
uccise Beluóre. Fuggito velocemente di Pisa, fu 
pòscia sorprèso prèsso a Firenze da un altro dèlia 
si&a tèmpra , che il rèo Bandinèlli avéa nfandàto 
per tórlo di mèzzo, temendo oh' èi fòsse scppèrto, 
e confessasse da chi avéa l'ordine ricevuto dell' uc- 
cisióne di Lanùcci. Ma la nuòva perfìdia del móstro 
eseci'àbile fu appunto la sua rovina, e la salute 
dell' ingiustamente perseguitato nemico. L'uccisór 
di Belfióre, ferito a mòtte, quando si vide àgli 
estrèmi palesò l'assassinio commésso in Pisa per 



X. FEDSEiCO tAttOCCI. 6S 

Órdine di /BftndiaéUi : e arredila quésto , subita^ 
méate si spedì a Pisa SDliécito un corrière, che 
V aoniinzìo arrecasse di ciò eh' éj^ avvenuto. 

II giùbilo di tutto il pòpolo , che già avéa per 
F infelice Lanicci concepito un vivo interéssej fu 
infinito. Ma pòco mancò, che l'annùnzio avven- 
tarlo in véce. di. camparlo non gli affrel^isse la 
mòrte». ÀU' udire improvvisamente riconosciuta la 
sua innocènza, gli si fé' un subito. sconvolgiménto 
sì fòrto,> eh' égli cidde sènza respiro, e pressoché 
senza vita. A pòco a pòco però gli amministrati soc* 
còvsi lo ^chiamarono ; e. con solènne onora ei fu 
tratto dàlie carceri e restituito alla pi?istina libertà. 
FrattÉQlo lo scellerato Bandinélii confessò non pur 
gli assassinj che avéa ordiniti , ma ai^còr le caliiu" 
nie, con cdi prima aveva opprèsso il suo imiocénte 
avversàrio, e in punito di tutte le sue scelleràggini 
còme; si conveniva. Lanùcci all' oppòsto con onore-' 
vole decréto fu richiamato a Firenze , e ricevuto 
in èssa quasi in triónfo , venne limésso immantir 
nénte, al posséssi Ai tutti i suoi bèni ; e porzióne 
pur anche di qfiélli di BandioéUi . vi fu aggiùnta- 
Uà però non potè consolarsi della mòrte del suo ' 
amico Belfióre , di cui èra stato innocéute bensl> 
ma tr^^po sventurata cagióne. 



()f) NOVELI.E DI SOAVE. 



^^^» ^ ^»k»fc%*-*,^Ti»*/*-i.«^%-i.*<»-*.*.*»'**/«.%*^»/«k%i*A«^ik%-*'^f»»«»**.*'V'*.-^*. 



NOVELLA XL 



PIPPO E MBNICOCCfO. 



Kati in vmó stésso t^àggio firésso Méimo, e 
vissuti sèmpre 6 cresdétl ìd^tite^ avèràao Pippo 
e Menicùccio contratta ilao éi^i anni più téuèn h 
più strétta e più intiaia aBiicizisi. Pirea che P uno 
non sapesse star séi»tt l' jHro } cetcévansi prettioro- 
saménte a vicènda j comuni èrano le ocenpaiMni e 
i divertiménti ; la volontà èra una sóla in aìnefidiée. 
Rimasto Pippo sènza parénti in età d'anni ùndici , 
èra stato da siio pàdi'e f aNico^niandite a quétte di 
'Meni6deciO) c^e in qualità di tutóre l'aveva tòlto 
in si&a eàsa, e dlevàto cóme suo figlio. Yfss^x» gos^ 
i due gióvani aifefeionatì sémpt^ più Fono att' altro 
lino aÙ*età di vent'ànni ; quando t^na fortdna ina- 
spettata dì Pippo venne a dividerli* 

Àvéa quésti uno zio , che partito di casa in età 
giovenile, dòpo vàtj viàggi e, vàrie vicènde stadlnli- 
tosi in Cadice, e introdottosi prèsso ad un ban- 
chière, ne avéa còlla sua abilità acquistata la con- 
fidènza per mòdo, che Tùnica di Mi figlia n'ot- 
tenne pure in ispósa. Quésta non sopravvisse gran 
fatto alla molile del vècchio suo padre , e lasciò un 
figlio, che prèsto pùi*e morì. Lo zio di Pippo si 
tj'ovò dùnque con ciò assoluto padróne di copióse 
ricchézze ; ed essendo égli pure venuto a mòrte , 



XI. PIPPO js MhHicaano. 6^7 

i' eredità anelò tutta a ricadére su Pippo, siocóme 
il sólo che al defunto appartenesse. 

La mtóva che a Salerno ne giÀnso emp^ d* ugual 
pò^z «meDd^e gli ansici ; e costretto Pippo a pai*^ 
tire per Cidìce , non ebbe maggior cordòglio, che 
di dovére aU}andonare Menicdccio. Il pregò quindi 
GOtt ligrime a non volérlo dimenticare , a scrivergli 
disovén^ , a procurargli cosi il piacére di séco per 
qudkhe mòdo ìaterteoérH pur di lontano; promise 
cV ógU dal canto suo non avrebbe lasciato partir 
corriéiCc sènza siie lèttere ; che avrebbe sellato sém- 
'ptie di lai la. pia dólce e più tènera ricordanza ; che 
sbri|^ gli affliri, o raccòlta Pei^edità, si saréUie 
affrettato a ritornare a Salerno per sedo dividere le 
sùeibrténe. 

Égli «tténne infót^ per alcun .tèmpo la sua pa- 
róla* Jji léUei^ che scriveva énin piène dell* espres- 
sióni più aimM^oll e più obl^gànti : non èra mài 
sì contènto, cóme quando arrivavangli le. rispóste e 
IjB novèlle di Menicùccto ! rinunziò pur anche sul 
primo ^ignere in Cadice a favor di lui il tènue pa^ 
trimónio che avéa in Salerno, dispésto a fài^U in 
apprèsso beneftq assai maggióri. Ma qvèsto ardóre 
e quésta premura non seppe durar lungamente* 

iménzi di dar sèsto a tdtti i suoi afiàri, di rac- 
cògliere i capitali di suo zio dispérsi in varie piazze, 
di méttersi al possésso di tutta l'ei^dità « égli do« 
vétte in Càdioe trattenérsi più di tre anni. Sino dal 
fin del primo énno V ardór primièro incominciò a 
rafireddirsi. La lontananza, le occupazióni , i nuòvi 
oggéuà MMMvano a pòco a pòco tà l^i oscurando la 
meinóiia deir amico. Al scoónd' anno più non gli 



68 ffOVCLLK DI SOAVE. 

scrisse che assai di rado e freddamente. Al terz' 
anoo noa rispóse nemméno alle siie lèttere , e ógni 
cartéggio fa interrótto. Le grandi ricchézze, di cui 
si vide in.possésso , incominciarono a cibargli pen- 
sièri ilti di sfòggio e di msfgnificénza , e l' amici- 
zia di Meoiciiccio più non gli parve èssere dégna 
del sdo stéto. Una familiarità fanciullèsca , diceva 
égli, sussiste infìnclìè dura la prima età, e che man- 
téngonsi le circostanze che l'han prodotta. La prima 
età è passata, cambiate sono le circostanze, óra 
deve cessare. 

La prima, vòlta che Meniciiccio si vide sènza risr-* 
pósta , credèiiido pur che h lèttera fòsse smarrita , 
ne replicò ùi^ secónda ; non avendone ancóra ris- 
cóntro, incominciò dolcemente a lagnarsi conPippo 
del suo silènzio : vedendolo continuar tuttavia , o)n 
amichévole liberta, ma in jnódi gentili e' si fece a 
rimproverargli la sua scemata amorevolézza , e la 
stia dim^ticànza. Pippo crésciuto già tròppo di al- 
terigia fi d'orgóglio ne fu irritato : All'insolenza, 
diss' égli , e alta rampógna òsa arrivare costui ? ben 
gli sta veramóttte sì fatto ardire ;*égli ha ragion di 
lagoarsl dèlia miia pòca amorevolézza , dòpo eh' io 
scioccamente gliko ceduto assai più ch'éi non po- 
teva aspettarsi da suo padre. £' può ben ringraziar 
la fortuna, che oggetti s\ piccioli più non meritano 
i miei pensièri; se ciò no^ fòsse, io saprei ben pu- 
nirlo dèlia sua arroganza. Dòpo quél tèmpo la me- 
mòria di Menicùccio fu cancellata interamente ; lo. 
nuòve lèttere, che di lui sopravvennero, furono 
gettate al fuòco sènza èssere lètte ; ógni immagine, 
pgui pur menoma idèa che a Mcnicùccio e all' in- 



Xi. PIPPO £ MENI CUCCIO 69 

trinsichézza con lui avuta si riferisse , èra handita 
dall* ^nx> iACOQtanéiite cóme una viltà e un vitu« 
péro. 

Finiti gli affari , et raccòlse tutte le sue ricchézze, 
e pomposamente sen venne a Nàpoli. Qu\ alla sua 
vanità un titolo romoróso si richiedeva ;'éi profuse 
tesòri per comperarlo : ed eccoti Pippo divenuto il i 
principe di Calahdròne. Sfenicuccio, udita appéna 
la sua venuta , non sospettando nelF ànimo di liiì 
un cangiaménto siifótto,' attribuendo a ttìtt' altra 
cagióne il teniito silenzio, ansióso pur d* àlt|| pjhrte 
di mostrargli la sua costante affezióne é la sua rico- 
noscènza ;%i aflTi'ettò di andare a Nàpoli per abbrac- 
ciarlo./ M'esser lo principe di Calandróne non si 
degno di ricéverlo. Più d'iina vòlta avvenne pure 
che il nuòvo principe strascinato per le vie più po- 
polóse in un còcchio magniGco , óve giaceva alte- 
ramente sdrajàto^ vide giù tra là fólla pedèstre con- 
fuso pur Menicùccio , e lo riconóbbe ; ma schifosa- 
mente ognór ne tòrse Io sguardo^ cóme da còsa che 
stomaco gli movesse. 

Pièno frattanto di se e de' suoi tesòri incominciò 
a versarli a larga mano. Pòco gli èra costato l'averli, 
pòco costàvagli il dissiparli. Il ilio palazzo fu ad- 
dobbato d' arrèdi f più preziósi , e qui fu apèrto 
l'adito a tutti i parassiti, che non mancarono di 
prestamente attorniarlo. Il nùmero de' servitóri fu 
quàl jippéna potèa convenire al più à)to principe , 
e largamente trattati , avèano pure il vantàggio di 
proGttàre liberamente di ciò» che lor capitasse sótto 
alle mani. Le prime mode e più dispendióse èrano 
tòsto seguite negli àbili , nétte carròzze , négU or- 



70 NOVELLE m SOAVE. » 

naménti d^ógtii manièra; e cóme tròppe tttfKéa di 1 
bdsso e dì tritiate ciò ch'era péto m séno tìitt sté-g 
pida Italia y tutto traévasi a gran préfEzo da Lione « 
da Parigi , da Londra , d* Anibdrgo, dTAttxiferdBin, 
da Brasélldtf , e sino da Copenàghai e ds Pietro- 
burgo. I. banchétti éram contimri e ilnbimditi dì 
cibi più delicati , che cnóco francése condir sapesse. 
Frequènti èrano le fèste di bàlio , e la sqtrìsitésesai 
de^ rinfréschi uguagliava la lóro profusióne. Le sue 
Tifle èrano il ridptto di tutti i gliiottóni che anda- 
vano venivano , e trattenévansi liberamente eóme 
e quanto lóro piacesse. La fólla de' cortigiani e degli 
adulatóri è troppo fàcile a comprendere qtìànto do- 
vesse créscere per quésti mézzi ; il nóme del prìn- 
cipe di Calandróne suonava per ógni parte ; égli 
avéa sólo tutti i più rari talènti , sólo sapéa vivere 
cóme conviene , égli èra il sólo modèllo che ógni 
signóre propórsi dovesse ad imitare. Il buon prin- 
cipe ne trionfava , e ringallnzàvasi , e a larghi sórsi 
bevéa le lòdi e le acclamazióni , e gònfio di vènto 
^iù non capiva in se stésso. 

Ma il bel trasttillo non durò mólto. Le spése enór- 
mi , che quésti sfòggi inconsiderati assorbivano , le 
non minóri , che gli rapivano le malvàge persóne 
alle quali s'abbandonava, lepéfdite immènse che 
fece al giuoco, in pòco tèmpo il riddssero al nulla. 
Aggravato di débiti da ógni parte , si vide tutto ad 
un tratto asardìàlo da un némbo di creditóri , che 
case e mòbili e quanto avéa, tatto gli tòlsero iute*- 
raménte. A quésta tempèsta gli adulatòri, i para»* 
siti e ógni altra genia si fatta , che prima lo circou- 
cldvano con tanto stùdio, tdtti scompài^ei'O in irti 



XI. ViPf>0 E MEmCOGCIO. /j 

àrt&nte. isolato e mendico éi puro si conacdò , spe- 
laado di traréfe sooedrM nói tinti amici , che prò- 
caooi4to gli aféa la muì passata optdénca. Vana ( 
loQe l«s&Bga ! Akdu appéna ivuMtHurono di rico- 
tiósocrio, iltri oercarooo cimi dgni ttiidio d'evi- 
tarlo : V ebbe cbi gtót^ae peissifto alia barbàrie d' in- 
saltirlo e denderìo ; i più discréti finsero di com- 
paaéioiKàrlo , proteatindo pere al tèmpo medésime 
an dìapiaoére infinito di non potérlo .soccórrere 
Che legióne terribile di disinganno Bon fu quésU 
per ìtii. Ridàtio att^«9tréma miaérìa e alla dispera. 
zióne, pai Aon sapéa cbe farsi. G-li risovvéane al- 
Jóra di IMenieiiocid ; il citrittere dólce , affettuoso , 
compassionévole , che aveva sèmpre sperimentate 
ncà suo amico, ben poléa dargli speràoza di un 
prówko soccórso ; ma cóme osare di presentàrseglj 
dòpo «wio sprezzato sì alteramente ? Benché la 
necesaità Io spignésae, il rossóre pur lo ritenne , r 
in véoe di reicarsi a Salerno , deliberò d' incammi- 
. Dtfsi àila vókadi Róma, a cercare colà, dóve ignote 
speisiva dì ^ixignere , e non aver ehi guardandole 
r umiliasse, nn quélche mòdo 4i sussistènza. 

iCon quésto pifoponiménto partito da Nàpoli , ar- 
«irò sèlla séra ad dna casa caiupéstre , óve chièse d 
poiéfe passare la. ^ótte. Ciaa. gióvane contadiijàéU; 
dbe vide o^ sedére ^ e a cdi si dirèsse , accóitoh 
cartesevaénite : )&éstate pure, gli disse, a vòstri 
buÓDL grs4o) mio marito non può tardare cbe póob 
instauti ; éj;li ha dilètto grandi^imo di ofierir qui 
servigi cbe gli consente lo stito suo, ai passeggiért 
a Oli <M)córre alcnua vòlta di qui trattenérsi ; vnj 
sarete cer^inénte il ben venuto : entrate fratta i>l| 



f gt S* ^^ ▼ JM«4B<B> 



e riposàteìri , finché io do órdine a qnéne |)òc«««r 
faccende, che ancor mi restano^ fiaUò il misero 
principe , e fa sorpreso al vedére lina casa che nella 
stia semplicità spirava da ógni parte i caràtteri di 
dna tranquilla abbondanza. Méntre égli ammiran- 
dola invidiava la sórte dèi suoi felici abitatóri , ècco 
arrivarne il padróne. Cielo! che veggo mài! ( gridò 
égli osservandolo di lontano) Menicucciol ah dóve 
ascóndermi? dóve mài profondarmi! Un rossóre 
improvviso ti&tto gP infiammò il vólto; un tremóre 
universale gli scòsse tiitte le mèmbra. 

Menicùccio veniva a gran córso in nn piccolo ca 
lessétto, ma avéa la mestizia dipinta in viso. La 
móglie si afirettò ad incontràrio; éi sospirando : 
Tutte \% mie ricérche , le disse , non hanno giovato 
pùnto ; égli è partito da Nàpoli disperato , né al- 
dino ha saputo additarmi quàl via abbia prèso. Chi 
»a quàl fine égli ha fatto; o quàl tristo fine l'at- 
tènde! Qui non potè trattenére il piànto, « le là- 
grime della móglie intenerita T accompagnarono. 
Quindi èssa gli annunziò il forestière, ch'era 
giùnto poc'anzi a chièder l'allòggio per quella 
nòtte, e che nella sàia gli stava attendéikto. Meni- 
cùccio, Il cielo, disse, pur sia lodato : io avrò al- 
méno il piacére di far del bène a qualcuno ; quésto 
confòrto mi èra necessario per sollevarmi dal tristo 
rammàrico di non aver potuto giovare al mio amico. 
Ah s' io avessi un sol giórno innanzi saputo la stia 
sciagura !... Così dicendo-, si afirettò nella sàia. 

Pippo nascósto in un àngolo, coprendosi còlle 
mani il vólto, ch'era tutto di fìioco, e tremando 
dii capo a piedi y non osava di levar gli òcchi. Me- 



XI. PIPPO E MENlGCnoCIO. • 73 

nicdodo al veder un nomo in tal atto in «dlle prime 
rimane estitico ; si appressa quindi , il contempla : 
M' inganno io ? — L' esamina più da vicino. — Égli 

è desso al cèrto : qui non v' ha dùbbio Cielo !* 

V amico mio ! — e correndogli al còllo con braccia 
aperte , al còpre di bàci e di làgrime sènza poter 
altro dire. Pippo fra l' allegrézza e il rossóre tro- 
Tàvasi nell' estrèma confusióne. Ménicdccio levan- 
dosi e sovra lui ricadendo : Io f ho pur dùnque 
fra le mie braccia, Siete dùnque pur vói me- 
désimo ? Ah il cielo , il cielo non mi ha voluto 
infelice : sia égli pur benedétto. Io non ho in- 
téso che jéri la vòstra disgràzia. Quésta mattina 
era córso a Nàpoli per rintracciarvi ; dòpo mille 
ricérche, udita la vòstra partenza sènza sapere a 
qnàl vòlta , più non isperàva dì ritrovarvi : io èra 
neir ultima afflizióne ; óra son V uòmo il più felice 
del móndo. Qui tornò ad abbracciarlo , e bapiàrlp 
novellamente. 

Pippo intenerito e confuso più che mài , sforz^f 
vasi pur di dire alcuna còsa, ma non sapeva trovar 
paróle; l'amico non gli diede pur campo, cosi ri- 
pigliando : Yói non siete più gran signóre, égli è 
véro , ma siete ancor grande abbastanza per poter 
consolarvi. Il patrimònio, che già alle mie cure af^ 
fidaste, èra di dièci mila ducati, altrettanti all' in- 
circa io ne ho ereditati da mio padre ; con quésti 
due capitali insième uniti io ho comperato il fóndo, 
ehe qaì vedete. Égli èra a mal partito , quando io 
ne sono entrato al possésso ; ma coli' assidua dili- 
gènza io l'ho ridótto già a ségno che óltre a mille 
duciti mi rende annualmente. Continuando le cure 

7 



74 • MOVBLUt DI 90Ay£. 

éi potrà i^ndere ìa avvenire ancor di vantiggio. 
Ora nói il divideremo, siccóme cóoa coftiàne fra 
di nói diie, o P amministreremo di compagnia, se 
. più vi aggrada. Yói avrete da ciò ónde poter vivere 
tuttavia bastantemente. 

A qné$to tratto di generosità inaspettata Pippo 
non p#tè più resistere : prorompendo in dirótto 
piànto , e abbracciando l' amico teneramente : Ah 
qoil amico, qoà^ ànima incomparàlùle la mia mal- 
nàta alterigia mi aveva mài fatto abbandonar^ f Io 
sento tutto il prèzzo della vòstra generosità e Vèlia 
vòstra delicatézza. Quale differènza da tante iinime 
vili, che dòpo avermi divorato infine ali'iUtimo, 
mi hanno lasciato sì crudelmente ! Non crediate 
però, che malgrado la mia sciagura, dèlia vòstra 
generosità io vòglia abusare ; io ne Sarei troppo in- 
dégno ; il patrimònio , di ctii dite eh* io la direzione 
soltanto v'ho affidata, fu ih dóno libero e perpètuo 
da me cediito ; ed óra è vòstro , né io avervi più 
debbo alcun diritto. La mia disgràzia, comunque 
grande , è s^ta da me meritata ; il sólo avervi ab- 
bandonàto sì indegnamente ne meritava dna mag- 
gióre ; ed io debbo soffrirla. Ovunque mi gnidi il 
mio destino, mi basterà il piacére di aver acquis- 
tato pur nuovamente la vòstra amicizia. 

Yói non l'avete punto riacquistata^ rispóse Me- 
nicùccio ; vói la sdegnate tuttóra , se da me pÈasàte 
ad allontanarvi. Fòsse depòsito, o foste dóno qòd 
che mi avete lasciato, óra dev'èsser vòstro^ e il 
tòrto non mi fiuréte di rifiutàrio. Riguardate la l«8ti- 
tnziòne cóme atto o di giustizia, o di amicixia : ciò 
non m' iropóru ; ma vói dovete accrttàrhu — Io ne 



XI. PIPPO K MENICUCCIO. 75 

\ debbo, né il posso ^ replicò Pippo piangendo e 
onghiozzàiìdo più fortemente ; ma io non sarò pure 
li ingrato d'allontanarmi mài più da nn ami A cÌ6nie 
vói siete. Io starò eternamente con vói, io porrò 
({oind' innanzi tutta la mia premura e il piacer mio 
1 secondare le vòstre cure ; tròppo felice iq mi terrò 
di poter riparare in qualche parte còlla mia som- 
missióne all' iniqua ingiiiria che vi ho fatta. Anima 
generósa , ànima impareggiabile ! -— Or bène, ris- 
póse Menicùocio , vói resterete ; quésto è che mi 
prème : di tStto quello eh' è qui vói godréte libe- 
•raménte, còme di còsa vòstra ; quést'è, eh' io e^igo : 
a quàl titolo, parleremo altra vòlta. Eccoti il mio 
caro amico, soggiùnse quindi rivòlto alla móglie , 
che ad una scéna si tènera già non poteva frenar le 
làgrìme ; dòpo il giórno avventurato , che a te mi 
ha congiùnto, quésto è il giórno più bèllo, e più 
fdice dèlia mia vita. - 

Pippo ebbe a durar lungo tèmpo a rinvenire dal 
suo sbalordiménto e dàlia sua commozióne. Quàl 
inima incomparàbile ! égli andava ognòr ripetendo, 
(piale diversità da tante ànime indégne, la cék ami- 
cizia interessata e menzognèra mi avéa fitto cosi 
orgoglióso ? 



76 zìi. occebo il basesb. 



\ NOVELLA XIL 

UGGERO IL DANESE. 

UcoéRo, figliò di Goffirédo re di Danimarca , fa 
^no de' guerrièri più valorósi di Càrlo-M agno. 
Égli apprese il mestière dell'armi sótto al duca 
INàmo di Bavièra ; e venuto séco in Itìfta « allorché 
Càrlo-Migno con poderóso esèrcito córse a salvar 
Bóma da Saracèni , fin dàlia prima battaglia, in cui 
si trovò, fé' tali prodigi di valóre, quali appéna 
aspettar potévansi dal cavalière più pròde, e più 
lungamente sperimentato. Avèano i Saracèni rapita 
ài Cristiani la grande orofiàmma, lor sacra e 
rispettata bandièra : Uggèro pièno di nòbile zèlo e 
di férmo coràggio si scàglia sovra di èssi e lor la 
ritòglie : né pago di quésto ^ sólo s' avànea animóso 
in mèz2o all'armi , e giùnge ad involare pur anche 
ài nemici medésimi lo stendardo di Maométto. A 
quéste pròve sublimi di fòrza e di valóre, éi fu 
dall' imperadóre e da tutto l' esèrcito colmato 
d'elògi e di onori óltre ógni esémpio. 

Trovavasi al campo un figlio dell* imperadóre 
medésimo, che Carlo pur nomi uà vasi. Égli éni| 
d' età eguale ad tJggèro , e a lui compagno nell' | 
armi , ma di ànimo quanto vile e codardo, altret- j 
tanto invidióso e maligno. La glòria di Uggéro , | 
lungi dall' ispirargli una generósa emulazióne, non 
fé' che accènderlo cóntro lui di un òdio feróce, ^fè 



XII. 1J66EA0 III BARESB* 77 

quésto fa già moitient&aeo e passieggiéro : che doti 
accrescendosi ognóra maggiormente per nnÓTe 
illustri azióni la fama d' tJ'ggéro , tanto che a pòco 
a pòco non pur la Frància , ma tótta V Enrópa ne fu 
ripièna, di altrettanto si venne pnr sèmpre anmen* 
tando la malignità e l' invidia del sùocodàrdo rivàie. 
Ogni mézzo il crudele andò più vòlte cercando per 
riuscire ad opprimerlo, óra insidiandolo nascosta- 
mente , or facendo nelle battàglie eh' éi fòsse 
espósto a* maggióri pericoli; ma XJggèro a tdtto 
superióre, da tutto uscì sèmpre vittorióso. 

Avèa quésti un figliuòlo di sómma aspettazióne, il 
quàl chiamàvasi Baldovino. Lasciatolo ne' primi anni 
élla córte di Danimarca , allorché tèmpo gli parve , lo 
chiamò séco a Parigi per addestrarlo éi medésimo 
ndl'Àrte della guèrra. Il giovine valoróso vi fé' in 
brève tèmpo maravigliósi progrèssi , e al coràggio , 
alla fòrza, alla destrézza, all' accorgiménto ben 
dégno mostràvasi d' un sì gran padre. Gài lo ognór 
simile a se stèsso, quell'odio atróce, che da gran 
tèmpo nutriva cóntro di Uggèro^ rivòlse pure 
cóntro del figho ; e per isfogàre ad un tratto cón- 
tro amendùe la sua ràbbia ^ un giórno che Baldo- 
vino da lui insultato villanamente ebbe il coràggio di 
pur rispóndergli quàl conveniva , il brutale , tratta 
fariosamènte la spada sènza lasciargli pur tèmpo 
di méttersi sulle difése, iniquamente il trafisse. 

Allorché al misero padre né fu recata la nuòva , 
égli al primo cólpo rimase stupido e immòbile. 
Quindi allo sbalordiménto sottentràndo la fiiria 
più terribile , éi córse quàl forsennato tutta la córte 
iu tràccia di Carlo |ier vendicarsi. Quésti érasi 



78 MOVBLLK Bt SOaVB. 

ntirito piBé$BO alFiaipei7»46re. U|^ro iaforina- 
tooe, entrai forìMo^o c^a spada sgoaioita spi- 
nodo fiamme dégU òcchi, spÀràndp v^òfrtfi. Jfi vi- 
gliéooo assassino atUsiritiO e tremate di^jtro all' 
impendóve medésimp ni nascónde. TJggévji^ tf^on 
sente che l'iippeto del siào furóre : Pur ti ho 
gì«into» ribaldo , gli grida; dilSéodiU > se pa^ w ; ^ 
in ciò dire precipitóso ver li&i s'avyéntii. L'imiie* 
radóre s' oppóne indarno ; il tcadMóre già éi^^ per- 
duto, se i cavalièri, e le guàrdie , che l' npp^fVdór 
circondavano , rìnaoiti non fossero a salvarlo. 

Èra tra quelli il duca JNàmo , che Ugg^^ a;véa 
ognór rispettato siccóme padre. Triltolo fiaór dèlia 
sàia, quésti gli fie' comprèndere l'eccésso, a cui il 
suo furóre Favéa condótto; e lo costrinse a par* 
dre. Frattanto égli con tutti i pari i lóro uffiij. in- 
terpósero e le Lóro preghière per ottenérgli dall' 
imp^adóre il perdilo. Ma quésti èra ti'óppo irri* 
tato per consentire a piegarsi. £ certamèÌAte l' in- 
giiiria, che IJggèro avéa fàitta alla hnperiàle di- 
gnità, assalendo con mano armata un figlio dell' 
imperadóre medésimo n^ie sue stanze e sótto 
a' suoi òcchi , èra gravissima. Le circostanze che a 
quésto traspòrto l'avéan sospinto, pòtévan sóle 
scusarlo* Ma Càrlo-^Màgno pù non mirava che ài 
diritti dèlia si&a dignità oltraggiata. Per hingo 
tèmpo adi&nqne- esiliato dàlia córte e dàUa Frància 
dovette Uggéro andìir vagando per vàrie parti, qui 
e là frattanto a prò d^altnii impiegando ^1 siio va- 
lóre, finché per dltimo l' imperadóre medésimo .por 
suo malgrado costretto videsia richiamarlo. 

I Saracèni sótto alla guicU di Brnjéro avevano 



rinnovita k gnémi, e fatto ^o tbArco in Pro 
yémiSL y vittoriósi già »' èrano avuMBàti fino a Parigi, 
LMmfwradóre rinchiéBo neU'anediita città aveva 
oda lìiipcólte le sAe schière, ma privo in quél 
tèmpo de'PdaéiDi' pia valorósi, a grève sléulo 
potòa con .quéste sostener V impeto de' nemici. Av- 
ventarataménte Brajèro affidato nelle sue fène, e 
premvrèso di sdOeoiti^ la ntldria , propóse di ter- 
mibère la gaèrra con un duèllo. Uggèro allóra 
irovèvasi in Inghilterra; ,e tdtti ben videro che 
éf^ sólo poteva règgere al paragóne, e far frónte 
al lenèhil nemico. La córte e l'esèrcito già sospi- 
ravano il suo ritorno , l' tmperadóre da ógni parte 
fu stim<^èto a richìamàrio ; la necessità più di ti&tto 
lo costrinse- a con9eBttrvi. Accettò Uggèro V in- 
vito, j^a-vóUe il patto, die quando èi restasse vi t* 
torióso , Cèrio gti fÓNe dèto per prigionièro. A 
quésto patto si scòsse. Pimperadóre, e s'oppóse; 
ógni èltra còsa in véce s' emèrse prónto ad accor- 
dargli : ma Uggèro si tenne férmo; e dal Insognò 
pressato Gàrlo-Mègno HXSai fine fm obbligato ad ar- 
réiidersì. 

Tornato l'invitto guerrièro, al ténso giórno fu 
stabilito il combattiménto. Di buon mattino s'aprì 
lo steccato ; i dde vinósi nemici v' entrano ; e ì 
due esèrciti stettero dall'una e dall'altra parte 
schierèti a riguardar la battàglia. Èra Bmjéro di 
smisurata corporatura edi terribili fòrze : Ùggéro 
io superava nella destrézea e nel manéggio dell' 
armi. Il primo incóntro fu orribile, lelènce anda- 
rono in mille pészi, ma i cavalièri por non. si mos- 
sero dall' arcióne. Trassero allóra amendiie le 



80 i#VELLE DI «OATS. 

ipide, e eoa fièri cólpi incominciàrotio a lem- 
pesUrsi. BmjéfO usiado della g&a fòrza, non mi- 
rica che ad offèndere il nemico ; Uggéro acoortà- 
ménte aggiràndon rendéa vani gli assalti deli* 
avversario , e coglieva opportunamente le occasioni 
di batterlo. Già da più patti in £&tti Brajéro miri- 
vasi insangoinàto, Uggéro vedévasi tuttóra intatto^ 
Accéso di ràbbia il feróce Saracèno , gli si scaglia 
addòsso con impeto > e gli cila un gran fendènte, 
che di terróre empì l'esèrcito de' Cristiani. 11 
Paladino accortamente seppe ritirarsi, ma non potè 
èssere cosi prónto, che il cólpo orribile non rovi- 
nasse addòsso al cavallo, che sótto gli cadde mòrto* 
Forttmataménte égli si trovò in piédi^ e ferito in 
un fianco il Cavallo nemico , ugualmente lo mise a 
tèrra. QvH incomìnciirono a piedi una pugna an* 
cor più crudèle. Già rdno€ l'altro da più parti 
spezzata avèano l'armatura, già da più patti all' 
lino e all'iltro sgorgava il sangue. Uggéro però 
fino allóra avèa avuto maggior vanteggio* Infuriato 
il re Africàno e impaziènte di terminar la battàglia , 
getta lo scudo, invèste Uggéro con impeto, e rac- 
cogliendo tdtte le sue fòrze , càia un gran cólpo a 
due braccia. Tutta l'agilità del Danése fa di 
mestièri per evitarlo* Éi però, prontamente balzò 
da un lato, e cólto quindi il moménto propizio, 
nel fianco scopèrto immèrse pure a Brujèro pro- 
fondamente la spada. Cadde a quél cólpo lo smisu- 
rato Africàno) un grido d' orróre e di disperazióne 
alzò r esèrcito dèi Saracèni) un grido di giùlylo e 
di fèsta alzò il campo de' Cristiani : Uggéro in 
triónfo al padiglióne dell' impèradóre fu accompa<* 



XII. UG6EBO IL DANESE. 81 

gnatCK Qaì ricevuti gli applàusi e gli elògi di tutto 
r esercito, éi chièse che mantenuta gli fòsse la data 
fède. Impallidi Gàrlo-Màgno ; e avrebbe pur voluto 
sottrarsene, che tròppo temèa gli effètti dell'ira e 
dèlia vendétta d' tJggèro ) ma la proméssa èra tròppo 
solènne, non èra più tèmpo di ritirarsi. 

Il crudèle assassino del figlio d'Uggèrp, disar- 
mato, pàllido , palpitante gli fu condòtto dinanzi. 
Éi fieramente guatandolo , Or, fUsse , è tèmpo che 
alfin tu paghi la péna del tuo bàrbaro tradiménto: 
quJndi prèsolo còlla sinistra pe' capélli , aliò coli' 
altra furiosamente la spada in atto di trucidarlo. 
Tòrse Fimperadòre a quésta vista raccapricciato 
lo sguardo : tremàron gli astanti e inorridirono ; il 
prigionièro cadde tramortito per lo spavènto. Al- 
lóra. Uggèro gettando appiedi dell' imperadòre la 
spada , e con èssa égli pure prostrandosi , Da 
quésto moménto, disse, ben dèi apprèndere, o 
Sire , quanto còsti al cuor d' un padre la mòrte di 
un figlio assassinato. Io tuttavia il tiio figlio ti 
rèndo : così il crudèle potesse rèndermi il mio. 

A quèst' atto rimasero tutti muti e storditi : 
Cirio fii tratto in altra parte : l' imperadòre passò 
dallo sparènto alla tenerézza ; e còlle làgrime àgli 
òcchi abbracciò strettamente Uggéro : i cavalièri 
gli fècer tutti coróna, esaltando del pari la sua 
generosità e il sdo valóre. L' indégno figlio di 
Carlo-Magno però non andò per quésto impunito. 
Sepólto nel sdo avviliménto e copèrto d' obbròbrio ^ 
éi dovette ciò non ostante finir tra non mólto mi^ 
seraménte i suoi giórni. 



82 NOVELLE DI fOAVB. 



\ 



NOVELLA XIIL 

ANTOiriO LEONBLLI. 



La peyertà è sovènte il pretèsto, ónde mólti ri- 
pàransi per farsi l^te assai còse , che le lèggi in- 
violàbili deir onèsto per niùn mòdo non debbono 
consentire. Da un tal pretèsto però non lasciò vin- 
cersi un savio gióvane per nóme Antonio Leonéilì, 
nepptir in tèmpo cbe dille angustie più crudèli 
trovàvasi tormettàto ; e dèlia sua esatta onestà non 
ebbe ad èssere cbe più contènto. 

Dòpo aver égli in un' illustre città dell' ItWa 
passati molt' anni fra le dolcézze di un' agiata for- 
tuna , per un rovèscio inaspettato si vide ad un 
tratto ridótto quasi all' estrèma indigènza. H pidre 
di Idi, cb' èra dapprima riccbissimo mercatante, 
ma che gelóso di tutto règgere da se sólo ed èssere 
il sol padróne di tutto , mài non l' aveva di niilla 
voluto méttere a parte , tra per mala condótta ne* 
suoi affari e per impensate sciagure venne a £dlir 
d' improvviso , e da' creditóri afiblldti fu spogliata 
ditdtto. 

Aveva il gióvane Leonèlli in ispósa lioa bellissima 
^Hàvf ssima dònna , cui égli amava cóme se stésso » 
e da cui èra amato teneramente. Due figlie, le più 
vezzóse e più care creature del móndo , formavano 
la lor delizia comune. Mille diségni lusinghièri 
ne' lóro dólci traspòrti èssi andavano fabbricando 



XIII. ANTONIO LKONEt.U. SS 

stiir attevaméato di quésti tèneri frdtti dell' amor 
lóro 9 sa ì fàusti presagi della lor riuscita , sul lor 
fatdro ingraudìinéDto : quÀnd' éceo in un pùnto 
tutto quinto atterrato. Perduta ógni cosà, il mi* 
«ero liéonélU non védési rimanére più altro che un 
picciolo campo , il quàl daUa móglie èra stato re» 
càto in dòte. 

Lungi contattociò che mài òsi di €&me al mal 
accòrto suo padre la più leggiera doglianza ^ ado- 
pera anzi ógni mézzo per confortarlo e rèndergli 
più sopportiinle la disgràzia che pdr si èr^ in mólta 
parte da se medésimo procacciata. Isabèlla, che iàlè 
èra il nóme dell' adoràbile spòsa , cOn lui s' unisce 
per far anch' élla ógni sfòrzo, òùde trarre il misero 
▼ècchio dal suo estrèmo abbattiménto. H frutto 
della mia dòte, comùnque tènue, basterà, élla 
dice, frattanto a soslentàrci. Il dèlo proyvederà In 
apprèsso : facdàmoci cuòre e consoUàntoci. Ma il 
ciào parve che far volesse l' ùltime pròve dèlia sof- 
ferènza di quésti due spòsi infelici, 
n picciol fóndo, sostanza ùnica che tuttavia lor 
/rimaneva, trovàvasi alle spónde di un fiume ; allo 
sciògliersi delle névi una pièna furiósa l' invèste : i 
miseri sètiza potérvi oppòr àrgine né riparo sono 
costretti a vedérselo sótto àgli òcchi daU' impeto 
dèlia corrènte rapito per la più parte. La rèndita* 
tròppo scarsa di ciò che èra campato al furóre dèlie 
àcqne, più non bastava per sostenérli. Fu quindi 
mestièri a pòco a pòco andar, vendendo ciò che 
avèan tuttóra di qualche prètto y finché si ridus- 
sero a un disertlmènto quasi totale. 
Il cuòre dell' infelice Lconèlli spezzàvasi di do« 



. I 

i r 



84 NOVELÌ.B DI SOAVE. 

lóre al mirare V amata spòsa che aveva per Idi ri> 
nuQziàto a un de' {nù ricchi partiti , ridótta ad an- 
gustie s\ tormentóse : pur la speranza di un impiego, 
che ognóra paréa vicino, nel siio cordòglio P aj^àva 
racconsolando. Éi lusingàvasi di poter giùgnere par 
finalménte a riparare alméno in parte le passate dis* 
avventure. Ma V ostinazióne deli' avversa fortuna 
èra tròppo più possènte di tutti gli sforai, eh' égli 
faceva per superarla. Di parécchi divèrsi impièghi, 
che successivamente il tennero lusingato, niiino gli 
potè mii venir fatto di conseguire. Dòpo mille sol- 
lecitùdini e -mille preghière, dòpo aver dovuto ar- 
rossir mille vòlte óra dinanzi a persóne supèrbe , 
che a gran péna degnavansi d'ascoltarlo, or rac- 
commandandosi a fréddi amici, che ógni mòdo 
cercavano di schermirsi, óra abbassandosi a sup- 
plicar què' medésimi , che supplichévoli innanzi a 
se ed a siio padre avèa più vòlte veduto in altri 
tèmpi; quando, vinti cóUa costanza, e cóUa atti- 
vità indefèssa tutti gli ostacoli, ógni còsa paréa 
dispósta a favor suo ; la prepotènza di uno , la vo- 
lubilità di un altro, le disgrazie d' un tèrzo faoéano 
rovinar tiitto quinto, e svanire tutte le sue spe- 
ranze. 

Un moménto v' ebbe alla fine , in ciii égli ere- 
«détte di i^n dover più dubitare. Il cónte di.. . uòmo 
di mólto manéggio e che assai crédito aveva alla 
córte, trovandosi allòr vacante un pósto fra i segi^- 
taij , fece òpera che fòsse a liii accordato e n' ot- 
tènne proméssa. Più non mancavano che pòchi 
giórni all' adempiménto; quando lo scellerato còlle 
sue pròprie mini rovesciò l'edifizio, che aveva con- 



I XIII. ANTONIO U 

I 

dótto a tèrmine A felice, e d 

dosi nel più fièro nemico, a 
gli chiiise pure iniquamente 
tiidini cbe avéa mostrate pei* 1 
credéa prodótte da uno spirit 
cénza, non èrano effètti ch< 
cV égli avéa concepito per 
fino a qaéll' óra dissimulato , ; 

' di dichiararsi , e da' giusti rif 
tissima dònna indispettito, vo 
cabile il mal concepi&to amor 
la proméssa càrica lóW accoi 
ógni passo d^ Leonélli andò 

- spiando per attravei'^à'rgll da 
a qualunque ^Itra fortuna* 

Lo sVèntaràto sìt)andonàt( 
perseguitato da un malvagio 

t oggimài alla màssima dispei 
tutto quello che égli e la virtù 
di maggior cónto, venduta gii 
stésso, che àgli usi e ài cóm* 
pressoché indispensàbile, pì^ 
per ritrovar sussistènza. Ddc 
rimàsti di tanti che il circon 
màvano tutto il suo sostégno 

' tròppo scarse fortune per 
d' uòpo. La móglie più non 
duta, com'era, mostrarsi io 
gàta a rimanérsi nel suo tu 
imprigionata : il padre op] 
péso dèlie sue disgrà^e consi 
un lètto ; i due piccioli figli 



86 NOVELLE DI SOAVE. 

gnivano a pòco a pòco d' inèdia : égli già f^Ltto pal- 
lido, macilènto, sfinito di fòrze, divorato da j&na 
lébbre che internamente lo distruggeva, cògli òcchi 
incaviti profoifdamènte, col vòlto onnài cadavèrico, 
ad ógni ^ttò vicinò credeva il tèrmine dell* infelice 
sda vita. * 

Un giórno la sua anglista giunse all' estrèmo. 
Égli trovasi privo interamente di ógni còsa : vede 
il padre languènte, i figli che piangendo gli chièg- 
gono pane, e la móglie che soffoca in silènzio i 
suoi sospiri per non attristarlo vie più, ma che non 
può tutto nascónder il suo dolóre. Éscecoll' ànima 
aggravata d' angòsce; va in tràccia dèi diie amici , 
da ciii sóli potéa prométtersi qualche soccórso : non 
trova né l'un, né l' altro : non sapendo a quài p&rie 
rivòlgersi, vince la naturai ripugnanza, e appressane 
dosi al primo che incontra, gli chiède qualche sus- 
sidio ; non è ascoltato : lo chiède a un secóndo ; èi 
si scusa, e trapassa : s' accòsta ad un tèrzo ; ma é 
rigettato sdegnosamente. Mio Dio ! grida appassio* 
nàto, vói pur vedete la sciagurata mia famiglia, che 
tutti abbiamo quèst' òggi a perir di fame ! Égli èra 
nel cólmo dell' abbattiménto : più non sapeva dóve 
aggirarsi ; le gambe più non potevano pur soste- 
nérlo. Méntre con passo tardo , col capo lànguido, 
e chino a tèrra, coli' ànima straziata da mille tristi 
pensièri , abborréndo oggimài il consòrzio degli 
uòmini, abbon'èndo put* quasi la Idee stéssa del 
giórno, va avanzandosi lentamente in lina via ri- 
mòta , gli viene a caso veduto per tèrra un picciol 
piego : per macchinai moviménto èi si china a rac- 
còglierlo, Tàpre (inaspettato prodigio! ) vi itròva 



^ ICtII. INTOKtO LEOITKLU. S7 

chiiisai élla cédola di cento scildi. — Dio ininu>r|||c ! 
Dio pietóso ! ben io sapeva, che vói non mi avreste 
abbandonato. Gran Dio! Dio immortale! 

Per r allegrézza già più non cape in se stésso — 
Ah l'infelice mia famiglia più non perirà! Dio mi- 
sei icor4ióso ! Grande Iddio. ^— La giója gli rènde 
titte le fòrze : a gran passi s* invia a consolare V af-* 
flitto suo padre , la móglie addolorata » i fìgli lan- 
guènti : miUe dólci pensièri per via lo accompa- 
gnano , mille idée lusinghière éi va formando sull' 
impensata fortuna che il ciél gli ha mandata , sulla 
nuòva sèrie di lièti giórni , che ancor l' attèndono :. 
quando un contràrio pensièro l' arresta tutt' ad un 
^ttOy e ragghiacela. — Cóme poss'io formare 
quésti diségni su quello , /che non è mio ? Quésta ò 
còsa, nmirrìta ; il padiróne ha ragion di ripèterla ; 
io d^àOlò^Kestitoirla.... Ma io frattanto ? Ma Tab^ 
bandonàta, affiimita mia famiglia?... pio saprà 
sostenérla, Dio sa eh' élla esiste , sa le siie angùstie \ 
io per èssa non debbo impiegare quél eh' è d' altrui. 
— Ma perchè &'io non doveva valérmene, m'ha 
Idfllé^tto trovare quésto soccórso in un tèmpo di 
cos\ estrèmo bisógno; a quii fine?.... — Io non 
d&bo èsser giudice de' su<U consigli ; io devo aspet* 
tare i decréti dèlia sua Provvidènza , ma ciò eh' è 
d' altrùi , io debbo intinto restituirlo. Dòpo albùni 
moménti d'ondeggiaménto : Grande Iddio! die' 
égli , io piego .la fr^te alle vòstre léggi invi.olibili , 
io v'ubbidisco ; e sènza più a eisa del pàrroco a' in- 
cammina. Quivi a lui conségna la cédola , ond' èi ne 
cérchi il padróne ; gli addita il luogo , óve l' ha 
rinvenuta \ confèssa i diségni die ùel priino tr^s- 



I, 



ss NOVELLE DI SOAVE» 

pófib avéa formilo «óvra di èssa ; espóne lei circo- 
stanze orrìbili in cui égli si trova. 11 bnón pastóre 
a quésto raccónto ne fu commòsso fìno alle là- 
grime. Iddio, gii disse, benedirà certamente la 
vòstra onestà. Quésto valga frattanto a ristorarvi 
per óra ( con ciò alcune monéte gli diede); il pa^ 
dròne di quésta cài*ta nonr lascerà, io spéro ^ di ri- 
compensarvi più largamente. 

Leonélli contènto del ricevuto sussidio, e. della 
sua buòna azióne , córre immantinènte a provve- 
dérsi di cibo, e di vólo il reca alla famiglia abban- 
donata. Parve il siio arrivo quello d' un angelo 
consolatore al padre, alla móglie, ài Hgli, cbe da 
più óre r attendevano , e già trovàvansi nell'es- 
trèmo languóre. Égli abbracciando teneramente or 
l'uno or r altro: Mio padre, disse, mia cara 
spòsa! il cielo non ne ba per àncbe del tutto di- 
menticati ; neir ultima disperazióne quésto soc- 
córso pur s'è degnato di mandarci impensata- 
mente : e qui da capo facendosi, lóro narra a parte 
a parte quanto èra occórso. Allorché giùnse alla 
deterininaJKiòne cb'éi prése dòpo vàij contrasti di 
consegnare la cédola alle mani del pàrroco. Isa- 
bèlla ch'era stata sospésa fino a quél pùnto, con 
dólci làgrime a se stringendolo: Ah! no, disse. 
Iddio non ci ha per anche dimenticati, poiché égli 
non ha permésso che il bisógno medésimo avesse 
fòrza di farti rèo : le migliòri speranze io conce- 
pisco dàlia tua dégna azióne : élla sarà certamente 
dal cielo ricompensata : sì , amico , non dubitarne. 

Il parroco intanto, fatte le débite diligènze, 
trovò ben prèsto il padróne della carta smanila . 



lui* ANfONIU LEONBLLl. M 

tira quésta di aii ricco signóre , a cui èra , di là 
passando , inawedataménte caduta. Il buon pas-^ 
tóre nell'iitto di rènderla non potè a meno di non 
esaltar V onestà di Leonélii, e di non fire una pa- 
tètica descrizióne dèi suoi casi« e dell' estrèmo bi^>^ 
sógno, in cdi égli si ritrovava. H marchèse^.Irx.; 
a cui èssa apparteneva, intenerito a quésta narra* 
zióne, sèi dòj^e immantinènte a Idi rimise, E 
quéste , disse, per mia parte consegnerete a quésta 
aómo dégno. Indi tutta la sua autorità e il suo 
favóre impegnò di manièra «he Leonèlli ben prèsto 
fu impiegato onorevolmente a dispétto del rèo 
cónte di.... cbe sino a quél punto gli s' èra iniqua* 
ménte oppósto, e che pòco dòpo scopèrto quàl 
èra, cadde in pièna disgrazia dèlìa córte, e per 
i^mpre ne fu esiliato. 



NOVELLA XIV. 

GUGLIELMO TELL. 

PamA che V Elvezia si procacciasse còlle armi 
la libertà, che ha di pòi mantenuta costantemente, 
fa già in Altórff un governatóre per nóme Griss- 
lér, il quale abusando del potèra affidatogli, si 
diede ad esercitare iniquamente la più crudél ti- 
rannia. L'interèsse, o il capriccio èran i sóli che 
presedèssero a^soói giudizj ; la giustizia e la ra- 
gióne n' èrano affiitto bandite ; vendévaasi le sen- 



90 kovel;.e di soave. 

lènze; ptinivann dì péne arbitràrie gP innocènti; 
i miniftri del tiranno commettevano impunemente 
ógni delitto ; tutto èra confusióne ed orróre. 

Alla crudeltà égli ag^nse pur anche la strava- 
ginza. Fatto in mèzzo alla piazza piantare un pàio, 
e .soprappóstovi un cappèllo , ordinò sótto péna di 
mòrte, che chiunque colà passasse, dovesse in- 
jià]|zi ad .esso chinarsi , e cosk riverirlo cóme se 
fòsse la sua persóna medésima. 

Era in què' contórni un uòmo di ruvide, ma 
schiètte e franche manière , dii amato Guglielmo 
TelL Venuto quésti per suoi affari in Altórff , ca- 
pitò sùUa piazza , osservò il pàio ; il cappèllo che 
éravi soprappósto, il tenne un moménto fra il riso 
^ lo stupóre ; ma non sapendo quél che si fòsse, e 
pòco curióso d'informarsene, trascuratamente e 
ridendo vi passò innanzi» L' irriverènza comméssa 
al palo, e T infrazióne del sevèro editto fìi tòsto 
recata all'orécchio del governatóre, il quale fu^^ 
rìóso diede órdine ^ c)ie il rèo fòsse immantinènte 
arrestato. Condòtto che gli fu innanzi, èi V accòlse 
col truce aspètto d'un uòm crudèle , che per bas* 
sézza d'animo estremamente gelóso dèlia sua auto* 
Htà, prrìbilménte inferocisce, quando la crèd^ 
d' altrùi derisa. Guatandolo fieramente, e fuòco 
spireipdo dagli òcchi tórbidi e dal viso infiammato : 
Cos) , ribaldo , gli dice , cosi rispètti i miei de- 
créti ? tu osar di befiarmi ? tu audacemente insul" 
tàre al mio potére ? Or ben tutto il péso ne senti- 
rai, scellerato, e tristo esémpio saldai altnii^ che 
la mia dignità impunemente non. è oltraggiata. 
Attònito a quésta invettiva , ma non però sgomeU'' 



ItY. GUGLIELMO TKLL. 91 

iato , siccóme qaéHo che di niùn delitto non èra 
cònscio a se Mésso ^ Gagliélmo Teli domandò 
francamente di che venisse accusato. Intéso che 
n'ebbe il motivo, gli pirve sì stréqo, che non 
potè a men di sorriderne. Ris|»óse in prima, che 
niiina notizia éi no|i avéa defi' editto; ^ndi con 
nistica iiJbertà por aggiunse che non avrebbe so- 
gnato mii, che ad un pilo s'avesse a dar il buon 
giórno , e che il passarvi dioànsi sènza far di ber- 
rétta avesse ad èssere un crimenlùe, Sàl\ sull'ùl* 
time furie a quést' aria d' irrisione il giudice hivi- 
perito : e la ragionevolézza dèlia rispósta umilian- 
dolo vie più , lo rendette più smanióso. Comandò, 
che strascinato égli fòsse nella prigióne più tètra, 
e quivi càrico di caténe attendesse la sua vendétta. 

inquièto e fremènte, miUe manièie di nuòvi 
sttpplizj égH andava nell' ànimo ravvolgendo per 
isfogare con un esèmpio vie più strepitóso la sua 
ràbbia. Méntre incèrto ondeggiava, uno, che 
Biósso a compassióne osò pure adc^ràrsi per am- 
mansarlo, e ottenére alla rustichézza del misero 
T^ ìL perdóno, gli suggerì non volendo una spècie 
tutta nuòva e più orribile di vendétta. Fra V altre 
còse, che di lui disse, éi venne pure esaltando la 
tmgolàre destrézza , che quésti avéa nel tirar 
d' arco, e la certézza ónde sèmpre colpiva nel sé- 
gno : e aggiùnse, che tròppo mal gli sapèa che un 
uóm sì pròde avesse miserainénte a perire. Or 
bène , riqiòse il giùdice dispietàto, nói ne vedremo 
la pròva; éi sia salvo, se accerta il cólpo ; ma niùno 
il trarrà dàUa mòrte , s' éi va fallito. 

Avéa Guglielmo un figlio ùnico di circa dièci 



6^ NOVELLE DI SOAVE. 

inni , cui amata teneramente. Or parve al tirinno 
di non poter mèglio saziare il siio furóre , che espo^ 
aéndo l' infelice padre a cèrto pericolo di averlo a 
trafiggere di pròpria mino. Ordinò adunque, che 
fòsse tòsto a lui condòtto il fanciullo, che in mézzo 
illa piizza un pómo s'avesse a jiòrgii sul cipo, che 
il padre, per èsser silvo, illa fissità distinza quésto 
pómo avesse a colpire con una frèccrà. Grelò d' or- 
róre il misero pidre a s\ birbara condizióne , mille 
supplizi s'offerì prónto a patire piuttòsto che av- 
venturarsi al crudèle esperiménto. Invano si ado- 
periron pur mólti inorriditi all'iniquo pitto, di 
trirre il giudice a consentire , che altróve fosse 
fissato il bersiglio ; tròppo il feróce si compiaceva 
dèlia sua birbara invenzióne. Éi pressò il paziènte, 
o ad accettare sènza più il ciménto, o a vedérsi 
immantinènte strascinito al supplizio. In quelle 
angùstie terribili mille pensièri s'offersero al mi- 
sero in un moménto. Tremèva da un cinto all'ìm- 
migine dell' atróce pericolo , e veder già parèvagU 
il tènero pargolétto trafitto da lui medésimo nuo- 
tir nel singue e agitirsì negli estrèmi pilpiti dèlia 
mòrte : dall' iltro, l'immigine non men tormen- 
tósa dèlie calamità,, in ciii morèndo il lasdiva, lo 
riempiva d' orróre e di àmbiscia. Combattuto così 
e coniìisO) quasL lina vóce improvvisa sentì in 
cuòre, che il trisse dall'incertézza. Tuo figlio è 
perduto , dicèa ^ se più ricusi ; illa tiia mòrte éi 
non può sopravvivere ; éi pure dovrà ben prèsto 
morire o di dolóre o di misèria : accettando tu 
puoi salvarlo; il cielo è giiisto; éi non vorrà ab- 
bandonire la sua innocènza e la tiia. A quésto pcn- 



tir, OUGUELUO TXLL. 93 

fùéro éi 0Ì désta » e rivòlto al gtddioe fieramente , 
Or beù^ gli dice , crodéle, tu sai%i pago alla fine, 
accètto V orrlbil praóva j qaà 1* arco e gli strili. 

Discénde il giùdice nella piazza dai saói satèlliti 
accompagnato; il misero figlio, trattovi in mésso, 
al pilo inicpio si léga, e il fatai pómo gK è pósto in 
capo ; a un canto della piazza è condótto il misero 
padre, a ciii dipinte si véggon sol vólto le |hù cru- 
dèli agitazióni : una fólla immènsa di gènte émiùe 
d* intórno ógni spàzio. Il truce Grisslér in mèzzo 
all' irmi tripndiàr già si vede di una giója maligna : 
un frèmito d' orróre e di sórde imprecazióni si òde 
invéce nel pòpolo da ógni parte; il tènero figlio 
trema , e scióigliesi in piànto : più trema il padre 
infelice, e un orrèndo pàlpito gli bàtte il cuòre. 
Pur si riscuòte alla fine e si fa àatmo ; alza gli òcchi 
eie mani al ciél»<J[|u, Dio pietóso, esclama, tu 
Dio gidsto, tu réggiu'cólpq. Ci6 détto y con mano 
férma impugna V arco, incocca il dardo : un grido 
sórge per tutta la piazza , un muto silènzio subito 
gli succède. Teli prènde con férmo vólto la mira, 
trae la còrda , il dardo parte. De^ circostanti altri 
abbassano il guardo, o lo chiùdono inorriditi ; ad 
altri V ànima córre impaziènte su gU òcchi per ve* 
dèr l'èsito. Éi fu quàl tutti lo desideravano : il 
dardo vola fischiando, colpisce il pómo di nètto, e 
il fanciullo appéna séntesi dalle piume lambir la 
chiòma. Un grido festóso d'applàuso, un batti- 
ménto fragoróso di mani si lèva tòsto per ógni 
canto, il pòpolo n'è tutto èbbro di giója, il sólo 
giùdice nella sua crudèle aspettazióne del^ frème 
di ràbbia. V 



94 KOVELLB Ut SOAV£? 

Bcia^urataménte però nel girar gli ÒGcbi sovra 
di Teli, éi mira\radér a quésto un altro dardo, che 
séco aveva recato, e lièto della scopèrta, medita 
ìncontanéate altro méz2o di vendicarci. Fittolo a 
se ehiamàre, o fingendo per vie mèglio ingannarlo 
manière dólci e cortési, éi cominciò a lodire la 
maestrìa , di cui avéa dita si bèUa pròva , ad ap- 
plaudirlo del cólpo sì ben riuscito , a dichiarir se 
medésimo aj^ièn soddisfatto e lui interamente as* 
soluto da ógni péna. Quindi gli chièse piacevoi* 
ménte, perchè flùe dirdi avesse recito, non ayéndo 
a fare che un sólo tritto. Io non sòglio, rispóse 
Teli, andir mài fornito d'un dirdo sólo. No, 
amico , replicò il governatóre con artificióso sor- 
riso, tu vuoi cdirmi il motivo, ma io lo veggo 
abbastinza : or che tutto è finito, che giova il nas- 
cónderlo. A me serbato èra l' iltro dardo : confes- 
salo pur francamente, io avrò eira la tua schiettézza, 
e anticipatamente già ti perdóno. Rassicurito per 
quésto mòdo : Poiché vi piace, rispóse Teli, ch'io 
pirli liberamente, già non dirò che espresso inlmo 
io avessi di usirne cóntro di vói ; ma se la rèa for* 
tùna avesse pure voliito, eh' io mi vedessi per ca- 
gión vòstra V ónico figlio cader trafìtto dininzl, io 
non so certamente quello che avreste potuto aspet- 
tarvi dilla disperazióne d'un padre. — Io non mi 
son diinque ìngannito, riprése il giùdice furibóndo, 
depósta la rèa mischerà che aveva assiinto; e tor- 
nindo all' usata foròcia : Or bène adunque, io ben 
saprò, traditóre^ in un fóndo di tórre tener rac- 
chiusa ^lia tracotanza, e dille tue insidie assicu- 
rarmi : sia di nuòvo incatenito costui , e ricondótto 



XIV» 0U6L1EL 

alfe carceri. A quésto tritU 
MÌA tdtta nnòva sdegniti 
più frème il misero Teli ed 
niÙQO ardisce di opporsi óU 
sciagarafD è éoMrétto a céd 
Sol lago, che incominciai 
stènde fino a Lncèma, da < 
un antico castello chiamiU 
il feróce Grisslér pensò di ( 
Inógo ^de èra impossibili 
Citta perciò allestire proni 
fece pórre scortato da gaàr* 
ciirirsi dell* esegnimènto d 
stèsso pur TÓlle accompagni 
in méuo al lago, ècco diét: 
all' improvriso nn gróppo di 
da vènto forióso in pòco té 
eìi^ : i tdóni mógghiano o 
i fólmini , la furia del véntc 
piglio, la hàrca agitata è vie 
tano invino i remiganti di e 
tempèsta; élla crésce, e la 
vitlibile. In s\ terribil frang 
al governatóre : Nói siamo 
se à Teli non dite la liberi 
fòrza è la sola cbe pòssa trai 
rito dal pericolo , non esiti 
méttere eh' éi fòsse sciòlto, 
rèmi, incominciò a contrai 
léna , e ajntàto digli iltri , 
nenoTÒ il coriggio, dal n 
trarre la birca vidna al litio. 



96 1I0VEL1.B DI SOAVE. 

che alquanto sporgeva innanzi , e che i fldtd agi* 
tati coprivano alternamente. Allorché a quésto si 
vide {Mrésso ^ Guglielmo Teli prontamente gettiti 
irémi, d'nn salto vi balza sópra, e si sÀlva; gli 
altri non fiiron prónti del pari ; e dal furóre della 
tempèsta in mézzo all' ónde la hàrca. fu risospinta. 
E non è d' uòpo già il dire se urlasse terribile 
ménte di ràbbia e di spavènto il delùso Grisslér al 
vedérsi in novèllo pericolo , e nuovamente costretto 
ad errare in balia dèi flutti. Guglielmo introito, 
córso velocemente a riprendere le sue armi , tomù 
a mirare dall' alto il succèsso dell' agitato naviglio'. 
Dòpo èssere stato per Idn^ò tèmpo qua e là balzato 
dall'onde, chetato il vènto, arrivò quésto pur fi* 
nalménte a prènder tèrra. U governatóre fremènte 
di sdégno, e più che mài anelante àUa vendétta, 
uscito appéna di barca si 'affrettò a ritornare ad 
Altórff per dar órdine , che Teli a ógni parte fòsse 
cercato subitamente. Quésti frattanto sópra al sen- 
tièr montuoso, ch'egli d(^vèa tenére, s'ascóse in 
parte, óve potAe vedérlo sènza èsser da Idi soo- 
pèrto.lAllorchè fu vicino : Se negli abissi pur indbe 
s'andasse égli a profondare, Tudì gridar furibóndo, 
io saprò ben cavamelo; niiino potrà rapirlo alle 
mie mani) e tua mòrte la più crudèle dèe saziare 
la mia vendétta. Irritato Guglielmo alla protèsta 
feróce : Ah bàrbaro ! esdamò dall' agguato óve sti- 
vasi : or bène , tu muori primo frattanto : e vibra- 
togli un dardo in mèzzo al cuòre, il lasciò sènza 
vita. Cadde cosi l'inumano, terribile esèmpio àUe 
ànime dispietàte^ e nel luògo óve cadde, siccóme 
j)ur sullo scòglio , óve Teli avèa trovato lo scampo, 



XXy. GOGUELl 

dde capp^fe fi&M>iio inmdzii 
morìa Cattura si consénrano. 

NOVELLi 

X DUS FBAl 

Fioii di va padre medés 
vèrsa , Cesare ed Everàrdo, 
carattere afiatto oppósto. Qa 
amorévole , sàvio , applicato 
trattàbik, bisbètico, dissìp 
midre a tutto quiésto princi 
Aoeiecàta da un falso amóre 
vizio veniva ia liii^ fomentai 
caréize a Idi tdtte éraa profi 
desiderare per tdtto ottener ] 
€a|M^ccio, sólo che £&tU> n^ ai 
soddisfatto. A Cesare per lo 
vasi la più ingiusta e più ci 
èran serbati tutti gì' insulti e 
èra mài appagato di còsa alci! 
die per l' umóre altèro e fei 
gèano frequènti tra i due fra 
èra tdtto di Cesare. Il buó 
tofleriva pazientemente ógni 
vido e più scortése èra il frat 
naggiormènte di vincerlo i 
de' trattaménti iniqui della 



98 MOTBIXl DI SOAVE. 

«dUa gitntlm ch6 f«iidéf*(^i U pédile , ligoft^^ 

con òcchio assai migliòre k sua condétta. 

Appéna fki quésti venuto a mòrte , la matrigna 
volle tòsto che il figliuòl suo dal fratèllo si sepa- 
rasse. Divise per tanto fórono le sostarne ; ed Ève- 
ràrdo, raccòlto quanto gli apparteneva, còlla ma- 
dre n' andò in altra parte. Érapo a Idi tocoite di 
stia ragióne prèsso a vénti mila lire di rèndita. Ma 
che son mèi quéste a un dissipatóre e ad lino 
aventito? Nel còrso di pòchi anni, in giuochi, in 
fèste, in profnsiòni, in scialacquaménti d'ogni 
manièra égli andò consumando e rèndite e capi- 
tali , finché si rfdtisse a non aver qudsi più ndÙa- 
Nel siio impoveriménto Gontuttoctò égli punto non 
si sgomentava : la ricca eredità che attendeva da 
un vècchio zio, a tutto gli deva maggior coràggio. 

La mòrte dèlio zio avvenne infatti allóra appiinto, 
che égli già , consumata ógni còsa e aggravato pnr 
ènche di mólti débiti, ai ritrovava in maggior 
bÌBògno. Non èrano ancóra al defiinto ccmipiiiti gli 
estrèmi ufficj , che égli con siia madre inoominciò 
a tormentare il frat^lo per avere ciò che credeva 
dovérgli appartenére. Cesare che ben sapeva cóme 
Everirdo trattato èra nel testaménto, dissimulindo 
tuttavia, e mòsso al tèmpo medésimo da un sen* 
timénto di generosità; Vói avrete, disse, più an- 
córa che non vi tócca, ma deh! gii estrèmi dovéri 
si compiano innanzi tiitto. — Ai miei dovéri so 
cóme e quando si èbbia a soddisftre, rispóse Pai* 
téro Everérdo : uè ho ponto mestièri , che altri 
li&cciami da precettóre : io voglio óra quello eh' è 
mio; e il vo' sènza indugio, qua il testarat^to, e 



IV. t DOk PftATBLLf, '90 

^éggftsi ciò che mi viene. Cesare tnttar oon dot» 
cézza : Éi non è tèmpo «ncóra , gU disse , d' inter* 
tenérci di quésti affiori ; se alcdna còsa v' è d'uòpo 
inUnito , io vi fornirò di quanto V aggrada, ma non 
oercite óra pia óltre. «^ Che intinto , e che for- 
nirmi ? Implicò Ever^rdo tutto sdegnóso ; perchè 
degg* io èssere a vói teniito di dò eh' è mio ; o chi 
-vi fa sa ardito da voler ritenéx« a vòstro talènto ciò 
ch'é ^adtn&i? — Io non terrò nùUa dj ciò eh' è 
vòstro. -^ n testaménto addnqne si vegga. •— 
£*iion eonviène perénche;*««iò si farà a miglior 
tèmpo} qaènto bramite frattanto ? Everirdo inftì* 
nàto vie |nù, e aÌ2zàto pur dilla midre, incorata* 
dò a earicire il fratèllo di ógni sòrU d' ingiiirie , 
acoosindolo di viflino, orgoglióso, prepotènte, e 
fin iodie di maligno e di truflatóre ; quasiché per 
pigiiir tèmpo a lg[d)birl^ èi volesse tenérgli il testa- 
ménto nascósto. Cesare aflóia. Tu lo vnói déaque ad 
ógni pitto? gli disse oon iria di giusto risentiménto; 
or bène , ingrito , mira oggìmii la tda confusióne. 
Apresi il testaménto; Everirdolo scórre con ansietà, 
e in leggendo V incontra quéste paróle terribili : 
« Essendosi cóUa stia trista condótta Everirdo mio 
nipóte rendóto allatto indégno dèi miei beneficj, 
institnisco Cesare suo fratèllo erède ùnico e uni» 
versile di tutti i miei bèni. » Rimisero a quésto 
tratto égli e la midre affi&tto istupiditi ; e stivano 
già per uscir uéÙe sminié di una estrèma dispera- 
zióne, quando Cesare con riro esèmpio lóro ne 
chiuse l'adito, così confortandoli : Io v'ho già 
détto poc'inli, che assii più avreste aviito, che 
non vi flètta; e lungi dai pentirmene , óra póre il 



822514 



À 



100 noyeli;k di «oate< 

vi confermo. A plrte io vi terrò d' ógni còsa ben di 
boóa grado, ma un ricambio par ne desidero, ed 
è, che vói mi «ite veramente fi^atéllo e vói madre. 
Deh ! ógni discòrdia sia oggimài terminila fra nói , 
e in dóice unióne pur una vòlta viviamo fra nói 
congiunti. Quél frdtto ci sia venuto dille iiiagbe 
nòstre dissennóni, vói il vedete : a vói prodótta 
bau la pèrdita di tutto quinto, a me ii ram- 
marico d'avervi sèmpre lontini. L'animo altèro 
di Everirdo e dèlia midre, avvilito dal primo 
cólpo, si ritrovò nel» 'secóndo umtliito insième e 
compunto. Abbraociindoloamenduetenommènte, 
con mille ségni di riconoscènza accettiron èssi il 
generóso partito : e Cesare più di lóro fu lièto di 
veder nella sua cisa ristabilita pur alla fine quella 
concordia , che sospirava da sì «gran tèmpo. Ma 
quinti Everirdi si veggono tra i fratèlli , e quinto 
è difiìeile trovirvi un Cesare ! 

NOVELLA XVI. 

TIOHANG. 

Novèlla Cinése, 

TiaiH, uno dèi letteriti della città di Taming, 
eh' è dèlie principali nella provincia di Peklno, 
aveva un figlio per nóme Tiobing, giovine d'in- 
gégno prónto e vivace, e di animo nòbile e gene^ 
róso. Spedito quésti a Pekino per istruirn nella 



lelteral^b^ €iiiéae, hi pòchi àani vi òtbémm il 
grado di baccditére, ohe colà chiamasi Sioi» irti; 
e méntre fregiato délk vèste azaurra, coii cui 
distinguonsi i Sion-tsai, alla pàtria facéa ritorno, 
costretto a dover passare la nòtte i& uà bórgo 
discòsto da Tamiog circa a mézza giornita , do* 
inaBdò qaivi V albéi^o prèsso iina buòna fémmina, 
in ciii s'avvenne, e die gidsta ii costume anti- 
chissimo de'Cinésf^, con tàtte le espressióni di 
ospitile amorevolézza cortesemente l'accòlse. Mén** 
tre con lèi trattenévasi, osservò che élla andava 
so^riodo trillo tratto^ e mettéa pur qualche 
lagrinut segretamente* Commòsso a tal vista e' si 
féoe animo a donUndàrlene la cagióne ; ed éUa con 
uà profóndo sospiro : Ah ! tròppo temo, rispòse, 
che ii mio ddòre non abbia a fórsi ancor più gdmde. 
L'alHizkkie inconsolibile di mio figlio,. k> stéto di 
aUnttiménto e di languóre, in cui «gli si trova , lo 
stilo ancor peggióre, che ne pavènto, mi émpie 
l' ioimo di tristézza* Égli amava ardentemente dna 
gióvane di Taming, quinto bèlla , altrettinlo pur 
saggia e virtuósa; ed èra ugualmente da lèi ria- 
milo. Chièstala a' genitóri in ispósa, avèala otte- 
nuta, e il dì sospirato dèlie lor nózze già s?a{^res- 
sava. Quind' ècco improvvisamente il mandarino 
primàrio dèlia città , il birbaro Takudi^ per alcuni 
dèi suoi ministri fé' iniquamente rapire la donzèlla, 
ne sì sa ancóra in quii parte éi la tenga imprigio- 
nata. Mio figlio all' udire la trista nuòva córse a 
Taming prontamente : fece ógni sfòrzo pe!r riavèi*e 
l'amata spòsa, ma tiilto fu invàno. Sepólto <^'a in 
un profóndo ri^ttiménto, opprèsso da dna «n- 



J 



tM noVIclUb di MjrVfii 

góMiainooMoMMle, pftà dod n péioe die éilép 
giidiee di dolóre. Indirno ho «eroéto pia méadi 
|ier «oiifOfÉirlo 4 non liémio fiitto che ftiawrìriir 
AHMggionnàsfee ia eoa ferita. tJna lènta fèbbre por 
4a sèi géòrat lo ha anaUtOy die a pòco a pòco lo 
8tnig§e,e iMiiioii Bióltoio tèmo, oUmè! di vedérlo 
àffiì estrèmi^ e di aoa avere più figlio. Qoà tkctfae , 
« ntteBlt^<^ paróle un dixtStlo piéato. 

Intenerito il giovine Tiohàng e aniniàto da va 
tÌvo<corAg^io i Sn séa^ pcendéte onore, le disae, e 
consolatevi t il mèle non èperénohe sénea limédioi 
of^èfòstt^oligiio^ mi saréU^iégli perméno di yi^ 
«tirlo'? La betona dònna il gnidò (^ia denera ov'ét 
gìfloéra; abbandonalo sópra d'ttn lètto èi mira nn 
|^¥Ìae a odila prima lanùgine spnniàva affiena. I 
tineunènti dd ado viso «uranaiévano una lidìèaza 
non ordinària, ma Kàmoe srenùlo éi tvi portava 
allóra imprèsso il ddóoe e il paliór deBa mòrte. I 
linfoidi òochi ognóra grM À pianto gkÉvansi a 
fatica, «ridiiodèndosi paréano fuggir la luce. Un 
frenpiènt» smgdlto intervòtto da cddi sospiri bsrtté»* 
gti il pèUo profondamente, e una TÓoe flèbile di 
qnéndo in qnèndo si asoohAva, che anddva sol ri- 
Jieléndo t ah Sohepin 1 tró^o céra e tr^fipo «me-» 
idle Sohepin t 

AecottlitDSi Tiobèng, e ia meno stringendogli 
ainot^osatnènle^ Deh! non vogliète, gli dfese, ah- 
bandonèrfi a nn disperato dolóre : tramata spòsa 
non è-aneòr perd^ dd tutto t H snUlme monarca , 
che 11 dèi prepóse d nòstro iittpèro, spènde i ràggi 
ddla sua ginstina egnalmènte in ógni parte. Non 
^^ avete vói fitto ancóra a lui penetrerò i vòstri la^ 



Alti. tlOBAM. 103 

nénli ? ^ Aà! GÓvne, ritpd» il giévìne SihìIUNi^ 
cóme fifio al«i&o tròno maooessfbile far arrivare il 
II1Ì0 piànto? — Or béae, disse Tiokàng, io stéssn 
saprò spianinn k .via. Più volle io ho avàle già 
mòdo d' introddrini prèsso al gran mandarino y éi 
mi conóade; dinénzi a Un saprò le guidarvi; e in 
MLtroveréfce U pretoltóre « il sostégno illa vòstra 
sciagura. A q[Ués|o ràggio ék nuòva speranza baie*- 
néndo d* ìnaólita giiSja V addolorato Sah^Lou , Deh ! 
non sia quésta^ esclamò, dna véna lusinga! la mia 
mòrte mvtìaibe inevitabile. — No , confortatevi , 
rispòse Tiohàng 9 domani al sórger ddi* alba io 
m'afiretlerò di recétmi a Taming a rivedére i na- 
tela miei i da odi sono assènte da alcéni anni. Essi 
eonsentÉcénno ben volentièri , che per sì giòsta ca* 
giòne io impièghi P òpera mia. Ripartirò immanlì* 
iiénte, ed alla capital dett' impèro vi sarò guidae 
compégno. 

Al primo albóre di fótti il sensilùle l'iobéng s' in- 
ramwìfaaa iféroo k pétrìa^ avvivato da una dólce 
compiaoénaa di aver trovéto un' occasione é\ béUa 
di faffie nn^aaiòne generósa, e jNyéno di^pedLnza ohe 
ia aik virlnòsa nsoluaióne sarebbe dèi genitóri ap^ 
pkudita. Ma qui al primo enMre in sua cesa dna 
scèna gli si presenta ^ die l'èmpie di meraviglia e 
(btervóre. Popc^ta èva. quésta dapprima continua- 
inéaAe<di persóne che peUóro affari a sdo padre 
avéaniicórso : or égli la trova affitto deserta. S' in-> 
noterà nàie séle, non éltii incontra che un vècchio 
fam^^o, a odi chiède di sdo pédre , e che sol còlle 
Jàgrtme |^ rispónde. Agitato da mille inquietddini 
éi a'affiràtta di presentirsi dlk médre per saper 



104 KOVSLLX IM «OAVE. 

pure che «» avveniiito^ e sepólta k. trova nélki cos« 
ternazióiie e nel piànto. Ah ! dùaifue , ég^ grida 
precipitàndoei nelle braccia di lèi , ddncfae mio 
pidre più non esiste ? La madre striagéndolo , e 
soUevàndosi con isfóno : Éi vive , o figlio, sì vive 
ancóra, ma neU'oU>r(^rio e nello squallóre. Un 
vècchio infelice 9 a edi il bàrbaro Takuài ha rapido 
rùnica figlia, è ricórso a tdo padre perchè égli 
r òpera siia interponesse, ónde giiignere a riavérla. 
Tuo padre ha osato di prènderne vivamente la di- 
fésa. Il crudèle mandarino irritato cóntro dì liH 
l'ha fatto indegnamente arrestare, e già da più 
giórni óra géme nei fèrri. Ah móstro F -gridò Tio-- 
bang trasportato di sdégno , io*qaésto eccésso non 
m' aspettava di scelleràggine ; ma non andrà lun- 
gamente supèrbo , no ^ tremi alla vendétta che già 
gli fischia sul capo. Così dicendo, éi si divélse dille 
braccia matèrne, e precipitóso córre alle carceri. 
Procuratosi quivi V accèsso , éji trovò ii^ÙDetta- 
bile vècchio, che in un basso f6Mii di tórre, óve 
un lànguido ràggio di luce scendeva a stènto, giacèa 
suU' ùmida tèrra aggravato dal péso di saddoppiàte 
caténe y ma che nel vólto tranquillo mostrava tut- 
tavia la serenità d' un ànimo virtuóso opprèsso dàlie 
sciagure bensì , ma non abbattuto. A quésta vista 
il giovine Tìohàng àlea un grìdo, e sc|l padre si ab- 
bandona. Égli placidamente : Un esèmpio in me tu 
vedi, o figlio, dell'umana ingiustizia : ma la virtù 
è pure un dólce .confòrto in quésti casi terribili. 
Tra lo squallóre di quest'orrido carcere io son più 
contènto, che il rèo tiranno che mi oppiTme non 
è fra la pómpa dèlie sée sàie. Io ho voluto difèn- 



• X¥I. TIOHAirO. i05 

dece l' innocènza e la niMérìa opprèssa dall' ingkis- 
tizia e dàlia prepotènza : quànd' anche avessi a mo- 
rirne y^ tròppo dólce mi sarà sèmpre il pensièro di 
aver £aitta una buòna azióne. 

Ah ! gli è il ribaldo che merita mille mòrti , gridò 
Tiohàng furibóndo ; quésta mano , sì ,. quésta mano 
.medésima. farà le vòstre vendétte. — No,, figlio, 
.guardati dal disonorare te stésso e tuo padre con 
un traspòrto inconsiderato. La mia innocènza si 
farà mantCésta, non dabitare. U cielo è giusto.— 
Orbène adunque, .replicò Tiohèng, a me s'aspetta 
il far manifèsta la vòstra innocènza e la vòstra virtù. 
U ci^o che è gidsto, saprà secondarmi. Ditemi óve 
soggiorna il vècchio infelice che vói avete cercato 
.invàno di difèndere* Al tèmpo stésso gli spiega il 
suo diségno , discopre la deliberazióne già présa con 
Sahikou. 11 padre l'abbraccia teneramente, e ba- 
ciandolo : Or ben, égli dice*, in te riconósco mio 
figUo : vanne.: alla tua pietà il cielo sarà propizio. 

Pièno di ardóre e di speranza, il giovine Tio- 
bang córre a trovare il padre dèlia rapita donzèlla; 
e riscuotendolo dal suo dolóre , il determina a venir 
séco a Pekino. Passa quindi a consolar sua madre , 
e la séra medésima gidgne col vècchio alla casa di 
Sahikou. Partiti di buon mattino tdtti e tre il dì 
seguènte, furono in pòchi giórni a Pekino. Quivi 
il giovine accòrto e indefèsso usando di tutta la sua 
aittività, riuscì prestamente a presentarsi co' due 
compagni al gran mandarino. Spiegò innanzi a lui 
con tiitta la fòrza' della sua eloquènza l' oppressióne 
sótto di cui gémeva la misera Sohepin, il cadènte 
di lèi padre , lo spòso afflitto e^disperàto ; e giunto 



106 lIOtELtt DI ÉOkft. 

pòi a dipingere lo squallóre in céi langufTa siio pii- 
dre medésimo per aver difésa dna càusa A gidsta^ 
égy animò il séo discórso d'on faóco sì viro , e 
d' an patètico sì commovènte e tènero , die il gran 
mandarino non potè trattenére le lagrime. 

Non tardò égli <piindi nn moménto ad informare 
di tdtto quanto l'imperadóre, il quale inorridito 
alla scelleriggine di Taknai, commòsso all'oppres^ 
siòne di Terin , e dolcemente intenerito illa gene^ 
rosità di Idi e del figlio, ordinò immantinènte che 
Il mandarino malvagio, spogliiio di tdtti gli onóri^ 
e infiimito , fòsse relegato nella parte più òrrida e 
più selvàggia dèlia Tartéria ; che Terin sottentrasse 
ifia carica, di ciii il ribaldo si èra fótto sì indégno , 
e ciie il giovine Tiohàng , sótto l' imperiale prote- 
sone ^ fòsse in Pekino elevato alle digiiità ddP im-* 
péro. 

Ebbe il giovine taloròso ÌI piadère di recane égli 
stésso qnésti órdini a Taming f e sollevato dillo 
squaMór dèlie dirceli alla caricapiù sublime déHa sua 
pàtria il virtuóso sdo padre, godette di rènder quivi 
di pròpria mano ad un vècchio cadènte la cara fi^ 
^la^ e la spòsa ad tin tènero amante. Tornato pòscia 
n Pddno, èi salì di mano in mano a' più cospicui 
gradi , finché pur gidnto col tèmpo a quello di gran 
mandarino, si rèse il modèllo de* sàggi ministri, 
e divenne l'amóre e F ammirazióne di tdtto Vìm^ 
péro. 



XTIf. Ut 6X0ÌE 



NOVELLA 

LH GIOJ^ IN 

Nbua prìoia di quéste N 
esordito un di qaégli itti di 
gusto Giuseppe 11 sa colloca 
coudifv per ckHce mòdo, ci 
ióre, e pin vivo u»fa sentir 
égli però è ingegitósp nel < 
ficj , altrettanto sagace sa di 
aocortissiini ritrovati, ove g 
isooprire la verità e rioie 
viene. 

Non è ancóra gran tèmpo 
vine cavaliere consunta ave 
giliór parte de' suiH averi, tr< 
a cdi quésto vizio ^ól ben 
acsórti che a l«ii si abbandc 
mii d'ogni còsa, e impot< 
passióne ehe il dominava, n 
néraene, perchè ognór vii 
singa di poter giungere 61 
delle ade pèrdite, incominc 
qaal mézzo trovar potesse a 
oiroy ónde nuovamente ài 
Ben éi vedeva che per onés 
bile d'acquistarne, e che 
i' incontri&re chi fòsse A jp 



110 NOVELLE DI SOAVE. 

rìfàno a dovizia di tthto ciò ohe ho perdOto «n^pi^ 
anni ; e l'amor mio vuél pria di tutto ch'io pensi, 
a rèndere eon nsdra qnéllo dbe a te ho rapito. Scé- 
gli oMi fra quésti giojélii qué'che ti sono più in 
grado : domani io darò órdine ai gioiellière, che 
àén legati in quella guisa , che più vorrai. Fa in- 
tanto di porli ben chiusi in luògo, óve sianapiena- 
ménte sicuri , e non farne motto a persóna del 
móndo, se pur ti prème di averli : ch'Io non vo' 
che nessuno ne abbia sentóre prima che te li vegga 
dattórno. Lièta oltremódo la móglie , prometten- 
dogli il segréto , li serrò a chiave nel jùù ripósto 
Inógo e piar custodito; ed égli intanto diléi ridendo, 
andò qua e là tacitamente spiando óve trovane :po- 
tèsse occasioni di cambiarli in denaro sènza «asei'e 
discopèrto. 

Yeniita la nòtte, il gioiellière non fu sènsa tor- 
bamènto , pensando fra se medésimo alla sua tròppa 
fidanza, e alla pòca accortézza con cui avéa com- 
mésso ad un gióvane dna sómma di sì gran prèzzo. 
Nondiméno considerando, ohe nòbile égli èra, e 
nobilmente allevato, né fatta avróbbe azióne , che 
indégna fòsse de' suoi natali, .e '>di qué' senti- 
ménti d'onore che a cavaliér si convengono ; e per- 
suaso ch'éi fòsse pur tuttavia sì ampiamente fornito 
de' bèni della fortdna , cóme éralo per V innanzi , e 
perciò lontano cóme 'da ógni bis<^no, così-inche 
da ógni menoma tentazióne a voler far suo V altrui ^ 
andàvasi racconsolando, séco però proponéDdo di 
voler èssere altre vòlte più avveduto, né più dar 
luògo a sì fatte Inquietùdini . 
Giùnto il mattino, e crescèndo in lui vie più k 



XTII. LE GIOJB INVOLATE. IH 

agitazióni e Taog^istie, riaolvétte di andare égli 
stésso alla casa del oaivaliére a udir la rispósta , e 
ripoitime le gióje, séiuca aspettare pia óltre» 
Quésti fé' dirgli in sulle prime di' égli èra tuttóra a 
lètto y e che più tardi a lui ritornasse. Ma il gìojel- 
Hérft non si volendo partire sénaa le gióje , gli fé' 
rispóndere che nùUa aveva di premuróso die altróve 
il chiamisse, e che quanto a lui fòsse piaduto , as- 
pettato l'avrebbe. Dòpo alcun tèmpo vedendo il 
cavalière, che q[nést' incóntro o tòsto o tardi per 
niÙQ mòdo potéa schivarsi , fattesi ànimo a soste- 
nérlo, e àUa fròde unendo l'ardire e la sfronta- 
tezza, ritiratosi in parte óve da alcuno non fòsse 
intéso, il ie'introddrre, e cóme se uòmo nuòvo gli 
fòsse, e nioDO affi&re avesse con lui avi&to giammài , 
tran<faiUaménte gli domandò che volesse? lo ho 
credoto mio débito , disse il giojdliére , di afiret- 
tarmi io stésso a udire ciò che avete ordinato per 
qué'gìojéUi, che jéri mi comettéste, e risparmiare 
a vói la briga di riportarmene la ri^sta. — Gio- 
ièlli ! rispóse il cavalière con férmo viso , e in finto 
atto di maraviglia : di che giojèlli parlate vói ? --> 
Cóme ! di che giojèlli ? tutto turbato e pàllido, re^ 
plico il gioiellière ; non foste vói jéri in mia casa , 
e non m'ordinaste v4À dimostrarvi quanto- io avessi 
di glknme più prezióse , e di compóme var| diségni ; 
e le ^js6 coslb di^ste non vi portaste vói qui per 
udir la scélta di vòstra móglie , a cui dicevate vo* 
lérne fare un presènte ; e non prometteste vói , ehe 
stamane le gióje avreste a merìportàte insième coU' 
órdine di dò che élla s'avesse scélto^ e che io far mi 
dovesti per contentarli ! — * Io non so né di gióje, né 



112 - HOVELLE DI SOIVE. 

di iiU«égDÌ,iiè di dte iliro v'aoddte dicendo, rispÒK 
coli' atto itósM) di simuldu ammiratiòne, e con vi» 
egualmente inlrépìclo, il cavalière; o vài mi seam- 
biàteper altri, ovóisognitetutl^ra. Il giojeUìéfea 
tiì détti incominciò a disperarsi ; e caddtogli io- 
ndnri, il pregò còlle làgrime àgli òcchi pw quanto 
v'ha di più sacro , o ch'egli potesse aver di più 
caro, a non voler desDlitrlo; che se quelle gióje 
rendùte éi non gli avesse , égli èra del tutta per- 
ddto; ch'egli, e la móglie sua, e i «nói tèneri 
figli più non Bvéano scampo ónde non èsser cos- 
tretti a morir di fame - gli rieordò ciò che déUia 
ógni uòmo, e più nn cavalière, a eùi i sentiménti 
d'integrità e d'onore più altamente és«cr debbono 
.imprèssi ; il pregò a non volére i\ mal compensare 
la fidanza ch'egli aveva in Idi pósta : il minacciò 
finalménte par de' gindi^ dì Dio, a cui tiitto è 
palése , e che sevèro pnnitòi'e è de' malvigi. Jt^"- 
il cavalière di tutto beffandosi , e tutto ^en- 
déndo per ginòco e per trastullo, ed or d'abW- 
glio accnsàndolo, ed or di sógno, e talora ezian- 
dio d'nbbriachèzza e di delirio, si tenne ognòr 
férmo a negiire che mài né gióje né altro avesse 
da Idi avdto : e ultimaménte incominciindo il 
giqellière per disperazióne a gridare, e a'Jar dito 
Bcbiamizzo, éipnr gridando quasi di còllera, ébme 
pàiszo inqwrtnno, e cóme ribaldo obbriico, ca- 
ricandolo di villanie, il fé' strascinare giù per le 
«càie, fl cacciar di sda casa. 

Il mlser' uòmo , che non avendo né testimóni > 
né scritto alcuno, a ciii appoggiare le sde ragióni, 
ben vedeva, che iudtile saFébbe Btito il rìchia- 



XVn. LE CIOJE INVOLATE. ll3 

mérsi a' tribunali ; perdii^ credendo ógni cesa , èra 
oggìmài per nsdr di se stésso : tanto il pungeva e 
il dolor della pèrdita , e lo sdégno del tradiménto. 
Qniìndo in buon plinto sowènnegli d'ayér ricórso 
all' imperadóre ; e gittàndosi a liii dinanzi , lui far 
suo gii&dice e suo sostenitóre. Égli è tròppo sàg- 
gio, diceva, e ben saprà égli discémere chi dica 
il véro, è tròppo giiisto, perch'io non abbia a 
sperare ch'egli mi rènda ragióne. 

Chièstagli adunque udiènza , eh» fàcile ottènne 
da quella benignità, con coi l'animo di quésto 
auguro monarca è sèmpre apèrto a udire e a 
riparare i mali de' suoi sudditi , égli espóse mi- 
nutamente quanto oragli occórso ; afiermàndo con 
giuFaménto tutto èsser véro. 

L' imperadóre, che dàlie làgrime e dal dolóre 
dell'uòmo dabbène più che da' suoi giuraménti 
ben comprendeva , che véro doveva èssere quanto 
égli asseriva , fattolo ritirare in disparte , mandò 
tóst^pel cavalière, ordinando che, ovunque si 
ritrovasse , immantinènte a lui fòsse condótto. Si 
scòsse qnésti al comando inaspettato, e tótto sulle 
prime sentissi da capo a piedi raccapricciare # ma 
richiamata ben prèsto l'usata intrepidézza, e in 
ciò fidandosi, che niiina pròva poteva il^giojel- 
lière cóntro di lui arrecare , con férmo ànimo si 
presentò, e quanto gli /u oppósto, tutto negò 
arditamente. 

L' imperadóre* vedendo che niùna confessióne 
poteva da lui aversi , una esatta ricérca deliberato 
già aveva di ordinare, che in casa di lui fòsse 
fatta per ógni parte. Ma cóme altróve potév^n 



• « 



3 KÌéi« , o p6Ae io InAgo d6vs non £&■» 
1 rimedirle; p«r tràroe più proatunàite 
li, innaagÌDÒ di fir ilio ^ an lottile str>- 
aa die ebbe éiito Midswmo. B«n égli 
mtindori che iHa v^lie il segréto uob 
ésaere interaméate UMÓtto, impÓK al ca- 
di Mri*erte incontanènte qtiéUo Tigkétto : 
«ta a cuòre di talv^ la mia vita, fìte che 
ian rimésse al presentatóre di quésto le 
he jérì vi ho mostrate. ■ 
il órdine il cavalière impallidì, tdtta gli 
lali'inimo latria fermézza, e prostrata a' pie 
mirca ai die tremante a confessire il suo 
. Non valse p&nto però la tròppo bbrda e 
confessióne a scamparlo dal roerìU^ cas- 
t il giojeUìére riprése novèlla vita , giùnto 
Mgice accortézza del suo sovrino a riac- 
e felicemente ciò che per la sua sotérchia 
. e dabbenàggine avéa perduto. 



NOVELLA XVIIL 



blu alcóne vòlte, che qnéil), iqnili hanno 
lo sópra d'altrùi, o per mila preveniiòne, 
false accuse, o per impeto dì passion vee- 
vérso aldino de'lor soggètti, ilivéngano 
j, e il puniscano sènza ragióne. Chi è al- 
ttopósto , óve ciò gli interrènga , dèe sapere 



XTIII. IL TORTO RIVAKATO. 115^ 

prttdenCeinénte frenare i nuòti , die ééflta in sulle 
prf me no^ ingidsta condiniia ; e in hiégo di rivol- 
tarsi , o di mormorime , aspettar pazientemente , 
cbe occasiÀai opportdne gli dian campo a sooprfre 
la sda ÌBaocénza, e che il tèmpo, il qaàke suòle 
élla fine coaddrre in léce 1% verità, per se mede* 
flimo la manifèsti : e dii régg^ , cessato il boUór 
primo, che lo ha tratto a precipitata sentènza, dèe 
aprir F àdito liberamente ad ógni giastificazió ne 
o discòl|>a ; e riconosciuta 1* innocènza di quello, 
che prima rèo gli apparve , dèe farsi mi dovére di 
richiamare il tòrto fatto, e di ripararlo. Dell' una 
e ddl*iltra còsa un chiarissimo esèmpio ci han 
ft«raito , non ha gran tèmpo, due di quégli uòmini , 
i ^lili , perchè tr^po da nói disgiùnti di costu- 
manze , e di clima , tròppo inferióri a nói si so- 
gfiono riputare dal nòstro orgóglio , e disprezzàr 
cóme barbari. 

Aydèr-All(i), che negli anni ultimaménte tras- 
córsi tanto Mnga e penósa briga seppe dare agi' In* 
glèsl siHle còste di Coromandèl, strétto èra di 
alleanza e di amistà co' Francési infin dal tèmpo, 
che altra ferocissima guèrra fra quéste diie émule 
nazióm si accèse nel 1755, la quale a par dell'ùl* 
tìma non sólo in Europa , ma nell'Africa ancóra , 
e nell'Asia, e nell'America per ógni parte ne 
stése l'incèndio e le rovine. Or avendo in quo* 
tèmpi nell'Indie pósto gl'Inglési l'assèdio a Pon- 

(i) Coti è chiamato dall* autóre della si&a vita, benclià 
pia comuoeméate sia conotciiito §óMo il nóme di llydif 
Mi. 



A . —, 



}16 NOVELLE DI SOiVE. 

4lichery, città primaria e la più cospicua, che il 
francése dominio avesse in quelle parti ; avverti- 
tone Aydér-Ah, benché si trovasse égli mede* 
sìmo da Canéro, suo crudèle nemico, e da' Ma* 
ratti, bellieosissiraa gente, nel suo paese di 
fiengalour fieramente assalito , spedi nondiméno 
sótto àgli órdini di Mortum-Sa^ quanto potè di 
truppe e di soccórsi per liberar la città assediata. 
Era Mortiim espertissimo capitano, e malgradc 
la vigilanza assidua de' nemici tanto seppe intro- 
dtirviedi gènti, e d'armi, e di vettovàglie, che 
dóve per difètto di opportuna difésa sarebbe stata 
dapprima costretta a cèdere in pòchi giórni , pe' 
suoi soccórsi potè lungamente far frónte al feróce 
Impeto degli Inglési. Alla fìne però essendo quésti 
tròppo di fòrze superióri , ógni resistènza ed ógni 
ajùto fa vano, e ìfk città dovette rèndersi in poter 
lóro. 

W udì Aydèr-Àlì la spiacévole nuòva nel tèmpo 
appunto, che, sconfìtti in sanguinósa battàglia 
Canòro e i Maràtti, aveva égli di quésti riportata 
un' iptéra vittòria. Di dò orgoglióso , tròppo di 
onore éi riputò che si scemasse alle siie armi , se 
in ógni parte non èrano egualmente vittorióse : e 
credendo che a cólpa di Mortum si dovesse attri- 
buire, se il soccórso spedito all' assediata città 
riuscito èra sènza alcun frutto, cóntro di lui fiera- 
ipènfe s' accèse, e tornato che fu appéna, e sènza 
lasciargli pur tèmpo a difèndersi, caricatolo di 
amari rimpròveri, ógni grado gli tòlse, il dispo- 
gliò di ógni onore, e sprezzato, e avvilito alia con-r 
dizióne il ridusse del più abbiètto privato. 



XVIII IL TORTO RIPARATO. 117 

Sostenne Mortiim con'fórte ànimo la trista umi- 
liazióne; e contènto di trovar nella pròpria co- 
sciènza un testimònio ed un giùdice dèlia sua in- 
nocènza, sènza resistere, o £ir laménti, alla péna 
non meritata si sottopóse. 

Ma troppo altamente doleva a* soldati, che sótto 
di Mi avevano militato, e che non meno V amavano 
per la sua virtù , di quello che V apprezzassero pel 
suo valóre , di vedére sì mal compensati i mèriti 
di un tant'uómo : alcuni Francési, che fra quésti 
èrano, sì tòsto che vidér nel re calmato P Impeto 
del primo sdégno, incominciarono a dimostrargli, 
che Mortiim nulla avéa tralasciato di ciò , che ad 
espèrto e fedelinjnio generale s' appartenesse di 
operare ; e che ^r lui sólo avéa la città assediata 
potuto règgere sì lungamente Àgli assalti nemici ; 
e che prèmio ed onore dovèasi , non punizióne ed 
infamia èlle valoróse azióni da Idi fótte in difésa di 
quella. 

Aydér-Ah, che quinto ardènte e feróce ne' primi 
impeti, altrettanto èra giusto e generóso, quando, 
. cessato il turbaménto deli' ànimo, la ragióne in lui 
r^ >«rìpigliiva il sdo impèix), chiamati a pièno consiglio 
i capi dell' esèrcito , che èrano stati a quella spedi- 
zióne, volle da tdtti udire partitamènte ciò che ivi 
fòsse awendto , e quali fóùero state le cure usate 
dal comandante, e quali gli órdini dati, e qnilj 
le imprése tentate, e quali i fatti , e cóme condótti, 
e con quii èsito, e qui&li gli ostàcoli incontrati ad 
imprèse più grandi e più glorióse. Nulla da quésti 
esame éi non raccòlse , che da ógni sospètto di 
cólpa non assolvesse Mortum , e che a lòde di luì 



raadiuìtiia non ritornasse. Peqtito (juludf del fio 
)gtÙBto e inconsiderito traspòrto, éi pensò t6stai 
ripararlo ; e cóme piifabbco èra stilo Io bc6e*o » 
ii fiitto, cosi pùbblico pariménte v^lecbe fóssene 

IMto pertanto órdine, che oélla più^pléndlda e 
ili magntGca pómpa che fó^se. mài , si allestisse 
sroantiDénte il fastóso corredò, con cui égli soléa 
uwtT^siin pùbblico uè' dt solami, accoaipagnito 
OD pure diUe sue guardie, ina da tutti i grandi 
élla sda córte,'e da tutti quelli che séco tenuti 
véva a consiglio, e segnilo da immènsa fólla di 
ópolo accórso, illa i}ìsa di Mortùm s' iuca^m^;' 

Quésti cbe nulla di cib sapctA a cui la fortuna 
«n tòlto aVéa lo splendóre ed ii fasto delle supèrbe 
llgnitji,^a non ia virtù, e la quiète dell' iuimo, 
he séco éi-a m ii sèmpre , stivasi tranquillamràte 
agindo in ihito sémplice e dimésso in nn «uo 
;iardino , ed occupandosi piacevolmente d' intórno 
II' èrbe ed iUe piante che Ivi èrano, ammirando 
OB dólce commozióne l' immènsa ricchézia e le 
«Uéue ioei^ili della natura. 

Aydér-AU lo scòrge dall' ìlto del maestóso ete- 
inte sa cui ledeva ; e fatto incontanènte arrestare 
Atto il cortéggio, e scèso a tèrra, a Mortùm cóne 
ncóntro, e getlAtegli le braccia ;d còllo, e più 
'<Mte- baditelo. Io dèggio, disse, arrossire del 
òrto EUlo dlla tua viilù ; ma godo alméno di aver 
tea prètto incontrato obi mi ha tòlto d' ingìnno, 
I di potértene or ristorile. So che la tua condòtla 
ì ttata cosi dégna di lòde, cóme io di biàsmo 



XVIi;. IL TORTO RIPABATO. 119 

r avéa riputata meritévole. Or abbi Ui ddnque pur 
di bel nuòvo tutti gli onori , che a lèi si débbivio, 
e dàlia mia amicizia , e dall' amor mio chièdi libe- 
ramente ciò che più brami. — Nella mia sciagi&ra, 
lispóse sommessamente Mortùm, nulla àkro mi 
dolse, che di avere perduto un^uór generóso, 
siccóme è il vòstro : -Or che vói, Siro, pur vi 
degnate di rèndermelo , qnàl altra fortuna poss' io 
desiderare? 

Aydér-Ah riabbracciatolo nuovamente il fé! salire 
con pómpa sul siio elefante, ed éi precedendolo a 
cavillo tra le infinite acclamazióni del pòpolo, che 
al meritato onór di Mortùm egualmente, e al ge- 
neróso atto del re applaudiva ^ a manièra di tiùónfo 
nella sna règgia lo ricondusse ; e quivi renddtegli 
tutte le dignità, e di nuòvo onoratolo, Fébbe pòi 
sèmpre, infln che visse, cóme il più riputato e più 
caro della sua córte , offrendo con ciò ad altrui un 
solènne esèmpio del mòdo con cui un cuòre ma- 
{inanimo die riparare i tòrti fatti, allorché giii^ne 
a discoprirli. 



NOVELLA XI\^ 

IL CONTE d'oIìENGO, O l' EDUCAZIONE . 

Il più pericolóso moménto per un giovine cava- 
lière, e che spésso decider suòle pur anche di tùtt» 
la sua vita , égli è quello in cui sciòlto da' vincoli 
dell* educazióne èi comincia a divenir padróne di se 



120 



NOVELLE 01 SOAVE. 



II 

fi 
ili- 



medésimo. Non obbligato , cóme veggiàmo che s6^ 
gliono essere la più parte, ad alcdna occupazióne, 
e abbandonato ad nn òzio perpètuo, s'egli s'ab- 
bàtte, siccóme è fàcile, ad accompagnarsi con altri 
gióvani al par di lui sfaccendati, che prèsto pure 
divengono viziósi, égli pèrde in brève tèmpo l'in- 
téro frutto dèlia educazióne ancor più saggia e più 
accurata; diméntica tutte le màssime, lascia da 
parte ógni istruzióne, e sedótto dàlie prave insi- 
nuazióni di quelli co' quali usa, animato da' conta- 
giósi esèmpi, determinato sovènte dal tèdio medé- 
simo dèlia vita, per non sapere che farsi, a pòco a 
pòco a tutti i viz) si dà in prèda. 

In tale stato trovóssi appunto il gióvane cónte 
d' Oréngo al primo uscir di collègio. Égli èra ùnico 
figlio di un ricchissimo padre, e abbandonato a se 
stèsso sènza esperiènza, e sènza guida entrato nel 
vòrtice del gran móndo, fu attorniato impianti- 
nènte da una fólla di gióvani del tèmpo, di> cui tòsto 
apprèse tétti i costumi. Disoccupato inferamente e 
ozióso, or coli' uno or coli' àltro^ di quésti , èi cer- 
cava di riempiere il vóto dèlia sua vita , dividèndo 
con èssi le óre tra le frivolézze, il libertinàggio, ed 
il giuoco. All' aliménto di tali vizj mal poteva bas- 
tare il denaro che il padre forniva gli mensualmènte. 
Ma i compagni dèlie sue pràtiche, e quéi che il 
frutto godevano dèlie sue prc^usióni ,. sèpper ben 
prèsto trovargli degli usuràj , che ad inique condi- 
zióni, e sótto false scritture, il dièci prestandogli 
per aver cento, somministràvangli tutto quello 
eh' èi richiedeva. Per quésti mézzi égli venne in 
. brève a caricàvsi di débiti ólli'e misura, i quali un» 



XIX. IL CONTE b'oAENGO. 121 



gran pdite déUa partérna eredità gli aTFébbono 
sorbito, se il padre in quéi tèmpo fòsse yendto a 
mancérgli. Quésti frattanto ógni còsa ignorava, e 
sedótto da apparenti dimostFazióni di ossèquio e di 
filiale deferènza, che quégli aveva imparato a simu- 
lar per vie mèglio assopirlo, credeva che tiitto se- 
cóndo i suoi desidérj procedesse. Un» perdita stra- 
ordinària, che fece quégli sul giuoco ,. fu il primo 
rofflóre, che destò il padre, e che determinandolo 
ad esplorare minutamente i passati andaménti del 
figlio, venne a scoprire tutto l' abisso in cdi èra 
precipitato. 

Il primo pensièro, che l'ira gli suggerì a siffiitta 
scopèrta , la quale tanto più lo colmò di amarézza 
e cÈ sdégno , quanto èra men preveduta , fu di 
cacciar da se il figlio immantinènte^ e fargli in un 
castéUo pagare il fio dèlie passate diss<dutézze. Ma 
rientrando iu se stésso , a ménte più posata e tran- 
quilla égli vide, che ciò ben serviva a punirlo, ma 
non però a corrèggerlo, e che la péna già noa 
avrébbegli estirpato dal cuòre il vizio e il mal cos- 
tume, ma sólo r avrebbe più fieramente cóntro* 
del punitóre esacerbato. Conóbbe égli dall' ddtro 
cinto, che a se gran parte doveva imputir dèlia 
cólpa Dell'averlo sii pòco accortamente abbando- 
nilo a se medésimo, e quasi necessitato col lasciarlo 
ozióso a divenir vizióso e scostumato. 

Pensò égli dùnque a- riparare il mal fòtto, e 
chiamato a se il figlio, che tròppo cònscio dèlie 
sde reità, tremante e pàllido appéna aveva corag- 
gio di presentàrglisi, così gli disse : La tua con- 
fosióne abbastanza dimostra^ che ben tu sii quii 

ic 



Verdóne dorréUimi alla tói pMiita condótta. 
coraAnqne rèo tu ^i , e indégno déUa paft^^a 
trevoléEEi, io non so ancor tuttavia dinoenti' 
ni, che ti «on pidre. VantÒK die più non 
iti, mt cb'io non vógUo ancóra bandir dall' 
no, fa che per óra io ti perdóni la péna 
dta a' iDÓi disòrdini. La ttia condótta in mvve- 
■ fari eh' io determini , se rigaardire ano^ ti 
ba , ed amar cóme figli») » esect^re per 
pre, e caricare di tdtte le mie maledizióni. 

i tui^ disòrdini intinto son óra da riparare, 
i débiti enórmi, che d'ogni pirte hai con- 
to; e benché lasciarne a te dovessi l'orrfbil 
3, lo non vo' tuttavia, che méntre ho |>ósta 
pre ógni cdra a soddìsfire sollecitamente cias- 
o di ó^i còsa cb'lo gli dovessi, ìbbia il nóme 
n mio figlio a rimaner prèsso altréi segnato fra 
[li dèi debitóri. Palesami adunque tatti colóro 
it tn devi, e quinto devi a ciasotino, e per quii 
lo. La sómma o il nùmero non ti ritenga ; che 
laldnqne eccésso io gii son prepardto ; e voglio 

alméno in quésto ibbia la bontà mia un com- 
io della tua sincerità. Qoìado pur tn voléni 
rne alodoo , io avrei mòdo di gidgnefe a diseo- 
io, e tn non faresti die divenir mentitóre , e 
leritdrti interamente e per sèmpre ijn^la affe- 
« che per te voglio aerUr tuttóra. 
ercósso a quésto parlire misto d' amóre in- 
le, e di gidsto sdégno, si sentì il gióvane at 
re i più acihi rimòrsi , e il dover al pidre ma- 
stàre tutti gli effètti de'snói passiti traviaménti 
)pr) di confosióne e di rossóre. Vide cid non 



XIX. IL CONTE d'oRENGO. 123 

oMate , die tròppo per ógni cónto gli conveniva 
d'esser sincèro, e lo fu sènza nulla Ucèrgli. 

Il pidre , adita ógni còsa : I taói débiti , disse, 
saràn soddisfatti ; né altro aggiungendo , che ben 
vedeva non èsserne mestièri, il licenziò tutto pièno 
di compoózióne insième, e di tenerézza e di ver* 
gógna. 

Cititi quindi a pirte a parte i creditóri di Idii , 
con ciascuno convenne di ciò che ragion voleva che 
a' débiti di tal natura si detraesse : e ciò stabilito , 
latte apprestar dde gran tavole nella sàia , ordinò 
che sn d'una fossero stèse in tanti scudi d' argènto 
le sómme che a ciascuno de' creditóri pagar dovè- 
vansi, e sull'altra per eguài mòdo le sómme» che 
égli aveva férmo con èssi, che si dovessero de- 
trarre. 

Indi chiamati tutti i creditóri, ad un tèmpo, e fótto 
venh« il figlio , volle che sótto àgli òcchi di lui fòsse 
contato^ ciascànoquel che a ciascuno apparteneva : e 
congedatiti per quésta guisa ad uno ad uno, allorché 
sólo con liii rimase, in vóce piana e amorévole : Se 
mèglio tu avessi saputo ciò che costar ti dovevano le 
tde follie, io ben crèdo , gli disse, che ]Mà saggia- 
mente par ti saresti condótto. Or tct l' bài veduto 
cógti òcchi pròpij , e da te rèsta il pigtiàme esèm* 
pio. U continte , che -stéso ancor miri su quella 
tavola tutto insième co^rèsto rapir ti dovevano le 
luàle gènti, alle quiU ti sèi fidato, che a tanto 
/ascendeva l'intéra sómma, ónde fatto ti èri lor 
debitóre. Io ho saputo salvartelo, e alla mia mòrte 
ti sarà dito. Ma quésto è il sólo dóno, che per me 
devi aspettarti, óve maggióri non sappia tu meri-* 



( 



NOVELLE DI SOIVE. 

B con UD novèllo teaór di vfb. Se ciò &oa 
9 ; quello che le mie aire , e la mia iaddstria 
an procacciato, aiuicbè deliba èsser distratto 
guamèote da on pròdigo dissipatore, verri 

mèglio da me impiegato > prò d'iltrì, che 
lio sappiano meritarlo , e fime uà uso più ug- 

lo voglio frattinto da un esperiménto co- 
ere quello che posso da te prométtermi. Per 
inniio vo'che lacdradi dna poraión de* miei 

a te venga affidila. H mAdo con cui saprii re- 
rti, e quello con cui fratlinto io ti vedrà 
roire te stésso, argomàito sarinnoroi per 

1 *^sta della quantitil enórme d'argènto ch*é|^ 
bte d'aver profdso e che sì grinde mai non 
immaginato dapprima , inespèrto a sapere 
9 tovénte twsii còsti nel fìtto cìb che ben prèsto 
muDiiàto còlle paróle, riempi il gióvane cónte 
no stordiménto st grdnde, che stupido èi ne 
se , (èoia saper mòv», òcchio , né apprì r Uh- 
Più ancor l'atterri la mindcda de) p^dre, che 
po bène éi però cwaoscér» quanto si fòsse 
ta, e ragionértde. 

ntuttckiò in pòdii giórni dileguito fórse sai- 
esilo stupóre e lo spavènto, e a pòco a pòco, 
«ne avvenne gii di molt' altri, ritornato éi sa- 
e al primièro costume,- se lasciito nnovaménte 
Dtlca sciopenitéua , égli avesse dovuto por di 
inoro còlle medésime pritiche, e cògli stéssi 
)dgoi, o lor «omigliinti cerdrsi nn pana- 
lo. Ha la novèlla Dccnpa^óne, in cdi fu pósto, 
ine b sua saldte. 



XIX. IL CONTE D'oBENGO. 125 

Applicato seriamente aMoméstìci affitri, él n 
distòlse dal circolo degli oziósi, e dalie lor trésche, 
e ben fìi lièto di trovar mòdo , ónde passare più 
ntilménte i suoi giórni , e non meno piacevolmente. 
Al tèrmine dèi dde anni suo padre ne fa sì pago, 
che r amministrazióne a Idi rimise ancóra degli 
altri suoi bèni , sol riserbandosi d' indirizzàrio ed 
assisterlo, óve occorresse, co'snòi consigli. Una 
saggia e onestissima dama a cui si strinse in matri- 
mònio, finì di compiere in lui la bramita rifórma 
del viver suo, e a farlo in apprèsso lo spècchio 
de' cavalièri più sàggi e più costumati. 

Alla mòrte del padre, cui vivamente compianse, 
rìmisto erède di tutto , èi trovóssi un de' più ric- 
chi signóri. Ma ricordévole di ciò, ch'era a lui 
avvenuto, pensò a impiegar soprattutto le sue ric> 
chèzze a ben allevare il figlio , che gli era nàto , 
convinto in se pienamente, che quando piire la 
maggior parte avesse in ciò a consumarne, ab- 
bastanza dovizióso verrebbe sèmpre a lasciarlo, 
quando il lasciasse ben educato. 

Appéna cominciò quésti a poter règgersi, ed a 
mostrare i primi liimi della ragióne^ di man fb- 
glièndolo alle fantésche che empir li sogliono di 
pregiudizj e d' erróri, e il séme infóndervi o ali- 
mentarvi de' primi vizj, vóUe égli che séco fòsse 
mài sèmpre , o còlla madre, e l' uno e l' altra còlla 
dolcézza continua e còlla ragióne temperando il 
raro , ma férmo e inésoràbil rigóre , che le occor- 
renze talòr richiedevano, il seppero rènder sì dò- 
cile , e al tèmpo medésimo sì gioviale , sì apèrto e sì 



yice , che il lor traitdilo éi divéane, e il lor pU- 
N« cóme il piacére e l'ammiruiAne di ogDiino 
ie lo vedeva. 

Gidato che fa all' età d' ioni aétte , éi comiacìb a 
maire cóme fornirlo di òttimo precettAre, cbe 
égli ftddj nOD meno ohe ne' dovéri ad nomo 
nésto, «cittadino, a cavaliér convetiévolt, l*in- 
ruissè. Ricérca éi ne fece per vàrie plrti, ma 
uè* che itti aarébbono stili per Mviéiu e per dot- 
■im a ben allevarlo, mii bì sapéan ridiirre a sa- 
riBcdre la vita lóro con nu fanciiillo ; e qné' che 
rÓBti si oRcrivano a tal impiègo, éi non troviva 
m itti a sostenérlo. Métto pensièro gli dava piìre 
vedére , che più cresceva in età, e meno èra pos* 
bile di tenérlo ognór lontano, dille fantésche e 
a' servidóri, che spésso o c()i miìi essémpj , o 
>' discórsi inconsiderati, o còlle vili adulaziÓDi, o 
ille insinuazióni pervèrse guastano in un sol 
ónto il frutto dì mólti mési , o di inni intéri. In 
uésta perplessità còi-segli illa ménte il collegio 
ov'égli èra stato allevato; ma il pòco ùtile, che 
e aveva ritritto, da quello interamente l'aDoDta- 
!va. 

Par ri pensandovi attentamente, él si sowéane 
lie l'indocilità, la dissipatézza, l'aversióne jgli 
:iidj , e i primi germi del mal costume éi non aveva 
nlà sentito, se non altór (]Dàndo già adulto égli 
réva incominciato a scuòtere il giógo dèlia disci- 
lina, e che 11 rigor delle règole pia non èra ascol~ 
ito; ma che ne' primi inni quando la tènera età 
astringévalo a dover vivere ubbidiènte sótto l'im- 
éro , e U cura assidua di chi èra prepósto a gover< 



XIX. IL CONTE d'oBENGO. 127 

Dirlo 9 serbata in Iiii érasi l' iimocéaza ; e che la 
pietà, la decitila, e T amóre èlio stùdio a quésta 
andavano pur congiiintì. Un yantéggio égli vide 
ancóra d' averne tratto tn qnégli anni , che il con- 
versare co' snói eguali , e ognór sótto àgli òcchi di 
chi vegliava sópra di lóro, liberato l'avéa da più 
pregiudizi d'orgóglio e di presunzióne, che aveva 
séco portato dàlia casa patèma, e datogli laógo ad , 
osservare per tempo , e vie mèglio conóscere i . 
vàrj caràtteri delle persóne, e fornitagli l'occa- 
sione a farsi di mólti amici in vàrie parti , la cor- 
rispondenza de'qaàli tùttor compìacévasi di man- 
tenére, e offertogli un libero sfógo e innocente 
a' puerili trastulli , che tanto alla fisica costituzióne 
contribuiscono, e che soppressi forzatamente Jn 
una privata educazióne da chi d' un fanciullo voól 
far un uòmo a dièci anni , scoppiano pòi disaccon- 
ciamente più tardi , e ne fàuno un fanciullo a vénti. 
Ciò ben ponderato, égli avvisò, che in qué' primi 
anni migliòre allevaménto suo figlio potesse avere 
in un collègio, che altróve; e vel póse. 

Tòsto che quésti incominciò a toccare i dódici , 
e che uscito già il vide di qué' principi , che tanto 
sogliono recar di nòja e di péso a chi ammaestrar 
ne debba i fanciulli , tòltolo di collègio , si die a 
cercare un uòm pròbo , prudènte , di cólte e soavi 
manière , e di profónda dottrina, che nelle lèttere , 
nella filosofìa, e nel divitto lo istruisse; e séco 
usando più da compagno e da amico , che da pre- 
cettore , nel viver onèsto e civile al tèmpo mede- 
amo lo ammaestrasse, e dagli esèmpj altrui, e 
dalle attènte osservazióni su gli atti lóro , e su i 



à 



ffi HOVELLB m «UTE. 

ro détti cogliéMe opportmwiiiéDle le oecaaióai 
T informarlo di ciò che fare o dir conriéDe, e 
r'módi eoa ciii è hène di contenérsi; e tótta in 
qiDiia quella ciiri, e qud pernierò se ne pren- 
«se, che id espèrto e savio educatóre t'appar- 
Ine. Kè col rigoardévole stipéDdìo , e còlle ono- 
voli condiiióni che gli proférse gli fu allóra 
Qìcile di ritrovarlo. 

lotànto di ibiìi maèstri pur lo fornì, chetiélle 
igue, e nell'arti cavalleresche in giórni e in óre 
iportunaméute divise Io istruissero, sicché ùao 
idio all'altro non arrecasse confusióne, e il variar 
applicuióne e d' esercizj, di soUevapi^togli fòsse 
véce di èssergli di oppressióne. Nella mnsica'aa- 
ra, e nel diségno volle ch'éi fosse ammaestrato, 
Tchè séco stésso un divertiménto avesse «émpre, 
lina dólce occnpaiióue nell' òzio e nell' óre 
Jose. 

A vent'anni pnr còllo stésso amico e governa- 
re, fornito di tutte quelle raccomandazióni che 
nVf nivansi , éi lo spedi a fare il giro dell' Italia e 
ll'Európa, ónde conóscere sótto jiila scórta di 
. , e la vària posizióne de' luòghi , e i prodótti 
ij della natura, e i più pregévoli monuménti 
n'irti, e i letterati e gli artisti d'ógai paese più 
lomiti , e le costltuzii^i , e le léggi , e gli lisi , 
costumi delle varie nazióni. 
Due anni égli stétte assènte, dòpo dèi qìxili, 
ino d'dtili cognizióni alla pàtria si réte, e a'ge- 
:óri, che premurósi nou meno di vedére in lui 
rpetniia la lóro stirpe, che di prevenire nn'pe- 
noióso dissipaménto , il lóro desidèrio gli mostra- 



XIX. IL OOHTE 

TODO , €lie o^la scéha d' ù 
U própru felicilà e la lóro 

Celebrate con lièta festa 
solo in disparte : Or tn , | 
il àéà secónda i miei vóti , 
famiglia ; e ì bèni cbe io 
' fra non mólto cb' io debba 
ta ad èssa pòi li tramindi. 
che pm: conósca innanzi t 
esser téo e che impèri p 
Vedi qnàl pirte de* dome 
s'affidi, o se più ami n< 
divìder mèco leccare. — 
rispóse il figlio, cbe i vósti 
da nidn altro avràn mestié 
fói stèsso : pur sótto àgi 
vòstra gnida io farò tutto 
eh' èsser yì pòssa d' alleviai 

Entrato diinqne con èst 
affiiri, e tra le core domès 
e gli onèsti tratteniménti 1 
il savio giovine visse conte 
nmpre, e ammirato da tùl 
prevenendo per quésto mi 
che sdo padre opportunam 
aveva in lui rìpan&to, ebbe 
le stèsso»^ ^ di lasciare n^ 
tranquillità e felicità, che 
e A rara ad incontrarsi fra 



NSVELLA-XX. 

^ t?OSil AHOftKVOLE. 

• 

Hill' inverno fiur or trascórso , che per la còpia 
Ièlle névi e pe' gèli ósóÌM e frequènti »\ rigido ù 
e'tcntire ancóra fra nói, e che ne' climi men teni- 
■etiti della. Gecmìnia e della Frìncia fu orr^is- 
iino finp ad ag'^hiacci^r^'i' più visti e più rapidi 
idbltie firne di fréddo morir le gènti, avvénoe in 
leti , città dèlta Frància , clie in una dèlie più ri- 
[ide nòtti , in ciìi spirava un crtiljtasìmo vènto di. 
ramontìna, fu destinato per guardia ad un luój^, 
he più èra espósto al fréddo sóffio , un soldato , il 
jnìle gii da alcdn giórno indispósto, e mal férmo 
Ièlla persóna gran rischio correa di èsserne ma) 
■dótto, Avéa quésti lina gióvane, a cui pi-omésso 
ra spòso, e che amàvato teneramente, la quale 
óme Intése dover lui èssere quella nòtte a sì rigida 
ìAo , cos\ tòsto incominoib fortemente a tarUrsi , 
róppo temendo non potesse égli règgere a stagióne 
1 cruda nello itito in cui trovàvasi cagionévole dì 
iltite. Agilità da quésto pensién» , no|i téppe élla 
lon cbe cfaiiSder òcchio, ma neppnr risòlversi a 
oricirsi ; e l' angòscia crébbe vie più qnindo 
émpo le pirve, che salito di guàrdia si atèsse égli 
ià espósto al rigóre del fréddo, da ctU al suo 
nìmo gii tutto livido e intirizzito sei figaràva. 



XX. LA SPOSA AMOREVOLE. 131 

Dorar non sapendo in sififàtu inquietédiae, nel più 
bàjo della oótO, malgrado i gbiicci^ e le névi, e 
il fòrte ventò , élla esce di casa, che per ventura 
dal laógo » óve quégli èra pósto di sentinèlla non 
èra gqàrì lontana, e là solétta si pòrta coraggiosa*- 
ménlft Élla trova di fatti l'infelice soldato, che 
tutto tremate, e abbrìvidito , al rigòre del frédda 
ornai più règgere non poteva. Cominciò adi&nqne 
a pregarlo e a scongiurarlo, che nèUa siia casa, óve 
nn buon fuòco élla aveva apprestato , ritirar si vo» 
lésse per riscaldarsi ; ma il soldato che ben ss^va , 
che a tròppo gran fallo ciò gli verrebbe imputilo» 
ringraziindola si tenne férmo nel ricusarlo. —-Al- 
méno qualche moménto, disse élla, tanto, che 
sciòlgasi il gèlo da odi ti veggo eomprésow — <» A cdt 
il soldato rispóse, che ninno potdto avrebbe sai* 
virlo, che condannato non fòsse innnantinémte àlU 
mòrte, óve quésto fòsse veniito a risapérsi. ^- Ms 
vói qni alando , repUoii iUa vivamente , gik me mor«' 
réte sènza alcibi fi^lò ; e quésta mòrte, che è cèlta ^ 
prima di tóXXjo dovete óra evitare. Che il fólto 
gi^à%à' &d t>récchio altrùi , né è cèrto , né a 
quèst' óra è verisimile ; e il cielo che è ]HetÓ6o, non 
vorrà èsservi di tanto avvèrso. — Comunque ignòta 
restar dovesse, disse il soldato, vorrete vói , che il 
pósto affidéftomi io òsi abbandonare sénsa custòdia 
cosi vilmente ! Né il mio devére,, né F onòr mio^ 
può compcNTtàrlo. — Ancorché vói partié.te, rispòse 
élla con férmo ànimo , io non Ito già pensièro, che 
i luògo rèsti abbandcmàto : per brèvi istinti iot 
avrò assai di coràggio ónde su{^)Ufe per vói. So 
dunque, non più : a me cotèst'àriai.r. £ tanto qjwv 



132 ?rOVELLE DI BOA VE. 

aggìiiiue, e tanto rinforzò éòììe làgrime^ le pre« 
ghière , che il soldato vinto da quelle, e spinto per 
una parte dal bisógno, giacché ben vedeva di non 
poter più resistere langaménte , nello stato in coi 
èra I a fréddo sì penetrante ; « confortato per V ahra 
dilla speranza , €he dòpo pòchi moménti É. suo 
luogo restituendosi , il fìtto si rimanesse celato , 
alla dònna acconsentendo, e date a lèi ranni, e 
con èsse il sdo berrettóne, é il suo caj^pótto, e 
fiditole il segnile, se ne partì. 

n piacére d' aver salvato lo spòso faceva A che la 
tènera gióvane , s^béne l' acutézza del fréddo già 
fòsse quasi intollerabile, appéna il rigòre ne risen- 
tisse. Quand' ècco, non mólto dòpo, arriva improv- 
visamente la ronda. Atterrita dall' impensato acci- 
dènte, in luògo di dare il nòto ségno, la sopraffiUta 
gióvane sentissi a un tratto mancar la vóce, e si 
ticque. . La ronda che nulla òde addormentato 
credendo, o fuggito il soldit», vi accórre tòsto, e 
trova con maraviglia in luògo di lui , e sotto ille 
sue ^spoglie dna gióvane dònna, che spaventata e 
confusa non seppe pur trovar paróle, ónde dar 
cónto cóme là fòsse. 

Condòtta al .còrpo di. guardia, e nprèso cuòre, 
palesò élla piangendo, e còlle lagrime pietà implo- 
rando al suo spòso , ciò che èra avvenivo. Fu tòsto 
spedito alla casa di lèi , e là trovóssi il soldato^, ma 
sì comprèso dal fréddo e intirizzito tuttóra , che 
pòco speràvasi di riavérlo. Incominciando tuttavia 
a pòco a pòco a riscaldarlo e sV lungamente conti- 
nuando, e a grido a grido accrescendogli il calóre, 
si giùnse alla fine a rawivirlo. 



XX. LA SPOSA AVO&ETOLE. t^ 

Ma per èsser riservato a una mòrte più ddi'a e 
più tormentósa videsi l' infelice tomàio in vita» 
Tenutosi il dì apprèsso il consiglio di guèrra, 
fìiégli, ciò che aveva ben preveduto, dal rigóre 
delle lèggi condannato a dover èssere appiccato. 
Cbi dir potrebbe quàl fòsse la desolazióne e il ram- 
màrico della misera gióvane , che óltre a dover pér- 
dereper sì fatto mòdo quello che amava sì vivamente, 
aveva piire il rimòrso di averlo tratto élla medésima 
a fine sì luttuóso ? H dolóre però in véce d^ abbàt- 
terla, e di avvilirla, maggior coràggio le aggiunse,, 
e maggior vigóre. Spàrsa la chiòma , e altamente 
piangendo , élla còrse tòsto dovunque potesse a Idi 
sperare assistenza e soccórso. Il caso nuòvo e inau* 
dito già tròppo per se medésimo in ógni cuòre 
destava compassióne per amendùe, e ammirazióne 
vèrso àfla tènera gióvane, che dato avéa pròve di 
un amòre sì vivo e sì corragióso. Ogni órdine di 
persóne , e le più ragguardévoli specialmente non 
fiiron tarde a interpórre i lóro ufficj , perchè avuto 
rispètto alle straordinàrie circostanze, il rigor dèlie 
léggi si temperasse. Le dònne più di tutt' àllri quàl 
nuòvo onore del lóro sèsso la gióvane considerando, 
tanto usar seppero di manéggi , e di istanze e di 
preghière , che al rèo la grazia fu accordata ; e la 
douÉèlla non sólo ebbe il contènto di farlo salvo,, 
ma pòco dòpo a Idi congiùnta con ricca dòte , per 
quanto al suo stato si conveniva , coronati si vidfe 
pure i suoi vóti compiutamente. 



12^ 



NOVELLA XXL 



L' AVIDITÀ può guidare talvòlta anche l' ànime 
ovanlli igli estrèmi eccéssi . U(i esèmpio i}' abbiim 
ìi avuto receoteméute non mólto liiagi di qui, 
ìe deve istruire dascdoo a saperne solLecitaméate 
epàre ì mòti Tnlfin daj primi princlpj. ^ ; 

Una dima rimasta e^odu védova e sóla , nójàta 
il tomiilto e delle frivolézze del móndo, pensò a 
liiidere tranquillamente in un ritiro il restante 
i' suoi giórni. Entrata in un moniatéro, godéa 
uivi di divider le óre , parte àgli usiti esei'dij <)i 
letà, e parte al lavóro ; aldine pur risérLàndmle 
la lettiera di litilì libri ; e il rèsto del tèmpo occn- 
iodo nell' iutertenérsi còlle fanciulle, che quivi 
'aao per educazióne, coU' òpera sua assistéodo, 
co' suoi consigli le religióse che lor presedèv^no. 
Una giovauètta èra fra l' altre, che per prontézz» 
ingégno fiji tutte si distingueva, e che non meno 
regévole pur appariva per docilil^ d'iBdal& e per 
indórdi coBtiiiiii. A quésta élla pòse affètto gran- 
issimo, e parendole, che ésea pure corrispondesse 
el pari , séco stéssa deliberò di avérla in luògo di 
^ia. Gin èssa adunque élla godeva di EUrsi |1 pitt 
lésso , e nell' istruirla di tiitto ciò , che a ^via' ed 
Désta gióvane si conviene, quella stéssa ciira pren' 
iva , che fatto avrete una madre. Né di ciò pur 



L* AVIDITÀ. 135 

eoDlénla , ^k pensò a stènder più óltre i snói be» 
nefic) ; e cóme nìdno aveva, che a lèi strettamente 
congiunto fòsse di s&ngae, e sapéa che pòco forniti 
de' bèni d^ki fortuna i parénti della donzèlla , di 
poco potéano provvedérla, determinò ai snpplire 
co' própij , e di tdtte le siie sostanze lasciarla 
erède. 

Pósta ad efiétto la stia deliberazióne, e assicura- 
tale x>er testaménto l' eredità , un giórno pàrvele di 
dovérle manifestare ciò che avèa fatto a prò di lèi , 
per vie più animarla a secondar le sue cure, e a 
meritarsi col profittarne la parziale affezióne che a 
lèi portava. Per allettarla a ciò maggiormente, una 
. cassettina di gióje, ch'ella tenèa rinchiùse, si fé' a 
mostrarle : £ quéste, disse, con tutto il rèsto ch'io 
posseggo, già ho férmo che vói abbiate, se tale 
pure Sarà sèmpre , siccóme io spero, la siggia vós<- 
tra condótta , che io non abbia mài a pentirmi di 
ciò che ho fatto, ed a ritràrmene. 

Ha assai contrario effètto al suo pensièro ebbe 
quésta imprudènte manifestazióne , e l'origine èssa 
divenne di ógni male. L' avidità dèlie pómpe , e 
de' ricchi arrèdi, e de* vaghi abbigliaménti sì natu« 
ra(e in cuor femminile, ma che nel cnór dèlia gió- 
vane èra stato fino a quèll' óra sopita , a sì larghe 
promèsse incominciò a risvegliarsi ; l' abbagliante 
splendóre di quelle gióje sèmpre élla aveva negli 
òcchi, e mille anni parèale di ))Otèr adornarsene; 
e il ricco stato, che l'attendeva, e la libertà, e i 
làacéri, che quésto avrèbbele procacciato, e ch'ella 
già preveniva col desidèrio, vie più acèrbo e penóso 
rendéanle il chiùso inógo, e la vita fragile e som* 



16 HOVULLX IM SOAVE. 

éna all'altrùi Tolére, che èra quivi ajtrétta a 
odnrre. Divénue a pòco a pòco agitila nell'ini- 
o, inquièta , impaziéate i e non sapendo ille sue 
ime gii tròppo tìtc e impetaÓK più tener fréno, 
beménda dall' altro cdtito, che il cangiaméalo ilei 
o spirito naa li venisae a acoprire, e non le to- 
ié«M qué'béni che s\ rinfiammavano, accecata 
Ita violènta paiuòne, pensò col più néro misfatto 
. «Micurdrsene il possésso. 

Frequentemente la huùiw dfuna, cóme séco l'avéa 
più del tèmpo fra la giornata, cosi compigna pur 
volèa nelle sue cimere al prinzo ed illa céna. 
aa séra b trista gióvane, avilto non so per quii 
ino nn veléno, segretamente a' cibi lo meacolò, 
) lèi , che DùHa di somigliante avrebbe mii sos- 
ttito, lo fé' inghiottire. Speriva élla, che avésser 
tenebre della, nòtte a coprire il silo delitto ; ma 
a andò guiri , che la tradita ddma incominciò a 
olirai straziare da dolóri acatissimi ; élla uscì in 
e grida, quéste s'udlnoro, e la trista na&va si 
irse tòsto pel monistéro ; tutto fn in tarbaméuto, 
n ìscompiglio i e fìtto immantinènte cbiauir il 
idico , éi gidaie per Iraóna avventura a t4mpo di 
rvilire il male, e di rìparirlo. 
L' orróre , allór che seppe*! dd veléno , fn uni- 
"sUe, e la gióvane infelice , lacerto da' Htói ri- 
ir» , col suo turbaménto medésimo non tardò 
ilto a scoprirsi rèa. Péna niiina e niùn supplizio 
itinte non ai credeva a punirne l' eccésso atróce. 
L la virtaòM dima, volendo pure salvirla, pregò 
i in arbitrio di lèi la colpévole fòsse riméssa , e 
tala a H dùamire , con vóce tènera ed amorósa 



XX r. l'avidità. 137 

così le disse : Io veggo ciò che v' ha tratta si éi re- 
pènte ad èssere così dissimile da ciò che fóste dap- 
prima. Fu errór mio^ chMo noti previdi ciò che 
può sovra d'tin ànimo giovanile il desidèrio di 
còsa, che fortemente l'alletti, e che siagli ritar- 
data. Qué' giojéllì , da'qnàii fóste sì présa, io do- 
veva o per sèmpre occultarvi , o rinunziàrveli al 
tèmpo stèsso, che vaghézza mi venne di pórveli 
innanzi. Ma ciò che allóra non avvertii, posso or 
riparare, che ancor n' è il tèmpo. Io non voglio che 
abbiate a desiderare più a lungo ciò che a Ine più 
non giova , e che vegga ehe a vói sì piace. Io fin 
d'ora ve gli abbandóno adunque, e vói quell'uso 
p^ltréle fame che più v' aggrada. Al più prónto e 
più onorévole vòstro collocaménto io porrò anche 
ógni pensièro, e da me non sarà certamente, qhe 
vói non siate la più felice dònna che fórvi pòssa. . 
Or #1 vi prègo a non volérmi più invidiare qiè' 
pòchi giórni, che tanto mi sarin cari, quanto 
potrò impiegarli pel vòstro bène. 

Uno scòppio di dirottissimo piànto fu la sóla 
rispósta, chela confusa, e tutta in se prostrata, 
e annichilata gióvane potè dare a quest'atto di 
grandézza di ànimi^ , e di generosità sènza pari. 
Ma quanto piacque a Dio, che cèrto non può 
dubitarsi, la rara virtù dell'incomparàbile dama ,* 
altrettanto volle la sua giustizia, che il delitto 
dèlia mal consigliata gióvane non andasse impunito. 
I crudèli rimòrsi, che il suo misfatto ebbe tòsto 
compagni, il timóre, che sùbito l'assalì, ch'èi 
non fòsse scopèrto, la confusióne e P obbròbrio, 
che si sentì all'animo, allorché il vide palése, « 



■• 



NOVELLE m SOAVE. 
Uà pé» terribile , che ben sapeva 
a, l'appréHcroper-sì fitta nuiuà^, 
in (^ aveva se medéiiiua, più non 
«re , e dna féfalH« violentininak se 



OVELLA XXI. 



lENErlCESZA 

a degli nomini , che pel bène A di'* 
iMadesitleria-e, che fossero imaior- 
i sono per nòstra disavventura; e 
eziandio par che la mòrte , gaalór 
;óda iavalirceli prima' d^glifU tri. 
lito giàgno la Frància a piàngere 
la pèrdita di uno appunto di quésti 
ri , che più meriterébboD dì ridere 
IlonsigDÓre d'Apochón, arcivéscovo 
'ópoli della Guascogna, la inunà- 
Diva di qoégU antichi pastóri , che 
a conoscevano fuor che il far b^e 
[duo nelle pastorali site cdre, éi 
occasione o moménto di giovar per 
hiilnipie gli si offerisse. Egli èra il 
li afUitti , il sostégno degV infelici ; 
ria éi rignardàva la indigènza d'o- 
le ricchissime rendite, che posse- 
r K stésso non impiegò pur la <)É* 



XXII. LA BENEFICENZA INGEGNOSA. 139 

cinui parte ; il rimanènte éca altrói dispensato. 
MiUe atti raccontatisi dd si&e cnór generóso : nói 
dl&e sóli ne sceglieremo, Tiino dèi quali dnsóstra 
con quii artificio sapesse égli velare i snói henflcj , 
<^de tògliere anche ógni péso di obbligazione a 
chi èra da idi sovvenuto ; e P altro, a qnàl eròico 
coràggio la sda carità sapesse animarlo. 

Chi è nato di onorévole condizióne, e per 
cólpo della foctùna ridótto trovasi a bisso stito, 
ben più degli altri è meritévole di compassióne, 
siccóme quello, che dal rossór ritenuto, meno 
degli àkri òsa scoprire le sde indigènze, e doman- 
dare il soccórso. Né basta pdre con èssi Favèr 
generóso inimo nel sovvenirli : la véra pietà vQóie 
ancóra che abbiasi attenzióne di farlo per tal ma- 
nièra , che del beneficio non ébbian èglino ad ar- 
rossire. Dacché l'opinióne degli uòmini ha dato 
il sómmo prègio alle riochèzze , *e fatto, che a vile 
si tengano quéi che ne sono sforniti , la povertà, 
che quando é congiùnta còlla virtù dovrèbbe avere 
i primi onori , è diventata un obbròbrio ; e il 
disprèzzo che da lèi viene , da quelli è più te- 
mèlo, che per la nàscita lóro hanno altrónde 
maggior diritto ad èssere apprezzati. Quindi è 
che sovènte scélgono èssi piuttòsto di languire 
occnltaméntenélla misèria, che di cercarne il soc- 
córso manifestandola : e il sovvenirli per mòdo che 
vengasi lóro a rimproverare il bisógno, in cui 
sono, è sovènte un' ingiurisi piuttòsto che un be- 
neficio. Gonvièn soccórrerli con tal aite , che non 
si móstri pur di conóscere o di sospettare ch'essi 
ne àbbian mestièri ; e un preclaro esèmpio di ciò 



NOVELLE »t WUTB. 
^6r d'ApocfaÓQ l>a lapùto fornirci 
moménti che alla sède arcivescovile 
a degtÌQÌto. 

, égli intése che diie dime ivi éruio 
dstre famiglia , le quali rimiate sóle 
ite di bèni , per povertà éran co- 
rìtiràtee tògliersi ìgli alb'iìi sguirdi) 
persóne èsse éraao, e virtuóse , e 
Ménte e rassegnato poiiivaa la lóro 
lenti égli compassióne del 101*0 stilo, 
ngeguóso com'era nella siia b«]e- 
I ben tòsto cóme poter ristorinole 
A dimoatraiìóne del mólto prègio 
ra , ad èsse incominciò égli a far 
he a tuM,' ^trì , dindo con quésto 
. onoràrie e rispettarle sqpra d'o- 
le prime accogliènze , con èsse in- 
L ra^ODaménti , i quali per accòrta 
a manièra valessero a confermarle 
ìgli faceva di lóro, cóme per ciso 
ócdilo cadéssegli sópra d'un qua- 
Lvévano ; e incominciò fortemente 
9 dire ch'éi dato avrebbe di buòna 
I Ecùdi ad èsserne il possessóre, e 
tra pittura èra mài slito così in- 
,e se temiito non avesse che tròppo 
■a, avrebbe osato pregirle a volèr- 
[ualiinqueprézio. Kispóser ledime, 
ino contènte che in casa lóro egli 
Dosa, la quale fòssegli di piaciménto, 
cùn prèzzo tròppo onorite credé- 
ii volesse accettarla. Rendélte lòi'o 



XXIII. l'incemoio. 1*^ 

il prelito le grazie più vive , cóme di compiaceli] 
che sommamente il toccasse : e tornato appéii 
al sdo palazzo , mandò incontanènte pel quadro ,* 
fe'lor presentare i due mila scudi, e per tòglier 
ógni sospètto , che ciò fòsse un dóno , che di fai 
lóro intendesse, tanti ringraziaménti fé' rinno- 
vare , che créder inzi dovessero Idi riputare un 
dóno grandissimo quél che da lor riceveva. 

Dilla ingegnósa generosità del piissimo uòmo 
fóronle dame in tal mòdo soccórse, sènza che 
avessero laógo di vergognarsi , né quisi pur d' av- 
vedersene; ed égli amò piuttòsto di incontrar 
prèsso altrùi la taccia di pòco espèrto conoscitóre 
(che di pochissimo prèzzo èra in se veramente 
quéUa pittura), che di lasciarle sènza sostégno, 
o mancare, giovando lóro, a quella dilicatèzza, 
che al grado lóro si richiedeva. Ma un tratto di 
virtù ancor più grinde di quèst^ uòmo insigne nói 
vedremo néUa seguènte novèlla. 



NOVELLA XXIIL 



l' incbnoio. 



ÉaASi lina nòtte ad dna csÉsa di pòveri ahitànU 
apprèso violentissimo foòco. Da dna stanza a pién 
dì tèrra , ov* èra stitó male spènto , e mal ricopértoi 
conynciò qnèsto ad appigliarsi ad alcune vicine 
legna; quindi all'aride masserìsie ch'èran d'io- 



i 



40VSLLE DI H>AW. 

l'ilKio, «d abbraciiudo, « pn>p«gt> 
a di légno éiMuicóra, eper ^aé«t« 
t vimpa fltM al tétto. 
, ch'erano tiltti nel |w1nn Bòona, 
) , e dal crepito delle fiimme cor- 

iUatcàla, etrOTÌBdolaincendiib), 

da ógni parte a méttere altlssiine 
. i vicini dillo scbiamizzo ai ilzana, 

veggono iDdìduì la «céna più 8pa- 
S»e mdi : il piJn terréno già tdtto 
aonicito ri èra alle contigne itanze, 

già propagàvaù a' piai snperidri ; 
tito d' altisrima Gimma destata dal 
ao erari per la scila; eie Gnéctn 

gènte, che chiitea tra dtie fuòchi, 
ico scimpo , che la scila a«rdd>e 
istrdre. gridifa disperatamente, 

Iti a recare sabitaménte chi d' lina 
irte più scile a mino, che appL- 
e diedero c^po a quégli infelici, 
salvìrsi. Alcuni de' pia ceratosi 
I per le fdni ; qné' che si troviTao 
bàgse, per èsse di un silto balzi- 
itti in fine, chi per un mòdo, e chi 
-ventnratBménte campirono. 
IO diie fanciiilh , che in lina plc- 
Lvanii al più ilto piino. U lóro pi- 
ir ed padróne a coi serriTa, areali 
mtiin lasciiti sóli. Nes potendo 
mòdo ajatirri, col pianto e ci^ 
IO l'altnài socodno : ma benché 



ini, l' incendio. 14(3 

ogddap de* pii'cpsUnti sentisse per compassióne 
stmpp^irsi il qq^e, QÌub §apéva cóme camparli. 
Altra uscita non ^¥éa la camera dov' èssi èrano , 
che sópra iM^ lòggia di légno , che ti&tta già èra 
préd^ dfil fpóco; x^è élla camera per altra via pò- 
téasi penetrare, ab non entrando per }a finèstra di 
Àna stanza vlcii^a, che ad èssa comunicava. Ma 
oltre ci^ quésta èra aUissima , già le fiamme vi si 
éranq introdótte , e fna^ifésto sembrava il pericolo 
di pèrder se stésso a chi avesse voluto per quésta 
via cercar la lóro salvézza. 

Sopravvenne in quésto punto monsignor d' Apo« 
ehón; e é. vedére in s^ terribile frangènte ì diie 
miseri fanciullini, si sent\ tutto eommóvere l'animo 
di pietà insième e d'orfóre. Non gli parendo dall' 
àltio canto sì evidènte il pericolo di chi affrettato 
si fòsse a liberarli, incominciò a propórre ad alta 
vóce per animare qualcuno all'imprèsa il prèmio 
di cento loigì d'oro. Ifon vedendo ninno muòversi 
a tal proferta, dubitando non si credesse propor- 
zionata al riadiio la ricompènsa, ne promise tòsto 
dogènto. Ma quèsttì pure nm yà?se, che tròppo 
Qgmino s' avéa cara la vit^ , né a qualunq»» còsto 
sapèa inddrù con tanto p^icolo ad awe^turirla. 

Scorgendo inétile ógni proméssa, ^ piissimo e 
valorosissHno prelato : A Dio però non j»àccia, 
esclama), che nói abbiamo qui tutti A neghittósi a 
midise Ideile di!ie vHtime sventurate perir colà tra 
k fiamme. Ciò cdi«ilti;i non óqa , saprò osarlo io 
stèsso : e fatte prèsto con còrde uftir ^ue sc^, che 
ina sóla fin colà gftignere non poteva , appUcólle 
41la finèstra dèlia stanza che èi'a contigua, e su 



laaménte , per ési« in mézEO itie 
irse al laógo dov' èssi érauo , e od di 

■ùUe spUle, e l'iltro ìq bràcòo, 
la medésima, fra lo stapòre e le 
lei pòpolo attònito e intoierito, 
«segli a salmnénto. 

fiitti, perchè Bon èglino A riri al 
he, appéna ci niscouo, sónSéssi al 
inpio degli litri A prestamente in- 



OVELLA XXIV. 



ila cittadèlla Romigm nn nomo os- 
«Tìvaai con dna kóla figlia, la qnil 
a èssere créde. Toccdva quésta l'etì 
e cóme óltre ad èssere mólto rlcc», 
della persóna, e fornita di quelle 
AvÌA e ben costumata gióvane si con* 
gjra da tutti 1 primàq del paese ben 
la in matrimònio. D pldre si avrfde 
erediti moréa più che tntt' Altro i 
: uidao fra quésti èi non troviva , che 
ni e pel sdo caréttere il conteabiMe- 
latre fiuniglia , e decaddto per c^pa 
ièri dall'antica opuléiua, che bra- 
ite nózze di rìtomirvi : ma ddlla siia 



XXIV. IL MATRlMOIflO. 145 

nàscita non altro av^a égli appreso , che un vano 
orgoglio t e l' abborriménto a qualùnque occupa- 
zióne, quasi avesse pur l'ozio a chiamarsi il pré* 
gio più luminóso d' un uomo ben nato. Aveva un 
atro passato più inni nello stùdio delle léggi : ma 
lontano dagli òcchi de* genitóri , e corrótto da' vi- 
ziósi compagni , nella dissipazióne' e nella dissolu- 
tézza assai più di progrèsso avéa fatto , ohe negli 
stùdj a cui s'èra appigliato. L'uno perduto nel 
giuoco , in esso consumava gran pirte pur delle 
nòtti , non che l' intére giornate. L' altro invaghito 
di se medésimo » il più del giórno impiegava nell' 
acconciarsi , e primo a tener diètro a tutte le nuòve 
mode d'abbigliaménti, co' vézzi affettati, e còlle 
effeminate manière alla conquista aspirava di tutte 
le vanerelle, cui somigliava. Chi tròppo diva sospètto 
di se medèsimc^pe' suoi traspòrti dì ànimo feróce ed 
iracóndo ; c^ si rendeva fastidióso pisr linfi insop- 
portàbile stupidità e melensàggine. In tutti il sàg-» 
giò padre trovava difètti , che tròppo male si com- 
ponevano col desidèrio eh' èglv aveva di proqicciàr? 
a sua figlia una véra e Térmsi felicità. 

Prèsala adunque un giórno a maturo e sèrio ra"- 
gionamènto : Ben sài, le disse, mia Hglia, che il 
sol confòrto dèlia inia vecchiézza è in te ripósto , e 
sài di quàl tènero e vivo amóre io t'^mi. Ma il 
tèmpo viene avvicinandosi , che tu un compagno 
devi scéglierti , eh' io dovrò fórse soffrire di ve- 
dérti da me staccàt» entrare in tutt' altra c^^ di 
quésta, e far parte di tutt' altra famiglia. In un affare 
da ciii dèe dipèndere la buòna o ria condtzióne di 
tXLtìfi la tua vita , tòlga il cielo ch'io vòglia imitare 



146 NOVELLE 01 SOAVE* 

qué' padri inumani due ósan ptor légge à^i affetti 
de' lóro figli. La scélta dèlio spòso che dovrà èssere 
a te unito per sèmpre, da te medésima dèe èsser 
fétta. Ma cóme beh vedi di quél Importanea sia 
quésta scélta, io quésto sólo domando in ricémbio 
dell'amor che ti pòrto, che tu sii contènta che 
l'esperiènza in me nata degli anni supplisca a quella 
che la tròppo tènera età tiia non può avèrti per 
anche fornita, e che di lume ti siano i miei consi- 
gli. La ciira eh' io ho avuto di te finóra , e la lon- 
^ tanénza , in cui se' vissuta delle pratiche e da' ni~ 
mòri del móndo, mi fa crédere , che il tuo cuòre 
non sia per alcuno ancor prevenuto. Pur quésto 
medésimo io amo da te sapere prima di tutto , e tu 
dèi confessérlo sènza risèrbo, ch'io già non sono 
per contrastare agii affètti tuoi , óve già per aiei&no 
ti fòsser nati, ma per dirigerli solamente. 

Avendo la figlia affermato, che il ^o cuòre èra 
libero tuttavia, e che dai consigli di suo padre élla 
mèi non sarébbesi dipartita, cosV égli continuò : 
Tu dèi dùnque sapél'e, c\e mólti sono, i quéli 
desiderósi sarebbero dèlia tua itiéno : ma di quanti 
me l'hénno chièsta finóra, alcun non veggo a cui io 
émi, o créda èssere a te giovévole accordérla. 61' in- 
segnaménti ch'io t' ho déto non fónno, io crédo, che 
tu aspiri a persóna che sia di te più nòbile ^e più 
illustre. Privéta e sémplice cittadina, cóme tu sei , 
per ricchézte eh' io son dispósto a lasciarti non 
verrai pùnto a crésca:e l'origin tua : e quéndo ad 
alcun cavalière tu fòssi congiunta, ciò sólo gua- 
dagneresti , che né còlle tue péri più viver potresti 
a tuo égio, perchè noi vorrebbe consentire il ma- 



XXIV. IL MATBIMORIO. ì47 

rito ; né colle daine^ che nàte sono di te maggióri , 
perdiè o ne saresti rigettata, o soffèrta con isdé* 
gno e con dispreizo. L'egnagliàiuea cercarsi vaóle 
tra. gli spósi, o la vicinànaa alméno cos\ nell'età, 
cóme nella condizióne, ónde sian felici. Ma ciò 
non basta. I costumi è d'uòpo esaminar aoprat* 
tutto nella persóna con ciU tu devi legarti in na 
vincolo così solènne, e a ciii fidare per«émpre h 
tiia fortuna e te stéssa. Un ginocatóre, un libertino, 
un brutale , un maligno , nn avaro , oppure uno 
scioperato, un efieminato , un dappòco , éno 8ven-> 
tato, uno stolido, un dissipatóre, non potrébbono 
farti passare che giórni tristi ed améri. Or di 
quanti io qui conósco che aspir&r possano alle tue 
nózze, pur lino io non veggo, che d'alcuno di 
quésti vizj non sia macchiato. Odi dùnque un mio 
pensiero. A città assai più grande , che quésta non 
è, iq crédo che tórni meglio di trasferirci. Ivi fra 
limunaggiór moltitddine più agévole ti potrà èsser 
la scélta, e il cielo più facilménte potrà scoprirti 
((nello che abbia a formar la serenità e la dolcézza 
della tiia vita. £ se il cielo volesse ancóra che la tua 
mano dovesse èsser prèmio alla virtù di qualcuno 
ingiustamente perseguitato d^ila fortuna, quanto, 
mia figlia , io mi terrei consolato! Già tu cur&re 
non déiy che il tuo spòso sia mólto o pòco dovi- 
zióso; i mólti bèni, che il ciél mi ha dati , e che 
tuoi débbon èsser ben prèsto, assai bastano, per- 
chè tu, cóiue cittadina, pòssa viver con èssi, e col 
tuo spòso qualunque siasi, agiatamente. 

La figlia teneramente piangendo : S'io mólto vi 
debbo 4 o padre, per quésta vita che da vói tengo, 



H> Velli ai mi ve. 
« per r «mór vdrtro, e per la cdra, 
ta avete Gnón Veti Mia débole ed 
hi mèglio Gdìr posa' io me stéssa, 
ìJtU, D padre, élla vòstra cdra e 
ini abbandAno. E se al cìAo paa- 
i vòstri bèni èsser dovessero la ri- 
oppréua virtù, che iltro potrei io 
lon che quello , a cui ciò toccasse , 
a pentirai d'aver me pure acqniS' 
i 7 Ma io tinto più ^ro, ch'éi dou 
rsene, ia qaanto potendosi per tal 
oénte ottenére cb' éi venga a Stirai 
enir vòstro figlio , io non sarei mji 
vòstra compagnia , é di*' vòstti con- 

préso da un dòke traspòrta di vìva 
tala figlia, e ]>aci4t«lateaerinTéole : 
I bèi seotìmènti il cielo sèmpre ti : 
figlia , che la drilzìa or iónaP, e 
I la Telicitì di tuo pìdie t e tiitto 
:a ógni còsa , si dispóse con èssa a 
«r Róma. Lì giùbto, éi si fliéde con 
creare cbi mèglio iUa figlia sua po- 
in marito. Dòpo Idnghe e accurate 
édo alfine, le disse un giómo,'d'avér 
ri farti felice. Il figlio d' un uòm di 
itito pel suo valóre non meno, che 
^itì, sàvio giovine égli stèsso, e che 
pcofesaióne addestrindgsi , col odo 
io ingégno prométte d'uguaglìirne 
Sbbe di aver la tda mino. Rèsta S6l- 
i piaccia ; ed io troverò mòdo ÒDde 



XXIT. IL MATBIHONIO. 149 

ta pòssa Tedério , e parldiadogU, non men Festérno 
d^la persóna , che V ìnténur dell' ànimo esami- 
narne. Ma nn sacrifii^o io debbo chièderti, o figlia^ 
che dàlia tda virtù òso pur di prométtermi. Io già 
ti dissi, che taói sarebbero stati ti!itti i miei bèni , 
né cÀTto persóna è al móndo a cui abbia pensato 
mài che mèglio si potésser lasciare. Ma nn acci- 
dènte occórsomi quésta mattina fa ch'io desideri, 
che ^na parte ahrdi ne sfa data. Essendo da nn 
banchière mio amico, io vidi nn giovine di prèsso 
a vent'ànni, avvenènte dèlia persóna, e gentile nelle 
manière, che mi colpì dolcemente, e che io chièsi 
al banchière se di lui fòsse figlio. Éi mi rispóse che 
no, ma ch'era figlio di uno, ch'io già conóbbi 
altre vòlte qa\ in Róma, e che èra onestissimo ne- 
goziante, ma per vàrj sciagurati accidènti perde 
tutto quanto, e morì fra l' angùstie e fra il dolóre. 
Égli ha lasciata la móglie con quésto figlio; sog« 
giùnse il banchière, ed io l'ho tòlto a scrittóre nel 
mio banco, ond' abbia mòdo con quello che ne ri- 
trae , a sostener se e la madre. Éi tutto infatti per 
èssa impièga, e cóme né più àbile, né più attènto, 
né più costumato giovine io èbbi mài, così non ha 
méìto ch'io gli ho pur cresciuto il suo ordinàrio 
stipèndio : ma i suoi costumi e la siia virtù raerite- 
rébbono certamente miglior fortuna. Io mòsso a 
quésto raccónto mi vergognai di me stèsso, che sov- 
venuto mài non mi fòsse di visitare la madre , che 
par conóbbi in altri tèmpi , e che sapéa èssere sa- 
vissima ed onestissima dònna : né tardar volli più 
lungamente a compiere quésto dovére. Io la trovai 
tutta sóla, e datomi a conóscere , e méssala sul dis- 



ROTILLE M (CAVE. 

ptuiti arreoiméati , più Tòlte ihbi » 
teneréiu all' adire con qual Uniino . 
a Bofiriva la nia sciagdri , e con qoài 

gratitddine il cielo beaedicéva , che 
:« marito e fortiiae, un figlio sì amo - 
lasciato le tvéMe in cotopéBio di tiittì 
T (o ben so, che se a pari anguille di 
ìuimo par ridótti, tròppo, o figlia, 

che per alctkno nói fóaiiino solleriti : 
I pensièro, io ho purférma Bperìiua, 
ite afiettuóet) già non Torrebbe , che 
li tal virtù, ai restassero abbandonate, 
iqae d'impìegdre una pirte de' miei 
rie. A te nondiméno ne rimarranno 
! quando il giovine, ch'io t' ha pro- 
da pur di coDgiiingerti , essendo égli 
aggiór dovizia tu non avrai a deside- 

tenerita per una piite a quésto dis- 
ntoia se turbata per filtrai De'béni 
: , a ròi sta ordinare cóme v' a^^rada ; 
e dltra ocoasióne io saprei mii cobò- 
;lio poteste vói impiegit^i . Ma ben do- 
> èssere, che se di tanta virtù k cotesto 
e vói dite, noo a Idi piattósto che ad 
(òstri bèni e me stéssa destiniate. Pur 
; tal fosse ùnaróha il vòstro diségno, 
sto vói fórse credete óra che sarebbe 
lì fareste de' vòstri bèni, se me pwr 
ì avere con èssi. 

a aromiribìle e iocomparibile, disse 
iute graiie io ddibo rèndere al cielo, 



die te m'ibb» ói 

taóao ! Anziché ci 

ÌMan ad èsser di p( 

a qaél si fòsse pia 

poter fare : ma atj 

cóme poss'io pro] 

désima? Tavedri 

i dóe to eleggerai 

sebbéa quésto sec 

io già non dubito 

crédersi fbrtnoatJ 

gH^rti. Ma perchè 

scélta, iovo'che 

^nfénto del pari 

te ottenga la pref 

Eseguì il saggi 

cóncia manièra f( 

veggéndo , e con 

conoscesse. Ma b 

mo par ritrovto< 

rita, e con intére 

le nózze, di cai 

dorevolménte feli 



NO 



l'i 



prèsso Agli stiitiG 



mmtL>i.E SI SOAVE. 
m6rte ri efp^Kro per la pitria , «ccAme Cedro 
GrédjeMircoCririio, e i diieDéq, Trai Ro- 
i. E cMo che atidne più generósa e più com- 
idérolc non pub farsi, che offerir coraggiosa- 
ite *e stéMO per la salute d'altnii. Ma da una 
I mperatiiióne , e da un cièco erróre fiirouo 
lòtti qnégh antichi, credendo Marco Cdrzio, 
col gettarsi nella ^origine apertasi nel fóro Ro- 
to égli avesse a placìre l'Ira degli Dèi, e allon- 
Ire da Róma la minacciata rovina ; e Códro, e 
iq, che coli' espòrsì sènza irmi, e farsi uccidere 
leniici avessero a procura la vittòria a'ior citi^ 
[ : dimodoché in èssi l' intenzióne fu da lodare, 
ttósto che l'azióne per se medésima. Ma iiii# 
rte egualmente nòbile pel coraggio, e assai più 
e pe' snói effètti, fa qaèUa, a cdi spontaneamente 
b incóntro snl cominciare di quésto sècolo un 
DO appéna nòto fra nói , chiamato Pietro Micca 
la tèrra di Adórno , il qnile di celebriti e di 
ria potrebbe vincere quégli antichi, se egnil 
pero di eccellènti scrittóri èi trovasse, i quali 
ndèssero a commendarlo. 

Ir' la città di Torino nel 1706 assediata con pò- 
òso esèrcito da' Francési, e benché gli assediati 
lOnèssero la più férma e più vigorósa difésa, e 
rèndere indtiti, o disturbare gii assalti de'ne- 
i, e col nuòcer lóro col fuòco continuo che fa- 
ao dille mdra, e còUc uscite frequènti e improv- 
^ èrano perb quésti dòpo tre mési di ostinato 
^io già avaniìti di tanto, che le mólte fortifica- 
li esterióri gih èrano quìai tutte cadute in lor 
ère, e una sóla ne rimaneva , tòlu la qujie, per- 



L*AMOE DELT4 PATRIA. 153 

có»a la eìtta^Ua , e dominata sì da vicina dall' irmi 
lóro, più non avrebbe potuto far resistènza. 

Il governatóre, cbe èra il cónte di Daùn, vedendo 
che pnr quest'ultimo ripéro accingèvansi i nemici 
ad attaccar fortemente, e già dispóste avéano cóntro 
di esso le lor terribili batterie, ordinò a* suoi mina- 
tòri , che per sotterrànee vie cercassero di là con- 
dursi , e con uno scòppio improvviso tentassero di 
distrùgger l'opere lóro, e vani rèndere i lóro sfòrzi. 
Capo di quésti èra Pietro Micca, il quale con viva 
sollecitudine, e con indefèsso lavóro, ubbidendo 
àgli órdini del comandante, seppe di tanto colà sótto 
inoltrarsi, che già dispósta e perfezionata la mina , 
più non mancava cbe apporvi T usata tràccia di pól^ 
vere , e uscendone darvi il fuòco. Quànd' ècco dal 
crollar del terréno e dal rumóre èi s'avvede cl^d i 
nemici tentano di rompere il suo lavóro e di sven- 
,tàrlo.'Già èrano vicini, e pòchi moménti ch'èi ri- 
tardasse, la sua fatica èra tutta a vóto. Che far però 
s'egli aveva appéna tèmpo di ritirarsi per non ca- 
dére Ideile lóro mani , non che di apprestare le ne- 
cessarie guide^ con cui potére da lungi alla mina 
aprir lo scòppio ? Altro mézzo non gli rimaneva , 
ónde quésta avesse effètto, che darvi fuòco di prò- 
pria mano incontanènte, e dapprèsso, esponendo se 
stésso al pericolo di una mòrte inevitàbile. Pièti*c 
Micca infiammato da un vivo amor per la pàtria ( 
pel suo re, a quésto mézzo appùn0 s'appiglia, ecì 
anziché perméttere che i nemici, rendendo vànr 
l'opera sua, togliéssero alla città quél sólo ripàn 
che ancor le restava, delibera di perire con èssi 
Ordina immantinènte ài compagni di ritirarsi 



154 A0VELt4i DI SOAVE. 

Ricordivi, dice lóro pieto^méate, di raecoroaii- 
dare al patèrno cuòre del re i miei tèneri fìgli : sia 
égli lóro sostégno e lor padre ; io lièto muójo per 
lui. Quindi con animo coraggióso s' accòsta óve 
chiùse èran le pólveri incendiarie , e còlla miccia 
che aveva in mano, intrèpido v'appicca il faóco. 
Scoppiano quéste in un moménto con tutto il lóro 
imipeto ; s' apre la tèrra ^ V òpere de' nemici yan 
tutte a soqquadro , mólti di lóro periscono ; ed éi 
con èssi rìmàn sepólto fra le rovine. 

Al generóso atto di Micca dovette allóra To* 
rino in gran parte la sua salvézza. Quésto scon- 
certò in mòdo gli assalti degli avversar), e di 
tanto ritardò le lóro intraprèse, che sopraggiunto 
con fòrte esèrcito il principe Eugenio in soccórso 
della città, còlla memoréljil vittòria, che pòco 
dòpo sovra di lor riportò, li costrinse a sciare 
l'assèdio, ed a fuggire precipitósi. 



NOVELLA XXVL 

I FAI4TASMI NOTi;URNI. 

Fu già un tèmpo, che in ógni parte le an- 
tiche case disabitate, e soprattutto i vècchi cas- 
tèlli assediati credèvansi dagli spiriti , e mille còse 
si raccontavano dèlie lóro apparizióni, e de' ter- 
róri o de' mali che producèvano a chi ardisse di 
soggiornirvi. A pòco a pòco si è discoperto , che 



XXYl. I FANTASMI M 

tali apparizidoi e t&li spaventi , 
d'immagìnazióa riscaldata, o 
cagióni nott avvertite cla|>priin^ 
di malvage persóne, che usàvs 
per tener lontano da qué'luój 
vano le lóro malvagità» chiùi 
scoprirle. Oggimii non v'ha 
che prèsti più aldina fède a 
pòpolo tuttavia l' antico pregii 
tòlto del tutto , e di tali novéll 
qualche vòlta anche a' dì nòstri . 
óve ciò avvenga , si appaga di 
Aldini che àman fai* móstra de 
anche arditamente ad aflront' 
dispréuano : ma l'esèmpio de! 
rèndere ognuno accòrto a ne 
ninzi di aver ben prèsa ògi 
pararsi da' mali , che da cagii i 
malvagità di persóne colà na : 
ménte sopravvenire. 

Méntre quésti èra gióvane i 
re suo signóre per afiari imp 
al ritorno fu sopraggiùnto • 
piòggia dirótta in> un triste 
<ii pòche e meschine capàni 
luògo non v' èra da ricoverà 
Idngi un antico castèllo; € 
poter ivi passar la nòtte più 
nuindò chi là fòsse, e se ( \ 
avere l'albèrgo. La buòna g) 
ardiva di alloggiare là déni 
pUi spaventevoli, che si udi 



NOVELLE Bl «CUTE. 

li vedevano, tUtti éran atterriti. Rise 
fiììin délli lóro,8eitiplicità : E fo avrò 
: , .lor disse , di mirdre incfa' Io quésti 
■ di udir quésti strèpiti spaventósi. 
o órdine a' suoi di rimaner oei vii- 
dichiarar vie meglio quanto éi si bef- 
Ui fòle , prése le sde irmi , e fitto re- 
o, e accenda baón fuòco per riato- 
ì sólo s'incamminò al castèllo, 
a ména nòtte ècco iucomlacia a tirsi 
itino uu confdso minóre di drli e di 
no strèpito orribile di seténe. Tillài-s 
o atterrirsi pon mano all'armi e si 
Ule guàrdie. Lo achiamàzzo degli ulu- 
grida , e lo strascico delle caténe sì fa 
fòrte e più vicino. Yillàrs eoa Animo 
no e ìd trepido coraggiosamente ne sta 
lariuscita. Quand'éccocoDunfracasso, , 
!tO ne rovinasse il castèllo, spalancài'e 
; pòrte, ed entrare un mostruóso fan- 
iDÓrtne granllézza , tiìtto copèrto di 
eguito da qaàttro fiii'ie con faci funèree 
Arrestatosi il fantasma a pòchi passi, 
trillar» : Temeràrio mortale ! gli grida 
> dipo e tremèndo, tu che osasti di 
D quésti luòghi terribili , sgómbra di 
tinénte, e Bevati, o trema per la ttia 
tremare ? rispónde il gióvane corag- 
uvedrài, BceUerito, se sa tremare Vil- 
la più con impeto forióso gli córre in- 
gge precipitóso il fantisma : Vitlars gli 
; ma trapassate appéna diìe càmere, 



XXVI. 1 FANTASMI 

éocó profóndasi il paViméntc 

ed égH trovasi tutto sólo in 

capo silènzio, e in lina oscuri 

fòsse il terróre e l'agitazióne 

ribil moménto è tròppo fóci! 

avéa per sóa ventura soffèrte 

dùta , ma ben vedeva che li 

aspettarsi più uscita né scàm 

Restato così lùng) pèzza 1 

pensièri , scòrge alla fine ni 

vèrso alla fenditura d'un i 

vicin sotterraneo, e sente ut 

bragli di vóci amane. Tèn( 

chio, e riesce coq siio maj 

tingnere che fra una tròppa 

consulta sulla manièra di t 

var) dibattiménti che fra Fai 

gamènte , òde òno alle fine , 

pericolóso per nói può èssere 

persóna di tròppo cónto : do 

cérca per tutto il castèllo , e 

mio parére è clie aprasi , e 

Yillàrs a ciò rincorato : S 

grida, il vòstro attentato 

lèttere importanti , eh' òssei 

re in pròpria mano ; ho nel 

tro persóne di mio servigio 

potrebbe nascósta, né rimi 

Aprite : io prométto a tòlti 

compensa dégna di Villàrs. 

fa aliòr risoluto di liberarlo , 

giurare che altro détto éi i 



158 NOVELLE DI SOAVE. 

aver là déntro veduto e udito còse teii^ibili ; e ben; 
certamente il potéa dir con ragióne. 

Passato alciln tèmpo , méntre in una sua villa si 
stava égli tra' suoi atnicì, videsi un uòmo ignòto 
venir davanti , il quale due leggiadri e animósi 
pulèdri a Idi presentando : Quésto, dóno^ disse, 
préganvi d'accettare colóro a'quélì il segréto già 
prometteste déntro il castèllo, di cui ben débbevi '' 
sovvenir, e cbe sV fedelmente avete 'finór tenuto. 
Or liberan èssi la vòstra fède* poiché usciti del 
régno , e pósti in sicuro , ne abbisognano di còsa 
alcuna, né còsa alcuna più hanno a temere. 

Narrò égli allóra ciò ch^ éntro al castèllo gli era 
avvenuto. I cinque spèttri èrano tinque fabbrica- 
tóri di false monéte, che là con altri si occultavano : 
il paviménto profondato èra uno de' trabocchétti , 
di coi al tèmpo delle guèrre intestine e de' piccoli 
tiranni quasi tutti i castèlli èrano provvediiti. Lièto 
Villàrs di aver potuto scamparne , ógni vòlta che 
pòi il fatto ne raccontava , mài non lasciava di 
biasimare il siio sovèrchio ardiménto , e di pro^ 
pórre se stésso in esémpio de' pericoli a cui può 
condurre un coraggio inconsiderato. 



NOVELLA XXVIL 

LO SCHIAVÒ RISCATTATO. 

So:( mólti , che quando pur si conducono a fare 
alcun bène ad altrui^. ne menano si gran pompa, 



XT\n. LO SCHIAVO RISCATTATO. 

cke filmo arrossii'e il beoelicàto, e péi*doii 
vanità e per orgóglio tutto il prègio che ali 
liberalità si dovrèbbe. AllMncóntro diceva Se 
che il benefìcio dèe chiùder la bócca a chi 
ed aprirla a chi il ricéve : e nói vedremo 
memoràbile esèmpio quinto ben persuaso di ( 
massima fòsse un uóm grande dell'età nòe 
quanto égli àblùa saputo ben praticarla. 

Trovandosi quésti in Marsiglia, e anda 
fèsta d'estate in sulla séra a rinfrescarsi iiel 
volle salire su di un battèllo per dare un t 
mòlo. Chièsto ad alcuno che lo guidasse , 
an gióvane di vago aspètto , e di graziose i 
che prèsto si offerse ad ubbidirlo. Attenta 
rigoardindolO) e assai più cólto vedén^ 
persóna, e più civile e manieróso negli 
èsser non sogliono quéi che son nàti in sL^ 
dizióne : Tóì non m'avete, gli disse, Ve I 
rìnàjo, e dubito non per sollazzo, pi i 
per mestière amiate in quésto d' eserci 
non son néto di fatti , rispóse égli , a <^ 
zióne di vita , né quésta è l' arte ch'io p 
la sciagura di mio padre mi ha cond 
prèndere quésta ancórìa per trarne quà^ 
ne' dì festivi . — E quàl disgrazia , disse I 

a vòstro padre è intervenuta ? Égli è 
póse il giovine còlle làgrime àgli óa 
mòdo di riscattarlo , se coli' òpera n 
fatiche noi mi procuro. — Schiavo ^ 
tèmpo , e dóve ? — Già da sèi mési é \ 

Tetuàn. Fattosi co' suoi rispàrmi ui 
tale, égli il caricò su una nave i 



160 NOVELLE DI SOàV£. 

Smirne ; e voile recarvisi égli pére , ónde impe- 
gnarsi pólla sua indùstria a mèglio avvantaggiarlo. 
Ma la nave fu présa da* Barbaréschi, ed éi fatto 
schiavo con tutti gli altri. Due mila scudi pretén- 
donsi per suo riscatto : ma siccóme égli in par- 
tendo quasi tutto avéa séco portato, nói siamo ben 
lontani da quésta sómma. Tuttavólta mia madre e 
diie mie sorèlle faticano dì e nòtte per veder pure 
di radunarla : io fo lo stésso, e procuro di méttere 
per quanto posso a profìtto ancor le fèste» Credeva 
in Slille prime di poter liberarlo col fài*mi schi&vo 
in sua véce. Ma il seppe mia madre , o il sospettò ; 
assicurómmi che il mio diségno èra vano ; e te- 
mendo , né 9énza ragióne , eh' io pur volessi av- 
vi^nturàrvimi ad ógni còsto , fece vietare a tutti i 
capitani di séco prèndermi a bórdo. — Avete di 
idi mài avuto novèlla alcuna ? Sapete a chi serva : 
e in quél mòdo ne sia trattato ? — Éi serve al so- 
prastante^ dèi reali giardini, en'è trattato uma- 
namente : ma quésto è per ldi tròppo piccol con- 
fòrto : égli è schiavo a buon cónto, e lontano da 
nói , lontano da una móglie che ama, e da tre figli 
che ha sèmpre amati teneramente. -^ Che nóme ha 
égli ? — Roberto. — Che età? — È pòco lungi ài 
ciAquantacinque. — Yòi merita^ certamente mi- 
glior ventura : io ve la desidero ben di cuót^ , e 
riguardando alla vòstra virtù, oserei pure di pre- 
sagirvela. 

Giùnta la nòtte , il forestière ordinòglì di andare 
in tèrra, e uscito prestamente dal* battèllo, non gli 
diede pur tèmpo a ringraziarlo della bórsa che gli 
lasciò in ricompènsa. Éi-auvi òtto luigi dóppj e 



tX\l1^ XX> SCHIAVO 

diéd scudi. Il giovine sopra 
Q* andò in tràccia più giórni 
contràrio, ed esprimergli la 
non gli venne mài fatto. 

Dòpo due mési, méntre 

famiglia in una pòvera carne 

iuénsa, ècco arrivare inasp 

Un grido di giója e stupóre 

xislsL impensata ; e dubbiósi 

àgli òcchi próprj non osane 

abbracciando teneramente o 

spòsa ! dice , ah figli miei ! 

pietà vòstra e alle vòstre t 

mai, còme avete potuto vó 

cóme spedirmi tanto sussidi 

riscatto, i cinquanta luigi d 

rimbarco pagatomi innanzi 

pie di maraviglia. Sebbène 

misero stato io vi veggo pei 

tiidine e V impeto degli aff 

glie la fòrza pur di rispòn 

cóUo, e disciólta in làgrìmi 

dona : le figlie accompàgnan 

il figlio si rèsta immòbile e 

Le spàrse làgrime réndom 

la vóce e la paròla : élla al 

marito, riguarda il figlio, 

Ecco, dice, ècco il vòstro lil: 

chiedèvansi per vòstro scàn 

non eravamo ancor giunti , < 

raccòlto , la maggior parte 

liuità indefèssa di vòstro 



162 IfOVKLLE DI SOAVE. 

adorabile dèe .aver trovato de' protettóri , ther- 
mòssi dàlie siìe virtù l'iian soccorso : éi disegnava 
segretamente a principio di méttersi in luògo 
vòstro : a lui certamente nói dobbiàm óra la vòstra 
avvézza ; ed égli ha pur voluto lasciarne la sor- 
présa. Mirate cóme égli n' è penetrato. Ma afibet- 
tiàm'oci a soccórrerlo. Le sorèlle già èrano in ciò 
occupate : i genitóri vi si aggiungono, e non séikza 
difficoltà riescono pur finalménte a trarlo dal siio 
deliquio. Éi volge al padre i lànguidi òcchi : ma 
non ha fòrza ancor di parlar^. 

Il padre intanto si fa pensóso e tacìtiimo , e dàlia 
giója passa improvvisamente al turbaménto e alla 
tristèinca. A lui quindi volgendosi in tuón di sdé- 
gno : Ah sciaguràto ! pàrla^ dì che bài tu fatto? Io 
cèrto non posso èsserti debitóre 6à quésta lìba*tà, 
che mi èra si cara sènza averne a inorridire. Còme 
bài tu potuto osar di fóme un mist^o a tua madre, 
se non mi bài ricomprato con un delitto ? Figlio 
d' ^no schiavo miseràbile ^ e in età cos'i frésca , non 
è credibile che per ofiéste vie tu sii giùnto a pro- 
cacciarti soccórsi di tal natura. Tremo in pensando 
che l'amor filiale abbia potuto conddrti ad tina 
scelleràggine» Tòglimi immantinènte da quésto 
diiblHo, sii veritièro ) e piuttòsto... Ah no! tran-^ 
quillàtevi , mio padre , rispónde égli levandosi con 
isfórzo : abbracdàte pur vòstro figlio; io non séno 
indégno di quésto nóme ^ ma non è pure né a me , 
né ad alcuno di nói » che vói siete tenuto del vòstro 
scampo, il nostro benefattóre è tutt' altri , ed io 
ben il conósco. Ah mà^« l quél forestière, che già 
k bórsa mi lasciò in dóno con atto si generóso^ mi 



JtxVir. LO SCIÌfAVO AlÉCAttATO» 

fé' por iodie di mólte e replicate domiiide. 
Iiii certamente óra viene la nòstra felicità. Ah 
]>otéssi m^i incontriplo novellamente ! s' fo il 
léssi!.... Ma non lascerò diligènza per trami 
meno qualche notizia. — Trarrà- quindi a silo y ! 
qaanto coli' incògnito gli èra avveduto, e^d i 
timóre per quésto mòdo lo riassicdra. 

Dopa diie anni ^d'imitili ricérche éi Vìv 
lìaa mattina nel portò. ••— Ah mio sovrana 
ùnico benefàttoi^, mio sostégno, mia vif 
tiitto!... Gli è quanto éi potè dire gè 
appiedi suoi, e abbracciandoli con trasp 
Che avete vói? chi è cotesto? disse l'i 
rìlevàiidolo. — Ah mio signóre ! potete 
ràrlo ? Avete vói dd tutto dimenticato il 
infelice Roberto che avete salvato s\ 
ménte ? — Yói prendete abbàio, ami( i 

tin forestiéi^e qui giùnto da pòchi gic 
ben sarà ; ma sovvengavi die già vi fós 
ventiséi mési ; ricordivi il giro che ve 
mòlo ; la bórsa che mi donaste ; la « 
sióne che concepiste per la sciagura i 
le premurósedQmàndec:he mi faceste 
che dar vi poteva liime a liberarlo, 
ciò formata la felicità <F un' intéra 
óltro più non desidera , se n/on la * i 

per rioolmàrvi di mille benedizióni . 
levi a' nòstri vóti... venite.. — Bel ) 
h tròppo fàcile l' ingannarsi : vói f 
non m'inganno pùnto. I vòstri i 

tròppo* altamente imprèssi nell 
iscambiàrli. Venite di grafia*.. 



NOTELLB DI IOAVe. 

riedo, e a firgli ùiu ddlce Ticdéam 

atrista mólte persóne si fecero a lor 
'incògnito èra nel cólmo dèlia sda 
i laógo di invanirsene , ebbe il corig- 
ere par Anche ii mo*iméiiti di una 
icénu.e di volére costantemente res- 
»adb éffti quindi sèmpre scherm^do , 
> che , présa V occasione opportuna , 
9 la fólla , e scompirve. 
aréfabe égli tuttóra, se Illa mòrte di 
te di Marsiglia, le sue gènti , trovila 
rie lina nòta di ^Soo frinchi spediti a 
yn dì Cadice, non gliene awéssero 
D. Quésto famóso banchière inglése 
ÌTBB £Ltto liso per liberire, giusta gli 
ig. Cirio di Secondai baróne di Mon- 
esidèate nel parlaménto di Bordeani, 
;lia chiamato Roberto, schiavo a Te- 

uòmo insigne èra tbo di tèmpo in 
ire stia sorèlla Mad. d' Hèricourt, ma- 
ngila. L'aaiòne generósa, che qnlvi 
ibbiimo or raccontita, non gU merita 
minor commeudaiióne, che l'opere 
a ciii si è fitto inunortile (i). 
irnMotii del banÌBB di Moiiteiquìni t ttilo 

ligQÓr Hin^ird, il quilo n' ha iTdu» U oo- 
chio umico del jtiedéiimo Uout«iquìeii» cJiA 
rte in >ljtn par teilimdiùo ocaìi.c. In odi 
iTélle Morilì .1 è ctcààto, che non li ><t,it 
ri Bono pen» ìDoòcrite parécchia «oreuiùdi 
, cha tròppo aiclTiDO dilU allAri, ■ iéri« 



XXVIII. RALDASSi 



NOVELLA 

BALDA5SARB D. 

ÉmAHO sUte in Lisbona tra \ I 
Soàrez e Sdza lunghissime 
póstala pice, stabilirono an 
assicurarla còlle nózze d'El^ 
linici crédi delle due famiglit 
parato : i diie spósi che amàv : 
altro attendevano cYie il mom : 
ad nnirliy qaàndo Baldassàrc i 
fortdnay'ma altero per le siie i 
dito che godeva àlla^ córte, des 
stringendosi in parentèla cól 
dòpo aver prima tentata inutil 
riuscirvi , ricórse finalménte ali 
dal re un impégno^sséhte a fa 
viceré deirindie cóme presènte 
Alle istanze del re, i parénti 
coràggi» d' opporsi ; cedettero , ] 
e il supèrbo de Lama andò oi 
vittòria. Non soffrì però Emani 
puneménte ne^ trionfasse. Tra 
e dall^lra, si fece égli con àsp 
cóntro di Idi il suo fièro risenti 
cedette sì óltre, che, tratte le 
fariosaménte amendiie : e de 



1G(> kov£ll£ di soave. 

destrézza e di fòrze, rilevate già dite ferite, correa 
pericolo di soccómbere, se da gènte che soprag- 
git&nse non fòsse stato opportunamente scampato. 

Recatosi égli tòsto alla c<ìrte , fece alcune do- 
glianze cóntro de Siiza, aggravando il fatto mali- 
gnamente; de Siiza fu imprigionato, ed era già 
condannato &lla mòrte , quando Elvira ferita a tal 
nnòva dal più vivo dolóre , non sapendo a quàl altra 
via appigliarsi ónde salvarlo, si volse allo stésso de 
.Lima. 

' Malgrado 1* assenso de' genitóri , ^lla avéa fino a 
quéli'órÀ tuttòr ricusato di dar la mano ad un 
uòmo che moitalménte abborriVa. Il crudèle si 
valse di quésta occasione per vincerla. Éi pretése 
chele prónte nózze di lèi èsser dovessero il prèzzo 
dello scampo d' Emanuele. Indarno gli venne élla 
rappresentando F insuperàbile aversióne che gli 
portava , e la impossibilità in cui èra d' amarlo : 
rimproverógli indarno la sua niùna delicatézza , la 
feróce s&a ostinazióne ; égli fu irremovibile : e per 
salvare la vita all' infelice de Sùza , Elvira costretta 
si vide a sottoscrivere all'iniqne condizióni, e a 
sacrificarsi. ^ ^ 

Le nózze fdrono celebrate con supèrba magni- 
ficènza; e de Sdza ottènne il perdóno, «la non 
fu liberato , se non dòpo che Elvira còllo spòso 
fdron partiti per l' Indie. Gitinto colà il novèllo 
viceré cominciò a sfoggiare l'orgóglio più ribut- 
tante ; e quésto unito òlla crudeltà e alla durézza 
del suo cuòre , fece che gli. ànimi degli Indiani 
tutti si alienarono, e cominciarono a sollevarsi. 
Elvira per lo contràrio còlla sua umanità e còlla 



XXXm. BàtDASSARE DE LAMA. 167 

dolcézza delle ade mamére fatta fti èra T oggetto 
d^' amóre e delF ainmirazi^ae d^ogniina. Il con-* 
frónto rendéa de Làm^ vie più abborrlto t quando 
lina circostanza d' aggiùnse aneóra per accéi)dere 
vie maggiormente cóntro di liU Tódio e Tabbo-* 
nainazióne comune. Utia principéssa del Malabir, 
fìiggita pe'snói disórdini , venne ad implorare il 
soccórso del viceré di Góa cóntro alle pretésa 
persecuziòni del re siio fratello. I tratti Insin- 
^hiéri di quésta dònna, i suol vézzi , le sue ma- 
nière insinuanti, e.^più il titolo di principéssa 
prèsto sedussero F ànimo ambizióso del supèrbo 
de Lima. Éi se n'accèse, e, a tal ségno ]^prtò la 
sua passióne che cominciò a trattare Elvira non 
pur con freddézza, ma con disprègio, e a te-^ 
nérla duramente imprigionata nelle sue stanze. 
La còsa si fé* palése ed eccitò l'universale inde* 
gnazióne : ognun ne fremeva in suo cuòre ; ognuno 
altaméntg ne mormorava , ma il vicerè , occupato 
interamente del siio novèllo amòre, pùnto non 
curava quél eh' altri dicesse dèlia sua rèa infe** 
deità, e dèlia sua barbàrie. 

In quèjto tèmpo Emanuele de Sùza soffrir non 
potendo di stare più lungamente lontano dàlia 
persóna che amava più di se stésso, determi- 
nòssi di partire incògnito con due de' suoi, e 
d'im1>àrcàrsi per l'Indie. 

Arrivato a Góa intése i bàrbari ta^ttamènti , 
che èrano fatti all'infelice Elvira, la compassióne 
che tutti per lèi sentivano, lo sdégno ónde tutti 
èrano animati cóntro V iniquo de Lama e la prin* 
cipèssa che l'avéa sedótto. Sospirò altaméhte a 



'i 

'I 



168 MOTELLB Di SOAVE* - 

queste Dudre ; un impeto -di prfilio sdégno por- 
tito l'avrebbe a punire il brutale, e a vendi- 
care l'opprèssa viceregina s ma vide il pericolo 
a ciii esponévala; i sospètti che formiti saréb- 
boDsi cóntro di lèi ; l' obbròbrio di cui verrebbe 
a coprirla in fàccia- alla córte e a Lisbona con 
lina vendétta di coi l'avrébbono creduta róm- 
]5lice : moderò l'ira, e pensò a giovarle con più 
cadtéla e più sicnrézza. Impóse ad i&no de' suoi 
che trovasse mòdo d' introdursi alia córte del 
viceré, e d'esser ammésso al servigio d'Elvira; 
all'altro d' insinuarsi prèsso alla principéssa,- ónde 
spiare ciò che quésta e l' infedéle de Lama cóntro 
di lèi macchinassero. 

Non andò mólto ch'éi venne a scoprire l'in- 
fame orditura del più orribile tradiménto. Accie- 
càto de Ldma dalla sjóa indégna passióne , accie- 
càto dàlia malnata ambizióne di vedérsi unito con 
reàl sàngue , stimolato dàlie continue istigazióni 
dèlia scellerata fémmina, s'arrèse all'esec^il par- 
tito di sbrigarsi d' Elvira con un veléni, per 
quindi passar a nuòve nózze còlla principéssa che 
iniquamente adorava. 

Il veléno le fu recato diletti : ma Elvirsf ne venne 
a tèmpo avvertita. 1! rumóre di quésto infiime at- 
tentato si spàrse sùbito perla còrtee per la città ; 
gli ànimi gik per l' innanzi inaspriti non seppero 
règgere a quésto nuòvo orróre; un.fcémitod'ab- 
bominazióne e di sdégno andò serpeggiando per 
ógni parte; i più malcontènti e più ardimentósi 
uscirono a fùria apèrta ; sollevarono il pòpolo, as* 
sediaKono la córte, assalirono l'appartaménto dèlia 



prìacipéssà eia traddén 
córse tòsto illa difésa, i 
éi medésimo saréUw d^ 
misto ucciso , se £maidl| 
guénxe , coi dde suoi fL< 
comhattéiìdo per lai vale 
Non è a dire la coni 
Lima , quando conóbbe 
stésso rivale , e in un 
cosciènza ben lo convino 
ri tato la mòrte. Il dolón 
cipéflsa che amava , e ci 
siia vanità, la vergógna 
Bcelleràggine, il abbatti r 
polo generalmente eseci 
non si risapesse a Lisbón 
ménte punito; il rimór 
Simo, tutto'lo gettò in ù 
e assalito da àjf» fèbbre 
prèsto vicino al sud téri 
ùltim'óra sgombrò fina 
offuscato l'avéano fino i 
la sèrie di tutte le siie n 
róre dell^ùltiiho tradlm 
mento, fatti a se chianti 
còlle làgrinve agli ócch 
che mia spòsa non òso \ 
nòsco tutta l'atrocità i, 
Quanta virtù nel più bà 
gnttata ed opprèssa, e p 
óélo, il cielo al fine h 
alfine vi tòglie da un uó 



,170 JSOYEhlM m SOAVE. 

ém di vói indégno. Se le mie viste forttme póasooo 
compensare in quàielie parte i tòrti che vi ho fatti, 
io tutte v^e le abbandóno. Ma a ciò che lor manca 
Mippiirà un dóno più prezióso, l^manoéle l lavila , 
che generosaménteyói avete cercato diconservftmù, 
or piace al cielo di tògliermi. Io lo ringrazio , che 
tròppo in orróre io sarei stito a me medésimo so- 
pravvivendo al mio néro misfatto,, Yói sólo eravate 
dégno d'Elvira, io ve Tho iniquamente rapita; or 
ve la rendo. Fàt^a vói così lièta e felice, cóme io 
Tho fatta infelice sinóra. Una sóla grazia òso chiè- 
dere ad amendue , ed è , che ^méntichi ,di quanto 
ho fatto sin qui , serbiate la memòria di quésto 
sólo moménto , e quésta memòria non sia -da vói 
abborrita. Abbracciatemi in ségno dei vòstro per- 
dóno per l'ultima vòlta : lo muójo contènto. Così 
spirò tra le lóro braccia, bagnato ancóra del lóro 
piànto ; ma portò séco il rammàrico d' avere pel 
«do orgóglio e la sda crudeltà cofii indegnamente 
disonorata la sua vita. 



NOVELLA XXIX. 

IJC FRATELLO GENEROSO. 

Già un raro esémpio di fratèrna amorevolézza 
abbiamo nói riportato nella Novèlla de' due Fra- 
tèlli. Un secóndo ci è avvendto d'incontrirne re- 
centemente ; e benché a quello di mólto si rasso- 



IXIX. IL ^KAT 

migli , non vogliém tal 
L.'*amór tra' fratèlli, che ì 
sima èsser dovrèbbe sì u 
spésso iilanguidir a pòco 
e talvòlta ancóra con som 
lóro son più congiùnti d 
Tenire l*an cóntro l'altre 
nemici. Mólte sono le cs 
mini a rompere in sì ^ 
flécri vincoli dèlia natura 
che più sovènte a ciò li 
Cairo di lui si formano | 
còsa iniquamente còrroni 
csèmpj di generosità, 
eccitare una nòbile emù 
il jMacére di ricordare di 
gnànime e glorióse ! 

Èra già Idngo tèmpo 
inutilmente avèa mésso i 
richiamare Ferrante suo 
bandonàvasi , e ridurlo si 
si èra perdutamente sviàt 
sióni più non avevano ale 
e le minàcce non èrano 8 
rìtivano; il misero padre 
partito tenérsi , avèalo fi 
e star là déntro più mési 
più capàrbio e più. sfront 

Stanco ìii più sofirirk 
quésti l'ardire di volger! 
Simo, e con arroganti 
oltmggiàHo , deliberò di 



172 flOVELLB Ot SOAVE. 

di casa, e fornitolo appéna di dna piccola porsióne, 
privarle di tutti gli altri suoi héni^ lasciarne iatéiT) 
eréòe il secóndo figlio, cbiamato Arrigo , il quale 
per indole e per costumi tanto éragli di soddisfa- 
zióne e di confòrto, qaànto di sdégno e di ramma- 
rico gli èra il primo. 

Ferrante a sì grave punizióne non sólo per niiin 
mòdo non si mostrò uè corrètto, né sbigottito , ma 
ànzi^tfcOnsigliàto compera, lièto si tenne di potére 
oggimài liberamente, e sènza jàvl avere chi il rim- 
brottasse, far paghi tutti i suoi vizj , e soddisfare 
appit^no i^ùo mal talènto. Ma a pòco a pòco man- 
candogli quéi sussidj , che il padre avévagli accor- 
dati , e ch'égli^ffrettàto si èra a dissipare, vedendo 
la povertà e il bisógno a gran pàssi inoltrarsi , inco- 
minerò ad entrare in se stésso , e a pentirsi della 
siia passata condótta. Vénnegli allóra più vòlte all' 
ànimo di ritornare dal padre, e gittandosi a' piedi 
suoi , implorameli! perdóno. Ma la vergógna da un 
canto e dall'altro il timóre di èssere rigettato lo 
riteneva : e méntre éi vivéa in questa dubbietà di 
consigli, la mòrte, che il padre gli tòlse improv- 
visamente, troncò ógni còsa, e il lasciò nel dolóre 
di una quasi totale indigènza. 

Non avendo allóra più altro partito, èi si die di 
proposito ad Un tenóre di vita, assai divèrso da 
quello, che avéa serbato fino a quél tèmpo; e -la- 
sciata ógni pràtica ed ógni vizio , incominciò ad 
occuparsi seriamente e coli' indùstria sùaTe còlie sue 
faticherà p^acciàrsi quél tanto che dàlia perduta 
eredità più non poteva aspettare. Non fu degli ùltimi 
Arrigo ad avvedérsi di quésto cambiaménto felice, 



IXIX. IL FRATELLO 

• cóme viitaóso ch'egli èra, 
e assai più amareggiato l' a 
fratèllo, di quello che app< 
èssi acquistata, del ravvedili 
lièto nomo del móndo. Cóm 
prodótto dalla necessità, óve ( 
tròppo prèsto , suol bène spés 
menticàrsi ; così égli deliberò 
per alcun tèmpo , ónde il sdo 
fòsse più férmo, ed égli avèsi 
runentàre coli' uso quanto iln 
raita sia per se medésima da ] 
golata e licenziósa. Allorché 
assicurato abbastanza, sènza 
fòsse , prése il testaménto patéi 
a un suo vigliétto, glielo tras 
dogli. 

ft Mio caro Ferrante , io vi r 
cui nòstro padre mi ha fatto < 
bèni. S'egli vivesse tuttóra, Ì4 
altriménti ne disporrebbe. Ég 
vói foste f io godo di rénderl 
Gradite un atto di giustizia < 
buon cuòre adémpio vèrso di v 
Arrigo. » 

Èra il dì primo dell'anno 
vide recare quésto vigliétto a< 
siffatto presènte , ciii cèrto non 
aspettarsi. L'espressióni amor 
taménte l'intenerirono, la rài 
prése ; ma non volendo tuttavi 
abusarne, rimandandogli il te 



i^no e Incomparibit fratèllo , la vós— 
à tr^ipo giuHifica le di^xisÌEÌÒDÌ dì 
I. Io ve le rimanda , che dìùdo potéa 
i mentirle. Quiato pòco faoappres— 
ggi consigli, cjnaodo éi vivéa , altret— 
IO onorare la sua memòria, e rispettare 
li Mi voléri. L'aver ricuperato l'amor 
óstra stima obbliga abbastanza la rìco- 
TÒstro fratèllo Ferrante, <• 
vi\a quétta riipdsta, sórse da Itii im- 

e dLòraòciinikdo : La tròppo cara e 
■nenùriadi nòstro pidre non mèglio, 
anor^ni che distra ggèndo, cóme fa* 
ÉsM , nn itto , il qnàì se giusto potè 
a vòlt), óra Barébbe ingiustissimo. Nel 
addnqtw di lui medésimo io lo abolisco 

e vói rientrate ia quéi diritti, ohe 
la natiira e che la virtù vòstra v'ha 
Ciò détto, lènza astiarne pur lé- 
I ttacoindosi, e córso si fuòco, diede 
H testaménto, e l' incenerì. 
I contrasto d' affètti e di generósi «enti- 
icqae tra i due fratèlli , negando l'^no 
: eie a ciii diceva d' aver perduto ógni 
dtro di ritenére ciò che afiérmàva non 
liiì dovéto. Alla fine Arrigo la vinse. 
Igni patto ohe alméno qualménte am- 
témi bèni godessero, lasciandoli fra 
e db da Ferriate accettato, così pòi 
re fra lóro eongiùnti , che fratèlli mii 
> ni più amorévoli , né più concorde- 
ati. 



XXX. ANEDDOTO DEL MAR. DI 



NOVELLA X3 

ANEDDOTO DEL MAUBSCIALLO 

tJsA troppo piccola eósa nói 
riferire d'un nóm sì grande, ci 
rimo maresciallo di Turréna. M 
mostrare cóme appunto gli uómii 
contenérsi in qtié*càsi, per cui s 
raménte quelli che sono di minò 

Prestissimi infatti sono costór 
mostrare per le più piccole o&é» 
inTolonti&rie , un feróce risentir 
vàndo in se stéssi ^ che pòssa rei 
temono ognóra di é&serc disprez 
Sospètto che altri non fàccia fii 
diméssi vortéfobono, è una feri 
lóro orgóglio, che inoontanént 
tréme farie. Gli uòmini illustri ^ 
sicdrì che Ponòr lóro nou viene 
per bagatélle di simil cónto ^ pii 
pi&re dissimulare, o sofirirle con 
curanza. Mólti esémpj n'abbian 
nói ferém cènno soltanto d' un 
célèbre maresciallo di Turréna e 

Égli èra in guèrra il terrór de 
formato per lungo tèmpo il so 
della Frància. Ma nel suo viver < 



NUTELLB DI IO*TS. 

Aite aflStto , e fUméuo ; èra modéUo oégli àbiti 
I portaménto; nd coiiTemre èra umano ed 
ile con chiccheaiia. 

Venne uoa mattina d' eslitè , che tucéndo per 
«dèlia sda cimerà così, com'era, in farsétto, 
sto K^lzo, si mise a passeggiar tutto sólo per 
ticàmere ; e fattosi quindi ad una finèstra , ap- 
;iitosoTr*èstacdi gómiti, e col mento in frale 
i, si stéttearìgaardìrud giardino. Mentr'èra 
uèsto atteggiaméBto, capita un lamlglio, il 

cr«d^dolo ihio de'móicompìgni, si accòsta 
léUo; e con serritorèsca dimestichézza appli- 
^ un gran cólpo, ridendo si tira da cìnto. Il 
«dillo tranquiUaménte Tolgéndoù : Amico, 

, la mino vi pésa fòrte : un'altra vòlta ricòr- 
di catcér meno. II famiglio iUa vóce ed illa 

riconoscendolo , ebbe a cader tramortito. Get- 
Dsi quindi a' piedi saòi tdtto pàllido e tremante, 
lomandò . còlle làgrime compatiménto e per- 
ii dicendo, che prèso avéalo pel Giannotto 
Mmpàgno. Il maresciallo pur còlla stèssa sere- 
: L' erròr maggióre , rispòse , non è dégU óc' 

ma della mano : anche al Giaietto il saluto 
k senHitire un po' brusco; io vi coociglieréi 
d' innanzi a dar il buon di cólta . vóce piuttòsto 
eòi getti. Pòi alzatolo e confortatolo, si ritirò 
iménte nella sua càmera, lasciandolo, non si 
ìbbe ben dire , se cólmo più di confusióne, o 
nera meraviglia. 



kXZI. IL CAMI 



NOVELl 

IL CAMBIO i 

EuDÓssio e Lsóarzio n^ 
diócri fortune : ma per ^ 
di lunga mano sa i lón 
Avéano inaiéme compili 
contratta fin da' primi 
cbézza , la quàl durò fine 
Non tòlse quésta però d 
tener di vita non s' appig 
quella via, a ciìii dal géc 
invitato. Eudóssio , di à 
tivo, prónto, avveduto, 
affiiri, si diede àgli imf 
destrézza e co' mèriti su 
grado, giunse col témp 
fortune. Leonzio, di ani] 
alièno dai tumulti e dàll 
sua libera mediocrità , 
quièta coltura delle sci^ 
progrèssi, che lino de' 
«da fa riputato. 

Amici sèmpre, ed int 
occupazióni fra lóro e 
amendiie vissero fin óltr 
legarsi ad alcuna dóni 



MOVELLK m MAVK. 

di concèrto deliberarono di ammo-^ 
ime Endóssio giìi èra stanco d(' Maghi 
iti liti strèpiti dèlia córte; ( del tu- 

dttà por nojato da Mago tèmpo èra 
sième determi aàrooo di ricovrirai fra 
t BÌléaiio dèlie campagne; e quivi in 
idzia non più disgiùnti da còsa alcdna 
méate ciò che restava del viver lóro. 
Uie Mie Jmpie dovizie la laógo améao 

coDiperb aa ricco fèudo ; e prés«o a 
1 podére pur acquirtóssi Leonzio, cjje 
« pòi seppe rèndere di maggior pré»o ; 
dde còlle lor dònne trinqnillunénte sì 

chtf quéste pressoché al tèmpo m^é' 
irono vicine al parto ■ e quella di En- 
e illa Idee nn bel mischio , qnéils di 
bellUsima figlia , di che amendiìe «ut' 
I dtre ógni crédere, e lièta fèsta n« 
ordflnéate. Ma il lóro giiihito venne 
a turbarli ; che sorprèsa la m^ie di 
;bi di dopo il plrlo da niile violentis- 
liù bel' fióre degli doni suoi misera- 
Ila mòrte rapita. 11 dolor dt Leóniio a 
[ita per luogo tèmpo fii JRConsoUbile ; 
infórti, e le tènere cure, e l'amoróse 
I , (tede Etidòisio prendeva parte al ido 
e séco studjdvasì dì dividerlo, éi non 
ito si lungamente l'acn-biUi compor- 
Qon venisse a soccómbere. Soateaiita 
re amorévoli dell'amico, éi cominciò 
o a temperare il sdo cordòglio,; ma un 



XXXI. It CAMBIO 

molèsto pensiero tuttóra l 
péva, esséodo égli uòmo, < 
figlia* sua, allorché fòsse 
educazióne, phe non pur 
dra e manierósa gióvane e 
di tù^o ciò che a gentildd 
Un dì che stava con ] 
4ìon<|iiéUa intrinsichézza, 
suol ispirare^ él venne mas 
che il cuor gli pungeva, e 
innailzi tratto volesse alla 
dar la bambina, affinchè q 
tèmpo , sótto alla siia cura 
derla, e séco medésima 
Eudóssio promise tòsto eh 
tiéri ; ma un compenso , gì 
bramerei. Quésto figlio , e 
vorrei pure che dégno u 
della fortuna in cui débbi 
liso sapesse farne. Ma awé 
córte, e al turbine degli 
ho potuto dar mài a ciò ci 
educazióne convengasi , m 
désimo saprei condurla. 
córa, che se il figlio mio 
nóscere il ricco stato in e 
di ciò oi^ogliòso , a tanti 
quali crédono , che nidna ( 
sórta di pròprio mèrito si: 
fornito di àmpie fortune, e 
cano per tutto quanto, h 
ignorasse per lungo témp 



ISO MOTELLX DI WAVB. 

e poiché d'altra pirte migliòre edncatiìre lo tion 
potrei né sperire , ai ottenére che vói medéainio , 
io bramerei , méntre téaeri BÓnO tuttóra am^diie- 
ed i goòti 3 se stéssi, che un cambio ti'a nói faces- 
simo, de' nòstri figU, e vói il mio prendendovi, la 
vòstra figlia a me lascìiate, e cos'i amendiìe gli alle— 
vissimo , cóme se fossero nòstri própij. 

Con lièto ànimo accettò Leònaio U partito, e 
prónto si offerì ad impiegare ógni ciira, ónde il 
figlio di Eudóssio tal divenisse quul égli il deside- 
rava. Rèsta soltanto, diss'égli, che quésto cimbio 
£lla vòstra dònna pur non dispiaccia , e che élla 
sostenga di vedérsi il silo figliuòlo staccar dal liti- 
co. Io prèndo , rispòse Eudóssio , sópra me stésso 
il càrico di far eh' élla ^ùre ne sia contènta. E còme 
savissima dóana, non fa gran còsa diflìcile iljier' 
suadèrla, tanto più eh' élla bea sapéa a quàl mino 
H figlio suo raccomandìvasi ; e stando èssi di abi- 
tazióne l' lino all' altro vicini, poteva agevolmente 
col figlio suo intertenérsi ógni vòlta che di piacére 
le fòsse stilo. 

Ciò adunque tra lor fermato, tardar non voliera 

■ métterlo adeRétto; e fìtto il cambio, ciascdodi 

lóro pel figlio che avèvasi adottato prése b\ fòi-te 

amM« e s\ tènera cura, i^e niiino avrebbe potuto 

edérsi , ma neppiir mài sospettare, che 

iasciin non fòsse di quello ctii allevava. 

lur anche a mano a mino che véuner 

eguài amóre e d' eguài tenerézza a'si^>- 

titòrì A corrispósero, e cosi bène degli 

aestraménti approfittarono, nei quali 

iti , che la giòja divennero, e la delizia 






ZXXÌ. IL ClMB 

if gióvhi Flavio sopra 

I^nzìo, e reggendo le 

aveva, comprése che nel 

stia industria ógni sda sp 

sideróso per altra parte < 

di compensare coU' ópei 

core amoróse d' un sì bi: 

applicazióne a tdtto ciò e 

dogli j che in brève tém 

trina fa profondissimo, 

grjan lunga , fu qnàl pi 

qnéili che il conoscevano 

Intanto , cóme freqnei 

di Eadóssio, veggéndo e 

qnésti adottata , e che ó 

niva per bellézza , e per ^ 

di sàggio ed' onèsto cost 

bihnénté an amóre ard 

eziandio per Ini s'accèse '. 

l'uno pur lusingarsi , eh 

d* un patrimònio vastissii 

a lui , ch'era di così scars 

aff altra pur l' ànimo di ] 

réotispiacér potesse, ard 

à&e^ senza aver cuore di 

portavano. 

Méntre éran èssi in tà 
vedeva sóo fìglio già èssi 
valoróso gióvane, che mi 
liénte di richiamarlo a 
Torigin sua , rendùte a 1 
il pregò a volérglielo ri 



183 IIOTBLI.K VI SOAVE. 

r uain (Am «do pMprio figlio p*vò grmdls- 
aimapéna i dovérti da Idi dividere, e teiere a se 
medésimo dna si dfilce illnnóne. Pur convoiéndo- 
gli cèdere , chiamilo il gióvane in diSpSrte , gli 
ordìnb che ad Euddssio andar dovesse, die di gra- 
vissimo aflSre avéa séco a trattenérsi , e non po- 
tendo di più aggitìngere per le ligrìme che gli so- 
pravvennero, baciitolo più vùite ten^^ménte, e 
con iifÒno da liii staccatosi, licenziindob si ritirò. 
Sorfo^EO il gióvane a 'quésto piànto , e dgli atti 
di tenerézza insième e di dólnre, di cui non sapéa 
comprèndere la cagióne, agitito da mille ddbbj e 
da mille divèrsi, pensièri , ad EudAssio si fece in- 
nanzi. D traspòrto di gidhilo e di amóre, con cdi 
EudÓBsio disetùatb ad abhracciirlo, ìttcomincib a 
dirgli ànimo ; ma tròppo lungi essendo égli tnttdra 
dal sospettare che quésti potesse a Idi èsser padre , 
allorché intèselo dì sua bócca, e adi il cambio che 
con Leonzio égli avéa fatto, rimase estatico, e quasi 
interamente fuor di se stésso. Tornito a se medé- 
simo éi cidde a' piedi di Eudóssio , « tefieranténte 
abbracciandoli : Gli itti di dólce amorevoIéEza che 
vói mi avete cotante vòlte mostrilo, bène, disse, 
avrebbero potrito inddrmi sospètto di quello che 
or vi degnate di palesarmi : ma chi avrebbe potdto 
créder giamniài che la téaera cdra, che di me aveva 
lìnzio ,' altro èsser potesse che effètto d' amor 
tèrno ? Quàl pidre mài altrettanto si vide fare 
T suo Tiglio? Io godo adunque, o signóre, di 
wcóscere in vói quello a. cdi dèUra quésta mia 
» , che oggimìi sarà tdtta vòstra , ma vói dovete 
ir comportire eh' io segua qndl iltro padre a ri- 



XXXI. IL CAMBIO AYV 

guardare colui ^ 9I qaiì tenùt 
Delle fatiche ch'igli ha soiFért 
dini che ha usato neir aUevim: 
gratitadiae iofiachè viva ; né 
ìbuì y crédo che mai potrei giù^ 
abbastanza. Un picei ol compéi 
vói gli potreste par dare , che 
insième alla mia felicità. Isabél 
nór temila in laógo di figlia, 
colla soa beUéasza, e più còlle d<! 
a vói e illa mia madre è debii 
del più puro e più vivo amóre 
vane ardesse mài ; ma non osa 
sde nozze, che di tròppo a me e 
io mi son contentato di adorar! 
gretaménte sènza giammài pai 
vói nella figli» voleste il pàdr ! 
vorrei pregarvi a scoprirle V af ' 
a me stringendosi a parte ré; 1 
béniy e cheamendùe, per qu ! 
di Leonzio segoiàm tuttóra ac 
Eudóssio a (péste paróle e 
sporto di giéja riabbracciàndc 
che la mia dólce speranza fi 
óra sèi la mia pièna felicità , e 
di grato ànimo, quanto maggi 
trano la tua vir^, e quanto i 
ciò eh' io déb€o a Leonzio ' 
palési ! Se la virtù di quéll' 
altro premio potesse desider 
nói portare con se medésiir 
ditfazióne di aver bène ope 



184 KOVELLE DI SOAYJE. 

vi ha còsa che io per lui non faqéssi : iqa oggimai 
di tutti i miei bèni éi potrà meco, dispórre a siio 
talento- Rispètto alla figlia sua, che quàl mia prò- 
pria io m'ho finór riguardata, non tanto a lui , 
quanto a me medésimo tu fai la più cara e. più dólce 
còsa del móndo, séco chiedendo d'esser unito in 
matrimònio. Il più vivo desidèrio di me, non meno 
che di tóa mÀdre, hai tu con ciò prevenuto. Ma. 
quésta pure è oggimài impaziènte di abbracciarti ; 
andiamo , che tal confòrto non è a lèi da tardare 
più lungamente. 

La madre, cui mille anni parèa ógni nipméato, 
al primo vedérlo ebbe a strùggersi . di tenerézza e 
di gioja, e sazià]:',non potévasi.div^bracciàrlo e di 
baciarlo. Più crébbe ancóra la contentézza, quànd' 
éHa udì che il figlio suo riacquistando, perduto 
non avrebbe tuttavia Isabèlla, cui sótto altro ti- 
tolo più non sapèa riguardare che cpme un' altra 
sua figlia. Quésta da lèi istrutta di tutto ciò ch'era 
occórso, benché sorprésa e attònita in sulle prime 
si rimanesse , lièta pòi venne oltremódo all' intèn- 
dere che la fortuna , tutto serbandole ciò che s\ 
dólce le èra stato fino a quètl' óra, un padre sì ri- 
spettabile, ed lino spòso sì caro pur le donava : e 
chiamato Leonzio, (^e pièno di tenerézza sen córse 
ad abbracciar la sua figlia , e fatte le nózze col più 
vivo giùbilo di tutti insième, altro più non for- 
marono che una sóla famiglia, in cui l' amicizia e 
l'amóre scambiévole non meno sacri legami e men 
preziósi divennero, che fòsser quelli del sàngue. 



XZSII. IL 



NOVEfcL 

IL PAL 

ÀwiEN talora , che u6 

fède a^loppàndosi in i 

non sono a sostenére , o 

moderato in ispése supc 

gonsi caricando di deb 

per ùltimo a tradire i • 

fidati , con un vituperéi 

ninna compassióne è do^ 

besi cóntro di èssi , e p< 

citare tatto il rigóre de 

talvòlta, che uòmini s^ 

accidènti , che l' uAiàna i 

condótti si trovino alla 

d' ógni pietà certamente 

rébbono èssi ancóra , ci 

vàssero, le quali accori 

córso, ne prevenissero 

grandi son tròppo rari ] 

gbìltérra ce n'ha ofFéi 

tinto più volentièri nói 

quanto più merita d' és! 

Èra in Londra un negi 

véndo, e T suoi affari r< 

indefèssa , discréto altre 



KOTELLE DI SOAVE, 
le' contratti , avéa acquistata grandis- 
sima ripntazìAne, e arvantaggiita di mólto li. stia 
fortiìna» Esteadéado égli il sdo comniércio a mi- 
sdra che in lui crescéano i fóndi e le sostanze, ar- 
rivò ad aver ricco tràffico non pure con vlrie pirti 
dell' Europa, ma coli' America ancóra e coli' Indie. 
Quando ècco improvvisamente nel miglior fióre di 
sua fortuna li vide égli io procinto di pèrdere a un 
pùnto sólo il friitto di tutte le ade passile fatiche. 
Una nive égli attendeva da lungo tèmpo càrica di 
ricche mèrci. Un di gli gidgne l'avviso, che assa- 
lila da fariósa tempèsta aveva quésta rótto in tino 
scòglio, e che salvitisi appéna alcuni dc'marinài, 
tdtto it rèsto èra ito al fóodo. Awicinavasi it tèr- 
mine de' pagaménti, e sprovveduto trovandosi, né 
sapendo in a\ grave pèrdita dóve aver ricórso, èi 
credéasi gik rovinilo sènza riparo. 

Menlr'èra nel cólmo dell' afflizióne , il cassiéi-e 
d'doo de' suoi creditóri gli si presenta, e gli pòrge 
dna lèttera. Non dubitando , che quésta non fòsse 
nn' intimazióne a dover prontamente soddisfare al 
■no débito, èi rignardiva già quésto moménto 
cóme it principio del suo totale estermiuio. Apre 
quindi con mino tremìnte la lèttera, tdtto pallido 
in viso e contraffitto, siccóme uòmo, il quii por- 
lire si véaea. la fatale senténia di mói-te , e facén- 
er lèggerla , die appéna il cuor gli 
-ava quéste espreitsiùni. 
So la disgrazia che vi è intravvenuta. 
Itrónde la probità, l'altivU», e T in- 
tra, io ho risoluto di dnrvi mino, 
le coriggio. Al débito che vói «véle 



XXXII. IL 



con me , adempirete q 

aoddisfór prontamente 

con iltri ^ il mio* caBsiér 

presènte, vi rimetterà in 

qoemila lire sterline , ed 

gire lina lèttera di càm 

▼ói mi addosserete qnant 

ho potete or £&re di frc 

córso non vi avesse a giù 

qnésto non basta', infino 

line vói potete sópra di 

assai meno di quello che 

achierèi quésta sómma p 

Tare nn uòmo onèsto , < 

servidóre ed amico Gug 

Non ebbe pur tèmpo < 

sorprésa, il giubilo, la 

miUe affètti insième uni 

chiamato a se stèsso, un • 

tenerézza fa il primo sf(! 

ron benedizióni eh' èi tu 

nimo benefattóre. 

Èra quésti un ricco ba 
da lungo tèmpo , e ave 
industria ammirato più 
che un uóm sk fatto avési 
nemica fortuna ; e app< 
mòsso da generóso àniiii 
farsi égli suo riparo e 
nénte rovina. 

Il contante difàtti lasc 
soddisfar con prontézza 



188 NOVELLE DI SOAVE. 

lèttera di cambio servì a sostenére il siio crédito ; cUe 
nidno più dubitò non dovesse égli avere tuttóra di 
mólti fóndi e di mólte sostanze , se un banchière 
co8\ accòrto, com' èra Guglielmo P... una lèttera sì 
rilevante accettava da Idi sènza esitazióne e senza 
contrasto. 

Ordinate in tal mòdo le còse sue , ilnegoziànte 
potè continuar lietamente il sdo commèrcio, che 
il cielo felicitare pur volle per mólte vie : e in pò- 
chi anni non solamente éi fu in grado di i*einte- 
gràre appièno del sdo crédito il generóso ban- 
chière , ma ebbe pure il contènto di èssergli ùtile 
in più incóntri , e in più mòdi mostrargli la sua 
costdinte e tènera riconoscènza. 



NOVELLA XXXIH. 



L INGRATITUDINE. 

Tbatto da avidità di guadagno, Tommaso Inkle, 
figlio di un mercante di Londra, compijiu appéna 
la frésca età di vénti anni , nulla temendo i peri- 
coli di dna lunga navigazióne, deliberò d'im- 
barcarsi per r Indie Occidentali, e sulP Achilie,, 
prèsto a far véla a quella volta, con un capitale 
aflìdàtogli da suo padre, nel d'i i6 di giugno del 
1676 se ne partì. Il vascèllo dòpo assai lungo e pe- 
nóso viàggio, scopèrto alfin di lontano il conti- 
nènte deir America, venne a dar fóndo in un pie- 



XXXIfl. L^ INORATITI 



col séno 9 Óve il capitino , che 
)irovyÌ8ÌÓQÌ sentiva grave difetto , 
schifo , ordinò ad alcuni de' saói 
dissero a procacciarne. Mòsso di 
nóscere il paese , Tommaso Inkle 
ma innoltràtisi tutti insième éni 
chiaméute assaliti si videro d'in 

■ 

binda di qaéi selvàggi, che fattisi 
cisero la più parte ; e costretti gì: i 
cosili dispersero, che pòchi potei > 
al vascèllo restituirsi. 

Il gióvin Inkle nella confusiòn : 

dèndosi ognòr d'aver la mòrte ài 

errando per lungo tèmpo ne' bòsch 

un'altura che più dell'altre inòspit ; 

pareva, sfinito di fòrze, e tutto ai 

dante di sudóre , sovra alla tèrra 

bandonò. I più tristi pensièri qui g 

ménte, che ben vedeva non poter 

bàrbari luòghi avvenirgli , che di Hk 

fra l'unghie dèlie béstie feróci « o 

quéi selvàggi più crudi ancor dèlie 

imbattuto da quéste immàgini sp; 

piangeva dirottamente, òde un rumò 

e di terróre balzando in piedi, e vó 

vede una gióvane dònna , che a què 

quiUaménte se ne veniva , e che dol 

dandolo gli fé' cènno di arrestarsi. 

rincorato, égli si getta appiè di lèi i 

e còlle làgrime, e còlle vóci geme 

còme può mèglio, la prega a voler 

passióne, e trovar mòdo con cui sai 



192 NOVELLE DI SOATB. 

Méte dàase ^ o f ra i snóai- e fra i ckald , e fra i de- 
liziósi conviti ; che la gióvane ^mericéna sentì de- 
starsi vaghézza di veder tg^te sì fótte có^, e «li 
seguitarlo. Sènza di quéslUpnr anch' élla èra già 
a lui' 8\ strétta d'afiezióne, che a qnalùn^e parte 
del móndo sarebbe stÀta appai'ecchiata a c^krere 
con esso lui qualunque fortdna. Stàvansi dénqae 
amendue ansiosamente aspettando , che qoàlche 
nave il ciél mandasse in quelle parti, e dì e nétte 
alternatamente vegliavano spiando il mare. Dòpo 
assai tèmpo scopèrta venne a Jariko , ch'era di 
acutissimo sguardo, alcuna còsa daliiilgi;'e da- 
tone ad Inkle l'avviso, quésti ben prèsto s'avvide 
doj^rciò èssere un naviglio, che con plàcido velato 
v^flia solcando quell'onde^ e fàtii i nòti segnali, 
ottènne ch'éi si accostasse, intantochè venuta Ja 
nòtte , sul palischérmo , che gli fu a tèrra spedito, 
éi potècou quella e co' mólti suoi dóni sicuramente 
imbarcarsi. 

Non è da dire se lièto fòsse l'Inglése gióvane : 
ma Jariko al dover abbandonare la patria, che 
tròppo è cara, qualùnque siasi , a chi v' è nàto, e 
i parénti suoi , e gli amici per non mài più rive- 
dérli, sentissi un vivo dolóre, che mólte làgrime 
le trasse , e mólti sospiri , né così prèsto sarébbesi 
consolata , se stati non fossero i confòrti d' Inkle 
che luògo ormài le teneva e di parénti e di pàtria, 
e d'ogni còsa. Lèi però infelice che non sapéa a 
quàl tristo gióvane e a quàl ingrato si fòsse abban- 
donata. 

Il légno, che avéali in se raccòlti , èra Inglése, 
di che il gióvane fu assai più contènto , e con rie- 



XXXili. L INOAi) 

che mèrci e qoo mólti Négri 
della Gainéa viaggiava élla 
isola delle Aajtille, stngolai 
fertiUssima , àUa coltura de^ q 
seri impiegarsi. All^ approdare 
viglio, fu tòsto pièno di gèi 
d'ógaiàUra deifràta, così de'I^ 
aperse tonilo mercato : etèrno vi i 
che indégno tràffico fa di quégl i 
cóme di Iviói ^ o di pècore appé i 
altróve ! Vedendo il barbaro- 
mercato mólti èssere i compra 
prezzo uòmini e dònne vendèvai 
rizia s^ e diméntico d' ógni cót 
soa schiava espóse' scelleratamt < 
Jariko. Nulla valse alla misera il 
^rarsi, e il chié()ergli pietà e m < 
gioràrlo , che se in luògn^ di sch « 
abnèno còme tale prèsso di se meci ! 
niilla in ricordargli ciò die avéi 
cóme campatolo dalle mani de' si ( 
Tavrébbono trattò a mòrte , e eòi i 
j' tinto tèmpo a lui la vita., provve< 
còsa còlle siie cure, *e còme arricch 
e cóme per lui , per lui sólo e paro 
, quinto l'èra più caro, élla avesse 
i nulla il disfogarsi in amare invet 
«larlo ingrato, e pèrfido, e inuma 
di mille esecrazióni, e il cielo chièd 
aio , e vendicatóre di tanta scellen 
crudo di quii mai fòsse più cruda i 
ógoi di lèi più siiisto rimpròvero, ( 



10^ nOVELLlE m SOAVI* 

mento, o pie -tenera e afifettaósa preghièra , e in 
ciò contènto , che )o stranièro di lèi linguàggio 
non èra per altri intèso , né ad altri palése èsser 
poteva la stia malvagità, vendiitaki a un merca* 
tinte, ed avutone il prèzzo, sènza seppur riguar- 
darla si dipartì. > 

L'infelice Jariko assai più naòrtai che Viva se ne 
rimise, e dal silo non meno bàrbaro compratóre, 
che niilla al piànto di lèi si mésse, condótta a casa , ' 
o là tratta piuttòsto e strascinata , tra pel dolóre 
che la struggeva , e la dora vita che fa costretta a 
menare, e F enórmi lattiche di die veniva aggravata 
(che dispogliati di ógni sènso d' umanità colà un 
tèmpo solevano gli Europèi , né l' iniquo eostilme 
è del tótto cessato atacóra, cosi trattare qnè' miseri, 
cóme se hèstie fossero, ed ancor pèggio), in brève 
tèmpo disfatta, e màcera, e consenta miseramente 
ùn\ di vivere. r 

Frattanto Inkle col prèzzo, che aveva per lèi 
avuto, e coi ricchi dóni che le aveva carpitc^^ e col 
denaro affidatogli da sdo pàdi*e datosi a traUeàr 
largamente,- n' èbhe di mólti vantàggi^ e crescèndo 
ognór più di ricchézze , la sua fortuna lodava, e la 
sua industria, e il suo ingégno ; e se i rimòrsi gli si 
destavano de! siio delitto ,, it die avvertiva spessis- 
simo, alla sua presènte prosperità rivolgendo il 
pensièro, M éoirocàva. ^^ t ,' e. ,• 

Ma per tardar che fàccia , già non diméntica il 
dèlo la gidsta punizióne dég^ uòmini scellerati. \ 
Ricco già divenuto oltremòdo , ma non mài sàzio 
per quésto, anzi sèmpre p&à àvido di arricchire ^ 
l'iniquo gióvane, risovvenèndosi 4^1 luògo, óve 



xxxiii. l'u 

stato già èra sì lungo tén 
e dell'argènto, e dell' 
quivi éraDO in larga cóp 
mare an vascèllo , e col 
sèsso di què'tesàrip Sb 
co'suó^ s'innoltrò nel 
vaggi gli fiiron sópra ; n 
fórse rinscà £icilménte a 
andò più innanzi, e ti 
dall'avidità Europèa noi 
ciàva ad estràrne le pn 
Selvaggi cresciuti a più i 
mèglio agguerrite, novi 
uccisi mólti dèi suoi, 1 
Tutta allór la vendétta e 
pèrse : e parve cheque' 
Ómbra dèlia tradita Jaril 
tale e si barbara ,*e s^ toi 
oerOy e ék crudamente st 
divorarono. Qaésta ^è 
spettatóri d' intórno e te 
lóro, at ciii la perfidia è 
ringratilddine! 

NOVELL 

GfTGLIE 

Per ben divèrsa inar 
gioni, óve aj^èrsero gì 



196 VOVELLE DI SOAVE. 

teatro di crudeltà e di rapine, seppe condursi un 
iltro Inglése , il cui ^óme nella memórìa de' pòsteri 
viverà immort^e. Guglielmo Penh, ottenilto da 
Carlo II re d'Inghilterra il possésso di qu^la parte 
dell'America settentrionale, che Pensilvanj^ dal 
suo nóme e dàUe mólte sélve che v'érand fa pòi 
chiamata, in véce di straziare quélmiseri, com' altri 
fecero , altra cura non éhbe che di sollevarli , e oóUa 
siia umanità,, e cògli atti frequènti di stia benefit' 
céikza etèrno oggetto divenne dèlia lóro ammira- 
zióne e del lóro amóre. 

In sul principio però la diffidènza , in cui èrano 
<pélle gènti, e l'inimicizia per lor giurata àgli 
Europèi fiiron cagióne che mólti cóntro lui piire 
si sollevassero , e che assalito da èssi ferocemente , 
per sua difésa éi fòsse costretto a prènder l' àmii. 
Avutane segnalata vittòria, e fatti mólti prigióni, 
accadde eh' éi si vedesse fra gli dltri una bellissima 
giovine condurre innanzi. Piangeva quésta a di- 
rótte làgrime -, ne la perduta libartà solamente era 
a lei di rammàrico, ma altra pèrdita ancor più 
grave la traOggéva. Amava élla di tènero amòre un 
gióvane a lèi pari di età e di bellézza , dal quale, èra 
amata pur egualmente. Il giórno dèlie lóro nózze 
già èra vicino, allór che i tórbidi déUa guèrra 
verniti èrano a distornarle, ed or chiusa ne' fèrri , 
speranza alcuna più non aveva, nonché di unirsi 
con lui, ma neppiir di mài più giùgnere a rive- 
dérlo. Anzi vie più acerbamente la tormentava il 
timóre, che vittima sótto all' armi nemichexadùto 
éi fòsse, perocché tròppo il coràggio ài liii, e 
r impeto conosceva , e ben sapéa, che non altróve 



XXXI V. GUG 

égli stato Qélk 
più fièra e pia sanguiaó; 

Gugliékao Pénh intei 
quella umanità e dolcéz 
cercava di consolarla : 
Americano tiitto intriso • 
e di frécce colà venirli 
gidgDere accórre quésti 
che fra Io stupóre , la g 
grido, e cède tramortita 
fortàndola ta richiama i 
a' piedi del vincitóre le : 
disse, e quéste èrmi be 
viltà mi ha qui oondóti 
caténe che i tuoi mi abbia 
còsa avrebbe potuto mai 
nelle tiie mani , sé quésta 
rapito P iniqua fortuna, 
avvòlto nel furóre della '. 
fènderla, data non Pavéì 
che più della libertà e dn 
che altro da lei non pbtr 
che la morte. Io non ve 
che tu la rènda a' vóti mi 
osiam nói sperare dàlie g 
mlco a nói manda dal n 
quésto alméno k vòstra 
trastarmi, ch'io divida h 
sdiiàvo qui insiém con le 

Attònito Gugliékno P 
dézza, e élla magnànima 
abbragciàndolo con pater 



199 NOVELLE m SOAVE. 

ooisiirì, o (iglio^ rispóse, da cicche la h^ aAcoj 
o veduto fórse d'alciini, F ànimo ed il costarne di 
tiitti gli Burchi, ^oa a rapire le vòstre spóse, o 
i vòstri bèni» o a cacciarvi da' vòstri Ikli, ó a farvi 
schiavi soa io veniito, ma a chièder pace e amicizia 
eoa vói. L'inimicizia vòstra e i vòstri oltraggi 
m'hanno sólo costretto ad impiignàre quest'armi , 
e da vói^ stéssi dipènde il far che tòsto io le de- 
ponga , s6h che pipe e alleanza vi piaccia con nói 
d'avere. Quésta piòvine intanto , che la vittòria ha 
pósto in mia màno,l)en volentièri io ti rendo, e ta 
con èssa liberamente, quando t'aggrada, alle tiie 
téire puoi ricoaddrti. Gii altri prigióni io renderò 
pur non meno, quando cessate io vegga dal canto 
vòstro le scorrerie e le sti'àgiy >e sicure le mie gènti 
da' vòstri insiilti. 

— Tu un Dio sèi dùnque, gridò sorprèso il gió- 
vane Americano , o d' altra carne sèi cèrto, e d'al- 
tro sàngue , che gli inumani i quali si ciipi^i e 
sitibóndi si mostrano del sàngue nòstro. Ah ! 
mirami a' piedi tuoi dàlia tua generosità assai più 
vinto, che non potrei èssere dàlie tue armi. Io 
vólo fra i miei a mostrar lóro quésto inaspettato 
testimònio dèlia tua virtù , e ben prèsto qui còlla 
pace, se il tAo volére* é sincèro, tu mi vedrai ritor- 
nare. , 

Guglielmo amoposaménte riabbraodàndolo : Più 
caro dóno, gli disse, e più gradito, p figHo^ tu 
non puoi farmi di quésto. Vanne , sia téco la spòsa 
tua; e prèsto, e quàl io lo bramo, sia il tuo 
ritorno. 
» Ebbri di giója stringèndo le sue ginòcchi» tene- 



XtXXV. GUGLIELMO PENN. 199 

raménte, e bagnandole del lóro piànto, partirono 
i dde a|nintì ; e giùnti fra i lóro compagni , tanto 
dissero della generosità di quest'uòmo ammiràbile, 
e della stia dolcézza, e de' suoi pacifici desidérj , 
che persuasi gli ànimi di tiitti quanti , a Mi tòsto 
spediti furono ambasciadóri, e fra quésti il gióvane 
valoróso, a terminare ógni contésa, e a stringere 
gli scambiévoli vincoli di una perpètua pace , anzi 
pur fratellanza , che tale volle che fòsse il magnà- 
nimo vincitóre; ónde Filadelfia pur ordinò, che 
la siSa citfi si chiamasse, quasi città di persóne 
d' amor fratèrno tra-lor congiùnte. 

Ah! possano gli illustri concittadini e succes- 
sóri di quell'uomo grande, or che hanno scòsso 
còlla lóro fermézza e coli' armi il giógo che altri 
tentavano di lóro impórre, così aver sèmpre dinanzi 
àgli òcchi i sublimi esèmpj di lui, che la nuòva re- 
pùbblica da lor fundàta non meno per virtuóso 
costume che per valóre e sagacità d' ingégni 
rìsplénda ognór gloriósa. 



FINE. 



i %m^i %m /%*^m^09m^M^m^m0*m^ m^^* •^w»««MfW«r% 



INDICE. 



Dedica del P. F. Soire al cónte (Urlo Bettoni. Pmg, ix 

nOTKIXE. 

I. La Védova anuoaUta. •..,.,.... t 

n. Iticcàrdo MacwiU 5 

III. Il Qoidro ..» xS 

lY. Damòoe et Pitia x6 

y. Etelrédo j, , »3 

TI. Teresa Baldùeci a8 

VII. Aliméko UFeUciti 33 

mn. SidnéyePittj 46 

IX. Sidney e Wamér. .•••.•••••• ..•••• 49 

Z. Federico LaaAedu ••..•• 67 

XI. Pippo e Henicùocio* • . . «- •••••• 66 

XII. Uggéro il Danéie 76 

Xm. Aotónio Leonélli 69 

XIV. Guglielmo TeU 89 

XV: Id^FratéUi 97 

XVI. Tiofaing 100 

XVII. Le Giòje iaroUte 107 

XVIII. n Tòrto riparato 114 

XIX. U cònt^ d*Oréngo, o 1' Edocasidne XI9 

XX. La Spòsa amorÒTole. • • , .« x3o 



. Pf 



Blatrimìnio. 

kmdr ddU PiirU. . , 



A Scfaiiio rìMUtlU.. 



Fralillo g«urÒM 

ddoto del HiréKÌillodiTarr^>.. 
Cimbb ■TTeDtDrtto 



:.1 



L' Eigntitùdia* , ■■) 

Qugll^lmo Pena ig! 



N0A7 



MC 



DI FRANC] 



PAB 



DALLA STAMPERIA DI CRAPELBT, 



NOVEL 

MORALI 

DI FRANCESC< 

AD USO DELLA Gì 

VaiDBGIMA IDI! 

ACCBISaUTA DELLE ROVELLE MORALI 
muri; — DI OTTO nOTBLLB DI t 
QDAnaO ALTRE DI ALBERGATI CA 

KcUa quale ti sono accentate taUe le t< 
il modo d'imparare la prosodi 

PARTI 




PAI 



PBESSO BAI 

PBB 1.X LI 

9, BUI pU f 



%smR'' 



NOVELLE COR( 



DALLA 



SOCIETÀ PATRIOTICA I 



NOYHXE QUATTRO DI A, 

Ab exgmph te' 



NOVELLA l 

IL PADRE DI FAMIGLIA. 

Leohardo Psrétti , di prefe^siói 
pòco lacrósa, ebbe 4^ povera ed oi 
figli, Anacleto, Gerardo > e Perdili 
quattro minóH figlie. "Dotato dàll 
buon cuòre ^e d'u4 retto sènso ,viv 



(i) Qaéfta e ìtt seguènte Ifovélla non 
aTfenimégli ,-nè ^róicheit azióni; mahiiimc 
in gran patte tratte dat véro , ed óffroi 
eoe ognuno più o m^o può imitare; e i 
freqaetiti néUe famiglie, càligerébbero 
nQ&iòne dell* umana società. 
11. 



.tzo alla crescènte sua famiglia, contènto de' pó- 
L BUÓi guadagni,' e sèmpre premnróso di spir- 
re e di stabilire ne' figli suoi qué' sentiménti di 
^lp^oca benevolènza ed amicizia , che formar bA- 
ono la sorgéuteelabàse della domèstica felicità, 
róa professióne ed ÌI caràttere d' nomo facèto e 
Qversévole lo conducèvano a trattare còlle per- 
se più ragguardévoli della società in cui TÌvéa , 
avèa quindi avute mólte occasioìii di riflèttere e 
osservare qa^nto divèrsi siéno gli oómini dì di- 
rsa educazióne. Crebbe intanto negli anni il pri- 
agènilo Anacleto, e cominciava a dare fét co- 
line giudizio non equivoci ségni di suo J^alènto. 
icèvano, ósni giórno gli amici al bnón Leonardo, 
>e non èra da trascaràrsi l'educazióne di quésta 
;lio ; che male sarebbe stito il pèrdere i suoi 
lènti, e abbandonarlo all'ignoranza; e ch'egli 
rèbbe potuto un giórno divenire *!' onore e 
sostégno dell' intéra famiglia. Quéste ed ^tre 
nuli còse commovév'aiìo aMi^énte il cuòre del tè- 
tro pJtfre.Ma se-i guadagni di sua professióne 
ijtèna bagtìir potevano 'al prefério sostentaménto 
■Ila numerósa Fanifgli^ , c^nif osàrf di sottopórsi 
[e spésq di lina cóKa educadófle ? Ad ógni Altro 
mbrir doveva imprudente ^ e toneràrìo un tile 
ipégno; raaviilfa potè trattenére un iàd!^ pene- 
àto dal più vivo dfflidério di rcndarc meno infe- 
re la condì zióae^ degli amati 
In possésso, com'era,^! 1 
■èdito A' uòmo veramente 
éttere a profitto la nattlhile 
>lle sue lepidézze a guada;^ 



I. IL PAOB 

gióvine«igDÓre, per m 
ficire mólte óre del 
d' istruire Anacleto m 
ticfii. Un tale sacrifizi 
e di riconoscènza , che 
"nfìsi a solo fine di soli 
M8ticistddj,ìi quali t, 
tlico collegio. ' 

^nacléto corrispóse ] 
si erano concepite del s 
delle stabilite Vacanze, 
«Ma città per ripigliare 
rimase sènza maèstro. 
Hnscita de' suoi p/fmi 
ad un sàvio sacètSote, 
qaale parimenti per pii 
caricò dell' istruzióne . 
per virj anni. 
*Frattintp che Anaclé 
gna latina, l'amoróso pj 
per dargli le più impor 
dèlia póvena siìa casa. ( 
alitiénti, gli diceva 80' 
tritto di sostentare la v 
difèndono dàlie ingiuri 
può èssere migliorato d 
àso dft' talènti che il ci€ 
però né la squisitézza 
ibiti che ti serva di spr 
vita : pòchi sono i véri 1 
eatntt'àltri oggetti ine 
tue fatiche, le tue prem 



eruditi , che dod mi fUrono insegniti ; ptaso sólo 
parlarti col cuòre e coli' esperiènza. Osserva il gio- 
vine Cleante : In lo véAi eoi sUo ricco patrimònio 
sfoggiar ntióvi .abiti e nuòvi ornaméati al viriir 
delle mode e delle usanze, sedére a mènsa imban- 
dita con isqaisitéua e con Idsso, girìre iq brilliate 
còcchio con séguito di dumefòsi' staffièri. Guirditi 
però il cielo dal crédere Cleante felice , e dégno 
dell'invidia altrùi. Tutti sanno ch'egli nonha stu- 
dio alcuno ; nessuno cérca di Itii , nessuno lo sti- 
ma ; ed i suoi domèstici stèssi parlaho di liiì eoa 
ischèrno e con disprezzo ; e non hanno aicùn rì- 
guirdo a pubblicare con derisione i Hiói difètti ed 
i suoi vi^ ancor più segréti e p^ù Tergognósi. Os- 
serva al contràrio il giovine LeSndro : i mediocri - 
guadagni déUe onèste sue fatiche non gli permei- 
tono che unvèstir modèsto ed nn vitto frugale, ma 
ogniino pària di lui con iatima, ogniin fa l'elògio 
de' mèriti siiòi ; talché l'invidia stéssa è sovénìe 
costretta di mòrdersi- le labbra e tacére : sa ognuno 
. cb'égti è contènto di pòco; che può far mólto; 
che non nuòce a neasùno, ed è felice qoàlido riesce 
a far ad altri del bène. Cleante còlle siie ricSh^te 
non Iróva che de' cortigiani finti e ìngannatdM ; 
Leandro còlla sua probità e col suo ingégno è cir- 
condato d'amici che lo stimano e lo amano. Oeiute 
sèmpre è tristo e sdegnóso ;'Leiudro sèm]»^ allé- 
gro e tranquillo. Eccoti, Anacleto mìo , nella per- 
sona di Leandro un esèmpio dégno della tua emu- 
lazióne : ma per eguagliare i suoi mèriti conviene 
prima imitare gli studj cV égli ha fatto e le fatiche 
che ha sostenute Rno dall'età aùa più tènera. 



I. IL PADRI 

Con quésti ed altri sii 
il baón padre al suo Ad 
degli altri figli , e così 
qué' teneri caóri coli' ai 
e della fatica. Ma un' alti 
inéglio«tabiliré i fonda 
cazióne. Appéna sapeva 
persóna di qualche leti 
cercava di séco ptarlàre . 
e con offizj d' acquistai 
che gli si potesse condì 
glio per interrogarlo i 
téoero Anacleto piange 
dissimo ribrézzo nel de 
sèmpre nuòve per dar 
stiìdj ; ma il buon pad 
per incoragsire ed anin 
io sono con te , gli die 
puoi temere? Le perse 
ribrézzo, furono anch' i 
la compagnia dèi dótt 
giórno diverrai un di l<j 
frutto puoi aspettare ? 
cattivi compagni ; ma i 
sidério d' istruirti e d' 
che il sàggio Leonardo 
col figlio, porgeva nv 
eccitarlo all' attenzióne 
così avvezzando fino dal 
tézza e fermézza di spir 
fiólo può acquistarsi pej 



i MOVEt-LE COBOnitE. 

intOiè necessaria ne' rir) inctSatrì ddt' umana 
ita. 

Anafiléto ìutdiita avéa dai compagni imparato a 
tiaDeggiirclecirteclagìnóoo, e tanta ÌDcliDaiióoe 
oncepita ne avéa, che appoco appòco cOmÌDciò a 
rawrarare i libri ed a sviarsi dàlia gcaóla. Usacer- 
lAte suo maèstro procui'ò di richiamar lo scolaro 
l' suoi dovéri, ma vedendo inùlili le sue cdre, ne 
lié<le avviso a Leonardo. Quésti non lece roóstia di 
[lilla; s'informò secretaménte di tutti gli anda- 
nniti ibi figlio ; vegliò su d' ógni sito pisso ; e G- 
lalméntQ un giórni) il còlse còlle carte in mano 
litio inhnérso nel ginóco co' staiti bdóì compagni. 
.eOnJrdo interroga, il figlio a sangue fréddo , e 
omo gli chiède dèi llbvi, della scuòla e dèlie le- 
ióni. Anacleto rispónde, si contraddice, si con- 
inde, e si dà per convinto dèlia sua ^Ipa. Allóra 
.eon&rdo sì inètte nel più sèrio contégno, e con 
nòno di vóce imperiósa. — Prèndi quelle carte, gli 
lice :'e quindi trattola Iffuscamènte ài piè^i di un 
ammiiio. — Gettale su'qnèlle fiimme. — E dato 
no' Sguardo bièco al figlio con ària disdegnósa lo 
bbandónaàlla siÌB confusióne. Non èda dire quanto 
estàsae il cuor d'Anaplèto ferito d» un SÌ nuòvo ed 
spro trattaménto, méntre èra stato sèmpre avvézzo 
vedére nel vólto del padre la tenerézza e l' amóre, 

da Idi ricevuto non avéa che le diraostraiióni 
élla più cordiSle benevolépza e amiciEÌa. Appena 
i riebbe dall'alta sorprésa, che diede in va di- 
ùllo piànto : si vergognava di comparire in pùb- 
lìco , e parèvagii che ognuno gli rimproverasse la 



I. IL PA] 

perduta grazia dd pà 
stiidj, ma la serietà, e 
lui un péso lasoppor 
il giaóco , e^ìnsofiìrii 
sda cólpa. Rivolgeva 
cercando con ividt s^ 
in vólto , ed ógni gii 
nfiìcj della téiier» mi 
liazióne. Finalménte 
bastanza provata la s 
figlio, concèssegli il 
eon esso 1' usata tei 
màrioo però di qnés 
sk altamente scolpito 
déto, che si guardò 
tèrsi lo sdégno patéi 
dì un padre che reg 
snói ! 

Anacleto compiva 
sia ; e sólo nella cit 
inoltrarsi nella intra 
doppiò^ gli sfòrzi de 
mészo alle domèstici 
a trovare nella capìt 
Ànadéto, dispósto a 
dire a li&i un' educa; 
Arrivato il giórno , : 
e fattoci! piccolo fard 
pagnò égli stésso V a 
ipóre avéft trovato ci 
avréì>be il sóo Ànaci 
(ia e neir idi<^na fra! 



NOVBLLE COKOHITE. 

m prése, perchè pòi fòwe ammésso alle pób- 
::he scuòle della mèdica' profeBsióae , cui érasi 
itinito. Lo presentò ài maèstri , ìgli amici , a 
ilche protettóre , e da per tutto il raccomandò 
le più vive ed efficaci premiare. Venne intanto 
nomènto in cui Leonardo ritornar doveva illa 
npigna , e Anacleto volle accompa)^drlo iìle 
rte della città. Arrivati al laógo óve dovéano 
r dividersi , Leonardo prèse per meno il figlio : 
i vedi, disse, Anacleto mio, quinte péne e quanti 
nti mi còsta la tda educazióne ; tu sài in qaìli 
gdstie io vivrò cògli altri figli : ógni péso però 
è lieve ; di niìUa io mi laménto. Sovvengati 
o, che óra da te dipènde eh' io sia il più felice 
il più infelice degli uòmiai. Se attenderai assi- 
aménte a'tuói stiidj, e se la religióne, l' onore, 
a virtù sardhno la scórta de' tuoi passi, Io non 
'idierò mai la sòrte altrui ; ma se vinto da gio- 
lili passióni un giórno veder ti dovessi invólto 
I disórdine e nel vizfo , nulla potrebbe mèi più 
[isolarmi, e vittima morrei di trìstéaa e dì do- 
■e. Che se l' estrèmo lutto de\ tuo pòvero pidre 
itir non potesse a tenérti lontino dagli inGngàrdi 
lai libertini , ti trattenga alméno l'ira di un Dio 
idicatóre , e Tòrrida pi-ospettlva dèlia povertà e 
11' avviliménto, in crii viver dovrai gl'infelici tni^ 
imi: In così dicendo baciò teneraniénte l'amato 
Ilo, si bagnarono l' un l'altro di làgrime, e sènza 
i proferire paròla si separarono. Anacleto restò 
mòbile finché potè seguire cògli occhiai pèdre. 
anirdo anch' esso, finché potè vedére il figlio, 
olgèvaei ti-itto tratto, e ad alta vóce il salutava. 



I. IL nM>BB I>] 

I 

e còlla mano absàta ^rzàva 
'e coràggio. Finalménte àncl 
i lóro caóri iiirono più che i 
«dna impressióne facevano i 
tdtti qué'ilióiti oggetti ^ch 
gliono tàntx> ferire la mén 
▼ivere nétta semplicità di lib 
vedeva; àkro non udiva ci 
e^ressióni, le làgrinie de 
mille Àncerissimi vóti andé 
mai non gli sarebbe stato 
rammàrico. 

Passarono mtànto alcuni 
Leonardo difièrìrtpotéva il 
dére suo figlio. Altamente 
nascita di un uòmo tró] 
principi , veder voléa pure 
nàva a secónda delle sue I 
détto gli avéa , che per so) 
che óra della séra'n(Hla e 
mólto avéa ad imparare e 
di costumi. Leonardo pen 
arrivando in città aM'imbr 
tàndo» a dirittura alla cà$ 
se vi ritrovava il figlio , e 
consigli. Giunto colà don 
che ógni séra a ^éll'óra v 
Quésto notizia fu di mólt 
Leonardo ; maVaccidént 
dasse-più del sòlito acom 
ora, disse all'amico, che 
suol qui ritrovarsi? One 



MOVflLLE COKOIMTB. ' 

comparisca 7 E £ik qiiUe «Mpéui e 
i cominciavano ao^assediire il siio spi- i 
ménte Anacleto arriva, e sorprèso dall' ' 
piacére di vedére il pidre. — \ói qai ? i 

t|ui) motivo w ila' coadótlb in ciùà * i 
— Nulla , 'rispóse Leonardo : il sólo | 
ivédértt è quella che mi atiufcondótto. 
nacléto diio , che fai 7 Cóme ti pi jce la 
le ti avvézzi a qaésto nuòvo móndo? 
D brève e tènero trattenècténto si con- 
jall'amico, ed inaiéme si traBrerirono 
■miglia dóve ahitàva Anacleto, e dóve 
lovéva anche Leonardo. Prima di prén- 
knacléto raccontò al {tidre diffusamente 
e per Uì nnóte che osservate avéa nélU 
;aitto rag^églio gli diede de' maèstri e 
le che frequentava. LeoBardo ascoltò 
Strèma compiacenza, ed éliliro di giója 
inquitlaménte. Fatto giórno, non tras- 
drsi a visiUre ì nftéStri di sdo flgHo , e 
blié òttimi riacóatri di stia _pODdótta. 

consolanti notlsie ritornò in campa- 
congedarsi dal figlio : Io parto, disse, 

contènto : qaésto è.jino de'più felici 
Iver mio^c porlo férma sperinza, che 
rio farai perTèndere sèmpre mag^óre 
contentézza. Tua raa4re, ilratéUi, le 
ndono conimpaziénzadi adir tiìff nuòve 
nnò di gicja nel sapere i felici principj 
iéra, e allottimi avanzaménti «h'èssi 
> : e qa) dòpo brève congèdo si separj- 
rnàto Leonirda.in campagna, si m)5f 



. I. IL PADRE DI 

in fósta la famiglia , ed egli 
mura d'accendere ne'diie n 
desidèrio dvonóre, facendo 
giói*no aTrébbero potuto fiii 
del lóro maggior fratello* 

Anacleto continuò eoo fé 
gióre i -«uói stùdj f e Leonàixl' 
casióne per dimostràrglf con ój 
la sua compiacenza. Frattanto 
a qnéll' età in cui Fumana. rag 
quistàre nnt:érto vigóre; ed 
un cèrto nùmero di f|itti e di \ 
lo conducévado a rientt^re sové 
e a riflèttere seriaménte*sùlle i 
Vedeva con orróre npn rari osé 
condiscépoli, di famiglie assai 
la sua non èra , abbandonarsi a 
dissipazióne , al disòrdine , al li. 
mézzo di lóro carriera cader > i 
de' tòro vergognósi traviaménti, i 
iovidia gli esémpj di uòmini, ì qi 
ostacoli della povertà, in cui i 
sapiito acquistarsi glòria, celel 
QuéAo cùmulo d'idée tf empiva i 
cléto di coràggio e ^ fervór sémj: 
sensibile il rendeva ad ógni stént 
tétto Anaclét» osservava con ir 
piccoib fósiè il nùmefo de' padri 
somigliassero. Avvézzo , cóhi'éra 
pre trattato con piena effusióne dì 
porti di tenerézza e d' amòre, né 
se non con ragionevolézza e mod< 



12 NOVELLE CORONATE. 

tèa vedére^sépza ribrézzo fa dura e capricciósa ma- 
nièra^ CQD cui tanti padri trattavano i figli lóro, 
o P indolènte trascuratezza che avévanaìntórno alla 
lóro educazióne. Penetrato da quésti pensièri , e 
altamente commòsso esclamava sovènte nel silènzio 
di sde rill^sióni : Quanto è divèllo il padre «nio 
da qfàéì che veggo ! Quanto péil&do e sconoscènte 
io sarei se potessi tradire le speranze e le aflTettuósc 
premure del sensibilissimo suo cuòre ! Quésti sen- 
timénti divenivano 6gni 4^ più fòrti , e non sólo gli 
èrano di vivo sprone al costante adempiménto de* 
suoi dovéri , ma 1^ più férm^ difésa ancor forma- 
vano cóntro gli assalti delle giovanili passióni , e 
cóntro gì' insidiósi esèmpj HÌe' cattivi compagni. 

Con quésta disposizióni ^naclèti;^ si èra ormài 
acquistato il nóme di giovine diligènte , studióso e 
sàggio; ed il buon Leonardo s'accostava al cólmo 
di sue contentézze nel vedére che sèmpre più si 
adempiva il gran vóto del suo cuói^ , cioè la buòna 
educazióne de' figli suoi; e già il pensièro seria- 
mente rivolgeva àgli altri due per incamminarli 
sulle tràcce dei lóro maggior fratèllo; ma a nes- 
^no è dato quaggiù d'estere felice appièno. Una 
violènti malattia assale LoDnàrdo , che'ln pòchis- 
simi giórni ì(\ Induce àgli estrèmi : e appéna Ana- 
cleto arriva in tempo di ascoltare le ùltime tócì del 
moribóndo suo padre. In mèzzo àlie angòsce di 
mólte, al presentarsi di quésto dilettiliimo tiglio^ 
si sforza ancóra il pòvero Leonardo di rasserenare 
il vólto.' e porgendoli* la tremante mano così gli 
dice : no quasi temuto, chela precipitósa mia ma- 
lattia la esti^éma consolazióne mi togliesse di potérti 



I. IL PADIIE.DI FABUG 

parlare ancóra una vòlta gr^ma di i 
bandóno nel mézzo^del tuo vìiggio 
a soffrire; tna non ti^afvilire pere 
scio, perohè'nuiUa mi diede fortun 
Dar saprai con cost^n^a néMe vie < 
dell' onore fti cielo notati negherà 1 
e qualche amico, qualche àflima gì 
verài, che avrà pietà délia^mia i 
madre eqcféstì figli cne quì,mi st; 
d'Ora in avanti a{»paft*téngono a te 
gno ; nonlisa£con^ndo, percKèal: 
l'animo tiio^ i tuoi sentiménjii* ' 
reno sempre còsi cari ai mio cuòi , 
e di qnài amóre gli ho sèmpre an I 
forse in età si frésca l'assùmere i 
il gravoso péso della pate^nità; 
coi nascesti t' i m póne di'sottomé^ 
zióné agli àltf decréti della Pr i 
paziènza, C(Ula probità, còlla i 
pererài. -^ Rivòlto quindi àgli i 
disse tòro, ricordatevi di rispé 
giór fratèllo ; io muòjo sictir i 
saggiamente àile mie ^òy e 
benedizióne , con cdi li làscio i 
etéma concordia , amicizia e 
alzando la moribónda mano , ! 

miglia, che inginocchiata ^ < 

lètto, con dòlee commoziòn i 

tènero spetflS^colo si trovàroi i 

óre fu quindf ridótto aU' i 

móglie , i iigli e le* figlie I 

lètto fino alrùtfimo respir i 

u. 



14 NOVELLE COEOHATfi. 

gli estrèmi affici còlle più vive espressióni di cor- 
dòglio e di alVióre. ■ 
• Gitani , che pensate a div|9iir padri tin. giórno, 
eccovi V esèmpio non favolóso didno de' più sensi- 
bili e tèneri padri 'clief* abbiado . m^i vissuto. In 
n)èzz# alle maggióri atogùstfe dèlia dAiiéstica po- 
vertà , ^tto il *gràve^só di numerósa famiglia , 
nulla ba mai potuto i*eprimere non cbe spossare 
r energia del suo spirito ixelF impégno di dare a' 
suoi Qgli lina lodévole e saggia educazióne. Pene- 
trato e compréso da véro zélo^el bène déik sua 
famiglia,. àncKe sènza sciènza, l'am^ patèrno lo 
rendè ingegnóso ; e quantùnque rapito da mòrte 
immiftura , avèa égli già imprèssa così altamente 
ne' figli suoi l'amóre disila fatica, ddFonóreyC 
dèlia domèstica unióne e concordia, cbe l'ébber 
indivisibif comps&gob in tutto il córso di lóro vita. 
Tanto ila potuta nel cuor di padre la 3éria rifles- 
sióne fitta per tèmpo su l'importanza dèlia buòna 
educazióne de' figli ! 



■ NOVELLA IL 

»■ 

I FBATELtl AMICI. 

t 

MÒRTO Leonardo, è fàcile l' im'magiiìare in quale 
costernazióne rimaner dovesse la ^a famiglia , e 
quante là^ìme di siifterissimo dolóre sparger do- 
vessero i grali figli per la pèrdita dì un uòmo , cbe 



II. I FAi 

fu lor veraméiite padre 

qaànt'^ltri mài. Dòpo 

doveva, che dna màCL 

maggióre Qon avéa pei 

ànao , pciv» del patèmi 

nio alcuno l ad altro p^ 

sofferire pazientemente 

sènza ormài più pensai 

tura di edacazióne. BJi 

coraggio ed i sentimèD 

avéa da lui già impalati 

tra le angùstie della 

còlla madre e coi frate 

Tenga àll^ Iriste lóro i 

coraggiosamente di- noi 

tato dal defunto lor gè 

Anacleto ritorna alla 

calóre i suoi stiidj. Gè 

anno, iniziato aneli' és{ 

rimana in campagna c( 

Borèiie attèndono con ; 

che guadagno «cbll'óp 

s'ajùtai^K^e si àgiano se 

tata memòria del mó 

lóro in lina conèòréé uj 

ànima e diri^j^ tutte h 

tiiggio. Quest'attività 

vie più la compassióne 

che néHj^ p^i argènti ci' 

resamente al soccérsft < 

amico tra gli altri , che 

ài vantàggi di Anacleto 



ktéllo Ferdinipdb conUva jgik il' jjtiindicésìiiio 
.no, né anc^ bène gapévaii'a'qoàle professìóae 
stillarlo per ma'beiDza dé^i opportuni SQssidj , 
o^ COQ generontifad accettarlo ia sua cìsa per 
[ucàrlo nell'arte jarm^ceiiticà ch'éi'pcofessdva. 
Désto tritio inaspettato., di benefica amicizia 
Bjiapì Anacléto_di sómma coosolazi^n^ , v^éndo 
IP ÌDclie a quello cos\ porg^vasi un mòdo ìdo- 
nito,xoo cùFdeceatém^ntc prorved^re Sila pre- 
nte e^uttira sua «ita. 

FéceidiinqaeivenirtósIiP in óittàf erdipàndo , 
il conse^b all'albico, il quél l'acciìbè eoa affet- 
i&sa jnaniéra e comìncifk tòsto con sinc^a pre- 
1^ ad istruirlo na'prìnsìpj di stia pcpfessióne. 
oaclèto intìnto termina il córftì de' suoi stiìdj , e 
pòrta la pùbblica ìàa^ di medicina. Gérirdo, 
«ondo fratèllo j dimoraadp alla campagna, non 
'èva mài trascurato ^i,,procqirarsi cognizióni e 
mi per quinto 'Eraglì po'ssibile nella sua situa- 
ó%e ; ed avéa eia assìi vòlte dimostrato il alo vivo 
;sidèrio di poter alicli' égli terminare il suo Còrso 
me piìbblicha scuòle détia cittàt Un tal desidèrio 
ir^ giusllsaimo anche ad Anacleto ; maj>«r effet- 
irlo bisognava ch^ égli si stabilisse in campagna 
Illa fami^a per laacìSre iff Kher^ il fratéUo Ge- 
rdt).*Dùra còsa però gli èra il dovérsi sacrificare 
tina viUa, rJnmjziandA a, tutte le fortiine che 
erdr jKitéva tièlla meti-òpoH : e a rèndere assai 
ji ^ve un, tale sacrifizio gli venne oQSrto bd 
lèsto maU'imóiiio , <^n cui poteva' assicarìrsi Udo 
)bilin)énto vaqtaggii^ nélla^ città medésima. In 
léato contristo di spirito Anacleto qgnòr pensava 



II. I f; 

al grave danno che v 
glia se 'égli Tabbandi 
le ultime espressióni 
rifletteva che , deterr 
teinénte alia siggia 
veniva a sostenére la 
della paternità e di ui 
Con quésti sentiméni 
privati vantàggi , e ti 
bandonàre i&na famit 
per sincèra benevoléi 
coli di sàngue e' di n: 

Gerardo pòrtasi al 
che scuòle di medi 
cognizióni già acquis 
ménte del maggior fr 
e a tèmpo opportiii 
della pùbblica approi 

Anacleto frattanto 

dell' limile siio stato , 

personali fatiche mi 

èra riuscito ad efiet 

sorèlle : ma un'^inas 

tristàrgli lo spirito , 

prensióne di vedére 

timo amico, clìe av 

fratéHo.; scrive una l 

che Ferdinando già 

a scemare l' attenzió 

prèda alla dissipazic 

procurato avéa di ri 

ma che vedendo ins 



NOVELLI G(|ltONATB. 

iggaaliiva di quinto occorreva; aggiugoéndo 
qualóra non avesse aLbaodoiiMlto il mal prèso 
nilao , avrebbe avuto il dìspiaeéreidi non pO' 
a più a lungo loflrh-e in Biia cìisa< Quésta lét- 
fu BD cólpo di fulmine per Anaciato, cài sdbìto 
ircBentàroDO ilio spirito tutte le 'triste conse- 
nze che venir potevano dall' irregolare ooKdótta 
'erdiaindo. Pòrtasi tòsto àlla'cKtà, prènde più 
ùte iaformazióui dall' amico su i traviaménti 
fratèllo , e tratto quésto in disiùri^ , gli espóne 
lUtaménte i suoi tòrti ; indi cosi ^ pilla : Fra 
ili che nàscer potevano' dilla mòrte immatura 
nòstro padre, non ho iflii preveduto l' amaro 
{Usto che óra sono costretto a lofirire per cagiòn 
;ra. Quale spirito di vertigine ha p»ttìto' firvi s'è 
Unente diaienticire la povertb di vòstra condi' 
le? Quìle inconsideratézia fatala vi ha fitto 
ituire la dissipazióne e la galanterii allo stiidio 
aUa fatica 7 II piacére di conservare l'unióne e 
idee, nella quale siamo finóra cre8cì,iHì'i èra la 
I consolatióne che mi confortava 'hél sostenére 
io faceva i pési della famiglia col sacrifizio 
gai speranza di miglìorire fórtt^a; ma se la 
tra mila condótta rompesse quésta unióne a me 
ira, io non so Gn dóve giàgner potrete il mio 
dòglio. Che se pur non credete, di dover far 
Ito cónto del rammàrico di un fratéJIoclie tteto 
ma, riflettete alméno all'estrèma afnizi'óne cui 
dorreste la tenerissima nòstra madre. In meno 
lolóre della vedovanza élla consolasi nel vedéie 
:oncprdia o l'amóre che unisce i siiól lìgli. In 
ira non le ho palesato il mott\^ che iv{ lia qui 



t PflATELLl 

condótto ; ma «e ostinando 
KÌóne, mi costringerete a r 
che miitìicci^ la nòstra '.fan 
più siùaniósa offlitióne, e a 
mòrso di «avérle accelerata 
che con tanta' generosità vi 
con tanto impégno v'instm. 
dire? £glilià vedtito la pov< 
dannato, e n' ebbe oompassii 
titndine che professate' a sei 
Se vói tarderete ancóra ad en 
alfine quésto r&rb amico ac 
tosaménte;' ed allóra còme 
difendtrvi dàlia taccia di g] 
ingrato ? E quali triste consc 
vi dovile da s\ mal anguràl 
condótta? Ma eccovi in bré 
io sono' dispósto a tutto sacrif 
e vi sfido a dire quàl còsa io ; 
vói , e nbn l' abbia fatta : un s< 
mài, il sacrifizio cioè dell' oe 
nèrvi dovessi comparire uno 
dènte , un ingrato , io vi abbi 
al vòstro avvèrso destino. Per 

Quésto discórso pronunz 
patètica energia fece la più 
sullo spirito di Feiniinàndo , 
sióne assicurò il fratèllo che 
rato, che non gli sarebbe 
nuòvi disgusti ; e mantenne 1 
méssa. 

Prima di partire dalla cill; 



) NOVELLE COBONATK. 

unico di quinto avé^ détto a Ferdinindo , e pòi 
ggirinw : V^i avete spontaneamente ricercato mio 
itéllo a condirfÓQÌ di génerdaa beneficènza; vói 
éte prereniiti, ioti superati d'asjai i miei desi- 
ti , perchè mài non avrei osato di chièder tanto, 
cotisidererò quésto tritio finché arto vita, cóme 
1 te«timóhio cèrto dèlia verace vÓ9tra'amicÌ2Ìa. 
3 quésti tentimèi)ti potete facilméntÈ intèndere 
lile ala il m[o rammarico nel vedérvi s'k mài cor- 
»|16stD ; i%a Anfido nel 4Mtro gran cuòre , che , 
in lijngì dal pentirvi di qufnfb avét^ fatto finóra, 
HTete anzi il culmo al benefizi i} vòstro , aggiU' 
lèndo a tutto il rèsto una nuòva premura ed una 
ggìa vigilanza nel corrégere i gìovauih erróri dell' 
leonsideràto mio fratèllo. Che se la mia disgràiia 
idàsse ^tànto di vedérlo sBmpre più allontanarsi 
l'suói dovéri, lo vi sihiplico di finóra a non cod- 
indere giammài ì mìei sentiménti cibila sóa con- 
ìtta. La mia gratitudine, la mia riconoscènza, la 
la stima per vói... e qui Anacleto venne ioterrólto 
lU'amtDo. — Non più, disse' ; nói ci conosciànio 
>baBtànza ; a vói è pòlo il mio cuóre^ cóme a me 
noto il vòstro ; e comùnque infelice fòsse la riu- 
lta di vòstro fratèllo, rimarrà sèmpre intatta la 
ima e l'amicizia che vi profèsso. Ma non verremo 
^èsli estrèmi. I tòrti di Ferdinando dipéndoDoda 
ovanti leggerézza, non da caór guasto e corrótto : 
'rei potuto ancòradissimolàrh, ma sapendo quanto 
vi deve, e inquanto cónto vi tiene, ho creduto 
Ine avvisàrveoe prinia che il male gettasse più alto 
dici, né diibito che lutto sarà finito. — Quésto 
■córso acchetò interamente lo spirito di Anacleto ■. 



II. I FI 

éi tranquitto àtomo é 
in apprèsso il dispiac 
notizie. latàato si pre 
stabilire Gerardo In < 
piego ; e dgpot^uaicht 
di Ferdinando., Anac 
désimo, spiegò più ci 
attività nel ptocpr^re 
stabiHméttto de' suoi 
corrispósto ed onoràu 
cizia; e qaés|f aniiciz 
glie, procorò lóro àn 
céri , i quéìì si becero i 
già con sóle paróle, i 
rósa y alla felice lot* r 
ad ammassài'è àmpie 
arriva per la strada 
riascirono^erò a mi 
a formarsi quella me 
facilménte ritrovasi 
nell' umana \;ijta. 

Finalménte, Gerà 
rono lina spòsa ;' e n< 
lóro^ maggior /rateile 
déto il lor desidèrio 
r assènso. Mi poiché 
di divenire m/^riti e p 
mento cóme il térmii 
vòstro riguardo, so& 
nòstro genit;^ój:e , e sa 
parli in qualitìi di m 
manér vòstro amico. 



ì4 NOVELLE GOROIMTE. 

ràrvt dobUàmo còme véro mastro, amico e bene— 
fattóre. FerdÌDÌndo applaudiva co'céoDÌ a'seoti— 
ménti di Gesifiio , e fiDalménte si separ^i'ono, noo 
«éaza spargere mólte lafpdme. Vissero pòi sèmpre 
amici , e quantunque divisi di luògo, non trascn— 
rìrODO mài occasione di dimostrarsi reciprocìniénte 
i più vivi sentiménti di sincèra benevoléoia ; dando 
a vedére col lóro e5ém)]io quanto s'accrésca la fé- 
liciti di tìna famiglia, qualóra ai legami del sàngue 
siano aggiiibti ì legami, piilp fòrti e più dólci , di 
una verace amicizia. 



NOVELLA lU. 

Il ciél* non avéa ancóra finito di esercitare la 
seDÙbilità di Anacleto ,• e ad altre gl'Ave il riser- 

Una delle diie sorèlle^ maritate da Adktiéto vivéa 
quattro tèghe da lui lontana. Improjvisamétile gli 
giunge avjiiso, ch'essa èridóttajier crude! malattia 
àcli estrèmi^ che non tàrtU nnJnomwtKi a colà re- 
ì ,,ee ama di vedéfte'prlma che spiri. Anacleto 
iiiiii^a con mAto risèrbo la dolorósfcatiEÌa alla 
ipo sensibile midre, e parte i m mi liti tféote. Ar- 
ai 'lètto della ■ sorèlla ,' e la. ti'óva alte ùltime 
ale eòi sènsi talpènte oppressi eii;offu«:iiti, che 
gli riesce di farsi conóscere. Qntst* vista sqiiài- 



III. LO ZIO ED I 

eia fi cftóre di Anacleto eh 
<lal]o spàrgere mólte làgrime 
affanni e le angòsce, e in 
spira tra le siìe bi^ccia. Add 
abbandona ia sorèlla, e vie 
per la prima vólta^ il bambina 
^al matèrno séno era stato e 
trice, e che, portando vivam 
i iiaeaméiiti della defunta m 
più viva commozióne in lui 
tanto dcrióre égli si sfórza d 
cognato, assicnràndo|p che 
egoalménte amico ; raccomà 
pressiónr if ténefo nipóte , 
alla soft famiglia. Il rammài* 
sì vérde età una sorèlla che 
tafo e coosideràfo siccóme pj 
di un nipóte òrfano fin dàlie 
pensièri che assediavano V a 
siio viàggio : égli già previei 
prortopefe doveva la màdi 
all' intéi\dere la trista nùóv^ 
appoiiiatóre. * 
" Dopò l'inevitàbile sfdj^o ci 
dur dovèa , Anacleto Avòhfe 
al- piccolo nipóte , che diiam 
matèrno^ col nóme diXeonàr 
l'allattaménto, lo ^ólìe préi 
tèmpo ) afl^ne di. dare alcune 
a rÌ8tabilii*e e ad accré^cei^ 1< 
alcéne circoi^n|e avevano i 
passa intanto ad altre nózze 
11. 



:S NOVELLA CORONATE, 

lòtti inni diviene pìdre di oninerós* flmf^ia : 
Iciine flcénde peggiorano i >uói interésn ; ed Aoa- 
léto vede che il dilètto nip^e, seguéado la sórte 
el padre bùo, passar doveva iiuyitabi traènte i eoói 
ióroi nell' abbiezióne e nell'indigènza. Anacleto 
OB pa6 règgere a quest'idèa,, e risòlve di sagri' 
ciré una parte de'snói pensièri e delle aue for- 
line all' educazióne di lui ; e a confei>màrlo vie pi^ 
1 qpéslo proponithénto concórre t' indole *ivàce 

uncéra del nipóte. meSésìAo , e l' aj^rovasióne 
e* suoi, due fratèlli, che di^òstì si dimostrirono 
prènder parte in si lodévole impégno. 

Per mèglio usicurarne la riuscita, Anadélo 
róde oppordino di* destinarlo alla 'professióne 
h' égli stèsso esercita, perchè prevede che in èssa 
tà flcili potrà rèndergliene i progrèssi. Comincia 
fàrBiraaèstro del nipóte, istruendolo ad un téntpo 
tèsso sèlle dne lingue latina e francése, e vegliando 
rìndpalm^ute ad- esercitirlo'nell' arte di ben coo- 
éttere le idèe, piùc^ein quella di ben connèttere 
! paróle ; persuaso che chi una vòlta ap^rése'^ ben 
ensàre, facilménte aj^réfide indie a bèng scrivere 
a ben parlire. JVoo trascurò di cflnsultàr* i' egré^ 
le òpere d^ pùbblica e pMvata Alncazión^, adht' 
indone'quéUe missyna cife piiì èrano ojJ^rtùne 
Ile circosiftizc del siio allieva; e fece ógni sCóno 
er iniziare égli medésimo il nip'óte ne' viri rata i 
i scienze che in esso prefedjre dovéanb il fehce 
ptprendiméatQ di stia professióne", afiine.ldi cosi 
Mréscere i motivi -e le occasioni di rriilbrzàre tra 
irò la conAKqzaed il reciproco attaccaménto, che 
naclèto considerava còme ino dèi càrdini piinci- 



III. LO Z 

péli cài appoggiare 1' < 
^che in loira di tar 
bile a. mandare - il n 
Oiservàto per esperiéi 
e non abbastanza pren 
àlb velenósa infezión 
nelle città, che non t 
meno viziósi delle cai 
mólta sSddislig^ióne s 
spirito ed il cuòre del 
|»iacévasi principalm< 
che gli molavano ij 
ldÌ4:oncepito aveva il 
fomentane e di accréi 
mura. 

Intanto Leopài^o 
l' órdine di sua educs 
bilmént« che fosse s' 
diede tutte le opporti 
di separarsi parlò cos) 
ógni sfòrzo f er ritai 
giórno in ciii debbiai 
bandÓDO, Leonardo i 
ma il vòstro bène vi 
pace. Sólo mi affanna 
vere in «una società 
fioóra siete vissuto; 
cuòre troverà mortali 
Véndervi appunto da 
per à^ai maniera di ei 
daménte i dovéri del 
non dimenticherete e 



NOVELLE OOAONATE. 
t sòia Tuta del vizio vi faràorrdi-e. Ha ad àt' 
aìle oélte popolóse cittì vanno faqlaicDte es- 
i gióvani ,%6glio dire allo spirile di vanità e 
;gefé^a, per cdi l'uómaréDdesi effemiDàto', 
> dì fertnéua e di vigóre, ed incapace cTógni 
a e faticósa appi icSz iòne. Sovvétigaviche taPè 
ole deH'umJDa nMura', che le abitùdini o 
£ o cattive contratte in gioventù sogliono da- 
tino all' estrèma vecchiézza. Ma non più ; ad* 

mio Leonardo, ricordatevi di me e della 
benevoléiixa ; ricordatevi di vòstro padre e' 
I pòvera BiìAondiziòve: — In cos'i «di caldo ab- 
ciò il nipóte clte gU bacib rispettosaraéntr la 
O, e finalménte ai separjirono. •. 

■onàrdo continuò per alcuni ànnl,a compiere 
esattéua' ógni siio dovére; «na, pòi la vivacità 
sdo spirito appòco appòco lo Btrascin^ ftiòr del 
tto sentièro , frequentando compagaiK luòghi 
foiósi alviio cDÓre ed a' snòi costumi. Un amico, 
èra stato raccomandato di vegliare sn i dì Idi 
i, né informò tòsto con lèttera Anacleto, il 
[e non potendo aUontanìrsi, chiamò a se il ni- 
I e cosi gli disse- — Io èra beo lontano dall' as- 
àrmi da vói il tristo rammàrico die oV son co- 
ttola soffrirei f osi vi sowiéde adùufivie delle 

persuasioni e delle vòstre protèste i^ Cos\ vi 
rdàte del pòvero ròstro pìdre P NéHe angùstie 
tuo stato égli va cdnsoliiidosi col pensièro d'a- 
'. un figlio che dlstlnguesi in ug'onorévol car- 
a, e còlla sperà nsa che un giórno pÒssS da l'è 
Ichc soccórso Alla sua vecchicz/a. Oi" che dirS 
felice, qualóra «àppia che da vói medésiaio 



III.' LO ZIO 

vói troncate il filo di ve 
me speranze ? Ma che su 
córso di vita dissipata e 
prèso? Parlate. Leonàrc 
collare lo zio faveiiàrgli 
fa vivamente colpito noi 
dair insòlita ària di sev 
nnnziàtej e pién di verg 
l'errór siio -, e promette) 
baóa sentièro , ed attèr 
impégno a' suoi dovéri , 
fatto gli aveva la sua ii 
razióne. Anacleto s'acq; 
città, ebbe per qualche 
saói andaménti, Lontàn 
duo a' suoi studjf. facèv 
emènda fòsse sincèra e < 
nel cuor di un gióvane 
cattivi compagni ? Comin 
giéro 9 a .deridere la rìt 
Leonardo , il quale, dòpo 
fine si lasciò di nuòvo sti 
vie del disòrdine e del li 
tòsto avvisato : ciò lo riè 
tàdine , e sènza indiigio 
città. Vi arriva sul far e 
nardo in casa, e dall' an 
che il traviaménto del 
peggióre che prima n< 
d'essere condòtto dóve 
niico ^li da un domésti' 
cola saia appartata di ui 



coli ascolta vóci di sdégno, di stripìzzi, 
ùrie ; éatri frettolosamente e vede il aipóte 
inte-d' Ira e di traspòrto; un compagna cóUa 
sgaainàta illa Aidoo ; dde dònne che si frap- 
>DO per acqnietirli ; un tavolino con cArte da 
a,coadanìro, e con,ljottìglie. — Férma — 
Anacleto a si dolorósa scéoa ■ e tòsto nu tré- 
gli óccufia la persóna : lo còpre nn fréddo 
e, s'abbandona su di'iina sèdia, e sviene, 
irdoèassài più spaventato d'àll'inaspettati^- 
arrivo dello zio che non dàlia spada dell'i»- 
9 compagno; e pàllido, ti-emànte anchMsso 
isi pqre di prestàrgh soccórso nel sito deli- 
li compagno avendo intéso chi èra il fores- 
che gK aveva sorprèsi, ripòse la spAda, e 
éltrodlresene andò, e oméssole dtie dònne, 
léto intanto" ai rimétte dal siio svenipiénto ; e 
la pub règgersi in piedi, che s'avvia vèrso ;:Ssa 
mito dal domèstico che a'véva Mét» condótto; 
mardo imnlèrso «in un'estrèma cOnfasIóoe lo 
> da vicino. Arrivato a casa, Anacleto cercò 
di méttere a lètto ; né volle per' ttitta céna 
sémplice icqua, e desiderò di restir sólo. 
I la dótte sèiua prender bóono, ed è più fucile 
naginàrsi che l'esprimere con paróle quìli 
ro i pensièri che tormentivano il suo spirito. 
àrdo anch'esso passò lin» nòtte pièna d'a- 
ióne ■ non poteva ' levarsi da);li òcchi l'ab- 
mènto , in cui aveva veduto lo zio ; e ben 
Svasi i merititi amarissimi rimpròveri che 
ettàvauo'. Fatto giórno , Anacleto si sforiò di 
dere qnàlchc alìméulo per dar ristòro alle 



III. LO Zi 

spossate sue fòrze ; 1 

potè, dòpo averlo fos 

tempo, dòpo aver dal 

vòlto eopérto di Rgi 

silènzio «in quéste v( 

passo mi riducono in 

èrano diinqae i tristi 

da quanto ho fatto pi 

ventósi pensièri mi ri 

lina vòlta a me si càn 

tardato fórse non arri 

con infiona immèrso 

perddte mie pène f C 

equi si tacque, coni 

ménte. Le smanie e ] 

certàroQO talménte Y 

potendovi piùrè^gen 

fanno cògli òcchi din 

pronunziar paròla, < 

amico, nella cui cà 

strettamente per màm 

interrótto da frequént 

—Correte fer pietà a 

tissimo mio zio. Diteg 

ed il pentiménto de' 

cólmo , e mi làcera ne 

gli che sènjto tutto Po 

dèlia mia ingratitiidiii 

pièna risoluzióne di 

stia benevolén^. Ditej 

piuttóste ad una cèrta 

giónedi tanto ramméri 



NOVELLE OoaoHATE. 

' Unti titoli (l'essere amìto e rispettato. 
> imprésa volentièri iid tile affilio, veg- 
toardo veraméute peDetrdto e compréso 
lioìriacostemazióne- Procarbquiddi con , 
i6rm)ni^ra d'acquietare l'ànimodi Ana- 
nanicandogli i proponiménti e ìe prò- 
peatltanipàte ; ma Anacleto noa poteva 
Dte coQBoUrsi , avendo tròppo altamente 
nell'Animo la terribile scèna dell' antece- 
l< Vénoe intìnto l'órs in cui Anacleto 
èva dàlia città, e Leonài-do si preseotò a 
ongédo con vóce fióca^ cògli òcchi lagri- 
^lla confusióne in .vólto, Anacleto che 
retaraènterìstabilitoitsuoapirito, guarda 

contégno il nipóte, e pòi gli dice ; — 
avanti non avrete più da me* nò .consigli 
iveri : io non vi sarò oggiméì più impor- 
peneeréte a' cìsi vòstri, io a'miéi<Sénti> 
) che vorreste assicnràrmi^pentiméoto 
>,cònie6dirmidivóipiùóltre?lS(>, vò- 
ttòsto tògliermi dal cuòre l'amóre che ho 
[raziatamènte, concepito, e abbandonarvi 
nnbficeio alla vòstra malaventura. Cosi 
ónta in calèsse; Leonìrdotèntadìbaciirglì 
ma Anacleto non gtiél permétte, e pdrte. 
[a manièra cfin cdi,9Ì vede lasciato, pòrta 
òlpo al cuòrc'di Leonilrdo, che rimane 
I immòbile per qualche moménto, indi 

In dii-ótt9 piànto, e recàtosi'àlla siiacà- 
' abbattiménto e la disperazióne nel)' à~ 
landóna suLIétto. L'amico noi lascia sólo 
io della sua amizióne; ma standogli ac- 



III. 1.0 z 

caato procurai di fàr^ 

solante speranza di 

^stàto zio, giaochè < 

che a ricondurre stai 

àéiia virtù ^ aveva n 

comandato ^n'^segré 

sópra di lui ( e profitl 

trovatasi per fargli m 

cipizio c|^e si andava 

Anacleto^ non poteva 

per ostinarsi nel siio i 

sibile all' afflizióne di 

trattato qual tènero \ 

grim^ , il suo cordóg 

AéUo spirito di Leo 

sióm che formano < 

Érasi già sparaa tra' e 

présa che fatta gli 

disonoranti; e giaco 

péso della pubblica "i 

veri 4éllo aio , e le 

spaventàvan moltissi 

cuòre la memòria de 

odi l'aveva veduto ^a 

la sèrie non interrót 

dimostrazióni ^i vèr 

che un uòmo quàl ér 

vicènda della vita a^ 

coràggio « ferpiézza 

e impallidisce , e sv 

data onestà, e del 

ialiénie unito prodi 



34 IVOTELLB CXmONATB. 

nej cuòre df Leoo^ordo , é una totale muta^<iiie 
di stia condótta. Lùn^ p^ sèmpre da tSgni laógo 
sospètto , da ógni pernicióso compagno , tétte le 
fòrze del sdo spirito riunisce al férmo proponiménto 
di riparare il grave tórte . che ha fatto al pròprio 
nóme ; ed un sèrio contégno . uno s%jid(io assiduo 
ed ostinato sotténtrano alla passata ÀÌBsipaziòne. 
S' affretta Leonardo H'intiàre ilio zidr ì*e{jlicàte 
lèttere datiate dal pentimento e dal flplóre^ e 
r antico che vegliava Sfi ffì andaménti di Idi» scrive 
anch'ufi 4i ^essere persuaso che iVrawediqȎnto 
di beonài'do sia sincèro e durévo^- Appòco appòco 
ritorna la-^càLma ^lo spirito di Anacleto ; al cor- 
dòglio sotténtra la consolazióne; e finalménte con- 
vinto dèlia costante perseveranza del dilètto nipóte, 
gli scrive égli medèsigio, assicurandolo dèlia -sua 
riconciliazióne e animandolo a continuare nel ri- 
pigliato sentièro de' suoi dovéri. Leonardo persiste 
indefèsso n#l sud fervóre, e termina con mólto 
onore la scolàstica sua cai'rièra. Ottenuta ch'egli 
ebbe la làurea di medicina » Anacleto 'pur s^ado- 
prò a procacciargli un onorévole stabiliménto, 
óve potére con lòde e con non leggiero profìtto 
esercitarla. Fu allóra che Leonardo si fece a consi- 
derar sèmpre più i benefizj di Anacleto, ed» settime 
più vivamente il prègio e l' importanza. Osservava 
ógni giórno quanto divèrso fòsse il sdo stato da 
quello di tanti altri gióvani suoi coetànei', niti , 
com'ésso, in pavera condizióne; e cdbtemplàva 
continuamente le fatiche, gli stènti, le umiliaziònw 
cui sai-^bbe stato condannato , se la generósa mino 
dèlio zio non l'avesse sostenuto e protétto. Quésti 



in. LO ZIO «D IL NIPOTE. 35 

penisiéri io cooducévano a scórrere còlla memoria 
sa tutta la lóùga sèrie dell' instancabile beneflcéhza 
di Anacleto ; ed^n tale disposizióne di spirito fre- 
quènti lèttere gli scriveva piène d'affettuyàse, espres- 
sióni , sòvévte (olendosi di non trovar tèrmini atti 
a ben esprimere la sèmpre crescènte gratitudine 
che nudriva vèrso di liM. * * .* 

Ma Anacleto oramai compiva il quattordicèsimo 
lustro dell'età siia : ed il continuo costume di mólto 
lèggere gli av^vs^ cagionata una n«i^attia nè(||i òc- 
chi , la^ ghàlé 9ppóco appòco gMènc^ólpc l^iiso , e 
il rèse cièco. Quésta ìqfoitdniJ obblfgaya Anacleto 
a diméttere il suo imprégo, e contetitàrsi' di ^na 
tènue pensióne y ónde vivere i pòchi giórni che 
ancòi'^li avanzavano ; <ima Leonardo, il prev^une 
rìnunzìà^ndo'^gli stèss^'^al propizio stabiliménto , e 
da liii portandosi con pièna determinazióne di volft* 
séco vlTeré* quindinoànÌEi e supplii?e SII e stie véci. 
Al ^u^ere di Lecmàrdo '% sdPudirne la vóoe, 
s'alza Anadéld, $' avanza tentónéTper incentrarlo, e 
abbraè&iàndold : -^11 vòstro arrivo , 'gli dice , non 
n£ lascia ornai più sentire ii péso degli anni e dèlia 
mia sciagura : qhéA. bu^na octasióne vihaiquì con- 
dottoli pifftàrmi la f;ÌK^ja e la consolaziói^ ? — U 
più'^to de^mèi dovéri, risppse I^onàfdo : io ho 
fisso di viver «on^óì*^ e qui fere le v'Óstre *èci * e 
sarò Ben felice ,» se potr^-coAtracCambiàre^Jn pi^ 
cola parte gl'ii£ti1tibeiJèficj cHeho ^a vói rice- 
vuti- — Iort«óno ben ^àto , ripiglia Anacìéto , alle 
cordi^H^dstre premure : nqjSi vói verreste ^n ciò a 
scemare 1^ "Móstre fortiine, ed>«o non fKJtréi soffrire 
d'esservi a carico' : tornate pure Alla vòstfa prima 



36 IROVELLB CORONATA. 

occupazióne : io mi lusingo che non mancherò di 
quanto póisa abbisognàr^pi nel piccolo spàzio che 
ancor mi rimine a vivere. — Io ho già rinunciato 
ad ógn' altra occupazióne, rispónde Leonài^o, né 
più vi Htornerò in cónto alcuno. Chi ^^i potrebbe 
difendermi àélh taccia d'ingrato e d'inumano se 
os40si d' abbandonarvi in questi estremi ? So quinto 
a vói debbo, e nulla potrà ài vói più staccarmi 
fuorché la mòrte. — Generóso Leonardo, disse 
Anaóléto^ la vóftra gratitùdine sorpa^a di mólto i 
miei béneìicj^ Accostatevi, ch'io v'abbrlìici : poi- 
ché av^te férmo di l^esti^ ihéfo, io non sarò più 
infelice, e il pensièro che avrò a spirire fra le brac- 
cia d' liti uòmo s\ generóso'e a me ^*ciro, assai 
pnr mi torri dell' orróre <ftlla ostéssa mórtej*^ ^ 
^^ YiSse pòi Anacleto ancoaa per Virj anni, mos- 
trando sémprlf mólta tranquillità e coriggio in 
mézzo ài , mali* déRa vecchiaia e della cecità : e 
Leonardo irapiegava'tùtte le óre che avei(^ libere 
ad intertenér^l pìàqevolménte con lù^ e profittare 
de'saói consigli. Finamente k sanile debolézza 
j'idùssè An^d^to àgli estremi ; e allóra Leonardo 
diede gli ùltimi sfóghi àlla*^ùa riconoscénte^sesisi- 
bilità , Slindo sómpre ài fiancai de^oribóndo zio; 
pnestàndogll d^ pròpria .{nino tutt'i^cpòrsi, né 
mai aBl)andonind<]|o , finche ndl vtdo spirare tra 
le stìe braccia. Rendette quindi iMe spògUe^ii lui 
i maggióri onori , e fópe incidere sfUla tómba i sen- 
timénti del suo dolóre, e della sùk rìco6os<;énza al 
maèstre , all' amico , til bene^tòre : sentiménti 
che., assai più che bel marmo, portò pòi sèmpre 
scolpiti nel pròprio cuòre. 



IV. IL CRAI 



NOVELI 

IL GRATO 

Maurizio Maboni ìd età c 
privo de' geoitóri, i quali, <! 
ziÓDe, non gli lasciarono ii; 
tissimo patrimònio. Per vai 
di sostenérsi decentemént ! 
germàmco idiòma , fa da ; 
gliàto di tentare la sda sòr i 
péro. Provveduto di eflSc < 
mandaziòni giùnge in yi : 
persóne ciii èra indirizza! , 
Luigi Goértz , uòmo assd • 
tività, il quale godeva < I 
prìnci|>e di Lichtenstéin 
suoi affari e delle siie im 
gnava allóra il prìncipe i 
di segretàrio ; e Luigi j \ 
vine Italiano, che fu tò 
Gettato. Dòpo alciin ter • 
ch'ebbe a conóscere in 
lina gióvane figlia pei ! 
Quésta sèmpre occupit 
tiche cure non conosce 
vestita con decènte sen i 
abbigliaménti di quelle 

II. 



MOVELLB CQBON^IE. 

io. Luigi, il cuor dì Luigi ftUtondouÉti non 
bbeìmiéi figli.... eia così dire parti col vólto 
aito di mólte làgrime. . 

ratUnto il principe noD volevi lasciir più a 
;o espósti i suoi a^ri al dÌBÓrdiaeed alla con- 
6ne , e credendo che la opposizióne di Hauri- 
dipeodésse da tutt' altra cagióne che dai senti' 
iti di lina «iocéra virtù divenuta ormài tròppo 
I al móndo , lo fece di nuòvo chiamare. ^,E 
e, gli disse, quando comincerete ad asaùmere 
iSìc] di mio agènte ? ^—Spéro che non mi ob- 
heréte, o Signóre, ad un file inesco. — 
i è però dna grazia ch'io vi chièggo, e'i'iu' 
co che vi propóngo non è sènza ricompènsa ; 
io pòi credeva che un padre di famiglia èsser 
. dovesse giammài sì pòco curante de' pròprj 
tiggi, che vantàggi pòi sono de' figli stéssi. — 
! Signóre, vói mi lacerate il cuòre.... Vi èpnr 
> che devo ógni mio héne a Luigi.... Spiràn- 
li fra le braccia : Imièifigli, imiéi figli, mi 
itéva.... Ah ! non sarò ingrato ad un sì grande 
co , uè mài crederò di tradire e lasciar pòveri i 
i figU stèssi, se poti-ò bsciirli a sufEciónza 
hi di probità , di mèriti e di onore. — E non 
lare ch'io m'esporrei alla tàccia d'imprudènte, 
landò tiitt'i miei affari ad un giovine che ap- 
a compie il quarto lustro dell'età stia 7 — Se 
sto, o Signóre, è il sol pensièro che vi trat- 
le , e se mi degnate di tìnto onore da crédermi 
e a ben dirìggere gli aOari vòstri , tutto è acco- 
dato : sia il figlio di Lui^ il vòstro agènte ; ed 



IV. IL 

io mi prenderò cura 
sèmpre mallevadóre e 
E già tutta Viénni 
con applauso del geo 
glia di Luigi cominci 
nità protettrice, e i s 
dolersi di liii. 

Il principe, che ii 

Usto della sda grand 

di amanita e di virtù 

ser commòsso dàlia vi 

e a sentirsi destato < 

Fatto quindi a se chi 

Luigi, gli conferì V 

fdnto sdo padre , ra( 

determinazióne èra i 

generóso Maurizio : 

stésso, gli disse, ch< 

ménti dì lui, risoluti 

che già dato aveva s 

sdo agènte, e che 

medésimo assegnava 

tàndo l'offertogli im] 

Maurizio fuor di 

pròpria cisa; e me 

funiglia, annunziàn 

suo padróne , ècco 1 

figli, i quéli, spar 

gratitudine, véngoi 

a conóscere in Mai 

padre. 

Maurizio vede ad 



HOVELLE COKOHATB. 
tao cuòre : vede crescitita per luì la grazia e- 
tlma del priacipe; léàe loddiafàtti i Beati- 
ti di mìa riconoscénsa vèrso Luigi, e vede 
ime miglioriti gPinteréaù di sda bmiglia. In- 
créice la fima : la. virtuósa axiòne di Hanri- 
^linge al tròno, e l'angtisto sovrano, miso- 
lo dille qualità del pddre le qualità dèi figli , li 
ina di mino in mino ad onorévdi impiégiti. 
ra intèsero i figli di Haorfzio che còsa sia virtù, 
ili effigiti prodttca al móndo ; ed intàiero per 
i stride condótti gli avéra l' onorato lóro geui- 
. Bfaarìzio, adorilo dàlia famiglia di Luigi, 
e d'éuerepienamènteveneritoda'próprj figU* 
èssere divenuto l'arbitro de' lóro coóri, cb'è 
dmo della felicità e déUa glòria cdi póesa aspi- 
na pidre di famiglia. 

enitóri inwnsitì , che con tinti sudóri e bti- 
, e fórse eoa tante fròdi ancóra ammassate ric- 
uce pe'vóetri figli, speriudo di cosi mentire 
ro rispètto e il lóro amóre , quinto siete isgan- 
! Se iltro in vói i figli veder non possono che 
mo ricco ed aviro, dal lóro cuòre iltro non 
jettite che on sincèra desklério di prèstooDO- 
i dì una pttepa fuaelKV cbe v" accompigni al 
loro. Dite, o pidri , dit« in tèmpo dèi dégni 
ipi di virtù e d'onore ii vòstri figli, e sarete 
ssì rispettiti ed amiti. 

ta, Maurilio, che fàvola non aèi, ta dégno 
lUtre pènna , accétta i sincèri omàggi di un 
dino die ti, una sènza conóscati; e pò«a la 
iòsa amicizia trovìr dei seguici sul tuo eaéair 



V. l'amoi 



NOVELLE SEI 

Diseiu Jb 



NOVE 



l'amor 



PoicHB &iéìào Cesare 
pria smisaràta aiiibizión< 
tempestfro amóre d'un: 
He l'antica hAae , né fóri 
Trìiinvirì, che pièni d 
P impéro dd móndo , in 
cadére sótto la acdre de 
nemici , e cdl pretèsto e 
ficirlì in tal gnlsa alla ] 
ménso nòvero de' prose 
geìóeoe timido Ottavio 
Cesare zia matèrno del 
tónìo. 

Qnéstosciagardto, et 
ghissima de' pia bèi d^ 
più liassi e detestàbili , q 
per Hngo tèmpo dèlia e 
còllera di Giceróiie , ma 



NOVELLE CORONATK. 

li in Róma intènto a far eseguire i crudèli e san- 
inosi decréti dd nto tribnndle , e pasceva or- 
)ilniéate lo sgnirdo su i trónchi basti , e le 
imbra lacerate di qué'rirtuési cittadiiti, che 
ttràni non seppero a tinto furóre. 
Ldùo Cesare non altro a scamparne più sictiro e 
lice asilo credè poter procacciarsi, che prèsso la 
rèlla Giulia. Con èssa altevitodilla fanciollézza, 
icomaggióre d'inni, di carittereedi virtù egoile, 
li ambila sèmpre teoeramènte , ne fa con piri 
'étto rìamito , e i sieri legimi del singne, furono 
rètti più fortemente dilla reciproca stima ed 
lucilia. La madre di Marcantònio sprezzò corag- 
osamente le ingiuste e crude léggi del Trìnnvi- 
to, che rèo di móne volevano cbiiìnqne ricet' 
sse i proscritti. Sperù èssa fors'inche che il suo 
bèrgo sarebbe rispettito, e chei birbari emis- 
rj non ardirebbero violir quelle mura , óve la 
idre vivéa di uno dèi tre tirìnni. 
Difatti l'infelice proscritto vi godette per quàl- 
le tèmpo di quella débole tranquillità, ch'è con- 
Issa al timóre non interamente rassicurito ; e le 
ire e i confòrti dell'amorósa sorèlla sentir gli fa- 
tano ancor più ciro , e 
ta. I centurióni più audì 
ménte la mano nel sic 
Mmi, appressir non ot 
ir uno di èssi , o più in 
I quél furóre acciecit 
m». carnificlna , spìito 
o Cesare, a (piéUo non 
lito da gènte armiti , 



V. l'amor 



apparécchio del terróre 
tremanti le fide aac^e, 
recando , che d' uòmini e 
da ógni parte, e nìdna via 
di scampo. 

La sbigottita matròna ei 
méstiche mttra quasi faór < 
piangente sul fratèrno peri 
fra le sue braccia , il vòlte 
delle 8iie làgrime , V amato ] 
vòlta , che quello fòsse V ùl 
maginàndo vedérgli in ogn* 
cnida spada il séno. Alfine , 
glio ed a férmo coràggio gli i 
risoluta si fece in sulla sògli 
centurióne , che pel negatogli 
alla violènza, dirizzandogli qué 
romane : a Yile e sanguinai 
e s|Hetàtì e più vili tiranni , tt 
a a Li&cio , se prima con quél 
«e sàngue virtuóso é innocènte i 
« quésto petto straziando, e ( 
« cui nàcque e si nutrì quèli' 
« manda , che ti arma il bràc< 
« più non dégno e non posso 
« chiamar col nóme di figlio. » 
aggiunger di più. La maestósa 
giósa fermézza di Giulia, la en^ 
sde paróle, fórse la vóce deir? 
gióne , che per mézzo di lèi pa 
vòlta a quél cuòre feróce , e fo 
nón^e del figlio , fecero rivòlge 



46 NOVELLE CORONATE. 

letizio 6 vergógna i pàssi dei centiirióiiey e portar 
altróve la atrage e ranni. 

Dàlia partenza di Idi , e delle armate ade gènti , 
riconfortata la saggia dònna, e conoscendo ben eh 
altresì , che quésto felice evènto non doveva 'rìs- 
guardarsi , se non cóme lina breve e passeggiéra 
sospensióne de' fratèrni perigli , bramósa di vedér- 
gli totalmente dileguati , volse in ménte più alto 
e rischióso consiglio , che si die , sènza por tèmpo 
in mèzzo, ad eseguire. Sóla , se non che aixom- 
pagnàta dal coràggio e dàlia virtù , vèrso il fóro 
awióssi, dóve Marcantònio cògli altri diie collèghi 
a tribunale sedeva, e fattasi lóro dinanzi disse in- 
trepidamente : « Io vengo ad accusare me stèssa. 
« La pietà , che ispirano sèmpre gì' infelici ingius- 
« tamènte perseguitati , un tènero affètto, che per 
« lui mi ragiona fin dàlia infànzia* vivissimo al 
« cuòre, mi hànpo mòssa a dare asilo ad un prò* 
ce scritto. Tu assai lo conósci, e tremò fórse la 
e tóa mano nel segnare la funèsta sentènza. Égti 
<c è Lucio Cesare , a me fratèllo , a te zio. Son rèa 
« di mòrte. Punitemi. H pèrder la vita mi sarà 
« ventura in un tèmpo in cài niùn uòmo virtuóso 
«e potè serbarla. » Tacque e stétte immòta imper- 
territa aspettando rispósta. 

Già Marcantònio vergognandosi abbassiti avèa 
gU òcchi , e alle fòrti paròle dèlia madre nel sào 
petto pugnavano non vinta affitto dal politico fa* 
róre la pietà filiale, l'amor del sàngue , e un rèsto 
di languènte virtù. Gli altri Triùnvìri non poterono 
ricusarsi ad un gagliardo sentiménto di venera- 
zióne e di meravig^a ispirate dàlia matronàl dignità,, 




V. l'amor fraterno. 47 

dall'animo fòrte , e dal generóso fratèrno affètto di 
Giulia, che non dubitò di a£frontàre la severità de' 
giudici , i quali ti&tto osato avevano per rèndersi 
formidabili. Tanta ammirazióne produsse l'efiR^to 
più bramato che sperato. H decréto di proscrizióne 
si annullò per Lucio Cesare, e la tènera sorèlla si 
a&ettò a recargli con làgrime di giója l'annùnzio 
felice. Ben èra dégna l'eccèlsa matròna, che la 
stòria si adoperasse a conservare etèmo , e cinto 
di splendidissima glòria , per la fratèrna pietà, l'il- 
lustre suo nóme. 



NOVELLA VL 

IL B0ON niAYOLO. 

Un gentiluòmo Bretone aveva per móglie una 
dònna , in cui la bellézza più luminósa, le grazie 
più seducènti èrano congiùnte còlla maggióre sa- 
viézza, còllo spirito più coltivato, e con un òttimo 
caràttere. Ma quanto la natura èra stata liberale 
coli' amàbile sda compagna, altrettanto èra con 
esso lui stata avara la fortuna, cosicché égli, il 
suo mediocrissimo patrimònio lasciando Illa saggia 
consòrte in govèrno, si affidò al mare, nel commèr- 
cio riponendo la speranza di un fàusto avvenire, e 
per mólti anni tranquillo si stette lontano dàlia pa- 
tria e dàlia móglie, dèlia cui fède illibata conosceva 
ben égli quanto cónto tener doveva. 



48 NOVELLE CORONATE. 

Difàtti la cSndótta delia dama nell'assènza di 
Idi fa qnàle da onèsta móglie e da vegtiànte madre 
di famiglia puóssi aspettare : perocché mólto in 
rìpmtazióne crébbe coti' onore il nóme di lèi , tanto 
più stimata universalméhte, quanto che gióvane, 
bèlla ed ornata mólto , nelle frequènti occasioni , 
cbe tròppo fornisce anche la men corrótta società , 
non permise giammài a se stéssa nessuna di quelle 
azióni, le quali, sebbène in se medésime inno- 
cènti , pur lasciano cadére qualche sospètto sulla 
virtù tròppo ficile ad èssere, cóme spècchio di 
àlito , ad ógni minima ómbra appannata. Quésta 
virtù però sì giustamente scrupolósa non èra né 
feróce né sevèra a ségno da vietarle il piacévole in- 
tratteniménto dell' onèsto e cìvil conversare; co- 
sicché, sènza pèrder mài di vista nessuno de' suoi 
dovéri , la bèlla 'gentildònna non ràde vòlte prèsso 
le amiche, e i geniali cròcchi interveniva, e tal- 
vòlta nella stéssa sua casa ne radunava con quella 
scèlta prudènte ed accòrta che le ispir&va il suo 
discerniménto. 

Èra il carnovale. Il desidèrio di sollazzarsi al- 
quanto., e di rèndere nel tèmpo stèsso àgli amici 
suoi quégli uffìoj che le si èrano usati, le mòsse il 
pensièro di dare in sua casa una piccola fèsta di 
bàlio, con giuoco e céna. La diligènte economia , 
còlla quàl« i bèni del marito amministrati avéa , le 
permetteva sènza alcun danno simil lautézza. Già 
tutto è prónto quello che può al dilètto ed al de- 
còro d'una pòco numerósa ma nóbil fèsta convenire. 
Già le faci e i doppièri fàuno alla nòtte il più viva 
contrasto. Già mólti stroménti con lièto suòno ris- 



VI. Ih BUON DIAVOLO. 49 

véglianp il géoio e Tiigiiità di soéUi danzatóri. Già 
leggiadre coppie d'ornati gióvani d'ambi i sèssi, 
parte scoperti, parte mascherati , intreccilo ben 
ordinati balli, in óg|DÌ regolato mòto obbedienti al 
dólce impèro dell' orchèstra armoniósa. 

La gentildònna lH)eràle di sì nobile divertiménto, 
che nell'assènza dèlio spòso non si credèa lécito di 
prènder parte àila danza ^ stivasi in dna dèlie 
stanze contigne alla «sàia, fra soélti amici, intènta 
a moderato giucco ^ iivciii più la glòria di vincere 
metteva impégno, che non la vile ed affiinnósa avi- 
dità di guadagno. : quànd'ècco un'assai polita 
mischerà in ^ibito di procuratóre, con parécchie 
carte di procèssi sótto il bràccio , s' accòsta al ta- 
volière , e dòpo i primi civili ufiìz) offre una sfida 
di giuoco alla signóra dèlia fèsta, che l'accètta 
generosamente. Si fài^no cinque o sèi cólpi, de' 
quali ciascùnp valeva un discréto pr^o, e Ja for- 
tuna parve sèmpre ostinarsi cóntri^ lo sfidatóre , 
rendendo di tiitti vincitrice la dama. Ma poiché 
alcuni degli spettatóri s6dàrono anch'essi il mas- 
cherato procuratóre, quésti guadagnò a tutti sènza 
intermissióne tutto il denaro. Égli non perdeva 
mài , che còlla padróna di cà^a, cosicché i circos- 
tanti cominciarono a sospettare che sótto quèlia^mà- 
schera si nascondesse un segréto splèndido amante 
di lèi. 

Nel comunicarsi a vicènda quéste lóro congetture 
non poterono usar tanta precauzióne che l'avve- 
duta màschera, impegnata più ch'altri mài a spiare 
destramente i lóro discórsi , non ne coipprendèsse 
ben prèsto il soggètto : e per confermarli vie mag- 
li. 5 



NOVELLE COKOMITE. 

kirméBtenéIbifallàce lóro induzióne, vólto a pa 
écchi, che di quésto a bissa vóce s'intratteni 
ano , disse e — Io sono il Dio della ricchézza — 
ràsK dille lische mtite bórse di Inceliti dóppi 
lienisHtne, e quindi élla gentildònna, conlinu 
còpo della sdaofGciotitl, propóse óna strdtia sfìd 
n quésti tèrmini : — Io ginóco tutto qnést' ór 
ÓDtro quinto vti possedete. A tile amisurita pn 
)dsta raccapricciò la dama , e si rìcnsb. Egli allór 
laisò diUa sfida alle offèrte , pregindo)^ cògli at 
Ièlla più ingènua cordialità ad accettare in dòn 
péUa immènsa sómma. Se per offèrta sì liberal 
lOn seppe élla ilisftenslrsi da giusti rio grazia ménti 
lè]^ ctHi gentil manièra quella ricusare ^ccóm 
la sfida. 

Intdnl» così straordinario avvéniménto sveglii 
a (mrìosità, le cidrle di m^ti, ed dna piacévoi 
'arietà d'opinióni. Una bnóna vecchierélla im 
maginb e conddse con tutta serietà , clie noa èr 
iXidèsto iitri che il diivolo mascherato. La intés 
un beli' umóre , e si piacque con virj ai^^ioéni 
li cosfermirìa in si bel pù'ére. Imigerita da ci 
la fantisticB vècchia più non si ticque, finché noi 
bhbe dissemioata^ stia sentènza ; che par fa d 
mólti tròppo crèduli e déboli abbracciata, pe'qnal 
aoù un pensièro chimèrico si volse in ìrrefragafail 
certèzai. , 

Lo scherzóso procuratóre che aveva pìacevol 
ménte Recondite le prime coogettdre della compa 
gnla foimite sópra diliii, diédesi con piri disin 
voltura a secoodire quésta stravaginxa, parlind 
dapprima móltee vàrie lio^é, nelle qnili èra ver 



VI. IL BO 

satissuno , e p6i dioé» 
ìnlemo por venire ad i 
che Hiì si è da gran tèa 
di «piì che ad ógni pài 
mio. 

Quésto discórso ooml 

fece cadére uSui i sospé 

dellaógo. Qné'pasillaii 

aTéa la fantasia » èrano v 

già trattavano grayeméi 

càci mézzi, ónde scai 

Mólti ondeggiavano né 

pèndo detertoinirsi adi 

alternamente dalle risa 

sensate, parte sèmpre 

nanza , aspettavano ti 

mento di sì gradèvol e 

dònna èra ti*a quéste, e 

spavènto che mólti ; 

mìo. 

Intanto il lèpido proc 
della consórte si èra pe 
omii trastallitosi ahba: 
léppo, rèse a'circostàn 
a ciascuno avèa gnadagi 
paréte ad arrischiare il 
8a guadagnare ognóra 
continuando la fàvola , 
di prohità indispensàbi 
con èssi èrasi valuto 
<juélla colpévol destréz 
prò di chi le maneggia 



NOVELLE COIOKITB. 

fa abbutàto a fervinene , perchè allóra gioviva 
imóvere l' innocènte e piacérole ingìnno altrùi : 

sarébbesi altaménl^ vergognilo di scoprirsi , e 
H conóscere , sene' aver prima soddisfatto at 
rér d' onést' uòmo.- 

U fine, in mézzo alla maggióre agitazióne di Mtte 
[néuli égli si trasse la mischen, e fa tòsto in Idi 
visato il mari to della gentildònna, la quale od rì- 
lóscerio mise un fòrte grido di giója, e ai preci- 
b tra le sue braccia. Egli rendendole i più ténei'i 
plèssi : — io tórno, le disse, prosperato dal 
nmércio ,< e vién mèco la oputénza, feUce com- 
pila de' miei viaggi : ésn mi sarebbe men grata 
a non potessi dividerla téco, mia eira spòsa. — 
i rivólto igU astanti, che in dènso circolo gli si 
mo affollati d'intórno, pi\>teodèndo i più lontani 
riosamèote il còllo e la tèsta fra le altrùi spille : 
Don è égli véro, disse lóro^ cbe io sono venuto 
impadronirmi di una dima, che da gran tèmpo 

si èra donata?.— Gli schérzi urbani e i mòtti 
ì graziosi dnrirono lungamente. 11 fortunato 
ntiluómo godè s\ bène dèlie acquisiate riccbèue, 
>pe A nobilmèote fìrne pirte igU amici , fii si 
iato e stimato, che il nóme di buon DiAvolo gli 
Q^se, e divenne un rispettato provèi^io. 



YII. LA U 



NOV 

LA BENI 

La hipeficénza è j 
per ésia si striagoa< 
gono ì legami di s< 
gnàta dàlia dilicaté: 
di non lasciar sentii 
ricéve y quésta virtù 
cézza e splendette. 

Il célèbre Tomps< 
tanto grido , non g* 
qaégli àgi^ che cért 
iràióre. Così la fortù 
piacére di ricasàre 
vantaggio. Nel tém] 
con fama e plàuso , 
ma tutta la cólta ] 
tèmpo , in ciii per é 
e libràj , e che il sui 
temente pubblicato 
lettóri» égli vedéasi 
Costretto y per sussi 
con còmodo a' dilétt 
récchi débiti , èra c< 
gli avari creditóri, 
il suo raro ingégno 
umiliarlo e di oppri 



4 NOVELLE OraONlIB. 

ppdntD della pubUicazióne delle Stagióni, )d fece 
rreaUre e condurre illa prigione de' debitori ini' 
oténti , iperAndo, che il poèti ìvido di libertà de- 
igberébbe lo stampatóre a toddÌBEirlo. Ma quésti , 
agórdo quinto ^tri mdi, avéa conclùso coli' autóre 
in mediocrissimo pr^uo dell'aureo manoscritto, 

la piccola sómma ritrattane èra già spésa , quando 
?ompión fu imprigionato. Doveva égli imtinto 
uignire miseramente in carcere; finché pevosdr' 
le quilche mészo, a trovarsi assai difiiinle, si 
flerisse. La prigionia d'nómo sì grinde non pò- 
iva rimanére ignòta. Mólti mostrirona cóUe pa- 
6ie d' ésserae affiltti , ma il lóro cuòre inoperóso 
estàva e tranquillo. I ricchi , e i possènti , che non 
imno d'ordinàrio usir bène del pevere e della ric- 
hézM, si ristringevano a compatire coldi che 
véano tinte vòlte ammirito, ma niiìno gli sten- 
èva la mino soccorrévole. La generosità, la benefi- 
éoia, e tutte le virtù che onorano l'arain gènere, 
Ibergir potréUi^ in tntti gli dnimi nmioi egual- 
aènte, ma pòchi e rari sono quelli , che accòglierle 
ippiano , e nutrirle. 

n sig.Quin, còmico di profesùóne, che colti- 
indo l'ingégno ed il CQ^ad un tèmpo érati fitto 
hLstre, e cbiiro , e ben dégno del nóme d'uòmo , 
itése appéna la prigionia di Tompsón , che si senti 
immóaso dal nòUle desidèrio dì ràidersì dtik ad 
D letterito A grinde , e lo pùnse insième vergógna 
Illa sua nazióne, che non si moveva ad ajutire' 
tki tinto le accresceva di glòria. Recòssi egli per- 
into al giùdice , e ne ottènne agevobsénte licènza 
i visitirc l'inclito prigionièro, et dì trattmérse 



VII. LA 1 

eoa Idi* Fa sorpr 
' persóoa scoaosciùt 
beatósto ^ e iii acci 
cshe aélla siki prof< 
ti9sinii. Luagaiaéi] 
diflcórsì. L'urbane 
déila difilcii arte d 
aoeóra dicootpón 
dia, che iosiénie < 
coro Fatile e fl d 
parlare eoa entosi 
e siccóme ne avéa 
vivici, li recitava 
parevano piùeloq 
désimo. Efséadosi 
ménte inainuàto n 
eéoza di pranzar m 
qoiiqoe piatto il si 
quégli coo^scése. 
Qaéndo furono 
lor rallegrati lisa 
fece a dire : — Oi 
md perjÉettéte, d 
tro con lina inditi 
flenAire , coék coni 
mia creditóre.... ] 
sdoo venóto a sod 
poèta di allo inii 
mézzo élla stia tris 
veniva, a grave e < 
•i dolse, che parh 
lói , il qaàle per e 



NOVELLE COBONATE. 

uaaxxMaae in mézzo ad àoa ostentata itrba- 
béBà e 1' insulto. — Tòlga Dia, ripigliò 
ivaceménte , che io sia così vile ed aUiiétlo 
bi vòstri , ed a me stésso da poter èssere 
to dì ù pèrfida intenzióne : degnate udinni, 
sènza interrómpermi, 'e rendetemi ra- 

Éccovi nn vigliétto dì bìlico par la sómma 
a. Io vi ripéto francamente che ve ne sono 

, e ve ne spiego il cóme , sperando che non 
^te accettarla. Io sono pipitósto ricco, e 
tòlto passila nella ordiniriti viUl carrièra 

Agli uòmini la metà del cói'so. Ho perciò 
1 mio testaménto , e iiOD avendo io più vivo 
le'mièi coQSaguÌQei od affini, ho rivólto il 
a rimeritare con picchili l^ti colóro 
o per servigi o per piacéri mi profèsso ob- 

Quinto piacére, quinte delizie non mi 
rocuràto le vòstre òpere, e sin);olarméole 
i dèlie Stagióni ! S' io l' ìhbia lètto e gustato 
Ito lice a' miei pòveri talènti, vói già vel 

se io ibbia per esso passiti dèi moménti 
ietissimi, mei sapeva io medésimo, e però 
uinto vi dovessi ili riconoscènza. Dettii 
ìTtintO il legato che or vi presento. Né vói 
:e prima della mia mòrte riscosso, se non 
pervenuto a notizia il présente vòstro stato, 
on reca alciin pregiudizio iljirivirmi di 
eniro, benché, spéro, mi rèsti ancóra quii- 

di vita. A vói noD può èssere adèsso che 
no vanligglo. Siccóme non vi sareste , 
ergognito di accettario dòpo il fin de' miei 
abbiate , vi prègo, la bontà di ricéverlo da 



TU. LA B£NEF1< 

me stésso ; lasciatemi la n 

pire io medésimo lina pa 

riconoscete che io pago ii 

che la piccola eredità mi 

pdnto in cui io dettai le 

le qaàli sóqo fermissimo < 

Bèllo èra il vedére , du 

róso còmico, sol vólto < 

pingersi i mólti affètti di 

riconoscènza , ond' èra ai 

nelle braccia di Qain , n< 

e spésso esclamava : « E 

« ignòto ! Oh vergógna 

« miei ! Oh^ vergógna di 

« non mi diérono mài ui 

« tire che io ne ricevevi 

« méntre quest'uòmo pr 

< assai nòhile e virtuóso, 

« nerosità tant' óltre da ' 

« benefizio nuli' altro io 

« soddisfatto! » 



NOVEL 

IL DOVERE I 

GARLorrA Cristina Sof 
della mògUe dell'imperai 
maritata al principe Alés 



HOVBLLE COBOHÀTE. 

ire dell' immortile Pietro I , détto ginsta- 
,te il GrAade , czar di Mos«òvia. Élla nnniva ia 
tésM i più bèi dóni della oatiira e dell' arte , 
io», griiie , ingégno penetrinte e «dtivito, 
no da virtù temperilo e ben edgcito : ma eoa 
ire dòti , cbe sò^ono ammollire e vincere ógni 
re, éUa fa nondiméno oggetto d' aTrenióne ad 
mo , il più feróce degli nomini. Fa gran sórte 
lèi ['ajdtn di contravveléni, e n'ebbe d'aópo 
v^te. Alfine la barbina del principe gidaie al 
no vèrso di lèi, e la rìddsae eoa un c^po inu- 
ma A misero lUto, che fa tendu per mòrta 
iimeménte. Credette égli stèuo ciò cbeemijMa- 
ite bramiva , e partendo per dna geniile sda villa 
unite tranqnillaménte, clie le fonerò cdebràti 
veniènti funerili. 

a sventurita principéssa però non aveva pósto 
ór liae a' suoi giórni : ma iazi soccórsa dilla 
tésu di Konigamark, dima sub compagna, e 
léate all' orribile avvenimento, avèa i-acqaisUta 
aménte la saliite e il vigóre, méntre per lèi e ai 
l>rÌTaao magnifiche esèquie ia tutta la Moscà- 
, e più córti d'Europa vesUvansi a liStto. Go- 
ta sagace contéssa, aiaii rinomita, segnata- 
ite per aver dito al móndo il valoróso mares- 
lo di Sassonia, comprése beoissimo, che non 
>adindo il felice iaginno del principe Aièssio e 
pùbblico, e palesindosi la guarigióne, si espo- 
a la misera principéssa Carolina , bersigLio 
di tinti crudelissimi attentati, a perir tòsto 
irdi d' DO o^lpo più cèrto, che tardato noa 
ibbe a Kagliirsi sópra di lèi . E eost n' èra per- 



Yllt. IL DOVERE E LA FELICITA. 59 

sDàsa l' infelice , che appéna le fòrze le concèssero 
di poter intraprendere nn viàggio, adnnàndo'colF 
ajiìto dell'amica generósa dama quanto potè più di 
gióje e d' òro, còlla scòrta d'nn sólo vècchio Tedésco 
si faggli a Parigi. Il fedéle suo domèstico teneva 
prèsso di lèi , e tenne finché visse il caràttere di 
padre , e ben n'aveva égli il cuòre còme l'aspètto. 

Ma la tumultuósa Parigi non èra soggiórno adat- 
tato né al gènio di Carolina , né alle siie mire di 
tenérsi celata. Quindi accresciuta d'dna servènte 
la stia piccola famiglia, s'imbarcò per la Luigiàna, 
dóve i Francési, che allóra possedevano quella bèlla 
è fecónda parte dell'America Settentrionale, si 
adoperavano a grandi stabiliménti. Poiché èssa 
giùnse alla Nuòva Orléans, la bèlla e gióvane stra* 
uièra a se trasse e fissò tdcti gii sguardi. 

Èra colà per avventura un giovine ufficiale dèlia 
colònia, nominato Moldàsk, che avendo già in 
Ròssia nobilmente viaggiato, crédette di rico* 
aòscerla. Ma non sapeva persnadérsi che la nuòra 
dèlio czar Pietro potesse èssere in tale stato , e non 
osava altresì lasciar travedére i suoi sospètti. Pdre 
égli ofièrse la servitù ed amicizia sua al suppósto 
padre di lèi, e divenne' cògli uffiziòsi mòdi ben 
prèsto sì accòlto , che la reciproca intimità giénse 
a tanto di congiiingere insième le lóro fortune, 
e piantare a spése comuni una nuòva assai còmoda 
abitazióne. 

Non tardò mólto a giùngere ne'^pùbblici fògli la 
nuòva dèlia mòrte del principe Alessio. Allóra l'uf- 
ficiale non ebbe più ritégno a palesare i suoi 
dùbbj sulla condizióne di Carolina, e veggéndoli 



NOVELLE CORONITE. 

lUici, le oflfiérse con generósa lommisMÒne di 
idoaire il pròprio impiègo, di sacrificarle i 
i bèni, e ricondiìrla in Hoscóvia. Ma la prin- 
la, che non aveva passati del viver sdo mo- 
i felici «e non quelli , che dòpo l'avventurósa 
UgR tràste lontana dall' abbaglia ale splendor 

córte, preferì sènza esitare la tranquilla e 
ita oscuriti, in ciìi sicdra di se stéssa , non 
adita da vili e bìsii adulatóri , e. di nulla te- 
lo vivèa : ringraziò l'ìnimo benéGco dì Mol- 
, e di tante splèndide offerte invéce iinplor6 
la 1^ inviolàbile segréto , ónde tnrbàta non 

da nióu sinistro la pi«séDte sua felicità. 
)mise égU, e attenne la proméssa. Già da 
tèmpo ii cnóre di lui bramava ardentemente 
icità Hi Carotina , né poteva trovìlr la pròpria 
a quella di lèi . Il vivere sótto lo stésso tétto, il 
si ad ógni óra , l' apprezzarsi vicendevol- 
e, e la et£ ngoile assai fèrvida e vérde accé- 
aell'inimo dell'ufficiale uoa fiamma più. viva 
tmickia. Pur égli seppe frenarla col rispètto , 
érsela in séno nndtiùsa. Carolina aveva pnr 
>ÌBÒgno di virtù per non lasciare a lui disco- 
, com'era da fuòco ugail riscaldata. Aidne 
chio domèstico, che còlle sembiiuze di padre 
Un allóra méua al copèrto dèlie dicerie de' 
;ni la fima della principéssa , venne a morire, 
ccompagnàto ìlla tómba dal elncèro dolóre e 
ligrime dèlia sua grata signóra j pi'émio ben 
) a tinta sua fède , prèmio dàlie ànime gen- 
ù apprezzato, che non i supèrbi monuménti 

dàlia vanità de' vivi all' onór d^i estinti i 



▼IH. IL DOYXR] 

La decénzAf dòpo qu 
permetteva che più tìv^ 
frale mura inedé8iine< L' 
dola veracemente, ama 
▼irtù e la glòria , le fece 
rammàrico, che sarébhed 
a cercarsi altro albérgc 
aveva già rinunziato ad • 
di grado, non fòsse cont 
lui un nóme più caro e pi 
di amica non è : sebbène 
sospettare che a tale pro] 
la vanità che F amòre , 
discésa, e si tenéa férni 
ad lino stato privatissime 
la dilicatézza e riguardi 
caso di rifiuto égli non 
che doveva aspettarselo 
la sèmpre reale condì; 
mano osava aspirare. 

L'amóre e la circost' 
fesa , espòsta ài perico) 
Cécero consentire di a 
felice, e a far quindi < 
ancóra se stéssa. H ci 
tonata , in cui Carolin 
cl^e sembravano dal si 
bili , e trasse da quést 
adempimento déÙe d^ 
più perènne sorgént 
scòrsero seréni e inno 
e plàcide, e a string 

II. 



i NOVELLE CORORATE. 

•une dòpo un anno nna vezzósa fandolléna , 
lìtto «oive della c^talArooDÌóae. Carolina volle 
atrir dia medésima , e compiendo a no dover di 
itAra tròppo comunemente trascurilo, ai pro- 
iccib dna lérie di nnùvi viviuimi piacéri , ignòti 
la più pirte delle madri , che delicite e lezio* 
abandénanoa gènte mercenaria, incèrta ed inètta, 

deliziósa e sdcra «ira di attevéreìtor pargolétti. 
oA qoéUa inclita dònna , dì sì néUI si ngoe 
Kita, e destiniti illa grandézza, é^Ì omigg'i, al 
■óno, infelice finché vi fn prèsso, non rinvenne 
nella beita sórte , di ctii tiitti son àvidi i mortali , 
he d^M d'arére abbattdonite ttitte le magnifi- 
inze pròprie della siia niscita e del »Ao primièro 
Àl^, e in privala vija compiendo a tutti ì dovéri 
i natiìra e di società. 

Volarono lieti , rapidissimi per quésta còppia ben 
Dgurata parécchi inni nel lor soggiórno alla Lni- 
Idna : ma il pòvero IVIoldàsli fu pòscia assalito da 
tfermità che richiedeva la mano pia espèrta di 
birùrgo dèstro e valàite, e la eccellènza tutta dell' 
rte per discacciirla. Non volle fidar Caroliiia 

preziósa e eira Vili alla cdra di operatóri , del 
■lór de' qoiii la pdbhlica opinióne lasciasse il mi- 
imo ddbbìo e timóre ; perciò ristrfdta di volgersi 
Parigi, a cui, còme a cèntro concorrevano tutt' i 
rindi e i dótti nomini del vdsto e eoltisrimo régno 
i Frincla, fece consentire il marito a véndere i 
ko possediménti , e ad imbarcarsi. I véhtì fUrono 
ropizjairamoròsodiségno, e l'irte in Parigi rése 

Moldisk la salate , la qnile si affrettò fórse a 
jmirgli vicina, richiamita dille afiettuose «olle- 



vili. IL DOVERE E 

àtiidiui di Gai*olioa , che as 
désima all' amato inférino, 
abbassarsi àgli nffizj più vili, 4 
ai dovéri ed alla teneréua di 
Guarito perfettamente Mol 
trombi a priéndere un partito 
la connine snssisténsa. Perciò 
procurarsi prèsso la compagni 
piego per l'isola di Borbone; 
mólto ad ottenérvi l'onorévoli 
maggióre. - 

Intanto la móglie andava tal 
della sda graziosa figliaolétta al ] 
pubblico giardino. Un giórno é 
banco di verdura , e parlava ci 
tedésco per non èssere da' vici 
venne a passale dinanzi , e f a e 
alemanno, il maresciallo di Sas» 1 
sofiermóssi a considerarla. Essa 1 : 
ma giunta , è temendo èssere del | 
abbassò gli òcchi. Il rossóre e la e 
tèmpo stésso le si pinsero in vói 
maresciallo di> ciò che non avéa 
persuadérsi, e lo fecero esclamar 
dama?... che véggio ! — Non gli 
di proseguire, ma trattolo tóst 
pal^ pregandolo di secondare 
segréto, e di recarsi all' albèrgo 
più àgio e sicurézza istruito lo a 
pria situazióne. 

Attenne quégli le sue promé» 
m^ta precauzióne , siccóme fece 



NOVELLE COflONAIE- 
rincipéwa, ne intéie ed ammirò tiilu la stona, 
ébb'égli voWto parlarne al re di Frància, e 
leggiéni, perchè rési fossero alla angusta dòaua 
DDÓrì e il grido a lèi doviiti , e eoa) coronar égli 
eli' òpera cominciata djlla contéssa sda madre ; 
l'acoìrta Caralina, né aderire al generóso siio 
^no giammai, né opp<ìrsi^perIaménte voleva. 
>etrb pertanto da Idi che differisse ! snói ma- 
gi, lìnch' élla avesse a tèrmi uè condótto cèrto 
dènte trattato, la conclusióne diedi noli doveva 
re che d' alcdoi mési lontana. Cosi %lla tròppo 
» d'essere a siggio consórte unita, e di vivere 
a sda esedra tranquilIiUi , non volendo pili 
Dare neppiir d'nn pensièro l'altéizadel grddo, 
ii sarèbbesi tentilo di richiamarla ^ teneva a 
i e deludeva il maresciallo, 
ra prèsso il tèrmine della dilazióne da lèi ri- 
^la. Egli recitosi a visitarla, seppe che diie dì 
imi s'èra partita vèrso l'isola di Borbone col 
■ito, che n' èra fitto maggióre. Córse il marc- 
ilo ben tòsto ad informare di tiitto il re, il quale 
ito a se chiamìto il ministro della marina, co- 
idó^i di scrivere e impórre al governatóre di 
n'isola-, che il maggióre Moldàsk e la sda spòsa 
ossero trattiti cótta maggióre considerazióne, 
ólse pòscia a trattare cótta augusta impa-adrJce 
ina Maria Tei'èsa , de' mòdi di rèndere ^lo 
odóre -ed ii doviiti onori la zia di lèi. La ec- 
» spòsa e madre de' Cesari seppe grido al re 
tianissimo degli uilìcj suoi generósi ; e generosa 
mènfk-gli inviò lèttera per Carolina. In quella 
tivala prèsso di se a Vienna, promettendo col- 



vili. IL. DOVEME 

di còmodi e delle | 
Carolina^ prevedendo che 
cipésoo^ia una rési córte , 
piece 4&i dovéri e alle dólci 
ìd quél mòdo che avéa fati 
sentia consistere tdtta la s 
raggio y ma senz'alterigia 
Io sòdo' sì osa, disse a ci 
progetto di ricondiirla p 
gènere di domèstica e pi 
più noa potrei. JNè V aw 
ricévere i più splendidi o 
igi compagni delle rìcch 
dell^ univèrso potranno m; 
cére e dèlia giója che to p 
mento. -— £ in così dire \ 
l'altro abbracciava di sda 
Visse élla aQcór lungo 
con ambedue , gli affètti < 
confortare e ricreare nèll 
sórte , e tra l' educare la 
glia. La persuasione di Ga 
cita consiste nel vivere pr 
da tumultuóse vicènde, a 
véri, e godendo moders 
piacéri della natura , èra : 
La morte le rapì con póc 
persóne che occupavano, < 
il suo cuòre, e per Mngo 
sentiménto del $ùo viviss 
né la pèrdita sì grave che 
rammàrico che per le i 



uilùle da <{ii«léitqiie eoadutóne di alito , la 
a tinto infelice , eh' éUa non credesse mólto 
póre U inficiti d** grindi. Quindi alle o^rte 
e ii rionovaroRO di recirsi a Vienna, sì ricusò 
Dtenénte , ed accettiudo mìlo dàlia liberatiti 

imperadrlce regina un ooéito assegnamènto, 
^sia'VitrypréMo Parigi, dóve avrebbe soluto 
e ancóra sótto il nóme di madama Moldisk : 
e non le fa posribile if pia nascóndere la su- 
e sua niacita, e l'eccèlso DÓme déUa chiaris- 

nia stirpe, élla non obbandoDÒ però miil'adat- 
método di privila vita , in coi sólo avéa comia- 
I a trovare, e trovò ìofin che visse la véra 



NOVELLA IX. 



doiiìlho Vilutti- fu geatilnémo d'atto nasci' 
to, ma di basse e pòvere fortune. Égli n'era 
coutéato. Non ricusava d'impiegare in servigio 
pàtria i saói talènti e la sóa abilità ; ma cóme 
1 manéggi oHéneva gì' impièghi , così col mag- 
disinterésse , e con tutta l' itUbatéEza gli eser- 
a , ben divèrso in ciò dà^i ambiziósi che per 
iltro oggetto che per quello del pùbblico bène 
évantf a procacciiFseli. HoderBtt«$imo ne' suoi 
lèi], avéa cosi póciii bisógni, chedeltéone 



IX. 1.1 a: 

patrimònio gli -avanzava 
agli altnii ; ilia qoal cós; 
cóme umano e pio sonni 
non gli èra il saper séni 
de' suoi soccórsi che a mól 
valéasi talora dell^ òpera 
padre Anselmo, che la s 
dalla città, e che gl'indi 
tévoli della sda compassi 
mini la più ùtile e la più 
tadini Religióso sènza s 
xiénte sèlle sventure, 
altnii senza èsser débole , 
canto sènza emulazióne, i 
tènero e opportunamèni 
si^a i snói giórni oscùr 
stima de'bnóni , fra picc 
fuggendo i costumi corr* 
pre allegrato dalla dók 
sciènza. A A ràrp mèrito 
Provvidènza si compiace 
la ricompènsa. Cavalciv 
suoi afifàri attravèrso d'i 
piccolo romitàggio del 
sentì d'essere replicata 
Conoscendo égli che > 
partir potèa , là volse g 
fólte piànte ad una fi 
«piale àndie còlla màm 
cennàndo, afi&ettàvalc 
v^ta spronò égli tósi 
pdAre ^^isélmo èra già 



iipetUrio, e gli gridiva inveggéndolo ac- 
:'SialodJto Iddio, ugaór Guglielmo, che 
1 égli stésso a quésta mia sditiidiDe. — Ti 
I grìdo, rispondeva il dabbén geutilaóino, 
lo [»éde a tèrra , e iDchinàndosi riverènte j 
non grddo delle cortési paróle vòstre ; ma 
ke mi'escuaeréte se vi prègo a spiegarvi più 
lènte. Le vòstre paróle sòdo 'per me óra 
vòstro aspètto, che dal tempo ch'io dod 
iddto qirisi più uoa ravviso, così v'hanno 
i santi digidnie la devòta penitènza. — Sfa 
Dio piice, replicò l'iltro, ma 8on pur 
a, il più abbiètto degli □òmiui, e sémpiv 
sèrvo, pièno di giója che la celèste bontà 
indo la pura e rispettósa affezióne che io 
da mólti inni per vói e per la mólta virlà 
mi abbia dito cóme pure in qoàlche mòdo 
irvi le generóse beneficènze che di coatinno 
site e ad ìltri per mèzzo mio. Se un fórta- 
cidéute prepardto certo dilla superióre po- 
me non vi conducèva , io stésso òggi verni' 
intracciadivòi, lietissimo che il riélo abbia 
> scégliermi a ministro del miglioraménto 
ra fortuna.... Ma non voglio abasire dèlia 
paziènza; seguitemi, e ne saprete di più.— 
se cos'i dicendo nell' intèrno Iacinto del ro- 
to vèrso 4' dna cappellètta , cui dinanzi èra 
litèro distìnto da più eleviti monticèlli di 
òtto de' quili dormivano , il dólce aspettando 
de' giusti, parécchi antecessóri del padre 
io. Intinto a Mi diceva maravigUàto Gn- 
1 : — E per paleiirmi codesto miglioraménto 



lY. LA K 

di mia fortuna vói mi { 
vi consento, padre mio, 
la quiete e iì ripòso ve 
ginngéa sorridendo , d*i 
comanda, an-poMontan 
qne ?... Sedete e ascoltai 
ditàndogli un banco né 
altróve vuél Dio, prima 
compensa che risérlKiné! 
sirvi anche in quésta d< 
operare* —Pòi dòpo bré 
réllo continuò. — • Stavas 
óra assai tarda in quést 
scossero lontane strida € 
soccórso. Credei dapprin 
d^e vóci disperate e de 
èra in me «rròre di fanti 
profondamente. Sebbém 
sènza nulla temere, pe 
deve chi fida in Dio , ver 
sembràvanmi qué' gridi 
iUa non vicina , cóme s 
gli òcchi miéi.al biijo gi«' 
che languida dèlie stélle 
sero tòsto un carrozzino 
cavalli e senza condotti 
m' aflrétto ad aprir la i 
gémiti che dàlia vista fui 
giacéa tra' sedili strama 
tòsto la ritiro , gèlo nel ( 
]Hdo nmòre, che ravvisa 
Se il cielo pietóso non cr 



MOVILLE COMNATK. 

lète, ngnór GngUdmo, che il ribrézzo e l'twrórf 
wréWjero réso unpotéale a giovare quéll' ia- 
X. Quint'lo facessi per mèglio adagiirla sénzs 
pericolo , e quanto tentissi coi pótùa paunilini 
a sórte avéa mèco , per arreiUre it pòco di bìd- 
e di vita che aacór gli rimaneva , méatre ad un 
pò gli porgeva quéi suggerìménti e coofdrti , 
;iii tinto ogDtino abbisógaa nel pisso estremo, 
lutile eh' io vel din. Bea vi dirò che fui tanto 
X da vedérlo per aldini istanti riprender qoàl- 
vigórei La vóce, che prima le tinte grida avéau- 
joAm tòlta interamente , si rinforzò pur un pòco, 
li avvidi ben tóito ille prime siie paróle, com' 
i èra dabbène e tìmorito aómo. Dio virìinériti, 
disc' égli , la vòstra pietì, i vòstri amorósi soo- 
si : ma vói , piuttòsto che un cóipo già inevita- 
nénte vicino al sdo fine , soccorrete la pòvera e 
}gDÓsa ànima mia , cenfortitemi al morire , coo/- 
tàtemi a perdonare. Quésti détti m' invt^Ui- 
viepiù di sapere la sua stòria lagrimèvote, e 
oisero avéa pur égli desio di narrarla. Un fòrte 
jiilto lo interruppe e lo arrestò jmù vòlte, e 
Me più vtìte nelle siìe fàuci la paròla mal artì- 
ita. Egli visse ancor più d' un'era, tenendomi 
ipre lina mino , che stringeva sovènte in Hu> di 
wézza, e a lontana riprése pur tinto pariò, 
io mólto potei raccogliere di sue avventtire. 
a sé^i però né il mio nòiie, né la dia pàtria; 
i mi parve che stadio facesse Ai celinni cosi 
ao che l'altra ; ina col stìo wrt-tàoque égli àltrì 
ni, che por lino sdégno perdonàbile avrebbe 
uto mettergli in bécca, «cché nói dobbiamo 



IX. Li 



nspettire il sóo siìém 
<:<M»pré8Ì che la sda 
«he un fortoiiàto acci 
ricco lignàggio, liUii 
pére , ch'^U;éra vks 
Rimproverava sovént 
tropp' aspro e rigido < 
«mi dei suo paese, e 
la virtù , la ciii indo] 
clolgéiua e il compat 
égli sembrava attribo 
mal non ho intéso , hi 
tSare da codesto z^o e 
libicamente nn gióvane 
il quale avéa détto in 
proposizióni iiyonsidi 
eontràrie.e all' onore , 
e spésso itpptandite n< 
Lo scapestrato garzóni 
ingiuriato, e cercò di 
lito mézzo saggei4to 
idée in matèria d'om 
Ricusò il dabl)én QÓm< 
disonorato, che non 
é^i vivamente, chi ol 
afirettÀr empiamente i 
ben prónto a difendei 
chiedeva , schivò però 
contrari nel giovine 
perdette ógni sperànz; 
si volse ad altro gène 
propalare il rifiiito di 1 



72 NOVELLE CORONATE. 

che gliél dettava. Chi crederebbe, signor Guglielma 
onoratissimo^ chi crederebbe, che potesse il pùb- 
blico biàsimo nàscere , e il disprèzzo di colà ap- 
punto y dónde sembra che onore anzi e lòde as- 
pettar si dovesse ? In pòchi gémi si videro girar 
mille sgttàrdi d' irrisione e dispiézzo . sópra colui 
che tanto èra dégno di commendazióne. Egli però 
non vóUeTaoqnistàrela fallace stima de'saói con- 
cittadini col comméttere un de^tto. Bens\ non reg^ 
géndogli più il cuòre di vivere in un paese dóve 
il pùbblico erróre lo macchiava d'avviliménto , si 
diede a vénder tacitamente tùtt' i suoi bèni , e ben 
potèa farlo ; che ùltimo , cóme vi dissl^ di sua fa- 
miglia, e sènza legami , Hbero n' èra e assoluto si- 
gnóre. Così' radanàto in brève q>àzio. di tèmpo, e 
fórse non sènza discàpito, ilmólfo suo avere in 
òro, gèmme, ed argènto, determinóssi idi.lasciàc 
la pàtria ingiusta , èsule volontàrio, per compiere 
ben lontano da qaè)la i suoi giórni , e partì. Ma per 
quanto égli procurasse di tenérsi càuto e segréto , 
non gli fu possibile in tanto manéggio d'impedire 
che il suo indùstre nemico non pene^^se i suoi 
diségni e non ispìàsse la sua partenza. SpióUa l' ini- 
quo, spiólk pur tròppo ; lo insegvY, lo raggiùnse^ 
sebbén dòpo lungo ^riàggio, lo assalì, lo ridusse 
con più cólpi feróci allo stato mi^i^abili^imo in 
cui mi toccó^il dolor di trovarlo^ in cui ve l' ho 
dipinto, sebbén^ con colóri assai del véro più fié- 
voli.... Ma^cóme, internippe Guglielmo , cóme il 
postiglióne^ i sèrvi, che avécne séco dpvèa sì nò- 
bile e ricco uòmo, non difesero, non impedirono 
sì atróce assassinio? Ahi soggiungeva il padre Aa- 



IX. LÀ me 

flélmo commésso; ahi gii 
noB sono mèi sóli , e da < 
dere , l'assalitóre ddl* inf 
che forzarono con min^ce 
impauriti , e il postiglióne 
n póse in silvo più prèsto 
moribóndo mi disse più vÓ 
paróle ardènti d^ ira e di ^ 
sdo fièro nemico, tebbène 
rapidamente segoisse eh' io 
tarlo. Oh, signor Gnglièli 
taósi sentiménti nndHva e 
èra ben dégno d' aver vói vi 
erède di sue fortune. Io 1' 
plicai* vivacemente la bontà 
sdo vile assassino, e richian 
timénto, a virtù. Infine per 
gli^mo carissimo, s'io vi tra 
òrrido e insiém pietóso spe 
pre , finché viva , presènte 
tirdo cotanto la oonclosión 
non avrei doviito altro dirvi 
dòpo aver raccomandata e 
pòveri «iffiràgj la sinta inim 
del baiile e dèlia cassétta, ci 
difìtti legati al carrozzino , 
ricchézza, facessi libero e p 
più virtuóso e dabbène eh' 
provincia. Così égli dispós 
ùhimi respiri volle onorare 
amò sèmpre cotanto. Yói n 
gliélmo, e la vòstra mode 
II. 



MOVILLI CORONATE. 

lito e sólo al pentiéro; e san ben cèrto del pub- 
00 Bii£M)^o e déUa anivereàle approvazióne 
indo da me io tal guisa ese^ito si sappia il sicn 
lète di lUì , e coUocdto in vói meritevolissimi 
ésto benefixio della Provvidènza. — Se primi 
il^liélmo avéa meecolite le pietóse siie làgrime i 
ièlle che narrando versava il pìdre Anselmo , ón 
li ift^a col piànto » lui e alta Provvidènza diviut 
sua riconoscènza. Méntre il buon romito si ac- 
ige a mostrirgli il suo nuòvo tesòro gelosaméotE 
DÓsto sótto r altire dèlia cappellétta, quégli sènza 
rvi m^te si prostra, e stése al cielo, le palme 
ióglie fèrvide vóci di limile e devóto riograzia- 
éuto. Né volle altro attèndere, finché àllatómbi 
>D si fu condótto del suo infelice benefattóre , < 
quél monticéllo di téri-a recentemente amós» 
idititogli dal pàdretAnsèlino , piànse di tenerézu 
di gratitiidine , pregò la pace de' gitisti e vei-sì 
Ule afiettuóse beuedizióoi. 
11 buon geutibóno così fece allóra, e pòi séiu- 
«fiudiè visse, quanto alla véra e mólta virtù dell 
ilnuy sòo si conv«)iva, enon sedótto dàlia inas- 
ttata e felice tanta mutaiión di fortóoa, man- 
one gli onèsti costumi e il sàggio caràttere , chi 
ricca e lièta ricompènsa gli avèano oltenóta ; i 
min Altro cangiai se non nello estèndere mag- 
orménte agl'infelici e agl'indigènti le generóst 
e bensGcénzc. . 



X. LA vrn 



NOV 



LA VITTORI 



Il graa SoMiSi^, : 
dì AlTrìcano, e fu pósi 
liatOy èra ancor giovi 
riófio nelle Spagne, 1 
glòria Romàna , quàii 
battàglie, in lino assai 
nel rischio cioè della ^ 
lézza e dall'amóre. G 
per ógni mézzo tentai 
rànimo del generale, 
singbiéra d' ogn' altra i 
alle nataràli passióni, 
sono egualmente nel 4 
Era quésta una bellissii 
che al maestóso aspétt 
palesava d'essere dir alt 
men fra céppi dignitc 
tanta bellézza fu scóss 
del giovine eròe, che t 
tasiàsmo della débole u 
dai desidèrio di fama e 
còlse la vaga schiava co 
▼olezza che non lascia e 
signóre; della salvézza 



SOTELLE COKOIUTB. 

itrka u fe'geoeróco millevadóre , ìmponéiKk 
fóuaro entrambe rispettite al »^ino e obbe- 
, sicché oillla mincisK lóro de' còmodi della 
; e io lina ma}>aiGca tènda prèsso la siìa. pró- 

ricorerólle. Tèrse le Ugrìme la bèlla Spa- 
6la , e inche qod volendo dire a Scipione altri 
Taraègni che d'uà caóre quinto pdro , altret- 
o Mnslbile e grifo, sì amìbile mostrivau a Mi, 
frequèoteTÌBÌtàadola, ivid^ ahp più divénue 
ère il perìglióso velén di què'Iuini, sènza pere 
éndere ad itto giammii che mea dégno fÓMe 
suo nóme , dèHa ida glórìa e d^Jla rispettata 
à dì lèi , dal fiinco della qo&le la madre oep- 
d'«a iatinté si disgiungerà. Goal égli da fa- 
incinto sedótto , lasciava addensarsi la fanèsta 
da dell'amóre , e ógni dì più diméntico di te 
IO vivèa sènza cnrdrsi di penetrare la condi- 
te dèlia vinta e vincitrice Spagnoóta. La sua 
a passióne avéa gli così l'anima e i sènsi a&sci- 

còllo splendóre e la vaghézza dèlie fórme , 
^li avrebbe £lla tchiiva gli omàggi; prestati, 

adorazióni, quind'èUa pur dal più vile ab- 
to stato nascesse , e un ànimo sótto il dólce as^ 
celasse nguite al nasciméMo. Quésta obblio di 
tèsso., del dovére, e dèlie sociali conveniènze , 
nii non può sciògliersi l'uòmo sènza erróre 
issimo, ha trascinate mólte vittime a tirdo 
jmènto ed avéna e terribile disperazióne. Ma 
Ito oUiUo è brève per gU eròi. Scipione un 
no loaveménte in bèi discórsi cóUa donzèlla 
itteaèvasi, qoiudo gli fu aDn,anziito t'arrivo 
a grindelbéro, che, ricco e magnifico sonito 



X. LA YIT 

séco traendo , a Idi 

tìoo d^la sevèra mi 

ammise lo stranière 

e altèro garzóne. I 

il generile vincite 

glia mista di dolor 

dèstra di Mi assisa k 

pur èssa all'istante 

CMTéva a Idi ; ma e 

mòre la rattènnen 

ménti sfoggi a S< 

parlava non sènza i 

NiiHa più aggidngo 

nòto abbastanza. le 

sere riamato, e cèi 

prima cbe la fortd 

poter vòstro, d41] 

vi siede. Io vengo 

petrime la libertà 

rÌGchjésze, pòche j 

di lèi e del mèrito^ 

di più prezióso io p 

fra la virtù e Pam 

pensièro di pèrdei 

dando a quéUo di f 

or snU' dno or soli' i 

ma da quésta il rit< 

mirarne L rarissimi ; 

il dolóre di pèrderli 

movevano alla rag 

Allucìòne tàcito in 

pettàndo rispósta ; 



tèrra, e sólo dall'astato e frequènte res- 
e dal rossór del sdo vólto qaa) fósst 
> gdo si compreDdéa. La madre fissando 
6e RomdDO DotalMlinèDte lo sgnardo con 
fermézza, sembrava prométtersi ed aspet- 
Idi gÌDBtizia evìrtù. AlUneScipiÓDe, se stésse 
:éma forttssiina ptigna superindo , cos\ alle 
lólo rispóse : — Principe , assdi conósco e h 
ijatta e il tuo valóre ! Ma aoa ti sarà funèsta 
àrdi il conósca. Né i tnói tesòri , né qn^Ii 
^a nel ricco séno ne accòglie, vàgliono la 
la che tn di ricomprare pretèndi. loqitlnon 
1 mercanteggiare , venni a Sincere.... Io t< 
3. La nòbile sua genitrice pnófSrtì fède ch'ic 
busa! dèlta fortuna che me la die prigio- 
e eh' èssa è ancóra veramente dégna di te , 
re la tua felicità.... Partite ben tóato, evi- 
liei. — In cosi dire égli volgéa lóro le spille, 
! cos\ volèa lóro nascóndere la làgrima amo- 
che tento sfòrzo, e nobilissima e diSlcil vit- 
l'rina passióne così vivìce e Insinghièra gì' 
) mandata sul ciglio. Ma lo trattennero tutti 
Sndosi a' piedi snòi, la riconoscènza e 1' am- 
òne con trónche paròle esprimendo. Alla- 
vivacemente insisteva pregando che fósserc 
iti i suoi dóni , e che l' alleanza gli fòsse con- 
ici pòpolo Romàno , al quii égli bramiva pei 
inzi èssere tinito, e servire, poiché inna- 
ne lo avèa la virtù del generile. Qnòsti , 
piò radi mirir invòlto la cediita donzèlla, 
non pórre a nuòvo rischio la trionfiinte ra- 
, di quanta chiedeva al principe condiscése 



X. LA VITTORIA 

— Accètto, gli disse, in 
la preziósa amicizia , della 
servi, non fia giammài e 
Accetto anch'io i tuoi tesò 
sólo ti prègo che tu mi conc 
uso che io sappia. Siano tà 
dòte di costei eh' è già tiia. 
da lor si partì , compiendo i 
nimo sdo triónfo. 



NOVELLE AGGIUP 



OTTO NOVELLE PI AUTORE I 



NOVELLA L 

LE OONNB DI WINSBBR6. 

EftA Gerrà4o HI imperadóre accéso < 
sdégno c6ntro di Guèlfo duca di Bavi 
rito n'aveva atróce vendétta. Assediato 
di Win9bérg, éi già 1' avéa condótto 
estremità, qnàndo Guèlfo, che mòdo ] 
vàva a resistere, e prèsso vedeva le sue g 
t^te perir di fóme , incominciò pe' si 
offerirgli la résa , quelle condizióni eh 
ayér potesse migliòri. Ma di tròppo i 
P ànimo di Corrado, e nonché alcuna 
delle condizióni onorévoli eh' éi doma: 
meno ad una si volle arrèndere delle 
e più umilianti , a ciii Guelfo apparecc 
riva a sottométtersi , sol che la vita di 
che séco èrano fòsse salva. A fèrro e a 
l' irato imperadóre che tutto andasse s 
e a placarlo né preghière valéano , né 
piàpti. Il misero diica altro più non 
discrea^iòne gli si rimise , quésta sòia 



ROTELLE ««OlnilTE. 

tóro Me lóro dònne, eh' étti aiio aotepóngon, 
igni altra còsa , ben égli è giiiato eh' io pure 
H ed éue onori qaÌDto conviene. La vita ddii 
!, cheqaésteT'faioDo A nobilmente ulvita, hù 
« a ttitti iUésa e sicdra, e ognun pensi oggimi 
léoderia per tal mòdo, che dégna ricompén» 
ibbiano quelle a ciii la dovete. La nimistà ch< 
Ì8i ci ha teniitì finóra, ibbia, o Gaélfo, pur flnt 
pésto pdnto. Io ti perdóno oggimiì e diméntico 
nto mi ha finóra accéso cóntro di te, e perpé- 
e férma amicizia gara quindi innjbu fra di nói 
. E fitte pòscia alle dònne le più graziose e più 
lési accoglierne , e mólto lodatele dell' amor lóro 
1 lor coràggio , concèsse a dascdno di ritornire 
»iSe cise tranquillamente ; ed entrato égli pure 
più nemico, ma intimo e compagno col duca 
Vinsbérg , tiStto quél giórno e mólti iltri ap- 
iso la ricompósta pace e U generósa azióne 
e amorévoli dònne con Uéta fésU ne cdebri- 



NOVELLA IL 

.11» ScWrvàn , ftMnci, «N. Pèni.; regoi» 
J. noh'iaoi U„ pi„ t„„,„||l,, , ì Hid 
"" f"'^'' liuméni. tuni ,„é. béù cb. un 



II. IBRIIM 

sd^o principe a* saói sùdditi 
cacciare. Era quésti Ibraim, • 
felicità de' saói pòpoli , e con 
ràndo il siio impéro, e atten 
perckè da' ministri suoi incor 
a tiitti renddta, e animando ] 
ddstr ia nel!' agricoltura e neil' 
secóndo che conveniva, accorti 
avéa saputo stabilire fermami 
traaqHiUità in ógni parte ^ e i 
felice abbondanza. 

Méntre éran qaé' pòpoli ne^ 
e con tènera riconoscènza il 
ménte benedicevano, ècco 
DÓnzio che tutti pòse in fie 
Il snpèrbo Tamerlàno divi 
dell' Asia , àvido di estènde 
del suo impèro , alla provii 
presaàvasi con esèrcito nui 
ed aggiùngerla èlle sue co 
Alla trista novèlla , solk 
pòpoli , cui vedèa minaccia 
di se stésso, chiama ima? 
a consiglio , ónde con èss 
avesse a farsi. Osmin , il 
fièro e valoróso : Guèrra 
di mestièri. Pur venga 
troverà chi alla fine sàpj 
IViuno , o re , è fra nói 
figli , pei campi suoi , j 
a versare il suo sàngue 
sia duro il combàttere 
ji. 



pèrdere, anziché sottométterai al crudèle suo 
giógo. Ma d'altra pfirte leviindosi Usbéc, ch'era 
il custòde de' redli tesòri : Io, disse, primo di tutti, 
oSlre, offro per te il mio sàngue e la vita mia, se 
iUa guèrra ti appigli, e se crédi che aver da quésla 
possiamo alciìuo scampo. Ma cóntro esèrcito s) pos- 
sènte, animato daldoghe vittòrie, cóme potranno 
le* Dèstre gènti di niìmero assai minóri , e al com- 
bàttere per liinga pdce gii disusate, oppórre resis- 
tènza che bìstl 7 Pace piuttòsto a pdrer mio sarèb- 
besi a chièdere , se dal crudél TatnerUno altra pace 
sperir ti potesse che lina schiavitù intolleràbile e 
vergognósa. Altro scimpo io non trévo che nella 
fuga ; i tuoi tesòri e le stèsso dèi tu ricovrdi-e sol- 
lecitamente in Mtre tèrre; fedéli, nói seguiremo i 
tuoi pdssi , ovunque a te piaccia di ripaKirti ; Ta- 
merliuo non resterà lungamente in un vóto régno ; 
l'ambizióne sóa lo porteci a più lontine conquiste; 
e il cielo fórse, passato il tùrbine, una nuòva via ci 
aprirà, ónde tornar nuovamente èlle nòstre sèdi, e 
rientrare igli antichi soggiórni. 

Divisi èrano i paréri de' circostanti fra ì diie op- 
pòsti partiti ; e chi voleva che ille fòrze di Tamer- 
làno la fòrza e l'intrepidézza sì opponesse; chi gin- 
dicàva pia sàggio consiglio evitarne l'impeto còlla 
fiìga. Ibraimo, adite di ambe le parli le oppóste 
sentènze : Io lòdo , disse, il coràggio ed il valóre di 
chi è prónto ad espórre animosamente per me a sì 
cèrto risico la vita sda ; e a quéste pruóve ben viva- 
mente ancóra in me l'amóre s' accenderéblHt per 
vói, se pia amar vi potessi t mail mio amóre appunti» 
non soffre eli' io vegga per ine versato un sangiio 



II. u 

che va' è sì caro. La fuga 
ma vie più fièro per la 
sdégno di Tamerlàno su 
prèda del suo furóre* Ló« 
miglior consiglio mi sagj 
spéro di ^rvi salvi. Vói i 
tanto il cielo per vói si p 
assecondi i miei vóti. 

Disdólto il consiglio , 
ad apprestare ricchissin 
con quésti si dispóse a f 
per ottenére al siio póp< 
merlano, e órdine per 
che i presènti che a lui 
nella spècie lóro al nun 
conformandosi Ibraim 
snpérhi destrièri gli j 
e d' òro ornati e di pr 
tràti alla caccia ti&tti e 
tènde di séta a ricami 
nòve tappéti dell'Ine 
gistéix) , nòve vasi d' <* 
gèmme , e così pure 
simi e di singolare l; 
aldini schiavi ; ma e 
Ov'è r altro schiavi 
Tàrtero.— Églièa' 
stràndosi a lui dine i 

più sommésso né j I 

saranno le mie e; 
dall' ira tiia saltile 
lato. Deh ! a quést 



HOVKLLZ «OGIOHtZ. 

iSiia; di me dispóni cóme t'aggrida; io già 
LO. Coumótto » quést' atto qa^' animo per 
k feróce, e tutto cangiato in ae medésima, 
eménte rilerindolo : Ben iltro, disse, che 
ita si débbe ad una virtù cosk bèlla. Tn il 
I sarii fra i miei più iolimi amici, tp in eónto 
rii di fratèllo e di padre-. Torna lieto a'tnói 
i , ségni a firli felici , siccóme bài fìtto sìnóra^ 
I ad imprése più vdsle e più romoróse non 
idsse il mio destina, miglior piacére io non 
rìtrovìre, che vìvendo in piccol régno asirt 
ipen per imiUuti. 



NOVELLA IIL 

lA PBOBITA RICOXrEMSATA. 

CBiuMiio un mercatdnte da lùia fièra, su la 
I incontrò un bràccio di fiume, cui neceasa- 
nte Gonvenivsgli attraveriìre. L'ìcqua bob 
'anfitto profónda , e a cavallo passare pocéasi 
ina all'àìtraspóoda, purché, gìiìnti dUa mela 
lime, si avesse l'attenzióue di non tenérsi 
> ìlla dritta; poiché trovàvasi colà un pro- 
abisso, óve più di un viaggiatóre perduto 
la vita. Avvisato il mercante di tal periglia, 
una vòlta l'avéa scliLvàto; ma Dell' incóntro 
ragiono , mancato avéa dì precauxióue : es- 
H tròppo avvicinato a quél precipizio, sente 



HI. LA nOBl 

iM* improvviso inabissai 
an acuto nitrito.* Un e 
discòsto , scorgendo il 
quell'infelice, stacca im 
ar&tro, avanzasi coragg 
cipizio ; ed ha la buòna i 
ziintepelferrajnólo, e ti 
Qaànto al cavallo di collii 
la vita , égli andò miserai 
d' una valigia cui portava l 
&cc[iie. 

11 contadino e la di Idi fai 
ràrono a richiamare a' sènsi i 

mòrto di fréddo e di raccap i 
ménte in se stésso , ma per i 
ménte al dolóre. Di tiitti i 1 
qoirto d' óra prima , altro ^ 
foór della vita ; e ciò che pii 
pèrdita d'una bórsa di cuójo 
alla cintola, e che racchiude 
diamanti e di pèrle. Égli èra i 
perduta l'avesse nell'acqua, 
tatti i suoi dubbj caddero sópra I 
il quii nel sdo smarriménto p< : 
d'addòsso qn^ prezióso tesòro, i 
pósto dal canto sdo protestava e i 
zióne aldina di quella bórsa ; e I 
ziinte, che fondbito avéa sópra e 
d'un -vantaggióso commèrcio , ^ 
l'infelicità della sua situazióne. 

Quésti avréUbe potdto far chia 
in giudizio, e dar a quell'onèste 



) KOVELLB AGGIDNTE. 

le auii sèrie, Unto tdtte le apparènze èrano 
i mntaggióse ; ma égli avéa nn' ìnima trópp 
neróea per dar péso a cosiBStta idèa. Tu, met 
odo in risico la tua , a me salvato bài la vita 
céva égli al coDtadioo; ma tn mi chtddi l'^dìt 
darti delle pmóve del grito mio ànimo. L'iicic 
Dtrasségno ch'io pósn dirti della mia gratitii 
De, si è di non qQci'clàrmì, innànti al trìbunàtf 

I flirto da te cemmcsso ; e astenendomi dal per 
gnitàrti in giudizio, ti do un Urgo compéns 
Ile piccole spése che ti ho cagionate. Ma da i 
;biédo , che mi dfi un po' di denaro per passai' 
la più vìcìdb cittì , <We troverò gènte di mia co 
•scénza, e soccórsi per vivere. Tu levarmi d'ari 
ISSO non avresti dovuto k bórsa; èssa sarébb 
ita tiia , e ciò che conteneva non avrebbe pc 
ventura bastato per ricom^pensàre il servigio 
e réso : lo ti debbo assai più di quello che potr 
rti in vei'tàn tèmpo, benché mediante l'indnstri 

il lavóro pòssa sperare di ristabilire un gióm' 
mia fortitna. 

II pòvero contadino èra inconsoUbile per noi 
iter provare la sda innocéoìa ; poiché invanì 
ifièrmàva colle protèste e ctUle lagrime. Final 
ènte accomiatò l'ospite siio, separandosi l'iin< 
Idi malcontènto dell' Altra. 

Alcuni mési dòpo la partenza del mercadinte 
contadino «^Ue lelamire il sdo. cdmpof-'è'néll 
acuére lina fòssa pièna dì'concime, pènder vidi 
Ila fórca (ina liia{i;a bórsa, di cuòjo : sì póni 
Btòsto ad esaminarla pii!t d'apprèsso, e nell 
■rirla vi ritrova le gióje, la crii pèrdita ave: 



III. LA PROBI1 

fxitànto amareggialo il 
trovóssi colà qaélU bòi 
dóbbio ? Ciò non è ms 
che , appéna ritratto il i 
prése cura di spogliarle 
glia , intantocbè gli si ri 
cbe in quél moménto d 
vàta , insième còlla pig 
gettata nel letamajo. 

A quale partito dovè' 
tadino ? Ove rinvenire 
£i non sapeva il laógc 
Potato avrebbe sènza d 
nelle mani del magistré 
ritrovaménto ne'pùbbl 
usati dall'onèsta gènte 
zióse che non han diri' 
nero in ménte al nósti 
tórno del tèmpo dèlia 
passeggiare sulla strada 
dava pur la móglie e i f 
tràre il negoziante. Di: 
lor fòsse fatto ài riscont 
il contadino còlla sua fa 
si u^^ lo strèpito d'una 
fàccia alla lóro casiiccia. 
dre di famiglia , e scèr 
dalla carrozza viatòria, 
capriccio i due genitóri 
fòsse il proprietario dèi 
per lóro nuòcere : tiUt 
cóndersi , eccettuatone 



noTZLM ASGIDNTB. 

[oùinto il »do teióro, «per4« di poter dÌHr- 
il fdo sdégno. Mentr' èra affilato da sHUitta 
il aegoùlnte seguito da'soói compagni di 

éatn nella cisa, si getta al còllo del suo 
tóre , asucnrdiidolo che non gli sarebbe rido- 
ita la bòna. A) presènte, soggiùas' égli , bob 
rvo aletta diibbio siilla vòstra onestà , né per 
qai vengo se non per dimostrarvi càgli effètti 
tìtddine dell' inimo mio. Fin ad óra non sòdo 
in grido dì Urlo, e quand'anche l'avéasi 
>, non avrei voldto a ciò discéndere, fio- 
che Bvéa de' sospètti cóntro di vói. 

prèso da siflatto discórso il contadino, gli 
e perchè avesse di liii sospettata iltre vòlte-, e 

1 veniva che lo giostiriclsse al presènte. In 
i vìiggi da me fitti alla fièra , ripigliò il mer' 
te, io ho secretamènte spiato la vòstra con- 
, mi sono perfino inoltrito nel vòstro villdg- 
er informarmi siìllo stato de' vòstri affirige 
ipére se aveste per avventura dilatato il vós- 
Mre, o fatto quilctae nuòvo acquisto; ma 
imènte ho sapiito, che Idngi dal vivere con 
^atézia , la carestia dèlie diie scòrse anoite vi 
lòttft illa mendicità , ehe avete vendiito il vós- 
estìime, e che non potendo pagare un de.- 
di cinquanta scd^i , il vòstro podére è sul 

< d'esser espósto .jlja véndita. Io voglio, poi-: 
cielo m'ha favorito, pagire il d^ito vóstt'» 
I contadino aquésti détti versò dèlie làgrime, 
^far paròlaentrò iu nn' altra càmera, e un 
Into dòpo con grande stupóre degli astiati 
lò còlla bórsa in mano , e la posò sulla tàvola. 



HI. LA PROl 

— Che vaól ciò dire , t 
replicò il contadino , ^i 
nulla. 

n mercatante aperse 1 
alla più piccola pèrla, fin | 
che vi avéa ripósto. 

n contadino allóra gli i 
rita, e cóme ritrovata» i I 
bisógno in cui trovavasi 
di farne oso ; ma piuttosl 
ingiustizia, avéa preferit I 
dere perfino l' dltima sua i 
la Prowidénaa gU avéa sé 
che risórsa pel mantenini i 
finalménte, non mancò di i ! 
quante vòlte érasi recito s 
il tèmpo della fièra , spéra : 
in Idi. All' udir quésti détt . 
le guànce al negoziante : in ; 
neppdre la bórsa ; pòi dóp i 
sióne ;. Amico, tu bài ragià ; 
non conoscendo il valóre < I 
to potresti ricavare, vendéc 
valuta ; ma il miglior podére 
in cotesto villàggio , sarà pei 
n presentò l'occasione d' un 
tolo ne fece dóno al contadi 

Ora tdtte le vòlte che qi 
pissa per quella campagna 
il suo liberatóre, facendo S( 
ciò àlb di liU fiamiglia. 



NOVELLE tcaiaNTK. 



NOVELLA IV. 

L* StGOIA FANCIULLA. 



\viA dde fancitilli il Sign. di Mairào : un pre»{ 
Ite afi&re l' obbligava ionéme còlla consòrte ai 
intaDàrsì diUasùapitria. Pria di partire, Tdo' 
'dltra intènti aIbéDe de'próprj figli, lì confidi 
IO ad una saggia direttrice, pregandola istante 
ete che non li lasciasse uscirai càta se non sótii 
di lèi scórta, o sótto qnélla di madama d'Or 
[DJ lóro zia. 11 primogènito di cotesti fanciulli 
iaméto Ferrandlno, èra Dell' eia di ott' inni 
fichétta di luì sorèlla avèa un inno di meno 
. in saggézza lo superata moltissimo. Quinto m 
noléata, diceva élla , la partenza dèi miei geni 
i ! io non avrò più il piacére dì far carézze al pi 
; mio, né di intertenérmi còlla eira genitrice 
Della lor assènza procurerò di far tinti prò 
^M, cbe sarinno mólto contènti in vedérmi a 

ritorno. — Per me, diceva il di lèi fralèll 
rrandino , lo procurerò di divertirmi eòi mie 
Ltócci,nel tèmpo che mincano i genitóri, e spén 
; ritornàodo me ne porterinno di nuòvi , poich< 
élli che tengo non mi piacciono mólto , né som 
i a servirmi dì sollazzo per sèmpre. 

Madama d'Orvìgnj dovette per affiri recdi-si il 

1 vicina città, e pòco tèmpo dòpo la direttrici 
fanciulli cadde animalità. Kcco dùnque qaù 



IV. LA SAGGIA FANCIULLA. 95 

ragazzini obbligati a restile in casa ; ciò dispiaceva 
gi*andeménte a Ferrandino, il quale dòpo aver 
latto mólte córse nel giardino , ritornava nel salóne 
della cisa , occupàvasi alcuni moménti co' suoi gino- 
c(^ni ; indi annojàto di ginocare e di córrere , 
sdrajdvasi con isvogliatézza su d'un sofìi, sbadi- 
.^liiva , s' addormentava e risvegliàvasi di cattivo 
umóre. Seco l'impiègo eh' éi faceva della giornata. 
Enricbétta faceva un òso tutto divèrso del tèmpo, 
led èra sèmpre allégra. — Cóme fii tu per èssere 
sèmpre contènta ? le diceva un giórno il fratèllo : 
io non ti ho mài veddta malincònica , fuorché al 
moménto dèlia partenza de' nòstri genitóri , e nel 
giórno che la direttrice nòstra èra angustiata da 
atrocissime dòglie. — £ tu, caro fratèllo, gli rispós' 
élla , tu sèi ràde volte di buon umóre , e ciò mi dà 
péna ; ma sài tu perchè t'annoi? — Oh ! la ragióne 
n' è chiara ; lo non ho quanti fantòcci vorrei : e pòi 
ti par ndlla il nou poter andare a passeggiare fuòri 
di casa ? — No , caro amico , la tiia nója non de- 
riva da ciò che tu dici , ma bensì dal non amare 
né a lèggere , né a scrivere , né a studiare la geo- 
grafia. Un giórno ho voluto imitare la tua manièra 
di vivere, non lèssi dna paróla, non imparói nulla, 
non diedi un pùnto ai mio lavóro, e la séra non 
mi piaceva niènte afl^tto il mio fantòccio : non avéa 
vòglia né di cantare, né di ginocire, né di andar 
correndo qua e là per la casa ; e la maèstra mi 
disse che aveva l'aria sgarbata , e che se mia màdi^ 
mi avesse veduta , non avrebbe voluto nemméno 
alarmi un bàcio. Un tal discòrso mi fece mólta 
péna , e all' indomani svegliandomi ho fatto il prò- 



98 NOVELLE AGGIUNTE. 

diss' égli , ho gran vòglia di assaggiare quella fo- 
oaceia : càvaEarichétta, preadiàmoae dna briciola 
ciascheduno. — JNo , fratél mio , io non consentirò 
mai a far quésto ; e ti consiglio di non appressai^! 
nemméno la mano. -— Ma la zia a te non V ha già 
proibito , soggiùnse Ferrandino ; ed élla : Ciò è 
véro, ma quésta focàccia non m' appartiene ; e per- 
ciò sarebbe indiscréta cosa il mangiarne. Madama 
d' Orvigny fece in quésto plinto chiamar Enrichétta, 
e Ferrandino restò sàio. Allóra égli si mise di 
nuòvo ad esaminare ciò che gli solleticava il palato ; 
. guarda dall' una e l'altra parte la focaccia , la sol- 
leva in alto , e finisce con lasciarla cadére per tèrra ; 
la caduta la fóce andar in pèzzi , e Ferrandino con 
potè far a meno di mangiarne un tantino. Indi a 
non mólto si venne ad avvertirlo di méttersi a tà- 
: vola y ed all' ùltima portata madama d'Orvigny féoc 

recar la focàccia. Sciòltone ^inviluppo : Che vuol 
ciò dire ? con sorpi^a esclamò ; èssa à tutta in^ 
frànta e ve ne manca un pezzetto! Ferrandino, vi 
avreste mài appressato la mano ? No , cara zia , io 
vi assicuro.... rispóse il fanciullo arrossendo. — Sa- 
resti dùnque stata tu , Enrichétta ! poiché tu pure 
sèi entrata nella càmera. — Gli è stato per pigliare 
un libro , ma io non ho toccata la focàccia. — A 
I quésto passo interruppe la maèstra : Vói potete ri- 

posare sulla paróla d' Enrichétta ; ma veggo che 
Ferrandino è òggi nello stésso tèmpo disubbidiènte, 
ghiótto, e mentitóre. — Ciò mi spiàce, rispóse 
^ madama d' Orvigny, di malgrado ^m'induco a pu- 

nire, ma vi sono costretta, gli è miodovéi^, e quésta 
ólta fa d'uòpo d'un dóppio castigo. Primiera- 



vol 



IV. LA SAGGIA FAIfCIC 

ménte vói non mangerete più di i 

io la do tiitta ad Enrichétta, eh* 

la metà per domani. Yi atvérto p^ 

dre e vòstra madre giungeràn do 

monterò per tèmpo in carròzza pe 

GÒQtro y e la «mia intenzióne èra é 

Cora vói, se foste stato dòcile et 

non siete stito né Piino né Tàlti 

soddisfatta né dèlia vósti*a scrittiin 

condótta , perciò vói sarete privo d 

genitóri qualche moménto prima : 

mi accompagnerà. Ferrandino prò 

rottissimo piànto ; sperava nondim 

réUa avrebbe ancóra tanta bontà pe: 

ma s' ingannava. Se non si trattasi 

quando furono sóli , che di andare 

Milo, o alla commèdia , io resterei 

Urti ; ma gli è questióne di vedére i 

dre, e non posso sacrificarti siffatta 

impossibile : spiccerai in vedérti e 

prèndi, mio céro, tutta la focàccia 

poiché mia zia me V ha donata , io ] 

che mi aggrada. — Io ti ringràzic 

veggo che tu sèi mólto buòna, disse 

pò* consolato. 

Il giórno seguènte, essendo giti 
i di lui genitóri , non gli fu fatta 
poiché èrano stati fatti consapèvo 
avéabéne impiegato il si&o tèmpo, < 
ravveduto de' suoi difètti. Nói vi 
de' fantòcci, disse la madre a Fem 
li vedrete , se prima non cambieijè 



100 



NOVSLUE IGGIUNTE. 



cara Enrichétta , continuò élla , eccoti de' libri e 
delle stampe che ti daranno dilètto, ed alcuni fan- 
tòcci che potrii regalare alle tde amiche. Enrichétta 
tiltta contènta fece mille ringraziaménti alla ma- 
dre, e Ferrandino nuovamente s'addolorò. Quàl 
differènza si fa fra mia sorèlla e me , diceva égli l 
Ella ricéve degli elògi , dèlie carézze, e de' dóni , e 
a me non vengono compartiti che de' rimpròveri. 
Enrichétta continuamente afflitta de' dispiaceri di 
suo fratèllo, gli dava sovènte dèlie stampe, perchè 
potesse divertirsi, e gli raccontava le storiétte con- 
teniàte ne' suoi libri. A pòco a pòco il buòno esém- 
pio dèlia sorèlla corrèsse il fratèllo.* Enrichétta è 
sèmpre contènta, diceva égli, le si accorda tiitto 
quello che brama ; conviene dùnque che imiti la di 
lèi condòtta, perchè pòssa avere i miei fantòcci ; fa 
d'uòpo ch'io fàccia il mio dovére per piacer a' miei 
genitóri. Éi mantenne avventurosamente la paròla, 
e si diede all' applicazióne assai più che non faceva 
per l' addiètro. À prima giùnta égli durò in véro 
fatica ad awezzàrvisi ; ma in séguito lo stùdio gli 
divenne sì grato, che lungi dall' affiiticare per avere 
i suoi fantòcci , trovava neU' applicazióne un véro 
piacére. Quando i suoi genitóri lo videro sì bène 
dispósto, lo amarono egualmente che la sorèlla, e 
gli procacciarono ógni sòrta di divertiménti. Fer- 
randino , diventato sàggio , non ebbe più bisógno 
di ricórrere alla menzógna per nascóndere i próprj 
difètti , e l' allegrézza brillava tutto giórno sul di 
lui vòlto. Enrichétta divenne più felice ancóra che 
per lo passato , poiché prendeva parte a tùtt'4 piar 
cèri di suo fratèllo. 



V. I 



V*' 



NOVE 

ROSi 

In un antico castèllo m 
chio iAvaliér FaramÓDdo ; 
oipóte , unica supèrstite d 
e ventidde nipóti. Éi sop 
gètti , che aveva veduto trs 
égli stèsso spài*so avéa de' 1 
piantato all'intórno de' fu: 
nia appoggiata ad un felic 
sciava plinto sopraffar dal de 
dal fóndo dell' oscura càrcei 
Mce y e figurasi in ménte le 
l'abitatóre de' mónti gode al 
róra annunciatrice del giórn 
tiira. I tre figli maggióri di 
non avéa potuto preistsire gli 
mòrti lungi dal padre in un e 
dcgP infedéli. 

Sul far dèlia séra mettévasi 
iiu fironznto castagno in con: 
Rosalia , unica consolazióne 
égli l' intertenéva stilla pietà 
virtù d^ll' àvo> e sulle gloriósi 
h giovanètta. allóra con cuòre 
brétcia di quél venei'sijc^ije V( 



103 NOVELikE AGGIUNTE. 

torrènte dì làgrime. Per uu sentièro angiisto e tor- 
tuóso èi la conducéva fìno alla sommità d'una 
montagna , óve le avèa preparato un sedile copèrto 
di mùschio ; i flutti spumàAti spezzàvansi a pie 
dèlio scòglio, e con grande strèpito muggivano, 
allorché il tempestóso tùrbine sconvolgeva i più 
profóndi abissi del mare. 

Ma la burrasca facévasi di ràdo sentire. Sovènte 
in una bèlla nòtte d' estate, oppùr la séra d'un bel 
giórno d'autunno, allorché la luna briUàya nel 
cielo azzurro , eondncèa per. mano Rosalia o sulla 
sommità del mónte, o sótto ad una dèlie vòlte guer- 
nite d'edera, che coprivano le cavèrne di quello 
scòglio. Ivi contemplava la bèlla natura e ne sentiva 
il suo divino influsso. Se la nòtte del dolóre avéa 
ottenebrata la di lui ànima ,^ èssa bentòsto si dissi- 
pava, il di lui spirito diveniva seréno cóme un cielo 
sènza nubi , il suo umóre èra plàcido còme lo splen^ 
dorè dèlk luna : sembràvagli che gli amati suoi figli 
volgessero dal celèste soggiórno qualche sguardo 
sópra di lui , e lo chiamassero in quelle beate ahi* 
taziòni. In mèzzo a^suòi santi pensièri, veniva so- 
vènte interrótto dàlie iancìttllèsche dimànde di Ro- 
salia. La|di lèi vóce èra quella dell'innocènza, gli 
sguardi esprimevano la tenerézza e la bontà ; e tutta 
la fisonomia annunziava già un' ànima grande. Pa- 
dre mio ( che cosji poteva ben chiamarlo) , diceva 
élla imprimendo de' bàci sulla mano di quél rispet- 
tàbile vècchio , perchè avete un' ària così sèria e 
trista ? Guardatemi ; osservate cóme la lì&na mi 
sorride, e tuttavia sono ben lóitgi dall' amarla 
tanto cóme amo vói. Il vècchio allòta teneramente 



^ 



F abbracciava , e cóUe ] 
guance di quell'amàbile 
ayéria condótta al luóg 
nòtte, appoggiato al suo 
spiàggia del mire , e col 
apparire dell' aurora; p 
terna , e un lieve sónno i 
obUiàndo i piacéri e le 
péna risvegliato, éi tre 
preparare i cibi e la be 
élla èra mólto giovine 
pensièro di lèi èra quél 
Kre i suoi giórni , e di 
Unconia che veniva ad 
litddine in cui vivéa ^ 
pensièri seriósi, e seni 
Datdra ali* intórno di è 
tiitto concorreva a daj 
idée, che i discórsi d 
T di lèi òcchi stavano i 
allorché narfàva ad t 
antenati : cóme un d 
rièri avéa disprezzàt< 
mici, per liberare r 
vi tu; cóme un altro 
città intére al copér 
cóme la saggézza di 
due fratèlli nemici 
^r obbedienza vèrs 
nàre non obbliàva 
sua giovanézza , la 
tre anni vissuto av 



KDTRU.B ACGIBRTE. 
una piccoli navicèlla, eipoDéndosi agl'in' 
mire. Ricordiva pure, cóme avéa liberato 
^óne un gióvane di ilto cingo , ritenuto 
«r gelosia d'un prepotènte rivile; cAme 
Condótto préiso l'affettuòsa amiate, U 
riveder l'oggetto della sua tenerèzca pro- 
pianto di giója a'piè del liberatole. 
ti giórni , (iccóme I' annivereirio dèlta 
d^ mòrte de' snói figli èra principal- 
inwcidto illa mem^ia de' trapai«atì , Ro- 
ita di bianco, e cinta il cipo d'ón# ghir- 
róse , per mino veniva condótta dal véc- 
bòsco de' ciprètsi , méntre il sóle vicino 
D tramónto vibriva fra i rimi degli ilberi 
ràggio di Ilice sulle tómbe che raccbindé- 
póglie degli oggetti ù cari a Faramóndo. 
ènte si tratteneva fino ilio gpnntir d^la 
ignificiva allóra il vècchio le bellézze della 
■■ i benefici ^^ creatóre ; alzivasi col pen- 
so le celèsti regióni , soggiórno di qoèUi 
IO amlto Iddio e la virt^ sópra ógni bène 
Rosalia ascoltava in silénzia gì' inni del 
ed il sua cnóre intenerito riemjdvasi di 
iste. 

I gènere di vita gidnse élla al quattordicé- 
10 dell' etì sda ; ma allóra lina noóva diS' 
nacciiva il siggio vècchio e la graziosa di 
igna. Durante lina tètra nòtte , in cui la 
lava de' maligni vapóri, Faramóndo, man- 
le fòrze , sì lasciò cadére apiè d'un albero ; 
sónno r opprèsse , e l' esalazióni soliurec 
ra gli copriron d' un fosco vélo gli òcchi , 



V. BOS> 

dimodoché, risvegliatosi, 
di rivedére il sóle. 

Rosalia, sorprésa dall' a 
inquietùdine lo rintraccia 
di trattenérsi ; ma le sue 
Finalménte élla si disponév 
fìttale dell'ivo di salir da s 
là non mólto discòsta , qui 
le idsuóna lioa vóce all'oi 
snói pàssi vèrso quél laógo 
grido dall'avo suo, che i 
laménti déUa fanciulla av< 
vèrso di lèi. 

Élla finalménte lo tróva 
immòbile e silenzióso , e si 
Gài^a Rosalia, disse allóra 
cére ti stringo al mio sène 
le làgrime che spài*go sul 
pidre mio, quinto la v< 
angustiata ! io temeva di 
dùto. -— Io son cièco , un 
io non ti vedrò più. Né la 
lèzza dèlia natura non vei 
mio ànimo ; il tuo dólce s* 
più il cuòre di giója. Rosa 
dirottissimo piànto , e nie 
céra qualche speranza eh 
vista, persuadendosi che 
avessero sólo intorbidato 
suo bel capo stilla raggrti 
cercava di dissipar coli' a 
delicate dita la nube eh 



106 NOV£l.L£ A«G10MT£. 

MI' avo, dì tratto ia tritto chiedendogli, se éf 
▼edéa. Allóra il vècchio sospirando eflclamò : Tu 
sèi e sarii , finché io ¥iva, la delizia ddl' ànima mia ; 
ma quésti icchi non ti vedranno mài più ; no, notv 
rìvedrànuo più la mia dilètta Rosalia. Dòpo avere 
spàrso le più amare làgrime , la fanciulla raccòglie 
tutte le sée fòrze , ónde alzar da tèrra il misero 
vècchio f il quale appoggiato al di lèi bràccio tre^ 
mante giùgoe.nel silenzióso ritiro del suo castèllo. 

In tale stato visse Faramòndo durante lo spàzio 
di due anni. Per alleviare la malinconia che la sda 
situazióne cagionava a Rosalia , éi godeva dì tatti 
i piacéri che suppliscono al difètto del sènso che 
avèa perduto. Tostochè sentiva il dóke calór de' 
ràggi solàri , o la deliziósa freschézza ddl* auròra , 
ed i profumi eh' esalano ì fióri ; oppure alF óra in 
cui r astro del giórno vibra gli ùltimi ràggi, quando 
zèffiro leggermente V ària scuoteva , èi si facéa gui- 
dare dàlia nipóte ne' luòghi , il cui a^tto tante- 
vòlte ricreato l' avèa. Égli ascoltava allóra il melo- 
dióso canto degli uccèlli, e passava dell'intére 
giornate sulla spiàggia del mare. Era grato al siio 
orécchio lo strepitare dell'onde, perchè gli facéa 
fìsov venire intei^ssànti oggetti. Rosalia gli facéa 
pur sovènte udira i dólci accènti della sua vóce ;. 
élla Cantava gf inni che imparato aveva da lui. 

Un giórno , méntre stavano assisi sùUa spiàg- 
gia del mare , élla vide alcuni vascèlli i quali sém- 
pi^ più avvicinandosi, non sk arrestarono prima 
d'aver prèso tèrra. Un gióvane d'aspètto nòbile 
scénde con poco sèguito dàlia nave, saluta rispet* 
tosamènte Faramòndo e Rosalia. La di lèi beltà . 



V. ROS 

l'aria iacantatrice «e mode 
pressiÓDe sai cuòre dello t 
brève collòquio all'udire il 
ramóndo seatissi riempier 1 
cére. li di lui padre èra 
cavalière , il quale cambiati 
quelle di Faramóudo ; eoa 1 
combattiméatp ^ e le lóro 1 
eguali. Lo stranièro móstra h 
ramóndo eoa più rispètto a 
cavalière l'accòglie cóme fòss 
dunque le armi dèlia mia gio 
tentando di alzarle da tèrra, \ 
ad acquistarmi un nòbile ami* 
un audace avversano. A quésto 
lagrime da' di lui òcchi.*.. Ri 
quéste armi ? — Sì, èsse brillai 
8céat0« Guidarono aUórà al casi 
restiére e la. di lui comitiva « e i l 
maggióre ospitalità. L'ospite 1 ' 
suoi viàggi; èi giugnéva dille coi 1 
e proseguir dovéa il suo viàggio 1 
órdini di silo pàdi;^. Égli avrebbe 
Vita insieme con Rosalia, la pre 1 
dònne » e in ària timida e rispe i 
manifestarglielo. Rosalia amava \: 
forestière, e.spiacévale il dover se\ 
tavia.si fa coràggio a dirgli : N 
Rinaldo ( che tal èra il suo nóme ) 
uè debbo s^^uirti ; a mio padre ce 
mio amòre, ed i miei giórni; mi 
ranni 4a lui. Mi porrò io a scór 



108 NOVELLE AGGIUNTE. 

delle contiràde ignòte, e lascerò s61o quello cài debbo 
la vita 4 qnéUo cb'ébbe ciirà de' miei primi ^ai, 
e di cui posso consolar la ve^cbiésza ed aUeviame 
le infermità ?.... Prona oziando quésti détti, Ro- 
salia si copriva d' un vélo ónde nascóndere il piànto. 
— No, tu non l' abbandonerai , i^eplicò vivamente 
il cavalière ; il padre seguirà i ftgli suoi. — Guar- 
dati bene da ciò pensare , gli rispóse élla ; io non 
posso acconsentire ad espórre la sua vecchiézza a' 
disagi del mare; parti, gióvane forestiere, ri tóma 
al padre che tijaspétta, rènditi alla patria ciii appar- 
tieni ; tu in quésti luòghi restar non puoi. Rinaldo 
partì ^ e la siia gióvane amante salì sópra d^ un cóUe, 
dónde lo vide imbarcarsi coU'equipà>ggio, e spie- 
gare al vènto le véle. L'immàgine di Rosalia gli èra 
sèmpre pi-esènte; si die frétta di esegtlir ii patèrno 
comando , sperando di ottener da esso lui la licènza 
di ritornare al felice soggiórno di Faramòndo per 
unirsi a Rosalia, con^uiia in f spagna , o dimorar 
nel castèllo finché vivesse qiiéL rispettàbile vèc- 
chio. 

Rosalia èra occupata. di Rinaldo, die credeva 
di non poter più rivedére; ma benché il vècchio 
non fòsse più l' unico oggetto de' suoi pensièri , la 
tenerézza tuttavia e le attenzióni per lui non veni- 
vano meno. 

. IJn,giómo> durante il calórejdel mezzodì, élla 
^)ra ^ctót^;; prèsso lina fónte, cui facevano ómbra 
i ràim dè^iràlberi , quando tutto ad un tratto vide 
comparii-e dna leggiadra fig<ìra , circondata d' un 
vivo splendóre. 1 cuòri innocèati e puri non van 
soggètti al timóre : Rosalia non sente che un soave 



V. ROSALI 

frèmito ; si alza. non già per 
da un sentiménto di venerazì 
le prènde a favellare : — Re 
potére il restitnir la vista a 
eosterà qn sacrifizio. — Ah ! 
sacrificio ? rispóse Rosalia 
pèrder la vista , la vita istésss 
grado. — No, nonèlamói^ 
vista che ti sovrasta ; ta vi 
illési , ma puoi tu acconsenti 
nènza, e ciò eh' è ancor più 
nézza P Mira qaèsto nappo : il 
è amaro : se tu lo bévi , sarai l 
siperàssì il vélo che còpre gU 
Rosalia prènde quél nappo, s 
nel fónte, alza gli òcchi al ci 
sindo a Rinaldo. Indi trangù 
mirasi di nuòvo nella sorge 
méndo d'orróre. La celèste vii 
vèrsa quàldie lagrima sulla p< 
lézza e gioventù; indi afirétta 
vècchio per èssere spettatrice 
racqaistàre la vista. Ma gidni 
trovava s'arresta iu distanza p 
dal padre cosi diformàta , il e 
fórse riconosciuta. 

Dòpo di aver udito le grida < 
che ti&tto ad un tratto uscendo 
nòtte rtvedéa la uatùra intéra j 
dorè , Rosalia vede prèsso d 
eh' érale pòco innanzi apparita 
un' àlU'a vòlta il medésimo ni 

li. 




110 NOVELLE AftGIVNTS. 

a trangugiarlo. Rosalia sènza esitare lo prènde e 
ne sùgge il liquóre. Ciò £iito, sparisce la oeiésle 
visióne. Rosalia presentasi all' avo , il quale gode 
in vedérla omèta di tutti i vézzi della giovanésza. 
Chi descrivere potria quésta scéna di stupóre , di 
gratitudine ,^d' amor filiale e di tenerézza patèma ? 
Raccontatone al véccMo il fitto accadilto, amendue 
s' avviano alla sorgènte óve avèa veduto l'ombra 
celèste ; visitano tiitti i lu<^^hi ia cM. s' èrano deli- 
zìiti altre vòlte : il vècchio rivede le tómbe dégb 
oggetti a Mi sk càri^ e Rosalia raccòglie de' fióri 
per ispargerveli sópra iu quél solènne giórno. 

Pòchi giórni dòpo approda a qujélla spiaggia Ri» 
nàldo ; Faramóndo .unisce le mani e i cuòri de' due 
aminti, che si giilrano perpètua fède ^ èi li benedice, 
alzando gli òcchi alci^o scintillanti di t^Kcézza 
e di giója. In quél castèllo passarono tatti e tee 
alcuni inni sènza pène e in perfètta tranquillità. 
Ma un giórno preparandosi Rinéldo e Rosalia a 
celebrare l'anniversàrio d^k nascita di Fara- 
móndo ^ càrichi di fióri essendo entrati nel bosco 
de' ciprèssi , in cui èrasi recato il vècchio innanzi 
all' auròra, con dolóre lo rinvennero stèso per tèrra, 
còlle mani giiinte siiUa tómba dèlia trapassata con- 
sòrte. Rosalia a tale vista getta un affiinaòso grido, 
e cade a' piedi dell'avo; ma i di lèi gèmiti non 
hanno fòtna di risvegliàrìo : élla deplora lunga- 
mente sì amara pèrdita , e Rinaldo prènde parte 
nel di lèi dolóre. Dòpo un anno partono per la 
Spagna , pàtria di Rinaldo. Quante làgrime non 
ispàrse Rosalia all' istante di abbandonar què' luòghi 
ch'orano stali testimòni de' dólci piacéri dèlia siia 



V. 

giovimészal L'èra 8 
loBlaiidrn dal l>Ó9co < 
deva tinte tómbe sàc 
pigna, sovènte ti risov 
▼edfita nàscere; semi: 
ÌB qné^solitàij recinti 
eredéra èssere secoli 
ed or «lilla spiàggia 
tfim a parte di ti&tti 
levo scorrevano a gui 
eéan lóro coróna mòli 
lidi ; e sènza amarèzz; 
dèlia vita , finché la 
etèrno ripòso ,' e ad i 
siti i&r ivi. 



NOV] 

It ìf ATTI 

Mentre Un padre < 
mattino nel far cotezi* 
^i y vide entrar nella 
il qaaìe recivagli del <: 
fra le, monéte sdlla 
scodo ntióvò y il cdt 
prtetà colpirono gli < 
figli. Éi r esaminava e i 
che fòcèa comprènde ■ 
r averlo. Il padre, i 



112 NOVELLE AGGIUNTE. 

glielo da tutti i canti : È fona convelline, diss'égli 
al ianciiUio, che qnésta monéta è graziosa ; à paò 
divertirsi un moménto nel considerare il siio splen- 
dóre e le leggiadre figurine che vi si distinguono ; 
ma tal divertiménto pòco dura » e quando se co- 
nósce lina di quéste monéte, è lo stésso che se fós- 
ser vedute tiitte le altre ; d'altrónde èssa non bril- 
lerà lungamente. Esimina quest'altra; élla ha 
perduto lo splendóre, l'imprónta n'è pressoché 
cancellata, né più a se trae lo sguardo. Gotésta mo- 
néta m se stéssa non ha quasi nulla per procurarci 
qualche piacére; e se non la mettiéino in circola- 
zióne, non ci potrà arrecare alcun ùtile. Veg- 
giémo un pòco ; ' còsa possiamo fame ?... Gettarla 
per tèrra e trastullarci nel vedérla rotolare , oppilr 
servircene per giuocàreàlle piastrèlle?... Nói po- 
tremo pur farne dso, applicandola cóme péso alla 
hilincìa, o coli' appèndertela al còllo.... Ècco a un 
diprèsso tutto ciò che' ne possiamo fare , e tutto 
cjpiésto è assai pòco. Un pèzzo di piòmho servirebbe 
cosi bène e fórse énche mèglio a quésti divèrsi lisi. 
Ida se facciamo passar dàlie nòstre nelle altrùi mani 
quésta monéta, èssa potrà recirci de'. vantàggi 
sènza confrónto maggióri. Vogliamo nói acquistar 
qualche còsa che ci ricrei la vista ? con quésto 
scudo comperar potremo una stampa , un cépo di 
òpera dell'arte , che se lo mirerém vénti vó)te , éi 
ci cagionerà un piacer sèmpre eguale e novèllo. 
Égli è cèrto che se impieghiamo a considerar 
quésto scudo tutto quél tèmpo che avremmo po- 
tuto consumar nel mirare la stampa, il nòstro pia-> 
cére sarà infinitamente minóre. 



TI. llr MATTIirO FOKTUlfATO. 113 

Nói poseiàmo pur con quésta monéta oomprire 
un gióvane àlbero il qnéle trapiantato nel nòstro 
giardino , ci somministrerà per più anni tin' ómbra 
rìcreatrice.... Se Togliamo fida servire in còse piar 
essenziali , diamola al panettière che ci fornirai del 
pane in quantità da nutrirci per divèrsi giórni.... 
Nói possiamo comperar con essa delle patate ónde 
sostentar nel rigoróso verno una mendica fami* 
g^a.... Oppure lo sci&do servirà per pagar delle 
medicine , le quali coli' ajuto celèste pctrinnO' 
fórse restituire in salute un pòvero padre di' fa-- 
miglia opprèsso da tormentósi affanni, ec. Tu vedi, 
figlio mio j che possiamo scégliere fra mólti ilsi a 
Mli o gradévoli ; e son póre per indicarti dèlie 
manière ancor migtióri d'impiegare quésta mo- 
néta.. .. Nói possiamo dirla ad un mendico privo di 
tdtt'i mèzzi ónde procacci4rsi la sussistènza^ é 
rènderlo felice per qualche tèmpo;, nói vedremmo 
scórrer sullo di lai livide guànce d^e ligrioie di 
riconoscènza e di giója : edàlla vista dèlia sda feli- 
cità ne sentiremmo éntro di nói dna dólce soddis- 
fazióne ? ~ O padre mio,, disse allóra il fanciullo 
prendendo per meno il genitóre, io vorrei che d 
fòsse un poverétto a portata : quél piacére avrei 
nel vedérlo contènto ?... — £ld)èné, rej^icòil par* 
dre 9 usciamo tòsto di casa , che non andremo per 
awentdra mólto Idngi sènza trovarne ùao^ 

Uscirono adunque , e a pòca distanza incontra- 
rono dna. pòvera dònna che diètra si menava' uà 
asinèlio che portava due panièri , in ciascuno de^ 
quali trovàvasi un fanciuUino : tótto annonziàv» 
in èssi r indigènza ; èrano coricati sulla pàglia e 



114 ffOVELLB A6OI0VTE. 

«copèrti di céaci ; naUtdiinétto graziosàméiite sor- 
rìdevano Térto i iMflseggiérì , non avendo ancóra , 
stènte la tènera età^ ii sentiménto della próprìa 
misèria. La madre arresta l'asinèlio, móstra quelle 
infelici creatariipe a' passeggièrì , chiedendo lóro 
qndildie soccórsoL Nell'is|è*so pdnto passarono per 
colà on vècchio ed lina vècchia inférmi amendiie e 
mèndici , che tenendosi per bràccio camminavano 
appoggiati sa d'on bastóne. La vècchia dònna gnarda 
qnè' fanciulttni infelici con nn' ària espriinènte in 
na tèmpo la più viva compassióne e il dispiacere 
di non potérli soccórrere... Pòveri fàndnUini j es> 
damò èssa con commc^énte sospirò. A così tè- 
nero spettàcolo il buon padre di famiglia diede h> 
seddo alla madre di tfaè pó^ri baihbini. La toc- 
chia dònna allóra : Il cielo Vi benedica ! disse al 
benefottòre con viso altrettanto lièto quanto avéa 
parato mèsto nn mométito in'nàikii. fi agévole pòi 
il congetturare , ma difficile a deterivet la giója e 
la rìconoseènta dèlk madre; eccita élla i snói fi- 
gliaolinr a mandar còUe t^ere mini dèi bàci al 
bene£ittóre, e a balbettare qnàléhe paróla in ségno 
di rìngrasiaménto. 

Il bnòn padre di fiuhiglitf àllòi<a, volgendosi 
vèrso il figlio : Ebbène, disse , non siamo nói for- 
tonati ? r impilo dèlio §tàéù non ci fk è^li pro- 
vare la pie pura e tènera giója ^ --^ Oh ! fisp^ il 
figliotón trónca vóce, io non sono mài statò tanto 
oontóilo»(... da nbn so qnàl fórira mi sènio fttrin- 

gere il cnóre ed eccitare al piànto..... tuttavia 

ciò mi rìésce più grato che lo scoppiare di risa... 
io non ho pei- anche provato un tal fiieniiménto. — 






VI. IL MATtlNO 

Giója miai, replicò ailóra il 
le braccia, è V emozióne d( 
cére proveniènte della virti 
te. Ta ti rallegri in veder 
edi ^ccia abbattdta e il d 
HD moménto prima che il e 
da cnida tristézza ; tu godi 
eiiUli miseràbili , incapaci ( 
e di procacciarsi il sosten 
che natrirbi divèrsi gióm 
eonàpiacèilza per aver nói i 
e ti sowiètìi ancóra di €\ 
miMtràva tanta compassióc 
sfortaoàti e che ci benec 
stélla medésima ricevuto ai 
abbiamo alla pòvera madre, 
rdppe il figlio , la buòna ^ 

pòvera altresì Avrebbe 

sciido ? ho da córrere in tra 
vói avete con che soccórrer 
bio piacére, replicò il padre, 
sona, laqnàlct benché sòl 
mah y pròva ntdladimého ià 
tàmi altrdi. Ma, figlio m^ 
Tefférta d*iku> scédo fòsse 
ìtifelibe che ha sentiménti 
estrèmi prima di risòlversi 
Sina. Fintantoché hàssi qa 
sética gli altròi soccórsi, a 
tétto manca, è mèglio av^ 
cUstrìbuiscottO te pie offèr 



116 NOVELLE AGGIUNTE. 

pmttostochè andar mendicando nélie piibbllcbe 
strade. 

Ls fémmina che abbiime testé assistito- è veri- 
simiiménte una stranièra, la quale altro, non fa 
che attraversar la città ; non conoscendo alcano,. 
élla non può in qoésto^ moménto né procucàrsl 
del lavóro ónde sussistere né saper óve può ot- 
tener degli ajùti. Ma la vècchia dònna, che passò, 
avanti di nói, non chiedeva nulla; così saper non 
))Ossiàmo se le sarebbe grato di ricévere il nòstro 
dóno in siffiUta manièra. Oltre di ciò , se le avessi 
offèrto r elemòsina , ell'avréUie potuto trovarsene 
offésa, perchè avr^Dbe paruto ch'io rimunerór vo- 
lessi con quél regàio un nòbile sentiménto di bene- 
volènza , che non può èsser pagato adeguatamente 
con tutto Pòro del móndo.:... Non conviene tut- 
tavia che la perdiamo di vista ; m' informerò dèlia 
sua dimòra , e se mài élla si trova in circostanze che 
abbia bisógno de' nòstri soccórsi ,. non ricuserénio 
d'assistere gènte così meritévole.... In quésto frat-- 
tèmpo pensa , dilètto- figlio , al piacére che pos- 
siamo pcoGurirci, col nòstro denaro, e al gran com- 
penso che ne ritrarremmo. Quésto o' inségni a non» 
impiegarlo in baggatt^e, poidìè égli è un chili- 
derci la via di fame un liso più' importante* e più 
grato, quando r occasione si presénU. Quàl ram- 
màrico, quale pèrdita non saréMie stata per nói, 
se ci avessimo lasciato sfuggir tale incóntro, e se 
ci avessimo privati d'un véro piacére per avere 
scialacquato il denaro in còse di pòco valóre, e da. 
ciii ritratto non avèsMmo verdn frutto ? 



VI. IL MATTINO FORTUNATO. 117 

Cos\ dicéado , il piare di famiglia ri avvia vèrso 
la stia abitazióne. Colà gidnto : Ecco, disse al figlio, 
qaésti sono due scudi : passati quindici giórni saper 
voglio l'impiego che ne avrai fatto. Oh ì riprése il 
figlio, io ne farò nn baón liso. Éi prése il denaro, 
e trìpudiànte di giója si accostò alla tavola per man- 
giar la sua parte della rimasta ookzióne. 



• «M ^ %«^ %■% «'•^ 



NOVELLA VIL 

l'oppressore punito. 

IhiféHa orienidU» 

ZuTA Zabak, così détto perchè séco portava 
sèmpre lo stafiìle, in eredità possedeva dna tèrra 
^éci léghe d'estensióne ; padróne d'infiniti tesòri, 
égli aveva tutto ciò che poteva desiderare il si&o 
cu<k'e. U castèllo, in cdi fissato avéa la sua dimòra,, 
èra fabbricato su d'un' alta n&pe, e la tórre fattavi 
costruire da' suoi antenati perdévasi nelle niibL 
GoUocito in mézzo Alle sue possessióni , éi ne scor- 
geva in un girar di ciglio la metà. Non passava 
giórno in cui non salisse la tórre, dónde compia- 
cévasi nel contemplare i suoi schiavi e le siie min- 
dre. Égli aveva l'occhio intènto principalmente siii 
sèrvi , e quando affaticati dal lavóro, riposavano un 
sólo istinte , éi dava nelle fùrie , né verùn ritégno 
arrestar poteva il suo furóre. Cinquanta bastonate 
distribuite da una furiósa mano èrano il sòlito cas- 



■4'' 



118 HOVBLLE AGOIUMTE. 

tigo dd fallo , ed égli stésso si compiaceva ad in- 
fUggerb. Quii móstro disuniaiìitio ! Ma Iddio è 
giusto 9 Aè lascia impunito il delitto. Zdia Ziarék 
die in mézzo alle ricdiésze passava i saói giórni , 
ch/9 possedeva dièci léghe di terréno, e degli 
nomini che lo riconoscevano per padróne , sènza 
eh' égli li compensasse coi mostrarsi l^o quél pa- 
dre , Zùta 2^ràk tutto ad un tratto perdette per 
divina disposizióne la vista. Gi& nonostante , égli 
andava ancóra sulla sommità della tórre , tormen- 
tato per la sua cecità , e più ancóra per non poter 
più divertirsi col flageliàre i suoi schiavi. Per io 
spàzio di vénti anni la giója non potè aprirsi un 
àdito al cuòre ; le sorgènti di ógni piacére èrano 
chiùse per essolùi , o non ne distillavano se non 
rarissime gócce. In tutto il tèmpo, che visse, se 
mna simile esistènza merita il nóme di vita , éi non 
eonóbhe né la sanità né la pace. Éi beveva in nappo 
d'oro il frutto de' sudóri che grondavano dàlia 
frónte degP infelici suoi sèrvi ; ma si sentiva lacerar 
le viscere da eocentlssimi dolóri. I^è là sua abita- 
zióÉe^ né la tórve, si sentivano mài rimbombare di 
sacri canti, che i di Idi pietósi ed innocènti schiavi 
facevano continuamente salii- vèrso te, o Creatóre l 
Éi non godeva nemméno le dolcézze del sónno, che 
veniva ad alleviare dàlie fatiche lo sbhìàvo, sólo in 
tèmpo di nòtte non soggètto a' di Idi tirànnici 
sguardi. Etèrno Dio! tu sèi giusto, lo manifesterò 
a tutto il creato ; poiché Zdta Zaràk trovandosi 
sólo un giórno nel più aito luògo dèlia tórre , fu 
all'improvviso colpito da Un fùlmine, e iti un pre- 
cipitato a' pie de' suoi schiavi. Quésti si ragùnano 



^^^ 



VII. l'oPPBBSSOBE PO(fIT< 

in fólla , lo circondano , e compiangi 
zaoo ai cielo qoésta preghièra : « Ah 
possa il tiio fólmine aver colpito in hu( 
Zaràk ed aver résa migliòre la di lui ; 
fa il lóro vóto. O ni^ini ! qoànto è me 
móodo l' èssere ^uio schiavo simile a 
tofttochè èsser padróne d' immènse i 
aninaa d' nn Zìita Zar4k ! O uóminìi 
vòstra è ricca^ in virtù , se godete e. 
salate, non iavidiate la sòrte di alcu i 
che fn un móstro crudèle fra gli uó i 



NOVELLA VII 

IL Ricco INDIANO. 

Dopo aver passati trénta anni nel 
Billón ritornò in Europa con un* i 
Nel ritorno che iacèa àUa città óv< 
ma sua cdra fu di andare a trovar 
cui èra stato in corrispondènza. I 
casa, dòpo vàrj collóquj così gli 
*~ Io non ho verun figlio ; non b 
sorèlle, e non devo avere che dèi 
tini ; io V àrbitro sono d' arric( 
piacerà , ed ho risoluto di divide 
con quello dèi miei parénti che 
dégno di .possedérle ; soccorri 
discoprirmelo. — Io non ho g 



120 NOVELLE AGGIUMTE. 

la famiglia vòstra, rispóse il mercante, ma so bensì 
che avete due cugine stabilite in quésta città ; sono 
èsse sorèlle , tiitte e due hanno della fortuna ; ma 
differènte n'è il lóro caràttere. La primogènita, 
eh' è madama Dorvilliérs, alcuno qoàsi mài non la 
vede, è mal alloggiata, servita non è che da un sólo 
domèstico , ed altro piacére non ha che d' ammas- 
sare e riscontrare i suoi tesòri. La baronéssa di 
Seranges, all'oppósto, non ha piacére più grande 
che di dispensare il suo ; ama élla il fasto e la 
magni6cénza , ma quésti frivoli piacéri pùnto non 
la impediscono ad èsser caritatévole : tutte le set- 
timane, ad un gióx^no destinato, una dozzina di 
pòveri récansi alla sua pòrta, ed élla fa lóro dispen- 
sare dèlie limósine. •— Il ritratto di quést' ùltima , 
disse l'Indiano, benché abbia i suoi difètti, non mi 
dispiace pòi tanto ; ma rappòrto a madama di Dor- 
villiérs non ho alcuna vòglia di vedérla , tanto a 
me sono odiósi gli avari. All' indomani tòsto recóssi 
da madama di Seranges, che mille cortesie gli fece, 
e che amabilissima trovò. 

L' ùnica serva di madama Dorvilliérs èra sorèlla 
del domèstico che serviva il mercante, amico del 
signor BilLón. Era presènte quésto domèstico allor- 
ché l' Indiano dichiarò eh' égli pùnto non si muo- 
verebbe per vedére quésta sua avara cugina. Andò 
égli tòsto a trovar sua sorèlla , e tutto ciò che avéa 
intéso le raccontò. Ecco la padróna vòstra ben pu- 
nita della sua avarizia , diss' égli alla sirócchia \ il 
signor Billón può dispórre dèlie sue immènse ric- 
chézze, e cèrto sono che nulla le dà, imperciocché 
élla non ne sa far buon uso. Madama Dorvilliérs, 



▼in. n. musco ivbia 

ogoór -diffidènte, avendo intéso e 
entrato in sua casa , si èra levata al 
e camminando sdlla ponta dèi piéd 
modo da non èsser vednta , ed in < 
nulla dissero che da èssa intèso ne 
fa il suo stupóre neU'ndir quésta 
Quél tesòro che a?éa ammassato < 
che sk caro le èra, nulla sembra i 
di quelle immènse ricchézze che 
séco portate. Cóme potrò io fare, i 
dagnàrla8iiastima?....Lo sobr ! 
divenga generósa, imperciocché 
amicizia che a colóro che fanno 
discéodere a prÌYarrai di quél 
quésta còsa sarébhe ben dura. 7 1 
trovo altro mèzzo che quésto. I 
pensato a quél partito dovéa s ; 
Dorvilliérs prènde la rìsoiuzió 
madama di Seranges còlla spf ; 
col ricco Indiano. In effètto, 
sua sorèlla, procurò di conci 
zia con istudiàte adulazióni 
dólce gli fece aldine questióc 
ancóra a visitirla. •— Sènza i 

giiinse élla , yen ignoravate 
una cugina, óltre madàm; 
péva benissimo, rispóse 1' i 

DorviUièrs èra mia consai 
córa che, altriménti élla p 
si dice, d'ammassar ricc^ ! 

imo che per èsserne lib 
plico madama DorvilUérs 
11. 



1S3 JfOVSLLB AftaiDKTS. 

dòpo la mòrte dì mio marile : vengo tseciiita d'ata- 
rizia, ma vedete quanto sono soeUeràti gli nomini : 
se ho TÌsaàto con tanta ecoBomSa , se sono perve- 
niva a radnnire ne' miei scrigni éna sònnna con- 
sàderibile , è siftto ciò per méttermi in istàto di 
iSondire on nilóvo ospitale in quésta dtlà. Domani 
mattina, io mi porterò apprèsso d'ano de' nòstri 
magistrati, affine di pràidere seeolui le misóre 
sópra quésto soggètto. Io gli depòsito cinquecènto 
ducati ; quésta è òna parte della sómma che destino 
alla cómpra del terréno sópra cui voglio far edifi- 
care quésta casa. II signóre BiUón mólto sorprèso 
riguardò fissamente madama DorviUièrs. £ ciò 
véro? dess'égU... Quinto sono ingiusti gH nomini! 
Vói , che si credeva la più avira déUe dònne, avete 
avuta r intma sì nòbile da prìviàrvi di tiitto le dol- 
cézze della vita, per acconsentire a comparire avara, 
e ciò affine di méttervi in istàio di «oiisoiii« gtì 
afiUtti. In verità , io vi rispètto al presènte quanto 
fino ad óra vi di^regiii. Andiamo, mia generósa 
cugina , voglio èsser a parte ancor io d' Im' òpera 
così generósa : dimini mattina verrò a ]Mréndervì, 
e inside ci porteremo al magistrato. Madama Dor- 
villièrs ritornò a casa, pièna di giója, credendosi 
sicurissima di aver acquistato la stima del ricco 
Indiano. Égli mantenne la paróla, e ali' indomani 
si rése apprèsso di lèi con dna sómma censidera- 
bilissima , clie fu riméssa nelle mani del magis- 
trato, unitamente ài cinquecènto ducati détta vé- 
dova. 

Io sono stato ingannato intórno al caràttere di 
quésta dònna , dicéa il sii^nòr Billòn al sóo amko 



Vm« IL RICCO i 

n^ToAnte, Qlial iaima genie] 
madama di Seringes mSLla » 
di ciò oh'^Ua fece... Sì, io k 
réUa, e quésta è quella ch'io 
Un vècchio diMoéstìco del pidn 
è qn^ attoalménte, disse il mer 
per iafonntfrsi óve vói alloggiai 
ménte di trattenépsi séco vói. 1 
presto, disse il signor Billóo ; ù 
bieógpo di me. Si fece entrar il 
che quésto èra il suo nóme. Gh 
vói , loio caro amico? gli disse 1 
mèi signóre , io sono un infdice 
siete ibuóno ; ècco ciò che mi ha 
séoo stato vent'anni continui al 
zio ; dòpo la sda mòrte mi sono : 
pioeolo commèrcio ; ma un incén 
màto^ tre émii sono, quasi tiitte 
ut* Quésta disgràzia mi póse ftiòi 
mentére e d' allevare la mia fami 
pvegirvi di pòrgermi i mèzzi per ; 
noi mestière. a mio figlio... 

£ perchè non avete fatto vói rie 
DiTfilliàrs o a madama di Serànge 

Io lo fóci; signóre, ma in véno : 
viXiérs m'ha rifiutato i soccórsi; 
irére, m' ha offèrto una leggèra aa 
condizióne però ohe andassi a pi 
ménte àgli altri pòveri, a' quali di 
nna , nel giórno da lèi destinato. 1 
élla nascónder i suoi heneflzj , àm< 
nascósta k mia misèria, e ben d 



124 NOYELLS A€GIDNT£» 

brómmi andare a mendicar il mio pane illa pòrta 
d' una casa che per vent' anni continni fedelmente 
servii. A sì ddro pisso ho preferito rimanérmi 
nella mia misèria. 

£ còsa è divenuto dèi vòstri figliuòli ? 

Mia figlia ha la felicità d' èssere allevata da dna 
vòstra cugina chiamata Sofia ; qnèsU generósa per- 
sóna, pòvera élla medésima, trova nulla ostante 
ancóra il mézzo di far del bène. 

Che dite vói ? ho io dna cugina pòvera e gene- 
rósa , ed io non la conósco ! Chi addnqne è élla ? 

QuésU è la sorèlla dèlie dame Dondlliérs e dì» 
Serànges, la tèrza figlia di vòstro zio. 

Cóme è ciò possibile ? le di lèi sorèlle giammai 
non me nehanno parlato j dóve dimóraèUa? e dónde 
viene la sua povertà ? 

Dòpo la mòrte di sdo padre, confidò la più gran 
parte de' suoi bèni ad un mercante, che per èssere 
sfortunato andò al precipizio. Vedendo élla che 
non aveva facoltà bastanti per vivere in città, si 
ritirò in campagna apprèsso dna dèlie sue amiche , 
móglie di un ministro di villàggio. Là l^la ména 
dna vita la più rispettàbile, impiega dna parte del 
sdo tèmpo a fare degli àbiti per i pòveri, e dar 
dèlie istruzióni a dde o tre fancidile. Co' su<K dis- 
córsi, col sdo esèmpio le ammaestra ad èsser dò- 
cili, buòne, operóse, e sojSerènti. Se v' è qualche 
ammalato nel villàggio , va élla tòsto a fargli visita, 
e la sda presènza lo consòia , e gli fa del bène. 

Eccola persóna ch'io cercava, disse il signóre 
Ballon ; mio caro Bertrand , domani io monterò in 
vettura , e partirò pel villàggio di Sofia ; vói verrete 



vili. IL Alceo 

ton me. Non iibbiàte più int 
figli y io m' incarico di fai 
tròppo vècchio per servire 
congèdo al vòstro padróne ; 1 
laménte passiate li rèsto de' 

10 impiegherólli a bene 
Sofia. 

11 giórno seguènte il s' 
villàggio , chiède di park' 
alcune questióni sulla con* 
signóre, gli rispóse il mii 
Qualùnque altra persóna 
alla più crudèle aJSlizión< 
vedetela , i&na dólce gajf 
quésta disgràzia non a f 

e quésta bontà è che fel 
signóre, disse F Indiar 
rènté che non ha ancor 
di conóscerla. Sofia s 
ricevette il signor BiU 
grazie sue ordinàrie, 
tèmpo secolèi , le dis; 
di vói , mia cara cug 
più sènza ornaméntf 
la baronéssa di Seri 
sda ; e benché póve 
cento vòlte più co 
con tutte le sue rie 
dame non mi ha 
in discòrdia ? No' 
— Ho tròppo inf 
Sofia , ))er non 



_>■ 



136 MOVBLLS AGGIUNTE. 

eorrìf pondénia con èsse ; égli è tre giórni eh' lo 
flcriwi e air una e all' altra. — Oh ! cuòri malvagi ! 
esdamò il signor Billón » io non posso pedonar 
ad èsse quésta indifferènza per i&na sorèlla così 
amàbile. -«- Perdonate lóro, ve ne prègo, disse 
Solia } quésto è un erróre eh' èsse in sèguito ripa- 
reranno. — No , non è quésto un erróre , disse l'In- 
diano s sanno èsse benissimo nel fóndo del lóro 
cuòre quanto migliòre di èsse vói si&te ; e per tal 
modvo non volevano che io vi conoscessi ; soprat- 
tihto volevano profittar sóle delle rìcchéezedie dall' 
Indie io avéa riportate. Ma s'ingannarono nel lóro 
progètto; non voglio lasciar la mia fortuna cei*ta> 
ménte a madima di Seréngfis, imperciocché non fa 
del bene che per vanità , affine di'passir per caritaté- 
vole) né voglio arricchire madima Dorvilliérst, per- 
chè non fa del bène che per interèsse. La pròva n'è 
che tétte e due rifiutarono di soccórrere secreta- 
ménte un vècchio domèstico del padre lóro. Dòpo 
che intési quésta circostanza, non sono più. grato 
a madama DorviUiérs dell' ospitale che voleva far 
edificare, ed io suppóngo che non ha fgnnito quésto 
diségno che per tirar a se la mia fortuna. Per vói, 
mia c^ Sofia, vói fate del bène perch'è pregévole 
e grata có^a il farlo; perciò risólsi dichiararvi mia 
sóla erède , ed al presènte potrete dispórre di tnt^ 
tociò eh' è in poter mio. Io lo so , vói non aivéte 
bisógno d' èssere ricca per èsser felice, ma mólti san 
véntto felici , se vói possederete delle ricchézze^ 



NOV 



DI AI 



IL 

Gert^ aótoo ci 
eh' èra di vita 
èfae il pabblìc 
prudentemént 
paiolo a créde 
fliglia, ohe ne 
iBàestraménti 
naif sènza poi 
mgtóna , èsser 
ben liingi daU 
gaggio , mi fo 
vòlta quelle i 
immancabilme 
riputati da ogi 
e anitfU^lìmi, 



128 NOVELLE SCELTE. 

sommaméDte giovévole, benché nuòva; vógUo dir 
nuòva y perciocché non ancóra inculcata negli ànimi 
giovanili da colóro , che per obbligo di pédre o di 
educatóre dovrebbero gagliardamente inculcarla. 
Se tanta ciira 8Ì adopera nel ^^résto dar lumi alla 
ragióne , nel monstràrle le vie sicure, per cui débbe 
élla incominciare e proseguire il sdo cammino , 
perché ne' fanciulli e ne* gióvani si lascerà in un 
quési totile abbandóno ed in una sfrenata libertà 
r liso del ridere follemente ? Forseché alla ragione- 
volézza , primario distintivo dell' uòmo , non s'ag- 
giùnge la risibilità, la quale èssa ancóra dai bruti 
il distingue? E se importa il ben ragionare, non 
importerà égli ancóra il ridere non mài fuor di 
tèmpo? Non vi voglio gravi , no cèrto , non vi vo- 
glio bùrberi ed accigliati ; che ciò disconviene ad 
ógni età, ad ógni sèsso; ma vi voglio ilari, gio- 
cóndi , festósi , purché lo siate in qué' mòdi , che 
non disdicono , ed in qué' casi soltanto che chià- 
manci soavemente àDa giója., al festeggiaménto ed 
al riso. Gbe anzi intèndo di perméttervi òHre il 
ridere, il derìdere ancóra, tutto che quésto esiga 
a ben regolarlo più matura riflessióne sópra nói ; e 
sópra gli altri , affinché il nòstro ridere o schernire 
sciòcco ed insano non si attiri quello, che già udii 
pronunziare sul frequènte smascellarsi dalle risa , 
che solèa fare un cavalière mio conoscènte , di cui 
con arguzia fu détto : 

Ride mólto e ride spésso,; 
Par che rida di se stésso. 

Or a sanarvi da quésto mòrbo, o a prevenirlo, se 



I. IL RIDERE FUOR DI 

iófétti ancor non ne foste , leggét 
▼élla 'y che desidero ihbfa altrettài 
vói , qnànto èssa lia di verità in se 

Un giórno, cbe io stava tranqi 
pàto nelle picciole mie domestiche 
per parte del marchése Aurélio 
cóUa qnàle m'invita a gire da Mi. 
ritardo, e, mòsso dall'antica ami< 
gno cavalière mi léga , vado soli 
cbe mài io pòssa èssergli di qnàic 
péna éi mi vede , che sènza alzar 
gioia , óve il tenèa già da lungo te 
nn' ostinata podagra , allungando 
saménte le braccia, e tutto lièto p 
rivo : Vieni , mi dice , vieni , ami 
me vicino e m' ascólta. 

Io gli rèndo con pari tenerézza 
d' amóre, m' assido a hii vicino , 
tutto dispósto ad ascoltarlo e a ser 
timo cavalière ripiglia : 

Io ha un figliuòlo , cóme tu s 
conósci. Me V ho allevato con ógn 
ziòne , non ho risparmiato pensìèr 
incórra in quéUe cólpe, che mài 
de' giovanetti, e acciocché ne si 
punito, qualóra éi v'incorresse 
miàto neppure il denaro, che fi 
procacciargli i migliòri maèstri, 
più sòdi , i più profittévoli libri, 
ha corrispósto ognór bène alla ] 
dutézza. I suoi costumi son buon 
ornato di non mediocre sapere ; i i 



130 MOVELLB SCKLTB. 

venire noi fàono indégno né dèlia sda niteita > ne 
della sda educazióne. Ti narro « amico , còse a te 
nòte , e nòte non meno a qné' pòchi che frequen- 
tano la mia casa. Ma lino icnipolo mi ai désta nelP 
ànimo , e quésto scrèpolo mi si h ognór più tor» 
mentóso , or che pnr ù^Sppo pe' miei pertinici ma- 
lóri tèmo d' accostarmi al fine de' giórni miei , e 
di dovére abbandonire tatto a ae stésso quésto di- 
lètto figliuòlo* 

E quile scrèpolo vi molèsta » ripiglièì io, mara^ 
vigliato dèlia siia cos> strina iiiquietèssa? Vói non 
potete e non dovete averne nessuno, vói che non 
trascuràstie giammài i dovéri di egrègio padre ^ 
ma gli esercitaste anzi sèmpre con ógni zèlo e fer* 
mèzza. 

No, amico, prorómpe égli allóra, non posso dire 
di non averne trascurato nessuno, poiché fófse 
quello appunto io trascurai che è il màssimo, il 
sómmo n^a importanza di ben allevare ùo gió- 
vane cavalière. Ed io tòsto : E quale sarà? 

Osserva, mi die' égli, e léggi su quésto libro 
il brève tratto df^ me segnato : e la ciii lettura da 
me fatta pur óra m'ha mésso il cuòre in angustia, 
e mi ha suscitato un rimórao , eh' io prima fron 
sentii mài. 

Mi pòrge il libro , ch'erano gli opuscoli di Plu- 
tarco ; ne addita il luògo ; ed io co$ì lèggo in esso : 
« Per un antico costume prèsso i Romàni, ni4no 
« andava a banchétto fuòri di casa sua , se non con- 
« duceva séco i próprj fanciulli. Èra ciò fórse per 
« volére imitare Licurgo, il quale, perchè si vi- 
<c vésse modestamente e con rispètto , e non a guisa 



I. IL RIDE 

Il di béstie, assaeféi 

« gire a' conviti pul 

€ che Tedéndo a qc 

t< tanta gravità , si v€ 

«t atto aldino meno 

« sero. Anzi èra ciò 

« nn decoroso conte 

« traménte che mo< 

« figlinoli lóro : poic 

« vècchi sono sfaccia 

« siénai gióvani an< 

Amico , gli dissi , 

b&sta. Conósco qoai 

quél fallo vi sentiàt 

verissimo , nniversél 

dono i genitóri , o p 

per un mal intéso r 

predente sistèma ^1 

fanciulli ed i giova i 

versazióni , e qnisi ( 

altri nomini; e v ì 

pietóse frisi di ne i 

vanili ^le impress i 

gé2zi ed i cani si di : 

adunanze, o di coi ' 

aver la molèstia 

par che astringala i 

non piuttòsto stn< i 

lóro congrèssi di i 

e manière sì rit i 

seme spettatóri 

d' ógni etè,, d' ói 



132 NOVELLE SCELTE. 

non 90 che applaudire a Solóne , a Platone, a Pia-- 
térco , che hanno sì egregiamente deciso e narrato ; 
e veggo che l'educazióne reciproca, la quale otter- 
rébbesi dall'insième convivere frequentemente ì 
genitóri e i figliuòli , i gióvani e gli uòmini maturi 
e vecchi , saria la più ùtile di tutte le educazióni, 
qualóra pensassero gli ùni.alF obbligo d' ammaestrar 
coli' esémpio , e si avvezzassero gli altri ne' primi 
tèneri anni ad imitare e a seguire le pràtiche e 
gì' insegnaménti di urbanità , di decòro, e d' ógni 
altro pregio più nòbile, e più sociévole.^ Ma per- 
mettetemi il dirlo, vogliamo aver móglie, e non 
vogliamo èsser mariti, bramiamo ì figli, e ci rin- 
crésce èsser padri ; par che ci stia a cuòre il vedérli 
lodevolmente educati, e pretendiamo pòi che s\ 
grand' òpera insórga o dal prodigióso tenipera- 
ménto del fanciullo, o da prodigio non certamente 
men raro, quale sarebbe la saggia mercenària cura 
d' un educatóre. 

Yidi che quésto mio discórso chiamava le làgrime 
sugli òcchi dd marchése Aurelio, il quale fórse 
temeva di conóscere tròppo tardi una verità sì fu- 
nèsta; quindi m'interruppi da me medésimo, e 
gli soggiunsi eh' lo giudicava il figlìùol siio assai 
bène allevato ed istrutto, e che se mài per averlo 
tenuto sinòra tròppo lontano dal conversai e dal 
conóscere il móndo, alcun difettùzzo se gli fòsse 
insinuato o nella ménte o nel cuòre, non doveva 
èssere malagévol còsa il liberamelo.... Appéna èbbi 
ciò pronunziato che égli con alta esclamazióne : Oh 
me felice , proruppe , se còme sèmpre a me tu fosti 
amorosissimo amico , così ancóra èsser tu il volessi 



I. IL RIBERB FUOR DI TE 

al figli aól mio ! — E potrei, gli rispós 
amico véro, e non èsserlo ancóra 
amicizia sarebbe la mia per vói , se & 
di trascurare lino de' vòstri più cài 
più grave ed importante di tutti gli 
Son qui , comandate, non abbiate rì\ 
la mia persóna è tutta vòstra interai 

Nuli' altro io bramo, diss' égli , s 
senz'indugio assumiate d'essere com 
del figlio mio , facéndovene attènto 
déle. Voglio sperire che noi troven 
ben comprèndo ancor' io che le scc 
sciènze non bastano a formar l' uòmo 
sociàbile. In sómma , a te lo conségn 
cóme tuo pròprio, consolami, se 
presagirmi bène di lui , ma noa. ac 
conósci mal inclinato , ed incapace ( 

Vi servirò, replicai; ma avertit 
affètto per me v' acciéca in mòdo da 
più che non vàglio.... No, no, i 
conósco abbastanza. Vanne, vàunc 
Carldccio. Cérca d' affezionartelo , 
règgi , nel sólo pensièro di riparare 
i miei acèrbi malóri. 

M'alzai, ci abbracciammo , prom 
alle càmere del giovanetto Carliiccio. 
èi m'accòlse , e riguardando in me 
padre suo , mi diede ancóra ségni d; 
e di quél concètto, che potevano io 
parlargli con un'apèrta franchézza. ] 
lesài l'intenzióne del marchése Aur< 
concèssami di dover èssere frequente 

II. 



134 NOVELLE SCELTE. 

Se ne mostrò égU lietissimo , e vidi ch'era sinoéró, 
poiché sì allóra, cóme in apprèsso, non éhìn vaài 
argoménto alcuno , ónde dubitare del costante af- 
fètto sdo. Mi èrano nòti i suoi talènti , e l' uso che 
fitto éi ne ayèva n^e sciènte, e nella bèlla kttera- 
tdra ; ma tuttoché io fòssi assai familiare in quella 
casa , pure pòco avendo io avdto igio di trattar con 
Idi, perché, cóme già il confess&va séo pidre, pòco 
entrila in commèrcio fra le persóne , così m'erano 
pòi ignòti quasi afiatto i mòdi suoi di pensare , di 
parlire , e di vivere conversando. Entriti allóra a 
discórrere su vàrie dótte matèrie , il trovai bène 
istrutto, e conóbbi eh' égli aveva la ménte e l'a- 
nimo adórni di chiarissime cognizióni ; e nella re- 
ligióne non meno che nella morale , lo conóbbi saldo 
e fermissimo sovra i più sani ed immancabili fon- 
damènti. Mi console! mèco medésimo, e mi venne 
in c&pò la fantasia di tentar altra strada e di toc- 
cargli alciin punto sul quale rare vòlte o noa mai 
versar sogliono le lesióni e gì' insegnanènti dfe' pre> 
cettóri. 

Non v' abbiate a mik , o signóre, gli dissi , una 
mia interrogazióne , e non la giudicate tàtito sirèna, 
quànt' èssa fórse vi apparirà. 

Mi stimolò a parlare liberamente, méntre, disse, 
mi avrebbe égli non meno liberamente rispósto. 
Ed k) allóra : Avete ancóra studiato di ridere ? Al 
che prima con atto di stupóre , e pòi con abbon- 
danti risa , facendomi cèrto che non mancava égli 
di una tate facoltà : E cóme mài (fra'l ridere e lo 
stupirsi mi disse), e cóme mài si studia una sì na- 
turai còsa ? E chi v' ha che non séppia ridere ? 



I. IL R] 

Perdoaàtenii , so 
che non rìda? q 
siiiBO ridere, e i 
non debbono, o 
00^ , sènza che et 
Uunénle e fiiór 
achémo , la gioe< 
datemi i&na defio 
te si accòrdi éw 
vógUo espórri. 
Unì di quésta fac 
névole. 

Parve a Carliic< 
chiamandolo ad i 
mùne definizióne 

Il risoèiUiamil 
▼òlio d'improvvi 
tròira piacevolméi 
a destare un sen 
soggiùnsi io , è ,q 
èssa è la consueta 
dall' antichità de' 
Bla sia détto con 
nòstri , a rèndere 
senziàle deli' uóm 
giunto, che perir 
se per facoltà rìsi 
trérre le labbra n 
nòstra fàccia , noi 
apparènza stèssa 
vediamo ridótte 
Ma io giudico ci 



136 MOVELLB SCELTE. 

éflaere definita : « Facoltà di rìdere pens^do ; » e 
allóra, égli è fuor d'ogni dubbio, che il ridere 
sènza riflessióne e ali* impazzita sarà còsa tiirpe e 
indégna di nói. 

Garliiccib non ebbe che replicare a quésta mia 
asserzióne , ma soggiùnse che già manifèsto èra ad 
ognuno èssere lo smodato intempestivo riso indizio 
dì balordàggine è di scioochézza. 

Dicèste anche pòco, Garlùccio mio, ripigliai; e 
se Goidi che ride fuor di ragióne fòsse balórdo o 
sciòcco e non più , liève sarebbe la cólpa sua ; ma 
il pèggio si è che Fuso d'un ridere irriflessivo è 
spésse vòlte vizióso , maligno , e indicante un àni- 
mo durissimo e disumano. Non vi sorprènda quésta 
asserzióne novèlla , ma permettete eh' io ve la sos- 
tenga coli' appòggio d'un valènte filòsofo inglése, 
che definisce il riso cos\ : «e II rìso altro non è che 
« un Slibito orgóglio , il quale in nói destasi per 
« l'improvvisa idèa, che concepiamo di alcuna nòstra 
« superiorìtà, col confrónto o dell' altrùi debolézza, 
« o di qualche nòstra debolézza passata. » Or quést' 
orgóglio, che è quanto dir quèst' iutèrua vivace com- 
piacenza, che risentiamo nel conóscerci scévri da 
què' difètti che ravvisiamo in altri, può èssere ra- 
gionévole e virtuósa , qualóra venga beh regolata... 

Qui vidi impazientarsi Garlùccio , il quale, non 
però in guisa scortése , cercò di troncare quésto 
ragionaménto, mólto aggraziatamente dicendomi, 
eh' égli da me non voleva imparare a ridere , ma 
bensì tutt' altra còsa di più sòdo e più importante 
rilièvo. 

Vi ringrazio, rispós'io, della buòna opinióne 



1. IL RI1>£R£ 1 

<cke di me avete, ma non a 
s\ bissa ddl' importanza < 

Alostrerówi ooll' esperie 
on' camerière entrato allór 
pigliò Garlùccio a me rivói 
tri ; venite. Non posso, gì 
piuttòsto ad èsser con vói ; i 
sèggio, e andremo insième s 
vole, a qualche nòbile conve 
curò che gli avrei fatto uà m 
ci separàmiho. 

Pai*tii , constderàodo déntri 
dzia m' aveva addossato un < 
sostenérsi ; -eh' èra assai più d 
gióvane sàvio ed umano , che 
tico, un oratóre, un poèta; 
pràtica èra imprésa pòco felice 
tentila da chi è fornito di basti 
durla al suo fine. Purè mi confc 
e quésta fondata su di un difétt 
Idccio , 4Hfétto naturale àlla^sua 
compagno dèlie sciènze acquistai 
)La presunzióne èra quésto. Sì, d 
siune di saper tijrtti» , poiché sa < 
giacché gii ho piiomóssa io la quit I 
e eh' égli fi' è còme sdegnato di tra 
$\ frivolo , se a me dà r ànimo di ] 
sì frivola arte égli non sa neppure 
l' arte pòi non è frivola , ma gravis 
ri» , chi sa non mi riésca di mèti 
vévole diffidènza di se medésimo ài 
àUra matèria, ch'éi mèglio créde 



138 ROTELLE SlCElrTE. 

Tendàmo e Tcdréino. All'èra opportdna mi trovai 
séco. Fi&i l^go del rìcevhnéato ónde incontróiiuni. 
Uscimmo pUcidaméate, com'érasi stabilito ; e non 
toccando io mài più l' arrgoménlo del riso , d' uno 
in iltro argoménto passammo ognór lontano da 
cpiéllo. Nell'atto che attraversavamo lina strada^ 
vedemmo nn venditóre di fótte , che recava sulle 
spalle dde séei^i piedi. Urtito it meschino da un 
giovinastro, che halordaménte correva, fu costretto 
a cadére, rovesciò tótto il latte sopra se stésso e snl 
suòlo , e li due sécchi per oppóste parti sdruccio- 
larono via prestatm^te. Furono gréndi ed univer- 
sali le risa dì colóro ^ ohe videro th leggiàcfro acci- 
dènte; é chi uscito dàlie bottéghe, chi pel rumóre 
accórso alla finèstra, chi so^rmàtosì SÀHà strada 
a rignardàre , tutti però con indolènza o con giója 
godevano di sì bèlla seéna. Né stéttb già sènza ri- 
dett il mio GarièccìOy il qdile dn^t parèa non sa- 
pesse più prosegnire il cammino, e tiitto fòsse as- 
sórto nel piacer &t mirare qnél tristo caso* Io che 
non rfsi, né avrei saputo fidere certamente, m'ac- 
costai a qaé^ sventurato, che piangeva d' avere in 
un moménto perdldto la rèndita per lui di tutto un 
giórno, gli donai qualche monéta eompensatrice 
del danno, ed èbbi la soave consolazióne di vedére 
cangiarsi qnèlfe siie làgrime in risa , e ridere anch^ 
égli con gli altri. Indi proseguendo óltre, Garhiccio 
che si èra un pòco moftificàto, veggèndo quanto i 
divèrso fòsse stato il mio contégno dal sdo : %- ^ 
póre , pronipp» égli , è naturalissimo il ridere 
quando si vede alcuno cad^. Fórse sarà, rìpigMdi , 

•* Muralissima còsa, cóme vói dite, ma còsa per ékro 

\ 



I. IL RIBEBE 

che non fk tròppo onón 
disonòre grandissimo a 
itóotra sì awétza. 

Cid ilissi eòa tuòno s 
tòsto ad altro discórso , 
demii maggiormente su 
mi premeva* Ma già Cai 
nuovo soggètto di risa, ed 
glim fissato a mirare una 
passiva a nói dapprèsso, e 
passiófie distólto lo sgnii 
d^ormàto da A rilevata gó 
ccoedévaglì sópra del i^p 
g&mbe sì stranamente sotti 
bUe reggessero l'enórme pét 
còrpo* Troncò per altro Gai 
lisa 5 ma ben m' avvidi eh' é 
po' di soggezióne, che impon 
pìnttósto che ad un mòto di 
voléssa ì tinto io osservai , st 
vére« E ben paréa due qnél [ 
esso sólo a pòrgere tòtte le pc 
che in mólti giórni n'avrebbe 
Imperoioeehè non a\ tòsto ci 
àa^ bottéga di ca£Rè ddle | 
piazza , ehe vedemmo enfrÀn 
ercméntè vestito , mal reggén 
eia infiammata, eon òcchi i 
gl'indizj della ubbriachézza 
méttersi in téle vergognóso al 
Bto ad attirare intórno a se u 
civili persóne, che non arrossi 



i t40 NOVELLE SCELTE. 

Spettàcolo così vite , e tanto ingiurióso élla nòbile 
natura d'an animai ragionévole. Le conversazióni, 
e le mènse più elètte e squisite non lasciavano mài 
dMnvitàr qnésto móstro a diverdre e a ralle- 
grare (dicévasi) la cospicua radunanza. Comin- 
ciò, appéna érasi mésso, o per mèglio dire; cadalo 
a sedére, cominciò a fóre quégli atti, e a profferire 
qné' mòtti, che debbono aspettarsi da un uòmo 
mòsso e signoreggiato dal vino. Rideva ed esultava 
perciò tiìtCa quella brigata , eh' èra compósta di 
persóne non tdtte certamente rózze , né dispregé- 
voli; ed il nòstro eròe ognór più accéso da quelle 

• risa, da quél plàuso, non rifiniva mài di variar 

mòdi, linguàggi; e posture scónce ed infami ; co- 
sicché non potendo io pur sostenére la nàusea , il 
ribrézzo , lo sdégno eh' èransi in me destati alla 
vista di scéna tanto vitaperévole, uscii con impeto 
dàlia bottéga, quasi scordandomi d' èssere in com- 
pagnia di Garlùccio. Ma quésti non tardò a venir 
mèco, ^ asciugandosi le làgrime spàrse pel ridere 
esorbitante; e volendo pur chiédei*e a me còme 
mài possibil fósse il trattenérsene in simil caso. 
Diedi un'ambigua rispósta, poiché non volli en- 
trare a discórrere di tal matèria, se prima raccòlti 
io non aveva altra avvéniménti , con cdi provargli 
quanto fósse diffidi còsa il ridere sensatamente. 
* Volete, gli dissi, che visitiamo quésta dama , 

or «he siàm sdlla pòrta dèlia sua casa ? Élla èra 
amica di vòstra madre, ed è pièna di talènto e di 

/ spirito : così alméno ne giudica chi la conósce. S^, 

sì , volentièri , rispóse Garlùccio. Entrammo e 
fiimmo dàlia dama graziosamente ricei^iti ; Car- 



I. IL BID] 

inccio, perchè figl 

trovavami al fìàna 

qaé' tanto necessàrj 

{Mrincipiano e chiud 

pensò la dama di p 

tràndoci nn raro a< 

chi giórni. Saonò 

néra, che s'affacciò 

Fate venire Pan< 

Bna fémmina che i 

^e ho raccòlta p< 

sollazzo a me , ed 

Comparve in quc 

il ciii vestiàrio , ì i 

ménte confórmi ài 

vello léso e contan 

mali. Che oggéttc 

frenarmi, soffrire 

mésso il manifesti 

di pietà , dr teneri 

vòlta sopprimerli , 

zióne sfacciata, a 

non ho jcuór di ri 

gim, «he còlle i 

pazzerélla, la qi 

con vólto tórbido 

e con aspètto di ci 

a fòrza dagli óccl 

la nòstra matròna 

ed altri signóri e 

grime di giocond 

Partiamo , disi 



MOYELLS SGBLTS. 

j tiamo 9 ttpn {M&mo più. F« égli docittsiimo al mio 

iovito ; e complilte le oon^Héte «erimónie del ooa* 
gedirsi, partimmo. Gidati sdllà strada, Garldccio 
a me : Mi do per vinto ; capiloo eh' io non so-riderev 
ae prènder debbo nórma da vói; vói non ridete 
mai , e ànci pare che maggiormente vi aocigliàle y 
quando gli iltri ridono e si rallegrano. 

Allór credei che fòsse il tèmpo dì parlar idiiaro. 
Sarò stravagante , gli replicai , ma vediank prima 
s' io abbia mòdo di giustificarmi. Yi prègo, rispon- 
detemi con brevità e precisióne. Una disgréxia move 
alle risa? IVon mii, rispóse Càrlucdo. Edio : Per* 
che dùnque ridéste alla óaddta del venditóre dà 
latte ? Oh ! ripigliò, disgràzia sa liève... No , no , 
interruppi , ii grave ed il leggiero d' dna disgrazia 
sono tèrmini rispettivi. Se vi ratiristerébbe devas^ 
tatriee gragnuób fMombéta sul terrèn vòstro, o 
d^ altrui; perchè rideste, afiorchè in un istante 
perdèa quél misero venditóre Fdnico suo giorna- 
lièro sostentaménto ? Quello non èf a tèmpo di 
ridere , ma di soccórrere. 

Tacque Garluocio, e parvemi persuiiso. Tòsto io 
proseguii r Ditemi, l'esecuzióne d'un delitto vi 
pire dégno argoménto di risa ? Al che Garldccio : 
£ intitiLe il domandarlo. Io allóra : Or bène, e 
perchè dunque tanto schiamazzo di ridere intórno 
I ad un ubbriaco ? L' nònio che per consuetudine 

abbandonasi all' ubbriachèeza commétte già grave 
delitto , scialacquando prodigaménte il più bel 
dóno di Dio , che è la ragióne ed il sénno ; e l'ob- 
^ '- briaco è dispósto a tdtti i delitti enormissimi , poi- 

ché la bestémmia, P omicidio^ ed ógni altra più 



f. IL ai»£ft£ FU( 

rilega askhie sóao per h 
Coralissime conseguén^ < 
▼isio. Ge$8ate dal ridere s 
rèo malvagio, cóme anche 
«uUo stòrpio, sul gòbbo, ' 
felici ed innocènti creator ! 
piuttòsto matrigna che mi 
timo delizióso passatèmpi 
galati da quésta dama , i 
rìdere al lètto d'un infé i 
maligna, all'udire le gr i 
«ólioa f al vedére gli e' 
bendo? £ chi mai, r i 
avere un cuòre sì bàrbf 
£ quale cuòre vi cn 
cbè la màssima delle i 
vi désta le risa, e vi 
è il sómmo de' mili ; i 

mèli più acèrbi; ed 
moribóndo : percioc 
razióne dell'anima < [ 

mòrte, che seguii i 

pèzzo, che dèe df ^ 

impazza, risente i i 

•coli' ànima, non ] 

scompósti e alter i 

di quésta. Ecco 
ècco di ch'e vìe i 

piànsi e piange i 

sere spettatóre i 

non introduco 
ancóra di reli' 



144 NOVELLE SCELTE. 

M'accórfti che rìmanéa Garldccio penetr&to dàSe 
mie paróle , e mèglio conóbbi l'indole egrègia di 
quésto giovanetto, quando il vidi gettarmisi al oótlo, 
e ringi*a2Ìàrmi le miUe vòlte per gli amorósi miei 
avvertiménti, de* quali mi scongiurò ch'io non gH 
fòssi mài scarso in avvenire. 

Ah! ben comprèndo, éi dicéa, che nel viver 
dell'uòmo, e nella società più comune, pòchi 
sono i giusti e veraci argoménti di ridere , e di ral- 
legrarsi , qualóra riflètter si vòglia.... 

Per pietà , Carli&ccio amatissimo , gli dissi inter- 
rompendolo , non abbiate A malincònica opinióne 
dell' umana vita , né vi cada in ménte l' ingiurióso 
sospètto ch'io siaunuòm sevèro. Troverete abbas- 
tanza occasioni di ridere e di ricrearvi, quand'an- 
che ne escludiate quelle in cui da mólti foReraènte 
o snaturatamente si ride. 

In così dire ci trovammo prèsso il miiro sol 
quale appòngonsi i cartèlli d^e commèdie. Per 
esèmpio, gli dissi, quésto è duo de' fónti degli 
schérzi , e dèlie risa. Leggiàm (se v'aggrada) co- 
testi inviti, e scegliàm óve andare clomàni séra, o 
staséra ancóra, se piacciavi di lasciare la conversa- 
zióne pel teatro. l*a Locandiera, del Goldoni, lèsse 
égli in un dèi cartèlli. Indi in altro // Barbiér ài 
Siviglia, di Beaumarcbais; e intanto io leggeva sull' 
ùltimo : Truffaldino, redi Tebe; e per domini : 
La dònna Pantèra ^ con Tartaglia, re di Spade, 

Qui, qui, amico, disse Garldccio esultante , qui 
avrèm di che ridere, e divertirei, e quésti titoli.... 
E quésti titoli, riprèsi io subito, non sono dégni 
né del luògo óve sUnno , né dèi teatri su quali si 



I* IL I 

rappresentano, \ i 

verchìaménte v 
degli attóri che ; 
compósto. 

Ma (Carldccio i 

alla conunédìa si 
dolo io; ev'assicuì [ 

anche alla Locanda [ 

dopo abbiate rossón ! 

il lepóre, la verità^ i 
dde commedie di ce 
diie non è possibile 1 

non sulla sciocchezza 
insana perniciósa bah | 
pósero. Venite, veni 
Terémmo un còmodo \ i 
snmiàmo qualche ói \ 
contéssa vostra cugina i 
Non sarà discaro al pad 
ch'éi chiùdasi nelle siie \ 

Fummo con pòchi pa& 
ed entrammo tòsto nella ; 
Era quésta abbondantissi i 
cóme dicono, del più bel 
pomposamente adornate , : 
vano dàlie vésti , dalle cap 
cissimo che spandévasi d 
lumi , delicate e saporóse '. 
in giro ài circostanti, ub 
grave , con che parlava cii 
dide e maestóse decorazió 

il. 



146 NOVELLE SCÉLTE. 

«céna; e cèrto ]>aréa che sa quésta Compiere si 
dovesse alcdn* òpera ingegnósa e importante. 

Garluccio, che non èra più stato in simili ada- 
oànze, attentamente rigaardàva e facèvasi sèrio per 
maraTiglia ; ed io più attentamente ancóra lo ri- 
guardava, e nel mio intèrno rideva di siia sorprèsa. 
I viij discórsi , che uscirono da quelle ménti per- 
spicacissime , volgevano sali* incostanza dèlia sta- 
gióne, V inquièta nòtte che passata aveva tina dama, 
l'esime sol buon gusto d'uu cavalière, che da^ 
suoi viaggi riportava un magazzino di corbdlerfe ; 
pòi venne qualche silènzio prodótto dalla nója di 
non sapersi che dire ; pòi da quésta nója sveglia- 
ronsi alcuni mal soffocati sbadigli, i quali servendo 
d'utile avviso élla provvida padróna di cisa , s'alzò 
élla in piedi, e comandò i tavolièri da giuoco. Due 
ne vennero in un moménto apprestati ; sovr^éssi 
versar si vide a larga mano òro ed argènto, ohe fu 
richiamo fortissimo ad accostarsi e ad assidersi. La 
hassétta e il faraóne si fecero allóra gli assoluti do- 
minatóri di quèUa assemblèa , da cui sbandissi ógni 
altro diserò o pensièro. 

Carlùccio in piedi, ed io con lui osservavamo ; e 
Cariuccio manifestava sul vòlto i mòti dell'animo 
silo , che si agitava al riguardare le contorsióni , 
gl'impeti, e l'affónno soppresso dèi perditóri. Ve- 
diamone il fìne dì quésti giuochi, mi diss'égli sótto 
vóce , e pòi andremo a cÀsa. Il flne , gli rispós' io ; 
costóro non finiscono per tutta nòtte , e può scom- 
métteiiBÌ ch'entreranno cbs\ nel giórno ancor di 
domani. Possibile ciò , soggiùns'ègUPSì, replicai. 



I. IL RIDERB FI 

possibile 9 àazi direi quasi 

dato abbastanza. Andiàr 

prèndersi dlcùn congèdo 

strada, ai^corgéndomi ci 

«ina spècie di sbalordìmén 

timi oggetti 9 che se gli èi 

dissi y scoténdolo , a che 

déte ? An zi perchè non ii 

par óra ? Riderei soggiv 

Di tdtto, riprèsi. Gie a 

che profusióne di denaro 

mera a parlare di nulla, 

ménte le inutilità che si o 

espressióni o vane o vili i 

espósto sui tavolièri, e 

gnàrlo , e quella smània b 

digalizzàre così il tèmpo , 

con ària di nobiltà, di gn 

non formano uno spettac 

sióne ? Perchè rideràssi 

l'uòmo non ha cólpa; e ] 

di quégli erróri, ne' qu 

cade e s' invòlge ? In som 

il ridere ragionévole non 

esclamò Carlùccio , spero 

vòstro acquistata. Ditemi 

che ho in me raccòlta , e i 

tare. Non è difficile il con« 

le occasioni , le matèrie 

schérno, né risa. Ma n< 

m'awéggio che si dèe i 



148 NOYELLB SCELTB. 

pòchi y e di dò che ridono mólti non rìder mai o 
di* ràdo. 

Mi sentii trasportato di giubbilo in udire si 
adito e sano raziocinio dàlia bócca di quél giovi- 
nétto. Affi^ttài séco il passo alla sua casa. Insième 
ci presentammo al padre , a cui apertamente pro- 
testai cb'égii dàlie mie fervide ciire, e più assai 
dall' ànimo dólce ed umano del iiglio sdo , sperar 
poteva ógni più fortunato avvéniménto. 



NOVELLA IL 



IL GOXfTRADMBE. 






Senza tròppo condannarsi aduna taciturnità no- 
jósa e molèsta del pari al taciturno y che a colóro 
coi quali égli convèrsa, d'uòpo è certamente in 
alcuni il moderare quéll' impeto e quella celerità di 
parlare, la quale sembra che aspètti propósta o 
domanda per sùbito dar córso ad un fiume di ciance 
a grande stènto sulla lingua frenate. £ se mài 
quéste ciance e quéste traboccanti paróle escano a 
contraddire irragionevolmente e con asprézza le 
persóne , a cui favelliamo , oh ! quanto allóra sarà 
mèglio P èsser mdti o il vivere solitàrj; che non v'ha 
nelle conversazióni più insoppoitàbil tèdio di quello 
siasi la vóce di uno spésso contraddittore. Quindi 



II. Il 

Socrate voliéndo pi 
debba V impulso vio 
al parlare e al rispón 
éi reprìmeva la séte 
alcun esercizio che 
bevéa l'acqua recai 
salo a tèrra il prime 
méte di frédda rtfl 
▼rébbe ógni azión n 
siccóme il difètto di 
dèi dótti , né degl' i 
pedantéschi spiritél 
così finché siete in t 
e finché nqn mancai 
eccellenti maèstri , i 
stùdio, oppure abb 
rànza , assai meno i 
l'ombra leggiera di 
letterato. Udite a t 
ad un giovinastro in€ 

Dòpo avere spàrs 
improvvisa dell'ama 
Artenice di dover rie 
rardo ùnico figlio ec 
Simo. Non bilanciò } 
élla godere, restàu 
vóci tènere di màdn 
èra spinta a volérsi t 

«Vieni, gli scrisse ( 
di patria ) , vieni a ci 
con èssa il dolor grà 
genitóre. Éi non è 



150 IfOVKLLE SCELTE. 

l'ha rapito. Io non tento di consobirfeene oo^miéi 
caràtteri, mentr' anzi t'affretto a venirmi vi<Uno, 
acciocché ta me confòrti còlla presènza tua. £ inu- 
tile indirti, che verrai ad èssere signóre de' tuoi 
bèni , e se il brami , àrbitro ancóra sul cuor d' una 
madre che t'ama. Addio.» 

Èra Gerardo un gióvane di buon'indole; non 
sapéa che còsa fòsse il vivere vizióso; e tdtto che 
abbandonato a se stésso nella città , óve trovàvasi 
scolare , pure si èra mantenuto ognóra religióso e 
morigerato. Di ciò consapévole la màdi^sua, e 
persuasa che tratto avesse profitto da quégli stiidj, 
ài quali aveva dovuto applicarsi > stiva aspettando 
ansiósa quésto figliuòlo , cóme si aspetta jed implo- 
rasi lina benedizióne celèste , che tutto pónga in 
tranquillo stato felice la conturbata famiglia* Ma fu 
alquanto divèrso dàlie speranze siie l'avvéniménto. 
Gerardo non èra vizióso, ma contratto aveva un 
difètto incorreggibile quasi , e tanto odióso, che 
bastava esso sólo a rèndere il gióvane e néHa fami- 
glia e nella società molestissimo. Égli avéa termi- 
nàti i suoi stiidj , secóndo la frase che adóprasi 
nelle scuòle, vàie a dire , aveva ascoltate le pubbli- 
che lezióni di quelle facoltà che inségnansi ne' 
ginnàsj , e si èra con tanto buòna fède indótto a 
crédere d'aver imparato, che sovra ógni ai^goménto 
parlava, decideva, e la trinciava con superiorità 
da maésti'o. Égli aveva lètto un po' di tutto, e pre- 
sumeva che ciò bastar dovesse a potére di tiiitto dis- 
putar francamente , sènza riflèttere sulle debolézze 
dèlie sue fòrze, e sulla vastità déll^ sciènte , nelle 
quali chiamar si può principiaste quaMnque dòtto 



II. 

più illummàto. 

ma teine braccia 

séco porta un ini 

ma che gli conciti 

e il disprègio d'ó 

d'Artenice nel r 

mostrò minor gi 

e xlópo avere insi 

fannósa ricordàn 

nióne, Gerardo 

mai^ìfestare néll< 

del sapere e l'in 

« Non è véro; i 

K sciocchezza; o 

« perch'io non 

civili suoi intere 

le 9ue pia frequ 

pòvera Artenice 

èsser téle sópra 

gUuólo, e lo s 

nutriva, non le 

nàre apertamén 

suacasa^ehesén 

d' uòmini di dot 

a pòco a pòco s 

da colóro , che 

névok, e villana 

ciò a rammaric 

spésse querèle 

all' uno or all' é 

radate avessero 

cpiéste dogliàn; 



^* 



152 NOVELLE SCELTE. 

tutti sótto varj pretèsti copèrta avevano l' improv- 
visa lóro ritirata. 

' Signóra , le disse il saggio Lodovico , nomo di 
pòche paróle , ma di profóndo sapere ; siàm tutti 
stanchi degli aspri trattaménti di vòstro figlio. Qui 
da vói venghiàmo alla conversazióne, non àUa scaóla 
o alla disputa ; e quando mài imparare o disputare 
volessimo, non si cercherebbe un ragazzo, che ma- 
neggiò appéna i cartóni di pòchi libri. E quél suo 
contraddire perpètuo sovr'ógni punto è un té- 
dio non sopportàbile da chicchessia. Vói Méssa 
ancor l'udite, e l'udite sovènte cóntro vói stéssa, 

• benché vi rispètti e vi ami. Égli tutto tro- 

va mal fatto , mal regolato. Égli sa d' economia 
più di vói , égli d' agricoltura più di qualiin- 
cpie uòm di campagna , égli conósce il móndo , i 
govèrni , le córti , e tutto mài quèUo che formar 
potrebbe un politico, un legislatóre. Abbiàm fra 
nói détto ! chi si può salvare sì salvi , e così bel 

; bèllo ci siamo ritirati. Tutti hanno per ossèquio 

taciuto il véro, ed io per ossèquio e per sincerità 
naturale crédo di dovèrvelo óra palesare. . 

Artenice, che èra stata attentissima a quésto 
discórso, e che pur tròppo sentiva toccar quéi 
pùnto e quél véro , sul quale é()a cercava di accie- 
càrsi , confessò còlle làgrime àgli òcchi di conóscere 
ch'egli aveva ógni ragióne di parlar così sópra il 
figlio, e che però implorava soccórso e rimèdio 
prónto se fòsse possibile. 

\ È possibile, si, rispóse Lodovico, poiché Ge- 

rardo è gióvane, ed è benissimo in tèmpo di supe- 
rare un difètto a quale non ha gettate in Idi per 



I 



II. 

àbche profónde ra 
madre , ch'egli ha 
8igaóra, internipp 
anzi ha studiato p< 
la presanzióne e la 
tanto mi nàsce in 
▼ole al caso nòstre 
il figlio e di perir 
accadèmia, óve fr 
parlar si deve, une 
scélte appósta alla 
pdngere nell' ànime 
i cólpi diretti , saól 
non i rimpròveri, 

Entrò nella stàn 
càto quél ragionan 
fervoràta Artenice 
IiOdotfco quanto él 
Ciò fu bastévole a '. 
mòdo discòrso siili 
nella città. Dovétt 
càte contraddizióni 
sperando che s* acc 

Io véggio , dissi 
pòco nulla appre: 
piire non pàrmi eh 
ognór qualche cós; 
còlla sòlita grazia 
s' impara. Gli acca 
latanésca ostentazi 
partono pòi da qu 

Ebbène, freddai 



154 



HOVJUXB flCt^LT^. 



già r ignoranza il peggióre de' niéli<«.. Che diivolo 
dite ? esclamò Gerardo. Che sciocdiéne son quéste? 
Yoléa proseguire , ma V iltro levatosi in piedi disse, 
clie appunto ad dna accadèmia doveva égli portarsi , 
e che però non si poteva allóra impegnine in diruta 
aldina. Ad dna accadèmia? disse Gerardo scher- 
nendolo. Qaàsi quisi m'invoglieréi di venirvi 
ancor' lo, a sólo fine di ridere. Ebbène, signóre, 
rispóse Loilovico (reménte déntro di se , ma dissi- 
mulando, ebbène, andiàm ddnque. Io vi terrò 
compagnia. 

Partirono, congedandosi da Artenice^ che con 
mille benedizióni gli accompagnò , e con caldi v^i» 
che il bramato cangiaménto potesse accadere. Fu- 
rono dòpo brève cammino alla sàia dell' accadèmia 
apparecchiata al dótto letteririo spetUcolo di udire 
parlare o lèggere sópra divèrse matèrie , óra scher- 
zóse óra gravi , ma tutte ùtili al boón costdooie ed 
alla vita sociévole. Èrano le parUte e gli scritti 
d' elegante vivace pròsa, a cdi la bievilà e lo spirito 
degli oratóri davano maggior riséko, ene alkmta- 
néva ógni pericolo d' infastidire^Bópo udite mólte 
e mólte di t&li dicerie sensate e leggiadre, che non 
tròppo ératfo intèse , uè lodate da Gerardo , uno 
degli accadèmici insórge e pronunzia sul suo pre- 
parato discórso il titolo seguènte : 

Se sfa pèggio i* arerò studiato pòco » 
O non 'arére ftadiito nàllft. 

À quésto titolo inaspettato si scòsse Gerardo, né 
fece mòtto alcuno di riso o di disprègio , ma neir 
udii% che seriamente piire trattarsi un tale prò- 



II. 

liléma, si mise in 
Lodovico , che qu< 
déinìci^ ma stàvasi 
già di vedérlo colf 
pósto a prestarvi 
valènte oratóre coi 

« Dde sótto i n 
nérmi al partito • 
occulta dell' amor 
sènza «iptltiira. Ma 
Hie il sènso delie 
qnèsta graziosa n( 
brevissimo ; e in t 
r apologia deirigo 
lénziow : < 

n II* sagacissimo 
fanón saggi mori 
mère d' ignoranza 
chiederò' liberamèi 
atoerare la socriti 
tèrmine di dottora 
còmodo del nòstre 
e superficiali , che 
La ^9éoi& abeoedà 
ignoranti ionorati ( 
cér a veriin equivc 

(( Prima che i s< 
a svilupparsi ; prii 



{%) Éssais de Moni, 
(!i) Soléa dir Sòcra 



156 NOVELLE SCELTE. 

ficcia accòrti delle operazióni del nastro sjiirito , 
nói siamo appunto le tavole rase di AHstótele , af-< 
fatto sprovvedati di qualsivoglia gènere- d'idée , af- 
fatto incapaci d'esercitar la facoltà intellettuale. 

« A misura che gli òrgani si vanno fortificando, 
e che nói siàtn percossi dàlia frequènza de^ s^sibili 
obbietti, le immàgini si dipingono e si scolpiscono 
più o meno nella fantasia. 

a Dòpo quésto noviziato dell'anima, nói Tegnàm. 
disvelando gradatamente 'cèrte connessióni e cèrti 
rappòrti fra le idèe ricevute, comechò il più delle 
vòlte dobbiàm sì fatte scopèrte alla mèra esperiènza, 
ed osservazióne cotidiàna. 

« Jn quéste circostanze, óve nói ci awisiàm dì 
chiamare ad accurato esame le idée che ci soprav- 
vengono, di compararle, di ricercarne le anélla e 
le vie intermèdie che le congiùngano; cominoerém 
daddovéro a romper i' céppi dell' ignoranza e a di- 
latare i confini del nòstro intellètto. 

« Che se non contènti di sì fatto esercizio , ar- 
dirém più óltre, e a proporzióne de' nòstri talènti 
ci faremo a meditar le còse còme conoscibili in lóro 
medésime , a studiare le azióni cóme da nói dipen- 
dènti in órdine àila felicità , a far rètto uso de' sé- 
gni che condùcono élla cognizióne ; allóra ci potrém 
lusingare di aver conseguita la véra sciènza, che 
secóndo il parére del sàggio Lòcl(e (i), siridùce 
appunto a quésti tre articoli. Chi mantiene in tal 



(r) Mssais conceming Buman DndersMnding , by John 
Locke, £sq. 



1 



II. 

«oviménto le poi 
a sì esatta discipll 
flccia onore all' i 
diritto l' amóre e 

« Ma tròppo : 
giórani o non si 
dalle tenebre del 
notizie, ma intol 
ù rimangan pàgb 

« Quésta tepid 
sì epidèmica ài \ 
stòici non céssin 
bària, e la solénc 

cf Comùnque si; 
indigeste , che n; 
dementare, dee 
nòne, portar séc 
redir gravissimo 

a Saggiamente 
cancellière d' Ingl 
filosofia, che i sói 
nòti filosofi, si si\ 
blimi verità, che 
conósce e tiene p 

CI Élla è còsa { 
ségno, osservar 
insètti , che fónds 
tura de'compénd 

(t) Ltfe ofsir Fra\ 
by M. Mallet. 

II. 



] 158 NOTXLLB 8CBLTB. 

! alUcdan é«n la giornèa , affettano lina cèrta lóro 

spreazatdra ; spiìtan tóndo ; spàccian aforismi con 
vùria doromàtica e decisiva. 

« TaWóIta per ftrsi créder periti grecanti, ripe- 
terinno in un discórso familiare la vóce entele-* 

i chia (i) , per la ciii spiegazióne è fama che il rino- 

mato Ermolao Bàrbsot» sconginrisse il sdo cattivo 
angelo. 

te Talvòlta ancóra per acquistarsi ripntasión geo- 
mètrica nomineranno amp<Alosamènte la brachistó- 
crona (l) , la trajettória ortogonale, gì' isoperìme- 

, tri , sènza veder più óltre in sì fatti tèrmini di qaéUo 

che già vedesse Cornelio Agrippa (3) n^e cifre 
deli' occulta filosofia. 

« Ma la favorita passóne, che lì cnóce e tor- 
ménta fuor di misiira, si è la vòglia d'aver dèlio 
spirito , di riscuòter ammirazióne ed a]!^làu80y di 

, far figura ne' circoli , óve per altro con mortai nója 

di tutti si móstran nemici etèrni del (fi&logo. 

(i) "DiSt enteUckta ì peripatètici hanno deriy&te le lóro 
fanne sostanàtUi. Il famóso Leibnizio ha tentato di richia- 
marla dille céneri nella sua Teoria del Mòto. 

(a) La hmchistócrona è. la córra della più córta discésa. 
t<a curva ortogondU è pròpria d'alcune comete. Per gV iso- 
perimetri, ovvéro figure dello stésso perimetro, naccpie una 
gagliarda contésa fra i dóe celebèrrimi fratèlli Bemiillir 
Giacópo e Giov&nni. 

(3) Ck>ntélio Agr^pa, nomo d'eccellènte ingégno , fiori 
^'"' ù» Germania nel sècolo xvi. A dispétto dèlia ragióne e del 

suo mólto spirito li applicò per lungo témpa alle ▼ìaión 
déUa magia. 



.^d 



II. II* 

fc Un'iitni fpécie < 
ad Ippóciate cbe a G 
co^ (i) o sia prarìtc 
insanàìailenéUe persói 
nétiche per lo spirito. 
nérst dallo scrivere € 
móndo, méntre fra '. 
nulla si tién colui , ci 
ha consegnato alle si 
suo? 

ft Malgrado quésto 
Qsir dna vivace frase 
vello compatto di £11] 
zuffi» talvòlta con quél 
al p^ragóney ècco in 
rék ^[noransa e la tol 

« Or dùnque ^ ae V 
saperficiàle è madre 
d'erróri ; se. in véce < 
anzi un cèrto spirito 
soverchiatóre; se ci 
ridicoli àgli òcchi di 
ménte perchè Iaconi 
che jion abbia studii 
confrónto y o riputa 

(•)...• T. 

Scrìbendi eacaeth 

(») 



r 



160 NOVELLE SCELTE. 

« Fitto Ita che se nói ci rechiamo ad esaminare 
il carattere di colóro che passano per ignoranti , 
troTérémo, égli è véro, una più tarda apprensióne, 
una minor cnriosità d' istrairsi , una serie più cir- 
coscrìtta d' idée ; ma sovènte scopriremo dall'altra 
parte uh cèrto huón sènso, dna cèrta aggiustatézza 
di pensare ed operare, che hidàmo si cérca fra la 
gènte semidótta ed inorpellata di sciènza. 

<c Ogni ignorante abecedàrio che ha ricevuto 
qualche sórta di educazióne suol èsser uòmo co- 
stante nel sdo propòsito, ricordèvol de' suoi dovéri, 
fedéle alle lèggi del sdo paese, in sómma costumato 
e buon cittadino. 

te Riìnarrébbe per tanto da desiderarsi che iì 
fanatismo del sècòl polito e scientifico si andasse 
pnr moderando, e che i galantuòmini ardissero 
talvòlta d'esser ignoranti piuttòsto che sconcia- 
mente letterati. 

« In ({uèsta guisa le arti necessarie alla vHa 
umana potrèbbon prodursi sótto più vantaggióso 
ed onorévole aspètto , e rènder ùtili al móndo gran 
parte di colóro che dòpo èssersi applicati svoglia- 
tamente, e con mille distrazióni, allo stùdio, sènza 
succèsso o sènza costanza , divéngon rami pùtridi 
della civil società. Che certamente starébber assai 
mèglio fràlle mani di pertunì l'aratro, la zappa, la 
séga , lo spago , che non i libri mal conosciuti , o 
l'infelice pènna mal maneggiata. 

«t Né finalménte cred' io spregévol raccomanda- 
zióne della discréta ignoranza quél vigóre e. quella 
giocondità, che si (éggon comunemente in .cèrte 



fiflea&naie chiai 
e non pensanti 

<c Menippo Vi 
rive d' Acherói 
•lato, à che gèo 
ricliiése ivi ali 
graziosa e beai 
sènza internàri 
póse, dégl'igD 

« Da quésto ] 
pUci e schiètti 
che io non volli 
sol tròno, né t 
dimostrarvi qu 
o inàie, che ne 
vói ben m' avv< 
né si trova nepj 
tnóso. Ma se n 
ira vói si conos 
l'età gliél con! 
gènte cura a e 
stésso a tacer 
sciòcco parlare 
nòri. » 

Qui ebbe fu 
novità mise a i 
quasi d* ógni ai 

(•) 

(a) Luciano 6 



16S VOVKLLK fCELTE. 

a céi pérve di èssere nelle desoflle eireottàiue 
pedanterìa e semisGiénza, si tacquero, e diédienv 
inche non equivoci ségni di disapprovaiadne. Ma 
il nòstro Gerardo, ch'era di buon ànimo e di 
cuòre sommamente dilicàto, e che non aveva sondilo 
mèi di bitter pAlpebra, né di gvardavsi d' intèrno, 
cominciando allóra a ben conóscere se stésso, ed 
accorgendosi assai che tutti rivolgéano lo sguardo 
sópra di lui , e lo miravano cóme il protòtipo del 
pronunziato discórso, «onvintO) mortifioàlio, ed 
afllitto, piglia per man Lodovico , ed esce veloce- 
mente con lui fuòri di quella sila. 

Lodovico ^ggio ed amato (^segli Gerardo), 
apro gli òcchi e mi conósco pur dna vòlta. Ahi 
che pittura, che ritratto, che specchio vivacissimo 
mi si è presentito ! Ma tròppo tirdi , oh Dio ! tròppo 
tardi. No, no, tétto contènto gli rispòse Lodovico, 
non è tirdi per vói né il pentirsi , né il riméttervi 
a stùdio sèrio ed assiduo. Io vi assisterò quinto 
posso, e la vòstra età di vent' inni vi;réttde itto a 
igiiignere prima dèi trénta ad èssere uòmo di lèt- 
tere e dégno che la societìi vi ami e vi stimi. Vói 
vi siete veduto éntro lo spècchio e In esso rico- 
nosciuto. Ebbène, fite còme uòmo guarito da grive 
mòrbo. Égli si affi&ccia appunto iUo spècchio, e 
nello scòrgervi gH òcchi incaviti , la macilènza , e 
il pallóre, si rattrista sì, ma rallegrasi ancóra d' ès- 
sere sórto di lètto, d'essere fuor di pericolo , e di 
trovirsi fortunatamente incamminito ad dna gua- 
rigióne perfètta. 

Gerirdo a quéste soivi insinuazióni, e coA pdre 
ille carézze dèUa midre , quando rìintrò nella siia 






II. Ih GONtRA 

céM 9 non rispoadéa che gg 
per ito^e indicante pentino 
tenne Vfilti ciò che aveva 
Sta^ò mólto y bène, costar 
diventasse pòi e nelle SGÌén2( 
egrègio e «mmiràto, piire i 
delTabborrito costume di cor 
né mài lasciò di alternar i : 
nórma delle persóne j. dégl 
ghi. 



NOVEl 

IL MAMTEin I 

V - 

OnóiE : quésta fra le ! 
méhili la pia béUa , di i 
q«dle dàUa rdigión • 
«rigere di rispètto, è 
degli uòmini tòlta in 
abóso , còme tuttogvd < 
vergógna e con sòmm 
le piÙL sacrosante. Oi 
maggior parte si oì 
non lo dira , e pòchi i 

se^-ne intènde la fòt 
lem»; ne sonò nòto I 



V 



164 IfOVELUK MELTE. 

dal còmodo, dall' intei'ésse, odàiltra ignominiosa 
patatone o stortamente interpretate o chiestale 
sfrontatamente. Se avesse égli nel cadr d^'aómo 
quél dominio che gli compete, potrebbero rìspar- 
miirsi in gran parte le care de' principi nel ben 
governare i lor pòpoli , e tante savissime léggi di- 
verrebbero imitili ; méntre in qaélle dell' onora* 
tézza vengono tutte le altre contenute. Afa cóme 
affidarsi al sentiménto d' onore in ógni còsa gene- 
ralmente, se si veggono mancar gli uòmini in 
quelle stésse, nelle quali espressamente lo invo- 
carono còme irrefragàbile sicuro ségno di lor vo- 
lontà? Il prométter ad altri sul pròprio onore, e 
mancar pòi còme comunemente dicesi di paròla, 
che altro è se non chiamare in mézzo il più fòrte 
de' giuraménti dòpo i sacri , per èsser con altrui 
maggior danno , e con pròprio maggióre scòrno 
spergiuri ? Se si avesse , còme aver dovrébbesi , 
férmo volére di eseguire quanto in tal manièra 
prométtesi , oh quanto meno frequènti , e quanto 
più rispettate sarebbero quelle fórmole : « dà cava- 
« liére, da galantuòmo, da uòmo d'onore, » e si- 
mili che òggi sono sì familiari , e che da taluno si 
adoperano inavvedutamente, e mólte. vòlte per in- 
terrómpere il fìk) del discórso, e còme suol d/rsi 
per intercalare ! Una proméssa, che facciasi sul 
pròprio onore , deve, legar Fuótho con un vincolo 
così fòrte, che non può spezzarsi per alcuno umén 
motivo giammài ; e perciò prima di legarsi con esso 
ógni uòmo è in obbligo di ben ponderare, se tanto 
meritino la còsa e le circostanze ; ma qaalòi*a siasi 
con esso avvinto, non rtmàn più luògo a riflessióne 



— ^ 



III. IL M. 

alcuna, ma dèe pr< 

qualónqae difficoltà 

dover superióre , e* 

méttere un uóm d'o 

mise , s' intènde d 

sciolto , la quale n< 

ooll' eseguir òpere < 

Bèute con quàl deli 

proméssa attènder 

Prima che Taicc 

nel Giappone, se| 

che da fantaccino i 

lizia, indi alsupréi 

soggiogasse tutta i 

éltre più piccole a< 

divisa fra tanti re 

sième sino al ndmc 

ad lino Taicosàma 

circondò le siie t< 

tòsto tiranno del 

égli la maggior pi 

siia spada, mólto | 

cdni suoi capitani 

tósa di lui, cól 

vittòrie. Fra qu( 

gào , il quale fra 

in mòdo, che il 

egualmente uón 

dal dimostrargli 

più vicino , e a I 

portanti affari d 

per fórse magg 



166 NOVELLE flCILTE. 

oppòae ai foróre di TakotaoM , fa il re dì fidngo, 
ohe eoa fpnm valóre e costàoza rìaaovò più battà- 
glie OOB aa èsito assai felice, exhe potéanoqoasi 
métterlo al sicuro dàlia possanza ddl' avversàrio. 
Yeggéado quésti che non èrano più da rìgaardàrsi 
con indifferènza i progrèssi di q/aéA re, comprése 
al line che il sottométterlo non èra òpera da vol- 
gari capitani; e perciò spedi dna fòrte armata 
cóntro di lui sótto il comando di Xengén, che 
quanto più irdaa e più per 1' imperatóre impor- 
tante vide r imprésa , tanto «i accinse a compirla 
più volentièri. Alla naturile iaclioazióne di aenrfre 
aU' imperatóre si aggiongéa «a ardènte desio di 
conóscere e provarsi neli' irmi col maggióre de' 
Giapponési guerrièri con cui noa si èra non sólo 
afirontàto giammài, ma né pur vedutov Marciò 
dùnque soUécàtamènte. còlle sue truppe, e in brève 
giùnse dóve , pòco di lui temendo, P attendéa il re 
di Bùngo. Giunto a Mute di s)L*próde jpierriéro, 
ai videro schierare i due esèrciti ih beU' ordinàtua ^ 
e in tal positura che ben faoèan diiàro vedére die 
mastri di guèrra' èrano quéi che li regolavano. 

Spiegò il re le sue milizie leóUe spalle rivòlte a 
una fólta sélva , che lo assicurava da ógtd sorprésa 
e che potèa speciahnénte impedire il córso albi ne^ 
mica- cavalleria. Con non minóre èrte ed accorgi* 
mento spiegò^ Xòngùn dall' altra parte le sue* Scor- 
rèano tutte le file idde campióni , animando i prò- 
pri soldati alla pugna con qué' sentiménti e con 
qnèll' eloquènza , che in simih casi non suol man* 
care ài pròdi capitani giammài. Già vicini èrano 
gli ùnt àgli altri , e si vedèan per Tana sventolar 



III. IL XANTENBa IJL 9àU 

le bandière, e ti udiva il rimbómbo 
il nitrito de^ cavalli , e il frèmito de' so 
il ségno dèlia battàglia ; si vide da p 
cib» il giórno da an némbo di spéi 
uscivano d' ambe le parti , che innài 
tMmàroQO più vòlte scagliati cóntro l 
da «ni scoccarono ; finché , venute i 
e vitirittsi gli arcièri, si strinsero gì 
a eÓFpo , e col fèrro attaccarono un. 
gainésaw Si vedèan alto balenare le 
liktde e tèrse, com'erano ancor g 
lavano éi raggi del sóle ripercóst 
fitte vermiglie perdérono il lustr 
rOBO la- ràbbia, scendendo a fèn< 
jAh Inribóndo. Da lungi assai u(? 
cólpi dell' acciaro e il calpestio e 
battènti ^ giacché più non vedèan 
di pólvere , le quali avvolgèano 
esèrciti, che divenuti e per ès 
più cièchi, ostinatamente pros 
glia. Dall' avvicinarsi che óra f 
lontanarsi qué' glòbi polverósi, 
che prevaleva or quésta parte a q 
éra^quèsta respinta; ma èra imp 
gerei cólpi, e specialmente e 
róso- bràccio uscivano de' ce 
mài non discese invàno percóf 
fu ritirato il brando che non f 
«àngue. 

Durò per più óre la orrf 
avesse acquistato vantàggio 1 
ma prèsso a séra si dichiarc 



168 NOVELLE SCELTE. 

di Xongùn, ohe iaseguéndo il aemico fiuiosa-' 
ménte, dispérse le sue milizie, le costrinse a cè- 
dere , ed a salvarsi còlla fiiga. Dissipiti córsero qua 
e là i soldati del re di Bùngo , che poterono uscir 
salvi dàlie mani di Xongiin , o si rifuggirono nel 
vicin bòsco. Lo stésso convenne fare al sovrano me- 
désimo , che grondante di sudóre , di sàngue e di 
làgrime spremute dal dolóre e dall'ira, córse a nas- 
cóndersi nella sélva ^ e per mèglio involarsi all'oc- 
chio dell' inimico, cangiò le sde spòglie regalmente 
adórne in quelle di un suo soldato, che, non bas- 
tandogli la léna a fuggire , èra restato mòrto fra 
gli stèrpi e i brónchi dèlia forèsta. Quantunque 
rótte e cièche fossero le vie del bòsco , il vincitóre 
Xongdn , che avrebbe voliito alméno bàtterà col 
fuggiasco re, ne seguì l' òrme, ^ e inoltróssi nel la- 
berinto dèlia sélva, in cui raggirandosi sènza guida, 
smarrì non sólo le tràcce del re, ma ancóra quelle de' 
próprj soldati, sènza poter mài ritrovare, per quanto 
s'avvolgesse fra gli orróri dèlie piànte accresciuti 
dàlia vicina nòtte , la via per ricondursi nell' apèrto 
piano , ne alcuno che glièl' additasse. Vedendo tor- 
nar inutile ógni siio tentativo , più tòsto che pòrsi 
a rischio o d' incórrere in qualche pericolo nell' 
ómbra mal nòta, o d'incappare ancor nelle mani 
de' vinti più espèrti del loco, si determinò a pas- 
sarvi in silènzio la nòtte. 

Un' àmpia e tètra spelónca, che a piedi d'un'às« 
pra balza si apriva e insinua vasi nelle viscere dèlia 
montagna^ gli parve che gli potesse apprestare 
l'asilo. Avrebbe élla al sólo aspètto potuto atterrir 
chiunque non fòsse stato Xongiin j méntre non ispi- 



III. IL MANTENER LA 

riva che orróre culle fumóse pare 
malincònica , e col profóndo sii 
interrótto che dagli ululati di fi 
serpènti. Un ammasso di néri tiil 
il paviménto ed ineguale V ingr 
brónchi e dagli spini non èra consc 
d'insanguinarsi. I macigni pendè i 
nacciàvano pòi di far pentire chi 
ardito d' entrarvi ; e più lo minacc 
di fière, che si scorgéano sul sue 
raggiosamènte Xongùn armato dèi 
più ancóra del suo valóre ; e già si < 
giàrvisi cóme mèglio potèa, allò 
moribóndo chiarói^e che scarsamèn 
dovasi a diradar quelle tenebre , si 
èra in un covile di* fière , che col : 
nòtte si apprestavano a uscirne e a 
forèsta. Sórse immantinènte a visti 
nel vedérsi minacciósa venir incónti 
fièra , velóce rimontò il suo destrière 
spei'àndo sottraisi còlla fdga in un 
tralciàto, tòlse a difèndersi còlla ; 
primo cólpo nel duro cuójo dèlia ùi 
Impennò per estrèma difésa l' agii i 
rizzóssi ancor quella, e cacciógli le 
nel petto. D'alte grida empia la s< 
veggèndosi ormài ^ntìvo d*ógni difésa, 
bèlva, al prónto cavallo .squarciato 
traboccando il traéa ; quando accórs 
a' sóói gridi un uòmo armato , soste 
braccio la sua caduta, e investì coli' i 
II. 



170 NOYELLB SCELTI. 

in mòdo che , immèrsole il fèrro nel bisso vèntre , 
V uccise. 

Terminilo il conflitto, abbracciò fra l'ombre 
già divenute più spésse Xongi&n li suo liberatóre , 
e con vóci di gratitudine le più vive si fece a rìn- 
ghizfàrlo non sólo^ ma a firgli ancóra le pia -am- 
pie offèrte di ricompènsa. Dal mòdo di parlare 
comprèse F altro eh' èsser non dovèa qBègli nn 
uòmo di bassa sfera ; e però si fece ad interrogarlo 
chi fòsse, ma udì appéna il nóme di Xongi&n, che 
ritrasse il pie con orrórei E va , gli disse , che tu 
sèi salvo per chi manco il dovresti. Sèi fórse uno 
de' seguaci del pròde re di Biingo , riprèse il gene- 
rile, e mio nemico ? Non ti pentir perciò del gene- 
róso dóno che dèlia vita m'hii fitto ; mèntM posso 
abbastinza del tiio valóre e d^la tua pietà rieom- 
pensirti , restituendo a te la vita medésima , che 
avresti altriménti perduto , avendo determinito il 
fièro Taicosama di uccidere quinti de' suoi nemici 
gli fósser venuti ille mini, se avesse secondato 
le armi sue la vittòria. E bène „ ripigliò l' éltro , 
accètto l'offèrta, ma cóme firmi da te riconóscere, 
se avrò anch'io la dìsgricia d' incappir nelle mini 
de' suoi solditi , e quii pégno mi dóni di tua pro- 
méssa ? Invino tentò Xongiin di condurlo séco a 
salvaménto, ma vedendo ch'era quégli risoluto a 
cercir ancor la salvézza nella figa : Ècco, disse, 
quest'anello sia il ségno, a ciii ti potrò riconóscere, 
e la mia paróla sia il pégno che ti lisdo di mia prò- 1 
méssa, méntre sópra il mio onore ti giuro clie o I 
non perderii, o perderemo insième la vita. Accettò i 



III. I 

quégli l'uno 6 1 
le tenebre laf8ci( 
che vegliando i 
lùee Fàstro doi 
fiscirè da quégl 
eténto tornato \ 
troppe, e fece 
per aver nelle 
tivi. Mólti di q 
stésso re^ che se 
tèmpo cóntro h 
numero maggia 
e avendo rótta i 
e a rimaner prij 
fa la più cara a 
branda il suo va 
non potè conse 
pérbo ; ma stri: 
ammiratóre di 
dótto àgli accs 
lészadi Xongi! 
che mandato 1 
ria e della pré : 
cnstodisse con i 
al sapplizio , a i 
giacere. Stava i 
comando, che 
recargli akùr 
Fosità non pii 
cdibevéaeFi I 
bérla in ségni < 
^àn ; ma nell i 



172 NOVELLE SCELTE. 

I 

in fóndo àUa tazza nn anello, e il riconóbbe per suo« 
e per quello stésso, che al siio liberatór nella sélva 
donato avéa. Qnàl fòsse il suo stupóre, e quàl fólla 
di pensièri gli si presentasse ad agitarlo, chi può 
ridirlo ? Comprése che lo stésso re gli avéa salvato 
la vita , che col lasciar accortamente cader nella 
tazza Panèllo, chiedeva ad esso che gli sah*asse 
la stia. La sua glórja egualmente pericolante , se 
avesse o no mantenuta la stia proméssa , la fedeltà 
al suo sovrano , la crudeltà di questo , la difficoltà 
dell' impila , fdrono tdtte riflessióni che gli sve- 
gliarono in séno una turba di affètti , fra' quali 
distratto r ànimo non sapéa quàl partito fòsse da 
prescégliersi nel diiro caso. Gli suggerì finalménte 
onore Punico mézzo per compiere a tutti i suoi do- 
véri ad un tèmpo, ed ècco quàl fu. Si recò égli alla 
presènza di Taicosàma , bhe in vedérlo scordóssi 
per la prima ed ùnica vòlta d' èssere Taicosàma , e 
discése con atto che non fu prima più veddto , uè 
pòscia replicato giammài, ad abbracciarlo. Si pro- 
stése il generale a' suoi piedi ; e dòpo avergli tribu- 
tato quégli atti di adorazióne, che quasi altro nume 
il tiranno esigéa, così gli disse : Sire, se io ho 
l'onore e il piacére di rivedérvi e di adorarvi , il 
déggio prima al vòstro nóme, alla vòstra grazia, che 
seppe darmi tanto coràggio d'abbàttere i vòstri 
nemici , e di salvarmi dalle lor mani ; ma il déggio 
in secóndo luògo a un vòstro nemico medésimo, che 
mi salvò la vita, dóve nulla sarebbe valso il Valóre 
i4ii**^'' *~ ' più intrèpido. Indi si fece a narrargli l'avvéniménto 

dèlia sélva , e la sua proméssa, e a chièdere il per- 
mésso di potérla adémpiere. Seppe tanto bène pet- 



III. IL M. 

orac la causa, séni 
illiberatóre, che pi 
Taicosàma che avr< 
servólla. Salvatemi 
di Bdngo ; égli è 
Xougdn. All'udire 
Taicosàma il natur: 
cielo e calpeslàodo 
e compréso da rall 
gionàiido per fino • 
cdi fedeltà avéa tes 
condaDiiò insième 
non desistesse dal 
pùnto Xohgun, ir 
le militari inségne,, 
e domandò in gre 
tiranno nn cradél 
città, e là condoli I 
pòpolo, che non 
di compassióne éc 
strascinassero en' i 
mani del manigó ; 
abbracciare Xon i 
tèsta, masospés 
riabbracciandole 
rato piànto : No 
onore che tu so : 
spetUtóre sicùr 
Io ti giurai o d : 
disavventura ni 
voglio che tu ' i 
nérti r altra ps 



174 lfOT£LLB SCELTE. 

offerì gmeronmónte il cèllo al xaméfice , che ri* 
trasse il passo e alzò il bràcoio per iscarìcire L* ìn^ 
£Une fèrro a recidergli la tèsta onorita. Con mólto 
intrèpido ed accigliato èra stato fin' allóra a ri- 
gaardàr il tiranno il tràgico «vTeniménto ; raa 
giùnto all'estrómo punto, fórse mòsso dal pròprio 
interèsse , giacché non so crédere che avesse adito 
in quél cuor di fiera la pietà, ritenne il cólpo col suo 
comando, e si contentò di cohdannàFe ambedue ad 
una perpètua prigionia ; finché nàta lina solleva^ 
tàéiae nel mal férmo siio régno, che a pòco a pòco 
ingrossando tninacciàvalo di levargli l'impèro, 
(Èkhe ricórso alla nòta fedeltà di Xongén, che 
con novèlle vittòrie essendosi segnalato, impetrò h 
gràsia all' infeUce <ve , che gli fu compagno nelle 
battàglie , e che fu sollevato ancóra da Taicosama 
se non al tròno, che gli èra dovuto, alméno ai più 
snbMmi gradi dell'impèro. 
* Se ognuno con ugual impégno si ponesse ad 
ifttitare Xongùn, quanto più felici sarcherò gli 
uòmini , e quanto più lièta si vedrebbe nel móndo 
trionfare la fedeltà , che non ha oggimài ricóvero 
che- in pòchi cuòri. Un s\ sublime esèmpio fàccia 
alméno che lo abbia sèmpre ne' vóstrL 



*^^' 



IT. l' ABDICAZIONE. 175 



NOVELLA IV. 



l'adulazione. 



Uh pioraól sorcio coiténdo ed ansante di p^iin 
dioéva un giórno a stia médre : Che animaUccio 
strepitóso e terribile ho tilcontrito ! Udii ckiamàrsi 
gallo. Sono ancóra sbigottito dillo spavènto ; né 
fórse sarei giiìnto a vói , se non mi avesse animato 
la presènza d'un iltra bestiuóla assAi dólce ^e man- 
suèta. Dàlia sua guardatura e da' suoi mòti conóbbi 
quésta èsser grande amico dèlia nòstra spècie ; pa-- 
inéva ad ógni momèato cbe volesse accareuàrmì ; 
égli ha nóme gatto. 

O figlio, figlio mio, gli disse l'amorósa espèrta 
madre ; da qoéa^ , e non dall' altro fiiggi sèm-> 
pre, e ti guarda. Cosk vói pure, gióvani miei di-* 
lettissimi, non abbiate timóre dell' alle e franche 
vóci, che alciUia vòlta udirete, dèlie rispóste acèrbe 
che vi verranno fatte, e dèlia libera e schiètta disap- 
provazióne , còlla quale vi sentirete per awenti|bra 
rimprovìeràre ; ma dàlie dimèsse e plàcide paróle» 
dall' acconsentire dolcemente ad ógni vòstra prò* 
pósta, dal prevenire o accompagnare con àmpie 
lòdi ógni vòstra menoma azióne goardàtevì , e dif-^ 
fidatene con incessànte timóre , poiché non la ri- 
gidézza, non l'invidia, non la malignità, non la 
càbala, ma l'adulazióne èssa solamente può cagio- 



176 NOVELLE SCELTE. 

nirvi i dàiìiii maggióri, e strascÌDàrvì a inevità- 
bile precipizio. Cóntro quésta velenósa péste , che 
fórme sì vàrie véstesi e s' introduce , è raalagévol 
còsa l' accennare un sicuro rimedio , poiché mala- 
gévole è tròppo di ben discérner colóro, che la re- 
cano séco e la difiÓndono ; e persino il silenzio è 
spésse vòlte fatale ; cosicché ci troviàm non di ràdo 
traditi e naufraghi in mézzo ad nn' apparènte calma 
ingannatrice. Cóme si paVla di me, e del mio go- 
vèrno ? diceva a Confucio Timperatór détla China? 
Ogndn tace, rispónde il filòsofo. Tdtti si stanno in 
cdpo profóndo silènzio. Ed é quésto appunto ciò 
chMo desidero , rispónde V imperatóre. Ma quésto 
appunto, ripiglia il filòsofo allóra, é quello che più 
paventare dovreste. L* inférmo lusingato é abban- 
donato : così, s' accòsta égli al siìo fine. Bisógna 
al monarca palesare i difètti dell'animo sdo, còme 
le malattie del suo còrpo. Sènza lina tale libertà, 
lo stato e il principe sono perduti. Or, soggiungo 
io, se sì funèsto é il silènzio, che mài saranno le 
paróle, i consigli, e la plàcida condescéndénza 
degli scaltriti adulatòri ? £ siccóme ógni uòmo 
riconósce altr- uòmo o légge alméno che gli sta 
sópra , ed ógni uòmo ancóra vede alcun' altro à idi 
sottopósto ; così pàrmi che sia necessaria còsa 
V imparar bène ad' ubbidire e a comandare del 
) pari. Il sovrano nel suo régno , il padre di fami- 

glia nella sua casa, l'artigiano nella sua bottéga, 
possono possedére qualiinque sciènza e qdaldnque 
^^^^1 arte : se manca lóro qu^ia del buon regolaménto 

"^■^ e dell' opportuno comando, andranno tutti egual- 

ménte ravvòlti in fatale disòrdine, ed in dna lut- 



IV. 

Inósa ruina. Udite ci 
ed impiccolendo gli 
vói stéssi, applicate 
le misere conseguén 
L' uòmo adulato è 
latóre è sèmpre uno 
par . tròppo ve n' ha 
che circonda i regna 
ancóra d'ogni gràdc 
e di liicro. muòve le 
«rilega profanazióne 
mancanaa sóla , che o 
macchiato, bastano 
strada , benché aocoo 
dòti eccellenti y che i 
vole méta. Ohe vàlsei 
la bellézza, lo spirito 
fiovr'ùna delle più 
dacché égli non sape 
prevenirne o riparai 
accòrgersi finalmént< 
gli affatto stranièra < 
vano i sùdditi suoi, 
guivano , non sótto i 
di per se non sapeva 
ma sótto la dispòtici 
rapaci ed àvidi tene' 
la verità , e con vóci 
vana lui a lui stésso < 
nere di sciènze od 
d' amabilissime dot 
èra salito al domini) 



176 • HOVSLLB SCKLTE. 

inespérU , avendo^ mòrte . immaldra tòlte il ge- 
lììliòr* y ohe per un erròr qnisi eomiuie ad ógni 
padre di iuniglia » l'aveva fitto instmiré in mólte 
e mólte arti e sciènze , ma non mài in qoéUa rìle* 
Tantissima del governare: E chi potrallo presente- 
mente illaminàre e corrèggere a frónte di chi con 
tanta .assiduità lo addormenta e ì» aceiéca , e a 
frónte ancóra degli evidènti prègi di bellèzta e di 
spinto , che l' adornano e eh' égli non può ignorar 
di possedére ? If on ha maggióri ; non rìoonóeoe 
egnàli; e fràgU inferióri si stanno quéi che lo adà- 
lano per interèsse, o che per tinùkc si tacciono. 
Por v<^ilcièlo trarre dall'imminènte dinno e 
quésto )H*iacipe e i pópdi a lui soggètti ; e-sascìtò 
nell'animo d'iltro principe silo confinante -com* 
passióne di tàìe sciagura, e ardènti brame di dissi- 
pèrla. Quésti, che diiamerèmo Odoèrdo, sàggio, 
▼irtuóso , ed espèrto, èra stàtointimo amico sèmpre 
al pkhw del nòstro giovanetto deluso principe, <te 
chiameremo Anrdiàno* 

Dàlia sua córte Odoàrdo si parte, e lènaca pento 
trattenérsi per via si reca alla città , dóve Aureliano 
ha dominio , e dóve Aureliano lo accòglie con tutte 
le dìmostracióni di stima, di ghibbilo e di teneréssa. 
Dòpo passati què' primi giórni in fèste ed in con* 
viti ,> quali cenvenivansi ad òspite cotanto illòstre » 
lasciò apparire Odoàrdo sul vòlto quàkbe indisio 
di maninconla e d' intèrna agitazióne. Aureliteo , 
benché gióvane, ed appunto perla disparità degli 
anni fra lui e Odoàrdo non pienamente franco ad 
interrogar l'altro quài fòsse la cagióm del sdo tur- 
baménto , pur animato dall' amidxia e dall'affètta 



Interrogótto , e 
tròppo inoltravi 
lesta , egrègio p 
amara una vita, 
possanza ^ e i d^ 
( che belUssimo e 
rispóse con un i i 
aSanna quello a; i 
confòrto. ]Kói pri 
tanto dèi dóni di 
chézze, ma cóme I 
siamo costrótti ali 
rènderne partécii i 
Figurati, amico « 
è égli mài ? Non a 
e&sa, col carico di 
gli, che lo spògli; 
péso si appoggia 
égli eh' èsser débbi 
venustà delFaspét 
alcuno che tu no 
nosco anch' lo, e ! 
méito, qué' prègi 
qualche amóre. Al 
Socrate dava a qi 
guardandosi s' acc< 
bruttézza lóro ? CI 
deformità co' virtù 
<die bèlli, la lor 
co'vizj. Ebbène d 
stiam quièti e tra 
che rimproverarci 



180 NOVELLE SCELTE. 

e tanta la nòstra possanza e ricchézza ^ che dir ci 
dobbiamo felici. Felici ! proruptie Odoàrdo. Oh ! 
paróla agévole a pronunziarsi , ma tròppo malagé- 
vole a rèndersi verificata. Crèso, re di Lidia, fu il 
più ricco uòm sulla tèrra. Chiedendo un giórno a 
Solòne, s'egli non fòsse anche il più felice degli 
uòmini : Sire , rispóse il filòsofo , vói mi sembrate 
estremamente opulénto j vói avete un vastissimo 
régno ; ma io non farò rispósta alla vòstra domanda, 
se non quando sarete mòrto felice. In fatti , caro 
Aureliano, che vàglion per nói i bèni di quésta vita, 
se nói con èssi non rendiamo quièti , contènti ed 
agiati colóro che da nói dipèndono , e che in nói 
sóli ripóngono tutte le lóro speranze? Saremo in 
altra guisa abborriti, esecrati, insidiati, e spésso 
ancóra vittime dèlia nòstra trascuratezza. £ ciò che 
più d' ogn' altra còsa m'affligge sì è il pensièro di 
vivere incèrti sèmpre su i nòstri costumi e sui 
mòdo nòstro di governare , e che sì di ràdo svelisi 
a nói queir importante véro.... Aureliano bramóso 
di troncar pure quésto manincónico ragionaménto 
e di cangiarlo in un giocóndo e soave : ]£ cóme vo- 
lete che ci rèsti celato il véro in mézzo a tanti sàvj, 
e tanti ministri e al pòpolo stésso , che certamente 
né tace, uè pària ambiguo? Eh ! consoliamoci , e 
godiamo con pace dello stato avventuróso , in cui 
locati ne ha il cielo. Sì, godiamone pure, rìpigliò 
Odoàrdo , ma non ne godiàm ciecamente. La vóce 
più schietta e sicura quella è del pòpolo ; non v' ha 
dùbbio. Ma quando il pòpolo pària , e che la sua 
vóce perviene sino al sovrano , la mina è immi- 
nènte , ed è spésse vòlte inevitàbile. Quésta vóce , 






l' 



prima die a nói pé 
gere , dèe commóver 
tròppi clamóri. Mé| 
rità' nella calma , d 
d'ogni tomiilto délli 
siónì. Negli antichi 
de' grandi alcuni sàgg 
zerélli, ò buffóni; e 
concèsso proferire di 
Costóro finalménte dii 
già dappertutto soppr 
grandi è stata quésta ^ 
Qné' pazzerèlli fdrono 
stati soffèrti nelle famigl 
piacènza risenti mài de 
fòrza è quella che rènde 
altro grande. Filippo set 
binètto scrivendo. Un p 
chiama ; nessun rispónde 
smascellasi dàlie risa. Et 
re. Io rido, rèplica Fai 
stima, e del terróre, che 
e del disprègio eh' élla avi 
sàste d' ^ser fòrte in armi 
non vi' sérvisser mèglio d 
pàrmi , se non m' inganno, 
picciolo caso provino assai , 
e temere non debbano èssei 
si cui aspiiri.il cuor d'un u( 
mediocre. 

Simili ragionaménti^ eh' è 
reUàno afiatto nuòvi , perd 

II. 



-i 



182 NOVELLE flCELTB. 

che OdoArdOy benché di molt' inni e di mólto 
sénno, diffidava pur di se stésso, e non èra pago, 
né tranquillo della sda condizióne, svegliarono 
neiP ànimo d'Anreliéno sospètto, inquietézza, e 
diffidènza al fine improvvisa e salatare. Ma qoAnto 
oprivasi destramente da Odoardo saldammo del 
giovine amico, altrettanto, e con eguale destrézza 
struggevano e dileguavano in esso il maltalènto e 
la pèrfida adidazióne dèi cortigiani, die còlle vóci 
plàcide e lusinghière, coi sóHti atteggiaménti 
d'approvazióne, col prónto e vile consènso ad ógni 
voler del sovrano, e con manifestare dispétto e 
sdégno che un uóm rigido e scrupolóso venuto 
fòsse a turbarne la giocondità ed i piacéri , rigua- 
dagnavano la fidùcia del principe e mantenévansi 
nel possésso di dominarlo superiormente. Quindi 
Odoàrdo avvedutosi che liingo tròppo sarta stato 
per Idi il contrasto f ralla brama d^Uuminàre Au- 
reliano, e il bisógno di vincere e dissipare gli adu- 
latóri che V assediavano ; né volendo égli per far 
bène all'amico far grave danno a se stésso coH' in- 
dugiare il ritorno ài stidditi suoi, dbe veracemente 
l'amavano e il desideravano, venne in delibera- 
zióne di tentare un mézzo dtile fórse e brevissimo, 
con cui pórre sótto gli òcchi del pHneipe la mi* 
sera sórte di un grande adulato, e la strada dnica 
e quasi cèrta , per coi giùngere àUo scopriménto 
del véro. 

Era Aureliano dèdito ad ógni gènere d' esercizj, 
e alla coltura d'ogni bell'arte. Ma négU esercizj e 
ndl' arti aveva quelle déboli cogniziàtti , che so- 
gliono rinvenirsi in <:»lóro, i qasài sol che pronùn- 



IV. l'adulazione. 183 

Zino 1U1 mòtto di decisióne, trovano mille Tigliàc- 
chi che esclamano : Dice ottimamente ; che discer- 
niménto sottile ! che acume ! che rara penetra- 
zióne! Così quésto meschino credévasi già inol- 
trato ne' più sacri recèssi di Pàllade e di Minèrva, 
quando appéna aveva mésso il piede sulle sòglie 
de' lóro augusti témpj. Égli cinguettava alcune lin- 
gue stranière, e i cortigiani l'avevano persuaso che 
interamente le possedeva. Sulla pittura, scultura, 
architettura dioéa i più madornali spropòsiti ; ep- 
pdr non mancavano gli àvidi artéfici di proclamarlo 
lor Mecenate e lor giùdice. Nella schérma èra va- 
lènte , al dire del maèstro e di qué' codardi ingan- 
natóri, che lasciàvansi h&tter da lui per inehbriàrio 
di una fàcile e vergognósa vittòria. Leggiadro èra 
nel bàlio, poiché tale il decantàvan le fémmine si- 
mulatrici e bugiarde , o tutti qu^èlli venduti cir- 
costanti, che cdl' ammirazióne sul vòlto e còllo 
schérno nel cuore lo contemplavano. Maneggiatòr 
di cavalli , li reggeva égli o dal còcchio o sulla sèlla, 
con mano, dicèano, dólce e gaghàrda nel tèmpo 
stèsso , e rìscotèvane altissimi applàusi dàlie gènti 
scélte e appostate per applaudirlo. Profumato Au- 
reliano, anzi ravvòlto e offuscato fra tanto incènso, 
cóme mài avrebbe potuto scòrgere il chiaróre di 
verità ? Odoàrdo sólo riuscii nella difficile imprèsa. 
Dòpo èssere stato spettatóre più vòlte di mólte fal- 
laci pròve di valóre, e di sapere che date aveva Au- 
reliano, e conosciuta in tutte l'impossibilità di 
sgannarlo còlle paróle, si attenne all'esperiènza 
ed al fatto. 
yéggOy gli disse un giórno Odoàrdo, quali siéno 



184 MOVElitB SCELTE. 

le tàe occapuiòni 9 é sènza pùnto entrire a i^adi- 
càre del frutto che ne tràggi, noti cesserò mài di 
ripèterti che ti guardi dille lodi e dii lodatóri. No, 
non esamino la tiia perizia nelle stranière lingue , 
la tiia agilità nella schérma, nel bàlio ; se staóni o 
no nègU struménti che si suónan da te ; ti dirò 
soltanto che serbati nói siamo al crddo destino 
d'essere quasi sèmpre adulati e traditi, e che fórse 
in lina sóla occasione sperar possiamo che l'adula- 
zióne rèsti esclùsa. E quàl' è dùnque ? chièsegli an- 
siosamente Aureliano* Te l' accennerò pòi a suo 
tèmpo 9 rispóse Odoàrdo. Intanto se non t'è dis- 
caro, giacdiè sèi tanto inclinato a maneggiare ca- 
malli , e che ti decantano per sì valènte , permétti 
che uno te n' ófira io in dóno , il quale mèco recai 
appunto per presentartelo. Esso non è indégno di 
te , e crèdo che pòssa sovr' esso un cavalière far di 
bravura e d'arte pompòsa móstra. Aureliano tétto 
esultante accettò ; e Odoàrdo léce condùr tòsto il 
cavallo nel gran cortile, a cui scési ambidùe i prin* 
cipi col s^[uito numeróso di nòbili personàggi, si 
diedero ad osservar il destriero, fra quinti vidersi 
mài il più àgile e il più ben formato. Impaziènte 
Aureliano vuole salirvi sópra ; e giacché compiu- 
tamente èra la béstia apparecchiata e guernita, só- 
pra vi sàie ad un tritto, e già la muòve al pisso, e 
s' accinge ad usirne nelle consuète operazióni. Ma 
il gióvane meschinéUo, in quésto ancóra ingannato 
sino a quél pùnto , e avvézzo a cavalcare soltanto 
cavalli noa semplicemente placidi e quièti, ma 
mortificati e tenuti a bèlla pósta ad uso di mano 
inespèrta, gli pire d'essere sópra indòinita e 




<i'g[iódi èssere a 



18& NOVELLE SCELTE. ; ' 

vhEÌóso, ma> bensì sólo diUtàt<v eà ardènte. Fa' che 
lo règga maèstra mano, e vedrai qaintornìàEikieLo* 
e pieghévole égli obbedisca. Tutti costórq|'..^|i2b ^l 

l.*^ circondano y ti possono addormentar còlle* Iòdi, c^. 

^'^^ assordarti còl réplicati evviva nelle azióni più Tri- 
vole, e nelle biasimévoli ancóra, ma il cavàHa/K^ti. 
mi^.adtdò cavalière ; e se mal govem&to ^li^svu . 
s' infiamma , s' irrita , balza di sèlla quaMnqner so- 
vràiifb, e ndlla gH prème che sia mortài la caduta. 
Tn finóra salisti sópra cavali) ^ cK' éran piti^òstó 
agnèlli ,. o giuménti ; sópra cavalli, eh' èranó:]^c^ 
parati a soi&if k t(ia\niÉtto e il tiio si^egdiàto 
govèrno; e.|)erò ti Credesti valoróso, reg^ndo 
màcchine inaiiìmàti e servili* Or apri ^',ò(^' 
chi e cpntéinpIa-ciÒ che t'^vViène. Won'è-il^po^*- 
* polo neghittósoi tile ed oppréssoh quello \c)s!# d^* 
móstra la sapiènza del principe nel govérifidò^V 
ma il pópol ricco, %Moe> felice, che ;qg^raje 
rènde famóso e beato il principe reggitój%**É«iK ' 
pòpolo di iti n^t/irs. esi|pL e vuole che' h'YnàniD 
del principe a lui si pieghi e si adatti di ;ifeinpp: 
in tèmpo, né pretènda égli elle alla s^a^màno 
il pòpolo sèmpre e. ciecamente si sottoipètta. 
Scusa il mio ardire; ma tu fórse da qi)è^l}f4nno^ * 
cónte cavallo apprèso avrai quella màssima^ che. 
non mài dagli uòmini di tua córte ti saria^^stàta ^ 
francamente fatta palése. Vedi già se l'àduTaeiOncw* 
non cèssa d'insidiarti. Gastigàr vogliono ed 'S^ttei- * 
ràr il cavallo, anziché a te rivòlti con parlar ltt>ero 
• e apèrto manifestarti che male il guidasti , ed in- 

. • segnarti córne altra vóli* adopràre tu debba r-lVes-; 
siinò ard\ di pronunziare parók\ GuardRr^llsì 



l' AOULi 



scambievolmente i cortigit 
utente si leggessero in fi 
Mi 4aginni comméssi. A 
via{2,j^ommòsso, gettasi 
do, ^così stringendolo al 
ga}>iiiétto, dóve tenute ft 
lui^pbe conferènze gravis: 
quéste lo schiariménto inté 
perpètuo d^ógni adulatór 
vécclfi sapiènti e sincèri ; 
nuovo, sàggio e soave di e 
quàli^ non cessavano di' ben 
i^^ggèva , e l'altro egrègio ]i 
fflei^t^lo aveva illuminato 
VéH^ Odoàrdo , e fu dolore 
dhstabeo. Se con te non rèste 
Ud<|&ridb, tièn sèmpre coi 
am^cAiévoli consigli. Diffida 
Wnffi^àr mài d^le riprensi<! 
Kro^'cfi^ te le prominsuino 
loénje. Non far, deh ! non 
etto fllnciùllo, che con ing< 
vérde immaturo, e sgrida 
màdff ) che glielo tòglie. E 



>. 



« 



«• 



I* 



• /. riNB SKLLA SECONDA I 






INDICE 

DELLA PARTE SECONDA 



NOVELLE CORONATE DALLA SOCIETÀ 
PATRIOTIGA DI MILANO. 



NOVELLB QUATTRO DI A. PAREA. 

I. Il |ȣdre di Famiglia Pag, i 

H. I Fratèlli amici x4 

in. Lo Zio ed a Nipóte ai 

IT. Il grito Amico 3? 

NOVELLE SEI DI L. BRAMIEBI. 

V. liXmÓT fraterno *.«.». 43 

VI. Il buon DUtoIo 47 

VII. La Beneficénxa dilicàta 53 

Vni. n DoTére e la Felicità .\ 67 

IX.^ La Ricompènsa • 6(S 

X« La Vittòria più difficile *jS 

NOVELLE AGGIUNTE. 

I. Le J)ómie di Winsbérg 8f 

n. Ibraim 84 



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