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Digitized by the Internet Archive 

in 2009 with funding from 

University of Toronto 



http://www.archive.org/details/nsarchiviostoric30soci 



A 

ARCHIVIO 

STORICO SICILIANO 



PUBBLICAZIONE PEEIODICA 



DELLA 

SOCIETÀ SICILIANA PER LA STORIA PATRIA 



NUOVA SERIE, ANNO XXX. 



PALERMO 

SCUOLA TIP. " BOCCONE DEL POVERO „ 
1905 



612037 

t.7. s-v 



ELENCO 

DEGLI 

UFFICIALI E SOCII DELLA SOCIETÀ 

PER L'ANNO 1905 



SUA MAESTÀ MARGHERITA DI SAVOJA REGINA MADRE 



UFFICIALI 



PRESIDENTE 

Prof. Cav. Gr. Uff. Avv. ANDREA GUARNERI 

Settatore del Regno. 



VICEPRESIDENTI 

DoTT. CoMM. Giuseppe Pitrè 
Membro della Commissione Araldica Siciliana. 

DoTT. CoMM. Raffaele Starrabba 

Barone di Ralbìato 

Sopraintendente Direttore dalV Archivio di Stato 

Vice- Presidente della Commissione Araldica Siciliana. 



SEGRETARIO GENERALE 

DoTT. Cav. Giuseppe Lodi 
Primo Archivista di Stato. 



IV ELENCO DEI SOCI 



VICE - SEGEETARII 

Aw. Cav. Giuseppe Falcone. 
Membro della Cammissione Araldica Siciliana. 

Aw. Cav. Uff. Cablo Crispo-Moncada. 

DIEETTORI DELLE CLASSI 

Prof. Giuseppe Paoluoci. 
(1' Classe). 

Prof. Cav. Giuseppe Cosentino 

Archivista di Stato 
(2" Classe). 

Prof. Comm. Antonino Salina» 

Socio corrispondente dell'Istituto di Francia, 
Delegato presso Vlstituto Storico Italiano, 
Membro della Consulta Araldica e della Commissione Araldica 

Siciliana, 
(3' Classe). 

CONSIGLIERI 

Prof. Cav. Salvatore Romano. 

Prof. Cav. Alfonso Sansone. 

DoTT. Cav. Socrate Chiaramonte. 

DoTT. Prof. Cav. Salvatore Salomone-marino. 

Comm. Francesco Varvaro Pojero. 

DoTT. Cav. Uff. Giuseppe Tra vali. 

TESORIERE 
Cav. Pietro Spadaro. 

BIBLIOTECARIO 

DoTT. Giuseppe La Mantia 
Ai»i$tente nelV Archivio di Stato. 



ELENCO DEI SOCI 



CORPI MORALI CHE HANNO PRESO DELLE AZIONI 

Ministero dell'Istruzione Pubblica per 400 azioni. 
Ministero d'Agricoltura, Industria e Commercio per 5 azioni. 
Provincia di Palermo per 20 azioni. 
Provincia di Catania per 20 azioni. 
Provincia di Caltanissetta per 10 azioni. 
Municipio di Messina per 10 azioni. 
Municipio di Acireale per 4 azioni. 
Municipio di Castrogio vanni per 4 azioni. 
Municipio di Marsala per 4 azioni. 
Municipio di Monte S. Giuliano per 4 azioni. 
Municipio di Nicosia per 4 azioni. 
Municipio di Noto per 4 azioni. 
Municipio di Parco per 4 azioni. 
Municipio di Siracusa per 4 azioni. 
Municipio di Termini-Imerese per 4 azioni. 
Municipio di Alcamo per 2 azioni. 
Municipio di Salaparuta per 1 azione. 
Biblioteca Pardelliana di Trapani per 4 azioni. 
Biblioteca Comunale di Vicenza per 4 azioni. 
Biblioteca Nazionale di Napoli per 4 azioni. 
Biblioteca Nazionale Braidense di Milano per 4 azioni. 
Biblioteca Comunale di Caltanissetta per 4 azioni. 
Biblioteca Universitaria di Messina per 4 azioni. 
Biblioteca Nazionale di S. Marco in Venezia per 2 azioni. 
Biblioteca Comunale di Verona per 2 azioni. 
Circolo del Gabinetto di lettura in Messina per 4 azioni. 
Circolo Artistico di Palermo per 4 azioni. 
Compagnia dei Bianclii in Palermo per 2 azioni. 
Circolo Bellini in Palermo per 4 azioni. 
Nuovo Casino di Palermo per 4 azioni. 
Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti della 
Sicilia per 4 azioni. 



TI ELENCO DEI SOCI 



CORPI MORALI ASSOCIATI ALLE PUBBLICAZIONI 
DELLA SOCIETÀ 

MinLstero dell'Int€rno per 1 copia di ciascuna pubblicazione. 
Ministero della Guerra idem idem 

Camera dei Deputati idem idem 

Biblioteca Palatina di Parma idem idem 

Archivio di Stato in Palermo idem idem 

Ai*chivio di Stato in Firenze per 1 copia del periodico. 
Archivio di Stato in Napoli idem idem 

Archivio di Stato in Cagliari idem idem 

Archivio di Stato in Venezia idem idem 

Biblioteca Labronica di Livorno idem idem 

Biblioteca Comunale di Castelvetrano idem idem 



ELENCO DEI SOCI VU 



PRIMA CLASSE 



DIRETTOEE. 

Paolucci Prof. Giuseppe 
predetto. 

SEGRETARIO 
Garufi Dott. Prof. Carlo Alberto. 

SOCI 

Abbadessa Prof. Giuseppe — Palermo. 

Accardi Cav. Uft*. Gioacchino — Palermo. 

Agnello Prof. Cav. Angelo — Palermo. 

Alagona Gaetano — Palermo. 

Albanese Cav. Carlo — Palermo. 

Arenaprimo Cav. Giuseppe, Barone di Montechiaro, Mem- 
bro della Cimimìssione Araldica Siciliaiia — Messina. 

Arezzo Nob. dei Marchesi Pietro — Palermo. 

Armò Avv. Cav. Gr. Cord. Giacomo , Primo Presidente di 
Corte di Cassazione a riposo, Seìuitare del Regno — Palermo. 

Atanasio Barone Francesco Paolo — Palermo. 

Avarna Cav. Nicolò, Duca di Gualtieri — Palermo. 

Avellone Avv. Cav. Salvatore , Deputato al Parlamento — 
Palermo. 

Avellone Avv. Ruggiero — Palermo. 

Barcellona Prof. Pietro — Carini. 

Barba Avv. Cav. Stefano — Palermo. 

Battaglia Dott. Antonio — Termini-Imerese. 

Battaglia Anton Giuseppe — Termini-Imerese. 



Vin ELENCO DEI SOCI 



Beccaria Mons. Oomm. Giuseppe, Cappellano Maggiore di 

S. M. il Re — Eoma 
Besta Prof. Enrico dell 'Udì ver sita di Palermo. 
Bianco Prof. Giuseppe — Partanna. 
BonSglio Prof. Parroco Simone — Palermo. 
Bordiga Erminia , Direttrice del Reale Educatorio « Maria 

Adelaide » — Palermo. 
Borzì Prof. Cav. Antonino, Direttore delV Orto Botanico — 

Palermo. 
Bottalla Xw. Cav. Pietro, Segretario alla Procura Generale 

del Re presso la Corte di Cassazione — Palermo. 
Bova (S. E.) Mons. Gaspare, Vescovo di Samaria e Avsiliare 

dell* Arcivescovo — Palermo. 
Burrascano Can. Arciprete Mario — Castroreale. 
Cali Parroco Andrea — Palermo. 
Calvino Comm. Angelo — Palermo. 
Canzone Prof. Salvatore — Palermo. 

Capasso Prof. Dott. Gaetano — Preside dsl R. Liceo « Man- 
zoni » — Milano. 
Caronna Can. Nunzio, Arciprete — Poggioreale. 
Cascavilla Prof. Can. Michele — Palermo. 
Ga8sarà Avv. Giuseppe — Palermo. 
Oastellana Ambrogio — Palermo. 
Catalano Vittorio Emanuele — Palermo. 
Cataliotti-Caramazza Parroco Bernardo — Palermo. 
Cataliotti - Valdina Dott. Barone Ferdinando , Signore di 

Chiapi)arìa — Saint Martin en Bresse (Sàone et Loire) 

Francia. 
Cervello Dott. Prof. Corani. Vincenzo — Palermo. 
Oe«u«o Prof. Giovanni Alfredo — Palermo. 
Chiaramonte Dott. Cav. Socmte, predetto — Palermo. 
Giofalo Avv. Comm. Francesco — Palermo. 
Ciotti - GraMHo Avv. ('omm. Pietro — Palermo. 
Oolocci Marchf^^ Comm. Adriano — Catania. 
Coluniha I*rof. Cav. (Jaetano Mario — Palermo. 
Conforti ('av. Uff. Luigi, Economo generale dei Benefica va^ 

canti né Ih Provincie Napolitane — Na])oli. 



ELENCO DEI SOCI IX 

Conte Prof. Anacleto — Palermo. 

Coppoler Prof. Odoardo — Palermo. 

Corradi Prof. Giuseppe — Palermo. 

Corso Prof. Cosimo — Termini- Imerese. 

Cosimano Dott. Giovanni — Patti (Marina). 

Cremona Avv. Giuseppe — Vittoria (Malta). 

Cusumano Prof. Cav. Uff. Vito — Palermo. 

Cutrera Cav. Antonio — Montemaggiore Belsito. 

D'Alessandro (S. E.) Mone. Gaetano, Vescavo — Cefalù. 

De Ciccio Can. Giuseppe — Palermo. 

Dell'Agli Antonio — Giari*atana. 

Deodato Cav. Pietro — Villarosa. 

De Seta Marchese Cav. Gr. Cord. Francesco , Senatore del 
Regno, Prefetto della Provincia di Palermo. 

De Stefani- Picani Cav. (^alogero, H. Ispettore degli Scavi, 
e Monumenti — Sciacca. 

Di liartolo Can. Dott. Salvatore — Palermo. 

Di Giovanni Prof. Leonardo — Palermo. 

Di Girolamo Avv. Cav. Andrea — Marsala. 

Di Gregorio Pasquale, Perito Agrimensore — Palermo. 

Di Lorenzo Dott. Cav. Niccolò — Palermo 

Di Pietro Dott. Sac. Salvatore — Palermo. 

Di Puma Sac. Pietro — Girgenti. 

Dominici - Morillo Dott. Prof. Ab. Luigi, Bibliotecario — Po- 
lizzi -Generosa. 

Donatuti Ing. Cav. Lorenzo — Palermo. 

D'Oudes-Cottù Cav. Francesco — Palermo. 

Drago-Calandra Dott. Giuseppe, Giudice di Trio. — Palermo. 

Epifanio Prof. Vincenzo — Monreale. 

Falcone Avv. Cav. Giuse])i)e, predetto — Palermo. 

Ferrara Dott. Gaetano — Palermo. 

Ferrara Prof. Don Gaet-ano Maria , Direttore spirituale nei 
Convitti Nazionali — Palermo. 

Ferrigno G. Battista — Castehetrano. 

Fignon Can. Giuseppe — Palermo. 

Filiti Sac. Gaetano — Palermo. 



ELENCO DEI SOCI 



Fiorenza (S. E.) Mons. Giuseppe, Arcivescovo — Siracusa. 

Fucile Comm. Luigi — Paleruio. 

Grarofalo Avv. Filippo — Ragusa. 

Gaiiifi Dott. Prof. Carlo Alberto, predetto — Palermo, 

Gennardi Avv. Luigi — Palermo. 

Giambruiio Aw. Cav. Salvatore, Archivista di Stato — Pa- 
lermo. 

Giauformaggio Giovanni — Grammichele. 

Giordano P. Francesco — Palermo. 

Gramignani Luigi Filippo — Palermo. 

Guardione Prof. Av^. Francesco — Palermo. 

Guarneri Avv. Prof. Gr. Uff. Andrea, Senatore del Regno, 
predetto — Palermo. 

Guarneri Avv. Eugenio — Palermo. 

Guarneri Comm. Giovanni , Colonnello in posizione ausilia- 
ria — Palermo. 

Guccia Cav. Nob. Giov. Battista de' Marchesi di Ganzarla, 
Prof. ord. nella R. Università di Palermo, Direttore dei 
« Rendicùnti del Circolo Matematico di Palermo ». 

Guli Prof. Sac. Giovanni — Palermo. 

Gurgone Prof. Sac. Antonio — Nicosia. 

Ingroja Prof. Cav. Biagio — Calataflmi. 

Labate Prof. Dott. Valentino — R. Liceo di Messina. 

La Colla Avv. Prof. Cav. Uff. Francesco — Palermo. 

La Corte Prof. Giorgio — Maddaloni. 

La Manna Avv. Comm. Biagio — Palermo. 

La Maiitia Dott. Francesco Giuseppe, Giudice di Tribunale— 
Palermo. 

Lancia (S. E.) Mons. Nob. dei Marchesi D. Domenico (Ga- 
spare, Cassinese, Arcivescovo di Monreale. 

Lancia Nob. dei Marchesi Giuseppe — Palermo. 

Lanza Nob. Giulia , Principessa di Trabia e di fiuterà — 
I^alermo. 

Lanza Ignazio, Conte di S. Marco — Palermo. 

Lanza di Scalea Dott. Cav. Nob. Pietro, Deputato al Par- 
lamento — Palermo. 



ELENCO DEI SOCI II 



Lanza-Mantegna Conte Giuseppe, Nobile dei Conti di Maz- 
zarino — Palermo. 

La Bocca- Impellizzeri Cav. Paolo — Ragusa Inferiore. 

La Vecchia Avv. Gioacchino — Palermo. 

Leanti Dott. Prof. Giuseppe — Modica 

Le Moli Comm. Avv. Gaetano — Caltauissetta. 

Leone Avv. Giovanni — Palermo. 

Leto Can. Prof. Giovan Battista — Monreale. 

Lombardo Avv. Gaetano — Palermo. 

Lombardo P. Maestro Vincenzo Ghme])]ye dei Predicatori — 
Palermo. 

Longo Dott. Prof. Cav. Antonio — Palermo. 

Lorico Avv. Filippo — Palermo. 

Lumbroso Prof. Cav. Giacomo — Frascati (Roma). 

Macai uso Prof. Comm. Damiano — Palermo. 

Maggiore-Perni Avv. Prof. Cav. Francesco — Palermo. 

Majelli Cav. Gr. Cr. Giuseppe, Primo Presidente della Corte 
di Cassazione a riposo, Senatore del Regno — Palermo. 

Majorca-Mortillaro signorina Rosalia — Palermo. 

Mangiameli Dott. Salvatore, Archivista di Stato — Palermo. 

Marino Prof. Nicolò — Palermo. 

Marinuzzi Avv. Comm. Antonio, Deputato al Parlamento — 
Palermo. 

Marraffa Avv. Eduardo, Criudice di Tribunale — Palermo. 

Martini Prof. Raffaele — Reggio di Calabria. 

Mastropaolo Nob. Altìo — Palermo. 

Mazziotta Cav. Francesco — Messina. 

Mellina Lorenzo, Uffiziale Commissario di Marina — Roma. 

Messina Can. Vito — Catania. 

Minutilla Dott. Cav. Salvatore — Palermo. 

Mirabella Prof. Francesco Maria, Direttore Didattico — Al- 
camo. 

Mon<lini Raffaele, Maggiore di fanteria — Palermo. 

Montalbano Comm. Placido, Consigliere di Cassazione in ri- 
poso — Palermo. 

Mora Sac. Bernardo — Palermo. 



Xn ELENCO DEI SOCI 



Morisani P. Lett. Fr. Agostino de' Predicatori — Palermo. 

Mille Prof. Francesco Paolo — Palermo. 

Mulè-Bertòlo Cav. Giovanni, Segretario Capo delV Ammini- 
strazione Provinciale di Caltanissetta. 

Natoli-La Bosa Avv. Antonino — Lipari. 

Niceforo Cav. Uff. Nicola, Consigliere di Corte di Appello — 
Palermo. 

Notarbartolo di Castelreale Nob. Francesco — Palermo. 

Notarbartolo - Merlo Cav. Leopoldo, Capitano di corvetta — 
Boma. 

Oberty Dott. Cav. Enrico, Consigliere di Corte di Appello — 
Napoli. 

Olivotti-Tramontini signorina Maritzka — Palermo. 

Orlando Francesco — Palermo. 

Orlando Prof. Comm. Vittorio Bmmannele, Deputato al 
Parlamento — Eoma. 

Ottone Ing. Giuseppe — Palermo. 

Pace Prof. AVr. Salvatore — Palermo. 

Pajno Giuseppe, Barone di Luccoveni — Palermo. 

Palizzolo-Gravina Cav. Cr. Gr. Nob. Cav. Vincenzo, Barone 
di Ramione , Membro della Commissione Araldica Sici- 
liana — Palermo. 

Palomes P. Luigi dsi Conventuali — Palermo. 

Pandolfini P. Antonio dei PP. Crociferi — Palermo. 

PandoHiiii Cultrera Fmncesco — Palermo. 

Pantaleo Cav. Uff. Vincenzo — Palermo. 

Paoliicci Prof. Giuseppe, i)redetto — Palermo. 

Panli I^rof. (Jinseppe — Ferrara. 

Parisi Ben. Francesco Paolo — Palermo. 

Pasta Marzullo Benef. Mariano — Palermo. 

Patera Dott. Paolo — Partaiina. 

Paterno Prof. Cav. Gr. ('r. Kmnuinuele, Cavaliere dell* Or- 
dine ff'f \f trito Civile di Savqja , Senatore del liegno — 
koiii;i. 

Patiri (iiiiseppe — Termini- Imerese. 

Patricolo Dott. (Corrado — Palermo. 



ELENCO DEI SOCI XIII 



Patti di Sorrentino Suor Maria Teresa, Superiora dell'Isti- 
tuto di educazione « S. A nna » — Palermo. 

Pecorella Dott. Camillo, Sotto - Bibliocario alla Nazionale — 
Palermo. 

Pelaez Avv. Cav. Bmmanuele —Palermo. 

Pensabene-Perez Avv. Marchese Giuseppe — Palermo. 

Perricone Francesco — Palermo. 

Perroni - Grande Prof. Dott. Ludovico — Messina. 

Piazza Prof. Salvatore — Palermo. 

Pignone del Carretto Nob. Carlo — Palermo. 

Pincitore Dott. Alberico — Palermo. 

Pizzillo Dott. Nicolò — Bologna. 

Pizzoli Mons. Parroco Domenico — Palermo. 

Pulci Prof. Can. Francesco — Caltanissetta. 

Punture Prof. Cav. Biagio — Caltanissetta. 

Eaciti Romeo Prof. Can. Vincenzo — Acireale. 

Raccuglia Prof. Salvatore, B. Ispettore Scolastico — Pa- 
lermo. 

Raimondi Sac. Giuseppe Maria de' Minori Osservanti — 
Palermo. 

Ranfaldi Dott. Antonio — Aidone. 

Reber Alberto — Palermo. 

Ricca Salerno Prof. Comin. Giuseppe — Palermo. 

Ricciardi Dott. Leonardo , Rettore del Convitto Nazionale 
« Vittorio Emmanuele » — Napoli. 

Riservato Avv. Giuseppe — Palermo. 

Rivarola Nob. Eduardo de' Principi di Roccella , Rappre- 
sentante la R. e Nobile Compagnia de' Bianchi — Pa- 
lermo. 

Rìvoire Prof. Pietro — Palermo. 

Robbo Cav. Giuseppe — Palermo. 

Romano Prof. Cav. Salvatore , Ufficiale dell' Accademia di 
Francia — Palermo. 

Romano - Catania Dott. Cav. (Tiuseppe , Tenente Colonnello 
Medico nella riserva — Palermo. 

Rossi Avv. Comm. Enrico, Deputato al Parlamento — Palermo. 



XIV ELENCO DEI SOCI 



Bossi Prof. Vittorio — Pavia. 

Busso Can. Prof. Giuseppe — Girgenti. 

Russo-Giliberti Dott. Prof. Antonio — Palermo. 

Busso-Riggio Can. Prof. Luigi — Butera. 

Ryolo Comm. Domenico — Naro. 

Salemi-Battaglia Can. Emanuele — Paleruio. 

Salvioli Prof. Cav. Giuseppe — Napoli. 

Salvo Benigno, Magazziniere delle privative— ^oYata (Sicilia) 

Sanfilippo Avv. Comm. Giacomo — Palermo. 

Sainte Agathe (de) Conte Giuseppe — Besangon (Francia), 

Sansone Prof. Cav. Alfonso — Palermo. 

Santangelo-Spoto Avv. Enrico — Palermo. 

Savagnone Dott. Prof. Francesco Guglielmo, Archivista capo 

all'Archivio Comunale di Palermo. 
Sciacca Avv. Giovan Crisostomo — Reggio di Calabria. 
Scio Leonardo — Palermo. 
Settimo Cav. Uff. Girolamo, Principe di Fitalia, Gentiluomo 

di Corte di S. M. la Regina Margherita di Savoja — 

Palermo. 
Siciliano Giuseppe — Palermo. 
Simiani P. Don Pier Giuseppe dei Benedettini Olivetani — 

Roma. 
Sorge Dott. Comm. Giuseppe, Prefetto di Girgenti. 
Sortino Schininà Cav. Eugenio — Ragusa Inferiore. 
Terrasi Sac. Giovanni — Palermo. 

Testasecca Conte Ignazio, Deput. al Parlam. — Caltanissetta. 
Tirrito Ing. Rosario — Palermo. 
Tommasi Comm. Oreste, Senatore del Regno, Cav. delVOr- 

dine civile di Savoja^ Presidente della Società Romana di 

storia Patria — Roma. 
Tosi Cav. Ufi". Gaetano, Cancelliere della Corte di Cassa- 
zione — Palermo. 
Varvaro-I*ojero Comm. Francesco — Palermo. 
Varvaro Gaetano — Palermo. 
Varvaro Pietro — Palermo. 



ELENCO DEI SOCI IV 



Vento Giuseppe — Palermo. 

Venuti Giuseppe — Oastelvetrano. 

Vitale Prof. Vito — Begio Liceo di Trani. 

Zenatti Prof. Albino, Ispettore centrale al Ministero della 

Pubblica Istruzione — Eoma. 
Ziino Prof. Comm. Giuseppe -- Messina. 
Zuccaro (S E.) Mons. Ignazio, Vescovo di Caltanissetta. 



XVI ELENCO DEI SOCI 



SECONDA CLASSE 



DIRETTOBE 

Cosentino Prof. Cav. Giuseppe 
Archivista di Stato. 

SEGRETARIO 

Tra VALI Cav. Uff. Dott. Giuseppe 
Archivista di Stato 
Segretario della Commissione Araldica Siciliaìm 
predetto. 

SOCII 

Anelli Aw. Giuseppe — Palermo. 

Barrilà-Vasari Proc. leg. Ignazio, Sotto-Archivista di Stato — 
Palermo. 

Beccadelli- Acton Gr. Uft'. Paolo, Principe di Oamporeale, 
Senatore dal Regno , Memhro della Consulta Araldica e 
della Commissione- Araldica Siciliana — Palermo. 

Boglino Mons. Caii. Luigi — Palermo. 

Bona Ignazio, Assistente neU' Archivio di Stato — Palermo. 

Bottino Ing. Prof. Francesco — Palermo. 

Briquet Carlo Mosè — Ginevra. 

Calvaniso Gin8ei)ì)e Maria — Palermo. 

Cavarretta Avv. (Jiovan Batti.st^i — Palermo. 

Chalandon Ferdinando, Archivista palrografOy- Parigi. 

Gbianello Di Maria Zappino ('av. llflf. Giovan Battist^i, Ba- 
rone di BoHcognmde — Palermo. 

Cianciolo Avv. ('arlo — Palermo. 

CoHentiuo Prof. Cav. Oiuwq)pe, |»r(Hletto — Palermo. 



ELENCO DEI SOCI XVH 



Cozzucli Prof. Can. Giambattista — Palermo. 

Crispo-Moucada Avv. Cav. Uff. Carlo, predetto — Sotto-Bi- 
hliotecario alla Nazionale — Palermo. 

De (iregorio Marchese Cav. Prof. Giacomo — Palermo. 

Dichiara Dott. Francesco — Palermo. 

Di Marzo Mons. (/Omm. Gioacc^hiiio, Capo-Bibliotecario della 
Comunale, Membro della Commission-e Araldica Sicilia na — 
Palermo. 

Di Matteo Sac. Ignazio — Palermo. 

Faraci Parroco Ginseppe Emanuele — Palermo. 

Ferrante Sac. Prof. Giusep])e, R. G-ìmiaHÌo — Termiui-Imerese. 

Giorgi Dott. Prof. (Ja.w Ignazic», Bibliotecario della Casana- 
ten.se — Itonia. 

Gnoffo 8ac. Domenico — Palermo. 

(luarnera Dottoressa Elvii-a — Palermo. 

(ìnastella ('av. Avv. Ernesto, Sotto - Bibliotecario alla Nazio- 
nale — Palermo. 

Inghilleri-Di Bella Prof. Giuseppe — Palermo. 

Lagumina Prof, Can. Giuseppe — Palermo. 

La Mantia Dott. Giuseppe, predetto — Palermo. 

La Via-Bonelli Avv. Cav. Mariano — Nicosia. 

Liouti Dott. Ferdinando, Archivista di Stato — Palermo. 

Lodi Dott. Cav. Giusepiie, Primo Archivista di Stato., pre- 
detto — Palermo. 

Manasia 8ac. Cav. Calogero, Capo Bibliotecario — Caltanissetta. 

Mantia Avv. Cav. Pasquale — Palermo. 

Manzone Cav. Gaspare, Sotto AsnistentedelV Archivio di Sta- 
to — Palermo. 

Marano Dott. Giuseppe — Borgetto. 

Martines Ing. Amilciirè — Palermo. 

Milazzo-Cervello Dott. Luigi — Palermo. 

Palmeri di Villalba Nob. Cav. Nicolò, Colonnello in posiziona 
ausilio/ria — Palermo. 

Parlato Avv. Liborio — Palermo. 

Pennino Mons. Prof. Antonio — Palermo. 

Piaggia dei Baroni di Santa Marina Nob. Domenico, Sotto 
Assistente dell'Archivio di Stato — Palermo. 



XVrn ELENCO DEI SOCI 



Pipitone-Federico Cav. Dott. Prof. Giuseppe — Palermo. 

Pitrè Dott. Prof. Coinm. Giuseppe, predetto — Palermo. 

Kusso Cav. Filadelfio — Capizzi. 

Salomone-Marino Dott. Prof. Cav. Salvatore , predetto — 
Palermo. 

Salvo-Cozzo di Pietragauzili Nob. Cav. Ufi". Giuseppe, Bi- 
bliotecario della NasionaU — Palermo. 

Savona Can. Dott. Giuseppe — Palermo. 

Starrabba Dott. Comm. Raffaele, Barone di Ralbiato , pre- 
detto— Palermo. 

StrazzuUa Dott. Prof. Vincenzo — Messina. 

Ta8(%L-Lauza Gr. lift'. Giuseppe, Nobile dei Conti di Alme- 
nta, iSeìuitore del Regno — Palermo. 

Travali Dott. Cav. Ufi'. Giuseppe, predetto — Palermo. 

V^itrano Giuseppe Filippo — Palermo. 

Ziugareili Prof. Nicola — Palermo. 



ELENCO DEI SOCI XIX 



TERZA CLASSE 



DIRETTORE 

8ALIN1.S Prof. Comm. Antonino 

predetto. 

SEGRETARIO 
PORTAL COMM. InG. EmANUELH 

800I1 

Agnese-Pomar Oav. Iguazio— Palermo. 

Allegra Francesco Paolo — Palermo. 

Alagua Ing. Vincenzo — Palermo. 

AUiata Nob. dei Marchesi Filippo Maria — Palermo. 

Andò Avv. Tommaso — Palermo. 

Armò Comm. Ing. Ernesto, Prof. jHiregyiato di Architettura 

nella B. Scuola di Applicazione di Palermo. 
Atanasio Bar. Ginsepi)e — Palermo. 
Basile Ing. Prof. Comm. Ernesto — Palermo. 
Bel traili Cav. Vito — Palermo. 
Beiif Rag. Costantino — Palermo. 
Biondolillo Ing. Giovanni — Palermo. 
Boscarin i-Trigona di Villa Orlando Cav. Lorenzo — Piazza 

Armerina. 
Busacca Carlo, Marchese di Gallidoro — Palermo. 
Cantone Ing. Salvatore — Palermo. 
Chiaramonte-Bordonaro Cav. Gabriele, Senatore del Regno 

Palermo. 
Cicchetti Prof. Edoardo — Palermo. 
Ciofalo Prof. Saverio, Bibliotecario — Termini-Imerese. 
Coppola Ing. Angelo — Palermo. 
Cottone Ing. Vincenzo — Palermo. 



XX ELENCO DEI SOCI 



Crescimanno Dott. Cav. Sebastiano — Melilli (Siracusa). 

Crino Prof. Dott. Sebastiano — Gir^enti. 

D* Antoni Salvatore — Palermo. 

De-Spuches Cav. Antonino, Princi])e di (jalati — Palermo. 

Dentaria Parroco Salvatore — Acitrezz.'i (C'ataiiia). 

Dest^fano Ing. Salvatore — Palermo. 

Douati-Scibona Ing. Cav. Francesco — Palermo. 

Fazio Giuseppe, già Conservatore (d Museo Nazionale — Pa- 
lermo. 

Ferraro Prof. Ing. C'orrado — Palermo. 

Genovese-Ruffo Salvatore — Palermo. 

Gentile Prof. Stefano — C'asa Reale Palermo. 

Grazia Sac. Pasquale, B. Isiìettore dei .Monumenti — Cala- 
tatìmi. 

Greco Ing. Comm. Ignazio — Palermo. 

Lagumina (S. E.) Mons, Bartolonieo, Vescovo di Girgenti. 

Lanzii <li Scalea Gr. Uff. Nob. Francesco, Senatore del Re- 
gno — Palermo. 

La Scola Avv. Virgilio — Palermo. 

Lucifora Avv. Comm. Giovanni — Palermo. 

Mach! Salvatore — Palermo. 

Majorca Dott. Luigi, Msconte <U Francuvilla — Palermo. 

Maltese Notar Faustino — Rosolini. 

Mangano Avv. Giuseppe — Palermo. 

Mangano Avv, Vincenzo — Palermo. 

Mantegna Benedetto, Princi])e di (rjingi — Palermo. 

Marvuglia Ardì. ('av. Dohmmiìco — Palermo. 

Matranga Dott. ('estire — Palermo. 

Mattei Ing. Salvatore— Palermo. 

MaiKuM'i Dott. Enrico — Siragusa. 

Mauci'ri Ing. (jomm. liUÌgi, Vie* -Itirrfttire i/enerah- jK-r (e fer- 
rovie Hwule — Palermo. 

Melfi Corrado, Barone di Santa Maria — (Miiaramonte Guliì. 

Millnnzi Prof. Can. ParnuM» (Jaetano Monreale. 

Moncaiia Piolro, Principe di Paterno — Palermo. 

Mura Rag. Eugenio — Palermo. 



ELENCO DEI SOCI XXI 



Mora C'an. Mneenzo — Palermo. 

Naselli- Notarbartolo Cav. L(>oi)ol(lo - Palermo. 

Natoli Marchese C'av. (liiiseppe — Palermo. 

Orsi Prof. (Jav. Paolo, Direttore del Museo — Siracusa. 

Pajiio (lei Barimi di Luccoveui Nob. (liulia — Palermo. 

Palazzotto I u^-. h'rancesco — Palermo. 

Palmeri Nob. Ruggero dei Marchesi di \Hlalba — Pailermo. 

Parisi Cali. Prof. Giuseppe — Palermo. 

Patricolo Ing. Achille — Palermo. 

Pepoli Agostino — Trapani. 

Perdichizzi .Vntonio — Palermo. 

Petronio-Kusso !Sac. Salvatore — Prevosto e Vicario foraneo 
di Aderiiò. 

Piutacuda Ing. ('omm. Vavìo, Cavaliere dslP Ordine * Al Me- 
rito del Lavoro » — Palermo. 

Piraiiio-De Corrado Ing. Antonio — Palermo. 

Pitrè Salvatore (liuseppe — Palermo. 

Portai Comiii. Ing. Kmmaniiele, Uffiziale dell* Accademia di 
Francia, Membro della Commissione Araldica Siciliaìia , 
predetto — Palermo. 

Pugliesi Vincenzo — Alcamo. 

Ragusa Prof. Vincenzo— Palermo. 

Rao Ing. (xinse})i)e — l'aleriiio. 

Rap (jiuseppe fu Edoardo — Palermo. 

Renzi Ing. Comm. Salvatore — Palermo. 

Rocca Cav. Pietro Maria, R. Ispettore dei Monumenti — Al- 
camo. 

Rutelli Prof. Comm. Mario — Palermo. 

Rateili Cav. Utt". Nicolò déir Accademia di ò'. Ferdinando di 
Madrid — Palermo. 

Rutelli Teresita — Palermo. 

Untelli Vitina Maria — Palermo. 

Salemi-Pace ing. Prof. Comm. (ìiovanni — Palermo. 

Salinas Prof. Comm. Antonino, predetto — Palermo. 

Salinas Dott. E ni man nel e — Palermo. 

Sanfllippo-Musso Michele — Palermo. 



XXn ELENCO DEI SOCI 



Sciaiigfiila Prof. Agostino — Palermo. 

Scìaino Invidiate Cav. Paolo — Geraci Sicilia. 

Siciliano Cav. Michelangelo — Palermo. 

Sinatra Raja In.i» . Agr. (TÌnsepi)e — Lercara-Fuiddì. 

Sortino Nicastro Cav. Dott. Aiitonu» — Ragusa Inferiore. 

Spadaro Cav. Pietro, (Jaiisole del Paraguay^ predetto — Pa- 
lermo. 

Trigona Gr. Utt". Conte Domenico, Principe di S. Elia, Duca 
di Gela, Seìuitare del Regno y PreiiUìente della Commissione 
Araldica Siciliana — Palermo. 

Tnrrisi Floridia Manro, Princii)e <li Partanna — Palermo. 

Ugdnlena Giovanni — P.ilermo. 

Wiiitaker Connn. Giuseppe — Palermo. 

Wbitaker Tina — Palermo. 

SOCI! NON ADDETTI ALLE CLASSI 

Blandinì (S. E.) Mons. Giovanni, T^escovo — Noto. 

Bonanno Cav. Eduardo — Palermo. 

Caruso Corrado — Palermo. 

Churchill Sidney I. A., Console di S. M. Britannica — Pa- 
lermo. 

Ciotti Cav. Pietro — Palermo. 

De Leonardis (ìaetano, Ha ppr esentante il Municipio di Parco. 

De 8puche.s Franco (iiovanni, Nobile dei Priucipi di Galati 
— Palermo. 

Feclele 8ac. Giusei)pe Maria — Monreale. 

Fignon-Prost Rag. (ìirolamo — Palermo. 

Florio Gr. Uff". Ignazio — Palermo. 

GiiiffVè Prof. Dott. Liborio — Palermo. 

Grainagliu Gaetano — Palermo. 

liuntna Marchese (^)rrado. Senatore del Regno — Roma. 

ÌMìì/jì Coinm. Pietro, Principe di Tnibia e di iintera, /Vy>f(- 
tatu al Rarlanonto — Pah'rnio. 

Monroy- AKceuHo AlouHo Alberta), Principe di Maletto — 
Paicrino. 

Oliver! Gr. Uff. J.u^rum, ótitatorc del Regno — l^aìermo. 



ELENCO DEI SOCI IIIXX 



Pigliateli i AragouH Diego, Principe del Sacro Romano Im- 
pero — ]Xapoli. 

Salomone A vv. Rosario — Aragona (Sicilia). 

Scliininà Cav. Ginseppe, Marchese di S. Elia, Senatore del 
Regno — Ragusa. 

Sortino — Nicastro Cav. J)ott. Antonio — Ragusa Inferiore. 

Taibbi Francesco — Palermo. 

Varvaro Comm. Eduardo — Palermo. 

Venuti Arciprete Mauro — Cinisi. 

Venuti Sac. Saverio — Cinisi. 

SOCI ONORA UH 

S. A. I. e R. l'Arciduca d'Austria Luigi Salvatore. 

Benndorf Prof. Ottone — I. R. Università di Vienna. 

Busolt. Dott. Prof. Georg — Università di Gottinga. 

De Puymaigre Conte Th. — Francia. 

Engel Arthur — Cabinet de Médailles — Parigi. 

Liebrecht Prof. Felice — Germania. 

Perreau Cav. Uff. Pietro, Bibliotecario — Parma. 

Pflugk-Harttung Prof. Giulio — German "a. 

Watkiss Lloyd. W. — Inghilterra. 



MEMORIE ORIGINALI 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 

(Mariano Bonincontro da Palermo) 



§ 1. — Notizie varie. 

— Quando , nella sì)lendida sala del palazzo Ginori in 
Firenze, una colta scliiera di signore e di studiosi applaudì 
alla simpatica ed erudita conferenza del jirof. Guido Maz- 
zoni su : « La Lirica del '500 » (1), ognuno dovette doman- 
darsi chi fosse mai quel Mariano Bonincontro da Palermo, 
novello Cameade, che il Mazzoni aveva celebrato come « ca- 
ricaturista emerito della poesia del suo tempo ». 

D'altra parte , d' onde e come aveva egli pescato quel 
nome di poeta e quelle notizie attinenti all' arte sua f A 
queste domande c'industrieremo di rispondere, come meglio 
si può, sui documenti e sulle notizie tutte ancora esistenti 
sul conto del Bonincontro , e con ciò la figura dell' arguto 
siciliano artisticamente abbozzata dal Mazzoni, acquisterà 
maggiore e più sicura luce. 

Degli antichi trattatisti di letteratura italiana si occu- 
pano del Bonincontro solo il Mazzucchelli (2) e il Crescim- 



(1) La vita italiana nel Cinquecento. Letteratura. Milano, Treves 1898. 

(2) Voi. II, parte IV, pp. 2396-2397. 

Arc%. Star. Sic. N. S. Anno XXX. 1 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 



beni (1) ma ci (lamio notizie evidentemente attinte dalle 
fonti più importanti che noi abbiamo sul Bonincontro, cioè 
il Giraldi ed il Mongitore. 

Giambattista Giraldi Cintio nel suo « Discorso sul com- 
porre dei Komanzi, delle Tragedie e delle Commedie » (2), 
dopo aver criticato l'uso invalso ai suoi tempi , di farneti- 
cale sopra le altrui opere, dice : 

« lo per me credo che non sia così sciocca scrittura nel 
mondo, sopra la quale non si potessero fare cosiffatti sogni, 
qualunque volta uomo dotto ed ingegnoso vi volesse perder 
tempo invano. 

Abbiamo conosciuto voi ed io (3) messer Mariano Bo- 
nincontro da Palermo di acuto e di vivace ingegno, il quale, 
a pochi anni , si fé' qui in Ferrara molto onorevolmente 
Dottore in legge. Questi per jìigliarsi spasso di simili in- 
gegni, faceva, come sapete, i più belli sonetti del mondo, 
quanto alle voci ed alle rime, i quali non dicevano cosa al- 
cuna ed erano senza sentimento; poi gli lasciava uscire sotto 
il nome di qualche vai ent' uomo , ed egli stesso si frap])o- 
neva fra gli altri, e mostrava di volervi far sopra discorsi, 
dicendo che era maraviglioso il senso loro. 

Laonde induceva ognuno a farvi sopra fantasie ed opi- 
nioni. E tra gli altri ne lasciò uscir uno che pareva com- 
posto nella morte dell'illustrissima signora duchessa di Ur- 
bino, il quale è questo : 

I più lievi che tigre pensier miei 
Scorgendo il cor, che tra dai petti intiero 
Tiene un pensier, poiché gl'ingombra il nero 
E folle error, fuggono i casi rei. 



(1) làtoria della voìgar poesia, libro V, p. 240, n. 157 e Comentari alla 
Istoria della voUjar poesia, libro VI, cap. 4, p. 361. 

(2) ìtihlioteia rara. Miliiiio, DiU'lIi IHfU, pp. 89-90. 

(8) Il <lÌM('orHo Riil «•oiiiporn^ dri Roinunzi In iiuliiizziito dal Giraldi al 
Muo diHcepolo G. K. Pi^na della t;ni laurea tu promotore nello Studio di 
fVrrara il 12 «ìukiio l.'4fi (Cfr. in proposito G. Pakdi : Tiioli doltorali 
con/eriti dallo Studio di Ferrara nei see. XV e XVI. Lucca 1901. 



UN POETA BIZZARRO DEL '600 



E benché degli antichi Semidei 
Biasmato fosse ovunque ogni altro è fiero 
Monte d'orgogli : ahi lassa io già non spero 
Gioir in quel desir c'haver vorrei. 

Onde dal crudo suon stancata l'alma 
Germoglia in me l'ardir, poiché s'agghiaccia 
E scalda hor quinci hor quindi il caldo gelo. 

Et io del verde fior perdo la traccia, 
Me l'ascende lo sdegno in picciol velo, 
Tolta dai tronchi error la grave salma. 

Benché chi tien la palma 
Degli inganni mortai, brami con forza 
Condurre all'empio fin l'amara scorza. 

dicendo ch'era composizione d'un pelleo^rino ingegno. 

E mandando sopra esso qualche suo parer, tanto fé' che 
indusse un Sanese ben dotto veramente, ma i>oco giudicioso, 
a farvi sopra un commento diviso in 4 libri, il quale ancor 
si legge. 

E così a cosa che nulla significava e nulla diceva, tirò 
costui ciò che egli aveva mai letto in tutta la sua vita. E 
non mi sarà grave di aggiungere a quello che (come ho 
detto) è nelle mani degli uomini con così eccellente com- 
mentazione, quell'altro che diede tanto che fare e dà ancora 
a chi voi sapete; al quale, quantunque sia stato detto l'in- 
ganno, egli per non si voler mostrare di essere stato di poco 
sentimento in aver creduto che si chiudano in lui sensi ma- 
ravigliosì , segue pure i suoi farnetichi , e vuol dare a ve- 
dere ad ognuno che molto dice quello che fu fatto per dir 
nulla; ed è entrato nella selva del lauro di Apolline e del 
cinto di Venere e nella fucina del Vulcano con le più belle 
immaginazioni che venissero mai nella mente ad uomo che 
sognasse. 

Il sonetto è questo : 

Da chi fé indovinar già le sibille 
Venne il sospetto, e la temenza ch'ora 
Affligge il core a chi s'inchina e adora 
Per poter un di aver ore tranquille. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 



E se gli manda faci a mille a mille 
La crudeltà, che vuol ch'amando mora, 
Chi vive in foco ed è di vita fiiore 
Che gli giova pregar che non si stille? 

Ahi ! giustizia divina come puoi. 
Non far quel che far dei ? Qual fiero spirto 
Fu quel che indusse questa peste al mondo ? 

Deh ! foss'io stato allor posto nel fondo 
Dell'Acheronte, che fui giunto al Mirto • 
Ch'ombra mortai mi fa coi rami suoi ! 

Con questo sonetto G. B. Giraldi termina il suo breve 
accenno a Mariano Bonincontro , dopo averci dato alcuni 
tratti caratteristici della sua flgura di poeta e della sua vi- 
vacità di spirito. 

* 
* * 

Non minore importanza delle giraldiane, hanno le no- 
tizie del Mongitore, specialmente per a parte bibliografica. 

Ecco le sue parole : (1) 

« Marianus Bonincontrus nobilis panormitanus iuriscon- 
sultus Celebris. Doctorali donatns laurea in Ferrariensi Aca- 
demia a doctrina celebratus, Inter i)raestantìores Siciliae 
advocatos adnumeratus est. Ingenii emineutissimi aciem 
Poesia tum Latinae et Etruscae , tum vernaculae , egregie 
a<ldixit, et in utrafiue mirnm in modiim claruit. Linguas 
calhiit Latinam, Germanicam, Gallicam, Hispanam; et Fer- 
rariensis ducis fuit a secretis. 

Io : Baptista Gyrjildus Cinthius , in libro : Discorsi di 
varie considerazioni di poesia pag". 78, Mariani ingenium 
aciitum vividnmqne Inndat; additqne (|uod dnm Ferrariae 
dc^eret a<l animi oì)hM'tam(Mitiini nliiiiuis ('jiiitiones concin- 
nabat qiias Sonetti Italie*^ (U<'iinus : (^)n}unni cnriniiia ryt- 



(1) lUbliollura niellili. I';il«i ITOS. tomi) II. p. H, 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 



inicji egregio sono recte respondebant, verboriimqiie cultu 
enniiebant, secl signifìcatioue peuitns mania nihìl dicebant, 
inde velnti clarorum virornni factus evulgabat innuebatque 
(piod exiiositionem nieditabatur; in iis eiiini adniiranda ac- 
cludi lìngebat, qua siinnlacione, aliorum ingenia excitabat 
ut varias in easdem opinione» elicerent. 

Inter alias cantiones , unam edidit quam mortem ducis 
IJrbinatis deplorare videbatur ; eanique Gyraldus addiixit 
loc. cit. , ac aliquot in ipsani ponderationes emisit; (juibiis 
vir quidam ajjpriine doctus et laudatus luculeutum in ipsam 
comineritariuin scripsit in quatuor libros distributuin, quod 
tum, legebatur : ac ex nnlliiis argunieuti re ea extorsit, quae 
Marianus uumquam vel legerat vel excogitaverat : de hac 
re etiani Leo Allatius in P]pistola ad leetoreni poetaruni an- 
tiquorum ])ag. 17 (1) , Amoenissimo ingenio munitus ludi- 
cram Poesim coluit, multaque lepidissima mirabiliter scrip- 
sit. Claruit anno 1580. Ipsum emeritis laudi])us extollunt: 
losephus Galeaiius in Musis siculis pars I , pag. 195 (2), 
Vincentins de loanne in Panhormo triumpliante libro XII, 
pag. 124 (3) , Leonardus Orlandinus in Disc. Siciliae (4) 
pag. 83, Matthaeus Donia in Polysticlion pag. 26, Frane. 
Placcomius in Sicelide Sectio III, pag. 38, et clarissimus 

Io : Marius de Cvesciiììbeiiis in FTistoria Poesis vnlgaris 
lib. IV, pag. 282. 

Huius extant materna lingua : 



Canzoni siciliane. In Musis Siculis p. 1. 



(1) Eaceolta di poeti antichi. Napoli 1661. 

(2) Il titolo dell' opera è il seguente : Le Mtiite siciìiane ovvero sceltn 
di tutte le cansoni della Sicilia raccolte da Piek Giuseppe Sanclemente 
(cioò Giuseppe Galeano). Se ne conoscono varie edizioni. 

(3) Palermo MDC. 

(4) Breve discorso del Castagno di Mongibello e delle lodi della Si- 
cilia, nell'opera : La descrittione latina del sito di Mongibello di Antonio 
FiLOTEO degli Homodei tradotta dal R. Dot. D. Leonardo Orlandino. Pa- 
lermo MDCXI. 



6 tJN t»OEtA BIZZARRO DEL '500 

Pauhormi apud Biiem et Portanovain 1645 in 12* et ite- 
rum apud loseplium Bisaguium 16G2 iu 12". 

Canzoni Siciliane burlesche in Musis Siculis p. Ili, Pa- 
nhormi apud Bisagnium 1651 in 12». 

Multa etiam scripsit quae rass. vagantur. Solummodo 
vidi Italice : 

1. Capitolo iu lode della Torta. 

2. Pastorale in cui riprova la conversazione delle città. 

3. Epistola per la peste di Palermo del 1575 — ludrica 
ms. apud me. 

4. Epistole due del 1568 e del 1571 ad Antonio Faraone 
Vescovo di Cefalù — ludrico etiam stylo mss. apud me ». 

* * 

Le notizie del Mougitore, il quale possedette alcuni ma- 
noscritti del Bon incontro , additano delle fonti , che però 
risultano di scarso valore. 

Infatti Leone Allacci riporta le parole del Giraldi, Leo- 
nardo Orlandini rileva le lodi che questi gli tributò, il Do- 
nia ed il Flaccomio nelle relative opere, come si rileva an- 
che dal titolo, scrissero pochi versi in lode del Bonincontro. 

Vincenzo di Giovanni nella sua opera, (1) passando iu 
rassegna gli uomini illustri del tempo , tesse le lodi del 
Bonincontro nella stanza seguente: 

Vedete quel ch'è d'ogni argutia il fonte 
Coi grati suoi ))en8ieri e bel trattare, 
A gran ra^gion (nic) quel ha la laurea in fronte. 
Quando ci fa d'Aganippe un largo mare 
non ha i)ifi di costui famoso il monte, 
né penna de de l'opre sue i)iù rare, 
a chi Hi fan tutte le muse incontro, 
qnest'è il buon Mariano Boiuiscontro. 



(1) Il Palermo Trionfante, Pal»rnio MDC. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 






Oltre a questi autori, presso a poco contemporanei del 
Bonincontro, ai quali accenna il Mongitore, altri si occu- 
parono di lui, come risulta dalle diligenti ricerche da noi 
fatte in proposito. 

Nelle « Rime degli Accademici Accesi di Palermo » (1) 
ci è conservato un sonetto di Leonardo Orlandini diretto 
a « Mariano Bonoscontro » , ma di questi non e' è che il 
nome e null'altro che lo riguardi. 

Filippo Paruta, che primeggiò fra i poeti siciliani dello 
scorcio del '5()0 e del principio del '600 , rivolse anch' egli 
al Bonincontro il seguente sonetto, conservatoci manoscritto 
nella Biblioteca comunale di Palermo (2). 

A Mariano Bonincontro. 

Versi i suoi bei cristalli in vivi huuiori 
Il fiume più che mai limpido e chiaro : 
E cinto il crin d'inargentati fiori 
Corra di Sorga e del gran Mincio a i)aro. 

La fronte, il collo s'orni e il sen s'infiori 
Di rose e gigli o d'altro fior più caro; 
E coronato d'immortali allori 
S'erga più ch'altri mai pregiato e raro; 

Poiché concede loro amico fato 
Poter la notte e il giorno avere appresso 
Un pastor sì adorno e saggio, {sic) 

Così dicendo Aminta sotto un faggio 
L'uno e l'altro gridò : Chi ha il bel permesso 
Lodilo a te di lui dir non è dato (sic) 

Lo stesso Paruta poi, in occasione della morte del Bo- 



(1) Raccolta di G. B. Caruso. In Palermo ed in Venezia MDCCXXVI, 
p. 121. 

(2) Ms. 2 Qq., e. 21, p. 44. 



UN POÈTA BIZZARRO DEL '500 



Dincontro, scrisse un epigrauima iu suo ouore, che trovasi 
manoscritto fra gii « Elogia Siculorum illustrium suo tem- 
pore defunctorum » (1) 



Dum joca, duin salibus iristi, Mariane, lepores 
Dum fluit in gyrum sive soluta eharis, 
Ibit honos per saecla tuus : te mentis acumen, 
Te fert, sublimi vertice, dexteritas. 

Altro accenno al Bon incontro si ha nel « Palermo risto- 
rato » di Vincenzo di Giovanni (1) in due luoghi. 

In uno si dice : (p. 381) e nota 3) « Mariano Bonincontro 
fu buon dottore, fece gran denaro, fu faceto e poeta sotti- 
lissimo ». 

In altro luogo : (p. 409) Mariano Bonincontro fu dottore 
e poeta di argutissimo ed eleganti pensieri. Compose bel- 
lissime canzoni in lingua siciliana e molte composizioni in 
capitoli e e sonetti gracili (graziosi ?) e gravi. Fu uomo as 
sai arguto e faceto, le cui opere per meraviglia si leggono, 
intantochè Gerardo Ointio, uomo iu Italia di somma dot- 
trina per le sue opere lo loda e lo celebra eccelsamente ». 

Finalmente, a chiudere la serie di notizie riguardanti il 
Bonincontro, ecco quando ne dice il Galea ni nelle « Muse 
Siciliane» prima di riportare le poesie di lui (Parte I. p. 195) 
«Non è poco per nobiltà riguardevole la famiglia dei Bo- 
uincoutri di cui fu rampollo il nostro Mariano, il quale e- 
sercitò con somma lode la professione delle leggi. Ebbe 
genio i)articolare al ridicolo, [)erciò pochissime Canzoni com- 
pose di stile serio. In ogni modo scorgendosi in esse la vi- 
vavjMjità dell'ingegno del loro autore non ho voluto di sì 
preziosa lettera impoverire i lettori ». 



(1) Bibil. Coni, di Palermo, Mh. 2 Qq. e. 21, p. 93, n. XII. Fu publi- 
cato iMjr Itt priiim volUi «la M.u ViNC. Di Giovanni in; « Studii di filo- 
logia e UUeratura Siciliana. Palermo, Vena 188!). 

(2) Itiblioteea nlorica e letteraria di Sirilia , pxiblioata da G. Di Marzo, 
Serie II, Volume I. Palermo, Pedone 187U. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 



* * 



Dai giudizi che i contemporanei espressero sul Bonin- 
contro, si ricava che egli al suo tempo fu tenuto in gran 
conto, specialmente per l'ingegno b^'illante ed acuto, non- 
ché pel suo carattere allegro e spensierato. Però per dare 
di lui un giudizio esatto , occorrerà mettere in raffronto 
queste notizie con altre che possano dare luce alla biogra- 
fia del poeta ed al suo valore essenziale, e per questo ri- 
guardo sarà utilissimo fare una breve disamina di ([uella 
parte delle sue opere che è giunta tino a noi. 

§ 2. — SCRITTI DRIi BONINCOXTKO. 

• 

Secondo l'atte rm azione di alcuni fra gli scrittori che si 
occuparono del Bon incontro, ((ualche poesia di questi fu 
pubblicata nella : « liaccolta di rime di diversi belli spiriti 
della città di Palermo in morte di Laura Serra e Frias». (1) 
e non è diiiìeile che (pialche altra se ne trovasse anche 
nelle « llime di varii in onore di Francesco Potenzano con 
le sue risposte » (2); però le due opere sono irreperibili. 
Ad ogni modo non si conosce alcuna poesia edita del Bo- 
nincontro prima del sec. XVII, in quantochè nelle « Rime 
della Accademia degli Accesi di Palermo » stami)ata in Pa- 
lermo i)er Giovan Mattheo Mayda nel 1571, non è compreso 
alcun componimento del nostro i)oeta, sebbene fosse uno 
degli accademici. 

La raccolta dove per la prima volta vediamo apparire 
poesie del Bon incontro è (jnella intitolata : « Le Muse si- 
ciliane o Scelta di tutte le Canzoni della Sicilia raccolte 
da Pier Giuseppe San clemente ». 



(1) Palermo 1572. 

(2) Napoli 1582. 



10 TJN POETA BIZZARRO DEL '500 

Questa Eaccolta è divisa in quattro parti di cui le due 
prime comprendono poesie amorose e laudative, la terza 
poesie burlesche, la quarta poesie sacre. 

Le poesie del Bonincontro si trovano nella prima e nella 
t^rza parte : 

Xella prima parte (1) abbiamo : 8 ottave siciliane del 
Bonincontro precedute dai cenni biografici su riferiti e 
nella 3" parte (2) in due luoghi diversi 21 ottava d'indole 
burlesca con i titoli relativi. 

Tra le « Rime degli Accademici Accesi di Palermo (3) 
si trovano 20 ottave del Bonincontro già j^ubblicate nelle 
« Muse Siciliane » meno la penultima che è inedita. Vi è 
poi l'ottava : 

La burla è burla e pr'un pocu s'agghiutti etc. 

messa tra quella di vari ed incerti autori, e l'ottava : 

L'abbati Calvu quannu lu uiaruso etc. 

messa tra quelle di Carlo Ficalora, mentre nei manoscritti 
sono attribuite al Bonincontro. 

* * 

Se pochi sono i versi editi del Bonincontro, sono molti 
però quelli manoscritti, i quali insieme ad alcune lettere 
ci danno un pò di luce sulla vita di lui e sul valore delle 
sue opere. 

I manoscritti che contengono le opere del Bonincontro 
sono i seguenti : 

1. Cod. ms. II D 4 della Biblioteca Nazionale di Palermo. 
Miscellaneo del sec. XVIII in 8. senza nomi d'autore con 
lettere o segni convenzionali in margine, dai quali nulla si 
può capire. 



(1) Edizione 1662, pp. 192-198. 

(2) Edizione 1651, pp. 266 186, pp. 266-270, nuinori 32-40. 
(8) RuccoUa di 0. H. Cakuso. Palermo 1726. 



UN tOETA BIZZARRO DEL '500 11 

Confuse con poesie del Veneziano, del Paruta, del Giuf- 
fredi e di altri, se ne trovano anche alcune del Bonincontro. 

2. Cod. ms. 2 Qq. b. 23 della Biblioteca Comunale di 
Palermo in 8. grande del sec. XYII, miscellaneo, col titolo: 
« Canzuni siciliani di li poeti chiù celebri ». 

Contiene poesie siciliane del Veneziano , del Giutt'redi, 
del Paruta, del Potenzano ed ai ff. 08-70, 10 ottave siciliane 
di « Mariano Bonincontru » (5 inedite). 

3. Cod. nis. 2 Qq. d. 75 miscellaneo della fine del seco- 
lo XVII in 8. Contiene poesie di vari dei secoli XVI e XVII 
tra i quali : La Donzella, Bau, Potenzano, Galeano etc. 

Dal f. 545 al 551 vi sono 24 ottase siciliane di « Ma- 
riano Bonascontro » (17 inedite). 

4. Cod. ms. 2 Qq. a. 30 in 32. miscellaneo della fine del 
sec. XVII. Da p. 441 a p. 443 si trovano 3 ott-ave siciliane 
di « Mariano Bonincontro » (2 inedite). 

5. Cod. ms. 2 Qq. e. 34 in 8. miscellaneo della fine del 
sec. XVI, col titolo : « Canzoni et altre opere siciliane di 
Ant. Veneziano e d'altri Autori raccolti per (lerolamo Bo- 
naccolti gentilhuomo Palermitano ». 

Tra i nomi degli Autori figurano quelli del Paruta, del 
Sirillo , del Giuffredi , del Ficalora , del Bonincontro e di 
altri. 

Al principio della raccolta vi è una « Lettera di Ger. 
Bonaccolti alli signori curiosi » con la data 3 dicembre, 
4. indizione 1581, e da questa si trae con sicurezza l'epoca 
in cui fu scritto il codice, per la parte che riguarda la Rac- 
colta, la quale ne occupa i due terzi. 

Le pagine mancano di numerazione; a p. 14-16 vi è una 
« Barcelletta del Bonascontro ad Antonino di Monteleone » 
di 29 sestine con ritornello. 

Dopo qualche pagina seguono tre lettere del Bonincon- 
tro dirette : La prima , all' illustrissimo Rev. Mons. oss.mo 
vescovo di Cefalù di famiglia Faragone » : « Di Palermo a 
primo di gennaio 1568 »; la seconda a D. Cesare Lanza con 
la data : « Palermo a X di dicembre 1571 » ; la terza allo 



12 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

stesso « D. Cesare Lanza Conte di Mnssomeli con la data : 
«In Palermo il dì 8 di agosto 1575». La tirnia nelle tre 
lettere è « Mariano Boiiascontro » . 

Nel codice, frammiste ad alcune di altri autori, seguono 
poi 65 ottave del Boninoontro la più parte inedite e non 
esistenti in altri codici. 

In sostanza tra i codici contenenti opere del Bonincon- 
tro questo è il più antico e contiene maggior numero di 
])oesie. 

6. Cod. ms. Qq. e. 15 miscellaneo in 8. col titolo « Fa- 
scio delle cose <li Palermo Eaccolte da ,'ilcuni autori con 
altri oi)uscoli del Dott. Don Vincenzo Auria Palermitano, 
tomo secondo ex dono eiusdem D. Vincenzi Auriae, D. An- 
tonii (sic) Mongitore ». 

Le scritture contenute nel Codice sono in parte del se- 
colo XVI e in parte del sec. XVII. 

Sono notevoli in esso specialmente una Orazione di Bar- 
tolo Sirillo recitata a i) di settembre 1593 e una Lettera 
scritta da Pfiolo Caggio all'ill.mo signor Vincenzo del Bosco 
del 13 settembre 1554, per esortarlo a far risorgere l'Acca- 
demia dei Solitari. 

A pp. 223-252 si trovano tre lettere di Mariano Bonin- 
contro in quinternetti staccati, le quali sembrano copie di 
«pielle del cod. 2 Q(i. e. 34, le due prime di carattere del- 
l' A uria, la terza del Mongitore. 

7. Cod. ms. 2 Qq. e. 18 miscellaneo in 8. Contiene nia- 
noscritii e stampe di qualità diverse, di epoca variabile tra 
il sec. XVI ed il sec. XVll. 

A pp. 128-143 vi è un quaternione dove sono trascritte: 
« Canzoni siciliani di Mariauu Bonincontru supra varii sug- 
getti » cioè 10 ottave; poi altre 12 ottave col titolo : « Veo- 
cliiu innamuratu di lu stissn M. B. », e infine una : « Bar- 
zelletta <ti Mariano Iionasc<»ntro contro Antonino Monti- 
li uni Culubrisi ». 

Pare che le poesie di (piesto quat<ernione siano state 
tratte da una sk >s.i fonte che servì anche al Cod. 2 Qq. 
e. 24. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 13 



A pp. 144-159 si trova un altro quaternione di formato 
piò piccolo del precedente die contiene : a) « Pastorale di 
Mariano Bonincontro (Palermitano) reprobando la conver- 
satione delle città » la quale risulta di 10 ottave in lingua 
italiana ; h) 2 ottave in lingua italiana intitolate : « Di Ma- 
riano Bonincontro sopra un pastizzone di Daino nelle nozze 
del signor Marchese di leraci »; e) 2 ottave « al signor Ot- 
tavio lo Bosco » e 5 alla signora « Aldoanza Liarcà per 
parte del signor Giovanili di Letto » ; tutte esistenti nel 
Ood. 2. Qq. e 34, eccetto le tre ultime, e scritte in dialetto 
siciliano; d) un sonetto siciliano del Bonincontio «al sig. Duca 
di Terranova per la morti di lu 8. Ferranti so' flggliiu ». 

A pp. lGO-171 vi è un ternione più piccolo contenente: 
« Apothemi del Dottor di legge Mariano Bonincontro » , 
cioè 18 ottave siciliane, corrispondenti quasi tutte ed altre 
dei Oodd. 2 Qq. d. 75 e 2 Qq. e. 34. 

Finalmente in un manoscritto seguente di 9 fogli con 
X)agine bianche, in (piella che porta il numero 174 si trova 
il titolo : 

« Opere del Dottor Mariano Bonincontro (Palermitano) 
cioè Capitoli, Sonetti, Stanze in lingua italiana e Canzoni 
siciliane e Lettere ». 

Viceversa il manoscritto contiene solo il Capitolo in lode 
della Torta che comincia a pag. 17G col titolo : « Di Mariano 
Bonoscontro (Palermitano) detto ilSevero Accademico gioioso 
capitolo in lode della Torta al Molto sp. signor Gerardo 
Spada gentil' il uomo lucchese iu resj)osta d'un altro. (1) 



(1) Nel 1. volume delle Rime degli Accesi (1571) l'Alfano (p. 6) e il 
GiulfrtHli (p. 47) rivolgono due sonetti a Gerardo Spada governatore di 
Monreale, membro dtjgli Accesi. Di questo vi e la rispost^i al Giuffredi, 
e senza dubbio è lo stosso al qnale il Bonincontro rivolge il suo Capitolo. 

Verso il 1570 intanto esisteva a Messina fra le altre, una casa per la 
esportazione delle sete intitolata a Gherardo o Girardo Spada ed a Mar- 
tin del Nobile. Cfr. Arenaprimo G. — Il i-itoruo e la dimora a Messina di 
Don Giovaimi d'Austria e della fiotta cristiana dopo la battaglia di Le- 
panto in Ardi. stor. sic. N. S. Anno XXVIII fase, l» e 2" p. 8o. Però 
lo Spada di Messina doveva essere un altro. 



14 UN POETA BIZZARRO DEL '600 

Questo Capitolo d' indole bernesca consta di 571 versi ed 
ha grande importanza per la biografìa del poeta. 

8. Cod. ms. 88 della Biblioteca universitaria di Catania, 
miscellaneo del sec. XVI o XVII. 

Tra le altre cose contiene due lettere del Bon incontro; 
la prima è diretta al Vescovo di Cefalù in data del 1. gen- 
naro 15G8 e la seconda al Conte di Mussumeli in data del 
19 Agosto 1575. L'uua e l'altra corrispondono a quelle di 
pari data che ci sono negli altri codici. 

* 

Negli otto Codici passati in rassegna, come si vede, vi 
è sì una certa messe di opere del Bonincontro, ma non l'in- 
sieme di tutte; uè alcun manoscritto autografo, ne alcuna 
raccolta completa. 

Ad ogni modo appare che tutta l'attività del poeta si 
volse al verseggiare in siciliano nella forma allora in uso, 
cioè la ottava, e dai suoi componimenti in generale si pos- 
sono trarre notizie della sua vita (5 delle qualità del suo 
ingegno. 

Volendo poi riassumere il numero e la qualità delle 
poesie scritte da lui, possiamo presentare un quadro sinot- 
tico di esse. 

Opere di Mariano Bonincontro 

Ottave siciliane diverse 109 — Ottave italiane 2 
Sonetto siciliano 1 — Sonetti italiani 2 

Barzelletta 1 — Capitolo l 

Pastorale 1 — Lettere 3 



^ 3. — Cenni biogbafigi. 

Quanto è ditHcile il i>recÌRare l'attività letteraria del 
Bonincontro nelle varie sue manifest^izioni e nei diversi 
momenti d(»llji sua vita, così lo è il pi'(>('isaro lo note co- 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 15 



stituitive della sua biografia. Ad ogni modo le sparse no- 
tizie biografiche e gli scritti che del Boniucontro ci riman- 
gono, messi in corrispondenza, ci daranno le note salienti 
della sua vita e della sua attività intellettuale. 

Il cognome del poeta ci è dato nelle stampe e nei Co- 
dici in varie forine. 

Egli è detto Bonascontro nella maggior parte dei Co- 
dici, cioè in 2 Qq. b. 23 2 Qq. d. 75, 2 Q(i. e. 34. 2 Qq. e. 
18, e nel «Palermo trionfante» del Di Giovanni. 

« Bonoscontro è detto nel Sonetto direttogli dall'Orlan- 
dino, nelle « Rime degli Accesi » ed a pag. 225 del Cod. 2 
Qq. e. 15. 

Buonincontro lo chiamano il Giraldi, il Mazzucchelli, il 
Crescimbeni, e la fonte di questa dizione e natumlmente il 
Giraldi. 

Finalmente la forma Bonincontro da noi fin qui adot- 
tata si riscontra nei Codd. 2 Qq. a 30, 2 Qq. e. 18, 2 Qq. 
e. 15, negli < Atti bandi e proNviste del Senato palermi- 
tano », (1) nel Diploma dottorale, nel «Palermo ristorato» 
del Di Giovanni, nella « Bibliotheca sicula » del Mongitore, 
ne « Le Muse Siciliane », nelle « Rime degli Accesi », nel- 
l'Epigramma e nel Sonetto direttigli dal Paruta, (2) e nel 
« Brieve discorso del Castagno di Mongibello e delle lodi 
della Sicilia » dell'Orlandini. 

Il numero e la qualità delle testimonianze, tra cui ta- 
luna di carattere utìiciale, inducono ad accettare il cogno- 
me Bonincontro che si prestò a diverse variazioni, cioè in 
Ferrara potè divenire Buonincontro, in Sicilia Bonoscontro 
e Bonascontro. 



* 
* * 



L'accertamento del cognome del poeta , tanto più con- 
validato dalla esistenza di famiglie che in Sicilia e nel Con- 



(1) Alino 1561 Indizioue V. 

(2) BiU. Com. di Palermo cod. ms. 2 Qq. e. 21 f. 43. 



16 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

tÌDente italiano lo portavano e lo portano nella forma da 
noi accettata, non presenta dunque dubbio o diitìcoltà; non 
è così però riguardo ai termini di tempo entro cui si svolse 
la vita del nostro poeta. 

Gli scarsi registri di nascita del sec. XVI che si trovano 
negli Archivii parrocchiali di Palermo, anzi in taluno di essi, 
non ci danno la data di nascita del Bonincoutro, quindi 
questa non può stabilirsi che su calcoli, in modo approssi- 
mativo. 

Questa deplorevole mancanza di notizie sul conto dei 
Siciliani, deve attribuirsi certamente alla incuria di coloro 
che furono preposti nei tempi andati alla conservazione dei 
documenti che potessero illustrare la vita del popolo sici- 
liano nella vicenda dei tempi. 

Qualche luce sulla data di nascita del Bonincoutro può 
darcela la sua laurea dottorale, la cui pubblicazione si deve 
alla diligenza del Pardi (1). 

A pp. 144-145 della sua opera si legge che Mariano Bo- 
nincoutro fu laureato « in ius canonicum et civile » il 27 
Luglio 1547. 

Dal Capitolo in lode della Torta però, si rileva che egli 
prima di recarsi a Ferrara visse a Genova, ed era allora 
sui (|uindici anni, vv. 22-23. 

Perch'io l'ho tutte ne la mente fisse. 
Ch'in Genna ne mangiai trecento a un mese. 
Si come già la penna vostra scrisse. 

Onde creder ai dee, ch'a me palese 
Di quelle sia qualunque altro secreto. 
Poscia che l'ho imparato a le mie spese. 

K forse (th'eia io in (jucl tenq»» vieto, 
A ))unto ò fu nel qiiindicesim'anno 
Nel fior della mia etA |)in venie e lieio, 

(^uan<1o senza fatica e senza affanno 
8'impriinon le virtù nei nostri petti, 
Dove si come in marmo oternt^ staiuio. 



(1) Titoli (lotlorali couforiti ilullo Stiulio di Ffrriuii noi 8<><'. XV o 
XVI Luccu 1901. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 17 

E più oltre: vv. 400-474. 

E voi, Spada gentil, che posto havete 
Me sopra il ciel, come lo Scali il Berna, 
Più di lui degno di corona siete, 

Come io 8on degno di memoria eterna 
Piti dello Scali, che del fe^tto mio 
Feci in Genua stupire ogni taverna. 

Anzi adorato come un Semidio 
Era da tutti, e mi tenner da tanto 
Ohe di farmi lor duce hebber desio. 

Ma io, ch'all'hora non conobbi quanto 
M'offerivano i Cieli, rifiutai 
La bella ocasione del ducal manto, 

E la superba Genua lasciai, 
E a gustar altre biete, altre ricotte, 
Ratto alla volta di Ferrara andai. 

* * 

Altri indizii sulla data di nascita del Bonincontro si 
possono trarre dalla lettera di questi all'Ili. mo Sig. Don 
Cesare Lanza conte di Mussouieli, la quale porta la data 
8 agosto 1575. Verso la fine di essa dice : « Io non sto 
troppo bene, e quantunque mi sia alquanto scemato il do- 
lor della podagra nondimeno una febre lenta e tacita non 
mi lascia, e s'io non morrò prima d'otto giorni, mi voglio 
purgare un'altra volta ». 

Poco prima nella stessa lettera aveva detto : « per- 

lochè non occorre ch'io ne vada ora imbrattando questo 
foglio con la tremante mano » 

Da queste espressioni si rileva chiaramente che nel 1575 
il Bonincontro era già vecchio, forse non molto, ma per lo 
meno sulla cinquantina, dal momento che la sua mano già 
era tremante, e la podagra lo tormentava. 

La data della sua nascita dunque va posta probabil- 
mente verso 1520, la sua permanenza a Genova dovette co- 
minciare verso 1535, quella a Ferrara qualche anno dopo. 
Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXX. 2 



18 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

A quest'epoca appiiuto era Duca di Ferrara Ercole li di 
Este, sposo di quella Eenata di Francia che seguì le idee 
di Calvino, l'ospitò in Ferrara nel 1535, e fu quindi in 
lungo dissidio col marito (1). 

Non sappiamo se la prigionia subita dal Bonincontro 
nelle Carceri della Inquisizione a Palermo avesse relazione 
con un possibile aderire di lui alle idee calviniste, date le 
circostanze di ambiente in cui per qualche tempo egli si 
trovò. 

É certo però che Ferrara fu uno dei centri italiani, anzi 
quello, dove la riforma fece maggiore progresso, special- 
mente in mezzo ai letterati ed alle persone della corte di 
Renata. 

Sulla permanenza del Bonincontro a Ferrara , oltre ai 
fuggevoli accenni che si trovano nel Capitolo in lode della 
Torta,, altri più precisi se ne trovano nella lettera dello 
stesso Bonincontro a M.r Antonio Faraone Vescovo di Oe- 
falìi, scritta il 1. gennaio 1568 in Palermo. 

Il nostro poeta enumerando al Vescovo le sue molteplici 
attitudini, dice fra le altre cose : « Et in primis nonne ego 
essem tibi bonus in secretis ? havendo io servito in cotale 
ufficio ai Duchi di Ferrarla » 

Anche il Mongitore dice che il Bonincontro fu tra i 
Segretari del duca di Ferrara, ma forse attinse la notizia 
dalla lettera stessa da noi citata. 

Però le ricerche fatte eseguire nell'Archivio Estense di 
Modena e nelle Carte Estensi della Biblioteca comunale di 
Ferrara (2), nonché le pubblicazioni de Solerti, del Luzio, 
del Renier e di altri, non danno il nome del Bonincontro 
tra i Segretari di Casa d'Este. 



(1) Cfr. Fontaim-Renafa di F'rancia-Roina-Foizani 18H9-5)3, voi. I, p. 
125. V. puro I. BoniKft in Revue Chretiennc ISTf). 

(2) Kciiitd vivo (niizi*' 1»! ('av. M. C. Caputo della KslcnBe di Modeua 
o MiH>cinIni»ntc al CliiarÌKHÌmo Si^. G. A;jnolli Hildiotecario della Coinu- 
ual« di Forrara por l'iuU'roKHo proKo allo mio ricorrilo. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 19 



Riportata la laurea dottorale, il Bonincontro non do- 
vette fermarsi a lungo a Ferrara, giacché il Giraldi, che 
scriveva il suo discorso nel 1541), parla di lui come se già 
fosse assente di qualche tempo. 

Forse da Ferrara il Bonincontro tornò a Palermo ad 
esercitarvi la professione di avvocato come altri del suo 
stesso cognome facevano con qualche onore. 

Infatti dagli « Atti bandi (^ provviste del Senato paler- 
mitano » risulta che un Blasi Bonincontro fu incaricato nel 
1543 di riformare le Pandette insieme ad altri. 

Questo Blasi Bonincontro fu padre di Giovau Guglielmo 
che si laureò in Ferrara nel 1545 in « ius canomicum et ci- 
vile » (9 Luglio) e del quale si conserva una breve scrittura 
giuridica iu un manoscritto della Comunale di Palermo (1) 

Altri Bonincontro si distinsero, e tra questi meritano 
menzione: Giuseppe, che nel 1544 ebbe il privilegio di 
Maestro N^otaro dei Giurati e nel 15tìO fu nominato « ad 
vocatus urbis »; Vincenzo che fu Vescovo di Girgenti nel 
1007, autore dell'opera « Constitutiones diocesanae et 8y- 
nodi »; Mariano nell'Ordine dei Cappuccini autore di opere 
ascetiche che visse nel sec. XVII e fu forse nipote del no- 
stro ])oeta; Giacomo autore di un Sermone per le esequie 
di Filippo III recitato nell'Oratorio dei Bianchi a Palermo 
il 18 agosto 1621, ed altri ancora. 

Anche sul Boninccmtro del quale ci occupiamo vi è una 
notizia negli « Atti, bandi e provviste del Senato palermi- 
tano». 



(1) Qq. F. 55, f. 155. Su questa famiglia ho raccolto alcuni dati nel- 
l'Archivio parrocchiale di S. Antonio e risulta che Blasi morì nel 1599 
e che nna figlia, Dorotea, gli nacque nel 1537. 

Un suo figliuolo, Vincenzo, andò sposo nel 1537 e ne ebbe nel 1599 
un figlio di nome Blasi come il nonno. ' 



20 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

« Die primo marcii Y inditionis 1561 ofììtiales infrascripti 
ceperinit possessi oiiem eornm officiorum, et per merises sex 
exercuerunt officium preteriti anni lY inditionis Praetor 
Sp. I). Ottavio del Bosco baro brucati. lurati : Antoninus 
de Castrono, Milius de Imperatore (cassaro), Bartholomaens 
de Marchisio (Albergaria), Joseph Eosiguano (Oivalcari) A- 
loysins Eiggio (Xhalcia), Autonius Yentimiliis (conciaria). 

Indices cnriae praeturae : Marianus Bonoincontro , Mo- 
destus Gambacurta. Capitanens urbis : 

Anno vr inditionis 1562 Capitanens et lusticiarius ]S"ico- 
laus de Monte Aperto baro Rafadalis. Praetor et lurati 
non fuerunt mutati, stante que don Fabio de Bononia non 
potuit coucurrere ut patet in primo folio». 

* 
* * 

Da questo documento appare provato che il Bonincontro 
era con sicurezza a Palermo nel 1561, ma per essere eletto 
ad una carica pubblica doveva aver meritato notorietà e tì- 
ducia con una permanenza piuttosto lunga. 

Intanto dal Capitolo del Bonincontro in lode della Torta, 
appare in modo irrefutabile che egli fu perseguitato dalla 
Inquisizione, e sarebbe importante accertare se ciò avvenne 
poco o molto tempo dopo il suo arrivo a Palermo. 

Tutto induce a credere che l' imprigionamento del Bo- 
nincontro avvenisse poco dopo il suo arrivo a Palermo. 

Infatti una persona proveniente da una città infetta di 
Calvinismo, da una Corte dove era grave scandalo religioso, 
non poteva restare indisturbata a Palermo dove un Bezerra 
era zelantissimo Inquisitore (1). 

Oltre a ciò il « Capitolo di lode della Tortii » evoca me- 



(1) Il H«'zerra Ahiito tlolla Magione fu sospeso dalla nirioa dopo una 
relaziono uvvortui del ttucro viuitjiiorc Giovanni Cinttiglia nel ir>72. Cl'r. 
La Manti 4, Origini e vicende delV Inqnmzione in Siciìia , Torino, Boc- 
Cftl886. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 21 

morie che non dovevano esrere molto lontane dalla mente 
del poeta , ed è risposta di un altro Capitolo di Gerardo 
Spada gentiluomo lucchese nel quale veniva lodato il Bo- 
nincontro per la sua voracità. 

8ul proposito delle persecuzioni subite dal Bonincontro 
da parte dell'Inquisizione, non è inutile riportare alcuni ac- 
cenni che dà il Di Giovanni nel « Palermo ristorato » sul 
conto di Giovan Guglielmo Bonincontro. 

A pag. 389 troviamo questa notizia : 

« Giovan Guglielmo Bonincontro fu gran dottore e fu 
prosecuto per il Santo Ufficio ». 

Ed a p. 93 dopo accenno al villaggio Serro di Malopera 
(moderno S. Lorenzo) si trova : 

« Quivi il dottor G. Guglielmo Bonincontro si fece un 
luogo pastorale con capanne, tuguri, un boschetto ed altri 
luoghi silvestri. 

Era di umor filosofico, si vestiva da pastore e da ninfa 
faceva vestir sua moglie, si prendeva diletto e sjjasso, cosa 
non solamente di gusto a lui, ma di sommo piacere a chi 
lo vedea e sentiva ». 

Queste notizie sul Giov. Guglielmo Bonincontro si adat- 
terebbero tanto a Mariano da far supporre che il Di Gio- 
vanni avesse preso equivoco sul nome, il che, data la dili- 
genza di questo autore, ditlicilmente potè avvenire. 

Ad ogni modo rileviamo che i due dello stesso cognome 
studiarono a Ferrara, a distanza di pochi anni, riportarono 
colà la laurea dottorale, dovettero ritornare a Palermo alla 
stessa epoca, furono ambedue perseguitati dalla Inquisizione. 

Eiguardo alla vita pastorale che Gian Guglielmo con- 
dusse per qualche tempo, troviamo anche una corrispon- 
denza nella vita che per un certo tempo condusse Mariano. 

Infatti possediamo una Pastorale di questi in lingua ita- 
liana , col titolo : « Pastorale di Mariano Bonincontro (Pa- 
lermitano) reprobando la conversatione delle Città ». 

In questa Pastorale che noi trascriviamo in appendice, 
contenuta nel cod. 2 Qq., e. 18, si fa invito alle donne per- 



22 XiN POETA BIZZARRO DEL '500 

che tengano compagnia al poeta ed agli altri della comi- 
tiva, nella vita boschereccia. 

Date le corrispondenze tra i due Bonincontro , per al- 
cuni casi della loro vita , appare probabile che tra loro ci 
fossero anche relazioni di parentela. 

Essi giunti a Palermo furono forse sorvegliati dai Messi 
della Inquisizione, perchè provenienti da una città infetta 
di calvinismo e il loro genere di vita potè fornire pretesto 
per l'imprigionamento, il quale poi non fu di breve durata, 
come si rileva dalla seguente terzina del Capitolo in lode 
della Torta di Mariano Bonincontro : 

Son cinque mesi già, ch'io sto sotterra 
Sepolto vivo, e tempo fora hormai 
Di metter qualche pace a tanta guerra. 

Era allora inquisitore, come abbiamo detto, il Bezerra, 
noto per la severità, ma il Bonincontro nella lettera del 
4 genneio 1567 a M. Faraone mostra di essere in relazione 
d'amicizia con lui ed a proposito di 30 onze dovutegli da 
D. Carlo Ventimiglia dice: 

« Intanto che etiam atque etiam dubito, ne te, Bezerra 
et me velit pascere verbis. E tanto più che ultimamente i)ar- 
tendosi di qua promisit duplicù in i)arte a esso M. Bezerra 
che appulsus che fosse nel buon castello , illieo statim et 
immantinenti omni mora posposita e senza chiederli altri- 
menti etc. » 

Poi soggiunge : 

« A me duole grandemente che al ricuvrar di sì poca som- 
ma io abbia mosso due cosi gran nuichine come è V. S. 
Bev.ma ed il signor Inciuisitore, il valore dei quali doveva 
io riserbarmi quando per avventura fosse condeunato alle 
forche ». 

I tormenti inflitti ai prigionieri di quello che ipocrita- 
mente veniva detto Santo Ufficio, sono descritti dal Bonin- 
contro in alcuni versi efficacissimi del suo Capitolo dove si 



UN fOETA BIZZARRO DEL '500 23 

trova auche im accenno un pò oscuro all'epoca del suo im- 
prigionamento. 

Egli (lice (vv. 34-39 ) che dava un bel principio ai suoi 
concetti e che apriva allora le porte alla seconda Musa, 
quando fu imprigionato. 

Quindi egli era giovane e la « seconda Musa » potrebbe 
essere la siciliana, perchè aj)pare ])robabile che , venuto il 
Bonincontro in Sicilia, smettesse poco alla volta il poe- 
tare in lingua italiana e si dedicasse alla poesia siciliana. 

Infatti i codd. ci danno di lui quasi esclusivamente poe- 
sie siciliane, e noi crediamo che le poche italiane debbano 
attribuirsi alla sua giovinezza; ma potrebbe anche darsi che 
con « seconda Musa » il poeta alludesse ad un altro genere 
di poesia che egli si diede a coltivare dopo la lirica ; cioè 
la iiastorale o la bernesca. 

Tutto sommato dunque non è im]ìrobabile che egli fosse 
imprigionato dalla Inquisizione non molto tempo do}») il 
suo ritorno a Palermo, cioè tra il 1548 ed il 1558. 

» * 

Quando il Bonincontro trovavasi nelle carceri delP In- 
quizioiu?, pare che non ave*e ancora preso moglie giacché 
dice: vv. 304.3GG 

Io credo ch'egli la sua moglie adora 
E s'io ne ritrovassi un'altra tale 
Al corpo mio prenderei moglie hor bora 

Invece nella lettera a M. Faraone del 1 gennaro 1568 
afferma di essere sposato : « Quarto potrei anco servir Vo- 
stra S. Rev. per cappellano, dir la messa, aiutarla a dir la 
Messa, aiutarla a dir l'affizio, et aliquando audire confessio- 
nem peccatorum ; praesui)positis tamen terminis habilibus- 
que ; idest si uxorem non haberem omnium infortuniorum 
nieorum potissimam cagionem ». 

Quindi si può affermare che il Bonincontro prese moglie 
dopo la sua liberazione e prima del 1568. 



24 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

A qiiest' ultima epoca il poeta doveva essere in istret- 
tezze finanziarie, come si deduce dal contesto della lettera 
citata, e nepjìure in seguito dovette godere di una vera a- 
giatezza come si deduce dalla lettera del 1575 all' 111. Sig. 
Don Cesare Lanza conte di Mussomeli. 

Fino a quest' epoca è certo cho il Bonincontro viveva, 
ma gli accenni ripetuti ai suoi malanni mostrano che non 
dovette esserne molto lontana la morte. 

Se la rovina della punta del molo a cui accenna il Bo- 
nincontro in una ottava satirica all'Abbate Calvo è quella 
avvenuta il 28 dicembre 1583 riferitaci dagli storici dell'e- 
poca, il poeta visse ancora parecchi anni dopo il 1575. 

L'epigramma del Paruta in onore del Bonincontro si trova 
tra quello del Veneziano e quello del Giuflredi , quindi è 
facile che il nostro poeta morisse nella stessa epoca cioè 
verso il 1592 (1). 

Ciò supporto è lecito mettere la vita del Bonincontro 
tra il 1515 ed il 1592, ed è quindi errato l'asserto del JVIon- 
gitore il quale- dice di lui: « Clami t anno 1580» giacche a 
tal epoca, se pure era vivo, era già vecchio. Del resto man- 
cano ragioni e dati i)recisi che ci autorizzino ad affermare 
positivamente che il Bonincontro vivesse ])roprio fino al 1592. 

^ 4. — Giudizio sull'epoca del Bonincontro. 

Non è certamente agevole il valutare 1' opera letteraria 
del Bonincontro , dal momento che non si conosce questa 
completamente, tanto più, se è vero quanco dice il Mongi- 
tore, cioè, che il Bonincontro scrivesse anche in latino. 



(1) Sul proposito (Iella muncnizione degli epigraninii del Paruta , per 
incidente è giunto osservare die essa nel luauoseritto autografo è doppia, 
in numeri romani ed in numeri arabici , ma i primi sono i numeri defi- 
nitivi che il Parutii aveva scelto , come si vede col raffronto , ma senza 
curare la cronologia. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 25 

Senza dubbio il soggiorno di Ferrara dovette essere di 
gran giovamento e di sprone al nostro autore, studente in 
uno Studio tanto rinomato da attirare oltre a molti siciliani, 
anche stranieri dimoranti molto lungi. 

Se molti erano i siciliani che studiavano a Ferrara, non 
tutti però trovavano modo di eccellere, o per difetto natu- 
rale d'ingegno, o per manco di sorte. 

Però il Bonincontro j>are che durante la sua permanenza 
a Ferrara si acquistasse la simpatia e la stima di tutti, del 
che ci danno prova le parole di G. B. (liraldi Cintio uomo 
in queir epoca autorevolissimo , Professore nello Studio di 
Ferrara e Secretarlo degli Estensi. 

Questa carica fu anche tenutii dal Bonincontro per un 
certo tempo, ma sarebbe difficile il precisarne le mansioni 
e la durata. 

Fu certamente in quell'epoca di permanenza a Ferrara 
e durante la carica, che il Bonincontro potè istruii'si nella 
conoscenza di alcune lingue, conoscenza della quale si vanta 
nella lettera a M. Faraone del 1. genfiaio 1568: 

« Ego calleo iinguam Latinam, Germanicam , Gallicam, 
Hispanam, lanuensem, Venetam , Bergamascam , Florenti- 
nam, Keapolitanam, Siculam et Bergariotam » (1). 

* 

Oltre al coltivare gli studi di diritto ed i linguistici, il 
Bonincontro coltivò anche gli studi poetici, ai quali veniva 
tratto dalle qualità del suo ingegno. 

In quel tempo a Ferrara, come alrove, il petrarchismo 
dominava senza contrasti e tutti facevano a gara per imi- 
tare il cantore di Laura esagerandone i lievi diffetti e ca- 
dendo nel manierismo il più ridicolo e il più grottesco. 

Ancora l'Ariosto non si era imposto col suo stile disin- 
volto e brillante, ammirevole per classiche bellezze e per 



(1) Bergaiiotani equivale a Palermitana. Bergaria o Bergheria oggi Al- 
bergheria era ed è il rione caratteristico di più Palermo. 



26 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

nuovi ardimenti, specchio fedele dell'animo di artista fine 
ed arguto che l'aveva concepito. 

I grossolani imitatori del Petrarca frattanto si esauri- 
vano in vuote accadenjie, in retoriche declamazioni, in canti 
composti a stento sulla falsariga di quelli del loro maestro, 
imitandone le rime, le cadenze, e, più specialmente, i giri 
di frasi misteriose, Nociate, e perfino oscure, dei quali tal- 
volta si serviva il sommo poeta, obbedendo alle leggi este- 
tiche del suo t^mpo, che volevano il simbolismo e l'astra- 
zione, piuttosto che l'espressi<ìne spontanea e viva dei sen- 
timenti. 

Senonchè, mentre il Petrarca, spinto dal suo ingegno , 
tratto tratto sfuggiva da quelli strettoie , e lasciava sgor- 
gare libera e fresca la vena di poesia ch'empi vagli il petto, 
i i>etrarchisti che al cadere del XV e per tutto il XYI se- 
colo si diedero a verseggiare sul suo modello , si sforza- 
rono di sottomettersi, e lo fecero con grande ostentazione, 
a quella legge estetica che p'ih non era nel dominio del 
tempo. 

Come il Giraldi colle sue originali e geniali composizioni 
drammatiche e coll'insegnamento si ribellò al convenziona- 
lismo ed alla esagerata imitazione classica nella poesia dram- 
matica, così il Bonincoutro tentò di mostrare ai petrarchi- 
sti del suo tempo, che avevan seguita una via falsa nell'arte 
del poetare. 

Però non permettendogli le forze del suo ingegno di 
farsi iniziatore di una nuova maniera di poetare che me- 
glio della seguita servisse alla espressione efficace dei più 
teneri sentimenti dell' animo , si volse piuttosto a mettere 
in ritlicolo gli esagerati imitatori del Petrarca, non senza 
qualche effetto. 

Nessuno meglio del (liraldi poteva approvare le inten- 
zioni del Bonincoutro , ma ci volea ben altra autorità in 
fatto di iK)e8Ìa per vincere quella forte corrente petranchesca 
che aveva traHcinato nel suo corso i migliori ingegni del 
necolo. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 ^7 



* 

* * 



Allontanatosi poi il Bonincontro da Ferrara dove la sua 
voce poteva avere una maggiore efficacia , e ritornato in 
patria, dove il petrarchismo dominava senza ostacoli e della 
poesia face vasi un passatempo oggetto di Accademie e di 
frivole conversazioni, si volse ad altro genere di poesia che 
forse giovanetto aveva coltivato. 

E nella materna favella fin d'allora, salvo qualche rara 
volta, scrisse le sue poesie, che, non sono frutto di studio 
e di lavorìo intellettuale , ma di sentimenti spontanei e- 
spressi in forma modesta e piana. 

Il suo umorismo però faceva sempre capolino in quasi 
tutte le poesie, i>erfino nelle amorose e in (juel lungo Ca- 
pitolo in lode della Torta che egli scrìssi* mentre giaceva 
nelle terribili carceri inquisìtoriali. 

Questo è il più esteso dei suoi scritti |)oetici, spesso e- 
legante, nella forma, sempre efficace nella espressione dei 
sentimenti, pieno di brio, ma talvolta improntato a mesti- 
zia ed a disperazione. Fn scritto in due giorni e 1' ultima 
parte di notte come rilevansi dai versi seguenti. 



* * 



St. 159-lGO. 



Ma perchè veggio homai fuggir la notte 
E la lucerna ha consumato l'oglio 
E '1 dì m'invita a le coutinue lotte, 

ìj forza di dar fine (ond'io mi doglio) 
Al dolce ragionar della mia Torta, 
Ma lasciatemi prima empire il foglio etc. 

E piti oltre : 

St. 169. 

Hor su mancar mi sento quel divino 
Furor di poesia, con cui m'ha fatto 
Parlar con voi due giorni il mio destino 



28 TTS POETA BIZZARRO DEL '500 



* * 



I versi citati lumeggiano il carattere del Bonincontro 
vivace e spiritoso, inchinato a farsi giuoco di tutto e i)er- 
fino dei suoi tormenti. 

Pungente e mordace con tutti, critico degli uomini e 
delle cose dei suoi tempi, non è difficile che si creasse ap- 
pena giunto a Palermo, dei nemici che poterono influire 
al suo imprigionamento. 

Era poi uomo abilissimo conoscitore di mille arti e pro- 
fessioni, quale egli stesso si dichiara nella lettera del 1 gen- 
naio 1568 a M. Faraone. 

« Oltrecchè (et liceat mihi aliquantum proiactari) 

mi basterebbe l'animo di poter e saper fare io solo quel 
che a pena potrebbero e saprebbero fare sette persone ». 

Qui comincia la sfilata dei suoi meriti. 

iSi vanta buon segretario, e rammenta di esserlo stato 
presso i Duchi di Ferrara, buon cantore e conoscitore della 
scienza armonica , suonatore x)rovetto di Organo , Pesto , 
Viola ed Arco, adatto a far da cappellano e da confessore, 
qualora non avesse moglie, principale causa di tutti i suoi 
infortunii, adatto come conoscitore di dritto civile e cano- 
nico a far da Vicario nella diocesi cefaludense , provetto 
poeta latino e toscano, capace di difendere il protettore 
colle armi, e infine conoscitore di parecchie lingue, come 
sopra si è rilevato. 

Ma il massimo dei suoi meriti, come egli argutamente 
rileva, era il saper trattai'e con ogni (pialità di persone e 
8I)eciahuente cogli Hpaguuoli, 

« saprei come vecchio corteggiano che sono, conver- 
sare con Ispaguuoli; cosa veramente ditticile assai più che 
andar i>er via ordinaria; perchè ci vuol altro che baie a 
voler staro con la misura, co '1 compasso co '1 peso e co '1 
lidio lapMe in mano tutte le boro, i)er misurare, compas- 
sare; pesare e HC|iiMfrMn' le loìigltndiiii , lo ÌJititiuliiii , e le 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 20 

profondità dei meriti di ciascheduno d'essi, et bavere ogni 
momento l'hostia in bocca per tema di non commettere al- 
cuni errori con i fasti loro e considerare a cui tocca seggia 
di velluto e a cui di cuoio, e qui viene un'altra maledetta 
distinzione, cioè a cui la Imperiale a cui la Regale et a 
cui la bastarda. Item a cui tocca la broccbetta, a cui tocca 
la sottocoppa et a cui no. Item a cui s'ha da parlare di 
V. S. a cui di V. M., a cui di vos et a cui di tu, col ma- 
l'anno e la mala pasqua che Dio dia loro et a chi tanti ne 
porta a questi nostri paesi ». 

Una critica piii arguta degli Spagnuoli è certo che non 
poteva farsi in quell'epoca di servaggio, ed il Bonincontro 
mostra con ciò, insieme ed un fine spirito satirico , una 
grande indipendenza di carattere che neppure la fiera pri- 
gionia del Sant'Uffìzio aveva saputo domare. 

Di simili tratti satirici son i)iene le tre lettere conser- 
vateci, ed a buon dritto pare che i contemporanei lo tenes- 
sero in gran conto come poeta burlesco. 

Il nome che meglio lo caratterizza è quello che lo con- 
traddistingueva nella Accademia degli Accesi , alla quale 
apparteneva insieme ai poeti piii cospicui del tempo. Egli 
era detto ivi « 11 severo accademico gioioso ^^ perchè, osten- 
tando serietà e gravità era maestro nel pigliarsi giuoco di 
cose e persone dei suoi tempi, come ci è dato vedere dalle 
molte poesie che si conservano manoscritte. 

* * 

L'Accademia degli Accesi, alla quale egli appartenne , 
nacque sulle rovine di cpiella dei Solitari che, fondata da 
Paolo Caggio nel 1549, ben presto si sciolse. Essa sorse nel 
1568 sotto gli auspici di Ferdinando D'Avalos Marchese di 
Pescara viceré di Sicilia (1). Luogo di riunione era il con- 
vento di S. Domenico e specialmente una cappella del Chio- 



(1) CtV. MoNGiTORE, Accademie di Sicilia, Bibl. Coui. di Palermo, 
Ms. Qq. 29, e. 32. 



30 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

stro dedicata a S. Barbara che gli Accademici elessero co- 
me protettrice (1). 

Impresa dell'accademia fu la luna col motto virgiliano: 
« Eevertens colligit iguem » (Georgiche I, 127) ; poi mutò 
impresa ed assunse un bambino sul fuoco col motto : « Vir- 
tutes elicit arte » (2). 

Da un Atto del Senato del 24 aprile 1579 si rileva che 
l'Accademia in tale anno trasferì la sua sede nel Palazzo 
Aiutamicristo. 

Primo Principe ne fu Argisto Giuffredi, noto petrarchi- 
sta di quello scorcio di secolo, autore di bei sonetti e di 
canzoni troppo servilmente imitate dal Petrarca. 

Spesso gli accademici facevano tra loro delle tenzoni 
poetiche come si rileva dai loro scritti. Del Bonincontro 
pare che si riferiscano a tenzoni l'ottava all'Abate Calvo e 
diverse poesie ad Ottavio del Bosco Conte di Vicari, al 
Giuffredi a Giacomo di Carlo etc. 

La poesia del Bonincontro : « Sopra un Pastizzone di 
Daino nelle nozze del signor Marchese di Jeraci » in lift- 
gna toscana, dovette essere scritta nel 1574, anno in cui 
avvennero le nozze di D. Giovanni Ventimiglia Marchese 
di Genici con Anna d'Aragona. 

Una delle miglior poesie del Bonincontro è quella di 
genere pastorale, che ancor oggi, presenta una specie di 
freschezza e sembra un liore anticipato del giardino arca- 
dico. È un gentile invito alle ilonne, i)erchè vogliamo tener 
comitagnia al poetii e ad altri dedicatisi alla vita pastorale 
e contiene la descrizione delle bellezze campestri e della 
dolcezza che si gode fra esse e nell'esercizio di lavori i)a- 
storali e ì)oschertH',ci. 

Non è chiara la <latH di (pu*sto leggiadro componimento, 
ma i)robabilmentv. si rif(»rÌHce alla gioventù del poeta e 

(1) Canniz/jiro. De roligione Pjvnhormi. Palermo IWìt). 

(2) Qiuwt4i motto fu iiu'HMo dii K'ìlippo l'anita siiirArco Irioiit'ulc (n-utto 
ad EmuiMitielt^ KìIìIhiiUi di Shvoìh. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 31 

quiudi ai primi anni della sua permanenza a Palermo; anzi 
noi già elevammo il dubbio che il genere di vita a cui il 
poeta allude nella poesia pastorale, gli fosse comune con 
Guglielmo Bon incontro, come comune può darsi che fosse 
la causa del loro imprigionamento. 

Di molte altre i)oesie è facile rilevare la data di com- 
posizione, perchè scritte per determinati avvenimenti del- 
l'epoca, vuoi i)er l'elezione del Pretore e dei giurati, vuoi 
per la Peste, vuoi per qualche gherminella fatta ad amici, 
vuoi per disposizioni prese dal Viceré o dal Senato eie. 

In somma il Bon incontro da tutto traeva argomento <li 
verseggiare, ma senza pretese di sorta, con semplicità e njo- 
destia, sempre con eminente spirito satirico, tanto più ap- 
prezzato quanto raro, a quell'epoca di scoloriti petrarchisti 
e di poeti adulatori e pieni di ostentazioni. 

Nella <lescrizione della peste del 1575 indirizzata al Conte 
di Mussomeli, nonostante la podagra e la febbre, mostra il 
solito spirito nel criticare i difetti altrui; nota la paura del 
contagio in Masi di Ballo, ride della morte di Monsignor 
Lo Mellino, gran beone e gastromane e per di pìii line cor- 
tigiano, parla lutine della sua miseria e si raccomanda al 
Conte di Mussomeli. 

Oltre alla descrizione della Peste sono notevoli le ottave 
intitolate « Vecchiu innamuratu » , nelle quali deride se 
stesso e le sue debolezze senili mostrando con ciò di veder 
chiaro non solo nei difetti altrui, ma anche nei propri. 

Egli in sostanza era un uomo d'ingegno elevato ed ar- 
guto, di un carattere annibile e forte, spensierato ed alle- 
gro, di una coltura varia, ma non profonda. Inoltre ci si 
mostra buon patriotta, abborrente dal giogo spagnuolo, del 
(piale riconosceva tutti i mali ed i danni economici e mo- 
rali, nonché sprezzante di quei costumi goffi e ridicoli che 
influirono tanto sugli italiani del tempo. Eppure egli più 
che vero poeta, fu un dilettante scribacchiatore di versi , 
senza ideali artistici, senza quelle doti fantastiche e geniali 
che fanno del poeta il rappresentante delle energie Intel- 



32 UN POETA BIZZABRO DEL '500 

lettuali d'iuia razza e di una epoca o di un momento sto- 
rico d'eccezionale importanza. Ciò malgrado fu dotato di 
quel riso interiore, di quella coscienza umoristica che ebbe 
la sua più alta espressione nei sommi dell'arte; ma, limitan- 
dosi a criticare, nulla creò di nuovo e rimarchevole. A que- 
sto suo spirito arguto ed a queste sue critiche umoristiche 
dovette in gran parte la sua fama e le lodi esagerate dei 
contemporanei; nondimeno non merita la (]ualifica di anti- 
l)etrarchista, perchè a Palermo avrebbe potuto sostenere 
belle lotte contro il Gaggio, il Veneziano, il Giuffredi , il 
Paruta, l'Orlandini ed altri molti, eppure fu in costanti 
rapporti letterari con costoro , e fors' anche ne ammirò i 
versi petrarcheggianti. 

Cosicché il Bonincontro, spoglio della aureola poetica 
che non gli spetta, spoglio del merito di innovatore e di 
caposcuola, resta sempre un ingegno bizzarro ed arguto , 
un fine umorista, critico spregiudicato dei tempi suoi i 
quali già prenunziavano la decadenza politica , morale ed 
artisticii del sec. XVII. 



Odoardo Coppoler Orlando 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 33 



APPENDICE 



POESIE INEDITE (1). 

a) Italiane 

I. 

Pastorale di Mariano Bonineontro (Palermitano) reprobando 
la conversatione delle Città. 

Si come vaghi ed amorosi havete, 
Donne, i begl' occhi e di dolcezza pieni, 
Così dell'altrui mal pietose siete 
Dentro del cor nei delicati seni; 
L'alta cagion benignamente udrete 
Che dinanzi di voi ne sgorga e meni, 
E speriam poi, quando l'havrete intesa, 
Che la mercè non ne sarà contesa. 

Siam lungamente stati et ancor siamo 
Di questi monti prossimi pastori; 
Le care mandre e '1 ricco gregge habbiamò 
Nei gioghi nostri e la campagna fuori. 
Ivi contenti in pace ci godiamo 
La vita celebrata in tanti honori, 
Felici apieno e fortunati in tutto, 
S'una sol cosa non sturbasse il tutto, 

Siam quasi senza voi, come la vite 
Senza il suo pai che dritta in pie la tiene, 
E voi che '1 piacer nostro non sentite, 
Non i)otete gustar perfetto bene. 
Deh ! venite con noi, donne, venite 
Se desìo di diletto al cor vi viene. 
Ch'oltre che sempre goderete voi, 
Farete il vostro ben perfetto in noi. 



(1) Dal cod. 2. Qq. e. 18, della Comunale di Palermo. 
Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXX, 



\ 



34 l^N POETA BIZZARRO DEL '500 

È perchè forse vi dorrà lassare 
Per abitar tra i monti, una cittate 
Sì vaga e sì gentil, che non ha pare 
Tra le più degne al mondo hoggi lodate; 
E vi parrà che ne le selve stare 
ì^^on si convenga a vostra alma beltate : 
Ma se una volta ci verrete mai 
Ne sarete ogni di più vaghe assai. 

Che ancor che fatti sien semplicemente 
Gli alberghi nostri e senza alcun lavoro. 
Vi starete non men commodamente 
Che ne' vostri palagi ornati d'oro. 
Quando pur siete alle ricchezze intente, 
Vi farem a vedere c'habbiam thesoro 
Di perle e pietre ed oro, onde possiate 
Farvi ogni giorno in uova guisa ornate. 

Oltre che mille e mille spassi havremo 
Di che vi farem star sempre copiose. 
Sul matin frescho a la campagna andremo 
Scherzando fra l'herbette rugiadose. 
Indi in man l' instrumenti pigliaremo 
Che rendon vaghe voci dilettose, 
E vi empirem' d'una dolcezza il core 
Che d'ogni dolce vi parrà migliore. 

Hor sotto un faggio lior sotto un vago abete 
Passando all'ombra i caldi tempi estivi. 
Sempre in danze con noi ve ne starete 
Al mormorar de' dilettosi rivi. 
E voi stesse tal 'hor l'aque aprirete 
De' vicin fonti e dei ruscelli vidi, 
Abbeverando con diletto i prati, 
Perchè vi sien di vaghi fior più grati. 

Vedrete il nostro ingegno naturale 
Sempre nette tener con somma cura 
Tutto l'erbette, e pieno il bel canale, 
Cli'entni in mezzo de' paschi alla verdura. 
E vederete, o belle donne, (puile 
E quanta sia potenza di natura. 
Che, sotto ingravidando il terren tutto. 
Produce infln con la vaghezza il frutto. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 35 

Vedrete voi tosto che inanzi giorno • 

La bella Aurora l'alte cime scopre, 
Porsi cantando al caro gregge intorno 
Con varii ingegni dati a divers'opre, 
Parte intenti a legar corno con corno 
I buoi nel giogo, acciò il bifolco adopre. 
Altri a munger le capre, altri a lattarle 
E secondo il costume il maschio darle. 

l^on ne lasciate andar. Donne amorose, 
Cosi soli da voi, così scontenti; 
Fate almeu una di queste due cose 
Qual meglio par di lor che vi contenti : 
O venite con noi a le piagge ombrose 
Ove l'asciati habbiam gli nostri armenti, 
O se venir non vi degnate nosco, 
Siate contente almen ch'habitiam vosco. 



II. 



Di Mariano Bonoscontro (palermitano) detto il Severo Acca- 
demico Giojoso capitolo in lode della Torta al Molto sp. sig. 
Gerardo Spada gentiVhuomo Luachese in Resposta d' un 
altro del medesimo suggetto. 

Sovviemmi della vostra rima accorta 
(Signor Spada gentil) la qual m'aperse 
Un'ampia strada a celebrar la Torta. 

Di cui son sì profonde e sì diverse 
L'alme virtù, ch'il ragionar di quella 
Il mio debile ingegno non sofferse. 

Perciò che a cosa sì celeste e bella 
Eecato havria il mio stil quel lume a punto, 
Ch'arreca al sol la men lucente stella. 

Pur d'ardente desir, da gloria punto, 
Ma acceso più dal vostro chiaro lume. 
Di venir dietro a voi presi l'assunto. 

Che voi, quasi del ciel possente Nume, 
In me destaste i neghittosi spirti 
E deste a l'ali mie novelle piume, 



36 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

Oud'hebbi ardir d'entrar fra lauri e mirti, 
Di lasciar le spelonche e gli antri bui, 
E i perigliosi dumi orridi et irti. 

E a dire incominciai spinto da vui 
Più lodi de la Torta che non disse 
Il Molza già, ch'io ne so piìi di lui. 

Perch'io l'ho tutte ne la mente fisse, 
Ch'in Genua ne mangiai trecento a un mese, 
Si come già la penna vostra scrisse. 

Onde creder si dee, ch'a me palese 
Di quelle sia qualunque altro secreto. 
Poscia che l'ho imparato a le mie spese. 

E forse ch'era io in quel tempo vieto. 
Appunto e' fu nel quindicesim'anno. 
Nel fior de la mia età piti verde e lieto. 

Quando senza fatica e senza affanno 
S'imprimon le virtù nei nostri petti. 
Dove si come in marmo eterne stanno. 

Dico dunque ch'io dava a miei concetti 
Un bel principio ; però l'empia sorte 
Me l'ha rotti nel mezo, et interdetti; 

Che non si tosto spalancai le porte 
A la seconda Musa, ch'assalito 
Fui da questa tremenda horribil Morte. 

Che morto dir mi posso, poi ch'uscito 
Sono da' veri vivi, e '1 mio ricetto 
È un luogo aspro di tenebre vestito. 

Ove a pianger dì e notte son costretto 
L'altrui, non le mie colpe, essend'io in tutto 
D'ogni empia opinion sincero, e schietto. 

Hor vedete (Signore) a che condutto 
M'ha la fortuna, e come il bel disegno 
Da le radici m'ha svelto e distrutto. 

E per mio maggior diiol, quel poco ingegno 
Gh'io haver solca, me l'ha tuffato e immerso 
Dentro un mar di timor, d'ira e di sdegno, 

Acciò non i^ssa pur formare un verso, 
Quando tal'lior mi spinge il ìx?! desìo 
Che ])uote in me più che il mio stato aversoj 



tTN POETA BIZZARRO DEL 'SOO 37 

Quantunqne infatti egli oggi sia il più rio 
Il più malvagio, e '1 più fiero supplitio 
Che contro un peccator permetta Dio. 

Di cui per darne a voi verace inditio 
Basterà ch'io vel dica in due parole: 
Ei mi tien carcerato il Sant'offitio. 

Or come potrà mai si come suole 
Formar la voce mia detti soavi, 
Se quando gioir dee s'aflBge e dole ? 

Ch'un strepito crudel di ferri e chiavi, 
Di cepi)i di catene, un stranno horrore 
Aggiunge a miei pensier noiosi e gravi ; 

Che meraviglia è come non si muore 
In tanti affanni, e come un'huom sopporta 
Si gran flagello e non gli manca il core. 

Pur il divin soggetto de la Torta 
Ha sì gran forza, ch'a pensarvi solo 
Ogni spirto vital si riconforta. 

Indi è ch'io, posti a tergo il pianto e il duolo, 
Son forzato a pigliar la cetra in mano 
Et a levarmi con la Torta a volo ; 

Né so dire in qual guisa a mano a mano 
Io mi senta cambiato hora in me stesso: 
O valor della Torta sopra humano ! 

Cedano pure a te l'arrosto e '1 lesso. 
Gli intingoli, e guazzetti^ e ogni potaggio, 
E qualunque sapor liquido e spesso. 

A te si volge il mio stanco coraggio, 
E da te sol chiede soccorso e aita, 
Ne l'alta impresa ch'ora a seguir'haggio. 

Tu sei colei che fai leccar le dita 
Del tuo dolce liquor tutte le genti. 
Più che in Spagna non fa l'oglia podrita; 

Da te prendon vigor l'humane menti 
Siccome i corpi, ond'oggi Genua avanza 
L'altra cittati d'huomiui prudenti. 

Perciò che quivi ha tu fatto la stanza. 
Come in Cipri la Dea del terzo Cielo, 
Onde Genua in te post'ha ogni speranza, 



38 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

Ed a te crede al pari del Vangelo, 
Come Margntte, e post'ha il sommo bene 
In te sola con puro e ardente zelo. 

Del gusto suo si nutre e si sostiene 
O sia sano o sia infermo, un genovese, 
E te per manna e medicina tiene, 

E vuol che di te tutto il suo paese 
Ne mangi almen tre volte la stomana, 
E ne sian sempre le fornaci accese. 

Né questa opinion mi par lontana 
Dal diritto sentier del buon governo. 
Per mantener la gente e saggia e sana ; 

Anzi Consiste qui (s'io ben discerno) 
Tutta la gloria di quel gran senato^ 
Onde sia il regno suo perpetuo e eterno. 

O tre volte felice al mondo nato. 
Chi a così ben fondata legge 
Viver consente il suo benigno fato ! 

Qual Republica al mondo resse o regge 
Si bene i suoi vassalli, come hor face. 
L'avveduta Liguria e il suo bel gregge ? 

Forse ch'ella ha mestier d'esser fallace 
Come fu Numa ? o di piantar carotte 
Al popol suo perch'egli viva in pace! 

Dieci mazzi di biete e due ricotte 
(Che chiaman presensuole) oglio e farina 
E tutte in forma circolar ridotte, 

Fan l'antidoto altier, la medicina. 
La qual giammai non seppero i Romani, 
Che i cor selvaggi al ben oprar inclina. 

Le leggi sue Licurgo agli Spartani 
Diede, e a gli Ateniesi il gran Solone, 
Pompilio a Roma e Zanni a' Venetiani, 

Renelle fossero in fatti e belle e buone ; 
Pur con la gran virtù che si contiene 
Nella torta, non stanno al paragone. 

Poiché, venga minactùa o gravi pene. 
Boi mangiando di quelle, le brigate 
Fuggono il male, e van seguendo il bene. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 39 

Queste son certe gratie gratis date 
De' cieli al mio miracoloso ordigno, 
Che fa le gente divenir beate. 

Che credete che indusse il bianco cigno, 
Già Re della Liguria, a pianger tanto 
Il cader di Fetonte empio e maligno, 

Salvo che l'haver visto d'ogni canto 
Arse le biete, onde cader dovea 
Tosto del regno suo la gloria e '1 vanto? 

Perchè senz'esse far non si potea 
La Torta, che la gente alpestre e fiera 
In tranquilla union chiusa tenea. 

Lasso di dir de la sua forma altiera. 
Più bella assai di tutte l'altre forme; 
Come tra le stagioni Primavera. 

Perciò che in questo voglio seguir l'orme 
Vostre; perchè n'havete dottamente 
Parlato, et io con voi son conforme. 

Né meno penso hor io unitamente 
Dir de la Torta quanto si potria, 
Ch'il mio picciolo ingegno noi consente 

Ma solo il mio pensier brama e desia; 
De la Torta ir toccando alcun bel detto. 
Il qual non fosse nato o tocco pria, 

Come sarebbe a dir del suo concetto. 
Dove l'origin debbe e come s'usa : 
E qui bisogna alzar b<m l'intelletto. 

Perchè questa materia sta inchiusa 
Nel profondo lALMV dei cabbalisti 
E di bassi pensieri è in tutto esclusa. 

Indi è che agli huomin scelerati e tristi 
Vietato è il penetrar sì grand 'arcano, 
Perciò ch'hanno gli humor di terra misti. 

Onde io da voi ; senz'alcun dubbio, insano 
Riputato sarò, che non pavento 
Poggiar al Ciel con stil rozzo e profano. 

Ma che colpa e la mia, s'io pur mi sento, 
Spronar d'occulta forza e sollevarmi 
Verso le stelle, benché pigro e lento! 



40 UN POETA BIZZARRO DEL '500 



Tal ch'io potrò con voi sempre scusarmi 
Che non parl'io ma altri, e che mi detta 
Le rime, e che mi porge iu bocca i carmi. 

Dico dunque che questa benedetta 
Opra di Dio pria ch'ei facesse il Mondo 
Era in seno d'amor nel chaos ristretta; 

E del mirabil suo cerchio profondo 
Fondossi questo, e quell'altro emispero, 
E la machina, ch'oggi gira a tondo. 

Hor mirate, di gratia, quant' altera 
Hebbe il principio, e s'a Platone accolto 
Fu questo eccelso e peregrin pensiero, 

Il qual, non penetrando a dentro molto, 
Disse che solo Amor tenne la cura 
De la gran mole, sendo in quella involto. 

Io non nego ch'Amor la legatura 
Fosse del Chaos, ma dico che la Torta 
Dava al legame suo forma e misura; 

Perchè sendo il gran Chaos materia morta, 
Havea mestieri di maggior ritegno 
Di quel d'Amore: è questo è quel ch'importa. 

Poi che da se non saria stato a segno 
Un picciol Dio nel grembo a la gran mole. 
Ma il cerchio di ch'io parlo era il sostegno. 

Fu la materia ancor, parli chi vuole. 
Fu la forma la Torta, hor s'è ino. degna 
Ogn'un il sa senza dir più parole. 

Dunque chi di sapere il ver s'ingegna. 
La forma in mezo al chaos vedrà celarsi, 
Benché paia che 'l chaos forma non tegna. 

Ohe poi visibilmente palesarsi 
Doveva al Mondo, quando col suo esempio 
Hebbero tutti i cieli a lubricarsi. 

E questa fu la Torta, e non quell'empio 
Pancini, si che convien cli'a la Torta erga 
Ognun nel mezo del suo ventre un tempio, 

Poi ch'in lei sola l'universo alberga ; 
Onde forz'è che da si bel soggetto 
Alzato parli, e che più carta verga. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 41 

Quest'è l'ambrosia, quest'è il benedetto 
Nettare, che nel ciel ministra a Giove 
Il Ganimede suo caro e diletto. 

Questa la Manna fu, ch'hor più non piove 
Al popol cieco e pien di scortesia. 
Che ancor cercando va segnali e prove. 

Questa fu la buccella, ch'ad Elia 
Diede già la Sidonia vedovella, 
A cui scampò il figliuol da morte ria. 

Questa mostrò al Colombo nova stella 
E novo mondo, onde a maggior potenza 
Alzò i gran Regi Hernando ed Isabella. 

Perch'egli sol da la circunferenza 
De la Torta squadrò c'hun mondo v'era, 
Non pria venuto al Mondo in conoscenza. 

E così acceso a l'alta imi)resa e fiera 
Del Perù penetrò, nel bel paese. 
Più grande assai di tutta l'Asia intera, 

Mercè della sua patria genovese 
Ch'alletta e tira tutta la sua gente 
Col mezzo della Torta a l'alte imi^rese. 

Con un quarto di Torta solamente 
Misura un Geometra in un istante 
Il mondo da l'Oceano a l'oriente. 

La Torta è la malia tanto importante 
De la Gianna fornaia, che facea 
In Bologna impallare ogni suo amante. 

La qual se fatto havesse al grande Enea 
Ne la spelonca la Regina Dido, 
Né la vita né lui forse perdea, 

Il quale avendo udito il suono a '1 grido 
De l'Italiche Torte, havea il pensiero 
Tutto rivolto al bel Lavinio lido, 

E non temendo il mar turbato e fiero 
Venne in Italia, e l'aureo ramo prese 
Ne i laghi averni, e poi fondò il suo impero. 

Né per quel ramo d'or Virgilio intese 
Altro (secondo ch'ivi Servio espone) 
Ch'un manico di pala genovese, 



42 Xm POETA BIZZARRO DEL '500 

Come a dire ch'Enea prese il guidone 
E lo scettro del Mondo, figurato 
In quel misterioso e gran bastone. 

La Torta è il magno Empiastro il nitridato 
Di tutti i morbi, il qual se ben noi fanno 
I medici gustare a ogn'ammalato, 

(Sappiate ch'essi il celan con inganno, 
Perchè se si scoprisse un tal secreto, 
Havriam la mala pasqua col malanno. 

Che non andrebbon lor correndo dietro 
Gli infermi, ond'essi ne van tanto alteri. 
Perchè %'ivrebbe ogn'un gagliardo e lieto. 

Anzi per ischernirla i masnadieri 
Gli hanno mutato il nome e la figura 
E de le Torte n'han fatto cristieri. 

Onde veggiam che pongon ne la cura 
Quelle biete, quell'olio, e quelle cose 
Che fan le Torte (o nostra gran sciagura !) 

Le quai per farle ancor vituperose, 
Le caccian dietro e l'infelice infermo 
Xelle parti inhoneste e vergognose 

Ma un medico so io, che, per far scherno 
A tante infermità ch'a poco a poco 
Sarebbon per condurci morti a l'Ermo, 

Post' ha la casa sua nel piti bel loco 
De a città, dove si vede intorno 
Ciascun buon tavemier, ciascun buon cuoco 

Né si sente altro quivi e notte giorno 
Ch'odor di Torte, ch'è possente tanto, 
Ch'a la peste può far vergogna e scorno. 

Questo medico sì, si può dar vanto 
D'essere un Esculapio e l'età nostra, 
Ch'à venti forni ha la sua casa accanto, 

Dove si vede una continua giostra 
Che fanno i Tavemier con le lor pale, 
De' quai l'albergo suo s'imperla e inostra. 

Talché chi viene a lui con r<u-inalt^ 
Fiutando il grado o<lor, da lui si parte 
Colmo di Hunità scarso di male; 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 43 

Kè a lui fa mestier di voltar carte 
D'Hipocrate e Galeno, e d'altro autore 
Che de la Medicina insegni l'arte. 

Perchè gli basta a lui d'aver l'odore 
J3e le Torte, che intorno se gli stiva 
Quando ch'egli esce del suo albergo fuore. 

Di cui ben profumato ovunque arriva. 
Spira non solo a' languidi salute, 
Ma i morti ancora suscita ed avviva, 

E con certe parole pronte e argute 
Dà a veder a ciascun che ciò proviene 
Da la individuai sua gran virtude. 

Onde in si gran concetto il mondo il tiene 
Ch'altri non è, eh 'a cotal segno aggiunga. 
Perciò che da lui sol par ch'esca il bene. 

Ma s'egli per astuzie vuol far lunga 
La cura, ei nella cappa si rinchiude 
E da l'infermo il più che può si slunga. 

È si come i registri hor apre, hor chiude. 
De la torre del foco un alchimista, 
E fa le fiamme hor nutritive hor crude, 

O pur si come muta l'organista 
Co' registri de l'organo la voce, 
E falla hor pian, hor forte, hor lieta, hor trista, 

Così costui a l'infermo hor giova, hor noce, 
Hor gli nega l'odore, hor gli concede, 
Hor l'uccide, hor il salva a un far di croce. 

Dunque de' corpi la salute siede 
Nella Torta fatai, però negletta 
Da li Medici ingordi hoggi si vede. 

Pure malgrado d'essi ella diletta 
Tanto, ch'ogni città, di Geuua a gara 
Far la Torta miglior, la gloria aspetta. 

Ecco Bologna, Modena e Ferrara 
Lodi, Parma, Piacenza e '1 gran Milano 
Con la sua Lombardia tanto preclara, 

Et ecco la Toscana e '1 Potigiiano, 
Dove una voi già ne mangiaste a sorte. 
Che vi fece leccar tre dì la mano. 



44 tJN POETA BIZZARRO DEL '500 

Tutte belle le fanno e in varia sorte, 
2fe contar le potria l'abaco tutte; 
Ma vuol ciascun l'honor de le sue Torte. 

Chi morbide le fa, chi le fa asciutte. 
Chi gi'osse e chi sottil, hor fredde, hor calde, 
Le dà e chi innanzi, e chi dopo le frutta. 

Ne fanno in Yilla ancora le Castalde 
D'orzo e di miglio da'altre cose buone, 
E verdi e rosse e pavonazze e gialle. 

Se ne fan brave ne la Eeligione 
Benedettina, et anco i Certosini 
V'han perso entro le chiavi col bastone. 

Xe fan le monachette a' lor pretini 
D'uova e di latte, é ne fan corpacciate 
Benché con gran cautela i Fratoppini. 

Ne trangugia ogni prete et ogni frate. 
Ne beccano g'Iberi a corpo pieno. 
Novellamente in questa nostra etate, 

Francia, Fiandra, Alemagna, ogni terreno, 
Usano herbe, oglio, grano, vacche e buoi : 
Forz'è ch'habbian la torta in mezo al seno. 

Se ne fan mediocri hoggi fra noi 
Sicilian, non è ver che i maccheroni 
Manterran sempre i privilegi suoi. 

Et anco a par di tutte le nationi 
Se ne fan belle e buone nel Lucchese, 
Ma quel ser Pier non vuol, che Dio il perdoni ! 

Perciò l'amico vostro del paese, 
Poi d'haver preso n)oglie, dir solca : 
Faccio vita da Principe e Marchese 

Perch'ella a tutto paste gli facea 
Mangiar la Torta, e la gustava anch'ella 
Più d'una lepre acconcia in frcgassea. 

Che benedetta sia <lonna «ì bella 
Che fa la Torta e poi la guata ancora, 
E maledetta sìa chi n'é rubclhi ! 

Io credo ch'egli la sua moglie adora, 
E s'io no ritrovassi un'altra tale, 
Al coT\Hì mio iirenderei moglie hor hora. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 45 

Poi piangon che il marito le vuol male : 
Chi diavolo amasse una mogliera, 
Che non sa far la Torta il carnovale ? 

De' quai ne veggio un'infinita schiera, 
Ch'altro non sanno far che pane in brodo, 
E non san che sia Torta né Tortiera, 

10 per me tutto mi rallegro e godo, 
Se, d'una saggia e di fattezze conte 
Che sappia far la Torta, intendo et odo. 

Però poniam (juesta materia a monte, 
E risolviamo un dubbio che ne importa. 
Pria che mi venga a conturbar Caronte; 

Che le cittati nel condir la Torta 
Varian, chi l'olio adopera, e chi il butiro : 
Hor vediam noi qual sia di lor piìi accorta. 

Genua conchiude all'olio, e s'io ben miro. 
Vinse con le mggion ch'io già imparai 
Da un Genovese un di, sendo in San Siro. 

Dicea così : Tu che la Torta fai 
Sol di butir senz'olio, non sai niente. 
Perchè solo il butir vi gusterai. 

11 quale, oltre dell'olio, è virtualmente 
Ne le mie Torte in quelle tume impresso. 
Quantunque ei non vi sia visibilmente. 

Cosi Genua, ch'ha l'olio in actu expresso 
E in potenza il butir, nell'olio avanza 
L'altre città, che sol butir v'han messo. 

Tien d'argomento topico sembianza 
La sudetta ragione, e a me par viva, 
E di gran fondamento, e di sostanza. 

Perchè non riman già di butir priva. 
Se ben dell'olio fa maggior la dosa, 
La Torta Genovese unica e diva. 

Anz'ella in sé contien ciascuna cosa, 
E l'altre Torte mancan di quell'una. 
Ch'in cielo e in terra è la piìi gloriosa. 

Ch'ogn'un sa, che non é sotto la luna 
Licor, ch'ali 'olio pretioso e degno 
S'agguaglia, in cui ogni virtìi s'aduna; 



46 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

Che non si possa incoronar d'un Eegno 
Un Re, se d'olio pria non si vede unto : 
Samuele e David ne mostran segno. 

Né ch'ir senz'olio in ciel possa un defunto, 

battezzarsi im'huoiuo, il sa ciascuno, 
Che con le membra de la Chiesa è giunto. 

Ma che vò raccogliendo ad uno ad uno 
Gli alti misteri ch'entro all'olio stanno, 
S'unto Cristo vuol dir ? Basta quest'uno. 

Né se dell'olio io ne contassi un anno 
E facessi ogni dì mille terzetti. 
Verrei de le sue lodi al terzo scanno; 

Che di lui nella bibbia io sol n'ho letti 
Luoghi infiniti e belli, on'ho compresi 

1 suoi celesti doni e benedetti. 

Ben seppero trovar li Genovesi 
Il metodo e la strada a farsi eterni 
Senza leggi cercar d'altri paesi. 

Né di statuti empir libri o quaderni, 
Che son dal popol poi mal osservati, 
Siano pur quanto voi vecchi, o moderni ; 

Né da Platon pigliar gli ordini dati, 
Come saria lo stato popolare, 
O vero il Principato e gli Ottimati; 

Cose da fare un santo sbattezzare 
Perchè son tutte strane fantasie. 
Brutte in aspetto, e in esistenzia amare. 

Mi fa recere a udir le monarchie 
O le aristocnitie piene di fraudi. 
Et anco quelle sue democratie. 

Toccano tutte a te, tutte le laudi, 
Genua gentil, né Dio i)erinetta mai. 
Ch'io alcun do' tuoi inerti ne defraudi, 

Che quanto io deggia al tuo valor, tu sai, 
Che posto m'hai tra gli huomini immortali, 
J)u l'hora che trecento io ne mangiai; 

Tal ch'oggi cede a me Lorenzo Scali 
Ohe trent'otto ricotte a una nuM-euda 
Mangiò, cui il Bernia iK>8e tra gli annali. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 47 

Che se ben quella parve gran facenda 
Pur la mia fu maggior trenta per cento, 
Se v'è chi ben la mia raggione intenda. 

Perchè in un dì non mangerà un Convento 
De' frati diece Torte Genovese, 
Come all'hora fec'io senza alcun stento, 

Che vengon diece il di, trecento il mese. 
Hor queste diece Torte han più ripieno 
Di trentotto ricotte del paese 

Di Calci, e de le quai n'entrano almeno 
Quattro per Torta. Hor dieci fan quaranta: 
Tante ogni dì me ne cacciava in seno. 

Giungeteci poi l'olio e l'herba santa 
E l'altre circostanze, e trovarete. 
Che nessun pivi di me si gloria e vanta. 

E voi, Spada gentil, che posto havete 
Me sopra il ciel, come lo Scali il Berna, 
Più di lui degno di corona siete. 

Come io son degno di memoria eterna 
Più dello Scali, che del fatto mio 
Feci in Genua stux>iie ogni taverna. 

Anzi adorato come un Semidio 
Era da tutti, e mi tenner da tanto. 
Che di farmi lor duce hebber disio. 

Ma io ch'all'hora non conobbi quanto 
M'offerivano i Cieli, rifiutai 
La bella occasion del ducal manto, 

E la superba Genua lasciai, 
E a gustar altre biete, altre ricotte, 
Eatto alla volta di Ferrara andai. 

Ma perchè veggio homai fuggir la notte 
E la lucerna ha consumato l'oglio 
E '1 dì m'invita a le continue lotte, 

È forza di dar fine (ond'io mi doglio) 
Al dolce ragionar de la mia Torta: 
Ma lasciatemi prima empire il foglio. 

Ch'a trattar la materia anco m'è sorta 
Dove si cuoce meglio, o dentro il forno, 
() con il testo, e qual è via più corta- 



48 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

Dico senza troppo 'ir col capo attorno, 
Ch'il forno è assai miglior che non è '1 testo, 
Poiché ne cuoce un sol trecento il giorno. 

Ei dà il fuoco più egual, fa bene e presto, 
Travaglia men la fante, a cui sol basta 
Di far la Torta, ch'il fornar fa il resto. 

De le quattro tre volte mi s'è guasta 
La Torta in casa, quando la massara 
Hor con la teglia, hor còl carbon contrasta. 

Il forno infatti è una cosa rara, 
Si risparmia le legna, e la fatica 
Ch'in casa ti verrebbe troppo cara, 

Oltre che quest'usanza è molto antica, 
E del gittar de le finestre il lardo 
Sappiam che fu l'antichità nemica. 

La qua! con un giudici© lento e tardo 
Attese a crivellar tutte le cose, 
E fisso all'util nostro hebbe lo sguardo. 

Ella ci discoprì mill'altre ascose 

Incette, onde l'uom spende il suo quatrino 

Con parsimonia in opre gloriose. 

Hor su mancar mi sento quel divino 
Furor di poesia, con cui m'ha fatto 

Parlar con voi due giorni il mio destino. 

Dunque voglio finir, però con patto 
Che men mandiate una calda calda. 
Perchè mi sento hormai vinto e disfatto; 

E fate ch'ella sia grossetta e calda. 
Come fu quella che già mi mandasti 
Nel tempo che vivea la mia Castalda. 

Fate anco che sia grande, e che mi basti 
A Batiar, ch'io ne son desioso, 
Ohe non s'usan qui dentro cotai pasti. 

Dicemi il carceriere, a cui già roso 
Ho il cervello gridando Torta a ogni bora : 
«No damoH a giù pasto tan sobroso». 

O fate almeno, che la mia signora 
Mi posila mandiu- qua de le sue Torte 
Bei non volale che per Torta io inoraj 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 40 

Che a voi non saran già chiuse le porte, 
Per impetrar del mio signor Bezerra 
Che quelle calde il carcerier m'apporte. 

Son cinque mesi già, ch'io sto sottera 
Sepolto vivo e tempo fora hormai 
Di metter qualche pace a tanta guerra. 

Ch'all'ora io cesserò di tragger guai 
Et havrà refrigerio il mio lamento. 
Quando vedrò de la mia Torta i rai; 

E spero all'hor con più dolce concento 
Cantar l'alte virtù, c'hor dir di questa 
Materia, non mi lascia il mio tormento. 

Che più di quel c'ho fatto a far mi resta. 
Questa sia la vigilia, ch'ai suo honore 
Io spero all'hor di celebrar la festa. 

E voglio dir di lei, che '1 gran Motore, 
Pria che facesse l'huom, fé nascer l'herba, 
E n'ebbero le biete il primo honore; 

Indi è che, sia pur la stagione acerba, 
La bieta è verde, perch'ancor natura 
Quel suo forte natio vigor la serba. 

E parimente de la Gattafura 
Dirò coste stupende, e del butiro. 
Materia infatti a molti ingegni oscura. 

E mostrerò che quel grande elexiro. 
Che pietra di filosofi si dice, 
È l'olio, d'onde tante opere uscirò ; 

ì*j non è minerai herba o radice 
Né propolio, o antimonio, in cui sol spera 
Ogni sciocco alchimista esser felice; 

E ch'egli sia la quint'essenza vera. 
L'anima mundi, e che sia in ogni parte 
Terr'aria, foco et acqua e ogni altra spera, 

Luna, Mercurio, Sol, Venere e Marte 
Giove, Saturno, e ch'egli sia ogni cosa, 
Che sia l'uccel d'Hermet e tutta l'arte. 

Ch'in lui si trova quella. pietosa 
Virtù, ch'in oro il Mar può congelare. 
Che Gebbero e Baccon tennero ascosa; 
Arch. 8tor. Sic. N. S. Anno XXX. 4 



50 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

Ch'ei sia l'auro potabile, e sanare 
Con lui si possa ogni mortai ferita : 
Tutte materie gravi, alte e preclare. 

Ma attendo pria da voi soccorso aita, 
Da voi, Spada gentil, perciò c'havete 
L'anima cinta di vìrth infinita, 

Et a giovar altrui so che tenete 
Volto il pensier, onde sperar mi lice, 
Che col vostro valor voi mi farete 
Gustar la Torta, e diventar felice. 

in. 

Di Mariano Bonoscontro sopra un Pastizzone di Daino nelle 
nozze del signor Marchese di leraoi. 

Son io Atteon già figlio d'Aristeo, 
Ch'hebbi troppo in amar le voglie immerse, 
Talché da' cani divorar mi feo 
Diana, poich'in cervo mi converse. 
Ma in ben mutar (!) hoggi il mio fato reo 
Mi fé' l'istesso cervo e a voi m'offerse, 
Onde s'io pasto fui di cani e fiere, 
Hor sarò cibo d'alme illusti a altiere. 

Mi ha del vostro Camil l'ingegno e l'arte 
Di color vaghi e di bei freggi ornato, 
A ciò, principe eccelso, in ogni parte 
Risoni il vostro nome alto e pregiato. 
Voi questa carne mia divisa in parte 
Lieto porgete a chi vi siede allato. 
Che le viscere, l'ossa, i corni e '1 nerbo 
Sol per Masi di Reggio gli riserbo. 

b) Siciliane 

I. 

Apotemi del Dottare di legge Mariano Bonineontro Palermitano 

Peusunu alcuni d'assiri migliuri 
Di tutti l'autri di lu so paisi 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 51 

Per diri chi sti nobili, e signuri 
O mastri in Theologia dotti e parlisi. 
Va, ca piglianu tutti un grossu erruri 
(Sibben fussiru principi e marchisi). 
Perch'a stu mundu a meritari honuri, 
Si vol'essiri flghiu di burgisi 

Cui è fighiu di burgisi nun pò fari 
Chi n'haya acutu e pellegrinu ingegnu, 
E chi dignu non sia di guvernari 
Ogni provincia grandi, ogni gran Eegnu 
Perchè cui sa li bestii guardari, 
Chi n'hannu né discursu né ritegnu. 
Ben sapirà cu l'homini trattari 
C'hannu già la rasciuni per sustegnu. 

Chista è la causa chi mastru NicDla 
Gu verna beni sta sua monarchia, 
Perch\ so patri, chi lu misi a scola, 
Fu di li boni di la Brigarla 
E fu burgisi di burritta azola 
Chi tinia mandra e siminava urlia, 
E fina intantu ch'illu happi la stola 
Lu paxxiu sempri di tumi e cuccia 



II. 



Mariano Bonincontro a lu Signuri Duca di Terranova 
per la morti di lu Signuri D, Ferranti so Fighiu. 

Sta su la prova ndi ristava a fari 
A la cuppella di lu vostru argentu, 
E sarrà chistu l'ultimu cimentu 
Chi Poru vostro vinni ad afflnari. 

Nun basta lu sapiri guvirnari 
Un regnu in paci, in guerra ogni moraentu 
E senz'ha viri un'ura mai d'abbentu, 
Mentri chi l'antri dorminu, vigghiari. 

Né dari a lu so Be sanu cunsighiu 
In l'occurrentij soi stupendi e immensi, 
Ch'attirririanu un Pirru e un Scipiuci, 



62 UN POETA BIZZARRO DEL '500 

Ma è necessariu d'essiri patruui, 
Comu sarreti vui, di vostri sensi, 
Tollerandu la morti d'un tal fighiu. 

in. 

Vecchiu innamuratu. 

Amurì ingratu, Amuri scanuscenti, 
Chi ti pasci di sangu e chiantu humanu, 
Audi li giusti mei novi lamenti, 
Lu tortu chi mi fai crudili e stranu : 
Ch'undi yu cridia nexxiri di stenti 
Per essiri attimpatu et anzianu, 
Com'hora mi naxxissiru li denti. 
M'hai misu in tantu focu atu e supranu 

Tu sai chi mentri iu fui giuvini forti, 
Mai di lu regnu tò m'appartai un'hura, 
Undi pativi tant'aggravii è torti 
Ch'a pinzarici tremu di paura. 
Sarria giust'hora ch'in cangiassi sorti, 
C'haiu già un pedi 'ntra la sepultura, 
E lu pinzeri miu fussi di morti 
E no di bedda angelica figura. 

Non è la mia persuna ne l 'etati 
Conformi all'arti chi m'hai datu a fari; 
' Diun'essiri beddi e aggraziati 

L'amanti, e ricchi di forza e dinari, 
Poviru yu sii cu middi infirmitati, 
Stnixxatu e chinu di lassami stari 
(Jhi sulamenti st'occhi scarcaghiati 
Fannu li lupi e li babai spagnari. 

Tu divivi a lu mancu in chista imprisa 
Fari nun quali di sti dui partiti : 
O ad idda laida coniu la zia di Lisa, 
O a mia garzuni cu li membri arditi. 
Chi cHHendu intrambu cunigli di disa 
Oveni su rei fraciti e purriti 
Videnduridi viBtuti a una divisa 
BtarriHmu iu santa pace e senza liti. 



UN POETA BIZZARRO DEL '500 53 

E s'iu per sorti tegnu li suspira 
Per ci fari mal xchiauni (sic) 
Lu ventu pr'unii pocu si ritira 
Poi nexxi per la via di hi thesauru. 
E, azzò non s'inchia la mia donna d'ira 
Nun trovii autru rimedili né ristaiiru, 
Chi scruxxiri la seggia o la gassina 
E fari und'iu mi trovii ardiri allauru. 

Un jorim tantu flici ch'in ritinni 
Iju xhiatu intra lu ventri a min dispettu, 
Ventu lu jetta a mari, e chi m'abbinni ! 
Mi fu bisogni! stari un misi a lettu. 
Ma tanti mindi detti intra li minni 
Chi iu flci cu sanu intellettu 
Ad ogni ventu d'irgiri l'antinni 
E farici la burda e lu trinchetto. 

lu sugnu risulutu, vegna via 
Lu ventu puru, e sia ventu libici, 
Di darici passaggiu, ch'è fullia 
Teniri ventu anzatu intra bilici 
Ch'in ndi voghiu a stu casu chiù per mia 
Chi per nudd'autra, e sia l'imperatrici. 
E si la mia signura si nichia 
Fazzu cuntu ch'è ruttu di radici. 

Quandu iu chiangiu, idda ridi e dici a tutti 
Chi li lagrimi mei nun sii liali 
Ma sii materia d'humuri corrutti 
Calati di la testa per canali. 
Accussì amuri paxxi di sti frutti 
Li soi snidati vecchi e capurali, 
E macari cun diu quandu sii rutti, 
La benda c'impristassi per bracali. 

Ma si tu si potenti e giustu Diu, 
Mostra l'eftetti di li toi attributi : 
Fa chistu feru e lajdu aspettu min 
Chi para beddu e chiìi nun mi rifiuti. 
Poi fa ch'illa ami tantu quantu amu iu 
E li prigheri mei benigna ascuti; 
Chi si chistu nun fai si ingiustu e riu 
E indignu d'holocausti e di tributi 



54 UN POETI. BIZZARRO DEL '500 

Chi si CU la bilanza e la lingnella 
In mezzu, la giustizia si pinci, 
N'è giustu ch'iu sia laidu e illa bella 
D'und'è la causa chi tantu Finfinci; 
Chi si fussi com'iu vicchiazza e fella, 
Sii certa ch'a hi frijri li sfinci 
Nun dirria lu trippodu a la padella 
Tira fatti in dalla va ca nii tinci. 



MISCELLANEA 



DUE LUOGHI CONTROVERSI 

NELLA GEOGRAFIA DI SICILIA DELL' EDRISI 



I. 

I 

Alla ricerca del Castello di AltChazan (•). 

In un punto della descrizione che il geografo àrabo Edrisi fa 
della Sicilia, si parla di un castello, Al • Ohazàn, posto « in cima 
d'un monte : una delle più belle rocche [che mai siano, alla quale 
appartiene] una delle più ubertose pianure : prospero paese, con 
poderi e casali ». « Scaturisce di qui — continua l'Edrisi — il fiu- 
me detto Wàdì - al ■ Amir (« fiume dell'emir » oggi di Misilmeri), 
il quale, scendendo da Al - Hazàn lungo i fossi, trova le acque 

di Qugànah e lascia a tramontana questa terra ; tra la quale e 

Óaflah (comune di Cefalà) [corrono] nove miglia. Le acque [di 

Al - Hazàn e di Qugànah] si congiungono sotto Mirnàw (comune 

di Marineo) ; lasciata a diritta la qual terra, che si discosta un 

miglio e mezzo da Qugànah, arriva [il fiume] sotto Misilmeri, e 
lascia questa a tramontana alla distanza d' un miglio. Da Ma- 



(*) Pubblicando, or sono parecchi anni, alcune osservazioni sulla Cro- 
naca arabo-sicula di .Cambridge , edita dal benemerito Cozza-Luzi , pro- 
mettevo di dire qualche cosa sul castello di Al - Chazàn , che , per inci- 
denza, m'era toccato di accennare (v. Arch. star, sic., 1897, pag. 196); 
quello scritto io lo davo per «prossimo», ma ohimè! son passati tanti 
anni che molti, se non i più, tra i cultori delle nostre memorie, avran- 
no forse dimenticato quella noticina promettente o... compromettente che 
si voglia dire. Non però ho io dimenticato; e se il « prossimo » si è mu- 
tato in «lontano», è da attribuirsi alle vicende imprevedibili della vita. 



56 MISCELLANEA 



rineo a Misilmeri sono sei miglia e da Misilmeri al mare un miglio 
grande. Da Al - Hazàn a Cefalà mezza giornata, o vogliam dire 

a un di presso dieci miglia, ed altrettante da Misilmeri [a Cefalà] 
sì che fa una giornata [da Al - Hazàn a Misilmeri] ». « Da 

Al-Hazàn a Bikii (comune di Vicari) quindici miglia». « Da Al- 

Hazàn a Gatu (Iato) quindici miglia a un dipresso» (1). 

In base a queste indicazioni ed al fatto che il fiume di Mi- 
silmeri nel tratto di parecchie miglia, sì a monte che a valle di 
Marinèo, è oggidì detto Scanzano , l' Amari annotava che il ca- 
stello di Al - Chazàn dovesse ricercarsi presso la Ficuzza. Però, se 
da Misilmeri a Marinilo dice V Edrisi che sono sei miglia , da 
Misilmeri alla Ficuzza (Al - Chazàn) , che è a mezzodì di Mari- 
nèo, è ragionevole che la distanza sia più di sei miglia ; onde 
1' Amari pensò che per Misilmeri — Al - Chazàn si dovesse dire 
sedici o forse ventisei, o pure che qui si trattasse di miglia fran- 
che ossia leghe (2). 

Questa correzione proposta dall' Amari ha bisogno di alcuni 
schiarimenti. Il Libro di Ruggiero , come dal grande Normanno 
gli eruditi àrabi chiamarono l'opera dell'Edrisi, di difetti ne ha 
molti, nella parte matematica, — ])er quanto la descrizione sia ri- 
cavata, come pare, da relazioni ufficiali. Le distanze fra le varie 
località si danno in miglia arabiche , e qualche volta franche ; 
bene spesso però vanno notate in giornate o , vogliam dire , se- 
condo il tempo impiegato nel percorrerle. Ma, sembra strano, la 
giornata non è sempre considerata allo stesso modo ; così ad e- 
sempio , e restringendo i nostri appunti alla Sicilia , essa si fa 
taluna volta uguale a 18 miglia (Kahal Maràh-Partinico), talal- 
tra a 20 (Al-Chazàn-Cefalà-Misilmeri) , or a 23 (Kagusa-Butera , 
Marsala-Tràpani), or a 25 (Butera-Licata-Girgenti, Girgenti-Sciac- 
ca) , or a 30 (Canimarata-Castel di Plàtani) , e fin a 30 (Sutera- 
Oirgenti). E questo senza contare la distinzione tra giornate leg- 



(1) Biblioteca arabo - nicula di Michele Amari, Torino-Ronm, E. Loe- 
■cher, 1880, voi. I, 83 sgg. 

(2) II miglio fruuco torna al triplo dell' arabico , il quale v uguale a 
m. 1481, digerendo per tal modo pochisBimo dal miglio siciliano, lu. 1487, 
unificato il 1809. 



MISCELLANEA 57 



giere e giornate (fraudi ; per cui una giornata leggiera , che è di 
18 miglia, può arrivare, a furia d'ingrandirsi, fino a 30 miglia , 
(;ioè al doppio. E non sempre è detto se s'ha da prendere la mi- 
sura leggiera o... la pesante. 

Dal che nasce che per i nomi di luogo— e son veramente po- 
chissimi, e intendiamo sempre riferirci all' opera dell'Edrisi — di 
cui o non si conservò presso gli Àrabi il primiero, se preesistenti 
al periodo saraceno , o non si ha notizia che siano in appresso 
altrimenti esistiti, riesce difficile la ricerca, quando, in ispecie, 
la menzione che ne troviamo fatta ci oftie incompleti o vaghi i 
dati pei quali si possa con sicurezza determinarne il sito. Onde 
ben a ragione l'Amari, pur riconoscendo che, « secondo tutte le 
indicazioni di Edrisi », il castello di Al-Chazan doveva essere e- 
sistito nei pressi della Ficuzza, avvertiva che si dovesse correg- 
gere la distanza da JMisilmeri, perchè di certo erronea, o sosti- 
tuire il miglio franco al miglio arabico , il che varrebbe tripli- 
care questo (1). Però questa soluzione non è stolta accettata da tutti. 

II compianto prof. Vincenzo J)i Giovanni, prendendo in esame e 
illustrando, in un lavoro che, al punto in cui siamo in questo ge- 
nere di studii, è quanto di meglio si possa desiderare, — illustran- 
do, dicevo, il diploma di Ke Guglielmo del 1182 alla Chiesa di 
Monreale, credette di riconoscere Al-Chazan in un casale Huzen, 
allora in rovina, esistente nelle terre assegnate al Monastero di 
San Nicolò del Chìircuro (2). Bove sia sorto detto Monastero , 
che in seguito, nel 1200, ebbe da Federico II la concessione di 
costruirsi un mulino sul fiume Greto , sulla via che portava al 
parco , nei pressi del quale aveva dei possedimenti , veramente 



(1) 11 ragguaglio si ricava da due esempi dell'Edrisi stesso (pagg. 87 
e 90 della Bibl. dell' Amaui) : «Tra Corleoiie a Qal 'at Tariq, (=« rocca 
della via » , oggi Tarueco località in territorio di Corleone) per traniou- 
tana [corrono] nove miglia arabiche, ossia tre miglia franche »; « da Calta- 
bellotta a Sciacca quattro miglia franche ossia dodici miglia [nostrali] ». 

(2) I Casali esistenti nel sec. XII nel territorio della Chiesa di Monreale, 
in Arch. star. Sic., voi. XII, 1892, pag. 450. Notiamo di passata che la 
donazione del 1182 non è, a (pianto pare, che una conferma di altri due 
diplomi , del 1149 e del 1154 , che si riferiscono alle medesime terre. I 
tre docc. si leggono nella raccolta di I>iplomi greci ed Arabi di Sicilia del 
CusA, Palernjo, 1868, pagg. 28, 34, 179. 



58 MISCELLANEA 



non sappiamo, per quanto il Pirri (1) lo confonda con 8. Maria 
delle Grazie, presso il Parco, chiesa edificata di pianta nel se- 
colo XVI. Ma ciò non importa al caso nostro. Vediamo piutto- 
sto se ci riesce di determinare con sufficiente chiarezza i confi- 
ni delle terre donate ai monaci di S. Nicolò. 

Le quali terre — quattro parecchiate, cioè 120 salme — si tro- 
vavano « in tenimento Iati », ed avevano questo confine : comin- 
ciava esso da un monticello ; seguiva il corso di un ruscello che 
scaturiva da esso; andava fino ad una mandra di vacche che e- 
sisteva sulle sponde del fiume Felu (« que cognoscitur esse in 
flumine Felu »), il quale segnava il confine sino alla sua con- 
fluenza col fiume Huzen (« quousque iungitur cum flumine Huzen»), 
saliva fin sotto alle rovine di Huzen vecchio (« subtus diruta e- 
dificia Huzen vetcris »); saliva ancora fino ad una biforcazione 
di vie, fino a Mòdica, e di là a certe alture, « ad cristam », che 
ne formavano il confine orientale. In queste terre erano il casale 
Huzen e, come s'è visto, le rovine di un castello omonimo, og- 
getto di questa nostre investigazioni. 

Importa ora sapere a qual parte dell'antico tenimento di Iato 
corrispondano le terre in tal modo designate. Dei fiumi Felu ed 
Huzen se ne i)arla come confine di altre terre — divise , così 
dette nel diploma di Guglielmo — il cui nome, giunto fino a noi, 
ma inevitabilmente storpiato o travisato, ci permette tuttavia di 
riconoscerle con grande agevolezza. Così la dirim Benbarc ha 
tra i confini il punto « quo iunguntur duo flumina, tìumen Felu 
et flumen Huzen »; la divisa Desise ha ad oriente il fiume Felu fino 
al punto in cui questo si unisce col fiume che scende da latina; 
la dirifia latini poi ha tra i confini, ad occidente , il fiume Felu. 
Or 1m Varca (Benbarc) e JHsisa (Desisa) son luoghi ben noti , 
a<l occidente di S. Giuseppe Iato ; ed il fiume Felu dovette es- 
sere (|uello che oggi è detto fiume Disisa nel suo corso medio e 
che, i-accjolte le acque a mezzodì e ad occidente di 8. Giuseppe 
Iato , prende il nome di Gianquadara nel suo corso inferiore e 
va fino a Balestrate nei cui pressi sbocca nel mare. 

Per tanto le terre assegnate ai monaci del Monastero di S. 
Nicolò del Chiircuro furono, come, se non m'inganno, ai)parisce 



(1) Sicilia $acra, ed. del 1733, pagg. 129 e 160. 



MISCELLANEA 59 



da quel che s'è detto, ad oriente delle divise La Varca e Disisa 
e propriamente quelle che oggi son chiamate contrada Feddamò- 
nica e Guastedda, e che si trovano sulla via dell'altra contrada 
detta Mòdica, andando verso Alcamo (1). Il fiume Huzen è il 
corso inferiore dell' Iato (!he unendosi al Felu (Disisa) segnava 
il punto di confine tra La Varca e San Nicolò! Pare. Il nome 
Felu ci è stato conservato in Feddamònica, italianamente Fella - 
mònica ! Forse. Ma qui s'entra nella via delle ipotesi, e l'etimo- 
logia quando non è confortata da buone ragioni può far prendere 
dei grossi abbagli. E però torniamo al castello Huzen. 

Il qual castello, se fosse l'Al-Chazàn, ci sorprenderebbe di 
saperlo rovinato nel 1182 , quando si pensi che ancora nel 1154 
(l' opera dell' Edrisi fu i)ubblicata nella prima metà del gennaio 
1154) era valido e poderoso da esser detto una delle più belle 
rocche allora esistenti; ma basterà rammentare la descrizione che 
l'Edrisi fa del fiume Misilmeri e la distanza del castello da Iato 
per concludere che Huzen non è Al - Chazàn. 

Ancora una proposta. lì sac. G. Calderone nelle sue Memorie 
storiche (feografiche di Mnrineo e suoi dintorni (1), pigliando in e- 
same il passo dell'Edrisi, non dubita che Al-Ohazan sia esistito 
sul Pizzo Parrino , ultimo della serie di monti che corre fino a 
S. Giuseppe Iato verso occidente e che si eleva di fronte alla 
Montagnola di Marinèo ; e se della bontà di una causa facesse 
fede il calore e il convincimento che si portano nel propugnarla, 
nessuno esiterebbe a dargliela per vinta. Solamente egli vorrebbe 
che in luogo di leggere che il Wàdì - al - Amìr « scaturisce » da 
Al-Chazàn, si leggesse « sbocca » — contro l'opinione del Jaubert, 
dello Schiaparelli e dell' Amari (3). E invero il fiume Scanzano, 



(1) Cfr. i due miei scrittarelli pubblicati in questo Archivio : Iato e 
latina (Anno 1899 , pag. 310 sgg.) e Appunti di toponomastica , ecc. 
(anno 1903, pag. 336 sgg.). 

(2) Palermo, Clausen, 1892, voi. I, p. I, pag. 13, sgg. 

(3) E dire che anche nella raftazzonatiira ricavata dall'opera edrisiana 
e che va sotto il nome di Geoyraphia Nubiensis, pubblicata dal Gregorio 
in Ber. arab. (1790), si legge «scaturisce». Ma già, l'Edrisi e il raffoz- 
zonatore della Nnbiensis lavorarono ognuno per conto proprio, cosìj anzi 
par che l'Edrisi non abbia fatto che ampliare 1' opera del suo predeces- 
sore, che tale fu, e il quale chiamò Al-Chazàn e Bìcù (Vicari) Al-Horàz 



60 MISCELLANEA 



dop<» aver raccolto le acque che sceudono dal Busàmmara , dal 
Capidderi, da Canna vata , Rossella e Buceci , s' incassa in un 
orrido burrone , fra il Parrino e la Montagnola, che scendendo 
da (luella parte a perpendicolo par vogliano sbarrargli la via ; 
finché , libei-atosi da quella stretta , « sbocca » nella valle. Dal 
che consegne , logica conseguenza , che Al - Chazàn sorgeva sul 
Parrino. 

Ma , e la distanza in dieci miglia da Celala ? Si fa presto a 
trovarla, prendendo la vìn che, scendendo dal monte per mezzo- 
giorno, gira intorno al bosco Cappidderi, allungandola così quasi 
del doppio di quello che veramente sarebbe se si seguisse la via 
diritta e più praticabile a mezzodì di Marinèo. — E la equidi- 
stanza da Vicari e da Iato! Eh ! basta un po' di buona volon- 
tà!... — E posto che le acque di Qugiànah siano il lìumicello di 
Parco Vecchio e il «fiume dell'Emiro» il fiume Scanzano, come in 
fondo in fondo aveva opinato anche l'Amari, Al-(.'hazAu non de- 
ve ricercarsi verso la sorgente dello Scanzano, « che scendendo 
da Al-Chazàn lungo i fossi trova le acque di Qugiànah » f E allora 
non bisogna ritornare sullo Scanzano ? 

Tutto sommato, una grande disparità di [)areri ; sarebbe i)ro- 
prio il caso di dire che ognuno tira l'acqua al suo... Al-Chazàn. 
E anch'io, confesso, avrei voluto dire la mia; anzi avevo pensato 
a lungo da qual parte convenisse meglio tirare il fu castello 



e N'icos, nomi che dicono molto, significando il primo « alpestre » — che 
iiou i>otè esuere altro clie il Parrino — e il secondo «vittorioso», 
dalo prima a Vicari, che ad ogni luogo, tirando or da una parte or dal- 
Paltra l'etimologia, si può benissimo appiccicare vm nome greco. Donde 
Al-Chazan T È il nome di colui clic dovette jjossedere quel castello. E 
NicosT Si sarà combattuta qualche battaglia in quei pressi, e qualcuno 
deve aver vinto, — è indiscutibile. Pur tuttavia l'A, non è alieno dal con- 
cedere che la Geo(/r. Nuh. sia stata ricavatji dall'Edrisi; solo, concessio- 
ne [H-T concessione, si deve ammetUn-e... l'opera di uu'ailtra ujaiu). 

Ma la preoccupazione dell' A. è nuinifestn : egli vuol dimostrare che 
Marinèo esisteva allora stilla Montagnola. Il llunic dell'Emiro (così ragio- 
na) è il tiumc .Scanzano; le actiuc di Qugianiih sono il iiumiccllo del Parco 
Vecchio che reèta a sinistra dello Scanzano; e ))oichò lo sbocco di Parco 
Vecchio avviene sotto la Montagnola che resta chiusa tra le due aerine, 
è evidente che MarimVi esisteva allora sulla Montagnola. È evidente?... 



MISCELLANEA 61 



di Al-ChaziiD. E mi ero provato peilìno a capovolgere la carta 
della Sicilia, seguendo l'abitudine dei geografi àrabi, che, avvez- 
zi alle carte disegnate col mezzogiorno in alto , potevano facil- 
mente cadere nelP errore di scambiare tra loro i punti cardi- 
nali (1). Avrei trovato facilmente un qualche monte su cui 
collocare il turrito castello saraceno ; ma, francamente, il rimedio 
m'è parso peggiore del male. 



Ora esaminiamo serenamente e per sommi capi la notizia del- 
l'Edrisi, e «preudiamo — anche noi — le mosse uscendo dalla ca- 
pitale», com'egli comincia, nel suo enfatico linguaggio, l'itinerario 
alla volta di Castrogiovanni. E perchè l'esame riesca più ])rotì- 
cuo, segno qui i luoghi, giù noti, dei quali è menzione. 

Nota l'Edrisi : da Paleriuo a Misilmeri sono 6 miglia; da Mi- 
silmeri ad Al - Chazàn 6 miglia ; da Qugiànah a Cefalà 9 miglia; 
da Marinèo a Qugiànah 1 miglio e mozzo ; da Marinèo a Misil- 
meri 6 miglia; da Al-Chazan a Cefalà mezza giornata, cioè circa 
10 miglia; ed altrettante da Misilmeri a Cefalà; quindi una gior- 
nata (20 miglia) da Misilmeri ad Al -Chazàn; da Al -Chazàn a 
Vicari 15 miglia ; da Al-Chazàn a Iato 15 miglia. 

Invero non si potrebbe pretendere maggior lusso d'indica- 
zioni. Ma è appunto questo lusso che nuoce alla ricerca ; perchè 
la deficienza come 1' eccedenza non sono fattori di buon ordine : 
se l'Edrisi si fosse limitato appena ad una o due indicazioni, ac- 
compagnate magari dai soliti inni alle « pianure ubertose » , ai 
« prosperi paesi », alla « copia delle acque » (o Sicilia, terra bea- 
ta !), — se ciò fosse stato , dico, la descrizione , spoglia di tutta 
quella grazia di Dio di distanze, sarebbe riuscita meno confusa. 
Ma noi possiamo bensì fare il processo al passato, non possiamo 
però pretendere che esso dica quello che ha taciuto o, peggio, 
taccia quello che ha detto. E nel nostro caso 1' Edrisi ha detto 
troppo: bastava meno per... metterci in imbarazzo! 



(1) L'Edrisi, infatti, segua la distanza tra l'Elba e l'isola di Pianosa 
« tra settentrione e levante » ; mette Cagliari « a capo dello stretto che 
divide hi Sardegna dalla Corsica»; e, per la Sicilia, atì'erma che Misil- 
meri resta «a tramontana» <lel tiume dello stesso nome mentre vera- 
mente resta ad ovest, e simili. 



62 



MISCELLANEA 



Un primo intoppo sorge nella distanza tra il fiume di Misil- 
meri (nessun dubbio che si tratta di esso) e l'abitato: distanza 
che è detta di uu miglio , e sta bene ; ma è poi un miglio , sia 
pure «grande» , la distanza da Misilmeri al mare ? E Misilmeri 
resta proprio « a tramontana » del fiume ? L' Edrisi qui non è 
molto forte nelle misure e nell'orientazione ; ma andiamo avanti. 



Palermo 




Misiiraeri 



Jato 



Marinèo 



Cefalà 



Vicari 



Scala 1 : 400000. 

5 10 



15 



Cliiloinetri 



I Inoghi coi quali è messo in relazione il ctistello di Al-Cha- 
zAn, son tutti notissimi, meno uno, che richiede (lualche spiega- 
zione, k Qugiànah. Questa terra manda le sue acque al fiume 
detto di Misilmeri, <lel quale resta a tramontana ; e la congiun- 
zione avviene sotto Marinèo, che dista un miglio e mezzo da Qn- 
gìààìah. Quale è la terni di QugiAnah f Le tlue acque, di Al-Cha- 
s&n e di QugiAnah, si congiungono « sotti» Marinèo ». <londe, « la- 
sciata a diritta» (|ueKt4i terra, procedono oltre vers»» Misilmeri 
e il mare : dunque (^)ngiànah è da ricercare prima che il fiume 
giunga sotto Marine»», ne molto lungi da Marinèo, — «un miglio 
e mesfo», simmjìHcu l' Edrisi. 



MISCELLANEA 63 



Noi sappiamo già qual conto relativo si deve tenere di questa 
scrupolosità nelle misure itinerarie edrisiane; tuttavia il trovare 
oggi a un tre chilometri a sud di Marinèo un cozzo, o raonticel- 
lo , Guncemi è indizio certo che siamo sulla buona strada. Ora 
si noti che in un diploma del 1095 (Pibro^ op. cit., p. 76), per 
cui il Conte Ruggiero donava alla Chiesa di Palermo certe terre 
nei dintorni di « Magnunnche » ( = Malanuci), è detto che il con- 
fine ad un certo punto va « ad tiumen, ad Casale de Cochena ». 
Tenendo presente che tali terre, secondo la descrizione che se ne 
fa, dovevano trovarsi a sud-est della montagna di Malanuci, cioè 
sul versante meridionale di quella serie di monti che si spinge 
fino a S. Giuseppe Iato , nessun dubbio che il « flumen » sia lo 
Scanzano e che il « Casale de Cochena » sia esistito in quei pres- 
si : onde non mi sembra troppa presunzione il riconoscere , col- 
1' Amari, la Qugiànah dell' Edrisi nella Cochena del 1095 e nel 
Cuncemi di oggi. E P identificazione risponde , come s' è detto, 
alla distanza, un miglio e mezzo da Marinèo, assegnata dalPE- 
drisi, e quasi esattamente anche a quella da Celala, sol che non 
si voglia prendere troppo alla lettera il testo del geografo àrabo. 

Perchè non si ripeterà mai abbastanza che a voler rintracciare 
i luoghi col compasso alla mano, i conti non tornano mai. E noi 
ci troviamo proprio in questo caso, di non sapere cioè, arrivati 
a questo punto , da che parte rivolgerci , se non ci soccorresse 
la ragione. 

È chiaro che le acque di Qugiànah affluiscono verso il «fiume 
di Misilmeri», che è il corso principale; ed è chiaro che risalendo 
il corso di questo fiume si doveva giungere al monte sulla cui 
cima sorgeva il castello di Al - Chazàn. « Questo è castello in 
cima d' un monte » — assicura V Edrisi — ; « scaturisce di qui il 
fiume detto Wàdì-al-Amir, il quale, scendendo da Al-Chazàn lungo 
i fossi , trova le acque di Qugiànah ». Dove ha le sue sorgenti 
il fiume di Misilmeri ? A tale domanda 1' Amari , pur facendo 
qualche riserva, non esitò a rivolgersi verso la Ficuzza; qualche 
altro invece, meno dubbioso, affermò recisamente che bisognava 
fermarsi nella vallèa a sud di Marinèo, anzi sul Pizzo Parrino, 
confortando il suo dire con un piano concettoso di misure e di 
sorgenti, di toponomastica e di idrologia, di rievocazioni pagane 
e di leggende cristiane : — tutto un mirabile apparato di critica 
storica e filologica che in fatto dimostra nell' espositore una per- 



64 MISCELLANEA 



fetta conoscenza dei luoghi, ma in effetto lascia nel lettore nua 
grande perplessità. E nel dubbio... non si assolve. 

Tra le gravi ragioni addotte da quelli che dissentono dall'o- 
pinione dell'Amari, e che 1' Amari stesso non nascose , sono la 
distanza da Misilmeri e la mancanza di ogni traccia di nome a 
cui appigliarci. Ma è fuor di contesa che il fiume di Misilmeri 
trae le sue più lontane origini dai declivii della regione Ficuzza, 
giù giù di colle in colle, di pendice in pendice fin presso a Ma- 
rinèo, dove prende, in fondo alla valle, forma e movenze di fiu- 
me. L'Edrisi può benissimo aver errato nel darci la distanza da 
Misilmeri, che in fondo è quella che oppone maggiori difficoltà: 
errori simili non sono inammissibili ; e quanto al nome del ca- 
stello dobbiamo rassegnarci, .se morto, o, se ancor vivo, atten- 
dere che ulteriori indagini ce lo discoprano , — sebbene non mi 
sembri tropix) azzardata la credenza che esso possa vivere tuttora 
sotto una veste difforme da quella d'una volta. 

È noto quanto cammino fan le parole nel tempo e come esse 
segnano le grandi leggi dell'evoluzione, sì che non è raro il caso 
di poterle riconoscere attraverso il velo del presènte. A chi, 
ignaro delle leggi naturali che governano il linguaggio, si met- 
tesse a considerare delle parole, riuscirebbe incomprensibile come 
la loro sorte sia venuta modificandosi col modificarsi delle abitudi- 
ni dell'uomo; ma se queste parole noi le dilucidiamo con opportuni 
riscontri etnografici, se le mettiamo in rap])orto con tutta una se- 
rie di cause e di circostanze che le precedettero, se pensiamo che 
il suono — che è il primo apparire del pensiero e la figurazione 
astratta della jiarola — giunge al nostro orecchio i)rima ancora 
della percezi(Mie del significato , dobbiamo ajiiiiu'ttere che la 
sorte di queste parole non dipende da un capriccio del i>oj>olo 
nò ha caratteri saltuarii. (^osì avviene clu^ molte voci straniere 
noi le accettiamo, ma sfigurate, deformate o , i)iù precisamente, 
adattate alla nostra coscienza linguistica; così è che ad una i)a- 
rola mliema si deve far precedere tutta una serie di forme , a 
partire da quella ])in remota , che ne costituiscano come a dirt^ 
la genealogia. 

In base a che si addiviene ad una tale metamorfosi (Ielle pa 
role T II t'Httiì di un popolo rlM> cambia la sua lingua luui è una 
mera i|MiteHÌ : e a('cadut<» rcalmeiit<'! e«l accadi^ ogni giorno; ita è 
così lenta, così graduale, così costante <|uesta evoluzione che par 



MISCELLANEA. 66 



insensibile , ed è tutta fondata sull'affinità fisiologica di suoni, 
che rende possibili e realmente documentate le mutazioni degli 
elementi materiali delle parole. Ma io vado ripetendo cose già 
note. 

Or è possibile, come dicevo, che il nome del castello di cui 
ci siamo occuj>ati sia morto; ma è ancor più probabile che viva 
tuttora sotto una veste simile alla primitiva. AlChazàn non è 
esso II Casale, la montagna poderosa che impende coi suoi larghi 
fianchi e le sue cime merlate sulla regione Ficuzza , e domina 
tutt'intorno la pianura circostante, « prospero paese — una volta — 
con poderi e casali »; or ricca soltanto di acque e di pascoli ! Lo 
schizzo che segue illustrerà^ meglio che la parola, la nostra do- 
manda, e sarà la i)iù logica conclusione al lungo dibattito. 



Misilmeri 



Jato 



■ Marinèo 




■ Cuncemi ■ 


Cefalà 


Regione Ficuzza 




M. del Casale 






■ Vicari 




Scala 1 : 400000 





5 10 15 


1 


1 1 1 
Chilometri 



Rintracciare l'origine dei nomi è cosa non facile; facilissimo 
tuttavia sarebbe qui addurre l' ipotetica esistenza di un casale 
se la natura dei luoghi non lo escludesse recisamente : — il ca- 
sale suppone un agglomerato purchessia di case di campagna , 
con un territorio prossimo atto alla cultura ; suppone la vita a- 
gricola che dalla casa si espande nei campi e da questi converge 
nella casa; suppone la comunione tra l'uomo e la terra. Ma sulla 
Montagna del Casale un casale non fu. A che dunque tal nome ? 

Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXX. 5 



66 MISCELLANEA 



La lunga familiarità con un argomento può talvolta far velo alla 
esatta nozione delle cose : nulla di strano quindi ch'io possa in- 
gannarmi. Tuttavia non temo di far appello alla filologia invano, 
se in quel Casale io vedo il Chazdn dell'Edrisi. 

Corruzione di nome agevole a comprendersi, data la tendenza 
popolare ad assimilarsi le voci che suonino strane, ad avvicinare 
a sé quello che è lontano dal suo modo di sentire e di pensare. 
È una specie di nazionalità linguistica che il popolo suole accor- 
dare insieme colla sua impronta; e quando non riesce a conser- 
vare la sostanza, salva almeno la forma. In Mezzuiusu (Mezzoiu- 
so) — per dirne una — ha deformato ben poco: facile è riconoscervi 
il Menzil- Yiisuf ( m casale di Giuseppe) degli Àrabi; lontana trac- 
cia dell'arabo Menzil-al-anitr resta in Musulumeri (Misilmeri); com- 
pletamente sfigurato è Menzil - Abdella (regione in territorio di 
Monreale) in Misilahedda. Il nome Chazàn nulla disse che il po- 
polo potesse intendere; e il popolo lo ribattezzò in suo linguag- 
gio, ammettendolo con una leggera attenuazione di suoni nel suo 
vocabolario, e dandogli un significato accessibile all'intelligenza 
comune. 

Ben s'intende che questa mia escursione nel campo filologico 
non ha grandi pretese; ma se, come ho dimostrato che il castello 
di Al-Chazàn non può essere esistito che nei pressi della Ficuz- 
za , sarò riuscite anche a dimostrare che II Cabale è il riflesso 
di Al - Chazàn^ avrò raggiunto interamente il mio scopo. 



II. 

ClMINNA E IL SITO DI OhASU 

Fu l'Amari, che, illustrando l'opera dell'Edrisi, assegnò a Ci- 

minna il sito di Chasù. Scriveva l'Edrisi: «Tra Gaflah e Hasft due 

miglia franche ed altre due simili da Ilasù a Bikù » (1). Giaflah 

e Hlkù sono Cefalà e Vicari; per «Chasft» l'Amari intese Ciminna, 
la quale resta come al vertice di un angolo, i cui lati ci son dati 



(1) Amari Bibl. eoo., pag. 89. 



MISCELLANEA 67 



dalle distanze Ciminna-Cefalà a sinistra e Ciminna- Vicari a de- 
stra e che misurano ciascuno due miglia franche, cioè quasi sei 
miglia siciliane, essendo, come risulta da parecchi passi del geo- 
grafo àrabo , il miglio franco il triplo dell' arabico, e questo di 
poco superiore al siciliano. Ma la fede dell'Amari non essendo 
sorretta da i)rove sicure , all'infuori della corrispondenza delle 
distanze, ne venne ch'egli, con prudente accorgimento, modificas- 
se in seguito la sua prima aftermazione , dicendo che Ciminna 
sorse nel sito di Chasù « o poco lungi » (1). 

Fu obbiettato all'Amari che egli avea dato Ciminna come esi- 
stente nel 1123 (2) ; quindi facile giuoco ebbe chi volle cogliere 
in fallo lo storico dei Musulmani di Sicilia, essendo l'opera del- 
l'Edrisi di poco posteriore a (luell'anno. Però non fu altrettanto 
felice la proposta' di vedere Ciminna in un « Chemino » o « Elche- 
mino », a quanto sembra una rupe (« caput Elchemini ») che se- 
gnava il confine di certe terre tra Giuliana e S. Margherita Be- 
lice (3) : troppo lungi per tanto dai luoghi di cui qui è parola. 
Eppure l'indicazione dell'Edrisi è esplicita: Chasù era equidistante 
da Cefalà e da Vicari; nessuna traccia, nessun indizio ne addita 
il sito del morto casale f 

Nel diploma àrabo-latino del 1182, per cui Guglielmo II do- 
nava alla Chiesa di Monreale gli estesissimi territorii che la fa- 
cevano una delle diocesi più ricche di Sicilia, si trova un'indi- 
cazione che getta un raggio di luce sulla questione. Siamo sul 
confine della magna divisa di Corleotie — così eran detti i territorii 
più vasti — verso oriente , cioè dove il confine cessando d'esser 
comune colla divisa di Prizzi, tocca il monte Zurara; «et mons 
Zurara — continua il diploma — ex australi parte et occidentali 
pertinet ad Chasum; et vadit per summitatem montis et descen- 
dit ad Kalabusamara ; et ipsa Kala est in divisis Corilionis ». 



(1) Storia dei Musulmani, Firenze, Le Monnier, 1854, voi. Ili, p. 776 n. 

(2) Storia ecc., Ili, 284. Si tratta del diploma greco che il Cusa 
comprese nella sua Raccolta, a pag. 471, dove Ciminna e detta Ktaóvva. 

(3) Vedi I Casali ecc., cit., in Arch. Star, sic, 1892, pag. 451; e cfr. 
Appunti di toponomastica sul territorio della Chiesa di Monreale, in Arch. 
medesimo, 1903, pag. 344. 



6S MISCELLÀNEA 



Se il monte Ziirara fu 1' altipiano boscoso del Cappidderi dove 
dai «ghidran» (=« paludi») venne il nome al Comune di Godrano 
e deve termina digradando la mole inponente della Montagna 
del Casale, e poiché il Busàmmara, da cui prendeva nome il ca- 
stello (Kalat) è quel tratto della montagna medesima che scende 
a precipizii e burroni dal lato che guarda mezzogiorno, la ricerca 
di « Chasfi » « Chasum » non i)resenta piìi delle grandi difficoltà. 
Anzi nessuna difficoltà , se si considera la seguente notizia 
che ricaviamo dall'Archivio Capitolare di Girgenti , di cui sono 
stati di recente pubblicati parecchi importantissimi documenti 
del periodo normanno — svevo (1). Si tratta, per il caso nostro, 
del LiheUus de sìwcessioìw pontijicum Agrigcnti et de Institutione 
prebendarum et almrum eccUsiarum dyocesis di cui gli scrittori, a co- 
minciare da Rocco Pirri , avevano avuto , qual più qual meno , 
conoscenza. Ed ecco che cosa vi leggiamo a proposito delle pre- 
bende istituite in favore della Chiesa agrigentina , quando nel 
1093 il Conte Ruggiero, restituita alla cristianità la Sicilia , la 
popolava di chiese e di monasteri: «Tercia prebenda fuit de 
Monte Hasu cum tenimento suo scilicet Casali Fictalie Cuteme 
et Mizil lusufu ». Dove siano esistiti i Casali di Fictalia , Cu- 
tema e Mizil lusufu ce lo dicono i nomi che oggi sopravvivono 
alle vicende del tempo : Fictalia, che è la 4>iTàXY], <^iTàXta delle 
carte greche di allora , è la regione FitaUa , che si adagia 
sui versanti delle montagne omonime , breve diramazione del 
monte Casale che volge a sud-est e che raggiunge col Pizzo della 
Mezzaluna circa mille metri: — una modesta borgata, Campofelice 
di Fitalia, nelle pendici settentrionali delle montagne di Fitalia, 
raccolse l'eredità dell'antico casale ; Cutema , che si scrisse an- 
che Cutemi^ è l'altra regione , Ouddemi , che continua in piano , 
verso sud-ovest, le terre di Fitalia: del suo casale e del castello, 
ancora in piedi nel sec. XVIII , non resta più che il ricordo ; 
Mizil lusufu, più avventurato dei tre, da umil «Casale di Giu- 
8epi>e» che era, come suona correttamente nelP Edrisi questo 
nome (Menzil Yùsuf), divenne il popoloso Comune di Mezzoiuso, 
a nord di Fitalia. 



(1) L^ ArehMo Capitolare di Oirgenti, ecc. in Arch. stor. «/e, 1903, 
pftg. 128 »gg. 



MISCELLANEA 69 



O il monte Hasu ? — Rocco Pirri, che trasse da quel « Libel- 
lus » parecchie note , trascrisse anche , sebbene scorrettamente, 
per intero la notizia da noi riferita provandosi ad illustrarla. E 
cominciò col trasformare in monte « Hazu » quel che nel testo 
aveva detto monte « Hasu »; e terminò , doi)o una critica molto 
superficiale e difettosa , affermando che questo monte è « forte 
potius » il « letum » di Plinio. Ma né dalla penna di Plinio uscì 
mai la parola « letum » , sì quella di « letenses » ; né il monte 
Hasu ha nulla che vedere col monte su cui sorse la città di 
lete o Iato, distrutta nel 1246 da Federico II imperatore, nella 
caccia agli ultimi Musulmani di Sicilia (1). Ben altra, per tanto, 
è la via da tenere. 

La Montagna del Casale che simile a poderosa barriera si leva 
di tra il verde dei boschi dalle valli di Corleone e della Ficuzza, 
procede compatta da occidente ad oriente per una lunghezza di 
circa dieci chilometri; qui piega a sud - est per pochi chilometri 
ancora, allargando la sua base, perdendo quell'asprezza e quella 
nudità uniforme che le è caratteristica , finché le sue linee di- 
ventan meno rigide, le sue pieghe più abbondanti; e dalla Por- 



(1) Contrariamente a (juanto è stato asserito da altri, a me non pare 
che il Pirri abbia avuto una «notizia vaga» del lAhellns anzidetto, poi- 
ché egli dichiara (pag. 1122 dei 2** volume , ed. del 1733) di ricavare 
quella notizia da un codice a cui, con qualche svarione, assegna la nota 
intitolazione, avvertendo che esso si conservava nei Registri della Can- 
celleria , a fog. 130 ; ma non dice di quale anno. La serie dei Registri 
della R. C. nell'Archivio di Stato di Palermo è incompleta, cominciando 
coiranno 1343. 

Comunque l' errore suo di aver portato una grande confusione nel 
passo ch'egli volle illustrare, è evidente; e non vai la pena rilevare la 
descrizione ch'egli fa del monte altissimo, scosceso da ogni parte, natn- 
ralmente fortitìcata, sparsa la cima dei ruderi di una grande città, detto 
Monte di Oazo (anche questa !) verso oriente, da una Grotta di Gazo dal 
greco fàioL, ricchezze, ecc.; — non Val la pena, ripeto, rilevare tutto ciò 
se non in quanto che certi compilatori di notizie geografiche non fecero 
altro che saccheggiare il Pirri : basta dare un' occhiata a La Sicilia in 
prospettiva di G. A. Massa (In Palermo M.DCCIX. Nella Stamparla di 
Francesco Ciche), dove, alla voce Iato, fu portato di peso quanto aveva 
il Pirri ammannito su Gazo e Iato. 



70 MISCELLANEA 



tella del Vento , ch'è il valico più facile tra i due versanti, 
scende a grado a grado per le convalli dell'Amendola, che corre 
ad alimentare il fiume Vicari, mentre a settentrione si disgrega 
in una successione di colline ammantate di larici e di querce , 
che si spingono sino a Godrano, sino a Mezzoiuso. Or dalla Por- 
tella del Vento , in cui viene a strozzarsi il dorso immane del 
Casale, si diparte uno sperone che per due vette spia sulle pia- 
nure circostanti e sulla prossima catena di Fitalia. Le due vette 
sono di facile accesso; e l'una, la più eccelsa, ha nome Pizzo di 
Maràbitu, l'altra, che di qualche centinaio supera i mille metri, 
è detta Pizzo di Casa. 



Cefalà 







Cini lima 






■ 


Mezzoinso 




■ 






M. del Casale 






% \ P- di 


Casa 




/>* \ 




■ Vicari 


A 






•fe 






\ 




Scala 1 : 4U0000 







5 10 15 




1 


1 1 1 
Chilometri 



Non io andò rintracciando ruderi che più non sono, o facendo 
disquisizioni filologiche che annebbiano la mente ; ma il sapere 
Pizzo di Casa nei pressi di Fitalia , il vederlo incuneato fra le 
terre di Guddemi, F'italia e Mezzoiuso, il trovarlo ad ugual di- 
stanca — circa sei miglia — da Cefali\ e Vicari, ad uno dei vertici 
del quadrangolo Pizzo di Casa— Cefalà— Ciminna— Vicari, ci au- 
torizza a concludere : (juesto fu « monte Hasu » e qui fu « Chasft » 
o « Ohasuu) ». 



MISCELLANEA 71 



È dunque da escludere che Ciminna sia sorta sul sito di 
Ohasù o poco lungi , restandone essa ben lontana. Ne è da far 
colpa al popolo se esso, ragionando come può e sa sul significato 
delle voci che per innato spirito di conservazione ci tramanda , 
adatta all'indole sua e al suo linguaggio quella spiegazione che 
gli è familiare; e di « Ohasù » fece « Casa ». 



Giorgio La Corte 



DELLA MEMBRANA GABELLARUM 

E DE' CAPITOLI DELLA NADARIA E DELLA CAMPERIA 
DELLA TERRA DI ALCAMO 



La Membrana gabellarum terrae Alcami anni praesentis VII 
indkt. MCCCLX VII sub regia dictione (1) ed i Capìtoli della Nada- 
ria e della Camperia del 1588 furono, come il lettore ben sa, pub- 
blicati dal Di Giovanni in coda alle sue Notizie Storiche della 
città di Alcamo, unitamente a diverse altre « cose Alcamesi ine- 
dite » , quali i Capitoli del 1398, una lettera del re Martino dello 
stesso anno, i Privilegi del 1551 e 1564, il Sommario dei privilegi 
grajsie, immunità, franchigie ed altro, concessi alla città di Alcamo 
e Degli Oiudei in Akamo. I Capitoli del 1398 e la lettera del re 
Martino furono dall' illustre editore estratti da un volume della 
Regia Monarchia, conservato nel Grande Archivio di Palermo ; 
i Privilegi del 1564 da una copia autentica ch'è nella Biblioteca 
Comunale Palermitana; la Membrana, i Privilegi del 1551, i Ca- 
pitoli del 1588, il Sommario e Degli Giudei dal noto manoscritto 
del D.r Ignazio De Blasi : il Discorso Storico dell'opulenta città 
di Alcaiìw. 

Il De Blasi credette che le tasse di cui parlasi nella il/e?/t&rana 
gabellarum e nei Capitoli della Camperia e della Nadaria fossero 
state comunali , e perciò trascrivendo 1' una e gli altri nel suo 
JHscorso Storico formonne un capitolo così intitolato : « Stato an- 
tichissimo del patrimonio dell'Università di Alcamo », e vi pre- 



(1) Nel Db Blasi l'intestAtura di questa gabelle è scritta così : Mem- 
bra GabelUirutn terme Alcami anni pres.^^* ?.•• ind. 1367 iuhBegUi Dictione. 

11 Di Oiovannì , come vedesi , stimò conveniente di recarvi alcuno 
mtMlitlciizioiii )(mtlclic ; e ciò non solo in essa intestatura, ma pure in 
non ptK'he parole del contimto (Cfr. sul propo»4Ìto il mio scritto : Delle 
Muraglie e l'or te della città di Alcamo). 



MISCELLANEA 73 



mise le seguenti formali parole : « Siccome di sopra si è data no- 
« tizia dello stato presente del patrimonio di questa Università 
« d' Alcamo ; così ora si dà cognizione dello stato antichissimo 
« dell'istesso patrimonio, i di cui introiti erano provenienti dal- 
« l'infrascritte Gabelle, come si detegge da un manoscritto anti- 
« chissimo del tenor seguente ». 

Basato, forse, su tali parole e su tale intitolazione il Di Gio- 
vanni a pagg. 36-39 delle precitate sue Kotizie, commentando la 
suddetta Membrana e i suddetti Capitoli, scrive quanto appresso : 

« La Membrana Gahellarum del 1367 prescrive poi gli ufflcii e 
« i diritti del Baglio e della sua Corte a cui era commessa la 
« polizia urbana e rurale ; e dalle prescrizioni rispetto ai campi 
« chiusi e aperti di vigne, e al pascolo della bestiame , si ri- 
« leva che così com'oggi dovettero essere abbondanti i vigneti 
« in Alcamo in quel secolo XIV. Nelle strade e nelle piazze era 
« proibito con pene pecuniarie, il gettar paglia, erbe, immondez- 
« ze , e vi era un gabelloto della momUzza in favore di cui era 
« applicata la pena. La caxia per gabella di posseasìone riguarda 
« le vendite e le compre e le donazioni, le quali portavano una 
« tassa; anzi le gabelle, o le vendite con diritto di ricompera ac- 
« quistavano certi diritti , che entrano in materia civile. La 
« doana della terra e la doana di mari contengono tutti i pro- 
« venti della Università per fiere, mercanzie, estrazioni, commer- 
« ci di fuori regno; ed è da notare che per i legni che andavano 
« a caricare « in lo carricaturi di lu Valium » ci era franchezza 
« di doana e di schifatu i)er pane, biscotto, formaggio, carne, ca- 
« ciocavallo, vino ed altre vettovaglie che o uscivano dal legno 
« se ne provvedeva il legno. La iScannatura o il macello porta 
« eziandio le sue tasse , e solo ne era esente la selvaggina ; e 
« nella Gabella dello pilo la vendita e comi^ra degli animali ca- 
« vallini pagava tari uno a testa; e tino ci 6 una tassa di Bar- 
« daria, la quale dava il decimo della rendita al gabelloto. Al- 
« tre gabelle, come quella dello fumo delli giaramidi , cioè delle 
« fornaci di mattoni per murare, detti pantofali o pianelle, della 
« tintura di tela e di panno, dell'arco dello cottuni, cioè del nego- 
« zio di cotone, davano all'Università il decimo; e le gabelle del 
« vino, carne, salame, olio, formaggio, davano non poco reddito in 
« una città tutta agricola e che molto consumava di siffatte cose, 
« tanto da lasciare ai borgesi singolari privilegi nello smercio 
« nella compra specialmente del vino. 



74 MISCELLANEA 



« Gli Statuti poi o Capitoli della Nadaria del 1588, riguardano 
« le sanserie e i pesi e le misure, e la vendita delle carni; come 
« quelli della Camperìa i danni che poteva fare nelle campagne 
« il bestiame, le multe e le pene corrispondenti. 

« Si sa bene come ai giurati delle terre, sia demaniali sia feu- 
« dali istituiti da Federico Imperatore e meglio ordinati da Fer- 
« derico Aragonese quanto alla loro relazione col bajulo e agli 
« uffici appartenuti agli uni e all'altro, apparteneva l'amministra- 
« zione delle rendite e del patrimonio delle Università , la cura 
* dell'annona e la sopraintendeuza dei pesi e delle misure e dei 
« mercati, oltre a quella delle fabbriche, delle strade , della cu- 
« stodia notturna, o della pulizia urbana come oggi si dice. Ma 
« non potendo a nulla provvedere furono separati gli uffici, e però 
« nacquero i maestri di piazza, detti acatapani , i maestri della 
« mondezza per la nettezza delle strade e delle piazze, i maestri 
« delle guardie notturne detti xiurte o xiurteri (magister excu- 
« biarum), e i campieri o guardie dei campi pei danni del bestia- 
le me o a cagione delle cacce; alla cui giurisdizione dava sanzione 
« il bajulo , il capitano o il maestro giustiziero; e per compenso 
<c era a favore del bajulo la multa a cui era sottoposto chi con- 
« travveniva agli ordinamenti della Università , ovvero nei casi 
« speciali, andava spesso a favore di chi aveva presa a suo conto 
« la gabella del Comune. 

« Cosi in questi Capitoli della Università di Alcamo pur tro- 
« viamo bajulo, giurati, consiglieri, giudici, capitano, maestro di 
« sciurta , campiere , e tutti gli altri ufficiali che formavano la 
« corporazione municipale e rappresentavano la Università , ol- 
« tre al Vicario rappresentante del Barone. Ma è da notare che 
« Tacatapano di Messina, di Palermo e di altri luoghi, è in Al- 
« camo chiamato nadaro e quanto entra nella sua giurisdizione è 
« detto Nadaria , materia di una delle gabelle del Comune. Le 
« gabelle fiscali, salvi i i)rivilegi, erano per tutto le stesse ; ma 
« le gabelle comunali variavano nelle Università diverse. Intanto 
« come nel secolo XIV troviamo in Palermo fra le altre le ga- 
« belle dfllu dohanarnniìuìn, la ffabeìla hardariaruvi, ingabella fumi 
€ e gabella Jiyulorum, hi tintoria, Va gabella arem euetonis , dohaiM, 
« oateif yranuM ohi, le stesse gabelle abbiamo in Alcamo: e se basta- 
« va in PaleriiKi hi ;4;il)(llii della ca^MÌa soprai servi e le serve, e 
« l'altra del «;arlM)ut' u sodilisrare il salario del bajolo e dei giua 



MISCELLANEA 75 



« dici, nei capitoli di Alcamo il baglio ritrae i suoi proventi da 
« una speciale gabella bajnlationw nvh grosso pondere , detta al- 
« trove Baylìa, la quale si estende non solo al diritto della cassUi 
« di Palermo, bensì ai lìermessi e alle multe per l'andata di notte 
« senza lume, alle pene per danneggiamento di campagna, e per 
« mancanza di bollo nelle cuoia, e alla licenza di poterle vendere, 
« alla tenuta di corte a minuto^ alle multe per immondezza get- 
« tata nelle strade e nelle piazze; e solo non entra nella Gabella 
« o Cassia di possessioni , che riguardava la tassa sopra le com- 
« pre vendite di beni stabili, nella dohana della terra e doana di 
« mari^ e nelle gabelle sopra notate, le stesse che in Palermo, e già 
« esistenti, secondo avvisava il Gregorio, fin da tempi normanni. 
« La (fabella bucceriarum di Palermo del 1336 è in Alcamo la 
« scaimatura, e quella che fu la cassia della guerra, e quindi col- 
« letta del Eegno, fu così come in Girgenti fatta gabella in Al- 
« caino col titolo di Cassia di possessioni e di doana di terra e 
« doana di mari. Né è da tacere sul proposito di queste gabelle 
« del 'Università di Alcamo, che il comune faceva quello che al- 
« trove facevano i baroni , cioè le gabelle fiscali o le collette si 
« facevano gabelle oomunali, siccome in questa doana di terra e 
« doana di mare , che era la cassia per la guerra di re Federico, 
« poi detta gabella nuova ^ in cui era compresa la Cassia o assisia 
« anche detta Gabella di possessioni già notata di sojìra ». 

Sono intanto nella stessa Membrana gabellarum alcuni parti- 
colari i quali dan luogo a sospettare di potere essere tali tasse, 
anziché del Comune, imposizioni del feudatario. Però il Di Gio- 
vanni in quei capitoli della Membrana , ove appariscono siffatti 
particolari, se n'esce subito con mettervi sotto una noterella in cui 
dichiarali aggiunta posteriore e del tempo in cui Alcamo era terra 
feudale. Così, il capitolo ove sta scritto : « Item, volsi et ordinao 
« lo sigmui D. Giajmo di Prado dominando in questa terra, chi li 
« vigni e chiusi chi sono alli frunteri di la terra, et di fora di l'altri 
« vigni alli frunteri confinanti con jardini e tirreni della Univer- 
« sita , siano così ben chiusi che non ci possa entrare bestiame 
« impasturata, altrimente non si intenda incusa, ma che lo danni- 
« ficato po' fare prezare lo danno propter mandatum di lo nobili 
« secreto, e divilo essere rifatto per lo patruni di la bestiami lo 
« dannu, e lo Bagliu ni seguita l'accusa come fa la Camperia ut 
« supra scriptum est, cioè boi e cavallini grana cinque per testa 



76 MISCELLANEA 



« e vacchi grana dui e mezzo per testa », dal Di Giovanni è cosi 
annotato : « Questo capitolo , e la nota del capitolo che segue , 
« sono una giunta iwsteriore, o degli ultimi anni del secolo XIV, 
« o dei primi del XV, quando Alcamo fu altra volta conceduta, 
« e 1' ebbe questo Giaimo di Prades , couwsanguineo del re Mar- 
« tino, fino al 1423 ». Il capitolo : « Item, Burgisi, ne tavirnaro, 
« ne forastieri ausa intrari vino ne musto stranio in questa ter- 
« ra per vindiri a minuto, ne in grosso, ne si damentri chi alla 
« terra vi è vino bono et utile di vindiri in piazza , et che li 
« piazzi siano fornuti di boni vini , ut predicitur sub pena di 
« onze 4 : d' applicarsi cioè la terza parti allo denuntiatore , la 
« terza parti allo Mastro Erario di sua Signoria Ill.ma , e V al- 
« tra terza parti allo gabelloto, e di perdere lo vino d'applicarsi 
« prò ut supra, e chi l'accatta senza rivelarlo allo ditto gabelloto 
« sia nella medesima pena », dal Di Giovanni è annotato : « Que- 
« sto articojo è giunta posteriore, cioè del tempo che Alcamo era 
« sotto signore feudale » (1). 

A mio giudizio, pria di dar come certo che le tasse ond'è parola 
nella Membrana e nei Capitoli fossero andate a benelìcio del Co- 
mune, occorreva vedere se mai nel 1367 e nel 1588, date di essa 
Membrana e di essi Capitoli, la terra di Alcamo fosse stato de- 
maniale, ovvero feudale; e, qualora si fosse trovata sotto il do- 
minio di un feudatario , appurare quali le appartenenze di lui 
nella Comunità che gli era soggetta. 

Or, che Alcamo in quel tempo fosse stata sotto dominazione 
feudataria pare non vi sia dubbio di sorta. L' Amico nel suo 
Learicon topoyraphieum , il De Blasi nel suo Discorso storico e il 
Bembina nella sua Storin ragionata son concordi in affennarla 



(1) Un altro capitolo è così espresso : « Itera, (lualchi Borgisi che vole 
« entrare vino in la ditta Terra d' altra Terra \w.y iiho piopiio, e di sua 
« famiglia Io pozza trasiri senza pagar! la gabella grossa di tari deci per 
« liutti come se fussi straneri , e che ditto Borgisi tanto privilegiato, 
« quanto non privilegiato vorrìi trasiri vino prò ut supra habbia da rive- 
€ larlo al Gabelloto, iiub pena di vnse -/, tV applicarsi cioè la tersa parti 
Hallo denunciiitore, la tersa parti allo Erario di ma lll.ma Sif/noria e la 
♦ ter»a parti al Gabelloto ». Senonchò nella edizione della Membrana^ 
fatta dal Di («iovanni le superiori parole da me sottolineate furono omesse, 
e [lerciù il rapiiMlo non ebbe bisogno di essere annotato. 



MISCELLANEA 77 



come tale. Lo stesso Di Giovanni a pagg. 16-17 delle sue Notizie 
storiche pubblica un brano di Luca Barberi, recante alcuni tratti 
di un privilegio del re Pietro II, dato in Messina addì 23 agosto 
Vili ind. 1340 , in virtìi del quale privilegio il detto re Pietro 
concesse in feudo, o baronia , al Conte Raimondo Peralta e ai 
di lui eredi e successori imperpetuum la terra di Alcamo ed il 
castello di Bonifato (1). Dopo il Peralta e regnando Federico III 
(1355-77) , fu Alcamo signoreggiato da Guarnerio Ventimiglia e, 
dopo di costui , da Enrico Ventimiglia , che ebbelo nel 1391 da 
Martino Duca di Montalbo. Difatti in un diploma del detto anno, 
riferito dal De Blasi e dal Benbina, leggesi ciò che segue : « lllu- 
« strissime Princeps et Domine , Domine Martine de Aragona 
« dux Montis Albi etc. Lu vostru fidili sirvituri Herrigu di Ven- 
« timiglia si accumanda a la vostra Regali Magistati. Item lu 
« dittu Herrigu supplica a la vostra Magestati chi vi plaza di 
« cunflrmare assi et assoi Redi la Terra e lu Castellu di Alca- 
« mu, et a li eredi suoi, la quali terra appi lu patri di Arrigu 
« di la santa anima di lu Signuri re Fidiricu, la quali terra rendi 
« unzi ducentucinquanta, et Arrigu a vostru onuri teni per ser- 
« vimentu di la vostra Magestati bacinetti cinquanta. Placet 
« Dominis Regi, Regiuae et Duci ». Il dominio in Alcamo dei sud- 
detti Peralta e Ventimiglia vien pure attestato dai precitati Ca- 
pitoli del 1398, nei quali gli Alcaraesi domandavano al re Mar- 
tino, il Giovane, oltre a varie altre cose, di conceder loro « Ki la 
« dieta terra d'Alcamu, la quali a sui principio et pri longu tempu 
« fu et era di lu demani u », fosse ridotta e restituita « a lu sou 

« statu pristinu », ed 

aggregata « a lu numeru et lu consortiu di li altri terri regali »; 
di « annullari irritari et anichilari ogni donacioni , concessioni , 
« quoque alieuacionis titulo si alcuni sii, tantu pri li Serenissimi 
« principi bone memorie predecessuri di la predicta Reali Mae- 



(1) Il Di Giovanni addusse quel brano di Luca Barberi a fine di pro- 
vare la coesistenza delle terre di Alcamo e Bonifato nel secolo XIV. Però, 
siccome ho mostrato nello scritto: I}i alcuni antichi edifizii di Alcamo, 
inserito parte nel Granellino e parte nella Valigia (giornaletti <iuindici- 
nali che l'anno scorso pubblicavausi in questa città), dal detto brano non 
rilevasi affatto ciò ch'egli ha voluto desumerne. 



78 MISCELLANEA 



« Stati, quantu pri In Serenissimi Princbipi Re d'Aragonia, etiam 
« quanta pri la praedieta Regali Majestati facti, tantu a lu Ma- 
« gnificu qdm Conti Raimundu de Perdita , quantu ad qdm 
« Guarneri de Yentimilio, quantu etiam ad Enricu de Ventimi- 
« già, lu quali s'intitulava Conti di Alcamu », ed allora era no- 
toriamente « rubelli a la ditta Majestati ». 

Re martino accolse benignamente la domanda degli alcamesi 
e con un Regie Maje^ntati placet posto sotto alla stessa domanda 
e per decisione del parlamento generale da lui convocato in Si- 
racusa il 3 ottobre 1398, Alcamo venne liberata dal dominio feu- 
dale ed incorporata al R. Demanio. Ma questo incorporamento non 
durò che sino al 1407. In esso anno , in virtìi d' un così detto 
alberano, Martino concedeva Alcamo , unitamente a Calatafimi, 
al cugino Giaimo De Prades, il quale nel 1408 la lasciava in re- 
taggio alla figlia Violanta, che poi, nel 1414, recolla in dote a 
Don Bernardo Giovanni Caprera. Il Caprera e la Violanta nel 
1457 la vendettero a Pietro Speciale, col patto di potersela rilui- 
re; come di fatti fu riluita nel 1484 da D." Anna Caprera e Xi- 
nienes De Foux, nipote dei suddetti coniugi Caprera e De Pra- 
des e moglie di Federico Enriquez De Aragona. Da costei nel 
1534 passò in retaggio al nipote Luigi Enriquez e nel 1565 ad 
un secondo Luigi Enriquez e nel 1596 ad un terzo Luigi Enri- 
quez, che fu signore di Alcamo sino al 1600. 

E ciò mi pare sia più che bastevole per vedere chiaramente 
come negli anni in cui fu fatta la Membrana e furon fatti i Ca- 
pitoli Alcamo fosse stata soggetta al dominio feudale e non al 
R. Demanio. 

Andiamo ora all'altra ricerca, all'appuramento cioè delle ap- 
partenenze di esso feudatario nella terra a lui soggetta. 

Lasciò scritto il De Blasi nel suo Discorso storico che tra le 
varie domande di grazie e privilegi, presentate nel 1396 dal sun- 
nominato Enrico Venti mi glia al re Martino, vi sia stata la se- 
guente : « Item supplica lu dictu Erricu di Vintimilia chi plaza 
« alli Sirinissimi Signuri di darli e de novo fari donazioni e con- 
« formazioni di lu Castellu e terra di Alcamu, renditi gabelli, e 
« territori (1), colta e saiigu. Item et de novo donationi <^ confir- 



(1) Ia {Nirolii tcrriiorj fu qui , a mio avviso , auloperatii \wv teria(j<ji 
(terrstici). Difatti ne' Capitoli ìM 1398, presentati dagli Alcamesi hI re 



MISCEI.LANEA 79 



« mationi di uuo Castellu nomine Bonifato , lu quali nun rendi 
« nenti, et est di lu territoriu di la terra di Alcamu ». 

Da ciò, se mal non mi appongo , puossi benissimo argomen- 
tare che nel tempo in cui Alcamo era feudale il Barone avesse 
avuto il dritto di percepire dai suoi vassalli anche delle gabelle, 
e perfino la colta, la quale gii alcamesi per privilegio del re Fe- 
derico IT erano stati esentati di pagare. Quali fossero state que- 
ste gabelle nella supplica del Ventimiglia non s'espressa, ma ri- 
levasi dai Capitoli deWUnivermtà della terra di Alcamo del 1398, 
inserti, come si è detto, nelle Notizie storiche del Prof. Vincenzo 
Di Giovanni. Tra que' Capitoli èvvene uno formulato così : « I- 
« tem, di conchediri ki li gabelli li quali foru et essiri divinu di 
« la ditta Universitati, zoè vinu, carni et salumi, sianu liberi et 
« expediti, sine contraditione alicuius cuiuscumque sit auctoritatis 
« vel dignitatis, di la ditta Universitati, li quali poza libere au- 
« gumentari et crixiri, et mancari in totum, livari quandocumque 
« iusta arbitrium diete Universitatis , oy di li ufficiali soy , li 
« quali prò eo temix)re fuerint ». 

Giacche gli alcamesi, ritornando sotto il regio dominio prega- 
vano il re Martino a conceder loro che le gabelle del vinu, della 
carni e della salsumi , fossero un' altra volta venute in potere 
dell' Università è segno che tali gabelle comprese nella Membra- 
na, quando Alcamo era soggetto al feudatario fossero state di ap- 
partenenza di costui. Ne queste gabelle soltanto, dapi>oichè negli 
stessi Capitoli sì ha : « Item, di livari et annullari ogni gabella, 
« et ogni gravicza la quali pri li tempi passati fussi statu impo- 
« sta a la ditta Universitati per li baruni tiranni et in li tempi 
« loru. Item, ki li herbaggi, tiraggi et mandraggi di lu territoriu 
« di la predicta terra digianu essiri di la Università predicta, 
« la quali li digia usari secundu li modi et consuetudini antiqui, 
« et specialiter in lu tempu di lu re Fridericu bone memorie lu 
« anticu ». Dal che desumesi come anche la Gabella baiulationi» 



Martino, leggeai fra altro : « Item ki li herbaggi, terraggi et mandraggi 
« di la territoriu di la predicta terra digianu essiri di la Universitati 
« predicta, la quali li digia usari secundu li modi et consuetudini anti- 
« qui, et specialiter in hi tempu di lu re Fridericu bone memorie lu an- 
« ticu ». 



80 MISCELLANEA 



sub grosso pondere e la Gabella di possessione , di cui tratta la 
Membrana fossero state pure di appartenenza del feudatario. E 
noti il lettore quest'altra particolarità : Martino alla prima delle 
tre surriferite domande degli alcamesi risponde così : « Quia Ee- 
« già Majestas Deo duce erit in valle Mazarie, et tunc informa- 
« bitur de ventate, et ministrabitur Universitati Justitie compli- 
« mentum ; alla seconda : « Quia de presenti gabelle diete terre 
« vix sufficiuut ad custodiam castrorum , Kegia. Majestas nil de 
« presenti innovat, sed deo duce quando erit in valle Mazarie 
« taliter providebitur quod rationabiliter ipsa Universitas conten- 
« tabitur, interim dictarum Gabellarum redditus aplicentur prò 
« custodia Castrorum predictorum; alla terza : Placet Kegie Maie- 
« stati, juribus curie et aliorum semper sai vis ». Le quali risposte 
fan sospettare che, anche quand' Alcamo fu terra demaniale, quelle 
tasse non fossero appartenute al Comune, ma al Ee. 

E vi ha di più. Nel capitolo 27° del Discorso storico del ]3e 
Blasi, ove parlasi della signoria in Alcamo dei predetti coniugi 
Federico Enriquez ed Anna 1" Caprera sta scritto fra altro : « In- 
« di questi Signori colla loro pietà e munificenza oltre di quelle chie- 
« se erette e benefizi chiesiastici fondati in Modica, Caccamo ed 
« altre terre dei loro stati, anche in Alcamo eressero la chiesa 
« di S. Maria della Grazia, oggi detta della Stella^ con dote d'onze 
« quattro annuali e la nuova ingrandita chiesa del Convento sotto 
« titolo di S. Maria di Gesù de' P.P. dei Minori Osservanti, dei qua- 
« li ne fan fede le tavole marmoree scolpite in esse chiese, la prima 
« fabbricata nel 1486, come sin'oggi leggesi l'anno nel basso della 
« figura di detta Nostra Signora della Stella dipinta a muro ; e 
« la seconda riformata nel 1507 con quella iscrizione appunto, che 
<c da noi si trascrive nel discorso di esso Convento, Cap. 42 delle 
« chiese e part. 8 : e similmente fecero donazione al Ven. Mo- 
« nastero <lel SS. Salvadore di questa città sotto titolo della ]}a- 
« dia Grande dell'Uffizio delli due Maestri di piazza, detti Ca- 
« tapanie, e loro introiti, lucri ed enioluiiienti perpetui, per pri- 
« vilegio da essi dato e sottoscrito nel Castello di Alcamo a 15 
«maggio, 4 ind., 148(}; |)resentato nella ijovtv giuratoria, e del 
« (Capitano a 17 luglio indi transontato negli atti del nob. notar 
« Francesco Stinr4i di Alcamo nel di 11 ottobre, X ind., 1401; 
«e do|M» c«)iitVnnato dalli stessi Signori Almirante e Conti con 
« loro lettere date in Medina de Eioseceo a 5 giugni» 1502; e di 
« bel nuovo con altre lettere a 5 dicembre del 1529 ». 



MISCELLANEA 81 



ìJaGatapano, come nota lo stesso Di Giovanni, era in Alcamo 
(•'•.viiiato Nadnro; e quanto entrava nella sua giurisdizione, Xa- 
daria. Epperò bisogna convenire che P Uffizio delli due Maestri 
di Piazza., clonato dai sigg, Enriquez e Caprera al Monastero del 
SS. Salvatore fosse istato quello stesso di cui si occupano i Ca- 
pitoli della Xadaria del 1588. E poiché nemo dat qnod non ha- 
het, le gabelle di essa Xadaria erano di appartenenza del feuda- 
tario e non mai dell'Università alcamese. 

Le gabelle menzionate nei Capitoli della Camperia eran pure 
cosa del feudatario, giacché altrimenti non si saprebbe come spie- 
gare la presenza della seguente istanza ne' Privilegi confermati 
all'UniverHità della terra di Alcamo nel 1664: «La montagna di 
« Bonifato territorio di questa Università per lo passato era co- 
« muni , et li ebitatini et habitaturi de la dieta terra undi po- 
« tiano portari et teniri loro bestii ; et di poco tempo cza si è 
« restritta chi non chi ponno andari si non cavalli et muli ma- 
« sculi , et non chi i)onno andari boy subta la pena di onze 4 
« applicandi a lo magnifico procuraturi fiscali di V. S. Ill.ma ; 
«lo chi è multo dapno a li vassalli di V. S. Ill.ma: supplica 
« pertanto la dieta terra di Alcamo resti servita providiri et co- 
« mandari chi de cetero andando alcuni boy in la dieta monta- 
« gna di Bonifato non sia in pena excepto di tari uno per boy 
« per ogni volta chi fussi trovato , applicati a lo guardiano de 
« dieta montagna , et (juando alcuno portassi boy in dieta mon- 
« tagna et chi li tenissi videlicet a guardia facta, sia quillo tali 
« in pena di tari 15 per ogni volta chi serra trovato ; da essiri 
« applicati a lo fisco et camera di V. S. Ill.ma ». Né se la ga- 
bella del Baglio fosse appartenuta al Comune avrebber fatto gli 
Alcamesi in seno agli stessi Privilegi quest'altro esposto: «Item, 
« in la gabella di la Baglia de quista terra di Alcamo sonno 
« alcuni membri multo dapnusi a li poveri genti de quista terra 
« di Alcamo , comò sunno la contumacia, la accusa di obbliga- 
« zioni e li negativi, li quali essendo come di supra é dicto tanto 
« dapnu et cussi abusivi, supplica dieta terra di Alcamo V. E. 
« resti servita providiri et comandari chi si leva de dieta ga- 
« bella de la Baglia dicti membri oi si mitigano ; et per non an- 
« dari interessato lo i)atrimonio di Vostra S. Illustrissima, la di- 
« età terra di Alcamo per cambio di quillo si levassi de dieta 

Arvh. ISior. Sic. N. S. Aimo XXX. 6 



82 MISCELLANEA 



« gabella si obbliga douaii altra gabella oi imponiri siipra dieta 
« gabella, di modo tali ehi lo patriiuonio di V. E. non andirà in- 
« teressato in cosa alcuna ». 

Oltre ai surriferiti documenti , i quali son tutti di pubblica 
ragione, avvene altri tuttora inediti, che giovano maggiormente 
alla bisogna e che perciò vengon da me alligati al presente la- 
voruccio. 

Quest'altri documenti sono due atti d'arrendamento di tutte 
le proprietà e giurisdizioni che il sunnominato Luigi II Enri- 
quez, quale Signore di Alcamo e di Calatafimi, si avea in esse 
terre. lino di tali due atti (tutt'e due giacenti nell'Archivio dei 
Xotari Defunti Alcamesi) fu stipulato a 26 giugno XI ind. 1583 
in notar Pietro Rafifo, l'altro a 16 ottobre IV ind. 1590 in notar 
Giov. Vincenzo De Mulis. Le dette proprietà e le dette giurisdizioni 
con l'atto del 1583 vennero affittate al Sig. Fabrizio Valguarnera 
di Palermo, barone del Godrano; con quello del 1590 al Sig. An- 
nibale Valguarnera, figlio di esso Fabrizio (1). Questi due atti con- 



(1) L'affitto a Fabrizio Valguarnera venne fotto per la durata di anni 
nove a cominciare dal 1 Settembre XIV ind. 1585 e per l'annuo prezzo 
(li onze 2600 ; ad Annibale Valguarnera per ugual durata a cominciare 
dal 1 settembre Vili ind. 1593 e per l'annuo prezzo di onze 2800. Oltre 
le onze 2600, il Fabrizio era pure tenuto a p.ngare ogni anno onze 40 , 
di cui onze 10 a questo Monastero di S. Chiara, onze l al cappellano di 
<pie8ta Chiesji della Madonna della Grazia o della Stella, onza 1 al Ma- 
stronotaro del patrimonio di Alcauio ed onze 25 al Castellaino della stessa 
terra, la cui elezione doveva durante l'arrendamento esser fatta dai con- 
iugi Enriquez. Dal primo dei snccennati due strumenti rilevasi eziandio 
che un certo Cristoforo Riva avesse nel 1573 pi-eso in affitto per altrui 
conto dai succenuati coniugi la contea di Modica e le baronie di Cac- 
camo, Alcamo e Calatafimi , per la (lurida di anni 12 ; e che poscia, 
nel 1578, lo sf4>Hso Riva avesse subartittato .\lcamo e Calatafimi al sig. 
Fabrizio Valguarnera per anni 7 v per 1' aiuiuale prezzo di onze 26(X). 
8icclI^ dai Huddef ti documenti deteggesi avere la nobile famiglia Valguar- 
nera di Palermo tenuto in galailla le baronie di Alcamo e Calatafimi 
dal 1578 ul ]6U:{, per lo spazio, ('i(u*, di anni 25. 

I)a un atto \Hm',uv del 26 gennaio XI ind. 1613 in not. Sebastiano 
Cinqueru^bi risulta dio il Dottor Giovali Andrea De Rallis di Alcamo 
•i Umn- trovato in detto anno arrcndatore della terra di Alcamo por 
•nbafitto fattogliene dal prefuto Atiiiibale Valguarnera ; e però bisogna 



MISCELLANEA 83 



tengono molti particolari interessanti alla storia del dritto civile 
e feudale di quei tempi, o perciò meritevoli di esser posti in ri- 
lievo; ma io mi limito a far soltanto menzione di quelle cose ivi 
contenute , che concernono 1' appuramento di cui ci occupiamo. 
In virtù dunque degli or cennati due strumenti tanto al Signor 
Fabrizio quanto al Signor Annibale vennero dati in arrenda- 
mento « terras Alcami et (Jalataflmi cum eoruui castris et cum 
« intrascriptis eorum feudis, gabellis et redditibus inferius expres- 
« sandis, videlicet : Imprimis, quoad terram Alcami , la gabella 
« di la baglia, la gabella di la dohana, la gabella di lu vinu, la 
« gabella di la salsumi , la gabella di la carni , la gabella di la 
« scannatura, la gabella di li possessioni, la gabella di lo raastro- 
« notariato di la curti capitali, la gabella di lu fumu, la gabella di 
« lu pilu, la gabella di la mun<lizza, et li censi pri unci dui e tari 
« quindici. Et quoad terram Cfilataflmi Inprimis lo fego di ancibe- 
« ni, lo fego di bigotia, lu boscu di la foresta, lo fego di lo sasi, lu 
« fegu di condicidelsi, lu fegu di scorciagattu, lu fegu di domingu, 
« lu fegu di falanga et fastarà, lu fegu di runcinni, jaucaldara et 
« tutti li gabelli di la terra, li suvari di lo bosco, li restuci di li 
« comuni, li censi, lu fegu di safila, lu fegu di risignuolu, li affidi 
« di li comuni et li marcati di li comuni. Ac etiam cum omnibus 
« et singulis aliis earum et cuiuslibet ipsarum, feudis, gabellis, in- 
« troitibus, fruttibus et proventibus et aliis earum universis iu- 
« ribus et presertim cum omnimoda jusriditione civili et criminale 
« alta et bassa prout et quemadmodum ipse illustrissimus et 
« excellentissimus dominus dux et comes habet, tenet et possidet 
« virtute suorum i)rivilegiorum dittarum terrarum Alcami et Ca- 
« latafluii et quorumvis aliorum attoruui contrattuum et provisio- 
« num guberno, administratione justitie, nec non et cum potestate 
« creandi et nominandi gubernatorem unum seu plures. judices 
« caj)itaneos, juratos, vice castellanos, carcerarios et alios quosvis 



ritenere di essere stato :< costui dop«» il 16()3 rinnovsito per altri nove 
tjnni l'arreudanieuto di Alcamo e Calatafimi, e di essere stati 32, e non 25, 
gli anni in cui la famiglia Valguaruera signoreggi » esse terre. Questo 
lungo dominio dei Valguarnera in Alcamo dovette, a mio avviso, essere 
la. cagione principale delle amiclievoli relazioni cbe con essi si ebbe il fa- 
moso poeta alcamese Sebastiano Bagolino, il quale celebrolli in un buon 
numero de' suoi epigrammi latini. 



S4 



MISCELLANEA 



« oftìciales terrarum predittaruui et cuiuslibet ipsarum, illis modo 
« et forma proiit tacere potest et huc usque potiiit et poterit in 
« futurum ipse illustrissimus et excelleiitissimus dominus diix et 
« Comes et sui successores vigore privilegiorum dittarum terra- 
« rum et non aliter nec alio modo ». 

Come il lettore potrà vedere nel seguente prospetto, le gabelle 
che in riguardo ad Alcamo furono affittate ai sigg. Valguarnera 
son quasi tutte le stesse di quelle che sono nominate nella Mem- 
brana : 



Gabelle nominate nella Membrana 
Gabella bajulationis sub grosso pon- 

dere 
Mondizza 
La Cascia sen Gabella di possessione 

La Doana della terra 
La Doana di mari e la cantarata 
e caxà 

La Scannatura 
La Gabella dello Pilo 
La Bardarla 

La Gabella dello fumo delli Gia- 
ramidi 

» » della Tintura 

» » dell'Arco dello Cottuni 

» » dello Vino 

» » della Carne 

» » » Sausumi 



Gabelle date in affitto ai Valguarnera 
La gabella della Baglia 

» » di la mundizza 
» » di li possessioni 

La Gabella tU la Dohana 



» 


» 


» 


Scannatura 


» 


» 


» 


lu pilli 


» 


» 


» 


lu fumu 



» » » lu vinu 
» » » la carni 
» » » la salsumi 
» » » lu mastrono taria- 
te di la Curti Capitali. 



Nelle gabelle affittate ai sigg. Valguarnera mancan soltanto 
<l('lla Membrana quelle della Bardarla, della Tintoria e dell'-4.rco 
dello (luttìini ; e vi h. in di più la (tabella di lu Mastro Notariato 
di la C'urti Capitali. 

Ne' tre membri onde costa La Oabella d^lVArco dello Cottuni 
sta scritto: «Ogni persona chi vindi (H)ttuni sfilato di rotoli 25 
€ npendino, paga la decima di zocco vin«li senza altia doana; e 
« di rotoli XXV a muutata in seuimula paga la doana senza altra 
« paga ili decima, e si i)oi si vi udissi a minutu, si ve a rotule, 
« paga la decima. 



MISCELLANEA 85 



« Item cottuni bianco filato paga tantum doana. 

« La gabella dell'arco dello cottuni deve pagare così allo 
« tempo di la fera come si paga ad altri tempi ». Epperò se tale 
gabella non fu dichiarata nelle gabelle date in affitto, ciò potè 
esser fatto perchè compresa nella così detta Gabella di la dohana. 
Non abbiamo elementi per potere supporre lo stesso intorno alle 
gabelle della fìardarla e della Tintura; ma quel « cum omnibus 
et singulis earum aliis... gabellis » dei veduti due arrendamenti 
esclude la possibilità di essere state quest' altre due gabelle di 
appartenenza del Comune. Del resto, dal 1367, data della Mem- 
brana, al 1583-90, data dei due atti di arrendamento, è una di- 
stanza di due secoli e più, e lungo quel j^eriodo di tempo qualche 
piccola modificazione nelle tasse della Membrana non è difficile 
che si fosse avverata. 

Pria di metter fine a questo scritto credo utile eliminare due 
difficoltà, che, come sulle prime presentaronsi alla mia mente, 
potrebbero anche presentarsi a quella del lettore e tenerlo av- 
vinto nelle affannanti spire del dubbio. 

La prima delle due difficoltà sono le parole nub regia dictione 
poste in coda al titolo : Membrana Qabellarum ecc. La seconda 
le parole ordinati e corretti per l'officiali e buoni Uomini della ter- 
ra , le quali ricorrono in seguito all'intestazione : Capitoli della 
Nadaria della terra di Alcamo. 

Se quelle tasse erano imposizione del feudatario e proventi 
dello stesso, perchè il aub regia dictione della Membrana e l'or- 
dinati e corretti ecc. dei Capitoli della badarla ? 

Il dico senza esitanza : il sub regia dictione parve a me una 
difficoltà di grandissimo peso , tanto d' avermi fatto inclinare a 
credere di essere stata Alcamo all' epoca della Membrana terra 
demaniale e non feudale. Bramoso però di puntellar meglio quella 
credenza un giorno del 1887 scrissi al mio carissimo e chiaris- 
simo amico prof. Giuseppe Meli, allora Vice Direttore del Museo 
Nazionale di Palermo ed oggi nel numero de' più, pregandolo a 
voler sottoporre la quistione al giudizio di persone competenti 
e conosciutissime ed a comunicarmi la loro soluzione. La risposta 
che n'ebbi e che tutt'ora conservo, è ne' seguenti termini : « Ho " 
« indugiato a rispondere alla sua pregiatissima del 17 Marzo, 
« perchè, essendo il quesito sub regia dictione molto difficile, ho 
« voluto sentire non solo gli amici da lei nominati , ma ancora 



86 MISCELLANEA 



« molti degli impiegati dell'Archivio di Stato; e da questi mi ò 
« stato assicurato che nessuna spiegazione fondata su documenti 
« hanno potuto rinvenire nelle carte dell'Archivio. Che Alcamo 
« nel MCCCLXVII non fosse città demaniale si legge chiara- 
« mente nel!' art. Alcamo del Dizionario dell' Amico , per cui la 
« spiegazione non può essere quella che sospetta ; però alcuni 
« amici, versati molto nella storia nostra, credono che il Governo 
«regio in que' tempi nel concedere o vendere una città, o una 
« terra qualunc^ue , si riserbasse il dritto di riscuotere talune 
« gabelle ». 

Questa soluzione non è del tutto soddisfacente : 1" perchè dai 
surriferiti documenti risulta chiaro di essere state quelle gabelle 
riscosse per conto del feudatario e non del governo regio; 2° per- 
chè essendo stato sempre il territorio alcamese di proprietà del 
Comune , qualora le gabelle fossero appartenute al re , il feuda- 
tario dal suo feudo non avrebbe ricavato alcun frutto. 

Secondo me per potere sciogliere il quesito bisogna anzitutto 
vedere (juale sia il significato della frase snh regia dictione al 
posto ov'è collocata. 

Nei lessici di lingua latina vi è segnato (lietio , onìs e vi è 
pure segnato ditio &hìs. Dictio, onìs significa parola, voce, voca- 
bolo, dizione, oracolo; ditio, onis, giurisdizione, imperio, dominio, 
signoria. Se nel De Blasi invece <li .sub regia dictione stesse scritto 
mib regia ditione , questa frase avrebbe il significato di sotto re- 
gio dominio; ma poiché vi è scritto Kuh regia dictione queste tre 
voci non possono altrimenti spiegarsi che sotto parola del re, e 
potrebbero intendersi nel senso che le gabelle della Membrana 
fossero state sanzionate dal capo dello Stato. Or , io domando : 
Sarebbe forse strano che, dominando il feudatario, quelle tasse 
avessero avuta la reale approvazione f... Se la semi)]i(!e investi- 
tura fosse bastata a potere il feudatario imporre ai suoi vassalli 
le tasse che gli sarebbero [)ia<'iute non avrebbe Enrico Venti- 
miglia nella surri portata domanda del 130G supplicato il re Mar- 
tino perchè gli avesse fatto « donationi e conftrmationi » non 
solo «di In castella e terra di Alcamo», ma ancora delle «rendi- 
ti » dei « territorj » della «colta» e delle « gabelli »; uè Federico 
Enriquez per poter dare in arrendainento le terre <li Alcamo e 
di (Jalataflmi avrebbe avuto bisogno del sovrano assentimento (1). 



(1) L^atto di iirr«ndAm»Dto del 25 KÌ"Kn" ^I ìd<1- ^^^^ ti> il ^ ^'^^- 



MISCELLANEA 87 



Bisogna pur notare che la terra di Alcamo « sin da principio 
e pri lungi! tempii fu et era di lu demaniu », e che perciò mal 
softi'iva il tirannico gioco del feudalismo. Che dire i)oi se le tasse 
che doveva pagare al feudatario fossero state a libito di costui? 
se quelle specialmente sulla carne , sul vino e sul salame , ap- 
partenute all' Università mentre Alcamo era demaniale , fossero 
state esatte dal feudatario senza un espresso comando del ref... 
Il sub regia dictione dunque non prova affatto che le gabelle della 
Membrana fossero appartenute al Governo Regio e molto meno 
che desse fossero state comunali. 

La difficoltà concernente le parole ordinati e corretti per l'of- 
Jiciali e buoni Uomini della terra non ha per me alcun valore. 

Il De Blasi, come abbiamo più sopra veduto, parlando della 
donazione fatta nel 1486 dal feudatario di quel tempo al Mona- 
stero del SS. Salvatore dell'ufficio dei due Maestri di Piazza detti 
Oatapanie, documenta talmente la sua asserzione da non lasciare 
su di essa il benché miniuio dubbio (1). Niente di difficile intanto 



tembre XIII ind. 1585 ratificato dai couiugi Luigi e Maria. Enriquez de 
Caprera iu Madrid, presso il notaio Antonio Frasca di quella città; ed 
il 28 agosto dello stesso anno fu, con tiile ratificazione , ripetuto negli 
atti di not. Giov. Vincenzo De Mulis di Alcamo e nuovamente appro- 
vato da Fabrizio Valguarnera e dal di cx>8tui figlio Annibale. Or , tra i 
nuovi patti posti nella ratificazione presso il not. Frasca leggesi quanto 
segue : « Item processit ex patto quod lU.mus et Excell.mus dominus 
« dux et Comes teneatur ad eius expensas tradere copiam preseutis ra- 
« titìcactionis autentliicam et fidem undique fecientem dicto illustri baroni 

« avreudataiio ad ettectum illam micteudi dicto baroni Item etiam 

« processit ex pacto quod idem excell.mus dominus dux et comes teneatur 
« obtinere a sua Ucyia majestate consenitnm rer/ium super prnemissis neces- 
« sarium et opportunnm ». 

(1) I documenti che il De filasi cita sul proposito più non si trovano: 
però il seguente rogito, esistente ne' bastardelli di not. Pietro Antonio 
Balduccio, sovviene in parte al loro difetto : « Eodem (die) Villi mayj 
« X ind. 1567. — Rev.da domna margarita de montesa abatissa ven. 
«abacie sancti salvatoris terre alcami ordinis sancti benedicti , coram 
« nobis, sponte ingabellavit et ingabellat ant.no Sanctoro de dieta terra, 
« mihi notarlo cognito presenti et stipulanti, oflìcium ut dicitur di ma- 
« stro di chaza prò anno XI ind. proxime future cum omnibus juribus, 
« obvencionibus, emolumentis honoribus et oneribus ad dictum ofticiuin 



88 MISCELLANEA 



che, divenute le monache proprietarie del detto ufficio e dovendo 
queste per la percezione della gabella ricorrere all'aiuto di per- 
sone mercenarie o darla in affitto, si fossero coll'andar del tempo 
verificati abusi e vessazioni tali da richiedere un riparo dalle 
autorità locali. Qual meraviglia perciò se a porre un freno a sif- 
fatti inconvenienti si fosse convocato nel 1588 un pubblico con- 
siglio, composto, secondo il solito, degli oficiall e, de' buoni huo- 
mini della terra (1) al fine d'ordinar meglio e correggere i Capitoli 



« spectantibiiR et pertinontibus , prò ingabellacione nnciarum decera et 
« octo ponderis generalis; de quibus dieta reverenda fatetur liabixisse et 
« recepisse a dieto antonino stipulante uncias septeiu et tarenos decem 
« et octo ponderis generalis; hoc modo, videlicet : une. 3 tt. 18 in salmis 
« sex frumenti et une. 4 ipse parte» conipensì^verunt et conipensant prò 
« exatione reddituuin presentis |uini diete abbacie facienda per ipsum 
« Antoninum a primo septembris dieti anni XI ind. poxime future in 
« ant«a. Ren. exceptioni etc. Et prò reliquis une. decem et tarenis duo- 
« deeim dictiis antoninus vendidit et eonsignare proniisit diete reverende, 
« quo supra nomine stipulanti, saluias sex frumenti boni etc. recollitionis 
« proxinie future presentis anni, hie aleami, ad altius per totum menseni 
«julii proxime futuri presentis anni; et vegetes tres niusti boni etc. pro- 
« veniendi ex eius vinca existenti in contrata di hi montagna vindemie 
« proxime future in dieta vinea in XX die mensis septembris proxime 
«futuri; alias teneatur ad omnia dapna, interesse et expensas et ad ma- 
«jus precium ipsorum frumentorum et dieti musti quanti phirimi vi\- 
« Inerint a tempore more in antea. 

« Pro pretio prout ponetur meta frnmentis in anno presenti, et mu- 
« 8ti in dicto anno XI ind. ; et positis metis frumenti et niusti ; quis 
« eornm refecturus erit alteri reflcere teneatur, videlicet : dieta reverenda 
« incontinenti et dicttis antoninus p<'r totum mensem augusti dieti anni 
«XI ind. proxime futuri , in pecunia numerata, hie aleatui, sinc aliqu-i 
€ exceptioni etc. 

« Promittens ipsii reverenda, (|uo supra nomine, dicto antonino stipu- 
« lunti dietum ofiìcium magistri placcie durante tempore diete ingabel- 
« lutionis legitimu defendere ipsumque non auferre nec auferri facere usu 
« proprio mayori ingabellatione, nec prò cpiavis causa. Que omnia etc. 

« Testt^H vitUH la'Jorlanda et antoninus «'aiandrino ». 

(1) Tra le «ose dette dal Di Giovanni nelUi precitate Notizie Storiche 
affine di provare cJie il primiero sito della città di Alcamo sia (luello 
ov'esua trovjwi al prew'utii, e non il monte Bonifato, vi è (piestu : 

« Né intanto vai meno a Hostenere PoMisteazu di Alcamo auterionnente 



MISCELLANEA 



della Kadaria ? — Ma perchè ordinarli e correggerli gli officiali 
ed i huoni hnomìnt della terra se la gabella non spettava al Co- 
mune ? — Le adunanze dei Consigli di Alcamo in quel tempo, 
come ne fan fede un buon numero di atti giacenti nell'Archivio 
de' Xotari Defunti della <;ittà, eran sempre presiedute da un rap- 
presentante del feudatario, che i)er lo più era il Governatore, o 
il Capitano. Questo rapi)resentante , riunito che si era il Consi- 
glio e lettasi la pratica posta all'ordine del giorno, pigliava su- 
bito la parola ed esprimeva sulla i)ratica il proprio j)arere. Doj)o 
il rappresentante parlava colui che gli stava più vicino, appro- 
vando pienamente il parere del rappresentante; indi un altro vi- 
cino all'approvante, che diceva ut jn-oximiis, e così tutti gli altri 
di seguito dicevano ut proximutt. Di guisa che il risultato della 
votazione era sempre 1' api)rovazione del parere del rappresen- 
tante del feudatario. E dunque 1' espressione ordinati e corretti 
per l'officiali e buoni homi ni della terra equivale ad ordinati e cor- 
retti dal rappresentante del feiulatario, o meglio ordinati e corretti 
dal ieudatario. 



P. M. Rocca 



«al secolo XIV, oltre il «privilegili regali anticu factn oliui anno do- 
« niiuiie lucaruat. MCCC mense febr. etc. » citato in questi Capitoli, la 
« domanda che potesse essere di nuovo rifabbricato « hi piami ki esti 
« davanti In castellu in lu quali piami a suo principio erauu casi di boni 
« huomini di Alcamo, li quali Ouarneri di vingintimiliali dirrupau, pri fari 
<< una chitatella et ora esti in tuttu disfactii ». Que' buoni huomini che 
« avevano lor case intomo al castello, accennano pel loro nome ai tempi 
« normanni; e nella Membrana difatti delie Gabelle parlandosi dei privi- 
« legi dei boni hoinini, si dice in tempo antico, e per quelle case che più 
« non si rifecero sino ai nostri tempi, è ben fatto sapere che di là era la 
« i)arte della città antica » (Donde abbia il Dì Giovanni attinto cotesta 
« peregrina notizia non son buono a trovarlo), « senza la quale pur Al- 
« caino già era in sulla tìne del secolo XIV terra considerevole , tanto 
« da voler essere nei privilegi uguagliata a Palermo e a Corleone ». I 
boni homi ni , dumiue , che nel 1588 ordinarono e corressero i Capitoli 
della Nadaria eran pure de' tempi normanni ? 



90 MISCELLANEA 



DOCUMENTI 



I. 



Arrendamento delle terre di Alcamo e Calatafimì^ fatto a Fabrizio Val- 
fi uà mera : 

Die XXV jnnij xj indictionis 1583. 

(In terra alcami, intus doinnm spett.lis et exeell.tis domini Autoiij de 
BaIlÌ8 judicis superiori» terraruui alcami et calatafimi) 

Cum annis preteriti» domimis christoferus riva certis iiominibiis in ar- 
rendamentum ceperit et habuerit ab Ill.mo et ex.mo domino don lodovi- 
co enriques de Caprera ma^o admirato castelle duce medine de riosecco 
et cernite comitatns modice domino terrarum aloami caccabi et calatafimi 
HtAtum et coraitatum predittum uiodice et dictas terras alcami caccabi et 
calatafimi cum omnibus et singulis snis juribus et hoc per tempus annornm 
duodecim qui inciperint currere a ])rimo die mensis settembri» anni 1573 
et durant per totum mensem augusti anni 1585 et prout in iustrumento 
dicti arrendamenti latius continetur in lingua hispana die 23 raartis an- 
no a nativntate Domini nostri lesu Cliristi 1575 verso postea traducto et 
trunslato ex lingua hispana in latinain per mag.cum jacobum gratianum 
notsirium et scribain regium ratifìcatoque et approbato per lU.mum do- 
niìnum da melgar fìlium primogenitum et indubitatnm snccessorent do- 
mini IH. mi et ex. mi domini dncis et comitis et regia confirmatione cor- 
roborato postea verum ad dictum dominum de riva dictum arrendamen- 
tuni fnerit renuntiatum et relaxatnm per (juoddam instrniiKMitnm jìnhli- 
cum factum in civitate Lisbone in attis mag.ci nielchionis de monte al- 
vo die v^ niensÌR aprile 1576 tradductum in lingua latina ex lusitana 
p<T eundem mag.cum de gratìano die xvij augusti eiusdom anni <'t ul- 
timo loco traiiKuntatiiiii in attis mag.ci notar! antonini huara imnormi 
die xxviii.j january 1577 vg indictionis. Kt rebus sic stantibus fuerit 
pcir dictum de riva fiittum arrendamentum de terris alcami et calatatl- 
nii cum omiiibiiK eorum ftMidis et Juribus eorum universis Illustri do- 
mino Fabritio Vnlguaraera baroni gudurani prò gabella unciarum dua- 
ruinmilb- cf si-xcentarum prò anno cum aditu une. 700 in favorem 



MISCELLANEA 91 



(lieti domini baronis de residui» maturatis pertineutibiis ad dictam 
de riva eo modo et forma prout contiuetur in attu diete subingabella- 
tiouis in attis dieti de iazara fatti die iij. februarij vij. ind. 1578 cum 
assensu vieeregio prò anni» settem de (juibus sunt uiatiirandi et eursuri 
anni duo et menses. Et durante tempore predieto subingabellaetiouis 
eum fuisset destinatus ab excellentia dieti IH. mi domini dueis et eomitis 
in lioe Regno sieilie Ill.is et reverendus pater frat^r franeiscus reeio or- 
dinis observantie sancti francisci ad visitandum eomitatum et terras pre- 
dietas et habendum a posse dieti domini de riva eomitatum predictum 
et cum commissione liabendi ad cambium vel quoeumque alio modo pro- 
curaudi scutos viginti millia prò aliquibus negotiis peragendis et dicto 
Ill.mo et ex.mo domino ducis et corniti necessariis et existeute dicto Ill.e 
et rev.do patre fratre francisco in hac terra Alcanù prò causi» predictis 
et visitando tara terram predietam Alcami quam calatafìmi invenerit ter- 
ras predictas et vaesallos sue III. me domimitionis adeo et taliter conten- 
tos de guberno et administractione justitie dieti lll.i domini Baronis quod 
instanter et instantissime predieti vassalli simul jnneti cum mag.cis do- 
mini s juratis supplica verunt ipsum illustrem et reverendum quod omni- 
no vellet supplicare predicte excellentie 111. mi domini dneis et eomitis 
quod de cetero sua IH. ma dominatio remaneret contenta quod ipse Ill.is 
dominus Baro eos gubernaret et videns hoc dietus Ill.is et Rev.dus ex- 
titit multum c<mtentus considerando quod excellentia dieti III. mi domini 
dueis et eomitis remanebit disgravatus de conscieutia prò dieta bona ad- 
ministratione justitie facta et facienda dictis suis vassallis et tanto magia 
quod dietus Ill.is dominus baro prò accommodandis negotiis predicte ex- 
cellentie dieti 111. mi domini ducis et eomitis se obtulit prontus accommo- 
dare scutos decem millia gratis absque interesse prò annis quatuor nu- 
meraudis a die eonsignationis presentis contractus ratifleationis per to- 
tum annum XV ind. proxime future <iuod videns dietus Ill.is et Rev.dus 
ad nomen dieti 111. mi et exc.mi domini ducis et eomitis acceptavit obla- 
tionem predietam et voluit dictis vassallis compiacere et requisiverit di- 
ctum illustrem dominum baronem quod remaneret contentus per alios 
annos novem numerandos a «lie finiti termini subingabellaetionis predicte 
continuare in arrendamento predieto et in administnatione justitie dieta- 
rum* terrarum Alcami et Calatafimi tjvm jjro exoneratione conscientie 
dieti III. mi et exc.mi domini ducis et eomitis quam prò contento civium 
dictarum terrarum et re<iuisiverit ipse Ill.is et Rev.dus ipsum dominum 
Baronem quod vellet ingabellare dictas terras ad rationem unciarum dua- 
runi milUesexeentarum prò anno prout enint sibi ingabellate a dicto de 
riva et recusante ijiso Ill.e domino barone ex quo ingabellatio predieta, 
erat i)ro dictis untiis duabus mille sexcentis cum beneficio ipsius ill.is 
domini baronis une. 700 prò tantis residuis sibi cessi» tenore dieti inga- 



92 MISCELLANEA 



bellationis et tandem discusso negotio Inter eos extitit contentus dictus 
dominns Baro sibi dietimi arrendanientum prò dictis untiis duabiis mille- 
sexcentis capere et ex quo a dicfco domino de riva habuit ipse lU.is do- 
minns baro dictiis uncias 700 contentatur tantum liabere untias 400 quo- 
niam alias untias tricentas gratiose relaxavit et remisit dicto lU.mo et 
exc.mo domino duci et corniti et lioc ut possit durantibus dictis annis 
novem sibi reinburzare dictos scutos decem millia et ideo discusso et 
tractato negotio predicto inter dictum Ill.em Dominuui baronem et di- 
ctum Ill.em et Rev.dum patrem franciscum ambo extiterunt contenti et 
devenerunt ad infrascriptum ingabellationis actum arrendamenti predicti 
nt infra : 

Propterea hodie pretitulato die prefatus Ill.is et Rev.dus pater frater 
l'ranciscus Recio uti procurator dicti III. mi et exc.mi domini Don lugdo- 
vici Enriquez de Caprera ducis et comitis ut supra ac domini predictarum 
terramm alcami caccabi et calatbatimi virtute procurationis facte in actis 
mag.ci notarii Antonij frasca Madrid die xxiij octobris xj ind.nis instan- 
tis transumptate in urbe felici Panhormi in attis mag.ci notarii Joseph 
thoscano die etc. a quo Ill.mo et exc.mo dcmiino duce et comite etiam 
dixit habere speciale mandatum et omni alio meliori nomine et modo etc. 
prò quo Ill.mo et exc.mo domino duce et comite ac IH. ma et exc.ma domina 
Donna Anna de Caprera ducissa et comitissa dicti coiuitatus et domina di- 
ctarum terrarum ejus uxore nec non et prò Ill.mo domino Don lugdovico 
Enriques de Caprera comite de melgar eoruni tìlio Primogenito et indu- 
bitato successore dicti comitatus et dictarum terrarum emancipato ut pa- 
tet tenore actus emancipationis in actis egregij notarii Petri de castiglio 
in villa medine de Rioseco die xv novembris 1580 Ipse ill.is et rev.dus 
de ratlio promisit et promittit Juxta formam rithus magne regie curie 
hi^jus regni Sicilie presentem contractum omniaque et singula in contenta 
cum auctoritAte ipsa IH. ma domina et exc.ma ducissa et comitissa dicti 
111. mi et exc.mi ducis et comitis ac jndicis literati presentem contractum 
omniaque et singula in eo contenta infra terminum mensium sex ab hodie 
numerando ratliiflcabunt acceptabunt laudabunt et pienissime contìruia- 
bunt cum inserto tenore presentis contractus et se contentabunt prò eis 
et eorutn successoribus infrascriptum arrendanientum fuisse et esse inga- 
Itellatuin dicto et infrascripto domino bai'(mi et de omnibus in presenti 
contra<-tu coutentis et de soIution(>, tiemla predictoruui et iufrascript<n'um 
Hcntoruin decem millium exbnrzandoruni per dictum dominum baronem 
»nti(;ipat4; dicto Ill.ni<» et exc.mo domino duci et comiti soli et insolidum 
renuntiando juri de primo et principali conveniendo prò eis et suis suc- 
ceHHorìbns se obligabuut dicto et infrascripto domino baroni ad eoruin 
Kohictionem et ad omnia et siugula in presenti «'oiitractti contenta et ex- 
preMHuta ningula hinguli» refen-ndo copiaui cuius nitittcactionis rum con- 



MISCELLANEA 93 



sensii licentia dispensactione ac conti rraactione regia presentis contractus 
aiithenticain cnin fide et sigillo loci ubi ipsa ratificatio fieri et infra dictiim 
tenipus ad expensas dicti IH. mi et exc.mi domini ducis et comitis traddere 
et consign.are dicto et infrascripto lU.i domino baroni et in suis propriis ma- 
nibiis alias eo termino elasno et non consegnata ratificatione predicta prò 
modo ut supra dictum est cum licentia dispenstictione ac coutìrmactione 
regia presentis contractus sit et esse debeat in electione et voluntate ac 
arbitrio dicti Ill.i domini baronis si vellet stare presenti ingabellationi aut 
ab ea se desistere ex pacto etc. sponte dictis nominibus et cum alio me- 
liori nomine etc. et cum dieta rathi promissione mihi prius notario co- 
gnitus ingabellavit et arrendavit ac ingabellat et arrendat titoloque et 
causa liujusmodi arrendamenti et ingabellactionis habere licere c«mce8sit 
et concedit ac voluit et vult prò dictis Ill.mis et exc.nns domiuis duce et 
comite ducissa et comitissa et eorum successoribus ac IH. mo domino Co- 
mite de melgar pretato Ill.i domino fol)ritio valguarnera Baroni gudemni 
civi Panhormi mihi etiam cognito presenti stipulanti et ab eo dictis no- 
minibus prò se et suis successoribus et jus et causam habentibus vel ha- 
bituris ingabellanti et conducenti terras Alcami et Calathafimi cum eorum 
castris et cum infrascriptis eoruui pheudis gabelli» et redditibus inferius 
espressandis videi icet : 

In primis quo ad terram Alcami 

la gabella di la baglia 

la gabella di la dohana 

la gabella di lu vinu 

la gabella di la salsnmi 

la gabella di la carni 

la gabella di la scannatura 

la gabella di li possessioni 

la gabella di lo m.ro notariato di la curti (capitali 

la gabella di lu fumu 

la gabella di lu pilu 

la gabella di la mundiza 

Et li censi pri unci dui e tt. quindici 

Et (pio ad tei-ram Calathafimi 

In primis lo fego di ancibeni 

lu fego di bigotia 

lu boscu di la furesta 

lu fego di lo sasi 

lu fegu di condicidelsi 

lu fegu di scorciagattu 

lu fegu di domingu 

lu fegu di falanga et fastarà 



94 MISCELLANEA 



hi fegn ili runciuni 

lancaldara et tutti li «jabelli di la terra 

li stivari ili lo bosco 

li restiici di li connini 

li ceusi 

in fegu di satìla 

la fegii di risignolu 

li affidi di li comuni 

Et li marcati di li comuui 

Ac etiam cum omnibus et siugulis aliis earuiu et cuiuslibet ipsaruni 
fendis gabellis introitibus fructibus et proventibns et aliis earum univer- 
8Ìs juribus et prosertim onuimoda Jurisditione civili et criminale alta et 
ba.ssa prout et quemadmodum ipse Ill.mus et exc.mus dux et comes lia- 
bet tenet et possidet virtute suornm privilegiorum dictarum terrarum Ri- 
cami et calathafimi et (luorumvis aliorum attorum contractnum.et provi- 
sionum guberno administractione jnstitie nec non et cum potestate creandi 
et nominandi gubematorem unum seu pluries judices capitaueos juratos 
vicecastellanos carcerarios et alios quosvis offìciales terrarum predictarum 
et cuiuslibet ipsaruu: illis modo et forma prout tacere potest et bue n- 
sque potnìt et poterit iu ftitunim ipse Ill.mus et exc.mus dominus dux 
et Comes et sui successores vigore privilegiorum dictarum terrarum et 
non aliter nec alio modo. 

Et hoc prò annis novem continuis et completi» videlicet : xiiij xv 
p. ij iij iiij V vj et vij ind. proxime futurarum 

Totas diftas terra» alcami et calathatìmi ut supra arrendatas integras 
cum snpmdictls et aliis quibuscumqiie earum et cnÌTislibet ipsarum pheu- 
«lis gabellis fructibiis Juiibus introytibus et proventibus seoretia fundacis 
stantii» castris ipsarum terrarum prout inferius molendinis a(]uis aciuaruui 
decursibus et molendinorum saltibns si qui sunt stantiis speluncis mon- 
tibus vallibus foveis tuguriis fontibus terragiìs lierbagiis mandragiis et 
cum omnibus et singulis terris cultis et incultis marcatis nvboribus do- 
mestìcis et silvestribus nemoribus censualibus gabellis dotianis arrantariis 
caniperiis liayulactionibus censibus et prestactionibus consensuum penis 
spn'tis penis viis itineribus passagiis introitibus proventibus et obven- 
tionibuH ipsarum et guberno predicto et jurisdictionibus |»rodi<'tis civili 
et criminali modo ut supra et cum potestate capiendi residentiani sive sin- 
dac^ihim onicìaliuiii dictarum t<>rrarum eo nu>do et forma prout potuit e 
pt>t<'Ht ipse lll.muH et exc.mus dominus dux et comes et cum potestate 
creandi et nominandi gubermit^>res unum sj'.u plures et alios «dlìciavles ter- 
rarum predictarum et cum aliis Juribus et pertinentiis diclaruui terrarum 
Alcami el Caliitalimi earum(|ue int<>gro et indiminuto statu eis modo et 
fo?-iM!i proni il ■|iiiim:i<ImiimIiiiii ipMc jll.iiins el excel. iims dimiiinis dux et 



MISCELLANEA 95 



Comes terras predictas cura predictis omnibus ut supra arrendatis habet 
tenet et possidet nec non et dictas jurisdictiones et potestates creandi 
et nominandi gubernatore et sofficiales cum omnibus juribus et prehemi- 
nentiis prout habet tenet et possidet in quibus tenere et possidere potest 
justa formam predictorura suorum privilegiorum uil escluso nec reservato 
prò dieto ill.mo et excel. mo domino duce et comite sed omnibus translatis 
in ipsum illustrem dominum baronem arrendatarium presentem et stipu- 
lautem i>ro se et successoribus suis seu jus et cansaui liabentibus vel ha- 
bituris ab eo modo et forma supradictis et non aliter nec alio modo. 

Inclusas et strasactatas t^rras predictas Alcami et Calatafimi seu ve- 
vius earum pheuda ad omnem et «luemcunque usura tam massiirie quam 
herbagii qnornmcumque anim^lium ad electioneni et voluntatem dicti ilu- 
stris d<miiiii baronis stipulantis et aliorum ab eo jus et ciiusam habentium 
vel habiturorum et non aliter nec alio modo. 

Reservatsi si et quantus opus est et de jure requiritur et non aliter 
nec alio modo licentia Regia quo a*! jurisditiones predictas et non a- 
liter nec alio modo ad quam impetrandam t«neatur dictus ill.mus et 
excell.mus dominus dux et comes ad eius expeusas modo et formam ut 
supra dictum est in rathi promisione. 

Constituens se prefatus illustris et reverendus nominibus predictis prò 
eis et suis tei-ras predictas Alcami et Calatafimi eiusque gabellas pheuda 
et jura supradicta et ipsarum pheudoru<n herbagia ter ragia et universa de- 
super arrendata et ingabellata cum eorum dependentibus eraergentibus et 
connesis et cum jurisditionibus predictis et potestate creandi et nominandi 
gubernatores et offlciales prout supra et cum eorum toto integro statu ter- 
rarum predictarum a primo die mensis septembris anni XIV ind. proxi- 
me future 1585 in antea et ex nunc prò tunc et e converso nomine et prò 
parte dicti illustris domini arrendatarj stipulantis et ab eo juset causam 
habentium vel habiturorum per coiistitutum tenere et possidere a dicto 
die primo mensis sept«mbris anni XIV ind. 1585 proxime future donec et 
quousijue de predictis omnibus dictus illustris dominus arrendatarius ce- 
perit iutraverit et habuerit corporalem vacuain et expeditiim ac naturalem 
possessionem quam iutrandi capiendi et habendi propria auctoritJite et de 
facto absque iussu ourie et magistratus decreto prefatus illustris et reve- 
rendus arrendator dictis nominibus illustri domino arrrendatario stipulane 
et recipienti prò se et suis successoribus et ab eo jus et causam haben- 
tibus et habituris auctorita.tem liceutiam et liberam tribuit et concessit 
potestatem ac de jure contulit pariter et de fatto. 

Ad habendum per ipsum illustrem dominum arrendatarium stipulantem 
et alios ab eo jus et causam habentes vel habituros me notario prò eis sti- 
pulante predictas tt'rras Alcami et Calatatìmi cum suj)ra dictis omnibus et 
singulis desuper arrendatas et arrendata a dicto die primo mensis septem- 



MISCELLANEA 



bris anni predicti XIV imi. proxime future in antea prò annis novelli inte- 
gris continuis et conipletis a «lieto die primo mensis septembris XIV ind. 
predicte ennmerandis et eui-siiris per totum dictuin mensem augusti dicti 
anni VII ind. inde sequentis tenendura possidenduiu uti truendum gau- 
dendum frnctus et introitns percipiendnm ipsasque terra» gubernandnni 
jurisditionibiis jireditis utendum aliisque illas in totum vel in partein ri'- 
nuutiandum sublocanduiu subarrendum aut alium vel alios in participes 
reoolligenduni duminodo quoti non pt>88Ìnt sub arrendare nec ingabellare 
euin jurisditione eivile et eriiuinale et omnia alia et singula ei et aliis 
ab eo jus et eausaiu habeutibus et habituris beuevisa faciendum prout 
et quenia<linodum ipse illustrissimus et excellentissiiuus doiniuus dux et 
eonies omnia predieta tacere posset virtut* suorum pri\ ilegiornni et quo- 
cumque alio jure ei iiielius competente et competituro et non aliter nec 
alio modo. 

Cedens et trsinsferens ideo pretatus illustris et reverendus nominibus 
predictis illustrissimi et excellentissimi domini ducis et dueisse et comitis 
et eoram successorum eidem illustri domino baroni arrendatario stipulanti 
prò se et aliis ab eo jus et caiisiim liabentibus vel habituris et ab eo reci- 
pienti omnia et singula Jura omnesque actiones rationes et causas reales 
et personale» utiles directas mixtas tacitas et exprexas pretorias et civiles 
et alias quascumque ac spem et exercitium ipsorum jurium et actionum 
«luem et quas et quod liabuit habebat et habet nominibus iam dictis ac 
potest et sperat habere et que sibi dictis nominibus competunt compe- 
tebant aut competere possunt quoomolibet durante termino dicti arren- 
damenti in omnibus et singulis predictis desuper arreudatis et in eoruni 
<lefenctione et in jureexpellendi et revocandi vicecastellanos dictsirnin ter- 
rarum in annuali exatione et consecutione introituiim jurium et prò vven- 
tuuni dictarum terrarum et aliorum pheudoruin gebellarum et aliorum 
universorum jurium ipsoruraqne pheudoruin jurium et gabellarum nec 
non et in gabellis pheudoruin et gabellarum de pertinentiis dictarum ter- 
rarum contra et adversus (luascumque porsonas ecclesiasticas vel seculares 
virtute et auctoritate (luorumcunuiue contrattuum et (piarumvis scriptuia- 
runi pnblicarum, privatariim et sine «iuoeum«nu' et «lualitercuinque. Consti- 
tiiens cuiidem iiltistrem dominum baronem stipuhintem et jus et eausam 
ab eo habentes vel habituros me notjirio prò eis stipulante ])rocuratores 
irre vocabiles in rem dicti illustrissimi et exellentissimi domini ducis 
et comitis et suorum et ponens eos in locum suum in iiac parte ut a 
modo eU:. 

Et hoc prò gaUtlla et arreiidaiiuMito prò oiiinibus [uedictis lerris Al- 
cami et Culatallmi et eonim pheiidis galndlis juribus proventibus juris- 
ditioiiilitiK deHiiper nrreiidatiH ad ratioiiem uutiarum duaruiii mille sex- 
centiiriiiii |KMidurÌH generalis moneti' liuius legiii Sicilie qiioiibet anno 



MISCELLANEA 97 



ipsorum annoruiu noveiu franchi a (lieto ili, ino et excel. nio duca et conte 
interclu.sis in dieta ;iabella supradietis nntiis qnatiiceutis semel tantum 
solvendis per dietus ili. munì et excel. munì doniiuum ducem et comitem 
dicto domino liaroni prout infra Et hoc ex causa quia presens arrenda- 
mentuni Init factum Inter | dictum | illustrem et reverendum et ipsuni do- 
minuni barouem appontatum et aecordatum eo modo et forma prout ad 
presens liabet tenet et possidet ipse dominus baro arrendamentum pre- 
dictum loco gabelle prò | dictis untiis duabus mille sexeentis interclusis 
in dieta gabella residuis unciarum 7(K) prout et quemadmodimi patet 
tenore contractus initi iuter dictum dominum De Riva et ipsum illustrem 
domiaum baronem superius preciilendati et nihilominus ipse illustris do- 
minus baro extitit coutentus relaxare de dictis nntiis 700 nntias tricen- 
tas et facere presens arrendamentum prò dictis nntiis duarum mille sexentis 
et consecpii et habere dictas uncias (|uatricentas prò modo ut supra dictum 
est et per modum ut infra solveudas et eum onere solvendi quolibet an- 
no dicto arrendamento perdurante infrascriptas gravitias debitas super in- 
troitibutì dietarum terrarum adseendentium iul uncias cpiadraginta prò 
anno infraserii)tis personis prò ratis infrascriptis In jjrimis nntias decem 
abbatie vocate de li Scalzi prò elemosina sibi concessii per dictum illu. 
strissimum et excelentissimum dominum ducem et comitem . unct. 10. 

Item unctias quatuor ven. cappellano ecclesie dive Marie de Grafia 
prò salario sibi constituto per suam illustrissimam dominationem. une. 4. 

Item untiam unam magistro notarlo patrimonii diete terre Al- 
<;iiiiii une. 1. 

Item Jintias viginti quincpie castellano diete terre Alcanii creato vel 
creando ab excellentia illustrissimi domini ducis et comitis prò eius sa- 
lario une. 25. 

Qiuis grjivitias dietus illustris dominus arrendatarius causji supradicti 
arrendamenti se accollavit et aecoUat termino dicti arrendamenti perdu- 
rante solvere dictis personis destinatis Et hoc absque carnagio et absque 
aliqua alia solnetione et servitute et franco dicto illustre domino baro- 
ne arrendatario aliisque ab eo jus et cansam habentibus vel habituris 
me notarlo prò eis stipulante a regio militiiri servitio d<mativis ordinaris 
et extraordinariis impositis et imponendis et ab omnibus et singulis sub- 
jugationibus et eorum interusnriis et decurrendis oneribus servitutibus 
et obligationibus et hipotecis generalibus et specialibus quovis nomine 
nunenpentur seu nuncupari possent a (juibus omnibus et singulis predi- 
ctis regio juilitario servitio donativi» ordinariis et extraordinariis subju- 
gationibus et eorum interusuriis decursis et decurrentis servitutibus obli- 
gationibus hi|)otecis et aliis prenarratis dietus illustris et reverendus no- 
minibus prcdietis promisit et se obligavit et obligat dicto illustri domino 
arrendatario et aliis ab eo ius et causam habentibus vel habituris me 

Arch. Stor. Sic. N. S. anno XXX. 7 



98 MISCELLANEA 



notano prò eis stipulanti et inquilini» berbageriis terrageriis conductori- 
bus gabellotis detemptoribus et possessoribus dictaruum terrarum Aleanii 
et Calataflmi et eorum feudorum juriiim et gabellarum eos omnes et 
quemlibet eonim eorumque lieredes et bona me notario pio eis stipulante 
servare indennes indemnia penitus et sine danno et ab omnibus et sin- 
galis dannis lucris cessantibus et que cessaverint interesse et expensis 
eis et ipsorum cuilibet causji premissoruui omnium et singulorum qnomo- 
dolibet causjindis tìendis et incurrendis. Ita (|uod in easu quo dictus il- 
histris dominus arrendatixrius ant alii ab eo jus et causam habentes vel 
habituri vel inquilini burgenses terragerii herbagerii et alii detemptores et 
possessores dictarum terrarum Alcami et Calatafìmi eorunniue pheudorum 
et gabellarum juriuni et universorum introituiim predictorum desuper ar- 
rendatorum et ouisvis pars ipsanim et ipsorum et quilibet quamdocuraque 
<|uocumque qualitercumque semel et plui'ies aliquod damnnm causa et oc- 
casione premissorum subirent et paterentur quod utique illud dicto casu 
fort« veniente dictus illnstris et reverendus nominibus predictis se obligavit 
et obligat incontinenti retìcere toties ([uoties casus evenerit dicto illustri ar- 
rendatario stipulanti seu cui dannunt causaretur me notario pi'o eius stipu- 
lante. In i)ace et de plano omnibus oppositionibus et exceptiouibusjuris et 
facti remotis penitus et expresse renuntiatis itji quod eveniente dicto casu 
possint et libere valeant dictus illustris dominus arrendatarius et alii ab eo 
jus et causiim habentes vel habituri et ille persone quibus damnum cau- 
saretur etiani nondum facta soluctione nec expectata interl(»cutoria nec 
habitis juribus cessis sed simplici illata molestia procedere via executiva 
et omni alio meliori modo exceptionem causare contra dictum illustris- 
simum et excell.um dominum ducem et comitem et ejus bona in quovis 
foro juditio et magistratu etiam incompetenti adversus quam exceptionem 
et presentis contractus formam non possit se opponere prout infra et in 
tali casu possit et valeat dictus ill.s dominus arrendatarius et alii ab eo 
jus et causam habentes vel Inibituri possint et libere valeant summam 
solvendani etiam prò concurrenti quautitate dannorum interesse et expen- 
saruni et lucrornni cessantium capere et recipere semel pluries absqne a- 
li(jua notifica«'ti<me facienda ad cambia et recambia prò (juibusvis mundi 
partibuK et per infra (|uam per extra Regnum vel sibi ipsi ractionari ut 
dicitur contariseli U8(|ue mi integrani et eftectivam soluctionem ad danna 
ed int4»re«He dicti illustrissimi et excell.nji tlomini ducis et comitis de 
qiiibuK oninil)us et singulis lucris cessantibus et dannis interesse et ex- 
penHÌH cainbiortim et recanihiorum v{ eorum caidurn credatur et «te- 
tur ac eredi et stari debeat sol<) simplici Juramento dicti illustris do- 
mini liaronis arrendatarj stipulantis seu illinum <|iiil>us dannum vve- 
nlftt me notario pr« «Ih Htipnlante nulla alia probaetione verificatione in- 
trinneca vel extrinsera necessurìji lienda quod jurann-ntum prestai] possi! 



MISCELLANEA 99 



in fjiiovis foro juditio iiiagistrsitii etiaiu per actum publicum penes qiiem- 
vis notariuiii alt.sque alùpia uotificactioiic tìeinla ex parto uoii obstantibus 
<]UÌbuKvis jurilnis constitutionibus et aliis in contrarinni «lictantibns vel 
disponentibus (piibns et eoruni benetitiis dictus illustris et reverendus ar- 
rendator noniinibus predictis euni juraniento expresse renuntiavit et 
rennntiat. 

Et eurrentibiis vel non currentibus cambiis et recambiis predictis ca- 
piendis vel rationandis nt snpra liceat et sit licituui dicto illustri domino 
arrendatario stipulanti seu aliis ab eo Jus et causani habentibus vel ha- 
bituris et quibus danuuni eveniet centra ipsuiu illuHtrisHiniura et excel- 
lentissiinuni dominum dnceni et coniit^^m et ejns bona exceptionem cau- 
sare in <iuocuuqiie foro etiaiu incompetente adversus tjuam exceptlo- 
neni et presenti» contractus formam et extrenjorum (I) verificactionem et 
dictum jiiramentum prestandum non possit se oppouere prout infra. 

Remanente tamen illustr.nio et excell.nu> domino duce et comite seni- 
per obligato ad interesse cambiariim usque ad integram et efiectivani 
soluctioneni de quibus similiter possit fieri exceptio modo et forum pre- 
dictis singula singulis referenda. 

Ita (juod sit et esse debeat in electioue dicti illustris domini arrenda- 
tarii stipulantis et aliorum ab eo jus et causiim liabentium vel habitu- 
rorum dictam summain penes se retinere de pretio seu gabella supra- 
«licta auctoritate j)ropria et <le facto absipu- juasu curie et magistratuum 
decreto ad ejus electiouem et voluutatem leseivata sibi potestate variandi 
et nou aliter uec alio modo ex pacto. 

Quod (piidcMi arrendameutum ad rationeui predictarum untiarum 2600 
in pecunia ponderis geueralis franchi a dicto lU.mo et excell.mo domino 
duci ultra gravitias desuper accollatas quolibet anno dictorum auuorum 
novem prefatus illustris dominns arrendatarius sponte promisit et se ob- 
bligavit et obligat realiter et cum ett'ectu dare et solvere dicto Ill.nio et 
excell.mo domino duci absenti me notario prò eo stipulante vel persone 
legitinie prò eo vel depositare ad eius nomen quolibet anno in tabula fe- 
iicis urbis Panhormi deductis prius et retemptis per ipsum illustrem domi- 
num baroncm predictis et infrascriptis sciiti» deceni mille et predictis 
uutiis quatricentis prout saprà dictum est et infra melius expressabitur 
hoc modo videlicet; gabellam priuìi anni xiiij per totum mensem octobris 
anni xv ind.nis gabellam anni xv ind.pis per totum mensem octobris prime 
ind.nis gabellam anni prime ind.nis per totum mensem octobris anni se- 
cuude ind.nis gabellam anni secunde ind. per totum mensem octobris anni 
tertie ind.nis gabellam anni III. ind.nis per totum mensem octobris anni 
quarte ind.nis gabellam anni quarte ind.nis per totum mensem octobris 
anni v. ind.nis gab<'llam anni <iiiinte ind.nis per totum mensem octobris 
anni seste ind.nis gabellam anni .vi ind.nis per totum mensem octo- 



100 MISCELLANEA 



bris anni septirae ind.nis et gabellain anni septem ind.nis nltirai anni per 
totum mensem octobris anni octave ind.nis proxime futuranim dediictis 
tanien prius j)er ipsnni illustieni doininuiii baroneni de dieta gabella et 
super gabella priinorum annonini xiiij et xv ind.nis snpradictis et infra- 
scriptis scutis deceinniille per ipsnm dominum baronem dicto illustrissimo 
excell.iuo domino duci et corniti exburzandis et supradictis et infrascriptis 
untiis 400 per ipsum ill.iuum et exc.uiuui dominum comitem debitis dicto 
domino baroni loco et causa pradictarum untiarum 700 residuorum prout 
supra dictum est Et hoc in pace et de plano sine aliqua exceptione juris 
vel facti etc. 

Et quia dictus illustrissimus et excell.mus domiuus dux et comes in- 
diget et opus habet de dictis scutis decem mille prò illis erogandis ntque 
convertendis prò aliipiibus suis negotiis et occurrentii ut supra dictum 
est que fuerimt oblate per dictum illustrem dominum baronem absque 
interesse propt^rea prefatus illustris dominus baro ad requisitionem peti- 
tionem et instantiaui dicti illustris et Reverendi uominibus predictis se 
obligavit et obligat realiter et cu in affectu ne premisit et promittit dicto 
illustrissimo et excell.mo domino duci absenti dicto illustre et Rev.do 
ejus procuratore et commissionato et me notarlo prò eo stipulantibus sol- 
vere sibi vel persone legitime prò eo vel depositare in tabiila felicis ur- 
bis Panhormi dictos scutos decem mille argentee mcmete liu.ius Sicilie re- 
gni ut dicitur a tari dudici per scuto francos et liberos absque aliqua 
empara vel sequestro infra terminum mensis unius numerandi a die con- 
signationis in manibus propriis ipsius illustris domini baronis ratificactio- 
nis presentis contrattus cum predicto regio consensu et dispensactiime ac 
confirmactione modo et forma prout supra dictum est. 

De quibus quidem scutis decem mille superius exburzandis et sol- 
vendis per dictum illustrem dominum baronum et de dictis untiis qua- 
tricentis sibi debitis et solvendis per dictum illustrissimum et exell.um 
dominum ducem et comitem loco et causa dictarum unt. 700 residuorum 
prout supra dictum est ipse illustris domiuus baro jmssitet libere debeat au- 
ctoritat« propria et de fato sibi ipsi solvere et satisfacere super predicta 
gabella arrendamene predicti et super predictis untiis duabus mille et sex- 
centis in duobus priuiis aunis dicti arrendamenti hoc modo videlicet: in pri- 
mo anno xiiij iiul.nis possit sibi reliuere et solvere scutos sex uiille sive 
untias 24(K) in compotum scutonim decem mille sive une. 4000 exburzando- 
ruin per ipsum illustrem dominum baronem et scutos quingentos sive unt. 
ducentoH in compofnui dictarum uuiiarum 400 <lebilarum i)er dictum il- 
lustrissimum et excell.um dominum ducem (^t ccuuitem dicto domino ba- 
roni ut supra dictum est Et in secando anno xv ind.nis scutos (puituor 
mille sive unt. IfiOOad complimentuin supradictorum scntoriiiii de.-em mille 
et scutos quiugeutoH sive uut. 200 ud conqilimeiilnni sii]>t':i<li('tiirnni uni. 



MISCELLANEA 101 



400 dicto domino baroni debitarum per dictum illustris.um et excell.mum 
doniinum diicem et coniiteui et iint. octiugentas ad couipliinentuin pre- 
dictaruni untiarurn 2600 debitarum per dictum dominum barouem dicto 
illustrissimo etexcen.mo domino duci et comiti prò gabella secondi anni xv 
ind.nis predicte dictus illustris dominus baro dare et solvere promisit pre- 
dictoill.mo et exeell.mo domino duci et comiti absenti eto. vel persone legi- 
tirae proeo aut depositare in dieta tabula urbis Panhormi ut superius dictum 
est per totum mensem octobris anni prime ind.nis proxime sequentis Et ga- 
bellam vero aliorum annorum septem ipse illustris dominus baro dare et sol- 
vere promisit dicto ill.mo etexc.mo domino duci et comiti absenti me nota- 
rlo et dicto illustre et reverendo ejus i)rocuratore pi'o eo legitime stipu- 
lantibus modo et forma supradictis scilicet untias 2600 prò gabella anni 
prime ind.nis per totum mensem octobris anni ij ind. untias 2600 prò 
gabella anni ij ind.nis per totum mensem octobris anni tertie ind.nis 
untias 2600 prò gabella anni iij ind.nis per totum mensem octobris anni 
iiij ind.nis untias 2600 prò gabella anni iiij ind.nis per totum mensem 
octobris anni V ind.nis untias 2600 prò gabella anni V ind.nis per to- 
tum mensem octobris anni sexte ind.nis untias 2600 prò gabella anni 
vj ind.nis per totum mensem octobris anni vij ind.nis untias 2600 prò 
gabella anni vij ind. per totum mensem octobris anni viij ind.nis pro- 
xime futururum in pace etc. 

Quos quidem scutos deceuì mille cura predictis untiis quatricentis ut su- 
pra dictus illustris et reverendus dictis nominibus ex nunc prò tunc et e 
converso deduxit et deducit de dieta gabella predictorum annorum xiiij 
et XV indictionum proxime futurarum eoscjue et eas compensavit et eom- 
pensat ac bouos fecit et facit dicto illustri domino baroni stipulanti vel 
jus et causam habentibus vel habituris ab eo me notarlo prò eis stipu- 
lante super ipsa gabella uutiarum 2600 prò anno per eum debita in di- 
ctis aunis xiiij et xv indictionum modo quo supta et non aliter nec alio 
modo omni contradictione cessante. 

Sub pactis legibus et condictionibus iufrascriptis et unoquoque ipso- 
ruui inter eos accorda tis et juramento tìrmatis sub quibus et eis precedenti- 
bus fuit deventum ad presentem contractum et non aliter nec alio modo. 

Et primo quod casu quo tempore presentis arrendamenti quod Deus 
advertat fuerit in dictis terris seu in illarum parte supra arrendatis pe- 
stis aut invasio inimicorum quorum causa redditus et gabelle introitus 
et proventus dictarum terrarum seu ([uelibet ipsarum portio venerit in 
diminutione majoris partis fructus quod tali casu prefatus ill.mus et 
excell.mus dux et comes teneatur et obligatus intelligatur satisfacere et 
solvere huiusmodi damnum et diminutionem prefato illustri domino baro- 
ni stipulauti vel jus et causam habentibus vel habituris ab eo me nota- 
rlo prò eis stipulante quemadmodum et prout declaraverint due persone 



102 MISCELLANEA 



nominande una per ipsiim ili. munì et exell.niuni dominum duoeni et alia 
per dictuni illustrein douiinuin barouein et in casu discordie per tertium 
eligeudum per ambas partes et in casu renitentie ipsarum partiuni per 
judiceiu ipsius loci in quo deolaratio predicta erit facienda de qiiibus qui- 
deni declaratiouibus daninoruin et intei'esse ipse doniinus baropossit excep- 
tioneni causare centra dictum ill.mum et exc. dominum ducem et comi- 
tem et eius bona in quocumque foro etiain incompetenti eti<im in magna 
regia curia cuius Sicilie regni adversus quam non possit se opponere dictus 
excell.mus dominus dux et comes quin prius solveat et adimpleat ut infra 
ex pacto etc. 

Item proeessit ex pacto quod ipse illustris dominus baro arrendarius 
prò administratione justitie et offitii dicti gubernatoris tam ipse qnain 
alii gubernatores per euni eligendi vel substituendi in oltìtio predicto 
t«neatur et stare debeat sindaitatui et residentie in terris predictis coi'am 
sindicatore eligendo per excellentiam dicti ili. mi et excell.mi domini 
ducis seu eius procuratorem habentem in his spetiale mandatuni hoc mo- 
do videlicet : in prima vice elapso qnatriennio dictorum auuorum novem 
et in alia vice in line <licti arrendamcnti ex i)acto etc. dummodo chi lo 
sindicaturi sia regnicolo oriundo et non aliter nec alio modo. 

Item proeessit ex pacto quod ipse illustris dominus baro arrendatarius 
teueatnr siccpie promisit ac solenniter se obligavit prefato illustri et 
rev.do nominibus predictis stipulanti quolibet anno sindicari tacere per 
aliquera doctorem eligeudum per ipsum illustrem dominum barouem 
omnes et singulos offlciales dictaruui terrarum annuales solitos sindicare 
et etiam judiceiu superiorem ipsarum terrarum elapso bieunio nune so- 
lito justa forraam capitulorum dicti ili. mi et excell.mi domini duci con- 
cessorum univei'sitati diete terre Alcami. Et hoc prò observaiulis capitulis 
hnius Regni. 

Item proeessit ex pacto (|uod casu «juo in extrenio tempore gabelle et 
arrendamenti predicti dictus illustris dominus lìnro renianserit creditor 
in aliqua pecuniarum sumiiìa de fructibus et introitibus terrarum pre- 
dictarum qnmì tali casu possit dictas pecunìas exigi facere per secretum 
per ipsum illustrem Dominum baronem nominaudum non obst^inte (juod 
tempus «liete iiigabellactionis erit liiiituiii «pii «louiinus secretus uti jìossit 
jurisdìctione exigendi prout tempore dicti arn^iulamenti utebatur ex pacto 
omni (U)ntradictione cessante. 

Item proeessit etiam ex pacto che «lieto signor illusile arrendatario 
non iM>za Ktrasactare (|uuntita alcuna di terri di li comuni di Oalatatlmi 
eccetto <|uelli stiano per li cittatini di d(^cta terra comuni lomv liaunn 
Btato sempri. 

It*ni et perche se trovam» in «letta term di Calatatìmi strasactati al 
curii p«"/zi «li t«Tra parichiati niczi parichiati et (|uarti tanto «li li terri c«)- 



MISCELLANEA 103 



mimi di detta terra come ancora di li feghi di sua ili. ma et eccell.ma si- 
gnoria in detta terra senza licentia di sua eccellentia et quelli sonno in 
danno et detrimento del patrimonio di sua signoria ili. ma et ecfl.ma tanto 
jjer governatori che sonno stati come per arrendatarj che hanno havuti 
dette terri in gabella come per altri procuratori et secreti de la prefata ec- 
cellentia sua o di qualsivoglia altra persona pertanto procede di pacto che 
detto illustre sig.r Barone arrendatario pozza detti strasacti recuperari ha- 
viri et consequitari et quelli aggregari al patrimonio predicto et quelli 
che erano comuni tornarli per comuni come stavano innanti la concessione 
di detti strasa(;ti et elapsi che saranno novi anni de lo presente arren- 
damento imperoche duranti li anni novi predicti li havera di godere la 
pers<ma che sua signoria ili. e et reverenda nominerà et sua eccellentia 
contìrmera le quali terre alla persona a cui saranno concesse li habbia 
a recoperare a soi dispese et retrovaudosi alcuni di detti strasacti che 
facciano notabile danno a li supraditti feghi ingabellati ut snpra tali casu 
li dieti strasacti statilo recoperati che sarranno habbiano di tornare co- 
muni come stavano refacendo ditto Sig. barone li spisi a la persona che 
li recuperirà et questo a dispese cioè, la recuperactioni de li detti co- 
muni a dispese della eccellentia di dicto Ill.mo sig. Duca et conti et la 
recuperactioni de li strasacti di dicti pezzi di terra de li feghi a dispese 
di detto ili. e sig. barone de li quali terre de li feghi tantum che si re- 
cuperiranno ut supra esso ili. e sig.r barone se ne possi servire et si in- 
tendano aggregati a lo presenti arrendamento et ingabellatione per mo- 
dum ut supra et jiro recuperactione predita prefatus illustri» et reveren- 
dus dictis nominibus et cum rathi promissione et omni alio meliori modo 
et nomine ect. fecit et constituit et substituit ipsum illustreiii dominum 
baronem stipulantem generalem et generalissimum procuratorem consti- 
tutum et substitutum irrevocabilem cum potestate comparendi in quo- 
cumque foro juditio curia et magistrata ecclesiastico vel seculari qiuj 
opus fuerit et incoandi prosequendi mediandi terminandi et finiendi qua- 
scumque litcs super petictione predicta et utendi omnibus jurisditionibus 
((iiibus uti poterat dictus ill.mus et excel. mus dominus dux et Comes 
ponendo ipsum illustrem dominum l>aronem stipulantem et jus et causam 
ab eo liabentem vel habiturum me notarlo prò eis stipulante in loco 
proprio dicti ili. mi et excel. mi domini ducis et constituendo et substi- 
tuendo eum procuratorem constitutum et substitutum et omni alio meliori 
modo in hac pavie ut a modo etc. 

Itera et perche si trovano essere dati li castelli di diete terre di Al- 
camo et Calathaflmi si declara che se li castellani di decti castelli hab- 
biano di bavere solamente lo sopraditto salario di onze 25 tantum et 
dumtaxat al castellano di Alcamo restando per dicto illustre signor Ba- 
rone l'abitactioui di decti castelli carceri fosso et altri pertinetii spec- 



104 MISCELLANEA 



tanti a detti castelli e potestà di poter fare vicecastellano et carcerario 
et sua excellentia volendo nominale castellano non ci poza dar altro 
che lo salario di dicti onze 25 revocando et per revocati havuti tntti 
et singuli castellani et vicecastellani et carcerarli di decti castelli per 
fina al presente fatti. 

Et perche l'habitationi di detto castello si trova ruinata et diruta in 
parti processi <li patto che detto illustre signor Barone possa expedirc 
in la tiabrica di detto castello come meglio tornerà comodo a detto il- 
lustre signor Barone scuti quattrocento supradecte monete cioè scuti dui- 
cento de li denari di decto illustre sig.r Barone et scuti duicento delli 
denari di dicto ìU.mo et exc.mo signor Duca et Conte li (juali scuti dui- 
cento dicto illustre sig.r Barone se li poza retenere sopra la gabella di 
decto arrendamento et in lo secundo anno di ipso arrendamento et de 
la dispisa di decti scuti dui cento et da expendersi de li denari di decto 
ill.mo et exc.mo signor duca et conte esso illustre signor baroue ne sia 
eritto a suo solo dicto cum juraniento quod i>08sit prestari in quocumque 
juditio etiam per actuui publicuni manu public! notarli quos quideni 
scutos duecentos expenilendos per dictuni doniinum baroneni de pecu- 
nii8 dicti ill.nù et exc.nii domini ducis et comitis prò causa predicta ipse 
illustris et reverendus ex nune prò tunc et e converso deduxit et dedu- 
cit de dieta gabella et de gabella dicti arrendatuenti secundi anni XV. *■ 
ind.nis eosque compensavit et compenaat dicto domino baroni stipulanti 
et non aliter nec alio modo. 

Item che l'habitationi di li dicti castelli di Alcamo et Calathatìmi et 
precise di Alcamo sia di ipso illustre signor Barone di lo giorno che li 
sarra consegnata detta ratifica <lel prcseuti contractu innanti a lo quali 
illustre signor barone stii)ulanti dittu illustri et reverendo dictis nomini- 
boB ex nunc prò tunc et e converso detti et duna auctorita et potestà 
di potiri piglari la possessioni di decti castelli ex pacto etc. 

Item proces.sit etiam ex pacto etc. quod dicti ili. mi et excell.mi do- 
mini dux et ducissa et ill.mus dorainus comes de melgar iusolidum te- 
ueautiir presentem coutractum ratificari facere per ill.iuuiii doininum don 
Diecum Enriques de Caprera eiU'um liliuui secuudum genituui et fratrem 
dicti ili. mi domini comitis cnm erit etntis perfecte cuni anctoritate ju- 
dicJH lit4;rati (|ui se obligabit cuiu dictis ill.mis et excell.mis dominis 
duce et ducissit ac coinite dicti» douiiuo baroni in casu qiuxl absit mor- 
ììh dictorum duorum suoruin parentium ad restitutiouem et solutionem 
predìctAruni Hcutoruni deceni mille exburzan<l()rum per dictum dominum 
baronem et eornni interesse et ad omnia et singida alia in iwesenti con- 
tractu cMintenta et espresHatii per autum publicum cum ins(>rto tenore 
prewmtiH contractns secundum stìlum notariorum copiain cuius ratiflca- 
tionÌH dicti ili. mi et excell.mi domini dnx et <lneissa iu* comes t4>iieantur 



MISCELLANEA 105 



•m\ eoniiTi t'xpensas cinn fide et si<;ill<» autenticam traddere et eonsignare 
(lieto baioni pront sapra dictuiìi est. 

Proaiittens solleiiTiiter et eouveuiens prefatus illustris et revereudus 
iiojiiinilMis predictis prò dicto ili. ino et excell. ino domino dnee et ducissa 
ae eoiiiite deinelj;av eideni ill.i doni.o baroni stipnlanti et aliisabeojus 
causant habentibns vel habituris me notarlo prò eis stipulante de predictis 
t(U"ris Arcami et Calatati mi eorumqne fendis et gabelli» et ipsorum ten- 
dornm et ^abellarnm Juribns et introitibns nniversis Jurisditionibus nec 
aliqna eornni |)art(^ nullo futuro tempore contra dictum ill.em domiuum 
arrendatarinm stipnlantem nec suos heredes vel jus et (^lusam liabentes 
vel liabituros ab eo absentes etc. litem et <iuestionem vel molestiam ali- 
quam non interre nec intV'i'enti consentire ali<iuo Jnre titulo rati«)ue seu 
causa de jure vel de facto inimo semper et omni futuro tempore termino 
dicti arrendamenti durante et non aliter nec alio modo omnia et sinjfula 
desui)er arrendata cum Juribus eoruni nniversis predictis ab omni caluu- 
niante molestante et contradicente pers<ma legitime defendere guariu- 
tire et disbrigare etc. 

Et de qualibet et quacumque evictione teneri voluit (piovis modo 
ipsa ovictio evenerit sive sequeretur alias' teneatur et temeri voluit di- 
ctus illustris et reverentlus anendator uominibus pre<lictis ad omnia et 
singnla dammi interesse et expensas mi lucra cessantia et damua emei- 
gentia (pie ex nunc prò tunc et e converso intelligantur et sint (ìontra 
dictum illustrem et revereudum arrendaut^m dictis nominibus presentem 
et audientem protestata et requisita taliter quinl non sit opus aliqua alia 
protestati(uie et requisitione nisi forma preseutis contractus et non aliter 
nec alio modo. 

De ([uibus omnibus et singulis possit fieri executio in quovis foro 
Juditio et magistrata etiam incompetenti cum pa<*to de non opponendo 
prò ut infra ex pacto etc. 

Nec non dictus ìlhistris et reverendus dictis uominibus promisit et 
se obligavit et se obligat dicto illustri domino arrendatario stipulanti et 
aliis ab eo jns et causam habentibus vel habituris me nottario prò eis 
stipulante predictas terras Alcanii et Calathatìrai cum supnidictis eorum 
pheudis gabellis introitibus juribus suis nniversis ejnsque integro statu 
ac jurisdictionibus a posse dicti illustris domini baronis arrendatjvrii sti- 
pulantis et aliorum ab eo Jns et causiim habeutium vel habiturorum me 
notario ju"o eis stipulante non auferre nec auferenti ctmsentire durante 
termino preseutis arrendamenti in totum sive in partem prò usu pro- 
prio maiori gabella etiani dupla tripla et quatrupla vendictione permuc- 
tactione nec prò (juavis alia causa cogitata scita vel ignorata (piantum- 
(jue urgentissima et necessaria Immo durante dicto termino ex nunc prò 
tunc et e converso illas et ea C(mstituit nomine et prò parte dicti illn- 



100 MISCELLANEA 



stris domini bai'onis arrendatarii stipulantis et aliorum jus et causaui 
habentium et habitiironiin ab eo me notario prò eis stipulaute per cou- 
sti tiim tenere et possidere donec et quo usque erit flnitus terminns totins 
predicti arreudamenti et uou aliter uec alio modo. 

Quod qiiidera arrendamentiim omniaqiie et singula snpradicta et in- • 
tsaseripta predicti contrahentes promisernnt et se oi)ligavernnt et obli- 
gant ad invicem stipulantes dictis nominibns et insolidum ratha grata et 
firma etc. semper habere etc. In omneni eveutnm etc. In pace et de 
plano etc. Snb hypoteca et obligactione omnium et singulorum bonoriun 
eorun» dictis nominibus mobiliuju et stabilium pheudalium et burgensa- 
ticorum habitorum et habendorum prò eis et eorum successoribus specia- 
liter et expresse sub hypoteca terrarum })lieudoruin et gabellarum pre- 
dictai'uni. Cuni refectioue omnium et singulorum damnorum interesse et 
expensarnm litis et extra. Et specialiter viaticarum algozirii commissarii 
et procuratoris ad solitas dietas tsim conjuuctim (luam divisim ad elec- 
tionem partis. Et fìat ritus et executio in persona et bonis partis con- 
travenientis et variari possit etc. et presertim in casu cessate soluctionis 
in temporibus predictis predicti arrendamenti me notario et dicto ili. e 
et rev.do dictis nominibus sti])ulante prò dicto ill.mo domino duce. Ad- 
versus quem ritum et esecutionem taciendam formam presentis cou- 
tractus et extremorum veriftcationem non possint una pars contra alte- 
ram se opponere excipere detendere aliquid dicere vel allegare quin prius 
et ante (minia solvant et adimpleant tenorem et formam presentis con- 
tractus in omnibus et per omnia. Et pignora etc. Renuntiantes omnibus 
exceptionil>us doli mali metus causa etc. Et specialiter cum juraiuento 
privilegio fori et regii militaris serviti! ac procerum et magnatarum per- 
sonanim et benefitio moratorie quidarici supersessorie quibus juraverunt 
non ut! etc. Et predicta attendere etc. Juraverunt etc, 

linde etc. 

Tostes spectabiles et excellentes domini Antonius «^t Johannes Ba])- 
tÌBta De Ballis utrin8<iue juris doct^)r fratres magnificus et excelh^ns do- 
minus loannes Baptista Mollica utrius(iue juris doctor uiagnifìcus et ex- 
cellens Stephanus Politius artium et medicine doctor ac j);-othomedicus 
dictanun terrarum Alcami et Calat-iifimi nmguifìcns dominus Vincentius 
De .Man-antia unus ex magnitìcis dominis Juratis dicto terre Alcami et 
magiiilicus l'clvMH De I.uni liisp'inus. 



MISCELLANEA 107 



II. 



A nrndtinniiU) delle terre di Alcamo e Cuìatit Jimi , J'utto ad AuiiHxite \'(il- 
<inarnera : 

In iioiiiiiic Domini nostii lesn ChriRti Amen. Anno Dominice In- 
carnactionis ejnsdom Domini nostri le^n Cliristi Millesimo (luin^ente- 
simo nonagesimo Mense octobris die vero sextodecimo ejusdem mensis 
octobris Tndietione ((narta liegnante serenissimo ae invic-tissiino do- 
mino nostro domino Philipp»» Dei gnitia Kege Castelle Aragonnm n- 
triiis<iue Sicilie Hierusalem Portugallie ilungarie Duhnatie Croatie Na- 
varre Granate Toleti Valentie Mayoricorum Hispalis Sardinie Cordube 
Corsiee Muroie CMemnis Algarbii Algezire Gibraltaris iiisularum Cana- 
rie insulariim Orientalium et O-'cidentalium insularuni et terreflrnie 
Maris oceani Archiduce Austrie Duce Rurgundie Bramantie et Medio- 
lani Atlienarum et Neopatrie C'omite Habspnrgi Flandrii' et Tirolis Bair- 
ehinone Rosgilionis et Ceritanie Marchione Orestani et Goceani felici- 
tci' Amen. Cunetis pateat evidcnter (pxaliter si)eetabilis dominus Logdo- 
vicus Valseea juris utriuscpie doitor eivis Panormi ut dixit hie Alcami 
ad presens se reperiens in nostrum presentia personaliter constitutus bene 
eognitns per me notarixim infrascriptum intervoniens ad hec veluti oom- 
nnssionatus illustrissimi domini Don Ioaunis Henriques de Caprera gu- 
bernatoris status terre Modice et specbìbilium doniinorum Augnstini Gri- 
nìaldi i'.t Andree Valseea ejus tVatris confeitorum et Magistrorum Ratio- 
nalium eiusdem Comitatns a quibus ad infrascripta omnia et singnla di- 
xit habuisse et habere specialem ordinem ac speeiale mandatum dieto- 
rum illustrissimi domini Don lohannis et spectabilium dominorum Augn- 
stini et Andree Contat(n'um et Magistrorum Ractioualium ipsius Comi- 
tatus tam veluti commissionatorum illustrissimorum et excellentissimo- 
rum dominorum Don Lugdoviei Henriques de Cabrerà Magni Admiratus 
rcgnorum Castelle et Donne Marie de Mendoza jugalium ducis et du- 
cisse Medine de Reoseco et Coniitis et Comitisse Comitatns predicte terre 
Modice ac dominorum liujus praefate terre Alcami et terraruin Caccabi 
et Calathafìmi quam illustrissimi doniiai Don Lngdovici Henriques de 
Cabrerà filli primogeniti et indubitati suceessoris eorundem illustrissi- 
morum et excelleutissimorum dominorum Ducis et Di^cisse Medine a 
(piibus et eorum quolibet ipse spectabilis dominus Lugdovicus Valseea 
dixit ipsos illustrìssimum dominum Don loliaunem et spectabiles do- 
minos Augustinum et Andream Imbuisse et habere specialem ordinem et 
speciale mandatum et prò quibus illustrissirais et excellentissimis domi- 



108 MISCELLANEA 



nis jugalibns et illustrissimo domino Cernite de Melgar eorum filio pri- 
mogenito et indubitato successore ipse spectabilis dominus Lugdovicus 
Val.seca de ratlio ratique habictione proinisit presentem oontractnin om- 
uiaque et singula in eo contenta singula siugiilis reterendo ratitìcari ac- 
ceptari laudari et pienissime contìrmari tacere ac eos et queinlibet eorum 
insolidum cnin reuuntiationibus debitis et opportnnis et ipsani illustris- 
simam et execelleutissimam dominam donnam mariani cum auctoritate 
et consensu dicti illustrissimi et excellentissimi domini Don Lugdovioi 
Henriques eius domini viri ac domini judicis litei-ati obligari tacere iu- 
frascripto Illustri domino Don Hanibali Yalguarnera Baroni Godurani 
ingabellatori prò ut intra stipulanti ad evictionem et defenionem predic- 
tarum et infrascriptaruui terrarum Alcami et Calatliafimi cum omnibus 
inlmscriptis prout infra ingabellata rum et arrendatarum et ad omnia et 
singula alia in presenti contj'actu contenta et expressa singula singulis 
referendo ac eosdem illustrissimos et excellentissimos dominos jugales 
ducem et ducitisani et Comitem eorum dominum filium et quemlibet eo- 
rum insolidum per eos et eorum successores coutentari tacere dictas et 
infniscriptas tei'ras Alcami cuui omnibus et singulis infrascriptis prout 
infra ingabellatas et arrendatas fuisse et esse bene ingabellatas et arren- 
dataa dicto et infrascrii)to illustri <loiuino baroni etiam prout infra et 
de omnibus et singulis aliis in presenti contractu coutentis et expressis 
et singula singulis referendo ac de solutione infrascriptorum cuntorum 
viginti quinque millium seu decem milium ad electionem eorumdem illu- 
strissimorum et excellentissimorum jiigalium et tìlii de Cabrerà ut infra 
lienda per dictum et infrascriptum illustrem dominum Baronem antici- 
l)ate exburzandorum fuisse et esse bene solvendos de ordine vohintate et 
mandato dictorum iliustrissimorum et exellentissimomm doiuinorum Du- 
cisse et comitis de Melgar eius domini filli prefato illustrissimo et exel- 
leutissimo domino Duci et Comiti eonim domine» viro et patri soli etiam 
ut infra et »le «iorum et interusiariornm eorum retemptione et solutione 
etiam per dictum et infrascriptum illustrem dominum Baronem ut infra 
et de omnibus et singulis aliis in presentì contractu coutentis et expres- 
sis etiam siugula singulis referendo per actum seu actus publicnm seu pub- 
blicog cani inserto tenore preseutis contractus infra terminum meusium 
octxi proxime vcnturorum ab liodie in aiitliea numerandorum et cursuro- 
rum justa fornmm rithus nuigue regie Curie liuins Sicilie regni sub bypo- 
Uica etc. alias etc. ex pacto etc. 

Copium cujus ratIii(l(;ationis (>um couhchisu liceutia et di.sp<>nsati<)n(> 
ii«'gia di<-ti seréninsimi et invictiswimi <l(>miui lutstri Uegis Fliilippi spe- 
«ialiti^r expresse quo ad iufrascript^is iurisdictiones preseutis contractus 
authenticam ciim fide et sigillo loci ubi ipsa ratliiiìcatio lieri contingcrit 
infra eunileni lermiunm ad expensas dicti illustrissimi et «'xccllentissimi 



MISCELLANEA 109 



domini duci» et coniitis transniittere traddere et consigliare propriis ina- 
nibns (lieti et iutrascripti illustris domini Baronie stipulantis etiani ex 
pac'to etc. alias eo termino elapso et non facta ratifìcatione per modum 
ut supra cum lieeutia dispensatione et confirmactione regia predicla pre- 
sentis contractns et non consignata copia ipsius ratliificationis ipsius il- 
lustri» domini Baroni» ingabellatoris et arrendatarii etiain per modum ut 
supra sit et esse debeat in electionem et voluntatem ac arbitrio dicti et 
infrascripti illustris domini Banmis stipulantis velie stare presenti in- 
gabellactioni seu ab ea se desistere et non aliter nec alio modo in vini 
pn^sentis contractus et oiiini alio meliori modo (juo de jure meliiis vali- 
dius et efflcacius fieri dici et censeri potuit et potest dictis noininibns et 
Olimi alio meliori nomine et cum dieta ratlii promissione spoute iuga- 
bellavit et arrendavit ac ingabellat et arrendat et ipsius ingabellactionis 
et arrendamenti titulo et causa liabere licere concessit et presentis an- 
tlioritate concedit ac Imbere voluit et vult per dictos illustrissimos et ex- 
celientissimos dominos jugales ducem et ducissani et dictum lUustrissi- 
mum dominum comitem De Melgar eornin dominum filiiim primogeni- 
tum et indubitatum successorem et eornm successores prefato illustri do- 
mino Don Hanibali Valgnarnera Baroni Gudurani civi Panliormi liic Al- 
cami commoranti etiam bene t;ognito i>er me notarium infrascriptum etc. 
presenti stipulanti et prò se eiusque successoribus ac ab eo jus et causam 
liabentibus vel habituris ab eo dictis noininibns ingabellanti et arren- 
danti ]>retntas terras Alcami et Calatliatìmi cum eorum castris et cum 
infrascriptis eoruin plieudis gabellis et retlditibus inferius expressaudis 
videlicet Inprimis quod ad terrara predictam Alcarai la gabella della Ba- 
glia la gabella della Doliana la gabella dello vino la gabella della salsumi, 
la gabella tlella carne la gabella della scannatura la gabella delle posses- 
sione la gabella dello mastro notaro della Corte CapitAniale la gabella 
dello fumo la gabella dello pib» la gabella della Mcmdizza et li censi per 
un/.i due e tari quindici et quoad terram predictam Calathatìmi Inprimis 
lo fego di Ancibeni lo fego di bigotta lo Iwsco della forest» lo fego delli 
sasi lo fego di candicidelsi lo fego di scorcia giitta lo fego «li Domingo lo 
fego di falanga et fastuga lo fego di Ronciuni grancaldara et tutti li gsv- 
belli della terra di snvari del bosco li ristucci delli commnni li censi lo 
fego di safìla lo fego di risignolo l'affitti delli communi et li marcati delli 
communi, ac etiam cum omnibus «-t singuli» aliis earum et cuiuslibet ipsa- 
rum pheudis gabellis introytibus fructibus et proventibus et aliis earuni 
universis iuribus et presertim cum oinnimoda iurÌ8dìcti<me civile et cri- 
minale alta et baxa mero et misto imperio prout et quemadmmlum dictus 
illustrissimus et excellentissiinus dominns dnx et Comes habet tenet et 
possidet virtute snoruin privilegiorum dictarum terrarum Alcami et Ca- 
latliattmi et quorum vis aliorum actorum instrumentorum contractuum prò- 



110 MISCELLANEA 



visiomini fruberiK» adiiiiiiistratrkme justitic nec non et cuni pott'state cre- 
amli et uoniinandi gubernatorcn» unum seu plures judices Capitaucos ju- 
ratos et alios quosvis ottìciales terranun predictaruni et cujuibet ipsarum 
lllis modo et forma ])ront faoere potest et line nscjue potuit et poterit in 
tutui'um ips*e illustrissimus et excellentissimus Dux ei comes et eius suc- 
cessore» vigore ijrivilegiorum dietarum terrarum et non aliter nec alio 
moilo et lice prò annis novem integri^ continuis et completi^ scilicet 
octave none decime undecime duodecime tertiedecime quartedecime quin- 
tedccinie et priaiae iudictiouum proxime t'nturaram Totas dictas terras Al- 
eanii et Calathatìuii ut supra ingabellatos et arrendatas integras cum 
omnibus predictis et aliis (juibuscumque eoriiin ci cuiciuilibet eorum pJieu- 
dÌ8 g{vl>elIÌ8 truetibu-s introytibus et proventibns secreta fundacis stantiis 
castris ipsarnm terrarum prout iuferius ([uodad ipsa castra declarabitur 
molendinis aquis aquarum ilecursibns et molendinornm saltibus si (jui 
sunt stantii» speluncis raontibus vallibus foveis tuguriis fontibus terragiis 
herbagiis mandragiis et cum omnibus et singnlis terris cultis et incultis 
marcati» arboribus domesticis silvcstribus nemoribus iuribus censualibus 
gìibellis dobauis arrantariis caniperiis baiulactionibus censibus consen- 
sibut^ et prestationibus consensuum penis spretis penis tìscalys (piomodo- 
cunique et qiialitcrcumiiue acquirendis in- quovis juditio et Magistratu 
etiani quomodolibet reservatis vii» itineribiis passagiis introit.ibus proven- 
tibns et obventionibus ipsarum et guberno predicto et jurisdictiouibus 
predictis civile et criminale modo ut supra et eis modo et forma prout 
potuit et potest ipse ilbistrissimus et excellentissiuius dominus Dux et 
Comes et cum potestate crcandi et nominandi gubernat«)rt!S unum seu plu- 
res et alios olficiales terrarum predictaruui et cum aliis juribus etpei'tinen- 
tiis dietarum terrarum Alcami et Calatatìmi e(»rum(iue indiviso et indimi- 
nuto stata etiani eis modo et forma prout et qnenuidmodum ipse illustris- 
siuius et excellentissimus dominus Dux et Comes terras predictas cum predi- 
ctis omnibus ut sui)ra arrendatis habet tenct et possidet necnon et di- 
ctas jurisdictioncs et potestates creandi et nominandi gubernatores et of- 
flciales cum omnibus juribus et preliemiuentiis etiam 2)rout liabet teuet 
et possitlet et quibus tener»! et possidere ])o1('s( justa formain prcdiitoruni 
suorum privilegiorum ni! excluso nec rescrvato prò (lieto illustrissimo ci 
vxcelleutissimo doiniuo Duce et Comite sed omnibus tnislatis in ipsum 
illustrem dominum de Valguarnera ingaln'llatoi'cm et arrendatavium pre- 
ftent4-in et stiputantem prò s»- et succcssoribiis suis seu Jus et causam lia- 
beutibus vel habituris a1> co modo et t'orma siipradictis et non aliter nec 
alio modo. Inclusas vi strasactatas t«'rras predictas Alcami <'t (Jalatlia- 
tiiiii MMi vt-riuH eorum plieuda ad iuuiieui et (|iuMn<-um<|uc iisuiu lam mas- 
Mirie quuni lierbagii quorumciiniqm- auiinalium ad ilcctìoiiciii et v«»luu- 
tat«ni ipMiuH illustris dmuini Buronis ingabcllatoris et arrendatarii sii- 



MISCELLANEA 111 



pulantis pio Hit et eius snccessoribus et aliis ab co Jus et causimi Iiaben- 
tibiis vel habitiiris abseiitibus me nottirio prò eie et eoraiii (piolibet sti- 
pulante et non aliter nec alio modo. 

Constitnens se piefatus spett. doiniuus de Valseca nominibus pivdi- 
fti« per dietos illustrissimos et exoellentiKsimos dominos jugales Duces 
Medine et illustJÌS8Ìmum dominum Comitem De Melgar et eoruni sucees- 
sores terias piedictaw Alcami et Calathatìmi eorunupie gabellas plienda 
et jura supradicta et ipsorum pheudorum lierbagia ternij;ia et alia uni- 
versa desuper ingabellata et arreudata cuui eorum dependentibus emer- 
gentibuset connexiset cumjurisdictionibus predictis et potestate creandi 
et nominandi guberiiatores et alios otticiales ut supra et eum eorum toto 
integro statu terrarum prediotarum a primo die meusis septembris anni 
octave indictionis proxime futuriei predicti in antea et ex nunc i)ro tunc 
et e c(mv(!r8o nomine et prò parte dieti illustris domini Baroni» ingabel- 
lat<n-is et arrendatarii stipulanti» prò se et suecessoribus suis et ab eo 
jus et causjiiii liabentibus vel habituris per eonstitutum t-euere et possi- 
(leie a dicto primo die mensis septembris anni oetave indicti«)nis proxi- 
mi futuri UH(jue et per totum mensem augusti annis prime indictionis 
predicti etiam proxime venturi et immediate sequentis donec et quo usque 
de premissis (unnibus dietus domiuns Baro ingabellator et arrendatarius 
eeperit intra verit et liabuerit corporalem vaeuam liberam et expeditaui 
possessionem ipiam intrandi eapiendi et liabendi propria auetlioritate et 
de facto absquo jubsu curie et magistratus decreto prefatus supra- 
dictuti dominiis de Valseca nominibus predictis eidem illustri domino Ba- 
rt)ni ingabel latori et arrendatario stipulanti et recipienti prò se et eius 
successorilMis et ab eo jus et causam liabentibus vel habituris auctliori- 
tatem licentiain et liberam tribuit et concessit potestatem ac de jure cou- 
tulit pariter et de facto. 

Ad habendum per ipsum ilhistieui dominum Haruiuni iugabellatorem 
et arrendatarium stij)ulantem prò se et eius successoribus et aliis ab eo 
jus et causam liabentibus vel liabitiiris me notario prò eis stipulante pre- 
dietas terras Alcami et Calathatìmi eum supradictis omnibus et singulis 
ut supra iugabellatiift et arrendatas ac iugabellatis et arreudatis a dicLo 
primo die mensis septembris anni predicti octave indictionis proximi fu- 
turi et ex nunc prò tunc et e converso in antea prò dictis annis novem 
integris continuis et completis a dict« primo die mensis septembris oc- 
tave indictionis jiredicte in antea euumerandis et cursuris usqiie et per 
totum dictuui luensem augusti dicti anni prime indictionis inde sequentis 
tenendum possidendum uti fi-uendum gaudendum fructus et introytus per- 
cipiendnm ipsascpu' terras gubernandum jurisdictionibus i)redictis uten- 
dum aliiscpie illas in totum sivc in partem renuntiandum subgabellan- 
dum sublocaudum subarrendanduiu aut alium vel alios inparticipes re- 



112 MISCELLANEA 



colligendiuu (Iniiunodo possit. subingaballare iiec subanendaie merrat^)- 
ribus Clini jiirisdictione civili et criminali et omnia alia et singiila ci et 
aliis ab eo jus et causam liabentibus et habituris bene visa faciendum prò 
ut et quemadmodnm ipse iliustrissinius et excellentissimus Dux et Co- 
mes et sui etc. omnia predicta tacere possunt potuerniit et posseut virtute 
et ex forma suorum privilegiorum et quocumque alio jure ei melius com- 
petente et competitiìro et non aliter noe alio modo. Cedens et intotum 
tranferens ipse («pettabilem dominus Lugdovicus Valseca nominibus prc- 
dictis per dictos illustrissiuios et excellentissimos dominos Jugales Du- 
cem et Ducissam et illustrissimum doniinum Comitem de Melgar eorum 
tilium primogenitum et eorum succcssores eidem illustri domino Baroni 
ingabellatori et arrendatario stipulanti prò se et eius successoribus et 
aliis ab eo jus et causiim liabentibus vel habituris abseutibus me notario 
prò eis stipulante et ab eo nominibus prcdictis recipientibus omnia et 
singula jura ouinesque actiones rationes et causas reales personale» utiles 
«lirettas niixtas tacitas et expressas pretorias et civiles et alias quascum- 
que ac spem et exercitium ipsorum jurium et actionumque (juas et quod 
liabuit habebat et habet nominibus lam dictis ac potest et sperat habere 
et que sibi dictis nominibus competunt competebaut aut competere pos- 
8Ut quomodolibct durante termin dicti arrendamenti in ouinibus et sin- 
gulis predictis desuj)er iugabellatis et arrendatis et in eorum detensione 
et annuali exactione et consequitione introituum jurium et proventuum 
dictaruni terrarum et aliorum pheudorum gabellaruni et aliorum univer- 
sorum jurium ipsorum pbeudoruui jurium et gabellarum. Nec non et in 
gabelliti pheudorum et gabellarum de pertiueutiis dicturuiu terrarum con- 
tra et adversus cpiascumque personas ecclesiasticjis vel seculares absen- 
tesearuuKiue heredes et successores et bona virtute et authoritate quoinm- 
cuiu(iue coiitractuum et quarumvis scripturarunì publicarum privatariim 
et 8Ìne quomodocunniue et qualitercumque Constituens eumdem illustrem 
doniinum banmem stipulantem et eius success<n"es et jus et causam ab 
eo liabeutes vel habituros me notario prò eis stipulante procuratores in 
revocabileH in rem dictorum iilustrissimorum et excellentissimorum do- 
minorum Ducium medine et comitis de Melgar et eorum etc. propriam 
et ponens eum in loco eorum proprium in liac parte ut amodo etc. 

Et hoc prò gabella et arreudameuto prò omnibus pi'edictis terris Àlcami 
et Cahithalimi et eariim plieiidis gabcllis juribus proventibus jurisdictio- 
nibuK et aliis omnibus desupcr iugabellatis et arrendatis ad rationcm 
nntmrum duanuii mille octingeDtiirum pouderis generali» monete huius 
Sicilie Kegni |>ro <|uolibet anno Ipsorum aiinorum iiovcm interclusis et 
«■oinputatis in dieta galtella uiiliis <|natraginta solveiidis qnolibct anno 
(lieto urrcndumento perdurante intVas<'riptis pers(Miis prò lalliis et siini- 
iiiìh ìnrifiMeriptiH in primis nntiis decem AI)batie scu Monastcrio vocato di 



MISCELLANEA 113 



li Scalzi prò elemosina sibi concessa per dictum illustrissimuni et excel- 
lentissinium dorainmn Ducem Iteni untiis qiiatuor venerabili cappellano 
Ecclesie dive Marie de Grada prò salario sibi constituto per eccellentis- 
siniaiu dominationeiu. Iteni untia una Magistro Notario patrimonii diete 
terre Alcami. Iteui untiis vigintiquinqiie Castellano diete terre Alcami 
creato vel creando ab eccellentia illustrissiuii domini Ducis prò ejus sa- 
lario quas untias quatraginta dictus illustris dominus Baro ingabellator 
et arrendatarius causa supradicti arrendauicnti et eo perdurante solvere 
promisit quolibet anno prenominatis personis ex dieta summa predieta- 
rum untiarum duarum mille oetingentarum. In pace etc. 

Et hoc absque carnagio et absque aliqua alia solutioiie et servitute 
et franco dicto illustri domino Baroni ingaV)ellatori et arrendatario sti- 
pulanti et eius successoribus et aliis ab eo jus et causam habentibus et 
habituris me notario prò eis stipulante a Regio militari servitio donativi» 
ordiuariis et extraordinariis impositis et imponeudis et ab omnibus et 
singiilis subiugactionibus et eorum interusuriis decursis et decuiTendis 
oneribus servitutibus et obligactionibus et hiiMitliecis generalibus et spe- 
cialibus etiam dietis algoziviorum commissjiriorum etproeuratorum etiam a 
debitis currentibus quantumque privilegiatis quovis nomine nuncui)entur 
seu nuncupari possent in (|uibu8 diete terre pheuda et alia superili» 
ingabellata et arrendat*i iuvenirentur obligate subiugate et liipotecat* 
aut obligata subiugata et hipotecata ita et taliter qualiter ipse illustris 
dominus Baro ingabellator et arrendatarius et sui etc. eorumque subinga- 
bellatores subinquilini coloni et subcunduetores et alii habentes jus et cau- 
sam ab eis ad nil aliud teneantur nee cogi possint nisi tantum ipse il- 
lustris dominus Baro ingabellator et arrendatarius et sui etc. ad pre- 
dictum ius arrendamenti ad rationem predictam untiarum duarum mille 
oetingentarum quolibet anno solveudarum modo et forma infrascriptis a 
quibus omnibus et singulis predictis et infraseriptis Regio militari ser- 
vitio donativis ordinariis et extraordinariis decursis et decurrendis servi- 
tutibus obligationibus hiiìotecis dietis algoziriorum commissariorura et 
procuratorum etiam a debitis currentibus et aliis prenarratis dictus spe- 
ctabilis dominus Lugdovicus valseea nominibus predictis promisit et se 
sollemniter obligavit et obligat dicto illustri domino Baroni stipulanti prò 
se et eius successoi'ibus et aliis ab eo jus et causam habentibus vel ha- 
bituris me notario prò eis stipulante et inquilinis colonis herbageriis ter- 
rageriis conductoribus gabellotis detemptoribus et possessoribus dictanim 
terrarum Alcami et Calathafimi et earum pheudorum jurium et gabel- 
larum eos omues et qiiemlibet eorum eorumque heredes et bona me no- 
tario prò eis stipulante servare indemnem indemnes indemnia penitus et 
sine darano ab omnibus et singulis damnis lueris cessautibus et que ces- 
saverint interesse et expensis litis et extra eis et ipsonim cuilibet cau- 

Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXX. 8 



114 MISCELLANEA 



8a preinissonim omnium et singulorum quomodolibet causandis fiendis et 
incurrendis itaque in casn quo dictus illustris dominus Baro ingabellato!* 
et aiTendatarius aut alii ab eo jus et causani liabentes vel habituri vel 
inquilini coloni burgenses terragerii heibagerii et alii detemptores et pos- 
siessores dictarum terrarum Alcami et Calathafimi eorumque pheudorum 
et gabellarum Jurium et universoruni Introytuum predictorum desuper 
arrendatoruni et cuiiisvis partis ipsarum et ipsoium et ([uilibet (luoiiio- 
documque et qualitercuraque semel et pluries aliquod damnum causa et oc 
elisione preraissorum subirent et paterentur quod dicto casu forte veniente 
dictus spectabilis dominus lugdovicus Valseca uorainibus predictis cum 
dieta rathi promissione se obligavit et obligat statim et incontinenti re- 
ficere toties quoties casus evenerit dicto illustri doniiuo Baroni ingabel- 
latori et avrendatario stipulanti seu cui seu quibus damnum causaretur 
me notario prò eis stipulante. In pace et de plano omnibus opposictioni- 
bus et exceptionibus juris et facti remotis penitus et expresse cum jura- 
mento renuntiatis. Itaque eveniente dicto casu possint et libere valeant 
dictus illustris dominus Baro ingabellator et arrendatarius et eius suc- 
cessore» et aliis ab eo jus et causam habentes vel habituri et ille persone 
quibus damnum causaretur nondum facta soluctione nec expectata inter- 
locutoria neque habitis juribus cessis sed simplici illata nudestia proce- 
dere via executiva et omni alio meliori modo exequtionem causare con- 
tra dictos illustrissimos et eccellentissimos domino» Dnces et illustrissi- 
mum domiiium comitem et eorum etc. eorumque bona in quovis foro ju- 
ditio et magistratu etiam incompetenti adversus quam exequctiouem et 
fonnam presentis contractus non possint se opponere prout infra. Et in 
tali casu possit et libere valeat dictus illustris dominus ingabellator et 
arrendatarius et eius successores et alii ab eojuset causam habentes vel 
habituri possint et libere valeant summam solvendam etiam prò concur- 
renti quantitate daninorum interesse et expensarum et lucrorum cessaii- 
tium capere et recapere semel et pluries absque aliqua natificactione fa- 
cienda ad cambia et recambia prò quibusvis mundi partibus tam prò in- 
fra quam prò extra Regnum vel sibi ipsi ratiocinarii ut dicitur contarseli 
usque atl integram et eftectivam soluctionem ad danna et interesse dicti 
illustrissimorum et excellentissimorum dominorum Ducis et Ducisse et il- 
lustrissimi domini C«»niitis De Melgar de «juibus omnibus et singulis lucris 
cessantibus et damnis interesse et expeusis caiiibioruiu et recambiorum 
et eorum captura credatur et Rtetur ac credi et stari debeat solo et sim- 
plici juraniento dicti illustris domini Baronis ingabellatoris et .irrenda- 
tarii stipulantis seu illoruni quibus daninum eveniet iik^ notario prò eis 
Htipulanttt niiUa alia probactione nec veriflcactione intrinseca vel extrin- 
scca neceswiiia fhmda <|uod Juramentun» prest^vri i)OHHÌnt in quo vis ju- 
ditio foro et magistratu etiam per aetum publicuin pcnes (|uenivis notti- 



MISCELLANEA 115 



rium absque aliqua notificactione fienda ex pacto non obstantibus quibus 
juribus couBtituctionibu» et aliis in contrariuiii dictantibus vel disponen- 
tibus quibus et earum benefictiis dictus spectabilis dominus Lugdovicus 
Valseca ingabellaus et arrendans noniinibus predictis cuni juramento ex- 
presse renuntiavit et renuntiat et a curreutibus vel non curreutibus cam- 
Vjiis et recanibiis predictis capieudis vel rationandis ut supra liceat et 11- 
citum sit dicto illustri domino Baroni ingabellatori et arrendatario sti- 
pulanti et eius successoribus seu aliis ab eo jus et causani habentibus vel 
habituris et quibus dainnuui tiet et evenerit absentibus me notarlo prò 
eis et eorum quolibet stipulante eontra dictos illustrissimos et exceilentìs- 
simos dominos Dueem et Ducissani et dictum illustrissimum dominuro Co- 
miteni de Melgar et quemlibet eorum insolidum et eoruni successores sci- 
licet: in bonis tantum ipsius illustrissime et excellentìssime domine Ducisse 
et in persona et bonis dictormn illustrissimi et excellentissimi domini Du- 
cis et illustrissimi domini Comitis de Melgar execuctionem causare in quo- 
cumque foro etiam incompetenti adversus (|nam execuctionem formam pre- 
sentis contractus et extremorum veriflcactionem et dictum juramentum 
prestandum non possint se opponere prout infra ex pacto etc. Remanen- 
tibus tamen obligatis dictìs illustrissimis et excellentissimis dominis Du- 
cibus et illustrissimo domino Comite de Melgsir insolidum seuiper obli- 
gatis ad interesse cambiorum et recambiorum usque ad iutegram et efte- 
ctivam soluctionem prò quibus simpliciter possit fieri execuctio modo et 
forma predictis singula singulis referendo. Itaque sit et esse debeat in 
electionem dicti illustris domini Barouis ingabellatoris et arrendatarii 
stipulantis prò se et eius successoribus et aliis ab eo jus et causam lia- 
bentium'et habituorum abseutibus me notarlo prò eis et eorum quolibet 
stipulante dictam summam penes se retinere de gabella et arrendamento 
predicto aucthoritate propria et de facto abs(iue jubsu curie et magistratus 
decreto ad eius electionem et voluntatem reservata sibi potestate variandi 
et non aliter nec alio modo ex pacto. 

Quanujuidem gabellam et arrendamentum ad i*ationem predictam un- 
tiarum duarum mille octingentarum computato in dieta sunima untiarum 
duarum mille octingentarum onere prefatarum untiarum quatraginta ac- 
collatarum et debendarum prenominatis personis prò rathis et portioni- 
bus superius expressatis prefatus illustris dominus Baro ingabellator et 
arrendatarius sponte promisit et promictit ac se soUemniter obligavit et 
obligat realiter personaliter et cum eflfectu dare et solvere de voluntate 
oi-dine et mandato diete Illustrissime et excellentissime domine Ducisse 
et dicti illustrissimi domini Comitis de Melgar ita in dieta ratiflcactione 
per eos fienda se contentantium et volentium dicto illustrissimo et excel- 
lentissimo domino Duci eorum viro et patri soli absenti me notarlo prò 
eo stipulante vel persone legitime prò eo vel depositare ad eius nomen 



11 6 MISCELLANEA 



quolibet anno in tabula sine Banco diete urbis felicis Panhormi hoc modo 
videlicet gabellam primi anni octave indictionis per totum mensem octo- 
bris anni none indictionis Item gabeUam anni none indictionis per to- 
tum mensem octobris anni decime indictionis Item gabellam anni decime 
indictionis per totum mensem octobris anni undecimi indictionis Item 
gabellam anni undecime indictionis per totum mensem octobris anni 
duodecime indictionis Item gabellam duodecime indictionis per totum 
mensem octobris anni tertiedecime indictionis Item gabellam anni ter- 
tiedecime indictionis per totum mensem octobris anni quartedecime in- 
dictionis Item gabellam anni quartedecime indictionis per totum mensem 
octobris Anni quintedecime indictionis Item gabellam anni quintedecime 
indictionis per totum mensem octobris anni prime indictionis Item gabel- 
lam anni prime indictionis per totum mensem octobris anni secunde in- 
dictionis proxime veuturornm predictorum In pace et de plano etc. 

Insuper quia dictus illustrissimus et excellentissin us dominus Dux In- 
diget et opus habet scutis deceni mille prò illis erogandis at^jue conver- 
tendis prò aliquibus suis negotiis et occurrentiis qui illustris dominus 
Baro ingabellator et arrendatarius volens dicto excellentissimo domino 
Duci compiacere et accomodare fuit contentus eos solvere absque interesse 
ad efiTectum quod dictus illustris dominus Baro ingabellator et arrenda- 
tarias possit eos sibi retinere in cathamenis infrascriptis prò ut infra. Ideo 
pretatus illustris dominus Baro ingabellator et arrendatarius ad petictio- 
nem et instantiam dicti spectabilis domini Lugdovici Valseca nominibus 
(piibus supra se obligavit et obligat realiter et cum eflfectu ac promisit 
et promictit dicto illustrissimo et excellentissimo domino Duci absenti me 
notarlo et dicto spectabile domiiu) Lugdovico Valseca predictis nominibus 
prò eo stipulantibus solvere sibi vel persone legitime prò co vel deposi- 
tare in tabula aut banco predictis diete urbis felicis Panhormi dictos scu- 
tos decem mille monete hujus Regni Sicilie ut dicitur di tari dudici per 
sento francos et liberos absciue aliquo empara et sequestro infra termi- 
num mensium trium numerandorum a die consignactionis in manibus pro- 
priis ipsius illustris domini Baronis ingabellatoris et arrendatarii rathitì- 
ctionis presentis contractus cum Regio assensu dispensactione et confìr- 
mactionc modo et forma ut superius dictum est quos (]uidem scutos de- 
cem mille superius ])romis8os ac exburzandos et solvendos per dictum il- 
luHtrem domiuum Baronom ipsi illustrissimo et excellentissinm d<miino 
Duci idem illustris dominus Baro ingabellator et arrendatarius possit 
et libere valeat aucthorit«t(^ i)roj)na et de facto sibi ipsi solvere et sati- 
nfacere wrilicet scutos o(;tomille super gabella et arrendamento predict^i- 
ruiu terranim Alcami et Catathaflmi condam illustris domino Fabritio 
Valguarneni tiinc Baroni dicti (iudoiiiiii putrì ijtsius illustris domini Don 
HanibfllÌH Baronis ìngaltelliitHrum et arrendiitarnm virtute publici contra- 



MISCELLANEA 117 



ctus manu publica celebrati die etc. ratificati per dictiim illustrissimuni 
et excellentissimum doniinuni Ducem virtute etiam publici contractus et 
deinde diete terre Calathafimi subingabellate per dictum condam lUustrem 
domiuum baronem eius patrein spectabili domino Aloysio Aries lardino 
virtute etiam publici contractus seu aliter et super gabella et arrenda- 
mento predicto debita per dictum dominum De lardino sub ingabella- 
torem et subarrendatarium terre predicte Calathatìmi in iufrasoriptis qua- 
tuor annis dum durat predicta sub ingabellactio et sub arreudactio sci- 
licet scutos duos mille de soluctione fienda in mense octobris anni quinte 
iudictionis proximi venturi de gabella anni presentis quarte indictionis 
instantis Item alios scutos duos mille de soluctione tìeuda in mense octo- 
bris anni sexte indictionis etiam proximi venturi de gabella anni quinte 
indictionis Item alios scutos duos mille de soluctione fienda in mense octo- 
bris anni septime indictionis etiam proximi venturi prò gabella anni sexte 
indictionis Item alios scutos duos mille de soluctione fienda in mense 
octobris anni octave indictionis proximi venturi de gabella anni septime 
indictionis et alios scutos duos mille ad complimentum prefatorum scu- 
torum deceni mille de soluctione fienda in mense octobris anni none iu- 
dictionis prò gabella primi anni octave indictionis proximi venturi pre- 
seutis ingabellactionis et arrendamenti In pace et<'. quos quidem scutos 
decem mille prefatus spettabilis douiinus Lugdovicus valseca dietis nomi- 
nibus ex nunc prò tunc et e converso deduxit et deducit ac ditfalcavit et 
diffalcat compensavit et compensat ac bonos fecit et facit ipsi illustri do- 
luino Baroni ingabellatori et arrendatario stipulanti scilicet scutos octo 
mille in quatuor predictis annis et cathamenìs ut predicitur de dieta ga- 
bella et subarrendamento per dictum condam illustrem dominum Ba- 
ronem dicto domino de lardino ut supra facto et scutos duos mille ad 
complimentum de gabella primi anni presentis ingal>ellactionis et arren- 
damenti eosque bonos fecit et facit ipsi illustri domino baroni ingabel- 
latori et arrendatario ut supra et per modiim ut supra stipulauti et eius 
successoribus vel jus et causam habentibus vel habituris ab eo me no- 
tano prò eis stipulante et non aliter nec alio modo <unni contradictione 
cessante. 

Itaque casu quo dietus illustrissimus et excellentissimus dominus Dux 
indigeret et opus haberet scutis vigintiquinquemille prò illis erogandis 
et convertendis prò eius negotiis et occurrentiis tunc et eo casu dietus 
illustris dominus Baro iugabellator et arrendatarius non teneatur solve- 
re ncque exburzare dictos scutos decem mille ut supm et per modum 
ut supra solvendos et exburzandos sed tantum dicto casu dietus illustri» 
«lominus Baro ingjvbellator et arrendatarius volens dicto illustrissimo et 
excellentissimo domino duci compiacere et accomodare fuit coutentus il- 
los solvere ut Infra ad eftectum quod dietus illustris dominus Baro in- 



118 MISCELLANEA 



gabellator et arrendatarius possit eos sibi retiuere ima euin infrascriptis 
interessis ad rationem scntorum septem prò centenario prò qiiolibet anno 
in cathamenis infrascriptis et predictis. Ideo prefatus illustris dominus 
Baro ingabellator et arrendatarius ut supra ad petictionem et instantiani 
dicti spectabilis domini Lugdovici Valseca noiuinibus quibus supra se o- 
bligavit et obligat realit^r et cum effectu ac prornisit et promictit dicto 
illustrissimo et excellentissimo domino Duci absenti me notario et dicto 
spectabili domino de valseca predictis nominibus prò eo stipulantibus 
solvere sibi vel persone legitime prò eo vel depositare in tabula aut in 
banco predictis urbis predicte felicis Panhormi dictos scutos vigintiquin- 
que mille monete huius Sicilie Regni ut dicitur di tari dudici per scuto 
francos et liberos absqne aliquo empara et sequestro infra dietimi termi- 
nimi mensiiim trinni numerandorum et cursurorum a dicto die consigna- 
ctionis in manibus propriis ipsius illustris domini Baroni stipulanti» co- 
pie rathificactionis presentis contractus cum regio assensu et dispensactione 
et contìnnactione modo et forma ut superius dietimi est. Itaque ex pacto 
etiam quod eligente dicto illustrissimo et excellentissimo domini Duce velie 
dictos scutos vigintiquinqut^mille per modum ut supra solvendos oblactio 
et soluctio dictorum scutoruin decem mille intelligatur inanis et vacua 
tamquam si minime facta foret et eligente domino illustrissimo et excel- 
lentissimo domino Duce velie dictos scutos decemmille absque interesse ut 
supra exburzandos et retinendos oblactio dictorum scutorum vigintiquin- 
que mille etiam intelligatur inanis et vacua tamquam si minime facta 
foret ex patito etc ; quos quidem scutos vigintiquinquo mille superius 
promissos et exburzandos ac solvendos per dietimi illustrem dominum Ba- 
ronem dicto illustrissimo et excellentissimo domino Duci idem illustris 
dominus Baro ingabellator et arrendatarius possit et libere valeat aucto- 
ritate propria et de facto sibi ipsi solvere et satisfacere una cum interesse 
ad rationem scutorum septem prò centenario seu prò quibuslibet scutis 
centum <|Uolibet anno scilicet scutos vigiutimille una cum eorum interes- 
si» a,d rationem predictam scutorum septem prò quolibet centenario seu 
prò quibuslibet scutis centum prò ([uolibet anno ut supra prò concurrenti 
quantifate scilicet in primo anno ju-o ouinilius dictis scutis vigintiquin- 
quemille et sic deinde <iuolibet anno prò concurrenti quantitate ut infra 
super gabella et arrendamento ])redicte t(nre Calathaiìmi prefato condam 
illustri domino Fabritio valguarnera baroni Guduraui patri ipsius illustris 
domini I). Annibulis ingabellate et arrendate et per dictuii) condam il- 
lustrem dominum Fabritium subingabellate et subarreudate predicto 
domino Aloysio Aries lardino virtute dictorum publicorum contractuum 
in infniHcriptis antiis <|uatuor dum durat dieta ingabcllactio et subin- 
gubellactio videlicet scutos quinipu^mille curii interesse dictorum scutorum 
viginti<|uinqM«- mille ad rationem predictam scutorum septem prò cente- 



MISCELLANEA 119 



nario seu prò quibuslibet scutis centum de soluctione fienda in mense 
octobris anni qninte indictionis proxinii venturi prò gabella anni quarte 
indictionis instanti» Iteni alios scutos quinqueniille una cuui interesse 
scutoruni septein prò centenario de soluctione tienda in mense octobris 
anni sexte indictionis proximi venturi prò gabella anni quinte indictio- 
nis Item alios scutos qninquemille una cum interesse scutorum quinde- 
cimmille ad rationem predictam scutoruui septem prò centenario de so 
luctione lienda in mense octobris septime Indictionis proximi venturi 
prò gabella seu subgabella anni sexte indictionis Item alios scutos quin- 
que mille cum interesse scutorum decem mille ad rationem predictam 
septem prò centenario de soluctione fienda in mense octobris anni octa- 
ve Indictionis proximi venturi prò gabella seu subgabella anni septime 
indictionis contra quem spettabilem dominum de lardino absentem eius- 
que heredes et bona ac alias quascunque personas quolibet obligatas seu 
obligandas etiam absentes et eorum bona et dictam terrara Calathafimi 
et eius pheuda et gabellas dictus spettabilis domiuus de Valseca dictis 
nominibus cum dieta rathi promissione cessit et cedit eidem illustri do- 
mino Baroni ingabellatori et arreudatario stipulanti prò se et eius suc- 
cessoribus et aliis ab eo jus et causam habentibus vel habituris me no- 
tiirio prò eis stipulante omnia et singula jura omnesque actiones reales 
personales etc. que et qiias dictis nominibus habuit habebat et liabet etc. 
in dictis scutis decemmille exburzandis et solvendis absque interessis seu 
vigintiquinquemille ponderis generalis una cum dictis interessis ut supra 
eligendis et solvendis ac sibi retinendis virtute et auctoritate tam pre- 
dicti subarrendamenti contractus quam aliorum quorumvis contractuum 
actorum et scripturarum publicaruiu privatarum et sine, Constituens eum 
procuratorem in rem suaiu dictis nominibus et ponens eum dictis nomi- 
nibus in locum suum proprium in hac parte. Ut auiodo etc. 

Que jura cessa ipse spettabilis dominus de Valseca cedens dictis no- 
minibus prumisit ipsi illustri domino cessionario stipulanti facto et culpa 
propriis ipsorum illustrissiniorum ducis et ducisse et illustrissimi domìni 
comitis de Melgar et suorum etc , tantum et dumtaxat tacere vera et 
bona etc. ex pacto etc. In pace etc. 

Item alios scutos quinqueniille nna cum interesse eorumdem scuto- 
ruiM qninquemille ad complimentum prefatorum scutorum vigintiquin- 
(luemille de soluctione fienda in mense octobris anni none indictionis 
prò gabella seu de gabella et arrendamento primi anni octave indictionis 
presenti» ingabellactionis et arrendamenti in pace etc- quos scutos vi- 
gintiquinquemille dictus spectabilis dominus Lugdovicus Valseca dictis 
nominibus ex nunc prò tunc et converso deduxit et deducit ac compen- 
savit et compensat scilicet scutos vigintimille in quatuor predictis annis 
et cathamenis ut predicitur di detta gabella et subarrendamento facto 



120 MISCELLANEA 



per dictiira illnstrissiiiiiim et excellentissiimiiii dominuni Dncein (Mcto con- 
daiu illustri douiiuo baroni et per dictuin condani illustrem dominuni bsi- 
ronem dicto domino de lardino per niodum ut supra et scutos quinque- 
mille ad compliuientuni dictoruni sciitoruni vigintiquinqueraille de ga- 
bella primi anni presenti» ingabellactionis et arrendameuti eosque cum 
dictis interessis ad rationem pi'edictam ooiupensavit et compensat ac 
bonos fecit et facit dicto illustri domino baroni ingabellatori et arren- 
datario stipulanti et ejus successoribus vel jus et causam habentibus vel 
habitnris ab eo me notarlo prò eis stipulante et non aliter nec alio modo 
«mine contradictione cessante et casu quo aliqua quavis ex causa ipse 
spectabilis dominus Baro ingabellator et arreudatarius non posset dictam 
summam scutorum vigintiquinquemille ut supra exburzandam et sol- 
vendam anticipate et per moduui ut supra una cum dictis interessis ad 
rationem scutorum sept^m prò quolibet anno prò centenario retinendam 
etiam per modum ut 8U|)ra in totum sive in partem sibi retinere et con- 
sequi et retinere per modum ut supra tunc et eo casu liceat et licitum 
ipsi illustri domino baroni ingabellatori et arrendatario stipulanti 'prò 
se et eius successoribus seu aliis ab eo jus et causam habentibus et 
habituris prò ea summa que forte non posset sibi retinere per modum 
ut Bupra una cum dictis interessis ad rationem predictam scutorum se- 
pt-era prò centenario in quacumque curia foro et magistratu etiam incom- 
petenti contra ipsius illustrissimum et excellentissimum dominum ducem 
et 8U08 eorumque bona causare executionem atlversus quam executionem 
formam presentis contractus et oxtremorum verificactionem non possit 
se opponere ut infra ex pacto etc. in tali casu etiam liceat ipsi illustri 
domino baroni ingabellatori et arrendatario stipulanti prò se et eius suc- 
cessoribus et aliis ab eo jus e.t causam habentibus et habituris me no- 
tarlo prò eis stipulante dictam summam non retinendam una cutn dictis 
interessis ad rationem predictam scutorum semptem prò centenario et 
prò concurrenti quantitate damnorum interesse et expensarum et lucro- 
rum cessantium capen: et recai)ere semel et pluries absque aliqua notiti- 
cactione facieuda ad cambia et recambia prò quibusvis mundi partibus 
tam infra (piani jier extra Keguum vel sibi ipsi raciocinari ut dicitur 
contiirseli usipie ad int*^grani et ettectivam soluti<mem ad damila interesse 
et expeu8a« dicti illustrissimi et excellentissimi domini ducis et comitis 
«le quibuB omnibus et singulis lucris cessiintibus et dainnis interesse et 
expensis cambiorum et recainbiorum et eorum captura credatur et stetur 
ac credi et stari tlebeat hi>1o et simplici Juramento ipsius illustris domini 
buronis iugabellatoris et arreudatarii stipulanti» et eiuu successoris et 
aliorum ab ei» jun et cauMim habentium et habituroruin me notario prò eis 
HtipuhiUte nulla alia proi>artione uve v('rifu'a«'tioiu' intrinseca vel extriu- 
Meca ueccHHuriu tleudn <|U<mI iuiuuM-iituni prestari possit in (jiiovis juditio 



MISCELLANEA 121 



toro et magistratu et per actiini publicum penes qiiemvis notariiim ab- 
»que alìqua notifieat.ione fienda ex pacto non obstvintibus quibusvi» jn- 
ribns constitutionibus et aliis in fontrarium dictjmtibus vel disponentibus 
quibus et eoriim benetìciis dictiiK speetabiliK de Valseca ingabellans et 
arrendane dietis nominibus cum jurantento expresse renunziavit etrenun- 
tiat et oarrentibns vel non eurrentibus cambiis et recambiis predictis 
capientis vel ratiocinaiidis ut supra liceat et licitniu 8Ìt ipsi ilhistri do- 
mino baroni stipulanti et eiiis snccessoribus seu aliis ab eo jus et cau- 
sani habentibus vel liabitnris me notarlo prò eis stipulante oontra ipsuni 
illustrÌR8Ìminn et exeellenti88imuni donunum ducem et eius bona execn- 
tionem causare in quacumque curia et foro etiam incompetenti adversus 
quani execuctionem et presentis contractus forma m et extremorum 
virificactionem et dictum Juraiuentum prestnndum non possit se op- 
ponere ut infra ex pacto etc. remanente tamen dicto illustrissimo et 
excellentissimo domino duce semper obligato ad interesse cambioruni 
et recambiornm usque ad integrani et effectivam soluctionem prò quibus 
simpliciter possit tìeri execuctio modo et forma predictis singula singulis 
refercndo sub pactis legibus et condictionibus infrascriptis et uno quo- 
que ipsorum inter eos accordatis et jurameuto tìrnuitis sub quibus et 
eis ]>i'ecedentibu8 fuit deventnm ad presentem contractum et non aliter 
nec alio modo. Itaque sit et esse del)eat in electionem dicti illustris 
domini baronis ingjibellatoris et jiarendatarii stipulantis et eius succes- 
sorum et aliorum ab eo jus et causam habentium et habiturorum dictam 
summam cum interessis ut supra penes se retinere de gabella et arren- 
ment« predictis auctoritate propria et de facto absque jubsu curie et ma- 
gistratiis de(!reto ad eius electionem et voluntatem reservata sibi potestate 
variandi et non aliter nec alio modo ex pacto etc. 

Et primo quod ipse illustris doininus Baro ingabellator et arrenda- 
tjjrius prò administrazione iustitie et ottìtii dicti gubernatoris tam ipse 
quaiii alii gulwrnatores per eum eligendi vel substituendi in oftìtio pre- 
dicio teneantur et stare debeant sindacatui et residentie in terris predi- 
ctis corani sindicatore eligendo per excellentiam dicti illustrissimi et excel- 
lentissimi domini ducis seu per eius procuratorem lial>ent*jm in bis spe- 
ciale mandatum hoc modo videlicet elapso quolibet triennio Ita quod ter 
in toto tempore dicti arrendamenti sindicari debeant et non aliter dum- 
modo che lo sindicatore sia regniculo oriundo et non aliter nec alio modo 
quo sindicatu perdurante ante et post semper remaneat jurisdictio pe- 
nes ipsum illustrem domili um arrendatarium et suos etc. absque suspen* 
sione et remoctione ottìtii gubernatoris ex pacto etc. 

Iteni processit ex pacto etc. quod prefatus illustrissimus et excellen- 
tissimus dominus dux vel eius procurator toties ijuoties opus fuerit di- 
cto arrendamento perdurante possit et libere valeat nominare sindicato- 



122 MISCELLANEA 



rem prò sindicaudis offitialibus anuualibus terrarum predictarum anno 
quolibet sindicari soliti» una cura jndice superiore quolibet biennio more 
solito juxta forroani eapitulorum dicti Illustrissimi et excellentissimi do- 
mini Ducis università tibus dictarnni terrarum concessorum et non aliter 
nec alio modo. 

Itera processit ex pacto qnod casu quo in estremo tempore gabelle et 
arrendamenti predicti dictus illlustris dominus baro iugabellator et ar- 
rendatarins remanserit ci'editor in aliqua pecuniarum summa victualiuui 
rerum et jurium de fructibus et introitibus terrarum predictarum quod 
tali casu possit et libere valeat dictas pecunias victualia et omnia que- 
cumque alia exigere et exigi tacere per secretum per ipsum illustrem 
doniinum baronem nominandum non obstante quod tempus diete inga- 
bellactionis erit finitum qui secretus uti possit jurisdictione exigendi prò 
ut tempore dicti arrendamenti utebatur nsque ad Integram et eftectivam 
satisfactionem ex pacto omni contradictione cessante et non aliter etc. 

Item etiam processit ex pacto quod dictus illustris dominiis Baro in- 
gabellator et arrendatarius non possit iiec valeat strasactare aliquam quan- 
titatem terrarum communium diete terre calathatimi sed ille stent prò 
civibus diete t^rre communes prout semper bue nsque steterunt et non 
aliter etc. 

Item quod dictus illastrissimus et excellentissimus Dominus Dux eiu- 
sque heredes et successores dicto arrendamento perdurante possit libere- 
que valeat toties quoties sibi placuerit eligere nominare et deputare ca- 
stellanos dictorum castrorum sibi beuevisos cum omnibus et singulis 
honoribus et oneribus preheminentiis commoditatibus prerogativis et e- 
molumentis aliis castellanis dictorum castrorum dari et concedi solitis et 
consnetis et quod dictus illustris dominus Baro ingabellator et arrenda- 
tarius dicto arrendamento durante tantummodo uti possit et debeat 
conimoditate posse habitare in dictis castris Alcami et Calathatimi 
et non aliter nec alio nv>do ex pacto veriim quod eligente ipso 
illustre domino barone ingabollatore et arrendatario velie stare et 
habitare in dicto castro terre predicte Alcami , cum eius domo et 
familia et aliis eidem illustri domino baroni benevisis teneatur et sic 
promisit et se solleniniter obligavit et obligat ipsi spectabili domino de 
Valseca dictis uominibus stipulanti prò dicto illustrissimo et'excellentis- 
HÌmo domino Duce absenti etiam me notarli) prò co stipulante ejcpendere 
et exburzaire scutos quatuor centum inreparactiouibus dicti castri gratis 
ubsque aliqua diminutione gabelle et arrendamenti predicti quo casu usus 
et habitactio dicti oiHtri sit et esse debeat ipsius illustris domini baroiiis 
et (\JU8 H(^c4;es8ornni seu liubentiiim seu habiturorum jus et causam ab 
eo preter quo ad domum unam dicti castri in duobus corporibus tantum 
cligeudam et UHMignundam per ipsum illustrem Dominnm baronem arreu- 



MISCELLANEA 123 



datarium in qnibus alii magnifici castellani et vice castellani dicti castri 
manere et stare soliti sunt et ad presens manet magnificus Francisciis 
Peres vice castellanas einsdem castri prò ibi nianendo dominus castel- 
lanus seu magnificus vice castellauus dicti castri, et (pio ad loca cax'ce- 
rum in quibiis carcerati manere soliti sunt scilicet fovee et grada tantum 
et ita non aliter nec alio modo ex pacto eie. 

Et questo perche l'habitactione di detto castello di Alcamo si retrova 
in parte rovinata et diruta et minazza royna et pio di quella roina che al- 
cuni anni dietro si retrovava et per fabrica et arrendamento facto a detto 
<luodam illustre signor barone del guilurano padre di esso illustre signor 
Don Hannibale barone del detto gudui-ano ingabellatore et arrendatario 
come sopra detto illustrìssimo et excellentissimo signor Duca li detti fa- 
cultii di spendere detti scudi (piattrocento a suo libero arbitrio le quali 
fabrici et reparactioni fino al presenta per detto condam signor barone 
non sono stati fatti per questo precessi di pacto che sia ad electione et 
voluntati di dicto illustre signor banme eligendo volere l'uso et habitac- 
tionc di detto castello di questa predetta terra di Alcamo che in quello 
possi stare et habitare come «li sopra si c<mtene et expellere omnes in 
ipso castro habitant^s modo et forma ut supra non obstantei quavis pro- 
visione facta sive facienda per dictum illustrissimum et excellentissimuui 
domìnum Ducem et Comiteni et suos etc. in prejuditium presentis con- 
tractus quam ad hunc effectum illam revocavit et revocat ac annulla- 
vit et annnllat ex pactt) etc dummodo che per le predette tabrice et 
reparactioni di quello sia tenuto spenderli dicti scuti quattrocento come 
meglio tornerà comodo a detto illustre signor barone ingabellatore et 
arrendatario senza posserseli retinere ne diffalcare di detta gabella et ar- 
rendamento di pficto etc. 

Item et perche si trovano in detta terra di Calathafimi strasactati 
alcuni pezzi di terra parecchiati mezi parecchiati et quarti tanto delle 
terre commune di detta terra come ancora delli teghe di sua illustrissi- 
ma et excellentissima signoria in detta teiTa senza licentia di sua excel- 
lenza et quelli sonno in danno et detrimento del patrimonio di detto il- 
lustrissimo et excellentissimo signor Duca tanto per goberuatori che sono 
stati come per arrendatarii che hanno havuto dette terre in gabella come 
per altri procuratori et secreti del detto illustrissimo et excellentissimo 
signor Duca oi di qualsivoglia altra persona pertanto procede di pacto 
che detto illustre signor barone ingabellatore et arrendatario poza detti 
strasacti recuperare bavere et consequitare et quelli aggregare al patri- 
monio predicto a suoi di spese restando per benefìctio duranti dicti anni 
novi di detto illustre signor barone ingabellatore et quelli che erano 
communi tornerli per communi come stavano innanti la concessione di 
dicti strasacti a di spese di detto illustrissimo et excellentissimo signor 



134 MISCELLANEA 



Duca et prò recnperactioue predicta prefatns spectabilis domimis Lugdo- 
VÌCU8 Valseca dictis nominibus et cnin dieta rathi promissione et omni 
alio meliori modo et nomine fecit constituit et substituit ipsum illustrem 
dominnm baronem ingabellatoreni et arrendatsirinni stipulanteni genera- 
lem et genei-alissimum procuratorem constitutum et substitutum inrevo- 
cabilem cum potestate comparendi in quocunque foro juditio curia et ma- 
gistrati! ecclesiastico vel seculari malori vel minori quo opus fuerit et 
incobandi perseciuendi mediandi terminandi et fìniendi quascunque lites 
et saper petictione predicta uti jurisdictionibus quibus uti i>oterat'dictus 
illustrissimus et excellentissimus dorainus Dux ponendo ipsum illustrem 
dominum baronem ingabellatorera et arrendatarium stipulantem et eius 
successores et jus et causam ab eo habentes et habituros me notarlo prò 
eis stipulante in locuui proprium dicti illustrissimi et excellentissimi 
domini Ducis et constituendo et substituendo eum procuratorem con- 
stitutum et substitutum et omni alio meliori modo in liac parte ut a- 
modo etc. 

It«m cum alio etiam pacto quod semper durantibus dictis annis no- 
vem presentis ingabellactionis et arrendamenti sit et intelligatur reser- 
vata suprema Jurisdictio insupra dictis terris superius ingabellatis et ar- 
rendatis ita ut si contigerit ìpsum illustrissimum et excellentissimnm 
dominum Ducem vel illustrissimum dominum Don Lugdovicnm Comitem 
de Melgar eius tìlium primogenitum accedere ad supradictjvs terras ut 
supra iugabellatas et arrendatas quod ipsorum quilibet tanquam verus 
dominus et proprietarius dictarum terrarum possit exercere et adminì- 
strare suppremam jurisdictiouem nullo tamen prejudictio generato dicto 
arrendamento et non aliter etc. 

Item dictus spectabilis dominus Lugdovicus valseca nominibus (juibus 
supra concessit et concedit aucthoritatem facultatem potestatem et ple- 
num posse dicto illustri domino baroni ingabellatori et arrendatario sti- 
]>ulanti prò se et sui» etiam posse strasactare quinque pareccliiatas ter- 
rarum de terris communibus territorii terre Calatafimi et non aliter nec 
alio modo. 

Promitteus 8olemnit.er et conveniens prefatus spectAbilis dominus Lug- 
dovicus Valseca quibus supra nominibus cum dieta rathi promissione per 
dictOB illustrissimos et excellentissimos dominos jugales Ducem et Du- 
cissatii et illustrissimum dominum comitem de Melgar et eorum etc. ei- 
deiii illustri domino baroni iugabellatori et arrendatario stipulanti prò 
se et eius successorìbus et aliis ab eo jus et oAusam habeutibus vel ha- 
bitnris mv notjirio prò «^is stipulante de predictis terris Alcaini et Cala- 
tafimi earum<|ue pheudis et gabellis et ipsoruui pheiulorum et gabelhirum 
JurìbuH et iutroytihuH uuiversis .jurisdi<*tionibus vel aliqua eorum partii 
nullo futuro tempore contrn dictuin ilIuKtrem dominum Haroneiii inga- 



MISCELLANEA 125 



bellatorem et arrendatarium , stipiilantem nec siios hcredes vel jus et 
causain liabeutes vel habitnros ab eo absentes me notarlo prò eis stipu- 
lante nulla interré liteui questionem vel molestiam aliquam nec inferenti 
consentire aliquo jure vel de facto (luomodocumqne et qualitercumqne 
yramo scraper et omni futuro tempore termino dicti arrendamenti per- 
durante et non aliter nec alio modo omnia et singula desuper arrendata 
cum juribus eorum universis predictis ab omni calumniant« molestante 
et contradicente persona etc. legitime defeudere tueri et extricare et de 
qualibet et quacumque evietione teneri voluit quovisniodo ipsa evictio 
evenerit sive sequiretur sive de tote sive de pai"te alias teneatur et te- 
neri voluit dictus spectiibilis dominus Lugdovicus Valseca ingabellans et 
arrendans ad omnia et singula damna interesse et expeussis ac lucra ces- 
santia et damna emergentia que ex nune prò tunc et e converso intel- 
liguutur et sint contra ipsum spectabilem dominum de Valseca dictis 
nominibus preseutem et audieutem protestata et requesita taliter quod 
non sit opus aliqua alia prot-estactione et requisictione nisi forma pre- 
sentis contractus et non aliter nec alio modo de quibus omnibus et sin- 
gulis possit fieri execuctio in quovis foro juditio et magistratu etiam in- 
competenti cum pacto de non apponendo etc. ut infra ex pacto inter 
«OS solemni stipulactione etjuramento firmato et non aliter etc. 

Nec non dictus spectabilis dominus Lugdovicus Valseca dictis nomini- 
l)us et cum dieta ratliipromissione promisit et promittit et se dictis nò- 
minibus solemniter obligavit et obligat dicto illustri domino Baroni in- 
gabellatori et arreudatario stipulanti et eis successoribus et aliis ab eo 
jus et causam habentibus vel habituris me notarlo prò eis stipulante pre- 
dictas terras Alcami et Calatlialìmi cum supraiiictis earum pheudis ga- 
bellis jnti'oytibus juribus suis universis earuraque iutegi'o statu ac juri- 
sdictionibus a posse dicti illustris domini baronis ingabellatoris et arren- 
datarii stipulautis et eius successorum ac aliorum ab eo jus et causam 
liabentium vel babiturorum me notarlo prò eis stipulante non auferre 
nec auferri face re nec auferanti consentire durante termino presentis in- 
gfibellationis et arrendamenti intotum sive in partem prò usu proprio 
majori gabella etiam duppla tripla et quatrupla vendictione emphiteuti- 
cactione dotis tradditione donactione permutactione nec prò quavis alia 
causa cogitata scita vel ignorata quantumcumque urgentissima et neces- 
saria immo durante dicto termino predictorum annorum novem ex nunc 
prò tunc et e converso Illos et ea constituit nomine et prò parte dicti 
illustris domini Don Hanibalis baronis ingabellatoris et arrendatarii sti- 
pulautis prò se et eius successoribus ac aliorum jus et causanj liaben- 
tium et babiturorum ab eo me notarlo prò eis stipulante j)er constitutiim 
tenere et possidere donec et quo usque erit fìnitus terminus totius pre- 
dicte presentis ingabellactionis et arrendamenti et non aliter nec alio 
modo ex pacto etc. 



126 MISCELLANEA 



Cam alio ctiani pacto quod casu quo tempore preseutis aiTendamenti 
quo Deus avertat fuerit in dictis terris seu in parte illarum ut supra 
ingabellati» et arrendatis pestis t'amis aut ininiicovum invasio seu ali- 
quis casus fortuitus et insolitus quorum seu cuius causa redditus ga- 
belle et introytus et proventus terrarum predictarum seu quelibet ipsa- 
rum portio venerit in diminuctionem majoris partis friictus earum quod 
tali casu prefactus illustrissimus et excellentissimus dominus Dux et 
Comes teneatur et obligatus intelligatur satisfacere et solvere bujusmodi 
damnum et diminuctionem prefato illustri domino Baroni stipulanti prò 
86 et eis successoribus et aliis ab eo jus et causam habentibus et habi- 
turis me notarlo prò eis stipulante prout et quemadmodum declaraverint 
due persone nomiuande una per ipsum illustrissinium et excellentissi 
mum dominum Ducem et alia per dictum illustrem dominum Baronem 
et in casu discordie per tertium eligendum per ambas partes et iu casu 
renitentie ipsarum partium seu cuiuslibet earum pei judicem ipsius loci 
iu quo declaratio predicta erit facienda de quibus quidem dedarationi- 
bus damnorum et interesse ipse illustris dominus Baro et sui etc, pos- 
siut coutra ipsum illustrissimum et excellentissimum dominum Ducem 
et Comit«ui et eius bona execuctionem causare iu quocunque toro etiam 
incompetenti etiam in magna regia curia huius Sicilie Regni adversus 
quam execuctionem formam presentis contractus non possit ipse dictns 
illustrissimus et excellentissimus dominus Dux et Comes se opponere 
quin prius solvat et adimpleat ut infra ex pacto. 

Item etiam processit ex pacto quod casu quo dicti illustrissimi et 
excellentissimi domini Duces et Comes et dictus illustrissimus dominus 
Comes de Melgar eorum filius non ratificarent presentem contractum in- 
gabellactionis et arrendamenti per modum ut supra a prima linea usque 
mi ultimam de verbo ad verbum et prout in eo jacet et non se con- 
tentarent de omnibus et singulis ut supra contentis et expressis singula 
singulis referendo ac de pn;senti ingjibellactione cum omnibus predictis 
et jurisdictionibus predictis et aliis omnibus in presenti contractu con- 
tentis et cum predictis pactis et condictionibus predictis et ali<iua adde- 
rent seu minuerent etiam «juantunciue minimam partem vel infra termi- 
num in presenti <;ontnu'tu ingabellactionis et arrendamenti preHxuni tuuc 
et eo casu et ex nunc prò tunc «M e converso sit ad eleclioiiein oA vo- 
Inntatem ipsius illustris domini Baronis ingabellatoris et arreiidatarii 
stipulantis velie stare presenti ingabellactioni et arrendamento et dietimi 
ratifìuu'tioncui accettare seu a presenti ingabellatione et arrendamento 
se <IÌMÌHt<'re et illam seu illuni relaxare quo casu non acceptactionis in- 
gabellactionÌM et arrendamenti predìcti presens ctmtractus intelligatur 
fìt sit casHUs taiiM|uaiii si minime factus foret ex pacto et«-. 

Bene veruni quod quot|uonu)do ipsa ralitìcactio lleret et Inerii «-ousi- 
gDftta ip«i illustri domiuo Baroni arrendataric» tunc et eo casu teneatur 



MISCELLANEA 127 



ipse illustris doininus baro Arrendatori infra terminum dierum quatuor 
numerandoruiu a die consignactionis copie ipsius ratificactionis declarare 
per actum inniargine presenti» contractus arrendaraenti si voluerit stare 
si vel ne huic arrendaineuto absque aliqua requisictione cum hoc tamen 
quod non facta, declaractioue in margine presentis contractus infra dic- 
tum terminum dictorum dierum quatuor tune et eo casa intelligatur 
velie stare huic arrendaraento prout ex nunc prò tunc et e converso de 
Clara vit et declarat ipse illustris dominus baro se velie stare et se con- 
tentare de presenti arrendamento et intelligatur nititìcasse present^m con- 
tractum a prima linea usque ad ultimam et non aliter nec alio modo ex 
pacto etc. 

In pace etc. 

Que omnia et singula supradicta et infrascripta predict« parte» dictis 
nomiuibus promisserunt ratha grata et firma habere tenere attendere in- 
violabiliter observare et contraria non facere vel venire nec contravenienti 
cousentire aliquo jure titulo seu aliqua ratione vel causa tacitai vel ex- 
pressa in omnem eventum et sine aliqua dimiuuctione iupace et de plano 
et sine aliqua lite omni libello et opposictione remotis et renuntiatis sub 
hypoteca et obligactione omnium et singulorum honorum eorum dictis 
nomiuibus mobilium et stabilium etc. 

Cum refectione damnorum interesse et expensarum litis et extra et 
specialitcr viaticarum algozirii commissarii et procuratoris cum solitis 
eonim dietis ad (juas expensas teneri voluerunt etiam si venirent saeculo 
parato rithu nuigne regie curie in aliquo non obstante 

Et fiat rithus et execuctio in quacumque curia et foro etiam incom- 
petenti liujus Sicilie regni etiam in nuigna regia curia et extra Regnum 
in persona et bonis partis contravenientis predictis nominibus et variari 
possit etc. 

Adversus quem ritum presentis contractus formam et extremorum ve- 
rilìcationeui non possint dictis nominibus ex pacto modo aliquo se op- 
ponere excipere defendere etc. quin prius etc. Et pignora vendatur ad di- 
scursum etc. Rejumtiantes etc. 

Et specialiter cum j'uramento beneficio irioi-atorie guidatici superses- 
sorio quinquennaiis etc. dilactionis cessionis honorum refugio domus pri- 
vilegio fori et loci si convenerit feriis omnibus etc. ac privilegio milita- 
ris servitii et regii donactivis ac privilegio procerum et magnatarum 
personarum et constituctioni hostice. 

Et ceteris gratiis etc. 

At predicta attendere etc. 

luraverunt etc. 

Unde etc. 

Presentibus spectabile domino Antonio de Ballis utrìusque juris doc- 
tore magnifico Francisco Pagnotta et nobile clerico Stephano li Muli te- 
stibus. 



UN NUOVO DOCUMENTO SULL' ERUZIONE DELL' ETNA 

DEL 1669 
{Lettera di P. Valentino Bonadies al Vicario Generale di Girgenti) 



Al Ch.mo Cav. D.r Giiiscjtjfe Lodi 

Cinque anni addietro, trovandomi a Catania, potei osservare, 
su di una parete della Sagrestia del Duomo, un antico aflresco 
rappresentante l' eruzione dell'Etna del 1669 : la forte eruzione 
al cratere e l'irrompere della lava nella città, che obbligava la 
l>opolazione atterrita a fuggire, le funzioni religiose e gli abitanti 
in atto d'implorare misericordia erano rappresentati con tanta 
vivacità di effetto e di azione eh' io non potei fare a meno di 
esclamare : « Ecco la più bella pagina della famosa eruzione del 
l'Etna del 1669, che nessuno storico ci ha saputo tramandare ». — 
A tale affresco ricorse subito la mia mente quando nel mese scorso 
mi fu dato rinvenire nella Biblioteca Couìunale di Palermo la 
copia d'un documento tuttora ignoto, scritto il 2 Aprile di detto 
anno, nel giorno stesso che maggiormente imperversava l'erom- 
pere del Mongibello nella manifestazione ])iù violenta delle sue 
storiche eruzioni. 

Il Can. P. Castorina, a i)roposito « dì nn foffUo a stampa di 
quattro pagine in verni latini relativi all'eruzione d^'lU Etna nel 
1669» — documento che già aveva fatto conoscere, i»rima di lui, il 
Prof. Carlo Gemmellaro — ebbe la cura di iu)tarc tutti gli scrit- 
tori sincroni de timi che in prosa e in versi ne }nil)bli(rarono il 
principio, il wuso e il termine (1) ; però in Mossuiia di (lueste 



(1) Castouina P., Sulla rruzionc dvlV Kliin dvl 1669 e su il'idi kiuoIh 
docitmeiiU» relativo alla ntcHNo. Lettoni al Chv. (.ìiii.skim'K ìahh , t'rimo 
ArrJiii'intn di Sitili,, in « Anhivio Storico Siciliano». N. S., iiii. XVI, 1S!)1. 
p. f{92 r wii. 



MISCELLANEA 129 



uemorie si vede rivelato lo stato psichico degli abitanti cou 
tanta vivacità e forza di espressione come nella seguente lettera 
che P. Valentino BonadicH inviava al Vicario Generale di Girgenti 
per informarlo di quanto accadeva in Catania in quei giorni di 
tremenda minaccia e di orribile distruzione. Potrebbe dirsi ch'essa 
sia l'illustrazione del suaccennato affresco. 

Infatti, ecco il contenuto della lettera: 

« Haverà precorso a V, S. Kev.ma^ — dice il Bonadies — prima di 
questo mio riporto la fama dei spaventevoli incendi del nostro 
squarciato Mongibello, portata costì per l'aria a volo dal lungo 
tratto delle sue copiosissime ceneri. Tuttavia devo parteciparvela 
per sodisfar le parti di buon Ser.re non dovendo stare in silentio 
in tempo che per l'apertura di così fornndabile Bocca , tutte le 
Bocche per tramandare intiera notizia si snodano. 

« Venerdì 8 del mese di Marzo fu osservato il sole su il tra- 
montar fuor dell'usato cinto d'insolito i)allore, quasi preconizar 
volesse, vestito di così funebre ammanto, l'imminente occaso a 
questa clarissima Città, né fu segno vano; imperocché la seguente 
notte sentironsi da per tutto spaventevoli terremoti con urli or- 
ribili, usciti dal Monte. Furono così orrende le acosse nei con- 
vicini Casati , che furono costretti dormire nelle campagne , et 
ivi sentir i)rediche , e fare altre funtioni ecclesiastiche e pub- 
bliche penitenze , fuor delle chiese per timor dell' oppressione. 

« Ricorsero allora sbigottiti da tanti eccessivi Tremuoti i Ter- 
razzani di Malpasso al confugio di una loro Reliqua di S. Lucia, 
patrona della terra, quale portavano processionalmente al Casale 
di Nicolosi, col seguito di cinque mila persone. Ma che ! Appena 
ivi giunta la Reliqua , sentissi un Tremuoto cosi grande , che 
aprì molte scissure nella terra, e stimossi insulto diabolico; poi- 
ché appena si potè salvare la sacra Pisside, che uscita essendo 
dal tempio, rovinò la C'hiesa e tutto il Casale , continuando in- 
cessantemente notte e giorno le tremende scosse sino all'undici. 

« VA Marzo. — Lunedì circa ad bore 22 con una formidabile 
scossa squarciossi dal Monte il fianco più vicino ai Casali. Hor 
qui, mio Sig.re, confesso a V. S. Rev.ma che a narrare le strane 
aperture <li due grandissime Bocche , intimorita si chiuderebbe 
ogni bocca, et ad esprimere i torrenti e lingue di fuoco, intimo- 
rita ogni lingua verrebbe meno. Tuttavia per non deviarmi dal- 
l' incominciato, men vò seguendo la ])iena furibonda, che in spatio 

Arch. ator. Sic. N. S. Armo XXX. 9 



130 MISCELLANEA 



di poche bore fé' rovina di tre Casali, fuggendo sbigottiti i loro 
Terrazzani, lasciando in preda le loro suppellettili , alla ferocia 
delle fiamme e dei ladroni. Corse con tanta violenza, che stimossi 
in un giorno haver caminato più di sette miglia. Ondeggiava con 
timore degli Astanti; senza potersi dare riparo. I stridi misera- 
bili apportavano orrore , non meno per vedere i beni dissipati 
dal fuoco, ma anche portati via dalle rapine, che però vi furono 
che cascarono feriti e morti in pena de' loro ladronecci. Giunse 
così grande calamità all'orecchie del Prelato, come anco dei Se- 
natori, onde per sodisfare al timore della Città, uscirono nel dì 
seguente il braccio della gloriosa S. Agata processionalmente 
sino al piano di S. Domenico fuor delle mura, dove con lacrime 
si implorò l'aiuto della nostra protettrice; ma perchè non cessava 
il fuoco con danni notabili, deliberò di nuovo Monsignore. 

« Mercoledì a 13 di portarsesi in contro processionalmente il Sa- 
cro Velo che dalla Chiesa Catredale fu portato da Monsignor co- 
ronato di Spine, con paramenti sacri vestito. Viddesi anco il Se- 
nato, e Capitolo con volto penitente, coronati pure di spine; et 
hormai la Città tutta con strane guise di mortiflcatioui si portò 
il Velo da Monsignore ad una Chiesa distante dalla Città, e da 
li fu consegnato al Tesoriero accompagnato da Tre Senatori, Ca- 
pitano, e molti Canonici del Capitolo, Religiosi e Preti, ed altri 
Devoti al numero di 4000, i quali si instradarono per lo Torrente 
del fuoco, scorso sino al Casale Mascalucia. Nel partirsi che fece 
il Velo animato il popolo da un breve e divoto Sermone , che 
con fervore di Spirito fece Monsignore Vescovo, si compromesse 
la gratia, né fu vana la fede, poiché appena ivi arrivato e det- 
tasi la messa, vicina al fuoco, che con stupore degli astanti vo- 
ciferanti Misericordia, viddesi nell'istesso punto, che s'inalberò 
il Velo, il fuoco non passar più innanti. L' istesso jn-odigio oc- 
corse all'altri tre Casali , S. Pietro , Campo Rotondo , e Mister 
Bianco; imperocché inoltratosi il fuoco nel primo, rovinando al- 
cune case, alla vista del Sacro Velo si fermò, si seccò ed im])etrì 
in modo che molti come beffandosene vi saltarono sopra. Nel 
secondo voltò la furia verso una Sciara antica senza timor di 
danno alcuno. Nel terzo perdette spento affatto il moto ; e ciò 
compito fu riportato il Sacn» Velo il Giovedì sera in ('ataniji, 
dove in ogni Chiesa Sacramentale s'espose i)er tutta la mattina 
il 8antÌMHÌnio ; e nella Chiesa Catredale uso) dopiK) pranzo la 



MISCELLANEA 131 



Mammella di S. Agata, et invece delle solite lodi che sogliono 
cantarsi ogni Mercoledì , si cantò la Compieta con concorso di 
tatto il popolo, di Regolari, Compagnie e Congregationi ad im- 
plorare il divino aiuto. 1 Putti anco, e fanciulle innocenti, quei 
mezzo ignudi, e queste a chiome stracciate, coronati gli uni , e 
l'altre di s])ine, con le sacre insegne nelle mani, e con discipline, 
andavano a udgliaia gridando misericordia. 

« Venerdì 15 del medesimo venne al Senato un altro avviso 
più formidabile del primo , che veniva un altro braccio gionto 
con quello della Mascalucia estinto , con spaventevoli progressi 
contro S. Giovanni di Galerno, Casale più vicino alla Città; che 
però il Seruito col consenso del Vescovo fé' ritornare il Velo a 
quel luogo, con la medesima pompa di processioni di Religiosi, 
e seguito di persone come prima, dove videsi operato dalla Santa 
Pistesso miracolo; per lo che si girò tutto il giorno a vista di 
quei focosi torrenti, e ne seguì sempre la vittoria, perdendo di 
continuo il fuoco il suo valore alla di lui sacrata vista. Né devo 
qui passar con silentio eh' essendo stato buttato alcuni pezzetti 
di Bambacie sopja del fuoco, viddesi, o gran miracolo , per un 
pezzo illeso, ed essendo stato ripreso dagli astanti fu conservato 
come pretiosa Reliquia. 

« Sabbato doppo la sera riportatosi il Velo nella (chiesa dei 
PP. Reformati di S. Maria di Gesù, vicina alla Città, et ivi si 
trattenne, uscitosi nel medesimo giorno dal Monastero dei PP. 
Benedettini il Santissimo Chiodo processionalmente accompagnato 
da influito numero di persone mortificate con l' intervento del 
Prelato. 

« Domenica 1 7 dell' istesso fu uscito il Corpo della gloriosa 
S. Agata e posto su l'Aitar maggiore per tutto il giorno; e vid- 
desi concorso tutto il popolo nel Tempio della Catredale con 
varie forme di Mortiflcationi tutto penitente. Giudicherà V. S. 
Rev.ma che cosa potè fare il Popolo Catanese di rimpetto alla 
sua concittadina liberatrice. 

« Non vi fu Congregatione, non Compagnia, non Religione, non 
qualità di persone , che tutti non venissero frettolosi con loro 
Predicatori in habito di penitenza. 

« Finalmente il Lunedì 18 di ordine di Monsignore ordnossi 
una sollennissima luocessione verso la Chiesa de' Reformati per 
riportarsi il Velo ivi trattenuto , da dove detta prima la Messa 



132 MISCELLANEA 



da Monsignore, portossi fuori nel Piano sopra un Altare, dove, 
dettasi un'altra messa dal Ciantro, su il fine da Monsignore pa- 
rato con vestimenti t_acri, fu, letto un Exorcismo e poesia, da lui 
medesimo riportato nella Catre:'*' processionalmente col seguito 
di popoli innumerabili penitenti. 

« E da allora in poi sino alli 24 parve sempre il fuoco che 
andasse lentamente. Alli 25 ripigliò maggiormente il vigore, vor- 
rendo materia per sopra la medesima Schiara che haveva lasciato 
e si stese ad abbruggiare fra l'alti e possessioni la terra di Campo 
Rotondo e Santo Pietro : portando il fuoco l'altezza di 60 palmi 
come metallo liquefatto. Cosa che a vederlo inorridisce , per lo 
che in questa Città si ripigliarono di nuovo con gran fervore le 
processioni , che fra l'altre se si osservò una delli Terrazzani 
della Pedara (alli 27 di detto) che furono da 70 persone mortifi- 
cate in varie forme, delle quali ve n'era la maggior parte ignu- 
da, e battersi in sangue, gridando Misericordia nel Duomo, ove 
era espostii una Reliquia della gloriosa S. Agata. 

« Alli 29 di detto la mattina per tempo venne avvisato al 
Prelato , come al Senato , che mezzo Miglio sopra la Terra di 
Mister Bianco s' era aperta nuova bocca e che mandava fuori 
gran materia, però s'osservò che non era altramente bocca, ma 
che la principale haveva mandato nuova materia piìi liquida per 
sopra la Sciara di Malpasso ; e questa in meno di sei hore fu 
sopra Mister Bianco, Terra grande di 5000 anime, dove sta de- 
strudendo quell'abitazione e processioni. Ed una lingua di fuoco 
s'è avanzata verso Catania, dove l'havemo a vista meno di due 
miglia. Hor lascio considerare a V. S. Rev.ma l'afflittione, con- 
fusione , e terrore con che si sta nella Città, molto più per es- 
servi 12 Monasteri.), che se farà il fuoco maggior progresso come 
si dubbita , saremo forzati uscir tutti ; ancor che speramo nella 
gloriosa S. Agata che ce ne libererà, come s'è disi)ost() per di- 
mani P.o d'Aprile portarsi la Santa col Stendardo del suo Velo 
in mano, a vista del fuoco, per esjmrsi so])ra un bahiardo della 
Città, ove intervenirunno alhi Processione tutti i Religiosi et il 
Popolo tutto in habito di penitenza, et a piedi ignudi. 

« DopjK) scritto Le soggiungo, che già hieri si fece hi proces- 
sione, nel modo stal)ilito con molta circospettioiu', p(»ten<losi av- 
vei-are il luogo della Smra Scrittura, rhe tutta la città sia stata 
in Cenere e Cilicio , versando og^i' uno flnme di lagrime per un 
pericolo così vicino. 



MISCELLANEA 133 



« A due di Aprile benché questa notte si fosse sparsa diceria 
che il fuoco era quasi cessato, fu originata per causa della neb- 
bia , non permetteva di poter riguardare il fuoco ; però questa 
mattina continuano ristessi avvisi, che il fuoco seguiti l'istesso 
cammino, benché adesso diviso in tre lingue, che quelle minac- 
ciano rovina a questa Città, e per tal timore ogni cittadino ha 
trasportato la robba fuori, solamente restando gli habitanti, i)er 
li quali s' è promulgato Bando penale , che nessuno sotto pena 
della Vita naturale attrevisca pernottare fuori della Città. E per 
descrivere in breve le nostre sciagure, posso solamente dire che 
(facta eni quasi oidua Domina gentium). La maggior confusione è 
poi quella del Prelato, in carico di cui stanno tant'opere pie, et 
in particolare li Monasterij, per li quali s' è dato ordine questa 
mattina, che imballino le cose loro; acciò a secondo ordine si pos- 
sano tsasportare in laci, dove pure Monsignore ha intentione di 
ritirarsi e di trasferire ancora le Moniali Claustrate. 

« Il caso è tanto lacrimabile che non può né esplicarsi , né 
pensarsi. Siamo nelle mani di Dio; e quanto s'è scritto, s'è fatto 
con lagrime. 

V. S. Bev.ma ci aggiuti con l'orationi e per 
Fine le b. 1. m. Catania 2 Aprile 1669. 
Di V. S. M.to Ill.ma e Kev.ma. 

Div.nio Ser.ve che Le b. 1. ni. 
I). Valentino Bonaiììes Vicario Generale. 

Fev.mo Signor Vicario Generale 
(li Girgeuti. 

Questa lettera occupa il XVI IT posto fra le memorie mano- 
scritte che si trovano nel volume segnato Qq E 16. Essa é senza 
dubbio una delle più importanti testimonianze autentiche di quel 
parossismo vulcanico, che nel 1669 afflisse Catania; e per quanto 
P autore di essa, da buon secentista, scriva forse con soverchia 
enfasi, tuttavia pare evidente ch'egli non descrisse che ciò che 
realmente vide. — Eppure il Can. Gaspare Bossi nel suo Indice 
topografico dei manoscritti della Biblioteca Comunale dì Palermo 
aft'ermò , non so con quanta serietà , che il Bonadies e gli altri 
scrittori posteriori non han fatto che riferire ciò che il Borelli aveva 



134 MISCELLANEA 



<jià pnhhlimto. È il caso di dire ch'egli non ha letto la lettera del 
Bonadies, o meglio che non ha tennto presente neppure la data 
se l'ha creduta posteriore agli scritti del Borelli. 

La copia originale non mi fu dato trovarla, nonostante abbia 
fatte le piìi accurate ricerche nella Cancelleria Vescovile di Gir- 
genti. Invero manca il Registro di Memoriali dell' anno 1668-69, 
nel quale certamente essa lettera dovette essere conservata ; ne 
di tale smarrimento va data colpa agli attuali amministratori,/ 
perchè il volume modello non è segnato nell'inventario del 1896 
fatto per ordine del Vescovo D. Gaetano Blandini. 

Ma chi era allora il Vicario Generale di Girgenti e quali ra- 
gioni ebbe il Bonadies di fargli un resoconto dell'eruzione dell'Et- 
na ? — Girgenti, che allora era uno dei vescovadi più importanti 
della Sicilia, dal 1668 al 1672 fu sede vacante, e durante questo 
p.eriodo governò il Vicurio Capitolare Gan. D. Francesco Bahillo- 
niu , catanese , il quale era stato Vicario generale di Monsignor 
D. Ignazio D'Amico, pure catanese, che fu Vescovo di Girgenti 
dal 1665 al 1668, come risulta dai Begistri di Memoriali che 
vanno dall' anno 1665 al 1672. Adunque il Oan. D. Francesco 
Babilonia, al quale fu indirizzata la lettera, il 2 Aprile 1669 era 
già Vicario Capitolare, e il Bonadies, suo amico e concittadino, 
credette fargli cosa grata informarlo del grande avvenimento che 
rovinava la loro comune patria, soddisfacendo così — com'egli 
stesso dice — le parti di buon Servitore. 

tìirgenti 15 Ottohhre 1904. 

Prof. Sebastiano Crino 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Ricerche e scoperte archeologiche nel sud-est della Sicilia e nel 
Bruttii. 

Son venute ora a luce tre dotte comunicazioni che l'illustre 
archeologo, Paolo Orsi, fece al Congresso internazionale di Scienze 
Storiche, nelle quali delinea rapidamente i risultati delle sue 
importanti scoperte fatte nella Sicilia orientale, nei 14 anni ch'e- 
gli sovrintende alla direzione degli scavi , e nei Rruttii per tre 
lustri, e informa su quanto negli ultimi quindici anni ci è stato 
restituto dal suolo italiano che entri nell'orbita dell'arte e dell'in- 
dustria egeo-micenea. Trattandosi di pubblicazioni che interes- 
sano l'archeologia in generale e la Sicilia in particolare, ci affret- 
tiamo a riassumerne il contenuto che integra il primo capitolo 
della storia della Sicilia antichissima e dell'antica regione dei 
Bruttii. Nella prima comunicazione : « Quattordici anni di ricer- 
lerche archeologiche nel sudest della Sicilia », l'illustre esploratore 
delle necropoli sicule mostra i risultati cospicui delle sue sco- 
perte con le quali ha potuto delineare con sicurezza la storia 
del costume e della civiltà di quei Siculi indigeni che i coloni 
greci trovarono nell'Isola nel sec. Vili, facendoci conoscere un 
popolo obliato del quale non conoscevamo altro che il nome, e 
a cui egli, con le sue metodiche esplorazioni delle innumerevoli 
necropoli, con lo studio della tecnica sepolcrale e della suppel- 
lettile sepolcrale ha riconosciuto una civiltà che gradatamente si 
evolve dal principio del 2. millennio a quello del V secolo a. C, 
dal 1. al 4. periodo siculo. Con siffatte scoperte, coronate da un 
sì cospicuo risultato, l'Orsi sfata le svariate induzioni sinora 
fatte sulla Sicilia preellenica e ricostruisce e ben definisce i rap- 
porti, che come risulta dallo studio sulla ceramica, i Siculi do- 



13(j RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

vettero avere con l'Asia minore, con l'Egeo, con la Grecia, con 
Cipro e con la Spagna. 

Sni Sieani nulla finora ba scoperto che possa avvalorare le 
fonti storiche antiche, che li ritengono un popolo diverso dai Si- 
culi e resta vivo il dibattito fra gli storici e gli archeologi. L'Orsi 
crede Sieani e Siculi due rami dello stesso popolo, appartenenti 
alla grande famiglia libico-iberica, venuto dall' Affrica e diffuso 
in tutte le isole e le coste del Mediterraneo occidentale. È in- 
dotto ad affermar ciò dal fatto che in Sicilia, ove la successione 
degli strati archeologici è abbastanza chiara, non si avverte una 
distinzione netta e profonda di civiltà e di rito funebre, che fac- 
cia pensare a grandi e sostanziali differenze di razza. Mancano 
ancora scoperte sepolcrali. Quando l'illustre Salinas farà cono- 
scere le sue belle scoperte delle età preelleniche nella })arte cen- 
trale ed occidentale dell' isola , potremo vedere a quale gente 
spettano le stazioni o relitti di villaggi di Stentinello e Matrensa 
presso Siracusa, scoperti dall'Orsi e avvicinarci alla soluzione 
della questione dei Sieani e dei Siculi. 

Né meno feconda fu l'indagine archeologica fatta dall' Orsi 
negli ultimi tre lustri nelle città elleniche, sebbene tarda e lenta 
sia stata l'azione del Governo in queste regioni, abbandonate ai 
saccheggi di avidi speculatori. Tuttavia si è giunti in temj>o a 
salvare qualche cosa; n'è prova il copioso materiale raccolto nel 
Museo di Siracusa, dovuto alle campagne di scavi svolte dal- 
l'Orsi in undici città greche, i cui risultati costituiscono un ca- 
l>osaldo nello studio della civiltà e sopratutto della ceramica più 
antica dei greci di Sicilia. Ma restano ancora altre dodici città 
a<l esplorare, oltre quelle la cui ubicazione è oscura o contro- 
versa. E l'Orsi invita la Sezione del Congresso a far voto al 
Governo perchè i fondi per gli scavi vengano sollecitamente ed 
adeguatamente accresciuti. Auguriamoci che ciò avvenga. 

L'attività dell'Orsi si è vòlta anche nel campo dell'archeolo- 
gia cristiana e bizantina: il vasto cimitero <li S. Giovanni, quello 
della vigna Cassia e di 8. Maria di Gesti, i più grandi di Sira- 
cusa, insieme con altri 12 minori, oltre di una cinquantina esi- 
stenti ludla provincia, sono stati dall'Orsi esplorati, studiandone 
i sepolcri, la ubicazione, i titoli e le pitture. Per cagione d'o- 
nore ricorda un valoroso tedesco, il compianto prof. Fiihrer, mar- 
tin* della s(;ienza, morto a causa «lei suo eccessivo lavoro sotter 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 137 

raneo nei due anni passati a studiare i grandi cimiteri di Sira- 
cusa e della rejfione, le cui illustrazioni edite furono da me rias- 
sunte in questo Archivio^ le inedite aspettano di vedere la luce 
a spese della Imperiale Accademia delle Scienze di Vienna. 

La importante rassegna si chiude enumerando taluni monu- 
menti bizantini scoi)erti nella campagna siracusana, in quella di 
Camerina, a Pachino, a JJosolini. a Noto e a Buscemi. Sono 
13 chiesette dei secoli V-VIII che (;on la loro struttura con le 
loro iscrizioni aprono uno spiraglio nei tempi oscuri bizantini 
che nella nostra Sicilia non sono ancora stati studiati. 

Nella seconda comunicazione : Tre lustri di scoperte nreheolo- 
yiche nei Brutta sono riassunti i risultati delle campagne di scavi 
fatte in questi ultimi anni nelle tre (yalabrie , che furono anti 
camente abitate da po]>olazioni archeolitiche e neolitiche, che vi 
lasciarono reliquie di loro industria , come dimostrano le colle- 
zioni private e i ricordi contenuti nei Musei Preistinico «li Koma 
e Civii'O di Reggio Calabria. Sebbene resti ancora a dimostrarsi 
se veramente in Calabria vi fu una pura età del bronzo, pure, 
couu! indizio di un popolo afline ai Siculi del 2. periodo, l'Orsi 
attribuisce maggiore importanza alle poche ceramiche primitive 
<lel Museo di lleggio che all'ascia di bronza di Belvedere Marit- 
timo in provincia di Cosenza e a quella di Cariati. Spera però 
che metodiche investigazioni negli strati archeològici della re- 
gione rivelino i rapporti etnici delle genti che l'abitarono. J>opo 
un fugace accenno alle tradizioni classiche (die ci ])arlano di po- 
l)olazioni diverse , (;h' è uoi)0 constatare , e ai fasti delle città 
greche della regione, l'Orsi si sorprende come davanti alla ma- 
gnitìcenza di tali ricordi storici, la nuova Italia in 40 anni due 
volte vi abbia tentato due campagne di scavi ; una a Sibari fal- 
lita, l'altra a Locri ]>oi sospesa. E, a ragione, leva la voce con- 
tro questo ingiustificato abbandono all'avidità di mercanti di tan- 
te ricchezze archeologiche e invita il Congresso a protestare con- 
tro questo stato deplorevole di cose. Kicorda che dobbiamo a 
due dotti stranieri, il duca di Luynes e il Len(uinant, un tesoro 
di notizie sulla (iramìe Grèee frutto delle loro esplorazioni fatte 
con molto dispendio e pericolo. Anche a Croton quel poco che si 
è fatto è dovuto a stranieri. Fu impedito, ma tardi, ad Ameri- 
cani di asportare sculture decorative da essi scoperte ; all'iner- 
zia officiale si sono sostituiti benemeriti cittadini che vanno rac- 



138 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

cogliendo quanto vien fuori dall' agro cotroniate. — Fa pena co- 
noscere come la Direzione Generale delle Antichità non curò di 
impedire siffatto vandalismo e non si affrettò a salvare a tempo 
un sì prezioso materiale archeologico. 

L'Orsi c'informa che nel 1889 e 1890 ebbe incarico dal sena- 
tore Piorelli di fare due campagne di scavi a Locri ed enumera 
gli importanti risultati ottenuti, e deplora che per mancanza di 
mezzi non furono continuati, lasciando per 12 anni in abbandono 
la località che fu frugata da privati speculatori, i quali disper- 
sero al Museo Britannico e all' Istituto Archeologico di Heidel- 
berg, bronzi, figurine fittili, rilievi preziosi ritrovati. Anche Rhe- 
gium aspetta una esplorazione della sua necropoli che tante cose 
ci rivelerebbe ! — Interessa dunque e vivamente lo studio delle 
condizioni dei Bruttii nel periodo preellenico, per cui necessita 
la esplorazione metodica degli strati archeologici della regione, 
che ci dia le tracce del commercio miceneo, tracce che non do- 
vrebbero mancare. — Perchè possa mettersi un argine a tanti 
trafugamenti e si inizi una serie di campagne di scavi , 1' Orsi 
propose al Congresso di far voti al Governo del Re « perchè nel- 
<c l' interesse degli studi di archeologia e di storia antica venga 
« al più presto istituito in Reggio Calabria nn Museo nazionale 
« autonomo, con una diversione degli scavi per gli antichi Bruttii, 
« comprendendovi le attuali Provincie di Reggio Calabria, Catan- 
« zaro e Cosenza ». 

Speriamo che la proposta tlell' illustre scenziato venga solle- 
citamente attuata ! 

Nella interessante relazione : « Qttali nono le regioni italiane, 
qnali rispettivamente gli atrati archeologici che contengono prodotti 
industriali micenei, » tratta dell'intìueuza egeo -micenea che fu per 
l'Italia primitiva un grande fattore d'incivilimento, ed esaminan- 
do molti dati archeologici perviene al seguente cospicuo risultato: 
« che i commerci micenei insegnarono ai Greci dei tempi storici 
* le vie ilei mare alle coste d'Italia e di Sicilia ed aprirono que- 
« 8ti pa«8i alla conquista politica e civile dell'Eliade ». 

Ksaininando le stazioni e le merci micenee segnalate da lui 
nelle regioni del njezzogiorno, desume « che in Italia soltanto in 
« quelle regioni e sopra due punti della costa aperti al mare el- 
« lenico : nel sud est della penisola a Taranto , e forse a Brin- 
« (Iìmì , nella Sicilia , nel tratto di costa che va dalla penisola 



rassectNa bibliografica 139 

« Xiphonia ad Ortigia » si esercitarono l'azione e il contatto di- 
retto degli Egeo - micenei. 

Quattordici anni di pazienti e fruttuose ricerche fatte dall'Orsi 
nella provincia di Siracusa ci hanno rivelato chi fossero e di 
quale civiltà fruissero i Siculi dell'isola, i quali, non è piìi dub- 
bio , « devono ai Premicenei ed ai Micenei la evoluzione della 
« loro cultura ; e questi additarono ai Greci la via che trasformò 
« in terra greca fulgente di arte e di civiltà, la perla del Medi- 
« terraneo ». 

La disamina che rapidamente abbiamo fatto del contenuto 
delle tre cospicue e dense memorie dell'Orsi, ci mostra quali ra- 
pidi progressi abbia fatto la paletnologia, surta in Italia da qua- 
si mezzo secolo, e quali frutti abbia dato nella Sicilia orientale, 
ove gli scavi fatti da tanto esperto scopritore con risultati for- 
tunati hanno risoluto imi)ortanti problemi etnici intorno al rico- 
iiosrimento e alle vicissitudini dei primi abitanti dell'Isola. Que- 
sta risoluzione definitiva torna ad onore dell' Orsi a cui spetta 
tutta la riconoscenza degli studiosi in generale e dei Siciliani in 
particolare , avendo egli illustrata la storia antichissima finora 
obliata della loro isola natia , dedicandovi tutto sé stesso non 
curando ne fatiche, ne disagi. 

Facciamo caldi voti che non gli manchino i mezzi per com- 
plementare le esplorazioni segnate nei suoi futuri programmi, 
il cui completo svolgimento è il desiderio vivo e generale nei 
dotti. 

Mattia di Martino 



Ferrigno G. B.~ La peste a Castelvetraìio negli anni 1624-1626. 
Trani, Vecchi, tipografo-editore, 1905. In 8. di pag. 61. 

Fra le pesti che in varii tempi sino alla metà del secolo XVIII 
afflissero la Sicilia, notevole è quella del 1624, che ebbe inizio in 
Palermo e Trapani per l'arrivo di una nave infetta proveniente 
da Tunisi, e si diffuse tosto in gran parte dell'isola. Il Viceré 
Emanuele Filiberto di Savoia ancor giovane morì allora di peste 



140 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



fra l'universale compianto. Rifulse quindi la pietà del successore 
Luogotenente Cardinale Doria, e non meno quella dei Palermitani, 
che nell'inflerire del male nov^ella patrona invocavano la santa nor- 
manna Rosalia. Poco dopo nel 1630 la peste invadeva la penisola, e 
Muratori dice quell'anno « dei più calamitosi e funesti dell'Italia ». 

L'egregio socio G. B. Ferrigno ha voluto esporre gli avveni- 
menti di Castelvetrano durante quella peste. Egli ha ricercato gli 
atti notarili ed i registri del Comune, e ne ha ricavato ampie e 
precise notizie su l'origine ed il propagarsi dell'epidemia e sui mol- 
teplici provvedimenti dati dal governo e dai Giurati per impe- 
dirla ed estinguerla. 

Sin dall'inizio furono emanati molti bandi per vietare l'ingresso 
di persone provenienti da luoghi infetti, e l'uscita degli abitanti 
dal Comune, e per dar norma alla esatta custodia. Alquanti Paler- 
mitani pel timore della peste si rifuggirono in Castelvetrano, ma 
(come dice l'A.) « venivano trattenuti ed obbligati a far la qua- 
rantena in appositi locali » (p. 14). Altri ordini erano dati per 
la chiusura delle case degli appestati, pel lazzaretto nel quale essi 
venivano ricoverati ed assistiti, ed alcuni luoghi destinavansi 
altresì pei carcerati e per le forche (p. 18). 

Crescendo l'epidemia, gli abitanti si rivolsero al Cielo, e poiché 
in Palermo si erau ritrovati i resti mortali di S. Rosalia, si in- 
vocava il suo aiuto anche in Castelvetrano nel gennaio del 1625. 
Da Palermo fu portata una reliquia della Santa, e fu ricevuta nel 
Comune con le solite processioni, che accrescevano il contagio. In 
agosto l'epidemia cessava, e ne seguirono feste e ringraziamenti 
solenni. Sul finire dell'anno però nuovi casi di peste sopravvennero, 
e fu necessario rinnovare gli ordini pel lazzaretto e sostenere altre 
e maggiori spese. Curiosa è la notizia che i corpi di due contrav- 
ventori ai regolamenti sanitarii, e i)oi morti con la peste, furono 
posti alle forche, i)er servire di esempio agli abitanti (p. 3.")). 

Finalmente con lettere del Luogotenente Doria nel marzo 1626 
era <lata al Comune libera pratica, non desistendosi ancora dalle 
opportune precauzioni. Ascese a 700 il numero dei morti di peste 
in ('astelvetrano, v nondiiiK^no i testaiiuMiti ed i i'outratti rogati 
preHHO i not^iri furono in grande (quantità anche durante l'epidemia. 
Dei^ni di nota 8ono due mandati dei Giurati del 16.'U), pubblicati 
dall' A. (pag. 40), per la ricenni di alcuni sospetti untori apparsi 
nella (;hieNa «li S. (ìiidiano <li Marsala. Tale pregiu<lizio, reso as- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 141 

sai noto per la Hitoria della Colonna infame di Manzoni, era esteso 
in quell'epoca. 

L'A. riferisco iu Ano il testo di otto documenti, e conviene 
specialmente ricordare i primi due. Il primo è la Cronaca in vol- 
gare del notaro di Castel vetrano Vincenzo Grratteo , il quale fu 
sollecito di conservare nell'inizio di un suo registro la memoria 
di quella peste, come notari e parroci spesso solevan fare per 
notevoli avvenimenti del loro tempo. 11 Graffeo scrive a lungo e 
divotamente di S. Rosalia, ed aggiunge che a stento si trovò il 
processo della sua vita nell'archivio vescovile di (xirgenti. L'altro 
documento è un ordine in lingua spagnuola del Viceré Emanuele 
Filiberto del 25 giugno 1024, diretto ai Comuni del regno, e con- 
cernente le opportune ed urgenti norme sanitarie contro il male, 
« que dentro de breve tiempo se espera en Dios se remediara ». 

L'esjiosizione chiara e ordinata, e la testimonianza di docu- 
menti accuratamente ricercati e dati in luce, rendono pregevole 
il breve lavoro del Ferrigno sui lugubri casi della sua patria. 

Giuseppe La Manti a 



Memorie (iella Riroluzioìie Sicilia nadeìV a uno MVCCCXL Vili 
jmbhUcate nel oinquantesimo anniversario del XII gennaio 
di eaHo anno. Palermo, Tipografia Cooperativa fra gli Ope- 
rai : MDCCCXCVIII. Due voli, in 8. gr. di complessive 
pp. I(i88 (ogni memoria ha numerazione a jiarte). 

Deliberata e pubblicata dal Municipio di Palermo al 1898, 
quest'opera viene fuori solamente ora, al 1905, i)er una serie di 
contrattempi che non è qui luogo a i-icordare. 

E diciamo subito eh 'è opera che onora il Municipio che l'ha 
voluta e gli Scrittori (^he l'han recata a line. Al giudizio pas- 
sionato dei primi illustratori della memoranda livoluzione , che 
furono attori della stessa , comincia a subentrare (piello sereno 
dei recenti illustratori che, ])ur essendo stati spettatori e in i)arte 
anche attori , vivono oggi in un ambiente diverso e sono inca- 



142 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

natiti e guardano ormai da lontano quei fatti jn'odigiosi. E si 
aggiunga, che i documenti, \nìi o meno segreti cinquaiit'auni fa, 
oggi sono venuti in luce e in dominio di tutti. 

E di documenti e sui documenti è principalmente fatta l'opera; 
e per essi tante e tante verità vengono fuori nette e sicure , 
mentre altre si travedono ed altre si indovinano attraverso le 
notizie minute, gli aneddoti. Lo storico futuro di quella nostra 
Rivoluzione ha ormai in massima parte la materia con (;he ordire 
il lavoro complessivo e completo e con la desiderabile esattezza 
ed imparzialità. 

Ai lettori deìV Archivio storico siciliano io dovrei ora riassu- 
mere il prezioso materiale che si accoglie nei due volumi ; ma 
mi occorrerebbero le quarantacinque pagine che, col modesto ti- 
tolo di Introduzione, ha magistralmente scritte il nostro Barone 
Raft'aele Starrabba preludiando all' opera. Pertanto , io non ne 
dico niente altro ; e basterà qui di indicare gli argomenti svolti 
e gli autori delle Memorie, perchè si vegga quanto l'opera contie- 
ne ed il merito che da' singoli Scrittori le viene. Questo solo 
aggiungo, che il materiale de' fatti e de' documenti è in più co- 
pia che da' nudi titoli non appare, e che ogni Autore si è sfor- 
zjito di essere obbiettivo e spassionato al possibile , perchè la 
verità venisse intera agli occhi di tutti e la storia potesse sicura 
accoglierla nel suo tranquillo reame. 

Le Memorie contenute nei due volumi sono queste : 

Alfonso Sansone : Prodromi della Eivolnzione del 184H. 
Giuseppe Lodi : La poesia politica clandestina prima del 12 gen- 
naio 1848, 
iD. Oli arrestati politici in Palermo la notte dal 9 

al 10 f/ennajo 184H. 
Id. Giuseppe Im Masa e il suo arrivo a Palermo la 

sera delV8 gennajo 1848. 
ri). TI 12 gennajo 1848. 

Giovanni Lucifora : liicordi della Rivoluzione siciliana del 1848. 
Guglielmo Dikinson (inglese residente da 'M) anni a Palermo) : 
Diario della Rivoluzione siciliana dalla notte 
del .y al 10 gennajo 1848 sino <tl 2 giugno 
1849. (Trascrizione e tradu/ioiu' del D.r 
Giu8epi)e Napoleone Zizzo). 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 143 

Giuseppe Abenaprimo: Tai Rivoluzione del 1848 in Messina. 
Proclami, Ordinanze e Bollettini ufficiali rac- 
colti ed annotati. 

liosABio Salvo : La spedizione dei Crociati Siciliani in Lombar- 
dia al 1848. 

Francesco Guardìone : La spedizione in Lombardia. 
Id. La spedizione Calabro- sicula. 

Salvatore Salomone-Marino : L' Esercito Sicili<ino. 

Francesco Guardìone : Le ultime trattative diplomatÌ4;he prece- 
dute alla Restaurazione. 

Pietro Lanza di Scordia : Dei mancati accomodamenti fra la 
Sicilia e Ferdinando II. Memorie inedite sulla 
Rivoluzione del 1848-49, riordinate e pubbli- 
cate da Giuseppe Pipitone-Federico. 

Giuseppe Lodi : Giornali di Palermo pubblicati nel 1848-49 

Salvatore Salomone-Marino : La Rivoluzione siciliana del 
1 848-49 nei Vanti popolari. 

Inno ^'azionale pel 12 (ìennajo 1848, parole di Giuseppe Cocuzza, 
mu^sica del maestro Vittorino Puglia. 

«Spara lu Forti all'Andria». Canzone popolare messinese del 1848, 
sulla musica dell' aria « La palumniedda 
bianca ». 

Ugo Antonio Amico e Francesco Crispi : Iscrizioni comme- 
morative della Rifoluzione del 1848. 

David Levi : La Rivoluzioìie di Palermo nel 12 Oennajo 1848. 
(Inno). 



8. S. -M. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



G. Romano - Catania, h'osaliììo Pilo e 
la Eirolicionc siciliana del i848- 
49. (Su documenti inediti). Roma, 
Nnora Antologia: 1904. lu 8", 
pp. 31. 

Il Prof. Pa»>lucci liii tratUito aiu- 
piamente e degiiainente iu (jucsU) 
Archivio Storico delle imprese, d.al 
1857 al 1860, e della morte gloriosa 
di Rosali uo Pilo ; il Dott. G. Roma- 
no - CatAuia illustra ora, con uguale 
diligenza e valore , quella part^ di 
vita del precursore «lei Mille che è 
meno notii , nui non men gloriosa, 
<! nella cioè che si riferisce alla i>art<i 
da lui presji nella rivoluzione sici- 
liana del 1848-4». Toccato di volo 
de' nobili antenati del Pilo, de' suoi 
Mtu(\ì in Roma presso i Teatini, del 
ritorno a Palermo e «h-lla parte at- 
tiva lial Pilo presa tra le societii se- 
Rret« e co' patriotti siciliani per 
preparar la rÌK«'<»ssa contro il Ferdi- 
imndoH()rbone, PA.si ferma più lun- 
ganieut45 (sempre ru Ih scorta d'una 
importante lettera inedita del Pilo 
MtcHMi) ai giorni <'lie prrceHHcro il 
memonuido 12 gentiiijo 'is e ìillr 



vicende di questo e dei giorni se- 
guenti ; e qui si estende a racco - 
glìere tutto quanto gli è dato di tro- 
vare, che non è poco, su Fattività, 
1' eroismo , 1' immenso e disinteres- 
sato amor di patria e di libertà che 
costantemente rifulsero nel Pilo in 
quel fortunoso periodo storico. Si 
intende , che a narrar tutto ciò si 
avvale 1' egregio Autore di altre 
molte testimonianze di autori e di 
documenti inediti, per seguire l'in- 
temerato e ardito Rosalino lino alla 
partenza per 1' esilio. 

È un lavoretto, (piesto, di singo- 
lare importanza per la patria storia. 

S. S. -M. 



(laetano Filiti S. L 11 Ihnima della 
Conce sione Immacolata, di Afa ria 
e la (.'(nni)aiiiiia di Oesìi in Sicilia. 
Memorie nUnielie raccolte nel /iOo 
della dcfinisione diKimaliva /8ì'ì4- 
1904. Palermo . Stab. ti/XHfra/ieo 
dior. Pondi e ('. I9i)4. In IC", 
pp. 11'.. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



145 



Prevosto D. Salvatore Petronio Rnsso, 
Parroco e Vicario Foraneo di A- 
ilernò , Dottore in Teol. e Dritto 
can. Socio di varie Accademie na- 
sionali ed estere. L'Immacolata e 
la Sicilia nelle sue piìi antiche per- 
damene. Messina, Libreria editrice 
Ant. Trimarchi : 1904. In 16% 
pp. XII, 66, CXXXIX , con due 
Tav. litografiche. 

Orazione Panegirica per la dogma- 
tica definizione delV Immacolato 
Concepimento di Maria nel primo 
istante pronunciata in S. Domenico 
Maggiore di Napoli del (sic) dì 20 
gennaio 1855 dal P. Luigi di Mag- 
gio delVOrdine de' Predicatori.! già 
Professore di eloquenza nel Liceo 
Arcivescoi'ile di Palermo e Socio 
di varie Accademie. Palermo, Scuo- 
la tip. «Boccone del Povero y>: 1904. 
In 8°, pp. 43. 

Can. P. Pulci. Caltanissetta e la Ver- 
gine. Monografia sili culto di Ma- 
ria Santissima. Caltanissetta, Tip. 
dell'Omnibus F.lli Arnone : 1904. 
In 16% pp. II, 186. 

Storia della Chiesa e Convento di 
S. Francesco d'Assisi in Palerm4> 
dal 1224 ad oggi , compikita da 
Giuseppe Naselli. Palermo, Tipogra- 
fia Settimana Couime r citile : 1904. 
In 8. picc, pp. 76. 

A queste cinque pubblicazioni ha 
dato occasione la ricorrenza del cin- 
quantesimo anniversario , solenne- 
mente celebrato dal mondo cattoli- 
co , del Dogma della Immacolata 
Concezione di Maria. 

Il P. Gaetano Filiti con molta 
cura raccoglie le memorie del culto 
antico ed universale della Immaco- 



lata in Sicilia e la parte che nel 
perpetuarlo vi ebber poi i PP. Ge- 
suiti ; e si occupa succintamente 
delle Congregazioni siciliane dell'Im- 
macolata, del voto fino allo spargi- 
mento del sangue per la difesji di 
Essa (e conseguentemente della fa- 
mosa polemica destata in pi'oposito 
da L. A. Muratori) , degli scrittori 
sulla Immacolata in Sicilia e delle 
opere d' arte , e in fine delle festo 
solennissime celebrate al 1854. 

Il P. Salv. Petronio Russo, che ha 
scritto la Vita di S. Nicolò Politi, 
suo concittadino e Patrono della sua 
Adernò (1117-1167), pubblica inter- 
pretati dal Papas Filippo Matranga, 
i frammenti di pergamena che riman- 
gono tuttavia dei fogli staccati da 
un libro che teneva il Santo: in es- 
si , che si giudicano appartenere 
ai secoli IX, X e XI , la Madre di 
Dio è salutata col titolo di Imma- 
colatissimM. 

La Orazione Panegirica del nostro 
sempre compianto P. Luigi Di Mag- 
gio è stata opportunamente ristam- 
pata : essa è un Sìiggio di quella 
eloquenza sacra^ sorretta da solida 
dottrina , che levò sì alto in tutta 
Italia il tiome del valentissimo no- 
stro Domenicano. 

Nella monografia del Pulci sono 
con minuzia raccolte le notizie delle 
Chiese dedicate ab antico a Maria in 
Caltanissetta urbane e suburbane), 
descritte le festivitii , illustrata la 
Iconografia Mariana caltanissettese 
e segnata anche la Bibliografia. Mol- 
te importanti e rare notizie sono 
sparse nel libretto, utili alla storia 
locale e generale dell'Isola. 

Similmente ricco di notizie e cu- 



Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXX. 



10 



146 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



rioso riesce il libretto del Naselli, 
ma compilato in fretta , a quel che 
pare. L' insigne monumento , eh' è 
la Chiesa e Convento di S. France- 
sco d 'Assisi in Palermo, aspetta an- 
cora il suo storico. 

S. S. -M. 



G. La Corte - Cailler. Spigolature sto- 
riche messinesi. Puntata I. Messina, 
Tipografia D'Amico; 1904. In 8«, 
pp. 58. 

Venute fuori , un po' alla volta , 
nell' «Archivio Storico Messinese», 
queste Spigolature recano una serie 
di notiziole locali più o meno im- 
portanti , le quali fanno meglio co- 
noscere uomini illustri e monumenti 
e avvenimenti paesani, o rettificano 
errori, e danno contezza di scoper- 
te, di cimeli! antichi ecc. ecc. Spe- 
cialmente copiose sono le note che 
si riferiscono ad artisti , dei quali 
l'egregio sig. La Corte-Cailler si oc- 
cupa con predilezione e competenza. 
In generale , le Spigolature recano 
non poco utile alla storia civile e 
letteraria ed artistica di Messina. 

S. S. -M. 



Il fine giusto e santo che il bravo 
sig. Patiri si propone in questo no- 
bile scritto è quello di scuotere (se 
è possibile) la inerzia colposa del 
Governo che lascia al tutto in ab- 
bandono e fa perder del tutto i re- 
sti insigni del Tempio d'Imera « ch'è 
gloria nazionale dell'arte e della ci- 
viltà insieme ». Il Patiri , tracciata 
la storia del monumento e della 
scoperta de' suoi resti famosi e della 
ulteriore continuata dimenticanza, 
segna e dimostra quali residui ne 
restino e dove, e come sia urgente 
che si faccino scAvi per essi e si sal- 
vino dalla \ilteriore dispersione e ro- 
vina. 

Ma la generosa voce del Patiri 
andrà al vento, come al solito, per- 
chè è sistema inveterato e costante 
del Governo di negligere al tutto la 
Sicilia anche quando siedono in esso 
i Siciliani. 

S. S. - M. 



Francesco (ìlaardione. Documenti sul 

secondo assedio di Catania e, sul 
riordinamento del Regno di Sicilia 
(1.394-1396). Catania, R. Tipo- 
grafia Cav. N. Giannotta : 1904. 
In 8. pp. 24. 



— Sono verameute un saggio (Nuui. 

XXVI) dei uiolti documenti che in 

fiinHeppe Patiri. Il Tempio d'Imera; proposito si trovano nell'Archivio 

sua tniginc, sua importanza nella, di Stato di Palermo e che , ai corii- 

8lorÌ4t, uelTArte, nrir Archeologia. pU^Ui illustrazione di (jucl fortunoso 

Termini Imerese, 'ìHpa(irafi4i P,'a- periodo dei Martini , meriterebbero 

t«lU Amore. ; 190r,. fn S», pp. 23, di venir messi in luce. Anche da 

con una tavola fotografica. questi , che il Guardioue ora dà, 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



147 



sorgono notizie importanti su Arta- ha diritto, accanto a Tommaso Na- 



ie Alagona e diversi suoi aderenti, 
su Guglielmo Raimondo Moncada, 
Guglielmo Peralta ecc., e si correg- 
gono alcune dat« e circostanze. 

S. S. - M. 



tale, di cui lo stesso Prof. Guardio- 
ne si occupò già ripubblicandone il 
libro : Della efficacia e necessità delle 
pene. 

Dell'uomo politico e del suo mar- 
tirio , promette il Guardione di oc- 
cuparsi in lavoro a parte. 



Scritti di Frane. Paolo Di Blasi giu- 
reconsulto del secola XVI IT prece- 
duti da uno studio critico di Fran- 
cesco Onardione. Palermo, Alberto 
Beber : 1905. In 16. pp. C, 15H. 

Questo volume raccoglie i seguen- 
ti scritti : 1, Sopra V egualità e la 
disuguaglianza degli nomini in ri- 
guardo alla loro felicità ; — 2, Sulla 
legislazione della Sicilia ; — 3, Sulle 
Prammatiche del Pegno di Sicilia 
(Parte I e II) ; — 4, Notizie su' Re 
di Sicilia (che appartengono però a 
G. E. Di Blasi) ; — 5, Lettera dedi- 
catoria alla Signora Vittoria Gue- 
vara in Aquino ; - 6, Sonetti. Altro 
non fu dato di trovare dell'insigne 
uomo , eh' ebbe tanta scienza e pa- 
triottismo e elle miseramente fluì 
sul patibolo a 20 uiaggio 1795. 

Il Prof. Guardione ripubblicando 
con intelletto d'amore questi Scritti 
vi premette un suo studio accurato 
nel quale esamina le Corone di Si- 
cilia nel sec. XVIII, gli ordinamenti 
pubblici dell'isola e la introduzione 
delh^ nuove dottrine e le riforme 
civili, per fermarsi poi con qualche 
ampiezza .alle opere del Di Blasi, 
al suo ingegno , ai jjuoì studj , per 
assegnargli quel giusto posto a cui 



S. S.-M. 



Dott. Ferdinando Carlesi. Origini della 
Città e del Comune di Prato. Pra- 
to, Ditta Editrice Alberghetti, 1904. 
In 8", pp. XII, 197, con due Carte. 

Studiando ed interpretando con 
sagjice critica i sicuri «locnmenti, 
l'A. mette da banda le favole e con- 
getture su le possibili o pretese ori- 
gini e vicende antichissime di Prato, 
ed illustra l'inizio del periodo di vi- 
talità economica e politica del Co- 
muue , periodo che dal 1000 va al 
1350, anno in cui Prato entrò a far 
parte del dominio di Firenze e se- 
guì perciò da allora in poi le sorti 
di questo. 

Il Dott. Carlesi nel suo lavoro di- 
mostra , che al principio del mille 
comparisce il Borgo al Cornio, svi- 
luppantesi attorno ad una fattoria 
con elementi di popolazione lombar- 
da; e che circa alla metà del secolo 
stesso si ingrandisce , unendosi ìwl 
altro Borgo, che lì presso s'era ve- 
nuto formando attorno ad un Ca- 
stello col nome di Prato , (dal sito 
ove sorse) , nome che trionfa e ri- 
mane al Comune. Questo , sin dal 
principio è sotto la giurisdizione 



148 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



spirituale di Pistoia: ma nel tempo 
stesso è affetto da servitìi feudale 
vei-so i Conti Alberti, la nota poten- 
tissima famiglia che tanta parte ebbe 
negli avvenimenti della storia fio- 
rentina. Agli Alberti , tra il 1160 e 
il 1170, l'autorità imperiale (a cui 
essi doveano Prato in feudo) sosti- 
tuisce i magistrati germanici detti 
Nuntii Imperatoris; al 1193 poi com- 
parisce il Podestà di Prato. Intanto 
la forza del popolo pratese si afferma 
nelle lott« coi vicini (in ispecie con 
Pistoja) per interessi collettivi ap- 
parentemente religiosi ma sostan- 
zialmente economici ; e attraverso 
guerre condotte in proprio e paci 



in proprio trattate, riesce a svinco- 
larsi da ogni dominio e tutela e 
così sorge libero il Comune di Prato. 

Due Carte, con dilingenza dichia- 
rate, illustrano il Comune pratense 
avanti la fine del secolo XII, ed il 
Castello verso la fine del secolo 
stesso. 

Ci auguriamo ora che, proseguen- 
do nel ben cominciato lavoro, voglia 
1' egregio Dott. Carlesi narrare le 
vicende del libero Comune nei se- 
coli XII e XIII , che hanno tanto 
interesse nella storia medioevale ita- 
liana. 

S. S. - M. 



ALTRI LIBRI PERVENUTI IN DONO ^^^ 



Di alcune nuove Zecche Itajiane. 
Comunicazione del Dott. Solone 
Ambrosoli. Roma, Tipografia della 
R. Accademia dei Lincei, proprie- 
tà del Cav. V. Salviucci : 1904. 
In 8, pp. 5, con zhwoHpie intere. 

Gastavo Chiesa. Regesto dell'Archivio 
Comunale della città di Rovereto. 
Fascicolo Primo (1280-1450). (XLI 
Pubblit^ixione fatta per cura del 
Museo Civico di Rovereto). Rove- 
reto, Tipografìa Roveretana : 1904. 
In 8. pp. 75. 



V. Congresso Nazionale Giuridico- 
Forense : Palermo, 1903. Atti del 
Congresso. Palermo , Tipografia 
F. Barravecchia e F. 1904. In 8. 
pp. XVI, 257. 

V. Congresso Nazionale Giuridico- 
Forense : Palermo, 1903. Relazioni 
sui Temi. — I. Diritto civile. — 
II. Diritto commerciale. — III. Di- 
ritto penale. — IV. Diritto pub- 
blico. — V. Diritto romano. — 
VI. Intieressi Forensi. Seconda edi- 
zione. Palermo, Tipografia F. Bar- 



(1) DI quelli, ohe tniigf^iormnnto interoRsano In «tori» nostra , haiìV detto pro»- 
NiiiiAinente. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



149 



ravecchia e F. 1904. In 8, pp. Vili, 
583. 

Carlo Alfonso Nallino. Intorno al Kitab 
al - Bayan del Giurista Ibn Rushd. 
(Extracto del Homenaje a D. Fran- 
cisco Coderà en su jubilación del 
Professo rado). In 8, pp. 11. 

Vincenzo Strazznlla. 1 Persiani di E- 
scliilo ed il Nemo di Timoteo vol- 
garizzati in prosa con introduzio- 



ne storica. Messina, Libreria Mau- 
rolico G. Pricipato : 1904. In 16, 
pp. LXX, 50. 

e Travati , Segretario della 
CoininisKione Araldica Siciliana. 
Indici alfabetici dei Predicati No- 
biliari e delle Famiglie con titolo 
sul cognome , della Regione Sici- 
liana. Roma, coi Tipi di Giuseppe 
Civelli : 1903. In 8, pp. 31. 



CRONACA 



Inaugurazioni e Monumenti. 

^*^ Il 12 gennajo, ricorrenza della rivoluzione del 1848, è stato solen- 
nemente inaugurato, con intervento di tutte le Autorità e rappresentan- 
za del Re nostro e dell' Imperatore di Germania, la statua in bronzo a 
Francesco Crispi in fondo alla Via della Libertà , opera egregia dello 
scultore illustre Rutelli. Il monumento sepolcrale, opera pur lodata del 
valente Nicolini , è stato nel dì stesso inaugurato in San Domenico , il 
Panteon degli illustri siciliani. Le l<»di del Crispi disse in un magnifico 
discorso da par suo il Senatore Giorgio Arcoleo. Questo discorso è venuto 
ora a 8tami)a e ce ne occuperemo. 

^% Nella occasione che il Club Alpino Siciliano inaugurava con gran 
concorso la nuova strada mulattiera per accedere allo storico Castellaccio 
di S. Benedetto sul Monte Caputo ( Castello che il benemerito Club ora 
possiede e restaura) , il nostro Prof. A. Salinas , che è Presidente degli 
Alpinisti siciliani, pronunziava un applaudito discorso che ci auguriamo 
di veder presto a stampa. La cerimonia ebbe luogo domenica 21 maggio; 
e per essa fu messo fuori un numero unico, illustrato da belle fototipie, 
col titolo : Il Castellaccio di Manreale, compilato principalmente dal D.r 
Cav. Fausto Orestano. 

„% Per la detta occasione della inaugurazione dei due monumenti a 
Crispi vennero fuori le seguenti speciali pubblicazioni : 

1. Bivista di Roma. Fascicolo straordinario dedicato a Francesco Crispi, 
12 (jennaio 1905. In 8. gr., pp. 40. Messo fuori dell'Avv. T. Palamenghi- 
Ciiapi , questo importante fascicolo contiene scritti di Sidney Sounino, 



150 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 

Francesco Durante, Paolo Mantegazza, Paolo Boselli, Camillo Finocchiaro 
Aprile, Andrea Torre; alcune pagine inedite del Diario dei Mille di Crispi, 
e poi molte lettere e telegrammi e dediche di Sovrani, Principi, Ministri 
e delle più spiccate individualità nella politica, nella scienza, nella let- 
teratura, ecc. Contiene inoltre 12 ritratti del Crispi in varie epoche della 
sua vita, e fae-simili di autografi di Crispi stesso e di altri illustri. 

2. Francesco Crispi nella vita e nella storia. Numero unico. Palermo 
12 gennaio 1905. Compilatore Avv. Edoardo Alfano. Società Editrice 
S. MarrattJa Abate e C. In fol. con 5 fototipie nel testo. 

3. Crispi. Album di pensieri e di omaggi scritti da Senatori e Deputati. 
Pubblicati dalVAvv. Edoardo Alfano. Palerino XII Gennajo MCMV. In 8., 
pp. XLVIII, con molti scritti aiitografiiti a fototipie. 

4. Per Francesco Crispi. Palermo , 12 Gennaio 1905. Nuniero nnico. 
(Tijwgr. Giliberti. In fol.) Pubblicato dal cosidetto « Circolo giovanile 
socialistìi », e non messo in commercio perchè sequestrato dall'Autorità 
Giudiziaria : contiene la nota Lettera che F. Cavallotti scrisse al 1895. 

E in fine , per ricordo , fu messa in vendita una cartolina illustrata 
con la statua del Rutelli. 

Pubblicazioni recenti. 

^% È uscito il primo numero del Bullettino del Santuario della Ma- 
donna del Eomitello presso Borgetto , Sicilia , (Palermo , Tipografia F.lli 
Vena, 1905, pp. 32 in 16), nel quale , dopo una prefazione - programma 
del Direttore Sac. Baldassare Safina, ch'è il Rettore del Santuario, sono 
dati i primi quattro capitoli delle memorie storiche di esso Santuario, 
raccolte dal nostro socio Dr. Salvatore Salomone - Marino. Seguono gli 
Atti della Commissione Amministrativa del Santuario , la Cronaca , le 
Notizie ed Avvisi, le Oblazioni. 

,*, In Assisi (Tipografia Metastasio , 1905) , è venuta fuori la Storia 
del Monastero di San Martino presso Palermo scritta sui documenti dal 
nostro palermitano Don Gregorio Frangipani cassinese. 

^% L'egregio Can. Fortunato Mondello , Bibliotecario della Fardel- 
liana di Trapani , ha dato un Resovonlo bibliografico ed artistico seguito 
da una Nota con doppia pagina intima e sparsa (Trapani, Libreria Edi- 
trice Rizzi Grittini, 1904, in 8, con 10 illustrazioni ad eliotipia). Illustra 
cinque codici membranacei del secolo XVI , libri di coro contenenti il 
canto gregoriano ; poi fa alcuni api)unti critici a proposito di artisti si- 
ciliani, e si occupa ilei trapanese Giovanni Matera artista celebre di j)a- 
Htori dei Presepe, dei suoi fratelli Francesco e Rosario pittori , e di altri 
artivU. 

^% Nel volume di Scrini economici e Icllcrarii di Michele Haslb^ (Pa- 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 151 

lermo e Messina, A. Reber e A. Trimarchi, 1905, in 16.) il dotto e va- 
lente economista e letterato messinese, sono raccolti una serie di interes- 
santi lavori su l'agricoltura, l'economia, la storia, il commercio, la giu- 
stizia , la pubblica economia , 1' arte , ecc. di Sicilia ; lavori già editi in 
Riviste e in Opuscoli, ma ora qui ripresentati con giunte e correzioni. 

^% Il Sig. Fr. P. Vaccaro - Lamberti ha pubblicata una Cronaca in 
ottava rima {1833 - 1844), con intermezzi polimetri, dedicata al He martire 
Umberto il buono (Palermo, Tip. Cooperativa fra gli Operai, 1904, in 8, 
pp. 84), nella quale verseggia le vicende politiche e gli eroismi ed i mar- 
tirj di quelli che dedicarono la mente e il braccio all' unità e indipen- 
denza della patria italiana. 

^.% Scicli, di T. De Caro e S. Raccuglia (Acireale, Tipografia Umber- 
to I, 1905; in 16. picc, pp. 31), è il 18 volumetto della collezionciua : 
« Storia delle città di Sicilia diretta dal Prof. Salvatore Raccuglia. » 

Annunzj necrologici. 

^% È morto al 1. di questo mese di Giugno in Bolsena il dotto nostro 
consocio l'Ab. Giuseppe Cozza - Luzi Bibliotecario della Vaticana. I clas- 
sici studj storici e paleografici perdono in lui uu valente illustratore. 

Altra perditii dolorosa è quella del Generale Carlo Corsi , altro socio 
nostro , che alla Sicilia consacrò un volume importante del quale a suo 
tempo discorse egregiamente in questo Archirio il Barone R, Starrabba. 
È morto il 30 dello scorso Maggio a Genova. 



8. S.-M. 



SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 

(Atti di Accademie , Società Scientifiebe , di Storia Patria , etc. etc. 
inviate alla « Società Siciliana per la Storia Patria) ». 



A) Italiane. 

Archivio Storico Lombardo. Giornale della Società storica lom- 
barda — Milauo — Serie quarta — Anno XXXI, 1904. 

Memorie : Una narrazione bobbiese sulla presa di Damiata nel 1219, 
Carlo Cipolla — I Contadi rurali del milanese (sec. IX - XII) , Ezio Ri- 
bolili — La viabilità nel Lodigiano nell'antichità e nel medio - evo, Gio- 
vanni Agnelli — La festa del Paradiso di Leonardo da Vinci e Bernardo 
Bellincione (13 gennaio 1490), Edmondo Solmi — La deputazionii dei col- 
legi elettorali del regno d'Italia a Parigi nel 1814, Ettore Ver<jn. 

Varietà : Indizio di un placido lombardo o veneto all'84r) circa, nella 
lista episcopale di Padova, Fedele Savio — Di una visitji di Federico Bar- 
barossa a Como (1178 - 1186), Girolamo Biscavo — Industrie millenarie ita- 
liane, Angelo Mazzi — \]u dono dei Vige vanesi a Francesco Sforza, Ales- 
sandro Cohymbo — Ricerche int4)rno alla vita di Giovanni Torti, Egidio 
Jìellorini — Quisquiglie di toponomastica lombarda, Carlo Salvioni. 

Bibliogratia — Appunti e Notizie (1) — Atti della Società Storica Lom- 
barda — Elenco dei socii (235) — Opere pervenuti in d«nio alla Biblioteca 
sociale. 



(1) Trii 1« notizie, ve ne lui due, dato dal So^rotiirio doUu Si>cioti\ Storica Lom- 
barda, lii|{. Kinilio Motta, relativo al Curteffgio di Friinr.t$eo D'Ai/iiirre. L'ofiro^io 
Dumo, do|Mi di uvcro moiitovato la puhltliuazioiio , fatta a oura o HpoHo del Miiiiì- 
oiplu di Salomi doll'Opora di FruiicoHOO D' Axiiirru intitolata: Della foudazione e 
rittabllimtnto deyli ttudi gtntrali in Torii%o anno 1715; dopo di aver ricordato la 



SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 153 



Atti della Società Ligure di Storia Patria — Genova. 

Volume XXVIII. Le relazioni fra Genova , l' Impero Bizantino ed i 
Turchi (con 31 documenti e un'Appendice) Camillo Manfroni—YoX. XXIX. 
Dei Giornali di Gio. Vincenzo Imperiale, con prefazione e note di Anton 
Giulio Barrili — Volume XXX. Genoati e Viturii (con un'Appendice con- 
tenente la Carta Topografica dei Genoati e Viturii) Gaetano Fo</gi — Vo- 
lume XXXI. Codice diplomatico delle relazioni fra la Liguria, la Toscana 
e la Lunigiana ai tempi di Dante (1265-1321), Arturo Ferretto — Volu- 
me XXXIl. Genova e Tunisi (con 58 documenti), Emilio Marengo — Vo- 
lume XXXIII. Il Colle S. Andrea in Genova e le regioni circostanti, 
Francesco Podestà. 



Memoria su questo argomento da me letta alla Società nontra e pubblicata in questo 
Archivio, così scrive. «Due notizie importanti i>er la biografia di F. D' Aguirre 
olirò la Trivulziana. 11 codice Trivulziano u. 196 contiene il carteggio autografo del 
D'Aguirre coi principali letterati d'Italia, quali L. A. Muratori, C. Galiaui, P. Me- 
tastasio, Scipione Maft'ei, Bernardo Lama, Costantino Grimaldi, Pietro Giannone ed 
altri, dirottogli nicntr'cra a Torino ed a Milano ancora. Ci maraviglia assai come 
il Porro, registrando quel codice nel suo Catalogo dei mas. della Trivulziana, cosi 
gravemente mancasse verso gli studiosi nel non indicare a chi quelle lettere fos- 
sero indirizzate né le additasse come autografe e a prim'occhio di un valore indi- 
scutibile (cfr. p. 210). Trattasi infatti di un corpus im]>ortantÌ8simo per la storia 
italiana del settecento, e la comunicazione nostra speriamo abbia ad invogliare la 
Società storica siciliana ad oocupai'seue. 

La seconda notizia è piuttosto l)ibliograflca. L'Abate don Carlo Trivulzio, il fon- 
datore si può diro del Museo Trivulzio (1789), che ogni suo libro abbondantemente 
annotava, conservava ogni catalogo di libreria che ai siu)i tempi si stampasse. È 
così che con quelli, ignorati fin qui dell'Argelati (1756), del giureconsulto Giov. Ma- 
ria Aliprandi (1733) e dell'abate Gianmatteo Portusati (1838), trasmise ai suoi di- 
scendenti anche il Catalogo dei libri del fu gigìior Questore Agtiirre , vendibili nel 
1753, appresso il negozio di Antonio Agnelli. La sui)pellettilo libraria è abbondante, 
elencata in ordine alfabetico di autori, in 57 pp. stampate in 8. piccolo. Manoscritti 
però non vi figurano. 

Ed anche questa iu)tizia non sarìl inutile per la storia delle biblioteche scom- 
parse in Milano ». 

Ringrazio l'egregio Segi-etario della Società Storica Lombarda del ricordo fatto 
del mio lavoro su Francesco D'Aguirre, e della Comunicazione fattaci sul Carteggio 
di questo illustre Siciliano, che spero poter studiare ed illustrare. 



154 SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 



Rivista storica italiana, Torino — Anno XX, 3. serie, Gen- 
naio — Dicembre 1903. 

Bccemioni e noie bibliograjìche : Storia generale; Età preromana e ro- 
mana: Alto medio evo; Basso medio evo; Tempi moderni; Periodo della 
rivoluzione francese; Periodo del risorgimento italiano. Vi sono presi ad 
esame i seguenti lavori storici relativi alla Sicilia. 

Giuseppe Salrioli , Le decime di Sicilia e specialmente quelle di Gir- 
genti. Ricerche storico - giuridiche. Palermo, Alberto Reber, 1901 — Eaf- 
faele Starrabba, Consuetudini e privilegi della città di Messina sulla fede 
di un codice del XV secolo posseduto dalla Biblioteca Comunale di Pa- 
lermo. Palermo, Scuola tip. del Boccone del Povero, 1901 — Ettore Pulejo, 
Un umanista siciliano della prima metà del sec. XVI (Claudio Mario A- 
rezio), Acireale, tip. dell'Etna, 1901^— Alfonso Sansone. Gli avvenimenti 
del 1799 nelle Due Sicilie, Palermo, 1901. 

Spoglio di Riviste nazionali e forestiere : Si fa menzione di parecchi 
lavori pubblicati in questo Archivio nelle annate XXVI e XXVII. 

Elenco di recenti pubblicazioni di storia italiana — Notizie. 

Rivista Storica Italiana , Torino , Anno XXI , 3. serie , Gen- 
naio — Dicembre 1904. 

Recensioni e Note bibliografiche : Storia generale; Età preromana e ro- 
mana; Alto jpedio evo (sec. V - XI); Basso medio evo (sec. XI - XV); Tem- 
pi moderni 1492 - 1798); Periodo della rivoluzione francese (1789 - 1815); 
Periodo del risorgimento italiano (1815 -1903). 

Dei seguenti lavori storici di argomento siciliano vi ì^ fatta una re- 
censione. 

Pupillo Barresi, Gli usi civici in Sicilia Ricerche di storia del diritto. 
Catania, Gianuotta, 1903 — Salvatore Pagliaro Bordone, Mistretta antica 
e moderna coi «noi undi(;i coiuuni. Mistretta 1902. 

Spoglio (li lìirislr n<i:ionali e forcHticre e di Atti e Memorie di Depu- 
tazioni e .S(»cietà Htoriclie, di Acnub^iiie e di altri Istituti scientitici e let- 
terari, con riassunto di r)37 articoli di storia Italiana (Carlo Contessa). 

Vi è il riiiMHUuto di pHrec<!lii lavori pubblicati nel fascicolo 3-4 del- 



SOMMARIO DELLK PUBBLICAZIONI PERIODICHE 155 

1' auuo XXVII e nel fascicolo 1-2 dell'anno XXVIII di questo Archivio, 
e degli anni III e IV dell'Archivio Storico Messinese. 

Libri recenti di storia italiana — Notizie e comunicagioni. 
Vi è la Necrologia del nostro illustre Socio (giurista e storico di gran 
fama) Vito La Mantia. 

B) Estere. 

Polybiblion, Revne Bibliograpliiqiie Uiiiversel — Paris — Den- 
xieme serie. An. 1903). 

• 
Dernières publications illustrées , par Viscnct — Ronians , Contes et 
Nouvelles, par M. C Arnaud — Economie politique et sociale, par M. I. 
Mambaìtd — Ouvrages d'enseignenient chrétien et de piét«, par F. Cha- 
pot — Poesie — Théatre, par G. Limale — Ouvrages réeentes sur Napoléon 
et son epoque, par M. 8. — Histoire, Art et Sciences luilitaires, par A . 
de Ganniers — Publications recente» sur l'Ècriture sainte et la litterature 
orientale; par M. E. Mawjenot — Géographie et Voyages, par M. X. Froi- 
devanx (1) — Sciences biologiques , par L. De Saint - Marie (2) — Beaux- 
Arts, par M. A. P^raf^— Sciences physiques et mathématiques, par M. È. 
Chailon — Hagiographie et Biographie ecclésiastique, par M. L. Robert — 
Ouvrages pour la leunesse , par M.me la C.tesae B. I)e Conrson — luri- 
sprudence , par 3/. Lambert — Philosophie , par M. L. Maisannetive — 
Ouvrages Hongrois d'Histoire et d'Economie sociale, par M. E. Horn— 
Poesie , par M. G. Limare. — Ouvrages sur l' Histoire du Théatre , par 
Jlf. ^.—Publications récent«8 sur l'Ècriture sainte et la litterature orien- 
tale, par M. E. Jf««gfe«o< - Ouvrages sur la niusique, par M. B. — Hi- 
stoire coloniale et colonisatiou , par Henri Froideraux — Comptes - reu- 
dus — Bullatin — Chronique. 



(1) Si fu luenzioiie di un libro, pubblicato poelii auni or fa da M. A. Dry con 
il titolo di Trinacria. Promenudes et impre$8Ìons sieiliennea , dandone questo giu- 
dizio. È un libro clie si leggo con molto piacere, essendo pieno di fatti, di osser- 
vazioni personali e ben doouiueutato. Non è una guida, né un trattato di geografia 
fisica ed economica, ufo un opera di erudizione; e però non vi si trovano uè indi- 
cazioni sciontificho, uè cifro, uè profondo discussioni sulle Métope di Selinunte o 
sulla Venere Callipiga. Quello che il sig. Dry ha specialmente studiato è l'uomo 
contemi)oranoo, e ciò facendo ha reso un vero servizio , perchè 1' uomo contempo- 
raneo è stato sino a questi ultimi anni assai negletto. Grazie al sig. Dry ci sarà 
ora possibile farci uua piìl giusta idea del Siciliano. 

(2) È annunziata la pubblicazione del secondo volume degli Annali della clinica 
delle malattie mentati e nercose dell'Università di Palermo . che si dice contenere 
dei lavori per varii rispetti iutereasauti. 



156 SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 



Bollettino Internazionale dell' Accademia di Scienze di Craco- 
via (l) — Anno 1901. 

Memorie e Comunicazioni : I piccoli raonuraenti della lingua polacca 

del medio evo, A. Brilckner — A quale epoca risale la menzione della 

Communione dei Santi nel Simbolo degli Apostoli, M. Morawski—SnWfì 

vocfUi nasali nei dialetti polacchi e cascubici , .S'. Dobrzycki — Simone 
Simonide. La sua vita e le sue opere, C. Heck — Miniature di origine 

polacca della Bibliotec;i pubblica di Pietroburgo, F. Kopera — La voce 
libera di Stan, /. Tretiak — L' organizzazione dei tribunali in Polonia 
nel medio evo, St. Kntrseba—L,a, geografia insegnata alla Università di 
Cracovia nel 1494, Fr. Bujak — Quello che intorno agli Slavi sapevano 
i primi loro storici Procopio e lordanes, W. Ketsynski — Il pallio dei Ve- 
scovi polacchi al secolo XI, 8t. Ketrzynki — Studio sui nomi dei corsi 
d'acqua slavi : Bacino della Vistola, /. Bozioadowski — Resoconto delle se- 
dute e dei lavori presentati alle classi di filologia, di storia e di filosofia, 
di scienze matematiche e naturali. 

Bollettino internazionale deHAccademia di scienze di Cracovia. — 
Anno 1902. 

Memorie e Comunicazioni : Il commercio di Cracovia nel medio evo, 
riguardato dal punto di vista delle relazioni commerciali della Polonia 
con l'estero, S. Kutrzeha — Il cavaliere al cigno, poema francese del XII 
secolo e suoi rapporti coi poemi del ciclo della prima Crociata. Parte 
prima: La canzone di Antiochia, I miseri, La conquista di Gerusalemme. 
Seconda parte : La canzone del cavaliere al cigno e di Goffredo di Bu- 
glione, M. Kareczynski — Parallelismoi, sive de locutionum aliquot fati» 
et usu apud auctores Graecos nec non Latinos, C. Morawski — I Salteri 
polac<;hi sino alla metà del XVI secolo, ^1. Brilckner — L'acconciatura 
del capo delle donne presso i popoli barbari dell'antichità, P. Bienkoto- 
»ki — Il ritorno e l'abolizione della Compagnia di Gesù in Galizia 1820- 



(1) (Quest'Accademia k «tata fondata nel 1872, od è divi»» iu tre classi: di tllu- 
logia, di Htoria e di fllimotin, di scienxu niiUomutichu e uaturuli. Il Bollettino In- 
temazionale , che Hi |)ul>lili(-a lutti i iiieMÌ, n>cno (luolli di vacanza (agosto » net- 
tunibrn) oontiono nidla prima parte i proecnni v«>rbali delle Hodute (in francese) ed 
il ria«Hunto dolio nioinorie o dolio uoniunicazioni (in francoso, in todoiuu o in altra 
linicua a soelta dei(li anturi). Ho creduto |»eroiò bene pubblicare questo Sommario 
tutto in italiano. 



SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 157 

1848, C. Cìwtkowski — Stefano Batliory e la proposta di una lega contro 
i Tui-chi, 1576-1584, L. Boratynski — Sulla giurisdizione dei vescovi di 
Leubus nella Piccola-Russia, L. ^6/-a/w?n.— Contribuzione alla storia delle 
fonti del diritto polacco, O. Balzer — L'Abazia dei Santi Bonifacio ed 
Alessi sull'Aventino; Le pitture della chiesa di S. Clemente a Roma, 
St. Zakrewski — Ricerche sid numero e 1' aggruppamento dei Polacchi 
all'Estero, W. Czerkawski — La disfatta dei Calati a Delfo nelle opere 
d'arte dell'antichità, P. Bienkowski — Le Abbazie di Ossiach e di Wilten; 
Contributo alla storia dei rapporti dinastici dei Piasti al secolo XI, St. 
Zakrzewski. 



Salvatore Romano 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



SEDUTA SOCIALE DEL 12 FEBBRAIO 1905. 

Presidenza del Pof. Or. Uff. Avv. Andrea Guarneri , 
Senatore del Regno, Presidente 

La Società con l'intervento di N. 15 dei suoi componenti si 
riunisce nella propria sede in S. Domenico. 

Alle ore 14 '/j i^ Presidente dichiara aperta la seduta ed 
invita il Segretario Generale a dar lettura del verbale della tor- 
nata pecedente il quale resta approvato. 

Lo stesso sig. Presidente comunica alla Società due gravis- 
sime i>erdite, cioè quella dell'On. Pietro Bonanno e quella del 
Comm. Ing. Giuseppe Patricolo. La prima, Egli dice, ha addo- 
lorato la cittadinanza che ha veduto quasi improvisamento scoili- 
l»arire una fibra gagliarda ed operosa nella ])ersona del suo primo 
magistrato, la seconda è un vero lutto di famiglia perchè il P.re 
Patricolo fu uno dei socii benemeriti del nostro Istituto per il 
quale generosamente prestò l'opera di artista per la ricostruzione 
e la decorazione di ([uesta sede, non idtima certamente tra quelle 
che accolgono i varii istituti scientifici della città. 

Propone pertanto (;lie in segno di cordoglio per entra inbe le 
penlite, la se<luta venga sciolta e rinviata a domenica [jrossima. 

11 Prof. Salvatore Homano si associa alla proposta del signor 
Trcsidcntt; e prega i socii perchè vogliano deliberare un voto di 
condoglianza da manifestarsi alhi v<Mlova <l(>ll'()n. Ronanno, alla 
(ìiiinta Municipale di l'alermoed albi famiglia del l'rof. Patricolo. 

Hi approvano aUa unanimità le fatte proposte e «{uindi la se- 



ATTI DELLA SOCIETÀ 159 



duta viene tolta non senza un caldo appello del sig. Presidente 
ai socii, perchè Domenica ventura vogliano tutti intervenire. 

Il Segretario Generale 
D/ Giuseppe Lodi 



SEDUTA SOCIALE DEL 19 FEBBRAIO 1905. 

Presidenza del Prof. Avv. Gr. Uff. Andrea Guarneri, 
Senatore del Regno, Presidente. 

La Società coli 'intervento di N. 23 dei suoi componenti si riu- 
nisce nella sua sede. 

Essendo le ore 14 */? il Presidente dichiara aperta la seduta. 

Il Vice Segretario Avv. Cav. Falcone, in assenza del Segreta- 
rio Generale, legge il verbale della tornata precedente che resta 
approvato. 

Presenta quindi i libri venuti in omaggio alla Società durante 
i mesi di Dicembre e Gennaio. 

Si passa quindi alla votazione a scrutinio segreto per l'ammis- 
sione a socii dei signori Catalano Prof. Vittorio Emanuele, Ge- 
nuardi Avv. Luigi, Calvaruso Giuseppe Maria, Besta Prof. En- 
rico GucciaCav. Prof. Giovanni Battista e Capasso Prof. Gaetano. 
Vengono tutti ammessi alla unanimità. 

Il Presidente invita il Socio Prof. Salvatore Romano a fare 
l'annunziata comunicazione sull'opera ])ostuma di Antonio Cini, 
edita a Catania col titolo: Origine e progresso della lingua italiana 
in Malta, ossia la lingua nazionale dei Maltesi. 

Il Prof. Romano esordisce dicendo che di quest'opera egli ha 
scritto una recensione che sarà pubblicata nel prossimo fascicolo 
ùeWArchivio Storico Siciliano. 

Fa quindi un breve cenno biografico di Antonio Cini, che fu esi- 
mio patriota ed uomo dotto. 

Ricordando poi che Malta è nna delle isole minori che circon- 
dano la Sicilia, come Lipari, Favignana ed altre, e però etno- 
graficamente e geograficamente è terra siciliana, ne trae due con- 
seguenze. La prima è, die tutto quanto riguarda la storia e le 
vicende di Malta interessa noi Italiani, specie noi di Sicilia, e 



160 ATTI DELLA SOCIETÀ 



la Società di Storia Patria che con ardore difende i diritti storici 
dela Sicilia, non può dimenticare quelli di Malta che ne fa parte. 

La seconda è che la lingua nazionale dei maltesi è la stessa 
dei siciliani delle altre isole minori e della maggiore, cioè l'ita- 
liana. 

E questa lingua essi hanno il diritto di usare nei tribunali , 
negli ufficii, e negli atti pubblici ed altresì nelle scuole come 
lingua d'insegnamento. Né l'essere Malta sottoposta al dominio 
inglese toglie ai Maltesi il diritto di usare la propria lingua, per- 
chè nessun fatto politico può togliere o menomare un diritto na- 
turale. E l'uso della propria lingua è diritto di natura, perchè 
la lingua che è espressione prima e naturale della stirpe, è pa- 
trimonio collettivo di un popolo. 

Quando nel secolo IX i Musulmani, dopo lunga guerra, con- 
quistarono la Sicilia, ai nativi lasciarono libero l'uso della propria 
favella e della propria religione, sicché dopo tre secoli di domi- 
nazione Musulmana i Normanni trovarono a Palermo in vigore 
la gerarchia ecclesiastica mantenuta ininterrotta i)er si lungo tem- 
X^o e trovarono attorno all'Arcivescovo Nicodemo gruppi di fedeli 
siciliani che nella propria favella pregavano Dio. 

E come i Musulmani, così i Normanni, essendo nel sec. XI 
divenuti signori della Sicilia, non solo ai nativi, ma anche ai 
molti Musulmani rimasti nell'isola concessero piena libertà, di 
usare, parlando e scrivendo, la propria favella. 

Ciò face vasi nel IX e nell'XI secolo ed invece nel secolo XX 
vediamo i reggitori di alcuni Regni ed Imperi, che si vantano 
maestri di civiltà al mondo intero, costringere coi modi i)iù tiran- 
nici gli abitanti dei paesi sottoposti al loro dominio ad usare non 
la ])ropria, ma una lingua straniera. E fa pena dovere tra questi 
Regni ed Imperi annoverare il Britannico (;he dipartendosi dalle 
»ue savie e liberali consuetudini vuole a ogni costo sostituire in 
Maltii l'idioma inglese all'italiano, * 

Non erano scorsi, che pochi anni da che l'Inghilterra dominava 
in Malta, (|uando un (rovernatore militare inglese lece la prima 
« Notificazione » a danno della lingua italiana. E da quel giorno ad 
oggi il (loverno Hritaimico mai ha cessato con notificazioni, con 
inchiesti^ con ordinamenti scoliistici di tur di tutto iter sostituire 
a<l essa la inglese. 

Il più feroce in quest'opera poco civile ed umana è stato lex- 



ATTI DELLA SOCIETÀ IGl 



luinistio (Ielle colonie M.r (Jliambeibaiii, il quale uou pago di es- 
sere stato l'autore (\e\VOrfìer In (JouncH del '22 uiarzo 1899, il di 
28 gennaio 1901}, i)rofferì alla Caui(;ra dei Comuni un discorso nel 
quale accumulando errori sopra errori, ha travisato la storia per 
sostenere che la lingua italiana è pei maltesi straniera e non na- 
zionale e che l'uso di essa è di recente data a Malta. 

Il Prof. Kouuino conchiude dicendo che fu principalmente per 
confutare questo discorso che Antonio (Jini scrisse il libro sopra 
indicato e che ha fatto veramente un'opera buona il Marchese 
Adriano (Jolocci nel darlo alla luce e farlo conoscere agli studiosi. 

Il Presidente fa seguire sul medesimo argomento un suo breve 
discorso, corredato di notizie storiche interessantissime ed inspi- 
rato ai più vivi sensi di patriottismo. 

Tanto egli, quando il Prof. Komano vengono applauditi. 

La seduta viene tolta, alle ore 15 '/«• 



Il Vice ^Segretario Generale 
G. Faloonb 



SEDUTA «OCIALE DEL 12 MAKZO 1906. 

Presidenza del Cac. Prof. Or. Uf. Avv. Andrea Quarneri, 
Menatoi e del Regno, Presidente 

La Società essendo presenti u. 30 dei suoi membri si riunisce 
nella propria sede. 

Alle ore quattordici il Presidente dichiara aperta la seduta, 
ed invita il Segretario Oenerale a dar lettura del processo ver- 
bale della se<luta i)recedente <».he resta ai)provato. 

Il Presi<lente levatosi pronunzia meste parole per la perdita 
del Prof. Comm. Luigi Samjwlo, socio benemerito, a tutti noto 
per essere stato uno dei fondatori di questa Società , scrittore 
egregio di Storia e di Diritto, autore di una illustrazione della 
R. Università degli studii di Palermo e fondatore del Circolo 
Giuridico, sapiente istituzione che fa veramente onore alla città 
di Palermo. 

11 socio Ing. Angelo Coppola chiede la parola per saper quali 
deliberazioni il Consiglio Direttivo abbia preso per' onorare la 
memoria del compianto I*rof. Ing. Giuseppe Patricolo. 

Arch. Stor. Sir. N. S. Anno XXX. 11 



162 ATTI DELLA SOCIETÀ 



Il Segretario Generale risponde a tale interrogazione dicendo 
che il Consiglio ha deliberato : 

1. Di confermare la deliberazione consiliare del (> Dicembre 
1899 in ordine ad una lapide da murare nei locali della Società 
lapide che dovrà ricordare i lavori di restauro eseguiti e la parte 
in essi avuta dal Prof. Patri colo. 

2. Scrivere al Municipio di Palermo manifestandogli il voto 
del Consiglio, quello cioè che una delle nuove strade si intitoli 
dal nome dello illustre estinto. 

3. Invitare il Prof. Basile perchè voglia tenere nella sede 
della Società un discorso intorno all' opera del Prof. Patricolo 
nel restauro de' monumenti siciliani. 

L'interrogante si dice lieto delle proposte: però fa osservare 
che il Collegio degli Ingegneri ed Architetti di Palermo, ha dato 
al Prof. Basile lo stesso incarico che gli vorrebbe dare il Con- 
siglio Direttivo della Società e quindi teme che non se ne possa 
ottenere l'adesione, perchè l'oratore non pronunzierà certamente 
due volte il medesimo discorso. 

Il Presidente allora propone che i due Istituti si riuniscano 
nel comune intendimento di onorare la memoria del Prof. Pa- 
tricolo e propone parimenti che le onoranze abbiano luogo in 
questa sede in cui i socii tutti crede che ospiteranno degnamente 
gli onorevoli componenti del Collegio degli ingegneri. 

Le proposte del Presidente sono approvate all'unanimità. 

Il socio Comm. Mario Entelli dichiara che ove mai occorra 
l'opera sua, per onorare la memoria del Prof. Patricolo, è pronto 
a mettersi a disposizione della Società. 

Il Presidente i)rende atto della gentile offerta del socio Ru- 
telli e lo ringrazia in nome della Società stessa. 

Il Prof. Giuseppe Pitrè avuta la parola, legge un suo studio 
sul viaggio di Volfango Goethe a Palermo negli ultimi anni del 
secolo XVIII. La lettura desta vivissimo interesse negli interve- 
nuti ed alla fine è vivamente applaudita. 

Il Presidente alla sua volta ringrazia il Prof. Pitrè della i)ri- 
mizia da lui offerta alla Società ed augura che uno studio così 
ac<;urato valga a stringere sempre più i legami di amicizia tra 
la vecchia Sicilia e la nuova Aloniagna. 

Dopo di «aò, lo stesso l'n;sid<',nte pro]M>ne che si deliberi in- 
torno al seguente voto da manifestarsi al Ministero della Pub- 
blica Istruzione: 



ATTI DELLA SOCIETÀ 163 



« La Società Siciliana per la Storia Patria in Palermo, fa caldi 
«voti, per(!hè nel Bilancio della Pubblica Istruziooe per Panno 
«1905-6 sia elevata la scarsa ed insufficiente dotazione per gli 
« scavi delle antichità e per la conservazione di monumenti, onde 
« il tesoro storico - artistico che jfiace nelle viscere del suolo di 
« Italia sia dissei)pellito e conservato nell' interesse della storia 
* patria e della cultura mondiale ». 

La Società apiirova unanime il voto surriferito e non essen- 
dovi altri argomenti da trattare il Presidente scioglie la seduta. 



Il tiegretario Generale 
Hj Giuseppe JìODi 



MEMORIE ORIGINALI 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO 

NELLA PRIMAVERA DEL 1787 * 



Il VÌM<>t»io «li Goethe in Sicilia v <lescritt<> in lettere 
alla Signora voii Stein e ad altri, lettere le (inali furono 
mandate a irruppi. Le dittieoltà delle coniunicazioni anda- 
vano di pari passo con la (\sorbitanza delle sjHise i)ostali. Un 
foglio di pochi gniinnii dalla (xerniania in Sicilia e viceversa 
costava la bella somma <li 00 bajocchi , e doveva incon- 
trare la fortunata ocwtòioue del corriere pel Continente. 
Quelle h'ttere, che al far dei conti sono un diario, vanno 
dagli ultimi <li Mar/o al 17 Aprile del 1787; ma, meno una, 
non vi(h'ro la luce prima del IHIG: «lata da tenersi bene 
a mente, perchè a chi studia i viaggiatori tra noi deve 
recare una certa sorpresa che fatti e costumi rilevati da 
uno , e da quest' uno non comunicati per via di stampa , 
concordino pienamente con fatti e costumi rilevati e 
pubblicati da altri. Josei)h Hager, per esempio, osservò 
nel 171>5 e descrisse più tardi cose state osservate e 
descritte da Goethe; ma è evidente che Hager non cono- 
sceva ([uel che Goethe avea scritto; e Goethe, d'altro lato, 
dà bene a vedere di non aver mai lettt) i Gemalde von Pa- 
lermo del dotto orientalista, perito della causa contro l'abate 
maltese (ìinseppe Velia, falsi tic^itore del Codice di 8. Mar- 

* ItalianiHvhv IÙ'm: .Stiitjtart ii. Tiibingeii 1816. Zweit<}r Theil, 1817. 
La edizione da lue tenuta presente è stata queHtii : Italienische Eeise. 
Leipzig, Philipp Reclain jun. 

Areh. SUyr. Sic. N. S. anno XXX. 13 



166 IL TI AGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

tino. Il medesimo può dirsi di altri visitatori dell'Isola pri- 
ma del 181G. 

Goethe moveva da Napoli per PaleriiKì il 2S) Marzo del 
1787; e, come usavano allora molti, veniva con un compa- 
gno. Era costui Cristoforo Enrico Kniep di Hildeslieim, ar- 
tista di molto valore (quasi coetaneo del nostro), il quale, 
rimasto privo in Roma del suo benefico protettore, il ])rin- 
cipe Kraschinsky, vescovo, era passato, in tristi condizioni 
economiche, in Napoli sotto la guida operosa del rinomato 
pittore Guglielmo Tischbein, che lo presentò e fece conoscere 
al poeta. Costui ])otè apprezzarne la non ordinaria abilità nel 
disegnare e, ad ogni passo per l'Isola, compiacersi delle sin- 
golari scene che egli ritraeva. Parisot ebbe a dire più tardi: 
« La fedeltà minuziosa che Kniei» metteva nel riprodurre i 
particolari d'una rupe, d'un arbusto, non sollbcava in lui la 
spontaneità e la fantasia. Alia finitezza sapeva unire ardore 
e vita, e si sentiva in lui la ispirazione» (1). 

Che cosa sia awenuto dei suoi cartoni dopo morto 
(Napoli, 1) Luglio 1825) non io saprei se non mi venisse 
in soccorso il bravo prof. E. Zaniboni , che da molti anni 
con intelligente amore si occupa delle opere di Goethe e 
che è per darci una versione con copiose iu)te illustrative 
della ItaUenische Reise. Elgli mi favori.sire il frutto delle sue 
ricerche in proposito, e tra le altre queste i)eregrine notizie: 

« Il (jomnL Bourguigiion , un francofortese residente a 
Napoli da una «piarantina d'anni, Direttore della Casa Meu- 
ricoffre (morto alla fine del liK)8), modesto ma a])passionato 
goethiano, era riuscito a raccogliere i)ar<'cchi fra gli accpia- 
relli e i disegni <H Kniep, i)ortati da costui di rit(u*no dal 
viaggio in Hicilia fino dal 1787 o eseguiti a Napoli in schizzi 
di viaggio. Io 8t«88o ho avuto occasione di veder questi acqua- 
relli (una ventina) e di ammirare so])ra tutto un grosso al- 
bum di disegni e schizzi e <'artoni ecc. di (piasi tutti i paesi 



(1) V. LoBOUSSB, Grand Ihclionnaire universel du XIX"** siècle , t. IX, 
p. 1280. Paris, 1873. 



IL TlAGtOIO DI OOETHE A PALERMO ECC. 167 



siciliani visitati rtal (Toethe; e ]H'ecisaraente nel 1899, quando 
cioè ero nel principio delle mie ricerche. Morto il Boiir^ni- 
gnon, mi recai, poco dopo, <lal cav. Meuricottre per aver 
notizie delle opere del Knie]). Ma dal cav. Meuricoffre seppi 
soltanto : che tutta l'eredità Bourguignon era passata ad una 
figlia maritata in Francia. Dopo d'allora, non feci altre ri- 
cerche. È possibile clie il cav. B. abbia mandato qualche 
disegno o copia di disegni del Kuiep a Weimar, che sareb- 
bero poi stati rii)rodotti nei vari volumi dei Goethe - Jahr- 
hiicher o della Goethe-Cresellschdfat » (1). 

In una recentissima pubblicazione del prof. G- von Grae- 
veuitz: Goethe: unner Reiseheffleiter in Italien (2), aacanUì alla 
riproduzione d'un acquarelh» di Goethe, rap])re8eu tante un 
paesaggio .siciliano, forse di una <lelle campagne del Val 
di Mazzara, ac<|uarello che egli donò alla signora von Stein, 
è un bel disegno degli avanzi del tempio di Ercole in Gir- 
genti di esso Kniep (.*i), e pare faccia i)arte di altri disegni 
simili posseduti «lai Graevenitz, «lue dei quali, stati foto- 
grafati, mi stiinno per gentilezza del Zaniboni sott'occhio (4). 



IL 



Ma veniamo all'argomento principale, che è il viaggio. 

Sul legno nel quale Goethe e Kniep presero imbarco era 
un'allegra compagnia teatrale, stata scritturata per Palermo. 
Goethe non ne dice più che tanto ; ma io posso aggiun- 
gere che «piella compagnia veniva i>el teatro di S. Cecilia, il 



(1) Lettera del 15 Maggio 1905 da Napoli. 

(2) Berlin, 1904. 

(3) Vedi pp. 57 e 110. 

(4) Sono due paesaggi che non mi riesce di determinare. Kniep non 
ci lasciò nessuna indicazione topografica. 



168 IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 



quale prepara vasi a riai)rire, al domani «li Pasqua (1) Aprile), 
i suoi battenti, rimasti chiusi (lurniite In (Quaresima. 

Goethe chiama corvetta quel le^iio; e })rohabilm<'rjte sarà 
stato il Tartaro, pacchetto, come volgarmente si chiamava 
{^xsgi.pai^H-hoat), che faceva il corriere da Napoli a Palermo 
e viceversa, e nelle due città accoglieva passeggieri del 
C'ontiueute per l'Isola e dell'Isola i)el ( 'ontinente, cioè per la 
Capitale del Kegno e la Capitale della Sicilia. 

Era quella la prima volta che Goethe andava per uuire, 
e soifrì uou poco, ma con una certa pazieuza, il mal di mare, 
durato, meno qualche intervallo, quasi tutti i (juattro giorni 
di navigazione mentr'egli se ne stava assorto nel ju'oseguire 
HU dramma (il Torquato Tanno) da lui già tempo incomin- 
ciato, ed il cui ms. avea ])ortato con se. 

Pare sbarcavsse alla Cala e<l entrasse per Porta Felice, 
donde sarebbe stato (M)ndotto ad una vicina locanda, la mi- 
gliore che s'avesse allora a Palermo e forse in tutta l'Isola, 
tenuta da un buon vecchietto , abitiuito a ricev(>re il tìore 
dei forestieri d'ogni nazione che giungevano nella Cai)itale. 

Perchè alla Cala e non al Molo f 

Perchè i ])iccoli legni andavano al porlo Accchio (Cala): 
ed i passeggieri , nessuno eccettuato , doveano recarsi alla 
Sanità, sotto il baluardo orientale del Castello, dietro la 
chiesa di Piedigrotta , donde soh) l'anno 178^< passò alla 
(Marita, in seguito a consulto (29 Die. 17S7) tra il Principe 
di C;u'anianico Viceré e il Duca D. Ignazio Lucchesi Palli 
Pretore. 

Questa in<licazione (h'il'utlicio di Sanità non è, come ve- 
<ircmo, inutile. Dobbiamo all' inglese Brydone il poco che 
si sa dell'albergo <li (ìocthe, e che non è guari io ebbi occa- 
sione di niett^ire in evidenza a ])roi)osito delh^ locande di 
Palermo nella seconda metà del settecento (1). 

Il ve<rchiett^> era nutrito d' una signora provenzale , 
specie di precursora d<'lla Veneran<la dell' Amor pacifico 



(1) Palermo $ento e più anni fa, t. I, o. XI. Palermo, Reber 1904. 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO EOO. 169 

del Giusti. Essa chiamavasi Montaigne , vulgo Madama 
di Montagna, e, come avverte il Villablanca, teneva la 
sua « nobile lo(3anda nel Cassaro morto del braccio Kal- 
sa ». Lì stette nei giorni che si fermò a Palermo l'ingegnere 
francese Hounini, autore d'un viaggio uell'alto e nel basso 
Egitto (1); il ([uale si sbizzarrì nel leggerle nella sua lingua 
le argute e non benevoli pagine inglesi del Brydone (2), che 
lo avea preceduto di soli sette anni. Un secolo dopo, nel 
1875, consigliata e scritta da Isidoro La Lumia, una lapide 
veniva ujurata sulla i)orta di quella locanda, che sarebbe 
oggi la casa Castagnetta - Pollaci, di fronte al K. Anthivio 
di Stato, già Casa dei Padri Ttiatini. 
La lapide suona così : 

GIOVANNI VOLPANGO GOETHE 

UDRANTK IL SUO SOGGIORNO A l'ALEUMO 

NEL 1787 

DIMORÒ IN QUESTA CA8A 

ALLORA PUBBLICO ALBERGO. 

La indicazione che uè lascio (joethe e (|U('sta : Noi en- 
trammo ili città per la porta maravigliosa formata da duo 
immensi pilastri, in alto non chiusi ail arco aftinché possa 
liberament<' passarvi il carro colossale della famosa festa di 
S. Itosalia; e, girando a sinistra, a|)pena entrati, trovanuno 
una locanda. L'albergatore ci ondusse in un'ampia stanza, 
dal cui balcone si vedeva il mare e la i'a<la , il monte di 
8. Kosalia e la spiaggia, e dal quale potesnuno i)ur vedere 
il nostro bastimento e aver un'idea del nostro primo punto 
d'osservazione (2 Aprile). 

Ma in questa indicazione, apparentemente chiara, quanta 
oscurità , e però , (luante ragioni di discussione ! Basta 
salir le scale, percorrere i piani, visitare i quartierini di 
quella ctisa per accorgersi che poco o punto concorda oggi 



(1) SoNNiNi, Voyaye dans la Haute et Basse E<rypte, eh. IV. À Paris, 
Buiesou, Ali 7 de la Répiiblique. 

(2) Brydone, A Tour throuyh Sicily a. Malta, letter XXI. London, 
MDCCLXXIIl. 



170 IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

e dovea concordare allora con quel che (loetlie scrivea. La 
sola cameretta, dalla cui finestra (e non già balcone) si vede 
un po' della Cala e molto del Pellegrino, è una staraber- 
guccia all'ultimo jìiano, donde Goethe potè forse affacciarsi, 
ma solo per un momento di curiosità, e non certo per fer- 
marvisi, e molto meiìo per dimorarvi: è un'angusta soffitta. 
Il resto delle camere del fabbricato non permette di ve- 
dere altro che la strada principale, cioè la via Toledo d'al- 
lora , Corso V. E. d'oggi , che (loethe designa quando 
grosse Strasse, quando lauffe strasse, (^ meglio HauptMrasse, 
senza identificarla col Cassaro , che egli nomina una volta 
soltanto, nelle pagine sulla famiglia di Cagliostro. 

Né e' è da supporre che hi (Jasa dei Teatini, che vi sta 
di fronte!, attuale Archivio di Stato, fosse più bassa e per- 
mettesse perciò larga visuale, perchè essa è all' esterno né 
più ne meno qual'era un bel secolo e più anni fa; e se quivi 
fosse stata la locanda, il Villabianca ne avrebbe sbrigato 
la indicazione con parole come questa: «affaccio la Casa 
de' Teatini ». 

Nella lettera del 13 Aprile Goethe racconta : « Adesso, 
dopo «lesinato, alla finestra, sulla strada ! Passa un malfat- 
tore al quale è stata concessa la grazia, come è uso ogni 
anno , nella ricorrenza delle feste i»as(]uali. Una confrater- 
nita lo accompagna fino ai jjiedi del i)atibolo ; (piivi egli 
deve recitare una preghiera e viene ricondotto in carcere ». 
E prosegue mutando in tempo passato non perfetto il[)resen te. 
«11 disgraziato era un bell'uomo <iel ceto medio, ben petti- 
nato, con abito bian<'o , bianco ca])i)ello, tutto vestito di 
bian(M>. Il cappello ei lo teneva in mano; ed avrebbe potuto 
senz'altro fare la sua bella figum in un ballo se quel cap- 
pello fosse stiito guernito <li nastri variopinti ». 

Dirò più innazi di «piesta scena, (^ni intanto stupisco 
cx>me (Goethe avesse potuto vedere <lall' albergo tutto quel 
che tlescrive. Dalla finestra (nella lettera del 2 Aprile avea 
parlato di balcone) s'afiaccia sulla stnida , e di là scorge il 
graziato , accumtameute libciato , e segue i particolari dei 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 171 

cerimoniale : del giro della forca, del bacio delle travi ecc. 
ecc., cerimoniale che si dovea svolgere non già nel Cassa- 
ro, ma nel piano della Marina. 

Mi sia permesso di dubitare, non già dell'occhio linceo 
di Goethe, ma del luogo dal quale egli guardava. K allora 
c'è «la sospettare che egli s'affacciasse dal lato meridionale 
dell'albergo, la cui vista è ora impedita dall' editicio della 
Zecca. Ma se è così, come c'entra la strada, che non \mò 
essere se non il Cassaro ì 

Anche ad un occhio acutissimo non è poi possibile di- 
scernere alla distanza di 250 metri, quanti ne intercorrono 
dalla casa della lapide all'attuale palazzo delle Finanze, 
carcere del tempo, i particolari pei quali il fortunato delin- 
quente dovea passare per potersi dire graziato. 

Dico fortunato mentre egli non si credette tale. Goethe 
non prese conto di costui , né del suo nome , uè <lel suo 
delitto. Egli era un certo Giuseppe Occo palermitano, giovane 
sui 27 anni, (tìglio <li Michele, forense), già condannatoa morte 
per avere commesso un omicidio in rissa. Cenando il Viceré, 
su pro{)OSta della Comj>agnia «lei BiaiicUi (la c«>n fraternità 
alla quale G. allude) l«> graziò, e si fe«'er«> i preparativi vo- 
luti dall' uso e dai Oai)itoli della Compagnia me«lesima, ci 
volle «lei bello e del bii«)no per i)ersua<lerlo a quella forma- 
lità di espiazione. 11 Villabianca , membro della confratria 
pietosa, con intinita s«)rpresa rilevava «'he « molto s'ebbe a 
sudare per ei contentarsi megli«) di ini tale affronto «li forca 
tìnta che «lei pericolo «li subirla torse da vero con lasciarci 
la vita «la afforcat«>; » e ne dava come spiegazione che ^ l'o- 
nestà de' suoi natali lo faceva così pensare» (l). 

Cade acconcio «|ui rilevare un errore di data di Goethe. 
Egli stabilisce per N'enerdì, Ui, la processione (stavolta 
dopo la Settimana Santa) compiuta invece Mercoledì, 11 
Aprile. 



(1) Diario Palettnitano inedito, tomo XV, a 1787, p. 38. Ms. della Bi- 
blioteca Coui., segn. Qq D 107. 



172 IL VIAGHJIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

Tornando all'albergo di madama Montaigne non pos- 
siamo sottrarci ad una delle ipotesi : O che esso non fosse 
proprio là dove oggi si ritiene, o che sullo scorcio del se- 
colo passasse molto pili in su , verso occidente della via 
Tole<lo. Abbiamo in proposito una testi nìonianza che sposta 
non poco la casa designata dalla la[)ide. Miss Cornelia El- 
lis Knight, damigella di compagnia della Princi]>essa Car- 
lotta di Walls , (|uella stessa Knight che dovea nei primi 
del secolo XIX tradurre in inglese alcuni idilli del Meli e 
che al dolce i)oeta ispirò la graziosa ode intitolata Li Musi 
(n. XLVI), nella sua Autobiogratia dettava notevoli pagine 
su Palermo. Raccontava come partita con molti altri da 
Napoli, il 1 Gennaio del IT'.M) giungesse doi)o faticosa tra- 
versata nella Capitale. « Sbarcate, diceva, andammo nell'u- 
nico albergo che s'avesse allora a Palermo, quello appunto 
del quale parla Brydone nel suo N'iaggio (lett. 21). Allo- 
gate nella sola stanza (se <leve (chiamarsi tale) possibile, os- 
servammo il ritratto della padrona di cas.i nel costume da lui 
descritto nel Viaggio >. La nnulre <lella Knight avea contratta 
una gmve polmonite, per la quab' le diu^ donne dovettero 
fermarsi (jualclie giorno nell' albergo. « In faccia a questo 
era il carcere principale della città. Siccome la strada era 
stretta, noi pot^namo sentile tutta la notte i gemiti ed i 
lamenti degli infelici. Un prigioniero i>er() soleva stare die- 
tro le grate della sua tinestra con uiìa cliitaira. colla quale 
sonava molto bene » (1). 

(jhi sta in Palermo e ne conosce luoghi e distanze, giu- 
«licherà se possa ammettersi l'alliergo dov'è ora la lajìide 
«'ommemomtiva. Miss Knight venne ad alloggiare a pochi 
passi (h\l ciircere maggiore della città, cioè dairantica Vi- 
caria, e udiva non inu* lamentare i detenuti, ma anche so- 



(1) iiiluhwijraphi/ of ^f^n>l ("ohnki.ia Knkìhi" «m-c. With entrateti from 
her thnirntilM ecr. In tivn raluwes. Scrontt lùdition. Voi. I, t'Imp. 8. J^oii- 
don, Alien, 1861. Devo la conoHcuuza di (|iteHto littro alla nobile Cou- 
teMM Jeauim Chauae di Hai ut Amour. 



IL VIAOOIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 173 

nare e cantare canzonette siciliane. Ciò vuol dire che l'al- 
bergo era vicinissimo alla A'ic^aria , dalla quale dividevalo 
una via stretta. Questa non può essere il Cassaro; ma piut- 
tosto via di Porto Salvo, dove la casa òggi Graraignani 
raccoglie tutti i dati per i)oter8Ì ritenere la locanda Montai- 
gne. Goethe ci aiuta in questa identificazione. Kgli vide 
dalla sua finestra (che poteva anche essere balcone) uscire 
il graziato. Ora i rei che si andavano o a graziare o a giu- 
stiziare sulla piazza Marina non uscivano dalla porta me- 
ridionale , che dà sul Cassaro, ma dalla orientale, che dà 
sulla via Porto Salvo, di fronte alla casa Gramignani, porta 
che, quantunque trasformata, esiste ancora. Goethe affac- 
ciandosi dalla finestra della locanda Montaigne vedeva il 
monte Pellegrino ed il legno sul quale era venuto, né ])ivi 
uè meno che afferma la Knight, che pur vedeva il suo. Non 
basta : Goethe scrivendo il ti Aprile ai cari lontani, così ag- 
giungeva : « ViU'rei che questo foglio vi jmtesse far go- 
dere della incomparabile bellezza di questo golfo partendo 
da levante, dove sorge sul mare un promontorio piano, le 
cui aspre rupi, l)ene formate e rivestite di boschi, scendono 
fino ai sobborghi della città. Quivi sono le case dei i)esca- 
tori, e segue la città medesima, ed alla estremità di questa, 
le case e la nostra locanda, che hanno tutte la vinta sui porto 
fino alla porta per la quale siamo entrati ». 

11 promontorio ])iauo (flacheres Vorgebirg) a levante è 
Oai)o Zafferano; le abitazioni o case dei pescatori (Fisclwr- 
ivolìììungen), son quelle della Tonnarazza a pochi passi, del- 
l'estremo limite della inferriata della Villa Giulia, dal lato 
oriental<% e forse, con larga accezione di voce, della Kalsa. 
Il porto è la ('ala. Potrebbe osservarsi che dalla Cala non 
si vede uè la Tonnarazza, né la Kalsa. E va bene ; ma 
dalla casa della lapide non può vedersi neppure, perché 
vi si oppone il Palazzo Bufera , che anche nella fine del 
settecento , meno una piccola aggiunta posteriore al 1798 , 
esisteva quale é oggi. 

Il particolare dei due pilastri e della mancanza d'arco su 



174 IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 



di essi pel passaggio del carro di S. Rosalia (la famosa 
mole trionfale per le feste della santa Patrona di Palermo) 
sta contro la mia rettifica , e pare fatta a i)Osta per darmi 
torto. 

Eppure non è così. 

Goethe entrando da Porta Felice (se vi entrò davvero) 
Don avrà sognato di chiedere perchè i pilastri non fossero 
coronati dall'arco, egli che non conosceva le altre porte. La 
notizia, caso mai, pnò averla chiesta o avuta posteriormen- 
te; ed è strano, per non dire inconcepibile, che egli, stanco 
d'un viaggio faticosissimo, avesse pensato a questa insigni- 
ficante minuzia; la quale tutt'al più può averla chiesta o sen- 
tita dopo l'arrivo. Dico minuzia, perchè topograficamente 
parlando, essa non importa nulla, in quanto era comune ad 
altre porte della città proprio al tempo della sua visita a 
Palermo. Se senz'arco era Porta Felice, senz'arco erano le 
rifatte porte di Vicari (S. Antonino d'oggi) e Macqueda, e 
la nuova Porta Carolina, oggi Reale. 

Ben altra spiegazione della forma architettonica di quella 
porta era stata data invece al ('onte de Borch : ed io la 
riferirei qui se non ci vedessi un arguta piacevolezza, buona 
ad esilarare il lettore amante di scaudali (l). 

Ora supponiamo invece che Goethe fosse entrato, come 
è molto i>robabile , da porta delle Legna o del Carbone; 
quel che egli afl^erma: «girando a sinistra, appena entrati, 
trovammo una locanda», risponde perfettamente alla casa 
oggi Grani ignani, la quale, ripeto, deve o può essere stato 
l'albergo tenuto della signora Montaigne. 

La ubicazione del Villabianca : « Ma(hima di Montagna. 
Locanda nel Cassaro morto del bracrcio Kalsa, >^ non impone, 
perchè nel setteciMito la (Mrcoscrizione parrocchiale della Kal- 
sa, «lai lato settentrionale esfcemlevasi a tutto il fabbricato 



(1) M. Jean dk Burch, Lettre» aur le Sieile et nur Vile de Malta, 
t. II. lett. XV, 15 fevrier, 1777. Tuiin, Keycend» 1782. 



IL VIAGWJIO DI GOETHE A PALERMO ECO. 175 

che partiva dall'Ospedale degli Incurabili, ora Ospizio dei 
trovatelli, fin poco oltre la imboccatura della via Porto Salvo. 

Questa digressione parrà inutile ; ma per la migliore 
locanda che ospitò i più insigni visitatori dell'Isola ed i pifi 
gran signori che venivano nella Capitale non è indegna 
della ricerca degli eruditi. Sappiamo così poco su que- 
st'argomento !... 

Se poi siffatta ricerca sarà presa a cuore , gioverà che 
gli studiosi si risparmiino qualsiasi indagine negli archivi 
della parrocchia nella quale dovette essere denunziata la 
morte della Montaigne, dato che costei dimorasse nella casa 
delle lapide goetliian a. S. Niccolò la Kalsa, gioiello della ar- 
chitettura dei primi tempi aragonesi se non di tempi ante- 
riori, sorgeva nella piazzetta che è ora di S. Spirito, deco- 
rata della fontana del cavallo marino presso Porta Felice. 
11 treni noto spaventevole del 1823 la danneggiò grave- 
mente ; alte influenze contemporanee la fecero demolire. 1 
registri di S. Nicolò passarono nella vicina chiesa della Ca- 
tena. Ebbene: dal 1770 (ed è già troppo, perchè nel 1776 
il Sonnini trovò sana e chiacchierina la Montaigne) al 1810, 
la nota albergatrice non comparisce una volta; sicché essa 
non dovette morire nella circoscrizione parrocchiale, ove, se- 
condo s'è ritenuto, avrebbe esercitata la sua locanda. Porse 
converrà guardare i registri della parrocchia di S. Giacomo 
la Marina (della (]uale dirò più innanzi) accolti nella chiesa 
di S. CUta, parrocchia che principia dalla vìa <li Porto Salvo, 
ed intercorre all' antico carcere ed alle case che lo fron- 
teggiano. Se il « registro dei morti » dì quella comprende 
anche il nome della Montaigne, allora un po' dì fede alle 
mìe osservazioni ])otrà aggiustarsi. 

Lascio la digressione, e ripiglio l'epistolario, o diario 
che sia, di Goethe. 



176 IL VIÀGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 



III. 



Quali idee sulla Sicilia portasse Goethe venendo tra noi 
è facile imniaoiuare scorrendo le sue entusiastiche pagine. 
Egli «iungeva preparato, oltre che con istudì all'uopo, con 
la lettura dei viaggiatori che lo aveano x)receduto. Lasciamo 
stare « le capannucce col tetto di paglia » che i)are un mo- 
mento aver egli potuto immaginare (3 Aprile) ; questo 
però è certo che la Sicilia gli aprì orizzonti non prima 
sognati. Ben conosceva quel che ne era stato detto; ma la 
realtà fu superiore all'aspettativa. Brydone, e l'antagonista 
di lui de Borch, gli aveano rivelato grandi e belle cose, ma 
più che il Tour through Sicily and Malta d(»ll'uno e le Let- 
tres sur la Sicili' e sur l'ile de Malta dell'altro, (?gli predilesse 
la Reise durch Sicilien und Gross-Griecìicnland del Barone 
von Eiedesel, il quale vent'anni innanzi avea percorsa l'Isola 
ed era morto due anni prima (1785) della venuta di lui. 
Nella lettera del 26 Aprile, datata da Girgenti, Goethe lo 
chiamava suo Mentore, il cui libricino egli [)ortava al petto 
come un breviario o come un talismano. 

Nel vedere questo cielo ridente e (piesta terra baciata 
dal sole, il suo spirito s'intese sublimare. « lo, diceva, non 
saprei trovar parole che bastino a descrivere e riprodurre 
la limpidezza \ aporosa dell' atmosfera di queste spiagge 
quando arrivammo a Palermo nel pomeriggio d'una bellis- 
sima giornata: tanta era la purezza, dei contorni, la morbi- 
<lezza del tutto, la varietà delle tinte , la ])erfetta arino!iia 
fra cielo, terra e mare, (^hi lo ha visto uua volta, non po- 
trà dimenticarsene più. Solo ora posso dire di comiu-endere 
e d'essere in grado di api)rezzare l'aKi)etto magico di que- 
8t« contrade e di pot<n*ne poi*tar<* con me il ricordo nel set 
teutriune ». 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO EOO. 177 

Così comincìii l'inno a questo cielo, ti questo golfo e al 
Monte Pellegrino, « il più bel promontorio del mondo ». 

Da dieci anni s'era dato mano alla Villa Giulia, ed egli 
ne fa il suo godimento intellettuale. Là egli comprende 
Omero e lo legge in un testo premurosamente procuratosi 
presso un libraio. Lieto dell'accoglienza preparatagli dalla na- 
tura, « con gelsi rivestiti di fronde recenti , con oleandri 
sempre verdi e con siepi d'agrumi », egli si delizia ancora 
più nelle aiuole di ranuncoli e di anemoni. 

Gli olea!idri, infatti, erano così copiosi che, non essen- 
dosi ancora pensato a chiudere con cancellate tutto il giar- 
dino, formavano quattro lunglie e folte siepi di circuitt> e 
chiusura di esso. Solo dopo il 1800 gli oleandri cedettero al 
ferro; ma non perciò cessarono mai «lai lu'ofumare coi loro 
innumerevoli fiori rosacei i bianchi viali e le verdi, perenne- 
mente verdi aiuole. 

Il 7 Aprile scrivea : « Ho passato oggi ore i)iacevolÌ8- 
sime e tranciuillissime nel giardino i)ubblico, che è proprio 
aderente alla rada : » rilievo, questo, del tutto storico, giac- 
ché la Villa Giulia era un po' più vicina al mare. « Il luogo 
è maraviglioso. Non ostante che di forme regolari, ha aspetto 
magico; e quantuiuiue [)iantato da poco, vi trasporta ai 
tem[)i antichi... E un vero incanto per l'o(;chio. 

« Osservai rami di forma curiosa in piante che non conosco, 
e che sono tuttora spoglie di fronde, perchè probabilmente 
originarie di regioni più calde. Sedendo sopra un banco, 
in un i)unto elevato, si gode l'aspetto di tutta quella ve- 
getazione nuova e curiosa, e lo sguardo va a cadere su 
d'un'ampia vasca, dove si agitano, si muovono pesci dalle 
squame d'oro e d'argento, ora nascondendosi sotto le canne 
ricoperte di muschio, ora venendo su a frotte, quando loro 
si caccia una briciola di pane ». È la vasca centrale del giar- 
dino, liberalmente fatta costruire da Monsignor Gioeni (1). 



(1) Tkixejua, OrUiitie e disposisioni delVEcc.mo Senato, v. I, cap. XIV, 
§ 211 - 212. Ms. deir Archivio Comunale di Palermo. 



178 IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

« Nou si può dire abbastanza quale aspetto maraviglioso dia 
quel l'atuiosf era vaporosa agli oggetti più loutani, l)astiraenti, 
promontori , dei quali possono comprendersi , misurarsi le 
distanze. Una passeggiata in quelle alture deve riuscire 
piacevolissima ». 

E Goethe concliiude : « L'impressione di quel giardino fu 
in me profonda. Le onde cupe del mare a settentrione , il 
loro frangersi sulle spiagge dei vari seni, l'odore delle acque 
salse, tutto mi richiamava alla memoria l'isola dei beati 
Feaci ». 

« Sotto la minaccia di dover abbandonar fra breve questo 
paradiso», (e paradiso lo disse anche il tedesco Justus Tom- 
masiui (1) ) il 16 Aprile egli vagheggiava ancora la speranza 
di potervi trovare un sollievo nel leggere neW Odissea e nel 
meditare il piano della sua Nausivaa; e con molta sua soddi- 
sfazione ne meditava la tela e non sapeva tenersi dallo svol- 
gerne alcune scene, le quali più gli sorridevano; e ritornava 
il dì seguente col fermo proposito di proseguire ad occu- 
parsi di quelli ch'egli chiamava « sogni poetici ». 

A (juesta Nausicaa egli ripensava tre settimane dopo (8 
Maggio) stando seduto a pie d'un arancio i>resso l'azzurro 
mare sotto Taormina (Giardini) : e si affrettava a comporne 
la tela come il miglior commentario àoìV Odissea. Si ricordò 
allora della Villa Giulia e delle sue passeggiate « fra le siepi 
e gli oleandri, sotto i pergolati di aranci e di limoni , fra 
tutte quelle piante e quei liori a lui ignoti tino allora e ri- 
sentiva la influenza di tutti quegli elementi nuovi ». 

E come non commuoversi alla vista di alberi che all'iiria 
aperta crescevano prosperosi e gagliardi mentr'egli era abi- 
tuatoa vederli in Germania rachitici e nanerottt)li dentro 
stufe e dietro cristalli I (17 Aprile). 

Una gazzetta palermitana, pochi mesi dopo la partenza 
di (Joeth<% il 11) Sett. scriveva: < La Villa (riulia, opera pub- 
blica di magniticenza e di delizie, la «piale riconosce i suoi 



(1) Briefe au9 Sùilien, p. 54-55. Berlin, Nicolai, 1825. 



IL VIAGGIO Dt GOETHE A PALERMO ECC. 179 



principj in questo piauo di 8. Era-sino alla ^Marina «lai genio 
creatore del sig. Marchese di Recalmici inentr' era Pretore 
di questa Capitale, e l'acquisto di due orchestre di musica 
per tutta la state dalla splendidezza del sig. Principe di Pa- 
terno, siccome deve altresì i suoi felici progressi all' inde- 
fessa cura e vigilanza del sig. cav. G. B. Asmundo Pater- 
nò, attuai Presidente della G. 0., va ora ac<iuÌ8tando nuove 
bellezze » (l). 



IV. 



Grande naturalista ed osservatone sapiente, Goethe tro- 
vava nel nostro suolo pascolo di indagini e di ricerche. Nel 
letto del tìuuie Greto, con grave scandalo del cicerone che 
gli parlava di antichi combattimenti svoltisi in quei dintorni, 
mettevasi a raccattare sassolini d'ogni genere : persuaso che 
« per formarsi ]>rontamente un'idea della natura d'una con- 
trada montuosa non vi sia metodo più sicuro di quello di os- 
servare i sassi e le [)ietre che si rinvengono nei corsi d'acqua, 
i quali scendono dalle alture; e che anche in questa occasione 
si cerchi rapi)resentarsi per mezzo di (juelle reliquie l'età 
classica del nostro globo » (4 Apr.). 

Lo scienziato disdegnava il fastidioso chiacchierone, uno 
delle migliaia di chiacchieroni onde pullulano le città e le 
terre solitarie con edifici e monumenti del passato. E met- 
teva insieme una quarantina di campioni : diaspri, pietre 
cornee, schisti argillosi vari di forme e di colori, e antiche 
pietre calcari e brecce col legate con calce, formate di diaspri 
o di pietre calcari. x\i Colli ed a Bagheria trovava pietra 
rocciosa calcare e vedeva cave per materiale di costruzione; 
nelle vicinanze del Pellegrino (senza dubbio ai Fossi, esten- 
dentisi fin sotto la collina Belmonte, all'Acquasanta), cave 



(1) Raccolta di NoUxie, a. 1787. 



180 IL VIAG€«0 DI aOETHE A. PALERMO ECO. 

di pietra biauca profonda cinquanta piedi ; e lì sotto, coralli, 
avanzi di animali e conchiglie petrifìcate ; e negli strati su- 
periori, argille rossastre scarse o mancanti di concliiglie. Nel 
Pellegrino, rocce calcari di antica formazione, porose, a 
screpolature, apparentemente irregolari, ma in realtà ordi- 
natamente stratifleate ; e le rocce, percosse, davano come un 
suono metallico (4 Ai)r.). Quel monte era nudo, senza piante 
né cespugli, e soltanto i tratti piani erano rivestiti parte di 
erbe, parte di muschio (6 Apr.). 

Questa osservazione è una risposta a chi vagella alle 
ombre di un Monte Pellegrino imboschito nel settecento. 

In quel di Monreale, scendendo da S. Martino, la strada 
è fra monti di roccia calcare, la quale cotta dà calce bian- 
chissima. « Per alimentare le fornaci, osserva Goethe, si val- 
gono d' un'erba incolta, alta e dura, già seccata e legata in 
fascine». Quest'erba è il saracchio, valgo ddisa [arundo am- 
pelodesmoH di Linneo), che anche ora, mescolato a virgulti ed 
a legae, si usa nelle fornaci dove si cuoce calcina od altro. 

« Fin alle maggiori alture si vede a fior di terra ar- 
gilla rossa, che forma il terriccio, argilla tanto più rossa 
quanto più in alto si sale, dove la vegetazione scarseggia. 
Osservai in lontananza una caverna rossa quasi cinabro. Il 
monastero poi sorge in mezzo a tnonti calcari, ricchi di 
sorgenti, con terreni ben coltivati » (10 Apr.). 

È noto che il Conte de Borch fece nel 1777 un accu- 
rato viaggio in Sicilia e, com'era allora costume di alcuni, 
anche in Malta (1). Durante quel viaggio, che poi descrive 
in due accurati volumi con l'intendimento di correggere 
certi' affermazioni di Brydone, si dedicò a studi speciali 
sulle i)ietre dell'Isola e ne compose opere allora molto 
accre<litate (2)., 



(1) (.'oiifroiitH i Viaggi di Brydone, de bi Platière, Houel ecc. 

(2) tjilhotjruphif tirilù'nnf ecc. Naples . 1777. — Litholotiiv HiciUenne 
ecc. Rome; I77S. — Mim-ralaffir MicUieuM docimantupu; et inétallurffitjine 
ecc. Turin, 1780. 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 181 



Ad esse fece caix) (Toetlie venendo tra noi, e pur non 
tacendone i difetti, ebbe a confessare avervi ricorso per 
ben pre])arar8i sotto questo as[>etto. Intanto C(;n uno di quei 
volumi e<»li potè fare non poche utili constatazioni iniiieralo- 
ti^iclie, cìic formarono una delle inijuliori pagine della Reise 
e l'attuale «Collezione uoetliiana <lei minerali di Sicilia» 
in Weiinai'. 

Dal re,i>iio minerale e«j;;li passa al vegetale, che nella 
Villa (tÌuIìm di Palermo assurge a vaghe visioni di fantasia, 
e nella lettera <lel 2S Aprile in Caltanissetta si mescola e 
confonde con quello. La scienza diventa poesia. (Ili alberi, 
le i)iante, le foglie, i liori parlano non juir dell'oggi, ma 
anche dell'ieri e d<Oie età più remote; e quando l'ultimo 
giorno di sua dimora in Palermo (ìroethe torna a (jiiel 
giardino, un gran dubbio lo assale, dubbio che è un grave 
proldema di botanica a.rcheologi(^a. « Le molte pianta che io 
sono abituato a vedere solo in casse di legno ed in vasi, e 
la massima [)artt* dell'anno dietro finestre di cristallo, qui 
stanno all'aria aperta, e frattanto sviluppandosi si pre- 
stano meglio al nostro esame. Alla vista di tante ligure 
nuove o rinnovate (di piante) si riaffacciò alla mia mente 
l'antico mio capriccio, cioè se io non possa sotto <piesta 
schiera scoprire la pianta ovìg'uìnìi'fUrpflaHseJf Siffatta pianta 
deve pure esservi; se no, come potrei io conoscere che que- 
sta o quell'altra figura sia una pianta se esse tutte non 
fossero da riportare ad un me<lesino tipof Mi adoperai a 
indagare in che si differissero le une dalle altre ; la forma 
che tra loro i)iri si scosterà nella foiina; e trovai seniju-e 
più analogie che differenze ». 

Assorto in cpieste considerazioni, egli vede scomparso il 
giiirdino incantato di Alcinoo, e trasformato in orto comune. 

Questo [)ensiero non abl)and<)uò più uè allora né poi il 
sommo morfologo delle piante. [117 Maggio, appeu i giunto 
a Napoli, egli ne scrivev^a ad Herder (altri invece di Her- 
der mette di mezzo la Carlotta von Stein); e le sue osser- 
vazioni possono riassumersi in questi termini: 

Arch. Star. Sic.. N. S. Anno XXX. 13 



182 IL VIAGKilO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

«Ti significo coiiMcuzifil mente che io sono sul jiiiiito di 
scoprire tìnal mente il mistero del nascere e dell'orj;>anarsi 
delle piante. Il mio tipo della pianta primitiva sarà la 
cosa più singolare del mondo, e la natura medesima me 
lo iudicberà. Con tale modello e con tale chiave si ])o- 
tranuo creare un'intìnità di nuove piante, le quali, se non 
esisteranno realmente, potrebbero esistere, e che lungi del- 
l' essere riflesso o parto d' un' immaginazione artistica o 
poetica, avranno un' intima e vera esistenza, direi anche 
necessaria; e tal legge creatrice i)otrà applicarsi a tutto ciò 
che gode di una vita qualsiasi ». 

Tre anni dopo (17JK)) egli lanciava arditamente in mezzo 
agli scienziati d'Europa, i (juali l'accoglievano tra sorpresi 
ed increduli, la sua teoria, cominciata a intravedere in Ita- 
lia, compiuta in Sicilia, sopra la Metamorfosi delle piante, 
e con essa, vedi coincidenza d'opere intellettuali! quel Tor- 
quato Tassoy che, iniziato in Weimar, venne mentalmente 
continuato nella ti-aversata da Napoli a Palermo e portato 
moltK) innanzi nell'Isola. Così (]uesta avrà anche la gloria 
di avere ispirato non solo una parte del dramma ov'è adom- 
brata una circostanza della vita esterion* <lel (ìroethe , ma 
anche la scoperta morfologica e, come vedremo, una com- 
media e versi bellissimi. 

V. 

Pochi e sommari i rilievi che Goethe viene facendo <len- 
tro e fuori la città. I cavalli sono adoperati assai meno 
che i muli, ai quali si somministra orzo, paglia tagliata e 
trifoglio; e in primavera orzo verde come rinfresca ti vo. Po- 
che le j)ecore, di razze originarie dalla iiarberia (4 Apr.). 
(iraziose le scope, fornuitc «li rami di palma, le (luali con 
qmihrlie modificazione potrebbero nnidere miglior servizio 
(5 Apr.) : <li ))alma dice, ma «loveva dire meglio di gerfo- 
glio ((ihumoeropH hnmiUs). 

HtufNMHli i legumi; tenere soprattutto le insalate e dolci 



IL VIAGM5HO DI GOETHE A PALERMO EOO. 183 



come il latt»', donde il nome di lattuga stato dato loro da- 
gli aiitic'lii. Buoni eguagliente l'olio ed il vino, e ])otrel)- 
bero esserlo i)iù se meglio ne fosse curata la fabbri eaz io ne. 
Di gusto delicato i pesci; benché scarse, buone le carni, e<l 
egli ne ebbe ottime di animali giovani (13 Apr.). 

A proposito di i)raticlie agrarie, brevi son quelle che 
egli (mumera nella seconda lettera da Alcamo (IJ) Aprile); 
molte invece (pielle <lelle <r}impagne di Girgenti (26 Ai)rile). 

Le costruzioni architettoniche della città gli ricordano 
quelle di Napoli. (ìoetlie non trova si>irito artistico che in- 
dirizzi ed informi le oi)ere. « Gli ediftct sorgono a caso ed a 
capriccio, e'd è a meravigliare come possa esser nata in Pa- 
lermo una fontana come (pudla che vi si ammira, se non si 
pensasse che la Sicilia è ricca di marmi e non avesse uno 
scultore capace di riju'odurre ligure e teste di animali stu- 
pendamente disegnate e lavorate. » E descrive quella fontana 
senza cercare di sapere che essa non è siciliana, e che fu 
mal collocata là <love si trova. ì^essuno disse a Goethe che 
la Fonte Pretoria venne architettata ed eseguita in Firenze 
prima del 1552 da Francesco Oamilllani e Angelo Vagherino, 
scultori liorentini, con l'assistenza di Frate Angelo da Mon- 
torsoli; che l'opera i^a stata ordinata da Don Pietro di To- 
ledo i)er una villa in Firenze, e che il figliuolo di lui, es- 
sendo a corto di quattrini , la vendette al Senato di Pa- 
leriiio (1). 

È bensì vero che a (piella fontana, copiosa di acque, al- 
lora ritenute superiori ad altre della città, andassero ad at- 
tingere i buoni Palermitani; ed i diaristi del tempo nota- 
vano come un fatto ordinario che i servitori delle famiglie 
aristocratiche vi si recassero con lucide mezzine di rame 
nell'ora consueta del desinare dei loro padroni. 

Insìstendo sulla (capricciosa esuberanza degli ornati, Goe- 
the lamenta che le chiese ne abbiano in tanta profusione 



(1) Lo Prbsti, Nuora ed esatta descrizione del celeberrimo fonte esistente 
nella piazza del Palazzo Senatorio. In Palermo, Epiro, 1737.— Palbemo, 
Guida istruttiva, 2* edizione, pp. 261-67. 



]84 IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 



da suixn'aro quelli della chiesa dei Gesuiti (alludendo pro- 
babihneiite a Casa Professa), senza un disegno prestabilito, 
senza ordine e senza Jiiisto. E non tieni conto della <;liiesa 
di S. (iriuseppe, tij)ica per siffatti ornati: e non cerea del 
tempo in (die esse ebbero origine e dello stile al <]uale ven- 
nero inforniate da artisti che spesso ra{)presentavano quanto 
di più ingegnoso potesse dare la invenzione, quanto di più 
corretto il disegno, quanto <li più tìne l'iiulirizzo <lel secolo. 
Tutto è relativo: ed è bene sj)iegabile che ad un genio come 
(roethe, nato es cresciuto in un ambiente così diverso dal 
nostro anche dal punto di vista religioso, certe rai)])resen- 
tazioni e forme paressero esagerate. 

Egli è quindi coerente a se stesso quan(h> salito sul 
Pellegrino resta vivamente ammirato della sid)linie natu- 
ralezza della grotta di S. Rosalia. < Tutto il cristianesimo, 
che da diciotto secoli ha fondato il suo possesso, il suo 
sfoggio, le sue splendide feste sulla i)overtà dei suoi primi- 
tivi fondatori e dei suoi zelanti confessori, non offre un san- 
tuario che sia ornato così innocenteuKMite e con tanto sen- 
timeuto come questo » ((> Apr.). 

Vari scrittori italiani e stranieri (lasciamo da [»arte i 
siciliani) lian parlato di questo santuario, ma nessuno — o 
ch'io m'inganno — l'ha fatto col sincero e squisito senti- 
mento di Goethe. Accennato aUa bellezza lìiirabile'del Monte 
ed alla fedele riproduzione che ne era stata fatta nel Voi/agr 
pittoreHqìK' de la SicUe (titolo incompleto del Voijaqe inttorc- 
aque ou Description den Rojfaumes de Naples et de SicUe del- 
l'ab. Richard de Saint Xon (1) e descritto miuutanu^nte il 
venerato luogo, si ferma da ultimo all'altare del lato sini- 
8tro, nel quale era ed è il simulacro della Verginella di 
Palermo. « Guanlai, dice, attraverso una graticella d'ottone 
un lavoro a fogliame, e vi<li iampad<' accese innanzi l'al- 
tiire; m'inginocchiai vicino e guardai tra i vani di <piella. 
C'era internamente un'altra graticella di più sottili lìli d'ot- 



ti) Paris, 1782-86, voli. 5. 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECO. 185 



tene, c<)si(M5hè attraverso le maglie di essa potevo discernere 
bene. E s<;<)i'si ;illa luce serena di aleune lampade una bella 
figura di donn;», giacente come in estasi, gli occhi semi- 
chiusi, il capo alquanto piegato dal lato della mano destra, 
adorna di molti anelli. Io non mi stan<'.avo di contemplare 
quella immagine, splendente a me in tutta la sua vaghezza. 
La sua vestc^ era di lainina dorata, che imitava benissimo 
una ricca stotta tessuta in oro. La testa e le mani erano 
di marmo bianco, non oserei dire di stile eletto ma ])ur 
lavorato con tanta naturalezza e gradevolezza che si sarebbe 
creduto (piella figura alitare e muoversi. Le stava al lato 
un angioletto che (;on un ramo di giglio in mano ])arev'^a 
volesse farle fresco e luce » (0 Apr.). 

Questa poetica descrizione (> divenuta classica per ogni 
buon viaggiatore tedesco che salga sul Pell^^grino e visiti 
la grotta, Egli vuol vedere uno per uno i particolari della 
lettera della IttiUenischc ReUe. 

Sei anni (lo|>o di (loethe, il 1*5 Setteujbre rlel 171)3, un 
nobile lombardo, il Contt' Cast(me della Torre di liezzonico, 
visitando il medesimo simulacro, senza nulla sapere del giu- 
dizio di Goethe, scriveva: « Sotto l'altare giace la statua 
della Santa, e nessuna lìn'ora m'è accaduto di vederne più 
formosa (^ tenera, e meglio att(^ggiatii. Il volto è di bellis- 
sima forma, e con braccio sotto la testa regge la santa una 
foltissima chioma: e nella destra sostiene un crocifisso che 
amorosamente conteinpia nell'atto di socchiudere le vaghe 
pupille nel sonno <l'una placida morte. Una ricca veste di 
tocca d'oro, aspra di molte gemme, la ricopre : ardono più 
lampade intorno e una doppia cancellata la difetide da' 
profani, che appena possono rimirarla fra que' molteplici 
trafori. L'arte ha qui saputo far uso maestrevole del poter 
suo nello scoli)ire e nel collocare in misterioso luogo il ben 
oprato simulacro ed anzi contribuisce a nodrire la divo- 
zione » (1). 



1) Opere, t. V, p. 103. Como 1817.— Maria Piteè, Le Feste di S. Rosa- 



186 IL VIAGOIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 



Siffatta descrizione avvalora e documenta quella di Goe- 
the, dalla quale alla sua volta prende colore ed evidenza. 
Chi conosce il dotto patrizio comasco, e ricorda la sua in- 
contentabilità nelle opere d'arte da lui vedute in Sicilia, do- 
vrà per necessaria conseguenza ammettere che la 8. Rosa- 
lia del Monte Pelle.i>rino, non ostante che fattura del seicento, 
ha dei pregi singolari. liappresenta la patrona <li Talermo 
presso a render la vita e col capo rivolto verso hi città. Ne 
fu autore (Iregorit) Tedesclii liorentino. La veste d'o io, costata 
duemila scudi, fu dono del pio Carlo 111 quando egli venne 
ad incoronarsi in Palermo (1735). Le anella delle dita sono 
antiche offerte dei di voti. La corona di rose d'oro, frutto 
di limosine sì di divoti e sì della Deputazione della Grotta, 
e del valore di mille scudi, fu posata sul capo della statua 
il 20 Aprile 1727 (1). Una minuta aualisi condurrebbe alla 
documentazione storica di questo tratto di squisita poesia, 
dove è anche a rilevare lo incontro di (xoethe con mi sacer- 
dote della comunut, uno dei dodici canonici recimtemente 
istituiti dall'Arcivescovo di Palermo moiis. Sauseverino. 

Chi oggi si rechi in pellegrinaggio al benedetto luogo e 
volga l'occhio sulla nuda roccia a destra, tra la p()vta esterna 
e la leggendaria grotta, troverà la modesta iscrizione seguen- 
te da me dettata : 

IN QUESTO SPECO 

SACRO ALLA VKROINK l'ATKONA ni PALERMO 

IL I>Ì VI Al'UILE DKL M IK^CLXXXVII 

VOLFANGO GOETHE 

SI FKKMAVA A CONTEMPLA KK 

LA SEMPLICITÀ PRIMITIVA 

DEL 8ANTDAK10 

E LE FORME ELETTE 

DEL 

VENERATO SIMULACRO. 



Ha ìh Palermo e della AxHHiita hi .)frHsiiia. Versioìii wc, pp. 15-l(i. Pa- 
lermo, HelMM-, 19(K). 

'1) ViLLAMiANCA, l'olmiiit (Vnyy'ujiorun, iti liibliotcvn «iel Di Marzo, 
V, X, p. 43f). — Palermo, (JiiUlu intnittirn per l'alenuo e niioì (ìintorni, 
p. 787. Fji1«miii(», IN'iiHjiiitv. \H')\). - Km. Salemi Hatta(ìlia. N. Uosalia 
• FaUrmo, 2.» edix., p. 162. Paleriuo, 1889. 



IL VIAGGUO DI GOETHE A PALEBMO EOO. 187 



VI, 



Alteiiiaiulo il uii'o della città con le ^ite nei diiitorni, 
Goethe vede quello che più lo attira senza un ordine 
prestabilito che lo inceppi come una guida Bedeker dei 
giorni nostii. In cittri ta volta si ferma presso un merciaiuolo 
del Cassjiro, probabilmente tra i (Quattro Canti e S. Matteo. 
Quell'uomo ^li riesce sim])atico, ed euii s'intrattiene volen- 
tieri n ciuiversare con lui nella sua bottega, il Massaro era 
allora lastricato ben diversamente d'adesso, in forma di sezio- 
m^ concava; talché o per le piogge elle scendevano (ìall'alto, 
o i)er le immondizie che il tenii)o asciutto ed il vento vi 
ti'asi)ortava, facile cosa era il raccoglicrvisi mota d'inverno, 
polvere d'estate. È antico il costume di mettere in mucchi 
presso i marciapiedi o il fango o la spazzatura att«»uden- 
dosi che un carretto venga a sgombrarne il suolo: il clie 
è semi)re un lavoro tardivamente fatto. Così era nel quat- 
trocento, così nel settecento. 

Nel quattrocento, per non andare indietro più lontano, 
si prescriveva che non si dovessero abbandonare così am- 
mncchiate le immondezze; ma eran bandi di Palermo, e si 
sa che rimanevano lettera morta. Nel settecenti» infatti, 
chiacchiemndo <lel più e del meno col suo nuovo conoscente, 
il merciaiuolo, Goethe se la pigliava coi Palermitani, «che 
lasciavano ammucchiare, diceva lui, innanzi le botteghe 
tante immondezze (1), che poi il vento ritornava alle bot- 
teghe medesime »; ed il uierciaiuolo, malizioso, gli fa^reva 
osservare che < coloro ai (piali spettava di provvedere alla 



(1) È curioso che l'usanza Ijiaientata da Goethe fosse una antica «U- 
sposizioue ilei Senato consacrata nei contratti di appalto della spazzatura. 
Si prescrivea che le immondezze spazzate venissero raccolte a mucchi, 
con l'intendimento che poi dovessero portarsi via. Vedi il Contratto ci- 
tato nella nota 2 della pagina seguente. 



188 IL VlAGOIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

pulizia aveauo gi'unde iuflutMiza, e non si riusciva ad obbli- 
garli a fare il loro dovere. Se si sgombrasse, aggiungeva, 
tutta quella lordura, verrebbe in luce lo stato miserando 
del sottostante selciato, e si scopri rebbm'o le malversazioni 
della loro disonesta amministrazione . (Oh! come ii mondo 
è sempre lo stesso !). 

Concludeva poi scherzando: « Le male lingue dicono es- 
sere la Nobiltà quella che favorisce (piesto stalo di cose, 
atfinchè le carrozze, andando di sera alla passeggiata, pos- 
sano proceder senza scosse, sopra un pavimento meno 
duro ». 

Ma quel merciaiuolo se non conosceva la storia del suo 
])aese, se non sapeva che già fin dai pi'inn del quattrocento 
esistessero disposizioni per la pulitura delle vie, se igno- 
rava che nel 1(500 il Comune avea dato in ap])alto lo spàz- 
zaniento tni anuatìiamento giornaliero delle varie strade e 
piazze (1); iM)teva almeno dire n (Ti>etlie, cosa della quale 
egli era testimonio, che otto anni iunaiìzi (7 Ag. 1770) si 
era concertata la spazzatura (h'I Cassaro e della Strada 
Nuova in una maniera più rispondente allo s<'<)}»o. I*oteva 
largii ossiH'vare che certi carrettieri avevano imix'giìata con 
gli ortolani la si)azzatnra ; anzi, come ho rilevato in altro 
nno studio (2), i)er antico decreto del Senato, le bestie da 
soma che entravano in città carichr di ortaggi non po- 
tevano uscirne senza la spazzatura delle case , tanto no- 
civa alla i)ubblica salute (pianto utile all'agricoltura (.'J); 
e che i padroni delle botteghe pagavano un bajocco (cent. 
4) l'uno, per due s[»azzate la settimana, fatte da 20 forzati, 
l'oteva anche soggiungere, ed egli doveva saperlo di pre- 
ferenza, cliH j>ei" (pianto ii Senato facesse e nel Cassaro e 



(1) H. Stauuahha, Contraiti) (ÌUipixdto vw. in AtchivUi stor. nic, nuova 
iM'rift, u. II, liiHf. II, pp. 2(>4-!(, I'al<Min(), 1S77, 

(2J l'dlernio cenUt e più anni fa. \. I. cap. 111. 

(H) Capitoli M Semto, t. II, f. UHI. Ms. «Irli" Auliivio Coiniiiiale. — 
Texicjiìa, <>p. lit. (up. XIII, ^ I!)l. 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECO. 189 



nel piano della Martorana lastricando, ripulendo, non riu- 
sciva mai a s})avazzai'e la immensa mota che le jjio^ge con- 
tinue vi producevano: difetto comune ad altri punti della 
città, ed alla Marina ])articolarmente (1). 

Gli effetti del livelli» stradale si fanno pel Goethe jdiì 
rilevanti quando egli vede nel bel mezzo del Oassaro, in 
inappuntabile costume aristocratico del tempo, il Principe 
di Palagonia andar (pu^stuando per i poveri schiavi sici- 
liani in Barberia. I). Ferdinando Francesco Gravina Al- 
bata (VII di quel titolo) procedeva dignitoso ed impertur- 
babile in parrucc?a arricciata e incipriata, si)ada al tìanco, 
calze di seta e scarpine con fìbbie, guarnite nientemeno di 
diamanti. Era piovuto a dirotto, ed egli non si dava pen- 
siero del fango che tutto lo inzaccherava (12 Apr.). 

A i)roposito di piogge possiamo con testimoni oculari 
sajHM'e come esse fossero andate. Uno, il Villabianea, nota 
lùoggerelle frecpienti (2); (ìoethe, piogge ad intervalli con 
lampi e tuoni il 13, e un vero diluvio nella notte dal 
14 al 15. () il diluvio non ci fu, o se ci fu, il Goethe, 
giovane a IV,) anni, può averlo veduro; Villabianea a <I7 non 
ne avrà veduto nulla, o non ne avrà riportata impressione. 
La neve caduta copiosissima il 13 Gennaio , riapparsa dal 
23 al 25 P(4)biiiio, non si ripetè nei giorni di fermata di 
(kjethe in Palermo; e (juando il 2 Maggio riapparv<', egli 
non era pifi in Palermo; e forse a Catania non ne ebbe sen- 
tore. 

La descrizione di <piell' acquazzone dà un'idea di ciò che 
fosse allora la città (piando un torrente scendeva imj)etuoso 
pel Corso a mare. (Mii dovea attraversare da un lato all'al- 
tro la strada, poteva farlo solo su ponti primitivi in legno, 
() rassegnai'si a diventar carico abbastanza comico di uno 
dei tanti facchini che in quella occasione facevano da raa- 



(1) Vu.LABiANOA, DUnio in BM. del Di Marzo, v. XXVI, p. 372; 
V. XXVII, p. 43G. 

(2) ViLLABiANCA, Diario iu., toiuo cit., a. 1787, pp. 3-5. 



190 IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 



rangoui. Bisogna ricordarsi che a cagione di questo torrente 
e di questi ponti posticci, dovuti alla previdenza del Senato 
ed all'opem materiale del famoso mastro Agostino Tum- 
minello, fu in tutta serietà scritto, non ricordo da quale 
viaggiatore, che Palermo era una grande città, divisa da 
un fiume e unita da ponti: notizia divenuta anche argu- 
tamente tradizionale. 

« 11 torrente che scendeva sulla via fra i marciapiedi, 
da entrambi i lati, avea liberato il suolo dal fango i)iù leg- 
giero trascinandolo ])arte a mare, parte nelle chiaviche non 
otturate, qua e là le materie più pesanti aprendo nel baso- 
lato una specie di meandro tortuoso, libero dalle immon- 
dezze. Era il Sabato della Domenica in Albis e dovea aver 
luogo la processione. Centinaia di operai, con pali, forche, 
scope, compievano l'opera incominciata dall'acqua, racco- 
gliendo di lato tutte quelle immondezze, cercando di allar- 
gare e dare miglior forma a (pi ella strada improvvisata. 
(Josì quando la processione uscì, la via, per quanto tortuosa, 
era già abbastanza pulita perchè tra quella palude la lunga 
fila del clero, dei nobili in scarpine e calze, dietro il Viceré 
potessero percorrerla senza infangarsi. Parevami vedere il 
])opolo d'Israele, in mezzo a fanghi e paludi guidato per la 
via asciutta dall'angelo; e questa impressione era nobilitata, 
dalla vista di tante persone elette, le quali pompeggiavano 
sì, ma con attitudine di compunzione, cantando tra quei 
mucchi di fango laudi e preghiere ». 

Questo vide e questo i)ens() (Goethe il 15 Aprile. Ma per 
(pianto io abbia indagato, non son riuscito a trovare una 
lirocessione di quella fatta in quel giorno. Non un diarista 
ne fa ])arola; e nel CercmoniaìciUfì De Fraudi is (1788, ban- 
ditore e c-erimonicn'e del kSenato di Palermo), non ve n'ò trac- 
cia. K sì che il Senato dovea prendervi parte se ve la lU'en- 
devail Viceré! A farlo apposta, nessuna funzione solenne ce- 
lebmvasl iu quel giorno; e solo il domani, senza intervento 
del V^icerè, il Seujito nudava alla ('att<Mlriil<' per la M(\ssa can- 
tatu e per la processioiK» iutenui, la <pi:(lc indicava il prin 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 191 



cipio delle pubbliche novenarie preghiere dell'ano nper Fer- 
dinando III Borbone e per la reale famiglia, e conduceva 
in giro })er la chiesa la immagine della Madonna (1). 

Prima assai dei Borboni, l'il Aprile del 17()<>, v'era stata 
una processione per hi Domenica in Albis, di.s])ostn dal- 
l'Autorità ecclesiastica; e v'ebbero frati, clero e Capitolo 
della Cattedrale cantanti litanie, l'Arcivescovo, il Vi(;erè col 
Sacro Consiglio ed il Senato ; ma fu spettacolo straordinario e 
particolare i>er impetrare da Dio il buon esito delle armi di 
Filippo V, che comandava in i)ersona il suo esercito con- 
tro quello di Austria. 

Se le notizie di (piel Venerdì santo non fossero esplicite, 
io sarei tentato a riportare a quel giorno la funzione reli- 
giosa annunziata pel Sabato successivo; e allora c'entrerebbe 
il Viceré con tutti i componenti le nobili confraternite della 
Pace, della Carità e de' Bianchi, e non dovrebbe parlarsi, 
come diceva il mercantuolo a (joethe, di Divinissimo, ma 
della Madonna della Solida<l (2). 

Tant'è: questo porse occasione al nostro viaggiatore <li 
visitare ai>i)unto la Cattedrale e di « contemplarne le va- 
rità ». Ma l)en poco deve aver vetluto essendo essa in via 
di quel restauro che si tradusse in vera e propria ricostru- 
zione di triste memoria i)er la storia dell'arte. 

Poco dopo si recò in « una casa moresca tuttora ben 
conservata, non molto grande, ma con ampie e belle stanze 
di armoniche proporzioni; » e dovea certo essere il castello 
della Zisa, opera dei tempi dei due Guglielmi, che dispensa 
«la qualunque illustrazione. Visitò altresì « un luogo sgradi- 
tissimo, con resti di antiche statue », che non ebbe il corag- 
gio di fermarsi ad osservare : vago, troppo vago accenno, che 
ci fa pensare al Museo Salnitriano nell'ex-Collegio dei Ge- 
suiti, cioè nell'Accademia degli Studi (Università). N'era 



(1) I)k Fra\(;his, Ceremonùtle, piì. 206-15. Ms. II, C 25 dell'Archivio 
Comunale. — Palkrmo, GuicUi istrutti4'a ecc.. p. 28. 

(2) Dk Fkanchis, <>p. eit., pp. 186-89. 



192 IL VIAGGUO DI GOETHE A PALERMO ECC. 



Direttore il Bibliotecario D. Giuseppe Sterziuger, teatino 
bavarese (1). Il Soimini, che avea veduto prima di Goethe 
quel museo, dice vaio: « una raccolta contusa di oggetti assai 
poco interessanti » (2). Simili a questo, peraltro, doveano 
essere musei e pinacoteche private, cv'cezione fatta di quella 
del Principe di Torremuzza ; onde Bartels potè notare 
come e Musei e pinacoteche non attirassero l'attenzione dei 
visitatori provenienti da Eoma, molto più che erano sen- 
za ordine e senz'arte (3). 



VII. 



Le visite archeologiche e monumentali non sono a dir 
vero la parte migliore e caratteristica del Viaggio, almeno 
in Palermo. Converrebbe seguire lo scienziato fuori per 
sentire i suoi pensieri e giudizi. 8egesta è il tempio in 
faccia al (juale egli impressionato si ferma , contempla 
ed istruisce. Pure anche in Palermo bisogna seguirlo un 
momento, giacche i suoi giudizi corroborano quelli di altri 
personaggi contemporanei. 

Goethe in tre giorni consecutivi (10 , 11, 12 Aprile) si 
recò al Monastero di 8. Martiyo, al Palazzo Reale ed al 
Palazzo Torremuzza. 

Diverse, secondo i luoghi, le impressioni. A S. Martino 
i monaci gli mostrarono oggetti pregevoli di antichità. Piac- 
quegli specialmente una medaglia con la tìgura di una divi- 
nità giovane, e iie avrebbe presa la impronta se ne avesse 
avuto il m<»zzo. Il monastero si prescMitava in tutta la. sua 
opulenza; ma i monaci ne lamentavano il decadimento. 
Erano vecchi e giovani, cadetti <lal primo all'ultimo, delle 



(1) stato dellit Ih- /miai ione de' Hcffj Studj ecc. Paloriiio, 17S7. 

(2) SoNNiNt, op. <it., t». 46. 

(8) Haktkl», Brie/e Uhcr Kalnbrien nnd .Sivilien. I>ritt«v liaiul, p. 604. 
Odttingeii, Ihjì T. Clir. Dietrich ITitL'. 



IL, VIA(>€HO DI GOETHE A PALERMO ECC. 193 



princi]>ali famiglie {iristocraticlie; <»li \\n\^ ìaudatores tem- 
porU acti, dovevano le «ento volte aver levato a cielo il 
tempo dell' auge della fortuna, e rimpiangere le antiche 
stbndolate ricchezze, ora ridotte dall'avidità del Governo, 
dalla fiscalità delle legjLfi e daUe liforme <lianzi iniziate dal 
Viceré Caracciolo ; gli altri, i giovani, g'odeiido delle splen- 
didezze attuali, doveano sentirsi eccitare al ricordo d'un pas- 
sato circonfuso di glorie artistiche e di godimenti... culinai-l. 

Il rimpianto del i)assato non toglieva il [)iacere del 
presente , e la signorile ospitalità dei Benedettini verso 
quanti capitassero lassù, nella loro monastica reggia. 

Un proverbio comunissimo allora, storico oggi, decan- 
tava : Lettu di Duminicfini, Lusau dì Biuidittini, Tavula di 
Cappuccini. Non per nulla Goethe, raccomandato come (hip- 
pertutto dal A^icerè, venne con Kniep ricevuto con ])artico- 
lari distinzioni. Menato in un salotto, dal balcone del quale 
si god(;va una vista stupenda, trovò appare(;chiata la tavola 
per sé e j>el (rom])agno, ed ebbe servito un ottimo desinare. 
Alle frutte andò a trovarlo l'Abate col decano; e. dopo una 
nuova occhiata alle collezioni, accomi)ag'nato fino aTla car- 
rozza dai giovani, lasciò il monastero, soddisfatto delle ac- 
(roglienz(? ricevute. 

Il silenzio col nome dell' Abate stuzzica anche qui la 
curiosità dello studioso. Certo non importa nulla se egli si 
chiamasse D. Tizio o D. Sempronio; ma non rincresce il 
sapere che egli era appunto il Kev.mo 1). Filippo Bene- 
detto De Cordova, che dal 1785 al 1781) fu supremo mode- 
ratore dell'Obline. E fu successore di quel D. Michelangelo 
Oelesia che poco prima avea mandato un grave ricorso al 
Giudice della Monarchia contro la condotta dei suoi mo- 
nacelli, i quali dovean piTi lardi colmare di gentilezze Goe- 
the e Kniep e poco appresso il costoro connazionale Pro- 
fessore Cristiano Bartels , tornato tutt' altro che edificato 
delle confidenze di uno e delle dimostrazioni grafiche <li un 
altro monaco (1). 



(1) Bartels, op. cìt., v. II, p. 657. 



194 IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

Nel R. Palazzo trovò un gran disordine iH>r le deconi- 
zioni ai'chitettonÌL*he die vi si venivano ese^ti^nendo. 

Il Viceré Principe di Caraiuanico avea ordinato grandi 
riforme in quasi tutti gli appartamenti , compreso quello 
che fu poi abitato dalla Regina Carolina e lo era stato dal 
suocero di lei Carlo III ; e proprio quando Goethe vi si 
recò , la galleria si dipingeva a fresco , e sulla volta un 
qua^lrone rai)presentante la Maestà Regia, protettrice delle 
Scienze e delle Arti. Quella galleria, per vari fatti storica, 
prese più tardi ed ha anche adesso il titolo di Sala di Er- 
cole, poiché nel 1791), poco dopo giunta la Corte di I^ai>oli 
a Palei ino, Ferdinando 111 Borbone la volle dal pittore 
Giuseppe VelasqueJ!: ridipinta faé»endovi sostituire sulla 
volta l'apoteosi e nelle pareti le forze del mitica) semideo. 

In mezzo a tanto disordine ed allo affaccendarsi dei 
servitori, Goethe imtè imperfettaminite vedere qualcuna 
delle statue, le quali scese dai piedistalli e coperte <li tele, 
mal si prestavano allo esame dei visitatori. Lì, a sinistra 
«Iella galleria, erano attaccati alla parete i due famosi arieti 
di bronzo, maravigliosa opera greca, che Giorgio Maniace, 
Prefetto di Costantino Monomaco, Imperatore di Costanti- 
nopoli e re di Sicilia, avea fatti collocare alla ])orta della 
fortezza la quale serba ancora, il nome di luì in Siracusa. 
DojM) svariate vicende ebbero , da ultimo, detinitivo posto 
nella galleria medesima (1). Goethe avea gran desiderio di 
vedere questi arieti, e confessò che, visti anche in quelle 
sfavorevoli con<lizioni , valevano a soddisfare grandemente 
il senso artistico. « Son due ligure potenti nella famiglia mi- 
tologica, degne di portare Friso ed Elle. La lana non é ])unto 
c^irta e crespa, ma lunga e liscia, che ricade jx'l corpo; ed il 
tutto , eseguito con grande verità ed eleganza , appartiene 
fuor di dubbio ai tempi migliori dell'arte greca». (11. Apr.). 

Oggi dei due monumenti ne rimane un solo, e maltrat- 



(1) Palermo, Oukla ittruttmi ecc., pp. 892-i).S. 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 195 

tato. Nella rivoIuzioiK' del 184.S alcuni forseiiiurti ne fecero 
tanto scempio, che uno venne fuso e l'altro malconcio. 

Oh se potesse ])arlaie quante delle sue vicende raccon- 
terebbe questo ariete ! 

Dopo 410 anni di dimora in Siracusa , nel 1418 passò 
in dono a Giovanni Ventiinii>iia, che sventò una con^^iura 
e distrusse i congiurati : e ne fu donatore il Mcerè Lopes 
Kìmenes d<; Urrea , al quale non parve vero che si fosse 
liberato di (piei nemici. Il Ventimiglia lo portò nella sua t«rra 
di ('astelbiu)no, ed il figlio Antonio ne ornò il sepolcro del 
padre, cui venne ])resto tolto per i)assarsi al Viceré Ga- 
spare de Spes, nel palazzo Chiaramonte, allora residenza 
regia o viceregia.— Oh ])erchè tanta offesa alla njemoria di un 
morto? Perchè Enrico Ventimiglia , nipote di (riovanni, 
venne accusato di fellonia, e spogliato dei suoi beni. Un 
Viceré avea premiato con gli arieti un barone fedele, un 
Viceré puniva il nii)ote infedele! 

Dal Palazzo Chiaramonte l'opera ]>assò c<»i Viceré nell'a- 
bitazione del Castel lamare; [)oi (155G) nel Palazzo Reale con 
D. Giovanni de Vega in una sala che venne detta de 
los carneroH. La s(?rvilità dei governanti mandò nel 1735 a 
Carlo IH ; 1' e(pianiniità di cpiesto principe fece tornare alla 
Reggia in Palermo i due cai)olavori che la fantasia dei Si- 
ciliani giunse a sognare modellati da Archimede (1). 

E (piali li restituì il benemerito tiglio di Filipi>o V e 
di Elisabetta Farnese, tali li vide nella Reggia Goethe. 

E mentr'egli c'era, vide Goethe la stanza detta di Rug- 
giero e la Cappella palatina ? 

Nessuna parola di lui in proposito: e probabilmente 
non vide né Puna né l'altra; od anche vistele non ne prese 
nota. Dio glielo perdoni !... 



(1) Vedi tra le Notizie carie di Palermo della Biblioteca Comunale di 
Palermo (ms. Qq C , 3 , foglio 136 bis) la notizia minuta che ne lasciò 
il Mongitore, e che pur venne pubblicata dal Di Marzo, in BibL, v. IV, 
pp. 3-23-26. 



100 IL VlAGCrlO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

Alle i)oetiche l'einiuiscenze aiiolie fridericiaiie dell' una, 
ed all'annoiiica fusione degli elementi arabi e normanni 
dell'altra non poteva restare impassibile l'anima nobilissima 
del sommo tedesco. Goethe invece si lasciò condurre alle 
catacombe fuori città, « le quali architettonicameute dispo- 
ste, uon sou cave abbandonate di pietra e ridotte a sepol- 
trtre ». Solo da due anni disterrate nell' orto del Barone 
Quaranta, quasi di fronte a i>orta d' Ossuna , esse erano 
nuovo acquisto archeologico del paese. Il Principe di Tor- 
remuzza, che ebbe a sovraintendere agli scavi e ne scrisse, 
le giudicò sei)()lcreti dei te>n[)i fenici. Ohi ha visto quelle 
di Roma e di Siracusa può formarsene una idea; ma delle 
une e <lelle altre son meno estese. « Vi si scorgono volte 
aperte nelle pareti verticali di un tufo abbastanza com- 
patto; dove si praticarono nicchie per le sepolture, scavate 
tutte nel vivo, senz' oi)era alcuna di muratura. Le nicchie 
più in alto son più ristrette, e negli spazi sopra i pilastri 
si praticarono le tombe per i ragazzi » (1). 

Tant'è : un giudizio sicuro su di (|uesti ipogei non può 
ancora avventurarsi, discutibile essendo tutto ciò che si è 
detto. 



Vili. 

Il nome del sajnente |)atrizio j>ah'rmitano non poteva 
sfuggire a Goethe. Quanti, possedendo anche una mediocre 
(jultura, mettevano piede nelli Capitale, si recavano al Pa- 
hizzo Torrerauzza i)re8so il jìiano di Santa Teresa alla Kalsa, 
dov'era raccolto il più rWvo ed il meglio ordinato meda- 
gliere dell' Isola. (ìabriello Lancellotto ('astello era per 
Palermo (piello che per Gattinia Paterno Castello Principe 
di BÌHcari : imo dei più dotti «lei tempo. La sua fama, cor- 
reva non 80I0 per la Penisola, ma anche per la Francia, la 

(1) Cfr. IIaukr, Oemàìde von PaUnno, pp. J75 u ttegg. 



IL VIAGMJIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 197 

Germania e l' Inghilterra. La sua signorilità era ragione di 
onorevoli ricordi in quanti stranieri fossero stati ricevuti da 
lui, e le sue opere attestano quanto meritata fosse la cele- 
brità che lo accompagnava. 

Da lui pertanto andò Goethe e non per una delle con- 
suete visite di etichetta, riducentisi a soddisfare la propria 
o 1' altrui vanità, ma per vedere il medagliere. Vi andò di 
mala voglia, ma ne tornò soddisfatto d'esservi andato. « Io 
non m'intendo gran fatto, diceva , di questo ramo , ed un 
viaggiatore mosso puramente dalla curiosità, non può se 
non riuscire molesto ad un raccoglitore colto ed appassio- 
nato... Io imparai se non altro come il mondo antico fosse 
popolato di* città, fra le quali, anche le più piccole, la- 
sciarono ricordo delle varie e[)oche di loro esistenza se non 
in una serie di opere d'arte, in monete preziose. Da quelle 
vetrine spira un' aura primaverile di tiori e di frutti del- 
l'arte, la quale richiama al pensiero un'epoca splendida per 
sempre scomparsa. La magnitìcenza delle antiche città si- 
ciliane ora del tutto risorge all' aspetto di quei dischi 
incisi di metallo, in tutta la sua freschezza i)rimitiva » 
(12 Apr.). 

L'osservazione è semplice; ma quanto acuta ! 

La gita dianzi descritta del 12 Aprile al Palazzo Eeale 
non era stata la prima. 

Già il giorno di Pasqua di Resurrezione (8 Apr.), Goe- 
the invitato dal Viceré ne avea fatta un'altra. La festa re- 
ligiosa si era chiassosamente aperta col solito sparo di 
mortaretti e suono di ciimpane fuori ; con i rituali suoni, 
messe solenni dentro le chiese. Dallo scrittore apprendiamo 
un'usanza poco gradevole per chi ne era vittima : l'augurio 
della buona Pasqua , il famoso mille di questi giorni ai si- 
giu)ri dell' Albergo da parte dei servitori del Viceré. Che 
l'usanza fosse viva , si raccoglie da documenti del tempo. 
La seguivano i vari ceti dal nobile al plebeo , potevano 
ben seguirla i servitori. Agli auguri di questi doveva rispon- 
dersi con mance, le quali entravano nello salato discusso di 
Arch. Stor. 8ic. N. S. Anno XXX. 14 



198 IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

non poche famiglie magnatizie, poiché si ripetevano anche 
per S. Martino e per Natale o Capo d'anno. Nelle spese di 
molt<^ pubbliche amministrazioni e di sodalizi ve n' eran 
sempre per le tre ricorrenze : spese peraltro non del tutto 
inutili quando si pensi che giovavano a facilitare il disbrigo 
di affari, l'approvazione di pratiche, altrimenti lasciate lun- 
gamente dormire se appunto quei servitori non ne solleci- 
tassero il corso fino alla firma delle autorità competenti. 
Era una cuccagna, che, trascurata anche per dimenticanza, 
poteva degenerare in atti di soperchieria da parte dei tra- 
scurati ; e non è molto io ebbi a rilevare i tristi effetti di 
una dimenticanza di queste per un sodalizio letterario. Im- 
perocché, non avendo il Segretario dell'Accademia del Buon 
Gusto data al maestro di casa del Pretore la solita mancia, 
gli accademici, che solevano tenere la loro seduta nel Pa- 
lazzo del comune, il dì 11 Settembre del 1797, furono ri- 
cevuti così male che, privi di sedie e di lumi, se ne torna- 
rono mortificati alle case loro (1). 

I servitori o gli stattìeri del Viceré andarono pertanto 
alla locanda di Mad. Montaigne ad augurare ai forestieri 
quivi albergati le buone feste. Le mance non si fecero 
aspettare: e quelle di Goethe furono maggiori delle altre, 
perché gli auguri a lui ed a Kniep vennero accompagnati 
da un invito a pranzo del Capo del Governo, il Principe 
di Oaramanico. 

L'invito fu tenuto. All'ora designata (che allora non an- 
dava oltre l'una pomeridiana), i due amici si trovarono al 
Palazzo; ed ecco avanzarsi il Viceré col suo seguito , e 
primo e con particolar distinzione salutare Goethe. Il Oa- 
ramanico era persona di alta levatura, non secondo a nes- 
suno in nobiltà d'animo e gentilezza contegnosa e squisita 
di maniere. Come cultore di studi e protettore di studiosi 
e di artisti, egli doveva conoscere Goethe e le innocenti 
ragioni del suo viaggio; sicché suo primo pensiero fu quello 



(1) Palermo cento e più anni fa, v. Il, pp. 398-99. 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 109 

di avvertirlo avere impartiti ordini che gli si facesse veder 
tutto e gli fosse fornito ogni espediente all'uopo. Goethe non 
si presentava in veste politica pericolosa e sospetta, e la sua 
ItalieniHche Reise lo attesta. Non è improbabile che racco- 
mandazioni dirette o indirette dell'Ambasciatore inglese in 
IS'apoli, Hamilton, amico dell'Autore del Werther, avessero 
preceduto costui nella Corte vicereale. L'unica cosa che 
avrebbe potuto tenere in un certo ritegno il Viceré era la 
qualità del viaggiatore, di membro di una società segreta 
d'allora, (piella de' frammassoni; ma con molta probabilità il 
buon Principe non ne sapeva nulla e, a quel che è dato 
supporre, lo seppero solo all'ultiiuo momento in Messina un 
ufficiale e poche altre persone ch'ebbero modo di conoscerlo 
come loro fratello {Vò Maggio). 

Kon una parola è del pranzo; ma non è difficile presu- 
merlo. 

Ricordo di aver letto in un viaggio del tempo del no- 
stro Viceré il magnitìco servizio da tavola di lui, e posso 
affermarli) superbo, specialmente per le antiche argenterie 
ond'era ricco. Anche Brydone si occupa della tavola del 
Viceré Marchese Fogliani nella sua lettera del 2(> Giugno 
1770 (1). Del numero delle portate è superfluo parlare co- 
noscendosi oramai che esse si succedevano, in ragione della 
etichetta e degli ospiti, sino all'influito. In un convito di 
Girgenti, lo stesso Brydone s'era visti passare presso a cento 
piatti; e in un pranzo tenuto nel refettorio di S. Domenico 
per la elezione del nuovo Provinciale P. Pannuzzo (15 Mag- 
gio 1796), si ebbero 24 piatti e sessanta(iuattro intramessi 
e tornagusti oltre il i)Ospasto ed i sorbetti (2). 

Un'ultima visita fu per le vicinanze di Palermo. 

La stranissima villa Palagonia chiamò sempre curiosi si- 



(1) Brydone, op. cit., lett. XXIII. 

(2) Brydone, op. cit., lett. XX e XXXIII; D'Angelo, Giornale ine- 
dito, nella Biblioteca Comunale di Palermo , p. 105 ; Pitrè , Palermo 
cento e più anni fa, v. I, cap. XXII, pp. 361-363. 



200 IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECO. 

ciliani e forestieri nella terra di Bagheria, allora sobborgo 
di Palermo e dipendente dal Senato di questa. 

Quanto di esorbitante dal naturale, anzi quanto di non 
naturale ijossa concepire un cervello anomalo , tutto è in 
quella villa, che avrebbe potuto essere delizia e fu ed è in- 
vece nausea a quanti vi si recano. Uomini con teste di 
donne, donne con teste di uomini, cavalli con zampe di 
cani e rostri di uccelli rapaci, bestie tricipiti camuffate alla 
moda di Parigi , bipedi senza piedi, esseri con la bocca nella 
fronte e nasi all'ombelico, soldati, pulcinelli, turchi, spa- 
gnuoli e mostri delle più stravaganti forme; e con essi nani, 
gobbi, sbilenchi, sciancati, figuracce orride i)er composizioni 
non mai sognate, per atteggiamenti sinistramente contorti, 
per ininfrenabili corruzioni di gusto; tutto venne impostato 
in quella villa. 

E v'ha dell'altro, che fu rilevato da Goethe. 

Oltre che i cornicioni delle casette circondanti il palazzo 
sono tanto in un senso quanto in un altro oblique, « confon- 
dendo ogni idea dello scolo delle acque, della linea perpen- 
dicolare, base della solidità e della euritmia ,... quei corni- 
cioni sono ornati d'idre, di teste di draghi, di piccoli busti, 
di figure di scimmie che suonano strumenti musicali e di 
altre stramberie » con figure di divinità, tra le (juali quella 
di un Atlante che invece di globo sorregge un barile. 

Goethe ne uscì disgustato: ed il suo disgusto, che fu 
anche sdegno ed orrore, egli sfogò in quella <lelle sue let- 
tere che porta la data del 9 Aprile. Tre giorni dopo, di 
sera, stando innanzi alla bottega del merciaiuolo, ebbe oc- 
casione di conoscere l'autore e continuatore di tante stram- 
l>alataggini. Lo vide nel Cassaro questuare per gli schiavi 
siciliani in Jiarberia; e come scandalizzato, non si trattenne 
dall'esclainare: ■ Avrebbe dovuto a questo nobile scoi)0 im- 
piegare; il danaro maledetttimeute sprecato nella sua villa; 
e nessun principe si sarebbe potuto vantare di opera ]nh 
meritoria! » 

Dì<h;ì unni prima Honuini aveva veduta quella villa e 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 201 

gli era parsa la più folle cosa. Donne incinte percorren- 
dola si erano sconciate; e le non incinte, svenute (1). Quat- 
tr' anni dopo , il cav. Mayer si teneva soddisfatto die il 
palazzo Valguarnera valesse a cancellare in Ini quelle ri- 
pugnanti immagini (2). 

La prima ricerca in Sicilia su Giuseppe Balsamo, sedi 
cente Conte Cagliostro, fu fatta da Goethe. Dico la prima, 
e forse dovrei dire 1' unica. Le notizie messe insieme dal 
Marchese di Villabianca e quelle della Conversazione istrut- 
tiva, periodico palermitano del tempo (3), sono posteriori 
alla venuta di Goethe e di seconda o terza mano; e ci 
vuol poco a vedere che provengono dal noto Compendio 
della vita e delle gesta di G. Balsamo denominato il Conte 
Cagliostro, che si è estratto dal processo contro di lui formato 
in Roma l'anno 1790 (4). Quel che ne dice Hager nei suoi 
Oemdlde von Palermo non è ne nuovo uè originale (5). A 
Goethe si devono particolari non prima conosciuti sulla 
origine del famigerato impostore, tanto celebre fuori quanto 
oscura in Palermo era la famiglia di hii. La lettera del 
17 Aprile, la più lunga di tutto il Viaggio in Sicilia, rac- 
conta cose che nel 1787 doveauo essere, anzi erano del 
tutto ignote al gran pubblico. Peccato che non vennero in 
luce subito dopo sapute da Goethe, che in tempo oppor- 
tuno, quando cioè egli le ebbe, sarebbero riuscite utili alla 
ricostruzione della biografia dell'emulo di Casanova. 

Premetto che Goethe, in Palermo, raccolto in se stesso, 
non disposto , a quanto pare , a cercar persone del paese , 
difficilmente vi sarebbe riuscito se una occasione fortu- 
nata non gliene avesse fornito il destro. 

Un legale o forense palermitano era stato incari cato dal 



(1) SoNNiNi, op. cit., t. I, cap. IV, p. 48. 

(2) De M., op. cit., lett. XV, p. 162. 

(3) Palermo, 1792, pp. 5. e 6. 

(4) In Roma, MDCCXCI, ed in Palermo, MDCCXCI. Nella Stamperia 
di D. Rosario Abbate. 

(5) Hager, op, cit., pp. 145-49. 



202 IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

Governo francese di cercare intorno alla nascita di un bir- 
bone matricolato di Palermo, il quale in Francia ne avea 
fatte di tutti i colori e si era trovato implicato in una 
gTossa truffa. Il losco baratto della collana di Maria Anto- 
nietta, di che i giornali d'allora andarono pieni, era a tutti 
noto: baratto finito ìiientemeno con la rovina e l'esilio di 
quel Cardinal Armand Gaston de Rohan, vescovo di Stras- 
burgo, che discendeva dai celebri signori dalla divisa: 

Roi ne puis, 
Due ne daigne, 
Rohan je 8UÌ8; 

e col marchio e la pubblica frusta a sangue della Contessa 
La Motte, discendente da sangue reale, rinchiusa da ultimo 
tra le prostitute alla Salpetrière (1). 

Or questo legale, occupato delle necessarie ricerche, era 
riuscito a mettere insieme notizie del tutto nuove; ma non 
così segretamente che qualche cosa non se ne risapesse da 
amici e conoscenti di lui. Infatti, stando a desinare a ta- 
vola tonda nell'albergo, uno dei commensali, siciliano, se 
ne mostrò informato , sicché Goethe potè recarsi da quel 
legale, avere e mettere a profitto il memoriale da lui com- 
posto sul Balsamo, identificato allora col Cagliostro, e poi 
per due volte conversare con la madre e la sorella di co- 
stui. Nella prima di queste visite fu accomx)agnato da un 
commesso del forense, certo Giovanni; nella seconda andò 
solo, e n'ebbe una lettera della madre, Felice Balsamo, in 
data del 17 Aprile, uscita dalla i)enna di uno dei soliti scrivani 
di mestiere i quali da poche settimane aveano preso posto 
a piedi della nuova officina postale (oggi Posta Vecchia, e 
sede municipale «Iella Polizia Urbana), dietro il Palazzo 
Pretorio. Quella lettera, da Goethe tra<lotta in tedesco, me- 



(1) Franz Punk Brentano, Uaffaire dn collier d'après de nouveavjr do- 
cumenti! recueilHu en partie por A. Ukgis. Cin(iuièiue édition. Fari», Ha- 
chett<s 1{K)3. 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 203 

riterebbe essere ricondotta alla sua forma originale; il che 
non sarebbe malagevole, data la persistenza delle formule 
tradizionali di siffatte lettere. Ma studio di brevità costringe 
a tralasciare non pure siffatta lettera e l'altra che l'a. 1788 
la famiglia Balsamo mandò a Goethe, ma anche tutta la 
parte relativa al gran ciarlatano. 

Però non dovrò tacere che i particolari raccolti da Goe- 
the in Palermo e gli altri che prima e dopo il viaggio potè 
sentire non rimasero infecondi nella sua mente. 

Il dramma Grosscophta, per quanto inferiore al valore ed 
alla forma del focoso pittore di Goetz von Berlichingen, 
attesta che le imprese di Cagliostro non si cau celiarono 
dalla memoria di Goethe. Quel dramma venne in luce l'anno 
1790, tre anni dopo il viaggio, e l'anno appunto in cui l'au- 
dace, caduto nelle reti del S. Uffizio in Kouia, veniva sot- 
toposto a solenne processo. 

Ed ora che ho potuto alla meglio seguire il grande 
scrittore di ITraucoforte nell'antica Capitale dell'Isola, mi 
sia permessa qualche osservazione fornita dalla critica della 
Beine e dai ricordi che dell'Isola medesima ci lasciò , o si 
presume abbia lasciato il ('autore di Faust. 



X. 



Nota (^minante nel Viaggio goethiano in Sicilia è la 
indeterminatezza nei cenni di luoghi e di nomi : nota che 
si accentua nella visita a Palermo. Lo spirito possente del 
grande Poeta d'Alemagna, innamorato quant'altri mai della 
natura, non s'indugiò abbastanza in ciò che natura non 
fosse; e quando vi s'indugiò, lo fece più con l'intuito del 
genio che con la documentazione dell'erudito. Persone, stra- 
de, monumenti, ediftcT da lui veduti , sono per lo più ac- 
cennati , e rivelano sovente una certa vaghezza di indica- 
zioni che potrebbe sospettarsi noncuranza , ed è invece 
espressione dell'indole d'un uomo ben diverso dagli altri. 



204 IL VIAGKJIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

Dico sovente e non sempre, perchè qualche volta egli mo- 
stra Tina singolare premura per persone e per cose. 

Come già nel coi'so di questa esposizione si è potuto 
vedere, certe persone ch'era indispensabile per noi, utile 
per lui conoscere rimangono all'ombra. Un fìtto velo coi)re 
in Palermo il titolo della locanda Montaigne; il forens(^ 
che con fiducia senza pari e disinteresse unico mise a di- 
sposizione di Goethe il fi'utto delle sue faticose ricerche 
sul Balsamo, il Viceré che fece qnel che potè per lui 
passano innominati. A Girgenti, non trovando una stanza 
per dormire, Goethe viene graziosamente ospitato da una 
famiglia che gli cede una grandissima camera con alcova 
(29 Aprile). Questa famiglia, che intende in così bella ma- 
niera la ospitalità siciliana, incontra la sorte comune del 
silenzio. A Messina il Console tedesco noi lascia un istante : 
lo accompagTia, lo guida, lo cou sigila, lo assiste (11-13 Mag- 
gio) : e passa nel dimenticatoio. Per non dire altro, il così 
detto Governatore di quella città, che lo avrebbe voluto a 
pranzo nei giorni di di inora di lui in essa, e l'ebbe solo 
una volta, non sappiamo chi sia stato (si parla del Mare- 
sciallo Michele Odea); ed il molto che Goethe ne disse diede 
origine a leggende e ad errori topografici e genealogici, 
solo teste sfatati, ma non ricondotti a verità, dal dotto Au- 
guste Schueegans, già Console Germanico in Messina. 

E come pel lettore siciliano della Eeise molte i)ersone 
e cose si aggirano tuttora nel buio, così per l'Aiftore molte 
altre non furono né cercate, uè osservate. Per quelle può 
ben dirsi il già detto: avervi, cioè, concorso l'indole di Goe- 
the; per queste invece la superiorità ch'egli sentiva (e ne 
avea ben donde) e che rendevalo schifo della compagnia o 
delle converHa/ioni di nomini coi quali non avea consue- 
tudine o comunanza d'idee. Jn Palermo, centro di cultura, 
egli, naturalista insigne, avrebbe potuto intrattenersi con 
frate J^ernardino da Ucria, della cui scienza facevasi bello 
il j»rofeHKore ufiiciale di botanica (}iusepi)e Tìneo. Notomi- 
Hta, che avea nfllennato: la legg<^ dell'unità ju'esiedere alla 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 205 

^struttura dei corpi viventi, ed avealo dimostrato con 1' « esi- 
stenza d'un osso intermascellare nell'uomo come negli ani- 
mali » (1), Goethe non cercò nemmeno di Stefano Di Pa- 
squale, cui, reduce da Parigi, avrebbe potuto vedere nel- 
1' «Accademia degli studi», come allora si chiamava l'Uni- 
versità ; dov'era anche 8terzinger, ed il Museo; e, genio 
della poesia, avrebbe i)otuto chiedere, come poeti sommi, 
principi e re facevano giungendo nella Capitale, del primo 
poeta vivente dell'Isola, Giovanni Meli. 

Ma siccome la trascuranza dei nomi delle persone ch'e- 
gli vide è veramente notevole, io vorrei arrischiare una 
ipotesi, della quale prego il lettore di farsi giudice. 

10 non so neppure concepire l'idea, e, concepitala, carez- 
zarla, che Goethe, dopo avvicinata una persona e ricevutene 
cortesie, che costituiscono circostanze interessanti, talora 
precipue, d'una fermata in un paese, non ne avesse serbato 
memoria. La cosa è così ovvia che il contrario sarebbe una 
eccezione. 

(Jra ecco che c'è da supporre. 

All'ultimo momento della composizione della Italienische 
Beine, l'Autore, rivedendo i suoi vecchi appunti, avrà pen- 
sato che dopo tanto tempo pochi o nessuno si sarebbe ri- 
cordato più delle persone, e però a pochi o a nessuno, spe- 
cialmente in Germania, sarebbe importato di conoscerle. 

Quante novità infatti dopo tutto ciò che egli avea ve- 
duto e udito! Eran passati quasi trent'anni: e una nuova 
generazione era venuta su. Più <l'uno dei personaggi del- 
l'Isola era morto, cominciando dal Viceré Caramanico, che 
giaceva, e purtroppo giace ancora, sotto un angolo del pa- 
vimento della chiesa dei Cappuccini, negletto, dimenticato 
dai parenti, dal Governo, dai suoi stessi beneficati. 

11 silenzio su nomi di strade e di luoghi della città, ha 



(1) W. Goethe, Studi scientijici sulle origini, affinità e trasformazione 
degli esseri. Tradusione e Prefasione di Giuseppe e Giovanni Monti. 
Torino, Bocca 1903. 



206 IL VIÀGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

una spiegazione plausibile, che lo scusa se non lo giusti- 
fica. 

Nel 1787 non esistevano in Palermo lapidi con titoli di 
vie. Mentre di lajìidi se ne profondevano , come un po' 
dappertutto, per ogni nuova opera pubblica, grande e non 
grande che essa fosse, non una se ne apponeva per indicare 
come si appellasse una strada, una piazza, un cortile. Solo 
nel 1802 si side murare la prima nel Oassaro e, vedi com- 
binazione ! lu'oprio presso la casa che oggi si dice al- 
bergo di Goethe. Un testimonio oculare di allora, Gaetano 
Alessi, parroco di S. Ippolito, lasciò scritto: « A 3 febbrajo 
1802, mercoledì mattina, giorno di S. Biagio, si appose alla 
cantoniera della parrocchia di S. Nicolò La Kalsa una la- 
pide marmorea colla iscrizione che dice: Via Toledo. Indi 
in ogni casa si sono cominciati ad apporre li mattoni sta- 
gnati colla iscrizione delli numeri » (1). 

Di alcune inesattezze del viaggio in Palermo ho toccato 
qua e là nel eorso di queste pagine ; ma altre ancora po- 
trei rilevarne man mano che l'Autore s'inoltra per l' Isola, 
le quali tutte danno a sospettare aver potuto Goethe con 
vaghe reminiscenze supplire al difetto di notizie precise. 

Il sospetto peraltro non è privo di fondamento. 

Ho già detto che la Italienische Beise non uscì prima 
del 1816. Come parte della ben nota autobiografia Dich- 
tung und Wahrheit (2), essa fu scritta nel 1814; ma venne 
fuori trent'anni doi>o il viaggio. Ora le lettere originali, 
quelle cioè che l'A. scrisse, non meno che i diari sui quali 



(1) G. Alessi, Proììtuario di alcune ìioUirelle, ainniaHsate hreveiiiente 
alla rinfusa concernenti alcuni falli ed occorsi nella nostra Capitale, n. 14-8, 
p. 25. Ms. Qq, 15, 17 delia Biblioteca Comunale di Palenno. 

MedeHi inamente Vincenzo di Torukmuzza, Oiorìuile latorico ecc. p. 283. 
Mh. Qi], H, 179 di CHsa Biblioteca: 

« Febbraio 1802. Numerazione delle case della città con numero im- 
prertHo in mattone bianco Rulla porta, e nome della strada in nuiniio ni 
due capi di eHsa ». 

(2) GOKTIIK , Aus meinem Leben. Dichtnmi und Wahrheit. 'riibiugen. 
1811. 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 2()7 

fondò la sua relazione posteriore e che sono stati scoperti 
nella casa di Goethe a Weimar, e pubblicati, dimostrano 
che anche in questa parte della sua biografia, egli volle 
non di rado intessere la fantasia alla realtà per produrre 
una verità ideale conforme al suo intimo essere. « Ed è 
verosimile che tutto il viaggio in Sicilia (uno dei più splen- 
didi saggi della prosa di (loethe) ricevesse il suo perfeziona- 
mento più dalla fantasia del poeta che dalla esattezza del 
narratore » (1). La confusione che Goethe faceva in Messina 
tra il Capo della i)olizia o della sanità ed il Ministro della 
R. Azienda, che era il cai>o [)olitico della città, il rappre- 
sentante del Viceré, — donde la strana leggenda del palazzo 
dei Principi di Brunaccini, che forse è da identificare con la 
«Locanda del principe Boraccino» abitata dal Bartels (II, 
75) — è prova irrefragabile di questa atfermazione. 

Altra prova di ciò che il Poeta potè vedere o sentire 
allora e di ciò che si legge nella Beine ce la oftVono le 
pagine di essa che vanno sotto la data del 17 Aprile, e 
che, come s'è visto, descrivono la ricerca della famiglia Ca- 
gliostro. 

Quelle pagine, se ne togli qualche periodo, vennero 
senza dubbio composte molto dopo il viaggio. Il lettore le 
guardi un po' attentamente , e vedrà clie la forma gram- 
maticale è tutta di tempo passato rimoto mentre altre 
pagine spesso procedono col passato prossimo o con l'im- 
perfetto. 

Vi hanno particolari non ancom accaduti quando Goethe 
era in Palermo: ed è evidente che certe notizie del 1787 
furono da lui integrate con altre riguardanti fatti avvenuti 
o conosciuti dopo. • 

Là dove egli afferma che il memoriale dell'avvocato o 
legale palermitano sopra la vita e le geste di Cagliostro e 
sulla famiglia di costui « più o meno conteneva circostanze 
le quali (come risultava da un estratto da lui fattone a 



(1) A. ScHNEEGANS, SicUien, I. Kap. Leipzig, Brockhaus 1887 e 1905. 
Vedi la versione ital. dei Bulle. Firenze, Barbera, 1890. 



208 IL VIAGMJIO DI GOETHE A PALERMO ECO. 

SUO tempo) vennero fuori dagli atti del processo svoltosi 
in Roma,» dà il più forte argomento per far ritenere che gli 
appunti messi insieme da quell'avvocato subirono interpo- 
lazioni che alterarono la relazione originale della inchiesta 
ed aggiunsero qualche cosa al Compendio della vita del I^al- 
samo, estratta nel 1791 dal processo del 1790. 

A noi manca la base di questa affermazione, cioè il me- 
moriale che Goethe ebbe e studiò; ma anche conoscendolo 
noi potremmo forse d'una maniera assoluta ritenere che le 
notizie che vanno sotto la lettera del 17 Aprile hanno del 
memoriale e del Compendio in quanto che Goethe avrebbe 
preso da quello i preziosi appunti dell' albero genealo- 
gico e qualche circostanza speciale della vita del Balsamo; 
e da questo , dal Compendio cioè, la somma delle malvage 
imprese del noto impostore. Le fonti sou quelle due. La 
parte originale della narrazione goethiana è la personale : 
quella della visita alla madre ed alla sorella di Balsamo; 
le quali dal vicolo che ora si chiama Conte Cagliostro nel- 
1' Albergarla eransi per indigenza riunite e ridotte nella 
« casa che sta — son paròle di Goethe — nell'angolo d'una 
stradicciuola a poca distanza della via principale denominata 
Cassero ». Ohi voglia sapere il nome di quella stradic- 
ciuola, cerchi della Via terra delle mosche. 

E qui è doveroso rilevare un'opera buona dell'Uomo. 

Quando egli lasciò le due povere donne, vedove entrambe, 
senza mezzi di sussistenza, con la prospettiva di sei bocche 
che consumavano senza ])rodurre, cioè: Felice Balsamo, ma- 
dre di (ìiuseppe , inteso Oonte Cagliostro , Marana Capi- 
tnmmino, sorella, tre figliuoli di lei, e una loro parente ma- 
lata, che stremava la scarsa loro minestra, rimase spiacente 
di non aver potuto dar loro nulla. Tornato in Germania, par- 
t^HÙpò ai suoi ani lei la cosa, e lesse la lettera che la madre 
uvea scritta al figliuolo, e che, conu^ è facile comi)rendere, 
non poteva 8i)edire. 1 suoi amici, commossi (pianto lui del 
caso i)ietoHo , contribuirono una somma per sollevare le 
sveli tu rute. (Goethe la fece giungere per me/zo del mercante 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 209 

inglese in Palermo Jacob Jott': e madre e sorella la credet- 
tero provvidenza dell'amato congiunto. La buona opera ri- 
spose pienamente allo scopo, e mille benedizioni parti- 
rono per l'ignaro Giuseppe, in una lettera del 25 Dicembre 
1788. 

Così l'immortale Poeta veniva in aiuto di due povere 
famiglie nascondendo alla sinistra quel che la sua mano 
destra aveva fatto. 

Sottilizzando, potrebbe poi domandarsi : Portò egli stesso, 
il mercante inglese, il denaro ai lialsamo ? Probabilmente 
no. Di ,1 off non si ha traccia nelle carte del tempo; e, con la 
diffidenza siciliana, e maggiormente con quella della fa- 
miglia Balsamo, non ò senza riserva da ammettere che egli, 
straniero, si presentasse in persona. Goethe stesso, accingen- 
dosi alla ricerca dei Balsamo, «lesideroso di far la loro cono- 
scenza, si era sentito dire non esser la cosa tanto facile, 
giacché essi facevano vita molto ritirata, non abituati a veder 
forestieri: e col carattere naturalmente sospettoso del popolo 
siciliano, difficilmente si sarebbero prestati a ricevere un fo- 
restiero (17 Apr.). 

kSappiamo peraltro che i Balsamo erano pii , devoti e 
pieni di educazione. 

A me pare probabile, invece, che un parroco della città, 
che a quei tempi, come tutti i parroci della Sicilia, godeva 
la massima fiducia, fosse stato cercato per la delicata in- 
combenza. Autorità incontestata , il i)arroco era tutto per 
la sua parrocchia. Egli conosceva un per uno i suoi parroc- 
chiani, ne sapeva a menadito le abitazioni , ne benediceva 
anno per anno le case, li comunicava tutti per la Pasqua, 
prendeva nota dei loro nomi, compilava il censimento delle 
loro famiglie. 

Nel quartiere della Loggia (Castellammare d'oggi) ove sta- 
vano i Balsamo si contavano tre parrocchie : quella di Santa 
Margherita, quella di S. Antonio e l'altra <li S. Giacomo la 
Marina. In quest'ultima era compresa la « via Terra delle 
mosche »; e n'era parroco il buon sacerdote Giovanni Piz- 



210 IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

zi (1). Egli (leve aver ricevuto da Joff e passato alla madre 
di Cagliostro il denaro mandato da Goethe. 

Sarei lieto se altri mi dimostrasse mal fondata questa 
supposizione. 



XI. 



Non ostante i difetti, la Eeise vuol esser tenuta in molto 
conto per i dolci ricordi della Sicilia. 11 bello ed il buono che 
Goethe rilevò nell'Isola echeggiò nel cuore dei lettori del 
libro e, parte favorevolmente li predispose, parte li affezionò 
ai luoghi ivi descritti. Io credo che in Germania abbiano 
giovato alla simpatica riputazione del nostro paese più le vi- 
vide, entusiastiche pagine di Goethe che non dozzine di li- 
bri di viaggiatori vecchi e di touristes nuovi. Di questi 
ultimi io non so quanti percorrendole abbiano messo gli 
occhi sopra la Reise durch SiciUen del Barone von Eiede- 
sel, la Reise in DeutHchland... und SiciUen di Stolberg , la 
Reise von Warschau nach der IImq)tstadt von Sicilien, i 
Gemdlde von Palermo del prof. Hager e le Reisen in ver- 
schiedenen Proi'inscn... Neapel nnd SiciUen di Snlis von Mar- 
schlins. So (piesto però, che la Italienische Reiv, di Goethe 
fu letta, avidamente letta, studiata, commentata, anche 
imparata a memoria nei brani più poetici. Gli è che le os- 
servazioni dei grandi s'impongono e si fanno strada. 

L'ammirazione per questa terra luminosa, ove Goethe 
si beò alle c^arezze delle aure dolcissime, al tepore delle più 
miti primavere, al verde vellutato degli alberi, al vivificante 
sorriso della natura tutta, venne da lui formulata in una 
sentenza che passò in (epigrafe in ])in di un libro sulla Si- 
cilia; « Italien oline Sicilien macht gar kein Bild in der 
Seele: hier ììegt der Schiissel zu Alleni (l'Italia senza la 



(1) Atti del Si-nulo (li l'alvrmo dal 1780 al 1801 Ms. A 9 dell'Aicliivio 
Ckimunalc di Pulurinu, p. 262. 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 211 



Sicilia iiou lascia una impressione durevole nell'anima : qui 
sta la chiave di tutto) (1). 

Ma ben più alto ci appare questo concetto quando Goe- 
the lo poetizza in quattro squisiti versi , che parrebbero 
1' apoteosi dell' Isola radiante di sole , baciata dal mar di 
cobalto, profumata di zagare. 

Nessun tedesco che parli della Sicilia ignora la canzone 
della Mignon, che forse primo Hager prese per abbellirne 
la i)rima pagina dei suoi Gemdlde (2): 

Kennst da das Land, wo die Citrouen bliilin, 
lui dunkeln Laub die Gold-Orangeu gliihn, 
Ein sanfter Wind vom blauen Himmel welit; 
Die Myrte stili und hoch der Lorbeer stehtT 
Kennst du es wolil ? (3). 

(Conosci tu il paese dove tìorisce il cedro — e in mezzo 
al cupo fogliame splendono gli aranci d'oro, — dove lieve 
un zetìretto spira dal cielo azzurrino, — ed il mirto sta si- 
lenzioso, ed alto si leva l'aUoro ? — Lo conosci tu bene?). 

Dicono che Goethe componesse ([uesti versi sul i)iazza- 
letto della chiesa di S. Gregorio in 3Iessina; e già prima 
del 1840 la Contessa Ida Hahn-Hahn ne accoglieva in un 
suo libro la notizia (4). Ma, a mio avviso, non può risc<m- 
trarsi notizia meno conforme al vero, ed anche al verosi- 
mile. 

Potrei discutere la topicità e la tradizione; giacche la 
terrazza di S. Gregorio altre idee pot^^va far nascere, altre 
immagini ispirare fuori che quelle dei versi medesimi: salvo 
che non voglia qui affermarsi che alla fantasia del Poeta si 
rappresentassero vive le immagini di cose altrove vedute o 
udite. Ma io non le discuto neppure, ricordandomi delle greche 



(1) Italìenische Rewe, 13 Aprile 1787. 

(2) Hager Gemalde von Palermo, frontespizio. 

(3) GrOETHE, Gedìchte. Erster Theil, p. 7H. Leipzig, Reclam. 

(4) Ida Hahn-Hahn, Jenseits der Berye, p. 194. Leipzig, Brockhaus, 
1840. 

Una seconda edizione porta la data del 1845. 



212 IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

visioni alle quali il giardino di Palermo riportava il Poeta, 
che sempre più si sentiva accendere per la composizione 
della Nausicaa. Abbiamo in proposito un documento di ca- 
pitale importanza: un frammento della Nausicaa stessa, 
che è certamente improntato sul Kennst (Iti das Land, 

Il tìL'ammento suona così: 

Dort dringen neben Friicliten wioder Bliiten, 
Und Frucht auf Friichte wechseln durcli das Jahr. 
Die Pomeranze, die Zitrone stebt 
Im dunkela Laube... (1). 

(Lì tra i frutti spuntano nuovi fiori; — e per tutto l'anno 
il frutto si alterna col frutto ; — V arancio , il cedro si al- 
za — di mezzo al cupo fogliame). 

La impressione della Villa Giulia si direbbe ritratta in 
questa strofetta vivamente, fedelmente; la scena e grecizzata, 
e più tardi restituita alla Villa Giulia medesima, a Palermo, 
alla Sicilia tutta. 11 i)oeta è uno, sempre lo innamorato del- 
l'Isola. 

Qui sento una voce amica domandarmi : Ma non sai tu 
che la canzone di Mignon fu scritta prima del viaggio di 
Goethe in Sicilia? 

Questa domanda , la cui gravità è schiacciante, minac- 
cerebbe la serietà ed anche la poesia del mio richiamo, e 
forse mi toglierebbe l'animo di insistervi, se dus Land , il 
bello, il dolce paese della canzone non fosse stato lunga- 
mente per univoca tradizione ritenuto la Sicilia. 

Quando nel n. ()3 (22 F(ibbraio 18H(i) della Nme Zeitnng 
di Berlino lo Schneegaiis pubblicava la i)rima redazione del 
suo Goethe in Messin^i , futuro capitolo del libro Sicilien, 
non tardò guari a comparire nel medesimo giornale una nota 
sulla priorità della canzone di fronte alla venutii di Goethe 



(1) G. voN (iiiAKVKNiT/., iìorthe vntier ReinebeijleUer in lUilieii, p. 77. 
Herliu, imi. 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 213 

in Sicilia, priorità ribadita pochi dì appresso da August 
Preseni US con un articolo intitolato : Mignons Lied und Goe- 
thes Aufenthaìf in Messina (1). Al Zaniboni e ad altri come 
lui, molto addentro nella letteratura goethiana, la cosa sem- 
bra oramai indiscutibile. 

Pure io osservo a me stesso : Se la canzone è anteriore 
al viaggio (e se ne fissa anche la data), essa non venne 
in luce prima del 1 795 ; ed il solo fatto : che il Poeta se 
ne ricordò nella Villa Giulia e se ne servi per uno dei fram- 
menti (ed è il Dort dringen ecc.) della Nausicaa, rivela sen- 
z'altro che, precedente o no la composizione del Kennst du 
das Land , una stretta relazione spirituale esiste tra il 
Poeta in Germania ed il Poeta in Sicilia. La contemplazione 
del paradisiaco spetcacolo della estremità meridionale della 
Marina di Palermo, o della Conca d'oro, o di altri luoghi 
dell'Isola, non può scompagnarsi e molto meno astmrsi dalla 
mirabile canzonetta che precorse alla venuta in Italia ed il 
sogno di Sicilia. 

Queste dolci memorie non si obliterarono, e dovettero 
sorridere in fantasiose reminiscenze della terra che nel Poeta 
rimase come una di quelle visioni che accompagnano per 
tutta la vita. 

Mi fermo sopra un punto del Faust, e non ne cerco al- 
tri; i quali, a dir vero, non potrebbero offrire maggiore evi- 
denza di richiami alla visita della primavera siciliana del 
1787; non ne cerco altri, ripeto, neanche l'analogia che Do- 
menico Gnoli ed altri han trov^ata fra la descrizione goe- 
thiana della Villa Palagonia e la « Cucina delle streghe » 
del Faust. 

Nella tregenda, che dal tedesco Walpurgisnacht si è tra- 
dotta: « la notte di Santa Valpurga », il Dott. Faust danza 
con una bella giovane, e danzando le dice : 

Einst hatt ich einen schonen Traum : 
Da - sai) ich einen Apfelbaum, 



(1) Neue Zeitung, Berlin, 4 Marzo 1886. 

Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXX. 15 



214 IL VIAOaiO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

Zwei schòue Apfel glanzten dran, 
Sie reizten rnich, ich stieg hinan. 

A cui la bella risponde : 

Das Aepfelclien begehrt ihr sehr, 
Und scbon voiu Paradiese ber. 
Von Freiiden fùhl ich mieli bewegt, 
Dass auch meìn Gart-en solche tiàgt (1). 

( — Una. volta io feci un bel sogno : — Io vidi un me- 
lo ; — due belle mele si)lendevano in esso; — die mi atti- 
rarono; ed io vi salii. 

— Il piccolo melo voi lo desiderate molto — fin dai 
tempi del ])aradiso. — Io sono grandemente lieta che anche 
il mio giardino abbia mele come quelle). 

Ora è stata ragione di discussione se queste Voluttuose 
strofette non siano un'eco apparentemente lontana di qual- 
che canto udito da Goethe in Sicilia. Apparentemente , io 
dico, perchè se le prime scene del Faust apparvero nel 1790, 
la prima parte di esso venne in luce l'anLO 1806. 

Brevi ma opportune osservazioni si son fatte (2) e son 
lieto di fare anch'io sulla somiglianza d'immagini tanto nel 
Faust medesimo, quanto in una canzonetta siciliana, dalla 
quale Goethe avrebbe ])resa la ispirazione. Nei Canti lìoiw- 
lari da me cominciati a raccogliere prima del 18(i5 (3) si 
legge un'rtrift con queste due vaghe strofette : 

Cbi soDDu graziusissimu 
Mi passa pi li manu ! 

'Nta stu belhi jardiDU 
Cci Bu' dui belli puma: 



(1) GOBTHK, Faiisf. Etne Tratjiklie. Erster Tlio.il : Walpur(fwitarlil. 

(2) Cronache delle CMltà Elleno • latina, a. II, n. 15-16, pp. 226-27. 
Koiiiu, nov. UKW (art. di (;. W, (Jiiustnlln). 

(.1) Vedi La Sicilia, Uivintu periodica di Sciense, Lettere, e Politica, a. 
I, pp. 44-46. Palermo, MDCCCLXV. 



IL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 215 

Io li valeva cógghiri : 
Nun vosi la fortuna ! (1). 

L'ardita, sensuale allegoria goethiana si traduce in somi- 
glianza che impressiona , tanto nella prima strofa tedesca 
quanto nelle due strofe siciliane ; ed a chi abbia una certa 
dimesticjiezza con la jjoesia popolare in genere può far 
pensare ad un motivo comune presso vari ])opoli. Ma 
quando questo motivo suona tradizionale e salta fuori con 
sì gagliarda evidenza in Sicilia, dove il Poeta si fermò 
estasiato , non è irragionevole il sospetto che appunto in 
Sicilia possa egli averlo sentito portandone l' eco passio- 
nale in Germania. Ohe se la risposta della bella giovane 
(die Schone) un cotal poco ne differisce, la ditt'erenza rivela 
la castigatezza del canto siciliano e la trasparente lascivia 
della canzonetta tedesca. 

Si è cercato e discusso dove e come Goethe potesse aver 
sentito quei versi in Sicilia ; e non si è pensato ai vetturini 
che accompagnavano lui e l'amico Kniep. Nella lettera del 17 
Aprile egli cita ad esempio di temperanza siciliana un gar- 
zone di stalla ai servigi d'un vetturino — uno dei tanti vet- 
turini che viveano di quel mestiere, fedeli a tutta prova. 
Vetturino e garzone pare dovessero servire i viaggiatori fino 
a Sciacca o a Girgenti, ma non li lasciarono se non a Mes- 
sina, prima che costoro s'imbarcassero pel Continente. In Al- 
camo Goethe lodava la disinvoltura del garzone e si piaceva 
che disimpegnasse a maraviglia « le parti di garzone di stalla, 
di cicerone, di dispensiere e di cuoco : tutto sapendo fare ». 
A Messina l'industre mulattiere andava a strai)pare al padro- 
ne della locandii, che s'era messo a letto, i materassi occor- 
renti al disagiato Poeta, il quale al domani si congedava da 
lui dandogli pei premurosi servigi resigli una buona man- 
cia (10 Maggio). 

Il mestiere, la monotonia dell' andare per luoghi cento 



(1) PiTRÈ, Canti popolari aiciliani, v. II, u. 899. Palermo, 1871. 



216 IL VIAGKJIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

volte percorsi, l'indole di questa gente a tutto inchinevole 
fuori cheal silenzio, specialmente dopo guadagnatasi la fiducia 
dei viandanti ; inoltre la curiosità di costoro intesa a cogliere 
a volo parole e gesti delle persone del paese, deve a poco a 
poco avere snodato lo scilinguagnolo del cavallaro o vettu- 
rale che fosse. Risposte a domande, chiarimenti non chiesti, 
gratuite spiegazioni di luoghi e di cose, ciceronate rusticane, 
motteggi, ariette canterellate a mezza voce, motivi di melodie 
squisite, devono essersi alternati e succeduti nella bocca del- 
l'esperto guidatore, divenuto a giusta ragione simpatico ai 
due tedeschi. Il fatto non è inverosimile, uè nuovo, né tam- 
poco strano quando si rifletta che a ciascuno di noi è tante e 
tant^e volte capitato. Quante cose non abbiamo noi udite ed 
imparate da codesta povera gente, nella quale insieme con 
la naiveté sovente s'incontrano tesori di pratica esperienza, 
brillanti in aneddoti e in canzoni, in costumanze e in pro- 
verbi ! Cui viaggia, dicevami, ora è un buon terzo di secolo, 
di là da S. Giuseppe .Iato, un mulattiere, guarisci, patisci e 
specula; e davvero che giammai apologista di viaggi con- 
densò in più breve, filosofico dettato la verità: che chi viag- 
gia, gode (guarisci), soff're e specula, cioè osservji, fissa l'in- 
telletto nella contemplazione delle cose, istituisce paragoni e 
forma giudizi su quel che ha veduto e vede. 

Ma Goethe, potrebbe osservarsi, non comprendeva il 
siciliano. 

Ma Goethe, rispondo io, comprendeva e parlava bene 
l'italiano; e sarebbe un'oftesa al suo sovrano ingegno il ne- 
gargli l'intelligenza d'una canzone. Né giova richiamarsi 
alla confessione di lui a proposito del dialetto parlato dalla 
madre di Cagliostro (17-19 Aprile); perchè altro è il parlare 
])iii o meno scomposto d'una vecchierella, che conversava 
nella stretta parlata dell' Albergarla, altro la forma solenne, 
cadenzata, scandita d'un canto in bocca ad un vetturale, 
abituato ad accx)mpagnare forestieri e studiantesi di farsi 
da loro intendere. 

Ma iK>i come conciliare la modesta confessione di Goe- 



IL VIAGGIO DI GOETHK A PALEEMO ECC. 217 

the, a proposito della visita ai Balsamo, di non compren- 
dere il dialetto della madre con quello che della medesima 
visita dice egli stesso? E Goethe dice: « Intanto che io 
parlavo con gli altri [della famiglia Balsamo], notai la vec- 
chia domandare alla figlia se io fossi della loro religione; 
e potei notare come questa accuratamente schivasse di darle 
una risposta, mentre le faceva comprendere — per quanto 
mi fosse dato capire — essere stato troppo buono il fore- 
stiere perchè su questo punto si dovesse fare una domanda ». 

E pensare che la vecchierella parlava alla figlia sotto- 
voce ! 

Dato, nondimeno, e non concesso che Goethe non com- 
prendesse i canti che sentiva, come poteva egli intendere 
i popolani coi quali parlava ì Non aveva egli persone che 
glieli potessero spiegare ! p. e. in Palermo, la Montaigne e 
qualcuno dell'albergo, il mercantuolo, la guida; in Girgenti 
l'antiquario sac. D. Michele Velia, e quei gentili che l'ospita- 
rono; in Oaltanissetta, i cittadini che, secondo costumavano 
allora e costumano anche adesso, sedevano a conversazione 
ìiella casa comune sulla piazza del mercato e che graziosa- 
mente lo vollero con essi. E se non è così, io non so come 
abbia potuto tradurre i dolcissimi versi del Meli : 

Ucchiuzzi nìuri, 
Si talì'ati, 
Facili cà4iri 
Casi e citati. 

Jeu, miiru debuti 
Di petri e t^u, 
Cunsidiratilu 
Si allura ciyu ! (1) 

tradurli in quel sicilianisches Lied, che piace tanto: 

Ihr schwarzeu Aeugelein ! 
Wenu ihr nur winket> 
Es falleu Hauser ein, 
Es fallen Stadte ; 



(1) Meli, Poe$ie : L'occhi, p. 35. Palermo, L. Pedone Lauriel 1884. 



218 LL VIAGGIO DI GOETHE A PALERMO ECC. 

Und diese Leimenwand 
Vor meinem Herzen - 
Bedenk' doch nur eininal - 
Die sollt' nicht fallen ! (1) 

È vero che non citò la fonte; ma il Meli, ch'era di buon 
cuore , non si sarà offeso della omissione del suo nome , e 



(1) Goethe's Gedichte. Diainant - Ausgabe ecc. Achte Anflage, j). 87. 
Berlin, G. Grote, 1886. 

Nel momento in cui questo foglio va in macchina l'egr. Zamboni mi 
avverte che nell'ultimo Annuario Goethiano : Goethe - Jahrìntch, XXVI 
Band, 1905 (Frankfurt a/M, Riitten und Loening)- è un ampio studio di 
Alfred Peltzer (pp. 225-58) sul pittore Kniep; e ne trae per me notizie 
nuove e molto curiose, le quali completano quelle da lui graziosamente 
favoritemi dianzi e da me riportate nel $ I di questo studio. 

Ecco quelle notizie , tutte relative ai disegni di Kniep in Palermo e 
in Sicilia : 

« 1. 11 Peltzer descrive minuziosamente due disegni a seppia, a tìrma 
« C. H. Kniep del. et inv. Napoli 1805 », ma suggeriti dal soggiorno del 
Poeta a Palermo, e precisamente alla Villa Giulia. Questi due disegni 
trovansi nella Galleria Nazionale di Berlino. 11 Peltzer li dice provenienti 
dalla Russia, ma non sa spiegarsi come. (Io ritengo con qualche fonda- 
mento, che potrò anche meglio controllare, che i disegni siano stati 
acquistati dall' Italianisky, Ambasciatore russo a Napoli, e gran protet- 
tore del Kniep. 

« 2. Nella Casa di Goethe a Weimar, si cimservano nelle rispettive 
cartelle parecchi disegni « eseguiti dal Kniep in Sicilia ». In una sola 
cartella, ve ne sono 46, quasi tutti a lapis, pi'obabilmente riuniti dal 
Goethe stesso; un'altra cartella ne contiene solo 10, ma più grandi; 
tutti portano ora la firma di Kniep, ora il nome del luogo dell'Isola che 
rappresentano, ora qualche nota del Goethe. 

« Il Peltzer ne dÀ un accurato elenco, con una interessante e minuziosa 
deacricione, sempre in rapporto ai varii passi del Diario siciliano cui si 
riferiscono. Vi sono: alcune marine (Palermo) in data 1 e 2 Aprile (1787;; 
— un disegno che ritrae la rada, animata da pescatori clie tendon le reti, 
da capanne di pescatori, da barche tirate in secco : « probabilmente ri- 
tratto dalla finestra dell'albergo » ; — una veduta del golfo di Palermo 
con la città e il monte Pellegrino ; — « il monte Pellegrino con la fertile 
▼ftlle che si stende Ano al mare » (3 Aprile) ; — una porzione del monte 



IL VIAGGIO m GOETHE A PALERMO ECC. 219 

forse avrà appreso con piacere che comparisse come canzo- 
netta del popolo la sua ormai proverbiale ode. In grazia 
(Iella difficoltà del testo, avrà anche chiusi gli occhi sulla 
immagine espressa da Goethe nel quinto e nel sesto verso: 

Und diese Leinienwand 
Vor meinem Herzen, 

la quale non risponde a quella dell'originale : 

leu, imiru debuli, 
Di petri e tajw. 

E con chiudo. 

Questa sommaria esposizione delle lettere palermitane 
del massimo scrittore della Germania, s'informa al deside- 
rio, naturale in chicchessia, di veder lumeggiati particolari 
riraavSti fin qui oscuri o poco noti. 

Forse siffatto desiderio non sarà sentito dagli eruditi 
nella letteratura goethiana, paghi com'essi saranno degli 
studi stati fatti sull'argomento. A me però se non dà con- 



Pellef^rino ; — « Valle presso Palermo, celebre per una battaglia di An- 
nibale » (questa indicazione è del Kniep). 

« 3. Un altro disegno porta, sempre di mano del Kniep, questo tit<»lo : 
Edificio delVTnqiiisizìone (Gebèiude der Inqtiisition), che non è nemmen ri- 
cordato nel Viaffffio. Quest'edifìcio, di struttura gotica, è attiguo (angren- 
zend) a un palazzo stile Rinascenza. Il Peltzer nota: « Il primo edificio 
è l'attuale Palazzo dei Tribunali etc. » et<". etc. 

« Segue l'elenco e la descrizione di altri luoghi e monumenti dell'Isola, 
ed altri ancora che il Peltzer non ha potuto bene identificare, ma certa- 
mente siciliani ». 

Devo poi avvertire clie nello studio delle lettere palermitane della 
Tfalienische Tteise lio anche guardato alla versione di Augusto de Cossilla 
(Milano, 1875), la quale pare condotta, sopra un testo diverso da quello 
della casa Reclam di Lipsia da ine seguito. Le differenze che si riscon- 
treranno nella versione di alcuni brani da me riferiti e in quella dei 
medesimi brani del de Cossilla mi sono state suggerite dall'originale. 



220 IL VIAGOIO DI OOETHE A PALERMO ECC. 

forto la coscienza, sorride la illusione di avere sul Palermo 
di Goethe detto qualche cosa nuova, rettificato qualche no- 
tizia inesatta, completato qualche vago accenno, indovi- 
nato siti, riconosciuto jìersone, ma soprattutto rischiarato 
meglio l'ambiente nel quale lo spregiudicato viaggiatore 
dovette trovarsi. 

Questa illusione è di un uomo che visse gli anni più 
attivi della sua vita modesta nell'amore operoso della sua 
terra natale; ma che volgendo ora l'attenzione alla parte 
siciliana della Italienische Beise non ha voluto guardare a 
nessuno degli scritti grandi o piccoli, lunghi o brevi, italiani 
o stranieri, che sono stati pubblicati da quasi mezzo secolo. 
Così ne è venuto uno studio severamente oggettivo, alieno 
da preoccupazioni e da preconcetti. 

Se egli ha detto cose nuove, tanto di guadagnato; se 
ha ripetuto cose vecchie, peggio per lui, che ha avuto la 
ingenuità di credere potersi illustrare pagine di viaggio 
come quelle di Goethe in Palermo con documenti d'archi- 
vio, con testimonianze di diaristi del tempo e con ricordi 
<li viaggiatori dell'ultimo ventennio del secolo XV^III. 



G. PlTRB 



MISCELLANEA 



LA PESTE IN PALEI^MO 

negli anni 1624-1626. 

liELAZI()^M: DI AXOXIMO 
ora per la prima volta stampata. 



AVVERTENZA. 

Il Kev. P. Mansueto Endrizzi, Prefetto dei Camillijuiì o 
Ministri (le<il' Itifenni in Crcniiona , ha rinvenuto nella Bi- 
blioteca Ooniunal(> di Mantov^a una scrittura manoscritta 
col titolo: Breve Relatione di quanto è pasaato in Palermo 
nel tempo della Peste, dal principio di (fiugno 1624 che dimorò 
il male la lìrima volta in detta Città; e paremlogli impor- 
tante ed inedita, l'ha con diligenza trascritta, e con gentile 
pensiero otterta alla Società Siciliana di Storia Patria, per- 
chè la mettesse a stampa ove la giudicasse utile e degna (1). 

E inedita essa è veramente e di singolare importanza ; 
utilissima (piindi e degnissima che si conosca <la tutti gli 
studiosi. E i)ertanto, stampandola ora, mando anzitutto un 
ringraziamento ed un i)lauso al benemerito P. Endrizzi in 
nome della nostra Società, e della storia ancora, che da essa 
Relatione viene a trarre hice e vantaggio. 

L'anonimo scrittore di questa crona(!a dolorosa non pen- 
sava cert<» alla posterità, vergan<lo le sue note su la gravis- 
sima calamità pubblica cui assisteva ; che solo per adem- 
piere al dovere impostogli da' Superiori suoi (era un Frate) 



(1) Lettera del P. Mansukto Enukiz/j al Presidente della Società Si- 
ciliana per la Storia Patria, da Cremona, 16 febbr. 1905, in Archivio 
della Società. 



222 MISCELLANEA 



dava ragguaglio di quel che cotidiauamente accadeva nel- 
l'afflitta città e passava sotto i suoi occhi o x)er le sue mani, 
in i]uei fraiigenti di un morbo ch'era orrendo disastro e ter- 
rore per tutti. Preziosissime quindi le sue parole, scevre di 
preoccupazioni e prevenzioni, ini [)ron tate a verità e since- 
rità massima e prudenti ed accorte sì , da non formulare 
giudizj ; ma questi, peraltro, chi legge i)uò agevolmente der= 
durre da sé, poiché netti emergono dai fatti iiarrati. 

Nella storia delle epidemie pestose, questa i)alermitana 
anzi siciliana degli anni 1024-1626 non occupa il posto che 
le competa per la gravezza ed estensione e durata (1) ; ma 
ciò è accaduto, perchè non ebbe come (piella del 1575-1576 
un Ingrassia che in classico libro la illustrasse (2); e perchè 
gli storici e cronisti nostri (coevi o posteriori ad essa) non 
l'han ricordata che molto sommariamente, e più che altro 
per lameut^ire la morte del saggio Viceré Emanuele Filiberto 
di Savoja, che ne fu vittima principale; per esaltare meri- 
tamente 1' opera dell' Arcivescovo Cardinale Giannettino 
Boria, che da Presidente resse il Governo di Sicilia alla 



(1) Cfr. Alfonso Corradi: Annali delle Epidemie occorse iu H(ttia dalle 
prime memorie fino al 1850 , ecc. Sec. XVII , e Voi. VII , Appendice , 
Parte II, pag. (i35 e segg. (Bologna, Tip. Ganiberini e Parnieggiani, 1X92). 

La peste contagiò Trapani prima (donde si diffuse ai dintorni) , e su- 
bito dopo , Palermo. Da qui si estese a Castelvetrano , Carini , Parco , 
Partinico, Alcamo, Polizzi, Caiccanio, Castronovo, Girgenti, Favara, Ara- 
gona, lta<!almuto, Grotte, Camerata, Termini, Scicli, Modica, Nicosia, As- 
8oro, Ganci, Bivona ecc. II sig. G. B. Fkkrkìno ha illustrato con rigorosa 
ewitt«zza, mercè i documenti ofHciali del tempo, La Peste a Castelvetrano 
netfli anni 1624-1626 (Trani, V» Vecclii, 1905). Il morbo manifestossi in 
({Mesta cittA su' primi d'agosto ]()24, fu dichiavato estinto dt'l tutto a 15 
mar/o 1(52(5; fece, in tal pcriotlo, 75K) vittimi! nel solo Lazzaretto. Di altri 
Comuni conosciamo la enorme strage (Racalmuto , Grotte , Castronovo , 
Termini) ma non i particolari. 

(2) Informntitntc del pcHtifcra e coiitaf/iaKo morlx), il «pia Ir a^ffti'f'ic et 
havp. afflitto tiitmta cìllu di /'alcrnio, r molte altre Cittìi e Terre di questo 
Jiifffiw di Sicilia nell'anno 1515 e 1576. Data... da (ìiovan Fimim'o In- 
OHAWlA ecc. (hi Palermo, Presso Gio. Matteo Mayda. M.D.LXXVI). 



MISCELLANEA 223 



morte del Priiicii)e ; e inlìne , per glorificare le grazie di 
Santa liosalia , gridata allora salvatrice ed eletta Patrona 
di Palermo e protettrice speciale contro le pestilenze (1). 
Alle lacune e incertezze o errori degli scrittori nostri su 
questa epidemia, uno solo non partecipa, quel Capitano M-ija, 
che vi assistette pur esso e conobbe tutt' i provvedimenti 
delle Autorità e i particolari fatti; ma la sua diligente nar- 
razione ci è pervenuta sgraziatameute incompleta, e si ar- 
resta proprio là ove lo svolgimento delle cose più interes- 
santi i)rendea più ampio sviluppo (2). Cosicché il Corradi, 
do])o d'averla riferita nella sostanza e arricchita con altre 
notizie spigolate ne la Santa Ko.salia del Cascini e nei Con- 
sùfli dell' Alairao, conchiude lamentando la « mancanza del- 
l' intera storia della peste di Palermo del 1024... onde che 
non rìesciamo a sapere neppure alcuni dei princii)alissimi 
tratti <li essa, ad esempio come il morbo procedesse, (piando 
ripigliasse quando pareva spento, (piando veramente finisse 
e (pianta ne fosse la moria (.S) ». 

La Rclatìone d(d nostro anonimo, minuta, diligentissima, 
quale porca darcela chi sin dal ]>rimo nianifestarsi del morbo 
ci si trov(^ in mezzo e avrebbe potuto iniziarla (?ol virgiliano 
quaeqìw ipsc miserriìna vidi et quorum pars magna fui , ri- 
para a (piasi tutte le lamentate lacune e presenta singolare 
importanza e dal lato storico e dal lato scientifico, lo non 
starò a dimostrar ciò punto ]>er pnnto, che farei opera forse 
un po' fuori luogo, (pii ; ma bastimi dire, che quanto il 



(1) Cfr. la «Nota bibliogniHca », in line. 

(2) E stiinipata nt-l voi. II, pp. 1 1 3-1 6;WleIla « Biblioteca storica e let- 
teraria (li Sicilia » per cura di G. Di Mauzo, il quale vi la seguire l'in- 
dicazione «l'un importante volume manogeritto dellai Comunale di Palermo 
(segn. Q(|. H. 59) : RiweoUa di scritlure intorno alla Pente, di Palermo 
degli anni 1024 e 1625. 

Scrivo Maja , e non Mat/a o May , perchè quello è veramente il co- 
gnome della taiìiiglìa: la // non è veramente che la doppia i (ij) senza 
puntini, giusta la torma paleografica del tempo. 

(3) Corradi, op. e voi, cit., p. 647. 



224 MISCELLANEA 



Cronista nota , trova riscontro e conferma nei docnracnti 
officiali che permangono negli Atti e nelle Provviste del 
Comune di Palenno (nel suo prezioso Archivio) e chiarisce 
e completa quauto da altri era stato o accennato, o dub- 
biamente o inesattamente asserito. 

Nelle semplici pagine del zelante (^ buon Frate noi ab- 
biamo intera la cronaca della epidemia , nel periodo più 
culminante e micidiaU^ , co' prov^vedimenti sanihirj e uma- 
uitarj disposti, con le vicende minute e gl'incidenti inevi- 
tabili, le feste votive, i funerali, le atroci esecuzioni crimi- 
nali ecc. ; e vi rifulge sopratutto la sapiente opera rapida- 
mente e indefessamente si)iegata dal Magistrato Municipale, 
che non guardò a fatiche, a sagrilìzj, a spese, pur di com- 
battere il male in tutt'i modi e di alleviare per quant' era 
possibile gì' influiti patimenti e danni de' cittadini (1). Il 
che non fa meraviglia : i)erchè Palermo, sempre nobihuente 
uguale a se stessa, nelle calamità pubbliche ha sempre con 
geiierosità infinita [U'ovveduto a tutto; e non il Comune 
solo come Ente, ma i cittadini tutti d'ogni classe e sesso 
ed età. E ben a ragione il Frate nostro, che tutte cose ri- 
ferisce per solito sereno e im])assibile, trova solo la nota 
<\Mlda (puindo delinea le nobili ligure <li quei che in soc- 
corso di tanti languenti facean sacrili/io della borsa, della 
saluta, della vita. 

Piacemi rilevare il valore della Rvlatione \wv le notizie 
esatte che ci reca del numero degli appestati raccolti nel 
Lazzaretto e dei morti in questo e nella città, dal 23 giu- 
gno 1G24 al 25 giugno 1025. l rat-colli nel Lazzaretto asce- 



(1) Lii opiileinia coNt*'» al Coiniiiic di l^ilcniio « più di seicento mila 
Hciuli », al din; ditlPAuitiA, X0(> iiiilii .scudi :il dir delTALAiMo. Il nostro 
FriiU* scj^tia : r»(KKKM)r)4 , cifra ch'io rilciiji»» ciroiicanicntc Ietta nel nis. 
i'. clic iiii('t-|M-<;lo : ùOOOOO hc. Nella Hcriitnra 21 del cit. in«. dtdia Coniu- 
Uiile di l'alvnno, la HpeMi, trattu dai IìImì di Tesoreria <lel Senato, è iu 
totale: on/.«- ]((70(r>.'J().!l, che corrispondono a scudi 'tOIKUi, e va dal 23 
giugno l(i24 a 2() Hettundne 1G25. 



MISCELLANEA 225 



sei'o a l')\)ì)l, i morti a 12(350, e cioè : (>28() nel Lazzaretto e 
6370 iielln città (l). A (luesti, sono jioi <la a<>>;;iiingere quelli 
che morirono dal 7 nia<;'gio al 22 <»iu;j:no 1024 , e gli altri 
del rinianeiit<^ dell'anno 1025 e dei primi mesi del 1020; 
ma nulla di questi sap[)iaMio. La peste, negata nell'inizio, ijei 
ut!icialm(3nt<^ riconosciuta , in line per ragioni politiche 
e religiose ed economiche si disse estinta, sì che negli ai- 
timi di settcMubre 1(>25 fu data la libera jn-atica alla città; 
ma di fatto, estinta non era. Il nostro ^^rate, a 1° d'ottobre 
partiva per Napoli, dove, scontata la quarantena e lasciato 
senza ulteriori molestie, rlcevea la notizia che il morbo era 
riacceso a J'alermo , ma per estinguersi j)oco a[)presso, co- 
ni' egli accenna. Però, questo conosciamo di certo, che il 
Lazzaretto rimase ancora aperto ad accogliere appestati, e 
due illustri Padri Gesuiti che v' erano ad assisterli : il P. 
Vincenzo Bongiorno e il P. (Girolamo Platamone, vi lascia- 
van generose volontarie vittime la vita, il primo a' 22 di 
gennaio 102'.>, il secondo sette giorni appresso (2); e questo 
ancora ci risulta indubitato: che il termine diffinitivo del con- 
tagio (beìicliè la nuova pratica libera alla città sia stata dat^a 
a 10 giugno 1()20 (,*})), non fu proclamato che a 15 luglio 1027, 
cimie all'erma la precisa notii di 1). Vincenzo Auria in tal 
giorno: « 8i cantò nella Chiesa Maggiore di Palermo il 
Te Dtum laudumua con giubilo universiile per la totale estir- 
patione <lel mal contiiggloso, facendosi una solleuue proces- 
sione i>er la Città; e v'intervenne con la torcia il Marchese 
Tavara Presidente, C(d Consiglio e Senato (4) ». 

l Padri Platamone e Bongiorno mi richiamano le altre 



(1) L'A. seguii, nel riassimto finale, num. 12273 morti, oltre a 376 che 
segna a parte tra Religiosi, Medici ecc., e cioè un totale di 12649; però 
la somma delle sne singole cifre dà 12650 prex-isi. 

(2) Cfr. Salinas e Anguu^era, loc. cit. in « Nota bibli«>grafica ». 

(3) (jl. }{. La Uosa, AUuiw cose (let/ue di memomt ecc. a p. 226 del 

voi. 11 della « Hil)lioteni storica e letteraria » cit. 

(4) AuiUA, ìliatoriii cronologica cit., p. 94; La Rosa, loc. cit. p. 228. 



226 MISCELLANEA 



vittime , nobili e plebee , chiesiastiche e secolari , che con 
abnegazione ed eroismo sublime corsero a soccorrere e ser- 
vire gli appestati, e a soccombere. È a dol(;re , clic? pochi 
nomi ci sian pervenuti di questi generosi delle classi più 
in vista, e nessuno de' popolani e delle donne (1); ma ad 
onore perpetuo ed esempio raccolgo dai Cronisti e segno 
qui, che ben 108 Religiosi perirono in servizio degli appe- 
stati, 15 Medici tìsici e 110 tra Chirurgi e Barbieri, e 610 
tra Officiali e Serventi dei Lazzaretti e Beccamorti (2). 

I Sanitarj, « pregati allora e non costretti », si prestaron 
volenterosi e , come sempre , fecero sino all' ultimo il loro 
dovere , pur subendo gli attacchi del morbo e della male- 
volenza del volgo (3). Né mancarono in quella epidemia 
(il mondo è sempre lo stesso !) gi' impostori e truffatori, 
come in recenti epidemie ; ma se l'Autorità, illusii, li pro- 
tesse allora in principio, li punì poi inesorabilmente, non 
ap])ena li ebbe conosciuti : esem[)io quel sedicente Medico 
greco, Demetrio Sabatiano, che tini su le forche nel no- 
vembre del 1026 (4). Un'eco della malevolenza contro i Sa- 
nitari ci è restato in una Satira in versi dialettali, che de- 
scrive il contagio ]>alermitano e fu scritta evidentemente 
nell'autunno del 1()24, (|uand<) i)er un momento fu creduto 
o voluto far (credere che il male toccasse il suo line i)er in- 



(1) Cfr. Ueìasioiie cit. «lai Maja, p. 14!), e Cascini, op. cit., p. 52 e seg. 

(2) De' Ueligìosi, clie. perirono, trovo solo dieci uoiui : P. Giov. Hatt. 
Patupialc, P. Friii»c«'s«-o Mannini, Fra Rocco Zompa e Fra Frimccsco Mar- 
t4»nina, «'rociferi; Don Alessandro Trotti e Don Giuseppe Miglia, teatini; 
P. Bernardino , minorità ; P. Raffaele , di S. Nicol^^ Tolentino ; P. Vin- 
cenzo Honj^iorno e P. Girolamo Platamone, «Gesuiti. Di nomi dei Medici 
morti non trovo che qnesti : Alessio Giarnisso. liaitolo (Jioveiico, Fran- 
coHCM Di Vita e Geronimo Cimilo. 

(8) Cfr. Ai.aimo, op. cit., p. 251. 

(4) Intorno a qucHto niatricolato nialtatton! si ven<;ano speeialmen(<> 
le notizie che dù I'Aukia (op. cit., p. 93), U^ (|uali completano ^\\ ac- 
cenni dati dal NomIio, dalPAr.AiMo (op. «-il. p. 141) e dalla .SVt/f/vr poetica 
ili cui qui appresso. 



MISCELLANKA 227 



tercessioiie e miracolo della Verginella Santa Kosalia. Il 
l)oeta, cli'è un Francesco Mattei, facendosi eco del grosso e 
maldicente pubblico, dice addirittura che la ])este non esiste, 
e eh' è invenzione dei Medici della Deputazione Sanitaria 
cittadina, pei (piali nientemeno augura e desidera la forca 
e la peste vera e invincibilmente mortale ! E tuttavia que- 
sta Satira è un pregevole documento del tempo , ijerehè 
lumeggia, insieme a queste opinioni del volgo, un jk)' dei 
retroscena di quella moria, e conferma poi, in tutto, ciò che 
dalla croujica di essa ci è affermato (1). 

Vorrei, come conclusione, dire alcun che su l'autore 
della Relatione. Ma son dolente di dover dichiarare che, per 
(piante ricerche abbia fatte, non m'è riuscito a conoscerne 
il nome. J)a (pialche accidentale ac^cenuo (di' ei si lascia 
sfuggire scrivendo , rilevo eh' era Prefetto qui in Palermo 
nella Casa di sua Keligione ; e poiché (piestii era nel Quar- 
tiere di Santa Ninfa, che coiTÌsi)on(le all'odierno del Monte 
di Pietà, non \mò esser altra che il Convento de' PP. Cro- 
ciferi. Crocifero era egli dun(|ue il nostro Frate, e sappiamo 
che fu il primo ad offerir se ed i suoi al Senato Palermi- 
tano, il 13 giugno 1(J24, in prò' degli appestati, e che de' 



(1) La Satira ore si dcscriiv il principio del Contagyio che fu in Pa- 
lermo nell'anno 1624 vennto da IV Africa, si contiene, come di «Ignoto 
Autore », nelle pp. 461 - 470 del codice nis. della Comunale di Palermo 
segnato 2 Qq. C. 18. Col titolo : Capitulu supra la Pesti Vannu 1624 di 
FitANCiscu Matthei si trova nel « Parnassn Sicilianu», importante Co- 
dice ms. del 1634 dell'Universitaria di Messina, il (juale ho io illustrato 
al 1892 ( In Palermo, Coi tipi de « Lo Statuto »). Le due lezioni concor- 
dano perfettamente, meno in (lualche parola, che del resto non muta il 
senso. Del poeta Francesco Mattei, nulla sappiamo. 

Il poema di Anna M. Li Guastelli : Paìermo liberato dalla peste del- 
l' anno 1025 neiV invemione , e trionfo di S. Rosalia vergine , e cittadina 
palermitana (In Palermo MDCLXXIII. Nella Regia Stamperia di D. Gia- 
como Epiro), solo nella 2* parte, canti I - VI^ si occupa della peste, del 
ritrovamento delle ossa della Santa e delle teste celebrate thilla Città; 
ma nessun [)artic(»lar<( nuovo o importante ci fornisce , come nessun va 
lore poetico ha in sé. 



228 MISCELLANEA 



suoi 19 Padri (che tanti ne avea il Convento), ben 13, oltre 
i Frati serventi, servirono con grande lena e costanza nel 
Lazzaretto e in Città i colpiti dal male. E ch'egli godesse 
la stima e la fiducia delle Autorità, lo ai)preiuliamo dal 
tatto, die il Viceré Filiberto ne chiese e accolse il ])arere 
per la scelta del Lazzaretto al Borgo di Santa Lncia. Egli 
lasciò Palermo il 1° ottobre 1625, (piando l'epidemia fu uf- 
ficialmente dichiarata estinta, e si recò in Napoli, per rag- 
giungere, pare, hi Casa priucii)ale della sua liegola. E niente 
più ci è dato sapere di lui, che anche dopo morto si è reso 
benemerito della città di Palermo con (piesta sua Relatione. 



Salvatore Salomone-Marino. 



BREVE RELATIONE 

di quanto è passato in Palermo nel tempo della peste, dal prineipio 
di Giugno 1625 che dimorò il male la prima volta in detta Città. 



Essendomi couiaudato da' miei Superiori che ciaschedima set- 
timana li raguagliasse di quanto occorreva nella Città , e delle 
provisioni che si facevano interno i\^V ai)pestati , con i morti et 
ammalati che ciascun giorno si scoprivano, stante che mi ritro- 
vavo Prefetto in quella Casa, et così m'ingegnai non solamente 
trovar la verità, ma anco minutamente quanto in quel tempo oc- 
(jorreva e si scoverse, nel sequente modo. Nel principio del sopra- 
detto mese, si scoprirno in tre case esser morte quattro persone 
per casa in termine di tre giorni, del che si stava sospettando, 
che infermità corresse, né se ne faceva stima per esser case basse 
di poveri ; ma essendo successo il simile in casa d' un Cavalier 
principale, che in una sera gli morirno la suocera, un figliolino 
e dui creati, et esso si ritirò fuori della Città in un giardino dui 
miglia lontano ; et entrato il Senato in sospetto di contaggio , e 
fatto diligenza, trovò che un vascello venuto da Barberia , che 
portò li christiani ricattati dalla Redentione haveva portato delle 
mercantie infette , delle quali haveva comprato detto Cavaliero, 
portando anco de Christiani appestati, e le patenti falsificate; e 
subbito fecero barriciare (1) non solo la casa del detto, ma anco il 
giardino dove risideva , ponendovi soldati in guardia acciò non 
pratticasse; et il simile fecero a l'altre case. Fecero diligenza per 
avere il Turco, padrone del Vascello, e trovandolo fuggito fecero 
abbruggiare le robbe, che in esso trovorno, facendolo alìbndare 
in mare, et ponere li Turchi, che erano rimasti, dentro una grotta 
a fare la quarantana. Et il Senato fece diversi bandi : et primo 
che nessuna donna uscisse di casa con putti di dodici anni in giìi 



(1) Sbarrare, chiudere con barre. 

Arch. Star. Sic. N. S. Anno XXX. 16 



230 MISCELLANEA 



salvo che la festa per veder la messa nella chiesa più vicina, né 
potesse veder più che una; levorno le scuole, le congregati oni, et 
ogn'altra radunanza per non fare multiplicare il male con la pratti- 
ca; fecero che se limpiassero (1) tutte le strade, e per tutta la notte 
che si facesse fuoco di sarmenti; che s'ammazzassero i cani, gatte, 
galline et ogn'altr'animale si trovasse per strada, destinando in ciò 
sei huomini con bestie et buona provisione : fece in oltre il Se- 
nato provisione di carozze, e segette per portare gl'appcstati al 
Lazzaretto; fece dodici carrozzoni per pigliare le robbe dalle 
case appestate con buone guardie, come a suo luogo si dirà; fece 
quattro carozzoni per portare ad abbruggiare la robba appestata; 
quattro altri per portare li morti, a modo di cascioni con il suo 
coverchio; sei altri per pigliare la mondezza (2) dalle case barreg- 
giate; facendo tavuti (3) inpeciati per portare Eeligiosi, et persone 
di rispetto morti; dividendo la Città in tante isole o quartieri , 
ponendovi molti Deputati con buonissimi ordini , provedendo 
ciascheduno quartiere di Medici, Ciruggici, barbieri, balie, mam- 
mane, et Religiosi i)er ministrare li Sacramenti, acciò ciascuno 
non patisse delle cose necessarie, come a suo luogo si dirà più 
per minuto; facendo l'istesso al Lazzaretto. 

Il modo che si scopre il male nell' homo è in questo modo. 
Subbito che uno è toccato dalla peste se gli scopre un'ardentis- 
sima febre, o l'ammazza subito o lo tiene quattro o cinque bore 
fuori di se; e subito ritornato si confessa, si comunica e se gli 
dà l'oglio Santo; e l'esce un bozzo per la vita et per ordinario 
all'ingonaglia, sotto il braccio, al ventre et per altre parti della 
vita. Gli medicamenti che s'usano sono diversi, ma per ordinario 
gli danno subito la medicina, il giorno seguente li cavano san- 
gue, et applicano impiastro allo bozzo non solo per ammollire , 
ma anco per tirare la materia fuori. Nessuno di quei, che moiono, 
arrivano al sesto giorno; et passato detto tempo tutti guariscono 
poiché maturato il bozzo lo tagliano e sono affatto sani, medican- 
dosi la cicatrice fuor di letto. Msi volendo sequitare per ordiiu» 
dico che tutta via se andavano scoprendo nuovi infetti; il Senato 
subito provvede d'un Lazzaretto , stante che si ritrovavano le 



(1) RipulÌHH«ro, iicttiiaHuro. 

(2) Immon'lixiii. 

(8) Caase niortunric 



MISCELLANEA 231 



])er8one morte buttate per strada per non farsi bareggiare le case ; 
et perchè pensava non doversi dilatare molto il male per l'esqui- 
site diligenze usate, fece detto Lazzaretto in un bastione dentro 
la città detto lo Spasimo, dove a 15 di Giugno cominciò a man- 
darvi l'appestati, havendo divisa la città in tante isole o quartieri, 
e tanto in essi quartieri, come alle porte, destinò Deputati Ca- 
valieri e Titolati, provedendoli di Religiosi per amministrare li 
Sacramenti a quell'a])pestati che si governavano nelle case, come 
anco di Medici, Ciruggici , mammane , et altri come habbiamo 
detto nel principio, acciò non patissero delle cose necessarie. Et 
crescendo il male e scoprendosi ogni dì nuove case, erano subito 
barreggiate e guardate da dui soldati per ciascuna casa. Et in un 
subito fu ripieno detto Lazzaretto, che forzò il Senato a ritrovare 
luogo più capace; in modo che a 23 di Giugno la matina a buon 
hora si conferì tutto il Senato nel giardino del dottor Fabio Ballo 
appresso Santo Francesco di Paola fuori la porta di Carino mezzo 
miglio lontano dalla Città, dove da detto Senato fu chiamato D. 
Baldassare di Bologna Deputato perpetuo della Sanità et prattico 
della peste di 49 anni prima (1), e gl'ordiuò, che formasse le stanze 
di detto luogo in forma di Lazzaretto; e detto Cavaliero vedendo 
il luogo non era capace, consigliò la Città a pigliare anco il luogo 
di D. Martino Cinami, e così accomodò tutti dui, uno per gl'ap- 
pcstati e l'altro per sospetti e convalescenti; e li diedero 150 o- 
perarij e subito fu accomodato in bonissima forma; e la notte di 
Santo Giovanni, che fumo li 24, trasferirno in quei luoghi gl'in- 
fetti, sospetti, et convalescenti, con carozze, segette, et carozzoni. 
E scuoprendosi tutta via più case infette e moltiplicato il male, 
in breve fumo pieni detti luoglii et non essendo più quelle stanze 
capaci, nel principio d'Agosto presero il Borgo di S. Lucia fuori 
la porta di Santo (ìiorgio, havendo in ciò dato il mio parere, paren- 
domi luogo molto opportuno, un miglio in circa lontano dalla 
città; quale scompartirno in tre parti separati gl'uni dagl'altri, 
cioè una per l'infetti , una per li convalescenti e l'altra per li 
sospetti , provedendosi di buon numero di Keligiosi per ammi- 
nistrarvi li Sacramenti, d'un governatore con titolo di Spetalie- 
re, che ministrava giustizia, con uno Infermiero maggiore, coman- 



(1) Cioè, della peste che afflisse Palermo e Sicilia nel 1576. 



322 MISCKLLANEA 



dandomi il Principe Filiberto, che ci deputassi un Padre de nostri 
come prattico d'infermi come a suo luog:o si dirà, provedendolo 
di Medici, Ciruggi^i, servitori, con Cavalieri Deputati de fuori, 
trasferendo tutte le donne nel luogo del Cinami; e tutti questi 
luoghi erano provvisti da tre Eettori, cioè un Titolato, un Oa- 
valiero, et uh Mercadante, quali andavano ogni giorno al detto 
Lazzaretto con le debite cautele, provedendo a bisogni, che in 
esso occorrevano, essendo informati dallo Spedaliero et Infermier 
maggiore, facendogli parte degl'eccessi che soccedevano nel luogo, 
de' castighi dati a' delinquenti e provedendo per minuto a tutto 
quello faceva di bisogno, tanto del vitto , letti , vestimenti et 
d'ogn'altra cosa fusse stato di bisogno; vi andavano anco alter- 
natamente i Deputati perpetui della Sanità e gl'altri eletti dal 
Viceré, e Pretore, et insieme con loro li Medici Consultori, che 
pigliassero relatione da Medici di dendro del progresso degl'am- 
malati e de remedj che gli facevano, et ordinavano quello che 
pareva espediente e necessario. 

Al fine del mese d'Agosto determinorno far luoghi separati per 
fare la quarantana a quelli, che guarivano ; fecero accomodare 
alcune stanze alla riva del mare lontane dal Lazaretto una buona ar- 
chebuggiata, cingendolo attorno di muraglie e tavole con molte guar- 
die acciocché non praticassero con nessuno, né potessero uscire, e 
subito vi trasferirno 200 persone già guarite; et era detto luogo 
anco provisto dalli sopradetti tre Deputati, quali finita la quaran- 
tana, e fattili ben lavare in mare, vestiti tatti di nuovo a spese 
dello Senato gli diedero la prattica per dentro la Città. Ma quello 
persone che avevano comodità si governavano nelle proi)rie case a 
lor spese, essendo guardata la lor casa con de soldati, aftinché 
essi non uscissero né altri vi pratticassero. Li Religiosi che andava 
a tomo amministrando i Sacramenti, i Medici, i Ciruggici, bar- 
bieri, et ogn' altro infetto andava con due guardie , una avanti 
et una addietro, et acciò lusserò più conosciuti erano vestiti di 
tela azzola, ma i Religiosi per riverenza del Sagramento portavano 
in mano una ombrella, con un Crocifisso et il santissimo Sacra- 
mento in j)C'tto in una borza, et la guardia d'avanti portava una 
linterna accesa senz'altro strepito per non atterrire li sani. 

Al principio di Settembre avvistosi il Senato non solo dcllii 
Ifran spesa ali! soldati, a'quali dava dui tari di quella mon(^(H 
il giorno e che ueauco sarebbero bastati i sani a. guardare gl'ani- 



MISCELLANEA 233 



malati, determinò di levare tutti li soldati dalle case barreggiate 
et ponere la pena della vita, che nessuno potesse uscire né en- 
trare in dette case; et per conoscersi meglio, vi fece due croci 
rosse alla i)orta di ciascuno, con j)ena anco de conflscatione de 
beni, che non potesse né entrare né uscire robe senza licenzia in 
Hcriptis del Senato, e fumo moltiplicati li Deputati acciò vigilassero 
a dette case; i quali di continuo andavano atorno con i loro 
Officiali avanti, per vedere se alcuno delinquiva; e subito che 
s'ammalava alcuno in qualsivoglia casa tutti l'habitanti di quella 
erano sequestrati nò poteva nessuno moversi da casa se prima 
non davano relatione a detti Cavalieri Deputati di quel quartiere, 
quali comandavano a Medici che con cautela visitassero detto 
ammalato; la cautela era, bagnarsi le mani e la faccia d'aceto , 
et poi toccarli il polzo da lontano, e vederlo tutto ignudo, usan- 
do diligenza se per la vita vi era bozzo, pappola (1) o petecchia, 
che in tal modo era dichiarato per appestato; bareggiavano la 
casa, et mandavano l'ammalato et i sani al Lazzaretto , se non 
haveva comodità da governarsi a sua casa; ma le donne di 
qualche rispetto erano viste ignude dalla mammana, quale con 
giuramento certificava li Deputati e Medici non haver infettione. 
Et così erano governati da Medici ordiuarij et spesso detti Medici 
davano relatione alli Deputati non esservi contaggio; quali Depu- 
tati davano due volte il giorno al Senato raguaglio di quanto 
])assava nel lor quartiere et a chi si dava questa relatione era il 
Pretore, sei Giurati, il Capitano della Città, il Sindico con cinque 
Deputati della Sanità perpetui che in tutti i tempi hanno autorità 
di conoscere le patenti e mercantie che vengono di fuori e qual- 
sivoglia altra occorrenza appartenente alla Sanità; interviene 
anco a detta deputatione un Avocato principale per Consultore e 
Giudice, un Fiscale con suoi coadiutori , sei Medici, il Mastro 
Notaro con suoi Attuarj, e si notano tutte le cose, che quivi si 
appettano per dare esecuzione a tutte le i>ro viste che in quella 
si fanno o per appotamento o per decretatione ; vi sono di più 
altri Deputati fuori le porte per haver cura delle robbe che en- 
trano et escono dalla Città, ciascheduno di loro con guardie de 
soldati per quello che potesse occorrere; qui anco danno le loro 
relationi ciaschedun giorno tenendo detta Deputatione altre hore 
del giorno per dare udienza e provedere alli bisogni del popolo, 



(1) Pustola. 



2S4 MISCELLANEA. 



che viene ad esporre le sue necessità, e da essi si tiene cause 
fiscali per condennare i delinquenti, secondo le relationi de De- 
putati de quartieri, si fanno dispense di torture , condanne di 
fustre (1), galere, e di morte; e così nel fine d'Agosto appiccorno 
dui, uno che essendo guardiano rubbava robe infette e le vendeva 
a' sani, e l'altro che havendo la peste adosso pratticava senza 
rivelarsf; e la sopradetta podestà fu lor data dal Serenissimo 
Principe Filiberto Viceré, come appresso si dirà. 

Vi sono anco degl'altri Deputati, che hanno altre particolar 
cure : alcuni di far sepelire 1 morti del contagio, quali si sepeli- 
scono in campagna poco meno due miglia lontano dalla città, 
luogo desolato assignato a questo effetto, dove si cava un fossa 
12 jjalmi da petriatori per esser monte e non vi si pone piti di 
due persone per fosso, li cuoprono di calce viva e doppo petra 
e terra di sopra; si portano in detto luogo i cadaveri da caroz- 
zoni tirati da dui muli, quali son fatti a modo di cascie con i 
coverchi, e di sopra una tela di color morato con una croce 
rossa; ma li Religiosi et altre persone di rispetto si portano den- 
tro tavuti impeciati con la sua coltra come di sopra, portati 
da quattro beccamorti con quattro candele in mano e quattro 
torcie in man di quattro soldati, vi va un Assistente a cavallo 
appresso per vedere se li soldati fanno il lor dovere, e non toc- 
car nessuno che s'incontra; e così lo portano sin fuori la Porta; 
e poi li ponevano dentro i cascioni con gì' altri morti e tanto 
essi quanto gl'infermi, che andavano al Lazzaretto, si notano in 
un libro in detta Porta non i)otendo uscire per altra parte, chia- 
mata Porta Maqueda. 

Di piti altri Deputati che tengono cura di far prendere le robe 
degli ai)i)estati con carozzoni anco tirati da dui muli e fjirli ])or- 
tare in un luogo assignato per farli abbruciare, e ciascheduno 
carozzone porta quattro beccamorti per caricare le robbe e dui 
Assistenti a (^avallo e quattro soldati per guardia, dui d'avanti e 
dui a dietro, acciò non si facci fniude da beccamorti. 

Di più altri Deputati per far pigliare la robba de sospetti 
portata da carozzoni con le guardie come di sopra, con dui Assi- 
stenti, persone di rispetto et un (^ìmissai'io, per scrivere di minuto 
tutte le detto robe; e tutto (|u<'sto ac«'iò non fnssr fiiindiilo il P:i- 



(1) Frutta. 



MISCELLANEA 235 



drone; quali si portavano in un luogo fuori della città dove si face- 
vano purgare, sciauriare (1) e ventilare, e si consignavano al guar- 
diano di detto luogo chiamato La Zisa, quale è a modo di castello, 
luogo ispatioso, abbondante di acqua, molto opportuno per tale ef- 
fetto; e dopo purgati, e fatta la quarantana, con licenzia del Se- 
nato erano restituiti a proprij padroni; ma le case grandi e spat- 
tose, che havevano comodità di purificarle, le lasciavano stare, 
con andare il Deputato a veder fare le liscie, et altre diligenze 
necessarie. 

Per portare gl'appcstati al Lazaretto prò vede il Senato di due 
carozze e quattro seggiette e ciascheduna carozza haveva quattro 
huomini per pigliare gV ammalati in braccio , e ponerli dentro 
dette carozze e segette, e ciascheduna d'esse portava quattro sol- 
dati per fare allontanare le persone acciò non lusserò da essi toc- 
cati . 

In oltre fumo deputate quattro persone di rispetto per cia- 
s<!un quartiere, per far profumare et biancheggiare tutte le case 
delle persone che si ritrovavano appestate nel Lazzaretto, acciò fi- 
nita la lor quarantana vi potessero habitare sicuramente; quali 
case si profumavano nel seguente modo. 

Ciascheduno delli Deputati menava seco dui huomini infetti 
con le lor guardie al solito, quali huomini infetti portavano un 
brasciero di fuoco seco et aperta la porta della casa infetta po- 
nevano il fuoco nel entrar della scala, e sopra esso mortella, ro- 
smarino, et giunipero, e serravano la porta in modo che il fumo 
riempiva tutta la casa; passata un'hora et aprendo di nuovo la 
porta salivano nelle stanze, et aprivano tutte le finestre, et a cia- 
scheduna stanza facevano l'istesso che havevano fatto alla porta; 
e passata un'altra bora appicciavano in mezzo della stanza una fa- 
scina di sermento, e per quel giorno non si faceva altro ; il se- 
condo giorno ristessi, scopavano tutta la casa, levando ogni im- 
monditia, et poi veniva il carozzone infetto tirato da uu cavallo 
e pigliava detta immonditia e la portava tre miglia lontano dalla 
città a fosso determinato con le guardie et Assistenti come gl'al- 
tri; il terzo giorno facevano in ciascheduna stanza profumi com- 
posti di zolfo , pece, et resina e così continuavano due volte il 
giorno per spatio di sei giorni ; finiti questi , v' intra vano li so- 



(1) Profumare. 



236 MISCELLÀNEA 



spetti e seguitavano detto profumo aggiungendovi dell'incenso, 
limpiando più per minuto tutta la casa; et ultimamente gl'ope- 
rarij netti , che 1' annetta vano con maggior diligenza e la bian- 
cheggiavano tutta, etiam il tetto, bruggiando qualsivoglia tavola 
tarlata ove si havesse i)otuto attaccare la peste; et in tal purga 
vi correva lo spatio di 20 giorni. Ma nelle case terraue, che non 
v'era altro che la porta^ scoprivano parte del tetto per sciauriarla; 
et le case di rispetto doppo il profumo del zolfo i sospetti pro- 
fumavano d'incenso, storace, belzuino, et anco muschio , e così 
purificate, subito che uscivano dal Lazaretto si potevano habitare 
senza pavura d'infettione; ma quelli che facevano la quarantana 
nelle proprie case^ oltre che li carozzoni andavano ogni settimana 
a torno a pigliare l'immodezze, ci erano Deputati secolari e reli- 
giosi che matina e sera andavano per le case a veder quello che 
gli fusse occorso la notte e prima che se gli dava la prattica, gli 
facevano fare la bucata , volendo ciascun religioso veder pezzo 
per pezzo, stando essi fuori e quelli dentro quando si faceva la 
liscia; et ultimamente rimase tutto il peso della città a dui de 
nostri Padri, come persone più esperte in detto ministerio. 

Di più vi sono altri Deputati nobili, che tengono cura far lim- 
piare ogni settimana tutte le strade della città , quali tengono 
ministri salariati che nettano le strade con portare la bruttezza 
alla riva del mare dove sono due barche che le portano a buttare 
due miglia dentro mare; et in somma tanto quelli di dentro della 
città quanto quelli di fuori al Lazzaretto non hanno la prattica se 
prima non hanno la fede del Medico in «eriptis^ e sottoscritta da 
Deputati di quartiere e da Religiosi che assistono alla purificatione 
delle robe. 

Et per cominciare ordiuatamente dirò li diversi bandi che 
fumo buttati con le provisioni per il buon governo in tal cala- 
mitoso tempo, li quali j)er esser molti e non poterne far copia, dirò in 
breve il contenuto di quelli con le giornate della promulgatione (1). 
A 19 di Giugno 1624. — Si publicò il bando cIkì si limpias- 
ftero le strade, e piazze della città d'ogni immonde/za, che nes- 
suno poteAHe buttare brntteeza in dette strade , né acqua lorda 



(1) Neil' Archivio Comiinah' di Palermo , noi voi. di Fiandi e J'rovvi- 
ite dell'anno di VII indizione 1()28-1()24, hì possono riscontrare inte^ral- 
mento i Handi «egnati. 



MISCELLANEA 237 



et qualsivoglia altra immonrtitia; si facessero per ogni parte fuo- 
chi di sarmenti i)er tenere l'aria purificata. 

2'-i di detto. — Bando die nessuna persona potesse accattare 
sorta di pescarne, né in fiume , in tutti li territorij della città , 
che non si potessero vendere cose di salume fatte nel presente 
anno , né vendere carne cotta di nessuno animale , uè si potes- 
sero vendere cose commestibili mal conditionate et che l'interiori 
delli bovi et giovenchi si vendano ben 1 impiate e nette, che non 
si possa comprare , né vendere cose di panno , lino, cottone et 
ogn' altro drappo. 

A dì detto. — Bando che nessuno mettesse lini a mollo né a 
ripe di mare né a fiumi per tutti li territorij della Città ; che 
ogn' uno rivelasse la robba che haveva comprato dal Vascello 
venuto da Barberia, fra dui giorni; che le lavandare non ixìtes- 
sero lavare panni salvo che ad uim casa sola per non mescolare 
le robbe dell'una con l'altia; che quelli che lavano collari auji- 
dati, non possino buttare 1' ac<}ua in strada; che <»gn' uno rive- 
lasse 1' infermi di qualsivoglia infermità che haveva nella casa 
ancorché fussero congionti in sangue, come madre , padre , so- 
relle, fratelli; et che ogn 'uno tenghi ligati in casa li cani e gatte 
e quelli <*he vanno per la città fossero ammazzati e sepelliti in 
un fosso a ciò deputato. 

A dì 24. — Bando che nessuno potesse trasferire ammalati da 
un quartiero in un altro, né da una casa ad un'altra; che le per- 
sone venute da Barberia con il vascello si ritirassero in casa o 
vero lor camere locande , et mandare a rivelarsi ; che ogn' uno 
dovesse rivelare si tiene robe, o sapesse chi ne tiene , di qual- 
sivoglia sorte di quelle che sono venute con il detto vascello da 
Barberia e si i)erdonerà la pena a tutti quelli che sino al pre- 
sente non l'avesse rivelato. 

A dì 25.— Di indine di sua Altezza Serenissima, che quelli di 
Palermo et Trapani non possino andar fuori senza patente o bol- 
lettino, e di più iK)rtino una banda attaccata al petto. 

A dì 20.— Bando che li Medici non ricusino, ma debbano an- 
dare a visitare gì' ammalati come facevano prima, et scoi)rendo 
alcuno ammalato di contaggio lo debbano subito revelare. 

A dì detto. — Bando che niuno benché pri\ileggiato possa 
trasportare roba da un luogo ad un altro, sotto pena della vita 
et conflscation de beni. 



238 MISCELLANEA 



A 27 detto. — Bando che li poveri mendichi non possino an- 
dare mendicando per la città, ma che tutti si debbano conferire 
nella casa di San Giovanni Leproso fuori di detta Città nel ponte 
della Miraglia, dove troveranno ogni ricetto, e quanto farà loro 
di bisogno, a spese della città. 

28 detto.— Bando che nessuna donna^ ne figliuolo (1) da 12 anni 
a basso possa uscire dalla casa fuor che li giorni di festa coman- 
data per andare alla messa diretto tramite nella chiesa più vi- 
cina , sotto pena della frustra e perdita del manto ; ma quelle 
donne che non avevano h uomini in casa andassero i)er licenza 
dal Pretore, e quelle dentro cortili che hanno case terrane potes- 
sero stare dentro detto cortile purché una non andasse nella casa 
dell'altra vicina; che quelli che andassero fuori della città deb- 
bano prendere il bollettino per andare ne i territorij , et quelli 
che vogliono andar fuori, oltre il bollettino debbano portare una 
tovaglia bianca attraversata nel petto, et prima che entrino ne 
luoghi habitati debbano dar notizia agl'Ufficiali di detti luoghi; 
et contravenendo, pena della vita naturale ; che le cortiggiane 
non debbano ricevere ninno nelle lor case sotto pena della fru- 
stra; et acciò non patissero, gli furono assignati tre carlini di 
(| nella moneta il giorno. 

Primo di Luglio. -— Bando che le lavandare i)ossino andare a 
lavare a fiume , ma solo un giorno per ciascuna casa i)er non 
mescolare li panni dell' una e dell' altra ; che quelle donne che 
non hanno huomini in casa ne possi uscire una per casa i)er prov- 
vedere le cose necessarie dalle hore 14 sino alle 10 et dalle 21 
sino alle 23; et perchè alle 24 del mese di Giugno passato si fece 
bando che si dovessero rivelare tutte le robe che fìissero state 
comprate nel Vascello venuto da Barberia, si proroga il termine 
ad altri giorni dieci, e revelando se li perdona la pena passata, 
et anco se gli pagarà il prezzo delle robbe che riveleranno; che 
ogni uno che si sente qualche male o alcuno della sua famiglia 
si debba da lor stessi sequestrare nelle proprie case e mandare 
a rivelarsi, sotto pena della vita chi fa il contrario; che nessuno 
possi andare aprcHSo alle processioni che si faranno. 

A 3 di detto. — liando che li commoranti fuoii li boitrlii di 



(1) Fanciullo. AdoproBsi cuiuunoimente ne' necoli XVI e XVII, e vive 
tuttavia in MoMiua e provincia. 



MISCELLANEA 339 



Santa Lucia e suoi contorni debbano tutti sfrattare fra quattro 
giorni ; che nessuno Padrone di casa i)ossi crescere il i)i*]i:g;ione 
più di quello si ritrovano al presente. 

A () di detto. — Che s'osservi il bando delle donne, che non 
possino uscire fuori di casa , e quelle , che non hanno huomini 
possino uscire, come s' è detto , sotto pena di i)erdere li cocchi 
o carrozze , quattro tratti di corda alli cocchieri, e le povere lo 
manto e la frustra. 

A 7 di detto. — Bando che li Medici et barbieri non possino 
))ernottare fuori di casa. 

A 8 di detto. — Fu commesso podestà da S. A. Serenissinm 
alla Deputazione della Sanità al sequente modo (1) : 

El Principe Emanuel Filiberto 

Por quanto uno de los maijores quidados los que allemos bien 
el presente trabasado con la enfermidad que corre nuestro Seùor 
ha sido servido permettir para procurar ala fahla con ea buen 
modo que tenemos y govierno de los ministros que entienden en 
ella sienda tan importante muchas vezes en estos casos el regor 
come la caridad y clementia y para que tanto meyor si pued 
haver, en vertud della presente damos licentia al Capetan de lu- 
stitia, l*retor y Jurados desta Oiudad para que puedan eligir y 
nombrar las personas , que les parezier a proposido y de mes 
delas que tienen Beputados par la buena esecution de las cosas 
que fuera conveniente azer para aiudar la dicha infermedad che 
pueda promulgar bando y bandos en nuestro nombre colas penas 
a ellos bien vistas azer inventario de bienes, proveder a prezion, 
tortura, azottes, destrierro, y asta annes zinque de galeras, por- 
que se la pena vener de mas tiempo o de muerte o de mutilation 
de membro lo reservemos a nos, que mas recovrar la penas que 
saran provista sin dar termine ninguno , provedendo en esto a 
modo di guierra les damos la potestad y faculdad que se richie- 
de; y la misma autoridad concedemos a los Depodados que stau 



(1) Riproduco così com'è mi ms. la Patente del Viceré, senza la pre- 
tesa (li correggerne gli errori. Nel Di Mauzo , Biblioteca star, e lett. 
cit., pp. 127-128, è riprodotta più scorretta ancora. 



240 MISCELLANEA 



nombrados o se nombreran en los qnarteres durante el tieiiipo 
del'enfermedad que asi coiivicn al servitio del Rey nuestio se- 
nor y es nuestra voluntad. En Palermo 8 luglio 1624. Filiberto. 
Antonio de Navarra de Retengno Secretano. Die 8» Julii 7" indi- 
ctione, ex parte El.mi Senatus piena sede esequatnr. Mntius Ma- 
stro Notarins; registrato fol. 351. 

A detto. — Si sospesero li negotij per 15 giorni. 

A 11 di detto. — Bando che li soldati posti alle guardie delle 
case barreggiate non debbano mai lasciare le lor jioste uè di 
giorno né di notte , ma solamente dalle 14 bore sino alle 16 , e 
dalle 21 sino alle 23 per andare a mangiare, purché uno sempre 
restasse in guardia acciò non mancasse mai la guardia alli bar- 
reggiati; e quelli, che hanno cani, se li tengano ligati in casa, 
altrimenti li saranno ammazati. 

A 13 di detto. — Bando di S. A. che tutti gl'Agozzini et Con- 
tistabili di tutti li Tribunali debbano assistere con li Deputati 
della Sanità, et con quelli delli quartieri , et che il Presidente 
Vasco li debba compartire come debbano andare. 

Il detto di si fece una soUenne processione di tutti i Conventi, il 
Capitolo et Clero uscendo dalla Chiesa Maggiore, et si portorno i 
corpi dentro casse d'argento di Santa Christina et Santa Ninfa 
Protettrici della città et una bara con le relique di Santo Rocco, 
Santo Sebastiano, e Santo Filippo Neri anco lor Padroni; et an- 
dò detta "processione sino alla Porta Felice al fine della città, do- 
ve a questo effetto si ritrovò sontuoso altare, et ivi si fece ora- 
tione in publico; et un altro altare, fu fatto nelP ottangolo dì 
Piazza Viglena dove anco si fece oratioue; et era uu^raviglia che 
in ogni capo di strada si sentivano grandissime voci gridar mi- 
sericordia con abondantissime lacrime et devoti(me. Et alla detta 
processione intervenne il Signore Cardinale Arcivescovo della 
Città vestito pontificalmente, il Senato et li J3eputati perpetui 
della Sanità, non v' essendo altro appresso ]>er esecutione del 
Ita lido, che lo prohibiva. 

J^ 22 di «letto. — Bando da parte di S. A. S. <*he sospendeva 
i negoty per un altro mese. 

A 24 detto. — Bando «-he nessuno possi doniiire sojM'n banghi, 
oè Aopra poggi, né sotto pennate, che sono por la città, che nes- 
suno facesse resist-enza a gl'Ofllciali della Sanità sotto pena di 
galera, che nessuno ardisse di tiir fuggire alcun preso dagl'Ofii- 
ciali sotto pena della vita. 



MISCELLANEA 241 



11 detto dì. — Bando che si levassero le guardie dalli barreg- 
giati facendo pena della vita alle persone barreggiate, che nessun 
di loro eschi dalla casa , ne trattar con altri fuori , ne poter u- 
scire robbe dalle case e luoghi barreggiati senza licenza della 
Deputatioue della Sanità, con pena della vita e contiscatione de 
beni; et alle case barreggiate si facesse segno di mogra rossa (1) per 
essere da tutti conosciuti e visti, et che li vicini stessero attenti 
et vedendo alcuno contravenire al bando lo dovessero subbito 
rivelare sotto le metlesinie pene. 

A dì 27 detto. — Che nessuno desse imi)edimento ne) passare 
li carrozzoni della Sanità. 

In detto dì. — Per Consiglio Pubblico si fece voto di fare una 
cajjpella a Santa Rosolea nel Monte ove si ritrovò il suo corpo. 

A 1Ì8 detto. — Bando che li Medici non possino andare a piedi 
per la città, ma a cavallo per esser visti e conosciuti. 

A dì 30 di detto. — Ordini che fumo mandati da S. A. S. 
alla Deputatioue della Sanità, li quali de ordine suo fumo publi- 
cati e letti in essa et osservati ad uitffuem dall'Illustrissimo Se- 
nati» e Deputatioue. 

1. Sua Alteza Serenissima ci Principe Filiberto ha enten- 
(lido que el osservancia delas ordines de la Deputation della Sa- 
nidad hai mucha falda y para rimedio d' esto y de los inconve- 
nientes, que podrian socceder. 

2. Manda los sequentes, que se guarden, osserveu, y complen 
come se fuesse dadas di Sua Alteza Serenissima y que nenguna 
persona di quaquier fuera o condicion que sea pueda regusar, ne re- 
guse de servir eu los offlcios che la diccia Deputatioue l'en garghai-. 

8. Que la podestà che ha concedid al Capitan, Predor y De 
pudados de (juartier s'entiendon cora]>rendido8 en ella los Depu- 
dados de la Sanidad a los quales s'entienda dada lamisma podestad. 

4. Que todos los ministros de la Ciudad come sono Mastro- 
notar, Sindico, Mastrorational, Tesoren», Conservador, Maramero, 
Arcivario, Segretario, Sorgente niayor, Capitanes y otros salariados 
ayan da assistir cada dia alla Corte del Predor para assecutar 
las ordines, que la Deputation de la Sanidad les darà la quales 
compleran y assecuten ctmie se fuesse de S. A. Serenissinui. 

5. Que los Constables de la ('iudad ayan di assestir y assistan 



(1) Sinopia. 



242 MISCELLANEA 



alla Corte del Predor para assecutar las ordines qne le saran dade 
a los que ser\ien à cavallo stean prontos y apparechiados para 
servir eii todo lo que se le ofteritiere y se le ordenera. 

6. Que luogo s'enbien a manos de Sua Alteza Serenissima 
una relation de todas las personas, que se occupan en servir en 
està occasion presente, conienzando de los Deimdados de la Sa- 
nìdad del quartiele , y todos los demas ministros , per minimos 
que sean declarando el salario che cada uno dellos goza. 

7. Que a se mismo se le dea destinta relacion de quantos ca- 
rozzones tiene oy la ciudad de servitio, quantas seblittas y come 
stan repartidas y a cargo di chien stan. 

8. Que la Deputation de la Sanidad se yunten cada die de las 
20 horas asta la 24 para la espedicion de los negocios : en esto 
enterballo de tiempo assistau los Medicos y Consultores y Fiscal 
de la Sanidad. 

0. Que la DejMitacion se aga sin logar separado y non entra 
in ella otros personas se non fuera solamente los Depudados de 
los quartieres, los qnales agan relacion y vien su quento de lo 
que se offerezier y vayan entrando los Depudados por su orden 
uno despuer de otro. 

10. Que los appuntamentos que se aran ne la Deputacion ten- 
gan cargo d'esecutarlos D. Ido Lascara, D. Baldassar de Bolo- 
gna, Tomas de Acasina y D. Alfonso Ventinìiglia , los quales 
per este eftetto se pueden servir y servien de todos qualchier 
ministros de la ciudad que mayor le parezer. 

11. Que los appontamentos que se avran nella Deputacion non 
se pueda rebocar ne rebuechen se primier non refer a Sua Al- 
teza Serenissima. 

12. Que cada magnana a las tres horas se aga relacion a Sua 
Alteza Serenissima de la esecucion de los api)ontamentos y de 
todo lo (|iie los Medicos haverian determinado. 

13. Que agan dos barraccas luego fora las ])ortas per comodid de 
los forastieres , i)oniendo pena que non entra en ella otra sorte 
di gente y tpu» le i)er8one se noten ove convien. 

14. Tode h) (pie manda Sua Alteza Serenissima (\nv se as- 
gecuten y compia sin dclation alcuna e se le dtni (pianto co- 
manda V se acio (?). DIos giiarde A V. S. come desea. De Pa- 
lutio, .'U) luglio. (Ho. De Cara. Al Pretor. 

1 d' Agosto. — Bando che le donne possiuo andare a comu- 
nicarsi per la Portiuucula. 



MISCELLANEA 243 



2 d'Agosto. — Potestà concessa al Pretore e Deputati della 
Sanità. — S. A. Serenissima tiene per bien de dare a V. S. y à los 
Depudados de las Sanidad podestad que pueden condenuar asta 
la muerte naturai à los que delinquen y non compleren lo que or- 
dinaren y da chi abasso dar las peuas que le parezieren, para 
que tanto ineyor se acreden al remedio del mal que corre y esto 
non oste <|ue la podestad , (pie mando non despabrar, non diga 
(;he se i)ueden alargar à dar }>ena mas de zinque agnos de galera. 
V. S. lo disponga à si y bara se compia y que se note dove con- 
venga, que Dios a V. S. come desea. IJe Palatio 2 Agusto. Joan 
Declara. La misma potestad manda Sua Altcza Serenissima tenga 
los Jurados (pie se da a Vostra Signoria y a los Depudatlos al 
Pretores (?) y Depudados de la Sanidad. 

A 3 Agosto. — Si rinovò il bando che non potessero uscire di 
casa le donne salvo che le feste comandate nelle chiese più vi- 
cine, sotto ]>ena di ])erdere li cocchi o segette et 25 onzie et li 
carrozzieri e segettieri 4 tratti di corda, et le povere il manto e 
la frusta, et (pielle che non hanno huomini in casa ne ]»o88a u- 
scire una dalle L4 sino le 16 et dalle 21 sino alle 23 per prove- 
dere a' loro bisogni. 

In detto di. — Alla sera Sua Altezza Serenissima passò a mi- 
glior vita (!on resentimento universale di tutta la città; al quale 
doppo molti giorni fumo fatte l'esecpiie come più a basso si dirà. 

11 medesimo dì. Bando che i (convalescenti e sospetti del Lazza- 
retto del Borgo possano notare nel nuire i)er quanto si contiene 
dal Sammuzzo per insiuo al Convento di Santa Lucia in contro 
al Lazaretto; che nessuna altra persona possa nuotare in detto 
mare per quanto si contiene dalla Porta di Santo Giorgio fino 
alla Lanterna del Molo, sotto pena della vita, alli minor nobili di 
onzie 25 et agl'ignobili cento staffilate. 

A 6 di detto. — Bando che nessuno possi entrare in lochi bar- 
reggiati sotto nessuno pretesto, che volessero ivi commorare sott(> 
pena di onzie 100. 

A 7 di detto. — Fu dal Sacro Consiglio ad ore 4 di notte 
dato il posesso al Signore Cardinale per Viceré, e comincia) il 
governo spirituale e temporale. 

A 9 di detto. — Bando che nessuno possi passare per il La- 
zaretto ancorché fusse Deputato sotto pena di 10 anni di Castello 
alli nobili et agl'ignobili della galera et alli minori cento staffi- 



244 MISCELLANEA 



late; che nello Lazzaretto stijuo divisi e sei)arati gli convalescenti 
dall'infetti et anco li sospetti, et le donne separate dagl'hnomini; 
che le persone che si ritrovano f'nori della città ^ et per tutto il 
compreso della chiana di Palermo con le lor famiglie non si pos- 
sino trasferire dentro la città, e quelli comniorauti dentro la città 
non si possino trasferire fuori, et quel che ent ra per qualche ne- 
cessità dentro la città senza la famiglia non ]>ossino pernottare 
nella città, e quelli commoranti nella città con lor famiglia non 
possino pernottare fuori di essa, sotto pena gli nobili di 10 anni 
di Castello, et alle donne nobili ad arbitrio del Senato, et agl'igno- 
bili 10 anni di galera , et alle donne a servire al Lazzaretto ad 
arbitrio del Senato; che gli Medici per le fedi che faranno, non 
possino dimandare più mercede di questa tassata: cioè per li no- 
bili da 15 persone in su tari 12 e da 14 persone in giù tari 5, et 
per persone mediocri da 15 persone in su tari 3 et da 15 persone 
in giù tari uno, et alli poveri si faccino (fratis per amor di Dio; 
che nessuno possi uìutar casa, ma che ogn'uno possi stare dove 
si trova pagando l'istesso piggione che hanno pagato l'anno pre- 
sente, e li contratti che si ritrovano fatti per l'ottava indittione 
siano cassi e nulli. 

Non lascierò di dire la molta pietà e carità che si vidde in 
tutti li Religiosi in aggiutare l'anime de poveri appestati, in am- 
ministrare li Sacramenti tanto per la Città quanto nel ] lazzaretto, 
benché nel principio mostrassero qualche timore e spavento ; et 
ritrovandomi Superiore come ho detto e ricordevole del voto di 
servire gra])pestati, volli essere il lìrimo ad offerirmi al Senato, 
come feci a ì',i di (riugno 1024, offerendo me e tutti li l^adri per 
aggiutare in tal necessità et affìittione; et fu accettata tal mia 
offerta dall'Illustrissimo Senato con molta tenerezza, che ringra- 
tiorno Iddio, che in tanta calamità , si ritrovassero huomiìii che 
s'esebissero ad aggiutare U* loro anime ringratiando me molto, et 
che a tempo oportuno saressimo avisati; et dojtpo me liu-no li 
l*a<lri T<^atini. Kt a suo tem|M> fui chiamato da essa (Uttà con co- 
mandarmi che io elegessi dove gli volevo aggiutare se nella Città 
o nel Ijazzaretto , ma c.onoscen<lo che loro havevano a caro ser- 
visse nella Città, mi prese la metà d'essa a ministrare li Sacra- 
menti; v\ li Padri Teatini , che si ritrovavano di gran lunga in 
maggior numero, presero il Lazzaretto; e l'altra piiile della Città 
fu «livisa a Padri (Jesuiti, Teatini e Reformati di Santo Agostino 



MISCELLÀNEA 245 



et a ciascheduno tu assignata casa et chiesa fuor di convento, 
appresso del quale si fece una barracca di tavole per li soldati, 
et alli nostri Padri fece dare la chiesa di Santo Paolino con 
l'habbitatione appresso, assignandoli per testa dalla Città per il 
vitto cinque carlini di quella moneta il giorno, con un barbiero 
che li servisse per cocina, tosare, cavar sangue e far quanto oc- 
correva a loro. Quelli che andorno in detto servitio: priuio fu il 
Padre Giovan Battista Pasquale, huoiuo di 60 anni di bonissima 
complessione , Eeligioso di molta virtù et carità che entrò con 
tanto fervore et spirito, che era di stupore a chi il mirava, es- 
sendo infaticabile per la salute dell'anime,havendolo visto più volte, 
nel tempo di sol lione, negro come le mie vesti per le molte fa- 
tiche, ma tanto allegro et giocondo, che par che uscisse da suoi 
panni; e gionto nelle case per amministrare li Sacramenti, et tro- 
vandoli tutti ammalati, et atteso alle cose dell'anima se rivolgea a 
bisogni del corpo, cioè in rifarli i letti, appicciarli il fuoco e farli 
da mangiare, e doppo cibati lavar loro i piatti e spazzarli la casa, 
cibare li figliini et far quanto quei meschini havevano di biso- 
gno^ in modo che da tutti era chiauiato Pinfaticabile pieno di ca- 
rità; entrò al servitio a' 26 di giugno, a' 24 di luglio s'ammalò 
di peste et mi raccontorno i suoi compagni , che sentendosi il 
male , cominciò a saltare e far festa come già havesse principio 
del Paradiso et Analmente a 31 di dettò passò a' miglior vita, ha- 
vendo in detto tempo ministrato li Sacramenti a 138 appestati, 
morendo con grandissimo segno di santità; e doppo morto mi fu 
fatto instantia da più secolari , che pigliasse informatione della 
sua vita, ma li travagli correnti non permettevano tal tempera- 
mento lassando che il Signore a suo tempo manifesti la sua virtù. 

A 26 di detto. Entrò il Fratello Cosimo Cavarretta per servire 
le messe a detti Padri, a 17 di luglio s'appestò, a' 19 d'Agosto 
fu libero, et seguitò a servire al Lazzaretto, et fu compagno del 
Fratello Terzago, come appresso si dirà. 

Al detto dì v'entrò anco il P. Gasparo Lirapi, huomo di 35 
anni in circa, per aggiutare al P. Pasquale, con non minor fervore 
et carità d'esso, facendo una sjinta gara, procurando con santi 
modi levar l'uno le fatiche al altro, con mio infinito contento se 
([uerelavano l'un con l'altro di levarse le fatiche , ancorché non 
riposavano né notte, né giorno, poiché gionti nelle case e visti 
tutti l'ammalati, doppo ministrati li Sacramenti attendevano a go- 

Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXX. 17 



246 MISCELLANEA 



vernare i corpi con non poco lor allegrezza e sollievo di quelli 
poverelli. A 26 di luglio gli venne la peste, a primo d'Agosto fu 
libero per miracolo di Santa Rosolea; a 8 d' Agosto cominciò di 
nuovo ad amministrare li Sacramenti con maggior fervore di pri- 
ma, in modo che da tutti i secolari era chiamato il P. Constante, 
et seguitò sino al fine di settembre ; finalmente essendoli morti 
tutti li compagni, e stanco hormai dalle fatiche, lo feci io uscire 
a 4 d'Ottobre a fare la quarantana, a 31 di novembre gli fu data 
la prattica; et uiinistrò li Santissimi Sacramenti a 198 appestati, 
et battezzò due creature. Et perchè ogni giorno cresceva il nu- 
mero degl'ammalati et* li dui sopradetti Padri molto aggravati 
dalle fatiche, a 7 di luglio A" i mandai il Padre Nicolò Clemente, 
antico della Religione et huomo di 60 anni e più, quale essendo 
corporente pareva a miracolo potesse portare le fatiche che fa- 
ceva, il che era con molta carità et spirito; qual seguitò sino a 
cinque di Agosto, et essendoli venuta una vertigine di testa, 
uscì à far la quarantana; et in detto tempo amministrò i Santis- 
simi Sacramenti a 146 appestati e battezò una creatura. Et cre- 
scendo tutta via il male, et aggravava li Padri al mio parere so- 
pra le lor fòrze, v'entrò in loro di aggiunto il Padre Rocco Mi- 
nutoli, che per indispositione non potè seguitare salvo che sino 
il primo di Agosto; et uscì a far la quarantana et a 4 d'Ottobre 
gli fu data la prattica, havendo amministrato il Sacramento a 45 
appestati. A 19 di luglio v'andò il Fratello Francesco Martorana, 
huomo di molta carità per servire li Padri , a 22 di settembre 
s'appestò , et a 29 passò a miglior vita; a 2 d'Agosto v'andò il 
Padre Francesco Mannini per amministrare li Sacramenti in ag- 
gìnto de sopradetti, a 30 di settembre s'appestò, et a 3 d'ottobre 
passò à miglior vita; et amministrò li Sacramenti ad 8 appestati. 
Il Fratello Giulio Cesare Terzago Milanese huomo di molta ca- 
rità et prattico ne maneggi degl' infermi entrò nel Lazzaretto à 
servire per Inferniiero maggiore , havendomi così ordinato Sua 
Altezza Serenissima «'he era dii me informato del suo valore; v'en- 
trò a 20 <li luglio, et per essere detto luogo molto si)atioso, per 
{>oter attendere a tutti i bisogni con sollecitudine, cavalcava un 
animaletto, stando in volta continuamente di giorno e di notte 
senza nessuno risparmio e timore; faceva infinite opere di carità, 
come mi raccontavano ristessi che le ricj^vevano dop))o che usci- 
vano dal Lazzaretto, con grandissima sodisfatione de Rettori e 



MISCELLÀNEA 347 



tutti, et spesso era visto pigliarsi le creature in braccio che lau- 
gueudo aspettavano la morte, gli faceva le minestre et l' imboc- 
cava, che pare le rir.uscitasse da morte a vita; et piacque tanto 
questa carità a molti Signori della Città che ciò intesero, che mi 
pregorno li volesse avisare subito 'che usciva dal Lazzaretto, per 
conoscere sì santo Padre ; sì che quattro mesi seguitò con salute 
sopportando infinite fatiche; a 23 d'ottobre s'ammalò gravemente 
et doppo d'essere stato così ammalato in detto luogo, lo feci uscire 
dal Lazzaretto a 23 di novembre per far la quarantana in una 
casa dentro la Città; et dopjjo haver fatto 56 giorni di quaran- 
tana, et quindici di puriflcatione, a primo di febraro gli fu data 
la jìrattica e se ne venne in casa con il Frate Cavaretta suo secondo 
compagno, stante che il Frate Rocco Zompa suo primo compagno 
morì subito che entrò per troppo affettuosamente darsi alla ca- 
rità dei poveri appestati. 

A 4 di febraro ad instantia del Senato deputai dui l'adri che 
assistessero alle purificationi delle case dove erano stati l'appe- 
stati et fare sciauriare li panni , et veder fare le liscie alli bar- 
reggiati del nostro quartiere, et vi destinai il Padre Gasparo Cer- 
vone^ Padre di molti meriti e valore et virtuosissimo religioso, 
che essendo conosciuto dalla Città per tale, la rimisero tutta a 
lui; et suo compagno fu il Padre Agostino Marano. Et essendo 
molto cresciuto il male, e spaventati molti sacerdoti in modo che 
non vi era chi ministrasse i Sacramenti et dasse altro aggiuto 
spirituale agl'ammalati dell' hospedale, il Governatore mi pregò 
ch'io gli dovesse somministrare qualche aggiuto; et così gl'assi- 
gnai due Padri, quali non solo ministravano li Sacramenti et altri 
bisogni spirituali, um anco bisognò che abbracciassero et sopra- 
stassero a bisogni corporali, non assicurandosi il Governatore di 
entrare dentro detto hospedale; et questo per lo spazio di dui mesi; 
che passate quelle furie et ritrovando il Governatore ministri, es- 
sendo quelli due Padri dalle fatiche stanchi, li feci ritirar fuori 
in un nostro giardino a fur la quarantana, et a tempo debito li 
feci l'itornare in casa ; et con tutto ciò fra pochi mesi passorno 
a miglior vita; in modo che tutti li Padri occupati nel servitio 
dell'appestati sono stati tredici, non v' essendo in quella casa 
più che 10 professi. 

Et per seguitare il nostro discorso dico: 

Che a' 13 d'agosto si buttò bando , che sospendevano li ne- 



248 MISCELLANEA 



goti) per due mesi; et a 14 si dichiarò che non s'intendevano so- 
spesi li negotij esecutivi. 

A 2 di settembre. Bando che si facessero luminarie per tutta 
la Città per la festa di Santa Rosolea, il cui corpo fu ritrovato 
a 15 di luglio sopra una montagna dentro una grotta, et perchè 
non vi si ritrovò scritto nessuno^ salvo che si teneva per tradi- 
tione che fusse in quel luogo et benché fusse ritrovata miraco- 
losamente , tuttavia il Prelato non si assicurava publicarla per 
tale; ma vedendo poi che non solamente Possa, ma la terra anco 
faceva miracoli grandissimi, doppo haverne fatta pigliare esatta 
informatione , deputò una Congregatione di Teologi per non far 
errore in cosa di tanta importanza, per assicurarsi bene si fusse 
il corpo di detta Santa; e durò detta Congregatione da sei mesi 
in circa, essendovi prò et contra ; ^a essendo apparsa la Santa 
a diverse persone et ad un huomo in particolare sopra il monte, 
a qual predisse che doppo tie giorni dovea morir del male, co- 
mandandogli che subito si confessasse, et che dal suo confessore 
facesse dire al Cardinale, che non facesse più dubbio se quelle 
ossa fussero il suo corpo , che realmente era quello; et per que- 
sto et per gl'evidenti miracoli che si vedevano, et esser successo 
a quel huomo quanto dalla Santa gli fu profetizato, fu dal Signo- 
re Cardinale e Congregatione publicato , che 1' ossa ritrovate 
nella grotta di Monte Pellegrino era realmente il corpo di Santa 
Rosolea ; et fu esposto dentro una politissima cascia al publico 
nella Chiesa Maggiore alli 15 di febraro e se diede ordine per la 
sollenne processione, quali per li grandi e sontuosi apparati che 
fece la Città , si dilatò sino alli sette di Giugno 1625, come piìi 
minutamente a suo luogo si dirà. 

A 3 di S(»ttembre \igilia della Santa qual fu fatto sollennissimo 
digiuno di tutta la città per editto del Signore Cardinale, com- 
parendo la notte tutta fuoco , facendosi per ogni parte gran lu- 
minarie , sparandosi artiglierie, archibugi , maschi , et i)or tutte 
le finestre artitìcij di fiuxro , con universale allegrezza di tutti ; 
et io detto giorno si buttò bando, che nessuno sotto qualsivoglia 
pretesto possi visitare ammalati o andare a casa d'altri, o questo 
a qualsivoglia stato di persone, sotto pena a nobili di scudi ÌW 
et perdere li cocchi et u' cocchieri dieci anni di galera, et agli 
ignobili la pena della frusta, et altre tante di galera. 

A 4 di iletto. — Fu fatta la festa di Santa llosolca, et guar 
data come il dì di Pasqua, facendosi una sollenne processi«me, 



MISCELLANEA 249 



essendosi cantati li divini officij nella Chiesa Maggiore sollennis- 
simaraente , dove comparse un Quadro dipinto, fatto fare dalla 
Città artificiosamente, poiché in alto stava dipinta la Santissima 
Trinità et la Santissima Vergine sotto de quali era dipinta la 
Città con il Lazzaretto et il Monte dove fu ritrovata la Santa 
con molti morti per terra, et poi nel mezzo, in habito di Pelle- 
grino, detta Santa, eoa gl'occhi elevati nella Santissima Trinità 
et alla Beata Vergine , gli mostrava con le mani la Città et il 
suo afflitto popolo ; detto Quadro fu condotto con la processione 
per tutta la Città , accompagnato da 24 torcioni grossi a fatica 
portati da un huomo, oltre di quelli che portavano i Religiosi, 
e Preti , et appresso tutto il Senato , non essendo concesso ad 
altri 1' andarvi per ovviare al male. Et si vidde nel Popolo la 
molta pietà e devotione, che haveva a detta Santa, poiché non 
contenti buttarsi a terra con grandissima copia di lacrime, gri- 
davano ad alta voce, tutti misericordia ; né fumo vane le lor spe- 
ranze, uè buttate al vento tante lacrime, poiché sempre si vidde 
miglioramento del male. 

A 9 di detto. -— Bando del Signore Cardinale contro chi ha- 
vesse, o sai)esse haverne, robe del Vascello venuto da Barberia, 
lo dovesse rivelare sotto pena della vita , et confiscatione de 
beni. 

A 11. — Bando che nessuno possa smurare robbe murate senza 
licenza in scriptis dalla Deputatione e Senato; et acciò w' intenda 
meglio da tutti questo smurare, dirò : che nel principio del con- 
taggio, ciascheduna persona nobile, o ricca, et anco li Conventi 
de Religiosi , et Monasterij di monache, radunavano le cose mi- 
gliori et più pretiose, le riponevano in stanze separate al possibile 
dalPhabitatione con il suo inventario, e doppo si dava memoriale 
al Senato et alla Deputatione della Sanità, qual deputava persone 
per veder detto luogo e robe; e parendoli oportuno et che il con- 
taggio non haverebbe potuto penetrare in caso che in essa casa 
fusse entrata la peste, detto Deimtato li dava licenza, che fabri- 
casse la porta et finestre, et caso che quella casa poi fusse ap- 
pestata , quelle robe non pativano detrimento , né si tenevano 
per appestate; et havendosene pigliato notabile miglioramento in 
modo che credevano essere liberi^ molti smuravano dette stanze 
senza licenza; ma ritornando a rincalzare il male si fece il sopra- 
detto bandp. 

A 14 di detto. — Bando del Senato et scomunica del Prelato, 



250 MISCELLANEA 



che nessuno vadi appresso la processione di Santa"*Ninfa, acciò 
con la prattica non si multiplicasse il male. 

A 16 di detto, — Bando che nessuno possi andare a visitare 
ammalati di qualsivoglia infermità sotto qualsivoglia pretesto, 
senza licenza del Pretore, et Deputatione della Sanità. 

A 17 di detto. — Si pigliò il luogo di gifontes, per li conva- 
lescenti. 

A 20 di detto. — Bando che nessuno possi uscir fuori della 
città per pernottarvi, senza licenza in scriptis del Pretore, et vo- 
lendo poi ritornare, non possi no senza licenza del Medico, quale 
assisteva continuamente alle Porte a vicenda, et lo dovea quello 
tutto vedere , et trovandolo senza male lo faceva entrare ; ma i 
curatoli et vendemmiatori non possino entrare mentre fanno detto 
servitio di vendemmiare; che li Medici che stanno alla Porta per 
visitare quelli che entrano non possano ricevere mercede alcuna 
per tale effetto. 

A 24 di detto. — Si rinovò il bando di non poter uscire le 
donne, salvo che le feste nelle chiese più vicine per sodisfare al 
precetto. 

A 29 di detto. — Si scoverse che a Santo Giovanni Leproso 
fuori della Città, ove havevano posto tutti i poveri mendichi, se 
trovorno malati con la peste, e li trasferirno al Lazzaretto; et 
fumo al numero di 238. 

Di pili, bando che li Medici debbano andare dove son chia- 
mati senza ricusare, et trovandoli netti di contaggio, faccino fe- 
de della limpiezza; e se sono con peste o sospetto lo debbano su- 
bito revelare; e possino pigliare le dette fedi alcuna mercede (1); e 
l'istesso s'intende de prattici e barbieri. 

A 30 di detto. — Andorno dal Lazzaretto al luogo di sopra 
accennato per far la quarantana 140 huomini. 

A 3 d'Ottobre : fu appiccato uno appestato che era fuggito dal 
Lazzaretto. 

A di detto. — Fumo chiamati tutti li Deputati della Sanità 
in Palazzo dal Signore Cardinale, quale gli diede molti buoni 
ricoidi |)cr il buon governo e gli i)roposc il modo di fare una 
qituraiitaiia piiblica |M>r liberare affatto la <'ittà dal male; ma vi 



(1) Credo iimnclii la particella negativa, e dovrebbe dire : <• non /tos- 
Httio piifliarr firr Ir tfrttr fi-di ecc. coiin' j^ii\ iniiauKÌ è Hcritto, 



MISCELLANEA 251 



concorsero grandissime diftlcoltà per la molta spesa che vi voleva 
per aggiuto di quelli che non ha ve vano di che campare, et pen- 
sorno trovar persone comode, che havessero mantenuto chi diece 
et chi quindeci persone, durando detta quarantana , et vi fumo 
fatte altre proposte, ma al fine non hebbe nessuno effetto. 

A 7 di detto. — Si mandò uno in galera per essere entrato 
in casa barreggiata contro il bando; et perchè li sopradetti bandi 
di non uscir le donne, non bastavano, che in tutti i modi si ve- 
devano andare a torno, il Signore Cardinale come Arcivescovo, 
mandò fuori un editto sotto pena di scomunica maggiore latae 
sententiae, che le donne non potessero andare a sentir messa più 
che le feste , nelle chiese piìi vicine, né possino vedere piìi che 
una sola, et agi' huomini l'istessa pena, ma solo che la possino 
vedere ogni dì. et dove gli viene più comodo. 

A dì detto. — Si diede la prattica a 140 persone che havevauo 
finita la quarantana ; doppo esser tutti lavati et limpiati et ve- 
stiti di nuovo, potevano jii-atticar nella Città liberamente. 

A dì detto. — Bando che non si possi caminare più dalle due 
bore di notte , né stare avant i la porta sotto gravissime pene , 
et essendo persone nobili si debbano subbito la matina presen- 
tare al Fiscale, ma gP ignobili si portino subito carcerati. 

A 8 di detto — Essendo alquanto cessato il male al Lazza- 
retto, si diede licenza a dui Medici di far la quarantana. 

A dì detto. — Bando che li soldati, che guardano 1' infetti o 
sospetti , o carrozzoni, siano anco essi sospetti , et non ])ossin(> 
pratticar con nessuno sotto pena della vita. 

A dì detto. — Mandorno in galera una persona di rispetto per 
haver tirato pietre ad una casa barreggiata. 

A dì 10 di detto. — Mandorno uno in galera per haver por- 
tato robe da una casa barreggiata ad un'altra contro il bando. 

A 11. — Bando, che in conversatione di gioco o altro tratte- 
nimento, non possino essere più di sei persone ; sotto pena alli 
nobili di cinque anni di Castello, et agl'ignobili di galera. 

A dì detto. — Andorno otto in galera, quali purificavano le 
case appestate, perché il giorno andavano profumando et trovan- 
dovi robbe le nascondevano, la notte le pigliavano; e fumo con- 
dennati otto anni per uno ; et si rinovò il bando d'uscir le donne 
a suono di campana. 

A dì detto. — Si diede la prattica a 150 uomini che havevano 



252 MISCELLANEA 

finita la quarantaiia con li 15 giorni della puriflcatione, vestiti 
tutti di nuovo come di sopra. 

A 14 di detto. — La Deputazione andò in Palazzo per trovar 
modo di smaltir le difficoltà per la publica quarantana, ma non 
fu possibile. 

A 17 di detto. — Si diede la prattica a 132 donne che fumo 
le prime che havessero finita la quarantana, con la puriflcatione, 
tutte vestite di nuovo al solito, 

A 18, si diede la prattica a 113 huomini; et fu carcerato il 
Medico greco per alcune insolenze usate contro chi governava il 
Lazzaretto, privandolo di medicare; et v'introdussero due Medici 
todeschi, quali si portavano con molta carità. 

A 22, il Senato congregò tutti li Superiori delle Eeligioni, 
et doppo d' haverli con molta amorevolezza pregato ad aiutarli 
in tal calamitoso tempo, a sei di loro consignorno un quartier 
per uno della città, per soprastare alle robe che si purificavano 
fuori la campagna, acciò non andassero a male. 

A 23, fumo mandati tre in galera, uno che haveva la peste 
e passeggiava, l'altro che medicava la moglie dalla peste senza 
rivelarla, e lo 3" che entrava in una casa barreggiata. 

A 24. — Bando che il quartiero della Bergaria faccia la quindici- 
na, e fumo carcerate da 15 persone che erano contravenute al ban- 
do d'andar di notte. Doppo d'esser stati alcuni giorni carcerati, 
fumo liberati. 

A 25, fu data la prattrica a 83, fra huomini e donne, finita 
la quarantana e la i)urificatione. 

A 30, fumo carcerati li dui Protomedici, cioè della Città e 
del Regno, con mille scudi di pleggiaria in casa, per caggione 
d'haver condennato uno che haveva la peste et non era il vero. 

A primo Novembre. - Cacciato il Medico greco dal Lazzaretto, 
fu posto a far la visita per la Città con dichiarare, che non v'era 
piì!i niente. 

A 5 detto. — Si diede la prattica a 120 huomini e donne, che 
havevano finito la (quarantana et purificatione. 

A 6 detto. — Si diede la prattica ad altri 86. 

A 12, si frustò un greco che era entrato nella Città senza il 
bollettino della Sanità. 

A 13. — Bando che quelli che hanno robe sospette portate fuori 
tt tcrinuriarHi et vintilarsi se le vadino a pigliare. 



MISCELLANEA 253 



A 17, 8i diede la i)rattica a 160, fra Uiiomini e donne. 

A 18, si diede la prattica a 190 donne. 

A 23, entrò a far la qnarantana lo Spetaliere et Tnfermiero 
nostro maggiore. 

A 25. — Bando che non si visitino ammalati, né si viidi in luo- 
go d'appestati, o sospetti, 

A 2G, si diede la prattica a 120 huomini, come di sopra. 

A 29. — Bando che si tenghi i)er sospetto e barreggiato il quar- 
tiere della Bergaria, che non possi pratticare con graltri quar- 
tieri, uè essi fra di loro sotto pena della vita. 

A A dicembre, fu dichiarata la terra di Carini per appestata 
et che sotto pena della vita nessuno di quelli potesse entrare 
nella Città. 

A 4 di detto. — Fu data la prattica a 180 huomini come di sopra. 

A 5 di detto. — Dalla Città fu fatto publico voto di celebrare in 
peri»otuo la festa dell'Iramaculata Concettione, con bando che la 
vigilia si facessero luminarie per tutta la Città; e fumo in tanta 
abuiidanza, che fu cosa da stupire con universale allegrezza ; et fu 
posto per tutta la Città gran quantità d' imagini bellissime di 
stampa di rame in foglio, significando l'Immaculata Concettione. 

A () di detto. — Si diede la prattica a 120 huomini, et si buttò 
bando che si rivelino l'ammalati del Parco dubitandole d'infettione 

A 7 di detto, fu fatta dell'Immaculata Concettione la Vigilia , 
con universa! digiuno, publiche luminare, et gran sparatorij. 

A 8 di detto, fu celebrata la detta Festa sellennissimamente 
con musica a sei cori nella chiesa di Santo Francesco della scar- 
pa (1), con grandissimo sparatorio, luminarie per tutta l'ottava con 
pompa grande, e giubilo per tutta la città. 

A 1(5 di detto , bando che nessuno visiti ammalati et nessuna 
donna entri in casa d'altri ; che si rivelino tutti l'ammalati, et 
quelli si possono governare a sua casa si rivelino et quelli che 
non vadino al luogo solito, se gl'albruggi il lettOj et essendo po- 
vero la Città gli lo pagherà. 

A 17, si diede la prattica nella Città a 111 huomini, 

A 23 di detto, si diede la prattica a 159 donne. 

A 29 , si frustò una donna che haveva portato robe infette 

(1) Sau Francesco d'Assisi, anche detto volgarmente de' Chiovari. 



254 MISCELLA.NE1. 



da una casa in un'altra, e si diede la prattica a 150 tra huomini 
e donne ; e si dichiarò la Città di Ooniglione et Altavilla per in- 
fetta, con pena della vita che nessuno di quelle terre potesse 
venire in Palermo; e si serrorno di nuovo le Porte per essere ri- 
nova to il male. 

A 30 di detto, un' editto del Signore Cardinale per la proces- 
sione del Santissimo Crocifisso, iraagine di molta divotione, qual 
si conserva nella Chiesa Maggiore, né si cava mai senza estre- 
missima necessità. 

A primo di Gennaro 1625, s' appiccò un vecchio, e si tagliò 
il naso, l'orecchia e le labbra alla moglie, ])er haver venduto 
robbe appestate. 

A 5 di detto, si fece una soUennissima processione et i)or- 
torno il Santissimo Crocifisso antichissimo, qual non si cava mai 
senza estrema necessità della città ; che per essere a tutti di 
grandissima divotione, si viddero cose meravigliose di devotione 
et pietà di quel popolo, poiché oltre l'esserci stati tutti li Reli- 
giosi con le migliori reliquie che ciascheduno haveva, fu accom- 
pagnato da i)iìi di 4000 o 5000 torce, et per tutte le strade ove 
passava, si gridava misericordia tanto altamente che assordiva 
il cielo, con pianti tanto vehementi, che haveria fatto liquefare 
le ])ietre; et fu dalla Chiesa Maggiore condotto al fin della Città 
nella Madonna della Catena , dove dimorò tutta la notte, nella 
quale ùon cessoino mai le Compagnie, né huomini né donne di 
visitarlo con grandissima divotione et coi)ia di lacrime. TI giorno 
seguente ritornò alla Chiesa Maggiore, con maggiori pianti et 
gridi di prima et fu esposto per otto giorni in mezzo di detta Chiesa; 
et si viddero et sentirno cose mai più a tempi nostri viste, poi- 
ché si viddero gl'huomini a 200 et MÌO insieme scalzi con corone 
di spine in testa, teste di morte nelle mani, con corde al collo, 
con discipline che s'andavano battendo, con la testa coverta di 
cenere, accompagnato ciascheduno da qualche Keligione, che ol- 
tre l'andare per le strade gridando pietosamente misericordia; 
et gionta alla (Jhiesa Maggiore con gridi et pianti incredibili et qui- 
tato un poco, un di (luelli Religiosi faceva un breve sermone; 
<|ual finito, cominciavano di nuovo a gridare et piangere tanto 
fort-eniente et con tanta abondanza di lacrime che é impossibile 
a ])oterlo impiegare; et queste processioni erano in tanta quantità 
che» notte e giorno era sempre la Chiesa )>iena, tutti gli otto 



MISCELLANEA 255 



j(iorni, stando (;ol Santissimo Crocifisso circondato da gran mol- 
titudine di torcie ; et in detta ottava non si sentiva altro per la 
Città che gridare Religiosi ai peccatori , che si convertissero di 
tutto cuore a Dio; et certo non si fece poco frutto, non potendo 
li confessori in tal tempo haver rii)Oso per la moltitudine de 
penitenti. 

A 7 di detto. -- Bando che s'intendono rinovati tutti li bandi 
che non si possi andai-e da una casa a l'altra, che le donne non 
possino uscire salvo che la festa. 

A 9 di detto, s'appiccò una donna che mandava robbe infette 
dal Lazzaretto a Palermo et le vendeva , et (!osì appestò molte 
case. 

A 10 di detto. — Il Signore Cardinale chiamò tutti li Superiori 
delle Keligioni, e dopjm haver fatto un breve raggiona mento et 
ringratiato ciascuno delle fatiche passate, et esortò poi ad aggiu- 
tare tal serviti© in sì calamitoso tempo a quelli che non have- 
vano servito; et così messe al servitio dell'appestati quattro Cap- 
puccini, dui Scalzi di Spagna, et (piattro Zoccohmti et un Prete 
per ciascuna Parrocchia; et diede un poco di riposo alli primi 
Religiosi. Et in detto giorno fu «lichiarata la terra de Parco ap- 
pestata . 

A 11 di detto, si mandò uno in galera, per essere andato da 
una casa in un'altra. 

12 di detto, si frustrò una donna per l'istesso effetto. 

A IG, fu dichiarata infetta la Sala di Partinico. 

A 19, si sospesero tutti li negotij di nuovo. 

A 21 di detto , s' appiccorno quattro che rubbavano robe in- 
fette dal Lazzaretto et le vendevano, e dui in galera per l'istessa 
causa. 

A 22 di detto , fumo mandati dui in galera, per entrare in 
(;ase barreggiate. 

A 23, una donna frustata per bavere trasportato robe da una 
casa all'altra. 

A 27, si frustò una lavandara, che havendo un appestato in 
casa, lavava li panni d'altri ; e si cominciò a tar le descrittioni 
delle case, e genti, et turno eletti a quest'effetto 72 Deputati. 

A 28 di detto, andò in Galera uno schiavo negro, per haverli 
ritrovato robbe infette; et essendo cessato alq^uanto il male, si 
messero di nuovo li negotij. 



256 MISOBLLA-NEi. 



A 29. — Che quelli che hanno havuto morti in casa tre giorni, 
debbano purificar le lor robbe ; e si buttò bando che tutti quelli 
che ha ve vano comprato panno, o li fusse pervenuto della lana 
da Settembre in qua, la debbano rivelare alli Deputati della Sanità ; 
et tutti quelli che hanno fatto quarantana fuori al Lazzaretto, 
non possino uscire fuori della città. 

A 30 di detto. — Si frustò una lavandara, che contravenne al 
bando di non lavare a più case in uno istesso tempo. Si comin- 
ciò di nuovo la dinumeratione delle case e delle persone, per il 
quale effetto fumo eletti come s'è detto di sopra 72 Deputati, cioè 
18 per quartiere; et per intender meglio si deve sapere , che la 
città di Palermo è fatta in croce , una strada la divide giusto 
per mezzo et un'altra a traverso anco la divide per mezzo , in 
modo che viene divisa in quattro quartieri _, et ogni quartiere 
tiene il nome d' una Santa Padrona di detta Città, cioè : Santa 
Christina, Santa Agata, Santa Oliva, e Santa Xinfa, che è la no- 
stra Chiesa. 

A primo di Febraro, fu appiccato uno, per haver venduto 
una coperta infetta. 

A 8 di detto. — Venne un Medico mandato dal Signore Cardinal 
Zapatta per medicar la peste , et il suo medicamento era con 
acqua, et perchè erano più l'ammazzati da detto medicamento che 
guariti, fu ordinato che nessuno Medico, né il Greco potesse più 
jnedicare , ma che s' andasse per via ordinaria , né s' accettasse 
altro Medico forestiere. Si rinovò il bardo che le donne stijno 
ritirate, poi (thè se bene se gli dava castigo, non si poteano trat- 
tener che non uscissero. 

A 10 di detto, s'incominciorno a purificare le case con l'in- 
tervento de Religiosi. 

A 11 di detto, che le donne possino andare a pigliare la cenere. 

A 12. — Editto del Signore Cardinale che le donne possino uscire 
tre giorni della settimana, cioè: Domenica, Mercordì, et Venerdì. 

A 13 di detto, andorno quattro in gahna ])er esservi entrati 
senza bollettino ; e fu posto editto dal Signore Cardinale con con- 
seglio de migliori Medici del Regno, che tutti magnassero carne 
non obstante che era quatragesima. 

A 18 di detto, si rinovò il baudo, che nessuno entri in casa 
de altri ; che nessuna lavandara possi uscire a lavare fuori della 
cittÀ senza licenza in soriptis del Pretore ; e se determinò mandar 



MISCELLANEA 267 



sei huomini con altri tanti animali , che andassero per la città 
ammazzando tutte le gatti, cani, galline e tutti gV altri animali 
(;he trovassero. 

A 21 di detto, comparse Santa Kosolea ad un saponaro, et gli 
(!omandò che si confessasse, e dal suo confessore mandasse a dire 
al Signore Cardinale che non facesse più dubbio a l'osse ritrovate 
in monte Pellegrino, che era il suo corpo, assicurando detto sa- 
ponaro che il 3" giorno sarebbe morto di peste, c^ome in effetto 
successe; et fu dichiarato il corpo «Iella detta Santa come di sopra 
si è detto. ^ 

A 25 di detto, si diede licenza alle donne di poter visitare il 
corpo di Santa Kosolea, un quartiere i)er giorno, essendo esposto 
in mezzo la Chiesa Maggiore. 

A 2fi di detto, che non si possi passare per «piattro miglia 
attorno dove si sepelliscono gl'apiiestati. 

A 27 di detto. — Bando che nessuno possi dare medicamento 
senza licenza della Città. 

A 3 di Marzo. — Il Pretore con tutta la Città andò a Monte 
Pellegrino per disegnare la chiesa di Santa Rosolea. 

A 5 di detto. — Fu trovata una piccola grotta dove habitava 
la detta Santa, quale appena era capace d' una persona humana 
per potervi stare in piedi ; et l'istessa notte la Santa apparve ad 
un magazeno d'api^estati al Lazzaretto, sanando alcuni et altri 
preparando a ben morire. 

A G di detto, fu frustato e mandato uno in galera, che have- 
va fatto resistenza ad un Commissario de carrozzoni ap])estati. 

A 8 di detto, fu frustata una donna che haveva portato robe 
da una casa ad un'altra senza lic^enza; et fu fatto bando che per 
15 giorni fusse barreggiato il quartiere di Santa Christina; e l'i- 
stesso giorno uno che andava vendendo vasi di terra per la città 
essendogli scoverta la peste et preso per esser castigato, si mor- 
se per strada senza confessione e comunione ; fu fnistata una 
donna per pigliare a filare da una barreggiata, et un altro andò 
in galera per esser entrato in casa barreggiata. 

A 13, andò in galera in vita uno schiavo, per caminar di notte 
contro il bando; et andorno tutti li Preti della Chiesa Maggiore 
a monte Pellegrino, j)er cantar la Messa a Santa Rosolea. 

A 14 di detto, fu frustata una doinia che haveva un tiglio 
con la peste, lo medicava et pratticava con tutti. 



258 MISCELLANEA 



A 18 di detto, iiua donna frustata, che si ritrovò in casa bar- 
reggiata con l'amico, quale andò in Galera. 

Per adempiere il precetto «Iella Pascqua turno assignate molte 
Chiese di Regolari in compagnia della Parocchia acciò con maggior 
comodità si potesse sodisfare a detto precetto, stante che non 
l)Otevano andare ad altre Ohiese che alle più vicine. 

A 20 di detto. — Bui in galera, per entrare in case barreggiate 
senza licenza. 

A 22 di detto, si diede la prattica nella città a 113 huomini 
et 200 donne, che havevano finito la qnarantana e la ]jurificatio- 
ne; e si frustò uno, per haver rubbato una fìlsa di coralli nel 
Lazzaretto. 

A 20 di Febraro, gli Messinesi non volsero ricevere le lettere 
di Palermo, et il Signore Cardinal Viceré ordinò che venissero 
li Deputati della Sanità di Messina a Paleriuo; a 21 di Marzo ar- 
rivorono detti Deputati a Cefalìi , dove fumo incarcerati in 
(juel Castello; e si rimesse la posta. 

A 22 di Marzo, il Signore Cardinale messe editto che non si 
magnasse i)iìi carne per la Settimana Santa; et fu frustata una 
donna per aver venduto robe infette, et andorno tre persone in 
galera per cinque anni i)er essere fuggiti dal Lazzaretto. 

A 25, si cominciorno a fare l'archi trionfali per la festa et 
processione di Santa Kosolea; e si diede la prattica a 200 donne 
che liavevano fluita hi qnarantana. 

A 20 di detto, editto del Signore Cardinale che ciascliedun 
prete vadino ad aggiutare alle Parocchie et Chiese deputate per 
spedir j)iù presto il Popolo. 

A 27 di detto, due editti del Signore CaidiuiiU' : primo, che le 
donne che tengono segette purché non siano allogate, sotto pena 
di scomunica, et 10 onzie, non possino visitare più che ciucine 
Sepolchri ; che le Chiese non stijno aperte i>iù che iìxw bore di 
notte, a Kegolari pena di sospensione; il 2", che per tutto il Sabato 
Santo non si i)Owsi andare uè in carrozza uè a cavallo senza li- 
cenza in HvriptÌH dal ('urdinale ; et perchè in tal giorno sogliono 
entrare gran quantità «le castrati <lentro la città, i)er (piesto fu 
fatto ordine vXh^ non possino «Mitrare «'astiati con la pelh^ et che 
non KÌ |M>KKÌno gontian- «-on l:i \hh-v\\ \wv scorticarsi, p«'i- icivun» 
cIk* «-ili faiM'.HHC Vìi) tlissi^ appestati) <\t non appestìissc (pn'llii 
carne. 



MISCELLANEA 259 



A 30 (li detto, si portò un cereo a Santa Rosolea accompa- 
gnato con 50 verginelle con palme in mano, quale era ])ortato 
sopra una bara, di peso d'un cantaro et più, dipinto con l'imagi- 
ne di Santa Rosolea con una corona d'argento in testa , accora - 
l)agnato da un coro di musica. 

A 31 di detto. — Ordine, nel (piai si dà licenza a tutte le donne 
che tengono carrozze proprie nel (juartiere di Santa Christina et 
Santa Agata, che è la metà della Città, possa uscire il martedì 
per andare a spasso, e (pielle di Santa Ninfa e Santa Oliva che 
è l'altra metà, possi uscire il gio\edì , purché non piglino altre 
genti fuor di casa loro, né possine due carezze andare insieme, 
con pena di perdere le carroze ; e fu appiccato uno che i)asseg- 
giava et haveva la peste e frustata una donna die vendeva robe 
del Lazzaretto. 

Da questo giorno e (piasi da tutto il mese di Aprile si an- 
dorno ritrovando cjerte cartuccie piene di polvere appestata per 
tntta la Città, acciò il mal durasse; e benché s'usasse esquisitis- 
sima diligenza con boni taglioni e se mettessero gran gente car- 
cerata dandone a molti la corda per trovarsi il deliiKiuente, nul- 
ladimeno non si potè mai ritrovare; et questa era peste seccata 
et ridotta in polvere; et non contenti di buttarla per strada, la 
mettevano dentro le fonti dell'acqua benedetta; che perciò il Si- 
gnore Cardinale fece barreggiarc molte fonti, e prohibì che nelle 
chiese non si tenesse acqua benedetta ; et perché se ne ritrovava 
ogni dì i>iù quantità, si buttò bando con due mila scudi di ta- 
glione a chi palesasse il caso ctùtm se fiisse 1' autore gli perdo- 
nava , il cÀw pose in gran confusione il Reggitore ; ma perché 
Santa Rosolea teneva la iirotettione di liberar la Città, l'istesso 
giorno del bando se ne cavò il seguente inditio. Essendo una bi- 
zoca nella chiesa maggiore a fare oratione a Santa Rosolea, in- 
tese dui raggionare fra essi : « lo. Fratello, ho buttato tutte le mie 
cartuccie et non ho più»; e l'altro rispose: «Io ne ho ancora et 
non ho tìnito di buttarle »; il che inteso dalla Bizoca , ne avisò 
un chierico, quale chiamò i sbirri et diede ordine si pigliassero ; 
et uno ne fuggì e l'altro rimase carcerato , et i)ortato avanti il 
Cardinale diceva non saper niente ; et fatto di nuovo chiamare il 
chierico et la Hizoca volse esso sentir il tutto; fra (piesto mezzo 
il detto carcerato domandi» la vita, voleva scoprire (luello che lui 



260 MISCELLANEA 

sapeva ; il Signore Cardinale gli promisse non solo la vita , ma 
1000 scudi di più e si ritirò col Cardinale, et fu opinione che vi 
fusscro intricate persone d'iniportantia, poi<'hè si levò voce che 
non haveva voluto dir altro. Doppo essere stato alcuni giorni car- 
cerato et con esso alcuni Medici et barbieri, per quietare il po- 
polo che stava tutto arrabbiato, turno scarcerati; uè se ne parlò 
più, ne comparvero più dette cartnccie. 

A 2 d'Aprile il Signore Cardinale mandò \)er tutte le chiese 
acciò si cantasse la messa dello Spirito Santo con la commemo- 
ratione della Madonna et di Santa Rosolea, ma nella Chiesa Mag- 
giore di gratiarum actione. 

Et perchè tutto il Popolo stava adirato con dire che s'era sco- 
verto chi buttasse le cartuccie et non era castigato, il Signore Car- 
dinale per placarlo rinovò il bando delli 2000 scudi et ordinò che 
trovando dette cartuccie vi ponessero la guardia et facessero avisa- 
to il Pretore; et andò uno in galera per bavere rubato robe infette. 

A 3 di detto, morsero 1.3 Imomini sotterrati dalle sei)olture che 
si facevano fuori le i)orte per li sospetti (1); fn frustata una donna 
per andare a case barreggiate, et si raddoppiorno le guardie alli 
Medici carcerati per le cartuccie; tutto per pacificare il Popolo. 

A 4 di detto. — Bando, chi tiene robe a ventilare se le vadi 
a pigliare. 

A 6, che si dia nome, cognome, e patria de tutti gl'huomini 
che si tengono fuora le vigne, e se stanno a mese o anno. 

A 6 di detto, fu data la prattica a 120 fra huomini e donne, 
et fu trovata una casa piena di robe infette et fumo carcerati 4, 
cioè due donne e dui huomini; et delli sopradetti 120 a' quali fn 
data la prattica, il giorno sequente fumo ad alcuni trovate le 
bozze, et perchè erano stati visitati da diversi, congratulandosi 
della lor venuta, fumo barreggiate 50 case. 

In detto giorno fu dichiarata infetta la città di Polizzi e de- 
Htinorno Capitan d'arme Domenico del Colli, andamlovi Medici, 
barbieri et altri huomini a servire. 

A 7 di detto, fu preso il Barbiero sospetto della Mascione (i?), 
havendolo detto il PojkiIo uno che havea Imttato le cartuccie; et 
ciò fu fatto pei- dar soddisfattioiu^ al JN>p(>lo. 

(1) Cioè, da individui tcintli HOrtpctti. 

(2) Cio^, dt.'l ri(Hiu dfllu Mngioin-. 



MISOBLLÀNEA 201 



A dì detto. — Editto del Signore Cardinale , che si differiva 
X)er tutti li 13 per adempire il precetto della Pasqua, et quelli 
che si trovano barreggiati, se li dava quattro giorni di tempo 
doppo liberati ; et che si osservasse il bando delle donne che non 
uscisseso. 

A 8 di detto, fu determinato dalla Deputatione della Sanità 
che si nettassero tutti li pozzi delle case barregiate, dubitandosi 
non vi fosse buttata roba infetta dalli beccamorti quando net- 
tavano le case. 

A dì detto, bando che li Medici mandino al Lazzaretto tutti 
gl'ammalati che ritrovano sospetti. 

A dì detto, la terra di Caccamo mandò cento venti cavalli, 
tra secolari et sacerdoti, et tutti con torcie accese a pigliare la 
reliquia di Santa Rosolea per portarla in detta terra , facendo 
l'istesso la città di Trapani, Bevona et altre Città (1). 

A 9 di detto. — Andò in galera un soldato che guardava l'in- 
fetti per esser andato a dormire in sua casa. 

A 10 di detto. — Si frustarno due donne , et mandate a ser- 
vire al Lazzaretto per essere entrate in case barrreggiate, et fu 
appiccato uno che avendo la peste passeggiava. 

A 13 di detto si portoruo dui cerei di 20 rotole l'uno a Santa 
Rosolea nella Chiesa dell' divella; et bando, che fra dui giorni 
tutti quelli che hanno Lazaretto in casa lo debbano rivelare nel- 
l'officio de' Giurati, et mettendovi ammalati fra due hore n'avi- 
sino il Custode del quartiere, et che non se faccino più senza 
licenza del Pretore, sotto pena a nobili di 400 onzie et tre anni 
di Castello et agi' ignobili 200 onzie et cinque anni di galera , 
alle donne nobili 400 onzie e due anni di carcere, all'ignobili la 
frusta et servire al Lazaretto. 

A 16 di detto, in galera uno, per entrare in casa barreggiata. 

A 17 dì detto. — Si frustò uno et fu mandato al Lazzaretto, 
che havendo la peste si curava in casa. 

A dì detto, uno in galera per medicare il tìglio appestato senza 
rivelarlo. Nel nettar de pozzi, come si è detto di sopra, fumo ritro- 
vati tre fagotti di robe appestate. E fu data la jìrattica a 200 donne. 

A 20 di detto, fu portato un cereo di mezzo cantaro nella 
chiesa dell' divella. 



(1) Tra cui Castelvetrano, come risulta dal cit. lavoro di G. B. Fer- 
rigno, La peste a Castelvetrano. 

Arvh. Slor. Sic N. S. Auno XXX. 18 



262 MISOELLANEA 



A 26 di detto , fumo appiccati dui che doppo diversi delitti 
s'erano fuggiti dal Lazzaretto. 

A 26 di detto. — Un barbiero infetto andò in galera per ha- 
ver buttato una borza et un collaro, e si crede che fussero ap- 
pestati, et il compagno che era soldato fu frustato. 

E da questo dì in poi non si scrisse altro perchè il male era 
quasi cessato. 

Et per ultimo non lascerò di dire la molta pietà e charità u- 
sata non solo verso i barreggiati e vergognosi , ma verso 
ogni altra persona , non solo dal Senato e Nobiltà , ma da tutti 
li Titolati di questa città ; et anco dalli ricchi cittadini e 
dall' Ecclesiastichi graduati fumo fatte grandissime elemo- 
sine, et in particolare il Signore Cardinale fu opinione che 
dasse ventimila scudi di limosina in tutto quel tempo a tutte 
sorte di persone; et il Senato distribuiva diecimila scudi la set- 
timana , non solo alli barreggiati , ma all'arteggiani ancora che 
per non negotiare si morivano di fame, et ciò per mano di Re- 
ligiosi; et altri Cavalieri dabeni e li Titolati ecclesiastichi et cit- 
tadini ricchi dispensavano per quanto si teneva la loro isola, da- 
vano per ciascheduno quattro grana di pane il giorno, altri da- 
vano danari, come anco facevano alcune Compagnie, vestendo 
quantità de poverelli orfani cui erano morti il Padre e la Ma- 
dre nella peste et non havevano altro che Dio che li provedesse; anzi 
trattavano di fare lochi per detti orfanelli ; ma non bastando 
tutte queste diligenze per sovvenire alle necessità de poveri, si 
congregorno alcuni Sacerdoti et honorati Cittadini et instituirno 
una Congregatione, che andassero cercando per la città, et erano 
vestite con un sacco di tela negra , dove era dipìnto un Croci- 
fisso a lato destro ; et invero fu di non poco sollevamento a li 
poveri per le molte limosino che facevano, poiché caricavano so- 
me di grano, vino , formaggio et distribuivano per li quartieri 
a poveri barregiati et altri bisognosi, che certo diede grandissi- 
mo aggiuto per tutta la città, et fumo occassione che s' ovvias- 
sero molti peccati dalle povere donne. 

Somnia di tutta la spesa fatta dalla Città, dalli 15 Giugno 
1624 per tutto li 19 di Giugno 1625, sono. . 50000654 (1). 



(1) Coftì trovasi segnato nel ms. Ma reggasi in proposito VAvverienga. 



MISCELLANEA 



263 



Nota di tutti li morti nella Città e Lazzaretto, e degV ammalati 
portati in esso per ciaschedun giorno, cominciando dalli 23 
di Giugno 1624 sino olii 25 di Giugno 1625. 



A dì 23 di Giugno fumo traspor- 


a 4. 


Morti nella città 


35 


tati tutti gì' appestati dallo 




Morti nel lazz.to 


18 


Spasimo al Lazzaretto et mor- 




Malati por.ti nel lazz.to 38 




sero quel giorno. . n." 


66 


a 5. 


Morti nella città 


46 


« 24. Morti nella Città 


28 




Morti nel lazz.to 


18 


Morti nel Lazzaretto 


35 




Malati por.ti nel lazz.to 60 




Malati portati al lazz.to 28 




a 6. 


Morti nella città 


20 


a 25. Morti nella Città 


37 




Morti nel lazz.to 


12 


Morti nel lazzaretto 


28 




Malati por.ti al lazz.to 28 




Malati por.ti nel lazz.to 42 




a 7. 


Morti nella città 


42 


a 26. Morti nella Città 


27 




Morti al lazz.to 


11 


Morti nel lazzaretto 


52 




Malati por.ti al lazz.to 36 




Malati por.ti nel lazz.to 48 




a 8. 


Morti nella Città 


42 


a 27. Morti nella città 


35 




Morti nel lazz.to 


12 


Morti nel lazzaretto 


55 




Malati por.ti nel lazz.to 38 




Malati p(»r.ti al lazz.to 38 




a 9. 


Morti nella città 


81 


a 28. Morti nella città 


27 




Morti nel lazz.to 


20 


Morti nel lazzaretto 


40 




Malati por.ti nel lazz.to 36 




Malati por.ti al lazz.to 62 




aio 


Morti nella città 


15 


a 29. Morti nella città 


44 




Morti nel lazz.to 


16 


Morti nel lazz.to 


52 




Malati por.ti nel lazz.to 9 




Malati por.ti al lazz.to 81 




ali 


Morti nella città 


22 


a 30. Morti nella città 


38 




Morti nel lazz.to 


17 


Morti nel lazz.to 


39 




Malati por.ti al lazz.to 21 




Malati por.ti al lazz.to 52 




a 12 


Morti nella città 


18 


1 di Luglio. Morti nella città 


30 




Morti nel lazz.to 


25 


Morti nel lazz.to 


16 




Malati por.ti nel lazz.to 26 




Malati por.ti al lazz.to 48 




a 13. 


Morti nella città 


16 


a 2. Morti nella città 


20 




Morti nel lazz.to 


25 


Morti nel lazz.to 


16 




Malati por.ti nel lazz.to 30 




Malati por.ti al lazz.to 24 




a 14. 


Morti nella città 


14 


a 3. Morti nella città 


38 




Morti nel lazz.to 


18 


Morti nel lazz.to 


16 




Malati por.ti al lazz.to 24 




Malati por.ti al lazz.to 28 




a 15 


Morti nella città 


26 



264 



MISCELLÀNEA 





Morti nel lazz.to 


25 




Malati por. ti a lazz.to 28 




a 16. 


Morti nella cittA 


23 




Morti nel lazz.to 


15 




Malati por. ti nel lazz.to 69 




a 17. 


Morti nella città 


14 




Morti nel lazz.to 


21 




Malati por. ti al lazz.to +7 




a 18. 


Morti nella città 


18 




Morti nel lazz.to 


15 




Malati por.ti nel lazz.to 54 




a 19. 


Morti nella città 


37 




Morti nel lazz.to 


28 




Malati por.ti al lazz.to 28 




a 20. 


Morti nella città 


26 




Morti nel lazz.to 


32 




Malati por.ti al lazz.to 64 




a 21. 


Morti nella città 


19 




Morti nel lazz.to 


29 




Malati por.ti nel lazz.to 66 




a 22. 


Morti nella città. 


15 




Morti nel lazz.to 


29 




Malati por.ti al lazz.to 48 




a 23. 


Morti nella città 


25 




Morti nel lazz.to 


16 




Malati por.ti al lazz.to 44 




a 24 


Morti nella città 


25 




Morti nel lazz.to 


47 




Malati por.ti al lazz.to 24 




a 25 


Morti nella città 


21 




Morti nel lazz.to 


21 




Malati por.ti al lazz.to 43 




a 26 


Morti nella città 


17 




Morti uel lazz.to 


22 




Malati por.ti al lazz.to 42 




a27 


. Morti nella città 


26 




Morti nel lazz.to 


21 




Malati por.ti al lazz.to .35 




a28 


. Morti nella città 


42 




Morti nel lazz.to 


26 




Malati |M>r.ti al lazz.to 44 




a29 


. Morti nella città 


83 




Morti r)«>1 \azt.Uì 


24 



Malati por.ti al lazz.to 54 

a 30. Morti nella città 25 

Morti nel lazz.to 26 

Malati por.ti al lazz.to 34 

a 31. Morti nella città 25 

Morti nel lazz.to 28 

Malati por.ti al lazz.to 42 

a p.** Agos. Morti nella città 19 

Morti nel lazz.to 34 

Malati por.ti al lazz.to 9 

a 2. Morti nella città 42 

Morti nel lazz.to 43 

Malati por.ti al lazz.to 35 

a 3. Morti nella città 35 

Morti nel lazz.to 32 

Malati por.ti al lazz.to 42 

a 4. Morti nella città 18 

Morti nel lazz.to 19 

Malati por.ti al lazz.to 20 

a 5. Morti nella città 25 

Morti nel lazz.to 27 

Malati por.ti al lazz.to 15 

a 6. Morti nella città 12 

Morti nel lazz.to 19 

Malati por.ti al lazz.to 35 

a 7. Morti nella città 20 

Morti nel lazz.to 25 

Malati por.ti al lazz.to 26 

a 8. Morti nella città 17 

Morti nel lazz.to 18 

Malati por.ti al lazz.to 40 

a 9. Morti nella città 21 

Morti nel lazz.to 28 

Malati por.ti al lazz.to 44 

a 10. Morti nella città 22 

Morti nel lazz.to 26 

Malati por.ti al lazz.to 20 

a 11. Morti nella città 14 

Morti nel lazz.to 14 

Malati por.ti al lazz.to 21 

a 12. Morti nella città 15 

Morti al lazz.to 23 

Malati por.ti al In/r.to 36 



MISCELLANEA 



265 



SI 13. 



a U. 



a 15. 



a 16. 



a 17. 



a 18. 



a 19. 



a 20. 



a -n. 



a 22. 



u 28. 



a 24. 



a 25. 



a 26. 



a 27. 



Morti nella città 


19 


Morti noi lazz.to 


25 


Malati por.ti nel lazz.to 46 




Morti nella città 


16 


Morti nel lazz.to 


28 


Malati por.ti al lazz.to 2K 




Morti nella città 


18 


Morti al lazz.to 


32 


Malati por.ti a lazt.to 31 




Morti nella città 


17 


Morti nel lazz.to 


23 


Malati por.ti al lazz.to 34 




Morti nella città 


17 


Morti nel lazz.to 


21 


Malati por.ti al lazz.to 36 




Morti nella città 


13 


Morti nel lazz.to 


2:5 


Malati por.ti al laz/.to 21 




31 orti nella città 


12 


Morti nel lazz.to 


J2 


Malati por.ti a lazz.to 17 




Morti nella città 


21 


Morti nel lazzaretto 


14 


Malati portati a lazz.to 15 




Morti nella città 


18 


Morti nel lazzaretto 


15 


Malati portati a lazz.to 1 7 




Morti nella città 


JO 


Morti nel lazzaretto 


28 


Malati portati a lazz.to 10 




Morti nella città 


15 


Morti nel lazzaretto 


17 


Malati portati a lazz.to 25 




Morti nella città 


17 


Morti al lazzaretto 


15 


Malati portati a lazz.to 13 




Morti nella città 


17 


Morti nel lazzaretto 


22 


Malati portati a lazz.to 15 




Morti nella città 


7 


Morti nel lazzaretto 


21 


Malati portati a lazz.to 9 




Morti nella cittàO 





Morti nel lazzaretto 8 

Malati portati a lazz.to 9 

a 28. Morti nella città 9 

Morti nel lazzaretto 16 

Malati portati a la/z.to 14 

a 29. Morti nella città 8 

Morti nel lazzaretto 9 

Malati portati a lazz.to 13 

a 30. Morti nella città 4 

Morti al lazzaretto 18 

Malati portati a lazz.to 19 

a 31. Morti nella città 11 

Morti nel lazzaretto 21 

Malati portati a lazz.to 13 

a p." di Sett. Morti nella città 18 

Morti nel lazzaretto 20 

• Malati portati a lazz.to 9 

a 2. Morti nella città 7 

Morti nel lazzaretto 8 

Malati portati a lazz.to» 12 

a 3. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.t4> 13 

a 4. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 6 

a 5. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 14 

a 6. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 7 

a 7. Morti nella città 5 

Morti nel lazzaretto 9 

Malati portali a lazz.to 4 

a 8. Morti nella città 3 

Morti nel lazzaretto 9 

Malati portati a lazz.to 3 

a 9. Morti nella città 25 

Morti nel lazzaretto 14 

Malati portati a lazz.to 7 

a 10. Morti nella città 35 

Morti al lazzaretto 17 



3 

15 

6 
13 



20 



12 



266 


MISOBLLANEA 








Malati portati a làzz.to 


9 




a 


25. 


Morti nella città 




24 


ali 


Morti nella città 




25 






Morti nel lazzaretto 




15 




Morti al lazzaretto 




19 






Malati portati a lazz.to 17 






Malati portati a lazz.to 13 




a 


26. 


Morti nella città 




15 


a 12 


Morti nella città 




23 






Morti nel lazzaretto 




18 




Morti al lazzaretto 




15 






Malati portati a lazz.to 10 






Malati portati a lazz.to 


8 




a 


27 


Morti nella città 




44 


a 13 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 




11 
16 






Morti nel lazzaretto 
Malati portati d lazz.to 


7 


19 




Malati portati a lazz.to 


4 




a 


28 


Morti nella città 




22 


a 14 


Morti nella città 




13 






Morti nel lazzaretti» 




32 




Morti nel lazzaretto 




14 






Malati portati a lazz.to 12 






Malati portati a lazz.to 


2 




a 


29. 


Morti nella città 




10 


15. 


Morti nella città 
Morti al lazzaretto 




23 
16 






Morti a lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 


10 


7 




Malati portati a lazz.to 


fi 




a 


3») 


Morti nella città 




15 


aie 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 




14 
16 






Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 


3 


18 




Malati portati a lazz.to 


9 




a 


p.o 


Ott. Morti nella città 




27 


a 17 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 




48 
13 






Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 


16 


18 




Malati portati a lazz.to 17 




a 


2. 


Morti nella città 




25 


a 18. 


Morti nella città 
Morti al lazzaretto 




33 
25 






Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 


II 


18 




Malati portati a lazz.to 


5 




a 


3. 


Morti nella città 




26 


:i 19. 


Morti nella città 
Morti al lazzaretto 




13 

17 






Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 


10 


12 




Malati portati a lazz.to 1.3 




a 


4. 


Morti nella città 




15 


a 20. 


Morti nella città 




51 






Morti nel lazzaretto 




20 




Morti nel lazzaretto 




19 






Malati portati a lazz.to 25 






Malati portati a lazz.to 


.3 




a 


5. 


Morti nella città 




26 


il 21. 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 




35 
19 






Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 


8 


14 




Malati portati a lazz.to 


7 




a 


6. 


Morti nella città 




22 


a 22. 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 




14 
39 






Morti al lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 


4 


11 




Malati portati a lazz.to 


9 




a 


7 


Morti nella città 




17 


a 28. 


Morti nella città 
Morti nella città 




18 
19 






Morti al lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 


6 


12 




Malati portati a lazE.to 


6 




a 


8. 


Morti nella città 




26 


a 24. 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 




27 
16 






Morti al lazzaretto 
Malati portati a lazi.to 


7 


36 




.Malati portati a lazz.to 12 




a 


9. 


Morti nella città 




17 



MISCELLANEA 



267 



a 9. Morti al lazzaretto 27 

Malati portati a lazz.to 9 

a 10. Morti nella città 36 

Morti al lazzaret/jo 14 

Malati portati a lazz.to .') 

u 11. Morti nella città 14 

Morti al lazzaretto 11 

Malati portati a lazz.to 9 

a 12. Morti nella città 25 

Morti al lazzaretto lo 

Malati portati a lazz.to) 11 

a 13. Morti nella città 15 

Morti nel lazzaretto 25 

Malati portati a lazz.to 15 

a 14. Morti nella città 25 

Morti nel lazzaretto 15 

Malati portati a lazz.to 9 

a 15. Menti nella città 17 

Morti nel lazzaretU» 13 

Malati portati a lazz.to 12 

a 16. Morti nella città 29 

Morti nel lazzaretto 12 

Malati portati a lazz.to 7 

a 17. Morti nella città 16 

Morti nel lazzaretto 19 

Malati portati a lazz.to 21 

a 18. Morti nella città 27 

Morti nel lazzaretto 19 

Malati portati a lazz.to 4 

a 19. Morti nella città 17 

Morti nel lazzaretto 16 

Malati portati a lazz.to 8 

a 20. Morti nella città 26 

Morti nel lazzaretto 16 

Malati portati a lazz.to 3 

a 21. Morti nella città 22 

Morti nel lazzaretto 11 

Malati portati a lazz.to s 

a 22. Morti nella città 31 

Morti nel lazzaretto 12 

Malati portati a lazz.to 11 

a 23. Morti nella città 10 

Morti nel lazzaretto 8 



a 24. 



a 25. 



a 26. 



a 27. 



a 28. 



a 29. 



a 30. 



a 31. 



a p." 



a 2. 



a 3. 



a 4. 



a 6. 



Malati portati a lazz.to 


6 




Morti nella città 




34 


Morti nel lazzaretto 




14 


.Malati portati a lazz.to 


4 




Morti nella città 




21 


Morti nel lazzaretto 




18 


Malati portati a lazz.to 


1 




Morti nella città 




22 


Morti nel lazzaretto 




18 


Malati portati a lazz.to 


8 




Morti nella città 




22 


.Morti nel lazzaretto 




14 


Malati [jortati a lazz.to 


4 




Morti nella città 




16 


Morti nel lazzaretto 




17 


Malati portati a lazz.to 







Morti nella città 




25 


Morti nel lazzaretto 




31 


Malati portati a lazz.to 


.") 




Morti nella città 




21 


Morti nel lazzaretto 




12 


Malati jmrtHti a lazz.to 


1 




Morti nella città 




12 


Morti nel lazzaretto 




26 


Malati portati a lazz.to 


4 




Nov. Morti nella città 




14 


Morti nel lazzaretto 




28 


Malati portati a lazz.to 


2 




Morti nella città 




21 


Morti nel lazzaretto 




16 


Malati portati a lazz.to 


5 




Morti nella città 




34 


Morti nel lazzaretto 




13 


Malati portati a lazz.to 


2 




Morti nella città 




21 


Morti nel lazzaretto 




16 


Malati portati a lazz.to 


5 




Morti nella città 




14 


Morti nel lazzaretto 




23 


Malati portati a lazz.to 


2 




Morti nella città 




4 


Molti nel lazzaretto 




13 


Malati portati a lazz.to 


3 





268 



MISCELLANEA 



a 8. 



a 9. 



aio. 



a IL 



a 12. 



a 13. 



a 14. 



alò. 



a 16. 



a 17. 



a 18. 



a 19. 



a 20. 



a 21 



Morti uella città 




22 


Morti nel lazzaretti) 




10 


Malati portiiti a lazz.to 


3 




Morti nella città 




12 


Morti nel lazzaretto 




16 


Malati portati a lazz.to 


4 




Morti nella città 




22 


Mortì nel lazzaretto 




15 


Malati portati a lazz.to 


4 




Morti nella citt.n 




20 


Morti nel lazzaretto 




15 


Malati portati a lazz.to 


2 




Morti nella città 




2 


Morti nel lazzaretto 




3 


Malati portati a lazz.to 


7 




Morti nella città 




2 


Morti nel lazzaretto 




8 


Malati portati a lazz.to 


8 




Morti nella città 




7 


Morti nel lazzaretto 




7 


Malati portati a lazz.to 


4 




Morti uella città 




ó 


Morti nel lazzaretto 




3 


Malati portati a lazz.to 


6 




Morti nella città 




3 


Morti nel lazzaretto 




8 


Malati portati a lazz.to 


4 




Morti nella città 




9 


Morti nel lazzaretto 




4 


Malati portati a lazz.to 


10 




Morti nella (ritta 




9 


Morti nel lazzaretto 




2 


Malati portati a lazz.to 


4 




Morti nella città 




,5 


Morti nel lazzaretto 




10 


Malati portati a lazz.to 


i> 




Morti nella città 




6 


Morti nel lazzaretto 




II 


Malati portati a lazz.t«> 


10 




Morti nella città 




;{ 


Morti nel lazzaretto 




7 


Malati portati n la/./.to 


1 




Morti nella citta 




4 



a 22. 



a 23. 



a 24. 



a 25. 



a 26. 



a 27, 



a 28. 



a 29. 



a 30. 



a p. 



a 2. 



a 3. 



a 4. 



a T). 



Morti nel lazzaretto 




15 


Malati portati a lazz.to 


9 




Morti nella città 




3 


Morti nel lazzaretto 




10 


Malati portati a lazz.tc» 


1 




Morti uella città 




3 


Morti nel lazzaretto 




7 


Malati portati a lazz.to 


ó 




Morti uella città 




9 


Morti nel lazzaretto 




11 


Malati portati a lazz.to 


13 




Morti uella città 




1 


Morti nel lazzaretto 




11 


Malati portati a lazz.to 


7 




Morti uella città 




5 


Morti nel lazzaretto 




10 


Malati portati a lazz.to 


6 




Morti della città 




2 


Morti nel lazzai'etto 




8 


Malati portati a lazz.to 


8 




Morti nella città 




1 


Morti nel lazzaretto 




12 


Malati portati a lazz.to 


6 




Morti uella città 






Morti nel lazzaretto 




14 


M.alati portati a lazz.to 


15 




Morti nella città 




29 


Morti nel lazzaretto 




8 


Malati portati a lazz.to 


8 




Die. Morti nella città 






Morti nel lazzaretto 




18 


Malati portati a lazz.to 


4 




Morti nella città 




5 


Morti nel lazzaretto 




16 


Malati portati a lazz.to 


9 




Morti Uella città 




5 


Morti nel lazzaretto 




9 


Malati portati a lazz.to 


5 




Morti nella città 




6 


Morti nel lazzaretto 




6 


Malati portati a lazz.to 


1(1 




Morti nella città 




,"> 


Morti nel lazzaretto 




12 











MISCELLANEA 


269 






Malati 


portati a lazz.to 


12 




a 20. 


Morti 


nella città 


5 


a 


6. 


Morti 


nella cittii 




8 




Morti 


nel lazzaretto 


14 






Morti nel lazzaretto 




6 




Malati 


portati a lazz.to 12 








Malati 


portati a lazz.to 


7 




a 21. 


Morti 


nella città 


5 


a 


7 


Morti 


nella città 




6 




Morti 


nei lazzaretto 


15 






Morti 


nel lazzaretto 




16 




Malati 


portati a lazz.to 9 








Malati 


portati a lazz.to 


8 




a 22. 


Morti nella città 


16 


a 


H 


Morti 
Morti 


nella città 
nel lazzaretto 




9 

9 




Morti 
Malati 


nel lazzaretto 
portati a lazz.to 12 


12 






Malati 


portati a lazz.to 


10 




a 23. 


Morti 


nella città 


8 


a 


9. 


Morti 


nella città 




6 




Morti 


nel lazzaretto 


13 






Morti 


nel lazzaretto 




10 




Malati 


portati al lazz.to 9 








Malati 


portati a lazz.to 


12 




a 24. 


Morti nella città 


13 


a 


10. 


Morti 


nella cittji 




10 




Morti 


nel lazzaretto 


10 






Morti 


nel lazzaretto 




10 




Malati 


portati a lazz.to 11 








Malati 


portati a lazz.to 


5 




a 25 


Morti 


nella città 


14 


a 


n 


Morti 


nella città 




s 




Morti nel lazzaretto 


16 






Morti 


nel lazzaretto 




15 




Malati 


portati a lazz.to 13 








Malati 


portati a lazz.to 


9 




a 26. 


Morti 


nella città 


14 


a 


12. 


Morti nella città 




U 




Morti nel lazzaretto 


14 






Morti 


nel lazzaretto 




20 




Malati 


portati a lazz.to 20 








Malati 


portati a lazz.to 


n 




a 27. 


Morti 


nella città 


19 


a 


13. 


Morti nella città 




3 




Morti 


nel lazzaretto 


22 






Morti 


nel lazzaretto 




9 




Malati 


portati a lazz.to 22 








Malati 


portati a lazz.to 


18 




a 28. 


Morti nella città 


21 


w 


14. 


Morti nella città 




5 




Morti nel lazzaretto 


16 






Morti 


nel lazzaretto 




10 




Malati 


portati a lazz.to 24 








Malati 


portati a lazz.to 


8 




a 29 


Morti 


nella città 


26 


a 


15. 


Morti nella città 




10 




Morti nel lazzaretto 


27 






Morti 


nel lazzaretto 




11 




Malati 


Ijortati a lazz.to 30 








Malati 


portati a lazz.to 


.") 




a 30. 


Morti 


nella città 


17 


a 


16 


Morti nella città 




7 




Morti nel lazzaretto 


16 






Morti 


nel lazzaretto 




13 




Malati 


portati a lazz.to 29 








Malati 


portati a lazz.to 


8 




a 31. 


Morti nella città 


32 


a 


17. 


Morti nella città 




8 




Morti 


nel lazzaretto 


16 






Morti 


nel lazzaretto 




22 




Malati 


portati a lazz.to 12 








Malati 


portati a lazz.to 


19 




ap.o 


Genn. 


Morti nella città 


19 


a 


18 


Morti nella città 




14 




Morti 


nel lazzaretto 


22 






Morti 


nel lazzaretto 




17 




Malati 


portati a lazz.to 30 








Malati 


portati a lazz.to 


9 




a 2. 


Morti nella città 


32 


a 


19 


Morti nella città 




73 




Morti 


nel lazzaretto 


25 






Morti 


nel lazzaretto 




27 




Malati 


portati a lazz.to 30 








Malati 


portati a lazz.to 17 




a 3, 


Morti nella città 


42 



270 



MISCELLANEI. 







Morti nel lazzaretto 


25 




Malati portati a lazz.to 


36 








Malati portati a lazz.to 24 




a 18. 


Morti nella città 




45 


a 


4 


Morti nella città 


38 




Morti nel lazz.to 




38 






Morti nel lazzaretto 


44 




Malati por.ti al lazz.to 


27 








Malati portati a lazz.to 28 




a 19. 


Morti nella città 




41 


a 


5. 


Morti nella città 


29 




Morti nel lazz.to 


• 


20 






Morti nel lazzaretto 


21 




Malati por.ti a lazz.to 


30 








Malati portati a lazz.to 22 




a 20. 


Morti nella città 




43 


a 


6. 


Morti nella città 


35 




Morti nel lazzaretto 




23 






Morti nel lazzaretto 


26 




Malati portati a lazz.to 15 








Malati portati a lazz.to 20 




a 21. 


Morti nella città 




40 


a 


7. 


Morti nella città 


21 




Morti nel lazzaretto 




22 






Morti nel lazzaretto 


19 




Malati portati a lazz.to 


27 








Malati portati a lazz.to 24 




a 22. 


Morti nella città 




50 


a 


8. 


Morti nella città 


47 




Morti nel lazzaretto 




41 






Morti nel lazzaretti) 


19 




Malati portati a lazz.to 


27 








Malati portati a lazz.to 33 




a 23. 


Morti nella città 




37 


a 


9. 


Morti nella città 


38 




Morti nel lazzaretto 




36 






Morti nel lazzaretto 


20 




Malati portati a lazz.to 


28 








Malati portati a lazz.to 36 




a 24. 


Morti nella città 




50 


a 


10. 


Morti nella città 


45 




Morti al lazzaretto 




31 






Morti nel lazzaretto 


28 




Malati portati a lazz.to 


36 








Malati portati a lazz.to 25 




a 25. 


Morti nella città 




41 


a 


n. 


Morti nella città 


46 




Morti nel lazzaretto 




17 






Morti nel lazzaretto 


25 




Malati portati a lazz.to 31 








Malati portati a lazz.to 40 




a 26. 


Morti nella città 




44 


a 


12 


Morti nella città 


46 




Morti nel lazzaretto 




26 




% 


Morti nel lazzaretto 


25 




Malati portati a lazz.to 


30 








Malati portati a lazz.to 39 




a 27 


Morti nella città 




36 


a 


13. 


Morti nella città 


46 




Morti nel lazzaretto 




31 






Morti nel lazzaretto 


22 




Malati porUiti a lazz.to 


41 








Malati portati a lazz.to 36 




a 28. 


Morti nella città 




39 


a 


14 


Morti nella città 


52 




Morti nel lazzaretto 




28 






Morti nel lazzaretto 


31 




Malati ])ortati a lazz.to 


27 








Malati portati a lazz.to 31 




a 29 


Morti nella città 




31 


a 


15 


Morti nella città 


30 




Morti nel lazzaretto 




28 






Morti n«'l lazzaretto 


22 




Malati portati a lazz.to 


30 








Malati [xutati a lazz.to 20 




a 3( 


. Morti nella <!Ìt(à 




49 


a 


1« 


Morti nella città 


57 




Morti al lazzaretto 




23 






.Morti liei lazzaretto 


33 




Malati portati a lazz.to 


49 








Malati portati a lazz.to 27 




a 31 


Morti nella città 




35 


a 


17 


Morti nella città 


(K) 




Morti nel lazzaretto 




44 






Morti nel lu//arett«> 


18 




Malati pollati a lazz.to 


38 









MISCELLANEA 271 


a 


p.o 


di Febb. Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 


33 

22 




Morti nel lazz.to 

Malati portati a lazz.to 16 


33 






Malati portati a lazz.to 25 




a 16. 


Morti nella città 


22 


a 


2. 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 


30 
30 




Morti nel lazz.to 

Malati por.ti nel lazz.to 16 


38 






Malati portati a lazz.to 35 




a 17 


Morti nella città 


33 


a 


3. 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 


40 

42 




Morti nel lazz.to 

Malati por.ti al lazz.to 19 


12 






Malati portati a lazz.to 24 




a 18. 


Morti nella città 


19 


a 


4. 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 


32 
15 




Morti nel lazz.to 

Malati por.ti nel lazz.to 15 


27 






Malati portati a lazz.to 38 




a 20. 


Morti nella città 


23 


a 


5. 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 


41 

28 




Morti nel lazz.to 

Malati por.ti al lazz.to 22 


19 






Malati portati a lazz.to 27 




a 21 


Morti nella città 


20 


a 


6. 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 


39 
35 




Morti nel lazz.to 

Malati por.ti nel lazz.to 24 


26 






Malati portati a lazz.to 39 




a 22. 


MorM nella città 


13 


a 


7. 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 


34 
26 




Morti nel lazz.to 

Malati por.ti al lazz.to 26 


16 






Malati portati a lazz.to 4() 




a 23. 


Morti nella città 


26 


a 


8. 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 


37 
80 




Morti nel lazz.to 

Malati por.ti al lazz.to 25 


28 






Malati portati a lazz.to 23 




a 24. 


Morti nella cittii 


22 


a 


9. 


Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 


28 
35 




Morti nel lazz.to 

Malati i)or.ti al lazz.to 27 


12 






Malati portati a lazz.to 31 




a 25. 


Morti nella città 


18 


a 


10. 


Morti nella città 
Morti al lazzaretto 


38 
32 




Morti nel lazz.to 

Malati por.ti al lazz.to 27 


32 






Malati por.ti al lazz.to 37 




a 26. 


Morti nella città 


25 


a 


11 


Morti nella cittii 
Morti nel lazz.to 


27 

25 




Morti nel lazz.to 

Malati por.ti al lazz.to 84 


20 






Malati por.ti nel lazz.to 37 




a 27 


Morti nella città 


26 


a 


12 


Morti nella città 
Morti nel lazz.to 


25 
3(> 




Morti nel lazz.to 

Malati por.ti al lazz.to 32 


15 






Malati por.ti al lazz.to 33 




a 28. 


Morti nella cittii 


24 


a 


13 


Morti nella città 
Morti al lazz.to 


25 
29 




Morti nel lazz.to 

Malati por.ti al lazz.to 34 


18 






Malati portati a lazz.to iO 




ap.o 


Marzo. Morti nella città 


28 


a 


14 


Morti nella città 
Morti nel lazz.to 


31 
33 




Morti nel lazz.to 

Malati portati a lazz.to 26 


26 






Malati por.ti al lazz.to 12 




a 2. 


Morti nella città 


21 


a 


15 


Morti nella città 


24 




Morti nel lazz.to 


27 



272 



MISCELLANEA 



Malati por.ti al lazz.t^ 34 
a 3. Morti nella città 18 

Morti nel lazz.to 23 

Malati por.ti al lazz.to 22 
li 4. Morti nella città 12 

Morti nel lazz.to 23 

Malati por.ti al lazz.to 24 
n 5. Morti nella città 18 

Morti nel lazz.to 22 

Mali! ti por.ti al lazz.to 20 
a 6. "Morti nella città 10 

Morti nel lazz.to 16 

Malati por.ti al lazz.to 21 
a 7. Morti nella città 15 

Morti nel lazz.to 17 

Malati por.ti al lazz.to 17 
a 8. Morti nella città 21 

Morti nel lazz.to 28 

Malati por.ti al lazz.to l(i 
a 9. Morti nella città 20 

Morti nel lazz.to 19 

Malati por.ti al lazz.to 17 
a 10. Morti nella città U» 

Morti nel lazz.to 1(» 

Malati por.ti al lazz.to 2(5 
a 11. Morti nella città l) 

Morti nel lazz.to 27 

Malati por.ti al lazz.to 24 
a 12. Morti nella città 17 

Morti al lazz.to IH 

Malati por.ti al lazz.to 22 
a 13. Morti nella città ÌH 

Morti nel lazz.to 27 

Malati por.ti al lazz.to 23 
a 14. Morti nella cittii 16 

Morti nel lazz.to 27 

Malati por.ti al lazz.to 13 
a 15. Morti nella città 16 

Morti nel lazz.to 1] 

Malati iM)r.ti al lazz.to 13 
16. Morti nella città 11 

.Morti nel la/z.to IS 

Malati por.ti a lazz.Lu 2H 



a 17. ^lorti nella città 20 

Morti nel lazz.to 16 

Malati por.ti a lazz.to 14 

a 18. Morti nella città 20 

Morti nel lazz.to 16 

Malati por.ti al lazz.tto lo 

a 19. Morti nella città 9 

Morti nel lazz.to 3 

Malati por.ti a lazz.to 18 

a 20. Morti nella città 17 

Morti nel lazz.to 21 

Malati por.ti a lazz.to 15 

lì 21 . Morti nella città 13 

Morti nel lazz.to 14 

Malati por.ti a lazz.to 5 

a 22. Morti nella città 11 

Morti nel lazz.to 22 

Malati por.ti a lazz.to 14 

a 23. Morti nella città 11 

•Morti nel lazz.to 10 

Malati portati a lazz.to 14 

a 24. Morti nella città 14 

Morti nel lazz.to 9 

Malati por.ti a lazz.to 14 

a 2'). Morti nella città 10 

Morti nel lazz.to 13 

Malati por.ti a lazz.to 14 

a 26. Morti nella città 11 

Morti al lazz.to 34 

Malati por.ti al lazz.to 21 

a L'7. Morti nella città 8 

Morti nel lazz. 8 

Malati i)or.ti al lazz.to 12 

a 2S. Morti nella città ") 

Morti nel lazz.to 9 

Malati ))or.ti a lazz.to 12 

a 29. .Morti nella città 13 

Morti nel lazz.to 20 

Malati por.ti a lazz.to 13 

a 30. Morti nella città 3(5 

Morti al lazz.to io 

Malati por.ti a lazz.to 12 

a 31. Morti jiellu città 7 



MlSCELLANRi. 



273 



Morti nel lazz.to 

Malati por. ti a lazz.to 4 
a 1. Aprile. Morti nella città 

Morti nel lazz.to 

Malati por.ti a lazz.to 4 
a 2. Morti nella città 

Morti nel lazz.to 

Malati por.ti a lazz.to l(i 
a 3. Morti nella città 

Morti nel lazz.to 

Malati por.ti a lazz.to (! 
a 4. Morti nella città 

Morti nel lazz.to 

Malati por.ti a lazz.to <i 
a ó. Morti nella città 

Morti a lazz.to 

Malati por.ti a lazz.to ó 
a ti. Morti nella città 

Morti nel lazz.to 

Malati por.ti a lazz.to 2 
a 7. Morti nella città 

Morti nel lazz.to 

Malati portati a lazz.to 11 
a 8. Morti nella città 

Morti nel lazz.to 

Malati por.ti a lazz.to .'> 
a 9. Morti nella città 

Morti nel lazz.to 

Malati por.ti a lazz.to 1> 
a 10. Morti nella città 

Morti nel lazz.to 

Malati por.ti a lazz.to 10 
a n. Morti nella città 

Morti nel lazz.to 

Malati por.ti a lazz.to .") 
a 12. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 

Malati portati a lazz.to 10 
a 13. Morti nella citrà 

Morti nel lazzaretto 

Malati portjiti a lazz.to 7 
a 14. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 



14 

14 
13 

13 
15 

10 
16 

13 

8 

10 
15 

2 
5 

7 
11 



4 

6 

9 
17 

4 
5 

4 
11 



10 

2 
6 



Malati portati a lazz.to 7 

a 15. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 10 

a 16. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 6 

a 17. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to s 

a 18. Morti nella città 

.Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 

a 19. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to t» 

a 20. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 2 

a 21 . Morti nella città 

Morti nel lazzaretti» 
Malati portati a lazz.to 4 

a 22. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 1 

a 23. Morti nella città 
Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 1 

a 24. .Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 1 

a 25. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 4 

a 26. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to H 

a 27. Morti della città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 2 

a 28. Morti nella città 

Morti nel lazzaretto 
Malati portati a lazz.to 2 



13 

6 
15 



3 

12 

5 

6 

6 

8 

4 

8 

3 
2 

6 

4 

4 

8 

2 
6 

1 
12 





274 




MISCELLANEA 








a 


29, 


Morti nella città 




1 




Morti nel lazzaretto 




6 






Morti 


nel lazzaretto 




4 




Malati 


portati a lazz.to 


3 








Malati 


portati a lazz.to 


3 




a 14. 


Morti 


nella cittsi 







a 


30. 


Morti 


nella città 




1 




Morti nel lazzaretto 




5 






Morti nel lazzaretto 




7 




Malati 


portati a lazz.to 


2 








Malati 


portati a lazz.to 


4 




a 15. 


Morti 


nella città 




7 


a 


p.o 


Mag. 


Morti nella città 




2 




Morti nel lazzaretto 




10 






Morti 


nel lazzaretto 




6 




Malati 


portati a lazz.to 


6 








Malati 


portati a lazz.to 


4 




aie. 


Morti nella città 







a 


2. 


Morti 


nella città 




8 


_ 


Morti 


nel lazzaretto 




5 






Morti 


nel lazzaretto 




6 




Malati 


portati a lazz.to 


4 








Malati 


portati a lazz.to 


4 




a 17. 


Morti nella città 




4 


a 


3. 


Morti 


nella città 




8 




Morti 


nel lazzaretto 




2 






Morti 


nel lazzaretto 




4 




Malati 


portati a lazz.to 


3 








Malati 


portati a lazz.to 


3 




a 18. 


Morti nella città 




6 


a 


4. 


Morti nella città 




10 




Morti nel lazzaretto 




8 






Morti 


nel lazzaretto 









Malati 


portati a lazz.to 


5 








Malati 


portati a lazz.to 


2 




aio. 


Morti nella città 




6 


a 


5. 


Morti 


nella città 




10 




Morti 


nel lazzaretto 




.5 






Morti 


nel lazzaretto 




8 


. 


Malati 


portati a lazz.to 


3 








Malati 


por.ti a lazz.to 


4 




a 20. 


Morti nella città 




7 


a 


6. 


Morti nella città 




2 




Morti 


nel lazzaretto 











Morti 


nel lazz.to 




5 




Malati 


portati a lazz.to 











Malati 


por.ti al lazz.to 


6 




a 21 


Morti nella città 




4 


a 


7 


Morti 


nella città 




7 




Morti 


nel lazzaretto 




^^ 






Morti 


nel lazzaretto 




12 




Malati 


portati a lazz.to 


2 








Malati 


portati a lazz.to 


3 




a 22 


Morti 


nella città 




8 


a 


8, 


Morti 


nella città 









Morti 


nel lazzaretto 




3 






Morti 


nel lazzaretto 




3 




Malati 


portati a lazz.to 


2 








Maliiti 


l>ortati a lazz.to 


2 




a 23 


Morti nella città 




10 


a 


9. 


Morti 


nella città 




8 




Morti 


nel lazzaretto 




12 






Morti 


nel lazzaretto 




12 




Malati 


portati a lazz.to 


4 








Malati 


portati a lazz.to 


3 




a 24. 


Morti 


nella città 







a 


10. 


Morti 


nella città 




6 




Morti 


nel lazzaretto 




12 




/ 


Morti 


nel lazzaretto 




n 




Malati 


portati a lazz.to 


2 








Malati 


portati a lazz.to 


4 




a 2.'). 


Morti 


nella città 




8 


a 


11. 


Morti 
Morti 


nella città 
nel lazzaretto 




() 




Morti 
Malati 


nel lazzaretto 
port^iti a la/z.to 


3 


6 






Malati 


portati a lazz.to 


4 




a 26 


Morti 


nella città 




14 


a 


12. 


Morti 


nella città 




2 




Morti 


nel lazzaretto 




12 






Morti 


al lazzaretti) 




ft 




Malati 


portati a lazz.to 











Miilati 


|»<»rtati a laz/.to 







a 27 


Morti 


nella città 







a 


13. 


Morti 


nt-lla città 




8 


* 


.Vl<»rli 


nel ia/zuretto 




4 









MISCELLANEA 




275 




Malati 


portati a lazz.to 


3 






Morti 


nel lazz.to 




5 


a 28 


Morti 


nella città 




6 




Malati 


por.ti al lazz.to 









Morti 


nel lazzaretto 




10 


a 12 


Morti 


nella città 




3 




Malati 


portati a lazz.to 


5 






Morti nel lazz.to 




2 


Il 29 


Morti 


nella città 




7 




Malat 


i i)or.ti nel lazz.to 


1 






Morti 


nel lazzaretto 




5 


a 13 


Morti 


nella città 




5 




Malati 


portati a lazz.to 


3 






Morti 


nel lazz.to 




2 


a 30 


alerti 


nella città 




10 




Malati 


por.ti nel lazz.to 


2 






Morti 


nel lazzaretto 




12 


a 14 


Morti 


nella città 




6 




Malati 


portati a lazz.to 


2 






Morti 


nel lazz.to 




10 


a 31 


Morti 


nella città 









Malati 


por.ti al lazz.to 









Morti 


nel lazzaretto 




10 


a lo 


Morti 


nella città 




7 




Malati 


portati a lazz.to 









Morti 


al lazzaretto 




2 


a !).« 


Giug. 


Morti nella città 




6 




Malati 


portati a lazz.t4> 









Morti 


nel lazzaretto 




12 


a ]6 


Morti 


nella città 









Malati 


portati a lazz.to 









Morti 


nel lazzaretto 




1 


a 2 


Morti 


nella città 




4 




Malati 


portati a lazz.to 









Morti 


nel lazzaretto 




8 


a 17 


Morti 


nella città 




2 




Malati 


portati a lazz.to 


1 






Morti nel lazzaretto 




3 


a 3 


Morti nella citrà 




.> 




Malati 


portati a lazz.to 









Morti 


nel lazzaretto 




2 


a 18. 


Morti 


nella città 




4 




Malati 


portati a lazz.to 


4 






Morti 


al lazzaretto 




H 


a 4. 


Morti nella città 









Malati 


portici a lazz.to 









Morti 


nel lazzaretto 




2 


a 19. 


Morti 


nella città 









Malati 


portati a lazz.to 


1 






Morti 


al lazzaretto 




2 


a 5. 


Morti nella città 









Malati 


portati a lazz.to 









Morti 


nel lazzaretto 




8 


a 20. 


Morti 


nella città 




1 




Malati 


pju-tati a lazz.to 


2 






.Morti 


nel lazzaretto 




4 


a 6. 


Morti nella città 




3 




Malati 


portati a lazz.to 









Morti 


nel lazzaretto 




i) 


a 21. 


Morti 


nella città 









Malati 


portati a lazz.to 


1 






Morti 


nel lazzaretto 




3 


a 7. 


Morti 


nella città 




3 




Malati 


portati a lazz.to 









Morti 


al lazz.to 




tì 


a 22. 


Morti 


nella città 









Malati 


por. ti al lazz.to 


3 






Morti 


nel lazzaretto 




3 


a 8. 


Morti nella Città 




7 




Malati 


portati a lazz.to 









Morti 


nel lazz.to 




12 


a 23. 


Morti nella città 




4 




Malati 


por. ti nel lazz.to 


3 






Morti 


nella città 




5 


a 9. 


Morti 


nella città 









Malati 


portati a lazz.to 









Morti 


nel lazz.to 




12 


a 24. 


Morti 


nella città 









Malati 


por. ti nel lazz.to 


6 






Morti nel lazzaretto 




3 


aio. 


Morti 


nella città 









Malati 


portati a lazz.to 









Morti 


nel lazz.to 




3 


a 25. 


Morti 


nella città 









Malati 


por.ti nel lazz.to 


2 






Morti nel lazzaretto 




2 


ali. 


Morti nella citt 




2 




Malati 


poitati a lazz.to 








276 MISCELLANEA 



Li Religiosi morti, che attuahiiente in detto tempo 
servivano gl'appcstati, de diverse Religioni fumo . n. 95 
Et quelli che sono morti fuori del servizio . . » 86 

Medici fisici . » 15 

Barbieri e Ciruggici . » 110 

Xell'Hospitale vi morsero di peste 3 Cappu(;cini, 3 A- 
gouizauti , 3 Sacerdoti che amministravano li Sacramenti, 
un Infermiero Sacerdote, e tra Officiali et servidori n. (50^ 

siche sono ' » 70 

Sono tutti li morti di peste, dalli 23 di Giugno 1024 

sino a dì 25 di Giugno 1025, sono .... » 12273 

Le case barreggiate in tutta la Città in detto tempo » 15000 

Le famiglie del tutto estinte sono ...» 250 

Li beccamorti e servitori morti in Lazzaretto sono » 550 

Fumo barreggiati quasi tutti li Conventi di Religiosi, alcuni 

tre et quattro volte per scoprirsi fra loro (gualche appestato, fuor 

che li Padri Teatini, et Padri Ministri degl'Infermi; nui li Mo- 

nasterij di monache nessuno. Fumo barreggiate in tutta la piana 

di Palermo, ville n. 05 

Teneva la Città, per bisogno degl'Appcstati 12 Carrozzoni per 
IMgliare le robe degli barreggiati, et ciasceduno ha ve va dui coc- 
chieri, et quattro facchini, quali tiravano per ciascheduno 5 tari 
di quella moneta, et di più dui Assistenti et un Commissario, per 
fare ripertorio della roba: li dui Assistenti havevano 8 tari per 
uno, et il Commissario 6. Teneva 4 carrozzoni per portare ad ab- 
bruggiare le robe appestati, e con li facchini, Assistenti, Commis- 
sario, come di sopra, con l'istesso salario. 

Teneva (quattro cocchi et altretante segette, et per ciascheduno 
dui cocchieri e dui beccamorti, et così le segette : et tiravano 6 
tari per tino il di con suoi Assistenti ; et 4 soldati per ciasche- 
«luuo, quali tiravano due tari il giorno, ma gl'Assistenti 0. 

Teneva <|uattro (carrozzoni <la morti con 12 beccamorti, a 8 
tari il giorno per uno. 

Teneva anco carrozzoni da mondezza |)ei" pigliare le imon- 
(lezze dalle case ì)arreggiate, con sei Aggiu(anti «'he tiravano per 
uno 6 tari il giorno, con Assistenti et Commissario, come disopra. 



MISCELLANEA 277 



Breve Keìatione (iella Fenia che ni feee flalla Città di Palermo quando 
fu condotto il corpo di !Santa h'osole<t per essa, che fu a 7 di Gin- 
(jno 162 ò. 



Kic(»iio>sc<iiido la Città hjivcr ricevuto la j>Tatia i>er inttTces- 
■sioue <li 8anta lioisolea, come grata di si gran benetìcio, fece una 
sontuosissima festa non solo essa Città ma anco tutte le Natioui 
che in (jnella si trovavano, cioè: la Genovese, Catalana et Fio- 
rentina; et così la Città molti mesi prima cominciò un sontuoso 
Arco trionfale nel centro delia CittA, in quel luogo dove la divide 
in 4 quartieri , e si scopre in 4 jiarti; e detto Arco fu di tanta 
maestà, et grandezza, che si può più lodare col silentio che dire 
<li esso alcuna C(.sa, perchè «reminenza eccedeva sopra tutta l'al- 
tezza de palazzi della Città i>iù di 60 palmi , nella sommità, del 
«piale con artilìcio mirabile sta^a la Santa con la grandezza ne- 
cessaria in tanta altezza, che aggitata dal vento dolcemente si 
volgea hor da un quartiere, hor da un altro con allegrezza incre- 
dibile di tutti li cittadini. Kra questo Arco sostenuto da 36 co- 
lonne di grandezza che con difficoltà un huomo l'averla abbrac- 
ciato, tutte coverte di tela d'oro, con suoi cornicioni e soffittato 
tutto dell' istessa tela d' oro , girato di suoi balaustri , adornati 
Uìggiadrissimamente ; seipiitando appresso un altr' ordine di co- 
lonne pur dell' istessa maniera addobbate , ma di più leggiadro 
(iolore, con i suoi archi, ben divisi, et a ciascun cantone il suo 
Santo Padrone dipinto; e sopm, un altro ordine di colonne, che 
tingeva una bellissima loggietta con suoi ornamenti a meraviglia; 
gli dava jwi linimento «juattro menzoloni tutti d' argento , che 
riempiva talmente la vista, che non se gli i)oteva dare un mìnimo 
pecco. Era circondato da 100 statue al naturale di devotissime 
storie con altri addobbamenti, che solo col tacere mi par lodare 
le sue grandezze , lasciando la consideratione a giuditiosi ; dirò 
solo che la spesa ascese a 18 mila scudi. 

La Catione (lenovese fiM-e il suo Arco all' incontro la Chiesa 
Maggiore benissimo ad<lobbato di colonne, statue et coloreggiato 
con molti colori; nell'istessa strada lontano abastanza da quello 

Ardi. Star. Sic. N. 8. Auuo XXX. 19 



278 MISCELLANEA 



della Città, v'era l'arco trionfale della Xatioue Catalana, bello, 
ma <li color rosso, e nella somità la Madonna di Monserrato. Alla 
Porta dfdla marina, vi era quello della Catione Fiorentina, non 
meno bello dell'altre Cationi, :ua tutto bianco con statue et come 
gl'altri. Fra la Natione Catalana e Fiorentina vi fu la Napolitana, 
che s\ ben non gli fu concesso far Arco trionfale come l'altre Na- 
tioni atteso haverebbe apportato confusione nella strada per es- 
serne divisi questi quattro uno lontano d'altro, nulladin«eno fece 
anco il suo, appoggiato al muro di ISanto Giovanni Battista loro 
chiesa, che al parere di tutti fu giudicato il più bello e curioso; 
poiché non contento d'haver fatto il suo xVrco collonnato, et con 
cornicioni ben addobbato, fece nel mezzo un cielo che pareva il 
Paradiso, là dove nel passar la Santa discese un Angelo artiftcio- 
samente che gli metteva una corona in testa, con farli un dona- 
tivo d'un lami)a(laro d' argento di valore di 300 scudi. Altri fe- 
cero diversi giochi d'acque et altre belle cose. 

Venuto il tempo della Processione, turno 15 giorni prima in- 
timate tutte le Compagnie e tutti gl'i^cclesiastici non essenti dalle 
processioni, che dovessero per il giorno i)reciso trovarsi tutti con 
torcie. Vi fumo anco li Magistrati tutti addobbati a meraviglia, 
vi fu gran numero d'orfani che gl'era morto il padre et la madre, 
che da diverse Signore fumo vestiti. 1 Keligiosi tutti dovevano 
l)ortare qualche inventione dinotante cpuilche trionfo della Santa. 
MS le Compagnie pare eccedessero i termini, mostrando le loro 
grandezze, e quel che rese meraviglia fumo gl'altari che fecero 
tutte le Religioni pei- dove i)assava la Santa., essendo tutte le mu- 
raglia parate dal tetto sino a terra di paramenti, che fu cosa da 
8tapire come fussero tanti jiaramenti in quella Città in simil 
tempo, et chi non haveva i)aramenti parò di quadri, mortelle ecc. 

(^'Ominciò la Processione ad uscire la matiua, e se raccolse a 
mezza notte, e fu opinione ci fuss<5ro state da 25000 torc-ie, senza 
le candele de Religiosi. Xelhi processione si tenn<M]uest'ordine: 

Prima di tutti andavano molto alla grande li I)ei>utati della 
Sanità <'on il suo Armirante avanti. Seguiva ccm (juesto una 
gmn compagnia di Gentilhnomini con torcie, e durante detta fe- 
sta fnrno levati tutti li scorucci. Seguivaiu) poi le Compagnie, 
che ascesero al num(>ro di !>7 ; ciascuna (/ompagnia pollava S 
iiuoinini vestiti pomposissimamente, dui porta\ano <|iial(li(' in- 
ventione, «lui portavano un Stendanlo <(»n suoi stivaletti d'ar- 



MISCELLANEA 279 



geuto, dui tenevano li tioechi «lei Stendardo, e dui altri segui- 
tavano appresso, fra loro facendo a gara ehi poteva portare il 
più nobile e bello e ricco, in in(»<l(» che vi fu Stendardo tutto 
pizzato d'arj^ento massiccio; quali turno lasciati la majifgior parte 
alla Chiesa. Seguitava poi una gran moltitudine de Nobiltà con 
le torcie et appresso gl'Orfanelli cioè le Fanciulle supradette di 
gran numero, ciascheduno con la sua inveutione al fine, siguitìcando 
qualche cosa della Santa. Seguitavano poi l'Orfanelli maschi; e 
tiualniente comin<5Ìorno i Religiosi, i)ortando tutti a gara al fine 
(|ualche bel pensiero fabricato soiu-a una Bara. Quali finiti, venne 
il Olerò, che arri vorno (;irca 1700 tra Sacerdoti et Chierici; et in 
li uè veniva la Cassa di detta Santa sotto un baldacchino portato 
(la secolari Titolati che a viceiula s'andavano candjiando, et ap- 
liresso il Signore Cardinale come V'icerè accompagnato da tutti li 
Supremi Magistrati. 1 fochi artifi(!Ìali se ne viddero in gran copia 
per tutta la Città; oltre, si sparorno tutte 1' artigliarie; et in par- 
ticola le dal Signore Cardinale fu fatto un Castello avanti la Chiesa 
Maggiore di bellissimo artilicio, dove concorse la maggior parte 
«Iella Città; et gl'Archi trionfali erano tutti pieni di lumi di torcie 
et musiche, come erano quasi tutte le finestre dove passava detta 
Processione di notte, in modo che le strade lucevano come mezzo 
giorno, mostiando ciascheduno gran segno d'allegre/za e conao- 
latione. 11 giorno sequente il Pretore fece un altro Castello con 
4 j»iramidi di fuoco artificiale fuor della Città alla marina, dove 
fu presente non solo il Senato, ma il Sigiuu'e Cardinale con tutta 
la Nobiltà; et poi ritirato in strada Colonna, dove era preparata) 
la sortice e steccato (1); e doppo esser rotte dalla Nobiltà a gara con 
leggiadrissimi vestiti da liOO lanze, corsero la sortice più volte; e 
ciò fluito, si ritirorno in Palazzo del Sigu«u-e (Jardinale; e si fece 
la Cavalcata delle torcie circa 3 hore di notte, che girorno tutta 
la città cavalcando anco il Signore ( ■ardinale, tutti con le torce 
in mano, et era tanta l'allegrezza ili ciascuno, <*he non capeva 



(1) Sortice , più « oimiUBimiili* SorlisHa , dicevasi il gioco dell'Anello, 
solito farsi iu giostra , per il quale ctV. il mio lavoretto : La Comjraja- 
zione dei Cavalieri (V Arme « le pubbliche Giontre in Palermo nel secolo 
XVI (Palermo, Montaina, 1877). 



280 MISCELLANEA 



dentro i suoi pauui; et cosi seguitorno due altre sere, e si diede 
line al Trionfo ecc. 

Finita detta Festa uon si scuoprinio \nh uè morti uè amuialati 
di peste, tanto nella Città quanto nel Lazzaretto, si che essendo 
caminato così un mese in circa e tatto ciò manifesto a tutto il 
Regno, fu [)Osta la Città a fare la quarautaua; (piale finita, al line 
di Settembre le fu data la prattica per il Kegno et an(;o fuori 
in alcune città, salvo la Città di Messina volendo osservare il 
suo Priv^ileggio di dar la prattica sei mesi dopo l'altri ; e così data 
la prattica mi partii a primo di ottobre, et benché havesse qual- 
che difficoltà tanto nelle città del Regno come fuori, doppo aver 
viste le patenti mi davano la prattica ; et a 15 di detto mese 
giunsi in Napoli , dove in conto nessuno non mi volsero dar la 
prattica, et mi posero a far la quarautaua nel Capo di Posilipo con 
tutta la felluca, et 10 giorni [dopo] diedero prattica alla persona, 
essendo venuti i l)ei)utati et li Medici con voler veder la persona, 
e da lì a 15 giorni diedero anco le robbe. E dop])o eh' io ero in 
Napoli, mi S(;rissero da Palermo che per oc(;asione d'alciuie robe 
s'era rinovata la peste; ma Dio lodato, durò i)oco, siche alli 2H 
fumo liberi a fatto per sempre. 

Laus Dea et Beatae Mariae Virgini.s av ISaìictae Kosoleae. 



Relatione di ISanta Eosolea. 

Si ritrovò nel Monte Pellegrino il corpo dì Santa Kosolea a 
14 di Luglio 1024, nel (luel monte è un Conventolo di Santa Lucia, 
et appresso di esso una grotta , che oltre vi sorge una lim])ida 
fontanella, stilla per tutte le i>arti acqua. In detta grotta dicono, 
che in Inibito pellegrino facesse penitenza detta Santa, che perciò 
si chiamassse Monte de Pellegrini, e per traditione si teneva, che 
ivi fosse il suo corpo, essendo, questa, dama della Regina Mar- 
gherita, e patrona dilla <letta inoiitagiia, <|iial la <lonò alla (Uttà 
et lioggi e suo Patrimonio, dove sono a. 470, die ivi era sepolta, 
Herbatidola nostra Santa per iMMisolar questo alllitto popolo, che 
atterrito, e spaventato se ne stava aspettando ciascheduno il tiu 



MISCELLANEA 281 



dilla sua vita con il castigo dil contagio; et ecco la pietà d'Iddio 
benedetto, che per consolarlo gli scopre questa divina luce, ad 
occasione che quattro huomini panorniitani, messinesi e napoli- 
tani, s'unirno per cavare in detta grotta un thesoro, che fu a 
12 di luglio suddetto; e comuainciorno a cavare, e trovorno due 
corpi morti, li quali si dice essere di due novitij di quelli fratri 
di Santa Lucia; e cavato i)iù profondamente, a 14 di detto mese 
scoversero una bellissima ballata (1), s'avviddero che vi stava se- 
polta una morta, e scoverta la testa connobbero esser di donna ; e 
vista dal Priore di detto Convento, |)rorruppe più con ispiratione 
divina, che humana: Questo è il corpo di Santa Rosolea. E subito 
calato alla Città ne diede ragguaglio a Sua Altezza buona memoria, 
al Signor Cardinale, et al Senato; e fu spedito dal Signor Cardinale 
Don Vincenzo di Domenici persona a Ini molto confidente e d'au- 
torità, e con esso Don Daniele fiscale della sua Corte, e la Città 
vi mandò un Giurato , che fu Don Giuseppe dil Bosco et Ara- 
gona, et altri Officiali in com])agnia; et arrivati al tardi sopra, il 
loco carcerorno i (juattro che cavavano , e poi fatto (;avare con 
destrezza la ballata trovorno che gocciando l'acqua, l'arena s'era 
congeliate insieme con il corpo, clie furono forzati chiamar i so^ir- 
pellini e cavar l'ossa a i)elli a pelli (2) e con essi le pietre attaccate; 
e fatto poi diligenza esipiisita, non trovorno segno nessuno per 
lo quale s'assicurassero che fosse detta Santa ; e così la calorno 
nel Palazzo del Signor Cardinale a 15 di detto mese , dove al 
presente si conserva ben custodita; ma fu cosa maravigliosa, che 
parve una voce divina 1' andasse publicando per la Città , e si 
vidde nel popolo universal allegrezza, ripieni tutti di grandissima 
confidenza di esser presto liberati dal contagio; uè furono defrau- 
dati, poiché dall'hora in poi si è visto sempre andar sminuendo 
il male ; e tutto questo fu prima , che fosse calata nella Città. 
Restò gran dubio nel Signor Cardinale, Sua Altezza, Città e savij 
di essa, non essendosi trovata (;osa certa che fosse detta Santa ; 
ma furono presto da tal dubio liberati, poiché le pietre et acque 
tolte da sue Sante Reliquie comminciorno a fare uiolti e stupendi 
iiìiracoli in tanta (luantità, che strinsero il Prelato a pigliarne 



(1) Ballata =z balata, cioè : lastrone. 

(2) A strato a strato, levando le sottili lamine ili incrostazione calcare* 



282 MISCELLANEA 



essatte infoiiuationi, come si t* fatto, e ia di continuo |)ei' man- 
darle poi alla Santità di nostn» Signore, acci») da <| nella Santa 
Sede sia dichiarata. Fra tanto si reputa beato chi [)U() haN'cre 
\\n poco delle sue ossa. Fu celebrata la sua festa a 4 di Settembre, 
essendosi la sua vigilia fatto universal digiuno, e la sera si vidde 
tutta la città fuora, facendosi luminarie per tutte le parti ; né si 
sentiva sparar altro, cheartigliaria,archibuggi, folgori e maschi (1) 
che certo rendeva maraviglia a chi lo vedeva; il giorno poi della 
sua festa fu guardato come il giorno di Pasca, cantandosi li di- 
vini uftìci nella Chiesa Maggiore sollennissimameute; dove coui- 
jmrve un Quadro dipinto fatto dalhi (Jittà artificiosamente, poiché 
in alto stava dipinta la Santissima Trinità, la Santissima Ver- 
gine, sotto de quali dipinta la Città con il Lazzaretto et il Monte 
con molti morti per terra, la Santa poi nel mezo con habito pel- 
legrino con gli occhi levati alla Santissima Trinità, con le mani 
njostrava il suo afHtto ])oi>olo con tanto aiì'etto di devotione che 
moveva i duri cori a piangere ; doNc concorse quasi tutta la 
Città, e la sera fu fatta una sollenne Pro<!essione e condotto per 
buona parte di essa accompagnato da 24 torcioui, et appresso 
tutto il Senato non essendo concesso ad altri andarvi per oviare 
il male; per dove si vidde la molta pietà e devotione del popolo 
per dove detto Quailro passava, <;he genotlessi in terra buttavano 
gran <'opia di laciime, et in alcune i>arti non potendo ratfrenare 
rimi>eto dilla devotione, gridavano ad alta voce: Signore miseri- 
cordia ! E fu ritornato alla Madre Chiesa, dove al presente risiede, 
frequentato dal popolo ; et prestissimo si è visto pronto il suo 
agiuto , iK)ichè non si scopre cosa di nuovo fuor che nelli bar- 
reggiati e molto ik)CO. Piaccia dunque alla Maestà Sua per sua 
misericonlia , e per lì meriti di questa gloriosa Santa, liberarne 
att'atto diti presente contagio. 



Funerale di Sua Altezza Serenmima. 

Fu la morte di Sua Altezza Serenissima a .'? di Agosto, e le 
SUI' esequie a liO di <letto mese, ch«' liirond nel seguente modo. 



(1) Wolgori e maachi, (idiot. mìcìI.), ruzzi u petardi. 



MISCELLANEA 383 



8i l'e<'e nella (lliiesii Maji<ii<)r(' un l)ellissiiiio Theatro sostenuto 
(la .sei colonne^ per suo oniaiuento vi erano (|uattro statue, con 
la sua (nii)|)()la ripiena tutta di lumi in bellissima forma , come 
anco era il piedistallo, <;ircondato.da torcie in molta quantità ; 
inezo del ([uale si repose il tabuto, mentre si cantorno {>li uffici 
funerali. Ma per comintnar da (rapo ('oir<M(line deiresseciuie dico : 
(die cominciò all'Ave Maria e finì ad bore due di notte, uscendo 
prima il (Jai)itano della ('ittsV con la sua ^ramaglia in testa, e 
strascino di due canne in circa, accompa};nato da una commitiva 
di (Javalieri, appresso de (inali venivano tutti y:li Officiali dilla 
Deputatione dil Kej<no nell'istesso modo; seguiva appresso la Na- 
tion (ienoese e Catalana, similmente y:raiinna<i;liat(! ; appresso jjli 
tratteuiti (1 ) di 8ua Maestà et ( )fììciali d«'lla A'm/ (2), t^on lo Stendardo 
rosso, come Capitan Geiuirale; seguendo appresso li creati di Pa- 
lazzo con il cavallo clie cavalcava Siut Altezza coperto di negro. 
Condnciorno poi li figlioli spersi mascoli e femine (.'>), tutti con can- 
dele acces(^ nelle mani a modo di squadrone di soldati. Segui- 
vano tutti gli Religiosi dell'istessa nuiniera; seguiva i)OÌ il Clero e 
Cannonici, tanto quelli dilla Madre Chiesa, ccune quelli di Palaz- 
zo; appresso altri (ìcntilhuomini di Palazzo con torcie alle numi, e 
fra essi li Allabardieri. Seguiva appresso la nnisicac(m il doloroso 
canto, api)resso il C(n-iK) dentro una (fàscia coperta di veluto car- 
iiiesino, e passamanata d'oro, con «lue cbiavature, quale era co- 
[)erta con una coltre bianca, che da cajK» a piedi vi erano rica- 
mati due ancore, e da lati due liastoni l>ianco e torchino, e so- 
pra un cosino , nel ([uale similmente si posavano due bastoni e 
nel mezo un stocco ; e detia bara eia [jortata per cerimonia da 
sei Marchesi, cioè : Altavilla, Motta, Sambuca, Giarrataua, Mon- 
taperto e Gibbilina. Seguiva appresso il Cavalerizzo maggiore, il 
Capitan della (Guardia, e tutti li Maggiordomi, e Cavalieri della 
Camera; appresso tutti Consigli, come gran Corte, Patrizio e Con- 
cistoro tutti grammagliati, appresso li tre Presidenti; seguivano ap- 
presso li Mazzieri dilla Città, il Signor Cardinal vestito pavonazzo, 
a mandritta il Principe di Villafranca, ed a man man(;a il Pretore, 



(1) Trattenni, trHtt(muti, cioè, provvisionati. 

(2) Cioè, la Galera Reale, ammiraglia della Squadra di Sicilia. 

(3) Spersi eran detti gli Orfani raccolti lu Istituti cittadini di carità. 



284 MISCELLANEA 



seguitando appresso tutti li Giuiiiti, et altri Officiali della Città; 
e finalmente tutta la militia, li stendardi per terra, l'arehibu^gi 
alla rovescia e le picche strascinando ; e gionto il corpo alla Ma- 
dre Chiesa, fu riposto nel Theatro sopra detto; e detto l'officio vi 
stitte tutta la notte in detto loco. La matina seguente si cantò 
di nuovo tutto l'officio funerali, presenti tutti li supra ditti gra- 
niagliati; al fin del quale fu portata detta cassa dalli supra ditti 
Marchesi nel loco di deposito, che è incontro la sacristia appresso 
al Sacramento in corno dell' evangelio , posato sopra quatro ar- 
pie dorate e circondato da una pallaostrata bianca et indorata, 
con un vello di brucato e baldachino freggiato d' oro , come è 
similmente coverta la Cassa, tenendo le sue chiavi D. Francesco 
di Cordova, aspettando l'ordine di sua Maestà che si debba fare 
del corpo , creati e reali ; essendo dopo la morte sua venuto di 
Spagna, che li era concisso lo stendardo dil mare in vita, come 
anco il regimento di questo Regno da confermarsi da sei in sei 
anni, che potesse dare il (lian Priorato a i)ensione a suo piacere 
e si potesse maritare <'ou sua nepote figlia dil duca Francesco 
di Mantua nepote del Presente. 



Appfirato (lU funerale iìU Sereni .sa imo Principe Filiherto. 

Nel Duomo della Città di Palermo si paramento di panni negri 
la nave di mezzo da capo a piedi all'altezza di palmi .'i2. Nei mezo 
della quale si fabricò con mi rabil arte una reggia Pirammide con 
questo Hiodello: 

Un pedestallo di forma (piadra con ])illastroni a cantinera la- 
vomti d'intavolatura. (Jgni facciata era longa palmi 24 alta pai. 12, 
circondata di sojjra e di sotto da una cimasa ben lavorata, et il 
tutto pareva finissimo ]iiarmo. Nella facciata dirimpetto alhi porta 
maggiore, in uno dilli sopm ditti pillastri, in <'iiinpo chiaro scuro 
d'ovni finissima da eecellentiasimo pittore fu depinta una impresa 
il cui corpo era il Zodiaco, che mostrava solo la Casa del Ijeone, 
il quale soprastava il globbo terrestre. L'anima che il pensiero 
dichiarava era ({uesta in un cartoccio: 

Tu Conien Pliebo. 



MISCELLANEA 286 



Nell'altro si vedevano due Ancore con loro oncini in aria 
pieni di nuvoli, che <l'una parte mandavano acqua, con l'anima 
todesca : 

Aut tra sport (1). 

In mezo detti piln stroni si legg:eva il seguente eintatìo in let- 
tera romana grande, che parevano intagliate a forza di scarpello 
in tavola marmorea: 

Serenmimm Princeps Emanuel Philibertus a Sahaudia, Caroli 
Emaìiuelia et Catthariìiae Anstriacae fiUux ah Hispaniarum Rege in- 
iluUii' ut insililo Philiiypo III aTuncolo uitiveisac classi et orae inaritima^ 
Prefeetus, Hiciosolimitanae Militia^, Castellae et Legionis Maynvs 
Prior, Sioiliae Prorex, Oneliae Princeps, Marchio Mazzi Augustae 
Taurinoram, borio totius reipnblicae Oatolicae nutm, reijia edueatione 
apud llispaiws avitae pietatis alumntis, animi et corpo ris puUhr itti - 
(line, rnorinn iutcyritate, vitae innocentm, vel infestissimitt hostibus 
aiiHibilis, .]ìusis ainicus, rebu^que gestis belli ac pacis artihus clarus, 
W24 huinidute saiutis anno, aetatis ìi6, menses 3 , dies 17 agens 
Pliilippo fili, amicissimo carissimo regnante , ehu fato immaturo 
HI. nonas seuiiles, duin publicar inrigilat saluti, febri Panormi in 
Domino ebdorm iv it . 

Nella taccia dil lato destro nel primo pillastro l'impresa era 
un Uccello con ])ulcini attorno circondato d'ardente fiamma, con 
l'anima che diceva in vulgar idioma: 

ili'é pia caro il morir. 
Nel secondo una Staterà, che una mano in aria la teneva, et 
un'altra teniva la verga di essa dritta, sopra l'isola di Sicilia. 
L'aniuia con parole greche, che in latina locutione significa- 
vano così : 

UnicuiqiU' Snum. 
Nello spatio di mezze» si leggevano queste parole degne ve- 
ramente del carater d'oro : 

Celsitudini felicissimi Principis Emanuelis Pkiliberti a Sabaudia, 
qui Carolo Emanuele dulcissimo parente posteritatis intuitn sibi co- 
niugiuin apparante, ne quid labis candori integerrimae cantitatis ac- 
cederei, inortaUtati sublatus, iininoiialitati superstes, apud Coelites 
nuptias aeiernilalis sabbaio celebraturus, dolentibus cuncti», illesi 



(1) Sic; ma è uu tedesco che uon ni capisce. 



286 MISCELLANEA 



uxori Ifiuro letissimr fato conceft.sìt. Adfìietissimn,^ Prìnceps Cardi- 
nalin loannetinus Daria iSieiliae Prore</i^ tamquain jxirens tanti 
Principis ineritis cvltii regio .sxinpto p^uhlico, adfectn maxima, su- 
premi o^iij et aniorÌM rr<fo faciendum ciirarit. 

Nella terza facciata run pilastro inostiina per sua impresa 
un'Albero d'alloro da cui una luauo svolle\a un ramo con quosto 

motto : 

Fata vocant. 

Nell'altro si vedeva uu bellissimo Armellino attorniato di tango 
con la sua ben ingegnosa anima : 

.Ve quid labis. 
Fra questi stavan le seguenti parole in lettere uìaiuscole notate : 
Optimo, desideratissimo , suavi^siwo Emanueli Philiberto a Sa- 
baudia propugnatori ('atholieae Reli(/ioni.s acerrimo, puhhlicae tran- 
quillitatift assertori, niaris numini Siciliae tutellari, virtutia <jloria^ 
Hupra genu^, snpra fortunam omnium maxima, quid ejn.s au^piviis 
plmquam civilis belli facihun cxtinctin, Pyratia debellati,s ac medi- 
terraneo pacato, universa respublica feliv fausta, sicura jioruerit, 
mole 04} ducta, indicto justitio (f) regiisque expensis imperatorio fu- 
nere, pompa, sqìiallore, Panormitana Giritas ohsìta, absque honesta- 
tnento nuigitratus, funesto apparata Senatores, maritimarum, et ter- 
restrium eopiarum ordine^ atrati , deiectis inMgnibus Duces, velati 
lugubribus riciniis domestici, profusis lacrimis, prnitissimi cuncti. 
Hispani, Siculi, Sabaudi atquc coeteri dolentes, parentaverunt. Pian- 
gile Sicoelides, Religiosissimi Principis pompam Mestitia , L'tct'm , 
Orbitas prosecuuntur. 

Nel quarto angolo uno dilli i»ellastri signilìcava una Pianta 
di BoHe con un fiore rivolto all'oriente ])ieno d'oscure nubi, che 
apena iM>chÌR8Ìnii raggi uscivano fori, la cui anima diceva : 
Hev cotuplex mox nulla. 
Neil' ultimo pillastro erano depinte due Colonne con corone 
di Aopra poste nel mare , et in rnezo di dette una ben guarnita 
galera, per motto li posero: 

Sabre todo realtad. 
U epitaflo , che nel mezo di dette imprese stava , diceva in 
qaesta guisa in lingua spagnuola : 

Al Serenissimo I*rincipe Infante Emanuel Filiberto dv Sabota, 
gran Prior de CastilUi, y Leon, Generalissimo dr la mar, Virrey, 
y Capitan (hwral de Sicilia, Prencipe de Oiielia en lo eroico de su 



MISCELLANEA 287 



(mimo (fenerositad de coxtnmhres, iuocen<;i(i de rida, de kuh progeni- 
tore.s explendor. Por hu ìntufntntimidad 1/ tiiodentin , por lox mereei- 
mientOH de hhh ohrax, Hey dr loa eorazones de lox Rei/es ; cu medio 
de Kii edad, en Im maiores esperan^s de sus aùox para mai/or for- 
tuna unia defonto, memoria gloriosa ; xìih excogidos entra la nobleza 
de JiJxpagua fielinsimot< amadon espafiolex, Real (Utna, y familia (1). 

La (Jiiriasa superiore del detto pedestallo era atorniata di tor- 
(ùe grosse di cera bianca al 11. di IfiO. 

Sopra l'an«;oli di detto i)edestallo stavano quattro Statue «grandi 
vestite alla N'iutale di color giallo oscuro, et ogn'una teneva con 
lina mano un stendaretto di seta cariuisina , con l'armi di chi 
rai)resentava la statua, con l'altra mano teneva un scudo con 
motti. 

La prima statua con la taccia alla porta maggiore nell'angolo 
destro «la Sjjagna, nello scudo era scritto : 
Fjduca rit Uixpan ia . 

Qui'Ua di iiiiiii sinistra «M-a Sax'oia, che jtnjprio nel suo scudo 

si leggeva : 

Sabba tidia addidit 

La [)rima «li man «lestra, che guardava l'Aitar maggiore, era 

Malta, e mostrava scritto nel suo scudo : 

Melita adoptahat. 

L'altra di man sinistra, che guardava juire l'Altiìr maggiore, 
era Sicilia, con questo motto : 

Sicilia e.rtnlit. 

Sopra del sudetto pedestallo s'inalzava la Tiramide in forma 
seangolare artificiosamente fabricata, ch'era difli<-oltoso giudicare 
se era linta, overo macchina marmorea ìntiigliata da valente mae- 
stro , essendo <*hc si vcde^'an<^ sei colonne d' ordine composito 
scannellate dal terzo in su, et il rimanente lavorato con delica- 
tissimi fogliami con sua vasa (2) e cai)iteno, ogni colonna alta pal- 
ali 18. Seguiva di sopra la sua architravata scorniciata e frappata, 



(1) Resta, <'<)me si vede, sospeso. Nelle Esxeqiiie edite «lai Di Marzo, 
segiie così : Maestres de Campo, Ca/dlanes, Miniftfron de utiu 1/ ntra escuela 
marìtima y teì'i;eHfre marciale», qve corno a i^ifita de su Rei/ le sirmeron, y 
corno ai del Real amparo qiie (jot^an carpcieran le llnrarou. 

(2) Vam, base. 



288 MISCELLANEA 



dalla quale nel vacante d' una colonna all' altra i)cr ogni tacce 
pendevano tre festoni di frutti, tiori e frondi finti, a meraviglia 
belli di color giallo , due grandi inarcati , et uno picciolo pen- 
dente nel mezo ; sopra del <iuale nelP angolo a faccia la porta 
maggiore stava una tabella con questo motto : 

Maturava opus. 
Xella seconda tabella posta in mezo la seconda affaccia tu ci 
era questa motto : 

Immortalità^ aderit. 
Nella terza tabella : 

Moi'H erit secnritas. 
Nella quarta : 

Foenore non funere. 
Nella quinta : 

Abijt, non ohijt. 
h(e\ì& sesta et ultima : 

Amabitur idem. 
Sopra l'architrave veniva il frescio (l) alto palmi (i in cui nella 
faccia verso la porta maggioi-e, (^ nella facce verso l'Aitar mag- 
giore, in ricchissimo scudo stavano scolpite le armi di sua Altez- 
za. Nella faccia dove era la statua di Si)agna in ta))ella grande 
si leggeva questo distico: 

Decidit HispanoAi Philihertus Apollinis a^ter 
HesperìM Eois, Phosforus Jfenperiin. 
Dove stava collocata la statua di Savoia si leggeva similmente' 
questo altro distico : 

Heu Philihertus <>bijt, 8phnd4>t' columcnque suoriim: 
Totiuit orbix amor, cura, dolor patriae. 
Nell'altra facciata, dove stava Malta, ([uesti due versi v'e- 
rano intagliati : 

Hipes Melitae Emanuel, qui gesta impleret avorum, 
Ah iacet Hrxperiae et Relif/ionin honor. 
Nella sesta facciata, dove era collocata Sicilia, f|Ucsto inge- 
gnoHO distico vi fu jtffisciato: 

IteliciaH orbìs Philibrrlum dicitr, M'usar , 
Uic sitits Emanuel : piangile iSicoelides. 



(1) Pr«*cio (•icil. frìviuj. fregio, oiuuto. 



MISOELLÀNEA 289 



Sopra di questo ben adornato friscio v'era la cornice ben prò- 
portionata, che adornava tutta la machina, la quale fu attorniata 
sopra la sua corona <li torcetto di cera bianca al n. di 120. 

Da sopra detta (Jornice incoinminciava ad inalzarsi la cubula 
in sei angoli, alta palmi 24, piena di blandoni di cera bianca posti 
con molto ordine e vago disegno , al numero di quattrocento, 
nella cima della quale vi si pose una grossa Palla, e sopra di 
essa una Croce di Malta ben proportiouata per finimento di detta 
Piramide. 

Dentro la Piramide si fecero quatro scalini alti palmi 1 '/^ 
per uno, e più un zoccoletto alto pabni 2, coverti di panno negro, 
dove si posò il corpo di Sua Altezza. 

Nella parte della testa di detti scalini che guardava la porta 
maggiore vi si pose un cartoccio, oho fiiccv.i vaghissima ujostra 
con ([uesto distico : 

Aethera ahijt, terrÌH obijf; fniitur PhUìhertnn 
Pro ihnlamo tumulo, prò tumulo thalamo. 



UNA CARTA DA NAVIGARE (1) 

DI PLACIDUS CALOIRO ET OLIVA , 

FATTA IN MESSINA NEL 1638 



Jjella BibliotiH'ii della Sociefò ISìvìIìuhìì (li istoria Patria hi von- 
serva una Carta dn Narinarc meiiibraiiacea ìi- Inolio, a torma di 
])ergamena naturale, che misura con tutto il collo m. {).\)-JX^,4l\/,. 

Lo stato di conservazione è buono ; verso ovest , nella parte 
più stretta , si osserva un medaglione in acquerello, su cam[>o 
verde, di mediocre la\'oro, rap[)resentante la Madonna della Let- 
tera. Sotto il medaglione si legge : Antoniiui Saida h. ISan Memi, 
e ])oi in carattere i)iii sbiadito: Giovanni Girolamo Xorditm di 
S. Remo; credo siano i nomi di coloro che, in vario teuii)o, ne tu 
rono i possessori (2). Molto piìi in basso vi è la leggenda : Pia- 
cidus Galoiro et Oliva Fecit in Nobili urbe MesHanae anno 1638. 

L' autore di (juesta Carta , il quale porta il nome di due ce- 
lebri famiglie di cartogratì messinesi, non deve riuscir nuovo ai 
cultori dei nostri studi; l'U/ielli dà notizia di altri undici atlanti 
e Carte da Navigare, aventi la medesima leggenda, i quali vanno 
dall'anno 1622 al 1653, e si conservano tutti nei Musei e nelle 
Biblioteche d' Italia (3). Non è così invece delle Carte costruite 



(1) Per la quetitiuiie intorno alla (Iciituiiinaicionc di Mittattc <-airtc, vedi 
«pianto diciamo in nini lunga nota dei tnjstro lavoro: Un Portuloiio inedito 
della prima metà dfl secolo X V l f -in «Atti dtd V Congresso (icogratico 
Italiano ». 

(•2) 1/ nlliiiio posHi'ssoif fu il (-AV. I'hoI'. Antonino Hoit/.i, Diri-ttort- 
dell'Urto Hotanico di Palurnio, il quah- nel 1S97, eon ijentile pennieru (eosi 
è detto nel verbale della nedutn del 7 geinniio 1898) ne fece dono <tìUi 
Sw'ietà rhe. f/rata neWae.eeltailo , emine nn voto di rinifrazianirnlo. (Vedi 
« Atti della .Sor. Sir.ili Storia Patria » in Ardi., voi. XXI II, \mii. 'MH e 37})). 

(8) Cfr. Studi /{ioffrafici e /{ildiof/ra/lci nulla Storia dclUi Geoffvafìa in 
Italia, voi. II. Ma/iimitioiidi, Carle iniulivhee l 'oriolo ni dei Heeolì XHXVII 
per ii. LZUXLI e I'. AmaT di S. Fll,ll'l'«t. Holiiìi, ISS2, pp.: 1X7, INS. ISJt 
190, 191, 192, 19», 194, 195 bis, 196, 285. 



MISCELLANEA 391 



dagli altri cosiiiogiatì siciliaDi, le quali si tiovauo sparse in quasi 
tutta l' Euro]>a uoii solo in Musei e Biblioteche , uia anche iu 
Archivi privati. Tuttavia giova sperare che, eoi progredire della 
scienza, si rendano ai vari i)aesi i loro monumenti cartografici, 
che costituiscono la testimonianza più sicura d'un glorioso pas- 
sato e il mezzo più adatto per giudicarne il vah^re scientifico e 
la civiltà del popolo al (piale essi appartennero. — Degli Olica (Bar- 
tolomeo, Francesco, Giovanni , JMacido , iSalvatore), dei Caloiro 
(Giovan Battista e Placido), di Vìetro Rosso (Rubeus), di Giovanni 
Martines, di Tomnumo Lupo e di Giacomo Rumso, tutti messinesi, 
non si conserva nessuna Carta nella cittA che offrì loro F am- 
biente adatto a<l esplicare quell'arte, ch'è l'attestazione più so- 
lenne della grandezza navale a cui Messina era pervenuta durante 
tutto il Medio Evo. 



• « 



Toniaudo alTesauie della nostni Carta, diciamo ch'essa com- 
prende il bacino del Mediterraneo e le costiere sull'Atlantico del 
Portogallo, della Spagna e dell'Africa, dal c.finesterna ai e. eantin, 
con parte del Mar Nero e del Mar d' Azof. È compilata in ita 
liano, con caratteri del principio del secolo XVII : per ì;i maggior 
parte dei luoghi secondari è usato l'inchiostro nero; ma i nomi 
delle città principali, delle secche e dei promontori notevoli sono 
scritti in rosso: il carattere è rotondo, con iniziali ordinariamente 
minuscole. La nomenclatura dei nouii — come vedrenu» appresso, 
parlando della Sicilia — è scritta nelle forme che subiva l'impron- 
ta del dialetto che si adoperava nel jiorto dove essi erano pro- 
nunziati; sicché ditierisce uiolto da tjuella che si legge nelle carte 
geografiche sincrone. Il contorno, costituito di piccoli archetti non 
legati tra loro, è a terra d'ombra; i coloi i principali sono : cinabro, 
azzurro, verde e giallo; |)re(hnnina il cinabro nelle isole piccole, 
forse per farle spiccare maggiormente; le grandi in generale sono 
delineate con colore uguale a quello delle coste della terraferma. 
Spiccano per il loro colore azzurro lesin^ laust e maìciìa nella Dal- 
mazia, e cirieo ad «*st della Morea; però maggiore sfoggio di co- 
lori si osserva nelle rose dei venti e principalmente nei prospetti 
di città, disegnati nell'interno o sulle coste. 

In quanto al disegno della Carta si può dire (;he il Mediter- 



292 MISCELLANEA 



raneo è ben trac<'iato: fanno difetto la costa italiana presso Li- 
vorno, che è molto sporgente, la Penisola Calabrese, inesattamente 
disegnata, e il golfo di Taranto alquanto rim])icciolito. — Un fatto 
curioso ho dovuto notare lungo la costa meridionale della Sicilia: 
tra Sciacca e Girgenti, ma più vicino a questa die a quella, vi è 
segnata un'isola della stessa grandezza e dello stesso colore dello 
Stromboli; in continuazione verso Sciacca , vi si osservano pure 
parecchi scoglietti. Pensai subito ad uno sbaglio, ad una svista 
del cartografo ; ma un attento esame fatto non solo sulle Carte 
che si conservano nella Biblioteca Comunale di Palermo ai segni 
2 Qq. '22') e 226. ma anche su quelle del Fu esimile - AtlaH e del 
Peripluis del Xordenskiòld (1) , nelle quali si trova la uìedesima 
indicazione, m'ha fatto pensare alla possibilità d'essersi ivi tro- 
vata allora un'isola d'origine vulcanica, la cui esistenza non po- 
teva sfuggire all'occhio vigile dei marinai ; essa in tempi poste- 
riori sarà scomparsa, come avvenne dell'isola Perdinandea o 
Giulia, sorta nello stesso luogo 1' anno 1831 (2). L' ipotesi non 
sembrerà arrischiata, se si ha riguardo alle difiKcoltà di aver po- 
tuto osservare un simile fenomeno in tempi di assoluta ignoranza 
scientihca e in una spiaggia (H)mpletamente abbandonata. 

Ed ora parliamo del metodo di tracciamento. Esso è quello 
con)unemeute adottato in (juasi tutte le Carte da Navigare del 
Medio Evo , detto a rosa dsi centi o a tela di ragno. Infatti, si 
trovano in buon numero rose dei venti; le grandi sono a 32 rombi, 
le piccole a 8 rombi, e sono distribuite nel seguente modo : due 



(1) Cfr. NottUBNSKiòLD A. E. — FacKÌmile-AtUis — 'i>Uw'k\\i)\iì\ MDCCC 
LXXXIX. E Periplus ivi MDCCCLXXXXVIl, partiiolarniente la Carta 
XXXI, che lui per titolo: Bartoi,oma(kus Ckescentius). 15%. 

(2) Noi in una tronferenza, letta alla Società di Storia I*iitria , sa Le 
Mdcalube di Giryenli in rapporto alla dÌKtrihucione iieoyrajica def/ìi altri 
vulcani di faiujo - conferen/a che sarà )>ubhlicata in imo «lei prossimi nu- 
meri del Itollettiiio (Iella S<n'ietà (ìeo^iralica Italiana — ,al)l>iaino tatto men- 
zione (li cin(|ue (Mii/ioni Hottoniarine simili a (luellii (h^l 18.S1, avvenuta in 
tempi storici lun^o il lit^irale posto su (jiiesta linea vuhuniica, che si pro- 
lun^atln)) a Puntelh'ria. Ma per (juanto sembri accettahih^ la nostra ipotesi, 
va considcrutji liUtavia (.-on molt(» riserlM», iinche percli(- dettii isola, se 
Kiiata Holtntito nelle (.'artt^ da Navigiirc, non (* ricordiitii in nessuno (l(>i 
portolani «critti ud hccoU XVI u XVII. 



MISCELLANEA 293 



grandi e due piccole uella parte inferiore , e una grande dimez- 
zata e due piccole nella parte superiore, le quali dovettero ser- 
vire ad orientare e delineare la carta ; molte altre piccole sono 
poste a Cartagena, a Narbona, a Marsiglia, in Sicilia, a Costan- 
tinopoli, a Smirne, ad Orano ed a Masalamar, sulla costa africa- 
na , in direzione di Creta , prima di arrivare ad Alessandria. 
Tutte queste rose dei venti hanno diretta corrispondenza tra loro; 
i numerosi rombi poi in esse tracciati rendevano molto più facile 
il carteggiare ai piloti, i quali riuscivano così a discernere a pri- 
ma vista le direzioni dei venti da <pielle dei mezzi venti e delle 
quarte. Le linee , che ne descrivono i rombi , quali sono verdi , 
quali rosse, quali a terra d'ombra, e le lossodromiche, che uni- 
scono in diverso senso detti rombi, convergono tutte verso la rosa 
dei venti che sta nel centro della Sicilia; il che fa i)ensare che la 
Carta sia stata preparata per servire alla navigazione della nostra 
Isola. 

Sopra abbiamo detto che il Mediterraneo è ben tracciato; ma 
il Mar Nero, oltre di essere alquanto rimpicciolito, è portato tre 
gradi i)iù in alto e circa due gradi più a ponente di quel che 
non dovrebbe essere, rispetto al Mediterraneo orientale. Questo 
difetto è comune, si può dire, a tutte le Carte medievali, perchè 
i costruttori nel disegno ricorrevano alle osservazioni della bus- 
sola, senza badare a correggerne la falsa indicazione della cala- 
mita, che si supponeva battere il preciso punto di tramontana. 
Così tutto il parallelo nìedio doveva necessariemente piegare a 
nord - ovest , e il golfo di Larissa , che si trova ai confini della 
Siria e dell'Egitto, nella Carta in esame è in linea retta con Gi- 
bilterra. 

Nella parte meridionale poi, tra le quattro rose dei venti, e 
verso nord -ovest, all'estremità della Carta, vi sono delineate due 
fascie con fregi dall'una e dall'altra parte, colorate all'estremità e 
bianche nel mezzo, ove sono segnati dei circoletti equidistanti con 
punti, in modo che a primo acchito sembra si tratti d' una gra- 
duazione; ma in realtà non foruumo ujui scala, anzi è fuor di dub- 
bio ch'esse sono state poste ivi per semplice ornamento. Del re- 
sto il Lelewel giustamente osserva che 1' api)licazione dei gradi 
nelle Carte da Navigare non avrebbe apportato alcun vantaggio 
ai marinai, perchè essi non erano in grado di determinare astro- 
nomicamente la posizione che occupava nel mare la loro na- 

Arch. Star. Sic,. N. S. Anno XXX. 20 



294 MISCELLANEA 



ve (1). Quindi ogni loro cura era rivolta a seguire la linea che univa 
il punto di partenza con quello di arrivo o, com'essi dicevano , 
la lìnea lossodromica rettilinea, che indicasse la via da un punto 
all' altro sulla superfìcie terrestre. Questo era il principale 
ufficio delle Carte da Navigare, ufficio che il Fischer nella nota 
raccolta di fac - simili delle più interessanti carte generali e ])ar- 
ticolari del Medio Evo (2), seguendo il Breusing il quale per il 
primo ne parlò con profondità e finezza di argomentazioni (3), 
ha voluto mettere in rilievo, designandole col nome di lossodro- 
miche. Quando le tempeste , i venti contrari , le secche ed altri 
inconvenienti facevano deviare la nave, con regole pratiche, dette 
nel Medio Evo la raxon del Martelojo, le quali erano basate su 
cifre non molto esatte ma semplici ed utili, calcolavano con suf- 
ficiente approssimazione 1' angolo di deriva e così riuscivano a 
non smarrire la strada. La spiegazione scientifica del Martelojo 
fu fatta verso la fine del secolo XVIIl dal Toaldo (4) e quindi 
dal Formaleoni (5), il quale si servì della prima tavola dell'At- 
lante del 1430 di Andrea Bianco , che il Peschel pubblicò poi 
in fotografia , facendolo precedere da una dotta introduzione , 
nella quale riassume così egregiamente gli studi del Toaldo, del 
Formaleoni e di altri, con l'aggiunta di nuove ed accurate osser- 
vazioni (6), che l'Uzielli nel suo magistrale lavoro, già ricordato, 
non esita di riportarne le parole e di riprodurre la prima tavola 
del Bianco in fine dell'opera, alla quale noi rimandiamo per più 



(1) Lelewkl , Géograplùe dii inoyen óge étudée par Ioachim Lelewel. 
Accompaynée d^Atlan. Bruxelles^ 1852-1857, IIj 17 e 160. 

{2) SamHiluny mittelalterUcher Velt-und Seekarten italienìschea Ur- 
spunytt und uuh italiaimchen BihUoteken und Archiven herausgegeben und 
erlàutert con D.r Teobam> Fìschkr; Venedig , Verlag voii Ferdinand 
Ongania, 1886. 

(3) Bkkusing, ZeiiHchriff fiir icinf<enncliafi. G('()jjriii)lii(', Hd. II. S. 121). 

(4) Toaldo G. — Saggi di ntiidi veneti.— Viììivz'm, 1872. 

(6) FoRMALKOM V. — Saggio nulla nautica antica dei Venesiani , con 
ilhiHtrar.ioni* <!' tilciine Cartti idrografiche antiche della Biblioteca di S. 
Marco. ~ Venezia, 1783. 

(6) PRMCHKL 0. ^ Ihr Alias des Andrea Bianco rom Jahre t436 in 
sehn Tafeiii nMio(of(riip]u8che fac-simile in dei- (ìrosse des Urigiuals). — 
Venedig,' MiinitUM-, 186i>. 



MISCELLANEA 296 



estese notizie. — I piloti sapevano calcolare, con sufficiente appros- 
simazione, la velocità della nave, e con apposite tavole, che indi- 
cavano i nuovi angoli a prendersi sulla Carta e le mif»lia che 
si dovevano fare in più , riuscivano a ritornare sulla «lirezione 
primitiva. « Se ))er esempio una nave — dice il Peschel — era co- 
stretta a declinare dalla linea l'etta o dalla via più breve fra 
due porti, ovvero a sbandarsi fra un porto e un promontorio per 
vento contrario, di un vento intiero o di 45°, il capitano doveva 
ad un cangiamento favorevole del tempo calcolare non solo qual 
corso dovesse battere in seguito, ma anche quanto lontano fosse 
il termine della navigazione. A ciò sarebbe stato necessario un 
calcolo secondo i prin(!Ìpii della trigonometria piana, ammettendo 
che si possa trasc irare la curvatura sferica della supertìcie del 
mare. Alle nostre tavole logaritmiche dei seni, dovevasi perciò 
sostituire un mezzo sussidiario, il quale, come dice Andrea Bianco 
stesso, non richiedeva altra cognizione che a mver ben moltiplicar 
e partir. 11 primo foglio dell' Atlante contiene perciò le tavole 
necessarie alla esecuzione di quel computo , ossia il metodo del 
martologio ». 






Nella nostra ('arta non nmncano gli ornamenti, con allusioni 
storiche o locali : in Africa , lungo la linea del deserto , vi 
sono delineate due piante di palma; le città principali i>oi sono 
rappresentate da bandiere in colori , innalzate sopra gruppi di 
fabbricati. Venezia ha la piazza di 8. Marco , di cui nella ban- 
diera v'è delineato il campanile; Genova ha il porto con lo sco- 
glio e il fanale, e in cima la bandiera rossa in campo verdema- 
re. Marsiglia ha bandiera con croce bianca, mentre Tortosa l'ha 
inquartata con fascia rosse e croce rossa in campo bianco alter- 
nate, e Lisbona con due fascio rosse in campo verdemare. Nella 
Dalmazia si osserva il prospetto di Kagusa con bandiera inquar- 
tata rosso e azzurro alternato. In Alessandria, Tripoli, Algeri, Tu- 
nisi, Antiochia e Costantinopoli, paesi del dominio ottomano, ve- 
desi lo stemma con la mezzaluna d' argento in campo rossastro. 
L'Isola di Rodi ha una croce bianca, distesa per tutto il campo, 
pure di color rosso; rappresenta la croce dei cavalieri di S. Gio- 



296 MISCELLANEA 



vanni, che nel 1310, dopo avere conquistata l'isola, vi si stabili- 
rono ed ebbero qnindi il nome di Cavalieri di Rodi; ma nel 1522 
la città fu assediata da Solimano II, e d'allora l'isola apparten- 
ne all' impero ottomano. Perciò lo stemma i)er l' isola di Kodi 
non è appropriato, come vorrebbe la storia. « È codesta una delle 
molte prove, osserva il De Simon i, a proposito di una Carta di 
Giovanni Martines, che i cartografi, del resto ben addestrati ed 
abili nella loro arte, attendevano a copiarsi l'uno dall'altro gene- 
ralmente; alcuni migliori osando appena nei nuovi lavori togliere 
qualche errore ornai troppo manifesto, od inserirvi qualche com- 
binazione , qualche fatto storico di più fresche scoperte e con- 
quiste. Da ciò proviene che sono non raramente fallaci i criteri 
onde si valsero i dotti per dedurre l'età d'una Carta dalla qua- 
lità delle bandiere, o dalle leggende di nomi , di luoghi , di so- 
vrani regnati e simili » (1). — Sulla costa dell'Asia occidentale, e 
propriamente vicino ad un gruppo di case che potrebbe rappre- 
sentare Gerusalemme , vi è un sollevamento di tre monti , so- 
pra i quali si vedono tre croci in nero , che parrebbero accen- 
nare alla Terrasanta. Certo quel paese, sparso di basse montagne 
e di colli gentili , adorni di oli veti e coronati di palme e di ci- 
pressi , su cui i patriarchi fissavano lo sguardo ammirato , so- 
gnando la scala d'oro che unisce terra e cielo (2), doveva infon 
dere nell'animo dei marinai, in generale religiosi, un profondo e 
pio sentimento, ch'essi naturalmente amarono vedere ra]>])resen 
tato anche sulla Carta. 

La nomenclatura dei nomi è alquanto ricca e molto corretta, 
rispetto alle ('arte anteriori. Ciò risulta chiaro, confrontando i 
nomi riguardanti la Sicilia e le isole che le stanno attorno, con- 
tenuti nella Carta di Giovanni Oliva illustrata in (luesto Archivio 
dal Belilo (3), con quelli della Carta in esame. 



(1) \)k Simoni C — Ossi-rvazioiii sovra due l'ortohitii di recente scoperti, 
e Hovra alcune proprietà delle Carte nautiche — in « Giornale ligustico » lunio 
II, 1H75. 

('2) Cfr. PoKRNA ¥. - Il Heniimculo estetico nella (ìeoff rafia -ìu « Fltìp'ea » 
an. I, voi. II, II. A, ìsm. 

(8) Bkixìo V. -- Jfi una Corta nautica fatta in Mcnsino nel t658 -— 
ili Archivio, N. S. hu. XI, fauc. IV. 



MISCELLANEA 



297 



Carta di Giovanni Oliva : me- 
Hina, nielaso, olive, prati, calvi, 
e. orlando, s. luarco, xifalo, ter- 
mÌH, jiio zprbi, parmo, gal, tra- 
pana, s, odor, marsala, xaq, e. 
ianco, nirge, licata, o. falco, te- 
ranovu, e. passa, rascrazi, xara- 
(jOHa, s. lusi, agosta, lentini, ca- 
tan. — volcan , striboli , lipari , 
salina, tellicuri,allicuri, ustaga, 
porselli, lavanto, maretimo, fa- 
vajana, (pielps, zibol , pantala- 
rea, limosa , lanipadosa , comi, 
malta e niarsasillach, pipe. 



Carta di Placido Caloiro e 
Oliva : misdma, milazo, olive , 
patti, bloro, e. cara (Capo Ca- 
lava), e. or. (Capo d'Orlando), s. 
marco, cifalò, termini, solato, ni. 
gerbino, palermo, e. gallo, e. s. 
vito, trapani, marsala, mazzara, 
xacca, gioryeti, licata, teranova, 
e. passare, bendica (Veudicari), 
mor di p. (Morrò di Porco), no- 
to, sirac. (Siracusa), agusta, e, 
s. cruci, leuti (Lentini) catan. — 
bulcauo , stroboli , panario , li- 
pari, salina, filicudi, alcudi, lu- 
stica, levanzo, maretimo, fava- 
gniana, cbelbi, zibaro, pantela- 
ria , linusa , lampidosa, malta, 
gozo. 



Adunque possiamo conchiudere che la nostra Carta sia per 
la nomenclatura dei nomi, sia per la esecuzione artistica, sia an- 
che per una particolare indicazione di declinazione magnetica di- 
versa da (jnella di altre Carte costruite precedentemente, abbia 
molto di originale ; sicché mi lusingo che non debbano riuscire 
inutili queste poche notizie agli studiosi, che non hanno l'oppor- 
tunità, come l'abbiamo noi, di poterla osservare. 



Palermo, 25 /Settembre 1904. 



Prof. Sebastiano Crino. 



UN CODICE DEL « CREDO IN DIO > 

DI FRA DOMENICO CAVALCA 
IGNOTO AI BIBLIOFILI 



Nella libreria del Cav. Giovanni Cirino Agras ereditata dallo 
zio M^ Giovanni Cirino Arcivescovo di Ancira ;, si trova un bel 
codice manoscritto membranaceo del sec. XV rilegato in pelle 
ed oro. 

Questo codice lungo m. 0,24 e largo m. 0,18 di fogli 199 nu- 
merati in cifre romane , contiene il « Credo in Dio ossia la Espo- 
sizione del Simbolo degli Apostoli » di Fra Domenico Cavalca , 
fino a parte del Cap. XVIII del Libro II. 

Dai calcoli fatti in relazione alle edizioni del Credo , risulta 
che il codice manca di 15 fogli. 

Esso è calligrafo di tipo umanistico , senza frontispizio , un 
po' danneggiato dalla umidità e con le prime parole poco leggi- 
bili, ba tre lettere miniate in rosso e in bleu, una al principio 
del Prologo ed una all'inizio di ciascuno dei due libri e le rubri- 
che tutte in rosso. 

Il manoscritto presenta importanti varianti con le edizioni del 
1489 (Venezia per Peregrino Pasqual da Bologna); del 1550 (Ve- 
nezia — Il segno della speranza); del 1763 (Roma — Pagliarini; a 
cura di Mons. Giovanni Bottari) (1) e del 1842 (Milano per Gio- 
vanni Silvestri a cura dell' Ab. Fortunato Federici tratta dal 
cod. ms. 1106 della Biblioteca della I. R. Università di Padova). 

Le differenze tra il ms. Cirino e le stampe sono notevoli 
in quantochè riguardano la disposizione della materia e la locu- 
zione. 

Nel ras. Cirino l'opera è così disposta : 

1. Prologo — 2. Capitoli del 1. libro — 3. Primo libro — 4. Ca- 
pitoli del 2. libro — 5. Secondo libro. 



(1) Questa editione fu fatta sulle precedenti. 



MISCELLANEA 299 



Invece nell'edizione del 1489 l'opera è così disjjosta : 

1, Incomincia la tabula del primo libro etc. — 2. Incomincia 
la tabula del secondo libro etc. —.3. Prologo —4. Libro primo — 
5. Libro secondo. 

Quest'ordine è pure seguito nelle edizioni del 1550 e del 1763; 
mentre in quella del 1842 l'indice dei capitoli sta in fine. 

Venendo al nostro codice osserviamone il principio : 

« Incomincia il Prologho della expositione del Credo in deo in 
volgare volgar... (per 3 righi il testo è illegibile) ». 

L'edizione del 1489 incomincia allo stesso modo ma ha poi 
il titolo : « Prologo della infrascritta opera » che manca nel codice. 

Invece l'edizione del 1842 tratta da un codice importante co- 
mincia : 

«Al nome del Salvatore nostro Messer Gesù Cristo. Incoujincia 
la Esposizione del Credo in unum Deum in volgare molto nota- 
bile ed utile. Prologo della infrascritta opera ». 

Nel Prologo abbiamo tanto nel codice che nella edizione del 
1842 due tratti che mancano nelle edizioni del 1489 e del LóóO. 

Altre importanti varianti nel resto dell'opera mostrano l'im- 
])ortanza che il codice Cirino avrebbe per la redazione del testo 
definitivo di quest'opera del Cavalca. 

Infine è importante rilevare un tratto del codice il quale atte- 
sta l'epoca in cui fu scritto e l' importanza che ha per la fonte 
dalla quale probabilmente deriva. 

Eccolo testualmente : 

« Finisce lo primo libro della expositione del (^redo in Dio 
exposto per frate domenicho cavalca da vicho pisano frate del- 
l'ordine predicatori. Lo (juale è del monasterio di santo Laurentio 
decto monte aguto dell' ordine della certosa da Firenze scripto 
per me don francesco da pisa monacho et professo di decto mo- 
nasterio, lo quale finì di scriverlo in decto monasterio oggi que- 
sto di VI di dicembre 1471. Lo quale gli è conceduto in suo uso 
in vita sua et doppo la morte sua de' ritornari al sopra decto 
monasterio deo gratias amen. 

Incomincia la taula de' capitoli del secondo libbro della expo- 
sitione del credo in dio ». 

Il codice è mutilo in fine al cap. XVIII del libro II f. 169 
e le ultime parole sono le seguenti : 

« Et però ancho dice : Chi non vuole lodare dio nel transito 



300 MISCELLANEA 



di questo seculo diventerà mutolo iu saeculum saeculi. Loda dun- 
que iddio o ». 

Inoltre il Codice è ricco di postille marginali della stessa 
mano che redasse il testo e porta citazioni di libri dei santi padri. 
Tutto sommato esso, specialmente per le numerose e importanti 
varianti , nonché per 1' epoca e per il modo in cui fu redatto , 
offre campo a rilievi ed a raffronti utilissimi per chi voglia cu- 
rare una edizione critica dell'opera. 



O. CoppoLER Orlando 



DI ALCUNI INGIUSTI GIUDIZI 

SULLA SPEDIZIONE DEI SETTECENTO SICILIANI IN CALABRIA 
nell'anno 184. s. 



Nemo satis poient nei- admirari 

iiev conqtitìeri. 
Bt>ET. De Cam. Phil. L. IV, 1. 



AW Esimio 
Cav. Giuseppe Dottor Lodi 



Palermo 4 Aprile 1905. 



Allorché, nei decorsi giorni, discorrendo con Lei, mi occorse par- 
larle di alcuni ingiusti giudizj die si sono spaeciati sopra V eroica 
spedizione dei 700, andati nel 1848 da Messina in Calabria, per la 
santa causa della libertà, Ella, caldo il petto di sentimenti patriot- 
tici, m'incitò a dir per iscritto quel che a voce le avevo significato. 

Or avendo io sodisfatto il mio desiderio, offro lo scritto a Lei, 
come cosa che per più rispetti le appartiene, sia perchè Ella professa 
il gran principio che le umane azioni dehhon essere giudicate secondo 
giustizia e verità, sia perchè ha tanto in amore le cose storiche e sia 
perchè gelosissimo dell'onore di questa nostra Sicilia, così spesso de- 
nigrata e calunniata a man salva ! 

Accolga, gentile com'è, la tenue of'erta; e mi creda quale con 
tutta osservanza mi reco a fortuna di essere 



Dev.mo suo 

L. Lizio - Bruno. 



302 MISCELLANEA 



Le importanti Memorie della Rivoluzione Siciliana delVauiìo 
MDCCCXLVIIl, con patriottico intemliniento pubblicate a spese 
di questa Città, hanno richiamato al pensiero la generosa quanto 
infortunata spedizione dei settecento giovani che , nella prima 
metà di Giugno partirono da Messina per la Calabria sotto il co- 
mando del Generale Ignazio Kibotty e con a capo dello Stato 
Maggiore Giacomo Longo, anima intrepida e forte in corpo ffracile 
e malaticcio (1) e che poi, sotto il governo italiano onorò gli al- 
tissimi uflicj di Tenente Generale e di Senatore del Regno. 

Ora su questa spedizione, di cui furono vanto le giornate di 
Spezzano Albanese e di Castrovillari, m'è occorso più volte di leg- 
gere dei giudizi in cui è poca esattezza, poca verità, poca giu- 
stizia. Tali son quelli che si leggono in un (Capitolo delle Ricor- 
danze del Settembrini, nel volume stampato in Napoli dall' Im- 
briani nell'84 col titolo : Lettere e documenti del 1848 — Alessandro 
Poerio a Venezia; e nella Cronaca di Grotteria, dell'Avv. Dome- 
nico Lupis - Crisatì, venuta fuori in Ceraci Marina nell' 87 ; ove 
dell'anzidetta spedizione è fatto cenno in modi tali da porre in 
cattiva mostra tanti giovani prodi che, entrando a parte di una 
impresa onorata non meno che rischiosissima?, temer poteano di 
perder la vita bensì, ma non di vedere ingiustamente denigrato 
il lor nome. Ma tant'è, si)esso spesso pochi sono coloro che for- 
mano ciò che si chiama pnbblica opinione, come uno era (luel tale 
che dava a se il nome di legione ! 

Vorrà quindi concedersi ad un siciliano alla cui famiglia ap- 
partennero due di coloro che vi ebbero parte, il correggere alcune 
storiche inesattezze nelle (luali inciamparono i sopra mentovati 
scrittori e che nessuno, che io sappia, in tanti anni, ha rilevato 
tìnora ! 

E innanzi tratto dirò che se la spedizione i cui primi passi 
ebbero tanto a promettere, ebbe line diversa da quella che si sa- 
rebbe aspettata, la colpa non fu dei settecento che la formavano, 
sibbeue di tiji complesso di circostanze contrarie allo svolgimento 
dell'azione loro; cioè la mancanza di munizioni, l'esser privi di 
vettovaglie e l'avere la cassa militare già vota : intorno a che si 



(1) La Fabixa, I»t. doownent. della tiwol. Hicil., 1S48-9, C. XI, p. 253, 
Cnpol. 18C0. 



MISCELLANEA 303 



può leggere il Cenno storico della spedizione di iSicilia in Calabria 
eitato dal Calvi nella sua Storia della Kivoluzioue Siciliana, che 
io credo la più esatta e la più compiuta di tutte (1). Ma il più 
terribile ostacolo fu l'inerzia delle popolazioni pel riscatto delle 
quali essi offrivano il lor sangue e la loro vita. E questa inerzia 
derivò dal terrore ond'esse furono invase dopo i funesti casi di 
Napoli avveratisi il 15 Maggio e che la Storia ricorderà con rac- 
capriccio ed orrore. Non per loro colpa adunque i Siciliani do- 
vettero abbandonare l'impresa, 

Che fv nel cowineiar cotanto tosta. 

Sicché il Ribotty , avendo , col consiglio dei capi , decisa la 
inevitabile ritirata , il giorno 25 di quel mese mandò a Palermo 
il Maggiore Alfonso Scalia (che vi giunse il 1 Luglio), ad espone 
al (Joverno le infelici loro condizioni e a richiedergli l'invio dei 
vapori pel ritorno dell'armata, che li avrebbe aspettato nella Ma- 
rina di Corigliano, nel golfo di Taranto (2). Ma, visto che i pi- 
roscafi ancor non venivano, il giorno 8 Luglio, i)rofittando di un 
brigantino e di un tiabaccolo, che scariiiavano merci nei paraggi 
del Capo — sparti vento , vi s'imbarcarono in Catenella (marina 
di (Jatanzaro (3) ) e fecero vela per Corfìi (con intendimento di 
recarsi poi a Venezia) : che il far ritorno in Sicilia era loro im- 
pedito pei legni napolitani che nei njari di essa facevan cro- 
ciera. E già, dopo (quattro giorni di salvo cammino verso la ri- 
curva Corcira, cominciavano a scoprire « i casolari campestri ed 
i miseri borghi delle spiagge vicine (4) », quando (l'undecimo di 



(1) V. pag. 154 «Iti V. I. 

(2) \'e(U nelle Memorie della Eivol. Sicit. V. II , p. (57 e seg. fm i 
Docum. pubblicati dal sig. Guanlione la Relax, al Min. «li Guerra (dal 
(piartier generale di Cassano). 

(3) V. p. 2(51 dei Docum. della lUvol. Sic, pulti)l. da G. La Masa, 
Tor. 1850. 

(4) Gemelli, Si. della Sic. Rivai., p. 412, Bologna 1867. — Nel Memo- 
riale dei Sic. priff. pubblicato dal La Masa (Torino 1850) a p. 264 si 
legge : « Erano giunti nelle acque di Corfù ed erano sì presso a «luelle 
isole elle non solo distingueva usi le abitazioni e gli abitanti, ma ben an- 
che per la niininia distanza uno di esso loro potè gettarsi a nuoto e giun- 
gere alla riva». 



304 MISCELLANEA 



Luglio) la corvetta a vapore lo /Stromboli, comandata dal tenente 
di Vascello Salazar, che, con ingaìiìio da pirati, come fn scritto, 
uvea levato bandiera inglese, gl'insegnì e li raggiunse; e intiuiata 
loro la resa, a due a due li gravò di una. catena di sette maglie, 
li rimorchiò a Reggio di Calabria, donde furono trasportati a Na- 
poli e poi stivati negli umidi sotterranei di Sant'Elmo e dell 'iso- 
letta di Xisida (1). E in quelle orribili segrete i patimenti a lor 
furono lunga e disperata agonia. Ivi, confusi insieme con la mel- 
ma dei delinquenti, aveano per lor vitto un nero pane mal cotto 
e sozzo di scarafaggi e non di rado di salamandre e di topolini 
e 30 fave condite d'olio puzzolentissimo e per letto la nuda terra ! 
Ma la Sicilia non trattò, anzi, a dir meglio, non bistrattò ne 
tormentò i prigionieri di guerra napoletani (2), come fece l'empio 
governo di Napoli con gli odiati Siciliani, rei di aver voluto riven- 
dicare i sacri loro diritti tante volte conculcati e violati dai So- 
vrani di Napoli, che pur tante volte avean giurato di rispettar- 
li (3) ! Intanto il Ministro della Eepubblica Francese in Napoli, 
male informato o meglio, tratto in inganno dal mendace governo 
di Napoli, dava allegramente all'Ammiraglio Baudin in Palermo 
quest'assicurazione : « Non temete nulla pei Siciliani; essi son 
guardati come prigionieri di guerra (4) ! ». p]ll' eran parole illu- 
sorie ! Ma ben altri erano i fatti ! Ed io non {»otrò mai dimenti- 
care che i ju'igionieri di Nisida, il suolo del cui castello è sotto- 
stante al livello del mare e di\ acqua, come la danno le pareti, 
non faceano che domandare e ridomandare alle loro famiglie panni 
ben grossi e coperture di lana che in qualche modo li preservasser 
dall'umido e dal freddo ! Non dico poi che del denaro che esse 



(1) Da dove poi molti di loro furon levati e rinchiusi iu Capiin. \'. il 
aiorn. Off. del Cor. di Sic. N. H6, 17 Ajfosto p. 343. 

(2) Eppure le valunuii' horhonicfn', «liee il Gciin'lli, giunsero a tjinto da 
« volere far credere che i prigionieri (napolet^ini) erano atrocemente stra- 
ziati e che rende l'uufti pubblivamenie sulle piazze la ean>e dei soldati ca- 
duti combat tendo ! (,S7. L. VI, p. (52 Voi. Il) — K «e non ri«li, di che ri- 
der suoli f 

(3) V. le Memorie 8t. e (hit. della Uind. Sic. del 1848 del Calvi V. Il, 
|>. 12, nota 8. Londra (MalUi) imi. 

(4) V. il Oiorn. Off. ecc. N. 62, 19 Luglio 1848. 



MISCELLANEA 305 



mandaviino a quegli sventurati (1) una terza parte restava nelle 
mani dell'ufliziale comandante il castello: e intanto i poveri pri- 
gionieri doveano volta per volta far fede alle famiglie di aver 
ricevuto l'intera somma... Così bene trattati erano da quei ma- 
nigoldi i prù/iouieri di </uerra ! 

Avea quindi ben ragione il Barone Vito d' Ondes Reggio di 
scrivere nel 1850 al Conte d'Arlincourt che i prigionieri siciliani 
furonc» come selvagge belve incatenati e così portati a Reggio e 
buttati in orride segrete e trattenuti per 18 mesi con ogni guisa 
di patimenti (2); e ragione si ebbe il Calvi di lamentare che di 
quei miseri prigionieri era fatto sì aspro governo che il Mini- 
stero napoletano arrossiva di aprire i loro ergastoli al diploma- 
tico inglese; , temendo di eccitare col doloroso s]M*ttacolo la sua 
indignazione (S). 

Ma tanta sciagura non avrebbe avuto luogo e tanti martirj si 
sarebbero risparmiati a quei prodi e tante angosce alle madri loro, 
se gli uomini del Governo in Sicilia non avessero indugiato pur 
troppo a spedire al Ribotty i piroscafi da lui con tanta insistenza 
richiesti il 25 di Giugno. E jxir questo fatale indugio il Calvi 



(1) Errò il La Farina , (luando scrisse die non fu permeH>io o' mixeri 
parenti di soccorrerli can danaro e con vesti a quei tristi luoghi più adatti. 
11 La Farina ignorò (jnello che avrei i;;n<>rato ancli'io, se non avessi avuto 
in Nisida il fratello Giovanni e lo zio materno Gaetano Bruno, dei quali 
fece onorevol ricordo il Ch.""> letterato e patriotta Cav. Giuseppe Morelli 
nei Cenni necroloffici di Girolamo Lizio pubblicati nella Riv. Nas. Ital. 
la Gioventii Fir. V. 7, N. s. 1868 — Negli Elenchi pubblicati nel Giorn. 
Uff. di Sicilia e di cui è copia in questo Archivio di Stato , il nome di 
mio fratello occupa il 20.""' luogo (N. del 7 Luglio 1849) e (piello dello 
zio Gaetano, il 128.""> (N. del 28 Luglio). 

(2) V. il Giorn. La Croce di Savaja, N. 129. — Né i poveri prigionieri 
si rimasero dal protestare: e nel volume dei Ducumenti del La Masa a 
p. 264 e 65 si legge la loro dignitosa protesta. Ma la loro fu vox clamantcs 
in deserto e presso il Borbone e presso l'Inghilterra, che di dolersene a- 
vrebbe avuto non solo diritto, n)a ])nr dovere, perchè all'ombra della sua 
bandiera era stato, a danno dei Siciliani, consumato quel tradimento ! 

(.3) Mem. ecc. Cap. XII. - E infatti con raccapriccio Lord Gladston 
vide nel 1851 quegli ergastoli, e la i)oet«ssa napoletana Laura IJcntrice 
Mancini - Oliva gl'indirizzo la focosa Canzone che si legge nel bel volu- 
me delle sue poesie, riboccanti di amor di patria. 



306 MISCELLANEA 



testé citato fece accuse acerbissime , nella severa sua Storia, a 
chi l'indugio causò. Ed io mi stimo in obbligo di qui riportare 
la sola concliiusioue, lasciando da parte i motivi ai quali, secondo 
lo storico, dovrebbe attribuirsi la causa di quell'indugio fatale, 
non essendo mio intendimento di trascinare al terribile Tribunal 
della Storia uomini jjià discesi nel silenzio della tomba! «Se il 
Vesuvio avesse avuto gli ordini convenienti, dopo l'arrivo di Sca- 
lia, per partire direttamente da Milazzo per Calabria ; se invece 
di lasciarlo nella rada di Palermo il giorno 6 e il giorno 7 ; se 
invece di spedire il Giglio d^lk onde il giorno 9 in Favignana (1) 
per recarvi due sotto uffi(nali, si fosse spedito in uuo al Vesuvio; 
se i giorni (> e 7 dati immantinente si fossero gli opportuni prov- 
vedijuenti perchè i due vapori si fornisser di viveri e di carboni, 
il doloroso infortunio di cader 700 valorosi siciliani in potere del 
pili feroce inimico della Sicilia non si sarebbe sofferto (2) ». E 



(1) E in Fiivignana due miei secoudi cugini fiuou gittati nel 1857, 
uno (lei (inali vi lasei(''> la vita il 21 Dicembre di quell'anno; entrambi ri- 
cordati nella seguente mia epigrafe : 

1861 

ALLA MEMORIA DI MARIANO LIZIO 

SINCKUO E CIOSTANTK AMICO DI LIBERTÀ 

CHE BALESTRATO PER ESSA COL FRATELLO ANTONINO 

NEL DURO SCOGLIO DI FAVIGNANA 

VI LASCIÒ LA VITA 

LONTANO DAI SUOI FIGLI E DALLA FIDA CONSORTE 

BKNEDICBNDO ALL'iTALIA E SOSPIRANDONE IL RISCATTO 

ADDI XXI DICEMBRE MDCCCLVII 

SUO (QUARANTESIMO 

LA DOLENTE FAMIGLIA QUESTA LAPIDE CONSAGRÒ 

Si;PERBA DI POTER ADDITARE IN MI 

UN MAKTIKK MKI.LA l'AIIUA. 

(2) L'aj). XII. .\1 ('alvi siiiggi un'altra (tsHcvvazioiic, (lucila (•!(»(' che 
il governo siciliano, per iMciiKarc l'indugio frapponi*» a spedire al KiUotty 
i piroHC4i(i, nel Giornale OJf'. N. 51, '> Luglio, fece scrivere (pianto rtegu(^ : 
t fi venuto oggi il Maggiore Scalin, partilo dal campo hìciiIo Calahrt'Hf il 
ÌÌ8 e da l'aola il W> tjiutjnu». Poi, dantlo altro colore ad inolivo della ve- 



MISCELLANEA 307 



questo infelice eaito die ragione al Eibotty, che ad assumere il 
comando di quella spedizione avea mostrato gran ripugnanza (l); 
e die r.igioiie al Ministro Inglese residente in Napoli Lord Pa- 
pier, che, edotto del vero stato delle cose, sconsigliava il nostro 
Governo dal far quella spedizione (2) ! 

Venendo ora a ciò che scrisse l' insigne ])atriotta na|>oletano 
Luigi Settembrini, dirò che, dopo aver egli narrato come « i regi 
avessero stretto da ogni parte le Calabrie, per opprimere energi- 
camente la sollevazione », aggiunge : « i Calabresi si apparecchia- 
vano a resistere e chiesero ai Siciliani i promessi aiuti; e il gior- 
no 15 Giugno (3) il piemontese Ribotty con 600 Siciliani (4), sbarcò 
in Paola e il giorno seguente fu a Cosenza ». Scrive poi che il 
Eibotty fece un grand'errore a niettersi cosi tra il Nunziante, il 
Busacca e i due mari senza pensare ad un modo di ritirata ; e 
che ìa {/ente di cui egli era a capo non eran soldati , uè decisa a 
vincere o morire ». E continua : « Se i Siciliani avessero avuto 
senno e preveggenza, dovevano mandare subito e prima dell'ar- 
rivo del Nunziante una forte mano d'uomini a Reggio dove era 
un debole presidio, e vinto questo, facilmente venire su ingros- 
sando ed occupare egli Monteleone, ma indugiarono ed in ultinu) 
presero il partito peggiore di cacciarsi |)roprio in mezzo ai ne- 
mici (5) ». 

Mi si permetta il far qualche osservazioncella, così alla buona, 
alle parole citate. 



nata: «Ha riferito ohe nelle provineie di Catanzaro e Cosenza le truppe 
del tiranno di Napoli occupavan ftolaniente Castrovillari e Monteleone, 
con (Ine colonne ecc.» E, soggiungendo cosa non vera: «il Governo 
ha già provveduto di spedirsi al Sig. Ribotty nuovi aiuti di (fenti e da- 
naro e munizione a fin di accelerare il corno d-eqU avvenimenti nelle Ca- 
labrie » (!) E di nuovo (che (]ue8to <x\'\ premeva) la data del .5 Lvglìn. 
superflua, perchè Vof/gi, in un Giornale ohe aveva in testa 5 Luf/lio non 
poteva sigiùflcare che 5 Lufflio. Come son facili i Governi a mostrar luc- 
ciole per lanterne, a coonestare la propria condotta ! 

(1) Calvi, Mem. eoo. p. 297. 

(2) Calvi, p. 298. 

(3) Fu invece la notte del 13. 

(4) Erano invece 7(K). 

(5) Bicordanse, V. I, p. 305. 



308 MISCELLANEA 



Per ciò che riguarda il mancato senno e la mancata previ- 
denza, io non dirò (die a me non darebbe il cuore di chiamar dis- 
sennati e imprevidenti i fratelli Bandiera , il Pisacane , il Nico- 
tera, il Pellegrino, il Bentivegna, il Menotti, sol perc'iè l'impresa 
di questi prodi fallì ; non dirò che anzi applicherei loro quella 
sentenza di Tacito : gli animi nobilissimi a cose altissime asj)!- 
rano (1) : ma non posso rimanermi dal dire die se la partenza 
dei settecento non avea potuto avv'erarsi prima che il borbonico 
General Nunziante, sbarcato al Pizzo , con quattro mila uomini 
si fosse fermato in Monteleone, non potevan certo i Siciliani an- 
dar prima ad occupare Monteleone... E prima non poteron essi 
andare in Calabria per più ragioni : perchè un'armata non può 
spedirsi in un momento , come si spedisce un pedone , che un 
breve periodo per l'arrolamento dei volontari e pel fornimento 
delle munizioni (che però furono impari al bisogno) era indispen- 
sabile. Al che si aggiunga che i settecento non potevano diretta- 
mente muovei-e da Messina per le Calabrie , perchè i cannoni e 
le bombarde della Cittadella (2) e della fortezza del Salvatore 
li avrebbero fulminati ; ma dovettero recarsi i)er via di terra 
in Milazzo ed ivi, mettendosi in mare sul Vesuvio, attendere il 
momento propizio a poter prendere senza intoppi la rotta di Pao- 
la (3), che ettettivamente presero nella mezzanotte dell'undecimo 
di Giugno. Né i)()i mancò un altro intoppo, che poteva riuscire 



(1) Annal. L. IV, 38. - Anche l'untore del Moryaitic ^C. XXVIII, S8): 

[l (jeneroso core 

Coxe mat/ne ricerca, infin se sogna. 

(2) Quando un antico messinese scriveva (a p. 64 della M. dei noh. di 
Mess., 1732), della cittadella « che la rende og^''^^ h^ P"' forte piazza del 
Regno di Sicilia», non pensò che IH) anni dopo, Messina avrehbe tantx) 
dovuto Hotfrire per essa ! Dicasi lo stesso di Pietro Lanza, Princ. di Scor- 
tila, il «piale nelle Consid. fiull<( St. di Sic. <hd 1532 al 1789, a p. 165 nel 
1836 scriveva «la Cittadella poter servire a difemlere e non <>;ÌMniniai ad 
utténdere lu cittA ». 

(3) k da corregger l'errore in cui cadde il mio conci tUulino Carlo (Ge- 
melli, (pnindo scrisse : la spedizione moveva alla line la sera del 14 Giu- 
gno ralicatu la ut retto (St. 1,. V, p. 3J)4). Ma «he slirtto, se da Milazzo 
andò u Paola f II (ìemelli rredetle die Iokmc andata direttainente da Mes- 
»iuu a Pìu)Ih. 



BtìSCELLANEA 30d 



fatale; e fu questo : che verso l'alba del giorno appresso il Co- 
mandante dei due legni Salvatore Castiglia, « scopri sull'estremo 
orizzonte, dalla parte di mezzodì, due punti neri, che subito ca- 
ratterizzò per due vapori nemici ed un altro dalla })arte di tra- 
montana, e tutti e tre sembrava facessero rotta ad un fuoco co- 
mune verso i legni siciliani ». Sicché questi dovettero indietreg- 
giare e dirigersi all'isola di Lipari, per mettersi sotto la prote- 
zione di quel castello. Intanto levatasi col sole una densa neb- 
bia dalla superficie del mare, furon perduti di vista dai nemici; 
ed ancorarono presso Stromboli. E, per liberare il Vesuvio del- 
l'incomodo rimorchio del Giglio delle onde, gli armati che in que- 
sto trovavansi furono fatti riunire agli altri sul Vesuvio ; e il 
Oiglio delle onde fu rimandato a Palermo (1). E dopo la mezza- 
notte del 13 , giusta il rapporto semaforico fatto al Governo di 
Palermo (2) i Siciliani sbarcarono in Paola. 

Quanto all'essersi posti proprio in mezzo ai nemici (se pur di- 
pendeva da loro il non farlo e non era il farlo necessità, il che 
non voglio discutere ) dirò che i Siciliani non solo nel proprio 
coraggio fidavano, ma pur nello entusiasmo che dicevasi acceso 
nelle popolazioni di Calabria i)el conquisto della libertà ; e tnt- 
t'altro aspettavansi che di averli a trovare nel maggior numero 
inerti; la quale inerzia avrebbero ritrovato anche in Reggio se, 
come scrive il Settembrini che avrebber dovuto fare , fossero 
sbarcati colà; il che non era possibile, perchè la Cittadella ch'è 
tra Messina e Reggio avrebbe colato a fondo i due piroscafi, an- 
che a prescindere dall'azione dei vapori di guerra napoletani che, 
come dicemmo, vi facevan (crociera. 

E che i poveri Siciliani dovevano per necessità ingannarsi nel 
credere già diffuso nelle tre Calabrie il fermento della rivoluzione, 
ci sieno prova i fatti seguenti. 

In primo luogo, la lettera che si legge nel n. 28 del Giornale 



(1) V. Gio. Pisani, Cenni Biof/r. di Giacomo Longo. .Mess. 1865, p. 11. — 
Tutte queste notizie uon si leggono in nessuna delle Storie della rivolu- 
zione siciliana. 

(2) V. il Giorn. Off. N. 38, 16 Giugno; e quel giorno si riconferma 
nel N. 40 , 19 : e 13 si legge anche a p. XLVI del libro di Raffaele De 
Cesare Una famiglia di patrioti 1889: ma il La Farina scrive: la aera 
del 14; e lo ripete il Gemelli. 

Arch. 8tor. Sic. N. S. Anno XXX. 21 



310 MISCELLANEA 



Officiale del 5 giugno e che da Santo Stefano di Cosenza era stata 
diramata il 22 maggio; nella quale era detto : « Siciliani, il vostro 
aiuto chiediamo, non per mancanza di braccia, di cui abbondia- 
mo, ma perchè ci fornirete d'artiglieria e di altri strumenti da 
guerra. Sì, fratelli ! diteci cosa volete che noi da qui facessimo 
per vostro vantaggio (;ostà, perchè siam prontissimi; intanto cor- 
rete, volate, giacché la vera Era d'affrancarsi è sonata ! Uniamoci 
tutti, e tutti insieme diamo l'ultimo assalto al tiranno ecc. ... ». 

In secondo luogo, la notizia ofiìciale che il 3 Giugno il Comi- 
tato di salute pubblica in Cosenza avea deliberato , per la santa 
causa, un armamento generale in tutta la Provincia e fatte le più 
vive premure al Commissario del Potere Esecutivo di Messina 
« pel sollecito invio degli armati e dell' artiglieria posti da piìi 
tempo a disposizione dei Calabri fratelli (1). » 

Si osservi intanto : se la lettera del Comitato di salute pubblica 
fu spedita il 3 giugno e se la notte del 13 i Siciliani erano in 
Paola, aveva ragione il Settembrini a lamentarsi di alcun ritardo? 

A me sembra che no ! 

Un'altra prova in terzo luogo ci appresta Giuseppe La Farina 
nella Storia della liivoluzione, quando enumera le notizie che ve- 
nivano dalla Calabria in Messina : « Narra vasi : Catanzaro insurta; 
le schiere reali battute e sconfitte dalle bande catanzaresi e co- 
sentine; a Monteleone la guarnigione macellata dal popolo; l' in- 
surrezione i"apidamente propagarsi nelle Puglie, nella Basilicata, 
negli Abruzzi, Napoli novamente tumultuante (2) ». 

E un'altra prova ci dà il Calvi, scrivendo: « Un Plutino, un 
Romeo, un De- Lieto da Reggio avean promesso che all'apparire 
di una spedizione Siciliana, le Calabrie sariansi levate in arme »; 



(1) Giorn. Off. N. 32. E qni nou vo' rimanermi dal trascrivere le pa- 
role del 8Ìg. Guanlione (nella Spedi:. Colabrosicula), delle quali però non 
entro mallevadore: « Il Ricciardi dolorosamente dovette convincersi che il 
:-M) Giugno la città di Cosenza, dimesso ogni pensiero di rivoluzione, par- 
teggiava per Fenlinando ». 

(2) Cap. XI, p, 253. Si noti : di Reggio nulla si dice : e il Settembrini 
rimproverava i Siciliani di non aver cominciato l'azione loro da Reggio ! 
Invi'ce con piena ragione il ("rcmelii deplorò il « nocevole indugio dei Reg- 
giani ad inttorgere; e la tiepidezza o stanchezza di quel Comitato... » St. 
L. V, p. 896 



MISCELLANEA 311 



sebbene soggiunga poi : « uia non tardarono però a convincersi 
dell'inanità delle loro speranze, e quindi nei primi giorni di giu- 
gno in una conferenza tenuta cogli emissarj siciliani spediti dal 
Commissario (del Potere Esecutivo) Piraino lealmente dichiarava- 
no che da qualche dimostrazione in fuori, altro non era a sperarsi 
da Reggio e, per avventura dalla più gran parte delle calabresi 
popolazioni (1) ». Il che però mal si accorda con ciò che scrive 
il La Farina della venuta in Messina dei Plutino, Romeo, De-Lieto 
e Ricciardi per affrettare i nostri alla partenza (2) : e ciò farebbe 
credere aver Plutino, Romeo e De-Lieto mutata sentenza! 

Ma, stando alla seconda delle due notizie del Calvi, sarebbe 
giustificata la disapprovazione dell'avere il Governo siciliano at- 
tuata quella spedizione, generosa da un canto ed imprudente dal 
l'altro : e tale anche parve al La Farina, che perciò scrisse : < E- 
rano non yìò. che 700 uomini ; si gittavano su di una terra che 
non conosceano; pochi per vincere, troppi per celarsi : senza ri- 
tirata possibile in caso di sconfitta ; divisi dalla Sicilia per il 
mare , e di questo mare padrone il governo napoletano ! » Ma, 
quanto al numero, è da opporre che non sarebbero rimasti pochi, 
se le popolazioni calabresi fossero insorte come falsamente affer- 
mavasi d'aver fatto; e forse allora non avrebbe avuto luogo alcun 
bisogno di ritirata; il che pure è da opporsi al Settembrini. E 
impresa imprudente e poco previdente la chiamò il Gemelli, che 
pure ricordò il consiglio del Napier a non farla e le difiBcoltà op- 
poste dal Ribotty a farsene duce. Non tralascia però di chiamar 
yenerosi coloro che arditi furon di assumerla (3). 

Ma ciò che nel Settembrini piìi spiace è la sentenza che i Si- 
ciliani della spedizione non erano gente decisa a vincere o morire ! 
Il Settembrini ignorava ch'eran fra essi di coloro che aveano avuto 



(1) Gap. XII. p. 295 nota 2. Dice presso h poco lo stesso il Gemelli, 
a p. 394. Ed anche 1' autore della Italia — Storia dei due anni 1848-49 , 
C. Augusto Vecchi, dopo aver accennato la generosa sfida del 12 Gennaro 
fatta a Palermo dal popolo alle truppe napoletane , poco esattamente 
scrivea che le Calaìrrie erano in piena rivoluzione (L. II, p. 36, ediz. 2, 
Tor. 1856). 

(2) 8t. Docum., p. 253. 

(3) St. p. 418. 



312 MISOELLANEA 



tanta parte nella generosa sfida del 12 Gennaio alle truppe na- 
poletane in Palermo e di quegli altri che il 29 Gennaio e nei dì 
susseguenti, pugnando in Messina da leoni, avean fatto miracoli 
di valore nello spazzar dalla città le soldatesche borboniche e 
nell'assalto dei muniti castelli di Rocca Guelfonia, di Gonzaga e 
di Porta Real Basso che, avendo di fronte la Cittadella e l'altra 
fortezza del Salvatore, esponevan gli assedianti al fulminar dei 
cannoni e delle bombarde omicide ! 

E certo se l'insigne uomo il quale, come fu geniale scrittore, 
COSI fu d'animo squisitissimo ed anche martire della patria, avesse 
avuto pili esatti ragguagli delle condizioni d'animo in cui erano 
i Calabresi quando giunsero a loro i Siciliani e della bravura di 
questi, avrebbe tutt'altro giudizio enunciato sopra i medesimi. 

E perchè meglio si vegga se i Siciliani eran (/ente decisa a vin- 
cere o morire e se il tentativo di liberar la Calabria andò fallito 
per colpa loro, siccome ha voluto strombazzare più d' uno , gio- 
verà il trascrivere un brano di lettera spedita da un membro della 
ragguardevole famiglia D('-Lieto di Sant'Eufemia al Commissario 
del Potere Esecutivo di Messina : « Da persona rimarchevole ve- 
nuta dalla Provincia di Catanzaro ho saputo che un certo Gallo 
di Castro villari, tradendo la causa della patria, s'era messo in se- 
greti accordi con Busacca. A meglio riuscire in questo assassino 
scopo, disseminò fra' militi che le differenze col governo di Na- 
poli eran tutte composte , non esservi piìi bisogno di battersi, 
I>otersi ognuno ritirare alle proprie case. Così è spiegabile che 
Busacca abbia potuto occupare Castro villari. Alcuni giovani ar- 
denti , diffidando delle i)arole del Gallo , erano riusciti a nova- 
mente riunire le forze, sicché non appena occupata Castro villari, 
Bu8a<;ca venne circondato dall'armata Calabro-Sicula con alla te- 
sta Ribotti, il <]uale sconfisse comjìletamente il nemico, uccidendo 
3()0 dei 1500 soldati che formavano la divisione Busacca. La vit- 
toria è degna di tutta la possibile lode pel riflesso che il nemico 
si trovava trincerato nella città di Castrovillari. L'attacco dato 
dai nostri si dice terribile ed impetuoso oltre ogni credere. L'emù 
lazionv di valore tra i tSiciliani ed i Calabresi si promulga indescri- 
vibilmente. Lo sprezzo del pericolo era il solo ed unico sentimento 
che animava v spingeva tutti i prodi che preser parte in così memo- 
rcmdu giornata (1). » Queste affermazioni di persona non siciliana, 



(1) Giorn. Off., N. 48, 1 Luglio. 



MISCELLANEA 313 



ma calabrese valjjano per le molte altre che qui si potrebbero 
riferire. 

Ma le parole del Settembrini sono oro di coppella rispetto ad 
alcune altre che leggonsi in una lettera di Carlo Poerio (al fra- 
tello Alessandro), quel Poerio, il cui patriottismo doveva poi esser 
punito dal Borbone con le orrende prigioni di Castel dell' Ovo, 
Nisida, Ischia, Montefusco e Montesarchio, inferno di vivi: « I Sici- 
liani sono stati solleciti (1) d'inviare quasi tre mila (2) uomini in 
Calabria; e ciò pel triplice vantaggio : di disfarsi de' piìi facinorosi 
tra' Bonachi; di sovvertire il nostro regno. . . (3). » Ma perchè 
trascrviere (dico a me stesso) parole che starebbero bene in tut- 
t'altro labbro che in quello di un membro della famiglia Poerio, 
sì benemerita della patria?. . . I più facinorotsi tra' Bonachi (si- 
nonimo di scavezzacolli) eran dunque i Siciliani andati a spezzar 
le catene dei fratelli Calabresi !. . . E vi andarono a sovvertire 
il regno di Napoli f. . . Quando poi nel fine di quella lettera il 
Poerio dice : « Intanto il loro arrivo ha dato il carattere della 
pili truce ferocia a quella guerra civile , e Dio sa come la cosa 
andrà a finire », (parole acerrime che non avrebbe osato dire 
il nemico), Carlo Poerio, che vide nella sua fantasia la guerra ci- 
vile, fa toccare con mano che i Siciliani furon tutt'altro che fe- 
steggiati in Calabria ; e riconferma luminosamente che dal più 
dei Calabresi (e Calabrese era il Poerio) non furon gradite le loro 
intenzioni fraterne ! 

Ma c'è ancora un'altra lettera (perchè non dirlo!) molto più 
nauseante della sopra citata. Egli la scrisse il 22 luglio al fra- 
tello, non pensando certamente che un giorno sarebbe stata resa 
di ragion pubblica ! « Avrai saputo dai fogli la cattura dell'eser- 
cito liberatore inviatoci dalla Sicilia, cioè 645 individui (4) ! » Dio 
benedetto ! Anche l'oltraggio dell'ironia a quei generosi , cui la 
propria sventura non intiepidiva l'amore alla causa italiana, sic- 
ché nell'aprile 1849 trovaron modo di spedire, dalle segrete di 
Nisida , un sussidio di Ducati Sessantatre , vergognando di non 
poter mandare di più, per soccorso aU- eroica Venezia (5). E que- 



(1) Il Settembrini invece si lamentava d'indugio ! 

(2) Erano 700. 

(3) Leti, e docum., ecc. p. 311. 

(4) Op. cit., p. 156. 

(5) V. il Giorn. Off. A. II, N. 79; 7 Apr. 



314 MISOELLANEA 



sto oltraggio lanciava loro il Poerio , quand' essi erano stati se- 
polti vivi in umidi antri puzzolentissimi e privi d'aria e di luce 
e quando centinaja di famiglie piangevano, per la cattura di essi, 
lagrime di sangue ! Or tanto odio aveva in cuore il Poerio pei 
Siciliani ? E che male gli avevan fatto f . . . Io son sicuro però 
che il Poerio, quando sperimentò le angosce del carcere (1) , se 
gli tornarono in mente le spietate parole da lui scritte il 2!3 lu- 
glio 1848, dovette provare non picciol rimorso d'averle vergato; 
e comprender dovette quale acerbo dolore siano stati alle famiglie 
siciliane i patimenti dei figli loro entro il carcere , egli la cui 
madre, per siffatto dolore, alla prigionia del caro figlio, impazzi I 
Or chi avrebbe detto al Poerio , quando quelle parole gli scap- 
parono dalla penna : saprai anche tu che sia 1' essere carcerato 
politico e lo saprà pure la madre tua, che per te smarrirà il senno? 

Oscure ed inescrutabili sono le vie della vita ! 

Alle parole del Settembrini e del Poerio sieuo risposta i se- 
guenti periodi che tolgo dal i)regevole volume del Ch. De Cesare 
una famiglia di patrioti. 

« Ricorda Domenico Morelli che i suoi zìi, non ostante fossero 
liberali sinceri, erano contrarj al movimento, giudicandolo folle, 
e a mani giunte sconsigliavano il Ricciardi e i suoi amici dal 
tentarlo (2) » — « I propositi dei rivoluzionarj calabresi rasenta- 
vano l'assurdo. Le popolazioni del regno erano terrorizzate dai 
fatti del 15 maggio (3) » — Ferdinando non ebbe paura dell'insur- 
rezione calabrese, e rivolse ogni sua cura a soffocarla. L'esercito 
gli era devoto, devoto il clero, devote le plebi (4) » — « La forza 
rivoluzionaria nelle Provincie di Reggio e Catanzaro era costituita 
da volontari reclutati fra contadini. . . senza divisa, senza rudi- 
mentale pratica militare. . . Gente raccogliticcia, non era in grado 
di sostenere l'urto di milizie regolari, e si perdeva d' animo in- 
nanzi al pericolo (5) » — « Non è da far meraviglia se , sbarcati 



(1) Ciò avvenne il 17 Luglio 1849. 

(2) Pag. XXXVL 

(8) L. e. — Ecco la gran ragione della inerzia dei Calabresi della quale 
io ho parlato ! 

(4) Pag. XXXVII. 
(0) Pag. XLIV. 



MISCELLANEA 3l6 



i Siciliani a Paola, cominciarono , da parte loro , i primi disin- 
ganni (1) » — Il Ribotti, sbarcando in Calabria, aveva provato una 
triste disillusione. AIU cose asserite non corrispondeva la realtà (2)» 
— « Da Cosenza, dove ebbe calde accoglienze (3) e la nomina di 
Generale in capo dell'esercito Calabro-Sicnlo, inviò un primo rap- 
porto al ministro della guerra e marina di Sicilia con parole di 
dubbio circa la capacità di opporre resistenza al nemico (4). » 

E dopo la giornata di Castrovillari , alle armi nostre favore- 
vole, il Eibotty COSI scriveva al Ministero di Sicilia : « Una volta 
usciti da Cosenza, non vi è più un paese in armi per difendere 
la libertà. Tutto è spavento, tutto è sgomento. Arrivati in faccia 
al nemico, lo attacchiamo ed è respinto ; ma non possiamo pro- 
fittare della vittoria , perchè due corpi calabresi ben piazzati per 
prendere i regi di fianco, restarono con le armi al braccio 
SENZA MUOVERSI », E il Ribotty alludeva alle compagnie di Do- 
menico di Mauro a Campotenese (5) rimaste inoperose , mentre 
gli altri combattevano ardentemente là in Castrovillari. Conti- 
nuava il Ribotty : « Il nemico è forte, ed i nostri non trovano sim- 
patia, sono di un terzo più deboli, senza munizioni e senza spe- 
ranza di trovarne ». 

Il De Cesare dice poi che , avendo (nel 1889) interrogato il 



(1) L. e. 

(2) Pag. XLVIII. 

(3) E l'unica volta fu quella; ed egli non mancò di ringraziarne 1 Ca- 
labresi col seguente programma, pubblicato il 16 Giugno : « Il sentimento 
della fratellanza ci lia guidato nelle Calabrie. Un'eco potentissima ci ri- 
spondeva jer sera, che comprendeva l'intera Cosenza e sorgeva dai petti 
di questa generosa popolazione. 1 Siciliani non diaienticheranuo giam- 
mai la sera del 15 Giugno, come non dimenticheranno i vicini giorni, in 
cui uniti ai Calabresi mieteranno palme di gloria sulle rovine della ti- 
rannide » (V. il Giorn. Off. N. 48, 1 Luglio). 

(4) Pag. XLVIII. 

(5) Il giudizio che del di Mauro diede il Gemelli fu questo : « Egregio 
cultore delle Muse ed inespertissimo soldato (p. 397). » Ma questo non ci 
dà ragione della fatale inerzia in cui egli lasciò le sue compagnie che 
pur doveano combattere a prò della patria ! E perciò la cosa meno a lui 
disonorante è a dirsi questa, che cioè la causa ne fu (luella che a^ sui 
due famosi antichi poeti, greco l'uno, latino l'altro ! 



316 MISCELLANEA 



Generale Giacomo Longo « già compagnt) del Eibotty e glorioso 
avanzo di quella spedizione che gli valse condanna di morte e 
poi un ergastolo peggiore della morte (1) », ebbe da lui conferma 
della verità di ciò che il Ribotty aveva allora affermato. E sog- 
giunse che assai penosa fu l'impressione che si ebbe quest'ulti- 
mo appena giunto in Calabria, perchè il paese non solo non era 
in rivoluzione, ma neppure in fermento ed era in uno stato d'in- 
certezza e quasi di terrore ! 

Dopo tutto questo , domando io : con qual giustizia si volle 
del cattivo successo far ricadere la colpa sopra i nostri Siciliani ! 
Con qual giustizia il Ricciardi nella sua Storia documentata, non 
pago di averne incolpato (e giustamente) Domenico Mauro, 
che a Campotenese non combattè, ne die' pur colpa al Ribotty (2)? » 

Credo qui utile intanto il riportare il giudizio del nostro Ge- 
neral Longo sul Generale Ribotty, siccome ne riferisce il De Ce- 
sare : « Uomo d' armi avvezzo a comandare soldati disciplinati, 
come li aveva comandati in Portogallo e in Ispagna , aveva un 
ben diverso concetto di far la guerra di quello che poi acquistò 
in Calabria, dove mancava tutto : armi, viveri, disciplina, spirito 
militare e concordia nei capi della insurrezione. Se non si spinse 
innanzi, dopo la giornata di Castrovillari , fu perchè non aveva 
fiducia nella gente raccogliticcia cui diceva di comandare , e i 
siciliani erano troppo pochi (3). Recherò poche altre righe del De 
Cesare : « Ribotty ordina la ritirata , che si compie in ordine dai 
siciliani e in grandissimo disordine dalle compagnie calabresi.... 
Si compiva la ritirata delle forze insurrezionali che, tranne il nu- 
cleo dei siciliani, si sbandavano per via , portando il terrore nei 
paesi dove giungevano (4) ». 



(1) E poi ne uscì , dopo 12 auni di niartirj , insieme con Carlo Delli 
Franci, anch'egli messinese, nel 1860 : e in quella occasione la poetessa 
Mancini-Oliva scrisse una delle sue bellissime liriche. 

(2) Ricavo questa notizia dal libro del de Cesare, non essendomi riu- 
scito di trovar copia del libro del Ricciardi } del quale fra i vari Docu- 
menti pubblicati dal Sig. Guardione ò una lettera all'Amari, in cui egli 
investe fieramente il Ribotty, dicen<lo però che tutti rendevano giustizia 
alle buone disponizioni dei Siciliani (Op. cit. V, II, p. 80)< 

(8) Pag. L. 

(4) Pag. LI!. — Il terrore adunque aon lo portavano, o meglio appor- 
tavano, i Biciliani ! 



MI8GELLANEA 317 



Valgjilio questi passi del De Cesare, storico non siciliano , e 
quindi non soggetto ad accusa di parzialità, a dissipare le male 
voci che, come vedemmo, son corse a disfavore della spedizione 
dei settecento che mossero da Milazzo in aiuto dei fratelli Ca- 
labresi. 

Ed alle autorevoli testiiDonianze del De Cesare son lieto di 
aggiungere quella di un altro calabrese, il quale, parlando della 
infelice condizione in cui essi trovavansi , quando la imponente 
armata dei Generali borbonici Lanza e Busacca dieci volte mag- 
giore movea contro di loro, scrisse indignato così : « GÌ' infelici 
Siciliani circondati da un sì formidabile nembo di guerra, si ri- 
oolftero a Catanzaro, sperando esxer ricevuti fra le sue mura, ed in 
chiusa e popolosa città ridestare l'incendio. Ma Catanzaro chiuse 
loro le porte, e solo oflfrì tenue sussidio di denaro come al mastino 
si gitta lìn tozzo di pane. In tal modo s'insultavano uomini prodi 
venuti in nostro aiuto e che a pugnare per noi abbandonato aeeano 
la patria, le domestiche dolcezze, le dilette consorti e i teneri figli. 
Essi in tal modo incalzati e da tutti rejetti, marciando in ordine 
di battaglia, giunsero alle sponde del Jonio ecc. . . (1)! » 

Ma d'un'altra melensaggine ancor mi resta a parlare , quan 
tunque torte m'incresca di andarmi ancora tra tanta miseria rav- 
volgendo ! Questa melensaggine si appartiene a un Avv. Lupis- 
Crisafl , il quale ingemmò la sua Cronaca di Grotteria (2) della 
grottesca accusa che i disertori Siciliani avean fatta , com' egli 
dice elegantemente, abortire la protesta annata alVeecidio del lo 
maggio; quel!' eccidio che invaso avea di terrore gli animi tutti 
in Calabria! 

Ma la causa dell'afeorto vo' che la dica il citato Pisani , che 
fu uno dei piìi egregi membri di quella spedizione : « Cosenza, 
colle sue strade alpestri ed anguste, più che in rivoluzione, sem- 
brava una città deserta. . . Invece dei due terzi dei Deputati, 
del Governo provvisorio e dei congedati [)rome88Ì, ivi non si trovò 
che un Comitato rivoluzionario, composto di tre sole persone e 
privo quasi completamente di autorità. Comitato il quale fu la causa 
precijrun che la spedizi^n^' siciliana andasse a male , poiché esso 



(1) St. della Bivol. del Di*ir. di Nicasiro narrata da G. P. — Catane, 
tip. Munic. 1882, p. 115. 

(2) Geraci Marina, 1887, p, 241. 



318 MISCELLANEA 



tanto disse, pregò ed implorò che indusse il Ribotti , invece di 
entrare subito nella provincia di Catanzaro, a rivolgersi dal lato 
opposto sopra Castrovillari, dove trovavasi la colonna del Gene- 
i-ale Busacca, e mettere il campo a Spezzano Albanese, posizione 
naturalmente e strategicamente formidabile. Lì fu impossibile in- 
tendersi con i capi del Campo di Campotenese, i quali non vol- 
lero per nulla ubbidire agli ordini del Ribotti, che dal Comitato 
di Cosenza era stato nominato Comandante Generale dell' eser- 
cito Calabro- Siculo (?!), ne a quelli del Comitato stesso. Da quel 
giorno la spedizione siciliana fn fatalmente compromessa. Ritornare 
indietro e procedere per Catanzaro non era più possibile : i ne- 
mici si sarebbero tosto impadroniti di quella importante posizione 
e con ogni forza avrebbero molestato la nostra ritirata : muovere 
contro Castrovillari con soli 700 uomini e 7 pezzi d' artiglieria, 
senz'essere spalleggiati dalla popolazione era stoltissima impre- 
sa (1) ». E questo Jia suygel che ogni uomo sganni I 

Ecco ciò che ricavarono i poveri Siciliani dal loro amore alla 
libertà, dal loro patriottico entusiasmo, dalla lor bonissima fede, 
dall'aver voluto offrire il proprio sangue pel riscatto dei calabresi 
fratelli, che il loro aiuto invocarono e dall'aver tìnalmente espiato 
sifEatte colpe nel duro carcere, con al pie la catena, senz'aria, senza 
luce e senza riposo e con nutrimento da bestie ! 
Adunque il guadagno loro fu questo : 

1. Di essere giudicate persone prive di senno e di previdenza 
e non decise a vincere o morire. 

2. Di esser considerati come appartenenti alla non invidiabile 
classe dei più facinorosi Bonachi. 

3. Di essere andati in Calabria a « dare il carattere della più 
truce ferocia alla guerra civile ; e a sovvertire il regno napoli- 
tano. * 

4. Di essere dichiarati disertori. 

5. Di aver fatto abortire in Calabria la protesta armata ecc.... 
Sicché qualora ai predetti tre giudici fosse stato commesso il 

pronunziar la sentenza contro i rei , se a giudizio dell' uno essi 
avrebbero avuto il manicomio, a giudizio degli altri la pena che 
già si ebbe il (>aracciolo sarebbe stata la pena loro ! . . . 

Or quando sì pensa che le scene delle quali si è stati spetta- 



ti) Opime, oit., p. 12. 



MISCELLANEA 319 



tori nel teatro del mondo sono, o per mala fede o per leggerezza 
o per ignoranza o per incuria (come nel caso nostro) o per oc- 
culto fine, soggette a gravi alterazioni nella bocca di chi se ne fa 
narratore, si sarebbe tentati a negare ogni fede alle antiche me- 
morie e a divenir seguaci di chi faceva argomento di un libro la 
inutilità ed incertezza della Storia! 

È gran fortuna però che le nobili gesta, non ben conosciute 
da chi ne giudica e talora calunniate o deturpate comecchessia 
da penne intinte nell'inchiostro della menzogna , trovan sempre 
chi le rivendichi dalla ingiustizia dei givdizj del mondo (1), avve- 
randosi pienamente ciò che dice il poeta : 

Questa nostra mortni caduca vista 
Fasciata è sempre d'un oscuro velo, 
E spesso il vero scambia alla menzogUM. 
Poi si risveglia, come fa chi sogna (2). 

( 'ouchiudendo quest'umile scritto, dirò che la spedizione dei 
settecento non meritava di essere denigrata, ]>erchè figlia di quello 
entusiasmo che non vede pericoli, per raggiungere un bell'ideale; 
e perchè generosa , essendo che distraeva una forza viva dalla 
difesa del proprio luogo natio, esposto a tutte le insidie del fe- 
roce ed agguerrito nemico. Ma il non felice esito che, per altrui 
colpa, se n'ebbe non dava dritto a nessuno di pronunziare gl'in- 
giusti giudizii dei quali abbiamo discorso. No, non si ricambia 
con la disistima e l'oltraggio l' eroismo di chi è disposto a far 
sacrificio di se per il bene dei suoi fi-atelli (3) ! 



(1) Colletta, St. del Heawe di Nap. L. X, 25. 

(2) Pulci, Morg. Magg., C. XXVIIl, 35. 

(3) Essendomi venute in mano due lettere, concernenti la spedizione 
dei settecento, ho pensato di pubblicarle come documenti opportuni alla 
circostanza. L'una mi fu scritta il 12 gennaio 1886 da Carlo Pisano , al- 
lora Sottoprefetto del Circondario di Piazza Armerina e che fece parte 
della spedizione con gli altri due fratelli Enrico e Giovanni; l'altra il 1 
marzo 1890 da Francesci» Pignatari fu Domenico, di Monteleone-Calabro, 
fervido liberale, allora novant^^nne. 

La prima è questa : 

« . . . . Mi è caro che Ella , nel suo opuscolo , ricordi due 



320 MISdEiLLANBÀ 



nomi di patrioti che io ho ben presenti alla mia memoria. . . . Giovanni 
Lizio-Bruno e Gaetano Brnno, i quali nel 48 fecero parte di quella credo 
non dimenticata quanto arditii spedizione nelle Calabrie .... Li ricordo 
ancora nel temerario disbarco nella rada di Paola, compiuto in barba a 
tre navi da guerra borboniche : li ricordo nella battaglia presso Spezzano 
Albanese , (juando aifin di prendere alle spalle il nemico , si guadava il 
tìume con tale slancio che solo l'entusiasmo può dare; e ricordo Gaetano 
Bruno e Nicolò Scotto (1) nella battaglia presso Castrovillari .... » 

E questa, la seconda : 

« . . . Quantunque novantenne, serbo chiara e vivissima 

memoria dei fatti e delle persone che hanno preso parte e vennero com- 
piendo l'indipendenza della nostra patria .... tutta la mia vita l'ho 
spesa a prò della causa della libertà, e fin dal 1820 non vi fu fatto a 
cui non avessi avuto parte. 

Ricordo adunque benissimo che i Siciliani veimti in nostro aiuto nel 
48 erano persone stimate, educate, possessori di molto denaro proprio , e 
vennero a combattere per sentimento di amor patrio ... Io ne conobbi 
molti e fui in relazione con Francesco Caminiti, il quale anche prima 
della rivoluzione venne qui come emissario e fu ricevuto da me ...» 

Ciò dimostra che i Siciliani uon eran Bonaehi siccome s'immaginava 
Carlo Poerio, cui sii terra levisi 

Porrò fine a questa nota con dire che, quando il Tommaseo scrivea : 
« Kagguardevole terra la Sicilia e delle più illustri nella storia del mon- 
do », avrebbe potuto aggiungere : e delle più bistrattate e calunniate ! 



L. Lizio - Bruno. 



(1) Nelle Memorie Storiche e Critiche il Calvi (Cap. II. p. 4(5); parlando», 
della dimoHtrazione patriottica messinese del 1 Sett. 1847 : « Nicola 
Hcotto . . • ferito in una gota, trovò, dopo non molto, il modo di eva- 
dere e di Halvarsi ». Era l'istenso Scotto di cui mi toccava, nelht sua let- 
tera, il Cav. l'iHano; ed è anco ricordato con lode dal Gemelli nella sua 
Storia. 



GIUSEPPE VELIA E I SUOI FALSI CODICI ARABI 
CON UN DOCUMENTO INEDITO 



Ohi si è occupato della storia letteraria di Sicilia del se- 
colo XVIII e, principalmente, chi ha letto il bellissimo disegno 
che un insigne storico ed erudito siciliano, lo Scinà (1), ne fece, 
non può aver dimenticato la singolare figura dell'abate don Giu- 
seppe Velia che, con l'audacia delle sue geniali ribalderie, seppe 
in breve volger di tempo torcere a sé le genti al piìì fallace 
entusiasmo. 

« Alto e complesso era della persona, colore avea pallido scuro 
occhi piccoli e furbeschi, e grave nell'andare e nel portamento...» 
Cosi ce Io descrive lo Scinà — il primo e più vicino biografo 
del Velia — nel suo bellissimo lavoro, che ci fa invero rimpian- 
gere com'egli oltre quella del XVIII secolo, non avesse intra- 
preso a scrivere la storia tutta delle lettere siciliane. 

Egli è certo che questo famoso abate , oriundo di Malta , 
« parco e posato nel dire (2) », dal fare umile e sommesso, verso 
la fine del settecento mise in subbuglio gran parte dei dotti di 
Europa. 

Pretendeva egli infatti d' aver trovato nella biblioteca di 
S. Martino delle Scale, in vicinanza di Palermo , un originai 
testo arabo, nel quale si narrava minutamente la storia degli 
Arabi durante il loro dominio in Sicilia, periodo questo, allora, 
molto oscuro di nostra istoria, serbato alle indefesse fatiche di 
un grande siciliano. Michele Amari, che doveva, a distanza di 
pochi anni, trovarvi sicum gloria. 



(1) Domenico Scinà l^rospetto della Storia letteraria di Sicilia nel 
m: XVIII. Palermo 1859. 

(2) Scinà, op. cit. 



322 MISCELLANEA 



La voce di sì preziosa scoperta corse il mondo , suscitando 
prò e contro vivacissime discussioni; nessuno però poteva disco- 
noscerne la grande importanza, poiché, queste lettere (il Velia 
diceva che il testo arabo era in forma epistolare) « dimostrando 
l'amministrazione, le imprese, i politici regolamenti degli arabi, 
formavano il diritto publico di quei tempi , ed erano, secondo 
l'apparenza, il più prezioso monumento della storia degli Arabi 
in Sicilia (1) ». 

Opera vana e lunga sarebbe il ricordare tutti gli autori, che 
nei loro scritti si servirono di queste famose lettere : non v'è 
libro che parli di cose siciliane, stampato in quel torno di tempo, 
(;he non si riferisca al codice arabo. 

Fra coloro che vi ricorsero come fonti di diritto citerò solo 
il Canciani (2) che nelle Lege.s barbarorum antiquae pubblica le 
Gonstitutioiiets ab arahibus latae in usum Regni Sieiliae, tolte da quel 
che scritto e publicato aveva il Velia, e Francesco Paolo di Blasi 
che ne fa pure menzione nella Prefatio alle Pragmaticae iìancti4)- 
nen regni Siciliae (3). 

10 non istarò qui, o Signori, a narrare coi piti minuti parti- 
colari la storia del Velia e dei suoi codici, che, e fuori uscirei 
dal mio i)roposito , e poco invero avrei da aggiungere a quello 
già noto. Rinvio dunque al cap. IV del libro dello Scinà , chi 
avesse curiosità di conoscere coi minimi dettagli ciò ch'io, som- 
mariamente, andrò ricordando. 

Possessore di due volumi arabi fabricati dal Velia, e d' una 
interessante lettera autografa inedita, mi si è porto il destro 
d'esumare questo vecchio episodio della storia delle lettere sici- 
liane con la sc-orta di questi nuovi documenti , che confermano 
ancora una volta tanta falsità. 

Né ciò sembri opera alfatto inutile, poiché dal 1784 sino ad 
oggi, i difensori e gli apologisti del Velia non mancano. 

11 Mira, fra gli altri, nel suo dizionario bibliografico, ci rende 
noto « che una società di arabisti oltramontani ha riconosciuto 
(»ic) la veridicità del codice velliano ». E, più recentemente , il 



(1) Scinà, op. cit. 

(2) Volume V -Anno 17H2. 
(8) Tomo 1-1791. 



MISCELLANEA 323 



Marchese Fabio Pallavicini, nientemeno che su V Archivio storico 
italiano (1) pubblica l'el(»gio del Velia a [)roposito del rinveni- 
mento di alcuni documenti genovesi, sincroni ai fatti narrati nel 
Codice diplomatico di Sicilia. 

Oggi, dopo il lavoro del Lagumina (2), nessuno può più du- 
bitare che il famoso testo arabo, a cui accenna il Mira, contenga 
1» vita di Maometto, piuttosto che la storia degli Arabi di Sicilia 
come asseriva il Velia. 

In quanto ai due volumi da me posseduti, 1' egregio profes- 
sore Nallino, delFUniversità di Palermo, li ha dichiarati addi- 
rittura falsi; una vera ghiottoneria per un appassionato biblio- 
filo. Ed infine, ancora una prova di (juesta solenne impostura 
ce la fornisce il Velia medesimo nella lettera autografa eh' io 
adesso riferirò e nella quale egli, pui- difendendosi, finisce col- 
Faccusarsi ! 



11 Velia capitato in Sicilia verso la seconda metà del 
sec. XVIII, semplice cappellano dell'ordine gerosolimitano, era 
riuscito ad ottenere, oltre un pingue assegno annuo , 1' abltazìa 
di S. Pancrazio (3). 

Ed in vero non ci sarebbero state mai bastevoli rimunera- 
zioni se indiscussa fosse rimasta la verità di ciò ch'egli asseriva ! 

Tenuto in alta considerazione da principi, prelati e da dotti, 
egli ebbe il suo quarto d'ora di celebrità, e financo il Papa, al- 
lora Pio VI, si affrettava ad ammonirlo per lettera di non sciu- 
parsi la vista ; « sed vehementer doleiiius tantam in ime cersiont 
fuisse oculorum defatigatiauem , ut eorum alterum dehiliiatum ar 
perditìim sentiatf (4) ». 

Ma di solenne appoggio })er salire sì in alto eragli stato Mon- 



(1) Nuova Serie, Voi. X, parte li, pag. 70, 71. 

(2) Lagumina, Il falso codice arabo siculo della Biblioteca y(i:iuitule 
di Palermo. — Palermo, Stab. Tip. Lao 1882, 

(3) Il Meli l'aveva per tauti anni vagheggiato invano ! — Vedi Pitkè, 
La vita in Palermo cento e. piti anni fa — Voi. II, pag. 373 , Palermo. 
A. Reber 1905. 

(4) Codice diplonMtieo di Sicilia, Tomo III. 



324 MISCELLANEA 



signore Alfonso Airoldi, dottissimo prelato ed amantissimo degli 
vstudi che collegar si potessero con la storia di Sicilia ; nonché 
la continua approvazione che veniva facendo, man mano che gli 
scritti del Velia pnblicavansi, Ciao Gerardo Tychsen, professore 
di lingue orientali in Rostoch. 

Nel 1789, dopo una lunga serie di vicende e discussioni, uscì 
il primo volume del Codice diplomatico, che il Velia asseriva 
di aver fedelmente tradotto dall'arabo. E così si arrivò sino a 
sei volumi. Ma si passava di sorpresa in sorpresa. Il Velia an- 
annunziava di aver trovato una vera miniera di codici e testi 
arabi. Dopo il codice diplomatico, il Consiglio di Egitto « che 
nientemeno veniva a fondare ed ampliare le prerogative e i di- 
ritti della corona di Sicilia, nei tempi degli Arabi e dei prin- 
cipi normanni (1) ». Dopo il Consiglio di Egitto viene la volta 
dei libri di Tito Livio, in numero di 17, che, però, non furono 
visti mai da nessuno, sebbene lo stesso Velia ne avesse rassi- 
curato l'Europa con una sua lettera nel Journal de Paris (l. 14 
luin 1788) (2). 

Era naturale che la prodigiosa facilità con la quale venivano 
scoperti questi tesori letterari, dovesse in molti far nascere dubbi 
e sospetti sulla autenticità degli originali. Velatamente dapprima, 
ai)ertamente dopo, cominciò contro l'ardito abate una guerra ac- 
4;anita : difensori ed accusatori scrissero, publicarono , ciascuno 
per sua parte strenuamente lottando. Ma i secondi , dopo una 
lunga serie di fatti che troppo lungo sarebbe qui il narrare, trion- 
farono, e il 2\) agosto 179G il Velia fu gridato solenne impostore, 
e condannato a quindici anni nel castello di Palermo. 

Così l'Europa, che nel 1791 aveva udito da Koma giunger 
severa la condanna del Sant'Uffizio per il celeberrimo Cagliostro, 
assisteva ora, a distanza di ]ìO('hi anni, all'epilogo dell' interes- 
Hante commedia velliana. 

Tre anni e mesi fu però la vera i)rigionia scontata dal Velia; 
poiché il Borbone, venuto con la corte in Palermo nel 1799, gli 
permise di terminare la pena in una casina che 1' abate posse- 
deva a Mezzomonreale. 



(1) ^ikì, up. <;. 
(3) 8einà, op. e. 



MISCELLANEA 326 



Senza dubbio in questa blanda inversione di condanna do- 
vette concorrere l'influenza della regina Maria Carolina , nelle 
cui buone grazie l'astuto abate era riuscito ad entrare, 

E partigiani di lui (1), anche dopo il processo e la seguita 
condanna non ne mancarono : n'è chiarissima prova la lettera 
ch'io adesso trascriverò. Essa credo sia la più importante auto- 
difesa che si conservi del Velia, e ci dimostra che i (UimmuHi (2) 
<lel Castello di Palermo non bastarono a fargli mutare opinione 
intorno a ciò ch'egli aveva asserito e pubblicato. 

La lunga lettera (3j non porta data; ma dal primo periodo di 
essa si vede essere stata scritta verso la fine del 1811 (quindici 
anni dopo la condanna del Velia) in risposta ad un'altra invia- 
tagli nel marzo del 1809 da un letterato di Vienna-^ il cui nome 
non apparisce — che invitava il Velia a collaborare ad una va- 
sta raccolta di letteratura orientale. 

« frignare, 

La lettera con la quale si è compiaciuta onorarmi in data 
dei 9 marzo 1809, non mi è giunta che ai 28 settembre 1811, per 
mezzo del Ministro di Vienna residente in Palermo. 

11 favore che Ella mi ha fatto con invitarmi di prender par- 
te (4) a questi suoi travagli letterarii non ha contribuito poco 
ad addolcire l'amarezza dei disgusti troppo dispiacevoli mi hanno 
fatto provare. 

Io mi renderò tanto piìi volentieri ad una fatica grata per 
me, che lo studio delle lingue orientali è ntato hìu dalli primi 
anni della mia fanciullezza la mia occupazione la più ordinaria. 



(1) La colta signorina Maki\ Pitkk ha tradotto e pubblicato sulla 
Antologia Siciliana (N. ) alcuni brani dei « Gemalde von Palerm» 
di G. Hager, libretto ormai divenuto raro. L'Hager che fu testimonio 
oculare, ci fa conoscere l'interesse vivissimo che allora la quistione Velia 
destava a Palermo. 

(2) Le prigioni. 

(3) È stata da me donata alla biblioteca della Società di Storia Patria. 

(4) Le parole sottolineate sono state da me aggiunte essendo il foglio, 
ai margini, qua e là sciupato dal tempo. 

Aroh. SUyr. Sic. N. S. Anno XXX. 22 



326 MISCELLANEA 



Il progetto formato da questa società di dotti, secondo l'idea 
che ne dà il prospetto, è grande; egli è bello e merita per la sua 
importanza d' eccitare una nobile emulazione fra quelle persone 
le quali, animate dal desiderio della gloria, si faranno un piacere 
di concorrere con i loro travagli alla riuscita di esso. 

È ancora una sodisfazione ben grande per le persone di let 
tere in generale, le quali per mezzo di questa nuova raccolta sa- 
ranno in istato di conoscere e di gustare ciò che la letteratura 
orientale ha prodotto di più degno d'esser conosciuto. Intrapresa 
veramente ammirabile, giacché abbracciando ogni genere di let- 
leratura, essa si stende ancora a queste altre arti, meno brillanti 
forse^ ma al certo più utili, giacche tendono più direttamente al 
bene e al vantaggio della società. Xon si può mai accrescer trop- 
po né troppo stendere questa massa di lumi che può contribuire 
a rendere la condizione degli uomini meno infelice. 

In quanto all'articolo della sua lettera, Signore, il quale ha 
rapporto al codice diplomatico arabo — siculo, toccante l'auten- 
ticità dell'originale arabo, dietro al quale io ho fatto una tradu- 
zione in lingua vulgare d' Italia , la prego di considerare che 
una discussione di tal natura ci darebbe argomenti in troppo 
gran numero e troppo svariati per poter trovare qui il luogo che 
le converrebbe; d'altra parte una simile discussione non potreb- 
be mai metter fine a tutte le difficoltà, che potrebbe suggerire 
lo spirito di cavillazione; e pur troppo si sa, che , con uno spi- 
rito di questa tempera, non v'è monumento istorico, benché so- 
damente stabilito sia, di cui non si possa impugnare l'autenti- 
cità ; abastanza si conoscono le pretenzioui insensate dell'eru- 
dito bardo vi no. 

Mi permetta dunque , signore , di tenermene al presente al 
solo esposto che presenta l'ordine e la serie delle lettere italiane. 
Mi piire che con questo mezzo la quistione sciolta di tutto questo 
apparecchio scientifico, il quale spesso non é che l'abuso del sa- 
pere, e ridotta a termini più semplici, si troverà a i)ortata d'ognu- 
no; fors' anche che in seguire (juesta via ci verrà più facile di 
giugnere alla scoperta disila verità. 

È cosa costante e generalmente riconosciuta dalli autori mo- 
derni 1 quali hanno trattato della storia <Iì Sicilia nelle varie sue 
ei>ocli<' c.ììvt gli Arabi passarono d' Africa in Sicilia verso l'anno 
827 del modo nostro vulgare di contare, che ossi ne fecero la con- 



MISCELLANEA 327 



quista togliendola ai Greci dell'Imperio d'Oriente, che essi ten- 
nero quest'Isola sotto il loro dominio d arante la spazio di circa 
250 anni, vale a dire sino al tempo in cni i bravi normanni, già 
stabiliti in Calabria, vennero a molestare gli Arabi in Sicilia, di- 
visi allora ed indeboliti da divisioni intestine. 

Gli affari degli Arabi furono ben presto ridotti ad estremità 
tale, che si viddero essi costretti a riconoscere finalmente la so- 
vranità dei loro vincitori in tutta la estenzione della Sicilia. Non 
si aveva su di un'epoca così interessante per la storia di Sicilia 
se non che alcuni fatti gettati come a caso, dispersi e per così 
dire persi nelle opere di vari autori arabi, greci o latini ; senza 
unione, senz'ordine, senza alcuno di questi dettagli tanto preziosi 
per quelli i quali nello studio della storia cercano più a illumi- 
nare la loro ragione che a sodisfare una vana curiosità. 

Ben si vede che con soccorsi tanto deboli non si poteva mai 
formare un tessuto istorico capace di riempire il vuoto che a 
questa nostra epoca interrompeva il filo della narrazione nella 
serie degli annali di Sicilia. 

Il Codice Arabo Siculo può, se non m'inganno, riempire questo 
oggetto. Permetta ch'io mi ci trattenga un momento per mostrarne 
almeno il modo di i)rocedere e per farne conoscere lo spirito. Os- 
servi, la prego. Signore, la maniera di dire semplice e naturale 
che fa il carattere particolare e sempre sostenuto di questa lunga 
serie di lettere, scritte da tante persone sì differenti di genio, di 
carattere , di condizione , le quali fratanto hanno tutte un' aria, 
un tuono d' ingenuità che piace e persuade in un tempo , senza 
lasciare alcun luogo di dubbio o di sospetto sulla veracità di 
quello che parla, carattere che la finzione non jwtrebbe sostenere 
senza smentirsi qiuilche volta, sopra tutto in un'opera d' una sì 
lunga estensione. 

Le famose decretali appoggiandosi sul credito d' una grande 
autorità (l) abusarono per troppo lungo tempo della credulità de 
l)opolì; ma esse somministrarono prove della loro falsità da che 
si venne ad esaminarle più da vicino con occhio attento, incon- 
veniente che non si ha da temere qui; più uno esamina queste 
lettere più egli resta persuaso della verità dei loro racconti; spe- 



(1) Isidoro (li Siviglia. 



328 MISCELLANEA 



rienza facile a farsi da ognuno. Segua, se le piace , 1' incatena- 
mento ammirabile che queste lettere hanno fra di loro, il che fa 
che esse si sostengono l'una con le altre, si danno luce mutual- 
mente , e tutte insieme concorrono a formare un tutto semplice 
e regolare. 

Il contenuto di queste lettere non è men admirabile che l'or- 
dine che vi si osserva. In effetto queste lettere ci dicono con le 
particolarità le piìi circostanziate, in che modo gli Arabi fecero 
la conquista della Sicilia ; con qual sistema di legislazione essi 
governarono i popoli di questo regno; su qual piano furono di- 
retti i varii rami dell'amministrazione; sopra quali oggetti ed in 
qual modo si levarono le tasse destinate ai bisogni del governo : 
oggetto quanto importante tanto delicato, giacche da ciò dipende 
la sorte della nazione; la vigilanza per il mantenimento dei buoni 
costumi , la di cui ruina porta alla lunga quella dello Stato ; le 
relazioni che il governo Arabo di Sicilia ebbe con i sovrani del 
tempo ed infine i rapporti con le altri^ n azioni amiche e di che 
natura esse fossero. Queste lettere ci mostrano le cause le quali 
contribuirono ad innalzare la potenza degli Arabi in Sicilia e di 
oi i vizii che prepararono la loro ruina, le cause finalmente che 
consumarono quella. Questa serie di lettere è come il giornale 
esatto e dettagliato di tutto ciò che accadde in Sicilia giorno per 
giorno durante il lungo periodo di tempo di 250 anni. 

Osservi intanto che i fatti raccontati in queste nostre lettere 
si vanno combinando con i fatti notati nei diversi autori già da 
noi indicati; in tal modo però che questi ultimi fatti per il loro 
avvicinamento con i primi ne ricevono un lume, un senso , una 
coerenza che erano ben lungi di avere nel primo loro stato. Se 
ne può citare per esempio i fatti enunciati nella cronica di Cam- 
bridge; si paragonino gli uni c-on gli altri , ben presto si vedrà 
quale dei due merita la prioritade. 

Bisogna dunque convenire che se io non avessi fatto altro se 
non che indovinare^ non si poteva indovinare più giusto; e che 
l'inventore d'una i>roduzioue così singolare sarebbe , mi si per- 
metta il dirlo, (il un ben tutt'altro merito che il traduttore mo- 
desto d'una raccolta di lettere arabe riunite nella Cancelleria, 
nel tempo che li Arabi dominarono in Sicilia. 

Ma fu «l'uopo enaminare queste lettere per essere in istato di 
indicarne con coscienza di causa; ed ò ciò che non si è fatto 



MISCELLANEA 329 



sempre; dichiarole Analmente che questa parte del manoscritto ara- 
bo, del quale sono proprietario, siccome anche quell'altro manoscrit- 
to arabo il quale porta per titolo «Libro del Consiglio di Egitto » 
questo qui in intiero, saranno depositati nella pubblica biblioteca 
di questa città subito che il mio travaglio sarà terminato. Ecco, 
signore, le considerazioni che io sottomento all'imparzialità del 
suo giudizio. La traduzione italiana sarà in dieci volumi in 4.°, 
i sette primi sono già pubblicati a mezzo della stampa; se non 
li tiene in sua prof>riotà io mi farò un dovere ed un piacere di 
mandarglieli. 

Troverà sotto questo piego, che ho l'onore di indirizzarle, al- 
cune stampe di vasi e di monete tirate da originali Arabi con 

la spiega delle parole ». 

« 
• • 

Non è questa una vera magnificazione dell'opera propria? E 
con qual sottile accorgimento ed astuzia egli parla dell'autenti- 
cità dei codici ! 

Notevolissimo, verso la fine della lettera, quel periodo dove 
dice: «Bisogna dunque convenire che se io non avessi fatto al- 
tro se non che indovinare, non si poteva indovinare più giusto, 
e che l'inventore d'una produzione così singolare sarebbe, mi si 
permetta -il dirlo, di un ben tutt'altro merito che il traduttore 
modesto d'una raccolta di lettere arabe ». 

Questo periodo basta da solo a far credere all'impostura del 
Velia, più dell'esame di tutti i codici partoriti dalla sua fantasia. 

E chiaro: qui il Velia rivela tutto l'animo suo, e si dichiara 
colpevole. 

Però io sono d'avviso ch'egli non si sarebbe lasciato cogliere 
in fallo così apertamente. Oh, l'astuto volpone non sarebbe stato 
tanto incauto! Piuttosto il Velia, convinto che la sua lunga ti- 
ritera non poteva convincere il letterato viennese a noi rimasto 
ignoto, perchè vi stava contro l'evidenza dei fatti, cercava di 
far risaltare il suo vero e solo merito, se così può chiamarsi. 
Dopo aver visto crollare tutto un ediflzio per lunghi anni pa- 
zientemente creato, dopo gli ultimi e vani tentativi di riabilita- 
zione presso la Corte, che mai doveva rimanere a questo strano 
ciurmatore ? 

Pare incredibile che tanta attività e sottigliezza d'ingegno si 



330 MISCELLANEA 



siano spese a creare tanta ignominia, che valse a quest'uomo 
una si triste celebrità ! 

iS'on vi ha chi non rimanga aftascinato dal magnifico esem- 
plare in folio della traduzione del Libro del Consiglio di Egitto^ 
che si conserva nella Biblioteca comunale. 

Quante sottili previggenze si trovano in esso per meglio ve- 
larne e dorarne l'impostura! E quante fatiche sprecate in quel 
voluminoso Codice di])lomatico di Sicilia, nel quale ben dugento- 
cinquant'anni di storia furon dettati dalla fantasia del Velia ! E 
che poderosa fantasia, o Signori ! L'acerba lite della città di Be- 
nevento vien risoluta nei suoi libri con nuovi fatti storici ; le 
cinque lettere papali dei pontefici Marino, Adriano e Stefano, 
scritte in un latino corrottissimo avrebbero più tardi, forse, fatto 
risalire l'origine di nostra lingua nel nono secolo ; e flnanco, im- 
medesimandosi nello spirito dei tempi, creò due arabe legislazioni. 

E non manca qua e là lo squarcio lirico, di un lirismo che 
ha verisimiglianza storica, come la descrizione della magnifica 
e possente spada di Kagebis, che tante prodezze aveva operato 
per il mondo. 

Pensate dunque, che se non si fosse così presto messo un freno 
a tal sbrigliata ed irrompente fantasia, dopo i diciassette libri di 
Tito Livio (nientemeno che diciassette !) annuziati dal Velia 
stesso nel Journal de Paris, avremmo visto rifiorire forse tutti i 
capolavori dell'antichità classica, di cui soltanto ci è stata tra- 
mandata la memoria. 

Bizzarro destino quello di quest'uomo costretto dalla sua 
stessa volontà a vegliare le notti su i difficili fogli, evocando con 
la fervida fantasia un mondo immaginario di prodi cavalieri, di 
guerre sanguinose, di savie legislazioni, di califfi e di emiri con 
le loro bellissime donne adorne di veli d'argento e d'oro, di 
perle e fulgide gemme ! 

Noi certamente, non diremo con il Velia stesso « che l'autore 
d'una produzione così siugolare sarà di un ben tutt'altro merito 
che il traduttore modesto d'una raccolta di lettere arabe »; ma 
dobbiamo riconoscere in lui ciò che finora non è stato ri- 
conosciuto dai suoi biografi: delle facoltà geniali straordinarie, 
che indirizzate al bene avrebbero prodotto buoni frutti. 

Esagenito a me sembra il giudizio dello Scinà, clic ci mostra 
il Velia un ignorante qualsiasi, ignaro non s<»lo dell'arabo, ma 



MISCELLANEA 331 



financo dell'italiano. Che il Velia conoscesse l'arabo, bene o male 
che sia, nessuno può ormai dubitare ed il Lagumina (1) lo ha 
lealmente riconosciuto. In quanto all'italiano la lettera ch'io 
oggi ho letto, se non è un esempio di bello scrivere (faccio notare 
che essendo una brutta copia il suo autore mettendola in bello 
avrà potuto qua e là mutarla) pure è pro\'a abbastanza luminosa 
che il Velia, non italiano, scriveva discretamente bene nella no- 
stra lingua. 

Signori, il caso di codici falsificati non è certamente un fatto 
nuovo nella storia. « La collaectio canonum Isidori peccatoris » 
nota meglio col nome di « false decretali » o « pseudo isidoriana », 
cui il Velia accenna nella sua lettera, nata verso il secolo IX e 
diretta a sfruttare il nome di Isidoro di Siviglia per agevolare 
l'accettazione di canoni apocrifi, è abbastanza nota perchè io 
venga qui a ricordarla. 

Certo ad essa dovette il Velia ispirarsi nella concezione del 
suo vastissimo e pravo disegno, pensando che, armonizzante con 
lo spirito dei tempi, per ben sei secoli circa i popoli 1' accetta- 
rono ciecamente. 

Ma ugnai sorte non era concessa ai codici velliani, che, cir- 
confusi d'una gloria troppo fugace, condannati ben presto alla 
gogna, trascinarono seco travolgendolo il loro autore. 

La storia del Velia ha molti punti di contatto con quella di 
un altro famoso falsario vissuto nel sec. XVI , Alfonso Cecca- 
relli, dottore in medicina, il quale, meno fortunato del nostro 
abate, dovette scontare i lunghi anni passati a gabbare nobili 
famiglie e comunità, di cui fingeva scoprire origini e genealogie, 
con la perdita della colpevole mano fattagli tagliare per ordine 
di Gregorio XIII, e di li a poco con la condanna al patibolo. 

Per merito di dotti italitini e stranieri, quali il Fumi, il La- 
bruzzi, lo Sforza, il Kiegi e l'Ottenthal, gli elaborati materiali 
storici fabbricati dall'attivissimo dottore di Bevagna, hanno or- 
mai il valore che meritano, e Ciro Trabalza (2) promette di pub- 
blicare in proposito nuovi ed importanti documenti sul Bollet- 
tino della R.a deputazione umbra di storia patria. 



(1) Op. cit. 

(2) Fanfulla della Domenica, XXV amio, N. 40 



332 MISCELLANEA 



Sul Velia rimarrebbe ancor molto a spigolare : sarebbe sem- 
pre di grande interesse per le discipline antropologiche, oggidì 
tanto in onore, lo studio della sua complicata psiche. 

Ed io conchiuderò col dirvi che, sebbene la maestà della sto- 
ria sia stata cosi turpemente contaminata da quest' uomo , noi 
non possiamo considerarlo con la stessa severità con la quale 
cinquant'anni addietro veniva giudicato da Domenico Scinà. E, 
abbracciando con più sereno sguardo obbiettivo la vasta e sin- 
golare opera del Velia, dobbiamo riconoscere in lui grande fan- 
tasia e fortissimo ingegno. 



Pietro Varvaro 



STORIA DELLA DEPUTAZIONE DELLE NUOVE GABELLE 
DI PALERMO 



Fra le tante soUevasioni popolari avvenute nella città di 
Palermo, va notata specialmente quella dell'anno 1647, perchè 
da essa trae origine Vistituzione della Deputazione delle Nuo- 
ve Gabelle. 

Sulla hellissima Storia di Giuseppe d'Alesi del La Lu- 
mia (1) traccio qui un proemio necessario per mettere in luce 
le circostanze più salienti per le quali vennero abolite le vec- 
chie gabelle e deperirono le finanze del Comune. 

Air introduzione segus la storia delV Amministrazione 
delle Nuove Gabelle, svolta in due parti , a cominciare dalla 
fondazione, sino al decreto Prodittatoriale del 1860 , che ne 
stabilì V abolizione. 



(1) La Lumia, Storie Siciliane, voi. IV. Palermo, 1883, Stab. tip. Virzì. 



534 MISCELLANEA 



PAETE I. 



Era entrato l'anno 1647 , e le provviste frumentarie del Co- 
mune andavan presto esaurendosi per la mancanza di un suffi- 
ciente raccolto verificatosi in tutti i comuni dell'isola (1). Ond'è 
che il Senato, preoccupandosi fortemente di dover venir meno, per 
mancanza di riserva, all'impegno del quotidiano fornimento, acqui- 
stava i frumenti fino a quando, e dove riuscivagli di trovarne, a 
prezzi assai elevati. 

Ciò malgrado, non poteva provvedersi del necessario. 

I bisogni, frattanto, crescevano, la richiesta aumentava gior- 
nalmente per l'accorrere di centinaia di famiglie di poveri con- 
tadini dai paesi lontani dell'isola in cerca del pane a buon prezzo 
nella capitale, mancando o comprandosi a caro prezzo nei luoghi 
da loro abbandonati. 

Erano venute in Palermo circa seimila persone. Moltissimi 
vecchi, donne e bambini laceri e scalzi, senza pane e senza tetto; 
inebetiti per patita fame, vedeansi girar per le strade, nella fredda 
stagione invernale, meiuìicando da mane a sera un tozzo di pane. 

Sforzavasi il Comune a provvedere a tanta miseria, si)eiulendo 
oltre i proprii mezzi, senza mai rincarare il prezzo del pane o di 
scemarne il peso, i)er non opprimere dippiù un popolo avvilito. 

La t)orte di Spagna però, contro le proprie abitiulini , volle 
qaesta volta veder meglio nell'Ammioistrazione del Comune. E- 
dotta infatti delle strettezze finanziarie in cui dibattevasi da pa- 
recchio tempo il medesimo, opinò dovere intervenire con un suo 
atto, onde por fine al disavanzo quotidiano , che sicuramente a- 
vrebbfc condotto al fallimento la pubblica Amministrazione. E, 
con dispaccio spedito da Madrid, dispose che il pane si vendesse 
al suo prezzo di costo , avvertendo il Pretore ed il Senato di 
dover risarcire del proprio denaro le i)erdite che in ogni caso 
avrebbe subito il Comune. 



(1) La Lumia, Opera citata, pag. 31. 



MISCELLANEA 335 



Il Sovrano disposto , per quanto giusto , in vero giungeva 
inopportuno per salvaguardare gì' interessi del Comune : Come 
conciliare questi con quelli del popolo , in momenti si difficili I 
Ecco l'arduo compito che presentavasi agli occhi degli ammini- 
stratori. Come, d'un colpo, annunziare alla idebe affamata il rin- 
caro del pane ? Le turbe fameliche, che nutrivano odio implaca- 
bile contro coloro che stavano a reggere la pubblica Azienda non 
si sarebbero mosse come un sol uomo contro di loro, all'udir sì 
ingrata novella? 

Così appunto la pensava il Pretore in quei momenti di così 
gravi calamità. 

Assenti vagli infatti il Viceré, ma , i ministri di toga , fedeli 
alla volontà del Sovrano^ professavano invece illimitata fiducia al 
regio dispaccio (1). 

Do])o tutto, il Sovrano provvedimento ebbe la sua attuazione 
con le sue funeste conseguenze. 

Xon è a dire come la plebe rimanesse impressionata dell'inat- 
teso i)rov vedi mento. 

Se per l'addietro ogn' ira veniva repressa contro gli oppres- 
sori, ormai s'accendeva di rabbia il cuore di ogni afflitto, e giun- 
geva l'ora di chieder vendetta, contro gli affamatori di un popolo. 

Li» ingrata notizia propagossi di bocca in bocca fra la misera 
gente, e odio e sdegno mosse tutti : « Una turba di donne corso 
al Duomo, per chiedere al Cielo giustizia e vendetta; nel ritorno 
le seguitava altra turba di schiamazzanti fanciulli, e si condu- 
cevano sotto il palazzo del Senato a maledire e proverbiare il 
Pretore. 

I famigli di costui disperdeano quel gruppo. Ma , sul cade- 
re del dì , (era il 20 di maggio) ecco la folla ingrossarsi e ri- 
comparir sulla piazza ; numerosa questa volta non d' imbelle 
ciurmaglia, ma d'orridi cefli, di pallidi aspetti virili, di scalze e 
cenciose figure recanti la espressione più feroce e più trista di 
ciò che fosse il bisogno e l'inedia negli ultimi strati della natia 
moltitudine di allora. 

Volarono i sassi alk^ finestre del palazzo, si apprestarono fa- 
scine, si die fuoco alla porta principale d' ingresso. I Padri Tea- 



(1) La Lumia, Opera citata, pag. 36 e 37. 



336 MISCELLANEA 



tini accorsi col Sacramento della chiesa contigua , poterono a 
stento impedire le fiamme , e restaronsi a guardia, eretto su la 
soglia un altare. 

« Gli ammutinati si dirigevano alle carceri della Vicaria, ove 
schiusero il varco agli omicidi ed ai ladri, afforzandosi di alleati 
novelli; bruciarono quindi le scritture e i processi , spiantarono 
lì sul luogo le forche. Gridavasi : Pane grande, viva il Re, fuori 
gabelle e mal governo » (1). 

A sì gravi disordini il Viceré allibì : un profondo timore lo 
assalì impensierendolo fortemente. I nobili indarno adopravansi 
a chetare gli animi eccitati della ciurmaglia. 

n ceto delle cosiddette maestranze non avea ancora preso parte 
ai moti insurrezionali, però condivideva appieno l'odio nutrito dalla 
bassa plebe dimostrante. 

La dimane il tumulto incominciava : Il palazzo del Senato 
aggredito di nuovo. Le maestranze delle arti , posto ormai da 
canto ogni ritegno, ingrossarono le turbe assetate di vendetta: 
tutto fu messo a soqquadro , in un attimo formarsi le barricate 
e vedersi scendere una moltitudine pel Cassero , armata e non 
curante d'ogni periglio, sprezzando i consigli di cospicui cittadini. 

Le baracche dei gabellieri bruciavano orribilmente , e consu- 
mati ne erano eziandio i registri. I nobili eran convinti che, u- 
sare qualsiasi resistenza sarebbe stata imprudente cosa : tacevano 
e mostra vansi docili e remissivi verso i ribelli, i quali molto in- 
sistentemente , sopra ogni altro provvedimento , chiedevano : la 
soppressione delle gabelle della farina, del vino, dell'olio , delle 
carni e del formaggio ; il salvacondotto ai carcerati evasi dalle 
prigioni ; la remozione del Senato e 1' istituzione di due giurati 
popolari alla guisa di Messina. 

Non indugiava infatti il Viceré Marchese di Los Velez di con- 
cedere il chiesto salvacondotto, e di rimuovere dal Senato i 
Magistrati municipali , nominando per 1' amministrazione della 
città quattro cospicui cavalieri col titolo di Governatori (2). 

Quanto all' abolizione delle gabelle ed alla elezione dei due 
ginrati popolari , mentre annunziava che ai sarebbe provveduto 
dalle corporazioni delle arti, promulgava il bando seguente : 



(1) La Lumia, opera citata, pag. 37 e 38. 

(2) La Lumia, op«'ra citata, pag. 40. 



MISCELLANEA. 337 



« Sua Eccellenza , a relatione del Tribunale del Eeal Patri- 
« monio per il presente atto perpetuo valitiiro leva et abolisce 
« perpetuamente le gabelle della farina, del vino, oglio, carni e 
« formaggio per tutta la città e territorio di Palermo, perpetua- 
« mente e per sempre e li Consoli delli Maestranzi habbiano da 
« fare due Giurati populani perpetuamente da oggi innanzi per 
« servizio del popolo in Palermo ». 

« 21 maggio 1647. 

Il Marchese di Los Velez » (1). 

Siffatto annunzio fu portato e letto al popolo dal Marchese 
di Geraci di Gasa Ventimiglia. 

Con quale gioja fu il Marchese accolto dal popolo non è a 
dire : fu plaudito e confuso anche dalle ovazioni incessanti. 

Indi , adunatisi i Consoli nella Chiesa^ di S. Giuseppe, affret- 
taronsi ad eleggere i due Giurati invocati dal popolo. 

La plebe gioiva del successo, e la nobiltà dal canto suo spe- 
rava che ormai sarebbe penetrato nel generale convincimento di 
pagar le gabelle, per rimettere in assetto le deperite finanze comu- 
nali. 

Ma, ben tosto, la quiete che sembrò per poco rimettersi, fu 
turbata nuovamente, giacche i provvedimenti escogitati dal Vi- 
ceré non valsero a lenire la miseria. La carestia mm era cessata 
e le angustie crescevano con essa di pari passo. 

Le vittime della fame erano moltissime giornalmente: (^iò non 
ostante il pane si vendeva come per lo innanzi a danno delle fi- 
nanze del Comune, ormai esauste anche per le mancate risorse. 

Venuto il bimestre , non si poterono pagare i creditori , e la 
Tavola sospese i pagamenti. 

Il fallimento s'era finalmente avverato ; ogni fiducia negli a- 
nimi era del tutto spenta. 

Allora fra gli onesti, i nobili ed il Governo, sorsero delle trat- 
tative , onde sottrarre il Comune da sicura rovina ; e si stabili 
di doversi imporre senz'altro alcune tasse, onde provvedere ai 
bisogni incalzanti per gl'impegni assunti dalla pubblica Ammi- 
nistrazione. 



(1) La Lumia, opera citata, documento N. 1. a pag. 202. 



338 MISCELLANEA 



Al 1 luglio, in fatti, adunavasi a straordinario Consiglio, nel 
Palazzo Comunale, il Senato , rappresentato dai quattro nuovi 
Governatori e dai due Giurati popolari. 

A tale adunanza furono anche invitati i Consoli, gli artigiani 
e un gran numero di cittadini, e quindi , su varie proposte , fu 
stabilito imporre, in sostituzione delle cinque abolite gabelle , i 
seguenti balzelli : tari tre sopra ogni apertura di lìnestre e di 
porte e tari sei sopra i balconi dei palazzi e delle case di città; 
tari due sopra ogni apertura di casa, torri, magazzini, forni, ta- 
verne, molini ed altre abitazioni dei dintorni; onze cinque sopra 
ogni carrozza tirata da cavalli o da muli ; tari sei ogni libra di 
tabacco tanto in polvere quanto in corda che si smaltisse in Pa- 
lermo e nel suo territorio ; tari dodici sopra ogni salma d' orzo 
eh' entrasse in città ; tari quindici sopra ogni vacca o giovenca 
che si portasse a macellare. 

Determinavasi ancora un testatico sui benestanti e commer- 
cianti , giusta la ripartizione che si sarebbe fatta dal Senato. 

Tale deliberato veniva senz'altro ratificato dal Viceré, coll'as- 
sistenza del Tribunale del Patrimonio (1). 

Però le nuove imposte lasciavano scontenti non solo gli elevati 
cittadini, ma la più umile classe ancora. Le gabelle sul tabacco 
e sul macello , specialmente , davano ad essi negli occhi , ricor- 
dando gli aboliti e odiati dazii di consumo. 

Per il che, gli esacerbati popolani ancor di più nutrivano ran- 
core nei loro cuori : Uno scontento d' auiuio li spingeva alla ri- 
volta, e non attendevano che l'occasione propizia per impugnare 
le armi. Il fermento quindi era latente, ma diffusissimo. 

Ogni atto dei singoli magistrati era censurato , ad ogni inci- 
dente una dimostrazione jiopolare e la conseguente reazione del 
Governo ; reazione che lasciava dietro a sé tante vittime ed al- 
trettanta sete di future vendette nel cuore di ciascun popolano. 

Le maestranze, capitanate dai loro consoli, riunivansi nella chie- 
sa di S. Mattia dei Padri Crocifari, senza distinzione di partiti, o 
di classe; ma, affratellate e ferme nei loro propositi, per discutere 
e formulan! i piani delle loro non loutiine rivendicazioni. 

Kei loro segreti convegni l'accordo era unanime; tutto era già 
Stabilito per hinciare la tremenda stida. L'ora infatti era suonata. 



(1) La Lumia, upum citutu, p. 47. 



MISCELLANEA 339 



Una sera, in una bettola presso S. Antonio, convenivano al- 
cuni capi (Ielle maestranze, fra i quali certo Giuseppe D'Alesi, 
tiratore d'oro, ed altri della plebe, senza mestiere (1) 

I convenuti dovevano discutere e concretare l'inizio della som- 
mossa. Dovevano trovare un pretesto qualsiasi. 

Fu determinato in fatti , di trarre occasione dell'imminente 
festa del 15 agosto, giorno in cui il Viceré, i Magistrati, i Signori 
e gran parte del popolo si sarebbero recati, per consueta divo- 
zione, a visitare i Santuari della Madonna a Maredolce e Gibil- 
rossa, per così sorprendere il Viceré ed il suo seguito, averli in 
loro potere, sollevare contro di loro il i)opolo, abbattere il Go- 
verno e comandar loro , facendo le leggi a prò del popolo op- 
presso. 

A tal fine elessero un capo. 

L'ordita congiura però giunse all'orecchio del Vice Re, ma 
egli non vi die peso, ritenendo che tutto sarebbe svanito. Ciò non- 
dimeno, non dissimulavasi una certa inquietudine, e consultato il 
Senato, determinossi di chiamare a se alcuni dei più arditi con- 
giurati, e spedì in fatti alcuni messi in cerca dei Consoli Giu- 
seppe Errante, Leonardo Cacciamila e Martino Lodovico e del 
Consigliere Francesco Daniele. 

L' Parante e il Daniele s'insospettirono a quell'invito : i com- 
pagni e gli amici dissuade vanii d'andarvi, temendo un brutto tiro 
da parte del Viceré, e perciò, ritenendo fondato un tal sospetto, 
stabilirono d'inviare al Vice Re la risposta seguente : « Venga 
Sua Eccellenza, se ha bisogno dei Consoli » Però altri, fra i quali 
i due Giurati popolari e il Capitano della città, dimostravan 
loro che un tale atto di disubbidienza esponevanli al naturale 
risentimento del Vice Re; risentimento che sarebbe andato tutto 
a loro danno, mentre, ubbidendo, nulla avevano a temere : Per- 
suasi in tal guisa, si condussero presso il Viceré, il quale li ac- 
colse con tinta benevola ciera e mal celato risentimento. Disse 
loro di averli invitati per sentire da loro stessi se c'era del vero 
su ciò che eragli pervenuto a sapere, ma cui prestava punto fede, 
trattandosi di fedeli sudditi, dai quali non poteva aspettarsi che 
la sincera cooperazione per la pace della Città. 



(1) La Lumia, opera citata, pag. 53 e 54. 



340 MISCELLANEA 



L'uno e l'altro lo rassicurarono di nulla esser vero delle voci 
corse; che di con«^iura tendente al perturbamento della pubblica 
tranquillità non avevano inteso mai alcun cenno, né la credevano 
possibile; che l'Alesi era loro amico, e mai s'intrattennero in siffatti 
discorsi. 

Cacciamila, il Console dei Calderai, il quale non aveva voluto 
ubbidire all'invito ricevuto, erasi recato al quartiere della Con- 
ceria, e, picchiato alla i)orta di casa dello Errante, gli fu detto 
che questi trovavasi in Palazzo. Allora egli soggiunse : « A questa 
ora l'avranno strozzato» A tal detto le donne dell'Errante e del Da- 
niele , sì pel ritardo come pel credito prestato alle parole del 
Cacciamila, uscirono sulla strada gridando e piangendo. « Indi 
un trambusto improvviso per quel labirinto di strette e tortuose 
viuzze che formavano l'Antica Conceria, un serrar di botteghe, 
un attrupparsi e versarsi di numerosi popolani nel cassero e nella 
via Maqueda, esclamando : « All'armi ! il Vice Re ci tradisce » (1) 

Tra i primi accorsi notavasi Giuseppe D'Alesi, uomo ardito 
e risoluto , dotato di una forza singolare , destro nel maneggio 
delle armi e specialmente negli esercizii di spada, pei quali era 
tenuto in conto. Egli , più che esercitar l'arte di batter l'oro , 
amava meglio dedicarsi alle armi, e l'idea che un giorno dovesse 
battersi per le poj)olari rivendicazioni, non lo abbandonò mai. 

Era stato in Napoli ed aveva appreso n)olto delle gesta e dei 
trionfi del Masaniello. Sicché vedeva giunta anche per lui l'ora 
di esplicare le bèlliche sue aspirazioni. 

Armatosi, e seguito dai più fedeli amici e da una moltitudine 
di gente d'ogni ceto, scese per la città, spiato dal desiderio di 
esplicare l'ira sua da tem])o repressa. 

Aveva già puntato Tarchibugio contro alcuni Governatori della 
Città, quando, d'un tratto, sentì afferrarsi per un braccio : erano 
il Daniele e l'Errante che il Vice Re aveva hisciati liberi. Al- 
lora insieme mossero con maggior lena , seguiti da immenso 
popolo. 

L'Alesi fattosi in alto gridò : « O popolo, chi sarà che ti guidi f » 
« Voi medesimo» gridarono a coro. AUora si poso a cavallo, e 
dietro di lui la folhi siiingeva a braccia due cannoni tolti dal 



(1) I,A 1,1 MIA, opera citata, pug. GU. 



MISCELLÀNEA .341 



balnaido del Tuono presso la Kalsa. Lo seguiva la nioltitudiiie 
armata di pietre, spade ed altri arnesi. 

Presso Porta Xuova, dirimpetto le distrutte chiese di S. Bar- 
bara e della Pinta, iuipegnossi la tremenda lotta. La pujfna fu 
terribile coi soldati spaj^nuoli che stavano schierati davanti il 
(juartiere di S. (riacomo, ed il Vice He Marchese di Los Velez, 
che stava affacciato al bah-one della galleria insieme ad alcuni 
nobili i)alernntani ed utìiciali «Ielle truppe, potè ve<lere appieno 
la lotta furente. 

Egli, temendo ben piìi gravi uiassacri, all'idea di una fuga 
non indugiò un solo istante, e, montato in carrozza, fé' condursi 
da fuori Porta X(U)va, per la via della Zisa , al Molo , per ivi 
prendere la via dei mare. Infatti, giuntovi, montò sulla capitana 
di Sicilia, e dispose ai marinai di quella nave di avanzare oltre, 
verso la spiaggia dell' Arenella. 

i^o sgomento fu generale. Le notizie di centinaia di vittime 
cadute sulla piazza del Palazzo accrescevano dippiù il timore 
nella gente che sfavasi lontana dai disordini. 

I)ovun«iue bande d'insorti assetati di vendetta, dag i occhi fe- 
roci, scomposti nella persona, stringendo i pugni giuravano lo 
steriuinio dei loro nemici. 

Verso sera 1' Alesi, coi suoi bravi, e seguito da immenso po- 
polo, recavasi al palazzo del Senato. Quivi, c<m la violenza, at- 
terrate dal popolo ribelle le poite , furon uiesse a soqquadro le 
armerie, traendo fuori tutto (|uanto vi si conservava. Similmente 
fu operato all'armeiia della J)ogana , e, dall' uno e 1' altro depo- 
sito sortirono armati di spade, archibugi, pistole ed arnesi d'ogni 
specie circa trentamila rixoltosi , che con maggior violenza tor- 
narono alla lotta. 

La città era tìnaluiente rimastii in balia dei ribelli. Il Governo 
era sciolto. Jl Vice Re sulle galere, lungi da qualsiasi relazione 
in città. La maggior parte dei ministri e togati fuggiti o nascosti. 

La rivolta continuò parecchi giorni senza tregua. Ogni odio 
era stato vendicato, e soggiogata e resa impotente la nobiltà, i)er 
reagire contro la borghesia pervenuta al potere con la prepotenza. 

Jl J)' Alesi, però, faceva comprendere che i di lui intendimenti 
non erano ostili al Ile , anzi i>rofessa vagli immensa divozione e 
sonnnissione. 

Egli tendeva al rinnovamento ed al riordinamento della pub- 
ere?*, iitor. Sic. N. S. Anno XXX. 23 



342 MISCELLANEA 



blica auìmÌDÌstrazìoDe e al teiiiperamento della giustizia prex)oteii- 
teuiente ainniÌTiistr;ita, rifoi-uiando le leggi e abolendo gli odiosi 
balzelli , e rimettendo nelle mani del popolo onesto 1' ammini- 
strazione del Comune e della Giustizia. 

I di lui propositi erano a conoscenza di tutti, s])ecialmente al 
Preposto al Sant' Offizio, Mons. Diego Trasmiera, uomo astuto, 
adatto all' esercizio delle sue funzioni , e che al bisogno sapeva 
anche esercitare l'uffizio di polizia politica sotto le apparenze di 
un fare benevole e sincero. 

Costui non i)erdè tempo a mettere in esercizio le line sue arti 
presso 1' Alesi, e primo suo atto tu di visitarlo personalmente , 
oft'rendogli servizii e consigli improntati alla più sincera amicizia. 

La visita non fu breve , ne fu inutile : i risultati furon tali, 
che 1' Alesi riprese un fare calmo e sereno da inspirare la più 
grande fiducia in chi lo aveva ridotto a tanto buon senno. 

In (piel frattempo eragli ])ervenuta una lettera del Senato, che, 
riscosso dalla nu)mentanea apatia gli pf/ivcN a : 

« La nostra città non potrà nuli goder pace sicui'a dai timori 
« e dai pericoli dei tnnuilti, in tino a che non si trovi un tempe- 
« ramento fra questi due estremi : pagare i bimestri e non rimet- 
« fere le gabelle. 

« 1 mezzi praticati dal Senato nel ])rogresso di tanto ten»po, 
« sono, per nostro jiarticolar sentimento, riusciti tutti infruttuosi. 
« Ne diamo parte a Vostra Signoria, la qual sappiamo che nutre 
« so])ra questo buona intenzione per ag(/iuntarci ed eleggere le 
« vie migliori e i)iù certe che ci possano condurre al servizio di 
« S. M. e al bene della nostra patria. 

« (iuardi Dio V. S. come «lesideria.mo » (1). 

Dal contenuto di questo foglio si vede che dal Municipio e 
dalle persoiu' alto hxrate si sentiva la neccissità di un ecjuo ed 
o]»portuno provvediuiento, per impedire specialmente che quelhi 
violenta plebe, abbandonata a se sola, travolgesse uomini e cose. 

L' Alesi, che già erasi mutato a più miti i)roi)ositi, in seguito 
alle arguto insinuazioni del Trasmiera, mal conscio d'inganni, 
riinase pago <mI aHcftato «Iella detereu/a mostratagli dal Senato. 

Hifuggentt; dopo tutto da disperati partiti, rispose così : 



(1) La Lumia, opera citata, pug. 9L 



MISCELLANEA 343 



<v Illnstiissiiiio Senato. M'è stata .uniditissiiiia la lettera la qiial 
« mi portò i (lesiderii del Senato verso il benefìcio del fedelissimo 
« poj)olo, e lo ringrazio molto della diligenza e del pensiero sopra 
« il suo buon governo. Sarò oggi a ventidue ore in S. Giusepiic 
« j)er quest'effetto che mi accenna e si vedrà il meglio di quello 
«che io bramo per il servizio di Dio e 8. M. » (1). 

11 dopo pranzo, in fatti, coperto d' corazza al petto, e prece- 
duto dal suo alfiere che spiegava lo stendiirdo reale, colla solita 
(javalcata , dalla Conceria j)as8avH alla Chiesa di S. Giuseppe, 
ove già, secondo l'avviso ricevuto dal Senato, trovavansi riuniti 
1' Inquisitor Trasuderà , il suo collega Cameros , il Principe di 
Trabia ed altri nobili. 

11 Trasmiera, con un \is() dalla cui ostentata serenità traspa- 
riva la furba ferocia, gli altri, più o meno impacciati^ dispettosi 
e mal tolleranti il contatto con (luella marmaglia elevata a gran- 
dezza. 

Vi erano il l),r Lo Giudice ed altri avvocati che avean dato 
consigli al D'Alesi, tutti i Consoli insuperbiti del loro trionfo 
sui nobili e signori : una folla immensa stipavasi nei più recon- 
diti angoli di quel tempio. 

I nobili teneansi in piedi per evitare di alzarsi al di lui en- 
trare. Entrato ei si pose a sedere fra i due Inquisitori innanzi 
una tavola su cui erano un Crocifisso, un campanello e due can- 
delieri ; alcuni <lei luù fedeli amici gli si piantavano dietro per 
custodirlo; gli altri tutti, senza distinzione uè preferenza, sedeansi 
sui banchi circostanti : i (piattro Governatori della Città e i due 
Giurati iK)iH)lari presero insieme posto in altro canto. 

Incominciò il ('apitan Generale col riceversi dai Consoli i me- 
moriali di ciò che credevano suggerire nel comune interesse. Il 
Dottor Antonino Lo Giudice , i>er di lui incari(!o, ne die lettura, 
e fra tante (-ose ben suggerite non nuvncavano gli spropositi. 

Indi cominciò la discussione , basandosi 1' Alesi nel concetto 
di riparare le ingiustizie, evitare gli abusi, pur attermando il mas- 
simo rispetto e la più grande divozione alla Corona. 

1 nobili, gì' Inquisitori e tutti i titolati ivi convenuti , discu- 
tevano con vigore interessato sul ritorno del Vice Re; i Consoli, 



(1) La Lumia, openi citata, p&g. 92. 



344 MISCELLANEA 



consentendo, volejuio i)erò clic il i)iesi(lio di Fjihizzo si ooiii)>o- 
nesse di sole lunestnmze, come ])ersone di più interessate al bene 
della patria, escludendone i soldati spagnuoli. 

L' Alesi non interloquiva su queste discussioni , ma in line 
soggiunse : « Torni Sua Eccellenza, e resti a sua libertà la ele- 
zione della guardia ». 

Indi, tolta di mezzo ogni difficoltà su questi desiderii, proce- 
deasi allo esame dei capitoli proposti : 

Il primo , vinto dal i»opolare unanime suttragio , concerneva 
l'indulto generale di tutto ciò ch'era accaduto. 

Concedeasi al Vice Re la conferma nel Viceregnato per altii 
tre anni. 

A garanzia d(?lla città poucasi jx'i- principio che il Comandante 
del Castelhimmare fosse i>alermitano nativo ; facendo eccezione 
per quello in funzioni, il (piale non avma ()i>i)Osto ostilità nelle 
avvenute enuu'genze. 

Disciplina vasi, fra l'altro, il uiaccllo delle carni, la seminatura 
delle terre e la condizione dei fìttajuoli di l;\tifondi , aftinché il 
grano non venisse meno nei luercati. 

Chiedevasi la decadenza dall'ufficio di tutti i Maestri Kazio 
nali del Patrimonio , Avvocati llscali , l'rocinatori e Sollecita- 
tori fiscali ed altri Ufficiali perpetui del Regno , fiitta eccezione 
pei ('ai)itani delle gah're, il (-onsultiu'e, i lM«\sidenti, il (ìiudice 
della Monarchia, gl'Inquisitori, il Tesoriere e l'Uditor Generale, 
come anche gli esercenti uffìcii venali , per eleggersi i nuovi e 
da nominarsi ogni due anni. 

Volevasi abolita la confisca dei beni, trauma pei delitti di eresia 
e l>er quelb di lesa maestà in primo capite ; abbr<>viato e addol- 
cito il carcere per i testimonii : che hi donna non |)otesse dete- 
nersi in segreta più di un gionu» e l'uomo più di tre. 

Inoltre chiedevasi l'osservanza di tutti i i)rivil(;gi conceduti 
dal Re Pietro D'Aragona alla Sicilia, rimanendo abrogate tutte 
le altre leggi che vi derogassero. 

Domandavasi l'abolizione totale «Ielle gabelh^ pagale dai re- 
gnicoli, esi'lusa la dogana regia e le tawlc ossia i contingenti «lei 
donatici voluti dal l'arlanuMito, riguardandosi tolte ancluì le ga- 
belle «lei (i<»ri, frutti, fumo, orz«» «• pes«M, purché sui p«'sci si pa- 
gasHe la d«M;ima. 

In quanto all'abolizione, qucHta volta si era più larghi dell'ai- 



MISCELLANEA 346 



tra votata in maggio, che limitavasi alla sola città di Palermo : 
ora estende vasi a tutto il Eegno. 

Chiedevasi pure « la recui)erazione al demanio dello Stato di 
tutti gli etietti pubblici, di tutte le città e terre di cui la Corona 
avea fatto mercato dal 1630 in poi con infeudazioni e con ven- 
dite ; i compratori s' intendessero perciò rimborsati del cai)itale 
mercè i frutti percepiti sopra il cinque per cento. Per coloro che 
non potessero di questa guisa riputarsi soddisfatti , la restitu- 
zione dei fondi demaniali si sospendesse Ano a che interamente 
lo fossero, o lincbè non si assegnasse loro altra rendita corrispon- 
dente, ovvero non si facesse il pagamento in contanti. Quanto 
alla città di Palermo si saldassero i debiti (ed erano molto forti) 
che il R. Erario avea colla iStessa , e si rendessero i fondi e gli 
effetti dal Regio Erario assegnati in isconto e quindi ripresi e 
stornati, per metterla in grado di adempiere ai proprii obblighi 
verso i creditori, fossero cittadini o regnicoli, fossero anche stra- 
nieri. 

« Si stabiliva doversi innanzi un magistrato speciale e con 
forme sommarie , chiamare a render conto dell' amministrazione 
tenuta, i Pretori, i Giurati e gli altri IJfticiali che dal principio 
del contagio (dal 1624 in poi) avessero maneggiato denari del 
Comune ; i debitori del Comune si costringessero al pagamento. 
Per tutti gli Uftìzii biennali del Regno si dovesse eleggeie ogni 
due anni da Sua Maestà un Sindaratore (1) clu' rivedesse gli atti 
del biennio antecedente. 

« Per le fortezze e per le artiglierie della Città di Palermo si 
spendesse ciascun anno una somma non minore di onze duemila. 

« Quanto al reggimento interno della città, vi fossero perma- 
nentemente tre giurati popolani e tre nobili, <la nominarsi gli uni 
dal i>opolo , gli altri dalla nobiltà, facendosi da and>o i ceti tic- 
eademia ossia seggio , a line di congregarsi tanto per la (de/ione 
di detti Giurati, quanto per qualsivoglia altra causa in servizio di 
S. M. e del Regno , purché i Giurati fossero nativi palermitani 
e non si potesse tener città (riunirsi il Senato a deliberare) senza 
esservi due nobili e due cittadini, I giurati si eleggessero ogni 
primo giorno di maggio, e i comizii, in attestato di benemerenza 



(1) Cfv. Savagnone, // Sindacato. 



346 MISCELLANEA 



ai Padri Teatini di S. Giuseppe, si celebrassero sempre nella loro 
chiesa ». 

Si aprissero studii pubblici , si pagassero i dovuti stipendii 
alla soldatesca di terra e di mare. 

Si estendesse anche ai Maestri Razionali la prammatica che 
proibiva ai Giudici della Gran ('orte di intentare lite contro per- 
sona alcuna durante l'esercizio della loro carica, e, circa ai Pre- 
sidenti e Reggenti , essendo i loro nftìcii perpetui , i)otessero e- 
glino proseguire le loro liti in via di compromesso, nominando 
ciascuna parte un arbitro, e nominarsi dal Viceré il terzo. 

Conferirsi sempre a palermitani tutti g:li utiìcii della città, 
comprese le cariche di Giudice della Corte Pretoriana , non ])0- 
tendo in caso alcuno farsene dispensa. 

Licenziare i birri, provvedendo i posti di un ])ersonale onesto; 
e dovessero i nuovi assunti camminar senza (•ap])a, con una verga 
di sei i>almi , la spada al fianco e un nastro giallo al cappello , 
senza di che potersi loro impunemente resistere. 

I Deputati di piazza, i Maestri Notari del C^/omune e della 
Corte Pretoriana fossero tutti della maestranza. 

Circa il totale assetto della città , concernente il pagamento 
dei <?reditori, si sarebbe deliberato in altra adunanza. 

I votati capitoli furon tosto rimessi al Padre (Jiardina, altinchè 
curasse di ottenere la ratifica dal Vice Re, a nome «lei Senato. 

Prima però di emettere le sue determinazioni in pro])osito , 
volle il Vice Re si decidesse sul <li lui ritorno e su molte altre 
questioni interessanti il ripristinamento della quiete i)er la tran- 
(juillità di tutto il Viceregno. A queste condizioni, egli, avrebbe 
dato la sua ai)provazioiie ai votati capitoli. 

I*er mezzo del l'adre (ìiardiiia furono c«»l D' Alesi ;ippianato 
le diflicoltA dalle quali poi doveva iisultani«^ un coiiijmnimento 
di pace e di concordia. 

Fu dall'Alesi nuovamente eonvoeata tutta l'assemblea che il 
giorno innanzi aveii volata i capitoli nella (Uiiesa di S. Giusejìpe. 
Dai nM^lesimo furono letti al )>opolo adunato i desiderii esposti 
dal Vice Re, e, dopo lunga ed animata tliseussione , si lini col- 
I' ap|)rovare le esposte con<lizioni, dalle quali •'ons«'gnivane il ri- 
torno del fuggiasco Marchese. 

Nella medissima adunanza si passo allo esame di altri novelli 
capitoli in «(Mitiniuizìone di ((nelli innanzi votati. 



MISCELLANEA 347 



Il padre Marchese, salito sul pergamo, ne fé' lettura ed il di- 
battito durò (juattr'ore circa. 

Trattavasi di conferire tutte le cariche del Eegno , compresa 
quella di Capitano di galera, ai regnicoli. 

Di far luogo ad equa ed esatta stima dei beni nelle espropria- 
zioni forzate a carico di debitori morosi; in difetto di che, l'ag- 
giudicazione ai creditori s'intendesse nulla ipm jure. 

Non si conferissero i beuefìcii ecclesiastici del Regno ad altri 
che a regnicoli; quelli della città a palermitani nativi. 

Ridursi di un (piurto il prezzo annuo delle locazioni dei ter- 
reni seminatori» , e di un quarto anche la quantità dei terraggi 
ossia delle prestazioni in frumento , che i flttajuoli dovevano ai 
padroni. 

Nei giudizii criminali o civili ciascuno fosse rigorosamente 
convenuto nel nativo suo foro. 

Fosse inviolabilmente mantenuta Tunità della Cicilia, restando 
eliminato [>er sem[»re lo smembramento in due Vicere,^ni bramato 
dal Comune di Messina e disdegnato dai palermitani. 

Nessuna persona potesse esercitare il proprio pubblico ufficio, 
se accusata di malversazioni o altro delitto. 

Si proibisse il macello di animali lavoratori e produttivi. 

Rimanesse lìssato a tari trentasei a salma il massimo della 
imposta sull'esportazione dei grani. 

EsperinuMitarsi infra un anno, contro i debitori, le cessioni dei 
crediti, oltre il qual termine riputarsi nulle. 

Non i)otere il fisco procedere criminalmente, senza istanza di 
parte privata contro i cittadini di Palermo; senza l'intervenzione 
del medesiujo si ricevisssero a discolpa i testinu)nii, e ^*i assumes- 
sero iu>l modo più largo le informazioni sul fatto. 

1 condannati si scioglicssero dal remo, dopo espiata la pena. 

La carica di Protomedico del Regno si riducesse (-ome piiina, 
biennale, né potesse comprarsi, ma si conferisse per merito. 

Assistesse uno dei Giurati popolani, all'immissione dei grani 
nelle canove. 

Bandirsi dal Regno il Procuratore fiscale della (Jran Corte, 
Silvesti'o Randelli, odiatissirao nelle sue funzioni. 

Hi togliesse dai pesci minuti il balzello della decima, limitan- 
dolo unicamente alla pesca delle tonnare. 

Concedersi dilazione di un anno ai debitori poveri^ per somme 



:348 MISCELLANEA 



non eccedenti le onze cinquanta, meno pei debiti relativi a fitti 
di case nell'anno in corso. 

Cercar modo di abbreviare le liti. 

Ridursi airs p. 100 gV interessi del prestito di scudi 340000 
contratto nel 1645 dal Regno, per la propria difesa, ad estinguere 
il quale erasi dal Parlamento votato il donativo di scudi 65000 
all'anno. 

Circa alle Deputazioni degli Stati si osservassero i provvedi- 
menti emanati in tempo dal Vice Re Dcm Francesco De Mello 
conte di Assumar; il che riferivasi al pensiero di premunirsi contro 
le carestie dell'annona. 

I notati capitoli furon tatti di unanime soddisfacimento, meno 
di tre. 

VjOÌ primo di questi Giuseppe D'Alesi era nominato Sindaco 
perpetuo del Comune di Palermo , col salario di scudi 2000 al- 
l'anno ed una guardia di settanta soldati da mantenersi a pub- 
bliche spese. 

Cogli altri due capitoli conferivasi la carica di Maestro Ra- 
zionale della Città di Palermo al «li lui fratello Francesco , la- 
sciando a disposizione di lui l'altra di Campanino della ("ittA me 
d esima, pel governo dei commestibili. 

Queste proposte furono approvate dal Trasmiera e dalla no- 
biltà, ed accolte con freddezza dal popolo, anche dai più intimi 
del Capitan Generale. 

Allora l'Alesi avviossi per uscir dalla Chiesa, ed affaccia- 
tosi dalla porta che dà sulla piazza Pretoria, rivolse al jiopolo , 
che numeroso stava a pigiarsi su «luelhi piazza, il seguente di- 
scorso : 

« Amici miei, tigliuoli e fratelli , Sua Eccellenza, a richiesta 
nostra, si contenta tornare e sottos<MÌvere i nostri ca])itoli. Siete 
voi disposti a riceverlo? Io ed i Consoli abbiamo aperto la nostra 
intenzione, «'i è però necessari<» di e.(moseere la vostia » « ^'enga » 
rispose unanimemente il popolo. 

Indi riprese a parlare dei patti posti dal Los Velez, di <| nello 
fra gli altri che riguardava il disarmo dei baluardi. 

Qui destossi un susurro generale. Kd egli : « Sostenete , di 
grazia, ch'io vi ragioni così : Voi vedete che per la parte da me 
esereitata (bnua, ninno vi è in «pnista città che abbia più di me 
argomento u temere, or ini eredete sì scemo, che, scorgendo al- 



MISCELLANEA 349 



din rischio, fossi tanto fucile a cedere ! Deh ! lasciamo da parte 
og:ni esitanza e iiiostriauioci in tutto uomini di cuore. 

« Depojiiamo, se occorra, le stesse spade dal fianco, diamo li- 
bera facoltà al Vice Ke di munirsi di quejla guisa che a lui pia- 
cerà; teniamo fermamente nll 'antica fedeltà ed ubbidienza verso 
il Re e verso chi ci regge iu suo nome. Che, se pure (come voi 
dubitate) ci trovassimo esposti a qualche futuro insulto , la me- 
desima artiglieria che or leverete, resterà in vostra custodia , e 
non si vorrà che breve ora a rimontarla di nuovo contro chi ci 
avesse provocato ». 

La plebe rispose : 

« Facciasi come comanda Vostra Signoria ». 

« Non farò mai, replicò l'Alesi , nulla per mio solo convinci- 
mento. Da voi dipende ogni cosa : Vostra ha da essere la scelta ». 

E qui scoppiarono degli applausi e degli evviva al Vice Re. 

« Adesso , conchiuse l'Alesi, io lascerò che governi Sua Ec- 
cellenza. La mia intenzione è stata solo rivolta al servizio del 
popolo, per cui son dispostissimo a morire. Ricorrete da oggi in- 
nanzi a me come Sindaco, non più come Capitan Generale. » 

Alzata la mano, fece segno di benedire il popolo. 

l susseguenti suoi atti furono di conciliazione e di pace. 

I votati capitoli furono approvati dal Vice Re. 

Fu ristabilito l'ordine già tanto turbato, vietato fu l'uso delle 
armi. Furori tolti i cannoni dai baluardi , e ripristinato il com- 
mercio. 

L'Alesi doveva però ben presto pagare con la perdita della 
vita la liducia riposta nel Tnismiera e nel \''i('e Re, 



360 MISCELLANEA 



PARTE IL 



Sottratto ni piitrimoiiio comunale il prodotto delle civiche im- 
poste per effetto degli aboliti dazii, le più tristi conseguenze ven- 
nero risentite dalla Civica Amministrazione, poiché la medesima 
non potè più soddisfare a tutti i creditori soggiogatarii, come 
per lo innanzi avea fatto. 

Costoro avevano in altri tempi impiegato delle somme vistose 
in servizio della Città e della R. Gran Corte. Ora vedevano com- 
promesse le loro rendite. ì^'è il male limitavasi a questo. 

Il danno invero risentivasi da tutta la cittadinanza, e special- 
mente dalle classi più povere : agli artisti mancava il lavoro, ])er 
le mancate ordinazioni di coloro che non potevano soddisfarli per 
mancanza di mezzi. 

Oltre all'impoverirsi di molte famiglie, venivano a soffriine 
eziandio i Monasteri, i Conventi e le Opere Pie , pel man<;ato 
pagamento delle loro rendite ; e, per conseguenza inevitabile , 
soffrivane fortemente il commercio. 

Questo stato di cose impensieriva abbastanza i cittadini (Togiii 
classe, e, queglino stessi che avevan fatto la voce grossa per Ta- 
bolizione delle gabelle, non potevano non riconoscere v,hv il <'om- 
mercio arenato e la imperante miseria erano il frutto «Ielle loro 
malaugurate vittorie; e che, in cambio di quella ricche/za e di 
quella felicità che ripromettevansene, aveano invece raccolto la 
miseria per le loro famiglie. 

L'idea del rii)ristino delle gabelle era nella mente di lutti : in 
fatti, i più sedizioni furono i primi ad arrendersi alle persuasive 
argomentazioni di onesti ed autorevoli cittadini, che inai stanca- 
vansi di dimostrare come la lamentata crisi economica non fosse 
che il parto d'uno stolto provvedimento. 

Fu così che la grande maggioranza addivenne a che si sta- 
bilissero delle nuove imposizioni , però sopportabili da tutte le 
claHHJ dei cittadini. 

Il licuvulu poi doveva mettersi in sep.iiatii amministrazione dal 



MISCELLANEA 351 



Senato, e delegarsi ad es(;lusivo soddisfacimento di tutti i credi- 
tori, con le i)iii sicure garanzie. 

Al Vice Ke Marchese di Los Velez, morto nel novembre del 
1847, era succeduto il Cardinal Trivulzio, uomo d'ingegno e di 
esperimentata risolutezza, il quale, in poco tempo, era riuscito a 
rimettere in assetto l'ordine della Città. 

Egli, quanto al ripristino delle gabelle, seppe condurre così 
bene le cose, sotto le apparenze di non volere aftatto cambiare 
ciò che aveva determinato il suo predecessore a beneficio del 
popolo, che il popolo stesso si mosse a i)regarlo onde rimettesse 
in attuazione i nuovi dazii. 

Avvenne infatti che a 21 luglio, a nome dei Consoli e dei 
Consiglieri di tutte le maestranze che avean dato il loro consenso, 
nonché a nome dei capitani dei quattro quartieri della città, dei 
nobili, impiegati, appaltatori e di tutto il popolo, fu presentato 
al Vice Re Cardinal Trivulzio un memoriale, col quale suppli- 
ca vasi rimettere le gabelle, essendo manifesto provenire dal man- 
cato i-eddito d'esse la lamentata miseria. 

Col medesimo chiedevasi pure di dar licenza al Senato di 
eleggere i Deputati, per la regolare deliberazione, nelle i>eraone 
del Pretore, di due Ciiurati cittadini, del Preposto dei Padri Tea- 
tini, del Padre Priore di S. Teresa dei Carmelitani Scalzi, del 
l*adrc Priore di S. Nicolò Tolentino degli Agostiniani Scalzi e 
del Padre Guardiano dei Cappuccini. 

Ottenuto al memoriale il placet Vicereale, fu data esecuzione 
alla pro|)osta dì eleggere la Commissione. 

Riunitasi questa il due del successivo Agosto , n»'l Palazzo 
municipale, si discusse sulla c<mvenienza* e sulla necessità del- 
l'applicazione delle nuove gabelle. 1 Commissarii s'inspirarono alla 
])iù stretta giustizia «'. nuxlerazione, ad effetto di i)agare le somme 
dovute alle chiese ed a tutti i creditori; ciò che sarebbe poi tor- 
nato a ristanro dei commercio ed a sollievo delle deiu'esse arti. 
Stabilirono la^cpialità e quantità delle gabelle iuiponibili , alle 
(piali ritenevano giusto ed onesto che tutti volontariamente si 
obbligassero. 

Si i)ropose (juindi che non fossero esenti dal contributo le 
persone ecclesiasti(die Secolari e Regolari, i Viet^ Ra jtro tempore 
e tutti i Ministri ed LTttìciali di qualunque ordine, i quali nei 
tempi andati avessero goduto di tali esenzioni o privilegi. E gè- 



352 MISCELLANEA 



neralinente si negò l'immunità a qualsiasi persona, anche di san- 
gue regio. 

Questa deliberazione fu proposta a tutto il Capitolo e Clero 
della Cattedrale, che, dopo maturo discernimento, il nove d'a- 
gosto, per atto pubblico, diedero il loro volontario consentimento. 

A quest'atto di abnegazione seguì l'altro del 10 dello stesso 
mese, cioè il consenso dei Capi e Superiori dei Kegolari ; a 27 
detto quello del Capitolo della K. Cappella di S. Pietro nel Pa- 
lazzo ; e finalmente, a 29 del ripetuto mese, quello del Maestro 
cappellano, dei Parroci e dei Beneficiali di tutte le Parrocchie; 
con la espressa coudizione però, che s'itercedesse da Sua Santità 
il permesso per la immunità ecclesiastica, e si concedesse agli 
ecclesiastici stessi, per apparenza, la franchigia in una delle im- 
ponende gabelle. 

Altra condizione fu che s'intendessero gli ecclesiastici liberati 
da ogni consenso ed obbligazioni delle gabelle, ritornando alla pri- 
miera immunità , se mai in avvenire venisse concessa qualsiasi 
franchigia a persona di qualunque grado, nessuna eccettuata. 

Ed in fine, che dopo stabilita dal Pubblico Consiglio la im- 
l>o8izione delle nuove gabelle, si nominassero almeno tre Dej)u- 
tati ecclesiastici a far parte della Deputazione, da preporsi al- 
l'Amministrazione della nuova azienda. 

A 29 agosto del suddetto anno 1648, per ordine dell'Bminen- 
tissirao Vice Re Cardinal Trivulzio, furono solennemente convo- 
cati dal Senato i comizii. 

Il Pretore parlò al popolo delle calamità causate dall'aboli- 
zione delle antiche gabelle, e, venendo ai modi di rii)aro, pro- 
pose all'adunanza i mezzi che erano stati designali dai Deputati 
eletti atl istanza dei rappresentanti 1 cittadini. 

Dopo accurata discussione, furono ad unanimità deliberate le 
nuove imposizioni qui api)resso integralmente trascritte, (l) che 
costituirono poi il patrimonio attivo della Deputazione delle Nuove 
Gabelle : 

« In primis doversi pagare da tutti universalmente, et nemine 
«feXente, oncia una sopra ogni botte di vino che sarà i)ro«lott<> 



(1) Ordinationi e lierfoìnnwnti per la Depntarjone dellti Nuove Gabelle», 
pag. 32 « ■«guenti, preuBo l'Archivio Comunale di Palermo. 



MISCELLANKA 363 



«nel territorio di essa e uelli luoghi che «li consuetudine si com- 
« prendono in detto territorio, ed è stato solito entrare il vino, 
« quando l'Illustre Senato di questa Città ha serrato la tratta 
« del vino di fuori territorio, ed entrerà iu questa città di Paler- 
« mo, e da esigersi nelle porte di essa nella conformità che di- 
« sporrà l'infrascritta Deputazione : nec non da pagarsi per ogni 
« botte di vino prodotta in detto territorio e luoghi come sopra 
« che si consumerà a minuto nelle taverne , magazzini o altri 
« luoghi esistenti nel territorio di questa città, nelli quali si ven- 
« derà a minuto detto vino ; da j)agarsi con il modo che detta 
« Deputa zi (>ne crederà. 

« Item oncia una e tari ventiquattro da doversi |)agare da 
« tutti universalmente, nemiue exente, sopra ogni botte di vino 
« che entrerà in questa città di fuor territorio di essa e da esi- 
« gersi nelle porte di essa cittA; come anco da pagarsi per ogni 
« botte di vino di fuor territorio , che si consunu'rà a minuto 
«nelle taverne, magazzini ed altri luoghi ove si venderà detto 
« vino di fuori territorio a minuto ed esìstente nel territorio di 
« essa città. 

« Item tari dodici da pagarsi universalmente da ogni persona 
« come sopra, et nemine exente, per ogni salma di orzo che en- 
« trerà in questa città di Palermo , avendosi i)er abolita e can- 
« celiata in virtù della presente imposizione o gabella di tari do- 
« dici che oggi si paga per ogni salma d'orzo, che entra in <iue- 
« sta; quale gabella di tari dodici, noviter imponenda, 8oi>ra ogni 
« salma d'orzo come sopra, s' intenda imposta e si abbia da pa- 
« gare ancora per quella quantità «li orzi, i «piali si ripostassero 
« e conservassero in qualsivoglia magazzino , o luogo esistente 
« nel territorio di «piesta città, esclud«!iulo i)eiò «la «letto «>rzo ri 
« postato o conservato come- sopra, «piella «juantità «Iella «juale ve- 
« ramente e realmente il padrone dell'orzo si volesse servire i>er 
« semenza, con prendere le dovute diligenze , veritìcn e licenza 
« del Senato. 

« Item grana tre da pagarsi da «jualsivoglia persona come so- 
« sojua, et nemine exente, sopra ogni rotolo di carne di genco , 
€ bove, maiale, e troja che entreranno e si macelleranno nelli pub- 
« blici macelli di questa città , o che entrerann«) macellati nelle 
« porte di essa città; ed iu questo secondo caso si dovranno pa- 
« gare detti grana tre per ogni rotolo di carne di qualsivoglia 



354 MISCELLANEA 



«sorta di animali, che sono in uso di mangiarsi, eziandio vacche 
« eocettnato però il porco che può entrare franco per servizio di 
« qualsivoglia cittadino di questa Città, conforme l'antico costume 
« e consuetudine di essa. 

« Item si avrebbe da tornare a pagare come prima la imjwsi- 
« zione della gabella che si solca pagare sopra il pesce , con la 
« forma e per la somma che sua Eminenza con il voto del Tri- 
« buuale del Keal Patrimonio ha ordinato per suo atto viceregio 
« oggi ; l'introiti della quale si dovranno pagare come jmma al- 
« l'Ili dstrissimo Senato per non assere questa nuova imposizione. 

« Item tari sei da pagarsi come sopra per ogni rotolo di ta- 
« bacco così che entrerà in questa città di ralermo da qualsivo- 
« glia luogo e parte tanto dentro quanto di tuori Kegno, cosi in 
« pampina seu in corda, come per pesto e polverizzato, e da pa- 
« garsi ancora per ogni rotolo di tabacco che forse si compones- 
« se e producesse in questa città di Palermo , e si vendesse in 
« (qualsivoglia bottega e luogo di essa , da esigersi con la for- 
« ma e disposizione che giudicherà facile e conveniente ed ordi- 
« nera l'infrascritta Deputazione. 

« Item oncie quattro e tari ventiquattro da pagarsi da qual- 
« siasi persona come sopra et nemine exente, sopra ogni carrozza 
« che tiene e camina al presente o caminerà in futuro in questa 
« città di Palermo e suo territorio, tirata da cavalli o mule, pur- 
« che ogni carrozza che camina o caminerà il i)adrone di essa tenga 
« per ogni una di esse carrozze e loro servizio due nude o cavalli 
« per tirarle e condurle , e se alcuna persona terrà i)er suo ser- 
« vizio due o più carrozze, o per servizio di quelle non terrà più 
«che due animali, dovrà solo pagare per una sola carrozza, 
«che camina e caminerò , e così rispettivamente secondo la 
« (pumtità di animali o carrozze, (die terranno e tengono j)er 
« lo servizio e tÌ!-o di detta carrozza una o più tirate «la diu' o 
« quattro animali, secondo la (pialità e dignità delle persone che 
«terranno il tiro «li «piattn» animali p«M' s«'rvizi«> p('i'<) di una car- 
« rozza. 

«Item lari diciotto da pagarsi da tutte v «{ualsiasi persone, 
« iieniine oxente, sopra ogni cantaro di olio che entrerà in ({uesta 
« «'ittà, da cHigersi alle p«»rt«! «'«1 «Mitrati^ «li «| uesta : ne<' non «la 
« pagarsi ptM' ogni cantaro «li «ilio «li «pielli v\w. si (Miveianno 
« iielli trappeti esistenti in «piesta città con la forma che sarà 



MISCELLANEA 355 



« benvista a detta Deputazione; con questo però, che detta im- 
« posizione di tari diciotto per quella quantità di olio che si ven- 
« derà a minuto in questa città e suo territorio, si debba esigere 
« con l'avanzo di piccoli tre per ogni oncia d'olio che si venderà 
« a minuto come sopra più del prezzo che si venderà detto olio; 
« a fin di applicare 1' avanzo sopra detti tari diciotto fino alla 
« somma che imjjorteranno detti piccoli tre per oncia d'olio, alla 
« sodisfazione di detti soggiogatarii , come sopra , ed in quanto 
« alle murghe ed olio ammelato di detti oli che entreranno in 
« questa città di Palermo o si consumeranno nel suo territorio, 
« dovranno pagare , cioè : le murghe a ragione di tari sei per 
« cantaro e 1' olio ammelato tari dodici per ogni cantaro ; quale 
« eccettuazione di olio ammelato e murghe si debba intendere 
« dal primo di gennaro di ciaschedun' arwno , per causa che dal 
« principio del raccolto dell'olii fino a detto tempo, non si può di- 
« scernere la differenza di essi. 

« E finalmente tari dodici da pagarsi da tutti a qualsivogliano 
« persone , nemine exente , sopra ogni salma di farina , cosi di 
« forte come di majorca, che entrerà in questa città, e di quella 
« che si consumerà nel territorio di essa. 

« Con espressa proibizione che nessuna persona di qualsivo- 
«glia stato e condizione che sia, quantunque privilegiata, eccle- 
« siastica o secolare, possa tenere centimolo sotto nessun prete- 
« sto in questa città di Palermo, e suo territorio, senza espressa 
« licenza in scriptis della Deputazione sopra «letta o del gabel- 
loto che prò tempore sarà di detta imposizione di farina». 

Tenuto conto che le nuove imposizioni non erano bastevoli a 
pagare tutti i creditori alla ragione del 5 7o che era lo stato in 
cui trovavansi prima dell'abolizione delle antiche gabelle, si sta- 
bili che ai soggiogatarii cittadini , ai Monasteri, alle Chiese ed 
alle Opere Pie esistenti in Palermo , le dette soggiogazioni do- 
vessero i)agarsi alla ragione del 4 7o- ^^i regnicoli di questo Eegn(^) 
di Sicilia al 3 7? °/o ^^ '^^^^ dìtvi forestieri al .3 »/o. 

E parimenti che tutti coloro i quali dal 1. Settembre 1036 
in poi erano subentrati agli antichi creditori per ricompre e 
rinvestimenti fatti dalla città, dovessero conseguire le soggio- 
gazioni nella seguente misura : In quanto ai cittadini , Mona- 
steri, Chiese ed Opere Pie esistenti in Palermo, al 3 %, ai re- 
gnicoli al 2 Vi "/« ^ ^i forestieri al 2 '%. A coudizione però, che 



356 MISCELLANEA 



gli avanzi, qualora ve ih* 'fossero, dovessero impiejiarsi alla ri- 
compra (lei bimestri stessi, onde i creditori potere mi tempo ri- 
cuperare i loro capitali , ed i cittadini ottenere così lo sgrava- 
mento di questi nuovi balzelli. 

Dapprima le classi dei creditori furon due solamente : ìmne- 
.stniniì cittadini e reifnicoli esteri; però la loro condizione non tu 
uguale, dappoiché 1 cittadini venivano preferiti ai regni(;oli come 
coloro che maggiormente sostenevano il peso delle nuove gravezze: 
come, degli altri, erano pure preferiti i nativi siciliani, lasciando 
agli esteri la minima parte. 

Queste classi, per nuovi avvenimenti, aumentarono, tanto che 
nel 1860 non eran meno di nove. 

La classe dei bimestranti cittadini fu divisa in himentranti 
partiooluri e bimestranti maniinorte od opere a min in ist rate. 

A quest'ultima, per la relativa scrittura, furono assegnati, a 
corrispondenza del Banco, cinque libri contabili, che poi, dal 1842 
vennero ridotti in un solo. 

Quella deiJ[regnicoli fu anch' essa separata con la dizione di 
regnicoli alntanti e reifuicoli esteri. 

A queste poi se ne aggiunsero altre, che si chiamarono : soli- 
dale oblifjaaione, assegnatarii, ribassa, mezzo bimestre , consolidato. 

Manimorte ed opere amministrate erano corpi morali di qual 
siasi natura che vantavano rispettivamente credito contro la !)«'- 
putazione a titolo originario o derivato. Dal C%)nsiglio del 1(>48 
ebbero reso, insieme ai particolari cittadini, privilegiato su tutti 
i creditori il loro credito. 

Si nomarono bi': estran ti particolari quei creditori particolari 
nativi di Palermo o del territorio che vantavano il loro credito 
direttamente dai prestiti fatti alla città e dai relativi atti sog 
giogatarii, o da acquisto fattone da altri creditori, e dai relativi 
mandati di assento. 

Sulle altro clansi godevano eziandio preferenza, per la ragione 
che eglino contribuivano al pagamento dei nuovi balzelli , come 
più sopra ò detto. 

Dicevansi regnicoli abitanti i bimestranti che, non essendo 
nati a l'alermo, vi abitavano <5on la propria (amiglia, e che, evi- 
denti^niente, contribu«Mido come i palermitani alle nuove imposte, 
furono, dopo i citta<lini, pntferiti a <M>loro che <linu)ravano fatui 
territorio, giuHta atto senatorio del 21 lugli*» HirAi. 



MISCELLANEA 357 



Così ciano legiiicoli esteri quei <;re<litori iiou palermitani, ne 
ivi domiciliati. 

Poteva talvolta il loro credito rimanere insoddisfatto i)er man- 
canza di residui, essendo stati eglino posposti a tutti gli altri. Per- 
locchè, a 14 dicembre 1672 vennero a transazione con la Depu- 
tazione per atto in Notar Lionti, stabilendo che in vece della to 
tale rendita si corrispondesse loro ogni anno, la cifra del sopra- 
vanzo allora esistente, in onze 2922, 18, 12. 

Facevan parte del ramo solidale obbligazione quei bimestranti, 
il credito dei quali era stato prima del 1(>48 solidalmente assicu- 
rato dai Governatori della Tavola e dal Senato. 

Sullo scorcio del XVI secolo e sul principio del XVII, il Se- 
nato palermitano aveva tratto grosse somme dal Banco, per far 
fronte alle urgenze della It. Corte , e , per farne restituzione ai 
depositanti, dava facoltà al Ban(;o medesimo di contrarre seggio 
gazioni colla solidale obbligazione del Senato stesso, aftinché, col 
capitale ricavato so<ldis tacesse al credito proprio e a «inolio dei 
(;ittadiui depositanti. 

Indi queste soggiogazioni passavano a carico della Deputazio- 
ne , e così i creditori , sino al 1800 formarono il cosidetto ramo 
della solidale obbligazione. 

La R. Corte, per risarcire al Comune il debito assuntosi pei 
prestiti all'Erario, aveva assegnato al Comune , prima del 1648, 
una ingente somma annuale sulle iande che talune delle Univer- 
sità dell'isola pagavano al Demanio dello Stato per conto dei do- 
nativi. 

Fondata la Deputazione delle Nuove (Jabelle , la città , con 
varii atti , ed in epoche diverse , ne fece alla suddetta assegna- 
zione, peichè la impiegasse al soddisfacimento dei creditori bime- 
stranti. Per il che, quei creditori che dalla Deputazione ebbero 
assentati i loro bimestri, presero nome di assegnatarii, e, quantun- 
que aboliti poi gli antichi assegni, i creditori medesimi ritennero 
sempre, e sino al 1800, il titolo anzidetto di assegnatarii. 

Con Sovrano dispaccio del 14 giugno 1783, reso esecutivo con 
atto del 21 successivo, fu ordinato che tutte le taude dovute dalle 
Università Siciliane fossero dal 5 ribassate al 4 p. 100 , al fine 
di soccorrere le popolazioni di Messina e di altre parti dell'isola 
rimaste nella miseria dopo il formidabile tremnoto di quell'anno. 

Fra le dette taude eran pure quelle che la B. Corte aveva nel 

Arch. Star. Sic. N. S. Anno XXX. 24 



358 MISCELLANEA 



1612 assegnato alla città di Palermo sul donativo di scudi 300000 
e la Deputazione, non potendo subire tale diminuzione, opinò di 
rifarsi della perdita, ribassando anch'essa di un quinto le rendite 
agli assegnatarii, per il che sorse litigio, che fu poi risoluto in 
favore dei creditori. 

Pertanto, profferite le tre uniformi sentenze ed iiuposto il per- 
petuo silenzio con Yiceregio chirografo del 5 novembre 1788, par- 
tecipato alla Deputazione e alla Giunta dei Presidenti e C^onsul- 
tore, si pervenne ad un accordo, in base al quale i creditori ri- 
lasciarono alla Deputazione i decorsi maturati e non pagati dal 
1 giugno 1783 a 31 agosto 1788, della ([ninta parte ribassata. 

La Deputazione a sua volta si obbligò per l'avvenire a pagare 
sopra altro foiulo la quinta paite so|)ra cennata. Questo nuovo 
fondo costituì d'allora in poi la cosidt^tta ribassa , sulla quale i 
creditori non formarono una categoria peifettamente «listinta, ma, 
per la loro unicità, del credito, furono una diramazione degli as- 
segnatarii. 

Quantunque per (luest'uUime due categoi'ie la scrittura sia se- 
parata, pure , dagli stati discussi posteriori si scorge assegnato 
un solo fondo per entrambi. Di conseguenza, ciascuna rendita 
che anteriormente al 1783 era inscritta sugli assegnatarii, venne 
dal J settembre in jìoi sei)arata in due, cioè : '/. sugli assegnatarii 
e Vs svilii ribassa. 

La denominazione «li uìezzo bimestre ebbe invece oiigine dal 
seguente fatto : La Deputazione, ant<'rioi incute al 180S era debi- 
trice a diversi creditori di (|uattro annualità clic riiiiontavaiio sino 
al 1725 e di altri (piattro i-ecenti l)iiii(\stri. ! «-rcditori. lilialmente, 
stancali di tant<> attendere , e n<ui volendo più a lungo tollei'are 
qualun(|ue indugio , n*clamaiono alla Deputazione il soddisfaci- 
mento totale del loro credito. Ma la loro istanza, non avuto fa- 
vorevole accoglimento, i-icorscro al Uc, il (|nale, inteso il parei-e 
della (riunta dei Prcsid«'uti e ('ousuIt(ue, con atto del 22 settem- 
bri' 1807, nomino una speciali^ (ìiiinta, i componenti la quale, da 
arbitri, avrebbero dovuto giudicare inappellabilmente. 

In fatti, dopo maturo esame, a IT» giugno 1808, |)ronui\ciò il 
Hiio lodo <"lie fu sanzionato con SoNiaiio <lispii<'cio del 10 luglio 
Heguentc. 

K fu deteniiiiiato clic delle t|ii:illi'n :iiiliclic iiiiìiiialitiì doNiile 
ai ereiiitori oiiginarii , se ne corrispon<lesHei'o loro soltanto tre, 



MISCELLANEA 369 



rimanendo a beneticio della Deputazione la quarta annata; e che 
delle quattro dovute ai traslatarii, se ne pagassero loro due sole, 
per rimanere a prò' della Deputazione le due rimanenti. 

In quanto poi ai bimestri correnti, riconosciutosi di averli la 
Deputazione soddisfatti, furono dichiarati indovuti. 

Circa al modo come stabilirsi il pagamento delle anzidette an- 
nualità, fu poi deciso di dividersi in s«n bimestri ognuna di essa, 
e girarsi ogni anno , nel mese di giugno , la metà di un bime- 
stre in favore dei creditori, sino alla totale estinzione. 
E Analmente parlerò del ramo consolidato : 

Nel periodo della rivoluzione del 1848 per la cessata riscos- 
sione delle gabelle, e i)ci- hi insufficiente risorsa delle nuove tasse 
allora imposte, la Deputazione non potè più corrispondere in tut- 
to o in parte le soggiogazioni. 

Kipristinato il governo borbonico , si pensò di rimettere in 
assetto la Deputazione , su quanto specialmente riguardava il 
soddisfo dei creditori. 

Con questo intento, e dopo !' uniforme parere della Consulta 
di questa parte dei reali dominii, S. M. in occasione dell'appro- 
vazione dello stato discusso quinquennale della Deputazione , 
dal 1851 al 1855, dis[)ose coi rescritti del 19 maggio e 15 agosto 
1852, che tutti gli arretri fossero consolidati, e la rendita risul- 
tante ragionarsi al 4 j). 100 pei privati e al 3 p. 100 per le ope- 
re amministrate. E , i)el ])agamento , allogarsi annualmente un 
fondo di ducati 12000. 

In esecuzione di <juest'ordine, furou tosto fatte le liquidazioni 
ai creditori; liquidazioni approvate con ministeriale del 1 agosto 
1854. 

In base a tali liquidazioni ogni creditore ebbe rilasciata una 
cartella, che costituì il proprio titolo alla percezione della nuova 
rendita. 

Queste furono le classi che costituirono il numero totale dei 
creditori della Deputazione, e a ciascuna di esse corrisponde nel- 
l'archivio della medesima una particolare sezione (1). 

Le condizioni di (piesta imanime deliberazione del popolo 
furono : 

(1) F. Pollaci Nuct;io, ìa' isvnsioni (hi l'a lazzo Comunale di Palermo. 
Stab. tip. Virzì. 



3H0 MISCELLANEA 



1. Che per la retta aiuiniui<!trazu)iie <ìi tali imov^e jj;ravezze , 
dovesse eleggersi una Deputazione composta di persone di emi- 
nenti virtù e prudenza; la quale fosse penitiiH distinta e separata 
dal Corpo del Senato, dall' Amministrazione degli altri suoi effetti 
e dal patrimonio della cittil; e composta dal Pretore, e priore 
dei Giurati [>resenti, da un cavaliere e da un gentiluomo , nati 
in Palermo, entrambi soggiogatarii ed interessati, da eleggersi 
dal Consiglio (Mvico: due persone icligiose, una da nominarsi a 
voti segreti dal (Capitolo della (Cattedrale, i)urchè fosse un Cano- 
nico di essa e da un ecclesiastico; l'altra da eleggersi dal Vice 
Re ti-a i Regolari e da uno dei Parroci da scegliersi a voti segreti 
dai Parroci stessi. 

2. Che questi Deputati amministratori di dette gabelle, i quali 
avevano la rappresentanza di tutti i creditori, dovessero di due 
mesi in due mesi soddisfare i soggiogatarì, senza che per nessun 
caso ed in nessun tempo, ne per qualsiasi causa, anche urgentis- 
sima, né per ordine di sua Eminenza o di qualunque altro supe- 
riore, i)otessero invertire o spenderne gl'introiti, se non che al 
solo fine di pagar quelli sotto la loro i)roi)ria solidale respon- 
sabilità. 

Al quale oggetto le gabelle furono assegnate in solutum ai 
soggiogatarii, con tutte le clausole importanti traslazione di do- 
minio e possesso. 

In ordine poi alla esenzione da concedersi agli ecclesiastici in 
una delle imponende gabelle, fu deterniinato, con atto del 20 di- 
cembre 1648, di conceder loro la esenzione medesima sul cespite 
delle farine, (tari 12 a salma). Beninteso che tale privilegio fosse 
conferito esclusivamente al solo ecclesiastico, esclusane la fa 
miglia (1) 



(1) Più tardi però, onde eliminare degl'inconvenienti clu.' si erano la- 
mentati, con editto del 12 w'tteinUre 178(), di Monsi^^tior Sanse verino, Ar- 
civescovo di Pulernio, tu di«poHt<» «li escludere dal suddetto heneticio tutti 
quei chierici che \wx una ragione (jualsiasi avessero deposto l'abito ehieri- 
cale. 

Kipiitat-HJ per cliierici, e «juindi ^(idci'c della esen/.ione, tutti coloro clic 
vestiHMero in abito e tonsura, e prest4issero la loro assistenr.a ntdle Par- 
rocchie e tbMm;ro ascritti nelle Congrega/.ioiii di S. Carlo, del Fervore , 



MISCELLANEA 361 



Con atto del ^30 aprile 1649, l'Illustrissimo Senato assegnava 
alla Deputazione delle Nuove Gabelle onze 5029, 4, 3 annuali, per- 
chè fossero dalla medesima amministrate per conto del predetto 
Senato, a soddisfo dei debiti che lo stesso aveva verso la Tavola 
e la Regia Corte, pagando i salarii a tutti gli Ufficiali della detta 
Tavola e Regia Corte (1). Con la condizione però che le somme 
rimanenti fossero ogni anno riversate al Patrimonio della città, 
e non impiegate ad uso diverso. 

Le onze 5029, 4, 3 venivano assegnate sulle Univei-sità del 
Regno di Sicilia nel modo seguente : 

Nicosia Onze 901. 12. 4 

Castelbuono. ... » 304. 26. 11 

Geraci » 134. 14. 2 

Santo Mauro ... » 162. 11. 5 

Tusa » 202. 27. 9 

Cefalù » 248. 3. 15 

CoUesano » 241. 4. 19 

Monte S. Giuliano . » vl61. 25. 6 

Sutera » 178. 20. 14 

Castronovo .... » 191. 25. 19 

Chiusa » .334. 7. 18 

Burgio » 235. 27. 16 

Vicari » 104. 7. 8 

Frizzi » 128. 20. 13 



dell'Oratorio di S. Filippo Neil, di 8. Pietro e Paolo e di Maria SS. del 
Lurae, o che fossero addetti a Monasteri o altre chiese principali. 

Riguardo poi ai preti , il privilegio veniva concesso ai soli palermi- 
tjini nati , ed a coloro che si reputassero tali per la Diocesana spedita 
dalla Curia Arcivescovile, o che fossero scelti per Cappellani, Coadiutori o 
Sagrestani delle Parrocchie , od altre chiese principali ; restando esclusi 
tutti i preti cosidetti forestieri. (Vedi Capiioìi ed Orrli nazioni delle Xuore 
Gabelle, a pag. 490), luogo citato. 

(1) Il 22 luglio del 1876, dal Principe di Caranianico veniva invece 
disposto che la Deputazione, (piale cessionaria del Senato, jier la parto dei 
debiti che questi avea col Banco e con la R. Corte, dovesse assegnare la 
somma di onze 30ó6, 1 , 4 ai sopradetti istituti (Vedi Capitoli ed Ordina- 
nmioni delle Xuore Gabelle, a pag. 181), luogo citato. 



362 MISCELLANEA 



» 


187. 


17. 


18 


» 


367. 


7. 


19 


» 


231. 


10. 


7 


» 


213. 


9. 


18 


» 


133. 


3. 


— 


» 


191. 


25. 


7 



Racalmuto .... Onze 173. 23. 5 

Ciminna 

Tricona 

Cartabellotta . . . 
Partanna. . , . . 
Palazzo Adriano . . 
Caltavutnro. . . . 

E per lo stesso ettetto, con l'altro atto del dì 8 nuigjjio ltì57, 
il Senato assegnava alla Deimtazione altre onze COO annuali snl 
reddito della neve. 

Alla deliberazione del ])nbb]ic'o Consiglio avuto luogo il 29 
agosto 1648, seguì l'atto d'approvazione del Vice Re Cardinal 
Teodoro Trivulzio, in data 2 ottobre dello stesso anno. 

('ol medesimo vennero stabilite le diverse facoltà della Depu- 
tazione ed attribuite le più auii>i«' facoltà ai nuovi eletti l)e])u- 
tati (1). 

Essi doveano attendere ad invigilaro sul retto andamento del- 
l'Amministrazione, riscuotere gl'introiti e praticarne i pagamenti 
ogni bimestre, in favore di tatti i soggiogatarì. Col divieto di 
non potere, né permettere che gl'intioiti destinati a tale uso e- 
spressanu'ute, si spendessero diversamente per (pialsivoglia causa. 

Eligere gl'impiegati che avessere riputati necessari, attribuir 
loro 1 salari, rimuoverli, all'occoiTcnza, dall'impiego, senza dover 
loro render conto alcuno. 

Pagare agli stessi i rispettivi salari sul percctto dazio. 

In oltre, in virtù dell'atto suddetto, era conferita alla ripetuta 
Deputazione la giurisdizione civile e criminale per l'ampia e gene- 
rale e.secuzion»* di ogni sua determinazione nel campo di tutte le 
facoltà attribuitele, fra le quali la più importante : il manteni- 
mento dell'ordine pubblico, per evitare il ripetersi dei disordini 
sempre deplorati e malamente evitati. Disordini causati sempre 
dall'odio che la misera gente nutn'! in ogni tempo contro i bai 
zelli di 4ualnn(|ue natura essi siano. 

Per tale oggetto aveva libera potestà di poter procedere w 
abrupto, senza |)ronuiiciazioiH» d'inttMlociitoria, contro i colpevoli 
di reati «li (|nalnn(|ue specie, non esclusi i contrabbandi in frode 
al dazio, e quin<li a <lanno <lella detta i)e))utazione. 



(1) Vedi H pog. 44 « Miglienti delle (h'dinutioiii e Kegolumenti citati. 



MISCELLANEA 363 



Per l'esecuzione di taute iiioombenze, poteva nominare Pro- 
curatori, Sollecitatori ed altri ofticiali, per mezzo dei quali proce- 
dere alla « cattura d'informazioni e tortura , concessione di ter- 
mine estraordinario ed a sentenza diffinitiva usque ad mortem 
naturalem inclusive et ejus executionem ed altri atti e i>rovviste 
necessarie ». Nella condanna di morte o alla galera, però, richie- 
dere, col voto di un Consi{>liere in atto, o che jjvo tempore fosso 
stato eletto per detta Deputazione, la relazione al detto Eminen- 
tissimo Cardinale e Vice Ee o suo successore. 

Rimanevano attribuite al Pretore della città, Presidente della 
Deputazione e ad un Deputato da eleggersi , le determinazioni 
delle contravvenzioni , allo scopo di facilitare la soluzione delle 
stesse. 

1 versamenti della percezione venivau fatti alla Tavola dai 
Collettori, Pleggi e Caratarli. Era loro proibito rigorosamente qua- 
lunque ritardo nei depositi. 

La Deputazione non riscuoteva <iirettamente i lu'ojjrii dazii. 
Li dava in appalto. L'appalto si faceva a pubblico incanto. 

Le offerte potevano farsi da persone singole o (H)n80ciate. Se 
l'aggiudicazione veniva fatta ad un solo individuo , costui (diia- 
mavasi arrendatario; se, al contrario , 1' ajjpalto veniva aggiudi- 
cato a persone consociate, costoro nominavansi caratani. 

Peri», tanto nel i)rimo, <;orae nel secondo caso, fatta l'aggiu- 
dicazione era obbligo dello aneiidatario o dei varatarii di appie- 
star valida garanzia all' Amministrazione , |>er la scrupolosa os- 
servanza dei i)atti per contratto convenuti. 

Allora, per tale oggetto, costituivansi, colla qualità di malle- 
vadori , una o più i>ersone di riconosciuta solvibilità , che chia- 
mavansi pleygi. 

Di guisa (die l' Amministrazione poteva riscuotere i proprii 
dazii direttamente dall'arrendatario o dai caratarli, od, in caso 
d'inadempienza ai pagamenti da parte di costoro, direttamente 
dai pleggi. 

Ordinariamente , nell' interesse degli appaltatori , facevano i 
cosidetti Gollettorì i versamenti alla Tavola delle somme percepite. 

I Collettori corrispondono agli attuali Ricevitori daziarli, che, 
come quelli, versano giornalmente nella Cassa Centrale daziaria 
le souuue riscosse per dazio. 

Dalla Deputazione poi veniva spedita una polizza ai Cover- 



364 MISCELLANEA 



natori della Tavola, che a sua volta girava il mandato all' Uhi 
strissimo Senato, ogni bimestre , per indi farsene dalla Deputa- 
zione i pagamenti dovuti ai soggiogatarii, come innanzi prescritto. 

Nei mandati eran descritti i nomi dei creditori. 

E, perchè ninno avesse indebita ingerenza nell' Amministra- 
zione «Iella Deputazione, per qualunque pretesto, essa veniva di- 
chiai*ata autonoma; segregata perciò da qualunque altra ammini- 
strazione, fosse (juclla dell'Ili. ino Sonato e del Tribunale Kegio 
e Supremo. 

Era pure competenza legittima della Deputazione bandir le 
gabelle e gli appalti, conformemente a quanto praticavasi solen- 
nemente dal Senato e dalla Regia. Corte nei loro arrendamenti. 

Le gabelle e gli appalti avean luogo nel palazzo dì città nel 
giorno ed ora fissati dalla Deputazione per tale ett'etto. 

In essi intervenivano i deputati, <die non dovevano esser meno 
di quattro, come per ogni altra deliberazione era prescritto. 

Per tutte le spese da farsi per conto dell'Azienda si emette- 
vano delle polizze firmate dai Deptitati presenti. In ogni caso, 
mai inferiori al numero di quattro, come ho detto sopra. 

Sua Maestà il Re Filippo IV, cui furono rappresentate la de- 
liberazione del Pubblico Consiglio <lel 29 agosto 1B48 e l'altra del 
2 «lei seguente ottobre, per cui rurono concesse le più ampie fa- 
coltà ed assoluta indipendenza alla Deputazione delle Nuove Ga- 
belle , aven<lo considerato e riconosciuto che la forma <lata per 
la riscossione delle nuove iuìposizioni altro fine non avea se non 
che (juello di continuare la quiete eho si godea nella città di Pa- 
lermo e in tutto il Regno, e per soddisfare sicuramente i credi- 
tori, calcolati seriamente i vantaggi che ne risultavano allo Stato, 
con due sue reali decisioni date da Madrid il 5 novembre 1649, 
approvò da un lato tutto «pianto er;i stato praticato intorno allo 
Htubilimento v. alle facoltà della Deputazione suddetta , alla ri- 
8C088Ìone e allo iinj>iego che dovea farsi dei dazii, noiu'lìè alla 
dispensa «Iella franchigia che si g()d«>a dalle |)erson«' privilegiate, 
e, dall'altro canto, commise al suo ambas«'iatore in Roma «l'impe- 
trare dalhi Santa Sede la stessa dispensa riguardo agli ecclesia- 
8tici, onde il tutto produrre il su(» fine (1). 



(I) Vwli CapUoli ed unlinationi t'itali, pag^. (12 e 69. 



MISCELLANEA 3C5 



PARTE III. 



Pervenuto al Trono S. M. ('arlo II d' Austria ed informato, 
per le istanze della Deputazione, degli abusi che erano stati in- 
trodotti in quel sistema di riscossione per le pretenzioni di al- 
cune franchi}>ie, dojM) di avere inteso il Gran Consiglio, con sue 
reali lettere date da Madrid il 2 agosto 1676 , manifestò la sua 
IJeale conferma alle disposizioni antecedenti, ed ordinò che si ve- 
gliasse i)er lo esatto adempimento di quelle prescrizioni che poi 
riconfermò in altra occasione con nin>ve lettere reali del 2 Feb- 
braio 1677 (1). 

(/osì fu sovranamente sancito dal successore Carlo V , con 
real dispaccio dato da Vienna il 20 dicembre 1721 (2). 

Poi Ferdinando I , jier togliere le controversie insorte tra i 
creditori, la Dej>utazione delle Nuove Gabelle ed il Senato, ap- 
provò iu data del IO luglio 1H08 il lodo fatto dal Sig. Duca Luc- 
chesi, Prctor(;, dal Conservatone Generale e dall'Assessore Don 
Donato Tomasi, arbitri presc»!lti dalla stessa M. S. a(hlì 22 Set- 
tembre 1807 (3). 

Il medesinu) Re Ferdiimiuio, con Reale Rescritto del 17 aprile 
1824, riconfermò tutto quello innanzi detto, quando insieme ap- 
provava lo Stato discusso per rAuiministrazione di essa Depu- 
tazione. sei)aratauiente però da quello del Comune (4). 

Ed in fine, con Kciil Decreto del 1. giugno 1826^ il Re Fran- 
cesco I i-egolava gl'impiegati con nuo\o piano organico a secontla 
le leggi amministrative (5). 



(1) Vedi (hdiuti:ìtntì e lìe^/oìamenti citati, piig, 133. 

(2) Vedi Orditmzìoni e Jieffohtmeidi citati, pag. 148. 

(3) Vedi il lodo pubblicato per le stampe, tra la I)ep. di N. G. ed i 
creditori soggioga tari i. 

(4) Vedi il R. Rescritto del 17 aprile 1824, in line dello Statodi scusso 
della Deputa/ione, in queirauno. 

(i)) Vedi li. 1). 1" gciiuaJM 1S26^ Giornale W luteudema. giugno 1827. 



366 MISCELLANEA 



S. M, il Re Ferdinando II, con Reale Rescritto dato in Palermo 
a 22 dicembre 1841, apjìrovò \mve separatamente dal Comune lo 
Stato discusso della Deputazione per gli esercizii dal 1842 in poi, 
ove, all'art. 34 raccomandò lo scioglimento della promiscuità d'in- 
teressi che vi erano in alcuni da/ii. 

Con risoluzione del 22 febbraio 184r) approvò il metodo come 
la medesima avesse potuto riluire ed ammortizzare le soggioga- 
zioni dovute. E, col Sovrano Rescritto del 19 maggio 1851 , ap- 
provò lo Stato discusso i)er gli anni dal 1851 in poi , nel quale 
raccomandò che nessuno si tacesse lecito proporre d' inveiti re a 
prò' del Comune gl'introiti appartenenti alla De])ntazione. 

Fin quando la Deputazione fn tenuta libera e indipendente, 
corrispose sempre all'unico retto fine i)el quale fu creata, adem- 
piendo puntualmente in ogni anno il pagamento ai suoi creditori, 
appena maturatasi la scadenza. E , spesse volte , il Pretore e i 
Deputati, nelle princi])ali feste di Pasqua, Santa Rosalia e Natale, 
quando il denaro non si trovava tutto incassato, anticipavano del 
proprio, o prendevano a prestito, pagando lievi interessi ai ga 
bellieri, quanto bisognava ])cr soddisfare in tali occorrenze, anco 
con anticipazioni, i soggiogatarii, all'oggetto di rimetteie in cir- 
colazione la non lieve somma di 1). HÌMKK) elica , (luanto imi)or- 
tava un solo bimestre. 

Sino allora nessuna inversione , nessun prestito fu mai fattc^ 
al Comune, se non che gradatamente, trovandosi la città in qual- 
che urgenza. 

Conoscendo il Senato che la l)e])utazionc uvea degli avanzi, 
l)regava S. M. che essi fossero C()nc«Mluti al (Jomune, per supi>lire 
ai propriì bisogni. 

Il che varie volte fu consentito , con la espressa condizione 
però, che si fossero dovuti concedere al Senat(., allorché si aves- 
sero del tutto pagate le somme annuali di pertinenza dei soggio- 
gatarii. 

Ma, pubblicato il li. Decreto degli 11 ottobre 1817, sull'Am- 
ministrazione Civile, il Decurionato di fatto si credette in pieno 
diritto di poter regolare gli affari della Deputazione come quelli 
del (yomune , e, ora nella proposizione degli Stati discussi, ora 
trovando altri motivi, procurò sempre di volgere a vantaggio del 
primo direttamente ed indirettamente le entrate proprie della De- 
putazione. 



MISCELLANEA 367 



Nel 1823 , occasionalmente alle proposte degli Stati discussi 
pel 1824, il Decurionato reputava di nessun utile questo stabili- 
mento ed ojHnava riunirlo al Comune , passandogli i dazii della 
Deputazione, 

Abolito nel J848 il hkicìho , il Decurionato inerlesimo ne ri- 
propose nel 1849 la soppressione, ed invitato a dare un surrogato 
eguale e sicuro, ne procrastinava la proposta, ed in modo insuf- 
tìciente tardivamente la eseguiva. 

Xel 1850 pensava tare lo stato di variazione di quell' anno, 
commutando i da/ii di un'amministrazione con quelli dell'altra; 
ed, in modo nuovo, al di sotto del jìroprio diritto, riuniva le en- 
trate della Deputazione. 

Lo stesso avveniva nel deliberare lo Stato discusso pel 1851 , 
e nello stato di variazione pel 1852, non determinando il fondo ne- 
cessario per il pagamento di un debito certo a favore del Tesoro, 
o tanto meno (j nel lo per le reluizioni che credettero sospendere 
in onta al K. Rescritto del 19 maggio 1851 sull'approvazione dello 
Stato discusso anzidetto , con cui fu dichiarato doversi tenere 
intangibile. E ciò all' oggetto di passare a benefì(à<» del (Comune 
una parte del prodotto «lei dazio sul Macino, i)roprio della 
Deputazione. 

Né a distorlo da tali i>r<qM>nimenri valsero le leggi lundameii- 
tuii su cui reggevasi la Deputazione, uè tampoco i Decreti di 
aj)i)rovazione e i Rescrìtti che vietavano le suespresse liroposte; 
perchè, trovandosi (piasi sempre il Comune in qualche urgenza, 
il Decurionato credeasi in diritto di potere, colla doppia veste 
di tutore dell'una e dell'altra amministrazione, sussidiare a suo 
beneplacito i bisogni del primo con le entmte della Deputazione. 

l Deputati oiqmnevano semiu-e energica resistenza , e quasi 
s('mi>re le proposte non venivano accolte. 

Queste contese furono di grave danno alla Deputazione, poiché 
ciò che era stato fondo di ammortizzamento, ora per un i)retesto 
Ola per un altro, veniva «piasi semi>re impiegato pei bisogni del 
(yomune, recaiulo allo stesso il gran male di mai alleviarlo dalle 
esorbitanti gravezze. 

Ma, finalmente, nello spazio di pochissimi anni cessò ogni li- 
tigio , cessarono tutte le prerogative della Deputazione delle 
Nuove Gabelle, e con esse si estinsero eziandio i debiti che il 
Comune avea verso i creditori soggiogatarii , in virtù del De- 



368 MISCELLANEA 



creto Prodittatoriale del 17 ottobre ISfiO , X. ().">8 , che qui ap- 
presso mi piace trascrivere integralmente : 

« In nome di S. 31. Vittorio Emanuele, Re d'Italia, 

Il Proditta'I'oue 

« In virtìi dell'autorità a lui delegata, volendo aprire ai Oo- 
« muni di Sicilia la via a procedere gradatamente all'abolizione 
« dei dazii di consumo che pesano principalmente sulla classe 
« più povera. 

« Sulla proposizione del Segretario di Stato delle Finanze. 

« Udito il consiglio dei Segretarii di Stato 

Decreta e promttlga: 

« Art. unico — Tutti i debiti dei Comuni di Sicilia , che fan 
« parte della loro spesa ordinaria o che trovansi rappresentati 
« da rendite costituite, o che derivano da titolo certo, liquido e 
« legalmente riconosciuto, sono dichiarati debiti dello Stato, 

« Ordina che la presente legge, munita del Sigillo dello Stato, 
« sia inserta nella raccolta degli atti del (loverno , mandando a 
« chiunque spetti di osservarla e di taila osservare ». 

11 l'rodittatore : Morbini 

In esecuzione al Decreto soprascritto, ne consegui la delibera- 
zione della Giunta Comunale del 20 ottobre 1860, con la quale, 
essendo stati dichiarati debiti dello Stato i debiti del Comune e 
per conseguenza divenuta inutile l'esistenza della Deputazione 
delle Nuove Gabelle, ne disponeva lo scioglimento. ' 

Ed in effetto, il Consiglio ('oin anale, nel bilancio del semestre 
da luglio a dicembre 18(>1, bilancio approvato nelle forme di legge, 
riformò il sistema daziario nel quale reggevasi la Dei)utazione , 
fece sue le rendite di essa, perchè Comunali, e allogò nella pas- 
HÌvità i pesi e gli obl)lighi a cui quella andava soggetta. 

Lo stesso fu praticato nel bilancio dell'anno seguente , e la 
rota di debiti sino al 10 ottobre 1860 fu allogata nella passività 
di esio. 



MISCELLANEA 360 



In sei^uito di <;h»% le .soirmie della Deputazione giacenti nella 
cassa del Banco, dovevano riportarsi nelle madrefedi della Cassa 
Comunale. 

Ma ansile qui sorsero delle ditticoltà, non potendo esse svin- 
colarsi senza il visto dei Deputati delle Nuove Gabelle. 

Più tardi però, dopo lunga e noiosa coi rispondenza intercorsa 
tra il «indaco e la R. Prefettura di Palermo , le somme furon 
svincolate e spese in soddisfo dei creditoii soggiogatarì bime- 
stranti , in seguito a regolare lirma di (-iascun Deputato a tal 
line invitato. 



Antonio Franchina 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



RevetlJ Paolo. —// Comune di Modica. Desv ris io ne fin ico-uìt tro- 
pica. Palermo, Saiidiou editore, 1904. In 8., di pag'. XIV- 
331 e Appendice di pag". XXYIII, con illustrazioni. 

Lo scopo ed i limiti del i)reseute lavoro del prof. Kevelli , 
libero docente di j^eografta in questa li. Università, si desumono 
chiaramente dal titolo. Egli non si è proposto di scrivere spe- 
cialmente la storia di Modica, ma di esporre le notizie j^eologicbe 
{teocratiche, etnogralitthe, storiche e sociali riouardauti (piella 
città. Dichiara pertanto (p. XI): «A con l'or tare i uia{>giormente 
nel nostro proposito, oUrc all'attrattiva proiuia dell'argomento, 
alla singolarità della condizione toi)ogralìea della città, alla sua 
antichità, all'importanza che pin* varii s«',coli ebbe la Contea del 
suo nome, valse la (!onsiderazione che una monogratìa geografica 
avente per suo oggetto un Connine avrebbe avuto presso di noi, 
in Italia, pregio di novità ». L'egregio A., jnemontese , dimorò 
quasi otto mesi in .Modica nel l\HH), e «piivi ebbe agio «li intra- 
prendere e compire i suoi studii. 

L'opera è divisa in tredici capitoli. Nella introduzione è <lata 
ampia notizia critica delle fonti che concernono Modica, e sono 
ricordati parti(;oIarnu;nte i lavori storici ])regevoli di Caratt'a , 
Henda, Solari no e Grana Scolari. 

Nei primi «lue ea|)itoli sojio alenili cenni generali su la posi- 
zione, po|tolazìone e contini del Comune, e su la naturadel ter- 
ritorio. Kst(ts(» è invecMi il Capitolo ili (U'nno storico (pag. M)- 
11)0), e conviene farne speciale menzi(Uie. L'A. afferma eh»' è 
MMo intento di espone bievement»- pei- le varie ep«)elM' le notizie 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 371 

Hill territorio di Modica e su l'importanza della Contea, e di mo- 
strare « se e in quale misura la Contea fu un'unità politica vera 
e propria ». 

Giovandosi dei moderni studii archeologici, premette alquanti 
cenni su l'epoca preistorica e su la civiltà sicano - sicula , che 
chiama civiltà indiiiena della Sicilia. Ri;;retta 1' origine fenicia di 
Modica (p. 39), e crede piuttosto « che la cittiV abbia costituito 
uno dei nuclei importanti di popolazioue sicula o indìgena » 
presso ad altra di origine greca. Ricorda le vicende delle età 
più anti<hc, e la scoperta di uecrojKjii bi/.antine nella vicina 
Cava d'Ispica. 

V'ien quiudi ad esporr»* le notizie su la celebre Contea, e di- 
(tliiara <;he si è astenuto da particolari ed estese ricerche stori- 
che, peraltro i)oco adatte al suo argomento, e che si limita «alle 
linee t'omlamentali della storia della Contea» (|). 01). Ha ese- 
guito ])erò utili ricerche eziandi<t nel Tabulano dei Cabrerà, pos- 
seduto dall'illustre nostro Presitlente Au<lrea (Tuarneri. Divide 
in s«'tte epoche le uuMuoiie storiche della Contea dai Normanni 
sino al secolo XVIII, ed afferma « che la Contea non ebbe mai 
nella storia generale <lell' isola una funzione pro|)<uzionata alla 
fama, di cui go«le il suo nome », che «piell'onore provenne dalla 
potenza dei Chiaramonti e poi dei Cabrerà, che i contini della 
Contea furono spesso varii, che talvolta la sua esistenza fu di 
nome, e che si consolidò duiante il secolo XV. 

L'A. tien conto dei più recenti la voli, e delle memorie di 
Boglino, Bozzo , (ìuarneri , Lagumina , IMiùtoue ed altri , ed e- 
sjjone chiaramente le vicende della (Contea, e le gesta dei ])o- 
tenti signori che la dominarono sino al 1704, quando ricadde al 
fìsco per la ribellioni* di Enriquez. Aggiunge pregevoli cenni su 
i « Limiti della ('ontea nei vari tempi ». (p. t»0), ed in fine le 
notizie su le novità dell'e])Oca di dominio nominale sino ad oggi. 

E data poi («'aj). IV a VI) estesa notizia, talvolta con ricordi 
storici, su la contigurazione del territorio, le grotte «li Modica, 
la Cava d'lspi<*a, i liumi di vScicli (tanto (;onosciuto i»er l'allu- 
vione del ÌW)'2) e Busaitone, il dima, la <'oltura del territorio e la 
l)t)l»olazione. Impoitaiiti sono i capitoli VII e N'III, ium <[uali l'A. 
descrive la città ed i suoi i)iù notevoli editìcii, e fa (^enno degli 
nomini illusti'i, «^ «lescrive altresì la «-ampagna, le stazioid pro- 
toistoiiclie, la Cava d'Ispi<-a <'on le sue grotte, che chiama (p. 213) 



372 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



«la più carattcìisticji valle di Sicilia sotto questo riguardo», 
attenuando che « è ad un tempo città trogloditica e serie di ne- 
cropoli » e narra gli avvenimenti funesti dell'alluvione del 1902. 

Esamina indi minutamente (cap. IX e X) le condizioni di 
viabilità e lo stato economico e sociale della poi)olazione , ottre 
(e. XI-XII) pregevoli notizie sul dialetto, gli usi , le tradizioni 
e la toponomastica, ed intine descrive i dintorni. 

L'opera del Revelli è degna di elogio per l'erudizione, la sana 
critica e la competenza dell'A. nelle materie geogratiche, e giova 
a far meglio conoscere la regione e le vicende di Modica. 

Giuseppe La Manti a 



Starrabba bar. Raffaele. — Scritti di Giovanni JVaso da Corìeone^ 
detto il « iSiciliano », Segretario Cancelliere del Comune di 
Palermo. Ivi, Scuola Tip. « Boc(M)ne del Povero », HW)5. 
In 8. di pag. LXIX - oo. Con un fac-siniile. 

V^arii scrittori han dato notizia di Giovanni Naso , distinto 
umanista siciliano del secolo XV, e dei suoi lavori , e conviene 
ricordare Mongitore, Xarbone e Pollaci. Particolari cenni olirono 
pure per la parte bibliografica Logoteta, Tornabene, Mortillaro, 
Mira, Pennino, Salvo-Cozzo, Starrabba, Vito La Mantia, perchè 
due lavori del Naso api)artengono all'ei)oca della introduzione 
«Iella stampa in Sicilia, ed han tornito materia di disputa ai bi- 
bliografi per determinare il luogo e l'anno della edizione, e per 
riconoscere l'epoca vera della prima stampa eseguita nell'isola , 
e che è stiita contesa tra Palermo e Messiim. 

Il chiar. Barone Starrabba ha voluto , per la estrema raritiY 
dei lavori di Naso, già tutti <lati alle stampe, raccoglierli e ri- 
prodnrli ora in a<5curata edizione, come seconda puntata degli 
Amdditti Miotici e lettcraiii HicHiani. Gli scritti di Naso sono quat- 
tro e<l in lutino, cioè il poemetto in oru>re di Giovanni Pe di 
Aragona e di Sicilia, il «'arme su la p<'st«' di Trapaui, la lctt<Ma 
dedicat«)ria della prima «•dizi«)iic delle cotisueMidini di l'aieiiiio, 
ed i detti ueniorabili uiuiiiaui. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 373 



L'editore premette estese ed erudite notizie su la vita e gli 
scritti di Giovanni Naso , e pubblica cinque documenti , alcuni 
dei quali sono inediti. Accenna ^li onorevoli ricordi di Naso 
fatti dai contemporanei Lucio Marineo ed Alfonso da Segura e 
poi da Fazzello, l'insegnamento tenuto nello Studio di Napoli 
negli anni 1468 a 1470, secondo le cedole di Tesoreria del regio 
Archivio di quella città, il trasferimento a Palermo, a richiesta 
dei Giurati , per insegnarvi , come si ricava da due documenti 
ora dati in luce, la nomina di Cancelliere del Comune nel 1477, 
e la sua morte avvenuta probabilmente nel 1481. 

Il lavoro più importante di Naso, e per il quale si conferma 
la sua fama, è il poemetto in onore del Re Giovanni. Starrabba 
aiferma (pag. VII) : « Il principale tra i medesimi [scritti] rimane 
sconosciuto a moltissimi; mentre, se ben mi avviso, merita tutta 
l'attenzione di quanti si occupano della letteratura umanistica del 
XV secolo; ed è inoltre pregevolissimo documento della storia 
e dei costumi siciliani in sul finire dell'età di mezzo ». Fornisce 
pertanto ampie notizie su l'argomento e le parti più notevoli 
(anche per ricordi storici) del poemetto , contenuto in mille versi 
esametri , e su la felice imitazione di Virgilio (pag. XXXVIII). 
Basta soltanto accennare che questo pregiato lavoro poetico di 
Naso si riferisce alla sottomissione della città di Barcellona al 
Re Giovanni, avvenuta nel 1472, dopo una ribellione durata per 
molti anni sin dal 1448, per la contrastata successione nel trono 
di Navarra del primogenito principe Carlo , ed alle feste gran- 
diose, e 8tui)endamente descritte, che per otto giorni continui al- 
lietarono la città di Palermo all'annunzio del fausto avvenimento. 
Starrabba oflfre opportunamente estesi cenni su l'importanza 
bibliografica del poemetto, che non ha data tipografica di luogo 
e di anno, e su gli esemplari ora esistenti, e riferisce le discordi 
opinioni di varii bibliografi , che assegnavano quella edizione a 
Palermo ed all'anno 1473, come prima stampa di Sicilia. Sostiene 
con varie ragioni che il poemetto fu stampato nel 1473 a Napoli 
e non in Sicilia, anco perchè la stampa fu introdotta in Palermo 
nel 1477, secondo varii documenti, che ripubblica. 

Il breve e pregevole Carme in lode dei Trapanesi per aver 
sollecitamente impedito nel 1475 il rinnovarsi della peste , che 
aveva afflitto Palermo nell'anno precedente, era stato già pub- 

Arch. Star. Sic. N. S. Anno XXX. 25 



374 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

blicato nel 1871 dallo stesso editore, che l'aveva rinvenuto nei 
registri del Comune di Palermo. 

La lettera dedicatoria al Pretore ed ai Giurati di Palermo , 
che aveano ordinato di eseguirsi la prima edizione delle Consue- 
tudini della città, è ristampata da Starrabba, con le varianti del 
Commento di Muta. Nella prefazione non offre particolari cenni 
su questa preziosa edizione del 1478 (che è a ragione ritenuta 
la prima stampa siciliana), poiché trattando del poemetto in lo- 
de del Re Giovanni, egli ha riferito le notizie dell' introduzione 
della stampa in Palermo nel 1477, ricavate dalla sudetta epistola 
di Naso per la edizione del 1478 delle Consuetudini e da varii 
documenti. 

Termina il volume col testo del breve scritto di Naso in prosa 
De dictis siculis nnnotamentum, edito nel 1520 in un opuscolo raro 
di Scobar, e poi ristampato da Schiavo nel secolo XVIII. Con- 
cerne detti memorabili dei tiranni siracusani, ed in parte è tratto 
dagli Apoftegmi di Plutarco. Vien pubblicata inoltre (p. LXVIII) 
una lettera inedita del 1476 a nome dei Giurati di Palermo , e 
che r egregio editore crede scritta da Naso Cancelliere « per le re- 
miniscenze storiche o tradizionali », ed è omesso , soltanto per- 
chè osceno, qualche inedito scritto. 

L'edizione dei lavori di Naso , curata dal bar. Starrabba re- 
ca notevole contributo agli studii letterarii e bibliografici del- 
l'isola. 

Giuseppe La Mantia 



Crino prof. Sebastiano. — Una questione di topografia antica. Nuo- 
vo disegno in ordine allaposisione topografica di AKPAFAS. 
Melazione (Estratto dagli atti del V. Congresso geografico 
italiano tenuto in Napoli). Ivi, tii). Tocco - Sai vietti, 1905. 
In 8. di pag. 29, con due tavole. 

In queHtH iiKMtutria, che fu ìmmic arcoltn nel Congresso geo- 
grafico tenuto in Napoli nel 1904, l'egregio prof. Crino intende 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 375 

determinare la vera topografia di Agrigento , anche dopo l' im- 
portante lavoro di Schubring e gli studii e le memorie di Bon 
figlio , Cavallari , Darà , Holm , Oli veri ed altri. Egli deplora 
che quegli studii non siano valsi a fornire notizie sicure su la 
topografia, « e ciò non tanto per le deficientissime esplorazioni 
dei luoghi,... quanto per la imperfetta interi)retazione dei classici». 

L'A. è professore nel regio Ginnasio di Girgenti, ed ha po- 
tuto compiere indagini particolari nel territorio per verificare le 
notizie degli antichi storici. 

Riferisce il testo di Polibio (IX, 27) concernente la descrizione 
di Agrigento, che dice la precipua fonte, ed afferma che i dubbii 
dei moderni nella interpretazione provengono dal non avere Po- 
libio determinato l'estensione del circuito della città, che indica 
soltanto pei limiti dei fiumi Akragas ed Ipsa. Descrive poscia il 
territorio moderno della città, e sostiene che l'identificazione di 
Schubring del fiume Akragas nel moderno S. Biagio semplice 
confluente dell' Ipsa (corrispondente al moderno Drago) non è e- 
satta, e che è impossibile che la grande città fosse compresa fra 
quei soli fiumi. Per prova di tale asserzione esamina le testimo- 
nianze di Tolomeo, Polibio e Diodoro , dalle quali rileva che il 
fiume, ora chiamato di S. Biagio , era nell'epoca più antica sol- 
tanto una grande fossa costruita a scopo di difesa militare (pag. 11). 

L'A. ricerca quindi in quale fiume del territorio bisogna ri- 
conoscere l'Akragas, e dalle nuove ed importanti scoperte di un 
villaggio sicano nella contrada detta Cannatello , verso il fiume 
di Naro, rese note dal prof. Orsi, e dai ricordi di Erodoto e Dio- 
doro sul sito di Gamico, probabilmente esistita nel lato est di Agri- 
gento, desume che la città si estese in quella direzione, ed afferma 
(pag. 16) che « nulla torna di più naturale ammettere che Akragas 
[la città] abbia i)reso sviluppo nella parte occidentale, la quale me- 
glio si prestava a renderla forte ed inespugnabile, e che la Jiarte 
orientale sia stata di nuovo popolata dopo la vittoria di Ime- 
ra (480), quando Akragas aumentò a dismisura la sua popolazione ». 

Determina cosi il sito vero dell'Acropoli e del fiume Akragas^ 
riconoscendo l'Acropoli (detta collina Atenea o Atabiria da Poli- 
bio) nel pianoro ove è la chiesa di S. Biagio, ed il fiume Akragas, 
che scorre a mezzogiorno secondo Polibio, in quello ora detto fiu- 
me di Naro. Interpreta il silenzio di Tolomeo e Vibio pel fiume 
Akragas col fatto che la città in quei tempi si era molto ristret- 



376 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ta per le guerre , e solo compresa liei sito della Civita, che era 
più fortificato (pag. 19). 

Altre indagini fa l'A. per dimostrare che i due fiumi, ricor- 
dati da Polibio, erano «vicini, ma con foci separate» (pag. 20), 
e descrive una moneta ed un vaso di Agrigento , nei quali og- 
getti sono le figure di deità fluviali e di un granchio , e dice 
(p. 2L) : « Il granchio nella moneta ha lo stesso orientamento 
dell' Akragas, identificato al fiume di Naro; mentre l'altra divi- 
nità fluviale, con le due teste di veltro ai fianchi (le quali pare 
rappresentino le due sorgenti dei fiumi Drago e S. Biagio) e con 
la coda di delfino (quasi ad indicare che i due fiumi, confluendo, 
ne formano uno solo) è posta ad occidente ed a libeccio, giusta 
la descrizione che dell' Ipsa fa Polibio ». In ciò l'A. è discorde in 
parte da Pancrazi e Caruso Lanza che identificavano l'Ipsa nel 
fiume di Naro e 1' Akragas nel fiume Drago col confluente 
S. Biagio. 

Esamina infine i limiti e l'estensione del circuito di Agrigento 
per verificare se corrisponda a quello compreso tra il fiume Ipsa 
ad occidente, e l' Akragas (riconosciuto da lui nel fiume di Naro) 
ad oriente, ed aflerma che l'ingrandimento della città dopo hi 
battaglia d'Imera non potè essere che ad oriente , e riferisce , 
insieme ad altre prove, i ricordi di Plutarco per la Neapoli, di 
Diodoro pei nuovi quartieri, di Stefano Bizantino che distin- 
gueva Agrigento in cinque città, 'AxpofYàvTec TcóXet? Ttévts StxeXta? 
nel senso di quartieri, e dei « nomi di Alragus, Athena, Camiciis, 
Agrif/entum e Neapolis a noi pervenuti dal dominio romano, che 
designano i quartieri in cui si divideva l'antica città» (p. 20). 

I particolari studii eseguiti dal ])rof. Crino su la topografia 
della più grande città dell'isola^ dopo Siracusa, nell'antichità' 
sono im]>ortanti perchè fondati su 1' esame accurato delle fonti 
8tori<*he, e giova sperare che nuovi scavi archeologici vengano a 
confermarli. 



Giuseppe La Mantia 



RASSEGNA. BIBLIOaBÀFIOÀ Sii 



Nicotra Francesco. — Dizionario illustrato dei Comuni siciliani, 
(ìominlato col concorso d'insigni collaboratori e dei Municipi 
della Sicilia. Palermo, Società editrice del Dizionario il- 
lustratOj 1905. In 8.°, dispense 1 a 3 di pag. 64 per ognuna. 

ìTon mancano per la Sicilia i lavori concernenti la descrizione 
generale dell'isola, del suo territorio e delle sue città. Il più an- 
tico e mirabile è certamente quello dell'arabo Edrisi, compilato 
per ordine del re Ruggiero, nel quale lavoro, trattandosi della 
geografia d'Europa, vien fatta estesa esposizione geografica del- 
l'isola. Amari ne die in luce nel 1880 la versione nella Biblioteca 
arabo-sicula, e poi in edizione speciale. Il libro di Edrisi ebbe 
origine dall'amore degli Arabi allo studio della geografia, e non 
fu seguito nei secoli XIII a XV da altri di simile genere, seb- 
bene le cronache di quei tempi offrano talvolta pregevoli notizie 
geografiche e topografiche. Dall'inizio dell'età moderna, dopo la 
scoperta di America, ebbero onore in Sicilia gli studi geografici, 
e conviene indicare le descrizioni composte da Arezzo, Fazello, 
Nigro, Caraffa, Masbel, Massa, Amico, Leanti, Scasso, Sacco, 
Ortolani e Di Marzo, i quali in varii tempi sino al secolo XIX 
pubblicarono i loro lavori. Più notevoli sono certamente quelli 
di Fazello e di Vito Amico. 

Il primo storico della Sicilia divideva la sua opera in due 
decadi, nella prima delle quali dava in dieci libri un'ampia ed 
accurata descrizione dell'isola, e tale lavoro ancora oggi riesce 
utile, ed altresì pregevole per i ricordi di quell'epoca. L'eru- 
dito ab. Amico si propose maggiore fatica, e nel 1757 diede in 
luce in tre volumi il Lexicon topographicum siculum, opera ve- 
ramente importante, nella quale, secondo la distinzione delle 
tre Valli, e per ordine alfabetico di città, terre, fiumi e luoghi, 
offre le più minute notizie. 

Dopo un secolo dal lavoro dell'Amico, il sac. Gioacchino Di 
Marzo volle eseguirne la versione, e per renderne ancora più 
agevole lo studio, soppresse la distinzione alfabetica in tre Valli, 
derivante dall'antica circoscrizione (abolita sin dal 181C), e vi 
aggiunse le note concernenti eziandio le novità avvenute dopo i 
tempi dell'autore. Non è dubbio che tale versione sia giovata a 
diffondere la cognizione dei luoghi, della storia e dello stato 
economico dell'isola. 



^78 EASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Sono però trascorsi ormai cinquanta anni da quella pubblica- 
zione, e grandi mutazioni politiche ha subito la Sicilia. Caduta 
la dinastia borbonica, e sorto il nuovo e libero governo, muta- 
ronsi istituzioni, ordinamenti e leggi. Con più vivo e sicuro ar- 
dore Accademie, Società e studiosi pubblicarono particolari mo- 
nografie e lavori su la storia generale e municipale e su i bisogni 
e le condizioni dell'isola. Eiesce pertanto opportuno il nuovo 
Dizionario dei Comuni siciliani, del quale l'esimio socio France- 
sco Nicotra ha già intrapreso la compilazione. 

Il sistema da lui tenuto è diverso in molta parte da quello 
seguito nei lavori precedenti, compreso il recente e pregevole 
del ligure Straflbrello. Tralasciando di dare le notizie particolari, 
e per ordine alfabetico, di luoghi, monti, fiumi ed altro, il suo 
Dizionario oft're per ogni comune in speciali rubriche la descri- 
zione del sito, una estesa bibliografia degli antichi e moderni 
autori che trattano del comune, le indicazioni statistiche mo- 
derne, le altre geografiche, fisiche e biologiche, le storiche me- 
morie ampiamente esposte, le notizie archeologiche e letterarie 
ed infine quelle su lo stato economico e sociale. Aggiungonsi 
altresì le nitide incisioni di panorami, monumenti e ritratti di 
uomini illustri. In tal guisa per ogni comune il Dizionario forni- 
sce quasi una speciale ed estesa monografia. 

L'egregio compilatore si è rivolto ai più distinti cultori dì 
storia municipale per giovarsi del loro concorso nella narrazione 
delle vicende storiche, ed ai Municipii dell'isola per ricavare le 
indicazioni sicure delle loro condizioni presenti. I fascicoli sinora 
dati in luce concernono i comuni di Aci Bonaccorsi, Aci Castello, 
Aci Catena, Acireale, Aci S. Antonio, Acquaviva-Platani, Adernò, 
Agira, Aidone ed Alcamo, e conviene ricordare le memorie sto- 
riche di Acireale esposte interamente dal chiar. canonico Ra- 
citi Romeo. 

L'opera, alla quale si è accinto l'egregio signor Nicotra, vien 
ftiori per associazione, e comprenderà circa 50 dispense. Non può 
disconoscersi che ardua è l'impresa, e non priva di diflìcoltà, ma 
utile ed onorevole è altresì lo scopo, e non dovrebbe pertanto 
venir meno il favore dei comuni e dei cittadini, che sentono vero 
amore per le glorie e la prosperità della Sicilia. 

Giuseppe La Mantia 



RASSEGNA BlSLIOGUlAFtCi. 379 



Perronì-Grande L. — Saggio di Bibliografia dantesca^ voi. III. 
Edit. Muglia Messina MOMIV. L. 3. 

Il Prof. Ludovico Perroni -Grande , appassionato cultore di 
studi danteschi, ha pubblicato testé il terzo volume del suo Sag- 
gio di Bibliografia dantesca, nel quale si propone di dar notizia 
degli scritti su Dante usciti in Italia nel 1903. Questo lavoro 
non è un semplice resoconto bibliografico, ma una vera biblio- 
grafia sistematica e metodica di 344 pubblicazioni tra libri , ri- 
viste, opuscoli e articoli, che l'A. ha letti ed esaminati, apponen- 
dovi a ciascuna brevi appunti critici , i quali sono d'un' utilità 
inestimabile a chiunque dovrà fare ricerche relative principal- 
mente al Poema di Dante. 

Solo chi ha fatto dei lavori di bibliografia può sapere quanto 
essi sieno difficili e noiosi. Non tutti infatti riescono a farli ; 
quanto a me confesso che più volte ho tentato di sobbarcarmi, nel 
genere dei miei studi, ad un lavoro tanto arido ed ingrato, ma 
sono stato costretto a rinunziare all'impresa. L' opera del Per- 
roni per questa ragione non è geniale e dilettevole, ma è certa- 
mente utile e degna di lode ; e noi dobbiamo essere grati a lui 
che, per il bene degli studi , si sobbarca volentieri a lavori così 
lunghi e costosi. 

S. C. 



C. A. Nailino. — Intorno al Kitab al-Bayan del Giurista Ihn 
Bushd. Extracto del Homenaje à D. Francisco Coderà 
en su Jubilaciou del Professorado. Estudios de Erudi- 
cion oriental-lO. Escar tip. Zaragoza 1904. in 8, pp. 67-77. 

Un interessante contributo all'illustrazione dei nostri Codici 
Orientali ci dà con questo suo lavoro l'insigne arabista Carlo 
Alfonso Nailino , professore nella nostra B. Università. Egli 
prende in esame il cartaceo III. D. 7 della nostra Nazionale che 
il Lagumina nel suo sapiente Catalogo descrive a p. 17 n. 19, 
ma attribuisce, per un errore comune al Coderà, ad Averroè. 



380 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Né era facile, trattandosi di un codice mutilo e acefalo , stabi- 
lirne l'autore ed il titolo. Non esisteva che un accenno dell'opera 
ricordata tra le opere di diritto^ secondo la scuola malikita, com- 
poste da Abu 'Iwalid Muhanimad ibn Ahinad Ibn Rusbd, nonno 
del celebre Averroè ; « gran libro, come dichiara ad-Dabbì, in cui 
l'autore ebbe a mostrare tutta la sua scienza » ma secondo i Ca- 
taloghi a stampa delle Biblioteche d'Europa e d'oriente nessun 
Codice di quell'opera sarebbe giunto a noi, tanto che il Brockel- 
mann nella sua Oeschichte der Arabischen Litteratur non ne fa 
menzione. Un solo frammento rimasto dell'opera era stato er- 
roneamente attribuito ad altri. 11 Nallino , esaminando i Co- 
dici arabi della nostra Comunale, s'imbattè in due volumi : 
2 Qq E. 91, 2 Qq E. 92, le cui condizioni esterne erano identiche 
a quelle del Cod. della Nazionale e tosto gli apparvero porzioni 
d'un medesimo esemplare, in guisa da potere affermare che il vo- 
lume della Nazionale riempiva esattamente la lacuna esistente 
fra i due della Comunale. I tre volumi, secondo i risultati di 
quest'esame vanno, stabilisce il Nallino, così disposti : 
1.» il ms 2 Qq E. 91 della Comunale 
2.» il ms III. D. 7. della Nazionale 
3.° il ms 2 Qq. E. 92 della Comunale. 
È notevole l'accuratezza colla quale si procede in questo mi- 
nuto esame fino a stabilire che il f. 78 del n. 1.° è stato inserito 
per errore, appartenendo ad altra opera giuridica. Questi codici 
offirono materia importante allo studioso di diritto, mentre d'altra 
parte interessano per la storia^ come indivìdui paleografici. 11 3." 
fu sequestrato dall'autorità giudiziaria nella perquisizione fatta 
il 22 Luglio 1795 in casa del famigerato Velia, il 1." e il 3." ap- 
partennero, come attesta un ex ■ libriH all'Arcivescovo Alfonso 
Airoldi, gran mecenate degli studi arabo - siculi , vittima delle 
imposture del Velia. Poiché anche (pii rientra in cani]») l'audace 



RASSEGNA BlBLIOaRAFICA 381 

falsificatore e pare clie ogni nuovo studio (^he illumini un nostro 
Cod. orientale debba anche mettere in luce un'altra nota d'igno- 
minia alla storia della famosa impostura, dopo le opere magistrali 
dell'Hager, dell' Erlangen, dello Scinà, del Lagumina, dello stesso 
Airoldi. Infatti sembra che il Velia abbia sottratto i voli. !.« e 
3." dalla Biblioteca di S. Martino delle Scale, (il cui bollo è im- 
presso nei ff'. 47 v. e 67 v. del n. 2.°, emigrati dalla Spagna con 
altri codici arabi per opera di Martino La Farina, erudito sici- 
liano del sec. XVII, bibliotecario all'Bscuriale. 

Nei tre Codd. che, come appare dal prospetto dei titoli nel 
n. 1"., costituiscono solo una piccola parte dell'opera completa, l'au- 
tore ha il fine di mostrare il fondamento giuridico delle sentenze 
pronunziate sulle più svariate questioni legali da Malik ibn A- 
nas^ fondatore della Scuola Malikita. Il Nallino, dopo avere ac- 
cennato alle diverse questioni trattate nei Codici , alcune delle 
quali molto dibattute dagli antichi giuristi della scuola Malikita, 
come quella interessante che si riferisce alla natura giuridica 
dell'occupazione araba dell'Egitto, quindi, al carattere che vi deve 
assumere legalmente la proprietà fondiaria, dojw avere riferito 
parecchi passi notevoli, da cui appare il metodo dell'autore, ac- 
cenna all'importanza dell'opera intera per chi volesse studiare 
la formazione del diritto musulmano secondo la scuola Malikita, 
nota in Europa per mezzo del tardo compendio di Sidi Khalil. 
« Nei trattati di diritto, egli conclude, noi abbiamo sopra tutto 
una costruzione teorica ideale dei giuristi, che si perpetua in 
formule spesso stereotipate e che più d'una volta si scosta dalla 
realtà della vita; in opere come quelle di Ibn Bushd abbiamo 
al contrario una serie di casi per lo più desunti dalle necessità 
quotidiane, i quali soltanto possono rivelarci la grande adattabilità 
del diritto musulmano e la forma del suo svolgimento in correla- 
zione coi bisogni politici e sociali dei diversi paesi islamiti e 
delle diverse età ». 



382 BASSEaNA BIBLIOGRAFICA 

Il lavoro del Nallino è pregevole anche per le numerose note 
erudite, di cui è corredato. Ci auguriamo che tutto il patrimonio 
prezioso letterario, scientifico , storico che appartiene all'Isola 
nostra, sepolto e ignorato nelle nostre Biblioteche , nei nostri 
Archivi, e che potrebbe costituire un monumento per la nostra 
storia, sia da così insigni studiosi amorosamente esaminato e lu- 
minosamente illustrato. 

Ma non manchi l'incoraggiamento del governo a chi ha voglia 
e potere di degnamente occuparsene. 

Elvira Guarnera 



Francesco Giannone. Memorie storiche. Statuti e Consuetudini 
di Oppido di Basilicata. Palermo, stab. tip. - Ut. Fratelli 
Marsala, 1905. 

L'A. ch'è distinto Consigliere della Corte di Appello in Pa- 
lermo , ha voluto amorosamente illustrare il suo paese natio , 
dandoci un lavoro assai erudito. Oppido, che ricorda l'antichis- 
simo Oppidum od Opimtm dei Lucani, è un piccol comune nella 
Basilicata; anzi crede l'A. che l'antica Oppidum sia stata vicina 
alla moderna Oppido e vi abbia dato il nome. 

Questa ipotesi viene suffragata dal ritrovamento non infre- 
quente in quei luoghi di oggetti antichi, fra' quali la celebre ta- 
vola Bantina in latino ed osco, che contiene un frammento dello 
statuto municipale di Bantia relativo all' ordine dei comizi , al 
censo e ai requisiti per occupare le cariche del governo muni- 
cipale. 

V A. riproduce la traduzione latina del testo osco data dal 
BUcheler, e vi ha aggiunto la versione italiana e brevi note. 

L* attuale Oppido ebbe origine probabilmente nei tempi nor- 
manni ; e la prima notizia di esso trovasi nel famoso Catalogo 
ilei Baroni, compilato sotto il regno di Ougliolmo II tra il 1154 
e il 11G8, nel (luale comparisce lluggiero barone di Oppido, che 
dichiarava di tenere il feudo dal conte Filippo di Balbano e col 
l'obbligo del servizio di 4 militi e 10 servienti. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 383 

Il feudo di Oppido per ragioni di parentado passò quindi presso 
varie famiglie, e l'A. n'espone succintamente la successione fino 
all' abolizione della feudalità ; e sono poi descritti eruditamente 
la topografìa e il regime giurisdizionale e patrimoniale del feudo 
oppidano. Erano non pochi i diritti feudali esercitati dal Signo- 
re di Oppido, che su per giù si corri spondeano generalmente 
nelle varie terre feudali. Fra essi però sono degni di nota la Sirena 
in feudum e il Jus delle forna. 

La Sirena in feudum era un'annua prestazione di ducati 20, che 
1' Università corrispondea al feudatario , il quale non contento 
del prodotto dei vari dritti i)iù o meno angarici, si godea anche 
una strenna regalatagli dai suoi vassalli ! 

Il Jus delle /orna i)0i ci apprende, che gli Oppidani non po- 
teano tener forni, ma doveano cuocere il pane nei forni baronali : 
corrispondendo le legna necessarie, il compenso agli operai e un 
rotolo di pane per ogni 16 rotoli. Per ciò tal esoso balzello si appel- 
lava la sedicina^ e vi durò parecchio tempo, fino a quando cioè 
non venne affrancato dall'Università con una prestazione in denaro. 

L'A. descrive quindi il castello oppidano, del quale non riman- 
gono che miseri avanzi, le sue varie vicende, la corte baronale, 
i suoi uffiziali e le procedure giudiziarie tenute nei passati tempi. 

Segue la parte che riguarda l'Università o il comune feudale 
propriamente detto, esponendosi ampiamente i modi come veniva 
retto, l'elezioni annuali, i parlarnenii o pubbliche adunanze, i bi- 
lanci, gli statuti, ecc. Il Comune, assai aggravato, lottava, per 
quanto poteva, col signore feudale ; e numerosi litigi ne sorsero, 
fra' quali uno famoso per la privativa feudale dei forni , nel 
quale il feudatario ebbe in parte a toccare sconfitta : a vendicar- 
si della (juale , sfogò le sue ire contro il difensore del Comune, 
D. Giuseppe Giannone antenato dell' A. e invitatolo a pranzo, 
gli fé' propinare il veleno in un mellone. E il misero dopo 15 
giorni seu moriva , essendogli caduti tutti i capelli. Ciò risulta 
all' A. da una nota trovata nelle carte di famiglia ; e del resto 
forse non sarebbe alieno dalla prepotenza baronale e dalla bar- 
barie di quei tempi. 

Anche il folklore trova non j)ochi utili riscontri nelle vari 
costumanze oppidane per vestimenta , giuochi , matrimoni , lut 
ti, ecc. Notiamo, in relazione alle costumanze della nostra isola, 
gli avantisini ( grembiali , in sic. manii^ini ) il cuònzolo (in sic. 
consolato) o invio di cibi che parenti ed intimi amici faceano per 



584 ÉASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

brevi giorni ai superstiti, quando avveniva la morte di qualche 
persona ; il giuoco dei bottoni {fornelle, in sic. funneddi) eseguito 
dai ragazzi ; i mostacciuoU che in Oppido sono biscotti preparati 
con vino cotto (qualche cosa di simile alla nostra mostarda)^ 
mentre da noi con la voce mostacciuoU s'intendono i notissimi 
dolci, nella composizione dei quali è estraneo il vino cotto. 

A pag. 158 del volume FA. ci dà anche un saggio della par- 
lata oppidana, la quale, com'è naturale, ha il suo fondamento 
nel generale dialetto napoletano. 

In Oppido ritrovansi non poche chiese , cappelle , ecc. delle 
quali è data una breve illustrazione. 

E viene in ultimo la parte storica recente. L' A. ci descrive 
con vivi colori lo scombussolamento seguito dopo la venuta dei 
Francesi al 1799 nel regno di ì^^apoli. Gli sdegni popolari, acuiti 
dall'oppressione feudale, scoppiarono quasi dapertutto, eccedendo 
nelle rappresaglie e nelle vendette. Apprendiamo così, che un 
arrabbiato giacobino democratizza/va Altamura facendo sepellire 
vivi parecchi dei suoi cittadini nelle fossa di un convento (pa- 
gina 180 , nota 1). Sembra però che ad Oppido venissero ri- 
sparmiate queste energiche (!) medicature , e tutto si riducesse 
alla persecuzione incruenta delle persone civili del paese ; pa- 
recchi dei quali , presi dal popolaccio , vennero legati in ceppi 
per più giorni alle mangiatoie di una taverna, dileggiati e scher- 
niti , fino a recar loro da bere nelle catinelle dei cavalli ; e do- 
vettero la loro liberazione a un giovane gentiluomo , Diomede 
Alicchio, il quale, insieme a due suoi fidi guardiani, usci improv- 
viso dal suo palazzo , e roteando un lungo sciabolone irruppe 
fra i popolani custodi della taverna, che storditi da tanta audacia 
non seppero opporsi, infranse i ceppi delle vittime e li trasse 
a salvamento. Ma la ridda durò i)oco , e in seguito la celebre 
(liunta di Stato condannava parecchi dei rei alla deportazione. 

Tornati 1 Francesi nel 1806, la provvida legge del re- Giusep- 
pe iioiiai)arte aboliva la feudalitil, del resto già abbastanza scossa 
e diminuita d'importanza <lai provvedimenti prosi in precedenza 
sotto il liberal reggimento del Tanncci ; e in seguitola (Jommis- 
Hione feudale con molta sapienza attese alla ri])artizione dei de- 
mani ex • feudali e a dirimere le non ))()cl)e (jucistìoni iiis<nt<'. 
Oppido in particolare non potè che lodarsene delle sue disposi- 
zioni, e ottenne la <piotizzazione dei vari domani ; e tutto sem- 
brava che concorresse al pubblico beuessere, quando i rivolgimen- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 385 

ti del 1820, le lotte fra Carbonari e Calderari, costituzionali gli 
uni e anticostituzionali gii altri, gettarono il paese nello scom- 
piglio, fino a che al 20 marzo 1821 scoppiò la tregenda, e furon 
parecchie le vittime. 

E così Oppido diventò sede del dolore, perchè ai lamenti dei iva- 
renti delle vittime, tennero dietro in seguito quelli dei rei condannati. 

Accenna brevemente 1' A. ai fatti posteriori del 1860 e alla 
funesta piaga del brigantaggio, che tanto travagliò le ])rovincie 
napoletane ; ed aggiunge l'elenco delle principali famiglie ojìpi- 
dane e le biografie dei più noti cittadini del Comune, che al 1862 
cambiò il suo nome di Oppido in quel di Palmira, e ciò per isfug- 
gire all'omonimia con l'altro Oppido di Calabria. 

Giustamente 1' A. deplora queste mutazioni di nomi , specie 
quando ricordano vetuste tradizioni , e spera che in appresso il 
Comune possa di nuovo ritornare all'antica appellazione. E noi 
aggiungiamo che , a dissipare i possibili equivoci di omonimia 
con Oppido di Calabria , potrebbe (juel di Basilicata intitolarsi 
Oppido Lucano, richiamando così anche la memoria delle prische 
genti che abitarono (luella regione. 

Oggi Oppido, o piuttosto Palmira, giace in aspre condizioni : 
l'agricoltura in completo disfacimento, la proprietà fondiaria obe- 
rata da debiti ipotecari ad altissimo interesse, sicché l'aliquota 
della fondiaria urbana è al 40 7o «^ quella rusticana al 60 7o« 
Il Conuuu' ha elevato i centesimi addizionali al 70 7,) e la Pro- 
vincia pure al 70 7o » ^ Y>eiò i contadini abbandonano la terra 
che li vide nascere, ed emigrano in America. 

In fine sono pubblicati alcuni documenti, fra' quali importantis 
Simo quello contenente il testo dei Capitoli dell'Università di Op- 
pido, concessi dal conte Raimondo Orsini signore di Opi)ido nel 
1540, modificati in seguito e in fine approvati dal Viceré al 1550. 

Abbiamo rapidamente accennato la materia che il chiaro A. 
ha svolto con notevote erudizione e competenza. Nello esprimer- 
gli le nostre lodi pel suo lavoro , che non solo illustra il suo 
paese, ma costituisce altresì un utile contributo alla storia me- 
dievale e moderna dell' Italia meridionale, ci auguriamo che ogni 
Comune del nostro bel paese possa ritrovare un illustratore cosi 
erudito ed amoroso, come il chiarissimo Cav. Fr. Giannone (1). 

G. Cosentino. 



(1) Kingrazio il eh. A. della cortesi parole espresse per me a p. 293 
del voi. 



SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 

(Atti di Accademie , Società Scientifiche , di Storia Patria , ecc. ree. 
inviate alla « Società Siciliana per la Storia Patria) ». 



A) Italiane. 

Archivio Storico Italiano, fondato da G. P. Vieussenx, e con- 
tinuato a cura della E. Deputazione Toscana di storia 
patria — Serie V — Tomo XXXIII — Dispensa l"* e 2" del 
liK)4. 

Memorie e Documenti : Fra Chiose e Commeuti autichi alla Divina 
Commedia , F. P. Luiso — La politica di Papa Paolo III e l' Italia. A 
proposito di una recente pubblicazione , L. Slaffetti — Nuovi studi sul 
Carpaccio , L. Testi — Quattro sonetti politici di Melchior Cesarotti , P. 
Papa — Un documento poco noto sul ribaudimento di Iacopo di Dante, 
A. Della Torre — I prodromi della ritirata di Carlo VIII Re di Francia, 
da Napoli, A. Seyre — Una nuova teoria sulle origini del Comune, G. 
Volpe. 

Archivi e Biblioteche: L'Archivio notarile di Pavullo , A. Sorbelli — 
Atti governativi nell'Archivio di Livorno, P. Vigo. 

Aneddoti e Varietà: Di Virgilio Boruato, viaggiatore del sec. XV, L. 
Rivetti— h^arnhiiscerìa, di Matteo Palmieri a Perugia (1452), A. Zan^etti — 
Per la storia della Ilomagna, G. Oa^peroni—Gmcomo da Lentini Notaro, 
O. A. Garuji. 

BoBugna hiblùuirafica : Notizie (1). 



(1) Si rifnriNfono lo priticiimli notixie (lui il iKmtro mdcìo hibliottcaiio , Dott. 
<iiilH«^p|Ni La Miinlia, <lit cui titolo: aSh la Hihlinhni dolili Sociiia Siriliiiiiii |>im- In 
HtoriM l'atri». 



SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 387 



Archìvio Storico Italiano , Tomo XXXIV — Dispensa 3 e 4 
del 1904. 

Memorie e Documenti : Gli statuti bellunesi e trevigiani dei danni dati 
a le wizae, L. Andrich— Il palinsesto di Arborea con Prefazione del prof. 
W. Foerster, V. J?'edertct— Sull'opera cartografica di Giov. Tomaso Bor- 
gonio , C. Errerà — La costituzione sociale e la proprietà fondiaria in 
Sardegna , A. Solmi —Alcune osservazioni intorno al deposito archivistico 
della Confessio >S. Petri, L. 8chi(ipparelli—\]n libro del prof. Hiiffer solini 
Alfredo di Renmont, P. Villari. 

Aneddoti e Varietà: Sul testo del tumulto dei Ciompi di Gino Cap- 
poni , B. E. Bellondi — La vita e le rime di Pierozzo Strozzi , G. U. 
Oxilia — In quale anno e in quale luogo morì Benozzo Gozzoli t E dove 
ebbe la sua sepoltura!, A. ChiappeUi — Firenze e Venezia dopo la bat- 
taglia di Caravaggio, L. Rossi — Sul governo di Fulvio Testi in Garfa- 
gnana, L. Migliorini — YrAmmeniì Sanraarinesi e Feltreschj , A. Ber- 
nardy — Galileo tonsurato, L. Andreani. 

Rassegna bibliografica : Notizie— Pubblicazioni venute in dono alla R. 
Deputazione Toscana. 

Archivio Storico Italiano, Tomo XXXV— Dispensa 1-2 del 11K)5. 

Memorie e Documenti: Se il conte Umberto Biancamano fu contesta- 
bile del Regno di Bergogna, F. Txibruzgi—P&Tuvd e i moti del 1831, Eu- 
genia Montanari — La storia scaligena negli archivi di Siena, C. Cipolla- 
Intorno alle vere origini comunali , F. Gabotto — Le carte volgari del- 
l'Archivio arcivescovile di Cagliari, A. Solmi— 1 Fraticelli, F. Tocco — 
Studi , trattative e proposte per la costruzione di una carta geografica 
della Toscana nella seconda metà del secolo XVIII , A Mori — Gerolamo 
Cardano allo studio di Bologna, E. Costa. 

Archivi Biblioteche e Musei : R. Galleria e Museo di Firenze, E. Ger- 
sparch. 

Aneddoti e Varietà: Sui Flagellanti, sui Fraticelli e sui Bi/.ochi , F. 
Savim — Una missione ignorata d'un inviato del Duca di Parma, Fran- 
cesco Farnese , E. Robiony — Tre lettere di A . Tassoni, C. Di Fierro — 
Frammento di un quaderno di mandati dell' antica Camera del Coiuune 
di Firenze, E. Lasinio — I Ricordi di due Papi, L. Frati— ì\ sesto cente- 
nario della nascita di Francesco Petrarca, A. Della Torre. 



388 SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 

Rassegna Biblioyralka (1) — Notizie. 

Archivio Storico per le province napoletane, pubblicato a cura 
della Società di Storia Patria — Napoli Anno XXIX 
(1904). 

Memorie originali : Il ducato di Gaeta all' inizio della couquista Nor- 
manna, P. Fedeìe — lì tìglio di G. B. Vico e gì' inizi! dell' insegnamento 
di Letteratura italiana nella R. Università di Napoli, G. Gentile. 

'Sotisic e Narrazioni : Nuovi docuineuti su Giuliano da Maiano ed altri 
artisti, G. Ceci. 

Rassegna bibliografica : Diario napoletano dal 1778 al 1825 —Nei fa- 
scicoli di quest'annata il diario lia principio dal 1" maggio 1815 col pro- 
clama di Ftirdinando IV, che pt»rta la data di Palermo nel detto giorno, 
e finisce addì 6 marzo 1816. 

Archivio per lo studio delle tradizioni popolari. Eivista trime- 
strale diretta da G. Pitrè e vS. Salomone - Marino — Pa- 
lermo — Voi. XXII (Anno 1903). 

Esseri meravigliosi e fantastici nelle credenze sarde, specialmente di 
Logudaro , C. Calvia — 11 carnevale in Tunisi e la fantasia araba , L. 
Chibbaro — La leggenda del paggio di S. Elisabetta, C. Formichi — J*-ieg- 
gende popolari sacre, A. Massara — Giganti e Serpenti, G. A. Borgese — 
Monte S. Giuliano e la satira popolare , V. Simiani — La leggenda di 
Pietro Barliario in Salerno, G. Sottoli — San Paolino 111 e la secolare 
festa dei Gigli in Nola , A . Del Priore — Misteriosa apparizione in Flo- 
l'idia, *S'. Amato — Blasone popolare lucchese edito ed inedito, G. Gian- 
nini—Cauti popolari d'Italia su Napoleone I, G. J'itrè — Indovinelli in 
Veglioto odierno, A. /ve — I Saranienta in Chiaranionte, G, Melfi— ìio- 
vellc popolari romanesche, G. Zanasso — ImpronttMneravigliose in Italia, 
G. Jiellucci — Per la storia della poesia popolare siciliana , (r. Pitrè — 
Blasone popolare lucchese edito ed inedito , G. CHannini — Isnello alla 



(1) Boll |irnNÌ in amimiia n iiiolti» lodiiti <liic. Involi , ili Hr^oinunto non Aiciliuno , 
di due uoHtri nutrii. Di uno •"> untoro il prof. Niccolò Itodolico od Ita per titolo 
Cronaca li'iorrntina di Murchionne di Coppo Stefani; doll'allro OiiiHoppc Koniano- 
Cfttkoia f! n'iiitiUdH Filippo /fuonitrroli. 



SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 389 

Mostra etnogratìca siciliana «li Palermo, C. Grisanti — Superstizioni cinesi, 
The Collector — Canzonette infantili veronesi , A. Balladoro — Novelle 
popolari sarde, G. Ferrerò — Stratagemmi leggendarii di città assediate, 
G. Pitrè— Cola, Pesce in Grecia, G. Politis—'Leggende bibliche e religiose 
di Sicilia, K. Castello — Leggende plutoniche, C. Calvia e C. Melfi— heg- 
gende popolari acitane, S. Raccuglia — Dodici novelline del Contado ve- 
ronese, A. Balladoro — Froverhi in Veglioto Odierno, .1. /re — Alcuni 
proverbi veneti di maldicenza intercomunale C. Musatti — Usi nuziali 
dell'Agro nov^arese d'una volta e d'adesso, A. Massara — Stratagemmi, 
leggendari di città assediate, N. ZimjarelU — 11 Voscenza in Sicilia , G. 
Navanteri — La letteratura del popolo italiano, A . Zenatti — Canti popolari 
raccolti sui monti della Romagna- Toscana, P. Fabbri —1 disciplinanti in 
Guardia Sanframoudi, A. De Biasio— \]»i nuziali Coreani, C. Rossetti — 
Novelline del Contado Veronese, A. Balladoro — Canti popolari raccolti 
a Frasso Telesino, G. Calandra — Usi di chirurgia nervosa fra popoli sel- 
vaggi dell'Algeria, N.N. — Note comparative ad una lettera sui canti po- 
polari, G. Vidossich — Voci di venditori ambulanti in Messina, L. Pw 
roni-Grande. 

Miscellanea— Rivista bibliografica — BuUettino bibliografico — Recenti 
pubblicazioni — Sommario dei giornali — Notizie varie. 

B) Estere. 

Bollettino internazionale dell'Accademia di Scienze di Cracovia.— 

xliino 11)03. 

Memorie e Comunicazioni: L'uguaglianza davanti alla legge degli or- 
todossi e dei cattolici in Lituania, M. V. Czermak — Le origini e la giu- 
risdizione dei regii funzionari detti capitanei starosta in Polonia sino alla 
fine del secolo XIV, Doti. Stanislao Kutrzeba — L'introduzione in Polonia 
dell'Ordine teutonico fatta da Corrado duca di Mazovia, W. Ketzyn$ki — 
Ciceroniana, Catulliana, Ovidiana, C. Morawski — L'evoluzione dell'Orbo 
nell'antichità e nei tempi moderni , St. Schneider — De Romanorum viro 
bono, Thad. Sinko —Resoconto delle sedute della Commissione della storia 
dell'arte — Seduta della Commissione di Storia. 

Bpllettino internazionale deirAccademia di scienze dì Cracovia. — 
Anno 1904. 

Memorie e Comunicazioni : La Polonia e il Concilio di Pisa nel 1409, 
L. Abraham — La Cena di Leonardo da Vinci, I. Boloz AntonievAcz — Sulle 
statue dei Greci nei monumenti trionfali di Attale I, P. Biénkowski — Gli 

Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXX. 26 



390 SOMMÀRIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 

apogrifi del medio evo, A. Briickner — I nomi topografici considerati come 
base della storia della colonizzazione in Polonia, Fr. Bujak — Resoconto 
delle sedute della Commissione della storia dell'arte. 

Polybiblion, Eevue Bibliographique Universel — Paris — Deu- 
xieme sèrie — An. 1904. 

Dernières publications illnstreés, par Visenot — Romans: fantaisistes, 
romanesques et psicliologiques, liistoriques , de moeurs , Contes et Noii- 
velles , par M. C. Amaud — Economie politique et sociale , par M. I. 
B<imhaud—0\x\x».ge% sur la musique, par M. B. — Poesie et Théatre par 
M. G. Limare — Histoire, Sciences et Art Militaires, par M. A. De Gan- 
niers — Ouvrages Hongrois d' histoire , par M. E. Horn — Publications 
récentes sur l'Écriture Sainte et la littérature orientale, par E. Mangc- 
not — Ouvrages d'enseignement chrétien et de piété, par F. Chapot — Géo- 
grapliie et voyages, par X. Froidevaux- -Bciences biologiques, par Jy. De 
Saint- Marie— BeRwx- Aris, par M. A. Parate— Ouvrages récentes sur Na- 
poléon et son epoque, par M. S. — Pbilosopbie, par M. L. Maisonneuve — 
Sciences phisiques et chimiques , sciences matbématiques , par M. È. 
6'ftai7a»— Hagiographie et biograpbie ecclésiastique, par L. M. Eobert — 
Ouvrages sur leanne d'Are et sou temps, par M. S.— Histoire coloniale 
et colonisation, par M. I. Bamhaud — Ouvrages d'enseignement cbrétien 
et de piétié, par M. F. Chapot — Poesie — Théatre , par M. G. Limare. 

Comptes-Rendus : Thèologie, lurisprudence, Scieces et Arts, Littératu 
re (1), Histoire — Bulletin (2) — Cbronique (3). 



(1) ft preso in esame uno Studio del dott. Michele Natale , pubblicato a Calta- 
niBsettii , col titolo Antonio Beeeadelli detto il Panormita. In lode di questo libro 
ni dice, ohe quello che principalmente lo rendo interessante e ne ha fatto una no- 
vità, e^H è ohe l'autore si è avvalso molto di raccolte di lettere, di brani di versi 
A di diHCorsi politici del Beeeadelli, che orano sin oggi rimasti quasi inutilizzati. 
Quindi due capitoli, uno sulle poesie latino o l'altro HuUa corrispondenza del Pa- 
normita, che sono tra i migliori del volume. 

(2) Si fa menzione e lode di un opuscolo edito a Messina , del quale (> autore 
Amlot<i Servi e s'intitola // Dominio Mumertino nella Sicilia. Questo lavoro, dicesi, 
riguarda la storia di Sicilia sotto il dominio dei Mamortini, il quale durò diciotto 
anni, dui 282 al idi a. C, cio^ dall'anno che Messina fu occupata dai Mamertini 
n quello che fu presa dai Uomani , periodo ìinportunto per avere <lato r Uonia la 
migliore oeoMNione di espandere il suo dominio territoriale al di ih delle frontiere 
iM\n |HmUoln. Membra che l'autore abbia conosciuto tutto le fonti storiche, archeo- 
logiebc, opigrutlehi) e numismatiche relative a questo periodo storico. 

(8) fc molto lodata una pubblicazione fatta a Caltanissetta, e di essa il sig. 



SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 391 

Revue Historique.— Paris — Tome 84 — lanvier-Avril 1904. 

Articles de Fond : Napoléon III a Magenta, G. Bapst — La royauté 
hoiuérique et les origines de l' État en Grece , L. Bréhier — Le ròle de 
Bourrienne à Hambourg, 1805-1810, G. Servièrea. 

Mélange» et Documents : Les documenta arabes sur I' expédition de 
Charlemagne en Espagne, F. Basset — Une relation inèdite des joumées 
des 5 et 6 octobre 1789, L. Mauri/ — De la métode historiciue chez Guibert 
de Noget, B. Monod. 

Correspondence — BuUetin Historique— Liste alphabetique des recueils 
périodiques et des sociétós savantes — Chronique et Bibliographie. 

Revue Historique. — Tome 85 — Mai-Aofìt 1904. 

Articles de fami : Les Franyais d'ontre-mer en Àpulie et en Epire au 
temps des Hobenstaufen , E. Bertaux — La ^juestion de Terre-Neuve , 
d'aprìs des docuiuents anglais, /. Gh. Bracq — Le Conseil royal et le* pro- 
testauts en 1698, P. Gachon. 

Mélange» et Bocuments : La surveil des éniigi-és fran^ais dans les États 
pontitìcaux en 1793 , G. Bourgin — Une aubaine à Lyon sous Henri II, 
A. Coville — La royauté fran^aise au XI* siècle, d'apre» un livre récent, 
L. Halphen — Micbelet et les Mémoires de M.™* E. Adain,'(?. Monod — 
Une page peu connue de 1' histoire de France : la guerre franco - améri- 
caine (1798-1801), G. N. Tricoche. 

Bulletin Historique — Coinptes rendus critiques (1) — Liste alpbabétique 



Visot , oh'è uno dei più valenti redattori del Polybibliou così sorive : « Un 
seutiiuouto elevatissimo e delicatissimo ha inspirato al sig. Michele Natale il suo 
incantevole libretto sulla Vergine, nella lirica italiana ». Vi si trova rapidamente 
riassuntata una storia «Iella ])oeaia lirica italiana , guardata da un punto di vista 
speciale : (luello della devozione alla Madre del Salvatore e delle varie espressioni 
commoventi o sublimi , con le quali questa devozione si è manifestata dal secolo 
XIII ai giorni nostri. 

(1; È preso in esame il libro del nostro socio prof. Francesco Guardione, inti- 
tolato Gioacchino Murai in Italia , con carteggi e documenti inediti, — Palermo , 
Reber, 18i)9. Il sig. Pélissier che lo esamina, pur facendovi delle osservazioni non 
sempre favorevoli , lo giudica interessante , specie per i trentuno documenti , ohe 
vi sono iu appendice , quasi tutti inediti. Relativamente alla tesi sostenuta dal 
Guardione, e che prima di lui aveva sostenuto il Dufouroq, che G. Murat sia stato 
un campione dell' unità italiana ed il primo sovrano che abbia efficacemente lavo- 



392 SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 

des recueils périodiques, et des sociétés savantes (1). Chronique et Biblio- 
graphie. 

Revue Historique. — Tome 86— Septembre— Décembre 1904. 

Artkles de fond : Le Conseil rovai et les protestante en 1698, P. Ga- 
chon — La Prusse au temps de Bisniarck, P. Matter — Le premier séjoiir 
de Christine de Suède en Italie, F. de Naveìine. 

Mélnyes et Doctnnenis : Le lournal de Louise de Savoie, Henry-Hau- 
ier — L'institntion canonique et Napoleon l."", P. Marmoltan. 

BuUettin Historique — Coniptes rendiis critiques — Liste alphabétiqiie 
des recueils périodiques, et de sociétés savantes — Chronique et Biblio- 
graphie. 



Salvatore Eomano. 



rato • Tar panMre nni fatti l'idea dell'unità italinna, il Pélissier dion che, niHlKrndo 
i Milidi arKotnouti ai quali il Ouardiuno ed il Duf*>uro<} rn|)poKKÌnuo. egli ha iiiialclio 
difficolti'i ned iTtMlcro al k""'" iKilitioo do! Miirat. o );li noiiibra piìi voiÌHÌinil<i l'iiiii- 
iiietten- ohe la M|>edi7,i(>n(^ di Lui iki) 1815 al)hift avuto por scopo (come il rilornti 
deirinola d'KIhu) l'cMlrcnia iicccRnìtii dì dir iVoiitr itila fortuna o l'intoroswo porno- 
D»l<- 

(1) Nono iiH-ntoMiti parcccln Ihvopi vfiiiiii m luce nel nostro Archivio Storico 
nel fMMileolo 1-2 dell'anno XXVI. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



SEDUTA SOCIALE DEL 14 I^AGGIO 1905. 

Presidenza del Or. Uff. Avv. Prof. Andrea Gnurneri, 
Senatore del Regno, Prenidente. 

La Società coli' intervento di N. 34 dei suoi componenti si riu- 
nisce nella propria sede. 

Alle ore 14 il Presidente dichiara aperta la seduta ed invita 
il Segretario Generale a dar lettura del verbale precedente, il 
quale resta approvato. 

Lo stesso Segretario Generale comunica agli intervenuti il co- 
spicuo dono di una parte dei libri e di quattro busti in gesso 
d' illustri Siciliani che appartennero al compianto Vice - l'resi- 
dente Mous. Vincenzo Di Giovanni, quale dono venne tatto dalla 
(li costui sorella signora Francesca Di Giovanni in Tamburello. 

Annunzia pure il munificente sussidio di L. 501) che anche in 
quest'anno il Consiglio di Amministrazione della benemerita 
Classa Centrale di Risparmio V. E. ha deliberato in favore della 
Società, e propone quindi che tanto alla aignora Di Giovanni quanto 
al detto Consiglio di Amministrazione venga esternato un voto 
di lode e di ringraziamento. La Società approva la proposta ad 
unanimità. 

Si presentano quindi i libri venuti in omaggio nei mesi di 
Marzo ed Aprile , tra i quali si nota il « Lexicon Antiquitatum 
Romanarum » di Samuele Pitisco, dono dell'On. sig. Presidente. 

Vengono ammessi a socii ad unanimità di voti il Cav. Ernesto 
Giobbe di Frangipani Consigliere di Prefettura e il Prof. Dott. 
Antonio Larcan del E. Ginnasio di Eagusa. 



394 ATTI DELLA SOCIETÀ 



Si passa quindi alla elezione dei Revisori di Conti per gli e- 
sercizii finanziarli dal 1901 al 1904. Si distribuiscono le schede e 
si procede all' appello nominale. I risultati della votazione sono 
i seguenti : 

Votanti 34 — Maggioranza 18. 

Beuf Rag. Costantino Voti 4. 

Albanese Cav. Carlo » 32. 

Alagona sig. Gaetano » 32. 

Vengono pertanto proclamati eletti a Revisori di Conti i si- 
gnori Carlo Albanese e Gaetauo Alagona. 

Il Prof. Salinas domanda la parola in ordine al voto delibe- 
rato dalla Società e trasmesso al Ministero dell'Istruzione Pub- 
blica circa all'aumento della scarsa dotazione per £fli scavi delle 
antichità di Sicilia; ritiene che il sig. Presidente potrebbe far di 
piti e di meglio e riuscirebbe nello scopo se volesse interporre 
la valevolissima opera sua presso il Senato. La dotazione per gli 
scavi è tale miseria, aggiunge, che largheggiare di sussidii a be- 
neficio di una anziché di un' altra regione d' Italia sarebbe una 
vera iniquità ed egli è nemico delle iniquità. 

Il Presidente ringrazia il Prof. Salinas per la fiducia che egli 
ripone nella modesta opera sua; però non dissimula le gravi dif- 
ficoltà che si incontrano nel toccare i bilanci già approvati dalla 
Camera. 

Dopo ciò dà la parola al socio Prof. Longo per lo svolgimento 
della interpellanza sulle ragioni per le quali fu negato al P. Cinti 
di tenere nel salone della Società la commemorazione di Augusto 
Conti. 

Il Prof. L()ngo comincia col dire che egli preferì di fare una 
interpellanza piuttosto che domandare una spiegazione sul di- 
niego , perchè voleva riferirsi non tanto alla conferenza del P. 
Ciuti quanto al principio di massima a cui si inspira o da cui si 
lancia guidare il Consiglio Direttivo della Società relativamente 
alla concessione della grande aula; se questo principio il Consi- 
glio Io ha per conto suo , non gli sembra che sia condiviso dal- 
Passemblea. 

Ohe se poi un principio regolatore non ci è, ehiede che si sta- 
bilisca, e quando avviene di dovere negare il permesso di faro 
nio dell'aala, desidera che ne sia data comunicazione ai socil. 



AtTI DELLA S001El?À 395 

Il Presidente ringrazia sinceramente il Prof. Longo per avere 
posato la quistione in un terreno puramente obbiettivo ; lo assi- 
cura nel modo più esplicito che la mancata concessione dell'aula 
non si deve ne ad un irreverente pensiero verso Augusto Conti 
di cui riconosce l'integrità della vita ed i grandi meriti di scien- 
ziato e di patriota, né ad una mancanza di riguardo verso il P. 
Cinti. Il Consiglio Direttivo ba desiderio che l'aula sia conceduta, 
che essa divenga una vera palestra scientifica. 

Però bisogna por mente che questa Società conta oltre cin- 
quecento socii, di tutte le credenze e di tutte le opinioni, quindi 
bisogna andar cauti in riguardo alle conferenze che si volessero 
qui tenere. 

Norme sicure, criterii generali il Consiglio non può aprioristi- 
camente stabilire, certe volte è il caso del momento, ed una con- 
ferenza che si potrà permettere oggi , per molteplici circostanze 
non potrà forse permettersi domani. 

Il Prof. Longo di replica dice che era inutile che il sig. Pre- 
sidente avesse fatta questa dichiarazione, il rimettersi al giudizio 
del Consiglio è pratico sino ad un certo punto, poiché gli sembra 
che il Consiglio il quale è così bene intenzionato , per il timore 
di impedire ad alcuni l'uso dell' aula lo abbia impedito a tutti. 
Osserva che la Società di Storia Patria essendo in casa propria è 
padronissima di negare la sala o di concederla, quindi non dovrebbe 
preoccuparsi se le richieste dovessero divenir frequenti , queste 
possono infatti esaminarsi caso per caso dall'assemblea, la quale 
dirà recisamente il suo parere. 

Che se poi si volessero rimettere le richieste al prudente ar- 
bitrio del Consiglio egli non sarebbe alieno dal consentire però 
desidera che si stabilisca un principio di massima, il quale senza 
dubbiezze determini i casi in cui la sala si debba concedere a ta- 
luni e quelli in cui si debba negarla ad altri. Se ciò non fosse 
possibile ritiene miglior cosa che si neghi a tutti indistintamente. 

Il socio Prof. Salinas dice la proposta del Prof. Longo di de- 
ferire alla Società caso per caso le richieste dell'aula, non è pra- 
tica, ritiene che una volta venuta la richiesta il Consiglio Diret- 
tivo, emanazione dell'Assemblea, sia competente a giudicare del- 
l'opportunità o meno di concedere 1' aula. In ogni caso questo 
giudizio dovrà essere sempre subordinato all'indole delle materie 
che si vogliono trattare , le quali dovranno avere una attinenza 
con lo scopo indicato nello Statuto della Società. 



396 ATTI DELLA SOCIETÀ 



E a dimostrare come il Consiglio Direttivo non sia stato avaro 
nel concedere l'aula, aggiunge che essa è stata richiesta due volte 
e due volte è stata concessa. Se in questa quistione si volesse 
poi interrogare la Società egli ed il Consiglio non potrebbero che 
esserne lieti. 

Il Prof. Longo dichiara di accettare la proposta del Prof. Sa- 
linas. 

Il socio Chiaramonte nel riconoscere la gravità della quistione 
crede che prima di dare a questa una conveniente soluzione oc- 
corre che il Consiglio tenga una apposita seduta per mettersi di 
accordo invitando anche ad intervenirvi il Prof. Longo. È d'av- 
viso che più strette norme di quelle designate dallo Statuto non 
si possono dare; però egli da parte sua non sarebbe lontano dal- 
l'ammettere che l'aula possa anche concedersi per conferenze che 
non si occupino di materie e di argomenti di Storia siciliana, ma 
in tal caso vorrebbe delle garanzie a tutela del decoro e del buon 
nome della Società. Tali garanzie dovrebbero, per esempio, con- 
sistere in una domanda firmata da un numero determinato di socii 
e da una deliberazione presa dalla maggior parte dei componenti 
del Consiglio Direttivo e non già dalla maggioranza, che potrà 
stabilirsi in una seduta i)i cui intervengano pochi consiglieri. 

Il socio Prof, Giufifrè propone che sia rimandata la discussione 
ad una altra seduta perchè la Società possa prendervi parte con 
maggior ponderazione e che sia deferito al Consiglio l'incarico di 
compilare un regolamento che sancisca le norme ed i criterii per 
la concessione dell' aula , sia per quanto riguarda gli argomenti 
da trattarsi e sia ancora per quanto riguarda i conferenzieri. 

La proposta del Prof. Oiulfrè è approvata alla unanimità. 

Il Presidente dà poi la parola al socio Dott. Giuseppe La 
Mantia , il quale legge un suo lavoro intitolato: «Sull'uso dei 
registri nella Cancelleria del regno di Sicilia e sui frammenti dei 
due più antichi registri esistenti nell' Archivio di Stato di Pa- 
lermo ». 

Essendo l'ora tarda si rimanda alla prossima tornata la comu- 
nicazione del socio Prof. Crino sulle Mavalube di Cirgenti, e dopo 
ciò il Presidente dichiara sciolta la seduta. 



Il Segretario Generale 
D.' Giuseppe Lodi 



ATTI DELLA SOCIETÀ 397 



SEDUTA SOCIALE DELl^ll GIUGNO 1905. 

Presidenza deWAvv. Prof. Or. Ufficiale Andrea Quarneri, 
Senatore del Regno, Presidente 

La Società essendo intervenuti N. 22 dei suoi componenti si 
riunisce nella propria sede. 

Alle ore 14 V? il Presidente dichiara aperta la seduta. 

Si legge e ai approva il verbale della seduta precedente. 

Il Segretario Generale annunzia la grave perdita sofferta dalla 
Società colla morte dell'illustre Socio Onorario Tenente Generale 
Corsi Nob. Carlo avvenuta in Genova il 30 maggio u. s.; ricorda 
con parole di cordoglio l'affetto vivissimo ci» 1' estinto nutriva 
per la Sicilia e come ne conoscesse le condizioni, non meno che 
il carattere dei Siciliani; ricorda parimenti i suoi meriti di scrit- 
tore imparziale e sincero e conchiude proponendo un voto di 
condoglianza da manifestarsi alla famiglia. 

La Società unanime ai associa alla proposta del Segretario 
Generale. 

11 Socio Prof. Comm. Salinas, ricorda pure la perdita sofferta 
quasi contemporaneamente a quella del Generale Corsi nella 
persona dell'altro nostro Socio Onorario 1' Abate D. Giuseppe 
Cozza-Luigi vice bibliotecario della Vaticana, dotto diplomatista 
e paleografo, e propone pure un voto di condoglianza che viene 
ad unanimità ai)provato. 

Dopo che il Segretario Generale annuncia il dono dei libri 
pervenuti alla Società durante il mese di maggio, si passa alla 
votazione per la nomina a socio del Sig. Cappellano Dott. Prof. 
Ernesto, il quale viene ammesso alla unanimità. 

Si legge quindi un lavoro del socio Prof. Sebastiano Crino , 
intorno alle Macalube di Girgenti in rapporto alla distribuzione 
degli altri vulcani di fango. 

Terminata questa lettura , il socio Prof. Antonino Salinas 
mostra talune fotografie da lui eseguite che riguardano appunto 
le Macalube che han fornuito l'obbietto dello studio del Prof. 
Crino. 

Essendo le ore sedici ed esaurite le materie poste all'ordine 
del giorno il Presidente scioglie la seduta. 

Il Segretario Generale 
B." Giuseppe Lodi 



398 ATTI DELLA SOCIETÀ 



SEDUTA SOCIALE DEL 9 LUGLIO 1905. 

Presidenza del Prof. Or. Uff. Avv. Andrea Onarmri, 
Senatore del Regno, Presidente. 

La Società, si riunisce nella propria sede. 

Essendo presenti numero 18 soci, il Presidente alle ore 14Vj 
dichiara aperta la seduta. 

Il sej^retario Generale leg:ge il verbale della tornata precedente 
il quale, non essendovi osservazione in contrario, viene approvato. 

Indi presenta i libri ricevuti in dono durante il mese di giu- 
gno soggiungendo che ai donatori si sono fatti i dovuti ringra- 
ziamenti. 

Viene eletto socio ad unanimità di voti l'Avv. Gian Battista 
Salerno. 

Il Presidente dà poi la parola al socio Prof. Cav. Salvatore. 
Romano il quale intrattiene la Società sul Messinese Nicolò Scil- 
lacio e del di costui opuscolo intitolato : De insvlis nuper inventis. 

Terminata questa lettura il socio Prof. Salinas fa rilevare alla 
Presidenza che l'oratore è stato continuamente disturbato dal 
rumore prodotto per il frequente transito dei veicoli attraverso 
la contigua via Gagini e prega perchè si provveda su tale in- 
conveniente, sia scegliendo un altro tra i locali della Società , 
sia modificando l'orario delle riunioni. Fa rilevare poi come tutte 
le accademie e gli istituti del Regno hanno la buona abitudine 
di prendere le vacanze nei mesi estivi , e chiede perchè non 
l»os8a far lo stesso la Società di Storia Patria. 

Il Presidente per quanto riguarda la prima parte delle osser- 
vazioni del Prof. Salinas, promette di studiare il modo più ac 
concio perchè l'oratore non venga disturbato, e relativamente 
alla seconda parte si dice dolente di non potere appagare il de- 
siderio dello stesso Prof. Salinas, opponendovisi lo Statuto. Do- 
po ciò non essendovi argomenti da trattare la seduta viene tolta. 

TI /Segretario Generale 
I).' Giuseppe Lodi 



ATTI DELLA SOCIETÀ 39& 



SEDUTA SOCIALE DEL 13 AGOSTO 1905. 

Presidenza del Prof. Avv. Qr. TJf. Andrea Quarneri, 
Senatore del Regno, Presidente. 

La Società, coli' intervento di n. 25 dei suoi corai)onenti , si 
riunisce nella propria sede. 

Aperta la seduta , si legge e si api)rova il processo verbale 
della seduta precedente. 

Si presentano quindi i libri venuti in omaggio durante il mese 
di Luglio e si comunica cbe i signori Prof. Cappellano e Avv. 
G. B. Salerno lianno inviato la loro adesione n far parte della 
Società. 

Si passa alla elezione a socio del sig. Prof. Attilio Barbera, 
il quale viene ammesso alla unanimità. 

Il Presidente poscisi dà la parola al socio D'Antoni, il quale 
leggo un suo lavoro intitolato : Di due celle coi rispettivi archi 
d^im/resso scoperti nel palazzo arcivescovile di Monreale. 

Finita questa lettura , il socio Prof. Salinas dichiara cbe , 
non vedendo presente alcuno dell'Ufficio Regionale per la con- 
servazione dei monumenti, egli, come appartenente alla Direzione 
Generale delle Antichità, si crede in obbligo di rilevare quanto 
l'egregio (ionferenziere ha detto in ordine al divieto fattogli di 
eseguire ricerche e misurazioni nelle fabbriche antiche del Chio- 
stro di Monreale. Tal divieto, trattandosi di impiegati dello 
Stato e di monumenti pubblici, non può essere stato fatto, e però 
in questo affare deve essere intervenuto un equivoco, sapendo 
d'altronde il Salinas come l'Ufficio Regionale procuri di favorire 
coloro che al pari del sig. Duca della Feria, intendono amorosa- 
mente allo studio dei monumenti patrii. 

Dopo ciò il Presidente invita il socio Prof. Abbadessa a far 
la sua comunicazione intorno agli « Mogi dei poeti siciliani » scritti 
da Filippo Parata. 

Terminata questa lettura , che riscuote unanimi applausi , il 
Presidente scioglie la seduta. 

U Segretario Generale 
D.' Giuseppe Lodi 



400 ATTI DELLA SOCIETÀ 



SEDUTA SOCIALE DEL 10 SETTEMBRE 1905, 

Presidenza del Prof. Gr. Uff. Andrea Quarneri, 
Senatore del Regno, Presidente. 

Essendo la Società riunita nella sua sede con l'intervento di 
trentadue socii, il Presidente apre la seduta. 

Si legge e si approva il verbale della tornata precedente. 

Il Segretario Generale presenta i libri pervenuti in dono alla 
Società nel mese di Agosto e quindi partecipa la morte del socio 
Prof. Comm. Corrado Avolio da Noto ricordando i meriti scien- 
tifici e le virtù cittadine che adornavano l'estinto. 

H socio Prof. Salinas comunica alcuni ricordi di una sua escur- 
sione a Collesano e ad Isnello. 

Parlando della città di Collesano dice che gli abitanti la chia- 
mano Golisano e con ragione, poiché questo è il vero nome che 
in antico fu dato alla Contea , e tale si conservò sino ai tempi 
dello Scinà che ne fece menzione nel suo rapporto sul tremuoto 
delle Madonie. 

Il nome di Collesano vien fuori la prima volta in un mano- 
scritto <lel 1736 di cui è autore il sacerdote Rosario Gallo. 

Questi, vissuto in un'epoca in cui durava ancora un' intona- 
zione secentistica, raccolse quante notizie i)otè su quella terra ed 
il manoscritto preceduto da un titolo soverchiamente ampolloso, 
venne rilegato con coperta rossa, il che più tardi gli valse il no- 
me di Libro rosuo di Collesano, nome che conserva ancor oggi. 

Collesano ha luolto di antico , e in una buona parte del ciu- 
([uecento si notano editicii parlanti, cioè con porte sul cui archi- 
trave si trovano scolpite sentenze morali o citazioni bibliche, le 
quali gli danno un carattere singolare. 

Moltissime fabbriche sono costruite con mattoni rossi , con 
uiiltia intonazione di colore e con riflessi veramente meravigliosi. 
Il Prof. Salinas i)arla (juindi della torre annesssi alla Madrice 
nuova, dice che ò una imitazione delle toni del Dnomo di Ce- 
fali! e che comunemente credesi risalga al lOGO, non ostante l'a- 
bate Amico abbia detto di non avere veduto questa data. 

HMiitrattiene poi deUe opere d'arte osservate nella stessa Ma- 
Urico uuuvtt e Mi>eciulmentc di una (;roce molto bella del 1555, 



ATTI DELLA SOCIETÀ 401 



scultura in legno e pittura, la quale invece di essere appesa cou 
chiodi, è sorretta da due grandi mensoloni che terminano cou fi- 
nissimi intagli. 

Xella Madrice vecchia osservò un pezzo veramente singolare 
tanto per valore storico , quanto per valore artistico cioè la tri- 
buna che il Di Marzo con ragione sospettò potesse essere di Do- 
menico Gagini ; osservò ancóra tre calici ed una custodietta di 
argento, pregevoli lavori del Cinquecento. 

Il conferenziere fa sapere che il vero scopo della sua escur- 
sione a Collesano era lo studio delle fabbriche di ceramica antica, 
ma ebbe una completa disillusione, perchè non trovò assolutamente 
nulla. 

Viene poi a parlare delle costruzioni ciclopiche o pelasgiche, 
come dicevasi anticamente, nel colle vicino detto il monte. Egli 
non trovò che una serie di ambienti chiusi da muri a massi 
regolari senza cemento alcuno per una zona larga circa quindici 
metri che saliva verso tramontana, esclude che siano muri di cinta, 
ma è certo, soggiunge, che sono fabbriche di un periodo molto 
antico e molto importanti. — Trae argomento da esse per intrat- 
tenersi delle varie opinioni intorno al sito in cui sorgeva l'antica 
Paròpo e della incertezza in cui lascia la testimonianza di Plinio, 
che pone quella città di faccia ad Ustica. 

Parla in ultimo degli avanzi testé scoperti di una vasta abi- 
zione romana tra Collesano e la sottostante marina. 

Per quanto riguarda la visita fatta ad Isnello, il Prof. Salinas 
si occupa si)ecialmente di due pregevoli opere d'arte cioè della 
Tribunetta di Domenico Gagini del Quattrocento e di taluni bel- 
lissimi ricami in corallo che egli impedì che fossero ulteriormente 
danneggiati. 

Questa comunicazione, illustrata da numerose fotografie, viene 
ascoltata col massimo interesse ed alla fine vivamente applaudita. 

Il socio Prof. Pitrè, chiesta ed ottenuta la parola , aggiunge 
alla sua precedente lettura sulla venuta di Goethe a Palermo (1787) 
alcune osservazioni per dimostrare che mal si sono apposti co- 
loro che hanno ritenuta riferibile alla Sicilia la famosa strofe di 
Goethe : 

KeniMt du das Land ecc. 

Tra costoro — e vi sono anche illustri scrittori tedeschi , in- 
glesi e francesi — fu primo in Germania Joseph Hager nel suo 



402 ATTI DELLA SOCIETÀ 



prezioso volumetto Gemàlde von Palermo e degli ultimi in Italia 
Primo Levi nel suo libro : Conosci il bel suol. 

La canzone di Mignon fu scritta dal poeta anni prima che egli 
venisse in Sicilia, anzi prima che mettesse piede in Italia. Essa 
è una visione d'una contrada dell'alta Italia , nella quale sogna 
una natura che gli ammiratori di lui, per una serie di equivoci 
che è inutile riferire, intravidero ed affermarono in Sicilia , cre- 
dendo doversi riferire all'Isola i particolari del canto. 

Questo fa parte del Wilhelm Meister , che con la Sicilia non 
ha nulla da vedere. Quando Hager lo prese come epigrafe dei 
suoi Gemalde, Goethe non rilevò la falsa attribuzione ; ed è a cre- 
dere che il sommo scrittore, il quale da un biennio avea visitata 
l'Isola, ne abbia avuto per lo meno notizia. 

Così, conchiude il Prof. Pitrè, io son lieto di togliere a me 
stesso un errore nel quale fin da giovane mi trovai a proposito 
del Kennst du das Land. 

E chi non ci si è trovato e non è stato lieto dell'incoscente 
errore f 

Dopo ciò il socio Prof. Salvatore Salaraone Marino intrattiene 
la Società con alcune altre notizie sul poeta Mariano Bonincontro, 
prendendo le mosse da un accurato studio letto alla Società nella 
tornata del 13 novembre dello scorso anno dal socio Prof. O- 
doardo Coppoler. 

Esaurite le materie poste all'ordine del giorno il Presidente 
toglie la sedata. 



17 Segretario Generale 
D.' Giuseppe Lodi 



MEMORIE ORIGINALI 

IL GOVERNO 

DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

DAL 1535 AL 1543 (1) 



CAPITOLO PRIMO. 

I, Carlo V in Sioiliii. — II. Don Ferrante GonzHgii. — III. Il Viceré e i 
supremi uffici dello Stato. — IV. Il Parlamento. — V. L'amuiinistra- 
zioiie iìuanziaria. — VJ. L'amministrazione della giustizia. — VII. 
Il tribuiuile della santa iiKiuisizioue. — Vili. Difesa dell'isola. — IX. 
Stato politico-Rociale del re^no. Fazioni cittadine e fuorusciti. Missione 
del nuovo viceré 

1. — Conipiiitji felicemente l'impresa di Tunisi e date 
1(^ disposizioni occorrenti i>er assicurare la nuova conquista, 
Carlo V, che già da tempo pensava di visitare la Sicilia, 
e che, d'altra parte, aveva ragioni di conto per lasciarsi 
vedere anche a Napoli e a Tiomji, volte le prore all'isola. 



(1) Fonte principale per (jnesto lavoro sono stati i Registri delle Let- 
tere, che intorno al governo della Sicilia e agli avvenimenti del tempo 
il viceré Don Ferrante Gonzaga scrisse fra il 1535 e il J5-Ì3 a Carlo V, 
ai ministri dell'imperatore e ai suoi agenti privati. Questi Registri fanno 
parte della ricca collezione delle Carte Gonzaga, possedute dall'Archivio 
di Stato in Parma, e sono costitniti da 4 volumi in folio, dei quali due si 
riferiscono all'auiministrazione interna e due trattano di cose militari. 
Eccone i titoli : 
I." « Registro delle cose del governo di Sicilia dell'anno 1535, 36, 
37, 38 et 39 », di earte 312. 

II." « Rt^gistri delli negotij del regno, 1540-42 », di carte 124. 
IH." « Registro de cose di guerra, 1538-40 » di carte 64 (incompleto). 
IV." « Registro di cose di guerra, 1540-43 », di carte 103. 
Tutti gli scritti, contenuti in questi vohuni, sono inediti, tranne una 
Arch. Slor. Sic. N. S. Anno XXX. 27 



406 IL GrOVBRNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 



sbarcava a Trapani il 20 agosto 1535 (1). Dopo Alfonso il 
Magnauiino nessun sovrano aveva più messo piede in Sici- 
lia. ]Ma Carlo V vi giungeva la fronte irradiata dall'aureola 
della gloriosa impresa, per cui si offriva campione e vin- 
dice della cristianità tutta quanta contro la paurosa inco- 
gnita della minaccia musulmana, senza oblique e seconda- 
rie intenzioni (2). La Sicilia, che, sperandone con ragione 
i maggiori vantaggi, vi aveva preso larga parte con aiuti 
d' uomini , d' armi e di viveri , ne era la più sodisfatta; 
onde le sue città e le sue marine, bene auspic{in<lo del fu- 
turo, a gara preparavano feste al potente imperatore (.'i). 



piccola parte del primo, quella che va «lai novembre 1535 all'aprile 1537, 
la «inalo fu pubblicata nel 1889, in occasione «lei «juarfco congresso sto- 
rico italiano di Firenze, dal prof. Emilio Costa, d'incarico della R. de- 
putazione di Storia patria per le pi'ovince parmensi. Nella prefazione, 
che il Costa vi premise, sono molte pregevoli notizie intorno al Fondo 
Goneatfa dell'Archivio Parmense. 

(1) Di Br.Aiii U. G. E., Storia cronologica de' Viceré^ Luogotenenti e 
Preitid''nti del Regno di Sicilia. Palermo, Solli, 1790, Voi. II, pag. 85. 

(2) lloBEBTSoN Guglielmo, Storia del Regno deW [mperatore Carlo V. 
Milano, 1832; ITI, 160. 

(3) Dell'armata imp«'riale facevano parte, come era naturale, le galee 
«li Sicilia, c«)mandat«' da Don Berlingeri Requesens. Ma ve n«' erano al- 
tre di uomani e di privati. Secondo il Del Carretio , Hist. de 'Bello 
A/ric, tom«» I, 47 degli Opuscoli di <(utori siciliani, Catania, 1758, oltre 
«{uelle «li Messina e Palernu», «lue galee e una nave oneraria diede Gio- 
vanni «l'Aragona, Marchese di Terranova. Il MAUitOLico, 8ie. Rer. Comp. 
.Messimi, 171(5. pag. 221, oltre le due del comune «li Messina, «^he «lice «-oman- 
«late da Giovau Matteo «l'.Mesnio e Fiau«!esco Molli«'a, ne novera altr«' «juat- 
tro : due, fatte costruire dal marchese di Gr«>tteria e comandate da Marco 
di Marchese, flgliu<do <l«l baron«' «Iella Scaletta: due, «lai marchese «li 
Terranova e c«>iiiandate da (iiacoiin» di (ir(;g«)ri«>. Una fu «lata dal c«>- 
mnne di Krlce (8. Salomone-Mahin«.), 7>et /«inowj* uomini d'' arme siciliani, 
Jì/)riti in Sicilia nel secolo XVI, in « Arch. Stor. Si«'.il. » a. 1879, p. 296); 
un'altra, fatta «-«(struin' a l^alermo, «la Caltagiione (Ai'Kilk, Delle ero- 
noi. IJnirers. della Sic, Pahnino, St4imperia di Gaspare Hayona , 1725, 
p. 2M<>), che v«»lle f«»K»e «'hianinta S. Uiaeonui «• «•onian«lata «lai caltagiron«'se 
.Antonio Gravina, baron«- «Iella Canseria. Su tutte erano iMiliiiitati cavalit'ri 
• altri vuloiitari niciliaili. Ufr. Di Hi.asi, Star. cir. d$l Reg. di Sic, HI, 3(», 



DAL 1535 AL 1543 407 



Carlo V aveva seco il duca d'Alba e don Ferrante Gon- 
zaga, i segretari Accades e Urries, i signori di Agallar e 
di Granvelle, il duca di Medinacoeli e il principe di Sul- 
mona, il conte di Benevento e il nunzio del papa, e inoltre 
un numeroso stuolo di cortigiani e seguaci. In cammino 
per Palermo, nel bosco di Partinico, gli si fecero incontro 
i ])rincipali baroni, guidati dal marcbese di Gerace, Simone 
di Ventimiglia, presi<lente del regno. E, da essi corteggiato, 
dopo aver toccato Monreale, entrava in Palermo ai 13 set- 
tembre^ (1), per la porta nuova o del sole, riccamente deco- 
rata e chiamata poi, in memoria del fausto evento, Porta 
d'Austria, a cavallo, sotto un'ombrella, portata dai sei giu- 



Palernio, 1862-4. Messina mandò anclie duf navi onerarie cariche di viveri, 
che, a nome della (;ittà, furono oftierti a Carlo V da due ambasciatori, Sei- 
pione Spatafora, nobile, e Gellio Procopio, borghese. Cfr. Maubolico, loc. 
vii., e CoUi Giacomo (PAÌibrando, Il Trinmpho il qmil fece Messina nella 
entrata del Impermtor Carlo V. etc, Messina, Bpira, 1535, in Gallo G. I)., 
Oli Annali della città di Messina, nuora ed. e, curata dal Sac. A. Vayola, 

11, 500-501, Messina, 1879. E il D'Alìbrando e il Bonfiglio, Della hist. sic, 
Messina, 1604, 1, 440, aggiungono che codesti viveri, arrivando opportu- 
nissimi, alcuni giorni dopo la presji della Golettiv, furono lietamente ac- 
colti. Paleruio, che pur aveva deliberato già grandi e costose feste per 
la prossima visita sovrana, stabiliva di « vendere onze sei di proprietà 
per mandare li rinfrescamenti all'Imperatore a Tunisi». Cfr. V.zo Di Gio- 
vanni, Le fortificazioni di Palermo nel tee. XVI, in « Doc. per servire 
alla Stor. di Sic. », IV serie , IV , 38-9. All'as«vlt« della Goletta presero 
parte 20() siciliani, e un siciliano, Salvo Bulgarello, ericino, fu primo a 
piantar sulla breccia il vessillo imperiale. Tra i caduti fu Marco di Marchese, 
già ricordato. Cfr. Maubolico e Alibrando, loc. cit. Il Maurolico scrive : 
Durante la spedizione, Messano', et in cceteris fnsvla- Urbibus, prò Gristia- 
norum rictoria pnblice suplicatmn est Superiti. Memini lAturgiam a nte 
composita m, et ab Archiepiscopo probatam, in majori Tempio celebratam 
fnisse ; alla notizia della vittoria, /'« aede S. HeVme. Mis.sa cum sapphico 
hymno a nobis aeditu decantata est. 

(1) I Frammenti di cronache della città di Palermo dei sec. XVI e XVII, 
pubblicati da S. Sai.omonk-Makino, nelle « Nuove eff.di Sic. », III, V, 
241, {•■ anche il Maitkolk'o, 07). cit., p. 222, pongono l' ingressi» al giorno 

12. Ma le maggiori testimoniauzc concordano nel segnare il 13. Auche il 
Dkl Caukktto, ap. cit., I, 75. da gli idi di Settembre. 



408 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

rati della città, mentre gli facevano scorta d'onore, alla 
staffa destra, Gnorlielmo Spatafora ])retore e, alla sinistra, 
Pietro d'Afflitto capitano (1). L'interesso, veramente trionfale, 
era reso più pittoresco e interessante dalla presenza della 
schiera numerosissima degli schiavi liberati a Tunisi (2), 
ornaniento ben più nobile e significante che non i inMgio- 
nieri di guerra, trascinati un tem])o dai generali vincitori 
dietro il loro carro. Presso al duomo fu il sovrano osse- 
(|uiat<) dal clero. Nel duomo il vescovo di Mazzara gli pre- 
senta i vangeli, sui quali ei giurò di conservare ed osser- 
vare le costituzioni, i capitoli, le franchigie dell'isola e le 
prerogative di Palermo. Poscia il corteo mosse verso il 
palazzo di Guglielmo Aiutamicristo, nel (piale l'imperatore 
doveva prendere alloggio (3). 

Rimase Carlo V a Palermo un mese, ossequiato e fe- 
st^iggiato sempre da ogni ceto della cittadinanza con rice- 
vimenti, feste e giostre di pompa forse non mai vista prima 
«l'allora, innalzato al cielo da tutti. Ogni cosa egli accolse 
benignamente, temprando talvolta a espressione più mite 



(1) Del ('ariiktto. op. cit. I, 72, segg. Paruta e Palmbrino, Diario 
(Iella città di Palermo, nella « Bibl. stor. e lett. della Sic. », ed. da G. 
Di Marzo, T, p. 9, Palermo. 1HH9. Bon figlio, DdVllist. etr., I, Wò. 

(2) K, Pki.aez, nelle note alla Vita di A. Barbarossa, in « Aroh. Stor. 
Sic», X, 39(). — Più tardi il fronzaga fece « rimpatriare » questi schiavi 
liberati, a «pese di tutto il regno. 

(8) Malrolioo, op. cit., p. 222, Dkl Carreito, op. cit., p. SO. ~ In 
ineiiioria «lei giuramento di conservare i privilegi e le consuetudini di 
Palermo, più tanli (1680) «piesta cittii innalzò a Carlo V una statua in 
Wnuizo. nella piazza liologni, «'ol motto: Tantum felici ('aetiar Jurarit in 
Urbe. ('fr. Vito La Mantia, Ori;), e rie. dclVInq»ÌH.e. in Sicilia, in « Kiv. 
Stor. Ital. », a. ISSI), p. r)28. La stjitua, fusa dal Livolsi, « in grazia del 
concetto», fu risprlfata due volte, nel 184S e nel IHHO, dal |>opolo, che 
abbatteva altri Himulm-ri di principi. I. La Lumia, Storie Sirili<nie, III. 
299, PftleriHo, Virzì, 1883. Cfr. S. Salomonk-Marino, Lhnilore dellti sta- 
tua in Itronto a Carlo V /« l'alermo, in « Arcli. Stor. Sic. », XI, 4(;r)-7(>. 
Krra il Palmikki, Smi/t/io ntor. nulla eostittn.e <h'l lieijuo di Sicilia. Lo- 
HEiina, 1847, p. (38, aHHcgiiauilo il giuramento ni [larlamento del ]*)1S. 



DAL 1535 AL 1543 409 



la severa e proverbiale gravità <lel .suo volto. Ma non per 
questo, benché non ne fosse scontento, aveva voluto visitar 
l'isola, sì bene ])er legarla più strettamente ai suoi domini, 
dei quali doveva essere sentinella avanzata, fort« e securo 
baloardo contro i turchi di ('ostantiuo[>oli e i pirati delle 
coste barbar(\sche, e ])ei' poterne smungere i)iù facili «i più 
abbondanti sussidi. 

Il parlamento generale del regno, convocato straordina- 
riamente a tale scojx) da Ciarlo V in [)ersona, fu inaugurato 
in sua presenza a Palermo, il Ki settenjbre 15.'iò, nel palazzo 
Steri (1), « in la Sala grandi », stando la <; Maestà Cesarea 
in solio prò Tribunali sedendo ». ìaì < propositione «, d'or- 
dine del sovrano, « fu letta et publicata per Ludovico 
Sanches Prothouotaro di detto Kegno » (2). Rispetto al do- 
nativo, essa riassumevasi in (|uesto: che l'imperatore si era 
messo al gran cimento della impresa di Tunisi precipuamente 
l)er salvare le persone, le sostanze e le cose più dilette ai 
regni(;oli (3). E il parlamento fu generoso. Votò un dona- 
tivo di 25().()0() ducati, da j)agarsi iu4 termine di quattro 
mesi. Di essi però 2(M).(MM) costituivano il vero e proprio 
donativo, che gravava per un (pùnto sul clero, <lue «plinti 
sulle terre baronali e due (pùnti su (pugile demaniali; e 



(1) È il vecclii») palazzo dei Chiarainoute, così detto, forse, «lai vora- 
bolo latino honterium. ÌU' Martino lo aveva eletto a sua st'«le (1392), «■ i 
viceré per un secolo 1«> preferirono anch'essi. Ma, mezzo rovinato al tempo 
dei tumulti contn» il Moncnda (lólU), i viceré, coi giudici della gran 
corte, andarono ad abitare, come in luog(» più sicuro, il castello al maire 
(1517). Cfr. \'. AuKiA, Hisluria vrouuloijiva dclli similori viceré ili Sicilia... 
daWanno 1409 al 1697. Palermo, Coppola, lt)97, fol. 35. G. Di Marzo, 
up. cit., I, 4. Isiuoito La Lumia, Storie Siciìiane, Palermo, Virzì, HI, 
(a. 1883), 45 e 72. A titoli» di «•uriosità, ricorderò che il .Skkio suppone 
che la parola Steri derivi forse , o da Sterium zz: luogo solitario , o da 
otspò? =: solido, fermo. A. Mongitouk , Parlamenti Generali , Palermo, 
lieutivcnga, 1749, tomo I, pag. 94, in nota. 

(2) MON(iITORK, up. cit., 1, 195. 

(3) Ivi, I, 196. 



410 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SIGILI A 

gli altri 50.0()0 erano offerti, in via d'eccezione, dai nobili 
personalmente, senza esenzioni di sorta, ma anche senzji 
pregiudizio delle immunità (1). Non omise di cliiedere, sotto 
forma di capitoli, concessioni o riforme nelle amministra- 
zioni, o altri provvedimenti di governo, dei quali si farà 
eenno a suo luogo. Ma, pei* la prima volta, il braccio eccle- 
siastico, pur dichiarandosi disposto e pronto a pagare, ])ro- 
testò per altro di farlo a patto che il papa ne desse licenza, 
giusta la costituzione di Leone X dell'ultimo concilio late- 
ranense. L^ultima seduta del parlamento ebbe luogo ai 22 
settembre. Carlo V accettò il donativo con tutte le condi- 
zioni e clausole, che accompagnavano l'offerta (2); e il (J 
ottobre diede le sue risposte alle richieste contenute nei 
capìtoli, riservandosi solo di far conoscere più tardi le sue 
idee intorno alla riforma giudiziaria (3). 

Da Palermo parti l'imperatore il l.'i ottobre (4). il 14 fu 



(1) Ivi, I, 198. 

(2) F. G. La Maxtia, I Parlamenti, etc. cU., p. 21. — La bolla di 
dispeusa di Paolo VII a Carlo V è in datai 14 febbraio 1536. Cfr. Di 
Blasi, Storia cronol. de' Viceré, etc, II, 89-90 e Rosario Gkegokio, Con- 
mlerazioni ftopra la Storia di Sicilia, iti Opere Scelte, Palermo, Pensante, 
1853, pag. 513, avvertendo, per altro, che quest'ultimo autore assegna 
non al '35, ma al '37 la prima protesta del braccio ecclesiastico, la quale, 
da allora in poi , usò sempre fare , ogni qual volta al doiuitivo do- 
vevano concorrere anche gii eccclesiastioi. Lo stesso Grkgorio aggiunge 
a questo proposito la seguente malinconica considerazione : « Pure se i 
prelati ottennero iiuli forse di porre in pace colla bolla le l(»ro coscienze, 
non guadagnarono di essere alleviati nei «lonativi ». i^a protesta è cono- 
scinta col nome di atto preaervativo. Anche F. Scaduto, Stato e chiesa 
nelle Jhie Sicilie, Palermo, A menta, 1887, pp. 348-50, assegna inesatta- 
mente al 1537 la presentazione di « un vero e proprio atto preservativo ». 

(3) Key. Sicil. Capii., Venezia, 1573 ; cap. 167, 174 e 175 di Carlo. 

(4) Seguo il Madrolico, Sic. lier. Camp., pag. 222, benché il Dkl 
Carrktto; op. cil., pag. 81, e il Di Mi.asi, Storia crouoloijica ite' Mcerè, 
Imogotenenti e Prenidenti del Regno di Sicilia. Palermo, 1790, voi. Il, 
pag, 91, e altri diano il 14. Il Fazkm.o, Storia di Sicilia, trad. da Ku- 
Miuio FiuuiCNTlNo, Palermo, Pedoin- e Muratori, voi. Vili (anno 1833), 
pag. 142, dice che Carlo \' «limolò « da trenta giorni in Palermo». (M'r. 



t)AL Ì5;^5 AL Ì543 Hi 



a Termini, il 15 a Polizzi, il 16 a Nicosia, il 17 a Troina, 
il 18 a Eandazzo, il 19 a Taormina, il 20 al convento bene- 
dettino di S. Placido, a 12 miglia da Messina, il 21 ginnse 
a Messina (1). 

Questa città si era di l)uon'ora preparata ad accogliere 
l'imperatore il più magnificamente e j)om[>osamente le t'osse 
stato possibile. Già il 19 settembre due suoi ambasciatori 
si erano recati a rendergli omaggio in Palermo (2). Il 26 
dello stesso mese si era demolita l'antica i)orta delle vec- 
chie mura di S. Antonio con tutte le sue adiacenze (3) per 
rendere pin solenne l'ingresso, che Carlo X fece lo stesso 
giorno 21 ottobre, avendo alla staila il ctmtts di Condojanni, 
straticò, « caminando in trionfo, ])re(^edendo il carro solito 
di farsi nella vigilia dell'Assuntione di Maria Vergine, su 
del quale, in cambio del Dìo jmdre, vi era la statua del- 
l'Imperatore con una vittoria in mano » (4). Non si vo- 



A. RoDKiGUEZ Villa, El Emperador Carlos V y m Carte {1522-39), iu 
Boletin de la R. Acad. de la Hùt. XLY , 81. Madiitl, 19(>4. 

(1) Mai:rolico, /»<•. lii. 

(2) Ivi. 

(3) Ne fu conservata memoria uella seguente iscrizione: Porta urbi» 
aniiqim areunque hie fnit, quem una cum eeteris viarum compluvi in in tid- 
ventu Caroli V Imperatoris et lieyi» Sieiliae ahstulere ]>. loanuen Marul- 
Ivg Cmidoianni Come$, Urbis Strategv», luratique patres Joanne» Philip- 

jniH et Bernardus de Rocchio, Franciseus Royerius. Franciscus Staitius, 
Franvigcu$ Maruìlus et Thomag l'asqnttlis. Areus dirutuH est XXVI Sep- 
temhris. Imperator autem Crbem hanc inyressus XXI mensi» Octobris 
MDXXXV. Antonino Dk AmicK), De Messttnensis Prioratus, etc, iu « Do- 
«'-umeuti per servire alla storia di Sicilia », IV, I, 151. 

(4) C. BoNFiGLio, Della hùt. sivil., 1, 444, Veramente il Mairolico, 
testimone oculare, nei frammenti, parla, non di statua, uni di un puer 
Imperatorem repraesentans (op. cit., pag. 245). Il D'Alibuando, alla **ua 
volta, scrive : « Sopra di questo veneva un bellissimo giovanetto che mo- 
strava esser L'omperator, armato, e di sopra la palma della man de- 
stra la (jual sporgeva, fuori teneva una rittoria, la qual era un puttinu 
d'anni quattro circa ». Gallo, CU Annali della città di Messina voi. II 
(a. 1879), p. 508. Cfr. G. Arenaprimo, Note storiche messinesi dei secoli 



41i' IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

leva essere da meno dì Palermo. E non inferiori a ((nelle 
di Palermo fnrono, in verità, le feste di Messina: arehi, 
earoselli, Inminarie, tele dipinte da Polidoro da Caravag- 
gio (1), versi latini del Manrolico e pili altre manifesta- 
zioni di ossequio e ammirazione (2). LI eomiine oft'rì an- 
che lO.(KX) scudi d'oro in tre coppe auree (3). Ma, osserva lo 
stesso Manrolico, di questa così favorevole occasione della 
dimora di Carlo V in Messina, nessuno seppe giovarsi i)er 
il beue della città. Civium dissidia ciiucta lìerturhavit. I no- 
bili nou avevano altro desiderio se non (piello di spogliare 
degli uffici la borghesia; e ben tentarono di ottenerlo dal- 
l'imperatore. Ma Carlo V era ben lontano dal pensiero di 
aumentare per tal via le discordie cittadine, che avrebbe 
voluto invece veder tolte di mezzo per sempre (4). 

Il tre novembre traghettava l'imperatore in Calabria, 
portato da una gah'a messinese, in virtù di un antico pri- 
vilegio, che si tace\ a risalire all' imperatore xVrca<lio , e 
scortato sino alla Cafona dall'armata imperiale e (hi altri 



XV e XVT, m-gli * Atti della R. Aocinleniin Pelorituna *, anno 1899, 
pp. 317-19. 

(1) G. Vasari, Le vite dei più pccellcnti Pittori, Scultori e Architetti. 
Naijoli, 1884 5 pag. 33(5. 

(2) Ampie «lescrizioni se ne trovano negli scrittori di cose siciliane, e 
Hpeeiiil niente nei cititi D'AuBRAnDO, Maurolioo (uei/mmmfHit), Gallo 
(Annali) e Honkkìlio (nella Motxiiia città )iohili»8Ìi»n). Il trionfo fu ideato 
dal Manrolico. A. Monoitork, lìibliothecn SicuUi, Palermo, 1707, I, 221, 

(3) Il Di Hla.si, Star. cron. de' vieer(>, II, 91, scrive fargli grande im- 
pressione che il Maurolico non ric(»rdi (jnesto dono. È evidente clu' gli 
«foggi il «eguimle passo dei frammenti «Iella storia <li «luesto antore : 
Kodem die [24 ottobre] Civittin decem aureorum millia in patinia argentcin 
tribun fTjxmita iloiinril ('(tenori. l'Ut tttlit JncohtiH Oompotitto liiris Doctor, 
uraiiuiiculit latiiKt, (piainquttm rutti, rccittita {o}>. cit., pag. 246). La «litte- 
renca tra il Maurolicu e il Hokpiolio Hta Holtanto in ciò, che (|ue8t'ul- 
liino {l>eir //ini., de, I, 445) parla non di U), ma di 13. ()()(► ducati d'oro, 
detti trioni!, ott'erti in due vassoi d'argento aii/i clu* in tre d'oro. 

(4) MAUÌtoLico, Sic. Ber. Comp., pag. 222. 



DAL 15.'i5 AL ir)4o 413 



leoni (1). rntjinto avevii coiiii>int(> mi atto di non lieve ini- 
poitjiiiza : a\('vji iioniinato viceré don Ferrante (Jonza<>a. 

II. — L'uomo, che (Jarlo \' lasciava al governo della 
Sicilia era <>i<)vanis.sin»o, contando ai)])eiia 'JSanni; ma «•ià 
aveva preso [losto fra i persona^^i più chiari e rinomati per 
valore personale, perizia nelle anni e sagacia politica in 
(piell'età, che pur tanti ne noverava meritamente» celebrati. 
Nato, nel 1507, da (lian Francesco II Olonza^a marchese di 
Mantova e da IsabeHa d'Mste, terzogenito dopo i fratelli Fe- 
(U'rico, marchese dal Ioli» e poi duca «li Mantova dal 1530, 
ed Ercole cardinale, non potendo succedere nello Stato pa- 
terno, ma pur sentendosi nato per vita non ordinaria, di 
buon'ora venne esercitan<losi e pre])araiidosi a piegar la for- 
tuna ai suoi disegni. Nel 1523 fu mandato alla corte di 
Carlo V, che i)resto gli prese affetto sì da potersi ben dire 
che il Gonzaga fu il solo italiano col quale il potente mo- 
narca ebbe vera dimestichezza. E già nel 1520, non ancora 
ventenne, otteneva il comando di cento uomini d'arme per 
la guerra in Italia, dove si recò con l'armata condottavi 
dal Lannoy. A Keggio si unì al Borbone, nato di sorella 
del marchi^se suo i)adre e capitano generale per l'impera- 
tore in Italia, e, con esso e con l'Oran gè, mosse all'impresa 
di Roma, <love, durante il sacco del 1527, potò far rispet- 
tjire l'alloggio della madre, che trovavasi allora in cpiella 
città, e dove, per la morte del Borbone, fu messo dall'O- 
range al comando dei cavalli leggeri, <^ ch'io era anche un 
putto », come si esprimeva egli stesso più tardi (2). Nella 
difesa di Napoli contro il Lantrec ebbe parte priucipalissima. 



(1) BoNFiGiJO, DeìVh istoria, eh'., I, 445. Veramente il Maurolico 
{htc. cif.) j)arla di (hnibiis faiitioii trircmihiis, in generale; ma piobabil- 
meiite vovrà «lirt; die due galere trasportavano l'imperatore e i «'orti^iaiii, 
die dovevano aecomi)ajinarlo nel sno viaggio per terra. 

(2) Lettera ili I)«)n Ferrante a Cesare Gazio, suo agente presso l'im 
peratore, da ^lantova. 8 luglit> 1532. Nelle Carte Gonzaga dell' Ardiivio 
di Stato di Parma. 



414 IL GOVERNO DJ J30N FERltÀNTE OONZAGA IN SICILIA 

per cui l'Orange, succeduto al Monca«ia nell'ufficio di viceré 
del regno di Napoli, gii conferì la signoria di Ariano, tolta 
ad Alberico Carafa. E già in questo tempo era salito di 
molto nella stima dei soldati, che «. sapeva atl'ascinare e 
muovere a suo talento col giovanile ardore, lo slancio ge- 
neroso, il valore cavalleresco, la parola persuasiva e la giu- 
sta severità » (1). Di qui anzi comincia veramente la sua 
vit^ d'uomo di stato e di generale. Ammesso dall'Orange 
nel consiglio vicereale e poi mandato all'impresa di Puglia 
nel 1529, ebbe, per la prima volta, il comando in capo di 
un corpo di milizie in una campagna, che fu per lui scuola 
efficace, i)erò che « quantunque si trovasse di continuo alle 
prese con nemici terribili, come il bisogno, la fame, la pe- 
ste, la indisciplina dei soldati, seppe uscir vittorioso dalla 
dura prova (2). 

Mente sagace e pratica, Don Ferrante non sdegnava 
accopiare alle cure dell'ufficio la ricerca del suo particolare 
vantaggio. E così durante la sua dimora nel Regno di Na- 
poli, superando non poche né lievi difficoltà, riuscì a otte- 
nere in isposa Isabella di Capua figliuola di Ferrante di 
Capua duca di Termoli e principe di Molfetta, nonostante 
che la giovine, già in « pueril età >>, fosse stata sposata per 
verba de praesenti al marchese di Atella, Troilo Caracciolo, 
figliuolo del principe di Melfl. Isabella gli portava in dote 
Molfetta (*oii (ìiovinazzo, la contea di Campobasso ed altri 
jiossessi (3). 



(1) 6. Catas-so, Don Ferrante Gohkujo aWimpresa di J'ittfUn del 1629, 
in e Kivifltu Storica Italiana» anno 1X95 [p. 9 (h'Il'estratto]. 

(2) In, pag. 3,S. 

(3) ivi, pag. 17. — Il Miatrinton/o ebbe luogo a Napoli, proprio nei 
giorni nei (|(mli, per la niortv i\v\ principe Filiberto d'Orange, il (ìonzaga 
AMMumeva il comand*» «lell'eHercit<» imperiale, fra la battaglia di (lavinana 
e la Mtipulaxione <leIPa<cordo coi Horentini. Don Ferrante in1palnl«^ la 
M|HiHti |>er lor/,a iMM'Hona, e, nianc4ind(» ancora il consenso imperiale, in 
Hegreto. Il connenKo diede ]h>ì Carlo V da Augusta, con diploma del .SI 
ottobre 1530. Ma le continue guerre solo molto più tardi perniiHero agli 
MfMHii di connumure il matrimonio. Ivi. pp. 31-8. — Cfr. anche le note 
di BcirioMK VoLPiccLLA, ai Capitoli del Tamiillo. Napoli, Dura, 1870. 



DAL 1535 AL 1543 415 



Durante l'assedio di Firenze, corse jL^rave pericolo nello 
scontro del 25 aprile 1530 presso Empoli tra i suoi cavalli 
e i fanti di Piermaria di S. Secondo con le schiere uscite 
da Firenze (1). E, sebbene non mancassero nel campo im- 
periale capitani |)rovetti e di i)rovato valore, lui l'Orange 
lasciò suo luogotenente (piando, alla fine del febbraio 1530 
dovè recarsi a Bologna (2) ; e a lui, morto l'Orange, fu dato, 
con unanime consenso, il comando dell'esercito assediante, 
pei' cui gli toccò in sorte di porre line all'impresa, ricevendo 
la dedizione dei Fiorentini. Da Clemente VII furono su- 
bito riconosciuti i suoi servigi col conferimento del governo 
di Benevento. Non così dall' ini i)eratore. Ma egli, volendo 
battere il ferro sinché era caldo, rimandò ancora la consu- 
mazione del matrimonio per correre in Fiandra (:531) a pe- 
rorare la sua causa presso Carlo V (3). L'anno dopo (1532) 
lo troviamo in Ungheria alla testa di 2000 cavalleggieri, 
ai (juali fu aggiunto un corpo di sette ad otto mila un- 
gheri (4). Ma, posate le armi, Carlo \^ non indugiò a pre- 
miare il suo fedele servitore. In questo stesso 1532 lo no- 
minò duca d'Ariano, la cui investitura avevagli confermata 
«in <lalla line del 1530 (5), e poco dopo gli conferiva il to- 
son d'oro, onorificenza allora in grandissimo [iregio fra gli 
Italiani, e l'utiìcio di Maestro Giustiziere del Ilegno di Na- 
])oli. Ond'egii assunse i titoli di: duca d'Ariano, cavaliere 
dell'ordine del vello d'oro e capitano generale dei cavalli 
leggeri dell'esercito cesareo ((}). 



(1) FALLK'rn-FossATi e. P.. Ansedio di Firenze. ContHhuio. Palermo, 
1885; voi. 1, p. 122. 

(2) Ivi, II, 150. 

(3) G. Capasso. o/), vit., p. 33. 

(4) Lettera citata di Don Ferrante a Cesare Gazio, del 3 luglio 1532, 
da Mantova. 

(5) G. Capasso, op. eli., 26. 

(6) Per le notizie biogratìclie, oltre gli storici generali e il LriTA, 
Famiglie nobili, etc, cfr. anche: Giuliano Goselini, Vita del Prencipe 
Don Ferrando Oontaga. Milano, Pontio, 1574: e Alfonso Ulloa, Vita 



4:16 IL tìOVKRNO DI DON FKBRAISTE GONZAGA IN SlOlUA 

Alla spedizione contro Tunisi (15^5), cui presero parte 
i i)iii illustri e famosi uomini del tempo, Don Ferrante n(m 
poteva certo mancar«\ ^la non potè i)artir subito von .<»li 
altri, avendolo trattenuto a Napoli alcun tempo una ^rave 
malattia della moglie (1). Però, appena fu lihero di muo- 
versi, si recò a Messina e di qui a Palermo, donde andò a 
imbarcarsi a Tra])ani, da per tutto accolto onorevolmente 
e molto festeggiato. In Africa giunse dopo l'espugnazione 
della Goletta. Ma tuttavia alla prosecuzione dell'impresa e 
al felice compimento di essa non furono di j)oco giovamento 
il consiglio e l'opera sua. E Carlo V, che lo ebbe (piasi 
sempre a se vicino, fu testimone delle prove di valore da 
lui date, specialmente nella battaglia sotto Tunisi, dove, 
primo a slanciarsi e solo, contro il nemico, trapassò con la 
lancia « un superbo e gran Capitano di Mori » (2), e tale 



del valorosissimo e (iran capitano Don Ferrante Gonzaga, etc. Veuetia, 
Bevilacqua, 15t)3. 

(1) Mdoni D., Spedisione di Carlo V imperatore, SO nia(fgio-17 ayosto 
1535. Cenni- Documenti-Eefjesti, p. 33, Milano, 187B. 

(2) Ulloa a., oj). eit., pp. 70-3. — Giovanni Tomaso Gallarati, ora- 
tore del duca di Milano presso Carlo V, scriveva da Tunisi, il 24 luglio 

ì')S't: « Il «ign. Don Fernando Gonzaga {^iouse da Sua M. il fjiorno 

avanti che si risolvesse di venire in questa impresa [di dar battaglia], e 
il giorno de la giornata, avanti tutto l'exercito, fu ad investire uno tur- 
«•lio il eavallo et amazollo, del che n«' h» riportato molta laude *. 7r/, 
pag. s3. — Il Sanooval, Uinloria de hi Vida // Heclios del Euiperador 
CtirUìH V, 11, 239 (Faniplona, 1(>34-;, 8e<>iia ernmeanienti' l'arrivo del 
Gonzaga al camp«> sotto il giorno 2+ giugno. — Il Dai. ('AUitKTTo, op- 
cil., I, M, ha la stessa dat-a del (ìallarati. — In un diploma, da (ìaud, 
3 maggio 1.540, Carlo V, donando al Gonzaga una miniera d'allume in 
Sicilia e rammemorandone le prod(;zze, dice: Jn vjpuipnitione eiritatix 
Tu lieti, ulti in nontra praenentia, ut nohix, et ortodoxae /idei morein <fene- 
re»f primim, hoIuh, et ante omnes hostilei proeliiim sumina viini «treniiiinte, 
intrepidi! et eonsUinti animo inire aiisiis, Maurum (pieindain laneea per- 
liiHHHin Ianni min'linnn penitun Iradiderix, ete. I. AfkÒ, ['itti di Luiffi Cìon- 
Muya detto Hodvmonte: p. 61. Parma, Carmiguaui, 178U. 



DAL 1535 AL 1543 417 



disordine portò nelle scliiere dei turchi col suo impeto che 
ai cristiani riuscì poi luolto jùù facile sl>aragiiarle (1). 

E ora, i)rinia di acciujnerci allo studio dell'opera del 
Gonzaga, gioverà, a meglio comprenderla e giudicarla, ri- 
cordare brevemente lo stato politico e sociale della Sicilia 
di (luel tempo, con particolare riguardo agli ordinamenti 
di governo, al sistema tributario, all'ammistrazione della 
giustizia, alle relazioni fra Stato e Chiesa e al sistema di 
difesa dell'isola. 

III. — Per parecchio tempo 1' utticio di viceré in Sicilia 
non ebbe ne durata fìssa , uè attribuzioni ben definite ; e, 
anche quando la durata fu legalmente fissata a un trien- 
nio (14h^8) , questa prescrizione nel fatto non fu osservata. 
In verità i viceré, quantunque potessero in date emergenze 
emanar decreti, che avevano forza di leggi, dipendevano per 
altro interamente dal beneplacito del sovrano , il consenso 
o l'approvazione del quale per ogni loro atto di «jualcln^ 
importanza dovevano aspettare o chiedere. Tuttavia amplis- 
simi erano pur sempre i loro poteri. In nome del re convo- 
cavano, prorogavano e scioglievano i parlamenti ; accorda- 
vano grazie; concedevano, in certi limiti, a})[>annaggi feu- 
dali; nominavano alla maggior i)arte dei pubblici ufhci; con 
la euria romana trattavano direttamente affari di natura 
ecclesiastica ; consentivano la osservanza di lettere e bolle 
l)apali; mantenevano relazioni coi vicini stati italiani e coi 
signori degli stati africani; )>ubblicjivano editti e pranima- 
tiche, con la sohi limitazione che non fossero in opposizione 
con le leggi e le costituzioni esistenti ; disponevano delle 
forze dell'isola; ju'ovvedevano alla difesa terrestre e marit- 
tima del regno; chiamavano alle armi i baroni se minac- 
ciasse nemica invasione (2). hìrano circondati di fasto e nia- 



(1) Del Cakukito, up. cit.: 1, H(>. — P. Oiioviu, La prima parte del - 
l'intorie (ìel xuo tempo, tnit. per M. Lodovico Domkniohi, p. 377, Vene- 
zia, lóótì. 

(iJ) 1. La Li'MiA, Stor. Sic. IH. lS-19. — « Quella supniiiia dignità 



418 IL GrOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

guificeuza. Abitavano nei palazzi regi. Avevano modo di 
arricchire i familiari, gli amici e le persone ad essi devote, 
indipendentemente dallo stipendio , che assegnava loro il 
parlamento , sotto forma di donativo , e che al tempo del 
Moncada fu portato a 250() ducati (1). Un « sacro regio 
consiglio » li assisteva, composto <li supremi magistrati si- 
ciliani, che erano, di solito, <|uelli del tribunale della gran 
corte, ai (juali si aggiungevano altri magistrati e funzionari 
dello Stato. Ma questo consiglio non aveva attribuzioni giu- 
diziarie, come quello, instituito a Napoli da re Alfonso; né 
potrebbe paragonarsi al consiglio collaterale , che Napoli 
ebbe da Ferdinando il cattolico, e che era costituito da giu- 
risti (2). Un consigliere collaterale al viceré, che ebbe la Si- 
cilia e non si trova a Napoli, e che col tempo acquistò grande 
importanza, era il consultore, scelto di tra i giurisperiti della 
corte regia. Ma esso fu introdotto da Carlo V soltanto nel 
1530 (;3). 

Come altri parlamenti, anche 1' ultimo , del 15.S5 , tentò 
di otti^nere una limitazione del potere viceregale. Chiese che 
la durata in utticio dei viceré fosse limitata a (juattro anni; 
che fosse proibito ai parlamenti di far doni ai viceré e ai 



avea «ne nonne speciali ir-IIc leggi sicule, né si ridusse inai ertuiera o 
quafli apparente; e ({uautunque per taluni lievi negozi fosse mestieri di 
ottenere l'assenso <lella corte, pure un governo locale esisteva in Sicilia 
con verace autoiioinia » ; Vito La. Maxtia, Storia (iella lef/inlasionc civile 
e rrimiuale tìeila Sicilia. Palermo, Virzì, 1S74. Voi. II, p. !t. 

(1) MoNarrouK A., l'arlameuti tjenerali del re<juo di Siciliti, eie. l'a 
lermu, Bentingn, 17+5); I, 7H. 

(2) K. fiuKcoRU), CUmnideì azioni, eie.,- op. cit., pag. 4Gt). Bianchini 
LuiKjVKX), Storia ecoitoini<\! e virile della Sivilin. Napoli, Stamperia Reale, 
1841 ; voi. I, pag. 4«. 

(H) .Mahtkii.i.o, Ih MaffistratihiiH, Uh. V, n\\). 7. VA'v. MiANtiiiNi, op. 
rit., I, 4H. \'. .ViKiA. Ilixtoria croiiolu(/ie.a delli xiijnori riceri' di Sicilia... 
lUaVanno t4tt9 al /(i!f7. l'alermo, Coppola, 1697; paig. 3(Mi. 1{. fJKK«ouio 
c4MiHÌdera il triluinale della gran corte come il * proprio e collateral con- 
siglio del viceré », dovendo esso, .secondo il cap. .S9 di ("arlo \ (a. 1.'>1!>1, 
rtvwri* lu MteNMi residenzu «lei viceré. Op. eil., pjig. K!*». 



DAL 1535 AL 1543 419 



loro familiari e di abilitare al conseguimento di uffici e be- 
netìci i non siciliani, se anche figliuoli del viceré; che l'ora- 
tore, eletto dal parlamento , potesse trattare gli affari del- 
l'isola direttamente col sovrano, senza ingerenza del viceré; 
che non si pubblicassero, né si eseguissero nuove pramma- 
tiche contrarie ai capitoli del regno , e che, per le cose di 
guerra, il viceré si consigliasse coi principali baroni del re- 
gno. Carlo V rispose evanivaniente alle domande circii la du- 
rata in carica del viceré (1) e l'oratore (2); approvò le pro- 
poste, riguardanti i doni e le abilitazioni agli uffici (3) ; e 
promise di permettere solo le prammatiche, intese al bene 
dello stato e alla sincerità della giustizia (4), e di ordinare 
al viceré che tenesse nel conto che meritava la qualità dei 
baroni (5). 

Gli antichi supremi uffici del regno sopravvivevano ora- 
mai (piasi poco più che di nome, andati in disuso, alcuni 
per la mancata residenza dei re nell'isola , altri per le mu- 
tate condizioni dei temi)i. Kimaneva di essi il titolo ad ho- 
norem in alcune tan)iglie illustri (G). Non avevano più ra- 
gione d'essere il gran c-ancelliere, il gran camerario e il 
gran sinisc^ilco, quantun<iue, i)er altro, del primo conti- 
nuasse ad ait'erniare i diritti e ad esigere i molteplici pro- 
venti, in nome del re, un officiale <lepositario del suggello, 
eletto dal viceré (7). Le attribuzioni del gran conestabile, 
come capitan generale degli eserciti, erano passate nei vi- 
ceré, all'elezione del Moucada, nel 15()1) (8). La gran corte 



(1) Bey. Sicil. Cupit., wip. 1H4 di re Carlo. 

(2) Tri, cap. 178. 

(3) Ini, rap. 165 e Ititi. 

(4) Ivi, cap. 180. 

(5) Ili, cap. 181. 

(6) Di Iìlasi G. E., Storia ririle dei lieiino di Sicilia, Palermo, 18(ì2- 
H4. Voi. 11 (a. 1868), pag. 172. 

(7) h'ey. Sic. Capii., Cap. 4()(i «li le Alfonso e Pandette del 1526. Clr. 
H. Grkoorio, oit. cit., pa^. 471. 

(8) V. AuKiA, Hixt. t-roii. eie, paji. 27. Di Bi.ASl, Stor. del lUij. di 
Sicilia, II, 170-71. 



420 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

di mare del grande aiuuiiraglio era ridotta a ben misera 
cosii e Io .stesso ammiraglio, diventato poco più d' un eo- 
mandaute di galee, iueontrava difticoltà n far riconoscere 
e ad esercitare i pochi diritti rimastigli. 11 gran giustiziere, 
già capo supremo della giustizia civile e militare, si era 
trasformato nel maestro giustiziere, di cui la funzione ])iù 
importante era piesiedere personalmente, o per mezzo del 
suo luogotenente, il tribunale della gran corte. 80I0 il ju'o- 
tonotaro conservava buona parte delle antiche attribuzioni 
dell'antico gran ju-otonotaro, corrispondenti a «jnelle di se- 
cretarlo di Stato e ministro dell'interno (1). 

IV. — Al temjK) dei Normanni componevano il parla- 
mento (colloquium) soltanto il clero e i nobili. Federico 11 
svevo, ])er ragioni di livellamento politico, vi ammise isin- 
«laci <lelle cittj'i. Regnando gli Aragonesi, il geucrah coìlo- 
quiuììij che era composto di prelati, nobili e rappresentanti 
delle cittiì e terre demaniali, assunse (nel secolo XV) forme, 
che rimasero <|uasi immutate sino al 1812. Oltre ai parla- 
menti ordinari, che, dal tempo degli ultimi Aragonesi in 
poi (2), si riunivano ogid tre anni, avevano luogo anche 
jiarlamenti straordinari: gli uni e gli altri, di regola, a Pa- 
lermo; ma talvolta anche in altre città, come, p. es., a Mes- 
sina e a (Catania. IMesente nell'isohi, il sovraiìo faceva la 
convocazione personalmente; in caso contrario, mandava 
l'ordine di convocazione al viceré. Questi, d'altra parte, in 
casi straordinari , i)oteva convocare di propria autorità un 
parlamento , ma «loveva jninia sentire il parere del sacro 
regio-consiglio (."»). La inaugura/ione soIcmìic delle s«\ssioi(i 



(1) Di Ulahi, Star, del lieff. di Sicilia, II. Isi-lHt». Villabianca mau- 
«IIKHK EMANiKt.K, Xotizii' hIoiìcIii' intona» utili (inlichi iiffici del liei/ ho di 
SicilÌ4i, in Oimucoli d'AiiItni Siciliani. Toiik» V^III. l'nh'riiio, I7()4. 

(2) MONOITOKK, op. eit.y I, 5.5. 

{'A) Il vìctM'r l'itjiiatclli, l.'tH'i, con'ciiilo iiiNistcìilc In voce clu' iiirai- 
liiuni turni vclcx^iiiMMf <'(>iitr<» Pisola, roiivocò mi parlaiiK^uto, « con !«> 
lNin-r<! «lei wicro rcultt coiihì^Iìo », VIoNonoKK, op. vH., I, IT!). 



DAL 1535 AL 1543 421 



ora fatta dal sovrano, e, in sna assenza, dal viceré; ina lejLf- 
^eva il discorso inaujnurale, che sjjiegava lo scopo della riu- 
nione, il protonotaro del regno, o, come oggi si direl)l)e, il 
ministro dell'interno. 1 tre bracci, od ordini, discutevano e 
deliberavano separatamente e ciascuno a maggioranza di 
voti ; ma alla validità delle deliberazioni di tutto il parla- 
mento bastava il voto concorde di due bracci. 11 parlament-o 
stesso eleggeva nel suo seno una magistratura speciale, la 
deputazione del regno » , le cui artribuzioni princiimli e- 
rano la esecuzione delle deliberazioni parlanunitari e la tu- 
tela e difesa dei j)rivilegi e diritti della nazione (1). Essa 
inoltre esigeva e aniniinistrava i donativi accordati dal 
])arlanu^nto e taceva la ripartizione delle imposte^ (2). 

Il parlamento siciliano non ebbe certo ])er la Sicilia la 
etticacia, che ebbe per l'Inghilterra quello inglese, tanto più 
che , conu» dice il Palmieri , « 1' autorità del Principe era 
limitata, senza che il popolo fosse libero», però che, in 
foiulo, baroni e clero fini vani» sem]»re col mettersi d'accordo 
a sca])ito del popolo. Ma esso fu tuttavia una istituzione 
utilissima , che nessun autocrate i>ofè tor di mezzo. « Fer- 
dinando II, Carlo V e Filippo 11, che non risi>ettarono mai 
i diritti di alcuno, e molto meno i diritti dei popoli, rispet- 
tarono però sem}>re la costituzione di Sicilia e la manten- 
nero sempre nello stato in cui la trovarono nel salire al 
trono > (3). 

Nei paramenti si trattavano affari riguardauti la difesa 
del regno, l'ordine pubblico, la giustizia, i tribunali, l'am- 



(1) Ref/iii Siciiidi'. Capii iiUi. Cap. 101 di re Giovanni. — La deputa- 
zione, Becondo il MoNorrouE, l'arlnmenti generali, eie, I, 83, ebl>e forma 
• li nia}j;istint() soltanto nei 1570. - Cfr. F. G. L\ Maxtia, [Parlamenti 
del lìet/no di Sicilia e 'jli olii inediii 0541 e 1594), Torino. Fratelli Bocca. 
l.S««; ]»]). :mo. 

('J) NnoLÒ Pai.mikhi, Sìkjì/ìo sUniio *■ politiro nulla contituziour del 
Heyno di Sit-ili<i in fino ni fs/fì. i-tv. Losjinna. Hoiiaiiiici e (!oinpagni, 1847; 
p. H2. 

(3) Fai.mikki, up. e//., p. (J4. 

Arvh. JStvr. 8i<;. N. S. Anno XXX. 28 



422 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

ininistrazloue e aiiclie occasionali, particolari bisogni delle 
città (1). Essi detcrnìiiiavauo i ricliiaini e le proteste da fare 
e i iiiiglioraiiieuti e le riforme da proporre, sotto forma <li 
capitoli, che, approvati dal re, acci uista vano forza di legge. 
Per altro il re poteva respingerli, o approvarli solo in parte. 
Ma la funzione j)iù importante dei parlamenti, e per la 
cosa in se o per il modo e le forme onde sì es])li(';iva in essi 
il potere legislativo, era lo stanziamento delle imposte, dis- 
simulat'e sotto il nome di donativi, tributo pecuniario, sosti- 
tuito ai fìssi e larghi proventi, coi (piali una volta si prov- 
\edeva alle spese pubbliche. Ma era cura dei parlamenti di 
collegare strettamente i donativi ai capitoli per modo che 
la concessione degli uni potesse portare all' approvazione 
degli altri. Né mancavano opposizioni o ritìnti di conceder 
donativi, come non rifuggì il governo dal ricorrere talvolta 
alla forza })er ottenerli (2). Però in generale i viceré si as- 
sicuravano la maggioranza dei snftragi, influendo sulle no- 
mine del braccio demaniale, ai)poggiandosi alternatamente 
su questo o cpiel braccio, di cui si potevano guadagnare le 
simpath', presentando le richieste in modo da far ])arere in- 
decoroso il ritinto, cattivandosi i rappresentanti di Palermo, 
che gli altri per solito seguivano , non convocando il par- 
lamento senza prima essersi assicurato il favore della mag- 
gioranza, e così di seguito (3). D'ordinario i donativi erano 

(1) Nei tempi iintichi, oggetto delle cure dei jmrlanieiiti eniiio le 
grandi iiuintioni toecauti lo stato e la uazione. Poi questi consessi fu- 
rouo ridotti (juiihì eHcIuHivanieute airuAìt-io di approvare i donativi. In- 
fine rivolwn» la loro attenzione anche ad argomenti di minima impoi- 
tanxa. 

(2) Nel 1522, ;;enerale essendo la miseria, si tentò di negare il do- 
nativo. Mu i principali oppositori furono inc^ircerati « in pena di essersi 
fatti Mentire più ilegli altri ». (ì. M. ('.muso, Mcmtniv hintorichc, c/c, I, 
187. (M'r. (,'. Cai.ishk, Stm-ia tivl l'arln»nuU> in Sirili)i. Torino. |XS7. |»ii- 
ginn 1:M{. 

uH) Don ScM'io ih (ja.mho, Armliiiii'itli (ti Si,/. M<in' A tilonio Culouini 
i/mmtlo andò Virt' Uè ili Shilùi, *'/r., in v< S<icondtt l'arte del Tliesoro 
l'ulitiro ». Milano, Bonlone e l.o.arni. ItidI : j.p. 459-4HS. (M'r. I. L\ Li 
MIA, op. d/.. Ili, 2.'{. 



DAL 1536 AL 1543 423 



pagati uel iieriodo di tre anni, cioè nell'intervallo fra l'uno 
e 1' altro parlamento, in rate , dette dande o tande (1), ma 
(jualclie volta il termine veniva abbreviato. Così, p. es. il 
viceré don Ugo di Moncada nel 1514 ottenne che i trecento 
mila tiorini concessi fossero riscossi subito dai suoi collet- 
tori (2). 

La distanza di tempo fra l'uno e l'altro parlamento diede 
origine a una legislazione speciale, quella delle prammatiche 
sjinzioni, che dal regno di (ìiov^anni in poi cominciarono a 
far parte della legislazione siciliana. Erano leggi, che re e 
viceré pul>blicavano nell' intervallo tra i parlamenti senza 
il consenso degli stessi, ina i)er ]U'ovve<lere a necessità del 
governo. Per altro n<m si trattava <li atti arbitrari, che o- 
gnuna di tali prammatiche veniva promulgata <. dietro un 
voto di tutto il corjw) de' magistrati di Sicilia, che tutti la 
sottoscrivevano» (3). E del resto solo il parlamento ì)oteva 
abrogare i capitoli a])provati , o dispensare dall' osservarli, 
essendo esso rimasto semju'e la sola e vera espressione le- 
gale della universale e concorde vcdontà del i)opolo sici- 
liado (4). 

\'. Le entrate <M*dinarie dello stato comprendevano 



(1) MoNuiTORE, Parìom. Gener., I, HH. 

(2) Ivi, I, U9. 

(3) Palmieri, oj>. vii., pag. B(). 

(4j 1. La Lumia, Stur, SU-iì.. IH, 22-:i. — Per la storia del parlamento 
sifiliauo, uoii ostaute l'opera pregevole del prof. C. Calisse, già citata, 
i fonti più eospieui ed utili restano pur sempre le classiche opere degli 
scrittori siciliani dei secoli XVII-XIX, e specialmente <p»elle del Mongi- 
roKE, Mem. tutor, dei Istriani, (premesse alle raccolte dei parlamenti 
nelle edizioni del 1717 e 1749; del Dì Blasi, Stqr. vìoii. dei Viceré di 
SicilUi, ctc. Palermo, 1790 (1 ediz.) e 1843 (2 ediz.) e Storia cir. del Retj. 
di Sic. Palermo, lSt)2-<)4: del Gkkcjorio, ('on siderazioni, etv., e del Pal- 
mieri, Stufyio stor. e polit., etv. — Chi desideri maggiori notizie consul- 
terà con molto vantaggio il lavoro del aig. F. (4. La Mantia, / Parln- 
luenti dei Heq. di Sivil. <■ fili atti inediti (1541 e 1594), Torino, Bocca, 
188(). 



424 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

le « ragioni delle extruttioni di fruuieiiti >, le gabelle e i red- 
diti delle dogane o tutti gli altri diritti regali, come, p. es., 
i frutti dei vescovati vacanti , gli utili della santa ci'ocia- 
ta (1), le coutische, derivanti da condanne penali, le pre- 
stazioni feudali, etc. Le straordinarie si riassinnevano (piasi 
tutte nei donativi e nel così detto nuovo imi)osto . 

Com'è noto i donativi rappresentavano, in certo modo, 
le antiche collette, con questo di nuovo che si potevano con- 
siderare come pagamenti fatti dal regno spontaneamente 
in soccorso del sovrano, fuori dei casi stabiliti dalle leggi. 
La parola venne in uso al tempo di re Alfonso d'Aragona 
ma il fatto esisteva già prima. 1 <lonativi erano ordinari e 
straordinari. Fra gli straordinari si devono comprendei'e 
le antiche contribuzioni feudali (adiiitori e ,sussidi) , costi- 
tuite dalle tasse, che 1 baroni si im])onevano particolar- 
mente per alcuna speciale ragione, come, j». es. , i r)0()00 
ducati , otterti separat^nuiute nell' ultimo parlamento del 
1535 (2). Il donativo vero e proprio, ipiantunque offerto da 
tutti e tre i bracci del parlamento, era, in realtà, pagato 
quasi interamente dal braccio demaniale. Il clero era , in 
questo tempo, gravato solo per uuji quinta parte. Alla loro 
volta i baroni, che , nei casi speciali testé ricordati , paga- 
vano a parte e indipen<leiitemeute dai loro vassalli la som- 
ma , di cui si tassavano , erano esenti dal ])agameiito del 
donativo, |)erchè obbligati al servizio militar*^ secondo l'an- 
tico diritto feudale. La «piota assegnata al braccio militare 



(1) La muti ili!) (Irllii «loiiicnira dì sclhia^esiina. as'eva Iiio^o una pro- 
reHHioiH- |*«T la l»olla «Iella salita «Toriata a PaU'rmo. « K \)vr csscì- «iiu'sta 
o|M-ia tanto (li-jjua sì |»«r li tanti Privileggij et iudulj^eiiice «-In' si «•«Hiticiic 
«•«uiH' |HT iiotuliil s«!rvitio «'Ik' ù Sua Maestà (7at«>li<'a ne r«'snltn , <• p«T 
h'ttri'f particola ri <-on le (|uaii suole raf<-«>inaiulnrla al Senato, costiiinM 
y ìnUiHMt Senato «!' intervenirvi ». Hai.omonk-Maimno , Cn-emoiiiali' ilflln 
frìiff t-lthì di l'tilttniio, in « Documenti per servii»* alla Storia di Sicilin », 
4.» wM-ie, voi. III. l'alernu», 1S9.") »• IS»!>: pa>f. M. 

(2) MuNoiTOKK, /'ariani, (ienei.s I, IHK. 



DAL 1535 AL 1543 425 



era invece pagata dalle terre baronali da esso rappresen- 
tate. Jl donativo, appnnto ])erehè non obbligatorio per leg- 
ge , ma chiesto (^ concesso jier ragioni del momento , era 
dato liberamente alla persona del re, sì che il sovrano po- 
teva disporne a sno beneplacito. Ne seguiva che esso <li so- 
lito andava a finire in Tspagiia , senza alcnn benefìcio per 
la 8i(;ilia , la qnale così era costretta a dare <li nnovo da- 
naro ogni qual \olta occorresse provvedere alle necessità 
del paese (1). 

Variabilissimo era stato il valore del donativo i>rinia 
del 1500. Nel 1488 furono dati cento mila fiorini (2); nel 1499 
duecento mila (3); nel 1502 si arrivò a trecento mila fio- 
l'ini (4). Più tardi ne furono concessi anche in maggior mi- 
sura. Il peso veniva ripartito fra i vari comuni per fuochi 
e per anime. 1 magistrati municipali tassavano con dazi 
sul consumo o con imjjosta di testatico. Il clero, per ado- 
perare una frase del tempi», pagava di borsa. In fondo più 
gravati erano sempre i più poveri (5). 

TjC tratte % ossia il dazio di esportazione sui grani (fi), 
costituivano la parte più cospiciui delle rendite pubbliche. 
Lo stesso Gonzaga le proclama? va «le più certe et più vive 
entrate », che avesse lo stato (7). Gioverà quindi farne cenno 
con maggiore larghezza. 



(1) MoNGrroKK A., Parlam. (ien., I, 75. C. Calisse , op. cU., pp. 9(» 
e 172-4. UosARK» Greoouio , Cousidtras. etc. op. cU., 51-i e segg. I. La 
Lumia, 8tov. SiciL, III, 214-5. 

(2) MoNGiTOUE, op. cit., I, lOH. 

(3) Ivi, 1, 120. 

(4) Ivi, I, 124. 

(5) R. (tRegorio, loc. cit. — Cfr. L La Lumia, op. cit.. Ili, 32-3. 

(6) Chiaiiiavasi « trattit», in ditte rcnteinente, tanto LI dazio «{uaiito ogni 
salma di frumento, od ogni duo salme di orzo e legumi, clie si esporta- 
vano. MONGiTORE, Pari. Gen., I, 220. 

(7) E. Costa , Registri di Lettere di Ferrante (ronzaya , pubblicati a 
cura della IL Dep. di Star. Patria delle prov. Parmensi. Parma, Battei, 1889; 
pag. 60. 



426 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

Salvo uu dazio ordinario, fissato in forma definitiva sotto 
il re Alfonso a tari ') e livana 5 ogni salma i)er ^'al Maz- 
zara e a tari 4 per \'al di Noto , la esportazione dei fru- 
menti era stata ah antiquo libera. Col tempo , mentre , sia 
per Vanmeutato commercio dei grani, sia anche per la fa- 
cilità e la sicurezza della riscosssione , al dazio vecchio 
e fìsso già esistente se ne aggiungeva un altro, che prese 
il nome <li e nuovo imposto >^^, si cominciò anche a ju-oibiie 
di tanto in tanto l'esportazione, ora nella speranza di meglio 
speculare sul commercio dei frumenti, ora in quella di evi- 
tare all'isola i danni della carestia (1). Nel parlamento del 
1515 fu chiesto il ristabilimento dei capitoli di Alfonso e 
Giovanni sulla libera esportazione delle vettovaglie da ogni 
porto del regno. Ferdinando il cattolico consentì che fos- 
sero ai)erti i caricatoi e i poi'ti del regno alla esportazione 
per luoghi uoii proibiti, salvo casi speciali di ragioni di stato 
e, nello stesso teinpo , tìssanch) <li suo arbitrio il valore 
reale del grano a 18 tari la salma, aggiunse che non si po- 
tesse colpirlo col nuovo imposto finché non raggiungesse 
quel prezzo (2). Pur tuttavia continuarono gli abusi. 8i 
giunse ad elevare il nuovo imposto sino a 1<S tari hi salma. 
Alh; (luerele del parlamento Carlo \' rispondeva nel 1523 
in modo evasivo (;i). Solo (piando si toccò con mano che 
quel sistema allontanava i compratori dalla Sicilia, favorendo 
i porti stranieri, si pensò di cercare qualche rimedio, (^osì 
nel 1527 si stabilì che non si ])roibissero le esportazioni e 
che il nuovo imposto non si aggiungesse al vecchio dazio 
ordinario se non (piando il valore dei frumenti su[>erasse 
i 18 tari. Ma il viceré duca di Monteleoue j)eggiorò ancora 
le condizioni del nnircato nel 1521> calcohindo ugualmente 
la salma liiossa e (piella geiiei-ale, mentre (luestacoiiteiieva 



(1) lUy. 'S'iV. C'ap.f fup. 2H di rt; AlfoiiMo e 27 di re Giovanni, 
Ci) Ivi, i;a|>. 84 di rv. Ferdinando. 
(8) Ivi, c«p. .VJ di Curio \'. 



t)AL 1535 AL 1543 427 



4 tomoli in iuei)o , e ordinaudo che .si tenesse conto non 
(Iella misura, sì bene del j)rezzo, il che era proprio iniquo 
e sorgente di inconvenienti e ingiustizie senza fine (1). 

Più tardi si determinarono 12 caricatoi principali e si 
raccolse la medi;i delle esportazioni di un novennio (1521- 
.■)0), nella speranza di meglio regolare la materia in avve- 
nire. E tuttavia non andò molto che il nuovo imposto ve- 
ni \ a elevato sino a 3 scudi, ossia a 3H tari la salma (2). 

li i)arlamento del 1535, jille altre raccomandazioni, ag- 
giunse qiu'lla di stabilire una scala mobile per la imposi- 
zione del dazio straordinario d'uscita. Ma anche qui il so- 
vrano risjjondeva che ordinerebbe al viceré di provvedere 
secondo le circostanze (3). Metodi né equi né razionali , 
dunque, incertezze e alternativa continua di provvedimenti 
<) troj)po rigidi, o tropjK) rilassati, pur tacen<lo delle innu- 
nu'ri altre diftì(;oltà e noie che inceppavano le esportazioni 
aumentando sempn» la gfi-avezza delle spese, concorrevano 
a <lei)riniere l'agri(M)ltura e il commercio, le due ]mi abbon- 
danti e sicure fonti di ricchezza <lell'isola. 

Fatta eccezione dei donativi offerti liberamente alla per- 
siMia del sovrano, tutte le rendite pubblicdie dovevano es- 
sere adop<'rate al mantenimento delle amministrazioni e 
alla difesa dello stato. Né parte alcuna del patrimonio re- 
gio potexasi alienare (4) « per altra causa che per deffen- 



(1) Ili, cap. 171 (li re Cailo, del 1535. 

(2) Reyvi Siciliae Pragmaticarum Sanctiomtm, eiv Tomo II, tit. 18, 
prillimi. 2.", pp. 224-5, Venezia, 1574. Cfr. L. Bianchini, Della Si or. econ. 
e di', della Sicilia, cit.. I, 238 42. 

(3) Il parlamento proponeva che il nuovo imposto non potesse supe- 
rare i tari 2, quando i frumenti nella maggior parte dei caricatoi vales- 
seri) da IS a 22 tari la salma: i t^irì 4, quando valessero da 22 a 2H ; i 
tari f), se il valore restasse fni i 2H e i 30 tari ; e che, solo se il prezzo 
superasse i 30 tari la salma, non vi fosse limitazione. Reg. Siril. Capii., 
cap. 72 di re Carlo. 

(4) Reg. Sicil. Capii., Cap. 9 di Giacomo, 1" di Martino, 357 e 423 di 
Alfonso, 19 di Giovanni. 



428 LL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

sione d'esso * (1). Col reddito straordinario del nuovo im- 
posto, il quale del resto era senij)re incerto e aleatorio, si 
taceva fronte, in ovioine, a spese straordinarie ini])reviste e 
UDche alle eventuali detìcienze dei redditi ordinari. Mn ben 
presto esso fu adoperato quasi sempre e quasi interamente 
a vantaggio esclusivo del sovrano, per pagare i soldati si)a- 
g'Duoli, fornir biscotti, mandare grani nella Spagna, o, quelli 
comprati altrove , pagarli in vSicilia e per altre molte oc- 
correnze (2). D'altra parte il bisognò sempre rinascente di 
«ìauaro per sopperire alle si)ese delle interminabili guerre 
aragonesi e castigliane, indussero i Sovrani a metter mano, 
nonostante le leggi <la essi reiteratamente confermate, nel 
patrimonio reg:io e nel pubblico <lemanio, alienando senza 
riguardo beni e rendite , e costringendo per tal via i par- 
lamenti a conceder sempre nuovi sussidi e donativi per 
ricomprare il venduto. In ultimo i parlamenti stessi auto- 
rizzarono silfatte vendite. Ma in quello del 1528 fu anche 
stabilito che, a tutela dei compratori, esse dovessero essere 
autorizzati^ , accettate e ratilicate dalla rappresentanza del 
regno i)erchè non potessero essere impugnate come fatte 
in opposizioiìi' ai (capitoli e ])rivilegi «lei regno (3). Era un 
freno di cui i viceré non tardarono a sentire rettìcacia, <» 
contro il (piale spesso si trovarono <lisarm4ti, troppo grande 
essendo la resistenza dei compratori quando manca\'a (piella 
clausola (4). Il i)eggi<) poi era che tutti gli espedienti u- 
sati per raccoglier denaro in cAsi urgenti , che non erano 
né pochi uè rjiri, portavano l'impronta del male d' {U'igine 
cioè che vi si <loveva ricorrere p<'r necessita, non ])oten(l() 



(1) E. Costa, Heijintri «ìi IH te re, ctc, pajr. M. 

(2) I. (i. Cakkki, Iteluzionv delle cose ài HìvUìh, /alta <la I). Fcrranlc 
tÉontnija air fmpt'iuitore Carlo V nel 1646. Pnltirnio. tip. « Lo Statuto», 
1H9«; piiK. 1!». 

(.S) Mo\<irroKK , l'arUim. dm., I, I7(l. ("IV. ('. Caì.i.s.sk . Siar. ilei 
l'arUim, kt .VÌo., p. 158. 

(4) E. Conta, 1{«gi$tri tlt lettere, eie , pp. 'M-'M\. 



DAL 1535 AL 1543 429 



l)r()vvede>ve altrimenti. Eni eostuiite 1' altalena tra la ven- 
dita di teii'e demaniali e l'accezione in demaniali di (luelle 
baronali, clu^, per riscattarsi dalle angherie dei fendatari , 
si mostravano disposte a pacare forti somme di denaro, di 
(•ni nna hnona i)arte andava al ttsco. Si vendevano ^ii nt- 
tici e le cariche pnlibliche e anche se ne (Mvavano di nuo- 
ve per far quattrini. Persino 1' amministrazione della giu- 
stizia si sfruttava allo stesso scopo , mediante componi- 
menti, che, diminuendo o condonando addirittura le pene, 
assicuravano al legio erario somme più o meno cospicue. 
Spesso poi, in(;alzando il bisogno , e non [K>tendosi aspet- 
tare il termine fissato pei pagamenti , se ne procurava la 
riscossione immediata, o a breve scadenza, con operazioni 
finanziarie non sem])re facili a conseguirsi, ma sempre one- 
rose. E, in generale, e dazi e gabelle erano « vendute >>, 
ossisi date in ai)palto, in tutto o in jiart*», in tal forma per 
mi tempo determinato. 

(^)uali e «pianti danni siffatti «-omidicati e ]k)co razionali 
congegni dovessero arrecare alla pubblica economia del re- 
gno, ognuno può facilment<' intendere. 

\^I. — Molto difettoso, come del resto anche altrove, 
in <iuel tempo, era l'ordinamento dell'amministrazione giu- 
diziaria. La riforma <lel 1440, che ju'cse nome dal re Alfonso, 
assicurava t> vero una procedura giudiziaria regolare , che 
ovviava a non pochi difetti ed abusi dei tempi anteriori (1); 
ma ben presto le venne uxmìo (piasi ogni efficacia, sia 
])er la debolezza del governo di fronte alle prepotenze ba- 
ronali, sia per effetto di (iavilli ed arbitrarie interpretazioni, 
che ne alteravano la natura sostanzialmente. Ben tentò il 
viceré Ettore Pignatelli, duca di Monteleone (1517-1535), 
di ristabilirla nella sua forma originaria, ma senza eftetto (2). 



(1) Fu couìpihita <la Nardo «li Bartolouu-n, protonotHvo »lol refluo. Vt'v. 
Eeg. Sic. Capii., oap. 369 di re Alfonso. 

(2) L. Bianchini, op. cit., I, 177-8. 



430 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICII.tA 

E Ognuno può in)uiaginare a «luale (M)nfu.sioue ><i fosse 
<»:iunti sol che ricordi che, al desiderio di conoscere i)erso- 
ualiuente e porre rimedio alle condizioni poco liete dell'i- 
stituto giudiziario, Carlo V attribuì i>riucipal mente la ra- 
gione della sua visita alla Sicilia (1). I mali ])egoiori deri- 
vavano dal fatto che, ridendosi i nobili delle ])ene commi- 
nate dalle leggi contro i trasgressori, tacevano a gara nel 
dare tisilo ai malfattori, i (piali pagavano la protezione loro 
acxiordata aiutando i signori a compiere ogni sorta di pre- 
potenze e ribalderie (2). Ma molto vi contribuiva la venalità 
delle magistrature. ('Onie non doveva vendere la giustizia 
chi aveva comprato il diritto di Amministrarla ! Le (pierele 
dei parlamenti e la buona volontà dei governanti a nulla 
potevano giovare (;3). 

Un tribunale unico, la magna curia o gran corte, coni- 
jKìsto da (piattro giudici, compreso un avvocato fiscale scelto 



(1) « Crebbe molto questa nostra voliiutà vedemlo, et udendo <li giorno 
iu giorno graude et spesse querele di le cose di la lusticia, come de altre 
molte cose qui s<! huvevano. et hanno necessiirianiente de rcnuMliarc in 
questo Regno.... Il nostro intento fu, et è dapoi di luivervi visitati, at- 
tendere a tutte le cose, che convengano al benetìtio vostro, et del Regno, 
roKMÌ en lo (|ue ha respetto a la .lustitia, la (juale .secondo fuiui<> ndver- 
(iti, ha multa necessità di reniedio, ne la (juale ce siamo de poi de no- 
stra venuta confìrmati talmente' , che si non per altro , solo per (piesto 
efretk» havemo di bavere molt«» cara la nostra venuta... ». MoNcnroRE , 
rari. Gen., I, 196. 

(2) I. La Lumia, 8t(yr. SiciL, 111, 'M). 

(3) L' uso di vendere a vita per danaro , o di ihire in pegno urtici e 
magistrature annuali, si lanuuitava già al teni])o di Alfonso <r/\rag<Mui. 
Heg. Sicil. Vapit., capii. 429. ('fi. U. (xREOORIo , Comìderaziom , etc, 
pag. 479, e L. ItiANoniNi , op. <it., I. 17S. — Il capitolo r)(> di re trarlo 
«lei ir)2.S, che attesta la concessi<uie <lì ottici «per iiiezo di alcuni resi- 
lienti in sua H«!al (!orti », minac(;iava gravi pene ai mercatori di magi- 
nlralure, proibendone il con«lono o la c<mipo8Ìzione. Il La Mantia (Vito), 
Storia tlelUi InjinL ete., nega p<!r gli urtici di nnigistrato la venalità, clu^ 
ammetttt \H'V gli altri uffici, nui a torto. Kgli d«'l resto è troppo propenso 
a veder i-on occhio favorevole tutto ci("» che si riferisce mHìi legislazione 
•iciliaua. Cfr., iu particolare, voi. li, pp. 201-2. 



DAL 1535 AL 154;^ 431 



a vita, e prescìecliito dal luo^'otenente del maestro joiiisti- 
ziere, durante in carica conio i ^ induci un triennio, trattava 
tanto le cause civili (juanto le criniinjili. ?] alla magna curia 
erano soggetti anche i baroni, essendo ornai andata in di- 
suso l'antica consuetudine normanna, confermata dalla co- 
stituzioue di Federico II aragonese (ut unirernH), che cioè 
i haroui nel criminale non potessero essere giudicati se non 
da loro pjiri, e la corte dei dodici pari, concessa dagli sta- 
tuti del 121H) (1), come risulta evidente dal tenore del ca- 
])itolo undicesimo, ])roposto e accettato nel parlamenro del 
151 S (2). 

Un altro tribunale, detto magna curia dei maestri ra- 
zionali e, poi, doj)() la riforma del 1485, al tempo di Fer- 
dinando il cattolico, chiamato regia camera «' tribunale 
del patrimonio, invigilava su le rendite e le spese dell'erario 
regio, rivedeva i conti delle imbbliche amministrazioni e , 
in generale, trattava le cause e le quistioni riguardanti le 
tinjuize dello stato, tranne s'intende la parte spettante alla 
<leputazione del regno, la quale invece ri})artiva le iniposte, 
regolava le riscossioni, eseguiva le spese , etc, con piena 
autorità senza controllo. Esso era (^omi)osto da un presi- 
dente, un conservatore, un consultore, ciuattro maestri ra- 
zionali e un giudice, tutti permanenti e fissi; e da esso di- 
pend(!vano il maestro segreto, preposto a tutte le secrezie 
o dogane (eccetto «pielle di Messina, Catania , Siragusa e 



(l)~liey. Su-, Capii., cap. 1", 2" e 8" «li ve Federico. 

(2) Ivi, cap. Xi di re Carlo, « Item , supplica el dicto Regno vostra. 
Catholicu Majestà, li plaza peruiictiri, che li Spectiibili Marchisi, Conti, 
et Baruni di vassalli del Regno, quando su citati Criminalimenti, ad luinus 
hagiano deci iorni ili termino ad coiiipariri post <'itationeni, attento che, 
essendo persimi nobili et .Magnati, non ponno <li continenti cavalcari, et 
partirisi : immo che in dicto termino si possano raectiri in ordini per ve- 
niii a la dirti, et presentarisi. — J^lacet Ber/iae Mai-eatatt , nisi ex causa 
necensaria aliter videatur Vi<-ere<ji». — Cfr. I. La IjUMIa , Sfur. Sicjl., 
Ili, 229. Jl ViLLAiuANCA , Notizie Storiche, etc, op. cit., Vili", 47, è 
d'altra opinione. 



432 IL GOVERNO DI DON FERKANTE GONZAGA IN SICILIA 

Termini), il maestro portulaiio sopraiuteiidente ai caricatori 
e alle esportflzioni, il luogotenente delle tìsealie, quello che 
più tardi fu detto il commissario della mezza annata (l), 
il tesoriero, il conservatore e tutti ^li altri funzionari era- 
riali (2). 

Questi tribunali avevano «iurisdizione su tutta l'isola, e 
seguivano il viceré nei mutamenti di residenza , avendo 
(piello in essi ingresso e suffragio. Ma dall'uno come dal- 
l'altro si poteva appellare al tribunale supremo detto della 
sacra regia coscienza, composto dal viceré e da due o tre 
altre persone curiali idonee (3). Le città del regno avevano 
altri tribunali e gimlici di grado inferiore , dai quali era 
consentito l'appello alla magna curia. II grande ammiraglio, 
il maestro portolano e il maestro secreto avevano, alla loro 
volta, giurisdizione speciale sui loro rispettivi dipendenti, 
limitata agli atti ]n'opri dell'uttìcio di ciascuno. La giu- 
risdizione inferiore nei feudi spettava ai baroni. Palermo e 
Messina godevano d'un ordinamento speciale. La ju'ima 
a ve Vii una corte di tre giudici, presieduti dal capitano per 
le cause penali e dal pretore per (]uelle civili. La seconda 
un tribunale presieduto dallo strafico (4), magistratura an- 
tii'liissima tutta speciale della cittàdi Messina, <la annuale 
«livenutA biennale uel IT)] 7 (5), e sempre considerata come 



(1) Era uua specie di t^issa 8ti'iU)rdiuuriii sullo stipendio iteli*' piiiue 
iioiiiine. Fn prima di un (|iiinto ; poi, nel 1631, «Iella n)t'tà. L. Bianchini, 
op. vit., I, 279. 

(2) I. La Lumia, star. SiriL, HI, 27-S. L. Hianohini, op. <it., I, 2«8-9. 
H. CtREOoimo, ('<nini<ì., oj). cit., pp. 4778. 

(3) fi iM'ne notare ehe non «i trattava di appellazione ordinaria. t>i 
ricorreva iuvece al viceré per via di Ruppliche. K il vic^er^ si rimetteva 
«piaJciie v«dta per la de('ÌHÌone anelie hI %hcìo eonni^lio. li. (tkkcìouio, 
(inmitlrrticùnii, etc., pag. 44H. 

(♦) L La Lomia, Star. .Vtr«7., Ili, 28-HO. 

(5) (.'on priviIe>(io <iat<«> da Bruxelien, ai lo febbraio 1517. «à f*upli»ii 
Clou de la einjlad de Mentina». .\mi(;o Antonino, Breve notieia del (io- 
viemo del ettraticò y re^a curia entralicoviul lU la mvy nobile y Jideliisiina 



DAL 1536 AL 1543 433 



la più alta ed ouorifìca <lo[)o quelle dei viceré di Napoli e 
Sicilia e del governatore di Milano (1), anche perchè la sua 
autorità giudiziaria e militare si estendeva a tutto il ter- 
ritorio messinese e a (piello di Val Demoua (2). Tantt) in 
Messina, (pianto in Palermo, le eause dovevano essere giudi- 
cate nella città stessa; e quelle di secondo grado, in asseuza 
del viceré e dei suoi ministri, erano trattate da giudici nativi 
del luogo (8). 

Né conviene dimenticar" i ca])itani d' arme o vicari , i 
(piali, nominati in circostanze siieciali per sc^jpi determinati, 
e in generale i)er dare la ca(;cia ai banditi, erano investiti 
di pot(n'i giudiziari, sì che (mhi un proprio auditore giudi- 
cavano e applicavano anche le )>ene inflitte (4). 

Nel parlamento del 1585, in cui Carlo V mostrò aver 
prese a cuore i)iù che altro le condizioni poco sodisfacenti 
dell'amministrazione della giustizia, furono ju'oposte alcune 
riforme, veramente opportune , come la nomina di (I anzi 
che di I giudici della magna curia, .'5 per le cause civili e 
.') per le criminali (5), la istituzione di un tribunale d'ap})ello 



ciittlad de Mhhxìiui eii ci reyno de SU-ilin. in « Doc. per servire alici st<)ria 
<li Sicilia», già cit., 4» serie, voi. I. [a. 1S92], pag. 4H. 

(1) « Es 1») niisiiM» qiu' eii Esi)ana el Assistente <le Sevill;i >>. /r/ , 

(2) « Sii cargo cs mas «le governar cu la paz qiie i^ii la guerra , con 
todo que tiene estn potestad de Capitan de Arinas indivisible con el <'argo 

de Estraticò en està ciiidad y su la couiurca y en Valdeuioua ; mas 

propriamente el Estraticò de Messina, se deve iuterpretiir Magistrato Mu- 
nicipale, que Dttj- uiilitariti y Capitelli de Armas ». Ivi. pag. H4. 

(H) I. La Lomia , Star. SuiL, III, 30. ("Ir. /.V</. Swil. Capii., cap. \)\ 
di re (Jarlo. — Questo giudice delle prime appellazioni, istituito dai primi 
aragonesi in caso di assenza d«'lla magna curia , si trova poi anche in 
Catania, Siracusa, 'Tiapaiii, Seiacca e Noto. Amico Vito, Votano illuxtraio. 
Catania, 1741. Voi. Il, pag. 2X0. R. Gric(ìorio, CoitsUhrosioin , eie. op. 
cit., 474. Vri'o La .Mantia, sto)^i^l della Icfjixlozione, etc. II, ìi)'ì-{]. 

(4) 1. V. Cakrki, Relazione etc. pag. lo. — Cfr. anche: I. La Lu.mia, 
Star. Sicil., Ili, 27-30. 

(5) lict/. Sicil. (,'apit., Cap. KiS. 



434 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

supremo {((ppeììationis nvisionis et nulìitatis) (1), l'abolizione 
(Iella procedura ex abrupto contro le persone pacitiche e o- 
iieste (2), e la promessa di processjire , se si presentassero 
entro un mese, juris et ritiiH ordine sensato, gli ac«*nsati di 
lievi delitti, che, per sfuggire alla procedura ex abrupto, si 
tenevano nascosti, acciocché non fluissero col darsi anch'essi 
al malandrinaggio (3), oltre a lu'ovvedimenti energici ])er 
impedire il mercimonio degli offici di giustizia (4). Ma si 
fecero anche ])roposte che, accolte, avrebbero i)eggiorato il 
male, come , p. es., cpiella intesa a ridurre nuovamente a 
50 once la pena minacciata ai ricettatori di banditi, che il 
viceré duca Di Monteleoue aveva stabilito nella deportazioiu', 
o in lina multa di onze 8(M) (5), e l'altra che chie<leva un'am- 
nistia per tutti i fatti passati, salvo i diritti delle parti lese, 
e che era cosa affatto nuova e non mai concessa (fi). E parve 
anche conveniente chiedere di nuovo la sindacatura <lei ma- 
gistrati sii])remi uscenti di carica, da esercitarsi non dai 
successori, nella cui imi)arzialità non si aveva fede, ma da 
estranei, anche del regno di Napoli, purché eletti dal so- 
vrano (7): come se l'esperienza ncm avesse già dimostrato 
la perfetta inutilità d'un tale controllo, risalente al regno 
«li P>derico imperatore. 

Carlo V apju'ovò subito la i»roi)osta del sindacato (8), 
ma ]>romise che avrebbe regolato il resto, prima di lasciar 



(1) Ivi, cap. 167. 

(2) Ivi, cap. 17r). 

(3) fri, cap. 178. 

(4) /fi, <ap. 174. 
(ó) /rj, cap. 179. 

(6) /W, cap. 177. 

(7) M, cap. 1(W. 

(5) Con vcr«» Inìmour nm <-()iii('ii(ii il (ìukcìukio, iicII»' (^oiisiilvncioui, 
eir. (op. rll., pnff. 4X1), la condÌKCcndcn/a «li Carlo ^^ p<'i iis|ntloMl siii- 
<lH«'at/i. liei piirliiriM'iifi «l('j;li iiiitii \M't, ir»40 e ir>4(i : « V'ciitnniitc «iiu'slo 
wivio piitiri|H- »^ov«'inav;i«i lullii «tcKHa j^winn »hc ^li avveduti ed esperti 
medici, i quali nelle nialatti«' inriirulMli laHciiiii ì'-mv iijrli miii imiliit i ». 



DAL 1536 AL 1543 435 



l'isoln, con nuove ])iiiinmaticlie (1). Queste furono difatti 
tinuate a Messina il 31 ottobre, e pubblicate dal Gonzaga 
il () (1(^1 successivo novembre (2). In sostanza esse vieta- 
\ano al viceré, salvo casi si)eciali e ])revio consenso del 
sovrano, a^li ufficiali ret>i e ai baroni rivestiti di giurisdi- 
zione lenitiva nei feudi di tra usi <> ere per danaro coi mal- 
fattori (3) ; minacciavano 1' esilio perpetuo , o la multa <li 
()(KM) fiorini ai marchesi, conti, baroni, o semplici gentiluo- 
mini e ai conduttori di navigli (4) , e la pena caj>itale e 
l'infanna agli ufficiali regi, che accordassero rifugio o as- 
sistenza ai banditi (5); riducevano da un anno a (piattro 
mesi il termine concesso ai fuorgiudicati ])er jnesentarsi 
alle autorità ((i); comminavano la i)ena di mort<^ a chi ni 
associasse ai ban<litì per dieci giorni (7) ; imponevano agli 
ufficiali regi e ai baroni godenti mero e misto imperio di 
comunicare in breve termine la nota dei delitti commessi 



(1) Al capitolo ltì7, C'iirlo V aveva risposto: «Su Ma^estad cTìtieiide 
con buena y matura (lelibcratioii cu dar biiciia forma ala administracion 
«loia IiiHtitia deste Hej;no de mas de las prajjmaticas. provisiones, y or- 
diiiaciones, <|iu' afjora se liazen y esto con UmIh diligeneia, y tendià me- 
moria «le lo que se supplica, y entre tanto manderà al Visorey , et «pie 
]>rovea lo qiie toca a este capitolo, de maneni, «pie la Iiistitia sea rectn- 
mente y bien administrada ». E nel «'ap. 1H4, ed ultimo, c«)sì si «'spre»R«' : 
Y ptir que su Maj^estad lés dixo, «pie entenjliessen en lo «pie eonviendrà 
al redreco de la iusticia , y ellos offrecieron , «|ue assi 1«> liarian , y no 
hai) li«>cho c«>sa, (pn- tenpi respecto a elio mas, de lo que se contiene en 
alj-unos destos «tapitolos, Su Ma^estad ha man«lato hazer al^rnnas ordina- 
ciones, y pragniaticas sjiludables a esso respecto, y nninda, qu«' sean ob- 
servadas por ser cosa «pie c«)nviene al buen s«>ssiego. y buen vivir «le8t«ì 
Kcffuo, y servici«> de Di«>s nostro Sennor». 

(2) Imperiale^ Pragmaticac Snuctiones edilae per xiurum Otcxorcam 
ci Caffi, Ma tenta tcm Caroli V, etc, anno 158') in Rpffni Sml. J'ra;ivi. Sntirt., 
II, SH8-S41. Venezia ir)74. Cfr. I. La Lumia, Star. SieiL, 111, SlH-17. 

'Si Tmp. Prnym. Sauri., pr<;. 1. 

(4) Ivi, \>v}i. 2" e !(»". 

(5) [ri, pr«--. ir. 
(«) Iri, prò-. T'^-K". 
(7) Ili, pr«;. 4". 



436 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

uel loro territorio (1); vietavaDO iuflue ai baroni di ven- 
dere gli uftiei giurisdizionali nei loro fendi (2). 

In t'ondo, lasciavano le cose come si trovavano. Non si 
era voluto, o potuto attVontare una soluzione radicale. K 
ciò era tanto più dannoso in quanto che lasciava sussistere 
un altro pericoloso malanno, l'ingerenza interessata della 
cort<3 spaglinola, nell'amministrazione della giustizia nell'i- 
sola. Molti, se ritenevano di non poter sfuggire alla con- 
<lanua, o anche alla avidità della magistratura del regno, 
si studiavano di far rimettere il giudizio al sovrano e al 
suo supremo consiglio in Ispagna, di che i)()tevano sempre 
sperare alcun vantaggio. 8e anche non riesciva loro di cat- 
tivarsi con doni, o per altre vie, la benevolenza dei mini- 
stri e consiglieri regi, acquistavano a ogni modo il beneficio 
del tempo , che la lontananza, la lunga procedura, e, jun 
che altro, la proverbiale lentezza spaglinola tirando le cose 
iu lungo, lasciavano sempre verde la speranza in (pialche 
avvenimento nuovo e inaspettato, che consentisse di ca- 
varsela, se non illesi del tutto, almeno con minor male. 

VII. — Per il trilmnale della regia monarchia, o legazia 
apostolica, derivante da una concessione di Urbano II (1()98), 
il re di Sicilia, essendo Icfiatun natus eum itrotcstate legati a 
laUre, aveva giurisdi/ione su tutti i prelati ed ecclesiastici 
secolari v. regolari del i-egiio e delle isole di Malta e Li])ari, 
tanto in via ordinaria quanto in via di gravame e ap])ello. 
Ed era anclie giu«lice ordinario in tutte le cause degli abati 
di ginspatronato e d«'lle <*osì dette chiese es<Miti. 

Ma, purtroppo, al temjx), e col favore, <li Fenlinando il 
«•attolico, 8i era insiiuiato e aveva messo ladici nell'isola 
il tribunale dell'in(|uisizi(me, alla i)rosperità del cinaU' con- 
rorreva la stessa |)rivilegiata <'oi)dizione, cli<> la legazia a- 
jNmtoliea assicurava ai re siciliani. Nel 14H7 sl)ar(ò a 1*m- 



(1) /W, iirg. U". 

(2) Iri, |irg. IH". 



DAL 1534 AL 1543 43Ì 



lermo, pioveiiiente (lalla Spsigua , il primo iiuiiiisitore , un 
frate (lonienicaiio, Antonio della Pegna. Gli effetti di que- 
sta novità non tardarono a rendersi manifesti , tanto più 
gravi in (juanto che gli inquisitori della Sicilia erano spa- 
gnuoli e dipendevano dall'inquisitore generale, residente 
nella Spagna. Il viceré don Ugo di Monca<la, vuoi per u- 
niformarsi ai criteri jiolitici del sovrano, vuoi perchè non 
aveva com])reso l'importanza della istituzione , favorì gli 
inquisitori, ai quali anzi nel 1513 cede la vecchia reggia di 
Palermo, prendendo egli sede nello Steri (1). Da quel mo- 
mento il tribunale dell'incjuisizione divenne terribile e te- 
muto e a(?quistò grande autorità e potare, largamente usan- 
done ed abusandone, si)ecialmente contro i neofiti ebrei , 
che, dopo l'espulsione dol 1402, per rimanere in Sicilia, si 
erano, i)iii o meno sinceramente, convertiti al cristianesimo 
sostenuto com'era dai governanti, che in esso vedevano un 
istrumento di tirannide utile e facile ad adoperarsi, quan- 
tunque cordialmente odiato dal impolo. Il foro inquisitoriale 
fu largamente jjrivilegiato. 1 suoi otiiciali e familiari si sot- 
traevano alla giurisdizione ordinaria. Gli inquisitori pene- 
travano da per tutto. Si giunse al punto che il tribunale 
del santo otticio negava il pagamento dei debiti gravanti 
sui beni sequestrati, la restituzione delle doti alle mogli 
cristiane e fedeli dei condannati per eresia e gli alimenti 
ai loro iigUuoli, mentre i suoi officiali sollecitavano la ces- 
sione di debiti per poter colpire i debitori con le armi del- 
l'inquisizione. Per porvi un (pialche riparo fu ordinato il 
I)agaiuent;) dei crediti sui beni contiscati, purché risultasse 
la buona fede e la prescrizione trentennale (2), e la resti- 



(1) 1. J>A ÌjLMIa, Stur. SuiL, 111, 4u. - Nei primi tempi gli inquisi- 
tori non iivevauo sede fissii. 8i recavano in Sicilia dalla Spagna, dove, 
dopo avt'r indagato e provveduto, ritornavano, per render conto dell'o- 
jKMa loro al tribunale .supremo. Nel 1518 la Sicilia ebbe invece un ti'ibu- 
iiale speciale, con sede a Palermo. Di Blasi, Storia del Reg. di Sic, II, 600. 

(2) Reg. Sic. Capit., Gap. 7+ di re Carlo, del 1528. 

Areh. Star. Sic. N. S. Anno XXX. 29 



438 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

tuzioiie (Ielle doti, costituite prima della consumazione del 
delitto (1) e si dìdiiarò che le cessioni suddette non pote- 
vano mutare la condizione del foro (2). 

Lo sdegno dei siciliani contro l'inquisizione si nianit'e- 
stò apertamente al tenijio dei tumulti contro il viceré Mon- 
cada (1516), e durante l'insurrezione dello Squarcialupo (1517). 
Cacciato 1' inquisitore Fra Michele Cervera e liberati i 
rinchiusi nelle carceri del sant'ottìcio, il popolo a furia di- 
strusse scritture, insegne, masserizie, stemmi e quant'altro 
appartenesse all'odiato tribunale, o potesse ricord.arlo. Ma 
Carlo V, l'anno dopo (1518), lo ristabiliva (3). Pifi tardi, 
alla richiesta dei Siciliani che volesse affidare l'inquisizione 
agli ordinari delle diocesi o ai priori dei domenicani del 
regno, rispondeva che ne avrebbe trattato col papa (4) ; e 
all'altra che vi fosse nell'isola r.n magistrato, a cui ap})el- 
lare dalle senteuze degli inquisitori e degli officiali <lella 
santa crociata, lispondeva rimandandoli, si direbbe oggi, 
per ragioni di competenza, all'inquisitore generale (5). Che 
pili! Proprio entrando il 1535, ai IS gennaio, il viceré Pi- 
gnatelli ordinava che tutti gli officiali e familiari dell'in- 
(juisizione fossero esenti da ogni altra giurisdizione, jmtes- 
»ero portar armi non ostante i divieti generali, fossero, se 
rei di gravi delitti, iiu^arcerati e custoditi se(H)ndo gli or- 
dini dell'iiKpiisitore, al (piale, senza farue giudizio, doves- 
sero i giudici laici inviare le informazioni e gli atti riguar- 
danti i delitti commessi ; e che agli officiali regi fosse 
mandato un (Catalogo, dei ministri e familiari dell'iiuiuisi- 



(1) Ivi, cap. 75 (li if Carlo, «lei 15*JH. 

(2) fri, va\ì. SI di re Carlo, (U-i ]'y'2'A. 

(8) VlTc» La Mantia, Oriifinr v viwìnìr drU' Inquisì :i(nic tu Sivilin. In 
«Rivinta Storira Italiana», aii. lss(>, pp, ;V29:{|. I. La Li.mia , Star. 
Sieil., Ili, T2-'A V i:U. » 

(4) R«g. Sicil. Ciipit., Cap. 7;{ «It-I iv Carlo, tlfiraiuio 172:^. 

(.'») Siipfr hnr non Hpvvtnl firoridvrr ttd hikiiii h'vfiiani Moii'KhiItni : srd 
hiihrnluf révurmn tiil l\rvrrfiu{ÌKHÌniuti> I n<iuisHnrrm (ì e net uhm., V\\\ì. 121 
ili n* (JhHo, del 1580, in Heij. Sicil. dnpit. 



DAL 1535 AL 1543 439 



zionc. PortiiuataTueiite il so^'^iorno in Hicilia e i suggeri- 
menti «li ministri accorti, come il (4onzHga, indussero 
(/arlo V iì i-iconoscere « la regia autorità fonte vera di o- 
gni temporale giurisdizione degli Inquisitori, che i)er dele- 
gazioni e costituzioni j)ontitìcie poteano solo esercitare 
giiu'isdizione ecclesiastica, non mai dannare al rogo, ed e- 
sercitare temporale giurisdizione ci \ ile e criminale ». E però 
egli, a petizione del parlamento Hiciliano, sospese i privilegi 
dell'inquisizione per un quiiupiennio. Concessione notevo- 
lissima. rinnoA'ata poi per nn altro quinquennio, come si 
vedrà a suo luogo, e che, semprr' poco nota, si cercò più 
tardi di far dimenticare (1). 

Vili. — Alla difesa dell'Isola da nemici esterni si era 
sem])re provveduto con maggiore o minore ettìcacia. Ma, 
costituitasi hi potente monarchia spagnuola e ripresa la 
politica delle conquiste africane, per cui la Sicilia diven- 
tava pedina imi>ortantissima nel vasto giuoco <legli inte- 
ressi della monarchia iberica , essa richiedeva <li necessità 
cure lùù assidue e sacrilìzi assai più rilevanti. I Siciliani , 
pei (piali la sicurezza delle loro coste e la tutela <lei loi*o 
commerci erano ((uistione di vita, se ne preoccuparono e 
non di rado misero innanzi progetti e si offrirono pronti a 
<lare il necessario. La <lifesa delle coste era affidata all'ar- 
mata (2) e alle fortezze. (Quella terrestre, prescindendo dal 



(1) Vito liA Mani'ia ; Originr, eie, oj>. cit., pp. 52i5 e. Ó2H-9. 

(2) L'armata siciliana »»ni8tava di 10 galee, 6 dette ordinarie e 4 straor- 
dinari»'. Queste ultiine ai)partenevano a privati armatori ed erano assol- 
date sempre teniporaneaiiiente secondo le necessità. Per solito il contratto 
{Vasgieiito, <> appalto, ((tminciava «ol 1" d'aprile e usava segnarne la ri- 
conternia tre mesi prima. CtV. Lettera di Don Ferrante a Carlo V, da 
Palermo, 14 gennai») l^)3^!. h'etj. delle vose del gor. di ISic. 1535-39, Poi. 
149. Carie Gousaifo. R. Ardi. Pann. — Vethenio die Carlo V porti» a H 
anclie le :*traordinarie, non tanto pei' amor della difesa dell'isola, quanto 
per addossarle anche quella spesa. Pei altro di galee ordinarie, cioè di 
proprietà dello stuto, ce ne erano effettivamente 4 e non 6, trovandosi 
nel loro numero comprese anche due del Signore di Monaco. Reg. della 
F. Cane, a. 1538, Ibi. 49K. 



440 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

servizio militare dei feudatari, anch'esvso non sempre certo 
e sicuro, mancava di un ordinamento tradizionale e stabile, 
ma si improvvisava, per così dire, secondo le occasioni. Or 
nel parlamento del 1518 fu proposta la istituzione di nnamili- 
ziastanziale di 150 uomini d'arme regnicoli, 50 per ogni valle, 
sull'esempio del regno di I^apoli, e chiesto che le galee sici- 
liane rimanessero sempre nel regno e fossero adoperate sol- 
tanto a presidiò e difesa dell'isola (1). Per le galee rispose 
Carlo V che non solo lascerebbe alla Cicilia le sue, ma altre, 
occorrendo ne darebbe; per la milizia, invece, che avrebbe po- 
tuto dargli ombra, rispose con vaghe parole (2). Nel 1528 
il jiarlamento, oltre i soliti donativi, offrì anche 200 caval- 
leggeri Siciliani con 4 c^ipitani e 4 altieri e collo stipendio 
mensile di 20 ducati d'oro a ciascun capitano, 12 a ciascun 
alfiere e f» a ciascun cavaliere, e consentì la vendita di beni 
demaniali per un valore non superiore a 30<)00 ducati (.'i). 
n parlamento del 1531 diede 100000 fiorini, ])agabili in ciu- 
cine anni, per fortificare Siracusa,, Termini, e Milazzo (4). 
Nel 1532, facendo abilmente valere la minaccia d'un' in\a- 
sione turca e l'estrema necessità di denaro, il viceré indusse 
il parlamento, dji lui convocato in via straordinaria di pro- 
pria autorità, a. deliberare la spesa occorrente per as- 
soldare KMKK) fanti siciliani, mia quinta parte a carico del 
braccio ecclesiastico e il resto a carico degli altri due bracci, 
mediante una tassa da imporsi alle persoiu» facoltose, nes- 
suna eccettuata (5). Era in fondo un primo i)asso verso la 
istituzione di milizie' paesane, dì fronte al costante uso di 
servirsi di men^eiiari stranieri. Nel 1534 il parlamento si ra- 



(1) Ifeff. sic. ('(iftit., (!ap. r>" »> IO" (li re ("arlo. 

(2) MajesUiH xuti, ohlata uftpoittinUate, priyndebit : ut iim postini covum 
opi-rrnm in mui nerritio erihere. Jri, cap. 5. 

(:<) MoNOiroKK, fori. Ceurr., 1, 109-172. 

(4) ivi, I, 17<i. 

(5) /W, I, 17». — Il La Lumia, («/*. cit., HI, 2«H), clic drl rtwto non 
fit iiicnzloiu* (li (|ucHt(> pnrlniiH-nto (tei ir>S'2, iu> (Ììm-oiti' trattiindo (<t'ì 
imrliiiiifuli del ir*HI e l.'):{4. 



DàL 1535 AL 1543 441 



(limò due volte , il 4 maggio e ^il 17 settembre. Nel mag- 
gio, oltre l'ordinario donativo di 3(KX)00 fiorini, deliberò di 
mantenere i I()0(X) fanti per altri tre mesi , oltre il tempo 
già fissato, cioè sino al Dicembre (1). B dì piìi, : per l'ur- 
genti necessità dell'Armata Turchesca, et tuictione di «piesto 
Regno », autorizzò il viceré a « vendere, et snbjugare sopra 
il Patrimonio Reale, Secreti], ragioni, et proventi della Re- 
gia Corte », sino alla somma di oOOOf) ducati, oltre i 'iOOOO 
del 1528. Anzi, persuaso che, non facendolo, sarebbe stato 
diflicile trovar compratori , approvò la vendita anticipata- 
mente (2). Nel settembre, i)ur rallegrandosi che il nemico 
non si fosse mostrato, ma riconoscendo che il pericolo, non 
che diminuire , era aumentato per la conquistai di Tunisi 
fattji dal Barbarossa , ])rorogava di nuovo il termine pel 
mantenimento dei KXMK) fanti sino a tutto il dicembre del 
1535, con facoltà al viceré di assoldarne, occorrendo, lOfKX) 
l)er 3 mesi o ])ure 50()() soltanto per (» mesi , e di far ri- 
scuotere subito il danan», il (piale, non }K>tendo essere ado- 
perato ad altro uso , doveva essere tenuto in <leposito da 
speciali depositari, eletti dalla deputazione del regno, e res- 
tituito ai jjossessori entro il 1" gennaio 153(5, qualora in 
tutto o in parte non fosse stato speso (3). 

Intanto hi Sicilia faceva un acquisto notevole nell'inge- 
gnere militare bergamasco Antonio Ferramolino , sbarcato 
nell'isola dopo la caduta di Corone (1533) , con intenzione 
di recarsi alla corte di Carlo V in cerca di impiego. 11 vi- 
ceré duca di Monteleone, conoscendone il valore gli <liede 



(1) MoNTUTORE, Parlam. Oe».. I, 185, 

(2) hi, I, 189. 

(3) Tri, I, 190-19.3. Il parlamento intendeva ohe, qualora lo si ritenease 
utile, il sussidio dovesse p<»tersi adoperare anche « in aiuto et subsìdio 
di TAnnata, et elassi niaritinia , che Sua Magestà Cesarea facesse tanto 
potenti, che con quelle si ponzi andare a debellari et distrudiri la ditta 
Annata Turchesca, con lo che si seguiria la .**ecurità , et conservactioni 
di ditto fidelissimo Regno *. Ivi, I, 193. 



442 IL aOVKRNO ni don ferrame GONZAGA IN 8IC1L1A 

il posto di ingegnere ordinario del re , in sostitnzione di 
Pietro Antonio Toniastdli, malandato in salnte e invalido, 
e subito lo naan<lò in varii luoghi inarittinii a studiare e 
preparare difese. Carlo \' approvò. 1^^ cosi il Ferrauiolino 
rimase in Sicilia per tutto il resto della sua vita, ideatore 
e, in buona parte, anche esecutore delle più importanti o- 
pere di tbrtiticazione, di che fu arricchita la Sicilia durante 
il regno di Carlo V (1). 

IX. — Quando Carlo V salì al trono la potenza dei feu- 
<latari in Sicilia era grandissima. La maggior parte della 
ricchezza era nelle loro mani. E il servizio militare, men- 
tre li rendeva primi e più sicuri sostegni della monarchia, 
li metteva in gra<lo , nello stesso tempo, di non curarsi 
delle leggi, anzi di servirsene contro le cittii e la borglns 
sia. Hasti dire che, di fronte a quasi duecento comuni feu- 
(bili , in (juesto temix), i demaniali o regi non raggiunge- 
vano forse, o di ])oco oltrepassa\'ano la quarantina (2), pur 
essendo pei donativi e altre imi)oste tassati ugualmente 
tanto il braccio baronale (pianto il demaniale. Nei primi il 
barone era tutto, che oltre ad avere la maggior i)arte <l'essi 
il mero e misto imperio, imtevano sempre eludere l'appello 
ai tribunali regi contro le loro vessazioni e spoliazioni. 
Nelle città demaniali funzionavano le magistrature muni- 
cipali : i <*<)nsigli ])0])olari ])ei' gli att'ari <l'ordine generale, 
i giurati per ramminittrazione dei beni del comune, delle 
rendite e delle imposte, dell'annona, delle opere pubbliche. 



(1) V. Di Giovanni, Le fortifìcaeioui ili J'dlmuu uri srcolo Al'/, <(iust<i 
r « Ordini • dflVIìKj. Antoni» Ferrnmolino. In «nocumenti per servire 
alla Storia di Sicilia». Palermo, tip. «Lo Statuto», serie 4*, voi. 4", 
pp. 8-10 e HI -95. -Il Ferramolino , è noto, nutrì in Africa nel \!>M. al- 
l'aMMlio (li Mahadiii, dove si era recat'O col viceré De V^e^n. 

(2) U. (JKMiURio, l'onniderationi^ etc.^ op. cit., pag. r>ir>, ne vuiiUi lìtO 
dei fBiululi e 48 dei demaniali ; ma non è chiaro, dal tetito, se tale sta- 
tiatica mì riterÌNca al principio o alla nietÀ del secolo XVI. 



DAL 1535 AL 1543 U3 



etc. , i capitani per la. oinstizia e la polizia cittadiua. Ma, 
(li fatto, anello in esse i nobili, forti di vaste clientele , o 
con la violenza o con la coiTuzione, spadroneggiavano senza 
contrasto (1). L'agricoltura, essa stessa era inaridita nelle 
sue fonti dall' avidità (^ cupidigia loro , che « solevano al- 
cuni baroni al tempo delle raccolte comandare ai vassalli 
clic vendessero a loro e non ad altri li frutti e frumenti 
con gravissimo danno e jattura; ed aecadea molte volte che 
nell' anno stesso avendo Tiecessità il vassallo comprava 
dal nied(\simo barone il i)ropri(> frumento a grandissimo 
])rezzo, avendo (piello venduto poco innanzi molto merca- 
to > (2). Eppure di così illimitato jjotere non si contenta- 
vano i baroni. Quelli di essi, che erano ancora privi del 
mero e misto imi)erio, lo (;liiesero nel 1518, offrendo il i)a- 
gamento di un ducato \)ev ogni casa di vassalli. Ma Carlo Y 
se ne scliermì (.{). Xessuno poteva essere meno di lui 
jiropenso a nn ampliamento delle prerogative fendali. 

Persino il ricco patrimonio ecclesiastico poco giovamento 
dava al ])aese. Coi diritti dell'aiiostolica legazia un gover- 
no nazioìiale avrebbe i)otnto rivolgere a vantaggio del re- 
gno e a sollie\'o delle classi più disagiata una buona i)arte 
d(>lle rendite dei b<>ni ecclesiasticn , compensando, in tal 
modo, (j nello che Roma sotto tanti diversi titoli portava via 
dall'isola. Ma, v-oìì un re straniero e lontano, non è mera- 
viglia che i benefìci maggiori ca<lessero quasi sempre nelle 
mani di stranieri e le rendite fossero spese in massima parte 
fuori del regno. Non mancarono rimostranze da i)arte dei si- 
ciliani, specialmente presso Ferdinando il cattolico e Carlo V. 
Xel 14HI fu chiesto, come già altre volte anteriormente, 
che almeno un c^irdinale fosse siciliano (4); nel 1488 e nel 



(1) I. La Li-mia, Star. Sicil., IH, U-ltì. 

(2) Frammdiirhe, eie. II, 327, dell'alino 1.58.''). Cfr. L. Bianchini, op. 
cit., I, 14;"). 

(8) Re//. SU-ìL, ('<tpit., «ap. 20 o 21 di re Carlo. Cfr, anche il cap. 12tì 
di Ferdinando il o«ttolioo dell'anno 1515. 

(4) Ivi, cap. 4 del re Ferdinando il cattolico. 



^4 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

1503, nel 1514 e nel 1534 che i benefici ecclesiastici fossero 
conceduti a siciliani (1); nel 1514 clie della (|uinta i>arte 
delle rendite dei ju'elati non residenti fosse coin])rato oro 
o argento, per coniarne monete nell'isola (2); nel 1514, nel 
1518 e nel 1523 che i i)relati fossero obbligati a risiedere 
nel regno (3); nel 1503 , nel nel 1523 e nel 152(> che fosse 
osservata V <; alternativa ossia : che di due elezioni a prela- 
ture o benetìzi di regio patronato una dovesse sempre farsi 
in persona di un siciliano (4). K nell'ultinìo parlamento, ce- 
lebrato teste da Carlo \' (1535), non solo fu chiesta l'osser- 
vanza di quelle prescrizioid (5), ma anche che si pregasse 
il papa di abolire le pensioni imposte senza consenso del 
sovrano sulle prelature e sui benefici ecclesiastici di regio 
pati'onato (6), e che si istituissero in Sicilia 30 commende 
<lell'ordine di S. (xiacomo, da <larsi ad oriundi siciliani, con 
un commendator maggiore, anch'esso siciliano, facendo fronte 
alla spesa con tasse sui redditi e frutti dei beni (ecclesia- 
stici di regio jiatronato (7). Ferdinando e Carlo furono lar- 



(1) Iri, cap. 19, 34 e 95 di rt* FcnUnaudo il «'.nttolioo, e 130 di Carlo V. 

(2) Tri, cap. 83 di re. Ferdinando il cattolico. 

(3) lei, cap. 92 dello stesso, e 13 e 55 di Cado V. — Nel cap. 92, 
chiesto nel 1514, si leggono queste eloquenti parole: « La absentia dili 

Prelati del Regno causa multo danno, piiiuo ali animi deli Regnicoli 

Et l'altro danno è de lo corpo, perchè inviano certi procuratori, che su 
pilaturi, et extorturi di li poviri genti di loro diocesi : et quanti dinari 
dili redditi «lili «litti prelati,) coglino , et dili extorsioni, et ('ompositioni 
mali, che fanno in prejudicio di li animi, et gregi loro, tncti li extraliino 
fora del Regno : et lassano loro diocesi ben pilati ». 

(4) Ktig. Sicil. (Japit.y cap. 34 di Ferdinando il <!attolico e 53 e 105 di 
Carlo V. 

(5) Ivi. cap. 161 e 162 di Carlo V. — Il parlamento chiese, nello stessi) 
capitolo, che ni applicasse subito il sist(>ma deiraltcrnntiva, cominciando 
con l'arcivescovado di Monreale, allora vacante, tanto i)iù che esso già 
per tre o rpiattro volte di seguito era stato conferito a forestieri. Ma , 
com'è noto, quella pingua prebenda fu data l'anno dopo al cardinal Far- 
nenc (15 maggio 153()). 

(8) Rt^y. Sic. Capii., Cap. 170 di Carlo V. 
(7) Ivi, cap. 168 di Carlo V. 



DAL làar» AL 1543 445 



gh'ì (li in'()ines.se, clie raramente luaiiteniiero. Però dall'uno 
coinè dall'altro il princi|:)io dell'alternativa fu riconoscinto 
senza ambagi. 

Due altri gravissimi mali aftìigevano la Si(5ilia : le fa- 
zioni e le inimicizie fra città e città e fra abitanti della 
stessa città : i fuorusciti. 

Le fazioni, che il Gonzaga juttorescianiente paragonava 
a « i venti contrari alla quiete de ])0[mli », infuriavano in 
tutta l'isola, dominavan»» et sottomettevano tutti, et per 
accrescer di forza vi di potenza nelle patrie loro , si con- 
giungevano con le parti d'un'altra Patria, in modo tale che 
tutto quel regno atfatto fusse diviso et partizzato » (1). Più 
che altrove questa mala piantii aveva radici profonde e te- 
naci in Messina, uè forza o ingegno d'uomo potè mai estir- 
parla. Si sarebbe detto che, mancando l'indipendenza e un 
IìIhm'o governo nazionale, non altrimenti sapesse l'isola ado- 
jjeinre la sua rigogliosa vitalità. 

Male minore erano, al i)aragone, i fuorusciti. Ma (lue- 
st' ;< altra spezie di morbo ^ conc^orreva anch'essa potente- 
mente a turbare le funzioni normali della vita pubblica , 
che poteva proprio dirsi peste dell'agricoltura, dei commerci, 
dei traffici (^ della (piiete dei popoli , dei quali aumentava 
la miseria e la debolezza. Ben si studiarono i governanti 
di combatterli, in ogni tempo; anzi 1' «eradicamento» dei 
fuorusciti fu una delle nniggiori e più si)inose cure dei 
viceré (2). Ma troppe cause ne alimentavano il costante 
rifiorimento , perchè si potesse sperare di liberarsene per 
sempre. 

In conclusione, quantunque restassero ancora alla Sici- 
lia antichi istituti civili e ordinamenti politici propri, che 
potevano talvolta limitare l'assolutismo regio e salvarla da 
non poche di quelle piaghe cancrenose, che furono comuni 
a tutti i paesi dominati dalla Spagna, troppi erano i ceppi, 



(1) Carbki, Jiela:ione, etc, pag. 14. 

(2) Ivi, pag. 15. 



Uti li. (U)VEKNO Ul DON PEKKANTE CrONZAlrA JN SKILIA 

fra i quali tenevaiila avvinta la dipendenza dallo straniero, 
la potenza dei feudatari e la intolleraìiza religiosa. Prepo- 
tenze baronali e mala aniniinist razione della giustizia eiano, 
iu verità, i mali peggiori. Ma il governo regio tìaceo, lento, 
e ix>co temuto e il nialandrinaggio in More eoneorrevauo 
a<l opprinnn'e maggiornuMite ehi lavora\a e produeeva, per- 
chè, mentre veniva gravato inumanamente dalle esigenze 
d'una politica fastosa e dissipatrice e, per giunta, estranea 
al paese , esso era , nei suoi diritti , male o non protetto 
aftatto da cpudli che per legge avrebbero dovuto farli ri- 
spettare. 

Or di «piali istruzioni fornito e con ipiali intenti assu- 
meva il nuovo viceré l'alto ufficio ? Ahimè ! La corte spa- 
gnuola aveva notizia soltanto «li due cose : che il potere 
regio , iH>tev<dmente indebolito durante il lungo governo 
del viceré «luca «li Miuiteleone, che resse la Sicilia con mano 
mal ferma dal 1517 al 15.'i5 , «li certo u«)n p«)teva essere 
stato rialzat«) «hi Simone «li \'entiniiglia marchese di (fe- 
race, presidente «hd regno «lalla nnu'te «lei Pignatelli all'e- 
h'zione «lei Gonzaga: e che uu«)vi sacrifizi oworreva «u-a 
«'hie<l«'r<^ alla Siiùlia per conservar Tunisi e tener fronte 
all«' minacce «)ttomane. Il Gonzaga doveva «luindi, innanzi 
a ogni altra «tosa, ingegnarsi di piegare i baroni a vita ])iri 
c«ms<'ntan<'a al <*aratt*^re assolutistico «Iella monarchia ce- 
sarea, «lesider«>.sa «Iella «quiete «lei popoli per ])«)ter pifi fa- 
cilmente tener ferma la c«Mnpagin«^ «lei vasto im])ero , e 
inoltre aver l' occ.hi«) fisso al niar«' v«'rso rorient»' e lung«) 
le co.ste afri(^ane i)er lunnenire o rendere frustane*^ le insi- 
«lie nemichi». Egli ne era lieto. Si dava un post«) di c«)m- 
battimento a lui, clie non si sentiva nato i)er altro. Ma, 
eoiu(^ rÌKulterà «;hiar«» «lai fatti, cln' xcrrcnio esponemlo, «'i 
not^^ anehe che, se molti «lei mali «lell'amministrazione giu- 
«iiziaria avevano ra«li«*.«» nelle «ron«lizi«>ni generali «lei temp«) 
«• india natura «lei g«>v«M-uo spagnuolo, sì che uè lui ìw al- 
tri avrebbe potuta» sanarli, p(M' alcuni <li essi invece si i)o« 
leva tcuture il rimedio. E però egli assuuse il governo col 



DAL 1535 AL 154.*i li; 



fermo jmoik)sì(o di farlo. In \ crità ardua molto era l'opera, 
a cui si accingeva il giovine viceré; non })erò superiore alle 
.sue forze e alla sua tenace volonln , confortata dai poteri 
conferitigli in misura i)iù larga che non si fosse fatto in 
l>assato coi suoi pre<l('cess()ri (1). 



(1) A. Ullla, Vita ili D. F. G.. eie. pp. 77-8, G. GOSELINI, Vita del 
P. D. F. 6'., e/c. p 7. 



448 IL GOVERNO DI DON FEBB.VNTÉ GONZAGA IN SICILIA 



CAPITOLO SECONDO. 

I. I primi due mesi di governo del Gonzaga. I fuoraseiti e i loro fautori. 
H marchese di Pieti-aperzia. DifticoltA. finanziarie. Partenza del rieerè 
dall'isola. —TI. Fortificazioni e altri provvedimenti di difesa. — 111. 
Preparativi e dieej^ni contro i turchi e i francesi. — TV. Relazioni coi 
cavalieri ^gerosolimitani. — V. Ptato del rejrio patrimonio. Vendite , 
alienazioni e altri ripieghi. — VI. Ancora del marchese di Pietraper- 
zia. — VII. Il parlamento del 1537. — VITI. T/ernzione dell'Etna del 
1537. — TX. Proposta di riforma giudiziaria. 

T. — Occorreva anzitutto pensare alla difesa dell'isola , 
che, so la trascuratezza avrebbe potuto essere scusata prima 
dell'acquisto di Tunisi da parte del Barbarossa, dopo, e pin 
adesso che il pirata ne era stato simgliato, l'inerzia sarebbe 
stata colpa ^rave. Era ovvio che il Barbarossa diffìcilmente 
si sarebbe rassetJfnato alla perdita di Tunisi, la quale, in- 
sieme con All'eri, ijli assicurava la signoria del bacino oc- 
cidentale del Mediterraneo, ed essa sola costituiva la base 
più sicura contro la Sicilia e l'Italia meridionale. Questo 
aveva persuaso Carlo V alla impresa tunisina. Questo dava 
ora un'importanza storica tutta nuova alla Sicilia e ne ren- 
deva sempre pifi stretti i ledami con la costa settentrionale 
africana. 

Il governo vicere^ale aveva deliberato di concorrere alla 
spesa per le fortificazioni dell'isola (;on 10000 ducati l'anno. 
Ma, per Messina , chiave <li tutto il sistema di difesa del 
re^no, era sfatto pattuito fra la città e il duca di Monte- 
leone, che quella sosterrebbe le spese a metà, purché la re- 
^ia cort4* provviHlesse all'altra metì^. Don Ferrante pre^ò i 
;riunitidi Messina di sborsar*' subitola l(n*o quota, assicurando 
che presto anche il ^ovi'riKMlarebbe la sua. La città offrì r)(MK) 
ducati, 04)1 patt-o che, spesi questi, il governo, n<> spendesse 
esso altrettanti. Don Ferrante accettò. Ei pensava giovarsi 



DAL 1535 AL 1543 449 



dei 10000 ducati stanziati aimnalmeute per le fortificazioni, 
mentre col residuo dei 100000, concessi dal parlamento, a- 
vrebbe mandato a termine i lavori di Milazzo, Siracusa e 
Trapani. E dispose subito che quelli di Messina, dove ogni 
bastione ì)oteva richiedere intorno ai ."iOCX) ducati , comin- 
ciassei'o dalla i)arte di '^Ferranova , dove avena alloggiato 
( 'arlo y e dove il bisogno era anche maggiore (1). Ma di 
ciò diremo, fra poco, più ampiamente. . 

Prima di lasciar Messina per r(*carsi a Palermo , tentò 
il Gonzaga di comporre ]v discordie fra nobili e popolani, 
di che (Jarlo V si era mostrato molto desideroso. Propose 
anzi che la quistione fosse rimessa alla decisione dell'im- 
I)eratore. Ma, se i nobili accettarono, i jiopolani , temendo 
le influenze della corte spagnuola, rifiutarono, dichiarando 
che, costretti , cederebbero alla forza, ma non mai si pie- 
gherebbero (2). 

Agli 11 novembre 1535 partì il viceré da Messina , ac- 
compagnato dai suoi officiali (3). A Randazzo, il 14, ebbe 
avviso dell'arrivo di Andrea D'Oria a Trapani, con la no- 
tizia della presa di Biserta (4). E a Palermo, dove entrò il 
IH, sejipe che, proprio il giorno innanzi, il Oovos, commen- 
dator maggiore di Leon, che dirigeva per l'imperatore gli 
affari di Spagna e d'Italia, ne era ì>artito per raggiungere 
il suo signore (5). 11 [)ic<'olo incidente non era molto lusin- 
ghiero. Ma fra il Covos e il (ìronzaga non fu sempre buon 
sangue. 



(1) E. Costa, Bef/ixtri di lettere: eie, pp. 1-2. 

(2) Ivi, pp. 2-3. 

(3) Mai KOr.ico. Sieon. rer. comp., v\\. ITlt). p. 222. 

(4) E. Costa, Reijintri di lettere, ete.. p. »ì. — Il Brtrbarossa poco dopo 
tVcc solltnaiv Hiserta rontro Muley Hasiin (Muleufise) , e vi lasciò mi 
]>resi(lio turco. Andrea I)'()iiji accolse subito per scacciamelo, jua Tini- 
presa non gli riuscì. Antonio D'Ouia, Compendio delle vose di ftxa uo- 
titia et inetinnitt o(Tor$e <d moiulo nel temi»/ deìV imperatore Carlo V: 
pag. G4. 

(5) E. Costa, Reijistri di lettere, etc., p. S. 



450 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 



La noi» coiuuue operosità, del uioviue viceré, ni <inale 
nessuna sfuggiva delle molteplici inanifestazioni della vita 
d'un i»opolo, ebbe campo di manifestarsi subito. Egli si era 
già accorto che neanche il « cal(h> (h*lle jn'amumticlie » ul- 
time del sovrano erano sufficienti a liberai' l'isola dai ban- 
diti. E però, non si tosto fu in Palermo, scelse tre genti- 
luomini : don Antonio Branciforte , Scipione Spatafora e 
Giuliano Oorvera, diede a ciascuno d'essi (piaranta cavalli 
greci, e li mandò nelle tre valli (1). 11 proA've<lime!ito si 
chiarì efficace. Uopo ])ochi giorni fu ammazzato uno dei 
c^ìpi di quei « vigliacchi , tal Caminiti, un altro fu preso 
e molti «Iella banda si affrettarono a passare in Calabria. 
Subito comimriò il ]h)])o1o a rianimarsi e il commercio a 
ripigliar vig(n'e. Tornava a fluire la vita (2). Intanto un al- 
tro compagno del Caminiti perdeva la vita nelle vicinanze 
<li Messina, mentie in Val Mazzara venticimpie banditi, di- 
sperando di salvarsi, al)bandonati i cavalli, si rifugiavano nei 
bos('hi. Don Ferrante mandò subito a scovarli (.')). E già, un 
mese dopo la sua partenza da Messina, poteva scrivere all'im- 
]KM'atore: -Li cominercii universali de' luoghi di (|uesto regno, 
sono come «li (|ualsi\ oglia altro t)acifìco dominio di A'. M. (4)». 
Era risoluto a non transigere . in «piesto princi[)io di nuova 
reformatione », anzi a dare esempi ikmi dubbi di rigore. 
Cosi, sapendo che il conte «li A«lernò era stato querelato 
presso ("arlo V : «l'haver ricettati ban«liti , d'omicidi , ex- 
torsioni <'t aggravii di vassalli » , lo c«)strinse a recarsi a 
Pah'rnio e gli ingiuns<i «li rimanervi sino a (?he i fatti fos- 
ser«) «'.hiariti, avendo contravvenuto a un ordine «li esecu- 
zioni' «li giustizia (5). X«? meno risolut«> si mostrò v«'rs«) il 
l»arou<' diConnso, ]»ersona assai facoltosa, il (|UMle, non solo 



(1) In, |i|). A-l. 

(2) Ili, |i|). i:m^. 

(») Iri. |i|i. |})-20. 

(4) /.•.', p. 2»;. 

(li) Ivi, piiK. i:t' 



DAL 1535 AL 1543 451 



avovj» s(Miii»i'<' (lato ri<'<'tt«) ai banditi, ma oia ria stato il 
])i'im() clic, si)re/zaii(i<) gli oi-ilini <lati, teiK'va nascosto nn 
bandito nella propria rocca. Il (ronzala lo fece arrestare e, 
in <*ontbrniità della prammatica di Carlo \', prese possesso 
della sna baronia in nome <lella regia corte (1). 

('ontemporaneamente attendeva ad una (piistione gra- 
vissinia, riguardante il inarchese di Pietrai)erzia, accusat<> 
d'aver procurato la morte a due servitori <lel padre e poi 
al padre stesso, facendolo soffocare con un cuscino, com- 
l>lici il marchese di Licodia, suo su<K'ero, don Francesco San- 
tapan, don And)rogio LiciMlia, «ancora ben gioviìie », ri- 
spettivainentc fratello e figliuolo del Licodia e il barone di 
Asara. (^Miesti signori speravano di potersi sottrarre al di- 
litto |KMiale comune e di essere giudicati da una corte di 
])ari , secondo gli antichi privilegi. Ma il viceré , a cui 
Carlo V aveva raccomandato di far presto e dare un buon 
esemj)io, ricorse al giudizio ex ahrupto. Messo alla tortura, 
il 11) novembre , il Petr;»i>erzia, al secondo tratto <li corda, 
confessò tutto. .Allora furono senza indugio carcerati il Li- 
codia , il Santapau e il figliuolo di costui , che si trova- 
vano a Palermo, e venne ordinata la cattura del barone di A- 
sara. Avuta poi la conferma della confessione del Petraper- 
zia, fu intimata la difesa nel t<'rnjine di 1,') gioi'ui. Kra in- 
tendimento <lel (Jonzaga, s«* fosse trascorso (piesto termine 
senza difesa, come opinavasi dai più, di eseguir la sentenza, 
che saìebbe stata data, sjìerando da essa « assai esemplo et 
principio di l)uon rassetto per l'isola. » l*re])aravasi anzi, qua- 
lora le leggi il consentissero, a contiscare i beni burgensa- 
tici del marchese. Intanto ai 4 decendu'e arrivava a Palermo 
r Asara, ed ei lo faceva rinchiudere imnu»diatan)ente nel 
castello. Ma Carlo \ , (cedendo, forse, alle jH'essicmi dei fautori 
del marchese, con disi)accio del ?> diceiìibre ordinava <ii atHdare 
la causa ai giudici della gian corte, di fargliene conoscere 
il risultato e aH[^ettar(^ intanto le sue risoluzioni (*2). Vedremo 

(1) hi, pajr. m 

(2) Ivi, pp. 7, 12, 1», 23. 



452 IL GOTERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

che , ben altrinieuti , per ciò che vigiianln il Petiaperzin, 
andarono le cose da (} nello che il Gonzagìi aveva pensato. 
8i attacciava del resto già sin d' ora la difficoltà mag- 
giore , qnella che gli rese gravosissinio il non breve sno 
governo e spesso lo strinse in angustie ])ei'icolosissime : la 
quistione finanziaria. Date le straordinari*' esigenze della 
politica cesarea, 1' erario regio della Sicilia , come in tutti 
gli altri domini spagnuoli , non era stato , ne poteva mai 
essere fiorente. Ora però, già esausto per la impresa tuni- 
sina, esso veniva gravato, a un tratto, di nuovi pesantis- 
siìni oneri , i quali già dal bel principio lasciavano capire 
che sarebbero diventati permanenti e progressivi. E la ca- 
gione era appunto l' acquisto di Tunisi. Si sa che Muley 
Hasan riebbe il trono tunisino a condizione che pagasse alla 
Spagna 12 mila ducati d'oro, tenesse guarnigione spagnuola 
alla rJoletta, di cui l'imperatore si riserbava il j)ossesso pieno 
e ])er[)etuo , e cedesse a Carlo V le piazze marittime di 
Hiserta, Bona e Africa, non appena si fossero ricuperate (I). 
Ora Carlo X, considerando che da quell'ac(iuisto derivava 
anzi tutto la tranquillità dell'isola, riteneva giusto e ne- 
cessario che da essa fosse sostenuto il i)eso del presidio 
alla (Toletta e a Bona. Partendo dalla Sicilia , il commen- 
datore maggiore aveva lasciato ordine esplicito che si prov- 
vc^desse. Non si poteva quindi tergiversare. Don Ferrante 
curò subito che si macinasse il grano occorrente, 500 salme 
a Castellammare e 400 a Termini, e che per lo stesso scoi)o 
si mandassero in Africa otto macine, cimjue alla Goletta 
e tre a Bona. Inoltre jier guadagnar tempo prese le casse 
per l'artiglieria <hii castelli di Palermo e 'i'ra])ani, e al cas- 
tellano e al se<'reto di qu(»st' ultima città (M'dinò di racco- 
gliere in quella provincia sino a 750 botti «li vino, obbli- 



ll •• (In- Siili iiiiiCKliì possi Iriicic in se in {)(>l'|H-tii(> et dispone <!(■ hi 
rort4;/.zii <l(^ 111 (ìolftta , de le cittn di Hoiin et Affini et dr tulli li altri 
liK'i njai'ittitiii «li'l remilo del prctnlo Mv, ctv. » Mi'oNi. i>i>. di., s'.). San- 

DUVAL, up. cit.. Il, 2M.'\7. 



DAL 1535 AL 1543 453 



gando i mercanti a venderlo al prezzo di costo. Infine di- 
spose per la preparazione dei biscotti a Palermo e a Mes- 
sina, per le candele, per la polvere e per le altre cose oc- 
correnti (1). 

Certo i mezzi adoperati dal viceré erano molto , forse 
troppo spicciativi. Ma tale era il suo temperamento. E , 
d'altra parte, era proprio il caso di dire : necessità fa legge. 
Però, incombeva sempre minacciosa la domanda: E il de- 
naro f II bisogno era sempre troi)po grande, ma le difficoltà 
si moltiplicavano, quando si imponeva la necessità di tro- 
varne a tamburo battente. Intanto, occorendo per il gen- 
naio una forte somma per l' Africa , il Gonzaga incaricò 
uno dei suoi ministri, il dottor Arduino , conservatore del 
regio patrimonio di tentare il ricupero di alcuni crediti 
della regia corte. Nel tempo stesso ordinava agli officiali 
del regio patrimonio di prendere in prestito il danaro oc- 
corrente per pagare le dieci galee del regno, sei ordinarie 
e quattro straordinarie, che si trovavano in Ispagna, e i fanti 
spagnuoli rimasti in Sicilia (2). Il Covos aveva difatti, tra 
gli altri ordini, lasciato quello che alle galee si mandasse la 
l)aga di tre mesi. Non fu cosa facile cavarsi d'impiccio. 
Tuttavia, fissando il sei per cento di interesse per sei mesi, 
cioè sino a tutto maggio 1536 , si trovò un banchiere, Pe- 
rotto loronci, che assunse l'impegno di far pagare a Valenza 
la somma , ammontante a dodici mila ducati (3). 

Pei fanti spagnuoli, spesa grossa e non contemplata fra 
le ordinarie del regno, la difficoltà era anche maggiore. 

Queste milizie erano divise per la Sicilia: due comp.a- 
gnie a Messina , una a Milazzo , una a Siracusa ,• una ad 
Augusta e il restio fra Palermo , Trapani e altre terre ; ed 
erano creditrici ancora di una mezza paga mensile sin dal 



(1) E. Costa, Registri di lettere, etc, pp. 9-10. 

(2) Ivi, pag. 11. 

(3) Ivi, pp. 16-17. 

Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXX. 30 



4Ó4 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZiLaÀ IN SICILIA 

tempo della spedizione di Tiiuisi. Don Ferrante, in dubbio 
se dovesse o no pagarla, ne aveva informato l' imperatore 
già in Messina , e andava intanto escogitando i mezzi di 
far fronte a tutto (1). Ma notò ben presto che non era 
tempo di fermarsi ai [larticolari. C5ou lettera del sei de- 
cembre l' imperatore gli ordinava di mandare quei fanti a 
Napoli, donde avrebbero dovuto accompagnarlo a Eonia (2). 
Ei li conosceva bene , e sapeva che solo pagandoli si po- 
t4?va tenerli lontani da (|ualche « vigliaccheria ». E però 
aveva già proposto di farli viaggiare per mare , non per 
terra ; e di imbarcarli, non tutti insieme, ma una parte a 
Mevssina , l'altra a Trapani , anche per « manco danno del 
I)aiese (3). I fanti erano i)agati a mesate posticipate. 
Don Ferrante aveva sborsata quella di ottobre , lasciata- 
gli dal Covos ])rima di partire da Palermo , e quella di 
novembre, per cui poteva dirsi tranquillo sino alla tìne di 
deceml>re. Intanto ])rovvide perchè trovassero (piella di de- 
cembre nel luogo di imbarco e si affrettò a preparare quella 
di gennaio. E, nella speranza che non avessero più a far motto 
della mezza paga per Tunisi, luilla trattenne per le vetto- 
vagli<* , che avrebbero consumate in mare. Il denaro ])er 
\v tre paghe era stato ipesso insieme parte con le entrate 
ordinarie ])arte con vecchi residui di entrate senza toccare il 
donativo. Al nolo delle navi, per allom, non occorreva pen- 
Httre. Così rimbarco potè aver luogo a Messina e a Trapani 
fra la fine del decani bre 1535 e il principio del gennaio 
153(> (4). K i\\ j)rovveduto anche il necessario per la (ìoletta 
e Bona. Avevano somministrato il denaro, 23 mila ducati, 
parte le terre e i baroni facoltosi (undici mila ductiti), in- 
dotti a pagar subito la loro rata del <lonativo: il resto un 
|)reHtito per sei mesi al tasso del sei per cento (ò). 



(-2) Ivi, pag. 2H. 

(H) Ivi, imn. 2r). 

(4) Ivi. pp. 2«-9. 

(6) Ivi, i>^. Mt. 



DAL 1535 AL 1543 455 



Uno dei mezzi per far quattrini, facile a usarsi e non di 
rado abusato, si sa, era quello di vendere le terre demaniali, 
<) riscattare le baronali. 

Già da qualche tempo Taormina desiderava riscattarsi. 
Offriva dieci mila ducati. Ora poi per facilitare il riscatto 
suggeriva una operazione finanziaria, che al Gonzaga sem- 
brava accettabile: vendere cioè Francavilla, demaniale, sulla 
quale alla regina Germana (1) era assegnata una piccola 
rendita di cento ducati. Il compratore non mancava. Ma, 
insieme con le altre cautele, chiedeva l'assenso della regina 
e il titolo di visconte. Così chiedevano <1' essere riscattate 
anche Calatabellotta, già venduta per 27 mila fiorini, e an- 
tera: e si facevano diverse proposte (2). 

Ma nel bel meglio Don Ferrante dovette prepararsi a 
lasciare la iSicilia. Carlo V voleva adoperarlo nell'Italia su- 
periore nella nuova guerra contro la Francia, che la morte 
<lell'ultinjo duca di Milano , Francesco Sforza , aveva resa 
inevitabile. Occorreva però prima di partire nominare un luo- 
gotenente , e al Gonzaga pareva che pochi fossero atti a 
quell' ufiìcio (3). Onde, nelle proposte fatte all'imperatore, 
dei due regnicoli , ai quali si potevji pensare , il marchese 
di Gerace, stato già presidente alla morte del duca di Mon- 
teleone, e il conte di Chiusa, escludeva il primo, ricordan- 
done 1' o])era poco efficace , e inostravasi poco propenso al 
secondo, del quale non credeva poter dir altro se non che 
aveva condotto sem]ìre una vita pacifica. E suggeriva in- 
vece il conte di Aitona, siniscalco di Aragona e Catalogna 
e maestro giustiziero del regno di Sicilia, Giovanni di Mon- 
cada , non solo i)erchè forestiero, ma anche perchè era, se- 
condo lui, informato dei criterii di governo che occorreva 



(1) Germana di Foix, parente del re di Francia, sposata da Ferdinando 
il Cattolico, e poi, morto costui, data da Carlo V in moglie a Ferdinando 
ultimo duca di Calabria. Va ricordato che Grermaua era sterile. 

(2) Ivi, pp. 4-5. 

(3) «.v Chi per essere interessati, et altri inquisiti, chi per tener parte, 
et altri per non esser di qualità conveniente a questo cargo. » Ivi, p. 22. 



456 IL GOVERNO DI DON FERRANTE GONZAGA IN SICILIA 

seguire. A ogni modo avev^a già pensato a limitarne l'au- 
torità « acciò non tornasse a guastarsi quel poco di buono 
che sin qui era stato fatto » (1). 

Don Ferrante partì alla fine del decembre 1535, lasciando 
presidente del regno il Moncada (2). Era rimasto ili Sicilia, 
qual viceré, meno di due mesi. Ma già l'isola aveva ricevuto 
da lui un fecondo impulso a vita più operosa. 

II. — L'assenza del Gonzaga dalla Sicilia si protrasse sino 
al marzo del 1537. Dopo la fallita spedizione in Provenza, 
durante la quale, secondo le voci che allora corsero, avrebbe 
fatto avvelenare il delfino (morto a Tournon il 10 agosto 
1536 (3), aveva Don Ferrante seguito l'imperatore a Genova, 



(1) Ili, pp. '2Ì-22. Di Blasi, Stor. del Bey. di Sicilia, III, 33. 

(2) Di Blasi, Storia eronol. dei Viceré, II, 94. La partenza da Palermo, 
secondo il Dì Brasi , ebbe luogo il 20 dicembre. Il Maurolico , Sican. 
rertim Comp., 222, scrive che giunse a Messina il 26. 

(3) L'accusa non potè mai essere dimostrata vera , e tutto induce a 
credere che fosso talsii. Lo stesso Gran vela {Apologie de Charles V, 137-45) 
ebbe cura di confuUirla. Cfr. la « Lettre privée responsive d'ami à autre » 
nei PapierH d'Etat dn cardinal de Qra