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Full text of "Archivio Storico Siciliano"

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in 2009 with funding from 

University of Toronto 



http://www.archive.org/details/nsarchiviostoric35soci 



HX- 
A 

ARCHIVIO 

STORICO SICILIANO 



/PUBBLICAZIONE PEEIODIOA 



DELIA 



SOCIETÀ SICILIANA PER LA STORIA PATRIA 



) 



NUOVA SERIE, ANNO XXXY- 



PALERMO 

SCUOLA TIP. « BOCCOLE DEL POVERO » 
1910 



612042 



ELENCO 



DEGLI 



UFFICIALI E SOCI DELLA SOCIETÀ 

PER L'ANNO 1910. 



SOCIA K PATRONA 

SUA MAESTÀ MARGHERITA DI SAVOIA REGINA MADRE 



UFFICIALI 



PRESIDENTE 

Prof. Ayy. Gr. Uff. ANDREA GUARNERI 



VICE - PRESIDENTI 

DoTT. GoMM. Giuseppe Pitrè 

Prof. Gomm. Antonino Salinas 



SEGRETARIO GENERALE 
Prof. Gav. Salvatore Romano 



IV ELENCO DEGLI UFFICIALI 

yiGE-SEGRETARI 

Prof. Dott. Carlo Alberto Garufi 

DoTT. Gav. Uff. Carlo Grispo - Moncada 



DIRETTORI DELLE GLASSI 

Dott. Gav. Socrate Chiaramonte 
(1» Classe) 

Prof. Gav. Giuseppe Cosentino 
(2» Classe) 

Prof. Gav. Gaetano Mario Golumba 
(3' Glasse) 

CONSIGLIERI 

Dott. Gav. Salvatore Salomone - Marino 

Prof. Gav. Alfonso Sansone 

GoMM. Francesco Varvaro 

Prof. Dott. Valentino Labate 

Avv. Gav. Giuseppe Riservato 

Prof. Dott. Ludovico Perrone - Grande 

TESORIERE 

Gav. Pietro Spadaro 

BIBLIOTECARIO 

Dott. Gav. Giuseppe La Mantia 



ELENCO DEI CORPI MORALI 



CORPI MORALI CHE HANNO PRESO AZIONI 

Ministero dell'Istruzione Pubblica N. 400. 
Ministero d'Agricoltura, Industria e Commercio N. 5. 
Provincia di Palermo N. 20. 
Provincia di Catania id. 
Provincia di Caltanissetta N. 10. 
Municipio di Palermo N. 200. 
Municipio di Acireale N. 4. 
Municipio di Castroggio vanni id. 
Municipio di Marsala id. 
Municipio di Monte S. Giuliano id. 
Municipio di Nicosia id. 
Municipio di Noto id. 
Municipio di Parco id. 
Municipio di Siracusa id. 
Municipio di Termini-Imerese id. 
Municipio di Alcano. N. 2. 
Biblioteca Fardelliana di Trapani N. 4. 
Biblioteca Comunale di Vicenza id. 
Biblioteca Nazionale di Napoli id. 
Biblioteca Nazionale Braidenze di Milano id. 
Biblioteca Comunale di Caltanissetta id. 
Biblioteca Universitaria di Messina id. 
Biblioteca Nazionale di S. Marco in Venezia N. 2. 
Biblioteca Comunale di Verona id. 
Circolo del Gabinetto di lettura in Messina N. 4. 
Circolo Artistico di Palermo id. 
Compagnia dei Bianchi in Palermo N. 2. 
Circolo Bellini in Palermo N. 4. 
Nuovo Casino in Palermo id. 

Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti della Si- 
cilia id. 



VI ELENCO DEI CORPI MORALI 



CORPI MORALI ASSOCIATI ALLE PUBBLICAZIONI 
DELLA SOCIETÀ 

Archivio di Stato in Palermo per una copia di ciascuna pubbli- 
cazione. 
Biblioteca Palatina di Parma id. 

Camera dei Deputati id. 

Ministero della Guerra id. 

Id. dell'Interno id. 

Archivio di Stato in Cagliari per una copia del periodico. 
Id. in Firenze id. 

Id. in Napoli id. 

Id. in Venezia id. 

Biblioteca Comunale di Castel vetrano id. 

Id. Labronica di Livorno id. 



ELENCO DEI SOCI VII 



PRIMA GLASSE 



DIRETTORE 

DoTT. Gav. Socrate Ghiaramonte 

SEGRETARIO 
Prof. Giuseppe Gorradi 

SOCI (1) 

Abbadessa prof. Giuseppe. — Monreale. 
Accardi avv. Gioacchino, comm. «§». 
Alagona Gaetano, ^. 
Albanese Carlo, uff. *, «§«. 
Anastasi prof. Rosalia. 
Arezzo nob. dei marchesi Pietro. 
Atanasio barone Francesco Paolo. 
Avarna Nicolò, duca di Gualtieri, Senatore del Regno. 
Avellone avv. Salvatore, ^, Deputato al Parlamento. 
Avellone avv. Ruggero, comm. <^. 
Barcellona prof. Pietro, <^ . — Carini. 

Barcellona dott. Pietro, =^, Consigliere della Corte d'Appello. 
Barba avv. Stefano, uff. <%>. 
Basile avv. Antonino. 
Basile Avv. Carlo, comm. «§». 
Baviera dott. Giovanni, Prof, della R. Università. 
Beccaria mgr. Giuseppe, *, uff. »§«, comm. 0. Dan. di Monte- 
negro, Cappellano Maggiore di S. M. il Re. — Roma. 
Bellanca prof. Nicolò. 
Bellaroto marchese Ferdinando, comm. «§«. 
Besta dott. Enrico, «f», prof. dell'Università. — Pisa. 



(1) È indicato il luogo di residenza soltanto pei soci non residenti 
a Palermo. 



vili ELENCO DEI SOCI 



Bonfiglio prof, parroco Simone. 

Bordiga Erminia, Direttrice del Reale Educatorio «Maria Ade- 
laide». 

Borzì prof. Antonino, *, uff. «§«, Direttore dell'Orto Botanico. 

Bottalla avv. Pietro, * , uff. «§» , Cancelliere di Corte di Cassazio- 
ne a riposo. 

Bova (S. E.) Gaspare, Vescovo di Samaria e Ausiliare di S. E. 
il Cardinale Arcivescovo. 

Briguccia Vincenzo. 

Caeti prof. Nillina. 

Calatabiano dott. Salvatore, ^ , Consigliere della Corte di Appello 

Candela dott. Pasquale, ^ , <^ , Sostituto procuratore generale 
della Corte di Appello. 

Canzone Licata Salvatore, i^. 

Capasso prof. dott. Gaetano, <^, Preside del R. Liceo « Manzoni ». 
Milano. 

Caronna can. Nunzio, Arciprete — Poggioreale. 

Cascavilla prof. can. Michele. 

Cassarà avv. Giuseppe. 

Castellano Ambrogio, comm. «§», Console di Grecia. 

Catalano Vittorio Emanuele. 

Cataliotti del Grano nob. Bernardo, Parroco di S. Ippolito. 

Cataliotti - Valdina del Grano dott. nob. Ferdinando , Barone e 
Signore di Chiapparla. — Pontoise {Seine et Oise). 

Celestre Giovan Luigi. 

Cervello dott. Vincenzo, comm. * '^, Prof. dell'Università. 

Cesareo prof. Giovanni Alfredo, uff. K> *J«, Prof. dell'Università. 

Chiaramonte dott. Socrate, <*. 

Ciofalo avv. Francesco, <^. 

Ciotti - Grasso avv. Pietro, comm. ^. 

Callida Ettore. — Caltanissetta. 

Colocci marchese Adriano, comm. >^ . — Catania. 

Columba dott. Gaetano Mario, >§», Prof. dell'Università. 

Coppoler prof. Edoardo. 

Corradi prof. Giuseppe. 

Corselli Rodolfo, Capitano in servizio di Stato Maggiore. 

Corso prof. Cosimo. — Termini - Imerese. 

Cusimano dott. Giovanni. — Patti. 

Cremona avv. Giuseppe. — Vittoria {Gozo). 



ELENCO DEI SOCI IX 



Grimi dott. Giuseppe. 

Grocco Paterna dott. prof. Onofrio. 

Gutrera Antonino, cav. 0. Cor. di Prussia, Delegato dì P. S. 

Daddi dott. not. Francesco. 

D'Alessandro (S. E.) mgr. Gaetano, Vescovo. 

De Giccio can. Giuseppe, =^. 

Dell'Agli Antonino. — Giarratana. 

Deodato Pietro, <{• . — Villarosa. 

De Seta marchese Francesco, gr. cord. * ►§. , Senatore del Re- 
gno, Prefetto della provincia di Napoli. 

De Stefano - Ficani Galogero, ^, Ispettore degli Scavi e Monu- 
mento. 

Di Benedetto dott. Antonio. — Barcellona - Pozzo di Gotto. 

Di Gaetano Gaspare, Gonservatore dell' Arch. Notarile — Novara. 

Di Gesù can. Giuseppe. — Monreale. 

Di Giovanni Leonardo, prof, nel R. Liceo « Garibaldi ». 

Di Gregorio Pasquale, Perito agrimensore. 

Di Lorenzo dott. Nicolò, ^. 

Di Martino avv. Girolamo, comm. *, gr. uff. «5» e comm. del- 
l'Aquila Rossa di Pr., Senatore del Regno. 

Di Pietro dott. can. Salvatore. 

Di Puma sac. Pietro. — Girgenti. 

Dominici - Morillo dott. prof. ab. Luigi, Bibliotecario — Ponessi - 
Generosa. 

Drago - Galandra dott. Giuseppe, ^, Presid. del Tribunale di Tra- 
pani. 

Epifanio prof. Vincenzo. — Monreale. 

Falcone avv. Giuseppe, *, =§,. 

Faraci avv. Vincenzo. — Alcamo. 

Fatta del Bosco Enrico. 

F^rara dott. Gaetano. 

Ferrigno G. Battista. — Castelvetrano. 

Fignon can. Giuseppe. 

Filiti sac. Gaetano. 

Furia Gamillo, Ǥ>. 

Garaffa dott. Ettore , «5» , Gonservatore dell' Archivio notarile 
distrettuale. 

Garofalo avv. Filippo. — Ragusa. 

Garufi dott. Garlo Alberto, Prof. dell'Università. 



ELENCO DEI SOCI 



Gentile Giovanni, Prof. dell'Università, 

Genuardi nob. dei baroni di Molinazzo dott. Luigi, S. Assistente 

nel R. Archivio di Stato. 
Genzardi prof. Bernardo, R. Provveditore agli studj di Trapani. 
Giachery Luigi, *. 
Giacona - Venuti Avv. Vincenzo. 
Giambruno dott. Salvatore, *, c§, , Direttore del R. Archivio 

di Stato. 
Gianformaggio Giovanni. — Grammichele. 
Giardina avv. Stefano. 
Giglio Tramonte Giuseppe. 

Graziadei prof. Vittorio, R. Provveditore degli studj di Catanzaro. 
Gregori Suor Anna Serafina, Superiora dell' Istituto di Educa- 
zione « S. Anna». 
Guarneri avv. prof. Andrea, comm. *, gr. uff. 4», Senatore del 

Regno. 
Guarneri avv. Eugenio. 
Guccia nob. Giov. Battista de' marchesi di Ganzarla, ^ , Prof. 

delle R. Università, Direttore dei «Rendiconti del Circolo 

Matematico di Palermo». 
Gulì prof. sac. Giovanni. 
Gulli dott. prof. Alberto. 
Gurgone prof. sac. Antonio. — Nìcosia. 
Labate dott. Valentino, Prof, nel R. Liceo «Garibaldi». 
La Calce prof. Orsensio. — Cefalù. 
La Colla avv. prof. Francesco, uff. •§■. 
La Corte prof. Giorgio. — Maddaloni. 
La Grassa avv. Michele. 
La Manna avv. Biagio, *, comm. ^. 
La Mantia dott. Francesco Giuseppe, Ǥ., Consigliere della Corte 

di Appello, é 

Lancia (S. E.) mgr. nob. dei marchesi Domenico Gaspare, Cas- 

sinese. Arcivescovo di Monreale. 
Lancia nob. dei marchesi Giuseppe. 
Lanza nob. Giulia, Principessa di Trabia e di Butera. 
Lanza Ignazio, Conte di S. Marco, C. 0. S. Giov. di Ger. o di 

Malta. 
Lanza dei principi di Scalea (S. E.) dott. nob. Pietro, Barone di 

Moxharta, comm. *, gr. cord. >§^, C. 0. S. Giov. di Ger. o 



ELENCO DEI SOCI XI 



Malta, Sotto Segretario di Stato per gli Affari Esteri, De- 
putato al Parlamento. — Roma. 

Lanza dei principi di Scalea nob. Lucio. 

Lanza - Mantegna conte Giuseppe , nob. dei conti di Mazzarino , 
C. 0. S. Giov. di Ger. o di Malta. 

La Rosa Matteo. 

Lauria Arcangelo, ^, 

Leanti dott. prof. Giuseppe. — Prato. 

Leto can. prof. Giovan Battista. — Monreale. 

Lo Cascio prof. Sante. 

Lo Forte Francesco , Maggior Generale nella riserva, uff. * , 
comm. ^. 

Longo dott. Antonio, *, comm. ^, Prof. dell'Università. 

Longo Manganaro prof. Giovanni. 

Lorico avv. Filippo. 

Lualdi (S. E.) Alessandro, Cardinale - Arcivescovo. 

Lumbroso prof. Giacomo, <^ . — Frascati. 

Macaluso Damiano, *, comm. <§» Prof. dell'Università. 

Machì prof.a Anna. 

Majelli dott. Giuseppe (S. E.) gr. cord. * ^, Primo Presidente 
di Corte di Cassazione a riposo. Senatore del Regno. 

Majorca-Mortili aro Rosalia. 

Malleo prof. Leopoldo. 

Mangiameli dott. Salvatore, ^, Archivista di Stato. 

Mango dott. cav. Antonino, Marchese di Casalgerardo, Barone di 
Castelluzzo, «§», Direttore dell' Archivio Provinciale. — Girgenti. 

Marino prof. Nicolò. 

Marinuzzi avv. Antonino, comm. »§«, Deputato al Parlamento. 

Martini prof. Raffaele. — Reggio di Calabria. 

Mastropaolo nob. Alfio. 

Mazziotta Francesco, ^ . — Messina. 

Mellina Lorenzo, Uffìziale commissario di Marina. — Spezia. 

Mercurio prof. Giovanni. 

Messina can. Vito. — Catania. 

Minutilla dott. Salvatore, <^. 

Mirabella prof. Francesco Maria, Direttore didattico. — Alcamo. 

Mondini Raffaele, ^ , Maggiore di fanteria nella milizia territoriale. 

Morisani P. Lett. Fr. Agostino dei predicatori. — Acireale. 

Mule prof. Francesco Paolo. 



XII ELENCO DEI SOCI 



Mule - Bertelo Giovanni , ^ , Segretario capo dell'Amministra- 
zione provinciale al riposo, — Caltanissetta. 

Natale dott. Michele. — Caltanissetta, 

Niceforo dott. Nicola, uff. ^, Consigliere della Corte di Appello. 

Nicotra prof. Francesco, ^. 

Notarbartolo di Castelreale nob. Francesco. 

Notarbartolo - Merlo Leopoldo, Ǥ^, Capitano di fregata. 

Omodeo Adolfo. 

Orestano dott. Francesco, <§», Prof. dell'Università. 

Orlando avv. Francesco. 

Orlando avv. Vittorio Emanuele, gr. uff. *>, gr. cord. «§«,Prof. 
della R. Università. — Roma. 

Ottone ing. Giuseppe, Direttore Generale della Società Nazionale 
delle Ferrovie e Tramvie. — Roma. 

Palizzolo - Gravina nob. cav. Vincenzo, Barone di Ramione, gr. 
cord. S. M. 0. Ger., Membro della Commissione Ar. Siciliana. 

Paolucci prof. Giuseppe. — Firenze. 

Patera dott. Paolo. — Partanna. 

Paterno prof. Emanuele, gr. cord. *, ^, gr. cord. t§». Vicepre- 
sidente del Senato del Regno. 

Patiri Giuseppe. — Termini ■ Imerese. 

Patricola dott. Corrado. — Palermo. 

Pavone prof. dott. Michele, <^. 

Pecoraro - Lombardo avv. Antonino, Deputato al Parlamento. 

Pecorella dott. Camillo, Sotto - Bibliotecario alla Nazionale. 

Pelaez dott. Emanuele, <^. 

Pensabene - Perez avv. marchese Giuseppe. 

Perricone Francesco. 

Perrone-Grande prof. dott. Ludovico. 

Persico - Remorini Alessandrina. 

Piazza dott. Lorenzo. — Lentini. 

Piazza - Martini prof. dott. Vincenzo. 

Picardi Vincenzo. — Roma. 

Piccolo Lipari dott. Giuseppe, ^ Consigliere di Corte d'Appello. 

Pignone del Carretto nob. frate Carlo dei principi di Alessan- 
dria, C. 0. S. Giov. di Ger. o di Malta. 

Polizzi prof. Giovanni, Direttore del R. Ginnasio «Meli». 

Pulci prof. Francesco, <^. 

Raciti Romeo prof. can. Vincenzo. — Acireale. 



ELENCO DEI SOCI XIII 



Raccuglia prof. Salvatore, R. Ispettore scolastico. — Messina. 

Raimondi avv. Francerco, comm. ^. 

Raimondi sac. Giuseppe Maria dei Minori Osservanti. 

Ranfaldi dott. Antonio. — Aidone. 

Ricca Salerno Giuseppe, *. comm. ^, prof. dell'Università. 

Riservato avv. Giuseppe. ^. 

Rivarola dei principi di Roccella nob. Eduardo, rappresentante 
la reale e nobile Compagnia de' Bianchi. 

Rivoire prof. Pietro. 

Robbo Giuseppe, >^. 

Romano prof. Salvatore, =^, uff. d'Acc. di Fr. 

Romano - Catania dott. Antonino, <é> Consigliere della Corte di 
Appello. 

Romano - Catania dott. Giuseppe, ^ , Tenente Colonello medico 
nella riserva. 

Rossi prof. Vittorio. — Padova. 

Rovasenda di Rovasenda e del Melle conte dott. Casimiro, com- 
mendatore * «S» e di Santo Stanislao di Russia, gr. uff. del- 
l'ordine di Francesco Giuseppe d'A., Prefetto. 

Ruffo Vincenzo dei principi della Floresta. — Patti. 

Ruggieri avv. Leonardo, gr. uff. ^. 

Russo can. prof. Giuseppe. — Girgenti. 

Russo Giovannina. 

Russo - Giliberti dott. prof. Antonino, =5». 

Ryolo Domenico comm. =|> . — Xaro. 

Salazar Lorenzo, *, =§», Console di S. M. il Re d' Italia — i)t*- 
blino. 

Salvo Benigno, Magazziniere delle privative. — Novara di Sicilia. 

Sanfilippo avv. Giacomo, comm. ^. 

Sainte Agathe (de) conte Giuseppe. — Besangon. 

Sansone prof. Alfonso, <^. 

Santangelo dott. Enrico, Primo Segretario al Ministero dell'In- 
terno, ^ , — Roma. 

Savagnone dott. prof. Francesco Guglielmo, Archivista capo al- 
l'Archivio Comunale. 

Scala Vincenzo. 

Scandurra Sampolo dei baroni di Salsetta nob. avv. Gaetano, «§«. 

Sciacca avv. Giovan Crisostomo. — Reggio di Calabria. 

Scialabba avv. Giuseppe, <^. 



XIV ELENCO DEI SOCI 



Scio Leonardo, ^. 

Seminara avv. Gioacchino, comm. '^. 

Settimo Girolamo, principe di Fitalia, uff. * ^ , Gentiluomo di 

Corte di S. M. la Regina Margherita di Savoia. 
Siciliano Giuseppe. 
Simiani dott. Valentino. — Roma. 
Sollima dott. prof. Francesco. — Palermo. 
Sorce dott. Giuseppe, comm. *• <^, Prefetto. — Brescia. 
Sortino Schininà Eugenio, =§> . — Bagusa Inferiore. 
Spataro Vittorio, uff. *•, comm. 5§.. 
Streva avv. Andrea, *, <%>. 
Telluccini Augusto. — Roma. 

Testasecca conte Ignazio, Deput. al Parlam. — Caltanissetta. 
Tirrito ing. Rosario. 
Titone dott. Michele. 

Tomasino rag. Salvatore, Commissario delle dogane. 
Tommasini Oreste, ^, comm. <^ Senatore del Regno, Presidente 

della Società Romana di Storia Patria. — Roma. 
Tosi Gaetano, *•, comm. >ì>, Consigliere di Corte d'Appello a 

riposo. 
Varvaro - Pojero Francesco, comm. i^. 
Varvaro Gaetano. 
Vita avv. Francesco. 

Vullo avv. Girolamo, Giudice di Tribunale. 
Vullo avv. Gaetano, Giudice di Tribunale. 
Ziino dott. Giuseppe, ^, Prof. nell'Università. -Palermo. 
Zuccaro (S. E.) mgr. Ignazio, Vescovo. 



ELENCO DEI SOCI XV 



SECONDA GLASSE 



DIRETTORE 
Prof. Gav. Giuseppe Gosentino 

SEGRETARIO 
DoTT. Gav. Uff. Giuseppe Travali 

SOCI 

Anelli avv. Giuseppe. 

Barrillà- Vasari proc. leg. Ignazio, Sotto Archivista di Stato. 

Beccadelli-Acton Paolo, Principe di Camporeale, gr. uff. =§', G. 
0. S. Giov. di Ger. o di Malta, Senatore del Regno. 

Boglino mgr. can. Luigi. 

Bona Ignazio, «5». 

Bottino ing. prof. Francesco. 

Briquet dott. Carlo Mosè. — Ginevra. 

Calvaruso Giuseppe Maria. 

Cavarretta dott. not. Giovan Battista. 

Chalandon Ferdinando, Archivista pareografo. — Parigi. 

Cianciolo avv. Carlo. 

Cosentino prof. Giuseppe, ^ , Primo Archivista di Stato. 

Cozzucli prof. can. Giambattista, ^. 

Crispo-Moncada dott. Carlo uff. <^ , Sotto bibliotecario alla Na- 
zionale. 

De Gregorio marchese prof. Giacomo, *, uff. <^ e d'Acc. di Fr. 

Di Marzo mgr. Gioacchino, comm. * ^ , Bibliotecario della 
«Comunale». 

Di Pietra avv. prof. Biagio, Console di Spagna. 

Ferrante sac. prof. Giuseppe, del Ginnasio «G. Meli». 

Franchina Antonio. 



XVI ELENCO DEI SOCI 



Giorgi dott. prof. Ignazio, uff. *, 'f'jCav. 0. C. di Pr., Biblio- 
tecario della Casanatense. — Roma. 

Grassi- Privitera, prof. Giovanni Battista, '^, Direttore del R. Gin- 
nasio ■« Garibaldi » Partinico . 

Guarniera dott. Elvira. 

Guastella dott. Ernesto, ^, Sotto Bibliotecario della Nazionale. 

Inghilleri - Di Bella prof. Giuseppe, Direttore della R. Scuola 
Tecnica. — Piazzi. 

La Farina avv. Giovanni, uff. * comm «^. 

La Farina avv. Giuseppe. 

Lagumina prof. can. Giuseppe. 

La Mantia dott. Giuseppe , ^ , Assistente nel R. Archivio di 
Stato. 

La Via-Bonelli avv. Mariano, Deput. al Parlam. uff. ^.—Nicosia. 

Lionti dott. not. Ferdinando, ^ , Primo Archivista di Stato a 
riposo. 

Mantia avv. Pasquale, ■>§«. 

Manzone Gaspare, «§», S. Assistente nel R. Archivio di Stato. 

Marano dott. Giuseppe. — Borgetto. 

Milazzo-Cervello dott. Luigi. 

Palma prof. Giovan Battista. — Castellamare del Golfo. 

Parlato avv. Liborio. 

Pennino mgr. prof. Antonino. 

Piaggia dei baroni di Santa Marina nob. Domenico , S. Assi- 
stente del R. Archivio di Stato. 

Pipitone-Federico dott. prof. Giuseppe, <§=. 

Pitrè dott. prof. Giuseppe, comm. *• ^ , Accademico della Cru- 
sca, Presidente della R. Accademia di Scienze , Lettere ed 
Arti. 

Romano-Puzzio Pietro. 

Russo Filadelfio, ^ . — Capìzzi. 

Salomone -Marino dott. prof. Salvatore, ^. 

Salvo-Gozzo di Pietraganzili nob. Giuseppe, uff. <^ , Bibliotecario 
della Nazionale. 

Tasca-Lanza dei conti di Almerita nob. Giuseppe, comm. 4fe, gr. 
uff. <^, Senatore del Regno. 

Travali dott. Giuseppe, ^, uff. <^ e d'Accad. di Fr., Archivista 
di Stato, Segretario della Commissione Araldica Siciliana. 

Zingarelli dott. Nicola prof, nella R. Università. 



ELENCO DEI SOCI XVII 



TERZA GLASSE 



DIRETTORE 

Prof. Gav. Gaetano Mario Golumba 

SEGRETARIO 

DoTT. Gesare Matranga 

SOCI 

Allegra Francesco Paolo. 
Alagna ing. Vincenzo. 
Alliata nob. dei marchesi Filippo Maria. 
AUiata Giuseppe, principe di Villafranca, di Ucria ecc. 
Andò avv. Tommaso. 
Armò ing. prof. Ernesto, comm. «§». 
Atanasio di Montededero barone Giuseppe. 
Basile ing. prof. Ernesto, gr. uff. *• «5». 
Beltrani Vito. 

Bertacchi Gosmo, Prof. dell'Università. — Bologna. 
Beuf rag. Gostantino, «5». 
Bluetti - Vertua Gaterina. 
Biondolillo ing. Giovanni, 
fiuterà ing. Federico. 

Galvaruso dott. Garlo, prof. nell'Università. 
Gammarata dott. Antonio - Caltanissetta. 
Gantone ing. Salvatore. 

Ghianello Di Maria Zappino di Boscogrande dott. Stefano, Ba- 
rone di Garcaci. 
Ghiaramonte-Bordonaro Gabriele, gr. uff. *, Sen. del Regno. 
Giocchetti prof. Eduardo. 

Ciofalo prof. Saverio, Bibliotecario. — Termini- Imerese. 
Coppola ing. Angelo. 
Gottone ing. Vincenzo. 
Cutrera Arturo, Ispettore demaniale. — S. Stefano di Camastra. 



XVIII ELENCO DEI SOCI 



Daddi mgr. Giacomo, seg. gen. del Comitato diocesano « Pro 

Arte Sacra». 
D'Antoni Salvatore. 

De Spucches Antonio, principe di Galati, *. 
Demaria parroco Salvatore. — Acitrezsa. 
Destefano ing. Salvatore. 

Di Maria Alleri e Natale Tommaso, marchese di Monterosato 
Di Vita prof, Giuseppe. 
Donati- Sci bona ing. Franceso, »§«. 
Enrile dott. Antonio prof, del R. Ginnasio « G. Meli ». 
Ferraro prof. ing. Corrado. 
Genovese-Ruffo Salvatore. — Siracusa. 
La Corte-Cailler prof. Gaetano, ^. 
Laguraia (S. E.) mgr. Bartolomeo, Vescovo di Girgenti. 
Lanza di Scalea nob. Francesco, gr. uff. * ^, cav. 0. Mer. Lav., 

Senatore del Regno. 
La Scola avv. Virgilio. 
Lo Bianco Antonino, Ingegnere architetto. 
Machi Salvatore. 
Mangano avv. Giuseppe. 
Mangano avv. Vincenzo. 
Matranga dott. Cerare. 
Mattei ing. Salvatore. 
Mauceri ing. Luigi, comm. '^. — Roma. 
Melfi Corrado, barone di Santa Maria. — Chiaramonte Gulfi. 
Merenda Prof. Pietro. 

Millunzi prof. can. Parroco Gaetano. — Monreale. 
Mirabella prof. Vincenzo. 
Moncada Pietro, principe di Paterno, C. 0. S. Giov. di Ger. o 

di Malta. 
Mora can. mgr. Vincenzo. 
Natoli marchese Giuseppe, ^. 

Orsi prof. Paolo, 4» , Direttore del Museo Nazionale di Siracusa. 
Pace Biagio. — Comiso. 
Palazzotto ing. Francesco. 
Parisi can. prof. Giuseppe. 
Paterna - Baldizzi prof. arch. Leonardo della R. Università di 

Napoli. 

Petronio - Russo sac. Salvatore, Prevosto e vicario foraneo — A- 
dernò. 



ELENCO DEI SOCI XIX 



Pernull (von) Hans. 

Pintacuda ing. Carlo, coinm. ^, cav. 0. Mer. Lav. 
Piraino-De Corrado ing. Antonio. 

Pitini Vincenzo, prof. R. Istituto Tecnico « Filippo Parlatore ». 
Pugliesi Vincenzo. — Alcamo. 
Ragusa prof. Vincenzo. 
Rao ing. Giuseppe. 
Rap Giuseppe. 

Renzi ing. Salvatore, comm. »5«. 

Rocca Pietro Maria, «§», R. Ispettore dei Monumenti. — Alcamo. 
Russo ing. prof. Nunzio. 

Rutelli prof. Mario, comm. * =§i. . . 

Rutelli Nicolò, uff. ^, dell'accademia di S. Ferdinando di Madrid. 
Rutelli Teresina. 
Rutelli Vitina Maria. 

Salemi-Pace ing. prof. Giovanni, comm. ^. 
Salinas prof. Antonino, comm. * ^ e dell'O. Cor. di Prussia, Di- 
rettore del Museo Nazionale. 
Salinas dott. Emanuele. 
Sanfilippo - Musso Michele. 
Sciajno Invidiata Paolo, ^. — Geraci Siculo. 
Sciangula prof. Agostino. 
Siciliano Michelangalo, <§». 

Sinitra Raja ing. agr. Giuseppe. — Lercara - Friddi. 
Spadaro Pietro, <^, Console del Paraguay. 
Starrabba Giuseppe, barone di Ralbiato. 
Turrisi Floridia Mauro, principe di Partanna. 
Ugdulena Giovanni. 
Ugo Antonio, comm. <^ scultore. 
Whitaker Giuseppe, comm. 4>. 
Whitaker Tina. 
Ziino ing. Nunzio, uff. ^, prof, della R. Università. 

SOCI NON ADDETTI ALLE CLASSI 

Blandini (S. E.) mgr. Giovanni, Vescovo. — Noto. 
Bonanno Edoardo, uff. <^. 
Caruso Corrado. 



XX ELENCO DEI SOCI 



Churchill Sidney I. A., Console Generale di S. M. Britannica.— 

Napoli. 
Ciotti Pietro. 

De Leonardis Gaetano, rappresentante il Municipio di Parco. 
De Spucches dei principi di Galati nobile Giovanni. 
Fedele sac. Giuseppe. — Monreale. 
Fignon-Prost rag. Girolamo. 
Giuffrè prof. dott. Liborio, comm. <^. 
Gramaglia Gaetano. 
Lanza Pietro, principe di Trabia e dì Butera, comm. * >§«, C. 

0. S. Giov. di Ger, o di Malta, Deputato al Parlamento. 
Monroy Ascenso Alonso Alberto, principe di Maletto. 
Oli veri Eugenio, comm. *, gr. uff. <ì>, Senatore del Regno. 
Pignatelli Aragona Diego , principe del. Sacro Romano Impero, 

C. 0. S. Giov. di Ger. o di Malta. — Napoli. 
Salomone avv. Rosario. — Aragona. 
Schininà Giuseppe, Marchese di S. Elia, Senatore del Regno. — 

Ragusa. 
Varvaro Eduardo, comm. ^, Direttore della Cassa di risparmio 

«Vittorio Emanuele». 
Venuti arciprete Mauro. — Cinisi. 

SOCI ONORARI 

S. A. I. E R. L'Arciduca d'austria Luigi Salvatore. 
Benndorf prof. Ottone della R. Università di Vienna. 
Busolt dott. prof. Georg della Università di Gottinga. 
Engel Arthur, Cabinet des Medailles. — Parigi. 
Perreau Pietro uff. * . — Parma. 
Pflugk-Harttung prof. Giulio. — Berlino. 
Walkiss Lloyd W. -- Inghilterra. 



MEMORIE ORIGINALI 

SEBASTIANO BAGOLINO 

POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 



(Continuazione, vedi anno XXXIV, favsc. I-II) 

A meraviglia, poi, riusciva il Ì^Tostro nella satira, sia che 
la trattasse con «rravità giovenalesca, sia che con festività 
oraziana. Un epigramma a Fabio Giordano (1), fiso a tagliar 
i panni addosso al prossimo, quando sul proprio conto c'era 
tanto da ridire ; uno su certi Ramirio e Gomillo (2) , po- 
veri diavoli, che, venuti di Spagna tra noi, si davan l'aria 
di signoroni discesi da magnanimi lombi ; uno su Filli (3), 
che, ormai aggrinzita, sdentata e calva, s'ingegnava invano 
di nascondere co' lenocinj dell'arte la inamabile vecchiaia ; 
e altri parecchi di simiglianti darei di buon grado a gu- 
starne a' lettori. Ma devo, al solito, limitarmi a pochissimi. 

Eccone questo brevino ad un indegne sacerdote di E- 
sculapio — tutto il contrario del medico Achille Caruso , a 
cui il poeta, che in Girgenti ne era stato curato, con dot- 
trina ed affetto, di malattia gravissima , dedicava alquanti 
faleucj (1) in testimonianza di viva gratitudine — : 

Si laudein meruit Tydeus et fortis Achilles 
Quod dederint multos belligerando neci ; 

Maiores pluresque tibi debentur honores, 

Tradideris plures quod medicando neci (5). 

Vedasi con che fine ironia è condotto il seguente al poe- 
tastro Faraone di Benevento, al quale, sappiamo, il Bago- 

(1) BII n. 261, p. 176. 

(2) BIT n. 271, p. 182. 

(3) BIT n. 277, p. 185. 

(4) Ved. BII n. 99, p. 60; dove i versi settimo e nono mancano di 
due parole, al posto delle quali nel mio codicetto , n. 612, e. 115 v., si 
legge «ergo» nell'uno e nell'altro un «plialuos», che non mi persuade. 

(5j BII n. 263, p. 178. 



SEBASTIANO BAGOLINO 



lino volea bene come al fumo negli occhi : 

Mentitur qui te, Pharao, non esse poeta ni 

Dixerit : indiciis hoc ego mille probo. 
Quod tibi prae nimia squalet fuligine barba, 

Nonne et Pacuvii 8<iualida barba fnit? 
Quod donata fuit magni tibi copia nasi, 

Nonne satis celeber Naso poeta fuit? 
Quod tibi putidulis hircus gravis accnbat ah's, 

Nunquid Aristophanes non redolebat idem ? 
Quod furis, Empedoclis fuit hoc, qui frigidus Aetnam 

Ardentem insiluit, dum cupit esse Deus. 
Ergo, mi Pharao, totus (mihi crede) poeta es; 

Hoc unum certe me dubitare facit. 
Hernia me dubitare facit te haud esse poetam ; 

Die mihi: quis vates heruiolosus erat* (1). 

E come vantaggino aggiungerò questo distico ad un poe- 
tonzolo sciancato, che di sicuro non era nelle buone grazie 
dell'arguto Alcamese: 

Mentitur qui te non dixerit esse poetam; 

Nam gressu hexametrum pentametrumque facis (2), 

Da notare è inoltre che alla satira il Bagolino era pro- 
penso così, che, volendo esercitarsi a voltare in latino qual- 
cosa de' poeti greci, ne sceglieva appunto di preferenza al- 
cuni epigrammi di quel genere; come, ad esempio, due di 
Lucilio. L'un de' quali esalta sarcasticamente la microsco- 
picità di Diofanto : 

Ex atomis Epicurus ait mundum esse creatum, 
Hoc ipsum credens^ Alcime, praetenue. 

Si vero Diophantus ea ipsa aetate fuisset, 
Qui minimis atomis est minor et levior; 

Ex Diophanto Epicurus mundum hunc esse putasset, 
Aut cuncta ex atomis ex Diophanto atomo (3). 



(1) BII n. 255, pp. 172-3. — Nel Quinternum, e. 12, l'epigramma è in- 
titolato Ad Pharaonem quendam beneventanum poetastrum. 

(2) BII n. 286, p. 189. 

(3) BH n. 289, p. 191. -Testo, dal volume ^-'EAAHNES nOIHTAI' 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 



L'altro immortala la sordidezza che non abbandona Ermo- 
«rate fin nell'ora estrema : 

Hermocrates moriens rutili cupidissiraus auri^ 

Heredeni sese scripserat in tiibulis. 
Enumerans autem iu lecto quantum dare oportet 

Pro medicoruni opera, si auxilientur ei; 
Praeterea nunieraus suraptus, quos fecerat aeger, 

Incepit tandem collacrymare dolens. 
Quos ne ut adaugeret, medicis si solveret unam 

Dracmam, ut succurrant, maluit ipse mori. 
Sarcophago impositus naulum prò merce Charontis 

Solum habet; heredes cuncta bona accipiunt (1). 

Egli non era abbastanza esperto nella lingua di Omero, 
allo studio della quale si sarebbe dedicato con trasporto , 
qualora gli fosse stato concesso di liberarsi da tante cure 
incresciose : 

Atqui ego si possem tot me me exolvere curis, 
Atque aerumnoso mentem inhibere maloj 



IIAAAIOr ecc., Coloniae Allobrogvm, typis Petri de la Rouiere, An- 
no CloIoCXIV ; t. II, p. 570: 

'E^ àtóiitóv 'ETCìxoopo? oXo"^ tòv v.óg^o'j sYpatJisv 
Eivat, TOÒTO Soxtóv, 'AX%i(i.s, XeirTÓtaiov. 

Et Sé tot' fjv AiófpavTO?, sYpat{)sv av è% Ato^àvcoo, 

ToÒ Xal TtóV àtójWtìV rOoXÓ TS XsTtTOTSpOO. 

"H xà (lèv aXX'sYpatj^s Goviatàvai è^ àtójjiov àv, 
'Ex TOÒTOD 8i àotàc, 'AXxijis, zà<; aTÓjioo?. 

(1) BII n. 279, p. 186. - Testo, dal voi. ^'EAAHN. nOIHT. HAA. 
«ce. cit., t. II, p. 584 : 

©VYjaxtóv 'Ep[ioxpànrj(; ó «ptXàpYopo?, èv Sia^TJxat? 

AÒtòv xGìv ISioDv s'yP^^I*^ xXirjpovó[i.ov. 
^TjiptCtóv Si' àvéxstTO Ttóoov Stóost SisYsp^el? 

'I-rjTpof? (JLca^oo, xal xi vootÀv Sa:rav4. 
''fì<; St' eupe tzXbìiù Spa)({i.'y]V |itav, riv 8i(xn<ùd^, 

AuaiTsXsì ■9'V7]ax£iv, zItib • xai è^sTd^T]. 
KsìTo Sé Y'o^Sév sr/wv ò^oXoD :uXéov * oc Ss xà Xsivoo 

XpTjjJiaTa xXrjpovófioi ■^pzaaav àoTraaio)?. 



SEBASTIANO BAGOLINO 



Velleiu securus Graios accedere tbntes, 

Et vellem longas combibere Iliadas. 
Utque olim biferi per eulta rosaria Paesti 

Decerpsit tenera serta puella manù; 
Sic ego Cecropiae eernens niiraciila lingiiae, 

Hine gazas mihi decerperam ego ambrosias (1). 

Tuttavia per la virtù del sno ingegno anche in tali eser- 
cizj ei riusciva egregiamente, come può vedersi paragonando 
le sue versioni con quelle di ellenisti valentissimi (2); e ben 
emulava talvolta la grazia spontanea del testo, dandole u- 
n' impronta di originalità tutta x)ropria. Del che parmi si 
abbia una prova in quest'altro saggio che qui soggiungo , 
quantunque il suo argomento non si appartenga alla satira,^ 
riguardando un tale che avea colto un grappolo d'uva im- 
matura (3) : 



(1) BII n. 341, p. 219. 

(2) Cf., ad es., la prima delle riferite versioni con questa del Cunich : 

Ex atomis rerum liane summam constare Epicurus 
Scripsit, dum credit nil minus esse atomis. 

Ex te scripsisset, si tura, Diophante, fuisses; 
Ipsis nam minor es tu, Diopbante, atomis. 

Aut certe ex atomis scripsisset caetera rerum 
Constare^ ast ipsas ex Diopbanto atomos. 

Ved. R. CuNiCHii e Soc. lesu Anthologica sire epigranimata Anthologiae 
Graecorum selecta latinis rersihus reddita ecc. , Romae CIOIOCCLXXI, 
typ. Mich. Ang. Barbiellini, pp. 158-9. 

(3) Testo, d'incerto autore, dal voi. ^'EAA. U. II. ecc. cit. , t. II, 
pag. 495 : 

Ti? ttot' àxT]§éoTOi><; olvotpóipov ofi^axa Bàx/oo 

'Avrjp à{i7r£XivoD otXijjj.aTOi; s^stajisv, 
XsiXea §£ aTD'f^stc, '/rf.\iA^ic, jSàXsv (ùc, av óSiTait; 

EiT] v£'.ao[iévo'.(; i^{j.i§aèc axó[3aXov. 
EIt] ol Aióvoooc àvà[>aio<; ola. AoxoópY^? 

'"'Otti [ilv aò4o{iévay £aj3£oev stxppooòvav. 
ToòSs Yàp av tàya ti? Sta zcótia-ct? j\ Trpoc àotSàc 

"HXotì-sv, t) foepoù xtjSeoc I^^s Xóaiv. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 



Qui non uiaturum execuit de vite racemum^ 

Vimineisque domum pertulit in calathis; 
Iure illum excrucient saevi fera fata Lycurgi : 

Debuerat sacris parcere palniitibus. 
Illum laetitiae Bacchns dator aspicit aequis 

Luminibus, cuius sub pede niusta fluunt. 
Hinc venit ingenlum nobis, mensque ipsa calescit, 

Torpuerat pota quae modo tristis aqua (1). 

E mi passo della versione dell' epigramma di Archia ad 
«uà imprudente rondinella che nidificava sotto una statua 
di Medea ; sul quale, siccome annota il Triolo (2), scrissero 
€on non minore eleganza il Poliziano , l' inglese Daniele 
Alsvorto, autore deWlmitatio Theocritea, il Marnilo ed altri. 

Erra però il Triolo affermando avere il Bagolino scritto 
in greco e poi tradotto in latino (3) l'elegia bellissima per 
la ritirata a Costantinopoli di una flotta turca , che s' era 
accostata minacciosa alle spiagge della Sicilia (4). 

E, a proposito, tra' carmi di argomento storico del no- 
stro poeta meritano particolare ricordo quelli che accen- 
nano a simili frangenti. 

Quando egli venne in età da scriver versi, durava ancor 
viva nell' isola 1' ammirazione per due fatti guerreschi di- 
retti ad abbattere la pericolosa potenza ottomana e a fiac- 
care la tracotanza de' corsari africani. Era il primo 1' im- 
presa fortunata condotta da Carlo V nel 1535. E quella il 
Bagolino cantò riferendosi a un ricordo che si lega alla 
contrada d' Inici , una volta feudo de' Mastrandrea , nel 
territorio ericino. 

Da Trapani , ove ricevette le prime manifestazioni del 
gaudio straordinario de' Siciliani per la visita imperiale 
desiderata sin dal tempo di Alfonso il Magnanimo e final- 
mente ottenuta in sì lieta circostanza, avviandosi sullo 



(1) BII n. 294, p. 194. 

(2) BII n. 306, p. 200. 

(3) T 34, p. 39. 

(4) BII n. 349, p. 223. 



SEBASTIANO BAGOLINO 



scorcio dell'agosto a Palermo, sostò il potente monarca col 
fiore de' suoi confidenti in quel feudo, ospitatovi regalmente 
nella turrita abitazione del nobile Antonio Mastrandrea ; 
e, dopo esservisi alquanto riposato, passeggiando « ne' de- 
liziosi boschetti ivi d' intorno , fermossi a prender fresco 
sotto 1' ombra d' un vecchio olivo •» , meraviglioso « per la 
grossezza del suo pedale » (1) , che d' allora ebbe il nome 
di oleastro dell'imiìeratore (2). 

Il poeta, per cui hi spada « Quinti Oaesaris » era supe- 
riore alla spada di Achille (3) , perpetuando quel ricorda 
ne' suoi carmi , accennava all'espugnazione della fortezza 
africana, a' lieti evviva del vittorioso esercito imperiale, 
alla fuga di Ariadeno Barbarossa , alla restituzione del 
soglio al re Muley-Hasan; e tutto ciò con rapidi tocchi 
da maestro : 

Caesaris hospitio quondam dignata superbo, 

Aeternuuì in libris vive, olea alma, meis. 
Te tetigit man US illa Ducis, quem bella gereutem 

Horruit in summis Africa tonsa iugis. 
lampridem Ine miserae delevit maenia Byrsae, 

Erexitque suo clara trophaea lovi, 
Victor io, bellator io : ruit agmen equorum, 

Fugit et ad patrias Arriadenus aquas. 
Hoc duce (tanta fuit vis et clementia dantis) 

Amissas reparat Rex Muleassus opes. 
Restituit dominum patriae, dominoque superbo 

Eripuit terras, eripuitque animum. 
Post haec facta tua fessus requievit in umbra, 

Legit et e ramis debita serta tuis (4). 

Il secondo fatto era il trionfo ottenuto dalla croce sulla 
mezzaluna a Lepanto il 7 ottobre 1571 : avvenimento , di 



(1) Massa, La Sicilia in prospettiva, Palermo, MDCCIX; parte seconda,. 
318. 

(2) T 35, p. 9. 

(3) BII n. 335, p. 231. 

(4) BII n. 48, p. 32. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 



cui in quel secolo non parve altro maggiore al mondo cri- 
stiano e che l'Italia, dominata dallo straniero e incapace 
purtroppo di aspirare ad altre vittorie , esaltò unanime in 
componimenti lirici , in epigrammi e in sonetti ; e perfino 
in poemi epici, oggi del tutto obliati. 

N^el coro delle lodi al valoroso don Giovanni d'Austria 
non mancò naturalmente la voce de' poeti della Sicilia, 
che pili delle altre regioni era stata provata dal guajo fu- 
nesto della pirateria e il cui stendardo avea sventolato con 
onore accanto a quelli di Venezia e di Spagna nelle acque 
che furon teatro della famosa battaglia. Ed uno de' cantori 
di Lepanto (1) fu appunto il !N^ostro, che, oltre di rammeu- 
tare il gran trionfo nella chiusa della citata elegia De Tur- 
farum classe ad Bizantium reversa (2) , un' ode a Calliope 
sull' « homo missus a Deo » chiiidea con queste due strofe: 

Die, olim ut tuinidos coutuderit Scythas, 
Qui laeva loniis fluctibus alite 
Com misere rate», longaque aplustria, 
Viresque Odrysii ducis. 
Miratac numerum iiaviura Echinades 
Proraisere suo militi adoream : 
Mox cum apparuit liic Austria, tristibus 
Fleverunt querimoniis (3); 

e, ammirando la statua di bronzo (4j, insigne lavoro dello 
scultore carrarese Andrea Calamec , levata al prode con- 
dottiero in Messina, esclamava : 

Hic vir, bic est, cuius toties iam vasta Propontis 
Experta est saevas in sua damna inanus. 



(1) Ved. S. Salomone-Marino, Spigolature stor. sicil., in Xuave Effem. 
Sieil.j serie III, voi. X, Palermo, L. Pedone Lauriel edit., 1880 — F. Mango, 
/ cantori di Lepanto, in Xote letterarie, Palermo, tip. Lo Statuto, 1894; 
e Una miscellanea del nec. XVI. in Varietà letterarie, Roma, tip. coope- 
rativa sociale, 1899. 

(2j BII n. 349, pp. 225-6. 

(3) BII n. 106, pp. 64-5. 

(4) Rimasta intatta nell'immane disastro che colpì ultimamente (28 di- 
cembre 1908) la regina del Faro. 



SEBASTIANO BAGOLINO 



Bello erat ille ferox, positis placidissitnus arinis; 
Sic prisca extollunt saecula Scipiadum (1). 

Ma il celebrato trionfo non depresse a lungo la terribile 
audacia tnrchesca ; ond'egli poi, al vedere inonorato l'elmo 
del valente Austriaco , così dolevasi : 

Heu quantum sine te gens inimica valet ! (2). 

Né a scongiurare il pericolo permanente per la vicinanza 
de' corsari di Barberia potea giovare la colmatura dello 
storico porto donde era partito allo sfacelo de' Cartaginesi 
Scipione l'Africano , disgraziatamente deliberata dal vitto- 
rioso don Giovanni seguendo il parere del Duca di Sessa (S) 
e attuata per giunta co' ruderi solenni delle mura ciclopi- 
che de' tempi e degli ediftzj insigni della vetusta Lilibeo : 
colmatura , che tanto danno invece arrecava alla Sicilia 
tutta e principalmente alla bella Marsala, privandole « d'u- 
no de' più famosi e più capaci porti , di un emporio dove 
colavano le ricchezze della intera provincia di Trapani , 
una delle più fertili di questa fertilissima terra » (4). 

Le agguerrite galere, in vero, e le agili feluche temute 
tornavano ad aggirarsi ne' nostri mari come nibbio che 
volteggi attorno alla preda designata ; e i guai sofferti e i 
pericoli corsi dagli avi non tardavano a rinnovarsi pe' 
nepoti. 

I vecchi conterranei del Bagolino al ricordo delle feste 
fatte in Alcamo a Carlo V, quando il vittorioso imperatore, 
dopo la sua breve sosta ad Inici, passò quivi tre giorni (5) 



(1) BII n. 49, p. 33. 

(2) BII n. 81, p. 52. 

(3) S. Salomone-Marino, Spigolai, star, sicil. cit., p. 186, 

(4) S. Salomone-Marino , Reiasione delle feste della città di Palermo 
a Don Giovanni d' Austria dopo la vittoria di Lepanto ecc. , in Nuove 
Effemeridi Siciliane , serie III , voi. I ; Palermo , L. Pedone Lauriel 
edit., 1874, p. 28. 

(5) Ved. la nota contemporanea del not. Pietro Scannariato riportata 
da I. Dk Blasi, Disc, storico cit., p. 140. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 



in ♦i^iocoiidissima quiete (1) , associavan quello de' sacritìzj 
superiori alle proprie forze economiche, a cui nello stesso 
anuo la città sgoménta avea dovuto sobbarcarsi per ripa- 
rare e compiere sollecitamente le sue mura e munirsi di 
porte a schermo de' paventati assalti del Barbarossa (2). 
Rammentavano le loro gravissime apprensioni dell' anno 
1544, allorché si sparse la nuova che l'armata di quel per- 
fido capitano, il quale aveva atterrato Messina, preso Reg- 
gio, desolato le Calabrie, abbattuto Patti e assalito Lipari 
traendone diecimila prigionieri (3) , avrebbe vólto le prore 
verso Trapani o Tunisi e,, passando perii mare di Alcamo, 
questa senza dubbio avrebbe distrutta (4). Ricordavano 
ancora quel triste criorno dell'agosto del 1588, in cui, essen- 
do comparsa l' armata turchesca trenta miglia al di qua 
della costa di Genova e temendosi volesse tosto appressar- 
si alla Sicilia, con dispaccio da Messina del viceré don Gio- 
vanni della Oerda duca di Medinaceli a don Gerolamo 
Attienza comandante della cavalleria alla guardia de' cor- 
sari , veniva ingiunto di far subito uscire da Alcamo con 
le cose loro le persone incapaci a difendersi e la gente 
utile tenere in ordine e vigilante , affin di non incorrere 



(1) Ved. il passo dell'ADRiA riportato dal De Blasi, Disc, storico cit., 
p. 147, e da V. Di Giotanni, Notizie stor. d, e. di Alcamo cit., p. 26. 

(2) Ved. i contratti del 18 gennajo e 18 maggio VITI indiz. 1535 presso 
il not. Stefano Torneri, riferiti da P. M. Rocca, Delle muraglie e porte 
della città di Alcamo, in Archivio Storico Siciliano, N. S., a. XIX, 1895. 

(3) R. Gregorio , Opere rare edite ed inedita ri(fuard<inti la Sicilia ; 
Palermo, Pensante, 1873; p. 560. 

(4) Ciò ei rileva dal passo seguente di un atto protestatorio, che trovo 
nei rogiti del not. Melchiorre Marsala con data del 31 dicembre IV ind. 
1545 : « Cura in anno ij.e indicionis prox. preter. quidam perfidus capi- 
taneus nominatus Barbarussa se contulisset cum eius armata turchisca 
in civitatem liperis qiiam civitatem cepisset et destruxisset... postquam 
ditta armata cepit dittam civitatem liperis publice dicebatur velie ex ea 
recedere et se conferve in civitatem drepani seu in civitatem tunesij et 
transire per hoc mare alcami quo transeunte siue dubio destruxisset 
<littara terram alcami... ». 



10 SEBASTIANO BAGOLINO 

in qualche repentina invasione (1) E ii poeta, che gio- 
vanetto avea palpitato per viva commozione al racconto 
(li quelli ed altri ricordi funesti , era orniai a sua volta 
testimonio e parte di ansie non meno crudeli e di nuove 
non lievi disdette. 



(1) Ecco il testo di tale ordinanza viceregia : «Philippus etc. Magniflce 
regie fidelis dilecte. In questo punto che sonno le liore XVIII è venuta 
staffetta con lettere tanto del 111. Principe di Oria come del Ili. viceré 
di napole et scriveno conno tarmata torkesca discordata con Francesi era 
comparsa trenta migli di equa de la costti di genova et si pò sperare di 
giorno in giorno in questi mare per ciò ne ha parso farvene havisata 
accio che facziati subito scasare li genti inutili con le robbi di quessa 
terra et con li altri genti utili star in ordini et c<m ogni vigilantia accitv 
non si incurra in alcuna repentina invasione et di <iuello che di più si 
intendira vi teneremo havisato et voi farreti lo videsmo di <}uanto oc- 
correrà. Datum messane die iiij.o augusti p.e ind. 1558. El Dominus don 
Jan de la Cerda ». 

Due giorni prima, lo stesso viceré di Sicilia avea spedito all'Attienza 
l'ordinanza seguente : « Philippus etc, Magnifice regie fidelis dilecte. Tra 
gli altri provisioni per noi fatti in opposito di la armala torchesca ha- 
vimo provisto chi in tutti li lochi marittimi del regno si stia con quella 
provisione di genti di cavallo et di pedi che fossi possibile per non re- 
ciperse alcun dapno et si ha ordinato che voi con quissa Compaguia di 
Cavalli de la militia di aloamo habiati cura de la marina di quissa terra 
et del Carricatore di Castello a niare di golfo per questo ne ha parso 
far ve la presente per la <iuale vi dicimo et comaudamo expresse chi te- 
nendo havisi chi detta armata faccia il suo ritorno per questi mare de- 
biate con quessa predetta vostra Compagnia di Cavalli di numero ottau- 
taquattro defendere la detta marina di quessa terra et di detto Carrica- 
tore di Castello a mare et resistere a la detta armata quanno forte vo- 
lesse tentare alcuna invasione et si forte la detta armata tirasse al suo^ 
camino per la parte di menzo giorno exequireti tutto <[uello et quanto 
per lo lll.o duca di bivona cap.o di arme et vicario nostro in quisso vai 
di vazara per sue lettere vi serra ordinato che cossi per lettere nostre 
le havemo scripto a detto lll.o duca. Datum messane die ij.o augusti 
p. eind. 1558. El dominus don Juan de la cerda. ». 

Le due riferite ordinanze traggo dalla risposta data dallo spettabile 
Attienza il 19 agosto I indiz. 1558, agli atti del not. Giov. Paolo Orofino, 
ad una ingiunzione fattagli dal magnifico Giov. Francesco Belguardo per 
commissione di don Pietro de Luna duca di Bivona e conte di Caltabel- 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 11 

Corse voce nel 1593 che Sinan Bassa — la cui odiosa 
t'ama lasciavasi già indietro quella di Ariadeuo Barbarossa, 
di Dragutte e di Ulucciali — si disponesse a passare in po- 
nente con un'armata formidabile. Tosto per ordine del vi- 
ceré duca d' Olivares la Sicilia fu in armi... Qual fosse lo 
stato d'animo del Bagolino, e col suo quello de' Siciliani 
tutti, in quel pericolo, ci è rivelato dal seguente epigramma: 

Naupactuin et iuga Taygeti et fera saxa Capharei 

Deseruit falsis gens male freta Deis. 
Trajicit et Siculuni numerosa classe profundum, 

Sperat et in nostro figere signa solo. 
Summe Heros, cuius timet oranis Achaia uomen, 

Disjice Mygdonias per freta cacca rat€S. 
Aut cernes timidum fugisse ad Echinadas hostem, 

Aut uiiser in tumulos venerit ille suos (1). 

Giunse infatti a' primi di settembre del 1594 il terribile 
rinnegato alla Fossa di San Giovanni e di là , non con- 
tento delle stragi inaudite commesse nella Calabria, tentava 
di sorprendere la sua Messina. 3Ia alla difesa della corag- 
giosa città era preposto lo strategoto Giovanni Ventimiglia, 
marchese di Geraci , sulla cui accortezza e sul cui valore 
era ben da contarsi ; onde il poeta, partecipando alla tìdu- 
cia comune , terminava un epigramma su tale argomento 
con questi due distici : 

Ne dubita, (en video) totus tibi iniiitat aether, 
Et Vintimilias implet ad arma n\auus. 

Sic tibi devicto Zancle dabit lioste colo.ssos, 

Amphitheatra, arcus, pegniata, tempia, rotas (2). 



lotta e Sclafani. Nella quale risposta si legge anche questa notizia : *die 
viiij. presentis uìensis augusti in quo die iam per tres dies ante ditta 
armata era ut dicitur in la fossa di santo ioanni prope civitAtem rigiolis... 
quia nunquam ditta armata fecit iter per partes meridiey adhuc et in 
ditto tempore ipse spectabilis cum ditta comitiva equitum stabat ut di- 
citnr a la guardia di corsari iuxta mandatum et ordinem excellentiae 
snae... >. 

(1) BI n. 330, p. 228. 

(2) BII n. 3, p. 4. 



12 SEBASTIANO BAGOLINO 

N*^ V augurio fu vano. ì reiterati tentativi del Cicala riu- 
•8CÌroiio a vuoto; e il potentissimo fra' corsari del Mediter- 
raneo se ne tornava a Costantinopoli furibondo e scornato. 
Nel tripudio generale dell' isola per la ritirata della 
flotta turca il Bagolino , oltre di scrivere due epigrafi a 
nome di Messina e di Palermo in onore del Ventimiglia (1), 
si lascia sgorgare dall' animo 1' elegia spontanea , che il 
Triolo disse dettata in greco, con l'intonazione dell'inno: 

Laetitiae date signa : volet sacer ignis ad auras : 

Barbarus in Phrygias iam redit hostis aquas. 
Quique «ibi tumidus promise rat alta Pelori 

Maenia, et iinperiis Sicana regua sui», 
Esset Zanclaeo victori grande trophaeum, 

Tarn cito Clazoraenes ni repetisset aquas. 
Ah timuit, voluitque fuga reperire salutera. 

Sic sine sudore et sanguine tutus abit. 

Così principia il canto giqjoso. Poi, continuando con fervido 
linguaggio, fa che i reduci dalla fallita impresa se ne scu- 
sino, presso il loro tiranno sdegnato, con questi accenti : 

Terra antiqua, potens arniis, munita virurn vi 

Prrnegat iraperiis snbdere colla tuis. 
Noluiraus puppes. viresque absumere nostras, 

Atque ignominiae iungere damna novae. 
Vidisti ut tonitrus, vidisti ut fulgura terrent; 

Sic Zanclaea tuas terruit ora rate». 
Non virtute palam gens haec superanda, nec armis, 

Fraude licet sola vincere forte genus. 

Le quali scuse ridondando a maggior vergogna delle armi 
ottomane, accrescendo l'ambascia e lo sconforto delle tracie 
contrade, provocano il sarcasmo delle isole Curzolari, che 
ricordan le vittorie altre volte ottenute sui Turchi dagli 
eserciti cristiani ; e 1' elegia si chiude col ritornello : 

Laetitiae date signa : volet sacer ignis ad auras; 
Abdidit in Phrygias se ferus hostis aquas (2). 



(J) BII nn. 86 e 87, p. 55. 
(2) BII n. 349, pp. 223-6. 



POETA LA.TINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 13 

Sennonché nel 1597 si ha notizia di un' altra turchesca 
spedizione che si apparecchia a' nostri danni. Al primo 
sentore, il poeta si rivolge al santo del suo nome col car- 
me votivo che ho riferito tra' sacri. Nel settembre dell'an- 
no appresso la notizia par che si avieri : il rinnegato mes- 
sinese riappare con quaranta galere e fa gittar le ancore 
nel porto della città natia. Il terrore invade più che mai 
i petti dei Siciliani. 

Unanimi fratres niagnum aetheris incrementum, 
Cernitis in Siculo Turcica vela mari. 

In tal guisa invoca allora il Bagolino le anime dei fratelli 
Giacomo e Luigi, affinchè nel cielo intercedano per la pa- 
tria nello imminente infortunio. E, infervorandosi all' idea 
di vederla circondata e depredata da' barbari e di esser 
condotta schiava la madre, esclama : 

Quis scit au has saevis recludat gentibus oras, 
Et rapiat nostras barbarus hostis opes t 

Vestrane post tergum ducetur vincta catenis, 
Perferet et genitrix regna potentis beri t 

Ah potius ine me caelesti perdite telo, 

Atque repentini» sternite missilibus (1). 

Ma questa volta Scipione Cicala non era il tremendo 
corsaro che si accostava a Messina avido di sangue e di 
bottino : era invece il figliuolo, che, vinto da un prepotente 
bisogno dell'anima, veniva a cercarvi la sua genitrice, 
Lucrezia, la cui dolce immagine dopo trent'anni gli tornava 
assidua alla mente e lo visitava ne' sogni. Egli questa volta 
non sarebbe stato crudele verso la sua città , né mai più 
per l'avvenire avrebbe condotto l'armata contro la Sicilia, 
se avessero arriso al suo ardente desiderio : riabbracciare 
finalmente la madre, poi allontanarsi per sempre E, dopo 



(I) BI n. 186, p. 131. — Il titolo di questo epigramma nel mio codi- 
cetto (n. 412, e. 72) è Ad Tatobum et Aloysium Bagoìinos coelites prò classe 
Turcarum a jinibus skulis arceiida anno 1598 mense seplembris. 



14 SEBASTIANO BAGOLINO 

tre giorni di trepidazione , grazie alla prudenza del viceré 
duca di Macqueda, il corsaro facea paga la brama del santo 
affetto Aliale, l' isola respirava per lo scampato pericolo. 

Sorvolo ora su alcuni comi)onimenti laudatorj diretti a 
chiarissimi personaggi ; come il carme a Fabrizio Branci- 
forte principe di Butera , nel cui quarto distico si allude 
al leone dell'arma della sua illustre famiglia (1) ; quello al 
colto (2) e valoroso figliuolo, Francesco Branciforte principe 
di Pietraperzia , marito di Giovanna d'Austria, con una 
allusione , oltre che al medesimo leone , all' aquila dello 
stemma del suocero don Giovanni e del prosuocero Car- 
lo V (3) ; quello a Rodolfo imperatore de' Cristiani (in un 
cui verso osservo per incidenza esser indicato il colore de' 
capelli , « fulvas comas » , del poeta) (4) ; e altri, che , per 
maggior brevità, non menziono neanche. 

Non posso però ristarmi dal riprodurre il seguente grazio- 
so epigramma a Marco Antonio Colonna, uno degli eroi della 
battaglia di Lepanto : 

Hermes, dum loqueris; duru rides, Marce, Cupido es; 

Marsqne es, ubi arma capis; tresque refers Superos. 
Mars, Amor, Hermes; prosternis, succendis, inundas; 

Hostem, Erycinam, aures; vi, facie, eloquio (5)- 

E da trascriversi « honoris causa » parmi quest' altro 
affettuosissimo al già mentovato (6) Luigi Aries Giardina (7), 
il cui primogenito ebbe pure un carme del Bagolino (8) : 

Ceu tecto moeret vacuo castissima coniux, 
Dum procul a caro cogitur esse viro; 



(1) BII n. 52, p. 35. 

(2) BII n. 54, p. 36. — Ved. Mongitore, Bibl. Sic, t. I, p. 209. 

(3) BII n. 61, p. 40. 

(4) BII n. 50, p. 33. 

(5) BII n. 89, p. 55. 

(6) Ved. Parte Seconda, TV, 1, A) a). 

(7) Trovo Aloisio, ossia Luigi, cognomirato, con lieve differenza, Arias 
invece di Aries e Jardino o Giardino invece di Giardina. 

(8) Ved., BI n. 366, p, 251, l'epitalamio per le nozze di Diego Arias , 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 15 



Si tamen ille redit, fugat oiunem e pectore curam, 
Dnlcibus et lacryiuis ora genasque lavat; 

Non minus haec urbs, (juam, te absente, invasit aniaror, 
Incipit adventu laetior esse tuo. 

Sed timet, o Aries, ne si fors longior absis, 
Ingratas referat sors inimica vices (1). 

Con espressioni così soavi salutava il poeta un ritorno del- 
FAries nella terra di Alcamo ; alla quale per altro, più che 
una nuova assenza, dovette indi a poco riuscir doloroso 
r allontanamento definitivo dell' uomo « insigne per pietà 
e beneficenza » (2) , che , acquistato l' antico feudo di 
Rabinseri e fondatovi il comune di Santa Ninfa (3), volgea- 
si a dividere tra questo e la sua Palermo le proprie cure 
munifiche (4). 

Ben mi avvedo frattanto che, a voler continuare a far 
cenno de' non pochi altri carmi di vario argomento piìi o 
meno meritevoli di special menzione , oltrepasserei i limi- 
ti di un saggio. Epperò mi arresto, nulla piìi aggiungendo 
sulle poesie latine del Bagolino fuor di una breve os- 
servazione. 

* 
* * 

Chiunque non sia nuovo a tali studj avrà notato come 
ne' riferiti componimenti del Nostro sia talvolta qualcosa 
di somigliante ad alcun altro de' poeti classici o del Rina- 
scimento allora più in voga. 

Avrà, per esempio, avvertito nel secondo epigramma a Mi- 
mia un'eco del carme notturno del Fontano, il quale, stando 



Giardina — nato a Luigi dalla prima moglie Maria de Guevara — con 
Maria Morso Corbino. 

(1) BI n. 349, p. 239. 

(2) Arcipr. M. Accardi, Monografia del comune di Santa Ninfa ; Ca- 
stel vetrano, 1899, p. 21. 

(3) Ved. Accardi, Monografia cit., pp. 11-12 e 18-19. 

(4) Ved. Acca udì , Monografia cit. , pp. 20 o segg. ; e V. Pamzzolo 
Gravina, // Blasone in Sicilia, Palermo 1871-75, p. 196. 



16 SEBASTIANO BAGOLINO 

alili porta della sna Fannia, al rigore dell'inverno, al soffio 
del vento glaciale, ripete pietosamente : 

Fannia, solve fores, niea Fannia, Fannia, quaeso, 
Solve fores, quaeso, Fannia, solve fores. 

Parimenti, la chiusa del terzo gli avrà rammentato que- 
sta che il Castiglione fa al suo Ad puellam in litore amhu- 
lamtem : 

Quod si qua interea audieris per litora murmur, 
Lux mea, te in nostro protinus abde sinu, 

NÒ soltanto nei riferiti, ma ed in varj altri carrai vi ha di 
sifiatti riscontri. Cosi, canta il poeta alcamese : 

Huc ades, o uiea spes, mea lux, mea vita, meus flos, 
Liliolumque meum, basiolumque raeum. 

Dispeream, nisi tu vita iam carior ipsa, 

Atque anima, atque oculis es, mea vita, meis. 

Dispeream, nisi ego vita iam carior ipsa, 

Atque anima, atque oculis sum tibi, amica, tuis (1). 

E questo epigramma, stimato dall'Amico (2) tra gli erotici 
del Bagolino il bellissimo, e fatto degno di una traduzione 
nella lingua di Omero da quel grecista e latinista insigne 
che fu Giuseppe De Spuches (3), è, salvo i primi due versi, 
tolto, si può dire, di peso da uno del Navagero Ad Hyellam, 
il quale ha a sua volta alcunché del catulliano « Lesbia mi 
dicit semper male » e principia a questo modo : 

Dispeream, nisi tu vita mihi carior ipsa, 

Atque anima, atque oculis es, mea Hyella, meis. 

Dispeream, nisi ego vita tibi carior ipsa^ 

Atque anima, atque oculis sum, niea Hy^ella, tuis. 

Si legga questo bel componimento del Bagolino Ad Lyg- 
dam de eius imagine : 



(1) BII n. 178, p. 119. 

(2) A 2 p. 52. 

(3) J. De Spdches, Carmina hit. et graeca, Panormi 1877, p. 74. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 17 



ego ter felix. rerum pulcherriraa Lygda : 

Quae referat v^ultiis est mihi imago tuos. 
Huic ego delicias facio, arrideoque, iocorque, 

Et quantum possum basia surripio. 
Interdum loquor; et quod non respondeat illa, 

Dico ego in aeternos aspera verba Deos. 
Responde^ o Lygda; spira, dulcissima Lygda : 

Surdior est scopulis, surdior illa freto. 
Sic modo plorando, modo tecum saepe locando 

Vivimus, et longos fallimns arte dies (1). 

Or esso, come ho già accennato (2), riproduce un brano del- 
l'elegia « Hippolite mittit », in cui il Castiglione, riferendosi 
al proprio ritratto dipinto dal divino Urbinate, fa dire alla 
sua Ippolita Torcila: 

Sola tuos vultus referens Raphaelis imago 

Pietà manu curas allevat usque meas. 
Huic ego delicias facio, arrideoque, iocorque, 

Alloquor et, tanquam reddere verba queat. 
Assensu nutuque mihi saepe illa videtur 

Dicere velie aliquid, et tua verba loqui. 
Agnoscit, balboque patrem puer ore salutat; 

Hoc solor longos decipioque dies. 

Ancora pochi altri esempj. L'ultima strofe del componi- 
mento saffico con cui il Nostro esprime il suo vivo desi- 
derio di rivedere l'amica lontana: 

Me regina Gnidi, me lovis et Puer 

Portent incolumen, mi mare turgidum 
Parcat, dum propero; dum redeo suis 
Submergat me aquilonibus (3), 



(1) BII n. 140, pp. 95-6. 

(2) Parte prima, VH. 

(3) BII n. 149, p. 102. 

Arch. Stor. Sic., N. S., Anno XXXV. 



18 SEBASTIANO BAGOLINO 



è parafrasi del 

Farcite <luin propero, mergite dum redeo 

di Marziale. 

Il « lusus » col titolo De Telesone et loia (1) ha evidenti 
reminiscenze di quello del Navagero Vota lolae Pani agresti 
Deo, che comincia : 

Ille tuu8, Pan niontivage, venator lolas, 
Saetus in audaces comiuus ire feras; 

e finisce : 

Tu, Dive, haec inter viridis decora illa iuventae 
Suscipe : neve illis esse minora puta (2). 

Quello sul tumulo del cane Melampo, che termina : 

Extinctum iara raoesta gemunt armenta Melampum, 
Et sibi iam fures cuncta licere putant (3); 

è imitazione dell'altro dello stesso poeta veneziano De oòitu 
Hylacis canis pastorii, che si chiude co' versi : 

Moesta gemunt armenta: mali furesque, lupique, 
Extincto hoc, sibi iam cuncta licere putant (4). 

E certo il Bagolino, dettando il già menzionato epigram- 
ma in cui palesava il suo malcontento all' amico Antonio 
Lo Verso (5) , doveva aver tresco nella memoria un com- 
ponimento indirizzato da Antonio Mario Visdomini a Gi- 
rolamo Fracastoro (6). 



(1) BII n. 221, p. 152. 

(2) A. Naugerii ecc. Opera omnia, Patavii 1718, p. 186. 

(3) BI n. 325, p. 223. 

(4) A. Naugerii ecc. Opera omnia cit., p. 189. 

(5) BI n. 338, p. 233. 

<6) H. Feacastorii ecc. Carminum ecc.j t. I, Patavii 1739, p. 183. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 19 

Ma queste e altre cotali imitazioni, di cui mi passo per 
brevità , non iscemauo per nulla il merito dell' Alcamese : 
massimamente se la maggior parte di esse sono de' suoi 
primi esercizj poetici, siccome io credo coll'illustre Amico. 
Il quale sul proposito, oltre di accennare a versi «del Fa- 
scitello, del Taigeto e di altri, incastonati» (1) ne' carmi 
del Bagolino, dichiara di tenere « fra i lavori giovanili di 
lui 1' elegia « De Oopa » (2) , che tanto da vicino arieggia 
il « Moretum » di Virgilio, sulle cui orme il Nostro si mise 
con bella riuscita » (3) ; « l'epigramma a Lidia, che bagna- 
vasi presso Ouma nel fiume Averuo (4) , che tanto ritrae 
dall' inno di Callimaco « I lavacri di Pallade » stupenda- 
mente prodotto in latino dal Poliziano , delle forme del 
quale il Nostro si compiacque non poco» (5); e l'altro «de 
quadam matre, quae parturiens obiit, cuius etiam filia in 
partu perierat » , che ricorda uno simile del ferrarese An- 
tonio Tebaldeo » ((>). E tra le cose giovanili annovera al- 
tresì la versione (7) dei due sonetti 

Rotta è l'alta colonna e '1 verde lauro 
e 

Pace non trovo e non ho da far guerra, 

che, comunque siano de' meno lodevoli del cantore di Lau- 
ra — specie il primo , fredda sequela di affettate e ricercate 
antitesi raffiguranti gli opposti fenomeni dell'amore — , pure 
il poeta di Alcamo rese egregiamente, accostandosi in qual- 
che punto ad Annibale Crucci, che quel primo sonetto avea 
innanzi tradotto (8). 



(1) A 2 p. 73. 

(2) BII n. 207, p. 135. 

(3) A 2 p. 70. 

(4) BII n. 138, p. 94. 

(5) A 2 p. 73. 
(6j A 2 p. 71. 

(7) HI n. 315, p. 217; BII n. 224, p. 154. 

(8) A 2 p. 70. 



20 SEBASTIANO BAGOLINO 



Il Bagolino non avea bisogno di farsi bello delle pen- 
ne di alcun pavone. Le sue imitazioni , in generale , altro 
non sono che segni della sua erudizione poetica ; tracce 
de' modelli su cui egli si veniva esercitando e dal cui stu- 
dio acquistò perizia nell'arte ; reminiscenze di frasi e d'im- 
magini , che , spesso inconsapevolmente , gli veniva fatto 
d'inserire ne' componimenti proprj con naturale efficacia. 

Che se talvolta l' imitazione ha piuttosto sembianza di 
plagio, bisogna ricordare quel che egli scriveva mandando 
i suoi carmi ad Annibale Valguarnera : — aver tolto alcun- 
ché da varj autori , imitando i sommi poeti e in ispecie 
Virgilio, che nell'opera sua distribuì magnificamente molte 
cose di Ennio e Lucrezio, con poche di Azio e Vario — (1). 
Ecco il concetto che aveaei dell' arte e della dignità arti- 
stica nel cinquecento : la gara d' imitare i celebrati esem- 
plari. E questa gara parve grandezza sì, che nella comune 
industria di giovarsi di elementi altrui non fu certamente 
piccolo merito quello de' pochi, i quali, assimilandoli e spi- 
randovi qualcosa di proprio, riuscirono a significare Tiinimo 
loro con la schiettezza del sentimento vero. 



VI. 



Vengo a' tre lavori in prosa volgare che del Nostro ci 
sono rimasti. 

Nel movimento letterario prodotto nel secolo XVI dal 
grandissimo numero di eleganti scrittori italiani fioriti in 
ogni regione del Bel Paese, la Sicilia non entrò per la prosa 
al tempo stesso che per la poesia. E ciò pe '1 fatto che que- 
sta, quasi tutta lirica e petrarchesca, nella scelta della lin- 
gua, derivata con le forme e con la metrica dal Canzoniere, 
presentava assai men forte ostacolo che non la prosa ; la 



(1) Vedi Documenti, III. 



POETA LATINO ED EETJDITO DEL SEC. XVI 21 

quale , togliendo a tipo il Decamerone , trovava in esso il 
vocabolo e la grammatica, ma non i modelli varj occorrenti 
per le varie materie (1). 

Siftatta diffi( oltà , aggravata ancor più dalla mancanza 
assoluta dello studio del toscano nelle scuole , fece sì che 
da noi, pur fiorendovi, sin dall'inizio del cinquecento, poeti 
e verseggiatoli in lingua italiana non pochi ed egregi , la 
prosa volgare letteraria non si avesse che nella seconda 
metà di quel secolo. 

Ma, poi che lo studio dei grammatici, le comunicazioni 
frequenti con la Toscana per via de' banchi de' Pisani e 
de' Fiorentini tenuti in Sicilia, il passaggio in questa di 
eleganti scrittori della penisola e sopra tutto il concorso 
degli studenti siciliani alle scuole rinomate di Bologna, 
Padova, Roma e Pisa, ebbero contribuito « a perfezionare lo 
strumento principalissimo dell' arte » (2) ; allora , come ha 
ben osservato il chiaro professore Luigi N^atoli, sorse tra noi 
« una generazione di scrittori valorosi », fra cui l'Ingrassia, 
il Fazello, lo Spadafora, il Gaggio, l'Omodei, il Veneziano, 
il Sirillo, il Giuffrè, il Paruta, l'Eredia, che trattarono con 
garbo nell'idioma illustre ogni genere di componimenti ; e 
per l'opera loro e per quella di parecchie accademie, delle 
quali era precipuo oggetto « lo studio amoroso dei modelli 
toscani e il diffondersi della lingua di Dante », l'isola nostra 
entrava nel movimento letterario italiano altresì per la prosa, 
« tardi forse, ma non ignobilmente » (3). 

Tra le scritture di quei cinquecentisti, che, abbandonate 
per più secoli alla polvere delle biblioteche, han cominciato 
a' giorni nostri a richiamare l'attenzione degli studiosi, quali 
documenti di un periodo della storia delle lettere italiane 
in Sicilia fin qui non conosciuto abbastanza (4), son da con- 
tare il Moncata, la Piramide e lo Stracciahisacce del Bagolino. 



(1) L. Natoli, Studi su la letteratura siciliana del sec. XVI, Palermn, 
tip. fratelli Veua, 1896; p. 23. 

(2) Ivi, pp. 25-6. 

(3) Ivi, p. 27. 

(4) M 25 p. Vili. 



22 SEBASTIANO BAGOLINO 



1. 



Funera Moncatae duni properata queror. 
BII n. 65, p. 42. 



Di questi tre lavori il più notevole è certamente il primo. 

Dettato in una forma che fu allora popolarissima, voglio 
dire la dialogica, esso ha anzitutto il pregio della disinvol- 
tura dello stile , non sempre scompagnata dalla sceltezza 
de' vocaboli, per cui ne torna gradita la lettura pur oggi, 
dopo tre secoli da che fu composto. 

Oggetto del dialogo , com' è facile arguire dal titolo , è 
quel Francesco Moncada, che in vita era stato celebrato in 
tanti modi dal Nostro. E l'origine dello scritto è così espo- 
sta nella breve introduzione : 

... Avvenne c'havendo io in un mio fascio raccolti alcuni di- 
segni in penna, parte fatti di mano di quel signore , parte fatti 
da miei sudori, un dì sopra una tavola nel mio museo, [stava] com- 
piacendomi in me stesso veder la mano del mio buon Francesco; e 
perchè ciascun disegno (tratto di quelli , che fur fatti di mia 
mano) havea di sotto un epigramma latino, per tanto mi godeva 
in agiustar insieme li disegni a 1' epigrammi , parendomi alhora 
veder il proprio Moncata come quando era con meco, et hor de- 
signava , hor componeva a competentia mia. Or mentre sto in 
questo piatoso officio , successe che Luigi Trebone , mio zio da 
parte materna, entrando nel mio museo , s' accorse di questi di- 
segni et insieme di questi epigrammi, ch'io havea innaiiti a gli 
occhi; et havuto c'hebbe un lungo discorso con meco sopra questa 
materia, mi pregò, anzi mi comandò che, per non scancellarsi la 
memoria di quel grande eroe, io ponessi in scrittura tutto '1 ra- 
gionamento c'hebbimo insieme. Io , perchè vidi che la domanda 
era giusta, feci quanto da lui mi venne chiesto, e così rinchiusi 
in alcuni fogli tutto quel discorso; il qual fu tessuto (in quanto 
ch'io mi ricordo) in questa manera. 

Quindi principia il dialogo, interessantissimo per la ma- 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 23 

teria svoltavi ; che nel dire le lodi del Moncada e degli ante- 
nati e congiunti di lui, l'autore non si tiene dal fare sfoggio 
del proprio sapere , e in mezzo a quelle ci dà con alcuni 
particolari autobiogratìci un attraente comento di parecchi 
suoi epigrammi e varj accenni d'uomini di lettere che egli 
conobbe o del cui valore ebbe contezza. 

Sulle quali cose io ora non mi fermerò singolarmente ; 
giacché , avendo riferito innanzi , a' luoghi opportuni , la 
maggior parte dei tratti più salienti del dialogo , qua oc- 
correrà appena recar qualche saggio della erudizione pro- 
fusa nella dichiarazione de' disegni. 

E come tale darò in prima l'interpretazione, che il Ta- 
bone fa del seguente epigramma, relatiV'O a un disegno raf- 
figurante il Moncada a cavallo nell'ora in cui il sole « scende 
e la luna appare da la parte contraria » : 

Exierat rutilis Moncata superbus in armis, 

Iiupositus dorso quadrnpedantis equi. 
Gestantem in galea Phorcynidos ora Medusae 

Vidernnt homines, et stupuere Dii. 
Cuniqne ferox iuvenis belli simulacri cieret, 

Phoebus in oceanura praecipitavit equos. 
Praecipitavit equos, quia de rutilantibus armis 

Lumina cernebat lucidiora suis. 
Parte alia toto gavisa est aethere Luna, 

Et si non mat^ir facta faisset amans (1). 

A questo epigramma avea dato occasione il fatto così 
riferito dall'autore : 

Ne l'anno mdlxxxx, essendo in Sicilia Viceré il signor conte 
d' Alba de Lista , successe per alcuni rumori di genti barbare , 
ch'infestavano il regno, che quel signor conte volea veder tutta 
la milititi di Sicilia in ordine , acciò poi quando fusse stato di 
bisogno havesse havuto le forze del regno apparecchiate contra 
il nemico. A questo bisogno fu scelto per capo D. Francesco 



(1) Cf. BI n. 832, p. 229. 



24 SEBASTIANO BAGOLINO 

Moncata , il qua!' al'hora si trovava nella sua città di Oaltanis- 
setta, et già alcuni anni prima havea havuto questo ufficio et eser- 
citatolo con sua grandissima lode. E già il somigliante havrebbe 
fatto questa volo.; se non che per la penuria del fromento e de 
l'altre vettovaglie, che fu nella prossima raccolta e nell'altri anni 
seguenti, non potè il regno attender al servitio militare, poiché 
la fame disturbò ogni cosa, ch'era pietà veder per le piaze e le 
campagne morir l'huomini e le donne di pura fame. Ma mentre 
il buon Moncata attendea a porre in ordine 1' armature dei suoi 
seguaci, volse egli un giorno comparir sopra un suo ginetto , il 
quale insieme col suo signor eran vestiti d'arme bianche; e cosi 
presasi una spada in mano , andava fingendo alcuni ritratti di 
guerra. Et perciò che questo fu quando per ventura al tardo 
uscia la luna nel plenilunio et Febo stava per traboccare a l'oc- 
caso; per tanto io, come amorevol servitor di quel prencipe, presi 
la penna e scrissi questo successo (1). 

Lo zio Tabone , adunque , che ba fermato 1' attenzione 
sull'impresa della Medusa indicata nel terzo verso dell'epi- 
gramma , ostinandosi a credere eh' essa « fusse fìntionata » 
dal poeta, anziché , come questi ripeteva , « scolpita in ef- 
fetto » sul cimiero del principe, dice : 

Io porrei la mia vita per un minimo quadrante , che questo 
morrione lo fabbricaste voi dal vostro ingegno, in quel modo che 
Vergilio fabrica lo scudo di Turno. E la causa che mi sospinge 
a creder questo è che voi in quel' epigramma non havete altra 
mira , se non che lodar il vostro Mon?ata da la forteza e da la 
belleza : da la forteza si vede in quel verso : 

Cumque ferox iuvenis belli simulacra cieret; 

da la belleza si vede in quel'altro verso, che dice : 

Et 8i non mater fncta fuisset amans. 

Hor essendo la cosa cosi, voi già dimostrate la forteza , mentre 
dite che ferox iuvenis belli simulacra ciebat ; e mentre dite che 



(1) BM pp. 12-3. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SBC. XVI 25 

portava la Medusa, dimostrate ch'egli era bellissimo in apparenza, 
cosi come si dice di Medusa , che per la sua belleza fingono i 
poeti ch'a qualunque la riguardava lo faceva divenir marmo; il 
che se deve intender che lo faceva divenir stupido ed insensato, 
non altrimente che s'havesse stato una statua di marmo; e perciò 
li latini scrittori (1) la chiamano sajcijica, onde si legge appresso 
Ovidio nell'Ibide : 

Saxificae rideas infeìix ora Medusae, 

et appresso il Mantoano : 

Aspke S'xificae crudelins ore Medusae. 

Voglio io dire dunque che, quando voi fingeste la Medusa al vo- 
stro Monca ta, voleste intender ch'egli era tanto agratiato et bello 
in vista, che chi lo mirava restava stupido e fuor di se. Sereno 
scrittore, trattando de le Gorgoni , dice queste parole : Fuerunt 
jmellae unius pulchritudinis^ quas cum vidissent adolescentes stupore 
torpebant. Le cui parole voi con gran destreza d' ingegno pone- 
ste nel sequente verso, quando diceste : 

Videruni homineSf et stupuere IHi (2). 

All'erudita interpretazione del medico Tabone, eccezio- 
Dalmente bravo insieme nel « toccar polsi e dichiarar au- 
tori » (3), aggiungerò sommariamente quella di una elegia 
relativa al disegno di « una nave che va per mare » : ele- 
gia e disegno miranti a celebrare una gita del «Prence 
sopra un brigantino », avvenuta un giorno « felicissimo et 
gratissimo al Moncata », in Siracusa ; dove era stato e con- 
vitato » da «quei signori», nel «tempo ch'andò egli a ve- 
der le sue terre » (4). L'elegia , mancante e ai codici (5) e 



(1) Oltre di chiamarla Phorcynis , come « Lucano uella Farsaglia et 
Ovidio nelle Trasformationi », perchè « fu figliuola di Forco ». 

(2) BM pp. 15 e 16-7. 

(3) BM p. 27. 

(4) BM p. 71. 

(5) Nei Quinternum manca il foglio 123, in cui l'elegia, giusta l'indice 
alfabetico, doveva trovarsi. 



26 SEBASTIANO BAGOLINO 



jiUe (lue edizioni <le' carmi bagoliuiani, principia in questo 
modo : 

Dani Moneata parat pictain dare vela caiinam 

Perque Syracusias notificabat aquas, 
Notior antiquis domìnisque urbique Siracu, 

Clarior eniissos sol agitavit eqiios. 
Mox et luctantes tenuere silentia venti, 

Per sudimi soli concinnere cygni. 
Interea cyinbam Panopea Ligeaque virgo 

Hiuc illinc uliiis sustinuere siiis. 
Inter quas^ posita velox Arethusa pharetra, 

Concinuit miris carmina blanda modis. 
Namque canebat uti praeclarum heroa sequentein 

Monca tam ad sicnlos vela tulére lares... (5). 

E, poiché il Tabone esprime de' dubbj sul verso terzo e 
sul sesto, il Bagolino si affretta a levarglieli con una pro- 
fusione di riscontri classici da far dire giustamente allo zia 
«al contrario di Persio: Cum sapimus nepotes». A legitti- 
mare, i.ifatti , il vocabolo Syracu, che nell'elegìa sta per 
Sifracusiae, il poeta non si contenta di notare di averlo preso 
dal siciliano Epicarmo, che scrisse iu lingua greca, del quale 
tu imitatore Plauto, secondo riferisce Orazio nel verso : 

Plautus ad exemplum siculi properare Epicliarmi, 

ma cita un cumulo di autorevoli esempj di « parole smor- 
zate» presso Ennio, Ausonio, Omero, Esiodo, Sofocle, Si- 
mia, Antimaco, Euforigne ed altri antichi latini e greci. 
Assegnata poi la ragione del vocabolo notior all' essere il 
sole « manifestissimo » alla città di Siracusa « per la beni- 
gnità de l'aere sotto il quale è posta», onde «dicono au- 
tori gravi che non può passar giorno eh' in qualche parte 
di quello » il maggior astro non vi « si vegga » ; ed addotta 
l'autorità di Valerio, Solino, Cicerone , Pindaro e Teocrito 

(5) BM pp. 71-2. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 27 

in sosteguo dell'antichità di Siracusa; fermasi il Baudolino 
a provare allo zio , mostratosene dubbioso , di non avere 
nella elegia menzionato erroneamente i cigni, essendocene, 
come nel Meandro , nel Oaistro , nel Mincio , in Amicla e 
altrove, ben anco in Sicilia. E la prova trae dal quarto de' 
Fastiy dove Ovidio, descrivendo il viaggio di Cerere in Si- 
cilia in cerca della rapitale figliuola Proserpina , ne segna 
le ultime fermate co' versi : 

Hinc Camerinam adiit, Thapsouque et Diaria Tempe, 
Quaque patet Zephiro semper apertus Eryx ; 

ne' quali versi la Tempe abbondante di cigni sarebbe illo- 
gico ritenere la Tempe della Tessaglia ed è invece eviden- 
temente un luogo dell'isola nostra, ameno al pari di quello 
bagnato dal fiume Penco (1). 

Quale fosse un tal luogo pe '1 poeta alcamese (che , si 
noti, variava destramente in Gloria la denominazione di 
Heloria data da Ovidio alla Tempe, ossia amenissima con- 
trada, di Sicilia, in cui scorre VHeloros) lo dice subito dopo 
egli stesso illustrando, a proposito, un altro suo diseguo 
con « certi augelli volanti et una Dea che sta sopra un carro 
in aria ». Narra, pertanto, il Bagolino il seguente aneddoto : 

lu quel viaggio, che fece il Moncata per veder il suo stato, 
volse egli (come di sopra intendeste) andar in Siragosa: e così, 
arrivati che fummo in Hibla, che noi dicemo Militello, ivi man- 
giammo ad hora di mezogiorao. Sta questa terra lenta n da Si- 
ragosa intorno a dodeci miglia. Dunque, subito c'hebbimo man- 
giato, si posimo in viaggio per Siragosa. Avvenne che, seesi che 
fumo al piano, il Prence volse ch'io non mi discostassi mai dal 
suo lato, perciò che volea ch'io gli raccontassi l'antiquità di Si- 
ragusa. Et ecco che, mentre starno in questo , vidimo un lago 
che circondava intorno a 500 passi. Ivi erano più di venti augelli, 
li quali da quelli che lor conoscevano far detti esser cigni ; onde, 
volendo il Moncata accostarseli per conoscerli, quelli presero il 



(1) BM pp. 75-8. 



28 SEBASTIANO BAGOLINO 

volo verso il cielo. Quindi poi successe il mio epigramma, il quale 
è questo : 

Cernis, ut herbosum linquentes Jlumina olores 
Aetera remigio praepete ad alta volani? 

Ninàrum Venus ipsa sicas conscendere higas 
Apparai, et cycnos ad sua fraena vacai. 

Teque, Syracusias ne fias praeda puellis, 

Occulere in greniio vult Dea cantu suo (1). 

Hor vedete com'in Sicilia pur nascono i cygni ; e forse, quando 
Ovidio disse Oloria Tempe (2), intese di questi lochi vicini a Si- 
ragosa, li quali realmente sono amenissimi al par di quanti altri 
ve ne sono in Sicilia. 

Cosi concliiude il Bagolino, convincendo appieao lo zio 
Tabone ; il quale, notato che Tapso è un'isoletta presso Si- 
racusa e che Oamerina fu colonia siracusana , tìnisce per 
accettare l'interpretazione del nipote (3). 

E a' saggi dati altri non aggiungo , potendo, del resto, 
chi del Moncata volesse sapere di più , leggerlo integral- 
mente a suo grand'agio nell'edizione da ine. curatane. 



2. 



Tuque etiam, Antoni , per me ad pia busta Philippi 
Scitantem Lepidum pegniata celsa doces. 

BII n. 65, p. 43. 



Al Moncata tien dietro per importanza la Piramide. 

Xon e' era , siccome è noto, in Sicilia a' tempi del Ba- 
golino manifestazione della vita pubblica, che non fosse 
decorata dall'arte. Ogni splendida festa, ogni solenne ingresso 



(1) Cfr. BII n. 63, p. 41. 

(2) Anche in BII n. 51, p. 35, s'incontra V Oloria Tempe. 

(3) BM pp. 72-80. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 29 

di viceré, principi e arcivescovi aveva i suoi archi di trionfo, 
come o<!^ui pomposo funerale la sua piramide più o meno 
grandiosa : archi e piramidi , adórni di figure, di emblemi, 
di distici e motti di cui si affidava lo incarico a' più segna- 
lati sì per valore poetico che per dottrina, i quali ne trae- 
vano occasione a sbizzarire la fantasia nella invenzione e 
dar larghi saggi del proprio sapere nelle descrizioni che ne 
seguivano , talvolta con lo strascico di polemiche erudite 
non men che pungenti : esempio le lettere critiche , ora a 
stampa, di Filippo Paruta e Bartolomeo Sirillo a proposito 
dell'arco trionfale innalzato in Palermo nel 1592 per la ve- 
nuta del viceré Conte d'Olivares (1). 

Di uno di tali lavori, a cui partecipavano l'architettura, 
la pittura e le lettere, tratta appunto la Piramide del Ba- 
golino, scritta come il Mancata in forma dialogica. 

Avvenuta a' 13 di settembre del 1598 in Madrid 1^ morte 
di Filippo li d'Austria, re di Sicilia , dal viceré e capitan 
generale don Bernardino de Cardi nes, duca di Macqueda, 
era stato ordinato « che divotissime essequie si facessero 
per tutte le città , terre e luoghi di questo regno , con li 
maggiori apparati possibili » (2). 

Alcamo non si mostrò da meno delle tene sorelle nel 
tributo dell'imposto omaggio funebre; e — comunque non 
fosse in grado di gareggiare con Palermo, Messina , Cata- 
nia ed altre importanti città siciliane , la sontuosità delle 
cui esequie al re straniero è descritta da' cronisti del tem- 
po — fece pur essa il dover suo con istraordinario apparec- 
chio. Innalzò, infatti, per la circostanza una piramide, non 
eguale certamente alla « superbissima » e «grandissima » (3) 



(1) Furono pubblicate dal prof. V. Di Giovanni nelle N. Effemeridi 
Siciliane, serie terza, voi. VI: Palermo, L. Pedone - Lauriel edit., 1877; 
pp. 187-237. 

(2) Fra Leodoro Scrigni, Orai. fun. nelVess. d. M. G. del Re X>. Fi- 
lippo II ecc. ; G. B. Maringo, 1599 ; p. 4. 

(3) F. Pollaci Nuccio, Varietà palermitxine ; in N. Effem. Sicil., se- 
rie terza, voi. Vili ; Palermo, L. Pedone-Lauriel edit., 1878 ; p. 35. 



30 SEBASTIANO BAGOLINO 

allora levata uel duomo palermitano, ma m)n(Umeno di tale 
iDgegnoaa esattezza, secondo l'affermazione del Nostro, da 
esigercene state pari ben poche, «non solo in Sicilia, ma 
dovunque furo celebrate queste solenniasime esequie » (1). 

Il Bagolino, che della « piramide o pegma » è probabile 
avesse apprestato egli stesso il disegno, principia il suo la- 
voro dando in un'epistola dedicatoria al viceré di Sicilia i 
particolari di quella « mole , d' edificio picciola e povera », 
ma «ben grande e ricca d'industria et ingegno, che l'ar- 
chitetto vi pose in fabricarla ». 

Sorgea nel mezzo della chiesa parrocchiale un tumulo 
con quattro colonne di legno disposte in quadro e colorite 
in guisa che sembra van di porfido lucidissimo. Sopra di esse, 
in armi bianche, asta nella destra e scudo al tergo, si ve- 
deano le figure di quattro cavalieri di Casa d' Austria ; i 
quattro antecessori per diretta linea del morto Re : Fede- 
rico III, il costui figliuolo Massimiliano , Filippo I e Car- 
lo V. Il primo nella pittura dello scudo mostrava un uomo 
seduto su varie armi, piangente con le mani incatenate al 
dorso ; il secondo, un' aquila , che tenea con gli artigli un 
aquilotto provandolo a' raggi del sole ; il terzo , due scuri 
legate con due fasci di verghe, conformi a quelle de' lit- 
tori dell'antica Roma; e l'ultimo, la storia di Calai e Zete 
fuganti le arpie. 

Il pavimento, dove posavano i pie' questi gloriosissimi duci, 
era coverto tutto d'imbroccato ; quindi poi con giusta misura u- 
sciva una bellissima piramide , nella cui cima vi si vedea una 
bandiera , la qual d' una parte havea racamata una gran face , 
ch'escia come vicino da la luna e lasciava una gran via nel cielo, 
facendo mostra di gir da 1' Occidente ver 1' Oriente ; da 1' altra 
parte poi de la bandiera una fenice, che, dibattendo l'ale a certi 
odorati legni, s'accendea. 

In fine leggevansi sul piedistallo due epigrammi latini 



(1) Piramide, cod. cit., e. 2. 



POETA L.\TINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 31 

del nostro poeta, relativi l'uno alla tìaccola e l'altro alla 
fenice. 

Descritta la « mole » e intitolato il suo lavoro a colui , 
che , eletto « per governator di questo regno di Sicilia da 
quello invittissimo e religiosissimo Filippo II, di bona me- 
moria » , facea sì che « pel suo governo » tutta l' isola go- 
desse « somma quiete et contenteza », passa subito l'autore 
al dialogo, in cui Antonio Tornamira viene « succintamen- 
te esponendo» a Lepido Spadafora quanto ricorda, « per 
la vicinanza del tempo » , del « lodevol panagirico » , che 
egli da un « oratore » aveva inteso, sull' « edificio ». 

Ed ecco innanzi tutto quel che i due interlocutori di- 
cono de' quattro « personaggi » , che « fanno sì pomposa 
mostra » attorno alla tomba del « Prencipe sì religioso e 
santo », cui Alcamo commemorava seguendo l' borre vole e 
degno costume de la mai non a pieno lodata Ispagna , la 
quale in morte de' suoi Prencipi » soleva « celebrare 1' es- 
sequie per dove s' estendevano i dominij di coloro , non 
altri mente » che in Persia « fu e jstume portar a torno i 
corpi de' defonti Regi per tutte le provi ncie » ch'eran loro 
state soggette. 

Il personaggio tìgurato alla prima colonna « a l'aspetto 
tiene non so che di maestoso e divino », come al degno 
figliuolo del « grande Ernesto Duca d'Austria» si conveniva. 

Egli è Federico Terzo Imperatore , il qual a tempo che re- 
gnava in Roma Eugenio Quarto , mentre in gran parte la reli- 
gion Christiana era caduta , egli la rihebbe e la restituì al pri- 
mero stato ; nel qual fatto , oltra che dimostrò gran fede e reli- 
gione , adoprò incomparabil prudenza congiunta con somma pa- 
ticntia , talché meritamente si può dir di lui quel eh' un poeta 
disse di Fabio Massimo : Tu Maximus ille es, unus qui nobis cun- 
ctando restituis rem. Già che, confederatosi col christianissirao Dei- 
fin di Francia , fece sì , che represse il veleno del empio basili- 
sco , che con sci horrendi sibili così fieramente fischiava contro 
S. Chiesa... 

Generato da Federico Terzo Imperatore,... per ordine di loco... 



32 SEBASTIANO BAGOLINO 



viene il gran Massimiliano, colui il quale, havendo sempre gran 
zelo verso 1' honor di Christo , fece molte meravigliose imprese 
nella Brabantia et nella Fiandra... 

Colui..., ch'occupa la terzo colonna, è Filippo I , il qual do- 
tato di maravigliosa indole e saggiezza, di dodici anni... (o cosa 
inudita !) fu fatto Prencipe di Lovanio et di tutta la Brabantia 
insieme. 

Il quarto poi, che sta sopra l'ultima colonna, egli è l'invittis- 
simo Carlo Quinto, fulmine di guerra , spavento d' infedeli ; del 
qual non si può determinar se miglior soldato o imperator stato 
fosse. Si può veder questo nell' annali de le sue inclite prove , 
mentre che sì valorosamente s'adoprò contra Turchi, contra Mori, 
contra Heretici. Al nome di costui insino ad hora trema et teme 
P empia casa del fiero Ottomano ; de la magnanimità di costui 
anchor sta attonito et stupefatto il regno di Tunisi, tolto a l'em- 
pio Barbarossa e, per liberalità di tanto Prencipe, consignato a 
Muleasso , il qual già era uscito di speranza d' altra volta ricu- 
perare il regno. Libéralissimo Carlo, che vince, non per sé , ma 
per altrui : NON 8IBI, NON SIBI (disse in honor di lui la no- 
bil città di Messina), VERUM ALII8 VINCERE CAE8AR A- 
MAT. Io non sto hora a dire le grandeze e 1' opre heroiche di 
questo invittissimo Cesare ; una sola ne dirò , e questa basterà, 
anzi sormonterà a butte le glorie di lui, et è questa : ha ver egli 
dato al mondo un figlio qual fu Filippo Secondo. Dirò io quel 
che disse il poeta Ovidio : 

de Caesaris actis 

Nullum maius opus, quam quod pater extitit huius. 

Se noi lo miriamo nel governo , egli con tanta saggieza e reli- 
gione governò, che da lui solo debbono pigliar norma tutti i Regi 
futuri che vogliono lasciar nome di famosi regenti ; se noi lo ri- 
guardiamo nel fatto de l'arme, qual soldato trovaremo più intre- 
pido di lui ? C'hiaramente testifica questo l'honorata vittoria ch'e- 
gli ottenne in S. Quintino, là dove, insertando lo scudo a la si- 
nistra e con l a destra valorosamente rotando il brando , urtò 
mentre più ardea la pugna là dove stavan più dense le nemiche 
schiere. 

F. M. Mirabella 

(Continua) 



I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 



INTRODUZIONE 

Quei quattro secoli di Storia in cui la Sicilia, occupata 
dapprima dai Vandali e dai Goti, tornò poi direttamente al- 
l'autorità dell'Impero coi Bizantini, per la continuità che vi 
si osserva delle istituzioni civili e politiche del mondo clas- 
sico , vanno considerati come parte della Storia dell'Isola 
nell'antichità, sebbene, secondo la divisione cronologica ge- 
neralmente accettata , potrebbe a qualcuno sembrare che 
facciano parte del Medio-evo siciliano. 

Or questo interessante periodo, in cui l'Isola, da centro 
di un impero vasto ed efimero, diviene rocca dell'elemento 
Greco in Italia e si stacca quindi deffinitivamente da Bi- 
sanzio con una serie di moti secessionisti che agevolano 
la conquista Musulmana, è fra i meno studiati di tutta la 
sua storia, che pure non è stata mai a corto di illustratori. 

I vecchi eruditi che primi ne scrissero la narrazione ge- 
nerale delle vicende, si sono sbrigati in poche pagine dei 
Barbari e dei Bizantini (1) , mentre se ne son dati meno 
pensiero, com'è naturale, gli storici della regione Italiana. 

Nel sec. XVII Ottavio Caetani (2) e nel seguente Rocco 



(1) Forse nessuno superò, anche in questo, Tommaso Pazello, il labo- 
rioso monaco che nel '500 compì una ricerca filologica ed antiquaria, ad- 
dirittura immane e scrisse sulla Sicilia un libro che merita d'essere più 
apprezzato di quel che non sia. Egli dedicò appena tre pagine a questi 
secoli, mentre ne dedica trecento al resto della Storia. 

(2) Vitae Sanctorum Siculorum. Panormi, 1657, 2 voli. 

Areh. Star. Sic, N. S., Anno XXXV. 3 



34 I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 

Pirri (1) e Giovanni di Giovanni (2), in ispecie nei riguardi 
della Storia Reli«rio.sa , si occuparono di cpiesti secoli , ap- 
portando alla loro conoscenza contributi non spregevoli ; il 
primo però a trattarne largamente fu Michele Amari nel 
primo libro della sua classica Storia dei Musulmani di Si- 
cilia. 

Dopo di lui, un giovine tedesco, Bertoldo Reii)ricl), scrisse 
una dissertazione fondamentale sulla dominazione barbarica 
in Sicilia (3) , alla quale seguiva un tentativo di ricostru- 
zione storica, nel libro VITI del terzo volume della Storia 
dell'Holm (pp. 505-616) ; però di questi lavori che difettano 
ambedue per la forma frammentaria, quasi diaristica, della 
narrazione, il primo, che è anche un po' invecchiato, è 
tutt'altro che completo per quel che riguarda il materiale, 
mentre il secondo, più che una storia, è una pregevolissima 
raccolta di materiali riguardanti in ispecie, la storia econo- 
mica ed amministrativa , cui è data una parte preponde- 
rante ; ma da essi non si è ricavato tutto quell' utile che 
se ne potrebbe (4), ne 1' autore s' illudeva di aver fatto da 
questo lato opera completa (5). 

Preziosa è , sebbene alquanto prolissa , la Storia della 
Chiesa in Sicilia nei primi dieci Secoli (2 voli., Palermo, 1880, 



(1) Sicilia Sacra. Panormi, 1733, 2 voli. 

(2) Codex Siciliae diplomaticus. Panormi, 1732, voi. I. È il solo pub- 
blicato di quest'opera molto ben fatta che, per raeschinissima invidiuzza 
municipale, non andò a genio al Can. Mongjtoue il quale la perseguitò 
insieme all'autore che non potè così scrivere quella Storia Ecclesiastica 
di Sicilia, del cui valore sono prova le poche bozze più tardi pubblicate. 
Del Di Giovanni e della lotta da lui sostenuta vedi: Domenico Scinà , 
Prosp. d. Stor. leti, di Sic. nel sec. XVIII, t. I, pag. 260 segg. 

(3) De Sicilia insula sub regno osthrogothorum Italico, dissertatio inau- 
guralis hist. Vratislaviae, 1875, pp. 40 in 16, 

(4) Cfr. quanto su ciò dice nella prefazione all'ed. Ital. (pag, XIII-XIV) 

il Prof. G. KiRNER. 

(5) « Certamente, Egli dice a p. XXIII della prefaz. , molto resta da 
fare ancora per l'età di cui si parla in questo volume (il III) e ciò vale 
in modo speciale pel libro IX...». 



I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 35 

84), di MoDS. D. Lancia di Brolo, opera condotta quasi sem- 
pre con quella critica sana e diffidente che sola può por- 
tare a buoni risultati, in una materia così difficile. 

Buonissimi elementi sulla Sicilia Barbarica e Bizantina, 
più che dalle Storie generali dell' alto medioevo Italiano , 
che se ne occu[)ano, come è naturale, solo fuggevolmente (1), 
si possono ricavare da alcune memorie che in tutto (2) od 
in part« (3) trattano argomenti relativi all'Isola in quest'e- 
poca. Poco utili, contrariamente a quel che si potrebbe a pri- 



(1) Vanno ad ogni modo sempre consultate con profìtto oltre la bella 
opera di G. Romano, Le dominazioni Barbariche. Milano, Vallardi; Tho- 
mas HoDGKix , Italy and her invadere. Oxford, 1893-96; ed Hartmann, 
Geschichte Italiens in Mittelalter. I Band. Das Italienische Konigrei^che. 
Leipzig, 1897 , II Band , 1° Hàfte. Eomer vnd Longobarden bis sur thei- 
lung Italiens. Leipzig, 1900. [Sono anche pubblicate la 2* p. del 2. voi. 
(Gotha 1903) e la 1« del 3. (Gotha 1908)]. 

(2) Si trovemnno citati a suo luogo. Qui noto : 

A. Pa RISOTTI , Dei Magistrati che ressero la Sicilia dopo Diocle- 
ziano, in Studi e Doc. di St. e di Dritto, voi. XI. Roma, 1890. 

F. Gabotto , Eufemio ed il movimento separatista neW Ital. Bis. 
ne «La Letteratura». Torino, 1890. 

A. Rossi , Delle cause della sollevasione di Eufemia contro la do- 
minaz. bis. della Sicilia. Rend. dei Lincei, 1904, Roma. 

(3; Cipolla C, Della supposta fusione degli Italiani coi Germani etc. 
Rend. dei Lincei, 1900. — Cantarelli L., Sulla diocesi Jtaliciana da Dio- 
cleziano alla fine deìVimp. occid., in Studi e doc. di St. e di Dir., voi. XXII, 
XXIV. Roma, 1901-903. Diehl Ch., Études sur V admini-ttration byzant. 
dans Vexarrat de Ravenne (568-751), (in Bibl. des Écoles d'Athéne et de 
Rome, fase. 53). Paris, 1889.— Eiusd, Justinien et la civilisation byz. ott^ 
VI^ siede (in Mon. de 1' art. byz. pubbl. ponr les auspices du ministre 
de l'instr. pubbl. et des beaux arts). Paris, 1901.— L. M. Hartmann, Un- 
tersuchungen sur Geschichte der bysantinischen tenvolting in Itahen f540- 
750). Leipzig, 1889, 8., p. 182.— Th. Mommsen, Ostgothische Studien (in 
Neues Archiv XIV (1889), pp. 223-249; 451-544; XV (1890) 181 86).— G. 
Salvigli, Sullo stato e la popolazione d' Dalia prima e dopo le invasioni 
barbariche. Atti d. R. Acc. di Se. lett. ed Arti di Palermo . serie III , 
voi. V. Palermo, 1899. 



36 I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 

ma vista supporre , sono due ampi, ma superficiali volumi 
(li uno studioso francese : F. Martroye (1). 

Manca quindi tutt'ora uno studio possibilmente comple- 
to, in cui la ricostruzione storica degli avvenimenti e delle 
condizioni dell'isola in quest'epoca, così notevole specialmente 
per l'agitarsi di passioni religiose, sia fatta con proporzio- 
nale e conveniente svolgimento, senza che sia affogata fra 
inorganiche rassegne riguardanti la storia Economica, am- 
ministrativa, religiosa che sebbene sono parti indispensabili 
della ricostruzione, non sono tutta la ricostruzione stessa. Per 
questo stimo che non debba riuscire del tutto inutile il pre- 
sente lavoro in cui, tenuto conto dì un materiale molto ricco, 
ho ricostruito i fatti mettendo in evidenza quello che mi 
è parso il loro nesso storico. 

Potrà notare , è vero , qualcuno una certa sproporzione 
di alcune parti, ma nessuno, mi auguro, vorrà esser troppo 
severo a questo riguardo , ove consideri la novità dell' ar- 
gomento non ostante la quale, ho talvolta escluso dal testo 
la discussione delle testimonianze degli antichi e dei pareri 
diversi dal mio , riservandola alle note, per non inceppare 
soverchiamente la narrazione dei fatti. In questo ho dovuto 
però essere molto parco, essendo le note già troppe , dato 
il numero rilevante dei passi che delle fonti ho riportato, 
numero che credo non parrà soverchio a nessuno, giacché 
una relativa larghezza di questa parte non mi potrà venir 
rimproverata, qualora si pensi che le fonti in parola sono 
edite in massima parte in ampie collezioni, che non sempre 
e dovunque il lettore può trovare a propria disposizione. 



(1) L'occident à Vépogue bys. Goths et Vandales. Paris, 1904, pp. 62 
in 8. — Genserie la conquéte Vandale en Afrique et la destruction de l'em- 
pire d'ove. Paris, 1907. Non è poi neanche a parlare di un breve articolo 
di G, F. Garofalo (i Vandali in Sicilia. Riv. di St. Ant. Padova, 1903) 
e di un libro del Prof. Enrico Loncao (Stato, Chiesa e famiglia in Si- 
cilia dalla caduta delV Impero Romano al regno Normanno. Parte I: Van- 
dali e Goti. Palermo, 1904), del tutto privo di quel rigore di metodo che 
8i richiede. 



I BARBARI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 37 

Negli ultimi capitoli ho infatti risparmiato di riportare i 
passi di Procopio su cui può dirsi che la uarrazione s' im- 
pernii, data la facilità, relativa, con cui ognuno può pro- 
curars-i le sue opere in buona edizione. 

A proposito di fonti, osservo anzi che non ho premesso 
al lavoro , come ottimamente suole farsi , una discussione 
sul loro valore , fatica che ho creduta esorbitante dal mio 
compito, perchè avrei dovuto esaminare e dar giudizi gene- 
rali su scrittori i quali quasi sempre (ad eccezione forse di 
Procopio ed, in parte, di Teofane) interessano la Sicilia per 
qualche rara notizia. Del resto, ogni volta che se n'è pre- 
sentata la necessità, ho discusso del valore da accordare nel 
caso speciale alle varie testimonianze. 

Dei nomi locali e di quelli Barbarici ho sempre ripro- 
dotto la forma latinizzata, quando essa esiste negli antichi 
autori, come quella che , naturalmente , si avvicina di più 
alla nostra lingua. Quando manca però tale forma ho ripro- 
dotto i nomi con la grafia della lingua loro originaria (l). 

Molto ho, di proposito, abbreviata la parte riguardante 
la costituzione politica ed amministrativa dell'isola, privan- 
dola pressoché di ogni apparato critico. Trattandosi di un 
argomento studiato fin qui da molti, e bene, anche perchè 
rientra nelle sue linee ])rincipali nell'orbita della Storia Ge- 
nerale,, ho stimato inutile riprodurre il processo critico per 
cui si è pervenuti alla ricostruzione sicura, contentandomi 
di riferire questa, nel modo piìi chiaro e più semplice che 
mi è stato possibile. 

La ricostruzione storica che qui presento, mi auguro che 
possg, se non altro, facilitare quel lavoro di integrazione delle 
future scoperte archeologiche , al quale è riservato di for- 



(1) Tale questione formale, cercò anche di risolvere, per i nomi lo 
cali di Sicilia, I'Holm. È certo che non è giusto usare in Italia ad esem- 
pio Kyme invece di Cuma , Hodovakar invece di Odoacre ; come non è 
ugualmente giusto usare Casmene invece di Kasmenai, Ebrimud invece 
di Ebremuth, non trovandosi questi nomi latinizzati nelle fonti. 



38 I BARBARI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 



nire nuovi elementi di verità. Con questo augurio io fini- 
sco non senza però ringraziare tutti coloro che durante il 
corso del lavoro ini hanno variamente agevolato, dei quali, 
per l'importanza degli aiuti da loro concessimi io ricordo, 
oltre il Prof. G. M. Oolumba per cui ogni mia parola di 
grazie sarebbe inadeguata, il Prof. Paolo Orsi che con cor- 
tese liberalità mise a mia disposizione appunti, fotografie e 
materiale inedito del Museo di Siracusa ed il Prof. Antonino 
Salinas che insieme ad alcuni disegni mi fornì preziose no- 
tizie in ispecie sulle zecche della Sicilia Bizantina. 



Palermo, il 25 Marzo del 1910. 



I BARBAUl ED I B1ZA^■TIN1 IN SICILIA 39 



CAPITOLO PRIMO 
Vandali e Goti. 

Ordinamento della Provincia. — Condizioni della Sicilia Romana. — Le 
orazioni contro Verre.— Strabone. — Primi tentativi di irruzioni. — Gen- 
serico e le sue invasioni. — Aiuti mandati dallMmp. Teodosio. — Suevo 
Ricimero. — Spedizione di Basilisco. — Marcellino. — Cessione dell' i- 
sola da Genserico ad Odoacre. — La politica di Genserico. — Il Lili- 
beo. — Il Regno di Teodorico. — Le Nozze di Amalafrida. — Malcon- 
tento c(mtro i Goti.— Spedizione di Belisario contro i Vandali. — Que- 
stioni diplomatiche tra Goti e Bizantini. — Rottura delle trattative. 

Verso la metà del secolo quinto, l'ordinauiento dell'Im- 
pero aveva già subito, come è noto, delle grandi modilSica- 
zioni in seguito a due av^'eTJimenti di notevolissima im- 
portanza : la nuova costituzione inaugurata da Diocleziano 
e completata da Costantino nel 330 d. Cr., e la divisione, 
questa volta definitiva, del potere, ed, in effetti, anche del 
territorio, tra Arcadio ed Onorio, dopo la morte di Teodo- 
sio (17 Gennaro 395). 

L'impero era diviso, amministrativamente, come ognun 
sa, in quattro prefecturae^ una delle quali, V^l prefectura Ita- 
ìiae^ constava di tre diocesi : Africa, Italia ed lllyricum oc- 
cidentale. 

La diocesi d'Italia era a sua volta divisa in due vicariati: 
quello di Mediolano, da cui dipendevano la parte nord della 
penisola, e quello di Roma sotto cui stavano i governatori 
(conaulares) delle dieci /trovinciae Huburhicariae cioè: Cam- 
pania, Tuscia ed Umbria, Piceno suburbicario, Sicilia, Pu- 
glia e Calabria, Bruzio, Lucania, Saunio, Sardegna, Corsica, 
Valeria. 

La posizione amministrativa della Sicilia, risulta da que- 
sto, chiara ; v'erano poi nell'isola un rationalis sumìnarumy 
che dovea raccogliere dai municipi le ini[)oste e versarle 



40 1 BARBARI ED l BIZANTINI IN SiriLIA 

uelle cjisse dello stato; un procurator rei privatele, rappre- 
sentante dell'amministrazione dei beni imperiali, ed un pro- 
curator di una fabbrica di ])()rpora (batta) di Siracusa, di- 
pendente dal Comes sacrarum largitioniim della capitale , 
specie di ministro delle finanze. 

I Municipi continuavano ad esser liberi , con lo stesso 
reggimento di prima, sul quale dovrò intrattenermi anche 
appresso; essi rispondevano al rationalis summarum dell'e- 
sazione delle imposte (2). 

Nulla, o quasi, sappiamo delle vicende della Sicilia nel 
sec. IV. Essa del resto figura molto poco nella storia in 
quasi tutto il tempo in cui fu provincia Romana, in ispecie 
dopo Augusto. 

II Cristianesimo, introdotto, pare dopo la metà del I se- 
colo dell'impero (1), in questo periodo prese ampio sviluyipo 
insieme ad alquante forme delle primitive eresie le quali 
trovarono anzi in Sicilia, un terreno molto adatto per dif- 
tondervisi e ciò , sicuramente, a causa della vicinanza del- 
l' Africa , ove in (piel tempo sorsero e prosperarono molte 
riforme religiose. 

Delle condizioni economiche dell' isola nostra in quel 
tempo Don può dirsi molto ; è ad ogni modo certo però , 



'1) Fonti per l'ordinamento dell'Impero in quest' epoca sono oltre la 
iuìportantissiuia : Notilia dignitatum omnium tam civilium guani milita- 
rium in partibus Orientis et Occidentis (ed. Otto Seek-Berol, 1876), il Ce- 
dex Theodosianm (ed. Mommsen Berol. 1906) ZosiMO {hist. nov., Il passim). 

Tra i moderni cfr. Holm, S. d. S., Ili, p. 476 e segg. Hartmann, 
G. 1., II, p. 1, pag. 20, 32. Hodgkin, Italy and her im^adera. Oxford, 
1893, voi. I, pp. 594-634 (p. 2«). 

(2) Ormai è concordemente rigettata l'opinione secondo la quale S. Pie- 
tro, avrebV)e mandato in Sicilia, poco dopo aver fondato la chiesa d'An- 
tiochia, (39 d. G. Cr.) i vescovi Marciano e Pancrazio. Vedi in proposito 
Holm, S. d. S.j pag. 437. Amari, Musulmani di Sicilia^ I, 16. Schultze, 
Archilelog. Untersuchungen, p. 143. 

Argomento di grande peso è nella questione il fatto che S. Paolo nella 
descrizione del suo viaggio verso Roma {Atti d. Apost., XXVIII, 12) non 
parla di « fratelli » trovati a Siracusa, 



1 BARBARI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 41 

che esse non fossero tanto meschine come suole comune- 
mente credersi. 

Le (iesolanti descrizioni che i moderni storici, qualcuno 
anche dei viventi, hanno ricostruito sullo stato della Sicilia 
durante il dominio Romano, hanno ormai fatto il loro tem- 
po ; le orazioni contro Verre , fonte principale per la co- 
noscenza dello stato economico dell' isola a quel tempo , è 
ormai comunemente ammesso che risentono del vizio ori- 
ginale di memorie giudiziarie, come si direbbe oggi, nelle 
quali i fatti debbono per necessità essere esposti nella ma- 
niera che più conviene agli interessi del difeso (1). 

A chi conosce poi quanto, per necessità di condizione , 
sia di solito querulo e piagnucoloso il colono , non potrà 
sfuggire come la prima esagerazione, i fatti, l'abbian dovuta 
subire per oj)era delle vittime stesse del pretore, le quali 
li presentiivauo certamente a Cicerone, che raccoglieva gli 
elementi d' accusa sotto una luce tutta speciale a loro fa- 
vorevole. 

Si noti poi che le « Verriuae » si riferiscono ai primi 
secoli dell'epoca Romana, e, per giunta, al periodo temi>e- 
stoso delle guerre civili, di cui le provincie non potevano 
non risentir le conseguenze. 

Né maggior valore ha la pretesa prova dello squallore 
dell'Isola che si vuol comunemente vedere nella Geografia 
di Strabone, ove son nominate pochissime località della Si- 
cilia e son passate in silenzio nella periegesi, grandi di- 



(1) Ne convenne in parte anche Adolfo Holm : « Toratore Ro- 

« mano si è dato a conoscere per un avvocato al quale, in generale, poco 
« importa la verità dei singoli fatti né per il tempo suo , né per il pas- 
«sato», pag. XXII della pref. (voi. Ili, p. 1). 

Su Verre, oltre i lavori del Mommsen, di Gastone Boissier, e quello 
fondamentale dello Crelinschi, si veda il recente libro di Guido Festi, 
C. Verre nella vita pìibblica e prillata. Verona 1906, in cui si sostiene che 
Verre non fu uè più c-oi:otto né più crudele degli altri suoi concittadini 
e che Cicerone, vuoi per ambizione , vuoi per porre un freno alla rapa- 
cità dei funzionari se non inventò i capi d'accusa, caricò ad arte le tinte. 



42 I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 

Stanze. Strabene, come confessa verso la fine del sno lavoro 
egli stesso, s'ispira al principio di ricordare i luoglii i)iìi 
noti (XVII, 3, e. 829), quindi la sua brevità non può venir 
interpretata come un se<^no della decadenza dell'Isola. Esi- 
stono d'altro canto opere corografiche contemporanee e po- 
steriori che nominano numerose località abitate ; oltre gli 
Itinerarii, basta ricordare Plinio, che volendo fare una «sta- 
tistica geografica » seguiva un metodo opposto a Strabone (1). 
Non può certamente dirsi che la Sicilia sotto i Romani 
abbia attraversato un periodo di gninde prosperità, ed era 
naturale, perchè, perduta bruscamente la sua autonomia, 
il contraccolpo del grave fatto politico dovea necessariamente 
farsi sentire nella sua vita economica sulla quale dovettero 
letalmente influire le guerre servili ed.il brigantaggio, can- 
crena dell'Impero. Non può negarsi però che 1' agricoltura 
non era tanto decaduta come comunemente si crede, ne può 
dirsi che erano completamente finite le industrie ed i com- 
merci poiché la pretesa prova ex silentio qualora anche esi- 
stesse effettivamente (1), ricavata dagli scritti che possedia- 
mo, che non son tutti, è tutt' altro che decisiva (2). Scate- 



ni) Cfr. COLUMBA, La tradizione {jeografica deW Età Romana, in Atti 
del II Congr. Geogr. Ita!., Roma, 1896, in isp. pag. 521. 

(2) A chi esamina sen/.a preconcetti la questione, non potrà sfuggire 
il valore delle testimonianze relative alla navigazione ed ai commerci di 
minerale (allume) che si hanno per la «Sicilia Fretense ». Su di esse 
non mi diffondo essendo torse già troppo lungo questo excursus »ii\\g con- 
dizioni della Sicilia Romana , noto ad ogni uìodo che è importante per 
questo riguardo la descrizione di Diodoro (V. 8-9) della prosperità di 
Lipara «su oni mostra (come dice il Columba, I Porti della Sicilia, Ro- 
ma, 1906, pag. 85 estr.), di avere informazioni personali dirette ». 

(3) B. Reiprich, d. S. T., pag. 7 crede con opposta esagerazione che 

€ Priusquam Vandali mare medium redderent infestum, insulam sem- 

per gloria quadam floruisse » e cita come dimostrazione i seguenti 

versi di Aurelio Prudenzio, (ed. Migne, P. L., p. 255) : 

Re.spice, num Libjci desistat ruris arator 
Frumenti onerare rates et ad Ostia Tibris 



1 BARBARI ED 1 BIZA^'T1NI IN SICILIA 43 

natasi però la bufera Vandalica, questo stato di cose muto, 
né poteva avvenire altrimenti in un periodo di circa mezzo 
secolo in cui più volte la Sicilia fu percorsa da bande de- 
predanti , che ne sconvolgevano la vita , arrecando danni 
alle città ed alle campagne e distraendo dalla loro attività 
i cittadini. 

La prima vera incursione avvenne nel 440 e ne fu duce 
Genserico che aveva da poco conquistato Cartagine. 

Prima di allora però, altre volte i Barbari erano com- 
])arsi nelle spiagge Siciliane ; a non voler parlare di quei 
Franchi che sotto l' impero di Probo (276 282) presero con 
alcune navi predate, Siracusa, facendovi bottino (1), vanno 
ricordati il tentativo infruttuoso di Alarico nel 410, e i sac- 
cheggi compiuti da alcuni pirati nel 3,38. 

Dopo la presa di Roma, Alarico scese , saccheggiando , 
per i paesi dell'Italia meridionale, le cui popolazioni fuggi- 
vano atterrite davanti alle sue orde , cercando salvezza in 
Sicilin. Tra i profughi ci sarebbero stati S. Ruffino d'Era- 
clea, e poi S. Melania la giovane , con la madre Albina e 
lo sposo Pinciano, ricche e sante persone le quali, venduti 
i loro beni , vivevano tìu dal 407 vita monastica , coi loro 
vassalli, in Calabria. 

Grande era il terrore dell' isola in questi momenti ; le 
popolazioni del Peloro in ispecie , vivevano con la paura 
continua che il Barbaro duce si decidesse a passare lo stretto, 
ripetendo quelle stragi che, come narra con la sua prosa 
enfatica S. Ruffino, si erano compiute quasi sotto i loro oc- 



Mittere triticeos in pastum plebis acervos ; 
Numne Leontini Lilybaeo ex littore cynibasf 

Cita anche Salviano, De yubernatione Dei (P. L. del Migne, pag. 122Ì, 
anche in M. G. H., Auct. antiqtmsimi, 1, p, I. 

(1) Cfr. ZosiMO, I, 67-71 ; Edmen., Paneg. Const., 18. 

Flavio Vopisco , {Aurei. 18) parla di ciò ma senza ricordare ohe si 
tratta di Franchi, e che la città depredata fu Siracusa : fatto quest'ultimo 
che non può non sorprendere se è vero ch'egli sia nativo di questa cittù. 



44 1 BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 



clii, il Reggio, le cui rovine si erano vedute fianiujeggiare 
da Messina (1). 

Ed Alarico mosse in effetti verso 1' odierna rada di Ca- 
tona ove era la stazione d'imbarco per la Sicilia chiamata 
<v la stazione ad f return ad statuam » a causa di un' antica 
statua lì vicino esistente (2), ed, apparecchiatosi al tragitto, 
imbarcò alcuni dei suoi. 

Scatenatasi una tempesta però, le barche avventuratesi, 
secondo dice Prisco , pei malsicuri paraggi di Oariddi (3) , 
affondarono, e con esse i iyoti che perirono miseramente (4). 



(1) Cfr. S. Rufino, Opere, in P. L. del Migne, t. XXI. S. Ruliiio aiu- 
tato (la Pinciano e dagli scrivani Donato ed Ursanio , raccolse . tradu- 
cendo dal greco in 28 omelie, tutto quello che rimaneva di Origene, sul 
libro di Mosè. 

(2) Cfr. G. M. Colomba , / Porti della Sicilia (in Monogr, Stor, dei 
porti dell'Itiilia insulare pubblicata a cura del Min. della Marina. Roma, 
1906) pagina 73 estr. Questa stazione è ricordata in un'iscrizione del ()22 
di Roma che trovasi « Pollae, in caupoua ad viam publicam » (Mo.mmsen) 

essii dice: « Jiince sunt ad fretum ad statuam [meilia] ccxxxi... >■'. 

Cfr. C. I. L. X 6*J50. Di una colonna Reggina parlano diversi antichi 
autori fra gli altri: Strabone, III, 5 e. 171; VI, e. 257; Itin. Provine. 
p. 46 (ed. Parthey). Plinio, N. H., Ili, 71, 73, 84. Essa era tra Caimi- 
tello e Punta Pezzo (Cfr. Columba, toc. cit.) ed è altra cosa dalla statua. 
Cfr. anche G. Grasso , lo SKYAAAKION 'OPOS di Appiano etc in 
Pit\ di St. Ant., a. XII (1908) , pag. 22, e dello stesso, pag. 152 della 
memoria « Lo stretto di Messina » edita dal Pbof. C. Berta cchi, in Arch. 
St. Sic, a. XXXI V, dopo la morte dell'Autore perito nel disastro del 
28 Dicembre 1908. 

(3) Probabilmente la notizia di Prisco, non ha però importanza topo- 
grafica , avendo forse detto Cariddi a caso per dire lo stretto , identifi- 
cando così incoscientemente il celebre gorgo con tutto il « Fretum » come 
pare debba farsi. Cfr. l'articolo ult. cit. del Grasso, pag. 146. 

(4) « Memor etiam illius acceptae sub Alarico cladis cum in Si- 
ciliani Gothi transire conati, in cospectu suorum miserabiliter arrepti et 

demersi sunt ». P. Orosii, VII-43. — « Gothi inde, conscensis na- 

vibus, cum ad Siciliani exigno ab Italia freto divisam^ transire dispone- 

rent, infesto mari periclitati multum exercitum perdiderunt ». Isidori 

lUN., IJist. Wandalorum, s. a. — « Deinde (Gothi) per Campaniam Luca- 
niam, Britiamque simili strage bacchantes, Regiun) pervenere in Siciliam, 



I BAllBABl ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 45 

E l'isolii fu per questa volta salva, perchè, essendo morto 
di lì a poco Alarico, i Visigoti non ritentarono più 1' im- 
presa. La fantasia popolare ancor tutta piena delle imagi- 
nose leggende pagane, non volle attribuire il mancato tra- 
gitto dei barbari a questo naufragio ; e preferendo alle cause 
tìsiche, che non l'appagavano , l' intervento diretto del so- 
vrannaturale , creò allora la leggenda che la statua posta 
sullo stretto , avesse miracolosamente vietato il passaggic» 
di quelle orde (1). 

Motivo non perfettamente nuovo questo di una statua 
che s'opponga all'avanzare di un condottiero (2). 

Nel 338, circa trent'anni dopo la morte di Alarico, una 



transfretare cupientes quo cum transiueare ascensis navibiis vellent, per- 
plessi naufragiura plnres suorum araisere ». Pauli Diac, Hist. Romana, 
XII-U(p. 174).-Priscus, apd. Snida v. XàpopSiq : Ilptaxo? de Xé^si 
xspì XapòpSscD?, :rapa7rXéooat Ss rÀjv StxsXiav zpò? r^ MsaaT^vij] xarà 
TÒv 7rop6jj,òv zr^Q 'IiaXiac, èv tpTrep ri XàpopSi?, 7rv£0{>.àT(ov èzika^óvzoìv 
Suaawv aòxoìc àvSpàai xatéSocav. 

(1) « ""'Oto tò PifjYtov \L-qzpÓ7zo'kÌQ èoTi f^c BpsTTtac è^ oh o tatopc- 
7tò(: 'AXàpixov sTcl SixeXiav (3ooXó{i£Vov irspaicoG-^vat èizicr/rfìfivoLi. "A- 
YaXfia fàp (prini tsTeXsojiévov taTà|JLSvov sxcoXoas ttjv Tuspattoatv. Teté- 
Xsaxo Ss, w? [Xo6oXo7st Tcapà twv àp/at(ov àitozpÓTzaióv zs. zoù arò zfi<; 
AltvYjc Tropo? xal jrpò? xwXoatv ;rapóSov òià 6àXàooYjc pappàpoov. 'Ev 
Yàp Tcj) SVI ;to§l Tuòp à%oi[nf]Tov sTÒY^^avs %aì èv z(f Itépcp oSwp àSià- 
(fi6opov. 05 xataXoGévTO? oatspov sx ts zob AiTvatoo xopò? xal ex twv 
PapPàpwv pXàpa? t^ StxsXta sSé^ato. KaTéaTstliE §è tò ocYaXjia 'AaxXii]- 
TCto? ó Twv EV EtxsXtoj XTY]{i.dT(ov KcDvaTavTioo xal IIXaxt§ta<; StoixYjnji; 
xaraoTàf;. Olympiodori, fr. 15 in F. H. G., voi. IV, p. 60. La distruzione 
della statua adunque avvenne, secondo Olimpiodoro, al tempo di Plaei- 
dia e Costanzo e più precisamente, secondo un calcolo di Mons. Lancia 
DI Brolo (op. cit., I, 222), tra il 1" Gennaio 417 ed il 2 settembre 421, 
probabilmente nei sette mesi del 421 in cui Costanzo fu Imperatore. 

(2) Nel menologio dell'Imperatore Basilio, si legge che Malsama, duce 
dei Musulmani, non potendo espugnare Costantinopoli, chiese ed ottenne 
di entrarvi per vederla , ma fu arrestato per virtù di una statua della 
Madonna posta in una nicchia sulla porta. Ritornato indietro perì nel 
mare Egeo per una tempesta. Cfr. Bernini, Storia delle Eresie, II, 340. 



46 I BARBARI KD 1 BIZANTINI IN SICILIA 

bai)(la (li pirati si presentò in Sicilia, devastandola, non 
certo molto crudelmente, come è lecito argomentar»^ dalla 
fugace notizia che ce ne han conservato' soltanto due fra 
1 cronograti di questo periodo (1). Con questa irruzione si 
chiude la breve serie dei primi tentativi sporadici ; le in- 
cursioni sistematiche, per così dire, e periodiche, cominciano 
infatti, come ho già detto, due anni dopo : nel 440 ; di esse 
mette conto di esaminare minutamente i particolari , per 
vedere quante veramente furono ed il concetto i)<)ìitico al 
quale erano inforniate. 

A Cartagine , che avea da poco conquistata , Genserico 
allestì nua flottiglia per muovere contro l'isola, tra il finire 
del 430 ed i primi giorni del 440. L'imperatore, Teodosio II, 
cui giunse notizia dei preparativi del re dei Vandali , con 
editto del 24 Gennaio permise ai sudditi 1' uso delle armi 
«a difesa delle nostre terre e dei loro propri beni» (2). 

Riunendo gli elementi forniti da vari Cronografi (3) ri- 



(1) « Hoc quoque tempore iidein piratae niultas insulas sed precipue 
Sieiliara vastavere, Prosp. Aquitan., Chron. ad a. 438 ed. Roncali., pa- 
gina 661. Cfr. anche Pauli Diac, Hist. Boni.. XIII-12 (p. 199 ed. Droj^sen). 

(2) « Gensericus hostis imperi nostri non parvara classem de Kartha- 
ginensi portu nnntiatus est eduxisse , cuins repentinus excursus et for- 
tuita depraedatio, cunctis est litoribus formidanda», Valent. novella IX, 
Codex Theod., ed. Mommsen, voi. II, pag. 90. 

(3) « Valentiniano V et Anatolio coss. Ginsericus Siciliam graviter af- 
fìigit». Cassiodori , Chron. ad a. 440. « Gaisericus Siciliam depraedatus 
Panorraum diu obsedit, qui damnati a Catholicis episcopi» Maxiraini apud 
Siciliam Arrianorum ducis adversuin Catliolicos praecipitatnr instinctu et 
eos quoquo pacto in impietatera cogerent Arrianam, nonnuUis declinan- 
tibus aliquanti durantes in Catliolica fide consummavere martyrium » Hi- 
DAT. Lemicus, Chron. ad a. 440, n. 120 (M. G. H., XI, p. 28), « Ille (Gen- 
sericus) autem sacramenti religione violata, Carthaginem pervadit, Sici- 
liam depraedatur Panormum obsidet sacerdotes ecclesiae expellit, mar- 

tyres plurimos efficit, adversus quem Theodosius minor orientis imperator 
bellum preparavit , quod ad effectum non venit. Hunis enim Thraciam 
Illyricumque vastantibus exercitus Wandalorum e Sicilia revocatur et ad 
Defendendos Thraces, et Illyrianos transmittetur ». Isidori, Ist. Wand., 
p. 227 ed. Mommsen. 



I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 47 

salta elle Genserico, sbarcato in Sicilia, certamente presso 
il Lilibeo, <lopo aver preso questa città, assediò a lungo Pa- 
lermo, non sappiamo con quale risultato, dandosi quindi a 
perseguitare i cattolici, dei quali molti condusse in iscliia- 
vitìi, moltissimi uccise perchè non volevano convertirsi alla 
dottrina Ariana. 

Istigatore di siffatto provvedimento fu Massimiuo , ve- 
scovo degli Ariani Siciliani, e non come crede Mons. Lancia 
di Brolo , commettendo un anacronismo pel desiderio di 
scorgere immune la sua Isola da quest'eresia, capo «dei 
Goti Ariani che presidiavano la Sicilia (1) ». Questo Mas- 
simino, secondo un'ipotesi, che a me pare molto probabile, 
del Keii)rich, è forse quello stesso cbe discusse di Teologia 
con S. Agostino (2), né, forse, è diverso da quel Massimiuo, 
vescovo Ariano alla corte di Genserico, che appare in prin- 
cipio ad un libro di Cercai is vescovo (3). Delle persecuzioni 
di Genserico furono vittime, essendo stati ridotti in ischia- 
vitù, molti insigni prelati, fra gli altri Pascasiuus, vescovo 
del Lilibeo, uno dei più eminenti personaggi della primitiva 
chiesa Siciliana; e forse anche Mamiliano, vescovo di Pa- 
lermo con alcuni del suo clero : Eustochio, Proculo e Gol- 
bodeo, i quali dapprima furon condotti in Ischia vi tii in A- 
frica , quindi, fuggiti od affrancati dalla pietà dei fedeli, 
od anche venduti , andarono in Sardegna da dove passa- 
rono nell'isola di M. Cristo, vivendovi santamente (4). 



(1) Op. cit., l, 274. Di Goti in Sicilia nel 4+0 ancora non se ne parlava. 

(2) Vedi su ciò quanto si dice nel cap. seguente di questo lavoro. 

(3) « Cerealìs episcopi centra Maximinnni Ariannni libellus» in Migne, 
P. L., LVIII, col. 757. Cfr. Lancia, op. cit. I, 273. 

(4) Su S. Mamiliano si hanno poche notizie, raccolte con buona e guar- 
digna critica da Mons. Lancia (op. cit., 1, 276 seg. ), che si ricavano spe- 
cialmente dalle vite dei Santi suoi compagni ; vedi Bollandisti , t. V , 
sept. p. 48 ; t. VI, maii, p. 69. 

Nell'isola di M. Cristo, v'è tott'ora l'abbazia di S. Mamiliano, le cui 
reliquie sono a Sovano. Cfr. Bollandisti, t. V sept., p. 45. Forse com- 
pagne di martirio di S. Mamiliano furono S. Ninfa e S. Oliva. Il nome 



4<S 1 BAKBAKl ED I BIZANTINI IN SICILIA 

Da questo fatto potrebbe ricavarsi die l'assedio di Pa- 
lermo sia stato coronato di successo o forse clie Genserico 
lo abbia tolto do[)o una eventuale consegua del Vescovo , 
datoli carattere prevalentemente religioso della persecuzione. 

Il racconto quale risulta dalla tradizione delle fonti , è 
certamente attendibile per quel che riguarda la cronologia 
ed il succedersi degli avvenimenti ; bisogna invece non ac- 
cettare completamente le notizie sulle persecuzioni dei Cat- 
tolici. Idazio Lemico, contemporaneo agli avvenimenti, è un 
accurato ricercatore «li testimonianze, ma è pur sempre un 
cattolico come S. Isidoro; è naturale quindi che essi, scrit- 
tori di opere polemiche, abbiano dovuto caricare un poco le 
tinte, onde apparissero ancor più esecrabili gli empì Ariani. 

È certamente probabile che molti umili fedeli abbiano 
dovuto perire sotto il ferro dei barbari in ispecie, io penso, 
quando opponevano resistenza all'invasione di qualche tem- 
pio, piuttosto che quando si ritìutavano di divenir Ariani. 
Ma il numero di tali vittime non mi pare che possa essere 
tale quale vogliono far credere i sudetti scrittori. Se vera- 
mente i Barbari , avessero ucciso coloro che non volevano 
abiurare il Cattolicesimo, come spiegare che andaron salvi, 
come s'è visto, i più insigni prelati, né di alcun martire 
nel vero senso della parola parlino i menologi pur così di- 
ligenti I Genserico <lel resto , secondo riconosce il Lancia , 
che pur crede gravissime le i^ersecuzioni del 440 (1), si li- 



Goboldeo equivalente a Quod vnlt Dens è tanto comune presso i primi cri- 
stiani, che lo ebbero nove Vescovi di Africa. Cfr. M. G. H., t. Ili, I, 
p. 81. Dall'Africa passò in Sicilia. Cfr. Strazzulla , Museum Epigraphi- 
cum seu inscriptionum Cristiaiiarum quae in Syracusanis Catacumbis re- 
pertae sunt Corpusculum. Pauormi 1897. (Doc. per servire alla St. di Sic. 
pubblicati dalla Soc. di St. Patr., serie III, voi. Ili) , n. 428. Salinas , 
Not. d. Scari, 1893, p. 338-342. Su Eustochio e Golbodeo vedi De Rossi, 
Bull. d'Arch. Crist., 1887^ pag. 99; per l'isola di M. Cristo, rifugio di 
eremiti , si vedano i cenni di Pietro Vigo , / porti delle isole Toscane 
(in Monogr. Storica dei porti cit. Roma , 1906). Qui è citato un lavoro : 
A. F. Angelelli, L'abbazia e Visola di M. Cristo. Firenze, 1903. 
(1) Op. cit., I, 271 seg. 



J BAKBAKI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 49 



raitava « a persej^iuitare e deportare il clero e proibire l'e- 
sercizio pubblico del culto cattolico , sperando che così il 
popolo si farebbe Ariano » (1). 

La devastazione dell'isola e le persecuzioni dei Cattolici 
durarono circa un anno, essendo i Vandali ritornati preci- 
pitosamente in Africa nello stesso 440 (2), sgomentati, co- 
me pare, dalla notizia che Sebastiano (3), genero di quel 
Bonifazio generale Romano dell'impero d'occidente, che ri- 
chiamato a Ravenna dall'Imperatrice Placidia, aveva ricu- 
sato d'obbedire e, secondo si diceva, per vendicarsi aveva 
invitato i Vandali dalla Spagna in Africa, e dopo se ne 
era pentito e li aveva combattuto , opponendo lunga resi- 
stenza ad Ippona (4). 



(1) Op. cit., I, 286, nota 1. 

(2) La partenza dei Vandali dal Rbiprich (op. cit., pag. 2) e dal Wie- 
TBRSHEiN (Geschichte der Volkerwanderung. Leipzig, 1880) era attribuita 
ai trionfi di Cassiodoro, bisnonno del celebre senatore , trionfi di cui si 
parlerà fra breve. Ma conoscendosi che l'attività di Cassiodoro si esplicò 
in modo preventivo più che repressivo sennatamente 1' Holm (p. 507) 
propose di ritardarla al 444, sebbene, essendogli sfuggito, non so perchè, 
il seguente passo di Prospero d'Aqditania, egli non abbia saputo dire 
quando e perchè Genserico abbia desistito dal saccheggiare l'isola. Quan- 
d'anche, come ha recentemente proposto il Martroye {Genserie la con- 
quéte Vandale en Afrique et la destr action de l'empire d'Occident. Paris, 
1907) la notizia di Prospero d'Aquitania dovesse ritardarsi al 450 (pag. 133) 
la partenza di Genserico sarebbe spiegabile pensando alla spedizione al- 
lestita da Teod(»8io, di cui fra breve. 

(3) « Valentiniano V et Anatolio coss. Ginsericus Siciliam graviter af- 
fligens, accepto Nuntio de Sebastiano ab Hispania ad Africam transeunte, 
celeriter Chartaginem rediit ratus periculorura sibi ac suis fore si bellandi 
perìtus recipendae Carthagini incubuisset». Prosp. d'Aquit., Chron., ad. 
a. 440. Cfr. anche Cassiodori, Chronogr. ad. a. 440 (p. 150 ed. Moramsen). 

(4) Procopio narra che Ezio, antagonista di Bonifazio, per rovinarlo, 
avvertì dapprima l' imperatrice che questi cercava di tradirla , quindi , 
pervenuto a Bonifazio l'ordine di venire a Ravenna, insinuò a costui che 
Placidia lo voleva attirare ivi per farlo assassinare. Da ciò la defezione. 
Tanto questa storiella che l'invito ai Vandali di venire (che è troppo si- 

Arch. Stor. Sic., N. S., Anno XXXV. 4 



60 t BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 

L'imperatore Teodosio li, inaiidò allora contro i Van- 
dali lina numerosa flottai cbe passò dalla Sicilia, la quale, 
come soleva spesso accadere a quei tempi, riuscì più di mo- 
lestia che di utilità, sicché dovette venir richiamata, tanto 
più che era necessaria la sua presenza altrove, nell'Illirio , 
minacciato dagli Unni (1). 

Dopo questa spedizione, sul numero dei duci della quale 
i Cronografi aon discordi (2), scorsero alcuni anni di tregua 
e di pace per l' isola , quando contro di essa , si ripeteron 
dei tentativi di conquista rimasti vani dapprima per opera 
di Oassiodoro , avo del celebre statista , il quale riuscì ad 
impedire a Genserico una nuova invasione prima che si 
recasse al sacco di Eoma (3). 

Nel 455, saccheggiata questa città, Genserico ritornò in 
Sicilia occupandola e vessandola , in ispecie quando volle 
rispondere col saccheggiare alcune terre dell'impero (4), alla 
richiesta dei due Imperatori Romani, di mettere in libertà 



mile all'invito di Narsete dei Longobardi) non sembrano però attendìbili, 
sul che vedi un articolo di E. Freemann , Aetins and Boniface in The 
Englisch historical Review, 1887, luglio. Cfr. anche Hodgkin, Italy, etc, 
voi, I (p. 2.), pp. 889-98. 

{1) Cfr. Tbophanes, Chronogr.^ ad. a. 441. Prospero d'Aquit. ad. a. 
441 dice « longis cunctationibus (se. duces) negotiuni diflferentes, Siciliae 
magis oneri quam Africae praesidio fuit». Isid. iun., loc. ult. cit. 

(2) Teofane ne ricorda cinque : Areobinda, Germano, Anaxilla, Inno- 
bindo, Acinteo ; Prospero invece i primi tre soltanto mentre Niceforo 
Callisto (1. XIV, e. 57) solamente due : Areobinda e Germano. Io non 
vedo la cagione della maraviglia mal dissimulata di alcuni storici per 
questo fatto , poiché mi par evidente che Areobinda e Germano , nomi- 
nati da tutte le fonti siano stati i due comandanti supremi, gli altri no- 
minati solo da alcuni, ufficiali superiori, dipendenti dai primi. 

(3) « A Vandalorum incursione Siciliam Bruttiosque armorum defen- 
sione liberavit » Cassiodoro, Variae, I, 4. 

^*) « è? TTjv SixsXiav ao6i(:. xal è? rrjv Tcpóootxov aòr^ 'ItaXEav 

8t5va(Jitv Sia7r£[i4'*[ievo<; Tràoav èSi^ov » Prisc, Fragm.^ n. 24 (H. G. F. 
Miiller, voi. IV, p. 102). L'aoStg va con molta probabilità riferito al ten- 
tativo represso da Cassiodoro. 



1 BARBARI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA M 

l'imperatrice Budossia, con le figlie ch'Egli portavasi in A- 
frica fra parecchie migliaia di prigionieri d' ogni condi- 
zione (1). 

E pare che non solo in quest'anno , ma anche nei suc- 
cessivi, il duce dei Vandali abbia continuato « al venir della 

primavera a manomettere la Sicilia distruggendo le città 

e conducendo prigionieri gli abitanti e predando quel 

poco sfuggitogli nelle precedenti scorrerie » (2) se pure que- 
sta notizia, un po' vaga, dataci da Procopio, non debba con- 
siderarsi come effetto di duplicazione e di confusione (3). 

È ad ogni modo certo però che Vandali se ne trovavano 
in Sicilia ancora nel successivo anno (455), quando contem- 
poraneamente l'occupava, con intenzioni bellicose, Marcel- 
lino, capitano ribelle dell'Imperatore d'Oriente. 

Contro i due nemici mosse allora in aiuto dell'isola, il 
patrizio Suevo Ricimero , capitano valoroso il cui compito 
principale era quello di osteggiare i Vandali affinchè non 
riuscisse quella spedizione che essi, con 60 navi, s'accinge- 
vano a condurre contro la Gallia e l'Italia. 

Sbarcato in Sicilia nel 456 , Ricimero , sconfisse i Van- 
dali presso Agrigento (4), e quindi , corrompendo i soldati 



(!) Cfr. Gregorovius, St. d. Roma nel M. Ero^ I, 154. 

(2) Procop., a. B. V., I, 5. 

(3) Date le perturbazioni dell' Impero in questi anni , son tanto pro- 
babili però tali irruzioni che il Reipeich (pag. 3) al quale sfuggirono le 
testimonianze citate di Procopio e di Prisco, è d'opinione che « fieri non 
potuit, quin Vandali in dies insolentiores evaderent ». Quale fosse il loro 
vero carattere si vedrà fra breve. 

(4) I3re|i7ts 8è xai tòv iratpixtov 'Péxijtsp è? t^v SixsXtav aòv atpatt^. 
Prisc., fr. 24, ed. Miiller (H. G. F., voi. IV). Rechimeris comitis circum- 
ventione magna multitudo Wandalorum quae se de Cartagine cum LX 
navibus ad Galliam vel ad Italiam moverat regi Theudorico nuntiatur 
occisa per Auctura». Idatids, ad. a. 456. 

Quid veteres enarrare fugas, quid damna priornm 

Agrigentini recolit dispendia campi 

Inde furiti quod se docuit satis iste nepotem 



52 I BARBARI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 

di Marcellino, lo debellò, costringendolo a rifugiarsi in Dal- 
mazia (l), ove pare che sia stato in quiete. 

Dopo questo avvenimento, se dobbiam credere a Prisco, 
i Vandali, anche questa volta, ritornarono a desolare la Si- 
cilia con una nuova invasione (461), di cui nessun partico- 
lare c'è rimasto (2), e che non è difficile sia anch'essa una 
duplicazione di qualcuna delle anteriori. 

Nella primavera del 468 parve , per poco , che la lora 
potenza dovesse aver tìne, con la poderosa spedizione che- 
le forze unite dell'impero d'Oriente e d'Occidente prepara- 
rono contro loro, composta, al dir di Procopio, di cui in que- 
sto caso deve ragionevolmente dubitarsi, da mille navi con 
centomila uomini d'equipaggio a capo della quale stava Ba- 
silisco fratello dell'Imperatrice Verina (3). 



Illins esse viri, quo viso, Vandale, semper 
Terga dabas 

Apollinaris SiDONii, Panegyr. Authemii Augusto dictum, II, vv. 26<)-70. 
(M. G. H., Vili). Negli ultimi versi si allude al suocero Vallia, vincitore 
dei Vandali, del quale si fa poco prima ricordo. 

Il nome di Ricimero trovasi ricordato in una « tabella aenea quadrata» 
ora al Museo di Berlino : SALVIS DD. NN. ET PATRICIO RICIMERE 
PLOTINUS EUSTATHIVS ve VRB PR FECIT (C. I. L. X, 2, 8072). Su^ 
questo Generale vedi fra gli altri : Cantarelli, Intorno ad alcuni prefetti 
di Roma (in Bull. d. Coram. Arch. Com. 1888, p. 194). Gregorovius, op. 
cit. , I, 171. La sua memoria è legata ad una chiesa che restaurò o co- 
struì sul pendìo del Quirinale e che è l'odierna 8. Agata super Suburram, 
ove fu sepolto. Cfr. Grisar, Roma alla fine d. Mondo Antico (Roma 1899), 
I, 1, pag. 160 seg. 

(1) MapxsXXivov t^Syj Tcpóiepov f^? '^ipo'^ àva^^copTJaavtoc 8tà tò 'Pe- 
7tt[jLépa TrapsXèoGai aòxòv f^v SovàjAea)? èGsXrjaavta, toò<; 7rape7coy.évoo<; 

aÒT(p Sxò6a<; ("^oav Sé èv itXétoTOK; àvSpàot) TuapaTcéiOsiv ^pVjji-aaiv 

Prisci, fr. 22. 

(2) FsCépiXD? BavSnjXcDV xat Maopoooitóv %krpo<; liti Si^wast 

xffi 'ItaXlac; xaì StxsXCac è'7rs(i7te. Prisci, loc. cit. 

(3) Procopio , d. B. F., I, 6. Le cifre che qui Procopio riporta me- 
riterebbero infatti una conferma. La loro esagerazione può anche rilevarsi 
dalla differenza tra esse e quelle molto modeste che dà delle spedizioni 
di cui fece parte. 



I BABBABI ED l BIZANTINI IN SICILIA 53 

Durante questa guerra , secondo una felice congettura 
•del Eeiprich , forse agendo dietro un piano prestabilito di 
accordo, Marcellino, che si era di già riconciliato con l'Im- 
peratore Leone (1), diede battaglia in Sicilia ai Vandali, 
sconfiggendoli (2) ; di lì a poco però egli stesso fu ucciso , 
non si sa bene se in Africa o in Sicilia (3). 

La spedizione contro i Vandali, intanto veniva a fallire, 
essendo Genserico riuscito ad incendiare parte della flotta 
imperiale , fatto che procurò delle gravi preoccupazioni e 
fama di traditore (4) all' inetto duce della spedizione : Ba- 
silisco, che, rifugiatosi dapprima in Sicilia (5), ritornò quindi 
a Bisanzio ove riuscì ad ottenere perdono dall'imperatore solo 
per intercessione della sorella : l'imperatrice Verina. Avve- 
nuta la pace , i Vandali rimasero forse nella Sicilia , che 
di lì a poco {pare in sul finire del 476) fu però ceduta da 



(1) MapxsXXtavòv tòte Aswv paotXeò? so [làXa tid-aasòcDV. Procop., 
loc. cit. 

(2) La notizia è data da Htdatius (n. 227, pag. 33 ed. Mommsen) ad. 
ann. 464 « Vandali per Marcellinnin in Sicilia coesi effugantur ex ea» e 
■con le stesse parole dalla Cron. di Fredegario (3f. G. H. Ber. Mer., 2, 
pag. 83). Il Reiprich (pag. 5) propose di mutare l'anno 464 in 468 anno 
in cui Marcellino era già riconciliato con l' Imperatoi'e , proposta che a 
me pare molto felice in ispecie perchè da un passo di Prisco (fr. 29) 
sfuggito al Reiprich, e che va riferito con molta probabilità al 468, ap- 
prendiamo che allora all'Imp. Leone « |v [istCov. ^povttSi tà èv XtxsXia 
ouveyOévta 7rotóou.svo<; ». ^'^ può alludersi alla spedizione di Basilisco 
•diretta contro l'Africa. 

(3) Le testimonianze degli antichi, non sono concordi su questo punto: 
Prosp. d'Aquit., Cassiod. {Chron. ad. a. 468) e PAnonimo Cuspiniano, 
(Chran., p. 232) dicono che Marcellino fu ucciso in Sicilia; altri invece 
(Marcellino, Procopio) in Africa. 

Il Reiprich inclina a credere vera quest'ultima versione, decisamente 
d'opinione conti-aria è G. Romano, {Le domiti. Barbariche , pag. 87). Io 
Btimo eh' Egli sia stato ucciso in Africa perchè mi pare più spiegabile 
la sostituzione del nome Sicilia, data la parte che Marcellino aveva rap- 
presentato nell'Isola. 
. (4) iMalcus in H. G. F., voi. IV, p. 8. Cfr. anche Reiprich, pag. 5. 

(4) Thbophanes, Chronoyr. ad. a. 468 (pag. 179 ed. Bonn.). 



54 I BABBA.K1 ED I BIZANTINI IN SICILIA 

Genserico ad Odoacre , mediante il compenso d' un annuo 
tributo, senza ciie se ne riservasse parte alcuna, come per 
errore s'è fin qui detto (1). 

Con questa cessione finiva quel dominio Vandalico sulla 
Sicilia che s'era affermato, come s'è visto, con non più di 
tre spedizioni ed una continuità, prossochè ininterrotta, di 
occupazione. Questo, a dir vero, non è il pensiero che co- 
munemente sì ha sulle incursioni di Genserico , le quali 
vengono considerate, in generale, come scorrerie incompo- 
ste di pirati barbareschi, negandosi l'esistenza di una vera 
dominazione Vandalica nell'Isola (2). 

Se però si esaminano i risultati cui sono fin qui perve- 
nuto nella ricostruzione, io credo che l'idea di un dominio 
Vandalico nella Sicilia non potrà escludersi. 

La prima incursione, quella del 440, non ha infatti nes- 
sun carattere di vera e propria scorreria ; essa s' inizia nel 
cuor dell'inverno, dura un anno, ed ha un fine prevalen- 
temente religioso : quello d' imporre alla Sicilia 1' Arianesi- 
mo (3). Questo solo fatto dovrebbe bastare a mettere in 
dubbio che Genserico considerasse l'Isola come una regione 
da bottino, il che vieue anche negato da quella continuità 
di occupazione che sorprendiamo nelle testimonianze stesse 
delle fonti che pure parrebbe che parlino di incursioni 
staccate. 



(1) Cfr. l'appendice C. La svista trovasi in Amari {Mus. d. Sic. , I , 
11) ed in Reiprich (p. 6) con identiche parole che svelano o una dipen- 
denza da fonte comune o, forse meglio, una dipendenza del secondo dal 
primo. È ripetuto l'errore da Ad. Holm, G. Romano, H. Grisar (I, 154), 
HoDGKiN (III, 127), E. LoNCAO etc. Evidentemente va esclusa qualunque 
ipotesi più o meno ingegnosa che si legava a questa fantastica riserva 
di una parte dell'isola. Cfr. Romano, op. cit. , p. IH; Loncao, Siato, 
Chiesa etc. Palermo, 1901, pag. 29. 

(2) Cfr. specialmente Holm, Lancia di Brolo, I, 268. F. P. Garofalo- 
in liiv. di St. Ani., VITI, p. 94. 

(3) È anche notevole il fatto che Gensprico durante la spedizione del 
440, si accinse a due assedi quelli del Lilibeo e di Panormo. Certamente 
s'egli fosse venuto per far bottino , avrebbe evitato siffatte perdite di 
tempo. 



I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 55 

Da S. Vittore Vitense (1) , apprendiamo del resto che 
Genserico concepì nn vero e proprio disegno politico sulla 
Sicilia; E^li infatti ci raccconta che alla morte di Valen- 
tiniano (455) il duce dei Vandali «obtinuit » oltre che tutta 
la provincia Africana, la Sicilia , la Corsica , la Sardegna , 
Ibiza e Maiorca, che difese con la sua abituale arroganza. 

Questo passo è stato messo in rilievo da parecchi scrit- 
tori ; però non se ne è ricavato quel lato nuovo della po- 
litica di Genserico eh' esso ci rivela. Pur nell' ultimo libro 
che si occupa di Genserico, ampia trattazione dovuta a P. 
Martroye (2), si continua a considerare le incursioni rivolte 
contro la Sicilia, come atti di pirateria \ravages) ponendole 
allo stesso livello di quelle dirette contro le spiagge d' I- 
talia e di Grecia (3). 

Dopo quello che ho fin qui detto , mi pare evidente 
che le incursioni rivolte contro la Sicilia debbano andar 
considerate come l'espressione di un vero e proprio domi- 
nio, concepito da Genserico su di essa fin dal 440, quando, 
per un anno. Egli ne fu vero pa<lrone, cercando, da sovrano, 
di imporre ai suoi sudditi la sua religione. Se per allora 
gli affari di Africa interruppero l' adempimento del suo 
piano, tuttavia, Egli non vi rinunziò, e si accinse nuova- 
mente all'impresa dopo la morte di Valentiniano, secondo 
la notizia dataci da S. Vittore e confermata indirettamente 
da Prisco che parla, come s'è visto, di una venuta di Bar- 
bari in seguito al memorabile sacco di Roma, cioè nel 455, 
venuta, questa, che per Genserico fu dunque guerriglia di 
conquista, do])o la quale i Vandali, come ho già più volte 



(1) Nella prima parte del passo cui è dedicato l'appendice C. 

(2) F. Martroye, Genserie la conguéte Vandnle en A/rique et la de- 
struction de Vempire d'Occid^nt. Paris, 1907 a pag. 162. Questo libro stu- 
dia l'opera di Genserico in ispecie riguardo alla Provincia Africana. 

Il Martroye vede soltanto nell'invasione del 440 come un primo passo 
per la conquista d'Italia, (pag. 182) che non credo però sia stata mai va- 
gheggiata dal duce dei Vandali. 

(3) Cfr. ad es., pag. 197, 199, 209. 



50 [ BARBARI ED I BIZAISTIiMI IN SICILIA 

osservato, non pare che abbiano del tutto posto (>ie(le fuori 
dell'Isola, fino al 468. 

Liì Sicilia, insieme alla Sardegna, alla Corsica ad Ibiza 
ed a Maiorca ricordate dal vescovo di Vita, per conquistare 
le quali il duce dei Vandali compì delle spedizioni, di cui 
ci è rimasta soltanto qualche vaga notizia (1), formò dun- 
que parte nel concetto politico di Genserico, di un impero 
che oltre la « Provincia Africana » abbracciasse le isole mag- 
giori del Mediterraneo occidentale. E quando nella prima- 
vera del 468 fu allestita la spedizione di Basilisco, mentre 
questi si riservava di colpire il cuore del nuovo impero di 
Genserico, un'altra schiera sotto il comando di Marcellino, 
moveva , come s'è visto, contro la Sicilia e la Sardegna ; 
fatto questo, di grande importanza perchè, senza ammettere 
la reale esistenza di un dominio Vandalico in queste isole, 
non potremmo spiegarci la presenza di schiere di Barbari 
in Sicilia ed in Sardegna proprio quando era minacciato 
così seriamente il loro maggior dominio , la cui esistenza 
dovea preoccuparli ben più di qualsiasi ricca impresa da 
pirati. 

Dopo la disfatta che loro inflisse Marcellino nelle due 
isole maggiori del loro impero, è probabile, come pensa il 
Martroye , che i Vandali non siano ritornati in Sicilia e 
quindi nel trattato del 476 con Odoacre, piuttosto che ce- 
dere un dominio che non più possedeva, il loro duce ab- 



(1) Della Sardegna si parla in Procopio, d. B. F. , I. 6 , quando si 
dice che Marcellino la riconquistò per conto dell'Imperatore, il che vuol 
dire che era già in potere dei Vandali, fatto che vien confermato dalla 
notizia dataci dallo stesso Procopio {B. K., I, 10) di un Godas, gov«'rna- 
tore di Sardegna. Delle altre Isole , per quel che so, non v'è cenno al- 
cuno, è molto probabile che però Genserico vi abbia fatto atti di domi- 
nio durante qualcuna delle sue numerose spedizioni verso le coste d' I- 
talia. La loro conquista del resto, sulla scorta di Vittore Vitense è an- 
che ammessa dal Martroye (p. 369) il quale , ini pare , ha meglio di 
ogni altro considerato , questo punto, sebbene non ne abbia avuta esatta 
e piena la visione. 



I BARBARI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 57 

bia « rinunziato, mediante iid tributo, ad ogni pretesa sul 
territorio di qiiest' isola che aveva precedentemente occu- 
pata/ (1). 

Certamente per Odoacre 1' acquisto della Sicilia fu di 
grande importanza per la sicurezza del suo nuovo regno 
Italico, per il quale l'isola, in mano nemica, sarebbe stata 
una minaccia permanente. Non ci è stato tramandato nes- 
sun avvenimento che riguardi la Sicilia durante il dominio 
di Odoacre, esiste solo in un papiro una concessione fatta 
dal Re al vir illustris Pierio, di grandissima importanza per 
la storia economica dell'isola ; di essa parlerò in seguito. 

Bisogna intanto venire al 491 per trovare nuovamente 
cenno della Sicilia; in quest'anno scese, come è risaputo, 
in Italia, Teodorico, in apparenza, perchè mandatovi dallo 
imperatore d'occidente Zenone, col titolo di Patrizio o go- 
vernatore , per scacciare Odoacre, ma in realtà per impa- 
dronirsene e tenerne personalmente la signoria (2). Per il 
senno diplomatico di Cassiodoro, nipote dell' antico libera- 
tore dell'isola e padre a sua volta dell'illustre ministro, la 
Sicilia passò in potere del duovo dominatore senza conqui- 
sta violenta (3). 

Il primo miglioramento che l' isola rivestì dal dominio 
dei Goti, fu la liberazione deffinitiva dalle molestie dei Van- 
dali, i quali, pur volendo dominarvi, non sapevano giammai 



(1) Op. cit., pag. 260. 

(2) Cfr. per lo svolgimento dei fatti : Hartmann, G. 1. , 11,1, 45. 
Gregorotius, op. cit,, I, 186 segg. 

(3) « Siculoruin saspicantium raentes ab ostinatione praecipiti deviasti, 
culpa lemovens illis, nobis necessitatem subtratens ultioni ». Variae, I, 
3. Questo Cassiodoro era stato comes privatarum e poi secretarum largi- 
tionum sotto Odoacre, ed era consularis di Sicilia quando venne in Italia 
Teodorico. Le sue pratiche per far passare incrueutemente l'isola ai Goti, 
gli valsero la nomina a corrector della nativa provincia dei Brutta e Lu- 
cania. Cfr. Variae, I, 3-4. Ben a ragione Adolfo Holm che dedica una 
lunga nota densa di materiali al solito non del tutto sfruttati, ai Cassio- 
dori , dice che « la loro storia è un frammento della Storia di Sicilia » 
.(pag. 511). 



58 I HABUAKI ED I BIZANTINI IN SICILIA 

fare a meno delle depredazioni, sicché può bene affermarsi 
che dopo il loro tentativo di impem «la decadenza pifi an- 
ticii era precipitata » (l). 

Il savio governo di Teodorico non tardò quasi per rea- 
zione a <lare benetiche conseguenze, per varie ragioni che 
saranno in seguito esanjiuate. 

Nessun fatto politico ci hanno tramandato gli storici 
come avvenuto nell'isola in questo temjK) , se nv eccettui 
un piccolo smembramento che diede modo ai Vandali di 
rimettere pacificamente piede in Sicilia. Essendo il Re dei 
Vandali Trasamondo , rimasto vedovo , chiese a Teodorico 
in isposa la sorella Amalafrida da poco vedova anch'essa. 
E Teodorico , donò alla sorella « attìnchè si accrescesse la 
reputazione di lei presso il popolo in mezzo al quale dovea 
vivere » (Holm) il possesso del promontorio Lilibeo , cioè 
della città, oltre a 1()00 nobili e 500 soldati (2). 

I confini tra questo i)ossedi mento ed il resto dell' Isola 
sottoposta ai Groti, secondo una iscrizione lilibetana, sulla 
cui autenticità ha espresso qualche dubbio il Prof. Oolumba, 
sarebbero stati distanti (piattro miglia dal Lilibeo (3). 



(1) Cfr. l'iinpiirtante luemoria di G. Salvigli , Lo stato e la popola- 
zione <r Italia prima e dopo le invanioni barbariche. Palermo, 1899, pag. 36. 
L' Illustre Prof. Salvioli è pero convinto che lo st^alo della Sicilia sotto 
il dominio Romano sia stat.o molt<» misero. 

(2) Procopio^ d. B. V., 8. Thkophanes, Chron. ad. a. 526 (p. 288). 
Evidentemente Aòoiov '^^ Theophanes deve emendarsi in A^Xu^aiov, ^^'r- 
rezione anche paleograficamente facilissima. Il passo è riportato alla 
nota 1 della pagina seguente. 

(3) L'iscrizione che ai tempi del Tardia (sec. XVIII^ serviva « di co- 
lonnetta alla scalinata laterale della chiesa parrocchiale di S. Matteo» a 
Marsala, fu invano cercata dal Mommsen, né miglior fortuna ho avuto io- 
in alcune ricerche compiute per mezzo dell'amico Ant. Fici. Essa direbbe: 

FINES 
INTER 
VANDA 
LOSET 



1 BARBARI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 59 

È appena necessario avvertire che in quest'occasi<M)e si 
parla di una vera e propria dotazione di dominio, e di ciò 
è prova decisiva l'accenno all'accresciuta potenza di Trasa- 
mondo, che si contiene in Teofane (1). 

Il possesso del Lilibeo, che i Vandali mantennero tino 
alla dissoluzione della loro potenza, è notevole perchè pro- 
prio allora (533) servì di pretesto a Giustiniano per iniziare 
la guerra contro i Goti onde toglier loro la Sicilia. 

11 buon accordo tra Teodorico ed i suoi sudditi non durò 
però tino alla fine del suo regno, che anzi , negli ultimi 
tempi, il re, che aveva sempre aiutato la Chiesa Romana, 
cominciò a staccarsene aiutando Ariani, Ebrei e Pagani. 

La causa principale di questo cambiamento, quasi re- 
pentino , di indirizzo politico, a me pare che debba ricer- 
carsi nel malcontento che produceva presso i Goti, la troppo 
palese benevolenza che il loro re dimostrava verso i Ro- 
mani, ed i suoi tentativi di far penetrare fra il suo popolo 
la civiltà Latina, ch'essi ritenevano « un attentato alla loro 
nazionalità » {%). 



GOTHOS 

mi 

e. I, L. X, 2-7232 (pag. 744). 

Certamente il sospetto di falsità non può dimostrarsi in modo iistu)- 
luto. Può ad ogni modo giovare nell' indagine , il confronto con alcune 
simili iscrizioni di Caltagirone, che sono sfacciatamente false. CtV. Per- 
ticone, Notizie della Gela Mediterranea. Catania, 1883. 

Quest'iscrizione segnante i confini , se mai fosse vera , non potrebbe 
evidentemente venir riferita a nessun altro periodo, essendo , come a' è 
dimostrato, fantastico risultato di un errore, quelP altro smembramento 
della Sicilia di cui parlano alcuni scrittori. Un' altra epigrafe in pietra 
lavica, rinvenuta a Catania , che si è comunemente considerata di que- 
st'epoca, non vi ha forse nulla a che fare. 

(1) èStópijoato 8è ttjv àSeX^v ©soSsptxo? xai tcbv èv StxeXio^ àxpo- 
tTjpitóv èv TÒ xaXoó{isvov Aóoiov (AiXópaiov) xai àjr'aÒTOD l^o^sv ó Tpa- 
oa(ioi)v6o<; TcàvTwv, twv èv Ai^óig PaotXeóoavtov xpàiaoov ts xai Suva- 
TwtaTOC. Theoph,, Chrou., ad. a. 526 (pag. 288). 

(2) Che i Goti ritenessero l'infiltrarsi della civiltà Romana uu atten- 
tato alla loro nazionalità, cui erano molto attaccati, può ricavarsi da var 



60 l BARBARI KD 1 BIZANTINI IN SICILIA 



li buon accordo si mutò in i strepi tosa rottura sotto il 
pontificato di Giovanni I (papa dal 523 ai 526); l'occasione 
fu offerta da un violento editto dell' imperatore Giustino 
in cui si ingiungeva che fossero chiuse le chiese Ariane e 
date ai Cattolici. Quest' editto pare sia stato promulgato 
per consiglio del nipote, erede presuntivo del trono , Giu- 
stiniano, che vagheggiava una restaurazione dalla potenza 
orientale , con la caduta dei Goti onde « mettere , dice il 
nostro Muratori, Teodorico in difficile situazione, pruducen- 
do dissìdi religiosi tra lui ed i sudditi » (1). Riuscì Giusti- 
niano nel suo intento , giacché Teodorico , avendo invano 
tentato di avere diplomaticamente ragione, nel Maggio del 
526 volle compensare le persecuzioni d'Oriente degli Aria- 
ni, con eguali provvedimenti contro i Cattolici d'occidente, 
sicché si rese odiato, per profanazioni e per vendette dete- 
stabili, fra le quali basti ricordare la morte di Simmaco e 
di Boezio. Il malcontento si fece notare anche in Sicilia, 
ove gli abitanti' si sollevarono , producendo dei disordini 
che furono solo sedati [)ei l'intervento dell'esercito di Ra- 
venna (2). 

Teodorico morì , lacerato dai rimorsi, il 30 Agosto del 
526, ed il popolo creò la leggenda che il suo corpo fu, dalle 
anim*^ irate di Simmaco e di Papa Giovanni, trasportato e 
lanciato nel cratere del vulcano di Lipari (3). 



fatti, registrati da Hartmann, G. /., I, 228 e 239, e vien uotato da pa- 
recchi fra cui dal eh, C. Cipolla , Della supposta fusione degli Italiani 
■coi Germani (Rend. dei Lincei, 1900), pag. 378, di cui sono le parole in 
corsivo. Nulla di strano quindi che per 1' attaccamento alle loro tradi- 
zioni, vedessero di mal occhio quella fusione di elementi progettata da 
Teodorico, di cui parlerò anche appresso. 

(1) Muratori, Annali, ad. a. 524. Per lo svolgimento dei fatti vedi : 
Gregorovius, op. cit., I, 225-26. 

(2) « Ravennianinm exercitura Siciliam misit, depopulavit, et suis di- 
tionibus maucipavit». Liber Pontif. Eccl. Rai'. De S. Joanne XX (pa- 
gina 304, ed. Holder-Egger M. G. H.). 

(3) Procopio, d. B. G., I, 1 ; S. Gregor. Dial. IV-31. Molto proba- 
Wlmente , il nome di Lipari qui è stato tramandato per errore , doven- 



l BARBARI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 61 



Ad avvalorare tale leggenda, il suo corpo, forse ad ope- 
ra di religiosi del suo tempo, fu trafugato dal suo sepolcro 
di Ravenna, e nascosto lì vicino ove, pare, si sia rinvenuto 
nel Maggio del 1858 (1). 

A Teodorico succedette Amalasunta, quale reggente del 
figlio Atalarico ; sotto la sua reggenza la Sicilia diede aiuti 
ad una spedizione che Giustiniano organizzò contro i Van- 
dali *d' Africa , spedizione che nella mente di quel grande 
imperatore, pieno tutto delle idee grandiose di Roma antica, 
era la prima di una serie destinata a far ridiventare Ro- 
mane, le Provincie allora in potere dei Barbari (2). 

Di questa guerra ci lasciò , come è noto, i commentari 
Procopio di Cesarea, segretario di Belisario, duce di questa 
speilizione, che l'Imperatore intraprendeva fra il malconten- 
to del popolo e delle soldatesche. 

Per essa si raccolsero 10.000 fanti e 5000 cavalieri , e 
duci delle varie schiere, molte delle quali erano di Barbari, 
furono : Doroteo , Cipriano , Valeriano , Altia , Giovanni , 
Marcello e Cirillo (3). 

Benedetta dal Patriarca di Bisanzio, la flotta fece vela 
verso Siracusa ove Belisario contava di avere delle infor- 



dosi intendere Strongyle (Stromboli) o Volcano. II nome più noto della 
maggiore Isola del gruppo si sarebbe imposto agli altri e l'avrebbe sop- 
piantato. 

(1) Fa rinvenuto in quest' epoca un prezioso ornamento in oro con 
pietre di valore , dapprima creduto una corazza. Gli studiosi pensarono 
che fosse appartenuto a Re Teodorico e videro anche nel rinvenimento 
di questo monile una prova del trafugamento del corpo per essersi «rin- 
tracciato poco lungi dal mausoleo , frammisto ad ossa e non in uno dei 
tumuli, ma fuori, come cosa occultata » così: Corrado Ricci, in ^accoife 
artistiche di Ravenna. Bergamo, 1905, pag. 39-41 (fig. 152), opera in cui 
si fa la più completa illustrazione del prezioso cimelio e delle circostanze 
precise del rinvenimento. 

(2) Cfr. la bella opera di Carlo Diehl, Jusiinien et la civilisation By- 
zantine au F/« siede. Paris, 1901, pag. 22 seg. 

(3) Nell'opera ult. cit. il Diehl tratta dell'organizzazione dell'esercito 
Bizantino. Ne dirò qualche cosa parlando della Sicilia Bizantina. 



«2 1 BARBARI Kl) I BIZANTINI IN SICILIA 



inazioni per mezzo del suo luogotenente Procopio che la- 
sciò in quel porto con una nave , dandogli ordine di rag- 
giungerlo a Kaukana ancoraggio nella spiaggia meridio- 
nale dell'isola a cui Iacea capo il traffico per Malta (1). 

Procopio, disceso in città, fu tanto fortunato da trovare 
un suo amico ivi domiciliato per ragioni di commercio, un 
cui «lonzello era venuto da poco da Cartagine. Procopio 
convinto dell'utilità d'avere sottomano questo servo, lo at- 
tirò sulla sua nave, lo rapì, andando poscia a raggiungere 
Belisario a Kaukana. Ivi trovò l'esercito in grande lutto per 
la morte di Doroteo, cajiitano delle schiere degli Armeni. 
Fattesi le solenni esequie «li questo capo, molto amato dai 
soldati, la squadra veleggiò verso Malta, passando alla parte 
veramente attiva della spedizione , che non è il luogo di 
narrare e che, come ognun sa, ebbe felice esito pei Bizantini. 

Distrutto l' impero Vandalico , Procopio narra (2) , che 
Belisario mandò in Sicilia delle truppe per scacciare il pre- 
sidio Vandalico dal Lilibeo, territorio che, come s'è visto , 
essi allora possedevano. 

Ma la citta era, non sappiamo come, nuovamente passata 
in potere dei Goti, sicché il suo governatore ritiutò di ce- 
derla ai Bizantini. Scrisse allora a lungo Belisario minac- 
ciando che se non si fosse subito restituito il Lilibeo , si 
sarebbero richieste alcune terre ingiustamente tenute dai 
Goti. Amalasunta, cui questa lettera fu mandata dai ma- 



(1) Qaesti avvenimenti sono narrati distesamente da Procopio nei 
capp. XIII-XIV del de Bello Vandalico. Da lui hanno poi derivato que- 
gli altri scrittori che ne parlano (Teophanes, Gorippus , Hist. Misceli.). 
Il Porto di Caucana corrisponde all'odierno scalo di Punta Secca vicino 
S. Croce-Camerina ; sul che vedi quanto scrissi altra volta (B. Pace, Sul 
sito di Kaukana, estr. d. Riv. di Stor. Ant., a. XII. Padova, 1908). Ivi 
esistono lungo la spiaggia i ruderi di un villaggio dei bassi tempi, la cui 
esplorazione fin qui vietata dai proprietari del luogo, ma ora resa possi- 
bile dalla nuova legge Archeologica, porterà dei contributi di prim'ordine 
alla conoscenza della Sicilia barbarica. 

(2) d. B. r., II, 5. 



I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 63 

gistrati (Iella rocca contrastata , risjmse che giammai essa 
era stata realmente ceduta ai Vandali, ma che, ad ogni modo, 
rimetteva la decisione all'imperatore. 

Giustiniano ingiunse allora ad Amalasunta la restitu- 
zione del Lilibeo, e la regina rispose evasivamente, mentre 
segretamente trattava con lui per la cessione della sovra- 
nità dell'Italia ; ma uccisa in questo frattempo dal cugino 
Theodahad che dopo la morte del figlio Atalmico avea as- 
sociato al suo regno, Giustiniano, profittando delle discor- 
die che, dilaniando i Goti, rendevano scevro di pericoli il 
suo operare, diede ordine a Belisario di marciare contro co- 
storo. 

È questa la versione direi quasi ufficiale, dell'origine 
della Guerra Gotica. Ma ognuno vede che se diplomatica- 
mente i fatti furon così giustificati , la questione del pre- 
sidio del Lilibeo non fu che un vero pretesto per iniziare 
la guerra contro la potenza Gotica. 

Se l' Imperatore avesse avuto verameute intenzione di 
recuperare solamente il Lilibeo, non avrebbe rotte le trat- 
tative appena le discordie interne indebolirono il vecchio 
regno Gotico, uè poi si sarebbe impegnato in una grande 
guerra, che potea anche ricadere a suo danno, per rivendi- 
care il possesso di un castello , col suo piccolo territorio , 
per quanto strategicamente importante per la sic urezza del 
possesso dell'Africa. 

È invece da supporre che Giustiniano, il quale mirava 
a ricostruire, almeno in parte, l'antico grande impero Ro- 
mano, come avea condotto una guerra per riprendere l'A- 
frica ed un'altra, più tardi, ne dovea condurre per riconqui- 
stare la Spagna, così ora, volendo intraprenderne una per 
riprendere il cuore dell'Impero : l'Italia (1), cercava col far 



(1) Sull'attività militare durante il Regno di Giustiniano si vedano 
le pp. 174-222, della citata opera di Gh. Diehl , Justinien , che 1' argo- 
mento suo tratta diffusamente e limpidamente. Ivi si tratta anche del 
disegno di ricostruire parte del glorioso impero Romano e delle tre guerre 
di conquista con cui fu in parte attuato. 



64 I BARBARI KD I BIZANTINI IN SICILIA 

sorgere la questione del possesso del Lilibeo, uno di quei 
pretesti sapientemente escogitati per dar forn)a legale al 
principio di una guerra, tanto comuni nella diplomazia di 
tutti i tempi. 



CAPITOLO SECONDO 

Le condizioni dell'isola durante il dominio dei Vandali 

e dei Goti. 

Decadenza dell'Isola. — Ordinamento municipale. — Proprietà. — Fusione 
dell'elemento Siciliano col Gotico. — Ordinamento politico ed ammini- 
strativo. — Commerci, industrie, agricoltura. — Guarnigioni militari. — 
Eresie. — La Chiesa Romana e i suoi possedimenti.— Arti figurate. — 
Lettere. 

Sulla decadenza della Sicilia durante le incursioni dei 
Vandali, sebbene non si abbiano documenti e testimonianze 
dirette, non è certamente da discutere. 

È presumibile che non fosse in fiore il commercio, de- 
vastati i campi e le coltivazioni, l' Isola impoverita di de- 
nari e d' abitanti liberi , sia per la difficoltà di sopportare 
le gravezze del fisco , sia pure per la graduale scomparsa 
della piccola proprietà che dava luogo alla costituzione dei 
latifondi. 

A costruire il poco felice quadro delle condizioni di que- 
st'epoca, tornano utili alcuni elementi sul numerario allora 
corrente, che si possono ricavare dallo studio dei ripostigli 
di monete. 

Erano sempre in corso numerose le monete di Costan- 
tino e suoi discendenti, e molto scarse invece quelle degli 
imperatori d' Oriente ; ma correvano anche dei rari esem- 
plari del III sec. e perfino qualche minuscola moneta greca 
e qualche tondello di bronzo non punzonato oltre a nume- 



1 BABBABI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 65 

rose falsificazioni, il che, per quanto rilevato da pochi do- 
cumenti, può tarci supporre che biistava per le misere con- 
dizioni di quei tempi, un dischetto eneo qualunque che si 
avvicinasse per modulo ai minimi tipi Costantiniani (1). 

Di tali infelici condizioni economiche è anche esponente 
sicuro lo stato della magistratura municipale che, come del 
resto in ogni provincia dell'Impero, veniva ormai conside- 
rata non più come un onore, sibbene come un grave peso, 
essendo i curialeSj al t«mpo dei Vandali come sotto gli O- 
strogoti, tenuti a rispondere sui loro beni, al rationalis sum- 
marum del pagamento delle tasse. Quanto ai resto la ma- 
gistratura municipale non subisce mutamenti, sicché è an- 
cora quella del periodo Romano (2) ; istituzione di carat- 
tere essenzialmente locale , i suoi componenti , secondo le 
tradizioni, continuano ad avere denominazioni varie. 

Nel papiro di Ravenna , che avrò presto occasione di 
citare, i magistrati del Municipio di Siracusa son detti ad 
esempio decemprimi, denominazione che risale senza dubbio 
al I sec. a. Or. e trovasi usata in vari luoghi (3). 

La forma principale di proprietà è il latifondo. Le riu- 
nioni di beni , che appartengono sovente a ricchi Raven- 
nati, per concessione regia , vengono chiamate massae (4) ; 



(1) Queste c«)Dclusioni debbo al Prof. Orsi cui le ha suggerito l'esame 
di un ripostiglio di 1740 pezzi, provenienti da Lipari ^Mt. Rosai acqui- 
state di recente dal Museo di Siracusa ed ancora inedito. Il ripostiglio 
cade in pieno periodo vandalico per la presenza di numerosi pezzi di 
Marciano (450-57;. 

(2) Si può vedere sull'argomento lo studio di D. Santacroce, La ge- 
nesi delle istituzioni municipali e provinciali in Sicilia , in « Arch. Stor. 
per la Sic. Orient. », anno II. Catania, 1905. 

(3) I decemprimi, secondo mi comunica il Prof. Columba, si trovano men- 
zionati in Livio come esistenti nell'ordinamento municipale dell'età più an- 
tica : 8, 3, 8 (decem principes) 29, 15, 5, 8. Ma ciò è dovuto ad anticipa- 
zione del vocabolo. Essi esistono però nel I secolo A. Cr. Cicer., jaro Roscio, 
25 j ad Att., 10, 13, 1 sono testimoniati— in Centuripe: Cicer., Veri:, II, 
162; Lilibeo CIL X, 7236; Pisa CIL XI, 1420; Miseno (T) CIL X, 8132. 

(4) Questui parola è oggi rappresentata nel dialetto siciliano da due 
suoi derivati : massaro e nuisseria. Nelle provincie di Siracusa e di Cata- 

Arch. Star. Sic., N. S. Anno XXXV. 5 



66 1 BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 

esse erano date in affitto o, per usare il vocabolo oggi ado- 
perato in Sicilia , in gabella , a dei condtictores , i quali è 
probabile avessero alla loro dipendenza degli schiavi e dei 
coloni (1). Il padrone della Massa, era rappresentiito da pro- 
curatori {actore») e talvolta vi mandava, per invigilare co- 
storo ed ispezionare tutto, una persona di fiducia quasi un 
commissario straordinario (2). 

Le sorti dell'isola sotto gli Ostrogoti , migliorarono al- 
quanto. 

Intento principale di Teodorico era, come è noto, quello 
di fondere V elemento Romano (colto) col forte barbarico , 
fusione dalla quale si riprometteva il rigeneramento dell'Ini- 
pero (3). Il suo dominio in Sicilia fu troppo breve ed i Goti 



uia, ove è rimasto più fedelmente il primitivo significato, massaro chia- 
masi il fattore ed in particolare colai che imprende la coltivazione di un 
fondo , o proprio o tolto in affitto , vigilando personalmente ed anche 
partecipando ai lavori campestri. Masseria è un grosso podere con ca- 
seggiato rurale, mentre l'espressione « fare masseria » significa fare alle- 
vamento di bestiame. 

A Cómiso, ed in altri paesi della contea di Mòdica, massaro era il ti- 
tolo che spettava ai grossi borghesi. Nella Sicilia occidentale massaro ha 
significato press'a poco di curator, ed il massaro di una chiesa è spesso 
identico al sagrestano. 

Delle massae, s'è brevemente occupato il Volpe, Per la storia giuri- 
dica ed economica del Medio evo, in «Studi di Storia del Crivellucci », 
XIV (1905), pag. 177. 

(1) Cfr. HOLM, III, 1, pag. 514. 

(2) Si ricavano queste notizie economiche da una donazione fatta da 
Re Odoacre a Pierio di beni di Sicilia e dell'isola di Malta in Dalmazia, 
e da tre altri documenti della metà del V sec. che sono tre lettere di 
un Lauricio, scritte la prima a Sisinnio che vien mandato in Sicilia per 
invigilare i suoi beni che non j^li avevano fruttato abbastanza; la seconda 
diretta ai suoi actorea di Sicilia con 1' ordine di ubbidire a Sisinnio , la 
terza ai conductores per presentare loro Sisinnio cui potevano pagare le 
rendite. Segue un elenco dei crediti. Data l'importanza di tali documenti, 
ai quali ho già accennato, e data anche la poca diffusione dell'opera in 
cui son pubblicati, li riproduco integralmente nell'Appendice. 

(3) Dahn, Die Kònige der Oermanen^ III, 58, raccoglie i passi in cui 
si contrappongono ai Romani (intellettuali) i Goti (forti). Tale concetto 



I BARBARI KD I BIZANTINI IN SICILIA 67 

venutivi furon troppo pochi , perchè il suo intento si at- 
tuasse , sicché non ci arreca meraviglia alcuna il fatto che 
in Sicilia sono sparutissinie le tracce della vita Ostrogota, 
che ci è dato di scoprire. Per quanto anche in fatto di mo- 
numenti le prove «a; silentio, siano sempre pericolose, pure 
è degno di nota che due sole necropoli barbariche o sup- 
poste tali (quella di Grotticelli e del Fusco a Siracusa) si 
sono fin qui scoperte e che fra i numerosi nomi di Siciliani 
che le iscrizioni e le storie ci han tramandato , due soli 
hanno, ch'io sappia, impronta barbarica: Filimuth e Gid- 
donis (1) , onde per la Sicilia ed i popoli Germanici sono, 
allo stato attuale delle conoscenze, esatte le conclusioni alle 
quali sulla fusione dell'elemento Latino con lo straniero, 
pervenne il eh. C. Cipolla, conclusioni che pel resto d'Ita- 
lia possono parere un po' esagerate (2). 

Ad ogni modo una conseguenza il concetto politico di 
Teodorico l'ebbe, e fu che l'ordinamento dello stato rimase 
pressoché immutato, con qualche eccezione pei Goti i quali 
non sottostavano alla giurisdizione locale, ma ai Comites Go- 
thorum di nomina regia, che sono l'autorità competente per 
giudicare anche quando vi sia contrasto tra un Eomano ed 
un Goto , dietro però aver chiesto il parere di un giure- 
consulto Romano. Venendo a parlare particolarmente della 
Sicilia, riferirò in modo possibilmente chiaro ed ordinato, 
i risultati degli ultimi studi , a nulla giovandoci nel caso 
nostro, il riferire la ricerca nei suoi vari stadi (3). 



intoriuatore della Politica di Teodorico trovasi espresso in Cassigdoro, 
Variae, IV, 23, «... Roinanorum prudentiaru carperent et virtutem gen- 
tium possiderint ». 

(1) Su Filimuth cfr. S. Gregorio, Ep. I, 44, e su Giddonis (in un'e- 
pigr. Siracusana scoperta recentemente) Orsi, Noi. d. Scavi, 1909, p. 351. 

(2) Carlo Cipolla, Bella supposta fusione degli Italiani coi Germani 
et«. (Rend. d. Lincei^ 1900) che così conclude (p. 603) : « Credo soltanto 
di poter asserire che le varie influenze straniere si verificarono sulla no- 
stra nazione entro proporzioni sufficientemente limitate ». 

(3) Vedili riferiti con disordine e farraginosamente in Holh, III, 514-23. 



68 I BÀBBA.RI ED I BIZANTINI IN SICU^IA 

In essa, supremo magistrato militare Gotico era il comes 
Siraousanae Civitatis il quale coutemporaneamente era, an- 
che, secondo pare giustamente all'Holm (1), comes -provin- 
ciae Siciliae. La formula, cioè l'istruzione generale sui do 
veri, di tale carica, come su quelli delle altre magistrature 
del tempo, è conservata nelle Variae di Cassiodoro (2). Go- 
vernatore civile continuava ad essere il correotor, detto me- 
glio rector, cui spettava giudicare, ed esigere le imj)oste (3). 
Egli dovea chiedere nei giudizi il ])arere dei Senatori che 
per avventura poteano abitare nelle provincie (4). Una ca- 
ratteristica della legislazione Germanica, quella che suole 
chiamarsi dei « Simboli giuridici » per cui molti atti si com- 
pivano con cerimonie che potrebbero sembrare magiche, ha 
lasciato tracce di se nei costumi del popolo Siciliano (5). 

Anche immutato rimase l'ordinamento municipale; le 
città erano rette da un defensor (Fariae, VII, 11) eletto dal 
popolo e confermato dal quaestor che dovea proteggere la 
città dai soprusi , e da un curator nominato dal re e ch(i 
presiedeva la curia , i cui componenti (curiales , corrispon- 
denti agli antichi decuriones), rispondono coi loro beni del- 
l'esazione delle imposte , che doveano pagare i possessores. 
L'ufficio di esattori era affidato a due « censitores Siciliae 
Provinciae» {Variae, IX, 10), l'uno di Nazionalità Eomana, 
l' altro Goto (6). Vi sono poi due magistratiis corrispon- 



(1) III, 1, pag. 518. 

(2) VI, 22. Chi volesse informazioni sulla Formula, come sugli altri 
elementi del diritto e dell'ordinamento amministrativo d'allora , troverà 
delle brevi, ma chiare e precise notizie nella bella Storia del diritto Ita- 
liano del Salvigli (III ed.). Sulla Formula cfr. pag. 58-9. 

(3) Variae, VI, 22. 

(4) Variae, VI, 21 ; VII, 2. Cfr. Mommsen , in « N. Archi v. », XIV , 

p. 461. «I Governatori delle provincie si dividono anche adesso nei 

vari gradi dei consulares , correctores o rectores , praesides con compe- 
tenza essenzialmente uguale ». 

(5) Cfr. Salvigli, op. cit., pag. 35. 

(6) Cfr. Dahn, Die Kóniye etc., IV, 167. 



t BABBAItL ED I BIZANTINI IN SICILIA 69 

denti ai duumviri di prima , e delle corporazioni {collegio) 
di cittadini. 

In fondo se non si possono ammettere come verità in- 
discusse le lodi che Ennodio (1), rivolge a Teodorico « re- 
turn maxime, in cuius dominio saporem suum ingeuuitatis 
vigor agnovit » nelle quali il Salvioli giustamente vede 
« molto di esagerazione rettorica » (2) non può negarsi che 
il suo regno sia stato fra i migliori dell'alto medio evo. Non 
solo Egli provvide a dar un certo corpo di leggi, col celebre 
suo editto (3), ma curò che non avvenissero degli abusi, e 
provvide molto saggiamente che le liti si potessero com- 
porre o decidere nella regione stessa « ut ad comitatum 
necessitatem non habeant veniendi, quas in longinquis re- 
gionibus contingerint immorari » (4). 

Molto mostrò poi di interessarsi della Sicilia (seguito in 
ciò dal successore Atalarico) dalla quale, secondo dice egli 

stesso « non enim quaerelas volumus venire sed laudes » 

{Variae, VI, 22). 

Si hanno lettere tanto di lui che di Atalarico che sono 
documento della verità di tale proposito ; da esse si rica- 
vano varie notizie importanti per la storia delle condizioni 
dell'isola. 

Teodorico, tenuto conto del benessere degli abitanti, 
avea aumentato in Sicilia il censo « sub consueta modera- 
tione... ut vobis (Siculis) cresceret devotio ». 



Le coudizioni civili ed economiche della Sicilia sotto la dominazione 
Ostrogota, sono state oggetto di studio da parte del Reipbich, dell'HoLM, 
del Saltigli oltre che del Dahn e del Mommsen. 

(1) Ennodius, Panegyr. Theuder. regi dictus, ed. Vogel (M. G. H. a. 
ant. VII) p. 203. 

(2) Salvigli, //O stato e la popolazione d^ Italia prima e dopo le domin. 
Barbariche. Palermo, 1899, pag. 36. 

(3) Quest'editto fu pubblicato, secondo risulta dagli studi più recenti, 
in occasione dei decennalia del 500. Cfr. Franc. Schupfer, X' editto di 
Teodorico — studi sull'anno della sua pubblicazione. Roma, Lincei , 1887. 

(4) Variae, VI, 22. 



70 I BARBARI Kl) 1 BIZANTINI IN SKIILtA 



Atalarico, in occasione delle sue nozze, condonò tale 
aumento ordinando che gli esattori tacessero conoscere l'au- 
mento dell'anno seguente perchè gli interessati potessero 
nel caso reclamare. Ed a tale uopo mandò in Sicilia il Salone 
Quidila (1). 

Ordinò anche che gli spectabiles viri Vittore e Vitigisclo, 
censitores, non esigessero in quell' anno quello che aveano 
aggiunto alla trihutaria functio (imposta), restituendo quel 
che accano preso in più ai possessoren (2) ; e rimj)roverò 
anche gli stessi censitores di aver esatto più di quanto do- 
veano , invitandoli a restituire ai Siciliani l'esatto contro 
diritto , senza di che , i possessores poteano ricorrere giu- 
diziariamente (3). 

Ed in una lettera a Gildila comes Siracusaìiae civitatis, 
gli impose di riparare subito a delle vessazioni di che si 
lagnavano i sudditi: tasse straordinarie cioè da lui impo- 
ste per ricostruire le mura (forse di Siracusa) , opera non 
eseguita, incameramento a vantaggio del fisco di eredità 
di isolani, spese esorbitanti per gli atti dei giudizi , ed e- 
spropria, a vii prezzo, di merci importate per mare per ri- 
venderle per conto suo con grande guadagno (4). 

Teodorico , stabilì sovente anche delle pubbliche sov- 
venzioni (5). 

Per quel che riguarda i commerci bit^ogna ricordare che 
l'amico di Procopio, di cui feci parola a pag. 62, trovavasi 



(1) Variae, IX, 10. Il saio corrisponde al comitiacus dei Romani. Cfr. 
Dahn, III, 183 segg. ; Holm, III, 519. 

(2) IX, 11. La lettera è diretta al Cornea Gildila che viene avvertito 
degli ordini dati a Vittore e Vitigisco. 

(3) IX, 12. Queste notizie dimostrano che , anche cinque secoli dopo 
di Verre , i magistrati delle provincie , erano spesso di una correttezza 
amministrativa, uguale a quella del pretore Romano, il cui maggior torto 
fa forse quello di esser caduto nelle mani di un avvocato della forza di 
Cicerone che lo fece passare ai posteri con nome tanto infame. 

(4) IX, 14. 

(5) Varine, IV, 7. 



i BABBÀRI ED l BIZANTINI IN SICILIA 71 

a Siracusa per attendere ad essi (1) , fatto , notato anche 
dall' Holm, che dimostra che della pace goduta sotto i Goti, 
essi si avvantaggiarono in qìialche modo. Ne è questa la 
sola testimonianza sui commerci Siciliani che ci sia rimasta. 
Atalarico rimprovera in una sua lettera, come s'è già visto, 
(lildila, cornea Si/racusanae civitatis, perchè s'era impadronito 
di merci importate e le avea espropriate a prezzo bassis- 
simo per poi rivenderle a suo talento, mentre il prezzo delle 
mercanzie dovea venire stabilito d'accordo coi cittadini no- 
tabili e persino col vescovo (2). E col risorgere dell' Agri- 
coltura (3), aumentata la produzione del grano, di cui spesso, 
sia in questo tempo che in appresso, si avvantaggiò il resto 
d'Italia (4), se ne potè fare esportazione; abbiamo anzi in- 
diretta notizia di navi di grano Siciliano , spedito in Gal- 
lio (5), regione con la quale la Sicilia è presumibile abbia 
avuto, anche nei secoli precedenti quei rapporti commerciali, 
che pel sec. IV ci sono testimoniati da un'allusione di Au- 
sonio, che parrebbe a prima vista una frase retorica (6). 

Altri rapporti con l'Africa, l'Asia anteriore, Costantino- 
poli etc. possono principalmente dedursi dall' esame delle 



(1) Vedi Pbocopio, d. B. V., I, 13. 

(2) HoLM, III, 521. 

(3) « Intra Siciliani provinciam larga quies et culturam agris praesbi- 
tat et populus ampliavit». Varine, IX, 10. 

(4) Cfr. Pbocopio, B. V., I, 14; III, 16; II, 24; III, 6, 15. Varxae, 
IX, 14. 

(5) Variae, IV, 7. 

(6) Te \Martu Narbó] luaris Eoi merces et Hiberica ditant 

Aeqaora, te classps Lybici Siculique profundi 

Ausonio^ Ordo Urbium Mobilium, vv. 124-25 (pag. 251 ed. Peiper). Que- 
sto poemetto di Ausonio fu scritto verso il 388 d. Cr. Prova di questi 
rapporti tra la Sicilia e le Gallio è anche la diffusione ch^ ebbero nel- 
l'isola alcune tarde ceramiche a rilievo recentemente illustrate da I. DÉ- 
CHKLK'iTE, Les vases veramiques ornés de la Gaule Bomaine. Paris, 1904, 
2 voli. 



72 I BABBABI ED 1 BIZANTINI IN SIOILtA 

iscrizioni di quest'epoca. Per 1' Africa oltre la preseuza in 
Sicilia di nomi quali Quodvultdeu» (1), o, come si disse con ele- 
gante corruzione, Couvuldio, ed Aunanius (2), li testimoniano 
le numerosissime lucerne di creta corallina d' origine Car- 
taginese che si trovano fni di noi (8) e qualche altro ele- 
mento (4). Numerosi son poi i nomi , rilevati dallo Straz- 
zulla come di origine Siriaca che si trovano nelle iscrizioni 
di Siracusa (5) , qualcuna delle quali poi porta le lettere 



(1) Cfr. pag. 47, nota 4 di questo lavoro. 

(2) Cfr. il cap. VI <lì questo lavoro. 

(3) Queste lucerne , spesso molto belle, ebbero una grande diffusione 
in Sicilia ; un buon numero ne hanno pubblicato il Salinas, Noi. d. Scavi, 
1885, TORSI, id. 1909, il Fììhrkh, Forsch. z. Sic. Sotferr. , taf. XIV, In 
Africa se ne son rinvenute le ottìcine di fabbricazione (a Oudna, il ma- 
teriale ora al Museo del Bardo ; vi sono anche dei piccoli punzoni che 
servivano per far nelle forme le foglie a ferro di cavallo od a cuspide). 
A Cartagine e dintorui, mi diceva recentemente Padre A. L, Delattre , 
direttore del Museo Lavigerie, non si può scavare senza trovarne qual- 
cuna. Egli, che ne ha rinvenuto circa quarantamila, ha pubblicato su di 
esse vari lavori di cui cito i principali : Lanipes chrétiennes de (Jarthage, 
in « Missions catholiques », Lyon, 1880; Lampe» antiques du musée de 
Saint Louis de Charthaye, « Rev. de l'art, chr. », Lille, 1889; Les ìampes 
chrétiennes de Carthaye, « Rev. cit. », 1890. 

(4) Il 16 Dicembre dello scorso anno, durante un'escursione compiuta 
col Prof. Orsi alle «Anticaglie» di Capo Scalambri (vedi su di esse il 
cap. VI di questo lavoro), abbiamo raccolto fra l'altro alcuni frammenti 
di marmi, appartenuti alla decorazione di alcuni edifizi. Di questi fram- 
menti uno, di un bel verde, (serpentina) è stato per comune giudizio dei 
Proff. Comm. Giov. Salemi Pace e Cav. Giov. di Stefano, della R. Univ. 
di Palermo, ritenuto come non Siciliano. E molto probabilmente serpen- 
tina Africana. 

(5) C'è Eòoépio? ed Eòosp-^ (nn. 29, 49, 323. Strazzulla, i. S. G.), 
Zóòtopoi ànò MàxpTjc ("• ^8), Gerontivs (n. 362), Dionysius (u. 37, 38, 
39, 40, 41, 166, 296), 'AvTCùVÌVO? ^n. 16), TJieodorus (n. 53, 61, 199, 358), 
Màfvoc (n- 173), Ssp^po? (n. 337) , Zo^Xoc (n- 46), XpiotàvYj MaaoiàvY] 
(cioè di Maaoia?) (n. 401), A dir vero non tutti questi nomi sono esclu- 
sivamente Siriaci ; importante è in ispecie l'ep. 401, su cui lo stesso Straz- 
zulla ha scritto in A. 8. S., 1896, pag. 157, e R. Q. S., 1897, I-III, 



I BAEBARI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 73 

X(piató<;) M(ixa^^) r(apptéX) , caratteristiche dei Oristiaui del- 
l'Asia anteriore (1). 

Fra le stesse iscrizioni Siracusane ve u' è una che ri- 
corda uu Dominicus Macedo (n. 427) , un IlaùXcx; 'E^éatoc 
(n. 225) un 'Aptaxwv K(i)V(3TavTtvo7coXtT7](; (n. 395), 4>et§a)v àiro' Te- 
tpowtopfia? (n. 348) (2) ; ed altre iscrizioni Siciliane, sebbene 
di epoca alquanto anteriore, possono ^.ttestare rapporti fra 
questi ed altri paesi. 

Quali potessero essere gli scambi commerciali con que- 
ste regioni possiamo meglio supporre che indagare : doveano 
essere principalmente tessuti e generi agricx^li. Nessuna no- 
tizia speciale e' è infatti riuiast^i di industrie Siciliane , se 
ne tolga la fabbricazione di hafia (porpora) per conto del- 
l' Imperatore a Siracusa (3) , né sappiamo che sia stata in 
onore la pastorizia o la cultura della vite et*., ma date le 
condizioni dell'isola al tempo de' Vandali, il rinvigorimento 
della cultura dei cereali, rappresentava una parte non pic- 
cola di quel relativo benessere che godette la Sicilia du- 
rante il dominio Gotico, benessere che Totila più tardi do- 
vea ricordare ai Siciliani « ingrati > quando passarono ai 
Bizantini (4). 

Una delle cause più importanti di tali buone condizioni 
oltre la tranquillità e la pace reguata in quel periodo è la 
mancanza quasi assoluta di milizie Gotiche nell' isola. I 
Goti, occuparono poco l'isola lasciando credere, da abili reg- 
gitori, che ciò facessero per esaudire la preghiera degli stessi 
Siciliani i quali giustamente ritenerono l'occupazione mili- 
tare un ostacolo pel rifìoriie dell'agricoltura (5) ; in realtà 



(1) Cfr. De Rossi, Boll, d'arch. C)-i«t., serie II, a. I, pag. 115. 

(2) L'Orsi, Noi. d. Se, 1895, iscr. n. 301, rìcbiamando Flavio Giu- 
seppe {Ardi. Giud., XIII, 2, 1) e Damascen, Vii. Isid., 63, crede questo 
luogo in Sicilia ; lo Strazzulla, ricordando altri luoghi di simile nome 
in Armenia, ed in Libia, lo riferisce piuttosto a questi: evidentemente la 
questione è irrisoluoile. 

Co) Cfr. Noi. dignitatum. Occid. XI, 68, pag. 51. 

(4) Procopio, d. B. V. Ili, 1«. 

(5) Procopio, ivi. xat'àpx»? èSéovto ^soSepl^ov 'Pttjtafov, ^^ mik- 



74 I BABBàUI ed I BIZANTINI IN SICILIA 

essi però iiiandarouo pochi soldati perchè non ne avevano 
molti disponibili, dato il nnmero esigno del loro popolo (1), 
non certamente perchè avessero , come ha supposto quiiì- 
cnno , poco interesse di difendere l'isola « che por loro pre- 
sentava secondaria importanza strategica non avendo nulla 
da difendere in Africa », mentre sappiamo ch'essa fu detta 
« Oe.tarum nutrix » (2). 

Vi furono quindi poche guarnigioni e queste nelle città di 
Lilibeo (3), Siracusa (4), Panormo (5) ; Messana era fortifi- 
cata (6) insieme a Panormo (7) , non così Gatìinia che era 
àTécxiatoc, cosi al principio come alla fine del dominio Bizan- 
tino (8), fatto che non deve arrecare quella meraviglia che 
ha arrecato al Reiprich (pag. 24) i)erchè Teodorico diede 
facoltà a quei cittadini di usare le pietre dell' Anfiteatro , 
non per costruire le mura ma «in usus publicos domus» (9). 

Nessuna ripartizione di terre ebbe luogo fra i Goti in 
Sicilia (10) e solo qualche Goto personalmente ottenne una 



Xtóv èvtaò^a FótO'Odv xataar^vat (ppoupàv, a>c {JiirjSèv aòxtov r^ IXso'Q-s- 

(1) Cfr. Salvigli, Lo stato e la popolazione d'' Italia prima e dopo le 
invasioni barbariche. Atti della R. Accad. di Se. Lett. ed Art. di Paler- 
mo, a. 1901, pp. 57-62. Eriusd., St. del Diritto Italiano, 3» ed., p. 160. 

(2) lORDANES, Getica, 50. 
(.3) Procopio, B. F., II, 5. 

(4) Cassiod., Variae, VI, 22. Iordanes, Getica, ,50. 

(5) Procopio, B. F., II, 5; id., B. G., I, 13. 

(6) Proc, B. G., Ili, 39. 

(7) Proc, B. G., I, 13. 

(8) Procopio, B. G., III. 40. 

(9) Variae, III, 49. « Vestra enim munitio nostra est niliiloiuinus for- 
titudo ; Saxa ergo, quae snggeritis de Amphitheatro longa vetustate col- 
lapsa, nec aliquid ornatui public© iam prodesse, nisi solas turpe» ruinas 
estendere, licentiain vobis eorum in usiis dumtaxat publicos doiuus , ut 
in raurorura faciem surgat quod non potest prodesse si jaceat ». È ap- 
pena necessario osservare che dal contesto si rileva come « muruium fa- 
cies » qui sia usato nel senso in cui un classico avrebbe detto «paries» 
e che « munitio» e « forti tudo » non hanno quel significato militare che a 
prima vista vi si potrebbe attribuire. 

(10) Cfr. HOLM, III, 512 che lo ricava giustamente dall'esame del già 
citato passo di Procopio, B. G., Ili, 15 in cui sono riferiti i lamenti di 
Totila, verso i Siciliani. 



I BABBABl ED I BIZANTINI IN SICILIA 75 

porzione di terra, «li quelle che Odoacre ed i suoi Bruii ave- 
vano possedute nell'Isola , e che venivano chiamate sortea; 
in quest'ordine rientra forse la donazione di Pierio di cui 
si è parlatx) (1). 

Nella storia della Religione , l' isola ha in quest' epocti 
una parte notevole, in ispecie perchè, come s'è già notiito, 
j)uò dirsi che di tutte le eresie che travagliavano allora le 
coscienze , m trovi traccia nella Sicilia , che anzi spesso , 
nella loro storia, ha una pagina molto notevole; lo stesso 
dovrà dirsi del periodo Bizantino. 

Già qualche anno dopo la tentata incursione di Alarico 
del 410, vennero in Siracusa Pelagio ed il discepolo suo 
Celestio (2). L'eresia da loro professata prese anzi tanto svi- 
luppo nell'isola che a Siracusa s'insegnò non più celatamente 
come altrove, ma in pubblico del che molto si impensieri- 
rono i padri Cattolici (3). 

Né minore sviluppo vi ebbe 1' eresia di Ario. Già s' è 
visto che Genserico quando nel 440 venne in Sicilia, ebbe 
istigatore delle persecuzioni contro i Cattolici il vescovo 
Ariano Massimino , il quale pare che sia lo stesso che di- 
scusse di teologia con S. Agostino (4). 



(1) Vedi pag. 66 di questo lavoro ed Appendice. Sulle sortes , oltre 
HoLM al luogo citato vedi Reipkich, pp. 22-23. Non è forse da escludere 
che qualche legame possa esistere tra queste concessioni e le arìmannie 
longobarde , legame che sarebbe ad ogni modo da indagare da qualche 
cultore di diritto. Le arimannie, pare ormai dimostrato, sono i fondi mi- 
litari di confine dei Romani. Cfr. Chkcchini, I fondi militari Hom.-Bìz. 
in relos. con l'arimannia. Ardi. Giurid., LXXVIII (1907) ; Roberti, Ari- 
mannie Vandalicke in Africa , in « Studi iu onore di F. Ciccaglione » , 
voi. I, CatJinia, 1909. 

(2) S. AuGUST., Epist. ad Florium^ n. 157 (Migne, P. L., t. XLVIII, 
diss, I del P. Garnier, cap. V). 

(3) S. AuGUST., Prefaz. al lib. IV in Geremia. Le vicende del Pela- 
gianesimo in Sicilia sono minutamente narrate iu Lancia di Brolo, St. 
della Chiesa in Sicilia nei primi dieci secoli, l, pag. 232-56. 

(4) S. Agostino discusse con Massimino ad Ippoua « cura regio u- 

num iu locum convenissent praesentibus raultis , tam clericis quam lai- 



76 I BARBARI EiD I BIZANTINI IN SlOILtA 

Contemporaneo di Massiiuino, e nominato anch'Bgli in 
occasione delle devastazioni di Genserico, di cui fn vittima, 
è il vescovo del Lilibeo, Pascasino, versatissimo nelle ma- 
terie religiose ed ast-ronomiche , molto stimato da Papa 
S. Leone I il quale nel 444 lo consultò per sapere in quah^ 
giorno cadeva in quell'anno la domenica dopo il P pleni- 
lunio di primavera per la celebrazione della Pasqua; la sua 
risposta fu d' allora in poi tenuta quale regola in propo- 
sito (1). Un altro personaggio eminente della Chiesa Sici- 
liana di allora è forse S. Giustino « vescovo di Sicilia » scrit- 
tore di tìlosotìa ecclesiastica sul quale si è molto discusso (2). 

In uno di quei brevi periodi di relativa quiete trascorsi 
fra un'incursione dei Vandali e l'altra, forse per sfuggire 
i Vandali di Africa, si ricoverarono in Sicilia S. Calogero, 
con Gregorio vescovo e Demetrio diacono, dei quali questi 



cÌ8 » (prime parole del dialogo : Divi Aurelii Augustini Hipponenais epi- 
scopi contro Maximinum haeretictim, Arianorurn episeopum libri tres). Esi- 
ste ancora un sermone fatto « in die Natali domini contra quoddam di- 
ctum Maximini Arrianorum episcopi qui cum Sigifulto comite constitutus 
in Africa blasphemabat habitus de hoc quod refere Evangelista Salvatorem 
dixisse : qtti credit in me non credit in me sed in eum qui me misit». 

Il fatto che la discussione ebbe luogo ad Hippona ci dimostra che essa 
dovette avvenire dopo il 395 quando fu creato vescovo v venne in que- 
sta città. (S. Agostino nacque a Tagaste in Nuniidia il 13 nov. 354, bat- 
tezzato a 32 anni fu ordinato prete nel 391 ; morì il 28 Agosto del 430. 
Le date quindi ci mostrano che il Massimino istigatore delle stragi di 
Grenserico e l'avversario di S. Agostino furono contemporanei, e sarebbe 
per lo meno strano ammettere che siano esistiti contemporaneamente due 
vescovi Ariani di ugual nome, quando in ispecie si pensi che Massimino 
che contrastò con S. Agostino , non sarebbe andato ad Hippona per di- 
scutervi, se non avesse dimorato in un luogo vicino e legato da frequenti 
rapporti con l'Africa, quale è appunto la Sicilia. 

(1) Cfr. Mansi, Acta Conciliorum, tomo V, pag. 122!^. Per più minute 
notizie su Pascasino si cfr. Lancia di Brolo, op. cit., I, 288-305. 

(2) Cfr. Lancia di Brolo, op. cit., I, pag. 306 segg. ove è riassunta 
la questione. 



I BABBABI ED I BIZANTINI IN SICILIA 77 

due, vennero uccisi in un'incursione, mentre il primo si 
rifno;iò nei monti di Fragalà (1). 

Fra tanti commovimenti politici, economici e religiosi , 
la Chiesa in Sicilia , non ostante contasse dei membri va- 
lorosi , era moralmente molto decaduta. E Papa 8. Leone 
(il 22 nov. 443) e S. Gelasio (11 marzo 494) pensarono se- 
riamente con loro lettere a dare ordini severissimi per ri- 
sanarla (2). 

Trovansi già in quest' epoca in Sicilia i patrimonia, delle 
chiese di Ravenna (3), di Milano (4), e di Koma (5), derivati 
questi ultimi da quelle proprietà che avevano gli impera- 
tori in tutte le provincie amministrate dal rationalis rei 
privatae (6). 



(1) La notizia trovasi in un inno del IX sec. di Sergio Cronisti!. Cfr. 
Lancia di Brolo, (op. cit., I, p. 285-87) che trattando di questi Santi , 
come di S. Marailiano e di altre questioni , procede con quella critica 
giustamente diffidente che sola può dare buoni risultati in questi studi 
sulle vecchie agiografie. 

(2) Cfr. Mansi, Ada Conciliorum, voi. Vili, 37 e 45, riportati in Di 
Giovanni, Codex Siciliae Dipìomaticus. Doc. XXVII e XXIX. 

(3) Cfr. Appendice A, B. 

(4) Teodorico in una sua lettera ( Varine , II , 29) ordina al conte A- 
dila di Siracusa di difendere le terre e gli uomini del patrimonio della 
Chiesa di Milano nell'isola. 

(5) I beni della chiesa Romana in Sicilia, dalla tradizione ufficiale, son 
fatti risalire alla celebre donazione di Costantino a papa Silvestro. Anche 
qualcuno dei moderni ha ingenuamente accettato la notizia, saltando co- 
me niente , sui risultati di quegli studi umanìstici che col Valla dimo- 
strarono falsa « la dote >^ che da Costantino «prese il primo ricco patre ». 
E dire che un secolo addietro , un critico ardito : il Di Giovanni {St. 
eccl. di Sicilia , voi. 1 , 179) avea rilevsito nei riguardi della Sicilia , lo 
strascico dell'impostura. 

(6) I beni di Sicilia, secondo il « Liber Pontijicalis » (ed, Duchesne) 
sono la Ma^sa Castis, in territorio Catanensis , la massa Trapeas ivi {S. 
Silvestri vita, XXXIV, $ 12). La Massa Tauriana in territorio Paramuense 
(ivi voi. I, pag. 175, $ 14) il Duchesne suppone «que derriere cette or- 
tbographie (Paramuense) <m peut chercher l'adjectif Pauormense» (p. 193). 



78 1 BARBARI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 

Sulla storia delle Arti durante il doiniuio dei Vandali 
e de;^li Ostrogoti , e' è ben {ìovaì da dire , tanto {)iù che è 
sempre ditttcile una esatta iliì-tinzioue delle antichità di que- 
st'epoca da quelle bizantine, anche dopo le minute ricer- 
che di quest'ultimi anni (1). 

In generale notando che cogli Ostrogoti dovettero cer- 
tamente tìorire più che non sotto l'incubo delle incursioni 
Vandaliche, può dirsi che per le Arti, (che si esplicano prin 
cipalmente in servi/io della nuova Religione), continua, 
come per le istituzioni , l'indirizzo classico (2). 

L'Architettura mostrasi Romana anche nelle Catacombe, 
molte delle quali arieggiano alla disposizione regolare della 
città c(d Cardo ed il Decumanus maximus, non solo, ma con 
1(^ rotonde, derivazione manifesta delle costruzioni centrali 
classiche e dei frigidaria delle terme (3) ; anche la forma 
basilicale è conservata e la rappresenta nei monumenti Si- 
ciliani l'interessante chiesetta di Kosolini (4). 

Per la scultura si noti che il bel sarcofago di Adeltia 
non è lavoro nostrano e rappresenta nell' arte cemeteriale 
Siciliana una vera eccezione (5); ne' tre sarcofagi cristiani 
di Palermo (6) sono opera degli umili scarpelllni locali, che 
tenevano il posto di scultori , i quali lavorarono , se mai , 



Un termine tra i possessi della Chiesa Romana e quelli della Catanese 
esista presso la chiesa del villagio di Sferri vicino Catania (Cfr. Mai , 
ScHpt. rei., voi. V, 352, n. 5). 

(1) Di tali ricerche è data una bibliografia possibilmente completa al 
cap. VI. Una sintesi alquanto ampia dei risultati di tali ricerche, riguardo 
alle arti, trovasi in Fììhrer - Schultzb, Die Altchrist. Grahstdtten Sicil., 
Berlin 1907. 

(2) Cfr. Venturi, Sf. d. Arte. Ital., I, sp. , pag. 64 segg. Molto utile 
per l'arte Cemeteriale è il libro dello ScHUi/rzE, ArehaeUffie der Altchri- 
Hlichen Kunst. Miinchen, 1895, il noto Manuale del Marucchi. 

(3) Venturi, op. cii., pag. 98-106. 

(4) Cfr. il cap. VI di questo lavoro. 

(5) ScHULTZE, Arch. eie, pag. 26. 

(6) Fììhrer -ScHULTZE, Grabstdt. Sicil., pag. 317 %egg. ; due nel sot- 
terraneo del Duomo, il terzo al Museo. 



I BARBARI ED l BIZANTINI IN SICILIA 7U 



due sarcofagi di Siracusa 1' uno adorno di due busti a ri- 
lievo, r altro di rozze croci, ed una rozzissima testa di ca- 
vallo (1), per nulla superiori ad alcuni altri rilievi e capitelli 
del periodo successivo. 

Le belle lucerne di creta corallina così abbondanti in 
epoca Gotica, con figure e simboli a bassorilievo, sono im- 
portazione Africana ; in esse già la rappresentazione e gli 
ornati che circ*)ndano il cavetto della lucerna preannun- 
ziano la scoltura ornamentale del più oscuro medio-evo (2). 

La pittura si rivela nei vari affreschi (principalmente 
quello di Deodata e delle due Alessandrie in S. Giovanni, 
quello del buon pastore e l'arcosolio di Marcia nella Cata- 
comba Cassia) (3), moUo più lontana dalla tradizione clas- 
sica, delle altre arti. Gli sfondi decorativi, a motivi floreali, 
che imitano i tiippeti che si stendevano nelle pareti (4) 
gli attributi che determinano i personaggi , sono tutti ac- 
cessori ai quali è sacrificata la correttezza della forma. 

Teodorico accordò ad alcuni giovani Siracusani (i tìgli 
dello spectabilis Valeriano e di P'ilario), il x)ermesso di an- 
dare a studiare a Roma (5) , segno evidente che il re non 



(1) Fììhrer, Sic. Sott. 

(2) Ventdbi. op. cit., I, 540. 

(3) L'affresco delle due Alessandrie fu pubblicata» da P. Orsi in A'o/. 
d. Se., 1905, pag. 395 gli altri qui citati sono in Fììhrer, op.cit., tav. IX, 
X ; anche in Fììhrer si trovano riprodotti altri dipinti di minor conto 
(tav. X, XI). Una raccolta quasi completa di copie ad acquarello dei di- 
pinti cemeteriali di Siracusa dovuta a G. Di Scanno e R. Carta, esiste 
in quel Museo Archeologico. 

(4) Cfr. Venturi , oj). cit. , 1 , 207. Della decorazione tloreale oltre 
alcuni dipinti inediti delle Catacombe Siracusane di cui, per cortesia del 
Prof. Orsi qui riproduco il più significativo, è esempio il musaico di Ca- 
rini , appunto di quest'epoca, ora al Museo di Palermo (G-iorn. Entr. , 
3113) la cui decorazione, semplicissima, è costituita da rozzi fiori (rossi 
e neri) dentro riquadri geometrici, e due dipinti delle Catacombe di Mar- 
sala, di cui uno rappresenta un soffitto a cassettoni. Fììhrer-Schultze, 
op. cit., pag. 286-7. 

(5) Varine, I, 39; IV, 6. 



80 I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 

eni contrario alla cultura ed alle lettere, che non deve giu- 
dicarsi troppo severaineutt» la quasi distruzione dell'anfitea- 
tro di Catania (1), avvenuta col suo consenso, e ciò se non 
perchè essa fu consigliata da necessità della >'ita pratica , 
certamente perchè non è giusto giudicare le azioni degli 
antichi secondo le vedute tutte nuove che ci guidano oggi. 

A questo tempo va riferita la misteriosa poetessa Sici- 
liana : Blpide, autrice dell'inno « O Roma Nobilis » su cui 
niente di preciso ci è dato di conoscere (2). 

In complesso quei cinquant' anni che vanno dal 440 al 
49(), dei quali ho iìn qui ricostruito la storia sono per quel 
che riguarda le condizioni generali nettamente divise in due 
l)eriodi radicalmente diversi : l'uno di dissoluzione, il van- 
dalico, l'altro di relativo benessese : il Gotico. Ma quest'ul- 
timo durò troppo poco per poter dare qualche elfetto. 



Biagio Pack 
( Continua) 



(1) Su questo grandioso Antiteatro, di cui da podii anni s'è messa alla 
luce una parte, oltre i vecchi lavori degli Archeologi Catanesi Musumbci 
ed Ittar, e l'opera del Sbrradifalco {Antichità di Sicilia , voi. V, p. 19- 
21) si vedano alcuni articoli del Prof. F. Fichkra, in « Archivio Storico 
per la Sic. Orientale», a. I e II (1904-1905). 

(2) Cfr. Appendice D. « La Siciliana Elpide ». 



MISCELLANEA 



LA CACCIATA DEL VICERÉ FOGLIANI 



(Cont. V. a. XXXIV, fase. Ili - IV). 

Intanto il Viceré, insieme con D. Girolamo Palermo, Giudice 
della R. Monarchia, l'Avv. Fiscale della G. C. D. Asmundo Pa- 
terno, il Segretario D. Sigismondo Mechelli, il Brigadiere Odea 
(che lo stesso giorno partì per Napoli) e il Gons.re Deodato.Tar- 
giani, cercava la via più sicura da seguire. Quest'ultimo aveva 
proposto che « si divulgasse un bando col quale si proibissero le u- 
nioni e processioni , e intanto subito si fossero chiamate truppe 
da Marsala, da Trapani, e, bisognando, anche da Messina ». 

Questo parere, sostenuto anche dal segretario, non fu appro- 
vato dagli altri , i quali ritenevano che « col bando si sarebbe 
sviluppato un nuovo delitto di controvensione con offesa manife- 
sta della dignità viceregia ; e che essendosi già acquietati gli ani- 
mi con la parola , che si era dato di farsi Pretore Interino il 
M.se di Sortino, non era necessario il far venir truppa y^. 

Però, nonostante il popolo si mostrasse soddisfatto della su- 
detta promessa, questa non giovò punto all'intento. 

Ormai le cose erano così avanzate che non sì poteva più evi- 
tare il tumulto. 

La sera del 18, come al solito, alcuni della Nobiltà si erano 
recati nella villa del Viceré a fargli corte , a dargli conversa- 
zione, che si aggirò sui disordini fino allora accaduti. 

Scioltasi la conversazione , alcuni di essi , presaghi di mag- 
giori ed ulteriori disordini, stimarono ben fatto rientrare, facendo 
sapere al Viceré, già ritiratosi nel gabinetto, la premura che ave- 
vano di rivederlo. 

Uscì il Viceré dalla camera per ascoltarli , e il Principe di 
Trabia parlò in nome di tutti gli altri presenti , offrendo il va- 
lore di ognuno al servizio del Re, della Patria, e di lui stesso. 
Il Viceré gradì moltissimo questa offerta e raccomandò a cia- 
scuno che si occupasse di ottenere la pubblica tranquillità, pen- 

Arch. Stor. Sic, N. S., Anno XXXV. 6 



82 MISCELLANEA 



sando a qualche mezzo efficace. Il Principe di Resultano consi- 
gliò di affidare alle Maestranze e a' loro Consoli i Baluardi della 
Città e la custodia della medesima, in modo da ottenere due utili 
risultati : mostrare agli artigiani la fiducia del governo nel loro 
zelo e nella loro fedeltà per il Sovrano e, quand'anche le Mae- 
stranze fossero state unite coi tumultuanti, diminuirli di un con- 
siderevole numero che avrebbe dovuto necessariamente invigilare 
alla guardia dei Baluardi. 

Ma questo parere fu contraddetto da un Ministro ivi presente, 
il quale sosteneva che il governo, facendo un tal passo, avrebbe 
dato segno evidente della propria debolezza , e fatto conoscere 
che sperava solo nel sostegno dei Consoli delle Arti, la qualcosa 
dimostrava soverchio avvilimento quando occorreva il contrario. 

In questa disparità di opinioni , il Viceré , perplesso , nulla 
conchiuse ; solamente tornò a raccomandare ad ognuno la tran- 
quillità pubblica. La domenica, 19, il Viceré, gravemente impen- 
sierito , si ritirava dalla sua Casina di Mezzomonreale nel Pa- 
lazzo Regio. 

Mille risoluzioni si affacciavano alla mente dell' accorto vec- 
chio , sorpreso dalla furia di quel popolo , dal quale aspettava 
devozione e rispetto. Circondato da numerosi consiglieri, chiedeva 
ora a questo ora a quello un aiuto, un sollievo ; timido ed irri- 
soluto, non sapendo a qual partito appigliarsi. Il popolo invece 
tendeva diritto al fine, valendosi dei più deplorevoli mezzi. 

Il male aveva vinto : per il povero Pretore non si aveva or- 
mai alcuna speranza di salvezza ; ben presto avrebbe cessato di 
vivere. Finalmente la scintilla , che avrebbe fatto cambiare in 
terribile incendio quel fuoco fino allora sopito sotto la cenere , 
era scoppiata. Per salvare le apparenze, come spesso suole acca- 
dere, fu dato principio alla rivolta da un gruppo di ragazzi che 
fingevano giocare nella piazza « dalla parte posteriore del palazzo 
Senatorio, a fronte della porta di S. Cataldo». 

Si recarono a comprare il pane al forno del palazzo , che a- 
veva molto contribuito a fomentare le pubbliche lagnanze (1). 

Il capo dei rivoltosi , Francesco Maurigi , detto volgarmente 



(1) Sole vasi questo forno gabellare; ma, nel mese di agosto del 73, 
il Barone Lo Guasto, incaricato degli affari del Vìceregnante , risol- 
vette di non gabellarlo ed amministrarlo da sé economicamente. Per 
Avere un maggiore spaccio di pane, imponeva ai venditori delle pub- 



MISCBLLANHA 83 



Saturapesci, affisse ad una canna un pane di cattiva qualità (1); 
ed animando vieppiù i compagni alla rivolta , se ne andò gri- 
dando per le vie della città : « Popolo di Palermo, scuotiti una 
buona volta: vogliamo pane bianco !» . E poi, agitato, sconvolto, 
seguito dalle grida di molti compagni : « Non è ancor morto il 
nostro padre e il pane è cattivo e ritagliato ». Assaltarono diver- 
si altri forni, e nel quartiere dell'Albergarla, Piazzetta Grande, 
e in Piazza Ballarò , e nella piazzetta vicino la chiesa dei Ben- 
fratelli e dirimpetto la calata del conte Fiderico, e, non erano più 
pochi ragazzi , ma molti ^uomini grandi e piccoli che, portando 
gran quantità di pane alle canne affissato * si avviavano , in 
ciurma scompigliata e ribelle, all'assalto del Palazzo Reale. 

Verso le ore 15 i tumultuanti erano circa un centinajo e riu- 
scirono a disarmare, assalendola improvvisamente a sassate, la 
sentinella della statua del Re Filippo IV, posta di fronte la porta 
di destra del Regio Palazzo. 

Indi, infilzando il pane sulla bajonetta, quella ciurmaglia, che 
andava ingrossando di tratto in tratto e diventava più forte per 
le armi che strappava dal fianco di coloro nei quali s'imbatteva, 
avanzava per la via del Cassero e andava a unirsi ad altri tu- 
multuanti che, raccolti davanti il Palazzo Senatorio , inveivano 
contro il Sindaco Don Corrado Lanza. Ma questi era stato pre- 
cedentemente consigliato da due ragguardevoli cittadini, venuti 
da parte di alcuni consoli , ad allontanarsi da Palermo . perchè 
idee di vendetta si concepivano contro di lui, creduto autore prin- 
cipale della tassa sulle aperture, imposta tre anni prima. 

Uscì egli infatti dalla città e si stabilì otto miglia distante da 
essa. S' eia anche allontanato da Palermo Stefano di Pasquale 
che, travestito da soldato, aveva scampato l' ira del popolo che 
lo voleva bruciato vivo. 

Era venuto alfine il momento di porre termine a tutte le fin- 
zioni e dar libera esecuzione alla congiura abilmente ordita. 



bliche piazze di dar via questo a preferenza di quello dei particolari. 
Di più il pane del forno economico del Palazzo era di cattiva qualità 
e leggero di peso; così che numerosi malcontenti e lagnanze si erano 
suscitati in tutto il popolo. Vedi doc. III. 

(1) Si dubitò che fosse stato fatto di cattiva qualità appositamente 
dai sediziosi. Ma questa opinione fu pubblicata posteriormente , forse 
in difesa del Fogliani, dai suoi partigiani detti in seguito Foglianisti, 



84 MISCELLÀNEA 



I rivoltosi , divisi in due schiere , si avviarono contempora- 
neamente, parte al Palazzo della Vicaria e parte al Palazzo Regio. 

Ai primi si oppose fortemente la truppa di guardia di dette 
carceri , aumentata nei giorni precedenti , ma il popolo non si 
sgomentò, anzi costrinse, con una pioggia di sassi , la truppa a 
ritirarsi e a serrare le porte della Vicaria. 

Corse poi alla vicina Marina , prese dalle feluche ivi appro- 
date armi e petriere , tolse dal fortino della Garìta un cannone 
di grosso calibro, e, ritornato all'assalto , tentò cinque volte di 
sparare il cannone ; indarno : era mal caricato. Scorgendo inutili 
questi sforzi per mancanza di palle, assaltò la casa di un polve- 
rista, donde tolse polvere, folgori, bombe di giuochi artificiali , 
mercè i quali, e con l'aiuto anche delle petriere, riuscì ad abbat- 
tere la porta della Vicaria. Era ormai impossibile che la guar- 
dia resistesse al furore di quella turba, che , spingendosi fra le 
più scure tane di questo carcere, ruppe invetriate, ridusse in fran- 
tumi gli strumenti ferali, sbrandellò la divisa del boja (1), portò 
via il più odioso ricordo del triste albergo , una pila in pietra , 
che ogni Siciliano nominava con terrore, e appiccò il fuoco che 
tutto doveva distruggere. 

Gli furono consegnate le armi da quei 60 soldati (secondo al- 
tri 40, secondo altri 30) ai quali da taluno si gridava : « Nui nun 
V avemu cu vui , ca vi ricunuscemu comu nostri paisani , e cu 
la divisa di lu nostru Re , di cui nni gloriamu di essiri fidili 
vassalli , ma cu lu malti cuvernu » (2) ; furono messi in libertà 
circa 250 carcerati. Alcuni , essendo imprigionati per cause ci- 
vili o per debiti, non volevano uscire temendo si aggravasse il 
loro reato, ma vi furono costretti da quella turba efferata : « Sor- 
tirono tanti inquisiti giovani, che sembrando decrepiti, avevano 



(1) II boja era l'essere più abbietto delia giustizia ; vestiva sempre 
casacca, calzoni, berretto e calze di panno, metà rosso e metà giallo ; 
sicché da un lato aveva il colore del sangue, e dall' altro quello della 
morte, livrea ufficiale, non creata , ma riprodotta sulle foggie italiane 
del sec. XIV. Egli non poteva mai smetterla, ed al bisogno, la copriva 
con un cappotto d'albagio nero, dietro il quale era disegnata una forca. 
La provenienza del boja era degna del suo mestiere. Era stato un con- 
dannato a morte o alle catene perpetue ; ma aveva ricevuta la grazia 
della vita a condizione che la togliesse agli altri con tutte le forme le- 
gali della giustizia : orribile baratto che fa tremare di ribrezzo ! 

(2) Vedi ms. Qq, F. 231 della Biblioteca Comunale di Palermo, 



MISCELLÀNEA. 85 



(per mezzo dei ferri) perduto totalmente Vuso di cam,m,inare. Ve 
ne fu uno tra gli altri, che per mancanza di forze , non poteva 
tampoco sostenersi in gambe, il quale all'istante da quella stessa 
venne provveduto e rifocillato che fu se ne andiede libero e franco 
uguale alti primi». 

Tutti questi abili maneggi non 8i potevano certamente com- 
piere da una moltitudine di plebei, in maggior parte ragazzi, senza 
un abile capo che li consigliasse e dirigesse. Si vuole, e non credo 
sia il caso di metterlo in dubbio, che alla plebe si fossero unite 
le maestranze (1) e che il tutto fosse precedentemente ordinato 
dai consoli raccolti nel refettorio del Monastero della Gancia (2). 

Nello stesso tempo , per paura che il popolo tentasse nuovi 
eccessi, furono messi in libertà i carcerati dell'arcivescovado, del- 
la corte del capitano giustiziere, e flnanco le donne mal maritate 
della Vetriera e tutte le altre ree, che dal Vicario Generale e dal- 
l'Arcivescovo si tenevano prese in altri femminili ritiri. 



Dopo che la sentinella della statua di Filippo IV era stata 
disarmata, i due portoni del Palazzo Regio s'erano serrati, e la 
guardia stava in atto di difesa. 

Intanto il Viceré, rivolto al Consultore Targiani, a Emanuele 
Bottari , air avv.to Fiscale del Patrimonio, al Pres.te Leone, al 
M.se Loreto, ed al Duca di Misilmeri, che gli stavano attorno , 
disse : << Signori miei, fatevi animo: consultate quello che farsi 
deve » (3). Si esposero varii criterii. Il Consultore propose che 
si facesse accorrere senza indugio la truppa, che il Viceré si ri- 



Ci) Ms. Qq. E. 35 della Bibl. Gom. di Palermo. 

(2) Vedi doc, ined.. Archivio di Stato di Palermo. Real Segreteria. 
Busta 2176. 

Fin dalle prime turbolenze fui d'avviso , che senza capo parca dif- 
ficile muoversi il corpo, e che l'artegianì tutti divisi in 72 arti formano 
più di 40000 uomini atti all'armi, e che essendo a loro connaturale il 
piacere della caccia sono tutti provvisti di schioppo, ed esperti a ma- 
neggiarlo, e che fu pensiero suo, come quello della plebe, scacciare il 
Viceregnante, e sono pure di sentimento che altra più distinta persona 
saggia li regga, e che i preti, li monaci ebbero gran parte almeno con 
consigli in questo fatto. (V. Ms. Qq. H. 118-13 della Bibl. Com. di Pa- 
lermo. 

(3) Vedi doc. ined. Archivio di Stato di Napoli. Affari diversi di Si- 
cilia. Busta N. 477. 



86 MISCELLANEA 



fuggiasse in Castello, e che si pubblicasse un bando per imporre 
a lutti i fedeli vassalli di S. M. di ritirarsi subito in casa. 

Il Bottari fece notare come non avendo S, E. truppa militare 
di forza uguale all'impeto popolare, non convenisse cimentarla ; 
esser utile invece che i più benemeriti cittadini e i più distinti 
Magnati cercassero di raddolcire l'ira del popolo con buone pa- 
role, con promesse lusinghiere. Ma i nobili lì presenti si rifiuta- 
rono, dicendo che alla nobiltà non conveniva cimentarsi, perchè 
qualora venisse disubbidita e disprezzata si accenderebbe un fuo- 
co maggiore (1). 

Il Viceré, avuta notizia dello stabilito assalto della Vicaria , 
ordinò al Battaglione Yauk, che stava di presidio in Castellam- 
mare, di mettersi in marcia e di andare ad accamparsi nel piano 
della Marina. Il Comandante, in mancanza del Maresciallo che, 
per ordine regio, era a Messina, rispose che non poteva assolu- 
tamente abbandonare il Castello. Replicò il Viceré l'ordine, e fu 
risposto che lo mandasse in iscritto. Al terz'ordine, finalmente, 
il battaglione si mise in marcia, ma giunse alla Vicaria quando 
questa era già in fiamme ed il popolo, al grido di « Viva il Re 
e fuori il cattivo governo ! » si era avviato per il Cassero. 

La sentinella della porta del Quartiere diede la voce allerte e 
un'altra sentinella avvisò che dal Cassero si avanzava verso il 
Palazzo gran moltitudine di gente. Furono subito chiuse e rinfor- 
zate le porte del Quartiere : il Comandante Bianco, per ordine 
del Viceré, fece riprendere le armi al Reggimento, divise un corpo 
di 80 uomini in 5 altri piccoli e li pose a custodia del Quartiere 
in cinque punti diversi, mentre il grosso del Reggimento s'impos- 
sessava dei bastioni, situati a destra e a sinistra del Palazzo 
Regio. Il primo era senza cannoni e fu occupato da una metà 
della truppa, formata di 110 uomini, sotto il comando del Sargente 
Mag.re Cav. Pinelli, l'altro, munito di due pezzi di cannone, fu 
occupato dall'altra metà della truppa, risultante anch'essa di 110 
uomini e comandata dal Cav. Bianco, mentre il resto del Reg- 
gimento era al distaccamento di Termini, Castel del Molo, Forzati 
del Molo, fuori Porta Nuova, alla Vicaria, all'ospedale, a guardia 
del Casino di campagna del Viceré. Si esaminò se dietro il Rea! 
Palazzo il popolo potesse dare qualche assalto improvviso , e , 



(1) Vedi doc. ined. dell' Archivio di Stato di Napoli. Affari diversi 
di Sicilia. Busta n. 477. 



MISCELLÀNEA 87 



risultando che sopra il giardino, e propriamente al forno della 
R. Monizione^ potevasi facilmente scalare per trovarsi la mura- 
glia troppo bassa, vi furon posti un Ufficiale e 20 soldati tolti 
dai due Bastioni ; più alcune sentinelle che dovevano scortare 
dalla parte della campagna. 

Il Viceré incaricava il Principe di Cutò, Girolamo Filingeri, 
(venuto allora nella Capitale per accudire agli interessi dì sua 
casa) di mettersi a capo di 64 cavalli (Reggimento dei Dragoni 
della Regina) e, ajutato dal Com.rio di Guerra D. Ferdinando di 
Logerot, di raggiungere dalla parte superiore del Cassero la plebe 
tumultuante; mentre inviava il battaglione di Yauk dalla parte 
del basso Cassero , con ordine esplicito di usare tutte le buone 
maniere per acquietare la Concitazione e di servirsi delle armi 
qualora avessero avuto il fuoco addosso. 

Partirono dette milizie, e in Piazza Vigliena (detta volgarmente 
li quattru cantuneri), s'imbatterono nel popolo che, vedendo la 
Cavalleria da una parte e la fanteria dall' altra , si divise in fa- 
zioni : taluni presero posto nei viottoli che sboccano nel Cassero, 
e il grosso, composto di 10000 persone, faceva fronte col canno- 
ne alla Cavalleria e con le petriere al Corpo degli Svizzeri. 

Ormai il popolo non aveva più nulla da temere : quei pochi 
soldati non potevano opporre alcuna resistenza, che, se lo aves- 
sero appena tentato , sarebbero stati trucidati immediatamente. 
Era impossibile far fronte in cosi poco numero alla forza furibon- 
da dei rivoltosi, che chiedevano l'espulsione del Fogliani al gri- 
do sempre più incalzante di Viva il Re e fuori il Viceré. 

Ad essi s'erano uniti i Carcerati messi in libertà dopo l" in- 
cendio della Vicaria, donde era stato tolto il ritratto del Re, ora 
portato per le vie da un tal Giuseppe Pozzo, soprannominato Na- 
sca, che cavalcava il cannone. 

All'arrivo della Cavalleria, molti rivolsero le armi contro il 
Comandante, certo avrebbero fatto fuoco se taluni dai balconi non 
avessero gridato « Bassa la mano, che questi è il Principe di Cutò, 
nostro Concittadino». Rianimatosi Girolamo Filingeri, si fece a- 
vanti in mezzo a quella turba e disse con intrepida voce : « Oh 
bene, si tira ad uno che viene per acquietarvi f » La turba rispo- 
se : « Viva il Re ! » Ed egli soggiunse : •« Viva il Re per mille 
anni, ma la maniera di mostrarsi fedeli ed ubbidienti al Sovra- 
no non è questa di venir coll'armi alla mano ». Bastò ciò perchè 
la folla abbassasse le armi e gli projwnesse di fare allontanare 



88 MISCELLANEA 



la Cavalleria. In caso contrario, minacciava di dar fuoco al can- 
none. « In questo stato di cose, con soli 64 uomini a fronte di 
un numero così evidentemente vantaggioso provveduto d' ogni 
sorta di arma , tenendo presente 1' ordine del Viceré di non far 
sangue, e conoscendo evidente l'inutile sacrifizio della truppa del 
Monarca, stimai far allontanare pochi passi la cavalleria, ed or- 
dinai ai soldati di rimettere nel fodero le spade. » (1). 

Così dice il Principe di Cutò nella relazione fatta al Tanucci, 
mentre il Targiani aggiunge che il detto Principe era andato a 
riferire al Viceré che si sarebbero vinti i tumultuanti, se fosse 
stato permesso di far fuoco sopra di essi (2); cosa del tutto inve- 
rosimile, come risulta dal fedele racconto degli avvenimenti. For- 
se il Targiani avrà voluto mostrare la giustezza del Consiglio da 
lui precedentemente dato al Viceré. 

Il popolo consegnò tosto nelle mani del Filingeri le armi che 
aveva tolto ai soldati che custodivano il carcere, e quelle di cui 
era precedentemente provvisto. Non volle però cedere né il ritrat- 
to del Re, né il cannone e le petriere. Tre furono le condizioni 
pretese dal popolo : si ritirasse la truppa, gli si desse il Marche- 
se Sortino per Pretore, partisse il Marchese Fogliani. 

Il Principe di Cutò rispose che la truppa si sarebbe ritirata, 
che non vi era alcuna difficoltà per la nomina del M.se Sortino; 
ma che in quanto al Viceré avrebbe cercato di persuaderlo a 
prendere qualche opportuna risoluzione per il bene dei sudditi. 

Il Nasca , salito su un banco , dove vendeva acqua gelata 
mastro Rosciglione, e portando in alto il ritratto del Re, incitava 
la turba a continuare nella rivolta e a non cedere finché non 
fosse venuto il M.se Sortino. 

Quest'afflittissimo Magnate se ne stava nel Palazzo Senatorio, 
tutto compreso nel dolore per la disperata malattia del suo amato 
fratello, e nello stesso tempo pronto a sacrificarsi per il bene 
del popolo e del Sovrano. Seguito da alcuni altri , noncurando 
la morte che l'avrebbe potuto incogliere in mezzo a queir insa- 
na plebe , si avanzò in Piazza Vigliena , fino al banco , donde 
Nasca continuava a gridare : « Viva il Re, fuori il cattivo gover- 



(1) Vedi doc. ined. Archivio di Stato di Napoli. Affari diversi di Si- 
cilia. Busta 479. 

(2; Vedi doc. ined. Archivio di Stato di Napoli. Giunta di Sicilia. 
Busta N. 478. 



MISCELLANEA 89 



no ! * — e ottenne la cessione di una petriera e del ritratto , a 
patto però che questo si portasse dallo stesso Nasca nella Casa 
Senatoria. 

Il Viceré, informato di tutto quanto era successo , ma igno- 
randone la causa prima, pensò di chiamare alcuni nobili, perchè 
si unissero con l'Arcivescovo e con i Consoli delle arti, che egli cre- 
deva innocenti di tali furori , e cercassero di frenare l'impeto 
dei ribelli. 

Vi riuscì infatti l'Arcivescovo che, appena arrivato in Piazza 
Vigliena , pronunziò il seguente discorso : « Cria si è ritirata la 
truppa, già si sono deposte le armi, invece delle quali vi si presenta 
la Croce. Figli amatissimi, da Padre amantissimo, che vi sono vi 
assicuro , che le rivoluzioni e le tumtiltuazioni , le sollevazioni 
del Popolo, sono cose che dispiacciono al sommo Iddio, e perciò 
non sono il mezzo efficace per poter voi ottenere lo che giusta- 
mente ricercate. Acquietatevi dunque , e non dubitate , che se vi 
bisognasse tutto il mio sangue, tutto ben volentieri lo spargerei 
per esservi accresciute le annone , e per le buone qualità delti 
generi. Vi priego non mi fate arrossire, dicendosi che in tempo 
del mio governo succedono tali inconvenienti, e che forse proven- 
gono dalle mie male dispacciate dottrine. Io vi assicuro a nome 
di tutto il governo, che vi si perdonano tutti i delitti sin'ora com- 
messi, così ognun di voi assicurarmi deve della quiete*. 

Ed aspettando la risposta , avendo tutti concordemente pro- 
messa la pace, ripigliò Monsignore : — * In contrassegno dunque 
della fedele compromessa ritirisi ogn'uno, mentre io incarico a 
tutti di accudire coi proprii Consoli, sti la dei quali accortezza 
ha già deposto il governo la cura di tutta la Patria , ed Io da 
qui non partirò se non vedo prima scemata la ìnoltìtudine del 
Popolo (1). 

Così si consegnarono le tre petriere e il Cannone, e si sciolse 
a poco a poco quella ciurmaglia, che si mostrava del tutto quieta. 
Le truppe si ritirarono dai due Bastioni del Palazzo , dove fu- 
rono lasciate solo due sentinelle. 

Il Battaglione di Yauk fu situato nell'atrio e nelle scale dello 
stesso Palazzo. La notte passò tranquilla ; solo i condannati ai 
pubblici lavori, che stavano nell'arsenale in numero di 260, in- 



(1) Vedi relazione inedita di Cristoforo Rizzo — Appendice I. 



90 MISCELLANEA 



tesa la liberazione dei carcerati, si amniutinarono, e fecero forza 
essi pure per liberarsi ; onde fu necessario farli trasportare per 
mare nel Castello, dove trovavasi a guardia il Capitano D. Carlo 
Odoardo Yauk , figlio del Maresciallo assente, che aveva al suo 
comando solo quaranta soldati, oltre quelli che avevano scorta- 
to i forzati (1). 

Gli artigiani, ajutati da alcuni nobili, giusto come era stato 
loro raccomandato dall'Arcivescovo, rondavano per la città per 
evitare qualsiasi disordine. 

La sera avanti, non riuscendo il Fogliani a raccapezzare più 
nulla in mezzo a quella confusione di idee che, senza alcun or- 
dine, gli si affacciavano alla mente , temendo e sperando nello 
stesso tempo, lasciò libero il Logerot di prendere quelle risolu- 
zioni che più gli sembrassero convenienti. 

Questi, durante la notte, inchiodò i Cannoni dei Baluardi della 
Città e vi tolse le casse e le ruote, trasportò da Castellammare 
al R. Palazzo tutti i soldati del Reggimento Svizzero e quelli di 
Pietraperzia, con grande quantità di fucili , polvere e palle; or- 
dinò che venissero subito in Palermo la fanteria di Trapani e 
ia Cavalleria di Marsala, in modo che, essendo disarmati i Ba- 
stioni, con l'ajuto di questa truppa, si sarebbe potuto sopraffare 
la plebe qualora avesse tentato una nuova rivolta. Di più , per 
ordine dell'ajutante del Viceré, il M.se Caldarera, si erano fatte 
girare durante le notti varie pattuglie di soldati per il piano del 
R. Palazzo e per le strade che ad esso conducono. 

In un momento, per un mal pensato rimedio del Com.te G.le, 
veniva ad annientarsi tutta la clemenza sino a quel punto dimo- 
strata dal Viceré. 

Non se n'era avuto esempio uguale in tutti i suoi 18 anni di 
governo. Egli era da tutti chiamato il saggio, lo scaltro, la scuola vi- 
va del governo, il profondo nel pensare, lo specchio della politica : 
adesso quella precipitosa risoluzione era affatto opposta a ciascuna 
delle sudette qualità. 

Altro non si attendeva dal popolo per sollevarsi nuovamente: 
si credette ingannato in buona fede, perchè, mentre la sera avanti 
era stato assicurato della pace , adesso si minacciava di offen- 



1) Vedi Ms. Qq. 177 della Bibl. Com. di Palermo. 



MISCELLANEA 91 



derlo con i suoi stessi Cannoni. Le Maestranze , recatesi con i 
loro consoli da Mons. Arcivescovo dal quale trovavansi alcuni 
Magnati, pubblicamente così parlarono : 

« Sig.re Ecctno, 

Dal fatto sinora accaduto avete candidamente rilievato , che 
senz'alciina nostra ingerenza abbia la plebe portato a cotesto capi- 
tale tali sconcerti, e disordini, pelli quali vi siete indotto ieri doppo 
pranzo con l'intervento di tutt'e tre li Bracci del Regno a capitolare 
per la ptibblica quiete ad istanza della Plebe, quanto publica mente 
ci costa : Ma siccome dal M.se Fogliani si sono certamente messi 
in prattica mezzi tali, che ad evidenza estrinsecano la frattura dei 
convenuti; Perciò si è, che le nostre Maestranze si fan lecito d'ora 
per allora recedere dall'accordato, e porre in pratica con le loro 
forze, ed armi tutto ciò, che sino al giorno d'oggi per amor del- 
la pace denegato lo hanno alla Plebe, che tutt'ora anziosa e bra- 
mosa ne resta delle nostre forze (1) ». 

Ormai non c'era più alcun dubbio : le maestranze, buttata via la 
maschera, si univano apertamente con la plebe. L'Arcivescovo, 
che pur la sera innanzi aveva affrontato l'ira del popolo per farlo 
desistere dalla rivolta, adesso non riusciva a convincere gli arti- 
giani e li lasciava liberi di procedere. Il giorno 20 appariva più te- 
tro e minaccioso dei precedenti. La truppa non doveva più far 
fronte a 10000 uomini, ma a più di 50000; 15000 la plebe e più 
di 40000 le Maestranze, allora in grandissima potenza. 

Furibondo il popolo, e principalmente i maestri, alla lotizia 
che i bastioni di Ossuna e di Porta Montalto , la cui custodia 
veniva affidata alle maestranze , fossero stati occupati dalle mi- 
lizie regie, erano pronti a far man bassa su tutto e su tutti, 
qualora non si soddisfacessero i loro desiderii. Se avevano com- 
messo tutte quelle violenze e tutte quelle efferatezze nei giorni 
precedenti , si capisce come fosse aumentata la loro ira in quel 
giorno, in cui alle ore 12 e 3(4 era avvenuta la morte del V.pe 
del Cassero. 

Così si spegneva colui , la elezione e la malattia del quale 
erano state causa di così tristi giorni; si spegneva, mentre il po- 



(1) Vedi doc. Ms. Qq. F. HO della Bibl. Cora, di Palermo. 



92 MISCELLANEA 



polo, acciecato dal fanatismo, voleva o la fuga o la morte di chi 
egli chiamava * Nuovo Verve della Sicilia*. 

Il Fogliarli , oggetto primo di questi malcontenti , lusingato 
fino all'ultimo dai suoi cortigiani , ignorava quale fosse la pre- 
cipua pretesa del popolo. Nessuno gliela aveva , neppure lonta- 
namente, accennata; così che, quando per la prima volta gli venne 
comunicato da Emanuele Bottari che il popolo voleva il suo al- 
lontanamento , egli, pieno di fiducia , rispose : « Sono avanzato 
in età, non ho fatto male, mi lusingo che tutto anderà bene » (1). 

Il fuoco della ribellione sempre più aumentava per le false 
o esagerate voci; il popolo irrompeva. 

Gli artigiani s'impossessarono a poco a poco dei bastioni, a 
partire dai due sudetti di Ossuna e di Porta Montalto, i cui can- 
noni si rivolsero contro il Palazzo Reale che rimaneva nel ijiezzo. 
La plebe, inerme, assaltò le botteghe degli spadari e le case dei 
nobili, strappò le spade dal fianco dei passanti, saccheggiò tutte 
le barche che trovavansi alla Cala , o molo piccolo , presso la 
porta del Carbone, ed infine irruppe contro l'armeria del Senato, 
.e vi avrebbe appiccato il fuoco se il M.se di Sortino, non le a- 
vesse permesso di prendere le armi. 

Il Targiani riferisce in una sua relazione al Marchese Tanucci 
come , fidando nella buona opinione che di lui aveva il popolo 
di Palermo, nella sua coscienza e nello zelo di vedere estinto il 
tumulto , mostro orribile , andando in carrozza con Mons. Arci- 
vescovo, avesse cercato tutti i mezzi per persuadere la moltitu- 
dine che il Viceré non poteva partire senza la licenza di S. M. 
il quale, essendo potentissimo sovrano, avrebbe potuto tutti ina- 
bissare. Ciò non trova riscontro in alcun altro scritto. 

D'altra parte veramente benemerita fu in questa occasione 
l'opera di alcuni Magnati, tra i quali primeggiò l'Arciv. Filan- 
geri, per il cui zelo il Re ebbe infinite lodi. Convinto dell' im- 
possibilità di quietare quella turba con semplici parole e pro- 
messe , egli si recò alfine al Palazzo del Viceré per persuaderlo 
ad allontanarsi dalla città, per pochi giorni, fino a che si fosse 
calmato il tumulto. Il Fogliani rispose che non poteva, né doveva 
lasciare il suo posto , e che l' innocenza della sua condotta non 



(1) Vedi ms. 4 Qq. D. 46 della Bibl. Coni, di Palermo. 



MISCELLANEA 93 



gli faceva temere alcun male. Ma anche per lui, così ingenuo e 
fiducioso, doveva giungere il momento terribile del disinganno: 
doveva ben presto vedersi solo , abbandonato tra la folla degli 
assalitori, in balia dei nemici, spinto per un cammino che non 
aveva mai sognato, vittima della propria bontà e delle maligne 
arti degli altri. 

Cedendo al desiderio del popolo, il Fogliani eleggeva a Pre- 
tore, fino alla sovrana risoluzione, il Marchese Sortino, al quale 
veniva comunicata la nomina con un biglietto che si lesse pub- 
blicamente : 

« Signore, 

« Non convenendo, come mi rappresenta il Senato ed il Sin- 
daco, che dietro la morte seguita del Principe del Cassero, fra- 
tello di V. S. , resti il Senato senza capo che lo dirigga nelle 
presenti emergenze, mi sono risolto d'eligerlo Interinamente Pre" 
tore, sino alla nuova reale risoluzione, considerandolo come in- 
formato del reggimento degli affari pubblici , e come dotato di 
quei talenti, e qualità, che si ricercano all'amministrazione del- 
l'officio di Pretore. Voglio sperare che V. S. corrisponderà all'og- 
getto di questa elezione, con mettere in opera quel patriotico af- 
fetto, e quello stesso vigilante zelo, di cui era investito il Defunto 
suo fratello in beneficio del pubblico, che resta affidato alle sue 
zelanti premure, ed alle sperimentate sollecitudini del Senato, e 

nostro Signore lo feliciti. 

Il Marchese Foglianl 

Il Popolo, dopo avere inneggiato al nuovo Pretore, al grido : 
« Questo è il nostro Padre , questo è il nostro Pretore ; e viva 
sua Maestà, il Re nostro Signore, e viva il nostro Pretore », si 
rivolgeva contro i suoi supposti oppressori , e ne devastava col 
saccheggio e con le fiamme le case, poste nel basso Cassero. Dico 
la casa di Ambrogio Gazzini (1), mercante genovese, che trafficava 
principalmente nell'estrazione dei grani, cui venivano attribuiti 
i prezzi esorbitanti de' medesimi, per i quali si era consumata 
la colonna frumentaria ed il Senato erasi ridotto a far debiti * 



(1) Di Blasi, Storia cronologica dei Yicerè di Sicilia, pag. 129. 



94 MISCELLANEA 



e di Salesio Di Giorgio, che aveva le principali gabelle della 
città, e perciò era in odio ai cittadini che si credevano vessati 
per il rigore con cui esigeva i suoi diritti. In seguito agl'incen- 
dii, furono sparsi per la città ed affissi in varii luoghi alcuni 
biglietti con scritta : « Clamores paiiperum exaudivit Domi— 
nns >» (1). 

Ritornato il nuovo Pretore al Palazzo Senatorio, fra le gravi 
angustie e le afflizioni, pensò dare i provvedimenti opportuni , 
affinchè, in tempo di tanto sconvolgimento di tutti gli ordini 
della città, non mancassero nelle piazze le necessarie provviste 
di pane e di altri generi di annona. 

Siccome poi si temevano nuovi disordini, qualora la mari- 
neria della Kalsa, (gente numerosissima e povera, che fin allora 
non era uscita dal suo quartiere) si fosse unita con i sollevati, 
(come successe nei tumulti del 1648 e in quelli del 1708), il Pre- 
tore incaricò il Principe di Torremuzza e il Duca d'Angiò, che 
erano da quella gente rispettati e benveduti, perchè usassero ogni 
maggiore diligenza per impedire che si unisse coi tumultuanti. 
Il compito assunto da questi due nobili fu disimpegnato con 
grande interesse : chiamarono il Console della Kalsa , Mercurio 
Tortorici, uomo di buon senso, e varii altri capi di quella gente 
di mare, e ottennero da essi pronta rassegnazione all'ordine del 
Pretore. Difatti questi Marinari , rimasti sempre quieti a guar- 
darsi il proprio quartiere, circondato tutto di pezzi d'artiglieria, 
non ebbero ingerenza alcuna negli eccessi compiuti da quella 
folla di tumultuanti che, dopo avere tentato di dare alle fiamme 
anche la casa del Sindaco D. Corrado Lanza, (2) si avanzava alla 
volta del Palazzo Reale, pronta a tagliare a pezzi il Viceré, qua- 
lora non fosse partito immediatamente. Anzi uno di quei furiosi, 
con sulle spalle un'asta, diceva de avrebbe portato per tutto il 
Cassero la testa del Viceré affissata a quelV asta. Si riferirono 



(1) Vedi ms. Qq. 177 della Bibl. Coni, di Palermo. 

(2) « Ne fu allontanata dalle preghiere e dalle lagrime di Orazio Gau- 
dioso e di suo padre Pietro , che , come proprietarii della medesima, 
mostravano di venirne essi soltanto innocentemente, e senza delitto, a 
soffrire in tutto la pena — e da Giovanni Francavilla, carrozziere, che 
si accinse a difenderla per la paura che si fosse bruciato, insieme con 
quella, un suo magazzino di legname, che era contiguo alla detta casa ». 



MISCELLANEA 96 



air Arcivescovo e agli altri nobili la domanda del popolo e 
le sue minacce, cosicché fu mandato il Principe di Spadafora 
dal Fogliani perchè chiaramente gli mostrasse l' intenzione dei 
sollevati e il pericolo se avesse persistito ancora a rimanere. 

Poco tempo prima era stato da altri riferito al Viceré che i 
tumultuanti pretendevano che si fossero levati dai baluardi del 
Palazzo i pezzi di Cannone che tenevano le bocche rivolte verso 
la Città ; ed egli, per condiscendere ancora una volta alle richie- 
ste del popolo, e persuaderlo sempre più della rettitudine delle 
proprie intenzioni, ordinò che si levassero. Stavano, come abbia- 
mo detto, dentro il palazzo, alloggiati nelle scale e nel cortile, i 
soldati del reggimento Siracusa, e alla solita guardia del portone 
alcune compagnie del reggimento svizzero di Jauk, in quell'oc- 
casione accresciute fino ad un intiero battaglione. 

Il Viceré, le cui intenzioni furono sempre pacifiche e sincere, 
mandò ordine assoluto al Cav. Bianco , Tenente Colonnello del 
Reggimento Siracusa , di non far mai fuoco , per qualunque oc- 
casione, contro i sollevati, e di non fare il menomo movimento. 
Il Comandante degli Svizzeri, a tale ingiunzione, mandò il suo 
ajutante maggiore dal Viceré, perchè specificasse un tale ordine, 
che venne ripetuto in termini più precisi. 

Alla conferma di tale disposizione, che credeva ingiuriosa al- 
l'onore militare, il Comandante si recò in persona dal Fogliani a 
domandargli che gli mandasse, a giustificazione sua e di tutta 
la truppa, tal comando in iscritto. Ma la costernazione, la man- 
canza di tempo, l'incalzare degli avvenimenti lo vietarono. 

Mentre tutto ciò si svolgeva nel Palazzo Regio, varii Nobili, 
per impedire maggiori eccessi dal popolo, erano andati in Piaz- 
za della Cattedrale, dove stava il nerbo maggiore dei tumultuanti 
coi cannoni puntati sul detto Palazzo. 

Alla testa di tali nobili erano Monsignore D. Girolamo Pa- 
lermo, Giudice del Tribunale della Regia Monarchia, rispettabile 
per la dignità vescovile, ed il Principe di Carini, venerabile per 
vecchiezza e probità, rispettato ed amato sempre dal popolo. Chia- 
marono a sé i più popolari Consoli delle Maestranze, fecero loro 
comprendere la gravità degli eccessi , la rovina che ne sarebbe 
immancabilmente venuta alla città per la giusta indignazione che 
ne avrebbe concepito il Re , si affannarono a dimostrare come 
mettessero la città di Palermo nel rischio di esser privata degli 



96 MISCELLANEA 



onori di Capitale e di residenza del Viceré e dei Magistrati, co- 
me fosse esorbitanza il pretendere che il Viceré abbandonasse il 
Governo senza ordine del Sovrano, ed infine proposero di lascia- 
re che il Fogliani si ritirasse nel Castello , con la promessa di 
ottenere dal suo buon animo un generale indulto, e tutte le gra- 
zie e nuove provvidenze che dal popolo fossero state richieste. 

Ai suggerimenti di questi venerabili vecchi ed alle persua- 
sioni e preghiere degli altri nobili, cominciavano a cedere ed a 
farsi più remissivi gli animi inferociti e già alcuni consoli as- 
sentivano ai patti , dicendo che volevano per Sindaco lo stesso 
Principe di Carini. Il buon vecchio rispose che non avrebbe a- 
vuto alcuna difficoltà ad assumere tal» incarico, purché si fossero 
acquietati e non avessero più insistito sull'espulsione del Viceré. 
Però , mentre si stava in tali trattative di concordia , scese dal 
Palazzo il Principe di Spadafora, accompagnato dal Principe di 
Pietraperzia , che , non sapendo nulla di ciò che si era trattato 
dagli altri nobili coi consoli delle maestranze, credendo di cal- 
mare i tumultuanti, andava gridando che il Viceré era pronto a 
partire, purché gli si fosse assicurata la salvezza dai Consoli. 

In un attimo il popolo si precipitò furiosamente verso il palaz- 
zo. Erano circa le 23. Entrato per le due porte diagonali di Bed- 
mar e di S. Michele, cominciò a disarmare la guardia, poi s'in- 
trodusse nel basso cortile, si avanzò per la scala, affollandosi a 
migliaia con le armi alla mano e circondando tutta la truppa, che 
stava sulle armi ed immobile (1). Certo il conflitto di quelle due 
forze così disparate sarebbe terminato con lo sterminio della 
truppa, impotente a resistere a quella furiosa popolazione. Vi- 
gliacca fu in seguito giudicata la milizia di Palermo, per non 
aver saputo salvare da quell'ira indegna il Viceré ; giudizio che 
perde ogni valore quando si riferisca alle circostanze particolari 
di questa obbrobriosa sollevazione di popolo. Furon tanti fantocci 
quei soldati,dice il Villabianca: ma dovettero esserlo, aggiungiamo 
noi. Infelici erano le condizioni delle milizie siciliane in quel tempo 
poco numerose e mal disciplinate : eppoi dovevano pure ubbidire 
al comando del Viceré che aveva ormai stabilito di dare la pro- 
pria vita per la salvezza del popolo di Palermo. 



(1) Gli assalitori , vedendo le porte del Palazzo aperte , temerono 
qualche inganno e, come nota il Villabianca , non una , ma tre volte, 
si videro vergognosamente retrocedere. 



MISCELLANEA 97 



Palermo, città amata, egli ricordava sempre con affetto, e, in 
seguito, pur avendo accenti di sdegno per quel popolo insano , 
non seppe negargli il perdono. 

Disarmata la truppa , potè avanzarsi quella folla di efferati 
nelle stanze del palazzo fra urli e strepiti, minacciando di mor- 
te il Viceré se non si fosse affrettato a partire. 

Non c'era più da illudersi. D. Giovanni Fogliani, il Prin.pe 
fino allora amato e adulato, era abbandonato dagli amici , vili- 
peso dai sudditi, mancante di denaro. (1) Triste esperienza della 
vita ammaestra che gli uom,ini si inchinano al sole che nasce 
e voltano le spalle a quello che tramonta. Il Dum eris felix di 
Ovidio si ripete assai più frequentemente di quanto si possa im- 
maginare. Pochi serbarono al Prin.pe, contro il quale s'imprecava, 
i riguardi prodigati al Prin.pe fino allora regnante. Tra questi 
fu la contessa di Caltanissetta, vedova Ruffo Moncada, che, af- 
frontando r ira furibonda della plebe, si affrettava a far sapere 
airafflitto M.se che teneva a disposizione di lui i suoi beni , e 
pronte a qualunque suo bisogno le migliaia di scudi della sua 
cassa » Il Viceré, ricevuta dal Canonico D. Giuseppe Pisani l'as- 
soluzione in articiilo mortis, firmati alcuni fogli in bianco e date 
le disposizioni necessarie intorno alla nomina del Governante In- 
terino, si dava in mano a quei rivoltosi, pronto a soffrire tutte 
le ingiurie. 

Accompagnato dal Brigadiere, Giuseppe Caldarera, scese le 
scale, fra gl'insulti della plebe insana. Sali in carrozza insieme 
col Pn.pe di Pietraperzia, con Mons. del Castillo e con il Caldarera 
stesso che teneva con sé il nipote del Fogliani , Carlo Melelupi 
e Bardassi, M.se di Soragna. Ma dovette il Caldarera cedere il 
posto all'Arcivescovo allora arrivato , il quale avrebbe garan- 
tito il Fogliani dalla furia del popolo. 

Spettacolo terribile e insieme lagrimevole il vedere andare 
lentamente il cocchio viceregio per tutto il Cassero, ove altre 
volte era passato tra gli evviva e gli applausi , attorniato da 
sterminata folla di furenti popolani, portanti, chi il ritratto del 
Re, chi bandiere, chi schioppi, chi spade, legni, bastoni, suonando 
disordinatamente pifferi e tamburi, gridando continuamente « Viva 
il Re e fuori quel ladrone di Fogliani ! » 



(1) In carrozza, rivolgendosi all' Arcivescovo disse : Con 20 once 
entrai e con 20 once ne esco. 

Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXXV. 7 



98 MISCELLANEA 



Così si giunse a Porta Felice. Sparsasi la voce che il povero 
Principe voleva recarsi alla Bagheria , dieci miglia distante da 
Palermo, per impedire l'esecuzione di questo disegno, staccarono 
i cavalli dalla Carrozza e lo costrinsero ad imbarcarsi in un bat- 
tello che era a caso vicino alla riva. 

Uno dei sollevati si fece largo tra la folla per ingiuriarlo da 
presso, ed un altro, che possedeva una sciabola irruginita, gliela 
tirò alla testa, ma, per fortuna , sviata da un Console , andò a 
colpire in un lato della carrozza. 

I quattro remiganti del Navicello, confusi e spaventati dalla 
furia del popolo, senza sapere ciò che si facessero, nell' allonta- 
narsi dalla riva , presero malamente la direzione , ed andarono 
col legno in secco, così che uno di essi dovette saltar nell'acqua 
e immergervisi fino alle ginocchia per aiutare a disarenarlo , 
mentre i sollevati gridavano dalle sponde che si gettasse il Vi- 
ceré in mare. In tutto il tragitto del Cassero, il Viceré aveva so- 
stenuto la propria dignità, senza mostrar punto di turbarsi alle 
grida e alle ingiurie della plebe, ma appena fu alquanto distante 
dalla riva, rivolgendosi a quei pochi servitori ch'eran con lui , 
esclamò con dolore : « Sapessi almeno il motivo di tanto sde- 
gno ! », Fu trasportato al molo per trovare qualche bastimento che 
fosse pronto a partire. Ve ne era uno di bandiera francese, sul 
quale appunto fu imbarcato il Viceré. Questi ebbe a provare al- 
lora un nuovo dolore, perchè il suo caro nipotino, in mezzo alla 
confusione ed al tumulto dell'imbarcarsi, si era smarrito fra la 
moltitudine. Fu trovato solo qualche ora dopo da un artigiano, 
al quale, mentre stava per prenderlo, il fanciullo gridava pian- 
gendo : « Non mi ammazzate ! ». Gli fu salva infatti la vita e fu 
condotto sul battello a raggiungere lo zio che partiva, senza sa- 
pere dove sarebbe andato a sbarcare. 

Ormai i pazzi desiderii di quella ribelle popolazione erano 
soddisfatti , ma ben presto si sarebbe accolta della falsità delle 
sue pretese ed avrebbe rimpianto quel Principe , verso il quale 
aveva avuto ogni accento d'ira e di disprezzo. 

Diffusione del tumulto in altri paesi della Sicilia. 

La causa prima del tumulto della Città di Palermo era stata 
la misera condizione annonaria che aveva suscitato un grave mal- 



MISCELLÀNEA 99 



contento , sempre più accresciuto dalle mire dei nemici del Fo- 
gliani. 

Anche gli altri paesi della Sicilia, specialmente quelli del Val- 
demone, risentivano le conseguenze di una cattiva raccolta e di 
un pessimo ordinamento economico. Già fermentava in alcuni il 
principio della rivolta, che aspettava l'occasione propizia per ma- 
nifestarsi apertamente. 

La prima ad insorgere fu la Città di Monreale. 

Da circa 19 anni per la enorme somma che annualmente vi 
aggiungeva l'Arcivescovo, godeva della grandezza del pane che 
in seguito alla morte del detto Prelato s'era dovuto sminuire e 
ridurre al peso di once 13, in modo che il pubblico pani zzo cor- 
rispondesse al prezzo dei frumenti. 

Era poi la piìi vicina a Palermo e per la prima , doveva ri- 
sentire l'azione dei disordinati moti. 

Era il lunedì, 20 settembre, lo stesso giorno della sollevazione 
palermitana, e circa la stessa ora, quando alcuni, animati dai pro- 
gressi dei rivoltosi di Palermo, con pubblici schiamazzi , corre- 
vano per le vie, lamentandosi della piccolezza e cattiva qualità 
del pane. Il Pretore e i Giurati per evitare maggiori disordini, 
fecero subito annunziare che si sarebbe cresciuto il pane di una 
oncia. Ma il popolo, infuriato, chiedeva che fosse di once 16, si 
recò, già numeroso, alla casa del Governatore della Città, Don A- 
lessandro Tanni, P.pe di S. Vincenzo, e, con grida e con minacce 
ottenne che il pane fosse del voluto peso e che si diminuisse il 
prezzo della pasta. Né fu contento di ciò, ed insorse ancora più 
furiosamente al grido di : « Fuori il cattivo governo ». 

Sull'esempio dei Palermitani, assalì le botteghe dei rivendi- 
tori, minacciò financo di darvi fuoco , e 1' avrebbe fatto se non 
vi fosse stato impedito dal Capitano di Giustizia D.' Domenico 
Caruso. 

Già si avvicinava la notte , e il popolo non ristava dal tu- 
multuare; anzi preparava nuovi disegni per il domani. Uno dei 
capi rivoltosi, al suono di un rustico tamburo, gridava per la cit- 
tà. « Non esca nessuno dimani giacché dobbiamo fare la giusti- 
zia ». Disposero infatti perché ninno uscisse dalla città , ed av- 
visarono financo i Sacerdoti, perchè il domani (giorno in cui ri- 
correva la festa di S. Matteo) non celebrassero la messa di buo- 
n'ora, come solevano gli altri giorni per comodo dei contadini. 



100 MISCELLANEA 



Al suono dello stesso tamburo si doveva dar principio alla 
giornata del 21 , piena anch' essa di violenze e di ribellioni. Il 
popolo fu chiamato al grido : « Uomini e donne, alzatevi tutti, an- 
diamo a far crescere il pane , poiché questa mattina doghiamo fare 
giustizia e vi sarà il serra serra ». Raccoltosi , si avviò alle car- 
ceri ed ottenne che fossero liberati almeno coloro che vi stavano 
rinchiusi per cause civili; indi, assalito Maestro Francesco Romeo, 
Contestabile della Casa della Città, ne ottenne le chiavi, e, im- 
possessatosi del ritratto del Re, proseguì tumultuando al grido 
di : « Viva il Re e ftiori il cattivo governo ! ». 

Anche qui si tentarono tutti i mezzi per calmare V irato po- 
polo; si ricorse alla voce affettuosa del Parroco D. Ignazio Gri- 
maldi , che , accompagnato da altri ecclesiastici , consigliava la 
calma; esortava tutti a ritirarsi pacificamente. Invano. L'abbia- 
mo già notato parlando della sollevazione palermitana; a frenar 
l' ira dei tumultuanti non vale la mite parola , la promessa ; ci 
vuole la forza e quando questa manca, ogni tentativo è inutile. 

La ciurma tumultuosa , nonostante avesse ottenuto la soddi- 
sfazione di buona parte delle pretese, inveiva contro il Governa- 
tore e lo voleva espulso, e minacciava di dar fuoco alla sua casa. 

Avvisato, il P.pe di S. Vincenzo si rinchiudeva con la fami- 
glia nel vicino convento di 8. Gaetano. Ma, non riuscendo a cal- 
mare il popolo, si allontanava da Monreale. Usciva, infatti, dalla 
porta di 8. Michele, tra le ingiurie e le offese della marmaglia, 
confortato però dagli onori e dalle proteste di devozione di Mons. 
Chaftalon, abbate cassinese. Vicario Generale della sede arcive- 
scovile allora vacua, dei RR. Canonici Benedettini, dei RR. Ca- 
nonici della Collegiata, dei varii gentiluomini del paese, e andava 
ad abitare in una sua Villa, posta alle falde del monte Caputo, 
nella contrada dei Qolli. Intanto, i rivoltosi ritornavano alle Pri- 
gioni e liberavano gli altri carcerati; indi si avanzavano fino alla 
casa del Governatore per darvi il sacco. « Ne diroccarono alcune 
muraglie, strapparono le grate di legno, che corrispondevano ad 
un domestico giardinetto, quali poi bruggiarono con altre robbe, 
nella pubblica Piazza, ed introdottisi nel giardino infransero tutti 
1 vasi di creta , che quella flora adornavano ; ruppero le vitrate 
delli balconi, diedero alle fiamme alcune aride piante, e vi com- 
misero miUe altri orridi eccessi » (1). 



(1) V. append. I. 



MISCELLANEA 101 



Costrinsero con le minacce e con la forza i rivenditori a dare 
i varii generi d'annona al prezzo da essi imposto e , recatisi in 
un vicino podere del P.pe di S. Vincenzo, detto volgarmente li 
Comuni e in altri due contigui, l'uno di Maestro Innocenzo Polizzi 
e l'altro del Sac.te D. Federico Martinez , vi commissero deva- 
stazioni d'ogni sorta. Ottennero quindi dai Giurati e dal Pretore 
che il pane si facesse per sempre del peso stabilito di once 16, 
che la pasta si vendesse a gr. 9 il rotolo, l'olio a tt. 1 e gr. 6, 
i frutti di mandra e il sapone 2 gr. meno a rotolo della già fatta 
obbligazione ; il vino a gr. 7 il quartuccio , la carne di nero a 
gr. 18 e quella di manzo per 2 gr. meno del solito. Non contenti 
della semolice promessa , vollero ed ottennero un pubblico con- 
tratto per mezzo del M.ro Notare della Città ; e chiesero come 
mallevadori 4 fra i cittadini più benestanti, che obbligarono ad 
aderire alla proposta con la minaccia di devastarne i beni. Avuta 
una copia dell'attestato di tale obbligazione, la portarono in trionfo 
per la città, gridando : « Viva il Ee, viva la pace ! » Quegli spi- 
riti ribelli si erano alfine calmati : toccava loro ormai la ben me- 
ritata pena. 

I Magistrati , sul!' esempio di Palermo convocarono le Mae- 
stranze, e dettero loro 1' incarico di catturare i tumultuanti. E, 
quando, dietro necessarie investigazioni, se ne rinvennero parec- 
chi, si rimandò il tutto al Tribunale della Gran Corte di Paler- 
mo, il quale, essendo stato già promulgato l'atto del Triduo, ne 
compilò il processo. Tra 45 rei solo 3 (Vincenzo Zuccarella, Giu- 
seppe Gatto, Filippo Cammarata) furono condannati a morte, e il 
3 di novembre , alle ore 23 , nella Piazza di Monreale , assistiti 
fino all'ultimo dai Sig.ri Cavalieri Confrati della Xobile Compa- 
gnia dei Bianchi di Palermo, ebbero mozza la testa e la mano de- 
stra (giusta la sentenza emanata il 2 novembre), esposte poi in 
gabbie di ferro sulle porte delle pubbliche prigioni della Città; 
5 furono condannati a galera a vita ; 2 ad anni 20 , e 3 ad an- 
ni 15. Gli altri sfuggirono all'immediata condanna; ma con ulte- 
riori sentenze emanate dal sudetto Tribunale alcuni venivano de- 
stinati alla galera, altri relegati in esilio (2). 



(1) Vedi doc. ined. Archivio di Stato di Palermo. Real Segreteria. 
Busta 5305. 

(2) Vedi app. I. 



102 MISCELLANEA 



Il P.pe di 8. Vincenzo , nonostante avesse esposto al Re il 
desiderio di essere allontanato dal governo di Monreale , fn ri- 
confermato e fatto entrare trionfalmente nella Città , (ionde era 
«tato espulso fra le più gravi ingiurie e minacce. 

Gli stessi avvenimenti si ripetevano a Piana de' Greci, terra 
dello stato, dove si erano recati alcuni tumultuanti di Monreale 
per animare quella gente a sollevarsi : a Bisacquino, altra terra 
dello stesso stato di Monreale, i cui notai in seguito alla partenza 
del Viceré , avevano spedito un memoriale sedizioso all'Are. Fi- 
langeri e adesso si recavano in casa del Governatore, che colma- 
vano di ingiurie e di violenze , e schiamazzando per le vie , 
<<k Birbante !.. Briccone ! ... » senza nominare mai alcuno. Lascia- 
vano facilmente capire come avessero lo scopo di eccitare la po- 
polazione a rivolta. 

A Oefalù la prima mossa fu data da alcuni marinai che 
dopo avere assistito agli eccessi della capitale, chiedevano l'au- 
mento del peso del pane e la diminuzione del prezzo del vino e 
degli altri commestibili. Alle minacce di violenze e di rapine i 
Giurati e il Pretore della Città pregarono caldamente il Vesco- 
vo, che da nove anni dimorava a Polizzi, di restituirsi nella sua 
sede per calmare, con le opere, e con le elemosine i fedeli. Ma 
il Vescovo si rifiutò, adducendo a scusa la cattiva salute, e non 
venne neanche dopo essergli stato ordinato dal re tal ritorno alla 
sua sede. Fortunatamente l'opera assidua dei Giurati e del Pre- 
tore, i quali meritarono giustamente le lodi del Re, riuscì a cal- 
mare il popolo e a farlo e ritornare alla vita abituale (1). 

Così, la città di Girgenti , dove il popolo si querelò per il 
prezzo del frumento e dell'olio , tornò in quiete, solo quando 
il Vescovo promise di mantenere il panizzo a tt. 72 la salma (2). 
Nella terra del Parco (di pertinenza della Real Badia d'Altofonte) , 
dopo avere sollecitato le necessarie provvidenze , perchè venis- 
se aumentato il peso del pane e sminuito il prezzo della pasta, e 
della carne , chiesero i cittadini anche la rimozione del castel- 
lano D; Gioacchino Isaia, da essi creduto unico autore dei gravi 



(1) Vedi doc. ined. Archivio di Stato di Palermo— Real Segreteria — 
Busta 2918— ottobre N. 5. 

(2) — V. doc. ined. Archivio di Stato di Palermo — Real Segreteria, 
Busta N. 2176. 



MISCELLANEA 103 



ioconvenienti che si sperimentavano iu qaella terra (1). Gon'altri 
disordini si manifestarono a Montelepre, vassallaggio del Duca 
delle Grotte La Grua di Carini -al Cafsalotto del Giardiriello, spet- 
tante al Principe di Niscemi Valguarnera Cottone — a Partini- 
co, terra tenuta in affitto da Tommaso Celestre di Santa Croce — 
a PaUizzo Adriano , del Duca di Villarosa Notarbartolo — a Ca- 
paci, a Carini, vassallaggio di casa La Grua, presso Palermo — 
a S. Crini ina, a Naro, ed in altri comuni. 



li Fogliani a Messina — Nuovi tumulti — Deposizione del 
Viceré. 

Il Viceré, informato dal Malaspina (suo nipote, ufficiale nella 
truppa del Re) dei tumulti di Monreale , dove questi si era ri- 
fugiato per scampare da quelli di Palermo , « capì cK' era stata 
una congiura generale per tutto il Regno ». Non volle quindi av- 
venturarsi ad approdare in alcun luogo; stette tre giorni in vista 
di Palermo; si avvicinò alla marina di Solante, e poi a quella di 
Cefalù, solo per provvedersi di commestibili. 

Facendo vela per Lipari, incontrò presso il Capo d'Orlando 
il Maresciallo Claudio Florinando Y:nk, che, alla notizia dei tu- 
multi di Palermo, si era imbarcato a quella volta. 

Questi persuase il Viceré a ritirarsi in Messina : 1' accompiv- 
gnò, e dopo esser passati per Milazzo il giorno 25, il 26 appro- 
davano nella sudetta città. 

Meravigliosa l'accoglienza fatta a questo Governante dai Mes- 
sinesi, i quali da lungo tempo accarezzavano l' idea che la loro 
città divenisse sede dei Viceré, e adesso intravedevano attuate 
le loro speranze, fondando la grandezza di Messina sulla caduta 
di Palermo. 

E tutto ciò per la gara ostile che da secoli esisteva fra quelle 
due città. 

« Come sorgesse, e procedesse, e si mantenesse, fomentata, e 
sfruttata iniquamente dai governi, principalmente dallo spagnuo- 



(l) y. doc. inedito — Archivio di Stato di Napoli- Carte diverse, 
Busta 681. 



104 MISCELLANEA 



lo, radicata nel tenace temperamento passionale siciliano, in certe 
differenze di sviluppo interno (più aristocratica Pnlerrao , più 
commerciale e borghese Messina), in opposizioni reali o immagi- 
narie d' interessi, sarebbe lungo il volere anche solo tracciare ». 

É certo che si contrastò vivamente per il titolo di Caput Re- 
gni, si contrastò per la Corte, per i privilegi, per la zecca, per 
il Parlamento, per lo Studio pubblico, per il Porto , per la no- 
biltà, per i- Santi, per la mitologia, per le virtuose e per le tri- 
sti azioni Parrà esagerazione, ma è vero purtroppo : l'animo- 
sità tra Messinesi e Palermitani, nel sec. XVII massimamente, 
invase nella totalità perfino le regioni delle scienze e delle let- 
tere, ed eccitò gli intelletti più nobili e più colti, gli animi più 
bennati, e scese a bassezze e viltà inaudite. Libri sconci, satire 
violente, insulti sanguinosi, deturpamenti di statue , disegni in- 
fami... a tutto sì ricorse, perchè qualunque arma di offesa parve 
buona per colpire l'avversaria città... non restava che impugna- 
re il ferro e correre alla distruzione reciproca. 

All'arrivo del M.se Fogliani si accrebbe ancora più 1' odio e 
V ostilità, i Messinesi non si contentarono di acclamare fra le fe- 
ste e il giubilo il V^icerè, ma colsero l'occasione per sfogare la 
loro rivalità contro i Palermitani. E qui mi piace riportare alcuni 
versi che attestano quanto io qui affermo (1). 

Popolo di Palermo ebbro ed insano, 
Di tua follia qual ne fìi mai l'acquisto ? 
Di mirar tue sciagure or non mi attristo 
Fabbra del proprio mal fu la tua mano 

Va, Prence pio, prodigo, a tutti umano 

Hai con l'inganni altrui confuso, e misto ; 

E qual condotto dai Giudei fu Cristo 

Barbaro, conducesti empio, inumano ! 
Fu bandito da te: vedi in qual festa 
Colma di somma gioia, e sede, e soglio. 
Mamerta tua rivai, umil l'appresta ! 

Ecco la pena del tuo folle orgoglio 

Servo sarai senza corona in testa 

Faiaelico meschin per tuo cordoglio (2) 



(1) V. Scarpusza, C. VI, str. 58-62. 

(2) Vedi ms. Qq. F. 110 della Biblioteca Comunale di Palermo. 



MISCELLANEA 105 



E Palermo subito di rimando: 

Popolo inarmertìno ebbro, ed insano 

Sei tu, che vanti un passeggiero acquisto 

Mancò la plebe vii, di cui mi attristo 

Ma nò la forte, e la più saggia mano. 
Un Prence pio è ver prodigo umano 
Bandì ceto più vii confuso, e misto 
Di tanti.... figli tuoi.... oh ! lo sa Christo. 
Mira te stesso, e dimmi poi inumano. 

Fusti ribello il penzi ? ed or fai festa T 

Ti vanti mio rivai ; tua fede al soglio 

Da reo livore, non da cor si appresta 
Or sii qual brami, ed io con questo orgoglio, 
servo fedele alla Corona in testa 
e non è questo un tuo maggior cordoglio f 

• 

E così continua in parecchie altre poesiucce che credo inutile 
riportare. 

Il Fogliiiui, uscito d:i Palermo al grido di " Viva il Re e 
fuori il Viceré,, giungeva a Messina accolto tra le benevoli voci 
di : " Viva il Re, e benvenuto il Viceré ,,. 

Egli non volle per allora entrare nella città, ma si ritirò nel 
Convento dei Minimi, fuori le porte. 

E il giorno 27 annunziava con una circolare a tutti i Senatori 
Sindaci, Giurati, Nobili , ecc. il suo arrivo a Messina nel giorno 
precedente. 

Questa risoluzione di recarsi a Messina fu biasimata da molti 
e , al dir del Torremuzza, segnò la sua totale disgrazia servì ad 
accrescere l'odio della plebe ; dette nuovo appiglio alle triste arti 
dei suoi nemici. 

A Napoli, i Ministri della Corte credettero che il Fogliani 
l'avesse fatto per risvegliare le già sopite inimicizie e gare fra le 
due Città , per cui il rimuovere il Viceré da Messina dava da 
pensare molto piti di quello che ne avrebbe dato la risoluzione 
di farlo ritornare in Palermo dopo di esserne stato espulso. 

Partito il Viceré, la plebe contenta della vita menata in quei 
giorni, non ristette dal tumultuare; ma recatasi alla Casa del Sin- 
daco, tentò ancora una volta l'assalto, come fece anche della Ca- 
sa del Barone Lo Guasto. In seguito si volle notare come in tutte 



106 MISCELLANEA 



queste stragi , in tutti questi assalti non si sia avuto di mira 
altro che liberare la Città dai tiranni, senza mai aspirare a qual- 
siasi {guadagno. La qual cosa non credo si possa aft'erinare con 
tutta certezza, tanto più quando si consideri che le case di Mi- 
chele Gravina, Principe di Comitini , e di Agesilao Bonanno, 
duca di Castellana, furono salve per l'oro largito dai possessori 
alla popolazione, e quando si ponga mente alle minacce a cui 
ricorse il popolo per estorcer denaro (1). 

Indi si assaltarono le pubbliche botteghe e si tol83 tutto ciò 
che vi si trovava. 

Ma era ormai tempo di calmarsi. 

Le Maestranze e i Nobili, ])aghi dell' espulsione del Viceré, 
cercavano procurare in qualsiasi maniera la tranquillità della 
patria e non sostenevano più la causa del popolo ; volevano con 
l'opera benefica e generosa smentire la voce sparsasi della loro 
ingerenza nei tumulti e allontanare qualsiasi sospetto. • 

Sappiamo come per la pubblica quiete invigilassero le ronde 
col catturare i malandrini che agognano sempre pescare nel tor- 
bido ; però si erano di molto aumentate e portavano grave stra- 
pazzo alle Maestranze; si pensò quindi di ridurle e mettere a 
capo di ciascuna un cavaliere , (2) che veniva informato , me- 
diante un' apposita circolare , del luogo in cui doveva rondare , 
dell' ora stabilita e del nome del Santo che alla sua compagnia 
si assegnava. La ronda constava del Console e di 15 artigiani. 

Si provvide perchè il pubblico fosse fornito abbondantemente 
di pane e di altri generi di annona ; si assegnò una Commissione 
di vigilanza a ciascun forno (3) composta di un nobile Senatore, 



(1) «Uomo di mal talento fece arrivare un biglietto scritto con caratteri 
tagliati a stampa al Principe della Trabia, già Pretore di questa, intimo- 
rito perciò dell'incendio come vi cennai, coll'intima di portare onze sei- 
cento in potere del padre Grifeo chierico regolare dell' ordine Teatino, 
per cousignarle poi od un Prete, e nel caso della negativa la minaccia 
del fuoco, intimorito il Principe della Trabia si portò in un suo vassallag- 
gio, ma à costo d'ogni ricerca non potè sapersi l'autore». Vedi relazione 
inedita del Caccamisi - App. TI. 

(2) Vedi doc. ined. Archivio di Stato di Palermo. Keal Segreteria, 
Busta 769. 

(3) Vedi doc. ined. Ardi, di Stato di Palermo. Real Segreteria. Re- 
gistro di di8j)acci (Diversi di Palermo) n. 520, fog. 70. 



MISCELLANEA 107 



di iia accreditato sacerdote , di un capo di Maestranza e di 10 
artigiani. Furono aperte le porte della Città, ma questa presen- 
tava un aspetto luttuoso giacché fu sospeso il suono delle cam- 
pane, furono le chiese aperte per poche ore del giorno, chiusi i 
teatri e proibite le recite delle Opere , interrotto il Commercio 
fra i negozianti , sviato il corso dei pubblici affari , disturbato 
fìnanco il piacere della villeggiatura, essendo stata impedita dal- 
l'Arcivescovo la i)artenza dei cittadini, e principalmente dei no- 
bili , ritenuti necessarii in quelle emergenze. 

Con la cura e lo zelo dell'Arcivescovo, del Pretore e delle Mae- 
stranze, si era a poco a poco restituita in Palermo la tranquilità 
e già il 23 si era ritirata dalle pubbliche strade, fatta eccezione 
di un cannone, l'artiglieria portatavi dalla moltitudine ; si erano 
restituite quasi tutte le armi alla truppa , e questa fu ricondotta 
armata nei luoghi della solita guardia del Real Palazzo, nel ri- 
spettivi distaccamenti della Città, e nei posti , dai quali si era 
ritirata la milizia urbana delle maestranze. 

Si temevano tuttavia nuovi disordini , tanto più che nella 
plebe perdurava un certo maligno fermento, e si notavano spesso 
combriccole fuori le porte, minaccianti anche le maestranze, per- 
chè, dopo la partenza del Viceré , nessun utile s' era conse- 
guito (1). 

Appunto perciò, nonostante i grandi preparativi, si proibì la 
pubblica funzione per la morte del Cassero che si fece seppellire 
la notte del 22 al 23 silenziosamente nella Cappella della SS. ma 
Vergine del Rosario. 

Di tutto ciò che accadeva, si rendeva minutamente conto alla 
Corte, ma non con tutta sincerità. L'Arcivescovo e il Sacro Con- 
siglio, cercando di quietare i ribelli, avevano concesso un gene- 
rale indulto ; ora, per ottenere la conferma del Re, si affannavano 
a dimostrare come la colpa fosse della più vile plebe , spinta a 
tumultuare dalle tristi condizioni derivate dalla debolezza e dalla 
incapacità del Viceré , mentre magnificavano Fopera dei nobili 
e delle Maestranze. 

Il Re quindi ebbe parole di lode per tutti coloro che si erano 
adoperati per il bene pubblico, esortandoli a persistere nella via 
intrapresa ; e principalmente per il ^I.se di Sortino, Pretore , e 



(1) Vedi doc. ined. Archivio di Stato di Nap«)li. Diversi di Sicilia. 
Basta 478. 



108 MISCELLANEA. 



per il principe di Pietraperzia (i) ; diede promesse di clemenza 
per la vile plebe, e si dolse profondamente del Fogliani che aveva 
abbandonato il Regno. E qui ci si presenta la questione della 
nomina del Filangeri, che accennerò brevemente. 

Come abbiamo detto, il Fogliani nel partire da Palermo , in 
mezzo all'infinita confusione, alle minacce della plebe tumultuante, 
aveva firmato alcuni fogli in bianco , incaricando il Segretario 
Don Sigismondo Mechelli di comunicare a Monsignore Arcive- 
scovo la nomina di Governante interino della Capitale. Però , 
per proposta del Consultore del Regno , Deodato Targiani , si 
credette opportuno estendere detta nomina a tutto il Reame , 
così che sembrava che il Fogliani , senza ordine esplicito di 
S. M. avesse abbandonato la carica che dal Re stesso gli era 
stata conferita. 

Per un momento l'Isola apparve come divisa in due Regni 
con due rispettivi capi : il Fogliani a Messina , il Filangeri 
a Palermo. 

E due correnti diverse giungevano alla Corte : il Viceré vo- 
leva trasferita la sede a Messina e chiedeva quindi che vi si 
inviassero alcuni dei piìi importanti magistrati : i Palermitani 
minacciavano nuovi disordini qualora si fosse pensato o di tra- 
sferire la sede viceregia nella Città rivale o di richiamare il 
Viceré in Palermo. 



(1) In lode del P.pe di Pietraperzia fu , in questa occasione, scritto 
il seguente sonetto : 

Bollea l'Oreto nel crudel tumulto 
Fra le fiamme funeste, e tra i spaventi. 
Minacciando talor popolo iaculto, 
Stragge crudel nelle sconvolte genti. 

E voi signor di poca età già adulto 

Ci soccorreste in sì spietati eventi 

La turba irata nel fatale insulto 

Solamente ascoltava i vostri accenti. 
Che traggiche figure, ecco frenaste 
Or severo, or gentile, ed ora audace 
Fra timore, ed amor tutto placaste. 

In un momento alfin virtù capace 

Che al Re l'onore, a voi la gloria daste 

A Fogliani lo scampo, a noi la pace. 

Vedi ms. Qq. D. 99. Bibl. Com. di Palermo. 



MISCELLANEA 109 



L'astio della popolazione palermitana non tardò a manifestarsi. 

Da alcnni, o per mostrare riverenza e sottomissione al so- 
vrano che ritenevano giustamente sdegnato , o per amicizia del 
Fogliani, fu creduto opportuno consigliare taluni Maestri a chie- 
dere a S. M. il ritorno del Viceré a Palermo. 

Dagli artigiani era stato composto un memoriale, da spedirsi 
in segno di devozione e gratitudine al Sovrano. Era stato affi- 
dato al Pretore , e il Barone Artale propose di aggiungervi un 
articolo per il ritorno del Fogliani. 

2son avendo voluto il Marchese di Sortino occuparsi della sot- 
toscrizione di detto memoriale, il Barone Artale, radunati i Con- 
soli in casa sua, cercò d'indurii al desiderato fine. Non l'avesse 
mai fatto ! Quel passo , jjoco ben considerato , mise lui iù peri- 
colo e la città in disordine. 

I Consoli si rifiutarono di firmare ed uscirono dalla casa del 
Ministro villanamente schiamazzando. 

II domani si eccitava la plebe alla rivolta con un cartello ap- 
peso in un cantone di Piazza Vigliena in questi termini conce- 
pito : « Guardatevi OunsvXi di lu tradimentu di la Nobiltà cu lu 
cunsensu del ribellu Baruni Artali»; e si correva a far vendetta 
del povero Avvocato Fiscale, alla cui casa si minacciava sacco 
e fuoco (1). 

Così il corpo degli artigiani aveva voluto mostrare di essere 
innocente della cacciata del Viceré. Vano tentativo , che valse 
invece ad affermare la colpa. 

La parte che gli artigiani ebbero nell'espulsione del Fogliani 
si conferma di piìi « nella negativa fatta al Ministro Artale , che 
se eglino V arteggiani erano innocenti dei fatti dei giorni 19 e 20 
di settembre dovevano tutti desiderare il ritorno del Viceré o almeno 
mostrarsi indifferenti; se alla prima insinuazione vomitarono il 
veleno, ne siegue indispensabilmente esser loro più che mai colpevoli 
in tutti i fatti (2) ». 

Per opera loro venne tolto il medaglione posto nella Gasa 
Senatoria, nel 1763, a gloria del Fogliani (3). Poi si presero cura 
essi medesimi ancora una volta del mantenimento della tran- 



(1) Vedi^docl^ined. Arch. di Stato di Napoli. Diversi di Sicilia. Bu- 
sta 478. 

(2) Vedi app. II. 

(3) Vedi doc. ined.^Arcb.^di Stato di Napoli. Giunta di Sicilia. Bu- 
sta 478. 



110 MISCELLANEA 



quilJità ; occuparono i bastioni, raddoppiarono le ronde, cattura- 
rono tutti coloro che credettero i)ericolosi alla quiete pubblica. 

Il Governo della Città era raccolto nelle loro mani ; avevano 
manomesso i Magistrati, i Tribunali, li avevano reso esecutori 
dei loro voleri e delle loro disposizioni (1) e, oltre a ciò , veni- 
vano ricompensati delle perdite che subivano in quei giorni per 
la mancata esecuzione del loro mestiere, con somme raccolte fra 
i pili benestanti del paese. 

Essendo molto grande il numero dei catturati, fu stabilito di 
distribuirli nei varii presidii del Kegno (200 a Messina , 100 a 
Siracusa, 100 a. Trapani) (2) e, considerando che ad accrescere i 
disordini, contribuivano moltissimo i forestieri che venivano a 
Palermo in cerca di guadagno, s'indussero i feudatarii a chia- 
mare dalla (Capitale i loro vassalli e a dar loro maniera di so- 
stentarsi con qualche mestiere. 

Non si mancava di dare informazioni al Re , che si compia- 
ceva dell'opera delle Maestranze ; lodava il permesso dato dal 
Pretore perchè si levasse il medaglione del Marchese Fogiiani 
dalla Casa Senatoria ; chiamava inconsiderata e prematura la 
proposta dell' Artale (3). 

La città intanto era più tranquilla : sin dal 10 ottobre si erano 
riprese le consuete funzioni nelle varie chiese , aperte anche 
nelle « ore vespertine », si permettevano le rappresentazioni nei 
teatri, tutto procedeva regolarmente. 

Restituita ai Tribunali, mediante l'atto del triduo, (solito farsi 
in assenza del Viceré) la libertà di procedere , e considerando 
come ad impedire crescenti disordini fosse pur necessario, dopo 
l'usata clemenza, qualche castigo, si pensò dalla Gran Corte di 
Giustizia di esaminare la causa dei tumultuanti e applicare le 
dovute condanne. 

Così la mattina del 21 si assistette al dolorosissimo spettacolo 
di Piazza Vigliena. « Fendevano i quarti dei tre cadaveri da tre 
lunghe funi, che per traverso stcndevansi in forma delle corde del 



(1) Vedi doc. ined. Arch. di Stato di Napoli. Diversi di Sicilia. Bu- 
sta 478. 

(2) Vedi doc. ined. Arch. di Stato di Palermo. Keal Segreteria. Re- 
gistri dei dispacci. Diversi di Messina. N. 1260. 

(3) Vedi doc. ined. Archivio di Stato di Palermo. Real Segreteria. 
Materiale a parte. Busta N. 5305. 



MISCELLANEA 111 



gioco popolare dell'oca, da una parte alV altra delle facciate délVot- 
tangolo, venendo esposte le teste sopra un catafalco di tavole, situato 
in mezzo della stessa piazza e levato in alto da un lungo solo fatto 
a forma di triangolo. Sulla punta medesima di quella asta, ch^era 
la più, alta delle du£ laterni, s'innalzava la testa di Paolo Pace.... 
alla punta diagonale destra.... era poi quella di Giovanni Greco; 

e sull'ago della parte laterale sinistra dell' istessa asta si ergeva 

la testa di Giacomo Gerardi». In due grandi cartelli si leg- 
gevano le parole : « Puhlica quiss > e « Secura tranquillitas » (1). 

Legati a due pali, con gli occhi bendati , stavano Salvatore 
Lo Castro e Domenico Panzica , condannati alla galera a vita. 
IJn terzo condannato a vita, Tommaso Ferrara, era stato dispen- 
sato da simile vergogna per indulgenza dell'Arcivescovo. 

11 popolo si avviava verso quel lugubre luogo , dove tutto 
ispirava terrore, a rimirar da presso l'orrendo spettacolo. Pro- 
cedeva silenzioso e triste, scorgendo in quei cinque i capi espia- 
torii di un delitto a cui tanta gente aveva partecipato. E pur 
doloroso dover riconoscere che i direttori, i fautori veri del tu- 
multo fossero rimasti impuniti , mentre coloro che , trasportati 
dall'accesa fantasia , cedettero alle insinuazioni , scontarono la 
colpa con la vita. 

Per impedire che la popolazione si agglomerasse e prorompesse 
in tumulto, fu dato ordine che nessuno si dovesse fermare ; e , 
in seguito, fu pubblicato un bando col quale s'impediva che si 
parlasse o si scrivesse dei passati avvenimenti. 

Nonostante queste proibizioni, si vedevano spesso per la Città 
cartelli sediziosi, che mostravano come il fuoco non fosse an- 
cora del tutto spento (2). 

Un popolo, non libero nella manifestazione del pensiero, pau- 
roso della vendetta sovrana , non sa e non può chiaramente ed 
altamente muover lagnanze contro tutto ciò che l'opprime. 

Sopporta in principio, poi, indignato, prorompe in satire, in 
motteggi, nascondendosi sempre sotto la maschera dell'anomi- 
no : — espediente allora comunissimo , cui ricorrevano e nobili 
e plebei. 



(1) Vedi doc. ined. Archivio di Stato di Palermo. Real Segreteria. 
Bnsta N. 769. 

(2) Alcune relazioni sediziose pervennero flnanco in Pantelleria, dove 
si leggevano tra i grandi applausi dei relegati. 



112 MISCELLANEA 



Le Statue, priucipalmente quelle poste nel centro della Città, 
secondo il modo come venivano camuffate , esprimevano il sen- 
timento del popolo. 

La preferita era la statua di Palermo, in piazza della Fiera- 
vecchia. Ora le pendevano dal collo, come medaglioni , cartelli 
d'ira, di protesta, di minaccia ; ora (dopo i tumulti contro il Vi- 
ceré Fogliani) appariva in giamberga , parrucca , nicchio e spada 
al fianco^ per riaffermare la sua sovranità ; ora (dopo lo strazio 
dei tre giustiziati) veniva coperta di gramaglia , per piangere 
col popolo una giustizia che sconfinava e non colpiva i veri e 
principali rei. 

Per rinvenire gli autori di questi cartelli si cercava invano 
ogni mezzo. 

Intanto proseguivano le catture , senza però un retto fonda- 
mento di giustizia , perchè tutto si faceva ad arbitrio delle 
Maestranze. 

ìfotatisi i mali che da questo ordinamento derivavano, si tol- 
sero le ronde diurne il giorno 11 novembre, lasciando che i ma- 
stri invigilassero solo la notte. 

Anche questo doveva in seguito impedirsi per le sconcezze 
e i trambusti che ne derivavano , giusto come fu ordinato dal 
Ee il 25 dicembre dello stesso anno 1773 (1). Gli arrestati ve- 
nivano poi mandati in esilio a Trapani, Favignana, Pantelleria 
e Maretimo, ai Governatori dei quali luoghi era stato intimato 
da alcuni biglietti viceregi di riceverli (2). 

La sera del 26, martedì, se ne imbarcarono 84 : 15 per l'Isola 
di Favignana, 16 per il Castello di S. Caterina, 8 per la Colom- 
bara di Trapani, tutti condannati a 10 anni, e 45 per l'Isola di 
Pantelleria, ad arbitrio del Viceré. 



(Continua) Nillina Gaeta 



(1) Vedi doc. ined. Archivio di Stato di Palermo. Rea! Segreteria, 
materiale a parte. Busta N. 5305. 

(2) Vedi doc. ined. Archivio di Stato di Palermo. Real Segreteria. 
Busta 770. 



ANEDDOTI POLITICI 

DELLA 

RIVOLUZIONE SICILIANA D£L 1860 



Nel 1860 io contavo appena undici anni; sicché in alcuni av- 
venimenti, che in quell'anno si svolsero e che appresso narrerò, 
fui presente, mentre le notizie di altri in parte mi furono comu- 
nicate da mia madre, Rosa Adamo, vedova di Don Vincenzo Pa- 
terno Trigona Marchese di Spedalotto, mio padre, e in parte mi 
furono riferite dai miei amici carissimi La Rosa maggiore in ri- 
tiro, Poulet generale in ritiro, Stefano De Maria, morto prefetto 
di Lucca, e Francesco Brancaccio di Carpino maggiore in ritiro, 
tuttora vivente. Le suddette persone avevano memoria di questi 
fatti sia perchè vi furono presenti, sia perchè erano di notorietà 
pubblica. 

Mio padre nel 1849, con suo gran rammarico, dovette lasciare 
con la famiglia la sua diletta Palermo, perchè esiliato dal Bor- 
bone, giusta la famosa lista dei quarantatre, nella quale egli era 
annotato al N. 2. Invero era assurdo lo sperare il condono , di 
cui largamente furono beneficiati molti che erano compromessi 
nei moti rivoluzionari del 1848, perchè, allorquando al 12 gen- 
naro scoppiò la rivoluzione in Palermo , mio padre , occupando 
la carica di Pretore, fece parte di uno dei varii comitati, come 
presidente, e poi fu tra quelli che alla Camera dei Comuni (egli 
era Deputato di Piazza Armerina) (1) decretarono la decadenza 



(1) Era anche insignito della carica onorifica di Gentiluomo di Ca- 
mera di Ferdinando II. 

4rcA. Stor. Sic., N. S. Anno XXXV, ^ 



114 MISCELLANEA 



della dinastia borbonica in Sicilia. Inoltre qual Pretore si recò 
in Piemonte insieme con la commissione eletta dalla stessa Ca- 
mera per offrire la corona di Sicilia al glorioso Duca di Ge- 
nova (1). 

Primo rifugio della mia famiglia, non che della maggior parte 
degli esiliati , fra i quali il venerando Ruggero Settimo, fu La 
Valletta ; però , o per la nostalgia per la lontana patria o per i 
primi sintomi di un male cardiaco, conseguenza dei passati pal- 
piti , mio padre ben presto dovette lasciare quella città per re- 
spirare aria più salubre. Fu prescelta Nizza e vi si andò ; ma , 
poiché la salute non migliorava anzi progressivamente peggio- 
rava, la mia famiglia decise di andare in Toscana, stabilendosi 
definitivamente a Livorno, la cui aria marina e 1' ambiente so- 
migliavano molto a Palermo. Però ivi il male vieppiù si aggravò; 
sicché, a discarico di ogni responsabilità e come ultimo tentativo, 
mia madre fece domanda al re Ferdinando perché acconsentis- 
se che il malato esiliato potesse ricavar beneficio del clima na- 
tio , obbligandosi , nel felice caso della guarigione , a ritornare 
in esilio. Questa domanda, fatta soltanto per le condizioni gravi 
in cui si dibatteva mio padre , nulla aveva di straordinario , 
quando molti della lista dei quarantatre esiliati, senza nessuna 
grave ragione , avevano ottenuto il ritorno in patria , e , fatto 
straordinario, fra costoro il Duca di Serradifalco, Presidente della 
Commissione che recossi in Piemonte ad offrire la corona di Si- 
cilia a S. A. R. il Duca di Genova (2). 

La risposta del re Ferdinando alla domanda di mia madre fu 
così concepita : La famiglia del Marchese Spedalotto allora farà 
ritorno in patria, quando il suo capo sarà morto. 

Schiusa ormai ogni speranza di ritorno in Palermo, i patemi 
d' animo aggravarono la malattia di mio padre , ed infatti nel 
luglio 1853 a sessantacinque anni finì la sua vita, dopo inaudite 
e penose sofferenze morali e fisiche. Egli , prima di morire , e- 
sternò per ultimo desiderio che almeno le sue ossa riposassero 



(1) E. Amari, Lettera. «Giornale di Sicilia» 14-15 Gennaro 1898. 

(2) È da notarsi che erroneamente scrisse il De Cesare nel suo li- 
bro La Fine di un Regno che mio padre nel 1859 aveva ripetuto la do- 
manda pel suo ritorno in patria , giacché egli era morto sin dal 1853, 
e Tunica domanda non fu fatta da lui. 



MISCELLANEA 115 



nella tanto amata patria ; ciò che la famiglia con ogni mezzo at- 
tuò. Dopo lunghe trattative infatti la Polizia di Palermo permise 
che la salma di lui liberamente avesse sepoltura in città , con 
patto espresso che fosse sbarcata di notte e introdotta come merce. 

Queste condizioni furono imposte per timore di disordini pa- 
triottici ! Il voto di mio padre fu adempiuto e, conforme al rego- 
lamento della Polizia, la sua salma venne trasportata nella tom- 
ba gentilizia di famiglia nella chiesa di San Francesco di Paola, 
dove tuttora giace. 

Le suddette brevi notizie , che non riguardano l'epopea del 
1860, era necessario sottomettessi al cortese lettore, per rilevare 
che il nome di mia famiglia era di già abbastanza compromesso 
agli occhi della Polizia borbonica. 



Le clamorose vittorie dell'esercito franco-piemontese sui campi 
lombardi nel 1859 suscitarono a Palermo entusiasmo indescri- 
vibile. E ben vero, in quei tempi ideali, puri e sacri erano l'a- 
mor di patria e lo slancio d'indole generosa. 

I palermitani, con parziali illuminazioni e silenziose passeg- 
giate in massa, sfidavano la Polizia, che, impotente, doveva su- 
bire siffatte manifestazioni, sfogando piìi tardi la sua rabbia con 
r arresto di alcuni soci dei circoli , dai quali erano state fatte 
illuminazioni. Questi circoli, i cui soci rischiarono compromet- 
tersi, furono : Buoni Amici detto Sette Porte, Dei Nobili, allora 
sito in Piazza Bologni ed oggi detto Unione e sito in Via Prin- 
cipe Belmonte, e Bellini, allora sito in piazza Bellini ed ora nel 
palazzo Villarosa in via Maqueda. Nel Circolo Unione Maniscal- 
co, entrato furente , infranse col bastone i lumi , provocò qual- 
che socio presente, che affettava indifferenza, ma nulla potè ri- 
cavare sulla disposizione data per l'illuminazione. Gli autori (1) 
di tale reato erano al sicuro, ed il povero maestro di casa, Gio- 
vanni Manzanares, all'uopo interpellato dal Maniscalco, confuso, 



(1) Fratelli principe Domenico e conte Francesco Trigona di San- 
t'Elia, Francesco Vassallo e cav. Miccichè, 



116 MISGELLÀNEl. 



balbettò tante parole inconcludenti che lo salvarono di sicura 
pena. 

Con mezzi positivi intanto la classe aristocratica palermitana 
lavorava per la rigenerazione e , sia detto a sua lode , essa fu 
sempre a capo dei movimenti insurrezionali dell' Isola , sacrifi- 
cando tutto e beni e vita. Infatti nella dimora di mia madre nel 
Palazzo Grassellini in via Maqueda, si riuniva di sera, una vol- 
ta la settimana, sotto la parvenza di festa da ballo, tutto quanto 
di più aristocratico ed eletto contava la città. Queste riunioni 
avevano per obbiettivo le congiure femminili : si stabiliva che 
tutte le signore , recandosi al pubblico passeggio della Marina , 
si adornassero alternativamente con fiori, nastri e piume, dai tre 
colori nazionali. All'oggetto non mancarono gli ammonimenti e le 
minacce del direttore Maniscalco, che non era avaro di sue vi- 
site in casa di mia madre, ammonimenti tendenti a che siffatte 
manifestazioni allusive cessassero. Il Maniscalco assicura di 
conoscere bene le sopradette congiure , che gli erano state rife- 
rite da un signore che frequentava il palazzo Grassellini. Si cre- 
deva che costui fosse il maturo e borbonico marchese di X. 

A proposito di queste feste in casa di mia madre , trascrivo 
un brano del libro « Tre mesi alla Vicaria » del vecchio patriotta 
mio amico, Francesco Brancaccio di Carpino : 

« La Marchesa di Spedalotto una delle piìi belle e simpatiche 
« signore dell'Aristocrazia palermitana — che vive ancora e nella 
«cui fisonomia stanno scolpiti i tratti della sua bellezza giova- 
«nile e della sua bontà — in una sera del Maggio 1859 diede u- 
« na splendida cena. In essa convennero parecchie Signore e Si- 
« gnori della società aristocratica, fra i quali vi erano il Marche- 
« se di Spaccaforno, che fu poi Principe di Cassero, e il Maggio- 
« re del Bosco, poco tempo prima promosso a quel grado, e che, 
* spinto dagli avvenimenti, raggiunse quello di Generale nel cor- 
« so di un anno. 

« La cena fu animatissima; la guerra dell'indipendenza fu il 
« tema favorito della conversazione. Vecchi e giovani , Signore 
«e Signorine erano esaltatissime; ma l'esaltazione toccò l'apice 
«quando lo Sciampagna ebbe avvolto nei suoi vapori i cervelli 
« dei convitati. Un viva Verdi echeggiò nella sala ; le cinque 
«lettere componenti il nome del sommo maestro italiano corri- 
« spondevano alle iniziali di «Vittorio Emanuele, Re d'Italia». Era 



MISCELLANEA * 117 



« quello il grido convenzionale di quei tempi, ed esso fu ripetuto 
« varie volte entusiasticamente da tutte le Signore e Signori, le- 
•« vando in alto le coppe spumanti. Gli urrà incalzavano i viva 
■« Verdi senza interruzione ; il brio e l'allegrezza confinavano col 
« delirio, sembrava che si fosse in un manicomio, anziché in u- 
« na sala di belle signore. In mezzo alla vertigine generale, che 
« faceva girare tutte le teste, si sente ad un tratto tuonare una 
« voce : era quella del Maggiore Bosco, il quale, dimentico della 
« divisa che indossava e della posizione che occupava nell'eser- 
« cito borbonico, si rizza in piedi e profferisce queste testuali pa- 
« role, impresse ancora nella mia mente : Bevo alle armi alleate^ 
« e sarei lieto , se alla testa del mio battaglione potessi combat- 
* tere anch'io per l'indipendenza italiana. 11 Marchese di Spac- 
« caforno applaudì il brindisi di Bosco, tutti i giovani, al colmo 
« dell'entusiasmo, gli strinsero la mano e lo acclamarono. Questo 
« fatto è la prova la più manifesta di quanto grande fosse la po- 
« tenza dell'ambiente in quel momento storico. Il Bosco stesso 
« e Spaccaforno non seppero sfuggirne, e in quella serata vi sot- 
« tostettero al pari di altri borbonici. 

« Beati tempi di allora, in cui tutte le aspirazioni si compen- 
« diavano in queste poche parole : indipendenza e unità d'Italia». 

Altre simulazioni di feste nel 1859 si svolgevano nel palaz- 
zo del barone di Colobria, Giovanni Riso, con la connivenza della 
gentile sua moglie, una francese. Con il pretesto della novena di 
Natale , i palermitani frequentavano varie case e similmente in 
detto palazzo Riso, dove, e sotto pretesto della novena, mentre le 
signore simulavano occuparsi del giuoco della bassetta o si dava- 
no alle danze, i signori nelle soffitte del palazzo stesso fondeva- 
no palle e manipolavano cartucce, che poi venivano consegnate 
al comitato rivoluzionario. 

In detta novena non mancavano mai mia madre, la marche- 
sa Airoldi, la principessa Pignatelli, la marchesa di Rudini, S- 
leonora Trigona di Sant'Elia, Rosina Magnisi, Vincenzina laco- 
na di San Martino, la principessa di Giardinelli e Stefanina Star- 
rabba, che poi fu moglie del principe di Paterno. 

Da parte della borghesia palermitana e con l'intervento della 
gioventù aristocratica si era costituito un comitato rivoluziona- 
rio, il quale, per non dare sospetti alla Polizia, si riuniva cam- 
biando sempre di locale; ed a tal uopo tali convegni si stabili- 



118 MISOBLI^ANEA 



vano nel palazzo Riso o nella casa di Lomonaco all'Albergheria 
o in quella del Padre Ottavio Lanza di Trabia. Anima costante 
di attività in quelle segrete riunioni furono sempre Enrico Al- 
banese , il barone Casimiro Pisani , (Hovan Battista Marinuzzi , 
Mariano Indelicato, il barone Lorenzo Camerata Scovazzo , An- 
drea Rammacca, il conte Federico di San Giorgio, Lomonaco, Fran- 
cesco Perrone Paladini, Pietro Messineo, Mario Palizzolo, il mar- 
chese Antonio di Rudinì, Brancaccio di Carpino, il barone Gio- 
vanni Riso di Colobria, Corrado Valguarnera duca dell'Arenella, 
Rosario d'Ondes Reggio, Pietro llardi, il principe di Giardinelli, 
padre Ottavio Lanza di Trabia , Paolo Paternostro , Francesco 
Vassallo Paleologo , Giuseppe Campo , Salvatore Cappello , Sal- 
vatore Buccheri , Emmanuele Faja , i fratelli di Benedetto , Do- 
menico Corteggiani, Andrea d'Urso, Salvatore Perricone, Giusep- 
pe Bruno , Francesco Riso , Salvatore La Placa , Giovanni No- 
tarbartolo di San Giovanni e i fratelli Domenico , Giovanni e 
Francesco Trigona di Sant'Elia. 



All'alba del 4 Aprile 1860 mi svegliai di soprassalto al rumo- 
re delle fucilate e del suono prolungato delle campane. Mi trovavo 
collegiale nel Convitto Stesicoro in via Alloro palazzo Bonagia, 
vicino il famoso ed oggi storico convento della Gancia, nel quale 
quella mattina un manipolo d'insorti, sorpresi dalle soldatesche 
borboniche, si batteva accerchiato e con forze disuguali. 

Io e gli altri convittori, spinti dalla curiosità , ci affacciam- 
mo ai balconi ; ma male e' incolse , che dalle sentinelle , appo- 
state nella sottostante via, fummo accolti a fucilate. È da rite- 
nersi che fosse proibito sporgersi dai balconi, perchè, come suc- 
cedeva alla Gancia , gì' insorti avrebbero potuto far fuoco sulle 
truppe assedianti sia dalle finestre che dai tetti delle vicine case. 

L'abortito tentativo di rivolta ebbe per conseguenza lo arresto di 
molti fra essi, dei quali alcuni appartenenti all'aristocrazia. Ri- 
cercati e trovati quest'ultimi nei loro palazzi, furono arrestati e 
pubblicamente trascinati a piedi alle carceri della Vicaria. Eguale 
sorte toccò ai frati della Gancia, perchè sospettati colpevoli di 
connivenza con gl'insorti. Essi dal convento alla Vicaria cammi- 



MISCELLANEA 119 



navano in mezzo a due file di soldati , con aria compunta ed a 
testa bassa , salmodiando così pietosamente da rendere questo 
spettacolo triste ed imponente nello stesso tempo. Io stesso, na- 
scosto dietro le persiane di una stanza della casa di mia madre, 
li vidi, e fu tale l'impressione, che rammento sempre questo fatto 
come se fosse oggi avvenuto. I signori, che legati vennero con- 
dotti lungo le principali vie della città, furono il duca di Mon- 
teleone Antonio Pignatelli, il barone Giovanni Riso di Colobria, 
il duchino di Cesarò Colonna , padre Ottavio Lanza di Trabia , 
il duchino della Verdura Giulio Benso, Martino Beltrani Scalia, 
il principe di Giardinelli Starrabba e il cav. Giovanni Notarbar- 
tolo di San Giovanni. Francesco Brancaccio di Carpino era stato 
arrestato precedentemente. 11 duca dell' Arenella Corrado Val- 
guarnera generosamente si presentò alla Polizia, chiedendo voler 
dividere la sorte dei compagni di congiura, e tale atto fu tanto 
bene accetto che egli restò trattenuto in arresto. Purtroppo la 
Polizia non equivocava, perchè tutti i suddetti signori, sebbene 
non vi fossero prove, generalmente erano, almeno per voce pub- 
blica, ritenuti i caporioni della congiura. Intanto se si considera 
che molti fra essi erano ricchi, anzi ricchissimi, perchè proprie- 
tari! dei più vasti ex-feudi dell' Isola , veri Stati, ad eterna me- 
moria dovrebbero scolpirsi i loro nomi. 

Esempio di grande patriottismo era stato un altro nobile , il 
barone Bentivegna, che era morto, anni prima, fucilato, perchè 
accusato di un tentativo di rivolta. Egli e Spinuzza furono i pre- 
cursori del 4 Aprile. Se tutti gli arrestati suddetti non furono 
fucilati, lo si dovette all'intervento del principe di Castelcicala, 
Luogotenente Generale, vecchio soldato napoleonico, che dispose 
fossero giudicati dai tribunali ordinari. 

La Polizia, che sentiva mancarle il terreno sotto i piedi, fre- 
meva di dare un esempio , e 1' esempio vi fu con la fucilazione 
di tredici degl'insorti. Cessato il conflitto , fui chiamalo dal Di- 
rettore del mio Convitto acciocché preparassi subito i bauli della 
mia roba, e indossassi il vestito di uscita. Ciò fatto, discesi nel 
cortile, dove mia madre impaziente mi aspettava in carrozza. Essa 
infatti, avvertita anzitempo di quanto era avvenuto alla Gancia, 
giustamente preoccupata non solo per mia sorella e per me, ma 
per qualche rivelazione sulle sopradette congiure, con un coraggio 
ed uno slancio a tutta prova , si avventurava in carrozza nelle 



120 mSOELLANÈA 



silenziose strade della città, recandosi prima al collegio Giusino 
per condurre seco mia sorella e poi nella via Alloro , dove ap- 
pena era cessato il conflitto, per far lo stesso con jue. Scopo di 
tale ardita mossa era la fuga per Napoli , giacché mia madre 
sperava poterci imbarcare sopra un vapore od un bastimento a 
vela diretto per quella città. Un' altra signora , che coraggiosa- 
mente imitò mia madre, facendo uscire il figlio dallo stesso mio 
collegio, fu la bellissima baronessa Malvica. Il detto suo figlio, 
oggi vivente, è ben noto universalmente quale un' illustrazione 
della scherma italiana. 

Nella giornata del 4 aprile 1860 le vie di Palermo, e special- 
mente le sue porte, erano occupate dalle truppe, per 1' evidente 
timore che bande d' insorti dalle vicine campagne potessero ten- 
tare di entrare in città , per unirsi ai rivoltosi ; proposito che , 
essendo stato stabilito , pure non avvenne per 1' anticipato con- 
flitto alla Gancia , causato dalle confidenze fattesi alla Polizia. 
Queste bande provvisoriamente si limitarono a suscitare parziali 
conflitti nei dintorni della città, ove numerose truppe erano state 
spedite per respingerle. 

Fortuna volle che durante l'emozionante corsa per recarsi al 
Molo, venne in aiuto di mia madre un suo conoscente, capitano 
di Stato Maggiore, il quale, supplicato, acconsentì di galoppare 
innanzi la nostra carrozza e così rendere possibile la traversata 
fra le linee dei soldati, che con l'artiglieria sbarravano le porte 
della città. 

Dal Molo un vapore partiva per Napoli nel pomeriggio, forse 
con dispacci urgenti pel governo , e , allorché vi fummo imbar 
cati , già vi trovammo qualche famiglia conoscente : quella del 
marchese di Rudinì col figlio Antonio, che molto si era compro- 
messo, e quella della principessa di Montevago. Poco tempo dopo, 
usciti dal porto, potemmo chiaramente vedere sulla spiaggia vi- 
cina a Carini un vivo combattimento e incendii ovunque. 

Arrivato il nostro vapore in Napoli, taluni agenti di Polizia 
vennero a bordo e, presa nota dei passeggeri, ridiscesero, certa- 
mente per comunicarla alle supreme autorità. Infatti non tardò 
molto che venne l'ordine che autorizzava lo sbarco di tutti, fatta 
eccezione della marchesa Spedalotto e famiglia. Per la povera mia 
madre la notizia era grave. In quei frangenti il trovarsi sola con 
due ragazzi (io e mia sorella), senza sicurezza della partenza per 



MISCELLANEA 121 



Palermo di qualche vapore, era cosa assai penosa. Bisognava adun- 
que procurarsi un asilo su qualche veliero che facesse rotta per la 
detta città, e, nel migliore dei casi, trovatolo, sarebbe mancato in 
esso ogni conforto: ambiente lurido, traversata lunga e pericolosa. 
Intanto a nostra consolazione il caso volle che prima dello sbar- 
co dei passeggeri, salisse un generale, che, saputo dell' arrivo 
della principessa di Montevago, veniva a bordo ad ossequiarla, 
e quest'antica ed affezionata amica di mia madre, insieme con 
altri ragguardevoli passeggieri, sollecitò vivamente questo gene- 
rale perchè tosto si fosse recato dal re Francesco II, presso il 
quale egli aveva libero accesso, scongiurandolo perchè autoriz- 
zasse mia madre, vedova innocua con due ragazzi, a potere li- 
beramente sbarcare. Per il caso pietoso, il re si commosse , e, 
assentendo, non solo fece autorizzare lo sbarco, ma volle che la 
sua lancia, con la bandiera reale e coperta di drappi, accoglies- 
se noi. 

Tanto mia madre che la maggior parte dei fuggiaschi paler- 
mitani stabilirono la loro dimora in Napoli nell'antico albergo 
di Roma (vecchia conoscenza dei siciliani), il quale aveva il suo 
prospetto in Santa Lucia, una delle principali e più frequentate 
strade della suddetta città, e dalla parte opposta guardava il ma- 
re, che ne bagnava le sue fondamenta. Ciò che oggi non si vede 
più, perchè un gran tratto di mare, a cominciare dal luogo ove 
questo albergo esisteva, è stato riempito di materiali e vi è sta- 
ta costruita una bellissima banchina, la quale ora ammirasi per 
la sua grandiosità e per la sua vaghezza. 



# • 



La permanenza in Napoli dei fuggiaschi siciliani fu piena di 
emozioni e gravida di palpiti, specie in quel periodo di tempo 
nel quale l'esaltazione era generale, e nella reggia la confusione 
indescrivibile. Cominciò infatti tale esaltazione con l'arrivo dei 
fuggiaschi, propalatori dei fatti del 4 aprile e delle sommosse 
parziali nelle campagne di Palermo, ed in seguito andò crescendo 
con le vaghe notizie dello sbarco dei mille a Marsala, della bat- 
taglia di Calatafimi e dell'entrata di Garibaldi in Palermo. 

Intanto la scintilla divampò, ed una serie di dimostrazioni si 
seguirono più o meno incruente. La prima di queste fu verso la 



122 MISCELLANEA 



fine di maggio, un'altra alla metà di giugno ; in questa, non so 
per qual ragione, 1' Ambasciatore di Francia , passando in car- 
rozza per Santa Lucia, fu colpito di bastone. L'ultima, ai primi 
di luglio, fu la più grave, tanto che obbligò l'uscita dalla reg- 
gia dei granatieri e della cavalleria della guardia, che baionet- 
tarono e sciabolarono i dimostranti. Queste dimostrazioni spes- 
seggiarono sotto i balconi del nostro albergo, dove si sapeva al- 
loggiassero i siciliani ; e d'ordinario le pattuglie dei soldati cir- 
colavano nella sottostante strada, mentre qualche volta la truppa 
vi restò schierata. 

Di già per i fuggiaschi palermitani la loro presenza in Na- 
poli si rendeva intollerabile, e con l'incalzare degli avvenimenti 
di Sicilia maggiormente si rendeva insostenibile, quando un in- 
cidente, che forse più tardi fu notorio alla Polizia, affrettò la par- 
tenza di tutti. 

All'ultimo piano del nostro albergo abitava la famiglia del 
marchese di Rudinì, il di cui figlio Antonio, oggi defunto, e che 
fu Presidente del Consiglio dei Ministri come sopra dissi, era 
parte attiva dei comitati rivoluzionari. Ritengo che, per denun- 
zia, forse comunicata da Palermo, fu deciso il suo arresto ; ed 
un commissario di Polizia con alcuni agenti venne a cercarlo 
all'albergo. 

Saliti al piano superiore, s'intrattennero con la marchesa ma- 
dre, la quale, ad arte, attaccò con loro una lunga conversazione, 
mentre il marchese padre scendeva nell'appartamento di mia ma- 
dre per avvertirla di confermare al commissario quanto egli a- 
vrebbe dichiarato, che, cioè, il suo figliuolo si era recato da essa 
dovendole comunicare qualche cosa interessante. Tutto ciò, s'in- 
tende, fu creato appositamente per dar tempo al marchese Anto- 
nio di salvarsi dalla parte di mare, dietro l'albergo, dove una 
barca, sempre pronta, trovavasi a disposizione dei passeggeri. 

Ben tosto mia madre, avvertita della presenza del suddetto 
commissario, nell'intento di perder tempo, gli fece comunicare 
che attendesse qualche minuto, non potendolo ricevere in costu- 
me poco conveniente, e, nello stesso tempo, temendo le si for- 
zasse la porta, fece chiamare la principessa di Montevago, an- 
ch'essa dimorante nell'albergo e molto conosciuta e stimata dalla 
corte di Napoli, perchè con il suo autorevole prestigio trattenes- 
se il commissario. Tutto riuscì in bene, giacché, mentre la prin- 



MISCELLANEA 123 



cipessa con le chiacchere tratteneva il commissario, il marchese 
Antonio passava davanti a lui, che non lo conosceva, andando 
ad imbarcarsi sopra un vapore estero in partenza, nel quale fu 
accompagnato da un console o addetto d'ambasciata, di cui non 
rammento il nome. 11 commissario di Polizia, avvenuta la fuga, 
ebbe ilnalmente accesso nell'appartamento di mia madre, e so- 
spettoso, senza tanti complimenti, cominciò a ricercare in ogni 
angolo e fìnanco all'armadio delle vesti. Non avendo trovato il 
marchese Antonio, richiese dove fosse, e mia madre gli rispose 
che effettivamente si era fatto annunziare ad essa per comuni- 
carle affari di urgenza, ma che, non essendo stato ricevuto sul 
momento, si era allontanato, promettendo di ritornare fra mez- 
z'ora. 



* * 



Un vapore di bandiera inglese, che dalla cortesia del mio 
vecchio e caro amico marchese Domenico Lo Faso di San Ga- 
briele, mio compagno di viaggio, seppi chiamarsi « Il Raul » , 
senza fìsso itinerario, ma diretto in Sicilia, accolse quasi tutti i 
siciliani dell'albergo di Roma ; i quali , come dissi , credettero 
molto opportuno allontanarsi da Napoli, per evitare maggiori 
guai. Però, prima di partire, la Polizia negò il permesso d'im- 
barco, e se questo segretamente ed alla spicciolata potè effettuarsi, 
fu per r opera del console di Sardegna. Aggiungo che , senza 
che alcuno avesse potuto sospettarlo, s'imbarcarono sul mede- 
simo vapore numerosi volontari, che, con le armi nascoste, an- 
davano ad ingrossare le file dei garibaldini. 

Si partì da Napoli in fretta, una vera fuga ; si lasciarono in- 
fatti tutti i vestiti all'albergo per non dare sospetti. Il vapore, 
un vecchio legno di commercio senza cabine , era manchevole 
di ogni conforto, ed a stento si poterono avere taluni materas- 
si sopra coperta, ove tutti stavano alla rinfusa, uomini e don- 
ne e , quel eh' è peggio , malgrado l' impegno assunto dal co- 
mandante, mancò durante la navigazione il vitto e si lottò 
con la fame. Rammento ancora che io mi divertivo giorno e 
notte, con una testardaggine infantile, a saltare da un materas- 
so all'altro, mentre la gente vi riposava, ciò che riusciva assai 



124 MISCELLANEA 



molesto, specialmente alle signore, fra cui ad una signorina, mia 
conoscente, che ne era furente ; era essa la figlia del marchese 
di San Gabriele, oggi vedova del mio caro amico il barone Mar- 
tinez. 

Non rammento a chi fosse venuta l'idea, ricordo soltanto che 
durante la nostra traversata, Biagio Gravina, figlio del principe 
Ottavio di Rammacca, ed io fummo vestiti con camicia rossa, faz- 
zoletto al collo e cappello accomodato con penne, tolte certamente 
dal cappello di qualche signora, non essendovi galline a bordo. 

Sul vapore bentosto si seppe che si navigava per Messina, 
dove si riteneva sicuro padroneggiassero i garibaldini ; sicché 
bisognava apparecchiarsi a presentarsi trionfalmente e da amici, 
battendo il vapore bandiera inglese. Nel pomeriggio infatti si en- 
trò in quel porto e tutti i passeggieri , le signore comprese , al 
momento che si gettavano le àncore , fecero echeggiare un gri- 
do unanime entusiastico di viva Garibaldi. Il lettore tenga pre- 
sente il fatto che Gravina ed io spiccavamo sulla coperta per la 
divisa garibaldina. Ma qual fu la sorpresa generale, quando, dopo 
poco tempo, si vide il vapore accerchiato da barche con gendarmi 
e soldati napolitani, che forse arrivavano per affrontare un'im- 
maginaria spedizione garibaldina, mentre nello stesso tempo sulle 
vicine mura della cittadella un insolito movimento prognosticava 
qualche bomba a noi diretta. 

Un gruppo di gendarmi salì sul vapore, malgrado che su 
questo chiaramente sventolasse il vessillo inglese, ed in quei mo- 
menti, non esagero, era tale il delirio dell'entusiasmo, che il vec- 
chio marchese Giuseppe di San Gabriele ebbe l'audacia di affron- 
tare i gendarmi, dichiarando loro in modo risoluto che, ove mai 
non si fossero allontanati, li avrebbe precipitati in mare. I gen- 
darmi si allontanarono, e tale fatto produsse a bordo una ecci- 
tazione tale da sembrare che il vapore si fosse trasformato in 
un manicomio. Tutti i passeggieri a squarciagola gridarono viva 
Garibaldi, abbasso i Borboni, e all'apogeo dell'entusiastica vi- 
brazione furon gettati a mare cappelli, fazzoletti e bastoni, men- 
tre nei boccaporti, con nostra suprema meraviglia, si videro al- 
lineati fucili diretti sulle barche della truppa, i quali ci svelarono 
la presenza a bordo dei volontari. In quell'ambiente ho sempre 
viva la figura di un signore polacco, che, ritengo, in quel mo- 
mento, per la sua eccessiva esaltazione, fosse diventato pazzo, al- 



M1S0ELLA.NEA 125 



meno che non lo fosse stato prima. Questi, dopo aver lanciato il 
cappello, se non fosse stato trattenuto, si sarebbe gettato a mare. 

La presenza dei volontari a bordo, pronti a far fuoco sui sol- 
dati borbonici, non che i fatti sopradetti, costituirono certamente 
un caso grave, e fu per vero miracolo se conseguenze tristi non 
si deplorarono, perchè, nel medesimo tempo che a bordo del no- 
stro vapore si sviluppava quell'entusiasmo patriottico entrava in 
porto un vascello inglese a tre ponti , il comandante del quale, 
informato dal nostro per mezzo di segnali di quanto era accadu- 
to, intervenne in nostro aiuto presso le autorità borboniche, ot- 
tenendo la nostra libera partenza , la quale si avverò dopo che 
un signore francese , certo Sambonne (che fu poi garibaldino) , 
per mezzo del console della sua nazione, potè ottenere di sbar- 
care e provvedere noi tutti di vitto, che da qualche tempo era- 
vamo sforniti. 

Non posso tacere su due fatti, che sempre interessano i cul- 
tori di storie politiche. Nella nostra breve permanenza nel porto 
di Messina sono degni di nota il ricovero dato sul nostro va- 
pore ad alcuni soldati napoletani disertori, fuggiti con non poco 
loro rischio dalla cittadella, e l'essere stati noi seguiti lungo la 
traversata sino a Palermo da un vapore di guerra napolitano, il 
quale, con nostra meraviglia, ci lasciava navigare liberamente, 
senza darci alcuna molestia , e ciò dopo quanto era avvenuto 
nel suddetto porto. 

All'arrivo a Palermo si spiegò l'enigma : quel comandante, se 
non sbaglio Anguissola , appena entrato in porto , consegnò il 
legno al Generale Garibaldi. Quel vapore di guerra, che poi fu 
battezzato col nome dell' estinto eroe ungherese Tukòry , fu lo 
stesso di cui si servi Garibaldi per sbarcare a Milazzo, e che per 
poco non costò la vita al detto suo comandante Anguissola , il 
quale fu minacciato di fucilazione, perchè, per guasto alla mac- 
china, come poi si seppe, non aveva spinto abbastanza il legno 
vicino al forte per cannoneggiarlo e impedire così il danno che 
questo faceva ai garibaldini durante lo svolgimento della bat- 
taglia. 



126 MISGBLLANEÀ 



* 



Il comandante inglese del nostro vapore, uomo burbero e ri- 
goroso coi suoi dipendenti, partecipava bonariamente alle entu- 
siastiche gioie del nostro patriottismo: cosa ben naturale, perchè 
è a tutti notorio quali simpatie l' Inghilterra nutrisse , e forse 
quali aiuti clandestini prodigasse per favorire 1' unità e l' indi- 
pendenza d'Italia. 

A tal proposito mi raccontava mia madre (ciò che del resto 
lessi, lon ricordo in qual libro o giornale) che prima dello scop- 
pio della rivolta del 4 aprile , stazionando a Palermo la flotta 
inglese , il suo ammiraglio , invitato dalla stessa mia madre in 
sua casa ad una delle solite cene, offriva per la cena un gran- 
dioso dolce, dai tre fatidici colori; ciò indusse mia madre a ren- 
(Utc più accetto il dono , facendo servire in quella stessa sera 
granite e cremolate cogli stessi tre colori. 

Il caso fu riferito alla Polizia, che presentò le sue rimostranze 
al consolato inglese, mentre Maniscalco, recatosi da mia madre, 
la redarguì. Essa , a sua discolpa , ebbe a rispondergli che ri- 
guardo alle granite e cremolate il caso non richiedeva alcun ri- 
chiamo, trattandosi di bevanda che ordinariamente vengono pre- 
parate con ingredienti che imitano i colori sospetti : il cedro, l'a- 
marena ed il pistacchio. Questa giustificazione credo ebbe a su- 
scitare una vera ilarità ad un uomo, che non transigeva nel re- 
primere e punire qualunque meschino indizio di sentimento li- 
berale. 

Seguitando dunque il mio racconto , dirò che il comadante 
del nostro vapore, calorosamente sollecitato, stabilì di poggiare 
per Catania per lasciarvi qualche famiglia e taluni volontari, e 
quindi dirigersi per Palermo. 

Fummo assicurati intanto, per notizia comunicataci dal co- 
mandante del vascello inglese lasciato a Messina . che Catania 
era occupata dai garibaldini. 

In quei tempi eccezionali 1' arrivo di un vapore in un porto 
siciliano era un vero avvenimento; giacché ogni commercio era 
sospeso , e la fantasia popolare creava arrivi di spedizioni , sia 
di garibaldini che di bande d'insorti, o notizie di nuove vittorie 
e conquiste. 



MlSCBLLANEA 127 



Il nostro vapore il buon mattino gettò l'ancora nel porto di 
Catania, ove ci fermammo un sol giorno, che fu indimenticabi- 
le , perchè passato amenamente ; e ciò per un equivoco di cui 
la mia famiglia fu protagonista. Appena presa pratica, sbarca- 
rono pochi catanesi ; dei palermitani il solo Principe Ottavio 
di Rammacca, che volle subito salutare parenti e amici ivi di- 
moranti. 

Forse per le camicie rosse che spiccavano sul nostro vapore 
o per le dimostrazioni entusiastiche, che a coro vi si ripetevano 
con degli evviva e fragorosi battimani, oppure per l'inaspettato 
approdo del vapore, quel porto in breve si affollò di barche, dal- 
le quali erompeva unanime il grido di Viva Garibaldi, Viva la 
famiglia di Garibaldi, che si riteneva fosse a bordo. L'equivoco 
pare non sia stato opera del caso, ma di un capriccio del Ram- 
macca, che, lungo il tragitto dal vapore alla banchina ed in città 
pare abbia sparsa la voce che a bordo fosse la famiglia di Gari- 
baldi. 11 Rammacca, uomo molto simpatico e geniale, non nuovo 
negli scherzi , fece parte dei volontari siciliani che nel 1849 si 
recarono nel Veneto a combattere gli austriaci, e furono presenti 
alla difesa di Treviso. 

Le dimostrazioni alla presunta famiglia di Garibaldi non si 
limitarono nel porto di Catania, perchè, sbarcati noi tutti nel po- 
meriggio per ristorarci in qualche albergo, fummo seguiti da di- 
screta folla, fra la quale si osservò qualche camicia rossa, con 
bandiere e musica, che suonava continuamente l'inno garibaldi- 
no accompagnato da persistenti evviva da parte della folla sud- 
detta plaudente. 

Tutto ciò, replico, non deve meravigliare per quei tempi ec- 
cezionali specialmente per Catania , sempre patriottica , che nel 
1849 eroicamente contrastò l'entrata in città alle preponderanti 
e ben munite forze napolitane e svizzere. Eroismo pur troppo 
scontato con la strage e gl'incendi ! 

Finalmente il nostro pellegrinaggio marittimo si avvicinava 
al suo termine, sicché la notte stessa si salpò per Palermo. Quivi 
giunti, una sorpresa ci era riservata : 1' Eroe dei due mondi, il 
prode Generale Garibaldi, accompagnato dal Ministro della Guer- 
ra, Generale Giuseppe Paterno di Spedalotto, mio zio, veniva al 
nostro bordo per informarsi della nostra provenienza e delle no- 
tizie che potevamo dare. 



128 MISCELLANEA 



Non posso descrivere la commozione che invase tutti all'ina- 
spettata apparizione del Generale Garibaldi ; si battevano le ma- 
ni , si gridava da ossessi Viva Garibaldi ; e si piangeva dalla 
gioia , tanto era il fascino e l'entusiasmo che quell'eroe eserci- 
tava. Momento eccezionale, indimenticabile ! 

Ed oggi, quando mi riporto a quell'epoca straordinaria, ai cui 
entusiasmi partecipai, malgrado fossi inesperto ragazzo, non pos- 
so non sentirmi commosso, ricordando come quello sia stato il 
periodo storico più grande, compiendosi, dopo tanti secoli, la re- 
denzione e l'unità d'Italia. 

Oav. Giuseppe Paterno di Spedalotto 

Barone del Cuscno. 



SULLA FONTE E LA LINGUA 
DEL LIBRO DEI VIZII E DELLE VIRTÙ 

testo siciliano del XIV secolo 



NUOVI STUDI 



Ho l'onore di presentare i risultati di nuovi studi sopra il 
fonte e la lingua di uno dei piìi antichi e cospicui documenti 
dell'antico siciliano : il libro dei Vizi e delle Viriti, testo del se- 
colo XTV, che parecchi anni addietro io pubblicai per intero , 
da un codice membranaceo, che si conserva nella nostra Biblio- 
teca Comunale. Siccome allora io non miravo che a mettere al 
più presto questa scrittura a disposizione degli studiosi, dovetti 
necessariamente rimandare a miglior tempo l'indagine del suo 
fonte e il paragone con altre versioni , in altri dialetti , della 
medesima scritura, nel caso ve ne fossero. Ma non risparmiai 
tempo e lavoro per tale pubblicazione, di cui il solo testo sici- 
liano occupa ben 241 pagine di stampa, né mancai di corredarla 
di osservazioni fonetiche e lessicali. Io procurai di riprodurre 
fedelmente il codice non modificandone la ortografia, e se sciolsi 
le sigle ossia le abbreviature, lo feci a mezzo di lettere corsive 
in modo che ciascuno potesse anche controllare l'opera mia. 

Distratto, e anzi assorbito, da studi di ordine glottologico di 
vario genere, e anche dalla pubblicazione di altri testi in anti- 
co siciliano, non ho potuto che tardi e dopo molti anni ritor- 
nare all'esame della scrittura , che ora particolarmente c'inte- 
ressa, per mettere un po' di luce sui punti a principio indicati. 
Arch. Stor. Sic, N. S. Anno XXXV. 9 



130 MISCELLANEA 



« 
« « 



Pria di ogni altro credo opportuno di rammentare che il no- 
stro testo è senza dubbio uno dei più antichi e importanti di 
tutti i testi in antico siciliano. E qui vanno comprese le notis- 
sime Cronache (La vinuta di lu re Japicu a la citati di Cata- 
nia di frate Atanasio di Jaci; Lu ribellamentu di Sicilia cantra 
re Carlu ; Lu libru di la conquista di Sicilia per manu di lu conti 
Rugeri di Normandia di fra Simone da Lentini) , vanno com- 
presi i Capituli di la prima cumpagnia di disciplina di S. Ni- 
colò in Palermo, e il Libru di la Maniscalchia di li cavalli di 
Giovanni de Gruyllis che da me sono stati pubblicati : e vanno 
compresi tutti i testi che a mezzo della nostra Società sono stati 
pubblicati durante i non brevi anni di sua fiorente vita , a co- 
minciare dalla Quaedàm profetia illustrata da Stefano Vitt. Bozzo 
(Arch. stor. sic. a. II) , e finire con la Vita di S. Onofrio pub- 
blicata da G. B. Palma nell'ultimo fascicolo dell' Arch. (N. S. 
XXXIV). 

Prescindendo dai pochi anni di precedenza, che potrebbe a- 
vere la Vinuta di lu re Japicu, se il testo risalisse proprio al 
1287, e prescindendo dalla opinione, ormai tramontata , che il 
Ribellamentu risalga proprio all'epoca del Vespro, tutte le scrit- 
ture ora indicate sono del secolo XIV, e costituiscono il nucleo 
principale dei documenti dell' antico siciliano. Voglio dire , dei 
documenti più estesi e ricchi di materiali ; ma non escludo altri 
documenti di minore mole o di epoca anche verosimilmente an- 
teriore. 



« « 



Codesti documenti, che sono in prosa, ad eccezione della Que- 
dam Profetia offrono ai glottologici un interesse maggiore di 
quello che possano offrire le produzioni della cosidetta scuola 
poetica siciliana, fiorita in Sicilia nel secolo XIII, cioè nel secolo 
antecedente a quello in cui la prosa ebbe il suo rigoglio. 

Infatti è noto che sono in volgare illustre, cioè nell'italiano 
di quei tempi, le poesie rimasteci di Federico II , Enzo , Pietro 



MISCELLANEA 131 



delle Vigne, (jiacomo da Lenlini, Ruggiero d'Amici, Stefano da 
Messina , detto il Protonotaro , Mazzeo Ricco da Messina , Rai- 
neri e Ruggerone da Palermo, Odo della Colonna e Guido delle 
Colonne, quest'ultimo giudice messinese benché di famiglia ro- 
mana come Odo; ai quali si aggiungono Rugieri Apugliese e 
Rinaldo di Aquino, e finalmente la Nina , la più antica delle 
nostre poetesse. 

A tutti gli storici della letteratura italiana ha destato mara- 
viglia il fatto che le produzioni poetiche di questi autori, in buona 
parte siciliani, nella forma a noi pervenuta non sono in siciliano. 
Molti hanno spiegato ciò con supporre che in origine tali poesie 
fossero state scritte in siciliano e che poi avessero subito rimaneg- 
giamenti da trascrittori toscani. 

Ma contro tale ipotesi si è osservato che a stento si potreb- 
be spiegare come non uno dei pretesi testi originari in siciliano 
sia pervenuto a noi, e che i testi attuali non si potrebbero ri- 
durre a forma siciliana senza alterare talvolta la prosodia e la 
rima. 

Altri hanno avventurato la idea che centro del primo svi- 
luppo poetico italiano non sia stata la Corte di Federico li a 
Palermo , ma la Università di Bologna. A Bologna si spieghe- 
rebbe, meglio che a Palermo, il primo nascimento di quella lin- 
gua poetica, in cui vi ha prevalenza di elementi toscani, appunto 
per la vicinanza della regione toscana , vi ha frequenza di ter- 
mini filosofici e latineggianti perchè a Bologna fioriva una scuola 
filosofica, e vi ha infine l'elemento franco-provenzale contribuito 
dai trovatori che lì convivevano. 

Se non che la questione del centro del primo sviluppo della 
lingua poetica del sec. XIll dai glottologi oggi è guardata ben 
diversamente. Né la corte di Federico II a Palermo , né la stu- 
dentesca della Università di Bologna potè formare la lingua di 
cui si servirono i nostri primi poeti. Nessun centro letterario o 
artistico ristretto può formare artificiosamente una lingua , né 
imporre ai poeti di una regione vasta come l'Italia una lingua. 
E noi crediamo viceversa che e la Corte , e la Università , e i 
poeti del sec. XIII, di qualunque regione, abbiano assunto come 
strumento del pensiero artistico , a preferenza dei dialetti indi- 
geni, quella lingua già abbastanza diffusa, sebbene non comple- 
tamente formata e non ancora spogliatasi dalla scorie degli eie- 



132 MISCELLANEA 



menti esogeni o arcaici o vernacoli , che Dante chiamava « vol- 
gare illustre * e che, secondo espressamente egli osservava, « in 
qualibei redolet civitate nec ctibat in ulla». 

Che i primi a poetare in questo volgare sieno stati i Siciliani 
non sembra discutibile ; né occorre rammentare la testimonianza 
di Dante sul prestigio dei poeti siciliani, per cui « factum est ut 
quidquid nostri praedecessores (s' intende di Dante) vulgariter 
protulerunt, sicilianum vocetur*. E qui io mi vedrei costretto a 
dire una parola sulla lingua del celebre Contrasto di Ciullo (o 
Cielo) d'Alcamo, da Dante additato come esempio del modo di 
poetare dei Siciliani. 

Mi limito a rilevare che l'equivoco che, una trentina di anni 
addietro , sorse contro la opinione tradizionale della sicilianità 
del contrasto pare ormai stato eliminato , e che dalla maggior 
parte dei filologi e storici della letteratura si è tornato a credere 
ciò che attestava il Divino Maestro (Cfr. P. Carini tradotto da H. 
Schneegans in Grundriss der roman. Philologie di G. Gròber I). 
Rilevo pure che lo ammettere che il Contrasto, quale è a noi per- 
venuto, abbia subito qualche rimaneggiamento da autori non si- 
ciliani resta sempre lecito. 

Ma potrebbe anche credersi che l'autore, siciliano di nascita, 
abbia cercato di preferire quel volgare illustre che sino dai suoi 
tempi (non anteriori certo al 1231) cominciava ad invalere presso 
i poeti , pur lasciandosi qua e là sfuggire dalla penna frasi e 
parole prettamente siciliane. 

Dico « autore siciliano di nascita » perchè credo che su que- 
sto punto non restino più dei dubbi. 

Il Sig. Giuseppe Salvo Cozzo ha sostenuto che la forma esatta 
originaria del nome dell' autore della Rosa fresca aulentissima 
in base al manoscritto del Colocci, sia appunto Ciullo, e ha cre- 
duto di mostrare colle parole stesse del Colocci, che costui tro- 
vando ostico quel nome, si sia permesso cambiarlo nello strano 
Cielo. Invece , Ciullo è il sic. Ciuddu, notissimo diminuitivo di 
Vincenzo. Quanto al preteso «dal Camo», va osservato che Car- 
mo (!?^ non esiste nella toponomastica di nessuna regione, e che 
deve leggersi sicuramente d'Alcamo, dopo la pubblicazione di un 
importante documento fatta dal nostro consocio S. F. M. Mira- 
bella. Tale documento (Arch. stor. sic. , N. S. , XXVI , p. 555j 
mostra che nello stesso secolo (il XVI), in cui scriveva il Colocci, 



MISCELLANEA 133 



era invalsa la etimologia dottrinaria e illusìonaria che al di Al- 
camo non appartenesse alla radice della voce, ma rappresentasse 
l'articolo arabico al, come in tanti toponomastici siciliani; per- 
ciò si scriveva al separatamente da Canto per indicare né più né 
meno Alcamo, il nome della città siciliana. 

E qui non posso fare a meno di rammentare, che 1' Achille 
degli argomenti, a favore della pretesa origine pugliese del Con- 
trasto, è pure distrutto da una considerazione ortografica sempli- 
cissima. A 'n Bari del verso *per quanti averi a n bari va letto 
amhari che è un francesismo evidente (cfr. fr. emparer : acqui- 
stare, ottenere). 



Non costituendo le produzioni poetiche del sec. XIII, che so- 
pra abbiamo indicate , veri fonti per lo studio dell' antico sici- 
liano, tutta la nostra attenzione deve essere rivolta, oltre che alla 
Quaedam Profetia , alle scritture in prosa che appartengono al 
sec. XIV. Ma anche in talune di queste è lecito supporre una 
infiltrazione , benché limitata, della lingua italiana. Il vulgare 
mediocre di Dante, cioè quel tanto di lingua italiana che si ad- 
dice alle narrazioni storiche, ai trattati e ai libri di morale, do- 
veva certamente avere un uso generale al 1300 , quando ancora 
non esisteva l'Italia, politicamente una ; ed è naturale che qual- 
che scrittore in vernacolo talora si lasciasse sfuggire delle pa- 
role appartenenti a quel volgare. L' elemento non indigeno do- 
veva poi in maggior misura per via più immediata introdursi in 
quelle scritture, che rappresentano, dal lato letterario, niente al- 
tro che traduzioni dall'italiano. 

Ciò appunto è avvenuto nel Libro dei Visii e delle Virtii, che 
recentemente ho potuto constatare essere una traduzione del Vol- 
garizsamento dell esposizione del Paternostro del Notarlo fioren- 
tino Zucchero Bencivenni che risale al principio del secolo XIV, 
e che a sua volta traduce : la Bataille des Vices et des Vertus , 
altrimenti chiamata Somme le roi. Quest'opera di morale cristiana 
fu scritta prima in latino e poi in francese , nel 1279 , dal mò- 
naco domenicano frate Lorenzo per il re Filippo III ; ed ebbe 
grande diffusione , essendo stata tradotta in provenzale , in in- 
glese, in italiano e via dicendo. La traduzione più nota è quella 



134 MIS0E1.LANEA 



dianzi indicata ; ma ve ne sono delle altre : una di Ruggiero 
Calcagni di Firenze, una di fra Luigi di Messer Baglione, e un'ul- 
tima di anonimo Veneto. 

A dir vero appena pubblicai il nostro testo vari insigni ro- 
manisti , rilevando la importanza della pubblicazione , accenna- 
rono alla dipendenza di quel testo dal fonte testé indicato. 

Ma il merito di avere pria di ogni altro intraveduto il fonte 
del testo siciliano spetta a Vincenzo Di Giovanni (1), benché le 
affermazioni di costui sieno un po' indecise ed inesatte. Egli di- 
chiarava che il contenuto del nostro codice fosse « benché non tutto 
testo originale... in gran parte probabilmente esemplato e ridotto 
in volgare siciliano dal testo toscano, attribuito a Zucchero Ben- 
ci venni fiorentino, il quale era volgarizzamento nella I» metà del 
sec. XIV del Libro dei Vizii e delle Virtù , scritto in latino da 
un frate Lorenzo Gallo». Cosi Di Giovanni implicitamente affer- 
mava che soltanto una parte del testo siciliano (2) rappresentasse 
come una traduzione libera di Benci venni. Egli poi per equivoco 
prendeva per cognome la voce « Gallo » , che è nella prefazione 
del testo di Bencivenni, pubblicato da Rigoli, mentre invece essa 
é l'aggettivo indicante la nazionalità. 

L'illustre Ernesto Monaci, constatata la importanza della mia 
pubblicazione, volle anche occuparsene innanzi la R. Accademia 
dei Lincei {Rendiconti, Glasse di se. mor. stor. e fil. S. V. voi. II). 
Egli pose a riscontro alcuni tratti del TS colle traduzioni della 
Somme le roi estranee all' Italia , e giunse alla conclusione che 
il TS non proviene da esse. Monaci ritiene che tra le varie tra- 
duzioni italiane quella di Bencivenni sia la più conforme al TS, 
sebbene prudentemente egli dichiari che con ciò non intende e- 
sprimere più che l'impressione avuta da pochi confronti. 

Ora avendo io pazientemente confrontato tutto il TB col TS 
posso essere più esplicito e sicuro dei prelodati autori ; e affer- 
mo che il TB , dal punto d'onde incomincia sino alla fine , co- 



(1) Lu primu mottu di la oracioni di lu Paternostru testo sic. del 
sec. XIV, Palermo, Scuola tip. del « Boccone del Povero », 1889. 

(2) In questa Memoria adopero l'abbreviatura TS per indicare il te- 
sto siciliano , e TB per il testo di Bencivenni pubblicato da Rigoli , 
Firenze 1828. 



MISCELLANEA 



135 



stituisce l'originale delle pagine 87 (r. 29) — !M5 del TS, che Io 
traduce di norma puramente e semplicemente. 
Mi limito a citare il principio : 



Testo di Bencivenni 



Testo siciliano (1) 



Queste rendite sono le virtù di 
che il Santo Spirito arrosa di gra- 
zia. Lo figliuolo di Dio, ch'è il ve- 
race sole le fa crescere in alto e 
fruttare ; e queste tre cose sono ne- 
cessarie a tutte cose che in terra 
crescono ; terra convenevole, omore 
nutrichevole, e calore ragionevole. 
Senza queste tre cose spiritualmen- 
te non possono 1' opere di vertudi 
aè crescere né fruttificare. Queste 
cose fa la grazia del Santo Spirito 
nel cuore , e fallo tutto rinverdire 
e fiorire e fruttificare , e fanne al- 
tresì com'un paradiso molto dilet- 
tevole pieno di bnoni arbori e pre- 
ziosi e molto odoriferi. Ma siccome 
il nostro Signore piantò paradiso 
terrestro pieno di buoni alberi e di 
buoni frutti, e nel miluogo piantò 
un arbore ch'è appellato albero di 
vita; perciocché '1 suo frutto avea 
vertudi di guardare la vita a quelli 
che ne mangiavano sanza morire e 
sanza ammalattire, e sanza infie- 
bolire. così fae spiritualmente nel 
cuore il grande giardiniero , Dio 
padre che elli vi pianta cioè li al- 
bori di vertù , e nel miluogo l'al- 
bero di vita , cioè lesu Cristo, che 
disse nel vangelio: chi mangia mia 



Quisti renditi sunu li virtuti ki 
lu Sanctu Spiritu arrosa di la sua 
grafia. Lu figlu di Deu ki est vera 
soli li fa crisciri in altu & fructari. 
Quisti tri cosi sunu necessarij a 
tucti li co8[c]i ki in terra crissinu. 
Terra con veni vuli, humuri nutriki- 
vuli , et caluri rasunivuli. Senza 
quisti tri cosi spiritualmenti non 
ponu li operi di virtuti ni crisciri 
ni multiplicari. Quisti cosi fa la 
grafia di lu Sanctu Spiritu in lu 
cori et fallu tuff u rivirdiri , fiuriri 
(et fructi) & fructificari , et fanne 
altrusi come (46 r.) par[ad]isu frop- 
pu delictivuli plenu di boni arbori 
et preclusi. Ma si comu lu nostru 
f^ignuri plantau lu paradisu fire- 
str plenu di arburi et di boni fructi 
et in lu mezu plantau unu arburu 
lu quali est appellatu arburu di 
vita, per <;o ki lu suo fructu havia 
virtuti di guardari la vita et senza 
invechari et senza moriri, senza a- 
raalafiri , senza aflvuliri a quilli 
kindi mangiavanu, cusi fa spiritual- 
menti in lu cori lu grandi iardinfa- 
rju zo est Deu patri, ki illu pianta 
li arburi di virtuti et in lu mezu 
lu arburu di vita zo est Yhesu Chri- 
stu. ki dissi in lu evangeliu , cui 



(1) Nel ristampare luoghi del TS si adopera qui di norma la pun- 
teggiatura moderna, e s'introduce 1' uso del v che nel codice siciliano 
in genere non esiste. 



136 



MISCELLANEA 



carne, e bee lo mio sangue elli ha 
vita eternale. 

Questo albero rinverdisce e rim- 
bellisce per sua virtù tutto questo 
paradiso, per la virtù di questo pa- 
radiso, cioè da questo albero fiori- 
scono e fruttano li altri albori. Que- 
sto albore è tutto buono ciò ch'elli 
ha in se , e sopra se , ed infra se. 
Questo albero è da lodare, e da a- 
mare per molte cose. Per la radice, 
per lo pedale , per lo fiore , per la 
foglia, per l'odore e savore, e per 
la sua bella ombra. La radice di 
questo albero è il tragrande amo- 
re , e la tradolce caritade di Dio 
padre, onde elli noi ama molto ed 
amò , che per suo malvagio servo 
ricomperare , elli donòe il suo tra- 
buono figliuolo ad essere giudicato 
a morte e a tormento. 



mangia la mia carni et bivi lu meu 
sangui havira et havi vita eterna. 
Quistu arburu rlvirdissi e rim,- 
bellissi per sua virtuti tuttu quistu 
paradisu , per la virtuti di quistu 
arburu fiorisinu & fructano li altri 
arburi, Quistu arburu est tuttu bo- 
nu zo est ki illu havi in si et su- 
pra di si et infra sì. Quistu arburu 
est di amari per multi cosi, per la 
radichi, per lu pedali, per lu fiuri, 
per la fogla, per lu oduri & sapuri 
per la sua bella umbra. La radichi 
di quistu arburu est lu stragrandi 
amuri et la stragrandi ci dulchi 
cantati di Deu patri , undi illu ni 
ama multu & amau ki per lu mal- 
vasu serviciu ricaptari dunau lu so 
dulchi figlu ad essiri iudicatu a 
morti et a tormenti. 



La constatazione di questo fatto non può non interessare anche 
dal semplice punto di vista linguistico, tanto più che il tradut- 
tore si mostra cosi fedele al suo testo da cambiare spesso la veste 
fonetica alle voci siciliane per accostarle alle toscane. Lo ve- 
dremo in seguito. 

Ora (iredo opportuno di riferire qualche risultato dei miei studi 
sulla questione della dipendenza tra' vari codici. 

Pria di tutto io posso assodare che tra le varie traduzioni ita- 
liane della Somme le Boi quella di Bencivenni costituisce 1' ori- 
ginale del TS. 

Nell'articolo del Prof. Monaci sopra citato, è messo a riscon- 
tro un passo del testo francese, conservato in un ms. della Pa- 
latina di Parma, col corrispondente passo di una traduzione to- 
scana e del TS, 

Ebbene accanto ad alcune parole del TS il diligente critico 
è costretto di apporre punti ammirativi, perchè esse non trovano 
riscontro negli altri due testi. Ecco riprodotto questo passo : 



MISCELLANEA 



137 



Testo francese 

Des troys rerttis clivììies 
e'est assavoir de fot, 
esperance et chartte. 

Sai net Poi appelle 
les troys premieres : 
foy, esperance et cha- 
rile. Et sont appellees 
divines pour ce quel- 
l'es ordrenent le cueur 
a dieu. Foy, si comme 
dit sainct Augustin , 
nous met de soubs dieu, 
et le nous fait cognoe- 
stre et recognoestre a 
seigneur , de qui nous 
tenon quan que nous 
avons de bien. Espe- 
rance, comme dit mei- 
smes sainct Augustin, 
nous eslieue a dieu, et 
nous fait fors et hardis 
pour emprendre pour 
lui ce que passe vertus 
d'homme. 



Testo toscano 



Le tre prime appella 
san Paulo : fede spe- 
ranza e earitade. E so- 
no appellate divine ; 
perocch' elle ordinano 
i cuori a Dio. Fede , 
siccome dice santo An- 
gustino, noi metta sot- 
to Dio , e falci cono- 
scere e riconoscere a 
segnore, da cui noi te- 
gnamo ciò che noi a- 
vemo di bene. Speran- 
za, dice elli, noi allie- 
va a Dio, e noi fa forti 
e arditi per imprendere 
per lui ciò che passa 
vertù d'uomo. 



Testo siciliano 



E tri primi appella 
sanctu Paulu: fidi, spe- 
ranza & cari tati. Et ap- 
pellati divini , però ki 
illi ordinanu li cori a 
deu. Fidi, si comu dissi 
sanctu Augustinu, mit- 
ti nui Butta deu, & fa- 
nilu cognosciri & rico- 
gnosciri a signuri , da 
cui nui tegnamo (?o est 
ki nui avimu di beni. 
Speranza, dissi illu, ni 
leva a deu & fani forti 
& arditi per risplendi- 
ri (!) & preluchiri (!) ki 
passa virtuti di homu. 



Ebbene , ecco di seguito il passo corrispondente del TB , p. 
16, ove appunto il risplendiri e il preluchiri trovano esatto ri- 
scontro, e non danno perciò luogo a dubbi di cattiva lettura. 



* Le tre prime appella san Paolo, fede, speranza e earitade, e sono 
appellate divine , perocch' elle ordinano i cuori a Dio. Fede siccome 
disse santo Angustino noi mette sotto Dio , e falci conoscere e rico- 
noscere a signore, da cui noi tegnamo ciò che noi avemo di bene. Spe- 
ranza, disse elli, noi allieva a Dio, e noi fa forti e arditi per risplen- 
dere, e per rilucere che passa vertù d'uomo ». 

Assodato che la traduzione della Somme le Roi, fatta da Ben- 
civenni, costituisce l' originale del TS , resta a vedere da quale 
dei codici, che contengono questa versione, più strettamente di- 



138 MISCELLANEA 



penda la versione siciliana, tanto più che le prime 87 pagine del 
TS non esistono nel testo di Bencivenni pubblicato da L. Rigoli. 

Su questo punto son costretto di fare alcune osservazioni in 
base alle varianti , notate nel TB , che offrono il Codice Redi 
della Laurenziana e il Codice della Riccardiana, N. 1466, di fron- 
te allo Stroziano, che è riprodotto nel TB , non essendomi stato 
possibile di avere a Palermo i Codici altrove esistenti (1). 

Egli è certo che per ben 159 pagine, vi ha di norma una cor- 
rispondenza quasi sempre letterale tra il TS e il TB. Questo è 
un punto certo ed incontrastabile. Le prime 87 pagine del TS, che 
contengono li cumandamenti, li dudichi articuU di la fidi^ li septi 
peccati mortali, e il principio del tractatii di li virtuti non si tro- 
vano nel TB. Per queste pagine sembra però possibile che altri 
codici pili completi dello Stroziano debbano contenerne la mate- 
ria. Questa inoltre si riscontra in manoscritti separati, dello stes- 
so Bencivenni, che Rigoli non pubblicò, credendo facessero parte 
del suo testo. 

Ecco le parole di Rigoli : « Queste ed altre variazioni adunque 
non ebbero origine se non dal genio differente degli amanuensi. 
In fatti il Vocabolario cita vari manoscritti intitolati : Trattato 
de peccati mortali, di Equità, di Consiglio, di Fortezza , di In- 
tendimento ecc. che sembrano opere separate, e d'autore diverso, 
ma io ho evidentemente scoperto , che tutte quelle opere sono 
comprese wqW Esposizione del paternostro,... e per conseguenza 
il volganizzamento dei medesimi è di Zucchero Bencivenni ». Ri- 
goli si appoggerebbe al fatto, che alcune voci come ladico, cispi- 
coso, scombavare, giubbetto, putidore, fastidiume, bistornare etc. 
« allegate nel Vocabolario sotto altri titoli » si ritrovano pure nel 
testo da lui pubblicato. 

Non occorre mostrare la leggerezza di questo ragionamento, 
perchè i suddetti Trattati , che corrispondono alle prime 87 pa- 
gine del TS, non esistono affatto nel TB. Se il volgarizzamento 
della Somm^, fatta da Bencivenni fosse contenuto, come dice Ri- 
goli, soltanto da vari manoscritti staccati, non sarebbe certamente 



(1) La direzione della Biblioteca Riccardiana di Firenze , dopo più 
di un mese che la Bibl. Naz. di Palermo avea richiesto il Cod. Rice. 
1466 di Zucchero Bencivenni, rispose che questo ms. pel suo pregio ar- 
tistico e letterario è escluso dal prestito. 



MISCELLANEA 139 



il codice Stroziano che li avrebbe compresi tutti, ma il testo del 
codice siciliano. 

Ma Rigoli stesso più oltre, pure sforzandosi di nascondere la 
verità , per non fare perdere importanza alla sua pubblicazione, 
viene implicitamente a confessare che il codice completo è il Ric- 
cardiano e non lo Stroziano. Ecco le sue parole : « Le poche va- 
rianti, che si leggeranno in pie di pagina sono del codice Redi 
esistente nella Laurenziana, e del Riccardiano col num. 1466, il 
quale incomincia con i dieci comandamenti di Dio , poscia si 
legge la spiegazione del simbolo degli Apostoli , ovvero dodici 
articoli di fede..,; e dopo undici fogli evvi la figura del re di Tra- 
cia sedente... e sotto si legge: De' sette peccati mortali, e loro 
rami. A pag. 47 s'incontra il Trattato di ben vivere, e della m,a- 
niera di viver bene... ». 

Dal confronto dei suddetti codici sorge un'altra osservazione. 
Alcuni passi del TS si mostrano più esatti o completi dei passi 
corrispondenti del TE, (1) e talvolta concordano con quelli degli 
altri codici, che però di norma sono meno conformi al TS. 

Da questo fatto a me sembra si debba dedurre che il TS rap- 
presenta la traduzione di un codice completo di Bencivenni, da 
cui devono dipendere tanto lo Stroziano che il Laurenziano e il 
Riccardiano (seppure tal codice non esiste, a mia insaputa). 

Un'altra supposizione potrebbe farsi, ed è questa; che il tra- 
duttore siciliano abbia preso come originale il testo del cod. Stro- 
ziano, ma senza perdere di vista anche gli altri codici, in modo 
da potere utilizzarli nei casi in cui lo Stroziano presentasse qual- 
che lacuna o dubbiezza. 

Avverto che nel TS mancano molte delle intestazioni dei ca- 
pitoli ; e mancano com' è naturale (non esendovi figure) quasi 
tutte le descrizioni e indicazioni delle figure che nel Bene, sono 
ben 26 (1). Queste descrizioni cominciano sempre così Questa i- 



(1) Sono ben più rari i passi del TB che di fronte ai corrispondenti 
del TS mostrerebbero una maggiore esattezza. 

(2) Reciprocamente esistono nel TS alcune poche indicazioni o spie- 
gazioni di figure da eseguirsi nel Codice , che non corrispondono con 
quelle del TB , ed esiste qualche intestazione di capitolo non avente 
riscontro nel TB. Ma ciò ha poca importanza. 



140 



MISCELLANEA 



storia la quale voi vedete qui appresso si è per dimostrare etc. ; 
o così : Questa istoria la quale è qui appresso etc. 

Il fatto dianzi rilevato , che il TS non presenta gli svarioni 
e le lacune del TB giustifica le congetture sull'originale del cod. 
sic, e ci obbliga ad attribuire allo stesso una speciale impor- 
tanza, oltre quella che proviene dalle ragioni linguistiche. 

Ecco alcuni raffronti, a prova. 



Testo di Bencivenni 



Testo siciliano 



(Pag. 4) « e fa lor prò e loro u- 
tilità assai meglio ch'elli non sanno 
divisare, e baiteli e gastiga quan- 
d'elli non fanno per lor prò e per 
loro utilità assai meglio ch'elli non 
sanno divisare ». 



(Pag. 92) « & fa luru prudi & laru 
utilitati asai raeglu ki illi non sanu 
divisari, & battili & castiga quandu 
illi misfanu. & quistu battiri est 
per luru utilitati ». 



(Pag. 4) « Or ti mostra dunque (Pag. 9i2) « Ora ti mostra dunca 

motto che * quistu muttu ki ». 



(Pag. 5) «cioè il verace figliuolo 
di Dio, ma noi siamo suoi figliuoli 
per adozione et per grazia. Ado- 
zione è un motto di legge». 



(Pag. 93) «^o est lu veru figlu 
di Deu. Ma nui non simu figli di 
Deu per natura sino(n)chi nui simu 
facti ala sua y magi ni & a sua simi- 
litudini. Ma altrusì sunu li Sara- 
chini. Ma nui simu suoi figli per 
adoptioni et per gratia (di). Ado- 
ptioni est unu muttu di liggi ». 



(Pag. 15) « Or riguardate che voi 
lo sappiate ben cantare in vostro 
cuore, che grande vene (!) (1) segui- 
terà altresì (2) come i balj, e baroni 
che governano e guardano ì paesi, 
e reami, e vegnono, e vanno, e van- 
no ed apprendono del dono di con- 



(Pag. 107) « Or riguardati ki vui 
lu sapiati beni cantari in vostru 
cori, ki grandi beni vlndi virra si 
cusi fachiti». 

Qui segue la indicazione di una 
figura « In quistu locu apressu divi 
essiri depinctu domini deu in una 



(1) Cod. Redi 60 *gran bene*. 

(2) A questo punto vi è una lacuna in Bene, di più di tre pagine , 
lacuna che non esiste nel Cod. sic. 



MISCELLANEA 



141 



siglio, ciò ch'elli comandano e fan- 
no fare agli altri ». 



nebula » etc. Poi si viene a parlare 
dei doni di lu spirita sanctu. 

« Appressu li setti petitioni di 
lu pater nostru ni cunveni parlari 
cum grandi reverentìa di sì alta ma- 
teria comu di li sanctissimi doni 
di lu spirita sanctu si comu illu 
midesmu ni insignirà & dirimu pri- 
meramenti quali sunu quisti doni * 
etc. 

Dopo più di 3 pagine , cioè a 
pag. Ili r. 4 « comu li baglei & ba- 
runi ki governanu & guardanu li 
paisi & li riami, & vidinu & vana 
& apprendunu di lu donu di lu con- 
siglu QO ki illi comandanu & fanu 
fari ali altri». 



(Pag. 15) « Santo Angustino dice 
che tutti li altri vizj noi (1) fanno 
lo mal fare o '1 bene lasciare di fa- 
re, ma tutti quelli che 1' uomo ha 
conquistati orgoglo si pena di di- 
struggere e torre». 



(Pag. 107) « Sanctu Augustinu 
dichi ki tutti li altri vicij nui fanu 
lu malfari oi lu beni lassari di fari. 
Ma tutti quilli ki 1' omu ha factu 
& tucti doni ki l'omu havi conqui- 
stati lu orgoglu si sforza destrudiri 
& li vari ». 



(Pag. 17) «che per queste quat- (Pag. 112) «ki per quisti quatru 

tro virtudi l'uomo governa se me- virtuti l' omu governa si midesma 

desimo in questo (2) siccome il papa in quistu seculu si comu lu papa 

governa santa Chiesa» etc. governg la sancta ecclesia» etc. 



(Pag. 21) Ciò sono quattro col- 
pi di tuono che spaventano i pec- 
catori , e fannolo (!) tremare e a- 
ver paura (3), pianta nel cuore del 
peccatore quando Dio il visita. 



(Pag. 117) ^o sunu quatru corpi 
di balestri dì tornu ki fanu lì pec- 
caturi tucti tremari & haviri pagu- 
ra & spagnanuli. Quisti 4 riguardi 
sunu quatru rivuli di la radichi di 



(1) Cod. Rice. « o fannoci fare il male , o fannoci lasciare il bene ; 
ma tutti i beni, che l'uomo ha fatti, e tutti i doni che 1' uomo ha ac- 
quistati, la superbia e l'orgoglio si pena di» etc. 

(2) Cod. Rice. « in questo secolo ». 

(3) Rigolì qui presenta una lacuna, che si può colmare col soccorso 
del TS. e del Cod. Redi 67 : « Questi quattro ragguardi sono quattro 



W2 



MISCELLANEA 



la humilitati ki lu donu di pagura 
pianta in lu cori di lu peccaturi 
quandu deu lu visita. 

(Pag. 35) « iscampae i (!) panni (Pag. 134) «scampau in panni 

di gamba». di gamba*. 



(Pag. 55) « ciò è la seconda bat- 
taglia e il merito che la ripone. Ap- 
presso questo lutto (1) viene la terza 
battaglia ». 

(Pag. 62) Quando sua madre tor- 
nò e trpvòe il fatto ella divenne 
quasi fuori del senno d'ira e di do- 
lore e '1 fanciullo oroe umilmente 
al nostro Signore e furono ripieni 
li granai ». 



(Pag. 162) « Qo est la secunda 
batagla & lu meritu ki li riponi. 
Appressu quista lucta veni la ter<ja 
batagla ». 

(Pag. 172) «Quandu la matri tor- 
nau a la casa e trovau divacatu lu 
granaru illa divinni quasi fora di 
sennu & piena d'ira & di dolori «S: 
sanctu Benedictu oraru humilmenti 
alu nostru Signuri & subitu lu 
granaru fu plinu comu ananti era 
sta tu». 



(Pag. 63) «specialmente i figlioli 
dei ricchi uomini debbono essere 
meglio insegnati e meglio informati 
in buone opere , che il fanciullo 
vuole sempre tenere sua forma c'hae 
avuto da principio, come il calzo- 
laio sua forma; e perciò il dee l'uo- 
mo informare a ben fare; che sic- 
come dice il proverbio chi apprende 
e addottrina puledra in dentatura 
tener la vuole mentre ch'ella dura. 

Terzo ramo si è gastigare»... 



(Pag. 174) « specialmenti li ricki 
homini li quali divinu meglu insi- 
gnari li sol fili & miglu instruiri in 
boni operi, per qo ki lu fantinu est 
comu la eira ki prendi quilla for- 
ma ki chi est impressa cusì lu gar- 
Quni pichulu quandu est da tiniri^a 
inignatu legeramenti prenda li boni 
insignamenti & plui legiamenti li 
manteni ki non fa quandu est cri- 
sutu sen^a bona doctrina. Ga dichi 
lu proverbiu cui adomma pultru 
cun dricta cura, teniri lu voli men- 
tri illu dura ; & l'altru : 90 ki capi 
nova pigna capi (1 ) quandu est in- 
veterata ». 



riali della radice d' umiltà che '1 dono di paura pianta nel cuore del 
peccatore, quando Iddio il visita». 

(1) Nel TS per equivoco « sapi ». La proposizione va intesa lette- 
ralmente così : « ciò che contiene pentola nuova contiene quando è 
vecchia ». 



MISCELLAyEA 



143 



(Pag. 73) E questo è centra molte 
genti e uomini ricchi , che fanno 
tanto gridare i poveri che hanno 
affare con loro e tanto danno darl' 
indugio , e tranquillo (!) e tante 
fiate convien lor pregare e richie- 
dere innanzi che vogliano alcuna 
cosa fare, che troppo vendono lor 
caro il ben che fanno lóro ». 



(Pag. 186) « Et quistu est con- 
tra multi gentili homini ricki , ki 
fanu tantu cridari li poviri ki hanu 
a fari cun loru & tanta indusia li 
danu & tantu travaglu & tanti fiati 
si fanu prigari & riquediri ki inanci 
ki possanu essiri pagati di luru af- 
fanu sunu tutti stanki ». 



(Pag. 78) «che altresì come la 
lumiera corporale leva le tenebre, 
e fa chiaramente vedere le cose cor- 
porali , così questa lumiera spiri- 
tuale purga lo ntendimento dell'uo- 
mo, acciocché possa conoscere chia- 
ramente e certanamente , sicome 
r uomo può. Questo albero nasce 
e cresce, e profitta altresì come li 
altri dinanzi detti per sette gradi ». 



(Pag. 191) « ki cusi comu la lu- 
cherna leva li tenebri di la oscuri- 
tati & fa claramenti vidiri li cosi 
corporali, cusì quista illuminationi 
spirituali purga lu intellectu di lo- 
mu ki illu possa cognosciri clara- 
menti comu l'omu pò cognosciri in 
quista vita mortali lu so criaturi 
& li criaturi spirituali comu sunu 
li angeli & li anime & li cosi li 
quali aparteninu a saluti di l'ani- 
ma. Qo est li articuli di la fidi di 
la quali havimu parlatu. quista co- 
gnoscen^a non est si non scientia 
purgata & benedicta ki comu li ochi 
malati nun ponu bene riguarda- 
ri... » etc. 

Quistu arburu nasci & crisci & 
profecta comu li altri dinanzi dicti 
per VII gradi ». 



Dopo le parole « si come l'uomo può » il TB ha una lacuna 
di più di una pagina , di fronte al TS. Mancano nel TB i due 
righi finali della pag. 191, manca tutta la pag. 192, e mancano 
i primi 7 righi della pag. 193 del TS. 



Testo di Bbncivenni 



Testo siciliano 



(Pag. 79) « e per tale manco (!) (Pag- 194) « & per tali mantaciu 

e per tale (!) è sovente attizzato il & per tali ventu est sovenci atti- 
fuoco di lussuria». <^tu lu focu di la luxuria». 



144 



MISCELLANEA 



(Pag. 80) « che chi è ozioso di 
buone opere, elli non si puote te- 
nere, ch'elli non caggia in peccati. 
11 settimo grado del dono d'inten- 
dimento si è devota orazione ». 



(Pag. 197) «ki cui est ociosu di 
boni operi, non si pò teniri longa- 
menti kl nuncadain peccatu. Unde 
lu profeta dissi ki quistu fu lu pec- 
catu di Sodoma, orgoglu & habun- 
dantia di pani di vinu & di carni 
ki illi mangiavanu & bivianu » etc. 



(Pag. 198) «Lu septimu gradu 
di lu donu di lu intendimentu est 
di vota orationi ». 

Dopo le parole « caggia in peccati » Bene, salta ciò che entra 
negli ultimi 15 righi delle pag. 197 del cod. sic. oltre alla indi- 
cazione di una figura che dovea essere dipinta nella pag. 198 , 
e della intestazione « In quieta parti parla comu si divi fari la 
orationi ». 



Testo di Bencivbnni 



Testo siciliano 



(Pag. 82) « priega a Dio sanza (Pag. i^l) « prega Deu senza de- 
divozione di cuore , che elli parla votioni però ki illu parla comu cui 
a Dio patrolianto metà in france- vulissi parlari in franchiscu & par- 
sco e metà in gramatica». lassi in gramatica», 

(Pag. 84) « Dio non vuole neente (Pag. i204) « Deu non voli ki l'o- 
che l'uomo faccia di sua magione mu faga di sua casa spelunca di 
mercato né ala (1) ond' elli cacciò laruni. di la quali illu cachau quilli 
quelli che vendevano , e compera- li quali compravanu & vendianu in 



ravano nel tempio». 



lu templu». 



(Pag. 89) «può esser merito di (Pag. 210) «pò essiri merìtoriu 

guadagnare la vita eternale (2). Lo di guadagnari vita eterna, usandulu 



(1) Pare che il traduttore siciliano abbia un po' cambiato il testo 
per isfuggire il francesismo ala ; e così può essere avvenuto nel luogo 
precedentemente citato, ove nell' originale italiano ricorreva il france- 
sismo patrolianto. 

(2) Cod. Rice. « In tre modi si può l'opera del matrimonio fare senza 
peccato, anzi è di grande merito all'anima. Prima quando si fa per in- 
tenzione d' avere figliuoli , che siano a servizio di Dio. Per questa in- 
tenzione fu il matrimonio prima ordinato ». 



MISCELLANEA 



145 



secundo caso è quando l'uno rende 
all'altro suo debito ». 



(Pag. 89) « Ma quando il diletto, 
e la lecceria è sì grande a sua mo- 
glie, che ragione è sì avocola, ch'al- 
trettanto ne farebbe, elli, s'ella non 
fosse sua moglie, in tale caso è pec- 
cato mortale, lecceria passa i con- 
fini di matrimonio». 



comu est debitu. Vui duvitti sapiri 
ki in tri casi pò lomu fari l'opera 
di lu matrimoniu sen^a peccatu &. 
pondi haviri grandi meritu quanta 
a l'anima, lu primu casu est quandu 
l'omu fu l'opera di lu matrimoniu 
cun intentioni di haviri figloli li 
quali renda a dei serviri , et per 
tali intencioni fu lu matrimoniu 
stabilitu, Lu secundu casu est quan- 
du l'unu rendi a 1' altru lu so de- 
bitu ». 

(Pag. 211) « Ma quandu lu dile- 
ctu & r aligrÌQQa est tanta a sua 
mogleri ki illu (ki) rasuna & pensa 
ki cusi farla si Illa non fussi sua 
mugleri , in tali casu est peccatu 
mortali , ki tali aligrig^a passa il 
confini di lu matrimoniu *. 



(Pag. 91) «ella vestiva il ciliccio (Pag. 214) « vestiasi lu ciliciu su 

a sue carni, e digiunava ogni die... la carni & ieiunava omni di... & 

e SÌ era bella, e giovane ; ma era sì bella, iuvini ma boutati 

bontà di cnore e amore di castità, di cori & amuri di castitati li fa- 

l'ha fatta fare così». chia fari tali vita». 



(Pag. 92) « Iddio (1) com'elli (Pag. 215) « Deu comu est bel- 

è bellissima cosa, castità con esso lissima cosa castitati conessa cum 

chiarità e verginità, quand'ella è claritati & virginitati, quandu illa 

chiara per buona vita fae ! ». est clara per bona vita & honesta ». 



(Pag. 107) « Quella fontana è sì 
chiara e sì siverata (!) (2). 



(Pag. 236) « La quali est si Clara 
& ismerata». 



(1) Cod. Rice. « Iddio, com' è bellissima cosa la verginità con la 
chiarità della buona e onesta vita ». 

(2) Kigoli trascrive siverata per sceverata (p. 121). Ma il confronto 
col Cod. Redi, che a pag, 136 ha smerata, mentre da un lato ci dispensa 
di farci supporre che nella voce siciliana si debba aggiungere la sil- 
laba [già], (ismera[gla]ta), dall'altro ci obbliga a correggere la lezione 
del TS ; smerata sarebbe il Partic. dell' ant. it. smerare , pulire , net- 
tare, a fr. esmerer. 

Arch. Stor. Sic., N. S. Anno XXXV 10 



146 MISCELLANEA 



(Pag. 115) «E secondo che dice (Pag. 135) «Ysidoru dichi ki Noè 

Isidoro che Noè fece l'arca di legno fichi 1' arca di lignu ki non putta 

in tale maniera che non potea in- infragidiri. E Yesu Christu fichi la 

fracidare. Et lesù Cristo fece santa sancta ecclesia etc. ». 
Chiesa etc. (1)». 

• 

Dal punto di vista linguistico , il fatto ben assodato che U 
Libro dei Vizii e delle Viriti è una traduzione di una traduzione 
italiana di un originale francese ci obbliga ad essere guardigni 
nell'attingere al suo materiale. Infatti all' abbondante materiale 
puro, che essa contiene , si mesce anche un materiale alquanto 
ibrido o italianeggiante. 

Per la parte della fonetica mi limito qui a osservare che le 
voci con o, e tonici o atoni, di fronte ai ritiessi con u, i di pretta 
indole siciliana debbono considerarsi come semplici italianeg- 
giamenti. Né vi è bisogno per spiegazione dei doppi riflessi, di 
ricorrere alla ipotesi manifestata in TS, PP. 247-250. Anche vari 
riflessi consonantici, diversi da quelli offertici oggi dal genuino 
dialetto , debbono considerarsi soltanto come grafici , cioè deb- 
bono indicare italianesimi adoperati dal traduttore siciliano. Tali 
saranno i casi di h iniziale per v e, di g- per j-; tali saranno i 
gruppi consonantici nd^ mb non assimilati in nn, mm; e anche 
alt- per aut-. 

Riguardo 1' uso delle forme, va notato che debbono conside- 
rarsi come pretti italianesimi perdamu TS 107 (il genuino ver- 
nacolo richiederebbe in questo luogo 1' uso dell' imperfetto del 
congiuntivo) — perdiamo TB 15, sappiati TS 107 (anche qui il 
genuino vernacolo richiederebbe l' impf. cong.) — sappiate TB 
15 e casi analoghi. 

Infine la stessa cautela occorrerà nell' attingere al materiale 
lessicale, a causa delle infiltrazioni di voci italiane, o anche di 
francesismi, prima passati per la trafila italiana. 



(1) Questo racconto dell'Arca di Noè nel TB si trova alla fine della 
pubblicazione, mentre nel TS è al f. 71 v. del Cod., corrisponde a pa- 
gina 135 della mia pubblicazione. 



MISCELLANEA 147 



Perciò non è da far gran caso del fatto che nelle mie Osser- 
vazioni lessicali ("in fine a TS) registravo fìsca (così scritto nel 
ms.) , che va corretto in fìs[i]ca, come bene io avevo corretto nel 
testo, a pag. 51 ; né del fatto che a p. 155 r. 28 io avevo scritto 
activamenti, notando però in nota: « cod. astivamenti», che era 
la lezione giusta (Cfr. TB astivamente, p. 50). Infatti in altri 
luoghi (pp, 101 r. 10, 106 r. 22) io scrissi pure astivamenti, in- 
dovinando la connessione coll'afr. hastifs, hdtif^ da hàte, senza 
aver presente né il TB, pieno di francesismi, né il testo francese 
originale. 

Cito ad esempio di italianesimi : ostellu (1) TS 117 — ostello TB 
21, fabri TS 117— fabbri TB 21, bianca TS 1^— branca TB 25 , 
giottamente TS 101 — ghiottamente TB 11, digoggiolaru TS 88 — di- 
gocciolaro TB 2 (per digocciolarono) , sorudinu TS 201 — sorro- 
dono TB 83 (pianamente rodere), piatu , piatire TS (passim) — 
piato , piatire TB , ebbrighiqqa TS 115 — ebbrezza TB :20 , fi- 
volu TS 214 — fiebole TB 92 (altrove fievole), inticta TS 97 — in- 
tinta , qui TS 90 — TB qui , sollaggu TS 98 — sollazzo TB 9 , 
luxenghi TS Hit— lusinghe TB 18, dispectabili TS 119 — dispet- 
tabile TB 23 , ragaggu TS 119 — ragazzo TB 23 , ancinatu (2) 
-a , (e anti nata TS 94) — anzinato a TB , riotta TS 91 — riotta 
TB 4 (3). 



(1) Talvolta però il TS adopera di fronte ad « ostello » la voce ge- 
nuina sic. hosteri, hostieri (v. appresso). 

(i2) Sebbene 1' afr. abbia ains-né, a. née, non credo che le voci ita- 
liane debbano considerarsi come venute dal francese, spiegandosi bene 
da ANTEA (cfr. anzidetto). 

(3) Sebbene l'afr. abbia riote e il fr. riotte, non si può ancora riguar- 
dare sicuramente 1' ait. riotta come un francesismo. Infatti la voce è 
considerata generalmente di origine oscura (Cfr. Dici. gén. etc). Perciò 
non è il caso di rimontare oltre al b. lat. riotta , registrato da Dh 
Cange ; e io mi limito di notare (come feci in Osserv. lessic. TS ì264) 
che il senso di riotta nel nostro testo è quello di uno speciale compo- 
nimento poetico. Si osservino le frasi : « di langa riotta ni di parolli 
pulliti ni rimati », paroli affaitati ni longhi riotti ». Altra cosa mi sem- 
bra il moderno sic. riatta gara, per es. nel correre, nel lavorare. Asso- 
lutamente inaccettabile è l'etimologia in base all'ani, alto ted. riban (1), 
che lo stesso Korting 8065 dichiara « mehr als untvahrscheilich ». 



148 MISCELLANEA 



Citerò ora, ad esempio, alcuni francesismi , prima adoperati 
da Bencivenni e poi adottati anche dal traduttore siciliano. 
accontama TB « familiarità , domestichezza » , acontan^a TS , 

dal fr. accointance ; 
arrosare TB «irrorare, annaffiare», arrosari TS , dal fr. arro- 

ser (il sic. genuino ha arruciari) ; 
avoccolo TB «cieco», avocculu TS, dal fr. aveugle (da aboculus 

-um) ; 
dibonaere, dibonarj scritto spesso separatamente di bon aere TB 

«probo, onesto», di bonu airi, di bonuairu, di bunairi TS , 

dal fr. débonnaire ; 
diffalta , -e TB « fallo » difauta -e e difalta TS , dal fr. défatite , 

(oggi più spesso défaut) ; 
fado TB «scipito», fadu TS dal fr. fade (da vapidus -um) ; 
leceria TB (il vocabolario della Crusca reca leccheria) appetito 

carnale, leceria TS dell'afr. lécherie ; 
malbailito TB « senza potersi reggere, senza balia », malbailitu 

TS dall'afr. mal bailli (verb. bailler) ; 
tniluogo TB mezzo, mihiogu TS, dal fr. m,ilieu (m,edius locus) ; 
m>isagio TB disagio, misagiu TS , dall' afr. mésaise (il mes- co- 
me in mésaventure, mésalliance etc ; 
musare TB , musari TS , dal fr. mnser perdere il tempo in fri 

volezze ; musardo -i TB, musardo -i TS è il fr. musard, de- 
rivato da muser ; 
navera TB ferita d' arma acuta e tagliente , nafri TS, dall'aat. 

narwe, da cui l'afr. navrer ; 
parzoniere TB «partecipe» parQoneri TS, dall'afr. parchonnier ; 
pulcella (da cui piilcellaggio) TB « ragazza», pucella (pucellaggiu) 



(1) Correggi ma/irt del TS , che perciò non ha 1' etimologia suppo- 
sta a pag. 262. Al passo del TS 157 « bisogna lei discopri li tuoi cha- 
gki sive nafri corrisponde nel TB il passo « conviene che tu discuo- 
pre le tue piaghe » senza la voce navera. E perciò è ovvio che il tra- 
duttore siciliano abbia qui preso la occasione di spiegare quella voce 
che era occorsa altrove. 



MISCELLANEA 140 



TS. dall'afr. pnlcelle (pulcella nel canto di S. Eulalia) fr. pu- 

celle (1) ; 
sorqtiidanza TB « presunzione » , sorquidanga , sorqtiidatu TS 

dall'afr, sorcuidance sorcuidié ; 
truante TB «accatone», trovanti TS dal fr. truand : 
(a) valle TB « in basso », (a la) valli TS, dal fr. aval (da ò va/) ; 

Le voci sopra riportate sono veri francesismi nel senso oggi 
dato dai glottologi a tale voce. 

Vero è che esse, nella forma italianeggiante che hanno , nel 
testo Benci venni, sono state pur registrate nelle antiche edizioni 
del Vocabolario della Crusca e probabilmente anche lo saranno 
nella nuova edizione, ancora in corso. Siccome il Testo di Ben- 
civenni è del secolo XIV , esso si prendeva dai vecchi letterati 
come testo di purissima lingua italiana. Ma la fonte del trecento 
è infida quanto mai, e quelle voci non esistono nella lingua par- 
lata e non si possono spiegare senza ammettere che sieno pas- 
sate prima per la trafila della fonetica francese. 

Il TS , non ostante i francesismi che contiene , è certamente 
meno impuro di quanto sia il TB , che pure è continuamente 
citato dalle antiche edizioni della Crusca e da certi filologi igna- 
ri di comparazioni tra le lingue romanze e di ogni principio di 
glottologia; lo si additta generalmente come un «testo di lingua». 

Parecchi francesismi usati dal TB non sono riprodotti dal 
TS, di altri si fa nel TS un uso moderato. 

Così ala mercato (dal fr. halle), patrolianto borbottando (dal 
fr. patroiùller ; e si noti anche il suffisso -auto per -andò) non 
sono riprodotti nel TS. A misavvegna TB 77, il TS 185 fa cor- 
rispondere vegna a malti ricaptu. Il TB a tutto spiano adotta 
il miluogo , che il TS spesso traduce in In mezu (p. es. a p. 88). 
Il lecceria del TB 89 è tradotto nel TS 211 per luxuria e altre 
due volte (ibid.) per aligriQga. Il TB pure a tutto spiano ado- 
pera sanza per senza (p. es. a p. 94) laddove il TS ha senza. 



(1) Alla strana etimologia di questa voce , in base a pulce, invalsa 
sin oggi (cfr. Korting. Latein. — roman. Wòrterh.) credo di non avere 
errato anteponendo 1' etimologia in base a puel(li)ceUa (Cfr. Zeitschr. 
. rom. Philoì., di G. Grober, a. 1910). 



150 MISCELLANEA 



E a me non par dubbio che sanza debba credersi venuto da 
sana (1), collaterale a sens dell'afr. 

Allo strano scarne del TB 80 (che Rigoli attribuisce al fr. 
chaume (!) stoppia da calamiim) il TS 196 fa corrispondere saimi 
sugna, che è la forma esatta. Per scarne Rigoli riporta la defi- 
nizione data dal Vocabolario della Crusca a salme, « lardo, gras- 
so, strutto », osservando che •« se scarne o salme vuol dire lardo... 
l'esempio verrebbe a significare la cosa con due vocaboli». In- 
vece il TS ha saimi, sugna , dal lat. sagtiMEN , che dette pure 
l'afr. satm,, da cui sain e poi saindoux, cioè sain doux. Infine 
per evitare il francesismo il TS tal volta giunge ad omettere 
qualche proposizione secondaria o cambiare la frase. Così « che 
ragione sì avocala » (dal fr, aveugle) del TB 89 è senz'altro sal- 
tato nel TS. 211. 

Non mancano poi i casi, in cui il nostro traduttore , usando 
la parola toscana, o la parola imprestata al francese, l'abbia ac- 
compagnato colla voce genuina siciliana, o colla latina, nel caso 
che mancasse al sic. Così abbiamo : tralci sive magloli a p. 8 
(oggi magghioli) (2) di fronte al semplice tralci TB. 2, chochi sive 
pltivij 113 di fronte a piove TB 17 , attigniri sive nesiri (cioè 
nesciri) 91 di fronte a attignere TB 3. ahi postuttu oi di lu ntin- 
tu TS 119. 



In fine il nostro testo ha sempre una grande importanza co- 
me fonte di antiche voci, o di fasi antiche di voci siciliane, per- 
chè in genere traduce le voci toscane con voci prettamente sici- 
liane. Cfr. spaventano TB 21 con spagnanu TS 117 (nel sic. ge- 
nuino ancor vivo, mentre nelle città esiste solo appagnari, che 



(1) Il Dict. gén. etc. di Hatzpeld , Darm. Thom. addita sinb per e- 
timo di sans ; sinb sarebbe divenuto sen, e, con s avverbiale, sens. Per 
me ritengo la voce frane, e la ital, sorelle, ed avverto che l' it. sema 
(col rtr. saintsa) reclama sicuramente arsenti a. 

Ci^) Credo da mallbolus -um , perchè alla estremità dei tralci desti- 
nati alle nuove piantagioni , si lascia attaccato un pezzetto di fusto , 
che, essendo ad angolo, viene a rassomigliare a un martello. Cfr. Studi 
gìott. it. I, 120. 



MISCELLANEA 151 



SÌ dice dell' adombrarsi dei cavalli) ciuffetti TB 53 con topetti , 
pi. TS 159 (oggi tuppii, tuppettu), scalda TB 9 con scalfa TS 99 
(oggi scarfa, da scarfari riscaldare), cerca TB 30 con qtieri TS 
128 , crusca TB 82 con ranga TS 201 {rama e grama ancor 
oggi vivo, nel senso di « cruschello »), macchia TB 92 con pitta 
TS 215 , mwte TB 92 con pitti TS 228 (/)i«a -i non registrato 
dai moderni dizionari), catellino TB 39 (dal tipo catellus) con 
cagunellu TS 141 (oggi spento (1), dal tipo catullus; — cfr. na- 
pol. caccione, abbruzz. caccittne, gaccitme), giaciuto TB con acor- 
catu (oggi curcatn), sovvegnavi TB con adunativi TS 182 (cioè 
addunativi), affrettare TB con aspr essari TS 156 (oggi spriscia- 
ri) , ricomperare TB con ricaptari TS 88 (oggi accattari) , ri- 
cop^t* GS 185, «vi TB con illocti TS 89 (oggi ddócu, da ilio loco), 
ci n' ha TB con chiudi havi TS 95 (oggi cai n'avvi) , ostello TB 
4,50 con /losfeH (2) TS 9,154 , prò TB 4 con prwd* TS 92 (oggi 
soltanto vivo nella frase di augurio bon pruri e saluti !) , ince- 
spicare TB 102 con atropigare TS 229 (oggi trnppicari), piegare 
TB 102 con iniuticari TS 229, riposto TB con amuchatu TS 99, 
214 passim (oggi ammucciatu) , allora TB con lantura TS 119 
(oggi antura con significato di « poco fa » e altura allora), velare 
TB con infandari TS 53 , orc«o TB con lanchella TS 197, noioso 
TB 93 con pittusu TS 216 , joreit TB (passim) con previti (oggi 



(1) Il sic. gussu cagnolino, da cui guszareddu, guszuniari scodinzo- 
lare, mi sembra debba andare coll'it. cuccio[lo]. 

(2) W. FoERSTER credeva di correggere la mia lezione hosteri e ho- 
stieri con ciostreri (da claustrum). Ma il Codice sic. reca precisamente 
hostéri , e questa voce è comunissima nelle Cronache antiche , e ha il 
senso di hospitium sive palatium, come notava perfino Rosario di Gre- 
gorio. Essa è ancor viva a Palermo, sebbene abbia un uso particolare. 
Serve a designare il Palazzo Chiaramonte dei Tribunali, che fu fon- 
dato da Manfredi III Chiaramonte, e, in seguito alla decapitazione di 
Andrea Chiaramonte, nel 139i divenne dimora dei re aragonesi, e più 
tardi dei viceré spagnuoli. « Prese il nome di Hosterium . nome che 
conserva in parte sino ad oggi : lo Steri ». Il « Cicerone » per la Sicilia. 
Palermo, Reber, 1907 a pag. 63. Nella interessantissima conferenza sul 
Tribunale d'Inquisizione in Palermo, letta innanzi la nostra Società di 
Storia Patria nel Febbraio 1910, l' illustre G. Pitrè ebbe frequente oc- 
casione di citare la voce Steri. 



152 MISCELLANEA 



parrinu, -i ; previti esiste solo in espressioni fossilizzate , come 
castagni d'u previti castagne infornate). 

Dal lato più particolarmente fonetico e morfologico il TS è 
pur sempre prezioso. Ci basti citare la uscita -imu di 1' pers. 
pi. {avimu, divimu, sentimu, dichimu, simu) di fronte alla uscita 
moderna -emù; mittiri, midi di fronte al moderno méntiri, mietiti; 
minu oggi menu^ humilitati oggi umirtà ; ti, oggi (colla epitesi) 
tia\ 8i (pron.) se (oggi quasi sparito, essendo stato sostituito 
da unu stissu) ; di ne, oggi nni fda inde) ; chindi ce ne, oggi ci 
fini ; sindi se ne, oggi si nni ; nondi non ne , oggi nun ni ; ni 
Nos accus. ait. noi, it. ci (sic. genuino ni) ; illu egli (ait. elli) 
oggi iddu ; /* , gli , le , lat. illi (ait. li e lui) , risimiglarili TS 
(oggi rassumigghiaricci), di fronte a lui rassembrare TB : li divi 
amuri, li fachia fari (oggi sempre cci etc); qualuncatu (1) e ca- 
nuncatu qualunque, oggi raram. qualùnchiti accanto all'italianeg- 
giante qualunqui. 

In conclusione , dal fatto che il testo siciliano è una tradu- 
zione del volgarizzamento italiano delle Somme le roi non è molto 
menomala la importanza della stessa. Da quanto precede si trag- 
gono infatti queste conseguenze. 

1. Il testo sic. traduce per intero il volgarizzamento italiano, 
mentre il Volgariss. delV espos. del Paternostro di Bencivenni , 
poi pubblicato da Rigoli, costituisce soltanto una parte di esso. 

2. Nella parte contenuta nel God. Stroziano, pubblicato da 
Rigoli, il testo sic. si mostra di norma fedele traduttore di questo 
codice; ma in molti passi palesa correzioni di svarioni o colma- 
menti di lacune fatti col sussidio o col confronto di altri codici. 



(1) Pare che la voce sia proparassitona , qualuncatu , e che il -tu , 
corrispondente al moderno -ti, debba considerarsi come epitetico. Contro 
la idea di Foerster ritengo però sempre che il canuncata modu, che è 
nel TS 29, si debba rettificare in canancatu modu. Nei Capitoli di Di- 
sciolina esiste canuncata, ma accordato col fem. pirsuna. Il camuncatu 
modu che si trova pure in Lu Bebellamentu di Sichilia deve essere 
considerato svarione dell' amanuense , come lo è il canuncata m. del 
nostro TS. Che tale stranissima e impossibile frase esista tuttora nella 
voce viva del volgo, come pensava F. Evola, non è punto vero. Esiste 
soltanto qualiinchiti modu. 



MISCELLANEA 153 



3. Rispetto alla lingua, non ostante gl'italianesirai e i fran- 
cesismi , il nostro testo costituisce sempre un fonte copioso di 
elementi vernacoli genuini. Soltanto, chi vuole attingere a questo 
fonte, dovrà usare le debite cautele. 



Giacomo De Gregorio 



LA SATIRA POLITICA IN SICILIA NEL 700 

(Continuazione) 



\Jn' Invettiva alV Alemanni di Casimiro Costa, scritta il 25 giu- 
gno 1719, come risulta dal ms. 2 Qq B 57 (Cora. Palermo) allude 
a quei tempi in cui, per gli accordi tra Carlo VI d'Austria e Vit- 
torio Amedeo, un esercito tedesco, comandato da Mercy, assediò 
la Sicilia e il 28 maggio 1719 arrivò alla marina di Patti (1), e 
in seguito i Tedeschi sparsero il terrore nella zona messinese, 
saccheggiando e invadendo (2). Ora il Costa, con un sonetto che 
sa di ricercato , si svela partigiano degli Spagnuoli e contrario 
agli Austriaci, cui non risparmia gli strali e di cui enumera le 
imprese con i Turchi. In vero la vicinanza di costoro ai suoi Stati 
d'Italia non piaceva punto all'augusto Carlo VI, il quale temeva 
che tentassero un'invasione nelle medesime terre, e, per tenerli 
lontani, spedì ai confini della Turchia il principe Eugenio di Sa- 
voia, che nel 1716 riportò una intera vittoria a Peterdavino (3). 
Ecco la 2". strofe : 

Che vantate d'onor? fra turca gente 
Numerate vittorie'? ah non pensate 
Che queste dalla Fé fur riportate 
Non già dal vostro ardir sue squadre spente : 



(1) Cfr. Storia di Sicilia continuazione a quella del Caruso, dell'a- 
bate Francesco Maria Longo, pubblicata per cura di G. Di Marzo, op. 
cit., p. 313 — Carlo VI non cessò di somministrare viveri e munizioni 
ai Savoiardi, perchè difendessero il resto del regno dalle invasioni spa- 
gnuole (op. cit., p. 314). 

(2) Da un ms. Qq H 21 (Com. Pai.) N. 2, si cava una Continuazione 
del diario di Messina; il quale scritto attesta la paura dei Siciliani che 
nel 1719 spiavano attentamente le mosse dei Tedeschi. 

(3) Cfr. Continuazione cit. alla storia del Caruso, op. cit., p. i288. 



MISCELLANEA 155 



L'invettiva finisce con lodi sperticate per gli Spagnuoli : 

Al valor dell'Iberia ogn'altro eccede 
Slete co' Turchi sol bravi a le mani 
Ma co' Spagnuoli sol bravi al piede (1). 

Poiché i Torinesi in Messina volevano fortificarsi e resistere 
alle forze spagnuole, si compose un sonetto contro quelli , nel 
quale l'anonimo vomita tutto il proprio odio contro i Savoiardi, 
specialmente nella 3* strofa, piena di fiele (2) : 

Oh poveri affamati, e che farete? 
Nel veder comparir Spagna sdegnata 
Tutti pien di timor lepri sarete. 

Dimesso, poi, l'Alberoni e conclusa la pace , al Duca di Sa- 
voia, in cambio della Sicilia, che l'Austria tenne per sé, fu data, 
come si sa, la Sardegna ; ma i nuovi padroni non furono accetti 
a tutti i Siciliani, e il Villabianca, che non tralasciava di pun- 
zecchiare uomini e cose, si lascia sfuggire alcuni versi malinco- 
nici sulle condizioni della Sicilia sotto Carlo VI : 

Carlo d'Austria alla fin sesto fra i Cesari 
Le piazze espugna dopo lungo assedio 
Ma il fior vi perde del Germano esercito. 

Quasi tre lustri senza guerra scorrono 
Ma in mezzo a pace tal pruovò Sicilia 
Pel timor della guerra ogni miseria (3). 



(1) È bene che si legga: Lettera sulle condis ioni politiche di Palermo e 
della Sicilia nella guerra tra Spagnuoli e Alemanni (Ms. Qq 75 , Co- 
mun. palermit.), nella collezione del Di Marzo, voi. X, op. cit., p. 307-316. 

(2) 11 titolo del sonetto è : Per la fortificazione dei Turinesi in Mes- 
»ina (Ms. cit., 3 Qq B 112, N. 2). 

(3) Cfr. Ms. Qq E 95 , p. 98 (Comun. palermit.). Cfr. pure Ms. Qq. 
H 158, N. LXVl dal titolo « La Cronologia Sicola, che contiene l'epoche 
« delle nazioni e la dinastia dei re, che l'anno governata, incominciando 
«sin dopo il diluvio universale per insino alla Maestà del re Ferdinando 
«Borbone n. s. composta in verso elegiaco dal barone dott. Andrea 
« Noto, palermitano, ed impressa nel 1735, tradotta dall'istesso autore 
«in verso sciolto, colle aggiunte per insin all'anno ÌTóO». 



I6é MISCELLANEA 



* • 



A tutti è nota la fine del cardinale Alberoni, il quale, dopo 
che la corte spagnuola , contro il parere di lui (1) , mandò im- 
provvisamente una tlotta ad assalire la Sardegna (1717) e una 
ad assalire la Sicilia (1718), provocando così l'ostilità della Fran- 
cia, dell'Inghilterra e dell'Olanda , unite in lega , perdette l'uf- 
ficio, vittima degli errori non suoi, e venne espulso. Un sonetto 
che ha il titolo : L' Italia sul Umore delVarmi di Spagna così 
parla al Cardinale Alberoni : 

Tu nascesti a le Zappe (2) e al Ministero 
Di vasta Monarchia sol per fortuna 
Chiamato fosti ; ora tua mente aduna 
Alti disegni a debellar l'Impero. 

Sin qui ne godo ; ma se fla poi mai vero, 
Ch'unisti al tuo sovran la Tracia Luna, 
Tu mio Figlio non sei ; che troppo è bruna 
Porpora, che s'oppone à Cristo, a Piero. 

Ma pur non sia ; deh che pretendi alfine ? 
Intorbidar la Pace mìa serena, 
Portando al seno mio fiamme, e rovine. 

Verran pure i Teutoni, e in questa scena 
Verserete ambi il sangue al mio confine 
Dell'odij vostri io porterò la pena (3). 



(1) Questo si è provato con la pubblicazione delle lettere dell' Albe- 
roni (Cfr. E. BouBGEOis, Lettres intimes de M. Alberoni, Paris , 1893. 
A lui si era attribuita una politica funesta. 

(2) L'Alberoni era figlio d'un ortolano di Piacenza. Entrato nella 
diplomazia, venne inviato dal suo sovrano alla corte di Madrid : fu 
autore del matrimonio fra Elisabetta e Filippo ed in compenso fu fatto 
cardinalHi e primo ministro di Spagna. 

(3) Cfr. Ms. 4 Qq B 1. e. 584 (Comun. palermit.). 



MISCELLANEA 15? 



Dopo tale mordace linguaggio , vi è la Risposta , in cui si 
finge che sulle stesse rime parli Alberoni contro il Tedesco : 

Nacqui è vero fra gli orti, e al Ministero 
11 inerto mi portò, non la fortuna. 
E parto mio quella, che Spagna aduna 
Potente armata, à bilanciar l'Impero, 

Mente ch'il dice, che non fu mai vero. 
Unirsi Spagna all'Ottomana Luna. 
Io son degno tuo Figlio, e scura, e bruna 
L'Alma non ho, che son fedele a Piero. 

Ma vuoi saper ciò che pretendo al line? 
Bramo la Pace tua, che sia serena 
E à chi opprimer ti vuol fiamme, e rovine. 

Al Tedesco, se vien, funesta scena 
S'aprirà à danni tuoi nel tuo confine 
Ove d'esser sconfitto havrà la pena (1). 

Credo opportuno, a proposito del Cardinale Alberoni, contro 
il quale non fu risparmiato il dente della satira, inserire un so- 
netto, che potrebbe far parte del capitolo : satira anticuriale , 
ma che ha importanza anche dal lato politico. Il titolo : Al 
Sommo Pontefice Per l'Elezione del card. Alberoni ; 

Santo Padre Voi feste un Cardinale 
Degno, ma d'esser posto alla Berlina, 
pure nella Villa Aldobrandina 
Mostrato lui per cosa speciale. 

Frutto egli fu del Fico Ruminale 
Maturato per man d'una Regina, 
Che vuole a Sua Eminenza sì vicina. 
Di doble à farsi un grosso capitale. 

tempo degno di ammirazione ; 
Mentre i Pigmei diventano Giganti : 
Senza dilluvio e natan le Persone. 



(1) Cfr, ms. cit., e. 585. 



168 MISCELLÀNEA 



Gran giubilo a Fidenzio, ed a i Birbanti 
Apportò questa strana elezione, 
Ch'indossato ha di Porpora i Pedanti (1). 






Un'ottava Contro il torbido Girolamo Pilo Ex Senatore (2) , 
conte di Capaci , il quale nel 1. maggio 1713 erasi nominato 
Pretore (3), è piena di fiele, e l'autore, berteggiando in plateale 
maniera la parola omonima, allude alla condotta di quello come 
pubblico officiale : 

Li pila chi si solinu purtari 
Su chiddi di li gighia, e lu mustazzu 
Li pila di li Gambi chi su rari 
Si portanu eh' un dunanu mbarazzu ; 
Dunca stu Pilu chi mi fa arragiari 
È forsi di li stiddi, o di lu vrazzu f 



(1) Gfr. ms. cit., e. 63. 

(2) Gfr. Ms. Qq E 118 (Bibliot. Gomun. di Palermo, p. 6). Il titolo 
del ms. è : Il Pasquino \ del Villa bianca \ o sia | la penna satirica del- 
Vistesso Autore \ sulle cose torte, corse in Città \ per causa \ di mal go- 
verno e de fatti di tal' uni \ stolti uomini e di maligna leva che \ an 
dato materia al Pubblico d'infa \ mare i lor nomi e famiglie e mettere 
in I berlina le lor Persone \ Deque Patria deque tota Sicilia \ . Op- 
tim.e meritus, 

(3) Gfr. Di Marzo, Diari della città di Palermo etc. voi. VITI, 1871, 
pag. 107. Nel ms. cit. a p. 12 si legge : « S'affìtta per cinque anni. Giò 
tanto pubblicò Pasquino con spirito profetico per il regno di Sicilia 
che dovea affittare il fu re Vittorio Amedeo di Savoia sotto li 13 de- 
cembre 1713. Gliene die parola l'accidente scritto al senatore Girolamo 
Pilo nell'atto di porgere le chiavi della città di Palermo al Pretore 
Giuseppe Branciforti, Principe di Scordia, che gli caddero in terra, e 
levatele all'istante lo Scordia Pretore fu a presentarle al senato nel- 
l'entrare a Porta Felice sul 1718. La cessione indi fatta della Sicilia 
dal re Vittorio dopo anni cinque di regno ne avverò la profetica det- 
tatura».— Un Girolamo Pilo da Palermo, marchese di Marineo , fu 
noto nell'improvvisare sia in italiano che in latino (Gfr. Sginà , Com- 
pendio cit. p. '205). 



MISCKLLANBA 159 



No cà lu sacciu, e 'un mi fa dubitari 
Ch'è certu di lu e o di lu e (1). 

La suddetta strofa e altri versi del Villabiahca, i quali citerò più 
innanzi e aventi carattere pasquinesco, dimostrano che , se Pa- 
squino fu in Sicilia un'infiltrazione della satira romana, si mo- 
dificò secondo l'indole etnica della razza siciliana , secondo la 
struttura del dialetto e secondo determinate circostanze. A p. 3 
del ms. Qq E 118 il Villabianca dice : « Le Satire e le Pasqui- 
nate, avendo scopo di bene nel loro genere, ho stimato cavarle da 
i miei Diari] Palermitani, e tali quali si trovano in quelli no- 
tati e farne un corpo apparte (sic) che il presente opuscolo, quale 
ora a Lettore intendente morale mi dò l'animo di presentare : o 
caro addio ». E a p, 5 : « Satire e miscellanei extemporanei ed 
Elogij Pasquinate volanti ». 

E parecchi sanatori e pubblici magistrati passano sotto lo 
stiiffile inesorabile del poeta, che , atteggiandosi a vindice della 
pubblica moralità, mena colpi a dritta ed a manca. Frizzi così 
spiritosi come pungenti il Villabianca usa « Sopra Antonio Luc- 
chesi Principe di Campofranco, quando volle insegnar che la 
carne macellata d'un somaro s'uncinasse per pranzo come quel- 
la del manzo » : 



(1) È notevole la lunga dissertazione che sulla parola Pasquino fa, 
nel cit. ms. p. 1 e 2, il Villabianca; la riproduco per intero : «All'in- 
tendente Lettore. Pasquino e Satira sono due voci al Mondo che son 
figli dell' istesso Padre e intender fanno tutto in un tempo la stessa 
cosa col pari spirito nel significato. Non è altro Pasquino che una statua 
mutilata che sta piantata nella città di Roma in un angolo di muro 
del Palazzo Orsini. Prende questa il suo nome da un Ciabattino roma- 
no chiamato Pasquino famoso per le sue smorfie , e la di cui bottega 
era il divertimento della Plebaglia che piacevolmente in essa passava 
il tempo colle bagattelle che vi smerciava. Dopo la morte di questo 
bufFon Pasquino, cavandosi il pavimento della sua bottega , si trovò 
ivi una statua di un antico Gladiatore, ma monga o mezza spogliata. 
Si messe questa sul luogo ove s'era trovato cioè in un angolo della 
bottega di Mastro Pasquino, onde di comune fu chiamata col nome del 
difonto Pasquino. E ciò tanto riguardo a Pasquino, passiamo ora alla 
satira». E qui il Villabianca s'intrattiene sulla etimologia della satira 
e sulle definizioni date dagli scrittori (p. ±-S del cit. ms.). Da tutto 
ciò che dice il Villabianca, possiamo dedurre che Pasquino fu in Sici- 
lia un'importazione romana. 



liso MISCELLÀNEA 



A simili nunquam vidi brutum esse voratum 
Haec Asine infelix sors libi sola datur. 

Un sarcasmo insolente è rivolto a « Mons. Fortunio Venti- 
miglia per gli Archi di luminaria che le' piantare nel Cassero 
per le feste reali del 1735 » : 

Die mihi Fortuna cur ne tot mille parasti 
Furcas criminibus non erat una satis. 

* » 

Abbastanza mordace, in forma epigrammatica, fu la risposta 
che nel 1730 l'Arcivescovo dì Palermo, Matteo Basile, mandò al 
viceré conte di Sastago Cordova (1): si trattava del caso di certo 
Antonino Lombardo di Partinico, detto volgarmente lo Sferrazzel- 
la, condannato alla forca «qual reo strepitoso di scorridore dì cam- 
pagna» che, salito in cappella, il giorno dopo vi fu fatto discendere, 
e così venne liberato dalla morte «mercè l'ordine che tenea di ton- 
sorato ecclesiastico». Quel viceré allora non voleva passarvi sopra, 
ma l'Arcivescovo, intromessosi, sostenne l'immunità ecclesiastica, 
e si sfogò a tal segno da lasciarsi scappare : « Se il viceré tiene ì 
cannoni io tengo i canoni » ("2). 

• 

• * 

Nel 13 maggio 1735, il re Carlo III, mentre era a tavola in 
Messina, pubblicò che al primo buon tempo sarebbe partito per 
Palermo. Il che in poco meno d'un quarto sì divulgò per tutta 
la città, non ostante che ì ragazzi messinesi andassero cantando 
per le vie : 

Viva il nostro re Carlo Borbù, 
Che in Palermo non anderà cchiù ! 



(1) Fu eletto viceré di Sicilia il 26 maggio 1728 Cristofaro Fbrnan- 
DEZ de Cordova conte di Sastago e rimase in quella carica sino al 1734 
(Cfr. Di Blasi, Storia cronologica ecc. p. 874). 

(2) Cfr. nei ms. Qq. E 95 del Villabianca (Comun. palermit. p. 431) 
il capitolo : « Della pena della forca e del fuoco » . 



MISCELLANEA 161 



La nuova della partenza del re produsse un malcontento fra 
i Messinesi, i quali desideravano che Carlo III assistesse alla 
tradizionale festa della Madonna della Lettera : onde tutto l'a- 
more mostrato al re si convertì in odio. E , quando Carlo HI 
uscì nel pomeriggio, non vi fu persona, né ragazzo che gridasse : 
Viva il re, come prima (1). 

• 
• • 

Un canto del 1735 leggesi nel Diario palermitano del Vil- 
labianca, per la lesione del privilegio detto lo scasciato (2), che 
gli ecclesiastici godevano sin dal 1648. 

Ecco, in breve, i fatti : « attendevasi nel 1734 nel Regno la 
« invasione delle armi di Spagna, per rivendicare dal fu Imp. 
■« Carlo V^I austriaco l'isola e regno della Sicilia, li ministri allora 
« di Cesare oltre lo spremere danari da tutti i ceti di persone e 
* luoghi del Regno, e specialmente dalla capitale città di Palermo, 
« per la bisogna delle spese di guerra pensarono di dar mano 
« alli danari dello Scasciato, che suole e deve pagare la Dep.ne 
« senat. delle nuove gabelle di Pai. a tutti i singoli e a testa 
« per testa degli Ecclesiastici per la salvaguardia dell'immunità 
«sacra personale» (3). E la sera, sotto i balconi e le finestre di 
palazzo, dove stava affacciato il Re venuto in Palermo nel 1735, 
cantavasi la seguente strofa, nella quale il popolo vomitava tutta 
la propria bile contro Carlo VI, ritenendolo un crudele imposi- 
tore di balzelli : 



(1) Cfr, A. MoNGiTORE, Diario palermitano delle cose più, memorabili 
accadute nella città di Palermo dal 1 gennaio del 1720 al 23 dicembre 
del 1736 in Biblioteca, voi. IX, p. 259. Palermo, 1871. Cfr. pure Pitrè, 
Pasquinate, Motti e Canzoni, op. cit, Palermo, 1894, p. 17, riprodotto 
in Miscellanea (Arch. Stor. Sic. N. Serie, Anno XXI, Fase. I-II, 1906, 
pag. 242). 

(2) Lo scasciatu era appunto quella decima , per la quale era nata 
la gran baruffa (Cfr, Di Marzo, Biblioteca stor. e letter. op. cit., voi. Vili, 
p. 351). Scasciatu dicevasi il danaro che il Senato dava ai chierici , 
invece della franchigia. 

(3) Cfr. PiTRÈ, Stud. di poesia popolare, pag. 224. 

Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXXV. U 



162 MISCELLANEA 



Palermu, quantu fusti furtunatu 
Ora chi lu Re vecchia t'ha vinutu ! 
Si nn'ha jutu ddu cani sciliratu 
Chi tutta la Sicilia ha arrustutu. 
A li parrini livau lu scasciatu 
E man cu di lu Papa fu assolutu. 
Ora lodamu a Diu chi nn'ha ajutatu : 
Viva Principi Carru c'ha vinciutu (1) ! 






Nel 1747 il viceré Laviefuille, volendo provvedere alle « estor- 
sioni strangulatorie », che facevano il principe di Scordia e altri 
pochi padroni di frumenti sopra il prezzo « che davano a loro 
arbitrio ai compratori», e considerando la somma scarsezza, 
nella quale era ridotta la Sicilia, ordinò con suo bando che il 
prezzo dei frumenti, nona ìnd. , del «caricatore (2) di Palermo 
non fosse di più del prezzo di onze due e tari venti la salma ; 
e dei frumenti, ottava ind., di onze 2.10. Subito a 15 maggio 
dello stesso anno La Dies trae fatta al nostro eccellentissimo 
viceré duca de Laviefuille, morde i rei di concussione : 

Dies magnus fuit ille, 
Chi ccà vinni Viafuille, 
Tutti battinu li manu : 
Stu guvernu è pupulanu. 
E li nostri cavaleri, 
Chi ni fannu li sumeri, 
Tutti sunnu ritirati, 
Chi nun fannu sbravazzati (3). 

E segue in lungo, lodando il viceré e punzecchiando i mini- 
stri e 1 patrizi, come i presidenti Niccolò Mira e Biagio Spuches , 
il conte Luigi Ruggiero Ventimiglia e parecchi altri. 



(1) Cfr. PiTRÈ, op. cit., p. 225 e Ms. 2 Qq B 41 (Comun. paler., 
pag. 239). 

(2) Grande granaio. 

(3) Cfr. ViLLABiANGA, Diari cit. in Biblioteca del Di Marzo, voi. XII 
della 1. serie, p, 85-86, 



MISCELLANEA 163 






Un sonetto dal titolo : « Allusivo neir entrare i Gallispani 
nello Stato Genovese 1747 » (1), ricorda una pagina di storia ita- 
liana. Come si sa, nel 1740, morto Carlo VI imperatore di Ger- 
mania, scoppiò la terza guerra di successione , perchè la legge 
Salica escludeva le femmine dal trono, ed unica erede di Carlo 
era Maria Teresa. Il padre di lei aveva cercato di stornare il 
pericolo con trattati, ma 1 patti furono lacerati dalla prepotenza. 
Maria Teresa ebbe per difensori i cavallereschi Magiari, per al- 
leate l'Inghilterra e la Sardegna , per nemiche la Francia , la 
Prussia, la Sassonia e la Baviera. Nel 174'^ Modena , alleata di 
Spagna, fu assalita da Carlo Emanuele , che poi tornò in Pie- 
monte, poiché un esercito spagnuolo invadeva la Savoia. Sono 
memorabili gli assedi sostenuti dai cittadini di Cuneo (1744) e 
di Alessandria (1745-46) con tanto eroismo da rendere inutili 
gli sforzi dei Gallo - Ispani. Gli Austriaci , poi , capitanati da 
Lobkowitz, guerreggiarono contro i Napoletani, ma, dopo essersi 
tasteggiati con piccole fazioni , quello risalì in Lombardia , e 
questi tornarono nel loro territorio. Nel 1746 i Piemontesi ripre- 
sero Asti ed Alessandria , e i Tedeschi , con il generale Botta , 
ricuperarono la Lombardia e s'impossesarono di Genova, alleata 
della Francia e della Spagna. 

Ora il sonetto si riferisce a questi avvenimenti. Sappiamo 
che i Genovesi fremevano sotto la peggiore delle tirannie, ch'è 
la militare. Avvenne intanto che il 5 dicembre di quell' anno i 
soldati tirassero per via un mortajo : questo sprofondò nel fango, 
ed essi percotevano alcuni popolani, per costringerli a rialzarlo. 
Il fanciullo Balilla, visto l'atto crudele , afferrò un sasso , sca- 
gliandolo contro gli oppressori : fu il segnale della insurrezione 
popolare. A sassate furono respinti i Tedeschi di via in via e, 
dopo cinque giorni di glorioso combattimento, fu liberata la città. 



(1) Cfr. ms. 2 Qq B 41 (Comun. palermit.) dal titolo: Scelta di poesie 
fatta da Franceso M. Emanuele e Gaetani Marchese di Villabianca, 
Conte di Bel forte. Patrizio Palermitano e Senatore. Il ms. contiene pure 
poesie del Filicaia e del Metastasio, e a me pare che il sonetto siasi 
importato dal continente. 



164 MISCELLANEA. 



L'autore del sonetto immagina che un Gatto, rappresentante 
il Tedesco, stesse affamato intorno al fuoco , che da una pen- 
tola veniva un gradito odore , e , nel togliere adagio adagio il 
coperchio, scottasse in modo, da provocare le risa del cuoco , 
raffigurante il Francese, il quale in disparte si godeva la scena. 
Finalmente questi, stancatosi fece allontanare il Tedesco. Le im 
magini, create a bella posta, rivelano la vena satirica del poeta, 
che da buon antitedesco si compiace di mettere in ridicolo l'in- 
fruttuosa impresa di quei « Gatti » : 

Stava un Gatto affamato intorno al fuoco 
perchè certa pignata (1) tramandava 
un buon'odor, onde levar tentava 
colla zampa il coperchio a puoco a puoco. 

Saltellando dall'uno, all'altro loco 
dei gusto ancor di fuori la leccava, 
ma perchè bene spesso si scottava 
se ne rideva in un cantone il cuoco. 

Tediossi al fine e verso lui sen gìo 
e lo fece scappar (né il vero accresco) 
sol che ne udì da lungi il calpestìo. 



Di saporito arrosto (2) Genovese 
era l'odor ; il Gatto era Tedesco 
ed era il Cuoco di stazion francese. 



« 
* • 



Nel 1751 il viceré Laviefuille visitò la Sicilia (3), ma il po- 
polo ne rimase molto scontento, e Pasquino non risparmiò i suoi 
strali. Ecco quello che ne scrive il Villabianca : •« Per la visita 
fatta nel regno dal fu viceré Duca Eustachio di Laviefuille dal 
M. Pasquino fu data al Pubblico e fatta leggere una medaglia 
di molto salito Satira. Nel ritto di questa esponevasi un grosso 



(1) In siciliano pignata , ma in ital. pignatta dal lat. pinea , pina 
(per la forma). 

(2) In Genova fanno l'Arrosto nella « pignata » chiamata Cappa. 

(3) Cfr. Villabianca, Diari Palermitani, tomo 3., f. 86. 



BflSCELLANEA l65 



Asino ch'era il Viceré che portava a cavallo il Consultore del 
Governo Angelo Cavalcante, tenendone a pie le redini Tuffiziale 
di secretarla Francesco Grifo. Sul rovescio leggevasi : 

Infausto visitationis anno 1751. 

E in verità questa visita della Sicilia denigrò non poco il 
governo di Laviefuille » (1). 

• • 

Nel 1761 la notte del quattro settembre un alluvione avveniva 
nei monti che si addossano all'Etna dalla parte del sud-est, dal 
monte d' Ilice ai monti di Tardarla. Le acque, calate a fiume dai 
recisi pendii, dalle viuzze cambiate in torrenti , e orribilmente 
ingrossate, non potendo esser contenute dall'alveo del vallone 
che tagliava il quartiere di S. Lucia e giù scendeva per Aci 
Catena e Platani al mare, slargaronsi dai due fianchi , strasci- 
nando sabbia, massi, alberi, case e salendo sino a venti palmi 
di altezza (i2). Il governatore mandò sul luogo Tommaso Giacona 
o Chàcon, Marchese di Salinas, già senatore di Palermo, Depu- 
tato e Vicario generale nel 1753 (3), con l'incarico di tracciare 
il corso del torrente, perchè s'impedisse che altri disastri si rin- 
novassero. 



(1) Cfr. ms. cit. Qq E 118, p. 7. —Il 13 aprile 1751 il Laviefuille da 
Palermo parti per Messina, e la sua mossa potè dirsi piuttosto che un 
viaggio, una visita generale per quasi tutto il regno di Sicilia , nella 
quale si trattenne molto tempo dando udiènza ai popoli. Il Di Blasi, 
favorevole al Laviefuille, contrariamente a quanto dice il Villabianca, 
asserisce che il viceré fece delle ottime cose a prò' dei popoli durante 
questo viaggio (Cfr. Storia cronologica dei viceré, luogotenenti e presi- 
denti del regno di Sicilia,, op. cit., p. 581). 

i'i) Cfr. Francerco Nicotra, Dizionario illustrato dei Comuni Sic. Di- 
spensa I, p. 37. — Dalle fonti cui ho attinto, risulta che l'alluvione avven- 
ne ad Aci Catena nel 1761 e non nel 1773 , come scrisse il Vigo in 
proposito del fatto che ho già esposto , e della satira che ne scaturì 
(Cfr. Vigo, Canti pop. sic., 1870, p. 325, nota 2). 

(3) Nel ms. Qq E 88 del Villabianca (Comun. palermit.), capit. Schia^ 
vi e carrozze dei Cavalieri Palermitani , p. 5, anno 1782 trovo che 
« Tommaso Chacon, Duca di Sorrentino » era uno dei senatori. 



166 MISCELLANEA 



Il Giacona, ch'era venuto ad Aci Catena da procuratore gene- 
rale del Principe D. Stefano Reggio , compì male la missione , 
ordinando, con gravi spese del Comune , opere senza estetica : 
di fatti , slargò il vecchio alveo, che non fece sostituire con un 
nuovo; costruì argini artificiali fuori di ogni proporzione, su gli 
sbocchi delle vie che mettevano in quello ; lo fiancheggiò di 
grossi bastioni, come se avesse a scorrere di là non un torrente, 
ma un grosso fiume. Così la disgraziata Aci Catena, alla perdita 
dei cittadini dovette aggiungere il danno delle finanze, e, forse 
peggio, l'avere nel bel mezzo del paese quell'orrida bruttura d'un 
esteso terreno brullo e deserto, che fa brutto contrasto con i ve- 
geti giardini fiancheggianti (1). Ed allora il popolo, sempre ar- 
guto e tagliente anche tra i malanni, creò i due versi seguenti 
che passarono in proverbio : 

La bedda cita di la Catina 
Parti la sflci Din, parti Giacona (2), 

il quale motto si usa per indicare un malanno che viene ad 
aggiungersi a un altro precedente. Quei due versi non sono , 
per altro, che una pretta imitazione del proverbio catanese : 

Parti la sfici Diu, parti Camastra, 

proverbio nato per consimile avvenimento dopo il terremoto del 
1693 (3). 

* 

* * 

Nel 1767 si fabbricò nel Cassaro (4), di rimpetto alla Cattedrale, 



(1) Cfr. Salvatore Bella , Memorie storiche del Comune di Acica- 
tena, p. 151, Acireale 1892. 

(2) Cfr. Vigo, op. cit., p. cit.; Bella, op. cit., p. cit.; Salvatore Rac- 
CUGLIA, Blasone pop. Acitano in Archivio per lo studio delle tradizioni 
pop., voi. XXI , 1902, p. 33. 

(3) Cfr. Ragcuglia, op. cit., p. cit. 

(4) Dall'arabo al— qa 8r=:il castello; nome dato all'insieme di 
fabbricati , cinti da mura fortificate , tra i quali era il palazzo reale. 
(Devo questa spiegazione alla cortesia dell'insigne prof. Nallino). Il 
Di Vita {Dizionario geografico dei comuni della Sicilia, Palermo, Pra- 
vatà, 1906, p. 61), dice che cassaro, sic. cassaru, lat. cassarus, secondo 
alcuni sarebbe sorta sopra l'antica Gacyrum; altri indicano come fon- 
datore di essa Francesco di Alcassar da Siracusa, governatore della 
distrutta rocca Pantalia. 



MISCELLANEA 167 



la casa di Giuseppe Asmondo Paterno, presidente del R. Patri- 
monio. Per lo spazio che occuparono in quella via principale i 
pilastri dell'architettura di detta facciata, si disse allora che il 
presidente, allo scopo di allargare la sua casa , aveva ristretta 
la strada del Gassaro. Perciò sorse una canzona siciliana, abbastan- 
za satirica, dal titolo : Mentri si fabbricava la casa di lu su pre- 
sidenti Paterno (1). Fra le altre cose si dice : Lu cassaru strin- 
ciu cu lu so spasa (2), perchè «la giustizia è vastasa». 

« « 

Il ms. Qq H 158 della Comunale di Palermo ha un sonetto 
dal titolo : 1770. È un lunario satirico sugli avvenimenti di 
quell'anno : 

Il Lunario rivolga e notte, e dì 
Chi vuol saper la pura verità : 
Quanto succederà, quanto sorti 
Nell'antico, e nel nuovo troverà. 

Nell'antico vedrà, quant'anni già 
La Compagnia solippica fiorì 
Nel nuovo facilmente leggerà 
Se nell'anno settanta s'abolì. 

Se il General particolar si fé, 
Se l'astuta politica giovò. 
Se si accordaro al fine il Papa, e i Re. 

Se l'Abatin Zerilli al fin portò 

I merletti, le fibie, e '1 tuppè. 

II Lunario ogn'arcano rivelò. 

« * 

L'anno 1770, mese di settembre, il pretore duca di Castellana, 
convocati i senatori, il giudice della monarchia e il presidente 
della Gran Corte, Marchese Natoli, impose una tassa sulle aper- 
ture, per riparare all'imminente totale rovina del senato di Pa- 



(1) Cfr. Diari cit. in Biblioteca del Di Marzo, voi. XIV della 1. serie, 
p. 23-^ 

(2) Vedi N. LXXXII. 



Ì68 



MISCELLANEA 



lermo (1), il quale, come diceva il bando (2), dovette «alienare 
« buona parte dei suoi capitali , impiegare la colonna frumen- 
«taria, e caricarsi d'ingenti debiti, affinchè questi amantissimi 
«cittadini non soffrissero la menoma alterazione nei prezzi dei 
« generi principali d'annona nell'anno fatale della penuria e nei 
«successivi». Per questa nuova gabella gli animi s'irritarono 
oltre ogni credere : si lacerò il bando; i consoli dei conciapelle, 
potenti e temuti, fecero lega con i Kalsitani e a tutto pasto si sferzò 
la condotta del pretore e di altri officiali. Corsero pasquinate 
violente per tutto Palermo, offendenti le famiglie dei passati pre- 
tori e D. Egisilao Bonanno, Principe di S. Antonino e duca di 
Castellana, ch'era pretore del tempo (3). Una canzona del Vil- 
labianca contro il pretore comincia : 

Ccà Castillana nun si sta cu donni 
Nun chini, Gran Duca, chi stnffati semu (4), 

nei quali versi alludesi alle donne della Kalsa che « raccoltesi 
sopra le mura delle Cattive salutarono colle timpe (zolle di terra) 
il Pretore obbligandolo a far voltare il cocchio dalla Marina di 
P. Felice dentro la città» (5). E il Villabianca non risparmia le 
staffilate a Gaetano Bonanni , coadiutore del Castellana nella 
Giunta Suprema delle Gabelle. 

Leanti G. 
(Continua) 



(1) Gfr. Villabianca, Diari , cit. in Biblioteca storica e letter. del 
Di marzo, voi. XIV della 1. serie, p. 25). 

(2) Bando e comandamento d'ordine dell'Eccellentissimo Signore D. 
Griovanni Fogliani de Aragona de' 24 novembre 1770. 

(3) Gfr. PiTRÈ, Miscellanea cit., p. 252. 

(4) Gfr. Diario palermitano t. V che comincia dall'anno 1768 fino e 
per tutto Vanno 1772 inclusive, Ms. Qq D 47 (Gomun. palermit,). 

(5) Gfr. Diario cit. in ms. cit. 



DI UN SONETTO DI GIOVAN Bi^TTISTi^ MpiNI 

E UN'OTTAVA SICILIANA DI GIUSEPPE Gi^LEANO 



N O TP A 



Xon so se altri abbia messo in evidenza un fatto letterario 
che salta agli occhi di chi per poco guardi alle poesie siciliane 
del secolo XVII, voglio dire di un'ottava sulla brevità della vi- 
ta «Miseria dell'huomo » scritta nel nostro dialetto da Giusep- 
pe Galeano, che si legge nella pregevole raccol ta di lui : « Le 
Muse siciliane » Palermo 1645 - 1653. Siffatta ottava è un'imita- 
zione del sonetto del Marini (1569 - 1625) « La vita umana » scrit- 
to sullo stesso argomento, ma in lingua italiana. 



« « 



La celebrità del Marini mi risparmia qualunque notizia sulla 
vita e le opere di lui. 

Il Galeano, che nelle «Muse siciliane» esce col nome di Pier 
Giuseppe Sanclemente, nacque in Palermo nel 1605 e vi morì 
nel 1675. 

Egli spese cinquanta dei settant'anni di sua vita nella cura 
degl'infermi e nella istruzione teorico-pratica dei giovani medici. 

Coltivò gli studii filosotìci, inoltre « per dare giovevole indu- 
rimento all'animo e per compiacere in parte al proprio genio » 
(com'egli stesso dice) dedicò anche la sua intelligente attività 
agli studii poetici. 

Ed infatti, agli amatori di studii letterarii il nome del Ga- 
leano è giunto attraverso la storia letteraria del suo secolo, e la 
storia ci dice che egli, a parte le esagerazioni di alcuni, fu dei 
piìi valorosi cultori della musa siciliana. 



170 MISCELLANEA 



A lui dobbiamo la miofliore e la più copiosa antologia dialet- 
tale del 5 e del 600. 

Senza questa antologia noi, forse, a quest'ora avremmo per- 
duto qualche nome illustre di poeta e, più che il nome, le poe- 
sie che il Galeano mise insieme nei cinque preziosi volumetti, 
facendo precedere ciascuna raccolta da un breve cenno biografico 
e critico dell'autore. 

Il Galeano scrisse anche : « un'ode italiana » per la venuta del 
cardinal Trivulzio (Palermo lfi28) ; un poema sacro « 8. Rosalia 
trionfante » (Venezia 1632) ; « Poesie liriche » (Palermo 1634) ; 
« Diporti giovanili» composizione poetica (Palermo 1666); un poe- 
ma eroico col titolo « il palagio » ovvero la Spagna riacquistata 
(Palermo 1670). 

E l'opera poetica del Galeano fu tanto apprezzata dai suoi 
contemporanei quanto 1' arte medica che con amore professava. 
A testimonianza di ciò basta ricordare che sotto il ritratto del 
Galeano, all'età di 47 anni e che correva al suo secolo, si leg- 
gevano i due versi : 

Bis Lauro cintus nambis Galeano Apollo est 
Carmina seu panda» Pharmaca seu tribuat 

* 

* * 

Veniamo ora al sonetto del Marini e all'ottava del Galeano. 
Il sonetto del Marini, celebre per la rapidità con cui si succedo- 
no i pensieri relativi alle varie vicende della vita, ma pure ac- 
cusato d'incoerenza per l'ultimo verso, è il seguente : 

Apre l'uomo infelice allor che nasce 
In questa vita di miserie piena 
Pria ch'ai sol, gli occhi al pianto e nato appena 
Va prigionier fra le tenaci fasce. 

Fanciullo, poi che non più latte il pasce 
Sotto rigida sferza i giorni mena : 
Indi in età più ferma e più serena 
Tra fortuna ed amor more e rinasce. 

Quante poscia sostien tristo e mendico 

Fatiche e morti, infin che curvo e lasso 
Appoggia a debil legno il fianco antico. 



MISCELLANEA 171 



Chiude alfin le sue spoglie angusto sasso, 
Ratto così, che sospirando io dico ; 
Dalla cuna alla tomba è un breve passo. 

Questa chiusura esprime un concetto comunissimo nella vita 
e nella letteratura, forse di ogni paese. Qui per la Xostra si po- 
trebbe citare : 



Dante {Purgatorio, C. XX, v. 38) 

a Lo cammin corto 

Di quella vita che al termine vola ». 

Dante (Purgatorio, C. XXXIII, v. 54) 

«Il viver eh 'è un correr alla morte». 

Petrarca (Trionfo della Divinità, v. 40) 

« alpestre e rapido torrente 

Ch'ha nome vita». 

Metastasio (Artaserse, a. II, 2.) 



e dalle fasce 

Si comincia a morir quando si nasce. 

Ed ora ecco l'Ottava del Galeano : 

Prima chiangi chi nasci, e à pena natu 
L'homu va strittu in fasci à li martiri, 
Picciulu d'una feria è flagellatu 
Grandi amuri e furtuna ha di suflfriri 
Vecchiu languisci à un bastuni appi\iatu 
In fini in una fossa, ha di finiri 
Prestu cussi, ch'in dicu. amara statu ! 
Un passu c'è ntra na«ciri, e muriri, 

Non isfuggirà a nessuno la stringatezza della forma del Ga- 
leano, il quale esprime in quattro versi ciò che il Marini ritrae 
in otto (le due quartine) ; e in un solo verso : 



l72 MISCELLANEA. 



« Vecchia langaisci à un bastuni appujatu » 

il ])en8Ìero che il Marini esprìme in tre : 

Quante poscia sostien tristo e mendico 

Fatiche e morti, infln che curvo e lasso 
Appoggia a debil legno il fianco antico. 

L'originalità nel Nostro manca, ma l'imitazione è felice come 
in pochi imitatori suole avvenire. 

Rosalia Anastasi Campagna 



Palermo 25 Luglio 1910. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



F. GugfJielmo Savagrnone — Concila e Sinodi di Sicilia (Pa- 
lermo, 1910). 

Molto opportunamente il prof. Savagnone ha pubblicato un 
libro sai Concilii e Sinodi di Sicilia. Dopo che la Chiesa dalla 
legge del 13 maggio 1871 ebbe piena libertà di riunione e di go- 
verno in materia di fede e disciplina, i Vescovi di Piazza e di 
Nicosia pubblicarono le costituzioni sinodali pel reggimento delle 
loro diocesi, le quali, sorte sul principio del secolo XIX, ne e- 
rano prive. Nel 1909 il Vescovo di Mazzara diede l'esempio della 
pubblicazione di nuove costituzioni sinodali , che , svecchiando 
quelle antichissime del 1735, dalle quali era stata segnata V ul- 
tima sosta dell'attività sinodale, venivano a regolare la diocesi 
coi principii di dritto ecclesiastico e coi criterii moderni. L'Ar- 
civescovo di Palermo in questo anno provvide anch'egli al biso- 
gno di nuove costituzioni sinodali , giacché quelle del Palafox , 
che risalgono al 1679, eransi da un pezzo rese inadatte ai tempi 
nuovi. Onde il libro del prof. Savagnone, che con accurate e di- 
ligenti ricerche di tutti i precedenti, col corredo di una soda e 
vasta dottrina, illumina la intera materia del diritto sinodale si- 
ciliano, viene molto a proposito e merita il plauso degli studiosi. 
Egli, con i preziosi materiali raccolti sugli antichi Concilii e Si- 
nodi di Sicilia, con la critica fine e diligente, con 1' ordinata e 
chiara esposizione, ha colmata una lacuna nella storia del diritto 
ecclesiastico siciliano, ed ha aperta la via ad altri studii sul co- 



174 BA8SEONA BIBLIOOEAPICA 

stiime e la vita del popolo nostro , che si rispecchia nei vari! 
provvediineati sinodali, secondo i luoghi ed i tempi. Il libro è 
<liviso in tre parti. La prinia è per dir così la parte generale e 
ri{<uarda i rapporti del diritto sinodale, co/ne diritto locale, col 
diritto ecclesiastico generale e comune. Riconosce l'A. il Sinodo 
come una delle fonti legislative, che in Sicilia attinse la massima 
attività nei secoli XVI e XVII per la influenza del Concilio Tri- 
dentino e dei Vescovi siciliani, che vi presero parte, ma che poi, 
durante la dominazione borbonica, per l'invadente giurisdiziona- 
lismo, i)er qnasi due secoli si arrestò, nialgrado che col Concor- 
dato del 1818 si fosse garentita ai Vescovi la libera convocazione 
dei Sinodi. Nella seconda parte l'Autore si addentra nello esame 
della struttura giuridica del Sinodo e delle costituzioni sinodali; 
e qui con accurati raffronti ed esaurienti indagini pone in rilievo 
il modo, il tempo ed il luogo della celebrazione del Sinodo, gli 
iifticiali che vi funzionano, le persone che lo compongono, quali 
hanno Pobbligoo il diritto di intervenirvi, se ne sia richiestoli pa- 
rere od il voto di approvazione delle costituzioni sinodali, qua- 
le il valore giuridico di queste, il rimedio legale contro le stesse 
ed a chi e come ne spetti la interpetrazione e l'applicazione. Questi 
esami accurati e minuziosi riguardano specialmente i Sinodi Sici- 
liani, nei quali l'A. dimostra di essersi sempre seguito il Pontifica- 
le romano, per cui gl'intervenuti hau sempre munito del loro placet 
e della loro soscrizione le costituzioni, avendo così una parteci- 
pazione diretta nella formazione delle stesse. Nella terza ed ultima 
parte l'A. ci dà la storia dei Concilii e Sinodi celebrati in Sici- 
lia. Nel primo ])eriodo, dall'inizio del Cristianesimo al dominio 
musulmano, l'A. rileva gli errori degli scrittori di storia eccle- 
siastica sui supposti Concilii nazionali tenuti dai Vescovi di Si- 
cilia, quando questa fece parte sia del Patriarcato di Occidente, 
che di quello di Oriente. Nel secondo periodo, dai Normanni ai 
Castigliani, l'A. fa l'elenco dei Concilii nazionali, che può credersi 
di essersi realmente convocati, come pure dei Concilii ^romwcm?/; 
ed in riguardo ai Sinodi pubblica in appendice il testo delle co- 
stituzioni sinodali di Messina del 1392, che sono le più antiche 
conosciute. Nel terzo periodo, ch'è l'aureo della legislazione si- 
nodale, dal 1510 al 1735, fa la storia di 83 sinodi, celebrati nel- 
le varie diocesi di Sicilia, comprese le isole di Lipari e di Mal- 
ta (e di questa pubblica in appendice il testo delle costituzioni 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 175 

del 1668) e l'Abbazia nullùis di S. Lucia. Rileva come il Sinodo 
palermitano del 1586, celebrato dall'arcivescovo Marnilo, sia sta- 
to il prototipo di tutti gli altri posteriori, e dà interessanti notizie 
sulle lotte di quello insigne prelato col Capitolo Cattedrale , di 
cui i ripetuti reclami alla Congregazione del Concilio furono 
sempre respinti. Il quarto periodo va dalla dominazione borbo- 
nica ai tempi .io ;tri. 

Non vi SO! o più sinodi né Concilii dal 1735 per tutto il ri- 
manente sec. XVIII. h^ Adunanza dei Vescovi di Sicilia del 1807, 
la Congregazione degli stessi del 1850 non sono organi di drit- 
to ecclesiastico, come non lo è la Conferenza episcopale^ che en- 
tra in uso posteriormente e rendesi frequente in tutte le regioni 
italiane. L'A. con molta diligenza esamina gli obbietti di queste 
riunioni, le quali, se nel 1807 e nel 1850, sotto i Borboni, ebbe- 
ro precipuo scopo di ottenere maggiore libertà per la Chiesa , 
nei nuovi tempi sono state dirette ad animare Inazione cattolica, 
con elevare le coudizioni morali del clero ed estendere nel lai- 
cato la forza di resistenza contro gli a vversarii della Chiesa. L'A. 
accenna i lavori delle varie Conferenze episcopali in Sicilia dal 
1891 a 1908, il Sinodo di Piazza del 1878, i due di Nicosia del 
1883 e 1893, e quello di Mazzara del 1909, e chiude il suo libro 
annunziando il Sinodo già convocato dall'Arcivescovo di Paler- 
mo, ed oramai celebrato, le cui costituzioni, già edite, sono venute 
ad arricchire la nostra legislazione sinodale. Il prof. Savagnone 
col libro , di che ci siamo occupati , ha mostrato il suo non co- 
mune valore come giurista e come storico, ed ha reso un grande 
servizio all'isola nostra in una materia di tanta importanza e che 
era quasi diiuenticata. 

GiusiìPPE Riservato 



** Constltutìones dioecesanae Synodi „. (Panormi ex Typo- 
^aphia Pontifìcia MCMX), 

Dopo un intervallo di 231 anni, la Cattedrale di Palermo ha 
raccolto nuovamente in Sinodo Diocesano tutto il clero della città 
e diocesi, nei giorni 14, 15, 16 dello scorso mese di Giugno. 



176 EASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

L'avvenimento, voluto dalla tenace volontà di S. Em. il Car- 
dinale Alessandro Lualdi Arcivescovo, o i)reparato da liing^a mano 
col concorso del Capitolo Metropolitano, prima in commissioni e 
poi in sedute plenarie, presiedute dall' E. mo, riveste una eccezio- 
nale importanza per la scoria e la legislazione ecclesiastica della 
Chiesa palermitana, la quale, fino al Sinodo Lualdi, doveva seguire 
le prescrizioni e le norme del Sinodo Palafox, con la sequela di 
tutte le eccezioni ed epicheje portate dalle vicende di più che 
due secoli. 

Nondimeno del Sinodo Paìafox l'E.mo Lualdi volle conservata 
il più possibile l'impronta, sebbene, sotto la disamina dei com- 
julatori delle nuove Constitutiones, la massima parte delle antiche 
abbia dovuto inevitabilmente scomparire. 

Sotto il titolo appunto di Conatitutiones Dioecesanae Synodi sono 
testò comj>arsi gli atti del Sinodo Diocesano di Palei mo dell'anno 
1910; un volume elegante e nitido, legato alla bodoniana, che 
torma la raccolta ufficiale delle leggi che regolano più diretta- 
mente la vita religiosa ed ecclesiastica di questa diocesi. 

l>al punto di vista canonico le Gonstitutiones Dioceitanae Synodi 
sono state giudicate in modo assai lusinghiero dalle persone com- 
petenti e di alta posizione gerarchica , alcune delle quali non 
hanno esitato ad affermare che esse hanno precorso in generale 
il Codice canonico (dove ciò era possibile) che viene da vjirii anni 
e con fatica ingente preparato per iniziativa del regnante Pon- 
tefice. 

Dal punto di vista letterario è notevole il sapore di classica 
latinità voluto e saputo dare ai varii articoli e capitoli che com- 
pongono le dette Constitutiones ; e ciò non a scapito della chia- 
rezza della dizione che è rimasta, nella sua concisione, intelligi- 
bile anche alle orecchie meno avvezze. 

Ma ciò che sotto questo riguardo forma il pregio principale 
del volume sono le tre allocuzioni ad clerum, che S. Bm. il Card. 
Lualdi pronunziò all'aprirsi di ciascuna delle tre sessioni sinodali. 
In esse ammiriamo splendore di forma , altezza di concetti , sa- 
pore di quella pastorale eloquenza che non si insegna ma che è 
un portato del sublime ministero episcopale, di cui lo scrittore è 
profondamente compreso. 

Queste tre conciones intersinodales (delle quali la prima tratta 
delle beatitudini enunziate dal Salvatore nel discoi'so del monte, 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 177 

la seconda della missione del sacerdote, paragonato al sale della 
terra , la terza della dignità e figura del sacerdote stesso chia- 
mato Ilice del mondo), formarono, per così dire, il punto saliente 
della celebrazione del Sinodo e furono ascoltate, massime la se- 
conda, con vero godimento intellettuale e spirituale. 

Per voto unanime sono state inserite negli atti sinodali e si 
leggono in verità con singolare diletto. 

Fra le varie appendici che seguono ci sembra di particolare 
rilievo quella relativa all'ordinamento degli archivi ecclesiastici e 
1' altra relativa al regolamento per la conservazione degli oggetti 
sacri d'arte; due argomenti gravissimi per i quali si danno norme 
precise e sicure che, se saranno osservate, assicureranno la con- 
servazione di un ingente patrimonio storico.ed artistico, del quale 
in mezzo a noi si è avuta fin qui poca, troppo poca sollecitudine. 

A questo riguardo noi crediamo di dovere esprimere la nostra 
particolare soddisfazione, perchè sappiamo troppo bene quanto e 
qual tesoro d' arte e di storia sia racchiuso fra le pareti delle 
chiese. 

In fine troviamo un regolamento per V ordine, la sicurezza e 
per l'igiene delle chiese, del quale basta il cenno per far com- 
prendere con quale senso pratico sia stato convocato e celebrato 
l'ultimo Sinodo della chiesa palermitana. 

Intorno ai sinodi e concilii di Palermo e Sicilia si potrebbe 
e si dovrebbe scrivere molto. Qualche cosa è stata fatta e con 
plauso ; ma non si è ancora in vista di un lavoro che riassuma 
e dimostri lo svolgimento della legislazione ecclesiastica siciliana 
attraverso i secoli da questa principale sede metropolitana. Noi 
ci auguriamo che il lavoro si faccia : di esso il Sinodo del 1910 
sarà il coronamento e l'ultimo felicissimo capitolo. 

X. 



Arch. Stor. Sto., N. S., Anno XXXV. 13 



178 RASSEGNA BIBLIOGRAFIOA 



Luigi Tripicione, Le origini di Casa Savoja. Senigallia, Ed. 
Pucciui e Massa, 1910, pagg. 18. 

L' A. combatte soltanto l' ipotesi di Galeani Napione , che 
vuole le origini di casa Savoja dai re d' Italia Berengario II e 
Adalberto. Or escludendo tale ipotesi per il fatto della impos- 
sibilità che nelle guerre per il ducato di Borgogna tra i due 
partiti avversi, allora si trovassero nell'uno Otton Guglielmo, che 
si vuole padre di Umberto Biancamano, col figlio Rinaldo, e nel- 
l'altro lo stesso Umberto, cerca dimostrare che Umberto era fi- 
glio di Beroldo il Sassone e questi discendente dagli imperatori 
Ottone. 

Però l'A., come pare, non ha conoscenza dei recenti studi del 
Gabotto ( Una nuova ipotesi sulle origini della <Msa di Savoja, Pisa, 
1885) , sulla protocarta sabauda (distribuita ai membri del Con- 
gresso Intern. Stor. di Roma nel 1903) e di Georges de Manteyer 
{Les origines de la maison de Savoia en Bourgogne, 910-1060, Ro- 
me, 1899 in «.Mélanges d^ Archeologie et d^histoire», XIX, e le Notes 
additionelles, Paris, 1901 in « Moyen dge », e La Faix en Viennais, 
Anse 102 ò et les additions a la Bible de Vienne in Bollett. de la 
Société de Statistique des sciences naturelles et des arts indu^triels 
du Départsment de VIsère, 4. Serie, T. VI, XXXIII della colle- 
zione, 1904). Or in questi lavori appunto si dimostra, con grande 
copia di documenti, che la casa sabauda è oriunda da una pos- 
sente famiglia di Borgogna, imparentata per via di donne con la 
casa regia di Rodolfo. 

E tale ipotesi, per il numero dei documenti che la dimostrano, 
è quella che da jiochi anni in qua ha avuto maggior accoglimento. 

L. G. 



RASSEGNA BIBLIOUBAPICA 179 



L'ordinamento delle carte degli Archivi di Stato Italiano. 
Manuale Storico Archivistico — Ministero dell' Interno, 
Direzione Generale dell' Amministrazione civile. Roma 
1910, pp. XIV, 311. 

La Direzione Generale dell' amministrazione civile del Mini- 
stero dell' Interno» oggi —quasi abbia voluto portare anch'essa 
il suo contributo d'omaggio per il primo cinquantennio del Ri- 
sorgimento italiano — ha pubblicato questo « Manuale Storico Ar- 
chivistico », la cui compilazione fu, molti anni addietro, sugge- 
rita dal dotto Alessandro Gherardi ed è stata ora caldeggiata dal 
venerando Pasquale Villari. 

Non è a dire che gli studiosi avessero finora ignorato come 
siano ordinate le carte degli Archivi di Stato italiano ; le pub- 
blicazioni generali e speciali archivistiche abbondano davvero : 
basta per tutti accennare la «Relazione ufBciale sugli Archivi 
di Stato italiani», 1874-1883, Roma 1883, del Vazio, e i lavori 
editi nella « Minerva Jahrbuch - Strassburg, Trtibner , 1895 (1); 
mentre per alcuni periodi storici rimangono sempre preziose le 
notizie raccolte in questi ultimi anni da Paul Kehr, per non ri- 
cordare le altre meno sistematiche e meno precise del Winkel- 
raann e del Pflugk - Harttung , e per non ricordare ancora « Gli 
Archivi della Storia d'Italia », la cui opera rimase pur troppo in- 
compiuta per l'immatura morte del compianto Mazzatinti. 

Ma in tempi in cui gli studi tendono ad una maggiore spe- 
cializzazione e ad una più profonda conoscenza dei fondi archi- 
vistici, s'è voluto — in omaggio all'unificazione amministrativa, 
anche « per rendere più frequente il trasloco di funzionari dal- 



(1) A proposito di Bibliogratia è bene avvertire che le varie citazioni 
non sono fatte in modo uniforme : spesso sono incomplete, talvolta ine- 
satte e tal' altra addirittura mancanti. Gfr. pp. 30 , 43 , 57, 66, 77, 92, 
93, 104, 118, 119, 132, 139, 177, 198 ecc. Anche gli errori dì stampa 
abbondano; taluno — come p. es., quello dell'ultimo periodo della p. 280 
(Quantunque i documenti singoli delle varie sezioni risalgono ), po- 
trebbe far credere, a qualche maligno, poco rispettata la grammatica. 



180 BASSEONÀ BlBLIOaRAFICA 

l'uno airaltro archivio» (1), concetto esiziale checché se ne pen- 
si -- metter(i assieme le relazioni dei 19 Archivi di Stato, lasciando 
fuori tutti i 18 Archivi provinciali esistenti nel Mezzogiorno, ric- 
chi di materiale preziosissimo che dovrebbe essere anche (cono- 
sciuto e tutelato da chi si propone di « promuovere il migliore 
ordinamento (degli Archivi) ed estenderne la conoscenza fra gli 
impiegati e il pubblico in generale». 

Per noi del Mezzogiorno la coltura archivistica, diciamo sù- 
bito e senza reticenze , non s' avvantaggia affatto : tali e tante 
sono le pubblicazioni che si conoscono per gli Archivi di Stato, 
di Napoli e di Palermo, e che qui non giova ricordare. A parte 
questo difetto gravissimo ed oltremodo dannoso per la coltura del 
Mezzogiorno e per il quale è a sperare che il Ministero voglia 
comunque, una buona volta, provvedere, questa •« modesta pub- 
blicazione», come giustamente la classifica il Villari , quantun- 
que porti il pomposo titolo di «Manuale storico -archivistico », 
è stata condotta con fine meramente burocratico. Ciò non toglie 
però alcun merito alla sintesi lucida e chiara che di ciascuno 
Archivio di Stato ha tentato il Casanova. Ma , ohimè ! quanto 
siamo lungi da ciò che sperava e spera il venerando Maestro 
della Storia , Pasquale Villari , che nella sua « Prefazione » ha 
svolto nelle somme linee quasi tutto un programma di riforme 
di Archivi, da cui soltanto potrà derivare il miglioramento de- 
gli studi storici ! 

Ma la burocrazia impera. Essa vuole solamente impiegati tra- 
slocabili dall'uno all'altro archivio e imbandisce per loro, ridotte 
in pillole di facile digestione — e non è poi un gran male in que- 
sti momenti gravi per la salute pubblica — le nozioni sommarie 
dei vari Archivi di Stato. Così la pensavano forse il Bonaini, il 
Gherardi e il Paoli, e la pensa tuttodì il Lupi ? 

E questo si fa ora, a cinquant'anni di distanza dall'unità ita- 
liana, mentre tuttavia si fan voti perchè s'inizii quella serie si- 
stematica di pubblicazioni archivistiche che le altre regioni di 
Europa, pur non avendo il nostro prezioso e cospicuo materiale, 
hanno iniziato da un pezzo su vasta scala. 



(1) Gfr. Relazione del Direttore Generale dell' Amministrasione civile 
a S. E. il Ministro dell'Interno, Op. cit., p. V. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 181 

Né può dirsi che la colpa del decadimento in cui giacciono 
in generale lutti gli Archivi si debba al Ministero dell' Interno 
(per quelli di Stato) e al Ministero di Grazia e Giustizia (per quelli 
vescovili, capitolari e Notarili) : come non può affermarsi che le 
cose procederebbero meglio se a tutto questo materiale soprin- 
tendesse il Ministero della P. Istruzione. La colpa è invece tutta 
di noi studiosi che non formiamo una massa, che possa chiedere, 
minacciare, reclamare ed imporre le grandi riforme che hanno , 
p. es. , ottenuto i ferrovieri che pure hanno depauperato e de- 
pauperano le finanze dello Stato. 

Da quanto tempo, a dirne una, non si sente il bisogno di ri- 
formare l'insegnamento della Storia nelle nostre Università f Lo 
stesso Pasquale Villari sempre, vigile custode della coltura no- 
stra, nel Congresso Internazionale di Scienze Storiche del 1903 (1) 
notò che l'insegnamento della Storia da noi ha conservato, anche 
dopo il Risorgimento, il suo carattere professionale. Dopo di al- 
lora i vari Ministri che si sono avvicendati alla Minerva hanno 
pensato di provvedere; eppure, fra tanto avvicendarsi di Regola- 
menti, attendiamo ancora dal Credaro — che da ottimo pedagogo 
s'è affrettato ad abolire il componimento latino per gli studenti 
di lettere — il nuovo ordinamento di studi della Facoltà lettera- 
ria, nel quale alla storia, oltre all'indirizzo professionale da ser- 
vire all' insegnamento nelle scuole secondarie , si dia anche un 
indirizzo puramente scientifico. Da siffatto indirizzo puramente 
scientifico, che potrà molto giovare ai futuri funzionari d'Archi- 
vio, potrà anche provenire il vero e proprio miglioramento della 
coltura nazionale. Si sentirà allora — e non occorre esser facili 
profeti — più forte il bisogno di ricorrere ai fonti storici e di a- 
vere sotto mano i repertori ed i regesti , alla cui pubblicazione 
avrebbe dovuto e dovrebbe sopratutto, con unità d'indirizzo e di 
metodo, soprintendere lo Stato. 

Ma il meglio è nemico del bene , dice un vecchio proverbio, 
e per ora contentiamoci di questo poco. E giacché il Ministero 
dell'Interno vuole s'estenda anche al pubblico in generale la co- 
noscenza dei varii Archivi di Stato, spigolerò da questo volume 



(1) Atti del Congresso Internazionale di Scienze Storiche (Roma, 
9 aprile 1903), voi. III, p. 75 e segg. 



L82 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

alcune notiziole , che possono giovare agli studiosi della Storia 
di Sicilia. Non sono notiziole ignote, né peregrine; ma giovano, 
se non altro, alla divulgazione. 

Neir Archivio di Torino , Sezione I — Archivio di Corte — , 
sono interessanti le scritture sul principato d'Acaia, fra le quali 
molte riguardano le relazioni che i principi d'Acaia ebbero colla 
corte di Sicilia. 

Nello stesso Archivio e per la storia del Risorgimento si po- 
trebbero consultare : 

1. Carte del Governo provvisorio di Sicilia e della Commissio- 
ne di scrutinio per la magistratura Siciliana del 1860. 

2. I Bilanci dell'azienda generale di guerra per la Sicilia pei 
due periodi dittatoriale e del Comando generale dell'Isola (186()-C1). 

3. Dell' Istituto militare Garibaldi di Palermo (1860). 

4. Della Commissione di scrutinio per gli ufficiali del cessato 
esercito delle due Sicilie (1860-61). 

5. Della commissione per la medaglia dei Mille di Marsala 
(1860-61). 

Nell'Archivio di Roma si conservano le carte del « Commis- 
sariato civile di Sicilia (1896-97)». 

A Napoli potrebbero con profitto studiarsi le carte del « Su- 
premo Consiglio di Vienna » in « Real Segreteria di Stato (ove si 
trovano molte notizie riguardanti la Sicilia) ; i documenti della 
«Giunta di Sicilia» (1735-1798), i «Carteggi diplomatici dell'Ar- 
chivio Farnesiano » e i registri della « Cassa di ammortizzazione 
e Demanio pubblico ». 

Palermo 21, X, 1910. 

C. A. Garufi. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Giuseppe Pitrè. « Medici , chirurgi , barbieri e speziali antichi in Sicilia. 
(Secoli XIII-XVIII). Curiosità storiche». Palermo, Alberto Reber, 1910. 

In 8^ pp. [ IV - ] lU. 

Questo volume di curiosità storiche, come, con eccessiva modestia, lo 
chiama l'Autore, è un quadro veramente prezioso della vita sanitaria in 
Sicilia dal medioevo all'età moderna. Leggendo ci vediamo stilare di- 
nanzi « medici , chirurgi , speziali e financo barbieri , che una volta eb- 
bero in mano la bassa , ed anche , per malintesa limitazioue dei tempi, 
parte dell'alta chirurgia » (p. 1). Di tutti questi esercenti l'illustre prof. 
Pitrè ha saputo « mettere in evidenza gli studi e le pratiche pel conse- 
guimento del dottorato, chi lo conseguiva, lo esercizio lecito ed illecito 
della professione, la cultura o la ignoranza, la gerarchia ed il costume, 
i sentimenti religiosi e la condotta morale, i compensi eie retribuzioni» 
(p. 1)^ ogni manifestazione caratteristica valevole a lumeggiare un pas- 
sato pieno di solenni ammonimenti e di curiose sorprese. 

Il lavoro, che è denso di notizie nuove^ ordinate con molto garbo ed 
esposte in una forma colorita ed elegante , è manifesto frutto di lunga 
preparazione, ossia di indagini premurose compite « in archivi e biblio- 
teche su pergamene, registri e filze svariatissime e su libri vecchi e ma- 
noscritti di medicina, che ora pochi cercano » (p. 2). Il Pitrè insomma 
conferma ancora una volta la sua ben nota, prodigiosa, geniale attività, 
alla quale noi siamo debitori di opere , che illustrano e , a un tempo , 
onorano grandemente la Sicilia. 

L. Personi - Grande. 



Idi BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Pietre dei Marchesi Arezzo. « Quattro personaggi della famiglia Arezzo. (Gia- 
como, Claudio - Mario, Orazio e Tommaso). Appunti biografici». Pa- 
lermo^ Stab. tip. A. Gianaitrapani, 1910. In 4" fig., pp. 174. 

Sono quattro biografie condotte con scrupolosa diligenza, alla luce di 
documenti rinvenuti in archivi pubblici e privati di Palermo, Messina, 
Catania , Siracusa, Napoli, Roma ecc. e utilizzati con rigore di metodo. 

Giacomo Arezzo (1345 ?- 1410?), di Siracusa, esperto giurista, fu gran 
protonotaro e reggente del Regno di Sicilia. Re Martino e la regina Bian- 
ca lo stimarono molto e si valsero dell'opera oculata e saggia di lui con 
singolare soddisfazione. 

Claudio Mario Arezzo (1500 - 75), nativo pure di Siracusa, fu, com'è 
risaputo, istoriografo di Carlo V. Nella storia dell'umanesimo in Sicilia, 
egli occupa un posto importante, onde meritamente, in questi ultimi tem- 
pi, è stato oggetto di studi speciali, che il suo nuovo biografo ha avuti 
sott'occhio, tranne due, sfuggiti, non so come, alle sue ricerche : Rosario 
Ciaramella, // «De Sita Siciliae » di C. M. Arezzo, Potenza, Tip. edit. 
Carlo Spera, 1907 e C. Trabalza, Storia della grammatica italiana, Milano, 
Hoepli, 1908, p. 112. Sopratutto due delle numerose opere di Claudio Ma- 
rio Arezzo, ossia il De Sita Siciliae e le Ofservantii di la lingua sicilia- 
na, richiamano la nostra attenzione, avendo l 'autore con la prima ini- 
ziato gli studi storico - topografici sulla Sicilia e avendo con la seconda 
steso il primo abbozzo di grammatica dialettale siciliana. 

Orazio Arezzo (1709-96) nacque a Modica. Si consacrò con entusia- 
smo alla carriera militare e servì Carlo di Borbone. Nel 1731 fu nomi- 
nato tenente colonnello; nei 1744, alla testa del suo reggimento Farnese, 
si segnalò nella battaglia di Velletri contro gli Austriaci; nel 1781 fu e- 
letto capitano interino di tutte le armi e nel 1793 capitano generale del 
Regno di Napoli. 

Tommaso Arezzo (1756-1833), nato a Orbetello di Toscana, ebbe af- 
fidati delicati uffici da parecchi papi nel territorio pontificio , specie du- 
rante la potenza napoleonica , e fu cardinale dal titolo di S. Pietro in 
Vinculis. 

Il signor Pietro dei Marchesi Arezzo, che coltiva con passione e con 
fortuna le memorie storiche siciliane, bene ha fatto a illustrare^ i suoi 
antenati, che del loro ingegno , dei loro studi e dei loro uffici hanno 
lasciato ricordo durevole. 

L. P. -G. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 185 



Mario Casalaina. <^ Caatroreale. Monografia con 19 illustrazioni». Palermo, 
Tipografia Domenico Vena, 1910. In 16'fig., pp. 253. (Dal «Diziona- 
rio illustrato dei Comuni siciliani » diretto da Francesco Nicotraì. 

11 valoroso prof. Mario Casalaina, che s'era già reso benemerito, scri- 
vendo e pubblicando sulla graziosa cittadina di Castroreale una bella se- 
rie di articoli e opuscoli ricchi di notizie raccolte e discusse con amorosa 
cura , ha ora messo insieme e dato alla luce questa grossa monografia , 
che è frutto manifesto di indagini pazienti e deve ritenersi come un 
buon contributo di studi municipali al materiale, che dovrà, un giorno, 
servire per la narrazione della storia generale d'Italia. 

L'opera può considerarsi divisa in tre parti. La prima contiene indi- 
cazioni statistiche e di geografia fisica e biologica; la seconda, molto par- 
ticolareggiata e interessante , fa la storia di Castroreale dai tempi più 
antichi a oggi, ricordandone gli avvenimenti e gli uomini più notevoli; 
la terza è una fotografia dello stato presente della città , descritta nei 
suoi monumenti , nei suoi usi e costumi , nelle sue industrie, nelle sue 
condizioni igieniche, economiche, morali, intellettuali, sociali ecc. 

L. P.-G. 



« La Chiesa e il Pantheon di S. Domenico di Palermo ». Palermo, Tip. 
C. Vena di D., 1910. In 16., pp. 156, con una fotoincisione. 

Il Reverendo Salvatore Scozzari s'è compiaciuto di compilare nna 
guida della Chiesa e del Pantheon di S. Domenico di Palermo. L'opera 
sua, piena di descrizioni particolareggiate e di informazi<mi copiose , si 
renderà indubbiamente utile ai visitatori di quel luogo sacro al Signore 
e al culto dei Siciliani insigni nelle lettere, nelle scienze, nelle arti e 
nella politica. Dispiace però che alle volte, nelle notizie sulla vita e sulle 
opere di questi benemeriti isolani, l'Autore non segua i più attendibili 
risulta.ti della critica e non riesca così soddisfacente come dovrebbe. A 
proposito della famosa Nina siciliana, per esempio, avrebbe dovuto tener 
conto degli studi e degli apprezzamenti giudiziosi del Bertacchi; a pro- 
posito dell'arte del Meli, invece di ripetere un giudizio incompleto e in- 
determinato di Francesco Crispi, avrebbe dovuto utilizzare le pagine del 
Cesareo, il quale ha il merito d'aver rilevato il valore artistico del som- 
mo poeta siciliano come prima nessuno era riuscito a fare. 

L. P.-G. 



186 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Ernesto Castellana. « Per Io studio della storia locale nelle scuole elementari 
della Sicilia». Palermo, Tip. G. Sabbio, 1910. In 16., pp. 12. 

Dopo d'aver sommariamente rilevato l'importanza dello studio della 
storia regionale in armonia con lo studio della storia generale, il maestro 
Castellana discorre dei varii tentativi, che si son fatti in Sicilia per pro- 
muovere nelle scuole elementari la conoscenza delle memorie storiche 
siciliane. Osserva, ben a ragione, che si sono avuti sinora risultati piut- 
tosto meschini , perchè non si hanno libri adatti all' insegnamento , di 
cui si riconosce l'utilità ; così si apre la via a tracciare le linee secondo 
le quali dovrebbe esser condotto a uso delle scuole elementari dell'isola 
il libro di storia d'Italia con particolari richiami agli avvenimenti sicilia- 
ni. Dice : « Vorrei trovarvi richiamati gli avvenimenti siciliani di tutte 
le città dell' isola , non di una o di due soltiinto ; e vorrei che fossero 
richiamati solo gli avvenimenti più strettamente congiunti con la storia 
generale d'Italia, gli avvenimenti cioè che non abbiano avuto importan- 
za circoscritta dalle mura cittadine , ma abbiano esteso oltre di queste 
il loro influsso sui destini della patria comune a tutti gli Italiani delle 
vjirie regioni. E con speciale riguardo vorrei che fosse rilevata, nel suo 
valore straordinario , meraviglioso, leggendario la parte vivissima presa 
dai Siciliani nelle lotte del risorgimento nazionale. Pur troppo , dei pa- 
triotti siciliani, che alla causa italiana consacrarono l'ingegno, il braccio, 
la vita, compiendo atti d'eroismo degni dell'antica Grecia e dell'antica 
Roma, molti sono poco conosciuti e poco ammirati, molti giacciono 
nell'oblio pifi sconfortante, molti altri, o individualmente o collettiva- 
mente, sono a quando a quando calunniati da chi non è capace d'inten- 
dere la forza delle virtù patrie e, per moda o per altro scopo, vuol pro- 
curarsi un quarto d'ora di godimento e di fama, trinciando giudizi poco 
lusinghieri per la Sicilia e i Siciliani. E altro ancora di siciliano vorrei 
trovare in un libro di storia per le classi elementari. Vorrei che in 
esso non facessero difetto le incisioni riproducenti edifìci storici, opere 
d'arte , luoghi d' azione, ritratti d' uomini celebri. A questo modo gran 
vantsiggio deriverebbe alla cultura dei nostri fanciulli, che apprendereb- 
bero a conoscere bene la nostra isola e ad amarla meglio » (pp. 10-12). 

L. P. -G. 



BULLETTINO BlBLtOGEAFICO 187 



Can. Giuseppe Basso. « Memorie storiche della Chiesa vescovile di Girgentì 
dai tempi Apostolici sino agli albori del secolo XX (Periodo Aposto- 
lico) ». Girgenti, Premiata Stamperia Montes, 1910. la 8., pp. 49, con 
ritratto. 

È il primo d'una serie dì volumetti, che raccoglieranno e illustreran- 
no le memorie storiche della Chiesa vescovile di Girgenti, a cominciare 
dai tempi apostolici sino agli albori del secolo presente. Trattando del 
periodo apostolico, che è a un tempo il più incerto e il più interessante, 
il bravo canonico Russo opina che la Chiesa agrigentina sia sorta attor- 
no all'anno 44 d. C. e che sia stata retta primamente, per incarico del 
Principe degli Apostoli, da S. Libertino, martire, poi eletto dagli Agri- 
gentini a loro Patrono e tuttora venerato a Girgenti con culto speciale, 
in una chiesetta a lui innalzata e intitolata nella prima metà del sei- 
cento nella Piazza degli Zingari, ove, com'è probabile, egli aveva sof- 
ferto il martirio. 

L. P.-G. 



Klena Valori. « Il vaso di basilico e la novella di Lisabetta da Messina. 
Keats e Boccaccio ». Firenze, Stabilimento tipografico Aldino, diretto 
da L. Franceschini, 1909. In 4., pp. 12. (Estr. dalla « Riv. delle bi- 
blioteche e degli archivi », a. XIX, voi. XIX, n. 12). 

Coni' è risaputo , la leggenda di Lisabetta da Messina , che da secoli 
corre insistente e suggestiva sulla bocca del popolo siciliano , fornì ma- 
teria d' ispirazione a Giovanni Boccaccio per una delle novelle del De- 
cameron e a John Keats per una novella in versi. Ora la Valori ha preso 
in esame le due novelle, scritte a tanta distanza di tempo da due artisti 
così diversi di indole e di tendenze, e ha cercato con diligenza di farne 
la valutazione estetica, conchiudendo con parole di lode sia pel Boccaccio 
sia pel Keats, perchè tutti e due furono interpreti delicati ed evocatori 
efficaci della passione semplice e risoluta, che agitò l'infelice Lisabetta 
e ne fece un tipo singolare «li donna, consacrato dall'arte e vivo nella 
tradizione popolare. 

L. P.-G. 



188 BULLET^l'INO BIBLIOGRAFICO 



Biblioteca della Società di storia patria per la Sicilia orientale. Voi. 1 : 
R. Sabbadìni, « Ottanta lettere inedite del Panormita tratte dai codici 
milanesi » } M. Catalano - Tirrito , « Nuovi documenti sul Panormita 
tratti dagli archivi palermitani». CatJinia, Cav. Niccolò Giannotta e- 
ditore, 1910. In 8., pp. [I-] 209. 

Le Ottanta lettere (pp. 1 - 167) , tratte da un codice della Biblioteca 
privata del Principe Luigi Alberico Trivulzio, da parecchi codici Ambro- 
siani e da un codice Riccardiano, sono dirette ad amici più o meno cari 
e noti, come Giovanni Aurispa, Antonio Cremona, Domenico Feruffino, 
Bartolomeo Guasco, Andrea Palazzi, Francesco Piccinino, Cambio Zam- 
beccari. Giovano « a fermare nuovi punti della biografia del Panormita, 
quali particolarmente il suo rifugio a Parma per la pestilenza del No- 
vembre e Dicembre del 1430; la dimora a Lodi nel Gennaio del 1431 ; 
un progettato viaggio a Genova nel Dicembre del 1430; una gita a Pia- 
cenza nel Marzo del 1432» (p. 5). Gettano inoltre molta luce sulla pole- 
mica col Raudense, sul!' « affannosa e umiliante caccia al posto di poeta 
di corte presso il Visconti» (p. 5) e sopratutto sugli studi classici com- 
piti dall'insigne umanista. Incontriamo difatti in queste lettere « citazio- 
ni da Platone e Plutarco : probabilmente nelle traduzioni latine; e da un 
discreto nucleo di autori romani : Plauto, Terenzio, Varrone R. R,, Ca- 
tullo, Cicerone Tusc., Vergilio^ Tibullo, Orazio, i Priapea, Sallustio, 0- 
vidio, Livio, Lucano, Valerio Massimo, Quintiliano, Giovenale, Gelilo, 
Nonio Marcello, S. Girolamo Epist., Prisciano » (p. 5). 

I Nuovi documenti (pp. 169 - 92) derivano da due depositi archivistici di 
Palermo : l'Archivio comunale e il R. Archivio tli Stato. Sono trenta e, 
in quanto alla loro contenenza, possono distinguersi in tre gruppi : i do- 
cumenti I - V riguardano relazioni tra il Beccadelli e le autorità civiche 
palermitane: i documenti VI - XI e XIII - XXX ci fan fede della muni- 
ficenza di Alfonso il Magnanimo e dei suoi successori verso di lui e 
verso la sua famiglia; il documento XII si riferisce all' eredità d'un .suo 
fratello per nome Nicola, che fu giurista. 

Dobbiamo essere oltremodo grati sia al Sabbadini — maestro beneme- 
rito degli studi sulla storia del nostro umanesimo — sia al Catalano - 
Tirrito — attivissimo esploratore di archivi e sagace interprete di docu- 
menti — che attorno alla vita del più famoso degli umanisti siciliani hanno 
raccolto un materiale ampio e vario, presentandocelo digrossato e commen- 
tato con rara abilità, con vera competenza. Sono in effetto abbondanti 
le note illustrative , che accompagnano il testo delle lettere e dei doctt- 



BULLBTTINO BIBLIOGRAFICO 189 

menti, chiarendolo in modo da non liisciar dubbio alcuno o indicandone 
il senso più plausibile. 

L. P.-G. 



Dottoressa Aida Beatrice D'Agata. «Le tragedie di Ortensio Scanimacca ». 
Siracusii, Tip. dell'Eco della Provincia, 1910. In 8., pp. 199. 

La signorina D'Agata comincia col tessere la biografìa del lentinese Or- 
tensio Scammacca (1562-1648), mettendo a profitto, in ispecial modo, le 
notizie già raccolte dal Conversano, dal Mongitore, dal Tiraboscbi, dal 
Crescimbeni, dal Quadrio e dall'Aguilera (pp. 7 - 17). Seguita ragionando 
dell'origine del teatro siciliano, da attribuirsi a influenza spagnuola (pp. 
18-33); indi riassume le tragedie dello Scammacca, indicandone le fonti 
e rilevandone i pregi e i difetti (pp. .34-180). In questo lungo e paziente 
lavoro di analisi e di critica, procede con ordine, dividendo le tragedie 
in due gruppi principali. Il primo gruppo, formato dalle tragedie di imi- 
tazione classica, è distinto in tre classi : « la prima delle tragedie dal- 
l'autore battezzate per morali e nelle quali riconosciamo la imitazione 
diretta del teatro di Sofocle e di Euripide; la seconda delle tragedie sa- 
cre, pur esse scaturite da fonte greca; la terza delle tragedie morali, che 
lassiamo dire parafrasi o versioni di tragedie greche anziché imitazioni, 
e che conservano anche i titoli e l'andamento del testo greco » (p. 34). 
Il sec«mdo gruppo, formato dalle tragedie sacre originali , può suddivi- 
dersi in due classi : « nella prima includeremo le produzioni, che s'acco- 
stano al genere delle sacre rappresentazioni pivi che alle tragedie vere 
e proprie; nella seconda le tragedie originali sacre » (pp. 34 - 5). Nell'ul- 
tima parte del lavoro (pp. 181 - 98), con la scorta delle osservazioni fatte 
via via durante l'esame delle tragedie , è giudicata complessivamente 
tutta l'opera dello Scammacca. La D'Agata così crede di poter conchiu- 
dere : « Mi par di potere affermare che lo Scammacca fu ricchissimo di 
ispirazione ed ebbe discreta immaginazione. Ingegno vasto e profondo , 
seppe talvolta cogliere le passioni nella loro realtà e descriverle con 
chiarezza ed efficacia. Vagheggiava la grandezza morale dell'uomo ed 
era tutto compreso, troppo compreso, dal sentimento religioso, che era 
forse il sentimento dominante d'allora. Se avesse saputo emanciparsene 
un poco, noi avremmo dovuto tributargli ben altre lodi, poiché la fa- 
coltà mirabile di cogliere sul vivo la realtà delle cose e di ritrarla egli 
la possedeva. Lo Scammacca non concepì mai l'arte indipendente da certi 
doveri di propaganda religiosa , che diedero impronta uniforme al suo 
teatro, alla quale si aggiunse l'uniformità di una tecnica costante. Con 



190 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 

tatto ciò non gli si può negare una discretji potenza tragica, e una cer- 
ta abitudine all^analisi psicologica , tanto che non pochi dei suoi drani- 
m\ si lej^gerebbero volentieri anche oggi. L'esercizio assi'luo di tradurre 
e imitare i classici educò il gusto, disciplinò l'intelletto, conferì a scal- 
trire la mente in tutte le finezze e i segreti dell' arte e rinvigorì , qua- 
si ginnastica, le facoltà poetiche del Nostro. E dal greco egli attinse la 
naturalezza e la semplicità. Piacque molto al suo tempo ed acquistò 
una fama non superata da quella di nessun altro scrittore contempora- 
neo » (pp. 197-8). 

Senza dubbio lo Scammacca per lo innanzi non era stato studiato e 
illustrato come l'ha ora studiato e illustrato la dottoressa D'Agata, che 
ha condotto il suo lavoro con notevole diligenza, avendovi raccolto e 
ordinato una copiosissima serie di osservazioni acute. Vero è però che 
qua e là vi occorrono apprezzamenti un po' troppo frettolosi e sommari, 
che avrebbero bisogno di prove^ per essere sottoscritti; e vero è anche 
che qua t; là il modo d'esprimersi non è debitaniente chiaro o eflficace. 

L. P. -G. 



Giuseppe (-'osta. «Statua equestre di Re Carlo II in Messina». Milano, Casa 
editrice dottor F. Vallardi, 1910. In 40 fig., pp. 12. (Estr. da « Natura 
ed arte », a. XIX, n. 14). 

Da più anni oramai l'egregio prof. G. Costa si va occupando con di- 
ligenza della storia delle arti in Sicilia e fa conoscere, alla luce d'una 
critica sagace e rivelatrice, artisti e opere, che ben possono essere per 
l'isola nostra ragione di legittimo orgoglio. Ora ha messo fuori un pre- 
gevole saggio sopra Giacomo Serpotta, che tra la turba degli scultori 
siciliani di tutti i tempi, non escluso il Gagini, è un gigante, perchè 
nei suoi lavori, sparsi sopratutto nelle chiese e negli oratorii di Palermo, 
non rappresenta il codino e le parrucche incipriate della sua età, rua ri- 
vela la sua coscienza sincera e originale, educata alla scuola dei classici 
e dei quattrocentisti, ispirata sempre al vero, interpretato con rara po- 
tenza assimilatrice e signorile genialità. 

Del Serpotta il Costa illustra la statua equestre di re Carlo II di 
Spagna, eretta in una piazza di Messina dopo l'insurrezione, che quel- 
l'eroica città sostenne per quattro anni, dal 1674 al 1678, contro il mal 
governo spagnuolo. Peccato che quest'opera monumentale, eseguita dal- 
l'artista quando aveva appena ventiquattro anni, sia stata distrutta^ non 
per odio all'arte, ma pel trionfo del sentimento patriottico, nei moti ri- 
voluzionari del 1848 ; e peccato che di essa ci restino soltanto qualche 
rara stampa antica e il bozzetto originale , celato , per giunta , agli 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 191 

Sguardi degli ammiratori nella casa d'un nobile patrizio, ossìa presso il 
cav. Sieri Pepoli di Trapani. 

In particolar modo notevole è nel lavoro del Costa quanto, contraria- 
mente all'opinione comune, vi è dimostrato circa il posto dell'Idra, cal- 
pestata dal cavallo, rappresentante, a titolo d'infamia , Messina domata 
per la sua ribellione e sottoposta ai voleri della corte madrilena. Essa 
non era fusa nel bronzo ; era invece scolpita in marmo nel piedestallo 
della stiitua, come risulta da att^jstazioni autorevoli di persone , che ce 
ne hanno lasciato ricordo. 

L. P. - G. 



Salvatore Romano. « I Siciliani a Marsala, a Salemi e alla battaglia di €a- 
latafimi : 11-14-15 Maggio 1860». Palermo, Scuola tip. «Boccone del 
Povero», J910. In 8., pp. 23. 

Sia lode all'ottimo prof. Salvatore Romano , che, con queste pagine, 
ben nutrite di notizie interessanti, ha compito una santa rivendicazione, 
ricordando l'entusiasmo straordinario delle popolazioni siciliane per lo 
sbarco di G. Garibaldi a Marsala e l'eroismo addimostrato dai Siciliani 
combattenti a squadre, accanto ai Mille, contro le truppe borboniche. Ci 
piace davvero veder rievocati con sensibile compiacenza, ma senza esa- 
gerazione di giudizio, patriotti ed eroi siciliani pur troppo dimenticati o 
assai poco apprezzati dai facili narratori della storia del nostro risorgi- 
mento ; la quale, con pieno ossequio alla verità, potrà essere scritta solo 
in un avvenire non prossimo, quando cioè saranno scomparsi coloro che 
ne furono autori precipui e secondari e anche i loro figli e nipoti e quan- 
do saranno resi pubblici i documenti, che ora son tenuti segreti negli 
Archivi di Stato e nei depositi privati. 

Quanto il Romano va narrando in forma concisa ed efficace è confor- 
tato dall'autorità di fonti scritte spregiudicate; talvolta deriva da testi- 
monianze orali attendibili, raccolte con amorosa cura e ora per la prima 
volta fatte conoscere con copia di particolari. Ecco, per esempio, a che 
modo il trapanese Antonino Strazzera, soprannominato Pilota di Garibaldi, 
attestò al Romano d'avere aiutato lo sbarco di quei Mille, ch'erano sul 
Piemonte : « Era io da poche ore partito in una barchetta da Trapani e, 
giunto presso al Marettimo, incontrai il Piemonte, che pareva volesse di- 
rigersi verso questa isoletta. Il Generale Garibaldi, ch'era sul ponte di 
guardia , e che io salutai perchè lo conosceva , avendolo veduto più di 
una volta a Gtenova, mi ordinò di salire sul vapore. Lo feci prontamente 
e il Generale, che mi venne incontro, mi chiese se a Marsala e a Tra- 



192 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 

pani vi erano molti soldati. A Trapani — risposi — circa duemila, e vi è 
lo stsito di assedio; a Marsiila pochissimi, perchè la colonna mobile, che 
comauda il generale Letizia (o Tristizia, come lo chiamiamo noi) partì 
avantieri. Vidi io imbarcare i soldati in un bastimento da guerra, che 
si diresse alla voltji di Castellammare del Golfo. Poscia il Generale mi 
domandò se io conoscessi bene il porto di Marsala. Gli risposi di sì, a- 
vcndo per molti anni fatto il pilotsi pratico. Rene, disse Egli allora, re- 
sta qui, va a prendere il posto del pilota, dobbiamo approdare a Mar- 
sala, Contentissimo feci ciò. E viva Iddio ! mi sono fatto onore. Figura- 
tevi, in (jael momento dalla punta di Mazzara si scopersero alcuni basti- 
menti a vapore, che si credette fossero borbonici, e il Generale coman- 
dò di avanzare rapidissimamente, perchè si entrasse prima di essi nel 
porto «li Marsala. Ebbene, il Piemonte, governato da me, entrò senza dif- 
HcoltA alcuna, e, essendosi accostato al molo nel riparo dell'antimurale, 
Garibaldi e <iueili dei Mille, che ei'ano nello stesso vapox'o poterono sbar- 
care presto e facilmente; mentre il Lombardo incagliò nei triscioni» 
(pi». G-7), vale a diri) nei banchi di arena e alga, che si trovano a ven- 
ticinque metri dalla scogliera della lanterna. 

L. P. -G. 



.Maggiore Raffaello Mondiiii. « Da Marsala al Volturno. (Medaglie). Dal 
libro di prossima [)ubblicazione : Spigolando tra medaglie e date 
{1848-Ì870) ». Milano, Cart. lito - tipografìa C. Crespi, 1910. In S" fig., 
pp. 42. (Estr. dal « Boll, del Circolo numismatico milanese »). 

Gli episodi più importanti della gesta gloriosa, e ormai resa sacra 
dalla leggenda , che ebbe inizio a Marsala e termine al Volturno con 
la cacciata dei Borboni e l'annessione della Sicilia al Regno d'Italia, sono 
stati ricordati in moltissime medaglie commemorative , spesso riuscite 
veri lavori d'arte. 

Una ricca e preziosa collezione di tali medaglie si trova a Milano nel 
Museo del Risorgimento e , già parecchi anni or sono, com' è risaputo, 
venne illustrata da Carlo Romussi in un bel catalogo ragionato. Ora una 
piccola collezione, esposta a Palermo nella sala dei ricordi storici del Mu- 
seo Nazionale, ha richiamato l'attenziorie del maggiore Mondini, che s'è 
affrettato a illustrarla con garbo e con ampio corredo di informazioni 
storiche. In questa collezioncina attirano particolarmente la nostra curio- 
sità quattro medaglie , piti o meno pregevoli per correttezza di disegno 
e per fine arte incisoria, distribuite da Ferdinando II ai soldati, che a- 
vevano difeso il Regno delle Due Sicilie contro i rivoluzionari. La prima 
fu fatta coniare per coloro, che, dal 4 Aprile 1860 alle barricate di Pa- 



BULLBTTINO BIBLIOGRAFICO 193 

lermo, s'erau battuti negli scontri con le squadre paesane e coi garibal- 
dini; la seconda per coloro che s'erano segnalati il 31 Maggio 1860 a Ca- 
tania nei sanguinosi conflitti con gli insorti e nella repressione, che ne 
era seguita ; la terza pei combattenti di Archi e Milazzo; la quarta per 
le truppe, che avevano combattuto dal Volturno al Garigliano e che, pur 
costrette in gran parte a cercare riparo in Gaeta, potevano vantarsi del 
successo del 21 Settembre a Caiazzo, della prima mezza giornata del P 
Ottobre a S. Maria e a S. Angelo e del buon risultato ottenuto il 29 Ot- 
tobre sul Garigliano, essendo allora riuscite a impedire alla colonna mi- 
stii del generale di Savoiroux il passaggio del fiume. 

L. P. -G. 



Luigi Natoli. «Sicilia e Garibaldi: 1860». Firenze, R. Bemporad e figlio, 
1910. In 16., pp. 23. 

Narra l'eroica gesta, che i Siciliani e Garibaldi compirono nel 1860, 
cacciando il tiranno, che opprimeva la Sicilia e il Napoletano. Degli 
uomini e delle cose, di cui parla, il Natoli si mostra conoscitore esperto 
e giudice imparziale ; tanto che il suo racconto , steso in una forma lu- 
cida, colorita, suggestiva, riesce interessante e dilettevole. 

L. P. -G. 



Vincenzo Pacella. « Garibaldi e i Mille. Conferenza tenuta il 15 Maggio 
1910, in occasione della premiazione fatta in Palermo dalla Commis- 
sione esecutiva deìV Assocrnsione prò Biblioteche popolari, nel grande 
atrio dell'edificio scolastico F. Perez». Palermo, Stab. tip. F. Andò, 
1910. In 8» fig., pp. 31. 

In forma accessibile a giovinette e a giovinetti, il cav. Pacella espone 
la biografia aneddotica di G. Garibaldi e le varie vicende della spedizio- 
ne dei Mille in Sicilia. 

A pag. 21 trovo : « Piante di Romano o Pianto Romano che dir si vo- 
glia ». No. Oramai è risaputo che Pianto Bomxino è forma errata ; il colle 
presso Calatafimi, ove i Mille trionfarono la prima volta dei borbonici, 
si chiama propriamente Piante di Romano, come ha dimostrato, in modo 
da non lasciar dubbio, il prof. Salvatore Romano in uno studio molto 
noto, come hanno accettato tre congressi geografici e come ha ricono- 
sciuto l'Istituto geografico militare. 

L. P.-G. 

Arch. Star, Sic., N. S. Anno XXXV. 18 



194 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Camillo Alberici. « Le guerre del 1860. Narrazione per i giovinetti , con 
vignette e schizzi topografici». Firenze, R. Beniporad e Figlio, li- 
brai-editori, 1910. In 16., pp. 51. 

I primi tre capitoli trattano della spedizione dei Mille in Sicilia ; il 
quarto della liberazione delle Marche e dell' Umbria ; il quinto della 
battaglia del Volturno e il sesto della proclamazione del Kegno d'Italia. 
Quant/O l'autore va esponendo con chiarezza ed efficacia corrisponde ai 
migliori risultati delle indagini storiche, ed è egregiamente illustrato da 
vignette e schizzi topografici intercalati nel testo. 

L. P.-G. 



Alessandro Sacheri. « I Mille : 1860-1910. (Nel primo cinqujintenario) ». 
Firenze, R. Bemporad e Figlio, 1910. In 16., pp. 23. 

Fa la storia della spedizione garibaldina in Sicilia. Peccato però che 
la narrazione, dopo l'entrata di G. Garibaldi in Palermo e l'esodo delle 
truppe borboniche dalla città, proceda troppo, ma troppo sommariamente. 
La battaglia di Milazzo meritava, per esempio, un cenno speciale, data 
la sua straordinaria importanza. Peccato anche che l'autore non sia sem- 
pre bene informato degli avvenimenti , di cui discorre. Così si spiega 
quanto scrive nelle pp. 15 - 6 : « A Salemi apparvero veramente i primi 
segni che l'anima siciliana si era destata e vibrava all'unisono con quel- 
la dei liberatori ». Via ! La coscienza dei Siciliani era già bella e for- 
mata quando i fratelli del continente vennero in aiuto; questi certo non 
si sarebbero mossi, se non avessero conosciuto le aspirazioni e i propositi 
risoluti di quelli. E questa una verità innegabile. 

L. P.-G. 



Rosario Tardi. «Partinico dal 4 Aprile al 18 Maggio 1860». Palermo, 
Stab. tipografico F. Andò, 1910. In 16., pp. 23. 

Certo è lodevole l'intendimento del sig. Tardi di far conoscere la 
parte presa da Partinico nei moti preparatori, che resero possibile, con 
l'intervento dei Mille, la cacciata dei Borboni dall'isola ; ma quanto egli 
va narrando pel breve periodo, che comincia dal 4 Aprile 1860 e finisce 
al 18 Maggio, è troppo visibilmente ispirato da tradizioni locali ; onde 
dovrebbe esser messo a confronto con narrazioni anteriori , più o meno 



BULLETTINO BIBLIOGBAFIGO 195 

documentate, e dovrebbe essere coufenuato o no con prove ineccepibili, 
specie in alcuni particolari d'importanza non lieve. 

L. P.-G. 



« Michele Amari. Cenni biografici scritti in arabo e tradotti in italiano 
nella ricorrenza del primo centenario della nascita dell'illustre orien- 
talista da fra Gabriele Maria da A leppo , missionario cappuccino, a- 
lunno dell' Istituto Apostolico d' Oriente e professore in Palermo di 
lingua araba nel Collegio per le Missioni italiane all'estero». Roma, 
Casa editrice italiana, J909. In 8°, pp. 30^ con ritratto. 

Gentilezza di pensiero e sentimento di ammiraziime hanno sicura- 
mente spinto fra Gabriele Maria da Aleppo a mettere insieme e a pub- 
bl'care in arabo e in italiano^ nel primo centenario della nascita di Mi- 
chele Amari, un bel mazzetto di notizie sulla vita e sulle opere dell'in- 
signe storico e orientalista palermitano. Nulla egli dice di nuovo , ma 
quel che dice è sempre esatto e chiaro; e ciò non è piccolo merito. Bi- 
sogna tuttavia avvertire che il giudizio riassuntivo posto in fine al la- 
voro non è completo. Ivi l'Amari è detto « uno dei pochi superstiti e dei 
veri benemeriti promotori del risorgimento, nazionale, uno dei più robu- 
sti intelletti e dei caratteri più saldi che può vantare l'Italia» (p. 30). 
I pregi di storico dotto e geniale e di arabista profondo andavano spe- 
cificatamente richiamati. 

L. P.-G. 



tt. Pipitone - Federico. « L'anima di Francesco Crispi. Carteggio intimo 
sulla politica del risorgimento italiano, con proemio e note biografi- 
che». Palermo, Libreria editrice Ant. Trimarchi , 1910. In 16., pp. 
LX - 192. 

Il prof. Giuseppe Pipitone - Federico, instancabile, dotto e fortunato 
indagatore e illustratore delle memorie storiche siciliane, ha reso un se- 
gnalato servizio agli studiosi della nostra storia contemporanea, dando al- 
la luce un ricco carteggio di Francesco Crispi , V insigne statista così 
variamente e parzialmente giudicato dai facili dispensatori di fama e 
d'infamia. 

Queste lettere, tranne poche a G. Mario Puglia, Abele Damiani, Anto- 
nio Mordini, Domenico Cortegiani, Gerolamo De Luca-Aprile, sono tut- 
te dirette al Barone Vincenzo Favara, di Partauna, « liberale di vecchio 



196 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



stampo, repnbblicaneggiante come non pochi degli uomini che innan/.i 
il 1870 costituivano Spartito d'azione, consigliere del Comune di Palermo 
il domani del 27 Maggio 1860, aiutatore generoso del suo partito in ogni 
occasione » (p. XLIX). Il Crispì discorre di argomenti svariatissimi : in 
particolar modo notevole è quanto egli scrive sui partiti politici in Italia 
dal 1860 al 1870, sull'episodio di Aspromonte, sulla insurrezione palermi- 
tana del 1866. 

Il carteggio è preceduto da un Proemio (pp. I - LX) ed è seguito da 
Note (pp. 107-92). 

Il Proemio tratta ampiamente di Francesco Crispi ministro del Regno 
d'Italia e contiene delle considerazioni anche sul Crispi ministro della 
Dittatura in Sicilia, all'epoca della liberazione dell'isola dal giogo bor- 
bonico. Il Pipitone Federico è lieto di dovere ammirare nel Crispi una 
nobile coscienza : « la più alta, la più pura , la più italiana sopratutto , 
che abbia avuto la Sicilia nostra gloriosa nel secolo XIX » (p. LX). 

Le Note, copiose, erudite , sempre opportune , illustrano uomini e 
avvenimenti ricordati dal Crispi, in forma ora esplicita ora un po' celatji, 
nelle sue lettere. Di solito contengono notizie , che , prima del Pipito- 
ne - Federico, nessuno era riuscito a raccogliere. 

Peccato che il volume, così attraente e interessante pel suo contenuto, 
sia deturpato da troppi e troppo gravi errori di stampa , dei quali però 
— è doveroso far questa avvertenza — non può attribuirsi colpa alcuna 
al Pipitone - Federico. 

L. P. - O 



Mario Casalaina. «Il cav. prof, Giacomo Perroni - Ferranti ». Palermo, Ti- 
pografia Domenico Vena, 1910. In 16", pp. X con ritratto. (Da una 
monografia su Castroreale). 

Giacomo Perroni-Ferranti nacque a Castroreale, provincia di Messina, 
il 22 Dicembre 1851. « Fu un vivo e raro esempio di chi, esclusivamente 
in virtù dei propri meriti, raggiunge i più alti gradi in una carriera ». 
Compiti, giovanissimo ancora, gli studi di legge all'Università di Paler- 
mo, intraprese la carriera della magistratura, che percorse sino all'ufficio 
di Presidente di Sezione di Corte d'Appello. Collaborò con assiduità nelle 
più autorevoli riviste giuridiche italiane e straniere, segnalandosi sempre 
pei suoi lavori ispirati da larga e sicura dottrina giuridica, in ispecie da 
singolare conoscenza di tutti i codici comparati. Come libero docente di 
diritto e procedura penale nell'Ateneo messinese dettò lezioni applaudi- 
tissime, frequentate da centinaia di scolari entusiasti. L'alba fatale del 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 197 

28 Dicembre gli troncò la vita operosa, seppellendolo insieme con la fa- 
miglia tra le rovine della sua casa. 

L. P.-G. 



Qoglielmo Cocco. « Ricordi autobiografici di Gian Francesco Boccaccini ». 
Pistoia, Officina tipografica Cooperativa, 1909. In 8. , pp. 26. (Estr. 
dal Boll. stoiHeo pistoiese). 

Gian Francesco Boccaccini, nato a Pistoia il 23 Giugno 1786 e morto 
in Messina il 17 Giugno 1871, fu tenore e pittore di molto pregio. Cal- 
cando le scene dei più grandi teatri d' Italia , si fece ammirare dai più 
schifiltosi buongustai; dipingendo riuscì a trasfondere nelle sue tele 
1' anima , ch'egli aveva sensibilissima. Non possono dunque non esserci 
graditi i ricordi autobiografici da lui lasciatici e ora messi alla luce da 
un suo parente, il sig. Cocco. Scritti con ingenua semplicità, essi ci per- 
mettono di guardar bene in faccia l'artista, ce lo fanno sorprendere nei 
varii momenti, or tristi or lieti, della sua vita operosa, consacrata, con 
fede d'apostolo, all'arte rivelatrice delle più arcane bellezze. 

L. P. - G. 



Virgilio La Scola. «A la vittoria. Epigrafi». Palermo, Stab. tip. - lit. A. 
Gianni trapani, 1910. In 8., pp. [IV-] 61. 

Ben ha fatto il poeta Virgilio La Scola a raccogliere in un volume 
signorilmente elegante le epigrafi da lui dettate o 'per incarico affidato- 
gli dal « Comitato centrale per le feste del cinquantesimo anniversario 
del 27 Maggio 1860 », o per invito dei compilatori dei numeri unici ve- 
nuti fuori in quella fausta ricorrenza, o per desiderio di ricordare uo- 
mini e avvenimenti obliati o poco noti. 

Come in tanti quadretti amorosamente tratteggiati nelle parti e nel- 
l'insieme, condotti a termine da mano provetta nelle più espressive ed 
efficaci significazioni dell'arte, che crea e s'impone, il La Scola in appe- 
na sedici epigrafi ha saputo rievocare e celebrare in forma concettosa , 
gagliarda e scultorea i più salienti episodi dell'epica impresa dei Mille 
in Sicilia. 

Interessanti sono le note, che, in fine al volume, documentano noti- 
zie e giudizi su persone e cose ricordate nell'epigrafi; qualcuna anzi ha 
importanza speciale, come quella contenuta nelle pp. 41-3, ove, con ab- 
bondanti particolari, il La Scola parla del padre suo, dottore in medi- 



198 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 

Cina, che curò e assistette con affettuoso interesse Benedetto Cairoli, al- 
lorcìjè questi il 27 Maggio 1860 fu ferito alla gamba destra al Ponte del- 
l'Ammiraglio, mentre comandava la settima compagnia dei volontari, che, 
per la prima, ebbe l'onore di muovere all'attacco contro 1 borbonici. 

L. P.-G. 



Tommaso Cannìzzaro. « Grido de le coscienze ». Catania^ Vincenzo Muglia 
editore, 1910. In 16., pp. 112. 

Le liriche raccolte in questo volumetto, eccetto quattro o cinque, che 
inneggiano all'avvenire di lavoro, di pace e di benessere, a cui l'uma- 
nità tende da tempo con fede costante , celebrano la Sicilia, l'isola ca- 
ramente diletta al cuore del poeta. Le bellezze naturali, le glorie del 
passato di questa terra piena d'incanti e di energie meravigliose, le vir- 
tù e le aspirazioni dei Siciliani vi sono evocate e rappresentate senza 
esagerazione, con occhio scrutatore, con giudizio penetrante, in una for- 
ma lucida ed espressiva. In particolar modo il Cannizzaro canta la nar- 
tiva Messina, in pochi istanti ridotta a mucchi di rovine dalla violenza 
cieca della natura. Con l'animo sensibilmente commosso dinanzi a una 
catastrofe così straordinaria, senza precedenti nella storia, ricorda le in- 
numerevoli vittime; ritrae il momento fatale, che sparse la morte, il ter- 
rore, la miseria; deplora il tardo e incerto accorrere di chi aveva l'obbli- 
go di salvar senza indugio tante vite imploranti soccorso; loda i prodi 
marinari russi, che compirono atti di valore degni di storie e di poemi; 
glorifica lo slancio hniversale della carità, che degli uomini di qua e 
di là delle Alpi e dell' Oceano fece una sola famiglia ; bolla d' infamia 
le signore imbellettate e i cavalieri incipriati, che, per sfrenato deside- 
rio di farsi ammirare e corteggiare , si diedero bel tempo a distribuire 
ai profughi, tra ributtanti svenevolezze e assai visibili partigianerie, i lar- 
ghi soccorsi in denaro, indumenti e generi alimentari, forniti da privati 
e da enti; si duole che la nuova città sorga con soverchia e troppo col- 
pevole lentezza; si augura che presto pei superstiti, non più erranti qua 
e là, ma raccolti e affratellati nella terra natale , spunti un' alba ripro- 
mettitrice d'una vita tranquilla, prospera e non inglojiosa. 

L. P. - G. 



UULLETTINO BIBLIOaRAFIOO 199 



Saverio Minnocci. «I cuori, o adolescenti ! Norelle primaverili ». Palermo, 
t L'Attualità» editrice, 1910. la 16. obi., pp. 122. 

Delle dieci novelle raccolte in questo elegante volumetto, una, l'ot- 
tava, è di argomento siciliano. S'intitola : Idioma siculo (pp. 91 - 101) ed 
è ispirata dalla vita dei zolfatai della Sicilia. Il Minnucci , che di solito 
scrive con disinvoltura e si fa leggere con piacere, ritrae garbatamente 
i soprusi senza limiti dei proprietari delle miniere e le legittime con- 
tinue rimostranze e aspirazioni di migliaia e migliaia di operai, che met- 
tono a dura prova la loro esistenza per assicurare ricchezze sterminate. 

L. P.-6. 



Girolamo Spianato - Acqaaviva. «Pel 1. cinquantenario della liberazione 
della Sicilia. Inni». Palermo, Scuola tip. Colonia S. Martino, 1910. 
In 16., pp. 21. 

Gli Inni sono quattro: Per Giuseppe Garibaldi, Alla bandiera italia- 
na sventolante in Sicilia nel 1860, A Rosolino Pilo, A Francesco Riso. 
Il signor Spinnato- Acquaviva s'esalta cantando le glorie dell'isola nati- 
va, rievocando non senza efficacia episodi storici valevoli ad assicurare 
alla Sicilia un posto eminente nella storia del risorgimento nazionale. 

L. P.-G. 



Domenico Razzolo Sigillo. « Mentre i vivi commemorano il XXVIIl Dicem- 
bre MCMVIII parlano i morti». Messina, Tip. D'Amico, 1910. In 8., 
pp.[ll]. (Edizione numerata fuori commercio). 

È una garbata fantasia in versi. L' autore immagina che gì' infelici 
periti tragicamente l'alba fatale del 28 Dicembre si rivolgano ai super- 
stiti descrivendo l'istante terribile, protestando contro chi non fu solle- 
cito di soccorsi, raccomandando la resurrezione della città, chiamata ad 
alti destini nella storia dell'umano incivilimento. 

L. P. - G. 



200 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Hiacomo Taaro. « Fondamento e limiti del diritto di educare». Lugano, 
Casa editrice del « Coeuobium >, 1910. In 8., pp. 16. (Estr. dal « Coe- 
nobium » di Marzo -Aprile 1910). 

Giacomo Tauro è uno dei più valorosi pedagogisti , che ci siano in 
Italia. Nello studio sopra indicato egli s' intrattiene d' un problema di 
vitale interesse per l'educatore, il giurista, il sociologo , il filosofo ecc. 
Si domanda : « Un uomo adulto ha il diritto d'intervenire nel libero svi- 
luppo di un adolescente per indirizzarlo, per modificarlo, per guidarlo T 
Non commette esso in tal modo una violenza? Può l'educatore conside- 
rare lo spirito dell'educando come un oggetto qualsiasi al quale può da- 
re l'impronta che egli ritiene più acconcia e modellare secondo 1' ideale 
che gli sembra migliore? Vi è insomma un diritto di educare ? E se v'è, è 
esso senza limiti o è definito e determinato?» (pp. 2-3). La tesi soste- 
nuta con molta abilità è la seguente : « L'intervento nell'educazione non 
deve tanto cousistere nella trasmissione della coltura e del sapere, quanto 
nella stimolazione delle energie e nel risveglio dello spirito. L'azione de- 
gli adulti sugli adolescenti deve essere non d'imposizione e di obbligo, 
ma di pungolo e di eccitamento. Il maestro migliore non è quegli che 
trasmette un maggior numero di conoscenze, ma colui che sa meglio su- 
scitare le energie dello spirito, affinchè, deste, lavorino proficuamente » 
(p. 13). 

L. P. -G. 



Engenio Dì Carlo. « Per la dottrina e la storia della filosofia del diritto ». 
Palermo, Società editrice universitaria, 1910. In 8., pp. [V -] 77. 

Il dottor Eugenio Di Carlo, valoroso e stimato docente di pedagogia 
nella E. Scuola Normale Maschile « G. A. De Cosmi » di Palermo, ha 
riunito in questo volumetto tre saggi di dottrina filosofico - giuridica , 
notevoli per lucidità di esposizione e acume di critica: 1. Del critici- 
smo di A. Bartolomei e di alcuni punti fondamentali della filosofia del 
diritto (pp. 1 - 38); 2. Il sistema filosofico giuridico di A . Boistel (pp. 39- 
68); 3. LHnfiuema della filosofia del diritto del Rosmini in Italia (pp. 69- 
75). 

L. P. -G. 



BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 201 



G. Porzio e X. Bellanca. « Trattato di lavoro manuale. Storia, psicologia, 
pedagogia della manualità». Palermo, Santi Andò editore, 1910. In 8., 
pp. Vili -169. 

Quest'opera è divisa in tre parti. Nella prima è studiato il lavoro 
manuale educativo nei precedenti, che esso ha nei tempi antichi, nel 
medioevo e durante il rinascimento; nella seconda ne è rilevata IMmpor- 
tanza^ come elemento di educazione dell'anima del fanciullo; nella terza 
è fatta la storia dei suoi varii metodi d'insegnamento ai nostri giorni. 
I due egregi autorì, ora raccogliendo con molto garbo cose dette da al- 
tri, ora esponendo lucidamente i frutti di severi studi personali e del- 
l'esperienza acquistata in tanti anni di magistero come docenti di lavo- 
ro manuale educativo nelle scuole normali e nei corsi magistrali supe- 
riori, son riusciti a comporre un pregevole trattato della manualità e 
meritano sincera lode. 

L. P. -G. 



Prof. Antonino Giordano. « Spigolature dantesche ». Napoli, Cartoleria-Li- 
breria Ciro Piccirillo, 1910. In 16., pp. 49. 

Il prof. Giordano, appassionato studioso delle opere di Dante, ha 
messo insieme una piccola guomologia dantesca, spigolando nella JHriìia 
Commedia terzine, versi ed emistichi costituenti massime e pensieri utili 
a esser tenuti sott' occhio, specie dai giovani. Egli ha compito lavoro di 
pazienza e di interpetrazione e certo meritii lode. 

L. P. - G 



20!2 (JHONAOA E NOTIZIE 



CRONACA E NOTIZIE 



Dal nostro socio e collaboratore Prof. Vincenzo Epifanio ri- 
ceviamo il seguente resoconto sul VII Congresso Geografico Ita- 
liano, del quale egli fu attivissimo Segretario Generale. 

Il VII Congresso Geografico Italiano 

(1-6 maggio 1910). 

Il VII Congresso Geografico Italiano ebbe luogo in Palermo 
dal 30 aprile al 6 maggio 1910. Le sedute si tennero nelle am- 
pie sale della Società Siciliana di Storia Patria, che per la cir- 
costanza furono adattate ed arredate convenientemente a cura 
dell'ìng. P. Di Gregorio e sotto la sapiente direzione del prof, 
cav. Salvatore Romano. 

Per il numero degl'iscritti questo Congresso non fu inferiore 
ai precedenti. Vi erano rappresentati alcuni Ministeri, molti Isti- 
tuti governativi e parecchie Associazioni scientifiche italiane. 

Intervennero o si fecero rappresentare quasi tutti i geografi 
appartenenti all'insegnamento superiore e una gran parte degl'in- 
segnanti delle scuole medie che professano le discipline storiche 
e geografiche. 

Tra le adesioni venute dall'estero ricordiamo quella del gran- 
de scienziato tedesco Teobaldo Fischer, che il Congresso, per le 
sue benemerenze verso la geografia italiana , nominò « membro 
onorario di tutti i Congressi geografici italiani». 

Neil' adunanza preparatoria , tenuta nel pomeriggio del 30 
aprile nella sala terrena della Società, erano presenti più di 200 
congressisti. Il prof. Cosimo Bertacchi, come Presidente, espose 
l'opera del Comitato esecutivo e i risultati ottenuti , ricordando 
tra gli enti locali , che col loro contributo morale e materiale 
resero meno difficile la preparazione del Congresso, la Provincia, 
la Camera di Commercio, la Lega Commerciale, il Bene Econo- 
mico , la Gassa di Risparmio V. E. e specialmente il Banco di 
Sicilia. 



CEONAOA ¥j i^otlZIE 203 



Il prof. Salvatore Romano, come Segretario Generale della 
Società di Storia Patria, fu lieto di dare il benvenuto ai geografi 
italiani, assicurando che nelle sale della Società medesima i con- 
gressisti potevano considerarsi come in casa loro. 

11 senatore prof. G. Dalla Vedova, Presidente del Comitato 
permanente dei Congressi geografici , propose e l' assemblea ac- 
clamò Presidente del Congresso il prof. G. Bertacchi , al quale 
fu deferita la nomina dell'ufficio di presidenza. 

Dopo una breve esposizione del lavoro compiuto nell'ultimo 
triennio dal Comitato permanente, fatta dal prof. Dalla Vedova, 
fu nominata una commissione per la riforma dello Statuto dei 
Congressi. E la commissione, composta dei professori C. Bertac- 
chi, G. M. Columba, G. Dalla Vedova, E. Millosevich , G. Bic- 
chieri, D. Vinciguerra ed O. Marinelli, si mise subito all'opera 
e presentò una breve ed importante relazione, nella quale fece voto 
che la Società Geografica Italiana riprendesse la direzione e l'or- 
ganizzazione dei futuri congressi d'accordo con le Società con- 
sorelle e col concorso di alcuni cultori degli studi geografici 
scelti al di fuori della presidenza e del consiglio direttivo della 
Società stessa. 

Il 1" maggio, alle ore 10, nella grande sala Luigi Di Maggio 
si fece l'inaugurazione solenne, alla quale oltre ai congressisti 
intervennero, per invito della presidenza, molti soci della Società 
di Storia Patria col loro benemerito Presidente senatore A. Guar- 
neri, le autorità civili e militari e un gran numero di eletti cit- 
tadini. 

Parlarono il Prefetto della Provincia, conte di Rovasenda, che 
portò il saluto del Governo, il Sindaco, conte R. Trigona, a no- 
me della città, il prof. Cugino, che aveva le funzioni di Rettore 
della R. Università. 

Quindi il prof. Bertacchi lesse un magnifico discorso , nel 
quale , dopo aver fatto la storia dello sviluppo della geografia 
come scienza , dimostrò 1' utilitii dei congressi periodici , che 
riescono tanto più importanti quanto più tendono, come si cercò 
di fare con questo di Palermo, ad illustrare nei vari loro aspetti 
le regioni nelle quali essi si tengono. Prima di terminare richia- 
mò alla memoria dei presenti le figure di G. Grasso, G. Penne- 
si, C. Peroglio, V. Belilo e F. Porena, benemeriti della scienza 
geografica e immaturamente ad essa sottratti. 



304 CRONACA E NOTIZIE 



Dopo il saluto della Società Geografica Italiana , portato dal 
prof. E. Millosevich, e quello di A. Marcello Annoni a nome della 
Società di Esplorazioni Commerciali , il Presidente diede noti- 
zia delle cariche del Congresso, che furono scelte come segue : 

Vice-Presidenti Generali : Prof. Giuseppe Ricchieri, prof. Gio- 
van Battista Siragusa, prof. Gustavo Uzielli, prof. Adolfo Venturi. 

Segretari Generali : Prof, Vincenzo Epifanio, prof. Carlo Ma- 
ranelli. 

Vice-Presidenti di Sezione: Prof. Olinto Marinelli, prof. Guido 
Gora, prof. Carlo Errerà, prof. Arcangelo Ghisleri. 

Segretari di Sezione : Prof. Roberto Almagià , prof. Filippo 
Nunnari, prof. Antonino Enrile, prof. Oreste Arena. 

Vice- Segretari di Sezione : Prof. Nicolò Bellanca, Giuseppe Di 
Vita, Avv. Roberto Cambino, Giuseppe Polizzi, Nicolò Cesareo, 
Amedeo Cunsolo, Luigi Lupo e Giuseppe Clemente. 

Lo stesso giorno , alle ore 14,30 , nell' Aula Magna della R. 
Università, fu inaugurata la Mostra di bibliografia e cartografia 
geografica con un discorso del prof. Giovan Battista Siragusa , 
che l'aveva preparata ed ordinata. 

Vi si ammiravano carte, atlanti e libri inviati dagli autori 
medesimi e pregevoli materiali esposti dalle più importanti ditte 
librarie d'Italia. Non mancava una sezione di lavori mandati spon- 
taneamente da autori e da ditte straniere. Importanti i lavori 
corografici -militari, eseguiti ad acquarello dal maggiore A. Ri- 
cordi, riguardanti tutti la Sicilia, e le pubblicazioni del prof. G. 
Cambino. 

Alle ore 16,30 fu aperta al Museo Nazionale la Mostra dei Ci- 
meli cartografici con un discorso inaugurale del prof. A. Salinas. 

Il materiale, composto in gran parte di piante di Palermo e 
di carte antiche dell'Isola, fu fornito dalle due maggiori biblio- 
teche pubbliche della città e dall'Archivio comunale e fu dispo- 
sto in ordine cronologico dal prof. Gaetano Mario Columba e 
dal prof. Antonino Enrile. 



Il Congresso era divìso in quattro sezioni, che cominciarono 
i lavori la mattina del 2 maggio. 



CRONACA E NOTIZIE 205 



La prima, cioè quella scientifica, tenne le sedute nella gran- 
de sala L. Di Maggio e trattò in prevalenza temi riguardanti 
ritalia meridionale. La presidenza fu tenuta successivamente dal 
generale De Ghaurand, dal comandante M. Giavotto, dal prof. E. 
Millosevich e dal prof. D. Vinciguerra. 

Accennerò prima agli argomenti di carattere generale. 

Il professore G. Ricchieri riferì le conclusioni della commis- 
sione nominata dal Congresso precedente sulla « Nomenclatura 
italiana relativa alle forme dei fondi oceanici ». 

Dopo una breve discussione fu rimandata al Congresso ven- 
turo la conclusione intorno alle « Proposte di modificazioni dei 
rilievi catastali per agevolare gli studi geografici» del prof. F. 
S. Giardina. 

Importante riuscì la discussione sorta sul tema del prof. G. 
Cora intorno ai « Progressi recenti della Oceanografia, a propo- 
sito dell'inaugurazione del Museo di Monaco». Fu approvato in 
quella seduta un voto di plauso al principe Alberto 1 di Monaco, 
fondatore dell' Istituto Oceanografico di Parigi. Il prof. Vinci- 
guerra colse l'occasione per ricordare 1' opera compiuta dal Go- 
mitato talassografico. 

Il prof. F. Eredia parlò « Sulla necessità di iniziare l' istitu- 
zione sistematica d'una rete pluviometrica in montagna». 

Dopo un'ampia discussione sul tema trattato dall'ing. Enrico 
Simoncini « Del lido, delle spiaggie e degli arenili » fu votato un 
ordine del giorno, col quale si « riconosce l'importanza che nella 
legislazione siano definiti con criteri scientifici i termini lido , 
spiaggia, arenile». 

Il prof. D. Vinciguerra espose in un'apposita relazione « L'opera 
compiuta dalla Società Geografica Italiana nell'ultimo triennio. 
La relazione «Sui lavori compiuti dell'Istituto Greografico Mili- 
tare » nell'ultimo triennio fu letta dal prof. Attilio Mori e quella 
«Sui lavori dell'Istituto Idrografico della R. Marina (1907-1909)» 
dal comandante Mattia Giavotto, direttore dell'Istituto medesimo. 

Il tema, svolto dal prof. Malgeri, « Sulla necessità di fondare 
numerose stazioni geodinamiche nelle zone sismiche », sebbene 
avesse carattere generale, si riferiva principalmente al Mezzogior- 
no e in modo particolare alle coste calabro-sicule, adiacenti alla 
zona dello stretto di Messina. 

Anche le « Indagini meteorologiche », riferite dal prof. Mara- 
nelli, sono «di particolare interesse per l'Italia meridionale». 



206 CRONACA E NOTIZIE 



Riguardavano soltanto il Mezzogiorno continentale i seguenti 
temi : 

— « Fenomeni carsici dell'Abruzzo aquilano » del prof. R. Al- 
magià, il quale descrisse delle cavità (fosse) prevalentemente a 
forma d'imbuto, alcune formatesi per sprofondamento, altre nor- 
malmente per erosione». 

— «T laghi dell' Abruzzo», altra comunicazione dello stesso 
Almagià. Questi laghi, più numerosi una volta, ora sono un'ot- 
tantina , dei quali più di metà sopra i l(XX) metri. Il maggiore 
è quello di Scanno che l'A. illustrerà a f)arte ». 

— «Per la conoscenza dell'Idrografìa sotterranea in Puglia» 
del prof. C. Golamonico, il quale parlò dell'importanza delle tri- 
vellazioni e di ulteriori studi per trovare 1' acqua che nelle Pu- 
glie non manca. 

— «Le erosioni in Calabria», descrizione e classificazione di 
fenomeni osservati dall'autore, prof. Malgeri. 

E veniamo agli argomenti, che riguardavano la Sicilia. 

Il prof. M. Baratta parlò « Sulla necessità di provvedere ad un 
nuovo rilevamento della regione etnea», dimostrando che per 
lo studio dello svolgimento dei fenomeni vulcanici è necessaria 
una buona rappresentazione del terreno. 

Il prof. 0. Marinelli svolse il tema « Per lo studio delle grotte 
e dei fenomeni carsici in Sicilia». Mostrò la necessità di un'esplo- 
razione sistematica e di rilievi a grande scala delle grotte dell'i- 
sola, spiegandone l'importanza per i fenomeni vulcanici e per il 
percorso delle acque. Ricordò il contributo arrecato recentemente 
a questi studi dal prof. P. Re velli. 

Il prof. G. Uzielli trattò de « L'idraulica e l'incremento agri- 
colo della Sicilia », dicendo che è necessario creare grandi serba- 
toi, per l'irrigazione delle campagne e per uso potabile, ed asse- 
gnare un premio per render possibile l'industria dell'acido cidrico. 

Chiudiamo la rassegna dei lavori compiuti da questa sezione 
ricordando due temi del prof. S. Crino : « Frane in Sicilia in rela- 
zione alla distribuzione delle acque » e « Il lago di Rebuttone 
a proposito di una cartina dimostrativa di Agatino Daidone». 

La seconda sezione {Geografia economica, cofnmerciale e colo- 
niale) si riunì nella sala della Biblioteca. La presidenza fu affi- 
data successivamente al prof. G. Uzielli, al colonnello I. Gazzola, 
al comm. Bertarelli e al prof. G. Cora. 



CRONACA B NOTIZIE 307 



Furono ascoltate e discusse le seguenti relazioni : 

« Per una ricognizione delle vie carovaniere nell'interno della 
Tripolitania » del sig. Luigi Gufino. Nell'ordine del giorno votato 
la sezione « si augura che lo studio scientifico ed economico delle 
regioni attraversate dalle vie carovaniere, che da Tripoli menano 
al Fezzan, possa venire ulteriormente intensificato ». 

« Su i problemi coloniali nei loro rapporti colla geografia e 
coll'attività dell'Istituto coloniale nei primi quattro anni di vita » 
riferì il cap. Angiolo Mori , che illustrò anche le pubblicazioni 
fatte a cura dell'Ufficio coloniale e presentò un recente libro del 
cap. Oberando Pantano su « La città di Merca e la regione dei 
Bimal ». 

Insieme coi « Voti per il quinto censimento generale della po- 
polazione» presentati dal prof. G. Maranelli fu approvata la re- 
lazione del prof. G. Errerà « Sulla necessità di provvedere senza 
ulteriore indagio allo spoglio dei nomi locali raccolti nel censi- 
mento del 1901 ». 

Le due relazioni del prof. A. Michieli, « L'importanza degli 
studi poleografici » e « La sfera d' influenza dei porti e le carte 
destinate a rappresentarla», furono lette, in mancanza dell'au- 
tore, dal prof. Grinò. 

L'avv. G. Bonacci si occupò de « L'emigrazione della nostra 
borghesia nel Nord-America », ritenendo benefica tale emigrazione. 

« Per le statistiche commei-ciali e regionali » parlò il prof. F. 
Somma, che svolse un ordine del giorno con particolare riguardo 
alla Sicilia. 

« Di alcuni rapporti fra 1' etnografia italiana e la geografia » 
trattò il dott. Lamberto Loria, che , dopo aver esposto i criteri 
ai quali s' informa il Museo di etnografia italiana di Firenze , . 
ricordò e lodò 1' opera del prof. G. Pitrè , fondatore del Museo 
etnografico siciliano. Questo tema fu seguito dall' altro « Della 
Società di etnografia italiana e dei fini cui deve mirare», svolto 
dal dott. F. Baldasseroni. 

Ma r argomento più importante per la Sicilia , e special- 
mente per Palermo , fu trattato , in questa sezione , dal profes- 
sore A. Borzì , che parlò del «Giardino coloniale di Palermo e 
della sua funzione in rapporto allo sviluppo dell'agricoltura co- 
loniale». La discussione terminò con un ordine del giorno nel 
quale si fanno voti al Governo « perchè l'opera del Giardino co- 



908 CRONACA E NOTIZIE 



loniale di Palermo sia vieppiù intensificata e direttamente rivolta 
a vantaggio dell'agricoltore emigrante ed al bene economico delle 
colonie italiane ». 

Le adunanze della terza sezione (didattica) , che si tenevano 
nella sala terrena della Società di Storia Patria, fuiono presedute 
successivamente dai professori Petraglione , Ricchieri , Malgeri 
e Sensini. 

Il prof. Malgeri trattò il tema * Sui danni arrecati dall'ultima 
legge sullo stato economico degl'insegnanti medi e sulla prepa- 
razione degli insegnanti di geografia ». Neil' ordine del giorno 
allora approvato la sezione « fa voto che negl'istituti tecnici, nei 
quali siano più posti di ruolo per l'insegnamento della storia e 
della geografia, e nelle altre scuole di secondo grado, dove l'oi*- 
(lina ria duplicazione delle classi rende possibile la separazione 
dei due insegnamenti, i concorsi siano banditi separatamente per 
le singole discipline e che i giudici pei concorsi di geografìa 
siano in maggioranza scelti tra i cultori e i docenti di geografia » . 

Il prof. G. Gambino parlò « Di un ordine del giorno votato 
da due congressi geografici e che, dopo 19 anni, aspetta ancora 
il suo adempimento». Riguarda l'insegnamento del luogo natio 
(imposto dai programmi 29 novembre 1894) per mezzo di mono- 
grafie speciali, fatte da persone competenti. La sezione votò un 
ordine del giorno nel quale si augura che la Società Geografica 
Italiana bandisca un concorso per un manualetto metodico e 
pratico, secondo il quale si possano compilare le monografie a- 
datte a quell'insegnamento. 

Sul tema •« La geografia nelle scuole medie secondo la proposta 
di riforma della Commissione reale », trattato dal capitano Gian- 
nitrapani, sorse una importante discussione, nella quale si rico- 
nobbe che la Commissione non aveva migliorato l'insegnamento 
della geografia e si affermò la necessità dell'intervento di un 
cultore di questa disciplina in ogni riforma dei programmi delle 
scuole medie. 

Dopo la relazione del prof. P. Revelli sulle «Escursioni geogra- 
fiche degli allievi del R. Istituto tecnico di Milano» parve op- 
portuno alla sezione richiamarsi alle proposte dei precedenti con- 
gressi e fu quindi affermata l'utilità delle escursioni geografiche 
come parte integrale dell'insegnamento scolastico. 



CRONACA E NOTIZIE 209 



La signorina prof. C. N, Zappulla nella sua relazione « Sulla 
Scuola di geografia di Oxford » propose che anche in Italia fos- 
se istituita una scuola di quel tipo. E , poiché un tentativo di 
questo genere era stato fatto a Firenze dai professori Marinelli e 
Mori, la sezione, pur plaudendo a tale iniziativa, deliberò di affidare 
alla presidenza la nomina di una commissione che studiasse la 
proposta della prof. Zappulla e ne riferisse al prossimo Congresso. 

Nella discussione del tema « Sulle carte geografiche da sug- 
gerirsi per le scuole elementari », trattato dal prof. Bertolini, si 
lamentò la dificienza di buone e semplici carte murali nelle scuole 
elementari. Secondo il giudizio della sezione, un concorso, pro- 
mosso dal ministro della P. I. e dalla Società Geografica Italiana 
varrebbe ad incoraggiare l'industria di tali carte. 

Dopo la relazione del prof. A. Ghisleri sul tema « Congressi 
geografici nazionali e Congressi geografici intemazionali » si ri- 
tenne necessario un lavoro di coordinamento, che venne affidato 
al Gomitato permanente dei congressi italiani. 

Il prof. G. B. Siragusa, svolgendo il tema sul « Riordinamento 
degli studi universitari», dimostrò l'insufficienza degli ordina- 
menti attuali, specialmente per la Facoltà di lettere, e chiese per 
gli studi superiori una distinzione netta tra lo scopo scientifico 
e quello professionale. Per questo si mostrò fautore degli esami 
di Stato. E per quanto riguarda la geografia disse che qualche 
rimedio si può trovare, senza uscire dai regolamenti attuali, con 
la riunione di scienze affini. Nell'ordine del giorno votato si chiede 
che, in attesa di più profonda riforma dell'insegnamento univer- 
sitario, si permetta a coloro che intendono avviarsi all'insegna- 
mento della geografia la frequenza dei corsi di materie per loro 
veramente necessarie. 

La quarta sezione {Storia della geografia e della cartografia. 
Geografia storica. Toponomastica) tenne le riunioni nella sala della 
Biblioteca Lodi. Le adunanze furono presedute dai professori G. 
Errerà, S. Romano, G. Vacca, G. Ricchieri ed E. Malgeri. 

Fra gli argomenti in essa dibattuti pochi avevano carattere ge- 
nerale, i più riguardavano l'Italia meridionale e la Sicilia. 

Il prof. C. Schiaparelli , che presentò al Congresso la sua 
traduzione dell' opera di Ibn Gubayr , comunicò alcune impor- 
tanti notizie intorno ad « Un' opera araba geografica di Edrtst 

Arch. Star. Sic. N. S. Anno XXXV. U 



210 CRONACA E NOTIZIE 



sconosciuta ». Il codice si conserva a Costantinopoli nella moschea 
dì Hakim Oglu Ali Pascià. L'opera, che ha molti punti di con- 
tatto col Libro di Re Ruggero^ sarà di grande utilità quando si 
farà in Italia 1' edizione critica del lavoro che tanto contribuì 
alla fama del primo re normanno di Sicilia. 

È invece anonimo un breve Itinerario che si trova in un co- 
dice miscellaneo del secolo XV della Biblioteca Nazionale di 
Firenze, del quale diede notizia il prof. G. B. Siragusa. Fu tro- 
vato dal prof. N. Jorga dell'Università di Bucarest, ma il testo 
riveduto sul codice dal prof. Siragusa, fu riconosciuto assai im- 
portante dei professori Nallino e Guidi , poiché i pochi saggi 
di amarico, che esso contiene, sono il più antico documento di 
quella lingua, che oggi è la lingua ufficiale dell' Abissinia. 

Interessanti riuscirono le comunicazioni del prof. G. Uzielli 
« La Scoperta del Nuovo Mondo» e «Le misure itinerarie medioe- 
vali terrestri e marittime». 

Il dott. G. Vacca, assai conosciuto come sinologo, trattò « Di 
alcune considerazioni sui metodi atti a favorire in Italia gli stu 
di dell'Estremo Oriente », e, in assenza del prof. E. Ricci, ne rias- 
sunse le due comunicazioni su « Gl'itinerari del P. Matteo Ricci » 
e « La indentifìcazione del Catai colla Cina». Un primo* saggio 
della pubblicazione dei Commentari del P. Matteo Ricci, sugli 
originali scoperti recentemente a Roma , fu presentato al Con- 
gresso con una lettera del Presidente del Comitato per le ono- 
ranze al grande missionario di Macerata. 

Il prof. R. Almagià riferì « Sui criteri e sui mezzi più ac- 
conci per addivenire ad una sollecita compilazione del Glossario 
dei nomi territoriali italiani ». Discusso il tema, fu nominata una 
commissione, afBnchè studiasse il piano del lavoro proposto dal- 
l'Almagià e ne riferisse al prossimo Congresso. 

Più ristretto era il campo del tema svolto dal prof. C. Ma- 
ranelli « Per la storia della distribuzione geografica della popo- 
lazione nel mezzogiorno d'Italia », il quale sollevò una viva di- 
scussione. Nell'ordine del giorno approvato si « fa voto che, in 
attesa di una legge generale sugli Archivi pubblici e privati, si 
addivenga alla regificazione degli Archivi provinciali di Stato nel 
mezzogiorno d'Italia ». 

Due comunicazioni limitate alla toponomastica del Mezzogior- 
no continentale fecero il prof. E. Malgeri e il prof. V. Epifanio. 



CRONACA E NOTIZIE 211 



Il primo parlò « Intorno all'elemento greco nella toponomastica 
calabrese», distinguendo l'elemento greco antico da quello di o- 
rigine bizantina ; il secondo mostrò le ragioni storiche e geogra- 
grafiche per le quali Basento, nome genuino del fiume, nel cui letto, 
secondo la tradizione, fu sepolto il re Alarico, divenne 5t*sen<o. 

Ecco ora gli argomenti che si riferivano alla regione siciliana. 

Alcune « Raccomandazioni e proposte per la raccolta del ma- 
teriale toponomastico in Sicilia » fece il prof. F. S. Giardina, che 
in altra seduta della sezione presentò due allievi dell'Università 
di Catania, B. Calvi e F. Ciancio, studiosi di questioni geogra- 
fiche. Lo stesso prof. Giardina svolse una comunicazione intorno 
a «Questioni di toponomastica siciliana». 

Interessò molto l'uditorio la memoria del prof. P. Revelli 
sulle « Carte corografiche e topografiche della regione siciliana », 
che egli trovò in manoscritti conservati nella Biblioteca Reale 
e nell'Archivio di Stato di Torino e nell'Ambrosiana di Milano. 
L'importanza di esse fu pure riconosciuta da quanti ascoltarono 
il prof. Revelli. Il quale presentò al Congresso (insieme con un 
« Saggio di terminologia geografica delle Alpi Cozie nel 1479 ») 
anche alcune relazioni inedite sulle eruzioni etnee del 1537 del 
1610, che furono molto apprezzate. 

« Descrizione e carta di Sicilia nei Rudimenta cosmographica 
Honteri Coronensis (1542) » era il titolo di una comunicazione 
che fece il prof. Crino , dopo aver parlato di « Una pianta pa- 
noramica di Ancona del sec. XVI». 

Una comunicazione del prof. V. Spedale sopra « Un geografo 
palermitano della seconda metà del secolo XVII (Francesco Am- 
brogio Maja) fu letta, in assenza dell' autore , da Giuseppe Di 
Vita. x\d attenuare l' importanza data a questo geografo dallo 
Spedale intervenne il prof. Revelli , che si era occupato dell' o- 
pera del Maja nel suo nuovo « Catalogo dei manoscritti di carat- 
tere o d' interesse geografico della Bibl. Comunale di Palermo », 
pubblicato dalla «Società Ramusiana di Venezia». 

E terminiamo questa rassegna col ricordare una comunicazio- 
ne del prof. (i. Cosentino « Sopra un ruolo del 1434 e due altri 
ruoli del 1442 e 1443, relativi ai fuochi dell'isola ». Si conserva- 
no air Archivio di Stato di Palermo e sono importanti perchè 
colmano una lacuna tra il 1408, anno nel quale si fece il ruolo 
di re Martino, e i primi censimenti del secolo XVI. 



212 CBONAOA E NOTIZIE 



» « 



I lavori del Congresso furono temporaneamente interrotti da 
due commemorazioni. 

Nel pomeriggio del 2 maggio, mentre i congressisti si racco- 
glievano nelle sale per le solite adunanze, si sparse la triste no- 
tizia che l'astronomo Temistocle Zona , professore di Geografìa 
fisica nella R. Università , era morto in seguito ad una lunga 
malattia, che non gli aveva permesso di prendere attiva parte 
ai lavori della Giunta esecutiva del Congresso, della quale face- 
va parte. Il prof. E. Millosevich ricordò i meriti scientifici dell'il- 
lustre estinto ai congressisti riuniti all'Aula Magna; il prof. A. 
Ghisleri salutò il socio del Libero Pensiero e il prof. S. Romano 
gli diede l'estremo addio a nome della Società di Storia Patria 
e della cittadinanza palermitana. 

II 3 maggio ricorreva il 10° anniversario della morte di Gio- 
vanni Marinelli. Il grande maestro fu degnamente commemorato 
nel pomeriggio di quel giorno, davanti ad un pubblico elettis- 
simo, dal Presidente del Congresso prof. C. Bertacchi, il quale ne 
tratteggiò la nobile figura di uomo, di educatore e di scienziato. 



Nel salone L. Di Maggio, illuminato a luce elettrica, si ten- 
nero, in adunanza generale, alcune riuscitissime conferenze, alle 
quali assistettero non solo quasi tutti i congressisti, ma anche 
molti invitati della città. 

Il comandante comm. M. Giavotto parlò « Del Benadir * la 
sera del 2 maggio, facendo conoscere le condizioni favorevoli di 
quella regione ad uno sfruttamento agricolo-industriale. La con- 
ferenza fu illustrata da numerose proiezioni luminose. 

La sera successiva l' ing. E. Vismara trattò de «Gl'impianti 
idroelettrici nella Sicilia orientale » e mise in rilievo il vantag- 
gio che da essi ricaveranno le industrie e l'agricoltura dell'isola. 
Anche questa conferenza fu illustrata da proiezioni. 

Nel pomeriggio del giorno 4 il prof. C. Cattapani lesse la sua 
conferenza «Gli emigranti italiani fra gli Anglo-Sassoni >^, argo- 
mento che interessa specialmente l' isola per il grande numero 
di emigranti che ogni anno va a stabilirsi nell'America del Nord. 



OBONAGA E NOTIZIA 213 



La sera il prof, G. Platania parlò de « Le eruzioni dell'Etna », 
fermandosi sulle più recenti e in particolare sull'ultima. Le belle 
proiezioni furono molte ammirate. 

Il giorno 6 il prof. A. Piutti intrattenne l'uditorio sopra un 
argomento altamente scientifico « L' elio nell' atmosfera » , illu- 
strandolo con esperimenti e con numerose proiezioni. 

Nell'adunanza generale di chiusura il Presidente prof. C. Ber- 
tacchi, riepilocando i lavori compiuti dalle sezioni, ne sottopo- 
se all'assemblea i voti , che furono tutti approvati. Ringraziò 
quindi i relatori dei temi, i conferenzieri e quanti altri , enti o 
privati , con 1' opera loro avevano contribuito alla riuscita del 
Congresso, facendo particolare menzione, tra quelli che avevano 
costantemente e disinteressatemente lavorato pel Congresso, del 
comm. Napoleone La Farina, cassiere-economo del Comitato. Un 
ringraziamento speciale rivolse poi alla Società di Storia Patria, 
che aveva signorilmente ospitati i congressisti. Gli rispose, rin- 
graziando a nome della Società, il prof. S. Romano. E infine fu 
scelta la città di Bari come sede dell'VllI Congresso Geografico 
Italiano. 

• 
« • 

Delle pubblicazioni donate ai congressisti alcune furono fatte 
a spese del Comitato esecutivo, altre offerte da Istituti e da privati. 

Il Comitao offrì una Guida pel Congressista (Palermo, 1910), 
con notizie ed indicazioni utili, ed un opuscolo di G. Di Vita, // 
palazzo dei Chiaramonte e le Carceri della Inquisizione di Pa- 
lermo. I graffiti geografici d'un prigioniero ai tempi di Giuseppe 
D' Alesi. Notizie storiche raccolte ed illustrate in occasione del 
Congresso. Distribuirà poi insieme con gli Atti., a coloro che ne 
avran fatto richiesta, un' importante monografia « Palermo e la 
Conca d' oro », opera illustrata da carte e numerose zincotlpie , 
diretta dal prof. G. M. Columba con la collaborazione di altri 
studiosi. 

Furono anche offerti i seguenti lavori : 

Dall' Istituto Geografico Militare di Firenze una Carta ipso- 
metrica della Sicilia (scala 1.500.000) e una carta de La Conca 
d'oro (1:60,000) ; dall'Istituto Idrografico della R. Marina di Ge- 
nova, Il piano del Porto e della Città di Palermo (scala 1:5,000); 



214 OEONACA E NOTI35IB 



dall' Istituto Geografico De Agostini di Novara la prima puntata 
di un Atlante di Geografia Commerciale del prof. G. Assereto , 
un Piccolo Atlante Geografico Universale di G. De Agostini e A. 
Machetto, una Carta dimostrativa della Tripolitania di A. Dar- 
dano (scala 1:5,000.000) e una Collezione di 18 cartoline geogra- 
fiche della Sicilia; dal Touring Club Italiano i sette fogli, che 
compongono la Sicilia ^chiusi in elegante fodera) della Carta d'I- 
talia alla scala di 1:250,000; dal prof. G. Gambino un volumetto 
di Metodologia geografica (Palermo, 1910) ; dal prof. S. Romano 
una memoria, opportunamente ristampata per l'occasione, Il vero 
nome del colle impropriamente detto il Pianto dei Romani. 

I professori A. Ghisleri e P. Sensini offrirono vari numeri 
delle Riviste geografiche da loro dirette. 

Notiamo però che gli esemplari di alcune delle pubblicazioni 
sopra ricordate non erano in numero adeguato a quello degli a- 
derenti. 

Inoltre furono messi in vendita a prezzo ridotto per i con- 
gressisti un importante lavoro — stampato per l'occasione — del 
professore P. Re velli. Saggio di bibliografìa geografica siciliana : 
La contea di Modica, e un catalogo delle carte antiche della Si- 
cilia, intitolato : Primo Saggio di Cartografia della Regione Si- 
ciliana, del prof. A. Enrile. 

* 
« * 

Diamo anche un breve cenno delle due gite, che formavano 
la principale attrattiva del programma del Congresso. 

II 5 maggio, nelle prime ore del mattino, i congressisti furo- 
no condotti in treno speciale a Selinunte. Fu fatto colla ferrovia 
anche l'ultimo tratto di strada oltre Castelvetrano, sebbene la 
linea non fosse ancora aperta al pubblico. 

Il tempo ristretto non permise ai gitanti di fermarsi quanto 
occorreva per visitare le immense rovine, dove fu anche distri- 
buita la refezione offerta dal Comitato. 

Il prof. A. Salinas, che il giorno precedente aveva intratte- 
nuto i congressisti intorno agli avanzi dell'antica Selinunte nel 
Museo Nazionale, illustrò a quelli che poterono seguirlo le rovine 
della città e dei tempii famosi. 

Riuscì più interessante, anche perchè favorita da un tempo 



CRONACA E NOTIZIE !215 



migliore, la gita a Tunisi, alla quale presero parte 219 congres- 
sisti, che partirono da Palermo sul Solunto la sera del 6 mag- 
gio, appena terminati i lavori del Congresso. 

Le accoglienze veramente entusiastiche della Colonia Italiana 
e del suo console, comm. Bottesini , il ricevimento nella sede 
della Società geografica francese, le visite al Bardo, al Belvede- 
re, ai S-Aq degli Arabi, a Cartagine ed agli altri luoghi notevoli 
lasciarono nell'animo dei congressisti un ricordo imperituro e 
un vivo desiderio di rivedere una città cosi singolare. 

E invero gli avanzi dell'epoca romana non lontani dagli edifizi 
moderni, le vie buie e strette dei quartieri arabi che sboccano in 
quelle ampie e belle dei nuovi, i campanili delle chiese dei Cri- 
stiani presso ai minareti e alle moschee dei Musulmani, gli abiti 
foggiati all'ultima moda francese, che si confondono nelle strade, 
nei caffè e nei teatri con i vecchi costumi degli Arabi e degli 
Ebrei, i nuovi mezzi di locomozione celeri e comodi che si avvi- 
cendano con quelli primitivi, resi ancora utili dal clima, dal de- 
serto vicino, dallo spirito di conservazione e dal moto accidioso 
dell'Arabo, tutto questo miscuglio di antico e di moderno, della 
civiltà nostra e di quella dell'Oriente non può non destare la 
meraviglia del visitatore. Il quale, se è un Italiano della penisola 
o, meglio, della Sicilia, può conservare l'illusione di essere an- 
cora nel proprio paese, sì grande è il numero degli abitanti che 
vi parlano la lingua d'Italia e il dialetto dell'Isola nostra. 



Vincenzo Epifanio 



Un' Esposizione Orticola Commerciale in Palermo. 

Nei giorni dal 22 al 31 Maggio di qaest'anno, in occasione delle feste 
cinquantenarie della Rivoluzione Siciliana del 1860 , ad iniziativa della 
Società Orticola di M, S. nel R. Orto Botanico di Palermo e sotto l'alto 
patronato di S. M. il Re , ebbe luogo un' Esposizione Orticola, la quale 
riuscì superiore ad ogni aspettazione così per il numero degli espositori, 
come per la qualità e la scelta delle piante. 

Ad essa presero parte tutti coloro che in Palermo si occupano di 
Orticultura e Floricultura, i giardini pubblici (Villa Giulia e Giardino In- 
glese), le grandi ville signorili del Trabia e del Mazzarino, le ville Sofia, 
Malfitano e Sperlinga dei fratelli Whitaker e quelle di altri signori. 



216 OBONACA E Noriziì: 



Numerosi concorsero anche gli orticultori professionisti e dilettanti , 
e tutti gareggiarono con tale emulazione da potersi veramente affermare 
che nulla di mediocre si osse va va in quella iHostra, avendo ogni pianta, 
anche la più modesta, la sua speciale importanza e servendo a provare 
i grandi progressi fatti in questi ultimi anni in Palermo dalla Orticultu- 
ra, specialmente doirornamentale. 

Questa esposizione fu inagurata il giorno 22 Maggio con l'intervento 
dell'Ou. Prefetto della Provincia, Conte di Rovasenda, e delle principali 
Autorità Civili e Militari. Essa venne visitata non solamente da molti 
tecnici, ma eziandio da un eletto e gentile stuolo di cittadini. 

Degne di attenzione furono in principal modo le ricche e belle collezio- 
ni di Palme, di Kentie, di Cicadee , di Conos Weldeliana , di Felci, di 
Selaginelle, di Conifere, di orchidee, di Begonie, di Amaryllis, di Garofani 
e di Rose ; ed altresì i grupj)i variati di Antepi a fogliame ornamentale 
e le collezioni di fiori recisi, di garofani e di rose. 

Anche ottimi risultati diedero i concorsi d'imballaggio di piante vive 
e di foglie decorative per l'esportazione e i concorsi della industria dei 
cestini e dei panieri di vimini per fiori. 

Ricca e bene ordinata fu l'esposizione di ortaggi di ogni genere fatta 
dal Correnti. Essa venne a dimostrare ancora una volta come nel nostro 
paese con le opportune colture si possano produrre ortaggi di qualità 
eccellenti, e che la scarsezza di varietà che si lamenta nel nostro mercato 
dipende non dal clima e dal suolo che (sono privilegiati , ed ambiti da 
altre regioni della stessa Italia) ma piuttosto dalla mancanza d'iniziativa 
dei coltivatori. 

In appositi padiglioni si osservano due interessanti collezioni di pro- 
dotti agricoli dell'Algeria e della Tunisia. 

Il ricco elenco dei premiati mostra sino all'evidenza l'ottimo risultato 
della mostra. 

A coronare degnamente la gentile festa floreale, il giorno 27 dello stesso 
mese i nostri Augusti Sovrani vollero intervenire nel R. Orto Botanico. 
In quel giorno ebbe luogo una bella e ricca esposizione di fiori freschi 
recisi ; la quale venne luminosamente a provare i grandi progressi fatti 
in questi ultimi tempi da questa geniale industria. 

C. C. M. 



Una pregevolissima pubblicazione di scritti relativi alle discipline col- 
tivate da Michele Amari. 

Alcuni anni or sono fu qui a Palermo costituito un Comitato, che si 
assunse il compito di commemorare il primo centenario della nascita di 
Michele Amari, avvenuta, come è noto, il dì 7 luglio 1806. 



CRONACA E NOTIZIE 217 



Il detto Comitato credette opportuuo (e fu savio consiglio) che in que- 
sta occasione si pubblicassero uno o più volumi , contenenti scritti ori- 
ginali di dotti italiani e stranieri e testi inediti relativi alle discipline 
coltivate dall'Amari ; e cioè: « Storia, arte, geografia della Sicilia nell'età 
di mezzo ; Diritto medievale e studi bizantini in rapporto alla Sicilia , 
alla Sardegna ed a tutta l'Italia meridionale ; Relazioni degli Stati Italiani 
col Levante e con 1' Africa del Nord ; Studi arabi e musulmani : Studi 
giudaici in rapporto alla Sicilia e all'Italia meridionale nel Medio Evo». 

Della esecuzione di questo programma scientifico il Comitato incaricò 
i Professori della nosti-a Regia Università, Enrico Besta, G. M. Columba, 
Carlo A. Nallino , Antonino Salinas , G. B. Siragusa , Carlo 0. Zuretti. 
All' appello rivolto da questi egregi Professori a molti dotti italiani e 
stranieri perchè collaborassero all'opera suddetta , non pochi risposero 
favorevolmente ; ed è con molto piacere che due grossi volumi , e<liti 
nello Stabilimento tipografico Virzì abbiamo ora ricevuto. 

Il primo di questi volumi contiene i seguenti lavori : 

Michele Amari, 6. B. S. Siragusa. — Le opere a stampa di Michele 
Amari , Gr. Salvo - Cozzo. — 1. Bibliographie primitive du Coran par Mi- 
chele Amari. Extrait tire de son niémoire inédit sur la chronologie et 
l'ancienne bibliographie du Coran , fl. Derenbourg. — 2. Per la seconda 
edizione della Storia dei Musulmani di Sicilia, O. Tommasini. — 3. Il di- 
ritto di prelazione nei documenti bizantini dell' Italia meridionale , F. 
BrandUeone. — 4, Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie. 
Documenti e ricerche, C. A. Garufi. — 5. Uber Rassenfarben in der ara- 
bischen Literatur, K. Vollers. — 6. Della fede storica che merita la Chro- 
nica Trium Tabernarum, E. Besta. —7. Konig Manfred, O. Cartellieri.— 
8. Cenni sulle relazioni tra l'Abissinia e l'Europa cristiana nei secoli xiv 
e XV, con un itinerario inedito del secolo xv, JV. Jorya — 9. La filiation 
de Moharamed, M. J. de Goeje— IO. I defetari Normanni, L. Genuardi. 
— 11. ITAAOEAAHNIKA, a) I. La espugnazione di Siracusa nell' 880. 
Testo greco della lettera del monaco Teodosio, II. Contrasto fra Taranto e 
Otranto, III. Un'iscrizione greca di Bronte, C. O. Zuretti. b) Nota del 
prof. -S. Panareo. — 12. La zecca di Palermo nel sec. xv e la monetazio- 
ne dei « De nari i parvnli» o «pichuli», Q. Cosentino. — 13. Index librorum 
Abu'l-'Alae Ma'arrensis, D. S. Margolionth. — 14. Appunti sulle iscrizioni 
giudaiche del Napolitano pubblicate dall'Ascoli, H. P. Chajes — 15. Ad- 
ditious à la « Biblioteca Arabo-Sicula » tirées des recueils biographiques 
d'Aboù l'Arab et d'El Khochany ; suvies d'une notice sur un manuscrit 
des « Madàrik » du qàdì 'lyàd, Mohammed Ben Cheneb. — 16. Notice sur 
un rituel niusulmau en langue espagnole, en caractères arabes et latins, 
K. V. Zetterstétn.— M. Ibn Sa*ìd's Beschreibnng von Sicilien, B. Moritz.— 
18. Venezia e Sfax nel secolo xviii secondo il cronista arabo Maqdish , 
0. A. Nallino. — 19. Verbessernngen zu Broch's Ausgabe von az-Zamah- 



218 CBOl?ACA E NOtlitB 



sari'» Unmùdag, A. Fischer — 20. Nuovi testi arabo-siculi, I. Estratti dal 
«Tartìb al-Madàrik » del qàdi *Iyàd, II. Il « KitAb al-Mu'lim » dell'Imam 
alMàzari e il suo rimaneggiamento per opera del <iàdì 'lyàd, III. I due 
episodi siciliani dello pseudo ai-Wàqidì in una redazione anonima, IV. 
Estratti dalla geografia di az Zuhrì od anonimo di Alnieria , V. Descri- 
zione dell'Etna nell'anonimo «ad-durr al-mandùd », VI. Sicilia, Sardegna, 
Genova e Roma in un anonimo compendio geografico, VII. Intorno al 
« Kitàb al-Af al » o libro dei verbi del siciliano abù '1-Qàsim 'AH b. 
Ga'far Ibn al Qattà, Vili. La preparazione degli inchiostri hibr e midàd 
<li differenti colori esposta da un anonimo siciliano, E. Qrifini. 

Contiene inoltre questo Volume le seguenti sei Tavole : 

1. Ritratto di Michele Amari. — 2. Facsimile della 1. pagina del ms. 
della bibliografia del Corano di M. Amari. — 3. Firma autografa e sug- 
gello del Conte Enrico di Paterno. — 4. Denarii parvuli della Zecca di Pa- 
lermo. — 5. Facsimile dell' autografo di Ibn Sa'ìd. — 6. Albero dei tra- 
smettitori delle tradizioni di Muslim ai Musulmani di Cordova e di Mur- 
cia. —7. Facsimili del Lessico di Ibn al-Qattà', Cod. di Milano. 

Il secondo Volume contiene : 

1. Sicilien nach dem tiirkischen Geographen Piri Reis, E. Sachau — 
2. Un nuovo testo degli « Annales Pisani antiquissirai » e le prime lotte 
di Pisa contro gli Arabi, F. Novali. ~ 3. The naval policy of the Roman 
Empire in relation to the Western provinces from the 7th to the 9th 
century, J. B. Burtf.—4:. Nouveaux textes historiques relatifs. à l'Afrique 
du Nord et à la Sicile, I. Traduction de la biographie continue dans le 
Makaffa de « Makrizì , II. Additions à la Biblioteca Arabo-Sicula, E. Fa- 
ynan.—ó. Mochéhid, conquistador de Cerdena, P. Coderà. — 6. Gli « Appen 
nini Siculi » dell'Amari e l'onomastica del rilievo siciliano, P. Eevelli. — 
7. Le «Ghàschiya» comrae embléme de la royauté, C. E. Becker.— S. Ibn 
Shaddàds Darstellung der Geschichte Baalbeks ini Mittel - alter , M. So- 
bernheim. — 9. Ueber Musikautomaten bei den Arabern, E. Wiedemann.-- 
10. Elegie de Moise Rimos martyr juif à Palerme au XVI siede, I. Quel- 
ques mots de l'éditeur , II. Texte hébraique annoté , III. Traduction , 
Nahìim Slousch. — 11. Analecta Arabo-italica: I. Un mistico arabo- siculo 
di Girgenti, Abù 'Otmàn Said ibn Sallàm, II. La Corsica in Jàqùt, III. 
Langobardia e Calabria in Jàqùt, IV. Malta e Galita in Jàqùt, V. Ràba 
di Jàqùt =zRàja, VI. Rametta. non Rometta , arabo Rauta non Rimta , 
VII. Un ammiraglio Granadino, oriundo di Randazzo, all'assedio di Al- 
raerìa del 707 eg. 1309-10 Cr., Vili. Emendazioni all' «Italia descritta 
nel libro del Re Ruggiero compilato da Edrisi »., F. Seybold. — 12. Un 
Faqih siciliano contradictor de Al-Gazzàii, (Abù 'Abd Allah de Màzara) 
M. A sin Palacios. — 13. The new poem attributed to Al Samau'al , //. 
Hirschfeld — 14. La tomba di Sibilla regina di Sicilia, G. E. Siraguaa. — 
15. *At"if-eddìn Soléimàn de Tleracen er son fils l'Adolescent Spirituel, 



O&OKACA E fiOtltlìi ild 



C. Ruart. — 16. Il nome dell' Azione nel libello procedurale del diritto 
Greco-romano, B. Brugi. — M. La Novella Giustinianea «De Praetore 
Siciliae » — N. Tamassia. — 18. Il trattato Turco-veneto del 1540, L. Bo- 
nelli. — 19. Un manoscritto arabo non identificato della Bodleiana di 
Oxford ; Il Ghurar al-Siyar, L. Caetani di Teano. — 20. Tratado de paz 
ó tregaa entre Fernando I el bastardo Rey de Nàpoles, y Abnamer Ot- 
mÀn, rey de Tùnez , J. Ribera. — 21. Sul testo dell' « Ilmàra » d'al-Ma- 
qrìzi, /. Guidi. — 22. Per la topografia antica di Palermo, G. M. Columba 
— 23. Contribution h 1' histoire de l'Afrique du Nord et de la Sicile. I. 
a) Extrait du « A'mal al-a'làm » d'Ibn al-Hatìb , 6) Nota di E. Griffini 
intorno alla tomba di Sulaymàn ibn 'Imràn. II. Echos de la Sicile Mu- 
sulmane en Tunisie, H. H. Abdul Wahab. — 24. Trafori e vetrate nelle 
finestre delle chiese medioevali in Sicilia, A. Salinas. 

Vi sono inoltre queste tavole : 

1. Carta turca della Sicilia, dal ms. Dresdense della Bahriyyeh di 
Pìr-i-Re'ìs. — 2. Monete di Mugàhid , re di Denia e delle Baleari e di 
suo figlio Hasan. — 3. Tomba che si credette della Regina Sibilla. — 4. I. 
Parte dei Preliminari del trattato di pace del 1540 fra la Turchia e Ve- 
nezia. II. Autografo di Hayr ad-din Barbarossa. III. Lettera di Sulaymàn 
I ai qàdt di Siria perchè i negozianti veneti non siano più vessati da 
imposte arbitrarie ed ingiuste. — 5. I. Trattato di pace tra Ferdinando 
I re di Napoli ed Abù 'Amr 'Utmàn sultano di Tunisi. II. Facsimile di 
due note contenute nel margine destro e nel verso della pergamena con- 
tenente il trattato anzidetto. — 6. Piantii di Palermo dall' età romana 
arabo-normanna. — 7. I. Iscrizione funeraria di Sulaymàn ibn 'Imràn ; 
II. Tomba dell'imam al-Màzari ad al-Munastìr. — 8. I.-II. Frammenti di 
gesso della Martorana con iscrizioni arabe III -IV. Frammenti di gesso 
con vetri a colori, dalla Chiesa di S. Francesco a Messina; V. Qamariy- 
yeh del Cairo; VI. Vetri della Chiesa del Palazzo Chiaramonte, 

Non si poteva in miglior modo che pubblicando questi pregevoli 
lavori (dei quali nel prossimo fascicolo farà una lunga recensione il prof. 
V. Epifanio) onorare la memoria da M. Amari nel centenario della sua na- 
scita; e però gli egregi Professori della nostra Università che con tanta solle- 
citudine hanno collaborato a quest'opera, scientifica e ad un tempo patriot- 
tica, meritano il nostro plauso e la nostra gratitudine. 

S. R. 



La pubblicazione deirultimo volume dell'opera dei Bollandisti. 

L'opera dei Bollandisti , intitolata Acta Sanctorum, è stata ora com- 
piuta con la pubblicazione dell'ultimo volume. 

Iniziata quest'opera Tanno 1643 dal Padre Giovanni Bolland, e perciò 
detta dei Bollandisti , costa di 62 volumi in foglio , ed ha lo scopo di 



i220 OBONAOA E NOTIJilBi 



narrare la vita e di magnificare le opere dei Santi, che si venerano dai 
oattolici in ciascun giorno dell'anno. 

Alla compilazione di quest'ultimo volume ben sedici anni di costante 
lavoro hanno impiegato cinque Padri BoUandisti. 

I cultori di storia siciliana, leggendo negli Acta Sanctorum la vita di 
(|ualche Santo siciliano , vi troveranno degli errori storici , come , per 
addurre un esempio, ve li lianno trovato nella vita 8. Alberti de Abba- 
iibuH, ordini» Carmelitarum. Questo Santo, dicono i BoUandisti essere nato 
nel tempo che regnava in Sicilia Pietro d'Aragona, ed essere morto nel 
1282 ; mentre da un atto notarile risulta che nel 1280, quando era ancora 
Re di Sicilia Carlo d'Angiò, era già adulto, ed era frate carmelitano. Inol- 
tre nelle Cronache Siciliane leggiamo che nel 1301 (nel quale anno Ro- 
berto d'Angiò assediò Messina) egli che era in detta città, diede esempio 
e prove di patriottismo incorando i cittadini alla resistenza , e dicendo 
ad essi di fidare negli aiuti divini. Impertanto allorché Ruggiero de Fior, 
eludendo la vigilanza dei nemici , riuscì a far entrare nel porto dodici 
galee cariche di grano, si attribuì ciò a miracolo operato da Dio per le 
preghiere di Frate Alberto degli Abbati. 

Probabilmente anche gli storici di altre regioni d' Italia e di altri 
Paesi troveranno negli Acta Sanctorvm errori relativi alla i>ropria sto- 
ria. Né ciò deve recare meraviglia, considerando che le notizie sulle vite 
dei Santi sono state spesso dei BoUandisti attinte in cronache, libri ed 
opuscoli scritti senza intenti storici, e solo a fin di destare o tener viva 
nei fedeli la divozione pel Santo concittadino o appartenente al proprio 
Ordine religioso. 

Però malgrado gli errori storici che sono stati notati negli Ada 
Sanctorum, non puossi negare che i BoUandisti con il loro lungo e pa^ 
ziente lavoro abbiano apportato un notevole contributo alla storia delle 
religioni, che è parte non piccola della storia universale. 



S. R. 



Una nuova pubblicazione sulla Sicilia. 

La rivista francese mensuale Les Arts annunzia la prossima pubbli- 
cazione di un libro intitolato La Sicile, del quale è autore André Maurel. 
Aggiunge che formerà un volume di formato 30X^2, di 280 pagine, e sarà 
diviso in undici capitoli : Messina, Taormina, Catania e VElna, Siracusa, 
Girgenti, Palermo, Monreale, Solunto-Cefalù, Segesta, Selinunte, Trapani 
e Marnala. Sarà il volume ornato di circa 250 incisioni : paesaggi , pa- 
norami di città, monumenti antichi ed edifizi moderni , quadri , statue , 



CRONACA E NOTIZIE 221 



oggetti d'arte, in breve tutto ciò che la Sicilia contiene (e che conteneva 
pria del terremoto calabro-siculo del 1908) di pregevole, e che passando 
sotto gli occhi del lettore, può dargli l'im])res8Ìone più caratteristica del 
paese e degli uomini. 

Riportando dalla detta pregevole rivista francese quest'annunzio, pro- 
mettiamo di fare del detto libro, tosto che verrà in luce, una lunga 
recensione. 



S. R. 



SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 

(Atti di Aceadeniie, Società Scientificiie, di Storia Patria etc. etc. 
inviate alla Società Siciliaoa per la Storia Patria 



A) Italiane. 

Archivio Storico Lombardo. — Giornah della Società storica lom- 
barda. Serie quarta, Volume IX, anuo XXXV, 1908. 

iìfemorie : Un minatore senese alla corte dei Visconti^ Messer Dome- 
nico di Monticchiello — Isabella d'Este e Francesco Gonzaga, Promessi 
Sposi, Alessandro Luzio — Lettere di Carlo Porta a Tommaso Grossi , a 
Luigi Rossari, a Gaetano Cattaneo e ad altri, e di vari amici al Porta , 
Carlo Salvioni — Gli appelli ai giudici imperiali dalle sentenze dei con- 
soli di giustizia di Milano sotto Federico I ed Enrico VI, Girolamo Bi- 
scaro — La Cavalleria nei Promessi Sposi e il duello di Lodovico, Enrico 
Proto — Giuseppe Piermarini a Mantova , Enrico Filippini — Fonti sco- 
nosciute o poco note per la biografia di Alessandro Maazoni , Giuseppe 
Callavresi. 

Varietà : Un matrimonio nel castello dei Lascaris, Beatrice di Tenda, 
Girolamo Bossi — Uno strano abbaglio intorno alle relazioni tra Ghe- 
rardo Sandriani e P. C. Decembrio, Attilio Butti — Chi furono gli scul- 
tori del monumenti^ Torelli in S. Eustogio a Milano ? , Emilio Motta — 
Contributo alla storia artistica della chiesa di S. Maurizio in Milano , 
Francesco Malaguzzi Valeri — Lettere di Carlo Porta a Vincenzo Lan- 
cetti ; con appendice di una lettera a Tommaso Grossi , Carlo Salvioni. 

Bibliografie — Appunti e Notizie. 

Archivio Storico Lombardo. — Giornale della Società storica lom- 
barda. Serie quarta, Volume X, anno XXXV, 19()8. 

Memorie : Isabella d'Este ed il sacco di Poma , Alessandro Luzio — I 
Milites Justitie del Comune di Bergamo, Angelo Mazzi — Giuseppe Pier- 
marini a Pavia, Enrico Filippini — Gli antichi Navigli milanesi, Gerolamo 
Biscaro — Leonardo da Vinci e la Repubblica di Venezia, novembre 1499- 
aprile 1500, Edmondo 8olmi. 



SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PEEIODIOHB 223 

Varietà : Aneddoti Viscontei, Francesco Novali — L'episodio della Pri- 
neide e il poeta milanese Carlo Alfonso Pellizzoui, Carlo Salvioni — In- 
terno ad una donazione di Berengario, Giuseppe Gerola — Un viaggio di 
Bernabò Visconti nella Savoia e nella Svizzera, Dino Muratore — Il Pal- 
Isnzotto ?, Carlo Muller. 

Bibliografia — Appunti e Notizie — Atti della Società Storica Lombarda. 

Archivio Storico Ivombardo. — GiornaU della Società Storica Lom- 
barda. Serie quarta, Volume XI , anno XXXVI , 1909. 

Memorie : La guerra veneto- vi scontea contro i Carraresi nelle relazioni 
di Firenze e di Bologna e col conte di Virtù (1388), Giovanni Collino — 
Note sul dir'tto di interinazione nel Senato Milanese (con documenti ine- 
diti), Alessandro Visconti — La rivoluzione lombarda del 1814 e la poli- 
tica inglese secondo nuovi documenti, Giuseppe Callaoresi — La battaglia 
di Carcano e i privilegi concessi dal Comune di Milano agli abitanti di 
Erba e di Orsenigo nell'agosto del 1 160, Girolamo Biscaro — Fra Giulio 
da Milano, Gaetano Capasso. 

Varietà : Un vescovo cremonese semisconosciuto (Sant' Emanuele) , 
Francesco Novali — Un codice piemontese d' interesse lombardo , Giu- 
seppe Bonelli — A proposito dell' arca dei Martiri Persiani a Cremona , 
Angelo Monteverdi — L'Archivio di Stato in Milano nel 1908, Luigi Fin- 
ni — Ancora dell'uccisione di Galeazzo Maria Sforza, Emilio Motta — Dal 
taccuino di Filippo Ugoni, Giuseppe Callavresi. 

Bibliografici — Appunti e Notizie — Elenco dei Soci della Società Sto- 
rica Lombarda — Opere pervenute alla Biblioteca Sociale dal I e II se- 
mestre 1909. 

Archivio Storìco Lombardo — Giornale della Società Storica Lom- 
barda. Serie (juarta, Volume XXII, Anno XXXVI, 1909. 

Memorie: Nuovi documenti viscontei tratti dall'Archivio di Stato di 
Venezia. Figli e nipoti di Bernabò Visconti , Mario Brunetti — Nuove 
ricerche su Ognibene Scola, Roberto Cessi— Dal 25 luglio 1480 al 16 a- 
prile 148L L'opera di Milano, Felice Fossati — Due inventari del Duomo 
di Milane» del secolo XV, Marco Magistretti — La vigna di Leonardo da 
Vinci fuori di porta Vercellina, Girolamo Biscaro — Della competenza in 
materia civile delegata al capitano di giustizia. Nota di storia del diritto 
giudiziario, Alessandro Visconti — L'anglofobia nella letteratura della Ci- 
salpina e del Regno Italico, Attilio Butti. 

Varietà : Nuovo contributo alla storia del contratto di Matrimonio fra 



224 SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 

Galeazzo Maria Sforza e Susanua Gonzaga, Alessandro Colombo — Schema 
di un tentato accordo tra Alfonso d'Aragona e Francesco Sforza nel 1442, 
Nicola FeroreMi— Tre frottole di maestro Antonio da Ferrara, Ezio Levi- 
li Bettinelli e l'assedio di Mantova del 1796, Giovanni Ferretti. 

Biblioif rafia (I). — Appunti e Notizie — Atti della Società Storica I^oin- 
barda — Opere pervenute alla Biblioteca Sociale nel 111 e IV trimestre 
del 1909. 

Archivio della R. Società Romana di Storia Patria. Roma, voi. XXXI, 
aiiuo 1908. 

Materie contenute in questo volume : L'arte alla corte di Aleswandro VII, 
L. Ozzola — Una lettera inedita di Cola di Rienzo , G. Tomassetti — Be- 
nedettino. Documenti Sublacensi , B. Trifone — La dominazione ponti- 
ficia nel Patrimonio negli ultimi venti anni del periodo avignonese, M. 
A utonelli — Lettere del legato Vitelleschi ai priori di Viterbo dal 1435 
:il 1440, C. Pinzi — l manoscritti di Costantino Corviseri nella biblioteca 
della R. Società Romana di Storia Patria, A. Magnanelli — A proposito 
della raccolta di epigratì medievali di Roma, G. Gatti — Per la datazione 
di una iscrizione romana medievale di S. Sorba, A. Silvaqni — Orcbia 
nel Patrimonio. Appunti di topografia e di storia, L. Rossi e P. Egidi. 

Varietà : La tomba di Prospero Colonna in Civita Lavinia, A. Galietì— 
Iscrizioni romane relative ad artisti o ad opere d'arte, G. De Nieola — 
Statuti di Guadagnolo dati da Torquato Conti il 1 settembre 1547 , 6r. 
Calcioli. 

Bibliografia (2) — Notizie. 



(1) Ricordato il libro: La Mantia G., Il primo documento in carta 
(contessa Adelaide 1109) esistente in Sicilia e rimasto finora sconosciuto. 

(2) Vi è una lunga recensione della Bistory of the Inquisifion ofSpain 
di Henry Charles Lea, Alcuni capitoli di quest'opera sono dedicati alla 
Sicilia ; nella quale (dice l'autore) all'antica Inquisizione papale , che a- 
veva finito per essere quasi inoperosa, fu sostituita circa il 1487, per o- 
pera del Torquemada , l' Inquisizione spaguuola. Interessanti sono le no- 
tizie che l'Autore dà di questa Inquisizione Spagnuola in Sicilia , rima- 
sta in vigore sino al 1718 ; quando Carlo VI sottomise l'Inquisizione della 
Sicilia a qnella di Vienna. 



SOMMARIO DBLLK PUBBLICAZIONI PERIODICHE 225 



Archivio della Regìa SocietÀ Romana di Storia Patria. Rouia, volume 
XXXII, anno 1909. 

Materie contenute in questo volume : Diario romano di Niccolò Tnri- 
iiozzi (anni 1558-1560) , P. Piccolomini — Le carte del monastero di San 
Paolo di Roma del secolo XI al XV , B. Trifone — Disegni di Cristina 
Alessandra di Svezia per un'impresa contro il regno di Napoli, P. Negri — 
Il castello di Civita Lavinia, appunti di storia e documenti, A. Galieti — 
I vescovi di Sora nel secolo undecimo, P. Fedele — Una novella umani- 
stica, l'Amorosa, di Marcanionìv Altieri — Le origini del castello di Rio- 
freddo ed i Colonna sino a Landolfo I, G. Presutti — Il catalogo di To- 
rino delle chiese, degli ospedali, dei monasteri di Roma nel secolo XIV, 
Q. Falco — Note di epigrafia medioevale, A. Silvagni. 

Varietà: Sul commercio dell'antichità in Romanci XII secolo, P. Fe- 
dele — Osservazicmi sulla guerra per il ricupero d' Oti-anto e tre lettere 
inedite di re Ferrante a Sisto IV, E. Carusi. 

Aiti della Società - Bibliografia — Notizie. 

Bollettino Storico Bibliografico Subalpino. — Anno XIII. Torino 1908. 

Materie contenute in questo volume : Un patriota dimenticato (vita di A. 
Rosmini Serbati) , Felice Alessio — L'Enfer du Dante et celui d'un poète 
vaudois, Gr. Balma — Di un tentativo di rivolta del Comune di Giaveno 
contro l'abazia di San Michele della Chiusa nel 1279, G. B. Borsarelli— 
Una sentenza per eresia, apostasia e magia (17 dicembre 1567), G. Chial- 
vo — L' Archivio di San Gaudenzio di Novara , F. Curio — La Giurisdi- 
zione episcopale sulle opere pie ospitaliere nel secolo XIII in Piemonte, 
G. Della Porta — Lettere inedite di Cesare Lucchesini a Cesare Tapa- 
relli d' Azeglio , E. Gahotto — Per la storia del costume nel Medio Evo 
subalpino, F. Gahotto — Corrispondenza di F. G. Megranesio con C. V. 
Doglio , E. Morozso della Bocca — Delle relazioni fra le antiche zecche 
del Piemonte, in rapporto specialmente alle falsificazioni numismatiche, 
O. Roygiero. 

Atti del X Congresso Storico Subalpino tenuto a Casale Monferrato 
nei giorni 12, 13, 14 e 15 settembre 1907. 

Bibliografia sistematica. 

Bollettino Storico Bibliografico Subalpino. — Anno XIV. Torino, 1909. 

Materie contenute in questo volume : Cavour e la sua abazia, F. Aleggio — 
I conti d' Giacomo Carlo speziale di Biella (1494-1523), G. Carbonelli — 
Areh. Stor. Sic., N. S., Anno XXXV. X5 



226 SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIODICHE 

Cronistoria di Vigevano città (15301531), A. Colombo — Una scuola pri- 
vata di grammatica in Portovenere verso la metà del Duecenti), 0. Falco— 
Ancora sui conti di Lomello ; La battaglia di Gamenario narrata dal Mar- 
chese di Monferrato (1343) ; Un diploma di Enrico VII per Voghera (1311); 
I ducati dell'Italia carolingica, F. Oabotto — Federico Barbarossa all'as- 
sedio di Tortona , F. Legò — Corrispondenza di F. G. Meyranesio con 
C. V. Doglio , E. Morozzo della Rocca — La Casa di Savoia alla vigilia 
del quarto periodo della guerra di trent' anni , P. Negri — Saggio lessi- 
cale di basso latino curiale compilato su estratti di Statuti medievali pie- 
montesi , C. Nigra — Una necropoli romana nel territorio ovadese , A. 
Pesce. 

Atti del XI Congresso storico subalpino, tenuto a Voghera nei giorni 
10, li, 12, 13 settembre 1908. 

Bibliografia sistematica. 



Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l'Umbria. — Vo- 
lume XIII. Perugia, 1907. 



Memorie : Appunti storici intorno ai monaci benedettini di S. Pietro 
in Perugia fino ai primi del sec. XV , Luigi Brunamonti tamburelli — 
L'epistolario dell'arcivescovo di Rossano nel suo primo anno di governo 
nell'Umbria, L. Fumi — L'Archivio, la Biblioteca e i sacri del Monastero 
di Sassovino , M. Follici Pnlignr.ni — Relazione fatta nell'anno 1595 dal 
vescovo di Amelia Anton Maria Graziani dal borgo S. Sepolcro sullo 
stato della Diocesi in occasione della « Visitatio liminura apostolorum », 
G. Margherini Graziani — Vita di Sigismondo de Comitibus scritta dal- 
l'abate Mengozzi , M. Faloci Pulignani — Di alcuni statuti delle Corpo- 
razioni delle arti nel Comune di Gubbio , T. Ciliari — Dal Comune alla 
Signoria in Orvieto, G. Pardi — La pretesa descrizione del Palazzo Du- 
cale di Spoleto scoperta e pubblicata dal Mabillon, G. Sordini — La rocca 
di Montefalco e i pareri tecnici per la sua costruzione (1324), L. Fumi — 
L'Accademia dei Rinvigoriti di Foligno e l'Ottava Edizione del Quadri- 
regio , E. Filippini — Di un grossolano errore topografico nella Storia 
Umbra dell'Alto Medio Evo, G. Sordini — Le Relazioni fra Gubbio e Pe- 
rugia nel Periodo Comunale, P. Cenci. 

Documenti : Estratto della Cronaca di fr. Giovanni di Matteo del Caccia 
domenicano di Orvieto, L. Fumi — Spigolature dell'Archivio della Basi- 
lica di S. Francesco di Assisi, L. Fumi. 

Varietà : Di alcune ìnfeudazioni nell' Umbria nella seconda metà del 
secolo XIV, M. Antonelli — Lucca e S. Francesco, lettera del prof. Ro- 
derigo Biagini al prof. Regolo Casali. 



SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PEBIODIOHE 227 

Notizie dei monumenti nell' Umbria — Recensione bibliografica (1) — 
Notizie Umbre tratte dai Registri del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia, 
M. Antonelli — Analecta Umbra, P. Tommcisini Af attivaci. 

Bollettino della Res:ia Deputazione di Storia Patria per l'Umbria. — Vo- 
Inrae XIV. Perugia, 1908. 

Memorie e Documenti : L'Accademia dei Rinvigoriti di Foligno e l'ot- 
tava edizione del Quadriregio, ?J. Filippini — Ragguaglio della Ribellione 
di Perugia, L. Fumi — Documenti inediti relativi al S. Nicola da Tolen- 
tino e allo Sponsalizio di Raffaello, G. Margherini Oraziani — Pietro Pe- 
rugino e il quadro della Cappella di S. Michele della Certosa di Paria , 
L. Fumi — Ricordi Nuziali di Casa Baglioni, V. Ans^dei —Girolamo Ria- 
rio Visconti in Perugia, L. Fumi — Dell' architetto che portò a termine 
la basilica francescana di Assisi, P. Campello delta Spina — Il Monte della 
Pietà a Spello, P. Fahri — Gentilis, Fulginas, Speculator, e le sue ulti- 
me volontà secondo un documento inedito del 2 agosto 1348, P. Lugano — 
La Cappella Paradisi nella Chiesa di S. Francesco in Terni, L. Lanzi — 
I primi biografi del Piermarini , E. Filippini — I Gabrielli da Gubbio e 
i Trinci da Foligno nella storia della Repubblica Fiorentina , 6. Degli 
Assi — Frammenti storici , A. Alfieri — Un nuovo contributo allo studio 
della iconografia francescana (a proposito dell'affresco scoperto nel chio- 
stro di S. Francesco a Lucca), F. Laszareschi — Episodi della Rivoluzione 
francese nell'Umbria, G. Sanna — Lo Statuto di Gaiche del 1318, F. 
Briganti. 

Comunicati : La Chiesa della Madonna della Stella presso Cascia già 
eremo di Santa Croce, A. Morini — Della dominazione di Francesco Sforza 
in Amelia , B. Geraldini — Di due pergamene del secolo X sino ad ora 
sconosciute, P. Cenci. 

Varietà : Notizie tratte dalle più antiche sentenze criminali del Po- 
destà di Orvieto , L. Fumi — Di alcune infeudazioni nell' Umbria nella 
seconda metà del secolo XIV, Jf. Antonelli — L'Iter Urbevetanum et Pe- 
rusium del Garumpi, L. F,um.i. 

Recensioni bibliografiche — Analecta Umbra. 



(1) Sono recensiti i seguenti lavori storici del prof. Vincenzo Casa- 
grandi, relativi alla Sicilia : « I codici cartacei messinesi sulla leggenda 
della francescana suor Eustochia da Messina. — La strage dei Calafato 
catauesi sotto Martino 1 secondo lu leggenda eustochiaua. — La genea- 
logia dei Calafato di Sicilia spiegata in un documento svevo». 



238 SOMMARIO DELLE PUBBLIOAZIOMÌ TEBIODIOHE 

B) Estere. 

The English Historical Review — Londou. Volume XXIII, 1908. 

Articles, Notes, and Documenta : The New Greek Historical Praginent 
attributed to Theopompus or Gratippus, jìrof. Goligher — The Germans 
of Caesar , Henry B. Howorth - The Norman Consuetndines et lustice 
of William the Conqueron, prof. Hnskins — The Doraesday Ora, T. H. 
Round — The Charters of Henry I and Stephen at Lincoln Cathedral , 
H. E. Salter — The English and Ostmen in Ireland , Edmund Curtis - 
The taxation of Pope Nicholas IV, Rose Graham— The homage fot Guienne 
in 1304, C. lohnson -The Baga de Secretis, L. Vernou Harcourt — Ci- 
Stercian Scholars at Hxford, R. C. Fowler — The Tiirkish Captare of A- 
thens, William Miller — Two Bulls of Alexander VI, 19 september 1493, 
W. H. Woodward — A Legend conceruing Edward VI . Miss. Margaret 
Oornford — The Coronation of Queen Elizabeth, H. A. Wilson— Docu- 
menta illustrating the History of the Wars of Religion in the Périgord, 
1588-1592, Maurice W ilkinson — The Northern Paciflcation of 1719-1720, 
T. F. Chance — Quenne Victoria's Lettera, 1837-1861, by the Mester of 
Feterhous Cambridg. 

Reviews of books — Short Notices. 

The English Historical Review — London. Voi. XXIV, 1909. 

Articles , Notes and Documents : The Compaign Against Paganism , 
Edrvin Pears — The Embassy of John the Granjraarian, Professor Bury — 
The Liberties of Bury St. Edmunds, C. /)aui8— Crundels, F. H. Baring — 
The Cinque Porte under Henry II, A. B aliar d — King lohn and Arthur 
of Brittany , Professor 'Powicke — London and the Commune , George 
Burton Adams — The Commune of Bury St. Edmunds, 1264, C. Davis— 
Suete de Prisone, Stewart- Brorvn — The Oldest Account Book of the U 
niversity of Oxford, Strickland Gibson — Decembri's version of the vita 
Henrici Quinti by Tito Livio, I. Hamilton Wylie — Elizabeth Wydevile 
in the Sanctuary at Wetminster, 1470, Miss. Cora L. Scofield — The Li- 
tany under Henry Vili, F. ^. ^nyfefma»— The Coronation of the Queen 
Elizabeth, C. G. Bayne — Women Petitioners and the Long Parliament, 
Miss. E. A. Artur. 

Revietos of Books (1) — Short Notices. 



(1) È preso in esame e lodato il libro che il nostro consocio D.r G. 
La Mantia ha dato in luce col titolo : Le Pandette delle Gabelle Regie 
Antiche e Nuove di Sicilia nel Secolo XIV. 



SOMMA RIO DELLE BUBBLIGAZIONt fEBIODICHE 229 

Revue Historique — Tome 97. lanvier - Avril 1908. 

Articlen de fond: Le coup d' État du 24 avril 1617, Louis Batiffol — 
La legende de Raoul de Cambrai, Joseph Bédier — Innocent III et le 4« 
concile de Latran, A. Luchaire. 

Mélange» et Doatments : Lettres inèdite» de Mallet da Pan à Etienne 
Dumont {1787-1789), Aug. Blondel — Hotm&n , d'après de nouvelles let- 
tres des année 1561-1563, B. Dareste — Les origines répnblicaines de Bo- 
naparte, Evgène Deprez — La lettre d' Eude II de Blois au Roi Robet , 
Louis Alphen — La crise industrielle de 1788 en France, Charles Schmid. 

Bulletin Historique (1) — Contea - Rendus critiques (2) — Croniqae et 
Bibliographie. 

Revue Historique — Tome 98, Mai-Aoùt 1908. 

Articles de fond: Louis XIV et la guerre anglo-hollandaise de 1665- 
1667, N. lapikse — Innocent III et le 4* Concile de Latran, Achille Lu- 
chaire— A propos de la guerre anglo-hollandaise de 1665-1667, O. Pagès — 
Le role du chàteau Saint-Ange daus l'histoire de la papauté du XIII® au 
XV* siede, E. Rodocanachi—hes idées politiques de Voltaire, Henri Sée. 

Mélanges et Documents : Lettres inédites de Baluze à Fènelon , René 



(1) Nel resoconto del Congresso Storico del Bisorgimento Italiano sono 
ricordati molti lavori , die trattano di questo importantissimo periodo 
storico. Riguardano la Sicilia i seguenti : Una Memoria scrìtta dalla 
Regina Maria Carolina d' Austria a Vienna poco prima che morisse 
nel 1814. Questa Memoria é stata di re--enw pubblicata nella English Hi- 
storical Bevietv da M.r lohustou, aatore di un libro sul Regno delle Due 
Sicilie dal 1808 al 1821. In questa Memoria Maria Carolina tratta a modo 
suo dello stato della Sicilia in quei giorni, ed attacca violentemente il Ben- 
tinck (che chiama Dittatore inglese della Sicilia) ed anche il futuro Re dei 
Francesi Luigi Filippo - Bront« nel 1820 per B. Radice. (Questo lavoro 
storico fu pubblicato in questo Periodico nel Volume XXX)— Sulla rivolta 
di Catania nel 1837 per Jlt. V. Finocchiaro — La Rivoluzione siciliana 
del 1848-49 e la spedizione del Generale C. Filangeri, per M. V. Finpc- 
chiaru — La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami , 
nelle corrispondenze, nei diarii e nelle illustrazioni del tempo, di M. Men- 
ghini — La ferita di Garibaldi ad Aspromonte : diario inedito della cura, 
lettere, relazioni militari e mediche : documenti preceduti da notizie bio- 
grafiche storiche di G. Pipitone Federico— Sul Diario di F. Crispi. 

(2) Vi è una lunga recensione dell'opera di Ferdinando Chalandon in- 
titolata ; Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile. 



iì30 SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PERIORIOHE 

Fage — Remarques sur la Clìronique d'Adornar de Chabannes, Louin Al- 
phen — L'évation «it la niort de Tacque» Cuer, Antoine Thomas. 

BuUetin Historique (1) — Comptes-rendvs critiqnes — Chronique et Bi- 
bliographie. 

Revue Historique — Tome 99. Septembre-Décembre 1908. 

Articles de fond : La candidature de Christine de Suède au trone de 
Pologne (1668), Louis André — ha. vente des bieus iiationaux. La légi- 
slation, Ch. Bournisien — Le general Dagoberto avant la Revolution, A. 
Chuquet — Le general Reynier à Naples, lacques Kambraud — Souvenirs 
autobiographiques d'un emigrò — La duchesse de Courlande , Baron de 
Vitrolles. 

Mélanges et Documenta: La doublé traili son de Godefroi de Harcourt 
(1346-1347), E. Déprez — Une couférence anglo - navarraise en 1358, E. 
Déprez — UHistoÌTe de MaiUezais du raoine Pierre, Lois Alphen — Les 
débuts d'un gran diplomate. lèròtne Lucchesiai à Rome, en Pologne et 
j\ Sistow (1786-17912), Paul Marmottan. 

BuUetin Historiques — Comptes-rendus critiques — Chronique» et hihlio- 
graphie. 

Revue Historique — Tome 100. lanvier-Avril 1909. 

Articles de fond : La vente des biens nationaux. L'application des lois, 
Ch. Bournisien — Bonaparte et les Recis gerraaniques de 1803, Edouard 
Driault — Les offeciers de 1' armée royale à la velile de la Rivolution , 
Louis Hartmann. 

Mélanges et Documents : Deux brefs inédites de Leon X à Ferdinand 
au lendemain de Merignan , Henri Hauser — Doléances recuilles par les 
enquéteurs de Saint Louis et des Capétiens directs, V. Langlois — Note 
sur les tarifs de la Loi salique, Francois Ricci. 

BuUetin Historique — Comptes - Rendus critiques — Cronique et Biblio- 
graphie. 



(1) Menzi< nando i libri pubblicati recentemente che trattano della 
storia moderna d'Italia (dal XV al XVIII secolo) il sig. L. G. Pélissier 
ricorda i seguenti che riguardano la Sicilia : Cause economiche e sociali 
dell'insurrezione messinese del 1674 per Umberto della Vecchia — Storia 
della rivoluzione di Messina contro la Spagna (1671-1680) per Francesco 
Guardiane — L'espulsione della Compagnia di Gesù dalla Sicilia ; appunti 
e documenti , per Felicia Tripodo — L' espulsione dei Gesuiti dal regno 
delle Due Sicilie nel 1767 con appendici di scritti su P. Giannone per 
F. Guardione. 



SOMMARIO DELLE PUBBLICAZIONI PBEIODIOHE 23Ì 



Revue Historique — Tome 101, Mai-Aoiit 1909. 

A rticles de fornì : La crise arienne , V. Ermoni — Une cite du Bas- 
Euphrate au quatriènie millénaire , E. de Genouillac — Les officiers de 
l'ariuée royale à la velile de la Revolution, Louis Hartmann — La Russie 
et l'alliance anglo-fran^aise aprés la guerre de Crimée , Francois Boux. 

Mélanges et Docnments : Les Mémoires de Fauche-Borel, Frédérie Bar- 
bey — La question des investitures à l'entrevue de Chàlon (1107), Ber- 
nard Modon — La version da Dac d'Anjou sur la Saint-Barthélemy, Henri 
Monod. 

Bulletin Historique — Comptes-Bendus critiquep — Chranique et biblio- 
graphie. 

Revue Historique — Tome 102, Septembre-Décembre 1909. 

J rticles de fond : Louis XIII et le due de Luynes , Louis Batiffol — 
Sébastieu Cabot, pilote-niajor de Charles-Quint (1512-1547), Henry Har- 
risse — La capitulation de Laon (9 sept. 1870), Pierre Lehautcourt. 

Mélanges et Documents : Napoléou et l'abbé Hanon, supérieur des Mis- 
sions étrangères et des soeurs de Saint-Vincent-de-Paul, G. Canton— an- 
core un historien de leaune d'Are, A. Esmein — Les biographes de Tho- 
mas Becket, IjOuìs Alphen — Les chevaliérs du chàteau des Arènes de 
Nimes aux XII« et XIII* siècles , Bobert Michel — L' Orpbeus de M. S. 
Reinacb, G. Monod e A. Loisy. 

Bulletin historiques (1) — Comptes-rendus crìtiques — Becuéils périodiqu^s 
et sociétés savants — Chronique et bibliographie. 

Salvatore Romano 



(1) Sono menzionate parecchie pubblicazioni sulla storia del Risorgi- 
mento in Italia, e tra queste alcune dell'On. Palamenghi-Crispi, il quale 
vivamente combatte la tesi sostenuta dal Conte Carlo di Rudio , che 
Francesco Crispi abbia preso parte all'attentato di Felice Orsini contro 
Napoleone III. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



SEDUTA SOCIALE DEL 16 (GENNAIO 1910. 

Presidenza del Prof. Comm. Dr. Giuneppe Pitrè, 
Vice Presidente. 

Sono presenti N. 54 socii. 

Alle ore 14 il Presidente dichiara aperta la seduta. Si legge 
e si approva il verbale della seduta precedente. Il Segretario 
Generale comunica la perdita del socio Luigi Maria Majorca- Mor- 
tillaro Conte di Francavilla, e la Società delibera di manifestare 
alla famiglia dello estinto un voto di condoglianza. 

Lo stesso Segretario Generale dice che già si è posto mano 
ai lavori di decorazione del prospetto della sede sociale sul di- 
segno già redatto dal compianto socio Prof. Comm. Architetto 
Giuseppe Patricolo. — Aggiunge che i lavori medesimi sono di- 
retti dal socio Ing. Corrado Ferrara, al quale sente il dovere di 
tributare le più sincere lodi e di manifestare la sua ammirazio- 
ne per l'amore, la solerzia e il disinteresse che spiega continua- 
mente in vantaggio della Società. Continua dicendo che l'esecu- 
zione dei lavori è stata affidata ad uno dei inn bravi stuccatori 
di Palermo, il Sig. Savasta, e che il disegno degli stemmi delle 
sette città siciliane capoluogo di provincia (che, secondo il pro- 
getto, dovranno trovar posto negli scudi circolari al di sopra delle 
finestre del primo piano) verrà eseguito dal socio Prof. Salvato- 
re Gregorietti, al quale invia pure una lode, non avendo questo 
bravo artista risparmiato tempo e fatica per prendere gli oppor- 
tuni accordi col Vice Presidente Prof. Salinas per dare ai me- 
desimi stemmi la rigorosa forma araldica e storica. 

Sotto questi buoni auspici dunque la sede sociale potrà nelle 



ATTI DELLA SOCIETÀ 233 



l)ros8Ìme feste cinquantenarie per la liberazione della Sicilia pre- 
sentarsi con un aspetto, non certamente sfarzoso, ma improntato 
a quel decoro elegante e severo , proprio ad un Istituto di cul- 
tura storica che, senza esagerazione, può dirsi uno dei primi d'I- 
talia; e la Società potrà anche dare (come già ne ha preso im- 
pegno il (3onsiglio Direttivo) ospitalità al VII Congresso Geo- 
grafico Italiano, che verrà celebrato in Palermo nel mese di mag- 
gio prossimo con l' intervento di molti dotti ed insigni perso- 
naggi. 

Si presentano i libri giunti in dono nel mese di Dicembre, e 
il Segretario Generale fa speciale menzione di una relazione do- 
nata dal socio Carlo Albanese, riguardante i soccorsi apprestati 
in Palermo ai profughi Messinesi nei primi giorni dello scorso 
anno. 

Il Cav. Albanese, presente alla seduta, dice che questa rela- 
zione non è quella del Comitato Cittadino di soccorso; ma è piutto- 
sto una raccolta di relazioni di quegli Enti che in uno slancio 
di carità e di pietà per quei miseri colpiti dalla piìi tremen- 
da delle sventure si costituirono spontaneamente in comitato di 
soccorso. 

Dopo ciò si passa alla votazione per l'ammissione a socii dei 
signori Ferdinando Xatoli — Valentino Simiani— Caterina Binet- 
ti-Vertua- Comm. Avv. Francesco Raimondi— Arturo Cutrica — 
Prof. Francesco Orestano— e Cav. Pasquale Candela. Essi riscuo- 
tono tutti l'unanimità. 

Dovendosi quindi passare alla elezione del Direttore della pri- 
ma classe in sostituzione del Prof. Giuseppe Paolucci trasferito 
a Firepze, si sospende la seduta, ed i socii appartenenti alla det- 
ta prima classe procedono alla votazione, e quindi viene procla- 
njato il socio Cav. Dr. Socrate Chiaramonte che riporta N. 19 
voti su 20. 

n nuovo eletto ringrazia i colleghi dell'onore e della fiducia 
che hanno voluto dimostrargli, ed aggiunge che porrà ogni studio 
per promuovere i lavori della classe. Propone di mandare un 
reverente saluto al suo predecessore. 

Si passa quindi alla elezione di due (consiglieri in sostituzio- 
ne degli uscenti Cav. Avv. Salvatore Giambruno e Cav. Ufi". 
Dr. Giuseppe Travali. 

Si distribuiscono le schede, e si procede all'appello nominale 
ed allo scrutinio, il quale ha dato i seguenti risultati : ' 



234 ATTI DELLA SOCIETÀ 

Votanti N. 28. — Maggioranza 15. 

Prof. Ludovico Perroni - Grande voti 27. 

Oav. Avv. Giuseppe Riservato voti 24. Avv. Luigi Genuardi 
voti 2. 

Scheda bianca 1. 

Vengono proclamati eletti per il triennio 1910-1911 e 1912 i 
signori Prof. Ludovico Perroni - Grande e Cav. Avv. Giuseppe 
Riservato. 

Fnfìue lo stesso Prof. Perroni - Grande legge un suo lavoro 
intitolato : La scuola di greco a Messina prima di Costantino La- 
scaris^ Notizie e documenti inediti da servire per la storia della 
cultura in Sicilia nel secolo XV. 

Esauriti gli argomenti posti all'ordine del giorno il Presidente 
toglie la seduta. 

Il Segretario Generale 
Salvatore Romano 



SEDUTA SOCIALE DEL 13 FEBBRAIO 1910. 

Presidenza, del Cav. Or. Uff. Prof. Avv. Andrea Quarneri, 
Senatore del Regno, Presidente. 

Sono presenti n. 62 Socii. 

Alle ore quattordici il Presidente dichiara aperta la seduta. 

Si legge e si approva il verbale della seduta precedente. 

Si presentano i libri giunti in dono alla Società durante il 
mese di Gennaio. 

Dietro votazione segreta vengono ammessi a far parte della 
Società i Signori Prof. Pietro Merenda — Ettore Collida— Oav. 
Antonino Romano Catania —Senatore Girolamo Di Martino— Cam- 
marata Dott. Antonio— On. Antonio Pecoraro— Conte Casimiro 
Rovasenda Prefetto di Palermo — Adolfo Omodeo— Jng. Federico 
Butera— Cav. Prof. Ing. Nunzio Ziino. 

Dopo ciò si passa alla elezione di un Consigliere in sostitu- 
zione del Cav. Dr. Socrate Chiaramonte che nella seduta di Gen- 
naio venne eletto Direttore della prima Classe. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 235 



Si distribuiscono le schede e si fa l'appello nominale. Il risul- 
tato della votazione è il seguente : 

Votanti N. 40— Maggioranza 21. 

Prof. Salvatore Salomone Marino voti 36. 

Cavaliere Socrate Chiaramonte voto 1. 

Prof. Alfonso Sansone voto 1. 

Cav. Mangiameli voto 1. 

Scheda bianca voto 1. 

Viene proclamato eletto Consigliere il Prof. Cav. Salvatore 
Salomone-Marino per l'anno 1910 cioè per il tempo in cui dovea 
ancora rimanere in carica il Cav. Socrate Chiaramonte. 

Esaurita questa parte dell'ordine del giorno il Vice Presidente 
Prof. Pitrè comunica talune notizie riguardanti nuove ricerche 
da lui fatte nel palazzo dello Steri , là dove ora ha sede la R. 
Procura, e precisamente nelle pareti di quelle stanze che servi- 
rono di carcere agi 'inquisiti del Sant'Uffizio. Queste pareti, egli 
dice, sono ricche di pensieri, di motti diversi, di emblemi, di di- 
segni tracciati dagl'infelici che aspettavano di esser giudicati. 

Poscia di questi Documenti umani del più grande interesse sto- 
rico il Prof. Pitrè fa un'esposizione particolareggiata, traendone 
il convinciuiento che i loro autori doveano essere persone do- 
tate di molta cultura. 

Si duole di non avere potuto continuare le indagini perchè 
quelle stanze vennero destinate ad uffici giudiziari!, e le pareti 
ricoperte da ruvida tu'la ; ed esprime il voto che nello inte- 
resse degli studii le pareti medesime siano presto poste in evi- 
denza. 

Questa comunicazione venne ascoltata con il massimo racco- 
glimento ed alla fine vivamente applaudita. 

11 Presidente prende infine la parola e mentre da un canto 
ringrazia ed elogia il Prof. Pitrè per avere messa in luce una 
pagina di storia del più alto interesse, dall'altro esprime il de- 
siderio che la Società non trascuri di occuparsi dello studio delle 
vicende del Tribunale del Santo Uffizio: studio che se l'Archivio 
di questo Tribunale non fosse stato bruciato per ordine del Vi- 
ceré Caracciolo, oggi non presenterebbe tante difficoltà. 

Tuttavia egli esprime la speranza che con indagini pazien- 
ti ed intelligenti si possa giungere a felici risultati ed a rischia- 
rare il buio che incombe su tre secoli di stona. 



236 ATTI DELLA SOCIETÀ 



Anche le parole del sig. Presidente vengono applaudite. 
La seduta viene tolta essendo le ore sedici. 



Il Segretario Generale 
Salvatobk Romano 



SEDUTA SOCIALE DEL 13 MARZO 1910. 

Prefiidenza del Gav. Or. Uff. Avv. Prof. Andrea Ouarneri, 
Senatore del Regno, Presidente. 

La società essendo presenti n. .50 soci si riunisce nella propria 
sede. 

Alle ore 14 V« si dichiara aperta la seduta. Si legge e si ap- 
prova il verbale della seduta precedente, si presentano i libri 
giunti in dono durante il mese di febbraro e si comunica l'ade- 
sione a soci dei signori Ettore Collida, Cav. Antonino Romano - 
Catania Consigliere di Corte di Appello, Senatore Girolamo Di 
Martino , On. Deputato Antonino Pecoraro , S. E. il Cardinale 
Alessandro Lualdi Arcivescovo di Palermo , Conte Casimiro di 
Rovasenda Prefetto di Palermo, x\doltb Omodeo, Ing. Federico 
Butera e Cav. Prof. Ing. Nunzio Ziino. 

Si passa quindi all'ammissione di nuovi soci nella persona dei 
signori Avv. Francesco Di Vita, Cav. Salvatore Marratta-Abba 
te, Ragioniere Luigi Lo Casto, Prof. Alberto Culli, Prof. Santi 
Lo Cascio, e della signorina Anna Machì.- Tutti riscuotono l'u 
nanimità. 

Il Segretario Generale dice che sin dallo scorso anno molti 
soci manifestarono il desiderio che nella ricorrenza del 50" an- 
niversario della Rivoluzione Siciliana del 1860 si tenesse un ci- 
clo di conferenze sugli avvenimenti di quella gloriosa rivoluzio- 
ne. — Questo desiderio è stato tenuto in debito conto, e il Vice 
Presidente Dr. Giuseppe Pitrè se ne è occupato con interesse. 
Egli ha potuto ottenere la gentile adesione di cinque valorosi 
conferenzieri, i quali , a principiare dalla seconda domenica del 
mese di aprile prossimo , nelle domeniche successive , sempre 



ATTI DELLA SOCIETÀ 237 



alle ore quindici tratteranno nella nostra grande aula 1 seguenti 
temi : 

10 Aprile — Prof. Alfonso Sansone <iLo svolgimento del pensiero 
nazionale in Sicilia {1850 ■ 1860) ». 

17 Aprile — Prof. Luigi Natoli «Dal 4 aprila al 27 mag(fio». 

24 Aprile — Prof. Giuseppe Pipitone-Federico « Francesco Cri- 
spi e la spedizione dei Mille ». 

8 Maggio — Capitano Rodolfo Corselli « / Mille e le Squadre 
Siciliane nel 1860. Da Marsala a Palermo. 

15 Maggio — Prof. Giov. Alfredo Cesareo « La poesia patriot- 
tica nella rivoluzione ». 

Fa sapere , inoltre , che l'interruzione di una sola domenica, 
quella cioè del giorno 1. Maggio, è dovuta all'essere i nostri lo- 
cali destinati alle adunanze del VII Congresso Geografico I- 
taliano; il quale, per le numerose adesioni, non nmi raccolte nei 
precedenti Congressi, e per gli argomenti che vi saranno trat- 
tati (non pochi dei quali relativi all'Isola nostra) promette di 
riuscire di una importanza non comune e conferirà certamente 
molto decoro alle imminenti feste cinquantenarie. 

La Società plaude a queste comunicazioni. 

11 socio Prof. Luigi Natoli, chiesta la parola, esprime il voto 
che il Municipio di Palermo voglia presto concedere al Prof. Pitrè 
i locali abbisognevoli per la istituzione del Museo Etnografico 
Siciliano. 

Il Prof. Pitrè ringranzia il Prof. Natoli per il voto manife- 
stato ; ma deve dire che il Municipio ha già conceduto i locali 
nell'Ex Monastero dell'Assunta, e che ora occorre solamente di por- 
tare a fine le opere di adattamento dei medesimi. 

Il Prof, Natoli si compiace di quanto ha fatto sapere il Prof. 
Pitrè, e desidera che il Segretario Generale scriva al Sindaco di 
Palermo per sollecitarlo a far tosto eseguire le dette opere. 

Il Segretario Generale assicura che il desiderio del Prof. Na- 
toli sarà senz'altro appagato. 

Dopo ciò i soci revisori dei conti signori Beltrani e Ueuf 
presentano la loro relazione sull'esame del conto consuntivo del- 
l'Esercizio 1908. — Il Beuf ne dà lettura e conchiude proponen- 
do l'approvazione. - Il Presidente infatti pone a partito la pro- 
posta e i socii la approvano alla unanimità. 

Infine il socio Marchese Prof. Giacomo De Gregorio fa una 



238 ATTI DELLA SOCIETÀ 



coiuuuicazione Sulla fonte e la lingua del libro dei vizi e delle virtù 
(testo siciliano del XIV secolo). Viene applaudito. 

Non essendovi altri argomenti da trattare il Presidente scio- 
glie l'adunanza. 

Il 8egret4irio Generale 
Salvatore Komano 



SEDUTA STRAORDINARIA DEL GIORNO 5 GIUGNO IJHO. 

Presidenza del Gomm. I)r. Giuseppe Fitrè, 
Vice Presidente. 

La Società essendo presenti 85 soci si riunisce in seduta straor- 
dinaria nella g^rande aula P. Luig:i Di Maggio [)er 1«^. onoranze 
(In rendersi al Presidente Senatore Andrea Guarneri nel cin- 
quantenario della sua nomina a Ministro della Dittatura in Si- 
cilia. Sono pure presenti parecchie gentili signore e moltissimi 
egregi cittadini tra i quali il Senatore Generale Francesco Cam- 
po, il Senatore Bordonaro, il Senatore Di Martino e il Senatore 
Oli veri. 

Aperta la seduta, il Vice Presidente Prof. Pitrè legge la se- 
guente lettera : 

« Egregio ed Illustre Gomm. Fitrè 

«Un senso naturale ed invincibile di ritrosia e motivi di al- 
« ta convenienza e di delicatezza mi vietano oggi di assistere 
« alla seduta della nostra Società tenuta in mio onore. La prego 
« pertanto di presentare ad essa le mie più sincere scuse e cre- 
« dermi intanto davvero, 

Suo Devotissimo 
Andrea Guarneri ». 

Indi lo stesso Prof. Pitrè dice : 

Mentre il rumore delle recenti feste echeggia ancora incessante 
e con diverse note all'orecchio nostro, sia consentito a noi della 
Società Siciliana per la Storia Patria l'odierno richiamo che for 



ATTI DELLA SOCIETÀ 239 



ma come il compimento e la corona del ciclo delle nostre con- 
ferenze. Le quali, checche ne pensino i patriotti d'occasione, re- 
steranno tra i pochi, più scrii e protiqui ricordi della cinquan- 
tenaria ricorrenza ed ajirgi ungeranno nuovi titoli alla operosità 
del nostro Istituto: modesto ma sicuro illustratore delle antiche, 
delle moderne e contemporanee vicende del paese. 

Ed il richiamo è quello della parte presa dal nostro illustre 
Presidente agli avvenimenti del 1860. 

Andrea Ouarneri era ben noto alla vita pubblica : egli era 
giunto a quell'anno con l'aureola del liberale convinto e del giu- 
rista dotto e coraggioso; ed erano vivi nella memoria di quanti 
il conoscevano i suoi articoli di politica e di economia, pubblica- 
ti nel giornale V Indipendenza e la Lega diretto da Francesco Fer- 
rara, nei giorni non tutti lieti del 1848. 

Garibaldi lo volle suo Ministro di giustizia ed avantieri ap- 
punto 2 del corrente mese si compiva mezzo secolo del decreto 
dittatoriale onde il Nostro veniva chiamato ai consigli del Duce 
dei Mille. 

I pericoli della spedizione non avevano tolta a Garibaldi la 
lucida visione delle cose e la necessità di un governo stabile 
mentre tutto era precario, di un governo forte quando tutto po- 
teva concorrere a renderlo debole, di un governo di, ordine quan 
do ogni cosa era in iscompiglio. Mirabile questa visione al do- 
mani di tante battaglie ed alla vigilia di nuove pugne ! 

II Guarneri non era solo. Gli eran compagni, tra gli altri, per 
la Guerra e Marina Vincenzo Orsini, per la Istruzione ed il Culto 
Gregorio Ugdulena. per l'Interno e le Finanze Francesco Crispi 
suo antico collega ed amico. 

L'opera sua fu pronta e sollecita alla conservazione della si- 
curezza pubblica, senza la quale non è reggimento che basti alla 
difesa dei cittadini. 

Per sua iniziativa costituivansi Commissioni distrettuali per 
tutti i reati comuni, e di carattere censorio sui passati funzio- 
narii dell'ordine giudiziario. Per sua iniziativa si promulgavano 
leggi relative alle qualifiche di furti ed all'attentato alle vite nello 
stato di guerra. 

Agli occhi nostri, oggi che tutto è sotto l'egida delle leggi , 
non appariscono nella loro importanza siffatti provvedimenti; ma 
non cosi nei momenti che una Monarchia dispettata, perchè as- 



240 ATTI DELLA SOCIETÀ 



soluta per una capziosa forinola del Conj^resso di Vienna e per 
incessanti violenze della polizia, veniva, per evoluzione dei tempi, 
per fatale maturità di eventi, per volontà di popoli rovesciata ; 
ed intanto, in nome della libertà, una nuova costituzionale, se 
ne inaugurava. 

Il Qìiarneri, spirito indii)endente non s'indugiò nell'alto utìfi- 
cio. Dopo la parte non piccola presa ai lavori del ('onsiglio 
Straordinario di Stato, corpo autorevolissimo non abbastanza aj)- 
prezzato per la tutela degl'interessi della Sicilia, tornò alle con- 
suete occupazioni. 

Nella (camera vitalizia dove fu due volte Vice - Presidente , 
sulla cattedra di Procedura ('ivile e Ordinamento giudiziario , 
nei Consigli del Comune, nel Foro, fu sempre per la miglior cau- 
sa, la causa della libertà e del bene della Sicilia : e quando 
noi della Società lo volemmo qui nostro Presidente, egli ])ro8e- 
gu\ ininterrotta la bella tradizione dei suoi predecessori. — Di 
Salvatore Vigo, primo presidente della Nuova Società ]wr \'a Stor'm 
di Sicilia nel 1864, ebbe il concetto elevato delle regioni, di Fran- 
tresco Paolo Perez la rapida percezione delle cose, del Marchese 
di Torrearsa il senso eminentemente pratico e l'autorità indiscussa, 
del Duca della Verdura la cultura di arte e di antiquaria; di 
tutti la critica delle vicende della nostra storia e la divozione 
cosciente ed operosa della terra natale. 

A Lfui, unico superstite del primo Ministero di Garibaldi, ul- 
timo avanzo di una schiera gloriosa che attivamente promosse e 
strenuamente difese ogni cosa proficua all' Isola nostra. La So- 
cietà — proponente un illustre membro del Consiglio Direttivo — 
plaudente il Consiglio medesimo — la Società in piena assemblea 
deliberava la offerta di una medaglia e di una pergamena. 

La deliberazione non poteva rimanere segreta : e fu presto 
risaputa per via della stampa. Il Senatore Guarneri n'ebbe con- 
tezza e, lieto della festa che noi gli preparavamo si affrettò a 
ringraziarcene; ma insieme a pregare che non la medaglia, non 
la pergamena, sarebbe stato a lui caro di ricevere; ma la delibe- 
zione firmata dai componenti il Consiglio Direttivo. 

Ossequenti al desiderio del Presidente, i soci han voluto pre- 
sentare all'uomo un semplice albo contenente' le loro firme auto- 
grafe. Affratellati in un pensiero, dugento e più di essi, quanti 
sono in Palermo, affermano oggi la loro stima riverente a chi della 



ATTI DELLA SOCIETÀ 241 



pubblica estimazione con le virtù civili e domestiche si rese de- 
gno. 

A questa solenne affermazione, Egli, schivo di onori, ha vo- 
luto sottrarsi, perchè la modestia va sempre col merito vero; ma 
la mancata presenza non toglie a noi il piacere di compiere un 
atto graditrO al nostro cuore, né scema valore alla nostra mani- 
festazione. Ad Andrea Ouarneri il nostro saluto ed il nostro au- 
gurio ! 

Le parole del prof. Pitrè vengono coronate da vivissimi e 
prolungati applausi. 

Dopo ciò il Segretario Generale presenta telegrammi e let- 
tere di adesione del Vice Presidente Salinas, del socio Tesorière 
Cav. Spadaro, del socio Dr. Matranga, e legge una bellissima let- 
tera del socio Comm. Pintacuda, con la quale scusandosi di non 
potere intervenire, aderisce alle onoranze e ricorda che il Sena- 
tore Guarneri fu suo maestro nell'istituto fondato e diretto dal- 
l'illustre Prof. Gaetano Daita circa cinquatotto anni or sono. 

Lo stesso Segretario Generale annunzia che la Società Messi- 
nese di Storia Patria, che si è ricostituita, aderisce alle onoranze. 
Mostra agli intervenuti l'Albo delle firme autografe dei soci e 
conchiude col dire che al termine della seduta si recherà coi 
membri del Consiglio Direttivo ad offrirlo al Sig. Presidente. 

Esaurito l'ordine del giorno il socio Prof. Luigi Natoli intrat- 
tiene l'uditorio con una sua conferenza aneddotica intitolata: Uo- 
mini e cose della Rivoluzione^ che alla fine riscuote vivissimi ap- 
lausi. 

La seduta è tolta alle ore 16 Vi« 

Il Segretario Generale 
Salvatore Romano. 



SEDUTA SOCIALE DEL 12 GIUGNO 1910 

Presidenza del Or. Uff. Prof. Avv. Andrea Quarneri, 
Senatore del Regno, Presidente. 

La Società essendo intervenuti N. 44 dei suoi componenti si riu- 
nisce nella propria sede. 

Aperta la seduta si leggono e si approvano tanto il verbale 
Arch. Star. Sic, N. S. Anno XXXV. 16 



242 ATTI DELLA SOCIETÀ 



della seduta ordinaria del 12 Marzo, quanto quello della seduta 
straordinaria del 5 Giugno del corrente anno. 

Prendendo occasione di quest'ultimo verbale in cui si tratta 
delle onoranze rese al Presidente Senatore Guarneri, Questi rin- 
grazia sentitamente la Società della benevolenza dimostratagli 
e dice che gradisce l'omaggio fatto più che alla i)roi)ria persona, 
agli egregi patrioti che gli furono compagni nel primo Ministero 
di Garibaldi, non avendo avuto egli altro merito personale che 
quello di esser sopravvissuto ai suoi illustri colleghi. — Di ognuno 
di essi di\ an breve cenno, specialmente del Crispi e del Tor- 
rearsa che furono al tempo stesso antesignani, anzi efficaci coope- 
ratori nella fondazione e nel progresso di questa Società. 

Bicorda poi le condizioni gravissime in cui era in quei giorni 
la Sicilia ed in ispecie Palermo di cui, all'inizio, solo una terza 
parte era sotto l'azione del governo dittatoriale e quindi le im- 
mense difficoltà che il detto governo dovette superare. 

Conchiude narrando alcuni importanti episodi di quel periodo, 
e rinnovando i suoi ringraziamenti a nome dei suoi estinti col- 
leghi; i quali, essendo stati quasi tutti membri esimii ed auto- 
revoli di questa Società , dimostrano come essa abbia colla 
loro azione partecipato a quel grande periodo della Storia Sici- 
ciana. 

Dopo ciò vengono ammessi ad unanimità come soci i signori: 
Giovanni Celestre, Comm. Avv. Gioacchino Seminara, Capitano 
Rodolfo Corselli, Conte Romualdo Trigona di Sant'Elia , Pietro 
Romano -Puccio, Comm. Avv. Giovanni La Farina, Maggior Ge- 
nerale Oomm. Francesco Lo Forte, Signora Alessandrina Persico 
Remorini, Marchese Ferdinando Bellaroto, Prof. Leonardo Pater- 
na Baldizzi , Antonino Beninati, Avv. Francesco Pizzuto, Cav. 
Vincenzo Briguccia, D.r Stefano di Boscogrande, Papas Petrot- 
ta, Antonino Palumbo - Calamia, Dott. Lorenzo Piazza, Ing. An- 
tonio Lo Bianco, Avv. Cav. Luigi Bagnino, Salvatore Licciardi, 
Francesco Ammirata. 

Prende poscia la parola il Segretario Generale e presenta i 
libri giunti in dono nei Mesi di Marzo, Aprile e Maggio, dicendo 
che se in ogni seduta ha occasione di presentare libri gentil- 
mente donati, questa volta ne deve presentare un numero gran- 
dissimo, pervenutici dalla Presidenza del VII Congresso Geogra- 
fico Italiano e da parecchi Congressisti. Coglie questa occasione 



ATTI DELLA SOOIBTÀ 243 



per far sapere che il Presidente del detto Congresso nella sedu- 
ta di chiusura ebbe parole di vivo elogio e di ringraziamento per 
la Società nostra, sicché egli si credette in debito di rispondere 
che era invece la Società che dovea ringraziare tanti illustri 
scienziati italiani (e qualcuno anche straniero) che per parecchi 
giorni onorarono di loro presenza questa nostra sede, ed alcuni 
vi tennero dottissime conferenze, alle quali i soci anche non a- 
derenti al Congresso poterono assistere. 

Indi il Prof. Luigi Xatoli chiesta ed ottenuta la parola dice 
che in questi giorni si è parlato di acquisto di documenti del- 
l'Archivio privato di Francesco Crispi; però a suo modo di ve- 
dere non di acquisto dovrebbe parlarsi ma di restituzione, poi- 
ché l'illustre statista con decreto del 3 ì^ovembre 1860 del pro- 
dittatore Mordini ebbe facoltà di raccogliere da tutti gli archivi 
gli elementi per scrivere la storia della rivoluzione. Propone 
quindi che la Società faccia voto al governo del Re perchè quei 
documenti che riguardano la rivoluzione siciliana siano conser- 
vati nell'Archivio di Stato di Palermo e messi a disposizione 
degli studiosi. 

Il Presidente risponde dichiarando di non essere alieno dai- 
l'accogliere in massima la proposta fatta dal Prof. Natoli; però 
prega quest'ultimo perchè voglia formularla per iscritto e pre- 
sentarla al Consiglio Direttivo, il quale se ne occuperà con mag- 
giore ponderazione in una delle sue prossime sedute. Il prof. Na- 
toli accondiscente. 

Sull'invito del medesimo sig. Presidente il socio sig. Biagio 
Pace legge una comunicazione su « La Sicilia nella politica di 
Genserico» dando notizia dei risultati cui, intorno all'idea impe- 
riale di Genserico è pervenuto in un lavoro sulla storia dell'I- 
sola nei secoli V-VIII. Questo lavoro che dovrà pubblicarsi nel- 
l'Archivio Storico Siciliano. 

Non essendovi altri argomenti a trattare il Presidente scio- 
glie la seduta. 

Il Segretario Generale 
Salvatore Romano 



MEMORIE ORIGINALI 

SEBASTIANO BAGOLINO 

POETA LATINO ED ERUDITO DEL SBC. XVI. 



(Continuazione, vedi anno XXXV, fase. I-II). 

A questo punto ripiglia il discorso il Tornamira per 
veuire alla illustrazioue delle pitture degli scudi. E, rifa- 
cendosi da quello del primo personaggio, dice : 

Questo scudo del gran Federico, ove sta depinto quel'huomo 
legato con le mani a dietro , viene a significa r a noi la somma 
pace e tranquillità nella qual si ritrovaro i regni del gran Fi- 
lippo II, mentre da lui furo governati. Quinci è che Phuomo le- 
gato rappresenta quel che da' poeti vien chiiimato il FVRORE ; 
che, quando fremon le guerre e le discordie, sol spatiare licen- 
ciosamente frn l'eserciti , ministrando mille e mille morti , ma , 
come i regni sono in pace, si dice stare incatenato e piangente, 
come che naturalmente li dispiace la pace e la quiete. Questo 
FVRORE leggiadrissima et accortamente vien descritto dal poeta 
"Virgilio in que' versi del primo de l'Eneide : 

Furor impius intus 

Saeva seàens super arma et centum vinctus aenis 
Post tergum nodifi, fremet horridus ore cruento. 

E con somma ragione sta depinto in quello scudo , poiché veg- 
geudo esso che nel governo del gran Filippo ogni cosa stava 
piena di somma quiete e somma pace , non li restava altro che 
lagrimare amarissimamente. 

Al che facendo eco lo Spadafora osserva che, se talvolta 
quella pace fu turbata dagl'infedeli, essi ne ebber lampeggio; 
e quindi viene ad accennare alla famosa battaglia delle 
Ourzolari. 

Là dove si per la couuuodità del loco, sendo fra i regni tur- 
cheschi , come anche per la numerosità de le galere , poiché di 
ffran numero l'armata de' Turchi superava quella de' Christiani, 
come anco per 1' opportunità de' venti , che soffiavano contrarij 

Arch. 8Un. Sic., N. S. Anno XXXV. 17 



246 SEBASTIANO BAGOLINO 

a le nostre f<alere, dovesi senza alcnn dubbio l'annata tnrchesca 
restar vincitrice ; e nulla di meno in spacio inen che di due bore 
si vidde miracolosamente la fautrice destra d'Idio star da la no- 
stra parte, et ecco ch'i venti, che pria soffiavan contrarij , ubi- 
dienti al e -nno del Sommo Idio , si volgono fremendo contra i 
Turchi, s'accresce il generoso orgoglio ne' petti de' soldati chri- 
stiani, s'avvilisce la gente infedele, talch'in sì breve spacio (cosa 
mai non udita nelli annali antichi) resta perdente quella nume- 
rosa schiera di legni la qual poco innanti s'havea promesso l'im- 
[)erio di Koma e del mondo tutto. All'hor si videro 1' Echinade 
spumar più di sangue che d'acque, mentre i scudi , i morrioni , 
1' baste e corpi d' infedeli andavan girandosi mi >eramente nelle 
vermiglie strade del ondoso mare. Tutto questo fu perchè '1 Sommo 
Dio, riguardando i meriti di così santo e religioso Prencipe, volse 
far che la vittoria cadesse da la parte di cui meritava ; e non 
solo volse dimostrar ch'ai sonar de le trombe d' Austria doves- 
sero accendersi lo potentie terrene, come furo q^ie' valorosi Pren- 
cipi e soldati ch'ai 'bora si ritrovar© in soccorso del invittissimo 
GIOVAN D'AVSTRIA capitan generale di quell'armata, ma an 
cho le potentie del'aria et del cielo ; poiché dal cielo Idio mira- 
colosamente li mandò la vittoria, e nell'aria i venti, come s'ha- 
vessero havuto riguardo di ragione e come se fusser stati assol- 
dati a li stipendi del gran Filippo, si congiuraro fieramente con- 
tra la gente infedele. 

Circa il secondo scudo, iu cui si vedea dipinta un'aquila 

con un aquilotto nelle unghia rivolto al sole, lo Spa<iafora 

ben sa esser costume di quell' uccello (conforme narrano i 

naturalisti) esporre i proprj polli appena nati a' raggi solari, 

per lasciare in vita come suoi degni figli soltanto que' che 

ne sostengono intrepidamente la vista e gli altri sbranare; 

donde il leggiadrissimo epigramma del Claudiano , che 

principia : 

Parvos non aquilis fa» est educere faetvs, 

Ante fidetn solis, iudiciumque poli. 

Tuttavia egli non intende il perchè di tal pittura in quello 
scudo. E il Tornàmira spiega: 

La causa è non senza gran mistero, poi che tutti coloro c'han- 
no havuto governo de l'invittissima casa d'Austria son stati ap- 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 247 

provati al raggio del vero sole. In questo modo dal grande Er- 
nesto fu approvato Federico , da Federico Massimiliano , da co- 
stui Filippo Primo , da costui Carlo Quinto , da costui FilipjM) 
Secondo e da Filippo Secondo ultimamente Filippo Terzo nostro 
signore, il qual, non torcendo punto le sue vestigia da quelle de 
li suoi antecessori, farà il suo nome glorioso a la republica Chri- 
stiana e spaventoso a gli nemici di Christo ; massime ch'ei nac- 
que nella Spagna, quinci potremmo prometterci ogni cosa di bene. 
E voi già sapete, c'bavendo ciaschedun paese le sue lodi, ch'in 
una cosa, ch'in un'altra, l'Ispagna tiene per lode peculiare esser 
feconda de' Prencipi religiosi: Principibus faecunda piis, dicedi 
lei parlando Claudio Claudiano. Ispagna sola è hoggi al mondo, 
che si può vantare meritamente di generar huomini, et huomini 
tali, che reggano tutto '1 mondo, onde '1 medesmo poeta in ho- 
nor di lei pur disse : Haec generai qui cuncta regant. Fu tempo, 
che questa lode per li suoi preclari gesti si l'attribuirono i Ro- 
mani... Ma adesso, sì per voler divino, come anco per l'eroichi 
gesti de' Spagnuoli, questa lode già è passata da Italia in Ispa- 
gna, fra tutte le provincie del mondo come mantenitrice de la 
vera religione. 

Dopo una lunga digressione sulla religione de' Romani 
si viene alla spiegazione della pittura del terzo scudo, raf- 
figurante due scuri legate iu due fasci di verghe con in- 
torno il motto : DA SPATIVM TENVEMQUE MORAM. Plutarco 
in uno de' suoi problemi morali insegna che i supremi giu- 
dici antichi portavano le scuri legate con le verghe, affinchè 
nello spazio di tempo occorrente a scioglierle riflettessero 
su quello ch'eran per fare. Esse quindi son segno di pon- 
derazione e di equità nell'amministrazione della giustizia. 
E ben si addicevano al defunto re Filippo, a parere dello 
Spadafora ; che, in seguito a un'erudita disputa col suo in- 
terlocutore circa gl'insegnamenti de' Peripatetici, di Sallustio, 
del re profeta e «lei filosofo Livio sull'ira , così continua : 

Felice si dee chiamar il nostro Filippo II, perchè governò con 
giustizia, perchè mai non s'estolse sopra di se, ma sempre si ri- 
cordò d' esser mortale , perchè sempre tenne la spada sfodrata , 



248 SEBASTIANO BAGOLINO 



non per acciuistar iinperi.i et novi doniinij, ma perchè tutte l'im- 
prese sue le dirizò al far acquisto d'anime a Dio, a estirpation 
de 1' eresie , a dilatar coloro eh' appartengono a la città d'Idio, 
perchè non mai fé' vendetta de' nemici se pria non avesse po- 
sto dimora a veder se la vendetta era jjiusta o vero ingiusta , 
perchè premiò coloro che meritavano haver premio , perchè nel 
l)unir non hebe riguardo a saturar l'odij de le neuiicitie, perchè 
nel perdonar non hebe pur riguardo a la licentia del vitio , ma 
a la si)eranza de la corretione, perchè quello che fu sforzato e- 
seguir con aspreza et severità lo compensò con la piacevoleza de 
la misericordia, v^erchè si sottopose a le leggi, perchè più tosto 
si risolse comandar prima a se ch'a suoi popoli ; et tutto questo 
il fece non per ardor di gloria , quanto per ardor de la < arità , 
con la quale sempre fu acceso inver il suo Dio. 

In tante e siffatte lodi non disconviene il Tornaniira; 
il quale a sua volta paragona Filippo II a Costantino im- 
peratore, e , condoiendosi con lo Spadafora che la città di 
questo « Christian ìssiuio » principe, « una città cosi celebre 
et religiosa qual fu Bisantio », fosse ridotta « albergo d'i- 
doli infami », si augura che Filippo III possa pigliar l'im- 
presa di liberarla, ed esclama : 

O felice impresa sarebbe questa, a questa ogni magnanimo e 
generoso Prencipe si dovrebbe inanimare , perchè ci facessimo 
vendetta di tanti scelerati oltraggi che fece quel empio Mahu- 
metto (che Mahumetto si chiamava colui , che per fraude prese 
la nobil città) in dispregio de le caste monache , de' reverendi 
sacerdoti, de' sacri altari, de le sante reliquie, de l'imago del 
nostro Christ(», la quale trattaro così svergognatamente che sen- 
za dolor non si può narrar da bocca fedele (1). 



(1) Qui il Bagolino fa soggiungere dal Tornaniira : « Ricordonii io ha- 
ver nel mio Museo una elegia scritta in quel istesso tempo quando fu 
saccheggiata l'infelice città», ne' versi della quale elegia, «che sono al 
numero di trecento, colui che la scrisse e la compose, che fu Nicolò de 
la Valle, introduce COSTANTINOPOLI scriver a la sorella ROMA chie- 
dendoli soccorso e lamentandosi de l'oltraggi, che le taceva quel barbaro 



Poeta latino ed erudito del sec. xvi 249 

L'nltiiiio <le' «jiiattro scudi non è «senza ^rave signitì- 
catione » i)ni' esso. 11 Tornainim ne illustra la pittura così : 

Calai e Zete (secondo si leg:ge ne' poeti greci) far coloro che 
mentre andavano l'Argonauti a l'acqnisto de) Vello d'oro, arri 
vati che furono al regno di re Fineo, cacciarono le fetide e puz- 
zolenti Arpie da le mense di quel infelice Fineo, il quale^ oltre 
ch'i Dij li tolsero la vista, li diero pure in pena che questi in- 
fami ucelli con lor i)iizzo e artigli bruttavano et toglievano quanto 
era su le mense. Quinci son assomigliati questi mostri altri di- 
cono a l'avaritia, altri a V invidia , altri aggiungono a la super- 
bia. E ben ragion fu ch'essendo vissuto Filippo seguendo nel suo 
governo di tal manera , che sempre hebbe riguardo a fugar da 
quello queste tre pesti (che nel regno nissuna cosa è che rechi 



tiranno ». E dell'elegia gli fa riferire un passo , in cui è narrato « l'im- 
properio che fu fatto a la sacrata imago «li Christo». 

Or tale ricordo mi «là occasione a correggere uno sbaglio , nel quale 
son (>aduti gli scrittori municipali di Alcamo prestando cieca fede all'e- 
lenco de' Nomi degli autori de' quali s''ha servito Sebastiano Bagolino in 
questa Piramide, all' ultimo foglio dell' autografo di essa, dove il citato 
Nicolò de la Valle è gratuitamente a88erit«) Alcamese ; quando invece non 
par dubbio che sia stato romano, come pongono il Gesnero, il Vossio, il Gi- 
raldi e il Mandosio, citixti dal Mongitore {Biblioth. Sic, t. II, p. 103), che lo 
chiama Nicolaus Valla e lo distingue da un omonimo scrittore di questioni 
e controversie di diritto e dal Nieolaus Valla Agrigentinus, nwioveAx un 
Vocabolarium culgare cum latino edito nel 1500 e di altri lavori in prosa 
e in versi latini (Cf. V. Di Giovanni, Filologia e letter. sicil., voi. Ili, 
Palerm«> 1879, pp. 2?f) e segg.). Certo è che t^ìnt«» l'elegia di proposta a 
nome di Costantinopoli, risultante di 362 verei (non già di 300), quanto 
l'elegia di risposta a nome di Roma, di 326 versi, l'autore firmava sem- 
plicemente Nieolaus de Valle. 11 che affermo, avendo veduto l'una e l'al- 
tra unite in un raro opuscolo appartenuto alla libreria di don Paolo Bor- 
ghese principe di Sulmona , che nel catalogo della Bibliotheca Burghe- 
siana, seconde partie (Rome, Vinc. Menozzi, 1893), p, 307, al num. 1984, 
è cosi notato: «VALLE (De) N. *^ Constantinopolis Rome sue salntem|| 
Edita a Nicolao de Ualle. || {A la fin:) ^ Nieolaus de Ualle. — ^ Roma 
Conatantinopoli sorori carissime || Responsura editum a Nicolao de valle. || 
A la fin:) ^ Nieolaus de Ualle. || S[au5] l[ieu] n[i] d[ate] ($ed Romae, Steph. 
Plannck, rers 1485), in - 4, cart. ». 



2è0 SEBASTIANO BAGOLINO 



tanta mina quanto questi tre vitij) venisse ad esser significato 
sotto la persona di Calai e di Zete, come domator di questi in- 
fami mostri. 

Con quali arti fugasse Filip[)() Il da' suoi regni queste 
lìere arpie il Tornamira dichiara brevemente soggiungendo: 

Tutto questo egli fece con l'arti regie, che in lui mirabilmente 
risblenderono, e massime con la vigilanza et con la fortezza, che 
son due virtìi che principalmente si richiedono a colui che deve 
esser Re... 

Dalla menzione di tali virtù nella persona di Filippo è 
naturale il passaggio al panegirico di colui che dal celebrato 
augusto defunto era stato preposto al governo dell'isola. 
Laonde il Tornamira dice con enfasi : 

Accortissimo Filippo Secondo, che, veggendo la somma pru- 
denza e vigilanza, che sempre in governar regni ha tenuto l'Ec- 
c.mo Duca di MACHEDA, l'ha voluto dar in governo tutta la 
nostra Sicilia , acciò quelle parti che fioriscono in questo gran 
governator di regni risultassero poscia tutte in gloria e lode d'es- 
so gran Filippo (1). Non vedete voi come questo gran MACHE- 



(1) Vuoisi notare che non minor lode che al duca di Macqueda vien 
data dal Bajjolino al precedente viceré di Sicilia, Giovanni Ventiniiglia, 
marchese di Geiaci, nell'epigramma che segue, in cui è riferita a lui , 
anziché a Filippo II, l'allegoria dell'ultimo scudo descritto nella Piramide 
(BII n. 53, p. 36): 

iSacì'a novatc omnes, et vina reponite mensis, 

Et laetum cythara concelebrate diem. 
Trinacria, Europae pars felicissima quondam, 

Tabuerat multis collabefacta malis. 
Viderat Harpyas stratis concurrere mensis, 

Et miseras avide diripuisse dapes. 
Verum haec monstra novus pepulit Cocytia Zetes, 

Et Thyphoneas impulit in Strophadas. 
Non morsus^ non saeva fames excita harathro, 

Nec faeda illuvies, quae fuit ante, manet. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 251 

DA tutto sta intento nella defension del rejjno , rendendolo si- 
curo d'ogni cHlaniità che lo potesse sopragj^iungeret E questo si 
può merittiniente dir che sia proprio del MACHEDA, poiché la 
sua scola non ha stato altro eh' apprender de governar popoli , 
onde appresso il mondo et il suo re have egli ottenuto lode et 
fama immort-ale. Ohe dirò io de la vigilanza con la quale egli 
sempre ha proveduto questo regno f Si vidde questo quando con 
tante galere attorno di Messina havea venuto il fier Cicala. Ma 
ad un minimo cenno di questo nostro gran governatore tutta Si- 
cilia si rese pronta a l'insulti del nemico, se pur quello havesse 
havuto voglia d'insultarla ; quinci poi con quel bellissimo modo 
fece eh' il Cicala si partisse, non sol contento da Messina , ma 
obligatissimo a le cortesie di tanto gran signore, come realmente 
conobbe essere il MACHEDA. Degno dunque di governar regni, 
poiché non solo fra « amici é venerato, ma temuto e riverito in- 
sieme etiandio da la gente barbara e lontana dal culto del vero 
Dio. Che dirò poi io con quanta pace egli ha moderato questo 
regno, togliendo tanti odij e nemicitie de' signori , che fra loro 
miseramente s'affligevano ? Che dirò con quanta severità ha egli 
tolto la licentia di malfare a' masnadieri , purgando il regno di 
latrocinj e di gente ociosa I Tutte queste et altre son meritevoli 



Macie animo iuvenis, summi Jovis opiima proles. 

O Vinthniliae posteritatis honos. 
Te duce, quisque suae cognoscit gaudia mensae, 

Libai et appositas Sicelis ora dapes. 

E ved. anche BIT n. 3, p. 3. 

Siniilniente, a Francesco Ferdinando Avolos de Aquino marchese di 
Pescara, fatto viceré di Sicilia nel 1568, il palermitano Giambattista iMa- 
carello avea cantato : 

Se tu, che vali e puoi, Signor, non parti 
L'Arpie così fameliche et gran Mostri 
Del Regno, come par che vogli e mostri, 

Quando al governo tuo l'bore comparti... 

Ve<l. Rime del T Accademia degli Accesi di Palermo ; Pai. per G. M. Mayda 
MDLXXI ; e. 117 i'. 



252 SEBASTIANO BiGOLlNO 

glorie del gran M ACHEI) A. Ma non si fcìrmano in lui, anzi, co- 
me suol fiume correr al mare, così corrono tutte al vasto seno del 
suo e nostro gran Kc Filippo, il quale scelse... a quel regno, dove 
ne facea gran bisogno.... il MAl-HEDA, pria in Barcellona, a- 
desso in Sicilia... inclito e famoso governatore (1). 

Illustrate le pitture de' quattro scudi, conveniva fermarsi 
un po' sulla bandiera posta in cima alla Piramide, in cui, 
come s'è detto, era dipinta da una parte una « stella corrente 
vicino da la lvna» pe 'l cielo e ricamata nell'altra una fenice 
agitante le ali sopra una tiamnia in atto di volersi bruciare. 
E ciò appunto fa il Tai'uamira comentando i <lue epigrammi 
sull'argomento : 

Quella stella che corre da vicino la Luna fu un successo che 
avvenne questi tempi indietro al mese di marzo del 1598 (2) , 
quando a 1' hora del tardi , essendo già traboccato il Sole e la 
Luna alquanto in alto, scorse come da vicino la Luna una fiam- 
ma inver l'Oriente et, havendo signato la via per lungo spatio, 
alfin s'udirò i strepiti d'un orrendo trono. La vidde Sicilia, Ita- 
lia, e credo gran parte del habitato di questa nostra superficie. 
Hor , veggendo così stui)endo portento , non mancò un giovane 
in Alcamo, che questo successo poeticamente e con molta gen- 
tilezza l'applicò a Filippo Secondo, ch'al'hora si ritrovava in I- 
spagna (3). 

Il g^iovane alcamese, è superfluo dirlo, era il Bagolino, 
che in ciò si piacque d'imitare Virgilio. E il suo e])igram- 
ma su «quella fiamma e quel folgore», ch'ei dava «per 
buon prodigio », è questo : 

Quae flanima occiduis coeli rutilavit ab oris, 
En putris indigetis siella, Philippe, fuit. 



(11 Cf. L. D'Heredia, Graz. fun. pel duca di Macqueda ; a pp. 297- 
302 del voi, II, già cit., di Filog. e letter. sicil. di V. Di Giovanni. 

(2) Cf. Part« Seconda, IV, 1, B), a). 

(3) Il « successo » per altro fu dal Bagolino medesimo applicato poe- 
ticamente anche ad Antonio Moncada, nell'epigramma che leggesi in BII 
n. 64, p. 41. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 53 

Limai e f/reviio risa irnipisse ; repente 

Solis ad Eoi regmi tetcndit iter. 
SignaUique via multa face, /umida mundi 

Moenia terribili dissolvere sono. 
Scilicet in Persas, Nihimque vcl auspice Luna 

Fulminei Avstriacae vis metuenda manus. 
Sic demum, Aegypto totoque Oriente suhacto, 

Hinc Tagus, hine Ganges sub tua iura fluent (1). 

Il poeta in quella «tal tiamrua » vede «la stella del 
gran Carlo Quinto», al modo stesso che gli «antichi cre- 
dettero l'anima di ciascheduno dopo questa vita» andarsene 
« a la sua stella ; onde di Cesare morto si legge appo 
Virgilio : 

Ecce Dionei processi t Caesaris astrum » ; 

e il «successo» egli nell'ultimo distico «accomoda a la 
casa d'Austria, dicendo ch'ella sarà vittoriosa de l'Egitto e 
de l'Oriente », altresì « cron lo medesmo pede che va Virgi- 
lio», nel luogo allegato, «nella persona di Ascanio figliol 
d'Enea : 

Ulani, s*iinima super labentem culmina tecti, 
Cerninius Idaeà clarain se condere sylvsi ». 

E, come il mantovano poeta « fa che quella stella, o fiamma, 
che vogliam dire, se ne scenda su '1 palazzo d'Enea e quindi 
se ne vada a la selva d'Ida», quasi mostrando il cammino 
che Enea doveva fare co' suoi « per salvarsi da 1' orgoglio 
de' Greci », tenendo « mira al loco dove scese e dove andò 
quella fiamma»; similmente fa «il nostro compositore Al- 
camese, poiché dal loco dove partì ed ove andò quella face 
argomenta felice augurio a l'inclita casa d'Austria et Ara- 
gona insieme ». Epperò continua il Tornamira: 

È ragionevol così eh' essendo quella fiamma partitasi da le 
parti occidentali, ov'è l'imperio di Spagna, et essendo il suo rag- 



(1) Cf. BII n. 47, p. 31. 



254 SEBASTIANO BAGOLINO 



gio inver l'Oriente, ov'è I'ìihikmìo de l'empio Ottomano, porten- 
(la fausto aii<>iirio a' refji d'Ispagna et infelice a' rejtfi tnrcheschi. 
Arroge poi che quella fiamma parve aj^li occhi de' riguardanti 
come se uscita fosse dal gremio de la Luna , come se accennar 
volesse che l'istessa Luna, antiqua insegna de' Turchi , voltato 
pensier da quel di pria, tornerà ad esscu- fautrice a la Christiana 
gente, come quel ch'in questa istessa materia si dice de la Dea 
Giuno appo Virgilio : 

Quin aspera Jvno 

Consilia in melius referet, mecnmque fovebit 
Bomanos rerum dominos, gentemque iogaiam : 

ì quai versi con bel modo si potrebbero torcere al nostro intento 
mutando alcune parole, in queste voci o altre simili a queste : 

Quin candida Luna 

Consilia in melius referet, semperque fovehii 
Hyspanos rerum dominos, gentemque potentem. 

Nel che, si affretta il Tornamira a sogg^i ungere, non è om- 
bra di adulazione ; giacché « nulla lode i)uò esser così 
grande che non sia vinta da li meriti de l'inclita Spagna »; 
i quali egli torna ad enumerare allegiiudo i versi di Clau- 
diano In nuptiis Serenae ad essa relativi e conclude : 

Chi dubiterà dunque aftìrmar che sotto questo gran Filippo 
Terzo Idio sarà così propitio e cortese che, empiendolo del suo 
favore , lo renderà formidabile a 1' empia casa del fiero Ottoma- 
no ? E cosi andrà egli, o alcun nipote di tanto prencipe, e farà 
acquisto de' regni Orientali, tal che si potrà realmente dire : 

Sic demum, Aegypto totoque Oriente subacto, 
Bine Tagus, hinc Nilus sub tua tura fluent. 

E, avendo lo Spadafora rammentato l'impresa contro i Tur- 
chi « generosamente apparecchiata » nel 150G dal « buon 
Emanuele re di Castella » e non condotta ad eff*ett(> per 
la discordia de' principi cristiani, il Tornamira rinnova l'au- 



t»OETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 256 

gnrio che il glorioso acquisto sia riserbato al « terzo Filip- 
po » o mi «altri suo uiaguaiiiino nipote», non senza far 
sapere al suo interlocutore « che quel istesso giovane Alca- 
mese , come quello ch'è molto devoto a casa d' Austria » , 
circa dieci anni innanzi (1), nel nascimento di esso Filippo 
Terzo, aveva composto un'elegia latina, in cui, «dopo liaver 
detto alcune lodi di quel gran Prencipe, al fin con meravi- 
glioso ordine et efìicacia di parlare l' indovina questa feli- 
cissima guerra, de la qual egli per volontà divina sarà vin- 
citore » (2). 

Bimane a vedere la dichiarazione della fenice, o piuttosto 
il secondo epigramma, « come ch'essendo esplicativo de la 
tìgura depinta , non fa altro di bisogno ». Ed esso è il se- 
guente : 

Regna tuae magnuH ditionis perculit horror, 

Gitm sensere tuum, magne Philippe, obitum : 
Et pertaesa tubar Phaebi, atque amplexa tenebras, 

Submisere aninìos protinus illa suos. 
Sic Borea» Italos cum Syrtibus attutii imbres, 

Ereptum queritur terra Lybissa diem. 
Ast ubi senserunt alium regnare Philippum, 

Qìiem quoque, dum vivis, sceptra tenere doces ; 
Erexere animos, quos pridem straverat horror ; 

Nec iam mercede hac pristina damna dolent. 
Fecisti ut iuveni Myso inm fedi Achille», 

Cuspide qui ex una vulnus opemque tulit (3). 



(1) [Neil' assegnare questa data approssimativa l'autore sbaglia di un 
decennio, poiché Filippo III nacque nel 1578. 

(2) L'elegia qua su menzionata manca alle due note edizioni de' carmi 
bagoliniani ; e dei manoscritti la ha solament^^, imperfetta, il Quinternum, 
a e. 116 V. Nell'indice del quale è pure chiamata, a e. 132, col principio 
« Quae tandem astrigero » ; ma in quella carta non ci si trova. Nel cit. 
cod. della Piramide ne è riferito solo il primo verso : 

Quae quondam astrigero navis consedit Olympo, 

a e. 102, essendo bianca la seguente e. 103 , che avrebbe dovuto conte- 
nerne gli altri. 

(3) Cf. BI n, 228, p. 161. 



356 SEBASTIANO BAGOLINO 

Di primo tratto, ffiiardundo alla chiusa, parrebbe che 
l'epi^Tamma, anziché alhi fenice , avesse relazione all' asta 
con cui Achille fece la ferita e <ìie(le la medicina a Teleso, 
secondo raccontano irli scrittori «rreci e latini; ma, se si 
mira « più a dentro », la fenice si scorge evidentissimamente 
nel (piarto distico. 

E per certo che voi dir morir un Filippo e da la morte di 
colui sorger un altro Filippo, se non ch'a guisa di fenice da una 
morta fenice rinovarsi un'altra fenice ? 

La storia della quale è ben nota , riferendola « alcuni 
naturali, e massime Claudio Olaudiano... ». Ripetuti i cui 
versi in proposito, il signor Antonio continua: 

Hor stando la cosa così, non vi par che Filippo Secondo hab- 
bia stato una vera Fenice , il quale nel)' ultima sua vecchiezza 
scotendo l'ale sue nel suo sepolcro, d'indi fece riuscir un altro 
simile a se , io dico il gran Filippo Terzo , del qua! si può dir 
quel, che disse Virgilio sopra Silvio Enea in queste parole : 

Et qui te nomine reddet 

SUvius Eneas pariter pietate rei armis 
Egregius 

Talché, se Filippo il Secondo fu inclito per pietà e per arme, 
il simile speriau»o di questo Filippo Terzo, nel qual come in se- 
conda fenice si rinova la prima fenice. Anzi ei risorgerà assai 
magior de la speranza , assai miglior de la fama che per tutto 
il mondo s'ha sparsa di lui. 

Dopo del che il Tornamira, come quei che il ino, caldo 
parlar dietro riserba, chiude la illustrazione della Piramide 
esclamando : 

Dunque veneriamo tutti questo gran Prencipe , al nome del 
quale treman le potentie nemiche, sotto '1 cui savio governo si 
regge la lùù nobil parte del mondo , defensor de la religion di 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 257 



ChrÌ8t« , estirpator de F infaixle eresie , doniinator di questa e 
quel'altra parte del mondo, generato dal inclito sangue d'Austria 
et Aragona ; del qual eroe s'io volessi cominciar le gran virtìi , 
molto più sempre resterebbemi a dire <li quel c'havrei detto. 

Rinnova poi un'ultima volta con enfatica sintesi le lodi 
di Filippo JI, de' suoi avi e de' « suoi ^i^randi progenitori », 
e finisce il dialogo annunziando sul « gran Filippo Terzo , 
il qual da le prime fascie ha dimostrato il suo gran valore », 
questo lieto prognostico : 

Il sommo Iddio ci dà evidente caparra che sotto lui, o sotto 
l'impero d'alcuno suo famoso nipote, s'ademi)irà quella profetia 
che fia un solo ovile et un solo pastore (1). In questo gran Pren- 
cipe s'adempirà quel che divinando disse Claudio Claudiano : 

Tiòi saecvla dehent Traianum. 

Questo sì che fia quel Traiano tanto desiderato dal regno di 
Ispagnn , la cui fortezza congiunta a la pietà e misericordia si 
farà soggetto il mondo tutto, farà ch'inanti che suoniu le trom- 
be austriache tutte le nemiche schiere paurose se ne fugano di- 
sperse, sol commosse ed attonite dal terrore. 

Tale è la Piramide^ di cui, come lavoro inedito, ho cre- 
duto di dover ^are un'ampia recensione e riferire integral- 
mente varj passi. Dal lato letterario, essa sottostà al Moncata, 
mancando al dialogo la vivacità e la disinvoltura, spesso la 
natnralezza, e meno pulita essendo in generale la lingua. 
Circa il cont.enuto, gli è, come i lettori bau potuto vedere, 
tutta una profusione di encomj, che da' « gloriosi Duci di 
Casa D'Austria » vanno all' « invittissimo che fu Re d'ispa- 
gna, campiou di Christo, alta colonna di S. Chiesa, che con 
somma religione et ugual giustitia per si)atio di 42 anni 



(I; Questo conceUo e altri dianzi espressi nella Piramide in lode di 
FilipiM) III trovansi anche in un'elegia, che in BII n. 126, pp. 79-80, si 
legge senza titolo ed io crederei indirizzata allo stesso monarca. 



258 SEBASTIANO BAGOLINO 

g(»veriiò i regni suoi», sì da doversene tener «memoria 
eterna insino a l'ultimi possessori de la terra» ; estendonsi 
alla Spagna, «feconda de' Principi religiosi», al valore^ e 
alla saggezza del « Duca di Maclieda governator di Sicilia », 
e scendono commisti ad augurj di belle imprese sulla corona 
del giovane re Filippo III. 

Bncomj, quanto all' oggetto principale, punto meritati ! 
Auguri affatto vani ! Poiché quel re, di cui il Bagolino — 
gareggiando con Francesco Bisso , con Giuseppe Gaggio , 
con fra Leodoro Scrigni, col padre Ottavio Gaetani, con 
Giuseppe Bon tìglio e con gli altri oratori delle esequie of- 
tìciali ed officiose di Sicilia (1) — faceva 1' apoteosi , egli è 
quel desso che, per la feroce intolleranza religiosa, la vol- 
pina simulazione, la crudeltà dell'animopari all'agghiacciante 
severità dell'aspetto, ebbe dalla storia l'odioso nome di Ti- 
berio de' suoi tempi ; e caratteristica del governo del fi- 
gliuolo, suo successore, fu l'inettitudine estrema, che spinse 
nel fatale pendio della decadenza quella monarchia delle 
Spagne , che avea toccato il momentaneo suo apice con 
darlo V (2). 

Epperò non si leggono senza disgusto certi giudizj or- 
mai inaccettabili ; come , per citarne uno solo , quello di 
avere il « Sommo Dio » concesso a don Giovanni d'Austria 
la vittoria famosa di Lepanto , « riguardando i meriti » di 
Filippo li , « così santo e religioso prencipe » :... di quel 
principe, il quale, siccome è noto, poco mancò che il fratello 
vincitore non punisse e al nunzio del lieto avvenimento, 
per cui tutto il mondo cristiano esultava, freddamente ri- 
spose essersi don Giovauui e8i)osto troppo ! 

Vero è che il dominio spagnuolo, sventura all'Italia, in 
Sicilia fu temperato dagli ordini e dalle libertà del paese (3); 



(1) Ved. S. Salomone-Marino, Spigolature storiche siciliave, in A^, Ef- 
fem^eridi Siciliane, serie terza, voi. X; Palermo 1880; pp. 290-1. 

(2) I. La Lumia, La Sicilia sotto Carlo V imperatore ; Pulermo 1S62 ', 
p. 257. 

(3) I. La Ldmia, Storie siciliane, voi. Ili ; Palermo 1882 ; p. 389. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 259 

vero, che Filippo H, «maledetto altrove e imprecato, qui 
non ebbe a palesarsi peggiore degli altri re di sua stirpe 
[né pel moderno Tiberio, pel demonio del mezzogiorno era 
poco]»; vero, che «in ogni modo non era abbietto letargo 
di schiavitù degradante che occupasse il paese » allora e 
che questo « sotto vari rispetti, si tenea moralmente e po- 
liticamente appagato» e, «guardandosi attorno in Italia e 
anche fuori, credea che le condizioni più dure non fossero 
certamente per lui > (1). Ma da ciò ad amare « di gran 
cuore la Spagna e que' re assenti e non visti » (2) ci corre 
ben molto. 

Il Bagolino, adunque, come tutti gli autori di compo- 
nimenti ed orazioni per le esequie di Filippo II, in quella 
profusione di lodi, ingiustificabili al tribunale della storia, 
n(m rispecchiava il pensiero e i sentimenti del paese. Egli, 
invece, soggiaceva alla influenza delle opinioni politiche 
de' maggiorenti, interessati adulatori della Casa regnante, 
e, senz'ombra di sospetto che ì posteri ne lo avrebbero po- 
tuto accusare di vergognoso servilismo e di vii piaggiamen- 
to, lasciava andare troppo oltre il fervido ingegno, spinto 
dalla smania di segnalarsi. 

pj quella stessa smania gli facea perdere la misura al- 
tresì nelle lodi di sé medesimo. Notevole é infatti la gran- 
de alterigia, l'arroganza mista ad acrimonia, onde nella 
Piramide , più che altrove, l'autore per bocca degl'interlo- 
cutori esalta il proprio valore poetico e magnifica le pro- 
prie composizioni. Probabilmente, come ha pensato il pro- 
fessore Amico, «quando il Nostro dettò quella prosa, ar- 
devano le battaglie letterarie e fratesche » (3) , di cui a- 
vanti ho accennato. Inoltre, mentre de' loro componimenti 
ed elogi funebri pe '1 morto re altri erano stati «premiati 
con sommi honori e degnità», egli, il poeta alcamese — il 



(1) La Lumia, La Sicilia sotlo Carlo V cit., pp. ?75-6. 

(2) Ivi, p. «276. 

(3) A 2 p. 80. 



260 SEBASTIANO BAGOLINO 

quale quanto avea « di grandezza nel comporre » tanto a- 
vea «di mala sorte in trovar persone che» premiassero 
«le cose sue» — non era « uè i)ure conosciuto di quanto» 
avea fatto (1). E tali circostanze, inasprendogli l'animo, a 
vranno viemmaggiormente acuito la sua jattanza. Della 
quale, del resto, non si scandalizzerà chiunque sappia 
come i poeti tìlologi e i loro segnaci , cui era eccitamento 
continuo *la lettura degli antichi autori latini, generalmen- 
te dominati da insaziabile sete di gloria, s' impadronissero 
della fama tanto per gli altri che per sé (2). 



3. 



Tornamira, 

Ecce suljurbani nomina prisca tui. 
lUI n. 127, p. 80. 



La breve scrittura dello StrnoviabisacGe è così intitolata 
dal nome di una villa di Vincenzo Tornamira, 

Alcamei splendor honorque soli. 

L'autore avea già «de nomine eius villae^> composto, 
« iussis » di lui, una leggiadra elegia. In essa, poiché Strac- 
ciabisacce è contiguo al bosco di Genisaro e <piesto al 
monte Damiata , avea finto che quivi la ninfa Bisace , in- 
ginocchiata a' piedi di Diana, ne avesse impetrato la « sa- 
lute alla sua sorella Damiata » , a cui la diva « pretendea 
dar le meritevoli pene » per essersi fatta togliere « la ver- 
ginità dal pastore Genisaro»; e che al luogo, testimonio 
del caso pietoso, fosse indi rimasto il nome di Sfrata Bisa- 



(1) Bagolino, Piramide. 

(2) J. Bdrckhaudi\, La civiltà nel sec. del Rinascimento in Italia ecc. 
cit. voi. I, pp. 194-5, 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 261 

cen. Ecco il racconto co' versi bagoliniaui , il cui sapore 
classico mi sarà scusa sufficiente alla lunghezza della cita- 
zione : 

Damiate siculas Inter celeberrima nymphas 

Crynisi niveo dum terit arva pede, 
Candida purpureis ornabat colla hyacinthis, 

Qui possent frontem, Juno, decere toam. 
Sed postquam violas oaltharaque et gramina thymbrae 

Carpsit^ vicinae margine sedit aquae. 
Fecerunt dulces alnornm sibila somnofi, 

Et patuit saevis grata rapina Deis. 
Illam muscoso ut vidit Genisarus ab antro, 

Promittit thalami gaudia certa sibi... 
Excutitur sorano nymphe, nolletque teneri, 

Nec spes optatae iam datur ulla fugae. 
Quid taceret ? defessa fero se praebet amanti, 

Et tandem invito pectore iuvit opus. 
Forte ferebatur passu huc Diana citato, 

Venatu rabidos cum sequeretur apros. 
Paenituit vidisse Deam scelus, atque in iras, 

« Decrescet sacri sic mihi turba cori 
Semper ?» ait ; promitque sacra duo tela pbaretra, 

Cum furias laesae sensit uterque Deae. 
Diffugiunt ; non stagna illos, non saxa retardant, 

Non quae vulnificis stant loca senta rubis. 
Viderat hoc Bisace, casu quae tacta sororis 

Damiates virgo, proluit imbre genas... 
plaeido... Cynthia vultu 

Deposuit arcum, deposuittjue minas... 

Sed Bisace sacros sternitur ante pedes. 
Et venerata Deam, niveis dedit oscula plantis : 

Sed locus a facto nunc quoque nouien habet : 
A Bisace campum indigenae dixere Bisacen ; 

Hic ubi se stravit, Strata vocatur adhuc (1). 

E di questa elegia 1' autore erasi compiaciuto tanto da 
dire — mettendo, non insolitamente, da i)arte la modestia — 



(i; BU n. 127, p. 80. 

Arch. Stor. Sic., N. S. Anno XXXV. 18 



262 SEBASTIANO BAGOLINO 

che chiunque l'avesse vista « con occhio purgato » avrebbe 
dovuto stimarla «fatta nel tempo del vertatero parlar la 
tino», essendo i «versi facili, nati da per sé, senza diffi- 
coltà di sentimento o con necessità di parer oscuro per tro- 
var la quantità de le sillabe, come hoggi», egli soggiun- 
geva, « per tutto far si sole » : il che, a suo giudizio, chia- 
ramente si scorgerebbe paragonando la sua elegia « con al- 
cune che ne scrisse Papiniano ne le sue SeJve, il Sannaza- 
ro et il Fontano e altri valenti ingegni ». 

Pure, non contento di aver fatto «cittadina della re- 
pubblica letteraria » la denominazione « così barbara et in- 
culta » di Stracciahisacce col suo stimato componimento la- 
tino , volle il poeta tornar a celebrare la villa del diletto 
Tornamira con un lavoruccio in volgare, di cui però egli 
tìnge essere un semplice trascrittore. Con tale avvertenza 
all'amico conchiude, infatti, il Bagolino il proemietto, che 
sussegue alla citata elegia : 

Molto pria che io scrivessi questo , daccaso si trovò persona 
che fece mentione de l'origine del vostro Straccia Bisaccie, e ciò 
in lingua italiana ; e perchè trattato è degno di leggersi per la 
accortezza de lo scrittore et per la dottrina che vi vien sparsa 
dentro, pertanto ho voluto scrivervelo di capitolo in capitolo. 

Il trattato, secondo la finzione del poeta, era contenuto, 
per così dire , in embrione , in « un antichissimo foglio di 
carta» scritto «in lingua siciliana antichissima », possedu- 
to, per dono degli « eredi di Benedetto Infini », dal garzo- 
ne di « Angeluccio Boni Terri » : un «bon garzone» e, per 
giunta , « persona avvisatissima dell' antichità del nostro 
paese », cioè di Alcamo. Ma, « perchè non stava bene che 
discorso così profittevole andasse scritto goffamente » , un 
certo amatore di cose patrie s'era pigliato la « cura di farlo 
tradurre in miglior lingua e di più terse parole » vestirlo. 
E l'amatore era un «Poto Lo Matefaro», che di tutto ciò 
dà contezza nella dedicatoria al « Boni Terri » premessa al 
discorso. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 263 

Questo va diviso in nove capitoli; de' quali consacrato 
al nome della villa da cui esso s'intitola è solamente il pri- 
mo, trattandosi negli altri de' nomi di Cavasenno, Bonifa- 
to, Mazzone, Guagliardetta, Scampati, Pietre Rivolanti, Bi- 
vignato e Bonadia, « lochi intorno Alcamo », e delle fami- 
glie alcamesi : « Firrincbiuni , Bininati , Lampai , Oliverio, 
Lazij, Spatafori ». 

11 Bagolino dà di quei nomi le più bizzarre etimologie, 
desumendole dall' Eneide e acconciandole con molto lusso 
di citazioni storiche e poetiche, virgiliane in ispecie, secon- 
do il gusto del suo tempo, che piace vasi di siffatti arzigo- 
goli. Così, Stracciahisacce o Straccia Bisaccie è una storpia- 
tura, dovuta al « volgacelo ignorante, di Strafa Bis Acta, 
nome dato alla contrada a perpetuare il ricordo del repli- 
cato passaggio fattovi da Enea. Similmente, il luogo detto 
Cavasenno ebbe questa denominazione da Aceste, in memo- 
ria della confessione dello stesso Enea, là appunto avvenu- 
ta , di non essersi rammentato subito della moglie Oreusa 
nel fuggir da Troja, avendogli un nume avverso cavato il 
senno : pe '1 che , arrivatane a' posteri la fama , Virgilio 
scrisse : 

Hic raihi nescio quod trepido male numen amicuin 
Confusam eripuit mentem 

con quel che segue. E il cognome Bininati è una corruzio- 
ne di Bibe nate, invito a bere a' Sommi Dei rivolto ad E- 
nea dal padre Anchise, allorché allo sguardo desioso de' 
fuggitivi Trqjani si offerse l'Italia; recando il racconto vir- 
giliano che 

Tum pater Anchises magnum cratera corona 
Induit, iinplevitque mero, divosque vocavit, 
Stana celsa in pappi ....... 

E parimenti degli altri nomi capricciosamente illustrati nello 
improvviso lavoro. 



264 SEBASTIANO BAGOLINO 

Dico improvviso, stando a un amico dell' autore, « An- 
tonio D'Olivero », che in un'epistola, accodata al medesimo 
Stracciahisaccej afferma, da testimonio oculare, l'operetta es- 
sere stata composta dal Bagolino «ad un tratto di penna», 
soggiungendo : « E quel che più deve meravigliare è, che 
« non applicava esso le cose di Virgilio a le famiglie alca- 
« mesi ((juantunque ciò havrebbe stato pur degno di gran- 
« de ammiratioue), si bene con velocità di giudicio e d'in- 
« cegno in un tratto applicava le famiglie alcaraesi a li versi 
«virgiliani. Il che è degno di più meraviglia, tanto più 
« quanto nissuno mai s'have affaticato in simil genere di 
« scrivere ; talché si può dire che di questa sorte d' inven- 
« tionare esso ne sia stato ragione. Provailo io , il quale , 
« mentre egli velocissimamente moveva la mano a scriver 
«quel che serbava nella mente, gli dissi che mi havesse 
«fatto gratia di porre fra quei scritti la famiglia D'Olive- 
« ro ; et egli subito , senza altro pensar , fece riuscir quel- 
« l'Orsiloco e quell'Eurìalo D'Olivero con tanta leggiadrez- 
« za, quanta si vede». 

Perchè , intanto, a' lettori, incuriositi da queste ultime 
Ijarole dell'amico, suppongo non debba esser grave la let- 
tura dell'aggiunta da lui cennata, voglio qua riportarla tal 
quale dal capitolo sesto, dove si trova in forma di epistola 
indirizzata da « Filippo Carnimolla a Gaspano D' Olive- 
rio» : 

Signor Gaspano, errano di gran lunga quelli li quali dicono 
che l'arnia di vostra casata è un livero bianco, così come si vede 
in una medaglia antiquissima con il rovescio de la testa di Ce- 
sare ; già ohe quella medaglia non può far nulla con la vostra 
casa, sendo che le vostre arme traheno origine da Eurialo Troia- 
no, colui il quale fu vincitore nel corso che si fece al tumulo di 
Anchise in la città di Trapani. E la cosa passa di questa forma, 
che, volendo Enea fare l'esequie funerali al suo padre, istituì di- 
versi giochi sì per mare come anco per terra ; fra l'altri giochi 
fu ch'alcuni gioveni si mostrassero quanto valessero nel corso. 
Fra questi giovani furo alcuni siciliani, alcuni troiani : de' sici- 



t»OETA LATINO ED ERUDITO DEL SBC. XVI 265 

lianì fu Emilio e Panope ; fra' troiani fn Niso , Burlalo , Diore, 
Salio e altri infiniti. Avvenne die a li primi tre, che doveano 
pigliarsi il premio nel corso, Enea comandò che per nnor della 
vittoria li fusser» coronate le tempie di fronde d' oliva. Tutto 
queuto vien riferito dal poeta Virgilio in quei versi del quinto : 

Accipite haec aniinù, laetasque adverUie mentes : 
Nevio ex hoc mimerò mihi non donatus abibit. 
Qnossia bina dabo levato lucida ferro 
Spicula, caelatamque argento /erre bvpennem : 
Omnibus hìc erit untis honos. Tres proemia primi 
Accipient, jUivdqtte caput nectentur oliva. 

Tal che, dal dì della vittoria, Eurialo du quella oliva non sola- 
mente prese il cognome d'Oliverio, ma ancora scelse l'armi, le qua- 
li furo una corona di oliva, in quel modo ch'egli l'havea havuto da 
Enea in segno della vittoria. Hor qui potrebbe dir alcuno che 
Tarme ch'oggi usa la casa d'Olivero non è una corona d' oliva, 
ma un albero. Hor state attento, signor Gaspano, ch'io vi voglio 
contare la cagione per la quale si mutò la corona in albero. Or- 
siloco d'Olivero, signore de la città di Oonterrana, venne in tanto 
odio dei suoi vassalli per la crudeltà che egli usava, che, discac- 
ciato de la sua città, se ne fuggì, mentre che i suoi vassalli ha- 
vean preso 1' armi per ucciderlo e il fuoco per abruciarli il pa- 
lazzo. Avvenne c'havendo egli una figlia nomata Alraisenda, non 
più d'età di deci anni, si prese la figlia in braccio e con la de- 
stra defendendosi valorosamente del furor dei suoi vassalli, par- 
te fuggendo, parte adoprando la valorosa spada, havea pervenuto 
in sino al fiume Criniso. Trovossi in quel punto il fiume ha ver 
gran tempesta d' onde e con le schiume usciva fuor de le ripe. 
All'hora l'infelice Orsiloco, veggendosi d'una parte il fiume, che 
non si potea i^er la tempesta passare , dell' altra parte veggen- 
dosi i nemici propinqui, lasciò Ui figlia in terra e nelle rive svelse 
un ramo d'oliva, che dovea esserne quantità, e forma una gros- 
sissima basta ; poscia prese una grossa corteccia di subero, e den- 
tro quella portava l'infante Almiseuda insieme coU'hasta de l'oli 
va; si voltò verso il Cielo, e, fatta un' oratione a la dea Palla- 
de, a la quale dedicò la sua figlia, buttò col suo poderoso brac 
ciò il subero e 1' basta in mezzo de l'onde. O gran meraviglia ! 
ch'Almisenda se ne scorse salva per l'impeto de l'onde a l'altra 



266 SEBASTIANO ÈAOULIMO 

sponda. Quinci Orsiloco , vergendo che li suoi nemici eran già 
vicini, si buttò a nuoto dentro il fiume, e prende un'altra volta 
in braccio la figlia, slegatala dal so vero e dal tronco de l'oliva. 
Quinci è che di là in poi per memoria di (questo fatto in la casa 
Oliverio si mutò la corona in albero, come che la corona fu data 
da Enea ad Burlalo , l' albero se lo prese Orsiloco dal successo 
di quell'hasta che buttò legata al sovero dove riposava la figlia 
Almisenda. Avvenne che questa fanciulla, priva de le carecce 
materne, si nutricò col latte di giumenta nelli boschi, stendendo 
all'uberi pieni le tenere labbra ; e con l'età riuscì così bella, che 
per tutta Sicilia molti la chiesero per moglie : fra l'altri Teleso- 
ne lo Libiante . del quale insino ad oggi si legge un lamento 
fatto di se stesso sotto il nome di Licida ; nel qual lamento egli 
manifesta a la sua donna li suoi martiri. E perchè la composi- 
tione è degna di esser ammirata, non ho voluto mancar di scri- 
verla... 

I lettori la troveranno nel capitolo appresso. 

Frattanto dal sin qui detto appar manifesto che 1' ope- 
ricciiiola in discorso potrà forse stimarsi col Triolo «gra- 
ziosa e brillante» (1), ma non ha neppure un'ombra di quel- 
l'autorità storica che ad essa attribuirono Ignazio De Bla- 
si (2) ed altri prima e dopo di lui. Lo Stracciabisacce non è 
che uno scherzo poetico insieme ed erudito. Di ciò ben erasi 
accorto il padre don Pietro Antonio Tornamira, che avver- 
tiva esser « poetica fìntione » (3) la etimologia del nome 
del monte Bonifato dal Bagolino tirata dal honum fatum 
di Enea. Ed erasene avveduto altresì il Triolo , il quale , 
non solamente riportava come cosa del Nostro una strofe (4) 
ed un distico (5) di due componimenti che nello Strac- 



(1) T 34 p. 38. 

(2) I. De Blasi, Discorso stor. ecc. di Alcamo cit. 

(3) P. A. Tornamira , Discorsi historìci della prosapia ecc. della gì 
verg. S. Rosalia ecc. già cit.; disc. 1, cap. XVII. 

(4) T 34 p. 38 cit. Curioso intanto, che il Triolo medesimo rammen- 
tasse poi, poclie pagine appresso (T 34 p. 84), l'esistenza della famiglia 
Lazio in Alcamo sin dal 1120, riferendosi sul serio all'attestazione dello 
Stracciabisacce ! 

(5) T 35 p. 79. 



t»OETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 267 

ciabisacce vanno sotto altrui nome , ma, pubblicando tra 1 
carmi del poeta alcamese l' epigramma a S. Maria della 
Stella, che abbiam letto tra i saggi delle poesie sacre, col 
corrispondente volgarizzamento in rima , che riferirò qui 
in seguito, nello Straociabisafxe stesso attribuiti l'uno a una 
Veronica Lazio e l'altro a un Francesco Patrio, notava che 
« Stylus Bagolini est » ed « allatum opus » essere scritto 
€ ludicro potius et poetico, quam historico more » (1). 

VII. 

« compositioni c'ba fatto qacsto giovane 
alcamese... in italiano, in ispagnnolo,... 
in sermon poetico >>. 

S. Bagolino, Piramide. 

Eesta che io dica delle poesie volgari del Nostro. Ma, 
poiché trattasi di poca roba e inedita la maggior parte, sa- 
rà meglio porle tutte, quali esse sono , sotto gli occhi de' 
lettori. 



(1) T 32 pag. 39. — Sull'autorità del DG 6 riferii io pure nel 1876 la 
fandonia della Lazio. Ma allora non avevo per anco avuto sott'occhio lo 
Stracciabisacce , la cui lettura non può lasciar dubbio sul vero. La pa- 
ternità del componimento a S. Maria della Stella è poi accertata anche 
da' fatti che seguono : P, esso è compreso nel mio codice sincrono de- 
gli epigrammi del Bagolino (n. 484, e. 85), con le varianti « Suffusum », 
« flavis », « dicantem », « recolo » alle voci « Suffultum », « placidis », « no- 
vantem », « memini » dell'edizione triolana ; 2", il verso 

CrynUus placidis hic uhi oherrat aquis 

ne è ripetuto in BI n. 325 , p. 223, con la semplice variante di « placi- 
dis » in « tacitis » ; 3°, nel codice Tobia Fazio , contenente, siccome s' è 
visto, una scelta autografa di carmi bagoliniani destinata a dono, a e. 59 
t'., dopo l'epigramma 94, leggousi le parole « Suttultum sacris in me nu », 
che 84mo il principio del detto componimento : il quale nou avrebbe po- 
tuto il Bagolino pensar di comprendere in quella scelta, qualora non gli 
fosse appartenuto, e smise subito di copiare, certo per essersi ricordato 
di averlo fatto figurare sotto attrai nome nello Stracciabisacce. 



'MS SEBASTIANO BAGOLINO 

Incominciando da quelle contenute nello Straaciahisacce 
—dagli argomenti delle quali si potrà desumere una nuova 
ragione del giudizio che di esso si è dato — ecco prima la 
traduzione «in lingua materna» di «Francesco Patrio, huo- 
mo di reconditissime lettre», dell'epigramma «che fece la 
fra le bellissime dotta, fra le dottissime bella, Veronica 
Lazio » , nata (come eruditamente piacevoleggiando affer- 
mava il Bagolino) « nell'anno mille cento e venti , la qual 
quanto rifulse di santità, tanto fu celebre di dottrina; onde 
nel tempo che si fundò da le reliquie di Bonifato il tempio 
di Santa Maria de la Stella, essa, quasi un'altra Saffo, prese 
la penna e con quella vscrisse divinissimamente.... in onore 
di Nostra Signora » : 

Dal tuo fecondo seno 

Piovi in me, Dea, di sacre fiamme un fiume ; 

Acciò, di gioia pieno, 

Rivolto al tuo bel lume, 

In dolci fiamme m'arda e mi consume. 
Mira dal Ciel sovente 

Qui, dove il bel Criniso ognor si stende : 

Ivi vedrai la gente 

Che dal tuo aiuto pende, 

E novo tempio e novi aitar ti rende. 
Né dèi tenerci a schivo. 

Se dal tuo bel sentier scorgi alcun fuori j 

Che (se discerno al vivo) 

T'han fatto i nostri errori 

Donna del Cielo, et hor t'ofiPrimo honori. 

Beco in secondo luogo un'elegia in lode della vita ru- 
stica, scritta, diceva il poeta, da un Galeazzo Lampao, che 
(nientemeno !) « si crede esser un di quelli che salirò sopra 
i cavalli a far gioco a la tomba di Anchise » : elegia , di 
cui, invertendo le parti, divien servile calco il 

Divitias alius fulvo sibi congerat auro 

di Tibullo, e, in un passo, compendiosa imitazione quello 
della Georgica: 

Hanc olim veteres vitam coluère Sabini 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 269 



col resto : 

Altri, mosso da ingordo avaro aftetto. 

Cerchi aumentar ricchezze, gemme et oro, 

Giungendo sempre angoscie al miser petto (1) ; 
Et hor l'Ispano et hor il Trace, il Moro 

Habbia da tergo, e porga voti a Dio 

Che non li tolga altri il suo car' tesoro : 
Fra le mie vacche e pecore vogl'io 

Finir la vita mia, e così spero 

Che sia tutto il tenor del viver mio. 
Andrò di tanto ben lieto et altiero, 

Né cura havrò che lo mio nome s'oda 

Di là dal Gance o insino al lido Ibero. 
Talor del bel Criniso a l'alma proda 

Condurrò il gregge mio vicino al mare : 

Questa sia la mia gloria e la mia loda. 
Questa vita si scelse Remo a fare, 

Questa fero i Sabini, e giorno e notte 

Questa volser l'Etrurii al ciel alzare. 
Questa anchor tu scegliesti, de le dotte 

Sorelle padre, quando al buon Admeto 

Non ti sdegnasti farli le ricotte. 
Quinci Roma il suo capo altiero e lieto 

Alzò nel cielo, e del mondo il possesso 

Si tolse, né le nocque altrui divieto. 

Terzo do il promesso « lamento » di « Telesone lo Li- 
biaute » , perdutamente innamorato della bellissima Almi- 
seuda , figliuola di quell' « Orsiloco D' Olivero » , del quale 
già sappiamo la perigliosa fuga da Conterrana : 

Licida a pie d'un orno 

Del bel patrio Criniso all'alma riva, 
Rivolto a la sua diva. 



(1) Cf. il principio di un epigramma atl Annibale Vaignarnera (BI 
n. 358, p. 246): 

Divitias alius terris ahscondat avaria^ 

Atqu€ inhiet lamnis mente animoque auis, 

Quem fera paupertas et amor sceleratus habendi 
Excrucient, aurum dum putat esse Deos. 



270 SBBAStiA.No Bagolino 

Così cantò (Danion mei disse un giorno) ; 

Il qual, quando finio, 

Da' mesti occhi sgorgò di pianto un rio : 
— Acque placide e chete, 

S'unqua la donna mia vedrete errando, 

Ditele quanto amando 
' Soffersi per lei cure aspre, inquiete ; 

Né pur deguato fui 

Solo a godermi il Sol de gli occhi sui. 
Et hor, o me infelice ! 

Preposto amante a le mie ardenti faci 

Ne trahe parole e baci 

E scherzi e risi e quel che dir non lice, 

E con ingorde voglie 

Quello ch'altri desia libero toglie. 
Al mio cocente amore, 

Al vivo foco, ond'io mi struggo e sfaccio. 

Sperai ch'entrambi un laccio 

Legar l'alme dovea d' eguale ardore ; 

Ma '1 fato hor vuol che sia 

Senz'alcun pari, ohimè ! la pena mia. 
Fier giorno, aspro pianeta 

Fu quel, quand'io scoversi gli occhi al cielo 

E provai caldo e gelo 

Uscendo al mondo di prigion secreta ! — 

Qui lui finì '1 lamento 

E a muggir per pietà si die l'armento. 

La seguente canzone, che, «accesosi de l'amor d'una gen- 
tilissima donna alcamesa » , le indirizzò un « Baritio Spa- 
tafora», è il quarto ed ultimo de' componimenti poetici 
compresi nello Stracciabisacce. Essa è appunto quella can- 
zone, di cui, come ho avvertito, pubblicò una strofe il Triolo, 
che la credè dettata nel 1598, quando il rinnegato Cicala 
comparve per non piti tornarvi nel porto di Messina (1): 

A la porta del Sole 

L'occhi molli il vecchio Alcamo volgea, 
E dal monte ù sedea 
Cominciò le mestissime parole ; 

(1) T 34 p. 38. 



POBf à LATINO Et) ERUDITO DEL SEC. XVI 271 

Quai poi di passo ia passo 

Un piatoso pastor scrisse in an sasso. 
— Prima (dicea) ch'io veda 

Tutti andar in mal'hora i miei tesori, 

E i dolci amati fiori, 

Ahi hisso ! a strane genti darsi in preda ; 

Perchè, destin fatale, 

Non vieni e tronchi Paura mia vitale f 
Le mie figlie, ch'a l'onde 

Nutr'it) del mio vicin freddo Criniso, 

Che ponno il paradiso 

In terra aprir con l'auree treccie bionde, 

Ahi ! che destino hor tragge 

A darsi in preda a genti aspre e selvagge ? 
Avari petti e insani, 

Com'è '1 vostro fallir empio, infelice ! 

£ pure si disdice 

Torre l'esca a' figliuoli e darla ai cani : 

Già per l'orride selve 

Non son così crudel' l'orride belve! 
D'abito si benigno 

Donna nacque al mio grembo, e di sì nove 

Forme, che per lei Giove 

Disceso havrebbe un'altra volta in cigno. 

Che, però, se repente 

Se la trasse tìer turbo a l'occidente T 
E tu, fiume paterno. 

Quando vedesti andar toi dolci honori, 

Che non uscisti fuori 

Per rabbia e minacciasti horribil verno 

Divenendo più grosso, 

Qual sotto '1 fiero Egitio fé '1 mar Rosso Y 
Solo le belle pianta 

Porsecurando [T] uscir a l'altra sponda, 

Gonfiar poi '1 seno e l'onda, 

Quando passar volea l'indegno amante. 

Oh, oh, che sante cose. 

Per lui con Faraon, per lei con Mose ! 
Mentr'io narro mia pena. 

Vedi, o Febo, che torma viene al mio 

Dolce terren natio 

Per far la doglia mia più colma e piena Y 

Questi hanno i primi preggi 

Sol perchè san curar la scabbia a' greggi. 



275J SEBASTIANO BAGOLINO 

E pur sanno i miei figli 

Sanar il gregge da la infesta scabbia. 

Altri addolcir la rabbia 

De' cani e rintuzzar sooì fieri artigli, 

Altri poi far Criniso 

Risonar, qual tu festi M sacro Amfriso. 
Tu pur ten vai lontsino 

Col tuo indorato carro al mar Tartesso ; 

Ed io sto qui dimesso, 

Com'huom che sparge le parole invano. 

Fors'hor, che il cielo imbruna, 

Pietosa al mio gridar verrà la Luna. — 

Leggiamo ora un'ottava, già data dal Triolo sotto l'epi- 
gramma latino di cui essa è fedel versione; e questo e quella 
indirizzati a Maria Belloca , palermitana, che, invaghitasi 
dello studio dell'astrologia, dall'assidua contemplazioue del 
firmamento perdette il lume degli occhi (1) : 

~ Che fai, donna, che miri? Ecco, che il cielo 
S'infiamma al lampeggiar degli occhi tuoi ; 
E, per forse far scorno al Dio di Delo, 
D'altri lumi ornar vuole i cfrchi suoi. 
Dunque tanto del ciel ti prende zelo, 
Che te privar della tua luce vuoi ? — 
Così Ciprigna disse ; e vidde ir quelle 
Luci serene, e farsi in ciel due stelle. 

Due altre ottave ed un sonetto trovansi nel Quinternum 
della Comunale di Palermo. La prima ottava è rivolta a 



9 

(1) T 33. —L'epigramma è il seguente (BII n. 11, p. 10) 

Quid caelum, virgo, aspectaa ? en ipsa refulgent 

Clarius ex oculis sydera fulva tuis. 
Et fora solares radios ut vincere possit, 

Se vult caelum aliis comere luminibus. 
Ergo libi tantae sunt caelum et sydera curae, 

Ut privare tua te quoque luce velifi ? 
Haee V^enua ; et radios abscesse a virgine vidU, 

Qui modo per caelum sydera bina micant. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 273 

una monaca , il cui sacro canto dolcissimo infiammava di 
amore ognun che lo udisse : 

Vergine, che con almo affetto e pio 

La tua l>ellezza a Christo offerir volesti, 

E, mentre tatta ti rivolgi a Dio, 

Tue 8ant« voglie a un solo amante desti ; 

Frena il dolce cantar, se sol desio 

Hai di. piacer a Chi ad amar prendesti: 

Che, mentre la tua voce l'aria fende, 

Più d'un amante al tuo cantar s'accende (1). 

La seconda ottava fu dettata per la festa di san Bene- 
detto, ed è questa : 

Ecco l'huom di Sublaco, ch'in suoi giorni 
Di ardor celeste la bell'alma accese, 
E, lasciando del moudo i fral' soggiorni, 
S'erse del cielo alle honorate imprese. 
Ogni cosa qua giìi lieta se adorni 
E faccia il merto di tant'huom palese ; 
Mentr'io con l'art«, che il dir orna e come, 
Vo tessendo girlanda al sno bel nome (3). 

Col sonetto, d'intonazione petmrchesca , il poeta tenta 
disarmare lo sdegno di una leggiadra creatura , che, dopo 
averlo avvinto col fulgido crine e conquiso con la potente 
fiamma degli occhi, tenea chiuso il cuore ad ogni senti- 
mento pietoso verso il misero amante : 

Dnnqae le chiome, ove si lega e incende 

Quest'alma, onde convien che tutto s'armi 
Tra noi '1 regno d'Amor, voi pur celarmi 
Volete, e già da voi mia vita pende ? 

E l'occhio, dove Amor fiammeggia e splende 
E dove ha forza in cenere voltarmi, 
(Ahi, troppo in me crudeli e rigid'armi !; 
Novo orgoglio mi toglie e mi contende? 

Faccia del vostro ben mie luci prive 



(1) A e. 94 w. 

(2) A e. 9 r. 



274 SEBASTIANO BAGOLINO 

Iniquo sdegno, e, se consente e vole, 
Cingavi il cor di selce alpestra e dura ; 
Ch'ai pensier mio, ch'in voi sol mira e vive. 
Le vostr'alrae bellezze uniche e sole 
Lontananza non toglie, ira non fura (1). 

Un secondo sonetto del Bagolino trovo in fronte alla 
stampa del poema S. Francesco Di Paola (2) del palermi- 
tano Cesare Albamonte Basilio, cui il Mongitore con inso- 
lita parsimonia di lodi qualifica <^ poeta non contemnen- 
dus » (3); ed è il seguente : 

Poiché a gara col Sole in questti e 'n quella 
Parte, dov'è' si mostra e si nasconde, 
Dovunque l'ampio mar bagna con Tonde, 
Corso ha la fama tua spedita e snella ; 

Et or, fatta immortale, a la più bella 

Parte del Ciel, da queste nostre sponde 
Sen vola adorna de la sacra fronde 
Che cinge il capo a la diurna stella ; 

Non potrà, mai l'inevitabil Morte, 

Che con la tua virtù pugna e contrasta. 
Spegnere il suon de la tua dolce rima ; 

Né potrà far le tue memorie corte 

L'aspra del fiero Tempo ingorda lima, 
Ch'opre eccelse e divine ella non guasta. 

E quest' altro sonetto , a san Biagio , del codice Tobia 
Fazio, è l'ultimo de' componimenti poetici italiani dell' Al- 
camese a me noti. In esso , come altrove (4) ebbi a osserva- 
re, si ha quel misto di mitologia e cristianesimo proprio 
di quel secolo , in cui Apollo tonsurato piaceasi di simili 
canti : 

Qui, d'onde, ornato d'oro il verde crine 
Criniso scende a dar tributo al mare, 



(1) A e. 108 V. 

(2) Palermo, Giov. Ant. de Franceschi, M. DC. XI ; p. IV. 

(3) Mongitore, Bibl. Sic., t. I, p. 118. 

(4) M 16. 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 275 



E inonda il bel terren, ù vago appare 
L'augel di Giove tra due querele alpine (l)j 

Io, devoto a le Muse, a le divine 

Suore d'Euterpe, sciolto da le amare 
Cure, mi sento già l'alma poggiare 
A le parti più al Ciel giunte e vicine. 

Ivi ella spatia, e vede, o illustre divo, 
Honor già di Sebaste, i tuoi bei lumi 
E quai pi-erai hor ti porge il Padre Eterno. 

Avventuroso Eroe, c'havesti a schivo 

Del basso viver nostro l'ombra e i fumi 
Per insemprarti in Ciel col Re superno (i2). 

Venendo alle poesie in ispagnuolo, che, siccome ho ac- 
cennato , son cinque soltanto (3), abbiamo nello stesso co- 
dice Tobia Fazio i due sonetti che, senza alterarne punto 
la grafia, qua trascrivo. Il primo, in cui Sub persona Du- 
camonis Moncata intelligitur, dice : 

— Ninfas, llorad, que se de vos ausente 
Me noy, sin duda alguna luego muero, 

Y pierdo quanto bien de vos espero, 

De vos, que nte mirays tan tiernamente. 
Tu, pastor Ducamon, que estas presente, 

Y vfis que de mi vida desespero, 
Mira corno confirma el malo aguero 
La corneia con bo? triste y doliente ! 

Nota, amigo, en los arboles en tanto 
La istoria de mi muerte apresurada, 

Y notando tu bo? converte en llanto. — 



(1) Il poeta allude alla città di Alcamo menzionandone lo stemma , 
che, giusta il dott. I. De Blasi, Disc. star, ecc., ediz. cit., pag. 39, «è 
quello stesso di Federico II re di Sicilia, cioè un' aquila nera , volante, 
coronata d'oro ed in campo di argento », aggiuntivi « però tre monti di 
oro sotto di essa e due querce anche d'oro, una per ogni lato dell'aqui- 
la». 

(2) A e. 96. 

(3) Ignoro se appartenga anco al nostro poeta la vei'sione di uu tratto 
del libro settimo dell'Eneide in sedici versi sciolti ed una sestina, da lui 
nel Mancata recati come cosa di un «valente spagnuolo». Ved. BM pp. 30-1. 



276 SEBASTIANO BAGOLINO 

Assi cantava en veste cungoxada 

Aniarillida, y al canto congoxoso 

Cubria el cielo el color vago y hermoso (1). 

Coir altro Inducitur Mancata in sua valetudine somnum ad 
se vacare; ed esso, a parer mio, è pregevole più del prece- 
dente : 

Companero de muerte, y nocte oscura, 

Enemìgo de Iuq, padre d'olvido, 

Porque no vienes, al (luc està perdido 

Y à ti solo en su dolor procura T 
Pues no tengo yo agora por ventura 

De dul^e fuego el cora<;on herido. 

Ni mil de ini pastora besos pido 

Donde el velar me sea goyo y dulsura. 
Cerra, sueno, rais oios, y en profuudo 

Silencio t;odo mi cuytado aplaca, 

Que cantirè de ti por todo el muudo. 
No dire queres de la muerte tea 

Companero, mas puerto de la flaca 

Vida, y buon hyo de la madre Astrea (2). 

La Piramide ci dà quest'ottava, con cui il Bagolino a- 
veva in animo di dedicare un suo libro di epigrammi la- 
tini « al gran Macheda » viceré di Sicilia : 

Soberano varon hyo de Marte, 

Dino mas de abitar al quinto cielo, 

Con que lotres yo podre alabarte, 

Io que soi ammarrado a qui e nel suelo ? 

Vos levantad mi ingenio, e con vuestr'arte 

Dadme plumas, con que me lieve à liuelo, 

Que entonces el Macheda mil millones 

De ve^es de mi avrà famosas dones. 

In quest'altra poi, che trovasi nel mio codicetto di car- 



(1) A e. 54. 

(2) A e. 54 V. 



POETA LATINO BD ERUDITO DEL SEC. XVI 277 



mi ba^oliniani (1) e fu già pubblicata dal Triolo, piacque 
al poeta dar nuov^a veste ad uu suo bello epigramma per 
le esequie dello stesso Duca di Macqueda : 

Sobre el luuerte Dariion formando quexas 
Elj'sa con bus bo^es doloridas, 
— DuIqc amigo (de^ia), porque me dexasf 
Porque de mis contentos ya te olvidas 1 
Myentras (ay gran dolor) ! de me te alexas, 
Hyzo en un golpe inuerte dos heridas, 
Y agora (ay rigorusa, ay dura suerte !) 
Dexa de ser por ser en mi mas fuerte (2). 

B con quest' ultima ottava del Quinternum tante volte 
citato, scritta in lode di uu Pinedo, milite valoroso, finisco- 
no i carmi italiani e spagnuoli del nostro poeta: 

Quebrar lan^as con bra^ diestro y fuerte, 
Quitar de sylla y echar hombres al suelo, 
Es de tu gran valor, de tu gran suerte, 
Pinedo, hyo de Mart«, honor de gelo. 
Que si non corta en estos annos muerte 
La dolge vida à tu corporeo velo. 



(1) A. e, 63 t'., col titolo Bagolino Alcames sobie la despedida de la 
sennora Vyreina e con la seguente illustrazione de' versi del poeta : 

Optando la semwra Vyreina pedio licencia de su marido El Duque de 
Maqueda. 

Rostro hermoso en la vida, if en la muerte ; bocn tan usada a mis ala- 
bangas, y carifias ; manos, que tanta estima^n hegistes de las mias ; pies 
tan occupados en mis cortesia», y contento. Id con J>ios amores, que yo os 
prometo di seguirò» mug presto, y si puedo antes de dief dias. 

(2) Il testo dice (BI n. 252, p. 175) : 

Incumbens feretro cari Damonìs Elysa 

Protulit haec querulo tristia verba sono : 
Cur me, fide comes, solum exanimemque relinquist 

Cur tibi nulla meae cura salutis a<l('st T 
Impia niors uno incussit duo vulnera telo, 

Dum procul a cara coniuge lentus abes. 
Nunc mihi ut ingeminet paenas (proh tristia sortis 

Fata meae !) officio cessat ab ipsa suo. 
Arch. Star. Sic., N. S. Anno XXXV. 19 



278 SEBASTIANO BAGOLINO 

£n medio de enemigus esquadrones 

Has de ir, y en elei vendendo al<;^r pendones (1). 

I riferiti componimenti ho accolto in queste pagine sol 
perchè degli autori pregiati torna caro conoscere anche le 
cose minori. Essi però non mi pare che giustifichino ap- 
pieno le lodi che se ne leggono nella Piramide; dove An- 
tonio Tornamira , magnificando tutte le composizioni del- 
l' Alcamese , sì in latino che in italiano e spagnuolo , in 
prosa e in verso , al suo interlocutore Lepido Spadafora , 
che « difficilmente » inducevasi « a credere che persona si- 
ciliana » potesse « degnamente scrivere in lingua ispagnuo- 
la», affermava il Bagolino aver pratica < in queste tre lingue » 
non solo « proseggiando , ma con non minor leggiadria 
verseggiando » , essendo uscite da lui « alcune opere de- 
gne d' honore e che si fanno udir con molta avidità da 
color che sanno». Certo, per quanto abbiano potuto ap- 
pagare il gusto dell' età in cui furon prodotti , i componi- 
menti volgari non sono tali da venirne guadagno alla no- 
minanza dell'autore. Ragione precipua della quale furono 
meritamente e rimangono quei carmi latini , ond' egli , ri- 
pensando come le terre che apprestaron la culla agli anti- 
chi poeti ne vadau superbe, si augurava a buon diritto, ne' 
versi che segnano la fine dell'edizione triolana, Alcamo un 
giorno doversi gloriare di lai: 

Sic etiam (livor llcet audiat) AlcamuB olim 
Gaudebit tantis me annumerasse viris. 

« * 

E qui, dando luogo a' documenti, che di molte delle e- 
sposte notizie son base o conferma e di altre illustrativo 
complemento, chiudo il mio umile e disadorno lavoro ; a 

(1) A. e. 105, 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 



cui non avrò con jiftettiiosa perseveranza atteso invano, 
se pe' copiosi elementi raccoltivi esso raggiungerà il fine 
di far conoscere meglio che non siasi potuto in addietro il 
nostro poeta ed erudito cinquecentista e — in temjK) men di- 
sdegnoso che il presente «leglì studj antichi — riuscire d'in- 
citamento ed ajuto ad alcun cultore delle patrie glorie ca- 
pace di compir opera in tutto adeguata a' nomi di Seba- 
stiano Bagolino e della Sicilia. 



280 SEBASTI AINU BAGOLINO 



DOCUMENTI 



I. 



Die 28 Marcij [1562J. 

Domedarin presti pinu, sacrista petru riissu... Si b. lu figlo 
di M. lo. Lunardo Viroiiisi n.e bastianu. li com.i M. Paulu Sau- 
tarellu iii.o Phil. di Alessi Ph.u ingarau, la cum.e la muclieri di 
M. Ph.u lu tincituri catrinella la lufifrè. 

[Postilla marginale:] Si crede che fosse Sebastiano Bagolino 
figlio di Io. Leonardo Bagolino Veronese. — Ganci Economo. 

Dall'originale registro de' battezzati del 1562, a libro lungo, e- 
sistente neW archivio della maggiore chiesa di Alcamo. 



Nota 

Quest'atto battesimale trovasi pare— postillato al margine dairecono- 
mo Ganci e con l'avvertenza Di Seb. Bagolino di altra mano men recente — 
nella copia cinquecentista in foglio del citato registro, anch'essa esistente 
nel detto archivio, a p. 307, quinterno del 1562: copia, che (siccome vi 
è notato in fine, a p. 340) l'arciprete (a. 1598-1604) «dopnus Vincentius 
Marsala ex clerico Antonino de Faracio exarandara curavit. » E, sì nel- 
l'originale che nella copia, esso si legge senz' alcuna delle difficoltà ve- 
dute nel primo da chi nel 1876 ebbe a riscontrarlo per me allora assente 
da Alcamo, le quali diedero motivo a certe mie osservazioni sul propo- 
sito (M 16), da ritenersi ormai insussistenti. 

Il Triolo (T 34 p. 95) non era nel vero asserendo mancare anco nelle 
note battesimali degli altri figliuoli e delle figlie di Giov. Leonardo Ba- 
golino il cognome paterno ; che invece vi si legge in tutte chiaramente 
(ved. nel suddetto archivio i registri battesimali n. 18, indiz. X-XI 1567, 
e. 52 ; n. 20, indiz. XII-XIII 1569, e. 25 v. ; n. 22, indiz. XIV-XV 1571, 



ÌPOETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 281 

c. 28; ecc.). Non si può nondimeno mettere in dubbio che Taddotto do- 
cumento riguardi il nostro poeta. Se vi si tace il cognome del genitore, 
questi però vi è indicato con sufficiente precisione col soprannome di o- 
rigine, con cui doveva appunto chiamarsi da' più in Alcamo, specie ne' 
primi anni ch'ei vi fermò la sua residenza. A comprova della verità sta 
la professione esercitata dal padrino Paolo Saltarello , orefice mazzarese 
valentissimo (secondo accennili nelle prime piigine), se si rifletta che (co- 
me fu notato in un articolo sul pittore della Rinascenza Lorenzo di Cre- 
di) « per il grande affaticarsi che allora facevano gli uomini di quella 
professi<me nelle cose appartenenti al disegno, era una grande familiarità 
e pratica tra pittori, scultori e orefici, e breve il passo dall'arte dell'ora- 
fo a quelle maggiori» (T. Gdarducci in Fanfulla d. Dom., a. XX, n. 8, 
1898). E prove di fatto irrefragabili ci danno alcuni rogiti alcamesi, don- 
de appare che tra Leonardo Bagolino e il Saltarello e i testimonj dell'at- 
to battesimale, l'Alessi e l'Ingarao, bravi intagliatori di pietra, correvan 
relazioni di amicizia ; come ancora e più strette ne correvano tra lo stesso 
pittor veronese e il marito della padrina nominata nel documento, mae- 
stro Filippo Giufìtè , che risulta essergli stato ìntimo (ved. bastardello 
VI indiz. 1562-3 del not. A. Balduccio, ce. 87 e 329) fino a' suoi giorni 
estremi, avendo con testamentaria disposizione del 25 maggio 1572, agli 
atti di Giov. Vincenzo de Mulis, revocata il giorno dopo con un codicillo 
presso lo stesso notajo, costituito << in tutorem et prò tempore curatorem 
eius universali 8 haeredis honorabilem raagistrum Ioannem leonardum ba- 
guliuo pictorem ». Il quale Giuttrè esercitava l'arte del tintore (volgar- 
mente tincUuri o tincituraru) , come prova il seguente capitolo del suo 
codicillo testamentario , riferentesi al suddetto Ingarao : « Itera ipse co- 
dicillator dixit et declaravit recipere debere ab honor. magistro philippo 
Ingarao tt. quinque pò. gen. seu dietas duas di iutagliari prò tinctura 
unius firrioli »; ma (se pur non era lontano discendente del pittore mes- 
sinese quattrocentista Antonio Giuttrè) doveva anche dilettarsi ale n po' 
di pittura , trovandosi nel bastardello XV indiz. 1541 - 2 del not. P. A. 
Balduccio, in data del 4 novembre , una sua obbligazione a dipingere a 
fresco sopra le porte delle case del nob. Paolo Naves le armi di questo 
signore. 

Vero è che contro l'anno di nascita dato dalla riferita nota battesi- 
male si potrebbero citare due luoghi del poeta, cioè : 

l*' le parole, che leggonsi nella riportata epistola (ved. Parte Secon- 
da, V, 3) diretta allo illustre medico alcamese Stefano Polizzi : « Tunc 
ego hilaris et attonitus amphoram , uno eodemque die mecum nutam Ai- 
teiua gubernante, plenam veteris Partinici mecum afferam » (cf., BII p. 
212 e Qìnnternum e. ^1 v.) ; stando alle quali letteralmente , poiché il 
nominato Girolamo Attienza fu governatore di Alcamo dal settembre del 



SEBASTIANO BAGOLINO 



1554 all'agosto del 1561 (I. De Blasi , Disc, stor. ecc., ine. cit, e. 888 
V.), la nascita del Nostro non potn^bhe venir oltre a quest'ultima data; 
2** il principio di un suo voto (ved. avanti , Parte Prima , XI) in 
fronte a una sua operetta (da me non veduta e forse non più esistente) 
intitolata: i/' Anchore raffioiiamento spiriUmle a Benvenuta Tabon sua cu- 
gina : in cui il Bagolino, scrivendo di sé « Secundo Kalendas Augusti 
1602... Virit modo ipse auctor aetatis suae quadraginla duum annorum...» 
veniva a dirsi nato nel 1560 (cf. T 34 p. 96 ; e P. Longo , Esame delle 
Osserv. ecc., Pai. 1806, p. 141). 

Ma ciò, stante l'autorità incontrovertibile del riportato documento, al- 
tro non proverebbe, se non che il Bagolino ignorava in qual anno ei fos- 
se nato. E che il poeta per lo meno non fosse certo di quell'anno potrebbe 
forse dircelo la parentesi del seguente suo distico, in cui egli determina- 
va lo spazio di tempo corso dalla morte del beato Arcangelo alla propria 
nascita (BI p. 103) ; parentesi che può riferirsi e all'una e all'altra : 
Triginta in terris tulerat trieterica Fhaebu^, 
Atque idem (memini si bene) lustra duo. 

Intanto sull'asserzione del Bagolino il p. Amato (A 36), il quale con 
una cervellotica indicazione di giorni di nascita e di battesimo non so 
donde cavata, avea prima affermato «ortus est Alcami die 19 lanuarij 
et 20 lanuarij baptizatus in maiori ecclesia 1562.... Die 27 lulij anno 
1604 aetatis 42 obijt», mutò poi, come si vede nel suo manoscritto, il 
« 2 » del « 1562 » in « » e il « 2 » del « 42 » in « 4 ». 

Il Mongitore, che si valse della Vita dell'Amato e di un' altra^ pure 
manoscritta, d'incognito autore (cf. M 26), pose anch'egli la nascita del 
Bagolino al 19 gennajo 1560. E sulla fede di lui la stessa data ripeterono 
il Mazzuchelli (M 15) e gli scrittori alcamesi De Blasi, Bémbina e Triolo 
(DB 40, B 37, T 31 p. IV, T 32 p. 103). 

Quest'ultimo poi, nel 1805 ribattendo il prete Longo di Calatiifìmi , 
contrariamente all' Amato e al Mongitore , de' quali s'era prima fidato , 
sostenne come data esatta il 25 marzo 1562, allegando in prova del vero 
il distico dell'epigramma all'Angelo Gabriele, la nota battesimale ed an- 
che il passo del L' Anchore surriferiti (T 34 pp. 91-8) : benché quel passo 
stesse evidentemente contro l'assunto, siccome l'avversario calatafimese 
non tardò a fargli avvertire (Ved. Longo, Esame delle Osservazioni ecc. p. 
141). 

E il Bémbina allora adottò la correzione del Triolo. In uno de' suoi 
manoscritti originali (B 37) di storia di Alcamo , infatti , è visibilmente 
cambiato il « 19 » in « 25 » e lo « » del « 1560 » in « 2 » ; quantunque 
sianvi, per inavvertenza, rimasti inalterati il nome del mese , gennajo , 
e il numero degli anni vissuti dal poeta , leggendovisi : « una sola feb- 
bre sotto li 27 Luglio del 1604, a mezzo corso di sua età, contando allo- 
ra gli anni 44, toIs« dal mondo un tant'uomo ». E in un altro suo auto- 



POETA LATINO ED ERUDI'Ì'O DEL SEC. XVI 283 

grafo (B 39) è ripetuto 1' errore , facendovisi pur nascere il poeta il 25 
gennajo del 15G2 e morire di 44 anni nel 1604. 

Sennonché, in seguito, in una seconda replica a! Longo, il Triolo tor- 
nò ad accettare tacitamente Panno «1560» (T 35 pp. 5,12 e 251). 

Anche da me nel 1872 e due anni dopo dall' egregio prof. Amico (A 
1 p. 5) si adottava la data stabilita nel 1805 dal Triolo. Quanto all'anno 
però nel 1876 io , per le pretese difficoltà delle quali ho innanzi accen- 
nato , preferii quella risultante dal riferito luogo del L' A nchore ; e lo 
stesso fece nel 1880 l'Amico (A 2 p. 8). 

Ora, tìnalmeate, poiché intorno all'addotta nota battesimale non cade 
alcnn dubbio , credo irrecusabile la certezza che ci viene da questa ; la 
quale poi concorda con un altro documento, qui in seguito riportato, X, 
n. 2. 

Tanto , per 1' esattezza ; che, trattandosi di date , non è mai inutile 
curare. 



II. 



Eodem [die xxj.° aprilis, VI ind. 1578]. 

Presenti scripto publico notum facimus et testamar qaod no- 
bilis hieronimus vacca januensis et habitator alcami... sponte 
fecit constituit creavit et solemniter ordinavit eius veruni legi- 
tiuium et indubitatum procuratorem actorem factorem etc. nobi- 
leoi Sebastianum bagolino huius terre alcami absentem tanquam 
presentem ad vice nomine et prò parte ipsius nobilis constituentis 
prò eo in terra Xichili et alibi quo opus erit in regno petendum 
exigendum percipienduni consequendum et habendum ac babuisse 
et recepisse confitendum etc. 

Testes nob. philippus mercatanti et petrus antonius de asta. 

Balle minute VI indiz. 1577-8 del not. Pietro Baffo. 



284 SEBASTIANO BAGOLINO 



III. 

Illustri admoaum 

D. Hannibali Valguarnerio Oudranì Domino 

Sebastianus Bagolimis. 

Ave, mi Hannìbal; aggressus sudi, quod mihì iampridem ius- 
seras, aggressus sum inquani opus lyricuin in quo Horatium iini- 
tor; is eniiii (teste Quintiliano) plenus est iucunditatis et gratiae. 
Videbis in nostro opere versus elegiacos, glyconios, alcaicos, phe- 
recratios, anapesticos , ceterosque qui ad lyram pertinent. Illis 
tu dabis famain, propterea quod inaior pars illorum ad maiesta- 
tem Valguarneriae domus alligata est. Sequor et in hoc opere 
Val. Martialein, et Catulluiu, lepidum hunc, acutum illum atque 
ingeniosum : quique in scribendo non parum placuit C. Plinio. 
Habes penes te epigraminata in diversos ; haec (si me diligis) 
aut Parutue , aut Sirillio corrigenda praebe , multumque in bis 
corrigendis (absit adulatio) tuum valebit iudicium; meos errores 
deleatis , reprehendatis versus iuertes , culpetis male sonantes , 
redundantes recidatis, ampbibologicos vituperetis, breves et ob- 
scuros asterisco, obeliscove notetis; ego enim is sum qui patien- 
tissime reprehendor, praesertim ab bis Aristarchis. Vale, vir lau- 
dando; et si te, tuosque laudari a Bagolino non ineptum putas, 
quibus vos, vestramque laudem libros mitte. 

Ad Eundem 

Consideranti mihi. Illustrissime Annibal , eruditorum fautor 
egregie, quod vitae genus mihi potissimuin eligendum esset, ut 
metani actionibus meis aliquam statuerem, inter tot varia homi- 
num studia (trahit enim sua quemque voluptas) occurrit nihil in 
vita esse eligibilius virtute; nam et robur, et forma, et valetudo, 
quae bona corporis censentur, tempore dilabuntur et languescunt: 
virtus autem stabilis nunquam corruit, et (ut ait Claudianus) ex 
alta mortalia despicit arce; ea sola est quae nos, qua ratione licet, 
Diis pares eflQcit; nam virtutis merces est immortalitas : nos au- 
tem qua parte immortales sumus nisi ingenio I Adeo ut pruden- 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 285 

tissime dixerit poeta ille celebri» : vimtur ingenio, ca>etera tnortis 
erunt. 

Ad hanc igitur virtntem , immortalitatemqne capeasendam a 
puero ingenio laborare constitiii; et multa tuli, fecique puer, su- 
davique, alsique ; soluiii natale , quod dnlcissimum est , reliqui; 
Neapolim profectus , ibique sub sapientissirais viris artem poe- 
ticam vigilante!- edoctus, post longas ambages, cyaneasque tem- 
pestates, deuiuai in siculas regiones me contuli , idest in aedes 
illustrissimi exeellentissimique Francisci Adernionis principis , 
viri qualem vix de tot millibus unum reperias : hunc immatura 
morte praeventum omnis fere Sicilia luget. V^idebat autem ma- 
ximus heros due esse hominum genera : alterum quod doctrina, 
et urbauitate vigeret; alterum quod inscitia , et rusticitate sor- 
desceret; belluis hoc, illud vero Diis immortalibus aequabat; ele- 
gitque me ut carminibus nostris, quae (si fas vera dicere) vehe- 
meuter amabat , atque exosculabatur , suas res gestas canerem. 
Sed fato nescio quo tanti principis amicitia spoliatus, ad quem 
confugerem nemiuem habui, nisi te, decus et praesidium meum, 
qui , cum omnibus virtutibus instar rutilantis gemmae fulgeas , 
tamen inter caeteras tuas virtutes (absit adulatio) haec illustrior 
apparet, clementia scilicet , et pietas. Hac clementia literatos 
foves, lisque, eosque jìenes te semper habes : fortasse imitaris 
Dionisium , qui, cum pluies aleret sophystas , dicebat hoc non 
ideo se facere quia illos admiraretur, sed quia per illos admira- 
tioni futurus erat. Ad te igitur veluti ad anchoram undique 
eruditiores catervatim confluunt : testis est (ut alios plerosque 
taceam) Antouius Cingalius, familiaris meus, quem antesignanum 
iu literìs habuisti, in poetica altiloquum , in oratione disertissi- 
mum, ingenio perspicaci praeditum , acticis leporibus scaturien- 
tem, qui te de se benemerentem laudibus prosequi non desinit, 
amat, suspicit, admiratur; testis etiam ego, qui non herilis, sed 
fraterni animi in me te uovi : idque ob eximiam clementiam tuam, 
qua cum omnibus satisfacias, tibi ipsi nunquam satisfacis. Hiuc 

tit ut non immerito illustrissimo excellentissimoque quem 

PHILIPPV8 KEX Hispaniarnm Siciliae regno praefecit, sis im- 
primis dilectus, amicis iucundus. civibus carus, omnibusque gra- 
tiosus et mihi amabilis. Vidi ego cives tuos , cum te reducem 
l*anhormi vidissent post obitum FABRITII patris omnes una 
voce per vicos clamasse et deuuo hilariter exclamasse ; quippe 



Ì86 SEBASTIANO BAOOLINÒ 

qui defiiuctum patreui in Alio redivivum desidomrent. Fuit enim 
vir patriae non paruin ntilis, et de ilio vaticinatus ait Horatius : 
Pro patria non timidun mori; vir inqnam fuit, quo non religiosior 
Pompilius, non jfravior Cato Censorius, non humanior Inlius Oae- 
sar, non mansuetior Fabricius. Tantum aluiniium Panhoruius per- 
petuis lugebit lacrimis. 

Sed revertauiur ad te. Accedit ad clenientiam tuain maxima 
liberalità» : bino tìt quod cum sis amabilis, semper fls amabilior; 
procul abs te abest crimen avaritiae, quo qui male audiunt, sem- 
per egent, semper in sordibus versantur : pulcherrima sane sen- 
tentia et digna aureo Ciceronis ore : Nil tam angusti, tamque parvi 
animi, quam divitia^ appetere; nihil honestius, magnijicentiusque, quam 
pecuniam contemnere. Avaritiam idolorum servitutem mirabiliter 
execraris propensus ad liberalitatem, quae principem decet. Quid 
dicam de bonis, quae in te Deus Opt: Max: contulit? Inter quae no- 
bilius donum dixerim cum dedit tibi concessitque geniali toro ha- 
bendam LAVINIAM coniugem, tbecundam prole, forma non inde- 
coram, pudicitia celebreiu, moribusquedefaecatam,natalibu8 8plen- 
dentem atque matronas nobilissimas superantem, ut qui ego in 
meis carminibus de ea non immerito dixerim : 

Diqna Uhi est summis sola addier heroinis, 
Et dare iura virìs, et dare iurn Deis. 

Vidi ego foeminam (si foemina dicenda est qnae virtute viros 
praecellit) cum fames ingrueret, plebsque nostra alcamitana fru- 
menti inopia laboraret , teterrimoque mortia genere necaretur , 
quotidianis elemosinis alimoniisque continuis misero» parcisse, 
recreasse, quodammodo ad vitam eos revocasse, qui Orci , Pro- 
aerpinaeque peculio annumerati erant. 

Sed iterum ad te revertor. Quem diem sine linea, idest sine 
lectione magnoruoi virorum praeterisl Bibliotheca tua, quae in 
partit)us Italiae celebre nomen obtinuit, magno ducitur tibi ho- 
nori; veruni maiorem ex te laudem accipit; et ausim dicere, quod 
non bibliotheca dominum, sed bibliothecam dominus ornat : nani 
quem librum, quod volumeu , quam historiam , et (ut ad artem 
meam redeam ) quem versum non calles ? Scis quippe magnam 
potentiam sine magna eloquentia comparar! non posse ; si enim 
apud regem habenda sit oratio , sive apud populum , quis inter 



POÈTA LATINO ED ERUDITO Ì)EL SEC. XVI ^7 



paiilioniiitanos, sieiilosque equites te facundior ! Pascis aiiiiiinni 
continua lec.tione ; nnlluin «liem sine literatorum confabulatione 
ire (lesinis : inde fìt ut qnotidie doctior evadas; habes etiain a- 
jnul te niitrisque viros boiios, Inter qnos est M. GENTFLVCTVS 
Spoletinus, vir paucoruni viroruin doctrina non volgari , iustus, 
et integerrinius , ex quo non potes esse non bonus. Sed quid 
uioror pluribusf In te est tìdes , est integritas , est pietas, est 
probità», est gravitas, est iustitiw, est religio, et (ut uno verbo 
dioain) suiit omnia. 

Tu niihi dixisti : scribe. Accipe ergo, vir laudando, carmina 
caepta iussis tuis. Quae carmina diligenter scripsimus, et ex va- 
riis auctoribus modeste excerpsimus; imitati siummos poetas , et 
praecipue Virgiliuiii, qui multa ex Ennio et Lncretio, non panca 
ex Actio et Vario in suum opns magnifice distribuit. Scripsi in- 
super aliqua scholia in versus meos ; non in omnes versus, nam 
rem pus defecit : sed tu ab uno disce omnes ; scripsi igitur scho- 
lia, non ut doctrinam meam , quae parva est , ostenderem , sed 
ut sudores nostros futura aetas (si tantum mea carmina valent) 
animadverteret^ et ut obtrectatorum linguis, quae omnia legaut 
ut carpant, ora signarem, veluti Aegyptius alter Sygaliou. Ver- 
sus meos signatos tibi esse sensero, summam mihi inde mercedem 
putavero; nam, si tibi uni i)lacuero vipereas obtrectatorum lin- 
guas non pertiniescam, et (ut ait Martialis) vindice te nec Pro- 
buuj timebo. Vale, Maecenas noster; meque, qui te veneror, dilige. 

Dal Quinternum della Biblioteca Comunale di Palermo, ce. 178 

Nota 

Nella st'conda lettera , al luogo che ho segnato con puntini , manca 
nel codice il nome dell'illustre personaggio; il quale doveva essere Diego 
Ilenriquez de Guzman conte di Albadelista , viceré di Sicilia dal 1585 
al 1592. 



288 SEBASTIANO BAGOLINO 

IV. 

N. 1. 

Die S Decembris [1591]. 

Io Prebti lo: B:ta Serro de licentia ho anellato privatamenti 
in casa a lo Mag.co Sebastiano Bagolino tìglio del q.dani Io: Leo- 
nardo et Catherina di Alcamo con Franciscella Battiata figlia di 
M.o Ant.o et loannella di Alcamo: presenti clerici petro bago- 
lino et geronimo rosso. 

Da^ registri matrimoniali, neW archivio della maggiore chiesa di 
Alcamo; libro IX, anno 1591, e. 31. 

N. 2. 

Die 28 Septembris vi Ind. 1592. 

Io presti Bernardo Vlscò ho dato li spons. a Sebastiano Ba- 
golino e Antonella [sic, per isbaglio , invece di FranciscellaJ la 
Battiata di Alcamo, presenti e. Vito di Fidirico , et e. Angelo 
Blasco, M.ro Vito Sanctoro. 

Da' detti registri matrimoniali', lib. cit., anno 1592, e. 1. 

N. 3. 

Die vi.j.» aprilis vj* ind. 1593. 

Cum bis temporibus preteritis fuerint et sint couflrmata eerta 
capitala tenoris sequentis, videi icet : 

IHVS 

In alcamo a dì 22 di 9.bro 1591 v* ind. 

Capituli del felici matrimonio nel nome del S.re felicementi 
de contrahersi alla greca juxta la consuetudini di questa terra di 



POETA LATINO ED EEUDITO DEL SEC. XVI 289 

alcaino infra lo m.co Sebastiano bagolino spuso di una parti et 
la m.ca franciscella puella virgini figlia legitima et natorale di 
nei antonino et joanna vattiata jiigali ditte terre dotanti subto 
li pacti appresso distinti. 

In primis si intenda ditto matrimonio expedito conformi alla 
dispositioni del sacro consiglio tridentino et havuta primo la be- 
neditione ecclesiastica. 

Item li detti no.i Antonino et joanna parenti di essa spusa 
dotano a ditto m.co spuso Oz. quattrocento, cioè Oz. ducento in 
dinari et Oz. ducento in robbi et stigli di casa extimati alla la- 
tina con suo adito; li quali Oz. 200 in dinari li si daranno cioè : 
Oz. 10. 5 in rendita ad ragione di Oz. 10 per cento da doversi 
cioè Oz. 3. 9 per francesco speciali et beatricij laudico, Oz. 3 per 
bastiano di Catania, Oz. 3 per nicolao de fazio, tt. 26 per bartho- 
lomeo lo liali, per pubblici contratti et sopra li predij in quelli 
contenti per sorti principali con la annata dello anno presenti 
china Oz. 101. 20 

Oz. quaranta in denari contanti ad ogni requesta 
di esso m.co spuso Oz. 40. — 

Oz. vinti novi e tt. ciuco in dinari per tutto lo 
misi di luglio proximo del presenti anno . . . Oz. 29. 5 

Et altri Oz. vinti novi e tt. ciuco in dinari per 
tutto lo misi di luglio di lanno vj.a ind. prox. fut. 
in questa terra di alcamo Oz. 29. 5 

Li ditti Oz. 200 in robba et stigli extimata ut s.a 
a la latina ad ogni requesta di esso spuso . . Oz. 200. — 
li quali doti supra expressati li ditti de la battiata ])arenti do 
tano a ditta spusa per qualunqui ragione ad essa spettanti re- 
servato chi alla morti di ditto m.co Ant.no suo patri si habia di 
equalari con li altri soi figli succedenti a la parti di pio comò li 
altri figli in forma, li quali doti promisi esso m.co spuso bene ser- 
varli et in casu di separazioni di esso matrimonio et premorendo 
esso spuso constituiri a la ditta spusa unci vinticinco per ragioni 
di antefatto et verginità et premorendo essa spusa pocza dispo- 
niri et testari a suo libito di Oz. vinticinco. 

Cum pacto chi ditti Oz. 10. 5 di rendita supra dotati non li 
pocza esso spuso vindiri ne alieiiari ma che stiano per evitioni 
di essi doti in forma et in caso di recapito si hanno di conver- 
tiri un altra volta in cxjrapra di tanta rendita et stia nello modo 
supraditto. 



SEBASTIANO BAGOLINO 



Cuui pactu ancora che Dioreiido ipsa spusa senza figli logitimi 
et naturali dal suo corpo legitime discendenti et si con figli et ditti 
tìgli in minori etati cioè li tìgli niascoli minori di anni quattor- 
dici et li tìgli femini minori di anni dudicì ditti doti succedano 
ditti dotanti seu soi heredi et successori. 

t lo Sebastiano Bagolino contìrmo ut s.a [auto(frafo\. 

t Io giacomo liccio contìrmo ut s.a da parti del no.i Ant.no 
la vattiata. 

Ideo hodie pretitulato Pro telici prospero beneditto et santo 
matrimonio in dei santorumque nomine feliciter contracto et ex- 
inde adimpletis sollemnitatibus ecclesie legitime consumato se- 
cundum morem ritum et consuetadinem grecorum et prout vul- 
gariter dicitur alla greca in peri)etuum inter franciscellam puel- 
lam virginem filiam legitimam et naturaleui antonii et joanne la 
vattiata iugalium et eius parentuin de terra alcami mihi notarlo 
etiam cognitam convenientem et contrahentem sponsam ex una 
et sebastianum bagolino filium legitimum et naturalem jo: leo- 
nardi et Caterine bagolino viventis olim iugalium et eius paren- 
tum de ditta terra alcami mihi notario etiam cognitum presentem 
et contrahentem sponsum ex altera. 

Contemplatione et decoratione cuius qaidem matrimonii pre- 
ditti jugales de la vattiata parentes ditte sponse eandem sponsam 
eorum filiam dotando et dotari volendo in dotem dotant et dota- 
verunt ditte sponse et prò ea ditto sponso stipulanti dotes in- 
frascrittas videlicet : 

uncias ducentas p. g. in pecunia et uncias ducentas raubarum 
ad morem latinorum extimandarum iuxta usura et consuetudinem 
ditte terre de quibus quideni Oz. 200 dotium in pecunia predittus 
sponsus fatetur se habuisse a dittis dotantibus stipulantibus un- 
cias quatraginta otto e tt. 10 p. g. in pecunia de contanti de 
quibus apparet quendam apodixam que sit cassa etc. Itera uncias 
quinquaginta otto e tt. 10 p. g. ditti dotantes in solidum ut supra 
solvere promittunt ditto sponso stipulanti hoc modo videlicet : 
Oz. 29. 5. Ad requisitionem ditti sponsi et Oz. 29 et 5 per 
totum mensem julij anni presentis in hac terra alcami in pecunia 
numerata in pace. 

Itera prò une. centura quinquaginta unum ett. viginti ad com- 
plementum predittarum Oz. 200 dotium in pecunia preditti iugales 



POETA LATINO ED ERUDITO DEL SEC. XVI 291 

de la vattiata parentes ditte sponse dotantes per eoe et eorum 
in solidum ut supra dotaverunt et assignaverunt et titulo et causa 
ipsius insolidum dotationis et assignationis habere licere conces- 
serunt et concedunt preditto sponso stipulanti et recipienti une. 
decem ett. quinque p. g. debendos et anno quolibet solvendos 
per personas infrascrittas prò rathis infrascrittis videlicet : une. 
tres et tarenos novem p. g. <leb. per franciscum speciali et bea- 
tricem laudico iure subiugationis virtute duoruin contractuum 
subiugatoriorum in attis quondam nob. net. Io. vincentii de mulis 
unius die Oz. 3. 9 

Item uncias tres iure subiugationis deb. per se- 
bastianum de Catania virtute trium contrattuuin su- 
biugatoriorum in attis quondam nob. not. jo. vin- 
centii de mulis unius die xv.o aprilis ij.e ind. 1589 et 
alterius die 15 septembris iiij.e ind. 1590 et alte- 
rius die Oz. 3. ~ 

Item uncias tres per nicolaum de facio iure subiu- 
gationis virtute contrattus subiugatorii iu attis raeis 
not. infrascritti die xx.o novembris v.e ind. 1591 . Oz. 3. - 

Item tt. 26 per bartolomeura lo liali iure subiu- 
gationis tanquam heredera quondam beatricis lo Ia- 
cono virtute contrattus in attis quondam don ant. 
cino die xx.o augusti xiij.e ind. 1569 . . . Oz. — 26 

Totas dittas Oz. 10. 5 redditus etc. Francas etc. Quorum qui- 
dem reddituum superius dotatorum et assignatorum etc. Item 
concedunt etc. Ad habendum etc. Cesserunt et transtulerunt etc. 
Et hoc prò pretio etc. Eenunciates etc. 

Dittas vero uncias ducentas raubarum superius dotatas ditti 
dotantes dare et consignare promittunt ditto sponso stipulanti ad 
omnem primam et simplicera requisitioneui preditti sponsi stipu- 
lantis in pace etc. 

Promittens dittus sponsus dittam sponsam trattare et habere 
In eius charam et dilettam uxorem etc. In pace etc. 

Cui quidem sponse dittus sponsus constituit in dodarium et 
iure dodarii uncias viginti quinque p. g. ad soluptionem quarum 
teneatur dittus sponsus casu quo premoriretur ditte sponse etc. 

Item supraditta sponsa promisit dittum sponsum trattare et 
habere in eius charum et dilettum virum ut decet et non alìter etc. 

Et hoc in et sub omnibus iUis pattis etc. et«. 



292 SEBASTIANO BAOOLINO 

Gum patto etiam etc. 
Que omnia etc. Itera etc. linde etc. 

Testes uiaczeus burgarello et m.r vitus bouatìiii et Viucentius 
valditaro. 

Dalle minute VI indiz. 1592-3 del not. Lorenzo Lombardo^ ce. 
1046 e 8egg. (Of. registro ce. 1141 e segg.). 



F. M. Mirabella 
(ContiniMi) 



I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 

(Continuazione, vedi anno XXXV, fase. I-II). 



CAPITOLO TERZO 
I Bizantini (535 = 669). 

Spedizione di Belisario. — Assedio di Panormo. — La guerra in Italia. — 
La Sicilia rocca della potenza bizantina. — Belisario ricliiamato. — To- 
tila in Sicilia. — Liberio. — Arta,baue e Narsete. — Fine della guerra. — 
S. Gregorio. — La leggenda di Autari. — Costante II in Sicilia. — Prime 
incursioni dei Musulmani. 

Cogliendo il momento adatto, Giustiniano si decise dun- 
que nel 535 a cominciare la guerra gotica , ordinando a 
Belisario di imbarcarsi con un esercito di 7500 soldati, fin- 
gendo di essere diretto a Cartagine. Sbarcato in Sicilia , 
forse a Catania , come per approvigionarsi , il duce bizan- 
tino, secondo gli ordini ricevuti, iniziò, viste le condizioni 
favorevoli, la conquista dell'Isola, clie volea occupare prima 
d' ogni altra terra , per farne la base delle sue operazioni 
militari ; dal modo di agire di Belisario si scorge netta- 
mente che il possesso del Lilibeo non era che un pretesto 
diplomatico. Anche questa volta suo luogotenente era lo 
storico Procopio il quale scrisse la narrazione della guerra. 

I bizantini che nella guerra del 533 erano stati favoriti 
dai goti, per odio contro i vandali, ebbero in quest'ira- 
presa aiuto dalle jmpolazioni dell'Isola, le quali erano forse 
spinte in qualche modo dal sentimento religioso , contra- 
stato dai goti , ma in fondo non avevano grandi ragioni 
perchè ragionevolmente non potevano sperare in nessun 
modo di migliorare la loro condizione , cadendo in potere 
dei bizantini ; ma spesso i popoli s'illudono che basti mu- 
tar padrone per trovarsi meglio. 

Mentre i cittadini aprivano a Belisario le porre delle 
Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXXV. 20 



294 I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 

città, accoj^^lienflolo (1) come liberatore, fiaccamente ^ii si op- 
ponevano le guarnigioni gotiche , le quali del resto non 
erano, come s^è visto, molte nell'isola. 

Presa dapprima Catania , e quindi Siracusa , Belisario 
continuò senza grandi sforzi la conquista dell' isola sotto- 
mettendo « per capitolazione » molte altre città (2). Il più 
forte contrasto in questa prima parte della guerra fu rap- 
presentato da Sinderith duce della Provincia il quale fu però 
vinto (3). Non rimase in breve a conquistare che Palermo, 
città munita e difesa da un forte presidio che dovea op- 
porre lunga e vigorosa resistenza. 

Belisario s'avvide che dalla parte di terra invano si sa- 
rebbe adoperato a superare le sue opere di difesa, che già 
Ermocrate alla fine del V secolo a. Cr., non ostante la vittoria 
riportata non lungi da esse, non avea osato assalire. Allora 
fece entrare la sua flotta nel porto che, come è noto, s'in- 
ternava profondamente dentro terra , fino a toccare quasi 
le mura della parte nuova della città (Neapolis), giungendo 
fino all' oflierna Piazza Caracciolo (4). Quivi essendosi ac- 
corto che gli alberi delle navi superavano 1' altezza delle 



(1) Procopio, d. B. G., HI, 16. 

(2) Cfr. Procopio, d. B. O., I, 5.— Mabcellin. com., Chron., a. 535, 
pag. 104 (ed. Momnisen in M. G. H.) : « Belisarius consul egitur, recto- 
que navigio Siciliani properat , Catinam et Syracusas sine mora , immo 
ornneni pervadit Trinacriam». 

(3) JoRDANES, Romana (M. G. H. , voi. V , pag. 48) : « Siciliani per- 
« vadit (Belis.) duce eius Sinderith superato, ubi aliquantuluni temporis 
«ad ordinandum patriara resideat». Cfr. anche Jord., Gotica, p, 137. 

(4) Sulla topografia di Palermo antico che , per un errore di metodo 
nella ricerca , è stata fin qui molto imperfettamente concepita , hanno 
scritto, fra i moderni: Schumbring, Ber liistorischen Topoiiraphie von 
Panormus, Liibek 1870. Holm, Studi di Storia Palermitaìta (in A. S. S. 
a. S. a. I.), Palermo, 1879. ViNC. Di Giovanni, La topografia antica di 
Palermo, 2 voli. Palermo, 1889-90. Recentemente G. M. Columba ha ri- 
preso la questione trattandola lucidamente e risolvendola in modo nuovo 
e definitivo in una memoria importantissima : Per la topografiu antica di 
Palermo (in «Studi pel Centenario di Michele Amari », voi. II, pp. 395- 
426), con una pianta, Palermo, 1910. 



1 BABBABI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 295 

Ili lira, fece salire i suoi soldati su piccole barche legate al- 
l'estreinità delle anteuue, faceudo così iiDi)eto dall'alto c<ni- 
tro i difeusori delle mura potè prendere la città (1). 

La resistenza di Palermo e ^li sforzi di Belisario per 
prenderla, j)iù tardi furon molto celebmti pel crescere del- 
l'im])ortanza della Città, sicché si formò la tra<lizione eru 
dita che Belisario avesse fondato in Palermo, per rendere 
grazie della Vittoria, la chiesa di S. Maria della Pinta (2), 
o forse meglio, avesse per primo trasformato iu chiesa un 
vecchio tempio pagano ivi esistente, tradizione che se è cer- 
tamente possibile da nulla è provata. 

Volgendo a male la guerra pei Goti , essendo già con- 
dotta a termine felicemente la prima impresa, Theodahad 
loro re, che trattava allora con Pietro, nunzio imperiale, 
offrì a Giustiniano di cedere la Sicilia con l'Italia a condi- 
zione di un certo tributo ; ma insuperbito poi per alcuni 
piccoli trionfi ottenuti dai suoi in Dalmazia, Theodahad 
« quest' uomo senza carattere » (Holm , p. 527) tradì 1' ac- 
cordo (3) sicché Belisario fu costretto a passare in Italia 
onde riprendere le ostilità. Egli avea trascorso l'inverno del 
535 - 36 a Siracusa, ove era entrato trionfante dopo la resa 
di Palermo (4) , allontanandosene solo per poco ; per sotto- 



(1) Pbocop., d. B. G., I, 5. 

(2) Sulla vecchia cliiesa di S. Maria de Pietà esistente già nel 1167 
(cfr. Garofalo, Tabularium F. ac. 1. Capp. divi Petri in P. Panonnitano 
Palaiio , Panormi , 1835 , pag. 24) vedi una memorìa del Mongitore in 
Di Giovanni, op. cit., II, 192 segg. 

Le vestigia della Chiesa nella sua ultima costruzione furono scoperte 
nel 1904 a Piazza Vittoria non lungi dagli edifizi romani. 

(3) Procopio, d. B. G., T, 6-7. 

(i) Vedi Peocopio, d. B. F., II, 7 ; d. B. 6. , I , 5. Nella velenosa 
storia arcana, Procopio narra che Antonina la moglie di Belisario si ab- 
bandonò durante (juesto soggiorno a delitti di vario genere. 

Sulle {)ersone della Corte Bizantina si veda il bel libro del Dihel , 
Justinien eco. ove principalmente notevoli sono le pagine (35-71) dedicate 
all'imperatrice Teodora alla quale fra grandi difetti si riconoscono pure 
sommi pregi. 



206 I BÀRBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 

mettere i soldati di Africa, ribellatisi a (Cartagine contro il 
patrizio Salomone, nella solennità della Pasqua (1). Ritor- 
nato Belisario in Sicilia, e lasciati dei presidi a Siracusa ed 
a Palermo, passò nel mese di Maggio del 530 nella peniso- 
la (2) per iniziare la guerra definitiva contro i Goti. 

In essa la Sicilia fu il luogo di apju'ovigionaniento dei 
Bizantini; il granaio ed insieme la base delle operazioni 
militari. 

Passò in sul principio della guerra a Belisario, Bbrimuth, 
genero di Theodahad , secondo alcuni mentre il Generale 
Bizantino era ancora in Sicilia (3) , secondo altri quando 
era già passato a Reggio (4). 

Le vicende della campagna Italiana di Belisario son 
troppo note, perchè me ne occupi, né del resto entrano nel- 
1' ambito della presente ricerca. Conviene solo richiamarle 
fuggevolmente per potervi innestare la narrazione degli 
avvenimenti Siciliani di quell'epoca che sono ad essi stret- 
tamente legati (5). 



(1) d. B. V. , IT, 14. Sul patrizio Salomone, che era succeduto a Be- 
lisario nel comando della provincia Africana, vedi Diehl, V Afrique By- 
zantine, Paris, 1896, pag. 75 segg. 

(2) Vedi Procopio , d. B. G., 1 , 8. Il Rbiprich dedica nn excursus 
(p. 34-38) a dimostrare appunto che la guerra ebbe inizio nel 536. 

(3) JORDANES, Bomana (pag. 48) « Ubi raox Everraud Theodahadi Go- 
« tliorum regis gener , qui contrarius cum exercitu venerat cernens pro- 
« speritatem consulis ultro se ad partes dedit victoris hortaturque ut iam 
« antelautem suique adventui suspectam subveniret Italiara». Marcelun, 
Chron. , ad. a. 536 (p. 104) « Ebreraud Theodati gener relieto exercitu 
« regio in Britios ad Belisarium in Siciliam convolavit». Cfr. pure Jord., 
Getica, 308 (pag. 137). 

(4) Procop-, d. B. G., I, 8. Quest'ultima versione che pare al Reiprich 

« sine dubio preferenda quippe quum Ebrimutlius ad fretum custodien- 

dum in illa urbe collocatus esset » (pag. 17) , è seguita dall' Holra (III , 
pag. 527) e pare anche a me da preferirsi, anche perchè proveniente da 
Procopio, che riguardo ai dati di fatto merita sempre molta fede. 

(5) La narrazione distesa si veda nelle varie storie generali dell' alto 
Medio evo Italiano, principalmente in Hartmann, II, 1 , pag. 260 segg. 
ed in HoDGKin, voi. V {The imperiai ristoration). 



i BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 297 

Il vecchio duce dopo aver preso Napoli, Cuiiia , Boaia 
e Spoleto, in sul finire del 538, avea quasi completamente 
scoutìtti i Goti , ed era padrone di tutta l' Italia Meridio- 
nale. Avea già reso porto militine quello di Ancona e s'era 
impadronito di Ravenna, quando , per quei maneggi della 
corte cbe non sono un mistero , fu richiamato a Costanti- 
nopoli, e l'Italia lasciata senza il sostegno del suo valore, 
esposta alle armi del prode re Totila. 

Con questi, che era successo nel 545 ad Erarico, succes- 
sore di Vitige, i Goti ripresero, durante l'assenza di Beli 
sario, terreno, riducendo a mal partito le cose degli impe- 
riali nella Penisola. Avevano ripreso Caeseua, Petra, Be- 
nevento, Guma ed altre città, ed in seguito alle vittorie di 
Faenza e del Mugello, avevano ricevuto omaggio da molte 
città che spontaneamente pagarono loro dei tributi. 

Da Costantinopoli, ove si era in effetti molto pìh preoc- 
cupati della guerra contro i Persiani (1), tanto per non pa- 
rere di non badare affatto all'Italia (2), si mandarono suc- 
cessivamente con soldati e denari Demetrio ed il prefetto 
del pretorio Massimiuo. Ma alcune navi e vettovaglie, rac- 
colte da Demetrio nei porti di Sicilia, con l' intenzione di 
muovere contro il re Goto (3), furono prese, senza che aves- 
sero opposto resistenza alcuna, da Totila, il quale nella pri- 
mavera del 543 possedeva tutta la parte peninsulare dell'I- 
talia. Rimaneva in potere dei Bizantini solo la Sicilia, e 
Totila consapevole dell' importanza di questo possesso pei 
Bizantini, cercò di diminuirne il valore, tagliandone le co- 
municazioni con Eoma , col prendere Napoli , che volle in 
suo potere ad ogni costo, assediandola, pur avendo escluso 
di regola dalla guerra, gli assedi (4). 



(1) Sn questa guerra vedi C. M. Patrono , Bizantini e Persiani alla 
fine del VI sec. (in « Giorn. d. Soc. Asiatica Ital. », voi. XX, 1907, pa- 
gina 2ó9 segg. 

(2) Vedi C. M, Patrono, Studi Bizantini, in « Kiv. di St. Antica» 
dir. da G. Tropea, XIII, pag. 50, Padova, 1909. 

(3i Prooopio. d. B. O., HI, 6. 

(4; Giacinto Romano, op. cit., pag. 206. 



298 I BABBABI KD I BIZANTINI iN SICILIA 

Appunto durante l'assedio di Napoli, fu richiesto di aiuti 
Massimino, il quale era venuto in quel tempo dall'Epiro 
in Sicilia, ma era rimasto inoperoso a Siracusa, da dove 
non si mosse neppur ora (1). 

Preoccupato linai mente delle faccende della guerra d'I- 
talia, Giustiniano si decise a mandare nella Penisola Beli- 
sario. È noto come il grande capitano, caduto già in disgra- 
zia della corte (2), venisse in Italia quasi senza esercito sic- 
ché dovette limitarsi ad una debole difensiva cercando di 
conservare alcune città forti. 

Totila assalì perfino Eoma, che si sostenne fra gli stenti 
per lungo tempo ; Papa Vigilio che si trovava a Costanti- 
nopoli, mandò in aiuto della Città del grano di Sicilia, ma 
fu intercettato dai Goti, sicché, aumentando di giorno in 
giorno la carestia, Pelagio diacono decise di andare a tro- 
vare Totila per trattare della resa. Fu in quest' occasione 
che il Re dichiarò che non avrebbe giammai perdonato ai 
Siciliani l'ingratitudine mostrata col loro passaggio ai Bi- 
zantini (3). 

Siamo al 546, l'anno più triste per la potenza bizantina 
in Italia ; la Sicilia è, può dirsi, tutto quanto rimane agli 
Imperiali ed è il solo sicuro luogo di rifugio d'Occidente. 
Quivi s'era ricoverato infatti Papa Vigilio che vi trascorse 
l'inverno 545 -4G e vi morì nel 555 quando s'accingeva a 
ritornare a Roma (4) dopo averne ottenuto il permesso in 
compenso di aver condannati i tre capitoli (5). 



(1) HoLM, 111, 1, 528. 

(2) Sull'ingratitutline di Giustiniano in genere, ed in particolare verso 
Belisario ct'r. il citato libro di C. Diehl, Justinien ecc., pag. 19. 

(3) Procopio, d. B. G., Ili, 16. 

(4) Cfr. Liber Poutificalis ed. Duchesne , Paris , 1886 , I , pag. 299. 
Procopio, d. B. G., Ili, 16; od Marc. Comitis, Chronic. auctorim. M. 
G. H. auct. ant. XI, pag. 43 ed. Mommseu. 

(5) Teodoro Mopsuesteno ed i suoi ammiratori Iba vescovo di Edessa 
e Teodoreto vescovo di Ciro, insegnavano contro gli Eunomiani e gli A- 
pollinaristi non essere una sola persona in Cristo , non Dio vestito di 
carne, né la Vergine madre di Dio, ricevendo approvazione dal IV Con- 
cilio ecumenico, quello di Calcedonia. 



I BABBA.UI ED I BIZANTINI IN SICILIA 299 

E pure in Sicilia si ricoverano alcuni ragguardevoli A- 
fricani (1) fuggendo dalla loro regione ove il potere dello 
Impero era pressoché nullo per le continue rivolte dei sol- 
dati e gli attacchi dei Mauri. Ma Belisario aveva intanto 
ripreso Kouia e vi s*era afforzato in modo da non più uscirne; 
nnzi ricevute alcune milizie in aiuto dall'imperatore, scese 
in Calabria (547) e venne anche in Sicilia, entrando in Mes- 
sina (2). In questo suo soggiorno Procopio narra nella sua 
velenosa storia arcana che il duce Bizantino abbia vessato 
gli isolani con forti tributi (3ì; la notizia, è evidente, provie- 
ne da fonte molto sospetta, e se non addirittura creata può 
considerarsi per lo meno frutto di molta esagerazione, esage- 
razione che avrebbe poi raggiunto il culmine in una notizia 
contenuta nel « Liber Pontifiealis » per la quale « Belisarius... 
reversus ad Siciliani depopulavit eam » (4). Ma vere o no que- 
st-e vessazioni , alla Sicilia non mancarono i guai durante 
questa guerra disgraziata : in essa nel 548 sbarcarono 2000 
soldati destinati a Belisario (5), e , l'anno seguente Totila 



Agli acefali (cioè a quegli eretici che professavano l'imlifferenza sul- 
l'agitata questione della natura doppia di Gesù), importando l'abolizione 
del Concilio di Calcedonia , a loro contrario esplicitamente , interessava 
perciò che fossero condannati i tre vescovi, sicché il loro capo Teodoro 
Ascita, vescovo di Cesarea indusse Giustiniano a scomunicarli. L'impe- 
ratore solo dopoché ebbe compiuto tale atto sacerdotale pensò di farlo 
ratificare dai patriarchi e quindi da Vigilio, il quale dopoché il V Con- 
cilio Ecumenico ebbe nel 553 sentenziata l'eterodissia dei tre capitoli li 
condannò. Vedi De Potter, 8tor. d. Cristianesimo, voi. I, cap. X, $ 3. 
Torino 1858. Grisar, Roma alla fine del Mondo Antico, Roma, 1899, vo- 
lum. I, 2, pag. 138 seg., e pag. 248 segg. 

(1) Cfr. DiEHL Ch., VAfrique Byzant., pag. 348 segg. 

(2) Procopio, d. B. G., Ili, 30. 

(3) Id. Eist. Are, V-37. 

(4) Liber Pontifiealis, in « Vita S.te Ursicini », XXIV, in M. G. H. — 
Jier. Lomj. Script., p. 322. — Che qui sia confuso Belisario con Totila, so- 
spettA invece l'editore Holder-Egoer (ivi), sebbene io non veda ragione 
alcuna per farlo. 

(5; Procopio, d. B. G., Ili, 39. 



300 I BABBABI ED I BIZANTINI IN SIOILIA 

dopo la partenza di Belisario , presa per la seconda volta 
Roma, passò in Sicilia contro cui era, come s'è detto, sde- 
gnato perchè s'era data tanto facilmente ai Bizantini nel 
535, non ostante non avesse a lamentarsi del governo ostro- 
goto, e (jlie voleva colpire, come il cuore della potenza bi- 
zantina in Italia. 

A quest' impresa Egli si accinse con grande attenzione, 
valendosi <li alcune navi tolte ai Greci e di 400 barche fatte 
allestire appositamente. Dopo aver preso Reggio ed avervi 
lasciato un presidio, si recò all'assedio di Messana. 

Presso la città ebbe un combattimento col comandante 
del presidio Domnenziolo, il cui esito fu incerto; vedendo 
però il duce bizantino che difficilmente avrebbe potuto so- 
stenere un urto ulteriore, si rinchiuse nella città, che non 
fu presa (1). 

Altre schiere gotiche penetrarono allora nell'interno, sac- 
cheggiando crudamente l'isola (2); solo allora Giustiniano 
convinto dell'estrema serietà degli affari d'Occidente, si de- 
cise ad un'azione energica, mandando, come primo provve- 
dimento a difendere la Sicilia, una fiotta sotto gli ordini 
di Liberio (3) ed una seconda a sostegno della Penisola , 
alla testa della quale volea mettere il nipote Germano, sposo 
di Matasunta (vedova di Vitige). Ma essendo questi morto 
prima della partenza, come capo della spedizione fu scelto 
l'eunuco Narsete , al quale, come è noto, era riservato il 
compito di distruggere del tutto la potenza Gotica. 

Liberio navigò verso Siracusa che era assediata da To- 
tila e riuscì a penetrare nella città ; ma non vi restò molto 



(1) Pbocop., d. B. G., Ili, 39. 

(2) Id., Id., ITI, 40. Cfr. anche S. Greg. Magno, Dial., II, 15; « ... To- 

tila cuin non multum post Romani adiit, ad Siciliani perrexit... » 

(in M. G. H. Rer. Lang. scriptores). Paolo Diacono, Hist. liomana,XVI, 
22. « Siculmn transgressum (Gothi) fretuni Siciliani invadnnt» (M. G. H. 
auct. ant. voi. II). 

(3) Procop., d. B. G., Ili, 40. 



l BARBARI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 301 

perchè vedendo che con le sue forze limitate trovavasi in 
pericolo, si recò nella niunitissinia Palermo (1). Totila in- 
tanto, si allontanava dall'isola lasciando dei presidi in quat- 
tro città ; tale partenza si dovrebbe, secondo narra Proco- 
pio, ai consigli di Si>iiio , questore Spoletano il quale fece 
osservare al Kc di cui era molto amico, che l'Italia correva 
pericolo, minacciata dalla spedizione di Germano che met- 
teva conto di combattere subito. A dar questo consiglio 
Spino era molto interessato, infatti, essendo egli stato preso 
prigioniero dai Bizantini a Catania, gli si era data la libertà 
a sola condizione ch'Egli avesse fatto allontanare dall'isola 
Totila (2). 

Totila persuaso in ispecie dalla considerazione che in 
Sicilia avrebbe potuto ritornare non appena si fosse sba- 
razzato di Liberio, ])artì, lasciando nell'isola presidi in quat- 
tro piazze forti che non possono essere né Palermo, né Ca- 
tania, né Siracusa e neppure Messina, luoghi presidiati da 
truppe bizantine, ma forse altre località secondarie che non 
abbiamo elementi ])er ricercare. 

Nel 551 veniva finalmente in Sicilia Artabane, generale 
che avea avuto una parte rimarchevole nella guerra d' A- 
frica (3) e che fin dall'inizio della guerra contro Totila era 
stato dall'Imperatore destinato a sostituire in Sicilia Libe- 
rio (ritenuto, perché vecchio, di poca energia), ma che non 
aveva fin allora potuto prendere il comando dell' Esercito 
Siciliano , perché nel venire nell' Isola , le sne navi spinte 
da una tempesta erano andate a Melite, isoletta del Pelo- 
ponneso (4). 

Artabane come compimento della campagna che non avea 
potuto condurre, scacciò , poco prima che Narsete sconfig- 
gesse i Goti al Vesuvio, i presidi lasciati da Totila (5), nl- 



(1) Procop., ìoc. cit. 

(2) Loc. cit. 

(S) Cfr. DiKHL, V Afrique liysnut., pag. 356 segg. 

(4) Pkocofio, d. B. 6'., Ili, 40. 

(5) Procopio, d. B. O., IV-24. 



302 I BABBABI ED I BIZANTINI IN SlOlLÌÀ 



timi resti della potenza Gotica nell'Isola. A])pena terminata 
la guerra, la Sicilia, subì, come (juasi tutto il resto d'Italia 
le vessazioni di quella banda di barbari Goti che sotto il 
comando di Bufcilino, scorazzava per la penisola. 

Tale invasione, di cui ci ha lasciato memoria il conte 
Marcellino nella Chronica (1) e Gregorio TuroiuMise (2), mi 
pare debba ammettersi non ostante ne tacciano gli altri au- 
tori , il che fa ritenere al Reiprich che non sia avvenuta. 
Son troppo poche e incomplete le fonti che possediamo su 
questo periodo che, non ostante ])ossa sempre dubitarsi che 
qualche notizia conservataci solo da una parte di esse sia 
dovuta a generalizzazione, i)ure bisogna star sempre guar- 
dinghi a rifiutarla con sicurezza. 

Si preparava intanto per l'isola quasi un secolojii pace 
che tuttavia non dovea produrre quei beni che siamo co- 
munemente adusati a considerare sui risultati ; egli è che 
essa cominciava a sentire gli effetti tristi della dissoluzione 
dell'impero di cui faceva parte. Delle sue condizioni ritor- 
nerò ad occuparmi fra breve dopo aver dato notizia dei mec- 
canismo dell' Impero ,, si vedrà allora che la Sicilia si tro- 
vava in condizioni forse peggiori <lel resto dell'Impero, seb- 
bene a provar ciò non serva, come pure ha fatto l'Amari, 
il ricordare ch'essa viene designata più volte come luogo 
d'esilio (3), come ai tempi Romani (4), dovendo in questi 



(1) Marc. Com., Chron. ad a. 554. 

(2) Gregok. Turon., in Migne, P. L., pag. 265. 

(3) Molte testimonianze si raccolgono in Paolo Diacono. Ne ricordo 

qualcuna: « his quoque temporibus (regni Justini) Narsis patricius 

Vitalem episcopura Altìmae civitatis qui ante annos plurimos ad Fran- 
coruiu regnum confugerat , hoc est ad Agonthiensem (Magonthiensem ?) 
civitatem ttindem comprehensum Siciliani exilio dannavit», li, 4 (Ed. 
Waitz, p. 74). Jugundis, sorella di Cbildepertus re dei Franchi , moglie 
di Hemeuigildo re degli* Ispani, ariano, fuggendo, per riparare in Gallia 
tu presa dai Goti e condotta in Sicilia ove morì (III, 21 , pag. 104). E 
vi fu deportata Gisa, sorella di Romoaldo signore di Benevento (V-14) ; 
e Costantino V volea <leportarv'i la madie, la Grande Irene, nel 790 quando 
tramava per riprendere lo stato , mentre poi vi furono deportati i suoi 
fautori. Cfr. Theophanes, p. 719. 

(4) Cfr. HoLM, III , 1 , pag. 437 seg. Durante il regno di Ursinio vi 



t BARBARI Ei) I BIZANTINI IN SICILIA 303 

wisi intendere piuttosto le isole che circondano la Sicilia 
che la Sicilia stessa, tiopjM) grande invero per luogo di re- 
sidenza forzosa. 

In (piesto periodo di tranquillità va ancora notato un 
fatto che in apparenza potrebbe sembrare non abbia nes- 
suna relazione, o po<',a, con la Storia civile, ma che invece 
ne ha moltissima: la fondazione (avvenuta nel 575) di sei 
conventi per o[)era di queg:li che più tardi fu Papa S. Gre- 
gorio I (1). 

Era questa, può dirsi, la prima pietra di un edifizio com- 
plesso che S. Gregorio dovea costruire in Sicilia. 1 sei mo- 
nasteri, coi quali intendeva dar ricovero agli innumerevoli 
membri della Chiesa che, esuli, vagavano in pessime con- 
dizioni , erano il primo passo per quella conquista morale 
dell'isola ch'Egli compì in seguito con opera diuturna, ren- 
dendola « cittadella del Clero Italiano » e facendola affezio- 
nare ai Papi ed a Roma (2). 

Contemporaneamente a Gregorio, sebbene con meno in- 
tensità e quindi con minori risultati , mostrò piìi tardi di 
interessarsi di Italia in genere e quindi anche della Sicilia 
l'Imj)eratore Maurizio Tiberio (582-602) (3). Una prova, forse 
l'unica, dell'interesse che questo imperatore mostrò per l'i- 
sola è l'istituzione della zecca di Catania, che appunto in- 
comincia a funzionare sotto il suo regno. 

Riguarda in qu«alche modo la Sicilia in quest'epoca una 
leggenda narrata da Paolo Diacono sul conto di Autari. 



furono relegati molti cattolici di Africa. Gfr. Victor Vitexsis , Pera. 
Vanii., II, 23. 

(1) Tale fondaziinie è ricordata <la molti autori ; nel Breviario Romano 
sì legge: >< Ptitre mortuo sex luonasteria in Sicilia aedificavit». Ma su 
que8lo fatto ritornerò a parlare nel cap. seguente. 

(2) Questa è l'idea di Michklk Amari, il quale a S. Gregorio ed alla 
Sicilia di (jiicst'epoca dedica delle pagine {St. dei Musulmani in Sicilia , 
I, 22-29) veramente degne della sua mente. 

(3) Cfr, il citato importaiitisfiimo lavoro di C. M. Patrono, Studi Biz. 
{Riv. di St. Ant., a. XIII) pag. ù(i58. 



304 I BABBABT ED I BIZANTINI IN SICILIA 

Bifli riferisce crlie il re « iisqne ad Keniani , extremani 
Italiae civitatem vicinaiii 8iciliae, pei'uinbiilasse et quia 
ibidem intra niaris undis coluniua quaedain esse posiUi, di- 
citur iisque ad eam, equo sedeus accessisse, eaiuque de ha- 
stae suae cuspide tetigisse diceus : iisqne hic erimt Lango- 
bardorimi tìnes ; (ina cohimiia ns(iue hodie dicitnr persistere 
et coliinina Aiithari a|)pelari» (1). C^uestii leggenda, dive- 
nuta per il suo contenuto simbolico, molto popolare, è stata 
generalmente rigettata dai critici moderni. 

Il Weise (2) stima che sia confuso Reggio di Calabria 
con Reggio di Emilia, Giacinto Romano vede nell'atto at- 
tribuito al re « dalla saga nazionale » « un atto simbolico » 
con cui « prese ]>ossesso delle rive d' Italia meridionale in 
nome del suo popolo » (3). Solo G. L. Audrich (4) vede nella 
leggenda il ricordo di qualche invasione ostile nelle parti 
meridionali delhi Penisola, di cui però non trova altra no- 
tizia. È sfuggito a tutti, ch'io sappia, forse a causa del vo- 
lere studiare le lettere di S. Gregorio in sé e per sé, e non 
per ricavarne elementi per integrare le notizie dubbie ed 
incomplete, una lettera di questo Pontefice, del Marzo del 
591 (5) in cui si ordina al vescovo Felice di Messana di 
accogliere in quel monastero di S. Teodoro il vescovo Pao- 
lino di Tauriano nei Bruzzi , rifugiatosi in Sicilia con al- 
quanti monaci « occasione barbarica ». 

Evidentemente l'incursione, forse di poco conto, ricor- 
data da S. Gregorio è lo sfondo su cui fu più tardi rica- 
mata la poetica leggenda di Autari, alla quih^ diede più 



(1) Paul. Diacon., Ili, 32, pag. 112 ed. Waitz (M. G. H. rer. Long, 
script.). 

(2) Italiam und Lmigoharden, 1887 cit. da Romano, pag. 242. 
(3; Romano, Le invasioni eie., pag. 242. 

(4) La leggenda longobarda di. Autari a Reggio, in «Riv. Storica Ca- 
labra», serie III, a. IX, fase. 8-11. 

(5) « Vir Venerabilis Paulinus episcopus Tauri civitatis , provinciae 
Bruttiornni, nobis asseruit monachos snos occasione disperso» barbarica 
usque uunc per totani vagare Siciliani » S. Greg.^ Epist. /, 39. 



I BARBARI ED l BIZANTINI IN SICILIA 305 



colorito eroico lo spostamento della piccola torre rotonda 
ch'era appunto la « colonna Reggina » fra le onde del ma- 
re (1). 

Sali' anno in cui tale incursione sia avvenuta non può 
cader dubbio, è il 590, poiché essa sta tra la presa di Pavia 
e la morte di Autari, fatti avvenuti in quest'anno. E la data 
della lettera di S. Gregorio, ne è conferma. 

Anche nel 601 (Febbraio) si temette in Sicilia una nuova 
incursione di barbari (Longobardi), e ce ne dà notizia S. Gre- 
gorio (2), il quale giustamente temeva che nel Marzo, spi- 
rando l'armistizio (Ofr., Ep. X, ]6) fossero riprese le ostilità. 

Cominciavano intanto nel popolo dei Musulmani a ma- 
nifestarsi i primi effetti della riforma di Maoucetto; nel 044, 
essendo morto il Calitfo Omar, il suo successore Mo'àvia , 
aveva fatto prevalere il partito della guerra navale, e, nel 
652, dopoché erano state conquistate Cipro e Rodi, i Mu- 
sulmani si diressero verso la Sicilia. Quivi sbarcarono oc- 
cupando qualche luogo delle coste e « a lor costume, man- 
dando gualdane a battere il paese, le quali facevan prede 
e prigioni e pur non bastavano ad espugnar le terre nar- 
rate. Ma tale debolezza del nemico non si poteva scernere 
dai Cristiani , tra i primi spaventati di quell' assalto , non 
aspettato uè creduto possibile, di quel terribil nome di Sa- 
raceni ; di quelle nuove fogge , sembianti , linguaggio ed 
impeto di combattere » (3). 



(1) Di quenta Colonna ho già fatto cenno a pag. 44 , nota 2». È il 
Prof. Columba che crede appunto che la Colonna Regina, che segnava 
il luogo (V imbarco per la Sicilia, sia stata in realtcì una piccola torre a 
forma di colonna (/ porti della Sicilia, pag. 297). 

(2) Ep. XI, 31. In essa ordina a tutti i vescovi di f;ire eseguire pub- 
bliche preghiere, e raccomanda nel frattempo che il popolo si meriti la 
grazia di Dio con una vita onesta «non bastando solo pregare». 

(3) M. Amari, St. d. Mus. di Sic, I, 89. Questa prima irruzione vien 
ricostruita sulle fonti da Michele Amari (pp. 82-90) ed anche da L. M. 
Hartmann, 6f. i., II, 1, p. 247 segg. Le fonti sono Theoph., Chronogr., 
I , 532 ; Liher Pontificalis , I , p. 338 ed. Duchesne ; Labbe , Sacrosanta 
Concilia, tomo VI, p. 63-69. 



306 [ BARBARI ED l BIZANTINI IN SICILIA 

Propagatasi la notizia di tale irruzione nella Penisola , 
l'Esarca di Ravenna Olimpio , che prima avea tentato tutti 
i mezzi per catturare Papa Martino, in dissidio con l'impe- 
ratori^ per la questione monotelita, si rajipacifìcò con Mar- 
tino e mosse verso la Sicilia (1). La guerra fu combattuta 
debolmente, tuttavia pur essend(>di lì a poco morto di peste 
l'Esarca Olimpio, i Musulmani cbe non avevano dasjierare al- 
cun aiuto e temevano forse il sopraggiungere <lella tiotta Bi- 
zantina, di nottetempo abbandonarono l' isola, recando via 
bottino e prigionieri. 

Da Teofane siamo informati cbe i prigionieri Siciliani 
scelsero come luogo di deportazione Damasco, notizia che, 
come giustamente osserva l'Holm (2), era stata male com- 
presa dall'Amari il <iuale intendeva che essi erano rimasti 
volontariamente prigionieri, vedendo in ciò una critica alla 
tia ca dominazione Bizantina. 

Partiti i Musulmani, la persecuzione contro Martino in- 
crudelì ; preso e condotto per la via di Messina a Costan- 
tinopoli, qui fu sottoposto ad un infame processo e de[>or- 
tato a Oherson sulle rive del Mar Nero (3). 

Veniva intanto in Italia (a. 663), secondo le comuni in- 
terpretazioni, per sfuggire i rimorsi del fratricidio, ovvero 
per combattere i Longobardi, l'Imperatore Costante II, re- 
duce dalla scontitta inflittagli dai Musulmani sulle coste 



(1) Cfr. Libfr Punti/., I, p. 338. È uoto che i Monoteliti sottilmente 
sostenevano che le opere del Dio fatto uomo , dipendevano da una vo- 
lontà eh' essi chiamano teandrica cioè divino - umana. Eraclio nel 639 
promulgò la verità della loro dottrina , e Costante II la riconfermò nel 
646 col celebre editto detto tipo. 11 Concilio Laterano condannò l'eresia, di'- 
terminando la lotta tra Costante II e Papa Martino. Cfr. fra gli altri Diehl 
Ch., Eludes sur Vadministration BifCdìitine, Paris, 1888, p. 393 segg. 

(2) S. d. S. , III , 1 , p. 588. TuEorHANES dice che i prigionieri (pxt- 
a^aav èv Aajtàaxcp ^eXTjasi aòrcòv. L'interpretazione dell'AMAiu è 1, 90. 

(3) Cfr. Theophanes, Chronoyr., l, p. 526 e 531. Baronio , Annales 
Ecclesiastici^ a. 649 e 651. 



I BABBÀBl ED I BIZANTINI IN SICILIA 307 

della Licia ; era sua iuteDzione di fissare residenza a Roma, 
il che aveva destati grandi malumori a Costantinopoli, ove 
si temeva l'allontanamento della Corte. Un'eco curiosa di 
questo malcontento ci è rimasta nella cronaca in versi di 
Costantino Manasse il quale parlando del proposito dello 
Imperatole dice cbe Egli si comportò « non altrimenti di 
chi spoglia una? ben vestita ragazza ed orna una vecchia 
dell'età di tre cornacchie come una vezzosa giovinetta » (1). 

Dopo alcuni giorni di residenza nella penisola Costante 
però passò in Sicilia , recandosi a Siracusa , ove trascorse 
poi i suoi ultimi sei anni di regno e di vita (2). 

La storia dell'isola durante la permanenza dell'Impera- 
tore a Siracusa, dalle fonti e principalmente da Paolo Dia- 
cono che dedica agli avvenimenti Siciliani di quest' epoca 
quattro capitoli della sua storia (3) , vien narrata a colori 
molto foschi. L'isola e le regioni vicine, si dice, soifrirono 
insopportabili angherie : furono aggravate le tasse , strap- 
pate le mogli ai mariti, i tìgli ai genitori , si profanarono 
i templi, tìnchè stancatisi gli animi, fu ordito un comi)lotto 
contro Costante che il 15 Luglio del 668, mentre si trovava 
nel bagno di Dafne , fu ucciso da uno^ schiavo per nome 
Andrea figlio di Troilo, il quale gli versò addosso una brocca 
d'acqua calda (4). 



(1) CosT. Man., Chron., vv. 3829-60 nel C. S. E. B. 

(2) È molto probabile che Egli siasi persuaso a trasportare la sua re 
sidenza in Sicilia per essere più vicino all'Africa. Questa è almeno 1' o- 
pinione del Dirhl, il quale osserva che « il est certaiu qu'il fit quelques 
effort« pour organiser dans l'exarchat de Carthage une plus solide defense 
railitaire » C. Diehl, UAfrique Bys., pag. 569. 

(3^ Bist. Lang., Ili, 11-14. Sono altre fonti da lui derivate : Liber Pan- 
tificalis ed. Duchesne, Paris, 1886, voi. I, p. 344 e Gesta episc. Neapol. 
(codice Vaticano Latino 5007) in M. G. H. {rer. lang. script.). L' (ìrigo 
gentis langobardorum del VII sec. edita dal Waitz nel cit. voi. dei Mo- 
numenta riassume così i fatti (pag. 6) : « Eo tempore (regni Grimoaldi) 
exivit Constantinus imperator de Costantinopolim et venit in part«.s Cani- 
paniae et regressus est in Sicilia et occisus est a suis ». 

(4) "Iv Iopaxoó(3i[) Iv t(j) paXavsi<p (Ji Svojia Aà<pv8 dice Thbophanes, 
ad. a. 665, p. 532 segg. ed. Bonn. L'uccisore si chiamava 'AvSpéa? otò? 



308 I BARBARI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 

Il racconto così come c'è tnimaiidato è certamente a(!- 
cettabile ; unlla v'ha che possa farceU) ritenere dnbbio. Non 
sono nguahnente accettabili però le notizie sui danni subiti 
dalla Sicilia per operji di Eraclio. 

Paolo Diacono ed il compilatore anonimo del « Liber 
pontifìcalis » erano troppo preoccupati dal fatto che narra- 
vano le gesta di un imperatore eretico, d'un monotelita che 
diede tanto da fare alla Chiesa di Roma, perchè il loro giu- 
dizio fosse dettato da un retto senso di giustizia. È tutta- 
via certo, e ne è prova il regicidio, che l'Imperatore non 
dovette essere gradito molto ai Siciliani, i quali sicuramente, 
come è loro avvenuto anche più tardi in occasioni simili , 
dovettero nel fatto rimaner disillusi del soggiorno imperiale, 
dal quale chi sa che benetizi s'erano ripromessi. 

Tale disillusione, aggravata dalla vicinanza poco piace- 
vole della corte assoluta, dal sentimento religioso offeso, 
se non dall' istigazione dei vescovi Siciliani (1) e qualche 



TptólXoo. Il Bagno Dafne si lega col culto di Apollo Dafnite , ricordato 
da Hesychius (s. v.). Non può essere però tome ha credulo I'Holm (III, 
590) il cosidetto Bagno Buftarderi, che è piuttosto un ginnasio Romano 
sorto non lungi dal famoso Timoleonteo. 

(1) Dal GiBBON e dall'AMARi (I, 96) si è supposto che abbiano avuto 
parte al regicidio anche i vescovi Siciliani. Il Gibbon avea ricavato que- 
sta notizia da una frase della lettera diretta nel 728 da Papa Gregorio TI, 
a Leone Isaurico, frase che nella retroversione che si è fatta dice che l'uc- 
cisore di Costante (erroneamente detto Nezeuxius) « ab episcopi» Siciliae 
certior factus haereticum eum esse ipse intus in tempio trucidavit». Ma 
MONS. Lancia di Brolo (TI, 23-4) sostiene che nella vet sione Greca dell'e- 
pistola, che per noi fa le veci dell' originale perduto, debba leggersi è'^oo 
tepov invece di gaoi>, in modo che la fraine significherebbe «estra templum 
Sepulchrum eius coniposuJt». E questa opinione suffraga con la conside- 
razione che tdv tàffiov Tuoteìv per uccidere non è solito, che difficilmente 
il Papa avrebbe confuso l'uccisore con Mecesio ed il Bagno col Tempio, 
e che infine il Papa stesso immediatjimente dopo questa frase mette in an- 
titesi con « la sepoltura ignominiosa di Costante il sepolcro glorioso di 
Papa Martino ». Quand'anche le sennate osservazioni del Lancia non fos- 



I BABBABI ED I BIZANTINI IN SICILIA 309 

nuovo balzello , o , forse meglio , uu maggior rigore nella 
imposizione delle tasse (1) specialmente per provvedere alle 
spese del riordinamento militare dell'Africa (2), furono tutti 
motivi che sommati portarono ad una probabile congiura, 
finita col regicidio (3). 

Esagerazione palese è invece tutto quanto dicono in più 
le fonti, signoreggiate da quel principio di generalizzare per 
il quale, come è noto, spesso viene ricordata come cattiva 



sero accettate io crederei poco ad un'azione diretta dei Vescovi, perchè 

la frase del Papa non sarebbe in fondo che poco più di una millanteria. 

Sull'epistola di Leone, che possediamo nella versione greca vedi Labbe, 

Sacrosanta Concilia, t. Vili, p. 663; Di Giovanni, Cod. Sic. Dipi. n. 272. 

(1) Dice il Liber Pontificalis (loc. cit.) : « tales affiictiones posuit, populo,.. 
per diagrapha seu capita atque nauticatione. Il Dihbl {Afriq. Byz., p. 569) 
interpreta nauticatione : « taxes qui pesaient sur le commerce maritime », 
e lo Hartmann (VAfr. Byz. etc, p. 171) navicularia functio. Si tratta pro- 
babilmente di qualche tassa sulle navi che entravano nei porti (portorium) 
o, forse meglio, di una tassa di « esercizio di navigazione ». Nella prima i- 
potesi la tassa avrebbe in Sicilia un precedente ricordato nella lex censoria 
portus Siciliae (Dig. 50, 16, fr. 203) [un) promagister portuum prov. Sic. 
Rotto Adriano è ricordato in C. I. L. , III, 60-65]. Quanto ai diagrafa 
(elenchi) seu capita, è da notare che si accenna evidentemente a qualche 
cosa di simile al tributum in capita , cui erano soggetti coloro che non 
figuravano nelle liste censorie. Cfr. Marquardt , L^ Organisation finan- 
cière (nel voi. X d. Antiquitates), pag. 219-20, Paris, 1888. 

(2) « Ces grands desseins (la riorganizzazione militare dell'Africa) coù- 

taient cher et l'argent manquait; pour s' en procurer.... augmentait 

les taxes» Diehl, pag. 569. 

(3) Nel 1872 fu scoperto a Siracusa un numeroso tesoro di gioielli bi- 
zantini e di monete di Costante II. Fra le gioie il Museo di Palermo acqui- 
stò un anello « vero gioiello per artificio meraviglioso di minutissimi nielli 
(Salinas) » in cui sono sette scene dell'evangelo e l' incoronazione di un 
imperatore con un'imperatrice di nome Eudossia come si rileva dall' al- 
lusione compresa nel versetto biblico incisovi. Per questi fatti pare al 
Prof. Salinas di doverlo dire di proprietà dell'imperatore Costante. Cfr. 
A. Salinas, Relaz. del R. Museo di Palermo, Pai., 1873, pag. 57-8 Arch. 
Star. Sic, a. Ili, p. 92 seg. : Le Collane Bis. del Museo di Palermo, Pai. 
1886. Il Venturi lo stima, senza addurne le ragioni , molto più recente 
{8t. d. Arie It., II, 670 . 

Arch. Star. 8ie. N. S. Anno XXXV. 21 



310 I BABBABr ED I BIZANTINI IN SICILIA 

in tutti i suoi atti, una persona sol perchè tale fu in una 
delle occasioni più note della sua vita. 

Alla mort« di Costante TI seguì un breve scompiglio 
poiché le soldatesche siciliane acclamarono imperatore Me- 
cezio, nobile giovane di nazione Armena contro cui la corte 
di Costantinopoli , temendo che la sede dell' Impero rima- 
nesse a Siracusa si affrettò a mandare alcune milizie raci- 
molat-e da tutta Italia. In una fazione che probabilmente 
avvenne vicino Siracusa (1) ebbero la peggio Mecezio ed i 
suoi, molti dei quali furono uccisi, altri portati prigionieri a 
Costantinopoli ed insieme ad essi barbaramente la testa del 
loro duce. 

Finiva così questo primo tentativo dei Siciliani di pro- 
clamare un contendente (2), co)i questa piccola guerra civile 
che fu causa di una nuova invasione Musulmana. 

È probabile — dice Michele Amari , che d' ora innanzi 
avrò occasione di citare spessissimo — che l'Imperatore Co- 
stantino sguernì « di soldati la Sicilia, per tor loro la voglia 
di crear qualche altro imperatore, e che i Musulmani i quali 
tenevano gli occhi aperti sulla nuova sede dell'impero ne- 
mico, cogliessero quest'occassione per spogl iarla » (pag. 08). 
E sta di fatto che se l'imperatore riuscì ad evitare, almeno 
pel momento, che si ripetesse la elevazione di un conten- 
dente, facilitò la nuova scorreria ; «d i Musulmani dall' K- 
gitto, che avean già invaso, vennero con duecento navi al 
comando di Abd-Allah ibn Kais, in Sicilia, saccheggiando 
Siracusa, mentre molti cittadini riparavano fra i monti per 
sfuggire alla strage. 

I Saraceni, rapito quel bottino famoso che Costante II 



(1) Gli Imperiali venivano verso Siracusa certamente da Catania se- 
guendo, com'è probabile, l'antica strada di cui esistono tracce nel piano 
sotto Scala Greca. Qui forse avvenne la fazione. 

(2) L'importanza ed il significato vero di questo movimento verranno 
chiariti nel seguente capitolo. 



I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 311 

avea fatto a Boiua, ritornarono ad Alessandria, dopo circa 
un mese d'aver posto piede nell'isola (1). In seguito a que- 
sta irruzione, essendo vescovo Zosimo, la Cattedrale a Si- 
racusa fu da S. Giovanni presso le catacombe, trasportata 
intra moeiiia, nell'antico tempio di Minerva, e pare che al- 
lora sia avvenuta anche la traslazione del corpo del fon- 
datore della Chiesa Siracusana : S. Marziano (2). 



(1) Oltre che dagli scrittori Cristiani, sopra ricordati, che narrano que- 
sti avvenimenti facendo capo ad unica tradizione, se ne occupano diversi 
scrittori arabi. La mia narrazione è conforme a quella dell' Amari, rica- 
vata dalle testimonianze Arabe e Cristiane. 

Un erudito Monaco del sec. XII, Pietro Diacono, continuatore della 
Cronica di Leone Ostiense, per attribuire all' ordine Benedettino gran- 
dissime proprietà in Sicilia, aggiunse al racconto di quest' impresa Mu- 
sulmana, quello di una sanguinosa strage nel Monastero dell' Ordine in 
Messina e guasti a terre e città dei Benedettini. E favoleggiò di un'inva- 
sione di un barone agareno detto Mamuca e di martiri (vedi Vitae San- 
ctorum Siculorvm del P. Gaetani, tomo I, pag. 175 segg.). La falsità di 
siffatto racconto fu però implicitamente riconosciuta dal Baronio , dal 
Pagi, dal Mabillon e dal Di Giovanni, che giudicarono falsi i docu- 
menti fabbricati da Pietro Diacono, aiutato dall'abate di Montecassino. 
Dell'impostura e della sua storia lucidamente tratta I'Amari, I, p. 100-2. 

(2) Cfr. P. Orsi, in Not. d. Scavi , 1906 , p. 401 e pel tempio di Mi- 
nerva oltre la grande opera del Koldwey e Puchstein, Die gr. Tempel 
in Unterital. u. Sizilien. Cavallari ed Holm, Topografia Archeologiea di 
Siracusa, Palermo, 1883, p. 175, 282-83. Fonti su Zosimo sono in Bollan- 
DI8TI, t. III. ^fart.•, Caietani, Acta SS. Siculorum, I, 226; Martirol. Rom., 
30 Cfr. Marzo; anche Pirri, Sic. Sacra, Pai. 1733, pag. 720; Lancia di 
Brolo, op. etf., II, pag. 30 segg.; Strazzulla, Inscriptiones, etc., p. 206-7. 



312 I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 



" CAPITOLO QUARTO 
I moti secessionisti. 

Scorrerie dei Musulnmui. — Ribellione di Sergio — Caufte delle aspira- 
zioni secessioniste. — L'eresia iconoclasta e la Sicilia. — Nuove scorrerie 
e fortificazione dell' Isola. — Il moto di Elpidio. — Relazioni degli stra- 
teghi dell' Isola coi Langobardi. — Rivolta di Eufemio. — Lo sbarco di 
Mazzara. 

Dopo la morte di Costante, la storia dell'isola per circa 
un secolo e mezzo, si compendia quasi esclusivamente in 
continue invasioni , dovute non più ai Musulmani di Le- 
vante, ma a quelli d'Africa « ove la schiatta arabica si rin- 
forzò di una potente schiatta straniera e insieme con quella 
divenne sì formidabile in tutte le parti occidentali d'Eu- 
ropa» (Amari). 

Dal 703 all'828, anno in cui i Musulmani sbarcarono in 
Sicilia da conquistatori, undici volte comparvero nell'isola 
delle loro bande ; le vicende di queste scorrerie sono state 
narrate sulla scorta degli autori Bizantini ed Arabi, d?. Mi- 
chele Amari né debbo quindi interessarmene, non solo per- 
chè nessun nuovo contributo potrei portare alla conoscenza 
di essi, ma anche perchè mio compito non è narrare i primi 
momenti di questa nuova vita Siciliana, ma indagare piut- 
tosto le ultime manifestazioni della vita bizantina. 

Come ho già osservato nel capitolo precedente, l'esalta- 
zione al trono dì un contendente, Mecezio, dopo l'uccisione 
di Costante II, è una prova del malcontento dell'isola contro 
il governo bizantino e dell'aspirazione ad un'autonomia po- 
litica. Or anche in seguito si hanno tre rivolte militari che 
sono appunto dei veri e propri moti secessionisti, carattere 
che io credo sia il vero nesso di tutte le ultime manifesta- 
zioni della vita siciliana sotto il dominio bizantino (1). 



(1) Il primo a rilevare questo carattere, in tutti gli ultimi moti cre- 
duti militari dell'Italia bizantina, a cominciare da quello di Olimpio, che, 



I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 313 

Il primo di questi movimenti, al tempo delle scorrerie 
Musulmane, avvenne nel 718, mentre Costantinopoli era 
strettamente assediata da un forte esercito Musulmano. Pro- 
lìttando di questo fatto Sergio, stratego di Sicilia, fece accla- 
mare dalle milizie imperatore un certo Basilio, fì<ilio di 
Gregorio Onouìagulo , cbe assunse nome di Tiberio ; ma 
Leone Isaurico gli mandò subito contro un suo ministro : 
Paolo , il quale ucciso Tiberio, costrinse a fuggire Sergio, 
facendo strage dei loro accoliti (l). 

Il carattere separatista della ribellione capitanata da 
Sergio, il quale fu probabilmente Siciliano (2), è principal- 
mente rilevato dal Gabotto dal fatto ch'egli, come Mecezio, 
rimase in Sicilia uè marciò verso l'oriente (3) ; anche dopo 
di lui e prima di Elpidio, pare che siano avvenuti dei pic- 
coli moti, in ispecie durante il primo strategato del favorito 
di Irene (4), dei quali a me sembra vedere fra l'altro una 
prova nell'incursione Musulmana di Obeid Allah, il quale 
vi fu allettato a quanto pare da alcuni "di Sicilia (5). 

Le cagioni più salienti di queste nuove aspirazioni co- 
muni dei Siciliani, non è diftìcile ricercare; il Gabotto j)one 
in forse che autore di tali moti sia l'esercito (6), dal quale- 
in ogni caso, com'io credo, non dovrebbe escludersi un ele- 
mento siciliano preponderante e , per di più , nella parte 



inviato contro Papa Martino, s'intende con lui, fu F. Gabotto in un pre- 
gevole studio : Eìifemio ed il movimento separatista nelVItalia Bizantina, 
ne « La Letteratura », anno V, Torino 1890, nn. 19-22-24. 

(1) Theophanes, Chronogr., pag. 611. Niceph., pag. 61. 

(2) Gabotto, op. cit., n. 22 ove lo rileva dal fatto ch'Egli « j)erduto 
il grado tornò nell'isola ». 

(3) « Egli (Mizize) giova notarlo, come tutti gl'imperatori proclamati 
in Italia non cerca di estendere la sua signoria in Oriente, mentre i pre- 
tendenti di altre provincie per primo atto muovono contro Costantino- 
poli. Egli rimane tranquillamente a Siracusa» GABorro, op. cit., n. 22. 

(4) Op. cit., n. 22. 

(5) Amari, Mus. di Sic, I, 174. 

(6) Op. cit., n. 22. 



314 I BABBàEI ed I BIZANTINI IN SICILIA 

direttiva ; aggiunge poi che una rivolta separatista rappre- 
sentava l'unica via di scampo per le atiiitte regioni (1); que- 
sta osservazione però, sebbene giusta, sposta semplicemente 
la questione, restando sempre da spiegare perchè fosse or- 
mai incompatibile coi Siciliani il governo Bizantino. 

Se bene si osservano le notizie, non certo abbondanti , 
che ci son pervenute sull'elemento indigeno dell'isola, non 
potrà sfuggire come già in esso cominciavano a manife- 
starsi i germi di una nuova vita , per il sorgere di nuovi 
organismi e la trasformazione di altri, esistenti. 

Fra queste manifestazioni simili molto a quelle che die- 
dero origine ai comuni Italiani ed alle repubbliche marinare 
del Medioevo, sono da notare principalmente le milizie cit- 
tadine ed il naviglio isolano, che si distinse durante le re- 
lazioni ostili coi Franchi. 

L'espandersi di questa nuova corrente di vita, portava 
inevitabilmente all'aspirazione di liberarsi dal governo bi- 
zantino, pesante macchina che ne inceppava l'andare , con 
impedimenti gravi. Fra questi tiene certamente il primo 
luogo 1' eresia iconoclasta di Leone Isaurico , che appunto 
in quel torno levava grande ed ostile rumore nel mondo 
religioso d'occidente. 

L' Imperatore non avea capito che ormai non tutti gli 
riconoscevano il diritto di ingerirsi in questioni religiose, sic- 
ché , anche se mosso , come pare all' Amari (2), dal propo- 
sito di distornare il popolo dalle ubbie religiose, ebbe aper- 
tamente avverso non solo la chiesa ufficiale ma anche il 
popolo, e la guerra che ne seguì contro Bisanzio, condotta 
per istigazione di Gregorio II, pontefice di vasta mente, 
dalle città Italiane e dai re Langobardi, riuscì vittoriosa ai 
collegati. 

All'editto di Leone, i Siciliani, attaccati non meno che 



(1) Op. cit., n. 19. 

(2) Mu8. di Sic, I, pag. 181. 



I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 315 

gli altri credenti al culto delle irnagiui, non mancarono di 
op[)orsi e se l'isola non fu, durante la triste guerra, teatro 
di luttuosi avvenimenti, lo si deve all'abbondanza delle sol- 
datesche e delle fortezze (1) , che resero vano anche ogni 
tentativo di azione collettiva. 

Ad ogni modo l'avvenimento, è bene ripeterlo, non passò 
inosservato , e se siano informati di pochi particolari (oscu- 
rità che ha dato origine ad alcune erudite leggende reli- 
giose) (2) conosciamo tuttavia il provvedimento dell' Isau- 
rico che aumentò di un terzo in Sicilia quel tributo « per 
capita » che abbiamo visto ricordato ai tempi di Costante. 
L'Imperatore del resto fu inesorabile nell'ordinare supplizi 
d' ogni sorta agli ostinati oppositori della sua riforma (3) 



(1) Lancia di Brolo^ II, 156. Mich. Amari, op. cit., pag. 175, ricava 
da scrittori arabi che verso quel torno l' isola fu fortificata « non tanto 
forse per la paura dei Musulmani , quanto degli ortodossi ». Lo stesso 
fatto poi che Giorgio e più tardi Costantino , messaggeri di papa Gre- 
gorio III a Leone Imperatore , nonché altri messi mandati con suppli- 
che dalle città Italiane , vennero arrestati e trattenuti appunto in Sici- 
lia dai funzionari Bizantini mostra appunto come fossero ben salde le file 
della loro organizzazione nell'isola. — Era stratego della Sicilia un Sergio, 
che non può essere il ribelle del 718. 

(2) Fra queste si noti la tradizione della Madonna di Gulfi, il cui si- 
mulacro conservato ora a Gulfi presso Chiaramonte (prov. di Siracusa), 
si narra fosse venuto su di un naviglio abbandonato presso le rovine di 
Caraarina, e disputato dai popoli vicini, fosse poi da due bovi aggiogati 
ad un carro e lasciati liberi trasportato a Gulfi. Questa leggenda , che 
vanta una vasta letteratura dovuta sia a creduli che ad increduli , è 
stata nelle sue linee generali ammessa con qualche alterazione dallo Schd- 
BRING, in Kamarina (trad. di A. Salinas in Arch. Stor. Sicil., a. VI, p. 46 
estr.). Di Imagini sotterrate in quest'epoca e più tardi rinvenute si parla 
in tradizioni di molti Santuari Siciliani cfr. Lancia di Brolo, II, 157. 

(3) Si ha memoria di un Antioco governatore di Sicilia inultato e stra- 
ziato a Costantinopoli nel 766 (Theoph., p. 631), S. Giacomo vescovo di 
Catania, fatto morir di fame e sete (Gaetani, Vitae SS. Siculorum, II , 
p. 32) ; Metodio da Siracusa, sapiente, che fu battuto crudelmente e la- 
sciato per sette anni in un sotterraneo (Bollandisti, Giugno, t. II, p. 960 



éié 



I BABBÀBI ED I BIZANTINI IN SICILIA 



e per levare la Sicilia dalla diretta influenza della Chiesa 
di Boma, ordinò il passaggio ufficiale e definitivo della Chiesa 
Siciliana al Patriarcato di Costantinopoli, dando severissi- 
me disposizioni perchè i vescovi Siciliani non comunicas- 
sero atìktto col Papa, di cui confiscò i « patrimonia » nell'I- 
sola (1). Del tutto esente dagli ettetti della lotta la Sicilia 
quiudi non audò ed è difficile che , come pare al Lancia , 
possa essere stata in quegli anni luttuosi luogo di asilo dei 
monaci sfuggiti alla crudeltà dei persecutori (2). 

liimasero però i Siciliani attaccati al culto delle Ima- 
gini e si racconta del grande entusiasmo con cui sarebbe 
stata appresa circa un secolo dopo (842) la fine dell'icono- 
clasmo (3). 

Durante la fiera lotta iconoclasta non mancò alla Sicilia 
il flagello di numerose scorrerie di musulmani, che subirono 
una sosta rilevante solo verso l'anno 752 (4) ; in compenso 
però, quasi non fosse lecito ch'essa vivesse in pace, fu tea- 
tro di una parte della lotta combattuta dall' Imperatrice 
Irene, vedova di Costantino Copronimo e reggente del ti- 
glio Costantino, fanciullo di 10 anni. 

Irene, una delle figure più notevoli dell' Impero bizan- 
tino, appena assunta la reggenza aveva esiliati i figli della 
terza moglie del Copronimo ed avea mandato a governare 
le Provincie persone di sua fiducia. Alla Sicilia toccò El- 
pidio , favorito dell' Imperatrice (febbraio 781) ; ma non 
erano trascorsi due mesi che già si spargeva la voce eh' e- 



a 963) ; Giuseppe l'Innografo relegato a Creta (Bollandisti, Aprile, t. I, 
p. 266 seg.). Per più estese notizie sui Martiri Siciliani durante la guerra 
delle immagini si consulti Lancia di Brolo, II, pp. 141-164. 

(1) Cfr. Theoph., Ghìonogr., ad. a. 721. 

(2) Op. cit., II, 156. 

(3) Thkoph. Cekambus, Omelie, XI e XX. Evidentemente l'entusiasmo 
che traspare da queste due prediche va di molto diminuito, considerando 
in ispecie che Teofane Cerameo visse nel sec. XIII. Su di lui vedi Lan- 
cia DI Brolo, op. cit., II, 459-93. 

(4) Amari, Mus. di Sic., I, 176. 



I BASBÀRI ED I BIZANTINI IN SICILIA 317 

gli parteggiava pei relegati figli del Coproiiimo ed Irene 
gli maDdava contro lo spatario Teofllo. Questi non rinscì 
però che ad arrestare la famiglia del ribelle Patrizio, essen- 
dosi spiegata in favor suo una parte dell'esercito siciliano. 
L'anno appresso l'Imperatrice mandò contro Elpidio l'eu- 
nuco Teodoro, al comando di una flotta, e questi espulse 
il ribelle che riparò in Africa, ove prese insegne di Impe- 
ratore (1). 

Quasi contemporaneamente a questo moto che , per la 
partecipazione delle milizie locali assume un carattere se- 
cessionista (2), la Sicilia partecipa per mezzo dei suoi go- 
vernanti agli avvenimenti della penisola, in cui Carlo magno 
avea frattanto fondato il regno dei Franchi, distruggendo 
quello Laugobardo (774 presa di Pavia). 

I resti della potenza langobarda si accordarono con i 
Bizantini contro il Papa , sostenuto dai Franchi ed allora 
si ebbero dei tentativi d'insurrezione in Italia, e propria- 
mente nel Friuli (3), per opera di quei duchi Langobar- 
di che erano in relazione anche col patrizio di Sicilia (4). 
Nel 778 le insurrezioni accennarono a risorgere ed il papa 
entrò in aperto conflitto col Patrizio di Sicilia, che coman - 
dava anche le forze di Napoli (5) ed era aiutato da Arichi 
duca di Benevento ; fu acremente disputato il possesso della 
Campania ed anche negli anni seguenti il patrizio di Si- 
cilia, quale rappresentante dell'imperatrice Irene ebbe parte 
ai segreti od aperti maneggi dei Langobardi, tinche le loro 
forze riunite furono sconfitte definitivamente in Calabria (6). 



(1) Theoph., Chroìwy., pp. 703-5 (Bonn.). 

(2) Amari, Mus. d. Sic., I, 217 seg. Gabotto, Eufemio etc, n. 23. 

(3) Cfr. G. Romano, Le dominazioni barbariche eie, p. 399. 

(4) Cenni, Codex Oarolinus, doc. 58-66 (anche in M. G. H.). 

(5j Codex CaroL, loc. cit., vedi anche C. Dieul , Etudes sur Vadmi- 
nistration etc, pag. 234 segg. Su Napoli dipendente dal Patrizio di Si- 
cilia vedi il capitolo seguente. 

(6) Fonti per questi fatti che interessano la Sicilia solo perdio stanno 
a dimostrare come essa t'osse ancora il punto fermo della potenza Bizan- 



318 l BABÌ3ABI ED I BIZANTINI IN SIOILIA 

Adelchi stesso , figlio di Desiderio erasi recato prima di 
questa spedizione, in Sicilia appunto per farne i prepara- 
tivi, con aiuti dell'Imperatrice (1). 

Le interne scissure che trava.i>:liavano i Musulmani in 
Africa valsero a mantenere in pace la Sicilia ; con Costan- 
tìiio, i)atrizio (lell'isola anzi nell'812 Ibrahim-ibn-Aghlab, 
per favorire il commercio, stabilì una tregua per dieci anni (2). 
Alcune navi musulmane dell' Africa occidentale, soggetta 
agli Edrisiti e perciò non legata dai patti internazionali 
degli Aglabiti , continuarono a compiere ciò non pertanto 
delle scorrerie nelle isole (80G-821) , facendo talvolta mala 
prova (3). 

Successo ad Ibrahim il tìglio Abu-'l-Abbàs, questi festeg- 
giò la sua esaltazione con grandi armamenti, dei quali i 
mercatanti cristiani d'Africa diedero notizia in Sicilia ed in 
Italia. L'imperatore Michele I inviò allora nell'isola un pa- 
trizio ed alcuni spatarii , e costoro ebbero alcune navi da 
Amalfi e da Gaeta; Carlo magno mandò il nipote suo Ber- 
nardo in Italia per far fronte al probabile assalto dei Mu- 
sulmani ; i quali in fatti nell'812-13 molestarono varie terre, 
fra cui la Sicilia (4) ; ma mandata loro incontro l' armata 
Bizantina furono sconfitti e passati a tìl di spada (5), sicché 
dovettero venire a confermare la tregua che era stata sti- 
pulata nell'812 scusandosi «Ielle involontarie infrazioni (G). 

Le incursioni musulmane in Sicilia non potevano però 



tiua in Italia, sono il Cod. CaroL, 66, 86 e Theoph., Vhronogr. , I, pa- 
gin. 718, ad. a. Il carattere dell'Isola di base, in questi anui, della do- 
minazione bizantina d' Italia, è rilevato auclie dal Gay , Z/' Ital. merid. 
et Vlmp. Bysant., Paris 1904. 

(1) C'odex Garolinus, epist. 64. 

(2) Amari, o/). cit., pag. 225. 

(3) Op. cit.j pag. 226. 

(4) Op, cit., pag. 227. 

(5) Pag. 228. 

(6) Amari, op. cit., pag. 229 segg. 



I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 319 

tìuire che con la conquista definitiva dell'isola : era impossi- 
bile che i fieri Mnsulmaui si condannassero al supplizio di 
Tantalo, accontentandosi di aver sottomano, senza possedere 
la vicina fertilissima isola, che già per tante ragioni s'era 
disgregata dall'Impero, agevolan<io con le sue rivolte, senza 
volerlo la loro conquista. Sicché un'altra scorreria avvenne 
nell'819, disastrosa per la Sicilia, e pare originata « da sfogo 
di rabbia religiosa sotto specie di rappresaglia » (1). Fu 
questa 1' ultima volta che gii Arabi comparvero in Sicilia 
per predare , di lì a sette anni essi vi ritornarono infatti , 
ma per costituire le basi del loro stabile dominio. 

A questo diede occasione un grave avvenimento svol- 
tosi in Sicilia : la rivolta d'Eufemio (2). 

Molti dei moderni e principalmente il Wenrich, l'Amari, 
il Gabotto , il Rossi , hanno trattato variamente di questo 
avvenimento; sarà opportuno riprendere in esame i racconti 
delle fonti, date le valutazioni diverse cui i detti autori sono 
pervenuti. 

Le fonti che ci hanno tramandato notizia di questa ri- 
volta fanno capo a tre differenti tradizioni : la bizantina , 
Vitaliana ed infine Varaba. 

Costantino Porfirogenito , rappresentante la tradizione 
Bizantina (3), narra che Eufemio , lurmarca nelle milizie, 
cioè uttìciale superiore (4), invaghitosi di una donzella che 



(1) Op. cit. , p. 231 . Sn quest' impresa il vecchio Fazello , trattai in 
inganno da un passo della cronica di Leone Ostiense, e da qualche im- 
postore , farneticò lungamente , parlando di un Halcamo suo duce e di 
Cristiani bolliti in pentole di rame presso Selinunte (Deca II, libro VI, 
cap. I). 

(2) Il Museo di Palermo possiede un anello bizantimo con l'iscrizione 
EV4>VMI0V VnT che comunemente si suole riferire a questo perso- 
naggio. Cfr. Salinas, Le Oref. Bit. del Museo di Palermo. Pai. 1886, p. 2. 

(3) CosT. PoRF. insieme a Simone Maestro sono i principali rappre- 
sentanti di questa tradizione, e fanno ambedue capo ad un'opera perduta 
di Tboqnosto. Le loro opere sono, come è noto, nel voi. Theoph. Oon- 
tinuatus del C. S. H. B. (Bonnae 1838). 

(■i) Toopu.àpYTjc teX(òv. Il taurmarca comandava una lurma , compo- 
sta di tre drungae (comandate dai drungarii) ciascuna delle quali avea 



320 I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 

vivea uel chiostro, la rapì, sposandola. Avendo i fratelli della 
rapita 'reclamato presso l' Imperatore, questi ordinò al Pa- 
trizio dell'Isola di assodare la verità del fatto, per mozzare 
secondo le leggi, il naso al colpevole. 

Euferaio per sfuggire alla punizione ordì una congiura 
fra i soldati, e rifugiatosi in Africa promise il suo appog- 
gio ai Musulniuui, invitandoli a conquistare la Sicilia. 

La tradizione che si è detta araba (1) racconta che l'Im- 
peratore diede ordine al Patrizio di Sicilia Costantino il 
Suda (2) di punire di un misfatto Eufemio, togliendogli il 
comando di un' annata con la quale infestava vittoriosa- 
mente la costiera all'Africa; appresa la qualcosa Eufemio 
spinse i suoi commilitoni a ribellarsi e, approdato a Sira- 
cusa, diede battaglia a Costantino, lo vinse ed inseguitolo 
lo uccise presso Catania. Eufemio fu allora gridato impe- 
ratore e si decise a chiamare i Saraceni, solo quando mos- 
sero contro di lui, alla testa di alcune milizie imperiali, il 
barbaro Palata col cugino Michele, quest' ultimo governa- 
tore di Palermo. 

Alquanto diversa è invece la tradizione italiana ra[)pre- 
sentata da Giovanni Diacono (3) e dall' Anonimo Salerni- 
tano (4). Giovanni Diacono riferisce che Euthimius (Euphe- 
mius), postosi a capo di una fazione ribelle di Siracusani, 
uccise il patrizio Gregora ; ma combattuto da un esercito 
dovè fuggire coi suoi in Africa, dove chiese aiuto ad Ar- 



da 1000 a 2000 uomini. Cfr. Amari, oj>. cit., 243, n, 2. Coll'ordinainento 
militare dei themi la turma era una divisione del thema , ed anzi la Si- 
cilia isola , costituiva una iurma del thema Sicilia (cioè Sicilia e Cala- 
bria) sul che vedi il cap. seg. 

(1) Cfr. Ihn el Atir ; Ibn Haldén ; Nuwairi , nella Bibl. Arabe Si- 
cula di Michele Amari. 

(2) SoòSa significa trincea. Cfr, Ddcange, Glossarium mediae et infi- 
mae grecitatis, s. v. col. 1408-9 ove se ne precisa l'uso « sudibus namitsi, 
qua contra muniri solent ». 

(3) M. O. H. Script, rer. Lany., pp. 429-30. 

(4) Ivi, Auct. Ani., voi. III. 



I BABBÀBI ED 1 BIZANTINI IN SICILIA 321 

cario duce dei Saraceni (1). L'Auonimo Salernitano invece 
racconta una storiella che ha qualche somiglianza con quella 
di Costantino Porflrogenito : Bufemio sarebbe stato indotto 
a chiedere l'intervento degli Arabi per vendicarsi del pre- 
fetto della provincia, che gli aveii tolto la bellissima fidan- 
zata, Onioniza, per darla ad un rivale. 

Su questo materiale si è esercitata, come s'è detto, va- 
riamente la critica di Michele Amari, Fed. Gabotto (2), ed 
Agostino Rossi (3), i quali specialmente hanno discusso sul- 
l'origine della sollevazione, dai primi due ritenuta politica, 
dall'ultimo privata. 

Siffatta indagine riuscirà forse più agevole dopo avere 
tentato una ricostruzione degli avvenimenti , sforzando 
quanto meno sarà possibile le narrazioni tradizionali. 

Conviene anzitutto sbarazzarci della testimonianza del- 
l'Anonimo Salernitano, che è, come giustamente ritiene il 
prof. Agostino Rossi, una trasformazione del racconto delle 
fonti Bizantine, sotto l'influsso della tradizione popolare 
« nel Chr. Salem, non di rado accolta (4) , la quale dato 
l'odio abbastanza generalmente diffuso nell' Italia meridio- 
nale contro il governo bizantino, rifoggiò probabilmente ed 
atteggiò i fatti referentisi ad Eufemio iu una forma ostile 
a quel governo » (5). 

Rimangono quindi i racconti degli altri scrittori , dai 
quali io credo possa riea,varsi una sicura ricostruzione, non 



(1) « Siracnsani cuiusdain Euthimi factìone rebellantes Grigoram pa- 
tricium interfecerunt. Idcirco praefatus augustus magnum contra eos ve- 
xavit exercitnm, cnins pluralitate Syracusani fngere sunt compulsi. Ille 
qaoque Euthiraius Africani cum uxore et filiis petens, Arcarium ducem 
Saracenornm cum magno navium apporatus (sic) super eosdem Grecos 
adduxit» loc. cit. 

(2) Eufemio ed il movimento separatista etc. 

(3) Delle cause della sollevazione di Evfemio {Rend. dei Lincei, 1904 , 
pp. 198-223). 

(4) Cfr. 6. E. Pbrtz, nella prefazione all'ed. dei M. G. H. 

(5) Rossi, op. cit., pag. 217-18. 



322 



I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 



essendo discordanti fra di loro, ma piuttosto tutti manche- 
voli in qualche parte. Se infatti si esaminano attentamente, 
api)arir{\ chiaro che il racconto arabo coincide nella prima 
parte con quello di Costantino Porfirogenito, il quale ])erò 
espone compendiosamente la seconda parte degli avveni- 
menti, su cui invece insistono di più gli Arabi (1). Giovanni 
Diacono, poi non fa che narrare l'ultima parte solo dei fatti, 
a cominciare con l'uccisione del patrizio della Sicilia, che 
chiama Gregora mentre gli Arabi lo chiamano Costantino (2). 
Tale concetto risulterà più evidente con la seguente di- 
sposizione delle varie tradizioni : 



Tradizione bizantina 



Tradizione araba 



Tradizione italiana 



Eufemio rapisce una 
suora. 



X' imperatore ordina 
al Patrizio di Sicilia di 
assodare il fatto e pu- 
nirlo. 



LHmp. ordina di pu- 
nire Euf. di un misfatto 
togliendogli anche il co- 
mando di una flotta di 
Africa. 



Eufemio fa ribellare 
le sue milizie ed uccide 
il Patrizio. 



Eufemio postosi alla 
testa di alcuni ribelli 
uccide il Patrizio. 



(1) Si spiega facilmente questo fatto, pensando all'importanza capitale 
che ebbe l'avvenimento nei riguardi del dominio Musulmano nell'isola. 

Anche I'Amari osserva che «i racconti messi al cimento dalla critica 

lungi dal contraddirsi, a vicenda s'attagliano l'uno all'altro » (pag. 248). 

(2) L' Amari (1 , 251) suppone a spiegare la differenza dei nomi che 
« dall'821 all'826 i condottieri ch'erano arbitri della Sicilia forse uccisero 
un primo patrizio Gregora». Forse non è necessario supporre ciò essendo 
possibile che Gregora sia soprannome, dato il significato evidente. Quanto 
al Costantino della tradizione Araba Egli lo identifica con Fotinochefu 
patrizio dell'Isola, dopo esser fuggito vilmente da Creta ; anche grafica- 
mente i due nomi sono molto simili (I, 250), 



I BARBARI ED I BIZANTINI IN SICILIA 323 

Gli muovono contro È combattuto. 
Palata e Michele. 

Eufemia fuf/ye in A- Fugge in Africa chia- Va in Africa a chia- 
frica chiamando in aiu- mando i Saraceni. mare i Saraceni, 

io i Saraceni. 

Gli avvenimenti quindi possono così venire ricostruiti 
con sicurezza. Verso 1' anno 826 (tale è la data esatta se- 
condo ha dimostrato l'Amari) (1), Eufemio , un ricco Si- 
ciliano, turmarca delle milizie, il quale infestava vittorio- 
samente con un'armata la costiera dell'Africa, commette 
un delitto incerto, che viene più tardi specificato dalla tra- 
dizione bizantina ed italiana, sul tipo dei delitti che ave- 
vano acquistato popolarità nella storiografia, cioè sui delitti 
di amore. L'imperatore dà ordine al patrizio Fotino o Co- 
stantino il Suda, che avea forse il soprannome di Gregora, 
di indagare sui fatti per punire Eufemio, qualora fosse ri- 
sultato colpevole, togliendogli il comando della squadra di 
Africa. Eufemio, profittando del malcontento della regione 
e delle comuni aspirazioni secessi on iste, fa ribellare i suoi 
soldati e fattosi gridare imperatore muove contro il patri- 
zio Costantino che mette in fuga a Siracusa ed uccide a 
Catania ove lo raggiunge. 

Ma movendo contro di lui, alla testa, probabilment-e, delle 
forze bizantine che presidiavano Panormo, due cugini bar- 
bari : Palata e Michele, Eufemio, vistosi forse impotente a 
sostenere l'urto degli imperiali si decise a chiamare in aiuto 
i Musulmani , ai quali era certamente noto per le sue vit- 
toriose scorrerie africane. 

Il succedersi degli avvenimenti così ricostruito secondo 
gli elementi buoni delle varie redazioni storiche che ce ne 
han conservato memoria, chiaramente dimostra che se l'oc- 
casione della rivolta di Eufemio deve ricercarsi in un fatto 
personale, sempre escludendo il motivo di donna, pare, essa 

(1) Op. di., I, 251. 



224 I BÀBBA.RI ED I BIZANTINI IN SICILIA 

potè aver vita perchè esistevano nei soldati e nella popo- 
lazione delle ragioni che li inducevano a seguirlo ed a cal- 
deggiarlo. In altre parole, il motivo personale (delitto od 
anche ambizione) fece di Rufeinio quel che suol dirsi l'uomo 
del momento, adatto a concretare le aspirazioni dell' Isola. 

Anche per questa rivolta, che diede origine allo sbarco 
«ìecisivo delle forze Musulmane, ])uò dunque ripetersi quel 
che s'è detto più volte per tutti ì movimenti politici della 
Sicilia in quest'ultimo periodo della dominazione bizantina, 
si tratta cioè di una nuova manifestazione del distacco pro- 
fondo ed irrimediabile ormai sorto tra l'isola e Pimpero di 
cui faceva parte, manifestazione che per ragioni che non è 
possibile precisare, non ebbe la forza, come le precedenti, 
di costituirla in stato autonomo , ma agevolò le mire del 
vicino popolo dei Musulmani. 

Per il suo invito ai Musulmani, Eufemio è passato ai 
posteri con nome popolarmente infame (1) ; mentre a me 
pare ch'egli non meriti forse altra fama che di politicante 
disgraziato. Le fonti Arabe sono molto precise in quel che 
riguarda il suo invito, perchè possa dubitarsi che questa cir- 
costanza , tanto consueta nella tradizione storiografica (si 
ricordi Ooriolano, Narsete e Bonifazio) anche in questo caso 
sia stata foggiata su esempi anteriori ; tuttavia va notato che 
Eufemio, come riconosce lo stesso Amari, offrì al loro capo 
Ziadet - Allah la sovranità della Sicilia « in questi termini 
ch'ei medesimo tenesse l'isola con titolo ed insegne di im- 
peratore, e ne pagasse tributo al principe Aglabita » (2). 

Biagio Pace 
(Continua) 



(1) La sua fama di traditore venne, in tempi di furori patriottici, ali- 
mentata principalmente dal miglior lavor drammatico del Pellico. 

(2) Amaei, p. 258. 



NOTE 



DI 



TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA. 



I. — Kemonia. 

È noto cbe il Cassare di Palermo — la parte più aotica 
ed elevata della città, attorno a cui in età araba si svolse 
il rabad o borgo — era fiancbeggiato da mezzogiorno da un 

piccolo corso di acqua , un rigagnolo , che nella stagione 
delle piogge si convertiva in impetuoso torrente, e veniva 
perciò designato col nome di Fiume di Maltempo o Maltempo 
semplicemente. È rimasta memorabile l'inondazione che que- 
sto torrente produsse nel settembre 1557 , recando enormi 
danni alla città, ove fece tante vittime umane, che il loro 
numero fu fatto ascendere a non meno di tre mila. Ad evi- 
tare il ripetersi di un simile disastro, il senato palermitano 
fece deviare il corso del torrente verso 1' Oreto. Ma una 
nuova inondazione, avvenuta nel novembre del 1666, in- 
dusse il Senato ad ordinare la costruzione di un condotto 
sotterraneo che lungo le mura meridionali portasse le acque 
del torrente al mare. È questa, a quanto mi riferisce l'ing. 
cav. Oastiglia, che ne ha visitata una parte, un' opera con- 
siderevole, che meriterebbe di essere studiata e conosciuta. 
Tuttavia, neppure un tale provvedimento bastò per salvare 
del tutto la città dalle irruzioni di questo torrente, l'ultima 
delle quali è avvenuta nel 1851 ; essa ha coperto del tutto 
1' antico oratorio sotterraneo di S. Ermete , presso S. Gio- 
vanni degli Eremiti (1). 



(1) Già dal secolo XV questo fiume era in parte coperto ; 1' opera è 
stata compiuta nei secoli seguenti , ma il coreo del torrente può essere 
Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXXV. 22 



326 NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 

Coloro che nell' età più recente si sono occupati della 
topografia storica di Palermo, son d'accordo ad ammettere 
che questo corso di acqua abbia portato dall' antichità ai 
ttìmpi normanni il nome di Kemonia. È un punto su cui 
non esiste controversia. 11 Municipio ha consacrato questo 
nome in alcune lapidi destinate a ricordare il cammino che 
il Maltempo seguiva in mezzo all'abitato. E poiché col no- 
me di Kemonia si designava anche la parte più occiden- 
tale della città , a mezzodì del Oassaro , tra Palazzo Reale 
e Porta Mazzara — la regio Portae Mazariensis, come esat- 
tamente definisce il Fazello (1) — si è pensato che questa 
località abbia preso nome dal fiume. 

È vero però che anche l'ipotesi inversa avrebbe dovuto 
parere altrattanto ammissibile: che, cioè, il corso d'acqua 
abbia preso il nome dal luogo ch'esso attraversava. Ma per 
quei nostri eruditi la questione veniva inappellabilmente 
decisa dalla etimologia del nome. Kemonia non era per loro 
che il femminile di xe^l^^'Jvioc, un aggettivo nuovo, che essi 
derivavano da xe^H'tóv; e il nome ^(siiJLtóvta non poteva inten- 
dersi , se non come applicato originariamente al corso di 
acqua, formando l'equivalente greco dell'appellativo volgare, 
usato in ultimo. Fiume di maltempo. Ma pur essendo con- 



tuttavia esattamente segnato. Esso correva lungo 1' attuale via Porta di 
Castro, e traversava la Piazza di Casa Professa sino alla Via del Ponti- 
cello : lì piegava a sud sin quasi alla Via del Giardinaccio, e poi di nuovo 
a levante sino alla chiesa , ora demolita , della Mercede ; e quindi , tra- 
versando il Corso V. E., per il vicolo Paterna giungeva alla Via Argen- 
teria dove piegava bruscamente ad est , scorrendo quasi parallelamente 
al condotto delle acque del Papireto , e si gettava nella Cala. Il punto 
in cui esso entrava nella città era un po' più a sud di Porta di Castro, 
tra 1' antico oratorio di S. Ermete , e 1' altro costruito di rimpetto , nel 

860. XVI. 

(1) I. 8, p. 181 (ed. Palermo 1560) : Kemonia quae hodie nometi ami- 
8it, statini ab arce {= Palazzo Reale) incipiens regionem portae Masariensis 
complectebatur, in qua prope arcem hodie est aedes divae Mariae ab Uria 
cui iuncta est aedes alia vetustissima divo Andreae olim dicata sed nunc 
ruinis affecta etc. 



NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 327 

vinti di una tale derivazione, essi continuarono ad usare , 
più onestamente che dottamente , la forma Kemonia , che 
è la sola attestata dai documenti originali e dai codici au- 
torevoli (1) ; ma l'assurdo etimologico è troppo forte , e lo 
Scliubring, a cui questa derivazione pareva accettabile, pre- 
ferì di scrivere addirittura Ohemonia (2). E forse è da pen- 
sare che un rapporto etimologico di tal genere sia stato già 
immaginato da coloro che nel testo di Falcando introdus- 
sero la forma Khemonia. 

Ma se noi esaminiamo i testi in cui ricorre la voce Ke- 
monia, troveremo che nessuno di essi ci obbliga ad inten- 
dere che sia designato con questo nome un corso d'acqua ; 
nella maggior parte dei casi è manifesto, invece, che si vuol 
indicare uno spazio di terreno : né solamente lì, ove si dice 
che Kemonia è un locus o una pars civitatis ; ma anche in 
frasi come in Kemonia (3), ovvero toó otxoo... xffi xsjiiioovta? (v. 
pag. 329) non si può intendere la parola altrimenti. 

I testi i quali darebbero la possibilità d'interpretare que- 
sto nome come riferito al fiume , son semplicemente due , 
ed è naturale che in essi i nostri eruditi abbiano veduta 
la conferma della loro teoria. Uno è il noto diploma del 
1176, in cui è detto che la casa del gaito Giovanni era sita 
apud Eemoniam (4), e l'altro un documento più antico, del 
1148, ove come confine del giardino attiguo alla Chiesa di 



(1) Una sola eccezione si troverebbe , nella pubblicazione del Cusa j 
ma è dovuta ad errore. Vedi oltre, p. 329. 

(2) Bist. Topogr. v. Panormos, Liibeck 1870, pag. 29. 

(3) Docura. del 1148 (v. p. 329, n. 1) il monastero di S. Giovanni (degli 
Eremiti) si trova iuxta sacrum nostrum panormitanum palatium in loco 
qui dicitur Kemonia. Falcando, 36^ (ed. Siragusa, ^. 99) in e a parte 
civitatis que vocatur Kemonia ; la stessa frase nell'epistola ad Petr. 
Thes. 56d (ed. cit., p. 177); la Chiesa di S. Giovanni è in Kemonia 
ibd. 57d (ed. cit., p. 183). 

(4) Diploma originale di donazione alla chiesa di Monreale, n. 15. Cfr. 
anche Garufi in docum. ined, per serv. alla Storia di Sicilia , Ser. I , 
voi. XVIII 1899, pag. 176. 



328 NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 

S. Giovanni degli Eremiti vien indicato un murus fahri- 
catus svper domos que sunt ex parte Jluminis Kamonie (1). Il 
testo originario greco non avrebbe lasciato sn questo punto 
i dubbi che son permessi dalla traduzione latina. In ogni 
caso , il primo documento non obbliga a supporre che si 
tratti di un fiume piuttosto che di un luogo, ed il secondo 
si può interpretare tanto «dalla parte del fiume Kemonia» 
quanto «dalla parte del fiume della Kemonia». E che pro- 
prio sia quest'ultima la giusta interpretazione, lo dimostre- 
rebbe la frase già citata dello stesso diploma , in loco qui 
dicitur Kemonia (2), se non soccorresse un altro documento 
del 1166, in cui si concede ai frati del suddetto monastero 
di S. Giovanni di costruire un mulino sia dentro o sia fuori 
le mura della città, valendosi a questo scopo dell'acqua de 
flumine dieta de Kemonis (da leggere Kemonia) , quod habet 
transitum infra idem monasteriiim et ecclesiam S. Andree (3). 
Questo documento dà la soluzione della controversia ; la 
frase « fiume detto della Kemonia » mostra che il fiume ha 
dato nome al luogo, ma, al contrario, il luogo ha dato no- 
me al fiume; nello stesso modo in cui nel secolo XIV que- 
sto corso d' acqua ci appar designato col nome di « fiume 
di Ballarò » (in contrata Rugve nove et Jluminis Ballaro) (4), 
quando non è detto semplicemente jlumen. È un fatto che 
non deve sorprenderci. Anche l' altro corso d' acqua , assai 
più considerevole , eh' esisteva a settentrione del Oassaro , 



(1) In Lihr. prael. I. f. 192 ; Rocco Pirbi, Sic. Sacra, 1. p. 1110. Da 
transunto del sec. 1495. Copia di Amico , nella Biblioteca Comunale di 
Palermo, Mscr. Qq H 9. f. Behring, Begesten, I, 28 ; II, 110. Caspar , 
Roger., II, n. 216, p. 570 sg. 

(2) V. pag. 327, n. 3. 

(ii) In Rocco PiRRi, Sicilia Sacra, ed. cit., p. 1112 (da transunto del 
1435). Behring, o. e., Il, 162. Non so se la forma Kemonis derivi da cat- 
tiva lezione del transunto o si sia trovata già in questo. Comunque di ciò 
sia, della correzione non si può dubitare. 

(4) Docum. del 1367 (archivio della Magione) in Di Giovanni, Topo- 
grafia ecc.^ II, p. 26. 



NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 329 

ebbe in pari modo il nome di Fiume del Papireto, o anche 
semplicemente Papireto, dalla fondura per cui passava sotto 
le mura della città; e non lasciò questo nome per pren- 
dere quello di Fiume della conceria. 

Accanto a questi nomi derivati dal luogo per cui pas- 
sava, il nostro corso d'acqua ne ha avuto un altro. In un 
documento arabo del 1196 esso viene designato con la frase 
al-wàdi as-satawt (1) ; e in un documento del secolo XV è 
designato con la denominazione del tutto equivalente di 
flumen aquarum pluvialium seu hyemale (2), come più tardi 
ci appare col nome volgare di Fiume del Maltempo. È un 
corso di acqua che non ha avuto un nome suo proprio , 
ma è stato indicato per via di perifrasi o dal luogo per cui 
passava o dal suo carattere torrenziale. 

Kemonia è dunque il nome del luogo. Che cosa può 
volerci dire questa parola ì L' etimologia greca , come ab- 
biamo visto, è esclusa. Bimane perciò l'etimologia araba, 
intuita dal Fazello. Il nome ricorre in un documento arabo, 
ove si parla della Chiesa di S. Andrea {de viridario) che il 
testo latino dello stesso documento chiama de helbene (= Bàb- 
al-abnà) (3). Nel testo arabo questo nome si può leggere esso 
al-kamiìniyah come al-kammUniifah. Nella forma greca questo 
nome si trova in un documento originale, del UGO, ove, in 
luogo del xs[jL[jLoovta che si legge nel Cusa, sta chiaramente 



(1) Cesa, Diplomi greci ed arabi, p. 499. I nostri topografi si son la- 
sciati sfuggire questa denominazione, che pure meritava di essere raccolta. 
Il prof. Nallino mi scrive a chiarimento della frase : « al-wàdì as-satawt 
= fiume (torrente) invernale. Così nell'arabo letterario. Ma poiché in tutta 
la Barberia sita' non significa soltanto inverno, ma anche « pioggia, sta- 
gione delle piogge » , negli scrittori medievali di quella regione al wddi 
as salarvi significa torrente che scorre nella stagione delle piogge » . 

(2) Così in un documento del 1435, orribilmente trascritto dall' Auria 
(nella Biblioteca comunale di Palermo, Mscr. Qq C f. 364), il quale av- 
verte altronde eh' era assai difficile a leggere. E riportato con singolare 
fedeltà dal Di Giotanni, o. c, I, p. 423, n. 1. 

(3) Cusa, Diplomi, p. 83 sg. 



330 NOTE DI TOPOGRAFIA. MEDIEVALE PALERMITANA 

scritto xe{i[i,oovta (1). A questa lezione si accosta un altro do- 
cumento del 1187 , di cui rimane un transunto , conserva- 
toci nella raccolta fatta dall'Amico, nel quale si legge 8. Ni- 
colai de Kemunia (2), forma che può essere stata benissimo 
in corso accanto a Kemonia. Da questi confronti possiamo 
indurre che la voce araba debba esser ietta al-kammiiniyahy 
col significato di luogo del mercato del comi no , o cimino. 
In una parola, noi potremmo tradurre dialettalmente «.il ci- 
minito» (3). 

Ohi aveva veduto giusto era perciò il Fazello, il quale 
nel trattare di quella parte della città che si stende a mez- 
zogiorno del Oassaro , ed era riguardata come rispondente 
all' antica Neapolis, dice : Normannorum... aetate Kemonia , 
Albergarla, Deisin et Yhalcia quae a Sarracenis proculdubio 
derivantur^ distinctam fuisse ex Regum diplomatibus et publids 
tabulis compertissimum est (4). 



(1) CusA , ibd. , p. 662. Il documento originale si trova all' Archirio 
<li Stato, nel Tabulario di S. M. della Grotta, n. 1. In esso si legge: toò 
01X00 [sic] 000 T^? XS{JL|ioovia(;. L'errore dell'edizione del Cusa è dovuto 
senza dubbio al tipografo ; ma è un errore che è stato ribadito nell' e- 
lenco dei diplomi, p. 772, ove la parola è trascritta nella forma Chemonia. 
Non sarà mai deplorata abbastanza la maniera in cui è stata condotta 
questa pubblicazione, della quale non è possibile fidarsi interamente né 
per la parte araba né per la parte bizantina. 

(2) Sulla raccolta dell' Amico, nella Biblioteca Comunale di Palermo , 
Mscr. Qq H 3 f. 13, cfr. Garufi, raccolta citata (p. 327, n. 4), p. 214. 

(3) Ed è curioso notare come questo nome si trovi effettivamente più 
tardi, portato come derivativo, da persona che abitava in un vicolo della 
contrada di porta Mazzara. Docum. del 1337 in Di Giovanni , Topogr. , 
II, p. 38 : in quarterio Albergarie Panormi in contrata porte Mazarie in 
quadain vanella olim vacata de Nieolao Chiminito seu de Joanne Longo. 
È da confrontare un altro documento del 1410 in Di Giovanni, 1. e, p. 42, 
in cui si parla di un pezzo di terra sita prope portam Mazarie ttecus vi- 
neam Nicolai de Chamirichio (o chomichiof). Tutto induce a credere che 
anche qui si tratti di un Nicolò de Chiminito , comunque si debba spie- 
gare il ritorno di questo nome a tanta distanza di tempo. Altronde poi i 
dati dell'opera del Di Giovanni non possono essere ricevuti senza controllo. 

(4) I. 8, p. 182 (ed. citata). 



NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 331 



II. Deisin. 

Ohe il Fazello abbia ragione a derivare anche questa 
parola dall'arabo, nessuno può discuterlo ; ma d'altra parte 
nessuno è disposto ad ammettere che sia esistita ad oriente 
della Kemonia e a mezzogiorno del Oassaro una regione 
chiamata Deisin — da identificare o no con via Divisi — 
nonostante ogni richiamo alla testimonianza di diplomi e 
di documenti pubblici. Si è creduto che il Fazello abbia 
fatto qui confusione con il nome Ain-scindi od Ain-sindi , 
che designava la fonte e la località ora detta Denisinni , 
mezzo miglio a ponente di Palermo. Senonchè , il Fazello 
mostra di conoscer bene anche quest'altro nome, che vien 
da lui riprodotto sotto la forma Haynseitime, forma che si 
trova, se la trascrizione del Mortillaro è esatta, in diplomi 
del secolo XIII appartenenti alla Cattedrale ; onde questi 
sarebbero appunto i documenti che il Fazello aveva avuto 
sott'occhio ed a cui si richiamava. Egli, anzi, non ignora 
neppure la forma Ain-sindi, che appare come generalmente 
usata nel sec. XIV ; senonchè, egli la riguarda come deri- 
vata da una corruzione della prima (1). 

Ma il Fazello non sarebbe solo in questo errore. Colui 
che disegnò la tavola IV del codice bernense di Pietro da 
Eboli, tra la fine del sec. XII e il principio del XIII, volle 
rappresentare la città di Palermo in lutto per la morte di 
Guglielmo II (2). Egli ha raffigurati a questo scopo gli abi- 
tanti dei principali quartieri della città, oltre alla corte ed 



(1) Aynsindis corrupte hodie nomea est, ed. cit., p. 185. 

(2) Le parole che stanno in capo alla tavola : civitas Panormi lugens 
super occasu speciosi (i= Guglielmo II) sono manifestamente , come ha 
veduto il WiNCKBLMANN, il titolo di tutta la rappresentazione, e non sem- 
plicemente della divisione in cui queste parole si trovano scritte, la quale 
rappresenta solo la corte. 



332 NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 

ai famigliari del re: il Cassarum, lo Scerarcadium , la Alza 
(Kalsa) e Ideisini. Le figure sono riistribuite in modo, che 
ogni gruppo di esse si trova al posto che spetta topografi- 
camente al quartiere da loro rappresentato. È questa, perciò, 
la prima pianta topografica di Palermo. L' occidente è in 
alto : ha quindi il primo posto il giardino reale {Genoard) 
ed il Palazzo Reale con l'annessa cappella palatina. Sotto 
il palazzo reale — quindi da oriente — è il Cassarum , più 
giù del quale, a breve distanza, sta il porto (la Cala). A 
destra del Oassaro — perciò a tramontana — sta lo Scerarca- 
dium che termina in giù — a levante — con Castellamare ; 
dall'altra parte sta appunto Ideisini, che ha da levante la 
Alza (Kalsa). Il porto sta , così, tra lo Scerarcadium e Ca- 
stellammare a nord , la Kalsa a sud. È appena necessario 
buttare un'occhiata su di una qualsiasi pianta di Palermo 
per rilevare come questa distribuzione nelle sue somme linee 
risponda precisanjente alla topografìa della città. Solo , lo 
spazio occupato dallo Scerarcadium è stato ristretto da nord 
a causa dell'ampio sviluppo che si è dato alla Cappella Pa- 
latina. Manca tra i quartieri della città VAmalfitania (vicus 
Amalfltanorum) y ma è stata omessa scientemente, perchè 
era abitata dai mercatanti stranieri , che non formavano 
parte della cittadinanza, e quindi non potevano essere rap- 
presentati tra coloro che eran colpiti di lutto per la morte 
del sovrano. L'Amalfitania, come è noto, non costituì parte 
della città di Palermo se non circa un secolo dopo. 

Il quartiere Ideisini è , come abbiamo veduto , situato 
dal disegnatore tra il giardino reale e la Kalsa. Esso ri- 
sponde perciò al quartiere dell'Albergarla, tra la Kemonia 
e la Kalsa. Eppure si è preteso che anche qui non si sia 
rappresentato se non la fonte e la località detta oggi Deni- 
sinni ; né si è domandato come sia possibile ammettere un 
equivoco così grossolano da parte di persona che altronde 
mostra di avere notizie tanto sicure sulla topografìa della 
città (1) ; o come, — supposto ch'egli non per equivoco, ma 



(1) Si noti che il miniatore non poteva trovare nella poesia di Pietro 
da Eboli gli elementi necessari per questa sua costruzione topografica, e 



NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 333 

volontariamente abbia voluto collocare ivi Denisinni — sia 
possibile che nel rappresentare la città di Palermo, secondo 
i vari quartieri, abbia lasciato fuori quello che dopo il Cas- 
saro era il quartiere piii importante, per mettere al suo po- 
sto un gruppo di case che stava fuori della città, e non ha 
avuto mai importanza alcuna. 

La testimonianza di questo documento viene dunque a 
provare che il Fazello non è incorso in alcun errore. E le 
notizie del nostro storico e topografo non avevano certo per 
fonte la miniatura suddetta; basta a provarlo la diversa ma- 
niera in cui sono scritti alcuni nomi. I dubbi , se mai , si 
devono raccogliere sulla identificazione che il Fazello ha 
fatto tra Deisin e Divisi. A questa identificazione egli non 
è stato indotto, come può sembrare, dalla semplice afiinità 
fonetica ; ma principalmente dal fatto che il nome Alber- 
garla ci appare nei documenti con quell' ampia estensione 
di significato ch'essa acquistò solo in seguito, quando il no- 
me Deisin cominciava ad uscire d'uso. Supposto che il Fa 
zello abbia avuto sott'occhio il documento del 1259 in cui 
per noi ricorre la prima volta il nome di Albergarla (1) , 
ne doveva indurre che esso si stendeva sino ai dintorni 
dell' odierna Casa Professa ; onde non rimaneva pel nome 
Deisin altro spazio a mezzodì del Cassaro che quello com- 
preso fra Gasa Professa e la Kalsa : da ciò si potè credere 
che nel nome Divisi sopravvivesse ancora l'antico Deisin. 

Ma i documenti in cui era menzionato il quartiere detto 
Deisin non sono del tutto scomparsi. Esiste nel tabularlo 



neppure i nomi dei quartieri, quindi bisogna ammettere che egli avesse 
in proposito cognizioni proprie, le quali inducono a pensare che egli sia 
stato in Palermo e conoscesse de visu la situazione della città. 

(1) CusA, Diplomi, p. 678 sgg. ...'AXTispifapla r^? TróXeax; iravópji,oo, 
p. 680. Indubitatamente, adunque, il nome di Albergarla era adoperato 
contemporaneamente al nome Deisin, il quale ultimo però scompare nel 
secolo XIII. V. p. 341. 



334 NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 

della Cappella Palatina un documento originale del 1239 in 
cui è menzione di un giardino ^vta xal SiaxefjiEvov eie tò ?ité- 
piS tcóXeod? 7tavóp[i,oo et? 'djv pòiiTjv r^jv èTcìXefojiévTjv àxTtet èttoopoòc 
•ij à;ràY6i Tipo? 5 e y e o t v (1). 

E la voce araba dalla quale deriva il nome di cui trat- 
tiamo, non si è, del resto, perduta. Essa è rimasta, discono- 
sciuta e non curata , in un documento arabo del 578 del- 
l'egira (1182-83), pubblicato nella raccolta del Ousa. In esso 
vien indicata, fra i confini di una casa sita « nel sobborgo 
meridionale di Palermo » una località il cui nome dovrebbe 
leggersi, secondo il testo dato dal Ousa, ad Dandsin o ad- 
danndsin (2). Sarebbe però difficile spiegare in tutto come 



(1) Il CusA , Diplomi, p. 95 dà il passo in maniera molto inesatta: 
egli legge àxTreTetTOopoòc, sebbene le due parole siano nettamente sepa- 
rate nel testo, e sia segnato lo spirito della e iniziale della seconda. In 
luogo di f| oLTiàfBi (^ [sic] àizA-piz Garofalo, p. 23) il Cosa legge i^ àic- 
àvoDoa , sproposito di cui il notarlo, una volta tanto, è innocente. An- 
che la parola §eYeoiV, di cui il Cuba ha fatto una proparossitona, porta 
un vigoroso accento sulla i, rispondendo in ciò con esattezza alla pro- 
nunzia dell'arabo dayyàsin. La parola icépt^ era stata premunita dallo ar- 
ticolo t' ; in seguito però il notarlo ha inserito un © tra l'el? e il Tcépi^ 
facendo elaoTrept^, onde il Morso aveva letto Ijtepi^. Ad ogni modo, io 
non darei a questa parola il valore di « dintorni ». Per indicare questi ul- 
timi , i nostri diplomi bizantini usano costantemente la denominazione 
irpoàateia {yff tcóXeod? TcavóppLOo). V., ad es., Cdsa, X>ipZ., p. 14 (1134)5 
48 (1190); 107 (1165); 118 (1164); 120 (1177); 622 (1161); 670 (1186). Il 
Tcépi^ non può essere, come risulta dall'insieme dei ragguagli topografici, 
se non il borgo che circonda il Cassaro, il rabad degli Arabi. In un docu- 
mento del 1173 (p. 665) si troverebbe il singolare accoppiamento delle 
due voci ektà Tcépi^ TrpoàaTeta 7cavóp[i.oo. Ma a parte il fatto 
eh' è ancora da stabilire con sicurezza la lettura del Trépi^ (il Cusa non 
ha curato di dirci dove il documento si trovi) la seconda parola può rap- 
presentare una correzione della prima, se pure non è da vedere in essa un 

(2) CusA, o. e, p. 491-93. Dell'esist«nza di questa voce nel documento 
arabo fui avvertito dal sommario che si trova nell'opera stessa del Cusa, 
a pag. 732 (n. 141). 



NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 335 

questa parola possa essersi riflessa nella voce As^saiv o Dei- 
sin. Ma la lezione data dal Casa è arbitraria; nel docu- 
mento originale conservato nell'Archivio di Stato (Tabularlo 
di Cefalù, n. 22) la parola non ha punti diacritici, e quindi, 
come il prof. Nallino mi scrive, « è legittimo ricostruire la 
voce in base al riflesso greco e latino, e leggere ad-Dayyd- 
sin » (1). 

E gli {ad)-Dayydsin grandi, di cui nel documento è pa- 
rola (2), e che non possono significare se non la via prin- 
cipale in cui si lavoravano e vendevano gli oggetti di ddisa 
(v. p. 347), trovano ancora confronto nell'uso moderno pa- 
lermitano che conserva a molte vie — come del resto av- 
viene in altre città — il nome degli esercenti un'arte od un 
commercio (ad es., Pannieri, Cassari etc.), e designa col no- 
me di Lattarmi grandi la maggiore delle due vie dette Lat- 
tarini (ziiq al-attàrtyn , secondo Amari , St. d. Muss. , III , 
870) sebbene non intenda più il valore della parola. 

Questi {adyDayydsin dovevano trovarsi, come vedremo, 
presso alla porta as-Sudàn (Ospedale dei Fate bene fratelli) 
e perciò vicina a quella contrada dei fabbri (al-Haddàdtyn), 
di cui è menzione in Ibn-Hawqal, sebbene non sia da esclu- 
dere la possibilità che anche questo nome nel testo dello 
scrittore arabo ci sia tramandato erroneamente (3). 



(1) Il documento originale è stato esaminato a mia preghiera dal gio- 
vane arabista d.r I. Barrila- Vasari, sotto archivista, il quale ha accertato 
la mancanza dei punti diacrìtici. 

(2) Do qui la traduzione del luogo che c'interessa, fornitami dal pro- 
fessor Nallino : « e questa menzionata casa venduta è della terra di Si- 
cilia, nel borgo meridionale (ar-rahad al-qihll) della città di Palermo, vi- 
cino agli ad-Dayyàsin grandi, nella via (darh) nota anticamente col [nome 
di] via {zuqàq) di Ibn-al-Hàtirah ». 

(3) Che il luogo d'Ibn-Hawqal sìa guasto, è indubitato. Esso parla di 
una porta dei fabbri (Bàb-al-Haddàdiyn) rimpetto alla porta dei Negri 
(Bàb-as-Sudàn). Lo Amabi ha supposto che debba parlarsi invece di una 
contrada : è certo in ogni caso che non si può parlare di uua porta. 



336 NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 

Inoltre, la località detta Deisin è menzionata in nn terzo 
docn mento che ci fornisce indicazioni topografiche le qnali 
meritano tutta la nostra attenzione. Esso è stato pubblicato 
prima dal Di Giovanni e poi dal Garufi (1). È un transunto 
latino di uno strumento greco, delia fine del secolo XII (2), 
contenente la donazione di un orto, sito nella città di Pa- 
lermo, fatta da Eugenio Cali (ó xaXó? = AbA - buttaip) alla 
Biidia di S. M. della Grotta. Questo transunto ci è perve- 
nuto in tre copie, conservate nella biblioteca Comunale di 
Palermo (3), le quali si riconducono tutte allo stesso esem- 
plare, che i raccoglitori han cercato qua e là di emendare, 
pur riproducendo fedelmente la parte più guasta, senza fare 
qualsiasi tentativo d'interpretarla. 

Essi ci rappresentano perciò la terza o quarta copia del 
transunto: e la prima dev'essere stata fatta da un amanuense 
ignorante , che leggeva male , non capiva quello che scri- 
veva, né sapeva quel tanto di latino che era necessario per 
dividere le parole, salvo poi la pretesa dei dittonghi , col- 



Vedi Biblioteca araho-sictila, I, p. 20, n. 3 [testo, p. 8]. Che la parola inso- 
lita ad-dayyàsin possa essersi trasformata in Haddàdìijn - specie sotto la 
influenza della Bàb-al-hadìd di cui è menzione immediatamente dopo, 

pare al prof. Nallino ipotesi ardita sì, non tuttavia inammissibile. 

(1) Di Giovanni, o. c, II, 108 sgg. Gtabufi, Docum. inediti deW epoca 
normanna^ in Docum. per servire alla Storia di Sic. etc., voi. XVIII, 1899, 
p. 195 seg. 

(2) Il GrARUFi, o. e, p. XXVII 8g. ha dimostrato ch'esso deve appar- 
tenere al 1 184 , e che la data 1094 che gli viene attribuita dai mscr. è 
errata. 

(3) a) Mscr. 4 Qq D 54 f. 17 sg. (copia d'un'opera rimasta inedita di 
p. Amato , Basilianae Ahhatiae S.tae Mariae de Crypta Panarmi monu- 
menta Graeca, Latina etc. 

b) Mscr. Qq E 14 f. 163 sg. (raccolta di documenti che non è del Mon- 
GiTORE , come si crede) ; 

e) Mscr. Qq H 9 (raccolta dall' Amico). 

L'esemplare originario ci è rappresentato da a. Tutte le copie sono, 
del resto, del sec. XVIII. 



NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 337 



locati qualche volta dove non si doveva (1). Così son ve- 
nute fuori nel documento delle frasi assolutamente inintel- 
ligibili , come ad esempio : ut orditur via ex aniiquae aciei 
cubito civitatis panormi Gxiho lomum damna di lizae (v. p. 340). 
E questo venerabile abracadabra è stato riprodotto tale e 
quale dagli editori , come se si trattasse di un documento 
originale (2) ; anzi il Di Giovanni ha trovato il modo di 
spiegare se non tutto il contesto , sul quale sorvola dolce- 
mente, almeno la frase Gubolonum damna di lize^ interpretan- 
dola, secondo le indicazioni fornitegli dal prof. Cusa, come 
« una gran volta , un cupolone , sopra un pozzo » ! Questo 
transunto esisteva già nel secolo XVI, quando scriveva il pa- 
dre Amato, che lo ha inserito nella sua Storia dell'abbazia di 
8. Maria della Grotta (3) ; non credo che la traduzione sia 
stata fatta da lui, nonostante ch'egli avverta: Graecum eM do- 
Gumentum... mendis /oedatum. Il transuntore, come si può os- 
servare anche in altri documenti del genere, traduceva pa- 
rola a parola (4), e non trovava sempre quella più propria ; 
basti osservare qui ch'egli ha tradotto col latino ianna la pa- 
rola che nel testo greco era certamente ttóXtj. Così, l'espres- 
sione ut orditur via ci fa sentire subito la frase consueta dei 
documenti bizantini a><; àizàp-^ezan -t] òòóq: e l'espressione etfacit 
fluvium non diventa spiegabile se non riconducendoci alla 
dizione wg óitàYst Tcotajjiòv. È perciò coli' uso dei documenti 
bizantini che dobbiamo ricondurre alla sua giusta lezione 



(1) Si noti in a) : quo advixerim ; quo admenserim (1. admaiMerint) ; do- 
natio, ne etc. per quoad vixerim ; qiioad manserint ; donaiione etc. 

(2) Sono state conservate persino le due forme Deestin e Degestin quan- 
tunque sia manifesto clie si tratta dello stesso nome. 

(3) V. p. 336, n. 3 a. 

(4) Ciò era fatto, del resto, per sistema. In fondo al documento del 207, 
in cui si parlerà in seguito, si legge ^f. 49) : Ego Basilius humilis prae- 
sbiter (sic) et Pan.mi tahellio, scripsi ad [hiiivs tranmtmpti f] ex d.o orig.li 
de verbo ad ver bum trans umpti (sic) fidem apud alios faciendam in- 
atrumentum etc. 



338 NOTE DI TOPOGRA.FIA MEDIEVALE PALERMITANA 

questo transunto , il quale non può essere pubblicato tale 
qual è rimasto sulle nostre copie, senza un'iniplicita abdi- 
cazione a tutti i dritti dell' intelligenza. Così nelle incom- 
prensibili parole ex antique aciei cubito civitatis Panornii 
noi vediamo subito la frase con cui nei documenti greci è 
designato il Cassaro, tò TcaXaiòv àoto TróXstó? Ilavdpjioo (1); onde 
possiamo restituire ex antique ar cis cubito civitatis Pa- 
normi. 

Bimane però a spiegare la parola cubito. Si può pen- 
sare che si debba leggere ambitu equivalente ad un Tueptpó- 
Xoo dell'originale. Ma questa parola, nel significato in cui 
qui sarebbe adoperata , è del tutto infrequente nei nostri 
documenti, per quanto comune agli scrittori bizantini. È più 
probabile che l'originale portasse un tei (^tet/ooc), abbrevia- 
zione che, secondo la nota varietà di grafia, poteva essere 
n)x o Tt)(- etc. Si avrebbe così una dizione al tutto ana- 
loga a quella di un documento del secolo XII (1146 ?) : toò 
zd{yo^<;) toò TcaXaioù àatstóg TióXeo)? Tcavópftoo (2). Ma il transuntore 
può avervi veduto invece un jnjxeox; tanto più facilmente, 
in quanto si trattava di un punto della città in cui il Cas- 
saro faceva realmente un cubito piegando verso tramontana; 
poiché riesce evidente che questa parola accenna alle mura 
del Cassaro, e precisamente al punto su cui sorgeva il mo- 
nastero della Martorana. 



(1) Ad es. Cuba , Diplomi, p. 32 (1153) (nella prima parte di questo 
documento il Cassaro è designato con l'espressione : j) TcaXatà ttóXk; Ila- 
vóp|i,oo); P- ó9 (1138); v. anche la nota seg. La frase traduce la denomi- 
nazione araba al-qasr al-qadim. Solo una volta, in un documento del 1143 
si trova la forma xàatpov ; Cosa, o. c, p. 69. 

(2) CusA, Diplomi, p. 73. È un documento di cui non ho potuto ve- 
der l'originale , che alla Cappella Palatina non si trova. lu una specie 
di fac-simile che si trova nella raccolta del Tardia, nella Biblioteca Co- 
munale , Mscr. Qq E 170 f. 67 si vede scritto tei. H Cusa vi ha letto 
xeCyeoc, il Garofalo {tabularium etc, p. 22) teCYSWC : da leggere TeÌYOo(<;). 



NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 339 

In fatti, le parole misteriose Chibo lomum damna di lizae 
vanno facilmente lette sub domum donine Adelitzie; la qua- 
le forma ci conserva la maniera greca di scrivere il nome 
Adelicia ('ASeXitC^a). E qui si allude, com'è chiaro, a quella 
stessa casa sita sul recinto dell'antico Cassaro , que olirti 
fuit Adelicie de Golisano, come ci dicono appunto altri 
documenti contemporanei al nostro (1) ; casa che passò poi 
per generosità del re Guglielmo in potere di Aloysia moglie 
di Goffredo da Marturano, la quale fondò ivi il monastero 
noto tuttavia col suo nome. 

La porta Seuden non può essere che la Bdb - as - suddn 
(presso la Discesa dei Fate -bene fratelli) indicata anche 
altrove sotto la forma (Bah) Seuden o Seuten, e pili comu- 
nemente Busuldeni o Bosuemi (2). La grande via — proba- 
bilmente la stessa ch'è detta nell'altro documento citato del 
1238 il {ts^àXiT] Srijioota ó8dc (3) — che conduceva ai Beisin do- 
veva così correre, come sembra, a sud del letto del Mal- 
tempo sin oltre la Piazza Ballarò. 

Faccio seguire il testo del transunto quale a noi rimane 
nei manoscritti (a), la riduzione di esso alla sua forma ori- 
ginaria (b) e la ricostruzione approssimativa del testo greco 
(e) nella sintassi che è più comune a questo genere di do- 
cumenti , salvo , naturalmente , le capricciose irregolarità 
della grafia. 



(1) Documenti del 1193 e 1194. V. Garufi, o. c, p. 256 ; 258 ; 268. 

(2) Le parole che il Garufi, o. c. , p. 196 ha pubblicato insieme col 
testo del documento : Urbis Panonni regio Deesin Degesim hodie Divisi : 
ianua Sauten hodie thermarum porta , non sono che un commento topo- 
grafico fatto al documento dall' Amato medesimo, il quale, tratto in er- 
rore dalla identificazione tra Deisin e Divisi proposta dal Fazello, ha rav- 
visata la porta Sauten nella porta di Termini , eh' è dalla parte di via 
Divisi. 

(3) CcsA, Dipi., p. 95, 



340 



NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 



a 



in loco appellato 
Pbacbaer iiixta Iii- 
(laeoruni s y n a g o- 
gaiii et cogiioscitur 
ex sedereo 

Est autem istius 
dicati locidefinitio: 
ex oriente quidam 
fundaci oleagino- 
rum (altri oleagio- 
runi),et ex occiden- 
te 1 iidaeorum sy- 
nagoga : ex aquilo- 
ne ut orditur via 
ex autiquae aciei 
cubito civitatis pa- 
normi Gubo lo munì 
Damna di lizae et 
facit fluvium qui 
est iuxta ludaeo- 
rum synagogam et 
ascendit via usque 
ad magnam viam 
quae ascendit in 
Deestin et ianuam 
Sauten (ali. Seu- 
den) : ex austro ve- 
ro praedicta magna 
via quae ascendit 
in Degesim. 



in loco appellato 
Pbacbaer iuxta Ju- 
deorum synago- 
gam et cognoscitur 
ex sedereo 

Est autem istius 
dicati loci detìnitio; 
ex oriente quidam 
fundaci oleagino- 
rum 

et ex occiden- 
te ludeorum syn- 
agoga: ex aquilo 
ne ut orditur via 
exantiquearcis cu- 
bito (o ambitu?) ci- 
vitatis panormi sub 
domum domne A- 
dilitzie et facit flu- 
vium qui est iuxta 
ludeorum synago- 
gam usque 
ad magnam viam 
que ascendit in 
Degesin et ianuam 
Seuden 

ex austro ve- 
ro predicta magna 
via que ascendit 
in Degesin. 



el<; xónov xaXoòjisvov 
(payakp TtXTrjotov r^c 
Ttóv 'Ioo§at(j)v aovaYCD- 
Tfi<: xal YVtópiCetai è^ 
asSaptoù (?) 

ó Sé 7rsptopio[iò(; toò 

ootdx;* lò |isv àvatoXt- 
xòv cpoòvSaxé? (1) rive? 
èXairjTwv, 

xò 5è Soxixòv 
il Ttóv 'Ioo5at(ov aova- 
Y(D*p^' TÒ Ss pópetov tó? 
à7càp)(£Tai 1^ Ó8ò<; ex 
xob xev/OMQ (o Tcspipó- 
Xoo?) Toò rcaXaioò a- 
OTEtìx; TTÓXeoix; Tcavòp- 

{100 DTUÒ TÒV oIxOV XOp. 

'ASeXitCta? xal hn&'^&i 
7C0Ta{iòv oc loti tcXtj- 
oCov TTiz Ttóv 'looSaioDv 
aovaYODY'^C, ^^p^ t^C 
(leYàXir]!; óSoò t^ àvép- 
-/exai Tupòq Ae^eaiv xal 
toXtjv aeoSév. 

ex 8è 
VÓTOO 1^ TcpoXsYojtévT] 
{le^àXiT) óSò(; t^ àvàfoo- 
aa xpòc Ss^eaiv. 



(1) Cfr. CuSA, Dipi., p. 68 ^1143) ; 87 sg. (1191) ; 89 (1201) etc. 



NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEAALE PALERMITANA 341 

Questo documento ci dà una interessante visione di quella 
parte dell' antica città, ch'era adiacente da mezzogiorno alla 
via Calderai. Su questa via eran le mura del Cassero, con 
sopra le case di donna Adelasia di Golisano , accanto alla 
Martoraua, delle quali rimane tuttavia il portico slanciato 
ed elegante ; di fronte, a un centinaio di metri, la sinagoga, 
presso a cui scorreva, da sud, il rigagnolo del Maltempo (1) ; 
a levante, i negozi degli oliandoli, esistenti in quegli stessi 
paraggi ove li avea t?ovati più di due secoli innanzi, Ibn- 
Hawqal (2), a ponente la grande via pubblica che portava a 
Deisin e a quell'antica Porta dei Negri (Bàb-as-Sudàn) che 
sino al secolo XVI meravigliava per la sua vetustà coloro 
che la guardavano. 

Tra i documenti da una parte, la carta di Pietro da B- 
boli e la testimonianza del Fazello dall'altra, vi ha tuttavia 
questa differenza , che i primi intendono con ad Dayydsin 
o Degesin un punto determinato — o una via od alcune vie 
fra di loro vicine — i secondi invece ci mostrano questo no- 
me applicato a tutta la parte della città che sta a mezzo- 
giorno del Cassaro sino alla Kalsa, quella parte che i do- 
cumenti arabi designano colla perifrasi « il borgo meridio- 
nale (ar-rabad al-qibli). 

Noi vediamo che tra la fine del secolo XII e il prin- 
cipio del XIII questa parte di Palermo non aveva un nome 
complessivo : i Degesin e la Alpergaria che erano due lo- 
calità particolari, si son disputjito l'onore di dare il nome 
a tutto il quartiere, e la vittoria fu dell'Albergarla ; il no- 
me Degesin sembra già uscito d'uso nella seconda metà del 



(1) La sinagoga dei giadei, si trovava, com'è noto, sul posto poi oc- 
cupato dal monastero di S. Nicola ov'è ora ^archivio municipale, adia- 
cente al vicolo detto tuttavia della Meschita. 

(2) I negozi degli oliandoli erano situati, ai tempi di Ibn-Hawqàl, con 
altri magazzini , tra il quartiere della moschea ed il quartier nuovo. Il 
confine dei due quartieri doveva coincidere presso a poco, sulla via Divisi. 

Arch. Stor. Sic. N. S. Anno XXXV. 23 



342 NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 

secolo Xin, quando ci appare già la denominazione i^ 'AX- 
TTspYapia T^<; tcóXeoìc 7cavóp(ioo, che dalla fine dello stesso secolo 
diventerà la designazione ufficiale; quarterium Alhergariae 
Panormi. La forma che si trova nella miniatura di Pietro 
da Eboli , Ideisin è senza dubbio quella dell'uso popolare, 
con l'articolo j)remesso ; come la forma popolare ci è con- 
servata nel nome Alza oggi Ausa, 



III. — Bebelhagerin. 

Al giardino situato entro i confini indicati nel docu- 
mento precedente , e donato alla chiesa di S. Maria della 
Grotta da Eugenio ó xaXó? o Buttaip, era prossimo un altro, 
che a sua volta venne dalla moglie di Buttaip donato nel 
1207 alla stessa chiesa (1). Lo strumento di donazione si 
trova, pure in transunto, nella raccolta già citata dall'Amato, 
ed è stato pubblicato parimenti dal Di Giovanni (2). Come 
il precedente, così questo transunto è passato per la stessa 
trafila di copie eseguite da amanuensi ignoranti ; tuttavia, 
salvo ciò che riguarda i nomi propri (3), è stato deturpato 
in maniera meno grave. Il luogo in cui si trovava il giar- 
dino donato da Eugenio era detto Phachaer ; il giardino 
donato dalla moglie era in luogo detto Bethat ertum (?) (4). 



(1) V. Gardfi, o. c, p. XXV. Il Garufi ignorava, a quanto sembra, que- 
sto documento, in cui ricorre il nome di Eugenio sotto la forma Buttayp. 

(2) Vedi p. 336, n. 3 (Mscr. 4 Qq 54 f. 47 sg.) ; Di Giovanni, o. c, 
II, p. 106 8gg. 

(3) P. 48 si legge : iux(ta) iardinum arcadii Bìichalseri cogatis antiquae 
de ibn senis. V. Di Giovanni, o. c, p. 107. Il testo dev'essere stato la- 
cunoso , o il transuntore non è riuscito a leggerlo. 6 xàito? PooXxàata 
è nominato in un documento del 1168 (Cosa, Dipi., p. 484 sg.). l\ cogatis 
è probabilmente derivato da un xoxàinj? (= xal ó xainric). È meno fa- 
cile trovare il nome che si nasconde sotto le parole segueciti, 

(4) V. appendice, p. 350, n. 3 e 4. 



NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 343 

Non è possibile tentare qui identiticazioni precise : ma il 
documento ci mostra che siamo sempre nella stessa regione 
della città. Da ponente è citata come confine di quest' al- 
tro giardino una ruga parva que vocatur arabice Darptarattis. 
Come confine orientale vien indicata un'altra ruga, que via 
(leggi vadit !) ad portai» que dicitur Behelhagerin. Questo 
nome si trova ancora menzionato in un documento del 1206, 
riportato dal Pirri, come dato ad una località : in loco qui 
dicitur Bebelagerin in ruga SS. XL (1). Il Di Giovanni ha 
già identificata questa porta con la porta anonima di Abù-1- 
Hasan, di cui parla Ibn-Hawqal, tra la Bàb-al-Hadid o 2>orta 

ludaica, e la Bdb-al-hahr. Il nome, come si scorge, è pret- 
tamente arabo : Bdb-al-haggdrin, porta dei tagliapietre. 

Un altro documento greco del 1201, pubblicato dal Ou- 
sa (2) attesta la vendita che Giovanni tìglio di Eugenio 
Ammiraglio fa di un suo giardino situato nella città di Pa- 
lermo el? TTjV pó(nr]v xaXoojiévTjv r^c à^ias papPàpa? tuòXt]? yax- 
CspTTjveX... Il Di Giovanni, dopo aver sottoposta quest'ultima 
parola ad una serie di trasformazioni e di confronti tutta 
propria , riesce a scoprire in essa il nome Cassaro , ed in- 
terpreta perciò porta Casseri ; e cosi egli viene a trovarsi 
in regola con l'ubicazione della Chiesa di S. Barbara la sot- 
tana, che dal Pirri e dal Mongitore era additata nel luogo 
occupato adesso dal Seminario arcivescovile. La iróXirj yax^i- 
pTjv(eX) o jìorta Casseri sarebbe stata una porta della Galea (3). 

Ma questa ricostruzione è fondata su una falsa lettura 
della parola greca. È noto che i bizantini rendevano col 

gruppo tC il (7 arabo; onde già nei sommari del Cusa la paro- 
la è resa Chagerinel. Bisogna avvertire però che il / ini- 
ziale greco rende anche l'h arabo. Così ad esempio, xaptteXtCì]- 



(1) Sicilia Sacra, p. 935. Trattasi probabilmente di un transunto ; e 
non so se Io parole in ruga SS. XL non siano un'aggiunta fatta nel tran- 
sunto medesimo, per determinare la località. 

(2) Op. cit., p. 89. 

(3) Topografia, I, 116 sgg. ; 303 sg. ; 423 sgg. 



344 NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 

t:^s=harat-al-ga(li(liib (l) (in latino Hartelgidia). La tcòXyj x»- 

tCépTjvsX va dunque resa Porta hagerin, giacché l'sX dev' es- 
sere escluso da questa i)arola, comunque esso sia da spie- 
gare. La porta nominata in questo documento è perciò la 
stessa porta di cui fanno menzione i due documenti latini 
sopra ricordati. Io non ho dubbio che nei due luoghi del 
documento del 1207, in cui si legge 

nigae quae venit a porta va eteri (sic) 
uaque viam et rugatn portae v eteri 8 

il veteH{!Ì) sia stato arbitrariamente sostituito ad un hegerin 
che il copista non lesse bene o pretese di emendare. La 
porta Vetere di cui si ha menzione in questo solo docu- 
mento, e che il Di Giovanni s'è affannato tanto a identi- 
ficare, è creazione dell' ignoranza d'un copista disattento o 
prosuntuoso. 

Se così è, la chiesa di S. Barbara di cui qui è parola, non 
può esser cercata nel terreno occupato dal seminario arci- 
vescovile, ma bensì all'estremità orientale del Oassaro, sulla 
via che metteva capo alla Porta Hagerin che doveva a- 
prirsi , come s' è veduto , tra il teatro Bellini ed il con- 
vento di S. Caterina. Il documento del 1207 ci richiama a 
questa parte estrema del Oassaro : esso parla d' una ruga 
versus iardinum S.te Marie de Admirato Cfeorgio et iuxta 
iardinum S.ti Salvatoris (?) de Admirato Eugenio. 

Un altro strumento del 1428, citato dal Pirri, ricordava 
le case dei Vescovi di Mazara situate Panormi in Semita 
Casseri iuxta templum S. Barbar ae inferioris et viridarium 
S. Theodori, et plateam marmoream (2). Ora poiché esisteva 
vicino all'arcivescovato una chiesa di S. Barbara, e una con- 



(1) CusA, Dipi. , p. 124 (documento del 1191) ; cfr. Ibn - Hawqal , in 
Amari, Biblioteca arabo-sicula, p. 4. — Vedi il mio scritto Per la topografia 
antica di Palermo, in «Centenario per la nascita di Michele Amari, voi. II, 
p. 400. 

(2) Sicilia Sacra, o. e, p. 848, 



NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 345 

gre^azione di S. Barbara e S. Teodoro , ove dopo il 1582 
sorse poi il seminario, il Pirri credette che le chiese di S. Bar- 
bara e di S. Teodoro di cui è parola in questo documento, 
fossero state ivi ab antiquo (1). E in questa opinione venne 
seguito dal Mongitore e dal Di Giovanni. Ma il Mongitore 
medesimo ci conserva memoria di una Chiesa di S. Teo- 
doro, esistente appunto nella estremità orientale del Oas- 
saro, la quale passò sotto il patronato del vicino monastero 
delle Vergini con atto rogato da notar Nicolò d' Aprea il 
15 genu. 1454, calendato in un atto d' elezione del benefi- 
ciale, da parte della badessa Dulciora Pisano presso notar 
Nicolò Bastone a 14 giugno 1601 (2). E nel 1503 i consoli 
degli orefici e degli argentieri ottenevano per la loro con- 
fraternita la Chiesa di S. Teodoro insieme col giardinetto, 
ch'essi si obbligavano a tener coltivato (3). Abbiamo perciò 



(1) Sic. Sacra, ed. cit., 303. S. Iheodori coenobium eo erat urbis loco 
quem nunc Clericorum Semùiarium tenet. Il Mongitore riferisoe Topinione 
che il distintivo de Turri che si trova dato alla chiesa di S. Barbara ve- 
nisse da ciò, che la chiesa si trovava sotto al campanile della cattedrale. 

(2) Mongitore, in Mscr. della Biblioteca Comunale di Palermo, Qq E 
7 f. 131 sg. Vedi le Nuove effem. siciliane, voi. II (1880), p. 295 sgg. 

(3) Id. , Mscr. della Bibl. suddetta , Qq E 11 f. 331 sg. I nostri eru- 
diti pensano che le m mache passate al monastero del Salvatore sian ve- 
nute dal monastero di S. Teodoro ove poi sorse il seminario. Ma già l'ab. 
Antonino Magri sosteneva che questo monastero di S. Teodoro era ap- 
punto quello situato presso il monastero delle Vergini. Il Monigtore ri- 
batte quest'affermazione adducendo in argomento che «la confraternita 
di S. Barbara e S. Teodoro ov'è il seminario da antichissimi tempi dovea 
al monistero del Salvatore tari 8 ogni anno iure proprietatis : uè per altra 
causa se non che al monistero del Salvatore restò il inspatronato di que- 
sto monastero di S. Teodoro». L'argomento, come si vede, non poteva 
essere più conti-overtibile. — Anche nella chiesii di S. Barbara inferiore 
si era conservato il rito greco , non meno che in quella di S. Teodoro , 
appartenenente a monache basiliane ; ond' è eh' essa è chiamata anche 
S. Barba) a de Graecis in Cassaro in un documento del 1495 (v. Mscr. 
della Bibliot. Cora, di Palermo, Qq E 12 f. 62). Il passaggio delle basiliane 
di S. Teo<loro al monastero del Salvatore dovette avvenire prima del 
1490, giacché in queir anno per testimonianza di Valerio Rosso il mo- 
nastero del Salvatore era disabitato (v. Di Giovanni, o. c, I, 468). 



346 NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 

quanto basta a dimostrare che la chiesa di S. Barbara in- 
feriore e il viridariiim di S. Teodoro di cui è menzione nello 
strumento del 1428, ci riportano alla stessa località che ci 
è additata dai documenti della fine del secolo XII ed il 
principio del secolo XIII. 

Notiamo in ultimo che l'appellativo inferior o la sottana 
applicato a questa chiesa di S. Barbara in opposizione al- 
l'altra chiesa della stessa santa che esisteva in Piazza Vit- 
toria, dinanzi a Palazzo Reale, ed era detta superior o la 
soprantty sarebbe assolutamente inesplicabile se la prima si 
fosse trovata al posto occupato dal seminario arcivescovile, 
cioè a qualche centinaio di metri di distanza e allo stesso 
livello della seconda. La chiesa di 8. Barbara inferiore do- 
veva appartenere al Cassavo basso, così detto in opposizione 
alla parte più occidentale della città, corrispondente alla 
Galea , la quale si stendeva appunto sino al seminario e 
formava il Cassavo alto : (1) divisione che Palermo aveva 
conservata sin dall'età antica, in cui si trova fatta distin- 
zione tra la città alta (t^ àv<i> wòXi<; =: t^ TcaXaià izóXiq) e la città 
bassa (t^ xàrw tcóXk; = i] véa TcóXt?) (2). 



(1) L' altitudine minima clie ha presentemente questa parte occiden- 
tale del Cassaro, sino al palazzo arcivescovile, sta tra 25 e 26 metri. La 
parte su cui si al/a il monastero delle vergini lia l'altezza massima di 18 
metri. Ma mentre in Piazza Vittoria l'altitudine di 25 rappresenta pres- 
s'a poco il livello antico, sotto la chiesa delle Vergini degli oggetti arabi 
sono stati trovati ad alcuni metri di profondità. 

(2) Vedi il mio scritto citato, p. 344, n. 1. — Si veda che fede meriti un 
documento del 1221 citato dal Monqitore (Mscr. della Bibliot. Cora, di 
Palermo Qq E 9, f. 177) in cui si parla di una composizione intervenuta 
fra Riccardo figlio di Ruggero Ammiraglio e l'abadessa del monastero di 
S. Maria de Marturano de horto sito prope Castrum maris et ecclesiam 
S. Barbarne et ecclesiam S. Petri de Balnearia quem monasterio praedicto 
dedit dnus Armannus. Quest'Armanno dovrebbe essere evidentemente lo 
stesso di cui parla il documento greco già citato del 1201, (Cosa, dipi., 
p. 89) a cui Giovanni figlio di Eugenio Ammiraglio vende appunto il suo 
terreno situato sulla via di S. Barbara di Porta Hagerìn. 



NOTE DI T0P06UAFIA MEDIEVALE PAIJSaMITANA 347 

Poiché sarebbe poco verosimile il caso che in due punti 
diversi della città si sian trovate vicine due chiese, dedi- 
cate precisamente agli stessi titolari , è da pensare che il 
culto di S. Barbara e S. Teodoro sia passato dai luoghi oc- 
cupati dal monastero delle Vergini, ad una chiesa attigua 
al palazzo arcivescovile. Né fu questa, del rimanente l'unica 
migrazione di questo culto. Dopo il 1582 , dovette abban- 
donare la sua sede, perché vi fosse costruito il seminario , 
e passò nella chiesa della Madonna del soccorso, che prese 
nome di S. Barbara e S. Teodoro; e 17 anni dopo anche que- 
sta chiesa fu abbandonata ai Carmelitani , e la congrega- 
zione passò alla chiesa nella piazza di Castellamaro. 

Da queste poche pagine sorgeranno conclusioni non 
molto confortanti per la maniera in cui è stato pubblicato 
il nostro patrimonio diplomatico. Si può dire che a buona 
parte dei nostri editori é mancata quella severa disciplina 
critica, senza la quale non si può fare opera utile alla scienza 
ed agli studi. È una constatazione dolorosa , che però ab- 
biamo il dovere di far noi per primi : essa impone alla 
Società Siciliana per la Storia Patria un compito , grave 
ma glorioso , che non dovrebbe essere abbandonato agli 
stranieri. 

G. M. COLUMBA 



348 NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 



APPENDICE. 



Son sicuro di far cosa molto grata ai lettori nel comunicare 
alcune note fornitemi dal prof. Nallino, a chiarimento dei nomi 
topografici arabi di cui è parola nei documenti innanzi esaminati. 
Vadano a lui, che in questo momento onora la cultura italiana 
insegnando storia delle scienze presso gli arabi nella Università 
del Cairo , i miei più vivi ringraziamenti. — Il lettore avrà po- 
tuto constatare che mancano alla tipografia i caratteri necessari 
per l'esatta riproduzione dell'alfabeto arabico. È naturale che i 
ripieghi a cui si è dovuto ricorrere per sup[)lire a tale deficienza 
non sian riusciti sempre felici — G. M. Columba. 



« 1. — ad-Dayyàsìn (p. 335). L'aspetto stesso del vocjibolo a- 
rabo mostra che si tratta d'un nome al plurale ; ciò è confermato 
poi dall'aggettivo al-Mhàr « grandi » che gli tien dietro. Il sin- 
golare non può essere che dayyàs ; vocabolo mancante nei di- 
zionari, ma avente la forma regolare, mediante la quale in arabo 
si ottengono i nomi di mestiere dal nome della cosa ch'è oggetto 
del commercio o della lavorazione. Quindi dayyàs significherebbe 
colui che lavora o vende il dls , cioè quelle varietà di giunchi 
(arundo festucoides , ampelodesmus tenax etc.) , colle quali , per 
testimonianza di scrittori arabi e di moderni descrittori europei 
dell'Africa settentrionale, si facevano e si fanno corde per barche 
e barconi , stuoie , coperture per capanne ecc. Questo dis è un 
collettivo, che fa <?j!sa/i al singolare («nome d'unità»), e che già 
da ])arecchi fu riconosciuto essere l'origine del siciliano ddisa. 

La riprova che il vocabolo di mestiere dayyàs esisteva nel- 
l'arabo dialettale di Sicilia si ha dai diplomi editi dal Cusa, ove 
(pag. 163, col. 2*) è menzionato un tale di nome Hasan ad-Dayyàs^ 

con accanto la trascrizione greca ^àasv èXSsléi;. Nell'arabo dialet- 
tale di Sicilia la à, quando non si trovasse nell'immediata vici- 



NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 349 

Danza di r, d^ h, h, ^ , g^ s^ q, t , z , andava soggetta a quella 

che i grammatici arabi chiamano imaldh, ossia prendeva nn suono 
intermedio fra a (lungo) ed e (lungo), che i contemporanei greci 
resero costantemente con s, ed i latini per lo piìi con e, di rado 
con a. Quindi la regolare trascrizione greca e latina di Dayymìn 
era rispettivamente Ssleotv e deiesin. 

È dunque verisimile che il nome ad-Dayyàsm (sottintesa, co- 
me spesso avviene in arabo in questi casi, la parola sùq « il mer- 
cato dei » o qualcosa di simile) indicasse che in quella parte 

o contrada di Palermo si trovavano i fabbricanti e venditori di 
oggetti di dls. E poiché allora in Sicilia vigeva presumibilmente 
l'uso anche oggi generale in Oriente, per cui i fabbricanti o ven- 
ditori d' una determinata specie hanno le loro botteghe concen- 
trate in un'unica via od in un unico gruppo di vie (i »uq dell'A- 
frica settentrionale e della Siria, i hàzàr di Costantinopoli ecc.), 
così è lecito supporre che l'epiteto di « grandi » nel diploma al- 
luda alla via principale occupata dai « dayyàsìn » in contrappo- 
sto alle sue diramazioni secondarie ; appunto come a Napoli si 
hanno « i Guantai Vecchi » ed « i Guantai Nuovi ». 

2. (p. 335) *'Ax7csT èrcoopoò? si può ricostruire con assoluta sicu- 
rezza nella forma araba originaria: 'Aqahat at-Turùs «la salita 
di at-Turùs». ^Aqabah (che diventa '•aqàbat quando regge un ge- 
nitivo) significa « strada in salita », e s'applica tanto alle strade 
di campagna quanto alle vie di città. At - Turus è nome di per- 
sona non raro tra i musulmani di Sicilia ; come d'altro canto non 
è raro , nella Palermo araba , il caso di vie denominate da per- 
sone. Il nome at-Turus è una forma dialettale arabo-sicula, che 
sta in luogo della forma corretta al - Atrùs ; propriamente è un 
epiteto significante « il sordo » e divenuto nome personale. Ciò 
spiega le traduzioni sporadiche colla parola xw^óc, piìi o meno 
storpiata nella grafia. 

Nei diplomi arabi ed arabo-greci del Cusa ho trovato parecchi 
esempi, che in massima parte mancano nei difettosissimi indici : 

Cusa, pag. 139 (in greco èXtapoóc); 
» » 1«4 (in greco los èXtoopoòi;) ; 



àèO NOTE DI TOPOGRAFIA MEDIEVALE PALERMITANA 

CUSA, pag. 263 (in greco àX-^c; 6 àSeX^ò? topót;, e 6 àSeXyò? aò- 

toò ó xo^wc) ; 
» » 263; 

» » 587 (in greco ol TcalSec -^jtTOopoòc Itciv 7]X(ia/où^) ; 

» » 588 (in greco ol TcaìSeq toopoòc; "^XiCevvév). 

3. — Phachaer (p. 340). Varie congetture sono possibili. Ma 
come sceglier fra esse? 

4. — Bethat ertum (p. 342). La prima parola è certo bathat 
= spianata , pianura (in alcuni moderni dialetti della Barberia 
anche piazza). In arabo classico sarebbe propriamente : un letto 
molto largo di un torrente con fondo ghiaioso. 

5. — Datptarattis {-tt^s) (p. 343). Darb = strada. Ma né secondo 
componente l'incertezza è troppo grande ». 

C. A. Nallino. 



MISCELLANEA 



UN'ELEGIA INEDITA DI FILIPPO Pj^RUTj^ 



L'elegia, che ora per la prima volta vede la luce, è dedicata 
a Lorenzo Gambara, umanista bresciano. 

In questa elegia, intessuta di reminiscenze classiche , il Pa- 
ruta afferma che se avrà la fortuna di capitare in Roma , non 
s'indugerà, appena arrivato, ad ammirare i monumenti onde va 
superba la città eterna, ma si affretterà a visitare, dopo s. Pietro, il 
Gambara, che tiene in conto di maestro. 

Unum te subito propius ; tua, Gambara, tantum 

Immotis cernam lumina luminibus : 
Et pendebo, nova captus dulcedine, ab ore 

Cantantis Leucen vel pia facta virùm. 

Lorenzo Gambara fu nello Studio di Padova discepolo di Pie- 
tro Paolo Parisio, di Romolo Amaseo e del veronese Donato fi). 



(1) Cfr. V. Peroni, Biblioteca bresciana, p. 100 e segg. «La notizia 

* data dal Peroni avere Lorenzo Gambara studiato a Padova, trova ap- 

* poggio in quanto scrisse il Papadopoli nella Hisioria Gyntnasii Pa- 
^ favini, 1726, t. II, p. 325, n. CCLXIX. Gli atti dell'archivio antico di 
« questa Università, depositati in Biblioteca, si riferiscono ad anni po- 
4t steriori al tempo in cui insegnarono a Padova il Parisio, l'Amaseo e 
« il veronese Donato dei quali il Gambara si professa discepolo ; quindi 

* è inutile ogni ricerca in tali atti. Nel manoscritto del Dorighello sui 
« laureati dell'Università di Padova non è indicato il Gambara né nel- 

* l'indice delle famiglie bresciane né nel corpo del ms. sotto Brescia ». 
Così mi scriveva, nel settembre 1907, il signor A. Avetta, bibliotecario 
dell'Universitaria di Padova. A lui, al suo degno successore M. C. Ca- 
puto, all'egregio prof. F. Garbelli , bibliotecario della Queriniana di 
Brescia, giungano gradili i miei più vivi ringraziamenti per le notizie 
bibliografiche gentilmente fornitemi. 



352 MISCELLANEA 



Soggiornò per lungo tempo in Ironia presso il cardinale Ales- 
sandro Farnese ed ivi morì , nella tarda età di novantanni, nel 
1586. Pubblicò vari poemi latini fra i quali è da ricordare la 
Colombiade (1). Questo poema, sebbene molto lodato da Giusto 
Lipsio, da Paolo Manuzio e da Basilio Zanchi e benché scritto 
con eleganza, tuttavia « appena per ciò che all'invenzione appar- 
tiene può dirsi poema epico, poiché altro non é che un racconto 
che il Colombo medesimo fa de' suoi viaggi » (2). 

11 Gambara godette la stima di Lilio Gregorio Giraldi (3), di 
M. Antonio Flaminio (4) e di altri letterati coevi. Fra gli am- 
miratori del dotto umanista bresciano va compreso Filippo Pa- 
ruta, che a lui dedicò l'elegia seguente (5): 

I^aurentio Gambarae 



Semper ego humidula tantum piscator in alga? 

Natus et in siculis vivere littoribus? 
Et tremula in ponto canna vel retibus escam 

Quaerere vel nassas texere viminibus? 
Ah etiam pelagi media lascivus in unda 

Ardere et madidus semper in igne mori ? 
Tuque mihi ardenti solum nova et ultima cura, 

Arbitra et (6) ingenti, candida Nympha (7), mei? 



(1) Il titolo preciso del poema è questo : De navigatione Christophori 
Columbi. Di esso sì fecero in Roma tre edizioni (1581, 1583, 1585). Nella 
Biblioteca Queriniana di Brescia si conserva l'edizione del 1583 in 4. 

(a) TiRABOSGHi, Storia della letter. ital., tomo 7., parte 4., p, 1398. 

(3) Papadopoli, op. cit. 

(4) A. M. QuERiNi, Specimen variae literaturae quae in urbe Brixia 
ecc. nizzardi, 1739, p. 268-77. Altri fuggevoli cenni sul Gambara leg- 
gonsi nella Libreria Bresciana di L. Cozzando, p. 161 e segg. 

(5) Dal ms. 2 Qq. C. 21 della Biblioteca Comunale di Palermo. In- 
torno a questo ms. ed a Filippo Paruta si può consultare quanto è stato 
da me pubblicato in questo Archivio, XXVI, 506-554 ; XXXI, 113-169. 

(6) Nei ms. invece di arbitra et si legge arbitrer che non dà senso. 

(7) A proposito di questo falso nome ricordiamo che altrove dice il 
Paruta stesso : « Lauria Nympha mea est, sub Nymphae nomine dieta ». 
Sotto il nome di Ninfa si nascond*» perciò una Laura. Allude forse il 



MISCELLANEA 353 



Quin potius tacitum currit ium Luna per orbem 

Et Phoebi radiis aemula luce micat , 
Perque salum placidi posuerunt praelia venti, 

Solaque felici murmurat unda sono, 
Audax veliferae impono cita lintea cymbae, 

Et fugìo infamem per mare Trinacriam ! 
Forsan mutatis mutabit (1) sors bona terris 

Saevitiam, aerumnis iam pia facta meis? 
Sic est et praeceps curram placidumque citatis 

Percutiam remis, si cadet aura, fretum : 
Ire, manus quocumque ferent, quocumque secundum 

Flamen aget, capiti stant nova fata meo. 
Quid moror? o littus patrium, o mi cognita arena, 

Et mea cura olim candida Nympha, vale : 
Nil mihi vobiscum ; ignotos modo visere portus 

Et iuvat externis vivere in aequoribus. 
Laetus io tetigi vada salsa et laetus in altum 

Tendo ; sint coeptis omnia laeta meis : 
Nec coeptis tantum, sed laeti vota precesque 

Dii nunquam celeri dent per inane Noto. 
Quis scit an in magnum Tiberini fluminis alveum 

Tusca peregrinam deferet unda ratem? 
Et volitans oculisque legens sacra arva nemusque, 

Delicias quondam, Martia Roma, tuas, 
Sistar ubi flava (2), pontem indignatus (3) eundo, 

Hadriani (4) molem percutit amnis aqua? 
O si optata mihi dabitur me tangere saxa 

Tam male dilecti sanguine tincta Remi , 
Non ego Tarpeias poscam, Gapitolia, turres 

Non ego Romana parta trophaea manu. 



poeta a Laura Serra, nobile e bellissima donna, la cui morte egli com- 
pianse in versi italiani e latini ? Cfr. Arch. Stor. Sic, XXVI, 514. 

(1) E uno de' soliti giochetti di parole così cari ai poeti latini e 
volgari di quel tempo. Più innanzi notiamo lumina luminibus , dulcis 
dulcia. 

(2) Cfr. HoR. I, 2, V. 13, 8, v. 8, {ftavum Tiberini). 

(3) Cfr. Vbrg. Aen. Vili, 727:.... pontem indignatus Araxes. 

(4) La voce Hadriani, per sinizèsi, va considerata come un trisillabo. 



354 MISOELLANEÀ 



Non magnas, opera alla, minas aequataque coelo (1) 

Aspiciam Pariis moenia marmoribus , 
At Vaticano (2) surgunt quae tempia Tonanti 

Rite prius, surgunt quae sacra terapia Deo ; 
Unum te subito propius ; tua, Gambara, tantum 

Immotis cernam lumina luminibus : 
Et pendebo, nova captus dulcedine, ab ore 

Cantantis Leucen (3) vel pia facta virùm (4) ; 
Threicio undosum Thybrim dum Carmine mulces, 

Dum cantu tremulam sistere cogis aquam. 
Atque udum ad numeros Nymphae caput extoUentes 

Per littus vati laurea serta legunt; 
Laurea serta legunt, quibus olim Musa canentis 

Arma virumque dedit tempora Virgilii. 
Sole sed occiduo, noctem ducentia, curru 

Cura primum gelido sidera fulva ruenl, 
His ego pulsatamque chelim (5) cantataque parvam 

Portabo manibus scripta canora domum : 
Et cura exempta fames (6) fuerit, cura lumine somnos 

Duxerimus, segnem liquerimusque thorum ; 
Luce recens orta repetes felicia Thybris 

Arva iterum et dulcis dulcia fila lyrae ; 
Meque trahes comitem, fortunatusque laborem 

Qui spernam cuncto tempore, si quis erit. 
Olim forte dies veniet, cura lucidus aegre 

Eripies menti nubila fusca meae ; 
Atque ego adhuc tenui condam, te cuncta docente, 



(1) Cfr. LucR. I, V. 80:..., nos exaequat Victoria coelo. 

(2) In questo verso l'i della voce Vaticano è lunga come in Giovenale 
VI, 344 e in Marziale I, 18 ; X, 45. È breve in Orazio I, 20, 7. 

(3) Si allude al poema Expositi nel quale il Gambara paria di Leuce 
e Dafnide, esposti nell'isola di Lesbo. Questo poema ebbe due edizioni : 
la 1. a Napoli nel 1574, la 2. a Roma nel 1581. 

(4) Sembra che il Paruta voglia qui accennare ad altri poemi del 
Gambara, e forse in modo speciale alla Colombiade. 

(5) Nota chelim invece di chelyn, forma graficamente corretta. 

(6) Vbrg. Aen. 1, 216, 



MISCELLANEA 355 



Te monstrante viam (1), carmina prima sono ; 
Quae prius ad cyliiaram male grato pollice iactam 

In sylvis tantum cognitus ore canam; 
Donec paulatim surgens nova Musa poetae 

Nomina cantanti mi dabit atque decus ; 
Inde caput viridi velabit laeta corona, 

Ut semper de me fama loquatur anus. 
iam sicaniique sinus portusque recedunt (2) ; 

Heu portus patriae (3) : sed patriam fugimus (4)- 
Attamen ut rupis media non mobilis unda 

Quae volitans fuerat, parva carina manet ; 
Ah quis nunc retinet cursum ? quae causa morandi ? 

Ecquid me prohibet carpere posse fugam ? 
Fallor? an incipiunt (5) in me ruere omnia primum, 

Quae discessuro laeta fuere mihi? 
En tacitae siluere aurae, stetit aequor et omne 

Numen propositum nunc remoratur iter ; 
Nec solum remoratur iter, sed vela ratemque 

Invitam ad siculos in freta nota trahit. 
Me miserum (6), extremo tendens in littore palmas (7), 

Causa mei reditus, me mea Nympha vocat. 
Aspicio noscoque simul gemitusque manusque 

Dum clamat, flavas dilaniata comas (8) : 
Aura, meum, mihi redde meum, redde, aura, Parutam; 

Vos mihi iam profugum reddite, Nerei'des. 
Reddite vel nostras illi portate querelas : 

Cordis duritiem frangere verba solent. 
Heu heu non aliter quam Sol declivus Olympo 

Sol tenebris oculos cinxit et illa meos. 
En quid agam in bibulo deiectus litore? solus 



(1) Vero. Aen. I, 382. 

(2) Vero. Aen. Ili, 72 {terraeque urbesque recedunt). 

(3) Vero. Aen. Ili, 10, 

(4) Vero. Bucol. ecl. 1., 4. 

(5) Ov. 2V. I, 2, 107. 

(6) Ov. Tr. 1, 2, 19. 

(7) dupUces tendens ad sidera palmas (Vbrg. Aen., I, 93). 

(8) Cfr. l'espressione laniata capillos in Ov. Her. Epist. XII , 157, 



3S6 MISCELLANEA 



Conquerar, hei, longani nioestus amai'itiem (1) ! 
Gonquerar atque mihi impienti maria alta querelis 

Uret perpetuus tristia corda dolor. 
Sed si iterum dominae addictum me vivere cogit 

Imperiosus Amor, si dare colla iugo ; 
Saltem, quod superest, misero solamen amanti 

Da tu carminibus, Gambara docte, tuis ; 
Oppressique malis nimiiim miserere parumper, 

Nam solari inopes est opus egregium. 



Giuseppe Abbadbssa 



«^s*- 



(1) Atnaritieni è voce usata da Catullo, 68, 18, 



LA SATIRA POLITICA IN SICILIA NEL 700 

(Continuazione) 

Una canzona anonima fa ironiche riflessioni sulle aperture , 
sottoposte a tassa (1); un'altra, assai arguta e molto equivoca, si 
abbandona a sfoghi che sanno di osceno (2) ; un'altra canzona, 
pure anonima, è una vibrata apostrofe a Palermo, che gli ac- 
centi amari del poeta, rimpiangente il passato, sono il popolare 
lamento che la città sia ridotta una ladronaia (3). Di un certo 
Giovanni Greco un'ottava satirica ms., pure in forma di apostrofe, 
riflette le tristi condizioni di Palermo, caduta in balia di ladri, 
che fanno sperpero del pubblico danaro : 

Dimmi Palermu o quanta si sumeri 
Ti fai Burlari di quattru latruni 
Si sta picata (4) un' poi tu spiccicari 

Sti latri sinni fannu li vuccuni, 

A custu di li nostri cavaleri 

lu dinaru è comu bodda di sapuni 

cui li manigia sinni fa Trinceri 

lu Re metti gabelli a tia patruni (5). 

Un'altra poesia ha dell'osceno : 

Lu Pirt darreri ni voli murari 

Cu li soi nasi, Sindacu e Preturi 

E all'autra vita ci lu fa pagari 

Stu lumi, chi n'ha datu lu signuri (6). 

Il Pitrè da un ms. del sec. XVIII cavò una lunga satira , 
nata pura nel 1770 per la gabella introdottasi, della quale serie 
l'ultima strofa è la solita apostrofe a Palermo (7). 



(1) Cfr. Biblioteca del Di Marzo, voi. cit., p. 252-53. 

(2) Cfr. PiTRÈ, Miscellanea cit., p. 253. 

(3) Cfr. Diari cit., voi. cit., p. 254. 

(4) Cerotto, impiastro. 

(5) Cfr. Ms. 2 Qq B 41 (Comun. palermit.), p. 157 

(6) Cfr. Ms. cit., p. cit. 

(7) 11 titolo delle strofe è : Selvetta di ottave siciliane , profane , 
Arch. Stw. Sic. N. S. Anno XXXV. 24 



358 MISOBLLANEA 



• « 



Salvatore di Franciscì, fratello di Giuseppe, razionale del Se- 
nato, avendo falsificate polizze alla « tavola » con furto di circa 
onze duecento, venne arrestato e indi, nel Dicembre 1771 , con- 
dannato a dieci anni di carcere in un regio castello del regno e 
al ristoro del banco. La causa fu fatta dinanzi ai giudici preto- 
riani (1). E per questo processo corsero alcune canzoni, che fla- 
gellano a sangue il ladrocinio di quel pubblico officiale ; una 
strofa è così concepita : 

£ la tinagghia chi sorti di tacci 
Ha scippatu (2), D. turi maniata 



d'amore , sdegno , lontananza , spartema ed alcun' altre ridicole , per 
passar l'ozio. Cfr. Pitrè, Studi di poesia pop., p. 219. 

(1) Cfr. Diari del Villabianca , pubblicati nella Biblioteca del Di 
Marzo, voi. XIV della 1. serie, p. 327. 

(2) scippari deriva da ceppo , e vale : strappare con forza. Dante 
usò scipare per lacerare, perchè la lacerazione è l'effetto di uno strappo 
violento : così Inferno, e. VII, 21 : 

Ahi giustizia di Dio, tante chi stipa 
Nuove travaglie e pene quante io viddi ? 
E perchè nostra colpa sì ne scipa?, 

dove il verbo scipa indica : strazia, lacera, malmena, alludendosi alle 
pene terribili cui son condannati i prodighi e gli avari. Il Traina 
( Vocabolarietto delle voci siciliane dissimili dalle italiane , Palermo, 
Reber , p. 389) ha scippari, sradicare, strappare , e trae 1' origine da 
scerpare, svellere, e registra pure l'aggettivo scippanti riferito a zolfo 
o ad altro facile ad estirparsi (Vedi Appendice in Vocabolarietto cit., p. 
26). Scerpare, nel senso di rompere, schiantare, fu usato anche da Dante, 
Inferno, e. XIII, 35 : « Ricominciò a gridar : Perchè mi scerpi ?» — Nel 
dialetto di Campobasso sì ha sctppe =: strappo (Cfr. D'Ovidio, Fonetico 
del dial. di Campobasso in Arch. Glott. Ital. voi. IV, 1878, p. 151). L'A- 

scoli osserva che il Flechia riferisce lo sippà dei meridionali assieme 
al tose, scipare «■ al poco usato lat. sipare, riconnettendo sciupare alla 
pur latina forma supare». L'Ascoli si permetterebbe qualche dubbio 
circa la opportunità della modificazione che si apporterebbe così alla 



MISCELLANEA 359 



Da tri pirit.. chi nun vonnu 'mpacci 
Pri pilu, pri superbia, pri sucata 
E pri 'mucchiari tanti e tanti facci 
Scattiassi lu e... a la balata (1). 



» 



Crescendo l'S maggio 1773 il rincaro e la scarsezza dei fru- 
menti nei granai senatoriali, il 9 il popolo di Palermo cominciò 
a caricar d'insulti il Pretore Cannizzaro e lo voleva condannato, 
perchè erasi sparsa la voce che egli si fosse fabbricata la casa 
a spese del popolo ; sicché per la bocca di quattro ragazzotti uscì 
una canzone, della quale i due ultimi versi suonavano così : 

Preturi Cannizzaru 
Ha misu Palermu con una canna a li manu (2). 

Per tal canzone, i quattro ragazzotti furono catturati nella 
Carbonera della Corte Senatoria , ricevendo dal boia non poche 
sferzate. 

« 
• « 

Fra i tumulti che si registrano nella storia di Palermo, cele- 
bre fu quello del settembre 1773, il quale diede luogo a molti 
sfoghi satirici. Quella popolare rivolta traeva la sua origine dal- 



etimol. dieziana da dissipare , dissupare (less. s. sciparé). All'Ascoli 
parrebbe meglio attenersi all'etimo dieziano ; o cambiarlo, se mai, con 

V 

un exipare, il quale converrebbe ideologicamente assai bene allo seppà, 
ch'è evellere (Cfr. Arch. cit. nota 3, p. cit.). 

(1) Cfr, Diari cit,, p, cit. La frase : dari lu e. a la balata significa: 
fallire, ridursi sul lastrico, e ricorda l'indegna usanza della pena dei 
vitupero inflitta ai falliti, consistente nel sedere in mezzo a pubblico 
tutt'altro che afflitto sulla pietra della vergogna (Cfr. Pitrè , La vita 
in Palermo etc. op. cit., Voi. I, p. 209, nota (1). 

(2) Cfr. PiTRÉ, Pasquinate, Motti e Canzoni cit, p, 15, e Miscellanea 
cit., p, 254. La frase Mettiri cu 'na canna a li manu vuol dire: ridurre 
alla miseria, come chi va mendicando appoggiandosi a una canna. I To- 
scani hanno : pare un Cristo in canna ! 



360 MISCELLANEA 



la carestia, della quale la feccia della plebe (1) , mal soffrendo 
la presenza del Viceré Marchese Fogliani, attribuì la causa a lui. 
Il Villabianca (2), secondo il solito, fine osservatore, nel dipin- 
gere a foschi colori la condotta del Viceré, ci spiega la ragione 
dell'astio popolare contro il Fogliani : si ammisero persone furbe 
e malvage nella corte vicereale , se ne allontanarono i buoni , 
come accadde al ministro Targiani (3). La corte, quindi, divenne 
cattiva , e il carattere infame di essa fu descritto da un inge- 
gnoso epigramma latino (4). Prima di parlare del tumulto, ricor- 
do che il 5 luglio dello stesso anno fu eletto Pretore di Palermo 
D. Cesare Gaetani, principe del Cassero. Messosi a togliere gli 
abusi e a sostenere gl'interessi dei suoi amministrati e special- 
mente del popolo, divenne presto il personaggio più caro di esso. 
Però , essendo travagliato da calcolo vescicale e giunto a tale 
da non poterne più tollerare le sofferenze, decise, dopo il consi- 
glio dei medici, di farsi operare. L'operò il giovine chirurgo pa- 
lermitano Stefano di Pasquale, reduce da Parigi e raccomandato 
dal Viceré; e vi assistettero altri medici e chirurgi. Il calcolo non 
potè estrarsi ; ed il 20 settembre il povero Principe , dopo due 
mesi e mezzo di pretura {pirituratu) , se ne moriva. È curioso 
come, poco dopo la operazione, maestranze, confraternite e con- 
solati non si stancassero punto, durante molti giorni, di far pub- 
bliche preghiere e spettacolose penitenze, tra le quali le disci- 
pline più terribili. 

Per una specie di suggestione, o per imitazione , quella feb- 
bre religiosa di preghiere si propagò a quasi tutte le congrega- 
zioni, gl'istituti d'ogni genere, degenerando in una vera morbo- 



(1) Non devesi dimenticare che durante il sec. XVIII passavano come 
i più pericolosi fra la plebe di Palermo i marinai della Kalsa (Cfr. La 
Lumia, Stor. Sic. voi. IV, op. cit., p. 376, nota (2). 

(2) Cfr. Diari in Bihliot. stor. e letter. del Di Marzo, voi. XV della 
1. serie, p. 202, anno 1773. 

(3) « Le lemosine somministrate al marchese Fogliani dalle persone 
furbe, che con lui avevano fiato, introdottesi nella sua corte , furono 
chiamate, dal marchese Tanucci, primo ministro di Stato, nella Corte 
di Napoli, le pie frodi del Marchese Fogliani » (Cfr. Villabianca, op. cit., 
pag. 203, nota (1)). 

(4) Cfr. Diari cit., op. cit. 



MISCELLÀNEA 361 



sita, che fini con una rivolta; laonde, deplorandosi la minacciata 
fine e poi la morte del Pretore, sì volle cacciato via il Viceré (1). 
Ed ecco come avvenne la sollevazione popolare : Il 19 settembre 
1773 il Principe di Cutò (Maresciallo di Campo) fece fermare i 
cavalli, e, con un fazzoletto bianco , si avvicinò verso la plebe 
tumultuante, gridando di essere inviato da S. M., per sapercelo 
che volevasi. Subito uno dei rivoltosi, posto a cavallo del can- 
none, con il ritratto di S. M., gridò : •« Viva lu Re , e fora lu 
malu cuvernu e lu Vicerrè », e con l' istessa formola replicò il 
Principe : « Viva il Re, fuori il mal governo e il Viceré ». Dopo 
da parte della plebe si venne a queste proposte ; 1, Non volere 
in tutti i modi il Viceré Fogliani e il Sindaco Barone Lanza ; 
2. volere un indulto generale ; 3. volere un ottimo governo ; 4, 
volere l'espulsione dal Regno del Mercadante Gazzini e del Mastro 
Notaro della G. C. Salesio di Giorgio, supposti il primo respon- 
sabile della carestia avvenuta in Palermo negli anni scorsi, e il 
secondo responsabile di monopoli e angherie « per tutte le ga- 
belle civili che teneva in affìtto». Monsignor Arcivescovo, per 
far sedare le cose, con il duca di Misilmeri e il Principe di Pie- 
traperzia salì dal Viceré, a cui tutti dissero che pensasse a par- 
tire; altrimenti non v'era mezzo che si potesse quietare il popolo, 
perchè lo voleva in ogni costo fuori del Regno ; e il Viceré , 
caduto in disgrazia, fu costretto dalla Corte di Napoli a lasciare 
il governo nelle mani dell'Arcivescovo, suo successore, che ebbe 
il titolo di Presidente del Regno (S2). 

In seguito a questi avvenimenti le pasquinate e le satire fioc- 
carono. Nel cit. ms. Qq F 231 si legge una Nota delle Principali 
Persone che intervennero nell'accaduta Sollevazione di 19 e 20 



(1) Cfr. PiTRÈ, Pasquinate, eie. op. cit., pag. 17-18. Vedi pure: Vil- 
LABIANCA, Opnscoli palermitani, voi. VII, opusc. IV, parte % pag. 84 in 
Ms. Qq 283 (Comun. palermit.). 

(2) Cfr. Distinta e breve reiasione di tutto V occorso nella Città di 
Palermo nei giorni 19, 20 e 21 sett. 1773, in Ms. Qq F 231, N. 43 (Co- 
mun. palermit.), pubblicata in Biblioteca del Di Msu*zo, voi. XVI della 
1. serie, p. 107 e segg. La relazione porta la data di Portici 30 sett. 
1773 ed è firmata da Bernardo Tanucci. Cfr. pure Pitrè, Relazione dei 
tumulti della plebe di Palermo nel sett. 1773 in Nuove Effemeridi Sic.. 
serie III, voi. 1., pag. 171-192. 



36^ MISCELLANEA 



settembre, in Palermo le loro positure, e motti cavati tutti dai 
Salmi e dalla Scrittura. JjE Nota fu pubblicata dal Di Marzo (1) ; 
laonde, rimandando il lettore a quelle pagine , ne cito qualche 
esempio: N. 1. «Il Sig. Principe del Cassero già Defonto posto 
in una Bara col motto scritto in una gran carta : 

Sii nomen eius Benedictum in Saecula : ante 
Solem permanet nomen eius ». 

Il sac. Pietro Scarpuzza , marsalese , compose un leggiadro 
poema siciliano per i fatti del 1773 (2). A proposito del Principe 
del Cassaro dice : 

Lassau d'ognunu lu cori attìrrutu 
E chinu di tristizza a signu tali, 
Chi pari rinnuvarsi ogni momentu 
Lu cannuni, lu focu, lu spaventu (3). 

11 Villabianca, con il suo fine punzecchiare, dice in una can- 
zona che la rivolta dei popolani fu provocata dai balzelli del 
Fogliani, come appare dagli ultimi due versi : 

Di li pirtusa l'imposizioni 
Cascaru tutti supfa di Fugliani (4). 

Un curioso epitaffio latino fu composto quando il Viceré Fo- 
gliani, cacciato da Palermo, riparò a Messina : 

Tumultuaria Populi sedetione Panormi ex inopinato erumpente 
expulso Prorege et Messanam refugiente, illorum animos nequi- 
cquam exultantes, et Principis urbis iura, atque imperium sibi- 



(1) Cfr. Biblioteca Star, ecc., voi. XVI della 1. serie. 
(2; Cfr. Di Marzo, Diari cit. del Villabianca in op. cit. , voi. XVI 
della 1. serie, p. 106. 

(3) Cfr. Diari cit., p. 107. 

(4) Cfr. op. cit., p. cit. Anche a Napoli , per causa della terribile 
carestia del 1763 e 64, i focosi ingegni diedero fuori pungenti poesie 
(le più frizzanti in vernacolo) contro gli amministratori , responsabili 
di tal penuria (Cfr. Martorana, op. cit. p. XVII-VIII). 



MISCELLANEA 3é3 



met promittentes sic sepulcrali Epithafio Panormitanus retun- 
dit (1). 

E continuandosi ancora nel municipale lepore : 

D. 0. M. 

Singularis Messanensium pietas 

Venerandis Gineribus Joannis 

Marchionis Fogliarli 

Olim Siciliae Proregis Pontem hunc 

In tumulum erexit 

Sedentibus N. N, Senatoribus 

Anno ab Austriaca Rebellione centesimo (2). 

Un sonetto caudato mette in ridicolo l' accoglienza che il 
Principe di Villafranca fece al Fogliani. Porta il titolo : 

Per il ricevimento 

fatto a S. E. 

Il Signor Viceré Marchese 

D. Giovanni Sforza 

Fogliani 

Dall' Generosissimo Sigr. Principe di 

Villafranca 

Tenente Generale , e Governadore della real 

Piaza di Messina. 

Il sonetto comincia ironicamente : 

Uguale Eroe fra prischi Eroe lucente 
Nell'Epoche passate unqua s'udì 
Non si legge Guerrier almen sin qui 
Contro Eolo, e Nettuno intraprendente. 

Eppur vidde Messina immantinente 
Che contro gli Elementi si spedì 
Destrier, Sedie, Carrozze, in porto il dì 
Alle Mortelle a Tor di Faro intente. 



La 3'. strofa : 



(1) Cfr. Ms. 4 Qq B 1, e. 175 (comun. palermit.). 

(2) Cfr. Ms. cit. e. 199. 



364 MISOBLLANKA 



Martigero pensar che non si stanca 
Di Fogliani il Bastimento s'imbracò 
E lo condusser salvo a Villa franca 
Marzial mano, e bianca (1). 

Curiose, poi, sono alcune canzoni che stranamente accennano 
alle vicende di quei tumulti. La prima comincia : 

Preturi, malatia, esposizioni, 
Medicu, tagghiu, petra, midicini, 
Mastranzi, granni, nichi (t2), afflizioni, 
Vari (3), libàni (4), curuni di spini (5). 

L'ira di un palermitano scattò in questi versi : 

E ver : scoppiò l'inavveduta e fella 
Discordia inferocita, argin rompendo ; 
Ed il rabbioso dente 
Attoscò la vii gente (6). 

Finalmente, dopo i moti palermitani del 1773 , per la città 
corse a voce ed in iscritto questo epigramma o pasquinata, come 
il Villabianca la chiama: 

Ti ribillasti. 
Tu ti tradisti ; 
Tu ti attaccasti. 
Ti cunnannasti. 

Questi versi sono diretti alle maestranze , le quali sarebbero 
state magna pars di quei tumulti, e sobillatori audaci della plebe. 



(1) Gfr. Ms. cit., Qq H 158, N. LXIV. — Il sonetto porta la firma S. 
C. dal M. e l'indicazione bibliografica: In Messina. Nella Regia Stam- 
peria della Ved. del quondam Francesco Gaspà 1773 con Licenza dei 
superiori. 

(2) Piccoli, piccini, pare che derivi dall'arabo , secondo una lettera 
di Michele Amari al dialettologo Corrado Avolio , 29 marzo 1885 , nel 
senso di cosa piccola e graziosa. Corrisponderebbe al greco M i k r o s . 

(3) Barelle. 

(4) Cappi. 

(5) Gfr. Diari cit., p. 108. 

(6) Cfr. Diari cit., del Villabianca, voi. XV della 1. serie, p. 220. 



MISOELLANEA 366 



mentre esse vollero comparire innocenti , facendo ricadere su 
alcuni disgraziati ogni colpa (1). 



I cartelli continuarono come censori di pubbliche magagne : 
uno fu affisso il 15 ottobre 1773 contro i nobili , ritenuti tradi- 
tori della patria, e contro il ribelle Barone Artale (2) ; il che 
prova come lo spirito satirico si alimentasse nelle fila demo- 
cratiche. 

II 5 luglio 1774 dalla ronda della maestranza dei mercieri e 
mercadanti chiamata dal Governo al mantenimento dell' ordine 
e della polizia urbana, a proposito di un conflitto di attribuzio- 
ni improvvisamente sorto tra il capitan giustiziere e il rappresen- 
tante del Governo medesimo, furono presi quali rei di furto nel 
quartiere della Conzaria, tre commissari degli otto ordinari della 
« corte capitaniale » e indi frustati pubblicamente. Il fatto diede 
luogo allo sfogo satirico, specialmente se si consideri che la giu- 
stizia veniva offesa da coloro che avevano il dovere di tutelarla. 
Popolare divenne una lunga canzone , nella quale si narra la 
storia del furto e si mostra la soddisfazione di tutti, per essersi 
la città liberata dai ladri : 



Evviva la mastranza 

E cui la flci, e fu 

Chi la cita è cueta 

E latri 'un cci nn' è cchiù. 



E tutta sta sbirragghia, 
Chi java caminannu, 
E javanu arrubbannu, 
E spiavanu cu' fu (3). 



(1) Gfr. PiTRÈ, Pasquinate, Motti etc, op. cit. p, 16, I» Ed. e Miscella- 
nea, 2. Ediz. p. 254. Il Villabianca informa che gli autori dei cartelli e 
altri scritti del 1773 venivano catturati. (Cfr. Diari clt. voi. XXI, p. 70). 

(2) Gfr. PiTRÈ, Miscellanea cit., p. 256. 

(3) Gfr. Villabianca, Diari cit. in Biblioteca del Di Marzo, voi. XVI 
della 1. serie, p. 214-215. 



366 Miscellanea 



Nel 1774 una pasquinata corse contro Ercole Brancìforte, 
Principe di Scordia , pretore , per le eccessive spese pubbliche 
che fu costretto sostenere il Senato (1). E un' altra canzone pa- 
squinesca dello stesso anno colpiva il fasto e la pompa del Vi- 
ceré, Marcantonio Colonna, Principe di Aliano (2). 

« 
* • 

Lusso vide dappertutto e grossi debiti il Villabianca, il qua- 
le, a proposito del nobile Senato di Caltagirone, esclamava: 

Ah che il Senato non è più quel di pria ! 
Schiavo è fatto de' scribi e de' sensali (3). 

L'epigramma, che Giovanni Meli rivolge a Palermo , è cosi 
fiero che pare proprio dettato dal più ardente cittadino paler- 
mitano, e non dal Meli, il quale sembra il più pacifico uomo 
dei suoi tempi. 

In otto versi è un piccolo trattato di storia contemporanea : 
storia della città di Palermo, del suo re, del suo governo e dei 
suoi rappresentanti (4). Egli finge di parlare a una statua che 
in una piazza rappresentava « Palermo » e lancia i suoi fulmini 
contro il senato e il Viceré : 

Chi fai Palermu, cu stu to' viscanti (b) 
Gantandu allegra un paru di canzuni? 
E chi mi cunti, chi soni, chi canti, 
Unn'è la cuntintizza? A sii scarpuni. 
Megghiu fora pri tia, tra peni e chianti, 
Sfasciariti lu pettu ad un cantuni, 
Sulu pinzannu ch'ai pri davanti 
Latru un Senatu e un Viceré minchiuni 1 (6). 



(1) Cfr. PiTRÈ, Pasquinate eie. op. cit. p. 18 e Miscellanea di., p, 256. 

(2) Cfr. Villabianca in Diari cit. voi. XVI della 1. serie, p. 269 Bi- 
blioteca del Di Marzo, op. cit. 

(3) Cfr. Ms. Qq E 94, op. n. 3, pag. 103. 

(4) Cfr. G. Navanteri, Studio critico su CHovanni Meli, Palermo, Re- 
ber 1904. p. 218. 

(5j Vessicatorio. 

(6) Cfr. Alfano Edoardo, Giovanni Meli, Palermo, 1894. S. Giannone 
e G. Piazza Editori, epigramma XXXII. 



tetSCELLAMEA 367 



Altrove dal Meli furono pennelleggiate le tristi condizioni 
della società palermitana, come si può vedere dall'invettiva ch'egli 
pone in bocca al popolano Sarudda nel brindisi al Genio di 
Palermo nella Fiera vecchia e ch'è ormai documento storico (1). 
Allude a una « serpe », nella quale si può raffigurare il Viceré 
o Ferdinando IH o il Senato. Acre contro coloro che dilapida- 
vano il pubblico danaro, e più acre ancora contro la città, che 
rimane sopita nell'indifferenza e nell'ozio dinanzi a tanto sfacelo, 
Giovanni Meli si rivela il più schietto pittore dei costumi del 
tempo. Ecco il brindisi violento, che al bel passato contrappone 
le miserie presenti : 

Jeu vivu a nnomu tò, vecchiu Palermo, 
Pirchì eri a tempu la vera cuccagna ; 
Ti mantinivi cu tutta la magna, 
Cu spaia e pala, cu curazza ed ermu. 

Ora chi si cchiù vicchiareddu e 'nfermu. 
Si pigghia ognunu la scusa pri 'ncagna ; (2) 
Lu tò scursuni ti spurpa e ti sagna ; (3) 
Tu sequiti a pisciari, e ti stai fermu. 

Tuttu sì chinu di 'mbrogghi e raggiri ; 
Lu bonu accucca, lu latru ciurisci ; 
Lu poviru a la furca viju jiri. 

Tu sequiti lu tò ; stai sodu, e pìsci. 
'Nsumma, Palermu, di' : Si po' sapirì 
Chista tua camurria quannu finisci? (4) 



(1) PiTRÈ, La vita in Palermo etc, op. cìt. voi. I. p. 261. 

(2) Pigghiari la scusa pri ncagna in sic. vale : avere un pretesto. 
(^) Salassa, cava sangue, dal frane, saigner e dallo spagn. sangrar. 

Gfr. Ri vina in vina mi vurria signari (Guastblla, Canti popolari del 
Circondario di Modica, op. cit., p. 68); Sagna na vina ri lu piettu min 
(Francesco Magno, Canti popolari sic. Vittoria, Velardi e figlio Edit., 
1886, p. 63) . Enzo re disse : « Che è ciò che non si muore Poi che è 
sagnato al core?». (D'Ancora e B acci. Manuale della letter. i/.. Voi. 1, 
Firenze, Barbera, 1888, p. 37 in Dolori amorosi). 11 sagnato di Enzo 
che alcuni registrano segnato, metaforicamente significa : ferito. In una 
versione rimata dei Sette Savi , il Raina cita signare salassare (Cfr. 
Romania, 1878, p. 51). 

(4) Per le vive allusioni politiche di questo brindisi, 1' Autore sop- 



368 MISOELLANEA 



Ora fai lu galanti e pariginu : 
Carrozzi, abiti, sfrazzi, gali e lussu ; 
Ma 'atra la fitinzia dasti lu mussu, 
Ca si* fallutu ahimè I senza un quattrinu. 

Oziu, jocu superbia mmaliditta 
T'hannu purtatu a tagghiu di lavanca ; 
Tardu ora ti nn'avvidi e batti l'anca ; 
Scutta lu dannu, p ti la sditta 1 

• 
» « 

Nel 1777 il ministro Tanucci, poco pieghevole ai voleri della 
regina, fu rimosso dal Ministero e chiamato in sua vece l'am- 
miraglio inglese Acton. Non mancarono allora i versi mordaci 
e le pasquinate, e fu composta, con intenzione satirica, un'Elegia 
DelVAb.... Per la caduta del M. T. Primo Ministro di Napoli (1). 
L'autore, di cui s'ignora il nome, dà libero sfogo alla sua bile, 
salutando con gioia la caduta del Ministro, e si vale di allegorie 
e immagini, che sanno di classico (2). Ecco alcuni versi latini, 
che alludono anche alla Sicilia e lasciano sospettare che l'ele- 
gia siasi composta da un siciliano : 

Lustra novem gemuit duro sub verbere Syren : 
Sebethus lacrimis turbidus auxit aquas. 

Auxit aquas lacrimis aeque turbatus Anapus 
Sub scutica siculo sorte gemente pari. 

Ingemuit Tybris, Tarpei pene Tonantis 
E fundamentis diruta tempia videns. 

La traduzione italiana : 



presse nella stampa la seconda quartina e le due terzine, sostituendovi 
quelle altre due quartine che cominciano : « Ora fai lu galanti etc. * le 
quali. Un qui si sono lette in quasi tutte le edizioni del Sarudda (Gfr. 
Avv. G. E. Alfano, op. cit. in Opere poetiche, nota p. 158). 

(1) Gfr. Ms. Qq H 158 (Bibl. Comunale palermit. N. LXXXIX). 

(2) Ai distici latini, poi, corrispondono le strofe italiane. 



MISCELLANEA 369 



Afflitta fu Partenope 
Per nove lustri, e intanto 
Coree il Sebeto torbido, 
E gonfio al mar di pianto. 

S'accrebber per le lacrime 
D'Anapo ancora l'acque 
Mentre alla sferza rigida 
Il Sicilian soggiacque. 

Pianse fin'anco il Tevere 
Mirando con cordoglio. 
Quasi ridotti in cenere 
Il Tempio, e il Campidoglio (1). 

• 
» * 

Nell'aprile del 1778 il popolo di Messina tumultuò, per il rin- 
caro del grano, contro i negligenti senatori Bernardo Papardo e 
Del Pozzo, principe del Parco, Giuseppe Denti , il barone Giu- 
seppe Cianciolo, Giuseppe Lazzari, Pietro Donato, Francesco Sa- 
lomone (2). U cartello pasquinesco del giorno 25 contro i sei la- 
truni ha un'aria di spavalda soddisfazione, come dice il Pitrè , 
per i risultati di tanto scempio, prodotto dal fuoco dato dalla 
folla alla casa dei senatori e di altre ragguardevoli persone (3). 

* 
* • 

Tra gli anni 1778 e 1779, quando era Pretore di Palermo il 
marchese di Regalmici Antonino La Grua Talamanca e Branci- 
forte, furono compiute parecchie opere pubbliche molto utili al 
decoro della città. Se non che le grandi opere non si fanno senza 
le grandi spese, e queste impongono sacrifici dei contribuenti. 



(i) In nota al cit. ms. si legge : « Si allude alle vertenze tra la 
Corte di Roma, e quella di Napoli trattate da questo Ministero con 
strapazzo della prima», 

(2) Cfr. ViLLABiANCA, Diari in Biblioteca del Di Marzo, voi. XVII 
della 1. serie, p. 178-79. 

(3) Pitrè, Miscellanea cit. in Arch. Stor. Sic. cit., p. i244. 



370 MISCELLANEA 



Le gravezze imposte ai Palermitani provocarono motti e cartelli 
contro r autore di siffatte novità (1). « Il che , osserva il Villa- 
bianca, prova sempre che il popolo tien poco a grado i benfatti 
e le opere pubbliche, ma soltanto abbondanza del comestibile e 
spettacoli testivi : Panem et circenses » (2). 

Una pasquinata latina, in tono di smacco, dal titolo : « Per 
la fabbrica della Villa Giulia (1778) » è questa : 

Ossibus et ustis fecit Florescere villam 
Ossibus et ergo cornua terra parit (3). 

Questo cartello, pure del 1778, ha carattere personale : « Per 
la nobilitazione della Porta di città fatta dal Marchese di Regal- 
mici Ant. la Grua Pretore». 

Qui Patriam decoras, qui Portas undique honoras 
Et nescis Portas nobilitare tuas (4). 

* 

* * 

Nel 1779 Onofrio Jerico in sesta rima sic. scrisse una leggia- 
dra composizione, nella quale, dopo i molti encomi al pretore 
marchese di Regalmici e ai senatori per le tante opere pubbliche 
allora promosse, curiosa e mordace è in fine la chiusura seguente: 

Dixi. Però 'na grazia v'addumannu 
Gom'un aju carrozza e vaju a pedi, 
Vurria li strati netti tutta l'annu 
fangu, o provulazzu, chi arriseri, 
Sfasci li scarpi, allorda li quasetti 
E in procintu di càdiri mi metti (5). 



(1) Cfr. PiTRÈ, Pasquitiate etc. op. cit., p. 19). 

(2) Cfr. Diari in Biblioteca cit. voi. XXVI, pp. 279 - 90. 

(3) Cfr. cit. Ms. Qq E 118, p. 13. 

(4) Cfr. Ms. cit,, p. cit. —Le porte sono quella di Carini e quella del 
suo Palazzo. 

(5) Cfr. Di Marzo, Diari cit., voi. XVII, p. 317. Di certo, il pretore 
Regalmici si rese accetto al popolo per le sue opere di pubbl Ica utilità, 
e nella tornata del 10 aprile 1779 gli Accademici del Btwn Gusto fecero, 
nel palazzo del principe di S. Flavia, un trattenimento poetico , tutto 
encomiastico per il pretore (Cfr. Di Marzo, Diari cit., p. 316), 



MI8CELLAN£A 371 



Lo stesso Pretore, nel medesimo anno, avendo ricevuto l'or- 
dine di mandare a Napoli farine , subito spedì mille salme di 
frumento , ma a Napoli buona parte di esso arrivò adulterata 
con farine di loglio, fave e altro. 1 sospetti caddero su Cristofo- 
ro Di Maggio, ufiflciale di Patrimonio e proamministratore delle 
bolle, e sul figlio Giuseppe , creduto poi il vero reo. 11 padre, 
protetto dalla Corte e creduto innocente , fu scarcerato , ma il 
figlio ricercatissimo. Orbene: un poetastro fece circolare, per la 
burla fatta al pubblico, la seguente canzone, nella quale ricor- 
dando, in una specie di sintesi, tutti i fatti, si prende la briga 
di dar la berta ai colpevoli. 

Napoli, Summa, focu spati e spila, 
Ciinsigghiu, giunta, re, Ultra mannaia 
Saccu, lurmentu, farina purrita (1), 
Viceré, pirituri, suppapala (2), 
Invinlariu, cuppileddi di munita, 
Maja, surdali e dda guardata, 

Casleddu, vicaria, testa bannila 

Ticchi ticchi chi fu ? Cugghiunata (3). 

• 
* « 

Il 24 giugno 1780 giunse in Palermo da Napoli Giambattista 
Paterno Asmondo, palermitano, d'anni cinquantaseì , nominato 
Presidente del Tribunale del Concistoro ed anche del Supremo 
magistrato del Commercio (4j. In tale occasione corse una can- 
zone bernesca, che punzecchia tanto il Paterno quanto il viceré 
Marcantonio Colonna principe di Stigliani (5). Sono caratteristici 
due versi : 



(1) Fradicia, putrida. 

(2) Suppapata deve significare in questo caso paura momentanea, 
affannosa. In sic. vuol dire pure : sbrigliala. 

(3) Cfr. Di Marzo, Diari cil., p. 369-71. 

(4) Cfr. Di Marzo, Diari cit., voi. XVII, pag. 360. 

(5) Cfr. Ms. 2 Qq B 41, p. 230 e DiaH cit., p. cit. Anche a Napoli 
non mancò la satira contro i più alti magistrali, e Michele Terracina 
di Manfredonia scrisse un sonetto contro D. Michele de Jorio nativo 
di Procida, per ischerzo chiamato Patron Michele, sfornilo di dottrina, 



372 MISCELLANEA 



lu di lu miu nni fici 'na frittata, 
Tu di lu tò poi farmi un fricandò (1). 



• 4 



Un villano idiota di Riesi, in quel di Caltanissetta, chiamato 
Croce Cammarata, di bassa statura, scarno e di poca forza, ma 
d'ingegno assai svelto, presentatosi nel 1780 a S. E. il Conte di 
Fuentes, casa Pìgnatelli (2) grande di Spagna di prima classe, 
padrone dello Stato e Comune di Riesi. non si peritava di spif- 
ferare a quel signore che il proprio paese era stato una pubbli- 
ca mangiatoia, alludendo così a coloro che l'avevano dilapidato 
cou cattiva amministrazione. L'ottava è una bella prova della 
spontaneità satirica del siciliano. 

Principi e gran Signuri di la Spagna, 
Ca purtati la spaia 'ntra li pugna. 
La vostra gran putenza v'accumpagna, 
La ragiuni naturali ni ripugna. 
Riesi è stata na santa cuccagna, 
Fri cui l'havi tinutu 'ntra li pugna, 
Vostra Ccìllenza nenti ni guadagna 
Cui ghichi (3) arrobba e si n'allicca l'ugna (4) : 

{Contimia) Lbanti G. 



il quale, mercè la protezione del primo ministro Acton, salì tanto alto 
che giunse a presidente del S. R. G. Tribunale rispettabile ed il primo 
allora nel regno di Napoli. E, poiché il De Jorio del suo vicariato pub- 
blicò un calendario per questo Tribunale, nella quale stampa affastellò 
tante cose buone e cattive, e riunì tante notizie digeste e indigeste , 
che per i dotti furono oggetto di risa , il poeta dà la baia dicendo : 
«Patrò Miche, zeffanae sto lumario-che puozz'essere acciso comm'a 
Seneca — Smocchissimo spettabele vecario» (Cfr. Martorana, Canti na- 
pol., pag. 398-400). 

(1) Cfr. Diari cit., p. cit. 

(2) Discendente da Giovanni Gioacchino Pìgnatelli, che, marito al- 
l'unica erede di Bartolomeo Moncayo marchese di Coscoquela, ebbe da 
questa Riesi a titolo di dote (Cfr. Di Marzo, Dizionario topografico cit., 
voi. II, pag. 428). 

(3) Arriva. 

(4) Cfr. Vigo, Raccolta ampliasima etc, op. cit. Catania , 1870, p. 
738 e nota (3). 



DELLi^ CljlESETTA DELLi^ Mi^DONNA DELLi^ GRAZ^ IN ALCAMO 
e di un quadro della titolare dello stesso sacro edilìzio 



Il Dott. Ignazio De Blasi nel suo Discorso Storico dell'opulenta 
città di Alcamo (1), parlando dì questa chiesetta e di questo qua- 
dro, piglia tali strafalcioni, che a rilevarli e correggerli, anziché 
scrivere delle annotazioni più o meno brevi, simili a quelle che 
dovetti fare all' Alcamo Sacro del Dott. Gio. Battista Bembina , 
di cui la maggior parte è stata già pubblicata nel periodico ì>a- 
lermitano La Sicilia Sacra (2), ho stimato meglio compilare il 



(1) Manoscritto conservato nella biblioteca comunale di Alcamo e 
di cui una metà circa venne data alle stampe nel 1881 - 82 dalla tipo- 
grafia Bagolino di essa città. 

(2) Tra le varie annotazioni collocate nella parte tuttavia inedita 
delV Alcamo Sacro avvene una concernente la Chiesetta di S. Nicolò di 
Bari, che in tempi remoti esisteva alle falde sud-est del monte Boni- 
fato ; nella quale annotazione manifesto il mio povero parere circa le 
origini, non ancora accertate, dell'attuale città di Alcamo; parere, che, 
com'ivi prometto, sarebbe mia intenzione ampliamente svolgere e meglio 
rafforzare in apposito studio. Non potendo intanto, per ragioni di sa- 
lute, attender per ora alla compilazione di siffatto lavoro, mi piglio la 
libertà di qui trascrivere la notacennata : « Che nelle adiacenze di 
questa chiesa fosse esistita una piccola terra non può mettersi in dub- 
bio : giacché, oltre che sino a non molto tempo addietro se ne vedean 
le vestigia, il De Blasi nel suo Discorso Storico il comprova con diversi 
irrefragabili documenti. Non credo però che essa terra avesse avuta 
origine quando I' imperatore Federico II obbligò i ribelli Saraceni ad 
abitare nelle pianure. Ritengo invece per validi motivi, che dirò in più 
adatto luogo, che la formazione di quel paesello rimonti ai tempi della 

Arch. Stor. Sic., N. S., Anno XXXV. 26 



374 SflSCELLANEA 



presente articoluccio , che ha oggi l'onore di veder la luce nel- 
V Archìvio Storico Siciliano. 

Adunque, riguardo alla chiesetta e al quadro su m mentovati, 
il prefato mio concittadino lasciò scritto quanto segue : 

« Mandata già in oblìo la cognizione della prima chiesa di 
« nostra Signora della Grazia, stimasi presso lutti gli Alcamesi, 
« che dal chiesiastico divoto il sacerdote D. Gio. Battista Oneto 
« Savonese ed abitatore di questa città , la chiesa di nostra Si- 
« gnora della Grazia ricevuto abbia il primo ed unico suo nascere; 
« onde risaper è d' uopo la depersa notizia , e quindi di essa la 
« fondazione ci addita essere stata nell' anno 152() un pubblico 
« documento di notar Stefano Torneri, nel di cui registro leggesi 

* a 18 settembre, 9 ind., di detto anno, che il benefiziale di detta 
« chiesa fé' dipingere il quadro coli' immagine della Beata Ver- 
« gine, S. Giovanni, S. Giorgio e lo Spirito Santo per onze 2 e 

* tari 24. 



dominazione musulmana in Sicilia, ai tempi cioè, in cui i Saraceni, die- 
tro di aver occupato l'Isola, ebbero agio di poter volgere le loro cure 
al miglioramento della coltura dei nostri fertilissimi campi ; dovendo 
per far ciò lasciare i monti su' quali eransi in principio accampati e 
fortificati per potersi meglio difendere dagli attacchi dei loro nemici. 
Fu allora^ a mio avviso, che gli abitatori dell'antica città, posta a ca- 
valiere del monte Bonifato, se ne scesero nel sottostanti plani a for- 
mare le borgate onde parlano il De Blasi e il Bembina , e delle quali 
la più grossa sarebbe stata quella che poi ebbe nome dalla Chiesetta di 
S. Vito. Ho per fermo inoltre che, siccome nella città sul Bonifato vi 
erano allora dei cristiani e del musulmani , quest'ultimi , discesi dal 
monte, si fossero stanziati nelle falde del lato nord di esso, dando alle 
nuove residenze il nome arabo di Alkamah, ed 1 primi nelle falde del 
lato sud-est, appellando quel loro paesello, o casale, Bonifato come il 
vicino monte e la città a questo sovrastante. In un rogito infatti del 
1470, ove è parola di un pezzo di terreno dato in enfiteusi dai giurati al- 
camesi, sta scritto che tal terreno era situm et existentem in territorio 
universitatis terre Alcami et in contrata Sancii Nicolay di honofato, con- 
finantem cum territorio ecclesie civitatis montis regalis. E questo pae- 
sello, o casale, detto Bonifato sarà stato, a mio credere, quel benefato 
del diploma di re Guglielmo del 1182, i cui abitanti, giusta il citato 
diploma, coltivavano una divisa di terre appellata della Doana ed esisten- 
te in partihus bene fati », 



MISCELLANEA 375 



« In qual luogo però la prima chiesa di questa Beata Vergine 
« abbia ricevuto il suo edifizio, per tutt'oggi non vi è stalo avan- 
« zato lume veruno , anzi questo affatto è svanito pella demoli- 
« zione di essa, come verosimilmente può giudicarsi, dopo che da 
« quella o per non essere più adatta, o perchè minacciava totale 
« rovina, fu trasportata l'immagine suddetta nel luogo dove oggi 
« esiste , in cui fu per allora fatta una cappelletta , e dopo fab- 
« bricata dal riferito sac. Oneto la presente chiesa , ed ecco la 
« posteriore fondazione di essa, che ci fanno sapere le manoscritte 
« memorie lasciate dal sac. D. Vincenzo Zappanti e D. Giacomo 
« Cossentino del tenor seguente: 1619, 2 ind., 21 luglio giorno 
« di domenica ad ore 23 fu portata dal clero e regolari Vimma- 
« gine di nostra Signora della Grazia accompagnata da tre squa- 
ma, dre di soldati sotto altrettante bandiere , e collocata fuori le 
« mura della città dalla parte occidentale in una cappelletta, che 
« guarda tutta la strada principale del Corso, dove poi a cinque 
« marzo delVanno 1629, 12 ind., fu cominciata la fabbrica della 

* sua chiesa nel medesimo loco dove era situata la sacra immagine, 
« a spese del Sac. D. Orio. Battista Oneto Savonese ed ahitatore 
« di Alcamo, gettandovi le prime fondamenta l'arciprete D. Tom- 
« maso Guarnotta alla presema dei Giurati e del Clero colle sol- 

* lennità intiere del Rittiale Romano, come ne appare strumento 
« per gli atti di notar Giacinto Bucca di Alcamo lo stesso giorno, 
« e poi sino all'anno 1636 a 13 marzo, 4 ind., fu benedetta dal 
« Rev. D. Sebastiano Lazio, e vi si cantarono solenni vespri. 

« Scorsi poi due anni dopo il trasporto e situazione di que- 
« sta sacra immagine nella mentovata cappelletta , priachè però 
« si abbia dato principio alla fabbrica di questa nuova chiesa 
« nel 1629 a spese del già detto Oneto, volendo questi esserne nen 
« men fondatore, che dotante della slessa, le fece una donazione 
« con pubblico documento , che ci manifestano gli atti di notar 
« Antonino Vaccaro a 5 giugno, 4 ind., 1621 , pag. 615, e final- 
« mente non bastandogli di aver dimostrato la sua devozione 
« verso questa gran Signora sino al termine dei suoi mortali glor- 
ie ni, volle quella anche usargliela per tutti i futuri secoli colla 
« fondazione di un beneficio di messe, che lasciò in questa chiesa 
« per la sua testamentaria disposizione negli atti dell' anzidetto 
« notar Vaccaro stipolata solennemente a 22 dicembre , 4 ind. , 
« 1635 , e poscia aperta e pubblicata a 20 gennaio dell' istesso 



376 MISCELLANEA. 



« anno , pag. 18, per essere passato all' altra vita , abbenchè in 
* Savona sua patria, al dire del Sac. D. Simone Gaininarata nelle 
« sue manoscritte memorie, per il di cui motivo fecesi l'inventa- 
« rio della sua eredità presso gli atti dell' istesso notar Vaccaro 
« a 7 marzo dì detto anno, pag. 26. 

« Nel suddetto quadro di nostra Signora rimirasi oggi altra 
« mano di pittura a cagione di un fulmine, che a primo ottobre, 
«3 ind., 1709 incendiò l'immagine di detta Signora della Grazia, 
« e perciò fu rifatta da quel celebre pittore Antonino Grano, se- 
« condo l'attestato delli suddetti sacerdoti di Zappanti e Gossenti 
« no nei loro manoscritti ». 

L'atto con cui il De Blasi vuol provare la fondazione nel 1520 
d'una chiesa alcamese sotto il titolo di Santa Maria della Grazia 
fu da me pubblicato il 1884 tra un manipoletto di contratti di 
pittori del secolo XVI (1); e, stante la sua attinenza col mio as- 
sunto, fommi lecito di riprodurlo : 

« Die xviij septembris IX ind. 1520. — Presentes coram nobis 
« hon. m.r thomas de serro de civitate callaris, consentiens prius 
« in nos etc, ex una; et nob. ramundus bazacalupo, hon. bapti- 
■« sta crapìata, andreas gandolfu et blasius de vaditaru, dictu ni- 
« grinu, januenses, habitatores terre alcami, ex altera; sponte etc. 
« ad infrascriptam devenerunt conventionem. Hinc est quod ipsi 
« m.r thomas pictor se obligavit et promisit dictis nobilibus ra- 
« mundo et consortibus, presentibus et stipulantibus, tacere qua- 
« trum unum in tila longitudinis palraarum octo cum dimidio et 
« palmarum septem latitudinis cum ymagine beate Virginis marie 
<« de la gratia, et cura figura sancii joannis baptiste in parte ai- 
« nistra et lìgura sancii georgii ex parte dextera et cum lu deu 
« patri di supra; quem quatrum ipse magister dare et consignare 
« promisit expeditum dictis nob, ramundo et consortibus infra 
« terminum mensis unius , ab hodie in antea numerandum , dì 
« fini coluri et cum li cornìchi deorati et lu manto di nostra donna 
« di azolu flinu, et raittiri oru flnu a lì lochi necessarìi et soliti. 
« Et hoc prò magisterio et manufactura unciarum duarum et 



(1) V. Archivio Storico Siciliano, N. S., an. VI, fase, III, pag, 106, 



MISCELLANEA 377 



« It. XXIIII in pecunia p. ^. , de quibus quidem unciis duabus 
«et ti. XXIHI m.r thomas presentialiter habuit et recepit a dic- 
« tis nob. rainundo et consortibus, presentibus etc, tarenos duo- 
« decim in auro ; et tt. XVIIII dieti nob. ramundo et consortes 
« insolidura et quilibet ipsoruni prò toto, cum renuntiatione be- 
« ficii novarum costitutionum de pluribus reis debendi , dare et 
« solvere promittunt prefato m.ro thome presenti et stipulanti ad 
« ejus primani requisitionera , et tarenos sex in medio facture 
« dieti quatri, et restans completo dicto quatro. Cum pacto quod 
« si dictus m.r thomas defìceret in premissis teneatur ad omnia 
« damna interesse et expensas , et possit ipse nob. ramundus et 
« consortes fieri tacere alterum quatrum prò majori magisterio et 
« manufactura ad interesse ipsius m.ri thome, contra quem possit 
« mieti procurator ad tarenos sex prò die. 

« Et hec omnia etc. 

« Testes hon. antoninus de mauchera, hon. guglielmus de bo- 
nanno et paulus de guido ». 

In virtù di questo rogito, come il lettore ha potuto verificare 
co' propri occhi , il pittore Tomaso De Serro di Cagliari obbli- 
gossi a dipingere un quadro della Madonna della Grazia , non 
già al beneficiale di una chiesa dedicata alla Vergine dal detto 
titolo ; ma ai signori Raimondo Bazicalupo , Giov. Battista Cra- 
piata, Andrea Gandolfo e Biagio Valditaro, genovesi ed abitanti 
in Alcamo. Ove allora la prova della fondazione d'una chiesa al- 
camese di Santa Maria della Grazia nel 15^ '? meglio : Ove 
la prova dell' esistenza di essa chiesa nel 1520 ? (Dell' esistenza 
e non della fondazione perchè altrimenti l'elezione del beneficiale 
avrebbe preceduto la fondazione della chiesa). 

In verità nel detto anno una Chiesetta di S. Maria della Grazia 
in Alcamo esisteva; ed è quella, or non più in essere, che gl'il- 
lustri coniugi D. Gio. Federico Enriquez e D.na Anna Caprera, 
Padroni di Alcamo, eressero presso le mura della città, nel lato 
ovest, il 1486 (1), e che i Giurati riformarono nel 1816 (4), ridu- 
cendola in meschinissime proporzioni. Ma il De Blasi (bisogna 
esser giusti) avendo scritto che la « cognizione della Chiesa di 



(1) V. in detto Arch. Stor. Sic., pag. 401. 

(2) V. in detto Arch., an. XIX, pag. 421. 



378 MISCELLANEA 



nostra Signora della Grazia era già, lui vivente, andata in oblio », 
non intese affatto confondere tale chiesa , esistita soltanto nella 
sua immaginazione, con la Chiesetta di S. Maria della Grazia, 
fondata dai prefati feudatari. Difatti egli nella parte 41.» del ca- 
pitolo 4^.» del suo Discorso Storico ha riguardo a questa chiesetta 
le seguenti formali parole : « La Chiesa di S. Maria della Grazia, 
« volgarmente detta della Madonna della Stella, accanto la porta 
« della cittii , detta della Stella , contigua ed attacata alle mura 
« di essa città da parte di occidente ed accanto la chiesa della 
« Compagnia di S.a Maria dello Stellarlo da mezzogiorno, per un 
« atto d'elezione di Beneficiale di questa chiesa, fatta in persona 
« del chierico Filippo di Bella per la morte del presbitero Matteo 
« Varca , stipolato negli atti di notar Pietro Scannariato di Al- 
« camo a 9 dicembre 7. ind. 1533, nel registro, si afferma essere 
« stata edificata e costrutta dall'EccelLmi Signori D. Gio. Fede- 
« rigo Enriquez Grande Almirante dì Castiglia e D.na Anna Ca- 
« prera consorti, Conte e Contessa di Modica e Signori di Alcamo 
« per atto nelle tavole di notar Giuliano Ad ragna di questa città, 
« a 19 maggio 4. ind. 148fi, e perciò il Conte padrone ne fa l'e- 
« lezione del Beneficiale in vita coli' introito di onze 4 annuali, 
« assegnati da detti fondatori per dote di detta loro chiesa (1); 
« quali onze 4 se gli pagano dallo stato di questa città » ecc. ecc. 



Un altro errore del De Blasi è l'avere egli creduto che l'im- 
magine, di cui è parola nelle riportate notiziette dello Zappanti 
e del Cossentino, fosse stato il quadro che ì prementovati genovesi 
commisero al pittore Tomaso De Serro nel 1820 , e 1' avere da 
tale inammissibile premessa arguito che nel 1619 il detto quadro 
fosse stato rimosso dalla supposta prima chiesa di nostra Signora 
della Grazia e trasportato nel luogo in cui al presente esiste la 
chiesetta omonima fondata dal sac. D. Gio. Battista Oneto. 

Quelle notiziette, come il lettore avrà potuto notare leggendole 
più sopra, furono vergate dallo Zappanti (il Cossentino allora o 
era nelle fasce, o non ancor nato) (2), tutte in una volta e non 



(1) Inveges, Cartag. Sicil., lib. 2, cap. 10, § 2, pag. 404. 

(2) Nel libro dei nomi e cognomi dei sacerdoti defunti d'Alcamo, 



MISCELLANEA 379 



prima del 1636, ch'è l'anno meno antico ivi segnato ; nel quale 
anno la chiesetta della Madonna della Grazia eretta dall' Oneto 
era già bella e compiuta. E quindi coll'articolo determinativo la 
unito alla parola immagine intese lo Zappanti indicare la figura 
della Madonna, ch'era sull'unico altare della chiesetta, non già 
il quadro del pittore De Serro. 

— Ma sarebbe potuta quella figura essere il quadro del pit- 
tore De Serro ? — 

Prima di rispondere a questa domanda, che mi chiama a di- 
scutere nel campo delle possibilità e delle congetture, credo op- 
portuno far conoscere al lettore l'atto del 5 giugno IV ind. 1621 , 
menzionato, ma forse non ben letto dal De Blasi, col quale atto 
il Sac. Oneto costituiva una rendita annuale di onze 2 e tari 12 
a favore della chiesetta che accingevasi ad erigere. Da esso, me- 
glio che dalle notiziette dello Zappanti , rilevasi quali fossero 
state le origini della cappelletta, ove nel luglio del 1619 fu por- 
tata Vimmagine della Signora della Grazia, e quali i motivi per 
cui nello stesso sito venne nel 16:29-35 inalzato il sacro edificio 
di cui ci occupiamo. 

« Die quinto iunj IV ind. 1621 — ex stilo alieno (1) — Invocato 
« Sanctissimae et Individuae Trinitatis nomine ac Domini Nostri 
« prius lesu Christi ejusquegloriosissimae matris Mariae Virginis, 
« sanctorum apostolorum Petri, Pauli, Ioannis Baptistae, demum- 
« que sanctorum omnium curiae celestis; et sit nobis semper cle- 
« mens et plus. Amen. Universis pateat quod R.dus don Ioannes 
« Baptista De Onecti sacerdos nimiam ab suam devotionem ad eius- 
« dem Domini Nostri ejusque gloriosissimae matris decus et ho- 
« norem, non diu sacellum edificavit; in cujus altare reverenter 
« adest gloriosissimae Deiparae imago della Gratia , et in solo 
« ipsi concesso per Universitatem hujus terrae sub die XV. sep- 
« tembris ij ind. 1618 , sito in plano Ven. ecclesiae sancti Hyp- 



in cui 8on pure alcuni cenni biografici sul sac. D. Vincenzo Zappanti 
e sul sac. Giacomo Cosentino, il maggiore, leggesi che il primo di co- 
storo morì nel 1642 a 42 anni, il secondo nel 1712 a 76 anni. 

(1) Gli è per me, molto probabile che quest'atto di donazione così 
mal fatto e non scevro di spropositi, fosse stato composto e scritto dal- 
lo stesso sacerdote Oneto. 



380 MISCELLANEA 



« politi, non longe a cadaveribus contagiosi morbi eonimque cir- 
« cuitu, ac ante maj<rium Vicuni nucumpatum Imperiale; in quem 
«eidem in dies assidue et a solis ortu usque ad occasura cernue 
« peregri natur (l), ob tantum quam ac igneum amoreni frequen- 
« tera ipsara devotionem. et pre oculos etiani lìabens tremendum 
«judicium, tria novissima, casum umanae fragilitatis , saepe 
« sepius repentinum futurum eventum et quod homo sit cinis et 
« in einerem revertatur, nilque ei proderet etiam si totum nuin- 
« dura lucraretur et anima vero sua detrinientum patiatur; animo 
« quoque advertens quod mundi figura velociter currit, perit et 
« veluti aqua super terram decurrens , cum vita hominum sit 
« brevis, ut ex memoria Tobi, quia homo natus de muliere, brevi 
« vivens tempore, repletur multis miseriis etc. qui quasi flos e- 
« greditur et conteritur etc. Quapropter et demumque considerans 
« quod nil sanctius optimumque quam ipsi Deo servire, pietatis 
« opere et elemosina ecclesias construere et sacra colere; eum si- 
« cut aqua ignem, ita elemosina peccata extinguit; quibus enim 
« precogitatis stantibus, decrevit itaque sacellum ampliare, denuo 
« construere et in fulvam ecclesiam longitudinis cannarum trium 
« et latitudinis palraorum decem et octo sumptibus suis reddigere. 
« Et eum ecclesiae edificari non possint nisi prius obtenta bene- 
« ditione IH. mi quorumque locorum Ordinari)' et cum patrimoni,] 
« et dotis eonstitutione iuxta sacrorum canonum et tridentini 
« concini dispositionera, ideo ipse Rev.dus prò adimplimento et 
« validitate omnium in presenti contentorum ad infrascriptum 
« actum cum dote, obligationibus, renuntiationibus et aliis de- 
« venire voluit, et sponte sua se contentavit et contentat eis 
« modo et forma infrascriptis. 

« Ideo hodie presenti , pretitulato die, predictus rev.dus don 
« Io, Baptiata de Onecti , savonensis et civis predictae terrae 
« Alcami, mihi notarlo cognitus, presens coram nobis, reservata 



(l) Questo assiduo e cotidiano pellegrinaggio dovette al certo farsi 
più fervido e numeroso in seguito alla peste in Sicilia del 1624-25, che, 
giusta a quanto leggesi nel Discorso Storico del pcelodato De Blasi 
(cap. 42. part. 18.), ebbe in Alcamo fine contemporaneamente ad un 
fatto prodigioso successo , davanti la detta cappelletta della Madonna 
della Grazia. 



MISCELLANEA 381 



« tamen predicta licentia, benedictione et confirmazione ili. mi et 
« rev.rai Domini Mazariensis Episcx)pi , qua tamen obtenta pre- 
« sens actijs siios vires habeat suurnque debitum sortiatur efifec- 
« tura, et non aliter nec alio modo, sponte, precedentibus infra- 
« scriplis uonditionibus et non aliter, promisit et convenit seque 
« sollemniter prò se ejusque heredes et successores in perpetuum 

* obligavit et obligat suis propriis sumptibus et expensis supra- 
« dictum sacellum ampliare seu de novo construere et ecclesiam 
« edificare longitudinis et latitudinis predictarum circum circa 
« bene et mastrabiliter construendam ad gloria m et honorem ìp- 
« si-US semper Virginis Matris della Gratia et infra terminum an- 
« norum trium numerandorum a die obtenta benedictione pre- 
« dieta, et interim , domino annuente , successive construere et 
« edificare et semper ad honorem ejusdem gloriosissimae Matris, 

* et prout supra et non aliter nec alio modo. 

« Et quia justa ipsorum canonum et tredentini concilii dispo- 
« sitionem , opus est quod ecclesiae denuo construendae dotetur 
« et constituatur dos et patri moni um , ea propter ut servetur 
« ipsa dispositio ipse rev.dus fundator prò se suisque etc. dotavit 
« et dotat ac constituit et promisit in dotem ecclesiae predictae ut 
« supra construendae, et ex nunc prò tunc et converso, me notario 
« prò se suisque successoribus in perpetuum legitime stipulante, 
« uncias duas et tarenos duodecim annuales, bonos, tutos, francos 
« et exigibiles, quos per se et suos etc. traddere et consignare pro- 
« misit ac se obligavit et obligat predictae ecclesiae , et prò ea 
« futuio beneficiali in perpetuum et me notario legitime stipu- 
« lante ut supra , stati m et incontinenti habita licentia et bene- 
« dictione ipsa in ea, missas celebrandi, et ultra traddere et con- 
« signare omnia ornamenta et indumenta necessaria tam prò al- 

* tare et sacerdote prò celebratione in eadem ecclesia et sacello; 
« dictique uncie due e tareni dodecim cunctis temporibus et im- 
« jìerpetuum descrivere habeant et debeant, scilicet: uncie 2 red- 
« ditus prò celebratione unius misse ejusdem gloriosissimae Vir- 
« ginis qualibet ebdomada et in die feriae quartae tantum , et 
« alij tareni duodecim prò expensis necessariis in die festivitatis 
« eiusdem ecclesiae : et hoc ad honorem et gloriam supradictara 
« ac in veniam et remissionem omnium peccaminum predicti 
« R.di fundatoris ejuscfue parentum et genitorum, et non aliter 
« nec alio modo. 



382 ailSÒKLLAMEÀ 



« Hsic tsiraen in presenti express}» et precedente reserva tione : 
« quod ipse Rev.dus tanqujim t'undator, prò se suisque heredibus 
* et imperpetuurn successoribus, sUinte ecclesiam predictam esse 
« fundandam propris predictis siiis suinptibus , tenore presentis 
«et oinni alio raeliori modo quo melius, humiliter et reverenter 
« rogavit et rogat predictum ill.um doininum Episcopum quod 
« per supradictiun confìrmationem et benedictionem , ex gratia 
«expressa, benigne, absolute concedere eidem R.do , et ad sui 
« predictam devotionem et soUatium , ac suorum etc. predictam 
« gloriosissimara imaginem et semper in predicto loco positam di- 
« gnaretur. Et prò causis supradictis, et non aliter nec alio modo. 

« Pariterque idem dominus Episcopus concedere et impartire 
« quod predictus Rev.dus fundator, prò se suisque heredibus et 
« successoribus imperpetuurn, sit et esse debeat ejusdem ecclesiae 
« benefìcialìs, ac prò se et suis etc. habeat, habere possit, et sibi 
« prò se et suis etc. concedatur jus patronatus eligendi et pre- 
« sentandi in eadem ecclesia et sacello et se sepelliendi ac su- 
« pradictos heredes, successores et etiam affines et consaguìneos 
« et alias personas predicto fundatori et suis etc. benevisas et 
« non aliter etc, aliquo obstaculo contradicente directe vel indi- 
« recte , impedimento juris vel facti , et quod possit, et etiam 
«sui etc. , in casu cujuscumque novi beneficialis , eligere , pre- 
« sentare et nominare tam eorum consanguineos et affines, semper 
« post mortera predicti fundatoris extraneis preferendos, quam e- 
« tiam extraneos et ad predicti R.di fundatoris semper libitum 
« voluntatis , et similiter predictorum suorum heredum et suc- 
« cessorum, servato ordine predicto, et tam pre quoscumque actus 
« inter vivos et quoscumque procurationes per eos faciendas , 
« quam per quecumque testamenta, codicillos, ultimas voluntates 
« et dispositiones. Que quidem potestas eligendi et nominandi ut 
« supra indifferenter intelligatur et sit concendenda ipso Rev.do 
« et suis etc. ìmperpetuum, et proui supra. 

« Sub hac tamen expressa conditione et protestatione, qua et 
« ea precedente ad presentem devenitur , et non aliter nec alio 
« modo, quod in electione cujuscumque novi beneficialis in eadem 
« ecclesia, omni futuro tempore et ìmperpetuum eligendi per dic- 
« tum Rev.dum De Onecti , habentem jus patronatus ut supra , 
« vel per dictos suos etc, semper servetur forma, ordo et dispo- 
« sitio supradictorum sacrorum canonum et sacri Tridentini Con- 



MISCELLÀNEA 383 



« sili.j, a qiiibus non intellig:atur net^ue sit. recessum, nec minus 
« remolus sensus ab actu, et non aliter nec alio modo etc. 

« Et haec omnia etc. 

« Testes Cleraens Papini et Antonius Lombardo (?) ». 

A quest'atto di donazione , allo sco|X) anche di rendere più 
attendibili le notiziette dello Zappanti, avrei voluto aggiungere 
il rogito del 5 marzo XI F ind. 16'29, che, giusta le stesse, redasse 
il not. Giacinto Bucca a perpetua memoria della solennità con 
cui quel giorno in Alcamo venne collocata la prima pietra della 
chiesetta in parola ; ma degli atti XII ind 1629 di detto notaro 
or più non si ha che il solo volume dei così detti registri , nel 
quale l'atto del 5 marzo non figura. Esiste però un volumetto di 
repertori che vanno dall'anno Xll ind. 16^28-29, all'anno V ind. 
1636-37; nel primo dei quali, alla lettera I trovansi„ fra le altre, 
le seguenti indicazioni, di cui (se mal non mi appongo) la prima 
riguarderebbe il contratto d' obbligazione per la fabbrica della 
chiesettii, la seconda l'atto menzionato nelle notiziette dello Zap- 
panti e la terza uno dei pagamenti fatti ai maestri che appre- 
starono le pietre occorrenti alla detta fabbrica : 

a) Oblig. fabr. Pro D. joanne B.atta Honetto contro m.rum 
Pranciscum Francica (19 feb.) f. 14. 

6) Actus p. 1. — Pro eodem (5 marzo) f. 27. 
e) A poca Pro joanne B.atta Honetto contro m.rum Frane i- 
scum Arcodaci et consortibas (5 luglio) f. 140. 

Nel poco che resta ad esaminare dello scritto del De Blasi ri- 
scontransi due errori, di minore entità però dei precedenti , dei 
quali uno concerne la datji flel testamento del sac. Oneto l'altro 
la rifazione dell' immagine della titolare della nostra chiesetta 
nel 1709. Questi altri due errori saran da me messi in rilievo e 
rettificati lungo la risposta eh' è ormai tempo di dare alla do- 
manda. — Ma sarebbe ]X)tuta quell'immagine essere il quadro del 
pittore De Serro f — 

» 
» « 

Ex nichilo nihil fit. E parimente senza una conoscenza del- 
l' immagine della Madonna, onde è parola nelle notiziette dello 
Zappanti, non si può alla superiore domanda dare una risposta 
più o meno soddisfacente. Questa immagine inbinto or più non 



384 MISCELLANEA 



si trova (1), e quindi per saperne qualcosa bisogna ricorrere e 
ciò che ne lasciarono scritto i nostri antenati. 

Il De Blasi, che, volendo, avrebbe potuto farcene una fedele 
e rnlnuUi descrizione , quando non altro facendosela detUire da 
qualcuno de' suoi contemporanei di magj^iore età, ce ne tramandò 
la seguente dolorosa ed inesatta notizia : « Nel suddetto quadro 
« di nostra Signora rimirasi oggi altra mano di pittura a cagione 
« di un fulmine, che a primo ottobre, 3 ind. 17()9, incendiò l'im- 
« magine di detta Signora della Grazia, e perciò fu rifatta da quel 
« celebre pittore Antonino Grano, secondo 1' attestato delli sud- 
« detti sacerdoti di Zappanti e Cossentino nei loro mss. ». 

Ho dato a questa notizia del De Blasi la qualifica di inesatta 
perchè ei dice di averla attinta dai manoscritti dello Zappanti e 
del Cossentino, quando invece in un frammento degli stessi ma- 
noscritti, posseduto oggi dal mio egregio amico prof. F. M. Mi- 
rabella, essa notizia , di mano del Cossentino , è così espressa : 
« Nell'anno 17()9, 3. ind. a p.o S.bre caxò un trono ad ore 13 la ma- 
« tina giorno di martedì alla ven. chiesa di S. Maria della Grazia fo- 
« ra la città si guastò la st.a immagine della B. M. V. abrugiò paly 
« dell'altare li fioretti et altre cose bensì senza danno di per- 
« sone » (2). 

Un altro scritto dei nostri antenati, in cui è memoria dell'im- 
magine in discussione, è la copia di un inventario dei giogali e 
mobili della Ven. chiesa di questa città di Alcamo ecc., fatto nel 



(1) L'immagine della Madonna della Grazia , che oggidì si venera 
nella chiesetta formante oggetto del presente scritto , è una statua di 
nessunissimo pregio, che fu scolpita poco prima del 1860 da un villico 
alcamese per nome Giovanni Stellino. Mi si dice che l'attuale cappellano 
di detta chiesetta, volendo decorar l'altare di una statua migliore, abbia 
già dato incarico di formarla e mandargliela ad una rinomata casa 
d'arte plastica residente in Lecce, 

(2) Nel 1709-10 il pittore Antonino Lo Grano era in Alcamo a la- 
vorare gli affreschi che sono nella Chiesa Parrocchiale di S. Paolo e 
S. Bartolomeo. È quindi molto probabile che in quel tempo egli aves- 
se restaurata l' immagine della titolare della nostra chiesetta. Ma di 
ciò il De Blasi potè esser reso consapevole da qualcuno dei più vecchi 
de' suoi contemporanei, non dai manoscritti dello Zappanti e del Cos- 
sentino, com'egli afferma. 



MISCELLANEA 385 



1768 dalla Curia Foraneti ; la quale copia rinviensi nel Rollo I, 
fog. 93 , dell' archivio della Compagnia del SS. Sacramento di 
detta città. 

Il lettore vorrà anzitutto sapere perchè mai quest' inventario 
si trovi neir archivio della Compagnia del SS. Sacramento ; ed 
eccomi a soddisfarlo. 

Della « testamentaria disposizione » del sac. De Oneto , fatta 
il *^ dicembre IX ind. 1631, e non 22 dicembre IV 1635, come 
erroneamente scrisse il De Blasi, confondendo forse la data del 
testamento con quella della morte (l) , per quante ricerche ne 
abbia io fatte, altro non ho potuto rinvenire che un brevissimo 
accenno nei superstiti bastardelli del not. Antonino Vaccaro che 
stipuloUa, e due capitoli nel detto archivio della Compagnia del 
SS. Sacramento. 

L'accenno è questo : 

« Sequitur testamentum solenne et inscriptis prò D. Ioanne 
Battista Monetti » (2). 

Dei due capitoli trascrivo solo il seguente, che fa al nostro in- 
tento : 

« Item voluit et mandavit testator ipse quod post mortem dic- 
« torum heredum universalium (3) et eorum substiluitorum , 
« usque ad quartam generationem, dictum jus eligendi nominandi 
« et presentandi Beneficialem ipsius Ecclesiae Santa Mariae della 
•« Gratia Uilis nominatio et electio ac piesentatio fieri debeat per 



(1) infatti a fog. 7 retro del precit. Libro dei nomi e coffuotni dei sa- 
cerdoti defunti ecc. la morte del sac. De Oneto è così annunziata : 

«A 24 X.bre 4. ind. 1635. —Si morse nella città di Savona D. Gio. 
Battista Onetto savonese ed abitatore in Alcamo di età di anni 51 cir- 
ca*. (Le parole sottolineate son di pugno del De Blasi). 

Cà) V. bastordello dell'anno XV ind., fog. 62 retro. 

(3) Da due atti di vendita in not. Antonino Vaccaro e in data del 
22 febbraro IX ind. 1641 risulta che il sac. G. B. Oneto istituì suoi 
eredi universali certi Gregorio e Gio. Battista Oneto suoi nipoti; legò 
onze 10 alle costoro sorelle Anjfela e Benedetta Giulia, monaca quest'ul- 
tima nel Monastero del SS. Salvatore in Alcamo, nominò suo tìdecom- 
missario il sac. D. Gio. Battista Astengo savonese ed abitatore di Alca- 
mo, il quale, secondo detegesi dal precit. Libro dei nomi e cognomi 
ecc. morì in questa città nel 1661 di anni 57. 



386 MISGELLANBA 



* Rectores Ven. Confraternitatis SS. mi Sacramenti Majoris Ec- 
« clesiae huius civitatis Alcami, prò tunc eo tempore erunt; cioè 
« ogn'imo di loro eligerni uno, che siano virtuosi, honorati, di 
« bona fama e costume, e li più poveri ; e quelli si abbiano da 

* irabusciolare; et, invociiUi la grazia dello Spirito Santo, si hab- 
« biano detti imbusciolati a pigliare di un picciotto , e, pigliata 
« una di detti polizi nel detto busciulo, a quello che toccherà la 
« sorte siano tenuti li predicti Rettori , qui prò tempore erunt , 
« eligere presentare e nominare, e di essa elezione farne atto pub- 
« blico cum illis debitis cautelis et clausulis necessariis ut con 

* venit; quae eletio e nominatio fieri debeat in festo SS. mi (Cor- 
« poris) D.ni Nostri I. Christi, et non aliter » (l). 

Da questo capitolo, come il lettore ben vede, sorge chiaro il 
motivo per cui il succennato inventario rinviensi tra le carte 
della Compagnia del SS. Sacramento; e quindi, senz'altro aggiun- 
gere, ripiglio il discorso che poco fa ho lasciato in tronco. 

Dicevo, dunque, che in quell'inventario è memoria {memoria 
nel senso di brevissimo cenno , ma che per noi vale tant' oro) 
dell'immagine della titolare della nostra chiesetUi, che vuol sa- 
persi se fosse potuta essere il quadro della Madonna della Grazia 
commesso al pittore De Serro. 

Essa memoria è questa : 

« Item un Quadro grande collocato al muro dell' Altare con 
« in mezzo l'Imagine di nostra Signora delle (Grazie sopra pietra 
« di Genova con due coronelle d'argento » (2). 

Un'altra interessante notizia sulla immagine ci fu lasciata dal 
cav. Giusseppe Triolo Galifl dei Baroni di S. Anna, valente let- 
terato alcamese, vissuto nella seconda metà del sec. XVIII e ne' 
primordi del seguente (3). 



(1) L'altro capitolo , compreso nel Rollo D, riguarda il lascito di 
onze due di censo, fatto alla detta Compagnia dei SS. Sacramento per 
pagarle a due sacerdoti o diaconi , o suddiaconi « prò apportando ut 
dicitur li torci appresso lo SS.mo Sacramento quando va per la comu- 
nioni dell'infirmi per la detta città di Alcamo, cioè appresso lo balda- 
chino ». 

(2) V. Bollo I, fog. 93 e segg. 

(3) V. Mirabella F. M,, Cenni degli Alcanesi rinomati in scienze, 
lettere, arti, armi e santità. Alcamo 1876, pagg. 131 e segg. 



MISCELLÀNEA. 387 

È noU nella repubblica letteraria la vivace polemica ed in- 
fruttuosa che il prefato cav. Triolo ebbe negli ultimi anni di sua 
vitii col sacerdote D. Pietro Longo di Calatafìmi in conseguenza 
di aver quest'ultimo nel 1804 pubblicato un opuscolo dal titolo : 
Memorie della vita e virtù del Beato Arcangelo Piacenza della 
città di Calatafìmi, religioso dei Minori Osservanti di S. Fran- 
cesco. A questa pubblicazione il Triolo oppose subito alcune sue 
Osservazioni (l), con cui ingegnossi a provare che il detto Beato 
avesse sortito i natjili in Alcamo e non in Calatafìmi. Il Longo 
a queste Osservazioni rispose con un Esame (2) di ben 143 pa- 
gine , ed il Triolo a questo Esatne con una risposta (3) ancor 
più lunga e più invelenita, la quale venne contradetta dal Longo 
con una certa Impugnazione, che può chiamarsi definitiva perchè 
ultima della vertenza ed ultima della vertenza perchè nel 1812, 
quand'essa vide la luce, il Triolo era già passato nel numero dei 
più. Or bene, in uno dei precitati due scritti del Triolo, e pro- 
priamente a pagg. 14 e 15 della di lui Risposta, leggesi ciò che 
segue : « Or qui è da riflettersi, che in Alcamo furono erette altre 
« chiese in onore di Maria SS. sotto l'accennato titolo di S. Maria 
* della grazia. Io non parlo di quella, che con lo stesso titolo fu 
« innalzata alla parte occidentale fuori la città sul termine della 
« strada Imperiale volgarmente detta del Corso, perchè questa ri- 
« conosce la sua origine in tempi più bassi, vale a dire nel 1629, 
« sebbene la pittura sopra tavola, che in oggi è in mio potere, dac- 
« che vi fu sostituito il nuovo quadro (4) , è antichissima, e della 



(1) L' intero titolo è questo: Osservazioni del cav. Giuseppe Triolo 
sopra le memorie della vita e virtii del Beato Arcangelo scritte dal Sac. 
D. Pietro Longo di Calatafìmi. Pai. MDCCCV. 

(2) Elsame delle Osservazioni fatte dal cav. Criuseppe Triolo sopra 
le Memorie della vita, e virtù del B. Arcangelo Piacenza di Calatafìmi 
opera apologetica del scu;. Pietro Longo. Pai. MDCCCVII. 

(3) Risposta all'esame del sacerdote D. Pietro Longo fatta dal cav. 
di Giustizia in difesa delle sue precedenti Osservazioni . Pai. 1807. 

(4) Il quadro nuovo cennato dal Triolo esiste tuttavia, ed è pos- 
seduto dall'attuale cappellano della Chiesetta, a cui pervenne da una 
donna attempata dal volgo , che quando era giovine la faceva da sa- 
grestano di essa chiesetta. Questo quadro, alto circa centm. 52 e lar- 
go centm. 30, rappresenta la Vergine in men di mezza figura e in gran- 



388 MISCBLLANKA 



« quale ne trovo memoria in un anonimo ras. presso me , che 
« parla in questi sensi : la Madonna ss. della grazia sopra il 
« piano di a. Ippolito fu portata con grandissima solennità in 
« lo stesso luogo, dov'è oggi al presente, a 21 di luglio XI Ind. 
« 1619 , ed a 5 marzo XII Ind. 1629 fu posta la prima pietra 
^ per fabbricarsi la stessa chiesa» (1). 

Vediamo ora quel che possiamo trarre a favore del nostro as- 
sunto da questi sparutissimi cenni pervenuteci dai nostri antenati. 

Dirollo subito : quel che possiamo trarre rijruardo all' imma- 
gine di cui è cenno nelle notiziette dello Zappanti, gli è ch'essa 
immagine non può affatto essere stata il quadro che il pittore 
De Serro obbligossi a fare nel 1520. E la ragione n'è semplicis- 
sima. Il quadro che il pittore De Serro assunse l'obbligo di di- 
pingere ai quattro genovesi dove va , secondo sta scritto nel re- 
lativo documento, essere su tela ; l'immagine invece della Ma- 
donna della Grazia di cui parlano le notiziette dello Zappanti, 
giusta l'inventario del 1768, era su pietra di Genova , e , giusta 
il Triolo, sopra tavola. 

L'inventario, è vero, dicendovisi su pietra di Genova, discorda 
dal Triolo che dice sopra tavola; ma tale discrepanza non è, a 
mio avviso, che il frutto di un equivoco preso da colui o da co- 
loro che compilarono il detto inventario. I quali , non potendo 
vedere il quadro che di fronte soltanto, perchè collocato al muro 
dell'altare e, probabilmente, perchè murato, e sapendo che pos- 
sessore ne era stato un prete del Genovesato, credettero non in- 
gannarsi pigliando la tavola per pietra di Genova. 



dezza naturale con una delle mammelle semiscoverta. 11 Bambino è 
pure in men d i mezza figura, posto all'impiedi, e in atto di voler pop- 
pare. Ma tanto l'immagine della Madonna che quella del Bambino son 
così mal disegnate e colorate da non potersi attribuire che a qualche 
ignorante pittore. 

(l) Sappiamo dal De Blasi che, oltre i manoscritti dello Zappanti 
e del Cossentino , fosse a' di lui tempi esistito un altro scartabello 
di notizie alcamesi, lasciato da un certo D. Simone Cammarata, prete 
e cappellano al par de' due predetti, il quale, giusta sta scritto nel Libro 
dei nomi e cognomi ecc., cessò di vivere a '27 novembre. V ind. 1636 in 
età di 56 anni. Che il ras. anonimo donde il Triolo trasse le superiori 
notizie tosse stato lo scartafaccio del Cammarata ? ! 



MISCELLANEA 389 



» 
« * 



Dopo ciò , poi che sono indotto ad entrare nel cain|K) delle 
discutibilità e delle congetture , non sarà vano che mi vi fermi 
un altro poco, tanto per vedere se coi dati che ora si hanno sia 
possibile di trovare qaesV antichissinw quadro della Madonna della 
Grazia che il Triolo nel 1807 dichiarava di avere in suo potere e 
di cui oggi non si ha pivi notizia se sia o no tuttavia esistente. 

Che il Triolo ne avesse fatto dono a qualche amico parrai diflì- 
cilissimo : perchè egli, secondo apparisce dai suoi scritti, era 
molto amante di simili opere; e a colui che ama, ben si sa, riesce 
duro il distaccarsi dall' oggetto amato. DiflQcilissimo altresì che 
l'avesse venduto; perchè la di lui nobile famiglia, allora straricca, 
avrebbre avuto a gran disdoro una vendita di tal fatta. Il Triolo, 
del resto, cessò di vivere nel 1809, un anno dopo la pubblicazione 
della sua Risposta, e non è supponibile che giusto in quell'anno 
avesse egli venduto o regalato il dipinto di cui ci occupiamo. 

Con quel che non fece il Triolo l'avessero fatto i suoi eredi ?!..; 
ma anche a creder questo trovo delle diflScoltà insormontabili. 
Gli eredi del Triolo, come ricavasi dal testamento autografo di 
lui, scritto il 6 febbraio VII ind. 1804 e pubblicato il 15 marzo 
XII ind. 1809 dal not. Giuseppe M. De Blasi Messana di Alcamo, 
furono il Rev.mo Arciprete D.r D. Stefano Triolo e l' ili. cav. 
D. Carlo Triolo Colonna, Barone di Sant' Anna ; 1' uno fratello, 
r altro nipote del testatore. Costoro , forse perchè vivevano in- 
sieme ne' più stretti vincoli di parentela e il primo dei due era 
celibe , non fecero né inventario né divisione dei beni apparte- 
nenti a questa eredità; sicché ai motivi sopra addotti per mostrare 
1' improbabilità che il quadro della Madonna della Grazia fosse 
stato donato o venduto dal cav. Giuseppe Triolo Galifi, rispetto 
ai di costui eredi bisogna aggiungere quello della cennata comu- 
nanza, per cui ninno di essi avrebbe da solo potuto disporre del 
dipinto come di cosa propria. 

A dir vero tale comunione di beni non ebbe lunga durata, 
giacché nel 1820 il detto Arciprete passò a miglior vita, lasciando 
suo erede universale il nipote Barone D. Carlo. Ma anche di que- 
l'altra eredità non si fece inventario, e quindi non ho potuto nep- 
pure (luestii voltii appurare se mai il cennato quadro si fosse in 

Arch. Stcyr. 8ie., N. S. Anno XXXV. 25 



380 MISOELLANSA 



quel tempo trovato in casa della famiglia Triolo (l). Gli è certo 
intanto che essendo cessato di vivere nel 1834 il prefato Barone 



(!) La famiglia Triolo di Alcamo è di origine trapanese. Il primo 
di essa che venne a stabilirsi in detta città, fu un certo Vito Triolo , 
ricco negoziante di cuoia e fondatore di una cappella nel Duomo, de- 
dicata a S. Vito e S. Bartolomeo. Egli morì nel 1611 , lasciando due 
figli maschi chiamati uno Vincenzo, sacerdote, e l'altro Francesco, che 
divenuto possessore d'un esteso fondo rustico, in cui era una chiesetta 
sacrata alla Madre Sant'Anna, ebbe, per quello e per questa, il titolo 
di Barone di Sant'Anna. I discendenti di costui, recanti lo stesso titolo 
di barone, sono stati in ordine cronologico i seguenti : 

1. Giuseppe Triolo, morto nel 1671 ; 2, Francesco m. nel 1739 ; 3, 
Carlo, m. nel 1763 ; 4, Francesco, m. nel 1786 ; 5, Carlo m. nel 1833 : 
6, Benedetto, m. nel 1880 ; 7, Carlo, m. nel 1894 senza aver lasciato 
figli maschi e però il titolo di barone è passato al fratello Stefano vi- 
vente. 

Il cav. Giuseppe Triolo Galifi ed il fratello Arciprete erano figli del 
barone Carlo morto nel 1763, e i due fratelli Giuseppe e Stefano Triolo, 
che tanto si distinsero nella rivoluzione siciliana del 1860, furon tìgli 
del barone Carlo, morto nel 1833. 

La costoro madre fu Caterina Emanuele de' baroni di S. Giuseppe. 

Un altro membro di questa famiglia Triolo, degno di ricordo sareb- 
be il Sac. Dr. D. Stefano Triolo che, giovanissimo, fu arciprete di Ca- 
latafimi. Il De Blasi lo menziona nel suo Discorso Storico , parlando 
dell'arciprete D. Stefano Fraccia, ove, detto che quest'ultimo «prese pos- 
sesso dell'arci pretura d'anni 40 dopo ottenuta la sentenza favorevole 

nel Tribunale della Regia Monarchia » , aggiunge che tale sentenza 
ebbe luogo * per la lite fatta dal Chierico D. Stefano Triolo , uno de' 
concorrenti eletto con bolle di Roma». Dello stesso Triolo nel L^ro 
dei nomi e cognomi dei sacerdoti defunti ecc. (ms. della Chiesa Madra 
di Alcamo) leggesi quanto segue : 

« A 24 agosto prima ind. 1708— Passò da questa a miglior vita, ad 
«bore 17 in circa, giorno di venerdì, il buono et esemplare sacerdote 
« Ihelogiae Doctor et Abbate D. Stefano Triolo Arciprete di Calatafime 
«(sic) e si seppellì il giorno seguente nella sua sepoltura nella Maggio- 
«re Chiesa con pompa conveniente a' suoi meriti. Fu prima Gesuita 
« e doppo, essendosi spogliato, fu Vicario Foraneo, di rari costumi e 
« di grande dottrina. Predicatore raro tra' nostri, di gran speculativa et 
« essendo anni 12 incirca Arciprete meritamente, si morse d'età d' an- 
«ni 41 in circa, la di cui morte sì per la sua dottrina , sì per altri 
«suoi meriti fu intesa da tutti, molto più che dicevasi essere stato elet- 
« to Vicario Generale dell'Arcivescovo di Morreale » (fog. 38). 



M18CULLANKA 991 



D. Carlo e<l avendo lasciato dei figli, tu gir)Coforzii tarsi un in- 
ventario dei di lui beni e questo inventario venne in diverse se- 
dute e sotto la data del I. dicembre dello stesso anno 1834 re- 
datto dal not. Andrea De Blasi di Alcamo. Ho lett<^) da cima a 
fondo qnesto lunghissimo rogito , e del quadro della Madonna 
della Grazia non vi ho incontrato cenno veruno. 

Che se n'era dunque fatto di esso f In qual altro luogo era 
stato trasportato!... 



« 
* * 



In uno dei corridoi del 2**. piano del Museo Nazionale di Pa- 
lermo, e precisamente in quello del lato ovest , è un trittico in 
tavola del secolo XV che da tutti è riguardato come uno delle 
più belle opere dell'epoca del rinascimento in Sicilia. Esso venne 
comprato dal Museo verso il 1865, e chi glielo vendette fu il 
chiar. c^iv. Giovanni Fraccia di f. m., allora direttore dello stesso 
istituto, al quale Fraccia, secondo leggesi nella Guida Artùtica 
della Città di Alcamo , compilata da F. M. Mirabella e P. M. 
Rocca, era stato poco prima venduto per L. U60 circa da un certo 
canonico di detta città. 

- - Potrebbe questo trittico esser il quadro della Madonna della 
Grazia che noi andiamo cercando f — 

A mio modo di vedere potrebbe esserlo benissimo per i se- 
guenti motivi, dei quali, com'ora dirò, alcuni riguardano il trittico 
medesimo ed alcuni altri la innominata persona che lo vendetta 
al cav. Fraccia. 

Diciamo prima dei motivi concernenti lo stesso trittico : 

Esso è « alto m. 1,67 sino all'estremità superiore del pennac- 
« chio della sua maggior cuspide e largo m. 1,20, lia in mezzo 
« Maria seduta in aspetto di buona e cara madre, la quale so- 
« stiene in piedi e si stringe al seno il Bambino tutto ignudo , 
« che le si abbraccia, tenendo il volto aderente a quello di lei con 
« molta espressione di tenerezza soave. Dappiè in ginocchio due 
« vaghi angioletti in vesti vermiglie suonan chitarra e viola , e 
« più giù nel listello si legge : MATER DNI mcccclxii. Nel 
« destro scompartimento o sportello è indi in piedi S. Pietro 
« (SANCT. PETRUS) col solito archetipo della Chiesa nella si- 



31>2 MISCELLANEA 



« iiìstra e nell'siltrn le chiavi, e noi manco l'evaiiji^Cìlista (riovaiini 
« (SACT. lOHNS EVGLTA), della luiij?a barba e «lai rosso manto, 
« avendo nella destra nno stilo scrittorio e nell'altra un calice d'o- 
« ro. Vi sovrastan tre cuspidi, nella nia^gior delle quali in mezzo 
« risalta sul rosso d'infocati serafini una piccola mezza figura del 
« Redentore , in atto di benedir colla «lestra e tenendo un libro 
« aperto nell'altra, mentre nelle minori cuspidi laterali sono l'An- 
« nunziata ed il nunzio celeste : oltreché poi nello scannello o 
« predella sottostante si vede nel centro il Cristo morto , spor- 
« gente a mezza vita fuor dall'avello, fra Maria (;hiusa nel manto, 
« in atto di asciugarsi con esso le lacrime, e il diletto Giovanni 
« colle braccia incrociate sul i>etto, non che Pietro e Paolo, e più 
« in là dai due lati altri otto apostoli , in piccole mezze figure, 
« assai ben condotte e spesso con profonda espressione ». 

Così il Di Marzo a pagg. 78-79 del suo importantissimo stu- 
dio : La pittura in Palermo nel Rinafscimento. Egli ])erò , P il- 
lustre storico delle belle arti in Sicilia , ha nella veduta de- 
scrizione tralasciato di far cenno di una particolarità che a me 
interessa moltissimo rilevare, ed essa è che il nunzio celeste, 
che mirasi in una delle minori cuspidi laterali , tiene in mano 
uno scartoccio in cui sta scritto; Ave Grazia. Or, queste due 
parole che a prima vista parrebbero di essere state impresse dal 
pittore al solo scopo di esprimere 1' annunzio dato alla Vergine 
dall'angelo Gabriele , dàn motivo a credere che il titolo del di- 
pinto fosse stato appunto della Madonna della Grazia. Che un 
titolo il dipinto lo avesse avuto gli è in ìubitabile ; e non po- 
tendo tale titolo essere stato suggerito dalle parole Mater Do- 
mini sottostanti alla figura principale, la cosa più naturale si è 
che esso gli fosse venuto dall'Ave Grazia, vergato nello scartoccio 
che ha in mano il nunzio celeste. Il trittico inoltre è su tavola 
e di data molto antica, così come il cav. Triolo lasciò scritto di 
essere il quadro della Madonna della Grazia , appartenuto alla 
nostra chiesetta; ed ha per giunta diverse figure con nel mezzo 
la Vergine e il Divin Pargoletto conformemente a quanto leggesi 
nell'inventario dell'archivio della Compagnia del SS. Sacramento 
riguardo al detto quadro : correlazioni queste che, com'è chiaro, 
militan tutte a favor del mio assunto e che rendon probabile la 
cennata identità ; identità che fossi ancor più ])robabile se per 
poco volgiamo lo sguardo alla persona che vendette il trittico al 



MISCELLANEA 393 



cav. Giovanni Fmcci», il quale poi, come si è detto, lo rivendette 
al Museo Nazionale di Palermo. 

Tale persona nella precitata Ouidn artistica della città di Al- 
camo, per ragioni di delicatezza è indicata con alcuni puntini so- 
spensivi : {can...)-f i)erò nella lettera del cav. Giuseppe Fazio, 
dalla quale i coiupilatoii di essa Guida attinsero la notizia della 
vendita, dichiarasi senza ambage che essa persona fu il can. Don 
"Vincenzo Simeti; un buon sacerdote, morto nel 1866 nella età di 
anni 65. 

Or bisogna sapere che quel canonico fu per lungo tempo , e 
finché cessò di vivere o^pi)ellano della nostra chiesetta, e che la 
vendita del trittico al e4iv. Fraccia avvenne mentre egli trovavasi 
investito di quel benefìzio. 

Faccio noto inoltre che avend'io fatto domandare da un mio 
amico a qualcuno dei più vecchi nipoti del prefato Simeti se mai 
ricordasse di aver veduto nella casa dello zio una antica pittura 
su tavola rappresentante la Madonna col Bambino in braccio ed 
altri santi, la risposta avutane fu negativa. 

Osservo poi che se nel 1808 il quadro della Madonna della 
Grazia era in potere del cav. Triolo, ciò non vuol dire che dopo 
quell'anno e morto il Triolo, il quadro non sarebbe potuto ritor- 
nar* alla chiesetta. 

Questo ritorno invece a me pare probabilissimo. 

Ed invero il fatto sopra cennato di essersi in sostituzione di 
esso quadro collocato nella chiesetta un dipinto così misero e 
spregevole, come quello or posseduto dall'attuale cappellano , e 
l'altro, di cui è notizia nell'archivio della Confraternita del SS. 
Sacrauieuto, il fatto cioè di averla il Triolo per molli anni fatta 
da avvocato difensore del detto sodalizio, m'inducono a credere 
che il i)a8saggio del quadro dalla chiesetta alla casa del Triolo 
fosse stato l'effetto <li qualche intrigo, al certo non onorevole né 
]Hn- i donanti né per il donatario; di guisa che niente di più pro- 
l>abile che, morto il cav. Triolo, i di lui eredi , ed in ispecie il 
fratello arciprete , persona intemerata e scrupolosissima (1) , si 



(1) Per potersi fare unMdea della bontà e della generosità di questo 
esimio arciprete, bisogna leggere ciò che dicesi di luì in un manoscritto 
del duomo di Alcamo. Ivi, fra altro : 

« Possessore di vistose fortune egli non era che semplice amministrato- 



d94 MISCELLANEA 



fossero fatto il dovere di restituire al legfittitno padrone un op:- 
getto loro pervenuto con non leciti nuv.zi. 

B però, se il quadro della Mjulonna della Grazia venne resti- 
tuito alla nostra chiesetta , non v'ha dubbio per me che il me- 
desimo fosse quello che il can. Simeti vendette al cav. Fraccia, 
e quindi il trittico che da quest'ultimo fu venduta al Museo Na- 
zionale di Palermo. 

— Ma come , potrà dire il lettore , conciliare la vendita del 
quadro, fatta dal Simeti con la precennata bontà di lui T — 

Il Simeti sarebbe meritevole di biasimo , se avesse venduto 
il quadro all'insaputa o senza il permesso della Confraternita del 
SS.mo Sacramento, proprietaria della chiesetta, ma chi potrebbe 
affermare che la cosa fosse stata così ? Vero, se dobbiamo desu- 
merlo da quanto sul rigfuardo vedesi praticare oggidì, che, tranne 
dell'elezione del cappellano , nessuna ingerenza la confraternita 
esercita sulla cura della chiesetta ; però che la vendita fosse av- 
venuta senza 1' intesa dei proprietari mi pare difficile , anzi im- 
possibile. Del resto il Simeti durante la sua cappellania prestò 
alla chiesetta tali rilevanti servizii (1) che quand'anche lo avesse 
venduto arbitrariamente, anziché di venalità gli si potrebbe dare 
la taccia d'ignoranza in fatto di opere artistiche, ignoranza, spe- 
cie in quei tempi, molto comune e perciò degna del nostro com- 
patimento. 



«re scrupoloso. I poveri e la chiesa erano quelli che ne divìdeano il 
« godimento. I sacri arredi della Chiesa dello Stellarìo, nella quale egli 
« servì da direttore della Congregazione di S. Onofrio per lo corso di 
«anni 36, come servì in quella di Maria Addolorata istituita nella me- 
« desima chiesa a vantaggio delle donne di nobil sangue per lo giro di 
«anni 20, rinunziando ad ogni emolumento, che avesse potuto compe- 
«tergli, per tutto il tempo della sua direzione, i sacri arredi, iodico, 
« della chiesa suddetta , pei quali impiegò somme non ispregevoli , ne 
« fanno testimonianza. Depongono la stessa verità i tanti elegantissimi 
« marmi, le non poche insigni pitture , la non breve superlettile di u- 
« tensili, di cui egli il Triolo fé' dono alla ven.le Chiesa de' RR. PP. 
« della Compagnia di Gesù, della quale fu rettore per anni 10» ecc. ecc. 
(1) Mi sì dice che la sagrestia della Chiesetta ed il piccolo terrazzo 
che vi sta sopra, come pure le casette terrene, dietro la stessa sagre- 
stia, le quali, date in affitto, costituiscono un'annua rendituzza a prò 
del sacro edificio, fossero state fatte a spese del Can. Simeti. 



MISCELLANEA 395 



* 



Non vo' terminare questo scrittorello senza prima esprimerci 
la mia opinione intorno alla i)aternità che sinord si è data al 
trittico (li cui ci siamo occupati. 

Esi^o dai nostri più bravi intendenti è stato qualificato come 
un lavoro insigne uscito dal pennello di pittore siciliano fiorito 
nella seconda metà del secolo XV. 

II prof. G. Meli di f. m. in una lettera diretta al dott. T. 
Gsell-Fel in Monaco di Baviera e pubblicata il 1SS4: nelV Archivio 
Storico Siciliano lo attribuisce alla gioventù del palermitano Tom- 
maso Vigilia, e precedentemente in un suo studio sulla Pinaco- 
teca del Museo di Palenno, aveva circa lo stesso trittico emesso 
il seguente giudizio : « Quest'opera piena di sacra espressione è 
lavorata e finita in ogni parte con grande abilità ed amore nel 
disegno , nel chiaroscuro e nel colorito ; e può stare ac(;anto a 
qualunque dipintura dei tempi medesimi dei più valorosi arte- 
fici che onorano l'Italia ». 

L'Illustre Mons. G. Di Marzo giudica il trittico pure opera 
di pittore siciliano del 400 ; ma nello stile pare a lui di scorgervi 
un fare diverso di quello di Tommaso Vigilia e però lo attribuì 
sce ad un altro pittore siciliano della stessa epoca chiamato Gu- 
glielmo De Pesaro , di cui intanto finora non conoscesi alcuna 
opera esistente. 

Questo Guglielmo De Pesaro, secondo afferma il prelodato Di 
Marzo, era figlio d'un Gaspare De Pesaro, pittore pur'esso, che 
da Pesaro, città dell'Umbria, venn<ì giovanissimo a stabilirsi in 
Palermo, ove esercitò la pittura per lo spazio di anni quaranta 
circa , influendo non poco al miglioramento dello stile pittorico 
di quei tempi nell'isola nostra. 

Da questo Gaspare, «poiché nulla si ha di certo delle opere 
di lui » , il Di Marzo osa sospettare « che sia stato dipinto un 
grande e pregevole trittico che oggi mirasi nella chiesa della 
confraternita di S. Maria la Misericordia in Termini Imerese ed 
è segnato dappiè nel compartimento di mezzo: A. no D.ni M. 
GOGCLIII Prime ind. ». 

Tale dipinto intanto, a giudizio dello stesso Di Marzo «non 
manift'Stasi opera di pittore siciliano ; giacché lo stile di esso, 



396 MISCELLANEA 



anssichè avvicinarsi ai tipi degli antichi mosaici siciliani, sembra 
invece di avere non pochi riscontri con le antiche pitture del- 
l' Umbria , sopratutto nelle principali figure della Vergine , del 
Battista e del S. Michele , e specialmente in quest'ultimo il cui 
carattere del giovanile sembiante dalla vaghissima chioma richia- 
ma quello di somiglianti figure di quei bravi maestri ». 

(•redesi inoltre non improbabili' che in tale lavoro di jjittura 
fosse stato il Gaspare aiutato dal premcntovato Guglielmo, suo 
figlio, il quale poi (come desumesi «lai trittico del 14G2) si spin- 
se molto i)iù innanzi del padre nel magistero dell'arte». 

Le superiori due attribuzioni relative al trittico del 1462 nel 
juuseo di Palermo son per me tutte «' due non scevre di ambi- 
guità. 

Il Meli infatti, mentre che da un lato attribuisce esso trittico 
alla gioventù di Tommaso De Vigilia (i giovani, ben si sa, qual- 
che svarione lo piglian sempre), d'altro canto lo stima «opera 
finita in ogni parte con grandi abilità ed amore nel disegno, nel 
chiaroscuro e nel colorito , tanto da i)otere stare accanto a qua- 
lunque dipintura dei tempi medesimi dei più valorosi artefici che 
onorano l'Italia». 

Il Di Marzo poi , se da una parte gli pare che lo stile del 
trittico sia diverso di Tommaso De Vigilia , afferma dall' altra 
che nei « costui dipinti e specialmente in quelli che son piut- 
tosto ad ascrivere alla prima e giovanile maniera di lui, vi ab- 
bia un fare che sembra derivato dalla scuola di alcuno dei suoi 
più bravi predecessori venuti dalla penisola, qual fu per avven- 
tura, o meglio potè essere, il Gaspare De Pesaro sopra nomi- 
nato », da cui il tìglio Guglielmo De Pesaro, creduto autore dello 
stesso trittico, dovette senza dubbio apprender l'arte del dipin- 
gere. 

Sembrami non pertanto che le succennate due attribuzioni 
del Meli e del Di Marzo si accordino in questo soltanto, nel non 
escludere , cioè , che nel trittico vi sia una maniera che risente 
dello stile di qualche scuola dell'Italia continentale, e precii)ua- 
mente della scuola dell' Umbria. Il Di Marzo lo dice chiaro e 
senza sotterfugi ; il Meli coli' attribuire il trittico alla gioventù 
del De Vigilia, che, come si è detto, ebbe a maestro un pittore 
pesarese. 

Senonchè cotali paternità furono al trittico assegnate in un 



MISCELLANEA 397 

tempo in cui si ritenea per certo di essere stata Alcamo , e se 
non Alcamo una qualunque altra città dell'Isola, il luogo di na- 
scita del detto trittico. Ma siamo tuttavia nella stessa certezzaf 

Vediamolo. 

II trittico in discorso adunque, come più sopra si disse, po- 
trebbe essere benissimo il quadro della Madonna della Grazia 
su tavola che una volta esisteva nella chiesetta omonima della 
città di Alcamo. Questo quadro su tavola era posseduto da un 
sacerdote del '600 nativo di Savona ed abitatore, di Alcamo , il 
quale chiamavasi Giovan Battista Oneto , ed era tanta la divo- 
zione , tanto 1' amore che egli aveva per quella immagine della 
Vergine, che bramando di vederla amata e venerata da gran nu- 
mero di persone, si decise di esporla al pubblico culto , situan- 
dola prima in una cappella e poi in una chiesetta a bella i)osta 
eretta con suo denaro. Per l'erezione di quest'ultima fu necessario 
di chiedere ed ottenere il permesso del vescovo di Mazzara e di 
assegnarle per atto notariale una rendita annua, onde far fronte 
alle piccole occorrenze. 

L'atto venne stipulato, redatto dal medesimo Oneto, che tra' 
diversi patti volle scrivervi anche questo : « Hac tamen in pre- 
« seute expressa et precedente reservatione : quod ipse Rev.dus, 
« tamquam fundator, prò se suisque heredibus et imperpetuum 
« successoribus, stante ecclesiam predictam esse fundandam pro- 
« priis predictis suis sumptibus, tenore presentis, et omnio alio 
« meliori modo quo melius , humiliter et reverenter rogavit et 
« rogat predictum ill.uui dominum Bpiscopum quod per supra- 
« dictam confirmationem et beneditionem , ex gratia expressa, 
< benigne, absolute concedere eidem Rev.do, et ad sui predictam 
« devotionem et sollatinm ac suorum etc. predictam gloriosissimam 
« imaginem et semper in predicto loco positam digneretur ». 

Dal premesso ben si argomenta : 1 , che il sacerdote Oneto 
fosse stato assoluto padrone del quadro della Madonna della Gra- 
zia ; e 2 , che egli probabilmente lo avesse portato in Alcamo 
dalla propria terra natale. 

La prima di queste due conseguenze è di così immediata e- 
videnza che non ha bisogno di alcuna dimostrazione. 

La seconda scaturisce dalla soprascritta riserva nella domanda 
del sac. Oneto al Vescovo di Mazzara ; secondo la quale riserva 
il detto quadro doveva imperpetuum esser del fondatore della chie- 



398 MISCELLANEA 



setta e dei di lui eredi e successori. Se il quadro fosse esistito 
in Alcamo prima che il sac. Oneto vi si fosse stanziato ed egli 
non ve l'avesse portato d'altro luogo, mettendo avanti una peti- 
zione di tal genere avrebbe certamente oltraggiato il paese che 
gli fu ospitale. 



P. M. EoccA 



LU REBELLAMENTU DI SICHILIA 



L' Avolio comprese nel nome di vecchio siciliano il dialetto 
dal secolo XIII al XVI inclusivi; ma si può raggiungere una pre- 
cisione molto maggiore. L'antico siciliano delle scritture pare che 
abbia una fisonomia uniforme; ma un attento esame ci mostra, 
come era da aspettare, che differenze considerevoli sono tra un 
documento di un secolo e quello di un altro. 11 vecchio siciliano 
si può distinguere in antico e meno antico. Il primo, che s'inoltra 
sino nel secolo XV, ha forme grafiche e dialettali, e costrutti tutti 
propri, che lo distinguono dal secondo, il m. a., il quale lo segue 
per tempo ed ha alla sua volta altri espedienti grafici e fenomeni 
ignoti al periodo più antico. Fa appena bisogno d'avvertire che 
tra un periodo ed un altro non si ha una linea precisa di divi- 
sione, perchè le trasformazioni avvengono, come si sa, per lenta 
evoluzione, e spesso accanto alla forma vecchia troviamo la nuo- 
va, che poco alla volta si va facendo strada fino a scacciare l'al- 
tra e sostituirlesi. 

Questi due periodi, però , si distinguono nelle loro linee ge- 
nerali , nei loro fatti tipici; e, per ciò che si riferisce alla grafia, 
non è facile confondere una scrittura, indipendentemente da qual- 
siasi osservazione storica , da un' altra di tempo più recente. 
Si pensi, infatti , quale importante rivolgimento letterario av- 
venne nel secolo XV^ con il Rinascimento del latino. Con que- 
ste prove e altre, che si verranno ad esporre, non riuscirà dif- 
ficile stabilire, senza ricorrere ad un gioco di fantasia e d' ipo- 



400 MISCELLANEA 



tesi, il tempo, cui appartengono i vari codici del Rebellamentu. 
Allo stesso modo possiamo dire quanto il copista , seguendo la 
grafia e la lingua del suo tempo, abbia mutato, modificato e ser- 
bato in un qualsiasi componimento del primo periodo dell'a. s., 
a noi pervenuto in copia del secolo XV e XVI. 

« 
» « 

Del Rebellamentu possediamo diversi codici : i Comunali Qq 
D 47 e Qq E 40 di Palermo, il Nazionale XIII D 104 di Napoli , 
il Catanese , lo Spinelli , il Vaticano 5i256 e la Leggenda mode- 
nese fi). La prima trascrizione fu fatta da R. Gregorio nella Bi- 
blioteca Aragonese (2), il 1791, sul cod. Comun. Qq D 47, il quale 
contiene una copia fatta da Domenico Schiavo. Il cod. è car- 
taceo in 4. , porta sulla prima parte la Venuta di lu Re Japicu 
in dialetto siciliano e contiene , pure la Conquesta di Frate Si- 
mone da Lentini. Porta scritto sulla carta 27 : « da un libro a 
penna di propria mano di D. Pietro Garrera , che poi fu del p. 
Agostino Donato, che oggi è della casa di S. Agata dei Ghierici 
minori »; e più in là, a e. 220 , dove principia il Rebellamentu : 
« dasudetto ms. di Garrera ». È indubitato, dunque, che lo Schia- 
vo, come egli stesso dichiara , trasse la copia del Rebellamentu 
del cod. palermitano, Qq D 47, dai mss. del Garrera, dotto sici- 
liano del sec. XVII. 

La narrazione è anonima , ed il Di Giovanni vorrebbe attri- 
buirla a Fra Simone da Lentini francescano, solo perchè di questo 
frate i nostri storici nominano una Istoria siciliana. La cronaca 
si apre con questo titolo : Quistu è lu Rebellamentu di Sichilia 
quali ordinati e fici fari Misser Gioanni di Procida contro Re 
Carla ; immediatamente segue il testo : « A li milli dui centu 
settantanovi anni di la Incarnationi di nostru Signuri lesu Gri- 
stu »; e si chiude : « facendu gran sollennitati 



(1) Otto Gartelliehi nel suo Peter von Aragon und die SiziUani- 
sche Vesper (Heidelberg, 1904) non fa menzione del cod. Qq E 40 della 
Bibl. Comun. di Palermo. 

((2) Bibliotheca scriptorum qui res in Sicilia gestas sub Aragonum im- 
perio retulere t. primo, Panormi, anno MDGCXGI. 



MISOELLAN£A 401 



cossi comu si divi fari ad omni Principi e Regi e Ioni Signuri. 
E quistu esti lu fini. 

Finis ». 

Il Gregorio fa terminare la sua trascrizione qui, e non si sa 
per qual ragione abbia tralasciata una conclusione che segue 
il testo della cronaca, e fu , per la prima volta , pubblicata dal 
Buscemi nei documenti della Vita di G. di Procida. (1) 

Piuttosto che dell'edizione del Gregorio, che lascia a deside- 
rare, ci occuperemo di quella del Di Giovanni, su cui s'è fatto 
molto discorrere. 

Il Di Giovanni pigliò a base della pubblicazione del suo Re- 
bellamentu contra re Cariti lo stesso cod. Qq D 47 e l'altro pure 
della Comunale , segn. Qq E 4tì (2). Questo è cartaceo in 4. e 
copia, come il Qq D 47, del principio del secolo XVII; e appar- 
tenne, una volta , ad Innocenzo Roccaforte palermitano e cano- 
nico di Catania, Da questa città il canonico scriveva all' amico 
suo, Mongitore, che il suo codice era stato trascritto nel 1601 dagli 
Archivi Vescovili di Catania stessa. Infatti trovasi nelle prime 
carte, del medesimo carattere, la firma del Roccaforte. 



(1) Quanto s'è detto circa restensione della cronaca siciliana dei cod. 
della Bibl. Comun. di Palermo, Qq D 47, insieme con questa conside- 
razione, dovrà servire più tardi; credo quindi opportuno trascriverla 
qui per intera. « La raxiuni chi misser Gioanni di Procida si misi a 
trattari et ordinari quista ribellioni contra lu Re Carlu si fu, che unu 
grandi Baruni di lu Re Garin fici forza ad una figlia di misser Giovan- 
ni, et illu sindi lamentau a lu Re Carlu ; di chi lu Re Carlu di quista 
falla non indi happi piena iustitia comu a misser Gioanni si conve- 
nia; e misser Gioanni si proposi in cori, comu putissi distrudiri lu Re 
Carlu, e vingiarisi di la iniuria, la quale havia riciputa ; di chi l'ordi- 
nau di quistu trattatu comu tutti haviti intisu. Et imperò tutti quilli 
signuri, chi teninu Regni, gitati, terri e Castelli, et omni altri offitii , 
prindanu quistu esemplu di non vuliri usari vergogna ne iniuria ad 
sol vassalli ne servituri, ne consentire a loru nixunu oltraiu ; ma fari 
piena Iustitia». 

{"1) V, Collesione di opere inedite o rare pubblicate per cura della 
K. Gommissi^tie pei testi di lingua ecc. - Cronache Siciliane dei seco- 
li XIII -XIV -XV, Bologna, Romagnoli, 1865. 



402 MISCELLANEA 



Fin d'ora va detto che questo è più importante dell'altro, Qq 
D 47 , del Garrera , perchè mostra maggior esattezza e compiu- 
tezza. Se il cod. Qq D 47 ha lacune sia per parole guaste ed 
illeggibili per colpa dell'amanuense , sia per altra ragione , tali 
lacune potranno esser colmate con i passi del cod. Qq E 40 , il 
quale a sua volta non è scevro di questo difetto. 

11 cod. Napoletano (1) non fu noto al Di Giovanni ed è rimasto 
sconosciuto agli studiosi del nostro dialetto. Esso è miscellaneo, 
alto cm. 31 e largo i21, cartaceo in 4. grande, numerato al solo 
recto con cifre di mano posteriore, e consta di 153 carte. È scritto 
molto chiaramente in inchiostro nero , con le sole rubriche in 
rosso, appartiene alla prima metà del secolo XVI, ed è coperto 
da una rilegatura in carta oscura e molto recente, come recenti 
sono certi richiami marginali , che s' incontrano in tutto il te- 
sto. È conservato in buonissimo stato , tranne nei margini su- 
periori ed interni , che sono consumati dalla tignola. Mancante 
della solita carta di guardia in principio e del frontespizio, in- 
comincia con la e. !2, in cui, dopo le parole Ihesus filiua marie, 
troviamo scritto, in rosso : Incipiunt cronice insule Sicilie; dopo 
di che è stesa, in lingua latina, una lunga descrizione della Si- 
cilia , che occupa le prime 38 carte e porta per titolo , scritto 
da mano posteriore : Primus liber in quo tractatur de situ Sicilie 
ac civitatibus et locis. A e. 39 si apre una cronaca pure in lin- 
gua latina , che si estende fino alla e. 94 e porta il titolo : De 
aquisicione insule Sicilie per archadium facta Rehellione Mama- 
chii; indi segue, in dialetto siciliano, la narrazione del Rehella- 
mentu di Sichilia, lu quali ordinau et fichi farj misseri Johanni 
di Procida; ed a e. 109 v. si apre la cronaca della Conquesta della 
Sicilia, che porta per titolo, scritto da mano posteriore : De ac- 
quisitione Beqni Sicilie facta per Normandos contes Mauros. 

La narrazione del Rebellamentu è divisa in piccoli paragrafi 
senza rubriche ed è identica, nel numero dei capitoli , a quelle 
della Bibl. Gomun. di Palermo, con questo però che, essendo di 
tempo anteriore a queste, è molto più pregevole nel rispetto dia- 
lettale. 



(1) Bibl. Nazionale, XIII D 104.— Il Cartellieri noti fa menzione nep- 
pure di questo codice. 



MISCELLANEA 403 



ri ms. Catanese fu scoperto, nel 1870, da Pasquale Castori na 
in un volume di atti diversi dell' Arch. Comun. di Catania e 
pubblicato più tardi da lui stesso insieme con una corrispondente 
traduzione italiana (1). Questa copia , fatta esemplare per cura 
del Senato di Catania, porta in ultimo la data della registrazione : 
Die XV S.bris 2. jnd. 1633 , fuit s.cta sched.a reg.ta In Curia 
Ill.tni Senatus Clar.mae Urbis Catanae de m.to III. oratij tor- 
nainbene Jurati d. urbis pres. et mand. und. È scritta tutta da 
una stessa mano, in inchiostro nero un po' sbiadito , in carta 
leggiera, in carattere corsivo e ad una sola colonna, fra due larghi 
margini. Il cod. cartaceo (cm. 27 X ^^)-> tranne nel margine di 
sotto, si conserva tutto in buonissimo stato e porta la numera- 
zione delle carte al solo recto. La narrazione, come quelle finora 
esaminate, è anonima, divisa pure in brevi capitoli senza rubri- 
che, e, quantunque appartenga al sec. XVII (2), è importante per 
la storia del testo e per il dialetto. 

Il cod. Spinelli è quello, che l'Amari, nel 1841, potè vedere in 
Napoli e del quale diede notizia nella prima edizione della Guerra 
del Vespro (3). Ne diede un'estesa notizia il Di Giovanni (4), lo 
pubblicò per intero, nel sesto centenario dei Vespri Siciliani, Fi- 
lippo Evola , allora bibliotecario capo della Nazionale di Paler- 
mo (5), e questa edizione riprodusse l'Amari nell'Appendice del 
suo Vespro Siciliano, IX. ediz., voi. Ili, Milano, 1886. 

II codice è in carta così detta bambagina, in 4. piccolo, alto 
mm. 93 e largo 65, e, come i mss. della Comunale di Palermo e 
della Nazion. di Napoli, diviso in piccoli paragrafi senza rubri- 
che, le cui iniziali, in rosso o azzurro, non portano miniature, 
né tracce d'indoratura e sono più piccole dell'iniziale del primo 
paragrafo , un A miniato. Consta di 34 fogli numerati in cifre 



(1) Lu Rebellamentu di Sichilia — codice cartaceo del secolo XVII — 
Catania, Giac. Pastore, 1882. 

(2) Cfr. anche 0. Cartbllieri, op. cit., p. 224. 

(3) Un periodo delle istorie siciliane del secolo XIII. Palermo, Poli- 
grafia Empedocle, 1842, p. 292. 

(4) Rivista Italiana ecc. di Palermo, 18 ott. 1870, e Propugnatore 
di Bologna, anno III, 

(5) Lu Rebellamentu di Sichilia, Palermo 1882. 



404 MISOELLÀNBA 



arabiche da mano posteriore, al solo recto; dove è disteso il testo 
in 22 linee per ogni faccia, e porta il titolo in rosso : Qnistu eati 
lu Rebellamentti di Sichilia hi quali hordinau effichi fari Misser 
johanni di prochida Cantra Re Carlw, indi segue il primo para- 
grafo : « Ali milli dui chentu sictanta due Anni Dila Incarna- 
cion^j di lu nostru Signuri . . . »; e si chiude con la considera- 
zione, che troviamo nei codd. della Comun, Il codice, cioè, dopo 
la narrazione, che si chiude con le parole «equistu esti lu fini », 
nello stesso modo come i codd. della Comun. , ha un Finis nel 
mezzo. Seguono poi altri due brevi paragi-atì con la considera- 
zione predetta, indi un Amen e in fine pochi righi di cronaca in 
rosso con iniziali in azzurro, che non hanno i codd. della Comun. 
di Palermo : « A Limilli ccLXXxiJ Anni die marti decime In- 
dictionis foru morti li franchischi Inpalermu et per tutta Sichilia. 

A li milli ccLXXxiiij fu Incomenzata la ecclesia mayuri di 
palermu chamata sancta matri per lu archiepiscupu galterj ». 

Quantunque rilegato in pergamena , è un po' guasto e sciu- 
pato. Porta, ancora, a pie di pagina richiami in carattere ed in- 
chiostro posteriori a quelli del testo ed anteriori, alla loro volta, 
alle postille marginali , per la più parte in lingua spagnola e 
poche in italiano. C'è appena bisogno di ricordare che i luoghi 
più importanti del cod. sono sottolineati, e in ispecial modo quelli, 
dove trovasi il nome di Johanni di Procida e le sue geste. Il 
codice, che probabilmente, secondo l'Amari, ebbe origine in Mes- 
sina, rimase sconosciuto in Sicilia per tutto il secolo XVIII, e nes- 
suno ne fece menzione prima che fosse passato nelle mani del prin- 
cipe Domenico San Giorgio Spinelli, letterato napoletano e morto 
nel 1863. Nel 1870, passati i libri dello Spinelli in vendita, presso 
il libraio Giuseppe Dura, l'Amari, a conto del governo italiano, 
lo comperò per la Bibl. Nazion. di Palermo, dove trovasi tuttora. 
Dall'Amari stesso fu creduto del secolo XIV (1), dal Di Giovanni 
e dall'Evola « coevo alla Guerra del Vespro », dal Salinas (2) e 
dal Parisene (3) del sec. XV. 



(1) Cfr. Un periodo delle Ist. siciliane ecc. Palermo, 1842, p. 292. 

(2) Cfr. Archivio stor. sicil., a. Vili - 1883, p. 234. 

(3) Cfr. Ueber die Sprachformen der àltesten sicilianischen Ghroniken 
-Halle, 1883, p. 23. 



MISCELLANEA 405 



Chi ha ragione? 

L' Avolio, esaminando il lesto spinelliano dal punto di vista 
linguistico, lo spinse coraggiosamente alla fine del secolo XV e 
al principio del seguente. (1) 

Noi ci varremo in parte delle sue osservazioni, ed altre ne ag- 
giungeremo. 

Nei monumenti pervenutici di a. s. del secolo XIV e XV la 
congiunzione copulativa e è rappresentata, al modo latino, et; se 
però è attaccata alla parola seguente, cominciante per consonante, 
è scritta e : et prigari, et vidirimu, oppure epregari, evidirimu. 
Nel m. a. s. rarissimamente si vede la stessa congiunz ione prefis- 
sa alla parola seguente, ma ora è scritta e, ed ora col segno ', — ^ . 

La terza persona sing. del presente indie, del verbo essere si 
scriveva nell'a. s. est o esti, oppure e , che si univa alla prima 
lettera della parola seguente o all'ultima della precedente: lu quali 
est multu^ est di sichilia , so esti ecc. , oppure egrassa , effadu, 
Zoe ecc. . . . Nel m. a. s. troviamo questo est (esti) scritto e, op- 
pure con un e fra parentesi. 

Or , se il cod. Spinelli fosse veramente una copia del secolo 
XIV , non si dovrebbero qua e là trovare esempi dell'e con- 
giunzione e deir e verbo, scritti e staccati , quando non fossero 
rappresentati da est o esti; invece non di rado troviamo la cong. 
e scritta staccata, per es. : p. 9 r. 4 (2) e di , p. 19 r. 8 e lu, p. 
31 r. 15 e disfachirj , p. 40 r. 8 e mectirj, p. 18 r. 1 e non , 
p. 92 r. 5 navj e geilei, e dissi ecc. ; e non di rado il verbo è 
scritto pure staccato : p. 5 r. 6 chi e za chi, p. 6 r. 6 za e, p. 12 
r. 14 e ordinatu, p. 19 r. 4 non e nixwnu , p. 41 r. 2 e didiri , 

p. 52 r. 8 e unu , p. 54 r. le sempri ecc 

C'è di più : si sa che il ki dell'a. s. del primo periodo, dal lat. 
qui, si trascrisse nel m. a. s. con cki e chi ed alla prima parte di 
kisttie killu si sostituì qui, per imitazione dello spagnolo, del fran- 
cese e dell'italiano, di guisa che si scrisse quistu e quillu per kistue 
killu, propri dell'a. s. del secolo XIV. Esempi di cki per ki, di 



(1) Cfr. Amari, La guerra del Vespro siciliano, IX ediz., voi. Ili, 
p. 513 e 8gg. 

(2) Cito la pagina ed il rigo dell'edizione deil'Evola per rendere più 
facile il confronto degli esempi. 

Arch. Star. Sic., N. S., Anno XXXV, 87 



406 MISCELLANEA 



qtiistu e quillu per kishi e killu nel Rehellamentii non mancano, 
anzi sono frequenti , per es. : p. 1 r. 1 quistu per il più antico 
kistu. p. l r. 9 aquillu per akillu^ p. 3 r. 7 quisti per kisti^ p. 4 
r. 9 quilla per killa e così vii di seguito in tutto il testo. Non 
parlo , poi , di cki per ki , eh' è molto frequente. 

Dove nell'a. s. troviamo Ulti , di lui. di Ioni e gli altri casi 
obliqui , nel meno antico troviamo la sostituzione di ipsti , di 
ipsi ecc. e più tardi di dictti, di dicti ecc. . . . Ebbene, come non 
bastassero le prove che si sono notate precedentemente , anche 
quest' altra troviamo nel Rebellamentu , per es. : p. !2 r. 5 cum 
ipsu per cum illu , p. 14 r. 5 di ipsu per di illu , p. 13 r. 11 et 
ipsu rispusi per et illu rispusi ecc. 

Dopo queste prove lampanti di una composizione in un tempo 
posteriore al secolo XIV, è manifesto che non posso ammettere, 
col Di Giovanni e l'Evola , che il cod. Spinelli sia « coevo alla 
Guerra del Vespro » e neppure del secolo XIV , ma piuttosto, 
come risulta dall'esame testé fatto , una copia del finire del se- 
colo XV o anche, se si vuole, della prima metà del XVI, perchè 
gli esempi sopra vitati, la qualità della carta, la grafia e l'orto- 
grafi.a del cod., più che indizio, sono prova evidente di quanto 
s'è asserito. (1) 

Resterebbe a vedere se, come vuole l'Avolio, questi fenoiuini 
appartengano al copista del sec, XV-XVI , ovvero siano proprio 
del testo originale. Ma come si fa , Sc mancano tutti gli argo- 
menti ad ammettere un testo più antico"? Più oltre si vedrà che 
anzi vi sono argomenti in contrario. Riguardo, poi, alla stampa 
dell'Evola fu già osservato (2) che non fu felice a colmare le la 



(1) Gfr. anche A. Salinas, Arch. star, sic, a. Vili, 1883 , pag. 234 
sgg.; in cui I' A., in una recensione all' Ueber die Sprachformen der 
àltesten sicilianischen Croniken, Halle, 1883 di E. Pariselle, dice : « L'Au- 
tore [Pariselle] non avrebbe avuto bisogno di combattere con l'autorità 
dello Hartwig e dell'Amari l'opinione del Bibliotecario Evola, il quale 
credette quel codice contemporaneo al Vespro ; sarebbe bastato rimet- 
tersene al fac-simile opportunamente pubblicato dall' Evola stesso per 
convincere chiunque che quella è scrittura del secolo XV; e che la con- 
temporaneità del Vespro è provenuta da un semplice equivoco ». 

(2) AvoLio, app. Amari, Vespro, IX ediz., voi III, p. 516. 



MISCELLANEA 407 



cune fatte dal tempo; scrisse, infatti, a p. 1 r. bficiy quando nel se- 
colo XIV, nel primo periodo cioè a dire dell'a. s., il suono pa- 
latale di e, dinanzi ad una delle vocali dolci (e, t), era rap- 
presentato con eh; a p. 1 r. 9 chi per ki , perchè eh-, come s' è 
detto precedentemente, riflesso di Ar, è forma grafica del secondo 
periodo; a p. ti r, 5 con per cum, perchè con trovò nella pubbli- 
cazione del Di Giovanni, e non si rese conto che quel con , in 
in luogo di eum, cuti e cu del secolo XIV, è dovuto a influsso to- 
scano; a p. 3 r. 11 più per plui, e a p. 18 r. 4 eu sacciu per eu 
sachti. Altri fatti ancora : a p. 19 r. 8 e lu regnn per et hi regtiu 
oppure elu regnu, e a p. 56 r. 16 fu InpuHri loro per fu Inptitiri 
loru. 

* 
« « 

Per la storia della narrazione occorre tener parola di due testi 
continentali, che si contengono, ciascuno in un solo codice. Questi 
sono : uno della Bibl. Vaticana, Cod. lat. 5256, col titolo Liber 
Jani de Procida et Paliologo, pubblicato per la prima volta dal 
Di Giovanni (l), ed un altro, che porta per titolo : Qui comincia 
la leggenda di tnesser Gianni di Procida, pubblicato dal Cappelli 
in Torino, il 1861, e comunemente chiamato Leggenda modene- 
se, perchè trovasi nella Bibl. Estense di Modena (2). Tutt'e due fu- 
rono più tardi ripubblicati dall'Amari, Vespro, IX edizione, voi. III. 

Queste redazioni, meno il titolo, hanno un proemio, che manca 
in tutti i codici in siciliano, cioè : 

Vaticano 5256 LE06Bin)A Modenese 

— Se voleti ascoltare ed inten- Volendo dimostrare apertamente 

dere o eu vo contare e dimonstrare a ciascheduno il j^ran peccato e '1 

apertamente lo gran peccato et uno periglioso fallo che fece e contrasse 

pericoloso fallo che feze et ordino messer Gianni di Procida inverso 

misser Giani de procita de Salerno lo re Carlo, di si grande tradigione 

in centra lo re Karlo di si grande che fece e commise, onde si duole 



(1) Cfr, FU. e lett. nidi. — studi — parte III , Palermo, L. Pedone 
Lauriel. 1879. 

(2) VIII D 39. 



406 MISCELLANEA 



tradixcme che feze contra se. Onde e piange la ecclesia di Roma e la 

si dole e piange la gesa di roma, casa di Francia e loro amici ; e però 

Ella cassa di franza e lor amici. E prego l'altissimo Signore e Magistro 

pero prego lo meo factore magistro fino che mi doni grazia e vertude 

fino che a mi done gracia e virtìl. in mia lingua e in mia mente di ri- 

E dia a la mia lingua bona memo- cordare e descrivere tutto M tenore 

ria de recordarve e descìrivere il te- del fatto , e '1 modo come il detto 

uore del fatto el modo. perfido uomo fece rubellare 1' isola 

El dito perfido homo misser Già- di Cicilia dalla signoria del gran re 

ni feze rebellare lisola de Cicilia da Carlo. Dico a ciò nel mcxjlxxviiu 

la signorìa del grande Re Carlo Re il detto re Carlo 

de Cicilia e de gerusalem e de prò- 

henza conte e dangio che era mcc 

Lxxviiij messer lo Re Carlo 



Grande questione sorse, anni addietro, se questi due testi con- 
tinentali, insieme con quello del cod. Spinelli, dovessero ritenersi 
anteriori o posteriori alla cronaca di Giovanni Villani. Pigliò 
parte alla disputa V. Di Giovanni sostenendo, in favore dell' a- 
nonimo siciliano, che la narrazione, come sta nel cod. Spinelli, 
sia stata compilata nel 1282, che da essa siano derivate, prima 
del 1299 , le redazioni del cod. vaticano e della leggenda mode- 
nese e che questi testi, in fine , diffusi fin dal principio del se- 
colo XIV , siano stati messi a profitto anche dal Villani. Leva- 
rono la voce, dall'altra parte, 0. Hartwig e M. Amari, affermando 
che non sia stato G. Villani a mettere in profitto le narrazioni 
dei nostri anonimi , ma questi quella del Villani , non diretta- 
mente, ma mediante un'altro rifacimento, a noi non pervenuto. 

Molti argomenti s'addussero, dall'una e dall'altra parte, per 
stabilire la priorità della narrazione. La questione parve che 
fosse rimasta indefinita fino al 1904, quando Otto Gartellieri (1), 
ripigliandola, mise in rilievo quanto avevano detto l' Hartwig e 
l'Amari, aggiunse altre prove ed altri fatti, e dimostrò in modo 
sicuro e inconfutabile, che la cronaca di G. Villani è stata la fonte 
delle tre narrazioni e i testi anonimi rifacimenti novellistici del 
racconto della cronaca dello stesso Villani. (2) 



(1) Gfr. op. cit., p. 225 e segg. 

(2) « Die anonymen Texte sind novellistische Bearbeitungen der Er- 



MISCELLANEA. 409 



Il Di Giovanni inoltre, premettendo una lunga prefazione al 
testo, venne in essa alla conclusione che il Vaticano è anteriore 
alla Leggenda e la nari azione in dialetto siciliano suo esemplare. 
Ma l'Amari, confrontando il Liber vaticano e la Leggenda mode- 
nese, rilevò che il Vaticano ha aggiunte e particolari che non si 
trovano nella Leggenda : la lettera di Carlo D' Angiò a Filip- 
po di Francia e la risposta , 1 ' asserzione della presenza di Gio- 
vanni di Procida in Palermo il 31 Marzo l;282, la notizia che i 
Francesi, frugando addosso alla gente, per constatare se portasse 
armi , avrebbero vista una donna nascondere un coltello , onde 
le avrebbero dato di piglio, e che questo sarebbe stato appunto 
ciò che aspettavano i congiurati per sollevare il popolo. Onde 
giustamente conchiude che lo scrittore del Liber ebbe sotto gli oc- 
chi il testo della Leggenda o il prototipo di esso e vi fece delle 
aggiunte. (1) 

L'ultima aggiunta, anzi , fa sospettare che 1' origine del Vati- 
cano sia di data molto posteriore alla Leggenda, perchè riporta 
la sua composizione ai tempo in cui la leggenda del coltello era 
largamente diffusa in terraferma. (2) 

• 
• « 

Più tardi, nel 1899, il Di Giovanni, ritornando sull'argomento, 
in una lettera a Francesco Zambrini, dice : « Il proemio che si 
legge nel testo Vaticano e nella Leggenda Modenese , nel quale 
si maledice al Procida il gran peccato e la grande tradigione che 
fece, ordinando la ribellione di Sicilia contra Re Carlo, è prova 
chiarissima che i due testi vengono dopo il testo siciliano , nel 
quale mancano , né poteva avervi luogo , facendo grande disso- 
nanza col testo : e che esso proemio era scritto da mano guelfa 
antecedentemente al ritiro del Procida in Roma, ove moriva con- 
ciliato colla chiesa tra il 1;298 e il li99 ». (3) 



zàhiung, wie aie Villanis Chronik bietet ; sie mogen fiir die italienische 
Literatur des 14. Jahrhuaderts von interesse sein, tur den Historiker 
sind sie vòllig wertlos * op. cit., p. 235. 

(1) Cfr. La guerra del Vespro siciliano, IX ediz., voi. Ili, p. 416. 

(2) Amari, op. cit., voi. Ili, p. 217. 

(3) Filol. e lett. sicil. -nuovi studi - Palermo, 1889, pp. 187-188. 



41Ò MISCELLANEA 



Or , se veramente la Leggenda e il Valicano venissero dopo 
il lesto siciliano , non dovremmo trovare in essi soppressi certi 
particolari del Rebellamentu; e l'Amari giustamente osserva « che 
gli autori [della Leggenda e del Vaticano] di certo, se non li scris- 
sero, non li conobbero , poiché non avrebbero avuta ragione di 
sopprimerli ». (1) 

Ecco i più salienti particolari che mancano nei testi in vol- 
gare e che si trovano nel Rebellamentu: il titolo di conte dato ad 
Alaimo di Lentini, cap. 14 : « lu conti di lintini zo esti misser 
alaymu... » ; la morte di Giacomo 1 D'Aragona, avvenuta in 
Murellu di Tulusa (Muret presso Toulouse) , cap. 25: « .... 
ancora vidiviria ricordari di vostru avu ki villanamenti lu au- 
chisiru li franchiskj amurellu In Tulusa *; Gorneto e Negroponte, 
l'uno luogo d'imbarco e l'altro di sbarco del Procida, cap. 30: 
« AUura sipartiu misser iohanni di lu papa et andau a connitu 
ed illocu trovau lu lignu di pisanj et muntau di supra quistu 

lignu et per mari muntau di trapani Gum una galia di 

vinicianj et misirulu In terra In rumania ad unu locu lu quali 
a via nomu nigru ponti »; i denari mandati a prendere in Parigi 
da re Filippo, cap. 41 : * In continenti mandau Inparisi undi era 
sou trisoru e fussiru portati quaranta milia libri di turnisi di sua 
parti ahi Re di Aragona » ; la voce che Pietro armasse contro 
l'Egitto, cap. 4:3 : «... . epregatilu da parti nostra chi vi dica 
undi va oy In terra di egiptu oy In barbarla oy puru Ingranata ». 
Incontriamo ancora altre aggiunte : il soggiorno di frati Jacupu 
in Montefìascone, cap. 15 : * Quandu frati Jacupu appi richiputa 
la risposta di lu Re di aragona si partiu achicau amunti faxuni »; 
la notizia che prima del 1282 Ruggiero Loria era stato in Aragona, 
cap. 36 : «... . misser rujeri di Lauria di Galabria lu quali e 
sempri statu in Aragona » ; i 3000 francesi morti in Palermo , 
cap. 47 : « .... si trovaru morti franchiski Inpalermu tri mila »; 
il Procida mandato in Catalogna per offrire il trono a Pietro , 
cap. 58 : «... . andaru per mari perlina in cathalogna Alu Re 
di Aragona chi intuctu vinissi apprindiri la ysula disichilia. . . »; 
la morte dell'arcivescovo di Palermo , cap. 02 : « Archiepiscupu 
di murriali non si vosi trovarj adarilj Coruna chi Inpalermu avia 



(1) Op. cit., voi. Ili, p. 217. 



MISGELLANI^A 



41Ì 



statu mortu »; il prato di Santo Spirito nominato come luogo del- 
l' insurrezione , cap, 47 : « foru di la chitati di palermu In unu 
locu hi quali si chama sanctu spiriiu »; ed infine il timore che 
Carlo d'Angiò piombasse sopra Palermo, cap. 65 : « Quandu lu 
Re di Aragona audiu quisti paroli si appi grandi dubitanza au- 
dendu chi lu Re carlu avia tantu putirj et Incontinenti mandau 
currerj per lisula di sichilia chi Re carlu vinissi inver palermu ». 

Tutti questi particolari uniti ad altri di secondaria importanza, 
che tralascio per brevità, « non si possono supporre », come dice 
r Amari , « mancanti nella Leggenda e nel Vaticano per trascu- 
ranza, sbaglio o capriccio ». 

C'è di più : se mettiamo in confronto il Reb. con i due testi 
continentali {V. e L.) , si riscontreranno molti errori fatti dal 
compilatore del Reb., per non aver compreso bene in certi punti 
il testo che traduceva. A noi basterà darne un saggio , per di- 
mostrare la posteriorità del Reb. ai testi continentali. 

Nel cap. 2 (1) tanto il Vaticano, quanto la Leggenda sono di 
accordo nel dire : che Giovanni di Precida , essendo in Sicilia , 
avesse pensato d'impedire l'andata del re Carlo in oriente, contro 
il PaleoloRO : 



V. L. R. 

penso come elio potes- pensò siccome potesse si pensau in chi modu 

se destruere e menare struggere e menare il polissi sturbar! landa- 

il pasage chavea lo Re detto p a s s a g g i o al ta, ^a qual facta havia 

Carlo ordinato dovera neente. re Carlu contru lu plct- 

ìo palioloco a niente. galogu. 

Il siciliano non comprende che il re Carlo non era ancora an- 
dato contro il Paleologo, e traduce come se l'andata fosse già av- 
venuta. 

Nel cap. 7 troviamo : 

V. L. R. 

Quando fu davante luy Quando fu dananzi da Quandu mìsser iohanni 
fecelli reverencia corno lui, feceli riverenza sic- li fu davanti li fichi 
a .segnare. come a signore. quilla Reverencia che 

si convenia fari ad om^ 
ni Imperaturi. 



(1) Cito, per questi confronti, la dei divisione capitoli, fatta nell'edi- 
zione dell'Amari {Vespro, IX ediz., voi. III). 



412 



BnSOBLLÀNflÀ 



Il Reb. , come si vede , non comprendendo bene « siccome a 
signore », si allontana dal testo. 
Nello stesso capitolo : 



V. 



L. 



R. 



quello lo recevette ale- 
gramente. E fezello so 
magistro generale e 
consilglere. 



que' lo ricevette molto 
allegramente, e fecelo 
suo magistro e consi- 
glere. 



Et lu Imperaduri lu Ri- 
chippi gracìusamenti 
et lìchulu so mastrn 
consigleri generali. 



11 traduttore siciliano anche qui non comprende il vero signi- 
ficato di « magistro generale » : che cioè il Paleologo, dopo aver 
inteso parlare Giovanni da Procida, lo accolse come medico nella 
sua corte e consigliere. 

Nello stesso capitolo s'incontra ancora : 



V. 

E dice chi stando tre 
messe in soa curte e- 
ragli fato multo bono- 
re da tutta gente. Man- 
do a polglesi et a ceci- 
liani quaei lavevano 
fato lor capo. 



L. 



R. 



E dice che stando per Et cussi stecti misser 



due mesi in una corte 
gli era fatto molto gran- 
de onore da tutta gente 
ma da Pugliesi e da Ci- 
ciliani più, i quali n'a- 
vevano fatto loro ca- 
po dì lui. 



iohanni tri misi in la 
curti et Richipia multu 
grandi honuri dali gre- 
chi et latinj. 



Nel cap. 9 il Procida, parlando dell'imperatore, dice : 



V. 



L. 



R. 



Che tri mesi e più so 
stato in tua corte e no 
to odilo ne parlare ne 
pensare del to periculo, 
ni a defensa di quello 
periculo che adosso ve- 
ni. 



Tre mesi e più sono 
stato in tua corte, e non 
t'ho odito parlare del 
tuo pericoloso stato , 
né della morte eh' a 
dosso ti viene , né di 
metterti a difensa di 
quello pericolo. 



Et quistu vi dicu Im- 
peroki illu avi circa tri 
misi chi eu sugnu statu 
a la tua curti et ayu 
audutu parlari di tou 
periculusu stato, zo e 
dìla morti la quali ti 
veni adossu. 



klSOELLANEÀ 



413 



Il Procida, dunque , secondo le lezioni continentali , non a- 
veva mai sentito parlare l'imperatore di pericolo , né di morte, 
né di difendersi. Il siciliano , svisando il significato originale , 
dice , invece , d' aver sentito parlare nella corte di « periculusu 
statu » e di morte. 

Nel cap. 10 la Leggenda porta : « e ciascuno m'ha detto che 
pur delle lettere aveva paura di morte, non che d'imprendere per 
me contro lo re Carlo , tanta é sua possanza ». Il Rebellamentti 
traduce : « Dundi chascunu mi Rispundi di lictri alloru mandati 
et dichinu chi Jasquidunu timi di muriri non tantu di parlari 
considerandu sua grandi pussanza la quali lu Re Carlu avia ». 

Nel cap. 11 la Leggenda dice : « Mess. Pallialoco, metteresti 
tu nente ch'i' ti levassi di dosso questo furore e questa morte ? », 
e il Rebellamentn traduce : « et dissi or cuj ti livassi disupra 
tuctu quistu fururi e quista mortj et affannu miritirissilu tu di 
alcuna cosa? ». 

Nel cap. 13 il siciliano si allontana dai testi continentali : 



V. 



R. 



E darayli tanta briga e daragli tanta briga, 
che di qua may non che mai di qua non 
passera. passa. 



Et darrali tanta briga 
che Jammai luyn sapi- 
ra di ki modu porrà 
spichicari di ipsu. 



Nel cap. 20 



V. 



L. 



R. 



Allora disse m i s s e r 
gualter de calatugirone 
comò pò essere zo che 
vo dite kabiamo Io più 
potente segnore adosso 
che sia infra Christian! 
e du più podere? 



Allora disse mess. 
Gualteri di Catagirona: 
Come potrebbe esser 
ciò che pensate e dite, 
che abbiamo Io più po- 
tente signore adosso, 
che sia tra cristiani e 
a più podere, omle que- 
sto pensiero mi par 
vano? 



Intandu dissi misser 
galteri di calatagirunj 
comu poti cussi essiri 
zoki vuj dichiti , non 
pensati chi nui avimu 
persignuri lu plui po- 
tenti signurj di lu mun- 
du chi ogi sìa. 



Il Vaticano sopprime « pensate » della Leggenda; e il siciliano. 



414 



MlBÒELLAMSÀ 



mutando « et » in « non », rende incomprensibile il passo col con- 
testo della narrazione. 

Anche nel cap. 'M il siciliano non comprende 1' esemplare e 
si allontana dai testi continentali, che vanno d'accordo, come si 
vede dal confronto seguente : 



V. 



L. 



R. 



Quello che no si poti 
scrivere credete alle 
parole di inisser Giani 
nostro secreto. 



quello che non si puote 
scrivere credete alle 
parole di mess. Gianni 
nostro secreto. 



di zochi omnj jornu 
scrivirimu et quandu 
non potissima per vo- 
stri licterj scriviri cri- 
diti misser johanni la 
quali e 8 1 i nostra se- 
creta. 



Nello stesso capitolo il Vaticano e la Leggenda vanno d' ac- 
cordo nel dire : « che noi possiamo tiniri li vostri figliuoli per 
signuri», e il Rebellamentn muta: «chi nuj poczamu tiniri li 
nostri figlioli per signuri». 

Incomprensibile pure rende il cap. 18 , traducendo : « et vo- 
gliati tiniri cridenza quillu ki e ordinatu ». « Ordinatu » da chi? 
Chiaro è invece il significato nella Leggenda, che dice." «e voi 
vogliate far quello ch'i' ho ordinato di fare per li nostri amici». 

Possiamo conchiudere, quindi, con lo stesso Amari, che l'au- 
tore del RebellamenUt abbia compilato, contrariamente a quanto 
dice il Di Giovanni, la sua narrazione a principio del secolo XVI 
sulla Leggenda, che, meglio informato delle cose di Sicilia e di 
Aragona, abbia aggiunti particolari che in quella mancano e, da 
ignorante, non abbia compreso sempre il vero significato di certi 
punti della narrazione che traduceva. 



« « 



11 Di Giovanni vuole ancora che il codice del Carrera appar- 
tenga ad una'stessa famiglia col cod. Spinelli e aggiunge: «Della 
narrazione del Rebellamentu di Sichilia cantra re Garin può dirsi 
avere due lezioni, l'una del testo siciliano del ms. della Biblio- 
teca Comunale di Palermo e del cod. S. Giorgio Spinelli, ora di 



MISCELLANEA 415 



questa Biblioteca Nazionale , l'altra della Leggenda Modenese e 
del cod. Vaticano 5256 ». (1) 

In un paragrafo del testo Spinelli, in cui si descrive la car- 
neficina dei francesi fatta dai palermitani, dopo essersi detta la 
causa per cui questi « in un locu lu quali si chama santu Spi- 
ritu riprisirusi Imbriga » con i francesi, si continua a dire : « ef- 
foru ali armi li franchischi cum li palermitani et li homini ar- 
rimuri dipetri edi armj gridandu moranu li franchischi et Intraru 
intra lacitati cum grandi rimuri et focu perii plazi et quanti fran- 
chiskj truvavanu tucti li auchidianu. Infra quistu rimuri lu ca- 
pitanu chi era tandu. ... », 

Nella copia del Garrera mancano le ultime parole : « et foni 
perii plazi et quanti franchiskj trovavanu tucti li auchidianu. 
Infra quistu rimuri lu capitanu »; e l'Amari, nella prima edizione 
della G-uerra del Vespro (1842), considerò questa aggiunta come 
una variante del cod. Spinelli. Ma già si sarebbe dovuto sospettare 
che piuttosto si tratta di una omissione di chi si trovava a co- 
piare il codice , tratto in errore dalla parola rimuri ripetuta a 
breve distanza. E che di omissione , e importante per la storia 
del testo , si debba parlare , risulta dal confronto con gli altri 
mss. Questa omissione hanno i codd. della Comunale, nei quali 
mancano pure i due brevi capitoli di cronaca , che si trovano 
dopo la chiusa della narrazione del testo Spinelli, del Catanese 
e del Napoletano , e che ho fatto notare più in là , descrivendo 
il cod. della Nazionale. 

L'Avolio ha fatto rilevare (2) che il cod. catanese ha errori ma- 
teriali e di senso, che non s'incontrano nello spinelliano, il quale 
a sua volta ne ha altri, che non si trovano nel catanese. Né si 
può supporre che questi errori siano stati corretti dall' ama- 
nuense catanese , perchè ne fa tanti da non ritenersi capace di 
fare correzioni. 

Altri esempi, poi, in cui gli amanuensi son caduti in errori di- 
versi per non aver saputo leggere in certi luoghi della copia che 
hanno trascritta, ci fanno argomentare che il catanese non abbia 
conosciuto lo spinelliano e che tanto l'uno, quanto l'altro siano 



(1) Cfr. op. cit., parte I, Paler. 1871, p. 58. 

(2) Cfr. Amari, La guerra d. F., S., IX ediz., p. 519 e sgg. 



416 MISOELLANBÀ 



slati copiati da un medesimo esemplare non ancora conosciuto. Il 
cod. napoletano segue in tutto la lezione dello spinelliano, tìnanco 
nella ortografìa. Qual'è la conseguenza f Essa è facile a vedersi : 
questi tre codici , il catanese , il napoletano e lo spinelliano , 
contrariamente a quanto afferma il Di (Hovanni , appartengono 
ad una famiglia , e quelli della Comunale , che molti partico- 
lari hanno in comune, ad un' altra. 

Quindi, riepilogando, si può dire che il Liber Jani de Procida 
e la Leggenda Modenese non derivano dalla lezione in dialetto 
siciliano , che il Rebellamentu del cod. Spinelli non è coevo al 
fatto del Vespro, né copia del secolo XIV, ma una versione del 
principio del secolo XVI della Leggenda , la quale a sua volta 
diede pure origine al Vaticano. E siccome i testi in siciliano della 
Comunale di Palermo contengono fatti speciali, che l'allontanano 
dallo Spinelli, dal Catanese e dal Napoletano, si deve supporre 
che contemporaneamente alla napoletana ed a quella dello Spi- 
nelli sarebbe stata esemplata, pure sull'originale, un'altra copia, 
a noi non pervenuta, in cui l'amanuese avrà fatto omissioni ed 
errori di scrittura, e dalla quale deriverebbero le copie della Co- 
munale. 

Ci risulta, pertanto, che la copia più antica, che si possegga 
del Rebellamentu, è sempre quella del cod. Spinelli ed , accanto 
a questa, quella napoletana ; ma siccome, pur risalendo all' ori- 
ginale, questa non va più in là del secolo XV, le copie in dialetto 
siciliano son tali da potercene solamente servire per lo studio 
di esso nel secolo XV^ in poi. 



Riproduco per maggiore chiarezza, in uno schema, la filiazione 
dei codici esaminati. 



MISCELLANEA 



417 



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Giov. Battista Palma 



LETTERj^ POLITIC;^ DI IV|ARIO REITANI SP^TAFOR;^ 



« Ill.mo ed EcG.mo Sig.re Sig.re P.ne Col.mo. 



Da Oastell'a Mar di Palermo a 19 Marzo 1709. 

La lettera dell'Ecca V.ra in risposta della mia è un'Auten- 
tica d'Innocenza nell'agitation della mia Causa, per cui io stando 
nello atesso tempo Prigioniero in due lochi cioè nel Castelnuovo 
di Napoli, ed in questo Oastell'a Mar di Palermo, là di Guerra, 
qui di Stato, là in parola, qui in persona pretendo in questo Tri- 
bunal dalla Giusti tia due gratie, l'una nell'Assolutione della Colpa 
verso il mio Principe, l'altra nell'adempimento delle promesse 
verso il mio Conquistatore, ambedue necessarie per la mia repu- 
tazione tanto, che sarebbe infruttuosa l'una senza l'altra, stan- 
techè non mi valerebbe la fede verso quello senza la puntualità 
verso questo, né la puntualità verso questo senza la fede verso 
quello. Conoscendo perciò il Sig. Marchese Viceré dall'integrità 
mia verso quello e dal mio giuramento verso questo la necessità di 
questa unione potrebbe consolarmi in concedermele unite nel pas- 
saggio d'una prigionia all'altra, se ben la mia liberatione non sa- 
rebbe altro che un cambiamento di carcere in cui io dovendo es- 
ser prigioniero m'eleggerei più tosto esserlo fra i Nemici, che fra 
i Nostri, in riguardo che bilanciando l'una con l'altra Prigione 
trovo ch'è assai più pesante questa per l'odiosità del Titolo, che 
quella per la gravezza dell'esercitio, mentre in questa soggia- 
cendo alla pena con perdita di fama si patisce per delitto verso 
sé stesso, in quella aspirando al premio con acquisto di lode si 
patisce per feleltà verso il Sovrano, oltre che potendosi in que- 



MISCELLANEA. 419 



sta por forza, in quella per elezione, è sempre minore in qnella 
il patimento, ohe in questa. Su questa pretensione io esamino la 
mia coscienza da quel momento che montai in quella Tartana per 
esser sospinto ad ogni altro lido, che a Corfft, nella cui Isola ab- 
bandonai per mancanza di vitto quel Naviglio, e non trovandone 
altro per ritornare al Paese m'imbarcai sul Battello, col quale 
avendo jìassata la Puglia presi mezzo naufrago per una tempe- 
sta terra in Calabria ove da quelle Genti c^jutro il dritto delle 
Genti non avendo con atto alcun d'ostilità lor dato motivo di 
prendermi fui preso , spogliato e carcerato in Catanzaro , dalla 
qual città dopo tre mesi di custodia , e tre giorni di viaggio a 
piedi senz'aver altro letto che il pavimento , altro vitto che il 
pane, altro abito che uno straccio, altro ricovero che un Crimi- 
nale, fui condotto in Napoli a star co'i condannati sotto la Vicaria 
dormendo giù nella Corsia sul Terreno, e cibandomi ogni 3. o 4. 
giorno per non aver da comprarmi una Pagnotta atteso d'essere 
stato spogliato del tutto nella camera, ed impedito di provve- 
dermi altronde nelle Carceri, nuli:; giovandomi appresso il Conte 
di Daum la Dedica del mio Rogiero al Re de' Romani ove io 
gli presaghi il dominio dell'Oriente, nulla, due Lettere del Re 
de' Romani a uie ove egli mi promette il possesso della sua Gra- 
tia, mediante gli ufiBci del Conte d'Ai , Ambasciador di Spa- 
gna e del Conte di Martinitz Ambasciador dell'Imperio di cui 
l'uno stimolato dai preghi del Principe Piombino, e l'altro mosso 
dall'istanza della Principessa intercessero (vivente Cario 2) am- 
bedue da Roma a favor mio, di modo che in quella infelicità io 
fui stimato da tutti felicissimo augurandomisi da ognuno per lo 
meno la Libertà ; Massime che io non ero un gran Capitano con 
la di cui liberatione l'armi dei Collegati potessero temere di qual- 
che disastro, non un gran Signore con la di cui prigionia il Trionfo 
degli Austriaci potesse acquistar ornamento, non un facultoso col 
di cui riscatto la Camera di Vienna potesse ricever lucro. Ero 
un pover'uomo dalla cui miseria appena si potea i)retendere una 
Cinquantina di Ducati per cauzione, in più ch'io per il Re de* 
Romani ne avea speso 500; quali nella mia ]>overtà valean per 
500 mila, e furono 300 nella stami)a del Poema, e 200 nelle co- 
perte degli esemplari senza molte altre spesotte per molte altre 

commissioni smessemi da i Conti d'Arac, Lam- 

bergh, Rosembergh etc. in Oratori), Cantate, , per cui 



420 MI8CBLLANBA 



mi convenia spendere nelle compositioni della Musica, nella co- 
piatura delle Note, nella legatura dei Libri. Per tutti questi ri- 
spetti io sperava d'esser distinto con qualche blandura fra i miei 
Oomprigionieri, ma tutto al contrario , imperochè dove gli altri 
havean qualche soccorso per vivere, qualche strapunto per dor- 
mire, qualche vettura per viaggiare, a me bisognava viaggiare 
a piedi, dormir sulla terra, viver di stento ; sin che consumato 
dagli strapazzi risolsi ricorrere per mezzo delle Lettere occulta- 
mente ai miei Protettori in Roma^ i quali commosi dai miei ge- 
miti intercessero appo il Cardinal Grimani con taPefficacia, che 
dalle Loro intercessioni ne ottenni per Carcere la Città. Dovea 
esiger la parola il Marescial Tenente General Conte Wirmont 
Governator di quel Castelnuovo Cavalier di prima impressione, 
il quale a suggestione del Mastro d'Atti Huomo di somma igno- 
ranza pretese ricevere il giuramento sotto pena di Ribellione. 
Ricusai io assolutamente giurar con quella condizione intendendo 
non potere esser mai Ribelle d'un Principe, che non è mio, tal- 
mente, che ostinandoci l'un l'altro ritornai tre volte escluso dalle di 
lui stanze al mio Criminale dal quale non sarei mai piti uscito se con- 
vinto dalla mia Perseveranza nell'altercatiou d'un mese il Castel- 
lano non si fosse contentato delle pene stabilite dalle Leggi ai 
Mancatori di parola. Con la Città per carcere (se pur carcere può 
dirsi una Città, ed una Città di Napoli, ch'è quasi un Mondo) havea 
io passati allegramente alcuni giorni godendo in quel genere di pri- 
gionia una specie di Libertà ; quando da queste nostre barche fu 
fatto prigioniero il Barone d' Herms col quale il Cardinale pro- 
pose me per cambiarmi stimando che essendo quegli un acquisto 
de' Ciciliani spettasse il riacquisto d' un d' essi. Me lo negò la 
fortuna per darlo ad un Aragonese di quelli, i quali in Napoli si 
resero nella perdita di quel Regno in tempo che noi in Messina 
ci manteneamo per la conservation di quest'Isola ; onde io ri- 
masoue mortificato per la negativa, restai trafitto per l'offerta 
che mi si fece di Padron Gueriglio considerando che essendo io 
di Nascita Gentil Uomo, ed Ingenuo di Professione non meritassi 
d'essere paragonato con un di professione Corsaro, marinaro di 
nascita, in guisa che me dolsi co'i miei Superiori, i quali pi- 
gliando in mala parte le mie doglianze conchiusero tosto il cam- 
bio con Micichè senza dar a me spatio di penitenza , ancorché 
mi protestassi che mi cambiassero etiamdio con un Porco purché 



MISCELLANEA 4^1 



mi restituissero presto al mio paese ad effetto di servire il Be 
in questi bisogni; quindi scorgendomi abbandonato da tutti in 
quella Cattività presi consiglio di domandar al Cardinale licenza 
per venir qui, il quale, turbatosi alla domanda, mi disse : Voi 
domandate una cosa per cui Noi nelle nostre i?^trHzioni abbiamo 
un articolo di non concederla, che a Personaggi di gran qualità 
per motivo di gran rilievo. Voi andate a conversatione appresso 
tutte queste Dame la sera, state a pranzo con tutti questi Ge- 
nerali il giorno. Sentite quel che si dice, sapete tutto quel che 
si fa con tal pienezza d'informatione che tornando a i Vostri po- 
treste lor riferire ogni minutia , dal cui racconto potrebbe se- 
guir danno al mio Principe, biasimo a me. A questi detti senza 
lasciarlo proseguire innanzi io prontamente soggiunsi : Sig.r Car- 
dinale Vostra Ecc. za o ha da diffidare in tutto di me, o ha da 
confidar in tutto. L'Em.za Vostra non diffida in tutto di me per- 
chè confida in parte dandomi la Città per carcere ove io scri- 
vendo potrei dar notizia d'ogni cosa a' miei Superiori se non 
mi ritenesse la riverenza della promessa, per cui la di Lei Bontà 
si fida. Or quella fidanza che da Lei si ha nella mia dimora qui 
abbiasi nella mia assenza altrove, stante che io mi ci bilanciere 
con tale indifferenza che senza pregiudizio della Lealtà verso il 
mio Principe manterrò la osservanza della convenzion verso il 
suo. Adeguarono queste mie Persuasioni al Cardinale in ... . 
permissione per quattro mesi, mi congedò sulla Pa- 
rola, cioè a dire, sotto la Fede pubblica tanto in riguardo a me 
l>er non aver da commetter cosa contro il mio Possessore, quanto 
in riguardo a miei Superiori per non aver da tentar nulla contro 
di me. Sapea ben'io che con questo carattere mi rendevo im- 
mune ad ogni oltraggio dovendo esser considerato come un A- 
raldo, il qual può esser rifiutato s\ non ritenuto , con tutto ciò 
per assicurarmi d'ogni Calunnia volli passare in Roma appresso 
il Sig.r Duca d'Uzeda Ambasciadore, e primo ministro della Co- 
rona in Italia il quale contentatosi di darmi ogni Licenza si 
compiacque munirmi d'un Passaporto con mille Raccomandationi 
a tutti gli Ufficiali. (Munsi con questa salvaguardia a (luesta Sa- 
nità d'onde per mezzo di quei (Custodi chiesi humilmente la prat- 
tica a questo S.r Marchese Viceré, il qual aderendo all'attesta- 
tioni del S.r Amb.e sud.to in favor mio mi di**<ie accesso da 
per ^ntto; bensì non sì tosto io fui nella Città, che subito per 
Arch. Stor. 8ie. N. S. Anno XXXV. Ì8 



4d2 M180BLLA17£A> 



SUO ordine mi vidi arrestato in questo Castello, senza che per 
1^ brevità ha vessi potato cadere in misfatto alcuno quantunque 
avessi voluto. In tutt'altra forma che questa s'è proceduto per 
il passato da questi Sig.ri verso le persone colpevoli non che so- 
spette. Da Vienna ove avea ordito congiura contro il Re capitò in 

Roma il (1) chiedendo al S. Duca d'Uzeda Passaporto per 

Napoli. Da Napoli ove avea preso jìartito per Cesare capitò nello 
Sciglio D. K. B. chiedendo a (questo S.r Marchese de los Bai- 
bases passaggio i>er Messina. Potean ben l'uno e l'altro di que- 
sti Rappresentanti concedere a questo ed a quello ciò che do- 
mandavano per haver da far passar poscia fra 1' Armi questi 
come desertore , da far decapitar sovra un palco quegli come 
Ribelle. Ad ogni modo per non mancar alla parola stimò meglio 
la lor prudenza salvar (}uei disgraziati col ritinto , che perderli 
col salvo condotto. Io per gratia di Dio non son come costoro 
Ribelle né desertore. Son Mele a Filippo V. in odio del di cui 
nome ho sofferto in una priggionia di quasi un anno infinità di 
disagi, vigilie, digiuni, nudità, ligature, minaccie, ingiurie, vil- 
lanie, ed altri simili, per cui io non so capire qual gravezza di 
sceleragine militi in me c'abbia ad indurre Sig.ri di tjinta mise- 
ricordia a dissimular nell'immunità del mio ministerio il Dritto 
delle Genti. Innocentissimo per mille prove i)artii da cotcsta 
Patria un'anno fa, nel cui spatio io non sono stato in altre parti 
che in Napoli, Roma e Palermo. In Napoli io non ho avuto oc- 
casione di far male, perchè quel Regno era già perduto, in Roma 
io non ho avuto loco perchè quella Corte era già divertita, in Pa- 
lermo io non ho avuto tempo perchè subitamente fui preso; Pur e- 
tiamdio che col temi>o, col loco, e con l'occasione si fosse da me ])0- 
tuto far male, io non l'ho fatto, perchè non ho voluto et etiamdio che 
potendo, e volendo, io l'avessi fatto, non vi è stata per me colpa, 
perchè io non ho avuto libertà. La colpa ha da essere un'atto libero, 
né mai si pecca qual'hor s'opera a forza. Quanti Schiavi in man 
dei lor Tiranni, quanti prigionieri in poter dei lor Nemici remi- 
gando a forza sopra galere, zai)pando sotto mura, lavorando in 



(1) Qui i puntolini, a differenza degli altri messi per suijplire alle pa- 
role mancanti per corrosione della carta, sono stati posti dall'autore per 
pop fare il nome del congiurato. 



MISCELLANEA 423 



arsenali, cavando iti mine operano in danno de i lor Principi, i 
quali ben lontani di castifr<*rli doppo per questo, li riscattano, li cam- 
biano, li ])i-en)iano, li resarciscono. Molti prigionieri furon mandati 
da Pirro a Fabritio per sedurre l'esercito, molti da Annibale a Ro- 
ma per corrompere il Senato, i quali non ebbero da i lor Superiori 
altra punitione al loro attentato che la Ripulsa : Erano liei di 
mal'amministrata guerra Attilio e Postnniio ambidue mandati 
sulla lor parola l'un da i Cartaginesi , l'altro da i Sanniti , al- 
l'hor che da i lor Superiori furon restituiti sani e salvi ai V^in- 
citori loro. Lo stesso è accaduto a' nostri tempi nel Marescial 

di Crèqui, ed in quel di Tallart mandati sulla stessa 

parola, incolpati dell'istesso errore, e restituiti con la stessa pun- 
tualità. Da tutte (jucste Raggioni si deduce che questi Signori 
sono in obligo di concedermi se non 1' assoluzione per ricupe- 
rare la gratia appo il Re almeno la libertà per adempir la pro- 
messa appo il Nemico; i)oichè altrimente parrebbe che non con- 
tenti essi di non osservar meco la lor parola non volessero ne- 
men permettere ch'io osservi la mia con gli altri mentre avendo 
proceduto al mio arresto contro il lor Salvocondotto persistono 
tuttavia nella mia Retentione contro l'altrui Dritto, e benché (se 
non vi fosse il Passaporto loro) si potesse dir contro, che subito 
che i miei Conquistatori cessero per quattro mesi col mio con- 
gedo il lor DoDiinio sul mio corpo, 1 miei Superiori ricuperarono 
per quello spatio con la mia venuta la lor Giuridizione sulla mia 
vita, tal che in quell'intervallo di Libertà giustamente stimarono 
per sospetti di Stato poter senza detrimento della lor fede pro- 
cedere all'esecuzione della mia Cattura, nulladimeno adesso che 
con la spirazion della Licenza rientran quelli nel lor possesso 
80])ra di me, dovrebbero questi con la relassazione della mia per- 
sona restituir me nello Stato di prima. Fo questo motivo non per- 
chè potendo essere assoluto della colpa, voglia esser penlonato 
della pena. Il debito della Convenzione verso gli altri non fa 
lodarmi per 1' anteriorità sua a quel dell' Innocenza verso me 
stesso. Sottoponendomi al giudizio di questi Sig.ri qualvolta in 
virtù del cambio io liberato dalle mani di coloro sarò suo. In- 
tanto lascierò per mio avvocato in questa Causa la Fama , la 
quale in cento lingue saprà esprimere la fedeltà mia per otte- 
nerne a suo tempo in mio favore senza favor la sentenza , gia- 
chè le mie Accuse proce<lendo dal Zelo pili che dal Livore si can- 



424 MiSOELLAJfEA 



geranno in Lodi pi il che in biasmi non si tosto chiariti dalla Ve- 
rità gli Accusatori assolvendo me per Innocente condanneranno 
per falsi i loro dubbi). Si degni Y. E. approvar questa mia de- 
terminazione la qua! dagli stessi nostri Nemici vien sostenuta 
nel fatto del Marchese Lucini. Era il Marchese Lucini nostro 
prigionieio quando dal nostro Generale gli fu permesso andar a 
i suoi per trattare il suo cambio con obligo di tornar fra pochi 
mesi. Uscì egli <;on questa permissione dal nostro Campo, però 
giunto in Barcellona , adducendo pretesti pretese non esser te- 
nuto all'osservazion del Patto. N'ebbe di questa sua pretension 
notitia l'Arciduca e chiamatolo a sé lo fece ritornar dicendoli 
non voler Sudditi che fossero men puntuali verso i Nemici che 
verso lui. Ciò disse l'Arciduca al Lucini, che ricalcitrava. Ciò 
direbbe Filippo V. a me s'io ricalcitrassi. Nel resto io non pre- 
tendo che appo l'altrui Benignità vagliano nelle suppliche i me- 
riti della mia Persona , domando sì , che nella mia Persona si 
considerino i meriti della mia Patria la quale essendosi distinta 
per l'addietro fra tutte le città della Monarchia nella davotione 
verso il Re l'esalta oggi nell'ardenza verso il di lui real servi- 
zio sovra tutte le città del Regno, con di più da riflettere, che 
se per dover io esser qui ben trattato da i Nostri non fosse in 
me altra considerazione che la fidanza del Nemico, dovrebbe ba- 
star questa non sol per non farmi soffrire strapazzo, ma per farmi 
ricever l'onore, maggiormente che nella prigionia di Gu(;rra non 
si punisce delitto , riserbandosi nella liberazione il castigo , di 
che volendomi questi Sig.ri castigare con venia che prima di la- 
sciaroìi venir (jui sulla Fede in poter loro m'avesser liberato col 
cambio dall'altrui Giurisdizione, e con ciò resto. 
Di V. E. 

Dev.mo e ohlig.mo servitore 
Mario Reitani Spatafora». 

Questa interessante lettera del poeta messinese, senza indi- 
rizzo, io ho trovata tra le carte appartenenti a I>. Placido Rufifo 
e Goto, principe della Scaletta e della Floresta. Per essa sap- 
piamo che il suo poema « Rogiero in Sicilia » — stampato in An- 
cona presso Novesi nel 1698 — costò a lui 500 ducati con la de- 
dica all'iniperatore Giuseppe I, che era in quel tempo solamente 
re dei Romani, il quale lo pagò con due lettere di promesse, che 
non gli giovarono ad alcuna cosa. 



MISCELLANEA 425 



La famiglia Keitano era tra le case nobili di Messina, che ave- 
vano preso parte contro la Spagna. E don Mario Reitano e Spata- 
fora era figlio di don Antonino Reitano e Furnari, il quale era 
senatore nobile in Messina, quando il maresciallo de la Feuillade, 
il 14 Marzo 1678, chiamò il Senato a bordo della galera capita- 
na francese per esporgli di avere avuto ordine dal re Luigi XIV 
di abbandonare Messina. E, il 16 , padre e figlio partirono con 
la flotta francese per la Francia, ove il senatore Antonino Rei- 
tano sbarcato, per incarico degli esuli messinesi, si recò a 30 A- 
prile presso la corte in S. Germano, insieme al senatore popo- 
lare Geronimo Zuccarato, per rappresentare innanzi a Luigi XIV 
gl'interessi di Messina, da cui si ebbero grandi promesse e spe- 
ranze. Il Reitano quindi tornò in Marsiglia a rassicurare i suoi 
compatriotti , che non passò molto (Ott.-Nov. 1678) furono cac- 
ciati dalla Francia (1). La maggior parte degli esuli messinesi 
allora si rifugiò in Italia, e specialmente a Firenze , Livorno e 
Roma. Non so precisamente ove si stabilisse D. Antonino Rei- 
tano col figlio Mario: ma quest'ultimo dovette dimorare abbastanza 
a Roma, ove aveva la protezione del principe e della principessa di 
Piombino. Questa protezione si spiega facilmente, sapendo che 
la poetessa messinese Anna Maria Ardoino e Furnari, sposata a 
Giambattista Ludovisi, principe di Piombino , era nipote di D. 
Antonino Reitano e Furnari padre del poeta Mario. Costei restò 
vedova con un figlio, che morì poco dopo del padre, e si ritirò 
quindi in Xapoli presso la zia Maria Reitano e Furnari , ove 
morì sul finire del 700 (2). Come si vede dalla lettera del Rei- 
tiino , le sue buone relazioni continuarono coi nuovi principi di 
Piombino. Potrei aggiungere che Maria Ruffo, figlia di don France- 
sco Ruffo e Spatafora, duca di Bagnara aveva sposato Ugo Boncom- 
pagni, duca di Sora, i cui discendenti successero ai Ludovisi nel 
principato di Piombino. E questa duchessa di Sora era cugina 



(1) 6. Akenaprimo di Montkchiaro, Gli esuli messinesi del 1678-79. 
Notizie e documenti. Farle prima, Messina, 'Vip. D'Amico, 1905 (estratto 
daW Archivio Storico Messinese, Anno V, fase. 3-4), pag. 8 e seguenti. Al 
documento XIV tm coloro che partirono coi Francesi si trova : D. An- 
tonino Reitano e Furnari, 1). Mario Reitano e Spatafora di V. Antonino. 

(2) Giovanna Peruoni-Mabcianti, Amui Maria Ardoino letterata mes- 
iiMse del sec. X VI, Palermo, Stab. tip. Corselli, 1910, pp. 27-9. 



426 MISCELLANEA 



carnale di D. Placido Bu£fo e Goto, principe della Scaletta e 
della Floresta. Così si spiegherebbe come la lettera del Reitano 
si sia trovata tra le carte del principe D. Placido. Del resto , 
Mario Reitano per la madre Spatafora era parerne anche dei 
Ruffo. 

11 nostro i)oeta non poteva essere tornato in Messina nel Marzo 
1701, quando si fecero le feste per celebrare l'assunzione al trono 
di Spagna di Filippo V, duca di Angiò, con la consegna dello 
stendardo regio a D. Placido RuflEb come primo titolo in Mes- 
sina (1). E ciò perchè il re Filippo V concesse l'indulto gene- 
rale a tutti i Messinesi in Napoli a 13 Maggio 1702, confermato 
in Milano a 30 Giugno ed esecutoriato poco dopo nel regno di Si- 
cilia con restituzione di tutti i beni, rendite, oJBfici, dignità , e- 
minenze ed altro che godevano prima della ribellione (2). 

Sicché si può ritenere che Mario Reitani sia tornato in Mes- 
sina nel 1702, quando tornarono molte altre famiglie degli esuli 
del 1678. Egli ne ripartì nel 1708 , subendo le varie peripezie di 
cui parla nella sua lettera. A. lui non giovò molto l'esser passato 
il regno di Sicilia dalla casa d' Austria alla casa dei Borboni , 
poiché si deterge dalla sua lettera che egli non sia stato trattato 
meglio dall'una che dall'altra dinastia. In ogni modo, è certo che 
il poeta messinese visse ben poco in Messina, e la sua cultura 
letteraria dovette perfezionarsi nella media Italia. Nondimeno 
l'anima sua restò sempre messinese, come si rivela nella chiusa 
della sua lettera, che a me pare sotto tutti gli aspetti abbastanza 
interessante pei cultori di storia e letteratura della nostra Sicilia. 

Vincenzo Ruffo. 



(1) Gallo, Annali della città di Messina, ove si trova deacritt ala 
cavalcata che si fece in quella circostanza. 

(2) Passarono però molti anni prima clie gli esuli messinesi potessero 
ricuperare i loro beni e specialmente 1 loro uffici. Dagl'incartamenti ri- 
guardanti la regia zecca di Messina , che si conservano nel!' archìvio di 
casa Ruffo, risulta che don Decio Cirino, cui era stato confiscato l'ufficio 
di maestro di prova della regia zecca di Messina, incorporato dalla Re- 
gia Corte a 13 Settembre 1678, perchè dichiarato ribelle , non lo potè 
riavere se non doi») molte pratiche per lettere osservatoriali del 14 Marzo 
1713, come meglio dirò parlando di quello ufficio in un prossimo studio 
intolato : < La Regia Zecca di Messina ». 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Centenario della nascita di Michele Amapi. Scritti di filolo- 
gia e storia araba ; di geografia^ storia, diritto della Sici- 
lia medievale; — Studi bizantini e giudaici relativi al- 
l'Italia meridionale nel Medio Evo; — Documenti sulle re- 
lazioni fra gli Stati italiani ed il Levante (1). 



In una bella giornata di ottobre del 1905 eravamo in parecchi riu- 
niti a banchetto in Monreale attorno ad Alessandro D'Ancona, che 
era venuto a Palermo in occasione del Congresso della Dante Ali- 
ghieri. Ivi si parlò della ricorrenza centenaria della nascita di 
Michele Amari e dell'opportunità di preparargli degne onoranze : 
si formò così un comitato con la presidenza onoraria del Sena- 
tore G. Tasca Lanza , Sindaco di Palermo , e con la presidenza 
effettiva del prof. G. Pitrè , entrambi intervenuti alla festa del 
Maestro, che con tanto amore aveva raccolto e pubblicato il Car- 
teggio del grande Siciliano. 

Dopo varie riunioni il comitato « deliberò la pubblicazione di 
un'opera che raccogliesse scritti originali di dotti italiani e stra- 
nieri e testi inediti, relativi alle discipline coltivate dall'Amari ». 
Ai professori Besta, Golumba, Nallino, Salinas, Siragusa e Zuretti 
della nostra Università fu dato l'incarico di raccogliere e pubbli- 



ci) Palermo, Stabilimento tip. Virzì, 1910. Voli, 2. Voi. 1 : pp. GVIII- 
448. Voi. II : pp. (>43. 



RASSEGNA BIBLIOGBAFTOA 



care tali scritti. Alla stampa della materia raccolta ed ordinata 
attesero per delegazione dei colleghi il Siragusa ed il Nallino. 

In una pubblicazione siffatta non poteva mancare una biografia 
di M. Amari, La scrisse il prof. G. B. Siragusa, il quale avverte 
che egli volle riassumere più che narrare distesamente le vicende 
della vita e delle opere dello storico insigne, le quali furo- 
no esposte in varie occasioni da A. D'Ancona, da 0. Tommasini e 
da H. Derenbourg. Ma nella sua limpida narrazione il Siragusa 
al pregio della brevità unisce quello della conoscenza di ciò che 
si suol dire « l'ambiente » nel quale 1' Amari crebbe e visse gli 
anni della sua giovinezza. Ond'egli non si restringe a dare intera 
la figura dell' uomo e del « cittadino altamente benemerito del 
risorgimento nazionale » ; ma , conoscitore delle opere di Lui , 
offre allo studioso notizie che egli a fatica potrebbe trovare al- 
trove, e, quando occorre, chiarisce o rettifica opinioni errate che 
tuttavia corrono per le bocche e negli scritti di alcuni, i quali, 
essendo nati e vissuti fuori dell'isola, non hanno dato il giusto 
valore agli avvenimenti che vi si svolsero, durante il periodo del 
risorgimento, in cui l'Amari ebbe non piccola parte. 

Alla fine del suo lavoro il prof. Siragusa così ne tratteggia il 
carattere : « Il cittadino, il patriotta, il cospiratore, lo storico, il 
critico, l'orientalista fu sopratutto un carattere retto, rigidamente 
onesto. Fu con tutti, con la famiglia, coi colleghi, con gli amici, 
coi discepoli affettuoso, cortese, sinceramente cordiale. Fu grande, 
ma senza superbia; pietoso, ma senza iattanza; modesto, ma senza 
ipocrisia , ed è assai difficile che tanti e cosi varj pregi si tro- 
vino congiunti in una sola persona; è assai difficile che un in- 
sieme di tante virtù così grande e così puro sia da altri, nonché 
vinto, almeno eguagliato». 

Segue un articolo di G. Salvo Cozzo su Le opere a stampa 
di M. Amari. È la bibliografia completa , compilata dal Salvo 
coir aiuto della signorina Francesca Amari. Il primo , con uno 
spoglio accurato degli Atti parlamentari , potè anche dare 1' e- 
lenco dei discorsi e delle relazioni fatte nel Senato. L' ordine è 
quello cronologico; e da una traduzione in versi italiani di una 
novella di W. Scott, Marmion (1832, 2 vv.) , si arriva alle dieci 
lettere ad A. Depretis e ad A. Guglielmotti, edite dalla Rivista di 
Roma nel 1908. In tutto 302 pubblicazioni. 

La serie degli scritti comincia con una Bihliographie primi- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 4^ 



Uve du Coran par Michele Amari — Extrait tire de son métnoire 
inédit sur la Chronologie et Vancienne hihligraphie da Coran — 
pubblicata ed annotata da H. Derenbourg. Il 7 agosto 1857 l'Acca- 
demia delle iscrizioni e belle lettere, a proposta di T. Reinaud, 
professore di M. Amari, stabiliva un premio di 2000 lire per una 
storia del Corano. Il premio fu aggiudicato all'unico concorrente, 
l'Amari, che, da vari anni esule politico a Parigi, aveva stu- 
diati, raggruppati e datati gli antichi frammenti del Corano del 
fondo arabo della Biblioteca Nazionale, formandone 60 volumi. 
Nel 1859 quel premio, portato a L. 3000, veniva diviso tra l'A- 
mari e due altri studiosi di cose arabe. 

Del manoscritto presentato allora dall'Amari (in questo volume 
è dato il facsimile della 1» pagina) il Derenbourg pubblica ora la 
seconda parte, cioè quella che contiene la bibliografia primitiva 
del Corano, annotandola e correggendola opportunamente, dove 
gli è sembrato di scorgere qualche errore evidente, e sostituendo 
nelle citazioni di opere alle antiche le edizioni più recenti. 

0. ToMM ASINI pubblica un articolo Per la seconda edizione della 
Storia dei Musulmani di Sicilia. Dell'importanza del capolavoro 
dell'Amari hanno scritto e parlato parecchi, ed era noto il lungo 
studio e il grande amore posti dall'autore attorno all'opera sui 
Musulmani di Sicilia, principalmente per via del Carteggio, edito 
dal D'Ancona. Su questo argomento s'intrattiene appunto il Tom- 
masini , che in fine del suo scritto discorre della necessità di 
una seconda edizione dell' opera famosa , necessità riconosciuta 
dallo stesso Amari, che aveva già nel 1877 riempito di postille, 
aggiunte e correzioni i tre volumi della storia. Sentendosi già 
invecchiato e pieno di acciacchi, fu assalito quasi dalla febbre di 
terminarla, « .... sforzandomi — scriveva all'amico Hartwig — a 
gareggiare con la morte a chi arriverà il primo , se io a finir 
la edizione o ella a troncarmi il filo». La vittoria purtroppo fu 
della morte. Onde il Tommasini , dopo aver detto che le « va- 
rianti, tesoreggiate dalla famiglia di lui, furon già in gran parte 
trascritte accuratamente a margine dei fogli della prima edizione; 
si che r intraprendere la seconda edizione sarà cosa tanto più 
agevole, quanto più desiderata», così conchiude: «Se la prima edi- 
zione sorse per generosità e fede di presaghi amici, quando an- 
(M)ra l'Italia non era risorta a nazione libera ; 1' edizione nuova 
della Storia dei Mìisulmani di Sicilia è debito, è intrapresa pvo- 



430 RASSEGNA BIBLIUGBAFIOA 

mellonte e sarà indizio che la libertà del pensiero civile ha gua- 
dagnato e ingentilito il bel paese ricostituito a nazione». 

F. Brandileoxe si occupa del Diritto di prelazione nei docu- 
menti bizantini dell Italia meridionale. L'imperatore d'Oriente 
nomano Lacapeno prescriveva, colla legge del 922, ciie chiunque 
volesse alienare un immobile aveva l'obbligo di avvertirne pub- 
blicamente coloro che avevano diritto alla prelazione, tra i quali 
erano principalmente i vicini ed i parenti. Il Brandileone dimo- 
stra con molti esempi tratti da documenti bizantini, pubblicati 
nelle raccolte del Cusa e del Trincherà, che tale diritto veniva 
esercitato anche nell'Italia meridionale e nella Sicilia. 

De Gli Aleratnici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie di- 
scorre il prof. C. A. Garupi. Quando il Gran Conte Ruggero sposò 
Adelaide, nipote di Bonifazio del Vasto, vennero a stabilirsi in 
Sicilia — come scrisse l' Amari — « molti suoi partigiani ». Due 
rami della casa aleramica si trovavano in quel tempo nel Mez- 
zogiorno d'Italia: l'uno in Puglia e l'altro in Sicilia. Di questo 
si occupa il Garufi e principalmente del suo capostipite, il conte 
Enrico , fratello di Adelaide e sposo di Flandina , figliuola del 
Gran Conte Ruggero, e non trascura di ricercarne i rapporti col- 
r altro ramo , sebbene ne abbia fatto oggetto di studio E. Ro- 
gadeo. 

L'esame accurato dei documenti , che si riferiscono al conte 
Enrico e ai suoi successori, trovati dall'autore negli Archivi di 
Sicilia — ed ora pubblicati per la prima volta — e di quelli già 
editi dallo stesso Rogadeo, gli permette di stabilire la genealogia 
delle due famiglie, delle quali solo quella di Sicilia era legati in 
parentela colla casa normanna. 

Importanti le osservazioni sul significato che ebbe la parola 
Lombardia nel secolo XII, fatte in base a documenti siciliani del 
tempo ed a proposito dell'appellativo Lombardus, dato al conte 
Enrico in un diploma di Guglielmo li del maggio 1186. L'ar- 
ticolo è accompagnato da una tavola , che riproduce la firma 
autografa ed il suggello del conte Enrico di Paterno. 

K. VoLLERS pubblica uno studio Ueber Rassenfarben in der 
arabischen Literatur. Tratta delle popolazioni della penisola ara- 
bica e delle differenze tra queste e i popoli vicini, rilevando l'in- 
fluenza che esse ebbero nella letteratura arabica. Nel discorrere 
di tali differenze l'autore si avvale del progresso fatto in questi 
ultimi tempi dalla scienza etnologica. 



RASSEaNA BIBLIOOEAFIOA 431 

E. Besta si occupa Della fede storica che merita la « Chronica 
Trium Tabernarum» ». Essa fu ritenuta falsa e suppositizia dall'U- 
ghelli, che la pubblicò neìVIt. Sacra, IX, dal Batiffol, che l'attri- 
buì al sec. XIV o XV, e da altri; difese parziali ne fecero il Fabre, 
lo Chalandon ed il Caspar , l'ultimo dei quali la ritenne vera- 
mente del sec. XII. La Cronaca ha l'aspetto di una memoria de- 
fensionale a favore della sede arcivescovile di Catanzaro, della 
quale città spiega l'origine e il modo come ebbe il vescovato, che 
prima era a Tre Taverne. 

Il Besta si propone di dimostrare che mancava in chi la scrisse 
Vanimus illudendi. Gli errori si spiegano con la poca familiarità 
dell' autore col greco , lingua della fonte a cui attingeva: qual- 
che anacronismo non si può imputare a lui. Il racconto relativo 
all'epoca normanna è per altro piano, ordinato e cronologicamente 
esatto. Certi particolari, messi in luce dalla critica moderna, non 
potevano esser noti a falsari del sec. XIV o XV. Il Besta la ri- 
tiene composta tra il 1130 e il 1137 ; ed è d'accordo col Caspar 
neir attribuì ria ad un canonico Rogerio, contemporaneo di Gof- 
fredo di Loritello. 

Del biondo re che succedette in Sicilia a Federico II tratta in 
un suo articolo 0. Cartellieri : Koenig Manfred. Di nuovo non 
aggiunge molto a quello che si conosceva dagli scritti anteriori. 
A parte i lavori nei quali son trattati argomenti speciali, come 
quello del Hampe, l'ultima pubblicazione concernente una buona 
parte della vita di Manfredi era quella del Karst; ma questi condiis 
se la sua narrazione fino all'anno in cui Manfredi prese la corona dì 
Sicilia. Ora il Cartellieri, avvalendosi di nuovi documenti, già pub 
blicati, e sottoponendo a buona critica ciò che gli altri scrissero, 
arriva sino alla battaglia di Benevento ed alla morte dell'ultimo 
re di casa sveva. 

N. JoRGA dà dei Cenni sulle relazioni tra VAhissinia e l'Europa 
cattolica nei secoli XIV -XV. Con un itinerario inedito del secolo 
XV. Dalla fine del secolo V, nel quale gli scrittori di Costantino- 
poli avevan dato notizie sicure suU'Abissinia e sul re cristiano 
che risedeva ad Axum, fino al principio del secolo XV nell'Eu- 
ropa cristiana corsero su quel paese e sui suoi abitanti le notizie 
più strane. 

Ma nel 14()2 si videro a Venezia gli ambasciatori di quel re, 
il famoso Prete Janni, altri arrivarono a Bologna (1407), altri a 



432 BASSEaNA BlBLIOaBAFIOA 

Roma (1441) ed altri a Napoli nel 1450. Anche un' ambasciala 
europea andò in Abissinia nel 1430. È appunto di <juel secolo 
un breve sunto del viaggio fino all'Abissinia, scritto da un ano- 
nimo, forse veneziano, e intitolato « Iter de Venetiis ad Indiani». 

È in latino e si conserva in un codice miscellaneo della Bi- 
blioteca Naz. di Firenze. Contiene non solo le distanze da luogo 
a luogo, ma le voci abissine ed arabe che potevano tornare utili 
ai viaggiatori. La copia fattane dal prof. Jorga fu riveduta nel- 
l'originale dal prof. G. B. Siragusa, che vi aggiunse alcune note 
di carattere paleografico. Sono del prof. Nallino le note che ri- 
guardano i nomi propri di persone e di luoghi e le parole ara- 
biche ed amariche. «Le poche parole e frasi ama riche dell'itine- 
rario — scrisse il prof. Guidi — hanno valore, essendo forse gli 
esempi più antichi, per quanto piccoli, di questa lingua». 

La filiation de Mohammed è il titolo di un articolo di M. J. 
De Goie. Discute alcune questioni, trattate da Leone Caetani nella 
grande opera Annali dell'Islam , relative alla famiglia del pro- 
feta. Parlando poi di questo si mostra convinto per varie ra- 
gioni che Mu^iammad (Maometto) ne fosse il nome proprio e non 
già un epiteto adottato dal profeta medesimo , come ritiene il 
Caetani. 

L. Genuardi scrisse su I def etari normanni. I quaterni o qua- 
terniones o quinterniones ricordati nelle carte normanne e sve- 
ve — detti anche defetari o deptari — si conservavano negli uffici 
della duana de secretis e della duana baronum. Contenevano la 
descrizione dei confini delle terre, con cenni sulla loro qualità 
e coi nomi dei villani che vi lavoravano. Fino al tempo di Gu- 
glielmo 11 erano scritti in arabo ; e pare che fossero quegli stessi 
registri compilati durante la dominazione musulmana , i quali 
assai probabilmente furono desunti da altri defetari che dovevano 
risalire al periodo bizantino. Ben s'intende che in quelli normanni 
furono apportati tutte le modificazioni richieste dal mutamento 
della proprietà. Da quanto vien dicendo l'autore risulta chiaro 
che i defetari non erano — come han creduto parecchi e recen- 
temente lo stesso Schupfer — libri che contenevano norme obbiet- 
tive di diritto feudale. 

ITAAOEAAHNIKA intitola il prof. C. O. Zuretti il suo 
scritto, che comprende tre argomenti diversi : 1. La espugnazione 
di Siracusa nell'880; 2. Contrasto fra Taranto e Otranto; 3. Un'i' 
scrizione greca di Bronte. 



BASSEGNA BIBLIOaBAFIOA 433 

Della lettera che va sotto il nome di Teodosio, un monaco di Si- 
racusa, che, condotto prigioniero a Palermo, avrebbe narrato i par- 
ticolari dell'espugnazione della sua città , fatta dai Musulmani, 
era nota per intero la traduzione del Caetani , Vitae Sanct. 
S»c., e il testo greco— per la parte che ci rimane — nell'edizione 
del Hase (1819), divenuta rarissima. Ha fatto bene quindi il prof. 
Zuretti a ripubblicare la parte greca, corredandola di una tradu- 
zione latina fedelissima e d'importanti osservazioni critiche. 

Stando al contenuto, l'epistola sarebbe stata scritta in carcere 
a Palermo; e questo ripete il Caetani, mentre il nuovo editore trova 
parecchi dati per dubitarne, e in ciò consente anche il prof. Co- 
lumba, che, parlando di questa lettera nello studio sulla Topo- 
grafia antica di Palermo, pubblicato in questa medesima miscel- 
lanea, ha ragione di affermare che essa fu scritta molti anni dopo 
l'avvenimento che vi si narra. 

11 Contrasto è in greco (46 versi) e si legge nell'Ambrosiano 
E, -^ sup. Il prof. Zuretti lo pubblica insieme con molte note cri- 
tiche e con una traduzione letterale in latino. Nel codice anzi- 
detto è attribuito ad un Roberto, regio notaio di Otranto. Quanto 
all'identificazione di questo notaio, del quale non si hanno no- 
tizie, con il noto verseggiatore Ruggero d'Otranto , il prof. Zu- 
retti dimostra che conviene essere prudenti, e circa all'età crede 
che si possa collocarlo in tempo di discordie fra le due città o 
almeno connetterlo agli antagonismi tra il clero greco di Otranto 
e il latino di Taranto. 

11 prof. S. Panareo, che fornì il facsimile all'editore, senza 
escludere questa ipotesi, ne fa un'altra ed accenna alla perduta 
importanza di Otranto colla fine del dominio bizantino e alla fon- 
dazione del principato di Taranto per opera di Roberto Guiscar- 
do , che r assegnò al figlio Boemondo. Le cure spese allora dai 
Normanni intorno a Taranto poterono provocare la gelosia della 
vicina città, fiorente sotto i Bizantini. 

L'iscrizione di Bronte era murata sopra un'ala del ponte (della 
Cantara) , che è a circa cinque chilometri da quella città , e fu 
portata , per cura del prof. B. Radice , nel Collegio Capizzi di 
Bronte. Ricorda che il ponte anzidetto fu costruito dal conte Rug- 
gero nel 1121. 

Il prof. G. Cosentino tratta de La zecca di Palermo nel sec. XV 
e la monetazione dei * denarii partmli » «^*c/»m?ì ». L'articolo 



434 RASSEGNA BlBLIOOBAPICA 

si può dividere in due parti : una è la storia del denaro, moneta 
che ebbe tanta parte nelle vicende economiche dell'isola ; l'altra 
è una raccolta di notizie sulle zecche del Regno e in particolare 
su quella di Palermo del sec. XV. 

Il denaro si trova in Sicilia fin dui tempi dell'imperatore Fe- 
derico n, ma sotto Federico II l'aragonese lo vediamo diminuito 
(Iella inefù del pes(> originario, sicché prende il nome di denario 
pichulo o semplicemente piccolo. La differenza — che divenne 
sempre più notevole — tra il valore intrinseco di quella moneta 
ed il valore legale apportò conseguenze disastrose al commercio 
ed al mercato monetario della Sicilia. Ussa intatti, per inelutta- 
bile legge economica, scacciò dall'isola i pierreali argentei, i ca- 
roleni , i ducati veneti e tutte le altre monete di buona lega e 
di giusto peso. Il danno fu reso più sensibile dalla falsificazione 
— incoraggiata dal grande lucro che se ne traeva — , la quale ai 
tempi del Maurolico (lo dice egli stesso) era giunta a tale che fra 
dieci monete appena una era buona. 

Le monete del regno di Sicilia — come è noto — furono la più 
parte coniate a Messina, dove si era trasportata la zecca che era 
stata mantenuta a Palermo nel periodo arabo - normanno. Ma nel 
1452 per la grande scarsezza di denaro il Parlamento siciliano ot- 
tenne dai re Alfonso che si riaprisse in Palermo la zecca, la quale 
ebbe sede prima nel palazzo Omodei, oggi Partanna, e poi nel 
palazzo di via Alloro che ora appartiene ai Pilo di Capaci. Ri- 
mase aperta pochi anni, coniando in media 17 migliaia di libre 
di piccoli all'anno, mentre la media delle monete coniate a Mes- 
sina era stata negli anni precedenti di poco più che 23(M) libre. 
Ma persistette anche nei piccoli coniati a Palermo la straordi- 
naria differenza tra il valore intrinseco e quello legale, E quan- 
do ai tempi di Carlo V si cercò di porre un rimedio a questo 
stato di cose il danno era irreparabile ed i banchieri privati erano 
in gran parte falliti. 

Il prof. Cosentino ci dà anche molti e preziosi particolari sulla 
tecnica della coniazione, sul peso e sul valore delle monete sici- 
liane in rapporto al piccolo, nelle varie epoche, e pubblica una 
parte di un conto di Luca di Cristoforo, senese, gabelloto della 
zecca di Palermo, il quale durante la sua gestione frodò il pub- 
blico , mettendo nella lega una quantità di argento inferiore a 
quella prescritta, per sé stessa sparuta. V^ediamo in fine la ri- 
produzione di due denarii parvuli coniati nella zecca di Pa- 
lermo. 



RASSEGNA BIBLlOGBAFrCA 435 

Un Index lihrornm Abul-'^Alae Ma^arrcnsis pubblica 1). S, 
Marholiouth. Premette che gli elenchi dei libri scritti da Abù '1- 
'Alà' ai-Ma' arri , filologo , poeta e predicatore, si trovano in tre 
codici, dei quali egli s'intrattiene: fa quindi la descrizione delle 
opere medesime, che sono 73. 

Appunti snlìe iscrizioni giudaiche nel Napoletano pubblicale 
dall' Ascoli è il titolo dello scritto di H. P. Ghajes. La memoria 
delPAscoli sulle « Iscrizioni inedite o mal note , greche , latine, 
ebraiche di antichi sepolcri giudaici nel Na[K)litano » fu presen- 
tata al IV Congresso degli Orientalisti (Firenze, 1878), e sin d'al- 
lora r illustre scienziato faceva voti al governo che « per nuovi 
sc^vi e nuove diligenze s' attendesse a accrescere , a ordinare e 
illustrare questcì preziosa suppellettile, troppo a lungo tiascurata 
ed anche manumessa ». Ma da allora nulla ha fatto il governo 
d'Italia per questi studi, i cui progressi si debbono unicamente 
iul uno scienziato tedesco, Nicolaus Miiller, le ricerche del quale 
saranno messe in luce da una società tedesca. 

I risultati degli studi fatti dall'Ascoli diedero luogo ad altri 
scritti importanti. Se ne occuparono F. Graetz , E. Schiirer , il 
Kaufmann, il Darmsteter, il Derenbourg, il Lenormant, lo Chwol- 
son. A tutti questi lavori ora il Ghajes aggiunge un contributo 
di osservazioni di carattere archelogico e critico per quei passi 
dell'opuscolo ascoliano che hanno ancora bisogno di qualche 
chiarimento. 

MoHAMMED BEN Gheneb pubblica Additions à la « Biblioteca A- 
raòo - Sicula » . Tireés des recueils biogt'aphiques d' Abou V Arab 
et d'el Khochani) ; suivies d'une notice sur un nianuscrit des « Ma- 
dàrik» du Qddi 'Jijàd. Il lavoro consta di due parti: nella prima 
si riportano alcuni estratti di due opere arabe d'Abii 'l-'Arab (di 
cui si occupò anche l'Amari) e di al - Husanì. Essi contengono 
le biografie di parecchi personaggi che ebbero rapporti con la Si- 
cilia, tra i quali ricordiamo quell'Asad ibn al-Furàt, condottiero 
del primo esercito musulmano che sbarcò in Sicilia (827) e as- 
sediò Siracusa. Nella seconda parte V autore descrive un codi- 
ce del sec. XVII , che contiene un' opera del qà<U Myàd, della 
quale riporta la prefazione e l'indice. 

Notice sur un ritttel musulman en langue espagnole, en carac- 
tères arabes et latins dà K. V. Zetterstéex. Nella collezione di 
manoscritti e di stampe donate nel 1705 alla biblioteca dell'Uni- 



436 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

versila di Upsala da J. G. Sparwenfeldl trovansi tre manoscritti 
in aljamìa, la lingua spagnuola parlata dai Mori e scritta gene- 
ralmente in caratteri arabi. L' autore mostra che sono tre copie 
di una medesima opera, una in bei caratteri latini e le altre due 
in scrittura magrebina, anch'essa molto chiara. Le tre copie, più 
o meno complete, contengono una raccolta di riti che si debbono 
osservare per la purificazione, la preghiera, il digiuno ecc. Sono 
anonime e probabilmente della fine del sec. XV. Lo stile è un pò 
gonfio, come è dimostrato anche dai due lunghi brani, in carat- 
teri latini ed arabi, riportati dall'autore. 

Un breve articolo di B. Moritz è intitolato Ibn SaHd's Be- 
schreibung von Sicilien. Una piccola parte dell'opera di Ibn Sa'ìd, 
al-mufirih fi Ipnlà al-Mó^rih, riguarda la Sicilia. È una descrizio- 
ne geografica, e molte di quelle notizie sono tolte dalle opere di al- 
Idrtsì e dì Ibn 5auwqal. Viene ora pubblicata insieme con raffron- 
ti, osservazioni e note, che chiariscono il testo arabo e con una 
tavola che contiene due facsiraili del manoscritto. 

Uno studio sulle relazioni tra Venezia e Sfax nel secolo XVII I 
secondo il cronista arabo Maqdìsh ci dà il prof. C. A. Nallino. 
Dopo aver brevemente accennato alle cause che determinarono 
le ostilità tra la Repubblica veneta e la Tunisia sulla fine del 
secolo XVIII (1783 - 1792) , secondo i documenti veneziani , dei 
quali si servì il prof. V. Marchesi per la sua narrazione— che in 
parte rettifica quella fatta da A. Rousseau in base a documenti 
dell'Archivio consolare d'Olanda a Tunisi — , il Nallino ci mostra 
come fu visto e narrato il fatto dalla parte contraria. Riporta 
per tanto un brano di un moderno compendio di storia tunisina 
di Mutammad al-Bàéì al-Mas'ùdì, al quale contrappone una nar- 
razione molto più estesa di un arabo che fu testimonio oculare 
dell'ultima fase della guerra e che è rimasto ignoto del tutto a- 
gli studiosi europei, cioè MaqdiS , •« Sfaxiota d'origine, di na- 
scita e di sepoltura». 

« La narrazione sua — dice il Nallino — merita d' esser fatta 
conoscere tra noi , poich' essa dipinge al vivo lo stato d' animo 
della popolazione musulmana , sovratutto di quella agiata e 
colta, rispetto agli Europei rivendicanti il diritto di navigar li- 
beramente pei mari. È presso a poco lo stato d' animo con cui 
oggi le classi dirigenti ed un pò colte del Marocco giudicano 
le mene della Francia nel loro paese. Gli storici nostri e le 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 437 

nostre fonti ufficiali sono ben lungi dal rendersi conto del par- 
ticolar punto di vista dal quale per vari secoli moltissimi mu- 
sulmani hanno giudicato i rapporti con gli stati europei ; perciò 
appunto il racconto del nostro Maqdtsh tornerà assai istruttivo». 

La traduzione della parte che si riferisce all'avvenimento, in- 
titolata " Della guerra santa che gli abitanti di Sfax ebbero a 
sostenere in questi ultimi tempi ,, , è stata fatta dallo stesso 
prof. Nallino. Vi sono premesse molte ed importanti notizie sulla 
vita dell' autore, sulla divisione dell' opera e sulle fonti che il 
cronista saccheggiò in guisa tale da rendere il suo lavoro un vero 
mosaico. Seguono parecchie annotazioni di carattere storico e 
geografico. 

Verbesserungen su Broch's Ausgabe von As-Zatnahéarfs Un- 
tnùdag intitola A. Fischer alcune pagine, nelle quali si propone 
di emendare in vari punti l'edizione che il Broch fece dell'opera 
di Az-Zamalisarì, al-Unmùdag fi 'n-naj},tv, che è un estratto del- 
l'altra Mufas^al. 

Nuovi testi arabo-siculi sono pubblicati ed illustrati dal dott. 
E. Griffini in aggiunta a quelli raccolti dall'Amari. Si trovano 
in varie biblioteche private di Tunisi e nelle collezioni di ma- 
noscritti sud - arabici acquistati dal sig. G. Caprotti e spediti a 
Milano. Ne diamo notizia, attenendoci all' ordine seguito dallo 
stesso editore : - 1. « Estratti dal Tartib al-Madàrik del qà4ì 'lyàdl». 
Sono 29 biografie di giureconsulti musulmani, quasi tutti di Si- 
cilia o che ebbero rapporti colla Sicilia. -2. « 11 Kitàb al-muHim 
dell'imam al-Màzarì». ''L'indicatore delle cose utili del libro 
di Muslin,, è uno dei titoli coi quali si trova ricordato il com- 
mento fatto dal Mmarese all'opera famosa di Muslin , ampliato 
in seguito e rimaneggiato dal qàdì 'lyà4. 11 Griffini distìngue 
questo «Imam di Mazara» (Mazzara), città più florida al tempo 
dei Musulmani che ai nostri, da altri due giuristi siciliani, per 
antonomasia detti Mazaresi e riporta alcuni saggi dell'opera atti 
a delineare la figura di quello scienziato. - 3. « 1 due episodi sici- 
liani dello pseudo al-Wàqidi in una nuova redazione anonima». 
Sulla morte di Costante , figlio di Eraclio , e sulla prima in- 
cursione dei Musulmani in Sicilia, l'Amari pubblicò due lunghi 
brani tolti da un romanzo storico falsamente attribuito ad al - 
Wàqidì. 11 G. , avendo ritrovato in un antico codice yamanico 
Arch. Stor. Sic., N. S., Anno XXXV. 29 



438 BASSEONA BIBLIOOBAFIOA 

i due squarci con numerose ed estese varianti, ha creduto oppor- 
tuno di trascriverli e pubblicarli. - 4. « Estratti dalla Geografia 
di az-Zuhrì od anonimo di Almeria». Il G. si serve di un co- 
dice tunisino : l'opera è quella stessa djiUa quale 1' Amari tras- 
se una descrizione della Sicilia {B. A. S., XXII). -5. «Descrizione 
dell'Etna nell'anonimo ad-dur al-man^'àd » . L'opera è anonima 
nei cinque codici menzionati dal G.: nel secondo dei due brani ri- 
guardanti la Sicilia, qui pubblicati, si descrivono le eruzioni, le 
pomici , i lapilli e le lave dell' Etna. - 6. « Sicilia , Sardegna , 
Genova e Roma in un anonimo compendio geografico». Di un 
breve scritto contenente notizie di lat. e di long. — il quale si 
trova in fine del cod. n. 14 della 6' coli. Gaprotti — sono ripor- 
tati due brani che riguardano Roma, Genova e le due principali 
isole italiane. -7. «Intorno al Kitdb al-Af'àl o Libro dei verbi 
del siciliano abù '1-Qàsim 'Ali b. (ra'far Ibn al-Qatta'*. Il G. 
riporta alcuni brani dell'opera, tratti da uno dei migliori codici 
delle collezioni di Milano , e ne rileva i rapporti col lessico di 
Ibn al-Qùtiyya. — 8. « La preparazione degli inchiostri liihr e mi- 
dàd di differenti colori, esposta da un anonimo siciliano». E un 
capitolo di un'antica opera, riportato in un manoscritto tunisino 
moderno. Sarà utile a chi vorrà servirsene " per i futuri studi 
di paleografìa e diplomatica araba ,,. 

* 
* * 

Il secondo volume comincia con un breve articolo di E. Sachau, 
Sicilien nach dem tuerkischen Geographen Pivi Rets. Una breve 
descrizione della Sicilia colle sue principali città e coi suoi porti 
si trova in un Periplus maris Mediterranei, dovuto ad un mari- 
naio turco della prima metà del secolo XVI, Piri Reis. Di que- 
st'opera, abozzata verso l'anno 1521, il Sachau pubblica la parte 
riguardante l'isola insieme con la traduzione in tedesco. E, sic- 
come non tutte le località hanno nomi che chiaramente corri- 
spondono a quelli attuali , aggiunge l' identificazione di alcuni. 
Neil' opera anzidetta è una carta della Sicilia , che viene anche 
riprodotta. 

Un nuovo testo degli '"'' Annales pisani antiquissimi ,, e le pri- 
me lotte di Pisa contro gli Arabi formano 1' argomento di uno 
scritto di F. No VATI. 11 quale trovò in un codice della bibl. go- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 439 

vernati va di Cremona una serie di note annalistiche , dal 1()05 
al 1117, e le identificò con quelle che si leggono negli Annales 
pisani di Marangone, ma più antiche degli stessi Annali (il ma- 
noscritto è del principio del sec. XII), nei quali dovettero esser 
comprese dal ^Marangone medesimo. Ma queste brevi note anna- 
listiche, che il Novali riporta dal codice, se hanno una notevole 
rassomiglianza di contenuto e di forma con quelle della cronaca 
marangoniana , tuttavia offrono non poche né trascurabili diffe- 
renze. Pare quindi all'autore che il Marangone, pur avendo sot- 
t' occhio quelle stesse note che un anonimo aveva ricopiate nel 
manoscritto cremonese , si sforzasse di arricchirle con altre no- 
tizie o, in mancanza di queste, di esporle più diffusamente; 

Con la data posta accanto ad una di quelle note, riguardante 
la spedizione dei Pisani contro i Musulmani di Palermo (a. MLXV, 
stile pisano) egli cerca di chiarire il significato della nota iscri- 
zione del duomo di Pisa, la quale , nella seconda parte , che il 
N. ritiene un'iscrizione a sé, ricorda come avvenute nello stesso 
anno la scorreria pisana nel porto di Palermo e 1' edificazione 
delle mura del Duomo, con il denaro tratto dalla vendita di una 
delle navi predate. L'anno sarebbe stato il 1164, stile comune. 
Altre incertezze toglie l'autore sulla data di notevoli avvenimenti 
della storia pisana. 

In un breve saggio su The naval policij ofthe Roman Empire 
in relation to the western provinces , front the 7th to the 9th 
century, J. B. Bury mostra come l'Impero d'Oriente sentisse as- 
sai presto la necessità di rendersi forte in mare per resistere a 
coloro che avevano occupato le province occidentali bagnate dal 
Mediterraneo ; discorre quindi della cresciuta potenza navale di 
esso sin dall'inizio della dinastia macedonica, con Basilio I e con 
i suoi successori , i quali , abbandonata la politica che costrin- 
geva la Corte di Bisanzio alla difensiva, presero l'offensiva collo 
scopo ben determinato di restaurare l' autorità dell' Impero nel- 
l'Italia meridionale. 

Nella prima parte dello studio intitolato : iVouveaux textes hi- 
storiques relatifs à VAfrique du Nord et à la Sicile^ E. Fagnan dà 
la traduzione completa— s'intende in francese— di una biografia 
di *Ubayd Allah, il fondatore della dinastia dei principi fàt;imiti. 
Tale biografia, in lingua araba, si trova nel Kitàh al-moqaffà ^ 
un grand»! dizionario biografico cominciato dal celebre .Maqrìzi, 



440 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

che morì neir846 dell'E. In principio del suo scritto l'autore ac- 
cenna ad una questione tuttavia non risoluta, se cioè i Fati miti 
debbano realmente ritenersi discendenti dalla figlia del profeta , 
opinione ora non accettata dai critici che non si lasciano traspor- 
tare dalle passioni politiche. 

La seconda parte contiene, come addizioni alla Biblioteca Ara- 
bo - Sicilia , brani più o meno lunghi , concernenti la storia di 
Sicilia, i quali furono tolti da vari manoscritti studiati dall'au- 
tore. Questi dà di ciascun brano insieme col testo arabo la tra- 
duzione francese. 

Un articolo dì F. Coderà tratta di Mochéhid, conquistador de 
Cerdeaa. Di Mugàhid (Mochéhid) — il Mugettns delle nostre 
fonti medievali — parlò l'Amari nella St. d. M., accennando, colla 
scorta di testimonanze italiane ed arabe , all' impresa del famoso 
re di Denia e di Maiorca contro la Sardegna e le coste della To- 
scana (1015) ed alla guerra sostenuta contro di lui dalle repubbli- 
che di Genova e di Pisa. Sui particolari di quelle imprese e sulle 
leggende, alle quali esse diedero origine in Italia scrisse anche 
G. Sforza (1893). Ma il Goderà ora aggiunge altre notizie non 
solo sulla famiglia , sulla vita e sull'inizio del dominio di Mu- 
getto , ma anche sulle imprese di lui, traendole principalmente 
da due testi inediti arabi che riporta in appendice. Nuova luce 
si fa poi sulla sorte del figlio 'Ali, che, preso prigioniero, fu man- 
dato all'imperatore di Germania e poscia, essendo stato riscattato, 
succedette nel regno a Mugetto medesimo. In una tavola sono 
riprodotte alcune monete di questo e del figlio. 

Uno studio su « Gli Appennini siculi » dell'Amari e l'onoma- 
stica del rilievo siciliano ci offre P. Revelli. Egli, dopo aver ri- 
cordato la denominazione di Appennini siculi, o monti della Pelo- 
riade, data dall'Amari {St. d. M.) al rilievo montuoso della Sicilia 
settentrionale, passa rapidamente in rassegna le notizie che sul- 
l'orografia siciliana si possono trarre dagli scrittori del periodo 
greco - romano (Diodoro , Strabone , Tolomeo) e dalle fonti dei 
periodi arabico, normanno e svevo, e ne rileva l'indeterminatez- 
za, derivante in gran parte dal fatto che manca un elemento fon- 
damentale di giudizio , cioè 1' osservazione diretta. Egli ritiene 
che la mancanza di determinazioni locali , la quale si riscontra 
per quel sollevamento anche nell' Amari, derivi dall' impossibi- 
lità in cui si trova lo studioso, che non abbia conoscenza diretta 



RASSEGNA BIÈLIOGBAFIOA 44-1 

del rilievo , di poter localizzare le antiche denominazioni. In 
quanto a queste egli sostiene che si debbano bandire dall' ono- 
mastica del rilievo siciliano i termini ancora in uso Erei e Ne- 
brodi, sia perchè nelle denominazioni locali veramente popolari 
non è rimasto alcun riflesso di questi, sia per il valore diverso 
che essi assumono nei vari scrittori. 

Gli studi che l'autore ha fatti, non scompagnati dall'osserva- 
zione dei luoghi, lo inducono a proporre che nelle linee generali 
l'onomastica del rilievo siciliano sia fissata come segue : Catena 
peloritana ; Dorsale del monte Sori ; Gruppo delle Madonie ; Mas- 
siccio sicano (ad 0. della linea Torto - Plàtani) ; Massiccio siculo 
(ad E. della stessa linea , colla Groppa centrale e col Masso di 
Montemaggiore); Masso ibleo ; Masso etneo. 

In una nota su Le « ghàshiya » comune embléme de la royauté, 
C. H. Becker, dopo aver rilevato quali fossero presso i sultani 
Mamlùki le insegne della sovranità , si ferma a parlare di 
una specie di coperta , più o meno ricca , che si metteva sulla 
sella del cavallo e che , secondo certi scrittori persiani , fu 
portata anche sulla spalla. E poiché le istituzioni del cerimonia- 
le orientale hanno di solito un significato, che ha qualche rap- 
porto colla religione, l'autore ricerca quello che diede luogo al- 
l'uso del pàèiyah. Pare che in origine nella Persia, donde fu por- 
tato dai Salgùqidi, servisse a coprire le mani davanti alla divi- 
nità; perchè esse, serbando inevitabilmente qualche traccia delle 
occupazioni giornaliere, erano simbolo di schiavitù. Ricorda anche 
l'esempio di Ciro, che, secondo la tradizione, faceva uccidere co- 
loro che si presentavano a lui manibus non velatis, e l'uso in- 
valso nella Corte bizantina di presentarsi al sovrano colle mani 
nascoste. 

Ifm Shaddàds Darstellung der Geschichte Baalbeks im Mitte- 
lalter è il titolo di un articolo di M. Soberxheim. Un manoscritto 
di Leida " Kitab barq al-èàm fi maliàsin iqlìm al-Sàm,,, il quale 
contiene una parte di un'opera di Ibn èaddàd, è importante per 
chi voglia aver notizie della Siria durante il dominio arabo. 
Della vita di quello storico , morto al Cairo nel l'à85 , il S. dà 
brevi cenni insieme con uno schema dell'opera. Pubblica quindi 
il testo della parte che riguarda la storia della città di Ba'labakk 
(Baalbek), la quale contiene alcune particolarità che l'etlitore non 
ha trovalo in altre fonti. Il testo è seguito da molte note importanti. 



Ì42 BASSEGNA BIBLlUGUAFldA 



Chi coltiva la musica leggerà volentieri l'articolo di E. Wie- 
DEMANN, Ueber Musikaiitomaten bei den Arabern, che dà notizia 
di strumenti automatici in uso presso gli Arabi e specialmente 
di quelli a fiato. \^i sì trovano figure e particolari sulla costru- 
zione di un flauto automatico e vi si leggono alcuni estratti di 
un'opera che scrisse al-(iazarl su quell'argomento. 

A tristi vicende della vita pubblica siciliana si riferisce 1' Ele- 
gie de Mo'ise Rimos, niartyr jiiif à Palerme au XV P siede, la 
quale ci è fatta conoscere da N. Slousch. L'intolleranza religiosa 
contro gli Ebrei di Sicilia fu una caratteristica del dominio spa- 
gnuolo prima ancora che la Santa Inquisizione riempisse l'isola 
di terrore. La persecuzione contro gli Ebrei era talvolta determi- 
nata anche da gelosia di mestiere. 

Il Rab Moìse Rimos , giovane colto , era un bravo poeta e 
conoscitore delle tre lingue, cioè l'ebraico, il latino e poi l'a- 
rabo, secondo l'autore, — o il volgare nostro, come io penso — . 
Esercitando a Palermo la medicina, fu accusato di avere avvele- 
nato i suoi clienti cristiani. Era questa un' accusa lanciata so- 
vente contro i medici ebrei dai loro colleghi cristiani, quando gli 
ammalati soccombevano. Il povero Rimos fu condannato alla 
pena capitale e, rifiutata l'assoluzione, che gli si offriva a patto 
che abbracciasse la fede di Cristo , scrisse il giorno prima di 
morire un'elegia, che è un vero grido d'angoscia « l'écho fìdèle 
(le la coascience d'un intelleetuel du XVI" s., émul si non pré- 
curseur des martyrs de l'Inquisition et de la Réforme». 

Lo Slousch, che dà dell'elegia il testo ebraico annotato e la 
traduzione in francese, la giudica scevra di quel convenzionali- 
smo che è proprio della poesia ebraica medievale, e «l'oeuvre la 
plus pure que jamais juif ait écrite sur cette belle terre de Sicile ». 

Di C. F. Seybold abbiamo Analecta arabo ■ italica. Sono otto 
capitoli di vario argomento: 1. Un mistico arabo - siculo di 
Girgentiy Abù ^Otvnàn SaHd ibn Sallàm. Se ne pubblica in arabo 
e in italiano una brevissima biografia. — 2. La Corsica in Jàqùt. 
Vi si dimostra che Qarsafa, nome di luogo nei paesi dei Cristiani, 
del quale parla 1" erudito musulmano, è 1" isola di Corsica. — 
3. Altre osservazioni a proposito dei nomi Langobardia e Cala- 
bria in Jàqùt; e poi (4) su Malta e Galita in Jàqùt. — Di alcune 
lezioni scorrette nell'opera di quello scrittore si occupa nel n. 5, Ru- 
ba di Jàqùt == Ràja, e nel 6, Rametta, non Rotnetta; arabo Rantfa, 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 443 

non Rintfa. — 7. Un ammiraglio Granadino, oriundo di Randaszo, 
all'assedio di Almeria del 709 eg., 1309 ■ 10 Cr. Il luogo d'ori- 
gine è trovato dal S. colla correzione di Bondàìp in Randàgi. 
E finalmente il n. 8 contiene alcune Emendazioni ali * Italia de 
scritta nel Libro del Re Ruggero compilato da Edrisi ». 

Di Un Faqih siciliano, contradictor de Al Ùazzdli {Abù ''Abd 
Allah de Mdzara) scrisse M. AsÌN Palacios. 11 quale, dopo aver 
trattato brevemente delle varie classi di pensatori religiosi, so- 
stenitori dell'Islam, parla di un certo al - ("gazali , che seguì un 
sistema dommatico speciale ed attaccò nei suoi scritti le dottrine 
di quei pensatori, cercando di discreditarli presso il popolo. Tra 
coloro che lo contraddissero l'autore nota un dotto di Mazzara, 
Abù 'Abd Allah, sulla cui identificazione egli s'intrattiene. Espo- 
ne in seguito le censure mosse da questo, che era teologo e giu- 
reconsulto, ad al - Óazàlì e la critica fattane dal difensore di que- 
st'ultimo Taqì ad -din as-Subki. 

The new poem attributed to al Samau'al è il titolo di un bre- 
ve articolo di H. Hirschfeld. Dell'opera scritta in lingua araba 
vien pubblicato un lungo frammento, seguito dalla traduzione in 
inglese. Precede una parte in cui l'autore tratta degli studi criti- 
ci, ai quali essa ha dato origine — principalmente di quello del Mar- 
goliouth — e discorre anche dell'autore che ebbe nome al-Sam- 
mau'al. Stando però ad un'avvertenza contenuta in una raccolta 
anonima, compilata nel 1816 , pare che non tutti attribuissero 
quel nome alla medesima persona. 

De La tomba di Sibilla, regina di Sicilia tratta il prof. G. B. 
Siracusa. Non v'ha dubbio che esistesse nella Badia di Cava la 
tomba della regina Sibilla , figlia di Ugo II di Borgogna e se- 
conda moglie di Ruggero II (morta a Salerno nel 1150). Lo at- 
testa la tradizione e lo prova in questo suo articolo il prof. Si 
ragusa. Il quale però dimostra che il sarcofago, che viene indi- 
cato nella stessa Badìa come quello della regina Sibilla, non è 
del sec. XII, ma anteriore almeno di cinque o sei secoli, e che, di 
conseguenza , non è il ritratto di Sibilla, come si è ritenuto fi- 
nora, r effìgie del basso rilievo del medaglione che vi si scorge, 
del quale si dà nell'opera una nitida riproduzione. La tomba a 
mosaico di Sibilla, eretta dall'abbate Marino, dovette esser disfat- 
ta, e il coperchio di essa col nome dell'abbate è 1' unico j)ezzo 
che ne rimanga, conservato nella chiesa. L'autore non scarta del 



444 ÙASSKGNA biblioohapioà 

tutto l'ipotesi che le ossa della regina fossero per alcun tempo ri- 
poste nell'urna ora vuota, che si attrihuisce a Sibilla. 

E se per la storia non è tutto - come nota giustamente il 
Siragusa — riuscire a conchiusioni negative, è però molto «l'ac- 
certare che un fatto, cui per tanto tempo si credette, o non av- 
venne affatto o avvenne in modo diverso da quel che si è cre- 
duto ». 

C. HuART si occupa di '' Afìf - eddin Soléiman de Tlemcen et 
8on fils lAdolescent spirituel. 'Afìf ad -din ('Afìf- eddin) era il 
soprannome onorifico del p)oeta Sulaymàn (Soléiman) ibn 'Ali , 
nato a Tlemsen nel 613 dell'E. (1216). Lasciato il MajVreb , se ne 
andò in Siria, ed ebbe a Damasco uffici pubblici importanti. Il 
figliuolo di lui Mu^ammad, anch'egli poeta, fu più conosciuto col 
soprannome di « Adolescente spirituale », col quale è ricordato 
nella storia letteraria. Morì a Damasco, ancora giovane, due anni 
prima del padre (1289) , che ne pianse la perdita con un canto 
funebre, riportato in francese dal Huart insieme con altre compo- 
sizioni poetiche piene di misticismo e di passione. L' articolo 
termina con due belle poesie dell' « Adolescente » al padre, dalle 
quali spira un sentimento vivissimo di amore filiale. 

Lo studio giuridico di B. Brugi II nome delVazione nel libello 
procedurale del diritto greco - romano, consiste principalmente nel- 
l'esame dell'opuscolo greco dal titolo De actionihus (anch' esso 
scritto In lettere greche), del quale sono rimasti molti codici. 
La redazione primitiva di esso si fa risalire all' età di Eraclio 
(610) ; ma in seguito vi furono fatte varie aggiunte, e tra queste 
i passi dei Basilici e i loro scolii , coi quali non si va oltre il 
sec. X. Spiega in fine l'autore « perchè veramente nel diritto gre- 
co-romano il nome dell'azione si riducesse ad una formalità». 

La novella giustinianea « De praetore Siciliae » è il titolo di 
uno studio di N. Tamassia. Come è noto quella novella, che ap- 
partiene all'anno 537, ha una grande importanza per la storia an- 
tica della Sicilia, poiché sì per la nomina del « praetor » come 
per la giurisdizione nell'isola del « comes sacri patrimonii per 
Italiani» si accenna alle antiche consuedudìni. Il passo «quia 
semper Sicilia quasi peculiare uliquid commodum imperatoribus 
accessit» — cioè la condizione peculiare dell'isola — offre all'au- 
tore l'occasione di fare una rapida sintesi della storia amministra- 
tiva di essa sotto l'impero e al tempo delle invasioni barbariche. 



BASBEONA BIBLIOGRÀFICA 440 

Elgli, dopo aver rilevato che i privilegi concessi allMsola in tem- 
pi più antichi furono confermati sotto la signoria gotica, dimostra 
come la novella del 537 voglia anch' essa aver riguardo ai pre- 
cedenti costituzionali della Sicilia, 

L. BoNELLi scrive un articolo intitolato 11 trattato turco-veneto 
del 1540. il trattato di pace conchiuso tra Venezia e la Turchia 
il 2 ottobre di quell'anno era noto soltanto per la traduzione in- 
completa ed in parte errata che ne diede il Dumont, Il Bonelli 
pubblica non solo il testo di esso, ma anche i preliminari pro- 
posti dal Sultano, dei quali s'ignorava perfino l'esistenza , e dà 
la traduzione si dell' uno come degli altri , raffrontando le pro- 
poste colle conclusioni , in modo che si vedano chiaramente le 
modificazioni e le aggiunte che l'ambasciatore veneto fece inse- 
rire nel trattato. L' articolo è illustrato da note storiche e da 
facsimili dei due importanti documenti, che l'autore trovò nello 
Archivio di Stato di Venezia. 

L. Caetani tratta di Un manoscritto arabo non identificato 
della Bodleiana in Oxford: Il * Ghurar al-Siyar». Sull'autore 
di quell'opera storica gli orientalisti non hanno potuto dare no- 
tizie sicure : probabilmente fu composta da un certo al - Husayn 
ibn Muiiammad , nativo di Marghan nell' Afghanistan. Il Cae- 
tani, che ha potuto esaminare un prezioso manoscritto di essa, 
conservato nella Bodleiana di Oxford , dice che « 1' opera non è 
concepita conforme agli aridi concetti cronologici dei cronisti più 
schiettamente arabi, ma è un primo tentativo, assai imperfetto, 
di dare un quadro sintetico e psicologico dei momenti più im- 
portanti e delle persone più famose della storia islamitica». A 
conferma di ciò pubblica alcuni brani del volume, mentre sullo 
stesso promette uno studio più largo. 

J. RiBERA ci fa conoscere un Tratado de paz ó tregua entre 
Fernando I el Bastardo^ rey de Nàpoles, y Abudmer Otmdn, rey 
de Tùnez. L'autore copiò il trattato, fatto nell' anno 83,'i dell'E. 
(1477) da una vecchia pergamena , mostratagli da D. R. Cha- 
bAs , canonico archivista della metropolitana di Valenza. Essa 
proveniva dall'archivio di una nobile casa, dove probabilmente 
era stata portata da qualcuno degli antenati, che avevano avuto 
alte cariche in Sicilia. 

Dopo una breve storia dei negoziati il documento contiene le 
clausole del trattato , che il Rìbera pubblica nel testo originale 



446 RASSÉGNA BIBLIOGRAFICA 

insieme con una traduzione in lingua spagnuola. Nessuna noti- 
zia è (lata (li questo trattato nella raccolta del Mas-Latrie né nelle 
storie particolari italiane. La pergamena è riprodotta in due ta- 
vole che accompagnano l'articolo. 

Sul testo delV " Ilmdm ,, rf'a/-A/ar/rt3/ discorre I. Guidi. L' II- 
mdm, l'operetta di al-Maqrìzi , composta nell' anno 839 dell' E. 
(1435-14ÌÌ6), la quale dea preziose notizie dell'Abissinia e dei paesi 
musulmani posti al sud di essa, fu stampata — com'è noto — a 
cura del Rink , Historia Regum islaniicorum in Ahyssinia , nel 
179(K Ora il Guidi pubblica la collazione di questo testo col co- 
dice di Leida, che è una copia scritta e corretta dallo stesso al- 
Maqrtzt , e con un altro codice che si conserva nella Biblioteca 
Khed. del Cairo. Seguono alcune brevi annotazioni di carattere 
storico e filologico. 

Con vero interesse si legge lo scritto , Per la topografìa an- 
tica di Palermo del prof. G. M. Columba. fi quale è riuscito a 
determinare il sito e i confini dell'antica Neapoli (una parte del- 
l' antica Palermo) non coi criteri seguiti nei secoli scorsi dagli 
eruditi, che, subordinando le testimonianze più recenti ai cenni 
degli antichi scrittori, la identificarono con gli odierni quartieri 
dell'Albergheria e della Kalsa ; ma col metodo inverso, cioè col 
risalire man mano dalla descrizione di Palermo di Ibn-E[awqal 
(977) fino alle testimonianze dell'evo antico. E così egli muove dalla 
divisione della città nei quartieri indicati nell'opera di (juel viag- 
giatore musulmano— Cassaro , Kalsa, Quartiere della Moschea, 
Quartiere nuovo e Quartiere degli Schiavoni (gli ultimi tre for- 
mavano il borgo) — e di ognuno di essi, colla scorta dei pochi 
ruderi che rimangono e delle testimonianze tratte dalle opere e 
dai documenti che possediamo, determina l'estensione e i confini. 

L' epistola di Teodosio — che pure assai probabilmente non 
fu scritta quando quel monaco vorrebbe far credere (1), col par- 
larci della grande affluenza di Musulmani in Palermo, onde fu 
necessario edìficsiTe permuUas urbes adiacentes prima riae (=Cas- 
saro) , prova che era coscienza generale non doversi attribuire 
l'origine dei quartieri attorno al Cassaro se non al periodo arabo. 
Né prima del IX secolo si trova cenno di borgata grande o pic- 
cola fuori di esso. Le mura di cui parla Procopio, a proposito 

(1) Vedi p. 433. 



ÀASSEONA BiBLIOGUAlriOA 44? 



dell'assedio di Belisario (53()), si riconoscono facilmente per quelle 
del Cassaro. Altre osservazioni fa il Columba intorno all' esten- 
sione e alla profondità del porto sotto quelle mura , in base a 
notizie dateci dallo stesso Procopio; le quali confermano che al- 
l'inizio del medio-evo Palermo era tutta nella cinta del Cassaro. 
Né si può dire altrimenti per i tempi più antichi. 

Polibio e Diodoro, parlando dell'assedio dei Romani del 253 
a. Cr. accennano alla città vecchia (icaXata od àpyaia itóXiq) e alla 
città nuova (véa zóXk;) o esterna (i^ sxtò? k.), ciascuna difesa da 
un muro , mentre Dione dice alta (àxpa) la prima e bassa (t^ 
xàru) z.) la seconda. Appunto queste due parti furono dagli eru- 
diti dei secoli scorsi identificate l'una col Cassaro e l'altra con 
r Albergheria?, e la Kalsa , mentre lo Schubring restringeva la 
seconda quasi alla sola Kalsa. 

Il prof. Columba , dopo aver mostrato gli errori commessi 
non solo da quegli eruditi , ma dallo stesso Schubring , la cui 
ipotesi urta contro difficoltà insormontabili, identifica la Palea- 
poli con la Galea , comprendente il Palazzo Reale con la piaz- 
za della Vittoria e gli edifici che la chiudono a N. 0. fino al ci- 
glione del Papireto, e la Neapoli, più grande, col resto della collina 
del Cassaro fin quasi all'odierna Via Roma, dove giungeva l'an- 
tico porto. Accenna al muro che divideva la Neapoli dalla Pa- 
leapoli , i cui avanzi furono trovati negli scavi del lato N. E. 
della piazza della Vittoria, e , confrontando le medie altimetri- 
che delle due parti , giustifica le denominazioni che troviamo 
in Dione. Mostra in fine come i passati ordinamenti municipali 
di Palermo , a partire dal sec. XIV , conservassero tracce di u- 
n'originaria divisione del Cassaro in due comunità distinte. 

Questi mi sembrano i punti principali dell' importante que- 
stione. Date le incertezze che regnavano sopra tale argomento, 
non è chi non veda quale importanza abbia il lavoro del prof. Co- 
lumba, il quale è corredato di una pianta della città, dove son 
distinti con colori diversi i nomi e gli avanzi dell'età romana da 
quelli dell'età arabo-normanna. 

Nella prima parte dell'articolo Contribution à Ihistoire de VA- 
friqtie du Nord et de la Siale H. H. Abdul-Wahab riporta un 
lungo estrotto che si riferisce alla storia dell' Ifrtqiyah (Africa 
propria) e della Sicilia dalla conquista araba fino alla caduta 
delle due dinastie degli Ziriti e degli yamiuadili (un periodo di 



448 BAfiéBONA BIBLIOOBAPIGÀ 

circa quattro secoli). Dell'opera intera, che fu scritta da Ibn al- 
I^aftb (morto nel 1374) e che riassume la storia delle dinastie mu- 
sulmane fino al 1371, Abdul-Wahab conosce quattro manoscritti, 
due dei quali si conservano a Tunisi ; ma egli potè servirsi sol- 
tanto di uno, il cui testo, per tutta la parte che ora si pubblica, 
fu collazionato con un altro manoscritto che si conserva in Algeri. 
Vi è aggiunta una nota del Griffìni intorno alla tomba di Sulay- 
màn ibn 'Iraràn, la quale è illustrata da due zincotlpie, mentre 
in una terza è riprodotta la tomba dell'imam al-Màzart , di cui 
si parla anche in altri articoli di questa miscellanea. 

La seconda parte , Échos de la Sicile tniisnlmane en Tunisie, 
contiene brani di vari autori, che riguardano pure la storia di 
Sicilia. 

Con lo studio del prof. A. Salinas, Trafori e vetrate nelle fi- 
nestre delle chiese medioevali di Sicilia , termina la serie degli 
scritti di questo secondo volume. L'autore, dopo aver notato che 
in Sicilia non si ha ricordo di finestre con lastre di marmo o di 
pietra, traforate con semplici buchi o con ornati, come in anti- 
che basiliche di Roma e della Puglia, a Venezia, ad Atene ed a 
Costantinopoli, esamina le finestre delle chiese siciliane chiuse da 
lamine di piombo a trafori o da trafori di gesso, prima senza ve- 
tri e poi con vetri a colori, e si ferma a discorrere particolarmente 
delle finestre del duomo di Monreale, per le quali furono usate 
appunto lamine di piombo, che rendevano assai oscura la chiesa. 

Il prof. Salinas si occupa anche delle finestre del duomo, della 
Martorana, di S. Giovanni degli Eremiti e della Cappella palatina 
di Palermo, del duomo di Cefalù e di quello di Siracusa, della 
chiesa di San Francesco di Messina, della chiesa di S. Antonio 
di Taormina e dell' altra più piccola di S. Antonio del palazzo 
Chiaramonte di Palermo, facendo opportuni raffronti, per quanto 
riguarda la tecnica, con trafori antichi e moderni, prodotti dal- 
l' arte araba al Cairo , dei quali esiste nel Museo Nazionale di 
Palermo una bella collezione. L'interesse che desta l'articolo del 
prof. Salinas è accresciuto dalle varie figure e tavole illustrative 
che l'accompagnano. 

L' «Indice delle cose e dei nomi propri principali» el' «In- 
dice bibliografico arabo » , che si debbono in massima parte al 
prof. Nallino, sono lavori di grande pregio , speciamente il pri- 
mo, nel quale i nomi arabi e turchi, variamente scritti dagli au- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 449 

tori inglesi, tedeschi e francesi, sono stati ridotti alla grafìa ado- 
perata dall' Amari nella versione della Bibl. Arabo- Sicilia (1) e 
i nomi di persona dati sotto tutte le forme che ricorrono nell'o- 
liera. E cosi le voci di quegl' indici « non soltanto sono talora 
emendazione, spesso tacito commentor ai lavori di cui l'opera si 
compone, ma rappresentano anche un contributo all'onomastica 
musulmana, il quale potrà rendere buoni servigi agli arabisti an- 
che indipendentemente dall'opera di cui è un complemento». 

Vincenzo Epifanio 



Demetrio Marzi, La Cancelleria della Repubblica Fiorentina. 
Rocca S. Gasciano, 1910. L. Cappelli Ed.— Un voi. in 8." di 
pp. XXXI - 775. 

Come dalla Cancelleria dell'Impero Romano traggono origine 
nel M. E. le cancellerie principali. Pontificia e Imperiale, così da 
queste ultime derivano quelle dei sovrani minori, dei principati 
e delle repubbliche, dei comuni, delle autorità ecclesiastiche se- 
condarie e degli innumerevoli istituti laici od ecclesiastici d' I- 
talia e d'Europa. Ma se delle due prime si è scritto in modo quasi 
esauriente, poco si conosce delle altre specialmente in Italia. De- 
metrio Marzi, direttore del R. Archivio di Stato di Firenze, colma 
tale lacuna per una delle città più illustri e benemerite della ci- 
viltà del mondo con un lavoro, che merita di esser fatto cono- 
scere ai lettori della nostra Rivista e a tutti gli studiosi di di- 
plomatica e di dottrine ausiliarie della storia , pur non essendo 
facile riassumere un grosso volume come questo , di carattere 
prettamente analitico, denso di fatti e di dati innumerevoli, espo- 
sti con prosa serrata, tecnicamente precisa, e tale che, per non 
guastare , bisogna quasi sempre adoperare le parole e le frasi 
stesse dell'A. 



(1) A questa grafìa in generale mi sono qui attenuto quando non ho 
riferito i titoli o qualche brano degli scritti che compongono l'opera. 



450 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

È bene premettere che l'A., pur accettando la definizione che 
dell'ufficio di cancelleria dà il Paoli (1), non intende nel suo la- 
voro trattare dì tutti i molteplici uffici' , i quali sotto tale titolo 
potrebbero esser compresi , « da quello in cui si promulgavano 
le leggi e trattavano i negozi più ardui dello Stato, a quelli nei 
quali si pronunciavan sentenze di condanne gravissime, o di po- 
chi soldi di multa » ma degli uffici solamente «dai quali tutti gli 
altri dipendevano, in cui si scrivevano, registravano, raccoglie- 
vano e spedivano gli atti , le deliberazioni , gli ordini dei citta- 
dini direttamente investiti del potere, gli atti, le leggi e provvi- 
sioni dei Consigli del Comune, le lettere e le ambasciate concer- 
nenti le pratiche e i negozj con gli altri Stati ; di quegli ufficj, 
insomma, nei quali si preparava e faceva quanto era di spettanza 
della suprema amministrazione dello Stato ». 

Tali uffici r A. dichiara esser quelli del Notaro Detta- 
tore delle lettere e delle istruzioni; del N b t a r o 
(lei Consigli e delle Riformagionie del Notaro 
della Signoria, contrastando così pure l'uso d'altro canto 
invalso fin dal secolo XV di chiamare Cancellerìa Fio- 
rentina solamente l'ufficio celebre di cui stava a capo il primo 
degli enumerati notari (2), il quale aveva la particolare funzione 
di scrìvere le lettere e dì trattare gli affari concernenti la polìtica 
esterna, e a cui fin dal volgarizzatore dello statuto fiorentino del 
1355 era attribuito per antonomasia il predicato di cancellie- 
re (3). 



(t) «La Cancelleria è l'ufficio, nel quale si elaborano gli atti delle 
pubbliche autorità, e in cui si raccolgono tutte le incombenze che im- 
portano a tale elaborazione, quali sono il ricevimento di petizioni e di 
atti dei privati, il coordinamento degli atti preparatori, la minutazione 
e la copia a buono dei documenti ufficiali, l'autenticazione, la registra- 
zione, la spedizione ». C. Paoli, Programma ; III ; p. 57. 

(2) Nel 1437 tale ufficio per opera di Leonardo Bruni venne diviso 
in due , 1' uno costituì la Prima Cancelleria, che con a capo 
il Cancelliere vero e proprio del Comune mantenne la corrispon- 
denza con gli altri Stati e coi personaggi fuori del Dominio, l'altro la 
Seconda Cancelleria con a capo un Secondo Cancelliere per 
le lettere interne. 

(3) Se ci riescirà di completare le modeste notizie che da qualche tempo 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 451 

In tal modo determinata, la Cancelleria Fiorentina 
* idealmente corrisponde da un lato alle cancellerie dei comuni 
più piccoli e delle minori città, dall' altro così a quelle dei mi- 
nori princi|)ati laici ed ecclesiastici come dei maggiori sovrani ». 

* 
* * 

Il lavoro, oltre l'introduzione, è diviso in dodici capitoli. Se- 
gue un appendice, in tre parti , di cui la prima contiene gli e- 
lenchi degli ufficiali e delle varie categorie di registri della Can- 
celleria, che tuttora si conservano, cioè: notari o cancellieri del- 
la Signoria (1282-1532); notari o cancellieri o ufficiali delle Rifor- 
magioni (1255 ?-1532); cancellieri o dettatori del Comune (Prima 
Cancelleria, sec. XII 1-1532) ; ufficiali stati a capo della Seconda 
Cancelleria (1437 ?-1532); registri delle Consulte detti anche « Libri 
tabarum » (1281-1533) ; registri delle Consulle e Pratiche , cioè 
delle relazioni o processi verbali delle adunanze tenute dalla Si- 
gnoria coi Collegi e altri ufficiali e privati cittadini, detti « Ri- 
chiesti » (1349-1530); filze contenenti pareri di Savj su domande 
di rappresaglie e cancellazioni di condanne (1293-1515) ; registri 
delle Provvisioni con le antiche segnature poste a riscontro delle 
moderne (1285-1530); registri dei Duplicati delle Provvisioni con 
le antiche segnature poste a riscontro delle moderne (1319-1529); 
volumi di Protocolli e Minutari delle Provvisioni (1281-1528); re- 
gistri del Consiglio dei Cento (1458-1525); volumi dei Protocolli, 
o Minutarj del Consiglio dei Cento (14(51-1527); registri delle No- 
tificazioni di Atti di Repudie d'eredità (1365 1534); registri di Atti 



andiamo raccogliendo intorno alla Cancelleria del Regno di Si- 
cilia posteriormente ai periodi Normanno e Svevo, già magistramente 
illustrati da Winkelmann , Scheffer-Boichorst, Schirrmacher, Huillard- 
BréhoUes, Bresslau, Philipp!, Garufi, Kerr ed altri, mostreremo che nep- 
pure per questa la trattazione possa limitarsi all'ufficio del Cancelliere 
del Regno, o Regia Cancelleria, come per antonomosia 
venne chiamato ; ma debba estendersi a quello del Proto nolaro 
del Regno, che comprende oltre gli altri atti sovra- 
ni quelli pure del Parlamento, e dopo anche alla Se g r e- 
teria del Regno, alla Real Segreteria o Segreteria 
Viceregìa ed alla Giunta dei Presidenti e Consultore. 



452 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di Emancipazioni ('1422-1534) ; registri e filze delle Balìe (1342 
1532) ; registri delle Deliberazioni dei Signori e Collegi fatte in 
forza della loro ordinaria autorità (1331-1532); Bastardelli o Vac- 
chette di Sbozzi e Imbreviature di Deliberazioni dei Signori e 
Collegi (1404-1517); registri dei Duplicati delle Deliberazioni dei 
Signori e Collegi (1421-1532); registri delle Deliberazioni dei Si- 
gnori e Collegi soli, o con altri uffìcj ed ufficiali, fatte in forza 
di speciale autorità ; Minutarj (lv)48-1532) ; registri delle lettere 
Missive della Prima Cancelleria (1308-1539) ; filze delle lettere 
Missive originali (Prima Cancelleria , 1287-1530) ; filze e registri 
di Minutarj delle lettere Missive (Prima Cancelleria, 1310-1530); 
registri delle lettere Missive della Seconda Cancelleria con le an- 
tiche segnature poste a riscontro delle moderne (1441-1532); re- 
gistri di Elezioni, Istruzioni e Lettere ad Oratori dei Signori (Le- 
gazioni e Commissarie 13941530); filze di lettere originali Respon- 
sive alla Signoria (1338-1532); copiarj di lettere Responsive (1453- 
1483); registri di Rapporti e Relazioni di Oratori (1395- 1429); re- 
gistri di Risposte Verbali degli Oratori dei Signori (Legazioni e 
Commissarie 1458-1496); altri registri, volumi e filze di atti che 
hanno attinenze con quelli della Cancelleria. 

• 
* « 

Ija seconda parte comprende le provvisioni più importanti 
circa l'ufficio di Cancelleria, cioè : provvisione concernente 
l'elezione e il salario del Notaro della Signoria (6 aprile 1299) ; 
provvisione concernente l'elezione a Cancelliere dettatore di Chello 
Baldovini, il suo ufficio e salario (15 luglio 1299); stanziamento 
di varie somme pel salario a ser Chello Baldovini e per altre 
spese della Cancelleria; e balìa concessa ai Signori di eleggere 
il Notaro delle Riformagioni (10 ott. 1303); stanziamento di du- 
gento fiorini d'oro alla Camera dell'Arme per varie spese fra cui 
quelle più minute degli Uffìcj del Comune (18 sett. 1313); prov- 
visione concernente le copie autentiche degli atti della Signoria 
e la consegna che di quelli il Notaro doveva fare alla Camera 
(19 apr. 1318) ; parte di una provvisione concernente 1' elezione 
del Notaro della Signoria (1-24 mar. 1320); rubrica dello Statuto 
del Capitano concernente l'ufficio dei Priori, Gonfaloniere e loro 
Notaro (1322); rubrica dello Statuto del Capitano concernente le 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 453 

immunità concesse ai Priori, Gonfaloniere e loro Notaro (1322); 
rubrica dello Statuto del Podestà concernente l'elezione e l'ufficio 
dei Cancelliere Dettatore del Comune (1325?); rubrica dello Sta- 
tuto del Podestà concernente 1' elezione del Notaro delle Rifor- 
raagioni (1325?); provvisione concernente lo stanziamento di du- 
gento fiorini ai frati Camarlinghi della Camera dell' Arme per 
varie spese tra cui quelle pel funerale fatto al Cancelliere Det- 
tatore Chello Baldovini (1 feb. 1336); provvisione contenente l'e- 
lezione a vita di fra Lorenzo, converso del monastero di Settimo, 
a Camarlingo principale della Camera dell'Arme (26 giug, 1336); 
provvisione concernente lo scrutinio pel Notaro della Signoria 
(24 die. 1339); provvisione concernente le spese occorrenti a fare 
una stanza nel Palazzo del Popolo per le scritture della Cancel- 
leria (14 mar. 1340); provvisione concernente varie scritture del- 
l'Ufficio delle Riformagioni e i funerali dei Coadiutori ser Ghe- 
rardo d'Arrigo e ser Guido di Benvenuto (27 lug. 1347); provvi- 
sione in cui si ordina, che certe scritture, già imbreviate dal fu 
ser Cardino, siano fatte dalla Signoria pubblicare per mezzo di 
un altro notaro a sua scelta (24 apr. 1349) ; provvisione con la 
quale si cerca di porre un freno alle spese della Camera del- 
l'Arme (13 sett. 1351); rubrica dello Statuto del Capitano concer- 
nente l'elezione e imborsazione dell'Ufficio dei Priori , Gonfalo- 
niere e loro Notaro (1355); rubrica dello Statuto del Podestà con- 
cernente l'elezione e l'ufficio del Notaro delle Riformagioni (1355); 
provvisione con cui, approvandosi una petizione presentata alla 
Signoria, si ordina che, oltre gli Statuti già volgarizzati da ser 
Andrea Lancia, si facciano volgarizzare dallo stesso tutti quegli 
altri Statuti, Ordinamenti, Provvisioni, che abbiano forza e va- 
lore di Statuti (12 sett. 1356); provvisione con cui si obbligano 
i Notari della Signoria a consegnare ai loro successori le copie 
autentiche delle deliberazioni da essi rogate (7 ag. 1365); prov- 
visione concernente il modo da tenersi nel proporre e compilare 
le provvisioni (27 giug. 1366); provvisione con la quale si dà fa- 
coltà alla Signoria d'eleggere un altro notaro per collega e socio 
a quello delle Riformagioni (21 feb. 1374); deliberazione dei Si- 
gnori e Collegi con la quale si elegge ser Benedetto Fortini Can- 
celliere Dettatore del Comune (4 feb. 1376); deliberazione dei Si- 
gnori e Collegi con la quale si elegge Coluccio Salutati Cancel- 
liere Dettatore del Comune (22 giug. 1376); provvisione con cui 
Areh. Stor. Sic. N. S. Anno XXXV, 30 



454 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

si escludono in perpetuo dagli ufflcj ser Pietro, i suoi figli e con- 
sorti; si conferma 1' elezione di ser Viviano a suo successore e 
gli si concedono tutti i privilegi che hanno Salvestro dei Medici, 
i suoi consorti e confederati (21 lug. 1378); provvisione della Balia 
per la quale si ordina che le disposizioni da essa già prese in 
nulla pregiudichino a ser Viviano, Notaro delle Riformagioni e 
a ser Coluccio, Cancelliere (1 sett. 1378); istruzioni date (dal No- 
taro delle Riformagioni) a' Priori per bene esercitare l'uffìzj loro 
(mar. 1379-30 apr. 1381); provvisione concernente lo scrutinio 
dei notari per Tuffìcio di Notaro della Signoria (13 mag. 1385) ; 
provvisione in cui si ordina, sotto pena di mille lire, ai Rettori, 
o loro famiglie, di non molestare, allegando ignoranza degli Sta- 
tuti, per il porto delle armi quelli (fra cui il Notaro della Signo- 
ria) che vi avevano diritto per essere stati nell'Ufficio dei Signori 
(23 die. 1400) ; provvisione con cui si stabiliscono il tempo e il 
modo per lo scrutinio dei Notari della Signoria (31 genn. 1412); 
provvisione concernente la registrazione delle lettere degli Ora- 
tori e Commissari (13 mar. 1431) ; provvisione della Balìa con- 
cernente l'elezione e l'ufficio del nuovo Notaro delle Riformagioni, 
messer Filippo d'Andrea dì Balduccio (31 mag. 1444); provvisione 
con cui si obbligano ì Notari della Cancelleria a tener giornal- 
mente ricordo in lingua volgare dei denari che si faranno pagare 
dalla Camera dell'Arme, o del Monte (19 feb. 1451); provvisione 
concernente l'elezione e l'ufficio del Notaro delle Riformagioni e 
de' suoi Coadiutori (15 genn. 1457); provvisione della Balìa con 
cui si fa obbligo al primo Cancelliere dì usare carte membrana- 
cee per le lettere da mandarsi fuori dello Stato e di curare la 
registrazione e copia di tutte quelle che da forestieri son mandate 
alla Signorìa (3 ott. 1466) ; provvisione con cui sì ordina che il 
Notaro della Signoria registri in volume fatto a ciò ì bullettini 
di cui sarà rogato e il secondo Cancelliere i salvocondottì (25 
nov. 1473) ; provvisione circa le scritture pubbliche concernenti 
il Comune da registrarsi e conservarsi nell' Archivio presso il 
Notaro delle Riformagioni (27 ott. 1475); provvisione concernente 
una nuova riforma della Cancelleria (28 nov. 1483); provvisione 
concernente un'altra riforma della Cancelleria (5 die. 1483); altra 
riforma nella Cancelleria (12 die. 1483); provvisione concernente 
nuove riforme nella Cancellerìa (31 die. 1483); altra provvisione 
sullo stesso oggetto (15 genn, 1484); provvisione concernente la 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 455 

conferma di alcuni Segretarj e Coadiutori della Signoria (22 die. 
14S6); provvisione contenente varie disposizioni circa i sedici Uf- 
ficiali della Cancelleria (24 die. 1487) ; altra provvisione conte- 
nente molte disposizioni circa gli Ufficiali della Cancelleria (22 
genn. 1488) ; deliberazione dei Signori e Collegi con la quale si 
determinano i doveri e i diritti dei quattro Ufficiali della Can- 
celleria deputati ad andare con gli Oratori (24 genn. 148i); altra 
deliberazione in cui si determina il salario che gli Oratori debbon 
dare ai detti Cancellieri (28 genn. 1488); provvisione concernente 
il sistema da tenersi nell'elezione della Signoria e del suo Notaro 
(13 ag. 1495); provvisione per la quale si ordina che con gli Am- 
basciatori i quali vanno fuori di Stato si mandi un giovane perchè 
possa prender pratica nel Governo della Repubblica (30 apr. 1498); 
istruzioni pei Signori nuovi eletti e pei Cancellieri (1498) ; deli- 
berazione dei Signori e Collegi con la quale si ordina ai Cancel- 
lieri del Palazzo di presentarsi almeno due volte il giorno a fare 
il loro ufficio (lo ag. 1518) ; deliberazione dei Signori e Collegi 
con la quale si proibisce a qualsivoglia Ufficiale delle Riforma- 
gioni d'occuparsi in qualsiasi modo in favore d'alcuno di faccende 
estranee al suo ufficio (6 giug. 1529). 



( « 



Nella terza parte son riportate 127 lettere ed istruzioni della 
prima metà del sec. XIV, dettate dai Cancellieri in lingua 
volgare, le quali, oltre ad offrire un utile e dilettevole saggio della 
produzione della Cancelleria Fiorentina, vuole 1' A. 
che servano a far propaganda per una completa pubblicazione 
di tutti gli atti ancor rimasti inediti, fra i quali le altre lettere 
ed istruzioni in lingua volgare della seconda metà del sec. XIV, 
che son quasi 1800 , e che sono tanto più importanti in quanto 
anche la R. Accademia della Crusca le annovera tra' suoi testi. 

« 
» « 

La storia della Cancelleria e dei Cancellieri l'A. 
narra nei primi nove capitoli , corrispondenti ai periodi princi- 
pali di essa , cioè : dalle origini fino alla pace del cardinal La- 



456 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

— — » 

tino (1115? -1280); dalla pace suddetta alla morte di Brunetto 
Latini (1280-1295?); da Brunetto Latini a ser Ventura Mona- 
chi (1295 ?- 1340) ; da ser Ventura Monachi a Coluccio Salutati 
(17 sett. 1340-19 apr. 1375); durante Coluccio Salutati (10 apr. 
1375-4 mag. 1406) ; dalla morte di Coluccio Salutati a Leonardo 
Bruni, (Benedetto e Paolo Fortini), (4 maggio 1406-3 die. 1427); 
da Leonardo Bruni e Benedetto Accolti , (L. Bruni , G. Marsup- 
pini, P. Bracciolini), (1427-1458); da Benedetto Accolti alla morte 
di B. Scala (1458 - 1497) ; da Marcello Virgilio Adriani alla fine 
della Repubblica (A. Lapaccini , N. Machiavelli e D. Giannotti), 
(1498-1532). 

Quivi , superate molte e gravi difficoltà non ignote agli stu- 
diosi di questa materia, sono esposte e ridotte ad unità le innu- 
merevoli notizie raccolte in un ventennio (1) di faticose ricerche 
e di studi, concernenti successivamente : origine degli uffici no- 
tarili e cancellereschi, cancellieri laici ed ecclesiastici, cancellieri 
delle città e dei comuni Italiani ; origine della Cancelleria 
Fiorentina; Notaro della Signoria ; Notaro delle Riforma- 
gioni e suo coadiutore ; Notaro Dettatore o Cancelliere ; Tesauro 
Beccaria e la guerra del 1260 tra i Fiorentini e i Senesi ; Notaro 
dei Priori e suo ufficio ; Bonsignore di Guezzo ; Brunetto Latini 
Dettatore, sua dottrina e sua fama, parte ch'egli ebbe nell' am- 
ministrazione della Repubblica ; errori di T. Perrens circa gli 
ufficiali della Cancelleria; il Notaro della Signoria fino al 1322; 
alcuni Notari delle Ri for magioni e loro coadiutori ; Chello Bal- 
dovini e Corso di Gherardi ; gli Statuti del Capitano e del Po- 
testà del 1322-25 ; la Cancelleria del Duca di Calabria ; gli ulti- 
mi anni di Chello , sua morte e funerale fattogli dalla Repub- 
blica ; un Cancelliere rimasto fino a poco fa sconosciuto, Naddo 
Baldovini ; i Notari della Signoria e delle Riformagioni fino al 



(1) Tra gli argomenti prediletti di studio, che Cesare Paoli , di ve- 
nerata memoria, additava ai suoi allievi, v'era questo della Cancel- 
leria Fiorentina: si accinsero a trattarlo il Marzi pel periodo 
anteriore al 1406 , ed Eugenio Casanova , oggi anclie lui direttore del 
R. Arch. di Stato di Napoli, per il periodo susseguente; ma ben presto 
questi , occupato in altri studi se ne ritrasse, mettendo a disposizione 
del primo il frutto delle sue ricerche. 



RASSBCJNA BIBLIOORAFICA 467 

1348 ; la Cancelleria del Duca di Atene ; ser Ventura Monachi , 
gli Statuti del 1355 ; i Notari della Signoria e delle Riformagioni 
fino al 1375; Niccolò Monachi Cancelliere; le sue «Ricordanze» 
sua vita privata, ufficj e guadagni di un Cancelliere; persecu- 
zioni politiche e disgrazie, cui va incontro; l'Ufficio delle Tratte; 
Coluccio Salutati e sua elezione a Cancelliere ; gli Ufficj della 
Cancelleria fino al tumulto dei Ciompi ; un secondo Dettatore ; 
ser Piero delle Riformagioni ; ser Viviano Franchi , suo succes- 
sore, il Notaro dei Signori ; Coluccio Salutati in Palazzo, sua 
operosità, sua dottrina e sua fama , sua morte , onori decretati- 
gli dalla Repubblica ; il successore di Coluccio, B. Fortini ; Pie- 
tro di ser Mino Dettatore ; i successori di ser Pietro fino al 1415 ; 
ancora i Notari della Signoria e delle Riformagioni ; la Cancel- 
leria negli Statuti del 1409 e del 1414-15 ; 1' Ufficio dello Spec- 
chio ; i Dieci di Balia e gli Otto di Pratica ; i Notari della Si- 
gnoria e delle Riformagioni fino al 1427 ; ancora il Cancelliere 
Dettatore ; Leonardo Bruni Cancelliere e riforme da lui fatte ; la 
seconda Cancelleria ; sua morte ; ancora il Notaro della Signoria 
ed il Notaro delle Riformagioni ; ser Filippo Pieruzzi ; la prima 
e seconda Cancelleria al tempo del Marsuppini ; loro riunione ; 
i Notari della Signoria e delle Riformagioni dal 1444 al '53 ; 
Poggio Bracciolini Cancelliere ; i Notari della Signoria e delle 
Riformagioni fino al 1468 ; gli Uffici della Cancelleria al tempo 
di Benedetto Accolti ; i Notari della Signoria e delle Riforma- 
gioni fino al 1471 ; Bartolomeo Scala e la seconda Cancelleria ; 
gli Uffici della Cancelleria fino al 1483; le riforme di quell'an- 
no; riforme fino al 1468; riforme fino al 1494; dal 1494 al '97; 
le riforme del 1498 ; Nicolò Machiavelli ; la Cancelleria fino al 
1512 ; vita dei Cancellieri in Palazzo ; relazioni fra loro e coi Si- 
gnori ; la rivoluzione del 1512; i Notari della Signoria e delle 
Riformagioni fino al 1522 ; ancora la prima e la seconda Cancel- 
leria ; N. Michelozzì ; la Cancelleria fino al 1527 ; gli ultimi Uf- 
fici ed Ufficiali della Cancelleria ; intorno ad una scrittura ano- 
nima circa il governo della Repubblica composta da un N. Se- 
gretario della medesima ad istanza di Marco Foscari per infor- 
mazione del Governo della Serenissima. 

Tale esposizione vien fatta accordando sobriamente, per quanto 
sia possibile, gli avvenimenti politici e sociali esterni e lo svol- 
gimento della cultura generale con 1' andamento interno degli 



45d RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

uffici* cancellereschi e col succedersi dei nolari dettatori, che son 
gli ufficiali più importanti o più famosi. 



Gli ultimi tre capitoli dall' 11* al 13" trattano delle varie ca- 
tegorie di atti della Cancelleria; della loro compilazione , 
formulario , lingua e stile ; della preparazione materiale e con- 
servazione di essi ; degli orari' e delle stanze della Cancelle- 
ria. 

Nulla vi è da osservare sulla denominazione di atti dei Si- 
gnori e Collegi ; di atti dei Consigli e Statuti ; di Consulte e 
Pratiche ; di Provvisioni ; di Istruzioni e Lettere (Missive , Re- 
sponsive , Interne ed Esterne) e di altre serie meno importanti , 
che corrispondono pressapoco alle categorie analogamente deno- 
minate delle altre cancellerie del mondo medioevale ; avvertiamo 
solo che « libri fabarum » son detti i registri contenenti minute 
di deliberazioni dei vari Consigli, con l'annotazione del numero 
delle fave bianche o nere, cioè dei voti favorevoli o contrari' ot- 
tenuti dalle singole proposte. 

Più interessante ci sembra il dare qualche notizia sull'intima 
struttura e composizione delle singole parti , uso e disposizione 
delle frasi e delle parole stesse dei documenti, che emanano dalla 
Cancelleria Fiorentina. 

Gli atti del Comune, o almeno i più importanti, quelli a cui 
più propriamente si conviene la denominazione di documenti nel 
significato giuridico e diplomatico della parola, originariamente 
non sono che semplici atti notarili. Le deliberazioni della Su- 
prema Magistratura, come degli altri uffici dello Stato, gli ordini 
dei Consigli del Popolo e del Comune acquistano carattere di 
autenticità e di legalità per l'intervento del notaro : nei protocolli 
notarili del tempo insieme con strumenti d'indole privata si tro- 
vano quindi continuamente atti e perfino statuti di vari comuni, 
compreso quello di Firenze. 

Ciò pei primi secoli , poiché più tardi la Repubblica, libera- 
tasi di fatto interamente dall'Impero , ottenuto pei suoi Signori 
il titolo di Vicari Imperiali, si affranca a poco a poco dal diritto 
e dalle consuetudini notarili vigenti, e stipula coi notari speciali 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 459 

convenzioni od adibisce per cancellieri e segretari ufficiali propri*, 
notari o meno, i quali formano scritture, che hanno valore do- 
cumentale per autorità del Comune. 

Man mano che la vita sociale e l'amministrazione del Comune 
si evolvono, si trasformano pure gli atti della Cancelleria, 
nei quali si posson distinguere due parti : una comune a tutti 
gli atti notarili del tempo, l'altra propria ai cancellereschi, pro- 
manante dalle speciali necessità dell'ufficio. Permane però sem- 
pre il carattere di atto privato notarile in confronto degli atti 
pubblici delle maggiori cancellerie , i quali hanno forma preva- 
lentemente epistolare. 

In generale si può notare pei primi , che le parti del docu- 
mento , se sono minori ed hanno minore svolgimento che ne' 
secondi, sono però più numerose e più ampie che nei documenti 
privati, dai quali si allontanano specialmente nel protocollo, ac- 
costandosi ai pubblici, coi quali hanno comune il contenuto. 

I formulari per gli atti privati e pubblici sono ormai notis- 
simi, specialmente per le divulgate raccolte del De Rozière e del 
Rockinger : l'Italia ebbe nel sec. XII una fioritura di somme di 
arte dettatoria e notarile ; e Firenze va annoverata fra le città , 
che possedettero più numerosi e valenti dettatori. 

Negli atti cancellereschi fiorentini , di cui ci occupiamo , le 
formole generali e comuni naturalmente vanno modificandosi al- 
l'unisono colle riforme introdotte nel reggimento dello Stato, del 
quale rispecchiano la varia vicenda. Così per es. le deliberazioni 
e le provvisioni del Supremo Magistrato cittadino mostrano nel 
protocollo iniziale di provenire rispettivamente nei tempi più an- 
tichi da' Consoli, poi dagli Anziani, poi da' Signori, in seguito 
da' Signori e Collegi ; nei più recenti da' Signori soli, se riguar- 
dano affari di poca importanza, da' Signori insieme coi Collegi 
le altre. 

Proseguendo troviamo fatta menzione del Gonfaloniere ; del 
Proposto ; dopo il 1316 dei Vicari Angioini ; del Duca di Cala- 
bria ; del Duca di Atene ; e poi ancora, dopo il 3 gennaio 1459, 
per opera di Luca Pitti, come asserisce il Machiavelli, dei « Prio- 
res Artium et Vexillifer iustitie » dei « Priores Libertatis et Ve- 
xillifer iustitie Populi Fiorentini »; e troviamo invocazioni e for- 
mole di affettata pietii durante il governo Savonaroliano ed il 
gonfalonierato di Pier Soderini, e parole che caratterizzano più 



460 RASSEGNA BIBLIOGRAF*ICA 

propriamente l'indole degU atti, come il « deliberaverunt » usato 
per le deliberazioni, ed il « provviderunt et reformaverunt » per 
le provvisioni. 

Nell'escatocollo si ha poco più deirenunciazione dei testimoni 
e delle sottoscrizioni notarili al pari degli atti privati. 

Maggior varietà dopo gli ultimi anni del sec. XIll presentano 
gli atti dei Consigli, pel numero di tali magistrati, spesso cam- 
biati, rinnovati, aboliti, sostituiti; per l'importanza variabile di 
essi; per le norme rigorose di precedenza da osservarsi; per no- 
tizie più minuziose sopra gli uffici e gli ufficiali da cui gli atti 
medesimi traggono origine; cosicché il protocollo dei documenti 
medesimi diventa, per chi vi sappia leggere, lo specchio ove tutti 
si riflettono i mutamenti di quel mutabilissimo Stato Fiorentino 
contro cui, prima dell'ingenuo ed esatto Villani, protestava iroso 
il Divino Poeta in alcuni dei suoi più ripetuti versi , e che ha 
fatto dire spiritosamente ad uno dei nostri patriotti e scrittori , 
che se i Siciliani avevano, spesso senza loro volontà , cambiate 
molte dinastie, i Fiorentini erano andati, per avere un buon go- 
verno, ad inquietare perfino Gesù Cristo, ma invano ! 

Quanto alla compilazione degli atti in complesso le prov- 
visioni somigliano alle deliberazioni, ma ne differi- 
scono sensibilmente nei particolari. Queste in genere sono docu- 
menti più brevi, talvolta non contengono che un semplice ordine, 
registrato in poche righe. 

I Signori e il loro Notaro stavano giornalmente insieme a Pa- 
lazzo; quelli ordinavano di scrivere le varie deliberazioni, questi, 
messa in principio del registro l'intitolazione, le scriveva succes 
sivamente, apponendo ad ognuna la sua data e per quelle dello 
stesso giorno la formola : « Item eodem die». 

Più arduo invece e più raro riusciva 1' adunare i Consigli , 
numerosi pe' cittadini , che vi pigliavan parte , per la presenza 
necessaria de' Rettori, de' Priori e Gonfaloniere, del Notaro; più 
importanti erano le cose trattate. 

Da ciò una maggiore solennità ed ampiezza nella compila- 
zione. Oltre r invocazione si leggono nel protocolio iniziale : la 
data, i nomi dei Rettori , dei Signori , dei Notari presenti , del 
Consiglio o dei Consigli adunati. Nell'escatocollo è posta l'indi- 
cazione del luogo in cui l'adunanza è avvenuta e dei testimoni, 
che vi hanno assistito. Nel testo son notate le notizie necessarie 



RASSEKJNA BIBLIOGRAFICA 461 



alla piena conoscenza di (juanto è stato discusso ; i titoli delle 
rubriche degli Statuti, che si son citati, o ai quali si è derogato; 
le provvisioni antecedenti ricordate, l'approvazione già avvenuta 
in altri Consigli di quanto novellamente si propone, e perfino vi 
si trascrivono interi documenti. Si narrano poi gli antecedenti 
della questione , i motivi della proposta e tutto quello che può 
concorrere ad agevolarne l'approvazione. 

Anche per questi atti si osserva che, quando si tratta di varie 
proposte e di varie provvisioni , esse vanno inquadrate in unico 
protocollo e in ordine progressivo. Si indica il numero delle fave 
bianche o nere ottenute da ciascuna , e qualche rara volta vien 
riferita la opinione manifestata da alcuni consiglieri. 

Le provvisioni , dopo approvate dai Signori e dai Signori e 
Collegi, venivano presentate prima al Consiglio del Popolo, poi 
a quello del Comune. Di tale procedimento le conseguenze si ri- 
flettono nella compilazione degli atti. 

Nei registri delle Provvisioni, come nei registri anteriori (Con- 
sulte , « Libri Fabarum » Protocolli) e nei Duplicati , scritto il 
protocollo, si scrivono successivamente le provvisioni approvate 
nello stesso giorno nel Consiglio del Popolo e si chiude con l'e- 
scatocollo. Pel Consiglio del Comune si scrivono nello stesso mo- 
do protocollo, escatocollo e testo; questo è molto più breve, ac- 
cennandovisi solo la provvisione antecedentemente approvata in 
un dato giorno dal Consiglio del Popolo; si notano poi i voti ot- 
tenuti in quello del Comune, e raramente l'opinione manifestata 
da qualche consigliere. Analogamente si procede nei registri pre- 
paratori'. Per le provvisioni invece , scritte in fogli separati da 
consegnare alle parti interessate , si tiene diverso sistema. Si 
copia integralmente il protocollo e il testo della provvisione ap- 
provata nel Consiglio del Popolo; si mette pure l'escatocollo nel 
quale si dichiara il notaro che l'ha copiata dagli atti del Comune, 
che generalmente è il Coadiutore del Notaro delle Riformagioni, 
ma risf>etto al Consiglio del Comune non si aggiunge quanto te- 
stualmente è scritto nel registro corrispondente , bensì solo il 
giorno dell'approvazione ed il numero dei voti ottenuti. Pel con- 
tenuto bisogna notare che alle provvisioni approvate nel Consiglio 
del Popolo soleva talvolta esser tolta qualche cosa in quello del 
Comune. 

Bisogna notare pure che non sempre sì tiene per le Provvi- 



4f6Ì RASSEGNA BIBLIOORAFÌCA 

sionì quest'ordine; che, se il 29 nov. 1468 si ordina che queste 
si approvino prima dai Signori e dai Signori e Collegi, poi dal 
Consiglio del Popolo , in un altro giorno in quello del Comune 
e in un altro ancora in quello dei Cento, in certi casi si inverte 
quest'ordine; e che poco dopo si viene all'istituzione del Consiglio 
dei Savi, i quali debbono esaminarle per la parte legale e politica. 
Giova avvertire che nel Consiglio del Comune potevano pro- 
porre i popolani come i magnati ; che per una provvisione ap- 
provata nel Consiglio del Popolo e rigettata in quello del Comune 
nessuno poteva venir molestato; che gli interessati, anche se con- 
siglieri, dovevano astenersi dall' intervenire. Circa le provvisioni 
riguardanti interessi privati, approvate dal Consiglio del Popolo, 
non potevano esser modificate in quello del Comune, tranne che 
per diminuire il beneficio , ma in data del 30 die. 1418 si pre- 
scrisse addirittura che non si potesse fare variazione alcuna (1). 



» « 



Gli atti di cui sopra abbiamo fatto parola sono in certo qual 
modo una creazione del comune medioevale; in quanto alle let- 
tere esse hanno modelli illustri, antichissimi e numerosi e non 
differiscono pel protocollo da quelle delle altre cancellerie fin ora 
meglio conosciute. 

Già per quel che riguarda il testo basterà osservare, che non 
è a parlare di un vero formulario , eccettuato il caso di brevi 
ordini, precetti, buUettini, salvocondotti , patenti , credenziali e 
simili, che sono scritte sulla falsariga delle precedenti. Nelle più 
importanti ed ampie il contenuto informa variamente il testo , 
che appartiene meglio al dominio della critica storica, letteraria. 



(1) Chi volesse conoscenza completa degli atti della C. F. potrebbe, 
senza ricorrere a libri più o meno rari, consultare anche: I Capitoli 
del Comune di Firenze e Le Consulte della Repub- 
blica Fiorentina, pubblicazione iniziata nel 1865 tra tanto fer- 
vore di buoni ordinamenti archivistici sotto il benemerito Francesco 
Bonaini, essendo ministro per la Pubblica Istruzione il patriotta mes- 
sinese Barone Giuseppe Natoli, e successivamente compiuta dai dotti 
archivisti Cesare Guasti ed Alessandro Gherardi, 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 46^) 

giuridica ed offre materia di osservazioni e di studio all'uomo po- 
litico anziché al diplomatista. E contenuto sapiente e forma eletta 
giungono al più alto punto col Salutati, poi questa si affina an- 
cora col Bruni, col Marsuppini, con Poggio Bracciolini, quindi 
si avvia verso una maggiore semplicità , sobrietà e proprietà , 
dando infine luogo alla spigliatezza del Machiavelli. 

Alla osservanza invece delle minuziose prescrizioni dei for- 
mulari* , ed al rispetto scrupoloso dei precedenti e delle conve- 
nienze si tiene con ragione per il protocollo, quanto e forse più 
che nelle altre cancellerie maggiori. 

A tal proposito fra i tanti interessanti aneddoti vogliam ri- 
cordare che avendo papa Sisto IV scritto alla Repubblica con 
formulario insolito, indirizzando la lettera semplicemente : « Prio- 
ribus et V^exillifero » invece che « Prioribus libertatis et Ve- 
xillifero lustitie » ed omesso la consueta frase dì « dilectis in 
Christo filiis » ai Fiorentini ciò basta per allarmarsi e porsi 
sull'avviso contro i sinistri propositi di lui e ne fanno le loro ri- 
mostranze con una lettera, che porta la data del 21 luglio 1478, 
nella quale così si esprimono: « Mirati primum sumus, beatissime 
Pater, inveteratam ad nos scribendi summorum Pontiflcum con- 
suetudinem repente rautatam his litteris tuis quas per preconem 
Calabrum afferre voluisti. Quamquam libertatis et iustitie , in- 
scriptione, subtracta nomina, satis quid sibi velint ipsa aperie- 
runt. Si enim quae suades facturi fuerimus, ut nos quoque no- 
minum talium oblivisceremur penitus necesse fuit. Et , cur Po- 
pulo scribitur novo more"? Et, cur ad eum scribis Populum quem 
ita te amare et tanta prosequi charitate asseris, perverso scribendi 
more, dilectionis etiam appellationem, a qua in hanc diem solitae 
sunt exordire Pontificales verae litterae praetermittis ? An non 
diligis eum Populum quem censuris castigas talibus? quem armis 
tuis in viam tuam redigere conaris ? Nulla profecto, si dilectionis 
auferas, causa restabit, cur ita prosequare». 

Notiamo le formule usate nel più antico registro di lettere a 
noi pervenuto (1308-9). 

In un passaporto a due milanesi e ad un pistoiese leggesi (1) : 
« Pateat quod nos .... Potestas .... Capitaneus et Uefen- 



(1) 1308 seti. 17. 



464 KASSEdNA BIBLIOGRAFICA 

sor .... Priores .... Consìlium, Populus et Commune .... 
damus .... lìcentiam *. In un altro (l) : « Pateat universis et 
singulis has licteras inspecturis (|uo(l nos concedimus ». In una 
lettera patente (!2) : « Nobilihus et sapientibus viris, dominis Po- 
testatibus .... aliisque Officialibus, Consiliis et Universitatibus, 
Coniitibus, Baronis et Nobilibus, amicìs suìs, ad quos presenles 
advenerint .... Le stesse espressioni sono usate in una simile 
lettera del gennaio successivo, ma infine si aggiunge : * Has. . . . 
licteras fieri mandavimus et nostri sigilli appositione muniri ». 
In una per notaro a Trieste si ha invece in forma diretta (3): « Vi- 
ribus nobilibus et discretis . . . , amicis suis dilectis . , . , sa- 
lutem ad vota felicem ». 

Intitolazione più larga leggesi in una lettera patente, avente 
carattere di circolare, con la quale si presentano quattro ufficiali 
riscuotitori (4) : « . . . Potestas, Capitaneus, Priores . . . probis 
viria Capitaneis, Vicariis . . . , Gonfaloneriis, Pennoneriis, Con- 
siliariis, Universitatibus, horainibus et personis ligarum omnium 
et singulorum Gomuniura, plebatum, populorum acque locorura 
Comitatus et Districtus Florentie et Sindicis, Rectoribus, homi- 
nibus et personis Gomunium, plebatuum, locorum predictorum 
salutem ». 

Anche le istruzioni agli ambasciatori hanno un formulario 
costante. In una di esse leggesi (5) : « In nomine Ghristi amen. 
Hec est forma ambaxiate quam facere ac portare debet vir pru- 
dens . . . Iturus . , . Primo . . . salutatione premissa ... ». 
In un'altra (6) : « . . . Hec est forma ambaxate ... ad sanctis- 
simum Patrem et dominum, dominum Glementem, divina provi- 
dentia, sacrosante Romane ac universalis Ecclesie Summum Pon- 
tificem .... In primis ... ». Qualche differenza notasi in al- 
tra (7) : « In nomine . . . Hec est memoria eorum que fieri de- 



(1) 1308 nov. 27. 

(2) Id. ott. 24. 

(3) Id. nov. 21. 

(4) Id. sett. 18. 

(5) Id. ott. 24. 

(6) 1309 feb. 14. 

(7) 1308 nov. 6. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 465 

beni per . . . , ituros ...» e in un'altra ancora (1) : « In no- 
mine .... Infrascripta sunt puncla, capitula et articula .... 
quos . . . , circa quos . . . infrascripti sapientes et discreti viri 
. . . , Sindicus et Ambaxiatores Florentie, habent referre, trac- 
tare, conferre ... ». Nelle istruzioni in volgare date agli am- 
basciatori presso i Signori di Bologna in data del 17 marzo 135() 
leggesi la formola poco consueta: « Im prima, premessa debita 
et carnale salute, la quale vedrete si convegna si a l'onore loro 
et si al nostro affecto ... ». 

Diciamo pure qualche cosa sul formulario adoperato con gli 
stati principali. Per Bologna (2) : « Excellentibus et nobilibus 
viris, dominis . . . , Potestati . . . , Capitaneo . . . , Antianis 
. . . , Gonsulibus . . . , Barisello . . . , Preconsuli . . . , Con- 
silio et Comuni Civitatis Bononie, fratribus suis , Petrus . . . , 
Potestas et Simon . . . , Capitaneus et Defensor, Priores Artium 
et Vexillifer iustitie , Consilium , Populus et Comune Civitatis 
Florentie salutem ad vota felicem » ; « Magnifìcis et nobilibus 
viris . . . salutis plenitudinis et amoris »;«... fratribus et a- 
micis carissimis ... ». Per Siena (3) : « Nobilibus et sapientibus 
viris . . . salutem ad vota felicem » ; « Magne nobilitatis et sa- 
pientie viris . . . salutis plenitudinem et amoris ». Per Pistoia 
e pel suo Potestà (4) : « Viribus nobilibus et discretis ... sa- 
lutem et discernere in agendis »; «Sapienti et nobili viro . . . »; 
«... sibi dilectis . . . salutem cum dilectione sincera »;«... 
sibi dilectis , utinam in posterum diligendis ... ; salutem et 
devotionem suara . . . , nullius ingrati tudinis vitio maculare». 
Pei Colligiani (5) : « Viribus nobilibus et discretis . . . , suis 
dilectis . . . , cum sincera dilectione salutem »;«... sibi di- 
lectis sotiis et amicis . . . salutem et amorem sincerum . . . »; 
«... amicis karissimis . . . salutem cum dilectione sincera » ; 
«... cum dilectione salutem ». Pei Lucchesi (6) : « . . , fra- 



(1) 1309 genn. 11. 

(2) Id. mar. 18 ; genn. 22 ; feb. 5. 

(3) 1308 sett. 23 ; oli. 20. 

(4) Id. nov. 15 ; nov. 17 ; die. 10 ; 1309 genn. 8. 

(5) Id. oit. 26; nov. 13; nov. 18; die. 21. 

(6) Id. nov. 5; nov. 5; nov. 12; nov. 16; 1309 genn. 13; gen. 30 ; feb. 25. 



466 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tribiis suis . . . quam sibi salulem » ; « Virìbus sapientibus et 
discretis . . . salutem quam sibi » ; « Nobilibus et sapientibus 
viris»; «salutem cum dilectione fraterna»; fratribus suis caris- 
simis »; « cupite felicitatis gaudia cum salute»; « fratribus intima 
diligendis . . . salutem prosperam et felicera ». Pei Pisani (1) : 
« felicitatis copiam et salutis ». Pei Pratesi (2) : « sibi dilectis . . . 
cum sincera dilectione salutem». Per gli Aretini (3) : «sibi di- 
lectis amicis . . . salutem et mutui reverentis amoris perpetuam 
firmitatem »; « Prudentibus et nobilibus viris . . . »; « successos 
ad vota placidos cum salute ». Pei Genovesi (4) : « Magnificis 
viris». Per quei di Pavia (5) : « Magnificis et nobilibus viris, 
dominis Potestati et Capitaneo, Gubernatori Militie et Populi et 
Paraticorum , Sapientibus, Consilio et Comuni Civitatìs Papié ^ 
amicis suis multipliciter honorandis . . . salutem ad vota sem- 
per placidam et felicem ». Per San Miniato (6): « Viribus nobi- 
libus et discretis . . . salutem et dilectionem ». Pel Capitano di 
Milano (7) : Magnifico viro , amico eorum carissimo dilegendo , 
salutem et honorum continua et felicia incrementa ». Per quei 
di Volterra (8) : « Viribus nobilibus et discretis . . . sibi dilec- 
tis .. . salutem cum dilectione sincera ». Per quelli di Reggio 
Emilia (9) : « amicis suis carissimis . . . salutem ad vota semper 
placidam et felicem ». Per quoi di Padova (10) : « magne nobili- 
tatis et sapientie viris amicis carissimis». Per quei di Forlì (II): 
« Nobilibus et sapientibus viris . . . salutem et omne bonum «. 
Le formole riferite di sopra sono adatte a Repubbliche effet- 
tivamente minori o maggiori della Fiorentina , ma che secondo 
l'opinione prevalente del tempo si considerano uguali; con più 



(1) 


1308 nov. 11 


(2) 


Id. 


nov, 


, 12. 


(3J 


Id. 


die. 


23; 


(4) 


Id. 


sett. 


, 27. 


(5) 


Id. 


ott. 


2. 


(6) 


Id. 


ott. 


4. 


(7) 


Id. 


ott. 


18. 


(8) 


Id. 


nov. 


7. 


(9) 


Id. 


nov. 


23. 


(10) 


1309 gemi. 2 


(11) 


Id. 


mar 


. 1, 



1309 genn. 3 ; genn, 16. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 467 

ossequio , in tuono devolo e sommesso , con studio di forme si 
scrive agli stati principeschi maggiori e specialmente al Papa. 

Riportiamo qualche esempio. 

Al re di Francia : « Serenissimo et excellentissimo Principi, 
Domino Philippo, Dei gratia, Regi Francorum, illustri domino, 
devotissimi sui . . . , Potestas . . . Capitaneus et Defensor, Prio- 
res Artium et Vexillifer iustitie, Gonsilium, Populus et Comune 
Florentie, cum humili recommendatione, se ipsos pronos ad reve- 
rentiam debitam et devotam ». Al Papa (1) : « Sanctissimo in 
Christo Patri et Domino singulari, Domino . . . , sacrosante Ro- 
mane ac universalis Ecclesie Summo Pontifici , devotissimi sui 
. . . , cum recommendatione se ipsos pronos ad devota pedum 
oscula beatorum ». A Carlo li d'Angiò , re di Napoli (2) : « Se- 
renissimo et excellentissimo Domino, domino Karolo, Dei gratia, 
lerusalem et Sicilie Regi , Ducatus Apulie , Principatus Capue , 
Provincie Folcalquerii ac Pedimontis Comiti , devotissimi sui , 
cum recommendatione se ipsos pronos ad reverentiam debitam 
et devotam». Al re d'Aragona (3) : « Serenissimo Principi . . . 
devoti eius . . . cura recomendatione, se ipsos ad honores et be- 
neplacita preparatos ». Al duca di Calabria (4) : « Illustri Prin- 
cipi, domino Roberto , serenissimi domini Karoli Secundi , Dei 
gratia, lerusalem et Sicilie Regis, primogenito. Duci Calabrie ac 
eius in Regno Sicilie Vicario Generali, devoti eius Priores . . . , 
cum recommendatione, se ipsos ad mandata et beneplacita pre- 
paratos »; allo stesso (5) : « cum recommendatione se ipsos pronos 
ad reverentiam debitam et devotam ». Ad un cardinale (6) : « Re- 
verendissimo in Christo Patri et Domino, domino ...» devoti 
eius . . . Potestas . . . , cum recommendatione, se ipsos et re- 
verentiam debitam et devotam ». 

Cambia l'intonazione se si tratta di qualche principe o capi- 
tano di minor conto. Così alla Contessa di Gallura si scrive (7) : 



(1) 1309 feb. 26. 

(2) 1308 nov. 18. 

(3) 1309 genn. 11. 

(4) 1308 ott. 2. 

(5) 1309 febb. 20. 

(6) 1308? sett. 28. 

(7) Id. nov. 5, 



468 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

« Magnifice Mulieri, Domine . . . , salulem et honorum felicem 
increraentum ». Al conte Guido Salvatico (t) : * Magnifico viro 
. . . , amico carissimo . . . , Priores quam sibi saliitem »; . . . 
« salutem ad vota felicem ». Al conte Guido da Battifolle {i) : 
« Excellenti viro . . . salutis plenitudinem et amoris »; salutem 
et honoris continuum augmentum ». Ai Signori di Rimini (3) : 
« Excellentibus viris . . . , amicis carissimis . . . , salutem et 
honorum felicia incrementa». Ai conti Ubaldini (4): « nobi- 
libus viris . . . , sibi dilectis , salutem et amorem since- 
rum ». Al marchese Malaspina (5) : « Magnifico viro . . . , amico 
Rarissimo . . . , salutem ad vota felicem »; Excellenti viro . . . , 
amico eorum carissimo . . . , salutem ad vota semper placidam 
et felicem »; » salutem et sincere dilectionis affectum ». Al Vi- 
cario del Patrimonin in Toscana (6) : « Nobili et sapienti viro 
. . . , amico carissimo . . . , salutem et honorum felicia incre- 
menta ». Al Priore dell'Ospeflale di S. Giovanni Gerosolimitano (7): 
« Religioso et venerabili viro . . . salutem et prosperos cum gra- 
tia divina successus». 

Quando si tratta di privati cittadini, o anche di modesti uf- 
ficiali, sia pure di comuni non soggetti a Firenze, il formulario 
diviene ancora più semplice, il titolo del destinatario è general- 
mente di « probo» o « discreto viro» e il saluto; «salutem» o «sa- 
lutem et dilectionem» e simili, finché negli ultimi tempi si giunge 
al semplice : « vale » , « valete » . Si eccettuano gli ambasciatori 
Fiorentini ai quali si dà del sapiente e del nobile con più riguar- 
dosi saluti. 

In tutti questi ultimi casi il nome del destinatario è posposto 
a quello dello scrivente , che al contrario vien dopo nei docu- 
menti di cui si è parlato più avanti, contrariamente all'uso della 
Cancelleria del Regno di Sicilia e delle altre maggiori, dove il 



(1) 1308 ott. 3 ; die. 22. 
{ì) 1309 genn. 13 ; feb. 8. 

(3) 1308 sett. 28. 

(4) Id. die. 24. 

(.5) 1309 genn. 25 ; feb. 10 ; febb. 27. 

(6) 1308 die. 24. 

(7) 1309 feb. 25. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 469 

sovrano antepone, il suo nome a quello del destinatario, anche 
scrivendo a sovrani potenti, all'Imperatore o al Papa (1). 

Da quanto precede l'A. conchiude che : « i titoli ufficiali dei 
riceventi eran dati da formulari invariabili , ma che variavano, 
secondo le circostanze, gli epiteti , le formule di saluto e d' au- 
gurio , la disposizione di tutte queste parti nella proposizione e 
nel periodo ». 

« 
« « 



Noi meno dell'A. crediamo utile proseguire Tanalisi dei do- 
cumenti contenuti nei registri posteriori, che non offrono varietà 
notevole, tuttavia anche in questi vogliam spigolare qualche no- 
tizia e specialmente alcune salutationes caratteristiche, le 
quali non sono formole stereotipate di protocollo , cifra uguale 
per tutti, ma un riassunto brevissimo ed efficace del significato 



(1) Vi è qualche eccezione. 

Martino il giovine per es. non omette rintitolazione precedente al- 
l'indicazione del destinatario nelle lettere indirizzate a potenti feudatari, 
a vescovi o a cardinali, alla stessa sua consorte, la Regina Bianca, la- 
sciata Vicaria nel Regno, durante l'impresa di Sardegna, e che chiama: 
«Molt cara muller», «Precarissima consors». L'omette invece scriven- 
do al padre. Re d'Aragona, ai quale dà del « Molt alt e molt excellent 
princep pare e senyor meu molt car » con rispettosa formola di saluto: 
« Et sea tos temps molt alt senyor la Santa Trinitat en vuestra curosa 
guarda». L'omette scrivendo al Papa ed al cugino Ferdinando, Infante 
di Castiglia : «Santissime et beatissime Pater», « Pare sant », «Santis- 
sime Pater et beatissime Domine»; « Inclito et muy caro Primo». L'o- 
mette pure, ed è notevole, in una lettera firmata al solito « Rex Mar- 
tinus » nella quale raccomanda (« precamur affettuose ») ai reggitori del 
Comune di Firenze (« Viri nobilee et amici carissimi ») di voler soddi- 
sfare sui beni dei Pisaai certi dritti a Pietro Barnes , padrone di una 
galera, assicurando reciprocità di trattamento : * sicut in consimilibus 
prò vestris dispositi sumus viceversa, de quo maiestati nostre vestrum 
peragentes debitum complacebitis satis large , offeirentes noe proinde 
ad singula vobis grata». 

Froionotaro ilei Regno; Registro n. 17; anno 1407-9; pp. 143, 1;Ì5, 
127, 160, 166, 176, 180, 182, 200, 239, 276 r., 310 ecc. 

Areh. Star. Sic. N. S. Anno XXXV. 31 



470 RASSEGNA BIBLIOORAFICA 

del testo, monito, minaccia, incoraggiamento, accenno a partico- 
lari avvenimenti ecc. (1). 

Nel secondo registro che va da agosto ad ottobre 1311 in va- 
rie lettere ai Bresciani troviamo : « salutem et fortes in constan- 
tia prosegui consueta »; « magne nobilitatis et notande strenui- 
tatis viris egregiis . . . fratribus suis . . . , salutem et vires cor- 
porum et fortitudines armorum » (si tratta della discessa di Ar- 
rigo VII); « salutem et constantiara cordium et fortitudinem bra- 
chiorum ». Agli ufficiali di Prato : « salutem et iustitiam diligere, 
dum iudicant terram Prati »: « salutem et a contrariis novitatibus 
abstinere». A Siena : «salutem et statum pacificum et tranquil- 
lum ». Al fratello del re di Napoli : «