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STORICO ITALIANO 



NUOVA SERIE 



TOMO Si:COND0 
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FIRENZE 

PHESSO (i. \\ VIKUSSKIIX KiMioin-: 

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co Tiri 1)1 M. CEI.LINI E C. 
ALLA GALU.F.IANA 



EX CODICE CllEMONENSl 

rKi\ CI,. vii\i;m 

CAN. PKIMICEKIUM ANTONIUM DKAGONI 



coLLKiiTo ì;t ai>si:ì!\aio 

SKLKGTA do(:umì:\'ia 



CIUVNTE f.T ADNOTANT; 



FRIDEKICO ODORICI HKIXIKNSI 

EU snKMO'i-; conicis hkscrii'tkim-: adjiìcta 



IL codici: diplomatico 

DEL 

CAPITOLO e R E ^1 O N E S E 

HVCCOl.Tfi K CONSKKVATO 

DA MONSIG PHIMIC-KBIO ANTONIO DRAGOM 

E 

Dor.rMKNTi I 111 VI SI (;o.\ti:n(ì«)\(i dai vii ai. i\ s!<:(ii.i) 

niSSERTAZIOSC 

DI i" i; D i: lu ( ; o odouk.i 

CllRRK.DATl 111 IKISI Ut KS-I 



PARTE PRIMA 



DOCUMENTI CREMONESI 

DAI. <V2(> xL 77;-{ 



I. 



Monsignor Primicerio Antonio Dragoni e il Coiiirc Diploniadco 
del Captolo Cremonese. 

Chi giunto n Cremona . la bella e solitaria città , prendesse 
la via Gonzaga, troverebbe a manca una porla col numero 2119. 
Entri pure a fidanza. Ivi abita un sacerdote oltagenario , veneran- 
tlo per la sua pietà , per la sua dottrina e per l'amore che lo con- 
dusse a raccogliere e porre in luce i monumenti Cremonesi, dal VII 
al secolo XVil. sventuratamente o non veduti, o non investigati dal 
Muratori, dallo Zaccaria, dal Lupi, dal Sanclementi, dall' Ughelli, da 
tutti gl'italici raccoglitori degli atti preziosissimi del medio-evo (j). 

Nato in Piacenza nel 1778, educalo nel patrio collegio Albero- 
niano, non avea tocco per anco il ([uarlo lustro, e già pubblicava 
i suoi Carmina Sacra. Poi traslocalo in Cremona , illustrava 
nel 1810 un dittico cristiano del museo Ponzoni con isplendore dr 
tipi Bodoniani, ma più <li elettissima erudizione. sìccIk'' fu giudi- 

('i; Sappiamu per altroVruna lotterà del Muratoti, die parlava del ricco ma 
trascurato Archivio Cremonese. Anche il Lupi asseriva d'aver veduto quelle ric- 
chezze, nel suo Cod. Dipi. Bcrcfom., Tom. I, Pinef. : Instntrtissimnm Tabularium, 
ci Capituli itliìts membranas non paitras, ci antiiinuìii Episcopalus Dtiìlovìatarium 
mspexi Crcnionae. Con tuttociò, ctìc diremo del Sanclemkmi Serics Critico- Chro- 
ììol. Episcopi. Crem. ; Crem., in-4 , 1814), il (pialo non incomincia che all' 842? 



(') codici: DII'I.OMAllCi» 

calo il più c'()in[)lelo lavoro clif in fatto di sacri dittici cscisse in 
luce. Istituito dal Vescovo cremonese in prelato Primicerio della 
Cattedrale (1811), continuò gli sludj suoi prediletti. Né qui l'arommi 
a tessere Telenco delle molte e dotte opere sue che gli meritarono 
fra noi bella fama, bastandomi ricordarvi la Storia Ecclesiastica di 
Cremona , lavoro di lunga lena, uscito in due volumi dal 1838 
al 1840. 

Ma l'opera clie più di tutte gli debbe acquistare la viva grati- 
tudine de'suoi Cremonesi, alla citi cattedrale già presiede da oltre 
un mezzo secolo, si è il Codice Diplomatico del Capitolo di Cre- 
mona , i cui documenti inediti cominciano con una carta del 620 
e terminano col secolo XVII. Bastivi questo, che nove se ne regi- 
strarono del VII secolo, ventidue dell' Vili (1), quindici del IX, ven- 
tiquattro del X, più di settanta dell' XI secolo. Del pregio inesti- 
mabile di quelle carte d'una importanza piuttosto italica che par- 
zialmente municipale, oltre al dettovi dal Troja per entro al suo 
gran Codice Diplomatico Longobardo, potrete farvene capaci dal sag- 
gio che qui v'arrechiamo. E mentre l' Europa tutta era sossopra pei 
vasti commovimenti dei regni e delle moltitudini , il nostro buono 
e diligente Dragoni nel silenzio del suo ritiro venia trascrivendo 
(]uesti atti preziosissimi di dieci secoli fa, toghendoli allo sperpero 
ed all'obUo d'una età ch'era troppo agitata , preoccupata del pre- 
sente, per volgere un pensiero ai monumenti del passato. Dal 1811 
al 1825 gU bastò l'arduo lavoro, cui non poterono rallentare l'affie- 
volito lume degli occhi, e gli arti offesi dalle gotte. 

Era impossibile che il suo volume giacesse lungamente inosser- 
vato. Primi a farne il loro prò furono gli stranieri : ma ne venne 
l'impulso da una celebre italiana; da quella principessa Trivulzio 
Belgiojoso, della quale se variamente parlarono, o comandati o cor- 
i-otti prevenuti , né sempre calmi né sinceri sempre , alcuni pe- 
riodici italiani di notissimi proponimenti (2) , nessuno potrh mai ne- 
garle squisitissimo ingegno ed alto amore pel suo paese. 

(1) Lo storico napoletano Carlo Troya va terminando a Napoli nel suo Co- 
dice Diplomatico Longobardo la pubblicazione e illustrazione delle carte longo- 
barde radvmale nel Codice dragoniano. 

(2) Anche l'autore del libercolo - L'ilalie. rouge - , a cui non sapremmo dar 
luogo né tra gli storici né tra i romanzieri , vomitò qualctie goffo impropei'io con- 
tro la Belgiojoso e la Bevilacqua. Ma degnarlo d'una risposta, sarebbe lo slesso elio 
mettersi a riscliio di parlare sul serio a chi ciò non merita in conto alcuno. 



DKI. CAPITOLO CREMONKSE 7 

Una (>oinniissiniic('lla ili uiox inetti francesi, mandata in Italia ra- 
rlunalrice di docunu'nti longobardi por conto della Bolgio.joso (la 
(|uale avevasi proposta la pubblifaziono di nn Codice Diploinalico 
Longobardo, come ipiello che il Trova va omai compiendo), fu a Cre- 
mona verso il 184r>, copiò dal primo all'ultimo eli atti dragoniani 
del VII ed Vili secolo . tornossene a Parigi : ma poi le mutate con- 
dizioni dei tempi incepparono un lavoro che certamente non avreb- 
be tolto allo storico napoletano la palma della dottrina e della cri- 
tica severa e iìidaiiatrice , ma chi sa forse della priorità. 

Carlo Morbio. laulore dei Municipii Italiani^ vedeva poco dopo 
IS47 (jucl (]o(lice -. Irascrivevane anch'esso i longobardici docu- 
menti e ne doìiava il Tro\a, che nel pubblicarli venne illuslran- 
doh con quell'acume di erudizione che tutti sanno. 

Ma le pubblicazioni del Trova non arrivano che al 774. 

Ond'io credo far cosa che aiuti potentemente la storia italiana 
col dar\i una succinta monografia di tutti quei documenti fino 
al 774 , ed un saggio di quelli dal 774 al cadere del secolo IX. E 
qui sieno grazie al generoso Dragoni , che affidatomi senza più 
l'originale suo proprio , lasciò che ne facessi quell'uso che più sem- 
brassemi opportuno pei fasti lombardi. E noi per anco non ci co- 
noscevamo. Il perclK>, risolutomi mi giorno, fui a Cremona; onde 
accoltomi nel modesto ma bello ed ordinato studiolo , m'abbracciava 
il buon vecchio colla tenerezza di un padre ■. e quando schiusa una 
porta, m'introdii.sse nella sua cappelletta. parvenu che un patriarca, 
vm anacoreta m'avvicinasse all'altare. Gli è (juasi un lustro che, 
alla guisa di un solitario della Tebaldo mai non abbandona il Dra- 
goni l'eremo suo: con questo, che non lutti gli anacoreti furono 
operosi, ed egli passò la vita operosa ed utile alla chiesa ed alla 
storia della sua citta. La riconoscenza e la stima de' suoi contem- 
poranei ne consoli a(lun(|ue la veneranda canizie. 

II. 

Sincerità dei Doaimenti crenionesi. 

Ma per venire al Codice da lui raccolto, è d"uoj)o intrattenerci 
r ti-aiiquillarci dapprima sulla sincerila di quegli atti . perchè la 
meraviglia della loro comparsa , dopo le indagini del Lupi, del Mu- 
ratoli, del Sanclenieiifi. dello Zaccaria, non ingeneri sospetto. 



8 CODICK DIPLOMATICO 

Nelle politiche rivoluzioni del 1797 anche la quiete secolaie 
degli archivi se ne risentiva. Quello del Capitolo Cremonese fu 
manomesso. I registri venivano recati a Milano; i contralti, le bolle, 
i di])lomi di tutti i secoH , gettati nel cortile della canonica a be- 
neplacito dei passeggieri : tanto scrivevami , qual testimonio del fatto , 
l'egregio e conscenzioso canonico Dragoni (1). I rivendicoli di libri 
non lasciarono rocca.sione ; e il Cavalletti (2), il Biffi, il Lancetti, 
il Poggiali, il Tiraboschi , il Dragoni medesimo riebbero per argento 
da cotestoro assai pergamene , che il Dragoni rivide , riordinò , 
trascrisse in un Codice , nel Codex Diphmaticus Capituli Cremo- 
ìiensìs , di cui vi narro , così togliendole al pericolo d' irreparabile 
smarrimento. 

Ma limitandoci a quelle del VII , Vili e IX secolo . è d'uopo 
aggiugnere , che se ninna potea dirsi originale , si ritrovavano però 
trascritte in altrettante pergamene dei secoli X e XII dal diacono 
Leone (sec. X) (3) , dal prete Ubaldino dei Portinari [sec. XII) e da 
più giudici e notai pur di quel tempo •, siccome consta dalle loro 
dichiarazioni appiè dei documenti, che l'autore del Codice ha ve- 
dute e ricopiale. Ed ogni apografo di carte longobarde ch'abbia 
sul dorso l'età di sette od otto secoli, ed appiedi la confessione di 
un prete pur di quel tempo , che dichiara d'averlo diligentemente 
ricopiato sull'originale , non solo è a rispettarsi ; ma le poche disso- 
nanze che la critica potesse rinvenirvi , debbono tenersi alterazioni 
di secoli posteriori e facilmente separabili dal testo genuino. 

Tutto ciò in quanto alla storia del Codice. Veniamo adesso ad 
alcune formole o parole o date che potessero in alcuni far sospet- 
tare della sincerità di quegli atti. 



(1) Lettere, 27 novembre 1854 e -3 giugno 1855. 

(2) Si sa che alcune carte del secolo VII furono acquistate a gran prezzo da 
un incettatore inglese , e il Cavalletti le vendeva. Di queste non ha nel Codice 
che la data e qualche branello. Il Dragoni poi molte peigamene conserva ancora 
provenute da quello sperjiero ; una ventina delle quali segnano gli anni dal 919 
al 997, altre venti dal 1004 al -1035, tutte inedite, originali, e meritevoli di mi- 
glior luce, lo n'ho l'elenco favoritomi dal benemerito possessore. 

(3) Ecco la formola del diacono Leone : Leo diaconus SCremonensis ecclesiae 
authenticum hvjus carte etc. exemplavi , et sic iniln conthiebativ ut ine legitur etc. 
Veggasi del resto la Storia Eccl. di Cremona del Dragoni in fine , ed il Codice 
Diphim. Longob. del Trota ( Storia d' Italia, Tom. IV, parte I , pag. 586 e seg.'. 
Sappiamo dai Torresini , egregio storico cremonese del secolo XVI, che vide e 
registrò non pochi di questi documenti, come Leone Diacono li ricopiasse verso 
il 990. 



OKL caitioi.o i;iìi:m<)m;si-: 9 

E prima di lutto : poveri noi, se dalle raccolte, per esempio, del 
Margarino , del Campi, dell' Ughelli e del Galletti (per appagarmi di 
cotestoro), cancellassimo quegli atti che la loro imperizia o (|uella de- 
gli amanuensi guastarono qua e colà ! non ne avremmo un terzo di 
genuini. Eppure , chi non sa che dopo le loro pubblicazioni venivano 
in luce ben altramente , ma vere , ma incontrastabili le carte che 
la loro mercè tenemmo false ? Il testamento del vescovo Bilongo da- 
toci dall' Ughclli (l) è una mostruosità; ma il testamento pubblicato 
dal Dionisi (2) è inappellabile. Al Margarino dovemmo altrove ri- 
vedere le bucce ; toghemmo ed aggiungemmo le diecine intere di 
anni per le falsate indizioni ; restituimmo a tiualche documento 
gì' interi squarci omessi : ma non per questo , il signor Beretta (3) 
dovea tener false le carte Desideriane che noi possediamo : a])ografe, 
se volete , ma del secolo IX, ed alcune degli ultimi anni dell' Vili; 
trionfalmente del resto rivendicate pel nostro Astesati (4). 

Chi più vorrà dubitare del celebre testamento di Attone da 
Vercelli dopo le difese del Troya (5) e le pubblicazioni del Car- 
dinal Mai (6) ? Chi potea riconoscere un diploma di Carlo Manno 
stampato dall'Ughelli , combattuto dal Biancolini (7), dal Persico (8), 
dal Prato (9)? E n'era pur cosi facile^ così accordabile alla storia, 
e così bene avvertito dal Mabillon (10) l'emendamento ! - Che se 
v'ha un'arte di riconoscere i guasti e le interpolazioni degli atti 
nostri , non v' hanno forse documenti di così facile rettilicazione 
(pianto gli accolti nel Codice dragoniauo , e per la scarsità delle in- 
terpolazioni e per l'imperizia con cui vennero inserite. Le testimo- 
nianze intrinseche della loro veracità noi le toccheremo di mano in 
mano , parlandovi di ciascun atto. 

' (i) Ughklli, Italia Sacra, T. V. col. 720. 

(2) DioNMSi , Apolog. Rilless. , pag. 36. Più esatta ancora è una seconda tra- 
-scrizione manoscritta, ed esistente in un esemplare Quiriniano della iiirnV/ sacra 
del Gradonico , a lui mandata dal medesimo Dionisi : ma tutte le supera quella 
del P. LucHi nel Cod. Dipi. Brix. , presso di me. 

(ji Tabi. Chorogr. , giustamente ripresa da Carlo Troya. 

(4) App. in flne al Commenl. Evangelislae Manelmi de nbsid. Brix., opusc.separ. 

!.!J) Intorno ad Everardo figlio di Desiderio Musro di scienze e lett. , Nap. 1840,'. 

(G) Scriptores Vaticani; Roinae , 1832, T.VI, 1». l e 11. 

(7J Chiese di Verona, T. I, lib. l, 

(8) Guida di Verona e del suo territorio , I". 11. 

(9) Opuscoli Scientifici. Raccolta Ferrarese. T. XXIV. 
(10) De He Diplom.. cnp.lV, N."IX, pag. 83. 

.Vrcii.St It.j Nuora S'-rit', T. 11. -ì 



40 COniCK DIPLOMATICO 

111. 

Documenti del secolo VII. 

Doc. N." 1. Quelle pergamene hanno principio con una del 620 (1), 
troppo lacera e mutilata per cavarne un costrutto , ma della quale 
ci risulta la memoria di sacerdoti e templi e vescovi cremonesi , 
e quella del primo duca longobardo della citta di Cremona , pochi 
anni dopo che Agilulfo l'avea distrutta. Chiamavasi Wolphrit , e 
viveva ne'tempi di Teodolinda. 

N." II. Pronunciato da quel duca istesso è il placito consecuti- 
vo (2) di quattro anni dopo (an. 624): « il primo esempio d'un puro e 
schifilo giudizio longobardo ^ « qui soggiunge il Trova, » presieduto 
da un duca di quella nazione (3) ». E preziosa è in questa carta la 
memoria - ubi fuit civitas vetus (Cremonensis) - la quale noi sappia- 
mo, per testimonianza di Paolo Diacono , abbattuta intorno al 603 (4). 
N.° III. Alla pia Teodolinda succedeva per poco Adaloaldo; poi per 
dodici anni l'Ariano Arioaldo ( 636 ) ; quindi Rotari degli Arodi già 
duca di Brescia , sotto la cui dominazione un Alarchit duca della 
città di Cremona ci è recato dal terzo documento del 640 (5) , in 
cui troviamo il primo prete da noi conosciuto di sangue longobar- 
do , Walpert , figlio di Teodaldo miles nobilissimus , e messa in 
dubbio la sentenza di coloro che opinarono se ne stessero i Lon- 
gobardi fuor delle mura cittadine ; perchè una casa è qui venduta 
in Cremona dal duca istesso al longobardo sacerdote. Nessuna mera- 
viglia della frase italiana et da sera. Leggasi il Ciampi : e n' ha ben 
altre fino dal V secolo (6). 

N.° IV. Aggiungi a questo il primo contratto di longobarda loca- 
zione che ci sia noto (7) , e che il Troya (8) dichiara tra le più insi- 
li ) Dr.\goni , Codex Diplom. Capituli Cremonensis, ined. , pag. 44. 
(2j Cod. cit. , pag. 43. 

(3) Troya , Storia d'Italia , T. IV , parte 1 ; del Codice Diplom. Longobardo , 
pag. !i87 , N." 295. 

(4) Paul. Diac. , de Gest. Longob. , Lib. IV , c.2i3. 

(5) Cod. Diplom. Crem. , pag. 44.- Troya, Cod. cit. , par. II, N." 321, pag. 45. 

(6) Ciampi, De usu Hai. Unguae saltcni a quinto saeculo etc. 
(7; Cod. Dipi. Crem., pag. 45. 

(8] TuoYA , l.cit. , N " 320, an.GSO, pag. 483. 



DKI. CAPITOLO r.UEMONKSi: il 

i^iii lostimonianze deirelh longobarda. K un allo del fi.'io . slipulalft 
da Cataldo fijilio di Liutpraiido duca di (Iromona. hi ha un Hafji- 
naldo monetario , che, diversamenlo dal Du-Cange, il Fumagalli (1) 
spiegherebbe Cambia monete , de'quali nell' 804 è un Domenico ed 
un Petrone da Milano. La caria è importanlissima, e gih dinota lo 
approssimarsi degli ispidi Longobardi ai costumi dei popoli nemici. 

N.' V. e VL Al lungo regno di Uotari teneva dietro il brevissimo 
del figlio; ])0i seguitavano Arii)erto e Grimoaldo (653-671 ), sotto la 
cui dominazione (an. 666) il prete Grazioso di Cremona , in festa (sic) 
sanctissimi patris nostri Barnabe apostuli ^ donava un campo (2) alla 
propria cattedrale. E notisi come l'indizione IX mirabilmente si ac- 
cordi col quinto anno di Grimoaldo stabilito dal Muratori, dall'As- 
semanni, dal Durandi e dal Di-Meo : quest'ultimo pone sul trono il 
re nell'agosto del 662 ; ma la carta cremonese giustamente lo fa re 
fino dal giugno. 

Qualche tempo dopo, un Eriprando duca di quella citta faceva 
il suo testamento (3) a favore di essa basilica, e deiraltra di San 
Michele in Borgo ( an. 685 ). Eccovi dunque un'ultima volonth dei 
figli d'Alboino , e , che più è , di un duca. Ecco gU effetti della re- 
ligione di Ariperto L E se il Savigny avesse conosciuto ([uest'atto 
preziosissimo , un raggio di luce l'avrebbe guidato nella storia dei 
testamenti Longobardi (4). Ed anche qui , l'anno regni eorum ( Per- 
tariti et Cuniberti) decimorpiinto et octavo. rispondenti alla indi- 
zione Xlll, le formolo prettamente longobarde, le denominazioni 
greco-romane dolio monete, tutto dimostra il documento della più 
pretta genuinità. 

N." VIL E degna di riflessione avrebbe trovata il Savigny per 
la storia di ([uel popolo la offerta che, del 686, Cabaldo Primicerio 
della Chiesa di Cremona ed i suoi fratelli Deliziosi del re facevano 
airospitale di S. Eusebio e Sivino (o). Ivi tutto il capitolo di S. Ma- 
ria Maggiore , compreso il bibliotecario , assente ai donatori che si 
fondi una diaconia , uno spedale cioè per gl'infermi e pei pelle- 
grini , la dove il duca Liutprando loro padre aveva eretto l'orato- 
rio di S. Eusebio, vicino alle mura della cittti. Ed ò singolare l'ana- 

[\] Fumagalli, Cod. Uiplom. .Sanlainl)rosianu , [lag.oTO. 

(2) Cod.Diplom.Crem., pag.4G.- Tnorv, Cod.cit. , Par. II, pag.olO, N." 333. 

(3) Cod. Crem. , pag. 47. - Trova , 1. cit. , pag. yfiS , N." 3oO. 

(4) Trova, loc. cit. , pag. 572.- Savignv , Hisl.du droil Roma in , T.lt; ^83^». 
;5) Cod.Diplom.Crem., pag. 48.- Trova , l.cit. Parte III, N." 351 , pag. 1. 



12 CODICE DIPLOMATICO 

logia fintiiico (Ielle forinole di quest'atto dei Deliziosi (1), che ò 
([uanto dire Gasindi (2) cremonesi , con quello di Lucca del 729 
datoci dal Muratori (3) , dove un arciprete con tre suoi fratelli isti- 
tuisce una patria diaconia. 

N.° Vili, e IX. Poi seguita , del 689 , un pagamento (4) dei preti 
di S. Maria per beni acquistati , notevole pel nome di un Aldo , che 
del 723 scriveva l'Episcopologio e il Menologio Cremonese. E in 
questo pure , quanta esattezza di date ! Fino al giorno di giovedì 
v'è notato con precisione. Indi una Carta ( an. 693 ) nella quale il 
diacono Rachi (5) , per l'anima del duca Alachi e di Brunichilde 
suoi genitori, ordina preci e sacrifici all'oracolo di S. Giovanni nel 
borgo di S. Michele vicino al Circo {prope Circum] ; preziosissima 
notizia di un circo romano sussistente ancora nel VII secolo (6). Ma 
di qual città era duca questo Alachi? soggiunge il Troya (7): non sem- 
bra di Cremona. Lo era di Brescia , francamente rispondo , ed ho 
parlato altrove di questa probabilissima congettura. 

IV. 

Docìimenti del secolo Vili sino alla venuta 
di Carlo Magno (773). 

Doc. N.° X. Le carte cremonesi di questo secolo principiano con 
un contratto del 707 (8), ov'è nominata la Cuna ducale a quella gui- 
sa che nell'antecedente ricordasi la Curia del re , tutte e due nella 
stessa città di Cremona. È un placito tenuto dal duca Magnifredo , 
presenti gh sculdasci probabilmente del Comune longobarda, eletti 
dal consiglio della città (9). 



(1) Lex Rachis , Vili, an.746. 

(2) Brunetti, Cod. Diplom. Toscano , T. I , 477. 
;3) Mdrat. , Ant.Ital.M./Ev., T.I , coK-ISS. 

(4) Cod. Diplom. Crem. , pag.SI.- Trota, loc.nil., N.° 357. 

(5) Cod. Crem. , pag. 52. 

(6) In un'altra pergamena pur cremonese del 712, leggeva il Dkagoni : In 
PalarJo ad Theatrum ; vale a dire , nel palazzo vicino agli avanzi del Tealrn 
Antico. (Cod. Crem., p.57.) 

l7; Tkova , Cod.cit. , Parte III, pag. 38 , N. 362. 

(8) Cod. Crem. , pag. 53. - Trova , Ice. cit. , pag. 91 , N.° 379. 

(9) Trova , loc. cit. , pag. 93. 



1)1,1. iiAi'iroLo cui:. moni: sii 43 

N." XI. Ma noi tocchiamo i tempi di re Liutprando, ne\|uali assai 
corte ci spiega innanzi il nostro Codice. Ed ò la prima un dono fatto 
i;el 712 al Capitolo Cremonese dal prete Orso figlio del duca Ma- 
gnifredo. Ivi si nomina la cattedrale di S. Ilaria Dormiente (appel- 
lazione antica della Assunta) ; il battistero Cremonese, che tuttavia 
sussiste, monumento insigne del settimo od ottavo secolo (1); un 
duca Piacentino da tutti sconosciuto (Dugilberto) , tuttoché nel 674 
non fosse Piacenza che una corte del re -, il vico di Fiorenza (Tal- 
tual Firenzuola); le aldiane misericordiosamente trattate, grazie 
all'impulso del vangelo , ed uno de' più antichi esempii del proaldio- 
ìiato, cui ricorda un diploma d'Ildebrando (744. 20 marzo) alla cat- 
tedrale di Piacenza. 

N.' XII-XIII e XIV. Noi passerenuno di volo sulla pergamena 
del 723 , con cui Raginaldo prete e Vidamo ( amministratore , se- 
condo il Trova) di S. Maria Cremonese dh in affitto un campo a 
Garibaldo Tosabarha^ se non fosse documento dell'anlichità dei co- 
gnomi, che si vorrebbero non ammessi fra noi che verso l'XI se- 
colo (2). Bensì non vada inosservato un transunto di un diploma 
di re Liutprando alla chiesa Cremonese (an. 724), per la distinzione 
dei giudici siveregis, sive civiiatis^ importante acquisto del Comu- 
ne lombardo , in confronto delle curie ducali dei Longobardi (3) : 
ed avvertasi un contratto del 729 in cui troviamo quell'Aldo che 
per altri documenti del 1260 conosciamo autore del .Menologio e 
dell'Episcopologio Cremonese (4) da lui scritti nel 72-') o 730. Lo stile 
di quel contratto è barbaro sì , perchè guasto per avventura da 
Leone diacono che lo copiò verso il 990"; ma non infelice come 
quello dei contratti Lucchesi e Piacentini del secolo VIII (5). 

(1) Questa sì (parlo dell'interno) potrebb'essere fabbrica lon2;obarda , e non 
le fantasticate presso che in ogni chiesa del secolo XI e Xll , da non so che tra- 
veditori di forme speciali dell'arte dei sec. VII ed Vili , i quali con un E NOTO, 
credono risolte le più intralciale questioni dell'arte italiana [Mas. llresc.illuslr. , 
pag. 107j. In una membrana cremonese del CavalleUi leggeva il lìragoni un pia- 
cilo del duca Alachit (an 688j , acto platea puhlica [cremoncnsi] aule Baptixlerium 
sanate Marie majoris , prope campo sancto. Cod. cit. , pag. SO. 

;2) Cod. Crem. , pag. 58. - Troy.\ , op. cit. , pag. .WJ , Doc. N." 441. 

(3) Cod.Crem., pag.59. - Trota , loc.cit. , pag.388, anno 724, dove sottil- 
mente notava le parole introdotte dal transuntore Torresini , storico cremonese 
del secolo XVI, alle cui schede fu tolto il documenlo, differenziandole dai passi 
originali evidentemente copiati dal Diploma liutprandino. 

(4) Troyv, loc.cit., pag.HOS. - Drvgoni, Stor. JEccles. Crem.. pag.:ì07. 3!tS. 
;5) Tnov.x , loc.cit., pag. 509. 



H 



CODICK DIPLOMATICO 



N.' XV XV[. Volete adesso due cugini di re Liulprnndo affallo 
sconosciuti, e risultanti da queste due carte cremonesi? Eccoli nel 
seguente alberetto. 



J^. 



REDALfilSO 

(luca dì Cremona. 
Doc. 730,n. xvdell.i serie 
presenle (l). 



Angilberga 

moglie di Uedalgiso. 
Il cit. Docum. XV. 



Adoaldo 

Diacono cremonese. 
Doc. cit. XV. 



n 



AnSÌ'RAiNDO 

re dei Longobardi . 

fratello di Angilperga. 

Doc. crcm. del 7.30, n. xvi della serie 

presente, e n.480 del Cod.del 

Troya (2) 

I 

LlUTPRANDO 

re dei Longobardi. 



Col primo di essi Documenti (XV) Adoaldo regala una casa alla 
Canonica di S. Maria : il secondo (XVI) è transunto della concessione 
di re Ansprando a quella Canonica d'una Basilica ( S. Michele in 
Borgo ) quam piissima et gloriosissima regina Theodolinda suis sum- 
ptibus jam construxerat. 

X.' XVII-XVIIl. Citerò soltanto un atto del 740 (3), ov'è ricordo 
ancora del cugino di Liutprando. Ma non sarebbe a fare così della 
celebre carta di affrancazione di un servo colla sua famiglia , stipu- 
lata nel 754 (4) dal capitolo di Cremona; una delle carte più pre- 
ziose , per sentenza del Troya , di quanti documenti a noi restino 
dell'età longobarda , e nella quale apparirebbe la formola del con- 
vocamento dei manomessi ad quattuor vias (al Quadrivio ): su di 
che veggasi l'autore del Codice diplomatico che l'ha illustrato. 

N.° XIX. E singolare per altro lato è un enfiteusi del 756 (5), 
ov'è cenno antichissimo di que'prandj cosi frequenti nelle carte del 
medio evo , sul fare di ({uello che si prescrive nel testamento di 
Attone vescovo di Vercelli , vissuto nel X secolo. 



(i; Trova, Coti. Diplora. , N.° 479., Part.lil, pag.525. 

(2) Leo. cit. , N.° 481 , pag. 536. 

(3) Cod.Crem., pag.64. - Trova, Cori. cit., Par.IIl, N." .531 , pag.G86. Ivi 
Anspranrlo chiamasi iconomus S. Marie. 

(4) Cod.cit. , pag. 05.- Trova , Cod. Long. cit. , Parte IV , pag. 527, N.» 68.3. 
5; Corf. Crcm. , pag. 68 -Trova, op.cit., Par. IV, pag. 622, N.° 704, an.756. 



DEL CAl'lTOLO CREMONESE <5 

N.' XX. e XXI. Ili queslo nioiitr(!, ad Astolfo era uVu sulìciilivilo 
uclJrei^no dei Lonp;obardi un nobile l)resciano, ([uel Desiderio del i|uale 
io primo ho jiolnlo riunirvi la bresciana famii^lia (1). Sotto quest'ul- 
timo re ( an. 766) , l'arcidiacono Emilio da Cremona (si noli (lueslo 
nome romano), figlio del duca Gherardo, faceva ilono alla propria 
chiesa, ed al conte Uspinello fratel suo, di molle pinprietìi (2): 
un anno dopo, il nobilissimo uomo Lundisveo r/iudice dei re (Adelchi 
e Desiderio) mutava colla chiesa di Cremona parecchie terre in 
Castro Vetere oltre Po , presente il bibliotecario di S. Maria (3). 

N.' XXII. e XXIU. E dove lascerò io l'ospizio fondato in Bussolo 
nel 768 , dal prete Orso, pei poveri e per li pellegrini, e l'altre isti- 
tuzi(»iii di (piel ricchissimo sacerdote perla patria chiesa (4)? Dove 
la memoria del 770 , colla cjuale Uotario duca di Cremona, figlio di 
Rachis. altro duca longobardo. Iacea dono a S. Maria di una casa 
nel vico detto allora gli Accampamenti dei Longobardi^ forse in me- 
moria dell'esercito d'Agilulfo , (|uando vi si era posto a trattenere i 
Greci dal sussidiare la citta di Cremona (.5) ? 

Della quale se nò un duca longobardo eravi noto , per (piesti 
documenti ci risulla la bella serie certamente cremonese che vi 
rechiamo, a non parlare d'altri duchi d'incerte cilici, risullanli 
anch'essi dalle carte che abbiam iliscorso. 



Docummili 






del 620 


Walfrido. 




640 


Alarchit. 




650 


Liulprando. 




685 


Ildebrando e 




d." 


Eriprando suo 


pa(li-< 



707 e 71.^) Magnifredo. 
730 Redalgiso. 

770 Rotarlo. 

Eccovi duufpie come le lacere pergamene, i poveri conlralli de 
secolo Vili diventino documenti di nuova storia lombarda. 



[\) Storie Bresciane, T. II. / Longobardi. 

(2) Cod Crem., pag.69. Dragoni , Storia Ecclcs. di Ci emona, 1S40, pai;. ';;iO. 
Qui cominciano le carte ancora inedite del Codice I)i[)lomatico dragonianu , ina 
delle quali ò imminente nel Codice del Trova la pubblicazione fino al 774 

(3) Cod. Diplom. Crem. . pag. 72. 
fi) Cod cit. , pay. 7o. 

(0) Cod. cit. , pag. 79. 



PARTE SECONDA 



DOCUMENTI CREMONESI 



TEMPI DI C A R L M A G N 



SINO ALLA FINE DEL SECOLO IX 



I. 

a 

Martino da Cremona ìnseyna a Carlomagno la via dell' Alpi. 
La rivolta di Cremona. I servi di S. Maria. 

Doc. N." XXIV (1). Chi non ha letto l'Adelchi dei Manzoni, ed 
annniratovi quel personaggio austero e dignitoso del diacono Martino, 
che vaUcate l'Alpi , si presenta dinanzi a Carlomagno , per insegnar- 
gli la via fatale (2)? Eppure di quest'uomo, che fu arcivescovo di 
Ravenna dopo Leone . pochissimo vi è nolo. Di quel suo viaggio poi 
si povere ed incerte a noi giunsero le notizie , che il dottissimo 
Muratori lo dubitò un vanto dei Ravennati (3), e lo Zanetti e il Fu- 
magalli e più altri storici e indagatori de' fatti nostri durante la 
signoria dei Longobardi poco assai ne poterono dire, perchè poco 
realmente se ne sapeva. Argomentate da ciò quanto preziosa ci 



l'I) Pubblicalo da noi sotto il num." l. 

(2j Elie iLeoi primus Francis Ilaliae iter ostendil per Martmum diaconum suuìii. 
Agnell., Ravenu. Poniif.; in Mvì^ATom , Rer. Ital. Script. , T. II, part.I, pag.Ml. 

Co) « Questo si può credere uua boria dei Ravenaati ». Mur.\tori. , Annali 
d'Italia , a. 773. Ma si sa che l'Agnello conobbe Martino, di cui descrive l'atlelic;! 
lìgura {Ravenn. Pontif. , l.cit. , pag.'ISS. ) 



CODICI-: iiii'i.o.M. i)i;i. CAriioi.o ciiK.Mo.NKsK 47 

torni una carta del (lodicc di cui parliamo, nella «[iiiilf MarliiKi 
istosso , diacono della chiesa Ravennate, ci narra del suo lungo 
cammino j)er giugnere a Cai'lo , speditovi da Leone; e come ritor- 
nato a Cremona, la patria sua, facesse alla cattedrale di S. Maria 
donazione della casa in cui fanciullo abitò, e del domestico eiardino. 
a suffragio dell" anima di Paolo suo padre nohiliasiino uomo ^ e di 
Sabina donna onoranda , la madre sua. 

Eccovi dunque suggellata la verità di quel suo viaggio ; ricon- 
fermate adesso dalle parole del Diacono Martino le commissioni avute 
dell'arcivescovo di Ravenna ; conosciuta la patria ed il sangue di 
quel sacerdote che dovea succedergli nell'arcivescovato; nota per- 
sino la casa, l' orticello in cui passava la così cara età dell'adole- 
scenza. Così, nel discoprirsi dei monumenti municipali, si va illu- 
strando la storia italiana. Così si avvalorano le in pria sospette 
parole dell'Agnello , del Bacchini , del Rossi , dell'Arisi. E dove ag- 
giungasi la descrizione che il primo ci fa del venerando Martino, 
arcivescovo ottagenario, d'alta statura, di vaste membra e calvo il 
grande suo capo (1), avrenmio con che por termine alla biografia 
di questo singolarissimo lombardo. Martino, figlio di Paolo e di Sa- 
bina ; tutti, dunque, soggiungeremo, di puro sangue romano : ma 
il nobilissinius vir non sarebbe allusivo a nobiltà latina , ch'era ornai 
trasfusa nella razza da due secoli sorvenuta ; sì veramente a quella 
dei pochi avanzi longobardizzati della schiatta romana , che poteva 
in allora per le mutate condizioni dei tempi partecipare alle ono- 
ranze longobarde. 

N.' XXV-XXVI. Ed anche allora, come in ogni tempo, parteg- 
giavano le città, quale per Francia che ci voleva, e (|uale [ler la 
nazione che ci teneva. Brescia , per esempio , serrava innanzi a 
Carlo risolutamente le porte. Di Cremona invece (benché in un 
atto inedito del 780 due fratelli Cremonesi tuttavia si vantino de. 
f/enerosa et ingenw'li ìanr/obardorum stirpe (2)), per im diploma pur 

(i ) AJartinns XLV. Iste longa sldliirn, grande aipul calvum<iuc. nmui densitate 
carpare plenus . .. , pene annortim LXXX cpisropalum acceptns est. { Kpiscap. Ra- 
venn. , l. cit.) Pare che morisse inlurno all' 830. Dkagoni, Sluria Ecclesiastica di 
Cremona, in fine. 

(2; Cod.Crem. cit., pag.82. Qiicst'.\Uu qunnraltri mai nolabilissimo , col qua- 
le i due Cremonesi obbligali dal bisogno, pregano i canonici della Calledrale di 
riceverli come servi di di S. Maria , e di dar loro villo e vestito , viene da noi 
pubblicalo sollo il nuui." II. 

AitCH.ST. II. . iVéiouu Si'ric, TU 3 



18 CODICE DIPLOMATICO 

di quell'anno (1) apprendiamo il contrario; però che io stesso re 
Carlo dichiara , che non appena fu in Lombardia , gli venivano in- 
contro ad ossequiarlo i diaconi e i sacerdoti della cattedrale di 
Cremona , chiedendo la riconferma della loro immunità -, ed egli ne 
ascoltava la preghiera, quia nobis^ replicava Carlo, fideles fuerunt ab 
ipso nostro adventu hic in Italia. Aggiugnete quest' atto ali* altro di 
S. Giulia del 772 , già da me pubblicato, in cui sono registrati al- 
quanti traditori della causa longobarda ; e vedrete quanto estese 
fossero le fila della congiura, della quale non poteva conoscere il 
Manzoni che una sola ed unica testimonianza dell'Anonimo Saler- 
nitano (2). E qui terminano le carte Cremonesi che danno luce alla 
storia dei Longobardi. 

IL 

// visconte Ansprando , il conte Bachiperto . 
e l'intendente della Zecca. 

Doc. N." XXVIL Eccoci adesso ad un giudicato del 786 (3), che 
vi rechiamo intero nella sezione che il nuovo Archivio Storico ha 
dedicata ai Documenti (4). Quell'Ansprando vicecomes dei tempi di 
Carlo Magno , e que' piccoli conti di piccole plebi , come a dire stac- 
cate dalla giurisdizione del conte cittadino, movevano il sospetto 
di alcuna interpolazione in questa carta , del resto così bella , così 
prettamente longobarda ancora: se non che i vicecomites noi li tro- 
viamo sino dal VI secolo ; e Gregorio Magno ricorda questa carica 
latina (5), passata nei Longobardi probabilmente, come v'era passato 

[^) Cod.dipl.cit. , pag.Si. Doeum. ined. 

(2) Manzoni , Ragionam. intorno ad alcuni punti controversi sulla Storia Lon- 
gobarda. 

(3) Dragoni , Cod. cit., pag. 87. 

(4) Sotto il num." III. 

(5] Epist.XVIlI ad Agnellum Ticin. Episcopum , lib. Vili, Ind. I. Scripsimus 

autem Mauro vicecomiii. L'indicazione del Ducange è tutta errata. Infiniti 

sono gli sbagli delle citazioni ducangiane ; ma in opera di tanta mole come si fa ? 
Dissi carica latina per l' italico nome Mauro : che se i Longobardi non erano così 
teneri allora per noi Romani, da lasciarci la realtà dei titoli, Gregorio Ponte- 
fice romano , a dispetto de'tempi mutati , scriveva come se l' impero fiorisse an- 
cora in tutta la sua potenza: ed è dolce il vederlo nelle sue lettere indirizzarsi 
ai cittadini di questa e di quella città. Ma forsanco il visconte Mauro non era in 
terra conquistata dai figli d'Alboino. 



DEL CAPITOLO CREMONESE 49 

il conto (1), ina certamente nei Franchi (2) ; dacché lo slesso Carlo 
Magno edicit ne servi venundantur nisi coram Episcopo aut Comite 
QUt Vicecomite (3). E qui ne'piccioli conti sospellerei trattarsi degli 
advocati ecclesiurum chatedralium ^ detti Comites [i) pur essi •, per- 
chè si tratta di causa della cattedrale di Cremona . e perchè molto 
a giudicare del carattere di una carica è la natura del documento. 
Ma poiché Vadvocatits qui appare in Odescalco. il titolo comes de 
pago et vico mi fa propendere a quei comites pagi , de'quali è par- 
lato nelle aggiunte di Lodovico imperatore ai capitolari di Carlo 
Magno. D'altronde, qual meraviglia se i duchi stessi dei Longobardi 
avevano si varia giurisdizione, quanto diverso ò il ducato di Bene- 
vento dair isoletta d'Orta, che pare vantasse anch'ella un suo pic- 
colo duca ? 

Né il Mezzolombardo , altro nome che parrebbe interpolato , mi 
tranquillava : ma quando io vidi il diacono e Vidamo (5) Mezzolom- 
bardo in una carta del 7o4 che uon ammette questioni (6), mi sov- 
venni allora dei volgarismi sera , casa . suso , strega e tanti altri 
delli atti longobardi , e il razionato (ragioniere), e il trenta, e il me- 
desimo chi di un contratto lucchesse dell'anno istesso (7) ; e così 
via , che sareblx^ infinito. Terminato il gran Codice Longobardo del 
Troya , quale opera sapiente non sarebbe un elenco delle voci che 
noi diciamo barbare , ma nelle quali era il germe della cara e 
santa lingua italiana ! Nessuno meglio del Troya potrebbe darcelo. 

Ed anche V Auditor non pare del secolo Vili : nìa la carica è an- 
tica ; e basti V Auditor del 920 d'un placito citato dal Ducange (8). 



(1) Comes Longoburdofuìii de Lagure. Paul. Due. , lib. I.- Nec comites haherel. 
S. Greg., Ep. 47, lib. IV, 

(2) Comes praecipiat suo vicecomite , Ca]). Caroli Manin , lib. II , e. 9 : ed é 
noto un germanico vicecomes dell' 805. 

(3) In corpore Legum Langob. L. II, T. 30 , Lex 2. E noi conosciamo i vice- 
comiles monetoe dell' 861- (Gap. Caroli Calvi, ad un. 8G4) ; e più su qualche secolo 
i visconti de' tempi di le Teodebeiiu (Mabill., Ann. Ben. saec. , 1 , p. 291 , in 
S. Mauri vitam. ) 

(4) Ducange , ad vocem Comes. 

(oj Notissima dignità sacerdotale somigliante al vicedominus , ma non aliai lo 
eguale: il Vidamo non era che l'anmiinistratore della proiirielà. 

(6) Trota, Cod. dipi.,?. IV, pug. 527 au.754, N.° G83. 

(7) Barsoccuini, Mem. Lucchesi, T. V, P. II, pag. 29-30. 

(8) Ghibertus arcliidiaconus, qui esl ìnissas vel auditor domuo Uberto Episcopo. 
(Ducange, ad v. Auditor). 



20 CODICE niPLOMATlCO 

lui era (juoslo iillicio curiale , che Arimamio vescovo di Brescia 
offeriva nel IlOT) all'eremiti) Costanzo, purché profetizzasse in 
favor suo (1). 

N." XXVIII. Né nneuo importante dee credersi la pergamena pur 
di quell'anno 786 (2), colla (juale Rachiperto Conte di Cremona, 
che dicesi parente di Signifredo famigliare di Carlomagno , e di 
Clodoveo altro conte di quella città , fa donazione all'arcidiacono 
ed al clero della cattedrale di un luogo detto BeUabraida , prope 
fluvio DUCALI Ahcla. 

N." XXIX. Ma che diremo d'Ildebrando Primicerms Monetario- 
rum, di un documento cremonese del 789 (3)? Qual prò. di grazia, 
potea venirne per una interpolazione di simil fatta ? quale inte- 
resse ? E poi , chi non conosce l'applicazione vastissima ne' bassi 
tempi della voce Primicerms , il primo d'ogni ordine, primus ciijus- 
qne ordinis? Chi non conosce il Primirierius monetariorum di un 
marmo cristiano datoci dal Gruferò (4) ? Ora veggano gli eruditi 
quale argomento in ciò soltanto ad indagini sulla zecca itaUana 
(ritenuto per altro che il monetarius sia termine di zecca , come 
vuole il Ducange e suoi continuatori , fino all'ultima edizione del Di- 
dot (5) , e come sembra veramente ) di quelle città che ne' miserrimi 
tempi dei Carolingi se ne dissero prive . perchè rigettare da un 
canto questa carta Cremonese, di forme, di date mirabilmente ge- 
nuine, non è lo stesso che dimostrarla falsa. 

{^) Breve Record, de Ardirio de Aimonib. , pubb. dal Bicmmi nell'Istoria di 
Ardicio. Brescia 1759. 

(2) Cod.Dipl.Crem.., p.91 

(3) Cod.Dipl.Crem., p. 107. 

(4) Gruteuos, Corpus Inscr., T.II , Mon. Ciirisl : « Hic. iacet eie. filia.... 

PORPHORI. PlUMICERl. Mo.NETARlORDM etc. » 

(5) Dirò anzi contro il Fumagalli, clie questa carica di Primicerius applicato 
ad un ofRcio ch'egli sospettò di cambia-valute, distrugge d suo concetto ed av- 
valora il ducangiano. Perciiè il sopraintendente alle zecche era ufficio notissimo 
dell impero, come lo era il Primicerms Fabricae {Cod. Theod. , L.II, de Fabr. ) , il 
Primicerius Classis ec. : ma di capi-cambiatori di monete, oltre alla incongruenza 
della cosa in sé, non è altrove alcuna menzione. 



1>I;L CAI'IIOLO CKEMONKSK 24 

111. 

Skcolo IX. La corte di Castelverxido . ed il valore del Mancoso. 

l)oc. N." XXX. iSel Codice di cui parliamo s apre il secolo IX 
con uu privilegio di Carlomagno del 12 maggio 801 (1). E inedito 
pur esso. Stefano vescovo di Cremona ottiene da Carlo la riconfer- 
ma dell'ampie facoltà deirEpiscopio , a cominciare dalla basilica di 
S. Michele, opera di Teodolinda e dono di Liutprando, sino a quanto 
giìi possedeva in Castelvecchio . ed agli Accampamenti dei Longo- 
hardi. Ma , che più è , gli dona la corte reale di Castelvecchio colla 
sua giudicarla, con hberlà di governarla come paresse alla chiesa 
investita, cui si danno gli slessi arinianiii e gli alti'i liberi del luogo. 
(Actum Ravennae). 

N." XXXI. E quando foscurilà della |)overa zecca italiana del 
secolo IX è sì profonda , e si poveri i documenti che ne dieno qual- 
che barlume , un contratto che parli a dirittura d'una zecca lom- 
barda né pur sognata (la Cremonese) dell'SO?, noi raccoglieremo 
a braccia aperte . tanto più che linteriiolanza in (|uesto caso non 
avrebbe uno scopo. È un Gherardo vasso della Chiesa di Cremona, 
che promette di pagare, a censo di un fondo (2), Mancusus decem. 
ut viginti quinque soldos argenti ex bonis denariis monete cremo- 
nensi, mundos et expendibiles , facientes deiiarios duodecim prò uno 
soldo. Quanta importanza nel dettaglio di un valore così contra- 
stato ed incerto come era il Mancoso ! 

N." XXXll. Ma gik la chiesa di Cremona Iacea valere su Castel- 
vecchio i suoi diritti , e dinanzi ad un conte imperiale ed altri giu- 
dici , i canonici di S. Maria solennemente jn'csentavano. per mano 
del notajo Mezzolombardo, ai liberi di Castelvecchio il decreto di 
Carlomagno (3) : quindi pregavano il magnifico uomo conte Ingel- 
berto, ed i giudici l'Lberardo ed Eriberlo, quod omines de ista curie de 
Castrovetere in munibus etc. jurare f'aciant fìdelitatem et obbedien- 
tiam. Raccolto il giuramento degU arimanni e degli altri liberi del 
castello, ne prendevano i canonici possesso, facendone pubblica 
memoria. Memoria insigne di sudditanza d'una corte italiana . che 
cessava dall'obbedienza deirim|)ero pei' sommeltersi a (piella di un 

H ) Cod. Dipi. Crcm. , pag. 1 07. 
{2j Cod. Dipi, cit., pa,2. 111. 
'3) Cod. Dipi. cit., pag. 112. 



22 CODICE DIPLOMATICO 

collegio sacerdotale. Tanto avveniva nell'SO? , coli' atto singolarissi- 
mo , il primo che mi conosca di un lombardo castello che fa giu- 
ramento di fedeltà nelle mani di ecclesiastici : e questo più antico 
esempio a me noto di consegna d'una nostra terra fatta dai messi 
del re ad un Corpo lombardo , potrete leggerlo tra i qui soggiunti 
Documenti (1). 

N.° XXXIII- XXXIV. Passiamoci d'una permuta di quell'anno, in 
cui nomasi Viriprando del Conte Eriprando (2) : passiamoci ancora 
di un privilegio di Lotario imperatore dell'SSS (3) , con cui rinnova 
le immunità e le possidenze della chiesa di Cremona. 



IV. 



Il primo Statuto Lombardo (an. 835), ed il Conte Gerulfo , 
ed il Rodano italiano. 

Doc. N.° XXXV (4). Bensì faremo plauso alla scoperta del più an- 
tico Statuto che da lombardo sodalizio si pubbUcasse dopo i tempi 
di Alboino. E come il tipo , l'origine primitiva di quelli che poi si 
vennero compilando qua e colà dai sorgenti Comuni subalpini. Non 
v'ha che dire : il documento è lacero, è mutilato; ma genuino. Le 
precedenze conducevano a quella sudditanza ; la corte imperiale di 
Castelvetero era già donata , per quanto è vasta la parola donazione , 
a S. Maria ; il giuramento di fedeltà degli arimanni era pronunciato 
nelle mani dei canonici rappresentanti il re , che avea dato il paese 
cogli ampli confini dal Po ai fiumi Lurena ed Aucia. Dovea quindi 
seguirne lo Statuto , e seguitò. Le sue formolo già vengono preconiz- 
zando le posteriori dall' XI al secolo XIV; e dove questo appunto sia 
germe di esitazioni, avvertasi che la facoltà dell'infliggerle ai giurati 
era un effetto della sudditanza fermata presenti i giudici ed i messi 
di re Carlo. Né mi si opponga l'unico imperator Lotario segnato nel 
documento, mentre imperava con Lodovico suo padre. In due altri 
diplomi omettesi ad arte dal figlio il nome del padre per vendi- 
carsi probabilmente , aggiunge il Muratori (5) , del medesimo com- 

(1) Sotto il niini." IV. 

(2) Cod.cit., pag.-H/i-. 

(3) L.cit. , pag.'l'lG. 

(4) Pubblicato da noi sotto il num.*^ V. 
(I)J Muratori, Annali, a. 835. 



DKL CAPITOLO CHEMONESE 99 

plimento che il padre in I-rancia usava ne' suoi decreti (1) col 
figlio suo. Ma gih noi conosciamo due contratti del X secolo , del- 
l'anno istesso, nell'uno de"(juali si nota il regno degli Ottoni padre 
e figlio; nell'altro, dell'unico padre erano arbitranze notarili. Oltre- 
ché gli statuti canonicali assumevano carattere legislativo; epperò 
nulla di più probabile che il sodalizio sacerdotale serbasse negli atti 
propri le norme degli imperiali; e seguitasse l'esempio, come a dire 
una tacita volontà dell'imperatore, il cui anno XVII d'impero qui 
manca . per vero dire : ma non è man vero che molta parte del 
documenta (e chi sa quanta) nel suo termine è smarrita , e che gli 
anni d'impero degli atti assumenti carattere di leggi si locavano per 
lo più nel termine di essi. 

Non vi rechino maravigHa le voci stafuta, stafutum est. bannum . 
bannitum . dafium ed altre , che pur direste di un conio posteriore. 
In un concilio romano deir826 (2) parlavasi delle dazioni e degli 
statuti ; e presso il Baronio ha una carta di Ottone I, ov'è discorso 
dei dazj annualmente dovuti al palazzo dei re longobardi (3) ; ed 
il bannum, bannire. bannitum sono voci non posteriori all' 802 (4): 
e tanto basti per non arrestarmi all'altre voci un po' singolari del 
documento. Il quale ho voluto difendere, perchè lo tengo fra i più 
particolari degli statutari subalpini. 

N.' XXXVl. XXXVII, XXXVIII. Né indegna di ricordo è la per- 
gamena con cui l'arciprete Ansperto da Cremona, fratello del Conte 
palatino Gernlfo , riceve nell' 862 (5) da Lodovico la conferma delle 
antiche benemerenze, trovandosi appunto l'imperatore in Cremona, 
come in quell'anno per altri documenti lo ritroviamo nelle cilth di 
Mantova e di Brescia. E bello è ancora per le salico-longobarde sue 
forme il giudicato dell' 8o2 (6), nel quale il conte Lodovico, presenti 
i giudici e gli scabini, pubblica una sentenza per (piestione sulla 
braida Rhodani (7) , inter Hhodanum et Morbaxium , ov' è parlato 

{U Cnd. Dipi. Bresciano, Parie li. 

(2 Sub Eugen. Poni. , an 826. Syn. Rom. - Nulli liceat..., et piis loris d\- 
TioNES ultra Statijta Palruum exigere ec. 

(3) Ann. EccL, an. 962, n. 7. Dationes quae annuatim in palaliuìn regis Lon- 
gobardorum inferri solebant de Tuscia. 

(4) Cap. Car. Magni', an. 802, e. 40 e 39. 

(5) Cod. Dipi., pag. 123. 

(6) Cod. Dipi., p. 125. 

(7) Curiosa , per altro , è la circostanza di località cremonesi che ricordano 
antiche località dei Franchi ; e Mosa, Rodano, Aucia ed altre assai, tutte dati Vili 
al secolo X. 



24 CODICE Dll'LUMATICU 

dei solidos cremonenses ; come bella e notevole alcerto è la licenza 
che i canonici di Santa Maria danno al loro vescovo Benedetto 
neir868 d'innalzare una chiesa nel Vico dei Romani [de Romanis), 
con ciò che H vescovo paghi un canone pel santuario. 

V. 

La Casa d'Industria , L'Asilo degli Esposti e le Scuole InfantiU 
del secolo IX in Cremona. 

Doc. N." XXXIX (1). Duravano tuttavia ( an. 868-888) le lotte 
carolingie, u Contese di re , miserie di popoli peggio che mai » , qui 
replica Cesare Balbo (2). Ma decidere della natura di tutto un secolo 
dagh ambiziosi contendimenti dei principi e dallo sfiduciamento de- 
solato dei popoli , né profondarsi a interrogare cosa operasse in quegh 
anni di sventura la religione, non è giustizia. La mite facella del van- 
gelo non era estinta, né mai brillò di si cara luce come allorquando 
parca dagli uomini negletta. Ed é singolare che il secolo più disprez- 
zato , più tenebroso , più miserando spirasse negli umani quelle mi- 
sericordie per gl'infelici , quelle provvidenze pei figli dell'orfano e 
del mendico, delle quah superbamente a noi soli, già posteri di dieci 
secoli, ascriviamo la pietosa idea. Se vi dicessi, a mo' d'esempio , 
che le Scuole Infantili , quali vennero da noi riprodotte , sussiste- 
vano mille anni prima di noi , alcuno probabilmente non credereb- 
be. Sì , miei lettori. Gh Asili d'infanzia , che gh statistici moderni 
mettono in cima alle benefiche risultanze della odierna civiltà , noi 
gli avevamo già da novecento ed ottanta anni addietro , quando an- 
cora nel Brefotrofio raccomandato ai Vescovi da Giustiniano (3) non 
vogliansi largamente comprese tutte le provvidenze dei nostri Asili 
( il che per altro potrebbero sostenersi) , perché allora noi salires- 
simo qualche secolo più su. Ma questo non é il mio scopo, lo non 



l'I) Stampato pure da noi sotto il num.'* VI. 

(2) Sommario della Storia d'Italia ; Età V , 774-Ì073. 

(3) Cod. lust. , Lib. I, tu. Ili, Lex. 46. Sancimus siquis eie. cure Deo amabilium. 
Episcoporum commendai facere aedificationes SancÀissimarum Ecclesiarum, et Ho- 
spilalium , et Gerontocomiorum aut Orphanotropliiorum , aut Ptochotrophiorum 
(press' a poco la Gasa di Dio della città di Brescia) , aut Nosocomiorum constru- 
cHonem , aut Captivorum redemptimem etc, e più innanzi è detto degli Orpha- 
notrophos Brophotrophi etc. (Veggasi ancora il Muratori, Antiquit. hai. M.Aevi, 
Diss.XXXVlI, col. 558). 



DKL CAI'ITOLO CREMONESE 20 

|iiirlo ihc del secolo nono, Tose uro , l'inerle, l' inglorioso por ec- 
cellenza. 

E fu in (iiiel secolo ( an. 870) die un pio saci'rdote glislituiva 
in Cremona ; e noi siamo lieti di recarvene la insigne testimonianza. 
E di ([uanla civilth e di quanto amore j)ei fratelli nostri fosse 
larga sorgente la religione , v'apprenda (piest'alto ; ed il riflesso che 
gli Ospitali dei pellegrini , degli infermi, dei vecchi e dei mendichi 
di tutta Italia: i balnei ed anco i prandj per grindigenti , erano 
istituzioni quasi che religiose . perchè tutte quasi allidate ai mona- 
steri ed alle chiese , presso le quali e da' cui preti e confratelli 
venivano quasi sempre aperti : ed erano i Vescovi che per loro 
istituto li sorvegliavano; e Peresindo da Brescia forse obbediva nel 
secolo Vili alla legge o consuetudine romana coli' adidare al Ve- 
scovo un ospizio (1); ed assai basiliche bresciane vantavano questi 
l'icoveri ; e di loro ancor ci resta la commovente memoria. 

Ed in quanto a Cremona, Ansperto, l'arciprete della cattedrale 
di ([uella citta , figlio del giudice Verulfo e fratello di Gerulfo conte 
Palatino (veggasi la carta N.° XXXVl ) , alla presenza de'suoi ca- 
nonici , e di Franchi e Longobardi boni homines , [)er l'anima sua 
propria e per quella del Visconte Arnolfo , assenzicnlc il conte (ìe- 
ridfo , metteva nelle mani dei sacerdoti di S. Maria il Gerontochio 
eh' e' dice da lui già fondalo prò pauperibus infirmis et perecrinis a 
S. Stefano , ed ordina che vi si apra un asilo pei figli naturali [ex 
peccato natìs), perchè vi siano allattati e mantenuti . e perchè non 
escano ad ogni modo senza che il fonte battesimale non gii abbia 
ledenti. 

Aggiunge ancora che una casa ivi sia per gì" indigenti della sua 
città senza lavoro; e che pei loro figli venga istituito un Brefotro- 
fio (Asilo d'Infanzia), in cui parecchie sale {salis) disgiungano i 



(1) Ed anche le elemosine dei laici e dei chorici si confidavano ai Vescovi ; 
e noi vedemmo [Stor.Bresc. , T. Iti) il Vescovo di Lodi incaricato di vendere la 
Corte di Alfiano lasciata da Gisolfo Stratore [strator , non rogalor , come per 
abbaglio stampò il Muratori , Anl.lt., Diss.37, col.5S5, an.759), perchè ne fosse 
dispensalo il prezzo ai bisognosi : cito un solo dei molti esempi , quel desso 
che ci vien ricordando il Muratori. Del resto, v' lia memorie di largizioni laica- 
li , particolarmente di graduali longobardi ; ed è insigne la carta dolio Xcnodo- 
chio et balneo eretto nel 718 per alcuni Lucchesi ad peregrinos rccipiendos , pau- 
peres, viduas et orphatios cousolandum {^Ivm. , Ant.It., Diss. XXXVlt, col.5GG): 
e il bresciano Perosindo non i)arc che fosse prete. 

Aucii.St, Ir. . Niioio Serie, T. II. 4 



2<) CODICE DIPLOMATICO 

lidiciuUctli dalle fanciulle ; ed ordina che per tutti sieno laboratori 
dove imparino un'arte , e scuole che apprendano ai fanciulli così 
raccolti , e giunti all'età dovuta, le lettere e la pietà [litteris instrue- 
bantur et pietate ) : due grandi parole , che dichiarate da un chierico 
del secolo IX , quaU basi della educazione del popolo , attestano la 
coltura e la morale italiana di un' età che taluni accusano priva 
dell'una e dell'altra. 

Che se fosse vero doversi a Roberto Owen l' idea di quelle sue 
Infant Schools , le quali apriva il primo nella sua grande filanda di 
cotone a New-Lanarse , quanta diversità di scopo da que' vivai di 
fanciulletti serbali per la paura che manchino le braccia alle officine 
di Birmingham e di Manchester , alla istituzione che la sola misericor- 
dia spirava ne' petti dei sacerdoti italiani di dieci secoli prima di noi ! 

Or dite pure , se vi basti Tanimo , che al nostro secolo si devono 
le più filantropiche istituzioni , le quali sono forse antiche quanto 
il vangelo, e quanto il ceto sacerdotale, che nello spegnersi della 
romana cittadinanza rimase incolume e rispettato dai barbari stessi, 
come una face che splenda solitaria ov'è più squallido il deserto. Io 
qui non faccio né la storia né l'apologia del sacerdozio; ma dico 
e sostengo ciò che nelle Storie Bresciane ho sostenuto ; ed è , che 
ne' secoli di cui partiamo era un ordine previdenziale da cui sol- 
tanto noi vediamo serbati que' mesti avanzi del nome latino , pel 
quale omai più non restavano che i penetrali del santuario. 

Ma torniamci all'operoso Ansperto , il quale , a sostegno delle 
cause pie da lui medesimo fondate, lasciava gli ampUssimi averi suoi, 
colla torrita rócca di Lavello {cum turris) ch'era già del conte Ve- 
rulfo, ai canonici di S. Maria. Ed è degna di osservazione la volontà 
dell' Arciprete : che il Vescovo non debba ingerirsi nelle amministra- 
zioni di quegli stabihmenti , che sembrarono pel costume tradizio- 
nale del secolo a lui devolute. 

Ignari delle ragioni che a tanto lo conducevano , rispettiamo 
queste sue previdenze , consci del tempo in cui venivano fatte . 
perchè nulla tolgono davvero alla soavità del beneficio. 

N-' XL-XLI. Due carte che riguardano quel generoso ci restano 
tuttavia; l'una è la rendita ch'egU ha di certa sua casetta, au. 877; 
l'altra una permuta di beni in Casale maggiore, già da me pubbli- 
cata , perchè gli è noto spettasse quella corte al Comitato Bresciano 
(a. 878) (1). 

(1) Cod Dipi., ]K\».r.i] e «li. 



DI'k CAPITOLO CREMONKSK 27 

N.' XLll-XLIli. Ma noi siaiii piunli al Icniiiiie della iioslra iiiu- 
iioprafìa, la quale si chiude eoi chiudersi del secolo IX . e con due 
documenti dell' 877 ed 890. E il primo un dono di Aldovrando, uo- 
mo illustre, ai canonici della cattedrale di Cremona , d'una casa in 
S. Maria del Soccorso sul fiume Pipia (1). L'allro ò il giurameiild 
d'obbedienza prestalo dal clero di alcune basiliche olire Po nòlle 
mani di Anselmo prete di S. Maria Maggiore , rappresentante il ve- 
scovo di Cremona (2). 

Eccovi quindi una piccola serie dei molti Documenti dragoniaiii 
sconosciuti fin qui , raccolti dal paziente amore di un venerando 
sacerdote, ognuno de' quali è un sussidio, è una scintilla di luce 
fra le tenebre dei secoli più investigali (; tuttavia più arcani della 
storia lombarda. Quanto tesoro di voci, di località, di costumi, di 
leggi, di tradizioni, di fatti nostri, e come a dire domestici e ca- 
salinghi, non avvertiti sin (jui, ch'io stesso dovetti nel cenno ra- 
pidissimo saltare a pie giunti, pago d'averne additata la fonte' 

VI. 

Conclusione. 

Possa il nobile esempio di Carlo Trova, che in \apoli va pul)bli- 
cando i monumenti di Cremona dell'età longoliarda. muovere la citili 
e la chiesa da cui provengono a non subire in silenzio questo rim- 
provero che le viene dal lontano Volturnio: ma circondarsi delle sue 
memorie , porle in luce , mostrarle con orgoglio raccolle in un volu- 
me ; involare cosi tanta ricchezza di sa(;ri e civili l'a.sli, che baste- 
rebbe ad una calatale, dall'obblio che li cuopre : dimostrare alle li- 
mitrofe citta, come a nessuna ella ceda jìer monumenti di un tempo 
sì meritevole delle nostre meditazioni. Tale è lo scopo di ([ueste mi(^ 
pagine; e se varranno ad ottenerne l'adempimento . m'avrò tale 
compenso . (piai mai potessi avermi piii lusingbi<'ro. 

1M',i»i:iu<ì<) Oiuinici. 



(1) Cod.DipL, i)ag.l32. 
f2) Cod.DipL, pag.-OG. 



DOCUMENTA SEX CREMONENSIA 



lUXTA CODICEM 



AB A. DRAGONI COLLECTUM. 



I. 

An. DCCLXXUI. 

Charta donncionis de una domo in civitate Cremonae. 

l)um in bei nomine ego Marlinus cremouensis sancle catho- 
lice ecclesie ravennate divina gratia Diaconus, iussu sauctissimi in 
Christo patre Leone Archiepiscopo ravennate, difficile et longum iter 
suscepessem et ad (ìnes Francorum fuemus, regemque eorum Cha- 
rolum regem gloriossissimum adlocussem . et in regressu meo Cre- 
mona patria mea advenessem, mihi paruit esse gratum Deo atque 
beale Matre ejus Maria si de bonis faciiltatis mee ista canonica 
juvessem. Idcirco ego idem Martinus indigno Diaconus vobis bea- 
tissimis Archidiaconus, Archipresbiter , Primicerius et Preposito , 
nec non vobis omnibus beatissimis Presbitcris et Diaconi de ordine 
cardine eiusdem sancte Marie matre , de quo ordine et ego , ante- 
quam Dei famolus fuessem, indignus Diaconus fui, casa raea in 
qua abitabam dum puer fuessem vobis ab ac die dono et cedo , et 
in dominium vobis Iransfero. lacet autem ipsa domus mea cum 
cellis , curte , fumo , puteo et veridarium prope ista vestra cano- 
nica, cui coerit a monles: et ideo ipsam domum meam cum ven- 
dano et omnia adiacentes vobis donare ordinavi, ut ipsa vestra 
canonica et casa mea melius abitare habeatis, prò remedio anima- 



CODICI-; iJii'Ki.M. i)i:l caitiolo ckkmonesk 29 

rum Itone luciiionc Panili palris mei viri nobilissimi, et Sabine 
f(Mnina onoranda mater mea. 

Et ut hec mea douacio sequentibus temporibus salva et incon- 
cussa sine ullius contradictione maneat in perpetuum, nianu mea 
anc donacionis paizinam scrivere decrevi et subter confìrmavi , et 
vobis bealissimis Iratribus meis cardinales de ordine iam dite sancte 
Marie cremonensis ecclesie confirmaudam dedi. 

Act. in canonica cremonen. , die mercur. , 28 raens. apr. . indi- 
ctione XI. 

»J< Ego Marlinus cremonensis sancte catholice ecclesie raveu- 
natis Diaconus cardinalis in ac donacione a me facta et manu mea 
scripta subscripsi et firmavi , ad gloriam Dei et remissione pecca- 
torum meorum. 

ȓ< Eso Deusdedit sancte ecclesie cremonensis Archidiaconus 
probavi et subscripsi. 

>J< Ego Dragoaldus sancte Marie maioris cremonensis ecclesie de 
ordine Archipresbiter probavi et subscripsi. 

^ Ego Diambertus sancte Marie cremonen. de cardine Presbiter 
et Primicerius probavi et subscripsi. 

ȓ< Ego Luisprandus sancte Marie maioris de cardine Presbiter 
probavi et subscripsi. 

^ Ego Wido de ordine niajori sancte Marie Presbiter probavi 
et subscripsi. 

>ì< Ego Sigeberlus sancte Marie cremonensis Presbiter et ista 
canonica Prepositus in bis aclis probavi et . subscripsi. 

>i* Ego Adelphredus sancte Marie cremon. de cardine Presbi- 
ter probavi et subscripsi. 

^ Ego Gerulphus sancte Marie cremon. de cardine Diacon. in 
Exenodochio ss. Eusebii et Syrini Rect. probavi et subscripsi. 

>i< Ego Theopertus de ordino cardinali sancte Marie Diaconus 
probavi et subscripsi. 

>i< Ego Chinellus Diaconus de cardine cremonensi probavi et 
subscripsi. 

^ Ego Stephanus de cardine cremonensi Diaconus probavi et 
subscripsi. 

^ Ego Angelbertus d. g. cardinalis sancte Marie Diaconus et 
ejusdem ecclesie notarius probavi et subscripsi. 

Signiphredus sancte cremonensis ecclesie advocatus, sede episco- 
pali vacante per obitum sanctissimi palris Sylvini Episcopi, quod 



30 CODICE DIPLOMATICO 

fuit in medium nocte d. xvi ad xvii mens. febbruar. , in his actis 
interfui, probavi et subscripsi. 

Signum m m manum istorum 
m 
m m 
Lanthelmi , Andrei , Magifridi , Ioannis et Alfridi test. 

Ego Chuniberth sancte Marie Subdiaconus et notarius in his 
actis interfui, et nomen istorum Lanthelmus, Andrei, Magifridi, 
Ioannes et Alfridus rogatus scripsi et manu mea subscripsi. 

Ego Ariprandus notarius sacri palacii et iudex autentico uius 
donacionis vidi et legi, et ibi continebatur ut in hoc exemplo legitur. 
exemplavi, litera aut plus aut minus, et manu mea subscripsi. 

Ego Aichardus iudex et notarius sacri palacii autentico uius do- 
nacionis vidi et legi et manu mea exemplavi, et sic in eo conti- 
nebatur sicut in iste legitur exemplo, extra litteras plus minus. 
et manu mea subscripsi. 



II. 

An. dcglxxx. 

Charta ojfersionis Reghemundi ac Sichemundi Canonicae 
cremonensis S. Mariae. 

In Dei nomine. Carolu gratia Dei gloriosissimus rex Francorum 
et Langobardorum , anno regni eius hic in Italia septimo. Vene- 
rabili ac beatissimo Stephano in episcopali cathedra cremonensi se- 
dente , die jovis sexta mensis aprilis, per indictione tercia. Cum se 
conjusessent in caminata majori juxta dormi torium de està canonica 
de sancta Maria matre civitatis Cremona ; idest Chiuellus eiusdem 
ecclesie Archidiaconum , Diambertus Archipresbiterus , Luisprand . 
Wido , Sigiberth , Aldephredum Wiriphridus , Petrus , Hermanno 
Luise , Adedatus et Sabinum Presbiteres , nec non lerulpho , Theo- 
pertus , Angelberth , Cuniperth et Hasemundus Diacones ejusdem 
sancte Mane cremonensis ecclesie matre ; ibi presencia eorum venit 
Reghemundus cum fratre suus Sichemund , qui ambo fratre professi 
sunt quod ipsi de generosa et ingenuili Langobardorum stirpe sunt 



i)i:l caimkjlo cukmonksk 31 

generati , et quoti liberi et ingenuili simt : et Keghemundus disset: 
]\go et frater meo Sichemund minime abeo unde nos pascere et 
vestire deveamus : ideo per precaria que vobis dedenms miseii- 
cordia vestra peterimus ut nos ambo fratre Reghemundo et Siche- 
mund in vestrum et ecclesie sancte Marie potestatem et defensio- 
nem ut mundiburdium nos tradcre ut comorare inde deveamus , 
ea condicione et ordine , ut vos videlicet reverentissimi et venera- 
biles Presbitercs et Diacones sancte Marie cremonensis ecclesie ma- 
dre contenti essili ut nos ambo fratres de substantia vestra tam 
de victu cpiam de vestito provedere et adiuvare debeatis , insta 
quod vos bene et fideliter servire et adiuvare nos amlio fratre pro- 
missum : ut dum nos vel quis de nos per caput nostrum ut suum 
advixeret sub vestra defensione vel mandeburdio simus, et vobis 
libero et ingonuili ordine . ut generosos vir convenit servire , et re- 
verenliam impcnderc deveamus ; nec me ut frater meo de vestra 
defensione et potestate ut mandeburdum solvere et subtrahere 
nullo unquam tempore vita nostra facultate habeamus , sed sub 
vestra defensionem omnibus diebus vita nostra deveamus permanere. 
Quibus auditis presencia Adelbertus sancte Marie maire advo- 
catus, venerabilis Chinellus Archidiaconus . nomine suo et fratrum 
suorum, ipsos Reghemundo et Sichemundu fratres, hberi et inge- 
nuili de generosa gens langobarda nati, in sua et sancte Mai'ie de- 
fensione et manduburdium receperunt eo ordine ut ipsi Presbite- 
rcs et Diacones sancte ]\larie matre , ut issa Canonica cremonensi 
deveant et obblicati sint ipsum Reghemund et fratre suus Siche- 
inundo de vieto et vestito prò calore et fi-igus (•oiivenienter jìrov- 
viderc onmibus diebus vita eorum : et ipsi Reghemund et Siche- 
mund fratre libero et ingenuili ordine , ut generoso vir convenit . in 
ista Canonica se coiniuendare deveant, et ipsis Presbiteri et Diaconi 
ut isso Canonice sancte Marie omnibus diebus vita sua prò ingenio 

suum adiuvare; et se commendant [lìeliqua desunt). 

^ Ego Leo sancte Marie cremonensis ecclesie matris Diaconus. 
anc charlam commendane vidi et manibus nieis e\enipi;i\ i . et sic 
in ea couclinebatur uti in islo legitur exenq)laii. in (jud ilesnnl que 
desunt in autenthico. extra litteras plus minus. 



32 CODICE DIPLOMATICO 

III. 

An. dcclxxxvi. 

Carta iudicatus prò Capitulo cantra Sinipertum preshiterum 
de plebe sancti lohannis et Zenonis. 

Quura ,in Dei nomine resedissemus nos Rachibertus comes de 
ista civitate Cremona , nec non et Chunibertus notarius dominorum 
regum, cum Ansprando notario ista civitate, in laubia palalio regio 
sita platea magna , ad singulorum hominum causas audiendum vel 
deliberandum , residente ibi nobis cum Stephano sancte hujus cre- 
monensis ecclesie beatissimo Episcopo, nec non Theoperto sancte 
eiusdem ecclesie reverentissimo Archidiacono , et Luisprando in 
eadem ecclesia venerabili Primicerio, et Ansprando vicecomite ista 
civitate, et Mezolombardo (i) cernite de pago et vico de plebe Al- 
tavilla, et Uspinello de Casamaiore itera comite, et Rolando comile 
de Buxito, nec non Lamperto de Gussala, Remigio de Zovenalta , 
Lanfranco de Curte Sexto, Alberto de Sespile, Ariberto de Girata, 
et reliqui alii pluris : ibique veniens ad ante nos Odescalcus advo- 
catus ista canonica sancte Marie cremonensis ecclesie matre , qui 
de pars eiusdem canonico in causa venit, nec non et alia pars 
Vuillermus advocatus qui causa venit de pars Siniperti presbiteri 
de plebe sancti lohannis et Zenonis. Dicebat in primis ipso Ode- 
scalcus da pars ipsius canonico sancte Marie ecclesie matre : Malo 
ordine et modo pessimo et contra legem liomines isti Siniperti pre- 
sbiter preoccupaverunt silvam et ancham de curte Gussala de ius 
iste venerabilis canonice sancte ]\[arie- cremonensis ecclesie matre . 
et per aliquot dies se miscuerunt de arboribus potandum et scal- 
vandum, de lignis et sarmentis toUendum, et de piscibus piscan- 
dum ista silva et hancha de Gussala iure ista canonica. 

Respondebat Vuillermus da pars ipso presbiter Sinipertus: lllud 
caput silve et banche de Gussala qui iacet circum et in finibus 

(l) Mezzolomhardo chiamavasi (come si è detto altrove), anche un diacono 
del 754 , in una carta clie il Troya dichiarò fra le più genuine ed importanti del 
suo Codice diplomaiico, levata da quello di Cremona. ( Parte IV del Cod. Diplom. 
pubbl. a Napoli, numero 683, pag. 527). 



DKI, CAt'irOl.d CKKMO.NKSr. 3& 

capelle sancii Pel ri prope el in tiiiibus Marlajinaua. perliiiet de 
iure enfitheusis per aiinos deceni ab islo seculivos isti plebi sancii 
lohannis etZenonis, et hoc ordine et modo iuste et legaliler pre- 
sbiter Sinipertus misit homines snos ad polanduni et scalvan(hiai 
isla Silva in diclo capile, el Ugna et sarnienta lollenduin, et ad pi- 
sces piseandum ista hancha in dicto capite in finibus capelle sancii 
Retri, prope fundo Martagnana. Dicebat Odescalcus : lani a lungo 
tempore et a die mortis venerabilis Ursoni Presbiler de cardine 
iste sancte Marie cremonensis ecclesie mater ista canonica tenet 
insimul insula de Gussala quo dici tur Ursoni . et ista sii va et ancha 
seu piscaria extendilur ipsa silva el hancha a finibus in se tenente, 
idest uno caput a vivo padullo de ipsa curie Gussala, et alio caput 
usque et in finibus capelle sancii Petri prope et in finibus islo 
fundo Marlagnana : et ab eo tempore usque in presens onini anno, 
et quando bene ei paruit, bono ordine et iurefecit per suos homi- 
nes et servos et aldios polare et scalvare ista silva , et ligna et 
arbores et sarmenta inde tollere ab uno ad aliud caput sine ul- 
lius unquam coni radici ione : ilem in ipsa piscaria seu hancha fecit 
ab uno caput ad aliud el longe el large piscaro quando illi paruit. 
Et presbiler Sinipertus per ali(iuantos dies islo anno misit homines 
suos malo ordine et contra legem scalvare et piscare secundum 
chartain quam pre manibus habcmus. Sic hoc audito, nos qui supra 
audilores fecimus rehgi ipsam charlam. Conlinebal ista charta 
qualiter Ursonus venerabilis Presbiler de cardine iste sancte Ma- 
rie ecclesie matre. aimo in Dei nomine primo regni gloriosissimi 
Liutprandi regis (1) , die mercuri! . decimo mense augusto, indicione 
decima, providit et ordinavil ut a die mortis sue ista canonica sancte 
Marie matre habeat et leneal (|uicquid i])se Ursoiuis Presbiler in (he 
mortis sue possidere visus fuerit lani in territorio piacentino quam 
in episcopalu cremonensi vel (|Uocumque alio loco; et inter alia bona 
.substanlie sue idem Ursonus Presbiler in die mortis .«^ue possidere vi- 
debalur insolam de Gussala (pie nunc dicitur Ursoni . el insimul islam 
silvam et hancam a finibus in se tenente, ut supra dicium est. VA ab 
eo lenìpore ista canonica sancte Marie omiii anno. (>l quando ei pa- 
ruit bene, insto iure et bono ordine semper fecit in isla silva laborare. 

(I) La calla liutprandina qui notata esiste nel Codice cremonese, ed e 
proprio del IO aiio^-lo 712, almeno secondo il calcolo degli anni di regno di 
I.intprando , e dell' indizione I. l-'u pubblicala e lodala dal Trova , Cod. Diphm., 
Palle 111 , num. 393 ; Napoli 1853. 

Viuii.Si ti.. i\ii'irti ,S'':rif. IMI. •'> 



34 CODICI-: DII'LOMAIICO 

pt in hanchapiscarp per suos homines aut (i) servos aut aldios ab 
uno caput in aliud sine uUius unquam contraddici ione; excepto hoc 
anno, quo idem Sinipertus presbiter, ut custos de plebe saucti lohan- 
nis et Zenonis. malo ordine et contra legem se immiscuit de ista 
Silva et hancha vel piscaria, et per aliquanlos dies retro exactos fecit 
in ipsis scalvare, potare, ligna et sarmenta tollere et pisces piscare. 
Et falsum est quod caput silve et banche in finibus cappelle sancti 
Petri in finibus Martagnane ei pertineat iure enphiteutico. Relecta 
in integrum ista charta , et sic dictum da pars Odescalchi advoca- 
lus iste sancte Marie ecclesie matre , dicebat Vuillermus advocatus 
da pars islo presbiter Sinipertus : Veritas est quod ipse presbiter 
Sinipertus , custos de plebe sanctorum lohannis et Zenonis , per ali- 
quot dies nunc exactos fecit laborare et piscare per suos homines 
ista Silva et ancha ; sed veritas est quod hoc fecit bono modo et 
iusto iure, quia se immiscuit tantum in capite silve et anche, 
quod est in finibus cappelle sancti Petri , quod caput emphiteutico 
aut livellano nomine nunc pertinet ista plebe sancti lohannis et 
Zenonis prò ecclesia sua baptismali , in qua ipse presbiter Siniper- 
tus nunc custos esse videtur : et hoc per chartam quam ei dedit 
anno exacto venerabilis et reverentissimus bone memorie Angelber- 
tus quondam Diaconus et eiconomus iste canonice sancte Marie 
cremonensis ecclesie matre. Dicebat Odescalcus advocatus sancte 
Marie contra Vuillermum : Monstra chartam. Dicebat Vuillermus : Eam 
habet presbiter Sinipertus , et promitto eam libi monstrare in alio 
constituto. Sic nos qui supra auditores fecimus dare vuadium ipsi 
Odescalco advocatus iste canonice sancte Marie da pars isto Vuiller- 
mo advocatus isti presbiter Sinipertus , qualiter ipse Vuillermus in- 
tra decem dies presentabit in constitutum ipsam chartam quam isti 
presbiter de sanclo lohanne et Zenone fecit bone memorie venera- 
bihs Angelberlus (juondam Diaconus et iconimus ista canoni(;a sancte 
Marie , ut iste Vuillermus dicit. Et ipse Vuillermus advocatus da 
pars isto Siniperti presbiter, ut custos sancti lohannis et Zenonis, 
dedit vuadium isti Odescalco advocatus sancte Marie Cremonensis 
ecclesie matre , qualiter intra decem dies ipse Vuillermus veniet in 
constitutum ad presentandum dictam chartam enphiteusis , quam 
venerabilis quondam Angelbertus Diaconus et economus ista venera- 



(li II teslo della nostra Carla ha spesse \ulle «(, da noi cambialo, [ler mag- 
gior chiarezza , in ani. 



DI-.I. CAI'Ilnl.O CHK.MONESK 35 

bili canonie;! do sancta Maria clcdit islo prcslìiter Sini[)('rlo. Ed Odt;- 
scalcus advocatus saiiclc Mario, per vnadia (|ue illi di'dil N'uilleriiuis 
de presenlanda dila diaria . iuit eunteiilus (|ii;ililer eaussa ;i(l aliud 
constitutuni intra deeeni dies referalur. 

Sic nos qui supra auditores consliluiniiis ipsi \ iiìIUtiiu» deei- 
mum diein ab isto , ul in eonsliliituiii \eiiiiit iid presentandani 
ehartaui : prò qua presontanda Odescaico adv<K'a lo canonico sancle 
Marie dedil vuadia , et libi Ans[)raiulo nolano isla civilalo Cremona 
admonuimus scribere et anc noliciani relinere. 

Residentibus in die decima Roginaldo comile et omnes qui su- 
pra . in laubia palalii reizii . ibit)ue venions Odescalcus advocatus 
sancte Marie de Cremona da una pars et da alia pars Vuillermus 
advocatus Siniperli venerabilis {ìresbiter de plebe sancii lohannis 
et Zenonis, dicebal iste Odescalcus advocatus sancle Marie, isto 
Vuillermo advocato Siniperli presbiteri : Oslende nobis charlani il- 
lam qualiler mihi vuadium dedisti. Dicebal Vuillermus : Veritas est 
qualiler dodi libi vuadia de ipsam chartam presenlandum in hoc 
constituto ; sed veritas est cpiod presbiter Sinipertus minime illam 
invenire potuit , et credimus nos ([ualiler venerabilis et reverentis- 
simus bone memorie Angelbertus quondam Diaconus et economus 
sancte Marie isla civitale Cremona ecclesia matre verba fecit Sini- 
perto presbiter de plebe sancii lohannis et Zenonis de illi dandum 
omphiteulico nomine per annos secutivos dccem ista silva et ancha 
in caput capello sancii Pel ri prope Martagnana ; sed illi non fecit 
chartam: credimus nos tjuod liane omphiteusim nollent staro et con- 
cedere venerabiles et reverentissimi Presbiteri et Diaconi cardines 
iste sancte Marie ecclesie matre. Sic hoc audito , nos qui supra au- 
ditores iudicavimus iusliliam facieudam isti canonice sancte Marie 
de Cremona , quod malo modo et contra legem iste presbiter Sini- 
pertus se immiscuit de ista silva et banca , et quod ip.se Sinipertus 
presbiter de plebe sancii lohannis et Zenonis abeat reficoro dampna 
isti canonice. Et ipso Vuillermus advocatus islo Siniporto presbiter 
dedil vuadia qualiler ipse Sinipertus ex indicato et sententia bo- 
norum hominum in arte periti reficiet dampna isti canonice : et 
insuper iste Vuillermus dedit vuadia (lualiter jiresbitor Sinipertus 
non amplius se immiscebit de ista silva et ancha . quam ipse Vuil- 
lermus advocatus da parte iiusdem presbiter Sinipertus conlessus 
est malo ordine et contra logem pr(>occu]ias.se. Dicohat iste Ode- 
scalcus : Eliganliir tics pi-obi ci |)('iili luMiiiiics ipii abcnl \ idorc de 



3G codici: diplomatico 

isiis dampnis. Et electi sunt et ab omnibus probali Anselmiis de 
Cremona , Petrus de sancto lohanne et Zenone , et Hubaldus de 
curte Gussala. Dicebat Odescalcus qualiter contenlus est de istis 
probis hominibus , et qualiter contentus est stare suo indicalo de 
dictis dampnis ■. sed prò futuris temporibus petebat ut memoria vel 
preceptum fiat dicto presbitero Siniperto, qualiter non audeat ullo 
nequam tempore et quocumque modo se immiscere de ista silva 
et hancha iuris iste canonice. Sic nos qui supra auditores iussimus 
tibi Ansprando notarlo ista civitate Cremone hoc scribere. et pre- 
ceptum dare prò futuris temporibus in istis verbis , qualiter idem 
presbiter Sinipertus , aut successores sui aut alia quevis persona , 
non audeat se immiscere de ista silva et hancha iuri venerabilis 
canonice cremonensis , et hoc memoria retinendum ut araplius 
prò hac causa non oriatur contentio. Admonuimus igitur libi Ans- 
prando notano scribere , et exinde hano noticiam onni tempore 
retinere. 

Et ego Ansprando notarius ista civitate Cremona hac nolicia et 
dictato et precepto scripsi anno regni dominorum uostrorum Ka- 
roli et Pippini regum gloriosissimorum , in Dei nomine , decimo- 
tertio et sexto, diem Martis vigesima septima mensis iunii . indi- 
cione nona. 

Ego Anselmus interini. 

Ego Petrus interfui. 

Ego Hubaldus interfui. 

Ego Anselminus de Portinaris hoc anthenticum vidi el exemplavi 
et scripsi eie. eie. (1). 

(1) Un Uspiuellu dei Poitiiiaii , come consta dal Codice dragoniano , trascri- 
veva parecchi documenti poc' oltre la metà del secolo XII lo altrettante perga- 
mene , le quali venivano poi ricopiate dall'autore del Codice presente. Potrebb'es- 
sere del medesimo tempo anche Anselmino , com'era certo della medesima fami- 
glia. Giustissima sarebbe la maraviglia che altri facesse del veder qui segnate 
le sole firme dei periti. Ho sospetto che il Portinari o non abbia potuto leggere 
di più nell'originale del secolo Vili , o mancasse in fine la peigamena , già da 
quando Anselmino trassene un esemplare. 



iii:(, CAiMToi.o (:ui:.\ii)m:sI': -37 

IV. , 

A\. DCCCVII. 

Ifominioìi ('hnsh'i Vet(-ris iuìwmntnm fidr-litatis l'crlcsiac pritosfitnni 
Saitctai' Mari (IP. 

\\\ nomino sanclc el individue Trinitatis. Karolus serenissimiis 
Augustiis a Doo (-oi-onalus. magnus el pacilicns iniperalor Koniano- 
l'uin jj;ul)iM'iiaiis inipciiiini. (|iii por clementiiim Doi vi rex Franco- 
runi o( Lani-'ohardoniMi. anno regni eiiis heie in Langohardia tri- 
gesimo (piinlo. el filins eius doininus noster Peppiniis He\ . anno re- 
gni ejus lieic in llalia vigesimo nono, mense ocluhri. indicioiie prima. 

In curie Caslio NCtere. in lauhia ejudem eurtis. resedenlibus 
ibi Ilingeli)erto cornile viro niagniiico. el Heb(M'ardo cum Heriberto 
iudices duorum lU'gum, et onorandis viris Pernardhus. Pipinus . 
(;huni|terlus . (iundescalcus . Adelardus et Leo el Aledramus; el 
simul onmes omines de ista curie Castro Vctere. presencia eorum 
venerunt reverendissimi el venerabiles viri Urso (|. d. sancle cre- 
monensis ecclesie Presbiler cardinis, fpii et ejusdem sanct(> Marie 
vuidamus; item Deusdedit el simul Graliadeus ejusdem sancle Marie 
Canonice cremonensis Diaconi cardines. (|ui nomine reverenlorum 
et venerabiles fralrum suorum Presbiteri et Diaconi cardines de 
issa sancta Maria maire, in palam produxerunt (puxlam aulJKMiti- 
cum privilegium serenissimi Karoli Augusti a Domino coronali, ma- 
gni et invictissimi regis Francornm el Langob.u'dorum . conlinenle 
in ipso siculi hic subler legitur. 

{Omisso privilegio a nohis descripto, pag. 21, .N." x.w, aii. 801 . et 
Cod. Dipi. Dranon. pag. 107). Privilegium ipsuin ibi ostensum est 
a Mezolombardo nolario sacri palacii ex hord(>ne Ilingelberli ma- 
gnifici comilis , ut supra bona voce lectutn. iam dicli wneiabiles 
Urso Presbiter. et Deu.sdedit cum Graliadeus Diaconi de jamdicta 
sancta Maria matre cremonensis ecclesie rogaverunt jamdiclum 
magnificum \irum Ilingelberliis comes et Heberardus et Heriber- 
tus judices. (piod omines de isla curie Castro Vetere in manibus 
eorum el ad sancta Dei evangelia jurare facianl lidelilalem ci 
obedientiam iamdictis Presbiteris el Diaconis sancle Marie ut 
Canonice ciusdciu saiiclo Alnrie tna1ri>< crenionciisis ecclesie: el 



38 CODICI': DIPLOMATICO 

idem Hingelberlus magnificus comes et issi Heberardus et Heriber- 
tus judices prediclos omines de curte Castro Vetere . tani arimaiii 
quara et alii liberi jurare fecerunt in manus jarn dicti venerabilis 
Urso Presbiter sancte cremonensis ecclesie , presencia iam dicti ve- 
nerabiles Deusdebit et Gratiadeiis ejusdem sancte Marie Diaconi, ad 
sancta Dei evaugelia. Insuper idem Hingelbertus comes, et Hebe- 
rardus et Heribertus judices, iidem jam diete Canonice cremonensi 
dederunt ad libere abendum , exercendum et exigendum omnem iu- 
diciariam, et omne teloneum, et quidquid a missis domini regis 
retro exigebatur, tam de ista curte Castro Vetere, quam et de suis 
adiacentiis. Unde duo charte ejusdem tinoi'is Ariberto notarlo sacri 
palacii scrivere mandaverunt. 

Ibi fùerunt Pernardhus, Pipinus. Chunipertus, Gundescalcus, 
Adelardus et Leo et Aledramus. 

Ariperlus notarius sacri palacii rogatus scripsi etc. 

Ego Ansprandus notarius sacri palacii et judex authentico hujus 
carte iuramenti et fidelitatis ut remissionis vidi et legi et sic in 
ibi continebatur ut in hoc legitur exemplari , litera ut plus ut 
minus. 

Ego Aichardus judex et notarius sacri palacii autentico hujus 
carte juramenti et obbedientie ut renunciacionis vidi et legi et 
manu mea exemplavi, et sic ibi continebatur ut in isto legitur 
exemplari , extra literas plus minus ; et manu mea post Aripran- 
dum nolarium sacri palacii et judicem scripsi et confirmavi. 



Ax. DCCCXXXV. 

Lec/es et Stdtuta a Capitulo Cremonensi data hominihus 
de Castro Veteri ultra Padum. 

In nomine Domini nostri lesu Christi. Anno ab incarnacione 
eiusdem octogeximo trigeximo quinto , die lune quinto die exeunte 
apriU. Hlotarius divina ordinante providentia imperator augu- 
stus (1 ). Castro Vetri de ultra Padum , infra laubia eiusdem castri 

(1) Temo assai che Tanno XVI (o probabimente il XVII) sia limaslo nella 
penna del Dragoni. Non c'è verso : doveva esserci. 



1)i:l capitolo cremonksi: 39 

l'cssedeiite Ugo vtMiorabilis Priiiiiroiiiis saiicte Marie de Cremona . 
ressedenlibus cuin eo Aiispertn et Kambaldo eiusdem saiicte Marie 

venerabilis Diaconis. Noticia Slatulorum quo idem 

l'(io outii Aiìsperto et Rambaldo pubblicaverunt nomine suo et alio- 
rum fratrum suoiuiii Presbiteri et Diaconi sancte Mai-ie de Cremona, 
ut ab omnibus eiusdem curtis de Castro Veteri bona fide obser- 
ventur et legis obtineant fuMiiitalem 1 V 

Nos Ugo Dei grafia venerabilis Primicerius. et Ansperlus et 

Rambaldus venerabiles Diaconi . nomine nostro et 

. . . . fratrum nostrorum cremonensis ecclesie ordinarii. 
. . . . statuimus ed ordinanius, ut ex ac die in antea nullus 

homo voi femina de hoc loco Castro Valeri vendaf 

vel albergariam vel tabernam ve! 

vendi aut teneri faciat sine eorum iicentia vel missi eorum : et si 
centra fecerit , componat cremonenses soldos XXX prin)a vice. 

Dem statuimus ut de ali(pio suo 

vicino sub ali([Uo iudice nixi 

nominaverint . ut dederint per se vel per eorum nuntio .... 
componat soldos decem de Cremona. 

Item statuimus ut . . . ludere aut bischazam tenere vel 

meretriceiu publicam : et si contrafecerint 

prò qualibet vice. 

Item statuimus ul (pii Ccceiit furlum. si habeal 

vel femina aut puer quo vel qui habeal 

ultra duodecim annos . . 

Item statuimus ut nullus scienter teneat pubhlicum bannitum. 
furem aut lali'onem fecerii hoinicidiiiin . comnonal 



si feritaiii in rixa 

si per capillos lra\eril . 

et fecerit adultcrium . . 

virginem 

componat aureos cremoueii 



fi) lo credo dio nei cunfitii clolla lena inumine data colle foimole usale da 
Carlo Magno per Caslelveccliio donalo ai Canonici, l'investito di quei benefizio 
avesse facoltà eguali a quelle manifestate coi presenti statuti dai Canonici di Cre- 
mona. 1 Canonici di S. Ambrogio colla lena di Limonata vantavano corrispon- 
denti diritti, ed i va.s>alli dei monasteri e delle ctiiesc giuravano l'adempimento di 
statuti parziali che non venivano dall' impeialore. 



in CODICK DIPLOMA lieo 

Itein statuiinus portoria , 

piscarias . datiuni 

vendat terram sancte Marie 

Et haec Statata lecta sunl corani Lupoiie . Mainfredo . Belle- 
bono , item alio Lupone , Aldoae , Rachiberto . Alirito . Ursone , Pe- 
Iro , Andrea . Martino , et aliis pluris homincs de eodem loco de 
(Castro Yeteris . et recepta et iurata sunt ab eis ; et ibi fuerunt 

ildas ariinaniis an , Anspertus 

Eginardus index. Et insuper 

indiciariuiu et leloneuni .... retro cxigebanlur .... 
})er suas adiacencias 



VI 

Ax. IXKXXXX. 

C DAMI A Donacionis facte Capitulo sancle Marie ab Ansperto Archi- 
presbitero: item erectionis Geronthomii . Brephotrophii ni Labo- 
rerii prò infantulis ex peccato natis. 

In nomine sancte et individue Trinitatis. 

Hli Dovicrs divina ordinante providentia imperator Augustus , 
anno imperii eius feliciter vigeximo. in mense februario. die tertia, 
indicione tercia. Cremone , in domo ubi habitant venerabiles domini 
Presbiteri et Diaconi de ordine sancte Marie maioris . in carainata 
comuni. Ego Deo propitio Anspertus licet indignus sancte catholice 
cremonensis ecclesie de ordine Archipresbiter et beate Marie 
servitor , filius bone memorie domni Verulphi iudicis , qui vivo 
lege Romanorum , in presencia et per acceptationem venerabilium 
fratrum meorum domni Joannes Archidiaconus , et Landulphus , 
Ariberlus , Landò et Deusdedit Presbiteri , et Amiso , Angilbertus, 
Ambrosius et Leo Diaconi , omnes cardines de ordine eiusdem 
sancle Marie maioris , et in presencia et per stipulacionem bonorum 
omminum Francorum et Longobardorum quorum nomina subter 
leguntur , cum stipulacione subscripta per presens dixi : - Deus 
omnipotens ac Salvator noster Dominus Ihesus Chrislus docendo 
dixil : Facite vobis thesaurum non dofìcientem in celis ; et sacer- 



DKL CAI'IIOI.o Citl.NKiNHSJ-: 44 

(lotalis (lipnitas coiiipctil ut ad cnciiiiiIiiih (iliri^li liilclniin de siiis 
propriis ac j)rivatis bonis in r('(l('iii|tlii)ii('iii anitiic sue d |)arcn- 
lorum suorum ac propinquoruni et oiniiiuiii alioruni l)i'() in scin- 
piternum offerrc procuret. Ideoque ego qui supra Aiisperlus, pel- 
ane paginani eoiistitucionis et ordinacionis niee, prò reinedio anime 
meo, et Verulplii et Vigelinde genitore et genctrix nieoruni. er prò 
aniraabus Arnulphi vice coniilis germanus meus , et Vilidiindc 
monache germana inea , per consensum et largilalem honoralMlis 
viri Gerul{)lii comilis dileclus germanus meus (jui prolilelur lan- 
gobarda vivere lege , ut in eternum Deus et Dominus nosler 
Ihesus Chrislus relribuat milii et illi et parenlihus el j)ro|)iiiquis 
nostris . et onuiibus aliis proliciat ad anime salutem el g.iudium 
sempilcM'uum . de ouniibus rebus meis iusle et legalilei' acquisilis 
ordinare provideo, et cod ordino nrmiter permanere volo et eon- 
fìrmo, et execulioni maudari comando et indico, el presens ordi- 
nacio onuii tempore inconvulsa m.meat eo ordine : ul (ieronlomiuii! 
prò pauperibus inlirmis el penvrinis a me lundalum infra |)ropria 
casa niea iuxta cai)ellain sancii Slephani subler Domum Domini 
ad honorem sancte Dei genilricis et viiginis Marie a die discessus 
mei in perpeluuni devenial in cura . poleslale . regimine et ordi- 
nacione veneral)ilium fratrum meorum Presl)iteri et Diaconi de 
ordine sancte Marie maioris Creinone, et semper sii in derensioue 
et ordinacione ipsorum ; eo pacto el condicione, ut (hio de eodem 
ordine per vicem et seplimanas in eodem Senodochio , in salis 
et camminatis (pias prò ipsis edi(ìca\i luispiciinn abcanl . et inibi 
sint cuslodes, rectores et preposili ad inijìlenchun pi^r oumia ul 
sutter dicium erit , et abeanl de rebus supratUdi Geronlochii 
mensam suam eo modo (pio solemus in relelorio conumi. VA (pin- 
niam casa mea est Domo Domini in honorem l)eale Marie Verginis 
propinqua, volo et indico ut, si voluerint , comodum abeanl eliam 
noeti! ad ibi manendum . (pialinus ad ollicium ndchiniuni in Domo 
Domini sine impedimenlo ali(pio ut in abilalione conmiii possunt 
esse parati et occurrere absipu^ faligacione. Deinde oi-dino et co- 
mando . ul a die discessus mei in |M'i|H'luum in (Mtdem (leronli)- 
chio p(>reciini supervenienles ibi recipianinr. ( l inde pascanlur 
pauperes infirmi, et hospiles malsani curenlur. llem ibi sit locus 
prò infantulis et parvulis ex iieccalo n.ilis. qui ibi rccipiaiUur el 
laclentur et pascanlur, ne exinde abs(pie ba|)lismalis la\aci'o, ul 
muUociens accidif . ad inl'eros vadanl. Volo eliam. ordino et indico. 

Alien. St. 11. . j\'ii(ini S '■!•/<■. T. Il 



42 CODICE Dll'LUMATlCO 

prò pauperibus qui laborem in civitate non abenl, ci prò ipsis 
lìliis Brephotrophii , diversi etiam sexus , sed in diversis salis , 
quando etatcni abuerint , sit Laboreriuni orani tempore, et ipsi in- 
fantes littcris instruantur et pietate ad houorem iam diete ecclesie 
sancte Marie maioris cremonensis. Item iudico. comando et volo, 
ut omnes res meas quas iuste et legaliter possidere visus fuerim 
a dicto die discessus mei in antea , deveniant in iure , potestale , 
regimine et ordinacione venerabilium fratrum meorum Presbiteri 
et Diaconi cardines sancte ecclesie cremonensis , ut eos in comuni 
prò eodem Gerontochio et Brephotrophio et Laborerio sancte Marie 
maioris regendo , ordinando et distribuendo et ministrando ab 
iisdem apud Dominum Deum omnipotentem merces aquiratur eterna. 
Sunt autem res mee quas libere et legaliter possideo tam infra 
quam extra urbem posite ; videlicet in ac civitate Cremona iuxta 
capellam sancii Stephani subter Domum Domini , propria casa mea 
in qua est Gerontochium iam dictum a me fundatum cum areis . 
curte , putheo et horto et omnibus edificiis coherentibus : item in 
vicinia cardinalis ecclesie de beato Syro iuxta Rhodanum case iile 
solariate et sale , que sunt pistrina cum curte , putheo et areis 
superabente : item case ille tam solariate quam piane , cum horto, 
putheo et curte qui sunt in loco qui dicitùr Braida de Rodano : 
item in curte Sexti , vico qui dicitur Lavello , castrum cum tur- 
ribus quod est in mea proprietate per discessum bone memorie 
Verulphi supradictus genitor meus , cum areis, clusis, edificiis, 
hortis , campis , pratis , pascuis , vineis , et duobus peciis oliveti , 
cum piscaria, et omnibus appendiciis et pertinenciis suis , cum 
servis et aldionibus diversi sexus et etatis , cum universis rebus 
tam L intus ] quam extra, tam mobilibus quam imobilibus iisdem 
respicientibus , cum massariciis , libellariis et condicionariis , et 
omnibus iuribus quantumcumque mihi pertinuisse visum fuerit : 
item in loco qui dicitur Castra Langobardorum , vico Cerato , 
casa cum turre et solariis et salis et cascina et fundis , ([ue mihi 
obvenit ex sorte post discessum supradicti Arnulphi germanus 
incus , cum campis , pratis . clusis et sylvis , et omnibus per- 
tinenciis eorum , cum accessu . ad casam que est in loco et 
iundo Ribinello : item in curte Bataiana case cum edificiis, areis. 
clusis et piscaria una in Abda , cum omnibus appendiciis, campis. 
vineis et pratis . cum massariciis aldionaliciis , et iamilia diversi 
sexus et etatis , (pie sunt in mea possessione , et quos emi de meis 



Dl'.l. (;AI'ri(»l.() CRKMONESK ' 43 

propriis l'I |>rivatis ilonariis ah (iiiondani (IniiUKi Aldoiic [ncshilcii» 
(II' ipso online iiiaioir saiiclc (•roiiion(;nsis occlosie , iilio Ixiiic iiic- 
niori<' Midcllierli coiiiilis de isla eivilale : ilcm silve Glissale iuxla 
insulam Ursoni , in loco el iundo PaduUo , que mce sunt ex sorte 
Vigilinde gcnetrix iiiea. Que auteni omnia volo . ordino . coniando 
et ludico ul deveniant cum su})radiclo Geronlochio in curani et 
potestatem , regimen et ordinacionem vcnerabilium et beatissimo- 
runi fralruum mcoruni de ordine sancle ecclesie crcmoncnsis, cuni 
omnibus aliis mobilibus et inmobilibus quas super liec in die 
discessus mei iuste et legaliter possidere visus fuerim : el nomina lim 
l'undum cum casa el capcUa , cum vincis et pralis , (juod est in 
Brixianorio de trans Pado , quod a liliis Luponi bis diebus omere 
visus sum , ut apparet ex charla Ilildeprandi nolari domini impe- 
ratoris. Et quia quisquis Deo et Genitrici eius beate Mario Virginis 
et in sanclis venerabilibus locis de suis bonis aliquid contuleril 
in hoc seculo , ab Domno nostro Ihesu Christo cenluplam accipiet 
mercedem et vitam possidebit eternam : ideo ego qui supra 
Anspertus volo ed iudico , ut unicumque persone licitum sit Deo 
omnipotenti . in honorem beate Marie Genilricis eius semper vir- 
ginis , de reljus et bonis suis Senodochio a me fundato , cum 
Laborerio sancte Marie Virginis quic(iuid voluerint ofTerre ; et qui 
sic fecerint aut ordinavcrint, Deum omuipotentem et Patrem Dei 
ot Domini nostri Ihesu Christi , cum ipso Uedemplore nostro et 
Spirilu Sancto suo, habeant propitium et retributorem in vitam 
eternam , cum beata Maria et Sanctis, amen. Volo autem , ordino, 
iudico ed comando , ut (piod ego feci aut alii inposterum prò 
Senodochio meo fecerint , (irnumi , ralum et iuconvulsum onnii 
tempore maneat , nec uUus venerabilis et revcrentissimus Ejìiscopus, 
vel alia persona aut magna aut parva , vel clericus vel laicus, non 
abeat potestatem de rebus Gerontochii invasionem facere . aut 
ipsas in alienum usum conmulare ; el si fiorii invasio \r\ coimi- 
tacio , talis invasio aut comulacio nulla v\ irila sii: el (pii inva- 
sionem vel comutacionem feceril, Deum iraluni abeai, ci analhema 
sii cum Inda Christi traditore in sempiternum. Amen. 

^ Ego. Deo propitio , Anspertus sancle cremonensis ecclesie 
de ordine .\rchipresbiter , in hoc indicalo a me facto nianu mea 
subscripsi. 

Ego Gerul()hus comes in hoc indicalo l'aclo ab Ansperlo Archi- 
presbitero germanus meus ul supra . in omnibus consensi ci manu 
iiicii subsci'ipsi. 



44 CODICE DIPLOM. DEL CAPITOLO CREMONESE 

>J< Ego Ioannes Archidiaconiis cremonensis in liista donacione 
consensi et subscripsi. 

>i< Ego Landulpiiiis Presbiter de ordine cremonensi et in sancto 
Michele Prepositus in oc indicato Archipresbiteri Ansperti consensi 
et subscripsi. 

>J< Ego Aribertus de ordine cremonensi Presbiter subscripsi. 

^ Ego Landò Presbiter de cardine sancte ecclesie cremonensis 
et beate Agate Prepositus in hac ordinacione subscripsi. 

^ Ego Deusdedit Presbiter de ordine malori consensi et sub- 
scripsi. 

^ Ego Amizo de ordine sancte Marie maioris Diaconus in hoc 
iudicato subscripsi. 

>ì< Ego Angilbertus sancte Marie cremonensis Diaconus et Pre- 
jiositus Senodocliii sancte Marie in Betlem subscripsi. 

>ì< Ego Ambrosius Diaconus sancte Marie maioris subscripsi. 

>ì< Ego Leo sancie cremonensis ecclesie de cardine Diaconus 
subscripsi. 

>ì< Ego Gerulphus miles beate Marie maioris ex genere Fran- 
eorum testis subscripsi. 

>ì< Ego Aldus ex genere Francorum eiusdem ecclesie vasso 
testis subscripsi. 

>i< Ego Rolandus ex genere Francorum testis subscripsi. 

>ì< Ego Garibaldus germanus Sancte Marie vassus testis sub- 
scripsi. 

^ Ego Ildeprandus ex genere Langobardorum valvassorus ec- 
clesie testis subscripsi. 

>{< Ego Leoprandus ex genere Langobardorum vassus testis 
subscripsi. 

^ Ego Magnifredus arimanus ex genere Langobardorum testis 
subscripsi. 

>ì< Ego Gratiadeus scabinus et sancte Marie maioris advocatus 
subscripsi. 

Ego Lantelmus notarius domini Imperatoris scriptor huius or- 
dinacionis paginam post traditam compievi et dedi. 



DELLA STATUA EQUESTRE 



ERASMO DA N A K IN I 



IL GATTAMELATA 



FATTA DI BKONZn 



DA DONATELLO SCULTORE FTORENTLNO 

DOCIMENTO LNEDITO DKL MGCCCLlll 

pubblicalo (Pir i-ura 

1)1 CAULO MILANESI 



Av v Kirri M KN TO 



Erasmo da Narni . dello volgarmente il Gattamelata (1), fu uik» 
deerilluslri capitani usciti dalla scuola di Braccio Fortebracci ; dopo 
la morte del quale. Ei-asmo seguitò Mccolò Piccinino, capo delle su- 
perstiti schiere braccesche , in varie fazioni di Romagna. Poi si con- 
dusse al soldo de' Veneziani nel 1434 , quando essi , confederati con 
papa Eugenio IV e con la repubblica di Firenze , stavano in .sulle armi 
contro Filippo Maria Visconti duca di Milano. Mandato Erasmo al 
riacquisto di Bologna . occupata da Gaspare da Canneto con l'ajulo 
del Visconti , toccò . ai 58 d'agosto dell'anno medesimo , da Niccolò 
Piccinino .sì grande sconfina (e fu lui stesso gravemente ferito), che 
le acquistate castella del Bolognese fu forza ricadessero in mano del- 
l'esercito ducale. Al nuovo anno, li 23 d'agosto, affrontatosi il Gatta- 
melata in su quel di (damerino coi Bracce.schi . li ruppe e fugò, con 
la morte del lor condottiero, Niccolò Fortebracci. Ma il campo delle 
più gloriose sue imprese fu la Lombardia : dove sarà sempre memora- 
bile ed onorato l'aver lui solo sostenuto , ancorché con infehce suc- 



ri) Vuoisi dai più, che tal soprannome gli venisse dMe astuzie e dagli ac- 
corgimenti guerreschi, che ebbe in gran numero. Il Cavalcanti scherzevolmente 
lo chiama Gatto melalo {Stor. fior.. Il, 331. Ma io non so se nessuno abbia os- 
servato come ad un'altra spiegazione di questo soprannome darebbe specie di 
probabile il vedere, che la madre di Erasmo fu Melania Gattelli, cittadina di 
Narni, donde per anaginmma facile u-circbhc il soprannome di Gattamelata a lui, 
che nato di oscuro fornaio , non iioté prendere il cognome paterno. 



4S A V V ERTI M E N T 

cesso , lo sforzo dei nemici al passo dell'Adda. Quando Giovanfran- 
cesco Gonzaga , parendogli di essere venuto in sospetto di poca fede . 
abbandonò il carico di capitan generale de' Veneziani , gli successe 
il Gattamelata, col grado di vicecapitano. Il valore, la prudenza del 
temporeggiare , gli scaltri avvedimenti con varia fortuna usati da 
Erasmo nelle fazioni di Cremona , di Brescia e sul Veronese , gli 
acquistarono tanta grazia presso la Repubblica , che egli fu creato 
capitano generale, con provvisione di cinquecento ducati al mese , 
fatto nobile veneziano , e donatogli la casa che fu del conte Luigi 
dal Verme. Nel nuovo grado, nuove e non meno segnalate imprese 
condusse. Or si sottrasse alle insidie del Gonzaga, già passato nel- 
r esercito ducale , e del Piccinino ; ora schivò di venire a giornata 
con essi : sino a che , nel 1 439 , mandatigli dalla Repubblica aiuti 
di fanti e di cavalli con Francesco Sforza , riacquistò in pochi giorni 
il territorio di Vicenza , e sciolse Brescia dal terribile assedio po- 
stovi dall'oste del duca di Milano. Nell'anno medesimo, a' 9 di no- 
vembre , con l'opera dello Sforza , appiccata battaglia a Ten col 
Piccinino , lo mise in fuga , e riprese Verona per iscaltrezza di lui 
pochi giorni innanzi occupata. Finalmente , mentre il Gattamelata 
era a campo sulle rive del Benaco, pei rigori del verno , e per le 
fatiche e i disagi patiti , fu còlto da fiera apoplessia ; la quale, dopo 
averlo tenuto fra la vita eia morte lo spazio di tre anni, a' 16 di 
gennajo del 1443 lo spense in Padova. Dolse grandemente la sua 
perdita alla Signorìa ; la quale stanziò dugentocinquanla ducati per 
la pompa dei funerali , che gli furono fatti nella chiesa del Santo , 
ove le sue travagliate ossa ebbero l'onore della sepoltura e dellcpi- 
taffio . Lauro Quirini disse le sue lodi in una lunga e pietosa 
orazione (1). 

Più anni dipoi , in (juella Padova stessa dove il Gattamelata 
trasse gli ultimi spiriti , sulla piazza del Santo , e davanti a quella 
chiesa dentro la quale fu riposto il suo corpo , sorgeva la statua a 
cavallo di quel sagacissimo condottiero, fatta e gettala di bronzo 
da Donatello fiorentino (2). 



[i] Fabriìtti , Biografie dei Capitani venlurieri dell'Umbria { Montepulciano , 
tip. Fumi, 1842-40) , voi. Ili, pag. 209-225; voi. V, pag. 30I-32L 

(2) Merita d'esser notato, che anche il Mantegna onorò ooU'arte sua la rao- 
moria del Gattamelata , dipingendo in una tela { oggi perduta ) la morte del 
prode capitano. 



A \ \ i: n 1 I M K N r 49 

Ora viene spontaneo il domandare : chi decretò (|uesto insieme 
monumento? chi ne fece la spesa ? I più degli scrilloii, e tra quesli 
non manca chi sia antico e autorevole , ne danno lode alla venelji 
Kcpubltlica ; la quale , dicono essi , col voto e col danaro pubblici! 
decretò che fosse eretto quel nioiuimenlo per onoraic in pcrpciuu 
il valore e la fede del suo condottiero. Poco rilevcicbbc e saiebbc 
assai tetlioso il fare il novero di tutti coloro che tennero questa 
sentenza. Non è però da tacere , che tra questi è il poeta Porcel- 
lio, la cui testimonianza avrebbe non mediocre peso, e perchè egli 
visse ne'tcnq)i medesimi del (ialtamclata , e perchè ad istanza del 
figliuolo suo Giovannantonio , e di Gentile da Leonessa suo paren- 
te (i) ed allievo nell'arte della guerra, composegli un epitaffio la- 
tino , che si chiude con cpiesto distico : 

Munere me insic/ni (d statua decoravit equestri 
Ordo Senatorius et mea pura fides (2). 

Anche Marino Sanuto , il (juale visse non molto lontano da (juei 
tempi , ed è storico di buona autorità , asserisce che « fu per la 
« Signoria, attesa la sua fedeltà (del Gattamelata ) , fattogli fare 
« un cavallo di bronzo , opera di Donatello fiorentino (3) >>. 

Ciò non pertanto , poteva render cauti gli scrittori venuti dojxt 
a non accettar senza esame per vera e provata (piesla opinione , 

(1) r.a moglie del Gattamelata fu Giacoma d'Antonio da Leonessa ; ma non 
conosciamo qual grado di parentela fosse tra lei e Gentile da Leonessa : forse 
questi fu suo zio paterno. 

(2) Commentar a comitis Jacobi Piccinini, in Mlhatohi, fìer. Hai. Script. , xx, 
98. Nel ricilarc questi versi, ci attenghiamo alla lezione del Porcellio , che ci 
sembra la più sicura e la migliore ; mentre quella dataci da Marino Sanulo 
( Vite dei Duchi di Venezia, in Muhatohi , race. cit. , xxii , 110G-1I07) , dice, 
con varianti non buone : 

Munere me digno et statua decoravit equestri 
Ordo Senalorum nostraque jiura fìdcs. 

Taluno spiegtierebbe volentieri questo distico cos'i : « Il Senato mi onorò 
di segnalati doni , e la mia fede illibata mi meritò la statua equestre ». Da ciò 
ctie ora verremo a dire , non ci sembra di potere accettare questa interpre- 
tazione , che pur è ingegnosa. 

(3) Vite dei Duchi di Venezia, cit. di sopra. 

Alidi. St Ir., Nuora S'-rif. l'.U. T ' 



50 A \ \ !•: H 1 1 M E N •( O 

il vedere come nessun senatoconsulto v'abbia , dal quale apparisca 
essersi decretala a Erasmo da Narni questa insigne onoranza ; e il 
non trovarsi in quel civile monumento nessuna iscrizione o stemma 
che di ciò porga indizio , tranne l'opvs Donatelli flor. intagliato 
nello zoccolo della statua, e l'arme Gattamelata scolpita nel suo im- 
basamento. Oltreciò era di qualche conto il sapersi, che la veneta 
Repubblica per tutto il secolo XV non inalzò pubblico monumento 
a veruno de'suoi capitani , fosse pure stato ([uanto può dirsi va- 
loroso e della patria benemerito ; non esclusa nemmeno la statua 
equestre di Bartolommeo da Bergamo , la quale sorse più tardi 
nella piazza dei Santi Giovanni e Paolo pel magistero di Andrea 
del Verrocchio ; inqjerciocchè essa fu fatta con le molte facoltà la- 
sciate da quel capitano, e la Signoria non vi concorse se non col 
suo assenso (1). 

Ma quando ogni altra prova mancasse , il documento or rinve- 
nuto , e qui pubblicato per le stampe , basta per sé solo a togliere 
affatto di mezzo la vecchia opinione . ed a quietare ogni disputa 
che insorger potesse (2). 

Parlò , dunque , con verità Francesco Barbaro , quando nel suo 
epitaffio latino al Gattamelata (3) disse, che la filiale pietà di Gio- 
vaimantonio procurò al padre quell'insigne memoria. Egli aggiunge 
che Gentile da Leonessa eziandio ebbe in ciò qualche parte ; ma 
la cooperazione di lui dal nostro documento non appare menoma- 
mente. 

Ora , come invalse la opinione che onorificenza così cospicua 
fossegh decretata dalla Repubbhca ? Questa popolare tradizione . 
secondo noi , prese fondamento nell'asserto gratuito di alcuni scrit- 
tori ; nel credere degnissimo di questa alta dimostrazione di gratitu- 



(1) Di queste e di altre considerazioni dobbiamo saper grado all'egregio 
signor Dott. Vincenzio Lazari , Direttore del civico Museo Correr a Venezia ; le 
quali non sono altro che la cortese risposta da lui data ai quesiti fattigli in- 
torno al nostro soggetto. 

(2) L'originale documento , scritto in cartapecora , e autenticalo dalla so- 
scrizione del notaro che se ne rogò , nel giugno del presente anno da privata 
persona fu venduto al R. Archivio di Stato in i-'irenze , dove ora si custodisce 
nella Sezione del Diplomatico. 

(3) Riferito da Giovanni Degli Agostini, che lo lesse in un codice della Guar- 
neriana di San Daniello, a pag. -132 del voi. II delle sue Notizie storiche degli 
scrittori Veneziani. 



A V \ !■; li I I M I-: N I < I 51 

(line e (li onore il (ialtaiiiclala : ma priiK'i])aliiKMU(' |»oi r avvalorai;! 
dal sapersi che nessun ])nl»blieo inonunienlo polè mai essei'c inal- 
zato senza il beneplacito della Signoria : laonde supponiamo . ohe 
dal solo l'alio dell'assenso dalla Repubblica dato apli eredi di rizzar 
quella statua , siasi facilmente inferito che essa medesima la facesse 
lare a })roprie spese. 

L'aver, dunque, tolto ojzni dubbio intorno a (|uesla disquisizio- 
ne , basterebbe per sé solo a far iiiudicare di non lieve importanza 
il nostro documento. Ma altre ])articolaril;i non sapute si ricavano 
da esso: e prima, l'aiuio in cui il monumento del Gatlamelata era 
compiuto. Noi contici turaunno altrove (1), che Donatello fosse a la- 
vorare in Padova nel 14")3, scòrti da un documento ch"è in nostre 
mani (2). Ora la congettura nostra ò divenuta certezza. Si conosce 
anco . qual somma di danaro gli otto arbitri . eletti (juattro per cia- 
scuna delle parti , concordemente sentenziarono si dovesse dare a 
Donatello per prezzo del suo lavoro , che fu millesecentocinquanta 
ducali d'oro: e finalmente, che sul finire del 1 4;j3 la statua era 
l'atta . e non mancavano che le ultime cure del rinettare il me- 
tallo ec. Degli otto stimatori dell'opera, sci solamente appariscono 
(juali uomini dell'arte [magistros in talibus expertos) : Bartolom- 
moo di Ziambou e Fantalcone , scultori ; Michele di Ziaud)on , inta- 
gliatore (3); Jacopo Morenson , pittore; Antonio. Sisto e (Giovanni 
Testa , orefici. 

Bartolommeo di Ziaiid)on. fu figliuolo di Giovamii Hon iZuan Bon) 
scultore; in compagnia del (|uale intagliò gli ornati che si vedono 
nel Palazzo ducale di Venezia . dal lato di dentro . ove fu già la 
scala Foscara, atterrata nel 1018, e da (luell'allro lato che prospetta 
la scala de' Giganti : onde si giudicano lavori de' due Bon , padre e 
figliuolo, le statuette poste nelle cuspidi dei detti due lati interni. 



(1) Vasari, Vile ec. , ediz. Le ilonnier , 111 , 236, noia 3. 

(2) Questo documento si leggerà al N." 2^0 dn.lla Parte li del Voi. II dei 
Documenti per Varie senese , raccoUi ed illustrali dal Dott. Gaetano Milanesi. 
{ Siena , presso 0. Porri , in 8vo ) ; il quale volume è mollo avanti nella stampa. 

(3) Questa qualità d' inlajador non osta a credere che egli ali esercizio della 
pittura unisse quello dell' intagliare o scolpire ornali in le^no , in pietra o si- 
mili ; che allora gli artisti erano facilmente universali , o l'arte non andava spar- 
lila in piìi rami. Qui , trattandosi di giudicare so[)ra un lavoro di rilievo, il no- 
stro artefice voile dirsi inlaglintorc. » 



52 A V V E ì\ 1 l M K N T O 

l'alrio che iDona dalla porta della Carta alla scala de' Giganti , e 
fors'anche le arcate di terzo acuto del primo piano del gran cortile. 
All'ingegno ed alle virtù di Bartolommeo Bon e di Pantaleone (che 
fu probabilmente suo fratello) sono da attribuire tutti i lavori per 
cui venne ad esser compiuto l'ornato della parte di fuori di detto 
palazzo; de' quali lavori fanno a questi artefici onore grandissimo 
i capitelli delle trentasei colonne degli archi che si aprono nel se- 
condo ordine della fabbrica sopradetta ; rari veramente per la va- 
rietà e abbondanza delle invenzioni negli ornati , condotti con bel- 
lissima grazia e giudizio. Ma fama maggiore si acquistò Bartolommeo 
Bon per il lavorio della porta detta della Carta (1439-1443), che 
dà l'entrata al Palazzo ducale, dove se non avvi pregio straordi- 
nario di eleganza nello stile architettonico del terzo acuto , è però 
cosà perfetta per gl'intagli trovati e lavorati con infinita ricchezza 
e diligenza. Altre sculture ornative sono in Venezia dei Bon, le 
quali ci vengono descritte dal Selvatico (1). 

Di Michele di Giovanni Bon, pittore, che sembra fratello di 
Bartolommeo sopranominato, non abbiamo saputo trovare altra 
notizia . se non che egli lavorò di musaico nella chiesa di San Marco 
la vita di Nostra Donna sulla volta della cappella detta dei mascoli ; 
opera, al dire dello Zanetti, della quale diffìcilmente può mostrarsi 
una più degna in Venezia (2). 

In queir Iacopo Morenzon noi vogliamo riconoscere quel pittore 
che il Vasari ora chiama Giacomo Marzone (3), ora Giromin Mor- 
zone (4) , e nell'uno e nell'altro luogo da lui burlato , come quegli 
che tenne la maniera vecchia , e fece le sue figure in punta di 
piedi , nel modo usato dai pittori che furono al tempo di Barto- 
lommeo da Bergamo. 

Antonio Sisto e Giovanni Testa , ambidue orefici (orexe) ^ sono 
artefici a noi sconosciuti. 



(1) Siili Archilcitura e sulla Scultura in Venezia, dal medio evo fino ai nostri 
giorni: Studi per servire di guida estetica; Venezia, Ripamonti Carpano, 1847, 
in-8vo fig. 

(2) Zanetti , Della pillura veneziana , Venezia , Albrizzi , 1771 , in-8vo ; a 
pag. 566. 

(3) Vita di Iacopo, Giovanni e Gentile Bellini. 
(4-) Vita di Vittore Scarpaccia. 



A \ \ i: li 1 I \i !•; N T (» o3 

Restano i due orbilii clic non sono arlisli . ina solo probi e leali 
uomini : Gioffredo da Brazzo e Niccolò dal Sole. Di questo non ab- 
biamo contezza veruna; e dell'allro, crede il Cicogna (1) che egli 
discenda dall'antica casata toscana de' Bracci, trapiantatasi in Ve- 
nezia per conto di tratTichi. Dall'epitaffio che GiofTredo aveva nella 
chiesa della Certosa , si conosce che egli mori nel 1 457 , e gli si da 
lode di avere inalzato molli sacri editìzi , de' (piali, se questa iscri- 
zione non fosse, mancherebbeci ogni memoria. 

Nei medesimi tempi che Donatello lavorava al monumento del 
Gattamelata, due altri artefici fiorentini davano opera in Ferrara 
a due statue equestri di bronzo : Antonio di Cristofano, a quella del 
marchese Niccolò da Este ; Niccolò di Giovanni BaronceUi , scolaro 
del Brunellesco, all'altra del marchese Borso da Eslc (2). Vensei anni 
dopo (1479), Andrea del Verrocchio era condotto a Venezia a fare 
di bronzo la figura a cavallo di Bartolommeo da Bergamo, non 
tanto per onorare la virlìi di (piel capitano, (pianto per dare animo 
agli altri (3). Cos'i nello spazio di trent'anni la storia dell'arte ita- 
liana può vantare quattro statue equestri, e Firenze può rallegrarsi 
che le sole opere di fiuesto genere , degne , dopo il corso di dieci se- 
coli (4) , di essere ricordate e paragonate alle antiche , siano state 
prodotte coll'ingegno e col magistero di cpiattro uomini nati e cre- 
sciuti all'arte nel suo glorioso grembo. 

Di queste quattro statue , (juelle dei da Este furono gettate a 
terra e disfatte nel 1796. Restano in piedi tuttavia le due del Gatta- 
melata e del Colleoni; meritamente pregiate e ammirate, l'una per 
il terribile gesto del cavalicro e la movenza vivissima del cavallo, 
che j)ar (piasi abbia a saltar fuori della base : l'altra , per l'animo 

(1) Iscrizioni Veneziane, II, 69. 

(2) Vasaui , e(iiz. cit. , III, 241 in nota. Anctie i Modenesi nel 1 tol vole- 
vano far rizzare una statua al duca Borso d'Este nel mezzo della piazza del 
Comune; e ne dettero la commissione allo stesso Donatello, il quale propose 
di farla di bronzo dorato , invece che di marmo. Lavoro che non ebbe altri- 
menti elTetto. Questa notizia, finora non saputa, si legge nell'importante libro 
recentemente mandato alle stampe dal March. Giuseppe Campori col titolo : Gli 
artisli italiani e stranieri negli Stati Estensi; Modena, ISJyi, in Svo. 

(3) Vas\ri, ediz. cit., V, U7. 

(4) L'ultime statue equestri di bronzo meritevoli di considerazione furono 
quelle di Giustiniano I e di Teodora sua moglie. Wincki;lmann , Storia del- 
larle, lib. XII , cip. HI. 



54 A V V E R T 1 M K N T U 

ed il valore nelle armi fieramente espresso nella figura d'Erasmo, 
pel gagliardo disegno , e per la buona proporzione del cavallo ; am- 
bedue poi egualmente per la grandezza e difficoltà dell'opera, l'arte 
e la diligenza del getto (1). 

Carlo Milanesi. 



(1) Un intaglio di ambedue queste statue dette il Cicognara nella sua S/orirt 
della Scultura , tomo HI , tav. xxi ; e di quella del Gattamelata , anche il P. Ber- 
nardo Gonzati, nel Voi. II della sua bell'opera intitolata : La Basilica di Sant'An- 
tonio di Padova, descritta e illustrata con tavole; Padova, tip. Bianchi, 1852, 
due voi. in 4to. fig 



1453, 29 giugno, 3 luglio e 21 ottobre. Compromesso in otto 
uomini, e loro lodo e sentenza nelle differenze tra Donatello 
de/ /«Niccolò da Firenze, scultore, e Giovannantonio, ^jy/mo/o 
ed erede del fu Gattamelata , stato capitano generale dei Ve- 
neziani , sopra il prezzo del lavoro della Statua equestre del 
Gattamelata , fatta di bronzo dal detto Donatello. 



In Chrisli nomino amen. Aimo nativitatis eiusdeni millesimo (jua- 
dringentesimo quinquagesimo lercio, indictione prima, die penulti- 
ma mensis iunii. Aclum Yeuetiis ad stacionem mei notarli infra- 
scripti, positam super platheam sancti Marci, ])resenlibus sor lacobo 
condam Zacharie de Padua , ser Potrò de Theodnio de con Irata 
sancti Luce, ser Nicolao aurifice (piondam Petri do conlrata sancii 
luliani . lestibus ad hoc vocatis et royatis. Cum ali(|UO ditToronlie 
sinl et fuoriut et esse possiut isitor maiiisti-uin Donatelli M de Flo- 
rontia condam ser Nicolai, in Padua habitanlem, prò se et suis 
lieredibus ex una parlo . et circumspectos viros sor Michaelem de 
Focis condam domini Andi-ee . et ser Valerium do Narnoa condam 
domini Leonardi , tamquam ])rocuratores et procuratorio nomine . 
ut dicunt apparerò suis instrumonlis corani me notarlo infrascripto 
et teslibus suprascriptis , et lanniuam cancellarli sive secretarli 
magnifici viri domini lohannis Anthonii Gatemellato . filii et heredis 
magnifici domini r.atomeilate . alias Capitanoi (ieneralis exercitus 
Serenissimi Domiiiii Vciielonim. prò se et suis heredibus et succes- 
soribus, parte ex alt(M-a. Qui sor .Michael et Valerius sponte, libere 
et ex certa eorum ,'^ciontia iiromiscnuil dv rato et rati habitiono 
in .suis propriis Louis, quod ;il Ii'ikIchI ci .illcndi lacicni (ìiiinia 
iiil'rasciipla dclcrmiiiaiid.i per iuliMsciiplos .irLltros ci cxlinialni-o 



56 DELLA STATUA EOUESIRK 

ipsi inagislro Donatello ibi presenti, et prò se et suis heredibus 
stipulanti et recipienti de suis propriis bouis. Et hec , causa et oc- 
caxione edificationis , construcionis et operationis unius equi cum 
una figura heris per ipsuni magistrum Dùnatellum facti , ad simi- 
litudinem ipsius condani magnifici Gatemellate , et prò insigni 
fama ipsius , et in civitate Padue super una columpna ponen- 
dus (l); cum iUis pactis et conditionibus inter ipsas partes , ut 
asseruerunt , conclusis. Se compromiserunt et compromittunt do 
iure et facto . nomine quo supra , in infrascriptos providos viros . 
et magistros in talibus expertos , videlicet quatuor prò parte , tam- 
quam in arbitros , arbilratores , bonos viros , et amicabiles com- 
positores et extimatores, iustificatores , et dispensatores ipsorum 
edifficiorum equi et figure per ipsos sententiandum et determinan- 
dum prò labore ipsius magistri Donatelli et sue mercedis : et 
hec , ut ipse partes sino labore placitorum per ipsos bonos viros 
concludantur , pacificentur et quietentur. Dantes et concedentes 
diete partes ipsis suis arbitribus et extimatoribus plenissimam 
libertatem , potestatem el bailiam partibus presentibus et assem- 
ptibus, citatis partibus et non citatis, iuribus partium auditis et 
non auditis , ubi et quando , diebus feriatis et non feriatis , de- 
terminandi et sentenciandi ac extimandi suprascripta in illa quan- 
titate pecunie prout ipsis vel malori parti eorum videbitur et pla- 
cuerit. Item , de parte unius accipiendi et alteri da ndi pieno iure, 
omissis omnibus legibus et statutis Venetiarum et omnium aliorum 
locorum. Item . partes sacramentandi penam , et penam partibus 
imponendi , testes examinandi, et omnia afia et singula prò expedi- 
tione partium operandi . prout facere possunt domini iudices peti- 
cionum , ac terminum ipsius solutionis ponendum. Verum , si pre- 
dicti octo ellecti et infrascripti in determinando , extimando , senten- 
ciando et arbitrando non essent concordes , valeant ipsi octo vel maior 
pars ipsorum elligere unum nonum collegam eorum cum ea libertate; 
et quicquid erit determinatum per raaiorem parlem ipsorum novem 
sit firmum ; et si ipsi octo non possent se concordare in eUigendo 
nonum illum , tunc ipse partes voluerunt quod domini et Rectores 
Padue elligere valeant ipsum nonum sotiuni eorum , prout ipsis 
dominis et rectoribus videbitur. Et promiserunt diete partes . no- 



ci) Fu scritto faclus , e poi corretlo facti. Poi a ponendns fu dinienlicalo di 
fare la correzione. 



DI i;iìAS.M() DA NAI;M ■ SY 

iiiiiiibus (|ni!)iis siiprM . parcic ci olx'diro oiimi (1) laudo ci scii- 
Iculic dando ot pi'olorcndc pei' ipsos arhili'os \c\ inaiurcrii par- 
lem ooriim . et non contradicerc . opponoro voi caiilcllarc au( se 
appellare ad aihilriuni Ixìiii viri , nec ad Serenissimutii Doininiuni 
Veiieloruiii . iieipu» ad aiios siins offitiales . sub pena iufras(;ripla ; 
yiumo ex nunc laudani et ai)j)rol)anl oniiieni senlentiani |)er ipsos 
arbitros proferendam. Quo omnia et singuln suprascripta prefatlc 
parles nominibus (piibus supra ad invicem attendere et observarc 
proiniserunl , et in nullo contralacere vel venire per se vel aliuui 
aliqua rationcvel causa , de iure vel de facto. Et hoc sub pena du- 
catorun» ducenlorum auri , stipulatione proniissa (2) . solvenda per 
parleni inobscrvantein parti observanli vel observare volenti ; qua 
soluta vel non . rata et firma sint omnia suprascripta. Et prò pre- 
dictis melius observandis . oblipaverunt diete partes , nomine quo 
supra, omnia sua bona mobilia et immobilia, presenlia et i'ufur.i . 
et personas ad carceres ubilibet dettineri , cum satisfactione expen- 
sarum et interesse litis et extra. Item , teneatur dictus mapistcr 
1 )( INAI 1:1,1. is , et sic se obligavit, operari personam suam in po- 
nendo ipsum equum et figuram in opere super ij)sam columpnani 
prout stare debent, j)er tolum mensem septombris , sine aliqua 
cautella vel exceptione per ipsum mapislruni I)onati:llum fionda . 
expensis lamen ipsius condam (3) magnifici domini Gatemellate. Et 
sic ipse partes asseruerunt veruni esse . et sic fieri deberc et 
observari prò omni expediclione ipsius laborerii , semper reservalo 
iuxto impedimento. Et duret presens compromissum per tolum 
mensem sej)lcmbris. Et voluerunt diete parles (juod maior j)ais 
ipsorum arbilrorum possint prolongare ipsvun compromissum prout 
iacet. partibus presenlibus absentibus, prò ilio spatio temporis prout 
eis videbitur semel et pluries , sine aliqua cautella partium supra 
scriplarum. Nomina extimatorum prò parte magislri Donatki.m : 
ser Zifredus da Brazo , ser Pantaleonus lapicida . ser Nicolaus a 
Sole, sei- Bartolomeus de Ziambon lapicida. Pro ])arte heredis V 
magnifici Gatamellate : ser Anlonius Sisto, ser .Michael de Ziamhcii 



(1) Nell'originale ù ripetuto vanamont'^ : nnim. 
(2^ Dovrebbe dire premissa. 

(3) E strana cosa che non l'erede, ma il morln si ilii.mia a far le -.joso. Mi 
loise manca filii lohannis o hcredia. 

(4) Vedi la noia preccdenle. 

»• 

Alien. Sr. 11. . ;V«/»(<7 .Vf/v>. T.ll. S 



58 DtLLA .STAllA EQUKSTRK 

pictoi' , ser lacobus Moronzon et ser lohannes Testa. Die XXV 
septeinl)ris, suprascripti prolongaverunt presens conpromissurn 
firout iacet per totum mensem octubris , presentibus Thoma Pel- 
leijrino et Domiiiico a Paramentis filio ser Marci, teslibus vocatis. 
MCCCCLIII , die vigesima sexta mensis septembris , prefacti arbitri 
et extiniatores prolongaverunt presens compromissum ut iacet per 
totum mensem octobris futurum initiandum : Ser Thoma Pellegrino 
et ser Doniinico a Paramentis ser Marci sancti Bassi. Ser Bartho- 
lomeus Bono, presentibus lestibus suprascriptis, comissit sotiis suis 
vices suas . eo quia conlentus est de omni determinatone fionda 
quomodo fìent in causa propria predictorum suorum sotiorum , 
prout patct manu sua. 

Ego Anastasius da cha Christiano quondam do- 
mini Andree publicus imperiali auctoritate notarius, 
predictis omnibus et singulis presens fui, et rogatus 
a partibus scribere , manu propria scripsi , signum- 
que meum, in lestimoniunì premissorum, apposui con- 
O// VQ5 sue t uni. 

\Ì/\ / W Nos Ziflfredus da Brazo , Pantaleonus lapicida , Ni- 

colaus a Sole , Antonius Sisto , lacobus Morenzon , 
lohannes Testa , quamvis ahis duobus absentibus , 
tamquam maior pars, arbitri, arbitratores, extimato- 
res et communes amici ac iustifìcatores , electi et as- 
sumpti de iure et de facto per sapientes viros ser 
Michaelem de Focis et ser Valerium de Narnea , uti 
procuratores et secretarios , ut dicunt, magnifici viri 
domini lohannis Anthonii Gatemellate , et filli ac he- 
redis condam magnifici domini Gatemellate olim ca- 
pitanei generalis exercitus Serenissimi Dominii Vene- 
torum : qui ser Michael et Vallerius secretarli predicti 
promiserunt de rato in suis propriis bonis prò eodem 
domino herede prout dislincte cavetur in antefacto 
conpromisso manu notarli infrascripti scripto, ex una parte; et per 
magistrum Donatellum de Florentia parte ex altera , prò omni- 
bus suis dilferentiis quo tunc vertebantur et erant ac sunt , et ab 
ipsis dependentibus et connexis inter ipsas partes, nomine quo su- 
pra. Et maxime ocasione cdiflìcalionis sive laboramenti illius equi 
et figure hominis ad formam ipsius magnifici Gatemellate constructo- 
rum per ipsum magistrum Donatellum in civitate Padue. Et pri- 



Ul I;KASM<» da NAltM S9 

Ilio, visa eliaiii llberlale in iios facta el rogata per ipsas ambas 
parles, el quiccpiid elicere el alliiiare voluerunl el osleatlere, ae pcr- 
soiialiter accessis ad civitalein Padue , et visis el examinalis ipsis 
fìguris , et super predictis habita bona consideratioiie et exaniina- 
tione ac diligenti exliniaùone ; prò omni quietacione et conclusione 
ipsaruni ditfcrenliaruni dicti ojieris, ut renianeant boni amici, Chri- 
sti nomine invocalo, omnes concordes dicimus , arbitramur, senlen- 
eiamus , coinponinius . extimainus, tansanuis, iuslificainus et man- 
dainus suprascriplis anibobus partibus prout infra in una nostra 
celula , nianu omnium nostrorum subscripla , cavetur observari. 
« MCGCCLUI dì 3 luio Padua. Nui luti soprascritti maislri havemo 
« ben visto et examinado el tempo può esser andato a far far le 
« forme del decto cavallo e homo, e zitarlo ; et da può' zitado , ne- 
« tarlo e complido (1) in nel lermene che è al presente el decto ca- 
tt vallo se trovava (2). Et esaminando zcneralmente tute spexe sono 
« seguide in nel decto cavallo el homo ; et considerando el gran 
« magisterio et inzegnio sono slati in far far et zitar el decto ca- 
« vallo et homo; et considerando molle altre cosse eie. Tuli nuy 
<( sopradicli maistri d'acordo infrascritti termenemo el senlenciemo 
« per la libertade a nui data , che el diclo maistro Donatello de- 
ce bia bavere de ogni sua manifatura a tute spexe seguide per fin 
« a questo dì tre de luio , in far el decto cavallo e homo , ducali 
« mille et siecento e zinquanta d'oro : sba laudo tuli i denari del 
« dicto maistro Donatello havesse habuto per parte de far el dicto 
« cavallo el homo. Et se (3) de luti i dicti denari che el dicto inaisi ro 
« havesse abudi per fina a questo dì, i sopradicli sor Michiel over 
« ser Vallerio siano tegnudi dar uno bon e vero conto al diclo 
« maistro Donatello prima chel diclo cavallo se meli in opra, in 
« nel (piai dicto conto siano messi sì i denari dati per i dicti, cum 
« luti (]uelli fosseno sta dadi per ogni altra persona per cha- 
« xione del diclo lavor. Et se de luti (pielli denari restasse el diclo 
« maistro Donatello della dieta suinma sopradicta , sbatudo tuli 
« i dinari el dicto havesse habudo debatu del dicto resto : el diclo 
« maistro debia havci' un bon (M yoro despondcdiir prima chf <'l di- 



vi) Crediamo abhia a dire cotniilirlo. 

;2) Così ha l'originale; ma sembra che V è sia siipoiiUio , e iho in luo^o 
(li trovava debba leggersi trova. 

3; Per il senso , staiebbe niet^lio rhe 



60 DKI.LA STATIA KOUKSTHK 

u do cavallo se meli in opra (1). Mi Ziffredo da Brazo som sta con- 
fi lento delle cosse soprascritte. Io Pantalon laiapiera soni sta con- 
ci tento corno de sopra è scripto. Et mi Nicolò dal Sol som contento 
« delle suprascripte cosse. Mi Bortolaraio de Ziambom taiapiera som 
(( contento del soprascripto. Mi Antonio Sisto orexe som contento 
« delle soprascritte cosse. Mi Michiel de Ziambom pentor son con- 
ce tento delle soprascritte cosse. Mi Zian Testa orexe som comtento 
« delle soprascritte cosse. Mi lacpmo Morenzon intaiador som con- 
ce tento delle suprascripte cosse ». 

Item, arbitramur quod predicti ser Michael et Valerius nomine 
quo supra teneantur et debeant satisfecisse et solvisse ipsi magistro 
Donatello restum sibi restantem antedicle quantitatis per nos tan- 
xate per totum mensem novembris futurum , sine aliqua cautella 
iuris vel facti. Item reservamus nobis libertatem per totum men- 
sem novembris addendi , minuendi et arbitraudi in omnibus predi- 
ctis , ac tanxandi et tanxari faciendi prò labore nostro et notarij 
prout nobis videbitur et placuerit. 

Deinde ponentes sedentium (2) dictis partibus quod, sub pena 
ducatorum ducentorum auri contenta in conpromisso, minime ad 
invicem valeant ncque possint se molestare , inquietare , compellere 
vel aliqualiter se aggravare in iuditio vel extra . de iure vel de 
facto , solvenda per partem inobservantem parti observanti , vel 
observare volenti, totiens quotiens in predictis vel aliquod predicto- 
rum contentorum in ipsa sententia et extimatione contrafactum 
fuerit. Qua soluta vel non, presens sententia nostra extimationis et 
arbitramentuni in suo permaneant roboro (3) , cum reffectione ex- 
pensarum et interesse litis et extra. 

Lata , data , pronunciata et promulgata fuit presens sententia , 
arbitramentum et extimatio per antefactos arbitros , arbitratores 
et extimatores , scripta manu unius eorum , ac roborata et confir- 
mata per subscriptionem manus quorumlibet ipsorum extimatorum, 
ac sigillata per dominos ,et rectores Padue . ut ipsi arbitri et exti- 



(1' Questo passo, a?s<ii intralciato e oscuro , pare clie debba intendersi così : 
e se di tutta la somma pattuita , Donatello , dopo sbattuto quello ctie egli aves- 
sene avuto, restasse ad avere qualclie cosa, debbaglisi dare di questo residuo 
di credito un buono e vero mallevadore ec. 

i2) Cosi l'originale. 

(3) Cosi l'oi'iL'inale. 



DI i:hasm() I)\ naiì.m 



61 



luiilorcs coralli me imi. irlo iiilr.ist riplo v\ Icsliljus ialrii.scripli.s as- 
seruerunl veruni esse. Ac etiain niiclii Anastasio da cha Christiano 
notarlo de medio inlrascriplo tradita et de eorum arbil rerum man- 
dato aperta, et corani ipsis partibus et inultis astanlibus leda et 
perlecia. Et hec sublus porticum habilacionis ipsius ser Ziffredi da 
Bj'azo, posile in eonlrata Sancii leminiani, queni locum ipsi arbitri 
ibi prò tribunali manenles prò idoneo elligerunt prò talibus omni- 
bus proferendis et concludendis : presentibus ser Lazaro quondam 
Georgij ollitiale otlìtij Camerariorum Comuiiis Venetiarum . de con- 
trata Sancii Dannielis . ser Alexio quondam Alejireti de eonlrata 
Sancii Petri de Castello, teslibus ad hec vocalis et rogatis. Anno 
Domini millesimo (luadringenlesimo quinquagesimo lercio, indictione 
prima , die vigesima prima mensis oclobris. In civitale Venetiarum , 
in supradicto loco prealegalo. Laus Deo. 

Ego Anaslasius da cha Christiano quondam domini 
Andree. civis venetus, publicus imperiali aucloritale 
notarius, predictis omnibus et singulis presens fui , et 
(>a omnia de mandalo predidoruin arbilroi'um scripsi. 
1( L'i ci [iii1)1Ìc;ì\ i . signiuiKiuc inciiin in Icsiinioiiiiiiii 
prciiiissorniii ajiposui cdiisucliiiii. 



Alti n.Sr.Ir. . i\iir,i ,i Si'iir , T. Il 



DELLA 

CIVILTÀ ITALIANA 

NFLLE ISOLE IONIE 

E 

D[ NICCOLÒ DELVINIOTTI 

MEMORIE 

1)1 N. TOMMASEO 



DKLLA 

CIVILTÀ 1 T A L l \ N A 



NELLE ISOLE IONIE 



DI NICCOLÒ DELVIMOTTI 



I. Nacque Niccolò Delviniotti di famiglia da D* Elvino trapianta- 
tasi, gih pili secoli, in Corfìi . e imparentata con famiglie italiane. 
Carlo Dupin, che ha passati in Corfù parecchi anni, e qui apprese 
il greco e tradusse Demostene , Carlo Dupin in una lettera lo dice 
anima amica del bello e del c/rande. E mentre il Corcirese scriveva 
di greci prodi: - In volto a que'magnanimi tremenda Serenila ri- 
splende ; - forse il cuore si risentiva di quel di che , magistrato 
animoso, il Delviniotti affrontava le ire di colpevoli potenti e il fre- 
mere della moltitudine concitata. Perchè dovendo due testimoni 
deporre contr'uomo protetto dalla grazia cieca di non pochi, il Del- 
viniotti , attemperando aMuoghi la religione del suo ministero , prese 
a braccio que'due che si peritavano, e con lo stocco sguainato li 
trasse per mezzo alla turba minacciante ed attonita airaltare del 
Santo, dico di Dionigi Sicuro, cittadino e protettore di Zante, a 
giurare con la mano sull'arca la pericolosa verità (1). Due suoi 
figlioletti eran seco, i quali . all'ingrossare della folla egli allida in 



(-l) Sull'arca di Santo Spiridiono fannosi e facevansi i giiiiamenli giudiziari 
n Corfù da assai tempo. - Leggi municipali racrolle rial sic. Pojago , il , 2V, 42, 
47 , 49 , 51 e 70 , ed altrove. 



66 DELLA CIVILTÀ [TALLONA 

fretta a uomo noto, e seguila la sua via. Questo mettere insieme 
la toga e la spada, la giustizia e la forza, il tribunale e l'altare, 
il timore degli uomini e di Dio ; questo vincere il rischio affrontan- 
dolo , e fare per modo che l'ardire non sembri temerità provoca- 
trice , e il magistrato non si renda esecutore se non per apparire 
imperante; ritrae l'imagine de' tempi meglio che lunga narrazione 
di storia. 

Uomo francese, in tempi che l'Ionio pareva anch'esso voler di- 
venire un lago di Francia , quando l'impero vincente dava baldan- 
za , e le memorie recenti ispiravano il pudore della libertà nei meno 
abietti , se non il sentimento profondo ; uomo di tale ingegno 
(juale il Dupin, non avrebbe lodato un giovane greco così, senza 
averne stima davvero. Né a torto il Dupin apprezzava in esso la 
schiettezza rIeU'anmo. Della quale mi piace recare una prova , che 
taluno forse dirà singolare stranamente , ma a me pare di nobile 
singolarità, riandatogli, allorché egli era giudice presidente nell'isola 
di Cefalonia , un collega ch'e'reputava non atto all'ufizio, il Delvi- 
niotti voltosi alla coscienza dell'uomo, pregò si facesse giudice delle 
proprie forze egU stesso, giudice più veggente e severo che altrui ; 
provvedesse accortamente al decoro del nome proprio ; facesse in 
maniera che la gente domandi perchè abbia egU spontaneamente 
deposto l'incarico, anziché domandare perché assunto a quello; 
non moltiplicasse gli esempii d'uomini giudicati dalla indignazione 
pubblica ancor più duramente del merito , ma porgesse l'esempio 
nuovo di modestia coraggiosa e di leale astinenza. Come accolto il 
consiglio, non giova narrare : ben giova desiderare che i magistrati 
posti più in alto osino compiere il debito loro . additando franca- 
mente le elezioni non degne, e all'ira pubblica precorrendo; e piut- 
tosto che combattere nelle tenebre con armi di traditore o di de- 
latore , si mostrino apertamente e spassionatamente gelosi del de- 
coro comune e della propria dignità. 

II. Il Delviniotti s'era già laureato nel 1805 a Pavia : allora egli 
desiderava fermare sua dimora in Italia : e si raccomanda al Betti- 
nelli , il quale lo manda al Cesarotti e questi al generale MioUis . 
al quale il musico Marchesi diede la famosa risposta , degna della 
Stoa e della storia : V. E. può farmi piangere , no farmi cantare ; 
a quel francese che in Mantova rese a Virgilio onori solenni , simili 
a quelh che il cantore delle capre e d'Agrippa voleva consacrare 
ad Augusto : se non che ci mancavano nel sipario gl'Inglesi schiavi. 



NKI.Li: ISUI.K luMK 67 

Ecco in prima la lettera del Beltirielli. Questi non ama spende- 
re il suo nome presso il soldato francese a prò del ciovane pre- 
io . rammentandosi forse l'ammaestramento d'Orazio cortigiano . 
fiualem commcndes , etiam atque atque etiam adspicc : forse repu- 
tando la raccomandazione del Cesarei li più valevole della sua: 
forse non volendo contrarre obbligazione col soldato di Francia : 
forse tenendo che fosse il meglio del Corcirese tornarsene a casa 
sua . perchè il gesuita era uso a vedere mine e di mine presago. 
Di (|ueste cagioni io accolgo la più nobile di buon grado , perchè 
e ne' Gesuiti disfatti e ne" rifatti, e nei disfacitori e nei rifacitori 
loro, io amo credere anzi le nobih che le ignobili cose. 

Mantova. 13 Settembre 1801. 

Mille grazie della sua carissima, deirullimo spaccio, e delle 

buone nuove che mi dh del suo risanamento dalla febbre Vo- 

gho ringraziarla , quantunque contro coscienza , del suo gradimento 
pe' miei versi. Ma veramente non gli ho tanto cari , senza ciò , es- 
sendo stati gittali all'azzardo e per dovere. Vorrei ben rallegrarmi 
con miglior nuove de'suoi affari ; e mi stau molto a cuore . anche 
lei assente. Ma ora tutto è qui scompiglio tra i Veronesi e noi, per 
la Convocazione dipartimentalf . tutta contrasti e confusione. Il Ge- 
nerale è a Verona. E perchè non adopera ella Cesarotti . anzi nei>- 
pur me ne parla? Non l'ha ella veduto? Sta bene una lettera di 
lui al Generale per la futura organizzazione . benché sturbato in 
queste circostanze, il suo Hettinelli )'. 

Ora viene la lettera di Melchior Cesarotti : docuiiienlo morale 
dell'uomo, e storico deireth. Egli confessa di non più volere far 
versi in lode di repubbliche ne di re . non perchè le repubbliche 
mercanti e rubacchianti lo stomachino quanto i ro . non perchè le 
promesse da burla gli pajano più tirannesche delle serie miiiaccie; 
ma perchè i versi in lode di repubblica gU hanno creato un peri- 
colo . e l'han poi forzato a una ritrattazione la (juale gli creò 
(juindi un altro pericolo ; e perchè (jneirandare e venire di nomi 
e di bandiere gli confondeva la testa. Almeno la confessione è sin- 
cera ; almeno e' soggiunge una nobile (pierela degl' mr/c;;?/? lìbera fon 
che barattano lo provincie liberate. Accenna il valentuomo a Ve- 
nezia infelice . il cui nome sta sulla fronte a Napoleone , quasi mar- 
chio d'infamia. 



68 DELLA CIVILTÀ ITALIANA 



// Cesarotti al Miollis. 

Selvagiano. 8 Settembre 1801. 

« La vostra penna, mio amalissimo Generale, tiene alquanto del 
militare, perchè i suoi caratteri appiccano zuffa co' miei occhi, che 
a stento possono affrontarsi e cimentarsi colla loro tattica. Questo è 
il caso della vostra lettera , di cui non so s' io abbia rilevato abba- 
stanza il senso. Vedo che si tratta d'una festa ; ma non ho veduto 
il programma che ne specifica il soggetto. Sento però che si tratta 
ancora di Virgilio. Io credeva questa solennità consumata : non si 
è già pubblicata la raccolta delle poesie fatte in onore di hii. ch'io 
stava appunto attendendo ? Quale è dunque la nuova funzione 
Virgiliana che si prepara ? Del resto, il cantore di Enea sarebbe 
ingiusto e ingrato se osasse querelarsi di me , che sono il più be- 
nemerito de' suoi ammiratori. Son io che 1' ho purgalo dalla taccia 
d'adulatore d'Augusto, che gli ho fallo far la sua confessione 
pubblica , che 1' ho riconciliato colla patria, con Roma , con Bruto, 
e quel eh' è più. l'ho affratellato con Bonaparte. Dopo tutto que- 
sto, chi è il creditor fra noi due? Quanto a voi, mio caro Gene- 
rale, non v'ho io già esposto altra volta i miei molivi per ottenere 
da voi la permission di tacere ? E non gli avete voi trovali onesti 
e plausibili? Come dunque adesso potreste cangiar d'avviso, e ri- 
trattare il dono della vostra graziosa condiscendenza ? Ma convien 
ch'io vi parli a cuore aperto, per non aver a tornare di nuovo su 
questo articolo. È molto tempo che ho concepito un'antipatia decisa 
contro i versi, ne ho voglia di farne né per soggetti Cisalpini uè per 
Cispadani, ne per Virgilio né per il Petrarca, né per Consoli né per 
Principi, né per Eroi né per Belle. Quindi è che da molto tempo ho 
assunto un tuono negativo risoluto e quasi incivile contro le istanze 
de' ricorrenti , che ho già fatto a tutti perdere la speranza d'ottener 
versi , e il coraggio di domandarU. Pur troppo una volta , il primo 
anno dell'Italia libera, mi lasciai sedurre a far un sonetto appunto 
per i begli occhi di Mantova. Non punto infarinato del nuovo secol 
d'oro , ma pure ignaro di ciò ch'era fissato nel gabinetto dei Fati o 
delle Fate , io non mi prefissi altro che di scrivere il miglior sonetto 
ch'io sapessi e il meglio adattato alla circostanza. Sgraziatamente, 



NKLu: is(»i,i; lu.Mi: 6$ 

esso ebbe qualche celebrità, ed io veniva a guadagnare il bel nome 
di Giacobino. Succeduta l'Aquila ai Galli . per la graziosa preceden- 
te intelligenza dei nostri ingenui liberatori, mi convenne scrivere 
([ualche cosa in senso opposto , per non esser guardato come ne- 
mico della patria: causa eh' è sempre, come s'intende, la domi- 
nante. Successero fra le potenze belligeranti nuove vicende di 
cerimonie : e che ne addivenne ? Ch' io fui esposto da due parti 
a sospetti, a dicerie , e poco men che a pericoli. Da quel punto la 
prudenza venne a convaHdare il mio sistema antipoetico, e feci 
un voto solenne di non lasciar più vedere il mio nome alla lesta 
di quattordici (e molto meno di cento) versi per soggetti né pri- 
vati né pubblici. 11 mio voto é già noto ; ed io vado [)romulgan- 
dolo ogni giorno più con sempre nuove e ostinate repulse. L'ama- 
bile Generale MioUis non vorrà certamente far violare il suo voto 
a un biografo dei Papi, né darmi la niortilicazione di temere 
d'avergli dispiaciuto colla resistenza alle vostre sollecitazioni. Ma 
che? per compensarvi in qualche modo, vogho mandarvi dei versi ; 
e quel eh' é più , dei vostri stessi. Voi forse vi ricorderete di una 
sera eh' io fui a cena presso il Generale Suchet ; alla quale dove- 
vate intervenire anche voi , ma non sopraggiungeste che verso il 
fine. In tale occasione pensando io di poter essere provocato da 
fjualche brindisi . mi lasciai non so come cader dalla penna alcuni 
versi francesi , che sono i pi'imi e gli unici che mai facessi in mia 
vita, risoluto però di non recitarli se non era pressato dalla cir- 
costanza. Questa non ebbe luogo , ed io ritenni i miei versi per 
me, senza darli o dirli ad alcuno , per timore che, divulgati, non 
mi producessero qualche molestia. Ora ne lo la confidenza a Voi, 
pregandovi a scusar l'arditezza . e a compatire i difetti che vi 
troverete per entro. Ma finiamo una volta di parlare di versi . e 
tocchiamo un punto clic m' interessa di più. Chi vi reca la pre- 
sente è Mccolò Delviniotti, un giovine greco pieno di coltura, di 
talenti e di attività. Gh attestati del Generale Suchet e del co- 
mandante d' Auvegue vi diranno gli impieghi a cui fu occupato . 
e le prove ch'ei diede di zelo e d'abihtà. Amico delle idee repul> 
blicane per istinto . ed or anche per dovere d» patria , ma però 
saggio e moderato . seppe conservarsi in qualche jnccolo posto di 
ministero anche sotto l'attuale governo. Ora jumish di trasferirsi 
in Cisalpina cercandovi miglior fortuna , ed ha cerlaiuente tutta 
l'abilità e la voglia di incrilaria. Appassionato egualmenle per le 



70 DELLA CIVILTÀ ITALLVNA 

scienze e per le arti , ingegnoso ed attivo . matematico e poeta , 
egli è del pari disposto a seguire l' insegna di Minerva e quella di 
Marte. 11 suo stato può dipendere da un vostro cenno ; ed egli 
suppone che una mia raccomandazione possa avere qualche in- 
fluenza appresso di voi. Oltre la stima che ho per lui , alcune mie 
obbhgazioni con esso m' interessano a di lui favore. Se col mio 
mezzo egli può ottenere da voi qualche impiego, io avrò una tri- 
plicata consolazione ; e perchè egh sarà contento e perchè avrò 
una nuova prova della vostra bontà per me, e perchè son certo 
che non avrete a pentirvi di aver mal collocato il vostro benefizio. 
Scusate, mio egregio ed amabilissimo Generale, la lunga seccatura 
di questa lettera ; compatite le mie debolezze fisiche e morali , e 
siate certo eh' io mi pregio di aver per voi un attaccamento pari 
alle vostre adorabiH (jualità «. 

Vostro Urnil. Dev. sincero amico. 

Cesarottl 

Ho levato dalla lettera certe parole che mal s'addirebbero a 
vecchio damerino , non che a vecchio prete , onde non a torto il 
vecchio prete chiedeva al soldato scusa dello sue morali e fisiche 
debolezze. 

111. 11 MioHis, caduto dalla grazia del non più console, risponde 
al Delviniotti di Francia, dolendogli non poter secondare la racco- 
mandazione deW illustre e tanto caro Cesarotti; e consiglia al giovine 
unirsi al fratello Spiridione, di sveglialo ingegno , educato alla gio- 
viale facezia veneziana, e scrittore in quel dialetto che è Hngua : 
il quale fratello, dopo avuta parte ne' moti di Venezia era stato 
inviato in Russia dalla Repubblica Ionia, dopo la sommossa che 
capovolse la Repubblica più stretta, ai villici mal gradila. Di Rus- 
sia ritornatosene , fu primo segretario del Governo. E navigando 
dall'una all'altr' isola, fu preso dagl'Inglesi e condottone a Malta. 
Allora il segretario di Spiridione Delviniotti, giovane di famigha 
veneta, trapiantatasi di Creta in Corfù , fìntosi servo, voleva te- 
nergli compagnia : ma scoperta da' nemici la generosa frode , im- 
peditone. E il Delviniotti, domandatogU, messo in libertà, che fa- 
rebbe ? egli e un Dalmata diedero risposta , — servirebbero il loro 
paese sotto il governo ch'esso ha. — Ed ebbero più mite in Malta 
la prigionia, che ad altri imprecanti a ^'apoleone fu fatta dura dei 
lavori pubblici di marineria in Inghilterra. 



m:lij; isolk ionik f^ 

Foiiiiala qui sua dimora, amava Niccolò questo verde dorso di 
terra sporgente daHoiide, sul (|uale epli nacque: ch'ècomeil sor- 
riso della Grecia ali" Italia, non ukmio gentile, non meno gloriosa e 
pili infelice sorella; (jiiest' isola che lia il suo .\p[)eiuìino anch'eìla, 
e la distinguono poggi lieti e montagne severe, che in poco spazio 
raccolgono climi diversi, (juasi idee e fatti molti condensati in un 
canto. Egli amava Corcira, ma piìi Grecia tutta: e le bellezze vi- 
sibili della terra gli erano richiamo delle antiche memorie sempre 
crescenti ne'secoli, e delle memoriti novelle cosi venerande come 
se vetustissime. E le memorie gli nutrivano le speranze si vegete, 
che prima ancora del risorgere miracoloso egli scrisse : 

Ratto verrai! di Grecia i fausti giorni. 

Il giudice afiaticato la mente dalle indagini spinose del mimilo 
diritto, e stancato l'anima dalla esperienza delle frodi atrocemente 
meschine in cui l'avvolge o vorrebbe avvolgerlo il legulejo depra- 
vato, e più pravo del reo: il giudice probo ben discerne gl'idoli 
del bello volantigli intorno e chiedenti favella; ma non sempre po- 
teva dargliela degna e di loro e di sé. 

IV. Sentiva il Delviniotti la bellezza di (|uelle che degnamente 
egli dice ardue lodi. Ma perchè le lodi che noi rendiamo alla me- 
moria di lui sian credibili e pure , confesseremo che l'egregio uomo 
ha negli anni suoi giovani troppo abbondantemente lodato colui che 
imperava gli uomini col cenno, prima che col cannone riscuoterli. 
Mente acuta e vasta, e perciò osatrice d'imprese, lo chiama il Del- 
viniotti, caduto ch'e'fu. Ma a' primi bagliori della vittoria poche 
menti furono che non rimanessero abbacinate, e di quelle poche, 
le più erano accecate da odio furibondo. E gli amici di liberta po- 
tevano anch'essi dall'un lato compiacersi nell'impetuosa forza di lui 

.... che la possanza 
De' monarchi calcò . 

e l'uomo pio venerare (piella giustizia che gasligando jìurilìca . e 
umiliando sublima. L'impero napoleonico era la vendetta del debole 
che si risveglia e si leva contro il forte briaco. <M'a la vendtMta del- 
l'ingegno armato contro la slupidilh tracotante, era una nuova 
forza violenta che risponde all'ani ici col suo stesso linguaggio. La 



lì DELLA CIVILTÀ 1TALL\NA 

libertà mancava, ma c'era di nuovo rumanità nella legge: c'era 
nor\ l'uguaglianza politica ma la civile : l'autorità concessa al sa- 
pere se docile: la rattezza rumorosa de' moti, die accresce e con- 
suma la vita, che simula l'ispirazione, addormenta la coscienza: 
c'era un temperamento, non ancora sincero ne saldo, ma insperato 
tra il vecchio ordine e i disordini nuovi , tra la ragione richiedente 
i suoi diritti e la fede, non sentila come necessaria, ma trattata 
come strumento. Napoleone era uno spurio che legittima altri spu- 
ri!, e li legittima con parentele inaudite. Egli era un ponte di 
guerra gettato sopra il torrente , e abbandonato poscia alla furia 
del torrente : ma il nemico vincitore sopravenendo ne trova gli 
avanzi, e se ne giova al passaggio. 

Non è maravigha che tante anime rette ed altere abbiano ser- 
vito a' disegni di Napoleone, e adoratolo. All'impressione che fanno 
nelle immaginazioni non provide dell'avvenire e non memori di 
tutto il passato , le vittorie meritate co' disagi e con la vigilanza e 
con la volontà tenace e col veloce raggio della mente serena ; ag- 
giungevasi la scossa del nuovo, l'indefinito della speranza , e il 
parere che la contesa fosse tra gli addormentatori de' popoli e il 
suscitatore di quelli. Il male si è che coleste apparenze tradivano 
l'aspettazione del mondo , e facevano alla coscienza pubbUca spie- 
tato inganno. E sotto i sembianti della franchezza , della libertà , 
della gloria , Napoleone ha creato una generazione di servitori bal- 
danzosi, di gladiatori coronati d'alloro, di cospiranti devoti a'no- 
velli padroni, di novatori inebriati di fasto, di Hberatori affamati 
di titoli. 

Non è senza scusa pertanto la devozione che mostra il Delvi- 
niotli ne'suoi versi all'impero; e non senza ammaestramento il 
consiglio che Carlo Dupin , nel lodargheh, dà: « temperate, dice 
egli , i biasimi a' vinti. Tra poco avremo la pace ». Così le parole 
debbono mutar tenore con l'armi; così la guerra facevasi allora per 
aver pace , la qual fosse poi grado a altra guerra. Ma invece di 
porgere sì fatto consigUo ad un semphce autore, il Dupin perchè 
dunque prima di quelle battaglie, trastullo orribile di giganti che 
rinfanciuUiscono , non si volgeva alle cento mighaja di fucili amici 
per dire : « combattete adagio , che già si sta tramando la pace? » 

V. Una ragione moveva inoltre il giovane Delviniotti a lodare il 
governo napoleonico : la più severa forma data alla giustizia pub- 
blica , e il cessare di que' giudizi venali che disonoravano taluno 



NKi.i.i: iM'i.K idMt: 73 

(le inaeislrali veneti ne'gradi miiutii. (loleslo doveva piacere ad 
uomo amante ilei l'etto: doveva [)iacere a giovane, il (jiiale da un 
ordine solo di l'alti ama dedurre massime generali, e dipinge ogni 
cosa che vegga tlelle sue generose speranze. Ma c'è ehi attesta che 
le acerbe ])arole da lui in quell'ebbrezza pronunziale contro Vene- 
zia . l'ossero poi nell'animo suo temperati^ dall'esperienza e da' pa- 
ragoni, l'iii ci verremo scostando di tempo . e meglio comprende- 
remo con rocchio le bellezze e i mancamenti del vecchio edilìzio, 
al (piale j)ortarono tributo (piatlordici secoli. l'Oriente e l'Occidente, 
il mare e la terra; edilizio appetto a cui gli statuii caduchi e le 
carte . ogni d'i revisibili , del tempo nostro , sono o casotti di ciar- 
latani . di (juelle palazzine di cartone dipinto che facevano beati 
gli orgogli a Caterina di Russia. 

Nò mi par cosa . non dico giusta . avveduta , imputare a'governi 
la colpa tutta della corruzione de'popoli ; ch'ò un troppo dare ai 
governi , e di que'tanti giudizj servili che si nascondono sello libe- 
rali apparenze. Al male non soCFerto e non voluto da tutta (juant'è 
la nazione , non è violenza al mondo né astuzia di governanti che 
possa donare vita. No, non son cos'i forti, grazie a Dio, i governanti. 
Onde lo scaricare sovr'essi ogni accusa sarebbe un gravare la 
memoria degli avi ; cosa non generosa nò pia. Jsè giusto è giudi- 
care con le norme del mondo presente le generazioni trapassate , 
come chi dispregiasse Alessandro Magno perchè non conosceva la 
lingua tedesca. Né i Veneti, tuttoché patrizj e tenaci de'proprj 
istituti, vantavano infallihitilìi . onniscienza e liberalità più che 
umana. 

K anch'io (che prima di sludiaiv il passato e bene comparai"l«> 
al presente, avevo giudicato Venezia senz'astio, ma non colla ri- 
verenza dovuta), anch'io potrei richiamare dalle tenebre l'imma- 
gine omerica di Enrico Dandolo . che innanzi di rizzare il vessillo 
devastatore sulle mura di Costantinopoli dairainii pie debellato . 
trae sotto le torri di Zara la Croce e i Crociali re()ugnanti. Potrei 
rammentare (juellallro Veneziano de'secoli eroici, Vettor Pisani, 
che porta il l'erro ed il fuoco in Sebenico mia pallia. Ma lasciamo 
a' pedanti la memoria superstiziosa delle cose che av\iliscono ed 
esacerbano: lasciamo ai dannati il tormento degli odii immortali; 
e giacché m(>morie più recenti ci si offrono di riconoscenza e d'af- 
fetto, in quelle fermiamo il pensiero, abbastanza «'onlristato dalle 
imminenti calamità e dalle tirannidi imperversanti. 

Ar.cit.Sx. 1t. , NiKiva S''rie, T II io 



74 DELLA CIVILTÀ ITALIANA 

E' facevano l'opera loro senza né programmi né messaggi, con 
([ucll'accorta semplicità della quale i veri Greci sono stati maestri. 
Basterà rammentare di fuga , come Venezia riguardasse con predi- 
lezione quest'isole, che le erano memoria delle glorie d'Oriente: 
poiché l'Oriente tutto era un'eco del nome Veneto; di veneto san- 
gue, sparso nel nome di Cristo e della civiltà, rosseggiavano quegli 
scogli , erano consacrate quelle acque, lo dico che il Levante aveva 
in certi rispetti condizioni migliori che gli stati italiani della Repub- 
blica; e rammento che alla Dalmazia erano anteposte quest'isole 
da Venezia , per significare che s' io , Dalmata , la difendo e la 
esalto, non é dolcezza di gratitudine che m'innebrii. 

Stiamo al fatto. Il governo veneziano é da uomini del popolo 
che possono rammentarselo , tuttavia ricordato con affetto , con 
lagrime. Dico con lagrime. E questo nelle isole Ionie , in Dalma- 
zia , nel Veneto. Nuovo retaggio di tirannide invero , le lagri- 
me ! Che i vecchi soldati del Bonaparte nel rammemorare quelle 
rumorose vittorie , que'comuni disagi e pericoli pieni di novità , di 
onori e di lucri , il sangue sparso , piangessero , non é maraviglia. 
Ma qui non si tratta di soldatesca vincitrice e accarezzata con lu- 
singhe e con premii ; trattasi di povera gente che non partecipava 
alla potestà né a'guadagni né al privilegio delle prepotenze impu- 
nite ; la quale con tutto ciò benedice un governo che non dà più 
né speranze né paure. Che la servitù metta terrore e talvolta fu- 
rore , s'è veduto e vedesi ; che facesse piangere di tenerezza , co- 
desto sarebbe esempio unico, unico come la città che l'ha dato. 
Lagrime stupide , dirà taluno. Ma , e perché mai la stupidità non 
si manifesta ella altrove con simili segni ? Perché codesta affezione 
quasi imbecille , era ella pronta , e in Corfù e in Dalmazia e nel 
Veneto , a sfogarsi in offerte d'oro , in atti d'ardimento pio per 
salvare la repubblica ostinata a perire ? Voi non potete , o lonii , 
accusare il governo amato da'vostri padri , senza calunniare il 
greco avvedimento e la stirpe vostra. 

Paragonate. Restano memorie viventi , restano documenti scritti 
de' mali ch'erano da deplorare in fjuel tempo, e de'nuovi: vedete se 
allora più frequenti i divorzi, le liti tra'congiunti , le liti tra'villici e 
cittadini, le frodi mercantiU, le frodi e corruzioni pohtiche, le discor- 
die e sette civili, le reciproche accuse di venalità, di falsità, di pa- 
tria lesa e tradita. Che alcuni omicidi impuniti non siano più grave 
indizio di corruzione . che la violenza sia meno rea della frode . ve 



NKI.I.I'; ISOI.K loMK 75 

r insegna il vostro Aristotele, lo grida riimana coscienza, lo non afler- 
ruo, (loiiiando. Che s'altri apponesse a'Veneziani tutte le svcnhirc 
e i falli odierni . l'accusa cadrebbe respinta dall' im[)ossibilil;i (Ielle 
cose. C'è degl'inconvenienti che gl'Ionii deplorano ne' loro giornali 
ogni dì , i quali inconvenienti son tutti dei costumi e della gene- 
razione nuova ; di que'coslumi che pur fanno contrapposto agli an- 
tichi , di (piella generazione che dispregia l'antica. Voi non potete 
(condannare il medesimo uomo dell'avere morto il fratello precipi- 
tandolo dalla rupe Leucadia, e Irent'anni dopo affogandolo tra'guan- 
ciali. A ciascuna stagione il suo fruito. La.sciate a'Veneziani la 
parte loro di colpa e di glorie e di senno ; pigliatevi , o generosi . 
la vostra. 

Comoda scusa invero gettare su" padri le maledizioni dei figli , 
e far delle sepolture scoh alla nuova sozzura. Ma se dopo cin- 
quant' anni di tempo è tuttavia un qualche bene tra voi (e chi 
oserebbe negarlo?), perchè non attribuire ai Veneti parte almeno 
di cotesto bene? Perchè il male soltanto, ed il male tutto? Nu- 
merate , se così piace , i torti di quel reggimento ; ma non tacete 
l'autorità del municipio rispettala, le savie istituzioni fondate, 
l'onore comunicato , la civiltà conservata , la religione difesa , Toro 
ed il sangue tra voi sparsi e per voi, i pesi leggeri (1). Non tacete 
i modi facili , il rispetto professalo alla stirpe greca in parole ed 
in atti. E questo senza tanti stucchevoli vanti diliberahth, di cri- 
stianità , di generosità; senza smania di spacciare consigli più acerbi 
d'ogni ra (Taccio ; senza brighe, senza pedanterie, senza fiele. Io non 
fo paragone del Veneto co'governi successori ; ma dico a'quo'pochi 
lonii che maledicono al primo : leggete i vostri giornali ; leggete 
<|uanto delle isole Ionie dicesi ne'giornali inglesi e nel Parlamento. 
Io non giudico se quevecchi a ragione piangessero l'un reggi- 
mento , e s'altri dell'altro a ragione si dolgano. Io non giudico : 
espongo il fatto. E ne deduco una massima che si stende ben oltre 
all'angusto termine dell'isole Ionie. Quel vivere privato e pubblico 
è buono, dove gli uomini sono contenti anco della poca agiatezza 
e della libertà poca : non (piello dove le ragioni dell'essere conlenti 
.soprabondano . ma la contentezza manca. Al lemiio d(>'V(Mieti (sia 
merito loro, sia merito de'popoh) la societii . in mezzo a molti di- 
fi) Il sollP por conto. Venozia dnllo isolo Iraova ."^fSniila ducali; 42lmila 
spendeva . 



76 DELLA CIVILTÀ ITALLANA 

felli , si reggeva su basi salde ; rautorità lealmenle riconosciuta , ri- 
conosceva , se non lulli , certi diritli , e li rispettava lealmenle. 
Non era allora una guerra sorda , continua tra governali e gover- 
nanti , dove alla forza s'aggiungesse la frode : dove, facendo le viste 
di non voler violentare , si conseguisse l'intento dividendo gli animi 
e corrompendo : dove , in luogo di mettere terrore , si attizzassero 
speranze e desiderii d'ogni terrore più abietti, perchè fanno l'uomo 
servo volontario di tutti e di tutto , e suo proprio tiranno. Sotto 
forme di cortesia quasi scherzosa . sentivasi piìi serio rispetto verso 
l'umana dignità. 

Al tempo vecchio , le questioni pohtiche trattavansi come di 
seconda mano: alle sociali tendevasi a dirittura come per istinto. 
L'indipendenza stessa e la nazionalità . cose sacrosante, non fanno 
il benessere, quando la nazione indipendente dal di fuori non sa|> 
pia dipendere da'suoi capi , né francarsene né frenarli ; quando co- 
stumi stranieri soggioghino gli animi ; quando non ci sia di na- 
zione che il nome. Ai tempo veneto le condizioni politiche in que- 
st'isole erano infelici, ma le sociali più regolari ed amiche: tra 
ricco e povero correva corrispondenza di ufììzii tollerati , anzi ac- 
cetti : il padrone conversare col villico , essergli più che padrone , 
patrono. Non si conosceva uguaglianza , ma nell' inuguaglianza non 
covava guerra. Adesso le inuguaghanze minori , ma discordie in- 
tollerate , gravide di minaccia. 

Ognuno intende che queste non sono comparazioni odiose tra il 
Leone ed il Leopardo , e che non altro proposito è qui il mio che 
di rivendicare la violata rehgione de'sepolcri. Quand'io rammento i 
premii dati da' Veneti alla coltura de'campi , oggidì negletta con 
danno della moraUtà e della dignità de'cittadini , i quali ormai non 
sono più ricchi se non per una specie di finzione costituzionale ; 
quand'io rammento quelle prodi e leali miUzie dalmatiche mandate 
a modo di colonie nelle isole, mihzie conformi e di costumi e di rito 
e di devozione verso la Repubblica madre ; io non intendo al certo 
invocare di nuovo e gli zecchini promessi agli ulivi , e ù berretti e 
i mustacchi schiavoni. Ma son eglino forse malefizii da rimeritare 
d" imprecazioni . quelle istituzioni di Sanità , per le quali Venezia 
In lume al mondo (1). e per le quali quest'isole furono salve le 

M) Nella Sanità Venezia spendeva 72miia ducali annui : Slmila soli ne'pub- 
blici studii ; e bastavano a dare airitaiia uomini più dotti di que' cti'ora co- 
stano troppo più. 



MI, LI-; isoli: iomk 77 

tante volto dal desolatore flagello? E potete voi. o lonii . rinne- 
uare Venezia senza rinnegare le glorie di secoli . le (piali avete <o- 
niuni con essa? E a chi dovete voi, a chi se la scimitarra turca 
non ha misurato col taglio i capi de'padri vostri in cnulele ugua- 
glianza? A chi dovete voi che non siate Epiroti? E Venezia ha 
ella forse impedito a'vostri Bulgari , a'vostri Teotochi , aVostri Mi- 
niali , di scrivere e pensare e sentir grecamente? E (juella poca 
letteratura che avete , certo piii soda e più greca della presente . 
non è ella quasi tutta del tempo de' Veneti? E il clero greco d'al- 
lora, non era egli forse piìi dotto, e però più unanime col latino? 
E le stamperie di Venezia non fornivano forse a tutta Grecia let- 
ture ? E gli uomini ionii non erano forse, come Veneziani, accolti 
nelle scuole del veneto , onorati ed amati ? E il Capodistria . e 
tanti benemeriti del risorgimento di Grecia . non attinsero forse 
alle scuole, a' libri d'Italia? E se i Veneziani non erano, e le isole 
tenute da' Veneti , Grecia sarebb'ella oggidì altro che un nome 
scritto su pietre funerali e corroso dagli anni ? Eran forse educati 
da Lord Castlreagh que'Pargii de'quali il rogo fuma tuttavia nella 
storia e con lingua di fuoco parla al cielo? E fiue'C'efaleni (» ([uei 
Zacinzi che dal ventuno al trenta spesero il sangue e Toro per la 
libertà della patria greca, non erano forse nati sotto le ali del vec- 
chio Leone, educati da'sudditi della cadente Repubblica? 

VL C'è de' popoli destinati mediatori fra nazione e nazione, i 
quali se disconoscono il posto lor proprio . e si sforzano di troppo 
confondersi all'una delle due |)arli. o (ropiìo dall'altra distaccarsi, 
fanno opera violenta, inonoiala. e da iiliimn ruinosa. Siccome Ve- 
nezia fu per secoH mezzo lr,i T Oliente* e l'Occidente, tra civili 
e barbari, cristiani e maomettani; così le isole Ionie, e segnata- 
mente Corfù da natura è posta mediatrice tra le greche e italiane 
memorie e speranze, utilità e libertà. Distaccandosi dall'Italia af- 
fatto, ella nuoce a sé stessa, né diventa però più greca punto: 
giacché da sole le forze di l'opulsione non risulta la vita. Siane 
saggio la lingua. 

Sbandire a un tratto l'italiano dalle scuole e dagli usi del vi- 
vere pubblico, non è già un apprendere il greco. Nessuno più di 
me ama che ciaschedun popolo s'attenga alla favella materna : anzi 
vorrei che lonii e (Jreci la purgassero meglio as.sii che non fanno 
da' modi francesi, da'costrutti ledesclii. da' gerghi avvocateschi . e 
più da lungherie pedantesche rho ikhi soiki di lingua ninna. Ma 



78 DELLA CIVILTÀ ITALIANA 

cotesto odio contro una lingua naturalmente sorella , cospicua nel 
mondo per dovizia e di dottrina e d'eleganza ; cotesto voler . con 
una finzione di genere nuovo in questo secolo delle finzioni pro- 
saiche , voler fare le viste d' ignorare Hngua bene intesa e meno 
male parlata che in più parti d' Italia ; cotesto esercitare per forza 
di decreto l'autorità negata agi' imperanti sugli avverbi e le co- 
pule ; mi pare cosa inaudita ne' fasti delle accademie e delle as- 
semblee. Le isole Ionie ubbidivano fino a ieri a leggi scritte in 
lingua itaUana , ora tradotte in modo che mal le intende il popo- 
lo ; il popolo per cui le leggi dovrebbero essere fatte e che paga 
caro perchè le sian fatte ; paga caro il non intenderle se non at- 
traverso alle glosse de' legulei , attraverso alle sbarre della carcere. 
Ed è commedia crudele e piena d' ingiuria , che questo popolo 
chiamato sovrano, il qual si crea i suoi legislatori, legislatore egli 
stesso, abbia ad avere un codice tradotto in lingua greca che i 
Greci non possono intendere. E non dico del popolo solamente. 
Sentii io nel Parlamento Ionio, la question préalable. de Francesi 
recata in una frase greco- moderno-antico-bisantino-logiotata , che 
l'ingegnoso oratore per farla intendere ai deputali ingegnosi edotti, 
dovette ridirla in francese, e ripetere la question préalable. Io af- 
fermo che gli italianismi forensi, così ineleganti come sono i più , 
il popolo delle campagne, parlante non altro che il greco , l'intende 
meglio di questo greco di fabbrica vecchio-moderna; dico che 
neir isole Ionie nessuno scrittore sa scrivere il greco come scrisse 
l' italiano Niccolò Foscolo ; ( io gli rendo il bel greco suo nome 
ch'egli ha invidiato a sé stesso , nome denotante il vincolo tra il 
tempo pagano ed il cristiano , tra il mondo d' Oriente e quel d' Oc- 
cidente, tra il mare e la terra, tra gli scogli e le scuole, tra la 
carità e la bellezza) di Niccolò Foscolo, dicevo, di Dionigi Solo- 
mos , e d'altri minori. Domando che direbbe egli il Foscolo , il quale 
con disdegno pietoso si doleva che dalle scuole d'Italia fosse espulso 
il latino; che direbb' egli in vedere l'italiano dalle scuole Ionie 
proscritto ? L'espellere dall'università un professore perchè insegna 
in hngua italiana ; il non accettare la profferta d'altr'uomo dotto , 
greco d'origine e di rito, il quale offriva gratuitamente insegnare 
scienza eh' e' poteva bene insegnare , il colonnello Milanopulo ; egli 
è uno strano gusto di patria carità. Se in Germania ed in Francia 
ed in Inghilterra accettansi lezioni in Hngua non del paese , e non 
;divulgata come V italiana è qui : se i Romani vincitori e superbi 



NKLI.i: ISOLK lOMt 79 

(leeiaarono leggere e parlare greco ; non veggo perchè il mostrar 
(V intenderò lingua che s' intende , sia un perdere dignità. se 
bandite r italiano dalle cattedre, banditelo da' teatri , banditeli! 
dalle pareli domestiche : e (juando un napoletano , un maltese , un 
ionio vi parlano i suoni della barbara Esperia , pagate un drago- 
manno che ve li traduca nella favella del Duca. Gli altri popoli , a 
prezzo di soldi e di fatica fanno apprendere a' loro figliuoli l' ita- 
liano ; e (|ui si pubblica legge per disapprenderlo, cioè per fai 
mostra d'averlo disimparato. L'arte che desiderava Temistocle 
l'arte del dimenticare , s' è fiuiilmente trovata. 

Io vi dico , che se nessuno di voi possedesse questa proprietii 
vera e fruttifera d'una lingua oltre la vostra natia, voi dovreste. 
o lonii , apprendere l'italiana per arte, in grazia de' vostri com- 
merci, che sono poca cosa, ma potrebbero essere de' più fiorenti 
del mondo se voi lo voleste , e se dalle cancellature e dalle giun- 
terelle fatte sopra un pezzo di carta che chiamasi Costituzione . 
non aspettaste ricchezze, concordia, dignità. L'Adriatico e il più 
delle coste del Mediterraneo navigansi tuttavia con la lingua ita- 
Hana meglio che con la greca e con la francese , che non è la lin- 
gua de' popoli. E da' libri italiani possono ancora i Greci appren- 
dere qualche cosa senza vergogna. Né le eleganze italiane , come 
le forestiere, è da temere che nuocciano alla purità del greco idio- 
ma. È abbiamo esempi di popoli civilissimi . e non freddi di amore 
patrio, né abbieltamente pensanti di sé, che pur coltivarono e 
coltivano due Hngue a un tempo, la latina e la propria; e ognun 
sa che ne' secoli quando silTalti si udii erano più conmni e più in- 
tensi , il francese e l' inglese e altre lingue d' Europa davano scrit- 
tori più corretti e possenti. Onde il gettar via dalle vostre rive la 
lingua e le memorie italiane come il corpo d'un naufrago . sareb- 
be doppia barbarie se lo faceste, o lonii , daddovero. Ma molli 
decreti d'adesso sono come quelle prove discordanti e stridule che 
fa l'orchestra per accordar gli strumenti alla sonata ; sonate non 
sono. Che se questa fosse sul serio la vostra sinfonia, io vi direi 
allora: gli è poco. Imitale, ora dacché siete vincitori, imitale il 
prode Oltomanno; bruciale i libri tulli, che i padri vostri scris- 
sero e lessero in lingua italiana : stritolale le lapidi italiane e la- 
tine ; annientate quelle memorie d' Italia che con l'aria per voi si 
respirano; bruciate i documenti storici, i commerciali e i dome- 
stici , stesi in quella lingua malaugurata ; o affrettatevi a voltarli 
nel greco. (iiac(;liè se cotesto decreto è cosa da senno, voi non li 



80 DELLA CIVILTÀ HALL\NA 

dovreste più intendere. Che se dimenticare voi stessi e perdere Ui 
memoria sia senno e gioventù, lascio a' vostri bambini e alle vo- 
stre giovani donne giudicare. 

Ah ! la memoria è data all'uomo per amare e per venerare ; 
non per la disistima e per la dissociazione. E chi svelle le tradi- 
zioni d'un popolo , fossero pur di dolore tutte , gli schianta una 
parte del cuore. Anco le parti gangrenose vanno levate con cura 
pia, non con impeto di ferro che strazi e strappi del sano e lasci 
del putrido. Credete voi che nella Hngua e nelle memorie italiane 
sia tutto il putridume di che vi dolete ? Qual contagio o qual 
pericolo temete voi d' Occidente ? Se gì' Italiani fossero vincenti e 
possenti , sarebbe forse prudenza il guardarsene , e bello ardimento 
il non li curare , e scusabile orgoglio. Ma la sventura v' è malleva- 
drice per essi , e ve li raccomanda. Voi non siete né tanto grandi 
né tanto felici da disprezzare nessuno. E i felici non impunemente 
rigettano l'alleanza della sventura e la sacra fraternità del dolore. 

Queste cose intendansi dette non al popolo Ionio tutto quanto, 
che né partecipa all' italofobia , né sa che siffatto male ci sia. 
E' vengano intese come non dirette punto a riprendere gli sforzi 
che qui fannosi per rivendicare alla nazione l'uso civile e naturale 
della hngua materna. Se cosa io avessi a riprendere, sarebbe che 
cotesti sforzi sono fiacchi e non bene diretti ; che qui come altro- 
ve , pretendesi per via di leggi pigiate sopra un pezzo di cencio , 
mutare le consuetudini intime dell'anima umana. Io non veggo 
traduzioni proprie ed eleganti di que'volumi che finora in lingua 
italiana furono studiati e recati come poHtica autorità ; non veggo 
lessici che additino i modi greci viventi, corrispondenti agi' itahani 
e a' francesi , dei quali i secondi appestano la lingua greca assai 
peggio che gì' italiani non facciano ; io non veggo una scuola 
esemplare dove sia insegnato a' maestri (che tutti noi sanno) par- 
lare il greco : non veggo alcun segno di ringiovanimento intel- 
lettuale in (juest' isola : altro non veggo che un decreto il quale 
discaccia dall' insegnamento uomini idonei , e ad altri idonei 
r insegnamento interdice. Né si ridica la vecchia querela : « aves- 
simo un altro Statuto , faremmo ; ma non possiamo ». — E io 
vi rispondo : potete. E siccome vi fu conceduto commettere quel 
cosi fatto decreto , voi potevate altri più greci e meglio euro- 
pei. E se non decreti , mettete fuori desiderii , dite il vostro bi- 
sogno , il diritto , r inespugnabile volontà. Credete voi che alla 
volontà perseverantemente e dienil osamente manifestata, i protei- 



NF.LLIÌ ISOLE lONIF. 81 

tori Britannici ricalcitrerebbero slupidaniente e cnidelmenlo in 
perpetuo? Ma voi liiiora non avete tenuto discorso clic delle ri- 
l'orme politiche, cioè del mezzo: del miglioramento morale, intel- 
lettuale, religioso, che sono il fine, e che ciascun privato, per 
debole e legalo che .sia , può tentare , quanto s' è egli detto, quanto 
s' è egU operato ? — E per non uscire dell'esempio proposto , chi 
vieta a voi dar modelli di siile greco , e parlare nelle case e nelle 
piazze per forma che Atene sia meno attica di Corl'ù ? Nò assurdo 
sarebbe il vanto. Ulisse è piìi vecchio d' Isocrate ; Nausicaa pre- 
cede ad Aspasia. Ma la Venere e le grazie dello stile ellenico . mi 
pare che fossero meglio note all'età quando il Luzi traduceva Lu- 
ciano in lingua d'Italia, e il Bulgari Virgiho in greco, e tutti 
«piasi i dotti Greci concorrcAano agli Studi d' Italia. forse i po- 
chi modi italiani che il Miniati ha misti al .suo dire , tolgono tutto 
il pregio di quella calda , .sincera , perspicua , abbondante , armo- 
niosa facondia ? Oual è lo scrittore a' di nostri più inteso di lui 
dal popolo greco , e più amato , e più degno che sia ? Il fatto si è 
che le eleganze itahane si accordano mirabilmente alle greche, e 
dal tradurre le une nell'altre alla lettera esce assai volte un dire 
dehcato od eletto. E Dante è più prossimo ad Omero, che il prin- 
cipe Suzzo; e il Villani ad Erodoto, più che il signor Economos; 
e le leggi romane (allegale in Atene tuttavia) .son piìi attiche di 
certi decreti nel Parlamento Ionio proposti. 

VII. Il Delviniotti si ricordava dell'Italia con amore . rammemo- 
rando le cordiali accoglienze avute ivi da uomini rinomati. Se non 
che il Cesarotti ed il Hottinclli, scrittori più facili che corretti, e 
dispregiatori , anzi che giudici, dell'antichità , non gli potevano dare 
(|uel buono avviamento che . se pochi anni prima capitato in Ita- 
lia . gli avrebbero dato il Gozzi e il Parini. Singolare però come 
eli uomini facciano inganno a sé stessi. 11 Bettinelli . scrittore ben 
più invenusto nella sua lingua che non fosse il D'Alembert nella 
sua , taccia questo di novatore licenzioso : egli che di Dante o.sò 
.scrivere : « A Dante null'altro manca che buon gusto e discerni- 
'( mento nell'arte n. E forse nel nominare il D'Alembert , egli ac- 
cenna a Melchior Cesarotti . eco di (|uell(); ma il Cesaiotti non disse 
tanto d'Omei-o . (pianto il H(>tlinelli di Dante: se non che il Betti- 
nelli non riiiiist> , al modo di Medea . nella caldaja magica il Ghi- 
l)ellino sbandilo, come fece il Cesarotti del povero vecchio cieco, 
acciocché la poverlii non sia rispettala mai nò morta né \iva. Ma 

Aiitii.Si.il., Alluni ò'''ric, l'.ll. ii 



82 DELLA CIVILTÀ ITALIANA 

nelle querele del Bellinelli contro i novatori audaci , par di sentire 
certi liberatori , pervenuti al governo , che predicano contro i ne- 
mici dell'ordine , e adoprano contro quelli cose che han fatto o vo- 
lute fare essi stessi ; adoprano diplomazia e polizia , giornali e sbir- 
ri , la carcere e il bando. 

De'sani e squisiti suoi studi fa fede un Sermone composto in 
gioventù , quando , non piccola parte dell'avere paterno essendo 
già spesa dal coraggioso affetto della madre vedova nell'educare i 
due figliuoli in Itaha , la necessità lo stringeva a farsi avvocato , 
professione del padre. Il Sermone dipinge le tribolazioni del me- 
stiere con arguzia sì vera , dolorosa ed onesta , che questo pare a 
me sarebbe stato il genere di componimento più accomodato al 
suo ingegno. Ma pochi conoscono sé e la via per la quale son fatti; 
pochi trovano nell'aprire della vita o un maestro tanto veggente 
ed amoroso , o un amico tanto presago e autorevole , che gliene 
sappia e voglia additare e avviarcelo. 

Dicevano i fisici antichi, che ne' legisti domina la pituita. Certo 
è che il senso del Bello , vale a dire dell'altissimo vero , meglio con- 
ciHasi con le sezioni anatomiche e co' computi algebrici , che con 
le mercenarie esercitazioni forensi. Altro è lo studio delle leggi che 
fa nella solitudine il filosofo , o che nel giudicare , nell'amministrare 
e nel reggere fa il magistrato ; altro è l'uffìzio sereno e severo del 
giureconsulto : altro è il mal governo che fa delle leggi il causidico 
a prezzo. Questi , avvezzando la mente e l'anima a riguardare le 
questioni da un lato solo , non cura gli altri lati se non per na- 
sconderli al giudice o travisarli : a poco a poco storce e contrae la 
mente e l'anima propria; e anche quando coglie nel vero, è nel falso. 

11 Delviniotti nell'abbominare lo studio bugiardo e avaro , che 
intorbida la limpida legge messaci in cuore; nel rifuggire con l'anima 
dal rauco legulejo 

Che . ululando , l'altrui dritto calpesta ; 

nel dipingere un di questi malnati , 

Spartano in casa ed Algerin nel fóro ; 

non disprezzava già la giurisprudenza in sé stessa; che anzi nel 1806 
egli ey)bo |)art(! nel Codice Ionio. E in quel lavoro non dimenticava 



M.I.I.K IvOI.I-: li»MK 83 

le antiche leggi alliche : egli niilritu di slmlii ilaliiiiii . più greco 
in questo di taluni la cui grecità sa del cinibrico. 

Nel Sermone, nell'Ode, nt'lla Tragedia, esercitò il DelvinioUi 
lo stile. Singolare che il Corcirese si mostri più amico alla durezza 
altieriana nelle odi , che non nel dramma. Il Bettinelli aveva gih 
giudicato severamente rAllieri : e al pover uomo pareva essere mag- 
gior poeta e deirAlfieri e di Dante. Or ecco, come docuincnlo del- 
l'uomo e de' tempi, la lettera di Saverio Bettinelli 

Stmatissimo Signore. 

Mantova, 23 Settembre 180-). 

'( lo leggeva un beirestratto della Decade di Parigi , anzi una 
breve notizia, ma bell'estratto per me, del libro or ora stampalo 
colà : Observations sur l'opinion de quelques Ellénistes touchant le 
grèc moderne , par Codrica Athénien. Dà molte lodi al bravo greco 
Autore. Ed ecco che io ricevo la sua , e parmi essere con due 
greci valorosi. 

« Ma chi è quel professore corpulento , adoratore di Alfieri e del 
suo stile poetico ? Io non li conosco , che pel loro nome. Ben rav- 
viso come egregio moralista il nemico della gloria ; poiché il Van- 
gelo solo ci recò questo segreto mirabile contro la vanagloria che 
domina tanto i filosofi più l'amosi , ed è sì difficile a sradicare , o 
anche a moderare. Vissi con uoniini dottissimi, e studiai questo 
fenomeno in me stesso insegnando , filosofando , stampando ; e 
mi persuasi che senza un po' di compiacenza non si farebbe la 
metà delle fatiche. E bisogna ripeter sempre : Non nobis , Domine, 
sed nomini tuo da gloriam. Son sessanta e ])iù anni che lo ripeto, 
eppur non basta. Miseri noi , e felice Alfieri se non fece tutto e 
unicamente per la gloria lunana. Quanto poi allo stile tragico , pre- 
feiisco quel di Varano . quando non parlassi ad Inglesi, o ad altri 
fanatici. Il meccanismo de' versi non è poetico certamente ad orecchi 
italiani. Ma non ri[)eterò (|uel ch'io ne scrissi al Canonico de" Gio- 
vanni , e che scrivo per intima persuasione agli amici. Tra questi . 
uno ha delle scene d'Alfieri scritte da me senza andar a capo e colle 
stesse parole , per convincerlo del prosaico dominante in (luelle ; e 
ne fu alfin persuaso. Nel lirico poi , e specialmente nelle Visioni , 
• hi non sente il gran poeta ? E perchè ricìisare il teologico se è 
poetico ne'Profeii . negl'lmii ^ ne'Salmi ec. . che fino agl'increduli, 



Si DELLA CIVILTÀ ITALIANA 

come Rousseau . fé" tanto colpo ? Ma di questo ancora scrissi non 
poco, se non è troppo, ne' ventiquattro torneiti dell'ultima edizione 
di Venezia. Troppo , troppo , ma colla scusa di servire a 'giovani 
senza pericolo della loro coscienza. L'amor proprio aggiungerebbe, 
e dei loro buon gusto. Ma ecco la vanagloria. Ella u'è in colpa , per 
l'affetto con cui » Sono n Suo 

Bettinelli ». 

Avete qui un di que' tanti patti che non i gesuiti soltanto, 
ma uomini d'ogni cocolla e colore , stringevano e stringono tra Dio 
e il mondo ; i quali uomini non aspirano agli splendori della gloria 
celeste cos'i che i fumi della mondana non li attraggano ad ora 
ad ora. 11 Bettinelli , più sincero di molti professori di franchezza . 
e meno gesuiteggiante di tanti nemici de'gesuiti , confessa il difetto 
suo , e la pendenza della nostra misera natura : lo confessa ad un 
giovane di altra nazione , di altro rito, senza che necessità lo tragga 
secondo fine lo meni. 

Col Capodistria egli attese alla riforraagione delle leggi patrie; 
e ambedue furono nel 1810 fatti dell'Accademia di Pisa , della quale 
segretario era il Ciampi, che giovò le lettere greche, segnatamente 
illustrando in nuovo' modo alcun passo dell'opera di Pausania ; giovò 
le italiane dando in luce documenti preziosi alla storia e della lin- 
gua e dell'arti ; giovò le slave , additando l'analogia delle due fa- 
velle che pajono sì diverse , accumulando notizie intorno alle cor- 
rispondenze degl'Italiani co' Pollacchi e co' Russi. E il nome dell'uomo 
morto da poco , e già dimenticato dalla nuova generazione disat- 
tenta e piena di sé ; questo nome mi giova qui rammentare in ri- 
conoscimento , povero sì, ma cordiale, d'ingegnose fatiche durate 
per cinquant'anni (1). 

Vili. Il nome e la fine del Capodistria richiama al pensiero il 
nome e la deplorabile fine del Rossi : e le conformità estrinseche delle 
due vite ne fanno più risaltare le intrinseche differenze. Ambedue 
in giovane età occupati alle faccende pubbliche in patria ; ambe- 
due spatriati per acquistare titoli maggiori ; ambedue dimorati 
in Ginevra : il Rossi , dopo caduto il Murat , e dopo avere con 
pazienza bazzicate le sale dal Bubna a Milano ; il Capodistria , 



(à) L'Archivio Storico pubblictierà Ira non molto una non breve biografia di 
quel benemerito, ch'esso già pregiavasi di annoverare tra i suoi Compilatori. 

L' Editore. 



NELI.K ISOLI-; lOMK S'i 

dopo veduto che uomo greco non poteva con onore rimanersi nelLi 
corte di Pietroburgo, mentre che i Greci , dalle promesse russo 
gik tante volle aizzati , morivano deserti dell'atteso soccorso ; ov- 
\ero a fin di potere con meno apparenza d'uomo russo passare un 
dì al governo di Grecia. E il Capodistria ed il Rossi s'adoprarono 
per la Svizzera , quegli consigliando Alessandro a rispettare lo scan- 
dalo della Ubertà , questi proponendo alla Confederazione Svizzera 
nuovi patti: ma il primo con più disinteressatezza, e con meno 
albagia. Ambedue scrissero in lingua francese; il Rossi con proprietà 
e sceltezza . se non con fine eleganza : e vivendo in paesi più set- 
tentrionali del loro, perdettero in parte (il Rossi assai meno) la 
conoscenza vera di quello in cui nacquero. Ad ambedue è dato 
biasimo del fondare fuori di casa la casa , del troppo sperare in 
governi avversi a liberta , dell'avere abiti a libertà avversi. Destri 
ambedue , ma il Capodistria con forme più schiette e più semplici, 
com'è il fare greco, e con intendimenti più alti ; piìi liberale del 
proprio. Il Capodistria più operoso, il Rossi pigro affettatamente, 
ma dotto dell'affaccendarsi a suo tempo ; ([negli più cordiale . que- 
sti più freddamente posato -, quegli men ornato di lettere , ma piìi 
sinceramente amico ai giovani e promotore de" loro studii ; questi 
dotto della scienza, se non dell'arte , di governare e amministrare, 
dotto a porre in ordine e in luce i concetti altrui più che a crearne 
di propri ; avvocato e professore che sedette in cattedra come av- 
vocato di re non suo in patria non sua. Il Rossi abbandonò 
la Svizzera che l'aveva raccolto con amore di madre e ono- 
rato con amore di figlia , si tosto come vide altrove speranze 
più pingui; e si fece, egU straniero, professore del diritto costitu- 
zionale ad uso di Luigi Filippo, e affrontò col coraggio del sala- 
riato le insolenze della scolaresca, per poi divenire pari del re 
de' Francesi, pari d'un esule già maestro di scuola; divenire de- 
putato della città di Carrara e ministro a Pio nono, presso del 
quale poc'anzi egli era interprete de' freddi consigU di Francia. 
La religione del Capodistria più schietta, più .severi i costumi. 11 
Rossi non curante del far apprendere a' suoi proprii figliuoli la lin- 
gua italiana, la lingua della madre sua (che all'età di dieci anni 
non ne infendevan parola): il Capodistria sollecito dell'ammaestra- 
mento degli orfani . che amava il figliuolo di Marco Bozzari con 
affetto di padre; il Capodistria affettuosamente docile al padre suo 
fin nell'età più matura: onde, allorché già ministro dell" impera- 
Iniv r canro rli nporifirenz*' f di niro . tornò .1 visitarlo, nella 



86 DELLA CIVILTÀ ITALL\NA 

presenza degli amici affollati . Giovanni di Capodistria entrando si 
gettò ginocchione a' piedi del padre venerato. Siccome nato di fa- 
miglia nobile , il conte era più affabile del professore , il quale 
però sovente affettava il disprezzo e se ne vestiva come personag- 
gio in iscena ; ma lo sapeva all'occorrenza deporre , e farsi cortese 
e carezzevole. L'albagia , più ch'altro gli nocque, e quel piglio non 
curante che irrita ancor più dell'oltraggio. Il Capodistria non 
avrebbe certamente mai detto quel che a me il Rossi un giorno 
nel 1835 (quando le melate toccale nel Collegio di Francia gU eb- 
bero insegnala l'umile mia cameretta) : <( Se un moto seguisse in 
Itaha , io non ci manderei i miei stivali ». Il moto seguì , e l' in- 
felice vi ha mandato suo fìgho e ci ha messa la vita. Ma il Capo- 
distria che pure amava la Grecia , non portava stima a' Greci 
quali li aveva fatti la servitù , la guerra , la natura , e l'arte im- 
perfetta ed acerba. E da parecchie sue lettere traspare il disprezzo 
de' nemici suoi, che bene se n'a\^edevano, e gliene fecero pagare 
caro. Il Capodistria più sinceramente amato, e , per l' innocenza 
della privata sua vita , più rispettato da quanti gU stavano in- 
torno, ebbe attenenti che nocquero al nome suo. Ma dopo la morte 
divennero, e il Corcirese ed il Carrarese, soggetto di querele , altre 
sincere altre no , ma tutte meritate ; onde i nemici del Rossi , come 
segue , lo resero più desiderabile ed importante. Il misfatto com- 
messo dinanzi alla chiesa di Santo Spiridione fu meno funesto alla 
Grecia, che all' ItaUa quello di cui un'intera assemblea stette fredda 
e stupida ascoltatrice ; con biasimo degh stranieri , molti de' quali 
avevano in uggia il Rossi vivo, morto gli compiangevano in odio 
del nome itahano. Né il Capodistria né il Rossi (quegli per vizio 
d'abitudini russe, questi per viziatura d'abiti avvocateschi) pote- 
vano da Parigi o da Pietroburgo apprendere l'arte di medicare 
le piaghe d'Atene e di Roma; e l'uno e l'altro procedettero nel- 
l'opera loro lenti , aspettando dalla vecchia politica delle corti sa- 
lute, e degl' indugi facendo scienza, e de' mezzi termini cima di 
civiltà. Ma se la vita del Capodistria poteva ancora apportare alla 
Grecia del bene , la vita del Rossi risparmiava all' Italia l'estremo 
de' mah ; calamità non compiante, calunnie tanto più dure, che 
avevano per prelesto la trista verità d'un omicidio non meno im- 
provvido che scellerato. 

IX. Nel ragionare di N. Delviniotti, ho seguito l'ordine delle mie 
idee e de' miei sentimenti, che non intendevo di tessere né vita né 
elogio. De' difetti dell'animo non potrei dire, che non li conobbi. Nel 



MiU.K ISULK IONIE 87 

desiderio della lode . chi Leu nota , è più modestia che arroiiauza . 
(|uclla modestia che (sua bella parola) orna l'uomo. Le lodi distri- 
buite a imperanti diversi, scusansi con la sua pubblica vita , che 
non fece mai frode al giusto. Che importa non lodare che un solo 
vihpendere tutti, se poi l'uomo si dà venale a uno o a tutti? 
Chi sprezza vuol comprare . dice il vecchio proverbio ; ma ora bi- 
sognerà ritoccarlo, e dire : chi sprezza, vuol vendersi o s'è venduto. 
E per non discendere tanto basso , rammenteremo che gli strapazzi 
di certi innamorati ansunziano tenerezza più abbondante che mai. 
È giusta cosa inoltre notare che i governi i quali contro le rive 
Ionie si vennero a infrangere, tra per le promesse che recavano, tra 
pe' fatti, potevano meritar quella lode alla quale è alito la speranza 
del meglio. I Francesi portavano in prima libertà, poi giustizia; i 
Russi, repubblica e riti comuni; gl'Inglesi, protezione e Statuto. 
Dal trenta al cinquanta il Delviniotti cessò dalle lodi ; non cessò dal 
commendare le glorie de' popoli , e dal consentire alle loro risor- 
genti speranze. 

Certo che in altro suolo, e qui pure in altro tempo, egli avreb- 
be potuto e fatto ben più. Le rime, vampa del cuore . non mostrano 
tutto il suo cuore, che forse non s'era rivelato a sé stesso. E' senti 
che uffizio dello scrittore 

E farsi guida alle future genti. 

Ma dal dì suo natale, vensette giugno 1777, a dì dodici di Settem- 
bre Ì8o0, corse stagione, no di traìisizione, com'ora la chiamano, 
sì d' interruzione e di scosse. Quel divorzio sdegnoso che il Delvi- 
iiiolti medesimo volle dalle tradizioni venete, la generazione se- 
guente lo volle dalla lingua d' Italia, quasi per gastigarlo della sua 
giovanile severità. Quella noncuranza, eh' è più mortale dell'odio, 
lo circondò d'ogni parte, ch'è come ai rinchiusi nell'erebo , 

Quos rircum limus niger et deformis arundo 
Cocyti , tardaque palus inamabilis unda 
Alligat '. 

Amara cosa ò la solitudine del cuore, ma non è dilettosa no la so- 
liludine della mente ; allorché l'uomo teme e di troppo lidare e di 
troppo temeic delle forze proprie, e la modestia gli pare orgoglio, 



88 DELLA CIVILTÀ 1TALL\NA NELLE ISOLE IONIE 

e l'orgoglio modestia ; e la coscienza intima del suo valore lo fa ri- 
luttare a' crudeli giudizi del volgo ; e più crudeli de' giudizii gli giun- 
gono i silenzii malignamente eloquenti, e le lodi miste a stillato 
veleno. 

E queste cose eh' io scrivo di lui , sono appunto per rendere alla 
sepoltura dell'uomo quel che fu negato alla solitaria sua stanza. 
E questo tributo avrei reso al vivente , se pure il sospetto d'adu- 
lazione od altro secondo fine a me non chiudesse la bocca. Ma 
adesso egli è morto ; io riprendo il mio privilegio di lodare libera- 
mente i dimenticati o assaliti dal mondo. Non è , no , contagioso 
l'esempio ( quand' anco adulazione ci fosse ) , adulare le bare che 
non lasciano eredi ricchi, e lagrime che non suscitano vendicatori 
possenti. 



DELLi: SCRITTURE 

POLITICHE E MILITA HI 

COMPOSTE 

DAI PRINCIPI DI SAVOJA 

LETTERA 

DI lEDEllUiO SCLOIMS 
GIOVAN PIETTU) VlKUSvSKUX 



fVHcir.Sr, It. , Muora S'TÌf , V.W. 



DKLI.E SfiRITTllliK 

POLITICHE E MILITAUI 

(OMI'OSTH 

DAI I^KINCIPI DI SAVOJA 



AI Siicf. Clio. Pietra Viensscnor. 

Nel desiderio di dimostrarle, chiarissimo Signore , in quanto pre- 
gio io tenga le assidue cure eli' Ella si prende di promuovere gli 
studj storici italiani , e come , secondo la misura delle deboli mie 
forze . io cerchi di associarmi a così nobile ed utile intento : mi 
sono deliberalo di comunicarle vui breve saggio di lavori che mi 
send)rano potere entrare nellMrc/i/v/o Storico Italiano. ch'Ella con 
tanto zelo dirige. 

Ho voluto che la scelta del soggetto si acconciasse particolar- 
mente coir indole del popolo piemontese. E siccome colesta indole 
si distingue precipuamcnlt'^H'r ini doppio carattere; quello, cioè, di 
lino schietto sentimento di devozione ad un giusto monarcato, e 
quello di una costante inclinazione all'arte ed agli esercizii della 
guerra; cosi ho pensato che il téma che megho possa rispondere 
al mio divisamento, sia una notizia di scritture di varia sjiecie , 
ma soprattutto politiche o militari , uscite dalla penna dei Priiicijii 
di Savoja. 

Si sa che (luesli Principi ebbero frequenti occa:=ioni di ricorrere^ 
alla loro spada ed al valore dei loro ]iopoli . per liberarsi dai gravi 
pericoli che ad essi creavano gli Stali vicini, l'na lunga serie di 
guerre temprò foi-temente .sovrani e sudditi (incili mostrandosi 
sempre afTezionali al loro paese . e semj)re primeggiando nelle la- 



92 SCRITTURE POMTICFIE V. MILITARI 

zioni guerresche ; questi conoscendo che il tenersi stretti al vessillo 
(li Savoja era l'unico mezzo di conservare la loro nazionahta : e 
fidando nell'ereditario loro coraggio, contrassero, piti che una rela- 
zione d'ufficj e di doveri , un parentado, per così dire, che faceva 
del principe e del popolo una sola famiglia. 

Vivevano essi in una contrada forte di siti , ma di meno che 
moderata fertilità ; quindi lontani da ogni fasto , e dal più delle 
occasioni di trasmodare nelle spese , o di avvezzarsi alle lautezze 
ed alle vanità che affievoliscono gli animi. Esposti a rinascenti 
assalti dei vicini, dovevano essi stare continuamente sugli avvisi, 
e farsi un'abitudine di oculatezza e di sagacità per rompere le 
trame che non di rado loro si tendevano , o per afferrar l'occasione 
di acquistare vantaggi e riputazione. 

Cosi tra i Piemontesi la vita operosa e severa divenne una ne- 
cessità ; cosi si compose una forma di governo stretto bensì , ma 
omogeneo , che reggeva mantenendo la sua dinastia , mentre il piìi 
dei governi delle altre contrade d' Italia si corrompevano , o cade- 
vano d'una in altra signoria , a dettame degli stranieri. 

Per una rara felicità o, a meglio dire, per un dono speciale della 
Provvidenza , nessuno tra i principi della casa di Savoja si mostrò 
tiranno ; e tra essi molti , e per un séguito di varie generazioni , si 
ebbero uomini prodi e jirudenti. Singolare distintivo di (piesta 
stirpe fu l'operosità , e la perseveranza politica. Il maneggio degli 
affari si riassumeva tutto nel principe ; egli era il vero sopranten- 
dente alla milizia ; egli il dirigente le relazioni diplomatiche. Facile 
era l'accesso dei sudditi al sovrano : onde in uno Stato non guari 
esteso , pronte s'aprivano le vie alla correzione degli abusi. 

Fa maraviglia scorrendo le nostre istorie lo scorgere come , con 
mezzi relativamente così tenui, siasi potuto resistere a tante mi- 
nacele, e vantaggiarsi anche nei più gravi frangenti. Ma , lo ripeto, 
l'avvedutezza nel principe , la disciplina nel popolo , il valor mili- 
tare in entraìubi stabilirono nel regno subalpino una impronta , che 
Iddio voglia conservare ; e ci fornirono spesso motivi di non lagnarci 
che ci fossero negati certi sorrisi di cielo , certe eleganze di vita. 

Non si vuol dire che nei Piemontesi sia difetto di capacità an- 
che per altri esercizi di dottrine più leggiadre : il fatto dimostra 
il contrario ; ma egli è però evidente anche per l'esperienza del pas- 
sato, che ciò che è d'indole più severa meglio alligna in Piemonte: 
che ivi gli animi sono meno corrivi a ricevere le impressioni , ma 



I)i:i l'IilNCll'l DI SAVOJA 93 

più [on.\c\ a serbare i iiiudizi e ad attivare^ i criteri : che se nessun 
paese in Italia sovrasta al Piemonte nedi stiidj (> ne.uli istituti mili- 
tari , nelle tradizioni diploinaticlie . nella rettitudine de' matzislrali 
giudiziari , i Piemontesi non sono neppure secondi agli altri Italia- 
ni , qualun([ue sia la contrada cui essi apparleneano . nelle scienze 
matematiche e nel magistero della storia. 

Cosi ([uelli cui sta a cuore sinceramente questa generazione 
d'uomini , e che s'atTaticano a migliorarne i destini . debbono por 
mente a rispettarne il carattere. 

Si guidano e si curano i popoli non per vampa di fantasia o 
per istinto di parte, ma per intima cognizione dei loro bisogni, e 
con previdente circospezione di riguardi a ([nello che il pa.ssato 
prescrive , a quello che l'avvenire promette. 

Facciamo capo dal duca Emanuele Filiberto: (|uegli che nella 
seconda meth del secolo XVI. spogliato dagli stranieri del possesso 
degli antichi suoi Stali . seppe fare in guisa di ricuperarli mercè 
delle vittorie ottenute alla testa dell'esercito di darlo V e di Filip- 
po II. Emanuele Filiberto, che fu dai sudditi chiamato testa di ferro 
per la tenacità dei propositi , e la forza nell'eseguirli , aveva nella 
sua giovinezza scelto per impresa il motto spoìiatis arma siipeì^sunt: 
e colluso dell'armi si riforn'i di Stati . e crebbe di fama. 

Di questo Principe si conservano negli archivi generali del regno 

parecchi autografi , che non mancano di una storica importanza. 

Sono questi scritti in lingua spagnuola. legati insieme, e portano 

sulla prima facciata l'indicazione: Mis minutas de rarfas cscritas 

al Jìey. 

Si leggono in séguito tre lettere indiritte da Fjuanuele Filiberto 
a Fihppo II. 

Queste lettere sono sotto la data generica di aprilo e maggio 1">")7. 
Ivi si parla delle cose della guerra, e soprattutto del difetto di da- 
naro che pativa l'esercito spagnuolo in Fiandra , della diificollà di 
cavarne da un paese esausto e travagliato dalla presenza dei com- 
battenti. Sono notevoli nella seconda di dette lettere le seguenti 
parole in proposito di un sussidio che si doveva chiedere agli Stati 
di Brabante. — ./ mas lenendo Ellos (gli Stati) entendido no se le as 
n de pedir aì/uda . >/ mas (pie està de Brahante no està a un alcaho. 
il si csto se haze assi luego entenderan que los opremian ahora con 
d miedo del campo venidero , y assi creo que la daran: pero al exe- 
cutar sera el nexjocio . por que se toma siempre termino de un ano. y 



94 SCRITTURE POLITICHE E MILITARI 

no dm dos : cosa qne si ics parece que lo hagan por fiierga. aca- 
hada de despedir la gente , vera V. M. la mayor rehuolta que se a 
visto per aia , y de mayor consequencia y dano para V. M. ; cosa 
que se à da mirar de evitar por todas los vias possibiles etc. 

Altre due lettere sono indirilte l'una a certo Mazuelo, un di- 
pendente del Duca ; in cui occorre di avvertire il passo seguente . 
relativo al paese di Piemonte ; En este se dize que se a discubierto 
un trafado : no lo tiengo por cierto . corno desseos tienen elìos. I es- 
pantome corno no tienen , mas segun la desesperacion en que estan 
puestos mis pobres vassallos , que ya ellos ny yo no podemos mas : 
y si S. M. no toma an corte en essas cosas . yo os digo que perderà 
su estado de Milan . y yo la esperansa de cabrar lo que tan injusta- 
mente me a sido tomado , y por servicio de su padre y mio. 

L'altra lettera che è del luese di maggio , è scritta a D. Ber- 
nardino de Mendoza, a cui si raccomanda di badare a provvedere 
del necessario l'esercito di Fiandra. 

Veniamo ora ai documenti manoscritti delle guerre di Fiandra , 
che ci rimangono di mano propria di Emanuele Filiberto. 

Sono questi un Giornale dei fatti guerreschi accaduti nell 555, 
quando, per consigho del duca di Savoja e coll'assistenza di esso. 
Carlo V costrinse i Francesi a levare l'assedio di Renty. 

Durante lo stesso anno, nel mese d'ottobre, il Duca fu fatto go- 
vernatore dei Paesi Bassi , e scrisse parecchi ricordi delle cose che 
si trattavano in consiglio , a cui assisteva Filippo li , che per l'abdi- 
cazione di suo padre era in quel torno appunto divenuto sovrano 
di que' paesi. Il soggetto delle dehberazioni era quasi esclusivamente 
mancanza di danaro, e la ricerca dei mezzi di procacciarne. 

Succede nei fogli del manoscritto un Diario tenuto dal Duca 
negh anni 1558 e 1559, in cui sono particolareggiati i fatti di 
guerra che occorrevano alla giornata , ed i negoziati che termina- 
rono colla pace di Castel-Cambresis. 

È da lamentare che il Diario si trovi interrotto per una parie 
dell'anno 1557, non essendovi che cenni de' mesi di febbrajo, marzo, 
aprile, maggio, luglio ed ottobre. Così vi manca il ragguagho del 
mese d'agosto , nel decimo giorno del quale fu vinta la battagha 
di S. Quintino dal Duca in persona ; battaglia che ebbe un' in- 
fluenza così decisiva sull'andamento successivo della guerra. 

Sul principio dei negoziati per la pace , le proposte di Francia 
erano che delle due figliuole del re di Francia , una si mariterebbe 



HKI l'HINCll'l DI SA\»iJA 9.") 

col principe inlaiìte , Tallra con Emanuck' Filiborlo (1); che a (|ue- 
slo Principe si restituirebbero la Savoja e la l^ressa. acgiuntiendovi 
un compenso sul territorio francese per il l'ienionle , che sarebbe 
rimasto alla l'rancia. 

La seconda proposiz4one l'u jìrontamenle e perentoriamente ri- 
eusala ; ed il Duca, riferendo il deliberalo nel Consiglio tenutosi 
V \\ di settembre di quell'anno 1558, così si esprime: « Per quanto 
riguarda il compenso del Piemonte, si è vietato ai commissari di 
trattarne in qualsivoglia maniera : e fu loro ordinato che prima di 
dichiarare le intenzioni del re di Spagna , si facesse capire ai Fran- 
cesi , che se non se ne rimuovono , i commissari hanno l'ordine di 
ritirarsi, e di mandare il (lonestabile a Gand ed il maresciallo a 
Breda (2), interrompendo le trattative sino a che abbiano ricevuti 
nuovi ordini ». 

Questo capo di discussione merita di essere notato. Se lo Stato 
dei principi di Savoja ac(iuistò riputazione maggiore che non ])a- 
resse produrre l'estensione del loro dominio territoriale : se . (jua- 
lunque volta si turbano gli affari politici d'Europa e si odom) 
romori di guerra, la potenza di que' Principi par che s'accresca 
d'improvviso: ciò è dovuto in massima parte alla giacitura del 
sito , al trovarsi quello Stato a cavaliere sulle alpi . fronteggiando 
Italia da un lato , Francia dall'altro, e coprendo il fianco alla Sviz- 
zera. Questo si può chiarire per considerazioni strategiche, ma me- 
glio ancora per riflessioni politiche. 

Il giorno in cui la Casa di Savoja avesse a perdere questo van- 
taggio, come usa dire, di posizione, la sua imjiortanza negli af- 
fari generali d'Europa sarebbe grandemente scemala, a fronte an- 
che di tanti compensi di territorio che le si dessero. E chi mediterà 
imparzialmente questa materia dopo avere scorse attentamente \c 
nostre storie , .se ne farh capace. 

Compiendo l'uHicio suo di governatore de' Paesi Bassi , Emanuele 
l'iliberto si mostra vivamente e continuamente jireoccupato della 
dilìlcoUà di aver danaro, onde far fronte alle emergenze della guerra. 
Gli Stati di Brabante da cui si chiedevano con insistenza i .sussidi 
.stavano assai sul tirato; e nelle jierplessità prodotte da (piesta con- 



1) Il quale (loi , invece, sposò inadanin Maii^liciita soiulla del Ile. 
(2) Il Conostahilc di Montnioiency ed il mare; ciallo di S.' Andió , falli pri- 
gionieri nella giornata di .'^.Quintino, vinta da Emanuele Tililierto. 



96 SCRlTTL'Rr: I'OLITICIIE K MILITAIU 

dizione di cose , l'animo del capo dell'esercito era spesso turbalo per 
il timore che le truppe male pagate male servissero , o facessero 
lunuilto. Siffatta preoccupazione scopresi più frequente d'ogni altra 
in tutta la parte di questo Diario. 

La storia rimprovera , e giustamente a mio credere , ad Ema- 
nuele Filiberlo d'avere al suo ritorno negli aviti dominj lasciato 
andare in disuso ogni ordine di rappresentanza nazionale, di che 
per lo avanti godevano le varie provincie de' suoi Stati. Ma proba- 
bilmente , l'aver veduto che in Fiandra si guastavano le faccende 
per gì' incagli frapposti dagli Stati nel concedere i necessari sussidj , 
persuase , più d'ogni altro motivo , il Duca a levarsi quell'impaccio 
nel riordinamento che poco stante ebbe a fare del suo paese. 

I popoli stanchi non si lagnarono dell'ommissione , e l'aspetto 
di un governo rinvigorito li consolò agevolmente delle perdute 
franchigie. 

II Diario regolare non va oltre il mese di giugno 1559 (1): nella 
prima parte del quale anno occorrono da notarsi il progetto che 
aveva Filippo II di sposare Elisabetta Regina d'Inghilterra, la quale 
fece vista sulle prime di non essere aliena dall'acconsentirvi (por 
rece que està no lo à tornado mal) , ma che poi venne abbando- 
nalo ; e la conclusione della pace firmata a Castel-Cambresis. 

Succedono nel volume alcuni Manoscritti e Memorie delle nego- 
tiationi et imprese del duca Emanuel Filiberto nelle guerre di Fiandra ; 
e sotto questo titolo italiano vengono parecchie scritture, la maggior 
parte in spagnuolo, ma non più di mano del Duca. Rimangono tut- 
tavia alcuni fogli volanti di notizie varie e supplimeuli ai diari : 
infine una orazione in francese, scritta pure tutta di mano di Ema- 
nuele FiUberlo , che qui trascriviamo in intiero , per edificazione di 
principi e di popoli. 

'( Mou Dieu , mon Createur et mon Redempteur , qui es mori 
<( pourmoy, et pour tous ceux qui te confesseront et croiront ce 
« que la Sainte EgUse catholique et apostolique commande : je te 
« supplie très humbleraent, et avec la soumission que doit la crea- 
« ture au Createur , et le rieii au tout , et particulierement moy à 
« qui tu as feyt tant de graces non meritées ni jamès meriterez , 
« qui il te plaise regarder aux playes de Jesus Christ notre Redem- 
« pteur et ton Fils unique , et méme personne , et tonte la Trinile 

(1) Si ha però qualche cenno del novembre loGI. 



DEI I>R1NCIP1 DI SAVOJA 97 

« ensemble, me pardonner mes enormes pechés, et la grande in- 
« gratitude que j'ay eu aux grands et innombrables benefices et 
« honneurs que j'ay receu de ta divine bonté , et pour l'avenir 
« m'avoir en ta sainte garde , me donnant aide de ne plus t'otrenser . 
« savoir pour gouverner le peuple che tu m'as coramis en ta Sainte 
« Foy et benne justice, et de me conserver ce qu'il t'a più me 
« donner , qui est plus que je ne peux gouverner (1) ». 

Gli scritti lasciati da Emanuele Filiberto non hanno tratto che 
a casi di guerra od a vertenze politiche : sono la conseguenza di 
una vita assorta nelle cure del principato. 

Ben diversa è la qualità dei manoscritti lasciati dal figliuolo di 
quel Duca , Carlo Emanuele I. Piene sono le storie dei tempi in 
cui questi visse delle sue imprese, de' suoi ardimenti, e, diciamolo 
pure francamente , delle sue avventatezze. E l'esito di un lungo 
regno , e dei fatti di un uomo di grande ingegno quale fu senza 
dubbio Carlo Emanuele , si ridusse ad una diminuzione anziché ad 
un accrescimento di forza dello Stato. Bene ò vero che il cambio 
della Bressa e dei paesi adiacenti col marchesato di Saluzzo , e 
l'acquisto di alcune terre nel Monferrato meglio aggiustarono il 
territorio del dominio di Savoja al di qua delle Alpi ; ma è certo 
altresì , che alla morte del Duca il paese si trovò esausto e sconvolto , 
e fu gran ventura che non cadesse preda dei prepotenti vicini , i 
cui risentimenti quel Duca aveva più di una volta incautamente 
provocati. Né a salvare il Duca dai pericoli che ad ogni tratto gir 
sovrastavano , valeva la popolarità che si era acquistata per i tratti 
ardimentosi , graditi sempre ad un popolo bellicoso , e per certa sua 
famigliare franchezza. La popolarità è , anziché un premio , un con- 
forto per gli animi disposti a benevolenza ; ma non sempre è un 
mezzo a compiere forti disegni. Emanuele Filiberto e Vittorio Ame- 
deo 11 , i due principi che più contribuirono a rassodare e ad 
estendere la potenza della casa di Savoja , procurando vantaggi e 
gloria durevole allo Stato, poco godettero dell'aura popolare ; ed essa 
spirò propizia a Carlo Emanuele I, mentre egli metteva a repen- 
taglio le sorli del suo paese. 



(1) Questa preghiera , sia per il concetto sia per il modo col quale sta scritta 
nell'autografo colla scorretta ortografla del tempo , si chiarisce composta dal 
Duca, ed uscita calda dal cuore del guerriero, che chiede dal Dio degli eserciti 
il dono della sapienza. 

A.ttv,H.ST, It.,. Nuova ò'<--rie, T.ll, i5 



98 SCRITTURE POLITICHE E MILITARI 

Se la vita di Carlo Emanuele 1 era operosa, non meno feconda 
era la sua fantasia. La testa di lui mai non quietava. Si dilettava 
di esercizii di letteratura ; chiamava alla sua corte gli ingegni i 
più brillanti di quel tempo , il Chiabrera , il Marini , il Tassoni ; 
cercava sempre ed a tutto potere di far parlare di se. Avrebbe de- 
siderato di regnare coU'autorita dei suggerimenti anche dopo la sua 
morie : e ne fanno fede molteplici consigli e ricordi che lasciò scritti 
in forma d'aggiunte al suo testamento, per ammaestramento de'suoi 
figliuoli. 

In queste aggiunte, scritte di sua mano propria, si discorrono 
lutti i capi di politica estera che potevano allora interessare la sua 
Casa ; e sul particolare delle cose d' Italia il Duca così si esprime. 

« Oltre questi due gran appoggi detti (di Germania e di Sviz- 
« zera), che bisogna assicurare e coltivare, ce n'è un terzo, che 
« non è di minore importanza per la vicinanza e prestezza ; e 
« questi sono i Principi d' Itaha , tutti interessati , ancorché ci fos- 
« sero nemici , alla conservatione di questi Stati , perchè male an- 
« deria per loro se i detti Stati cadessero in mano d'uno di que- 
« sti due Re (Francia e Spagna ): E per ([uesto già ho cominciato 
« la parentela d'Isabella mia secondogenita col principe di Man- 
« tova , coll'accomodamento delle nostre pretensioni e differenze 
« del Monferrato : et atteso questa ragione , e la qualità de'tempi , 
« mi pare che non si è fatto picciol colpo, poiché si viene ad bavere 
« più della metà del Monferrato sicura, e senza rischio né guerra; 
« e dappoi quella sentenza del possessorio per Mantova dell'Impe- 
« ratore Carlo V. E con essa parentela si viene anche a hgarla 
« con Fiorenza ; e sarà bene stringerla ancora più strettamente 
« d'una altra delle mie fighe con il principe di Fiorenza , come il 
« sig. duca di Mantova me ne ha già fatto trattare , e si sta ora 
« in questo , uniti tutti i tre Stati ; e forse che la Signoria di Ve- 
« nezia, in quello che sarà per la pace d'Italia , si gionge anche con 
« noi -, et i Genovesi , massime dappoi questi disgusti havuti del 
(( conte di Fuentes. E del duca d'Urbino sarà bene farne sempre 
« molto conto e gran capitale , perché si è mostrato sempre molto 
« unito con noi. E così si viene quasi ad unire tutta l'ItaHa al 
« beneficio di questi Stati , che è pure il suo proprio : et i soccorsi 
(( saranno sempre più pronti in questi Stati da questi Prencipi d'Ita- 
« lia , se venisse il bisogno, che di qualsivoglia altra parte. Così 
■> io tengo che questo appoggio d'Italia sia molto importante, e 



l)i;i l'HINCIPI 1)1 SAVOIA 99 

'( clic non bisogna obnuMtcrc nicntr por tiniro di stabilirlo ben 
'< bene ». 

Savi ricordi sono questi e da pensarvici sopra allenlarnenlc!; e 
se la politica di quel Duca si fosse volta alle alleanze solide , anzi- 
ché alle imprese arrischiale, ne avrebbe eyli cavalo niiizliori frulli. 

Di molte delle spedizioni guerresche falle da Carlo iMiianuek; 1 
si trovano memorie scritte nella corte di (|uel Duca ; e citeremo 
dajiprima la <( Relalione delle cose sopraggiunte dopo la presa 
« del Marchesato di Saluzzo a S. Altezza tornalo in Savoja , Pro- 
« venza, Piemonte e Delfinato, per darsene parte a S. M. il." et 
« alli SS. Princij)i et Ministri, conformi al tempo et occasioni che 
« si presenteranno, o conformi alle interrogazioni che gli saranno 
(( fatte etc. ». 

Questa Relazione si estende sino all'agosto del l-'iOl. 

Vi ha poi un Diurno delle operazioni decretate dal Duca |)er la 
impresa di Bricherasco, ed una Relazione dell'assedio e presa di 
quella terra . unitamente al piano della batteria formata per l'espu- 
gnazione del castello, delineato di mano del Duca slesso. 

Questi ragguagli possono interessare la storia , essendo stala 
quella impresa condotta dal 17 di settembre al 6 di ottobre 1o94, 
di non lieve conto, e, come scrive il Botta, di terra mollo principali' 
per il suo sito e per la sua fortezza. 

Alcuni Aforismi della guerra lasciò scritti di sua mano Carlo 
Emanuele 1 : non vi sono idee nuove, o tratti degni di particolare 
notizia, ma dimostrano l'animo impressionato dalle savie massime 
dei gran capitani. 

Numerosissime sono poi le note e le bozze che rimangono di 
lui in vario genere di letteratura. Componeva poesie sacre , scri- 
veva versi d'amore; era curioso indagatore della storia naturale; 
si esercitava in rettorica ; gli erano famigliari le tre lingue, ila- 
liana , francese e spagnuola. Mollo si curava di raccogliere avanzi 
di antichith; e viaggiando per le sue spedizioni militari, ricavava 
disegni, ricopiava iscrizioni da ruderi antichi. 

Si eccederebbero i confini, non che di una lettera, di un giusto 
volume, se si volesse dare minuta contezza dei lavori letterari di 
trarlo Emanuele 1. Non mi dilungherò pertanto sopra sì vasta ma- 
teria : accennerò solamente che da tutti gli scritti di quel Duca 
traspare una meni*? vivacissima . ed un cuore disposto a' più te- 
neri alTetti. 



100 SCRITTURE politiche; e militari 

Così si è commossi leggendo le iscrizioni che preparava per ono- 
rare le esequie dell'estinta sua moglie, l'Infanta Caterina: 

M'è più caro il morir che il viver senza. 
Ogni giorno mi è notte al suo sparire. 

Ed il motto che accompagna l'impresa di una corona di cipresso 
in un cielo: 

Altre non più : sol questa mi conviene. 

Ed altri versi assai , da lui scritti in quella funesta occorrenza. 

Né sarà discaro al lettore che qui si ricopi una specie di epi- 
gramma madrigale, che non porta titolo, ma che si vede eviden- 
temente ispirato dalla notizia avuta della morte di Maria Stuarda: 

Estinta giace la bella regina 

Che di Francia e di Scozia ebbe l'impero: 

Estinta giace ! Oh immensa ruina ! 

Oh iniqua sentenza o colpo fero ! 
Giace il busto regal nel sangue avvolto 

Che innocente s'è sparso ; et l'onorato 

Capo , balzando ancor dal corpo sciolto . 
Mosse le labbra e il dolce nome amato 

Di Cristo proferì , dopo troncato. 

Chiuderemo questi cenni relativi a Carlo Emanuele l , colla in- 
dicazione di varj suoi scritti da lui medesimo lasciati. 

/ Paradossi della ragion di Stato. 

Come si devono conservare , bonificare , o si possono accrescere 
questi Stati. 

Come si possano et devono bonificare et accrescere le entrate del 
Principe . senza agravio dei sudditi. 

Singolarità della Savoja et antiquità di Piemonte. 

Aforismi della guerra. 

Paralleli degli uomini illustri antichi et moderni, et cristiani et 
gentili o pagani. 

Specchio della perfidia de' Provenzali. 



l)i:i l'IUNCll'l DI SAVOJA .KM 

Itt degli ingrati et traditori che m'hanno servito. 

Commentar a. 

Cloridor , poema. 

Versi lirici d'amori et profani . in diverse lingue. 

Odi et rime spirituali. 

Gli amori , i travagli e le lacrime di C. E. 

Il sepolcro della real Caterina coronato dalle virtù. 

Trattati di divozione et Salmi. 

Fine miserabile dei Principi di questi tempi. 

Accuratissimo nel tenere ricordi de' suoi affari fu il duca Carlo 
Emanuele 11. Si conservano negli Archivi venerali del regno, scritti 
di mano di lui , nove volumi che si riferiscono agli ultimi anni 
di sua vita. Comincia il primo coiranno 1068, col titolo nel fron- 
tespizio: Memorie fatte da ine il primo dell'anno 1GG8, per ricor- 
darmi li miei negozj; e corrono sino al IGT.'i , un volume per cia- 
scun anno, se non che due ve ne sono i)el 1072. 

Due altri volumi poi , pure scritti di mano del Duca , ajìparten- 
gono a quell'anno stesso 1672, e versano sopra materie speciali. 

Il primo s'intitola: Libro di proposizioni che mi sono state fatte 
dal signor Rafael Tore, nobile gienovese, li 22 di febbrajo di questo 
anno 1672. 

11 secondo ha scritto sulla prima facciata : Secondo libro della 
continuatione del negotio di Gienovu , e che la fine sia miliore ch'il 
principio , et che sia la terminatione bona etc. ; e (juesto volume è 
interrotto a metti. 

Questa congiura di Ualfaele Torre, e la guerra che ne conseguitò 
di Savoja contro Genova, è accennata in tutte le storie d'Italia, 
in quell'anno. I ricordi di Carlo Emanuele 11 gioverebbero a porre 
in luce le cause ed i fatti di quella contesa. La musa storiea di 
Carlo Botta , che tanto valeva nel pennelleggiare quadri , come usa 
dire, d'effetto ," rappresentò i pericoli di Genova con una maravi- 
gliosa vivezza. 

Un sempHce scrittore politico avrebbe indagato le vere cagioni 
e le proporzioni del male; e chi volesse farlo oggidì, potrebbe va- 
lersi anche delle intiere considerazioni che il Duca di Savoja poneva 
in carta per uso proprio , non d'altrui. 

Una relazione meno animata , meno parziale . sebbene distinta 
per eleganza di stile , per certi tocchi briosi e per molte savie ri- 



102. SCRITTURE POLITICHI': E MILITARI 

flessioni, si ha di que'casi di Savqja e di Genova scritta da un 
contemporaneo. Essa porta per titolo : La congiura di Raffaello 
(Iella Torre, con le mosse della Savoja contro la Repubblica di Ge- 
nova. Libri due. Descritta da Gioanni Paolo Marana. In Lione, alle 
spese dell'autore, MDCLXXXII. 

Nelle prime pagine del volume anzidetto relativo all'impresa di 
Genova, espone il Duca lo stato agitato in che Genova si trovava 
per le oppressioni che i nobili facevano de' plebei , e poi entra nei 
particolari delle proposte di Raffael Torre , e dice : « Questo ca- 
« valiere, dunque, non potendo più resistere a tanta oppressione si 
« risolve di dare la liberta, cosa sì cara a tutti, e sino alli animali, 
c( che non riconoscono altro bene o male che questa. Vuole dun- 
« que che io l'ajuti in tale impresa; ma avanti di ajutarlo \\ ho 
(( chiamato come pensa di fare lui et molti amici che hanno anco 
« l' istesso pensiere: lui è amato dal popolo, et sopra questo fonda- 
« mento pensa di cambiare il governo et di metterlo in stato che li 
« nobili abbiano parte ma non tutta , et h mercanti et li paesani; 
« che fra queste tre sorta di persone il governo sia sostenuto et cou- 
rt tinuato con maggior libertà. Sin qui io voglio dare la mano a 
<( tutto, ma io non vogHo contribuire a mezzi che io non voglio, 
« non posso et non devo , li quali poi sieno contro la mia riputa- 
'( tiene et contro la coscienza : che deve essere la prima , et l'unico 
« scopo di tutte le azioni di un principe cristiano ». 

Sarà stato Carlo Emanuele li di buona fede nell'appligliarsi al 
partito propostogli; ma ciò non toglie che intrinsecamente non fosse 
cattivo suggerimento. Diremo col citato Marana : « Se ben ottimo 
« Principe , non potè in ultimo ben deUberare ; operando male molte 
« volte i principi buoni, o perchè consigliati dall'ignoranza, non 
« ponno accertare; o perchè guidati dall'altrui mahzia , sono tra- 
ce diti ; pure perchè, finalmente, condotti dalla adulazione e dalla 
« menzogna dei consigUeri , innocentemente peccano quando più sa- 
« viamente pensano di operare ». 

Carlo Emanuele II, cedendo alle istigazioni del Torre, che era 
cittadino disgustato della sua patria ch'egli aveva offeso, e sitibondo 
di vendetta, porse un esempio di più da aggiungersi al Capo XXXI, 
del Libro 2.° de'Discorsi del Machiavelli sopra la prima deca di 
Tito Livio. 

Vittorio Amedeo II, che io collocherò il primo tra i più illustri 
Principi che tennero lo scettro della monarchia di Savoja, era uomo 



I>i;i l'IilNCII'l DI SAVOJA 103 

(li tinissimo accorgimento, di gran valore nelle guerre , e di sinizo- 
\i\vc prudenza nel nianepizio delle cose di stato. Mortogli il ])adrc 
Carlo Enianuel(> 11 , mentre egli era in età puerile, stette sotto la 
tutela e reggenza della madre , Maria Giovanna Batista di Savoja-Ne- 
mours ; giovanissimo pigliò le redini dello stalo . ed ebbe un regno 
agitato da lunghe guerre e da gravissimi negoziati. Piìi d'una volta 
si trovò egli ridotto in grande e.stremilh di fortuna, ma seppe 
ognora riaversi mercè de' suoi avvedimenti e de' suoi costanti sforzi 
guerreschi. Ben diverso dal proavo suo Carlo Emanuele 1 , egli s'ebbe 
un concetto fisso; quello d'affrancare i suoi Stati dal predominio 
straniero, particolarmente di T.odovico XIV '. e di riassettare il suo 
governo in guisa da non avere inquietudini nell' interno, e da pro- 
cacciarsi autorith al di fuori. 

Dopo lunghe prove e fieri cimenti, egli vide ricompensate le sue 
fatiche coirac(|UÌsto di alcune provincie attinenti al suo territorio , 
e colla corona di Sicilia: la quale poscia, per difetto d'assistenza di 
(juegli alleati a cui egli aveva renduti maggiori servizi, fu costretto 
a cambiare con (|uella dell'Isola di Sardegna. 

Vittorio Amedeo II attendeva a ciò che scorgeva di positivo 
nelle contingenze che adducevano i tempi : poco si lasciava sedurre 
dalle illusioni: l'uso degli affari e la pratica degli uomini lo avevano 
ammaestrato. 

Era costume di questo Principe il mettere postille sulle carte 
di rilievo che gli venivano solt' occhio. Sopra una nota lasciatagli 
da un inviato inglese, nella quale si discorrevano le vicine e le lon- 
tane speranze che si aprivano alla casa di Savoja per la guerra 
della successione di Spagna . Vittorio Amedeo appose ([uesla ru- 
brica molto espressiva: Aller au solide et au présent. et parler 
ensuite des chimères agréables. 

Toglieremo dalla vita di Vittorio Amedeo II scritta in francese 
dall' Ab. Carlo Denina. che si conserva tuttora manoscritta, alcuni 
ragguagli intorno alla educazione di (lucsto Principe: il Denina che 
per la sua eth risaliva quasi al regno di Vittorio Amedeo, potè es- 
serne bene istruito, usando la diligenza di storico cht' i^li procui'o 
bella fama. 

Ebbe i\\\r\ Principe a governatori nella sua int.m/.i.i il eoiilc di 
Monasterolo ed il coiUe di Piossasco. Ma siccome (juesli due genti- 
luomini non s" accordavano , fu rimosso il Piossasco . e vennegli sur- 
rogato il marchese Morozzo , personaggio riputato alla corte. 



404 SCRITTURE POLITICHE E MILITARI 

Fu a lui precettore o direttore degli studj il conte Tesauro, che. 
a que' tempi, tenevasi per il più dotto gentiluomo che fosse in 
Piemonte. Al Tesauro succedette l' abate Giofredo , autore di una 
storia delle Alpi marittime, assai stimata anche oggidì (1). 

Sotto la direzione di questi valentuomini Vittorio Amedeo non 
divenne punto letterato^ nel pretto senso che si attribuisce a cotesta 
parola ; che anzi si può dubitare che non si curasse guari per sé 
di siffatti esercizi : ma , quel che assai più monta , egli si fece ca- 
pace dell'importanza degU studj per il decoro ed il buon governo 
degh Stati. Egli , tolta ai Gesuiti la direzione che avevano delle 
scuole pubbhche , si fece promotore sollecito e perseverante della 
restaurazione della pubblica istruzione ne' suoi dominj -, e tra le 
carte che rimangono di quell'epoca , è singolarmente notevole un 
consulto sopra la riforma della Università di Torino , dettato da Sci- 
pione Maifei. 

Non esistono , che io mi sappia , manoscritti di lunga lena usciti 
dalla penna di questo Principe. Ma infinite sono le postille o corre- 
zioni che egh poneva sulle lettere di negozio , sui consulti e le 
carte di amministrazione che gli venivano alle mani. Né soltanto 
nelle cose di guerra era provvido, ma ugualmente attento e sagace 
si dimostrava negli affari del governo interno de' suoi Stati. Così si 
hanno prove della cura che egU si prendeva di esaminare i punti 
più importanti delle riforme di legislazione civile e criminale da 
lui eseguite, col titolo di generaU costituzioni, nel 1723 e nel 1729. 

Solertissimo era poi Vittorio Amedeo II nel dirigere tutte le 
relazioni diplomatiche. Era uso a' suoi tempi , e si mantenne sino 
alla fine del secolo scorso^ che gl'inviati all'estero tenessero carteg- 
gio diretto col Sovrano, il quale faceva pure dal suo canto rispo- 
sta diretta e firmata di sua mano. Eccellente era quest'uso cosi 
per esercitare ed affinare il giudizio del Principe ne' suoi rapporti 
cogli altri principi , come per muovere lo zelo e chiarire l'abilità 
dei ministri. 

Molte delle scritture uscite dal gabinetto di Vittorio Amedeo II, 
potrebbero anche oggidì aversi a modello della diffìcile e da pochi 
bene appresa arte di condurre i negoziati politici. 

L'abbondanza della materia ne rende troppo difficile per ora la 
scella di alcuni documenti che vorremmo offerire alla considera- 
ci) Questa Storia fu inserta nei volumi clie si pul)blicano a Torino dalia 
Deputazione sovra gli studj di storia patria. 



hl.l l'UlNCII'l IH >A\(».I\ Kto 

/i(tm' (le liilnii .isiili (li ((lU'sle notizie: ne [loirciiui un solo per 
siiiigio (li t|iKiiito U'stè (la noi si diceva. 

11 sogucnlc dispaccio, indirilto da Villorio Amedeo 11 al Presi- 
dente della Torre, suo inviato presso Guglielmo 111 re (ringliillerra, 
ne pare degno d'attenzione, così per il soggetto che traila, come 
pure per il modo con che lo svolge. 

(( Le Due de Savoye Roy de Chypre eie. Comic di-, la Tour. 

« Vous verrez pour Tautre lettre ci jointc Ics sentimcns dans 
H les ([uels nous sonimes entrés avec M."^ le Manjuis de Leganes ci 
'( M." le maréchal Gaprare, louchant les prqjets pour la campagne 
» prochaine. suivant les cjuels nous ecrivons aussi à Vienne et 
'( en Espagne dans le m('Miie sens (ju'aux autres , n'a>ant rien com- 
u municiué à cpii que ce soit du projet que le Roi d'Anglelerre vous 
' a confié , connaissant combien le secret est nécé'ssairc en une al- 

• faire de cetle importance. Nous avons néammoins cu en vue 
« dans les conférences tenues ensemble de faire enlrer dans le 
■< projcts pour la campagne colui de passer en Provence, a fin que 
« si S. M. Hrilanni(|ue pei'sc'vèrc dans le dessein que vous nous 
« avez ecrit de sa part . on puisse y donner par avance plusieurs 
e disposilions nécessaires sans qu'il soit besoin de faire savoir la 
« [)rincipale circonslance de la p(>nsée (jue S. M. a d'y venir en 
« {ìersonne , que dans le temps qu'elle le jugera h propos. 

« Nous aurions dépéché plus tòt ce courrier, n'estait (|uc dans 
<( le lemps qui s'esl consumi' à prendre les connaissances (|ue le 
«' Roi a desirci , nous avons cru qu'il t'iait bien de conf(!'rer avec 
« M."^ le Marquis de Leganes et M." le Maréchal Gaprare, et resou- 
» dre avec eux, conune on a fail, un pian pour la campagne pro- 
« chaine , afin d'en pouvoir inforrner Sa Majesté , et qu'elle fiil 
« plus en élat de se delerminer fixémenl au parti f|u'elle trouvera 
<' mieux de prendre , (jui sera toujours colui (pie nous suivrons de 
" notre coté avec plus de plaisir et j)lus de confiance d'un bon 

* succòs , par la grande opinion (|iie nous avons des lumières et 
'< des sentimens de S. ,M. 

« Vous recevrez donc dans ce pa(|uel une lettre que nous lui 
'( ecrivons. et vous verrez par la copie que nous vous en envoyons, 
u (|u'elle est dans le sens ([ue vous nous avez lémoigné cjii'il 
« élait k pi'opos de l.i faire poni rencontrer le ojénìo de S. .M. . et 
■< l'engagcr de plus en plus dans nos inler(''ls. Nous vousenvo\ons 
" aussi une relation des jmrls. des rades . baves . plaees et du pays 

Akcm.St.It.. iM aura S Tir, TU. li 



106 SCRITTLKI-: POLITICHI:; i: ailLlTAKl 

'( de la Provence, avec les plans de Marseille et de Toulon; (juv 
'i soni les principales quoiqu'elles ne tiennent pas ce rang là en 
« fait de l'orlification . à ce que confirnient les avis qiie nous avons 
(( recu : et vous trouverez au pied de la niènie relation , qui est 
'( aussi exacle que nous avons pu l'avoir par les divers soins que 
<( nous y avons pris , les éclaircissemenls tels que nous pouvons les 
« donner louchant les aulres poinls sur les quels vous nous les 
'( demandez par la mémoire qui accompagnait votre lettre. 

(( Revenant présenlenieul a ce grand dessein que S. M. B. se 
« propose , on ne peut pas nier qu'il ne souffre les difticultés , et 
« ([u'il ne soit exposé aux risques que vous avez Ibrt prudemment 
« relevés. 11 est vrai aussi c[u'il n' y a presque point d'entreprises 
« considerables , ou le sort n'aye pas grande part. Mais suppose 
« (jue ce projet ne fut peut étre pas le meilleur pour le commun 
<( de la ligue , il semble que du plus au moins il ne peut étre 
« qu'avantageux à la guerre d' Italie et à nos interéts particu- 
« liers. Quant à ce qui regarde notre seule personne , outre que 
'( nous envisageons toujours principalement le bien de la cause 
'( eomniune , nous n'avons rien qui nous éloigne de contribuer à 
'/ ce dessein . et des sentiments que nous marquons à S. M. dans 
'( notre lettre. Elle refléchit très bien qu' il est à craindre qu'oii 
«. ne rencontre pas tout à fait la méme disposition poùr ce projet 
'( auprès de 1' Empereur et du Roi d' Espagne; non pas que nous 
« croyons qu' ils ayent de la répugnance a confier leurs troupes 
« sous le conunandement du Roi d'Angleterre , mais parcequ' ils 
'( craindront que son éloignement avec un coi^s si considerable 
« d'infanterie n'expose la Fiandre et l'Allemagne vers le Rhin; et 
t (jue quelques grands que soient les progrés qu'on pourrait 
« espèrer de fai re par ce moyen en Provence , ils ne soient nuUe- 
« nient comparables aux dangers qu'on courrait , de leur coté , en 
" Fiandre et en Allemagne. 11 se peut faire aussi , que non obstaut 
' la grande perte que la France a fait en mer , les Etats géné- 
« raux se feront quelque peine de voir passer dans la Meditterranée 
« aulant de vaisseaux qu' il en faut pour transporter vingt cinq mille 
« hommes , et les grandes suites d'un pareli armement. Ce soni . 
« comma vous dites, de considérations qu' il faut lasser faire à S. M., 
■( et ne témoigner de notre coté qu'un empressement à seconder 
'( ses grandes vues . et a meriter la continuation de sa prolection 
<( et de son assistance , afin que si elle persevère dans le dessein. 
'< qu'elle vous a confìé . nous avons auprès d'elle le merito de 



i)i;i l'itiNCii'i III SAVdjA 107 

liivoir SL'COiulé; el si Ics obslacles qui ss itMicoiiliciii Ini Ioni 
■ changer de senlinient , Elle soil plus disposéc ìi iious rourmi 
■( les assistiuices (jui nous soni nécéssaires pour l'un <ios dossoiiis 
'( que nous avons concerie avec M/ le .Miiniuis de Leganes el 
« M/ le Marécluil Caprare. Cesi de ([uoi vous vous éclaircirez eii 
« lui préséntanl nolre lettre , el lui rendanl conq^te du conleiiu 
« de la relation, (pie nous vous envoyons. (ju'il sera bien que vous lui 
« lisiez , el ([ue vous la lui laissiez inéine j)our la considérer. Au 
« premier cas. S. M. entrerà plus avanl en niatière avec vous Ion- 
ie chanl ses vues . et dans le détail de l'exéculion de son dessein: 
<( sur quoi vous recevrez ses ordrcs pour nous informer de ses 
'( seulinienls , el nous faire savoir en (pioi nous pouvons disposer 
'( les choses de ce cóle ci aux inlenlions de S. M. . el de la nia- 
'X nière (|u'elle aura resolu de niénager celle affaire auprès de 
« rEmpereur. du Roi d' Espagne el des autres alliés , afìn que 
« nous puissions y conformer notre conduile particulière h leur 
'( égard en ce qui nous concerne. Au second cas vous ferez valoir 
< le plus qu'il vous sera possihle auprès de S. M. la déférence el 
'( la passion (jue nous avons laiì parailre de nous conformer à ce 
'( qu'elle avail desiré. lachanl par lous vos soins d'oblenir de S. M. 
" qu'elle veuille bien concourir par sa protection el par son assi- 
' slance à l'un des deux projets (jue vous aurez vu dans nolre 
« autre lettre , que vous pourez lire à S. M.'. si vous jugez (|ue 
« celle confiance lui soit agréable. Et corame, de (|uel(|ue manièn^ 
« que celle affaire lourne . il nous imporle exlremement de le 
•( savoir, vous nous redepécherez notre courrier le plus tòt fpi' il 
'( sera possible , pour nous en rendre conq)te ; parceque jusqu" ;i 
'( présenl nous ne pouvons prendre que des mesures éloignées, (|ui 
'< se fìxeront et se conlinueronl plus utilment (|uand on pouira 
<i les diriger a un dessein determinò. El nous promcttant de tron- 
t' ver en vous dans une si importante conjonclure l'application et 
'( le zèle ardcnl doni vous nous avez donne tant de preuves en 
<( toules les autres occasions, nous vous assurons du souvenir qui 
« nous en demeurera toujours . ol prions Dieu (pi'il vous a\l en 
'< sa sainle garde. 

Turili, le j)i('niier ianvier \iV.)H. 

V. .V.MKDKO. 

f)r Sif. Thoìììfi};. 
Au Compte ci ì'iu'sidcnt Da Iji iour. 



108 SCKITTUHE EC. DEI l'HINCII'l DI SAVOJA 

Ove i cenni che ho dato non tornino affatto misgraditi a chi 
sta per riceverh , mi proverò ad estendermi altra volta sovra al- 
cuni punii che mi sembrano i più interessanti della Storia pie- 
montese. Ora mi limiterò a trascrivere una lettera famigliare scritta 
tutta di mano di Vittorio Amedeo 11 , ed indiritta a Carlo Duca 
d'Aosta fìgliuol suo secondogenito , ma che sotto il nome di Carlo 
Emanuele III gli fu successore immediato al trono , per essere il 
primogenito morto prima del padre. 

Questa lettera scritta di Sicilia , dove Vittorio Amedeo erasi re- 
calo a cingere la corona di quel reame, è di qualche importanza, 
poiché svela V intendimento che il Re aveva di provvedere ai suoi 
ligli . e mostra come anche lontano vegliasse sul corso della loro 
educazione. 

« Messina, li 19 Maggio 1714. 

« Con non [)oca soddisfazione vedo nelle vostre lettere un mi- 
" glioramenlo di stile , e spero che vi applicherete in maniera di 
(( vederne anche un più notabile in avvenire. Vostra madre ed io 
! siamo in angustie di cercare inutilmente di che mandarvi. Io 
' però mi vado consolando in vedere il più bel porto del Mediter- 
■' ranco, che deve fruttare un giorno, a Dio piacendo, de' frutti 
" che ponno ornare li apanagii de' secondogeniti . mentrechè è im- 
" possibile che il tronco d'un albero sia ben nutrito senza che li 
<< rami principali anche loro si fortifichino. E con ciò v'abbraccio 
" di buon core ». 

E qui faccio fine, avendo già forse con indiscreta fiducia oltre- 
passato 1 limiti ordinarli di una lettera : perciò invoco l' indulgenza 
di Lei, chiaro Signore, al quale devotamente mi raccomando. 

Di Torino, il 15 di Lu^ho 1855. 



Federigo Sclopis. 



RASSEGNA DI LI li III 



Storia poìitka dei Municipi italiani, di Paolo Emiliani Gii niri 
Firenze , Poligrafia italiana, I8d1-').'). 



La scienza non nasco coUnonio, ma si acquista esperimentando e 
confrontando e triudicando i fatti e traendone prò. Onesta verità ridotta 
ad assioma da Galileo per le fisiche . vale egualmente per la filosofìa ci- 
vile , comprendente anche la storia . la quale diventa |)ivi utile e più sa- 
piènte maestra, quanto piìi vasta è la serie dei fatti nel tempo e nello 
spazio su cui esercita il suo criterio e donde trae argomentazioni. Men- 
tre per Galileo, per Torricelli, per Newton, pei- Cartesio, Ke])lero, Cas- 
sini, si aprivano nuove miniere di fatti e raziocini nelle scienze naturali, 
per Grevio, per Gronovio , per Sigonio , per UghcUi . pei Scaligeri , per 
Grozio , per Usserio , pei Bollandisti , per Cluverio , per Baronio e per 
altri, si aprivano nuove vie nelle ricchissime regioni storiche del medio 
evo e de' tempi anteriori dell'Europa romano-greca , e si adunavano te 
sori di notizie e di criterj. Allora incominciò ad apparire che ne'tem|)i 
così detti harbari , dal regno de' Goti in Italia alla sco|)erta dell'Ameri- 
ca , parecchie città aveano lasciato documenti e memorie e monuiiuinti 
più copiosi e splendidi di fatti drammatici a narrarsi ed utilissimi a 
studiarsi, più che altri Stati europei. Però i dotti maggiormente se neoccu 
j)arono, ed allora per Muratori specialmente e i)ei' Tirahoschi, Apostolo 
Zeno, Maffei. Lupi, Giulini, Foscarini e per alcuni altri, si Ifce aperta 
la dovizia delle memorie storiche delle principali città italiane . nelle 
quali con lume critico incominciarono a vedere generali rapporti Denina 
nelle Rivoluzioni . Giannone nelle Storie, precursori di Sismondi. il quale 
con doppio e grajide lavoro di scavo di materiali e di costruzione, alzò 
il primo gran monumento storico alle reiaibbliche italiane nel medio- 
evo. Molti altri dopo, con vario intendimento e dilTerenti mezzi, si 



1 10 UAS^F.G^'A DI l.lliU! 

misero in quelle vie, e sì distinsero fra loro Savigny , Leo, Bettmaii 
Holweg , Hallam . Merkel , fra gli stranieri ; Pagnoncelli , Morbio , Troja. 
Cibrario, Bianchi-Gi ovini, Rezzonico, Cantù, Capponi, Capei, De Vesme 
e Fossati, Sclopis e Balbo, fra i nazionali. 

Il siciliano Emiliani-Giudici, già rinomato e caro per la Storia della 
letteratura italiana, confortò il suo esilio dalla patria scrivendo a Firenze 
la Storia politica dei Municipj italiani sopra enunciata. Le città italiane, 
per le loro libertà nel medio evo, da Sismondi furono considerate sotto il 
nome di repubbliche , da Pagnoncelli sotto quello classico di municipj , 
da Morbio , Cibrario ed altri sotto il volgare e continuato di comuni : ma 
l'epiteto non è la cosa, e nulla monta la diversità di esso e la ragion(> 
della preferenza , e solo importa considerare all'aggiunto di politica che 
Giudici dà alla sua storia , per avvertire suo intendimento esser quello 
di considerare le città libere italiane ne' loro rapporti di vita pubblica, 
distinta per que' vincoli che più presto s'intendono per abitudine che 
non si definiscono , e si chiamano politici per quella ragione stessa che 
il Giannone chiamò civile la storia sua. 

Ad onta di tanti studj già pubblicati sulle vicende e sullo spirito 
delle città italiane , parve al Giudici che non fosse compreso e svolto , 
come chieggono (juesti tempi, il dramma che segui in Italia da Grego- 
rio VII a Carlo V, in que' cinque secoli in cui personaggi principali, 
se cosi può dirsi , ne furono i municipj. E bene si appose ; non già 
perchè ad altri, e specialmente a Sismondi, a Leo, a Cantù mancas- 
sero dottrina ed acume, ma perchè, com'egli dice, ogni epoca guarda 
i fatti a modo suo. Non però si vuol pensare che i posteriori distruggano 
le fatiche de' precursori, o non le curino ; che anzi si elevano ed edu- 
cano per quelle : ma il progresso essendo come salita , si fa manifesto 
che da punti più elevati si comprendono variamente le cose nei loro 
aspetti e rapporti più speciali. La storia si compone di arte e di scienza, 
a l'arte non progredisce per aggregato di fatti, ma si svolge per altri 
processi: laonde mentre le scienze nascevano e grandeggiavano ne' se- 
coli XVII e XVIII, l'arte decadeva, ed ora viene rilevandosi; né per 
arte furono ancora superati i modeUi di Erodoto, di Tucidide, di Li- 
vio , di Sallustio. In quanto poi la storia è scienza esperimentale, deve 
necessariamente progredire, come l'economia , la giurisprudenza , la po- 
litica, pel confluire dei fatti e per la loro elaborazione. Giacche , dice 
Giudici , i fatti non sono storia , la quale sta nella mente dello scrittore 
che sceglie ed ordina. 

Noi vedemmo come e perchè ogni epoca giudica i fatti diversamente; 
e però, prescindendo dallo studio dell'arte , ci facciamo ragione del per- 
ché , ora che si ordina la scienza , si cercano avidamente le cronicaccie 
anche più rozze ed i registri informi , purché contengano fatti schietti 
je veri , e non si curino le lucubrazioni storiche lambiccate rettorica- 



ItASSlXiNA 1)1 i.llilU t l-f 

mente. I jwsteri saranno in ciò ancora più rigidi di noi ; e però ([uesto 
ne ammonisca a non aver fretta a giudicare assolutamente i fatti , ed 
a sceglierli ed ordinarli artificiosamente, come chi usa la storia a ser 
vigio de" partiti, facendo lavoro improbo, che (juanlunque efficacissimo 
ed applauditissimo nel nascere , tramonta col sole, né più si ricorda ciie 
come segno distintivo dell'epoca. Le storie , come opera scientifica , o 
vogliono essere ingenue, come ([uelle di Dino, di Villani, di Gregorio di 
Tours, di Willeharduia , dello Spinello, di Muratori: o meditate da se- 
rene regioni superiori ai partiti , come sono (juelle di Tacito, di Machia- 
velli , di Macaulay , i giudizj de' quali se non ponno esser tutti ed inte- 
ramente accettati dalla scienza progressiva, restano per sempre validi 
nutritori della mente e del cuore, e documento di grandi passi nella 
lilosofia sociale. E giacche sono rarissimi (piesti genj , e giacché le stesse 
sentenze di Vico non ressero alla prova di nuovi ordini di fatti, è pru- 
dente ed utile che chi medita e racconta le vicende umane non eriga 
tribunale, e non s' inquieti se non può dare al suo lavoro quella simme- 
trica unità , (|ueirordine pel quale si schierano lutti i fatti intorno a leggi 
nettamente determinate , e che diletta e seduce il popolo, l'el quale 
nessuna storia era più attraente che quella de'municipj italiani dram- 
matizzati , personificanti la vita italiana militante , che nascerà , crescerà 
e si spegnerà eroicamente in loro. Se non che una più alta filosofia, sca- 
turita da più vasti progressi della civiltà eurojìea , pur lasciando a quei 
iiuniicipj l'alta im|jortanza sociale e politica pei molteplici fatti ed espe- 
rimenti che vi seguirono, scopre che in loro non era circoscritta tutta la 
\ ita sociale , né con loro finiva il progresso ; e scorge che que' centri 
di civiltà erano principali elaboratori d'altri ordini, che sono superiori 
alle libertà numicipali e politiche, ed anche alle nazionalità. Vede anche 
che la vantata democrazia di (]uelli era molto lungi dall'americana odier 
na , giacché (juella consisle\a in conglomerato di parecchie corporazioni, 
distinte per istituti e diritti civili, esclusive, gelose e tiranniche verso 
i villani , li estranei , i nuovi cittadini ed i non ascritti ; ed anche quella 
democrazia, traiuie a Firenze ed a Pisa dopo il dodicesimo secolo , ed a 
Venezia prima di <|uel secolo , altrove ebbe [)oca consistenza. 

Sino dal )^>47 Giudici, presentendo il nuovo fermento italiano, a\ea 
divisato dipingere gli esenti della sua nazione, dalla elezione alla morte 
di Enrico VII : epoca nella (|uale gli parve che si conquinessero i dissidj 
più fieri tra la Chiesa e 1' Impero a danno delle libertà municiiiali: onde 
intendeva ammaestrarne i suoi. Ma internandosi nell'argomento, gli fu 
palese doversi rimontare più indietro a rintracciare le fonti di (jue'fatli 
storici, e contemplò lo spettacolo de'municipj risorgenti (piasi d'improv- 
viso e simultaneamente dalle invasioni barbariche , e preparanti la no- 
vella vita civile. Laonde, nel l'roemio alia sua npcMa. considerò le origini 
delle libertà e delle l'oiv.i' dei .Munici|ii itali:iiii nel mcdin c\(i. sino nt-'lt'iii 



1 15 RASSEGNA m LIBRI 

|)i della storia antica , ed a noi torna gradito ed istruttivo discorrere con 
lui per queste evoluzioni. 

Atene , Sparta , Venezia con varj reggimenti non seppero allargare 
la città allo stato, assimilandosi gradualmente le provinole conquistate e 
le altre città ed i popoli, al modo che fece Roma; la quale specialmente 
jierchè venne da aggregato patteggiato di varj elementi, al modo di molti 
comuni del medio evo , né da alcuno fu esclusivamente predominata 
mai , potè comporsi una costituzione politica e civile elastica e meta- 
morfosica per modo, da acconciarsi alle necessità di varj tempi e fortune, 
e prevalere a tutte quelle degli altri popoli : laonde Roma da umili prin- 
cipj , con pochi mezzi civili , passando pure per regno, aristocrazia , oli- 
garchia , democrazia , impero , serbò l'unità nella varietà delle religioni , 
dei riti e de'costumi de' popoli; e quantunque vinta dalla coltura greca, 
assorbì la maestra nella sfera prepotente del suo organismo politico . 
il quale nell' Impero e nella Chiesa continuò ad avere cpialche efficacia 
sino ai tempi moderni. Nel dominio di Roma, i municipj italici, per l'in- 
terna amministrazione e pei diritti civili , erano affatto liberi, e le vio- 
lenze militari dell' impero ne rovinarono bensì la classe nobile, ma ne 
lasciarono intatti gli ordini più bassi , che furono il germe ed il nucleo 
de' municipj risorti dai dominj barbarici. La democrazia, che fu sgabello 
all' impero , fece inondare l' Italia da stranieri , che da semiselvaggi di- 
ventarono qui agricoltori o dirozzati strumenti di dispotismo militare , 
accelerando la decadenza delle vecchie aristocrazie , onde il popolo re 
in breve diventò volgo. Bruto che spense Cesare fu da Dante pareggiato 
a Satana ; venne esaltato da Alfieri : e qualche parte di vero ora si trova 
in ambi i giudizj. L'aristocrazia romana non potea più tenere sue lontane 
conquiste , né farle prosperare colla soverchieria e coU'astuzia : laonde 
diventava necessario convertire i sudditi in socj : e se questo non operava 
Cesare per ambizione e sagacia , sarebbero accadute calamità più gravi 
alla repubblica. Giacché la prepotenza dei nobili passava ogni confine, e 
minacciava convertire la repubblica in oligarchia preparatrice di singole 
tirannidi , come fu quella di Verre nella Sicilia ; e le violenze di Cesare 
vendicate da Bruto , se fecero onta alla città eterna, emanciparono molti 
popoli e tennero lontane altre calamità che Bruto non prevedeva. L' in- 
fluenza degli stranieri in Italia pesò maggiormente quando essi perven- 
nero all' impero , sul quale portarono l' intolleranza religiosa colla perse- 
cuzione accanita de' cristiani, la non curanza della coltura, l'impeto 
delle passioni , l' illegalità e la preferenza delle armi a tutte le arti no- 
bili. Allora Diocleziano si circondò di soli militi barbari , e Costantino , 
per essere più libero a compire l'organismo militare dispotico . preferi 
Bisanzio a Roma. Il partito clericale per varj secoli benedi Costantino 
pei favori prestati al cristianesimo ; il nazionale da Dante ;i La Farina 
lo maledi \ìer l'abbandono di Roma ai barbari : ma chi consideri che 



HASSEUNA 1)1 l.liUU 1 1.! 

ili llimia airiiupero militari' scl'Uì la potenza civilizzalrice <k'l pupalo , 
e ohe menile iiell' impero orienlale sempre peggiorarono il desjìotismo 
e la corruttela senza fioritura di scienze , di lettere e di arti , mentre 
neir Italia , vedovata per questa diversione , sorsero le gloriose repuh 
hliche del medio evo , avrh motivo a consolarsi dell'allontanamento di 
(.[uella peste. 

L'es[>erienza civile romana accumulatasi e vagliatasi nella continuitii 
di oltre mille anni, venne da Giustiniano imperatore raccolta nel grande 
corpo delle leggi e dei diritti ; codice contenente la più utile soluzione 
a tutti i quesiti sociali che erano possibili in (juelle società: e ([uel te- 
soro (li dottrina e di prudenza, salvato nella decadenza deirim[)ero, ed 
in parte adottato e propagato dalla Chiesa, fu valido strumento ad uiiia 
nizzare i barbari, traendoli dall'illegalità selvaggia e dall'arbitrio , e ili- 
ventò quindi grande parte della civiltà attuale. Il nostro scrittore edu- 
cato nel paese che fece più lunga e dolorosa esperienza di contrasti fia 
la Chiesa e lo Stato, e del predominio di iiuella , tratta con gravità e 
chiaroveggenza questi argomenti ; ma talvolta mosso da generoso istinto 
di resistenza e di libertà, rammenta la scuola di Giannunc, di Colletta, 
di Amari. Molto giudiziosamente il Giudici distingue la religione dalla 
Chiesa , giacché spesso nella Chiesa si compresero i ra[)porti esterni che 
talfiata sono in conllitto colla religione , che sono mutabilissimi, e che 
sovente alla religione furono nocivi. Il paganesimo avea bensi corpora- 
zioni di sacerdoti, ma questi non aveano alcuna speciale forma e rap- 
presentanza politica da sé; laonde non ebbe chiesa simile a quella del cri- 
stianesimo (luando fu assunto a religione dello stato, mentre prima anche 
il cristianesimo ne' rapporti civili si potea considi'rare solo come una 
riforma sociale. Alla Chiesa venne grande vantaggio sopra gli altri ordini 
dall'essere basata sull'elezione, provocata dal sapere in origine, ma poscia 
dall'intrigo o dalle ricchezze, quando in lei prevalsero gl'interessi ma- 
teriali alle aspirazioni si)irituali. Allora sempre i)iù diventò importante 
come corpo politico , e si trovò in contrasto collo stato ; e perchè com- 
posta di clero basso ed alto, intrecciato variamente o con Roma o col- 
l'impero o colle repubbliche, andò di\isa essa medesima, e fu talvolta 
cogli oppressori , talvolta cogli oppressi : e quando lo stato fu più barbaro 
di lei , promosse ordine e libertà ; ma (|uaniio la società a\anzò e lo 
stato si fece saggio e più giusto, produsse elfetti o[iposlì, perché l'immo- 
bilità della Chiesa [ter le cose religiose fu portata eziandio nello lenq)0- 
rali , e sempre, o come protettrice o come conserxatrice, la Chie- 
sa, quale ordine politico, non potò favorire le vere libertà, l'ero disse 
Giudici : non r un solo fatto in mille ed ottocento anni <li storia , il quale 
dimostn che la Chiesa (dibia liberalo i popoli dall'oppressione della tirannide 
per costituirli in libertà. In generale, essa sostenne sem|)re o la teocrazia 
o la monarchia: la prima pei- gl'interesbi lt'iiipoi:ili clic iluxcllc assu- 

Xnuì.Sr.lT., iMuoi a ò'i'ricj T. 11. i.") 



I 1 4 RASSEGNxV DI LIBHI 

mere nella decadenza dell'impero, e che naturahnente crebbero ne'do- 
minii barbarici ; la seconda perchè la Chiesa fu erede e continuatrice 
degli ordini politici e civili romani , che si credettero sistema predisposto 
provvidenzialmente. 

La Chiesa di Roma molestata dai Longobardi già diventali Italiani , 
allettò i Franchi a sovraporsi al dominio di quelli in Italia. Questi guer- 
rieri di razza germanica , da tre secoli erano cristiani alleati della Chiesa; 
con Clodoveo re s'erano battezzati tre mila arimanni, non già permutare 
costumi ed idee, giacché continuarono nelle feste e ne'sacritìci cruenti 
pagani, ma per associarsi alla jìotenza del clero, del quale, senza sa- 
perlo , diventarono docih strumenti. Il nostro scrittore dice che gì' Ita- 
liani co' Franchi mutarono padroni , e che sene vantaggiò la sola Chiesa; 
e queste parole ne sembrano indicare un concetto imperfetto delle con- 
dizioni dell'Italia d'allora. Il predominio militare longobardo non trovò 
opposizione nelle popolazioni a stabilirsi nell'alta Italia, perchè li uffi- 
ciali greci ed i loro rappresentanti nelle città, erano più ordinatamente 
tiranni di loro , i quali alleggerirono le intime servitù , ed in breve por- 
tarono ai primi poteri uomini d'ogni razza : onde, tra per le confusioni 
ed i miscugli anteriori , tra per la quahtà dell'ordinamento longobardo, 
non si può dire che veramente esistesse sotto di loro nazione italiana 
una di lingua , di interessi , di tradizioni , distinta dai Longobardi ed 
aspirante ad indipendenza, l Franchi poi , già essi stessi raccogliticci 
d'ogni gente, dopo la prima conquista, organizzando il feudalismo, fe- 
cero aumentare il rimescolamento ed il frazionamento nazionale, e la- 
sciarono qui un regno d'Italia più debole del longobardo , onde ebbero 
più comoda occasione le città a sorgere; e siccome le chiese erano grande 
parte ed utile della nazione italiana, favorendole i Franchi , non aumen- 
tarono per allora i mali di questo paese. 

Carlo Magno, educato a porre la Chiesa in cima della società, aspi- 
rando ad avere la corona dell'impero romano, che dai papi si pensò 
rialzare in Occidente dopo che fu impossibile accordarsi coli' imperatore 
di Costantinopoli , accettò la consacrazione del pontetice prima di farsi 
eleggere dal popolo e dal senato romano, che ancora serbavano l'ordi- 
namento repubblicano. Cosi egli elevò i papi sulle libertà repubblicane, 
e questi dopo di lui tentarono farsi eleggere dai soli capi delle chiese 
di Roma senza assenso dell'imperatore, onde soperchiare tutti anche 
come potestà politiche. Alla saviezza di queste considerazioni non ci sem- 
brano corrispondere quelle sui feudi , ne' quali il nostro autore non ab- 
bastanza ponderò la parte che vi ebbero gli nidi ed i gasindi; partito per- 
.sonale , o degh ufficiali regi o dei ricchi e valenti deUa persona , onde 
il feudalismo non fu cosi istituzione regia come privata. Il sentimento per- 
sonale poi che si ripetè essersi rialzato nel feudalismo come mezzo di 
progresso e di libertà , ebbe testé profonda confutazione da Castille, nella 



IIASSEC.NA IH LIIÌIU H •'> 

I»rel'a7.iono alla storia della seconda repubblica di Francia. Perchè la li- 
herlà personale o è tirannia o è stato selvaggio; ogni progresso è li- 
bertà sociale, consistendo in (jne' nessi socievoli pei quali all'arbitrio, 
alla violenza individuale si sostituisce l'autorità della legge, fatta a bene- 
ficio comune. Né dalla vita solinga e ferina de'feudatarii per le ròcclie 
inaccesse , in mezzo a schiavi e scherani, potea germogliare il fiore della 
cavalleria, comprendente un complesso di sentimenti d'umanità, di ci- 
viltà : i ([uali , come provarono a' giorni nostri Fauriel ed Amari special- 
mente , quando non furono reliquia delle tradizioni classiche , furono 
importazioni di quelli Arabi che dopo la conquista aveano ampiamente 
e spendidamente sviluppata la vita cittadina. 

Il feudalismo fu un modo di transazione sorto inavvertitamente e com- 
postosi e scompostosi lentamente e variamente, ed ebbe precijìuo incre- 
mento dalle commende , ovvero protezioni , che nella universale pertur- 
bazione e scomposizione dei vecchi ordini politici e civili , gli sgregati ed 
inermi patteggiavano coi forti ; e queste commende rendono somiglianza 
delle dittature che si eleggono dalle repubbliche ne' gravi pericoli. L'es 
sere poi la società cosi frazionata e scomposta rendea impossibile il go- 
vernarla in qualche modo , senza recarsene nelle mani alcuni capi fili ; 
e però gl'imperatori raccoglievano questi capi nei malli o solenni diete, 
dalle quali derivarono le rappresentanze, la cui bontà ed opportunità 
varia secondo i casi e le condizioni sociali. 

Il regno d'Italia restaurato dai Franchi non comprendeva di fatto 
l'Istria , Venezia , Ragusi , Genova , Pisa ; mentre Ravenna dipendeva an 
cora dagli imperatori d'Oriente , i quali mantenevano pure alcuni pos- 
sessi sui liti napoletani e siciliani , dove erano in conflitto coi Saraceni 
occupanti l'interno : ed Amalfi , Gaeta , Napoli erano città libere , ricono- 
scenti l'alto dominio quando di un impero quando dell'altro: il papa, 
oltre Roma e le Pentapoli , dominava sovranamente altri luoghi delle Ro- 
magne tolti ai Longobardi , pei quali serbavasi sola reliquia il ducato di 
Benevento. Ma il basso popolo di Roma serbava si viva la coscienza dei 
suoi diritti e delle sue libertà e si alto l'orgoglio di sua superiorità, che 
per diuturne violenze di papi, di imperatori, di principi tiranni, sino 
al 1400 con prodigi di ardore tentò molte volte far valere suo vanto o 
di concorrere a nominare il suo sovrano, o di confermare l'imperatore, 
o di esercitare sue libertà; nò lo vinsero terrori superstiziosi, anatemi, 
armi straniere; e pure vicino al mille , (juando tutta cri.slianità atterrita 
dai fantasmi della fine del mondo si copriva di cenere e facea getto d'ogni 
cosa terrena , il popolo di Roma col tribuno Crescenzio fece mirabili 
prove contro la potestà papale ed imperiale per rialzare la repubblica. 
Queste reazioni contiime del popolo, e le incessanti lotte dei principi 
temporali , e le scissure della Chiesa di Ronja (|u<indo era divisa in din' 
e tre papi, e le iiiiinonf itiidini di alcuni ili loro, avrebbero dovuto far 



1 16 RASSEGNA DI LlliP.I 

frollare qualaiK|ue edificio meglio costrutto, se una forza continua- 
mente riproducentesi non l'avesse tenuto saldo in sue radici. La gran 
dezza del papato nel medio evo era utile e necessaria alla repubblica 
cristiana , era l'unità della sparsa ed ostile famiglia dei popoli, era mezzo 
possente di fusione e di coltura , veniva dalla continuazione della sa- 
piente organizzazione romana ; quindi resisteva e si svolgeva per la forza 
delle cose, ad onta dei delitti e degli errori degl'individui, i quali di- 
ventavano strumenti di quell'ordine sociale senza volerlo e saperlo. Cosi 
l'impero romano d' oriente e d'occidente stette fermo in mezzo alle enor- 
mità di mostri reggitori, alle invasioni barbariche, ai disordini d'ogni 
maniera , agli smembramenti , alle guerre civili , •sinché furono sostituiti 
da un lato dalle nazioni moderne , dall'altro dal possente impero musul- 
mano ; e la loro incrollabilità veniva dal bisogno di unità pur in mezzo 
alle guerre di membri che li componevano , a quel modo che oggidì il 
grande lavoro di fusione e di sviluppo che si opera fra le molte e sva- 
riate e rozze genti disseminate ne' vasti spazii che corrono fra gli Stati- 
Uniti e la Svezia , la Polonia ed il Danubio sotto l'azione che le accentra 
a Mosca ed a Pietroburgo, forma la forza degli Czar , la loro sicurezza e 
ia necessità de'loro tentativi di espansione. 

Ottone I , favorito dalla Chiesa a rassodare e riconcentrare nelle sue 
mani l'autorità imperiale, donde usava spesso utilmente essa medesima, 
favorisce il papato a danno delle libertà del popolo romano; e così tor- 
narono evidenti i punti di contatto e di cointeresse delle due somme 
potestà , le quali su quelli venivano ad abbracciarsi quando ve le chia- 
mava il pericolo comune ; ma quello rimosso , si trovavano tosto in con- 
flitto pei rispettivi conati di spingersi avanti e soverchiarsi. Già il logico 
(\ naturale sviluppo che opponeva la Chiesa all'impero dava importanza 
maggiore alle città , federazioni di varie classi , sui vescovi e sui valvas- 
sori; laonde prudenza di stato consighava ai papi ed agl'imperatori 
preferire l'alleanza più forte e più docile delle città che dei piccoli prin- 
cipi ; e sì l'uno che l'altro poi o si stringevano fra loro o coi grandi , 
sempre che queste città alzassero il capo ribelle o troppo orgoglioso, o 
si mostrassero proterve. Però prima gli Ottoni diedero autorità di con- 
cessioni sovrane alle libertà che i cittadini s'erano acquistate sui feuda- 
tarii di primo ordine , e Corrado riducendo a legge alcune nuove con- 
suetudini feudali, aumentò l'indipendenza de'piccoli dai grandi signori, 
ed infrenò gli arbitrii. 

TI Giudici comprese ne'suoi studii la Sicilia , e si diffuse con predile- 
zione intorno agli svolgimenti speciali di Venezia, di Pisa, di Genova; 
e tali suoi lavori pubblicati ora , si prepararono prima che Amari pub- 
blicasse la nuova e diligentissima opera sul dominio de' Musulmani in 
Sicilia , prima che Komanin desse fuori la storia documentata di Venezia 
ricca di fatti e giudizi! nuovi , prima che comparissero gli St^ituti jìlsani 



HAS.>i:r,NA 1)1 I.IHUl 117 

commentati sapientemente ila Bonaini , dopo i quali il nostro scrittore 
avrà trovato argomenti a rifare qualche parte del suo lavoro, in cui puri- 
s'ammira erande copia di dottrina attinta a fonti recentissime. Giacché 
potè consuUare i più antichi statuti di Pisa e di Genova e le lìromissioni 
dei Dogi di Venezia, onde giudicò che gli statuti sono l'opera del gra 
duale progresso : iiil'alti. essi variano nello spirito politico a seconda dei 
tempi, serbandosi uniformi nella procedura tolta dalle tradizioni del fòri' 
romano . nelle prescrizioni annonarie. Lo sviluppo delle libertà cittadine 
fu graduale come (luello degli statuti che le rappi-esentano: i quali sta 
tuti furono ordinati in un solo corpo primamente nel secolo XII , ma 
vigevano prima per antiche consuetudini disgregati in varie membra , 
rappresentanti i varii elementi principali delle città patteggianti fra loro. 
E si vennero ordinando per limitare sempre meglio l'arbitrio della feu- 
dalità e della Chiesa e dell'impero, e da prima fissarono e difesero solo 
quelle libertà che chiamansi civili. Giacché ora si vede generalmente 
che lo emanciparsi delle città non fu una rivoluzione politica contro il 
potere regio, ma una rivoluzione sociale contro la feudalità. 

Abbiamo già veduto come nella confusione che si operò nell'impero 
romano, restò nell'Occidente prominente e salutare per dottrina e mo- 
ralità la Chiesa . nella quale perciò riparò molta parte dello Stato, onde 
ne nacque una mistura di spirituale e temporale che, passati i maggiori 
pericoli e sviluppatasi la società laica , diventò origine a conflitti fra le 
due somme potestà. Come suole quando due principii stanno di fronte 
e per natura sono inconciliabili se non cessano dai conati di soverchiarsi 
e non si trasformano . che gli alimenti di guerra e lantagonismo vanno 
aumentando; cosi fu de'conflitti fra la Chiesa e lo Stato , che esistettero 
sempre che i varii elementi furono commisti , ma che scoppiarono più 
forti quando ognuno volle svilupparsi ed ordinarsi a sistema. (Jui'lle 
lotte crebbero e diventarono sui)renie a (]uel modo e per simili motivi 
che più tardi vennero ad alFrontarsi la borghesia e la feudalità , ed ora 
sono portati al cozzo estremo li Czar e l'Europa rappresentativa, lido 
brando concepì che l'urto fra le due potestà dovea crescere , e che la 
Chiesa, se non volea cedere, dovea agguerrirsi d'armi novelle, dovea disci- 
plinarsi a dittatura , dovea centralizzarsi, se volea resistere, ed aspirare 
alla teocrazia. Incominciò dal crearsi una milizia clericale, distaccando il 
prete dal resto della società, riducendo a precetto il celibato prima 
consigliato, ed inducendo in lui (piella severità di costumi e ({XU'lla eie 
/ione derivata unicamente dalla instiluzione primitiv;;. che consigliava il 
merito, le ([uali sono potenti a coltivare la slima e l'ammirazione popo- 
lare , quindi diventano mezzi di ])Otere. Cosi Ildebrando nel clero fece 
quello che Cesare , Cromwel , Napoleone nei popoli: conquistò una dit 
tatura radicata nella democrazia , giacche elevando il clero minuto bene- 
viso dal popolo , raccoglieva una forza nuova per soverchiare l'autorità 



MS RASSEGNA 1)1 LIBRI 

imperiale e reale , non giJi a beneficio delle città e delle libertà popò 
lari , ma a servigio della teocrazia. 

Enrico III, vedendo come le città italiane s'erano già emancipate in 
grande parte dai vescovi , i quali cessavano dall'essere centro del potere 
politico, non trovò necessario continuare loro l'antica deferenza, e volle 
tornarli sudditi; e sentendosi forte dell'appoggio de' feudatarii laici e di 
quello di alcune città che s'affrancavano dalla Chiesa, volle dare le in- 
vestiture ecclesiastiche senza ricorrere alla elezione del capitolo. Ilde- 
brando insorse contro lui collo zelo del Dio degli eserciti , e gli eccitò 
guerra si fiera, che scrisse al vescovo di Metz: a Chi non sa che i re ed 
i duchi hanno ricevuto i loro titoli da uomini non conoscenti Dio, e che 
gonfi d' orgoglio e rei di assassinii , di rapine e d'ogni specie di scelle- 
ratezze , nella cieca ambizione e nell' albagia loro hanno usurpato il potere 
sopra gli altri uomini loro eguali? » Nessun demagogo allora, osserva il 
Giudici, avrebbe potuto tenere linguaggio si ardito. Ma la grande impresa 
di Ildebrando di farsi re dei re incontrava tre grandi ostacoli, irremovi- 
bili perchè radicati nella natura delle cose ; i feudi laici , i feudi eccle- 
siastiaci ed i Comuni , i quali diventavano i legittimi ed immediati eredi 
necessarii dell'indebolimento dei feudi , e che instintivamente favorivano 
sempre il meno forte, siccome quello che ofTeriva loro più larghi patti. 
Questi ostacoli furono la precipua cagione che non potè condursi ad esecu- 
zione il grande e seducente progetto della monarchia universale del papa : 
diffatti, alla fine, Gregorio VII ( che tal nome assunse Ildebrando ] , dopo 
avere umiliato l'imperatore , dovette porsi a discrezione del suo vassallo 
Roberto Guiscardo normanno. Egh, come altri grandi dittatori, fu saggio 
organizzatore , e lasciò il celibato , la elezione ecclesiastica del papa ed 
una maggiore indipendenza dei vescovi, che nel 1122. quando non aveano 
più parte importante nella potestà temporale , addusse l'abolizione delle 
investiture imperiali. 

La storia si forma lentamente secondo la natura e l'interesse umano, 
né si violenta impunemente ; e fa opera inutile o feconda di lacrime e 
di sangue chi vuol sostituire ai di lei processi , sistemi ideali , per quanto 
ingegnosi e logici ; come furono quelli di Ildebrando , di Carlo Magno . 
di Napoleone I , di Niccolò. Pochi anni dopo la morte di Gregorio VII i 
papi , eccitando e dirigendo le Crociate , rialzarono grandemente la loro 
autorità sopra i re della cristianità ; e nondimeno non poterono impedir»^ 
che la potestà imperiale e le libertà municipali non preponderassero 
alla loro autorità temporale. Né tali conati di teocrazia ne la loro soc- 
combenza ai liberi sviluppi sociali furono nuovi , giacché la storia narra 
cose simili di contrasti fra druidi e cavalieri nella Gallia , fra sacerdoti 
e militi nell'antico Egitto : se non che le ambizioni papali erano più alte 
e miravano a comporre edificio retto da mente ed autorità unica, ema- 
nante direttamente da Dio , abbracciante tutta l'umanità in regno riflesso 



RASSEGNA DI LIItHI 1 1 "J 

ilai celeste , nel quale la s[)ada fosse ministra della tiara. Pei Guelli illu 
minali . puramente teorici , molto più se italiani , ([uesta era brillante e 
logica utopia , la quale ridonava alla mente romana ([uella autorità su 
prema e sapiente che era slata dilaniata fra i re capi degli eserciti bar- 
bari . ribelli od invasori. Alla quale i Ghibellini , un po' meno fantastici e 
più pratici, sostituivano la divisione dei due poteri, col ristabilimento 
dell'impero romano: ma i possessi temporali delle chiese, ed i conse- 
guenti loro diritti politici ed i privilegi civili faceano che le contese 
germogliassero ad ogni pie sospinto , né. si potessero togliere per prudenza 
umana sino a che l'intero sviluppo della società avesse ritornato l'armo- 
nia tra i fini ed i mezzi. 

Intanto , quante declamazioni , quanti vituperii si sprecarono inutil- 
mente non solo, ma dannosamente, dagli scrittori o contro l'uno o con- 
tro l'altro partito ! quante flebili e rauche esortazioni alla loro concordia, 
({uasi che questa fosse possibile coesistendo fatti naturalmente ostili '. 
Quello storico che si erige un piccolo tribunale, dal (juale con alTetlafa 
gravità scagliare anatemi e sentenze contro singoli y)artiti o fatti isolati, 
farà opera da moralista, ma non degna di sua missione: la quale gli 
consiglia a giudicare gl'individui ed i fatti peculiari non da sé, ma in 
relazione al fine cui convergono gli uomini delle varie nazioni nella 
vastità del tempo : e la predilezione della storia deve esser l'umanità e 
la civiltà, che si conciuistano col concorso di vari mezzi. Quella concordia 
poi fra la Chiesa e l' impero, che vanamente era stata implorata da tanti 
treni , e tentata con tanta eloquenza , con tanti artificii , a nome della 
leligione e dell'umanità , venne persuasa da' pericoli e dai;!' interessi 
comuni. In mezzo alle lotte delle due somme autorità, diventava mag- 
giorenne la società , ed in Italia specialmente le città ogni giorno ac(iui- 
stavano di fatto qualche privilegio. Cosi a Roma nel 1 1 1 1 il popolo si 
sollevò contro Enrico V, non tanto a favore del pajia , quanto per le sue 
libertà : e quando dopo esso Enrico a Vorms cedette al papa la elezione 
de' vescovi , tale concessione tornò (piasi interamente a vantaggio delle 
città , che già se n'erano accjuistato il diritto. E la protervia crescente di 
(|ueste città indusse nel li 35 quella conciliazione fra Federico Barbarossa 
ed il ])apa, che costò la vita al capo popolo Arnaldo da Brescia: concilia- 
zione che poscia fu patteggiata altre volte. E tanto gl'interessi temporarii 
('ran(4 jirovalenti sui princi|)ii generali . tanto allora tutte le conlese ed i 
modi di esercitarle assunìevano colore e forma feudale senza spirito dina 
zione sistema filosofico o religioso, che la famosa contessa Matilde fece 
la donazione alla Chiesa di Roma [ler diventarvi ella predominante, e 
ijuando noi potè essere, parteggiò coli' imjìeratore e ne (li\enne vice- 
regina. 

Al Giudici non pare poter tirare ancora alcvnu' lila più iiini^ln- nel 
laberinto della germinazione dei Comuni italiani , di (juelle che lento 



120 RASSEGNA 1)1 LI15R1 

condurre il Balbo , e mostra disperare che la loro storia ix)ssa esser ridot- 
ta a qualche unità. La vita dei Comuni italiani non é cosa solinga ed ecce- 
zionale nella storia , ma si collega nel passato o nell'avvenire a tutta la 
trama della civiltà europea: quindi se quella si può seguire ordinatamente, 
si potrà comprendere e descrivere ordinatamente anche quella de'comuni, 
quando se ne sieno meglio determinati gli elementi e l'azione di questi. 
Onde a quel modo che pochi anni sono Thierry e Macaulay ridussero ad 
unità armonica gì' incomposti o molteplici materiali della storia inglese 
e di quella della borghesia francese , cosi potrassi operare in quella dei 
nostri Comuni e delle libertà municipali , per ben comprendere la storia 
delle quali dovrassi rimontare più in alto di Gregorio VII. Lo storico, per 
rendersi ragione più sicura e profonda di alcuni tempi e fatti, deve sempre 
più allargarsi e vedere i rapporti e le origini ; e però , nella narrazione 
della famosa rivoluzione francese, da prima Lacretelle fu contento a sa- 
lire all'abolizione de' Gesuiti ed all'Enciclopedia per trovare le cagioni di 
({uel grande rivolgimento ; ma poscia Thiers dovette rimontare alle 
intemperanze della corte di Luigi XIV, e Luis Blanc non vi si potè limi- 
tare, ma dovette considerarne i motivi primi nelle riforme del secolo XVI; 
mentre ora Michelet , nella eloquente opera La Renaissance, dimostra che 
i grandi fatti del secolo XV, e specialmente l'influenza italiana, opera- 
rono nella società europea più che la rivoluzione del secolo XVIII ; e 
Macaulay e Thierry dovettero retrocedere fino al medio evo a cercarvi 
le ragioni delle libertà attuali della Francia e dell' Inghilterra ; ed il 
nostro Romagnosi dimostrò quanto le conquiste civili influirono sulle 
vicende politiche. Né la storia degl'Italiani di Cantù, che si giovò di 
tanti lavori parziali , che è posteriore all'opera del Giudici , e che è con- 
dotta con vasto disegno , fece entrare armonicamente e strettamente la 
vita frammentaria de' Comuni in quella della nazione italiana ; ma ciò 
non toglie che altri non coordini più scientificamente tutto che quelli 
hanno di generale , che non connetta i fatti generali ed i parziali ai fili 
storici più lontani e più prolungati , e che non scorga più chiaramente 
e rappresenti più evidentemente l'unità e la continuità sotto la varietà. 
Pare al Giudici che i fatti importanti delle città italiane partano solo 
dalla lega lombarda , prima della quale non gli sembrano spiccare fra 
le città che Venezia, Genova e Pisa. Prescindendo pure da Amalfi, Gaeta 
Napoli e parecchie altre città italiane ebbero molta importanza politica, 
prima ([uando rizzarono mura , si liberarono dalla Chiesa e da' grandi 
feudatarii , conquistarono franchigie , aprirono canali , abbatterono róc- 
che , elessero consoli e consigli , ordinarono statuti. Che se prima d'allora 
non condussero gesta cosi drammatiche e forti per armi associate, non 
furono però meno rilevanti. La lega non poteva condurre ad unità na- 
zionale , perchè non moveva da tali intenti, e perchè il Barbarossa nelle 
lunghe guerre che condusse contro quella, usò per la massima parte armi 



HASSKlJNA DI l.ll.lil 121 

loiklali italiane ed anche popolari di c-iltà amiche, come l'avia , Cremona, 
Lodi, Como; e cessato il pericolo di perdere le libertà per le invasioni 
deli' imperatore , la lega non poteva durare, perchè le mai^giori città già 
aveano iniziato (|uolle soperchierie sulle minori, che addussero i princi- 
pati. E le |)icc()le città minacciate ed oppresse violentemente ricorrevano 
contro le grandi, quando al papa, quando, e più spesso, all'imperatore, che 
le proteggeva a patto di ricevere sue milizie e suo podestà : onde ne 
viene giustificalo Dante se unico rimedio alle calamità italiane credeva 
potersi trovare nel potere moderatore ed universale dell'imperatore. Ma 
il grande poeta non potea prevedere che (juelle nazioni le (juali ottennero 
più presto questa simmetrica unità sotto la forza militare , più presto an- 
che cessarono di produrre que' frutti copiosi di civiltà che si ammirano 
nell'Italia sino al secolo XVI, quando grandi vicende mondiali j)ortarono 
altrove il primato economico. 

Belle e savie sono le considerazioni del Giudici sugli elTetli di\ ersi delle 
crociate, delle quali dice : « Mentre da queste imprese i settentrionali 
« non raccolsero nulla, qualvolta non ci avessero rimesse la vita e le so- 
« stanze, le tre città marittime dell'Italia, oltre il prezzo ricavato dall'im- 
' barco de'crociati e le mercanzie che Irasjwrtavano in Occidente, otten- 
" nero privilegi che in futuro tornarono loro di utile grandissimo, i 
« Veneziani, in compenso de'servigi resi alh; armi cristiane, ottennero 
« dal re di Gerusalemme un decreto che concedeva loro in tutte le città 
<( del regno un quartiere loro proprio, dove era concesso di avere una 
" chiesa, un bagno, un mulino, un forno, una piazza, in guisa che si 
« reggessero con le leggi i)atrie, con magistrali proprj, senza che gli ufli- 
« ciali regi potessero minimamente intromettersi nelle loro faccende ». 

Le leggi romane recavano nello spirito loro l'immagine dell'impero 
universale; aveano nel fondo il riconoscimento giuridico di unica dittatura 
democratico-militare: laonde i professori di diritto, che, sjx'cialmente a 
Pavia ed a Bologna, mantenevano la tradizione degli studj delle leggi ro- 
mane, puntellavano e difendevano la suprema autorità dell" imperatore 
.sopra la Chiesa e sopra le città. Federico I, che avea spiriti alti ed energici, 
volle [ìartire da un .solenne riconoscimento de' suoi diritti per riconciui- 
starli. e nel li.')8 ne' piani di Roncaglia lungo il Po, i più distinti legisti 
italiani e stranieri raccolti a dieta, pronunciaron sentenza che tornava a lui 
iii(ilt;i parte de' diritti già conquistali dai fcudalaij. dalli' chiese, dai Co- 
muni. Tale usur|)azi()ne fu esca a desiare lo spirilo della lega di varj corpi 
inima ostili, ora traili ad unirsi insieme dal comune pericolo. Prima si con- 
cordarono le cillà venete, \'erona, Vicenza, Padova, Treviso favorita secre- 
tamenle anche da Venezia, quantunque vincolala da palli di pace con Fe- 
derico. Le calamità orribili di Milano, i)oi, e le violenze nnlilari patite o 
minacciale ad altre città, furono stimolo alla Coììcoriliaiii Ponlida nel I IfiT. 
consigliata da Verona. Ma pure, fra il ferxore della lega, la città di Tuscolo 

.'Vkcii.St, 1t.. Nuota S'TÌc, TU. ifi 



\2'ì RASSEGNA J)l LIUHl 

spontaneamente chiede ajuto a Federico contro Roma di lei tiranna, e 
poco dopo la famosa vittoria di Legnano de' collegati , Como e Cremona 
gelose di Milano si staccano dalla lega; ed in meno di sei mesi venti luoghi 
muniti palteggiarono di imovo con Federico vinto, e dopo l'umiliazione 
patita ritornato agli accordi col papa. Tanto allora le cose nazionali erano 
lontane da quell'unità e da quello spirito di federazione contro gli stra- 
nieri, che da molti poeticamente si fantasticarono. L'imperatore era 
straniero a nessuna nazione cristiana, giacché cristianesimo ed impero 
ammettevano una repubblica di popoli i più diversi; e Federico quando 
era in Italia cinto quasi interamente di armi feudah o cittadine di qui , 
non pareva straniero, come sembrò ai posteri , molto più che i grandi 
feudatarj da molti secoli erano d'ogni razza , ed usavano armi che non 
conoscevano nazione. 

Federico a Venezia nel 1176 s'umiliò ad Alessandro papa , e cosi di- 
mostrò l'impossibilità di attuare i diritti stabiliti dalla dieta di Ronca- 
glia. E ciò fu avviamento a quella pace di Costanza del 1183, nella quale 
Federico riconoscendo le fortificazioni delle città , le loro società d'arti 
e militari , le loro leggi, il diritto di eleggersi consoli, cose che già da lun- 
go tempo esse s'aveano acquistato di fatto ed aveano mantenute, tagliò 
le radici al sistema dell'impero romano. Enrico VI succedette a Federico I 
non solo nell'impero e nel regno italico, ma eziandio nell'eredità di lotte 
contro la Chiesa o contro le città o contro ambi uniti, cosi come' fe- 
cero i loro successori Federico II, Manfredi, Corradino, Enrico VII: e tali 
guerre non nascevano da ire personali, da mala politica, da ambizione, 
ma erano nella natura delle cose, e durarono sinché i principati e le re- 
pubbliche, resi potenti ed affatto indipendenti, e limitate le potestà del- 
l'impero e della Chiesa , si pose maggiore equilibrio fra le parti, e gli 
elementi politici si trasformarono. Nel '!Ì97 le città toscane fanno capo 
al j)apa nello stringere una bella alleanza contro Enrico, mentre i Sici- 
liani fanno carnificina delle di lui milizie in modo simile a quello del 
vespro successo contro i Francesi 85 anni dopo. A Ottone IV successo nel- 
r impero ad Enrico, non valse essere guelfo per accordarsi con papa In- 
nocenzo III, il quale trovatolo pretejizioso lo fece abbattere a favore di Fe- 
derico II svevo, eletto nel 1212 a sedici anni; ma Milano e Bologna, allora 
molto potenti si dichiarono contro il papa e li Svevi. Questo secondo Fe- 
derico, nel 1220 pubblicò a Roma un editto feroce contro le libertà co- 
munali e contro li eretici per favorire la Chiesa; per la quale si umiliò, 
abbassò i baroni di Roma, intraprese felicemente una crociata, e fu in- 
vocato dai vescovi lombardi contro i podestà. Ma egli pel suo valore, per 
la sua dottrina, pel suo ingegno, pel partito che avea in Italia, era troppo 
forte; onde, ad onta di tutto ciò, dai papi venne osteggiato accanitamente. 
Per le cause medesime venne perseguitato Manfredi di lui figlio, il quale , 
cosa curiosa e caratteristica di quelle contese , fu collegato coi guelfi 
lombardi e veneti contro il Papa. 



RASSKGNA DI LIlìRI 15» 

Sono molto imporlanli e belle le diiiressioni del Giudici |)er le (-(islilii- 
zioni e le vicende politiche speciali di iKireccliie principali città, \ene/.i;i. 
Genova , l'isa . Milano, Boloirna . Firenze , della (juale , perchè rilevanlis 
sima, dice avere in animo scrivere parlitamenle in altra opera. E nni 
ce ne congratuliamo; e l'acume della di lui mente, la dottrina vasta, 
e la nobile arte dello scrivere ce ne lanno augurare molto Ijcne, e ce- 
ne eccitano vivo desiderio. Perchè, se noi voliiianio uno siiuardo alle storie 
de'secoli scorsi , troviamo in due sole società es.sersi ordinato un rei;i;i- 
mento democratico simile a ([uelli che maturano a' tempi nostri , ad Atene 
ed a Firenze ; le quali città per se sole ne' tre secoli che fiorirono nelle 
loro costituzioni liberali , Atene dal 600 al 300 av. Cr. , Firenze dal 12."iO 
al 1530 , produssero tanti frutti squisiti di civiltà , da rendersene tilorioso 
un lirande stato. E giacché gli uomini grandi .sono come i rappresentanti 
dei tempi e delle idee, citiamo quelli più spiccanti che tali città produs 
sero in quelle epoche. Atene: Solone, Pericle, Milziade, Temistocle, So- 
crate , Platone , Erodoto , Eschilo , Sofocle, Euripide, Tucidide, Senofonte. 
Epicuro , Fidia , Prassitele , Aristofane , Demostene ; Firenze : Dante , Pe 
trarca , Boccaccio, Giotto, Cimal)ue , Vinci , Machiavelli , Guicciardini . 
Savonarola, Michelangelo, Fra Bartolomeo , Andrea del Sarto, Brunel 
leschi , Lorenzo de' Medici , Giovannino de' Medici , Ferruccio e pocD 
dopo Galileo. Un Plutarco moderno troverebbe molti termini di confronto 
fra (jueste due gemme delle città ed i loro genj , e ne caverebbe molli 
ammaestramenti. 

L'utile unità ch'era rappresentata a Venezia dal doge, inconvggiò le 
città italiane a preferire il podestà ai consoli , i (piali dapprima si anda- 
rono alternando coi podestà insino a che questi presero definiti\ amente 
il .sopravvento, addotto dalla unificazione che si andava ojierando neuli or- 
dini sociali , e dall' indebolimento delle aristocrazie. I jmdestà e le cagioni 
che li favorirono, furono avviamento ai principati; e verso il 1200 già 
dominavano a Cremona i Pallavicino, a Vicenza gli Ezzelini , a Verona 
Mastino della Scala, a Ferrara Azzo d" Este , a Milano il Della Torre; 
mentre a Genova si formava la dittatura democratica del Boccanegra, 
a Firenze dominava Guido Novello; e rimase iiitalla da principato la 
sola Venezia, perchè educata a politica longanime, pro\ \ ide ad all'orzare 
l'aristocrazia nel 1172 colla riforma del patto fondamentale, nel 1297 
colla semita del Consiglio. 

Le due ])arti dell'opera del Giudici che noi vedemmo sino ad ora, e 
che formano un volume di 9i0 pagine, giungono sino alla morte di En- 
rico VII nel 1313, epoca alla quale si limitava il di lui primo concetto; 
ma ora ne fa sperare una terza parte, che ne do\ rà condurre sino a 
Carlo V, ed in (jnella seguiremo le fila della storia politica dell' Italia 
condotte fino al cominciamento della storia moderna , e ne potremo in 
dovinare i modi dei |)rocessi ulteriori. Perchè (piesfo scrittore è un forte 



!2i RASSEGNA DI LIBRI 

(lensatore, che sa ridurre i suoi concetti a lucide sintesi e conseguenti , e 
le dipinge limpidamente ai lettori. Né perchè noi in qualche parte discor- 
diamo dal di lui modo un po' classico di vedere le cause e gli etFetti dei 
rivolgimenti politici e dal giudicare uomini e cose , si vuole inferirne che 
non applaudiamo vivamente ad un lavoro generosissimo ed ardito , che 
con molte idee grandi accenna di voler tracciare vie nuove -per cui con- 
durre la storia d'Italia ad essere molto più dilettevole ed istruttiva a' suoi 
popoli , e noi volentieri lo seguiremo portando giudizio più completo ed 
adeffuato sull'opera compita. 

Gabriei.k Rosa. 



Storia Doci.mentata di Venezia, pi S. Roma.mn. 

Articolo II M). 

Col dogado di Vitale Micliiel I ( an. 1096 ), la storia di Venezia inco- 
mincia a ricevere assai maggior lume pel riverbero , se cosi può dirsi , 
di altre storie europèe , e in ispecie di quelle che ci tramandarono le 
circostanze di quel gran fatto religioso ed umanitario a cui fu dato e si 
dà tuttavia il nome di Crociate. Con una sommaria ma lucida esposizione 
delle cause ad esso predisponenti il signor Romanin dà principio al suo 
secondo volume ( cap. primo del lib. V ) , fino alla deUberata spedizione 
nel sempre memorabile concilio di Clermont. Peccato che a quel gran 
movimento la Repubblica non prendesse allor parte ne principale ne tan- 
ta da lasciare di sé vestigi profondi e durevoh! il che diciamo in quanto 
spetta all'istoria; che in quanto all'agibilità che l'era in que'tempi con- 
cessa , nonostante il lamentato difetto dei cronisti su tal proposito , e la 
negligenza degli storici circa l'attingere alle altre fonti contemporanee 
(p. 9, no. i); non ostanti eziandio le querele dell'Autore contro il Michaud, 
e la sua lodevol cura di spigolare testimonianze fino a qui trascurate ; 
noi teniamo che i Veneziani facessero in tale occasione tutto quello e in- 
sieme sol quello che ad essi era possibile di operare. Che in verità, alle 
imprese di tal natura conviene che soprattutto e validamente contribui- 
scano quegli stati laddove abbonda la popolazione, ed è alla terra e ai 
provecci del vivere soverchia ; non quelli ov'essa è alle industrie propor- 
zionata , e forse ancora manchevole. E dove mai Venezia avrebbe trovato 
quelle fitte schiere che abbisognavano per contrastare alle orde Asiatiche 
ed Egiziane , per cingere ed assaltare le mura di Nicea , di Antiochia e di 

(d) V. Tom. 1 , Par. I , pag. 180 SHgg. 



RASSEGNA HI I.IItlU \'ì'i 

Gerusalomme ? Vediamo infatti que'buoui repubblicani, a malgrado dei 
particolari lor vincoli col greco imperio, non essere linda iirincipio lenii 
a concorrere coi Pisani, coi Genovesi e coi FiamminL:lii , in quanto ris- 
guarda l'eirettuazione di (juel famoso /K/ssar/f/jo , porlainlo sulle loro navi 
armati ed armi , vettovaglie e macchine ossidionali : poi , (juando il se- 
polcro del Redentore fu venuto in potere de'Cristiani e sopra di esso in- 
nalzato il trono del pio Buglione, mossi quasi da irividia della gloria per 
altri acquistata , deliberare in general parlamento una propria e formale 
spedizione , afTidarne il comando al figliuolo stesso del doge, e la spiritual 
direzione al zelantissimo vescovo di Castello. Fu bensì lungo quel viag- 
gio , interrotto da indugii e dubbiezze , e profanato da spargimento di 
sangue fraterno per uno scontro nimichevole avuto coi Pisani : ma lo 
scrittore sincrono di una storia gerosolimitana, Alberto Canonico, consul- 
tato dal signor Romanin . attesta come il termine di esso fu veramente 
la Terrasanta , e non pochi i frutti che se n'ebbero a raccogliere: tra 
i quali l'espugnazione di Caifa , e la maggior sicurezza derivatane al re- 
gno di Baldovino. Tra le fazioni di guerra attenenti a questo periodo 
ducale, e consigliate in ([ualche modo da sentimento di religione, è 
altresì da riporsi il valido ajuto prestato a Matilde , la sì famosa contessa 
di Toscana, nel riacquisto da lei fatto di Ferrara, già prima toltale dal 
germanico imperatore : laonde i Veneziani , secondo che scrive l'Autore , 
ottennero « fin d'allora in quella città privilegi diversi », e , « a quanto 
« pare, tra gli altri c[uello di tenervi un loro consolo o visdomino » 
( pag. 20 ). 

Molto più segnalati , e per varie cagioni, furono gli anni decorsi sotto 
il governo di Ordelafo Falier , creato doge nel 1102. Ben cento vele si 
videro allora addirizzarsi alla volta dell'Asia e della Palestina, contri- 
buendo alla vittoria di laUa , all'acquisto di Sidone , e a tener purgato 
il mare dai pirati. L'Autore accenna ad un di|)loma di re Baldovino II, 
nel ([uale vengono confermate le concessioni ed i privilegi che , per 
siffatti benefizii , erano stati allora largiti alla Repubblica dal suo ante- 
cessore. Mentre però l'armata faceva alla patria procaccio di gloria e di 
commerciali utilità , veniva questa gravemente adlitta da novelle e pub- 
bliche sventure: una terribile inondazione, che tutto allagò l'abitato di 
Venezia, e sommerse interamente l'antica isola di .Malainocco : replicati 
ineendii , che distrussero gran parte delle case, tuttavia di legno, e lino 
a sedici chiese: infine, l'improvviso assalto del re d'Ungheria contro le 
terre della Dalmazia. In tale stato di cose , non s'ebbero i Veneziani altro 
espediente che d'inviare una solenne ambasceria ad Alessio di Costanti- 
nopoli per chiedergli ajuti contro Colomano, e di richiamare di colà i na- 
vigli già per innanzi si)editi a soccorso di (|ueir impero. Intanto l'occi- 
dentale monarca , con miglior fortuna del padre suo , dopo avere unii 
liato I Orgoglio di M.itiMe e costrello il pontefice a cingergli il diadema 



120 RASSEGNA DI LIBRI 

imperiale, tornando, nel 1H6, in Italia per raccogliervi l'eredità della 
i^Tielfa contessa , provò anch' egli il desiderio di visitare Venezia ; e v'ebbe 
quelle stesse accoglienze che già erano state fatte agli altri imperatori; 
e vi sottoscrisse diplomi , dove a noi sembra assai notabile e da potere 
aprir l'adito a controversie non lievi , benché poco per sé profìcue , il 
titolo dato a quella Repubblica colla formola esprim.ente la mansione : in 
regno Venctiarum ( pag. 28 ). Ma gli Ungheri non posavano , e il valoroso 
Faliero , dopo aver menato il trionfo pel racquisto da lui fatto di Zara , 
di Sebenico e di Trau , poneva di nuovo alla vela per sottomettere, come 
pur fece , l'isola d'Arbe. Se non che , venuto di poi a fiero combattimento 
coi nemici, allora tornati all'ossidione di Zara, mentre di se stesso non 
fa masserizia, scagliandosi ove più ferve la mischia e coli' esempio in- 
coraggiando i suoi , gloriosissime ( scrive Andrea Dandolo ) dies suos ter- 
minavit. E veramente, non v'ha gloria maggiore ad un principe, che il 
morire a difesa del popolo da lui governato ; e sebbene , nel caso nostro, 
sembrar possa che Ordelafo meno per la conservazione delle sue terre 
che per l'acquisto delle altrui trovasse allora la morte , è tuttavia da con- 
siderare , che contro a vicini si fieri e già molto possenti , male avrebbe 
jMjtuto mantenersi , senza una frontiera siffatta , la indipendenza del po- 
polo veneziano. Della pala d'oro (paliotto) fatta fabbricare da questo doge 
per l'altare di S. Marco, non abbiamo qui tempo da scrivere ; ma s'egli 
fu quello che die principio, nelle isole Zimole o Gemelle , al famosissimo 
Arsenale di Venezia , ben vorremo esaltarlo dell'aver cosi contribuito alla 
futura « possanza , ricchezza e gloria » della sua patria ; e loderemo an- 
cora il signor Romanin perchè in ciò spenda maggior numero di parole, 
<li quello che intorno ad ojjere meramente sontuose , o anco belle , non 
sia solito di fare. 

Non meno bellicoso del precedente , Domenico Michiel , doge trenta- 
cinquesimo ( an. 1118), benché cominciando il suo governo da una 
tregua fermata col re Stefano II d'Ungheria , volse , a preghiere del pa- 
pa , le sue sollecitudini al cristiano e pericolante regno di Palestina; 
orò (come dicono) nell'adunanza del popolo a persuaderne il soccorso, 
e ottenne che prevalesse in quella il partito più generoso. « Quaranta 
galèe , venlotto gatti o navi rostrate, quattro grandi onerarie », avendo 
per comandante lo stesso doge , salpavano allora dalle venete lagune. 
T particolari del viaggio (comecché memorandi per le prime ostilità 
e.sercitate contro il bizantino imperio , e per una gran vittoria riportata 
sui Saraceni presso Ascalona ) lasciamo a chi scrive l'istoria di quel 
sempre ammirabile potentato : a noi basta additarne la mèta , che fu i) 
porto di Tolemaide , d'onde poi lo stesso Michiel recavasi a Gerusalemme. 
Quivi essendosi risoluto , non per accordo finale tra i collegati ma invece 
per sorte , di fare impresa sopra Tiro , il doge ottenne dal re e da' suoi 
magnati , per l'ajuto da prestarsi , condizioni e concessioni <\i tal fatta , 



RASSKONA 111 i,ii;i;i ii7 

<i che (avvertenza non isfuggita alla perspicacia dell'Autore ) , rneplio di 
« qualunque racconto , dhnno a divedere da un canto le strettezze a 
(( cui erano ridotti i cristiani in Palestina: dall'altro la somma importanza 
« che si metteva nei soccorsi dei Veneziani , ed i vantagi-'i immensi clie 
(( questi sapevano ritrarre dalle loro spedizioni in (juelle parti (p. 43-44; ». 
Tiro (per tacer le vicende dell'assedio, lungamente descritte dal signor 
Romanin) venne alfine espugnata; ma non prima che il virtuoso doge 
avesse fatta una molto segnalata dimostrazione della lealtà e generosità 
sua propria e delle genti da lui capitanate: (juando , cioè, jier essersi 
sparsa voce nel campo che i Veneziani , all'appressarsi delle schiere da- 
mascene e delle ciurme d'Egitto, sarehbersi ritirati alle loro navi , ab- 
bandonando i collegati al furore dei Turchi , egli , il Michiel , fece subito 
( |)ortare al campo, in pegno della sua fedeltà, le vele ed altri attrezzi 
<t della navigazione, accompagnando l'atto magnanimo di parole tanto 
rt gra\i, che fecero cadere ogni sospetto, e vergognare gl'indegni ca- 
« lunniatori » (p. 45). Queste sono le azioni a cui gì' Italiani guardar do- 
vrebbero assiduamente; non a certi bagliori di energia partigiana o 
fugace , che la moda oggi esalta e ripete sino alla nausea ; guardarle , 
diciamo, e vergognarsi perchè sia ad essi sfuggito il tempo di jìoterle 
imitare. Taceremo della tradizione, che forse è favola, della moneta di 
cuojo fatta non battere ma tagliare da esso doge in ([uei giorni , e da 
cambiarsi in metallo dopo il ritorno a Venezia : ma non dubitiamo 
minimamente dei gran profitti che ridondar dovettero ai Veneti da (jucl- 
r impresa, né di una spezie di colonia da essi allora fondata in (luella 
lontana e importante città. Intanto da nuovi e non lievi ])ericoli veniva 
l'eroico Michiel richiamato in Italia , giacché alle molestie degli Un- 
gheri eransi unite anche quelle di Calojanni , im|)eratore allora se- 
dente in Costantinojìoli : onde veggiamo il doiie, nel suo ritorno riiiren- 
dere non solo le perdute città della Dalmazia, ma daie altresì il guasto 
alle ereche isole , e più tardi occu[)are oslilmcnte (|uella di Cefalonia. K 
qui vorremmo che i cronisti della Hepubblica ci avessero più particolai- 
mente dichiarate \v. cagioni di cotesta sua nimistà verso il greco impero, 
dopo una si lunga e tanto ossetpiiosa amicizia, che veste si spesso le ap 
parenze della sudditanza o della subordinazione. Ben sappiamo l:Iì l'IVelti 
straordinarii che all'Europa ridondarono dalle Crociale, dove, dopo (]uel 
gran moto e commistione dei poiioli, tutto ebbe come a rifarsi : pensieri, 
costumi , relazioni politiche, e soprattutto le lingue. Sappiamo altresì, che 
senza la guerra , non Jiiai de|)lorata abbastanza , tra il sacerdozio e l' im- 
perio , che divideva allora i popoli cristiani ; e (|uando pun^ alla insipiente 
e corrottissima corte di Bisanzio avt>sse potuto cssìm- chiaro, come il suo 
vero vantaggio fosse nel farsi, in quel riNok-iint'iilo . coiircilci ala de^li 
occidentali; nò Costantinopoli sarebbe poco di poi Ncnut.i in forza dei 
Latini , nò la Grecia più lardi nella schiavitù dei Turchi . ne (picsli di 



128 UASSEGNA DI LllJHI 

venuti sarebbero , siccome furono per tanti secoli , il terrore degli Eu- 
ropei. I filosofanti del passato secolo , avversi in tutto a quell'età ch'essi 
chiamano dell' ignoranza , ed alle guerre di religione , attribuirono co- 
testi danni alle Crociate medesime ; ma non v'ha ne' di nostri chi non 
vegga quanto quelle diflFuso avrebbero il cristianesimo e affrettato i [pro- 
gressi della civiltà , se le fatali discordie dei cristiani medesimi non le 
avessero o disturbate o rese inefficaci o impedite. Comecchessia, non ci 
è chiaro abbastanza da che cagioni ben sufficienti e occasioni avesse 
origine la formai guerra che vediamo combattersi tra Greci e Veneziani 
al tempo di Domenico Michiel ; il quale avendo , per istanchezza e desi- 
derio di quiete , rinunziato la ducal corona , s' ebbe a successore il suo 
genero Pietro Polani nel 1 130. 

Sembra che gli ottenuti stabilimenti e i possessi forse acquistati oltre- 
mare , avessero nei Veneti suscitata la brama di accrescere la potenza e 
la loro giurisdizione anche nella prossima terra ferma ; secondoché può 
inferirsi dalla politica adottata dal nuovo doge, più intento, per ben di- 
ciotto anni , alle cose germaniche ed italiche, che non a quelle della Pa- 
lestina (cap. terzo). Nella lotta insorta tra Sassoni e Svevi pel trono impe- 
riale , e tra Innocenzo e Anacleto per la tiara, i Veneziani stettero per In- 
nocenzo e per Lotario; col quale ancora e coi Greci, tornando cosi all'an- 
tica devozione, si collegarono a' danni del re di Siciha. Profittando poi, 
come sempre fecero, delle guerre fraterne che fin d'allora erano tra noi 
cominciate, strinsero un patto di accettata dedizione e di reciproca difesa 
cogli abitanti di Fano, allora assaliti da quelli di Ravenna , di Pesaro e di 
Sinigagfia. È questo, a detta dell'Autore, « il primo trattato formale di tale 
« specie con una città italiana », che già venne pubbUcato per intero da 
Pietro-Maria Amiani nelle sue Memorie Isteriche di Fano (1) ; ma noi sa- 
prem grado al sig. Romanin per avercene qui ricordate le molto signifi- 
cative condizioni. Tra queste è da segnalarsi quel sovrano diritto del fare 
la guerra a |:)Osta lor propria ed altrui , che i nostri Comuni sin d'édlora 
si attribuivano ; siccome è chiaro per queste parole : Et quandocunquc 
( promettevano ai Veneziani i Fanesi ) hostem feceritis a Ragusis usque in 
Rnvcnnain , cum una galea armata hominibus in nostro expendio vos adiu- 
vabimus , si galcam habemus. Si autcm galeam non habucrimiis , et galeam 
unam sarciatam nobis dederitis vel in Fano vel in Venecia , armabimus illam 
hominibus et omnibus necessariis nostro expendio, et erit in vestro auxilio et 
scrvitio. Ceterum, si feceritis hostem ab Ancona usque in Ravennani, nostrum 
quoque Comune hostem faciet , et erit in vestro auxilio ( pag. 56, no. 2 ). 
Aggiunge il nostro istorico , che il Comune di Fano prometteva altresì 
<i che i suoi savii si recherebbero al collegio ( ad comune CoUoquium. , 
« secondo l' Amiani ) di Venezia ogni qual volta fossero chiamati, come 

(1) Tomo li, Sommario ce, pag. vii. 



. RASSEGNA l>l I.IIMil 1 1>Ì 

« fanno tutti olì altri tleditizii (fìdclcs), ciu tutto i^iurando di eseguire, 
« salvo ptMÒ seuii)re il serviiiio dovuto al re di Germania ». Coiist'i;uen/.a 
di una talo stipulazione fu la vittoria riportata dai Veneti, condotti dallo 
stesso doi;e, contro gli avversarli di ([uei loro confederati. Lo storico 
Amiani pone seguita questa vittoria nello stesso mese di gennajo Ilio, 
a cui (luel documento appartiene : senza pensare come sia costringere 
in troppo brevi termini la sjìcdizione degli ambasciatori fanesi a N ene- 
zia per chiedere il soccorso, la venuta del doge coi navigli a Fano 
(giacché , secondo il tenore della carta , lo stesso doge trovavasi presente 
a quella stipulazione ) , la guerra combattuta e il riportato trionfo : in- 
fine la solenne conferma , che vuoisi pur falla in Fano medesima , delle 
precedenti convenzioni. Onde pare da credersi che il testo del monu- 
mento rimastoci sia piuttosto quello della prima accomandigia e col- 
leganza , che non l'altro della rinnovata più tardi : di che darebbero 
ancora indizio quelle parole: Cctentm , tam de hac guerra, qiiam et. si 
alio in tempore alia guerra voMs imminuorit , si tic vestris sapientibus ad nos 
miseritis , quemadmodum nos rum nosfris sapientibus concordabimus , sic 
faciemus. Ma passiamo ad altre imprese dei Veneti sotto il reggimento 
del Polani : nel cui tem|)0 ebbe altresì ])rincipio la consuetudine, nata 
imprima da necessità e continuala poi sempre per la gelosia che lulti 
sanno, di assoldare milizie terrestri e capitani egualmente forestieri. 
Con questi furono da loro vinti alla Tomba , e ridotti a chieder pace i 
vicini Padovani ; mentre che le sempre affaccendate galèe della Repub- 
blica si l)ruttavano non raramente di sangue pisano e genovese. A gra- 
vissime strette intanto vedevasi condotto il regno cristiano di Gerusa- 
lemme : la cittJi santa era stata espugnala e icsa dcscita dai Mussulma- 
ni ; e sol dopo l'eccidio di essa, non ostaiili le ]iregliiere del pontefice, 
giungevano in Palestina i sussidii in\i;iti\i da Venezia, e condotti da 
Giovanni Polani , fratello dello stesso doge. L ultimo de'quali dando opera 
a cose di più immediata utilità , faceva libere dai pirati le coste della 
Dalmazia ; e contro i temuti e audacissimi Normanni , stringeva trattati 
novelli e più che mai proficui col bizantino imperatore: se non che, 
mentre Pietro , a requisizione del Conmeno , guidava alla volta della 
Grecia un'armata non poco ragguar(le^()le . la morte pose fine a' suo» 
giorni. Non altro che una continuazione di lai douado saprennno noi 
scorgere in ([uello di Domenico Morosini , che gli lu diilo a suc(es>ure 
nel IliS: stanteché seguita in esso, a condotta di due Polani. la 
guerra già cominciata contro il re di Sicilia : prosegue anco quella . altre 
volte agitala, contro i pirati annidatisi nelle città delllstria, e la re- 
pressione di (|uelli che sbucando dai lidi anconetani solevano molestare 
il Golfo: sol di nuovo trovandosi. Ira i successi del settennio del (piale 
si tratta , una invasione recente degli l ngheri nella Dalmazia , cui sem- 
bra non bastasse a impedire né a ripul>are la qualità che al figlio del 

Ar.t.ii.ST. 1t. . j\iioiii St-'i'ih-. 'IMI. 17 



130 RASSEGNA DI LIBRI 

doge era stata conferita di conto di Zara. Ben è vero che la [)rima di 
quelle fazioni , cioè l'operata contro i Normanni nelle acque di Grecia . 
fu segnalata dalla vittoria di capo Maleo , dalla presa di Corfù e dalla 
rotta dell'armata Normanna , che minacciato aveva Costantinopoli. Onde, 
se ancora a questo periodo vien dato il nome di « glorioso » , ben sap- 
piamo che nei governi elettivi rade volte è concesso ad uomini inetti 
o mediocri II salire al grado supremo ; e in quanto spetta al Morosini , 
molti segni appariscono nel racconto che noi dobbiamo compendiare, 
per cui facilmente altri vorrà dargli lode di politica prudenza , e quella 
eziandio dovutagli pei miglioramenti che da lui diconsi introdotti nella 
civile legislazione. 

Nessuno ignora quanto fosse divenuto diflìcile agl'Italiani il conservare 
le libertà da loro conquistate dopo che fu saUto al trono di Germania 
quel gagliardo spirito di Federigo Hohenstaufen , detto il Barbarossa; che, 
oltre all'innalzamento della sua propria nazione col renderla più concorde 
e compatta , erasi altresì proposto di ridurre a fatto praticabile e non 
contrastato l'imperiale potestà sopra tutti i paesi sui quali il superbo suo 
titolo e i conseguenti diritti si distendevano. In questa cospirazione dei 
nordici contro la nostra mal condotta Penisola , non vediamo in verun 
modo tolta di mira Venezia , la quale anzi ottenne da Federigo la con- 
ferma dei privilegi solita riportarsi dagli altri imperatori : ma non iscor- 
giamo nemmeno che quella potente città e repubblica italiana facesse 
moto di alcuna sorta a sollievo , non che a soccorso, dei frateUi Lombardi, 
in ispecie Milanesi e Cremaschi , combattuti prima lungamente e alfine 
vinti dall'armi straniere. Solamente allora che nella Chiesa altresì nacque 
divisione per la sceUa fatta dai Tedeschi di un antipapa per contrapporlo 
al papa legittimo e fino allora patriofilo Alessandro III , i Veneziani non 
esitarono nel dichiararsi aderenti di quest'ultimo ( cap. quarto ] ; e di qui 
ebbero ancora principio contro di essi le vendette e le offese di Federigo. 
Sia però che costui fiaccamente gli assaUsse o che gl'insulari fortemente 
si difendessero, non seguì loro nocumento alcuno dagli sforzi riuniti dei 
Padovani, Veronesi, Ferraresi e Trivigiani ; e presto ancora vediamo 
dissiparsi la tempesta a'ior danni apparecchiata dal ghibellino patriarca 
di Aquileja, il quale se potè d'improvviso spingersi fino a Grado, presto 
ancora , co' suoi canonici , ne fu discacciato e condotto a Venezia prigio- 
niero. Sedeva allora doge Vitale Michiel II, creato nel 1136; e da quel 
tempo e da quella vittoria ebbe origine la festa popolare la qual fu detta 
del giovedì grasso o della caccia, di cui ci aggrada rinfrescar qui la no- 
tizia colle parole del cronista Martino da Canale , per velarne in tal guisa 
le non molto cortesi allusioni : - Li ieiisdi , apres manger , devant la ca- 
resme , porte Monsignor li Dus corone^ et se met as fenestres de son Palcs: 
et avene lui la nobilites de Venise , et ses iuges , et maint prudomes. Et lors 
vieni en la Place de Monsignor Saint Mare tot li peiiples , et les ihnnes suiit 



RASSEGNA DI l.lHItl 1:51 

OS fcnestrcs dcs paics. Emlcmcnticra quo il mnt vcnus en la Pince, vienent 
pars , ci cliicns aprcs, et li chaseors aveuc iaus : si prcncnt Ics pars In nn 
il s'en vont fuiant , et les conduient tres devant Monsignor li Dits. Et (pumi 
il ont done estai au poro , si vicnt un chaseor la spec mie en sa main , et 
Ircnchc la teste au poro. Et aprcs inencnt Ics autrcs qui ont pris les pors , ri 
Ics conduient devant Monsif/nor li Bus ; et un autre damoisels vicnt, l'espee 
mie cn sa main , et trenchc la teste au porc ; et puis vicnent Ics autres, et 
funt autretel. Et tant i vienent , que apres que il sunt ocis et la chaee re- 
mese , Monsignor li Dus fait doner la char as noblcs liomes et asprudomes 
de Venise (Arch. Stor. Ital., Vili , 576 ). Maggiore impresa però dovè esser 
quella che allora fecesi contro Zara , d'onde gli Ungheri vennero espulsi 
del tutto, e re Stefano III, persuaso a pace tanto sincera , che cede 
pure in matrimonio due principesse della sua stirpe ai conti veneti d'Os- 
sero e d'Arbe. 

Noi vedremo d'ora innanzi oscillar talmente la politica dei Veneziani . 
che il loro esempio ben poteva allegarsi da chi tenne che nel mutare 
appunto delle alleanze consista , in certa guisa , la perfezione della scienza 
dei governi. Dapprima riaccostatisi al greco monarca, e divenuti amici 
del re di Sicilia , dannosi a macchinare con essi l'abbassamento di Fede- 
rigo : e già, secondo l'istoria che abbiamo tra mani, aveva la Repub- 
blica votato il suo erario nell'iniziare e tramare quella gran federazione 
che poi prese il nome di Lega Lombarda ; sendo stata persino costretta 
d' ipotecare per undici anni, e per la somma di \ loO marchi d'argento , la 
rendita del mercato di Rialto : primo esempio d'un prestito contratto « coi 
« più ricchi cittadini , per non aggravare il popolo di nuove imposte » 
( pag. 79). Dopo di che, la lega già prima ordita tra Verona, Vicenza, 
Padova , Treviso e Venezia , entrò a far parte di quella più vasta e si 
famosa che fu giurata in Pontida , e che tanto dovea scemare la material 
forza del re tedesco, e tanto accrescere lo splendore e la moral latenza 
della Chiesa. Quand'ecco il bizantino Manuele , nelle arti della doppiezza 
maestro , scoprirsi improvvisamente nemico ai Veneziani , imprigionan- 
done quanti allora poteron trovarsi nella sua capitale , confiscandone le 
mercatanzie e gli altri averi. Già prima avea cercato lor nuocere favo- 
reggiando Pisani e Genovesi , e movendo lor contro gli stessi pirati An- 
conetani , alcuni de'(iuali trovarono in Venezia il meritato castigo. « A 
« tale notizia (scrive il signor Romanin ) la generale indignazione non 
« conobbe più misura : guerra , guerra gridavasi da ogni parte ; tutti 
(I offrivano danari , sussidii , armi e persone, per la giusta vendetta con- 
« tro quello sleale monarca ». Fu (juesto il tempo in cui si ravvisa isti- 
tuita tra i Veneti la Camera de.qV imprestili , il magistrato degr/H'/i/isi- 
tori sugli averi dei cittadini; e derivata dalla necessità di un prestito 
forzato sopra tutte le parrocchie drlla cillà , la creazione di un banco 
nazionale, « priiiio in Kuropa ». e delle obbligazioni di slato. » con re- 



ì;32 RASSEGNA [)I LIBRI 

" golnri estinzioni siccome al presente « ( pag. 85). Noi non sappiarn(j 
il perchè si studii con zelo non del tutto imparziale l'istoria di qualche 
altra provincia italiana, e si trascuri poi tanto quella di Venezia, dove 
potrebbero trovarsi , non che le primizie , ma i frutti ben maturi , e 
jìrematuri anche spesso, del senno e del valore nazionale. Ma il prestito 
e più Tinquisizione che sopra dicevasi , suscitarono contro il doge quel 
malumore e quelle inimicizie che vennero infine a sfogarsi nel parricidio. 
Salpava già egli da Venezia , con assai potente armata , nel settembre 
del 1171 , e sottometteva cammin facendo Ragusi , ripugnante dal contri- 
buire all'impresa ; già le navi approdavano a Negroponte , e cingevano 
Calcide d'assedio, allorché quivi arrivavano messaggeri del greco impe- 
ratore , recando proposte di pace. Sempremai le trattative di tal genere 
furon arme di molta efficacia nelle mani di un potentato fraudolento, il 
quale non abbia vergogna di usarne. Il povero Michiel commise l'errore 
gravissimo di prestare orecchio a quelle insidiose proposte, mandando 
e rimandando legati a Costantinopoli ; e lasciata così trascorrere la sta- 
gione opportuna ai fatti d'arme , era poi costretto di ripararsi in luogo 
dalla sua méta lontano , a fine di svernarvi. E siccome agli errori suolo 
assai spesso congiungersi la sventura , poi'tó questa ancora , che nell'ar- 
mata afTollatasi in Scio s'introducessero a un tempo stesso l'indisciplina 
e il contagio. Vuoisi che il morbo, oltre alle migliaja di altre vite, 
mietesse allora sin quasi all'ultimo rampollo la nobile stirpe dei Giu- 
stinian. Il doge , siccome sforzato a tornarsi cogli avanzi della spedi- 
zione a Venezia , vi recava puranco la peste: e mentre cerca di giusti- 
ficarsi al popolo tumultuante e di scamparne la furia, trovava, per le 
mani di un Marco Casolo , la morte. Qui trionfa la giustamente celebrata 
prudenza dei veneti maggiorenti , che seppero cavar profitto da un tanto 
scompiglio per afforzare la costituzione dello stato ; a cui vennero allora 
dato tre rmove e solide basi , buona preparazione a quello che poi venne 
a compiersi sul cadere del secolo decimoterzo. Furono queste : lo stabile 
Consiglio composto di quattrocentottanta cittadini ( modello del poste- 
riore Gran Consiglio ) , chiamato a distribuire tutte le magistrature e gli 
uffici della Repubblica , a proporre e discutere le leggi , per poi sotto- 
porle aUa jwpolare sanzione : l'accresciuto numero dei Consiglieri ducali, 
recato allora infino a sei , con togliersi al doge stesso la facoltà di sti- 
pulare trattati di suo privato vantaggio, e insieme con accrescere le 
onorificenze e la [)ompa esterna di quel grado : infine, l'ordinamento del 
metodo da tenersi nella nomina di esso doge , che venne in quei di con- 
fidala a soli undici elettori , salva però sempre l'approvazione del po- 
polo. Il quale, a quest'ultima novità, strepitò ben più forte che alle altre 
non avesse fatto ; e fu quasi per venirsi all'armi ed al sangue : ma la- 
sciò finalmente vincersi alla modeste parole , mal prevedendo , come 
delle moltitudini è solito, le future usurpazioni, e mal conoscendo i 
jnodi di cautelarsene. 



nASSKGNA DI i.iiu;i 133 

" l'rinid doge ad essere eletto, iziusta la nuova forma, [h'I suirragio 
■■ (iculi undici, fu Sebastiano Ziani, uomo piovvido e savio, intelligente e 
. beniiino, edi amplissime ricchezze fornito » (cai), (juinto, 1>- 9'J/- Grande 
fu perciò l'allearezza del popolo, che die insieme a conoscere molto espres- 
samente il desiderio della \y,\c(\ La prima azione di (juesto principe fu la 
iriuslizia es('p;uita contro Idiiiicida (I(>1 suo antecessore ; poi l'ordinata so- 
spensione dei ivìgamenti ai creditori del pubblico; ed anche l'invio di 
novelli ambasciatori per procurare accordi col despota di Costantinopoli. 
Ci passeremo in tutto del problema piuttosto biologico che isterico, di- 
scusso qui dall'Autore , se Enrico Dandolo fosse o no fatto accecare dalla 
superba ferocia di quel monarca ; e diremo invece dell'amicizia rinnovata 
per vent'anni , nel tl7o, col re di Sicilia, perlaquale, oltre al politico 
interesse, venne, chi ben guarda , compiutamente aperto quel regno ai 
commerci dei Veneziani. Ma quello che recar dee maraviglia, si è il ve- 
dere questi ultimi , già promotori e fomentatori della Lega dei Comuni 
lombardi , associarsi alle orde dell'arcivescovo Cristiano (come che la no- 
vella ne suoni negli scritti del Dandolo^ durante l'assedio del c[unle il Bar- 
barossa avea fatto stringere Ancona. Fortuna per questa citth, e per l'ono- 
re stesso dei Veneti , che due valorose donne, una greca, l'altra roma- 
na, poterono liberarla da quel pericolo, prima che la Repubblica adriaca 
avesse vie più a bruttarsi di ([uella infamia, alla quale anche Fanesi e 
Riminesi , secondo ogni probabilità , parteci[)arono. A malgrado però di 
(|uesto riamicamento degli insulari con Federigo, scusabile soltanto per 
la guerra mossa lor contro dal Paleologo, i Lombardi spuntarono da sé 
soli la violenza , e domaron l'orgoglio degli Alemanni , prima coU'osti- 
nata difesa di Alessandria, poi colla felice e celebre battaglia di Legnano. 
Se di questa il signor Romanin si passa leggermente e con molta bre- 
vità, ben ebbe ragione di cosi fare, non e.ssendo\ i per verun modo con- 
corsi né i suoi concittadini, né gli altri popoli dell'unione che dicemmo 
già veneta : e chi bramasse leggerne un'assai splendida descrizione, po- 
trà invece soddisfarsene scorrendo il libro (luinto della recente opera 
con che il buon monaco Tosti ci (>bbe narrate le vicende tutte della Lega 
Lombarda. 

D'allora in poi, vediamo il doge caldamente adoperarsi , insieme coi re 
di Francia e d' Inghilterra , siccome uno dei mediatori della pace deside- 
rata da tutti tra la Germania e l'Italia, tra Federigo e Alessandro. Bello e 
saggiamente condotto è il racconto elie l'Autore fa dei progressi delle trat- 
tative, del cammino tenuto dal pontelìce per condursi lino a Venezia, del 
ricevimento avutovi, delle dillicoltà insorte circa il luogo del suo conve- 
gno coli' imperatore, dell'arrivo di ([uest'ultimo , della sua abiura ed as- 
soluzione : con che venne a sfatare e a ribattere anche tulle le favole a 
cui l'istoria aveva già dato luogo col troppo concedere a volgari ed er- 
ronee tradizioni. Che anzi . ritessendo egli slesso quella narrazione se- 



134 RASSEGNA DI LIBRI 

condoché le tradizioni e la credulità l'avevano falseggiata e corrotta, cosi 
conchiude : « Difficilmente si possono accumulare tante incongruenze . 
« tanti contrassensi, tanti svisamenti e spostamenti cronologici de' fatti , 
« come appariscono nel sovraesposto racconto » fp. ilo). Laonde la cri- 
tica isterica dovrà portargli non lieve obbligazione , comecché nel dibo- 
scare tal selva fosse già stato da altri preceduto (1). Né meno egli si afli'a- 
ticò nel distinguere i veri vantaggi che allora ottennero i Veneziani da 
quelli che si supposero o ad altro tempo debbono riferirsi : e tra i primi 
ricorda le concessioni imperiali ampliate a lor prò dal Barbarossa ; le 
sagre eseguite e le indulgenze concedute dal pontefice, col donato anello 
fors' anche che poi servi pei simbolici sponsah col mare ; il concordato 
da cui fu posto termine alle secolari discordie tra i patriarchi aquileje- 
se e gradense : tra i secondi , o immaginarii , il privilegio di auten- 
ticare con bolla plumbea i brevi ducali , le cerimonie o pompe dell'om- 
brello , de' cerei , delle trombe d'argento , dalle quali il doge facevasi 
in pubblico precedere , e che sono da creder piuttosto contrafTazioni di 
costumanze orientali o romane. Solo egli trova storicamente probabili 
la superba e minacciosa lettera di Federigo ai Veneziani , fautori di 
parte guelfa , e la susseguente battaglia con essi combattuta a Salvore ; 
probabili però solo ne' tempi che precedettero al trionfo italico di Le- 
gnano. Tutto ciò sarebbe sufficientissimo a rendere illustre il dogado 
di Sebastiano Ziani ; ma a lui toccarono pure gli onori del ristabilire 
l'amicizia col greco impero ; di stringere trattati novelli con Pisani , 
Veronesi e Cremonesi ; di effettuare interni miglioramenti , annonarii 
in ispecie ed igienici ; di eriger chiese , selciar piazze, innalzare le fa- 
migerate colonne della piazzetta di S. Marco ; in fine , dopo aver fatto 
làsciti caritativi o devoti , e rammentato con uno di questi a' suoi con- 
sanguinei l'umiltà e la modestia , di darne in sé stesso l'esempio col 
tornarsi a vita privata e religiosa. Non sarà inutile l'avvertire , che in 
questo stesso capitolo ebbe l'Autore allogate le descrizioni della festa 
si celebre che fu detta lo Sposalizio del mare : e dell'altra che a noi 
ricorda le più consuete e frequenti dei paesi adriatici, consistente nella 
visita che dal doge soleva farsi alia chiesa di S. Geminiano. Più però 
importa il sapere che questo principe raccomandò, morendo, a'suoi com- 
patrioti, di premiare i cittadini grandi affinché non trascorressero a vio- 
lenze ; di dar pane alla plebe affinché non trascorresse a tumulti; e di 
aumentare il numero degli elettori del doge per insino a quaranta. 

Orio Mastropiero fu surrogato al vivente Ziani nell'aprile del 1 178. 
Dopo un'occhiata di compassione , piuttosto che d'altro , ai cristiani della 

(l) E sopra tutti, da Angelo Zon , arguto raccoglitore delle Memorie intorno 
alla venuta di pp. Aless. IH in Venezia ec. Vedi Cicogna, Iscrizioni Veneziano, 
Tom, IV , pag 574 e seg. 



RASSEGNA DI I.II'.ni 13?» 

Palestina , ormai da ognuno dimenticati , voli;eva egli l'atten/ione alle 
calaraith dei Latini entro le mura stesse di Costantinopoli , ove le iJiuerre 
intestine per la combattuta successione al trono erano venute a sfogarsi 
in una strage più che bestiale degli abitatori del Corno d'oro , che allora 
tenea le veci di quel che poscia divennero Galata e Pera. Il re di Sicilia, 
Guglielmo il buono , fu primo ad accorrere a difesa e vendetta di (|ue- 
gl' infelici; ma la pietosa opera fu guasta dalla barbarie di (|uei costu- 
mi, onde provennero le atrocità commesse nella espugnazione delle città 
greche , e in ispecie di Tessalonica. I Veneziani , già confederati , come 
altrove si disse , di Guglielmo , erano concorsi a quella spedizione con 
un'armata di ben (juaranta navi : ma essendo salito al trono di Bisanzio 
Isacco Angelo della stirpe de'Comneni , li veggiamo rinnovare con esso 
l'antica amicizia , e non solo riportarne la conferma dei privilegi, insieme 
con l'emenda dei patiti danni , ma stringere eziandio con esso un trat 
tato novello , il quale però , secondo il signor Komanin , mai non fu 
messo ad esecuzione. N'erano le condizioni principali : che la He|)ubblic3 
somministrasse a quell'impero , entro sei mesi dal giorno in che ne fosse 
richiesta , da quaranta insino a cento galèe , compiutamente fabbricate 
a spese del greco erario in Venezia ; che pel fornimento di quei legni . 
potrebbe l'imperatore levare tre uomini sopra ogni (piatirò tra i Veneti 
residenti in Romania, e nella ])roporzione di centoquaranta remiganti 
per ciascuna galèa; che una tal flotta sarebbe comandata da ufliziali 
veneziani ; che questo trattato non derogherebbe alla sussistente concor- 
dia della Repubblica coir imperatore d'Alemagna , né alle convenzioni 
della medesima col re di Sicilia , che durar dovevano per altri sette anni, 
purché da lui non venisse assalito l'impero di Romania : dalle (piali con- 
dizioni ben può argomentarsi quanta fosse fin d'allora la marittima po- 
tenza e la soverchiarne popolazione della nostra Repubblica : quale an- 
cora la versatilità, e le |)iù naturali tendenze della sua politica, (losi 
compostele cose del Levante, volgevasi il doge a sottomettere novella- 
mente Zara, si spesso infedele perchè sempre amoreggiata dal monarca 
ungarese ; né riuscendo all'intento, conchiudeva con questo una tregua, 
fatta ancora necessaria dal debito comune ai cristiani di soccorrere i 
loro fratelli di Palestina. Gerusalemme era caduta in mano dei Saracini; 
l'ottavo Gregorio predicava la pace scambievole e l'unione di tutti contro 
il comune nemico; l'intera Europa pareva commossa a (piel jiericolo . e 
i re di Francia e d'Inghilterra e lo stesso vecchio imperatore Federigo 
prendevano la croce : non potea , dunque . Venezia rimanersi indolente; 
che anzi, fatto appello a tult'i suoi tigli ancorch('' lontani dalla patria, in- 
viava una copiosa armata, sulla cpialc altri Italiani ancora inibarcavan- 
si , e con questi l'arcivescovo di K.iMMui;!. Ma cotesto gran movimento e 
l'espugnazione slessa di Tolemaide, non [)oterono far si die re Lusigna- 
no tornasse ad assidersi nella perduta Gerosolima . la tpiale dovè invece 



130 RASSEGNA DI LI URI 

cambiarsi colla voluttuosa Cipro : laonde i Veneti , veduta cadere a vuoto 
la speranza dell'utile universale della cristianità, attesero, come eran 
soliti , a quello dei loro negozii commerciali. Non poche stipulazioni di 
tal fatta sono qui come adombrate dal signor Romanin , tra cui la 
rinnovata col comune di Ferrara nel 1191; al proposito delle quali 
vuol' egli che si noti « la sollecitudine che mettevano i Veneziani a fare 
« espressamente dichiarare nei loro privilegi , che sicure sarebbero le 
« robe dei naufraghi e di quelli che venissero a morire in terra stra- 
« niera , giacché per le barbare leggi d'allora quelle robe spettavano al 
« signore del luogo » (pag. 134). Dal che vien pure naturalmente con- 
dotto a far memoria di alcuni altri e molto savii provvedimenti legisla- 
tivi di quella Repubblica; de' suoi statuti nautici, preesistiti, come par 
certo, al 1167 ; delle sue collegiali magistrature giudiziarie (molto anti- 
che e preferite in ogni tempo ai pronunziamenti di un unico giudice ), 
come la Quarantia , 1 magistrati del Proprio e del Forcsticr , gli Avogadori 
del Comune : infine dell'» eguaglianza di tutti davanti alla legge, la quale 
» non faceva alcuna distinzione di classi o di stirpi , al contrario di ciò 
« che praticavasi dappertutto altrove , giudicandosi i cittadini quali se- 
« condo la legge franca , quali secondo la longobarda , quali secondo la 
« romana ». Colle quali osservazioni conchiudesi questa parte che si ri- 
ferisce al governo , per verità non molto segnalato, del Mastropiero. 

Apresi l'adito alla novella e grand'epoca della nostra istoria col nome 
celebratissimo di Enrico Dandolo, eletto nel 1193. L'Autore ci dà qui il 
sunto ( lib. VI , cap. primo ) della promissione da lui giurata , « la più 
antica « che si conservi » , ed oggi messa a stampa nella prima serie di 
questo Archivio Storico Italiano (1). In condizioni al certo non buone aveva 
il morto doge lasciato la cosa pubblica ; e il Dandolo, dopo aver cercato 
di ristorarla per via di trattati colle popolazioni vicine e lontane, pose 
altresì l' intento a lavar la macchia della sconfitta poco innanzi toccata 
nella Dalmazia. Farà maravigha , chi non consideri la natura de' popoli 
trafficanti, il veder veleggiare i Pisani a soccorso della ribelle Zara, ma 
più ancora il trovarvi quelli di Brindisi , i quali però , secondo la frase 
del nostro isterico , pagarono ben cara la prestata assistenza. Frattanto il 
sesto Enrico , turbatore e tiranno della meridionale Itaha , aveva con- 
fermato ai Veneziani i soliti privilegi ; e il medesimo poi fece , benché 
a malincuore , quell'Alessio che allora sedeva in Costantinopoli. Ma il 
valore fiammingo e francese ^ mal potendo sopportare le umiliazioni già 
sofferte in Terra Santa-, apparecchiavasi con zelo ardentissimo ad una 
novella crociata ; ed essendosi deliberato che il passaggio si facesse per 
mare , mandavansi per tale effetto , cioè per ottenere un competente 

(1) Appendice aU'Arcli. Stor. Ital. . Voi. IX , pag. 327 ; con nolo illiislralivc 
di A. Sagi'odo o di V. Lazari, 



RASSEGNA DI I.llìl'.l 137 

stuolo di navii;li , ainl)a?<Matori a Venezia. Era Ira questi il maresciallo 
e istorioiirafo Goll'ieclo di \ iilehardouin , la cui narrazione , ingenua 
(|uan(o allettevole, e da tutti fin qui ripetuta, ci dispenserà dal far 
lunghe parole intorno al gran dramma che ormai è per esserci rap- 
presentato. Confortiamo tuttavolta chiunque ama di attingere il vero 
isforico alle primitive sue fonti, di rileggere (luoU'antica esposizione, 
anche i)cr certilicarsi come le importanti deliberazioni fossero in Vene- 
zia allora sottoposte alla sanzione popolare. Furono i risultamenti di co- 
desta ambasceria : che i Veneziani somministrebbero usciere ( spezie di 
navi ) quante occorressero al trasporto di 4,500 cavalieri , di 9,000 scuti- 
feri e di 20.000 pedoni, insieme coi viveri necessarii per un anno; lice- 
verebbero come prezzo marchi d'argento 8.'),000 , al peso di Colonia: 
alla guerra concorrerebbero con 50 galere armate a spese lor proprie , 
e per un anno egualmente mantenute : infine , che tutti gli acquisti i 
quali fosse accaduto di fare , verrebbero per egual parte divisi. Il \)òiia- 
mento della prima rata . stabilita pel di I." agosto 1201 , stava per rom- 
pere un accordo si bello: (]uando al doge, uomo alcerto di forte animo, 
e soprattutto di ricisi partiti , soccorse quello di proporre ai Crociati di 
meritare a se stessi la richiesta dilazione e insieme di procacciarsi i 
modi da soddisfare il lor debito , coli' a juta re i loro alleati nella sottomis- 
sione di Zara : tanto più che il lasciarsi indietro cotesta città nemica 
sarebbe stato, dicevasi , pericoloso all'impresa di Palestina. Molti mor- 
morarono : fremettero al pensiero di mancare al giuramento fatto di com- 
battere contro gl'infedeli: alfine tutti aderirono, e l'ottavo giorno d'ot- 
tobre del 1202, salpava dalle lagune una flotta, di cui l'Adriatico « non 
» avea mai più veduta una più bella né più numerosa » , composta in 
tutto di legni 303 , o salita da i0,000 combattenti. Le prime armi furono 
sperimentate contro i Cristiani di Trieste e di Muggia , e ai IO di no- 
vembre i Crociati già minacciavano le mura di Zara. Né si stettero con- 
tenti al prendere la città, ma poste a sacco le case, ne divisero d'ac- 
cordo la preda, per i)0i venirne tra loro a dissensioni gravissime, mosse 
da gelosia od altre cause non abbastanza note , che però fruttarono batta- 
glie e reciproco spargimento di sangue. Bella è invero la comparsa che fa 
in tal luogo la maestà sacra del pontefice , comandando ai Crociati, sotto 
]iena condegna se mai non fossesi potuto abusarne, di restituire ai Za- 
ralini il mal tolto . e di partirsene i)er la Siria . senza voìf/rrsi ti destnt 
ne fi sinistra : comando di che i mercatanti veneziani facevansi beffe , 
smantellando invece l'occupata città , e al quale i Francesi lodevolmente 
promettevano di sottomettersi. Afa un novello impodiinenlo si frappose 
all'elfetto di cpiel pio loro desiderio. 

Volentieri taceremnif) in (|uesla epitome te piaghe profonde e le dis- 
cordie più che civili del greco impero, se ciò potesse farsi senza de- 
trarre al giudizio <h(> ogt:i ronvien portarr del politico misfatto die allora 

.\rcii,St. Ir. . iViiorn S''ri'-, 1. II. i8 



138 RASSEGNA DI LIBRI 

fu consumato per opera, in ispecie , dei Veneziani. Isacco Angelo, usur- 
patore del trono , n' era stato sbalzato da un altro usurpatore suo fra- 
tello , e languiva in morbosa carcere , insieme con un suo giovane 
figliuolo. Riusci a quest'ultimo di evadere , e andava aggirandosi per le 
corti di Europa, a fine di trovare amici che lo aiutassero a rimetter 
suo padre sul soglio , e assicurarne a sé medesimo la successione. Era 
costui cognato del re di Germania , per il che gli fu facile il disporlo 
in suo favore ; e giunse finalmente a Zara , accompagnatovi dagli amba- 
sciatori di quel principe. Prometteva il profugo di promovere con tutti 
i suoi sforzi il riacquisto di Gerusalemme ; prometteva persino di rinun- 
ziare allo scisma , e sottomettere , come già un di , la greca alla chiesa 
romana. I Veneziani, benché d'amicizia congiunti col sedente imperatore, 
ascoltavano quelle proposte , e si adoperavano affinchè venissero accolte 
ancora dai Francesi , allettati , com'è da credere , particolarmente dalla 
singolarità stessa della impresa. Dicemmo che questa fu già descritta da 
molti , né qui ci giova o fa d'uopo partitamente raccontarla. Movevano 
per tale intento i crocesegnati a di 7 d'aprile , e ricevuti come liberatori 
a Corfù , Durazzo, Andro e Negroponte , toccavan fondo all'ingresso del 
Bosforo, nel porto di Santo Stefano, il 2.3." di giugno del 1203. Fu la 
prima delle loro azioni il saccheggio di Calcedonia, e l'aver posto gli 
accampamenti nel bel mezzo dei giardini imperiali. Chiedendo il regnante 
Alessio spiegazione di un tal contegno , n'ebbe in risposta : rendesse al 
fratello e al nipote la corona , ed avrebbe un sicuro asilo dove passare 
il rimanente della sua vita. Dopo ciò, ebbe principio il combattimento, 
durato ben cinque giorni ; nel quale , alcerto , Veneziani e Francesi , e 
il prode condottiero dei primi , fecero prove mirabili di valore ; ma che 
fini , senza vittoria intera o terminativa , per la fuga vilissima del vec- 
chio Alessio, e la liberazione e la novella esaltazione d'Isacco. Con che 
il principale oggetto della guerra essendosi conseguito , ben potevano i 
nostri campioni seguitare il lor corso , come il pontefice instava, alla 
volta di Palestina : ma ben più della croce stavano ad essi a cuore i premi 
sperati delle sofferte fatiche e , comecchessia , convenuti. Se non che a 
principe rimesso in trono dal popolo, troppo era impossibile l'attener 
patti che tanto gravemente offendevano e gì' interessi e l'orgoglio e fin 
le credenze religiose di esso popolo : laonde l'imperatore, pagando di pro- 
messe , di temporeggiamenti e preghiere , e contraendo anche maggiori 
debiti verso i Franchi che si erano formalmente messi al suo soldo, men- 
tre questi dimorano in Costantinopoli , scoppiò nei fatti esterni l'odio lun- 
gamente represso, e che nuove cagioni ogni dì fomentavano, frale genti 
greche e latine. Da quei fatti ci passeremo per le ragioni già dette : sol 
qui volendosi osservare, che i benefìzii di tal sorta quali furono i resi 
in allora dagli occidentali ai Bisantini, furono sempre e sempre saranno 
rimeritati di quell'odio ch'essi naturalmente producono; e che un tale 



RASSEGNA IM l.IIUU l.'iO 

odio fu sempre e sempre verrà punito. doNOcliè n'jibhiaii la forza, dai 
supposti benefattori siccome una vera e superlati\a iriiiralitudine. Gio- 
va altresì por mente, come i crocesegnati divisero allora tra se la greca 
monarchia, prima di averne compiuta con l'armi la conquista: esempio 
che molto a proposito potrebbe allegarsi da chi s'avvisasse poter giusti- 
ficare scusare la divisione fattasi , dopo cincjue .secoli e mezzo, dell'infe- 
lice Polonia. Alfine Cnstantinojìoli venne assalita nel di nono d'aprile 1 204) 
e nel dodicesimo espugnata. Lasciamo qui parlare l'odierno istorico della 
veneziana Repubblica: « L'umanità arrossisce, l'animo rifugge dal nar 
« rare gli orrori commessi : erano a punirsi i soprusi fatti ai mercanti ai 
" tempi dell'usurpatore Alessio e le recenti violenze : erano odio di reli- 
« gione , rozzezza di costumi , avidità di preda, che concorrevano a spin- 
« gere i Crociati alla più tremenda ferocia. Periva gran parte della città 
« nell'incendio; il resto era preda del sacco , delle profanazioni, degl'in- 
« sulti , delle violenze d'una sfrenata soldatesca. Perivano gli oggetti 
(( d'arte, fondevansi le statue di metallo , S(|uarciavansi i quadri : soli i 
« Veneziani , che animo più gentile avevano , pensarono di salvare (|uei 
« mirabili lavori dell'umano ingegno , jier trasportarli poi a Venezia ; 
« come fecero dei quattro famosi cavalli che collocarono sulla facciata 
« della loro grande basilica , di molte colonne , di molte gioje e pietre 
a preziose , con cui ornarono la pala d'oro ed il tesoro di S. Marco » 
( pag. 178 ). Cosi acquistata o disfatta piuttosto la città , e rotto l'imperio, 
fu messo in consulta chi sopra quello avesse a signoreggiare : dove fa di 
sé mostra uno degli uomini più benemeriti della veneta indipendenza , 
Pantaleone Barbo, il quale, con la sua fermezza e con validi argomenti, 
riusci ad impedir l'elevazione , da molti promossa , di Enrico Dandolo. 
Sarebbe j)roblema anc'oggi non indegno di esercitare la speculazione dei 
teorizzanti politici il ricercare quali effetti ridondati sarebbero a Vene- 
zia , e quah alla Grecia ed alle orientali provincie d'Italia, se il veneto 
doge fosse venuto ad assidersi sul trono di Costantino : a noi, senza aver 
troppo aguzzato intorno a ciò le scarse forze del nostro intelletto , sem- 
bra tuttavia fuor di dubbio, che la futura regina dell'Adriatico mutata 
sarebbesi in ancella della superba Bisanzio ; che gravi e pericolose guerre 
ne sarebbero procedute coi re Normanni e fors' anche coi Cesari di Ger- 
mania ; e che, tuttavolta, lo scettro di Grecia non sarebbesi continuato 
nelle mani dei Latini, perché né anco gl'Italici , come né i Gallo-Belgi 
non l'ebbero, non avean nerbo di popolo né di milizie, in ispecie ter- 
restri , da render compiuta la conquista , e ritemprare e tener unite 
quelle genti , fiere pur troppo ed indocili , benché da mal governo cor- 
rotte e invilite. Comecchessia , gli acquisti territoriali allora fatti nella 
Grecia, nocquero , se non al jjotere , certo alla libertà di Venezia, av- 
vezzando le ricche famiglie di essa al possedimento delle terre infeudate: 
per il che la mistura democratica andar doveva |)iù serhpre scemando, 



110 RASSEGNA DI LIBRI 

(•(»mp poi del lutto scomparve. Il signor Ronianin potè darci . ])er primo, 
il non breve elenco delle isole e terre già costituenti una quarta parte e 
mezzo dell'impero di Romania, toccate in parte ai Veneziani ( secondo 
che pur venne aggiunto agli altri titoli del doge ) , e date dalla Repub- 
blica in governo a'suoi cittadini; le quali, tutte insieme , formavano « una 
« linea non interrotta di porti da Costantinopoli sino a Venezia ». A 
queste è da aggiungersi Candia , ch'essi a quei di comprarono dal mar- 
chese di Monferrato , colonizzata ( com' oggi direbbesi ) con genti spedite 
dalla madrepatria, e con ordini artiticiati oltremodo e speciosi: i quali 
tuttavia non bastarono ad impedire le sue frequenti ribellioni , come 
più innanzi verrà il caso di rammentare. Taceremo dell'assetto allora 
dato che si studiò di dare all'impero non mai interamente sottomesso, 
e della sconfìtta che i conquistatori ebbero a patire dai Bulgari : al dolor 
della quale si attribuisce la morte del Dandolo, comecché nonagenario, 
.avvenuta il 14 giugno del 1205. Alla storia delle arti italiane può tornar 
utile il sapersi che il successore di questo doge fece erigere la cappella 
da lui votata a San Niccolò, « e dipingervi sulle pareti i fatti principali 
» di questa guerra w : poiché, quanto all'istoria propria, perite essendo 
coleste pitture , di verun peso sarebbero gli argomenti che altri volesse 
trarre da quelle che ivi furono rinnovate nel secolo decimosesto. 

A un doge eminentemente guerriero fu sostituito un uomo di prudenza 
e memoria, di virtù religiose e civili ornatissimo ; Pietro figUuolo di quel 
Sebastiano Ziani , che governato aveva lodevolmente dal 1172 al 11 78 
( cap. secondo). Questi avrebbe, per la sua mite natura, mantenuta 
senza meno la pace , ove fosse stato possibile il farlo : ma la violenza 
esercitata contro Costantinopoli portò, tra gli amari suoi frutti, anche 
r implacabile nimicizia che fin d'allora si accese tra la nostra Repubblica 
e i Genovesi. Ruppe contro a quella , nei mari di Grecia , la prima lancia 
il pirata Leone Vetranio , prontamente bensì punito della sua audacia: 
ma i migliori successi del maltese Enrico Pescatore, sostenuto anch'esso 
dalle forze di Genova, resero necessaria la spedizione di una flotta, a pro- 
teggere soprattutto il minacciato possesso di Candia. Né i naturali stessi 
di quest'isola perdevano di mira il proposito di liberarsi dal veneto gio- 
go ; e il candiotto Agiostefani , dopo avere occasionato scandalose gare 
ed usurpazioni tra i feudatarii di Venezia , era altresì cagione a quest'ul- 
tima di novelle fatiche militari , ma insieme di una ben saggia riforma : 
cioè, che i duchi investiti di Candia, i quali dapprima si creavano a vita, 
venissero regolarmente scambiati in ciascun anno. Ma il conte Alaman 
genovese avendo messa in mare una nave di smisurata grandezza , e 
questa , co' suoi secento combattenti e altri legni, venendo espugnata dai 
Veneziani , fu la rivale Repubblica per allora costretta a chieder pace. 
Questa cessazione dalle offese , insieme coi trattati già conchiusi col pa- 
triarca d'A{|uilèja e co' Padovani , e colla conferma dei privilegi ripor- 



RASSIXNA 01 l.lliin 1 il 

lata dal quarto Ottone, doverono confortar grandemente il Imoii (juiii- : 
a cui, d'altra parte, recar dovette affanno t;ravi^^<ilIlo il pericolo c-lie 
allora si corse di guerra più casalinga e terrestre coi Ti-ivigiani e Pa- 
dovani , a cagione di una festa o giostra malaugurata , celebratasi non 
senza risse e reciproche ingiurie in Treviso. Ricomposta però, con onore 
della Repubblica e non senza generosità dal suo canto , una tale discor- 
dia , e rinnovatasi laniicizia coll'impero germanico, governato in allora 
dal secondo Federigo, altri avvenimenti rivocavano a sé lattenziono 
dei reggitori de' popoli : una Ioga novella delle città lombarde contro 
l'imperatore , alla quale non vediamo che prendessero parte i Veneziani: 
e un novello disegno di crociata contro i Mussulmani , ormai radicati e 
prevalenti nella Palestina. Da questa pietosa disposizione trasse Venezia 
il maggior prò che mai potuto avesse desiderare ; perocché sendo quella 
entrata nell'animo del re Andrea terzo d'Ungheria, e volendo questi ot- 
tenere dalla Repubblica il navile necessario pel trasporto delle sue genti, 
non dubitò di farle cessione formale di lutti i suoi diritti e di ogni sua 
pretensione sopra Zara e sopra tutte le sue pertinenze. Ma dieci anni 
più tardi (circa 1226), l'ambizione di avere stati nell'Asia avendo in- 
vaso il cuore dello stesso Federigo , la Repubblica facea sembianti di as- 
secondare ({uel nuovo zelo col semplicemente astenersi da c[uelle cose 
che potean essergli d'ostacolo : laonde ordinava che ninno de'suoi citta- 
dini tornasse per mare dalla Siria , né dalla patria vi si recasse ; « non 
« si portassero ferro, legna e altre merci |)roibite in Alessandria od in 
« Egitto , né colà si comprassero merci ». Questo decreto parrà forse 
strano e in certa guisa contradditorio a chi legga come i Veneti avevano 
stipulato accordi comnìerciali finanche col soldano Aladino di Rumili , 
non che con tutti o quasi tutti (juei greci principi che tuttora difendeva- 
no rivendicato avevano le greche terre minacciate ovvero invase dai 
Latini. Il qual procedere è dall'Autor nostro qualificato come diligenza 
nel conservare i possedimenti termti nella Grecia , e scusato con queste 
parole: « A chi più si addentra nella ragione dei fatti , non può sfug- 
f( gire la considerazione , che a sostenere l'impero di Costantinopoli ri- 
« chiedevansi forze non soltanto marittime ma si anche terrestri, e che 
« la Repubblica, non appoggiata dai resto d'Europa, non erada tanto: 
« quindi ella pensò di provvedere alla meglio a'casi suoi, non lasciando 
" però di dare all'uopo cioè nell'imminente rovina di quell'esterna do- 
« minazione ([uei soccorsi che per lei si potevano » , pag. 208 \ E noi 
concediamo (|ui facilmente , che spiriti più guerreschi nel doge o voglie 
più intense di guerra nella popolazione di Venezia, avrebbero, nella so- 
vraes]>osta condizione delle cose, indebolito irreparabilmente le basi di 
quello stato in Italia , senza per nulla giovare al regno di Palestina , e 
senza fortilicare in vcrun modo la signoria degli occidentali in Bisanzio . 
esponendo fors'ancli(> la (un'eia ad ossero più pro'^lo preda , come p(ìi 



142 RASSEGNA DI LIBRI 

fu, delle turchesche irruzioni. Onde, considerando all'indole e ai fatti di 
Pietro Ziani , proviamo anche noi ripugnanza di riferire al suo tempo 
la famosa proposta fattasi di trasportar la sede della Repubblica in Co- 
stantinopoli ; tanto più che i cronisti fanno lui stesso autore di quell'im- 
provvido consiglio, e contradditore un Angelo Falier : ma come che il fatto 
passasse, non volendosi qui ripetere gli argomenti che si dicono addotti 
prò e centra a quel partito e leggonsi compendiati dal signor Romanin , 
conchiuderemo che se fu il vero che la cosa restasse per un sol voto, 
ben ebbero i posteri ragion di chiamarlo il roto della Provvidenza. Il doge 
Ziani segui sino agli estremi suo stile , rinfrescando trattati o stringen- 
done de' nuovi con Bologna , Osimo , Recanati ed Umana ; beneficando pii 
luoghi col suo testamento , e ritraendosi dal governo per morirsene tran- 
quillamente nelle paterne sue case. 

Dovè soltanto alla sorte la preferenza ottenuta sul suo competitore 
quel Jacopo Tiepolo che fu proclamato doge ai primi di marzo 1229, 
poiché il numero degli elettori allora di soli quaranta , nessun altro modo 
offeriva per risolvere l'incertezza che fosse potuta nascere dalla parità 
dei suffragi (cap. terzo). 11 nostro isterico riporta il proemio e fa un' epi- 
tome diligente di tutti gli articoli della promissione dal Tiepolo giurata ; 
tra i quali ci sembra questo il più notabile : che « quando i sei consi- 
c( glieri del Consiglio minore fossero d'accordo colla maggior parte del 
e gran Consiglio perch'egli avesse a rinunziare , si avrebbe a farlo 
" senza opposizione » ; il che rendeva come infondata e precaria cotesta 
dignità, sottoponendola alle voglie di quegli stessi che l'avevano confe- 
rita , e oltrepassa per la sua gravità ogni consimile disposizione imma- 
ginata , come freno dei regnanti , nelle moderne carte costituzionaU. La 
prima cura, e non poco travaghosa, del novello principe fu il provvedere 
ai pericoli di Candia , che i Veneziani voluto avrebbero pacatamente e 
sicuramente possedere : al che però facevano ostacolo le seduzioni e il 
calore de' vicini Greci, siccome più tardi il desiderio d'indipendenza su- 
scitatosi in quei medesimi coloni. Acquetati alla meglio , e più con la be- 
nignità che con Tarmi, i movimenti di quell'isola, convenne rivolgere 
il navale sforzo al conservamento della latina dominazione sulla Grecia, 
allora associata a quella di Gerusalemme per la reggenza del forte ve- 
ghardo Giovanni di Brienne : ma né il costui valore né le vittorie ripor- 
tate col concorso dei Veneziani valsero tanto o (juanto a raffermarla 
contro i continui e concordi assalti degl'indigeni; che anzi si stimò ne- 
cessario il proclamare per tale effetto una novella crociata. Fu pur quello, 
a un bel circa , il tempo che vide profanarsi la corona di spine del Re- 
dentore , dai Francesi ceduta e accettata in pegno per la somma di 
14,000 iperperi dai veneti mercanti, che come tale la custodirono in 
Italia , finché ricomprata dal nono Luigi di Francia , non venne trasfe- 
lita M Parigi. Molti frattanto erano i vantaggi d'oeni maniera che i Ve- 



«ASSEGNA 1)1 I.lHlil 143 

lieti veniali ricavando da codesta ationia dediie regni fondati dai Franchi 
nell'Oriente ; e nel \2.'.Vì avevano alinosi accolto nella loro città e splendi- 
damente ospitato il secondo Federigo , comecché avverso agli occupatori 
di Palestina e di Bisanzio, e per più so(xn\ implacabile verso la nuova lega 
dei Lombardi. Nessuno vorrà domandarci se il tedesco imperatore com- 
mendasse in quei giorni la bellezza dei luoghi e i politici ordinamenti 
della nostra Repubblica ; perocché (]uesto appunto delle lodi ad essa date 
dai principi che la visitavano , é uno dei ritornelli che fanno più spesso 
udirsi , chi presti orecchio a' suoi molti e monotoni panegiristi. Dicesi 
a tal proposito, che « interrogato di ciò che ivi trovasse di più amniira- 
« bile , rispondesse : che ogni cosa eragli piaciuta . ma soprattutto sti- 
« mava la fede e l'unione ch'egli scorgeva in tutta la città dal massimo 
« all'infimo suo cittadino n (pag. 224). Ricominciandosi poi non solo , ma 
imperversando la guerra dello Svevo contro gl'Italici, scorgiamo i Ve- 
neziani , lodevolmente inclinati a prò dei loro connazionali . ajutare al- 
tresì con indiretti modi alle difese di Treviso e di Padova: non essendo 
a loro possibile né il sostener si dappresso la crescente potenza del for- 
midato Eccelino , né il contrastare senz'appoggio di terra e senza eserciti 
da campo, alla ferocia e alle schiere di costui. Ma seguita la rotta dei 
nostri a Cortenuova (an. 1237), e la morte di Pietro Tiepolo ^un tiglio 
assai generoso del doite , e podestà dei Milanesi > , veggiamo altresi Vene- 
zia, con magnanimo consiglio , segnar col pontefice un trattato , mediante 
il quale obbligavasi a fornire navigli, e persino fanti e cavalieri in buon 
numero, collo scopo di recare le offese contro Federigo nella Sicilia. Ed 
ecco suscitarsi un turbinio di nimistà e di guerre, contro le quali chi 
sa quanto avranno esclamalo i pusillanimi e i bene addanajati di quel 
tempo: ma che pur fu principio a quel si necessario distendersi che la 
Repubblica potè fare nella connaturale e prossima terra ferma. Infesta- 
vano gli Anconetani l'Adriatico : ribellavansi Pola e Zara ; i Pisani spe- 
divano le loro galèe in appoggio del germanico oppressore: Faenza, Tre- 
viso, Ravenna avean d'uopo qual di palliati soccorsi, (piale di ajìerta 
protezione contro i satelliti e le masnade di costui : a tutto i Veneziani 
bastavano, gastigando pirati, sottomettendo ribelli , sperperando l'ar- 
mata dei Ghibellini di Toscana, assistendo coi consigli ed altri ajuti le 
resistenti città. .Ma il fatto capitalissimo di ([uesto dogado fu certamente 
l'assedio e l'espugnazione di Ferrara. Era questa città posseduta in no- 
me dell' impero dal rinomato Salinguerra Torelli , che avea forse fatti 
sospendere o poneva comechessia a repentaglio i privilegi ottenuti dai 
Veneti in quella città : onde fpiesti doveron essere tanto jiiù proclivi 
a .secondare il pontefice, che li eccitava a congiungere le loro S(|uadre 
con (|uelle del marchese d'Este e degli altri collegati Gufili . i (piali si 
recavano ad investirla. Ma troppa era l'astuzia militare del \ec(liio Sa- 
liiii:uerra , e a rcMidt'r vani gli stralagemnji da lui messi in opera, richie- 



144 RASSEGNA DI LIBIU 

devasi da Venezia « una flottiglia atta a stringere la città dalla parte del 
(( fiume ». Racconta il Caroldo , non però il Canale , gii sforzi di elo- 
quenza allora fatti dal Tiepolo nel persuadere a' suoi governati di voler 
concedere questo nuovo soccorso ; il quale fu , secondo il signor Roma- 
nin, di dodici barconi e di sei navigli leggieri, capitanati dallo stesso 
doge. TI mentovato Da Canale , che merita di esser letto in ciò ch'egli 
scrive sulle circostanze e gli accidenti diversi di quell'assedio , afì'erma 
che il doge, uomo avvezzo alle vittorie (1), appena giunto a Ferrara e 
dopo avere considerato alquanto esso luogo , « dicesse al Legato ed a 
« quelli che erano intorno a lui : - Signori , questa cittade , prenderò 
« io di leggieri » ; - né diverso dalla speranza fu il fatto , perchè Salin- 
guerra non molto appresso fu costretto a capitolare , e andò a finire 
in cortese prigione i suoi giorni nella stessa Venezia. Tra le gagliarde 
azioni di questo periodo può noverarsi la spedizione di uno stuolo di 
galèe verso la Puglia , senz'altro effetto però che di devastare e spogliare 
alcune terre del nemico imperatore; tra le forti insieme e prudenti, la 
colonia spedita a Zara già sottomessa ; l'amicizia fermata con Bela re 
d'Ungheria ; la sicurezza procacciata ai possedimenti della Dalmazia , me- 
diante l'elezione di più fedeli e valenti governatori. Ma qui cade in ac- 
concio l'osservare che questi governatori e custodi novelli , i conti di Ve- 
glia e d'Ossero , furono due figliuoli del doge medesimo : con che veniva 
ad eludersi uno dei patti più espressi della promissione ducale, col quale 
egli obbligavasi di non permettere a'suoi figli di accettare alcun reggi- 
mento fuori di Venezia ( pag. 216). Un'altra gloria però potè questo prin- 
cipe acquistarsi colla raccolta delle leggi da lui promòssa , e allora pro- 
mulgata col nome di Statuto. Non possiamo seguitar qui le vestigie 
dell'Autore in quanto all'analisi ch'egli fa ( pag. 237-241 ) dei cinque libri 
di una tale raccolta ( che non fu nulladimeno la prima che in Venezia si 
facesse ) , per non condurci in soverchia lunghezza ; e ne ancora ci ar- 
resteremo , per quanto e importante e curiosa ne sia la materia , sugli 
Statuti marittimi ordinati dallo stesso Tiepolo, con accrescere il Capitolare 
nautico già promulgato da Pietro Ziani : contenti al lodare la diligenza 
usata dal signor Romanin nell'averci dato di cose tali una competentis- 
sima informazione (pag. 241-244) , che perciò vogliamo raccomandata ai 
leggitori. A questo dogado si riferisce altresì l'istituzione di quattro no- 
velli magistrati; vale a dire i Correttori della promissione ducale, gV In- 
quisitori sopra il doge defunto ( rinnovazione di un bel trovato degli an- 
tichi Egiziani ), il Magistrato del petizion , i Cinque alla pace : si riferiscono 
alcune novelle convenzioni e amicizie colle città d'Itaha, coi principi 
della Grecia , dell'Asia e dell'Affrica ; tra i quali nomineremo i soldani 

fi) Si vedano i cap. 89 a 96 della Chronique des Venkiens de Mnislrc Marlin 
eia Canal, in Archivio Storico Italiano, Vili, .372-382. 



HASSK(iNA DI Llllltl H5 

(l'AI('|)[)0 e d'Etiillo. Avulo, perciò, riguardo alla gran nominanza (.lic 
dovè suonare in ogni luogo di una tanto operosa e assciuiala Hepul) 
blica, non esitiamo a creder (iiicllo che a tal proposito dice il nostro 
isterico; che, cioè, si reputasse a (jue' giorni come un vanto il poter dirsi 
veneziano. Jacopo Tiepolo imitò l'esempio di quasi tutti i migliori che lo 
avevano preceduto , deponendo la sua dignità , i)er attendere nelle sue 
case alle opere di pietà e di religiosa munificenza. 

Fu breve il governo , ma non senza politica importanza , del succe> 
sore di lui Marino Morosini ( cap. quarto, an. 1249). Notasi che nella 
impostagli promissione, avendosi a mente come l'ultimo doge non si fosse 
astenuto dal procurare l'innalzamento de'suoi figliuoli , fu ribadito e forse 
am|)liato il cai)itolo col (juale statuivasi « che i dogi non domanderebbero 
« né farebbero domandare ulTici per alcuno, né accetterebbero alcun go- 
(I verno fuori della veneta giurisdizione, né in Istria; né aspirerebbero a 
e conseguire maggior potere ed autorità di (juanta era loro per le leggi 
" conceduta » ( pag. 250 ). Teneva allora a sé volti gli sguardi dell'Eu 
ropa la guerra novamente recata in Palestina dal re Luigi di Francia 
(il Santo), a cui vuoisi che i Veneti partecipassero con sei navi onerarie 
cariche di vettovaglia, con un militare presidio e molti crocesegnati: ma 
non vedesi che venisse da lor fatta alcuna dimostrazione dopo la prigionia 
e l'infelice ritorno di (|uel re: come nemmeno che s' intromettessero va- 
lidamente nelle rivolture che allora seguirono |)er la morte di Federigo, 
soprattutto nel regno di Napoli e nella Germania : dal che possiamo desu 
mere e il concetto da farci intorno alle inclinazioni di questo doge, e 
ipiello della popolare opinione nel tempo ch'egli ebbe a reggere la Re- 
pubblica. Un alto di maggior vigore notasi bensi praticato in (juci giorni 
contro le pretensioni della romana curia, la quale volendo introdurre 
in Venezia il tribunale vero e proprio delia Inquisizione, mtn le fu mai 
con.sentito; convenendosi, dopo lunghe pratiche, di accettare soltanto 
un in(|uisitore , assistito però sempre da tre incaricati del doge, deili 
Savii aWeresia, a fine d'impedir gli abusi d'ogni maniera e di tutelan» 
i sudditi , « conciliando (cosi l'Autore il mantenimento della imritii della 
' « fede colla sicurezza personale e coi diritti <1(>1 principato » (pag. 2oi,. 
Ben altro per assai titoli ne apparisce il ri'ggimento e il periodo islo 
rico relativo a Ranieri Zeno, che cominciò a seder doge nel \ì'-')'\. non 
senza una molto sostanziale innovazione recata nel niodo di approvare 
la nomina fatta dagli elettori , e molto più restrittiva degli antichi tliritli 
po[)olaii. il cronista Da Canale descrive gli spettacoli e le giostre festive 
che in quella occasione si celebrarono: ma noi , passando a fatti di mag- 
gior rilievo, domanderemo se re[)Ugnanza o contraddizione vi fosse ve- 
laniciitc tra la proclività mostrala dai Veneziani \erso il ghibellino Man- 
frrdi dominatore di Puglia e Sicilia, col (piale lecero o rinnovarono 
Iratliili : e il loro entrare a parte, con molla solciniilà e iii.--tandoiii' il 
Aiì(:i[..St. Ir. . Nimin Si-rif, 'I. 11. mj 



146 «ASSEGNA DI LIBRI 

pontefice, della crociata ordinata contro il tiranno efferatissimo che fatto 
crasi capo di parte imperiale nella Lombardia. Sempre mai gl'interessi 
che risguardano l'integrità e la sicurezza territoriale, seppero far tacere le 
simpatie e le passioni stesse di setta : a ciò conviene por mente nel giu- 
dicare la storia de' popoli; ed è qui pure da considerarsi , che la tiran- 
nide dei Da Romano non traeva sue forze dal re Pugliese , ma era come 
d'arbitrio esercitata, tanto più per essere allora vacante l'imperio: laonde 
non vedesi che Manfredi movesse in verun modo a soccorso di quegli 
atroci e odiatissimi fratelli. Il signor Romanin descrive con bastante 
larghezza i casi diversi di quella guerra , la quale fini colla morte diEc- 
celino e con quella di Alberigo, non mighore di lui: l'ultima delle quali 
sarebbe vie più riuscita esemplare ai tormentatori dei popoli , senza la 
disumana carnificina della moglie , delle figliuole e d'altri innocenti della 
costui famiglia. 

Cosi rassicurate le cose d'Italia , accende vasi in Levante tra Veneti 
ed altri Italiani una discordia novella e assai grave , che fu principio se 
non alle gelosie ed alle lievi e continue ingiurie, si piuttosto alla guerra 
che durò poi lunghissima , quanto feroce ed irreparabile , tra le due so- 
relle Repubbliche. Vuoisi che la prima scintilla di si gran fuoco fosse la 
controversia concernente al possesso di una chiesa , posta nella città di 
Acri , sotto il titolo di San Saba : ma certo è bene che a ciò aggiungen- 
dosi una rissa tra privati e il sospetto di un legno che i Veneziani di- 
cevan predato dai Genovesi , questi ultimi assalsero le navi e persino le 
case dei loro avversarli , commettendovi omicidii , depredazioni ed in- 
cendii. Fecesi di ciò querela al governo stesso di Genova , e non otte- 
nendosi riparazione , venne spedito , con numero opportuno di navigli 
Lorenzo Tiepolo alla volta di Tolemaide. E siccome le passioni malefiche 
sono altresì contagiose , « coi Veneziani erano i Pisani , i Provenzali , 
(« i Marsigliesi ; i Genovesi erano sostenuti dal duca Fihppo di Monfort 
« signore di Tiro, dai re di Gerusalemme e di Armenia » ( pag. 263). 
U Tiepolo riusci nella gara vincitore: pose anch'egli in opera il fuoco 
e la crudeltà ; e il trionfo dei Veneti fu compiuto colla espugnazione del 
castello di Mongioja nel 1230. Lungo sarebbe il dire i successi varii di 
([uesta guerra, che d'allora in poi potè dirsi allargata per tutti i mari 
già sohti a solcarsi da prore italiane : e però ci stringeremo a quel solo 
che poi sopravvenne nell'anzidetta città della Siria. Dopo una tregua do- 
mandata per necessità dai Genovesi e a stento ottenuta , dopo i rinforzi 
richiesti e già inviati da Genova , e una spedizione novella fattasi da 
Venezia sotto la guida di un Zeno e di un Falier ; aveva luogo , non 
lungi dal porto stesso di Acri, a di 24 giugno del 1258, una terribile e 
per quei tempi gigantesca battaglia , in cui dal canto solo dei Veneziani 
stavano trenta taride , trentanove galèe ed altri legni. La fortuna fu di 
nuovo favorevole a questi ultimi : onde (per concludere colle parole del 



RASSEGNA DI F.lliRI 1 Ì7 

nostro Autore), « venticinque galèe genovesi prese, le altre volte in Fuì-m 
« i (]uartieri genovesi in Acri, i magazzini saccheggiali, bruciali, fu 
« rono testinionii del valor veneziano, ma in pari temiu) degli eccessi 
rt a cui la gelosia di commercio può trascinare le citlh ed i popoli ». 
S'interpose allora (né sarà stato |)er la piima volta) tra quei cristiani <• 
fratelli snaturati l'autorità del i)ontelic(> : ma dopo un giudizio solenne, al 
quale intervennero i deputati di Venezia , di Genova e di Pisa, jìOco più 
meglio potò ottenersi che una tregua tra le parti belligeranti , colla re- 
stituzione reciproca dei prigionieri. Maluravasi intanto un altro imiiortan 
tissimo e non impreveduto avvenimento : la caduta del latino imperio di 
Costantinopoli, o piuttosto il naturale e legittimo ritorno di esso alla greca 
nazione. I Veneziani eransi per ogni modo adoiicrati a fine di sostener 
su quel trono Baldovino di Courtenai , e la famiglia Cappello accettò per- 
sino in pegno delle imprestate pecunie un figliuolo dello stesso imperato- 
re: dovechè Genova , come le ricompense provarono , aveva ai Greci som- 
ministrato ancora più validi ajuti. Michele Paleologo entrò con trionfo nella 
recuperata Bisanzio 1126 di luglio del 12(11, e ai Genovesi fé dono jìrima 
del palazzo Pandocrator ( già residenza del veneto bailo ) e poi del sob- 
borgo di Galata. Grande fu il danno, grande altresì la vergogna e la 
costernazione che in Venezia dovè provarsi [K>r siffatta rovina: ma cosi 
punivasi sotto Ranieri Zeno quel gran peccato d' ingratitudine e d' in- 
giustizia commesso ne' giorni di Arrigo Dandolo. Gli sforzi poi falli dalla 
nostra Repubblica presso le corti di Roma, di Francia, di Spagna, e le 
quattro flotte l'una dopo l'altra allestite e inviate nei mari del Levante, 
non ad altro riuscirono che a guarentire alla meglio i suoi possedimcnli 
in quelle parti, e a parecchie navali battaglie, comballute con diverso 
esito, ma con fatti sempre crudeli, co.si contro a Greci come a Geno- 
vesi. L'ultima tra queste, avvenuta sulle coste siciliane di Trapani , e 
sortita a gran vantaggio dei Veneziani, fece si che ancora il Paleologo 
si trovasse disposto alla pace. Dopo i negoziati per t<ile efTetto condotti, 
ostava alla conchiusione la nobile alterezza del doge , che non già di 
pace ma di tregua soltanto voleva che si trattasse : onde la scam- 
bievole rinunzia che allora fecesi delle respettive pretensioni o ragioni, 
ricevè il nome di tregua cogli aggiuntivi di verace e sincera ; e in 
viilii (li essa, e del trattato che la sanci, polo (juasi credersi che i Ve- 
neziani nulla avess(!ro perduto dei privilegi e dei commerciali proli! (i 
già per lo innanzi goduti nelh^ regioni levantine. K <pii ci sembra (piasi 
concliiudersi la .storia politica di (|ucsto dogado, non vedendosi che la 
Repubblica prendesse alcuna parie nelle dolorose vicende a cui fu allora 
sottoposto il regno di Napoli ; e solo dovendosi da noi lodare i reggitori di 
((nella, se, conje sembra , non si affrettarono di palleggiare col malelìco 
e crudel(! Angioino, mentre in ])iù altri e diversi luoghi si sludiavaiio 
j)er egual iikkIo di avvantaggiarsi. Nel liiiiaiifiilc di ipicslo libio (> 



148 RASSEGNA DI F.irmi 

discorso, più clip altra cosa, delle matoriali bellezze della città; della 
sua mirabile piazza ; della chiesa de' Frari, fabbricata appunto nei temi)i 
di Renier Zeno ; dell'anticliissimo esercitarsi dei Veneti nelle arti rap- 
presentative , leggendosi « di un Teofane greco che insegnava pittura 
« in Venezia nel 1200 > ; infine , delle sue pompe e pubbliche cerimonie 
e popolari processioni , già da molti , come altrove notammo, descritte : 
in taluna delle quali il signor Romanin trovar vorrebbe un « profondo 
« senso morale , opportunissimo a ricordare la comune fratellanza , lo 
'( scambievole soccorso nei primi tempi della fuga alle isole » ; dove alcun 
altro vorrà forse invece ravvisarvi una singolare mescolanza degli omaggi 
del vassallatico coi privilegi originarli della nobiltà, coi diritti o co' segni 
superstiti della democrazia. 

Allo Zeno, che mancò di vita il di 7 luglio del 1268, fu dato succes- 
sore , a di 28 , Lorenzo del già doge Jacopo Tiepolo (lib. VII, cap. primo) ; 
la cui nomina fu ricevuta con gioja veramente straordinaria, con tutto 
che le mutazioni nuovamente fatte nella forma dell'elezione si fossero 
sempre più dimostrate avverse all'antica ingerenza popolare. L'Autore ci 
ha qui descritta ottimamente questa continua tendenza dei veneti aristo- 
crati a restringere in pari tempo l'autorità del doge , e quella che il 
popolo tenuto aveva nella sua scelta ; le forme complicatissime e le accre- 
sciute cerimonie di tale elezione, che nella loro sostanza si mantennero 
sino nll'ultimo inalterate ; e , in fine , dettoci le ragioni onde tutto questo 
potè avvenire quietamente, e senza quelle sanguinose rivoluzioni che si 
frequenti appariscono negli altri stati d'Italia. Il Tiepolo, dal suo canto, 
ora stato altresì più volte vincitore dei Genovesi, e giustificò la stima che 
della sua saviezza e bontà erasi concepita colla riconciliazione spontanea- 
mente offerta alla stirpe dei Dandolo, emula da gran pezza e nemica della 
sua casa. Non dee perciò lecar meravigUa quell'universale e forse nuovo 
tripudio della città, né quella frequenza di visite e sontuosità d'ofiferte fatte 
al novello principe, ed alla sposa di lui, da tutte le corporazioni delle Arti 
che (juivi allora avean sede; secondochè ci furon dipinte, con veracità 
stupenda di colori, benché in idioma non nostro-, dal maestro Martino Da 
Canale (1). Ci piace di annoverare codeste Arti coll'ordine stesso in cui 
sono rammentate nell'opera del predetto cronicista (benché di alcune pro- 
testi egli stesso di tacersi], ciò sembrandoci non poco idoneo per darci ad 
intendere sino a qual grado fosse in quei di pervenuto l' incivilimento 
( come oggi direbbesi ) di Venezia. Erano esse, significandole pel nome 
assegnato ai loro esercenti, i fabbri ferrai , i pellicciai d'opera selvaggia . 
quelli d'opera vecchia e quelli di pelli agnelline, i sarti, i tessitori di panni 
lani, quelli de' fustagni di cotone, quelli delle coltri e giubbe e quelli dei 
drappi ad oro, i calzolai, i mereiai, i pizzicagnoli e caciajuoli. i venditori 

(!) Croniqìie des Vcniiiena eie pns:. 602-f)2fi 



RASSEGNA DI I.IIIIU I '*•• 

d'uccelli (li riviera i; di pesci di mare e di fiumi , i barbieri ^ più fanta- 
stici di tutti gli altri nel loro modo di festeggiare), i vetrai, e tinal- 
mente gli orefici, dei (juali raccontasi, che « il adouberent lor cors 
. de riches vestimens , et lor testes et lor dos de perles , que d'or 
« que d'ariant et de riches preciouses pieres : c'est de safìrs , de sme- 
li raudes, de diamans, de toupaces , de iaquintes , de amalistes , de ru- 
« bins, de diaspes , de carboucles , et de autres pieres preciouses (1) ». 
Peccato che il Da Canale non potesse dirci il numero dei com[)Onenli 
ciascuna di tali fraternile o popolane associazioni ! A chi poi avesse 
posto niente al silenzio di quel cronografo intorno a certe Arti prin- 
cipalissime , siccome quelle dei costruttori delle navi e degli ar- 
majuoli,con tutte l'altre che dalla prima in ispecie aver dovettero dipen- 
denza : non esiteremo a rispondere di riguardarle, quanto a noi, come 
sottintese e comprese tra i cosi detti uomini della marina o marinai , 
che da tutte le contrade di Venezia erano già venuti i primi a festeg- 
giare il novello doge , ed a far mostra e maneggio delle loro galèe 
dinanzi al suo stesso palazzo. Ma non arrise ad augurii si lieti la for- 
tuna ; perciocché la Repubblica fu dapprima afflitta da una terribile ca- 
restia ( ov'ebbe altresì a sperimentare l' ingrata durezza di molti suoi 
vicini); poi anche da una guerra fraterna che dovè sostenersi contro i 
Bolognesi, per gelosia di un castello da questi fabbricato sul Po di Primaro. 
A spegnere il fomite di tal guerra, che non fu né poco travagliosa né 
breve, non era bastato un accordo, di cui l'Autore ci die notizia per la 
prima volta, stipulato nel 1269; dal quale però, sino a quello che resti- 
tuì la pace tra le due città italiane, corsero. circa cinque anni , cioè sino 
all'agosto del 1273. In generale, può dirsi che i superbi Veneziani molte 
brighe si recarono addosso in quei giorni, molte ingiurie inferirono e do- 
veron patire, e in molte ambagi di negoziati versarono cogli altri Comuni 
d'Italia, a cagione degl'ingiusti balzelli che da loro volevansi imporre sulle 
merci che navigavano per l'Adriatico, e del divieto di mettere a terra al- 
trove che nella stessa Venezia ; con che tendevano a fondare e render 
quasi legittima la loro dominazione sul Golfo. Più docili alle lor voglie tro- 
varono bensì le popolazioni dalmate ed istriane: tra cui quelli di Parenzo, 
d'Umago, di Cittanova e dei castelli di Montona e di S. Lorenzo, fecero di sé 
spontanea dedizione alla Repubblica, volendo per tal via procacciarsi uno 
schermo contro i pirati di Almissa : coi quali Venezia avendo preso 
a combattere, non riusci per allora a sottometterli. Continuavano i fati a 
negare al Tiepolo quella gloria che i suoi cittadini si eiano da lui forse 
promessa : poiché apparecchiandosi la crociata del re di Francia a prò 
dei cristiani d'Egitto, ed essendo già distese, se non giurale, le condi- 
zioni del contratto conche i Veneziani gli avrebbero somministrali i na 

(4; Gap. CCLXXXIII. 



ioO RASSEGNA DI LIBRI 

vigli occorrenti per quel passaggio, non sopra questi quel principe, ma 
sopra i somministrati dai Genovesi, imbarcò le sue genti e sé stesso 
per andarsi a morire, santamente si ma poco utilmente, nell'Affrica. 
Giova alquanto considerare le clausole che diremo politiche di quel con- 
tratto, trasandando qui le economiche, benché per altro notabili : « Il 
« doge ed il comune di Venezia armerebbero, per devoto sentimento, 
V quindici galèe del proprio, pel corso di un anno, a patto che i Vene- 
« ziani dovessero avere in ogni luogo, tanto marittimo quanto terrestre . 
« propri giudici, libertà di commercio, propri pesi e misure, luogo di 
" abitazione, fondachi ec; e salvi i loro antichi diritti nel regno di Ge- 
« rusalemme » ( pag. 302 j : dal che può dedursi come i laboriosi e perse- 
veranti isolani non avessero minimamente deposto que' loro disegni d'in- 
tromissione e d' ingrandimento anche nelle terre più lontane. Cosi pas- 
sati soli sette anni dal suo esaltamento, e non molto dopo di avere spedito 
ambasciatori a Lione per trattarvi la riconciliazione della chiesa greca 
colla latina, e dopo la rinnovata amistà col Paleologo, quasi a riparo con- 
tro la prepotenza di Carlo d'Angiò : veniva a morte Lorenzo Tiepolo, es- 
sendogli dato i^er successore (a. 1275) l'ottuagenario Jacopo Contarini. 
Non chiameremo effimero un tal dogado , benché ancora più breve 
dell'antecedente , avendo soprattutto riguardo all' italica guerra clie fu 
a cpiei di sostenuta contro il comune d'Ancona ; delle cui forze non é 
da farsi picciol concetto, se potè sì a lungo resistere alla potenza de'Ve- 
neziani. Ma dovecchè questi vantavano al lionese concilio l' infeudazione 
ricevuta della città rivale dal pontefice Alessandro III, si videro poi mor- 
tificati e come smentiti alla papal corte di Viterbo, dopo che Rodolfo 
d'Austria avea, come dicesi, donato quella città stessa al terzo Niccolò. 
Le tempeste medesime parvero congiurare contro gli ambiziosi confi- 
scatori dell'Adriatico, l'ira dei quali poi venne a cadere sopra i capitani 
che presieduto avevano a quella spedizione. La Repubblica intanto non 
senza fatica d'armi, aggiungeva a' suoi possessi Capodistria : mentre che 
Candia, mal sempre obbediente e afiora messa in moto da un Giorgio Cor- 
tazzo, teneva in continuato esercizio l'operosità ed il valore veneziano. 
Il doge Contarini discese spontaneo, oppure esortatone dall'alto suo grado, 
al quale, dopo ventisei giorni, fu assunto Giovanni Dandolo nel marzo 
del 1280 (cap. II). Segnalò questi il principio del suo governo cofia pace 
ridonata agli Anconetani: nella cui testuale stipulazione, che fecesi in 
Ravenna, non leggesi altrimenti (come osserva lo stesso signor Romani n, 
la clausula, da molti spacciata , che quei d'Ancona dovrebbero quind' in poi 
riconoscere e rispettare la sovranità della veneta repubblica sul Golfo ; stan- 
techè ( continua egli ) se un tale dominio venne esercitato di fatto , non 
fu però mai qual diritto né per trattati riconosciuto (pag- 313 in nota). 
Il medesimo non accadeva nell'Istria, dove il patriarca di Aquileja e il 
conte di Gorizia eran cagione alla Repubblica di gravi e incessanti mo- 



RASSEGNA DI l.llilil <54 

lestie , ed ora le avevano altresì ribellata la cittJi di Trieste, pei (ui 
riacquisto dovè in Venezia effettuarsi una leva liressochè generale : ina 
né lo sforzo di cui parliamo , né la resa della terra ottenuta nel 1283, 
bastarono a far cessare in tutto (juelle nimistà , che invece vediamo 
riaccendersi nel 1289. Un gran disegno intanto , promosso dal re Filippo 
l'ardito e dall'Angioino suo zio , dovè occupar l'animo del Dandolo: quello 
di rivendicare la già perduta Costantinopoli. Citasi a tal proposito un 
trattato^ conchiuso in Francia a di 3 luglio del 1281 , nel quale « fu 
« convenuto che il doge si recherebbe in persona all'armata con ([ua- 
« ranta galèe almeno, mentre il re impiegherebbe all'impresa ottomila 
« cavalieri e pedoni in proporzione ; che il naviglio e le truppe si tro- 
« verebbero raccolti a Brindisi per l'aprile del t^GS; che le due nazioni 
(( si presterebbero scambievole ajuto , né farebbero paci separate •> 
( pag. 317 l Ma né le generali condizioni di Ponente, né Filippo né Carlo 
eran tali che meritassero una gloria sifTatta ; e la magnanima insurrezione 
degli oppressi Siciliani , colle gare che ne seguitarono tra Francesi e 
Aragonesi, fecero dileguare al tutto il concetto di quella impresa: nel 
mentre che i Veneziani affrontavano finanche un interdetto , per aver 
vietato al vescovo di Castello il predicar la crociata a favore di Carlo 
d'Angiò. Ma un terremoto ed una inondazione cui Venezia ebbe allora 
a patire, mossero, come sembra, a compassione il pontefice: l'inter- 
detto fu tolto; e il consanguineo di Enrico Dandolo, svolgendo il pen- 
siero dalle geste avventurose , si applicò a tutt'uomo nella riforma delle 
leggi , e in altri interni miglioramenti : (|uali furono il regolare le specie 
e la materia della moneta , colla ])rima coniazione del famoso zecchino 
veneto; il riattamento delle strade procurato fin nel Tirolo e nella Un- 
gheria ; l'istituzione del magistrato dei Cnttavrri : il sottoporre a rigorosa 
vigilanza e alle comuni gravezze i beni appartenenti o da trasmettersi 
alle cosi dette mani morte. 

Nel mese di novembre ilei 1289. scorgesi il popolo Veneziano rial 
zarsi a speranza ed anche ad atto di riac(|uistare i perduti dritti sulla 
elezione del suo ])rincipe: perciocché, mentre a])punto si celebravano 
i funerali del morto doge , fu tniiuiltuariamente chiamato a succedergli 
Jacopo Tiepolo , figliuolo del già doge Lorenzo. Ma fu breve riscossa e 
senza conseguenze di vittoria , perché un popolo essenzialmente dato alla 
mercatanzia e alle industrie , sarà sempre popolo da lasciarsi governare 
piuttosto , che da saper governare sé stesso ; e perché il buon Tie|)olo, 
declinar volendo dalla sua patria una guerra civile che forse prevedeva 
inutile per la libertà . dopo avere esortato le turbe alla rassegnazione , 
sottrasse anco a quelle il fomento della sua presenza , col nascon- 
dersi in una sua villa remota. Fu invece («levato a quel grado Piero o 
Pierazzo Gradenigo , uomo di soli trentotto anni, caldissimo nel soste- 
nere i privilegi , neirajulare i tentativi della classe aristocratica . e che 



lo2 RASSEGNA DI LIBRI 

riusci ( checché possa dirsene ) a dilatarne e renderne per sempre sta- 
bili le usurpazioni. L'autore dà principio alla esposizione di un tale pe- 
riodo con gU splendidi matrimonii di due donne veneziane , Tommasina 
e Costanza Morosini ; l'una sposata al re Andrea III d'Ungheria, l'altra 
al principe della Servia: riordinando fatti che i precedenti storici avevano 
stranamente confusi. Vien poscia a discorrere della crociata intimata dal 
pontefice Niccolò IV per sostenere i cadenti stati cristiani d'Affrica e di 
Palestina ; alla quale i Veneziani concorsero con pochi e deboli ajuti, che 
non poterono impedire ne la resa di Tripoli , ne l'assedio di S. Giovanni 
d'Acri operato dai Saracini. Troviamo qui con molta evidenza epilogate 
le circostanze e le vicende di quella celebre ossidione , e saviamente ac- 
cennate le cagioni per cui quella città , con tutta la signoria ond'era come 
la chiave, dovè cadere in mano degl'infedeli. « Era (Acri) assai bene 
« fortificata , ma discorde. E come sperare concordia ov'erano tante e si 
■< diverse nazioni , ciascuna in separati quartieri , ciascuna con ordini e 
'< comandanti proprii, con proprie fortezze e difese? E non solo man- 
« cava l'accordo, ma quasi continua, per cosi dire , v'era la guerra: le 
« fazioni d'Europa vi si erano trapiantate, e assai frequenti i conflitti, 
« specialmente tra Genovesi e Veneziani » (pag. 328). Dalle quali premesse 
ben era giusto il conchiudere : « Cosi fini del tutto la signoria cristiana 
« in Palestina dopo soli 190 anni di dominazione; conseguenza naturale 
« dell'imprevidenza con cui era stata fondata » (ibid.). Né meno il nostro 
istorico è da commendarsi per ciò che scrive intorno agli effetti che dalle 
Crociate derivarono ai popoli dell'Europa generalmente : ma perchè que- 
ste son cose ragionate già da più altri, basterà a noi riferire in parte 
ciò ch'egli ne va esponendo, non senza novità, come ci è parso, di 
considerazioni , in rispetto alla sola Venezia. La quale (egli dice) « già 
« prima -conosceva l'Oriente e vi trafficava; né i Veneziani ebbero bi- 
" sogno di attendere dalle Crociate il rialzamento del popolo ed un libero 
« ordinamento ». Che anzi , « le immense ed improvvise ricchezze de- 
K rivatene , specialmente dopo la conquista di Costantinopoli , se da un 
n lato aumentarono la prosperità nazionale , ed animarono le arti onde 
(( Venezia si fece bella , e resero lo stato veneziano senza contrasto il 
e primo d'Europa a que'tempi; dall'altro corruppero i costumi, come 
'( chiaramente dimostrano le tante leggi e le tante condanne in pro- 
(' posito; eccitarono lo spirito d'ambizione ne' nobili , divenuti in buon 
w numero principi di terre e d'isole ; e furono non ultima cagione della 
« invigorita aristocrazia , a rovescio di quanto allora accadeva nel resto 
« d'Europa. Inoltre le Crociate sollevarono alla Repubblica potenti rivali 
!< sul mare nei Genovesi , Pisani e Fiamminghi ; e quindi le accanite 
" guerre specialmente coi primi : ella si trovò avviluppata in costose e 
i< frequenti ostilità coi Turchi ed altri popoli per la conservazione degli 
« acquistati possedimenti : infine , inebbriata della sua grandezza marit- 



RASSEGNA 1>1 l.llilU 153 

V litlima, fu Iratl-.i a tentare un ei^uale ini^iainUnienlo anolie sulla ter- 
.! rafernia » (p. 330-331). A sconi^iurarc iierò yli cirelli più materiali e 
immediati della catastrofe che sopra accennammo , la Kei)ul)l)lica si le 
sollecita di conchiudere col sultano Naser Mohammeti un trattato com- 
merciale , per cui venendo i suoi popoli riabilitati ai tiafhci di Jalia e di 
Tolemaide , e arricchiti ancora di altri e notabili pri\ilos:i, potca (piasi 
parerle di non aver nulla i)erduto dei vantaij;iii goduti por si lungo teni|)u 
in quelle regioni. Ma sottraendosi, come sembra che i Veneti allora faces- 
sero , alle guerre esterne e lontane, non poterono evitare le più prossime 
e quasi domestiche ; perciocché , tre anni a|)pena dopo la rovina d'Acri , 
ripullulando più feroci che mai le discordie coi Genovesi, doverono i pri- 
mi aver ricorso ad ogni più estremo espediente, si quanto ad uomini ed 
armi, si quanto a legni e denari; e contuttociò sottostare a due gravis- 
sime sconfltte. La prima fu quella di Lajazzo nell'Asia minore, ove Nic- 
colò Spinola sbarattò la veneta armata condotta da Marco Basegio , co- 
lan<lone a fondo ben venticincpie galèe, con mortalità d'uomini agliai- 
tri danni proporzionata. Fu l'altra quella che jìrese il nome da Curzola 
nella Dalmazia, essendo ammiraglio dei vincitori Lamba Doria, dei per- 
denti Andrea Dandolo, che per non adornare della sua persona il trionfo 
de' nemici, si die volontario la morte. Di novantacinque vele, sembra 
che sole undici tornassero a risolcare le lagune: e tra i cimiuemila pri- 
gioni che furono a (juci di tratti a Genova , i monumenti della lett(>ra- 
tura ci serbaron memoria del viaggiatore e scrittore Marco Polo. Inter- 
cedono tra l'una e l'altra rotta parecchi fatti minori : mediazioni per la 
pace riuscite a vuoto; parzialità dei Greci principi , e vantaggi riportati 
dagli stessi Veneziani: ma (piesta gran guerra che dovè di tanto assolti 
gliare le vitali forze della nostra Repubblica , che s'ebbe a vittime; i |iiù 
valorosi ed eroici uomini di essa , non ebbe fine fuorché nel maggio 
del 1299, allor([Uando, per la interposizione di Matteo Visconti, impe- 
riale vicario in Lombardia (in ciò più destro o ])iù felice che prima non 
era stalo il pontefice Bonifazio Vili (t) j, potò segnarsi Ira i due popoli 
un trattato di pace , che ad ambe le parti si stimò onorevole, in quanto 
diede a conoscere come da nessuna di esse fosse stata né perdita né liua- 
dagno. Nel che pure si scorgono , se ben ci apponiamo , e la buona for- 
tuna di Venezia , e la solidità stessa dei fondamenti sui (piali la sua 
|)Otenza appoggiavasi : onde avvenne eziandio , che dopo ciixpie anni di 
continue fatiche e disastri , ella potesse vendicarsi dei lavori prodigati ai 
Genovesi dal greco imperatore, eoa le ostili dimoslrazioni conti' esso 



(I) Il dociini.^nlo cho dimostra rome quel pont(;ficc inlimassp ai nonovcsi o 
Veneziani di far tregua fra loro , e di comparire alla sua presenza per concliiu- 
dere la pace, fin dal mese di febbrajo del 12!)5 , fu pubblicato non ha mollo 
neil'/lrc/iiuto Storico Italiano, Appendice, Tom IX, pas. 393. 

Arch.St^It. , Niioiut S»'rii'. T. II. 20 



154 RASSEGNA DI LIUKl 

fatte , e coronate d'ottimo esito , fin sotto le mura della stessa Costan- 
tinopoli. 

Che faceva intanto, fra tali pericoli e pericolando altresì l'onore 
della sua patria , il giovane doge Gradenigo ? Egli intendeva a restrin- 
gere ogni di più i politici ed anche i civili diritti del popolo da lui go- 
vernato , a consolidar più sempre l'autorità dei cittadini per nascita , per 
censo, per l'altrui assuetudine o per audacia lor propria , preeminenti, 
signoreggianti. Alcuni, come sempre accade, daranno a ciò il nome di 
ordine pubblico ; altri, come il signor Romanin ( cap. terzo ) , si affatiche- 
ranno a scusare l'opera di questo doge , rappresentandolo non come un 
colpo improvviso e violento , ma come preparato da molti fatti ante- 
riori , e da una lunga serie di precedenti e non evitabili circostanze. 
Vuole anzi esso Autore, che il nome datosi a quel fatto di Serrata del 
Gran Consiglio , sia veramente una impropria denominazione ; e le con- 
seguenze che da quella derivarono, non già l'opera del Gradenigo, ma 
l'opera lenta del tempo , perfezionatasi sol circa due secoli dopo la morte 
di quel doge. Anche a noi , per dir vero , non è mai parso che un fatto 
cosi stupendo , comecché biasimevole , potesse compiersi in un sol gior- 
no, e siamo d'accordo in ciò che spetta alle preparazioni che a quello 
si dicono antecedute : ma quanto alle leggi sancite nel 1297 , ed alla col- 
pabilità del doge che « studiato aveva quell'argomento » ( p. 343), se 
per esse potè ottenersi : - 1 ." che quelli i quali eratao stati del Gran 
Consiglio , essi o i loro antenati , avessero pien diritto di entrarvi : 
2." che coloro i cui progenitori soltanto vi avessero appartenuto , potes- 
sero di volta in volta essere eletti ; 3.'^ che gli uomini nuovi , cioè i non 
seduti per sé, né gli antenati de' quali seduto avessero nel Gran Consi- 
glio , potessero ad esso ammettersi solamente per grazia , - non sappia- 
mo, per verità, qual' altra cosa più si ricerchi per dire incominciata e 
fin d'allora legalmente stabilita la veneta aristocrazia, col diritto al go- 
vernare attribuito alla sola nascita , sottratto ai meriti ed alla scelta dei 
molti a cui spetta di giudicarne ; scelta che cosi facevasi dipendere dal- 
l'arbitrio e dal favore di pochi e aventi interesse a tener lungi il con- 
fronto , ad impedire la concorrenza dei migliori di sé. E sia pure che per 
la Serrata venisse ad accrescersi notabilmente , anziché a scemarsi il 
numero dei componenti il Gran Consiglio ; mai non sarà per tanto men 
vero , che il doge Pierazzo , e tutti quelli che con lui si affaticarono a 
quel supposto buon assetto , commisero opera sostanzialmente iniqua , e 
troncarono le radici tutte di quelle popolari virtù da cui sole può pro- 
cedere l'innalzamento e la potenza vera delle nazioni. A fronte di un 
tal misfatto , perde altresì non poco quella gloria che a Venezia ridonda 
dall'ingegnosissimo e sapiente ordinamento del suo Gran Consiglio me- 
desimo ; dalla copia si provvida e dall'ottima distribuzione degli ufficii e 
delle magistrature : in fine , di tante altre cose che eia meritarono e an- 



HASSEGNA HI l.llilil 1 •)•") 

cora ottengono l'ammirazione d'Italia e del mondo. Delie (inali cosi.'. 
piacque al signor Romanin delinearci un (juadro novello sulla line di 
questo libro II ( cap. quarto); incominciando dai inulli e ben compar- 
tili tribunali civili e criminali , che tutti mellevan cai)0 alla celebre 
Quarantia : dalle denunzie palesi e segrete , le seconde delle ([uali erano 
accolte « con grande riserbo e prud(Miza » ; dai modi del provare le 
accuse, del difendersi, e del risolvere che i giudici facevano collegial- 
mente; non senza toccare alcun che della viliganza che il doge stesso 
era tenuto ad esercitare sopra le carceri. Passa quindi a discorrere 
delle leggi fatte e in ogni tempo rinnovate contro l'ambito , e per im- 
pedire le corruttele di quegli stessi che avevano in se ristretto il go- 
verno : pur confessando, che « la mala abitudine, le compiacenze, la 
« cupidigia , più poterono in ogni tempo che non le leggi ( pag. 362 ). 
« Anche del commercio , parte principalissima , anzi anima e vita della 
e veneziana Repubblica », tornasi in questo luogo a parlare, ricomincian- 
do dalla prima immigrazione de'vicini popoli nelle La-gune, sino alle nuove 
vie che adesso vennero aperte dall'operosità e dal coraggio dei fratelli 
Polo nella Tartaria e nella China. Il che lo conduce naturalmente a dire 
delle leggi ed altre disposizioni che si riferiscono a (|uesto ramo della 
pubblica prosperità : tra le ([uali , passandoci di alcuni speciali magi- 
strati . e degli epistolarii o corrieri, ci sembra assai notabile, nel siste- 
ma di protezione o proibizione d'allora , la legge che vietava il tras|)orto 
delle merci sopra legni stranieri, siccome quella che ser\i di modello 
« al famoso atto di navigazione inglese nel secolo decimosettimo » 
p. 376). Del pari singolare e annuirabile dovrà sembrar l'ufhcio, di cui 
si ha memoria sino dal 1287, detto ùeW Esaminador ; e che, per la cura 
attribuitagli di vigilare sulla legittima e fedele trasmissione delle proprie- 
tà, può reputarsi il « primo e vero modello dei registri e delle ipoteche , 
« di si recente data nell'Europa moderna » ( pag. 382 ). Dell' introdotta 
consuetudine di prender denari a prestito dai privali in servigio dello 
stato, e di rendere commerciabili le obbligazioni emesse da questo (onde 
il primo esempio delle odierne banche nazionali ) , erasi più specificata- 
mente parlato narrando gli eventi del 1171 (Tom. II, pag. 8o ) : e qui 
viensi a dire dei provvedimenti adottati per mantenere la buona (jua- 
lità ed il credito della moneta: delle scòrte armate che si mandavano 
a proteggere le carovane mercantili, e delle regolari parteirze di que- 
st'ultime; dell'arte nautica grandemente agevolata dall'opera geogratica 
di Sanudo Tor.sello, e dal suo map|»amondo, il più antico che si cono- 
sca: delle imposte e del loro giusto compartimento, senza eccezione di 
nobili né di persone ecclesiastiche; del magistrato dello del Piorr/zo, che 
aveva in cura i beni proprii del Comune , e di cui rimangono ancora le 
sentenze (degne, per ciò che sembra, di esser messe a notizia del pub- 
blico) sotto il nome di Cndcx piihiirnriim. Tornasi altresì a far parola 



156 RASSEGNA DI LIBRI 

«Ielle Scóle o Fraglie; delle Maricgnle, o statuti particolari di esse ; dei 
beni e dei mali che da tali corporazioni derivavano ; dei più copiosi e 
più ricchi ])rodotti delle arti venete, che secondo la materia impiegata 
per la loro fabbricazione, possono denominarsi dalla lana , dalla seta , 
dal vetro, dai metalli preziosi. In ciò che qui narrasi intorno alle leve 
de'marinai e de' combattenti all'occorrenze delle navali spedizioni, ci 'è 
parso degno di special nota il ragguaglio che qui compendiamo : « I 
'( capi di contrada dividevano tutti gli abitanti maschi della propria 
'X contrada, per solito, dai venti ai sessant'anni , in tanti gruppi da do- 
» dici, detti per ciò cluodene, che venivano regolarmente inscritti, poi 
« gettavansi le tessere a chi toccasse partire nella prima divisione, 

(( a chi nella seconda, e cosi via discorrendo Erano permesse 

« le esenzioni pagando , e si ammettevano altresì le sosti- 

" tuzioni mediante altri individui riconosciuti buoni dal comandante. 

X Chi mancava alla chiamata cadeva in multa e , non pagando , 

« nella pena del cartiere. L' inabile al servigio era tenuto a pagare la 
« tassa, stimandosi dovere ogni cittadino o colla persona o cogli averi 
« concorrere a benefìcio della patria » ( pag. 393-94 ). Diede altresi 
l'Autore novella prova di quella imparzialità che altri pur fecero osser- 
vare e lodarono, laddove parlando dei costumi dei Veneziani, libera- 
mente confessa, che « l'abitudine delle lunghe assenze e dei pericoh , 
'( rendeva la massa del popolo poco inchinevole a mite e pacifico vi- 
« vere , propensa a' giuochi rischiosi , facile agli eccessi e a sfrenata li- 
« bidine » ( pag. 395 ). Toccando poi del lusso ed abuso del tener servi 
d'ambo i sessi, si liberi come schiavi, ci fa sapere che « ne ave- 
" vano persino le monache nei monasteri ». Né sarà discaro il trovar 
qui riportato, a compimento di questa istorica informazione, il seguente 
paragrafo : « Le leggi penali e il libro Raspe ci presentano un quadro 
'( invero sconsolante della moralità pubblica nel secolo XIII ; e in ciò 
« bisogna dire che i Veneziani non differissero nella condizione dei co- 
<( sfumi dagli altri popoli di quel tempo. Bestemmie , imprecazioni, vio- 
« lenze alle donne , giuochi ruinosi , tanto abituali da non astenersene 
« neppure davanti jjlle chiese e nelle anticamere de' consigli, furti e 
' fatti maneschi erano le colpe e i delitti più frequenti. Non troviamo 
' invece quel correre del popolo per ogni lieve causa alle armi e all'in- 
" cendere e al saccheggiare , come accadeva si di frequente altrove , e 
'( particolarmente a Firenze. Gredevasi porre un freno colle atroci puni- 
' zioni , tramandate in gran parte da Costantinopoli e introdotte in tutta 
« Europa; ma invano, poiché il miglioramento del popolo non viene 
« dagli ergastoli e dai supplizii . ma dalla buona educazione, e dalla in- 
« fluenza della progredita civiltà » ( pag. 396 ). Nelle cinque pagine che 
servono di chiusa a questo secondo volume, accenna il signor Romanin 
ai regolamenti igienici o risguardanfi la pul)blica sicurezza : alle con- 



lUSSKGNA DI MI!IU 1)/ 

(lotte de'medici e de' chirurgi ; ai molti ospedali ed ospizii, dovuti per 
lo più, siccome in altri luoghi, alla carità dei privati; alle cure edilizie 
concernenti le vie, i canali, i pozzi, i mulini ec. : dalle quali cose tutte, 
non senza ragione, egli inferisce come anche allora l' istruzione esser 
dovesse bastantemente dilfusa nelle classi superiori e medie della città : 
e che , per necessario antecedente , non mancassero in Venezia né scuole 
nò maestri ; tanto più che i documenti di^ quel tempo dimostrano come 
il sapere scrivere , si raro altrove, non fosse colà tenuto per cosa di ma- 
raviglia. A chi nondimeno desiderasse trovare indizii di scienza propria- 
mente detta , non potrel)he l'Autore slesso somministrarne se non per 
« le vaste cognizioni legali « : dei che, secondo lui ( p. 400 j , « fanno 
X testimonianza le leggi stesse , le tante correzioni e riforme ; ma so- 
X prattutto i molti nobili Veneziani chiamati a gara per podestà nelle 
« altre città d'Italia ». Al quale proposito noi pure consentiremo', che 
non bastasse a tal uopo la conoscenza delle leggi proprie di Venezia . 
ma si ricercasse ancor quella « dei particolari statuti delle città » al cui 
governo cpiei ricercati recavansi . " e specialmente riuella del romano 
« diritto '>. 

F. Poi.inoiu. 



Gli artisti italiani e stranieri negli Stati Estensi. - Catalogo storico, corredato 
di documenti inediti fcr G. Campori. - Modena , Tipografìa della R. F» 
Camera, I800. In 8vo , di pag. 537. 

C'era noto che il marchese Giuseppe Campori , giovane operoso , e 
.solerte investigatore delle patrie m(>morie , va occupandosi da jtiù anni 
nel raccogliere le notizie degli artisti nati negli Stati Estensi, per rifare 
l'opera del Tiraboschi (I), la quale, ancor che buona, pur è bisognosa 
di correzioni e di aggiunte cosi , da promettere frutti più abbondanti e 
migliori al Campori, che s'è messo a rifare quella fatica coll'aiulo di nuove 
indagini istituite negli archivi , e di pellegrinaggi artistici per ogni luogo 
dello Stato e fuori. 

Nel condursi per quelle ricerche , egli fu avvertito di i)rendcr ricordo 
anche di tutto ciò che gli accadeva di trovare intorno agli artisti di altre 
parti d'Italia e dei forestieri, che dimorarono e lavorarono negli Stati 
Estensi. I\Ia jìerchè le notizie gli si vennero tanto accuiiuilando tra mano, 
da riuscire materia sufficiente per un buon volume , messala insieme or- 
dinatamente in forma di abbecedario, le ha ora pubblicate con le stampe. 

(1) Notizie de' pittori , scultori, incisori e anhilctti , nativi degli Stati Estensi : 
Modena, Società Tipografica, i785, in ito. 



158 RASSEGNA DI LIBRI 

Prezioso registro è questo di circa 850 nomi di artisti; 40 dei quali 
appartengono alla Francia , 25 alla Germania , altrettanti alle Fiandre e 
all'Olanda , 5 alla Spagna , 4 alla Svizzera , 2 all'Inghilterra e alla Svezia ; 
i rimanenti all'Italia. Meglio che 210 di questi nomi mancano al più 
copioso repertorio artistico che abbiamo , dico alla Enciclopedia metodica 
dell'abate Pietro Zani ; e sono quelli in questo libro contrassegnati col- 
l'asterisco. 

Per saggio della importanza di questo lavoro , modestamente dal 
Campori intitolato Catalogo , scenderò in qualche particolare delle cose 
che scorrendo il libro mi sono apparse più notabili , e più conferenti 
alla storia delle Arti. 

Troviamo in sul principio , che uno dei più sontuosi monumenti civili 
dell'architettura italiana del seicento, ch'è il palazzo ducale di Modena, 
fabbrica veramente regia , di maestoso aspetto , e nelle sue parti ottima- 
mente ordinatale distribuita, si deve a Bartolommeo Avanzini , architetto 
romano , del quale è fatto poco conto dagli storici dell'Arte , che se ne 
passano con brevi parole. 

E di architettura si seppe altrettanto che di poesia , di storia, di anti- 
quaria e di matematiche quel Bernardino Baldi, onore non della sola 
Urbino, ma dell'Italia anco. Del suo valore in quest'arte fa fede l'aver 
creduto che la chiesa di Santa Chiara in Urbino fosse opera del Bramante, 
sino a che il padre Pungileoni non la rivendicò per documenti a mon- 
signor Baldi. Dalle cinque lettere sue a don Ferrante II Gonzaga a Ge- 
nova qui pubblicate , si conosce che all'ufficio di matematico ducale, che 
il Baldi aveva sino dal 1580, gli fu aggiunto, nel 1602, il carico di so- 
|)rintendente dei lavori di fabbriche nei ducali domini!. 

Poco felice incontro ebbe nella grazia del duca Ercole II Girolamo Bel- 
tarmati, senese, ingegnere del Cristianissimo ; il quale, invitato, nel 1546, 
a conferire con sua Eccellenza intorno al fatto dell'ampliazione e fortifi- 
cazione di Modena, fu quasi subito licenziato, per avere, come dice il 
cronista Lancillotto, dato contro a li suoi inzigneri, maestro Christoforo Ca- 
sanova, et ad uno maestro Terzo, e aver detto loro, in sua presentia, chel 
non vole disputare con dipintori e magistri di legnamo. Ma , in partendo , 
ebbe la magnanimità di rifiutare una collalia del valore di 150 ducati, 
offertagli dal duca, e di pagare del suo la spesa perfino dell'osteria. 

Per contrario , presso un duca estense , che fu il Marchese Niccolò , 
trovò grazia e favore Giovanni da Siena, ingegnere e architetto di molta 
vaglia. Nella raccolta dei Documenti per la storia dell'Arte senese, pubbli- 
cati per cura di mio fratello (1) , oltre ad altre notizie dell'esser suo (2), 

(1) Siena, presso Onorato Porri; in 8vo. Vedasi nel tomo II, pag. 83, 84. 

(2) Nel 1417, trovandosi Giovanni a Bologna , si condusse a' servigi di Obizo 
da Polenta in Ferrara , per certi lavori di grandissima importanza. Id. ibid. , 
pag. 144. 



RASSEGNA DI LIIUU 1 5<> 

troviamo confermato che nel 1428 Giovanni da Siena cominciò per il (l»;tto 
.Marchese Niccolò il Castelnuovo dalla jìorla di Sant'Aiinese. DiUallo , 
Giacomo della Quercia scrive da Bologna, a' 4 di luglio del 1428, all'ope- 
raio del Duomo di Siena , che Giovanni da Siena (non maestro colla caz- 
zuola in mano, ma componitore e ingegnere] non sarebbe potuto andare 
a Siena a ordinare la logi;ia di San Paolo (oggi Casino de' Nobili) , per 
essere allora in Ferrara col marchese d' Esle , al ([uale compone uno ca- 
stello molto grande e forte drento la città ; e .si li dà ducati 300 l'anno e 
le spese per otto bocche. 

Un altro architetto senese , e certo tra' pivi rari che abbia avuto 
t|uest'arte, dal libro del Campori vien confermato autore del disegno e 
dei modello del duomo di Carpi. È questi Baldassarre Peruzzi. Lo aveva 
detto il Vasari , e il Campori con ragioni ben fondate sostiene l'asserto 
del biografo aretino. Non egualmente sicuro è se il medesimo Peruzzi 
desse il disegno della chiesa ili San Niccolò di Carpi. Il Campori ne muo- 
ve dubbj ; ma cerca poi di conciliare le cose col dire , che essendosi 
quella fabbrica ripresa in due periodi di tempo ( il primo dei quali è 
dal 1493 al 1308), maestro Baldassarre potè essere l'autore di ciò che 
fu fatto nel secondo periodo, cioè dal lol7 al 1T20, nel (|uale anno hi 
fabbrica sopradelta ebbe il suo com|)imento. 

Curiosa notizia è (juella dataci da una iscrizione posta dietro un hne- 
strone del coro del duomo di Carrara. Essii è cosi fatta : 

A > D u . 

E ìE S 
A P Y S. 

lo non farò che accennare il mio dubbio se debbasi in questo Andrea 
riconoscere veramente il celebre continuatore dell'inclita scuola di Nic- 
cola da Pisa ; ma confesserò ingenuamente , che per le parole dell'A. non 
m'è chiaro se egli argomenti da ([uella scritta che esso duomo fu rifatto 
col disegno del creduto Andrea Pisano. 

Un altro dubbio anco mi nasce intorno a ([uel Giovannantomo de Baziis. 
pittore, che è nominato qual testimone in due atti celebrati in Reggio 
nel 22 di novembre del l'i IH. Io non avrei gran difficoltà a supporre che 
questi sia Giovannantonio da Vercelli detto il Sodoma , pittore; né mi fa- 
rebbe gran forza l'essere in que' documenti detto parmense e abitante in 
Reggio. E se la mia congettura pare.ssegli troppo ardita, invito il Campori 
a leggere nel Commentario da noi sfami)ato dopo la vita del Sodoma (P , 
le prove irrefra inabili che abbiamo ])ortato innanzi per asserire che il 
cognome di questo valente pittore fu Bazi e non lìazzi. 

(4) Nel volume XI del Vasari, odi/, di Le Mounier. 



160 RASSEGNA DI LIBRI 

E di un architetto più antico , di quel Lanfranco che visse nel se 
colo XI, e fu autore del duomo di Modena, è grato il vedere come il 
Campori , con lodevole imparzialità, provi che egli non fu di patria mode- 
nese , come s'è creduto sin qui. Questo medesimo disinteresse municipale 
egli mostra pure laddove , innanzi a stabilire con più chiaro ordine le 
gite di Michelangiolo a Carrara , egli espone con ampie e vittoriose ra- 
gioni, che la famiglia Buonarroti non discende per nient'affatto dall'antica 
progenie dei Canossa di Reggio. Eguale amore del vero si riscontra nel re- 
stituire ch'egli fa a Parma il pittore Bernardino Loschi , dal più degli scrit- 
tori detto di Carpi ; dandoci nel tempo stesso nuove notizie e importanti 
di questo valente artista del secolo xvi. 

Anche la storia dei lavori d'intaglio e di commesso in legno, che 
l'egregio Michele Caffi ci ha promesso , avrà buone notizie dal libro del 
Campori , laddove egli enumera tutti i lavori condotti nel Modenese dalla 
famiglia dei Genesini , detti altrimenti Canozii o da Lendinara , famosi in 
tjuell'arte. 

Troveremo altresì utili ragguagli intorno a Bernardino Campi , pittore 
cremonese ; con l'aggiunta di tre sue lettere inedite , le quali meglio di- 
chiarano un periodo della sua vita poco noto, cioè quando egU soprinten- 
deva ( 1587 circa ) all'ornato del palazzo di Ferrante II Gonzaga in Gua- 
stalla. 

Dei Dossi, pittori ferrarersi , abbiamo belle notizie per quelle opere 
da loro condotte nel Ducato Estense. — Di Leone Leoni, milanese, detto il 
cavaliere aretino , scultore , cinque lettere inedite , scritte di Fiandra 
nel 1549 a don Ferrante Gonzaga, luogotenente di Carlo V in Italia; le 
quali giovano a meglio conoscere le relazioni tra il Leoni e il Gonzaga , e 
somministrano nuovi particolari intorno alla sua vita artistica. — Di Enea 
Vico , intagliatore di stampe e di medaglie, e nummografo parmense, due 
lettere a don Ferrante , del 1564 e 1565 , e una notizia del suo zibaldone 
numismatico, intitolato .4 rfversaria numismatica, che manoscritto si con- 
serva nella Biblioteca Estense. 

C'è stato carissimo poi l'aver saputo dal libro del Campori una parti- 
colarità intorno al nostro Donatello, affatto ignota nelle istorie ; che è que- 
sta. Nel 1 451 , a' 1 di marzo , Donatello si alloga a fare di bronzo dorato . 
dentro un anno , e per il prezzo di 300 fiorini d'oro , la statua del duca 
Borso da Este , ad esso duca decretata dal Comune di Modena , in grazia 
dell'avere abolito la tassa del sale , e diminuita di un terzo l'altra della 
macina. Ma era incominciato il 1453 , e Donatello non dava sentore di sé: 
laonde fu inviato Bartolommeo Stefanini a Padova , dove l'artefice dimo- 
rava , per intendere l'animo suo : il quale , tornato il 1 ." di marzo , riferi 
come Donatello in breve sarebbesi portato a Modena per metter mano al 
lavoro. I documenti a questo punto ci lasciano. Certo è, che Donatello 
non fece altrimenti la statua del duca. Al Campori è ignota la cagione di 



RASSEGNA l»l LllslU 161 

i|iU'slo iiiancamonlo di fede nello scultore : ina io credo die la caiiioiie 
probabile risulti ilalle parole premesse al documento spellante ad esso 
Donatello, stampato in questo tomo medesimo. 

Anche di correzioni alla storia dell'Arte non manca questo abbecedario, 
l'er esempio. (|uanto alla Sant'Aitata martirizzala jielle poppe, di Fra .St'- 
hastian del Piombo [ùecoro oggi della R. Galleria de'Pitti), l'autore lassa 
di errore il Vasari, che la dice dipinta per il cardinale d'Aragona, mentre 
doveva dire per il cardinale Rangone , che fu cardinal Diacono del titolo 
di essa Santa. E tal equivoco vien corretto col passo di una lettera di 
F;-a Sebastiano medesimo a .Michelangelo, dove si rammenta questo 
([uadro « del cardinale Rangone ». — Similmente, portansi più oltre le 
memorie di Pastorino Pastorini, pittore e intagliatore di conj senese , che 
noi (1) congetturammo morisse poco dopo il 1360 ; mentre, per un docu- 
mento citato dal Cam pori , si scopre che nel 1374 il Pastorino coniava 
monete per la imova zecca di Xovellara. — E nella nota 1 . a pag. 365, 
egli accenna ad una omissione che Dell'annotare la Vita del Peruzzi [fi 
è occorsa a noi; i quali dopo aver tissato nel 1322 l'andata di Baldas- 
sarre a Bologna, non fummo accorti di notare l'anacronismo in cui cadde 
il Vasari , col mandarlo poi a lavorare a Roma per Leone X. già morto 
sino dall'anno innanzi. 

Restami in ultimo da intertenermi alquanto sopra Domenico Giunti 
licito Giuntalodi dal Vasari ) , pittore ed architetto pratese , a cui il 
Campori ha dato un bellissimo luogo nel suo abbecedario. Ouandu il 
Jiostro amico Cesare Guasti compose intorno a questo suo com|)atri*ilt;i 
(|uel Commentario che segue alla Vita del Soggi ;3l , non che pultblicate. 
né meno erano note le ventolto lettere del Giuntalodi ([ui stampate dal 
Campori (-4). Esse tirano dal 31 di maggio del \i>i'2 al 2^2 di settembre 
del 1360 , vale a dire fino a trentasei giorni innanzi alla sua morte. Tran- 
ne la XVII, ch'è indirizzata alla Principessa di Molfelta , moglie di don 
Ferrante Gonzaga, e le ultime tre, a Cesare ligliuolo di lui, le rima 
nenti ventiquattro sono scritte allo stesso don Ferrante, a' cui servigi il 
Giuntalodi era in qualità di pittore ed ingegnere sino dal 1340 (3'. Più 
che altro, egli dà in queste lettere ragguagli minuti di (ulto ciò che si 
riiidava (^seguendo iiilorno alla fabbrica detta promiscuamente Gualli<'ra 



,1) Vasari, Vite ec. , Vili, 112, (ìdiziono do! Le xMunuicr. 

(2) Vasari , ib. , Vili , 223. 

(3) Nel vohime X del Vasari , odiz. citala. 

(t) Egli potè Irascrivcrie dagli originali comunicatigli gcntilnienle dall'avvocato 
F. Giordani di Parma. Son essi forse un avanzo doll'arcliivlo di Gnaslalla , scam- 
pato alla dispersione. 

(o) Ciò si ritrac dalla Lellera XVII. Egli dice : « La supplico.. . . non voglia , 
'< alla mia vochieza di dieci anni che la servo, avere iinpresione mala di me » 

Arcii.St.It., i\ii<>va S''i-ir, T. Il 31 



162 RASSEGNA bl LIBRI 

Gonzaga , villa principesca presso Milano , e piena di tutte le delizie 
immaginabili di parchi, di giardini, di vivai, di fontane, di cascine ed al- 
tre pompose appartenenze dicevoli ad una sontuosa dimora come doveva 
essere quella. V è anche qualche cenno del palazzo vicereale di Palermo, 
di quelli di Mantova , di Pietole , della Montigiana , e delle fortificazioni 
di Milano e di Guastalla. Si rammentano i principj del palazzo di Ghiaia 
a Napoli , si nominano vari lavori di pittura e d'oreficeria. Il tutto or- 
dinato fatto coi disegni del Giuntalodi. Serve pertanto questo prezio- 
sissimo raccolto di lettere , parte a confermar ciò che in quel Commen- 
tario è dubbio congetturale , parte a compirlo là dove è mancante. E 
poiché, dopo stampato quel Commentario, il Guasti ebbe dalla cortesia 
del cav. Ronchini, R. Archivista parmense, due altre lettere inedite del 
Giunti (1) , insieme con alcuni capitoli di altre lettere inedite di monsi- 
gnor Giovio al nostro artista e alla Gonzaga spettanti (2) , m'è veramente 
grato di poterle stampare qui in appendice ai documenti Giuntalodiani 
già pubblicati. 

« Allo III.'»'' et Ex.'"'° SigS" il Sig." Don Ferrando Gonzaga, Principe di 
Molfetta e Capit.'^ genM di Sua MJ^ in Italia etc. , mio Sig/" e Pron. 
obser.'"" , in Mantova. 

« ///.""' et Ex.'"'" Signor mio et Patrone obser.'^" 

« La presente litera è per dare aviso a V, Ex.''"" come è comparsa 
M.'" Iac.° Cartone marmoraro di Genova, et ha menato il M.'" muratore 
per cominciare la sehcata. Et d.° M.'" Iac.° fa venire doi scarpeUini per 
mettere li balaustri. Et d.» M.'" vole lavorare a un tanto il mese, secondo 
giudicherà il Sig.' Giuliano Salvago , e non vole l'opera sopra di sé : e 
più dice non si volere obligare a far ditta selicata che l'acqua non la passi : 
perchè in Genova dice che sotto ditta ci mettono lastre a modo di tetto, 
e con tutto questo fanno danno d'acqua ; e questa per esserci tanti legna- 
mi sarà più difìicultosa , perchè la calce con legname non si apparenta 
mai. Abbiamo risoluto non cominciar niente per insino alla risposta di que- 
sta da V. Ex."^ , perchè lui è qua vicino a 25 miglia , e vole ire insino a 
casa sua , e mi ha dimandato un par di scudi , e glie li ho dati. E, tornato, 
il farò lavorare con M.'" Pietro perfino alla ricevuta di V. Ex."" Appresso 
mando a V. Ex."^ 2 disegni di porte. Quella pigli quello più li piace : e 
se la volesse sapere il mio volere , piglierei la più ricca ; e volendola {)iù 
ricca , ho fatto quel poco di schizzo di più sotto le mensole , come inten- 

(1) Queste sono in possesso del cavalieie Eniico Scarabelli-Zunti , Segretario 
dell'Archivio di Stato suddetto. 

(2) Conservate nel R. Archivio predetto. 



RASSEGNA DI I.lltlìl \(V.\ 

vleih il piccapietra , e ci soii tutto sua misuro. Appresso si sollecita la 
tabrica , cioè le camere nuove; e le stanze restano finite (U tutti li le- 
gnami questa settimana , cioè le i camere delle cucine. Li fondi de' muri 
de'giardinetti si son cominciati : ma la pioiipia c'impeilisce assai , e impe- 
disce il piantare : pur si fa quello è possibile, lo vo procurando li 200 frut- 
ti , e n'ho auti una parte , che son piantati , e non si mancherà deUi altri. 
Piantati questi, s'attenderà alla spinata , e s'è iscritto a Viiievine per al- 
tri 30 milia spini che voi di più M.' Alfonso , il quale attende con dili- 
£;entia alle cose che occorrono, e con sollecitudine. E si fa tutto quello 
ch'io per nota detti a Quella circa la possessione delli scudi 200, li quali 
ho hauti dal Sig."^ Giovanni , cioè parte auti , e parte promessi a mio pia- 
cere ; e cosi non si mancherà di sollecitudine al tutto. Le porte hanno a 
essere 4 , dua di sotto e 2 di sopra. Appresso son venute dua barcate 
<li pietre per la logiiia prima. Le farò condurre alla Gonzaga , e ì altre ne 
verranno di qui a sabato prossimo, e dipoi si potrà cominciare a lavo- 
rarle. Bisogna fare H fondamenti : li farò fare , acconcio il tempo. Le co- 
lonne di Como verranno presto; il resto e le soltobase de' balaustri , il 
simile. Quella sa quello è di bisogno . che a tutto si darà ricapito. Non 
altro. A V. Ex.''* umilissimamente bacio le mani. Di 3Iilano , il di 20 di 
Febraro looO. — Di V. III.™' et Ex.'"'' Sig.''* - servitore e stiavo - Dom."' 
GUiNTi » 

Allo stesso — sotto Parma. 

« III.""' Ex.'^ Sifjnor mio e Padrone obser."^ 

H Ho, ricevuto la litera di V. Ex''* ; e circa il lavoro della Gonzaga non 
si manca di esequire la mente di Quella. Ho fatto condurre le dua porte 
che erano a Pavia , che sono state carra otto , e li ho i)agati secondo li 
paga la Camera ; che mi viene a costare L. IO per carro a tutta spesa ; 
e sono satisfatti del tutto. Li piedistalli delle colonne son finiti per tutto 
giovedì prossimo , e le ditte porte si mettono in opera , e per tutto questo 
mese saranno in opera; e saranno in 0|)era le colonne e'|ìiedistalli , e si 
('Offrirà la detta loggia ; e farò finire appres.so la sua gronda , e disarmerò 
di ponti tutto, e seguiterò appresso di ammattonare le loggie , che di 
già ho fatto provvisione a tutti li stazonari delli mattoni grandi , perchè 
quello che si obbligava a far li nostri li niancò la terra , e si andò con 
Dio; e di[)0i quelli cotti, non n'è riuscito la metà boni, come Quella 
vedrà , perchè la terra non riesce come si pensavano. Basta . che non ci 
mancherà niente , e spenderemo manco. Appresso, ho finitola pittura, 
salvo accanto la porta , che la farò finire subito messa. Appresso si segui- 
terà le logge della Peschiera , e vorrei che si conducessino il resto delle 
colonne per ditte logge di bottisino , e le colonne di Como con li sol pie- 



164 RASSEGNA DI IJItlU 

distaili: e queste si mettessino tutte in opera questo anno: e saremmo 
fora del più importante , e ci resteria da far poca fabrica. Appresso , la 
mesata non è comparsa , et io ho già tanti debiti, volendo pagare ognuno. 
Tutto questo mese si è lavorato senza dinari, perchè la mesata di giugno 
era spesa. E di più, per la venuta di Sua Altezza i'ho seguito il lavoro , e 
tengo le persone in buona speranza. Se Quella li pare farne dire una pa- 
rola al Sig.f Gismondo Fanzini , Sua Ex''-» facci lei. ■ — Alla quale umil- 
mente bacio le mani. — Di Milano , il di 21 Luglio nel 51. — Di V. IH.""' , 
et Ex.*"^ S.''" — servitore e stiavo — Dom.^° Ginti ». 

Estratto di alcuno lettere di Paolo Giovio vescovo di Nocera , per la parte 
che riguarda a Domenico Giunll da Prato. 

A Don Ferrante Gonzaga. 

« Io mi son posto nel libro della vita , nel ffual stanno li veri et 
eterni conti dell'honore et della gloria, per indubitato et acceso debitor 
di V. Ecc.' , poiché per sua generosa cortesia si è degnata visitare il Mu- 
seo et la casa mia, perchè in effetto gh ha apportato infinita ripula- 
tione Per mille volte la ringratio, supplicandola a volermi conso- 
lare d'una copia del suo ritratto in tela, di mano di MJ° Dominico no- 
stro , il qual raccomando a Quella come merita il suo gentile ingegno. Et 
io renderò il cambio con una brava pittura di finissimo inchiostro , la 
quale rappresenterà alli posteri l'immortali faccende di V. Ecc." , come ho 
fatto del magnanimo marchese Francesco suo padre , senza sparagnare 
l'azzurro oltramarino Di Roma , il 22 di Luglio 'lo47 ». 

Allo stesso. 

« Quanto al battezzare il bel luogo , qual fa V. Ecc.* per diporto 

e recreamento delli quotidiani fastidii , subito mi misi la cotta e la stola, 
et chiamai per compatri li S.'' Capilupi , quali approvorno che '1 luogo 
meritasse nome di maschio e non di femina ; et cosi felicemente fu chia- 
mato Nympheo con gran ragione , perchè uno antico Romano puose tal 
nome ad un suo luogo abundante d'acque e frescure de giardini. Et il 
Sig.' Grasso senatore mi dice che in questa Gualtiera è una mirabil co- 
pia d'acc^ua viva , corrente , sorgente , ove si puonno fare elegantissimi 
compartimenti di peschiere, uccellere , conigliere et parchetti de varii 
animah , ad imitatione delli antichi, come insegnano Varrone e Columella. 
Et son certo che '1 mio Maestro Dom."" da Prato trovarà mille vaghi di- 
segni di fare una facetissima fabrica dell'edificio et de compartimenti , 
de horti , giardini e pergolati ; et sopra tutto studiarà che la fronte della 
jntrata habbia dignità et pomposa vista. Et per seguire l'ordine deUi an- 



RASSEGNA DI LlliRI 165 

liclii mastri delU' bell'opre sarh molto ai proposito che .si [)iaiiti (jue^la 
inscrillione, qual dà il spirito vivo al morto luogo, et stia sopra il por 
tone, vero in qualche altra illustre parte: et questo sarà proprio come 

la Cresima al Battesimo Da Roma, XV. X.''" 1547 ». Segue liscri- 

zionr : — Fkiidinandvs Gonzaga a Carolo V. imp. avc. max. — cisaumnm 

GaLI.IAK PUAEFECTVS — QVVM EX BELLICIS ATQ : CIVILIBVS CVRIS MERITW — 
NON IGNOBll.IS Of.ll BEQVIEM OVAERERET — NVMPH VEVM SVBVIUt\M SECESSVS 
— HONESTAE VOLVPTATI DEDICAVIT. 

Allo stesao. 

« L'altro giorno il Sig.' Giovanni < Maona ' mi condusse poi a 

disnare alla Gonzaga, ove restai stupefatto perchè mi parve entrare ne 
la maravigliosa casa di Merlino, celebrata da' poeti come cosa possibile et 
non trovata. Et la loggia d'alto , qual guarda verso mezzo giorno , è riu- 
scita d'estrema bellezza, con si vago appartamento attaccato , et con si lus- 
suriosi acconci di camini, pitture et altre bizzarrie. L'altre parti si puonno 
più presto dire degne di maraviglia che di laude, perchè son fuori de 
l'ordine de la pratica de'presenti tempi , come fondate in architettura al- 
tiera et magnifica. Et certamente il prospetto , l'acqua , la pianura . la 
propinquità de la città non meritavano altro che l'ornamento de si ma- 
gnifici portici et belle colonne. — Usava jjerò il Mag.'^" M^" Domenico, non 
affettato architetto, di dire che desiderarebbe che la ghirlanda M) havesse 
li suoi stilobati, ovvero, com'esso dice in firentino, piramidoni, a pru- 
dente cautela per potervi piantare sopra colonnelle , se per caso a 
\ . Ecc.* venesse capriccio di cuoprire quelli disegnati terrazzi, come offe- 
so da r ingiuria che sogliono portale in questi paesi settentrionali le nevi 
diuturne, li fieri venti et gli aspri geli. Poiché per viva ex[)eiienza si co- 
nosce che questo cielo non comporta terrazzi aperti , li ([uali presto si 
consumano, destruendosi il lastrigato , che fa poi lagrimare le volte da 
basso a mina de'stucchi , pitture et altri ornamenti . quali poi se no 
vanno alla volta del salnitro. Et cosi V. Ecc' potrà misurare tre volte et 
tagliare una, compensando li danni che ne possono avvenire col beneficio 
de si vago coperto , sicuro poi et difeso dal sole , da'venti et da pioggie. 
Pomdas, che si potrebbe ben poi dire che le :i delizie di Spagna .«areb- 
beno .3 magre fantesche de la pomposa Gonzaga: dico l'Alzafaria de Sa- 
ragozza . l'Alcnzera de Siviglia et l'.Mambra di Granata : con un manichetlo 
a f[uello appartamento moresco de /os f/uiirtofi de ton Irones . dove son 
tante fontane: iierchè io vedo già la lontana vostra cosi ampia . cosi chiara 

(i) Parola tecnica di que' tempi , elio !^i incontra iti dociinienli consimili; e 
significa i! davanzale o parapetto dei liallalui o terrazze , con ornali n meandri 
■^traforali. 



166 RASSEGNA DI LIBRI 

et cosi copiosa , che darà acqua de cristallo in ogni luogo a complimento 
della fecondissima pischera. — Et se V. Ecc.* tirerà ad uso d'uno hip- 
podromo ([uella leggiadra corsa da la pischera al casino , sarà proprio un 
viale armato da le bande o d'arbori frondosi o di cancelli con rosarii , 
che avanzerà d'amenità et prospetto ogni bella cosa che si veda di qua 
sino al Temissitan. Et vedo che '1 casino sarà capace d'un re con una 
grassa corte , havendo per vicini quelli belli membri , quali per niente 
V. Ecc.' non deve gettar via , ma conservarli ; perchè quella frequentia 
di piccioli edificli augumenta la dignità del luogo mastro. Et quando 
V. Ecc.* sarà tornata da le solenni feste de le nozze, io verrò subito a ba- 
ciargli la mano per ragionare de si belle cose. Et Quella tenga per certo 
che '1 Principe non può essere galanthuomo se non ha il mal de la pie- 
tra (1) Di Como, il XIX d'ottobre l'j49 ». 

Allo stesso. 

« Prego ... V. Ecc.^^ che non mi facci bugiardo , perchè ho 

scritto d' bavere il suo ritratto al Museo. Però voglia commandare da do- 
vero al gran Piramidone (2) che facci una copia di quel ritratto, et la 
mandi sino al Museo. Et io ne resterò obligatissimo a V. Ecc.* appresso 
a tanti altri beneficii ricevuti da lei . . . Di Fiorenza, il v d'Agosto 1551 ». 

Il libro del Campori si può', dunque, chiamare un'ottima continuazio- 
ne un complemento all'opera del Tiraboschi citata in principio. Esso ha 
come questa la forma di abbecedario : la quale è da prescegliere quando 
la poca rilevanza delle persone o delle cose , e la scarsità delle notizie 
non ha corpo sufficiente per libri di forma istoriale seguita. Gli abbece- 
darj sono bene accomodati a contenere le piccole cose e minute con le 
gravi insieme; e del pari alla illustrazione delle memorie municipah ; 
imperciocché tutto in essi è buono a dirsi senza grande studio di com- 
posizione e di forma, tutto è agevole a trovarsi e a sapersi senza fatica. 
Il libro del Campori ha poi questo singoiar pregio, che di taluni de' più 
chiari artisti itahani ci porge notizie nuove , che sono completive delle 
loro biografìe. 

Dopo avere esaminato con certo studio d'analisi attenta questo libro , 
ho fatto a me stesso tale domanda : Perchè negli Stati Estensi andarono 
a lavorare tanti artisti di fuori ? E pensandoci un poco su, mi è parso che 
questa domanda medesima vaglia, sto per dire, per ogni città, terra e 
castello d'Italia; appunto perchè questo fatto è comune all'Italia tutta. 
Del quale la cagione prossima sta nelle emigrazioni o peregrinazioni che 

(1) Vale a dire , la nobile ambizione di innalzar fabbriche. 

f2; Cioè al Giuntalodi. Vedi il terzo di questi estratti di lettere del Giovio. 



RASSEGNA 1)1 LllìlU 107 

111 allora erano una necessità per ogni ordine di persone, ma s(tpr;itiuit<» 
agli artisti. Fatto poco osservato negli efletti suoi , e non punto esami 
nato nelle sue originali cagioni dagli storici e dai critici dell'arte. Fatto 
che ci spiega il perchè le notizie corafìlemcnlari della biogralia di molli 
artisti , bisogni cercarle fuori della loro patria , in quei luoghi dov'essi 
stettero a lavorare , dove quegli archivi e quei cronisti municipali ne; 
sanno e ci dicono pivi de' patrii. In quei tempi ne' quali lo spendere 
suntuosamente in cose d'arte d'ogni maniera era un sentimento comu- 
ne , era un'ambizione nobile cosi nel pubblico come nel privato , desi- 
derosi di lasciar durevole ed onorata memoria di sé; accadeva che ora 
quelle città che ne avevano difetto , chiamassero artisti suflBcienti da 
altri paesi , ora gli artisti cercassero altrove (juella miglior sorte che in 
patria non avevano potuto incontrare; e talvolta alcuni portavano in al- 
tre Provincie insieme colla loro arte i fondamenti di una nuova scuola : 
onde si vede la origine e i mutamenti della maniera di non poche scuole 
pittoriche cosi italiane come forestiere. In esempio di ciò sta sopra tutti 
Lionardo da Vinci. 

E ((ui chiudo il mio discorso , col ringraziare e lodare il Campuii 
della sua onorata fatica ; la <[uale accresce la scarsa nostra letteratura 
artistica di un altro libro utilissimo per ricchezza di notizie importanti . 
raccolte con la coscienza di storico probo ed accurato, con l'afTetto di 
cultore appassionatissimo per gli studi di (jucsta maniera. 

Carlo Mn,.\NEsi. 



Lezioni di Mitologia ad uso dccjli Artisti, dette da Gio. B\tt. Niccoli.m 
nella Reale Accademia delle Belle Arti in Firenze nell'anno l<S07->s. 
Firenze , 18uo. Barbera , Bianchi e C, ed. In Kimo. Voi. due, di p. i.\, 
■VóO e 350. 

I.EITKIIA AI, PR()I\ SaI.VATOHK Bl-TTl. 

Un libro di Mitologia, .raccomandato da nome autorevole. i|u.il »• 
(piello del Prof. Gio. Battista NiccoUni , non è senza importanza, dopo il 
(u)ntinuo , insolente , vituperoso studio, da parecchi anni, di cancellai»' 
ogni vestigio di antica sapienza, giudicata non rivile dagli odierni no 
valori ; che però non seppero sostituire che tenebre e delirii. Di che , mio 
caro Betti, non vorremo qui ripetere inutili querimonie, parendomi il 
male di troppo alta e universale origine, e <|uindi non curabile , senza 
Torse un grande rivolgimento in quella che chiamasi repubblica dellr 
lettere , dove, piìi che in ogni altra repubblica, la licenza è al colmo. La 



1fi8 KASSEGNA 1)1 LIBRI 

(juale veramente negli Stati riconduce per solito alla tirannide , e nelle 
lettere è via al ritorno della feroce pedanteria. Che in ogni cosa siamo 
destinati a tollerare gli estremi. 

Si , amico mio , tirannide o licenza da sesssant'anni travaglia la più 
parte degli Stati di Europa ; né altro in questo medesimo corso di anni 
mostrano gli studi. I pedanti , giustamente venuti a noia e in dispetto, 
ci fecero traboccare nelle follie de'romantici ; non ostante pur l'opera 
sapiente e generosa , in principio di questo secolo , di alcuni ( fra' quali 
annovero anche te ) per richiamare le lettere alla vera scuola de'clas- 
sici , cioè de'grandi scrittori , egualmente discosta dalle nenie arcadiche 
e dalle ciurmerle oltramontane. Ma i loro sforzi , come che resteranno 
a onore perpetuo d'Italia , pure , per cagioni che non accade qui discu- 
tere , ebbero effetto breve e incompiuto : e prevalsero le sètte contra- 
rie , con questo , che i romantici sopra gli arcadici alla fine signoreg- 
giarono , movendo più speziai guerra alla Mitologia; per dir vero, 
maggiormente abusata dagli altri , non solo per averla ridotta a fanciul- 
lesca vanità , ma ancora per lo sazievole e non appropriato riprodurla 
in ogni lavoro d'ingegno e di mano, non sapendosi quasi più formar 
concetto o imagine se non sotto specie di qualche deità mitologica. 

Ma i novatori adoperarono meglio a volerla del tutto sbandita ? Non 
dirò che il saper di Mitologia è parte di erudizione, di cui non po- 
trebbe con onore esser privo un uomo di lettere. Io anzi domanderei . 
se le lettere e le arti presentino ancor oggi alcun lato, dove la mitolo 
già possa opportunamente adoperarsi , cioè non meno con profìtto che 
con diletto. Farmi che a giudicare di ciò fondatamente , sia d'uopo di 
ben determinare quanto e come e fin dove è possibile che i misteri 
dell'antica teologia sieno dalle generazioni successive all'età cristiana in- 
tesi (|uali verità naturali , che per volgere di stagioni e variar di culti si 
sptirimentano continuamente le medesime , per quella legge eterna , im- 
mutabile , in cui , se io non erro , gli antichi teologi o poeti , che valeva 
tutt'uno , simboleggiarono il sommo e onnipossente e unico Dio col ti- 
tolo di fato, ossia causa prima , volontà regolatrice o disponitrice d'ogni 
cosa , a cui non solo gli uomini , ma gli dei dovevano sottostare. Giove 
stesso , benché tenuto onnipossente , non poteva mutare gli ordini del 
fato. La cui dottrina è pur tutta cavata dalla sperienza del vivere umano; 
che ogni volta considero la favola di Edipo re , parmi vedere rappresenta- 
to al vivo : niuno, per avventura, essendo che non provi spesso d'inciam- 
par nel male per cercare il bene , usando la libertà del suo arbitrio , non 
sempre come sarebbe il meglio , tirato da forza incognita , che può dirsi 
naturai disposizione ; per la quale gli avviamenti alla nostra vita riescono 
dissimili , e in alcuni di piacevole e quindi fortunato, in altri di dolo- 
roso e quindi infehce effetto. E come ognuna di queste disposizioni co- 
stituisce il fato d'ognuno, cosi dalla riunione di tutte resulta il fato, a cui 



RASSEGNA 1)1 I.IBIU 1<)9 

i;li antichi attribuirono la somma balia dell'universo; da noi , con miglior 
verità, riferita airunico Dio, disponitore eterno e sapientissimo di lutti l;1ì 
ordini e di tutte le leggi della natura , che lasciando libera scelta alla vo- 
lontà degli uomini , pure non consente che fuori o contro alla sua vo- 
lontà nulla quaggiù avvenga. Materia già d'interminabile controversia 
ancora fra'nostri teologi. 

Ilo detto , mio caro amico, della dottrina del fiito, che è fondamento 
principalissimo della pagana mitologia. E tu vedi (juanto s inganna chi 
la reputa disforme ad ogni intendimento moderno. Ma ancora delle altre 
divinità si può il simile argomentare. Che sono elleno in fine ? Verità 
naturalissime e provatissime da tutti gli uomini . in tutti i tempi: tras- 
portate e collocate in cielo , con quella vaghezza e robustezza di fanta- 
sie , proprie dell'età eroica e dello ingegno greco. Ora lasciamo la re- 
ligione degl'idoli. Consideriamo il vero naturale , sotto quegl' idoli nascoso. 
Non solo ci accadrà intenderne agevolmente i significati , ma ne avremo 
riprova costante e viva , dove per poco ci guardiamo intorno , e vediamo 
passioni ree e dannose, con mescolanza, di tratto in tratto, di afTetti 
buoni e utili. 

Ma che bisogno abbiamo di rappresentare i vizi e le virtù con imma- 
gini d'iddii semidii, quando potremmo senza velo, e per naturale 
discor.so? Si, potremmo, senza dubbio: ma dovremmo altresì accomo- 
darci a veder tolto alle arti della immaginazione il maggiore e migliore 
ornamento : e quasi ridurle a sterili astrattezze , appena atte a conce- 
pirsi da' sapienti , non certo da prendere le fantasie popolari, che (come 
dice il Gravina) é debito della poesia, anzi d'ogni arte d'imitazione. 
Perchè lo imitare non è copiare , ma comporre alcun simulacro o idolo 
che , desunto dalla verità delle cose naturali , pur abbia faccia di come 
insolito e peregrino : onde poi si genera il maraviglioso : senza cui lo 
svegliare diletto , condizione indispensabile nelle arti , è vana prova. 

Ma parlando a te , e non presumendo di andare a grado che a'pochis- 
simi simili a te, non mi è necessario rinfrescare dottrine troppo note 
e non contrastabili. Basta conchiudere che la Mitologia , come rappre- 
sentatrice di verità naturali , può essere ancor oggi intesa : e come or- 
namento poetico, non dobbiamo, a tempo e luogo, rifiutarla: se non 
vogliamo giudicare che Dante e Torquato , poeti cristianissimi , facessero 
peccato. 

Si dirà : il concedere a' poeti l'uso della Mitologia a fine di procu- 
rarsi splendide e vive forme , può essere inteso e comportato. Ma gli arti- 
sti ? che regola essi terranno? Innanzi di dire la mia opinione, qualun- 
que ella sia, è da notare che veramente l'opera del Niccolini è agU ar- 
tisti indirizzata. Egli , professore di Mitologia e d' Istoria nella fiorentina 
Accademia di belle arti , dettò della prima un numero di Lezioni, rima- 
ste inedite sìiki ;i (|uesti giorni. E (lohl)iaiiio alle cure de' tipografi cdi- 

Au(:ii..Si. 1t. . Nitopn S>'rir . T. 11. 22 



170 RASSEGNA DI LIBRI 

lori Barbèra e Bianchi , che vedessero la luce in due volumi, di nitidis- 
sima stampa. 

L'Autore comincia avvertendo gli artisti , che la cognizione delle fa- 
vole varrà loro a rendere la mente meglio atta a imaginare e ritrarre 
forti e splendide cose. Il che , senza fallo , è grande e incontrastabile van- 
taggio. 3Ia non è tutto ; anzi stimo che la maggiore utilità sia in questo: 
ch'essi nella scienza mitologica hanno una guida a rendere bellamente 
sensibili gran parte di concetti moralissimi e civilissimi , che figurati nella 
loro indeterminata astrattezza ( sia pure che mostrino sembiante d'uomo 
di donna ) , non avranno mai effetto da esserne in pari tempo e si- 
multaneamente l'occhio e l'intelletto soddisfatti. Se vuoi, per esempio, 
rappresentarmi quanto sollecito e amaro sia il disinganno della vita , po- 
trai bene figurare una giovinetta che, nel fior dell'età e della bellezza, mo- 
stra, in attitudine di dolorosa maninconia , di aver perduto quello dove 
con più fiducia aveva ogni affetto riposto. Non dirò che non puoi fare 
opera lodevole ; ma non mi presenterai che un'astrazione colorata, il cui 
senso non mi fa pensare ad alcun soggetto determinato e corporeo , do- 
vendo nella generalità delle cose cercarne 1^ riprova. Ma se mi poni 
innanzi il simulacro di Psiche, simboleggiatrice dell'anima umana, e 
torno alla mente la sua vita, la sua afflizione, il suo abbandono , veggo 
quasi la incarnazione della sopraddetta verità , non più astratta ma 
personificata, non più indeterminata ma circonscritta, e quindi meglio 
al gusto de'sensi accomodata. Quanto non costerebbe a un pittore o 
statuario trovar figure ed espressioni a bene incarnare questo si trito 
concetto: essere alla virtù operosa, ordinaria compagna la sventura? 
Rappresenti Prometeo , e avrà l'effetto desiderato. 

Ma, dunque, la pittura e la scultura seguiteranno in tal guisa a essere 
eterne e sazievoli riproduttrici delle opere greche ? E chi non sa come 
per questa via si generò la cosi detta maniera, o convenzione accademica, 
distruggi trice del sentimento , che nelle opere di pennello o .scarpello è 
il maggior pregio , né altrimenti si procaccia che ritraendo le immagini 
dalla natura viva? E poi, che mestieri abbiamo di veder moltiplicata la 
schiera degli Apolli , delle Veneri, delle Niobi, de'Mercuri, evia discor- 
rendo, quando per godere della costoro vista, ne abbiamo in gran copia 
ne'musei, di lavoro che, per quanto eccellenti, niuno de'moderni po- 
trebbe mai eguagliare , non che superare ? 

Tutto questo è vero. E Dio ci guardi mai dal consigliare pittori e scul- 
tori a ritrarre statue antiche. Lo studio delle quali, se nella passata gene- 
razione giovò per toglier l'arte da quella vergognosa abbiezione, produsse 
che ella divenisse rappresentatrice fredda , anzi morta , d'un bello che 
fu vivo nell'ingegno e nella mano di coloro che, in secoli remoti, lo cava- 
rono , con perfetta elezione , dal naturale. Che, vogliasi o no, questa mas- 
sima, si per le nrti del disegno e si per quella della parola , è inconcussa : 



RASSEGNA IH LUtHI ^71 

n Lascia natura potersi imitare: le opere des.'l'ine;egni non potersi ohe 
copiare » , purché il guardarle e considerarle non altro valga che a cono- 
scere più sicuramente la via di giungere alla migliore imitazione del 
naturale. 

Ma che vieta il pui- figurare oggi alcuni subbiolti mitologici, simboleg- 
gianti verità sensibili e profittevoli in ogni tempo , cercandone le oppor- 
tune immagini ed espressioni nel vivo della natura? Se Venere, per esem- 
pio , è simbolo di bellezza, quando io da molte femmine sceglierò una 
formosissima , e di parti corrispondenti a quella specie di gioventudine e 
di beltà, non avrò por avventura soddisfatto aUullicio mio? Ma non é 
la Venere de'Greci. E non sia. Resterà però convenientemente figurato 
il simbolo che i Greci sotto la immagine di Venere intesero ; nel tempo 
che non mirerò una figura senza moto, senza vita: vera statua, come 
tutte le copie. 

Certamente, bilanciato pregi e difetti, ninno contrasterebbe ne'tempi 
moderni il principato dell'arte al Canova. E guardando ( nella reggia 
de'Pitti ) la sua Venere, senti ch'egli, massime nelle rappresentazioni 
gentili , era fatto per gareggiare co' Greci , se nell'età loro fusse nato. 
Ma rimirando (nella Galleria pubblica fiorentina) la Venere Medicea, 
tanto f opera canoviana perde . (|uanto di questa è più o meno perfetta 
contraffazione. 

• Nel quattrocento , secolo cotanto alle arti del disegno propizio , non 
fu frequente ritrarre suggetti mitologici : dati gli statuari e pittori a fare 
istorie sacre , per servigio delle chiese e de'monasteri , dove le ricchezze 
eran maggiormente accumulate. Pure qualcuno , forse per gradire un 
poco alla corte voluttuosa de'vecchi Medici , si provò. Fra'quali Alessan- 
dro Botticelli , della cui mano ( nella Galleria di Firenze , a manca en 
trando ) veggiamo Venere nascente , con bene tutti i segni della Dea ; 
riconoscibile a prima giunta . senza per altro mostrar nel volto e noU'at- 
titudine il solito tipo delle V'eneri greche ; perchè quahuKiuo cosa allora 
facevano gli artisti , costantemente ritraevano del naturale. E se desideri 
più delicatezza di forme , e meglio alla gentil beltà della madre di Amoro 
confacente, n'è cagione che l'arte per ancora non era venuta a quella 
cima del perfetto, da non solo contraffare vivamente la natura, ma da 
produrre altresì una squisita scelta delle bellezze di lei , ottimamente alla 
indole de'soggetti accomodala. Nel che furono sommamente incompara- 
bili Lionardo e Raffaello. Guarda, fra l'altre mitologie, la Galatea del 
secondo. Vuoi dipintura più viva e insieme più vaga i* Chi la direbbe 
ritratto di statue greche, anzi che del vero naturale? i*] noto cora'ei , 
scrivendo all'amico Castiglione , lamentasse la carestia di donne belle 
quasi ninna valesse a somministrargli la immagine della formosissima 
ninfa. Il che ci dimostra che il sommo artista , nel dipingere cose di 
mitolosia , non fra le statue ereche , ma ii<>lla natura viva e favellante 



172 RASSEGNA DI LIBRI 

cercava i modelli e le idee. E se bene più tardi , divenuto maggiore il 
dissotterramento e lo studio delle statue antiche , anch' egli fu preso alla 
vaghezza d'imitarle; onde la sua maniera perdette un poco dell'antica 
purezza ( di che fan fede le favole dipinte nelle lunette , ne' peducci e 
nella volta della loggia della stessa Farnesina ) : pure non si potrebbe 
dire ch'e'dal ritratto de'naturali modelli si discostasse ; si come più tardi 
fece il suo discepolo Giulio Romano , e più ancora la imprudentissima 
scuola de' michelangioleschi. 

L'essere, adunque, un artista addottrinato nelle Favole è tanto neces- 
sario , quanto che egli possa non solo sapere gli attributi , gli emblemi, 
i particolari distintivi di ciascuna divinità ; ma, che è più, cercare nella 
natura viva fisonomie ed espressioni acconcie a'rispettivi subbietti. Le 
quali s'inganna chi crede non trovarsi più oggidì ; perciocché , se le divi- 
nità pagane sono velo di verità naturali , non si può supporre la natura 
sensibile per forma alterata e guasta , che più non ci abbia a far vedere 
aspetti proprii di Ercoli , di Palladi , di Giunoni , di ApoUi, e via dicendo. 
Tutto , adunque , consiste nel saper guardare e investigare detta natura 
col lume della scienza mitologica , sì che di ciascuna divinità ci sieno 
noti i sensi , i sembianti , le acconciature , ed ogni altro segno o carat- 
tere. Al che stimiamo che il libro del professor Niccolini provveda 
abbastanza. 

E bene si appose, scrivendo per artisti, di togliere ogni erudizione 
superflua , restringendo l'opera al puro necessario. Dà in principio breve 
informazione delle credenze che sulle origini degli dei e del mondo eb- 
bero gli antichi, quasi per farsi strada a discorrere prima del loro culto; 
che è quanto dire , de' templi , degli altari , de' boschi sacri , degli asili , 
de' simulacri , de' sacrifizi ; e poscia delle tante e diverse divinità. Le 
quaU spartisce in due ordini : maggiori e minori. Giove, Nettuno, Mer- 
curio , Apollo , Diana , Minerva , Venere , Vulcano , Marte , Cerere , Ve- 
sta, fra le maggiori; Caos, Terra, Amore, Notte, Sonno, Cielo, Oceano, 
Mnemosine , Temi , Cibele , Parche , Danaidi , Proserpina , Caronte, Mi- 
nosse , Radamanto , Eaco , Nemesi , Fortuna , Vittoria , Clio , Euterpe , 
Talia , Melpomene , Tersicore , Erato , Polinnia , Urania , Calliope , Gra- 
zie , Esculapio , Bacco , fra le minori. Nella quale enumerazione e spar- 
tizione seguitò Esiodo ; parendogli , non a torto , che al tempo di quel- 
l'autore , la Mitologia fusse più vicina alla sua naturale purità ; che in 
processo s'alterò , per quel vizio dell' ingegno umano di peggiorare le 
cose , e massime le religioni , a fin di ampliarle e aggrandirle. 

Se dicessimo che l'Autore in questa sua opera faccia mostra di dot- 
trina riposta e peregrina , potremmo essere accusati di adulazione verso 
chi , per risplendere fra' principali lumi dell'età nostra , non ha mestieri 
di nuova fama. D'ordinario , si vale di quanto in sì fatta materia trova- 
rono e considerarono il Vinkelmann e il Visconti ; aggiungendo spessi e 



RASSEGNA DI l.ll'.UI 1 7.'J 

splondidi volgarizzamenti di brani di poeti ijreci o latini, non solo |)tii- 
illustrazione delle tavole , ma ancora per nutrimento ottimo delle im- 
maginazioni artistiche. Del filosofare tanto più riesce parco , quanto che , 
ragionando ad artefici , sopra ogni altra cosa stimò necessario che infor- 
mati fossero della nascita , educazione , vicende , sembianze , abiti , at- 
teggiamenti , uffici , simboli , attribuiti delle varie divinità , né ignoras- 
sero altresì le più celebrate opere di statuaria , di cui quelle furono appo 
i Greci subietto. 

Non di meno , non diremo che dalla breve notizia di ciascuna, non si 
tragga alcun senso filosofico , o morale o civile. In Giove e in Nettuno os- 
servi la potenza regia originata da empia usurpazione del trono paterno; 
a cui seguitano i vizi del riposato dominare , espressi nelle tante trasfor- 
mazioni lascive , e adultèri , e impuri congiungimenti , non pur co'cele- 
sti , ma ancora co'mortali ; ond'ebbe origine la folla de' semidei, debitori 
della felicità delle loro imprese al sozzo natale. Se questo ritratto degli 
dei è scandaloso , tale è pure la natura umana, in essi adombrata. Giuno- 
ne , libidinosa, gelosa , astiosa , irosa , superba , vendicativa , ci scopre le 
più corrotte incfinazioni del sesso femmineo. E della ingordigia del posse- 
dere, dell'interesse, passion tanto rea e feroce nel mondo, cagion prin- 
cipale di delitti, è imagine Mercurio, dio astuto, agile, rubatore. Come una 
grande e splendida altezza non difenda dalle ordinarie infelicità, n'é te- 
stimonianza Apollo. Signor del canto, portator della luce, custode del fu- 
turo, bellissimo sopra ogni nume; pure, cacciato dall'Olimpo, esulante 
lungamente per la terra , servidore oscuro alla mensa di un pastore , bi- 
sognoso, per povertà, di lavorare alla fabbricazione delle mura troiane. 
Una fierezza di donna, ambiziosa di riuscire maggiore del sesso, è Diana 
cacciatrice ; che a' diletti e a'dolori di sposa e di madre antepone, in per- 
petua virginità , di poter gareggiare con Febo nel maneggio dell'arco e 
delle freccie. Quasi a dimostrare si proprio degli uomini lo stato di guer- 
ra, veggiamo rappresentarlo da due grandi e potentissime divinità, 
Pallade e Marte , gareggianti nel disjmtarsene la gloria : se non che la 
nascita e allattamento del secondo fra genti barbare , significherebbe 
che il guerreggiare disconviene a' civih popoli. Ma il simbolo di sa- 
pienza riferito alla prima , rivela la misera e labile civiltà di una na- 
zione senz'armi. Venere, che cerca l'amore di Anchise e di Adone, dice 
chente sia la forza dellajìpetito concupiscibile , che non risparmia chi 
pareva solamente destinata ad essere voluttà degl'immortali. La sorte di 
marito deforme e geloso ci mostra Vulcano. Qual conto gli antichi faces- 
sero dell'agricoltura , prima e principale di tutte le arti , vera o sicura 
fonte d'ogni ricchezza e prosperità , conosciamo dalla tanto e privilegiata 
e universalmente adorata potenza che riferirono a Cerere; quasi come noi 
oggi facciamo dio sovrano ( e non egualmente benefico ) il Commercio. 
Nessuna cosa per certo rende imagine della vita come il fuoco: onde 



174 RASSEGNA DI LIBRI 

parve che il perpetuo alimentarlo e custodirlo importasse quanto la con- 
servazione del mondo. Di che è espressione Vesta, chiamata per ciò eter- 
na, e comunemente intesa per la fiamma viva. 

Queste considerazioni di leggieri sorgono alla mente col leggere la 
descrizione che fa il nostro Autore di ognuna delle maggiori divinità , e 
altre non meno filosofiche se ne caverebbero da quella delle divinità mi- 
nori. Il notar le quali mi condurrebbe ad essere più lungo che non com- 
porta il presente discorso. Né a te, mio Betti, parrà che non sieno abba- 
stanza sublimi, per non essere avvolte nella metafìsica de' trascenden- 
tali. Con cui il nostro Niccolini non volle amicizia , serbandosi fedele alla 
filosofia tutta sperimentale de' nostri vecchi , oggi si derisa appunto per- 
chè di agevole intendimento. Quindi possiamo assicurare che il suo stile , 
se bene non di squisitissima eleganza , anzi qua e là un po' negletto , 
tuttavia è puro di quelle astratte maniere, e stranamente insolite , nel 
cui velame siamo si spesso condannati a ricevere oggi i pensieri degU 
scrittori più celebri e ammirati. I quali forse avranno lor buone ragioni 
di nasconderli. Il dettato del Niccolini procede lucido , facile , intelligi- 
bilissimo : e siamo in tempi che è grande e rarissima lode il farsi in- 
tendere. 

Ma fo fine, per non isdrucciolare da capo in querele, e forse nella 
maggiore : perchè è troppo grande maledizione, che la massima di quel 
moderno diplomatico ( e in diplomazia starà bene ) che la parola è fatta 
per velare, il pensiero , sia divenuta massima altresì de' letterati e dei 
filosofi. 

Il tuo sempre affesionalissimo 
Ferdlnando Ranali.i. 



RASSEGNA DI IJIIItl 175 



Ezelino da Romano, per Cesake Cantù. — Torino. Tipografia Ferrerò e 
Franco , 1852. — Un voi. di pag. 322. 

// sacro macello di Valtellina. Episodio della riforma relif/iosa in Italia, per 
Cesare Cantù. — Firenze, Tipografia Mariani, 1853, un voi. di p. 128. 

La Lombardia nel secolo XVII. Ragionamenti di Cesare Cantù. — Milano , 
18")i , a spese dogli Editori Volpato e C — Un voi. di pag. 345. 

L'Abate Parini e la Lombardia nel .feeolo passato. Studi di Cesare Cantù. — 
Milano, presso Giacomo Gnocchi , 1834. — Un voi. di pag. 535. 



Di Cesare Cantù, il più fecondo scrittore che vanti oggi l'Italia , e fe- 
condo non di ronaanzi e di altre scritture di facile immaginativa , ma di 
opere storiche di lunga lena , pensate e condotte a fine con instancabile 
costanza , raramente fu parlato nell'Archivio Storico : ed è ormai tempo 
che di questa ingiusta dimfMiticanza si faccia ammenda, non per rispetto 
al Cantù, a cui poco premeranno le lodi o i biasimi nostri, ma sibbene 
per rispetto all'Italia ; la quale non ci sembra che rimeritasse quanto era 
debito l'amore delle tradizioni nazionali e la perseveranza negli studi di 
questo illustre Lombardo. Né ci si dia biasimo se volendo scrivere di 
Cesare Cantù , togliamo ad esaminare alcune delle sue Opere minori , 
anziché quelle che gli diedero fama in patria e più tra gli stranieri : 
perché a questo. ci persuase non tanto il pensiero di non sobbarcarci ad 
un peso soverchio per le nostre forze, quanto il disegno di scegliere fra";i 
lavori già divulgati del Cantù alcuni di (pielli che più specialmente si ri- 
feriscono alla Storia Italiana: la quale a]ipunto nelle (|ualtro scritture di 
storico argomento notate in fronte di quest'articolo , ci sembra per som- 
mi capi compresa presso che tutta dal secolo XII al secolo XVIII. Or di 
ciascuna di queste opere intendiamo di presentare ai lettori dell'Archivio 
una sommaria esposizione , esercitando la critica più .sulla intelligenza 
dei grandi avvenimenti, che non sulle questioni di mera erudizione : per- 
suasi come siamo, esservi nella storia una verità minuta dei fatti e dei 
loro particolari, sterile patrimonio dei pedanti; ed una verità di larga 
comprensione delle cause e degli effetti, feconda interpet^e del passato e 
spesso divinatrice dell'avvenire. 

l'zEi.iNO n.\ Romano. — Ouesta Storia degli Ezelini , anche senza la 
data del proemio , apparirebbe lavoro giovanile, a certa affettuosa abbon- 
danza di narrazione , al vivace ed immaginoso dipingere gli uomini ed i 



176 RASSEGNA DI LIBRI 

costumi . ed a quella baldanza di fiducia in tutte le nobili aspirazioni del 
cuore, che è pur bella anzi necessaria a trovarsi negli scritti dei giovani, 
sia pur che passi certi segni che l'ingegno maturo sa imporle dappoi. E 
l'Autore pubblicando oggi questo suo libro già scritto fino dal 1833, fece 
bene a conservargli il primitivo carattere , nel quale stanno pregi che sa- 
rebber facilmente scomparsi nei ritocchi di una mano più fredda, e di- 
fetti che per nuove correzioni mal si sarebbero potuti del tutto emendare. 

Cosi com'è, quest'opera apparisce non solamente una monografia sto- 
rica di Ezelino, ma piuttosto una compiuta rappresentazione dell'Italia 
nella prima metà del secolo XIII ; e la figura del tiranno della Marca 
Trevigiana vi rimane quasi offuscata dai suoi contemporanei , che in 
gran folla gli son posti d'attorno. Se questo allargare di tanto le pro- 
porzioni di un quadro fino a farne quasi scomparire il protagonista , 
sia nelle ragioni dell'arte isterica, non vorremmo affermare : diciamo 
però che se l'Autore, come sembra , intese a comporre uno studio sul me- 
dio-evo italiano , forse in preparazione di opere più grandiose in sin d'al- 
lora meditate, le sue digressioni, non che giustificate, appariscono indis- 
pensabili , e gli studiosi di cose storiche glie ne sapranno grado. Vuoisi 
inoltre notare , come nel modo col quale oggi si concepisce la storia , con- 
siderata non più dramma eroico di pochi personaggi , ma rassegna multi- 
forme di nazioni , di schiatte , d' istituzioni e di costumi , male riescano 
applicabili i precetti che gli antichi assegnarono alla composizione isto- 
rica , come ad ogni altra specie di letterario componimento. E forse è que- 
sto il modo di porre in concordia, almeno per ciò che tiene all'opera che 
andiamo esaminando, i due scrittori dei quali parla il nostro autore (pa- 
gina 1 46 ) : l'uno , che sosteneva ogni digressione essere un difetto ; e l'al- 
tro, essere le digressioni la parte più bella di ogni hbro. 

A questo largo concetto meravigliosamente si prestò l'argomento della 
vita di Ezehno da Romano, il quale nato sul cadere del secolo XII, riempi 
del suo nome e dei suoi atti feroci la prima metà del seguente ; epoca 
memorabile nelle storie Italiane per la seconda gran lotta della Chiesa 
coll'Impero , e per lo svolgimento delle libertà dei Comuni già conquistate 
a Legnano e sanzionate nella pace di Costanza. Sui fatti di Ezelino abon- 
dano le cronache contemporanee ; anzi può dirsi che niun personaggio 
illustre di quei tempi abbia avuto tanti narratori quanti egli n'ebbe , con- 
tandosi tra i principah il Rolandino , il Monaco Padovano , Paris de Ce- 
re ta , Niccolò Smerengo , Gerardo Maurisio, ed i cronisti Padovani e Ve- 
ronesi. Ne poteva essere altrimenti di un uomo che, vivo, atterri il secolo 
collo spettacolo di una bestiale tirannia ; e morto, agitò le fantasie fino a 
far confondere la storia colla leggenda. Ninna di queste fonti istori- 
che mostra d'ignorare il Cantù , il quale trovò già apparecchiata la tra- 
ma erudita del suo lavoro nell'opera di Giambatista Verci , che nel se- 
colo scorso pubblicò in tre volumi una storia degli Ezelini , corredala di 



RASSEGNA DI Lll'.IU 177 

UH codice Ezeliniano. Se i)eral(ro la parte materiale di questa storia . 
per quello almeno che riguarda Ezelino , non richiedeva altro che un 
abile compilatore , non era cosi nella parte morale e dei giudizi storici , 
perchè la contradizione delle opinioni che divide i cronisti del tempo , 
si perpetua di mano in mano lino ai più recenti scrittori di storie ita- 
liane. Ed infatti, fra gli antichi, se credi a Rolandino guelfo, neppure il 
demonio la vince sopra Ezelino; se credi al Maurisio ghibellino, i po- 
poli non ebbero mai più giusto signore. Tra i moderni , il Verci si mostra 
escusatore del suo eroe fino all'insensatezza ; il Muratori, alquanto par- 
ziale nell'aborrimento per cagione di casa d'Este ; il Leo vorrebbe pre- 
stargli intenzioni magnanime , e incolpa i tempi di averlo condotto a 
riuscire tiranno. 

In tanta incertezza e contradizione di giudizi , ognun vede che il 
nuovo storico d'Ezelino, per non farsi ripetitore dell'una o dell'altra 
schiera de' suoi predecessori , doveva formarsi un criterio proprio , eman- 
ciparsi dai pregiudizi e dalle passioni : giacché è pur troppo vero che 
le passioni dello scrittore non solo si alimentano delle cose presenti , ma 
anco sulle passate s'accendono , e dai freddi sepolcri e dalle macerie 
senza nome , traggono materia di recriminazioni e di sdegni ; i (|uali se 
non turbano il sonno dei morti , bastano però a falsare il giudizio dei 
vivi. E fra i moderni storici nostrali, pochi ci sembra che siansi francati 
dai pregiudizi di scuola e di parte, ed abbiano usata la libertà concessa 
ai posteri dal silenzio delle passioni , non per rincarare sulle antiche 
ingiustizie , ma per rivendicare il vero alle secolari declamazioni. Se il 
Cantù possa contarsi fra questi , non vorremmo cosi sulle prime alTer- 
mare : diremo soltanto che egli sulle cose che narra , mostra sempre di 
avere un criterio proprio, dedotto da principi! meditati, e non presi in 
prestito alla cieca da altri. Che anzi , questo ci sembra pregio singolare 
dei suoi libri; forse contraddetto da molti , perchè sventuratamente il più 
dei lettori, che si sdegnerebbe alle adulazioni degli individui, esige poi 
dallo scrittore l'adulazione dei tempi e delle idee che corrono , a pena 
di disprezzo e di non curanza. 

Fra i Baroni che accompagnavano Corrado li (1) quando nel 10 2() ve- 
niva d'Alemagna in Italia per coronarsi imperatore , era un E/.elo d'Ar- 
pone, probabilmente bavaro di stirpe Salica, il (juale guidava una banda 
di cavalieri nel corteggio imperiale. Or piacendo ad Ezelo di fermare 
sua stanza in Italia , il suo signore gli diede in feudo la giurisdizione di 
Onàra e più tardi ([uella di Romano, paesi che formavano parte della 

Hi Cesare Balbo ed altri storici fanno venire in Italia gli Ezolini con Fede- 
rigo I ; il Cantù li fa venire con Corrado II , e non sappiamo con quale fonda- 
mento ; tanto più che non ci sovviene che Corrado , distratto dalle guerre con 
Arrigo di Baviera e dalla Crociala , scendesse mai in Italia. Ma sia che vuoisi 

Vucu.St.It. , ]\'u«ia Scric. T. II. a5 



178 



RASSEGNA DI LIBRI 



Marca Trevigiana. Da Ezelo, sposatosi a Gisla di gente Longobarda, cor- 
sero tre generazioni innanzi a quella di Ezelino tiranno , che fu l'ultima 
di questa terribile schiatta. Egli nacque, il di 16 aprile del 1194, da 
Ezelino il Monaco e da Adeleita dei Conti di Mangone in Toscana , so- 
prannominati i Conti rabbiosi. Dire come tino dalla prima giovinezza 
gli si aggirassero in mente cupi pensieri e stragrandi ambizioni ; come 
spartito, per volere del padre, il feudale patrimonio col fratello Albe- 
rico, cominciasse subito ad accapigUarsi col Marchese d'Este, coi Conti 
di Sambonifazio e coi Camposampiero , vendicando antiche offese di fa- 
miglia e tentando i primi passi al predominio sulle vicine città ; come 
dichiarato Vicario Imperiale nella Marca , facesse prevalere dovunque 

dì questo primo arrivo , sulla famiglia degli Ezelini dopo il suo fermarsi in 
Italia , può comporsi il seguente alberello , dedotto dal libro di Cantù. 

EZELO d'Arpone * 
maritato a Gisla di gente longobarda 



Ezelo 
molto senza prole 



CUN'IZZ.i 



EzELiNO il Balbo 



EZELINO 

il Monaco 
maritato 



Giovanni Gisla 



CUNIZZA 

maritata 
nei Camposampiero 



■1.' Agnese dei Marctiesi d'Este (morta di parto) 
2.* Speronella di Delesmanno (rapitagli da Oldarico da Fontana) 
-3.' Cecilia di Baone 
4." Adelita dei conti di Mangona 



Agnese 
.sposata nei Guidolti 
madre 
'li Giovanni e Ansedisio 



r- 



Palma Novella Imia 


Sofia 


sposata sposata 


sposata 


ad Alberto ad Albertino 


ad Enrico 


di Baonp do' Conti 


d'Egna 




poi 




a Salinguerra 



CuNizzA EZELINO 
l'amata il tiranno 
da Sordello 



Alberico 



* E/ze/ noi i\ie/>elun^en e il nome (t Attila. 



HASSEGNA DI l.inni 17'.) 

la parte Gliibelliiia , coli' autorità e colla forza che gli j^reslava Fetieri- 
iiO II ; come impadronitosi di Padova e più tardi di Verona , esercitasse 
la male acquistata signoria con arti feroci , empiendo di lutti e di san- 
gue le infelici provincie , e instaurando una tirannide selvaggia che 
ricorda i tempi di Siila e di Nerone ; come suoni ancora scellerata la 
memoria delle Zilie padovane, e di Ansedisio ministro di spietate car- 
nifìcine ; come finalmente Papa Alessandro IV bandisse la croce contro 
quest'empio, sprezzatore di Dio e tormentatore degli uomini, e levali 
in armi i popoli della Marca Trevigiana e della Lombardia, con subito 
impeto si facessero incontro al tiranno , il quale tentata indarno la for- 
tuna delle battaglie, cadde ferito in mano dei collegati al passo dell'Adda 
presso Cassano , e con feroce intrepidezza rifiutando cibo e medicine . 
morì scomunicato ai 27 settembre 1259; dire lutto questo, sarebbe un 
ripetere quanto si trova sparsamente accennato nei cronisti e negli sto- 
rici nostri , sarebbe un epilogare malamente quanto è descritto con evi- 
denza di racconto e con minuto studio di particolari nel libro del Can- 
tù. Però, senza perderci a maledire la tirannide di Ezelino , già maledetta 
per più secoli , vogliamo piuttosto indagare col nostro Autore le cagioni 
per le quali la sua dominazione barbara e disumana agli occhi dei con- 
temporanei, incredibile ed assurda nel giudizio dei posteri, potè sorgere 
e mantenersi in tempi nei quali tanto speditamente alla forza sapeasi 
opporre la forza , e gli animi non erano peranche piegati alla ferrea ne- 
cessità del sopportare le ingiustizie. E siccome quelle cagioni stanno in 
gran parte nelle condizioni morali e politiche dell'epoca di Ezelino , cosi 
sullo stalo dell'Italia nella prima metà del secolo XIII vogliamo esporn* 
alcune brevi considerazioni , persuasi che sia questa la strada meno pe- 
dantesca per entrare nella parte più originale e più importante del libro 
del Cantù , e per trarre qualche conseguenza praticamente utile da que- 
sti studi. 

Qual'era l'Italia al cominciare del secolo XIII ? L'Autoie risponde a 
questa domanda nel Capo I , pag. 17 e seg., e il quadro che egli a gran 
tratti disegna ci pare in molta parte vero e compiuto. A dirlo in una pa- 
rola , l'Italia a quei giorni era il caos, ove insieme confusi si agitavano i 
diversi elementi che dovevano esser materia alla costituzione della nuova 
civiltà. In (luella apparente confusione, ove tante forze insieme cozzavano 
ignare dei propri destini , era facile peraltro il discernere quattro grandi 
principii, che davan forma alla vita nuova dei popoli Italiani : la Chiesa, 
l'Impero, i Feudi, i Comuni. 

La Chiesa non era un elemento speciale della vita italiana: anche 
storicamente parlando, essa rappresentava l'idea madre della civiltà 
mondiale derivata dal Cristianesimo. Questa idea erasi cominciata ad 
esplicare nella costituzione ecclesiastica , innanzi che neppur si pensasse 
ad applicarla negli ordini civili. La Chiesa eragià costiluil;i . (piandolo 



180 RASSEGNA DI LlB"ftI 

Stato neppure esisteva. E la costituzione ecclesiastica aveva in sé tutti 
i principii fondamentali che dovevano informare la nuova civiltà , e che 
con lungo e penoso lavoro di combattimenti sanguinosi e di tentativi in- 
fruttuosi , appena dopo molti secoli cominciarono a compenetrare la vita 
civile dei popoli Europei. Ed infatti, nel tempo che la Chiesa nei suoi or- 
dini interni avea proclamato la gerarchia dei poteri , l'eguaglianza dinanzi 
alla legge , l'elezione agli uffici pubblici , la discussione nelle controver- 
sie , il mondo civile era sempre governato o dalla forza brutale che sog- 
gioga ed uccide, o dall'astuzia che soggioga e corrompe. La priorità sto- 
rica della costituzione ecclesiastica , resa possibile anzi necessaria da una 
società tutta in conquasso , quale era la società europea dopo la caduta 
dell'Impero Romano e la feroce conquista dei barbari , spiega molti fatti 
che gli storici volgari si contentano di qualificare col titolo di usurpazioni, 
di pie frodi , di ambiziosi maneggi, l primordi di tutte le civiltà sono es- 
senzialmente teocratici ; e il Vico ne diede alcune delle alte ragioni : ma 
i primordi della civiltà cristiana lo doverono essere per necessità anche 
maggiore ; in quanto che la Chiesa serbava il deposito delle dottrine che 
dovevano esser la vita dell'avvenire, e nell'universale ignoranza e nel 
grande sfacelo di tutte le forme civili , essa manteneva quella poca luce 
di sapere che la barbarie non aveva potuto spegnere, e cercava di co- 
stituire l'ordine nuovo in mezzo ai rottami d'un mondo disfatto. Quando 
l'autorità non era più in alcun luogo , quando la forza era l'unica legge , 
a chi mai la Chiesa usurpava un potere che poi tornava benefico a tutti? 
Oggi elle ognuno di noi trova tutela dalle leggi del proprio paese , ci pare 
impossibile che siano stati tempi nei quali la tutela e la sicurezza doves- 
sero venire dalla Chiesa ! E pure, quei tempi furono e lunghi e dolorosi : 
quando il mondo non contava che oppressori ed oppressi ; quando le feste 
tlella Chiesa erano sospirate come tregua alle dure e non compensate fati- 
che dei servi della gleba ; quando i luoghi d'asilo erano benedetti perchè 
salvavano dalla spada del violento ; quando i tribunah dei Vescovi erano 
aditi per esser sottratti dal jure gladii del Barone , e giudicati secondo 
le ragioni del diritto. E noi, figliuoli in gran parte di quella moltitudine 
d'oppressi, con qual fronte possiamo insorgere oggi, e, falsando la storia, 
rimproverare alla Chiesa le battiture risparmiate ai nostri padri ? 

Sotto l'azione del tempo e della necessità , la società civile , aiutata 
dalla potente iniziativa ecclesiastica , si andava frattanto a mano a mano 
ricomponendo , e il potere civile sorgeva a predominare l'anarchia di 
tante forze in conflitto. La Chiesa peraltro'aveva già preoccupato il campo, 
ed assegnati gl'indirizzi ideali all'avvenire; tantoché il potere civile, il 
quale non aveva in mano altro che la spada né riconosceva altra san- 
zione del diritto , si fece a combattere la Chiesa come una forza rivale. 
Questa lotta che riempie i secoli XII e XIII, e che si compendia nei nomi 
dei pontefici Gregorio VII e f nnocenzio III , e degli imperatori Arrigo IV 



RASSEGNA IH l.llUtl I X ! 

e Federigo II , se fu deplorabile per le esagerazioni e gli eccessi di am- 
bedue le parti , riusci però a questo di buono , che impedì allo Stato 
di costituirsi come solo predominio di forza, impedi che si rinnovas- 
sero le signorie al modo pagano , impedi che fosse soffocato nel nascerò 
ogni alito di libertà. E questo ci pare un inerito non avvertito, ma pur 
vero e degno di essere notato dalla imparzialità storica. 

La grande lotta del sacerdozio coli' impero, se fini come finiscono tutte 
le grandi lotte fra principii opposti , cioè con qualche transazione e per 
istanchezza dei contendenti, lasciò peraltro nella società moderna un dua- 
lismo che i secoli non sono bastati a distruggere , perchè è nell'essenza 
della civiltà moderna. Ed infatti, pressoi popoli antichi, al conchiuder- 
si dell'epoca teocratica, il sacerdozio pagano divenne mancipio del potere 
civile , e cosi non potè sorgere fra loro motivo di dissidenza. Augusto era 
insieme imperatore e pontefice, e la Pitia di Delfo filippizzava. Presso i po- 
poli usciti dal cristianesimo cattolico, questa mostruosità, per benefìzio 
provvidenziale, non potè effettuarsi; perchè se l'Impero non è feudo della 
Chiesa , come pretendevasi nel secolo XII , neppur la Chiesa può esser 
feudo dell' Impero. Però è nelle ragioni della civiltà cristiana che i due 
poteri coesistano, ciascuno indipendente nella sfera dei propri attributi, 
che insieme s'aiutino e si frenino : e i conflitti che fra loro saranno per 
nascere, si potranno deplorare, ma saranno pur segno dell'impossibi- 
lità di assoluta prevalenza dell'uno suU' altro potere ; almeno finché il 
mondo non sia maturo a quella servitù che pati sotto l'impero Romano, 
i popoli d'Europa non ricadano in quella barbarie dalla ([uale li trasse 
il sacerdozio cattolico. 

Questo è, a nostro avviso, il carattere della Chiesa nel medio-evo; 
ed è presso a poco in questo aspetto che la considera il Cantù, facendo 
forse troppo piccola parte alla costituzione civile della società italiana 
nel secolo XIII , e togliendo cosi ai suoi quadri storici quel legame col- 
l'avvenire, dal quale il passato non anderebbe mai sciolto. E l'avvenire 
dell'Italia in quell'epoca era appunto nella costituzione- civile degli Stati, 
giacché l'iniziativa e la tutela ecclesiastica avevano ormai toccato il loro 
apogeo, e dovean ritrarsi in più Umitati confini. Ma di questo tèma 
tornerà in acconcio il discorrere più ampiamente in altro luogo. 

Rivale della Chiesa, ed altro grande elemento del medio evo, era 
l'Impero. L'Impero in Italia rappresentava in sé virtualmente tre idee : 
l'antica tradizione romana, che s'era tentato di ravvivare; il comi)lesso di 
tutte le conquiste barbariche che si erano succedute nella penisola ; la 
monarchia civile laica nelle sue forme primitive. Quanto alla tradizione 
romana, sebbene fosse un .sogno che potesse illudere la misera genie 
latina, caduta nella abiezione di tutte le servitù e ridotta un volgo di- 
sperso e senza nome, pure non v'era nulla che accennasse ad un prin- 
cipio fecondo di avvenire. Grandezze come quelle di Roma antica, pos- 



182 RASSEGNA DI LIBRI 

sono gettare anche dopo la loro caduta uno sprazzo di luce che vinca 
il buio dei secoli , ma non si possono resuscitare. Anzi in certo modo é 
da dire che per l'Italia fu fatale questo ricordo superbo; e l'aver rac- 
colto dalla polvere del Campidoglio il serto dei Cesari , le valse una in- 
feudazione, dalla quale neppure gli ardimenti e le vittorie dei Comuni 
valsero a francarla. — Se la tradizione romana era un'anticaglia che non 
poteva dar vita all'Impero, anche l'idea della conquista, che pure gli 
era implicita, non poteva fruttosamente allignare in Italia come forma 
della nuova civiUà; la quale avendo posto i principii moraU al diso- 
pra della forza , si trovava contradetta in tutto quello che sulla forza 
si riposasse. Cosi la Chiesa, la quale serbava allora il deposito dei prin- 
cipii che dovean poi regnare nel mondo sotto gl'influssi del Cristiane- 
simo , nella necessità in cui si trovò di accettare il fatto della conquista , si 
travagliò a mansuefarla , e prendendo le parti dei vinti contro i vinci- 
tori , le contrastò per più secoli l'opera della violenza. Neppure per que- 
sto lato, adunque, l'Impero aveva in Italia condizioni di avvenire, perchè 
in Italia essendo allora col papato gli incunabuli della nuova civiltà , la 
conquista non potè mai pacificamente insediarsi , come fece nelle Gallie , 
neU'Iberia e nei paesi di qua dal Reno e del Danubio , ove cancellò 
quasi ogni reliquia del nome latino. Però in quei paesi sorsero monarchie 
feudali, che stettero lunghi secoli sotto il regime della forza barbarica, 
innanzi di trasformarsi e di partecipare alla vita civile inaugurata dal 
Cristianesimo. In Italia, che che si dica , la conquista rimase sempre stra- 
niera ; una profonda divisione separò sempre i vincitori dai vinti ; e fu 
benefìzio del papato se qui le ragioni del diritto non andarono confuse 
con le usurpazioni della forza : diciamo benefìzio quello che molti storici 
dicono colpa ; e in queste due parole stanno due sistemi contradittorj di 
storia Italiana , che già altra volta in questo stesso Archivio Storico ab- 
biamo posti a confronto. — Come primordio di monarchia civile portava 
con sé l'Impero un germe di avvenire, degno di essere considerato da 
uno storico imparziale; e questo germe se non fruttificò in Italia, per 
ragioni in gran parte dipendenti dalle cose sopra discorse , fruttificò al- 
trove , e produsse, dopo moltiplici svolgimenti, le moderne monarchie 
Europee , nelle quali si costituirono le nuove nazionalità uscite dal caos 
barbarico. Dalla grande idea dell'Impero occidentale uscirono quelle mo- 
narchie che nel secolo XVI presero dall'Italia quella civiltà, della quale 
essa per oltre quattro secoli aveva esercitato quasi sola il sacerdozio , 
portandola ad un'altezza invidiata, e ricongiungendola per i suoi naturali 
legami con quella del mondo antico. Il primato italiano si può considerare 
durato fino alla riforma religiosa, cioè fino a quell'epoca nella quale la 
civiltà mutò il suo principio direttivo; perchè veramente fu allora, per 
dirla in una formula sommaria, che l'Impero prese il luogo della Chiesa 
nelle grandi iniziative, ed avviò la civiltà per sentieri nuovi, a capo dei 



RASSEGNA DI I.llUil 183 

(luali pose una perfezione che fin allora erasi creduto serbata all'uomo ol- 
tre i confini della terra. Considerato in questo aspetto , è facile il persua- 
dersi come l'Impero del medio evo si rileghi strettamente alle ragioni 
della civiltà moderna. L'Impero soccombente allora in Italia nella sua 
lotta colla Chiesa, tanto come violento conquistatore, quanto come succes- 
sore dei Cesari, riusci più tardi vittorioso nelle monarchie che generò, e 
nella emancipazione del laicato che promosse, e che era l'unica sua forza. 

Le idee guelfe professate con grande amore dal Cantù in questo ed 
in altri suoi libri, non gli hanno consentito di fermarsi sull'Impero con 
quella ampiezza di considerazioni e di racconto che egli spende sulla 
Chiesa : ma con tutto questo, non crediamo che le nostre avvertenze sopra 
questo argomento , contradicano ai principii storici sparsi nell'opera che 
esaminiamo. 

Se l'Impero in Italia era il simbolo della con([uista , il Feudalismo 
n'era il fatto permanente. I feudatari, sparsi nel contado e chiusi in róc- 
che inaccessibili, erano i capitani di tutti gli eserciti vittoriosi che si erano 
fermati in Italia dalle prime alle ultime irruzioni barbariche , concordi 
tutte nel dividersi le spoglie dei vinti. L'origine storica di tutte le aristo- 
crazie , è quasi sempre la conquista , quando il popolo vincitore non 
annichila affatto il popolo soggiogato , ma lo riduce in condizione servile. 
Nel medio-evo italiano questo fatto ebbe il suo pieno effetto , e la signo- 
ria territoriale si trovò divisa, sia per la prima spartizione delle terre, 
sia per successive concessioni di re e d'imperatori , fra i condottieri delle 
genti Longobarde, Franco-Saliche ed Alemanne. Questi signori di feudi, 
sebbene di schiatte diverse , pure formavano una vera nazione accam- 
pata in mezzo all'Italia , ma pur distinta dagli avanzi del popolo italiano, 
ed avente leggi e consuetudini proprie, e presidio armato di genti affini. 
Se non che in Italia il feudalismo non formò . come altrove , un sistema 
ordinato a servir di fondamento alla monarchia. La lontananza della sede 
dell'Impero faceva si che mancasse il legame necessario a tenere uniti 
tanti frantumi di autorità ; ed i feudatari presto incominciarono a sentire 
l'ambizione di convertire il dominio politico ad essi delegato, in domi- 
nio reale e personale privato. Però, ad aiutarsi contro l'Impero, spesso li 
vediamo confederarsi colle città sollevate: come, per difendersi da que- 
ste, provocare le calate degli imperatori d'Alemagna. Cosi nella prima 
guerra di Federigo Barbarossa contro le città Lombarde , egli si valse 
dell'aiuto dei feudatari dell'Impero per distruggere Brescia, Crema e Mi- 
lano. Ma i feudatari quando si accorsero che l'imperatore vittorioso volea 
che anch'essi tornassero in obbedienza dell'Impero, si volsero dalla parte 
dei vinti ; e fra i capitani della Lega Lombarda troviamo Ezelino il Balbo, 
avo del tiranno , e Buoso da Dovara. Ciò peraltro non tolse che nella 
pace di Costanza rini])eratore non rimettesse ad Ezelino ogni otTesa, e non 
Io ricevesse nella pienezza della sua grazia. 



184 RASSEGNA DI LIBRI 

Queste avvertenze sul feudalismo in Italia, che abbiamo riunite met- 
tendo insieme ed epilogando molte giuste osservazioni sparse nel libro 
del Cantù, ci sembra che spieghino due fatti importanti della nostra sto- 
ria ; l'odio feroce e non possibile in gente del medesimo sangue, con che 
i popoli Italiani appena vendicati in libertà assalirono e dispersero i si- 
gnori che dominavano 1 contadi delle città ; e la poca resistenza che il 
feudalismo , mancante di capo e discorde in se stesso per diversità di 
interessi e di opere, oppose all'irrompere delle masnade popolari. 

Queste ire tarde ma terribiU della schiatta oppressa si destarono a 
poco a poco in un volgo di servi , applicato alle arti nelle città sman- 
tellate , unito alla gleba nelle campagne , che viveva inerme in mezzo ai 
conquistatori armati. Ma questo volgo avea serbato la memoria della sua 
origine , né la virtù dell'antico sangue latino s'era tutta spenta nel seco- 
lare servaggio. A mantenere queste tradizioni , a trovare il coraggio per 
osteggiare la conquista , se non nelle persone almeno nell'idea, potente- 
mente contribuiva il sacerdozio cattolico. Nelle città c'era il Vescovo, 
nelle campagne c'era il Prete (plebanus), che prendevano le parti di 
cfuesta povera plebe , misero avanzo del sangue latino. E da questa plebe 
cresciuta di numero, di ricchezze, di senno, uscirono i Comuni , ai quali 
deve l'Italia un'epoca di grandezza, di prosperità e di gloria, non supe- 
rata dappoi. 

Nella storia dei Comuni Italiani è necessario distinguere due pe- 
riodi : il primo abbraccia la lotta coli' Impero fino alla sanzione dei pri- 
vilegi di libertà nella pace di Costanza : il secondo comprende la lotta 
contro il feudalismo , per costringere la nobiltà castellana a lasciare i 
luoghi muniti, e condursi nelle città a vivere vita civile, sottostando alle 
leggi comuni. I tempi di Ezelino si riferiscono a questo secondo periodo, 
che l'Autore ha rappresentato , per quanto ci sembra , con un senso sto- 
rico cosi giusto , da non trovarne molti esempi nelle storie nostre. 

Questa seconda epoca dei Comuni Italiani se è splendida quanto la 
prima per nobili entusiasmi , per egregi fatti e per meravigliosa opero- 
sità , pure non può considerarsi senza tristezza ; perchè in essa si appa- 
lesano le cagioni per le quali le libertà municipali declinarono , e la na- 
zione , che aveva pur tanti elementi per costituirsi , si disfece da sé stessa. 
Di queste nazionaU sventure il piìi degli storici nostri fanno tèma di vuote 
declamazioni , piuttostochè studiarsi coiì pacata ragione di precisarne le 
cause, alcune delle quali stanno nella natura dei tempi, molte più altre 
nelle colpe degli uomini. Non così il Cantù , il quale in più luoghi del 
suo libro ha sopra questo argomento pagine che vorremmo meditate da 
molti che pur si danno vanto di amare la loro patria e di intenderne 
la storia. 

Disse Platone , che la confederazione Dorica era finita per difetto di 
temperanza, non di coraggio: e lo stesso può ripetersi delle Repubbliche 



IlASSJ'Ki.NA 1»[ 1.11. i;i |S.) 

Italiano del nio(lio-e\o, alle (|uali non dove far meraviiilia x' inanni \in 
colo di concordia durevole; inenlie, come osserva il (lanlù, erano sorle 
in un'e|)oca in cui OL;ni potere sociale,, ogni unità di nazione, o^iii auto- 
rità centrale che i-api)resentasse la società e la difendesse, niancaxann. 
e solo il diritto del forte esercilavasi localmente e a \olontà dell' in 
dividuo. Piuttosto dovrehlie far meraviglia che i nostri jiadri si a\\i 

sassero di fondare repubbliche, pensando che la libertà consista nel i 

obbedire a nessuno , mentre invece consiste nel non esservi nessuno chi' 
non obliedisca ; se questo stesso erroie non avessimo visto prevalere in 
tempi di civiltà più dilFusa, di ragion pubblica meglio illustrata. Fatto |iero 
è, che allora come poi la libertà fu perduta per il trasmodare, ed i partili 
nacquero perchè la libertà era un'arme di prepotenza per l' individuo, e 
non uno scudo di difesa per- I universale. Di (|ui i disordini dei Comuin'. 
l'acerbità delle fazioni , il per[)etuarsi delle discordie. Si aggiunga inoltre, 
che elementi disparatissimi bollivano in seno di ([uella società , senza 
the nessuno potesse avervi [irevaleuza. L'elemento teocratico, il monar 
clìico , l'aristocratico, il i)0|)olare, il feudale, il municipale cozzavano tra 
loro. Di pili, lo spirito democratico delle Repubbliche non seppe tia>liir 
mare il feudalismo %into, e farlo strumento utile alla nuova \ita. Costretti 
i feudatari ad abbandonare le torri a\ite e ad accomodarsi alla vita ci- 
vile nelle città emancipate dall'Impeio, vi portarono un germe fecondis- 
simo di divisioni interne. Diversità di sangue , di tradizioni, di costumi, 
ponevano naturalmente i nobili spotestati in aperta opposizione coU'or 
dine stabilito. Di (jui continue proscrizioni di consorterie , di jiartiti ; 
continui e si)esso insensati mutamenti di costituzione^; continuo e san- 
guinoso succedersi di ri\oluzioni; le quali essendo sempre prevalenza 
della forza sull' intelligenza , conducono a poco a poco i popoli alla ser - 
\itù , e ve li fanno rassegnare per paura di peggio. E vi condusserct di 
fatto i Comuni italiani , che non avendo saputo o potuto creare unari 
stocrazia conservatrice della libertà, come a Venezia , negli avanzi delle 
famiglie straniere snidate dai castelli, ebbero a ti-ovai\i una semenza di 
despoti , che impotente a fondare grosse monarchie , trasmutò i Comuni 
italiani in tante signorie di famiglie prevalenti, senza forme di princi 
pati , senza condizioni di durata e senza gloria, ma come tii-annidi oscuie 
e precarie, intercalate di (|uando in quando da qualche riscatto di liberta 
[)resto abusata e presto riperduta. 

In f(uesla confusione d'intenti e di forze , in ([uesta lotta d' idee e di 
sentimenti mal deliniti , i Comuni Italiani non trovando in sé stessi il 
principio della riconijiosizione , lo cercavano al di fuori. Ed alcuni invo- 
cavano la (Chiesa siccome (|uella che avea predicato la concordia e la 
pace , e stretta da |iiiiiia la Ic-a di bombardia e poi ipiella delle citta 
guelfe di Toscana : ed altri niiiavaiio all'Inqìero, come centro unilicatore 
<li dominazione. Di (pii la Lriiidc dix isione dell'Italia guelfa dall'Italia glii- 

A.nciì. St. \t.. Nii'iiii S'i-ie , \..'ì'\ ■ì\ 



if'^ri RASSEGNA DI LlP.ftl 

l)ellina; divisione iìtofonda d'idee, d'affetti e d'opere. Il Cantù. come ab- 
hiaino notato di sopra, è tutto di parte guelfa, e noi volentieri consentiamo 
con lui e col Balbo, che quella fosse veramente la parte nazionale, con tutto 
che le menti più alte dei tempi, cominciando da Dante e dai giureconsulti, 
.stassero per l'opposta. Sebbene il Papato avesse risuscitato l'impero Ro- 
mano con intendimento di creare un alto dominio che stabilisse un ordine 
nel caos barbarico, una difesa alla Chiesa ed ai popoli conquistati; pure 
{(uando la corona di Carlo Magno passò negli imperatori di Alemagna, il 
concetto primitivo venne in gran parte ad alterarsi, ed i Papi non potero- 
no dissimulare che 1" Impero era ridotto una signoria straniera in Italia, 
che nella universale servitù avrebbe presto o tardi travolta anche la 
Chiesa. Allora, per allontanare questo pericolo, senza disfare l'opera pro- 
pria ma cercando di limitarla, diressero studiosamente la loro poUtica a 
tre intenti: a mantenere elettiva la dignità imperiale; a impedire che gii 
imperatori stendessero il dominio sulla Puglia e sulla Sicilia, e cosi riu- 
nissero i due estremi lembi della penisola : a favorire l'emancipazione dei 
Comuni. Questi tre intenti il Papato raggiunse; e se altri dice anche in que- 
sta occasione, con grave danno d'Italia, noi col Cantù siamo ben lungi 
dal farghene carico; perché, come non sappiamo invidiare un Italia Longo- 
barda al secolo VIII, così non siamo tentati da un Italia Germanica nel se- 
colo XIII. I Guelfi adunque mirando al Papato, miravano all'unica difesa 
nazionale che allora esistesse. I Ghibellini al contrario mirando all'Impero, 
andavano a ritroso degli istinti nazionali e del possibile; perchè nel con- 
cetto di trasformare l'Impero, da Germanico che era naturalmente, in Ita- 
liano, ripetevano l'illusione che s'eran fatta i Papi nel consacrare Carlo 
Magno. Gl'imperatori Alemanni ben comprendevano, come avverte il 
Tommaseo nei suoi Ragionamenti sulla Divina Commedia, che l'Italia se 
poteva essere il giardino dell'impero, non poteva esserne il palazzo: e però 
se con frequenti calate venivano a raccoglier danaro e ad esercitarvi giu- 
lisdizione, erano però sempre solleciti di tornare laddove la loro vera po- 
tenza aveva salde radici siccome pianta indigena. Inoltre, a conoscere con 
(juali dottrine i Ghibellini sostenessero la loro parte, basta leggere la Mo- 
narchia dell'Alighieri, ove la reverenza del suo gran nome appena può 
trattenere quella severità di giudizio che si converrebbe. Però quand'anco 
i voti dei Ghibellini si fossero adempiuti, l'Italia poteva avere unità di do- 
minio: ma anco i Greci l'ebbero sotto i Romani e sotto i Turchi, e certo non 
parve loro ne benefìzio né gloria. Noi non dissimuliamo gli errori e le 
colpe dei Guelfi, ma crediamo che nel secolo XIII i Guelfi fossero l'Italia : 
ed una storia nazionale del medio-evo (;i sembra che debba esser guelfa 
di pensieri e di affetti , se non vuol confondere la nazione con tutto ciò che 
non era lei e non potea diventare. Se non che ci par giusto quanto osser- 
va l'Autuie; che, cioè, il partito guelfo dopo la chiamala di Carlo d'Angin 
non (>hb(' più senso nazionale, ^lerohé d'allora in |ioj non fu i)iù questione 



BASSKGNA 1)1 UHM i87 

il'ltnlia, ma sibbene d'un imperatore e di up re, ambedue stranieri: ed il 
Papato perde in Italia la sua bandiera politica, rimanendo mediatore spi's- 
su inefficace, e le più volte mal gradito, fra le lotte dei contendenti. 

Questa sommaria esposizione dei principali elementi dejla vita ita- 
liana al cominciare del secolo Xlll, cbe abbiamo cercalo dilessero com- 
mentando le idee dell'Autore, deve aver dimostrato ai lettori di questo 
articolo, come nel libro del Canta sopra Ezelino sieno trattati i pro- 
blemi più ardui della storia nostra , e con quale indijjendenza di giudi- 
zio siano risoluti. Ma ])er quanto appariscano vaste le proporzioni de! 
quadro che il Cantù tratteggia con grandiosità d' insieme e con minu 
tezza di particolari , pur non ci sembra in ogni sua parte completo. Con 
veniamo coli' Autore che il jìrincipio religioso conqDenétra si fattament*^ 
la vita pubblica e privata della società italiana del medio evo, che |)re- 
scindendo da esso, nulla s' intende, e lutto si confonde. Neppur noi sia- 
mo schivi delle cronicacce de' frati, e lodiamo il Cantù di essersene gio 
vaio e di averne tratta la parte forse più viva della sua narrazione. Con 
tutto questo, peraltro, non possiamo dissimulare che sotto l' impulso di 
rettivo della Chiesa si svolgeva anche a (|uei tempi l'elemento laicale , 
il quale non si manifestava soltanto iji opere di sangue e di violenza, ma 
cercava di sviluppare la propria ragione per affrettare un avvenire più ci- 
vile, in cui cessata la necessità sociale della tutela ecclesiastica, il campo 
dell'azione sarebbe rimasto a lui. Ora il Cantù , come ha trattato con 
ampiezza quasi soverchia tutto quanto concerne la Chiesa nelle sue mol- 
tiplici induenze sugli uomini e sugli avvenimenti del tempo, cosi non ci 
sembra che abbia dato all'elemento laico queir importanza che gli era 
debita , tanto rispetto alle condizioni sociali d'allora, quanto e più ancora 
riguardo alle condizioni dell'avvenire. Forse le antipatie ghibelline men- 
tre Io condussero ad esagerare alcun che la necessità dell' iniziativa ci- 
vile della Chiesa, gli fecero poi menomare le ragioni del laicato, qua- 
siché dalla natura della civiltà cristiana gli fosse conteso il dominio della 
vita civile : la quale se nel medio evo e sotto il predominio della forza . 
si trovava ristretta in angusti confini , doveva per altro al cadere del- 
l' ignoranza ed al sorgere di una sanzione legale del diritto, prendere 
quella giusta parte che le si compete nella razionale distinzione delle 
autorità e degli ufiìci. Perchè, se nel governo delle cose di questo mondo 
gli uomini debbono aiutarsi di quelle alte verità rivelate e tradizionali 
che sono il patrimonio morale della civiltà cristiana custodito dalla 
Chiesa, non è poi meno vero che gli slati vogliono es.-5er retti dai laici, 
e che r ingerenza diretta del sacerdozio è soltanto ammissibile e benr-- 
fìca nelle epoche di rinimovamento sociale; ([uando cioò nessuna autorità 
padroneggia l'anarchia delle forze sfrenate: quando l'ordine morale e 
materiale non può ricomporsi che a voce di Dio. E (juesto allo uflicin 
di ricomposizione sociale la (Chiesa aveva fruttuosamente esercitato in 



1S(S RASSEGNA 1)1 LIURI 

l(ali;i nei lunghi secoli del caos barbarico; ma dopo che il laicato ita- 
liano ebbe costituito il Comune e vendicata l' indipendenza, non solo 
mostrò di avere una mente ed una forza propria, ma personificando la 
nazione pensante e combattente, diede prova di inaugurare tempi molto 
diversi da quelli in cui gemeva sotto la spada del conquistatore. Nel- 
l'opera del Gantù il laicato, sia che venga rappresentato dall'aristocrazia 
conquistatrice, o dalle plebi urbane e rustiche emancipate, non appari- 
sce capace d'altro che di violenze, di corrucci e di vendette, tanto da 
aver sempre bisogno della direzione morale del sacerdozio. Or questa 
non crediamo che fosse precisamente la vera condizione dei tempi ; e lo 
studio fatto sulla costituzione dei Comuni cosi di Lombardia come di 
Toscana, che fu tutta opera del laicato, ce ne potrebbe fornire gli argo- 
menti. Ma qui basta avere accennato questa che, a nostro avviso, sarebbe 
(ina men che intiera comprensione della verità istorica dell'epoca jiresa 
ad illustrare ; difetto che sta più nello spirito dell'opera , che non nella 
esposizione e nel giudizio dei singoli fatti. 

Abbiamo detto di sopra , che per ciò che tiene all'azione della Chiesa 
sullo stato sociale del secolo XIII, il libro del Cantù poteva dirsi com- 
pleto ; e veramente , a questo riguardo poche opere nostrali conosciamo 
che abbiano meglio dimostrato l' influenza civile del Cattohcismo sul 
medio evo italiano, sia nell'impulso direttivo del Papato, sia nella ri- 
forma dei costumi operata dagli Ordini religiosi, sia nel benefico inter- 
vento dei Frati pacieri nelle discordie cittadine. Niimo per certo vorrà 
negare quanta grandezza di pensiero e d'affetto sia in questa potenza 
moderatrice , che dalla reggia al tugurio si frappone fra l'oppressore e 
l'oppresso, e a quello interdice l'ingiuria, in questo spenge la vendetta, 
e a tutti parla in nome di Dio, e i diritti di tutti pone sotto la sanzione 
della legge divina. Ma nel descrivere questo meraviglioso spettacolo si 
potrà dire che il Cantù sia rimasto sempre nel vero? Noi non vogliamo 
sentenziare, e ci contentiamo delle seguenti osservazioni. Nella storia del 
medio-evo, cioè di un'epoca lontanissima da noi, più che per anni, per 
diversità d' idee e di sentimenti, ci sono alcuni storici che condannano 
certi fatti solo perchè contradicono alle loro dottrine ; ce ne sono altri 
che cercano di spiegarli, e si riportano alle idee d'allora per intenderli e 
farli intendere ai lettori ; ce ne sono che spingono questo processo cri- 
tico retrospettivo fino alla giustificazione dei fatti medesimi , al dirim- 
petto dei loro autori se sono fatti individuali, al dirimpetto dell'epoca 
se sono fatti generali; finalmente ci sono certi storici che non solo spie- 
gano e giustificano, ma staccando gli occhi dal passato e rivolgendoh al 
presente ed all'avvenire, prendono la società del medio evo come un tipo 
che si deplora perduto, e che si vorrebbe far rivivere, a certi riguardi 
almeno, nella società nostra. Il Cantù non è certamente da riporsi fra 
gli storici della prima categoria, che comprende presso che tutti gli sto- 



HASSEr.NA 1)1 I.IlflU |S<I 

rioi lilusoli del secolo Wlll ed i loro fluii e nipoti del XIX; non >l:i 
neppure nella quarta, che comprende certi scrittori passionati d'oitre- 
moute, i quali si fanno chiamare neo-cattolici, per non palesarsi schiet- 
tamente per neo-feudali e peggio. 11 Cantù spiega sempre il medio evo 
con senso istorico le più volte rettissimo ; ma spesso la spiegazione ó 
spinta tant'oltre, da prendere aspetto di piena giustificazione. Ora, in 
([ueste giustificazioni è egli sempre nel vero? Noi osiamo dubitarne, e ci- 
tiamo in prova il Capo Vili , ove è discorso delle eresie. Non esitiamo 
a convenire coll'Autore che quando la gran sintesi cattolica del medio- 
evo cominciò ad essere attaccata dallo spirito d'esame, l'eresia non 
assumesse i caratteri di delitto politico e sociale. In una società come 
era quella del medio evo, nella cpiale alla religione si consentiva (|uella 
direzione di suprema tutela che in progresso assunsero i governi, era 
naturale che l'eresia la quale attaccava il principio direttivo di quella 
maniera di società, dovesse credersi giustiziabile come ogni altro de- 
litto. A questo si aggiunga che l'eresia talvolta, cogli errori dogmatici, ne 
professava altri che sovvertivano l'ordine sociale ; ed allora , a maggior 
ragione, l'eresia assumeva carattere di delitto anche di fronte alla ragione 
politica. Questi concetti bastano a spiegare tanti orrori di sangue, tanto 
aflaccendarsi di laici e di inquisitori per comprimere i Patarini. gli Al- 
bigesi, gli Arnaldisti ; bastano a far comprendere per qual via gli uo- 
mini da un bisogno vero di difesa sociale, fossero poi condotti ad un 
traviamento di ragione politica e religiosa , che sotto Filippo il mutò l'in- 
quisizione in un trilmnale di stato. Ma l'Autore none pago di questo, 
ed osserva che fra l' inquisizione del medio evo e lo stato dassedio e i 
tribunali statari del secolo XIX non corre gran divario , e che non si 
può declamare contro di essa quando si rimettono in onore Marat e Ro- 
bespierre. Spinto a quel segno il ragionamento, sebbene non tutto falso , 
pure ci offende; e quel giustificare gli errori vecchi coi nuovi, senza ri- 
guardo alla ragione intima delle cose, ci sembra un metodo pieno di pe- 
ricoli e che può convertirsi in arme buona per tutte le cause. E non é 
questo il solo esempio che potremmo citare di questa maniera di argo- 
menti comparativi , i quali appunto per non esser del tutto erronei, più 
ci sembrano capaci di fare illusione sulla mente dei lettori. Noi inten- 
diamo il concetto dell'Autore, e fino ad un certo punto lo crediamo vero: 
ma gettalo là con sdegnosa eloquenza in pochi periodi , sarà inteso a do- 
vere da tutti, non piuttosto caderà in mtMite che ogni cosa può scu- 
sarsi col paragone di un'altra peggiore, e che in ogni temilo la ferrea 
necessità ha un altare su cui tutto s'immola? Guardiamoci dal porre in 
mano dei figli quelle armi che fecero sanguinare i padri , e che noi per 
riverenziale affetto non osiamo chiamare omicide l 

Più lieto tèma ci ofTrirebbe il libro del Cantù nei capitoli sull'Astro- 
logia e sui Trovatori , se non avessimo timore di sciupare rifacendola . 



190 RASSEGNA DI LlUKl 

<{uesta viva ed animata pittura del tempo di Ezelino. Noteremo soltanto . 
com€ nel trattare dell'astrologia , l'Autore abbia decifrato con molta feli- 
cità non solo i fondamenti che si davano a quella scienza fantastica , ma 
ben anche mostrato con paziente studio quanto vi era di calcolo mate- 
matico , velato di strane forme, ma pure sottilmente dedotto. Fra gli 
astrologi nominati dal Cantù troviamo , oltre il notissimo Guido Bonatti^ 
Girardo di Sabioneta cremonese, che ebbe gran fama ai suoi giorni, e 
che fu spesso consultato anche da Ezelino. Anzi l'Autore , da un Codice 
Vaticano dei responsi di questo Girardo , ha tratto una curiosa lettera 
ad Ezelino, la quale, insieme a molti altri documenti o nuovi o peregrini 
che si trovano intercalati al racconto , meglio che tradotta , avremmo 
amato di leggere nel suo originale. Il capitolo sui Trovatori molto bene 
si innesta al soggetto principale del libro , per la memòria di Sordello 
mantovano , che fu amante di Cunizza sorella di EzeHno e avuto caro da 
lui , a malgrado del suo amore verso la patria , che lo doveva fare inviso 
al tiranno. Molte buone notizie si leggeranno nel libro del Cantù sopra 
questo gentile poeta , che Dante fece immortale coi più bei versi della 
Cantica del Purgatorio. Ne senza pregio di nuovità e di assennatezza 
sono le considerazioni che in questo capitolo sparsamente si fanno sul- 
l'origine della lingua e della poesia italiana , la quale ci piace che l'Au- 
tore , come non fa discendere né dai Provenzali né dagli Arabi , cosi non 
si accordi con quelli che le danno cuna in corte di Federigo II di Svevia: 
opinione professata da molti , ciechi seguaci degli strani concetti del libro 
sul volgare eloquio di Dante , che del suo spirito ghibellino volle informata 
anco la lingua, e per rispetto al seggio reale, la fé nascere in Sicilia 
sotto gli auspicii di Federigo. Il quale, per grande uomo che fosse ai suoi 
tempi , ora si vorrebbe anche più del vero ingrandire , e dargh glorie 
immeritate , e fondarci sopra non sappiamo quali postume speranze d'ita- 
liana grandezza. A nostro avviso , nel libro del Cantù il carattere di Fe- 
derigo é ridotto alle sue giuste proporzioni ; e ciò senza i colori falsi di 
un ritratto fantastico , ma per la semplice esposizione dei fatti della sua 
vita, fatalmente intrecciati a quelli della storia italiana dei primi cin- 
quant'anni del secolo XIII. Diciamo fatalmente , perchè nella seconda 
maleaugurata lotta dell'Impero colla Chiesa, vie più si consumarono le 
forze vive della nazione , e si allargò sempre più l'anarchia delle idee e 
il contrasto degli interessi. Che gran benefizio avrebbe poi Federigo sa- 
puto fare all'Italia, se papa Innocenzio non si fosse opposto a che sul 
capo del suo pupillo si unisse la corona imperiale di Carlo Magno colla 
reale di Roberto Guiscardo, male sappiamo immaginare. Egli miscredente 
in un' epoca in cui la fede era la principale forza ; egli aiutato nelle sue 
imprese nazionali da un satellizio di Saraceni feroci e da vicari imperiali 
della risma di Ezelino; egli indifferente fra l'Islamismo ed il Cristiane- 
simo , e pure acerbissimo persecutore di eretici ; egli invidialore dei ti- 



RASSEGNA III I.IIJItl l'H 

Ianni d'Oriente perchè avean sudditi che obbedivano tacendo ( pag. l:5i : 
egli che chiede al Papa la scomunica della seconda Lega Lombarda 
pag. 181 1 : un uomo di (|uesla tempra , sebbene dotalo d'ingegno straor- 
dinario e di costanza indomabile , che avrebbe mai potuto fare all'Italia 
nel secolo della fede e della libertJi ? Si dice che egli avrebbe anticipalo 
il secolo XVIII, inaugurando una letteratura befTarda sul fare di Voltaire, 
l'ondando la su|)remazia dello stato di fronte ad ogni altro potere , e la 
supremazia amministrativa a freno della scomposta attivith individuale. 
Se questi veramente sarebbero stati i fruiti di un pacifico o vittorioso 
impero di Federigo , non sapremmo rammaricarci di averli perduti. Ma 
già questi problemi di falsa posizione, per dirla cogli aritmetici , sono 
pericolosi nella storia , e cosi nel proporli come nel risolverli fa mestieri 
di grandissimo accorgimento. 

Da questo riassunto storico delle condizioni d'Italia nel secolo XIII, 
apparirà manifesto perché la tirannide di Ezelino potè pesare con tutta 
la sua immanità per più di venti anni sui popoli della Marca Trevigiana , 
sui Padovani e sui Veronesi. Bisogna tenere a mente che Ezelino ed i 
signorotti suoi pari , erano capibanda forestieri , i quali avean preso 
stanza in mezzo alla gente italiana. Questi castellani con pretensioni di 
principi indipendenti , se si facevan guerra colle loro masnade tedesche 
saraci ne, come usava Ezelino, se si rovinavano a vicenda le rócche, 
se si uccìdevano , se si spogliavano, le plebi oppresse guardavano a que- 
gli eccidii come ad eventi di gente estrania: Se poi il vincitore degli 
emuli nel contado, prendeva signoria nelle città, allora era regno di ter- 
rore militare, era prepotenza del soldato sull'artigiano. Inoltre, anche in 
mezzo alle città più popolose e più ardite, tante erano le forze disparate 
che insieme si collidevano, che una forza unica posta a servigio d'una 
mente tenace, era sicura di poter tenere il cam[)0 e signoreggiare. La 
stessa fine di Ezelino è una prova di questo fatto; perchè questa po- 
tenza malefica invano assalita , invano tentata , dovè cedere quando le 
forze rivali unite in risoluta concordia le si fecero incontro. E I3 con- 
cordia che non eran bastata a persuadere in tanti anni né le stragi di 
migliaja di vittime , né gli stermini d'intiere città, si ottenne di subilo 
appena il Pontificato, questo vindice unico della giustizia conculcata in 
quei tempi di universali violenze , ebbe dichiarato Ezelino per mezzo 
della scomunica indegno della tutela del diritto pubblico cristiano. Allora 
fu un accorrere di tutti alla crociata bandita contro il tiranno : e la si- 
gnoria di Ezelino, che la forza civile non avea potuto CDiitenere , cadde 
di fronte all'iilea religiosa, che per sostenere i diritti dell'umanità con- 
culcata benedice la resistenza e predica la concordia . al modo stesso 
che eran caduti il primo ed il secondo Federigo. 

Sventuratamente, (piesle concordie che la (Chiesa sapeva a quando a 
(|uando persuadere, ma che non valeva ad imporre, e le paci giurate o 



192 RASSKGNA 1)1 LIBHI 

nel prender la croce alle preghiere dei Legati del Pontefice , o nelle so- 
lenni adunanze alla voce d'un Frate (come fu quella di Fra Giovanni da 
Schio nei campi di Pasquara), duravano presso a poco quanto quei pas- 
seggeri entusiasmi. La stessa fortuna ebbe la lega contro Ezelino ; la 
quale, dopo averlo prostrato, e dopo essersi sbramata nel sangue del fra- 
tello Alberico e della sua famiglia innocente, in pochi mesi si sciolse; e le 
città della Marca e di Lombardia tornarono nemiche ai passati conflitti , 
paghe di guastarsi anche le vendemmie e le messi , quando eran sazie di 
massacri. Onde è che per la morte di Ezelino non si riconquistò libertà 
durevole , ma si preparò nuova e più durevole servitù. Ed infatti, il prin- 
cipio del dominio degli Estensi , antichi capi di parte Guelfa in Ferrara , 
risale a questo tempo ; e di poco gli è posteriore quello dei Torriani in Mi- 
lano , e di Martino della Scala , già castellano di Ezelino, in Verona. Anzi 
lo Scaligero, coi Pelavicino di Piacenza, si diede a rilevare in Lombardia 
la parte ghibellina , caduta in basso dopo il risorgere dei guelfi. Sola 
Venezia, in tanto furore di discordie e in tanta dissennatezza di fazioni, 
tranquilla e ordinata nelle sue lagune , preparava gli elementi della sua 
vicina grandezza. Cosi, come saviamente conchiude il Cantù , colla ca- 
duta di Ezelino né la parte guelfa ne la ghibellina avevano ottenuto pieno 
trionfo : non si garanti la libertà e si compromise l'indipendenza. 

E , per conchiudere anche noi questa lunga esposizione della storia di 
Ezelino, osserveremo che questo libro, coi difetti che ci sembrano comuni 
a tutti gli scritti del Cantù , ed anche con alcuni propri di questo , ha 
pregi molti e singolari : e, come insegna il passato, cosi può ammaestrare 
fruttuosamente anche sul presente. Il pregio peraltro che deve meglio 
raccomandarlo ai lettori , è il fondamento tutto nazionale che l'Autore ha 
saputo dare a questo periodo di storia. E ciò non colla facile rapsodia di 
declamazioni vuote di senso , ma cercando con studio paziente tutti gli 
elementi di vita italiana . che sopravvissuti alle distruzioni barbariche , al 
pari di germi sempre fecondi , tornavano a rifare la nazione ; la quale di 
rehquie latine rigenerate dal Cristianesimo , ricomponeva la propria ci- 
viltà. Questo scavare fra i rottami del mondo romano disfatto , e scoprire 
il substrato antico ; questo riconoscere fra tante genti diverse di linguaggi 
e di schiatte che si erano attendate sul nostro terreno , la misera gente 
latina, eseguirla passo per passo dai secoli della servitù all'epoca della 
emancipazione ; distinguerla anche nelle lotte della libertà disordinata 
dai suoi conquistatori stanziali e passeggeri ; separare le istituzioni na- 
zionali dalle forestiere ; ci sembrano concetti , se non affatto nuovi , al- 
meno per la prima volta trattati con qualche ampiezza , e svolti nelle 
loro conseguenze moltiplici. Non crediamo che l'esserci trovati coli' Autore 
nella medesima via di ricerche sul medio-evo italiano, l'esserci combinati 
nella più parte dei criteri storici , ci faccia esagerare questo pregio del 
suo libro. A nostro avviso, mancò sempre all'Italia una storia con veri in- 



RASSEGNA DI LlliUl 193 

tendimenti nazionali. Cesare Balbo nel suo Sommario ne diede la traccia, 
forse incompiuta se vuoisi, ma pur quella. Del resto, si può dire con 
molto rammarico, che le stesse passioni le quali d'epoca in epoca informa- 
rono la vita italiana , ne scrivessero la storia. Si cercò la nazione nei Lon- 
gobardi , e si maledisse al Papato che ne fece cadere il regno ; poi negli 
Svevi , e si glorificò Federigo e si pianse Manfredi : le stesse guerre fra 
città e città si snaturarono , e compiangendo ai vinti , si disse che essi 
erano l'Italia ; si calunniò Venezia , e si esaltarono le repubbliche demo- 
cratiche, le quali negli ordini politici nulla seppero fondare di durevole; 
si personificò l'Italia in certe figure storiche che neppure ebbero un pen- 
siero per lei : e cosi fra storie composte a guisa di romanzo e romanzi a 
guisa di storie , si confusero i fatti , i pensieri e gli affetti ; e resi inutili 
tutti gl'insegnamenti del passato , i figli commisero gli stessi errori dei 
padri, e rifecero sempre l'istessa via resa illustre soltanto dalle nazionali 
sventure. Anzi la sventura fu amata quasi fatale retaggio, e gl'Italiani se 
ne compiacquero , e ne fecero tèma immortale degli stessi vanti , delle 
stesse ire e delle stesse rampogne. 

Il s.\cuo macello di Valtellina. — Sotto questo titolo , forse al- 
quanto strano, narra il Cantò un episodio delia Riforma rehgiosa in 
Italia: episodio al quale, per gran ventura, manca nella storia nostra il 
poema, giacché fra tante discordie e fazioni che hanno lacerato la no- 
stra patria , le discordie e le fazioni religiose tengono brevissimo luogo , 
ed assai raramente y^rendono carattere di guerre popolari. I fatti che son 
materia di questa storia, furono già raccontati dall'Autore nel libro VII 
della Storia della città e diocesi di Como , ove trovavano naturai sede ; poi 
quel libro VII fu stampato a parte col titolo di Rivoluzione della Valtellina : 
e nel 1853 di nuovo si ristampò a Firenze con molte copiose giunte ri- 
guardanti la riforma in Italia , le ([uali disposte con ordine cronologico, 
servono di preludio alla narrazione dei massacri di Valtellina. E queste 
giunte ci sembrano, a vero dire, la jìarte più importante del libro ; per- 
chè, quanto al soggetto principale, sebbene in altri tempi avesse fama 
grandissima , e complicasse la politica delle corti , e facesse muovere 
eserciti e dar battaglie , pure oggi ci sembra che non avanzi l'interesse 
d'una storia municipale. 

Dopoché la favilla destata in Alemagna da Martino Lutero fu vista 
dilatarsi in grande incendio , ogni studio fu posto perchè la riforma 
non trapelasse in Italia. Più che dalla Germania, il pericolo per l'Italia 
veniva dalla Svizzera , dove Ulrico Zuinglio predicava le nuovo dottri- 
ne, le ([uali furono presto accolte nei Grigioni , discendenti dai Reti di 
Cesare , che, dopo molti contrasti, giunsero a farsi sanzionare dai lon» 
connazionali Svizzeri la libertà di coscienza. Prossima ai Grigioni era la 
Valtellina , italiana di cielo , di linguaggio , di costumi ; un tempo sog- 

Arcii.St.It. . NiKwa Scrif. T. 11 *3> 



191 RASSEGNA DI LIBRI 

{j,eUa agli antichi duchi di Milano: poi caduta in signoria dei Grigioni , 
i quali dopo vendicata la libertà colle vittorie della celebre lega grigia , 
ne usarono subito per conquidere i vicini. Divulgatesi nei Grigioni le 
nuove dottrine , e costituitasi la chiesa che dicevano evangelica, fu ten- 
tata ogni prova perchè anche la Valtellina aderisse. Fu aperta la valle 
a tutti quegli Italiani che per sospetto di eresia eran cacciati dalle loro 
città , ed ima stamperia fu eretta a Poschiavo perchè ditfondesse in Itaha 
i libri dei riformati. Di (juesti profughi tiene lungo discorso il Cantù , 
e con eletta erudizione illustra la vita dei più dotti ; fra i quali si no- 
tano Lodovico Castelvetro, che il Muratori sembra che tentasse indarno 
di assolvere dall'avere aderito alla riforma ; e Pietro Paolo Vergerlo , 
già Legato pontificio e vescovo di Capodistria , e grande avversario di 
monsignor Della Casa. I Vescovi di Como usavano ogni mezzo perchè 
il contagio dell'eresia non si estendesse in Valtellina soggetta alla loro 
giurisdizione; ma i riformati, protetti com'erano dal governo dei Gri- 
gioni , facevano non pochi proseliti , massimamente fra i ricchi e tra 
i vogliosi di nuovità , sebbene il popolo minuto si mantenesse nella 
fede avita. 

Convocato, e dopo i notissimi indugi condotto a fine il Concilio di 
Trento per la riforma della Chiesa cattolica, fu delegalo monsignor Bo- 
nomi a visitare la diogesi Comasca , ma non potè entrare in ValteUina. 
Maggior frutto fecero le cure di S. Carlo Borromeo arcivescovo di Mila- 
no, il quale, coll'autorità che gli veniva dal grado e dalla virtù, si volse 
tutto a rinnovellare la sua Chiesa ed a riparare i mah della Valtellina; e 
conosciuto che dei progressi della riforma era cagione prima l'ignoranza 
del Clero , fondò un collegio Elvetico a Milano , ove dovevano istruirsi 
i difensori della fede. Visitò inoltre la Valle con autorità apostolica , e ove 
potè compose discordie , riparò scandali , confortò i credenti , ammoni i 
traviati. Né a questo solo si tenne pago , ma anche sugli estremi della 
vita si adoperò coi potentati per ottenere che i Grigioni lasciassero in 
pace la Valtellina. 

Intanto la politica , anche senza le pratiche del Borromeo , co- 
minciava a impacciarsi delle cose reUgiose di Valtellina. La Spagna ve- 
deva buona occasione per ripigliarsi questa provincia un tempo parte 
del Milanese, e sottomano aizzava i malcontenti. Nel 1585 un moto fu 
tentato da un Rinaldo lettone con un'accozzaglia di gente, ma non 
ebbe effetto. Questo tentativo fallito , del quale era connivente il go- 
vernatore di Milano , e non ignaro il Borromeo , fu ben lungi dal 
quietare gli animi : che anzi le cose andarono di male in peggio nella 
ValtelUna , dove da una parte la riforma si voleva imporre colla forza , 
e dall'altra colla forza si respingeva. Di qui le uccisioni, le vendette, i 
devastamenti, e le violenze d'ogni maniera, comuni ai riformati come 
ni cattolici. So non che questi , per essere in politica soggezione della 



RASSEGNA IH l.lliHl Wì'.'t 

parte avversa , erano più malmenati ed oppressi. In questa misera con- 
dizione si durò fino al 1620. In quell'anno cresciuti a dismisura s^li odj 
e i sospetti , pare che ambidue i partiti pensassero in segreto a ster- 
minarsi. Dubbia é la trama dei riformati ; quella dei cattolici , condotta 
principalmente da Giacomo Robustelli cavaliere del duca di Savoja, e dal 
capitano Guicciardi, scoppiò a Tirano sull'alba del 19 di luglio, e dilata- 
tasi in un subito in tutta la Valle , condusse ad un feroce sterminio dei 
riformati , dei quali oltre 600 caddero uccisi in mille barbare forme. 

Questo fatto trasse gli occhi di tutta Europa so|»ra ((uest'angolo igno- 
rato d'Italia. Cagione di gran litigio tra le Corti si vide allora che pò 
leva essere la Valtellina , la quale nell'ebbrezza del sanguinoso trionfo 
erasi dichiarata indipendente. La Spagna l'ambiva per unire i dominj 
Italiani ai Germanici soggetti alla medesima Casa : ciò non potea pia- 
cere a Francia , e molto meno alla repubblica Veneta che rasentava la 
Valtellina col Bergamasco. Il Papa ne avrebbe volentieri fatta una si 
gnoria al nipote; gli Stati riformati [ìrendevaii partito per i Grigioni 
neir interesse di lor religione. Il Re cattolico cominciò subito a nu^sco- 
larsi in quella contesa prendendo in prolezione i Valtellinesi, e alcune 
milizie del duca di Feria entrarono nella ^ alle , e combatterono coi sol- 
levati la battaglia di Tirano, nella (juale i Grigioni furono sconfìtti. Nel- 
l'inverno posatesi le armi, il Duca di Feria trattò un accordo, in cui 
pattuito in prò della Spagna il passo libero delle milizie per la valle , 
convenne che la Valtellina con certe condizioni tornasse ai Grigioni. 
Gran lamenti si levarono contro questo trattato, e i Valtellinesi ne mos- 
sero querela a Filippo IV di Spagna, succeduto al padre nel regno. Al- 
lora cavillando sulla sua esecuzione , il trattato fu rotto e si ripresero le 
armi. Il Feria entrò in Valtellina in aiuto dei sollevati suoi protetti, gli 
Austriaci entrarono nella Rezia chiamati dai Grigioni cattolici: ed ambe- 
due ebbero in piena balia la Valtellina e la Rezia , con grande sospetto 
del Duca di Savoia e dei Veneziani , i (juali fecero ricorso al re di Fran- 
cia. Questi non si fece pregare , e significò riciso alla Spagna essere ri- 
soluto a rimettere i Grigioni in possesso della Valtellina , ai termini del 
primo trattalo. La Spagna, per non crescersi nemici e guadagnar tempo, 
propose di dare i forti della valle in serbo al Papa; ed infatti Orazio 
Ludovisi duca di Fiano, nipote di Gregorio XV, li occupò con genti pa- 
paline. Ma intanto ai danni della Spagna e dell' imperatore si combinò 
una lega fra Francia, Inghilterra, Danimarca, Olanda, Venezia, Savoia 
ed altri minoii Principi. La Francia volendo subito usi.re le armi, signi- 
ficò ad Urbano Vili, allora assunto al pontificato, che o sgombrasse le 
fortezze occupate in Valtellina o le riconsegnasse alla Spagna; alla quale 
muovendo guerra , voleva poterlo fart> senza parere nemico anche 
al Papa. Urbano Vili traccheggiava , tua la Francia invase .senza altri 
rispetti i Grigioni e la \ altellina . ed il marchese di Ca'vres, che fu |)oi 



196 RASSEGNA DI LIBRI 

il Maresciallo d'Estrée, sarebbe entrato nel milanese , ove il Feria ed il 
Serbelloni non gli avessero fatto argine a Riva di Cliiavenna. Cosi riso- 
luta procedeva fino dai primi suoi passi la politica del Richelieu ! Le 
armi nuovamente posarono per un accordo che diminuiva d'assai la di- 
pendenza della Valtellina dai Grigioni , i quali non potevano più entrarvi 
armati , né spedirvi rettori a loro arbitrio , ma dovevano contentarsi di 
confermarne le elezioni , e di un censo annuo di domila scudi. Intanto 
scoppiava la guerra per la successione di Mantova , e la Valtellina dovè 
patire il passaggio delle truppe imperiali che nel 1629 calavano nel Mi- 
lanese portando seco la peste , e devastando ogni cosa peggio che in 
paese nemico. E la peste, per sommo dei mali, si apprese anche in Val- 
tellina ; ed, a testimonianza di monsignore Scotti, da ISOmila abitanti 
la ridusse a 40mila. Nel 1635 scoppiò di nuovo la guerra e il duca En- 
rico di Rohan venne colle armi di Francia nei Grigioni e nella Valtel- 
lina , combattendo gli Spagnuoli con varia fortuna. Intanto usava ogni 
arte perchè i miseri Valligiani si dassero a Francia, rinunziando il 
protettorato spagnolo. I Grigioni per contro ingelositi , si volsero a 
Spagna , la quale li ricevè in grazia e si alleò con loro , non più scru- 
polosa dell'eresia. Si venne finalmente, nel 1639, ad un accordo, e fu 
definitivo ; nel quale i poveri Valtellinesi si trovarono di nuovo soggetti 
ai Grigioni , con poche garanzie in prò della religione e dell'amministra- 
zione interna. Ognuno può pensare i lamenti , le proteste , gli appelli ; 
ma tutto indarno. Venne poi stagione che quei patti parvero una ga- 
ranzia , e i richiami furono per la loro inosservanza. L'ultimo di questi 
richiami fu portato al generale Buonaparte nel 1797 , il quale vi rispose 
unendo la Valtellina alla Lombardia. 

Questi sono i fatti non molto noti, e però da noi rammentati, che danno 
materia al commentario storico del Cantù : il quale procede al solito disin- 
volto nella forma, con ricchezza di minuta erudizione, giudiziosamente 
scelta ed accuratamente collocata in numerose citazioni (che il libro so- 
pra Ezelino fa troppo spesso desiderare) , e tratta non solo dalle fonti 
storiche conosciute , ma ben anche dall'Archivio vescovile di Como e 
dalla Biblioteca Ambrosiana. Che se l'erudizione quando non è merce di 
seconda mano , e quando è luce che rischiara i fatti e non caligine densa 
che li oscura , basta di per se sola a dare un valore a qualunque opera 
storica , ciò deve dirsi a maggior ragione di quelle storie che , come 
quella dei Massacri di Valtellina, non posson trarre grande importanza 
dal soggetto , o non divagano in digressioni , o non si fermano a discu- 
tere controversie siccome quella di Ezelino. 

Questa maggiore unità di racconto e questa parchezza di osservazioni, 
non toglie peraltro che anche questo libro del Cantù non faccia com- 
prendere le condizioni d'Italia nel secolo XVI e XVII, epoche ambedue 
che segnano il principio e il progresso della decadenza civile della patria 



RASSEGNA 1)1 LlblU 197 

nostra. La quale , consumati indarno due secoli per costituire la libertà 
e per propulsare la conquista , fu condotta , per una serie miseranda di 
errori e di colpe , a i)erdere la prima ed a subire la seconda , (luando le 
fu addosso non più cogli impeti furiosi di masnade bar! ariche , ma colle 
forze unite ed ordinate di nazioni fatte civili alla sua scuola. La chiamata 
di Carlo d'Angiò segna il primo passo della decadenza civile dell'Italia ; 
la venuta di Carlo Vili, il secondo : le vittorie del fatale Carlo V e la pre- 
ponderanza spagnola il terzo , che è il più umiliante. E si, che l'antico 
voto dei Ghibellini si era pur finalmente adempiuto: l'impero riuniva 
in uno stesso dominio Napoli , Sicilia e Lombardia : ciò che era slato 
contradetto a Federigo di Svevia , toccava in sorte a Carlo V , e con che 
prò per l'Italia ciascuno lo sa ! Sotto il predominio spagnolo tutto si 
muta in Italia , cosi nella sua costituzione interna , come nelle sue rela- 
zioni esterne. Il papato per cagione dell'eresia d'Alemagna dovè abban- 
donare le sue tradizioni ed allearsi all'Impero, e la politica dei Papi in 
Italia si limitò a cercar principati e duchee ai nipoti. L'Impero non fu 
più un alto dominio il (juale esigeva piuttosto una recognizione che una 
vera sudditanza; ma, rappresentalo dai viceré e dai governatori , fu 
come una nuova conquista che impose servitù meno spietata ma non 
meno funesta dell'antica. Guerre feroci quanto quelle del medio-evo si 
combatterono nella penisola per frenare ambizioni , per ricomporre equi- 
libri, per regolare successioni di potentati stranieri ; e Venezia e i Duchi 
di Savoja che vi parteciparono, rimasero i soli rappresentanti del nome 
Italiano ; Venezia per conservare , i Savoiardi per accrescere i propri 
stati. Nelle parti che non erano direttamente soggette agli Spagnoh , le 
dinastie nazionali che ne tenevano la signoria vivevano sospettose e 
divise per gelosie e precedenze; e lo spirito municipale essendo più di- 
stintamente personificato nei piccoli principati del secolo XVI e XVII , 
di quello che non fosse nelle infinite repubbliche del medio-evo , ne con- 
seguiva che la diminuzione delle divisioni politiche non aveva giovato 
in nulla ad una più larga comprensione dell'idea nazionale. Anzi, tutti 
i vincoli interni d' interessi e di affetti ogni di più scemavano , per il 
sistema d'isolamento |)olitico ed economico nel (|uale si restringevano i 
piccoli Stati. Unico legame fra gl'Italiani d'allora rimaneva nella religione, 
nella letteratura e nelle arti. 

Però ci è sempre parso che, anche considerata la (juestione per i soli 
rispetti jiolitici , fosse gran benefizio che l' Italia nel secolo XVI conser- 
vasse l'unità della sua fede : primieramente , perché ogni mutazione si 
sarebbe dovuta fare per aiuto di forze straniere ; e noi non sapjiiamo 
dividere le speranze di Francesco Minicio, dotto frate che fu dei primi 
a seguire la riforma , il (juale udendo che il Borbone e il Freundsberg 
venivano ai danni di Roma con (pielle masnatle di ribaldi che deva- 
starono tutta Italia , preso da subito entusiasmo , scriveva al Zuinglio 



198 RASSEGNA UI LIBRI 

« Dio ci vuol Sahare ; scrivete al Contestabile che liberi questi popoli.... ec. " 
(pag. 13). In secondo luogo, perchè cosi agli odi ed alle divisioni antiche 
non fu dato alimento di nuovo sangue e di nuove e più perenni cause di 
discordia. E di quanto sangue, e di quali orrori vadano funestate le guerre 
di religione , anco il libro del Cantù , sebbene ristretto ad un piccolis- 
simo episodio del gran dramma della Riforma , ampiamente lo mostra. 
Dalle quali sciagure se fu francata l' Italia, lo deve non solo alle difese 
moltiplici che ebbe qui il Cattohcismo, ma ben anche ad una repu- 
gnanza che gì' istinti popolari ebbero sempre fra noi per per la nuova 
credenza. Inoltre, la riforma cattohca operatasi nel Concilio di Trento 
avendo tolto assai abusi e rilassatezze nella disciplina ecclesiastica , con- 
tro le quali in Itaha anche più che altrove si era levata la voce da un 
pezzo, sodisfece coloro che predicavano la necessità del riformare, ma 
voleano saviamente che la riforma uscisse dal seno della Chiesa stessa, e 
non le venisse di fuori. Al quale concetto non badando alcuni storici 
stranieri (fra questi lo Schelornio e il Gerdesio) , contarono tra i fautori 
delle nuove dottrine non solo tutti quegli Italiani che posero in dileggio 
il clero, come quasi tutti i novellieri e molti dei poeti ; ma ben anche 
uomini gravi che liberamente condannarono prima quello che la Chiesa 
stessa condannò dappoi, come il Bembo, il Trissino. il Flaminio: la qual 
confusione sta contro ogni criterio di verità. 

I massacri di Valtellina precedono di poco lo scoppiare della guerra 
dei trentanni; e più sopra accennammo come alle questioni religiose già 
si mescolasse tanto di politica da denaturarle, e produrre sovente i più 
strani contrasti. E queste guerre combattute non collo spirito dei crociati 
ma coi freddi calcoli dei gabinetti , tornavano il secolo alla barbarie, con- 
taminandolo di fatti tanto spietati quanto il medio-evo non vide mai. Il 
senso moi'ale pubblico si falsava allora in nome di una credenza religiosa, 
come oggi si falsa in nome di un partito politico. Le stragi di Valtellina 
ebbero dagli storici contemporanei i plausi e le benedizioni che avevano 
avute quelle di San Bartolommeo. Le violenze di tutti i partiti nelle que- 
stioni religiose erano il diritto comune del tempo; ed ognun sa che Io 
stesso Calvino, quando la Chiesa riformata ebbe anch'essa i suoi eretici, 
ed i suoi ròghi, mandò fuori, sulla morte di Servet, una scrittura intito- 
lata « Defensio orthodossae fidei .... ubi ostenditur haereticos jure gladii coer- 
cendos esse ». Questa parità di errori e di colpe in tanto trasmodare di pas- 
sioni è raro peraltro che dagli storici sia confessata, perchè, come sempre 
accade, l'una parte se ne chiama innocente riversandone l'accusa sull'al- 
tra. Il Cantù ci parve che nel suo racconto usi una lodevole imparzialità ; 
e se i suoi giudizi informa di quello spirito di tolleranza che , cessato 
il furore delle guerre, fu sanzionato solennemente nella pace di Vesfalia, 
non vorremo per certo fargliene un rimprovero; persuasi come siamo, es- 
servi una tolleranza colpevole che lutto condona perchè a nulla crede, che 



[iAS>L*<iNA DI l.llilll 199 

iHilla contrasta i)ercliè a tutto è indifferentp ; vx\ esservi una tolleranza 
virtuosa che sa sopportare e compatire , che ?a resistere e correu^ere ma 
secondo la carità, e die si iiuarda dal prendere per giudizj di Dio gli al- 
lucinamenti del proprio intelletto o r.'li inijìulsi delle proprie passioni. 

La LoMnARDiA .nel skcolo XVIII. — Quando gli stranieri rinfacciano 
all'Italia la povertà della sua letteratura moderna, e in prova della ric- 
chezza loro pongono innanzi le migliaja di volumi che d'anno in annosi 
pubblicano dai romanzieri d'oUremonte , crediamo che l' Italia con sin- 
cura fronte e senza rossore di vergogna possa rispondere additando i 
Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Questo libro nel quale le ragioni 
dell'arte tanto bene rispondono agli alti fini morali che lo hanno ispira- 
to, scritto non per fomentare i delirj delle misere menti umane, ma per 
correggerli , non per trastidlare la noia di lettori svogliati , ma per ec- 
citare una operosità virtuosa : questo libro, dopo quasi trent'anni rimasto 
presso che solo nella nostra letteratura, ci sembra per l' Italia non tanto 
una gloria , ma ben anche una tacita protesta di non aver partecipato 
ai saturnali dell'intelligenza che altrove si fecero nei romanzi , falsando 
il senso storico, il senso morale ed anco il senso comune di una intiera 
generazione. Fra i numerosi lettori dei Promessi Sposi , anche quelli che 
non sono in grado di comprenderne tutte le recondite bellezze, giudi- 
cano concordemente come uno dei maggiori [iregi del ^lanzoni sia la 
verità con la qiiale ha saputo rappresentare i tempi che illustra col suo 
racconto. Anche i meno versati nella cognizione delle storie patrie, col- 
piti da quell'evidenza meravigliosa con cui la vita italiana del secolo XYII 
è ritratta in tutte le sue forme, senza anacronismi d'idee o di senti- 
menti , vanno giustamente convinti che solamente il vero può far giun- 
gere a tanto . e che tutto nel 3Ianzoni deve avere un fondamento sto- 
rico. Però chiedono a tutti chi fosse l'Innominato; come stia la storia 
della Signora di Monza : se signorotti come Don Rodrigo , ce ne fossero 
dimolti per far tribolare la povera gente : se il cardinal Federigo era 
quel sant'uomo che si dice : se la fame e la peste furono così terribili 
come il Manzoni le descrive. A queste e ad altre tali dimande , rispose 
il Cantù poco dopo la pubblicazione dei Promessi Sposi , stampando in 
un Giornale letterario di Milano un commento storico a (|uel libro. Quel 
commento fu \mì volte ristampato , ora solo , ora unito al i-omanzo , ora 
intiero, ora mutilato , come suol farsi in Italia dai tipografi che all'utile 
proprio pospongono senza rispetti il decoro degli scrittori e delle lettere. 
L'Autore lo ristampò nel \Si'ì con aggiunte , le quali più copiose e me- 
glio ordinate arricchiscono l'ultima ristaiiqia che, col titolo di Ragiona- 
menti sulla Lombardia nel secolo XVII, n(^ fu fatta l'anno scorso in Milano. 

Questi rauiduainenli del (lantù cominciano con una esposizione gene- 
rale delle condizioni della Lombardia sotto il governo degli Spagnuoli , 



200 RASSEGNA DI LIBRI 

ricavata da molti documenti originali , e da molti libri sconosciuti ma 
importantissimi, che l'Autore con singolare pazienza ha rimessi in luce. 
La storia del secolo XVII era stata fino ai nostri giorni pochissimo stu- 
diata, e gli scrittori dopo avere accennate le guerre straniere alle quali 
r Italia fu campo , le gare dei principi , le pestilenze , e la cupida e fa- 
stosa signoria spagnuola che tutto aduggiò e tutto corruppe, se la passa- 
vano volentieri ai risorgimenti del secolo XVIII. Ma dacché il Manzoni 
col suo racconto ebbe fatto manifesto quanta materia di storia recondita 
fosse anche in quel secolo , si destò gran desiderio di conoscerlo più 
compiutamente ; si cercarono libri , si compulsarono archivi , ed allora 
si potè misurare l'ampiezza dei danni , il cumulo dei patimenti che un 
governo insano fece pesare sopra le più belle province italiane. 

Sui ministri spagnuoli correva un proverbio che diceva , come essi 
rosicchiassero in Sicilia , mangiassero a Napoli , divorassero a Milano. Le 
cifre che il Cantù ha raccolto da atti ufficiali e da private scritture, 
commentano con una terribile verità questa popolare graduazione della 
avidità dei viceré e dei governatori. Ed infatti , sappiamo che nei 227 anni 
che durò il dominio spagnuolo nelle due Sicilie , la Spagna ne trasse 
millecentotrenta milioni di ducati ; e che lo stato di Milano in soU qua- 
rant'anni (dal 1610 al 1630 ) pagò più di 260milioni di scudi d'oro. Però 
non farà meraviglia se nel 1668 il senato di Milano rappresentava al 
re come fosse interrotta la cultura dei campi , gli abitanti senza speme di 
meglio , profughi agli stranieri ; la mercatura snervata dalle ingenti gabelle. 
Pavia , Cremona, Alessandria, Tortona, Novara, Vigevano fatte un tristis- 
simo deserto , vaste e vecchie mine di ediflzi. • . . ( pag. 20 ). Né punto mi- 
ghore dell'economica era la condizione morale dello stato. I costumi si 
eran fatti feroci per nuova barbarie portata dagli Spagnoli , e agli im- 
peti passionati del medio-evo erano succedute le vendette studiate del 
duello. Giureconsulti e letterati scrissero libri di teoriche sul duello, 
definirono le questioni , discussero sulla querela , sulle eccezioni , sulla 
mentita , sul carico , sulla sodisfazione , compilando ampli trattati. Fran- 
cesco Birago , signore di Metono e Siciano nella Lomellina , era arbitro 
delle discussioni d'onore in quasi tutta Italia , e dettò non pochi libri 
sull'argomento , fra i quali l'Apologia cavalleresca del signor Torquato 
Tasso. La nobiltà educata a questi studj, non avendo , come in Francia, 
una Corte per ingentilirsi , né un'armata ove esercitarsi con gloria nelle 
armi , se ne stava chiusa nei castelli , infestando le popolazioni inermi 
con ogni violenza. Agli stipendi dei signori stavano i bravi ; gente scel- 
lerata , e contro la quale invano quasi ogni anno i viceré bandivano 
pene atroci , senza che nulla giovasse ; come non giovavano le pqrolc 
gagliarde e sicure che il fiero conte di Fuentes faceva scrivere in una 
grida del 6 novembre 1633. A dare in breve un'idea del come si vivesse 
in Milano in quei tempi , che pur non manca chi vorrebbe dare in esem- 



RASSEGNA 1)1 Llifl'.l 204 

pio, basterà il narrare come nel 1656 Gian Francesoo Rucellai , ministro 
residente del Granduca di Toscana , sul bel mezzodì in porta Vercellina 
fosse assalito da gente armata , e con molta fatica scampasse. Gran ram- 
marico n'ebbe il Governatore ed il Senato ; ma nell' imiwtenza di assicu- 
rare la vita al ministro toscano colle forze del gran re ne" cui stati non 
tramontava il sole , fecero bandire che qualunque suddito in quel fran- 
gente avesse prestato soccorso al Rucellai , farebbe cosa grata a S. M. 
Ed infatti , il marchese Annibale Porrone , uomo temerariamente contuma- 
ce , che ha mostrato non esser altro il suo istituto che di rendersi famoso nelle 
più precipitose ed inumane risoluzioni , con sì poco timore della divina e 
sprezzo dell'umana giustizia , come lo qualificava una grida del governa- 
tore , mandò cento bravi a difesa del Rucellai , i quali lo scortarono di 
casa in casa per far le visite di congedo , e lo accompagnarono fino a 
Piacenza : nel qual modo solamente potè andarsene sicuro. 

A temperare i mali di questa nuova barbarie di costumi signorili , 
e i patimenti delle classi non privilegiate , lo quali comprendevano allora 
chiunque non fosse nobile o prete , ebbe Milano i due arcivescovi di 
casa Borromea, San Carlo ed il cardinale Federigo. La vita di questi due 
apostoli di carità e restauratori della Chiesa milanese , viene largamente 
narrata dal Cantù in un bel Capitolo , che è per il lettore come un 
grato riposo dell'animo dopo tante storie di sangue. In specie sul cardi- 
nale Federigo . come meno noto dello zio , molte singolari notizie seppe 
raccogliere l'Autore, dallo quali rilevasi ([ual morale grandezza, in mezzo 
a tanto abbassamento del secolo , fosse veramente in ({uest'uomo : e 
come il Manzoni ritracndone l'immagine, non creasse un tipo fantastico, 
ma la deducesse dirittamente dal vero , ispirandosi alle azioni che di lui 
ci narrarono i contemporanei , ed ai pensieri che traspariscono dai suoi 
scritti. I quali cosi italiani come latini son tanti di numero , che a darne 
i soli titoli meglio di cinque pagine ebbe ad impiegare il Cantù , com- 
prendendovi gli stampati e gli inediti. 

Di costui non possiamo dare né il nome, ne il cognome, né un titolo : non 
che una congettura. . . : cosi scrive il Manzoni dell'Innominato. Il Rivola , 
nella Vita di Federico Borromeo narra di un signore che viveva in un 
certo castello; nulla di più chiaro dice il Ripamonti : tantoché è forza 
conchiudere col Manzoni .... da pertutto un grande studio a scansare il 
nome, quasi avesse dovuto bruciar la penna , la mano dello scrittore. Il Cantù 
usò ogni diligenza per venire in chiaro di questo terribile uomo , per 
alzare il velo che copre questo famoso ribaldo. Fra le gride mandate 
fuori in (|uel tempo dai governatori p<M- reprimere almeno a ]\arole la 
baldanza dei feudatari , una ne notò il Cantù del marzo KiO:) . nella quale 
considerati gli enormi e brutti misfatti commessi da Francesco Bernardino 

Visconte tino dei feudatari di Bagnano Geradadda , e dai suoi seguaci 

concede a chiunciue consegnerà vivo o ammazzerà alcuno di costoro , oltre 

A.R(:ii..St. 1t. , iyuni.-n S'^rir, T. II. 36 



2;)2 RASSEGNA DI LIIJRI 

celilo scudi (li premio, il poter liberare due banditi per qualsivoglia caso ec... 
Questo bando fu ripetuto nel 1609, e rinnovato nel IbU. Bregnano è 
anch'oggi castello dei Visconti , e siede appunto ove il milanese confinava 
col bergamasco , né lungi dal bresciano : cosi il luogo ed il tempo rispon- 
derebbero alla storia ; l'uomo era terribile , la famiglia potentissima; tutto 
cospira a far presumere in Francesco Visconte l'Innominato. 

Anche della Signora di Monza e del suo seduttore è riuscito al Cantù di 
rintracciare il nome e la storia. E per i documenti da lui addotti non è più 
dubbio che quella infelice colpevole sulla quale il Manzoni seppe diffon- 
dere tanta pietà e tanto interesse , non sia Donna Virginia Maria Leyva, 
figlia di Don Martino e cugina di Don Luigi Antonio principe d'Ascoli, 
monaca professa nel monastero di Santa Margherita di Monza. Il suo 
seduttore che il Manzoni chiama Egidio , è ugualmente certo che fu Gio- 
\an Paolo Osi , il quale per il sacrilego misfatto ebbe confiscati i beni 
e ruinata la casa , ove , secondo il costume del tempo , fu innalzata una 
colonna d'infamia. A queste notizie che appagano la naturale curiosità 
dei lettori dei Promessi Sposi, è opportuno l'aggiungere, come, per te- 
stimonianza del Ripamonti , la Signora di Monza lungi dall' essere stata 
rapita di convento dal suo seduttore e condotta in Firenze a vivere 
spensierata fra letterati ed artisti , come piacque immaginare a chi volle 
trarre un romanzo d'erudizione da questo bellissimo episodio dei Pro- 
messi Sposi , fu segretamente tolta da Monza e ricovrata in un mona- 
stero di Milano per cura del cardinal Federigo, appena informato delle 
sue colpe ; e la peccatrice , alle esortazioni dell'arcivescovo , riconobbe il 
suo fallo , e lo espiò con durissima penitenza ; tantoché di lei lasciò scritto 
il Ripamonti .... « questa più santa, mentre io scrivo, vive tuttavia, in 
curva vecchiezza, scarna, macilenta, veneranda, che appena crederesti sia 
stata un giorno così leggiadra e impudica. 

A queste illustrazioni speciali sopra alcuni personaggi dei Promessi 
Sposi , fa seguito il novero dei governatori dello stato di Milano , da Don 
Antonio de Leyva che fu il primo (1526) fino a Don Enrico di Lorena 
principe di Vaudemont , che fu l'ultimo (1698). In questa lunga lista si 
vedono uomini di spada famosissimi , uomini di toga , cardinali di Santa 
Chiesa , ma tutti ugualmente impotenti a riparare uno solo dei mali che 
affliggevano quella provincia. Quanta parte in ciò avesse il malvolere de- 
gli uomini che tennero in mano per tanto tempo una autorità cosi scon- 
finata , e quanto i vizi del politico ordinamento e gli errori dell'epoca , 
sono questioni morali troppo ardue per poter esser qui definite. 

I capitoli che trattano delle leggi annonarie , della fame e della sol- 
levazione di Milano , della guerra del Monferrato , della peste e degli 
untori, sono una illustrazione storica ampia e ragionata di quella parte 
di sita pubblica che il Manzoni ha saputo con tanto senno intrecciare 
al suo racconto , formandone a cosi dire l' indietro del quadro sul quale 



RASSEGNA 01 l.iuni 203 

son dipinti i suoi porsonagi^i. Ed anco in questo, rome nei ritratti dello 
persone , la luce della verità isterica non fa j)er nulla impallidire i colori 
del romanzo , ma sembra quasi che dia loro maggior risalto. Leggendo 
questi ultimi capitoli del libro del Cantù , non si sa bene se la storia illu- 
stri il romanzo , o se venga da ([uello illustrata ; tanto è sicuro ispiratore 
dell'arte il vero , quando un ingegno [ìotente ne fa fondamento alle sue 
creazioni. E l' ingegno del Manzoni ci sembra precipuamente fatto per 
comprendere la verità istorica , per divinare e riprodurre coll'arte quello 
che la cronaca non dice. Ed infatti il Manzoni con Adelchi rivelò un'Italia 
del Vili e IX secolo che gli storici non avean sognata, e coi Promessi 
Sposi rappresentò l'Italia del secolo XVII, innanzi che fossero noti i do- 
cumenti pubblici e privati, oggi soltanto con grande studio raccolti. 

E il Cantù, benemerito e primo raccoghtore di questi documenti che 
illustrano le più splendide pagine dei Promessi Sposi, e ne fanno sem- 
pre meglio ammirare le bellezze e gli alti insegnamenti, si abbia intiera 
la nostra riconoscenza. Egli ha dimostrato col libro che abbiamo preso ad 
esaminare, come quella che il Manzoni rai)presentò, fosse veramente la 
vita degU Italiani d'allora; quelle le prepotenze dei privilegiati dalla for- 
tuna e dalla legge : quelli gli errori e le malizie dei governi ; quelli i 
l)atimenti ignorati della misera moltitudine, la quale non ha storici al 
suo comando per istruirne la jioslerità, ma trova di quando in quando il 
poeta che U risuscita nella memoria degli uomini, inalzandoli alla dignità 
dell'epopea cristiana. Noi vorremmo anche di vantaggio diffonderci sopra 
questo libro di amena ed istruttiva lettura, ed in specie sugli ultimi 
capitoli che sono i più importanti, se lo potessimo fare senza ripetere 
sul secolo XVII concetti già di sopra animnciati, e senza mettere a più 
dura prova la pazienza dei nostri lettori. 

L'Abate Pari.m e la Lomuardia nel secolo passato. — Questi studi 
sul Parini sebbene accennino ad argomento piuttosto letterario che sto- 
rico, pure nel modo col ((uale il Cantù seppe conco[)irli, contengono 
sull'Italia, e massime sulla Lombardia del secolo XVllI , gran copia di 
storiche notizie, utili a sapersi, diflicili a rinvenirsi, con diligenza rac- 
colte ed argutamente esposte. Perchè il Cantù, che fino dal suo primo 
esordire nelle lettere seppe dare belli esem[)i di critica intelligente e 
non circoscritta alle sole ragioni dell'arte, togliendo oggi a scrivere di 
Giuseppe Parini, intese saviamente a cercare nel poeta l'uomo, e nel- 
l'uomo i tempi ; e per tal via fu condotto naturalmente ad entrare nella 
storia del secolo XVIII, così a noi vicino eppur già tanto dimenticato, e 
rappresentarci la vita degli avi nostri nelle idee, negli alfelti ed anco 
nelle futilità, che le diedero un carattere ed una forma propria, da noi 
nipoti a mala pena compresa. Opere siccome ((uesla vorremmo che fos- 
ser men lare in Italia, in f|uanto danno occasione di addentrarsi nello 



204 RASSEGNA DI LIBRI 

studio di un' epoca più che non si possa fare dagli scrittori di storie ci- 
vili; i quali per tener dietro agli avvenimenti generali ed alle istitu- 
zioni, son costretti troppo spesso a trascurare tutto ciò che si riferisce 
ai costumi , ai pregiudizi , ed alle passioni individuah , lasciando ai bio- 
grafi di spigolare quello che per alcuni è inutile minuzzaglia erudita, e 
per altri, e molto sensatamente, parte principalissima della storia intima 
di una nazione. Ma perchè la biografìa possa cosi alto levarsi e porsi ac- 
canto alla storia, conviene che non sia una mera illustrazione di date, 
e molto meno un panegirico o una diatriba: è necessario che, come ha 
fatto il Cantù, consideri il suo soggetto nella virtù operativa che ebbe 
e nelle relazioni coi tempi; ai quali l'uomo non volgare o nel bene o nel 
male dà sempre qualche impulso, mentre da loro riceve egli stesso que- 
gli influssi potenti che in altre età si dicevano venire dalle stelle. E 
fortunati i biografi che scioglieranno soggetti come il Parini, dal quale 
la gioventù italiana può apprendere non solo le squisite eleganze d'una 
poesia restituita all'antico ministero di aiutatrice della civiltà, ma ben 
anche esempi nobilissimi di cittadine virtù. 

Della parte letteraria, che è pur principale in questo libro, non è pro- 
posito nostro di parlare; quantunque se è vero che la letteratura sia im- 
magine della società, come prima dei Francesi aveva notato Seneca in 
una delle epistole a Lucilio, anche gli storici dovrebbero studiarsi di 
giovarsene, per meglio conoscere le tendenze e gli affetti dei tempi che 
prendono ad illustrare. E la letteratura che precesse il Parini, veramente 
rappresentava fra noi il secolo XVIII in ciò che aveva di più futile e di 
l)iù inetto, prima che lo spirito filosofico francese passasse le Alpi, ed 
anche in Italia richiamasse gl'intelletti a cose più serie. Con tutto questo 
peraltro, il quadro che a gran tratti ne delinea il Cantù, ci sembra al- 
((uanto esagerato nella stessa sua verità; perchè se è pur troppo vero 
che la letteratura era caduta a quei tempi in una insulsaggine vuota ed 
in una scipita eleganza, ci sembra altresì giusto l'aggiungere che ciò di- 
pendeva più dalla mancanza di un alto scopo alle opere dell' ingegno, e 
dal circoscrivere al diletto l'uflìcio delle lettere , che non da un travia- 
mento profondo dell'arte e dalla mancanza di quei sussidi che valgono a 
darle vigore : in una parola, nel secolo scorso la letteratura italiana era 
avvinta e perduta nelle inezie, ma duravano ancora gli studi, quelle se- 
vere preparazioni degli ingegni, che bastano a rimettere invia una ge- 
nerazione appena sia fatta accorta dei propri errori. Quelli stessi poeti 
che si sfiatavano a cantare l' inclita Nice e il gatto del Balestrieri , e cento 
altri temi si fatti, sapevano di greco e di latino quanto il Parini e quanto 
l'Alfieri. Ciò che veramente travia e spenge le letterature è l' ignoranza; 
e ignoranza in Italia nel secolo scorso non c'era per certo : e ne sono 
argomento le grandi opere di sacra e profana erudizione che allora videro 
la luce ; e che noi gran sentenziatori dei nostri padri, non che emulare, 



RASSEGNA DI I.IIUU HV.'} 

non siamo da tanto di leggere. — Si dirh che questi studi erano poco pii'i 
che vanità, e se riuscivano a formare un letterato, non bastavano poi a 
formare l'uomo civile, il politico, l'esperto di negozi. A questo ris[)on(lere- 
mo, che allora in Italia l'attività civile e politica era [)resso che nulla: ma 
che se gli uomini forniti della cultura allora comunissima a chiunque non 
era volgo d'ogni classe, avessero potuto esercitarsi anco in questo campo, 
ne sarebbero usciti ad onore. Fra i paradossi che oggi corrono il mondo, 
troppo è ricevuto quello che accagiona i dotti della ruina degli stati, per- 
chè si possa lasciar passare il diploma di capacità civile dato da taluni 
all'ignoranza, senza almeno protestarci contro coll'autorità della storia. 
— Si dirà inoltre, che quella stragrande dottrina degli infaticabili eruditi 
del secolo scorso, si riduceva in fin dei conti ad un ammasso di fatti messi 
insieme con poco ordine e manco critica, e presentati al pubblico come 
cose morte. Poniamo che anche questo sia vero; ma che per ciò? I no- 
stri padri ci lasciarono immensi materiali di sapere , perchè noi conti- 
nuassimo l'opera loro. E che mai abbiamo saputo f;ire noi di tanta rie 
chezza? Noi gente che diciamo avere un ribocco di vita, come ci siamo 
giovati di tanta eredità di cose morte ? Sia pure che nei volumi del 
Muratori non si contenga altro che lo scheletro della storia d'Italia: in 
([uelli del Tiraboschi, un abbozzo della nostra letteratura ; ma dopo quei 
benemeriti illustri , chi ha dato all' Italia una compiuta storia civile, una 
compiuta storia letteraria, valendosi della trama già ordita, della ma- 
teria già ap|)arecchiata ? 

Più vero ci sembra il Canfù quando rappresenta i costumi del se- 
colo scorso , con tanto minuto studio di particolari da sodisfare ogni più 
esigente curiosità dei lettori. 11 passaggio accaduto verso la metà del se- 
colo, dal sussiego spagnuolo die nella famiglia cristiana avea portato la 
vendicativa gelosia dell'onore ereditata dagli Arabi , alla leggerezza fran- 
cese che profanò i più santi affetti con far legittimare dalluso quello che 
era contradetto dal dovere , ci sembra egregiamente spiegato. E questo 
nuovo contagio straniero che depravò i nostro costumi fino a renderci 
ridicoli ai nostri stessi maestri, si deve non solo all' influenza della let- 
teratura francese , ma anche al malo esempio delle corti Borboniche , le 
(piali messo in trono l'adulterio, calpestarono ogni pubblica morale ; e. 
come osserva il Cantù , ridussero a regola quel che era disordinr; al vi- 
zio diedero una specie di legalità ; e il pudore che dissimula mutarono in 
iianifà che ostenta. Le pagine 1'2'2-I27 meritano di essere su tale propo- 
sito considerate. Se non che vorremmo notalo , come questa corruzione 
più viziasse le classi signorili che non le popolane , le quali serbavano 
quel meglio di moralità e di buon senso che facea difetto alle prime : 
secondochè chiaramente mostravano li scarsi mezzi di repressione e pur 
bastanti, clie allora si avevano, e le prigioni sovente vuote, non solo in 
Toscana, ma anche in Lombardia (p. l-il ■. Il (juadro ilelineato dal Cantù , 



20fi RASSEGNA DI LIBRI 

se qualche desiderio può lasciare , ci sembra appunto che sia nell'avere 
troppo pochi tocchi sopra tutto ciò che in quella società non era no- 
bile , o titolato , letterato. ' Non si creda però , che il nostro autore 
vada confuso colla turba dei declamatori che fanno fascio d'ogni cosa . e 
che versano lodi o biasimi dove più accenna il pregiudizio prevalente. Il 
Cantù dice il bene ed il male degli uomini e delle istituzioni che prende 
ad esaminare , indififerente se il ritratto che egli fa del secolo scorso ap^ 
parisca satira o panegirico , purché non si possa negare che sia dedotto 
dal vero. Cosi accanto alla nobiltà infingarda , vana e voluttuosa che 
fu segno alla satira del Parini , pone la nobiltà operosa negli uffici pub- 
bhci , nel culto dei buoni studi , e nel patrocinio delle lettere. Le pa- 
gine 108-118 sono onorevolissime per il patriziato italiano, e mostrano 
come non vi fosse via di sapere che egli lasciasse intentata, o opera di 
patrio decoro a cui spontaneamente non si associasse. Anzi, se ci stac- 
chiamo da queste memorie, e volgiamo gli occhi d'attorno , non pos- 
siamo far tacere un senso di vergogna e di sgomento che il paragone ci 
ispira. 

Il carattere morale dell' Itaha nel secolo scorso è l' immobilità nelle idee 
e nei sentimenti tradizionali. La società era per cosi dire tutta incastonata 
in un sistema che dal sommo all' imo ne teneva immobili gli elementi 
come le pietre d'un musaico ; divisi gli uomini in ordini sociali profon- 
damente distinti per diversità di diritti e di costumi, ma fra loro ricon- 
giunti dai patronati, dalle clientele e da una reciproca benevolenza : fermi 
gli uomini sul terreno che gli aveva visti nascere , l'esercizio delle arti 
meccaniche e liberali era quasi un'eredità di famiglia; in reUgione, in 
politica , in letteratura , un fondo d' idee universalmente concordate, e 
sulle quali non era consentito il discutere. In tutte queste diverse forme 
era pur sempre la stessa immobilità tradizionale, che fa di quei tempi 
il più spiccante contrapposto coU'età nostra (pag. lo7-162). 

Questa immobilità degli avi nostri , che per noi s' intende conside- 
randola come un riposo dopo tanti anni di agitazione infeconda di bene 
che il dominio spagnuolo avea fatto pesare sull' Italia , fu scossa final- 
mente dai Giansenisti , i quali cominciarono a persuadere ai principi 
che essi potevano ogni cosa cosi nell'ordine ecclesiastico come nel ci- 
vile , e dai Filosofi che insorgendo contro la tradizione , predicarono 
alto la necessità di tutto innovare. E allora cominciò un'epoca di riforme 
coir iniziativa del Principato che posero a sovvallo tutta la società vec- 
chia ; e la Lombardia sotto il governo di Maria Teresa e di Giuseppe II 
non tardò a risentirne i benefici efTetti , sia neUa cresciuta prosperità 
del territorio, sia nel!" impulso dato agli ingegni : il quale fu tanto, che il 
carattere nazionale, affatto depresso dagU Spagnuoli, si rialzò non poco, 
e parea quasi che l'Impero Germanico dalla civiltà italiana volesse de- 
rivare le nuove sue forme. 



RASSEGNA DI Llltltl 207 

Oliai fosso poi il merito di quei mutamenti , quali irli effetti che ne 
uscirono, quanta la paite che v'ebbero i più eletti ingejini lombardi di 
quel tempo , è ampiamente discorso dall'Autore in un capitolo speciale 
(pag. 184\ ove è posto in chiaro tutto ([uel bel periodo di storia Italiana. 
E come i giudizi del Canlù consuonano coi principii da noi esposti altra 
volta in questa nuova serie dell'Archivio , rendendo conto di un' opera 
storica che tocca la medesima epoca {Sforia Civile della Toscana dal \ll\0 
al 1848, di Antonio Zohi) , cosi ci contentiamo di questa citazione, per 
fare senz'altro accorti i nostri lettori dello spirito che domina anche in 
questo libro del Cantù. 

Rimarrebbe a dire quanto nelle riforme comi)iute in Italia nel se- 
colo scorso vi fosse di nazionale e quanto di forestiero : e questo sarebbe 
tema di utilissimo discorso diretto a scemare certi vanti ed assolvere 
certe colpe. Impediti peraltro dal trattarne (jui distesamente, ci limite- 
remo a poche avvertenze. In primo luogo, conveniamo coU'Autore (p. 209) 
che una gran parte delle nuove idee che fanno il pregio dei libri più re- 
putati in quel tempo, se ne togli alcuni di economia e di diritto penale, 
son tratte dai filosofi francesi : e da questo deriva negli scrittori nostrali 
quel fare declamatorio che spesso tiene il Iuolto del ragionamento, e che 
è al tutto contrario alla maniera adoperata dal Afachiavello e dai nostri 
antichi. Vero è che se gì' Italiani seguirono i Francesi nel nuovo indirizzo 
dato al secolo nelle materie statuali , non fecero eco servile a tutta la 
loro filosofia , né parteciparono al grande scempio dei sentimenti reli- 
giosi che per loro fu fatto , anzi lo riprovarono. Ed Alessandro Verri scri- 
veva al fratello Pietro : « Voi ora mi esprimete una massima da me som- 
mamente gustata e fissata fin da quando trattai in Parigi i filosofi : cioè 
che la breccia aperta da essi al riparo della religione non è stata supplita 
con altri mezzi presi dalla medesima ; dal che ne proviene che anche nella 
plebe vi sono giovani senza principio alcuno di moralità. Io non entro nel 
santuario, parlo da cittadino, e dico essere la religione patria un'impor- 
tantissima parte della costituzione civile; il deridere la quale o lo schernirla 
colla penna o con le operazioni , è atto d' improbità civile. Io ho veduto da 
vicino i Filosofi di Parigi, e il loro tono mi ha facilmente stuccato (p. 261) ». 

Se i)0i dalle idee speculative che animarono le riforme del secolo 
scorso, passiamo a considerare il modo di applicazione che se ne fece, ci 
sembra di poter dire che esso fu il meno consentaneo alla natura nostra 
ed alle nostre tradizioni. Ed infatti l'essersi a poco a poco ristretto ogni 
potere delle corporazioni in mano dei governi : l'essers* sostituita in ogni 
cosa la funzione governativa alla libera azione privata : l'essersi ridotto 
l'uomo ad esser tutto nell'uflicio e per .=;é nulla ; e ciò in un paese come 
l'Italia, ove i centri secondari erano infiniti , ove il sentimento dell'indi- 
vidualità era vivissimo anzi irrequieto , ove le difFormith d'ogni specie si 
ribellavano ad un trattamento uniforme , non si potrà dire opera confor- 



208 RASSEGNA DI LI 15 HI 

me all'indole ed agli istinti nostri. Oggi che il mondo è tutto per questa 
via, tali osservazioni sembreranno puerili; ma riferendole al tempo nel 
quale vi si facevano i primi passi , possono servire di criterio per giu- 
dicare da quali impulsi fossero mossi. 

La rivoluzione di Francia non preveduta, a quanto sembra, dalla più 
parte dei nostri politici (p. 229) , interruppe in Italia le riforme pacifi- 
che, anzi impedi che se ne vedessero le più importanti conseguenze. T due 
ultimi Capitoli del Cantù narrano della repubblica Cisalpina, e degli uomini 
che sotto la dittatura del Buonaparte ne ressero il governo ; fra i quali 
era il Parini , che ne fu cacciato quando soverchiarono i ciurmatori di 
plebe, che il Monti fulminò nei suoi versi. Questi Capitoli e le Postille che 
vi fanno seguito, abbondano di curiose notizie, di singolari documenti, e 
di sensate osservazioni. Quali strani confronti , quali triste considerazioni 
facciano nascere nell'animo , il lettore del libro sul Parini comprenderà 
di leggieri anche senza le nostre avvertenze. Ma la figura del poeta in 
quest'ultimo periodo della sua vita assume una mirabile grandezza, sia 
con le austere virtù non smentite fra l' insanire del facile successo, sia 
colla sdegnosa malinconia delle deluse speranze. Ed il Cantù ci sembra 
che ne abbia ritratto l' immagine con verità non artificiosa e con affetto 
riverenziale , facendola spiccare da un quadro ove tanti e si variati sono 
i personaggi , i prospetti , i colori. Né della sola illustrazione alla vita del 
Parini gli sapranno grado gli ammiratori del poeta , ma ben anche di 
una nuova ristampa del Giorno chele fa seguito, accuratamente corretta 
sopra i testi originali , ricca di lezioni nuove , obliate o non sapute dai 
precedenti editori , e di un commento esplicativo dei concetti e delle 
allusioni del poema , non che dei motivi che giustificano la scelta delle 
lezioni e trasposizioni accolte dal Cantù secondo la mente dell'Autore 
e secondo la ragione dell'arte. 



Compiuta l'esposizione delle quattro opere storiche di Cesare Cantù 
sulle quali avvisammo di richiamare l'attenzione dei lettori dell' Archivio , 
ci sia concesso di aggiungere poche osservazioni finali, sopra alcuni pregi 
e difetti che ci sembrano comuni in diverso grado a tutti i libri di questo 
fecondo scrittore. 

Se noi dovessimo liberamente esprimere la nostra opinione sopra 
tutto quello che abbiamo letto di Cesare Cantù, saremmo nella. necessità 
di confessare che anche quando l'espettativa è stata meglio sodisfatta , 
sempre ci è avvenuto di non rimanere intieramente appagati ; sempre 
siamo giunti all'ultima pagina colla ferma persuasione che l'autore fosse 
capace di cose maggiori ; sempre ci è sembrato che cogli stessi materiali 
il libro si sarebbe potuto far meglio. Un che d' incompiuto, così nel con- 
cetto come nella forma . ma più ancora nella proporzione delle parti e 



RASSEGNA IM I.lilltl 209 

nell'ordine delle materie, ci ha sempre impedita ([uella pienezza <li ap- 
provazione che avremmo pur voluto esprimere, per tanti pregi specialis- 
simi, i quali fanno merito all'autore, e lo separano di gran tratto (iall;i 
turba degli scrittori contemporanei anche più acclamati. 

Come scrittore di storie, ci sembra che il Cantù abbia due grandi re- 
quisiti : il senso storico nel giudicare , la fantasia storica nel rappresen- 
tare. Egli è mirabile neHalTerrare il vero spirito di un'e|)0ca, nel dedurlo 
dai fatti particolari , e nellesprimerlo in una formula rettamente pensata 
e spesso argutamente espressa. Egli non ha una melalìsica prestabilita 
che gì' imponga il significato degli avvenimenti ; egli non inventa il pas- 
sato , ma lo cerca con paziente studio, e lo spiega quale lo concepisce. 
Quanto poi al saper riconnettere gli sparsi frammenti del passato, e 
ricomporre un quadro nel quale si rifletta una vita che non è più , con 
gli affetti, i pensieri, gli errori e le colpe che già l'animarono, pochi 
scrittori conosciamo che senza mutare la storia in romanzo, giungano 
all'evidenza del vero come il Cantù. Se non che jiiù d'una volta ci è av- 
venuto di notare che i suoi giudizi , comunque informati di retto senso 
istorico , mancano di precisione; e la sua fantasia rappresentai rice, co- 
munque ricca e vivace, pure sente il difetto dell'arte. 

1 giudizi del Cantù ci sembra che manchino di precisione taholta nel 
concetto, il quale sovente è indeterminato e non dà quella intelligenza 
sicura e definita che toglie ogni ambiguità : talaltra nella forma , che 
nella disinvoltura della frase non circoscrive l'idea , ma la lascia entrare 
a frullo nella mente del lettore. Cosi quel retto senso istorico che am- 
miriamo nell'autore , si manifesta meglio per lampi che illuminano che 
per deduzioni che persuadono. Inoltre, troj)po spesso l'autore fa prendere 
al hbro l'andare di una facile conversazione, nella quale il pensiero e 
le parole scorrano con soverchio abbandono , perchè fra lo scrittole e il 
lettore non corrano quelle confidenze, che fanno il merito delle scritture 
umoristiche, ma che male si addicono alla gravità storica. Questo no- 
tiamo , perchè spesso lo scrittore che troppo si compiace di questi fa- 
miliari abbandoni col lettore , può far sospettare , anche a torto , che cose 
tanto gravi scritte con si poco riguardo , siano anche con poca i)rol'ondità 
pensate. 

La fantasia storica, senza la quale non vi jmò essere eleganza di det- 
tato che dia vita alle narrazioni, è nel Cantù, come dicemmo, jiiuttoslo 
singolare che rara. Egli non descrive, rappresenta: e nulla omette di 
quanto possa dare compiuta immagine di un'epoca in tutte le sue molti- 
plici manifestazioni. I ffuadri son sempre ricchi e (|ualche volta pure ri- 
dondanti di particolarità le più minute, e, tirali giù alla brava, rassomi- 
gliano incisioni airaC([ua-forle. Ma l'arte si i)uò dire che governi .sempre 
il pennello dell'autore? Noi ne tlubitiamo : (> sovente ci sembra che in 
lauta abbondanza di colorito, manchi la nettezza dei contorni, rarmonia 

Aitcìi.Sr It. . Ni(ni-(i Si-ri<'. T. II. 37 



St'IO RASSEGNA DI LIBRI 

del tutto. In questo noi vediamo i grandi maestri ottenere in pochi tratti 
decisi, quello che il Cantù non ottiene con infinite minuzie. E qui ap- 
punto sta il segreto dell'arte storica, il mezzo di cogliere il vero e di la- 
sciarne nella mente di chi legge una immagine chiara e distinta, senza 
sopraccarico di accessorii, senza tedio di inutili ripetizioni. Se il Cantù 
alla potenza che ha di riprodurre il passato, aggiungesse sempre l'arte 
che ordina e dispone le immagini della fantasia, i suoi quadri storici 
lungi dal comparire sfumati, sarebbero dijuna meravighosa evidenza. Che 
egli lo sappia fare, alcune pagine del libro suU'Ezelino e dell'altro sul 
Parini bastano a fornirne la prova. 

Un merito incontestato del nostro autore è pur quello di adattare 
le materie che tratta ad ogni specie di lettori , di allettarli con quei ra- 
pidi passaggi dal narrativo al polemico , dall'astratto al pratico , dal po- 
sitivo arido delle cifre alle espansioni dell'affetto, che gli sono cosi fa- 
miliari. Egli ha ben compreso il genio dell'età nostra , insofferente di 
fatica , priva del sussidio di studi severi , incapace di protratta atten- 
zione , svogliata di tutto ciò che non la tocchi d'appresso. In conformità 
dei gusti dei suoi contemporanei , il Cantù compone i suoi libri : appa- 
recchia il cibo secondo la vigoria degh stomachi. Né di questo vogliamo 
biasimarlo ; anzi diciamo che il suo fine seppe raggiungere , perchè ve- 
ramente alle opere del Cantù non mancarono numerosi lettori in Italia , 
ove tanto poco di nostrale si legge. Se non che questa smania d'esser 
facile per riuscire popolare , crediamo che abbia tolto non pochi pregi ai 
suoi libri di storia. Ed infatti qualche volta ci accadde di avvertire, come 
l'autore per paura di annoiare il lettore , si faccia studio di comparire 
leggero, adatti la stessa erudizione alla comune intelligenza , traducendo 
ed epilogando le testimonianze di cui si vale ; e in una parola , dia al 
racconto apparenza di romanzo. Chi conosce le fonti istoriche e sa tro- 
vare da sé i fondamenti di verità che può avere la narrazione , non fa 
carico all'autore di averla colorita a suo modo ; ma chi cerca tutto nel 
libro che legge , prorompe in severi giudizi , comunque ingiusti. Ma lo 
scrittore in questo conviene che incolpi sé stesso , se libri studiati e 
pensati possano avere apparenza di libri improvvisati. 

Un'altra osservazione vogliam pur fare innanzi di dar fine a queste 
nostre avvertenze. Il Cantù giudica liberamente gli uomini e le cose che 
sono materia delle sue opere storiche ; e se apparisce severo coi tempi 
più lontani , non lo é meno con quelli a noi più prossimi, e più ancora 
coi presenti ; ai quali ogni volta che gli cade il destro , non risparmia 
quelle acerbe rampogne e quell'amaro sdegno che pubbliche sventure 
e privati rammarichi gli traggono dal cuore. Ma questa severità di cen- 
sura sul vecchio e sul nuovo, assume talvolta, quantunque raramente, 
il sogghigno dell' ironia , e allora non si sa bene se lo scrittore si fermi 
a riguardare le antiche e recenti piaghe sociali con pietà amara o con 



RASSEGNA DI I.IURI ^1 \ 

dispetto superbo, intendiamo che d'ogni epoca lo storico debba dire il 
bene e il malo, come consiglia la giustizia e la verità; intendiamo come nella 
storia del passato sia facile vedere riflesso il i)resente, e torni sovente 
opportuna ed ancbe utile la polemica dei confronti : non intendiamo per 
altro, che (luesli giudizi e questi paragoni possano prender l'orma d'epi- 
grammi, ricreando il lettore a scapito della dignità slorica. Noi non 
vogliamo la storia perpetuamente avvolta in paludamento greco e romano: 
ma nep|)ure ci piace di vederla in farsetto contendere i frizzi alla cro- 
naca umoristica. Inoltre , cade ([ui in acconcio il notare come lo storico 
che con le sue considerazioni abbraccia una lunga serie di avvenimenti, 
debba necessariamente scegliere fra due sistemi di storica filosofia : il 
primo dei quali considerando l'uomo come un essere decaduto e la terra 
come luogo di espiazione , riconosce in ogni epoca una misura di beni 
e di mali, di vizi e di virtù, (b civiltà e di barbarie che si alternano 
con varia vicenda; ed il secondo, partendosi dall' istinto del perfeziona- 
mento che agita l'umanità, si avvisa di trovare un nesso di progressivi 
miglioramenti in tutte l'epoche storiche , ed assegna per méta di questo 
faticoso viaggio, uno stato di perfezione , che il primo sistema non ritiene 
possibile nella vita del lem|)0, ma lo crede riserbalo a quella misteriosa 
esistenza futura che sarà il com[)imento della presente. Il Cantù nei libri 
storici che abbiamo esaminati sembra inclinato al primo sistema ; perchè, 
con quel senso del vero e del giusto che lo distingue , considera gli av- 
venimenti per fiuello che sono , nò mai ne contorce il signilìcalo a co- 
modo di una dottrina ; anzi sdegnosamente insorge contro tutte le ma- 
liziose falsificazioni del valore morale dei fatti , da cui traggono alimento 
i sofismi (li alcune scuole storiche. Il Cantù ci ha rappresentato l'ItaUa 
moderna pt;r il corso dei secoli della nuova civiltà, prima oppressa sotto 
il ferro della con(|uista ; poi divisa in guerre fratricide perdendo il frutto 
della riscattata indipendenza; più tardi umiliata nella seconda servitù 
e insanguinata di guerre non sue; finalmente, appena risorta a vita pro- 
pria , travolta nel turbine della rivoluzione di Francia : e lungi dal pre- 
tendere di vedere in tutte queste fortunose vicende della patria nostra 
altrettanti passi di progresso, come usano gli storici sistematici, tiene 
conto del bene e del male; e come nota i progressi ovunque li trova, 
cosi non tace sopra molti funesti decadimenti, lìgli non adopera quegli 
impeti pindarici , misera rapsodia di tanti scrittori i quali si slan- 
ciano nei campi indeterminati dell'avvenire, e là si com|)iacciono di 
scorgere (luellarcana forza progressiva che non poterono trovare nel pas- 
sato ; riconfortandosi die, volente o nolente, la generazione nostra, con- 
tro la quale bann(j pur talvolta cosi acerbi sdegni , sarà da (juella forza 
posseduta, e compirà o vedrà compiere alte imprese, secondo le leggi 
fatali dei tempi che verranno. Questo ossecfuio servile a certi idoli oggi 
ciecamente adorati , non ha per cerio il Cantù ; e solo alcune pagine, per 



212 RASSEGNA DI LIBRI 

(juella indeterminatezza di pensiero che abbiamo notata di sopra, potreb- 
bero vestirne l'apparenza. 

Del resto, anche noi accarezziamo la speranza del meglio : anche noi 
crediamo che la Provvidenza per misteriose vie governi le cose del 
mondo : ma crediamo altresì alla libertà umana , la quale posta al bivio, 
può sempre scegliere fra il bene ed il male. L'uomo è certamente un 
essere perfettibile , e con esso son perfettibili le società umane ; ma il 
progresso ci sembra piuttosto un resultato di volontà , che non un effetto 
di leggi fatali. Però meglio che illudere , come molti fanno , queste fiac- 
che generazioni ondeggianti fra presuntuose utopie e convulsi conati di 
azione, promettendo loro un avvenire di bene che necessariamente coro- 
nerà i loro desiderj , anche contro i loro meriti, anche a dispetto del loro 
far nulla ; ci piace che uomini autorevoli come il Cantù , con gli argo- 
menti irrecusabili della storia , persuadano i loro contemporanei che i 
popoli non arrivano a ricomporsi in prospero stato se non per la via 
(Iella virtù e dell'operosità illuminata dalla ragione ; che ogni vera gran- 
dezza si ottiene a prezzo di rette intenzioni , di perseveranza di sforzi, 
di tolleranza di sacrifìci ; che il solo progresso è nel bene , ritardato, ac- 
celerato , contradetto dalle libere volontà umane : che un progresso cieco 
e fatale è smentito dalla storia : e quando mai esistesse come legge 
dell'umanità, sarebbe la scusa d'ogni più codarda infingardaggine, e 
l'assoluzione di tutti coloro i quali agitano passioni e fomentano delitti , 
per spingere il corso di quella civiltà che essi cospirano a sommergere 
nella barbarie. 



/ Lucchesi a Venezia. Alcuni sfudj sopra i secoli XIII e XIV , 
(li Telesforo Bini. — Lucca 1853. 

Parte Prima. 

Articolo I. 

Se consultiamo la storia dell'industria serica in Italia, noi percor- 
riamo un lunghissimo periodo di esistenza e di floridezza , il quale 
comincia dai tempi in cui l'arte della seta era avanzatissima in Persia, 
e giunge sino a quelli a noi più vicini , cioè fino all'ultimo secolo in cui 
questa industria raggiunse in Francia la sua maggiore perfezione. Dif- 
fatli noi abbiamo dalle istorie nostre, che nei secoli XIII e XIV gl'Ita- 
liani , onde estendere sempre più l'arte della seta e accrescerne la ripu- 
tazione , procuravano d'imitare nella fabbricazione dei drappi, velluti, e 



RASSEGNA DI Llimi 213 

dei broccati di seta, d'oro e argento, quelli che da lungo tempo Neni\;iri(> 
operati nella Persia: e inseguito, per la bellezza dei disegni e la s|)lon- 
dida vivacità dei colori , i nostri la seppero condurre in breve tempo 
a tale perfezionamento, che divenne per loro un ramo d'industria e 
di commercio della massima importanza : perchè i drappi lavorali in 
Italia, e particolarmente quelli di Lucca , Firenze e Venezia , erano ri- 
cercatissimi e primeggiavano sui grandi mercati europei e in (juelli 
dell'Asia stessa ; e tale riputazione all'arte della seta delle tre nomi- 
nate città aumentò continuamente, e si mantenne, si può dire, (ino agli 
ultimi tempi , durante i quali l'arte in Francia sorpassò quella degli altri 
paesi per l'eccellenza del disegno e la bellezza de' tessuti. 

Quantunque, secondo il De Gasparin, l'educazione dei bachi da seta 
in Provenza e nella contea d'Avignone cominciasse nel secolo XIII, pure 
restò sempre limitata la produzione e la industria della seta durante 
molti secoli ancora; e si può aflermare che prese incremento ed esten- 
sione soltanto nel secolo XVIII. Imperocché noi rileviamo dalle memo- 
rie di Enrico IV, che questo re incontrò molti ostacoli per introdurre 
in Francia la piantagione dei gelsi e l'educazione dei bachi da seta , e 
ch'ebbe per opponente lo stesso Sully ; ed Olivier de Serres , il quale 
fu appunto quello stesso che propose al suo sovrano la introduzione 
in Francia dell'arte della seta , e da quello venne incaricato dei prov- 
vedimenti necessari onde potesse attuarsi il proposto disegno , era co- 
stretto di lottare continuamente contro l'opinione del celebre Sully. 
Contuttociò Enrico IV accolse alla fine le proposizioni e il disegno di 
Olivier de Serres , il quale gli aveva dimostrato quali immensi re- 
sultati se ne otterrebbero in breve tempo , e quindi di quanto sarebbe 
avvantaggiata la ricchezza della Francia : e lo stesso Enrico fece ve- 
nire da Ginevra degli operai capaci per la piantagione dei gelsi , e 
per suo ordine, dalle ([uindici alle venti mila piante vennero collocate 
nel giardino delle Tuileries. A questo oggetto il re stabilì un Consiglio 
di commercio, e per lettere patenti ordinò in tutto il regno la pianta- 
gione de' gelsi, e l'arte di educare i bachi da seta. E tutto ciò, mal- 
grado la continua opposizione di Sully ; il quale scorgendo alla fine che 
il suo. avviso non era ascoltato, ebbe a dire ad Enrico IV: « Puisque 
telle est votre volente absolue, Sire, je n'en parie plus: le temps et la 
pratique vous apprendront que la Franco n'est nullement propre à de 
telles babioles ». Queste babioìcs di Sully sono diventate una delle più 
belle e più ricche industrie della Francia. Però corse iiuel secolo , ed 
anche il seguente prima che l'arie della seta in Francia acquistasse 
quella perfezione che la rese nell'ultimo secolo la più estimala , e supe- 
riore a quella degli altri paesi. Laonde , cominciando dall'epoca in cui 
l'industria della seta primeggiava in Persia e che i nostri imitarono . 
e venendo sino a quest'ultima , durante la quale sillalta industria in 



214 RASSEGNA DI LIBRI 

Francia sali al più alto grado di perfezione da sorpassare le fabbriche 
di tutti gli altri paesi , l'arte della seta si mantenne in grande credito 
e floridezza nelle città italiane di Lucca, Firenze e Venezia; e come i 
nostri si consigliarono sei secoli addietro d'imitare la industria persiana 
onde megliorare la propria , così i Francesi appresero da noi l'arte e la 
sua perfezione, con questa differenza, cheli nostro popolo, mercadante 
e artefice, seppe risolvere di propria scienza e pratica un importante 
quesito di pubblica economia ; mentre in Francia i due più celebri sta- 
tisti ed economisti , il Sully e Olivier de Serres erano di contraria opi- 
nione sulla utilità della introduzione di questa industria , e i Francesi 
doverono imparare l'arte della seta e apprenderne la importanza dallo 
stesso re , il buon Enrico. 

Noi non istaremo a ricordare la ricchezza che procacciò alle nostre 
città l'arte della seta , né la quantità dei drappi che venivano espor- 
tati, né i profitti immensi che ne derivavano; giacché le istorie nostre 
abbondano di siffatte notizie , e rispetto a Firenze ne scrisse a sufficienza 
il Villani : ma gioverebbe confrontare il profitto registrato dallo stesso 
Villani d'una sola fabbricazione come quella di Firenze , di cui si cono- 
sce anche il numero delle fabbriche nel secolo XIV , col prodotto attuale 
dell'industria serica in tutta la Francia , ragguagliandolo al numero dei 
telai alla quantità di drappi che si consumano nell'interno della Francia 
sono esportati fuori del regno. Olivier de Serres e Enrico IV stimavano 
che il consumo della Francia, al tempo loro, montasse a quattro milioni 
di scudi, che attualmente equivalgono a quaranta milioni di franchi; ed 
essi ad altro non attendevano che supplire al consumo interno , né più 
oltre portavano le loro vedute. Attualmente si fa ascendere a più di du- 
gentotrenta milioni di franchi il valore delle materie impiegate dall'indu- 
stria serica in Francia, e a più di quattrocento milioni il valore dei drappi 
che annualmente si fabbricano. Dobbiamo anche notare che in Francia 
esistono da centosessantamila telai , che l'esportazione dei tessuti in seta 
indigena passò il valore di trecentosettanta raihoni nel 1853; e se vuoisi 
aggiungere la consumazione interna , si troverà che rappresenta la ci- 
fra di oltre cinquecento milioni. 

Queste considerazioni noi abbiamo stimato di premettere a proposito 
dell'opera che sta preparando l' illustre Bini , il quale intanto sotto il 
modesto titolo dei Lucchesi a Venezia offri al pubblico la prima parte 
d'un lavoro storico , pel quale egli intende di illustrare particolarmente 
l'arte della seta, l'industria e il commercio dei Lucchesi nei secoli de- 
corsi, gì' istituti di assistenza e di beneficenza , le arti , le lettere e i 
monumenti sacri e civili ; imperocché fu appunto la città di Lucca che 
introdusse il perfezionamento nell'arte della seta a Firenze e a Venezia , 
e perciò queste tre città italiane erano quelle che fornivano i più pre- 
giati tessuti di seta , e i più ricercati sui mercati europei. E qui bisogna 



RASSEGNA PI LllJltl 21. 'i 

intendere che Lucca vi porlo il perfc/.ionnnien(o dell'arte, e non tiià 
l'arte sfessa, come erroneamente fu creduto, e come risulta da molli 
documenti de'nostri archivi che ometto per brevità : dirò soltanto che 
Lucca introdusse in Firenze il cosi detto lavoro lucchese , il quale riL'uar- 
dava un miglioramento nel tessuto, nella tinta, nella foggia del drappo; 
e dall'altro lato, sappiamo che nel trattato del I20i tra i Fiorentini e 
i Senesi , intervennero tra li altri consoli anche quelli della seta ; e sai>- 
piamo pure che questa industria dalla Sicilia e da Napoli venne portata 
di buon'ora nel resto d'Italia: e secondo Ottone di Frisinga, era cono- 
sciuta dai Pisani e dai Genovesi. In quanto spetta ai Veneziani, osser- 
verò che lo statuto del 12i8, pel quale s'interdice il commercio della 
seta agli officiali incaricati di riscuotere le tasse dei fabbricanti ili seta (I), 
sta a confermare che non solo esisteva l'arte in Venezia prima della 
venuta dei Lucchesi, ma che doveva anche essere d'una certa impor- 
tanza, se veniva giudicata imponibile, cioè capace di contribuire alle 
rendite dello stato, al pubblico erario. Per ultimo dobbiamo considerare , 
che l'arte della seta in Italia , perfezionala o megliorata dai Lucchesi nelle 
fabbriche di Venezia e di Firenze, potè conservare la sua reputazione so- 
pra tutte le altre fabbriche nei secoli susseguenti sino all'ultimo decorso, 
e che la sua decadenza è appunto di data assai recente , cioè comincia 
col fiorire e col primeggiare della industria francese , la quale debbesi 
riguardare come una continazione dell'industria italiana; la cui perfe- 
zione non fu superata dalla francese ma raggiunta, sino a che la Francia 
potè vincere la nostra nella concorrenza , per essere cresciuta con mi- 
gliori auspici , sostenuta ed ampliala per opera , largizioni e sussidi de- 
gli stessi re. 

La prima parte dell'opera dellegregio Bini che abbiamo sott'occhio, 
contiene importanti notizie intorno la storia dell' industria lucchese , e 
particolarmente dell'arte della seta , del suo commercio e delle colonie 
lucchesi stabilite in diversi paesi per l'esercizio della mercatura e delle 
industrie : come pure degli stabilimenti e fattorie che i Lucchesi fonda- 
rono nei principali emporii commerciali dell'Europa; e l'Autore si ac- 
cinse ad esporre con diligenza, e col su.ssidio di molti documenti ine- 
diti , l'origine e i progressi dell'industria e del commercio; le antiche 
relazioni dei Lucchesi con gli altri stati italiani ed europei ; ed egli 
riunì tutte queste pregevolissime notizie , che abbracciano quasi i due 
terzi della prima parte dell'opera; le condensò e collegò cosi a j)ropo.sito, 
che servono come d'introduzione al resto del libro e dell'opera intera. 
Quindi l'Autore viene a discorrere sulle cause che portarono i Lucchesi 
a fuggire a Venezia; dei privilegi che vi ottennero, e come si costitui- 
rono in corpo di nazione , con propria giurisdizione e magistrali : dimo- 

(1) M.\RiN , Storia del Commercio de' Veneziani , Tom. Il , pag. l'SO. 



21 (i RASSEGNA DI LIBRÌ 

slra l'estensione del loro commercio in Venezia , e le ricchezze che vi 
acquistarono ; i prestiti fatti alla repubblica veneta , e ad altri stati e 
principi d'Europa: parla dei soccorsi dati dai Lucchesi a Venezia al tempo 
della guerra di Chioggia : enumera, infine, e descriA^e gli edifizi e le fab- 
briche da loro fatte erigere in Venezia. Codesti sono gli argomenti trattati 
dall'Autore nella prima parte del suo lavoro, che noi ci siamo posti ad 
esaminare con istudio e diletto ; argomenti che , come dicemmo , do- 
vranno da lui essere continuati e trattati nella seconda e terza parte , che 
verranno , noi speriamo , quanto prima condotte a fine. Ma questi ar- 
gomenti meritano che noi ci fermiamo a indicare almeno le. cose più 
notevoli , e accennare alcune particolarità che si riscontrano in ciascuno 
di essi , tanto più che il nostro Autore h prese ad illustrare con nuovi 
fatti e notizie , ch'egli trasse da documenti inediti esistenti a Venezia e 
a Lucca , e dei quali sovente offre un estratto. 

Dopo aver tracciate le cagioni dell'emigrazione dei Lucchesi a Venezia, 
l'Autore corregge e rettifica a questo proposito l'asserzione di parecchi 
storici intorno alle cause e all'epoca di quella emigrazione; mostra come 
furono accolti con onore dalla Repubblica Veneziana, e come essi sta- 
bilirono l'arte dei tessitori di seta, dei tintori e filatori in Venezia; e 
narra infine come i Veneziani con ordini e provvedimenti adattati pro- 
curassero di rinvigorire quella colonia, e d'imprimere nuova vita e in- 
cremento alla industria della seta, giovandosi dell'opera degli ospiti indu- 
striosi. Anzi l'Autore produsse le parti più interessanti degli ordini della 
Repubblica Veneta, come pure degli statuti e regolamenti della corte luc- 
chese a Venezia ; e di questi argomenti cosi importanti più si compiace , 
e ne tratta distesamente. E qui noi crediamo di dover notare , che gio- 
verebbe assai allo studio della parte legislativa della economia politica 
del medio-evo , il confrontare questi statuti e ordini della colonia luc- 
chese con gli Statuti Pisani, già editi, e quelli che sta preparando per 
le stampe il Cav. Prof. Bonaini , sopraintendente degli Archivi dello Sta- 
to ; e con quelli dell'arte della seta di Lucca , da noi già pubblicati nel- 
YArchitno Storico Italiano , tom. X , pag. 58-89 (1). Appartengono a questa 
categoria gli Statuti spettanti all'Arte della Seta del 1308 ; i Capitoli e Sta- 
tuti dell'arte e scuola de' tessitori di seta , del 1482 ; e altri simili documenti 
del 1531. Coir andare del tempo molti Lucchesi ottennero la cittadinanza 
veneziana, e figurarono poi nelle magistrature e negli olficii della Repub- 
blica. Le più rinomate tra queste famiglie lucchesi divenute venezia- 
ne, sono quelle dei Garzoni e dei Paruta. La colonia lucchese prosperò a 
Venezia , e accumulò molte ricchezze , per cui fu in grado di fare grossi 
imprestiti non solo ai Veneziani, particolarmente all'occasione della guer- 

(IJ Sommario della Storia di Lucca dal 1004 al 1700, con documenti ce, 
por Girolamo Tonimasi e Carlo Minutoli. 



RASSEGNA L>l LI Hill 217 

ra di Chioggia, ma anche ad Eduardo III re d'Inghilterra, al duca di 
Borgogna, di Lorena ec. : e dopo aver discorso di questi prestiti, i'Aulon' 
si ferma alquanto sulla storia dell'arte del cambio esercitata dai Luc- 
chesi , del commercio delle spezierie , che nel secolo XIII essi importa- 
vano da Tunisi e da altri scali del Mediterraneo; come pure indica i 
luoghi dai quali astraevano la seta, che sono r[uelli slessi che la forni- 
vano anche ai Fiorentini, cioè l'India, la Georgia, Smirne, la Roma- 
nia, l'Africa; senza contare la seta dell'isole dell'Arcipelago, di Sicilia . 
Spagna ec. Ma nel discorrere dell'arte del cambio , egli viene natural- 
mente a parlare del Collegio dei Moncticri di Lucca, che aveva il privilegio 
di eleggere maestri per tutto il mojido ; come pure del Colleijio dei DIae- 
stri operai nell'arte di battere moneta dipendente dal primo; ambedue 
però indipendenti dal Comune : i maestri operai erano , per privilegi 
dei sovrani concessi al Collegio dei Monetieri , abilitati da questo ad 
esercitar l'arte loro nell' impero e nel regno di Francia. Noi sappiamo 
che anche gli zecchieri fiorentini furono chiamati in vari stati a dirigere 
la zecca , e lo stesso dicasi dei Veneziani ; e vari documenti lo atte- 
stano , dei quali alcuni si trovano pure pubblicati nella prima serie 
dell'Archivio Storico (I). Il nostro Bini riporta invece molti documenti 
comprovanti l'opera dei Monetieri lucchesi in vari luoghi all'estero , e si 
distende particolarmente sulla frequenza dei Lucchesi nelle fiere del 
commercio europeo nel medio-evo : e qui dobbiamo notare , perchè è 
un fatto poco divulgato , che le principali fiere dove nei tempi di mezzo 
si trattava il cambio delle mercanzie in Europa, tenevansi in Fran- 
cia ; e oltre le fiere conosciute e che si possono leggere nel Magnum 
Theatrum del Beyerlinck, in Grosley (2) ec, l'Autore altre ne aggiunge, 
ch'egli ritrovò nei documenti da lui consultati; e nello stesso tempo entra 
in molte particolarità intorno ai regolamenti e ai privilegi di quelle fiere. 
Belle notizie sul concorso dei forestieri in Lucca, sui prowedimenli 
fatti dal Comune pel loro benessere e comoda dimora , sui regolamenti 
degli Alberghieri e sull'Ospizio dei mereatanii forestieri, s'incontrano in 
questo libro. Importanti sono pure le notizie sulle compagnie lucchesi 
di commercio, le compagnie dell'arte della seta, de'tinfori e de'tessitori di 
quest'arte, le compagnie dei zecchieri, dei cambisti ; e l'Autore nominn 



(4) Vedi tra gli altri : Appendice dell'Arch. Slor. Hai. , Tom. IX. Relazioni com- 
merciali dei Veneziani con l'.Vmerica e Trebisonda or. , pag. 33'i~390. 

(2) Me'moires historiqucs et critiques pour servir à V hisloire de la ville de 
Troycs. Parigi, ISI1. Tom. I, pag. 497 o seg. ; ma i nomi sono così scorretti , 
che il sig. Paulin Paris, Les manuscrits franfais de la bibliothèque du Rai (Tom. IV, 
pag. 14), nel descrivere un manoscritto del 1285 riguardante \c fiere di Sciampa- 
gna , stimò opportuno di darne un sunto più preciso e più corretto. 

A.RCH.ST. 1t. , Nuova Serie, T. II. a8 



218 RASSEGNA DI LIBRI 

inoltre le principali compagnie del secolo XIII che mercanteggiavano in 
Francia, Roma, Avignone, Napoli, Inghilterra, Portogallo, Genova, Ve- 
nezia; e fornisce più ampie notizie sulle maggiori e più potenti tra esse, 
quali furono quella de' Ricciardi e quella dei Guinigi, che tenevano banchi 
e faltori in tutte le principali città dell'Europa : ma come grandi centri 
degli affari commerciali, l'Aulore indica le città di Londra, Parigi e 
Bruggia. È nolo come i banchieii fiorentini, senesi ed altri, prestassero 
grandi somme di danaro a principi esteri, e specialmente ai re d'Inghil- 
terra ; e in questo libro sono registrali i nomi de' mercatanti lucchesi e 
le somme da essi prestale ai re d' Inghilterra ; notizie che sono cavate 
daUxipera del Bondee, Estratti dei moli di pagamento deijjresti fatti dai 
mercatanti italiani ai re d' Inghilterra nel XI JI e XFV secolo, con una me- 
moria d'introduzione; Londra 1840. 

Alcuni cenni sulla loggia o casa consolare in Biuggia, e le notizie 
suir importanza del commercio dei Lucchesi in Londra, Parigi e Brug- 
gia, e sui loro privilegi hanno maggiormente attirato la nostra atten- 
zione ; queste notizie sono corredale da molti documenti e da un sunto 
dei loro statuti: ai quali documenti noi possiamo aggiungere i Capitoli 
fermati tra lena/ioni veneziana, fiorentina, genovese e lucchese, merca- 
tanti in Londra, e in varie occasioni cituiovati nella seconda metà del 
secolo XV , per la reciproca protezione e difesa del loro commercio e dei 
loro interessi ; i quali documenti valgono a corroborare le induzioni del- 
l'egregio Autore intorno al commercio de' Lucchesi e loro privilegi in 
Londra , e stanno a comprovare che erano considerati come corpo di 
nazione ; ciò che l'Autore non avvisa d'affermare. Questi documenti esi- 
stenti nelle Strozziane del Mediceo, filza 297 , saranno da noi pubblicati , 
almeno datone un sunto, allorquando avremo occasione di parlare 
della seconda e terza parte di quest'opera. 

Lucca mediterranea doveva , come Firenze, venire a patti con le città 
marittime per ottenere la facoltà di servisi d'un porto. Noi conosciamo 
un trattato del 1 152 con Genova, e un altro del 1 182 con Pisa, che Lucca 
conchiuse a queslo intenlo , e si valeva ora dell'uno ora deirallro se- 
condo che le ])aci o le guerre tra le città toscane li tenevano aperti o 
chiusi; ma più volentieri frequentava il porto di Genova a motivo della 
prossimità della via per Francia. Cosi l'Autore : ma stando al Fanucci (1), 
Lucca avrebbe posseduto un porto, che però destava la gelosia de'Pisani; 
onf teche alla fine le due repubbliche vennero a patti e si collegarono, e 
ottennero un trattalo comune ad ambedue, pel quale si assicurarono dei 
rilevanti privilegi nelle isole Baleari. Non vogliamo dimenticare per ul- 
timo, che secondo una notizia somministrata dall'Autore, si verrebbe 

(■Ij Storia dei Ire popoli maritlinu , torn. Il, pag. 41. 



RASSEGNA I>1 l.lltiu :>!!) 

a confermare che , oltre le assicuiazioni marittime conosciute in anti- 
co . erano anche istituite le assicurazioni per terra. Quanto alle contese 
e alle guerre delle città mediterranee con quelle marittime per l'uso dei 
porti , noteremo che Firenze, impedilopli il porto di Pisa nel secolo XIV 
e nei primi anni del XV, ricorse al poilo di T.tlainone, trattò anche per 
quello di Rimini, e perfino venne a patti coi Lucchesi pel porto di Mu- 
trone; e si firmò per questo una convenzione nel 1399, e altri accordi 
furono sottoscritti nel liO?. Per In convenzione del 1399 ottenne dai Luc- 
chesi franchÌ2;ie ])el transito delie mercalanzic fiorentine, e di essere pa- 
reggiata alla nazione lucchese: e in quest'occasione la i-epuhblica Fioren- 
tina indusse quella di Lucca ad inviare amliascialori a Venezia per 
trattare in comune della ])ace col duca di Milano (!]. Ma Paolo Guinigi 
non mantenne i patii di tale convenzione : le mercanzie erano arrestate 

Ìin Pietrasanta e in Lucca : e cosi impedito anche il trasporlo di quelle 
di Genova; per cui i Fiorentini furono costretti a fare rimostranze, ma 
senza grande profitto (2). Molti anni appresso, e dopo che riusci male la 
jf impresa dei Fiorentini ])er sottomettere Lucca, le due città ritornarono 

in pace. Noi leggiamo in una lettera della repubblica Fiorentina a 
Luigi XI di Francia, espressioni di grande benevolenza in favore de' mer- 
catanti lucchesi, e calde raccomadazioni a quel re perchè vengano trat- 
tati nel regno come i cittadini stessi di Hrenze (3). 

[ G. Canestium. 

\ . 
ì 

\ (1) Carteggio, rcg. 7, disi. H, nelle Riformagioni di Firenze 

- (2) Ibid. , reg. 7. 

(3) Carteggio delia Rop. Fior. , rcg. 70 , disi. 1. 



220 RASSEGNA DI LIBRI 



Esquisse historique sur le cardinal Mezzofanti, par A. Manavit. — Pa- 
ris , -1854 ; seconde édition. Pag. xviii-22'i , in 8vo. ( Con la medaglia co- 
niata al Mezzofanti in Bologna nel 1838.) 

Osservazioni del cav. Angelo Pezzana sopra l'operetta biografica del signor 
Manayit , concernente al cardinale Mezzofantì. ■ — Modena, 1854. Pag. 11, 
in 8vo. (Estratto del tomo xvii della Serie terza delle Memorie dì reli- 
gione , di morale e di letteratura. } 

Il cardinale Mezzofanti. — Articolo inserito nelle Memorie di religione , di 
morale e di letteratura; Serie terza, tomo xv , pag. 111-116. — Mo- 
dena, 1853. 

De Josepho Mezzofantio , Sermones duo AisTO'SU Santagatae, habiti in con- 
ventihus Academiae Scientiarum Bonon. vni idus maii et in id. dee. 
an. MDCCCLI. — Bononiae , 1854. Pag. 29, in 4to. 

Le cardinal Mezzofanti. — Articolo della Rernie Britannique , tomo xxvi , 
da pag. 295 a 337. Parigi , 1855. (È una traduzione dall'originale in- 
glese inserito nel giornale The Edinburgh Revietv , anno 1 855 , mese 
di gennajo. ) 



Sono f[uesti gli scrittori che , a nostra notizia , più si diffusero intorno 
alla vita e all'ingegno di quel miracoloso poliglotto che fu il cardinal Mez- 
zofanti ; e a noi piacque l'enumerarli, più per indicare quali documenti 
potranno servire ad una compiuta biografia di lui , che per mostrare da 
quante mai parti sorgessero i suoi encomiatori. E certamente nessuno 
vorrà maravigliarsi che questi fossero molti e di varie nazioni : mentre 
dee parer quasi debito , che in tutte le colte favelle si parli di quell'uomo 
che tutte le ebbe in bocca : portento di cui i contemporanei stupirono , 
e i posteri per avventura dubiteranno. 

Al che forse ponendo mente lo scrittore inglese , prima d'entrare in 
parole sul Mezzofanfi , ha voluto far come un riassunto dei celebri poli- 
glotti d'ogni nazione e tempo , cominciando da Mitridate re e da Ennio 
poeta; quell'Ennio che per sapere tre lingue , parlate tutte in Italia , si 
vantava di avere tre anime (1). E questa prima parte dell'articolo inglese 
non è senza pregio ; poiché è pur vero che non v'ha scienza di cui l'isto- 

(1j Ennius Irla corda se habere dicebat , quod grasce el Ialine et osce loqui 
scirct. ( Aulo Gellio , XVII, 17. ) 



RASSEGNA IH I.IHHl 221 

ria si sia cosi poco occupata come della lint^uistica. Ogni popolo si com- 
piace a citare i suoi poeti , filosofi , oratori , storici , artisti : tutti ([uelli in 
somma che, ampliando i termini dell'umano sapere , coo|)erarono a reti 
der gloriata la Patria ; ma ai linguisti , anche valenti , non si concede che 
una passeggera ammirazione, come se non fossero che un oggetto di mera 
curiosità fi). Cesare Lucchesini volle riparare a tanta ingratitudine verso 
i culluri delle lingue antiche e moderne : ma limitò le sue indagini al se- 
colo xvni e ai soli Italiani; oltre che poclii oggi conoscono la sua dotta e 
generosa fatica. 

La recensione degli uomini che più si distinsero nella conoscenza delle 
lingue, serve ])0i por gran modo a far risaltare la mente prodigiosa del 
Mezzofanli. Roma [)agana non ebbe poliglotto detono di (luesto nome. I pri- 
mi secoli della Chiesa ci olirono san Girolamo, Origene, Didimo, san- 
t'Agostino, sant'Efrem che, oltre al greco e all'ebraico, sapevano (jual- 
che altro idioma orientale. Nell'occidente , san Gregorio Magno parlava il 
greco a mala pena, e papa Celestino abbisoiinava d'interpetre per leggere 
le greche lettere di Nestorio. Il Paternostro pubblicato da un inglese nel 
secolo decimoquinto in armeno ed in tartaro, nel 1787 da uno spagnolo 
in trecento lingue , e nel 1806 dall'Adelung in cinquecento tra lingue e 
dialetti , ó più una curiosità di bibliografia , un lusso tipografico , che un 
argomento di scienza. Molti certamente furono i dotti clie conobbero le 
lingue morte ; ma ben pochi quelli che molte ne parlassero di morte e vi- 
venti. Si dice di Giovanni Pico , che ne sapesse ventidue , e in gran parte 
le parlasse ; del più giovane degli Scaligeri , che ne parlasse tredici. 
Vuoisi che Chrichton a venti anni conoscesse venti lingue ; e altrettante 
se ne concedono al Miiller, il gran cooperatore della Bibbia poliglotta 
del Walton. 

Quante lingue conobbe il Mezzofanti? quante n'ebbe familiari, e a qual 
punto? È questa una domanda che tutti i biografi fanno, e a cui si rispon- 
de in un modo più o meno incerto. Stewart Rose dà per positivo che il 
Mezzofanti leggesse venti lingue , e ne parlasse diciotto : il Baron di Zach 
va sino a trentadue ; e Blum lo consente : Molbech dice valgamente . che 
ne conosceva più di trenta ; e una tnnitina gliene concede Fleck : varietà, 
credo io , che si spiegano riferendosi ai vari tempi in cui quei dotti si av- 
vicinarono al Mezzofanti. Alcuni però dicono che lo stesso cardinale amas- 
se di farne un mistero. Quando Lady Morgan l'interrogò sulle sue (|ua- 
ranta lingue , e'fece un sorriso; ma fece anche intendere che ne cono- 
sceva di più. L'aver mandato scritto a un viaggiatore russo il nome santo 
di Dio in cinquantasei lingue, non proverebbe che tante ne conoscesse: 
ma cinquantotto anzi vuole il Manavit che ne parlasse , e cinquantotto ri- 
pete il Santagata : mentre il Bresciani attesta . sulle parole dello stesso 

(1) Revue Britnnniuue , pag. 297. 



222 RASSEGNA DI LIBRI 

Mezzofanti , che nel 1846 ne sapeva settantotto, con gli svariatissimi dia- 
letti di quelle (P. 

Ma checché sia del numero , certo è (e forse più singolare) che il Mez- 
zofanti parlava le lingue meglio dei nazionali. Niccolò imperatore lo senti 
parlare russo quanto un russo , mentre il Mezzofanti notò che il Zar non 
parlava polacco come un polacco. Byron rimase confuso dal prete italiano 
nell'istesso idioma materno. Il m'a confondu dans mon propre idiome ! Ep- 
pure , in mezzo a tanta ammirazione degli stranieri , trovò il Mezzofanti i 
suoi detrattori in Italia. Per Roma medesima si diceva ( e noi he conser- 
viamo scritte le prove ) , lui vivente , « che il raaravigHoso del suo parlare 
« in tutte le lingue e dialetti delle persone che andavano a visitarlo , era 
« accompagnato da artifizio ; vale a dire , ch'ei non dava campo al fore- 
« stiere di conversar lungamente , e dopo i complimenti d'uso faceva una 
« cicalata nella lingua dello straniero , imparata a memoria ; finita la qua- 
« le, congedava esso forestiero (2) ». Gran mercè, che l'invidia ricono- 
scesse nel Mezzofanti almeno una portentosa memorativa ! 

Molti però sono i fatti ch'è dato opporre a siffatta accusa ; e i biografi 
diligentemente gli registrarono , non senza diletto e maraviglia di chi leg- 
ge. Ma piuttosto che degli aneddoti , noi faremo conto di due fatti che più 
significano. Il cardinal Mezzofanti si formò una sceltissima biblioteca ; né 
egli era uomo da riguardare i libri come una vana suppellettile. Un gran 
pensiero fu per lui ( dice il Manavit ) il farsi una biblioteca : prete e dotto , 
volle che i suoi libri servissero alla duplice sua qualità ; ma perché a Bo- 
logna ed a Roma gli abbondavano le opere consacrate alla religione , con 
maggior cura si dette a raccogliere que'rari volumi che illustrano la storia 
delle favelle e indicano i modi dell'appararle. Del resto , come non amò di 
abbracciare tutto lo scibile , cosi non attese a empire scaffali : volle solo 
que' libri che servissero a quegli studi pei quali divenne singolare fra i 
dotti d'Europa , anzi del mondo , e famoso tra i famosi di tutti i secoli. 

La biblioteca del Mezzofanti si componeva di ventisei opere poliglotte : 
fra dizionari e grammatiche se ne contavano da trecento. Di sanscrito 
opere 18, di greco 68, d'egiziano e cofto 14 , d'ebraico 78, di caldeo 5 . 
di siriaco 18, d'arabo 68, di turco 10, d'armeno 5?l, d'etrusco 2, dilati- 
no 127. Delle opere cinesi se ne numeravano 42, delle russe 56 , delle po- 
lacche 37 , delle boeme 17, delle ungheresi 41 , delle tedesche 107 , delle 
olandesi 46, delle inglesi 41 (una delle quali composta di 109 volumi ) , 
delle francesi 114 , delle spagnole 44, delle italiane 143. Queste le lingue 

H) Civiltà Cattolica, tomo VII, pag. 576. Il padre Bresciani ha scritto in 
questo giornale alcune pagine sul Mezzofanti di non lieve importanza ; ma avrem- 
mo desiderato che avessero una sede più degna, che non è l'Appendice di un 
romanzo. 

(2) Lettera privata a noi. 



RASSEGNA DI LI BRI 223 

princi|)ali ; raolle poi le opere in dialetto , di cui era fornita la biblioteca 
tiel Mezzofanti : il quale se nell'uso delle lingue apparve rarissimo , nelle 
parlature dei dialetti fu meglio unico che raro (1). 

Il fatto |)erò della dottrina è argomento più grave della biblioteca; 
poiché (juel molteplice sapere che tutti gli concedono, fa credibile (|uella 
vastità di cognizioni linguistiche che taluno gli vorrebbe contendere. Filo- 
logo profondo lo asserirono il Gorres e il Jacobs , come l'ebber trovato al 
giorno di tutti i più insigni lavori filologici d'Inghilterra , Francia e Ger- 
mania : Molbech lo senti profondamente discorrere nell'istoria letteraria, 
e vide che sino nelle minuzie bibliografiche si trovava versato. Il Bresciani 
asserisce « che il cardinal Mezzofanti a quella vasta memoria , ricettacolo 
« di tante lingue , accoppiava una sapienza di recondite investigazioni 
« circa le cause e gli effetti delle origini, degli aggrandimenti, delle for- 
« fune e declinazioni delle civiltà de' popoli antichi e moderni , tratte dai 
K libri de'loro savi, dalle tradizioni, dai monumenti, dalle poesie, dalle 
« leggi di pace e di guerra, dai commerci , dalle confederazioni. Laonde 
« egli saria poco a dire che il cardinale era dottissimo nella letteratura 
« della Grecia , del Lazio e d'Italia sotto tutti i suoi rispetti sacri e pro- 
« fani : ma egli avea letto e gustato quanto il secolo d'oro della letteratura 
« francese ci avea pòrto di fiorito e di grande ; anzi tenea presti alla me- 
« moria i più bei tratti di Racine , di Corneille , di Boileau , di Molière, 
« di Bossuet , di Bourdaloue e di Massillon : ne'tedeschi avea colto tutte le 
« bellezze del Klopstok , del Goethe , dello Schiller , del Wieland , del 
« Gesner , dello Schlegel , del Mendelsohn , e degli altri che condussero 
(( l'eleganza della lingua alemanna a ringentilire nelle purissime acque 
« delle fonti greche. Altrettale si è adire della letteratura spagnuola, della 
(< portoghese, dell'inglese, della polacca, dell'unghera e della russa (2) ». 
A Roma godeva reputazione di buon teologo , ed era forte nel giuscano- 
nico. Predicava con efficacia , perchè sentiva e credeva quelle cose che 
intendea d'inculcare. « Il ne brillait pas par son éloquence ; mais sa pa- 
« role était simple , touchante , et allait droit au coeur (3) ». Trovo pure 
ripetuto, che il Mezzofanti ebbe qualche nozione delle scienze naturali , e 
che un tempo coltivò la botanica. Ma è bello lasciar parlare di sifTatte cose 
uno de'suoi prediletti discepoli, ed oggi grande antiquario e numisma- 
tico, l'ab. Celestino Cavedoni (4). « Oltre il possesso di tante lingue , egli 



(ti Catalogo della libreria dell' eminenlissimo cardinale Giuseppe Mezìofanti, 
compilato per ordine di lingue da Filippo Bonifazi libraio romano; Roma, fratelli 
Pallolta , 18.=j1. 

(2) Civiltà Cattolica, VII, 575. 

(3) Revue Britannique , pag. 336. 

(4) Un altro famoso discepolo del Mezzofanli fu il toscano IppolKo Rosellini , 
morto professore di lingue orientali nella Università di Pisa. 



224 RASSEGNA DI LIBRI 

(1 era a giorno dei progressi degli studi d'ogni maniera ; segnatamente in 
« archeologia e in belle arti potea stare a pari di un professore di quelle. 
« Mi narrava che per sollievo della sua vista affaticata studiò per qualche 
« tempo la botanica , e che avrebbe avuto coraggio di darne lezioni. Fra i 
« suoi discepoli lodavasi molto del marchese Massimiliano Angelelli ; e 
« molta parte egli ebbe nella sua traduzione delle tragedie di Sofocle , che 
« gli fece tanto onore. Non so come si tacciano intorno a questo insegna- 
« mento i biografi dell'uno e dell'altro.... Lo scritto più lungo e laborioso 
« che compiesse il Mezzofanti, a mia saputa, si fu un riscontro diligentis- 
« Simo dei testi originali dell'antico e del nuovo Testamento con una delle 
« versioni orientali delle Società bibliche , che credo gli fosse stata tra- 
ce smessa da esaminare dalla Congregazione di Propaganda fide. Questo 
« scritto consisteva di un cumulo assai grande di quaderni di carta da 
« lettere , che formato avrebbero più di un grosso volume. Per qualche 
« tempo io gli pòrsi aiuto per verificare con un secondo confronto del te- 
« sto ebraico e del greco le annotazioni ch'egli avea fatte in prima da 
« sé solo (1) ». 

E qui ci uniremo con i suoi biografi a deplorare che il Mezzofanti 
non abbia nulla stampato e poco scritto ; egli che avrebbe potuto tante 
cose rivelare de' segreti connubi delle favelle , e tanto con i sussidi della 
propria esperienza abbreviare la via per giungere al possedimento di molti 
e svariati linguaggi. Il Pezzana ci ricorda con le parole di una lettera 
di Simone Strafico , che il Mezzofanti lesse nel 1804 , « dando la laurea a 
« tre legali, una sensatissima e dotta memoria sugli obelischi » : e il pro- 
fessore Santagata ci offre l'elenco di sei dissertazioni lette dal 1813 al 18 
nell'Istituto di Bologna: delle quali sarebbe desiderabile la stampa, se 
pur non andetlero ( come di alcune si asserisce ) perdute. Il Bresciani 
narra che nel 48 avea il cardinale formato « l'abbozzo di una Tessera 
« comparativa delle principali lingue semitiche, ca mi te e iafetiche , dalla 
« quale risultava il ceppo comune donde tutte germinarono , e dirama- 
« rono in altri idiomi più o meno conformi d' indole , di suoni e di si- 
« gnificati ». Qualche epigramma latino fu dopo la sua morte stampato ; 
lettere latine, elegantissime, abbiamo vedute; di poesie scritte in tutte le 
lingue, ad uso degli alunni di Propaganda, ragionano i biografi. Ma l'uni- 
ca opera che il Mezzofanti mandasse alla luce fu l'Elogio del professore 
Emanuele da Ponte suo maestro, e maestro di quella Clotilde Tambroni 
che il Mezzofanti ebbe a collega nell'università di Bologna. E il Mezzofanti 
e la Tambroni nel 1798 lasciarono la cattedra, rifiutando di prestare il 
giuramento di fedeltà a una Repubbhca in cui non avevano fede. 

Il Mezzofanti teneva in quel tempo la cattedra dell'arabo. Novello sa- 
cerdote, si esercitava in quella parte elettissima del ministero, che agli 

(1) In lederà a noi , del passato giugno. 



• RASSEGNA hi II URI 225 

• 

occlii del mondo è più uiiìile : ammaestrare nelle verità cristiane i laii- 
ciuUi , e assistere iici-'li spedali i morenti. Gli spedali a que' giorni'eran 
])ieni di soldati stranieri , poiché stranieri eserciti venivano ancora "a 
guerreggiare lor guerre in Kalia. Era una pietà vedere tanti infelici 
presso a spirar l'ariima lontani dalla dolce patria, senza che una nota 
mano chiudesse i loro occhi ; che più ? senza uno che potesse intenderne 
e ricambiarne l'estrenie parole. Medici e sacerdoti italiani vegliavano fra- 
ternamente al loro letto; ma solo al Mezzofanti era dato -di confortare 
cfuell'agonie con la parola che sapeva scendere al cuore , perchè pronun- 
ziata con l'accento che rammentava a quegli infelici il caro idioma delle 
madri e delle spose. È questa una bella pagina nella vita del nostro prete 
bolognese (esclama a ragione il Manavit; ; è questo il trionfo della ca- 
rità e della scienza. Poco sarebbe valsa la carità del sacerdote, se non 
fosse stata accompagnata dalla cognizione degli idiomi; ma qual bone 
poteva operare la scienza delle lingue senza l'accompagnamento della 
carità? L'ha detto l'Apostolo: « Quando io parlassi tutti i linguaggi de- 
gli uomini e degli angeli , e non avessi la carità , non sarei che un 
bronzo sonante » (1). 

E al ministero di carità esercitato negli spedali da semplice prete, 
e alla frequenza con cui da cardinale dovette trovarsi fra i giovani del 
collegio di Propaganda , andò il Mezzofanti debitore di molte cognizioni 
che dai soli libri non avrebbe mai potuto desuriiere. Notano com'egli par- 
lasse le lingue più difficili con gli accenti loro propri : i suoni del pa- 
lato , delle labbra , dei denti , della gola rendeva spiccati con la mas- 
sima agevolezza : conosceva ogni finezza , ogni minuta particolarità 
de' dialetti; e come si trovava fornito mirabilmente degli organi neces- 
sari a parlargli , cosi era pronto a discorrerne dottamente le ragioni con 
perfetta dottrina. « Mezzofanti in iscuola, neh' insegnare il greco, seguiva 
« la pronunzia del suo maestro Padre Aponte : nell'uscire di scuola fu ri- 
(I convenuto da alcuni arditi giovani greci , studenti all'università di Bo- 
« logna , lierchè mai non seguisse la pronuncia loro , che pretendevano 
« essere la vera ereditata di padre in figlio da' loro maggiori. Egli si 
<< schermiva dicendo , che si atteneva ad una pronuncia comunemente 
« approvata dalle università d' Europa , e che più da vicino si accosta 
" a quella che vigeva in Roma al tempo degli scrittori latini antichi: 
" laddove seguendo la pronuncia de' greci d'oggi giorno, Athcnac diventa 
rt Atzini, e Thebac Tzivi. Eglino non per tanto cedevano: ed egli allora 
« disse: Ebbene, in iscuola io tengo la pronuncia delle nostre univer- 
« sita , e fuori di scuola con lor signori terrò la loro. E tosto prese a 
« parlare con esso loro il greco letterario conforme alla pronuncia de' greci 
a moderni, improvvisandola del tutto. Avoa poi si fino e giusto l'organo 

(t) S. Paolo, a' Conntl , I , 13, 1. 

Arch.St.It. , NnniiT S<'rie. T.ll. Dy 



226 RASSEGNA DI LIBRI 

« dell'udito , che leggendo insieme ora i classici greci del secolo di Pe- 
ce ride , ora gli scrittori di molto inferiori di tempo , ed i Santi Padri , 
« più volte mi diceva : Sente ella come gli ultimi scrittori greci hanno 
« un periodare viepiù armonioso e pieno , di quello che i primi , atte- 
« nendoci agli accenti nel segnare le lunghe e le brevi? appunto per- 
« che gli scrittori del secol d'oro pronunciavano le lunghe e le brevi in 
« ragione di tempo , o metro che dir si voglia ; laddove i posteriori 
i( scrissero quando erasi di già perduta la pronuncia primitiva , e le 
« lunghe e le brevi denotavansi , come al presente da noi , con la po- 
« sizione dell'accento ». 

Queste parole furono a noi mandate da quell'abate Cavedoni che 
potrebbe dettare la più competente biografia del cardinale Mezzofanti (1). 
L'articolo che si legge nelle Memorie di religione non è che l'estratto di 
un articolo del Barri er inserito nel francese Universo. Intanto, affettuoso 
e buono elogiatore ci è parso il Santagata ; più copioso di lui il Manavit ; 
copioso e più esatto l' inglese anonimo. L'Esquisse del Manavit, quantun- 
que stampata per la seconda volta , non è senza scorrezioni notevoli. 
I nomi italiani vi sono spesso storpiati ; Magnoni per Magnani (pag. 23], 
Liberio per Liborio , Angellini per Angelelli ( pag. 60) : scorrettissimo quel 
po' d' italiano che talora si reca dall'autore. Bastino queste parole , che 
sono a pagine 63 : Lo stare per scrivere troppo lontano { leggi , a lungo ) à 
tavolina pregiudiceva di molto alla salute. E appunto a correggere e sup- 
plire la Esquisse furono scritte dal dotto Pezzana le Osservazioni indiriz- 
zate al direttore delle Memorie di religione : prezioso libretto , anche per- 
chè contenente tre lettere del Mezzofanti inedite, e buone notizie biblio- 
grafiche sulla Clotilde Tambroni. 

Giuseppe Gaspero Mezzofanti, nato in Bologna a' 17 di settembre 
del 1774, e insignito della porpora cardinalizia da Gregorio XVI nel 
concistoro del 12 febbraio 1838, cessò di vivere in Roma a' 15 di marzo 
del 1849. Le sue spoghe mortali riposano presso a quelle del Tasso, 
nella chiesa di Sant' Onofrio. 

C. Guasti. 



(1) Sappiamo che il reverendo Carlo Guglielmo Russai , professore di storia 
ecclesiastica nel collegio di San Patrizio a Maynooth (Irlanda) , sta raccogliendo 
lettere del Mezzofanfi , e sullo scorcio del corrente anno ne pubblicherà una mi- 
nutissima biografia. 



MASSEGNA DI I.lltRI 227 



Manfredi. Tragedia e Notizie storiche, di Caklo Cocchetti. — l'adovn, coi 
tipi di Angelo Siccà , 1854: ì voi., di pay. 160 o 142. 

Corre da qualche tempo Ira gì' Italiani un'usanza, rivelatrice di un 
sentimento generosissimo , e che molto sarebbe altresì conducente al fu- 
turo nostro benessere , ove troppo spesso non ne guidasse a vaneggiar 
nell'errore; l'usanza dico di andar cercando nell'istoria nostra, per metterli 
in mostra ed in fama, quei personaggi i (luali ebber potere, o fecero alcini 
segno di volere affaticarsi nel rilevare dal suo scaduto ed umile stalo la 
patria comune, e ricongiungere come che sia le sparse membra della na- 
zione. Né accade certo raramente , che a taluni i quali ebbero o in cui 
piacque di supporre una potenza siffatta, ne venga insieme Tìttribuìta non 
che r intenzione , ma il proposito risoluto e costante : laonde vedonsi pa- 
recchi di tali uomini che per sé operarono , o pel municipio , per la pro- 
vincia , per le signorie o gli stati lor proprii , cosi adombrali o ritratti 
nelle opere di scrittori per altro benemeriti, come se in quelli .salutar 
dovessimo i benefattori, i campioni, od anche (a norma delle dilezioni 
faziose) quel vero eroe nazionale che l' Italia sperar può forse soltanto nel 
tempo avvenire. A tali e trasformazioni ed esagerazioni andaron soggette , 
tra gli altri, le immagini storiche del primo re Berengario, del marchese 
Ardoino d'Ivrea, di due pontefici (Lucio e Giulio secondi], iìn del se- 
condo Federico di Svevia , sino di qualche frate o di qualche signorotto 
di città del confine , come di casa Scaligera ; per non dire della genia 
poderosa ma pessima dei Visconti, né del tribuno di Roma, né del luc- 
chese gonfaloniere : i meno indegni fra tutti di essere in tal caso ramme- 
morati, se il senno e le forze avessero in lor potuto esser pari all'arditezza 
e alla vastità de'concetti. Ma ([ueste cose per altri liià dette , dovemmo qui 
replicare, non per vaghezza d' inculcare un ravvedimento che molti pro- 
mossero van promovendo; bensì perla qualità del soggetto , sopra cui 
la natura stessa del nostro Giornale ci obbliga, benché brevemente, a 
discorrere. 

Tra cotesti idoli fabbricati dal desiderio del risorgimento, dell'indipen- 
denza e dell'unità italica , fu Manfredi, generato d'un re ed inqKM'alure te- 
desco, e non legittimò erede, per vizio di nascita, del regno paterno , ma 
portalo dalle circostanze a dominare su quello : cioè sulla più bassa parte 
d' Italia , e per postura e per l' indolo varia degli uomini , per più altre 
cagioni, la meno atta ad operare sulle sorti generali della Penisola. Man- 
fredi, è ben vero, nasceva di donna italiana , ed amava grandemente l' Ita- 
lia , piuttosto quella regione di essa dov'egli era sialo delicatamente al- 
levato , educato fra le cortesie, le militali proilezzo e gli studii. Egli era, 



228 RASSEGNA DI LIBRI 

cifre a ciò, di natura molto diversa dal padre suo , e da tutti gli altri della 
cruda sua stirpe : alieno in tutto dalla severità e dal sangue ; credulo 
nell'altrui bonarietà e buona fede ; perdonatore ed anche obliatore delle 
ingiùrie , de' tradimenti medesimi : tanto che meritò di essere parago- 
nato a quel Tito, che dopo l'eccidio di Gerosolima fu pur chiamato de- 
lizia del genere umano. Manfredi meritò alcerto, sopra tutti i re della 
PugUa e Sicilia , l'amore de' suoi sudditi , e ne provò invece il disamore e 
la slealtà; meritò i riguardi, la confidenza, l'aCTetto degl'Itahani, e n'ebbe 
la sfiducia, lo sprezzo forse, e un odio intensissimo, che non potè aver 
termine se non colla sua morte. Ora, da che mai cotesti effetti , che sem- 
brano si poco naturali, se è vero che il ben volere generi benevolenza e il 
ben fare generi gratitudine? La prima causa di tutto ciò, fu che l'odio per 
innanzi accumulato sul padre suo di grata insieme e spaventosa ri- 
cordanza, e in parte ancora sul crudele Corrado suo fratello, convenne 
ricader tutto quanto sul capo di esso giovane infelice : il quale quan- 
t' era più carezzato da' suoi regnicoli e dai men tristi della fazione 
ghibellina , tanto cresceva nei guelfi la paura di veder perpetuarsi 
tra noi la sveva dominazione ; nei pontefici il sospetto di rimane- 
re spogliati dei diritti da loro pretesi sulle terre napoletane, e di ve- 
der crescere e confermarsi, in tanta vicinità, uno stato forte ed av- 
verso, il quale poi fosse d' invincibile ostacolo all'accrescimento della loro 
temporale potenza. Quindi la sistematica e implacabile persecuzione di 
((uattro tra essi contro il figlio di Bianca d'Anglano ( ammogliato , per 
caso notabile , ad altra piemontese o savojarda ) : talché di Urbano IV 
potè dirsi , come scrive il signor Cocchetti , « non aver avuto che un 
« sol pensiero, la rovina di Manfredi ». {Notizie ec, p. 87 ) ; e il suc- 
cessore di lui , egualmente francese , non potè mai trovar posa finche 
non ebbe stipulata coli' Angioino la servitù di tanta gran parte d'Italia, e 
la implicita distruzione di tutta la discendenza di Svevia. Sarebbe qui da 
ricordare come alla setta guelfa, e alla curia stessa di Roma, ogni più reo 
espediente sembrato fosse plausibile per abbattere il vigore e seminar di 
triboli la vita di quel principe mansueto e benefico. Federigo era morto 
inaspettatamente, dopo un mighoramento che avea dato speranza di gua- 
rigione; il suo primogenito finiva per lunga febbre i suoi giorni in età molto 
giovanile : tanto basta perchè Manfredi venga accusato di parricidio , e 
poi anche di fratricidio. Era nelle corti di Palermo e di Napoli quasi 
una tradizione il resistere gagliardamente ai comandi ambiziosi e de- 
spotici de' papi, il tollerare le differenze del culto e della religione, il fa- 
vorire i progressi della filosofia e le arti gentili dei trovatori : a Manfredi 
è perciò dato nota di ribelle alla sede apostolica , di miscredente , di ere- 
tico. Manfredi amava di cordialissimo amore la sorella sua Beatrice , ma- 
ritata ad un conte di Caserta : e l' ipocrisia de'nemici cava da ciò ])rofitto 



RASSEGNA DI LIIUU 229 

per proclamare il re e la sua sorella incestuosi. Ma già la storia , nella 
sua dignità , prolìerse il giudizio che meritavano coleste vili calunnie. 
Diremo piuttosto in che Manfredi mancasse veramente a sé ste-ìso , o 
non fossegli dato di vincere la sua natura, o l'avversità della fortuna. 
Sincero e pieghevole dell'animo, mai non seppe vestirsi (come taluno 
chiedeva dai principi ) il vello della volj)e né quello del leone ; e comec- 
ché a quest'ultimo somigliasse nella gaghardia del corpo e nel coraggio , 
rimase tuttavia ben lungi dal saper incutere il timore e la riverenza di sé 
nelle umane belve (se il termine mi si perdoni) sulle ((uali era chiamato a 
signoreggiare. Fu ancora inclinato soverchiamente ai piaceri del senso, 
né valse a emendare o correggere questa sua sempre dannosa disposizione; 
talché molti disordini ne ridondarono al governo; molti nemici ne vennero 
a lui stesso, che non avrebbe avuti, o più facilmente sarebbe pervenuto a 
domare. Ma l'errore massimo o la sfortuna sortitagli fu quella di non aver 
sapulo di trovarsi in luogo da non poter comporsi un ragionevole eser- 
cito , sia degli indigeni suoi sudditi, sia de'ghibellini lombardi o d'altre 
provinole suoi parziali : errore , per verità , non proprio a lui solo , in 
quella pessima costituzione militare del medio evo : ma che in lui fe- 
cero più grave e più pernicioso l'imprudente licenziamento delle torme 
tedesche e la fiducia soverchia dappoi riposta nei Saraceni. Molte altre 
considerazioni potrebbero farsi , per cui mostrerebbesi ancora più aperto 
come questo re delle due Sicilie non era il mandato né lo strumento dal 
quale potesse attendersi l'emancipazione né la rigenerazione italiana. Ma 
insistendo sulla imperdonabile trascuranza degli ai^parecchi al guerreggia- 
re, se ne videi'o allora i tristissimi elfetti quando a Carlo d'Angiò, al ({uale 
era pur riuscito di metter insieme da 30 mila combattenti , non potè 
Manfredi contrapporre fuorché la metà di quel numero; e questa sì mal 
condotta e da capi tanto tra sé disgiunti e infedeli, che a Benevento, dopo 
l'infiime abbandono di Operano, 

« . . . . . là dove fu bugiardo 
Ciascun Pugliese » ('); 

rimasto ucciso il maomettano Zabik e prigionieri i pochi amici del re, si 
trovò questi nella mischia tanto solo, che vi cadde spento senza ohe mai 
si sapesse da qual mano venute gli fossero le ferite. 

Senza partecipare alle illusioni che noi di sopra dicevamo, il signor 
Cocchetti di Rovate ha tessuto un diligente e brio;=;o e ben condotto 
discorso istorico , in cui trovansi compendiati, meglio forse che in 
ogni altro libro di tal genere o tèma, i fatti tutti o le circostanze 

(1) Dante, Infcrnu , e. 28. 



230 RASSEGNA DI LIBRI 

de' fatti che si riferiscono alia vita ed al tempo dell' italigena e italofìlo 
Manfredi. E ben fece l'autore intitolando la sua duplice opera alla 
Gioventù italiana ; la quale di esempi sifTatti ha bisogno pur troppo : dico 
di libri dettati con amore e pazienza longanime di storico , senza rispetti 
né superstizione servile di teorie preconcette e gratuite , e senza rim- 
pianti intempestivi di cose già morte , come senza aspirazioni ad un 
troppo impossibile o troppo lontano avvenire. Il signor Cocchetli , che 
supponiamo pur giovane , ci é parso nelle Notizie un eclettico ; e noi lo- 
diamo sempre, nell'istoria in ispecie , il metodo per lui addottato , a 
patto però che l'eclettismo stesso mai non degeneri in sistema. Di questa 
sua equanimità e rettitudine nel giudicare, potrebbe allegarsi in prova un 
bel passo che corre dalla pagina quartadecima insino alla decimottava. La 
brevità necessaria a questo articolo e' impone, con nostro rincrescimento, 
di passarcene. Né della Tragedia qui faremo parole , non essendo del 
nostro istituto il pronunziare opinioni intorno alla poesìa. Diremo con- 
luttociò , per quanto spetta alla veracità o verisimiglianza dei successi 
e dei caratteri storici , che molta è la fedeltà di che l'autore fa mostra 
nel ritrarre le azioni ed anche i sentimenti de'suoi personaggi ; ma il 
vero il credibile poetico non informa né abbellisce del pari le fattezze, 
per cosi dire esteriori , di esse azioni. Ogni interlocutore del dramma 
viene a fare in pubblico quelle cose che più sarebbe giovato il nascon- 
dere : ogni scellerato è anche cinico. La presenza del conte di Aversa 
alla morte di re Manfredi è a noi sembrata indecorosa, come quella che 
troppo aggrava i patimenti di quest'ultimo, e il vitupero dell'altro. Po- 
tremmo anche aggiungere che troppo si rassomiglian fra loro que'tanti 
baroni traditori : che quella si scoperta nudità onde sono rappresentati 
e il conquistatore Angioino e il vescovo di Chevrières , riuscirà forse a 
molti non solo mostruosa , ma veramente intollerabile. 

n. 



Intorno al luogo del supplizio di Severino Boezio , Memoria del proposto 
Giovanni Bosisio, parroco della Chiesa Cattedrale di Pavia, con un'Ap- 
pendice intorno alla santità dello stesso Boezio. — Pavia , Fusi , 1 855 , 
in 4to gr. , di pag. vi-62 , con due tavole in rame. 

Quand'anche quell'aureo libro Della consolazione della filosofia , che in 
Italia ebbe volgarizzamenti pregevolissimi per opera di maestro Alberto , 
del Tanzo, del Domenichi, del Varchi, di Cosimo Bartoli, del Tamburini 
e del Siepi, non avesse reso popolare e venerato il nome di Severino 
Boezio; quand'anche non fossero giunte fino a noi le operette minori 



RASSEGNA DI LIUIU 234 

ch'egli scrisse sulla fede cristiana con tale un'altezza di vedute da non 
trovarsi pari a' suoi giorni : non pertanto la fama delle virtù di lui , le 
somme cariche alle quali ascese, i benefìcii ch'egli recò all'Italia allor- 
(juando , come cantava Gerberto ( Silvestro II ) , f/ladio bacchantc Gotho- 
riim libertas romana pcrit , e le immeritate sventure che lo colpirono 
gli avrebbero assegnato un posto eminente fra i più grandi uomini del 
sesto secolo. Nato di gente patrizia a Roma intorno al 470, e perfezio- 
nata la educazione alle scuole di Atene , perorò in nome della patria sua 
a Teodorico ; chiamato da questo re al proprio fianco , giovoUo di pru- 
denti consigli ; console tre volte e coronato principe della eloquenza , 
accettò i non ambiti onori solo per avvantaggiare ([uant'era in lui le 
condizioni delle genti d'Italia. Ed invero, corsero prosperi a questo paese i 
primi anni del regno di Teodorico, fino a che sedette sul trono di Costanti- 
nopoli, l'ariano Anastasio; ma quando nel 323 il cattolico Giustino, che gli 
succedette, imprese a perseguitare gli ariani. Teodorico per rappresaglia 
diéssi a perseguitare i cattolici. Il rapido mutamento dell'animo di quel 
re. che l'Anonimo valesiano (1) attribuisce a malefizii del diavolo, con- 
citò le popolazioni cattohche ; ed il romano senato , accusato di conni- 
venza coU'imperatore Giustino a'danni dei Goti , trovò nella corte di 
Teodorico un caloroso difensore in Boezio. La era però la ([uestione 
del lupo e dell'agnello ; e Severino , tratto nelle carceri di Pavia , in cu- 
stodia ad baptisterium ecclcsiae , non rinvenne altro conforto all'oppresso 
spirito che nei filosofici concepimenti che ci tramandò in quel sublime 
libro De consolatione , miscuglio di versi e di prose. Ma la vendetta di 
Teodorico non fu sazia se non quando l'innocente Boezio in agro 
Calventiano fecit occidi : il che accadde a' 23 di ottobre del 524. Anche 
Simmaco , preside del senato e suocero di Boezio , corse poi egual sorte 
a Ravenna ; e poco stante , in sul cadere dell'agosto 526 , Teodorico agi- 
tato dai rimorsi , che gli faceano vedere nei pesci imbanditi alla regia 
mensa le teste degli spenti senatori , come riferisce l'Anonimo , perdette 
per flusso di ventre il regno e l'anima. 

Discordano i cronisti e gli storici sulla prima pena inflitta a Boezio , 
che , secondo alcuni , sarebbe stata l'esilio ; discordano sul sito ove subì 
l'estremo supplizio, e sul modo del supplizio. Il nostro autore, con ben 
condotti ragionamenti , decide le tre questioni. 

Ove Boezio parla d'esilio , allude sempre alla lontananza da Roma , 
patria sua , da cui distava , trovandosi a Pavia , quingenfis fere passuum 
minibus (2) : ma non dice mai di aver esulato fuorché quando fu tratto 
nel carcere , unica pena della quale si lagna (3) ; 

(t) Mur. Rer. ItaK, Tom XXIV. 
i2) De cons. Lib. I, jn-osa IV 
a] Lib. 1, metr. II. 



232 RASSEGNA DI LIBRI 

Hic quondan^coelo liber aperto 
Siietus in aetherios ire mcatus . . . 
Nunc jacet effoeto lumine mentis , 
Et pressus f/ravibus colla cafenis. 

La torre ov'ei stette rinchiuso , detta in documenti del secolo XII 
turris Boetii , di gentile struttura e ornata di statue, crollò nel 4584. 

Paolo Diacono , Anastasio bibliotecario , Agnello , lo Spicilegio Raven- 
nate , Aimoino , Corrado Uspergense e l'antico epitaffio posto al sepolcro 
di Boezio intorno a' tempi di re Liutprando , lo dicono decapitato. Solo 
l'Anonimo valesiano scrive che , torturatolo prima , cum faste occidit.iir. 
Ma osserva il nostro autore col Ducange , che il vocabolo Fustis hastam , 
securim et vaginatum gladìum comprehendit ; e che perciò l'asserzione 
dell'Anonimo non é contraddetta dagli altri. 

Il Muratori , negli Annali (an. 524)., tratto in errore da Mario Aven- 
ticense , che narra succeduto il martirio di Severino in territorio medio- 
lanensi, pensava che Vager Calventianus ricordato dall'Anonimo del Valesio 
dovesse intendersi per Calvenzano , borgo del milanese. Ma il nostro au- 
tore , avvertendo come la sentenza che dannò a morte Boezio fu ese- 
guita da Eusebio prefetto a Ticino: che il vocabolo ecclesia adoperato 
dall'Anonimo significava nel VI secolo cattedrale , e che nelle sole catte- 
drali aveavi battisterio ; provando con documenti fino dal secolo XII , che 
fuori le mura di Pavia vera un ager Calventianus , cosi chiamato dal 
fiume Calventia, e fu quell'agro forse l'antico duomo pavese, al pari di 
tanti altri , posto fuor della cerchia delle mura ; e finalmente negando 
che le altre terre di Lombardia recanti il nome di Calvenzano avessero 
allora cattedrale e battisterio; rivendicò a Pavia l'onore che il suo ter- 
reno fosse stato bagnato dall'innocente sangue di un filosofo cristiano, di 
un uomo per elevatezza di sentimenti degno dei più bei tempi di Roma. 

Il corpo di Boezio fu tumulato a Pavia nella chiesa di San Pietro in 
cielo d'oro; onde il divino poeta cantava nel X del Paradiso: 

Per vedere ogni ben dentro vi gode 

L'anima santa che il mondo fallace 

Fa manifesto a chi di lei ben ode ; 
Lo corpo ond'ella fu cacciata, giace 

Giuso in Cieldauro, ed essa da martiro 

E da esiho venne a questa pace. 

Amalasunta , figliuola di Teodorico , rialzò le abbattute statue di Se- 
verino : Liutprando gli racconciò l'onorato monumento, e Ottone III 
ornò la sua reggia della immagine di lui. Soppressa nel 1799 la chiesa 



«ASSEGNA ni IJIÌI'.l 

(li San Pietro in cielo doro, le spoglie di Boezio furono Irasporlale alla 
cattedrale di Pavia. 

La venerazione di quelle spoglie diede argomento all'Appendice che 
il nostro autore .fece seguire alla dissertazione , o meglio diremo ad 
una seconda dissertazione, non minore della prima, sulla santità di 
Boezio. Ci ristringeremo a dire che qui il nostro autore combatte la 
o[)inione di coloro che in Boezio non veggono che un filosofo dell'an- 
tichità , indin'erente ad ogni culto, e negano ch'egli sia autore dei 
minori trattati, e massime di quello intitolalo Fidei profcssio ; che fa 
derivare la venerazione del suo corpo dalla costante tradizione della 
santa sua vita e del martirio sostenuto per la fede cattolica ; e che com- 
prova l'antichità di quella venerazione con passi di scrittori dal IX se- 
colo in poi. 

Le quali due dissertazioni il prevosto Bosisio stese con erudizione 
profonda , e con pienissima conoscenza della materia che imprendeva 
a svolgere ; ma portiamo opinione che , restringendole in una sola , 
avrebb'egli condotto con maggiore chiarezza il filo de' suoi argomenti, 
ed evitate molte inutili ripetizioni. Anche la stampa ne è fatta , non solo 
con decoro , ma con lusso tipografico ; e adornano il libro due incisioni 
in rame che raffigurano , l'una il monumento eretto nel I79i a Boezio 
dal marchese Luigi Malaspina , l'altra la torre ov'ei stette rinchiuso, 
quale ce la dà un vecchio disegno inedito dello Spelta , non avendosi 
più tracce di quello che , al dire del Vasari , ne avea condotto il Bra- 
maiitino e conservavasi da Valerio Belli. 

V. L.VZXKI. 



// palazzo del Musco Civico in Vicenza, descritto ed illustrato dall'abate 
Antonio Macuini. — Vicenza, Paroni , ISo.'i, in 8vo , di pag. 79 con 
una tavola. 

// Musco Civico di Vicenza solennemente inaugurato il 18 agosto ISiio. Dis 
corso dell'abate Antonio Magiuni , presidente della Civica Commissione 
alle cose patrie. — Vicenza, Paroni, l8;Jo, in 8vo, di pag. 07 con una 
tavola. 

Eccoci due libretti pubblicati di (jucsti di a Vicen/.a per una circo- 
stanza lieta alla gentile città, vogliam dire l'apertura del Museo Civico ; 
e della esposizione dei prodotti naturali ed industriali del vicentino ter- 
ritorio : e che riguardane) cosi dav\i(iuo la occasione per cui furon edili, 
che ne formano . diicm quasi , in iilustraziont! e gli allegali. 

Ahcii.St.It. . Niioiii S<'rii:, T. II. 5o 



234 RASSEGNA DI LIBRI 

L'abate Magrini , sommamente benemerito di tutto che concorra a 
dar lustro alla bella sua patria , spone nel primo degli accennati opu- 
scoli le origini e le vicende del palazzo dei Chiericati in Vicenza , uno 
dei capo-lavori della sesta di Andrea Palladio , e splendido monumento 
della opulenza di una famiglia ottimate. Se nei cenni sul casato dei 
Chiericati e sugli illustri che d'esso uscirono , il nostro autore usò par- 
simonia soverchia , ci diede invece sulla costruzione del palazzo tanto 
copiosi ragguagli , che poco o nulla lasciano a desiderare. Incominciata 
il 1550 da Girolamo Chiericato e, lui morto il 1557, proseguita dal 
figliuolo Valerio , a cui rende tutti gli onori che per gran parte doveansi a 
Girolamo il Palladio che l'avea architettata , fu la maestosa mole ornata 
d'opere di scultura da Marcantonio Palladio , di stucchi dal Ridolfì, di di- 
pinture dal Riccio, dal Franco e dallo Zelotti. Fornita nel declinare del 
malaugurato secento dai Sorella, come pensa l'autore , e dai Marinali , ac- 
colse nel 1782 il pontefice Pio VI che , reduce di Vienna, benedisse dalla 
loggia al popolo vicentino. In quella guisa che i ghiribizzi dei barocchi con- 
tinuatori svisarono in parte il concetto palladiano , le ingiurie del tempo e 
la incuria dei proprietarii cagionarono grave nocumento alla fabbrica ; e 
chi sa a quali destini avrebbe soggiaciuto se il Municipio di Vicenza , che 
fino dal 1 822 ne promosse l'acquisto non l'avesse effettuato nel 1 839 , per 
custodirvi le raccolte scientifiche ed artistiche di proprietà comunale. I 
ristauri, ai quali si die mano il 1852, diretti dal Miglioranza, che bella fama 
procacciò pe' suoi studii architettonici sugli antichi teatri , condotti ora a 
lodevole avanzamento , resero possibile la distribuzione delle raccolte mu- 
nicipali nelle sale del palazzo, e il Museo venne inaugurato il 18 dello 
scorso agosto. 

« Siccome poi il Municipio credette che a solennizzare degnamente ed 
utilmente la nobile istituzione nulla potesse meglio giovare che una pub- 
blica mostra dei prodotti primitivi e degli oggetti industriali della vicentina 
provincia da disporsi nelle sale dello stesso Museo » , cosi doppio scopo e 
doppio interesse ebbe la solennità. Il discorso inaugurale detto dal Magrini, 
caldo di patrio a9"etto , va pur notato per corretta dicitura , per elegante 
semplicità , e per un singolare riserbo di nulla a sé attribuire del moltis- 
simo ch'egli avea fatto , ben potendo ei di sé dire : quorum pars magna fui. 

Giova sperare che i Vicentini non ristaranno dall'opera si bene inco- 
minciata ; e se applaudirono il dicitore che compianse lo sperpero che 
finora s' é fatto di si gran copia di monumenti nostri , imbarcati e carreg- 
giati per l'estero, preferiranno arricchire di quelli che tuttavia rimangono 
il novello istituto ; e che la civica libreria verrà aggiunta al Museo , levan- 
dola dall' inopportuno sito dove ora si giace , e dove lo studioso , assordato 
dal rumore degl' incanti , dee aprirsi il varco fra i cenciosi e i cenciajoli 
che concorrono al Santo Monte- di Pietà. E noi auguriamo di buon grado 
al Museo vicentino gli ammiglioramenli e gì' incrementi che gli augurò il 



RASSEGNA 1)1 I.IIÌIU 235 

iHMicmerilo Magrini ; come auguriamo alla slemperia l'aroni un miglior 
correttore , perchè non si addossino ai poveri autori gli strafalcioni del ti- 
pografo ; com' è quello, verbigrazia, che attribuisce a Benedetto Montagna 
il ritratto di Carlo Patin ( Il Mas. Civ. , p. GO j. 

V. Lazabi. 



Documenti dd processo di Iacopo Saììsoriìio per il crollo della vòlta della 
libreria di S. Marco , avt;enufo la notte de' 18 dicembre lo io. 

Iacopo Tatti , detto il Sansovino , architetto e scultore celebratissimo , 
fuggito al sacco di Roma nel lo27, riparò a Venezia ; ove la molla fama del 
suo valore gli meritò la carica di proto «lei Procuratori , o soprintcndonto 
generale ai pubblici edificii, conferitagli il 1." di aprile 1529, coll'annuo as- 
segno di zecchini 80 , aumentatogli poi fino a' 200. E l' insigne artista , a 
non ismentire il grido in cui era salito e la fiducia che in lui aveva messa 
la Signoria, decorò Venezia di opere stu[)ende della sua sesta e del suo scal- 
pello. Pochi edificii del cinquecento ponno , infalli, competere con ([uello 
ch'egli murò dirimpetto al Palazzo Ducale per ricettarvi la pubblica libre- 
ria, fondata, un secolo addietro , dal cardinal Bessarione. Sennonché , la 
notte de' 18 dicembre loio , la vòlta della cospicua sala crollò , con grave 
danno del fabbricato che sfavasi costruendo, e l'architetto fu tratto in car- 
cere. Danese Cattaneo , poeta e scultore , che gli era discepolo , don Die- 
go Mendozza già oratore di Carlo V a Venezia , e Pietro Aretino s' inter- 
posero con nobile gara a favore del Tatti : inutile sciupio di voci e d' in 
chiostro, perchè il processo doveva aver luogo, e senz'altro l'ebbe. 

11 primo interrogato subisce il Sansovino li 22 dicembre lo io ; il :50 gen- 
najo del i6 ^o -io more veneto) lo si obbliga a rifare del proprio la ruinata 
vòlta, e lo si sospende dalla carica ; il 5 di febbrajo egli acconsente a ri- 
fare la vòlta di legname, perchè creduta di maggiore solidità ; a' 21 di no- 
vembre si eleggono , per verificare .se Iacopo attenne le sue promesse , 
<le" periti , i quali, il 28 del mese stesso, depongono allermativamente. 
Addi ]'.) a[)rile del 47 gli si assegnano cento ducati annui , il :{ febbrajo is 
(o 47 m. V.) lo si riammette nell'onorevole ufficio che prima del disastro 
occupava. Finalmente, a' 20 di marzo del Go si fa la ragione di-i dare e 
dell'avere di lui , e si pareggiano le partite. 

Questi ed altri documenti che coiic(u-iiono il San.soviiio eslrassoro al- 
cuni valenti giovani dall'Archivio generale di Venezia , e da quello delia 
fabbriceria della Basilica Marciana ; e, corredati di note , li fecero di pub- 
blica ragione, co' tipi del Naratowich ( Venezia iSo.'» , in 8vo <li p;ig. i8 ; : 
festeggiando cosi la laurea nelle matemaliche di due loro amici. 



236 RASSEGNA DI LIBRI 

Come poi s' intitoli il lodato opuscolo , non lei posso dire , lettor cortese: 
perciocché , per sfogliarlo e risfogliarlo che facessi , non ci seppi trovare 
il fi'ontespizio. 

V. Lazari. 



Descrizione della comitiva e pompa con cui andò e fu ricevuta l'ambasceria 
dei Veneziaìii al 'pontefice Sisto V l'anno MDLXXXV, fatta da Filippo 
Pigafetta, gentiluomo vicentino al séguito. Padova, Sicca, 1854, in 8vo, 
di pag. 32. 

A felicitare papa Sisto V della sua assunzione al sommo pontificato 
la repubblica di Venezia spedi a Roma, per senatoconsulto de' 17 apri- 
le Io85, quattro oratori: Leonardo Dona (che poi fu doge] savio del 
consiglio, Marcantonio Barbaro procuratore, Marino Grimani (poi doge) 
e Giacomo Foscarini cavaliere e procuratore. Alla comitiva del Barbaro 
si aggiunse Filippo Pigafetta, uno de' più eruditi patrizj vicentini del 
sestodecimo secolo; il quale, in una lettera che reca la data di Roma 
a' 25 d'ottobre dell'anno stesso, descrive con eleganza e con vivacità, a 
Giulio Savorgnano architetto militare celebratissimo, il viaggio del Bar- 
baro da Padova a Roma, e il ricevimento solenne che ivi trovò la ve- 
neta legazione. La lettera è interessante pe' ragguagli esatti che contiene 
di paesi e di persone che nel suo viaggio vide e conobbe il Pigafetta. Il 
conte Giovanni da Schio, trattala da un codice ambrosiano, ne procurò 
la stampa, e la corredò di brevi ma succose annotazioni, che ne ren- 
dono ancor più gradita e più istruttiva la lettura. 

V. Lazari. 



Relazione dell'ambasceria straordinaria inviata nel 1763 dalla repubblica di 
Venezia in Inghilterra per lo avvenimento al trono del re Giorgio IH. 
Venezia, Perini, 1854, in 8vo , di pag. 43. 

La prima ambasceria straordinaria della repubbhca veneta in Inghil- 
terra fu sostenuta nel 1370 da Luca Valaresso , spedito al re Odoardo III 
per ottenere salvocondotto alle galee veneziane che facevano il viaggio 
delle Fiandre. Rare da principio, e quasi esclusivamente ristrette a scopi 
di commercio, vennero a mano a mano quelle legazioni ad assumere 
grande importanza, nel XVI secolo, anche ne'rapporti politici, col pro- 
gressivo ingrandirsi de'dominj e collo svolgersi della potenza di quel 
reame. E ne' primi anni del secolo stesso incominciarono altresì le am- 



RASSEGNA 1>J l.MMU 237 

bascerie ordinarie , affidate a patrizj, ora col titolo di ambasciatori ora 
con quello di residenti ; la cui serie però non è senza interruzioni dopo 
il principio del secolo XVIIl. Dopo la missione del cavaliere Pier Andrea 
Cappello a Giorgio II nel 1743, ch'è da riguardarsi straordinaria, niun 
patrizio fu mandato con pubblica veste a Londra prima dell'assunzione al 
trono di Giorgio III nei noi. Nel qual anno ebbero l'onorevole incarico di 
complire il novello re i due procuratori di S. ]\Iarco , Lorenzo Morosini 
e Tommaso Querini ; i quali , lasciata Venezia Tanno appresso, non fu- 
rono a Londra che nell'aprile del 63, e il IS di (piel mese vennero 
ammessi alla presenza del re. 

Nel Museo Correr , da' cui codici fu tratta la relazione che annun- 
ciamo , serbasi l'eloquente discorso, o come in termine cancelleresco 
chiamasi l'officio, detto dai veneti legati a re Giorgio, e la dignitosa 
risposta di quel monarca : l'uno e l'altra tendenti a stringere i rapporti 
che da secoli sussistevano fra i due governi : governi molto conformi 
neir indole loro, ma non si che dallo interno ordinamento all'uno non 
s'accrescesse ognor più quella vigoria che gik lo rendeva cosi influente 
nei destini del mondo ; nell'altro invece maturasse uno de'tanti germi i 
quali , svolgendosi , doveano accelerarne la inevitabil rovina , e renderlo 
facile preda ad un fortunato conquistatore. 

Come dicemmo poc'anzi , i due oratori fecero il loro solenne ingresso 
a Londra nell'aprile del 1763; il 28 di quel mese Giorgio III armò ca- 
valiere il Querini , e il di ultimo del successivo maggio imprendevano 
il viaggio di ritorno. Sennonché , cui leggerà attentamente la relazione 
che fecero nel senato della loro ambasceria, parrà meraviglia che il 
breve soggiorno di circa un mese e mezzo cosi gli addentrasse nella 
cognizione dell'ordinamento politico della Gran Brettagna, il quale viene 
da essi loro svolto con tale vastità e precision di notizie , con tale acu- 
me di vedute, che quella relazione ben si pare piuttosto fatica di ohi 
anni ed anni avesse consumali in quel regno. La jìcrspicacia de'due di- 
plomati sorprenderà senza dubbio , anche se ammettiamo che molte 
notizie a loro somministrate abbiano i consoli veneti colà residenti , e 
i cortigiani co'quali , nella loro breve dimora a Londra , usavano con 
fasto di principi. E in cpiesta breve scrittura troviamo una nuova prova 
che, anche negli ultimi anni delta sua esistenza, la repubblica veneta 
aveva uomini versatissimi nella diplomazia, ingegni invidiabili da qual- 
sivoglia governo; e che nel ceto patrizio, al (|uale le più dignitose e più 
importanti cariche venivano per antico istituto ailidat'^, c'era ben ancora 
chi poteva recare il lume de'suoi consigli alle pcriclitanti fortune della 
patria; e non erano no tutti una greggia di dissii)ati tVequcMilatori di 
bordelli e di bische, come piacque a taluno, non ha guari, dipingerli. 

V. Lazaui. 



23S RASSEGNA DI LIBRI 



Dello Archivio Civico antico in Padova, Memoria storica di Andrea Gloria. 
Padova, Tip. del Seminario, I800, in 4to , di pag. 24. 

Le origini dell'archivio civico di Padova risalgono fino oltre al 1265, 
nel qual anno, essendo podestà Lorenzo Tiepolo veneziano, quel comu- 
ne, che tanta cura metteva nella conservazione delle patrie memorie, 
decretò che i più interessanti documenti stessero custoditi in ferreo 
scrigno appo la sagrestia dei frati Minori , ed in altri non meno sicuri 
depositi; ne prescrisse il catastico, ne regolò la sopraintendenza , e in 
una parola nulla lasciò intentato perchè si conservasse indenne fra gli 
scompigli di quelle età procellose. Sante istituzioni , che i rivolgimenti 
del secolo successivo con deplorabili atti violarono : imperciocché nel 1325 
e nel 1328 , in quelle lotte che lo spirito di parte e l'ambizione di una 
famiglia ottimate aspirante alla signoria della patria aveano suscitate , 
quel sacrario di antiche memorie subi derubamene e dispersioni ; onde 
fu d'uopo di nuovamente ricostituirlo e provvederne alla conservazione 
nella vastissima sala della ragione. 

Padova , dopo circa diciotto lustri di dominio carrarese , nel 1 405 fu 
aggregata col suo territorio agli stali della repubblica veneta. Nel 1420 
divampò un incendio nel palazzo comunale , che in un coll'archivio fece 
in poche ore sua preda. Una stolta accusa fu in età posteriori scagliata 
contro Venezia, ch'ella ascosamente comandasse fosse appiccato quel 
fuoco , allo scopo di annichilire le prove di argomenti a lei molesti e discari , 
di meglio signoreggiare le suddite province , struggendone le preziose me- 
morie. Ma io , prosegue 11 nostro Autore , non posso aggiustarmi a sì vi- 
tuperosa taccia , senza valide ragioni e sicure testimonianze. Né queste , 
crediamo , avrannosi mai : la é una di quelle gratuite ingiurie di cui si 
volle , non fosse altro per moda , aggravare la memoria della repubblica 
dì Venezia. La quale invece conservò, esempio raro in vincitore di lotte 
ostinatissime, agli stati presi per forza d'armi, le forme di autonomo 
reggimento e le municipali istituzioni. E siamo certi che il Gloria, nel 
costante ed intelligente studio delle memorie della patria sua , troverà 
validissimi argomenti per confutare la turpe accusa. 

Fu in quella occasione che il palazzo civico di Padova , per eccita- 
mento della dominatrice repubblica, risorse più solido e maestoso; é da 
allora che sta la gran mole del salone, a testificare il paterno affetto con 
cui il novello governo guardava a'suoi sudditi. La cura di raccogliere 
nuovamente le antiche scritture e le recenti aggiungervi , affidossi in 
queir infausto anno 1420 a Sicco Polentone. Agli atti governativi si uni- 
rono in progresso di tempo i rogiti notarili , i registri degli estimi , in 
una i)arola quanto spettava alla pubblica amministrazione e agl'interessi 
dei cittadini. 



RASSEGNA DI 1.1 lUU 239 

Ricco ben ordinato si mantenne il nuovo archivio fino al crollo 
(iella repubblica veneta nel 1797; e nelle vicende alle (|uali fu sotjgetta 
Padova ne' troppi mutamenti di reggimento fino al 1814, molti documenti 
si smarrirono, altri vennero altrove asportati; e l'archivio, decimato e 
smembrato , non fu più che un povero avanzo di quello era nel secolo 
passato. Nel I8'2"2 il umnicijiio pensò a ricostituirlo, e mercè l'opera so- 
lerte di benemeriti iirefetli vi si andarono a mano a mano concentrando 
anche quelli delle comunità regolari e delle fraglie; ond'é che giunse 
alla imponente cifra di 18 milioni di documenti ; cifra quasi favolosa per 
una città di provincia. Nel quale gigantesco riordinamento gran parte 
si ebbe il nostro Gloria , che intende con amore coscienzioso e con ri- 
gorosa critica a scèrre quanto v'ha di più pregevole nella grande con- 
gerie di documenti. E che la messe debba essere oltre modo abbondante 
nutriamo fiducia : dappoiché , oltre a 20mila e più rotoli membranacei 
dal X al XV secolo, si conservano in quell'archivio i codici originali degli 
statuti compilati nel secolo XII od accresciuti fino al nostro; autografi 
d'imperatori e di pontefici del secolo XI ;. bolle e brevi papali ; privilegj 
d' imperatori e di principi ; tutte le ducali dirette alle cancellerie pre- 
torie , prefettizie e dello Studio ; molti statuti e matricole delle fraghe ; 
gli atti del consiglio padovano dal I i30 al 1805; le lettere e le risposte 
dei deputati della città e dei nunzj per essa residenti a Venezia; i pro- 
cessi d'aggregazione alla nobiltà padovana : in una parola , documenti di 
ogni fatta , che non solo appartengono agi' interessi dei cittadini, ma alla 
storia della città e , in parte , anche a quella d' Italia. 

Cosi non manchino allo zelante archivista i mezzi indispensabili a 
completarne il riordinamento intrapreso ; dal quale a lui bella lode , e 
giovamento grandissimo verrebbe agli studi storici. 

V. Lazahi. 



Opere (li CammiUo Porzio pubblicate per cura di C. 3Ionzam , seconda edi- 
zione, coU'agfjiimta del secoiìdo libro della Storia d' Italia inedito. — Fi- 
renze , Felice Lenionnier , \H'.j'ò , in 18.*' Charpenticr , pag. XLvni-il9. 

La nitida edizione delle opere di Cammillo Porzio che ci procurò nella 
Biblioteca Nazionale di Lemonnier , nel I8i6, Cirillo ]\Ionzani , fu tenuta 
di molto ])regio e giudicata miglioro delle molte altre che prima e dopo si 
son fatte in Italia. Ed invero la correzione tipografica, le diligenze adope- 
rate iibrchè venisse vera la lezione, le molte note e opportune per dar più 
valore alle cose narrate dallo storico colla testimonianza di altri, davano a 
quella un merito che le altre non hanno. Ora ne e stala fatta dai mede- 



240 RASSEGNA DI LIBRI 

simi una seconda, la quale è resa anche più pregevole per il secondo libro 
della storia d'Italia, che giaceva inedito nella Magliabechiana di Firenze. 

A chiunque legge con attenzione la Congiura de' Baroni non può essere 
a meno che non nasca il desiderio di altre cose storiche del medesimo 
autore. Il quale , siccome fa notare il Monzani nel suo discorso prelimi- 
nare , è fra gli storici italiani quello che più si è accostato al Machiavelli. 
Imperocché anch'egli non narra semplicemente gli avvenimenti , ma ne 
mostra in bel modo le cagioni e gh effetti , e accompagna colla narra- 
zione de' fatti opportune considerazioni ; le quah ove sieno con giusto cri- 
terio dedotte , rendono veramente profìcua la lezione delle storie. Non 
parlerò dei pregi dello stile , né della verità della narrazione , né dell'or- 
dine chiaro e filosofico di ogni parte ; perché queste qualità sono abba- 
stanza conosciute da chi dà opera agli studj , e ottimamente le rivelò Pie- 
tro Giordani con generose parole onde richiamò gl'Italiani a tenere in 
estimazione questo scrittore che rimaneva pressoché dimenticato. 

Il Porzio avea posto mano a una Storia d'Italia, incominciandola 
dal 1547: e dopoché LeonardaNicodemi per primo diede notizia di questo 
lavoro, non si era conosciuto se non che il primo libro in cui sono narrate 
le cose che nel 1S47 avvennero in Genova, in Napoli e in Piacenza. Il Ni- 
codemi diede pur cenno di un secondo libro, del quale citava le parole del 
principio e della fine : ma in modo che non apriva punto la via a ricer- 
che, e lasciava dubbio sulla esistenza. Né le cure adoperate da altri dopo 
quel cenno, sortirono esito felice. Il Monzani coiifessa ingenuamente, che 
nel 1845 gh era venuto fra mano in un MS. della 3Iagliabechiana ; ma poi- 
ché gli fu fatto credere che fosse una copia imperfetta del primo, si ristette 
dal leggerlo. In appresso lo esaminò Carlo Milanesi , e veduto che era cosa 
non conosciuta , lo indicò al Monzani , perchè in questa seconda edizione 
lo pubblicasse. 

Del che possiamo rallegrarci non solo perchè abbiano le lettere una 
nuova scrittura del Porzio , ma eziandio perchè abbiamo per la storia di 
quel tempo un nuovo documento , che sebbene non rechi in mezzo fatti 
sconosciuti , pur tuttavia essendo opera di un contemporaneo di quegh 
avvenimenti , e di chi l'alto ufficio di storico intendeva sapientemente , è 
una testimonianza di più alle cose che per altri storici conosciamo. Per 
dar conto di ciò che questo secondo libro contiene , mi varrò delle parole 
stesse del Monzani tratte dal suo bel discorso sulla vita e sulle opere del 
Porzio ( pag. XLi ). « Principia il secondo libro da alcune considerazioni 
« intorno alle cause che diedero origine ed affrettarono la congiura con- 
« tro il Farnese , e ai caratteri di Paolo III e Carlo V. Entra poi a dis- 
« correre delle contese che tra di loro insorsero per la occupazione di 
« Piacenza fatta dalle armi imperiali , e per le novità religiose della Ger- 
*:< mania : tocca della congiura di Giulio Cibo : narra largamente la s'pe- 
« dizione contro Algeri comandata dal Boria ; l'assedio e la presa d'Af- 



RASSEGNA IH l.lItlU 9i1 

« frica , città die prende il nome dalla rciiione; le cose accaduto in Siena, 
" quando Cesare che ne temeva e il Mendozza che la governava tiranni - 
« camente , maggior tirannide desiderando, vennero in sul capriccio di 
<i fondarvi una fortezza ; per cui la libertà correva manifesto jìcricolo. 
<< Passa quindi a livellare della contesa insorta tra Giulio ( succeduto a 
« Paolo nel pontificato) e Ottavio Farnese, perché questi, a viemeglio as- 
« sicurarsi del dominio di Parma , s'era collegato con Francia ; dei prin- 
« cipii della guerra per tal cagione dichiaratasi Ira l'imperatore e il re di 
<( Francia , a cui concorse anche il pontefice. Rientra poi a dire delle im- 
1' presedei Turchi (che avevano abbracciata la causa del Dragutte) lungo 
« le coste di Calabria . Sicilia ed Algeri : tocca della presa di Malta e del 
« riacquisto della città di Affrica, fatto pel tradimento e per la viltà del ca- 
« pitano che l'aveva in custodia. Parla da ultimo degli apparecchi che, per 
« la guerra scoppiata tra Francia e l'imperatore Carlo, faceva il mare- 
« sciallo Brissac nel Piemonte ». 

Dalle cose che il Porzio lasciò , poche ma abbastanza per assicurargli 
bella fama tra gli scrittori italiani , apparisce che a lui non mancarono le 
qualità per essere uno storico insigne , se le circostanze della vita gli a\'^s- 
sero consentito di por mano nd opere di maggior lena : e i due libri della 
storia, sebbene non abbiano quella perfezione nello stile che riscontrasi 
nella Congiura , ci danno la persuasione che se avesse potuto continuar- 
la , sarebbe col suo lavoro andato innanzi a tutti gli storici che di quei 
tempi si occuparono. 

Io spero che coloro che tengono in amore gli studj sapranno buon 
grado ai benemeriti editori d'averci procurato (juesta nuova edizione 
di cose tanto importanti. 

A. Gei.i.i. 



Àlruni lìorumcnfi aiiistici non mai stampati (1454-1565;. — Firenze, 
Tipografia Le-Moimier . 1855: in 8vo , di pag. 24. 

Volendo festeggiare le nozze di una ni|iote di Gino Capponi con un 
nobil giovine ])ratese . il dottor Zanobi Bicchierai da Prato ha messo in 
luce questi sette documenti, che servono a meglio illustrare la vita e 
le opere di altrettanti artefici insigni. Sapevasi difatti che la chiesa di 
San F'rancesco di Rimini , disegnala ^ler Sigismondo l'andolfo Malatesta 
da Leon Batista Alberti . ebbe il suo princi])io nel 1417 e il suo termine 
tre anni appresso : ma per due lettere ( documento I e TP scritte a quel 
signore dal veronese Matteo de'Pasti e da Giovanni di Maestro Luigi, 
venghiamo ora a conoscere . che la facciata non (>ra anche compiuta 
nel 54, e che il Pasti sopraslette a «[uella fabbrica mentre lAlberli era 

ARCfi.Sr. 1t. . Nuni-a S'-rif, T. 11. 5i 



212 RASSEGNA DI LIBRI 

assente. L'atto dell' allogagione (documento III], che Domenico di Ste- 
fano linaiuolo, e cittadino fiorentino degnissimo, fece nel lifil a Benozzo 
di Lese di una tavola per la compagnia della Purificazione della Vergine 
Maria , la quale si rauna nella città di Firenze, di sopra alla chiesa di San- 
cto Marcho , apresso all'orto di detta chiesa , pone in eyidenza che la ta- 
vola dipinta dal Gozzoli è quella stessa che a' nostri giorni fece parte della 
Galleria Rinuccini ; come la lettera di Filippino ( documento IV ) , ci am- 
monisce del tempo in cui furono da lui operate in Roma le pitture della 
cappella d'Oliviero Caraffa a Santa Maria sopra Minerva. Una lettera di 
Giulio cardinale della Rovere , che fu poi Giulio II papa (documento V) , 
scusa cogli Orvietani l'assenza di Pietro Perugino, che mentre aveatolto a 
dipignere la cappella di San Brizio in quel duomo , se ne stava in Roma 
a lavorare nella Sistina. Ma preziosissimo è il VI documento , che porta 
la stima fatta da Cosimo di Lorenzo Rosselli, dal Gozzoli, dal Perugino e 
dal giovine Lippi per la cappella dipinta da Alesso Baldovinetti in Santa 
Trinità di Firenze a Bongianni de'Gianfigliazzi ; che, fra le altre cose, 
è per questo documento accertato, come nel 1496 Benozzo di Lese era 
aiìpora tra'vivi. Una lettera di Domenico Lampsonio a Giorgio Vasari (ch'é 
il VII ed ultimo documento) , non è meno importante, comecché di uo- 
mo straniero e vissuto più tardi. Mirabile è in essa la proprietà dello 
scrivere italiano: la quale è tanta (come ben dice l'editore), da vincere 
molti italiani dei suoi tempi e de'nostri. 

Questi documenti artistici sono poi riprodotti e annotati in modo . da 
far conoscere che l'editore ne ha compreso tutto il merito , ed ha tolto 
ad esempio i lavori del Gaye , del Gualandi e soprattutto dei fratelli 
Milanesi. G. 



Lettere inedite del cardinale Pietro Bembo , tratte da due Codici della Bi- 
blioteca Marciana , con illustrazioni. — Venezia , presso G. Antonelli , 
1855. In 8vo, di pag. 15. ' 

Questo manipolelto di lettere volgari di Pietro Bembo é messo alla 
luce da Bernardo Giromelta nella occasione che Giuseppe Zanon dice 
messa novella ; per cura e con note illustrative del conte Agostino Sa- 
gredo. Le lettere sono otto: la prima è scritta da Padova, il 15 di no- 
vembre 1519, a papa Leone X per ringraziare la santità sua del breve 
mandatogli in congratulazione delle nozze di Marcella , nipote del Bembo 
da parte di sorella , con Giovammatteo Bembo , uomo di molto consiglio 
in negozi di pace e di guerra , e assai versato negli studi. Ma questa 
lettera non può inacere gran fatto per quell'affettazione di stile, che il 



RASSEGNA 1)1 LIUlil 243 

Ikniìbo non usa in veruna delle altre sette : le ({uali . per contrario , 
sono scritte con facile e disinvolta maniera. E veramente all'atto diversa 
di stile è la seconda lettera, data da Padova a'3 di febhrajo del l.'i:}|. 
Monsignor Soranzo al quale essa è indirizzata, è Vittore Soranzo , came- 
riere segreto di papa Clemente VII, poi vescovo Niceno nel Iui4, e 
succeduto (!o47) nel vescovado di Bergamo al Bembo stesso, a cui era 
stato dato per coadiutore. Accusato poi di eresia presso papa Giulio III, 
fu sospeso dall'amministrazione di quella diocesi nel ioB2; ma perchè 
forse, conosciuto che il leggere o tenere libri di eretici (nel che sfava 
l'accusa) non è lo slesso che consentire con le loro massime, fu due anni 
dopo redintegrato nel suo minislerio. Nuovi sospetti di eresia , o piut- 
tosto la malvoglienza degli emuli suoi, operarono sì che Paolo IV lo privò 
nuovamente della dignità ed autorità episcopale. Per il che il Soranzo, 
coU'animo avvilito e amareggialo, tornò a Venezia, dove mori il l.'J di 
maggio del I5.Ì8. Il Casa, suo amicissimo, fece per la sua morte quel 
bel sonetto , che incomincia : « Fuor di man di tiranno , a giusto regno, 
- Soranzo mio , salito in pace or sei » : dove quel tiranno è tutt'altri che 
Amore, come vogliono taluni. Per testimonio del Bembo medesimo, il So- 
ranzo scrisse versi toscani, de'quali , a quanto pare, nessuno va per 
le stampe, -r- Dalla presente lettera ( la cui illustrazione appartiene 
all'eruditissimo E. A. Cicogna ) sembra che il padre del Soranzo negasse 
duramente al tìgliuolo di mandargli danari : sennonché questo dal Bembo 
è qualificato non di crudeltà ma si d'impotenza; e gl'inculca di usar 
.sempre rispetto e deferenza a suo padre. Oltreciò , gli dà ragguaglio di 
alcuni particolari della propria giovinezza : e nell'esorlarlo a non la- 
sciarsi sopravvincere dalla malinconia, gli soggiunge: « io andai ad 
« Urbino con soli 40 scudi ; né poi ne ebbi giammai dalli miei , solo 
« dodici ; e stettivi sei anni , et poi andai a Roma , dove stelli più il'un 
« altro anno et mezzo, senz'altro aiuto che quello che vi dissi ». — La 
brevissima lettera a don Giovan Grisoslomo , dotto frate domenicano, 
a Padova, de'2o di gennajo lo33, é notabile per (juel giudizio che il 
Bembo pronunzia sopra il poeta Manilio e i versi di Cicerone. « Manilio 
« ( egli dice ) a me pare poeta da non ne far molto conto : poco candido 
i< et poco anco pieno et ornato luminibus infjcnii , et molto meno di 
« quelli dell'arte. Dei versi di Cicerone non posso dir se non che essi 
« non hanno la vaghezza e la coltezza che ebbe Virgilio et gli altri di (juel 
" secolo: ma sono grandi, et hanno della sua eloquenza et del suo ingegno, 
» et dell'odore di quella età, che fu sopra tutte la pei fetta ci otliiiia ». 
Giudizio notabile assai; perchè, che Cicerone fosse nel far versi infelice, 
è una calunnia. 

Al vescovo Carlo Ariosto è indirizzata la quarta lettera , da Padova , 
a' HI di marzo l;)30. Mandandogli il Bembo 1') ducati, gli spiega il per- 
ché cosi poca somma abbiano riscosso 1<> monache di San Pietro di 



244 RASSEGNA DI LIRRI 

Padova per conto (leUindulgenza da lui impetrata loro dal papa in Bolo- 
gna , il venerdì santo ; con dirgli che cagione ne fu la concorrenza fat- 
lavi dall'Ospitale di San Francesco , a cui essendo stata concessa un'altra 
indulgenza dal papa, esso spedale « si prese quello che sarebbe . andato 
" in questa, se quella stata non fusse ». La quinta e sesta lettera , agli 
Strozzi e al Casa ( de''!» marzo 1528 e 31 di dicembre 1535) , parlano di 
negozi di banco, e sono di poco conto. La settima lettera a Giovan Mat- 
teo Bembo, marito, come s'è detto, di una nipote sua (da Roma, 
a'13 di febbrajo 1541) , ha queste parole notabilissime, e degne di esser 
lette da certi posseditori o custodi di manoscritti, i quali ne sono avari 
gelosi : « Se i libri sono transcritti e poi stampati, questa è a punto la 
« utilità che.... si possa haver da'.... libri, li quali più sono utili quanto 
« più vanno in mano di ognuno ». L'ottava ed ultima è indirizzata a 
Giovan Batista Ramnusio o Rannusio (da Padova, a'7 di settembre 1531). 
Il Rannusio, uomo dottissimo, fu segretario dei Senato e dei Dieci, il 
quale senza salario ne premio alcuno faceva le veci del Bembo nell'ufTicio 
di custode della biblioteca lasciata alla repubblica veneta dal Bessarione, 
cardinal Niceno. Il Bembo gli chiede quel « Tolomeo, bello, grande, con le 
« tavole » della libreria Nicena, che aveva un figliuolo di messer Taddeo 
Gontàrini, e non voleva renderlo. Mandandogli il Bembo inclusa una sua 
lettera per il capitano dei Procuratori, gli soggiunge che , in consegnan- 
dola, non mostri che egli richiede quel libro perchè gli fa comodo di 
averlo , ma solamente per soddisfare al debito del suo ufficio. 

M 



NECROLOGIA 



GIUSEPPE ARCANOEIJ 

unn (lei ('ompilalorì della Seconda Serie deWAToliivio Storico Italiano. 



Di Giuseppe Arcangeli , rapitoci dal cholera nella età di anni 48 , 
parlarono alcuni suoi amici ; che la sua cara anima , temprata a' più 
dolci afletti , ne aveva non pochi e di vaglia ; sicché di questi affetti 
lasciò larga eredità a tutti quelli che addentro lo conoscevano. Grave 
perdita per la sua morte soffrirono le italiane lettere , si per quello che 
pubblicò , si per quello che ancora poteva attendersi dal raro suo inge- 
gno ; e questo Arclùrio Storico ha ragione di dolersene più degli altri; 
perchè essendo l'Arcangeh stato chiamato a partecipare alla sua com- 
pilazione , sarebbe certamente riuscito uno de' più operosi collaboratori. 
E un beUissimo pensiero gH andava per l'animo e vagheggiava, ed io- 
stesso lo udii dalla sua bocca: la compilazione cioè di un Vocabolario della 
lingua parlata dalla plebe liorenlina , e in alcune altre parti della To- 
scana [)iù i)rivilegiate di puro idioma; la\oro soprammodo utilissimo, 
e da desiderarsi ardentemente , che i periti nella lingua, di cui abbonda 
questa italiana provincia , non lo trascurino. Ed egli andava cercando 
collaboratori che lo ajutassero , e peritissimo com'era in questa materia, 
avrebbe fatto certamente un lavoro quale attendere si doveva dal po- 
tente suo ingegno e dalla sua fama. Veramente tutti i non toscani la 
lingua viva di questo popolo non conoscono , o assai scarsamente, giac- 
ché dai libri e dai vocabolarj poco se ne impara ; e spesso noi non to- 
scani proviamo dilHcoltà insuperabili ncUesprimere i nostri concetti, 
specialmente nello siile umile e familiare, i' sentiamo non di rado in- 



246 NECROLOGIA 

tuonarci all'orecchio : questo è un errore ; la plebe toscana dice cosi. 
ci si dia dunque un vocabolario , da cui apprendere questa lingua ; 
si vuole , che tutti quelli che amano di non errare , vengano a stan- 
ziare in Firenze ; la quale uno scrittore argutamente chiamava uua gran 
locanda? Non tutti possono fare come Annibal Caro, l'Alfieri e molti 
altri. Dunque ognun vede quanto il disegno dell'Arcangeli fosse utile ed 
opportuno ; e se venisse colorito , si dilaterebbe facilmente per Italia 
questo bellissimo dialetto , radice della lingua , a cui nemmeno gli av- 
versi alla Crusca contrastano il primato. In tal modo anche i vincoli 
tra popolo e popolo, col mezzo del fortissimo legame dell'idioma, sareb- 
bero rinforzati ; e ciò l'Arcangeli ben vedeva. Certo il lavoro è di gran 
momento e fatica : ma i molti e valenti filologi di Firenze e delle città 
vicine , queste difficoltà col forte volere e coU'unióne possono facilmente 
superare. 

Dei meriti delle opere letterarie dell'Arcangeli altri parlò con qual- 
che larghezza , e perciò questa parte verrà da me toccata con brevità. 
È nota per tutta Italia , e meritamente celebrata la edizione de'Classici 
Latini pubblicata per le stampe dell'Allegretti di Prato , e per le cure 
del nostro Arcangeli , del Vannucci , del Bindi , e del Tigri. Usavasi nelle 
scuole, spiegando questi Classici , tener molto occupati i giovani ne'tropi, 
nelle figure rettoriche , nella mitologia , nell'erudizione antica , e qualche 
volta anche nelle bellezze maravigliose di questi sovrani maestri. I be- 
nemeriti editori quest'uso secondarono giusta lor senno ; ma una parte 
importantissima vi aggiunsero, cioè la parte morale; con l'intento, da 
non potersi mai lodare abbastanza , di nutrire la gioventù Italiana a 
quella antica e forte sapienza , spargendo semi che fruttassero cittadini 
di maschia virtù. L'Arcangeli si occupò di Virgilio, e tanto il suo lavoro 
fu gradito all'universale , che tre edizioni in poco tempo se ne fecero. 
Di Cicerone annotò gli Ufficii , i libri dell'Amicizia e della Vecchiezza , 
l'Oratore , e i Dialoghi dell'oratore ; e in tali lavori ebbe largo campo 
d'insinuare ai giovani quegli alti e nobili sensi che si trovano copiosa- 
mente sparsi nel grande e sapiente Arpihate , degno più di ogni altro 
di parlare al popolo signore del mondo. Tradusse con gran lode dal 
greco, in cui era peritissimo, gl'Inni di guerra di Tirteo e Callino Efe- 
sio, e gl'Inni di Callimaco. Anche de' nostri classici del secolo XIV pose 



N K C K O I. (x; I A 847 

in luce alcune prose di molto pregio , e recò in bei versi italiani dal 
francese la Lucrczin di Ponsard. Non isdegnò di scrivere' ne'giornali e 
in opere periodiche : come nel Conciliatore , nella Patria , nello Statuto, 
nel Genio , nello Spettatore. Lontano dalla Imrbanza del maestro e dalla 
bassezza del piaggiatore , il suo giudizio era assennato e benevolo : vi 
trovavi sempre il critico amico del vero , e amico dell'autore : insomma 
aveva scoperto il segreto di farsi amare dal criticato. Ed io stesso posso 
renderne testimonianza : giacché avendo egli discorso nello Statuto della 
prima edizione del mio Vocabolario di parole e modi errati ec. , e nello 
Spettatore della seconda edizione , crebbe in me la stima e l'affetto verso 
di lui, che poi si aumentarono quando di persona lo conobbi. Sei tanti 
articoli , inseriti nei nostri giornali , fossero elaborati con quel senno e 
con quella benevola moderazione che usava l'Arcangeli , assai maggior 
frutto se ne trarrebbe. I giornali sono troppi , e la sapienza è poca , e 
troppo sparsa ; e questo è uno dei casi in cui l'unione farebbe la forza. 
Pochi e buoni : ecco il rimedio. Peggio poi spiando la critica acerba ed 
astiosa provoca una polemica. Io altamente condanno il provocatore : 
non lodo il provocato, se imita l'eccesso dell'avversario: perchè una 
risposta dignitosa rinforza il buon diritto. In questi pugillati le lettere 
non guadagnano: ma si vituperano i letterati: la moralità è offesa, e 
i lettori ridono. I tempi di Annibal Caro e Castelveti-o . quelli del Baretti 
non ritornano : ma pare che alcuni , benché assai pochi , non vogliano 
rinsavire. 

Se la vita dell'Arcangeli non ci fosse stata cosi presto rapita , poteva 
sperarsi un grande incremento alla sua fama per opere di lunga lena ; 
e ninno dubita, che gl'illustri amici, a cui i suoi manoscritti furono 
confidati , se vi troveranno lavori corrispondenti al suo ingegno , al 
pubblico non li regalino. Io so che aveva anche gettato in carta le 
reminiscenze de'suoi viaggi fatti in Italia , in Isvizzera , in Francia. Vis- 
suto per lo addietro ne' patri monti e ancor giovinetto, queir ingolfarsi 
a un tratto nel mondo esterno , quelle maravigliose bellezze di natura 
e di arte , che all'improvviso gli si paravano innanzi , dovevano produrre 
un effetto straordinario in un'anima ant'or vergine e cosi appassionata 
pel bello, in una fantasia cosi fervida , in un cuore così sensitivo: e se 
lo scritto non é del tutto infornie . vi si debbono trovare vivi lampi 



248 NECROLOGIA 

d'ingegno, e pensieri delicati e nuovi , e copiosa vena di affetto. E que- 
sto trasporto pel bello lo rese anche profondo conoscitore delle arti , e 
specialmente della musica , di cui sopra modo dilettavasi , ed anche del 
contrappunto in cui si era addestrato. Ho veduto una lettera di un suo 
amico dei 26 gennajo 1839, in cui lo prega a mandargli una messa ed 
un A^espro in musica da lui composto per la banda di San Marcello , e 
che volevasi cantare in Poppi nella festa triennale in onore di S. Torello. 
Fin ora dissi delle qualità della mente , or dirò di quelle del cuore. 
Nacque l'Arcangeli in San Marcello nelle montagne pistojesi a di 13 di- 
cembre 1807 (non nel 1808 come è stato scritto), da onestissimi geni- 
tori , ma di umile condizione , ciò che torna a maggior lode di lui. Suo 
padre Cristofano era servitore ed anche agente del sig. Desiderio Cini ; 
sua madre , Annunziata Rossi . ajutava la famiglinola facendo la sarta. 
Mandato per tempo alle prime scuole elementari , si scoperse subito in 
lui ingegno non comune , e singolare inclinazione allo studio ; sicché 
quando vedeva un libro , diceva alla madre : Oh potessi averlo anch'io ! 
I maestri , vedendo questa buona disposizione , ne parlarono col padre 
affinchè procurasse indirizzarlo per le lettere : e il padre negava, dicen- 
do mancargli il modo : perciò dover seguire la via paterna. Ed ecco 
che per ingiuria di fortuna si nobile ingegno era sul punto di essere 
miseramente perduto , e spenta quella scintilla che doveva riuscire in 
bella fiamma. Ma il giusto e pietoso Iddio . a ristoro dei negati averi , 
un gran tesoro gli aveva donato : l'affetto di una madre : tesoro inesau- 
ribile di amore , al cui compenso tutte le ricchezze del mondo sono in- 
sufficienti. La buona Annunziata volle indirizzato il suo Giuseppe a più 
alti studj , e fortemente volle : il perchè per supplire alle strettezze del 
marito , lavorò, si macerò in tutte le ore di giorno e di notte ; é co'suoi 
sudori ed affanni potè mantenere il bene avventurato figlio nel Seminario 
di Pistoja. E fu sua gran ventura trovarvi a precettore quel canonico ca- 
valier Giuseppe Silvestri , cosi chiaro in Toscana e fuori , e maestro di 
latine eleganze. Ed anche l'Arcangeli divenne peritissimo nell'idioma del 
Lazio , e nel greco , avendo dettato in latino versi di gran merito ; ed 
anche un mese prima di morire , vedendosi rapita in Prato con suo vivo 
dolore la giovinetta Ebe Benini , fiore di bellezza di cultura e di virtù , 
a conforto del misero ed orbo padre compose l'iscrizione che si dà in 



NECROLOGIA 249 

nota (1), a cui fece una \arianle nel maepior impeto doU'ulliina malat- 
tia : cioè due giorni prima che spirasse. Tanto la perdita di quell'angelo, 
e l'ineCTabile dolor paterno gli stavano confitti neiranimo ! 

Ma nel Seminario pistojese gli fu propizia anche in altro modo la 
sorte ; vi trovò Atto Vamiucci. Dei meriti di Atto Yannucci è inutile par- 
lare. Queste due anime, per conformiti d'indole, di pensieri e di studj , 
si confusero insieme, appena si conobbero : e quest'amicizia , onorava 
ambedue gli spiriti eletti. Ora avvenne , che il lor comune maestro an- 
dasse a ristorare il collegio Cicognini di Prato : nella quale opera volle 
associati nella qualilk di professori questi due prediletti discepoli; e cosi 
quel collegio montò a tale altezza di fama che per ogni parte d' Italia si 
diffuse. Ho già detto come questi due amici vi lavorassero sopra l'edizioni 
de' Classici Latini e quanto fossero riputate. 

Né solo fu l'Arcangeli fedele nelle amicizie, ma per favorire gli amici 
ad ogni occorrenza loro, mostravasi operoso ed instancabile ; nello stesso 
modo che era sempre prontissimo a provar coi fatti la sua gratitudine a 
chi lo aveva beneficato. Il suo diletto e venerando maestro cav. Silvestri 
avea preso stanza in Perugia, chiamatovi alla direzione di quel celebrato 
Collegio. Doleva sommamente all'Arcangeli, che Pistoja, patria dell'uomo 
illustre , non trovasse modo di riacquistare questo grande ornamento : 



(<) XAIPE HBH «M.VT.ÌTH 

. Hic iacet illa Hebe , qua non praestantior tilla 
Virgo full forma , moribus , ingenio. 

Post Adam abreplam , reliqua haec eroi U7iica paUt . 
Parlem anirnae itane ctiain mors (ulit atra suae. 

Fiorimi vita brevis , brevior sed vita rosaruni ; 
Adam Hcbenque eadem tristia fata premunì. 

Vere novo auspiciis surgunt felicibus ambae : 
Vere novo florenl ac simul intereiint. 

Obiil XIII Kal. Scpl. MDCCCLV , anntim agenti XXV 



loachiinus Beninius cantra volum siipcrstes 

Pater infelicissimus fiUac delicio suo ac decori 

M. P. C. 

Aneli. i> 1 , 1 1 . , Naovti Strie, T. 11. Sì 



250 NECROLOGIA 

e tanto si adoperò, ajutato da altri cittadini zelanti del patrio decoro , 
che il Silvestri fu richiamato nel dolce natio nido a rettore del Semina- 
rio pistojese. Quanto poi quel suo cuore virtuoso e gratissimo amasse e 
rispettasse la madre sua, ninno potrà dubitare. Ella era stata per lui 
più che madre : ella sola , simile alla donna forte di Salomone , aveva 
alimentato il suo ingegno. Or la gratitudine del figlio fu senza limiti. Ne 
solo con un assegnamento mensuale provvedeva ai suoi bisogni ; ma, se 
quello non bastava, era sempre paratissimo ad aumentarlo. Egli avrebbe 
desiderato averla compagna e conforto di sua vita ; ma essendogli morto 
un fratello, lasciando dopo di sé la vedova con due figli, dovè quell'otti- 
tima vecchia assumersi la direzione della famiglia, la quale non avrebbe 
potuto andare innanzi con la tenuissima rendita dell'asse paterno, se non 
avesse egli supplito co' suoi personali guadagni. Eppure l'utile che ritraeva 
dalle onorate sue fatiche non era sovrabbondante ; ma l'amor di famiglia, 
radice di ogni virtù , a tutto sopperiva ; e questa virtù lo rendeva non- 
curante de' comodi di sua persona : viveva strettamente per sé , onde 
poter essere generoso co' suoi , ed anche con quei poverelli che gli si 
accostavano, e a cui, potendo, mai non negava soccorso. 

Desiderava la vecchia madre di rivederlo , paurosa della salute del 
caro figlio pei pericoli del cholera , ed era pronta a venire in Firenze. 
Ma egli i giorni della veneranda vecchia non volendo porre ad alcun 
rischio , e dall'altra parte desideroso che non le mancasse il sospirato 
conforto di una sua visita , parti di Firenze il giorno 6 settembre del- 
l'anno corrente, e giunse il giorno dopo in San Marcello. Ai 9 incomin- 
ciarono a svolgersi in lui i primi semi del male ; ma , nonostante , la 
mattina del 10 volle porsi in viaggio per curarsi meglio nella città ca- 
pitale. Giunto in Prato presso il suddetto avvocato Benini , nel breve 
tragitto erasi già grandemente aumentata la ferocia del morbo , mani- 
festantesi anche al di fuori per l'alterata fìsonomia; sicché l'amico non 
gli permise il partire. E quanto egli si adoperasse con le più sollecite 
ed amorose cure a conservare quella cara vita, ognuno che ben conosca 
il Benini può immaginarselo. Ma le cure, e i valenti medici, e i pronti 
rimedj non valsero : dopo otto giorni Giuseppe Arcangeli non era più. 
Forse il morbo micidiale , che lo percosse a San Marcello , lo avrebbe 
risparmiato in Firenze. Ed egli ben sapeva, che nelle montagne pistojesi 



N K r u <M. oc 1 A 25< 

infuriava il cholera , o sapeva anche essere pericoloso il mutar soggiorno 
durante il llagello. Ma il vivo desiderio materno, e l'obbligo in lui di 
soddisfarvi, troppo lo pungevano: obbedì al suo dovere, e ne mori. 

E tulli (luesti suoi doveri egli adempì sempre con esemplare puii- 
tualitJi. Onorato dell'ufficio di vice-segretario della Crusca, di cui era 
già membro ed ornamento, e compreso nel numero di quelli che alla 
quinta impressione del Vocabolario debbono più specialmente attendere, 
non vi era caso che non fosse pronto all'apertura dell'uffizio, o che ne 
uscisse prima della chiusura; e certamente dall'assiduità e dall'ingegno 
suo non piccolo incremento poteva venirne al lavoro. Ai doveri di sa- 
cerdote non mancò , né a quelli che a buon cittadino si appartengono : 
e ne diede prova anche nel suo testamento , in cui , lasciata usufruii 
tuaria de' suoi capitali la madre e proprietari i due nipoti , legò tutti i 
suoi libri alla diletta terra di San Marcello. Fu di natura gioviale, e dove 
egli era , la malinconia se ne andava : perciò la sua compagnia non solo 
gradita, ma ricercata. Piansero la sua morte gU amici, e tutti quelli che 
lo conobbero. E a disacerbarne il dolore e ad onorare la sua bontà ed 
il suo ingegno , gli stessi suoi amici danno opera affinchè gli sia inal- 
zato un modesto monumento , dove riposeranno le sue ossa , deposte 
f ora temporariamente nel cimitero della chiesa di S. Ippolito in Piazza- 

I nese nella città di Prato; e vi è da sperare che il giusto e pio deside- 

' rio abbia il suo compimento. 

Filippo Ugolini. 



ANNUNZI BIBLIOGKAFICI 



Toscana. 



32. Sulla popolazione di Livorno ; Ricerche statistiche ed economiche di Ce- 
sare Caporali. — Livorno , Tip. di G. Sardi , 4855. In 8vo , di pag. 94. 

33. Popolazione della Toscana , desunta dal censimento di Aprile del 1855, e 
ripartita nelle principali divisioni topografìco-poliliche del granducato , di 
Attilio Zuccagni-Orlandini. — Firenze, Tip. Tofani, 1855. In 4to, di pag. 8. 

34. Statistica del Gianducato di Toscana , di Attilio Zuccagni-Orlandini. — 
Firenze, Tip. Tofani, 1855. In 4to. — Tomo V, Distribuzione V [Tavo- 
la Il , Modello di stalislica comunilaiiva). 

35. Le opere di Galileo Galilei ; prima edizione completa , condotta sugli au- 
tentici manoscritti palatini, e dedicata a S. A. I. e R. Leopoldo li Gran- 
duca di Toscana; per cura di Eugenio Alberi. — Tomo XIV delle Opere 
complete , e IV delle opere fisico-matematiche. ~ Firenze , dalla Società 
editrice fiorentina, 1855. In 8vo gr. , con tavole. 

36. Storia politica dei Municipj Italiani , di Paolo Emiliani-Giudici. — Firen- 
ze , Poligrafia italiana, 1855. In 8vo. Dispensa 23 e 24 ed ultima. 

37. Le istorie italiane di Ferdinando Ranalli , dal 1846 al 1853. — Firenze, 
tipografia di Emilio Torelli, 1855. Volume quarto ed ultimo. 

L'Autore si propone di scriver la Storia d'Italia dal 1814 al 1846, da 
servire di continuazione a quella di Carlo Botta. 

38. Lettere edite e inedite di Filippo Sassetti , raccolte e annotate da Ettore 
Marcucci. — Firenze, Le Monnier , 1855. In 18mo , di pag. xlvii-5*5. 

39. Le Opere di Cesare Beccaria , precedute da un Discorso sulla vita e le 
opere dell'autore, di Pasquale Villari. — Firenze, Le Monnier, 1854. 
In 18mo , di pag xxxi 1-553. 

40. Lettere di Politica e Letteratura , edite ed inedite , di Cesare Balbo, pre- 
cedute da un Discorso sulle rivoluzioni del medesimo autore. — Firenze, 
Le Monnier , 1855. In 18mo, di pag. 468. 

41. Discorsi politici inediti di Francesco Bonciani, pubblicati per cura di Fi- 
lippo-Luigi Polidori. Estratti dall'Appendice alle Letture di Famiglia. — 
Firenze, Tipografia Galileiana, 1855. In 8vo , di pag. 36. 

42. A,lcuni documenti artistici non mai stampati (1455-1565) : Matteo Pasti, 
Leon Batista Alberti, Benozzo Gozzoli , Filippino Lippi , Pietro Perugino, 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 253 

Alesso Baldovinotti , Domenico Lampsonio. — Firenze, Le Mnnnier IHoS 
In 8vo , di pag. 2ì. 

Pubblicali da Zanobi Biccuieuai per lo noz/.e Fahnola-Vuj. 

43. Della vita e delle opere del pillore Pietro Nocchi di Lucca, Discorso 
letto all'I, e R. Accademia lucchese nella tornata delli 27 luglio 1835 dal 
Prof. Ab. M. Trent.\. — Lucca, Tip. Berlini, iSb'ò. In 8vo , di pag. 39. 

44. Le Vite de' più eccellenti pittori, scultori e architetti di Giorgio Vasari, 
pubblicate per cura di una Società di amatori delle Arti belle. Volume XI. 
— Firen-e , Le Monnier , 1855. In iSmo, di pag. 343. 

45. Storia della sacra elEgie , chiesa e compagnia del SS. Crocifisso de'Bian- 
chi , di TELESFono Bini. — Lucca , Tip. Giusti , 1855. In 8vo , di pag. lOO. 

46. Catalogo delie opere proprie e d'altrui pubblicate dal Can. Domenico Mo- 
RENi , che si trovano oggi in proprietà di Pietro Bigazzi. — Firenze , Ti- 
grata Martini , 1855. In 8vo , di pag. 18. 

47. Biografia di Giovanni Resini, di Luigi Pozzolini. — Lucca, Tipografia Fon- 
tana , 1855. 

Stati Sardi. 



28. L'Archivio centrale di Firenze. Notizia di G. La Farina. — Nella Rivista 
enciclopedica italiana , gior. di Torino , Anno I , Agosto 1855, dispensa 8va. 

29. Girolamo Savonarola e il suo tempo, dell'Avv. G. Petrucci. Nel Giornale 
suddetto, dispensa lOnoa. 

30. Notizia intorno alla inedita Storia di Luni e Sarzana , del canonico Lan- 
, diselli , con un brano di essa ; di Girolamo Rossi. Nel Giornale stesso , ivi. 

31. Saggio sugli ordini politici dell'antica Roma, paragonali alle libere costi- 
tuzioni moderne, di Matteo Ricci. — Torino, tip. Pelazza e C, 1855. 
In 8vo , di pag. 53. 

32. Memorie e documenti per servire alla storia di Novi , raccolti ed annoiati 
dall Ab. Gio. Francesco Capuuuo. — Novi, 1855. 

33. La polltique sarde et la quC'slion d' Orient en 1783-84, documents diplo- 
matiques exlraits des Archives du royaume. — Twin, Imp. scolastique do 
Sebastien Franco et fils et C. , 1855. 

34. Della Crimea , del suo comnoercio e dei suoi dominatori , dalle origini fino 
ai di nostri. Commentari storici dell'Avv. Michele Giuseppe Canale. — 
Genova , costipi del R. Ist. de' Sordomuti , 1855. In 8vo. Sono pubblicate 
le dispense 1 a 8, 

35. Peplo ottuplo del Mar-Nero ; ossia indicazione dei diversi luoghi di quello 
menzionati nelle otto più antiche carte geografiche esistenti nell'I, e R. Bi- 
blioteca di Vienna ; edito nuovamente per l'.Vvv. Michele Gusei^pe Ca- 
nale , 1855. — Genova, dai fratelli Ferrando q. Gioì anni , piazza S.Mat- 
teo. In 8vo di pag. 28. 

36. Le storie della caserma, ovvero cinquecento aneddoti militari , tratti dalle 
migliori istorie delle guerre dei tempi moderni , raccolti e ordinati dal 
conte Alessandro Bianco di San .Iorioz. — Torino . Fory e DaUnazzo , 1854. 
In 8vo gr. . di pag. 7H . 



254 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

37. Antonio Rosmini , per Niccolò Tommaseo. — Torino , Tip. Subalpina di 
G Pelazza e C", 1855. In 8vo , di pag. 108. Estratto dai quaderni 25 e 24 
della Rivista contemporanea. — Prezzo : un franco , a benefìzio del monu- 
mento Rosmini. 

38. Catone e i Gracchi , Memoria di Giuseppe La Farina , nella Rivista Enci- 
clopedica italiana di Torino , anno I, dispensa 10.* (Ottobre 1855). 

39. Degl'Ingegneri militari Italiani, Notizia di Mariano D'Ayala. Nel Giornale 
detto. 

40. Lettera del Conte Federigo Sclopis al Cav. Cesare Cantù , in replica alla 
lettera da lui inserita nella Gazzetta Piemontese sugli Archivi di Venezia e 
gli studi di Storia patria. Nella Rivista contemporanea N." 26. 

41. Vita del ^Cardinale Mazarino , tratta da un antico manoscritto di autore ano- 
nimo , indirizzata in forma di lettera ad un principe della Casa di Savoia. 
Nella Rivista Contemporanea , N,° 26. 



Regno Lombardo Veneto. 

37. Storia di Milano, di Bernardino Corio , eseguita sull'edizione principe 
del 1503, ridotta a lezione moderna, con prefazione, vita e note del 
Prof. Egidio de Magri; edizione illustrata, adorna del ritratto dell'Autore 
e di Tavole analoghe , disegnate ed incise da valenti artisti. — Milano , 
presso F. Colombo , 1855. In 8vo. Sono pubblicate le dispense 1-6 del vo- 
lume I. 

38. La caduta della Repubblica di Venezia , ed i suoi ultimi cinquant'anni ; 
Studj storici di Girolamo Dandolo. — Venezia, Naratovich , 1855. In 8vo. 
Sarà un Voi. di 300 pagine circa , che si pubblicherà in tre distribuzioni. 

— Sono uscite le prime due Dispense. 

39. Memorie spettanti alla storia , al governo ed alla descrizione della città e 
campagna di Milano ne' secoli bassi , raccolte ed esaminate dal Conte Gior- 
gio Giolini : nuova edizione con note ed aggiunte di Massimo Fari. — 
Milano, per Francesco Colombo , 1855. Volume 3." in 8vo, di pag. 803. 

40. Opere di Pietro Giordani, tomo sesto. (Segue l'Epistolario, edito per 
Antonio Gussalli ) — Milano, Borroni e Scotti, 1855. In 18mo, di pag. 416. 

41. Processo della Monaca di Monza, pubblicato dal conte Tullio Dandolo. 

— Milano, 1855. 

42. Storia delle lettere e delle arti in Italia , giusta le reciproche loro rispon- 
denze , ordinata nelle vite e nei ritratti degli uomini illustri dal Secolo XIII 
fino ai nostri giorni , per cura di Giuseppe Rovani . — Milano , Borroni e 
Scotti , 1855. In 8vo. ( Il solo Manifesto di associazione. } 

43. Gea , ossia la Terra descritta secondo le norme di A. Balbi e le migliori 
notizie; opera originale italiana di Eugenio Balbi. — Trieste^ sez. lett. 
art. del Lloyd Austriaco , 1855. In 8vo. Disp. II , dal fog. 19 al 30. 

44. Elogio del conte Nicolò Priuli , presidente alla Commissione degli Asili 
d'infanzia in Venezia, letto il 12 Agosto 1855 nella sala del senato nel 
palazzo ducale , per la solenne inaugurazione del suo busto in marmo , 
dal deputato della commissione stessa Conte Pierluigi Bembo, e dal me- 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 855 

desimo arricchito di annotazioni. — Venezia, Tip. Lotigo , IK55. In 8vo , 
di pag. 52, con il ritratto del Friuli disegnato in pietra. 

45. Del grado che occupa la Letteratura nello scibile ; Discorso di Giuseppe 
Bianchetti, letto nell'adunanza solenne dell'I, e R. Istituto veneto il 
giorno 30 Maggio l8o5. In 8vo gr. , di pag. 27. 

46. Piano di ristorazione economica delle Provincie venete ; Memoria letta nel- 
l'adunanza 23 Marzo ^SB'ò , dell'I, e R. Istituto veneto di scienze , lettere 
ed arti , da Giovambattista Zannini, m. e. — Venezia . Tip. Cecchini, ■f8.>j. 
In 8vo , di pag. 63. 

47. Intorno alla garanzia della proprietà scientifico-letterario-artistica nei do- 
minii della Santa Sedo. Leggi-declaratoiie-sentenze ; coU'aggiunta della 
legge pubblicata il 30 Giugno 1847 nel regno Lombardo-Veneto , diretta 
a garantire la proprietà letteraria ed artistica contro le arbitrarie pubbli- 
cazioni, riproduzioni o contraffazioni. — Milano, Stabilim. nazion. pri- 
vileg. di Tito di Gio. Ricord» , 1853. In 8vo , di pag. 87. 

48. Storia documentata di Venezia, di S. Romani.v. Tomo III , parte I.^ : dalla 
congiura di Marin Bocconio , 1300 , alla morte del doge Francesco Dan- 
dolo , 1.339. Parte II : dal Doge Bartolommeo Gradenigo , 1339 , alle guer- 
ra di Chioggia 1380. Parte III : dalla guerra di Chioggia 1380 alla flne 
del Secolo XIV. — Venezia , Tip. Naratovich , 1853 , in 8vo. 

49. Manfredi. Tragedia e notizie storiche di Carlo Cocchetti. — Padova, coi 
tipi di Anfielo Sicca , ISot, in 8vo. Voi. I , Notizie storiche, di pag. 160; 
— Voi. II, Tragedia, di pag. 144. 

L'edizione è fatta a .spese dell'Autore , e l'opera si vende in Brescia 
dal Gilberti, e dai principali librai della Lombardia. 
30. Documenti per la storia della diocesi di Milano, conservati nell'Archivio 
della Veneranda Curia Arcivescovile , pubblicati per- cura del canonico 
Aristide Sala, archivista nella Curia stessa. —Milano, Tip. Agnelli, iSoó. 
In 8vo. Edizione di soli centocinquanta esemplari , contenente pergamene 
dei secoli XII , Xlll e XIV , con appendice e fac-simile. 

51. Opere di Giambattista Vico , ordinate ed illustrate ; coH'analisi della mente 
di Vico , in relazione alla scienza della civiltà , di Giuseppe Ferrari. — 
Milano , Tip, de' Classici italiani, 1853. Seconda edizione, voi. 6 in 8vo , 
con ritratti e tavole 

52. Storia d'Italia , in continuazione a quella di Carlo Botta dal 1814 al 1834, 
dì Felice Turotti. — Milano , Tip. Pagnoni , 1855. Saranno 3 voi. in 8vo , 
di circa 26 fase, ciascuno. Sono pubblicati i primi due volumi , e il 6 fa- 
scicolo del terzo. 

53. Delle Iscrizioni veneziane , raccolte ed illustrate da Emmanuelle Antonio 
Cicogna, Fascicolo 22 (Tomo VI, contenente la chiesa e monastero di 
San Martino di Murano). 

54. Studj intorno ad alcuni lavori idraulici ed alle arginature noi Mantovano, 
di Carlo D'Arco. Mantova 185'i-. In 8vo , di pag. 26. — Estratto dalla Gaz- 
zetta di Mantova. 

35. Sopra un viaggio da Milano a Gerusalemme intrapreso dal Canonico Pie- 
tro Casola nel 1494, note di Agostino Saoreoo. — Venezia, Animelli, 
1855. In 8vo , di pag. 11. - Estratto dagli Atti dell'I. R. Istituto Veneto, 
serie III , puntata VIII. 



256 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

56. Memorie intorno alla famiglia tridentina dei Conti Sizzo de Noris , com- 
pilate da G. C. S. N. — Milano , Pirola , 4843. In 8vo gr. , di pag. 69, con 
sei litografie. 

57. Intorno agli studj orientali e linguistici del sig. G. J. Ascoli , e sulla lin- 
guistica in genere, Considerazioni di Giuseppe Cossa S. C. Inserite a 
pag. ■145-159 dei fascicoli 39, 40 e 41 (Tomo VII; della nuova serie del 
Giornale dell' I. R. Istituto Lombardo di scienze , lettere ed arti , Milano , 
10 Ottobre 1855. 

58. Memoria intorno al luogo del supplizio di Severino Boezio , di Don Gio- 
vanni Bosisio. — Pavia, 1855. 

59. Cronaca di Antonio Grumello , pavese , tolta dall'autografo esistente nel 
ricco Archivio del principe Belgioioso , e pubblicata dal Prof. Giuseppe 
MUller. — Milano , F. Colombo. 1855. Fascicolo I. — Farà parte della 
Raccolta di Cronisti e Storici Lombardi inedili. 

60. Saggi critici sulla storia di Carlo V, dei Prof. Giuseppe De Leva. Saggio 
primo : Il sacco di Roma. Nella Rivista Ginnasiale e delle Scuole tecniche 
Reali, fase, di Settembre e Ottobre 1855, pag. 670-706. 

61. Quadro storico-critico della letteratura italiana, dalla sua origine fino ai 
dì nostri, del Prof. Bartolommeo Malpaga. — Udine, 1855. 

62. Lettera di Antonio Canova intorno ad una Madonnina in basso rilievo di 
marmo, opera prima scolpita da lui circa l'anno 1770. — Venezia, Tip. 
Merlo, 1854. In 8vo , di pag. 20, con tav. in rame. 

E pubblicata dal Cav. E. A. Cicogna. 

63. Vicende dell'Architettura in Italia, Discorso di Antonio Piovene-Porto-Godi. 

— Vicenza , Tip. Pavoni , 1855. lo 8vo , di pag. 23. 

64. Sulla Badia di S. Eustachio de Domora in quel di San Severino. A Giaco- 
mo Franco da Verona. Lettera di Angelo Angelucci architetto da Todi. — 
Vero'na e Milano , Stabilimento Cinelli , 1855. In 8vo gr. , di pag. 46. 

65. 1 Bresciani Roberto e Cammillo dei Martinenghi all'oppugnazione di Gar- 
lasco [1524] , racconto di Federigo Odorici, desunto dalle patrie inedite 
memorie di Pandolfo Nassino. — Brescia, Tip. Gilberti, 1855. In 8vo 
gr. di pag. 12. 

66. Sull'influenza politica dell'Islamismo, memoria ottava di Andrea Zambelli. 

— Milano Tip. Bernardoni , 1854. In 4to di pag. 16. Estratto dal Gioinale 
dell'I. R. Istituto Lombardo di scienze , lettere ed arti , Tom. VI , fase. 33. 

67. Codice Diplomatico Bresciano , dal quarto secolo fino all'era nostra , rac- 
colto e pubblicato da Federigo Odorici. — Parie II : / Carolingi - I Re 
d' Italia - Gì' Imperatori di Germania. — Brescia, Tip. Gilberti , 185). In 
8vo , di pag. 112 coli' indice. — Fa parte delle Storie Bresciane dell'Autore 
stesso , ed è uno de' venti esemplari di esso Codice stampati separatamente. 

68. Storia estetico-critica delle arti del disegno , ovvero l'Architettura , la Pit- 
tura e la Statuaria considerate nelle correlazioni fra loro e negli svol- 
gimenti storici, estetici e tecnici; Lezioni dette nell'I, e R. Accademia di 
Belle Arti in Venezia da P. Selvatico. — Venezia, Tip. Naratovich, 1853. 
In 8vo , Fase. XIII del Voi. II. — Lezione XXII Gli artisti che influiiono 
sullo stile di Raffaello e di Michelangelo. Lezione XXIII. Leonardo da Vinci, 
nato nel U52, morto nel 1519. Lezione XXIV. Raffaello, nato nel 1483 , 
morto nel 'I5j!0. 



ANNl'NZl BilìLIOOKAl K.l 257 

(i!). Scrini di Stona e d Archeologia del conte Caulo Mautini , mdinaii da Tom- 
maso Gar , con un Discorso intorno alla vita ed alle opero dell'Autore. - 
Trento, 4855, Tip. Monauni. In 8vo di pag. xxiv e 463. 



Regno delle Due Sicilie. 

0. Sopra un'antica iniagine della Immacolata , che esi^^tc nel duomo di Moi- 
reale , per Domknico Benedetto Gravina cassinense. — Palermo , Slub. Ti- 
pografico di Francesco Lao , ISo-a. 

10. Annali civili del Regno delle Due Sicilie. — Napoli , Stab. tip. del H. Mi- 
nistero dell'interno, nel fì. Albergo de' poveri , ISoo. In 4to. 1 fascicoli CV 
e evi del Volume LUI (Gennaio-Aprile -1855). 

Gli scritti più notabili contenuti in questi due fascicoli sono i seguenti 
Del nuovo porto d' Ischia ec. cenni di Bernardo Quaranta. — Cenni ne- 
crologici de' più chiari uomini della Società Borbonica {cioè : Andrea Jorio , 
Raimondo Guarino , Bartolommeo Pessetti , Lionardo Santoro , Gio. Bati- 
sta di Avena , Luigi Malesci ) , di Ferdinando De Luca. — Della presente 
condizione topograflca di Laino-borgo e Laino-castello , nella Calabria ci- 
teriore , rispetto alle antiche città di Tebe e di Lao , di Lucio Capelli. — 
Rassegna delle principali opere dei migliori economisti napolitani del se- 
colo XIX , di Alessandro Cicca. — Dei lavori della R. Accademia Erco- 
lanese nell'anno '1854 , discorso di B. Quaranta, — Della vita ed opere di 
Giovan Battista Martena , capitano dei trabucchi e petardi del Regno di Na- 
poli nel -1676, di Giuseppe Novi. — Cenni storici sulle instituzioni scienti- 
fiche , letterarie e di Belle Arti nel regno di Napoli , di Ferdinando De 
Luca. — Scavazioni di Pompei , dal Gennaio '1854 all'Aprile '1855 , di D. Mo- 
schetti. 

H. Catalogo di antiche medaglie consolari e di famiglie romane , raccolto da 
Genaro Riccio , e compilato dallo stesso possessore. — Napoli , Tip. del 
Filiatre Selezio , 1855. In 4to. 

'12. Principi della scienza del ben vivere sociale e della economia pubblica e 
degli stati, di Lodovico Bianchini. — Napoli , Stamp. Reale , -1855. In 8vo 
gr. a due colonne , di pag. xii-40i. 

^tato Pontificio 

11. Tuscania e i suoi monumenti. Opera dell'avv. Secondiano C^ampanaiu. — 
Saranno due volumi; l'uno di lesto, l'altro di documenti. 

12. Il Pincio antico e moderno. Cenni storici di Scipione Provinci\li. — Ru- 
ma, 1855. ( Il solo manifesto di associazione. ) 

'13. Degli ediQcj e delle vie di Roma al cadere del secolo XVI , e della costi- 
tuzione Gregoriana Quae puhlice utilia ; Discorso che il 3 giugno -1855 leg- 
geva nella solenne tornata dell'Accademia Tiberina Carlo Borgnana. — 
Roma, tip. legale, '1855. 

14. 1 primi XXI vescovi della chiesa ripana (di Ripatransonc ) , cenni storici 
del sac. prof. Alessandro Atti. — Roma, 185'.>. (Annunzio di pubblicazione.) 

Alien. St. Ir. . Nuoru Sfrn- . T. Il 33 



258 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

i5. Il Pontefice Niccolò V, ed il risorgimento delle lettere, delle arti e delle 
scienze in Italia, per Domenico Zanelli. — Roma , 1855. Un voi. di pag.440. 

46. Memorie Colonnesi compilate da Antonio Coppi. — Roma , tip. Salviuc- 
ci, 1855. In 8vo. di pag. 421. 

17. Delle scoperte di Ninive , descrizione di Atistknio Enrico Layard , mem- 
bro del Parlamento britannico ec. , volgarizzamento del conte Ercole 
Malvasia Tortorelli. — Bologna , Soc. tip. bolognese e ditta Sassi , 1855. 
In 8vo. di pag. xxvi-360 , con tavole. 



BIBLIOGRAFIA STRANIERA. 



Francia. 

18. Léonard de Vinci, et son école , pai' A. F. Rio. — Paris, Bray , 1855. 
In 18.° 

19. Histoire du concile de Trente , par Felix Bungener. — Paris, Cherbu- 
liez, 1854. Voi. 1 in 12.°, 2 edition. 

20. L'entrée de la reine Marie de Medicis à Salon , augmentée de deux lettres 
inédites de l'auteur, et de la relation du voyage de la reine, de Florence à 
Marseille, par Cesar de Nostradame. — Marseille, Bois, 1855. In 12." Ri- 
stampa di questo rarissimo opuscolo impresso a Aix nel 1602. 

21. Lorenzo Bartolini; par Henri Delaborde. Nella Revue des Deux-Mondes , 
quaderno de' 15 ^settembre 1855. 

22. Le comte D' Elei , par Gust. Brdnet. Nel BuUelin du bibliophile di Parigi , 
quaderno del luglio 1855. 

23. Le cardinal Angelo Mai et son secrétaire. Nel Bulletin du bibliophile belge , 
quaderno del settembre 1855. 

24. Inscriptions romaines de l'Algerie. Iscrizioni romane dell'Algeiia ; raccolte e 
pubblicate sotto gli auspicj del ministro della pubblica istruzione dalfsignor 
Leon Renier, bibliotecario alla Sorbona. Parigi, 1855. In folio; saranno 
25 Dispense ; se ne pubblica una il mese. 



Inghilterra. 

6. The history of Piemont. La storia del Piemonte , di Ant. Gallenga. Lon- 
dra , 1855; 3 volumi. 

7. The history of the reign of Philip the second King of Spain. La storia del 
regno di Filippo II re di Spagna , di W^illiams Prescott., Londra , 1855 ; 
2 volumi. 



ANNUNZI iniiL10(iKAl'ICI 259 



Germania. 



Biblioteca arabo-siciila , ossia raccolta di testi arabici che toccano la geografia, 
la storia, la biografia e la bibliografia della Sicilia , messi insieme da Mi- 
chele Amari , e stampati a spese della Società orientale di Germania. Lipsia, 
presso F.A.Brochhaus , libraio della Società , 1855, in .Svo. Fascicolo 1 di 
pag. 2Sf). L'Opera si comperi à di due fascicoli. 
La Biblioteca è divisa in tre classi : 

1 .^ Geografìa ; 

2.^ Storia: 

3." Biografia, Bibliografia e varii. 

La prima è compiuta , e inoltrata assai la seconda nel fascicolo pub- 
blicato. Oltre quello v' ha nuovi fogli stampali che arrivano alla metà della 
Raccolta. 



Correzioni alle precedenti Dispense dell'Archivio 
Storico Italiano , Nuova Serie. 



Dispensa li , pag. 62 , lin. 48. di commiserazione o d'oltraggio — di commi- 
serazione superba o d'oltraggio. 

» » « 195. Dove si parla dell'iniziativa presa dal municipio 

Bresciano di far comporre una storia patria , vuole 
giustizia che si faccia la seguente rettificazione , e 
si dica , che l'eccitamento di questa bella impresa 
venne dal nob. Luigi Cazzago , unitamente al conte 
Girolamo di Bartolo Feneroli e al conte Onofrio Mag- 
gi, i quali somministrarono aiuti di danaro all'im- 
presa , procacciarono ad essa associali , e poterono 
ciò fatto indurre l'egregio Odorici a mettere insieme 
la storia di Brescia , per la quale aveva già raccolto 
materiali sufiìcienti. L'autore accettò a condizione 
che il guadagno fosse messo in benefizio del pio 
istituto Paroni. 

» )) » 195, lin. 23-24. Invece di : « . . . . Federico Odorici , che 
ebbe la fortuna di stare al fianco del Litta per più 
di vent'anni ec. ». - Si corregga :-«... . Federico 
^ Odorici , che ha la fortuna di trovarsi coadiuvato 

dal bravo e diligente signor Mauro Ceriani, il quale 
« rimase al fianco del Litta per più di vent'anni , e 

di aiutarlo nell'ordinare il lavoro ». (Lett." dell'Odo- 
rici stesso, de' 17 settembre 1855). 

» » » 274 , lin. 30. Giornale Arcadia — Giornale Arcadico. 

» III , » 6 , lin. 2-3. Primicerio della Cattedrale - leggi : - Primi- 
cerio del Capitolo. 

« » n 8 , lin. 5. qual testimonio di fatto — assicurato dai tcsti- 
monii di fatto. 

» » » 152-153, lin. ult. e prima, marit-rittiraa — ma-riltima 



AHCIIIVKI 



STORICO ITALIANO 



NUOVA SERIE 



TOMO SECONDO 

I'aimk 2.' 



FIRENZE 

Pl'.KSSO r,. P. VIHIiSSI-U'X i;niToi\K 

I800 



co' TIPI DI V, CELLINI E C. 
ALLA GALILEIANA 



LETTERE 



GUEURA COMBATTUTA NEI. FKIUM 



HAI. 1310 At. 1528 



StlllTTI. AI.I.A SKiNOUIA DI VF.NK/IA 



GIROLAMO SAVORGNANO 



IMBBI.ICiTF K 1LI.ISTK4TK 



DI VINCENZO .lOI'IM 



ALCUNE NOTIZIE 



VITA E SULLE OPERE 



GIROLAMO SAVORGNANO 



Benché la vita di (jiicsto illustre capitano sia stata con somma 
veracità ed eleganza scritta tla Donalo (iiannolli (1) , e più detlaglia- 
lamente dal Liruti (2) ; non avendo questi scrittori alcuna o poca 
cognizione delle opere da lui lasciate manoscritte, nò di quelle di 
contemporanei cronisti inediti che di lui ragionano, neiroccasione 
che si pubblicano le sue lettere isteriche . ho creduto non far cosa 
discara col premettere una compendiosa biografia del loro autore . 
la (juale hssando esattamente le princij)ali epoche della sua vita . 
e indicando qualche sua azione dai pi-ecedenti scrittori non cono- 
sciuta , servisse alle citale lettere di legame e dilucidazione. 

La famigha dei signori di Savorgnano . chiara in l'riuli fin dal 
secolo X, era andata con gli aimi tanto crescendo in ricchezze ed im- 
portanza, che la Repubblica Veneta desiderando rac(|UÌsto di quella 
provincia . avendo si rei la lega con essi e lattili suoi nobili nel 13(So, 
solo col loro ajuto e consiglio potò, nel 1420 , piantare in (piella la 
sua dominazione. (Irebbe allora in nome e cr(>dilo (puMl' illustre 



'A) Opere politinie e kiterarie , Volmni li, Fircnro lS;:3;} , n (in^. ilo o siis- 
(2) Nìti-ie delie vile ed opere acritte dai letterali Friulani . Toni. Ut . Uili- 
ne 1780 , pag. 1 e seg. 



NOTIZIE BIOGRAFICHK 

casato , dimodoché nel secolo XV era il primo nella friulana pro- 
vincia , e uno de' più distinti in Italia. 

Da Pagano e da Maddalena de' signori di Zucco e Cuccagna . 
nacque Girolamo Savorgnano nel 1 466 , verisimilmente in Udine , 
in uno delle sue castella del Friuli ; e come dotalo di forte in- 
gegno e di singolare gagliardia di corpo , in breve tempo apprese 
tutte le discipline atte a formare un colto e valoroso cavaliere. 
Era naturale nella famiglia Savorgnana la professione delle armi : 
e Tristano , e Giacomo , e il cavaliere Niccolò , i due primi fratelli 
e l'ultimo cugino a Girolamo , furono le guide che egli ebbe nel 
mestiere della guerra , a cui con essi si dedicò al servigio della 
RepubbUca di Venezia. 

Appena giunto al diciannovesimo anno , ebbe Girolamo occasione 
di mostrare la sua prontezza e coraggio a prò del suo Principe , 
allorché fervendo guerra tra Mattia re d'Ungheria e Federico III 
imperatore di Germania, l'anno 1485 , il primo spinse grossa banda 
d'Ungheri verso il FriuU per occupare Pordenone , città soggetta 
allora al dominio imperiale , e situala nel cuore dei possedimenti 
veneti in terra ferma. Questa mossa fu tanto improvvisa , che il 
luogotenente per la Repubblica in Friuli, non essendo a tempo di 
chiedere alla Signoria truppe per impedire il passaggio di quelle 
genti che s'apprestavano a violare il territorio veneziano , e volendo 
guarentire da qualunque sorpresa Gradisca ( piazza forte ai confini 
austriaci ) , ricorse ai Savorgnani , che grande autorità Ira i Friu- 
lani godevano, affinchè coi loro aderenti rafforzala la gradiscana 
guarnigione , slessero pronti ad ogni evento. Inteso ciò Girolamo , 
co' suoi fratelli e suo cugino Niccolò , ragunati 3000 uomini del 
paese, che allora chiamavansi cernide ovvero ordinanze , ed entrato 
in Gradisca, stornò gli Ungheri dal procedere più innanzi. Nel 1487 
avendo Sigismondo arciduca d'Austria rollo guerra ai Veneziani 
per i confini verso il Lago di Garda , ed essendo il Friuli sguarnito 
di truppe , che si erano recate sul Veronese , dove fervea la lotta , 
i Savorgnani si offersero , ed ebbero commissione di danneggiare il 
confine austriaco ed opporsi ad ogni mossa nemica. Vennero dif- 
fatti 400 tedeschi a' danni del Friuli, e occupato il passo di Monte 
Croce , una delle strade per cui si discende dall' Alemagna in Ita- 
lia , minacciavano ulteriori progressi ; quando Girolamo , armato il 
maggior numero possibile di genti paesane , salendo per inaccessi- 
bili gioghi, colse alle spalle il nemico, l'assalì. ruj)|)e e fugò, libe- 



Iti i.llUUA.MO SAVOMdNANO 7 

i;i!i(lii 1.1 [);ilri;i dal liiuoi'c di iiiaLiL'idi'i i'o\ ine. Ollciiiic tuli |ici 
(|iK'Sti) latto dal senato la comlotla di 300 fanti . la ([uale rinunciò 
al Iratello Giacomo, come colui, dice il Bembo (1), che piuttosto 
a civile e pacifica vita che a militare intendea di darsi. Ma la guerra 
che nel 1508 Massimiliano d'Austria re de' Romani mosse alla Re- 
pubblica, fece nuovamente mettere sull'armi il Savorgnano; il 
([uale, inteso che 4000 Alemanni aveano occupato il Cadore ('di- 
stretto montuoso del Rellunese che confina col Friuli), e tenevano 
tre passi per cui nel suddetto si entra dalla Germania , uniti in 
fretta a sue spese pochi cavalli albanesi e 400 cernide , mosse per 
la valle del Tagliamento a prendere il quarto passo , che è il monte 
Mauro; e facendo strepitare tamburi e trombe, siccome avesse gran 
gente , fece ritirare il nemico che verso lui moveva , e tenne in 
fede molti castelli che gih vacillavano. Scrisse allora al senato della 
posizione del nemico e sua , di quanto sperava fare , e di ciò che 
operar dovesse l'esercito che la Repubblica sotto la guida dell'Al- 
viano alla ricupera di fjuella contrada mandava. Giunto TAlviano 
sul Cadorino, e accordatosi col Savorgnano sul piano dell'impresa, 
il 2 marzo di detto anno assali presso Pieve i Tedeschi ; i quali tro- 
vandosi dai Friulani chiuso il cammino alla ritirata, furono rotti, 
e circa 2000 restarono sul campo. Il Savorgnano , che attendeva 
co' suoi alla guardia dei passi, giunse sul luogo della battaglia poco 
dopo l'orribile strage. L'Alviano ebbe tutto il merito di questa vit- 
toria e amplissimi guiderdoni dal Senato , usurpando una gran 
parte della gloria dovuta al Savorgnano , che colla sua mossa alle 
spalle avea chiuso ai Tedeschi la strada alla fuga , e colle sue let- 
tere avea indicato al generale veneto il modo d'attaccare il nemico 
per aver sopra di lui certo vantaggio. Da ciò ebbe origine quella 
ruggine che tra i due capitani mai finchò vissero non cessò . nata 
per alta gelosia di gloria nel Savorgnano , nell'altro per bassa in- 
\ idia. Dopo quel fatto d'armi , Girolamo si trattenne a munire i 
passi del Cadore e della Carnia ; e di ciò ci restano gli ordini che 
dettava , pieni di notizie curiose sul genere di difesa da farsi . sulle 
precauzioni da tenersi , suU'approvigionamento delle guardie , che 
lo palesano già divenuto valenlissimo capitano. Poco dopo che i 
Veneziani ebbero rijiortato (jnesto vantaggio, mossero \o loro armi 
vittoriose a guerra offensiva contro Massimiliano; e nel loro cscrcilo 

vi) P. 15kiii)i) , Istorie Vfnczianc , Veni.'zia 17Ì-7 , a pai:. ;J7. 



8 NOTIZIK l'.IOdUAl'ICllE 

militò Girolamo, e fu all'acquisto di Cormons, Gorizia, Duiuo. Trie- 
ste : nel cui territorio essendo alla custodia del conquistato castello 
di Prem , ed ivi assalito dal conte Cristoforo Frangipane capitano 
cesareo, con molti fanti e cavalli, mentre gagliardamente difen- 
deasi , appresosi il fuoco , si trovò costretto ad arrendersi , e non 
fu liberato se non se sborsando la taglia di 1700 ducati; laonde la 
Repubblica in compenso gli accordò l'annua pensione di 120 ducati. 

Queste conquiste della Repubblica le mossero contro, nel 1509. 
oltre l'Alemagna , anche la Francia , il papa e altri piccoli potentati 
d'Italia, che unitisi in lega a Carabrai, ne giurarono il totale ester- 
minio. Venezia sola contro tanti scettrati nemici deliberò chiedere 
l'alleanza di un'altra repubblica . cioè de'Cantoni Svizzeri; e perciò 
mandò quivi ambasciatore due volte il Savorgnano , che senza sal- 
vocondotto viaggiando per terre nemiche , con sommo pericolo 
giuntovi , adoperandosi con molta destrezza , pervenne a stringer 
lega con cpiattro di (piei Cantoni , i quali promisero romper guerra 
alla Francia , se il Senato accordava loro annualmente 250 libbre 
d'oro per 10 anni. Approvò il senato questo trattato, ma gli Sviz- 
zeri vedendo le cose de'Veneziani andar a male dopo la sconfitta 
di Ghiara d'Adda , sciolsero ogni pratica , e il Savorgnano dovè 
ritornarsene senza aver potuto nulla da essi ottenere. 

In questo mezzo , i Cesarei avendo ricuperato tutti i luoghi che 
i Veneti avean loro l'anno innanzi occupati , da più parti erano 
discesi in Friuli ; e mentre il duca di Brunsvick con forte esercito 
devastava l' indifesa pianura , per la strada della Carinzia precipi- 
taronsi circa 10000 tedeschi. Affrontatosi due volte fra i burroni 
dell'Alpi con essi il Savorgnano , seguito da mille ordinanze, favo- 
rito dalla situazione e stimolato dall'ardente desiderio di salvare la 
patria , li respinse con grandissima loro perdita ; e seguendoli nella 
fuga, li raggiunse a Pontebba tedesca, che prese ed incendiò, ar- 
dendo diecimila picche allestite colà per le truppe ; e ritornò vit- 
torioso , con due artiglierie al nemico rapite. Scorrendo armato qua 
e là a' danni del nemico , poco di poi arse la terra di Cormons , 
ed attaccò ed ottenne il forte sito di Castelnuovo senza condizioni. 
Per tali azioni, l'ultimo di settembre 1-509, fu creato senatore: 
cosa nuova, dice il Bembo (1), che un nobile non abitante in Ve- 
nezia avesse tal dignità ; e nuovissima . che l'avesse con numero 

Ci) Bembo . Op.cit. , pag. 473 e seg 



ni (JlllOLAMO SAVOKCiiNANO 9 

(li voli superiore a (inolio d'oaiiuno (.leyli .illi-i del li lon Ini. Heca- 
losi sul cadere dellaulunno a prender possesso a Venezia (h^lla 
nuova ditrnilìi . lu mandalo a Padova . eoi titolo di CoUaleral Gene- 
rale , a tener i libri e eonli della milizia assoldata; magistratura 
a vita , di i^rande onore ed autorità nellesercilo. Porlossi ])oi col 
campo veneziano sotto Vicenza: la (juale arresasi il 10 novembre 
di detto anno , fu egli , come nomo prudente , colla truppa piìi 
moderata nella città, perchè non andasse a sacco, introdotto. In- 
tervenne poi alla presa di Montagnana ; ma sentendo gl'imperiali 
scorrere di nuovo in l'riuli . rinunciato il collateralato , colà recossi , 
promettendo voler essere utile in altre maggiori cose alla repub- 
blica. E difatti, essendo stato fatto capo a 10.000 fanti dell'ordi- 
nanza, nella primavera del l'ilO con essi fu nel Trivigiano , e im- 
pedì che gli imperiali , che devastavano il Bellunese e l'eli rino , 
si avanzassero in Friuh : ma poi ritiratosi nel suo castello d'0.sopo. 
non prese parte attiva alla guerra fuorch(! nell'anno seguente. 

Nel 15H essendo gli eserciti francese e tedesco insieme con- 
giunti all'oppugnazione di Treviso, udendo dai fuoruscili del Friuli 
esser poco presidio veneto in fjuesta provincia , deliberarono ten- 
tarne l'acquisto. Lasciati i Trancesi alla Piave , l'esercito imperiale 
si mosse verso il Friuli , che in breve ottenne senza colpo feriie. 
Osopo , Gradisca e ^larano soli resistettero. 1121 settembre fu man- 
dato un trombetta cesareo ad intimane la resa ad Osopri . ove Gi- 
rolamo Savorgnano s'era con alcuni amici ritirato. Gli furono of- 
ferte larghe condizioni se cedesse . o ferro e fuoco se rifiutasse. 
Rispose il Savorgnano : — Ghe il tentarlo con pron)esse e coU'esem- 
pio acciò abl)andonasse la patria e la libertà nativa, ed il suo 
stimatissimo Dominio Veneto, principe naturale, a' quali tutto do- 
ve v^a , non poteva essere approvalo né da loro nò dall'imperatore, 
il quale detesterebbe come vera perfidia e ribellione un tal allo 
ne' suoi sudditi. Che però a nulla servivano le promesse , e molto 
meno l'esempio , che francamente egli disapprova e condanna : che 
ha nel cuore ferma la fede ed il vincolo del giuramento una volta 
fatto al suo principe , per la gloria e servigio del quale ha stabilito 
difendersi fino alla morte (1). — Vedendo tanto ardire i Tedeschi, 
portaronsi a Gradisca , che dopo breve batteria vilmente cedette : 

(•l} LiRUTi , Op. cit. , pog. 5. Questo brano di (al risposta ci fu dal delti? au- 
tore soiamenle conservato- 

Arcii. Si. 1t. iV /(«((/ òVvv, T. Il IMI s 



10 NOTIZIE BIOGRAFICIh" 

e poi, trascurato Marano, che mal poteva aversi senza naviglio, si 
posero a campo sotto Osopo. Da molto tempo il Savorgnano era 
andato chiedendo munizioni ed artiglierie a Venezia ; né mai esau- 
dito , trovossi al giungere de' Tedeschi sì mal fornito di tutto , che 
adunati quanti con lui s'erano ridotti , d'unanime consenso deci- 
sero trattare della resa. Approvò Girolamo questa sentenza , vo- 
lendo colle trattative dar tempo ai Veneziani d' inviargli i chiesti 
soccorsi , e nutrendo speranza che l'oste nemica da sé abbando- 
nasse r impresa , sovrastando l' inverno. Recatosi perciò sotto sal- 
vocondotlo nel campo cesareo , stipulò la sospensione delle ostilità . 
e che , se nello spazio d'un mese , egli non si accordasse coli' im- 
peratore , Osopo fosse agi' imperiali consegnato , ed egli co' suoi 
tradotto salvo a Venezia. Invitato frattanto da lettere di Massimi- 
liano , che allora trovavasi a Toblach nel Tirolo , Ih recossi il Sa- 
vorgnano ; ma non essendo appagato delle offertegli condizioni , ri- 
tornò in Osopo , e dato ordine a' custodi di quello non lo conse- 
gnassero se non a chi si presentasse coi contrassegni da lui sta- 
biliti , ritirossi colla famigha e alcuni amici a Venezia. Arrivatovi 
Girolamo, fu accolto con ogni dimostrazione d'affetto dalla Signoria, 
e nuovamente nominato senatore con numero straordinario di voti , 
e investito della giurisdizione di Palazzuolo. Fra questo , i Tede- 
schi pressali dai Francesi a venir sotto Treviso, abbandonarono il 
Friuli ; ma riuscito vano quell'assedio , gU eserciti riuniti si riti- 
rarono sul Padovano. Parte delle truppe venete che erano in Tre- 
viso , ebbe ordine d'occupare il Friuli , e il Savorgnano fu spedito 
con esse a giovare quelF impresa ; che facilmente successe , arren- 
dendosi ogni loco con giubbilo al suo antico signore , eccetto Gra- 
disca , che ad ogni assalto oppose ferma resistenza. Nel 1512. 
fatta triegua fra' Veneziani e imperiaU , il Friuli fu tranquillo : ma 
il '13 dicembre del ISIS, per tradimento d'un prete, avendo il 
conte Cristoforo Frangipane occupato Marano , incominciò di nuovo 
con tutta forza la guerra , avendo la Repubblica alle sue genti de! 
Friuli e alla flotta ordinata l' immediata ricuperazione di quell' inì- 
portante fortezza. Portossi il Savorgnano a quell'assedio con 500 fanti 
dell'ordinanza , insieme con Baldassare Scipione governatore delle 
genti d'arme ; e tentati invano più assalti e dal lato di terra e 
da quello del mare , mentre atlendevasi al blocco , giunse l'an- 
nunzio , venir il Frangipane con grande esercito a soccorso dell'as- 
sediata città. Le truppe venete a piedi e a cavallo a tal nuova si 



DI <;ilU)|.AM() SAVOHG.NANO H 

misero ili luiia verso Treviso , non potendo essere rilenuu- al loro 
posto né colle minacce uè colle preghiere dal Savorgnano , che a 
stento potè da esse ottenere si riparassero in Udine colle arliglie- 
rie , e salvassero questa città da un improvviso assalto. Avviliti i 
Veneti da quel colpo , non opposero resistenza a' Tedeschi , che a 
tutto lor agio poterono scorrere saccheggiando lutto il Fi-iuH. 11 
Savorgnano . vedendo j)oco presidio nella provincia e (juesto sco- 
raggiato , non isperò salute che in sé stesso ; e ritiratosi nel suo 
castello d' Osopo , diessi a munirlo con nuove opere. Per essere più 
libero da ogni cura , e attendere solamente alla difesa di quel luogo 
pel caso di assalto , mandò a Venezia la sua famigha , affidandola 
alla generosa protezione della Repubblica. >'el lebbra jo del 1514, 
sotto la guida del Frangipane, comparve in Friuli l'esercito cesa- 
reo e venne verso Udine, alla cui difesa trovavasi Giovanni Vii- 
turi provveditore generale in campo . I^lalatesla Baglioni governator 
delle genti d'armi, con 1000 cavalli, 400 fanti e 2000 cernide del 
paese. Essendo la cittìi })oco munita e gli abitanti divisi di parlilo. 
i caj)i veneii decisero porre iu consulla di guerra , se possibii 
fosse la difesa di essa. Girolamo Savorgnano in tal frangente chia- 
mato a Udine , intervenne al consiglio , ove fu deliberalo difendere 
la citta, qualora i suoi abitanti promettessero di stare co" soldati 
alle mura : e fu dato incarico al Savorgnano di riunire il popolo 
udinese e fargli nota la ])resa sentenza. 11 10 febbrajo assembra- 
ronsi que' cittadini , e ad essi Girolamo, con magnifico discorso 
cercò persuadere la difesa della patria e dello stato. Ma le fazioni 
tra i nobili e plebei e tra i nobili stessi , il poco esercizio dell'armi, 
il timore del saccheggio fecero si che divisi furono i pareri dei con- 
gregati : per il che disperando trovar in quelli soccorso . i capi 
veneti si partirono in fretta coll'esercito dalla città . ritirandosi a 
Bacile: e il Savorgnano, sdegnato, andò ad Osopo , ad esiierimen- 
tare solo gF insulti d'un nemico che in parlicolar modo l'odiava. 
Avanzatosi l'esercito imperiale , Udine gli s'arrese il 1 3 lebbra jo . 
e il suo esempio fu da tutto il FriuH seguilo, tranne però Osopo; 
sotto cui concorse il campo cesareo forte di S.jOO lanzichinecchi , 
500 uomini d'arme , 300 scoppetlieri boemi e 29 artiglierie . con 
un infinità di guastatori , e venturieri tedeschi , e friulani fuoru- 
sciti. Le vicende di (|uest'asscdio mal si possono raccontare , men- 
tre il Savorgnano così vivamente nelle lettere al suo principe le 
espose ; e solo diremo con Mario suo (ìglio . che il fruito di tal di- 



12 NOTIZIE lìKMJRAFlCllE 

fesa fu il lener divise le genti tedesche dalle spagnuole ch'erano 
nella ]V[arca Trivigiana vittoriose , ed impedire l' impresa di Tre- 
viso, che allora trovavasi mal provveduta. E tanto ferma era la ri- 
soluzione del Savorgnano di tenere Osopo , dice il citato Mario (1), 
che « se fosse piaciuto a Colui che ogni cosa governa , che Osopo 
« fosse caduto in man de' nemici per sete o per fame , l'animo del 
a conte Girolamo era cosi costante nella fede verso la sua Hepub- 
'( bhca e tanto amator di gloria , che avrebbe con la morte levato 
(( a' Tedeschi il modo e la pompa del trionfo ». Mentre il Savorgnano 
seguitava la difesa del suo castello , la Repubblica deliberò man- 
dare in Fi'iuli l'esercito sotto la guida dell' Alviano alla liberazione 
d' Osopo. I Tedeschi , udita tal novella , dopo 45 giorni d'assedio 
levarono precipitosamente il campo; ma Girolamo sceso dal monte, 
li raggiunse anzi prevenne nella fuga ; e disordinatiU , rapì loro otto 
pezzi d'artiglieria, mentre l'Alviano molestandoli alle spalle, compiva 
la dispersione di così formidabile esercito. Temendo il Savorgnano 
che gli Udinesi potessero ricevere insulti dalle venete truppe, esa- 
cerbate dall'essersi quelli dati senza resistenza agli imperiali , fece 
che a lui si rimettessero a nome della Repubblica , e meritossi in 
tal modo doppiamente il titolo di salvatore della patria. Ricupera- 
tosi in tal maniera tutto il Friuli . restava solo Marano e Gradisca 
in mano de' nemici. 11 Senato caldamente desiderando l'acquisto 
del primo luogo , a ciò dal Savorgnano sollecitato , a lui nell'aprile 
sussegueiìle , di tal impresa affidò il carico ; e perciò cola recatosi 
con 400 Friulani , e con parte delle genti venete a pie e a cavallo , 
per più mesi attese con tutte le arti della guerra all'espugnazione 
di quel luogo. Ma avversato dalla gelosia degli altri capi , eccitata 
anche dalle lettere dell'Alviano , che da Padova persuadeva la Si- 
gnoria a voler procedere piuttosto col blocco che cogli assalti all'espu- 
gnazione di Marano , si perdette l'occasione di averlo , come ne era 
ben certo il Savorgnano , il quale avea tutto preparato per l'at- 
tacco. Fra queste dubbiezze avvicinatosi nel giugno all'assediata 
piazza un corpo di Tedeschi" in soccorso , essendo Girolamo preso 
da febbre , si posero in rotta i Veneziani , e restò quella fortezza 
in mano agl'imperiali fino al 1542; in cui , per nuovo tradimento 
cadde di bel nuovo sotto il veneziano governo. I vari modi con 
cui il nostro capitano tentò espugnare Marano , le sue speranze, i 

{i} Arie miniare, Venezia IfUi- , a pag. 233. 



DI r.IROLAMO .vWOnriNANO 13 

suoi disinganni e il suo dolore per la divisione de' veneti duci e 
per l'infelice esito dell' impresa, si trovan dipinti a vivi colori nelle 
lettere che dal campo andava mandando alla Repubblica. Tuttavia 
ebbe la gloria , dice suo figlio Mario (1 ) , « di esser uno de' primi 
« che in Italia cominciasse a far vie coperte , le quali oggidì trin- 
« cere si chiamano , per avvicinarsi al luogo che di prender si ave- 
« va proposto nell'animo , e ad innalzarsi con monti di terra , che 
« dimandano cavalieri, per levar le difese a' nemici e per soper- 
« chiarii ». Dopo queste vicende , ritiratosi ad Osopo , Girolamo 
disgustato attese a ripararvi le brecce fatte dalle palle tedesche , 
e ad aggiungervi nuove difese ; attendendovi insieme all'educazione 
de' figli , in compagnia di valentissimi maestri : e di l<i più volte 
diede consigli a' Veneti sul modo di impedire nemiche incursioni in 
Friuli ; e in varie occasioni si offrì co' suoi pronto ad ogni cimento 
per la salvezza della patria. Andava di (piando in quando a Vene- 
zia, e nel Senato più fiate mostrossi valentissimo oratore nel difen- 
dere i suoi privilegi contestati dagli invidiosi della sua gloria, e nel 
consigliare la Signoria nelle maggiori faccende di stato. 

Amato da tutti e stimato, circondato da ventitré figliuoli avuti 
da quattro consorti, i quali tutti mantennero glorioso il nome avito, 
chiuse i suoi giorni in Venezia il 30 di marzo 1.")29. e fu sepolto 
in Osopo , che aveva col suo valore reso immortale. 

In premio alle sue geste , ebbe dal senato, oltre l'accennata 
giurisdizione di Palazzuolo. il dominio di Castelnuovo. l'intero pos- 
sesso di Osopo e de" beni del ribelle Antonio Savorgnano, la contea 
di Belgrado e il grado di cavaliere. In memoria della generosa di- 
fesa di Osopo , gli fu coniata una medaglia di bronzo col suo ri- 
tratto ; e uno de' suoi discendenti, il conte Mario, nel 1776 gli 
eresse, nel prato della Valle in Padova, una marmorea statua. Gli 
storici del suo tempo e i posterioii lod,u"ono il suo valore . e più 
poeti celebrarono i suoi fatti: fu amico al Bembo, al Navagero, al 
Longolio e ad allri illustri jìatrizii veneti, e ad altri (listimi lette- 
rati del suo tempo. 

ì'u il Savorgnano d'aspetto giocondo e insieme imponente ; di 
sguardo or placido or fulminante , mostrandosi ora amabile ora 
severo, secondo le passioni che lo agitavano, l soldati valorosi eb- 
bero in lui un amico e protettore , i vili un giudice inesorabile : 

(1) Arte militare cit. , p. ^ào. 



1 4 NOTIZIE 1510GRAF1CHE 

però, se con questi in un primo impeto mostravasi fiero, la beni- 
gnità del suo animo lo ritenne sempre dallo spargere il sangue an- 
cora di quelli che lo avevano offeso. Fu di animo forte ed invitto , 
e caldo amatore della Repubblica e della sua patria , per la salute 
delle quali non esitò mai ad offrire la vita e le sostanze. Fra i 
pericoli delle guerre ebbe sempre il suo cuore colla famiglia , e in 
tutte le sue operazioni trasse la sua forza da Dio. 

Ebbe grandi cognizioni, non solo dell'arte militare, ma ancora 
in tutte le scienze a quella ausiliarie : e frutto de' suoi studi fu 
un'opera che scrisse su Carlo Magno e le sue guerre^ piena di no- 
tizie geografiche e strategiche , con un proemio sulla necessaria ri- 
forma delle milizie de' suoi tempi ; opera che si crede perduta , e 
di cui ci conservò la notizia Marcantonio Amalteo , in una lettera 
dal Liruti riportata (1). Come saggio però del suo sapere nell'arte 
militare , ci restano più lettere da lui scritte alla Signoria sulle 
vicende delle guerre in Friuli ; gli ordini sulle difese da farsi in 
Carnia e Cadore nel 1508, per impedire la temuta invasione te- 
desca ; un discorso per eccitare gli Udinesi alla difesa , tenuto il 
10 febbrajo 1.514; e due orazioni dette in Senato a difesa de' pri- 
vilegi suoi e della famiglia. Queste opere non furono mai stampate , 
e neppure se ne conosceva l'esistenza , quando la gentilezza del 
conte Giuseppe Savorgnano me le comunicò in un volume tra- 
scritto dagli originali esistenti ne' veneti archivi nel secolo passato. 
In esso , oltre 71 lettera del Savorgnano , si contengono 86 ducali 
dirette allo stesso , le quali potranno servire a completarne la vita, 
e molto mi giovarono nel compilare le presenti notizie. 

Questi scritti risplendono per semplice , chiaro e insieme ele- 
gante stile ; profonda cognizione degli uomini e delle cose ; e per 
una certa naturale eloquenza , che or ti sublima l'anima all'aspetto 
di tanta virtù e costanza, e or ti commuove per i dolori da lui 
sofferti fra i travagli delle guerre per la famiglia lontana , per la 
patria e per la Repubbhca oppressa da tanto numero di nemici 
interni ed esterni-, in fine, per se stesso, che lacerato dal furore 
de' partiti, dal tradimento d'un parente, dalla gelosia de' commili- 
toni , non ebbe schermo e conforto fuorché nella sua incorrotta 
fede verso Venezia , e nella calma sereniti d'un animo forte e 
virtuoso. 

(i) LiRUTi , op. cil , pag 23. 



IH (illUlLAMO SAVOUiiNANO 15 

Altre lettere , oltre (juelle che andrò pubblicando . deve avere 
scritte alla Signoria Girolamo Savorgnano: laonde, se il saggio ch'io 
n'offro tornerh gradilo, mi darci animo a nuove indagini, a rme 
di coniplelarne la raccolta (1). 

VlNCRNZO Joppi. 



(-I) Queste notizie e le annotazioni da me apposte alle lettere ( oltre a ciò che 
ho già detto di sopra ) furono tratte dalle opere storiche stampate dal Bembo , 
Parata , Mocenigo , Giustiniano , Guicciardini , Giovio , Ruscelli , Giannotti , Bo- 
nifacio , Candido , Mano Savorgnano , G. F. Palladio , Morelli , Liruti e Capoda- 
glio ; non che dai Diaiii inediti di Marin Sanato , e dalle Cronache friulane pa- 
rimente inedite del Partenopeo , Amaseo , Cergnocco ; e da altri manoscritti 
sulla famiglia di Savorgnano da me raccolti e posseduti , o a me favoriti dalla 
gentilezza dell'abate Iacopo Pirona , Direttore dell'I, e R. Ginnasio Liceale di 
Udine, e. dal dottor Gian-Domenico Ciconj , studiosissimi raccoglitori delle pa- 
trie memorie. 



PARTE PRIMA 



LETTERE SCRITTE DAL 1510 AL 1514 



1 51 , a dì 4 marzo. Di Osopo. 

Vorrei , Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Signor mio , che 
tanto di grazia mi avesse la fortuna concesso , che senza gravezza 
alcuna di Vostra Serenità potessi con grande utilità sua dimostrare 
al mondo la costantissima fede mia verso di quella: il che certis- 
simamente riuscito mi saria ^ se alle azioni e ragion mie centra 
messer Antonio Savorgnano (1) d'intorno alU bottini, prigioni ed il 
Castel proprio di Castelnuovo , la porta della giustizia non mi fosse 
stata serrata; che per lo meno mi toccavano per mia parte ducati 
sei mille. Ma essendo parso a Vostra Serenità negarmi e sospendere 

(l) Antonio, figlio di Niccolò Savorgnano , fu dottore in leggi e cugino a Gi- 
rolamo. Guadagnato avendo il suddetto Antonio il favore della Repubblica per 
il gran zelo mostrato nel suo servigio , non che per le sue molte ricchezze , fu 
fatto colonnello dell'Ordinanze friulane , colle quali fu a varie imprese. Ma ane- 
lando soprastare a tutti in Udine, il 27 febbrajo Ibii , fingendo che i suoi av- 
versar] volessero dar la città ai Tedeschi , col mezzo de' suoi seguaci fece scan- 
nare parecchi gentiluomini udinesi , e saccheggiarne ed arderne le case : per il 
che, temendone castigo dalla Repubblica , che già su tali delitti inquisiva , poco 
tempo dopo passò al partito imperiale. Però mal veduto da questo, giudicato 
dalla Repubblica ribelle e spogliato d'ogni suo bene , rifugiossi a Villacco in 
Carinzia ; ove, il 27 maggio 1512 , dai parenti di que'nobili ai quali l'anno pre- 
cedente avea fatto tórre la vita, fu trucidalo. 



i.Ki iLiu-: scitn n: i»ai. l-'ilo \i, l.'ill. 17 

in questo la sua LÙuslizia , è odizio mio di credoic che tulio sia 
l'atto con somma provvidenza , benché mi sia durissimo contentar- 
mi di quanto ella vuole . come lio sempre fatto e son per lare. Dopo 
il iiiunger mio in ([uesla Patria (1), che fu per le feste di Pas( pia , 
non mi parve andar a Udine , né aUrimente versar nelle cose pub- 
bliche ; perché conoscendo la diversitìi della natura e volere di 
messer Antonio predillo e di me, ho dubitato che tra noi non 
nasca qualche discordia , perturbazione e danno delle cose di Vo- 
stra Screnith. Di ciò non vorrei essere accusato . per essere stato 
sempre inslituto mio d'usar lallinita, amicizie e credito ch'io tengo 
in questa Patria con tal temperamento , che più presto gliene ri- 
sulti benefizio che danno. Ben feci però subito intendere al magni- 
fico l^uogotenente (2) , come era sempre pronto ad ogni comanda- 
mento suo. Sonomi , adunque , ridotto in questo nostro castello o. 
monte di Osopo , solo ed unico strumento a me dalla fortuna la- 
sciato , mediante il quale spero mostrare a Vostra Serenila l'ar- 
dente animo ed ostinata fede mia verso di lei, il di cui importan- 
tissimo sito ed eccellenti qualità non mi é parso aheno dalle presenti 
occorrenze di brevemente per (piesla spiegarli. 

Dico adunque, che tre sono le strade principali per le <|uaii 
gli Alemanni possono discendere nel piano di questa Patria ; luna 
per Gorizia , l'altra per Cividale , la terza per Gemona : e cosi come 
da un tronco d' àlbore nascono diversi rami , cos'i da ciascuna di 
queste derivano diverse altre strade , che vanno in Alemagna per 
diverse valli e canali (3). 

Quelle che a Gorizia mettono capo , quantunque sieno tutte in 
podestà dei nemici , son lunghe e ditllcili. e solo comodamente ser- 
vono alla Carniola ed a parte della Carinzia. Quelle che a Cividale 
capitano, sono diliìcilissime, né per alcuna di esse si possono con- 
durre artiglierie; e sono tre in tulle: le altre che alla terzaria di 
Gemona si aggiungono , sono quindici , che si possono cavalcare; e 
Ira queste", <iuatlro ruotabili . lo quali benché sieno tulle in pode- 
stà nostra , non si possono j)erò tenere contro un gi-osst» esercito 



(1) Dall'epoca Longobardica fino alia caduta della Ropiibblica di Venezia, \\ 
Friuli portò sempre il nome di Patria , forse perchè da os^m iiartiionn per le 
invasioni unniche i primi abitanti delle isole Rialline. 

(2) Era Vice-Luogotenenle in Friuli Antonio Giustinian , dottore. 

(3) Chiamansi canali in Friuli le valli por cui scorre una strada (lualunfjii'' 

A.rcu.Sx.1t. JVuoi'a Serie, T. ll.P. Il "> 



18 LE T T E It E 

senza un gran numero di persone ; e dico si grande , che (juesta 
Patria non ha forza di poterlo fare. 

In questa strada la principal' è quella della Chiusa di Ven- 
zone (1), chiamata la strada imperiale; più abile, più piana e più 
comoda a tutta l'Alemagna , che alcun' altra *, per la quale ogni ar- 
tiglieria , per grossa che ella sia , si può condurre. Non è da pen- 
sare che esercito alemanno possa stare in questa Patria, senza 
grandissimo sinistro , non avendo questa strada : la quale con altre 
si congiunge a Venzone , e da indi per vallata assai ampia , dove va 
il fiume Tagliamento . se ne viene ad un luogo detto l' Ospitale ; 
dove allargandosi le due montagne che detta vallata serrano, e di- 
fendendo le braccia sue, una a destra verso Castelnuovo ed indi a 
Serra valle ed al Trevigiano, l'altra a sinistra verso Tarcento , Civi- 
dale e Gorizia , lasciano il piano di questa Patria largo ed espedito. 

Nel principio di questo piano , al dirimpetto di quella gola , lon- 
tano da ogn'allro monte un miglio e mezzo (2) , sorge questo di 
Vostra Eccellenza detto il monte di Osopo , così denominato dal 
Castel vostro di Osopo , posto in su un angolo di esso , alto dal piano 
passa ottanta (3) , alla radice del quale passa il fiume predetto del 
Tagliamento ; nella ripa ulteriore , lontana da esso monte passa 
cinquecento , è posta la gran strada maestra d'Alemagna , che viene 
a Venezia. 

Questo monte , posto in cosi comodo ed opportuno luogo , è tal- 
mente munito, che veramente si può dire fabbricato dalla natura 
per modello d'una meravigliosa fortezza. Ha tre faccio. Quella che 
guarda levante , tira passa 450 di lunghezza -, l'altra verso ostro . 
passa 200 : e queste due faccio hanno il sasso vivo d'ogni intorno, 
taghato e dirupato , che è impossibile immaginarselo, non che ascen- 
dervi. La terza faccia verso occidente , alla quale la natura , per 
comodità degli abitanti , ha lasciato un fianco per la strada di carri , 
è talmente difesa da diverse guardie e tanti torrioni di sasso vivo , 
che nessuno architetto li potrebbe desiderare in più opportuni luo- 
ghi : e tira questa faccia passa 405. 

Questo luogo , per quanto io trovo , fu in grande estimazione 
appresso gli antichi ; e me lo dimostrano alcune urne trovate con 



(1) È questa la strada ancor oggi seguila per andare in Carinzia. 

(2) Miglio equivalente a metri 2,333 circa. 

(3) Deve essere il passo veneto di metri 1, 70. 



semi li: ii\i. I5l(t \i. I-")! i l!> 

bellissimi epitali romani . vd alcuni pavimenti ili mnsaico . e duo 
grandissime cisterne cavate nel sasso, fatte alla romana con mei-a- 
vìg;1ìoso artifizio e grandissima spesa. Evvi ancora un bollissimo 
lago rotondo , che voglie passa 70 , per comodo degli animali. Vi ^ 
anco gran copia di legna, in modo che avremo abbondanza d'accjua 
e di fuoco. 

Gira in lutto tiuosto monic i)assa lO-'i."): ed è cosa miraliile ma 
vera, che con gli uomini solamente di (piesto luogo , li quali .sono 
valorosi e fedeli, e con la mia famiglia . che in lutti saranno uomini 
da fatti 160, mi vanto tenerlo contro tutti li nemici di Vostra Se- 
renità. Vero è che per alcune monizioni di mura e per tagliar sassi 
io spendo e mi affatico assai; assai, dico, per le mie deboli forze: 
ma quando penso che per fiueslo mezzo spero . a (|ueslo cimento 
di fortuna, dimostrar la perfezione della mia non ancor ben cono- 
sciuta fede, nella spesa mi faccio ricco, nclli pericoli forte, inde- 
fesso nella fatica. 

lo fui giudicato degno di quell'Eccellentissimo Senato, e ho 
confermato tal giudizio, almeno con il candore della fede mia. Io 
non tengo spie, non cavalco alli servizi di Vostra Serenità piìi come 
io soleva, perchè mi manca la lacoltìi di i)oterlo lare. Ella sa (pianto 
io .spesi nella ])rima impresa di Cadore : la cattivitìi mia mi costò 
1700 ducali: sallo ben che lo magnifico me.s.ser Luigi Pisani, il 
quale ancora è creditore di (luel conto assai dinari, e per sua be- 
nignità mi sopporta. Perdei neirimpn^sa de'Svizzeri tre buoni ca- 
valli, uno dei quali mi costò ducali 100: due altri, .senza questi tre. 
con due miei cari servitori mandali per ordine del Provveditore di 
Vostra Serenità dal Conte Cristoforo frangipani (1. mi furono rit(^ 
nuli e sono ancora ])rigioni. 

Mentre che io sono stalo fuora nelli suoi servizj . [)er mala am- 
ministrazione (lefaltori sono di peggio assai. Ilo la famiglia nume- 
rosa e spesa grandissima: non posso far (]uello ch(> saria dell'animo 
mio: e per questo solo, non j)er rifarmi degli avuti danni, uè pei- 

(1) Cristoforo figlio di Bernardino Frangipane, conte di Modriifa, fu polente 
signore della Croazia; e ribellatosi alla Repubblica da cui teneva feudi, dal 1508 
al isti servi gl'imperiali contro ella, commettendo ogni sorta di crudeltà tanto 
in Istria come in Friuli. Ma fatto prigione in questa ultima provincia il 5 giu- 
gno ISlt e tradotto a Venezia, non fu liberato neppure alla conclusione dells 
tregua tra Massimiliano e i Veneziani nel <Ht7 ; anzi per essa fu consegnato al 
re di Francia in custodia. 



20 I. E T T ]• R E 

preparar dote per figliuole, mi dolgo di non poter conseguir quello 
che con li pericoli e fatiche mie ho acquistato ; ch'io mi farei sen- 
tire per altro modo : ma mi bisogna voler quanto vuole Vostra 
Serenità. 

In questo monte adunque ho posto li pensieri miei ; il quale , 
per la opinione mia, è importantissimo; lontano da Venzone mi- 
gha 5 e dall'Ospedaletto miglia 3 , da Gemona 2 , da Udine miglia 1 4 
e da Sacile 30 : e dico , che quando il resto della Patria fosse in 
mano dei nemici, e che io mi ritrovassi 100 cavaUi leggieri, mi 
darla il cuore di adoperarli di maniera che loro saria necessario 
tenerne 1000 all'incontro', né ancora starieno sicuri. E così, se per 
disgrazia capitasse in mano de' nemici , quando Vostra Serenila 
avesse tutto il resto della Patria, questo saria atto a farla perde- 
dere : tale è il suo sito. 

lo non lo so ben descrivere : però supplico la Serenità Vostra 
che mandi un suo ingegnerò, il quale poi gli possa riferire il tutto. 
Vedrà ancora un'altra nostra importante fortezza, posta verso Ma- 
rano, che confina con Palazzuolo, nominata Arijs (1), forte ed im- 
portante : della quale ho buona cura. 

Mi è parso così debito notificare a Vostra Eccellenza particolar- 
mente la qualità di questi luoghi suoi, acciocché ella possa delibe- 
rare quanto li parrà. E perchè mi abbisogna pure qualche artigfieria 
e munizione, la suppfico che sia contenta di farne avere: le quali, 
piacendole, pagherò sulla provigion mia della Camera di Udine. Ad 
ambedue questi luoghi nostri si riducono villani assai coi loro ani- 
mali. SuppUco ancora che mi sieno dati 50 o almeno 40 moggi di 
sale, il quale restituirò in caso che non sia guerra, perchè non son 
per usarlo , eccetto nelle necessità della guerra. 

Per aver tutte le predette cose, mando Camillo mio (2) portator 
di questa ; al quale supplico la Serenità Vostra si degni dar presta 
espedizione : alla cui grazia sempre m' inchino e raccomando. 
Di Vostra Serenità ec. 

(1) Arijs , villa situata nel basso Friuli , ove un tempo esisteva il castello dei 
Savorgnani qui menzionato. Questo nel 1413 resistè a 40 giorni d'assedio, e al 
bombardamento datogli da Sigismondo re de' Romani e d'Ungheria in persona. 

(2) Questo Camillo era nipote del Savorgnano , né mai è menzionato il suo 
cognome. 



sciUT'rr DAI. 1")1<t Al. Ioli 21 



IL 



1510. Di Osnpo il (lì .... {manca la data . ma <ìeve essere 
poco posteriore alla precedente ). 

Sono certo , Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Signor mio. 
che le eravissinic occupiizioni di Vostra Serenità hanno disturbalo 
la domanda mia delle artigUerie e monizioni ; ed io che conosco le 
grandissime spese sue , essendomi pur necessario per la custodia di 
questo importantissimo luogo qualche monizione, ho trovata certa 
somma di denari . la (jual per questo mio servitor mando per aver 
migliare uno di sai nitro e 200 di solfo. 

Supplico adunque la Serenità Vostra, perchè per altra via non 
lo posso avere , che sia contenta di farmi servire delle dette robe 
per li miei denari, acciocché ad onore e gloria sua io possa dimo- 
strare la fede mia. Vero è ch'io desiderava di avere le già doman- 
date artigherie e munizioni, perchè in caso che l'esercito dei ne- 
mici fosse di qui passato, come ogni })arte risuona, io e gli uomini 
che qui si riducono, che saranno da 1500 da fatti, mi averla dato 
il cuore di far operazioni notabili , a grandissimo incommodo dei 
nemici ed utile di Vostra Serenità : ma farò meglio che potrò. Ben 
voglio che ella sia certissima, che se io dovessi ignudo espormi agli 
impeti de' nemici suoi . ho determinalo di far conoscere la costan- 
tissima fede mia, in modo che io o vivo o morto sarò lodato da 
quella : alla cui grazia umilmente mi raccomando. 
Di Vostra Serenità ec. 



III. 

1510, a di 25 giugno. In Arijs. 

Domenica , che fu alli 2-3 del presente , in Osopo , Serenissimo 
Principe ed Eccellentissimo Signor mio, ricevei con quella riverenza 
ch'io sogho le lettere della Serenità Vostra, per le quali conobbi la 
perseveranza della buona opinione che . per sua benignità . ella ha 
sempre tenuto di me: di che umilmente la riiìgrazio . pronietlen- 



22 L E T T E l{ E 

dole dar opera che il giudizio non sia vano : ebbi insieme con 
quella , una lettera del magnifico suo luogotenente . per la qual mi 
richiede che io vogUa pigUar lo assunto di tenere tutti quei passi 
e della Chiusa e della Cargna custoditi , e che così era la mente 
di Vostra Serenità. 

Mi parve di trasferirmi a Udine, dove fui alli 24; per spazio 
di ore due conferii con esso signor luogotenente : il quale benché 
sia certo che del tutto darà avviso a Vostra Serenità , pure mi è 
parso da per me stesso farle intendere l'animo mio. 

Dico adunque , che né spesa né fatica né pericolo alcuno mai 
mi rimosse da impresa alcuna per la Vostra Serenità , né mai mi 
rimoverà ; e se ne ho ricusata alcuna , é stato per non mi cono- 
scere atto a quella e per pigliarne una maggiore. Io son come la 
ruota del vasajo : con il piede Ella mi può vogliere e girare a modo 
suo , e bastami un minimo cenno ; ma ben voglio ch'Ella intenda 
tre contrarli , li quali mi rimovono alquanto da questa impresa. 

Il primo è la difficoltà di essa ; e se avessimo gl'inimici uomini 
valorosi, come li abbiamo pochi e codardi, direi l'impossibilità, 
per essere quindici i passi, e ciascuno tale che vorria un mondo 
di uomini a difenderli : dove che ne abbiamo pochi , e quelli che 
sono deputati alla continua custodia di essi , sono in estrema po- 
vertà ; in modo che spesso , cacciati dalla fame . lasciano la guardia 
sua : come fu ahi dì passati del passo di Roccolana , che quando 
penso a quel pericoloso caso , io tremo. 

Il secondo contrario è, che a voler tener ben custoditi quei luo- 
ghi , mi sarà necessario sempre essere a cavallo per dar gli ordini . 
e poi procurare che sieno eseguiti : il che non si può fare senza 
gran spesa ; ed io , che non mi vergogno a dirlo , sono , Serenis- 
simo Principe , non ben in ordine di cavalli per li casi che in altre 
mie ho fatto intendere a Vostra Serenità , e poverissimo in modo, 
che male potrò stare alle spese. 

11 terzo é questo avversario mio , dico Messer Antonio Savor- 
gnano , il quale sempre veglia alla ruina mia ; e sa la Vostra Se- 
renità quanta riputazione Ella vuole che egli abbia , ed in questa 
patria ha gran mezzi per li quali è atto di turbare ogni buona 
impresa. E se al tempo del fatto primo di Cadore , che egU teneva 
r inimicizia ed odio suo occulto , operò sì che la caccia mia , le 
mie fatiche ed i disagi miei mi furono rotti e tolti di mano ; é da 
pensare che ora che egli mostra gli odii suoi palesi contro di me , 
sia per fare peggio assai. 



SCUIJ lE UAL 1510 Al. lo 14 93 

TiUlavia . niuna cosa è per rimuovermi ; perchè spero nel Si- 
gnore Iddio di adoperarmi circa al primo contrario in modo che 
Vostra Serenità sempre mi loderà : nel secondo , se io non potrò 
andare a cavallo , anderò a piedi , e della spesa farò meglio che 
potrò : quanto al terzo , mi confido nella somma sapienza di Vostra 
Serenità , la quale provvederh di maniera , che le sue azioni non 
saranno perturbate dalle passioni nostre. 

Io starò qui in Arijs , castel nostro , per alcun giorno , per le 
raccolte mie : poi me ne andrò ad Osopo . luogo opporlunissimo a 
questa imjjresa , e ivi mi fermerò ed opererò ([uanto mi parrà 
espediente alla cosa di Vostra Serenità: alla cui grazia sempre mi 
inchino , ec. 

IV. 

1511 ; a eh 2 settembre ^ in Osopo. 

Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Signore mio. Ancorché 
per più altre mie abbia scritto a Vostra Serenità della (|ualità di 
questo importantissimo luogo, dimandandoU sovvenzione di qualche 
bocca da fuoco: ed accadendo ora che con certezza maggiore 
dell'usato si sentano gli apparecchiamenti de' nemici per discendere 
in queste parti; non mi par inconveniente, replicando per questa 
mia, supplicarla che ella si degni concedermi due sacri e due fal- 
conetti con li suoi guarnimenti : che le prometto, se l'occasione 
mi sarà data, di farmi sentire in modo pei" la Serenità Vostra, 
che ella ne sarà contenta ; ricordandoli riverentemente , che più a 
proposito suo saria che dette bocche mi fossero date di quelle che 
si ritrovano a Udine, che di altro luogo. Perchè, a dir la verità, 
per essere (|uella terra affatto spogliata di lutti i suoi cittadini 
per la crudelissima peste (I) che vi è stata, essa terra e tutte le 
artiglierie e tutto (|uell() che in lei si trova sta a grandissimo pericolo. 

Parendo alla Serenità Vostra concedermi dette bocche da Udine, 
sarà bene che ella faccia scrivere al suo magnifico luogotenente (2), 

(-l) La peste bubbonica dell" Unglieria e Croazia penetrò in Friuli nel loH 
nella primavera , e perdurò fino al cadere dell'autunno , mietendo infinite vit- 
time. In Udine morirono diecimila persone , vale a dire più di un terzo della 
popolazione. 

'2) Era luogulcnonii' Aivisi! Gradenigo. 



24 LETTERE 

e che le faccia levare da Udine dando voce di mandarle per sicurtà 
della Chiusa; e questo per non smarrire quel poco di resto di 
popolo che è rimasto : che se altramente parrk alla Serenità Vo- 
stra, farà quanto alla sua somma sapienza si mostrerà più espe- 
diente. 

Io tengo , Serenissimo Principe , che sia mente della Serenità 
Vostra quella provvisione che per sua clemenza ella mi concesse 
di ducati 120, mi sia pagata, E veramente, veggio certo che la 
volontà e del magnifico luogotenente e del tesoriere è ottima ; ma , 
sia per grandissime gravezze e diminuzione delle entrate della 
camera di Vostra Serenità , o per qualunque altra cagione , io non 
posso avere il pagamento mio , e sono creditore di gran somma di 
denari. Per la qual cosa io supplico la Serenità Vostra , che , per 
alleggerirmi di molte molestie, ella sia contenta primieramente 
confermare la detta mia provvigione (dove che ella dice: alia mia 
vita solamente , dica : per me ed eredi miei ) , ed appresso , in luogo 
di quella, concedermi il capitaniate di Tricesimo, o la villa di 
Palazzuolo con le sue giurisdizioni, territori e pertinenze; ciascuna 
delle quali dà tanto o poco differente d'utilità alla camera di Vo- 
stra Serenità di Udine , quanto è detta mia provvisione di ducati 120. 
E se, come io spero per sua benignità ed immensa clemenzia, 
ella mi concederà la sopradetta grazia di uno dei prenominati luo- 
ghi, la supplico umilmente che ella si degni ordinare il privilegio 
mio per me e per li eredi miei , in quella forma che fu ordinato 
quello di Castelnuovo. Altro non mi occorre , se non che umilmente 
m'inchino alla buona grazia di Vostra Serenità, ec. 



V- 

1511, a d) 21 settembre, in Osopo , ore 24. 

Oggi a ore 19 , Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Singor 
mio , venne in questo luogo un trombetta per nome di tre Com- 
missarj cesarei, con un Pomponio da Pordenone , a dimandarmi 
questo vostro eccellentissimo monte ; e fattolo venire in un oppor- 
tuno luogo, in mezzo di una moltitudine di valent' uomini miei, 
con grandissima riputazione di Vostra Serenità, fattoli un bello 
apparato di rinfrescaraenti , li feci in scrittura la risposta , come 



scKnriì DAL 1510 al I51i 25 

vedrìi Vostra Sereniti per questa copia (1). E percioctht'' euli disse 
che il traditore di Antonio era in campo, ed aveva avuto unii 
catena d'oro in dono dalli signori commissari , la (juale portava al 
collo , io gli soggiunsi , che maggiore e più debito saria stato se 
gli avessero attaccato un laccio al collo ; ed appresso , che maggior 
piacere ch'io potessi ricevere al mondo , saria di veder un llorido 
esercito a questa impresa : il che afTermo esser così a Vostra Se- 
renitci. Essendo presente a questi ragionamenti esso trombetta , 
mi furono presentate lettere di Vostra Serenità de' 19 (2), che mi 
furono gralissime ; e ringrazio umilmente Vostra Serenità della 
grazia che ella mi ha fatto della trasmutazione della provvigione. 
Ed intorno a (piesto non dirò altro. 

Gli inimici sguazzano attorno Udine e non posso intender dove 
si drizzarono: dove vanno li trombetti imperiali, va un famigho 
di Antonio traditore, confortando tutti alla dedizione. Così va: la 
Serenila Vostra ha perduto questa Patria j)er lo tradimento d'un 
Savorgnano : io li prometto restituirla con la fede di un altro , che 
sono io , purché non mi sia mancato delli debiti favori. Vostra Se- 
renità commetta al provvedilor suo (3), che come egli sente che 
l'esercito nemico si drizza a questa volta , subito qui mandi tutti 
li cavalli leggeri; perchè in questa gola faremo loro tante fortune, 
che forse non vorriano esser venuti: e sia certa Vostra Serenità, 
che la Chiusa , Cargna e Cadore non guardano altro che questo 
loco. Ogni dì ho suoi messi, li quali sempre rimando pieni di ot- 
tima speranza. 

Domani comincio ad abbassar le mui'a di questa ròcca per piìi 
mia sicurtà. Faccio ancora d'altre provvigioni, che mi pajono ne- 
cessarie a questa impresa, la ([uale non stimo. 

Questi dì passati venne qui messer Alessandro Gradenigo . il 
quale sentendo titubar la terra di Gemona , si levò di là. io lo 
veggio volentieri , sì per le ottime (jualità sue . come ancora per 
avere un testimonio delle operazioni mie. 

Per tre altre mie ho scritto quanto mi è occor.so a \osti-a Se- 
renità. Altro non mi occorre , se non che a quella mi inchino. 

(1) Manca questa risposta , riportala in compendio nella Vita delSavuigoano. 

(2] Con queste lettere gli viene concessa la scelta della gastaldia di Trice- 
simo Palazzuolo , invece degli annui 120 ducati. 

(3) Era provveditore de'Stradiotti Giovanni Vitturi nobile veneto , che fu 
ctiiarissimo in que' tempi per prudenza civile e cognizioni militari. 

Ajich.St.It. , Nuova Serii;, T.II.P. II. /, 



^6 LETTERE 

Geniona , senza aver visti gli inimici , si è ribellata : Venzone 
tituba , perchè per esservi la peste , è evacuata da tutti i buoni ; 
li quali son qui appresso di me , e fanno fedel offizio. Per queste 
due terre non si turbi Vostra Serenità : io non le stimo. 

Di Vostra Serenità , ec. (1 ) 



VI. 

1513^ a dì 1 4 ottobre . in Osopo. 

lo non posso far di meno , Serenissimo Principe ed Eccellen- 
tissimo Signor mio , che riverentemente non dica a Vostra Serenità 
quello che io mi pensi doverli essere utile se vengono inimici in 
questa patria apparecchiata o alla fuga o alla dedizione -, in modo 
che se li nemici non avessero animo da venirci , con questi così 
palesi movimenti saranno chiaramente invitati; e questi luoghi a 
me vicini , come Gemona , Venzone , che tanto erano sollecitati e 
domandati da me se si apparecchiassero a difendersi , mi risposero : 
— Non , ma faremo quanto domanderà il trombetta — . 

Serenissimo Principe , a questi tumulti presenti di mutar fede , 
io solo m'apparecchio al pericolo -, io solo m'apparecchio di mostrare 
a Vostra Serenità la costanza mia. lo son Girolamo Savorgnano ; 
la mia famiglia fu sempre utile alla Serenità Vostra , e prima fu 
amica , che nobile ; prima nobile , che suddita. Se uno degenerando 
ha prevaricato, non ha però contaminata la mia purissima fede. 
Io sono pur colui che in Cadore , che a Cormons , a Gorizia , a 
Trieste , dove fui fatto prigione, ed ai Svizzeri, alla Chiusa, a Gra- 
disca, ho mostrata sempre la prontezza dell'animo mio. Io solo 
adunque m'apparecchio alla difesa , e la Serenità Vostra non mi 
ajuterà -, essendo che io non le domando suoi denari , ma domando 
e di grazia supplico la Serenità Vostra , che mi dia un mio pri- 
gione chiamato Andrea Tonini di Venzone , il quale essendo già 
due anni in questo loco mio , centra i miei comandamenti , che 
erano sotto pena di confiscazion di beni e della vita , si partì ed 
andò da' nemici , e prestò alla comunità di Venzone 500 fiorini per 
pagar la tagUa ai Tedeschi , ed andò dall' Imperator per farsi in- 

(4) Questa lettera è firmata: « Il Savnrgnano fedele ». 



SCRITTE DAL 1510 AL 1514 27 

vestire delli l'eudi che egli riconosceva da Vostra Serenità. Costui 
è mio prigione di ragion di buona guerra , e prego la Serenità 
Vostra permetta che io lo possa ritenere. Domando ancora di grazia 
la Serenità Vostra , che non togliendo in grazia li figliuoli che fu- 
rono di messer Giovanni Savorgnano , mi conceda la facoltà di 
quel disgraziato , la qual di ragione mi spelta ed appartiene per 
virtù di testamento deUi passati nostri. Domando ancora che io 
abbia tutte le prerogative e preminenze che spettano a casa mia 
in Udine ed in tutta la Patria : che se Vostra Serenità mi concede 
questo , la vedrà immediatamente molti buoni effetti. Perocché 
questa patria desidera ardentissimamente la sollevazione di casa 
Savorgnano ; e molto più si contenteria che la sia sollevata per la 
Serenità Vostra, che per h Tedeschi ; e siate certa, e spero subito, 
con questi mezzi e con questa reputazione, far bellissime cose. 
Ultimamente , perchè io desidero mandar nelle braccia della Sere- 
nità Vostra la mia donna e i miei figliuoli , h quaU tutti sono di 
qui in questi pericoli ; supplico la degni farmi far lo privilegio mio 
di Palazzuolo . come per la Serenità Vostra mi fu promesso , cioè 
per me ed eredi miei , libero ed espedito. Questo io lo desidero , 
perchè quando occorresse caso alcuno di me , saria almen certo 
del vivere di mia famiglia appresso la Serenità Vostra. 

Se poi la Serenità Vostra vorrà darmi libertà che a questi luo- 
ghi qui vicini io imponga quanto mi parrà li sia per tornar utile, 
spero farU sentire cose che li saranno di grandissima utilità e 
contento. 

Dio mi sia testimonio , Serenissimo Principe , che questo che 
io domando non è tanto per mia speciale e propria utilità, qnanto 
perchè con questi mezzi averci il modo di far quanto io desidero 
per la Serenità Vostra. 

Messer Giovanni Tiepolo (1) mio figliuolo, portator di questa, 
più a pieno farà intender a Vostra Serenità li miei pensieri ; la 
qual satisfacendomi di quanto li domando , spero con utilità sua 
sarà contenta ; e se anche no, non resterò con queste mie piccole 
forze di fare cjuanto si conviene alla servitù mia verso Sua Eccel- 
lenza. Alla grazia della (luale umilmente mi raccomando . ec. 

(1) Era Giovanni Tiepolo, figlio di Marco e di Emilia Savorgnano, nata da 
Girolamo. 



28 LETTERE 

VII. 

lo 13, a dì 26 dicembre, in Osopu. 

Sogliono, Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Signor mio, 
le grandezze dei cittadini alcuna volta esser ingrate e moleste alli 
principi e signori suoi; e per avere io conosciuto questo, non 
avendo desiderato mai altro che la grazia di Vostra Serenità , per 
non incorrere in questo pericolo , già molti anni e mesi fanno , mi 
sono ridotto in questa solitudine , dove me ne sono stato fuora di 
travagli in tranquillissima vita. 

È parso al magnifico Luogotenente (ì) , per lettere de'i4 e 16 
del presente , con comandamento chiamarmi a sé per la perdita 
di Marano (2) ; e benché il partirmi mi fosse molesto , per non 
mancar al debito , andai da Sua Magnificenza , che insieme con il 
Governatore (3) mi sforzarono a diverse imprese , le quali per sue 
lettere credo sieno note a Vostra Serenità; e ritornato da Marano, 
il signor Luogotenente mi ha astretto a non mi partire da Udine. 

Io gli ho fatto intendere le cagioni perchè non posso restarvi ; 
e per maggior mia soddisfazione , ho determinato per questa mia 
farle intendere a Vostra Serenità , mandando a posta Giovanni Tie- 
polo , figliuolo mio. 

Dico adunque, Serenissimo Principe, se possibile é, ch'io sup- 
plico di grazia alla Serenità Vostra , che ella mi lasci in questo 
loco mio ; il quale ho già talmente in ordine , che io spero , se mi 
verrà occasione , d'esser lodato dalla Serenità Vostra ; e questo 
dimando con tutte le forze del cuor mio : e se pur paresse altra- 
mente alla Vostra Serenità ch'io mi levassi per qualche servigio 
suo , non son mai per partirmi dalla volontà sua. 

Ma ben li dico , che durissima cosa mi saria e piena di ama- 
ritudine il partire , lasciando qui la donna e figliuoli e tutto il ben 
mio : e se pur io avessi il modo e fossi certo che , quando di me 



(1) Era allora luogotenente Giacomo Badoer. 

(2j Marano, fortezza veneta sull'Adriatico, e uno de' più importanti porti del 
liltorale friulano, fu occupato per tradimento dai Tedeschi il 43 dicembre 1513. 
(3) Era governatore delle genti d'arme venete Baldassarre Scipione da Siena. 



sciinri: dal 1510 ai. l'Vli 29 

dì questa Patria altro occorresse, noa mancasse loro il vivere, 
io sarei contento di mandarli nelle braccia della Serenitii Vostra. 

Ancora è da considerare , Serenissimo Principe , che avendo io 
a travagliarmi a Udine e per la patria, m'ò necessario, secondo 
lo stile di casa nostra, stare su gravissime spese, alle ([uali io non 
posso supplire nò star saldo. Oltre che , l'impresa di (juesto monte 
non intendo lasciarla , per essere importantissima alla Serenità Vo- 
stra ed a casa mia ; la quale impresa ò sì grande , che la occupa 
le forze mie , ed appena sono basfevoli ; jìerocchè sempre bisogna 
ch'io tenga alla guardia 128 uomini , tutti a mie spese. Però sup- 
plico la Serenità Vostra , che quando più li piaccia ch'io vada, sia 
contenta di darmi (piello che di ragion e giustizia è mio: cioè 
la facoltà di casa Savorgnana , sottoposto a tanti fedeicomissi , esa- 
minati e lodati dalli eccellentissimi ConsigU di XL , come è noto 
a tutta questa felicissima Repubblica , che (juando io fossi uno 
estraneo , non mi doveria esser negata tal domanda. 

Appresso, Vostra Serenità si degni farmi dare il prigion mio , 
nominato Andrea Tonini da Venzone . il (piai già due anni .scampò 
di questo loco contra gli editti miei , e andò in campo de'nemici, 
facendo pessime operazioni contro la Serenità Vostra. Questa giu- 
stizia non mi deve esser negata , perchè la Serenità Vostra non 
la niega ad alcuna sorte di soldati che con lei militi. Avendo que- 
ste cose, senza dare alcun carico a Vostra Serenità, potrò trava- 
gliarmi e stare sulle spese a benefizio suo : la qual è sapientissi- 
ma e farà (juanto le piacerà. Io son ridotto (jui per assettar alcuni 
disordini che erano tra (pu'sti miei che sono alla guardia di (juesto 
loco; ed ora monto a cavallo e vado a Udine, per attender alla 
promessa fatta al signor luogotenente e soldati e popolo di Udine, 
dove son obbligato a stare per fino mercordì prossimo ; poi me ne 
verrò qui , per essere ahi servigi di Vostra Serenità : alla cui grazia 
mi raccomando , ec. 

Vili. 

L'ili . n 12 febbrajo, a ore 2 di notte . in (ìsnpo. 

Serenissimo Principe. Son certo che Vostra Serenilii [lei- let- 
tere del Luogotenente e Provveditore avrà inteso del nostro levaici 
da Udine; e per quanto alla specialità mia s'appartiene, pt'i- mi:i 



30 LETTERE 

scrittura mia ad esso signor Luogotenente e Provveditore presen- 
tata, ella ne sarà informata (1). 

Mi dolgo cordialissimamente di tanta jattura nostra , e confesso 
a Vostra Serenità , cbe partendomi da Udine , mi è parso la- 
sciare l'anima mia. 

Iddio ne sia lodato. Il magnifico Provveditore ha fatto ogni 
cosa possibile per conservazione delle cose di Vostra Serenità in 
questa Patria : circa di ciò non dirò altro ; a bocca poi , piacendo 
a Dio , ne parlerò. 

Io mi son ridotto in Osopo per benefizio di Vostra Serenità , e 
con licenza e mandato del signor Provveditor , Luogotenente e 
Governatore. 

Ho meco messer Teodoro dal Borgo con cavalli 60 , messer Gia- 
cometto da Pinadello (2) con cavalli cinque , ed alcuni altri per fin 
alla somma di quindici, che sono in tutto numero 80. Mi trovo anco 
avere provvisionati 100 sulle spalle. 

Prego Vostra Serenità mi provveda delli denari di detti cavalli 
e fanti , e subito che ciò si possa fare con l'onore ed utile di Vo- 
stra Serenità. 

Subito che giunsi qui , scrissi a Venzone ed alla Chiusa ed in 
Cargna per inanimirli: io, per quanto appartiene a questo luogo, 
non dubito le forze de' nemici, per esser egli della natura che mol- 
te volte ho scritto a Vostra Serenità : la quale supplico che subito 
subito mi mandi li danari di detti cavalli e fanti, acciocché da loro 
non sia abbandonato in tanta necessità. Io non so quello che sia 
seguilo alla mia famiglia che io ho colà , né come li sia provisto. 
Prego la Serenità Vostra , per contento mio , si degni farmi inten- 
tender quanto le sia stato statuito al mese per bocche ventidue e 
per fitti di case. Io spero di ora in ora far sentir di me cose che 
a Vostra Serenità piaceranno ; e molto di messer Teodoro mi lodo 
e contento ; e a Vostra Serenità mi raccomando , ec. 



(1) Trovasi questa scrittura tra' miei manoscritti. 

(2) Teodoro del Borgo fu capitano di cavalleria de' Veneziani, e si distinse 
non solo in Osopo , ma ancora in più guerre , per cui fu creato cavaliere au- 
rato. Giacomo da Pinadello trivigiano fu come capitano di ventura alla difesa 
d' Osopo , con Franceschetto ed Urieno suoi figli; e per il suo valore venne dal 
Senato fatto capitano di cavalleggeri. 



SCIUTTi; UAL l.'VlO Al. 1")14 Si 

TX. 

1514. a 14 febbrajo. a ore 18. in Osopo. 

Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Signor mio. Domenica 
di notte (12 febbrajo) fu per me scritto a Vostra Serenità come 
eravamo ridotti qui in Osopo . con la compagnia di messer Teodo- 
ro, di comandamento del magnifico Provveditore; ed insieme al- 
cuni altri valent'uomini a cavallo , fin alla somma di 80 cavalli e 
fanti 100; pregandola Serenità Vostra . che ci faccia subito prov- 
vedere delle paghe delle soprascritte genti : le quali lettere furono 
spacciate per uno di questo loco , e spero che Vostra Serenità 
averk avute. 

Al presente mi occorre notificare a Vostra Serenità , come gli 
inimici hanno pigliato il possesso e di Udine e di Cividale. Gemona 
e Venzone, non ho mancato di scriverli per inanimirli a stare co- 
stanti , per essere sito forte ed importante : e Dio volesse , Sere- 
nissimo Principe , che Vostra Serenità avesse prestata fede alli 
fedeli ricordi di me Girolamo . li quali sempre tenderanno alla con- 
.servazione di questo luogo mio e di detta terra di Venzone , af- 
fermando che questi luoghi erano la rócca di questa Patria ; ed è 
così la verità. Perocché reso Venzone , indubitatamente la Cargna 
pigherà partito ; e sarà cosi di necessità. Or pazienza : la Chiusa 
ne dimanda 20 fanti , e ne dimanda farine e denari , e mal le pos- 
siamo servire d'alcune di queste cose. 11 magnifico Provveditor ne 
promise di mandar Matalcone : che se egli ne fosse venuto, saria 
stato Soddisfatto alla parte delli fanti che ci domandano questi 
della Chiusa. Noi con buone lettere li confortiamo , che altro non 
possiamo fare , se Vostra Serenità non ci dà il modo. 

l"u scritto ancora a Voslra Serenità , che mi mandasse una ci- 
fra : cosi si replica. Quando sai)piamo di non mandare in vano . 
manderemo a levare li denari , e per via sicura saranno mandati 
qua. Questa notte ho avuto uno a posta da un amico mio di Udi- 
ne , il quale afferma il campo de' nemici essere per avviarsi alla 
impresa di questo loco , sol per dissipar la persona mia : e così 
scrivendo , ci sono sopraggiunti altri avvisi , od affermano (juesta 
venuta. Noi di forze non dubitiamo . ma l'assedio ci move alquanto. 



291 LETTERE 

Pensi Vostra Serenità a che modo un povero gentiluomo come 
sono io , possa sostentare un tanto peso : pure speriamo di riuscire 
a gloria di Vostra Serenità ed onore nostro ; ma quella non ci 
manchi di denari : la qual commetta al magnifico messer Giovanni 
Vitturi ( il qual ha fatto , in questa deliberazione di partirsi da 
Udine , ogni segno e prova da valoroso e valente gentiluomo ) , che 
egli si fermi a Sacile , e si unisca con quello maggior numero di 
gente che sia possibile da piedi e da cavallo ; e quando Sua Ma- 
gnificenza sente U nemici si spingano a questa volta , si muova 
con tutte le genti e venga alla volta di Spilimbergo e San Da- 
niele , che certissimamente divertiranno , dandone avviso conti- 
nuamente delli suoi progressi. 

A Vostra Serenità umilmente mi raccomando . ec. 



1514^ a 20 febbrajo^ in Osopo : spacciata a ore 1 di notte. 

» 

L'ultime mie , Serenissimo Principe , ed Eccellentissimo Signor 
mio, al magnifico Provveditore furono di mercordl 15 de l'istante, 
per le quali li significai come quella sera era venuto il conte Cristo- 
foro , con circa cavalli 70 , a sopravvedere questo loco ; e come da 
uno de'suoi lanzichinech , da' nostri preso, aveva avuto certissimo 
che questa impresa era da loro desiderata , e che per questo erano 
venuti. Con le artigUerie e tutto il campo è ad Artegna , lontano 
di qua miglia 2. Io credo averli scritto , come da più miei amici 
di Udine mi fu per messi speciali significato , come tutti li capi di 
tutto questo esercito nemico unitamente avevano determinato vo- 
ler questo loco per dissipar la persona mia : e questa fu la sen- 
tenza nelle mie, come io ho detto , drizzate al magnifico Provvedi- 
tor , richiedendolo le mandasse subito a Vostra Serenità. Ora , Sere- 
nissimo Principe e Signor mio , nel nome di Gesù vittorioso e della 
gloriosa Vergine Madre sua, li narrerò il successo ed ordine della 
baltagha brevemente ; che poi , piacendo alla clemenza di Iddio , 
a bocca più a pieno parlerò. 

Giovedì mattina ( 1 6 febbrajo ) , al levar del sole , scoprimmo 
quasi all'uscire di Artegna uno squadrone di cavalli , e dietro fan- 



sCRirriì DAL lolO AL 1514 33 

lorie (Ij alla stilala in gran numero, e succedevano le arlit^lieric ; e 
quando li due terzi delle genti erano già giunti nella villa di (jucslo 
loco, ancora l'ultimo capo non era uscito d'Artcgna; in modo che giu- 
dicanuno una gran gente. Le artiglierie erano cannoni grossi numcio 
nove, sagri e l'alconetti assai (dico assai, poiché non potemmo avere 
numero determinato , ma per lo batter che vedemmo da poi , li sti- 
mannno assai) ; archibusi e schioppetti senza numero. Delli nove 
cannoni^ due passavano cento lire per ciascuno. Subito giunti, a 
circa ore 16 (2), cominciarono con tutte le artiglierie a batter la 
rócca da ogni parte. Le mura erano buone e fecero resistenza as- 
sai ; ma infino a 21 ora , per la furiosa ed aspra batteria , si co- 
minciarono ad aprire , e sopra la porta , la quale avevamo murata , 
si fece un rombo : in modo che li uomini miei che dentro aveva 
posti, che erano li, cominciarono a perdersi, e subito mandarono 
a farmi intendere , loro essere in manifesto pericolo , e che io prov- 
vedessi. Lo sito della rócca è questo : da uno degli angoli del monte, 
lo quale è trigono , ove si leva un sasso verso ostro, lungo passa 18 
e largo 6 , le due linee della muraglia più lunghe . le quali guar- 
dano una a ponente e l'altra a levante, sono sicurissime, perchè 
lo sasso vivo è alto almeno passa 14 ; e sieno pur rovinale le mura, 
come or sono , non dubitiamo. La terza faccia , che lira passa 6 , 
è verso l'angolo del monte: non ha tanta altezza, ma sicurissima, 
perchè il monte la difende; dove, già fa due anni, per divina ispi- 
razione io gli feci una portella di soccorso , la quale .sola ha sal- 
valo questo monte, la rócca e noi. La quarta faccia, che guarda 
ostro, si stringe quasi in forma di uovo, ed in essa è la porla per 
la quale la scala mette, che è incavala nel sasso , di cii'ca 60 sca- 
lini. Questa scala mette in un rivellino di circa 3 passa per ogni 
verso, dal quale per un'altra scaia si dismonta a un jiiano . dove 
è una stalla ed un certo brolo , la lunghezza del quale è passa 
circa 25 , pur verso ostro ; ed in capo si leva un sasso, dello il Sasso 
dei corvi, lo quale è slato per me un mal sasso. iJa <iuos(o piano 



{\) Variano infinitamenle gli storici sul numero delle truppe imi)eri;(li : però 
ritengo per veio quellu da me nelle Notizie ripoi lato , che eslrassi dalle difese 
mss. di Girolamo Savorgnano , e che si accorda con (juanto ne scriveva alia Si- 
gnoria l'Alviano. 

(2) In que' tempi , e mollo dappoi, si usava a cominciale il giorno al tra- 
montare del sole. 

Alien. Si. Ir. . J\uof>a S'TÌ>; 1 . 1 1 i'. 1 1 . 5 



34 LETTERE 

del brolo e stalla al piano da basso, può essere circa passa 60 a 
piombo. Tal' è il sito di questo sasso. 

Ho dunque avuto tre messi in gran pressa, ch'io provvedessi; 
e non trovando persona di capo che li volesse andare, pensando 
r importanza di essa ròcca , che perdendola saria perso anche il 
monte, conoscendo la fede e valore del magnifico messer Teodoro 
dal Borgo , determinai raccomandarli l' impresa del monte , e venni 
io stesso in rócca ; e raccomandato al Signor Iddio , seguito dalli 
miei carissimi figliuoli Tiepoli e da alcuni altri valent'uomini , en- 
trai ; dove ritrovai le cose in pericolosi termini. La batteria fu ga- 
gliardissima , ma più ci spaventavano le ruine ; e giuro alla Sere- 
nità Vostra , che più volte io con li miei ci ritrovavamo sommersi 
dalle ruine; e nondimeno, per li meriti della gloriosa Madre di 
Loreto, nessuno fu offeso da notabile male. 

La seguente notte mai fu cessato di batterci con tutti li can- 
noni ; ma la mattina , che fu il venerdì ( 1 7 febbrajo ) , più 
rabbiosa che mai fu fatta la batteria : e , per sentenza di Dio , 
tornò la ruina a benefizio nostro; perocché le ruine ci facevano 
un riparo mirabile, ed a loro maggior difficoltà di montare. 

Così stando , mi vennero in gran pressa avvisi dal monte , co- 
me molti cominciavano a titubare ; ed alcuni cittadini di San Da- 
niele e di Udine che qui sono, andavano disconfortando li soldati 
e villani , esortandoli alla dedizione ; e due che erano venuti 
con messer Teodoro, erano scampati, e molti villani a parte: ed 
ebbi due lettere di due cittadini, che mi confortavano a vedermi 
in tanta difficoltà posto. Mi partii di rócca e venni in monte , dove 
inanimai tutti. Assettato tutto , gli inimici , circa ora 2i , si av- 
viarono contro la ròcca , dove io entrai subito : le artigherie face- 
vano grandi ruine , e U nemici montavano per la scala di pietra. Li 
ributtammo più volte. Quando fu nell'oscurire della notte , ci mi- 
sero certi fuochi lavorati , li quali trovando materia assai di le- 
gnami caduti , ci fecero grandissima fortuna : e questo fu delli 
maggiori pericoh nostri. Alla fine , circa mezza notte , cessò il fuoco. 
Ma così come lo fuoco faceva maggior fortuna, allora tiravano più 
forte le artiglierie e grosse e minute ; e ciò facevano per ammaz- 
zarne. Cessato il fuoco e la batteria, il sabbato (18 febbrajo) io 
fui chiamalo in monte : e non creda Vostra Serenità , che quel 
tragitto della rócca al monte fosse sicuro, che sempre li archibusi 
che erano in la stalla mi lavoravano. Quel giorno non batte- 



SCRITTE DAI. loto AI. 1o15 35 

rono mollo. La nolto sentimmo che al monte , a una guardia no- 
minala da me San Quirino (memoria del mio carissimo M. Vincenzo 
Quirini) (1), si facevano certi ripari; e la mattina (19 febbrajo) ve- 
demmo condur uno delli prossissimi e due altri cannoni , e li Ire 
altri sono assonali alla porla della rócca. Io mi ridussi in rócca , 
dove fu fatto anche una brava batteria , ed alle 1 6 ore tutto l'eser- 
cito si mise in battaglia : lo sforzo alla rócca ed al monte ; a San 
Quirino 700 lanzichiiiech ; a San Francesco circa 600 ; a San Do- 
menico circa 300 ; ed in altri luoghi canaglia assai. Erano le mu- 
raglie a San Quirino già abbattute ; ma li erano fatti li ripari per 
la diligenza del magnifico messer Teodoro : lo qual , Serenissimo 
Principe , si è portato si egregiamente , che meritò la grazia di 
Vostra Serenità. Pienamente montavano da ogni lato, e da ogni lato 
erano ributtati ; ma alla rócca fu maggiore la furia , dove mi fu- 
rono buttati in terra al fianco mio cincjue valentuomini : nondi- 
meno non sono ancora morti. 

Io, Serenissimo Principe, per quanto spella alla mia persona, 
testar ^ nec tela, nec ullas vitavisse vices, et si fata fuissent ut ca- 
der em , meruisse manu (2). Li nemici montavano fino alla sonmiita 
della scala di pietra ; ma sempre li ributtammo. Durò la battaglia 
asprissimamente fino alle 23 ore. Per le artiglierie più che per al- 
tro vergognali , si tornarono : del che tulli li nostri sì della ròcca 
come del monte tanto animosi , che nulla li stimano più. Le fem- 
mine di questo loco hanno fatto cose stupende. In fine . lutti siamo 
ben disposti. 

Li nemici mandarono un suo Irombelta . ma non Io volemmo 
ascollare. Oggi mi hanno mandalo uno di Udine , che disse : « Dite 
a messer Girolamo che io li porlo una lettera che li piacerà mol- 
to ». Io gli feci la risposta a colpi d'artiglieria. 

Siamo deliberali (|uanli qui siamo morire piuttosto che man- 
care a Vostra Serenità : la quale scriverà una buona lettera , lo- 
dando messer Teodoro e quanti qui sono ; alli quali ho promesso di 
far che Vostra Serenità rinmnererà tulli secondo li meriti ed opera- 
zion loro; eli balestrieri ho assicurali del danno delli suoi cavalli, 
e li villani medesimamente d'ogni suo danno. 

Ritenute queste fino a dì 21 . questa notte abbiamo ricevute 
lettere di Vostra Serenità adì 16 , con la cifra , e lettere del Prov- 

{<) Uomo chiarissimo traipatrizj veneti, e che sostenne importanti ambascerie. 
(2j ViKGiL. Aeneid. , II. 



36 LEI T E R E 

vedilor. Non è slato possibile scriver a Vostra Serenità avanti , per 
le diiigentissime guardie dei nemici attorno il monte. Pur ora pare 
che allentino. A Vostra Serenità mi raccomando , e così la famiglia 
mia ; e la supi)lico che se di me altro Iddio dispone , la si degni 
maritare quella mia unica figliuola che ho in casa , come io spero 
nella clemenza sua : che pur questi pericoli sono grandi , e trovo- 
mi non così gagliardo come vorrei , per una ruina che mi cascò 
sulla schiena. 

Di questa rócca è restato solo il sasso ; le muraglie sono tutte 
ruinate : ma mi è più cara che se la fosse d'oro. Si stima sieno ti- 
rati più di colpi 300 de' cannoni. Vostra Serenità ne vedrà la sorte 
di balle di monizione infinita. Dei nemici, domenica (i9 febbrajo) 
furon morti più di 50 , e feriti assai : per avanti ne sono morti 
anco assai dalle artiglierie nostre minute , che ne siamo ben forniti. 
Dei miei villani ne sono morii 4. Di nuovo a Vostra Serenità mi 
raccomando. 

PS. A dì 22 febbraio. Di forze non dubito ; ma di stare a pe- 
ricolo di molti sinistri. Dubito di lunghezza di tempo. Vostra Se- 
renità provveda come li pare , benché finora tutti sono di animo 
ottimo , ec 

XI. 

1514, a d) 23 febbrajo. A ora una di notte , 
data nella combattuta rócca di Osopo. 

Questa notte , Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Signor 
mio , con una infinità di guastatori sono fatti diversi ripari per 
mettere artiglierie a quel fianco di questa rócca che guarda le- 
vante , ed al levar del sole cominciò una rabbiosa e fiera batte- 
ria , che le passate ne parevano ciancie a rispetto di questa. Sono 
stati numerati da colpi 300 di cannoni , sagri e falconetti. Non ave- 
vamo tanto di spazio che potessimo coprire le teste nostre : io il dirò 
pure , e non a jattanza , che non trovai persona che non si spa- 
ventasse. Pure , con l' ajuto di Dio , e con l' acceso desiderio mio 
di dimostrare la mia fede verso Vostra Serenità , diedi loro tanto 
animo, che sostenessero l'impresa fino a 21 ora. Allora venne l'or- 
dinanza di fanti ed uomini d' arme, benissimo in ordine, alla Stalla , 
li quali se ne stettero fino a quest'ora : poi , vista la disposizion 



SCRITTI' DAL 1510 AL 1514 37 

nostra , se no andarono. Così vittoriosi , nel nome di Gesù , teuianu) 
ancora questa rócca sotto la santa insegna di Vostra Serenith, de- 
(oiniinalo di morire più presto che perderla , sì per l'amor mio come 
per l'importanza sua : il che per gli elFctti Vostra Serenità potrà 
aver giudicato , e merita che sia onorata e con il favor fatta cele- 
bre. Ha avuto fin qui ])iù di 1000 colpi di cannone. Prego V-ostra 
Serenità mandi a vederla , chò ad ognuno parerà cosa miracolosa 
che l'abbiamo tenuta. 

A Vostra Serenità mi raccomando. Ieri le scrissi , ed il dì pre- 
cedente gli raccomandai la famiglia mia. Messer Teodoro si porta 
supremamente; merita ogni lode, e sta sul monte, ec. 



XII. 

1ol4, a dì 2o febbrajo: a ore 24. data sul monte d Osopo. 

Serenissimo Prininpo. L'ultimo mie furono de' 23 a ora prima di 
notte, por la quale significai a Vostra Serenità l'asprissinia batte- 
ria quel dì fatta alla ròcca di (picsto luogo , con tal ruina delle 
mura e , per clemenza di Dio . senza lesion di persona alcuna . che 
in vero è stata cosa miracolosa. Dappoi spacciato dette lettere a 
ore 4. (piella notte stessa, con volontà o consentimento mio e de- 
gli uomini del luogo . il magnifico messer Teodoro fece accendere 
il fuoco alla villa dove gli inimici orano alloggiati e slavansi como- 
damont(>; lo ([ual fuoco, favorito dal vento, fu sì veemente, che 
non restarono ])iù di sei caso. Ed in vero . è stato di grandissimo 
danno a' nemici, o bruciando lor frumenti e cavalli , od anco (pial- 
che uomo: nondimeno, ancora non si sono partiti. Ieri ed oggi ci 
hanno lasciati che mai hanno tirato, eccetto (jualcho falconetto. 
Quello che .siano per fare . non lo sappiamo , benché pensiamo che 
con assedio ci vogliano vincere ; ma noi pensiamo farli andar fal- 
lito il pensiero. Perocché, prima il magnifico messer Teodoro o tutti 
li balestrieri .suoi, li quali non .solo laimo l'ollizio di balestrieri, ma 
di ottimi servitori provvisionati . e le persone sue meco .sono stato 
alla difesa della rócca in parte, e gli altri al monto valorosamente; 
che senza di loro, confesso a Vostra Soroniti», T impresa non si sa- 
ria potuta lai'o : tutti, dico, hanno determinato, o così ci hannc 
dato la fodc sua . lasciar morire i [iropri cavalli per non consiunar 



38 LETTERE 

l'aqua che abbiamo, e salvarla alla necessità delli corpi nostri. E 
messer Teodoro ed io gli abbiamo promesso , all' incontro , restau- 
rarli tutti della valuta d'essi cavalli. Delli villani nostri, non posso a 
pieno parlare delli ottimi offizj loro ; i quali hanno patito di veder 
abbruciare le case sue , rovinare li suoi bellissimi giardini e bel- 
lissimi frutti , morire i suoi animali ; e , finalmente , hanno giurato 
morire più presto che mancarmi a questa impresa. Vero è che io 
gli ho fatto promissione di ristaurarli d'ogni danno suo. 

L'aqua adunque che noi abbiamo, sarà tutta conservata per 
uso nostro di cucinare e far pane ; vino e grani ne abbiamo in 
quantità : sicché Vostra Serenità non dubiti che ci offendano. Ben 
sarò contento che la scriva promettendo aver rata la promessa e 
ad essi balestrieri ed alli villani fatta. 

A Vostra Serenità umilmente mi raccomando. Dappoiché il 
campo de' nemici è qui intorno , ho spacciate quattro lettere a Vo- 
stra Serenità , e mai non ho avuta sua risposta ; benché ebbi una 
di 46, la qual fu presentata per un servitor mio a di 21 ; e due 
del Luogotenente e Provveditor, una di 15, l'altra di 16; e mai 
ninna altra. 

Date al portator di queste ducati 4 , perché così gli abbiamo 
promesso , ec. 

XIIL 

1514 , li 25 febbrajo^ data nel monte di Osopo. 

Serenissimo Principe. Siccome per più mie ho scritto a Vostra 
Serenità, di forze non dubitiamo, ma sì delli sinistri ; li quali fra 
un lungo andare potrieno partorire qualche mal effetto ; massime, 
tanto che io sono stato in rócca , é stata fatta mala masserizia 
d'aqua , la quale non ci basta giorni sei solo da far pane : però 
provveda Vostra Serenità di soccorso , acciò non siamo da questa 
necessità costretti a fare qualche perniziosa deliberazione. Significo 
che se questo luogo capita, per disgrazia, nelle mani dei nemici, 
mai più si pensi riaverlo: tale é il suo sito, e a me mai creduto. 
Se le genti di Vostra Serenità si spingono a questa volta , senza 
dubbio faranno qualche buona opera , perché a costoro sono rima- 
sti pochi cavalli e pochi fanti. Vengano verso di noi, e passino a 
San Daniele : non ci bisogna altro che aqua , ec. 



SCIUTTK DAI. 1510 Al. l'ili 38 

XIV. 

i514, /«■ 2 marzo , a ore 24. data sul monte di Osopo. 

L'ultime mie, Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Signor 
mio, furono di sabbato di notte, a di 2o del passalo; le f|uali son 
certo che son ben capitate, per essere tornato l'uomo mio che le 
portò , e consegnoUe al Luogotenente e Proveditor a Sacile , il quel 
uomo mio mi portò due brevi di Vostra Serenila , uno di 24 , e 
l'altro di 25 (1) , con lettere di essi magnifici signori Proveditor e 
Luogotenente. Furono essi brevi da me letti , e dal magnifico mes- 
ser Teodoro e dagli altri tutti valent' uomini ascoltati con quella 
riverenza ed allegrezza che si conviene. E certo, Serenissimo Prin- 
cipe , furono opporlunissimi , perocché pure erano alcuni balestrieri 
che, vedendosi mancare H cavalli per mancamento d'aqua . stavano 
di mala vogha , e dicevano sulla faccia mia : — Perdendo li cavalli, 
vogUo perdere anco la vita. In modo che, domenica , avendo avuta 
questa lettera del capitan di Trieste , segnata N." 1 , la quale a Vo- 
stra Sereniti mando, io gli risposi come appare in questa copia. Mi 
rescrisse subito nella forma che vedrà Vostra Serenità. Mi parve , 
cosi esortato da lutti . esorlarlo. Cosi venimmo a parlamento , pre- 
sente sempre messer Teodoro. Toccommi in fine, dopo molle cose, 
di tregue per alcuni giorni : e finalmente mi pregò esso capitano 
di Trieste , che io consentissi che il capitano di Lubiana (2) venisse 
ancor esso a parlarmi. Cosi soddisfeci : il ([uale è uomo di grandis- 
sima autorità, l'arlò lungamente con lungo artifizio , concludendo 
di voler una tregua : li fu riposto accomodatamente . e fu deter- 
minalo che la mattina seguente si pigliava risoluzione. 

E certo , Serenissimo Principe , il caso nostro era dubbioso, non 
per altro rispetto che per l'aqua. Trovansi tanti cavalli di prezzo, 
tanti altri cavalli di contadini senza una goccia di aqua; 700 ani- 
me , le (}uali tutte vivono a mio pane e vino. 



(1) Questi brevi contengono lodi per la difesa d" Osopo , non solo al Savoi' 
jnano, ma agli altri suoi compagni. Egli gli promette ancora soccorso. 
(2,' Era capitano di Lubiana Giovanni di Auersperg. 



40 LETTERE 

Pensi Vostra Serenità se lo peso mio è grande. Io e messer Teo- 
doro chiamammo più volte li suoi balestrieri e gli uomini miei ; gli 
proponemmo le difficoltà nostre , e sempre ne davano buone pa- 
role : ma pur vedevamo talvolta alcuni di loro non istar saldi , e 
dicevano poi il contrario ; in modo che sapendo essi delle tregue 
domandate , per un mese le volevano. Giunse per avventura l'uomo 
mio la sera che fu l'ultimo del passato; e la mattina chiamai tutti, 
e soldati e fanti e contadini , e lessi loro le lettere di Vostra Sere- 
nità ; le quali ebbero tanta forza , che tutti lagrimando le ascolta- 
vano ; ed il primo che parlò , essendo dimandati da me e da mes- 
ser Teodoro qual fosse la mente loro . fu messer Giacometto da 
Pinadello ; il quale disse , per sua opinione : che non si dovessero 
più ascoltare gli inimici, ma si desse loro una gagliarda ripulsa; e 
che più presto voleva morire , che componersi ; con molte buone e 
onorevoh parole. La qual sentenza fu da tutti , e soldati e conta- 
dini , seguita e lodata. 

Era allora venuto il messo deUi detti capitani di Lubiana e di 
Trieste per lo salvocondotto , per venire a fare la conclusione. Li 
fu risposto di nostro ordine, che riferisca alli signori suoi, che non 
venissero né mandassero più , perchè non volevamo né tregue né 
patti ; ma essi facessero il peggio che sapessero , che noi faressimo 
il debito nostro. E cosi si dissolse la pratica nostra. 

Lo stato nostro é questo. Noi diamo alli cavalli tanto vino al 
giorno : quella poca d'aqua che abbiamo, la riserbiamo per far del 
pane. Non si cucina , ma solo facciamo resto : così meniamo la no- 
stra vita felice e contenta , conoscendo far cosa grata a Vostra Se- 
renità , determinati tutti di morire prima che mancarli. 

Questa mattina sono partili circa 600 fanti , con 5 bocche grosse 
ed alcuni falconetti ; e sono andati alla volta di Venzone , crediamo 
per l'impresa della Chiusa. La quale. Serenissimo Principe, é im- 
portantissima , e provveggasi per riverenza di Dio ; che se ella ca- 
pitasse in man dei nemici , non ardisco dirlo quanto di male ne 
seguirla 

Io ricordo a Vostra Serenità che volentieri faccia venire subito 
le genti sue alla villa di Través appresso Castelnuovo , e qui allog- 
gino e cavalli e fanti , e faccia maggior adunamento di gente del 
paese che si puote. Resti il magnifico Governatore con le sue guar- 
die e scórte : il sito é che sempre si può salvare. Il magnifico mes- 
ser Giovanni Vitturi , subito che sieno giunti a Través , sia anco 



SCIilTTl-; DAL 15K» AL 1")i4 41 

con 200 caviilli leycieri ololli ; e sieno Ira questi li Stradiulli , li 
quali son temuti da costoro . alla volta della Cargna : e vada per 
lo canal Asino (1) : sono passi stretti, ma sicuri per fili uomini che 
li tengono , che sono buoni marcheschi. Arrivato a Freon in Car- 
gna , conciti la Cargna in arme : la qual senza dubbio lo farà , per 
avermelo promesso ; e vada alle spalle di que' pochi che sono alla 
impresa della Chiusa , che senza dubbio U fuggarh : ma a questo 
vuole (2) una celerità cesariana. Vostra Serenità lo solleciti , come 
le pare che meriti T importanza della cosa: io, per me, voglio (jue- 
sta cosa franca. Dio volesse che fossi di fuora per fin tanto che fa- 
cessi questa impresa : la quale è facile e sicura , purché ella sia 
presta e ardita : e credami Vostra Serenità che il tratto è bellissi- 
mo. Da Sacile a Través sono migha 20 ; ma io annunzio a Vostra 
Serenità, che come li nemici sentono l'avvenimento delli nostri in 
Cargna , fuggono, e il ritorno suo in ogni caso sarà sicuro o per la 
via stessa che saranno venuti , o per la via di Cadore. 

Noi stiamo qui assediati come prima , perchè tutto il resto del- 
l' esercito è qui, e sempre ci tengono di e notte le guardie intor- 
no; sicché ninno può entrare né uscire, se non furtivamente. Vo- 
stra Serenità provegga come li pare. 

Da Través fin qui sono miglia 10 : che se per avventura li no- 
stri si sentono potenti , adesso che U nemici sono divisi e debilitati, 
saria il tempo accomodato per assaltarli : pure più mi piace il primo 
disegno. 

A Vostra Serenila mi raccomando. 

Magnifico Proveditor e Luogotenente, leggete questa e pigliate il 
partito , e subito mandatela alla Illustrissima Signoria. Date du- 
cati 4 al portatore. 

P. S. Le parole di questi balestrieri sono state g'enerose . ma 
gli etfetti in molli non rispondono, perché non vogliono vini se non 
delicati e cose buone; e dubito che se questo assedio sarà lungo, 
né seguirà qualche inconveniente. L'acfua ci manca , e non i)iove. 
Oggi sono giorni 16 che li nemici ci sono. Vostra Serenila accel(>n 
la provvisione che la é per fare , e sia fra sei dì alla jiiù lunga. 



(4) Vallata cosi chiamata dal villaggio di S. Vito d Asio , ed è situata tra i 
monti al di là del Tagliamenlo. 

(2; È frequente nelle lettere del Savorgnano l'omissione delle particelle si- 
mili a questa che qui parrebbe da aggiungersi ; cioè : si vuole , o vuoisi. 

A Rcu. St. 1t. Nii'wa Scrit', T. II . P. II. G 



42 LETTERE 



In quest'ora spaccio alla Chiusa , e con mie lettere V inanimo 
che stieno saldi : ma ben dico a Vostra Serenità , che se subito non 
avranno soccorso , tengo che l' impresa sia pericolosa : la quale , come 
ho scritto a Vostra Serenità , importa non solo per le cose di que- 
sta Patria , ma anco per Trevigi , come gli effetti lo dimostrano : 
che Dio non lo voglia. Però subito , subito , ec. 



Lettera fl .^ del Capitano di Trieste al Savorgnano. 

1514, li 25 febhrajo . data in campo. 
Magnifico palante carissimo. 

Dappoi l'onorevole salutazione. Per avviso vostro sonora giunto 
in campo: ho trovato le cose di Vostra Signoria in mala disposi- 
zione , che molto mi ha doluto e duole, per essere noi parenti, co- 
me sa Vostra Magnificenza: e, pertanto, per il bene ed onore di 
quella , avria appiacere avere ragionamento con quella in secreto , 
che so che saria il meglio per quella; e piacendo a quella, vi piac- 
cia farmi la risposta acciò possa fare il debito mio , come l'affinità 
ricerca; e so che in simiU cose non fareste alt rimente per me: e 
quanto più presto, tanto piìi meglio. 

Non altro. Dio di mal vi guardi , e Dio vi inspiri per far il me- 
glio per voi. 

Aspetto da voi subito risposta. 

Tutto vostro 

Nicolò Raubero , capitano di Trieste. 

Risposta del Savorgnano. 

1 51 4 , li 25 febbrajo . data nel monte d' Osopo. 

Magnifico e generoso parente. 

Sempre ho conosciuto essere stato amato da Vostra Magnificenza 
e da tutta la magnifica famiglia ; e delle cortesie usate alla mia 
persona nel tempo della mia cattività ne tengo buona memoria. La 



SCRITTI-. lìAL 1")10 AL Ioli 43 

ringrazio della buona volontà sua ; ma del collo» [uio che la mi ri- 
cerca , dicendo volerlo per beneficio mio , non mi pare di sod- 
disfarli allrimente ; perchè se la trova le cose in (luell' esercito in 
mala disposizione contro di me , io trovo le mie qui dentro in tanto 
migliore stato per il favor mio ; e perchè non voglio che Vostra 
Magnificenza in questo s'affatichi per me. Ma se per onore ed uli- 
lith sua io posso adoperarmi in alcuna cosa , mi offro, salvo Tonor 
mio , a mettergli facoltà e la vita propria. 

A Vostra ^lagnificenza mi raccomando , e pregola mi racconiandi 
a messer Giorgio Sinzipamer . mio carissimo fratello , ec. 



Lettera 2." del Capitano dì Trieste 

Ioli, li 25 febhrajo , di camp». 
Magnifico e cordialissimo parente onorando. 

Ho intesa la lettera di Vostra Magnificenza in risjwsta della mia . 
la qual tiene buona memoria d'essere amata da me e casa mia: 
ed in quanto ho ricercato di parlare con la Magnificenza Vostra . 
creda quello procedere da buon cuore : ma io cerco di parlare con 
la Magnificenza Vostra a benefizio di quella , che non accade collo- 
quio per conoscere la Magnificenza Vostra, e neanco la disposizione 
delle cose sue. Ma se io per benefizio suo mi voglio ricercare cosa 
alcuna , quella non è per mancare ; alla cpial mi è parso di repli- 
care questa mia per l'affezione, amore e benevolenza fra noi cen- 
tratta ; eh' io non son di mente , animo ed intenzione di ricercar 
cosa alcuna da quella , che sia contro l' onor ed utile di noi ambedue. 

Per la qual cosa son desideroso d'aver collo(|uio con quella più 
presto sia possibile in luogo occulto , dove parerà a Vostra Magni- 
ficenza , avendo nientedimeno per l'occorrenze del tempo presente 
promissione e certezza dalla Magnificenza Vostra , che io possa ri- 
tornare sicuro. 11 simile io prometto alla Signoria Vostra per (|uesta 
mia , che quella da me talmente anco sarà sicura. 

Per esser messer Giorgio Sinzipamer in legazione in Rassia. non 
gU ho potuto soddisfare al desiderio tli Vostra Signoria : nondimeno 
al ritorno suo soddisferò. Ed a Vostra Signoria di cuore mi rac- 
comando. 

Nicolo UAinLKo. caimta.no di Tiui-sti:. 



44 L E T r ]•; r e 

Risposta del Savorgnano 

1514, li 25 febbrajo, data nel monte di Osopo. 
Magnifico , generoso parente. 

Poiché pur vi piace di parlarmi per benefizio nostro , come dite 
per le ultime vostre , io son contento di soddisfare. Però , piacen- 
dovi , domani al nascer del sole potrete venire con sei compagni 
alla volta nostra ; dove potrete venire , stare e tornare sicuramente 
sopra la fede mia, a buona fede e senza inganno. 

A Vostra Signoria mi raccomando , ec. 

XV. 

1514, li 4 di marzo, a ore 24, data nel monte di Osopo. 

Serenissimo Principe. Le ultime mie furono aUi 2 del presente, 
per le quali significai a Vostra Serenità lo stato nostro e il disagio 
grandissimo dell' aqua, sollecitando Vostra Serenità a qualche ga- 
gliarda provisione , perocché (1) tal mancamento io dubitava molto ; 
e giuro alla Serenità Vostra , che solo per oggi avevamo aqua , la 
quale solamente si riserbava per fare il pane. Ma il clementissimo 
Iddio risguardando assai sopra di noi con migliore aspetto , ha prov- 
visto alla estrema necessità nostra mandandoci il suo soccorso di 
una abbondante pioggia ; sicché fino a questo , quando più non 
piovesse , abbiamo aqua per 1 giorni e per noi e per U cavaUi , 
i quaU da 8 giorni in qua mai hanno bevuto aqua , ma vino : in 
modo che il magnifico messer Teodoro , e tutti li uomini suoi va- 
lenti , e così gli altri che si ritrovano con noi , stanno tutti di 
buona voglia , e preghiano la Serenità Vostra che di noi non si pigli 
affanno tanto che abbiamo dell' acqua. Delle forze dei nemici , da noi 
esperimentale; non temiamo. La Serenità Vostra , adunque, maturi 
le provisioni sue per noi , e non le precipiti : ben sono d'opinione 

(4) Così ha il Manoscritto; dove sembra essersi omesso: per. 



SCIUTTl': DAL 1510 AL l.'Jlt 45 

elio (luaiulo si segiui l'ordine delle ullinie mie dei 2 del mese si 
riporteria indubilula vittoria. Pure Vostra Serenità sapientissima 
faccia (|uanio li pare ; la qual voglio sia certa che messer Teodoro 
ed io abbiamo determinato di conservarle questo luogo, o di morire. 

Li nemici sono pur (jui , e ci tengono d'ogni intorno dì e notte 
assediati di guardie. L'altra j)arte di loro , come io dissi a Vostra 
Serenità , con o bocche di fuoco grosse e 3 piccole , s' inviò giovedì 
avanti giorno alla volta di Venzone , si crede per Timpresa della 
Chiusa, io scrissi al Provveditore (1 ] ed al Contestabile una buona 
lettera , e la mandai per lo tamburino mio a posta. Finora non 
abbiamo sentito altro. 

Sarà bene che Vostra Serenità mandi li denari deUi balestrieri 
che qui sono in mano del Provveditore , acciò che quando sarà 
tempo li possano avere più prontamente: la qual sappia, ch'io e 
messer Teodoro gh abbiamo promessi li danari suoi , afiìnchò con 
migliore animo stiano a queste fatiche , le ([uali in vero sono gran- 
dissime. 

A Vostra Serenità mi raccomando , e così messer Teodoro , e 
tutti questi valent' uomini , ec. 



XVL 

1o14, alli 12 marzo, a ore 24, data sul monte d'Osopo. 

Le ultime mie , Serenissimo Principe ed Eccellentissinìo Signor 
mio, furono dì 4 del presente, per le (piali significai a Vostra Se- 
renità il sussidio mandatomi dal cl(>nuMitis5ymo Iddio deiraijua , ri- 
cordando a Vostra Serenila che noi non precipitasse, ma maturasse 
le provvisioni sue : le (|uali lettere sono certo che sieno ben capi- 
tate, perchè il messo che le portò, è ritornalo; il quale essendo 
accostalo al monte , fu fatto prigione dei nemici , e per lo spazio 
di sei ore incatenato. Una parligianella nella (juale erano li brevi 
di Vostra Soreiiità e dell' illustrissimo Cnpilaiio generale (-2'. stette 
per tutto (|uel tempo delle sei ore in man di un servilore del conte 
Cristoforo: e lin;ilmente rilasciato il dello uomo, operò tanto che 

(1) Eia piovveditoro in Chiusa Giovanni Francesco Dieclo. 

(2) Era capitano generale il celebre Barlolommeo d'Alviano. 



46 LETTERE 

riebbe detta partigianella , e nel cospetto de' nemici , seguito da loro, 
si condusse qui sopra. 

Vero è che il pugnai suo, con le lettere che erano nel fodero, 
non si potè riavere; le quali lettere esso uomo dice che erano del 
signor Luogotenente e Provveditore ; che mi rincresce molto, perchè 
credo che appresso le lettere di esso Luogotenente e Provveditore 
sarà stato ancora qualche breve di Vostra Serenità in risposta delle 
mie fatte alli due del mese. Di tal sinistro mi è parso darne parte 
alla Serenità Vostra , acciocché , parendole , possa replicare. 

Li brevi della Serenità Vostra e dell' illustrissimo signor Capitano 
generale furono da tutti visti ed uditi con tanta soddisfazione e 
contento , che nessuna cosa è di piìi : benché tutti prima fossero 
dispostissimi , pur giovano assai , ed accendono mirabilmente gli 
animi loro. Io e messer Teodoro risponderessimo specialmente all'il- 
lustrissimo Capitano generale, rispondendo alla Eccellenza Sua e 
facendoli intendere di quanto frutto sieno state le lettere e la pro- 
messa sua appresso questi soldati e contadini : ma per non fare 
maggior inviluppo di lettere , restiamo , sapendo che Vostra Sere- 
nità le farà vedere tutte le nostre. A qual illustrissimo Capitano 
tutti ci raccomandiamo. 

Questa mattina parve al magnifico Teodoro far calare sei ca- 
valli al piano per far qualche, prigione , e per intender lo stato dei 
nemici. Fu preso , con l' ajuto di Dio , un gentiluomo di Gorizia ;, il 
qual depone come vedrà Vostra Serenità. 

Questi cappelazzi della Chiusa si sono resi senza veder le ar- 
tigherie. 

Prego Vostra Serenità che mi perdoni, se vorria impiccarli per 
la gola , perché tutti cyiesti soldati che qui sono, dicono che Vostra 
Serenità li farà ancora gran maestri , e che veggono per esperien- 
za , che molti e molti hanno dato ai nemici le più belle fortezze , 
e quella al fine gfi ha esaltati ed onorati. 

La Chiusa era fortezza di tenersi un mese contro una gran 
furia : così era dato. Pazienza. 

Noi qui, tutti d'accordo, stiamo di buon cuore. Abbiamo fatto 
un molino , quale é a sufficienza d'uso nostro ; basta per noi e per 
li cavalU , fi quali tutti stanno benissimo. Abbiamo pane per tutto 
agosto : vero è che di vini non ne abbiamo che per tre mesi : carne 
e formaggi ne abbiamo più che copiosamente ; sicché Vostra Sere- 
nità non dubiti, né pigli pensiero alcuno finché abbiamo da vivere. 



SCRITTE DAL 1510 AL 1514 47 

Mi dolgo bene, che fjuando Vostra Serenità, per sua bciiii.'iiil;i , 
mi donò Castelnuovo , li ministri di (|Ucllo mi tolsero 20 botti di 
vino che erano in detto luogo di Castelnuovo ; che se al presente 
le avessi, starei di miglior animo. Pure spero nella bonth di Iddio , 
che tra questo tempo ci verrìi (jualche lume di soccorso. 

Tutti a Vostra Serenità umilmente ci raccomandiamo . ec. 

Deposizione di vn prigione unita alla premessa lettera. 

Il signor Raimondo Dorimbergher , gentiluomo di Gorizia . nipote 
del signor Erasmo, d'età d'anni 22, fatto prigione questa mattina 
(12 marzo), depone come qui sotto. 

Che al primo arrivare del campo nemico qui . si trovavano es- 
sere duemille e cento lanzichinech , e boemi schioppettieri 300, 
e cavalli 500 : 8 bocche grosse di artiglieria sono ancora a questa 
impresa: ed è giunto il capitan Ricciauo il quarto giorno, che era 
a Verona , con uomini d'arme 400 , il quale oggi si dovea partire. 
Li cavalli 300 prima alloggiarono a Gemona, eccetto che il conte 
Cristoforo con 100 cavalli, che alloggia qui con le fanterie. 

Ogni notte questo monte è circondato da 400 fanti e 40 cavalH. 
Stavano in speranza che per mancamento d'aqua noi li capitassimo 
nelle mani. Dappoi la pioggia , hanno determinalo di levarsi per 
venire alla volta di Bacile; ma vogliono lasciare qui cavalli 200 di 
questi che qui sono, e fanti 800 che si aspettano dalla Carinzia; 
lì quali come siano giunti, questi si- partiranno. Di darne balta- 
glie nò di pigliarci per forza niuno più sei pensa. 

Dice ancora, che la spesa della batteria tf finita, e che a Gorizia 
non vi ò più nò balle nò polvere; ma di poi che hanno presa la 
Chiusa , ne viene abbondantemente per la via di Villacco : la qual 
Chiusa fu presa avanti che le artiglierie li fossero , facendo credere 
a quelli di dentro che noi s'eravamo resi. 

P. S. Come io scrissi a Vostra Serenith per altre mie, nell'ar- 
rivare del campo inimico qui ahi lo del passato, fu preso daUi 
balestrieri di messer Teodoro un capitano di bandiera di lanzi- 
chinech, il quale è ancor qui prigione; ed ultimamente ha dello, 
essere questo ordine in questo campo e quello di Spagauoli : che 
ogni volta che nostre "enti di Padova e di Trevigi si muovono 
contro questi . i Spagnuoli debbono venire alle spalle. Mi ò parso 
darne notizia a Vostra Serenila . ec. 



48 L i: T T E R E 

XVII. 
1514, li 12 di marzo, iti monte di Osopo. 

Benché io abbia scritto cosi gagliardamente, non è però che 
così sia la verità a noi. 

Io e messer Teodoro facciamo intendere a Vostra Serenith , che 
fino alla pasqua ne basta l'animo di mantenersi , che sarà ai 16 di 
aprile. Ma da indi in poi, è impossibile che ci possiamo tenere; 
perchè le vittuarie ci mancheranno, e gli animi delli soldati e delli 
contadini s'inviliscono non vedendo soccorso: che, a dir il vero, 
le fazioni e sinistri sono grandissimi , per essere la guardia grande; 
ed il grano che era preparato per gli uomini, bisogna darlo agli 
animali. 

Aspettiamo il soccorso di cui Vostra Serenità ne ha scritto in 
cifra ; ma vengasi consideratameitte , acciò non seguisca qualche 
sinistro. Tre o quattro mila cavalli de' Turchi che corressero fino 
a Lubiana , divertirieno costoro , che sarieno giornate 4 di Verbe- 
sania (1), ec. 

XVIII. 

1514, // 27 marzo, a ore 24, data sul monte di Osopo. 

L'ultime mie, Serenissimo Principe, furono di 12 del mese; 
per le quali significai a Vostra Serenità lo stato nostro , e come 
non dubitavamo di cosa alcuna delle forze de' nemici , come in esse 
si contiene : le quali spacciai per un uomo mio , con ordine che 
egli stesse in Sacile tanto, che la risposta di Vostra Serenità tor- 
nasse , e con sé ne venisse. 

Finora né egli né altri é venuto , in modo che stiamo sospesi; 
perocché l'ultime lettere di Vostra Serenità furono il primo di mar- 

(1 ) Essendo in pace col turco la Repubblica fin dal 1510, avea al suo soldo cava- 
lieri di quella nazione , e poteva a ragione farli invadere la Camicia , mentre 
nel secolo passato gl'imperatori alemanni aveano facilitato ai Turchi più volte 
il loro passaggio in Friuli, ove portarono infiniti danni. 



scniTTi'; DAI. 1510 ai. 1514 49 

zo (1), e mai da allora in qua abbiamo intesa cosa alcuna. Non 
mandiamo così sposso messi , perchè la m;ii.'j.'ior parie di quelli che 
mandiamo non ritornano; e pia cincjue di loro che mi jiveviino 
promesso di ritornare, non sono ritornali. .Mal \olenlieri sminuimo 
il loro numero. Saria ollizio del magnifico Luogotenente e Provve- 
ditore trovar modo di mandarne gli avvisi di Vostra Serenilii . li 
([uali ci sono \)\ivc di gran conforto a tulli noi. Questo basti circii 
([uesla materia. 

Lo stato nostro ed il successo de' 12 del mese in qua , sarh come 
qui sotto è scritto. 

A'io del presente vedemmo per gli inimici l'arsi grand'apparalo 
di legnami d'ogni sorte , li (|uali portati alla volta della ròcca . li 
l)iìi lunghi, che erano da noi stimali da 7 in <S passa , furono eretti 
in forma quadra al dirimpetto della batteria. Non sapremmo giu- 
dicare che sorte di macchina dovesse esser questa ; i)erciocchè , a 
volersi alzare al nostro livello, Ire altri tanti di quell'altezza non 
sarieno stati suflìcienti un sopra l'altro. Essi cercavano di traver- 
sare detti travi stanti , ma noi del monte con le artiglierie nostre 
minute l'impedivamo: e non creda Vostra Serenila che il fonda- 
mento di qiu'slo loro edifìzio sia in terra piana , ma dico che è 
sul monte sottoposto alla ròcca al piano della stalla , sotto la scala 
di pietra e sotto il rivellino: il silo dei (juali luoghi fu da me |Me- 
namente descritto nelle mie de' 21 febbrajo. 

Quel giorno istesso , che fu ai lo del presente, si Niilero 
detti nemici uscire dalla prenominata stalla sotto la rócca con un 
travetto , ed accostatisi al .«^asso vivo sopi-a del quale a piondjo 
sono ^ ovvero, per dir meglio, erano le nmraglie della ròcca, ivi 
si senti maneggiare ferri continuamente di e notte , in modo che 
tutti giudicammo che si lavora.sse per darci il fuoco e spezzare il 
sasso. Veramente, Serenissimo Principe, tanto si mossero li animi 
nostri per queste sue macchine ed operazioni . come se fossero siale 
opere di ragni. Si scoperse dappoi una leslwggine di legname gros- 
sissimo nel rivellino di detta rócca , ap])iedi della scala di sasso , 
fatta alla foggia di una barbetta (2). ^ua stretta, con una ruota 



(1) La lettera ducale in dala del 'I ." marzo lo assiema del piossimo soccorso, 
e clie non solo i nemici se ne andranno, ma saranno lagliali a pezzi come in 
('adore nei loOS. 

(2) Barbotta è una specie di barcaccia che si u>-a sull'.Xdriatico. 

Ar.cii. S r. Ir. i\:i(mi S'-r.'-, T. Il . P. Il 7 



50 LETTERE 

davanti e di dietro , con due piedi che la tenevano quasi a livel- 
lo ; ed in cima di detta scala di sasso , al luogo della porta di ferro, 
fecero attaccare una taglia (1), per la quale passava una fune , un 
capo della quale ritornava nella stalla , ed all'altro era raccoman- 
data detta testuggine : la quale jeri , dopo la batteria che qui sotto 
dirò a Vostra Serenità^ fu tirata fino alla porta di ferro, sotto cui 
4 uomini stavano ascosi. 

Poco durò il comodo , perocché con la furia di sassi , e grossis- 
simi da 300 a 400 libbre , li cacciammo giù con furia, e rovina loro. 

Ma torniamo alla mina. Il sasso , Serenissimo Principe , di que- 
sta rócca e di tutto questo monte è toffo (2) di (juello che si fanno 
le mole dei molini , di tanta durezza, che è impossibile potervi far 
dentro una cava d'un passo in un mese. 

A voler far rovina che operasse, al luogo ove hanno dato prin- 
cipio , non vi vorria manco di sette passa ; oltre che , quando si 
giungesse al fin del canale , il quale vuol essere stretto , mal si 
può lavorare , e si ricerca una camera ampia. Tengo per costante 
che nella rivoluzion di un anno non sieno per formar la cava ; e 
gh uomini miei che lavoravano le mole di detto sasso, se ne ri- 
dono e fanno beffe di questa cosa. Ci è un'altra proprietà in favor 
nostro ; la quale è , che tutto questo sasso , quantunque sia duris- 
simo , in più luoghi è fesso e rimoso ih modo , che la furia del 
fuoco avrebbe uscita per dette fessure e rime. Sicché di questa loro 
mina nessuna paura teniamo. 

Fatte tutte queste macchine e spauracchi , domenica , che fu 1 9, 
cominciò tirar alla volta della rócca assai sinistramente , e così il 
lunedì e martedì sera. Il capitano di Trieste parente mio mi fece ri- 
chiedere un salvocondotto per parlarmi a bocca , e non in scrit- 
tura. Mi parve , per ragionevoli rispetti , concederglielo. 

Venne , e dopo molte parole si risolse che , s' io voleva , mi fa- 
rebbe far una tregua per quanti giorni mi paresse , fra li quah io 
potrei fortificarmi e foi^iirmi delle cose necessarie. Egli , come pa- 
rente ed amico , me ne confortava , perocché questi signori del 
campo avevano determinafo star duri a questa impresa ; ed ai 
medesimi , quand' anche non aquistassero altro alla maestà dell' im- 



('I) Taglia vale carrucola. 

(2) Tofib e tufo si ctiiama la pudinga , colla quale si tanno le mole da ma- 
cinare. 



scruti: dal 1510 al 1514 51 

]KM'atort' che (juesto luogo , parrebbe loro di aver fallo assai. Dis- 
semi che la mina era principiala . molle macchine preparale e 
molle arligliorie in ordine per la matlina seguenle , a far una cru- 
delissima balleria; e che io provvedessi alle cose mie. Per mia fé, 
sempre con gentili parole e modi convenienti, li In riposto: che 
questa tregua non ne accadeva , poichò nói ci ripulavamo forti a 
sufficienza, non che forniti di vetlovaglie per parecchi mesi. Circa 
alla mina e macchine, sapevamo (pianto essi che le facevano, 
e meglio , di (juanto frutto potevano essere. Però non le slimava- 
mo ; e del battere non si diceva, perchè essi medesimi sapevano 
quanto da noi erano stimate le artiglierie loro. Ringraziato della 
buona mente e volontà sua , se ne andò con Dio. 

Appena s'era partito detto capitano di Trieste , che le guardie 
uoslre ne fecero intendere che gli inimici facevano certi ripari alla 
volta di levante contro la rócca. Raccomandato a messer Teodoro 
il monte , quella sera me ne andai in rócca ; e circa l'ora una di 
notte sentimmo condurre tutte le artiglierie grosse verso ponente. 
Era nella rócca restato un certo vòlto, dove li combattenti si ri- 
ducevano per ripararsi; e ([uelli mobili che avevasi in della rócca, 
tutti erano riposti sotto quel poco di coperto. Quando fu alla mat- 
tina all'alba , cominciò un crudo e bravo battere , tale che in poca 
ora rovinò detto vólto con tutte le muraglie; nò mai era che per 
la batteria sopra la scala non venisse alcuno per_ tirar gli uomini 
al discoperto , per ammazzarli con le artiglierie. Volle disgrazia che 
ad uno carissimo servilor mio , il (juale pei servigi di Vostra Sere- 
nità era stato mesi 35 prigione del conte Cristoforo, combattendo 
valorosamente, da una artiglieria li fosse levata la testa. Alla sua 
anima Iddio doni requie e riposo. Nel giovedì fu fallo il medesimo 
battere crudelissimamente : e alk; ore 18 si appresenlò il fiore di 
tutto l'esercito alle scale di sasso , e con tutte le macchine ed ar- 
gomenti suoi fecero l'ullimo sforzo di montare , battendo sempre 
mai li fianchi nostri con le artiglierie aspramente. Cercando di le- 
varci la difesa , gettavano certe balle di mala sorte . le quali in- 
fuocale tiravano certi scoppii da certe cannelle di f(MTo con le pai- 
lotte dentro , che facevano grandissimo fuoco, con un timio j)ieno 
di fetore. Noi, con aqua che era preparala, facevamo all'incontro 
le debite difese. Eravamo dentro della ròcca combattenti 24. divisi 
in due parli . e mentre che l'una combatteva , l'altra si riposava. 



5'2 L E T (ERE 

Bisognava i'ar così , perocché la battaglia fu più aspra che alcune 
altre volte. Durò dalle 18 ore fino al tramontare del sole; e molte 
volte vennero alcuni più presuntuosi degli altri tanto avanti, che 
a colpi di lanciate e poi di sassi furono ributtati. Fu condotta gran 
quantità di loro a piedi della rócca , e stativi per uno spazio di 
circa 4 ore , senza fare alcun tentativo , se ne ritornarono , tirando 
sempre le artiglierie sue. Così il sabbato , e così jeri , che fu dome- 
nica (25 e 26 marzo); in modo che possiam dire aver tenuta una 
batteria di tutta una settimana. È certo , Serenissimo Principe , 
che in questa settimana hanno tirato più di 1000 colpi di cannoni: 
nel mercoledì e giovedì furono numerati più di 600. Conoscendo 
li nemici non poter offendere la rócca più di quello che avevano 
fatto sabbato di sera , voltarono verso il monte i loro pensieri , e 
tutti li principali si condussero a veder quél luogo se più ne po- 
tessero offendere. 

Non fu ascoso questo pensiero a messer Teodoro , il quale su- 
bito provvide d'ottimi ripari le vie segnate dai nemici. Jeri vedem- 
mo levar dalla batteria tre bocche , e condotte fino appresso al luogo 
per loro disegnato , avanti che fossero affermate , le fecero voltare. 
Questo avvenne , come si giudica , perchè tutti li capitani vennero 
a vedere il detto loco , e conoscendo essere impossibile far frutto 
alcuno , mutarono opinione. 

Non voglio tacer questo , che le fazioni di messer Teodoro e de- 
gh altri valent'uomini suoi sono sì grandi , che io stesso mi mara- 
viglio come ci possano stare. Mentre fui alla rócca, ho avuti 4 e 6 
delli suoi ; e se più ne avessi voluti , più ne avrei avuti ; che tutti 
erano disposti , per onore ed amore del padron suo , e primiera- 
mente per la Serenità Vostra , ad esporsi ad ogni pericolo : e così 
sono per fare finche avranno fiato in corpo. Non voglio tacer an- 
cora la virtù e valor di un valentissimo uomo nominato messer 
Giacomo d'Altavilla vicentino , il quale è stato di continuo in rócca, 
ed ha fatte prove da non le poter credere. 

Vostra Serenità non mi resciiva in specialiter di alcuno , per 
non incitar gli altri ad invidia. 

Già fa poca ora, sono dismontati 10 de'nostri cavalli, ed hanno 
preso un bombardiere ; il quale dice , l'imperator trovarsi alla volta 
di Vienna , e che li commissarj del campo hanno scritto alla mae- 
stà sua . che lor sia comandato quanto hanno da fare , o star qui 



SCRITTE DAL lolO AL 1514 58 

o andar ad altra impresa. Aspeltauo la risoluzione di sua maestà: 
e se piglieranno altra impresa , andranno alla volta di Sacile : e che 
quando li nemici nei passati c;iorni si levarono di qui , furono ca- 
valli solamente 400 , che andaroncf alla volta di Pordenone , ed ivi 
si ritrovano ancora : il resto di cavalli e lutti li fanti sono qui. 
Dice ancora , che il conte Cristoforo sabbato ebbe una sassata sul 
celatone, per la quale egU non si sente troppo bene (1). 

Altro non mi accade , se non eh' io e messer Teodoro ci raccoman- 
diamo alla Serenità Vostra , ed aspettiamo qualche buona risposta. 

Sieno dati al portator di questa ducati numero 5 . ec. 



XIX. 

1514 , .... d?' marzo [posteriore alia precedeìite : 
manca del luogo e del giorno di data). 

Per l'ultime mie in cifra dissi a Vostra Serenità , eh' io e messer 
Teodoro avevamo animo di tenerci fino a pasqua : così li replichia- 
mo ed accertiamo. D' indi in là , mi veggio in certo e manifesto 
pericolo. Ormai soldati e contadini sono sazj. Pensi Vostra Serenità 
ciò che sarà in (juel tempo : ,gli incommodi si fanno ogni di mag- 
giori ; e dico che se questa fortezza capita in mano degli inimici. 
Vostra Serenità non speri mai di ricuperarla. 

La Serenità Vostra si degni per il presente messo , il (jual 
mando a posta , di farmi intendere la volontà sua ; e se in caso 
fino a pasqua ella non fosse per mandare soccorso , dobbiamo ac- 
cettare tregua , se la possiamo avere. Io , per me , li prometto non 
uscire mai di fjua in potere dei nemici ; ma ognuno non ò del voler 
mio. E a questo ultimo passo non mi si ha fatta risposta. 

Umilmente mi raccomando , ed insieme la donna mia , con li 
figliuoli , ec. 



(1] Nel margine del manoscritto di queste lettere trovasi questo epigram- 
ma di autore ignoto : 

« Frangipanis eram . sed diim volo frangere saxa 
« Osopi , frangunt , lieu : uulii f^u.va caput. 



54 LETTERE 

XX. 

1514. L'ultimo marzo . in aurora. Data nel monte d'Osopo. 

Serenissimo Principe. Anco per mie di jeri (1 ] , di ore 16, scrissi 
del levar del campo inimico , e come s' era inviato alla volta di 
Tenzone, quasi fugato e rotto ; e scrissi al magnifico Provveditor dei 
Stradiotti (2) , che volesse in quell'ora volare in queste parti , poi- 
ché io voleva insieme con loro andare alla volta di Cargna per 
recidergli la via , con certa speranza di far almeno perdere le ar- 
tiglierie. Così anco scrissi all' illustrissimo Capitano generale. Son 
certo che Vostra Serenità avrà avuto tutti questi avvisi. 

Dappoi spacciate dette lettere , intesi come a ore 22 il conte 
Cristoforo in sbarra fu levato da Gemona ; della salute del quale 
i medici hanno poca speranza. Il giudizio del Signore è giusto e 
sauto. 

Io aspetto questa mattina , e mi pare che sia tardi , li nostri 
cavalleggieri per far l'effetto soprascritto. Giti incominciano ad ingros- 
sare gli uomini del paese secondo la richiesta mia , e spero fra lo 
spazio di due ore averne da 1000. Insuso (3) farò quanto saprò e 
potrò per la gloria di Vostra Serenità : e basti. 

La terra di Udine , la quale ab antico ha avuto con la fami- 
gUa Savorgnana strettissima connessione e vincolo , dubita e giu- 
dica che le genti della Serenità Vostra li dieno qualche danno. Fu- 
rono mandati qui molti cittadini a richiedermi con sue lettere che 
io mi trasferisca ivi per difenderli , quando alcuno a torto li vo- 
lesse offendere contro la volontà di Vostra Serenità. Io che sono 
occupato in queste azioni importantissime, non ho voluto andare; 
ma loro ho mandato Camillo mio nipote per far quell'offizio che 
essi richiedono dalla persona mia. Certo mi duole fino nelle viscere 
del cuore non poter soddisfare a quei cittadini e popolo, alli quali, 
a confessare il vero , ho pur grande obbligazione ; poiché , come si 



(1) Manca nel manoscritto questa lettera de' 30 marzo 1514. 

(2) Era Niccolò Vendramino provveditore degli Stradiotti. 

(3) Insuso vale di sopra , cioè ai monti , dove recavasi il Savorgnano per ta- 
gliare la ritirata agi' Imperiali. 



SCRITTE DAL 1510 AL 1514 55 

ò N eduto , ad ogni cenno mio ho levato ([uel che mi è parso , e 
condotto ad ogni pericolo ;ilU bisogni di Vostra Serenità 

Ma lasciando stare il mio special interesse, e parlando della di- 
vozione verso la Serenila Vostra, dico che mai quella terra pre- 
termise tratto che ella avesse conosciuto poter giovare alla Sereniti) 
Vostra; la (piale vedendo le scritture fatte ai 12 di febbrajo pros- 
simo passato nel jiarlirsi delle nostre genti, conoscerà che merita 
aumento , non diminuzione della grazia di Vostra Serenità. Lascia- 
mo stare le altre sue esperienze fatte in altri tempi della candida 
e pura fede sua : le quali sono state rarissime , anzi sole. 

Prego , adunque , e supplico Vostra Serenità , per li meriti di 
essa terra e per li meriti miei, tali quali sono, ch'ella vogha im- 
mediatamente et volentissime scrivere alli ministri suoi, che si asten- 
gano e facciano astenere le genti sue dalle ingiurie e danni di essa 
terra ; e cosi ancora del paese. Imperciocché io spero , piacendo a 
Dio ed alla Serenità Vostra , per ricordare e condurre a fine un 
mio disegno , che con pochissima spesa di Vostra Serenità questa 
provincia si preserverà dalU inimici ; con le forze sue anco, ad un 
bisogno , fuora di essa Patria , potrà inferire danno a' nemici , e 
portar benefizio alle cose di Vostra Serenità dove li parrà , come 
con tempo più pienamente dirò alla presenza sua. Aspetto per lo 
presente messo Faddimandato rimedio dalla Serenità Vostra ; alla 
cui Grazia umilmente m' inchino e mi raccomando . ec. 



XXI. 

Ai Magnifici Deputati e Congregazione della terra di Udine (1). 
1514 marzo (deve essere dell'ultimo o penultimo giorno del ìnese). 

Magnifici come fratelli. Se io non fossi occupato in una impor- 
tantissima azione , come da Camillo mio intenderete , io saria per- 
sonalmente venuto , secondo la richiesta delli nunzii vostri per nome 
vostro. Ma confidandomi della sufficienza e probità di Camillo mio 



(1) Non potendo il luogotenente cesareo in Udine, Giovanni di Neyhans, di- 
fendere questa città , questa mandò ambasciatori all'Alviano per la resa ; ma 
mentre questi trattavano, giunto Cammillo nunzio di Girolamo Savorgnano , a 
quello s'arrese il 31 marzo. 



•ifi LETTERE 

nipote , mi ha parso di mandarlo lui , confortandovi e richieden- 
dovi per nome mio, e della Illustrissima Signoria vostra, far a detto 
Camillo la dedizione di quella terra , e prestar la debita obbe- 
dienza ; promettendovi che immediatamente che io sarò espedito 
della prenominata azion mia , volando sarò appresso di voi , dispo- 
sto a stare in ogni fortuna assieme con li miei concittadini e popolo. 

Siate di buon animo, ch'io son per essere con la mia ferra 
quello che sempre sono stati li miei progenitori : ricordandovi che 
accostandosi le genti nostre , mandate oratori vostri , e Camillo in- 
sieme , a riverirli , e fargli intender di quanto avevate operato con 
me mediante Camillo predetto. Ma spero che io sarò li più presto 
che alcun altro. 

State sani , ed amatemi , ed a tutti raccomandatemi , ec. 



XXII. 

1514, il primo aprile. Dalla Risiutta. 

Serenissimo Principe. Anco questa mattina con gli uomini del 
paese e con 200 cavaUi son giunto qui, ed abbiamo fugato gli ini- 
mici: U quali hanno lasciati pezzi 7 di arligherie; poi si sono tirati 
alla volta della Chiusa. Noi manderemo a condurre dette artigUerie 
a salvamento. Perciò mi è parso mandare TriveUino , mio staffiero, 
a posta , il quale a bocca riferirà l'opera di messer Giacometto di 
Pinadello , la quale è stata mirabile. 

A Vostra Serenità mi raccomando , ec. 

XXIII. 

1514, il primo d'aprile, a ore 3 di notte, in Udine. 

Questa mattina , Serenissimo Principe, per una data nel ca- 
stello della Chiusa (1), U significai l'aquisto d'essa Chiusa: e per- 
chè ho inteso , il messo per certo impedimento suo non essere ivi 
venuto , mi è parso mandare messer Polonio portator di questa . 

(1) Manca questa lettera data alla Chiusa. 



sciunii: DAL 1510 al 1514 57 

mio famigliare ; e replicar a Vostra Serenith, come dopo la fuga dei 
nemici e l'aquislo delle artiglierie , 5 uomini miei combattendo 
detto castello della Chiusa , lo presero finalmente miracolosamente; 
della qual cosa io mi rallegro , e cosi delli altri prosperi successi 
di Vostra Eccellenza. Ho promesso alli detti 5 uomini ducati 5 al 
mese per ciascuno in vita sua, con l'obbligazion. d'andare alli ser- 
vigi di Vostra Serenità dove sarà bisogno nella Patria ; e che essi ed 
eredi saranno esenti dalle fazioni rurali. Piacendo a Vostra Serenità, 
potrà far loro la sua lettera (juando verranno alla presenza sua. 

Ho messo contestabile in castello Marco Susanna (1), cittadino 
di Udine , mio intrinseco amico, caro e di provata virtù, con pro- 
visionali 20; e per castellano, messer Giovanni Tiepolo , che fu 
lìgliuolo di messer Marco mio figliastro, giovane valoroso; il quale 
sempre meco nella batteria e battaglia stava ad ogni cimento, ben- 
ché avesse alquanto di mancamento in un occhio da un sasso get- 
tato dalla artiglieria. Prego Vostra Serenità si degni confermarmelo. 

Io sono ridotto qui, mandato dall'illustrissimo Capitano, ed in 
quest'ora parto per Strassoldo, per proibire alli Boemi che stanno 
in Marano l'entrala in Gradisca. 

Sarei stalo contento spedire quelle faccende di sopra; come 
sono , di visitare la Santa Gasa di Loreto per un mio solenne volo : 
ma non posso negare l'opera mia nelli commodi di Vostra Eccel- 
lenza •. alla c|uale umilmente mi raccomando ec. 



XXIV. 

1514 . // 8 aprile , a ore li . i>t ('dine. 

Serenissimo Principe ed Eccellentissimo Signor mio. Qnesla mal- 
lina il magnifico Luogotente mi ha mostralo una lettera di Voslra 
Serenità delli 6 del mese; per la quale ella dimostra quanto lì sia 
caro il hiogo d'Osopo e le cose mie : del che ne rendo quelle gra- 
zie alla Serenità Voslra che si conviene : ed iiilurno a (jueslo mi 
riservo all'opere , lasciando le parole ; e basti. 

(1) Fu questi anche alla difesa diiCividolo nel 1509 con 200 fanti , e si dislinie. 
Alidi. St. Ir. /V/Kra StÌ'-, T. H , P. H . 8 



58 L lì T T E H K 

Ho avuto 9 barili, li quali mando a quest'ora suso (1)...,, 
dico delle grandi : le altre nove mi è parso lasciarle in questa terra 
per il bisogno suo. 

Io vado in quest'ora a Osopo per prò vedere alli bisogni ; poi 
alla Chiusa. Ho richiesto il magnifico Provveditore , che mandi in 
esso castello della Chiusa 30 provvisionati , con un contestabile suf- 
ficiente : cosi mi ha promesso di fare Sua Magnificenza. Eghno sta- 
ranno alla custodia di quel luogo con messer Giovanni Tiepolo 
figliuolo mio , confermato da Vostra Serenità per grazia e beni- 
gnità sua. 

Quanto ad Osopo , prego la Serenità Vostra sia contenta di dare 
a un balestriere di messer Teodoro , nominato Francesco Cassina . 
provisionati 120 , il quale ahi bisogni s'abbia a ridurre alla custo- 
dia di detto luogo. Questo Francesco Cassina (2) ha per lo avanti 
fatto il mestiere a piedi : del valor e fede sua ho visto in questo 
assedio esperienze grandi ; epperò lo desidero con tutto il cuore. 
Se non sarà necessario , si potrà tener delta compagnia , ed usarla 
dove sarà bisogno. 

Ben prego la Serenità Vostra che mandi subito subito dell'altra 
polvere , e quel numero che li pare di trombe e pignatte da fuoco, 
e buzzoladi di lumiere , ed almeno due migUaja di piombo, 200 staja 
di sale, e due corde o capi^ uno più grosso dell'ai Irò, con le sue 
taglie grosse da tirar pesi. Se altro avverrà che mi bisogni, scri- 
verò a Vostra Eccellenza , e mi sforzerò d'essere manco molesto 
che sia possibile. S' io troverò qualche artiglieria minuta de'nemici , 
la terrò : altrimente , la Serenità Vostra mi provvederà. Vi è biso- 
gno di parecchie bocche ; e come io sia provisto ( Vostra Serenità 
mi perdoni), vorria che venisse l'imperatore, Spagna e Inghilterra 
a questa impresa. Lasciamo Osopo , e torniamo a Udine. 

Udine , Serenissimo Principe , è terra da poter tenerla , e van- 
tomi tenerla , sebbene le forze dei nemici fossero maggiori tre volte 
di quello che sono. Ben vorrei che questo numero di cavalli fosse 
d'uomini obbedienti più di quello che sono , e che queste compa- 



(1) Mancano qui alcune parole: però deve trattarsi d'artiglierie da inviarsi 
ad Osopo. 

(2) Fu questi un soldato valentissimo, e mori, poco dopo, all'assedio di Ma- 
rano. Era nato in Udine. 



SCUITTK DAL lolO AL 1 !j I i 59 

iiu'w fossero pieno; che, in vero, non veggo li fanti se non raris- 
simi. Vorrei ancora che Vostra Serenilk fornisse questa terra d'ar- 
ligherie convenientemente , e di polvere. 

Fatte queste provvisioni , la stia sicura di questa terra , non 
venendo campo di Spagnuoli (1). Ma passiamo più avanti. 

Se la Sereniti Vostra m'ingrossa al(iuanto di fanti, come ho 
detto (e vorremmo anco 100 uomini d'arme), ò mia opinione che 
usciamo in campagna , e che prendiamo l'alloggiamento in luogo op- 
portuno , facendo intorno Marano tre bastioni , acciocché questi 
Boemi non possano u.scir fuori. Così , spero . terremo tutto il paese 
alle spalle nostre sicuro; alloggeremo sulle terre dei nemici , ed as- 
sedieremo senza dubbio Marano. 

Per far (|uesto effetto, ho gih mandato ad unire le genti della 
Patria, affinchè, piacendo questo mio discorso a Vostra Serenità, 
le cose sieno preparale. Alla tornata mia , che spero .sarebbe lu- 
nedì martedì , ritroverò forse la risoluzione di Vostra Serenith. 

Delle cose di Cormons, delle minacele del conte Cristoforo, non 
scrivo a Vostra Serenità . ma mi riporto al signor Luogotenente e 
Provveditore. 

Prego la Serenità Vostra che voglia scrivere al Provveditore , 
che dica a messer Teodoro dal Borgo che la Serenità Vostra è per 
dargli utile ed onori ; perchè mi ha pregato che scriva in racco- 
mandazione sua a Vostra Eccellenza. Così gli ho promesso, cosi 
faccio , perchè egli merita. 

Prego la Serenità Vostra che mi mandi un mastro da pozzi 
alla veneziana. 

M' inchino umilmente , e mi raccomando ec. (*) 



H) In questi tempi gli Spagnuoli andarono depredando , senzì timore alcuno, 
il Padovano e Vicentino. 

(*) Le altre Parti nelle future Dispense ILEdilore). 



L ARCHIVIO CENTRALE 



DI STATO 



MOVAMKME ISTITUITO IN TOSCANA 



NELLE SUE KELAZIOINI i'M GLI STUD.I STORICI 



DISCOIISO 



IJI LEOPOLDO GALEOrTI 



L'ARCHIVIO CENTRALE 

DI STATO 

NELLE SUE RELAZIONI CON GLI STUDI STORICI 



Non parrà strano ai lettori, se torniamo a parlare in queste 
pagine del riordinamento dell'Archivio Centrale di Stato. Imperocché 
se il trattarsi di cosa tanto onorevole al Governo Toscano che volle 
decretarla, se la stima ed amicizia verso il professor Ronaini cui 
spetta il merito della esecuzione , se Tessere es\\ nostro collega 
e collaboratore in questa opera letteraria . non ci fossero scusa 
bastevole , saremmo pur sempre confortati ad insistere su tale 
argomento dalla indole stessa della nostra pubblicazione. La quale 
essendo volta air incremento delle isteriche discipline, male cor- 
risponderebbe (io penso) airuflìcio suo. ove non ])rondesso a consi- 
derare il riordinamento deir Archivio Centrale nelle moltiplici rela- 
zioni che ha e può avere colli studj nostri. Mentre però nei prcce- 
tlenti articoli fu tenuto discorso degli atti governativi i (juali lo 
prepararono, e fu annunziala la esecuzione di (|uelli alti (piando 
le Sale dell'Archivio furono aperte la prima volta al jiubblico to- 
scano (1). è nostro intendimento di entrare adesso in ulteriori rag- 
guagli: 1." sulla importanza delli Archivj ; 2." sulle vicende di essi 
in Toscana; 3." sul concetto scienlitìco che diresse il loro riordina- 
mento •. 4.** sui vantaggi che possono cavarsene p(>r gli sludj storici: 

(1) Archivio Storico, Appendice, Tom. IX, pag. 2tl >egg. , e Nuova Serie, 
Tom I , par. 2.», pn;:,2oì^-.'if). 



64 dell'archivio centrale di stato 

5.° sulli ulteriori provvedimenti che reputiamo indispensabili . se 
vuoisi veramente che l'Archivio centrale abbia i requisiti di una 
scientifica istituzione. 

I. 

Il secolo passato , comecché volesse rifare ad un tratto e di pian- 
ta (ogni secolo ha il suo speciale indirizzo) l'uomo e la società, 
le credenze e i costumi , le istituzioni e le leggi , bisognava che 
fosse e fu antistorico per eccellenza. Fece ed amò la storia , ma a 
modo suo. 11 passato era lunga e dolorosa trafila di pregiudizi , di 
tirannie e di dolori. La storia forniva i materiali a sussidiare l'atto 
di accusa contro quanto a priori si condannava. Quindi la storia 
fu disfatta e rifatta a comodo delle contrarie passioni che disputa- 
vansi l'impero del mondo. La catena delle tradizioni scientifiche 
dovè spezzarsi : la grande erudizione fu reputata sciupio di tempo, 
e quasi strumento di mala signoria. Fu miracolo se i depositi stessi 
della storia , in certi momenti di maggiore sobboUimento , poterono 
sfuggire agli effetti di una vandalica proscrizione. Né questo dico per 
vaghezza di unirmi io pure a scagliare la mia pietruzza contro gli 
uomini che aiutarono o compirono la rivoluzione del 1789. Di que- 
sta io non posso scusare gli eccessi , ma non potrei disconoscerne 
i benefizi : voglio bensì accertare un fatto le cui morali conseguenze 
furono molte , ed anche troppo durarono : quando il parlare e lo 
scrivere, non debbano essere esercizio di stile o palestra di retto- 
rica, l'artifizio delle reticenze e la furberia delle restrizioni men- 
tali mi sembrano frutti fuori di stagione. Non mancarono invero 
eruditi e pensatori cui sanguinava il cuore per lo scempio delle 
loro affezioni più care ; e vi furono uomini che i piti gagliardi ec- 
citamenti non valsero a distogliere dalle loro abitudini , dai loro 
studj , dalle loro severe investigazioni. Ma il vento spirava da un 
altro lato ; e quando pochi assiomi fanno le veci di scienza , e un 
frizzo di gazzettiere dispensa dal ragionare, cos'altro rimane, cos'al- 
tro può farsi se non piegare la testa, raccogliere al cuore le forze, 
ed aspettare ? Ma quegli uomini ci conservarono il fuoco sacro ; e 
non appena la stanchezza , o un lucido intervallo , fecero sentire il 
bisogno di meditare sul percorso cammino , per opera loro fu ricon- 
giunta la catena delle tradizioni, e gli studj storici parvero quasi il 
filo di Arianna per non smarrirsi nel laberinto. E fu benignità di 



dlll'akciuvio centhalk di staio 05 

Provvidenza, poiché l'anlichith già s'invocava, in odio di parlo, per 
inlronizzare i proi;iudizj ])iìi straccili , per rimettere in voga le cose 
più invecchiale. Ogni politica controversia non pote\ a allora instau- 
rarsi che nel campo della storia. Grande fu allora rullicio che alla 
scuola storica era affidato. La quale essendo necessith morale del 
tempo, veniva anche favorita da una nuova filosofia, che tenuto 
conto delle mutate condizioni di civiltà e del rinascente sentimento 
religioso, tendeva a conciliare lo spirito di libertà colle credenze, a 
collegare le idee nuove colle tradizioni degli avi, a comporre le parli 
opposte in un patto di vicendevole transazione. Fra il passato e il 
presente la rivoluzione ci volle l'abisso. La restaurazione lo colmava 
buttandovi dentro in rifascio ogni cosa che sapesse di nuovo. Spet- 
tava alla scuola storica gettarvi un ponte che ajutasse il trapasso ad 
un migliore avvenire. Conveniva però si ripigliasse a tale uopo l'opera 
dei grandi eruditi del secolo XVII; ma si ripigliasse con vedute aj)- 
plicative , ma traendo profitto della fatta esperienza , ma con inten- 
dimento conforme ai nuovi bisogni, ai nuovi affetti, alle nuove dot- 
trine ; ma col coraggio che è figlio del forte convincimento e della 
voglia risoluta di adempiere un civile dovere. La storia non poteva 
essere nò miscredente nò giacobina; ma nemmeno indossare la co- 
colla di frate o la livrea dorata di cortigiano. 

E bisognava rifare la storia : rifare la storia antica invocando 
rajuto della erudizione classica . filologica e monumentale, per con- 
trapporla alle ipotesi del dommatismo rinnovatore : rifare la storia 
moderna . nìa nel duplice scopo della verità isterica e dei progressi 
di civile filosofia. Se le idee liberali volevano conciliarsi colle dot- 
trine religiose , la storia assumendo una sintesi nuova, doveva inda- 
gare quale influsso sulla civiltà moderna ebbe il vangelo (2). Così 
il laicato invocando la erudizione ecclesiastica a spiegare, interpe- 
trare e commentare le vicende morali della umanità, traeva dagli 
scritti dei Padri una nuova e non pensata pagina nella storia dello 
spirito umano ['.]) : imparava nei canoni dei concifii come la Chiesa . 



(2) GimtoN aveva scritta la sua maravigliosa storia della decadenza dell'Im- 
pero romano, incolpando il cristianesimo di aver distrutto la civiltà antica. Hiso- 
gnava quindi mostrare clie la civiltà pagana aveva in sé stessa i germi della pro- 
pria rovina , e il cristianesimo ci aveva salvata quella parte che vi era di buono. 

(3) Il BARBF.ynAC , nella prefazione al PulTendorfio, consacra molle pagine a 
provare gli assurdi dei Padri della Cliiesa, clie accusa anche di aver corrotto la 
morale. 

Arcu.St. Ir. A'iioca ò>rh- , T. II, P. 11 o 



66 dell'archivio centrale di stato 

trasformando i costumi, reintegrasse nelle menti il concetto della 
dignità umana; scorgeva nelle leggi ed istituzioni ecclesiastiche le 
prime tracce di civili guarentigie ; scopriva nella vita di tanti uo- 
mini vituperati o derisi , il genio civilizzatore delle moderne na- 
zioni (4). Se la storia accettava il domma provvidenziale del sociale 
perfezionamento , gli uomini e le cose non potevansi altrimenti giu- 
dicare astraendo dalle condizioni in cui furono di spazio e di 
tempo: quindi, senza bisogno di goffe apologie o di ridicole accuse, 
il passato appariva , come esso è^, causa immediata del presente e 
lenta preparazione del futuro. Se un nuovo gius internazionale do- 
veva restituire a ciascuna nazione i suoi naturali diritti, la storia 
sceverando gli elementi direi quasi aborigeni , da quelli indotti dal 
successivo soprapporsi di nuove razze , e librando l'influsso reci- 
proco delle tradizioni romane e degli usi barbarici , doveva deter- 
minare le origini, le ragioni e il modo d'essere di ciò che (costi- 
tuisce la personalità distinta delle nazioni. La mania delle imita- 
zioni straniere non poteva combattersi se non rintracciando nelle 
vicende storiche del nostro paese le cause del suo modo di essere, 
le necessità della sua natura. Ed allora , stabilite le origini dei Co- 
muni italiani, era possibile delineare la lotta che sostennero per 
costituirsi; allora poteva intendersi la nostra costituzione muni- 
cipale ; allora sarebbesi fatta evidente quella fìsonomia di famigUa 
che , in tanta varietà di fatti , di luoghi e di costumi , conservafper 
sfumature e per gruppi il tipo nazionale. La storia politica d'Italia 
non poteva intendersi che a mezzo , né ricondursi ad un centro che 
gli desse unità , se volevasi tenerla disgiunta dalla storia del papato : 
quindi la necessità di sapere come nacque, cosa rappresentasse la 
sua autorità civile ; in quali modi crescesse , contrapponendosi agli 
insulti barbarici ed ai capricci Bizantini ; quale ne fosse il con- 
cetto primitivo ; come , quando e per quali avvenimenti questo 
concetto si trasformasse; quale influsso abbia avuto sulle vicende 
italiane. Se , finalmente , la storia voleva riuscire maestra di utih 
insegnamenti , doveva cercare qual parte le civili discordie e quale 
i mutamenti generah d' Europa abbiano esercitata sul decadimento 
delle nostre libertà , sulla origine dei principati , sul perpetuarsi 
delle dominazioni straniere. Con questi intendimenti, con questi 



(4) Questo è ciò che specialmente fecero in Francia Guizot , vuiemain , Oza- 
nam ; in Ingtiilterra il Macauley ; in Gernaania il Ranke , il Voigt , VHnrler. 



DELI.' ARCHIVIO CKNTRAI.K DI STATO fi? 

canoni di critica investigazione , noi che abbiamo s{)lendide storie 
di città , di principi e di corti , avremmo potuto avere anche la 
storia della nazione , la storia civile d' llaha. La quale non tedesca , 
non francese , non adulatrice di re , non piaggiatrice di plebi , non 
serva di alcuno, alle novelle spacciate per legittimare le prepotenze, 
per disamorarci delle cose nostre, per corrompere la coscienza ed 
il senso comune, avrebbe contrapposta la verità che scaturisce dal- 
l'esame imparziale dei fatti e dalla fede dei documenti. Così chia- 
mando a rassegna affetti e costumi , tradizioni e dottrine , leggi e 
istituzioni, commercia e letteratura, arti politiche ed operosità guer- 
resca, grandezze e decadimenti , virtù e follie , avremmo acquistata 
piena , intera, intuitiva la conoscenza della vita di un popolo, che, 
mai schiacciato sotto il peso di tanti dolori e di tante oppressioni , 
non perdette la fede nel suo diritto , non disperò della sua fortuna. 
Era questa una parte del vastissimo orizzonte che pure in 
Italia si apriva alla operosità investigatrice degli studiosi; né gli 
ajuti mancavano a tanta impresa. Stavano raccolti nelle bibliote- 
che i monumenti del sapere antico già da gran tempo restituiti 
a facile e corretta lettura : vi stavano copiosissimi tesori di leggi, 
canoni , statuti , cronache , atti , documenti , mercè i quali erasi 
diradata la densa nebbia onde prima nascondevasi affatto il medio 
evo : vi stavano le stori« e le memorie dei municipi italiani , cui 
dettero mano i nostri padri c|uasi per compensare le miserie pre- 
senti colla memoria dello antiche grandezze. Le arti della critica 
erano perfezionale : i grandi scrittori insegnavano il modo di ado- 
perarle : il Vnifjt, V Hurter , il Ranke, fornivano l'esempio della buona 
fedo : il Guizot insegnava come la storia servisse alla civile filosofia : 
il Thierry mostrava che la critica più accurata e la erudizione più 
laboriosa possono associarsi alla più ricca immaginazione : il Sismondi 
aveva tentalo di unificare la svarialissima storia delle repubbliche 
Italiane: alcuni egregi cittadini ci davano ripetuti esenqìi delia nuova 
direzione che avrebbe dovuto darsi agli studj storici anche nelT Ita- 
lia nostra (o). Rimaneva però inesplorato un più vasto tesoro di pa- 
trie memorie ; ([uello cioè che giaceva inoperoso e non atloporato 
nei pubblici archiyj. 

Tutto il passato b storia : ed ogni scrittura appena uscita dalla 
penna delluomo acquista il valore di storico documento. Si usa 

(5) Citiamo fra gli altri il Troja , il Balbo, il Canlù. 



68 dell'archivio centrale di stato 

però designare col nome di storia quella specie di scritture che , 
dalla cronaca del povero frate al componimento più sublime che 
ha auspice e patrona una musa , sono destinate a tramandare ai 
posteri la narrazione dei fatti accaduti. Vengono fra queste in pri- 
mo luogo i commentarj scritti o dettati da coloro che furono parte 
negli avvenimenti che narrano : appartiene il secondo posto ai diarj 
e cronache dei contemporanei , che ci conservano la memoria dei fatti 
come gli videro , come gli seppero , come gli giudicarono , colle pas- 
sioni del tempo e colle tinte dei luoghi : ultime in grado per fede e 
per importanza storica , ma più accurate , meglio disposte e più 
adorne sono le storie compilate da coloro che, vissuti in -tempi non 
lontani dai fatti , poterono udirh dai contemporanei o raccogUerli 
dalle tradizioni rimaste nella memoria degli uomini. Sono queste 
le fonti dalle quali si desume principalmente la storia dei popoli : 
e quanto alla materiahlà dei fatti generali, ognuno intende essere li- 
mitata assai la utilità degli archivj ; avvegnaché cronaca , diario o 
documento inedito che taccia o neghi o muti nei sostanziaU ciò che 
è narrato concordemente dalle cronache , diarj e storie già edite , 
non potrebbe ottenere fede maggiore di quella si attribuisce al te- 
stimone unico o parziale interessato. Ma vi sono i fatti rimasti sem- 
pre sepolti nel mistero, i fatti saputi un tempo ma non divulgati, 
perchè l'odio di parte noi consentisse , o perchè la paura vi si op- 
ponesse : le cagioni vere dei fatti rimaste spesso a notizia di pochi : 
i ragguagli più circostanziati che danno ai fatti lume e colorito , ma 
che gli scrittori contemporanei spesso tralasciano. quasi non addi- 
cevoli alla dignità della storia: i fatti morali, economici, ammini- 
strativi, che non usano di notare perchè troppo noti e comuni: gh 
atti governativi che per ragioni di convenienza politica sono desti- 
nati a restare sepolti ed obliati nelle filze dei dicasteri : i carteggi 
dei principi, dei legati, dei grandi personaggi, che ci serbano il loro 
carattere e (juasi la fisonomia dei fatti dei quali furono attori. Se 
gli archivj pubblici e privati non sovvenissero con questi ajuti a 
schiarire, correggere, ampliare, intendere gli avvenimenti, potrem- 
mo avere splendide narrazioni adorne di quanta venustà può dare 
alla scrittura dell'uomo il magistero squisito dell'arte ; ma queste le 
sarebbero storia tanto più artefatta quanto più adorna ; storia nella 
quale uomini e cose spoglie della vita loro propria rifletterebbonci 
soltanto la mente dello scrittore ; opere di fantasia non storia vera: 
ma ci mancherebbe la storia delle idee •. ma non avremmo la storia 



DKI.l'aUCIHVIO 'CKNTllALK DI STATO 69 

(Iella unianith • ma i latti stessi non sarebbero che cifre senza va- 
lore ; ma ogni scopo morale sarebbe fallito. Se Machiavelli e Guic- 
ciardini segretari <^' re|mbblica , e consiglieri di principi, non aves- 
sero potuto consultare le scritture originali elle svelavano l'arcano 
di tanti misteriosi avvolgimenti , i loro libri sarebbero adesso ottimi 
modelli di stile , non morunnento di civile sapienza. 

Archivj pubblici e privali, dove i governi e le famiglie custo- 
discono e conservano i loro atti , sempre ci furono : archivj più o 
meno ordinati, più o meno diligenten)ente custoditi, gli ebbe sem- 
pre ogni paese. Dagli archivj del senato e delle famiglie patrizie 
trassero Livio e gli altri scrittori di Roma i materiah per comporre 
le loro istorie immortali. Ebbe (ino dai primi tempi i suoi archivj la 
Chiesa di Roma (6), gli ebbe ogni citth ed ogni stato d'Ilaha; e 
come Giustiniano dettò leggi e discipline per la custodia degli atti 
pubblici dell'impero romano (7), ogni città ed ogni slato [)rovvide 
più meno alla conservazione degli atti proprj. La differenza fu e 
sarà sempre nella maggiore o minore osservanza delle leggi slabi- 
lite per custodirli, nella maggiore o minore facilità di accedervi^ nel 
maggior o minor conto in cui furono tenuti nella estimazione de- 
gli uomini. E tali differenze provengono (come è noto) dal diverso 
grado di letteraria cultura , dalla diversa indole dei governi, dal di- 
verso stato della pubblica opinione. La ombrosa gelosia gU tenne 
chiusi un tempo a qualunque indagine degli eruditi; e lo seppero 
il Mabillon , il Maffci e il Muratori, che tanti ostacoli doverono su- 
perare, per iniziare e condurre innanzi le loro monumentali intra- 
prese. In più vicina età gli archivj di ogni paese , e quelli pure 
meno accessibili della Chiesa di Roma, rimasero quasi abbando- 
nati in balia del caso. Ma tale abbandono nulla giovò all'accresci- 
mento del sapere. Così la ragione di stato e la pubblica indifferenza 
nocquero egualmente ai pubblici archivj. 11 pregio delle scritture 
inedile in quelli sepolte , non poteva essere appreso se i governi 
non concedevano di esaminarle , se mancava l'arie di adoperarle , 
se non erano esauriti gli ajuli che ci danno i libri stampati, se non 
acquistavamo una idea positiva del jiunlo cui gli studj storici erano 
rimasti , e dello scopo cui le nuove licerehe dovevano condursi. 



(6: Ogni chiesa aveva il bibliotecario per cuslodirc i pi'oprj alti. Anastasio 
bibliotecario , altro non era che 1 archivista della Chiesa di Roma. 
(7) Novella XIV, cnp, 3. Cnllatio UT, De defensoribus civitatiini. 



70 dell'archivio cenirale di stato 



II. 



La custodia degli archivj fu per un tempo egualmente ne- 
gletta da tutti i governi d'Europa; ed eguali dovunque furono 
l'incuria , il disordine, il segretume, o T indifferenza (8). Ma final- 
mente spuntò anche per loro l'alba del rinascimento. Appena gli 
studj storici poterono coltivarsi senza sospetto , nuovi regolamenti 
sugli archivj fecero fede che ad essi si rivolgeva l'attenzione dei go- 
verni restaurati. E restringendo il discorso all'Italia nostra (9), 
basti l'accennare che fino dal 1818 cominciava nel regno di Napoli 
la serie dei provvedimenti intesi a fondare il grande Archivio del 
regno (10). Nel tempo stesso si fondava in Venezia il maraviglioso 
Ai'chivio dei Frari (11), e Padova provvedeva al suo ricco Archivio 
municipale. Nel regno Sardo davasi opera a riordinare gli Archivj 
di corte, cui erano state recuperate le preziose scritture di casa 
Savoia e di Genova, già rapite dalla conquista francese (12); ed an- 
che in Milano , creata una direzione generale degli Archivj , potè spe- 
rarsi che le ricchezze in quelli riposte, potessero voltarsi un giorno 
ad incremento del sapere (13). 



(8) Da un articolo inserito nella Encyclopedie moderne, alla parola Archives , 
si vede bene che in Francia gli archivj , sino dalla Restaurazione , erano infeli- 
cemente tenuti come altrove , ed esposti alli stessi danni. 

(9) Non parlo degli Archivj Vaticani , i più ricchi di tutti , perchè non ne ho 
notizie. 

(10) Vedi su questi Archivj il ragionamenio d'i Antonio Spinelli ; Napoli 1845. 
Con legge de' li- luglio 1844 fu provveduto anche al grande Archivio di Sicilia. 

(11) La cura del riordinamento fu data a Giacomo Chiodo. 

(12) Nel regno Sardo gli archivj non sono riuniti come a Venezia ed a Na- 
poli. Gli archivj dipendenti dal Governo sono : 1.° G\i Archivj generali del regno, 
prima delti R. Archivj di corte ; 2." gli archivj della Camera dei Conti e del con- 
trollo generale ; 3." gli archivj delle amministrazioni soppresse , delle finanze, 
guerra , artiglieria , fabbriche e fortificazioni, riuniti ai respettivi ministeri ; 
4." gli archivj del regno di Sardegna esistenti in Cagliari ; 5.» gli archivj del 
ducato di Genova esistenti in Genova : 6." gli archivj delle intendenze provin- 
ciali , e delle insinuazioni. Vedasi sulli Archivi generali del regno una importante 
pubblicazione nell'Annuario storico statistico al 1853, del sig. Guglielfno Stefani. 

(13) Gli archivj di Milano sono : 1.° Il civico, al Broletto; 2.0 il giudiziario , 
a S. Damiano; 3.° Quelli delle finanze e del demanio, al Bocchette; 4.° quello 
della guerra , a S. Carpoforo; 5." quello del già fondo di religione , a S. Spirilo ; 



1)i:ll\\iu;iiivi(» centuali; di stato 71 

Ebbero gli arcbivj toscani una sorte peggiore : e qui , senza in- 
dagare le cause morali e politiche onde avvenne che la restaura- 
zione Toscana, tra tutte la piìi mite, fosse anche la più trascurata 
in ogni cosa che alf insegnamento si riferisce, giovi il riassumere 
brevemente la storia dei tre archivj più importanti e meglio noti 
agli eruditi. 

L'Archivio dello delle riformagioni ebbe origine nel i282 colla 
istituzione della magistratura dei Priori delle arti , e prese tal nome 
dai registri delle pubbliche riformagioni che vi erano custoditi (14). 
Custode di tale Archivio, che segna un'ejwca memoranda nella sto- 
ria del popolo fiorentino , fu prima il cancelliere della Signoria . il 
quale compilava le leggi , dettava le lettere , autenticava gli atti so- 
lenni , ed assistendo da sé o per mezzo di ajuti ai consigli, verificava 
la regolarità dei partiti e delle deliberazioni (15): poi, sotto Cosimo I, 
Taudilore delle riformagioni (1547), segretario del senato, del con- 
siglio dei dugenlo , membro e consultore della pratica segreta (16): 
quindi, sotto Giangastone , il segretario delle riformagioni. Soppresso 
da Leopoldo I un tale ufficio (1784), le ingerenze esercitale fino al- 
lora dal cancelliere della Signoria, dairaudilore e segretario delle ri- 
formagioni , passarono alla regia avvocatura da esso instituita , cui 
furono date ancora attribuzioni sulla deputazione della nobilth (17), 



6.° L'archivio del debito pubblico , nel palazzo del Monte dello stato ; 7." L'ar- 
chivio diplomatico , alla piazza de'Mercanti presso il Notarile ; 8.° L'archivio ge- 
nerale di stato , a S. Fedele. A questo archivio importantissimo , riordinato già da 
Flavio Corte e Luca Peroni , sono stati recentemente aggregati il diplomatico e 
quello del debito pubblico , per cura dell' L e R. segretario aulico Luigi Osio. 

(14) I documenti più gelosi stavano nella camei'a del Gonfaloniere di giusti- 
zia. Il primo cancelliere che presiedesse all'archivio , fu Bonaventura Guerri da 
Modena , nel -1282. Poi i più famosi , sono Uberto Baldovini , Ventura e Niccolò 
da Uzzano , il Salutati , il Fortini, Neri Viviani , Leonardo Aretino, il Mar- 
suppini , lo Scala , Maicetlo e Virgilio Adriani , Machiavelli , Lorenzo Miche- 
lozzi , Giannolli, Silvestro Aldobrandino 

(15) Il primo auditore delle riformagioni fu il celebre fiscale Jacopo PoIi;en»(» , 
l'autore della Legge sui ribelli e banditi , detta Polverina. 

{16) L'auditore delle Riformagioni si rogava degli alti di fedeltà e omaggi , 
del senato, feudatarj e comuni : soprintendeva alla così detta Pragmatica: dava 
parere sui trattati concernenti acquisti giurisdizionali : spediva i diplorai ai feu- 
datarj : riceveva sottomissioni e giuramenti dai sudditi di nuovo acquisto. Tali 
ingerenze furono esercitate ncH848 , in nome dell'avvocalo regio, dall'avvocato 
Mannini, quando andò a ricevere'.lc dedizioni dei popoli di Lunigiana e Garfagnana. 

(17) La deputazione sulla nobiltà fu creata nel HoO. 



72 dell'archivio gentiule di stato 

e sopra i confini giurisdizionali. Cosi l'avvocato regio ebbe fino 
agli ultimi terrìpi la direzione di questo Archivio , che rnalgrado 
tanti mutamenti serbò l'antico suo nome. Così a questo Archivio 
vennero riunite di mano in mano le carte concernenti le succes- 
sive ingerenze del suo custode , quelle del Senato , del Consiglio 
dei 200 e della Pratica Segreta , quelle sui confini giurisdizionali , 
i registri spettanti alla nobiltà , gli atti pubblici della repubblica 
e del principato , i contratti dello stato e famiglia reale , lutti gli 
atti solenni insomma che dal luogo in cui si custodivano , dicevansi 
dell'armadio di ferro (18). 

VArchivio Mediceo altro non è che l'Archivio della vecchia se- 
greteria di stato, che stava in Palazzo-Vecchio (19) ; e cui ai tempi 
di Leopoldo I furono riuniti: VArchivio, Segreto dei Medici, altra 
massa di documenti venula dal Magistrato Supremo e dall'Archivio 
dei Contratti : I Codici donati allo stato dagli eredi del senatore 
Carlo Strozzi (20) : VArchivio dei duchi d'Urbino, pervenuto alla fa- 
miglia Medici insieme colla eredità allodiale della casa di Montefel- 
tro e della Rovere (21): E, finalmente, i manoccritli della famiglia 
Cervini , cui erano per essere sottratti dalle astute pratiche di altra 
corte interessata all'acquisto. Questa ricchissima raccolta di scrit- 
ture fu trasportata in una parte degli Uffizi-lunghi sotto la di- 
nastia Borbonica , e con sovrano dispaccio de'23 aprile 1818, col no- 
me di Archivio Mediceo, venne aggregata a quello delle riformagioni. 

VArchivio Diplomatico fu istituito da Pietro Leopoldo nel 1776 
per riunirvi le carte diplomatiche dei monasteri soppressi , dei luo- 
ghi pii , dei pubbhci uffici , e dei privati che spontaneamente ve 
le volessero depositare : passarono quindi a tale archivio carte 
e diplomi dalle riformagioni , dalla vecchia segreteria di stato , dai 
codici strozziani e dall'Archivio di Urbino. E meritava davvero 
la fiducia che gli si volle dare nella sua fondazione : imperocché 



(-18) Questo Archivio stava anticamente nel magazzino sopta la Chiesa di 
S. Piero Scheraggio. Fu portato al primo piano degli UfSzi-corti nel -{769, 
(49) Stava precisamente so'to la guardaroba. 

(20) Questo distinto antiquario aveva il privilegio che non potessero vendersi 
carte antiche senza che egli le avesse esaminate , e senza che prima avesse ri- 
nunziato al gius di prelazione. 

(21) Questo archivio venne in due tempi : una prima parte al tempo dell'aperta 
successione ; una seconda parte, che era rimasta in Pesaro presso gli ammini- 
stratori dei beni allodiali, fu fatta trasportare da Ferdinando HI a cura del Tanzini. 



dell' AHCI.HVIO CKMUALi; 1>1 S IATO 7'^ 

por i lavori incominciali dal Fossi cho vi lu preposto . e conlinnaii 
poi dal Sarchiani , dal Brunetti , dal Valeriani e dal Uosi . ora il 
solo cho potesse dirsi modello di ollimo ordinamento. Le perga- 
mene erano arrotolate e disposte in fasci : ogni lascio conlonova 
quelle del mese e dell'anno loro proprio : pendeva da ognuna 
un cartellino che indicava la [)rovenien7,a , e la data : entrambe 
ripetute sulla parte esterna della pergamena. Allreltanli spogli 
parziali quante sono le provenienze, dettero il modo di compilare 
un registro generale cronologico che le conijirende tutte; e (|uando 
sul registro siasi veduta la data e la provenienza , riesce facilissi- 
mo il ritrovarla nel fascio cui appartiene (22). 

Oltre i tre Archivj ora rammentati . oltre quello dei Contratti 
fondato con tanta lode da Cosimo I, oltre molti deposili di docu- 
menti dimenticati nei magazzini, nelle cantine, nelle sollltte dei 
pubblici palazzi (23), stavano dispersi per la città di Firenze gli Ar- 
chivi della Reggenza e di Stato ^ della Segreteria del lìegio Diritto . della 
soppressa Nunziatura , delle Decime Granducali , del Monte Comune, 
del Demanio , dcWe soppresse Corporazioni religiose, delle liR. Rendite^ 
del Ministero delle lili. Finanze . dei Tribunali civili, degli Atti cri- 
minali, della Zecca , delle Revisioni e Sindacati , ed altri che non 
rammento (24) : ed in quale stato dovessero essere, lo dica il modo 
col (piale erano tenuti i due principali Archivj delle Riformagioni 
e Mediceo , dei c|uali ripiglio la storia. 

Ignoro come fosse tenuto TArchivio delle riformagioni sotto la 
Repubblica e sotto i Medici. Questo so per altro , che Cosimo 1 . 
il quale dettò ottime discipline per quello dei Contratti e per (|uello 
dell'ordine di S. Stefano, e fu amico e prolettore di tutti gli sto- 
rici del suo tempo , non era uomo tale da trascurare l'archivio 
che racchiudeva tante memorie del suo paese ; che lo arricchì di 



(22) Ignoro perchè siensi staccali dalle pergamene i bolli. Ma così facendo , 
non si toglie alle pergamene la loro naturale e legittima autentica? 

(23) L'Archivio del Fisco stette fino al 1848 nelle solGlto del Palazzo non-lìni- 
to. Figuratevi se l'Azeglio , che ne fece ricerca scrivendo il Niccolò de Lapi, pot(^ 
trovarlo ! 

(24) L'Archivio delle Decime Granducali stava al piano terreno del Palazzo 
Riccardi , poi dietro il Mediceo. Quello della Nunziatura e R. Diritto, nelle stanze 
di questo dicastero. Quelli del Monte Comune, Demanio, Corporazioni religiose, 
nel palazzo dei Capitani di parte Guelfa. Gli Atti civili, nel lei reno di S Piero Sclie- 
raggio. Gli Alti criminali, al Bargello. 

Ai.cri. Si. It. . JViioFa Sente, T. 11 , P. U io 



74 dell'archivio centrale di stato 

copiosi documenti: che sotto i Medici l'Archivio delle riformagioni 
fu aperto al Varchi , al Borghini , all'Ammirato , ed anche a Ia- 
copo Pitti e all'Adriani : e sotto Cosimo III , vi si poterono rinve- 
nire facilmente quanti documenti abbisognavano per difendere la 
combattuta hbertcì di Firenze. Però l'archivio non ebbe probabil- 
mente fino allora se non quell' ordinamento che assegnava alle 
scritture la data della loro venuta. Quindi le prime tracce di scien- 
tifica classazione sono del 1769, quando a custodirlo venne preposto il 
Pagnini. 11 quale cominciò a riordinare in LXIII volumi, intitolati Atti 
pubblici^ le pergamene contenenti gli atti solenni delle due Repubbli- 
che di Firenze e di Pisa. Ma il suo lavoro restò interrotto nel 1 784 , 
perchè trasmesso l'ordine (assai strano) che si consegnassero al Ma- 
gistrato Supremo gli atti dei potestà e capitani del popolo , la nu- 
merazione delle filze da lui immaginata e principiata restò scon- 
volta. A questo può dirsi si Hmitasse il riordinamento del Pagnini , 
non potendosi fare gran conto né del suo spoglio in VII volumi dei 
Capitoli e Atti pubblici , perchè senza critica e di poca utiUtà per l'ar- 
chivio ; né del suo incompiul o lessico dei diritti della corona , perchè 
troppo lontano dai pregi che aver dovrebbe un Codice diplomatico 
per riuscire utile ai giureconsulti ed agli eruditi (25). Dopo il Pa- 
gnini , venne il Brunetti -, ma neppure egli fu utile all'archivio. Per- 
donandogli anche lo scempio del dividere i Codici Strozziani tra le 
biblioteche e gli archivi , non giovò all'archivio il suo spoglio cro- 
nologico, ma inesattissimo, in VI volumi, del carteggio fino al 1500 ; 
e meno che mai la da lui immaginata distribuzione in XVII classi , 
che suggerì poi l'idea di un più moderno ordinamento (26). In que- 
sto stato era l'Archivio delle riformagioni nel 1808, 

L'Archivio della vecchia Segreteria di stato fu anche peggio trat- 
tato, I Medici^ cui stavano maggiormente a cuore le memorie della loro 
famiglia , affidarono la custodia di quell'Archivio ad uomini di lette- 
raria reputazione , quali furono tra gU altri il canonico Cecina e 
l'antiquario Cosimo della Rena (27) -, e verso la metà del secolo XVII 

(25) Più utili sono gli spogli, quantunque saltuarj , fatti sui libri delle prov- 
visioni dal canonico Gherardini, 

(26) Vedansi le XVII classi del Brunetti nell'Appendice dell'Archivio Storico , 
Tom.cit., pag. 264-65. 

(27) I lavori del Cecina pare andassero perduti quando , per un incendio su- 
scilatosi in Palazzo-Vecchio nella metà del secolo XVII , l'Archivio fu traspor- 
tato altrove tumultuariamente. 



Diat.'AltCIIIVK» CKNIU.M.K IH >IA1<> 7o 

jìcnsarono anche a riordinarlo (28). Ma (juaiido nouli utliim anni del 
[)iincipato Mediceo , tutte le cose spettanti a quella dinastia par- 
vero colpite ad un tratto di universale paralisi , anche la custodia 
dell'Archivio fu trascurata adatto , e lo chiavi di esso restarono 
affidate alla discrezione di un custode di segreteria. Leopoldo I. 
avuta vergona di tanto strazio , chiamò alla direzione di (jucirAr- 
chivio (1769) prima il cav. Carlo Bonsi e Tahale Riguccio Gal- 
luzzi, e poi il Galluzzi , il proposto Fossi ed il Cavalcanti (4771). 
Ma se il Galluzzi servì bene Leopoldo I come istorico della prece- 
dente dinastia, non fece altrettanto come riordinatore dei docu- 
menti Medicei. Scompighato più che mai l'Archivio per aver levate 
e non rimesse al posto le scritture che gli servirono per la Storia , 
si scusò il Galluzzi da ogni ulteriore fatica , dicendo al Granduca 
che quell'Archivio non poteva riordinarsi per la troppo varia dispo- 
sizione delle scritture . e che l'occuparsene era tempo gettato , ed 
impresa di molto dispendio e poco necessaria pei tempi nostri (2l9). 
Meglio giovò all'Archivio la direzione del Tanzini , che riordinato 
parzialmente l'ylrc/iw/o d' Urbino^ pensava a riordinare anche l'intiero 
Archivio della Segreteria vecchia ; e se non era chiamato all'uffizio 
di commissario per gU Archivi delle Corporazioni religiose (1808), 
avrebbe data alle carte Medicee una qualsiasi classazionc, ed iniziata 
la compilazione di indici , che mancavano affatto, o, come quelli del 
(ialluzzi , erano buoni a tutt'altro che a facilitare le ricerche degli 
eruditi (30). La direzione generale degH Archivj istituita dal governo 
Napoleonico fu affidata al cav. Lustrini, che fedelmente gli restituiva 
al governo granducale nello stesso modo in cui gli aveva ricevuti. 
Quindi, se l'Archivio delle riforniagioni ebbe cos'i la fortuna di una 
qualunque sebbene difettosissima classazione, l'Archivio Mediceo pre- 
sentava invece un caos miserando di scritture e di documenti, di- 
stribuiti confusamente in sei grandi partizioni che si chiamarono 
Miscellanee (31), compresavi pure quella più ricca parte dei Codici 

(28) Ricavasi da un progetto al Cicli, primo segretario di Stato, del maggio 1639 
di Ugo Cacciolli ; progetto rammentato in una relazione a Leopoldo I dei "28 no- 
vembre '1770. 

(29) Relazione al Granduca dei signori Bonsi e Galluzzi, del 28 novembre \ 770. 

(30) Questi pensieri del Tanzini risultano da una sua lettera de't 2 ottobre 1805. 
indirizzata al consigliere Martini. 

(31) Miscellanea I." - Miscellanea II.* - Miscellanea Slrozziana. -Miscellanea 
Storica. - Miscellanea per servire alla storia delle diverse corti di Europa. - Mi- 
scellanea di materie diverse. 



76 dell' ARcmvio centrale di stato 

Strozziani rimasta all'Archivio dopo il reparto del Brunetti (32). Vi 
era una classe denominata dei Documenti originali^ quasiché gli altri 
fossero copie ! le scritture di Cosimo I vagavano sotto tre o quattro 
titoli per mille filze diverse: molte carte pregevolissime, come i car- 
teggi di Alfonsina dei Medici , di Lorenzo duca di Urbino , di Goro 
Gheri suo segretario , e del viceduca Bruschetti (33) stavano in una 
farragine di filze e fasci facienti seguito alla Miscellanea 1.^ , non ac- 
cennati nemmeno sugli inventar] non esaminati in guisa alcuna. In 
queste Miscellanee giacevano pertanto annate intere di legazioni, 
carteggi di residenti o agenti presso le corti d'Italia e d'Europa, 
relazioni di ambasciatori veneti , lettere autografe dei Medici prin- 
cipi e non principi, atti e riformagioni della repubblica, istruzioni, 
conclavi, libelli, poesie, cronache, storie inedite e stampate; tutto 
mischiato , tutto confuso insieme , senza ordine di materie , di uo- 
mini , di slati , di tempi. E questo caos si chiamava l'Archivio Me- 
diceo: il quale sistematicamente chiuso agli studiosi del paese, aperto 
per grazia ma con mille cautele agU eruditi d'oltremente (34) , era 
poi spalancato a qualun(|ue lo visitasse per saccheggiarlo. 

Non tenendo conto dell'abuso esistito in addietro di permettere 
che le filze degli Archivj si trasportassero alle case dei direttori, 
degli eruditi o di altri amatori di cose isteriche e letterarie , onde 
ne avvenne che molte sieno andate smarrite , e molte se ne trovano 
nelle private hbrerie (35) ; né delle sottrazioni del conte di Richecourt, 
che per suoi fini particolari credè bene di trasportare a Vienna 
una copiosa raccolta di scritture , concernenti politica , finanze e 
letteratura (36) ; né delle lacrimevoli lacune che si trovano per tali 



(32) La Miscellanea Strozziana era divisa in. 7 classi : - Famiglia Medicea pri- 
vata. - Duchi e Granduclii e Principi Medicei. - Carteggi di letterati da! se- 
colo XVI al secolo XVII. - Scritture relative all'ordine di S. Stefano. - Scritture 
civili , politiche ed ecclesiastiche d'Europa. - Famiglie d'Italia. - Miscellanea. 

(33) Il Bruschetti fu viceduca d'Urbino dal lolG al '1519. Nei documenti ram- 
mentati vi è la storia delle arti praticate dai Medici per avere il ducato di 
Urbino. 

(34) Grandissime difBcoltà dovè patire anche il Ranke , per essere ammesso 
a questo Archivio. E dicesi che sul primo avesse una repulsa. 

(35) Dovrebbero esistere di questo fatto precisi ricordi. So poi che, venduta al 
Pagani la libreria del Fiscale Brichieri , il Tanzini vi trovò un Tomo dell'indice 
della Segreteria vecchia. 

(36) Il ricordo di questo fatto trovasi nel diario del Minerbetti , che esiste in 
casa Panciatichi. 



dell' AHCIIIVIO CENTRALE DI STATO 77 

cagioni nelle iilze e nei libri stessi delle provAisioni (37) : altre e ben 
y)iù dolorose espilazioni patirono i nostri Archivj per la umana 
malvagith che speculava sulla negligenza. Troppo ci vorrebbe se 
dovessimo numerare i danni che furono arrecali dalle rapine siste- 
matiche dei sedicenti amatori. Basti il dire, che dai libri delle provvi- 
sioni sono state strappate tutte (juelle che riguardano l'Alighieri (38) ; 
che dal carteggio Mediceo avanti il principato, dai manoscritti Cer- 
viniani , dalle legazioni , dai cosi detti documenti originali , dalle 
carte Strozziane , dalle cartepccore ecclesiastiche furono rubale mi- 
ghaja e migliaja di autografi che adornano Biblioteche , Musei , Al- 
bum di cavalieri e di dame in tutte le parti del mondo ; che dal 
Diario del Settimanni furono strappati fogli e (piinterni intieri 
dal 1530 al 1737; che furono perfino sottratte ai diplomi dei Papi 
e degli Imperatori le teche d'oro che vi erano apposte per custodia 
del sigillo (39). Che più? A Parigi era pubblico mercato di autografi, 
mantenuto in gran parte a spese degli Archivj Toscani , ed annun- 
ziato periodicamente con avvisi stampati. Il nostro governo nel 1846 
vi recuperò, per il prezzo di 3000 franchi, 316 documenti, la cui pro- 
venienza non ammetteva dubbiezza (40). E se questo accadeva nei 



(37) Nella serie delle Provvisioni mancano quelle tra il 28 febbraio '1288 e il 
-16 aprile 1289; - tra il 23 febbraio -1290 e il 27 aprilo 1291 ; - tra il 18 mag- 
gio 1294 e il 7 gennaio 1295; - tra gli 8 dicembre 1293 e il 12 aprile 129G; - 
tra il 13 dicembre 1319 e il 31 luglio 1320. 

Mancano alcune filze della Miscellanea Strozziana , die esser dovrebbero 381 . 

Molte carte dei manoscritti Cerviniani e Strozziani passarono alla Maglia- 
bechiana nel 1787, sulle istanze del Fossi, appoggiate non si sa come dal 
Galluzzi I 

(38) La provvisione del 1299 che lo spediva legato a S.Gemignano: quella 
del 1301 ctie lo spediva in tale qualità a Bonifacio Vili : quella clie istituiva la 
cattedra per la lettura della divina Commedia , sono state ed appariscono recise 
con ferro tagliente. 

(39) Credo non vi sieno rimasti clie due del Barbarossa , due del secondo Fe- 
derigo , due tre di Lodovico il Bavaro , alcuni di Carlo IV e di Carlo V , e 
quello pendente dal diploma che dichiara figlia di Venezia la Bianca Cappello. 
Questo si stima del valore di 26 zecchini. 

(40) a Ecco i manifesti del librajo Charron. Catalogue du ^6 tnoi1843. Chez 
« Charron marchand des lellres aulographes : Mes relations soivies avec M M. les 
<i collecteurs de Paris, des departements et de l'etranger , aìnsi que mes''achats 
» continuels , me meilcnt toujours à mémc de pouvoir offrir à MM. les ama- 
« leurs un trè-beau choix des lettres aiilorjraphcs anciennes et modernes , el à des 
« condilions très favoralles. le fais acquisitions à l'amiable des lettres et colle- 



78 dell'archivio centrale di stato 

due principali Archivj dove era almeno l' apparenza di una sorve- 
glianza , si può arguire cosa accadesse negli altri Archivj dello Slato 
abbandonati, dispersi, dimenticati: cosa accadesse negli Archivj 
municipali , dove arbitri assoluti erano il caso e , peggio del caso , 
la ignoranza dei custodi e la perversità di rapaci visitatori (41). 

Tale disordine a tutti palese , tanto scandalo ormai divulgato 
per la colta Europa , fecero sentire il bisogno di un qualunque 
provvedimento , e dopo trenta anni di sciagurato obUo vennero in 
mente gli Archivj. Fu compilato un regolamento , furono scritte non 
so quante lettere , fu commessa una tal quale specie di riordina- 
mento. Ma qual poteva aspettarsi mai riordinamento razionale da 
impiegati abilissimi in tutto , ma ignari di quelle discipline che a tale 
impresa erano necessarie? Qual riordinamento poteva aspettarsi, 
quando i pochi uomini veramente periti che si chiamavano negli 
archivj, dovevano dipendere da chi doveva, come sempre suole, 
essere geloso della propria autorità nelle cose appunto che meno 
sapeva? Fu commesso e raccomandato agli apprendisti di formulare 
schede; ma come? Non già sui documenti originaU, ma sui vecchi 
indici dell'Archivio che a nulla servivano. Fu intrapreso un nuovo 
riordinamento dell'Archivio delle riformagioni ; ma in qual modo? 
Esagerando la viziosa divisione del Brunetti, e portando a XVIll il 
numero delle classi (42). Ed anche non tenendo conto del vizio della 



« ctions des letlres autographes , ou me charge d'ere operer la venie aux enchéres 
a publiques ». 

Ed in un manifesto posteriore : « Catalogne poiir la venie des letlres autographes 
« pour le 3 feorier iS-lE). Des nouvelles acquisitions et la confìance d'un onorable 
« amateur e'tranger (Paris est de'venu le grand marche' autographique ) nous met- 
« tent à méme d'offrir aux connaisseurs des richesses nouvelles ». 

(41) Rammento bene uno spurgo di carte vecchie ordinato nella mia giovi- 
nezza ai cancellieri comunitativi , ed eseguito da essi. Dall'Archivio municipale 
di Pescia furon mandate al macero tutte le filze antichissime dei processi criminali. 
Figuratevi quante carte doverono sparire dietro tale ordine; e, colla scusa del 
macero e dello spurgo , quante collezioni sonosi formate ai danni degli Archivj 
municipali. 

(42j Ecco le XVIII Classi del nuovo riordinamento. 

Classe I. - Riformagioni. - Avvocatura regia. - Pratica segreta. 

i. Negozj spediti dai ministri delle riformagioni. 
'2. Detti dell'avvocatura regia. 
3. Detti della pratica segreta. 



niiLLAHCHlVlO CENTHALI': DI STATO 79 

distribuzione , che apparisce fatta senza nessuna notizia di storia . 
perchè si veda una voli a per sempre cosa sioiio questo classazioni 



Classe TI. a IX. - Legislazione universale 

i. Statuti fiorentini e leggi generali. 

2. Provvisioni della Repubblica e del Senato, e duplicati. 

3. Protocolli di dette provvisioni. 

4. Provvisioni della Balìa e di varj consigli. 

5. Deliberazioni dei Signori e collegi , e di altri magistrati. 

6. Negozj relativi agli ecclesiastici. 

7. Affari e cause criminali. 

8. Inventarj ed estratti delle riformagioni. 

9. Cause e controversie giurisdizionali. 
10. Interessi col principato di Piombino. 

H. Pubblica economia, entrate e uscite dello Stato. 
12. Privilegi e cause dei privati. 

Classe X. - Carteggio universale della Repubblica fiorentina. 

1. Lettere scritte dalla Signoria. 

2. Dette alla medesima. 

3. Dette dai Dieci di Balìa. 

4. Dette ai medesimi. 

0. Dette degli Otto di pratica. 

6. Dette scritte al medesimo magistrato. 

7. Dette degli anziani di Pisa. 

8. Dette scritte ai medesimi. 

Classe XI a XII. - Atti pnbbUci. 

\ . Libri dei capitoli. 

2. Protocolli dei medesimi. 

3. Cartapecore degli atti pubblici. 

4. Atti pubblici dei sovrani della Toscana. 

5. Statuti della città e terre dello Stato. 

Classe Xlll. - Amministrazione della guerra- 

1. Debitori e creditori dei Dieci della Balia. 

2. Leggi , condotte e paghe , e deliberazioni por la guerra. 

Classe XIV a XV. - Consiglio dei 20n. 

1. Bullettini o salvacondotti per i debitori 

2. Elemosino del sale , e piati d'inopia. 



80 dell'archivio centrale di stato 

arbitrarie, giovi l'entrare in alcuni particolari. La classe Vili era 
destinata alle materie di pubblica economia-, ma nella filza XXXIV 
di questa classe tu vedevi i consulti sopra il governo di Firenze 
scritti dal Machiavelli e dal Guicciardini a richiesta del cardinale 
de' Medici , e poi un volume sul censimento di Firenze del 1 481 : 
nella filza XXXV i regolamenti antichi sul diboscamento delle Alpi : 
nella filza XXXVI le deliberazioni dei cittadini deputati sulla pesti- 
lenza del 1494 e dei cinque senatori su quella del 1633-, quindi nella 
filza LXV le Uste dei cittadini che avevano risieduto nei maggiori 
uffici -, e nelle due successive i registri dei becchini tra il 1 385 e 
il 1412. La classe IX era destinata ai privilegi dei particolari, e 
invece conteneva i carteggi di Paolo da Ghiacceto nelle sue lega- 
zioni a Ferrara ed a Bologna (1427-1442); quelle di Baldassarre 
Carducci legato alla corte di Francia (1529): gli esami dei tBstimonj 
sulla ribeUione di Pisa (1494): e poi diplomi di Carlo IV, il car- 
teggio del veneto ambasciatore Carlo Cappello (1529 e 1530), le 
lettere di Filippo Strozzi. La classe XI doveva contenere i libri dei 
capitoli e atti pubblici , e nel volume XVI conteneva invece le lettere 
scritte alla Signoria da Fihppo VI e da Giovanni di Francia , da Pie- 
tro re di Cipro, da Odoardo re d' Inghilterra ; poi, confuse insieme , 
le lettere di Cola di Rienzi, di Francesco Baroncelli , dei sette ri- 
formatori e senato romano ; e dopo la convenzione tra Pio V e Co- 
simo I per la sicurtà del Mediterraneo (1 569) , scappavano fuori 
le provvisioni dei XIV riformatori eletti per la cacciata del duca 
d'Atene (1343). La classe XV, finalmente, tra i documenti relativi 
alla nobiltà , mostrava XXIII filze di stanziamenti di spese della 
repubbfica; e nella parte detta di spurgo, XVIII filze di atti go- 
vernativi della repubblica di San Gemignano (1220-1310), ed il 
Diario di S. Miniato , autografo di Giovanni di Lelmo (43). 

3. Deliberazioni e pubblicazioni di emancipazioni e repudio. 

4. Onori6cenze , spogli e studi genealogici. 

Classe XVI a XVIII - Archivio dei confini. 

i. Archivio vecchio. 

2. Archivio nuovo. 

3. Manoscritti , edizioni isteriche , e di gius pubblico. 

4. Indici, cataloghi ec 

(43) Questo Diario fu pubblicato dal Baluzio , ma con molte lacune e molli 
errori. 



dell' AUCmVlU CENTRALI' DI STATO 81 

E questo fu oliiamato riordinamento dell'Archivio dcili- rifoniui- 
gioni fino all'anno di grazia 1846. Fu benignila di fortuna se l'Ar- 
chivio Mediceo , aiipunto perchè tropjio disordinato , fosse lascialo 
liberamente alle cure di un valente impiegato che vi era specialinenle 
preposto. Il ([uale familiarizzatosi poco a poco con quelli ammassi di 
fasci e di filze, potò acquistare una (lualunc)ue idea delle scritture 
che contenevano, trasportare altrove ([nelle riguardanti le succes- 
sive dinastie , classare e spogliare in 5000 schede le cartapecore , 
spogliare in 3000 schede e riscontrare alfabeticamente per tempi e 
per materie l'Archivio d'Urbino, iniziare gli stessi lavori per i ma- 
noscritti Cerviniani e per le carte Strozziane ; preparare, insomma, 
i materiali di un più vasto e razionale riordinamento di quell'Ar- 
chivio, sul quale, mercè le sue laboriosissime cure, cominciava a dif- 
fondersi un raggio di luce. E credo che tali lavori servissero a trarre 
sull'Archivio INIediceo l'attenzione dei dolìi , a far sentire il bisogno 
di ulteriori provvedimenti. 1 quali erano poi reclamali dall'esempio 
degli altri Slati , dall'amore per gli studj storici fra noi non meno 
che altrove risorto , dalle pubblicazioni di patrie memorie che si fa- 
cevano con mezzi i)rivali (i4) . dagli studj che il professor Honaini 
aveva intrapresi negli archivj italiani e stranieri per illustrare la 
storia di Pisa , dalla pubblica opinione che lo designava al Gover- 
no, come quello che più d'ogni altro sarebbe bastalo alla impresa 
di un generale riordinamento degli Archivj nostri. 

È noto come nel febbrajo del 1852 fosse istituita una Conmiis- 
sione composta dell'avvocato regio, del direttore del registro e del 
professore Bonaini, alla quale fu dato l'incarico di proporre un piano 
di riunione e di riordinamento di Archivj. 1 nostri lettori conoscono 
il parere che la Conunissione rassegnava al IVincipe ne' 16 giu- 
gno 1852, e i decreti sovrani del successivo 30 settembre che ap- 
provavano le cose proposte dalla Commissione (45) ; e il pubblico 
rammenta come nel giro di tre anni fosse anmiesso , nel decorso 
giugno, a contemplare gib eseguita e condotta a termine la prima 
e più difficile parte della iniziata intrapresa. Questo splendido mo- 
numento che il Governo Toscano inalzava alla civillà del paese , 



(44) Rammento tra queste le Relazioni degli Amlascialori veneti clic si piiti- 
blicavano dal signor Alberi, e V Archivio Storico c]\q si [)ul)lilica ila varj annidai 
signor G.P.Vieiisseux. 

(45) Appendice all'Archivio Storico, Toni.cil., pag.2il- a 20f. 

Arch.St. It. , NaovLi Seri,', T. II. P. II. ii 



82 dell'archivio centrale di stato 

era dovuto al sapere , al coraggio , alla perseveranza del Bonaiiii , 
cui il suffragio della pubblica riconoscenza fu certamente un grato 
compenso delle angustie che dovè patire , delle fatiche cui dovè 
sobbarcarsi , e delle tante difficoltà che dovè superare per l'escgui- 
raento del suo concetto. Queste difficoltà i nostri lettori sono adesso 
in grado di conoscerle , di misurarle , e di valutarle. 



111. 

Il parere della Commissione approvato dal Principe era preor- 
dinato al triplice scopo di riunire in un solo locale e riordinare 
dodici Archivj fino allora disgregati e tenuti alla peggio , di faci- 
litarne la custodia , di utilizzarli a benefizio della amministra- 
zione pubblica e degli studiosi. Agli Archivj disgregati bisognava 
adunque per prima cosa un locale che avesse condizioni atte a 
tale uopo , poiché si trattava di riunire un numero stragrande di 
filze , di registri , di carte ; si trattava di riunirle in luogo che 
agevolasse i nuovi piani per riordinarle , custodirle , trovarle , 
esaminarle; si trattava di fare questo in Firenze dove nulla è pos- 
sibile , se l'occhio abituato alle maraviglie dell'arte non rimane esso 
pure appagato. Queste prime difficoltà vennero superate dal Bo- 
naini quando potè ottenere quasi la intiera fabbrica del Vasari 
detta degh Uffizj-lunghi , la quale ripristinata nelle primitive sue 
forme, parve fosse stata ideata dall'immaginoso artefice per l'ufficio 
cui doveva servire. Così , in LXVI sale degli Uffizj lunghi , parte al 
terreno e parte al primo piano, vennero dal Bonaini distribuite le 
carte, e distribuite le 115,780 filze e registri, onde si compone at- 
tualmente il nostro Archivio centrale di slato (46). 



(46) Sono LXVI sale destinate veramente all'Archivio , non con)prese quelle 
che sono occupate dagli impiegali, o servono agli studiosi. 

L'Archivio imperiale di Francia si compone di 240 sale , ma 12o soltanto ser- 
vono ai documenti. 

Il grande Archivio di Napoli, collocato nel già Monastero Cassinense detto dei 
SS. Severino e Sosia , occupa quattro piani composti di numerossime stanze. 
L'area occupata dall'Archivio può calcolarsi a oltre iOOmila braccia quadre. 

Gli Archivj generali del regno di Piemonte contengono più di 20mila Qlze , 
non compresa quella parte delle scritture genovesi che tornò da Parigi , ed oc- 
cupano dieci grandi sale e quattro stanze. 



DKLL'aUCUIVK) CKNIIIAI.K DI STATO 83 

Ma lo maggiori difllcolth dovè inconliarle il Honnini circa la 
questione scientifica relativa al criterio fondamentale del riordina- 
mento, che bisognava risolvere avuto riguardo alla moltiplicila de- 
gli Archivj , al vizio logico (ino allora seguito nella divisione delle 
classi , alla deficienza di ogni ajulo negli inventar] e repertori 
esistenti; i quali o mancavano affiilto , o compilali senza perizia 
alcuna delle cose istoriche , per solo uso dei dicasteri , e senza in- 
dicazioni esatte, riescivano inutili alla ricerca dei documenti, llior- 
dinamento di archivio significa distribuire in siffatta guisa le filze 
scritture e carte onde è composto, che si ottenga egualmente fa- 
cilita nel custodirle e facihth nel trovarle (47). Ognuno intende che 
la esecuzione più o meno razionale, diligente, accurata, sollecita 
dei lavori speciali di riordinamento indicati dalla Commissione, ùìr 
ventarj, regesti, repertorj , senza i (piali ogni ricerca di documenti 
sarebbe impossibile, dipende necessariamente dalla bontc» del crite- 
rio che si assume come base del riordinamento (18). 

La scelta di tale criterio non determinabile a priori^ parmi 
rigorosamente conseguenziale e dipendente dalla indole stessa dei 
documenti , dalle vicende istoriche , e dalla forma di governo che 
ebbe lo stato il cui archivio vuoisi riordinare. Parmi . in una pa- 
rola, che un bene ordinato archivio di stalo debba offrire nella di- 



L' Archivio dei Frari di Venezia, che si compone di 2,27G Archivj, e di 
<2,000,000 di volumi (non compresi i fascicoli), distribuiti in 97,438 scaffali, oc- 
cupa 298 fra sale e stanze. 

L Archivio generale di Milano si compone di ■125,000 cartelle , più 70,000 per- 
gamene del diplomatico , più le 20.000 cartelle dell'Archivio del debito pubblico. 

(47) Giustiniano ha dato la formula scientifica del riordinamento mWAulh. Ili, 
de defensor, civit. « Ut in civitatibus habitalio quaedam publica distribiia'.ur , in 
a qua conveniens est..., monumenta recondere , eligendo quemdam qui horum ha- 
« beat custodiam , qualiter incorrupla maneanl haec , et velociler inveniantur a 
« requirentibus ; et sit apud eos archivium ». 

(48) Negli inventar] devonsi descrivere i titoli e le caratterislichedei registri 
e filze per costatarne la identità. 

Nei regesti si compilano per schede separate i singoli documenti che si tro- 
vano nelle filze e registri, ed in queste schede si notano la data, il contenuto, 
la lingua , e le prime e le ultime parole del documento slesso. 

Negli indici si trasportano le schede distribuite per materie, per nomi, per 
tempi. 

Si vede adunque che il lavoro degli inventar] deve essere il più sbrigativo , 
per potere poi cominciare i regesti , senza i quali non è possibile avere gli indici, 
che sono quelli che servono realmente per la ricerca dei documenti. 



84 dell' AHCHIVIO CENTRALE DI STATO 

stribuzione dei documenti la immagine esteriore della struttura 
organica dello stato , come appunto un architetto che intende il 
magistero dell'arte , ti lascia indovinare dalla facciata la destinazione 
e slruttura interna dell'edifizio. E come tra cento parole e cento 
modi che possono adoperarsi per manifestare un concetto della 
mente , non àvvéne che un solo che te lo renda pieno , intiero e 
chiaro ; così fra cento criterj che possono essere egualmente buoni 
in astratto , non àvvene che uno solo che convenga e sia buono 
per mi dato archivio e per un dato paese. Non potevasi adottare 
la divisione arbitraria di archivj storici , e di archivj amministra- 
tivi, sebbene indicata nei sovrani decreti (49) ; perchè osservò sa- 
gacemente l'autore di elegante articolo del Monitore Toscano , quan- 
do per un modo più largo di vedere e d' intendere , da ogni atto 
di pubbhca amministrazione si trae materia di storia, meno age- 
vole che mai sarebbe il determinare tra gli atti della vita di un 
popolo dove la storia cominci o dove finisca. Molto meno avrebbe po- 
tuto adottarsi alcuna delle divisioni adoperate negU altri archivj : 
perchè ninna di esse praticabile presso di noi, dove diversa fu la 
struttura delle forme amministrative , dove più spesso mutaronsì 
governi e dinastie . dove non è continuità nelle tradizioni poUti- 
che, e dove meno ha aUignato (non dirò se per fortuna o sventura 
nostra) lo spirito di sistema e di simmetria (50). 



(49) Questa erronea distinzione informa il nuovo ruolo, che distingue appunto 
gli Archivj in storici e amministralivi. E fu base altresì erronea alla eccezione 
ohe fu fatta per molti Archivj importantissimi per 1' amministrazione non meno 
che per la storia , che furono sottratti alla dependenza della nuova direzione 
generale. 

(50) L'Archivio imperiale di Francia ritiene la classazione del Daunau in sei 
sezioni, divise in subalterne categorie, che sono : legislativa, amministrativa , islo- 
rica , topografica , demaniale , ecclesiastica. 

Il grande Archivio di Napoli è .distribuito in cinque ordini principali , detti 
ufiìzj ; ognuno poi suddiviso in parecchie classi, secondo la diversa natura, ed 
anche la diversa provenienza delle carte raccolte : - I. Politica generale. - II. Am- 
ministrazione interna dal 1447, divisa in i2 classi. - III, Finanze dal 1427, diviso 
in 80 classi. - IV. Giustizia dal -1444, ed ha 23 classi. - V. Guerra e marina 
dal 4375, ed ha 2i classe. 

Gli Archivj generali del Piemonte sono divisi per materie , e queste disposte 
cronologicamente. Le classi principali sono : - I. Contratti di matrimonio , testa- 
menti , ed altri documenti concernenti l'augusta dinastia di Savoja. - II. I diplomi 
imperiali. - III. Originali delle leggi , e varie scritture politiche. - IV. Trattati 
originali , e negoziati con diverse potenze. - V. Carteggi diplomatici. - VI. Ma- 



dell'archivio centrale di stato 85 

Quindi il Bonaini immaginò di disporre l'Archivio secondo 
quello era consigliato dalla storia e dalla cronologia. Ed ecco 
la razionalità della fondamentale distinzione nelle due sezioni Re- 
PUI5IJLICA e Principato; ecco la origine delle subalterne divisioni 
dedotte dalla di versith delle materie, dalla diversi Ih delle forme 
governative , dalla diversità delle magistrature , dalla successione 
delle dinastie e dei tempi. Questo criterio, tanto felicemente im- 
maginato dal Bonaini , essendo il più connaturale alle vicende di 
cui i documenti facevano testimonianza , offriva ed offre quei van- 
taggi che nessuna altra classazione ci avrebbe dati. Imperocché 
meglio di ogni altro si presta alla conservazione delle scritture ed 
alla comodità delle ricerche; facilita oltre modo la compilazione de- 
gli inventar]; ha permesso che archivj interi potessero senza scora- 
porgli, riunirsi al posto che loro assegnavano la materia ed il tempo; 
conserva ai singoli documenti la fisonomia loro propria e quasi di 
famiglia che tanto ajula a decifrarU, ad intenderli, ad illustrarli; ed 
offrendo, finalmente, nella slessa materiale distribuzione delle scrit- 



tene ecclesiastiche , corporazioni religiose , luoghi pìi e bencfìcj. - VII. Materie 
economiche , giuridiche , militari , feudali , ed amministrative dei varj comuni 
dolio Stato , di%'ise per provincie. 

L'Archivio generale di Milano è diviso alfabeticamente per materie , e sono : 
acque - agricoltura - araldica - censo - commercio - confini - culto - esenzio- 
ni - feudi - flnanze - fondi camerali - giustizia civile - giustizia punitiva - luo- 
ghi pii - militare - polizia - popolazione - potenze sovrane - potenze estere - 
sanità - spettacoli pubblici - strade - studii - tesoreria - trattati - tribunali - 
vittuaria - rogiti camerali - gride - registri - registratura della direzione- re- 
gistri ducali - dispacci e privilegj. 

Il famoso Archivio dei Frari fu distribuito dal suo ordinatore Iacopo Chiodo 
in quattro riparti, ciascuno dei quali è distinto in divisioni, e queste in Archivi 
propri e sezioni , ognuna delle quali ha le sue particolari classazioni. 

Il PRIMO RIPARTO ha quattro divisioni. La prima abbraccia sei Archivj gene- 
rali del veneto Governo , cioè : la Cancelleria ducalo - la Cancelleria segreta - 
Consiglio dei X - Compilazione delle leggi - Consiglio dei XL al criminale - la 
Cancelleria inferiore. La seconda divisione comprende gli Archivj delle venete 
magistrature. La terza , gli Archivj di varie comunità e luoghi delle provincie 
venete. La qoarta , gli Archivj democratici. 

11 SECONDO RIPARTO ha tre divisioni , che sono : Gli alti austriaci della prima 
epoca - gli Archivii italiani - gli austriaci della olà presente. 

Il TERZO RIPARTO ha sci divisioni, che contengono gli Archivj giudiciarj , e sono : 
I Vcnoti - i Democratici - gli Austriaci delle prima epoca- gli Italiani - gli Ar- 
chivj di varii luoghi - gli Austriaci della età presente. 

Il QbAuTO RIPARTO non appartiene alla direzione generale degli Archivj , ma 
forma separatamente l'Archivio notariale. 



86 dell'archivio centrale di stato 

ture la prova documentale delle vicende del nostro paese , meglio 
di ogni altra cosa ajuta ad intenderne, ad illustrarne , a facili- 
tarne la storia. Ed è questo il punto che toccando più strettamente 
ai nostri studj, reclama da noi più speciale commento. 

IV. 

La memoria dei tempi più infelici che i popoli del mezzogiorno 
patirono per le invasioni barbariche e per la rovina di ogni civile 
ordinamento, sta registrata principalmente nelle vite dei Santi, nelle 
cronache dei frati e nei diplomi, che sono atti civiU e politici di 
quella età. Con questi materiali il Mabillon in Francia , il Muratori 
in Italia, e con essi e dopo essi tanti eruditi di Europa, hanno ten- 
tato di ricostruire la storia politica , morale e civile del medio evo ; 
ora desumendo da un diploma una data ; ora col mezzo di un altro 
correggendo un nome; ora ricomponendo coU'ajuto di molti diplo- 
mi uniti insieme la serie dei principi , dei papi , dei vescovi o la 
genealogia di una famigha; ora ricavando da una parola e da una 
frase le vestigia di leggi . istituzioni e costumi dei quali era smar- 
rita ogni traccia ; ora indovinando coU'acume della critica cose e 
fatti che in nessun luogo si leggevano scritti. Così fu costatata e 
resa sicura la continuazione delle leggi e tradizioni romane ; così 
furono scoperte le tracce di uomini liberi che non erano della 
schiatta dei dominatori ; così qualche notizia abbiamo della forma- 
zione dei moderni idiomi, del graduale rinascimento delle pubbli- 
che liberta , della condizione morale e civile dei popoli durante il 
medio evo. Ma questa storia è tuttora imperfetta , e solamente sap- 
piamo che se potessimo averla intera e compiuta di un solo comune, 
noi potremmo intendere agevolmente quella di tutta Italia. 

Quindi bene a ragione la serie dei documenti del nostro Archi- 
vio viene aperta dal così detto Archivio Diplomatico , il quale, come 
sopra abbiamo visto, nulla ci lascia a desiderare quanto alla dispo- 
sizione dei diplomi , e quanto ai copiosi mezzi che possiede per 
ajutare gli eruditi nelle indagini loro. Questo Archivio , che fornì 
all'infaticabile ed eruditissimo Repetti i materiali per la compila- 
zione del celebre suo Dizionario della Toscana , oltre quattro papiri 
del sesto e nono secolo (51) , contiene 130,000 diplomi; dei quali 382 

{31) Sono precisamente degli anni 520 , 541 , 800 , 855. Vi si trovano due por- 
tulani del secolo XIV e XV ; due carte della Toscana di Girolamo Bellarmato 



dall'archivio centhali: di stato 87 

(datando dal più antico, che è del 716) sono anteriori al 1000, 
31,770 vanno dal 1000 al 1300, i rimanenti giungono al 1794 (52). 
Chi volesse , insomma , intraprendere nuovi sludj e nuove ricerche 
intorno alia storia di Firenze e di Toscana anteriore al XIV secolo, 
trova nell'Archivio Diplomatico i materiali opportuni per comple- 
tare , utilizzare e coordinare le congetture, le scoperte , le indagini 
dei precedenti eruditi. 

La emancipazione dei Comuni italiani avvenne in modo quasi 
uniforme , qualunciue sieno le varieth nelle tinte locali e nel colo- 
rito del tempo. E non poteva essere diversamente, essendo idenUche 
più meno le tradizioni lasciate dalla civiltà romana , identica la 
storia , identiche le sventure ; e non potendo provenire le diversità 
se non dal genio delle stirpi primitive , dalle varielìi del clima e del 
suolo , e dagli effetti più o meno prolungati della con(|uista. Lascian- 
do in disparte, adunque, anche le questioni relative alla condizione 
civile della Toscana nei tempi Longobardi e Carolingi, certo è che 
Firenze fece le sue prove di libertà prima col mezzo dei consoh , 
poi col mezzo degli anziani e dei buonomini (12"50), innanzi che 
per la celebre riforma del 1282 istaurando la magistratura dei priori 
delle arti , giungesse a fondare stabilmente la sua democrazia. In 
occasione della (piale riforma vennero riposte nel nuovo Archivio 
delle riformagioni anche le carte dei governi anteriori , che unite 
a quelle dell'Archivio Diplomatico , ed a molte altre che possono 
trovarsi negli archivi dei Municipi toscani, ci darebbero preziosi ma- 
teriali per schiarire la storia di questa età , in cui primeggiano le 
vicende della casa di Svevia , le guerre civili delle fazioni , la dis- 
fatta del potere feudale, le battaghe dei Patareni , la operosità ma- 
nifatturiera degli Umiliati (.53). 

del 1536 , e di Stefano Scolari del 1662; ed una pianta dell'Arno, autografa del 
Buontalenti, del 1603. 

(52' Nell'Archivio di Napoli le cartepecore riunite e legate in ricchi volumi 
sommano a 39mila. Le più antiche sono della metà dell'ottavo secolo. Ma sono 
preziosissimi i diplomi greci , che sono i più antichi. 

In quello di Torino i documenti più antichi sono del Vili , IX e X secolo ; 
ma pochi. I più copiosi datano dall' XI secolo. 

La più antica carta dell'Archivio di Milano è quella del 714-, relativa alla fon- 
dazione del Monastero di Pavia. 

(53) Nel Diplomatico si trovano, adunque, molte carte, che meglio, a parer mio, 
dovrebbero completare la serie degli alti pubblici. Oltre i diplomi concernenti i 
Consoli e gli .anziani , vi sono alcuni trattati internazionali , vi è un dij)loma 



88 dell'archivio centrale di stato 

La sezione attenente al governo repubblicano comincia con una 
prima serie di atti che riguardano l'autonomia di Firenze e di To- 
scana , e le successive aggregazioni onde la repubblica fiorentina , 
prima ai danni dei feudatarj , e poi alle spese dei minori comuni , 
venne allargando di mano in mano il suo territorio. 

In questa prima serie noi troviamo: 

I. Gli statuti del comune di Firenze, principiando dagli Ordina- 
menta Tustitiae de anno 1 292 ad annum 1 343 , compilati al tempo 
di Giano Della Bella , e venendo giù giù colle successive riforme 
fino a quella del 1415, che fu opera del Castrense (54); 

II. Gh statuti e riforme dei comuni soggetti alla repubblica, e 
quelli di città autonome , venuti nelle Riformagioni o al tempo delle 
relative conquiste , accomandigie e sottomissioni , o per effetto della 
savia legge di Cosimo I (1546), che volendo ovviare al pericolo di 
ulteriori smarrimenti , volle vi fossero depositati gli originali o le 
copie di tutti gli statuti particolari (55) ; 

III. Capitoli, sottomissioni, leghe e paci dal 1192 al 1532. 
Così, in questa prima serie, cui vanno unite due raccolte, l'una 

di statuti, provvisioni, carteggi, trattati e guerre della Repubblica 
Pisana e dei suoi Anziani , l'altra di documenti del secolo XIII ri- 
guardanti la terra autonoma di S. Gemignano, noi troviamo quanto 
occorre per illustrare la storia territoriale della Toscana , e per deter- 
minare le relazioni giuridiche che sotto forma di capitolazioni, acco- 
mandigie, dedizioni e privilegi, si stabilivano tra la citta dominante, 
le cittcì e i comuni soggetti. E la raccolta poi delli statuti particolari, 
la quale comincia molto tempo innanzi agli Ordinamenta Tustitiae (56), 
offre copiosi ajuti per compilare una monografia di legislazione sta- 
tutaria , che importantissima per la storia del diritto , lo sarebbe 
anche più per la storia civile e politica del nostro paese. Il Bonaini 
ha recentemente pubblicato un volume degli Statuti Pisani, e già si 

di Lodovico il Bavaro, vi è l'atto originale della riunione delle Chiese greca e 
latina. 

(54) È da notarsi che questo statuto non è il più antico, poiché nelle rubri- 
che XX e XXXII si rammenta un costituto più antico circa le satisdazioni da for- 
nirsi dai Magnati. — Gli Ordinamenta lustitiae furono recentemente dati in luce 
dallo stesso prof. Bonaini nella nuova serie deWArchivio storico italiano. 

(55) Molti originali mancano , e si trovano negli Archivj privati. Quello di Ver- 
nio è in casa Bardi. Quello di Saturnia , in casa Panciatichi. Altri altrove. 

(56) Non tenendo conto degli Statuti Pisani più antichi , ve ne sono altri che 
risalgono al 1208. 



dkll'aucimvio centiialI' ih staio 89 

adopera alla pubblicazione eli altri volumi che completeranno la se- 
rie degli atti pubblici concernenti quel municipio. Chi pensi che Pisa 
città di tradizioni greche ebbe commerci, Icirgi marittime e governo 
popolare prima di ogni altra, fu sede d'imperatori, e la sua |)0- 
tenza decadeva quando cominciava a sorgere quella di Firenze, 
anderìi facilmente persuaso che la storia civile della Toscana do- 
vrebbe aprirsi colle memorie pisane. 

Stabihto il governo dei Priori dello arti . comincia per Firenze 
quella che con frase moderna direbbesi sua storia parlamentare. 
11 potere legislativo esisteva nel gran consiglio, cui prendevano parte 
i cittadini abili a risiedervi : il potere esecutivo esercitavasi dalla 
signoria , composta dei Priori , che ogni due mesi si rinnovavano. 
Nulla però dal gran consiglio si deliberava . che prima non fosse 
stato discusso e proposto dalla signoria ; la (piale chiamava nel suo 
seno a consulta, anche per cose minime, il collegio dei dodici buo- 
ìiomini ^ ì 16 gonfalonieri del popolo e le capiludini delle arti, e 
nelle gravi occasioni anche i cittadini più slimati che non avessero 
parte nei mentovali collegi. Per tale sapiente ordinamento ne se- 
guiva, che vinto una volta il parlilo in questo che si chiamava Con- 
siglio di Arruoti, era già ottenuto il voto dei più influenti ciltadini. 
e la proposta della signoria solamente per forma e senza discussione 
si approvava dal consiglio grande. 11 cancelliere notava, seduta stari- 
le, il sunto delle discussioni avvenute nel consiglio della signoria, si 
rogava delle proposte provvisioni, ne dava lettura al consiglio gran- 
de, registrava il numero dei voli (.^7). Cos'i nel nostro Archivio ab- 
biamo una serie più o meno compiuta di tulli gli atti concernenti 
i consigli del popolo fiorentino , cioè : 

1.° Le consulte pratiche , dove si legge il transunto dei pareri, 
le arringhe dei più reputali cittadini (fra i quali Dante Alighieri) (-58), 
e dove trovasi delineata la storia politica della Repubblica nelle sue 
relazioni colli Stati d'Italia e d'Europa ; transunto piìi scai-no e con- 
ciso in principio, ma più esteso ed abondanle di mano in mano vhc . 
scendendo ai tempi più moderni, si giunge alle arringhe del Machia- 
velli, del Guicciardini e dei giorni dell'assedio (59): 



(57) Vedasi in proposito il Giannolti. 

(58) È celebre il Parere di Dante « ut prò domino Pupa niìul fìat ». 

i59) Importante è il codice delle Consulte del tempo dell'assedio , che il buon 
vescovo Marzi nascose , onde il signor Ci>simino non sapesse chi aveva in (lucl 

Aitcn.Sx.lT. JV.iov.t S rie, 1. II. P.\[ la 



90 dell'archivio centrale di stato 

2.° I Fabarum^ che sono i libri nei quali si trova provvisione 
per provvisione il numero dei voli col quale furono vinte ; 

3." I Protocolli, nei quali il cancelliere prendeva nota delle 
provvisioni ; 

4." Le deliberazioni , protocolli , registri e giornaletti dei si- 
gnori e collegi. 

La signoria, come potere esecutivo, aveva una doppia cancelleria: 
una per le faccende esterne , l'altra per le faccende dentro il do- 
minio. Questa doppia cancelleria figura nel suo luogo conveniente 
al nostro Archivio, dove al seguito delle provvisioni e consulte , tro- 
viamo i minutar] di lettere , le lettere originali , non andate o 
tornate , responsive , e copiarli , nomine , istruzioni e lettere ai 
legati e commissari , relazioni di oratori , risposte in nome della 
signoria •, tutte le scritture insomma che fanno corredo necessario 
al movimento giornaliero di un governo naturalmente progrediente 
nelle forme a proporzione dell'aumentarsi delle faccende e della 
sua potenza. E siccome a sostenere l'ufficio di cancelliere della si- 
gnoria vennero sempre chiamati uomini reputatissimi (fra'quali basti 
rammentare gU Uzzano , il Baldovini , il Viviani , il Bruni, il Mar- 
suppini , Leonardo Aretino , il Monachi , gli Scala , gli Adriani , il 
Machiavelli , il Giannotti) , ognuno intende quali pregi istorici abbia 
questa copiosissima raccolta di scritture, dove il pensiero politico 
della Repubblica Fiorentina trovasi formulato ed espresso autogra- 
ficamente da quei grandi cittadini che alla carità della patria con- 
giungevano il senno civile e il magistero dell'arte (60). 

In quel modo che in Roma , nelle gravi emergenze dello stato , 
i poteri regolari dei consoli e dei tribuni cedevano all'autorità ec- 

tempo consiglialo , con diffamatione et injuriosi improperii , contro la illustrissima 
et felicissima casa dei signori Medici. 

(60) Moltissimi di questi documenti sono frutto della generosa donazione del 
marchese Lorenzo Ginori. Per questa donazione tornarono al nostro Archivio i 
copia-lettere da Chello d'Uberto a Bartolommeo Scala (dal 4328 al 4483) ; le 
istruzioni e carteggi e relazioni ai legati , dal 4 428 al 4479 : nel quale spazio di 
tempo stanno appunto gli accrescimenti dello stato, la dominazione e cacciata 
del duca di Atene, insomma i fatti più impoitanli dell'antica storia di Firenze. 
E furono frutto altresì di questa splendida donazione oltre 2,000 documenti dal 
secolo XV ai secolo XVII , relativi al concilio di Basilea , a Cosimo il Vecchio , a 
Leone X : visone lettere originali di Carlo V, istruzioni originali di Cosimo I, 
i carteggi dell'Antinori e del Concini , legali a Vienna tra il 4570 e 4574 ; e fino 
le minute scritte dal Vinta a nome di Ferdinando I. 



1)i;ll'aiu:hivi() centhai.k di stato 91 

cezioualc del dittatore , così in Firenze i'autorilh dei consif^li e 
della signoria veniva sospesa per la creazione di una maqislra- 
lura straordinaria , cui conferivasi piena facollìi di riformare gli 
abusi del governo , tanto al di dentro (juiwito al di fuori. Questa 
magistratura si chiamò Balia : ne usarono e ne abusarono gli amici 
e i nemici del popolo : fu sempre foriera e ministra dei più gravi 
rivolgimenti. La più antica Balia fu (luella usurjialasi dal duca di 
Atene (1342), la più celebre (]uella del governo dei Ciompi (1378- 
1381) , la più fatale ed ultima ciuella dei 12 riformatori, a benepla- 
cito di papa Clemente (1o30). Anche il consiglio dei Cento, che 
trovasi usato fino dal 1458, era una temporaria balia affidata dai 
consigli, per circostanze meno gravi e meno imperiose, ad un consi- 
glio di 100 cittadini. Quindi gli atti delle balie e del consiglio dei 
cento fanno séguito alle scritture concernenti la storia pohtica e par- 
lamentare della Repubblica fiorentina ; la quale poi riceve il suo 
compimento dall'Archivio delle Traile , dove ( essendo allora ignoto 
il principio della rappresentanza) si trovano i registri di quei cit- 
tadini che prima imborsali, erano poi designati per tratta e per 
scjuittinio a risiedere nei consigli e nelle magistrature , ed i proto- 
colli di quelle che oggi direbbonsi solennità elettorali (61). 

Troppo s'ingannerebbe chi, giudicando il meccanismo ammini- 
strativo degli antichi colle idee moderne , si figurasse il governo 
della Repubblica Fiorentina complicalo delle cento aziende e dei 
tanti siipendiali che empiono i moderni almanacchi . ed hanno parte 
SI grande negli stati preventivi dei giorni nostri. Gli antichi non ave- 
vano ridotto ad arte di governo la moltiplicazione degli enti senza 
necessità, e mollo meno intendevano di assumere la responsabiUth di 
(fuelle minute faccende che danno oggi occupazione e campamento 
a tanti ufììcj centrah. Ammesso, come ammettevano, che l'esercizio 
della sovranità non implicasse il bisogno di amministrare, lasciavano 
che i Comuni soggetti, soddisfalli gli impegni stabiliti dalle dedizioni 
o accomandigie , si governassero colle loro leggi e magistrati : ammini- 
stravano le cose del comune sovrano nei modi e forme più semplici 
e meno dispendiose. Rari erano gli ullìci e magistrature permanenti ; 
pochissimi gli stipendiati della Repubblica ; saputa e praticata l'arte 
(fi f.ir molto con poco ; fre(iuente l'usanza di creare al bisogno ma- 



(61) Il GiannoUi espone largamente il modo delle elezioni praticato nella Ro- 
blica di Firenze, 



92 ])1:;Ll' ARCHIVIO CEN l'HALE DI STATO 

gislrali per un oggetto determinato. L'applicazione pratica di que- 
sto teorema economico noi la vediamo in ciò che si riferisce alla 
amministrazione della guerra. La Repubblica fino dalle sue origini 
ebbe guerre con tutti ; spesso coi più deboli, sovente cogli eguali, ma 
talvolta anche coi più forti. Non ebbe però un'azienda permanente 
per le cose di guerra : qi>ello che oggi si chiamerebbe ministero 
della guerra, altro non era che un magistrato di cittadini cui volta 
per volta conferivasi autorità quasi illimitata in quanto alla condotta 
della guerra si riferisce. Questa magistratura si chiamò in principio 
degli Otto di Balia, che provvidero alla guerra contro Gregorio XI 
(1375): poi si chiamò dei Dieci di Balia, quando scoppiò la guerra 
contro i duchi di Milano : i\\ tempo di Cosimo il vecchio fu detto 
di libertà e di pace: finalmente, affidata la difesa della libertà pe- 
ricolante alle braccia cittadine, fu detto dei Nove d'ordiìianza e mi- 
lizia. Tale magistratura deliberava tutti i negozj di guerra e di 
pace, assoldava mercenari e condottieri, dava istruzioni ai capi- 
tani, spediva commissari al campo; ma per la spedizione degli 
atti doveva valersi del canceUiere della signoria, che era il redattore 
esclusivo di c|uanto si scriveva per autorità di governo. Gli atti di 
queste magistrature , insieme colle capitolazioni dei condottieri , coi 
registri degli stipendiati, colle rassegne, colle relazioni dei commis- 
sarj e condottieri , e colle lettere scritte ai medesimi di privata 
autorità dai più gravi cittadini ; tutto quello insomma che riguarda 
le cose di guerra e di pace e forma una medesima serie, disposto 
per magistrature, per successione di tempi e per diversità di mate- 
rie , trovasi nell'Archivio Centrale dopo gli atti dei consigli e della Si- 
gnoria. In questa preziosa l'accolta di scritture, spesso autografe, 
dei nostri piìi grandi uomini, e fra le quali trovi anche i diarj di Ri- 
naldo degli Albizzi , di Pier Filippo e Francesco Pandolfini , e del Se- 
derini , noi abbiamo (pianti materiali abbisognano per la storia delle 
guerre sostenute dalla Repubblica, non meno che per illustrare la 
storia militare del nostro paese (62). 

È di rilevanza anche maggiore una copiosissima serie di car- 
teggi e documenti, la più parte autografi, che dovrebbero far séguito 
agli atti della Signoria, e sono : I , queUi spettanti alle legazioni, fre- 
quentissime allora che non vi era il lusso moderno della diplomazia 
permanente ; li , queUi concernenti le commissarie , che solevansi 

(62) Vedasi su questo argomento , il Voi. XV deWArchivio Storico , compilato 
dal signor Canestrini.. 



DELL'aRCIIIVIO CKNTHALK 1)1 STAIO 93 

spedire o per le terre del dominio , ovvero per sorvegliare i capi- 
tani e la loro condotta in tempo di guerra ; HI , le scritture appar- 
tenenti alla famirzlia privata dei Medici, e specialmente i carlesai di 
Cosimo il vecchio, Pietro il Gottoso, Lorenzo il Magnifico e Pietro 
di Lorenzo. Coloro che sanno a quali uomini si affidasse allora l'uf- 
ficio di legati e di commissari , (juanto giovi alla storia politica il 
conoscere le relazioni tra i diversi paesi , quale azione esercitassero 
Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico, privali cittadini, sulle fac- 
cende della Repubblica e sulla politica italiana dei loro tempi, in- 
tendono convenientemente quanto sia il pregio dei documenti in 
questa serie compresi. 

L'Archivio della Zecca che. insieme colle deliberazioni degli uf- 
fìziafi di zecca e coi loro registri amministrativi, serba l'antico sta- 
tuto dell'arte dei monelieri , il cosi detlo Fiorinaio cominciato a 
scrivere (1317) al tempo di Giovanni Villani (63). i cnnj delle monete 
dal fiorino dell'Antella ( 1256 ) a quello del Uidolfi , e molti altri do- 
cumenti preziosissimi per la storia artistica delle monete e per 
la storia amministrativa ed economica di Firenze . serve f]uasi d- 
veslibulo agli alti che riguardano la finanza della Repubblica. 

Chi dice finanza di uno stato , dice imposte e gabelle levate con 
più o meno giustizia, con più o meno garbo. La partita delle impo- 
ste costituisce però la pagina meno nella del governo rej)ubblicano. 
Imperocché, se i Fiorenlini sono benemeriti per l'arte del cambio e 
vanno lodali per la loro bravura finanziaria , non potrebbero pren- 
dersi ad esempio per la giustizia d'imporre le gravezze e per la 
eguagliiuiza del repartirle. 11 governo della Repubblica sopperiva ai 
puJìbiici bisogni col mezzo degli accatti e delle prestanze , che in 
pratica valevano tut l'altro che spontanea cariTa cittadina. Le pre- 
stanze e gU accatti altro non erano che imprestiti forzosi , coone- 
stati con miti parole , che si pagavano sempre da (juelli che agli 
ulfizj del governo non partecipavano. Quando poi pareva che in 
massima dovessero sodisfarsi da tulli in ragione delle individuali 
ricchezze, i tassatori , che sem[)ro erano della parte dominatrice, 
sapevano nel fatto come renilerne immuni i loro amici. Abbondano 
negli archivi privati i ricordi di cosi brulla usanza : registrano i 
nostri novellieri i bizzarri artifizi adoperali per temperarla ; nell'Ar- 
chivio Centrale abbiamo l'Archivio della prestanza, che contiene i 

f63; Lo pubblicò in parte Baldassarre Orsini nella sua Sloi ia delie monete delia 
Repubblica di Firenze. 



94 dell'archivio centrale di stato 

registri dei prestanzianti , i libri di entrata , e gli estimi e libbre 
delle private fortune che servivano di base ai tassatori. 

Ma questo sistema d' imprestiti e di accatti , con una di quelle 
tante ipocrisie che usaronsi sempre da che mondo è mondo, davia 
titolo ai prestanzianti per figurare nel registro dei creditori della Re- 
pubblica per la somma imprestala. Ciò aveva recato V inconve- 
niente che la Repubblica apparisse nominalmente debitrice di 
somme ingenti verso i cittadini. In una di quelle tante transazioni 
di tempo in tempo necessarie per temperare i cattivi umori o 
per uscire da un cattivo passo , non potendosi né volendosi resti- 
tuire il capitale, fu immaginato il compenso di pagare un frutto 
ai creditori, e la massa del debito divenuto fruttifero fu detta 
Monte ; il Monte fu il primo saggio dell'arie , poi tanto raffinata , 
d' impegnare il credito dei privati a sostenere il credito dello stato , 
e di mangiare in erba le entrale delle future generazioni. L'Ar- 
chivio dei Monti, nel quale si hanno frammenti anteriori al 1348 , 
costituisce pertanto la seconda serie dei documenti .di finanza. 

Ma questa entrò in una fase nuova nel 1427. Giovanni Ricci 
dei Medici , che si era straordinariamente arricchito esercitando il 
cambio nei concilii di Rasilea e di Gostanza , che aveva avuto in 
pegno la tiara di Martino V, ed era interessato in tutti i commercii 
d' Italia , capi che il mezzo migliore per eguagliare i grandi alla 
plebe e di acquistare aderenze e clientele , era lo stabihre un più 
giusto ed eguale reparto delle gravezze : allora fu che , postosi d'ac- 
cordo con quei cittadini che gli storici chiamano più degli altri 
amatori del giusto e dell'onesto . introdusse in Firenze un nuovo si- 
stema d' imposte , che si fondava sopra i tre seguenti priucipj : 1.°le 
imposte non dovevano poi'si alle persone, ma ai beni e sostanze 
dei cittadini ; 2.* ogni cittadino doveva fare la denunzia o portata 
dei suoi beni, che registrati insieme sui hbri del Comune, dice- 
vansi accatastati : 3." i cittadini dovevano pagare al Comune il 
dieci per cento di quello che i beni rendessero l'anno d'entrata. 
Nacquero così i nomi di catasto e di decima; un primo atto di 
giustizia agevolò alla famiglia di Giovanni la strada per salire al 
principato. E i libri del catasto , della decima , delle portate ci 
hanno conservate copiose notizie sulla fortuna patrimoniale dei più 
illustri cittadini (64) , e sulle vicende della Toscana agricoltura. 

(64) 11 Gaye ne ha ricavate molle notizie concernenti gli artisti. Nei libri 
delle Portate vedonsi le firme autografe di molti artisti e letterati. 



dell'archivio centrale di stato 95 

Il compimento di questa serie noi lo abbiamo neW Archivio della 
camera del Comune^ alla quale, come uffizio di sindicato e come 
ullicio di contabililh, facevano capo tulli i conti di entrate e spe- 
se , dal costo dei Signori in palazzo all'acquisto di Livorno , dallo 
stipendio del barbiere alle paghe della milizia , dalle commissioni 
date agli artisti alla firma papale sotto il conto di Baccio Valori 
commissario al campo sotto Firenze. 

L'ultima classe dei documenti del governo repubblicano è costi- 
tuita dagli Archivi dei Tribunali. Firenze ebbe comune colle altre 
citta la sfiducia nella giustizia paesana. Quindi da tempo remotis- 
simo volle Potesth forestiero , perchè coi suoi collaterali reìidesse 
ragione nelle cose civili , ed eseguisse le condannagioni : non fidan- 
dosi nemmeno del Potesth , volle che forestiero fosse pure il Capitano 
del popolo , cui dette (1250) sulle condannagioni e justitie corporali 
la giurisdizione del potesth (65) ; e non bastandoli l'uno e l'altro , 
volle (1406) che forestiero fosse anche lo speciale Esecutore degU oi^- 
dinamenti di giustizia, nei quali il popolo ravvisava il baluardo 
della sua liberth. Gli Archivi di questi tre magistrali ( cui dovrebbe 
far séguito l'Archivio del Consiglio di Giustizia, nel quale per la 
riforma del Sederini passarono le attribuzioni del potestà , del ca- 
pitano e dell'esecutore ) vengono i primi per numero ed impor- 
tanza in questa ultima classe dei documenti repubbhcani : cui 
fanno séguito gli archivj di altre speciali magistrature aventi com- 
petenze miste di amministrazione e di giudiciario ; quali sono gli 
archivi dei Capitani di parte guelfa , che originariamente invigila- 
vano sui ribeUi , e beni ad essi confiscati ; degli Otto di custodia e 
balia, che avevano competenze di polizia; dei Soprastanti delle Stin- 
che, cui era commessa la direzione delle carceri ; degli Ufjìziali di 
notte e monasteri , che vegUavano sul costume pubblico e la sicu- 
rezza dei monasteri; degli Uffiziali della grascia e awiona , che pre- 
siedevano alle vettovagUe e all'abbondanza della citta ; dei Cinque 
conservatori del contado; dei Giudici degli appelli e nidlità; del 
Magistrato dei pupilli. In cpiesta classe trovasi registrata , insieme 
colla storia politica delle nostre discordie , anche la storia morale 



(G5) Tra i codici del Capitano del popolo vi è il celebre libro dello del Chiodo, 
che comincia nel 4266 dopo il ritorno dei Guelfi , e contiene il registro dei Ghi- 
bellini sbanditi e le condanne del Conte di Agobbio , fra le quali quelli pro- 
nunziate contro l'Alighieri. 



9(5 DE1.l' ARCHIVIO CENTRALE DI STATO 

dei costumi , che in nessun documento meglio riflette , che nei pe- 
nitenziali delle chiese e negli atti dei tribunali. 

Così 18,766 filze, distribuite in dieci Sale, compongono FArchivio 
del governo repubblicano, che senza bisogno di artifizio alcuno viene 
naturalmente diviso nelle tre classi generali , politica . amministra- 
zione e tribunali^ che sono appunto gii elementi piìi semplici cui 
si riduca ogni ordinamento di stato. Da quelle filze però potrà un 
giorno scaturire la compiuta storia della democrazia fiorentina ; 
la storia cioè religiosa , politica , civile , parlamentare , morale , 
letteraria , artistica e commerciale del popolo fiorentino. Ed allora 
potrà intendersi cosa fosse quella stupenda civiltà guelfa e demo- 
cratica, che si manifesta nel poema deirAlighieri , nei dipinti di 
Giotto , nelle maraviglie del BruncUeschi , negli scritti del Machia- 
velli; e come frammezzo a tante lotte domestiche , un governo cui 
gli storici cortigiani fauno rinìprovero di anarchia, potesse innalzare 
il popolo di Firenze al più alto grado di potenza , di ricchezza e di 
cultura, cui salisse mai, in tempo sì breve e con sì piccolo territo- 
rio , nessun altro popolo moderno. 

Come la prima sezione dell'Archivio incomincia con gli statuti e 
atti pubbhci del Governo repubbhcano , in egual modo la sezione 
seconda (che pure potrebbesi dividere nelle tre partizioni sopra ac- 
cennate), dovrebbe incominciare cogli originaU delle leggi, e cogli 
atti pubblici del Principato , i quali , per una anomalia che non in- 
tendo, sono rimasti sotto la eccezionale custodia dell'Avvocalo Regio. 
La serie degli atti pubblici del Principato ha il suo principio ed il 
suo fondamento storico e giuridico nella riforrna del 1532 approvata 
dal lodo di Carlo V, e nella sua bolla d'oro che ratificò e confermò la 
elezione di Cosimo I , colle condizioni imposte dal senato elettore. 

In ordine ai quali atti di pubblico diritto , istituivasi come su- 
premo potere dello stato un Consiglio di CG cittadini : da questo 
si estraeva il Consiglio dei XLVIII, che fu detto il Senato : quattro 
Senatori per turno di tre in tre mesi componevano il Consiglio del 
duca , e insieme con esso rappresentavano la Signoria e Repubblica 
di Firenze : si lasciavano nell'antico vigore per le faccende conten- 
ziose ed amministrative le consuete magistrature repubbhcane; e 
queste, come i rettori delle province, si estraevano per tratta fra i 
cittadini abili agli uffizj magggiori. Il Consiglio dei Dugento aveva 
la prerogativa di convahdare o rescindere gli atti solenni e le leggi , 
secondo le petizioni dei cittadini; il duca aveva il diritto di prò- 



I)1:L1.AHCJII\1i> CKNIHALL HI STATO 97 

porre in quel Consiglio qualunque legge egli credesse opportuna : 
ma né il duca nò il Consiglio dei Dugento potevano risolvere cosa 
alcuna senza Tapprovazione del Senato, il quale aveva autorità so- 
vrana in tutte le i)ubblichc cose. Le leggi e gli atti solenni in armo- 
nia con questi principi doverono intitolarsi , e s' intitolarono durante 
il principato Mediceo, in nome del duca e consiglieri della repubblica 
fiorentina (66). Era (juesta, come ognun vede, una costituzione po- 
litica con la quale fondavasi il principato civile temperato con altri 
poteri, e definito da leggi fondamentali. Cosimo I , quanluncpie eletto 
con le prerogative e condizioni stabilite dal lodo imperiale , ebbe 
l'arte di ridurre presso di sé quasi la intiera autorità dello stato; 
ma tanto egli che i suoi successori mantennero i nomi e le forme 
repubbficane, e quindi serbaronsi le apparenze degli antichi magi- 
strati. I due consigli , sebbene con importanza e ingerenze più scar- 
se, rimasero sempre, e la generazione passata ha assistito agli ultimi 
atti del Senato; come noi, serbati a vedere, la nascita e la morte 
di altri consigli, abbiamo anche conosciuti gli ultimi senatori della 
Medicea costituzione. La quale in ordine ai trattati avrebbe dovuto 
esser legge per le successive dinastie , che pure la riconobbero . 
non l'abolirono mai per atto solenne, e dal Senato ricevettero inve- 
stitura ed omaggi. Quindi si spiega la origine storica della costi- 
tuzione ideata da Leopoldo I; il quale, mantenuto il Senato , che 
non poteva abolire , avrebbe date al Consiglio dei CC basi e forme 
di più generale rappresentanza. Ragion vorrebbe pertanto, che gh 
archivi del Senato e del Consiglio dei Dugenlo , dopo le leggi e gli 
atti pubblici, antecedessero tutte le altre scritture onde componesi 
la classe politica degli alti del Principato. Dai quali archivj possono 
raccogliersi i materiali necessari per meglio determinare la storia di 
cpie'consessi. Ed allora si vedrebbe che se il Consiglio dei Dugento 
si ridusse poco a poco a spedire le suppliche di monasteri per la 
elemosina del sale , a concedere salvocoudotti e certificali di citta- 
dinanza , e a deliberare sui piati d' inopia , sulle repudio e sulle 
emancipazioni (67) ; e se il Senato compariva di tanto in tanto per 
r investitura dei nuovi regnanti , e per illustrare le feste pubbliche 

(66) Dux et Consiliarii Reipubìicae Florentinae. Vero è però, ctie la formula 
si trova spesso modificata : per esempio, Il Duca, o Granduca, e per esso gli ec- 
cellentissimi Luogotente e Consiglieri della Repubblica ec. 

(67) In ordine ad una provvisione del 1355, che armonizzava coi principi del 
Diritto romano , questi alti dovevano farsi nel consiglio del popolo. 

Arch.St. It. Niiwfi Sene. T. II, P. H. '5 



98 dell'archivio centrali: di stato 

colla pompa delle sue vesti solenni ; nelle gravi emergenze del pae- 
se , sia che fosse sentito il bisogno di ajuti e di legali difese , sia 
che mancasse ogni altra autorità , le attribuzioni di questi supremi 
magistrati salivano a maggiore altezza. Né dovrebbero essere senza 
interesse per la storia morale delle opinioni le discussioni che eb- 
bero luogo in senato sotto Ferdinando I intorno ad un progetto di 
legge sulle manimorte, che malgrado le ragioni politiche di Niccolò Del 
Giunta, naufragò tra i sottigliumi dei giureconsulti ; e quelle di mag- 
giore gravità (seppure non soppresse dal Richecourt) quando sotto 
Cosimo III, per contrapporsi ai faccendieri d'Europa, deliberava quel 
nuovo atto di successione , che fu testo a tante contese sulla indipen- 
denza di Firenze , e sì bruttamente violato dalla prepotenza straniera. 
• La storia politica e domestica della famiglia Medici esiste tutta 
quanta nel cosi detto Archivio Mediceo , che antecedendo attual- 
mente gli archivi dei due consigli , apre la sezione del Principato. 
Questa famiglia , la cui potenza principiata sulla metà del secolo XIV, 
crebbe tra vicende di esilii e di trionfi per tutto il secolo XV, 
finché al cominciare del secolo XVI potè assidersi tra i regnanti d'Eu- 
ropa; questa famigha che dette tre papi alla Chiesa e due regine 
alla Francia ; che mantenne sul trono gli efiFetti e le abitudini di 
cittadino ; che per due volte associò il suo nome a quel nuovo im- 
pulso che le lettere, le arti e le scienze impressero allo spirilo uma- 
no; che portò la Toscana a tale altezza politica, che non ebbe e non 
avrà giammai ; che lasciò le tracce della sua grandezza in tutti i 
monumenti pubblici del paese, e della sua previdenza in ogni an- 
golo della Toscana ; questa famiglia forse non ha avuto ancora una 
storia degna di lei. Le novelle spacciale dalla malignità, raggra- 
nellale dai romanzieri e credute dai semplici , hanno fornito ar- 
gomento per quasi un secolo ad ogni maniera di sterili declama- 
tori, che, in prova di facile e non rischioso patriottismo, hanno vo- 
luto da un fallo giudicare un individuo , da un individuo tutta una 
stirpe , dal regno infehcissimo di Cosimo 111 tutta la dinastia. Così 
dimeniicate perfino le più oneste testimonianze del Galluzzi, che 
pure scriveva con altro intendimento; se non era la tenacità delle 
tradizioni popolari, non allro dei Medici sarebbe rimasto nella me- 
moria degli uomini, che una storia artefatta di delitti domestici, di 
pubbhca miseria e di politica corruttela. 

Ma quando la storia vera , rinfrancata dagli ajuti della critica 
moderna , giudicasse una volta i Medici nelle circostanze in cui fu- 



di-ll'arciiivio centrale di stato 99 

rono , al paragone delle virtù e dei vizj del tempo loro , ed in rag- 
guaglio degli uomini coi quali vissero ; quando bandisse il brutto 
vezzo di chieder conto ad essi dei pregiudizi che ebbero comuni 
con lutti , e di quei fatti che sono inqmtabili alla mutata condi- 
zione di Europa; tornerebbesi allora a sapere che nell'infelicissimo 
seicento, mercè la sapienza politica di quella dinastia , la Toscana fu 
la più felice e la meno imbarbarita fra tulli gli Slati d'Italia. Pesa- 
vano sulla misera Italia le forze riunite di Francia e di Spagna , e 
Cosimo l scriveva al duca d'Esle : « Con questi principi grandi essere 
« necessario governarsi in modo ^ che noi consideriamo bene i loro 
« fini , e ci andiamo aiutando con avvertirsi l'un l'altro , e opporsi 
<i alle loro ingiuste mire , in forma che non ci muova la passione di 
(( Francia e di Spagna , ma solo il bene universale d' Italia nostra 
(% patria ». Decadeva la libertà dell'Italia, e i Medici erano arbitri 
dei conclavi , moderavano coi loro eserciti e coi loro milioni la 
poHtica delle grandi potenze; tutelavano colle loro galere la sicu- 
rezza dei mari, vincevano i Turchi nelle acque di Rodi, dirigevano 
coi loro consigli ed ajulavano gagliardamente Enrico IV. e collo splen- 
dore delle loro corti erano arbitri della opinione. Decadeva il com- 
mercio , e i Medici fondavano Livorno , e col loro esempio e coi loro 
capitali davano un nuovo impulso alla attività ed alla industria 
dei Fiorentini (68). Decadevano le scienze e le lettere, e i Medici re- 
staurando l'Accademia Platonica (1638) , dichiaravano guerra al di- 
spotismo scolastico dei frali; e poi fondando nel proprio palazzo l'Ac- 
cademia del Cimento, indirizzavano le scienze sul cammino della 
esperienza e della riprova , aperto da Galileo. Regnavano sui troni 
d'Europa Filippo IH, Luigi XllI e Cario I ; ma regnava in Toscana 
coi suoi tre fratelli Ferdinando li, da Gastone d'Orleans giudicato 
« il principe d'Europa il pia giudizioso ^ il più informato delle cose 
<i del mondo , il pili politico per conservarsi la grazia e la stima di 

;68, Nel -1537 erano in Firenze 63 laniflcj : nel -lool erano lol lanificj. Dai 
rapporti a Cosimo del cancelliere dell'arte della lana, nel loGO uscirono dai lani- 
flcj fiorentini ventimila, nel 1561 trentamila, nel 1572 trentatremila dugento- 
dodici rascie o panni lavorati. Nel 1575 il lanificio produsse Smilioni doro. Ai 
Medici si deve l'arte della seta, la cultura dei gelsi e l'industria delle miniere. 
Dal privilegio di Enrico II resulta che nel lo'tS in Marsilia soltanto vi erano 
37 banchi di Fiorentini. I Medici fecero fino in fondo sforzi inauditi per^condur- 
re in Livorno il commercio di Levante, e quello dei generi coloniali. Ferdi- 
nando I vagheggiò , Ira le altre cose , uno stabilimento in America per un suo 
figlio. 



ÌOO dell'archivio centrale di stato 

(f tutti i potentati ». Era il tempo delle favorite, dei giullari e dei 
frali ; e Cosimo I offriva a Michelangiolo la dignità di senatore ; 
ed amico del Bembo e del Giovio , traeva intorno a sé il Vettori , 
l'Adriani, il Varchi, il Domenichi, l'Aretino, il Giambullari -, come 
più tardi abbellivano la corte di Ferdinando IL il Segni, il Torri- 
celli , il Viviani , il Redi e il Magalotti. 

Abbiamo visto come si trovino insieme coi carteggi politici del 
governo repubblicano le carte Medicee anteriori al principato. In 
quella raccolta esistono , adunque . i materiali per spiegare l' ingran- 
dimento di quella famiglia, per conoscere l'azione di quei potenti 
cittadini sulle cose d'Italia e di Europa , per intendere il pensiero 
politico di Cosimo il Vecchio e di Lorenzo il Magnifico , quando 
orrenda tempesta s'addensava ai danni d'Itaha al di Ik delle alpi 
e dal mare. * 

Le scritture concernenti la storia del principato Mediceo comin- 
ciano col duca Alessandro , e chiudonsi con Giangastone. Questa 
immensa raccolta , tuttavia disordinata ( tranne i parziali lavori su- 
periormente rammentati ) , può essere provvisoriamente distribuita 
in sei grandi partizioni ; cioè : 

I. L'Archivio Mediceo propriamente detto , che contiene gli atti 
del Principato e le riforme di Cosimo L - I [carteggi dei principi 
regnanti;, missive e responsive. - I minutar] di Cosimo I, scritti 
e postillati da lui. - Le legazioni di Vienna , Parigi , Madrid , Roma , 
Inghilterra, e le missioni segrete. - 1 carteggi di principi non re- 
gnanti e granduchesse , fra i quali le carte del principe Leopoldo 
relative all'Accademia del Cimento. - I carteggi di uomini illustri ; 

II. Una immensa miscellanea divisa in più miscellanee , delle 
quali non è dato determinare il contenuto , finché sciogliendo le 
filze , i documenti che le compongono non sieno ricongiunti alle 
loro proprie sedi; 

III. L'Archivio dei duchi di Urbino; 

IV. L'Archivio dei principi di Piombino ; 

V. Le Carte Cerviniane ; 

VI. La miscellanea Strozziana. 

Chi ponga mente alla parte che presero i Medici nei grandi mu- 
tamenti del secolo XVI , alla somma premura che ebbero sempre di 
essere ragguagliati di quanto accadeva in Europa , agli uomini d'in- 
gegno che adoperarono come ministri e come legati, all'ambizione 
loro nel coltivare l'amicizia di quanti fossero illustri per potenza , 



dell' AHCIIIVIO CENTRALE DI STAIO 101 

bravura, o reputazione letteraria, ai grandi fatti politici e, religiosi 
che conipieronsi ai loro tempi in Germania , nelle Fiandre, in Spagna, 
in Francia, in Inghilterra, e a cui non furono mai eslraneio indif- 
ferenti ; chi pensi ai grandi uomini che uscirono dalla casa di .1/o/ì- 
tefeltro e della Rovere^ alle loro parentele, alle loro alleanze, allo 
splendore della corte di Urbino resa immortale dalle stupende pagine 
del CastujUone ; chi pensi agli ufficj esercitati dal cardinale di Santa 
Croce nelle questioni religiose di Germania , ora nella dieta di Vor- 
raazia, ora nel Concilio di Trento ( lolO-looo ). prima che venisse 
assunto col nome di Marcello II al sommo ponlilìcato : questi può 
farsi un' idea delle ricchezze isloriche che contengonsi in questa se- 
zione del nostro Archivio. Trovi in questo Archivio come illustrare 
le guerre civili di Francia e i rivolgimenti pohtici d'Inghilterra: 
trovi per la storia generale di Europa ciò che forse manca nei luo- 
ghi slessi che furono il teatro dei grandi avvenimenti (G9) : trovi i 
materiali per tessere una compita storia della dominazione spagnola 
in Itaha nei suoi più misteriosi maneggi , nelle sue pratiche più se- 
grete : trovi gli autografi dei più grandi letterali cartisti, una mi- 
riade di cronache, diarj [70), storie inedito, conclavi, libelli. past[ui- 
nate. Quanto, insomma, può servire ad illustrare la storia pohtica, 
religiosa e civile di due secoli che sono adesso scopo alle ricerche 
e studio degli eruditi ed argomento di tante questioni , abbonda in 
questa classe dell'Archivio centrale. 

Le classi successive che contengonsi in questa sezione , ci danno 
il modo di studiare tutta quanta la storia interna del mediceo 
principato. 

Cosimo I appartiene ai grandi uomini della storia. Ebbe le virtù 
e i vizj dell'eia sua; facoltà organalrice, intendiiiuMilo pratico degli 
uomini e delle cose, carattere ardilo, mente italiana, ambizione 
sfrenala di regno , istinti di principe assoluto. E seppe esserlo, ma 
con lutti, deboli e forti, piccioli e grandi, cilladini e stranieri, 
dentro e fuori. So che l'assolutismo ili un grandi- uomo non umilia 
almen'o il popolo che lo patisce , e so pure che tali ha comj)ensi e 
temperamenti da scemarne i pericoli e farne meno acerba la pun- 
tura. Ma incorreggibile partigiano come io sono di libertà , so do- 



(69) Tra le altie cose, vi è una raccolta preziosa di docunieuli per la storia 
d' Inghilterra. 

(70) Tra le altre una quantità di cronaclie e diari concernenti le cose d Italia, 



1(ì% dell'archivio centrale di stato 

vessi scrivere la vita di Cosimo I , non potrei lodarlo perchè volle 
e seppe dominare come assoluto signore : volendo serbare però 
verso di lui quella giustizia e quella severa imparzialità che distin- 
guono la storia dai romanzi e dai libelU , dovrei tener conto dei 
tempi in cui visse , degli intendimenti che ebbe , dei frutti che ne 
raccolse anche a benefìzio della Toscana. 

Ignote come erano allora le moderne forme rappresentative , il 
Senato e il Consiglio dei 200 non altro rappresentavano che la 
signoria di Firenze sulla rimanente Toscana. Cosimo 1 voleva in- 
vece fondere insieme le diverse provincie , unirle coi benefizj del 
principato , cancellare le memorie della conquista , assciurare la 
sua dinastia sull'affetto delle toscane popolazioni. Come, rispetto 
all'esterno , ogni sua mira fu intesa ad affrancarsi dagli Spagnoli , 
mercè i quali si era ingrandito ; così fu dupHce scopo della sua po- 
litica interna il rispettare le istituzioni repubblicane , purché non 
vincolassero la sua autorità ; il consentire ai Fiorentini le apparenze 
del comando , purché potesse egli governare a modo suo tutte le 
cose della Toscana. 

Dirigendo da sé stesso e coli' opera di espertissimi legati le fac- 
cende politiche di mezza Europa , e coll'ajuto dei due segretari di 
stato eguaU in grado ( sempre , sotto i Medici , i primi uomini del 
paese) , l'andamento generale delle faccende interne, affidò l'ammi- 
nistrazione economica al depositario generale ; ogni competenza nei 
tributi e regalie, all'auditore fiscale (71). Il suo genio politico gU 
suggerì come mandare insieme nel rimanente l'autorità di monarca 
colle istituzioni repubblicane. Mantenne il supremo magistrato dei 
Consiglieri , ma lo trasformò in tribunale di giustizia : rispettò i 
consigli^ ma trasportando ogni ingerenza consultiva nella istituita 
da lui sua Pratica segreta (72): mantenne all'antico e mutabile ma- 
gistrato degli Otto la giurisdizione criminale , ma gli pose al fianco 
un segretario permanente , arbitro delle risoluzioni ; tollerò che i 

[li] Trovasi in questa sezione VAixhivio della Depositeria dal •loST al 1808, 
e V Archivio della Camera fiscale, dal 'loi4 al 1778. 

(72) Membri della Pratica segreta erano il capo delle riformagioni , il deposi- 
tario dei Monte Comune, l'auditore fiscale, il segretario del R. diritto, due de- 
gli otto di pratica , e poi in loro vece due dei nove conservatori. Più lardi vi 
ebbero parte il soprassindaco della camera delle Comunità , e l'auditore di essa. 
Colla riforma del '1778 fu composta di soli tre membri: l'auditor fiscale , l'audi- 
tore del R. diritto e quello della camera delle Comunità. Fu soppressa la Pra- 
tica segreta nel iWt , e le sue ingerenze passarono nella R. Consulta. 



dell'archivio centrale di stato 103 

magistrati inferiori decretassero in nome loro , ma sempre in virtù 
di un rcscrilto , o di altra sua speciale dichiarazione : lasciò in vita 
Comuni , arti , corporazioni e fraternite , ma ne corresse egli stesso 
gli statuti per ridurgli a squadra del nuovo regno. Abolita la Pra- 
tica di Pisloja. monumento di vendetta repubblicana, restituì a quella 
citlh tribunali e comune, ma serbò ogni altra ingerenza gover- 
nativa per la sua Pratica segreta (73). Lasciò che in Siena la Signo- 
ria stasse nel suo palazzo , ma ogni di lei autorith trasfuse , ad 
esempio di Firenze , nel governatore , nel depositario , nel fiscale. 
Mantenne le apparenze dei magistrati antichi , ma rinnovò nella 
sostanza l'amministrazione dello stato. Mutava le cose, ma, sa- 
piente com'era, serbando i nomi. In questa arte tremenda di re- 
gno fu sommo. I Toscani delle provincie , poco curandosi se ne sca- 
pitasse la liberta di Firenze, battevano le mani alle sue riforme, che 
davano pace, prosperith e giustizia. Era questo il gran bisogno del 
tempo , e Cosimo 1 l'aveva compreso. 

Gli esempi spiegheranno meglio il fatto del quale discorro. Negli 
ultimi tempi della Repubblica le faccende amministrative spedivansi 
da tre magistrati : I Capitani di parte guelfa , gli Otto di pratica , 
i Cinque conservatori del contado e dominio. Il magistrato dei capi- 
tani di parte guelfa risale al 1267. Sul primo amministrava i beni 
confiscali ai ghibellini: poi, risvegliato nel 1307 da Uguccione dei 
Ricci , era l'ammonitore dei discendenti dei ghibellini : più tardi 
le sue ingerenze mutarono. Ebbe nel 1481 le attribuzioni dei con- 
soli di mare soppressi in Pisa; nel 1496, le attribuzioni dei signori 
delle gabelle; nel 1549, quelle degli ufficiali di torre , che provve- 
devano alle fortificazioni del dominio : poi Tamminislrazione dei 
beni dei ribelli e delle mulina; quindi le attribuzioni dei consoli 
di mare per il Comune e popolo fiorentino ; finalmente la esazione 
delle pubbliche rendite, e la custodia delle strade, ponti, piazze, 
cdifizj pubblici, affidata in addietro agli ufficiali delle vie. Gli Otto 
di pratica creati nel 1 480 , e spesso confusi coi dieci di guerra , 
perchè in tempo di guerra associavano al loro collegio altri due 
cittadini . avevano autorith in lutto il dominio sulla condotta degli 



f73) La Pratica segreta di Pisloja era composta di due degli cito di pratica , 
del potestà e capitano del popolo. Questa magistratura eccezionale concentrava 
in sé tutte le cause civili e criminali , non meno che tutte le faccende di qua- 
lunque specie della città di Pistoja e suo territorio. 



104 dell'archivio centrale di stato 

stipendiati ed uomini d'arme , sulle fortezze e cittadelle , ed in 
generale sulla pubblica quiete. I Cinque conservatori del contado e 
dominio (1431) avevano autorità sulle faccende economiche conten- 
ziose ed amministrative dei comuni ed università, e sopra i salarj, 
cautele e malleverie degli uffiziali di esse. Cosimo I , che voleva 
rompere le tradizioni di tali magistrature conferite per tratta e di 
esclusivo diritto dei Fiorentini , mantenne la prima , che fu detta 
dei capitani di parte ; ma gli tolse le attribuzioni sulle strade e 
luoghi pubblici, che insieme con quelle spettanti agli Otto di pratica 
ed ai Cinque conservatori , conferì ad una nuova magistratura com- 
posta di cinque senatori , di due membri del consiglio dei dugento , 
e di due cittadini abili agli uffizi maggiori, cui dette il vecchio no- 
me dei Nove conservatori del dominio e giurisdizione fiorentina (74). 
Quello che per le riforme di Cosimo I avvciaie di queste magistra- 
ture , avvenne delle altre , avvenne dei tribunali. 

Con questi criterj resta facile l'intendere il legame tra i mol- 
tiplici archivj di soppresse magistrature e di soppressi tribunali, 
che abondano nella sezione del Principato. Colli studj che in questi 
archivj speciaU potrebbonsi instituire, si avrebbe la storia del no- 
stro antico diritto amministrativo: s'intenderebbe come i Medici 
conciliassero la loro autorità colle franchigie e privilegi dei Comuni ; 
e come nelle provincie durino sempre memorie e tradizioni di af- 
fatto e di reverenza per quella casa. 

L'edifizio politico amministrativo e giudiciario di Cosimo' I, nella 
cui mente organatrice non entrò mai la passione della simmetria , 
cadde col regno di Leopoldo I, e di dieci in dieci anni furono visti 
succedersi nuovi mutamenti, nuove forme, nuove istituzioni, di cui 
vediamo le tracce isteriche nel nostro Archivio Centrale. Anche le 
creazioni amministrative della rivoluzione francese e del primo im- 
pero, poco fa ammirate , ora sono in problema ; e si frugano gli archi- 
vj dei parlamenti antichi per sapere che cosa fosse l'amministrazione 
delle Provincie prima del 1 789 , per cavarne materia di confronto 
e di nuovi esami. GU stessi confronti , gli stessi esami potrebbero 
istituirsi anche fra noi. L'Archivio del Principato Mediceo ci offre , 
adun([ue, il modo di correggere assai pregiudizi , di recuperare la me- 
moria di fatti troppo presto obhati, di conoscere un po'meglio la 

(74) \Nove conservatori furono aboliti nel 1769, e nella Camera delle comu- 
nità passarono le di loro ingerenze. 



DKLL'aKCìIIVIU CtNlKALH DI STAIO 105 

Storia del nostro paese. Stanno in questo Archivio i documenti della 
vita di Cosimo I, della sua portentosa operosità (7o). della sua politica, 
dell'amniinislrazione da lui l'ondala ; le memorie corninerciali dei 
Medici , che prestavano ai monarchi , e spendevano a benefizio del 
loro paese i milioni accumulali nei commerci d'Europa: tulli i 
possibili materiali per ricostruire la com|)iula storia politica ed 
amministrativa di (juella famiglia. Sapremo allora come nella stret- 
tezza delle pubbliche entrale (76) potessero fabbricare Livorno . ac- 
crescere di nuovi ac(iuisti il territorio , mantenere numerosi eser- 
citi e bene equipaggiate marine , erigere fortezze , asciugare le 
Chiane , risanare i lerritorj di Pisa , di Fucecchio e di Pistoja , vol- 
tare la foce (leirArno , costruire gli acfiuedolli di Pisa , e tanti 
pubblici monumenti , incoraggire le lettere , le scienze , accumulare 
quelle stupende ricchezze dell'arte che i forestieri ammirano nelle 
nostre gallerie e nei nostri musei ; sapremo (juanlo fecero per l'in- 
cremenlo delle industrie, del commercio, dell' agricoltura ; i loro 
pensieri sulla Maremma (77; , sulla polizia ecclesiastica (78) , sulla 



(To) La operosità di Cosimo I è veramente maravigliosa. Abitualo ai commer- 
cii , scriveva tutto. I miruilarj delle sue lettere, che sono moltissimi, sono in gran 
parte di sua mano. Tra le sue carte ci devono essere molti appunti statistici 
intorno alle rendite della Toscana , ed intorno allo stato della agricoltura nei tre 
vicariati di Scarperia , S. Giovanni e Certaldo. 

(76) Nel loSO le entrate della Toscana ascendevano a ducati 4,379,34 a lordo, 
e ducati 367,903 al netto. Eppure , in questi anni di crudele carestia , vi sono ri- 
cordi che a suono di campana Cosimo I faceva distribuire il pane a 9,000 jìo- 
veri al giorno. 

Nel -1574 le rendite della Toscana ascendevano ai ducati 1,000,000. 
Nel -1576 le rendile salirono a 1,200,000. 

(77) Francesco I ebbe la idea di allivellare i beni comunali delle Maremme. 
Sotto Ferdinando li, fu immaginato un fosso per dare scolo alle acque del lago 
di Castglione. Sono note le colonie che furono chiamate , o si volevano chiamare 
in Maremma. 

(78) Le leggi concernenti la polizia ecclesiastica , l' economato , la sorve- 
glianza dei conventi, e la creazione del dicastero giurisdizionale , si appoggiarono 
da Cosimo I alla rubrica 48 , lib. V , degli Statuti. 

Francesco I , sebbene avvilito negli amoi i di Bianca , seguitò le tradizioni di 
Cosimo L Nella celebre contesa del 1570 scriveva al visitatore apostolico : « Delle 
a cose concernenti il servizio di Dio e al cullo divino non vi sarà mai disputa, 
« perchè , come zelantissimo dell'uno e dell'altro , concorrerò sempre senza con- 
■< troversia. Nelle altro cose dubbie, senza riferirmene all'opinione sua, le tratterò 
« con Sua Beatitudine , la quale piena di discrezione e di amor paterno verso 
(( di me , ne delibererà conforme all'onesto, e senza correre a furia come veggo 

Aklh.St.Ix.. Nuota Scric, T.U P.Il. a 



106 dell'archivio centrale di stato 

amministrazione della giustizia: sapremo che alla loro scuola si 
educarono quegli uomini il cui nome è strettamente congiunto 
alle benefiche riforme di Leopoldo I , e la cui memoria forma un 
séguito non interrotto d'idee e di tradizioni che sono parte 
inseparabile della civiltà del paese. Da Cosimo I a Cosimo III fu 
continuazione di sapiente governo : un doloroso e straordinario av- 
vicendamento di pubbhche e private disgrazie sterili ad un tratto 
quella casa, paralizzò la prosperità economica della Toscana, e fer- 
mò il corso della nostra vita morale e civile. Ma non potremo obliare 
per questo che Cosimo III e Giangastone, prima ammirati da' dotti 
di Europa, e poi avviUti sotto il flagello della sventura, nelle tra- 
dizioni e negli afTetti di cittadino seppero rinvenire la fermezza 
antica per difendere fino all'estremo la loro dignità di sovrani, e 
la indipendenza della Toscana. Così , malgrado il depauperante e 
stupido bigottismo di Cosimo III , malgrado il fiacco e trascurato 
governo di Giangastone , divennero entrambi ( dice il Galluzzi ) 
l'amore dei popoli, e la estinzione della casa Medici si apprese in 
Toscana per una grave calamità. 

Col 1737 cessano nel nostro Archivio le scritture concernenti 
il principato Mediceo, e seguitano le altre che riguardano i succes- 
sivi governi; cioè la reggenza, i regni di Francesco I, Leopoldo I, 
Ferdinando III , e i governi borbonico e francese. Appartenendo 
esse ad un' epoca più nota e più universalmente studiata , non vi 
è bisogno per questa parte di ulteriori illustrazioni. 

Chiuderò pertanto questa rapida esposizione delle ricchezze 
isteriche del nostro Archivio con brevi parole sulla splendida sala 

« che si fa dagli altri ». Poi, all'inquisitore che aveva voluto fondare in Toscana 
la setta dei Crocesignali , scriveva : « Nei nostri Stati non vogliamo altri padroni 
« che noi, né che alcuno pretènda di legare 1 nostri vassalli senza noi: sicché 
« nel medesimo modo che avete tenuto in creare questa compagnia , la farete 
a dissolvere , non avendo noi bisogno di compagni per perseguitare i tristi ». 
Ad un frate che , nel -ISSI , chiese la cattedra di filosofìa, rescrisse di sua mano , 
(li non voler frali in tale lezione. E quando l'inquisitore di Pisa aveva annun- 
ziato un grande spettacolo per due povere donne , ed il popolo era già convo- 
cato , il commissario rispose che non poteva consegnarle senza 1' ordine del 
Granduca. 

I Medici professarono il principio della tolleranza , come lo dimostrano le 
capitolazioni cogli Ebrei , e i privilegj per tutti gli eterodossi che si stabilis- 
sero a Pisa e Livorno. La consegna del Carnesecchi , che fece gran torto a Co- 
simo I , fu un fatto eccezionale. Dalie legazioni del Serristori si vede quanto fece 
per liberarlo. 



DELL'aUCIUMU centrale 1)1 STAIO 107 

monumentale innalzata all'Archivio delle Arti , archivio che appar- 
tiene indistintamente sotto diversi riguardi alla sezione del governo 
repubblicano ed a quella del principato. Nulla dirò degli orna- 
menti artistici disposti con ottimo gusto ad abbellire la sala, 
né entrerò in particolari circa le singole Arti e corporazioni delle 
quali conservansi in (|uesla i documenti. È noto che cosa fossero in 
Firenze le corporazioni delle Arti, come si dividessero, che cosa rap- 
presentassero , qual parte avessero nella repubblica , in ([ual modo 
Cosimo I le riformasse. QuanUuKiue gli archivj delle Arti abbiano 
patito più di un naufragio, non hanno perduto però ogni valore 
isterico, che certamente avrebbero maggiore nella loro interezza. Le 
corporazioni delle Arti rappresentano ad un tempo il commercio 
dei Fiorentini e l'ordinamento della loro democrazia. Quindi una 
duplice serie di problemi che interessano la storia economica e la 
storia politica di Firenze. Un grande scrittore francese raccolse nei 
nostri archivj copiosi documenti e memorie per illustrare la storia 
della democrazia di Firenze e del suo commercio. Questo nobile 
arringo non esclude la concorrenza : può essere tentato da altri 
con affetti paesani; può essere argomento di nuovi stutlj. La de- 
mocrazia moderna , indisciplinata come essa , è il fatto che più 
spesso turba le digestioni ai potenti, e preoccupa maggiormente le 
veglie degli statisti. Quanto più questo fatto vorrebbesi obliare , 
tanto più si offre ostinato e minaccioso alle commosse fantasie , e 
non è sapienza vera il volerlo eliminare dal computo delle sociali 
combinazioni. Gli archivj delle Arti potrebberci insegnare , fra le 
altre cose, come, senza ofTesa della libertà economica, potessero 
darsi alla moderna democrazia forme e discipline. 



Hanno inteso i nostri lettori come il riordinamento degli Ar- 
chivj corrisponda ai bisogni della scienza ed alla pubblica espet- 
tativa ; né occorre che io entri in particolari sui regolamenti ammi- 
nistrativi e disciplinari che assicurano la vita di questa nuova isti- 
tuzione. 11 principio dell'ammissione degli studiosi in apposite sale 
ormai é consacrato per legge : e siccome il trionfo di tale principio 
così benefico al progresso civile è dovuto al Bonaini, egli saprà 
moderare in pratica con savio accorgimento quelle discipline che 



108 dell'archivio centrale di stato 

potrebbero forse somministrare appiglio a qualche censura. Entro, 
adunque , ad accennare senza altro i perfezionamenti ulteriori che 
mi appariscono desiderabili nell'Archivio Centrale. 

Creata una generale Direzione degli Archivj dello Staio, ben ca- 
pisco che essa non debba estendersi a quello dei Contratti , che ha 
regole sue proprie ed una sfera di azione afflitto diversa ; inten- 
derei pure che dovessero rimanere presso i singoli uffizj e dicasteri 
le filze dell'ultimo decennio più frequentemente occorrenti per 
il disbrigo delle quotidiane faccende : ma non intendo come ogni 
uffizio ed ogni dicastero abbia conservato lo intero archivio delle 
sue scritture dal 1 808 in poi ; e molto meno che l'Archivio de- 
gli Atti pubblici e dei Confini giurisdizionali debba rimanere 
presso l'Avvocato regio, l'archivio Araldico presso la Deputazione 
sulla nobiltà e quello del Regio diritto ( meno poche scritture ) 
debba rimanere al ministero che ne raccolse la eredità luttuosa. 
Sottrarre alia Direzione centrale gli atti pubbhci e le materie giu- 
risdizionali , vuol dire sopprimere una gran parte di storia patria ; 
vuol dire interporre una lacrimevole lacuna nell'ordinamento del 
nostro Archivio. So che per alcuni documenti V interesse del 
Governo può esigere maggiori riguardi, più speciali provvedimenti 
ed eccezionali cautele. Ma ciò non basta a giustificare una ecce- 
zione che non ha esempio negh archivj degli altri paesi , offende 
il decoro della direzione centrale, moltiphcando i custodi divide 
senza bisogno la responsabilità, aumenta sicuramente le spese, 
e forse coU'andar del tempo i pericoli di nuove sottrazioni. Quando 
dal regolamento sparisse la distinzione poco razionale di archivj 
storici ed amministrativi, mancherebbe ogni base a tale eccezione, 
e la opera del riordinamento per questo lato sarebbe compiuta. 
Ma altri due Archivj di stato esistono pure in Toscana ; quelli 
cioè di Lucca e delle Riformagioni di Siena. Il primo , conte- 
nente gli atti della repubbhca lucchese dal 1000 al 1805, fu benis- 
simo ordmato in cinque sezioni mercè le assidue cure che il con- 
sighere Girolamo Tommasi vi consacrò pel corso di 40 anni (79) ; ma il 

(79) Archivio Storico Ilaliano , Tom. IX, pag. xiii-xiv ; e Appendice, Tom. Ili, 
p3g.29'l-294. 

L'Arcliivio Lucchese sta in una parie del convento dei Domenicani di San 
Romano. Le carte più anliclie stanno nella parte superiore. Gli atti del go- 
verno dal -1000 a tutto il tempo della repubblica democratica ( -1805) sono dis- 
posti in cinque sezioni , che si compongono di oltre 6,000 tra volumi e buste 



dell' AUClllVIU CliNTIULE DI STATO 109 

secondo, che dovrebbe contenere lutti gli atti della repubblica di 
Siena , è peggio tenuto che non fosse l'Archivio delle Riformagioni di 
Firenze. Situato nelle splendido sale della Signoria , che il pennello 
del Loreuzelli illustrava a decoro delle arti ed eccitamento di civili 
virtù, esso trovasi ancora nelle condizioni che il Benvoglienli de- 
plorava nel secolo scorso, (juando non potè valersi delle carie e per- 
gamene ammucchiate in un sotto-scala. La ricchissima serie dei libri 
più preziosi di quell'Archivio è mutilata ed interrotta, perchè molti 
di questi libri sono disseminali per altri archivj e per le pubbliche 
e privale librerie. Non deve domandarsi se con lai modo di custodia, 
esalti sieno gì' inventar] e facili i mezzi di riscontro; e mollo meno 
se Archivio tanto prezioso abbia patito lo consuete espilazioni (80). 

distribuite in -180 armadi. Sono tuttavia disordinate le carte dalla caduta della 
repubblica alla fine del principato Borbonico. 

(80) Alcuni registri delle deliberazioni del cosi detto Concistoro { supremo 
magistrato della repubblica) ; sono nell'arcliiivio dei Notari; varj libri di deli- 
berazioni tra il 1354 e il lo^o , nell'archivio della Comunità ; un registro di car- 
teggi del '1436, nelle Riformagioni di Firenze. Moltissimi altri documenti passarono, 
al tempo del prof. De Angelis, nella libreria Universitaria, per salvarli dai Francesi. 
Quindi vi si trovano 30 volumi in pergamena derti della Biccherna ( Finanza ) , 
dal 1239 al 1363; alcuni libri dei maestri della Camera ; uno dell'ammissione dei 
Notai ; uno dei camarlingtii del Concistoro ; sette o otto delle condanne del Co- 
mune ; gli Statuti di quasi tutte le Arti , e molti strumenti che riguardano la re- 
pubblica. Tutte queste preziose scritture aspettano che una provvida riforma 
le ricongiunga alla propria Serie nell'Archivio dì Stato. 

Il quale contiene 4,000 diplomi , alcuni dei quali risalgono all'SOO. Contiene 
gli Statuti di Siena e delle terre soggette; una collezione dei cosi detti Kalefjì, 
nei quali trovansi copiati da 2,480 istrumenti di molta antichità , e che risale 
al '1203, prima cioè che i Veneziani e i Genovesi facessero trascrivere nei libri 
jurium et pactorum le carte di maggiore rilevanza. Due cento cinquanta volumi 
contengono lo deliberazioni del Consiglio detto della Campana dal 1248 al ISoo , 
ultimo della repubblica. Vi sono cento cinquantasette registri delle provvisioni 
di Balia dal -1400 al -1030, a cui fanno séguito quarantaquattro volumi delle de- 
liberazioni degli Olio sopra la custodia della città e dominio , che dal 1531 ven- 
gono al 1357. Ma più bella e più copiosa è la serie delle deliberazioni del con- 
siglio maggiore, detto il Concistoro, che si comprendono in 1,109 volumi e 
133 straccia fogl i , e dal 1338 vengono fino alla caduta della repubblica. Aggiungi 
i libri dell'Estimo dal 1313 , la raccolta delle portate o denunzie dei beni dal 1450, 
i rendiconti degli ufficiali del Comune dal 1360, i libri della Biccherna, che ci 
danno le spese giornaliere della repubblica fino dal 1329; un voluminoso car- 
teggio di grandissima importanza storica. Tutta questa immensa farragino di carte , 
che pochi hanno parzialmente consultata e pochi.-simi conoscono a parlo a parte, 
non ha sussidio di buoni inventarj , e neppure un ordinamento non diremo sa- 
piente , ma regolare. 



110 dell'archivio centrale di stato 

Parrebbe adunque razionale provvedimento che questi due Archivj , 
tanto importanti per la storia d' Italia e della Toscana , senza 
remuoverli dal loro posto , dovessero dipendere dalla Direzione 
centrale. La quale potrebbe proporre quelle norme che fossero 
più vantaggiose a coordinare i tre Archivj , e sottraessero quello 
di Siena alla vergogna di tanto abbandono. 

Altri e importantissimi archivj trovi poi disseminati per la To- 
scana : archivj di chiese , archivj di municipj , archivj di corpora- 
zioni e di aziende. È noto a chi si occupa di queste materie , che 
la nostra storia bisogna cercarla anche negli archivj delle chiese e 
dei municipj. E lo seppero il Muratori e il Maffei , che trassero da 
quelli i documenti per illustrare i periodi più avviluppati della 
storia italiana. Nella chiesa di Pisa sta una gran parte dell'archivio 
imperiale di Arrigo VII (81). Cogli archivj municipali potrebbonsi 
riempire i vuoti che esistono pur troppo nell'Archivio centrale, e 
spingere le indagini storiche più in Ih che questo non giunga. Vengo 
assicurato che nell'Arcispedale di S. Maria Nuova trovinsi , insieme 
coir originale della Storia dell'Ammirato, anche gli statuti delle Fra- 
ternite anteriori alla riforma di Cosimo I : in quello benissimo or- 
dinato dell'opera di S. Maria del Fiore esistono pregevolissime scrit- 
ture riguardanti la storia artistica e civile di Firenze : e, salvo po- 
che eccezioni, non occorre ch'io dica in qual modo tali archivj sieno 
custoditi, e se tutti abbiano patito più o meno quanti infortuni 
potevano loro venire dall' incuria e spesso dalla malizia degli uo- 
mini ! Non vorrei suggerire per questo una invasione arbitraria 
del Governo in tali archivj, molti dei quali a lui non appartengono ; 
ma quando gli è permessa e lecita una superiore tutela sui patri- 
moni , non troverei repugnante alle regole di gius, dovesse questa 
estendersi anche agli archivj , che contengono i titoli dei patri- 
monj e sono privilegiati quanto alla prova. Sarebbe desiderabile , 
adunque , che gli archivj dei Municipj e delle Chiese venissero sot- 
toposti a certe normali discipline. E come la sorveghanza sull'adem- 
pimento di queste potrebbe affidarsi alla Direzione centrale , que- 
sta dovrebbe procurare altresì che , a spese dello Stato , le copie 



(81) Una parte di tale arcliivio si trova in*quello di Savoja a Torino. È da 
vedersi in proposito una Memoria del professor Giulio Ficker d' Inspruck stam- 
pata a Vienna nel 1855, nella quale sono pubblicati i documenti dell'archivio im- 
periale di Pisa concernenti le cose tedesche. 



dell'archivio centrale di stato 111 

tlec;U inventar] di tali archivj venissero depositate nell'Archivio 
centrale. In tal modo aiì archivj non dipendenti direttamente dal 
governo sarebbero meglio e con più diligenza custoditi ; infinite me- 
morie di storia patria, adesso obliate e sconosciute, verrebbero in 
luce ; e saprebbero gli eruditi dove indirizzare più specialmente e 
con maggiore facililh le loro ricerche. 

E scendo ad un'ultima specie di provvedimenti. Parte sostan- 
ziale del riordinamento sono gli invoìtwj, i regesti e gV ììidici. 
Ignoro a qual punto siano condotti gli inventar] -, opera lunga 
e laboriosa , ma che ò nulla al paragone della maggiore fatica e 
delle più gravi difficoUh che dovranno incontrarsi por compilare i 
regesti: ignoro egualmente quali metodi siensi accolli per la esecu- 
zione di tali lavori; e mi astengo dal giudicare quale fra i metodi 
diversi apparisca più degno di preferenza. Questo dico bensì , senza 
tema d'inganno, che senza inventarj , regesti e "ìndid l'ammissione 
degU studiosi riuscirebbe quasi illusoria : che quei metodi saranno 
certamente migliori . mercè i quali si ottenga l' inlento di una più 
celere esecuzione : ed a misura che l'opra cammini , verranno me- 
glio conosciuti i pregi del nostro Archivio, e le correzioni di mano 
in mano opportune nella attuale distribuzione delle filze. Il com- 
pimento di tali lavori archivistici esige tempo assai lungo ; ed 
il Bonaini , quantunque operosissimo , quantunque ajutato da abili 
impiegati ( fra i c|uali . per debito di giustizia , rammento i signori 
Passerini , Moise e Guasti ) , non potrh accelerarlo ([uanto fa di 
bisogno , se il Governo non lo sovviene di ulteriori ajuti e prov- 
vedimenti. Ormai i lettori hanno capito (juali offrano difiicollà i 
soU inventar] di quel caos di filze e di scritture che si chiama 
Archivio Mediceo; e ci vuol poco a farsi una idea delle maggiori 
che dovranno superarsi c|uando di ogni documento debba farsi il 
transunto in apposita scheda. Non ogni impiegato è abile a tale 
lavoro, che esige famiKarith colla storia generale e particolare, co- 
noscenza delle lingue antiche e moderne, doviziosissima suppellet- 
tile di cognizioni archeologiche, letterarie e giuridiche, perizia abi- 
tuale nelle arti della critica , della diplomatica , della paleografia. 
Ciò faceva dire al MafTei (e lo notava sagacemente la Commissione 
nel suo parere ) , che il trascrivere anche una sola carta o diploma 
esige spesso la dottrina di un erudito. Dunrpie, per condurre a fine 
i lavori di riordinamento . (;i vuole moltiplicitìi d'impiegati . non 
quali bastano per tutte le .izicndo. ma (piali vogliono essere per 



l'I 2 dell'archivio centrale di stato 

l'ufficio specialissimo cui sono destinati. Se il Governo vuole il fine, 
deve volere anche i mezzi : ma tra i molti che si possono adope- 
rare , uno ve ne ha che è suggerito dalla stessa natura delle cose, 
ha in favor suo l'esempio degli altri paesi , ed è il più semplice 
di tutti : la istituzione, cioè, presso l'Archivio di una scuola d'isto- 
ria e paleografia. Un tale insegnamento fu istituito in Francia per il 
servizio degli Archivj col nome di Ecole des Charles (82) : fu intro- 
dotto nel grande Archivio di Napoli (83) : lo fondava Carlo Alberto, 
nel 1826, presso i RR. Archivj di corte (84): trovasi presso l'Archi- 
vio Diplomatico di Milano (85) : né manca presso l'Archivio dei Frari 
di Venezia (86). Può dunque affermarsi che tale scuola sia quasi 
inseparabile corredo di ogni archivio cui vogha darsi nome e fama 
di scientifica istituzione. 

Questa scuola di storia e paleografia non dovrebbe ridursi al ma- 
teriale e nudo insegnamento di leggere i caratteri antichi , e non do- 
vrebbe nemmeno trasformarsi in una cattedra di filosofia della storia 
che facesse parte di un collegio universitario; ma dovrebbe essere 
preordinata ad insegnare e rendere familiari ai giovani la teoria e 
la pratica di quei criterj logici che costituiscono la filosofia critica 
della storia. Questa scienza, iniziata dal Grozio , dal Clerico, dal 
Leibnitzio, dal Mabillon, dal Muratori, ha una parte tecnica che 
insegna a leggere e decifrare gli antichi diplomi e le antiche scritture; 
una parte critica che insegna a scoprire l'origine, la provenienza, 
l'autenticità di un documento per intenderlo, analizzarlo, applicarlo 
alla storia; ed una parte filosofica che insegna a trarre da un diploma, 
da un documento , da un libro e spesso da un inciso , da una frase . 
da una parola , una nuova luce che rischiara i fatti, gì' individui, i 
tempi, un'epoca intera, la storia insomma che non si trova nei libri. 
Questa scuola teoretica e applicativa vorrei davvero fosse istituita 
presso l'Archivio Centrale. Ed allora chi vi presiede avrebbe ajuti 



(82j Encyclopédie moderne , alla parola Archioes. 

(83) Degli Archivj napoletani, Ragionamento di Antonio Spinelli ; Napoli tS'i-S. 

(84) Vedi Annuario Storico-Statistico per il 1853, c.ompWalo da. Guglielmo 
Stefani. 

(85) Attualmente la cattedra è degnamente coperta da D. Giuseppe Cosso, vi- 
cebliotecario di Brera, assistito dal signor Ferrarlo, dirigente quell'Archivio. 

(86) Nel Monitore Toscano del 6 ottobre , anno corrente , N.° 233 , si dà 
notizia degli esami pubblici sostenuti quest'anno dagli alunni di quella scuola 
diretta dal chiarissimo signor Foucard. 



DELL'aHCIIIVIO CENTRALE 1)1 STATO 111? 

facili e copiosi per condurre innanzi alacremente e con celerilà l'er- 
culea fatica che gli viene affidata : senza bisoe;no di aumentare il 
ruolo deiiF impiep;ali. troverebbonsi Ira gli alunni della scuola quanti 
operai occorrono volenterosi ed esperti, cui distribuire il lavoro 
dogi' inventari e dei transunti : potrebbonsi iniziare altresì quelle 
pubblicazioni o meramente archivistiche o di patiie memorie, che 
altrove s'intraprendono dai governi con tanto loro decoro e repu- 
tazione, e cui non bastano mai i soli mezzi privati (87). E ciò non 
sarebbe lieve benefizio por lo stato e per la pubblic^a educazione ; 
poiché darebbesi in tal modo un nobile e grato indirizzo a tanti gio- 
vani cui non è stimolo il bisogno, e cui manca del pari la opportunità 
per occuparsi utilmente. Gli sludj storici, tanto salutai'i perii buon 
senso, tanto utili per le dottrine civili, tanto decorosi per la civiltìi del 



(87) L'Archivio Storico diretto dal signor Vieusseux , era parzialmente sov- 
venuto dal Governo. Ma non bastando i mezzi , ha dovuto cessare nella sua parte 
principale. Dall'Archivio di Napoli sono usciti: il Sfillabus membranarum ad re- 
(jìae siclae arcMvium pertinenthim , ed è ora in corso di pubblicazione la raccolta 
delle pergamene dei più antichi tempi. 

È nota la splendida pubblicazione dei documenti di Storia Patria semp.re in 
corso di stampa a Torino , per opera di una Deputazione istituita dal re Carlo 
Alberto nel 20 aprile 4833. Giovi ad esempio il riportare la parte proemiale di 
questo splendido decreto : « Gli studi storici sono oggidì , più che noi fossero 
« mai , in meritato onore presso le meglio colte e le meglio incivilite nazioni ; ed 
« il favoreggiarli è ufTizio di principe, cui stia a cuore e la propria e la gloria 
« dei popoli sottoposti al suo reggimento. In tempi in cui le buone discipline 
« non avevano per anco raggiunta quella prospera condizione in che sono di 
« presente , i reali nostri predecessori davano già nobilissimi esempj di splen- 
« dida e generosa protezione a quelle imprese letterarie , che speravano po- 
« tessero tornar vantaggioso a rischiarare l'istoria di questi stati. Ci è quindi 
« sembrato essere venuto il tempo in cui abbia ad essere appagato un altro dc- 
« siderio degli amici dei buoni studj , mercè la pubblicazione di una collezione 
« di scrittori della nostra istoria , le opere dei quali sonò inedite o rare , e di un 
« nostro Codice diplomatico. Ma una tanta impresa , per la quale intendiamo di 
« giovare agli studj de' sudditi nostri non solo, ma eziandio di tutti gli eruditi , 
« male e difTicilmenle potrebbe governarsi e recarsi ad elTetto coH'opera di una 
« sola persona ; od abbiamo perciò divisato di creare una Deputazione formata 
« di dotte lìersone , a cui vogliamo commesso l'incarico di sipraintcndere ad en- 
« trambe le collezioni : senza per altro avere in animo di rifiutare . per la crea- 
« zione di questa Deputazione, gli ajuti che venissero all'impresa da persone 
« che non ne facessero parte ». 

Anche in Toscana potrebbe pubblicarsi , per esempio , la serie degli atti pub- 
blici. E non potrebbe essere utilizzata dal Governo la insigne .\ccadeniia Co- 
loiuburia , che apinuito per suo istituto è destinala a promuovere gli sludj stoiiciV 

AìMi.Hi.U.. JV.imui S'-'i-ir. T\\ P. 11. i5 



114 dell'archivio centrale di stato 

paese , non recando pecuniari guadagni , poco attendono da noi che 
cerchiamo un pane negli uffizj professionali : vogHono larghezza di 
mezzi palrimoniali , sono studj da signori. Questo è pure un effetto 
della condizione politica degli Stati Italiani. La nostra gioventù, 
sveglia come essa è d'ingegno, cresciuta in mezzo ai monumenti 
della storia, educata sino dalla infanzia alle memorie civili delle 
loro famiglie, sarebbe atta per questi stud] e con amore vi si in- 
durrebbe , se un lieve impulso gli fosse dato , se un sapiente anti- 
vedere suscitasse una occasione. Esempi antichi e recenti hanno 
mostrato come i giovani toscani sappiano rispondere a qualunque 
chiamata. 

E tornando d'onde presi principio, debbo notare che l'Archivio 
Centrale dovrh comunicare colla Libreria Magliabechiana. Savio di- 
visamento fu questo , poiché in tal modo la storia inedita si trova 
dove finisce la storia scritta ; e quella pubbhca Libreria terrà le 
veci di libreria consultiva , corredo indispensabile di Archivio aperto 
agli studj ed alle ricerche degli eruditi. Così forse avverrà che 
il Governo, il quale si volse agli Archivi, porti la sua attenzione 
anche alle pubbliche Librerie. Se il primo fa onore alla civiltà del 
paese, non può dirsi lo stesso delle seconde. I confronti sono sem- 
pre odiosi, in questo caso sarebbero odiosissimi. Quindi mi astengo 
dall entrare in particolari sul modo col quale si tengono in To- 
scana le Bibhoteche, .sugl'impiegati che vi sono preposti, sui servigi 
che ne ritrae il sapere. Una sola cosa voglio dire però, che è feconda 
di morali conseguenze. Le Biblioteche non hanno alcuno assegno , 
o lo hanno cosi meschino, che per pudore credo non si rammenti 
nemmeno nel preventivo della pubblica istruzione. Meno la stupenda 
Biblioteca Palatina (88) e la Universitaria di Pisa, favorite entrambe 
da condizioni e discipline eccezionali , le Librerie pubbliche della To- 
scana si fermano tutte al tempo stesso , la metà del secolo passato. 
Da quel tempo in poi, trovi in esse i libri stampati in Toscana, i 
libri venuti in dono , una cinquantesima edizione di Orazio . e di 
Virgilio , o i libri di mano in mano geniali ai bibliotecari; ma 

(88) La compilazione dell'Archivio Storico non ha dimenticato il dovere e la 
promessa di dar qualche ragguaglio intorno a questa cospicua Biblioteca quando 
sarà reso conto dell'importante libro che il bibliotecario di essa signor Avvocato 
Cav. Francesco Palermo ha dato alla luce col titolo : Classazione dei libri a stampa 
della I. e E. Palatina , in corrispondenza di un nuovo ordinamento dello scibile 
umano; Firenze, pei tipi della Galilejana , 1834, in ito. 



Hri.l. ARCHIVIO CRNTRAl.r: DI STATO l|.) 

»|iumli libri da qial tempo iu poi sono usciti dallo lipoij;rano di 
1- rancia. d'Inghilterra, di Germania e d'Italia, non dico di novelle 
romanzi, che ciò non importa , ma di scienze, di lettere, di cri- 
tica di grande erudizione , mancano quasi tulli nelle Librerie pub- 
bliche di Firenze , ed è tempo gittalo il farne ricerca. Se le pub- 
bliche Librerie dovessero prendersi come lermomelro della cultura 
del paese, parrebbe che sulla metà del secolo passalo l'ossero cessati 
i buoni sludj iu Toscana. Questa vergogna che ci umilia e ci de- 
grada nella opinione degli eruditi visitatori , sarebbe tempo clic una 
volta cessasse. Dissi iu principio che il tesoro racchiuso negli Ar- 
chivj non poteva slimarsi se prima non l'ossero esauriti gh ajuli 
che dònno i libri stampali. Soggiungo adesso che la bellissima fon- 
dazione deh' Archivio Centrale non basta all' incremento del sapere 
se non si provvede a migliorare le pubbliche Librerie, ^iiuuo può 
affrancarsi dalla legge universale del perfezionamento , procedente 
sempre dal nolo all' ignoto. La logica dei falli ò più inesorabile 
della logica dei principj , e trascina colle sue deduzioni le volontà 
più ribelli , le repugnanze più ostinale. Sorgono , invero , di tempo 
in tempo certi misteriosi inviluppi di cose , che quasi ti darebbero 
animo a farti sprezzalore superbo di quanto la civiltà abbia procla- 
mato come legge di sua fattura. Ma (luelli sono tempi di crise : e 
guai per coloro che si avvisassero di pigliarli sul serio ! La civiltà 
un momento trattenuta , ripigUa tosto il suo corso ; e chi non voglia 
esserne rovesciato , ò necessità che cammini. Innanzi! Innanzi! è 
il grido che spinge nel sepolcro le une dopo le altre, come le onde 
del mare , le generazioni degli uomini. La istoria segna nei suoi re- 
gistri i passi che fecero , il giorno in cui caddero ; e ninna è tor- 
nala mai indietro. Era un simbolo di sapienza antica il chiodo che 
numerava i secoli di Roma ! ! 11 giorno che il nostro Governo vorrìi 
occuparsi sul serio delle pubbliche Librerie troverà l'uomo adattato 
per questo nuovo intraprcndimenlo , come per riordinare gli Ar- 
chivj ha saputo trovare il professore Bonaini. 



Leopoldo Galeotti. 



SANT' ANSEIilO H' AOSTA 



L SUO STORICO FRANCESE SIGNOR REMUSAT 



■IISCORSO 



DI SILVESTRO CENTOFANTl 



PARTE PRIMA 



SAiTr ANSELMO D'AOSTA 



IL SUO STORICO FRANCESE SIGNOR REMUSAT 



I.A VITA DI A\.*»i:i..VIO. 



Un giovinetto disposto alla tranquillith della vita contemplativa 
ed al concetto delle cose sopramniondane, era nato in Aosta fra 
l'anno ventesimo secondo ed il trentesimo quarto del secolo unde- 
cimo. Dal padre suo Gondulfo , di nazione lombardo . e di nobile 
e apdata condizione , aveva esempi di prodiGalilh signorile e di 
spensieratezza voluttuosa : dalla madre Ermenberga, parente, come 
altri dice , del conte di Moricnna , esempi di pieth e di bella costu- 
matezza , e intima educazione di cuore e di spirilo. Presto senti 
quella voce che lo chiamava alla quiete solitaria del chiostro: 
ondVgli , movendosi con la sicurezza istintiva che rivela le nature 
singolari a loro medesime , senza chieder consiglio da amici , senza 
desiderare il consenso dei genitori , nel suo terzo lustro andò ad of- 
ferirsi ad un abate da esso lui conosciuto . il quale lo ricevesse nella 
sua regola. Non accolto dall'abate, cominciò a non goder più la sod- 
disfazione antica negli studi delle lettere . nelle quali pur faceva lieti 
progressi; e nei piaceri del secolo cercò alla capaci i;i della sua ani- 
ma quel nutrimento fallace che poi finisce nel fastidio , e dispone 
i generosi col disinganno all'appropriata disciplina. Ad allontanarlo 
sempre piìi dal porto sicuro in f|ueslo mare fortunoso . conferì la 
morte della madre : per la cui perdila Gondulfo, mutatosi in un al- 
tro , con risoluzione degna di quei tempi e non disconvenevole alla 



120 SANT'ANSELMO d' AOSTA 

sua indole , si ritirò dal secolo nella Chiesa , e quanto per Taddietro 
era sciolto nelle cupidità mondane , tanto divenne rigido di costumi 
e di modi sotto i freni del chiericato. Ma il figlio che nel marito 
di Ermcnberga aveva avuto un padre non troppo atto a confor- 
marlo a raddrizzarlo a virtù , trovava ora nel vedovo e nel chie- 
rico un severo ed intollerante ammonitore. 11 perchè, com'è proprio 
delle nature alte ed amorose , egli restavasi mal soddisfatto di que- 
ste correzioni dure e sempre imminenti. Né a temperare la mala 
contentezza sua bastavano l'affetto né i dolci conforti della sorella 
Richera, né degli zii materni Lamberto eFolceraldo. — Creato a tro- 
var la legge dentro di sè^ o a doverla accettare da Dio, egli si con- 
siglia di lasciar la casa e la terra natale, e di fermarsi là ove gli 
verrebbe imposto dalla forza misteriosa che lo conduce. 

Solo con un chierico, e mal provveduto delle cose bisognevoli 
alla vita , ascende le Alpi , passa tre anni ora in Borgogna ed ora 
in Francia, e recatosi nella Normandia dimora per alcun tempo in 
Avranches , ove Lanfranco di Pavia aveva dato forma all'insegna- 
mento . e messo in grande onore gli studi , ed ove il nome di que- 
sto illustre italiano , che allora reggeva la scuola ed era priore nel 
monastero di Bec , poteva accendere il nobile pellegrino nel desi- 
derio di conoscerlo e di essergli discepolo. 

Correvano gli anni propizii alla felicith degh ordini monastici 
anco nella Normandia: e da Erluino , ovvero Elluino, cioè da un 
guerriero trasformatosi in frate, era stato aperto pur dianzi alla re- 
gola di S. Benedetto il nuovo convento Beccense in un luogo aspro 
e salvatico. La dottrina e la celebrila di Lanfranco traevano a que- 
sta abbazia persone di ogni ordine , ingegni di ogni qualità. E là 
recossi nel 10.^9; là nelle veglie, nei digiuni, nella severa disci- 
pHna dello spiritò imparò a intender bene sé stesso; e nel 1060 
fece la sua professione Colui , del quale or piti non dobbiamo tacere 
il nome , e che tutto il mondo conosce ed onora sotto quello di 
Anselmo di Aosta. La natura ed il medio evo lo avevano fatto 
monaco anco prima ch'egli vestisse l'abito benedettino. 



IL 

Quel Guglielmo bastardo, che poi conquistò l'Inghilterra, avendo 
edificato a Caen un'abbazia sotto il titolo di Santo Stefano, chiamo 



i: IL si:o uiiCiìNiE stohico i'uanci:si: 121 

iiul 1UG3 LanlVanco a governarla: coiKiuislala la lni;hillt'ira. Id .is- 
suiisc alla setlc arcivescovile ili Canterbury. Indi Anselmo lu el(^U<> 
priore in luogo di J.anl'ranco; poi abate in luogo di Erluino . il 
quale moriva nel 1078; e finaUnente nel 1093 egli fu inalzalo a 
quella sede, cioò destinalo a succedere un' altra volta al suo grande 
maestro e connazionale (1). 

La vita del chiostro , mirabilmente coniorme alle sue disposi- 
zioni ingenite, dovea valergli l'acquisto di quella forma di perfe- 
zione che meglio fosse })ropria di lui. Ch'egli era nato a levarsi 
con r intelletto verso le verità più sublimi , e ad abitare in questo 
mondo del pensiero , come l' uomo nella sua casa ; e congiungendo 
([ueslo vigore di l'acoliti filosofica con la docilità e semplicità di 
un'anima aperta alle credenze religiose, dovea chiudere il suo pro- 
gresso ideale nella necessaria concordia fra la ragione e la fede , e 
accrescere l'autorità della scienza con l'esercizio amoroso della 
virtù. Però la forza del suo spirito non era come quella di alcuno, 
il quale anco davanti ai principii si rimanga dritto e fiero con la 
sua separata persona a gindicai-li . ad ap[)licarli ed anco a signo- 
reggiarH ; ma una forza che debba conoscer se stessa nella luce del 
principio eterno delle cose , e gli si debba dare tutta quanta per 
dimorarci unita, e farsene la legge costante a tutte le sue ope- 
razioni. 

Priore, del suo convento, foi-niava i giovani alla [)ielìi ed al sa- 
pere non con la conq)ressione improvida della loro vivacilìi . ma 
ajutando o|)portunamenle e regolando l'esplicazione delle loro po- 
tenze migliori : copiava e correggeva , e Iacea copiare e insegnava 
a correggere i manoscritti . sicché di (jueste cure si avvantaggiasse 
la libreria già cominciata da Lanfranco : studiava le nature umane, 
e mostrava di possedere un occhio acutissimo a penetrare nc'piii 
intimi recessi dei cuori, e li vinceva con l'amore e col .senno. Indi 
sapea nmtare le invidie monacali in dolci affezioni reci|iroche . e 
in (luesla fraternità edificava profondamente il bene di (juella co- 
inunilìi religiosa , e le conciliava la riverenza dei signori e delle 
molliludini. E in questo tempo scris.sc le jirinie sue opere. Hello è 
dover dire che mentre le necessità dell'ingegno e deiraitiino suo lo 
portavano a cercare l'essenza della Divinità e i sommi pi'incipii 
dell'ordine morale, dai fraterni conforti di uonnni dati alla vila 

l'I) Lanfranco era morto il '28 maggio 1089. 

Arcii.St. Ir. iV;*/,|,vMV//^, r. Il IMI i(S 



122 SANT'ANSELMO d' AOSTA 

contemplativa fosse condotto a scrivere quella egregia meditazione 
che poi intitolò Monologio . e che nella forma sua rende similitu- 
dine di cotal vita solitaria ! Bello è accompagnarlo in tutte le solle- 
citudini del suo pensiero, quando sente di dover trovare una idea 
la quale contenga la prova necessaria della esistenza di Dio , e 
non può mangiare, non dormire, non pregare tranquillamente; e 
alfine la vede splendida davanti a se , e la scrive su tavolette di 
cera, ed ha cagioni di temere non possa andare smarrita ! La prima 
di queste due opere è posta dal signor Remusat , interprete del- 
l'opinione universale, fra i f/m^vo^f mo/mmen^^ dello spirito umano: 
nella seconda egli vede il -più prezioso saggio di teodicea che abbia 
lasciato a noi il medio evo. E l'una e l'altra, con la risposta a Gau- 
nilone monaco di Marmoutiers, furono date nel 1842 alle lettere 
francesi dal signor Bouchitté , come (juelle che costituiscono il ra- 
zionalismo cristiano nel secolo undecimo (1 ). Tutti i nobili pensatori 
con vario intendimento si volgono a questo punto luminoso nella 
storia delle dottrine filosofiche : l'ItaHa sola sembra essere quasi 
immemore delle sue glorie (2). 

A non accettare 1' officio di abate , che gli fu conferito nel 1079 , 
non gli giovarono ne scuse, né preghiere, né resistenze: dovè 
cedere alla volontà concorde dei monaci. Gih ne aveva preso espe- 
rienza per la fiducia collocata in lui da Brinino , alla cui vecchiezza 
riusciva soverchio il peso di queste cure ; ma già avrebbe voluto de- 
porre anco le attribuzioni del priorato, se non l'avessero rattenuto 
dal farlo gli avvertimenti imperiosi dell'arcivescovo di Roano. Quan- 
to più impedito sarebbe ora nell'uso del pensiero speculativo! 
quanto più occupato in bisogne poco confacevoli col suo genio! La- 
sciò le minute particolarità dell'amministrazione al nuovo priore, 
e cercò la prosperità dell'abbazia non con le arti usate anco allora 
da molti ecclesiastici, le quali fanno servire Iddio agl'interessi, ma 
con la sapienza che fa servire ogni cosa a Dio ed allo spirito. La 
carità e benignità cortese verso gli ospiti, le astinenze generose 
per sé e per gli altri monaci , la istruzione degli allievi , la perfe- 
zione religiosa delle anime , erano la via e lo scopo per la quale egli 

(1) Le ì'ationalisme chrélien à la fin du XI siede etc, par II. Bouchitté. Le 
altre opere scritte da Anselmo in questi primi tempi sono i dialoglii De ventale, 
de libero arbitrio , de casu Diaboli , de Grammatico. 

(2) Il buon Muratori ne' suoi Annali non lascia di dire alcuna cosa del no- 
stro Anselmo, per gloria (sono parole sue) dell' Italia. 



i; II. sro RECENTE STORICO FRANCESE 12:} 

procedesse , ed al quale volesse giungere in quel suo reperimento. 
1"^ venti lire mandate da Lanfranco vennero una volta opporlunis- 
sime al bisogno della Congregazione. Nelle cause contenziose per 
affari giurisdizionali siedeva come giudice che sappia ricondurre le 
ragioni del dritto a (piello dell'equità, e temperare le cupidi l'a ca- 
villose dei litiganti coi precetti della legge evangelica. Presto andò 
in Inghilterra, nella quale la sua abbazia aveva possedimenti e inte- 
ressi : e standosi coi Irati Benedettini , i ({uali costituivano il clero 
della cattedrale di Canterbury, filosofò con loro sopra argomenti sacri 
o profani a svegliare l'amore della scienza , a congiunger sempre 
la scienza con la religione. Ebbe onorata accoglienza dal re , il quale 
conversando con lui sembrava perdere la sua fierezza: da Lanfranco 
fu consultato: si conciliò tutti i cuori con l'affabilità conversevole, 
con la dolce autorità del sembiante, con l'opinione della santità 
sua e della dottrina; e da ogni ordine di persone fu proseguito con 
segni di venerazione ed ebbe doni per la sua chiesa. Cosi gli si 
apriva la strada a dover salire su quella cattedra arcivescovile. In 
un altro viaggio ottenne dal Conquistatore una carta confermai rice 
delle donazioni e dei privilegii già conceduti al monastero Beccense. 
E la fama di questo oggimai suonava anco in terre lontane , e da 
esso uscivano abbati , arcivescovi , anco pontefici. Gregorio settimo 
aveva scritto ad Anselmo con significazioni di stima , ed Urbano 
secondo espressogli il desiderio di vederlo. I rami di questa pianta 
cenobitica erano sparsi per la Francia e nell' Inghilterra ; e la no- 
biltà inglese e quella normanna comunemente disposte a darle fa- 
vore, sicché sempre più fiorisse e fruttificasse. 

Nel corso della sua amministrazione abbaziale Anselmo dovè 
alzar la voce per separare le dottrine sue proprie dagli errori di 
Koscelino -, onde scrisse quella lettera che poi die origine al suo 
libro Sulla fede della Trinità e sulla incarnazione del Verbo. 



HI. 

Il secolo d'Ildebrando fu (luello della lotta fra il sacerdozio e 
l'impero, il secolo della feudalilìi e della teocrazia, e di una grande 
e tempestosa agitazione di cose nuove. Ma neiringhiU(>rra al pn^- 
dominio del princi])io teocratico molle (lillieoUà si opponevano : la 
condizione isolata del paese . le necessità seguaci della conquista e 



124 SANT'ANSELMO d' AOSTA 

Mi governo forte del Conquistatore , l'interesse dei prelati normanni 
strettamente congiunto con quello del re, il senno politico di Lan- 
franco. Onde il conflitto fra le due potestà dovea prendervi una 
forma tutta locale. Vero è che anco le leggi di Eduardo il Confes- 
sore , confermale da Guglielmo , ponevano la derivazione e la di- 
pendenza del dritto regio dal principio teocratico , e non attribui- 
vano il nome di re a quel monarca , il quale , opprimendo il popolo 
e non venerando né difendendo la Chiesa , non conformasse il suo 
al governamento divino (1). Vero , che lo stesso Guglielmo aveva 
straordinariamente accresciuto V autorità dei vescovi separando dai 
tribunali civili gli ecclesiastici, e che Lanfranco con l'autorità di 
Roma aveva legato a corpo gerarchico tutte le chiese vescovili del- 
l' Inghilterra sotto la preminenza di quella primaziale di Canter- 
bury (2). Ma il Conquistatore non permetteva che altri riconoscesse 
un papa, né si recasse a visitarlo , né ricevesse lettere di lui senza 
il beneplacito o la partecipazione del re. Proibiva che da un con- 
cilio nazionale presieduto dal Primate uscissero decreti senza l'ap- 
provazione regia. Non lasciava che un arcivescovo di suo proprio 
moto fulminasse Ja scomunica, o infliggesse altra pena canonica in 
caso di dehtto capitale contro un barone o altro officiale della sua 
corte. Le quali massime , ereditate dal suo successore , prevalevano 
nella pratica. D'altra parte , noi non dobbiamo giudicare i tempi di 
Gregorio settimo e di Anselmo con Y animo preoccupato dalle cose 
presenti. Dobbiamo considerare che la Chiesa era feudalmente vin- 
colata al potere laicale , e doveva emanciparsi ; il clero , contaminato 
di molte brutture , e dovea ripurgarsi ; che la forza morale di quella 
civiltà era tutta dal Cristianesimo ; e che Roma , la quale voleva la 
indipendenza della Chiesa e la riforma del clero , provvedeva alla 
civiltà del mondo asserendo la superiorità dello spirito sulla forza ma- 
teriale, e consacrandone gU eterni diritti con l'autorità della ragion 
divina nella coscienza del genere umano. Allora la Chiesa tendeva 
per la gravitazione necessaria delle cose quasi ad assorbire lo sta- 
to : ora lo stato presumerebbe di esistere senza la Chiesa. 

Anselmo non si era trovato fra gli scontri delle passioni politi- 
che se non quando Roberto di Meulan pretendeva di unire l'abba- 



(4) V. Spelman-, Codex legum Angliae. — V.Wilkins, Leges anglo-saxonicae . 
Labbé, Candì, T.O, pag. 1023. 

(2) V. A.Thierry, Histoire de la conquète d'Angleterre ctc . liv. ^ et fi. 



E IL SUO RKCENTE STORICO FRANCESE 125 

zia Beccense al suo castello di Brionne con dipendenza feudale. Re- 
catosi ora noiringhilterra a preghiera del conte di Chester, vi fu 
ricevuto come Tuomo spedilo dalla Provvidenza a dover cessare i 
lunghi mali di quella cristianith. Imperocché . salito al Irono Gu- 
gUelmo Rosso (diresti che anco i principi rossi debbano esser cat- 
tivi) . e poi morto Lanfranco, il quale aveva creato un nuovo or- 
dine di cose alla chiesa Anglicana , i beni del clero furono esposti 
alla insa'/.iabile e sistematica rapacith di quel governo, e l'arcive- 
scovado di Canterbury restò vacante per alcuni anni a render la 
preda più ricca. Adunque nobili e prelati chiedevano dal re ( la 
domanda è argomento di quegli uomini e di (juella età ] , volesse 
concedere che si facessero pubbliche preci , acciocché la volontà di 
lui si mutasse , e la chiesa di Canterbury non si restasse più lun- 
gamente nella desolata sua vedovanza. E Guglielmo, che già aveva 
accolto l'ospite nuovamente arrivato, alzandosi verso di lui, ed ami- 
chevolmente abbracciandolo , lasciava che altri pregasse mentr'egli 
farebbe il piacer suo : e giurava', secondo il suo costume , pel Volto 
Santo dì Lucca, che egU solo, e non altri, sarebbe l'arcivescovo 
Cantuariense. Ma , colto da grave infermità . i superbi sensi gU si 
mutarono in viH. Anselmo fosse il primate dell'Inghilterra : le carceri 
si aprissero: si rimettessero i debiti : dimenticanza del passato: buon 
governo al popolo : salvi e rispettati i dritti di ciascuno e di tutti. 
Così fanno sempre i suoi simili. Anima di una grossezza quasi be- 
stiale ; cieco all'ordine soprassensibile , stupido alla moralità, vio- 
lento e superbo nell'uso del potere, abietto con semplicità feroce o 
con piacevolezza impudente ; uomo ridicolo e tiranno tetro. Anselmo 
oi)poneva ragioni , supplicava , si schermiva con ogni argomento di 
resistenza ; il quale vedeva in (piella elezione la .sua suprema sven- 
tura : ma fu vinto dall'entusiasmo . dal grido universale, dalla im- 
periosa violenza che lo rap) , coni' egli dice , a quella dignità. Ordi- 
nava il re, gh fosse dato il possesso di tutti i beni arcivescovili: 
la città di Canterbury , l'abbazia di Sant'Albano fossero in libera 
proprie là della sua chiesa. Tulli giubilavano : lutti speravano giorni 
più felici : soli i monaci di Ree piangevano la perdila del loro abate 
con desiderio inconsolabile. 

IV. 

La forza morale di (piesta natura angelica era tutta nel senti- 
mento del suo dovere. Al di sopra delle passioni volgari e degl'in- 



426 SANT'ANSELMO d' AOSTA 

teressi mondani non lo aveva levato una lunga e faticosa esperienza 
osservando, combattendo, e via via facendosi scala delle cose a que- 
sta difficile altezza : egli già vi stava per privilegiata disposizione 
di natura. Se anch' egli dovrà combattere , starà contro alle preten- 
denze ingiuste ed arroganti , ed amerà le persone. Non possederà 
quell'attività iniziatrice, cpiel vigore corpulento, quella superiorità 
esteriore che sono le facoltà richieste a vincere le resistenze brute , a 
umiliare le volontà discordi , a sgombrare gl'impedimenti al bene , a 
creare nel mondo della materia ; imperocché egli veramente vive 
colà ove tutti questi sforzi tornano inutili, cioè nell'ordine positivo 
del bene. Lo sentirai anco talvolta dolersi seco medesimo e co' suoi 
più intimi amici di non essere atto agli affari secolareschi, deside- 
rarsi un'altra tempra o forma di uomo , sospirare alla solitudine ed 
alla pace del chiostro. Ma la voce del dovere, che sempre lo riconforta, 
lo farà essere dappertutto ove bisogno richieda. Non temerà pericoli , 
non privazioni , non l' esigilo, non le torture , non la morte. Invin- 
cibile nella presenza di Colui che lo guida , egli vincerà i suoi forti 
nemici pur non sapendo che cosa è guerra. 

Guglielmo , recuperata la salute, non intendeva di avere Si ren- 
dere del bene a Dio per quel male che egli fosse stato fatto da lui. La 
fede in que'tempi eroici del Cristianesimo levando le menti barbari- 
che a un ordine di oggetti soprannaturali del quale non potevano 
intendere se non le apparenze simboliche , non pure faceva si che 
ciascuna riproducesse sé stessa nelle grosse e incomposte apprensioni 
di quegU oggetti , ma che alcuna volta ne falsificasse la verità in 
forme mostruose. Guglielmo avrebbe voluto che il novello arcive- 
scovo gli rilasciasse quei beni appartenenti alla sua chiesa , ch'egli , 
morto Lanfranco , aveva donato ad uomini della sua corte in ri- 
compensa di servigi : avrebbe voluto che la larghezza dei doni fosse 
uguale alla sua cupidità smisurata ; e che il dritto della Chiesa 
fosse violato da quello medesimo che dovea mantenerlo. Non appa- 
gato in questi suoi intendimenti , concepì una implacabile indigna- 
zione contro di Anselmo , sicché una volta ebbe a pronunziare que- 
ste parole: L'odiavo j eri; oggi Podio anco di più ; e domani il mio 
odio sarà maggiore (1 ). E nel giorno medesimo dell' ingresso solenne 
alla sua cattedra, il Primate dell'Inghilterra, della Scozia , della Ir- 



li) Guglielmo è tutto nel senso animalesco; Anselmo'è ragione che ama : 
due forze che l'una all'altra sarebbero repugnanti , se la seconda non fosse anco 
conciliatrice. 



E IL SUO RECENTI-: STORICO FRANCESE 157 

landa e delle vicine isole dovè sentire di esser citato al tribunali' 
del re , e patire le prepotenze fiscali di Ranulfo , prete normanno , 
posto alla direzione dello Scacchiere , e degno stromcnto della ra- 
pacità del tiranno. La mansueta e debole pecorella era dunque aj?- 
giogata ad un carro col toro indomabile , secondochè fu detto dal 
nedesinio Anselmo ; e noi ora dobbiamo assistere allo spettacolo di 
un conflitto , che non sarebbe dovuto essere , e che oggimai non 
poteva evitarsi. 

Egli aveva prestalo l'omaggio al re per dovere entrare al pos- 
sesso dei beni appartenenti alla sua mensa arcivescovile : ma prima 
di cedere alla necessita che suo malgrado lo fece essere arcive- 
scovo , e quando si argomentava di non avere a cedere , aveva alta- 
mente dichiarato di non essersi rimasto incerto tra il falso Clemente 
terzo ed Urbano secondo , e che questi veramente , e non altri era 
per lui il romano pontefice. Molte e gravi cure gli occupavano l'ani- 
mo fino dai primi giorni del suo sacro ministero : perocché i vassalli 
suoi gli chiedevano sollievo dalla lunga oppressione in che si gia- 
cevano ; il costume pubblico , in molte sue parti intollerabile , vo- 
leva essere emendato : a tutta (juella chiesa anglicana erano dovuti 
i suoi pensieri , e bisognavano opportuni provvedimenti. Onde . 
senza frapporre indugii . avrebbe voluto celebrare un concilio na- 
zionale. Ma finche non avesse avuto il pallio da Roma non sentiva 
di essere con piena legittimiti il primate dell'Inghilterra: e l'al- 
tezza e difficoltà deirofficio suo , e la sua inesperienza . e la lotta 
allora combattuta fra le due potestà , e il desiderio di conoscre da 
vicino la verità delle cose indirizzavano i suoi intendimenti verso 
l'Italia. Chiese adunque da Guglielmo che gli consentisse di andare 
a ricevere il pallio dalle mani del Pontefice. Di qnal Pontefice mi 
parli tu? rispose Guglielmo nell'impeto della sua collera: chi 
oserà in terra inr/lese riconoscere alcuno per pontefice . il quale prima 
non sia stato riconosciuto rial re ? Tanto sarebbe quanto voler porre 
la mano sulla mia corona. Anselmo, a chiarire la giustizia della sua 
causa , se ne rimi.e ad un' assemblea di signori e diA clero . la 
(juale prontamente si convocasse. 

Fu accettata la sua proposta; e il d\ 11 marzo 1095, vescovi, 
nobili, abbati, monaci, ima moltitudine ininuMisa di jwpolo entra- 
vano si raunavano intorno alla chiesa di Uockinghani. ove il pri- 
mate esponeva all'assemblea lo slatd dcll.i questione. La (|uale in 
.sostanza era (|U(^lla medesima che agitava lutto il mondo cat- 



128 sani' ANSELMO d' AOSTA 

tolico. E benché Anselmo non avesse fino ad ora potuto conside- 
rarla bene quanto ella fosse alta ed estesa , e avesse dovuto pro- 
porla in forma conveniente alle necessita che in quel regno le davano 
origine, pur l'aveva cólta essenzialmente col semplice lume della co- 
scienza (1). Ma egli non sapeva capacitarsi come altri avesse a sup- 
porre che le due potestà non potessero starsi in bella e necessaria 
concordia , né che egli, soddisfacendo al papa, dovesse offendere al 
principe ; egli che per volontà di Gughelmo era arcivescovo di Can- 
terbury , e che , a dover essere arcivescovo , aveva dichiarato di vo- 
lersi stare con Urbano. A cotal questione, quei vescovi si guardavano 
in faccia, stretti da forti difficolth e impotenti a levarsi d'impaccio. 
I quali erano stati portati al governo ecclesiastico dal vento della 
conquista , e per la più parte erano meglio avvezzi alle violenze ed 
alle rapine ed a passare i loro giorni cavalcando , giocando , crapu- 
lando e immergendosi nella lussuria, che disciplinati ed usi alle 
discussioni di questo genere (2). Costoro non si assicuravano a ma- 
nifestare i loro intimi sensi; e coi signori, in ciò non dissenzienti 
da essi , avrebbero desiderato che Anselmo con la prudenza politica 
di Lanfranco avesse trovato modo di uscire di quelle strette, o anco 
si fosse sottomesso all' arbitrio del re. Allora , con viva irradiazione 
sul volto, con gli occhi levati al cielo e con voce solenne: Se voi ^ 
pastori e principi di gente cristiana . egli disse, non siete disposti a 
consigliar me in un a/fare che non è mio proprio , ma sì di Dio e 
della Chiesa^ io, che pur sono principe vostro^ chiederò lume dall'An- 
gelo del gran consiglio. E pronunziò le parole di Cristo , le quali 
sono il fondamento alla indipendente autorità della Chiesa. 

L'agitazione in tutta l'adunanza era grande, e ninno ardiva 
farsi relatore dei detti del primate a Guglielmo. Ond'egli, alzatosi 
dalla sua sedia e seguitato dagli altri , recossi nel cospetto del re, 
e gU espresse il suo pensiero in quelle parole divine. E si ritirò nella 
chiesa. Guglielmo dava sfogo alla sua ira coi vescovi , ai quali non 
succedesse di sciogliere il nodo che avevano lasciato ravvilupparsi 
così fortemente : i vescovi si perdevano in molte vane consultazioni , 
non potendo andar contro ai principii, né trovando via per sottrar- 
visi : tutto era una diversa incertezza , una tumultuosa confusione 



(1) Secondo il signor Rerausat, Anselmo non avrebbe inleso il valore della que- 
stione. 

(2) A.Thierry, Hisloire etc, liv..7. — Comp. Remusat , pag. ^97. 



lì li. suo RKCENTE STOUICO FRANCESI: 129 

(li discorsi. Egli , simile ad Alessandro sul puulo di moversi a quella 
battaglia che dovea decidere i destini fra l'Asia e l'Europa , appog- 
giala al muro la sua testa , tranquillamente dormiva. 

Il sole volgeva al tramonto; i vescovi rientrarono in chiesa, e, 
destato Anselmo, gli rappresentarono : tutti essere mal soddisfatti della 
sua inflessibililii , e chiamarlo in colpa di voler mutare le costumanze 
del regno: lui essere il primate dell'Inghilterra , e non potersi met- 
tere in disaccordo col re : poco o nulla aver da sperare , poco o 
nulla aver da temere da Urbano papa : non porgesse a' suoi nemici 
materia di liete speranze contro di se : pensasse bene tutte le ra- 
gioni delle cose , e cessasse il crescente disordine con sapienza op- 
portuna. Anselmo, considerando l'ora esser tarda , e volendo avere 
spazio suflìcienle ai ragionamenti che dovesse fare, differì la sua 
risposta al giorno seguente. Ma la dilazione parve esser segno di 
animo meno disposto a combattere. Indi i prelati, e più che altri 
il vescovo di Durham , tornarono il giorno appresso con risolutezza 
maggiore ad assalirlo , ed anco gli minacciarono la sua mina , s'egli 
con pertinacia incscusabile durasse nel proposilo di quella dissen- 
sione non approvata da loro e offendi! rice dei dritti della corona. 
E Anselmo con gravità sentenziosa: Se havvi alcuno, disse. ?7 quale 
stimi di poter provare , che /o, standomi fermo neW obbedienza verso 
il pontefice^ manco alla fede giurata al re. vengami innanzi e mi si 
faccia conoscere: io risponderò come debbo , e là dove sarà convenevole. 
Egli ben sapeva che da nessuno , se non fosse il papa , poteva es- 
sere giudicato l'arcivescovo di Canterbury ; e i vescovi , ripensando 
bene (jucsto suo detto, dovettero sentire che le armi da essi fino 
a questo punto adoperate riuscivano impotenti a ferirlo. 

Adun(|ue il re, che volea fiaccare la resistenza del primate, si 
rodeva di dispetto e di rabbia , e minacciava di condannare i ve- 
.scovi se non condannassero Anselmo : i vescovi , che non potevano 
giudicare il primate , proponevano che fossero posti da parte i ra- 
gionamenti , e si terminasse ogni Hte con la forza togliendo ad An- 
selmo . come a ribelle, le insegne della sua dignità, e cacciandolo 
via dallo stato : i signori dissentivano: e il popolo significava la sua 
reverente affezione verso l'oppresso e malediceva agli oppressori. Da 
ultimo, fu pro]iosto da Guglielmo e concluso coi vescovi, ch'egli pri- 
verebbe Anselmo della sua grazia e d'ogni sua protezione , come 
se allrimenli non fosse il primate doUlngliillenM : ed essi gli neghe- 
rebbero l'obbeilicnza separandosi sjiiritualmente da lui. Andassero 

Ahch.St.It. , Nuota Serie, T. II. IMI. 17 



130 SANT'ANSELMO I)' AOSTA 

a largii conoscere questa finale risoluzione. Udita tjuesta ultima 
conclusione, Anselmo rispose con pacata magnanimità : usassero con 
lui a loro senno : egli non romperebbe i vincoli della consueta fra- 
ternità con loro: avrebbe sempre verso il re il cuore e i riguardi 
di un padre spirituale. Poi domandò gli fosse fatto abilità di uscire 
sicuramente dall'Inghilterra. 

A questa domanda la superbia animalesca di Guglielmo . già esul- 
tante nel sentimento della vittoria, trovossi innanzi una difficoltà 
inaspettata : ch'egli non poteva lasciar partire l'arcivescovo se prima 
non l'avesse balzato giìi dal suo grado ; e frattanto volea tenerlo 
sotto la sua potestà , e vederlo prostrato nella polvere e abbando- 
nato d'ogni presidio. Fu bisogno che la forza dispotica facesse luogo 
alle arti politiche, acquistando tempo e mandando a Roma due 
chierici. La decisione della lite fu differita all'ottava della Pentecòste. 

Anselmo , rivolgendo il pensiero sopra di sé e sopra le cose in- 
tervenute , cercava, non le vie più coperte né argomenti nuovi per 
dover continuare il combattimento , ma s'egli avesse al tutto con- 
formato gl'intendimenti e le azioni sue alla norma di quel dovere 
sublime che ti fa dimenticare la tua persona individua nella uni- 
versaUtà dell'idea, e trovare una forza pacata ed insuperabile nella 
necessità dei morali principii. E scrisse ad Ugo arcivescovo di Lione 
una lunga lettera a confidente espansione di questi suoi sentimenti, 
e a chieder lume ov'egli non avesse tenuto sempre il dritto cam- 
mino. Ma ben altri erano i procedimenti del re. Ricondottosi quello 
alla sua sede arcivescovile con l'anima piena di pensosa tristezza, 
da questi ebbe nuove cagioni , e indegnissime , di profondo dolore. 
Baldovino , il più intimo e fidato suo consigliere , gli fu tolto , e 
fatto esulare dal regno : fu sostenuto il suo cameriere alla sua pre- 
senza e nella stessa sua camera : altri suoi familiari o attinenti a 
lui furono iniquamente perseguitati, e gittali al fondo d'ogni tribo- 
lazione. 

Tornarono da Roma i due chierici ; e con essi venia legato del 
papa il cardinal Gualtiero , vescovo di Albano. Andò dirittamente 
dal re: portava il pallio, che Guglielmo presumeva di poter dare a 
cui meglio gli talentasse. Non una parola a favore del maltrattato 
arcivescovo, o che accennasse pure a farne ricerca: non un segno, 
che potesse movere a diffidenza l'animo del principe. La maraviglia 
in molti era grande , i quali non conoscevano la sapienza di Roma, 
e credevano essere abbandonato anco dal pontefice chi meritava 



K T[. sro RF.CKNTF. STORICO FRANCESI-: 131 

unta la protezione ponlificia. Inlanlo il re, fatto sicuro dal legalo, 
riconosceva in Urbano secondo il papa legillinio , e lo faceva rico- 
noscere ne' suoi stati; poi chiedeva la deposizione di Anselmo, of- 
frendo , a rimeritare quest'atto, un'annua sovvenzione non piccola. 
Ma qual fu il suo stupore e la sua confusione , quando da (juella 
medesima autorith ch'egli confidava di essersi cattivato, e della quale 
egli non poteva oggimai più impugnare la legittimila confessata . 
gli fu posto innanzi un insuperabile ostacolo al conseguimento del 
suo desiderio I L'umile pecorella avea vinto il toro indomabile; e 
il potere laicale , non protetto dalla giustizia , fu costretto discen- 
dere ad un accomodamento, il quale, se non la reallk, avesse al- 
meno le apparenze della pace. Ma l'avarizia e la viltà del re e dei 
vescovi vollero manifestarsi con semplicilh barbarica anco nei pre- 
liminari della concordia. 

Anselmo , che allora celebrava la festa dello Spirilo Santo a 
Mortlake , fu invitalo ad avvicinarsi a Windsor, dove Guglielnìo 
si stava con la sua corte. Si recarono a visitarlo i vescovi, i (piali 
pur dianzi , tranne quello di Rochester , rompendo il giuramento di 
fedeltà , si erano separali spiritnalmenic da lui ; e gli domandarono 
con qual dono conveniente vorrebbe riacquistarsi laniicizia del re. 
Venale V amicizia del re? ed io fare a lui questa ingiuria? Chieggo 
di poter essere quello che sono, cioè l'arcivescovo di Canterbury; e 
se questo non posso , chieggo facoltà di uscirmene sicuramente dal- 
l' isola -. - Ma il papa ha mandato il pallio a richiesta di Gugliel- 
mo : e tu non vorresti in alcun degno modo rimeritare un benefìcio 
sì grande? - Chiamerò benefìcio la presente mia condizione? - Ma 
per avere questa insegna del tuo ministero., tu non sei dovuto an- 
dartene a Roma . e le spese del viaggio cos'i risparmiate non sarebbe 
giustizia che tu le pagassi al re? - Anselmo accomiatò i vescovi ; e 
il re, mosso da migliori o meno abietti consigli, fece le vislc di 
rendere la sua amicizia ad Anselmo senza sborso di danaro. 

In una gran riunione dell'aUo clero e della nobiltà d'InghilUrra , 
i due principi di quella Cdiiesa e di quello stalo si trovarono in- 
sieme , e luiigameiile e familiarmente ragionarono, come se l'osse 
stato nulla della guerra giìi cond)alluta. bi vide il legalo pontificio 
così starsi a collo(iuio , ed applaudì alla loro concordia con un dello 
scritturale che religiosamente la conl'ern)asse. Anselmo poteva lilial- 
mente coronare la sua vittoria cingendosi il sacro jiallio. 

L'avrebbe egli forse ricevuto dalle iiiaiii del re? Così altri in- 
tendeva che fosse fatto, (juasicliè una cerimonia simbnlica non do- 



132 SANT'ANSELMO d' AOSTA 

vesse rendere immagine fedele della cosa che rappresenta. Ma il pri- 
mate , che vedeva in esso non un dono regio . ma la trasmissione 
legittima di una autorità la quale derivi immediatamente da Dio, 
alzò la rispettata voce , e ridusse tutti al silenzio. E ad uno ad 
uno rivendicando i dritti appartenenti alla sua dignità , volle che 
il pallio fosse portato a Canterbury, e posto sull'altare del Salva- 
tore. E la egli se '1 prese e se lo cinse con le sue mani , come 
Dante avrebbe voluto prendersi il cappello sulla fonte del suo bat- 
tesimo , come Napoleone sull'altare di Nostra Donna prese la corona 
imperiale e autocraticamente se la mise sul capo (1). 

Tutte queste cose ho voluto distintamente narrare , perchè alle 
lettere italiane forse manca una storia ben pensata di Anselmo di 
Aosta , e perchè questa è la parte più cospicua e prominente della 
sua vita : quella nella quale l'anima di lui è costretta da necessità 
contrarie alla sua natura a rivelare la sua più recondita forma , e 
ad esser grande anco suo malgrado nel cospetto del mondo. 



11 legato del papa , fosse prudenza , fosse disposizione di animo , 
non die segni di troppa benevolenza verso il primate ; al quale anzi 
fece alcune gravi rimostranze intorno alle condizioni ed al reggi- 
mento di quella Chiesa anglicana , non al tutto conformi alla ro- 
mana disciplina. Onde Anselmo sentì più profondo l'antico suo de- 
siderio di portarsi a Roma , di parlare con Urbano , di vedere e 
conoscere esattamente da sé le cose che risguardassero al sacro suo 
principato. Né dalla parte del re gli mancarono le cagioni a dover 
presto eseguire questo viaggio. Dopo nuove tribolazioni sostenute, 
il 15 ottobre 1097 , recatosi innanzi a GugUelmo : Signore^ gli disse, 
io parto. E se fossi potuto partire col vostro consentimento^ la cosa 
sarebbe stata di miglior convenienza vostra, e maggiormente in grado 
alle oneste persone. Ma di ciò non mi dolgo punto , né perciò sarà 
men vivo il mio zelo per la salute della vostra anima. Ora , non 
sapendo io quando potrò rivedervi , come un padre spirituale al suo 
figlio diletto . come un arcivescovo di Canterbury ad un re d'Inghil- 



(1) La somiglianza dell'atto di Anselmo con quello napoleonico è stata no- 
tata dal signor Remusat , com' ella era nata nel mio pensiero prima ch'io leggessi 
il suo libro. 



]• IL SUO RECENTE STORICO FRANCESE 133 

terra , vi vo(jlio dare prima di lasciarvi la benedizione divina e la 
mia . se non la rifiutate. Guglielmo, tra umiliato e confuso, abbassò 
la fronte, e il primate alzò la mano a benedirlo. Poi, sull'altare della 
chiesa, prese il sacco e il bastone del pellecriiiairgio; e accompa- 
gnato da quoirEdmero, che fu lo storico della sua vita, e da Bal- 
dovino, fedelissimi suoi, partì per T Italia. 

Dappertutto ebbe liete accoglienze, e dimostrazioni di rispetto e 
di onore. Vide Urbano secondo , che lo ricevette a gran festa nel 
palazzo di Laterano , lo trattò quasi papa di un altro mondo , e lo 
confortò di sua protezione. Lasciata Roma nella troppo calda sta- 
gione, passò in Terra di Lavoro ad abitare nel convento di S. Salva- 
dorè, Ih ove il Calore ed il Volturno confondono le loro acfjue ; e là 
trovò il romano Giovanni , già monaco Beccense , ed allora abbate di 
quel convento. Lasciarono il |)iano , cercando aure più fresche nella 
villa di Sclavia. L'aperta serenila di quel monte , (luelle ondare, quel 
silenzio beato entrarono profondamente nell'anima di Anselmo, e 
gli fecero pronunziare (pieste parole , che sono la ingenua espres- 
sione del suo genio contemplativo , e così degne del bel cielo d' Ita- 
lia : Ecco il luorjo che meglio mi si conviene : qni passerò il resto 
della mia vita. E diessi al piacere delle speculazioni filosofiche. Era 
salito alla sommila del mondo ideale aguzzando l'occhio della mei\le 
verso lo splendore della natura divina : ora investigava le cagioni 
necessarie del Cristianesimo , cioè il processo della ragion divina 
nella vita dell'umanità (1). Poi trovossi col papa all'assedio di Capua, 
chiamalo ed onorato da Ruggiero duca di Puglia e di Calaliria ; e 
neirotlobre del 1098, al concilio di Bari. Cenlollantrè vescovi vi 
erano intervenuti (2): Urbano, dopo aver combattuto Terrore dei Greci 
intorno alla processione dello Spirilo Santo, si volse ad Anselmo, come a 
maestro di lutla quanta la cristianità, come all'uomo che meglio d'ogni 
altro potesse dichiarare e mantenere la verace dottrina, e lo chiamò 
a ragionarla. L'attenzione di tutti drizzossi verso di lui ; ed egli nel 
seguente giorno soddisfece alla generale asjiettazione con un discorso, 
il quale poi ebbe la sua ultima forma nel libro: De processione Spi- 
ritiis Sancii j confra (ìruecos. Quello che delle virtù e sotlerenze sue 
fu detto dal ponlence in questa occasione solenne, eccitò un fremito 
di generale indignazione nell'adunanza. Già la scomunica di Gu- 



fi) Terminò l'opeia Cur Deus homo, Jivi^a in due libri. 
(2j II Muratori ne novera 185. 



134 SANT'ANSELMO d' AOSTA 

glielmo suonava sulla bocca di tutti ; ma corse Anselmo ai piedi di 
Urbano , e come già ebbe vinto con l'umiltà e con la ragione il suo 
feroce avversario , così ora con la forza dell'amore trattenne i ful- 
mini della Chiesa, e vinse anco sé stesso. 

Le notizie che aveva ricevuto dalla Inghilterra davano un ri- 
salto maggiore a questa virtù del suo animo, e con più rammarico 
gli faceano tollerare il peso del suo difficile ministero. Avrebbe vo- 
luto che il papa gli concedesse di tornarsene alla solitudine del 
chiostro ed alle sue tranquille contemplazioni; sarebbe rimasto volen- 
tieri in quella bellissima parte della nostra cara Itaha. Ma Guglielmo 
di Warlewast , spedito dal re , veniva a negoziare con Urbano. Nel 
concilio di Roma ( 1." maggio 1099) , ove la causa del primate do- 
veva esser decisa , ove Reingero vescovo di Lucca , quasi mosso da 
repentina ispirazione , alzò la voce fulminatrice contro quel prin- 
cipe , non si procedette altrimenti a far decreto che lo condannasse. 
L' oro inglese , a parere di alcuno , avrebbe fatto breccia nell'animo 
del pontefice , e forse provocato lo sdegno generoso di Reingero. 
Contro i nemici della Chiesa furono generalmente ripetute le sen- 
tenze emanate prima in altri concilii : il giudizio della causa fra il 
re ed il primate fu differito al 29 di settembre : e questi , forse 
non ben soddisfatto , se ne partì per Lione. Ma io mi reco malage- 
volmente a credere che alla mitezza del suo cuore benevolo potessse 
offendere la condiscendenza del pontefice verso Guglielmo , la cui 
condannazione era implicitamente contenuta nella general sentenza 
contro i nemici della Chiesa. Dubito che fra il pontefice e lui cor- 
resse alcuna convenzione opportuna , per la quale se al termine 
della dilazione conceduta al re questi non avesse soddisfatto alla 
Chiesa , Anselmo sarebbe licenziato a scomunicarlo (1). 

Intanto moriva Urbano , e Pasquale secondo gli succedeva. An- 
selmo stavasi a fratellevol vita con l'arcivescovo di Lione , andando 
anco a Cluni e in altre terre di Francia : predicava al popolo , che 
lo aveva in luogo di uomo santo e operatore di miracoli: tornava 
a meditare sulla ragione del Cristianesimo , e scriveva sulla conce- 
zione della Vergine , sul peccato originale , sulla redenzione , sulla 
vita futura ; mentre Guglielmo Rosso aggravava più duramente che 
mai la mano predatrice su i beni ecclesiastici. Ma una freccia , o 



l'I) Infatti, Anselmo scrisse poi a Pasquale secondo, facendogli note le sue 
condizioni , e scusandosi con lui se non si movesse a scomunicare Guglielmo. 



E IL SI O RECENTE STORICO FRANCESE 135 

vil)rata da forza nemica o portata dal caso , inaspettatamente lo 
spense. Non die segno di pentimento , né di altro senso umano o 
cristiano. La gente oppressa respirava, e benediceva alla Provvi- 
denza: Anselmo pianse la morte del suo nemico. Poi, invitato dal 
nuovo re con lettere piene di filiale fiducia e di riverenza , chia- 
malo dai grandi , dal suo clero e da tutti i buoni , si disponeva a 
tornare alla sua sede arcivescovile. Giunse a Douvres il 23 set- 
tembre del 1100 , e dopo un esilio quasi di tre anni rivedea l'In- 
ghilterra. 

VI. 

Enrico I, era il terzo tiglio di Guglielmo conquistatore: amante 
delle lettere, cupido d'impero, non disposto a magnanimith, am- 
maestrato alle arti politiche anco dalla necessith di usarle per sod- 
disfare alla sua ambizione ed innalzarsi al trono dopo l'estinto fra- 
tello. Una parte della nobillh normanna gli era contraria, la quale 
in quel suo innalzamento vedeva una usurpazione inguriosa ai 
dritti di Roberto duca di Normandia; ond'egli cercò sua forza nel 
popolo inglese e nel favore del clero : e con una dichiarazione 
scritta intorno ai modi del suo governo, cominciò il patto costitu- 
zionale tra il principe e la nazione. Alla sapienza ed all'autorith di 
Anselmo pareva che moltissimo egli volesse attribuire, così per ri- 
spetto alle cose sue proprio , come per rispetto all'amministrazione 
del regno. Manderebbe uomini che nel suo ritorno lo ricevessero, 
e danari che delle entrate non avute Io compensassero: egli mede- 
simo anderebbe a Douvres ad incontrarlo. Realmente, gli confermò 
i diritti ed i privilegii gih goduti da Lanfranco. Ma non prima lo 
ebbe veduto a Salisbury . non prima gli ebbe fatto le amorevoli 
accoglienze, che gli chiese l'omaggio, apertamente dichiarando, 
essere di ragione, ch'egli anco dalle mani del nuovo re avesse la 
investitura della sua dignith primaziale. Non era dunque sorto il 
desiderato giorno della pace; anzi bisognava tornare a comliallere,' 
quantunque con altre armi e con un altro avversario. 

Anselmo oggimai conosceva pienamente checché avesse attinenza 
alla c|ueslione delle investiture , e la dottrina professata intorno ad 
esse dalla Chiesa di Roma ; e dal pontefice aveva avuto prescrizioni 
secondo le (juali avessero a riordinarsi le cose. Nessuna ragion poli- 
tica . nessuna l'orza lerren;i io avrebliero potuto rimuo\(Te dalla ns- 



136 SANT'ANSELMO d' AOSTA 

servaiiza degli accettati principii. Ma l'anima sua era piena di dol- 
cezza e di amore, e ad Enrico non dispiaceva mantenere intatta la 
sua potestà, negoziando, cavillando, pigliandosi tempo, alternando 
minacce e temperamenti opportuni. Al matrimonio del re con la bella 
e buona Matilde di Scozia , alle armi mosse a respinger quelle di 
Roberto , ad ogni altra cosa la quale non offendesse al dritto della 
Chiesa, non mancavano mai l'officiosa volontà, l'aiuto , la coopera- 
zione del primate. Dall'altra parte, il re consentiva che fosse cele- 
brato un concilio , nel quale non pure si provvedesse al buon costu- 
me dei laici, ma, avendosi a porre migliori ordini alla vita del clero, 
si potessero deporre parecchi vescovi e abbati simoniaci ; come in 
effetto furono deposti. Sennonché l'incremento di potenza morale 
che indi venne all'arcivescovo di Canterbury, stimolò Enrico a le- 
varlosi d'intorno in alcun modo convenevole ; onde quel venerando 
uomo, già prossimo all'anno suo settantesimo, dovè ripassare il 
mare il 27 aprile 1103 riprendendo la via. per la Itaha a trattare 
col romano pontefice, e ad impetrare tal soluzione della gran lite , 
la quale potesse essere accettala da un re d'Inghilterra. 

Pasquale secondo fece alcune concessioni ; stette saldo nella in- 
terdizione delle investiture ecclesiastiche. 11 perchè Guglielmo di 
Warlewast , inviato a Roma dal re , e poi a Piacenza fattosi com- 
pagno di Anselmo reduce alla sua sede arcivescovile, separossi da 
lui come furono giunti presso a Lione , dandogli argomento a 
conoscere i riposti intendimenti di Enrico. Non riuscita con piena 
fehcità di successo la legazione a Roma , e non essendo disposto il 
primate a fare col re ciò che i suoi predecessori avessero fatto , 
rimanesse fuori del regno. Dimorò parecchi mesi con l'arcivescovo 
Ugo , tornato allora dalla Palestina : gli furono sequestrate le sue 
rendite : i mah della sua diocesi , le tenere preghiere della regina 
Matilde gli erano pensiero doloroso e gU toccavano il cuore : e gli 
uomini poco avvezzi agli scrupoli avrebbero voluto da lui non tanta 
squisitezza di senso morale e religioso , non tanta sottilità e seve- 
rità di ragioni , ma più politica ed uso di mondo. Finalmente ri- 
cevette una bolla pontificia, e giudicò che il tempo richiesto all'azione 
fosse venuto; imperocché Pasquale fulminava la scomunica contro 
il conte di Meulan e gli altri regii consigheri , e per poco la terrebbe 
sopesa sul capo del re. Adunque, mosso anco dai conforti di Ugo, egh 
avvicinavasi all' Inghilterra con animo di eseguire le sentenze del- 
l' ultimo conciho di Laterano. Parlò prima con la contessa Adele so- 



E IL SUO RECENTE STORICO FRANCESE 137 

rella di Enrico ; poi in Normandia con Enrico stesso , il quale 
moslrossi pronto a sciogliere dal sequestro le rendile del primate , 
restio a cedere le investiture , intorno alle quali nuovamente 
avrebbe trattato col papa. l'n rarjcjio di sole cominciava a splen- 
dere frale tenebre dell'oppressione, dice uno scrittore di ([uel tempo; 
ma le convenzioni fatte con Enrico non avevano adempimento: e nel- 
lìnghil terra così cresceva da per tutto, e in forme diverse, il disor- 
dine della vita , che il male stesso dovesse portarvi il necessario rime- 
dio, piegando le forze contendenti ad una opportuna conciliazione. 
Il papa con una nuova bolla tolse via ogni diflicolta ; e il lo ago- 
sto 1106 Anselmo, riavutosi allora da una infermith sua, rivide 
il re nell'abbazia di Bec, ove, fra le dimostrazioni di reciproca 
fiducia e di lietissima contentezza, fu fermata la pace. 

L'arcivescovo rientrò in Inghilterra quasi trionfando: aspettato 
e preceduto sempre nel suo viaggio dalla regina , accompagnato 
dall'allegrezza universale. Ma il suo corpo più non godeva la salute 
antica. Nella Pentecoste del 1107 dovevasi dar fine alla questione 
tra le due potestà in forma solenne; e ne fu differito radempimento 
al di primo di agosto, per malattia del primate. Adunatisi a Londra 
i grandi del regno, Enrico ed i vescovi composero la lite secondo- 
che da Pasquale era stato prescritto: il re cedesse le investiture;* 
il papa avrebbe tollerato l'omaggio. Così l'una parte e l'altra pie- 
gavasi alla concordia con una concessione opportuna. Ma il re ce- 
deva, il papa tollerava. Lh era la rinunzia formale di un dritto 
illegittimamente esercitato : qua la libera condiscendenza verso un 
costume , e non la ricognizione di un dritto. Roma giuridicamente 
vinceva.. 

VII. 

Piccol tempo avanzava alla vita terrena del nostro Anselmo. E 
in quella sua età , dopo aver sostenuto tante ostilità e travagli di 
spirito , e con una salute sempre più incerta , pur sentia nascersi 
in petto il desiderio delle opere grandi , e il rammarico provava di 
non poterlo effettuare per necessità di prudenza. Ma tutto ciò che 
potesse, egli non si rimase di fare. Uiordinò l'economia di quella 
mensa arcivescovile, dando assetto anco agl'interessi suoi proprii : 
imperocché rjuando entrava al possesso dei beni della sua Chiesa 

Augii. St. 1t. Niioni S'-rie, T.ì\. P. Il i8 



138 SANT'ANSELMO d'aOSTA 

gli fu bisogno di farsene anticipare le entrate ; e poi , spogliato delle 
sue rendile, dovè accettare gl'imprestiti degli amici. A correggere 
i troppi vizii del clero , e introdurre buoni ordini di ecclesiastica 
disciplina, celebrava a Londra un nuovo concilio. Creava vescovati; 
metteva vescovi nelle sedie vacanti ; per tutti i luoghi , a tutte le 
cose , nei quali ed alle quali dovesse o potesse esercitare la sua 
autorità , o estendere le sue cure , era presente con lo zelo e la 
vigilanza. Al re consigliava, ponesse modo alla licenza mostruosa 
della sua corte , la quale imperversava in tutte nefandita , e ovun- 
que passasse lasciava segni luttuosi di uccisioni e d'incendii. E il 
re imponeva freni alla sua corte ; e in caso di assenza sua , se ne 
rimetteva al primate che reggesse egli lo stato. Il quale era avuto 
in grande onore da tutto il regno ; e dalla Italia , dalla Spagna , 
dalla Germania , dalla Danimarca , da tutta la cristianità latina, gli 
venivano testimonianze di stima e di riverenza. Né, a dar più ri- 
salto alla sua grandezza interiore, stettesi muta l'opinione di coloro 
i quali in quell'altezza del grado suo avrebbero desiderato che 
la semplicità cedesse alla esterior grandezza delle forme, cioè alle 
apparenze. 

Fra tante occupazioni e pensieri non dimenticò gli studi suoi 
•più graditi; ma speculando sempre intorno alla natura divina, alla 
vita dell'uomo ed al Cristianesimo ,.e di tutte queste cose cercando 
le intime e necessarie congiunzioni, diede l'ultima mano al hbro: 
De concordia praescientiae et praedestinationis , nec non gratiae Dei 
cum libero arbitrio. E già sul punto di volare alla visione eterna 
del Vero , levavasi a concetti non manifestati prima da altri sull'ori- 
gine dell'anima umana, e avrebbe voluto poterne lasciare al mondo 
la meditata dottrina. 

Quest'uomo illustre , il quale appartiene alla Italia, alla Francia 
ed alla Inghilterra , era nato al profondo e soUngo o conversevole 
uso del pensiero ed al pacato adempimento della legge morale , e dovè 
lungamente combattere , e vinse quasi suo malgrado e con la forza 
del dovere e di Dio. Negli ultimi anni del viver suo ebbe pace ; ma 
acciocché neppure al suo sepolcro mancasse la palma della vittoria, 
chiuse la sua milizia terrena difendendo le ragioni della Chiesa di 
Canterbury, e l'ultimo suo atto più memorabile fu una imperiosa in- 
terdizione dall'officio suo all'arcivescovo di Yorck, il quale repugnava 
a sottomettersi all'autorità del primate. Moriva il 21 aprile 1109; e 



E IL SUO RKCENTE STORICO FRANCKSl- 139 

poco dopo la sua morie il Legalo ponlificio , il clero anglicano ed 
il re Enrico riconoscevano solenuemenle il dritto della sua Chiesa. 



Vili. 

La bella vita di Anselmo di Aosta meritava che alcun dotto 
italiano vi ponesse studiosamente T ingegno, e risguardando così 
alle azioni , come alle dottrine , ne facesse il t(Mua ad un letterario 
lavoro. Ma dopo il Raineri, il Mazzuchelli ed il Tiraboschi , non so 
se altri l'abbia scelta a materia particolare di studio ; e noi in que- 
sta cosa, che pure è nostra, se non dobbiamo ricever lume dagh 
stranieri , possiamo riprender cammino dopoché gli stranieri ce ne 
ebbero aperte le vie (1). Il signor Carlo Remusat , preceduto dai Te- 
deschi , ha eseguito in Francia quello che non ha saputo fare la 
Italia (2). A dover meglio estimare il valore della sua opera, io ho 
brevemente narrato la vita di Anselmo, distinguendone bene le parti 
l'una dall'altra, mettendone in luce le piìi prominenti, e disponen- 
dole tutte a rendere necessaria la testimonianza della forma indi- 
vidua dell'uomo. Così l'argomento istesso che altri avesse a trattare, 
indicherà i doveri dell'autore del hbro: Anselmo sarh il giudice del 
suo storico. 

Facendo i suoi studi sopra Abelardo , il signor Remusat non po- 
teva non abbracciare col suo spirito gli ordini della civiltà cri- 
stiana per tutto il secolo duodecimo ; la cjuale , principalmente con- 
siderata nella Chiesa o per rispetto alla Chiesa, egli vide espressa 
in quattro grandi figure: in San Rernardo, in Pietro Venerabile, 
in Sugcro ed in Abelardo. E col pennello della istoria egli volca co- 
lorire il disegno suo , sicché ciascuna di quelle quattro figure rap- 
presentasse un distinto ordine di cose , e tutte insieme (juel secolo. 
Ma non avendo potuto recare ad effetto il suo divisameuto , egli 



(1) Il Raineri sui finire del secolo XVU pubblicò la sua Storia panegirica di 
Sant'Anselmo, la quale ho cercalo invano nelle biblioteche di Firenze, di Pisa 
e di Lucca. Esiste in quella di Siena ; ma ò opera voluminosa di un buon uomo 
che loda , non il lavoro di un pensatore che scrive. 

(2) Saint Ansclmc de Cantorbcry , tableau de la vie monaslique ci de la hilte 
dii pouvoir spirituel avec le pouvoir Icmporel au onzièinc iièclc , par M.' Charles 
De Remcsat. Paris i853. — I tedeschi che ebbero preceduto al signor Remusat , 
sono i! Francie , l' Hasse ed il Moehler. 



<40 SANT'ANSELMO d' AOSTA 

volse il pensiero al nostro Anselmo di Aosta , monaco, vescovo , 
filosofo , santo , e quindi buono ad offrirci una fedele immagine della 
Chiesa in una sua grand' epoca , cioè nel secolo undecime. A de- 
durre la sua narrazione da fonti primitive le autorità gli abbon- 
davano : Edmero che intimamente visse con l'arcivescovo di Can- 
terbury , Giovanni di Salisbury , Guglielmo Somerset , Orderico Vi- 
tale, Guglielmo Gemeticense, Matteo Paris , altre scritture antiche, 
e le quattrocento e più lettere dello stesso arcivescovo. L'opera è 
divisa in due libri. 11 primo è narrazione di fatti accompagnata qua 
e Iti da ragionamento , e contiene la vita del monaco , del vescovo , 
del filosofo , del santo : il secondo è ragione di cose , e l'autore vi 
parla della lotta fra la potestà secolare e quella ecclesiastica , e dei 
libri e delle dottrine del filosofo cristiano. 

La Chiesa e la politica , la religione e la scienza , che erano i 
tèmi scelti a dover fedelmente rappresentare i tempi di Abelardo, 
non so se avessero potuto far luogo a distinzioni più sostanziali e 
più giuste. Ma in Anselmo non abbiamo , come dice il signor Re- 
musat , un monaco , il quale diventa un filosofo ed un vescovo , i 
quali da ultimo ne fanno un santo: abbiamo un uomo, il quale 
nel medio evo si fa monaco per dover meglio esser filosofo , e il 
quale , diventato vescovo , acquista nuovi ed insigni meriti , accioc- 
ché la Chiesa gli renda giustizia con la opinione rehgiosa di una 
gloria immortale. Ma se al concetto generale di questa istoria manca 
la sintesi delle parti secondo la necessaria ragione delle cose , tutte 
le parti richieste a costituirlo vi sono ; e il signor Remusat appli- 
cossi all' opera sua con tali disposizioni di spirito , che lo condizio- 
nassero a fehcemente eseguirla : con quell'amore ^ che ti fa perseve-^ 
rante ed accurato negli studi , e da cui viene l'aura vivificatrice, 
ond' abbia forma la materia tolta a trattare; con quella Ubertà di 
discorso che serve unicamente al vero ; con quella moderazione di 
animo che è mezzanità soltanto ai tristi ed agli impotenti. Dee lo 
storico poter farsi contemporaneo degli uomini dei quali narra la 
vita , senza perder sé stesso , né obliare il secolo a cui egli appar- 
tiene , in questa trasmigrazione del suo pensiero. Onde il nostro 
autore die luogo nel suo libro anco ad alcuno di quei racconti , che 
altri , con fastidio superbo , avrebbe lascialo alla creduUtà volgare ; 
ma che ci fanno più veramente sentire la presenza del medio evo. 
Leggesi tutta l'opera con un piacere che non ci lascia mai , o che 
di rado vien meno. La diligenza e la gravità del narratore ci affi- 



E IL SUO RECENTE STORICO FRANCESE 1 41 

dano , e la varietà ed importanza dei falli leiipton desta la nostra 
attenzione. Ma la copia delle cose poteva alcuna volta essere sa- 
pientemente ristretta dentro più brevi terminile le considerazioni 
filosofiche ora essere ancli'elle piìi sobrie , ed ora più concludenti. 



IX. 



Per cinque aspetti , come già potemmo discernere , mostrasi na- 
turalmente distinta la vita di Anselmo di Aosta , chi ben la con- 
sideri. Dapprima voi vedete il conato istintivo delle potenze , che 
voglionsi recare all'atto appropriato alla loro radicale disposizione. 
Poi il giovine si reca nello stato convenevole all'uomo chiuso vir- 
tualmente in lui ; il quale nella operosa solitudine e tra i couunercii 
di una fraternità spirituale manifesta per tempo il verbo della sua 
anima nella maggior bellezza del suo pensiero filosofico. L'uomo 
che dal medio evo era stato fatto monaco per dover meglio venire 
a scienza e virtù, indi per la celebrith meritata b posto fra i principi 
della Chiesa, e dee combattere col mondo barbarico per la Chiesa, 
cioè per lo spirito. Qui le condizioni generali di quella cristianith , 
il sacerdozio e l'impero, il feudalismo e Gregorio Settimo, i Comuni 
che sorgono, e i Crociali che vanno all'acquisto di Terra Santa, 
cioè un movimento universale di nuova vita, e l'Inghilterra e Roma 
l'una a fronte dell'altra debbono ([uasi direi costituire l'anfileatro, 
in cui si contempli la lotta fra il nostto arcivescovo di Conturbia , 
e i due re Guglielmo ed Enrico. !•> (pii Anselmo porgesi alla osser- 
vazione del mondo sotto un duplice aspetto. Quantlo deve mante- 
nere la ragione della Chiesa contro Guglielmo, egli è nuovo al com- 
battimento, e non conosce bene tutta la dottrina né le cose che 
vi abbiano attinenza. Sente che il lume e le distinte cagioni del 
vigore gli debbono esser dati da Roma ; e viene in Italia. Quando 
Enrico gli sta di contro , Anselmo conosce Roma e (|uelle cose e 
quella dottrina : potrebbe moversi , ed anco si move con più sicurtà; 
ma anco è qjtenulo dalla natura del re , dalla nuova forma del 
conllilto , e dalla sua propria coscienza. Chiedere da lui le virtù 
dell'atleta o dell'uomo politico, che cerca le forze inimiche per 
dovere esercitare le sue , e aspira a trionfo strepitoso per soddisfare 



fi2 SANT'ANSELMO d' AOSTA 

alla sua ambizione , sarebbe un presumere eh' egli fosse dovuto es- 
sere quello che non poteva , né voleva. Ch' egli non pensava mai 
a diventare primate d'Inghilterra, e diventò per forza usata alla 
sua volontà. E come fra la legge divina e la umana, fra la morale 
e la politica , fra la Chiesa e lo Stato egli non vedeva se non ra- 
gioni di perfetta concordia , così scendea nell' arringo cedendo ad 
una necessità estrinseca a quelle leggi eterne dell'ordine, e però 
alla sua vita , e per compiere scrupolosamente un dovere ch'egli con 
Ubera elezione non ebbe imposto a sé stesso. Onde il suo non è in 
verità quel coraggio passivo , di che parla il signor Remusat , ma la 
magnanimità di tale che combatte non per sé , ma a mantenere un 
principio , ed è pronto a morire per la sua causa : sembra temere 
la mischia , usa le armi unicamente necessarie alla difesa , perché 
non potrebbe operare il male per dover giungere al bene, ed ama 
e vuol sempre salvo il nemico , e finalmente vince ; vince come dee 
vincere un prete ed un santo, e dietro la umiltà dignitosa de' fatti 
suoi sta la grandezza e la perfezione morale della sua anima. Così 
i quattro aspetti , in che fino ad ora lo abbiamo contemplato , ar- 
monizzano tutti all'unità di una vita individua; ed il quinto, cioè 
gli ultimi e più tranquilli e gloriosi anni del suo ecclesiastico prin- 
cipato , sono la necessaria conclusione e la degna corona di tutti 
gli altri che li precedono. 

Questa a parer mio era la forma dell'uomo , che voleva essere 
espressa nella costituzione del libro. Imperocché ove ti succeda di 
recar bene gli effetti ai loro principii generatori, anco le idee corri- 
spondenti a questi principii tornano creatrici nella tua mente ; e la 
tua storia é poesia insieme e filosofia quanto si convenga con la sua 
certa natura. Poesia, perchè avverando intellettualmente nella tua 
cognizione le forze, onde procedette la esplicazione di una vita, puoi 
riprodurre questa con tal discorso , che renda similitudine di quel 
processo espUcativo , e dia artistica bellezza al tuo libro. Filosofia , 
perchè quelle idee creatrici sono anco la ragione necessaria di que- 
gli effetti. E il tuo lavoro tanto più propriamente è storia , quanto 
meno potè dipendere dal tuo beneplacito , e la verità che narri non 
pure ti viene dalle apparenze empiriche , ma e dalle cagioni recon- 
dite. Per questa via di ragionamento potrebbesi anco giungere ad 
una dottrina , la quale scoprisse la fallacia di alcuni argomenti mossi 
contro il romanzo storico , e la quale nella identità di un superiore 



E IL sio «ecentiì: sroiuco kkancese 143 

principio mostrasse la ragion comune dei fatti, che prima di essere 
consumati furono possibili , e delle invenzioni congeneri , che siano 
narrate come fatti, perchè sono cose possibili (1). 

Or s'io considero il Sanf Anselmo di Canterbury espresso dall'il- 
lustre signor Remusat , e guardo all'idea storica, alla cui norma 
doveva poter esser condotto il lavoro , non mi sembra per verità 
ch'egli lo abbia esemplato artisticamente su quel modello. Checché 
appartenga alla vita di quell'egregio uomo trovasi nel hbro , o 
dall'autore del Ubro non fu trascurato. Noi sentiamo di essere 
nel medio evo : con que' monaci , con que' baroni , con que' prin- 
cipi , con que' pontefici. Nei viaggi di Anselmo le memorie della 
sua terra natale e della famiglia tentano anco l'affetto dello sto- 
rico , il (juale vorrebbe farle rivivere all'anima de' suoi lettori. 
Nella Italia la contessa Matilde , a Blois la contessa Adele , sorella 
di Guglielmo e di Enrico , la regina Matilde nell'Inghilterra ci fanno 
j)ensare la potenza della donna cristiana in quel secolo , e più inti- 
mamente conoscere il buono arcivescovo quasi fra le grazie e i fiori 
di una tenera e rispettosa benevolenza. Assistiamo talvolta alle sue 
meditazioni filosofiche ed alla composizione de' suoi libri . i quali 
veggiamo nascere ad uno ad uno , e possiamo fermarne la cronolo- 
gia seguitando il corso della sua vita. Ma la grande immagine di 
Gregorio settimo non fu sainenlemcnte espressa, né collocata a con- 
veniente altezza , quasi ad occupare con la sua autorità lo spazio 
di quella civiltà tempestosa ; e il perpetuo ordine della narrazione 
non procede secondo una ragione organica , la quale risulti dalla 
combinazione profonda dell'idea filosofica e di quella poetica nella 
idea storica. L'autore, con sobrietà virile e sapiente distribuzione 
di cose, non diede splendido risalto a quelle che contengono anco il 
valore delle altre , le quali potessero o dovessero rimanere nell'om- 
bra : non cercò bene nella forma individua della vita che egli nar- 
rava l'armoniosa elo([uenza del suo racconto : non riprodusse la 
veritìi di un secolo defunto col vigore di un artista che crea. Ma 
ciascuno ha i modi suoi proprii ; nò io presumo che queste , che 
a me sembr;mo esser leggi della perfetta arte di scrivere istorie , 
debbano esser leggi per tutti , né sempre osservate. Sennonché la 



(1) E certo non si capisce bene come l' illustre Manzoni dall' un de' lati fac- 
cia buon viso alle idee platoniche , dall'altro trovi ripugnanza o inconciliabilità 
fra 2'i elementi di che si compone il romanzo storico. 



144 SANT'ANSELMO d' AOSTA 

vila di Anselmo fu cosi una ed intera, che dovesse avvertire il suo 
Storico di conformare il libro alla legge di questa unità : fu gover- 
nata con impero cosi costante dalFautorità dei principii , che il si- 
gnor Remusat , senza tema di far dipendere arbitrariamente i fatti 
dal valore prepostero delle idee , avrebbe potuto , anzi dovuto cer- 
carne il più meno felice e sempre inteso riscontro con l'ordine dei 
principii (1). 

X. 

Esercitato al dotto uso del discorso filosofico egli , scrivendo li- 
bri storici , volentieri si adagia nella dissertazione accademica. La 
lotta fra le due potestà è fatto di tanta importanza , che merita 
per fermo di essere profondamente considerata : e determinare i 
giusti confini fra l'una potestà e l'altra non è questione che l'uomo 
possa risolvere senza superare molte difficoltà. 11 signor Remusat 
le ha sentite , ed ha scritto alcune savie e belle considerazioni su 
questo argomento. Ma non tuttociò ch'egli dice potrà essere gene- 
ralmente approvalo ; ne la sua duplice ipotesi sopra la Chiesa parmi 
che faccia raggiunger lo scopo , al quale ne dovesse condurre. I 
suoi intendimenti son buoni: la ragione poteva penetrare più nel 
midollo delle cose: la dialettica essere più severa: la storia, più 
pienamente pensata. 

Nel Nuovo Testamento egli non sa trovare i fondamenti di quella 
costituzione della Chiesa che poi fu edificata nel mondo. Or s'egli 
non parlasse di fondamenti né di potenze , le quali poi si avessero 
ad estrinsecare nella forma e nell'atto di un gran sistema di vita, 
io consentirei che ci fosse cagione di maraviglia il non vedere co- 
sì fatta la Chiesa primitiva , com' ella mostrossi dopo i tempi di Co- 
stantino , o dopo queUi di Carlo Magno , o nel secolo undecime. Ma 
fra le potenze e l'atto non è discontinuità di legami per intervallo 
di tempo che ci si frapponga : e che la posteriore costituzione della 
Chiesa fosse virtualmente ne' suoi principii vorrei poter dire che 
fu dimostralo in alcun luogo delle sue opere anco da Vincenzo 
Gioberti. Vero è che questa medesima esplicazione dinamica , la 



(1) Ma , a sentenza del signor Remusat , le azioni di Anselmo non avrebbero 
sempre potuto conformarsi all'autorità dei principii. Vedi pag. 18'! , seg. , e Comp. , 
pag. 96 seg. 



E IL SUO RECENTE STORICO FRANCESE 145 

quale si effettua noi tempo, questa varieth di forme o di modi, i 
quali hanno proporzione e convenienza con le diverse condizioni 
delle cose, argomentano nella Chiesa una parte mutabile e transi- 
toria : e anch'olla ha distinto sempre il domma dalla disciplina. 
Distiguasi adunf|ue la sostanza dagli accidenti; ma si tenga per fermo 
che tra il principio informatore o il sistema organico, e l'atto pro- 
prio della Chiesa non può non essere cognazione intima e necessita 
di continui legami. Ond' io non credo che dovendosi parlare de- 
gnamente di lei si possa proporre la doppia ipotesi fatta dal signor 
Remusat , e ragionarne ora come di una istituzione sociale o poli- 
tica , la quale sia la semplice guardiana e conservatrice della verith 
divina a lei confidata; ora di una istituzione spirituale, che per la 
natura del principio assoluto che la informa abbia a diventare una 
teocrazia intollerabile. Qui i principi! organici non sono appropriali 
al corpo che debbono informare , la sostanza immutabile non è 
ben distinta dai filiti , le supposizioni non rendono fedelmente la 
storia , né ci somministrano un criterio sufTiciente a giudicarla. E 
il lettore non saprebbe in verith da qual parie formarsi, se il buon 
senso e l'animo moderato dell'autore non supplissero in alcun modo 
alla sua dialettica , facendo cenno ad alcuna contemperanza di ra- 
gioni che renda possibile un accomodamento prudenziale. Ma se 
tu vedi nella Chiesa una istituzione meramente politica, ella non è 
più dessa ; la quale e nel suo principio fondamentale e ne' suoi 
ordini organici, e nella coscienza che debba avere di sé, e nella 
opinione dei fedeli , è una istituzione divina e divinamente eser- 
cita la sua autorith. Se tu vedi una istituzione spirituale , la quale 
per effetto del suo principio informatore possa degenerare . e sia 
alcuna volta degenerala in una teocrazia mostruosa, attribuisci tanto 
all'idea, quanto ad essa non si fosse dovuto concedere, e confondi 
un'altra volta i fatti coi principii. La Chiesa dobb'esser tale, che 
da lei non abbia a procedere se non il bene morale dcU'umanita. 
Se leggendo la sua storia trovasi anco del male , questo non re- 
cheremo al principio che la informa , ma agli uomini; non alla sua 
necessaria costituzione , ma a cagioni estrinseche ad essa ed ac- 
cidentali. 

L'autore essendosi proposto di ragionare delle due potestà . 
avrebbe potuto muovere dalia forma spocilìca della civiltà cristiana, 
determinando teoricamente in alcun modo la natura, i limili, e 
lo reciproche attinenze della Chiesa e dello stalo, e fra la Chiosii o 

Akcii. Si. 1t. , Nuora Seri'- . T.M, l'.ll. kj 



HCì SANT'ANSELMO E IL SUO STORICO FRANCESE 

lo slato (1). Poi applicare la sua dottrina alla storia per dover giudi- 
care il secolo di Gregorio VII. E finalmente concludere giudicando 
Anselmo , i due re d' Inghilterra , e le diverse opinioni degli sto- 
rici intorno all'esito finale di quel conflitto politico e religioso. Ma 
egli ragionando molto della Chiesa presuppose di ragionare anco 
dello stato ; notò la natura e le difficoltà della questione più come 
uomo che possa e voglia nobilmente discorrere , che come dialettico 
che debba necessariamente concludere : e di quell'esito e di quelle 
opinioni non fece materia di discorso , perocché ne avea già par- 
lato nel primo libro della sua opera. Io credo di aver detto a suo 
luogo in brevi termini quello che se ne debba legìttimamente pen- 
sare (2). 

Passiamo ora alle dottrine del filosofo. 



Silvestro Centofanti. 



(-I) Vedi a pag. 280 e seg. I limiti né le ragioni che debbono valere fra le 
due potestà non sembravano ben determinati. 

(2) Altre considerazioni critiche potrebbero esser fatte non diflOicilmente da 
altri. — Non lasceremo di notare che l'Autore , a pag. 99 , pone le Istituzioni di 
Giustiniano in luogo delle Pandette. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 



NEL CORUKNTE SECOLO 



A l>I{()P()Srn) DI INA MKMCUIA l'KKMlATA DAI.L LSTITITO DI VENEZIA 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 



NEL correnti: secolo 



A PUOl'OSITO DI INA MEMORIA PREMIATA DALL' ISTITl TO DI VENEZIA 



L'Istituto di Venezia proponeva, or sono due anni, un premio 
di lire 1800 a chi meglio rispondesse al seguente quesito: << Para- 
gonare gli ultimi 2o anni della letteratura italiana coi 25 antece- 
denti , per trarne deduzioni utili alla letteratura medesima ». 

Furono inviate tré Memorie al concorso, e l'Istituto ai 28 di 
maceio del 18.')5. a crande nluralilh di suffragi!, Giudicò decna di 
premio quella del veneziano Antonio dall'Acqua-Giusti , quantun- 
que egli non avesse risposto compiutamente al quesito. 

Abbiamo letto (piesla Memoria scritta sul bello argomento; e in 
universale, i giudizi sugli uomini più cospicui della letteratura ita- 
liana e sul complessivo andamento di essa nel secolo XIX, ci par- 
vero veri il j)iìi delle volte . e dimostrativi di buon gusto e di 
ingegno sottile ; ma nei particolari ci dolse quasi sempre di trovare 
negligenza , e Irascuranza di molti degli elementi di cui era neces- 
sario tener conto per fare opera piena ; e la parte storica , in cui 
l'autore si provò, ci apparve poverissima cosa. Egli volle andare 
per le scorciatoie, e inciampò in pericolosi scogli. 

La Memoria ò divisa in qualtio parti. La priuia discorre di 
alcuni scrittori fioriti nei primi 2o anni del secolo; la seconda, de- 
gli anni seguenti (ino a oggi ; la terza istituisce confronti fra i due 
periodi; e la fjuarta ne fa deduzioni. 

Noi gli terremo dietro rapidamente ì)er dargli lode delle cose in 
cui mostrò buon giudizio e buon gusto , e per accennare quelle che 



150 DELLA LETTERATURA ITALIANA 

tacque indebitamente , e le altre in cui , a nostro avviso , andò lungi 
dal vero. 

Egli nota come all'entrare del corrente secolo erano già segnati 
in Italia due grandi principii letterarii : la tendenza a una lettera- 
tura europea , e il culto di Dante. Già si erano incominciate a fare 
italiane le opere piii famose delle letterature straniere; si combat- 
teva contro i ciechi ammiratori dei classici ; s'insegnava che, oltre 
alle già note , potevano esservi altre forme del bello ; si tentava 
insomma una vera rivoluzione. Il Cesarotti raffazzonatore di Omero, 
amatore del Voltaire più che d'Euripide , aveva messe in pregio 
le nebbie caledonie colla sua fehce traduzione dell'Ossian, mentre 
filosofando sopra le lingue , colla tolleranza soverchia dava ansa 
a quelli che correvano a imbarbarire la favella italiana. Altri resi- 
stevano alle novità, rimettendo in amore e in onore il gran padre 
di tutta la gloria letteraria d'Itaha; al che avevano già dato opera 
le Visioni del Varano , gli scritti del Gozzi , le poesie del Parini , 
e l'Alfieri che prese da Dante l'ispirazione e lo stile della tragedia 
italiana. Principale combattitore in questa contesa fu il Monti, fat- 
tosi avanti con poesie splendidissime, con prose eloquenti, con 
satire mordacissime. Egli non ebbe il cuore di Dante , come scrisse 
già un gran poeta ; piegò a tutti i venti ; cantò la rivoluzione e 
la reazione, Napoleone e Francesco austriaco , i liberah e i despoti: 
ma dal lato del gusto rese un gran beneficio alle lettere; vendicò 
Omero dagli oltraggi del Cesarotti, rimise Dante in più onore; e 
quanto era mal fermo nelle opinioni politiche , altrettanto rimase 
tenace ai suoi propositi letterarii, e fece guerra feroce a tutti quelli 
che volevano che la letteratura fosse espressione vivente delle cre- 
denze , delle tradizioni, delle idee nazionali; e come uomo di parte 
andò ad ingiustizie , e quando coi dispregiatori dei classici confuse 
i savi che chiamavano a nuovo sindacato le regole poste dai retori 
come legame agli ingegni , e quando opprimeva di satire indegne 
la Crusca e il Cesari, che pure in varii modi facevano ostacolo al 
mal gusto del tempo. Egli pianse solennemente la mitologia e i 
sogni della Grecia poetica , e fece opera di salvare dal bando gli 
Dei dell'Olimpo ; ma non riuscì nell'impresa , perocché la nuova ge- 
nerazione più non voleva viver coi morti , e cercava dall'ItaUa vi- 
vente le sue ispirazioni. Né col Monti il Perticari , il Cesari , il Gior- 
dani , imitatori dei Greci, dei Latini e dei trecentisti, né il Botta 
imitatore del cinquecento, poterono arrestare il desiderio di novità ; 



m:l coiuu-nte secolo 151 

perchè cercjwaiio liborlh e cose nuove anche alcuni elei più reve- 
renti agli antichi , e quasi fij^liuoli di essi. E tra questi fu pure 
il più possente ingegno del cominciare del secolo, sul quale vogliamo 
qui riferire il giudizio dell'autore della Memoria, perchè assai bello 
e perchè può servire a temperare le invereconde parole ripelutesi 
spesso sull'uomo che più onorò le nostre lettere nel secolo decimonono. 

« Or vediamo , egli dice , come il desiderio di più libere lette- 
rarie forme vada mettendo esso pure i suoi frutti. A questo libera 
letteratura aspirò veementemente Ugo Foscolo. Nacque in Grecia. 
Venne giovinissimo in Venezia. La francese filosofia del passalo 
secolo non sembra lo allettasse gran fatto ; bensì le massime rivo- 
luzionarie lo riscaldarono. In Napoleone credette dapprima vedere 
un Washington , un Cincinnalo ; ma poscia al conquistatore die 
Iodi tali , che sono ammonizioni severe , e non gli piacque e non 
Io amò, e fini a detesiarlo. Fu poeta illustre, soldato, erudito 
professore. Fu amato e lodato molto , e anche molto odiato , e de- 
riso , e calunniato ». 

« Ammirò dapprima il Cesarotti ; poscia , più ancora , l'Airieri. 
Sulle orme del grande tragico diede alla scena , a venti anni , il 
Tieste. Più tardi , pubbhcò le lettere di Iacopo Ortis : le descrizioni 
dei colli euganei belle : bello l'impeto dell'amor patrio : il resto 
imitazione del romanzo di Goethe Carlotta e Werther , lettura per- 
niciosissima. Opere di erudizione sono la Chioma di Berenice, e 
l'edizione delle opere di Montecuccoli. Professore per pochissimo a 
Pavia . asshi filosoficamente ragionò dell'origine e dcirufTicio della 
letteratura. Con grande accuratezza tradusse il Viaggio sentimentale 
di Sterne «. 

« Ora veniamo al carme dei Sepolcri , la più bella poesia del 
secolo , e da annoverarsi tra i più bei versi che mai si scrivessero. 
Nuovo decreto del regno italico vietava nelle citth le tumulazioni : 
parve irreligiosi Ih ; così al carme del Foscolo non mancò la gran- 
dissima efficacia dell'occasione. Il melanconico téma era poi con- 
sentaneo a quel genere di poesia che poco dopo dovea chiamarsi 
' romanticismo. Volcasi poesia nuova: altri la novilh ricercava nei 
canti del settentrione : il Foscolo l'attinse da quella lelteralura 
stessa della quale parca che il mondo fosse già stanco, dalla let- 
teratura greca. Ma il mondo era stanco dell'abuso ridevole degli 
imitatori . era slanco dei luoghi coniuni : lo era di (pielle auliche 
storie bellissime sì . ma cantate e ricantale : non L'ià . lii Dio era- 



152 DELLA LETTERATURA 1TALL\NA 

zia, del gusto greco e dell'arte greca , arte e gusto che saranno 
immortali finché batta un cuore di poeta. Il Foscolo , greco di na- 
scita , italiano di educazione , Funa e l'altra lingua intimamente 
conoscendo, delle squisite analogie dell'una e dell'altra seppe mira- 
bilmente giovarsi a profitto dello stile e del gusto italiano. Che 
l'idolatria dello antico noi conducesse a riempiere i suoi versi di 
soverchie allusioni mitiche , non neghiamo : ovvia osservazione che 
valse troppe lodi al Pi nde monte ». 

« Ma non già tutto mitico . e non già tutto greco è il senti- 
mento che dettò i Sepolcri : l'aura cristiana , checché ne pensi lo 
stesso poeta , vi aleggia solennemente : il culto della avventurosa 
Firenze, e l'amore d'Itaha, traboccano dalla divina anima del poeta. 
E quando , con sublime invettiva , rimproverava a Milano , che 
sejiza pietra né parola dormisse il sacro capo del Parini, egli ob- 
bediva insieme alla voce del suo cuore e a quella della nazione. 
E se la superba allettatrice degli evirati cantori ebbe poi sete di 
uomini illustri, e pose simulacri a'suoi passati, e alcun suo vivente 
apprezzò come nessun altro avrebbe fatto , per molta parte e prin- 
cipalmente gliene venne l'impulso dai Sepolcri del Foscolo ». 

« Greco , la greca letteratura adorava: troppo forse, perchè non 
ne fosse inceppata la libera franchezza nel tradurre Omero: fati- 
cosamente compiè alcuni canti. Scrisse VAiace. tragedia lodata per 
istile , invisa al governo. Scrisse la Ricciarda, terza tragedia: lam- 
biccata mistione di medio evo e di greco è la favola : lo stile 
assai bello ». 

« Caduto il regno italico, il Foscolo si partì in volontario esigilo 
nell'Inghilterra, ove la fama dell'ingegno, e forse anche quella 
dell'avversione a Napoleone, gli furono buona commendatizia. Quivi 
scrivendo pei giornali , avrebbe in mediocre fortuna passato la vita , 
se potessero mai gli uomini letterali aver senno nell'amministrazione 
del proprio censo. Compiè gli Inni alle Grazie ; opera che emula 
il perfetto dell'arte greca. Il Gazzettino del bel mondo sente del Viag- 
gio sentimentale , e in prosa del Giorno. Parecchie cose dettò intorno 
alla letteratura itahaua, e allo Alighieri in principal modo, alquanto 
bizzaramente. Con erudizione e verità trattò della costituzione della 
veneta repubblica. Meditava una storia del regno italico. Ma la sua 
vita , già logorata da travagli e da sdegni , si andava spegnendo , 
mentre più invigoria la sua mente, ^(orì con tempra d'animo pari 
a quella ond'era vissuto. La lettera apologetica scritta un anno 



NEL CORUENTE SECOLO 153 

prima , con ragioni inconlrovcrlihili e con latti e docunìcnti , di- 
mostra qual Tosso il pensiero e l'anima sua. Una breve pietra nella 
terra inglese protegge le ossa del Foscolo ». 

Due Ivc belle pagine della Memoria sono consacrale al Man- 
zoni, apparso greco dapprima sulle orme del Monti e del Foscolo , 
poi divenuto capo della nuova scuola nemica agli Dei dell'Olimpo . 
e aspirante a letteratura nazionale, e cristiana ed europea. L'au- 
tore nel parlare degli Inni e delle Tragedie accopjìia la reverenza 
alla libera critica; e a proposito dei Promessi sposi ^ fa voti perchè 
l'equa posterità ricordi nel Mair/oni il poeta e dimentichi il critico, 
il quale da ultimo condannò l'opera sua dichiarando il romanzo 
storico un genere falso. E noi pure auguriamo che la posterità 
ricordi il cantore degU Inni , e crediamo che il nome di lui non 
perirà (inchè duri in Italia l'amore del bello: ma lungi dal farveli 
perchè si dimentichi il critico , stimiamo che il giudizio del romanzo 
storico. ])ortato dal più famo.so dei romanzieri italiani, contenga una 
delle più grandi verità vedute dal suo allo inlellello . e che (|uel 
giudizio onori, più d'ogni altra cosa , la lealtà e la nolMllà del suo 
cuore. L'uomo che dopo aver conquistato con un romanzo popo- 
larità in tutta Italia e bella nouiinanza anche dagli stranie- 
ri, confessa .spontaneamente e come per ol)bligo di coscienza che 
l'opera sua ò un genere falso , fa att(» che all'età nostra è più sin- 
golare che raro, e mostra tanta superiorità sulle umane miserie, 
che per questo solo meriterebbe la corona del più grande nomo 
del suo tempo. 

La scuola romantica di cui stette capo il Manzoni, eie contese 
suscitate da essa, sono tra i fatti più imijortanli della storia lette- 
raria nei primi 30 aimi del secolo. L'autore della Memoria accenna 
di volo (juei fatti, ma non ne discorre con quella pienezza che la 
materia chiedeva. Egh tocca delle riforme tentate in quella scuola 
sotto il rispetto dell'arte, ma non fa ])on comprendere l'alto scopo 
civile e morale a cui miravano le teorie dei ])iìi valorosi che pre- 
sero parte nella contesa. Non accenna neppure ai nobili sforzi 
fatti dai valentuomini che nel 1818 fondarono il Conciliatore a .Mi- 
lano : nulla dice della nobik; parte che poscia fece in ciò V Antologia 
di Firenze. Era giusto il dire che fu errore la troppa anuuiraziono , 
e quindi l'imitazione degli stranieri, e .specialmente dei Francesi: 
ma bisognava aggiungere che in questo errore non caddero i rajii 
della scuola romantica, e che Iti riprov.irnno tra essi lutti i iritici 

Ancii.ST.lT. .V«^).-; i'v/'., T. 11 P.n -211 



154 DELLA LETTERATURA ITALIANA 

più valorosi. A parer nostro, non è esatto anche il dire che la 
brama del vero e del nuovo e la vastità delle mire essi non portarono 
tanto nell'essenza delle cose, quanto nella forma deWarte. Oltreché 
l'esempio del Manzoni è una prova in contrario, crediamo che, per 
essere più chiaro e più giusto, il critico avrebbe dovuto distinguere, 
e notare che gli antesignani della scuola volevano mutata la forma 
dell'arte, perchè stimavano quella mutazione più adatta a mutare 
le cose , e che a questa novità delle cose , almeno in teoria , aspi- 
ravano soprattutto. Miravano a dare agli uomini una educazione 
nuova : volevano una rivoluzione letteraria ; e rivoluzioni non si fanno 
mutando sole le forme e lasciando stare la sostanza del vecchio. 

1 poderosi intelletti che col Conciliatore inalzarono la prima ban- 
diera del romanticismo, diressero tutti gli sforzi a liberar la ragione 
dalle pastoie accademiche , a dar vita a una letteratura più vasta 
e i)iù feconda , a educare nuovamente il proprio paese per renderlo 
capace di migliori destini. Stimando la letteratura tutt'altro che un 
balocco da oziosi, bandirono le nuUitb e le miserie scolastiche. La 
loro critica , non ispida di vani precetti , ma animata da spirito 
filosofico, percorreva un larghissimo campo, chiamando a soccorso 
degli ingegni le opere di tutti i tempi e di tutti i paesi. I venerati 
pregiudizi furono combattuti con coraggio, con solidità di dottrine, 
e con gaiezza d'ingegno; furono usate tutte le armi della parola 
contro la turba allora numerosissima di coloro che aborrivano i 
ragionamenti e l'analisi , che solamente si dilettavano di citazioni, e 
che bandivano come eresiarca della letteratura e degno della sferza, 
del ferro e del fuoco , chi non fosse della loro opinione. La nuova 
scuola-, gettandosi a corpo perduto contro costoro , predicò umanità 
e amore fraterno , portò in tutto la discussione , e stabilì i santi 
principii della ragione e della morale. Disse che la filosofia debbe 
spogliare i sudici cenci della pedanteria , e prefiggersi non di fare 
dei sofisti ciarlieri , ma dei cittadini di animo forte e benefico ; la 
professione delle lettere essere un delitto se non è esercitata come 
morale virtù, se non è coraggiosa ministra del vero. Vitupero a 
chi volge il santo ufficio della parola a cantare inni sul talamo dei 
potenti, a blandire le noie dei grandi, a celebrare le fortunate la- 
scivie degli amori volgari. Quindi penetrando più addentro nelle 
ragioni dell'arte, sostenne che la poesia e l'eloquenza debbono ispi- 
rarsi alle storie e alle tradizioni nazionali , e proporsi di eccitare 
nel poj)olo magnanimi affetti , come fecero ai loro tempi Omero , 



NKL COHHENTK SI- COLO 15.') 

Virgilio, Danto e tutti i pifi sonimi. Dopo la morte (icc;li Dei del- 
l'Olimpo, la milolot;ia che non può parlare a niuri cuore deve ban- 
dirsi da tutte le arti che vogliono commuovere i contemporanei. Bi- 
sogna studiare gli antichi nell'arte loro, non nella materia: imitarli 
come Dante ha imitato Virgilio, coU'idea di riuscir poeti moderni. 
In