Skip to main content

Full text of "Nuova istoria della repubblica di Genova, del suo commercio e della sua letteratura dalle origini all' anno 1797"

See other formats


Google 



This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pari of a project 

to make the world's books discoverablc online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct 

to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 

are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the 

publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with librarìes to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing lechnical restrictions on automated querying. 
We also ask that you: 

+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commerci al purposes. 

+ Refrain fivm automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encouragc the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpcoplcabout this project and helping them lind 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countiies. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web 

at |http: //books. google .com/l 



Google 



Informazioni su questo libro 



Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 

nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 

un libro clie non è mai stato protetto dal copyriglit o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 

dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 

culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 

percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 
Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Googìc Ricerca Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed edito ri di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 
nell'intero testo di questo libro da lhttp: //books. google, comi 



NUOVA ISTORIA 



DBLLA 



REPUBBLICA DI (iENOVA, 






' ' ■ i 



\ 



I 



INUOVA ISTORIA 



DELLA 



{EPUBBLICA DI GENOVA, 

suo COMMERCIO E DELLA SUA LETTERATURA 

DALLE ORIGINI ALL*ANNO 1797, 

miaATA ID IlLOITIATA 
CON NOTE IO INEDITI DOCUMENTI 

•A MICHBIi-ClllJSEPPE CANALE. 



VOLUME QUARTO. 





FIRENZE. 

FELICE LE MONNIER. 

4 864. 





V . . 



EPOCA QUARTA. 

dall'anno 1339 all'anno 1528. 



I DOGI POPOLARI. 



PARTE PRIMA. 



INIBII» pruho. 



CAPITOLO PRIMO. 

Torbidi interni, imprese, abdiciiione del primo doge. Tregua fra le facioni 
dettata d» Luchino Visconti signor di Milano. 



]. In prima la Repubblica venia signoreggiata da' grandi 
feadalari che avevano scossa la dipendenza della potestà 
spìritoale, e componevano il Consolato; indi ì rendatari di 
campagna coir abitacolo giarato in città e V ascrizione alle 
campagne tanto prevalevano, che tolto il dominio ai primi, 
cominciavano a tener lo stato col governo dei podeslà, e po- 
scia più risolutamente con quello dei capitani del popolo, 
il quale, mercè di essi, rappresentavasi la prima volta. 

Ora al rappresentato non bastavano quei capi, e volea 
da per sé reggere le cose proprie ; cosicché il rivolgimento 
che pose alla testa della Repubblica il primo doge, si può 
beo dire che fosse un concetto popolare da molto tempo me- 
ditalo , e per successivi gradi portato a compimento ; però ai 
capitani Ghibellini succedeva il popolare dogato Ghibellino ; 
il popolo uscito di tutela, entrato in maggiorità di potenza, 

Storta di Genova. — k. I 



2 EPOCA QUiaTA. 

cresceva e grandeggiava di per sé senza che aioli sospetti 
ne maneggiassero i destini. 

II. Per latta Italia, o almeno dove lo spirito di libertà 
non era stato compresso dalla fendale dominazione, e V in- 
dostria cittadina avea potuto allargarsi e svolgersi senza con- 
trasto, lo stesso accadeva; la metà del secolo XiV, segna 
repoca della grandezza popolare; l'impero fiacco e diviso, 
occupato da venali e codardi nomini, il papato nella schia- 
vitù di Avignone, ed ivi nelle più tarpi gozzoviglie immerso, 
le città italiche sorgenti dovunque a gloriosa fortuna di re- 
pubblica, senza forti ostacoli che ne le impediscano, cac- 
ciano da sé la parte selvaggia e tirannica, per non lasciarsi 
reggere che dalla civile e popolare ; specialmente gli stati di 
Romagna e di Toscana, dove il popolo meglio sorge e si for- 
tifica, moderando le proprie sorli. Roma stessa, sottratta alla 
spirituale corruzione, vede un lampo della antica grandezza, 
che innanzi le balena per opera di Cola da Rienzo ; ed un'of- 
fesa privala insidia alle basi della veneta aristocrazia, posta 
in pericolo da quel popolo, che non tutti ha obbliali i propri 
diritti. 

Ma in Genova, poiché il nuovo governo si stabili, co- 
loro che n'erano stati privati, ogni sforzo adoperavano a 
schiantarlo ; le circostanti montagne e le riviere erano pos- 
sedute tutte dai nobili, parte dai grandi feudatari del conso- 
lato, parte dai ghibellini del podestà e del capitanato ; essi 
dunque, vedendosi tòr di mano la signoria che da tanto 
tempo aveano tenuta, congiuravano e tumultuavano in ogni 
modo a ripigliarla; gli ultimi specialmente sentivano più 
profonda l' offesa, vedendosi da queir istesso popolo espulsi, 
di cui si erano con poca prudenza serviti ad innalzarsi, e 
eh' ei credevano di mantenere in perpetua minorità sotto 
l'alta tutela di sé medesimi. 

Però non appena venia decretato che il di 23 settembre 
di ogni anno fosse memorabile nella Repubblica per l' avve- 
nuto ordinamento del governo popolare, e la signoria facetoe 
offerta di un pallio all' altare maggiore di Santa Tecla nella 
chiesa de' romitani di Sani' Agostino ; un uomo di Voltri , 
suscitato dai nobili, attentava alla vita del doge, indi un ma- 



I DOGI POPOLABI.- 3 

celialo y on venditore di grano e molti ailri nobili e popolari 
congiontamente tramavano contro di lai ; presi tatti , e con- 
fessato il delitto» erano fatti decapitare dal podestà. 

Riordinato cosi l'interno, pensavasi alle riviere, dove 
teneano il campo i nobili faorascitl. Giorgio dei Carretto, 
marchese di Finale, veduta prospera l'occasione, infiam- 
mato da'fendatari, fattosi capo di soldati, discorreva peri 
piani di Albenga, e dava il guasto dovunque, minacciando 
di assediare quella città ; il doge mandava di terra e di mare 
a combatterlo Giovanni De' Mari con molto esercito. Gior- 
gio, sentita la procella, volea scongiurarla, e spediva suoi 
messi a trattare e fare scuse col doge ; questi rispondeva ve- 
nisse il marchese in Genova, sarebbe sicura la persona sua. 
Veniva, e si rinchiudeva in prigione per salvarlo dalla furia 
del popolo, che volevalo morto. Spaventato, rassegnava 
nelle mani del doge le terre di Finale, Varigotti e del Cervo 
colle altre fortezze e castella dei nobili della Lingueglia che 
aveano con lui cospirato ; se non che la fellonia di Giorgio 
mostrandosi più profonda, era posto in una gabbia di legno, 
castigo conforme alla ragione de' tempi. Dopo ciò, eccettuate 
Monaco e Yentimiglia , la prima occupata dai Grimaldi, la 
seconda dai nobili Ghibellini, tutte le altre terre della riviera 
occidentale tornavano in podestà della Repubblica. 

111. Non diversamente ci accadeva oltremare, dove ri- 
pigliavamo la prima potenza menomata dalla fama dell' in- 
terne divisioni ; narrai parlando del Commercio del Mar-Nero 
e di quello di Asoff nella seconda parte dell'epoca prece- 
dente quanto succedesse in Trabisonda e nella Tana , e come 
Simone di Quarto, navigasse per que'mari, e felicemente 
ricomponesse le cose nostre coi Tartari e coi Turchi. 1 Mori 
altresì si erano mossi , se non contro di noi , contro gli al* 
leali nostri : ascendo da Granata e da Marocco attaccavano 
Alfonso XI re di Castiglia, e in battaglia navale lo sconfig- 
gevano. Indi accampati alla riva del fiume Salado in nu- 
mero di 100 mila, con 60 legni di corsari stavano per me- 
narne orrenda strage ; al re cristiano i timidi consiglieri 
persuadevano pace, quando il doge gli mandava in aiuto il 
fratello Egidio con 20 galee ; i Genovesi riposero gli animi 



4 BPOCA GUAITA. 

abbaltuU, e « statai con miglior consiglio, che i CasUgliani 
coi confederati Portoghesi avrebbero assaliti 1 Mori per terra, 
1 Genovesi per mare. Egidio investiva danqae I legni arabi, 
e ne pigliava dodici, gli altri costringendo alla foga; ciò 
fatto, disbarcava col meglio dei suoi, e improvvisamente 
attaccava di Ganco l' esercito di terra; l' imprevedoto attacco 
spaventava e rompeva i Mori , sicchó perdevano la battaglia 
lasciando il ricchissimo campo ; immense erano le preaiose 
spoglie che rimanevano a' vincitori, la còpia di qoìdlle facea 
diminuire in Ispagna il pregio dell' oro. Le città di Algesira 
e Tariffa situate vicino allo scoglio dove adesso si eleva Gibil- 
terra, restavano così sciolte dall'assedio; il re di Marocco 
fuggiva in Affrica; ed Egidio da Alfonso XI, venia nomi- 
nato in premio della vittoria, ammiraglio di tatto quel re- 
gno, col dono della terra di Palma, posta fra Cordova e Ca- 
s4iglia. Saputosi il nostro trionfo, facevansi in Genova le 
grandi feste con solenne processione. 

IV. Senonchè la riviera di Ponente agitata dai nobili 
Guelfi e Ghibellini, tornava a ribellarsi ; il podestà moveva 
contro di Oneglia, e la rimetteva ad obbedienza; bandiva 
Antonio Doria di Cattaneo perocché continuava nella ribel* 
lione. Questo non era il solo male che travagliava la nuova 
signoria ; in queHe agitaxìonì de' partili metlea occultamente 
la mano il signor di Milano Lochino Visconti , che proce- 
deva animoso al regno dell' alta Italia ; nel castello del Cer- 
vo, in Noli, rn Tassarolo ed in Genova istessa scoprivansi 
molti tradimenti per suo conto orditi ; i traditori venivano 
impiccati e trascinati a coda di cavallo. Peggio macchina- 
vasi in Monaco, nido continuo dei nemici della Repubblica: 
di là i Grimaldi armavano legni, ed infestavano il seno li- 
gustico, avventandosi quaì ladroni sopra le terre della riviera, 
e insidiando alle navi genovesi ; dai Grimaldi inanimili gli 
Spinoli, i Doria, i Fiaschi ingrossavano di gente$ con eavalli 
e pedoni avviavansi contro la città. Il doge, veduto il peri- 
colo, congregava a consiglio i conestabiii della città : dìce- 
vansi tali alcuni rettori o capitani di popolo, messi a rego- 
lare le diverse parti in che dividevasi la stessa città , ed 
avevano voce In tolte le cose che il bene di quella rignar- 



I DOGI POPOLARI. 5 

davano. li doge proponeva a' coneslabili concordarsi coi 
^ nobili ch'erano al di dentro, ed ammetterli alla metà degli 
uffici 9 poiché la loro esclasione portava il danno della Re- 
pubblica. Accettata la proposta, elegge vansi quattro nobili i 
quali avessero piena balia col doge per concordare e rifor- 
mare lo stato della città. Riunitisi insieme, designavano do- 
dici consiglieri, sei nobili e sei popolari, i quali provvedes- 
sero col doge alle cose della Repubblica; in tal modo venieno 
i nobili ammessi agli onori. Però non bastava; in Chiavari, 
in Rapallo ed in Recco levavano il tumulto, cacciavano gli 
ufficiali e il podestà di Genova ; dai gioghi discendevano in 
vai di Polcevera, si avvicinavano al borgo dì San Tommaso, 
a Prò, al monte Peraldo. Il doge, veduto non poter resistere, 
cedeva, ed accettava la volontà de' nobili, subiva regole ed 
ordioi che non potea oltrepassare. Questo ancor non basta- 
va: la riviera volevano togliere al dominio di lui, i settecento 
soldati che ne difendevano la persona richiedevano fossero 
licenziati. I dodici consiglieri di qaesto ancora li soddisface- 
vano. Ma il Roceanegra sentendosi oggi mai esposto alla più 
ingiusta persecuzione, e già non aver più nò signoria, né 
sicnrezza personale, protestando contro di tante violazioni 
abbandonava il dogato, e partitosi dal pubblico palazzo coi 
propri fratelli riducevasi nelle case della famiglia Squarcia- 
fichi, e poco dopo, non trovandosi in Genova sicuro, reca- 
vasi a Pisa. 

V. La città era in armi» e le fazioni più che mai in- 
fiammate la si disputavano ; due nobili venivano deputati ad 
introdurre in città i fuorusciti, purché lasciassero le armi; 
ma Galeotto Spinola negò di entrare se non coir armi in 
pugno. Cosi rea volontà stomacava il popolo, che immanti- 
nenli faceva chiudere le porte di Vacca , donde i nobili do- 
veano entrare, levavasi il tumulto e grida vasi viva il popolo; 
e siccome voleasi dare un capo alla Repubblica non dissi- 
mile dal primo, proponevansi alla dignità ducale, Manuelle 
de* Mari, Janone Gentile, Giorgio Ricci e Giovanni di Va- 
lente; ninno di essi piaceva, e crescendo il tumulto, dopo 
il vespro del di di Natale del 1345 si eleggeva Giovanni di 
Mufta, il quale nel di successivo in generale parlamento 



^ BPOCA QUABTA. 

nella chiesa di San Lorenzo eonfermavasi dal popolo e dal 
consiglio. Gravità, modeslia e saviezza adornavano il nuovo 
doge, sicché di leggieri egli si mostrò disposto a segoitare 
ogni regola ordinata, protestando cb'ei nnlla voleva delCo> 
mnne, nò stipendio veruno, solamente gli fossero pagate le 
spese. Posesi con maggior ardore a procurare la pace tra i 
nobili e il popolo ; ma in questo i popolari di Savona caccia^ 
vano fuori la nobiltà, e i nobili Genovesi difficilmente pre- 
stavansi ad un paciOco accordo; allora lo sdegno proruppe, 
e crebbe nuovo tumulto, con forti grida di viva il popolo e 
vìva il doge nuovo; l'onda popolare non rattenola da limite 
alcuno, trovando opposizione dalla famiglia degli Sqoarcìafichi 
e dai nobili di piazza delle Vigne, avventavasi alle case loro, 
e vi appiccava il fuoco. I consiglieri del doge, vedendo il ter- 
ribile spettacolo, impaurivano e lasciavano il palazzo; quindi 
creavansi allri quindici consiglieri tutti popolari come a' tempi 
del Boccanegra. Ciò fallo, movevansi contro i nobili, scac- 
ciandoli dai borghi lutti della città ; questi riducevansi al 
monte di San Bernardo, dove tra Tona e 1* altra parte ac- 
cadeva crudelissima battaglia; la vittoria rimaneva a'nobili 
con molta strage di loro, i popolari ritlravansi in città, i 
nobili alle castella. 

I popolari, sapendo che bisognava snidarli dalla riviera, 
allestivano tre galee con 100 balestrieri ciascuna, le accom- 
pagnavano ad altre quattro mercantili, le spedivano al soc- 
corso di Albenga e delle altre terre; Tesercito de' fuorusciti, 
venia guidato da Antonio Doria; andavasi contro di quello, 
e rompevasi. 

VI. 11 papa, vedendo strazio così fatto di nobilissima 
città, spediva un cardinale legato a concordare le parti, le 
quali erano già tentate di riconciliarsi dal signor di Milano 
Luchino Visconti, che ne avea ricevuto arbitrio da esse. In- 
tanto i popolari a far migliore la propria condizione, faceano 
un esercito di 1800 soldati, ed armavano 12 galee ; con que- 
ste forze muovevano contro la riviera, di terra e di mare; 
Oneglia, Porlomaurizio e il Cervo, arrendevansi al podestà 
Guiscardo de' Lanci bergamasco, uomo di molto valore e 
capo di quell' impresa ; si davano per vinti Antonio e Ste- 



/* 1 DOGI POPOLA BI. 7 

fano Doria, che reggevano i faorosciti colà ingrossati, usciva 
la tregua pel signor di Milano assegnata alle parti, e n' era 
il tenore: 

lo Fosse pace tra il doge, il consiglio e i nobili fuoru- 
sciti coi seguaci loro. 

2o Potessero questi tornare lìberamente in città, e ria- 
vere qaanlo gli era stato tolto. 

30 Si escludessero dalla grazia dal trattato cinque no- 
bili della famiglia Spinola, cioè Galeotto, Gherardo ed i ni- 
poti, con Federigo Spinola di San Luca, Carlo e Antonio di 
Grimaldi col nipote loro, Niccolò, Raffaele e Tommasino 
Fieschi ; tutti questi non potessero avvicinarsi alla città ol- 
tre le dieci miglia di distanza, a beneplacito di Luchino. 

40 Fosse riservata facoltà allo stesso signor Luchino 
Visconti, di pronunziare e provvedere alle ulteriori domande 
e querele che gli venissero fatte dalle parti. 

Le quali, lungi dall' acquetarsi, l'animo pia feroce ri- 
mettevano in Monaco, consueto nido dì loro macchinazioni; 
raccoglievano un esercito di 12 mila fanti, e gettavano in 
mare 30 galee. 



CAPITOLO SECONDO. 

Origine della Maona , ed impreta di Scio. 

YH. Cosi ostile apparecchio nelle estenuate forze della 
Repubblica, e cogli animi accesi continuamente alla guerra 
cittadina, facea il doge irresoluto nelle provvidenze che fos- 
sero a prendersi. Raunava a consiglio, e deliberavasi per 
questo che in tant* uopo si facesse una balia di quattro citta- 
dini, i quali avessero potere amplissimo per rispingere i mi- 
cidiali tentativi dei fuoruscili di Monaco. Ma il più che si 
opponeva ad ogni provvidenza era il difetto di danaro; però 
il consiglio convocava a sé un ragguardevole numero de' più 
ricchi popolari, i quali tutti venivano in questa sentenza, 
che dovessero armarsi 2K galee, e più s' era di mestieri , 



8 EPOCA QCAaTA. 

mercè i danari de' parlicolari ; con tal condizione, che la 
Repubblica obbliga vasi di conservare indenni i ciUadini e i 
padroni di esse galee, e pagar loro ogni spesa, cui per gaa- 
renligia rimarrebbe obbligala un' entrata di 20 mila lire an- 
nue fino air estinzione del debito, sulle compere dei luoghi 
del capitolo della città. 

E qui m'è d' uopo, prima eziandio di ragionare del fa- 
moso banco di San Giorgio, ad intelligenza della materia 
dire cosa si fossero colaste compere e luoghi. Ccmpera equi- 
valeva a ciò ch'erano in Roma, in Firenze e Venezia i 
montij vale a dire significava il debito pubblico d'allora. 
Luoghi erano certe quantità di lire di credilo che si valuta- 
vano a cento. Le prime compere o il primo debito pubblico 
di cui si ha memoria contrattato dalla Repubblica coi parti- 
colari, si fu all'epoca dell'impresa di Tortosa nel li48; in 
appresso a misura che lo stato genovese si andava allargan- 
do, e frequenti facevansi le sue spedizioni al di fuori, il de- 
bito pubblico dovette crescere e moltiplicarsi, di guisa che 
essendo sparso di molte partite, e la varietà di queste gene- 
rando confusione, si trovò utile di riunirle tutte nel 1250 
sotto il nome di compera del capUolo. In seguito diverse oc- 
casioni aumentavano il debito, e siccome la compera del 
capitolo aveva consolidato gli antichi debiti, altre novelle 
compere consolidavano i successivi; quindi si ebbero quelle 
del re Carlo di Napoli, del re Roberto, di Corsica, di Rodi, 
dei Pisani, dei Veneziani, dei Catalani, dei Greci, di 
San Pietro e San Paolo, infine della magna pace che pare 
essere stata l'ultima compera, cui poco dopo successe l'in- 
stituzione di San Giorgio, che tutte insieme le raccolse e 
consolidò. 

Assicurati i particolari Genovesi sulla compera del capi- 
loia e divulgala la deliberazione, si offerivano a partecipare 
all'impresa 44 cittadini, 37 popolari e 7 nobili. I quattro 
della balia, volendo conchiudere il negozio, ordinavano che 
ciascun padrone di galea dovesse per sicurtà dell' armamento 
depositare la somma di 400 lire in danari numerati. Se non 
che all'atto del deposito solo 29 dei 44 presenta vansi, man- 
cando 4 nobili e 11 popolari; quindi arma vansi 29 galee, 3 



I DOei POPOLAil. 9 

dì nobili e 26 di popolari, in meno di an mese alleslivaiisi, 
e cìascana di osse avea almeno 200 uomini, de' quali 25 fino 
a tfO balestrieri, luUi vesliii di un panno e di un colore. 
Addi 22 gennaio del 1346 il doge radunava il popolo sulla 
piazza di San Lorenzo, e quivi lo stendardo della Repub- 
blica consegnava a mani del capilano Simone Yignoso, po- 
polare, il quale, seguitalo da gran moltitudine di citladini, 
recavasi verso la chiesa di San Marco, dov' era espellalo 
dalla sua galea. Ma fino al di 24 di aprile, dedicalo a 
San Giorgio, non si fissava la partenza, il qual giorno ve- 
nuto, dovea sarpare l'armata. 

Vili. I fuorusciti, saputo T armamento, impauriti di 
quello colle 34 galee che avevano, né bene ordinate, come 
più seppero, segretamente riducevansi nel porto di Marsiglia. 
Non è proposito di queste istorie il dire com'essi, metten- 
dosi ai soldi del re di Francia in guerra con quello d' Inghil- 
terra, rimanessero tutti sacrificati nella famosa battaglia di 
Crecy, bersagliali dalla cavalleria stessa francese, e fatal- 
mente pagassero il fio di loro ribellione con tristissimo esem- 
pio di chi si affida allo straniero. Ma in Genova andato a 
vólo il motivo della spedizione solle mosse della partenza , 
commellevasi invece al capitan Simone, di navigare in Levan- 
te, cacciarsi nel Mar Nero, e colà proteggere le ragioni com- 
merciali de' nostri: ricevuto questo nuovo comando, partiva 
la flotta e veleggiava in prima nell' Adriatico ; trovandosi 
presso Terracina, ad instanza degli abitanti liberava quella 
città dall'assedio del conte di Fondi, che si era voltato con- 
tro la regina Giovanna, e ne pigliava il dominio che libera* 
mente i Terracinesi le rassegnavano ; indi navigava a Gaeta, 
ed entrata nel Garigliano, molle torri espugnava e molte 
castella, fra le quali Traiello, che tutte erano del conte di 
Fondi, o da lui usurpate; queste restituiva ai naturali si- 
gnori ; la città di Suessa metteva pure in libertà ; galee e 
pirati, che faceano il corso de' Genovesi, prendeva, e con 
solenne alto di giustizia, i secondi colla morte puniva; fat- 
tasi innanzi nel porto di Napoli, vi dimorava due giorni, 
con divieto del capitano di disbarcare alla sua gente, ed or- 
dine dello stesso a quanti Genovesi trovavansi colà di par- 



10 EPOCA QCABTA. 

tirne nel (ermìne di 40 giorni. Era di ciò cagione Tocea- 
pazìone della ci Ita di Yenlimiglia per parte della regina 
Giovanna, contro di coi si protestava. 

Dopo siffatta navigazione la flotta affrettavasi per il Le- 
vante, e giungeva a Negroponte. 

Pare avesse instrnzione di rimettere in potere dei Ge- 
novesi qoelle terre che, già loro concedute dagl'imperatori 
Greci, erano state poscia da qnesti rìoccupate ; Scio special- 
mente e le due Focee si volevano riacquistare. Raccontai nel 
capitolo terzo, libro quarto, parte seconda dell'epoca ante- 
cedente, come le famiglie Zaccaria e Cattaneo avessero per- 
duti que* stabilimenti ; nelle Focee si erano mantenuti i 
Cattane! anche dopo V ultima gqerra per convenzione col- 
r imperatore Andronico,; Domenico Cattaneo dorava a si- 
gnoreggiarvi, inGnchè ucciso slealmente da un amico suo, 
Andronico dichiarò la famiglia decaduta dalla signoria, ed a 
lui questa ritornata. 

Giunta r armata nostra in Negroponte, incontravasi con 
26 galee, parte de' Veneziani, parte de'GerosoIimitiani di 
Rodi, capitanate da Ingilberlo deIGno di Vienna, il quale 
da nn anno avea comando dal papa di recare sussidio ai cro- 
ciati, che tenevansi dai Turchi assediati nelle Smirne, le 
quali già erano state possedute dai Genovesi. Ma mente era 
del delGno cosi persuaso da' Veneziani colle 26 galee e 400 
cavalli recati da parecchie navi d' insignorirsi dell' ìsola di 
Scio e delle due Focee tenute dai Greci. 

IX. Scio è grande, bella e feconda isola, di prezioso 
vino , di mastice suo particolare prodotto e di marmi ric- 
chissima, posta in nn sito il più acconcio a favorire il com- 
mercio del Mar Nero e dei litorali dell'Asia minore. Disco- 
sta dal continente otto miglia, all'imboccatura del seno di 
Foglie nuove e vecchie, può agevolmente stendere il suo 
traffico ad Iconio o Cogni, a Rursa e a Caramania; posta nel 
centro del mar Icario, é frapposta tra Samo, Metelino e Te- 
nedo, sicché standovi dentro un'armata navale, si può avere 
il dominio di queste, nonché dello stretto di Gallipoli da 
essa poco lonts^no. Scio nelle mani dei Genovesi possessori 
di Pera e di Gaffa, assicurava viemaggiormente loro l'asso- 



I non poroLAii. 11 

loto dominio, cui prelenderano, del Mar Nero. Però i Ve* 
Deziani tale aUliaaimo potsesao forlemente desideravano, e 
davano opera ad acquisUrlo. Simone Vìgnoso, subodoralo il 
disegno del delfino, aeeingevasi a guastarlo, e questi allora, 
a tentar di corrompere il capitano genovese e i patroni delle 
navi; al primo prometteva un'entrata di iO mila fiorini 
d' oro all'anno, ai secondi fra gioie e danari 30 mila fiorini. 
Sdegnate le corruttrici offèrte, il capitano navigava a Scio. 
Giuntovi dinanii, i Greci che la possedevano, chiariva delle 
intenzioni del delfino e de' Veneti, e loro persuadeva la pro- 
tezione de' Genovesi. LI avrebbero questi difesi e graziosa- 
mente trattati ; e affinchè pacificamente e senza contrasto 
potessero accettare la proposta, offerivasi di mandar Insieme 
ambasciatori all' imperatrice greca che allora governava 
l'impero, e d'accordo con essa stipulare la dedizione. Vil< 
lanamente rispondevano i Greci; la difesa, l'ambasciata, 
l'oflérta spregiavano, dicendo essere bastanti a vincere, 
eziandio cento galere sia di Genovesi, sia di altra genera- 
zione. 

Spiaceva l'Insolente risposta, e il capitan genovese ve« 
deva, che a mozzare il greco orgoglio, nuli' altro si vole- 
vano che i fatti, tanto più necessari in quanto che l'isola 
non dovea lasciarsi a perìcolo de' forestieri con vero danno 
del genovese commercio. Entrava dunque in porto coli' ar- 
mata; dal castello che la città difendeva, con archi, con 
balestre e trabucchi faceano i Greci un malvagio saluto ; i 
Genovesi scendevano a terra, e combattevano il castello, 
faceano mine, alzavano macchine; i Greci gagliardamente 
difendevansì , di guisa che in quel primo scontro vi rimane- 
vano feriti tfOO dei nostri. Veduta si dura resistenza, il ca- 
pitano prendeva più savio consiglio, lasciava l'assedio del 
castello, voltavasi a scorrere tutto il paese circostante, e 
quello soggiogava con sei villaggi, fino al Capo dei Mastici ; 
avea poco dopo il dominio di tutta l' isola, meno la città che 
riponeasi ad assediare. Vi levava intorno un maro di cir- 
convallazione, ed una catena distendeva di legname dalla 
parte di mare lunga 1500 cubili, per cui veniva ad essere 
interamente proibita V entrala e V uscita della città. Gli Sciotti 



12 EPOCA QUAETA« 

continuavano a difendersi, Gnchò aveano vettovaglie; ma, 
queste mancate, dovettero arrendersi chiedendo pace e palli 
Teneva il castello un Calojanni Civoo greco, il qaale, asaog- 
getlandosi ai genovese ammiraglio, ne otleneva le segnenU 
condizioni : 

lo Ammissione alla cittadinanza di Genova con giora- 
mento di fedeltà a quella in perpetuo. 

2° Una somma di 7 mila perperi per tre anni sui red** 
diti di Scio. 

30 Conservazione dei privilegi a lui concessi dagrim- 
peratori greci, e fino a quel punto goduti. 

A° Soggezione alla Repubblica in queir istesso modo 
che r avea mantenuta inverso l'impero. 

50 Possesso delle due case e del monastero delio di 
Santa Maria presso alla torre. 

6*^ Libertà di partire, ritornare, dimorare neir isola a 
suo grado. 

7*^ Esenzione per lui, suo fratello e nipote dalle avarie 
reali e personali, eccettuate quelle dei negozi.^ 

Queste cose pattuite, il 12 settembre 1346 Simon Vi- 
gnoso insignorivasi del caslello di Scio, per la qual cosa 
veniva a conseguire il dominio di tutta risola, i di cui abi- 
tanti sollopouevansi al Comune di Genova, ed accordavansi 
con esso in quei modi e forme, che sarà da me detto nella 
parte commerciale di quesf epoca. 

X. OUenuta la signoria, il Yignosp provvedeva a che 
si esercitasse con giustizia e severità, ed i suoi conteneva 
da ogni opera inonesta che potessero usare contro quegli 
isolani, e a tale in questo procedea rigoroso ed inesorabile, 
che dalle storie abbiamo il seguente memorabile esempio: a 
voler guarentire le privale proprietà da ogni offesa, avea 
dato comando, correndo il tempo delle vendemmie, che 
ninno de* suoi osasse danneggiare le vigne ed i giardini de* 
gli Sciolti , e chiunque vi fosse ritrovato a danneggiarle an« 

' Prim» donasione dell'Itola di Scio fatta ai genovesi da CalojaaDi Givoai 
estratta dal cecoodo libro^delle convenzioni di Scio, pag. 3 , presso il marchese 
Pantaleo Giustiniani. 

V. Pagano, Delie imprese e del dominio dei genovesi nella Grecia t pag*M« 



I D06I POrOLAHI. 13 

dasse 80|r({^tto alla ignominiosa pena della fratta. Ora ac- 
cadde che il gioyinefto di lai figlio Francesco, portato dal 
molto caldo e dall' arsora, avvisò di potersi rinfrescare con 
on grappolo d'ava, e lo divelse; in quell'atto trovatolo i 
contadini, nò conóscendolo, appresentavanlo al padre. Que- 
sti, non perdonando, nò alla natura, nò all'età, lo dichiarò 
reo della pena statuita, ed ordinò con quella fosse panilo. 
Invano i soldati, i marinai, gli stessi Sciotti, supplicarono 
l'ostinato animo del padre a scusare il lieve errore del figlio; 
stette egli irremovibile, volle che fosse pubblicamente fru- 
stalo, e a maggior disonore col rapito grappolo d' uva ap- 
posso al collo. Un araldo gli andava innanzi gridando: Cosi 
hanno ponizione i robatori di on popolo amico 1 

Nò la coscienza di quell'uomo severo, o, se vuoi me- 
glio, la saviezza, si accontentò di tanto, cbò alla sua morte, 
gindieando i contadini potere aver so(D»rto danno da occulti 
robamenli de' Genovesi, lasciava ttOO ducati da dover distri- 
buirsi alle fanciulle di Scio, in occasione de' loro maritaggi. 

XI. Occupata Scio, a seguitare il Yignoso, gli ordini 
che dalla Repubblica aveva, gli era d'uopo di ricuperare 
parecchie altre terre della Natòlia, che già per T addietro 
avevano possedute i nostri. Lasciata l' ìsola sotto il presidio 
di un buon governo, misesi in mare e navigò alle Focee. 

Famose furono un giorno queste sedi dei Focosi, che 
fino nelle Gallio fondavano colonie; il terreno di esse era 
copiosissimo di allumi, di cui nnmerose fabbriche e traffico 
dovizioso vi si trovavano, sia in natura, sia già perfezionati. 
L'nna d^ie Focee slava alle radici del monte Sardene, 
dove on giorno l'antica Guma, l'altra longhesso il mare ri- 
posta in seno del Chersoneso, entrambe nel continente del» 
r Asia. I Genovesi si avventavano con gagliardo impeto alla 
prima detta Foghe vecchie, dopo di avere indarno esortati 
gli abitanti a tornare sotto l' antico dominio ed essere stati 
da quelli indegnamente corrisposti, seguitando l'esempio 
degli Sciotti. L' attacco fu dalla parte di mare , non potendosi 
per quella di terra, che i Turchi in gran numero occupa- 
vano, sopraggìonti al soccorso dell' antica Focea. Il castello 
che presidiava hi città venne virilmente assalito, le sue mura 



14 , BPOGA QUA ATA. 

perforate dai frequenti colpi delle macchine genovesi; il 
combattimento fu di tanto ardore, che, preso il castello a 
viva forza, in men di qoattr'ore sì ebbe tutta la terra. 
Espugnala Foglie vecchie , il capitano si mosse contro T al* 
tra Focea o Foglie nuove. Bravi a guardarla un buon nerbo 
di fanti e di cavalli ; ciò nondimeno non vollero gli abitanti 
rinnovare una pericolosa prova, e di buon animo alla signo- 
ria di Genova assoggettavansi con tali condizioni, che lo 
riferirò nella parte commerciale di quest' epoca. 

A queste gesta avrebbe l' ammiraglio Simone accompa- 
gnate le altre delle vicine isole di Metelino e di Tenedo cosi 
necessarie al commercio dei Genovesi ; se non che le ciurme 
tanto tempo dalla patria lontane non vollero più continuare 
in qoe* mari, nò piò a lungo sostener la fatica de' remi ; gli 
fu dunqoe mestieri ritornare nel porto di Scio, d'onde, 
messa in ordine l'armata, veleggiò per Genova, in cui, lo- 
datissimo, approdò li 9 novembre dei 1346< 



CAPITOLO TERZO. 

Quarta ampliauoDei peste; tentativo di Luchioo Viicontij diviaione degli onori 
fra i nobili e popolari; qnarta guerra coi Venesianij battaglie del Boaforo, 
d'Alghero e della Sapienia; vittoria de* Genovesi, pace fra le due repub- 
bliche. 

XII. Intanto pensavasi in città ad ampliare il giro delle 
mura e meglio fortificarlo. Nel 1327, l' ingrandimento si era 
specialmente fatto dalla parte di Levante ; ora quella di Po- 
nente volea pur essa^allargarsi. Infatti; cintosi di muraglia 
il borgo di Castelletto, seguitava la cinta a Sant'Agnese, 
dove aprivasi una porta, quindi per Pietra Minuta sopra 
San Michele, e pei borgo di Prò fino a San Tomaso, dove 
faeeasi altra porta detta di Fassolo, la quale v^nne nel 1536 
rinforzata di un baluardo sopra lo scoglio di San Tomaso. 

Ma un più singolare e fatale avvenimento occupava in 
questi anni la Repubblica, per non dire Italia ed Europa 
tutta; una fierissima pestilenza nata nell'impero chinese» 



I DOGI POPOLARI. 15 

propagatasi nell'Asia centrale, per la Tana e lo stretto di 
Gaffa, appicca vasi alla costa del Mar Nero e del Mediterra- 
neo, da queste diffondevasi in Sicilia, nella Toscana ed in 
Genova; in Venezia poco prima era pervenuta nell'istesso 
modo. Spopolaronsi le città, dove incrudelì il fa lai morbo, 
scemò di un terzo il numero dei Veneti , di un sesto quello 
di Firenze, e tutta la Toscana di 300 mila uomini e più ri- 
mase priva. A Bologna mancarono due di tre parti del po- 
polo. A Genova, standosene alla cronaca estense e bolo- 
gnese, dovettero perire 40 mila uomini, ma non ò ben 
chiaro se in Genova solo o in tutto il dominio. Ad ogni modo 
fu di tale momento, che anche a' tempi dell'annalista Gior- 
gio Stella dicevasi mortalilà magna per distìnguerla da tutte 
le altre.* 

Trovandosi la Repubblica travagliata dal contagio, un 
altro non meno abbominevole era per assalirla se la morte 
non l'avesse salvata. Luchino Visconti signor di Milano, da 
qualche tempo la insidiava ; con questo reo fine si era intro- 
messo ad arbitro fra i nobili ed i popolari, secretamente 
movendo ed infiammando i primi. In questo anno di 1348 
veduta la città abbattuta dal male, e mietuta la più eletta 
parte degli abitanti, gli parve di coglier l'occasione» e sco- 
pertamente avventurarsi al tentativo. I nostri storici nulla 
ne dicono, ma la cronaca estense, il Corio e Pietro Azario 
ci narrano che l'esercito milanese venne nel Genovesalo, 
assediò non so quai luoghi, s'impadronì di Gavi e di Vulta- 
bio, facendo lega colle famiglie dei fuorusciti Doria , Spinola, 
Fieschi e Grimaldi. Mosse pure il Visconti contro di Genova, 
e provò di assediarla con un' armata che capitanavano Bcu- 
zio suo figlio bastardo, e Rinaldo de^li Assandri da Man- 
tova, e male forse ne capitava alla Repubblica, ma morte 
sopraggiunse a troncare la vita e i disegni di Luchino. 

A far più gravi le condizioni civili , due morti l' una 
appresso 1' altra accadevano , dell' arcivescovo Iacopo di 
Santa Vittoria, cui succedeva Bertrando di San Massimo pto- 
venzale , e dell' ottimo doge Giovanni di Morta. Questa ul- 
tima destava i mal sopiti dissidi : alla nuova dignità aspi- 

* y. G. Stella , JftìuUi ad aa. 1348« mu, penes me. 



16 BPOCA QUARTA. 

rava an Lochino di Facìo popolare, raa non Tebbe, né chi 
volea il figlio del doge morto, potè pure ottenere T inlento; 
i cittadini congregati nella Chiesa di San Giorgio elegge- 
vano Giovanni di Valente ; egli li onori pubblici tra nobili e 
popolari volea distribuiti. 

'XIII. Qaeta la città, la quarta gaerra coi Veneziani 
rompevasi; dirò le cagioni: l'occapazione di Scio, il colpo 
non riuscito del delfino di Vienna, la Tana non potata fre- 
quentare senza far porto a Gaffa, amaramente percotevano 
l'animo de'Veneziani; altri motivi riferisce una lettera alle- 
gata dal Manin ' del doge veneto Andrea Dandolo al geno- 
vese Giovanni di Marta; domandava il primo: 

i^ Riparazione d'ingiurie recate in Scio a' Veneziani 
da* Genovesi. 

2<» Provvedimento alla tragressione de' Genovesi di avere 
contro i patti navigato alla Tana. 

3^ Provvedimento all'opposizione de' Genovesi fatta in 
Trebisonda a' Veneziani che volevano circondar di muro il 
loro quartiere per dimorarvi con sicurezza. Rispondea il doge 
di Genova: 

Quanto alla prima e seconda ricerca, sarebbe fatto a do- 
vere; riguardo alla terza, essere il terreno, nel quale sca- 
varsi voleva la fossa da' Veneziani, di ragion genovese, con- 
cesso, com'era ben noto, dall'imperatore Alessio 45 anni 
sono, come constava da istrumenti greci impressi con bolla 
d'oro imperiale e corroborati per mano di pubblico notaio 
nella terra di Erzerum spettante all'impero di Trabisonda, 
e confermati da' suoi successori, non che dal presente che 
regnava. Cosi che per ogni diritto spettava alla nazion ge- 
novese questo terreno, ad onta di tutte le asserzioni in con- 
trario del veneto sindaco. Che per altro, salvi i diritti di 
detta nazione e senza pregiudizio, se si voleva cavar fosse 
e alzar trincee per difendere dagli Agareni il proprio quar- 
tiere, lo si facesse senza opposizione, salvi tutti due i jas. 

Ai Veneziani non bastava; il divieto di navigare alla 
Tana, per quanto il trattato conchiuso col tartaro Janibek 
ne avesse loro fatta facoltà, non piaceva; i Genovesi segui- 

* Storia civile e politica del commercio de' Veneziani, tomo VT, p«g. 86. 



I DOQI POPOLAMI. 17 

vano ad essere ì padroni del mare, d*aopo era risoWerla 
coirarmi, e Venezia, appena vide il destro, non indugiò. De- 
stinava a sapremo soo generale Marco Rozzini, commetten- 
dogli portarsi con 25 galee in traccia delle genovesi indiriz- 
zate al mar Nero. Nuovo rinforzo di altre 10 avea da Marco 
Morosini capitano del golfo; con tale flotta giungeva nel 
porto di Carisio a Negroponle. Stavano ivi a sicurtà 14 ga- 
lere di Genovesi che andavano in mercanzia , delle quali era 
capitano Nicolò di Magnerri; dieci di esse pigliavano i Vene- 
ziani, scampatesi le altre 4 nel porto di Scio. Ruzzini, otte- 
nuta la non bene ononjita vittoria, volgevasi a Pera e tentava 
un colpo di roano; ma bene presidiata e difesa la colonia, 
tornava indietro e riroveravasì in Venezia. Le scampate ga- 
lee raccontavano il fatto, e movevano i Genovesi di Scio a 
pigliarne vendetta, sicché ad esse univansi altre cinque ga- 
lee, e tutte insieme navigavano contro la città di Negroponle, 
capitanate da Filippo Doria podestà di Scio, assali vanla ed 
occupavanla in breve, tornando in Scio con molte spoglie, 
fra le quali 23 gentiluomini veneziani prigionieri. A memo- 
ria del trionfo, le chiavi di Negroponle appendevano alle 
porte di Scio. Nello stesso tempo tre di quelle galee piglia- 
vano l'isola di Cia insieme al castello eh* era dei Veneziani. 
XIV. I quali, a vendicarsi dell'onta, concertavano un 
vasto disegno di guerra contro la genovese Repubblica. Sa- 
peano che Aragonesi e Greci mortalmente l'odiavano, i pri- 
mi per Corsica e Sardegna, e il commercio del Mediterraneo 
doviziosamente e polenlemenle da essa esercitato, i secondi 
per il propugnacolo di Pera, donde la città imperiale potea 
quando che sia dominarsi. Con re Pietro di Aragona inten- 
devasi Venezia ed alleavasi a sterminio di Genova; diceva 
l'attedi confederazione, ch'egli con Andrea Dandolo con- 
giungevasi a confusione, distruzione e sterminio Onale de'Ge- 
novesi, comuni emuli, mediante il suffragio di Dio ch'era 
fonte di giustizia. Il patto più interessante del trattato si era, 
che il re dovesse tener per un anno 18 galee ben armate non 
meno nella stagione di estale, che in quella d'inverno, le 
quali dovevano portar guerra a' Genovesi nella loro riviera 
dalla Sicilia in su, e dalle parti dì ponehte in giù, le quali 

Storia di Genova. — 4. 2 



18 EPOCA QOAaTA. 

dovevano essere armale dalla parte del re, e spesate per due 
terzi dalla Repubblica. 

L'atto di lega di Venezia coi Greci portava aver i Ge- 
novesi con questi mancato ai patti sì generali, che partico- 
lari, armala una flotta, la quale senza diritto occupava Fog- 
gia e Mitilene, mentre nelle convenzioni era scritto che 
qualunque di essi avesse occupato qualche terra o castello di 
ragione imperiale dovesse esser punito come che fosse ribelle 
e nemico dello stesso Comune. Oltreciò alcune galee portatesi 
a Scio essersi impadronite di quell'isola, ed alle rimostranze 
fatte al doge di Genova dall'imperatore e sorella di doverla 
rilasciare, non solo non lo avrebbero fatto, ma quei di Pera 
mossa invece una crudelissima guerra contro l'impero danai 
apportando alle terre di lui. Non contenti di ciò, non poter 
cessare di non esser molesti e muover guerre a tutti i cri- 
stiani, infinchè aveano adesso cominciato a nimicarsi col 
magnifìco ed illustre uomo Andrea Dandolo doge di Venezia, 
e col Comune di questa. 

11 più concludente articolo si era, che dovesse l'impero 
somministrare 12 galee armate della propria sua gente e spe- 
sate per due terzi dalla Repubblica. In qualunque di esse vi 
dovea essere un nobile o un barone che la comandasse con 
due domestici. Un cornilo, un sottocomito, otto nocchieri, 
venti o trenta balestrieri, o in luogo dei balestrieri venti 
arcieri, dieci dei quali fossero ben provvisti di saette ed al- 
tre armi opportune; i quali arcieri prometteva l'impero di 
provvederli all' uopo di più saette oltre a quelle che sole- 
vano avere, e ognun di essi doveva avere a sua disposizione 
due archi. Un calafato, un marangone, un remaio, an trom- 
betta, cent' ottanta remiganti, tra i quali due palombai. Le 
monizioni poi od armi di ciascuna galea ed altre cose ad essa 
più necessarie. Cent' ottanta corazze, veretloni 6000.^ 

1 falli, per i quali inducevasi Canlacuzeno alla guerra 
con Genova, erano stati i seguenti. Quantunque l'ambascia- 
tore veneto Giovanni Dolfino avesse tulio tentalo per trarlo 
in alleanza contro i Genovesi, ciò nondimeno erasi egli sem- 
pre rifiutato , solo di una tregua offerendosi e nulla più. A 

' Antooio Manin, op. cit. , tomo VI, pag. 90, 91 , 9S. 



I DOGI POPOLARI. 19 

vincere qaella renitenza, pare ì Veneti macchinassero quo 
stratagemma, un bel giorno da Galata precipita dentro la 
città di Costantinopoli an enorme sasso. Di ciò lamentavasi 
il Gantacuzeno, e i Coloni rispondevano non esserne in col- 
pa, ciò doversi imputare alla sbadataggine dell'artigliere, 
ch'esercitandosi colle macchine, gli era il colpo caduto oltre 
la mira. Se non che la dimane altro maggior sasso venia 
lanciato in città. Allora indignatosi quell'augusto, seco stesso 
risolveva aver indizio aperto dell'animo ostile de' coloni, 
non aspettare che ogni leggiera occasione per nuocergli, do- 
versi egli provvedere secondo la ragione dei casi. £ giunta 
la flotta di Niccolò Pisani nella Propontide, mandava a quella 
messaggieri ed oratori per far consapevole il capitano ch'egli 
aderiva alla lega, la quale conchiudevasi colle condizioni 
ch'io poc'anzi riferii. 

XV. A mortalissimo eccidio, come abbiamo vedato, 
correvano le due repubbliche di Venezia e di Genova. Un 
magnanimo spirito, che allora isuoi tempi e tutta Italia ono- 
rava, e di cui va celebre il nome, Francesco Petrarca, in- 
vano colla maravigliosa eloquenza cercava distoglierle dal 
fratricidio. Al doge veneto Andrea Dandolo, scrittore delle 
patrie cose, una famosa lettera indirizzava, che credo pre- 
gio di queste istorie il qui riporre, nel modo che il marchese 
Gerolamo Serra la riferisce tradotta. (Vedi Storia, tomo li, 
pag. 342.) 

« L'antica nostra amicizia, e l'amore della patria co- 
» mune mi confortano a ragionare apertamente con voi. Corre 
» una voce, che due libere città vogliono farsi una guerra a 
» morte. E quali città I I due lumi d'Italia, collocati dalla 
j» natura sugli opposti confini dell'Alpi per signoreggiare i 
» mari che la circondano, e perchè dopo l'abbassamento del 
i> romano imperio la miglior parte del mondo ne Sia ancor 
» la reina. Nazioni altere osano contenderle in terra il primo 
» luogo, è vero; ma chi oserebbe disputarglielo in mare? 
» Fremo al pensarvi. Se Venezia e Genova rivolgono in so 
» stesse l'armi trionfatrici de' Barbari, tutto è perduto, e 
» impero marittimo e gloria nazionale. Chiunque sia il vin- 
B lo, è forza che l'uno de' nostri lumi s'estingua, e l'altro 



20 BPOGA QUARTA. 

» s'indebolisca. Perchè, non occorre farvi illasione, do» 
» vincerete mai facilmente un nimico d' indole ardente, av- 
» vezzo alle vittorie, e, ciò che più vale, italiano. Uomini 
» valorosi, popoli potenti, parlo qui ad entrambi; qual è lo 
» scopo vostro, quale sarà il frutto delle vostre discordie? Il 
» sangue onde siete assetati, non è di Arabi o d'Affricani, 
» è sangue di un popolo a voi congiunto, di un popolo che 
» farebbe di so scudo alla patria comune se nuovi barbari 
» l'assalissero, di un popolo nato a vivere, a combattere, a 
1» trionfare, o morire con voi. Il piacer di vendicare un'off 
1» fesa leggiera potrebb'egli più che il pubblico bene eia sa- 
» iute di voi stessi? Non è ella la vendetta un donnesco pia- 
» cere? Non è forse più bello e più glorioso agli uomini 
B dimenticare un* ingiuria che vendicarla, perdonare al ni- 
x> niico che dargli morte? E pure se ciò che mi si dice è- 
» vero, per meglio saziare il vostro furore, vi siete collegati 
» col re d'Aragona, e i Genovesi han ricercata l'amistà del 
» greco usurpatore, ta),che Italiani implorano l'aiuto de'Bar- 
» bari per ofTendere altri Italiani. Madre infelice! che Oa di 
» te, se i tuoi figliuoli medesimi prezzolano mani straniere 
» per lacerarti il seno? Non altra è la cagione del tuo lagrì- 
j» mevole stato, l'aver posposta la benevolenza de' nazionali 
» alla perfidia de' forestieri. Noi insensati I che andiamo cer- 
» cando da anime venali ciò che potremmo ricevere da' no- 
» stri fratelli. Benignamente ci steccò la natura di alpi e di 
» mari. Avarizia, invidia, superbia han rotto lo steccatOv 
» Cimbri, Unni, Tedeschi, Francesi, Spagnuoli lo inonda- 
» reno. Che fia di noi, che sarà dell'Italia, se Venezia e 
9 Genova argine non fanno al nimico torrente? Prostrato a 
jf) pie delle due Repubbliche, pieno gli occhi di lagrime e 
» d'amare/za il cuore, io grido loro: deponete l'armi civili,. 
» datevi il bacio della pace, unite gli animi vostri e le ban- 
» diere. Cosi l'Oceano e l'Egèo vi sieno favorevoli, ginn- 
» gano le vostre navi prosperamente a Taprobana, all'isole 
» Fortunate, a Tuie incognita e fino a' due poli. I re e i pò- 
» poli più lontani vi andranno incontro, i barbari dell' £o- 
» ropa e dell'Asia vi paventeranno, e la nostra Italia sarà a 
» voi debitrice dell'antica sua gloria. » 



I DOGI POPOLAII. 21 

A qaesta lettera rispondevasi dal Dandolo, lodando l'elo- 
quenza di Petrarca e vituperando i Genovesi. 

XVI. I Greci por senza dichiararle aveano cominciale 
le ostilità; metà della loro flotta si era ingolfata nel Mar Nero, 
e là fatto ricco bottino, tornata in Costantinopoli, dove tra 
l'imperatore e Niccolò Pisani ordinavasi II modo della guer- 
ra; piaceva al primo l'assedio, al secondo on pronto e vio- 
lento assalto, e questi vinse, poiché i Veneti» pagando le 
spese della guerra , faceano prevalere le volontà loro. Conve- 
nivasi dunque che l'esercito di terra, guidato dall'impera- 
tore, avrebbe fatto impeto contro le mura di Galata, con 
picconi, zappe ed altri istromenti per iscavare il terreno, 
mentre in mare, sopra due navi collegate insieme per travi, si 
edificava una gran torre a tre ripiani con feritoie, donde gli 
assalitori doveano vomitar dardi , saette e fuochi contro la 
colonia; la torre era più alta delle mura di Galata, per sot- 
tile congegno il superiore ripiano abbassavasi, e il tavolato 
coperto sopraponendosi alle mura, serviva di ponte per ivi 
dar passaggio a' nemici che sarebbonsi con tal mezzo intro- 
dotti in Galata; un'altra nave portava una macchina che do- 
vea gettar fuoco, e muover l'incendio dell'assalila muraglia. 
Quei di Galata, non isgoroenlati all'apparecchio di tanta 
guerra, stavano tranquillamente provvedendo alle difese, 
guernivano le mura, forlifìcavanle dove più deboli mostra- 
vansi, ciascuno poneano al suo posto, e i ripari più neces- 
sari con sollecitudine preparavano pronti a sostenere ogni 
assalto. Sul lido (ratte le navi, queste insieme con travi 
congiunte, aveano per modo schierate, che quivi il nemico 
dovea incontrare la prima opposizione avanti di avvicinarsi 
alle mura; provvedutele di trabacoli e di mangani, scaglia- 
vano pietre, sassi e ogni sorta di colpi da esse. 

V assalto di terra imprendevasi cercando di colmare i 
fossi che separavano Galata dal campo nemico; questo vo- 
lendo appropinquarsi alle mura, fascine e salciccìoni getlava 
nel vóto; ma i Coloni vigili alla difesa, coi frequenti tiri non 
solo rìmovevano gli assalitori, ma usciti con materie inca- 
tramale ardevano e mellevano in cenere tutto quanto era 
stato adoperato da' Greci a riempiere la circonvallazione. 



22 EPOCA QUARTA. 

L' assalto dì mare non meno infausto rìescìva ; avvici- 
nate alle mura le macchine, quella della torre stendendo il 
suo tavolato del superiore ripiano per formare il ponte da 
passarvi, questo mancava di qualche palmo, cosicché l'or- 
dito disegno invano potea mandarsi ad eflello. L' imperatore 
struggevasi di rabbia per la mala riuscita, e specialmente 
per vedere che T ammiraglio veneziano colle sue alleiate ga- 
lee se ne stava inoperoso. 

Cagione di quesla inoperosità si erano i recenti ordini 
ricevuti dalla sua Hepubblica, la quale avvertendolo che un 
naviglio di 60 galee uscito fuori del porto di Genova volgeva 
all'Oriente, imponevagli serbassesi intero, lasciasse subito 
ogni cosa, andasse incontro alle galee che gli si mandava- 
no, si congiungesse a loro e di tutte assumesse il comando. 

XYII. Infatti la flotta genovese forte di 60 galee * capi- 
tanata da Paganino Doria sarpata dal nostro porto, navigava 
in quelle acque. Pisani vedendosela sopra, né polendo resi- 
stere al maggior numero si avvisa di fuggire a Negroponte, 
ì Genovesi gli dan dietro ed inseguonlo, dalle poppe dei fug- 
gitivi, e dalle prore degli inseguenti é lancialo un nugolo di 
dardi; una galea dalmata trovandosi addosso l'inimico, si 
traggo a terra, si arena e salva cosi l'equipaggio; Pisani 
riesce a rifugiarsi in Negroponte, ma quivi prevede che i suoi 
legni sono per essere sicura preda dei Genovesi che già stanno 
per entrare; crudele, ma grande proposito risolve, lutti li 
brucia ed alTonda, egli co' suoi e colle macchine da guerra 
ritirasi a difendere l'aggredita città; l'oppugnazione di questa 
é tentata con mille modi da Paganino, sono fatti scavi sotter- 
ranei, e mine praticate, pali frapposti per subbissarla; ma gli 
oppugnati fanno, correr l'acqua negli scavi, e rendono vano 
ogni tentativo; due mesi vi si affaticava il Doria senza rica- 
varne frutto In questo, l'imperatrice Anna sottrattasi col figlio 
all'arroganza del Cantacuzeno, scampatasi in Macedonia, 
mandava da Tessalonica a' Genovesi: lei soccorressero, essere 
italiana, nata di principi amici e vicini a Genova, voleva 
dire di casa Savoia; riconducessero il giovine principe, cui 

* Mi attengo a Giorgio Stella , al Giustiniani, al Foglietta e airAccioelli 
che tciivono &), mentre il Serra dice 70 e Antonio Marin 63. 



I DOGI POPOLA m. 2:) 

dal Canlacaieno si era u8arpa(o il potere, al soglio de'snoi 
padri; Pagano, avutone consìglio colla flotta, lasciava l'as- 
sedio e appreslavasi a secondare T invito; ma la instabile 
donna non appena sentiva i nostri accorrenti al soccorso penti- 
vasi, e disdiceva T instanza, temendo del figlio che troppo 
cara cosa increscevale di esporre a nuovi e pia crudi peri- 
coli. I Genovesi navigavano allora alla Propontide in traccia 
de' Veneziani. Il vento soffiava loro sinistro, e costringevali 
a ripararsi al lido di Eraclea 60 miglia discosta da Coslanti- 
nopoli. Scesi a terra i marinai, e vagando per que' siti, due 
di essi aveano troncata la testa dagli abitanti. Ciò dalla flotta 
saputosi, levavasi un gran rumore, e gridavasi volerne ven- 
detta; indarno il capitano sforza vasi a moderarne il traspor- 
to, essi lo rimproveravano di colpevole amicizia col Canta- 
cuzeno, e Martino del Moro, uno de* capitani popolari, alta- 
mente dichiarava ) che se Paganino non avesse di quella 
morte fatto loro riparo, a Genova tornati dinanzi al parla- 
mento del popolo l'avrebbero accusato, e negatagli quell'af- 
fezione che sin qui gli avevano portata. Non resse il Doria 
alla minaccia; e benché sentisse come quella perdita di tempo 
avrebbe vantaggialo il nemico, ciò non di meno si arrese, e 
tutto mise in pronto per l'oppugnazione: la resa fu imme- 
diata, imperocché le mura fossero diroccale, e potessero in 
breve entrarvi i Genovesi , i quali vi fecero largo bottino, né 
gli aiuti dall'imperatore spedili capitarono in tempo da im- 
pedirne l'occupazione. I prigioni eia roba si trasportavano in 
Pera. Il capitano Moro salito in audacia volea ad ogni paltò 
recarsi contro Costantinopoli, ma bastò l'avvicinarsi a quella 
città perchè i suoi compagni che avea suscitati si accorges- 
sero della vanità non solo, ma del pregiudizio dell'impresa; 
sì risolvè dì andar sopra a Sozopoli o Selibria 30 miglia lon- 
tano da Costantinopoli. Era questo un porto della Propontide 
coi come ad ogni altro avea oflérti soccorsi l'imperatore; 
quelli abitanti rifiutavanle, ed ora non appena assaliti, im- 
possibile veduta la resistenza, davansi a discrezione; incon- 
travano un primo saccheggio, quindi le persone e masserizie 
piò preziose ricomperavansì ad altissimo prezzo. I cittadini 
di Eraclea duravano tuttavia prigionieri in Pera; il loro ve- 



24 EPOCA QUABTA. 

SCOVO Filoteo portavasi ai magistrali delia colonia , per quelli 
che col tempo avrebbero potato pagare il prezzo del riscatto 
facevasi mallevadore, per gli altri poveri e tapini offeriva il 
ricavo dell'ipotecata mensa vescovile, e per quanto ancora 
mancava, se stesso rimetteva nelle mani di essi. Tanta pietà 
commosse i magistrati, e generosamente i prigionieri gli si 
donavano senza un guiderdone al mondo. Esempio tanto più 
singolare di liberalità, in quanto che allora le taglie o i ri- 
scatti servivano di paga, e ì prigionieri miserabili vendevan- 
si, tenevansi in qualità di schiavi. 

XVIII. Intanto ì collegati miravano a congiungerle forze 
contro di noi ; 30 galee veneziane uscivano dal porto loro 
condotte da Pancrazio Giustiniani, navigavano in Sicilia ad 
attender Tarmata catalana di altre 30 galee che guidava Pon- 
zio di Santa Pace. Una forte procella assaliva le due flotte e 
faceane bersaglio, una galea veneta che avea mille uo- 
mini di equipaggio subissavasi; un'altra spedita da Vene- 
zia a raggiunger l'armata, venia presa da una genovese: 
certo Giovanni Memmo comandava la veneziana, Paganino 
Doria avea da lui notizia dei disegni dei nemici, e come i 
capi deliberato avessero di condursi nella Propontide, e 
quindi fatta la congiunzione coli' armata dell' imperatore 
de' Greci, porre in opera tutti i mezzi pssibili per impadro- 
nirsi di Galata, ond'ò che il Doria affrettavasi a difendere 
quel forte presidio de'Genovesi. A Modone riunivansi le galee 
catalane e le 30 del Giustiniani colle altre di Niccolò Pisani 
formavano un grosso di 78 galee, aspettando il destro di tutte 
conglungersì a quelle del greco imperatore che ne avea ar- 
mate 14. Era disegno di Paganino vietare questa congiunzione. 
Il capitano de'Calalani dovea per ordine del suo re sottostare 
al veneto, e questi avea lasciato passare tutto il verno 
del 1352 senza mai mostrare di voler incontrare battaglia; 
venuto il principio di primavera, l'armata collegala condu- 
cevasi verso l' isoletta dei Princìpi, e facea sforzo di unirsi 
a' Greci; il Doria ad impedirlo dava ne' remi, e portavasi 
all'isola che sta fra Sozopolì e la bocca del Bosforo. Aiutati 
dall'austro venivano a gonfie vele i nemici; egli non potea 
che pensare a tórre il passaggio, o almeno con qualche atra- 



I DOGI POPOLARI. 25 

lagemma a pigliarne alcuna galea; non potendo riascirgli 
che questo, ordinava ai suoi con rampìconi e remi guardas- 
sero a molestarli e intraprenderli, ma la velocità del vento 
che li portava, mandava a vóto il tentativo; i nemici passa- 
vano lo stretto, onivansì ai Greci lasciandosi Indietro i Ge- 
novesi. Più dura calamità percoteva allor questi; il vento 
dianzi prospero alPentrata, volta vasi a comodo del ritorno, 
sicché le flotte combinate approfittando dell' opportunità ve- 
nivano ad investire la genovese. Il Doria non intimorito, 
contro il maggior numero de' nemici, contro il vento, contro 
il mare, strettosi alla riva d'Asia in un luogo detto Sarco- 
fago ch'egli bene ed i suoi marinai conosceano, stava intre- 
pido ad attenderli. Disseminato era il sito di piccoli scogli 
latenti sott'acqua; sua idea era, se non i Veneti ed i Greci 
che vi aveano molta pratica, i Catalani disperdere e rompere 
in quelle scogliere. Cominciava la battaglia, niun ordine 
l'avea disposta, il tempo, il luogo, l'incontro, T accanimento 
l'ingaggiavano, fierissima accadeva, poco dopo il principio 
il vento infuriava, levavasi il mare, e cielo e mare agita- 
vano orrenda procella. Veneti, Catalani, Genovesi feroce- 
mente pugnavano, i Greci che avrebbero dovuto entrare del 
pari in battaglia tenevansi discosti; la notte caduta mettea 
fine al sanguinoso combaltiroento, e come fu un poco il mare 
abbonacciato pensavasi a lasciar l'orrido sito, ed entrambe 
le flotte peste, malconce, sconquassate ricoverarsi nel vicin 
porlo di Santa Foca alle colonne, dietro alla punta orientale 
di Gelata. Tutta la notte passava fra lo sbattimento de' legni 
l'on contro l'altro dalla tempesta portati, lo stridore de'ven- 
ii, e l'imperversare dell'onde; niun più dall'altro distingue- 
vasiy Catalani contro Catalani, Veneti contro Veneti, Geno- 
vesi contro Genovesi urlavansi, percotevansi, pugnavano; i 
prìaii meno esperti del luogo, incontravano il maggior dan- 
no, laonde quei di Galala, sottilmente avvisando, fusto e 
saettie cacciavano fuori, e traendosi presso a' Catalani, sco- 
perti certi loro fanali ofTerivansi in qualità di amici e pronti a 
guidarli in Costantinopoli. Fidatisi i Catalani all'ingannevole 
lume, erano avvolti in più malagevoli strettezze, e quindi con 
maggior uccisione di nomini, occupati e condotti in Galala. 



26 BPOCà QOARTA. 

Venata a fine qaeirorribìl notte, messasi un po' di luce 
nel cielo, miserevole vista comparve, tatto pel mare rosseg- 
giante, cadaveri d'uomini, tavole, frantami di navi, di albe- 
ri , di vele che la furia delle onde avvolgeva e balzava, grida 
di feriti e naufraghi, e lamenti che si confondevano cogli 
urli dei venti procellosi: i nemici inosservati si erano di 
cheto tratti a Terapia, porto che un piccolo promontorio e 
an forte castello difendono; i Genovesi poneansi a contare 
le loro perdite e i loro vantaggi; mancavano degli uomini 
loro 700, fra i quali molti degnissimi cittadini e valenti in 
guerra , delle navi 3 sole, avendone ricuperate 10; i vantaggi 
erano 30 galee di Veneti, e 18 di Catalani prese; i nemici 
uccisi arrivavano ai 4000.^ 

XIX. Questa è la battaglia che si chiamò del Bosforo , 
avvenuta il dì 9 marzo 13tS2 ; se la gloria del trionfo si deve 
attribuire ai Genovesi, non però questi ebbero a rallegrarse- 
ne, anzi le consuete feste ed oblazioni votive tralasciavano 
interamente per le molte perdite de' cittadini che vi erano 
rimasti estìnti. Che la vittoria fosse nostra, non solo gli scrit- 
tori genovesi, ma gli altri tutti lo accertano; le parole di 
Matteo Villani, e quelle più particolari di Francesco Petrar- 
ca, non che lo stesso Sabellico storico veneziano, ne fanno 
incontrastabile fede. Portavansi quindi valorosamente Vene- 
ziani, Genovesi e Catalani, i quali ultimi per essere ignari 
de' luoghi in maggior numero lasciavanvi la vita ; l' ammira- 
glio loro Ponzio di Santa Pace giunto in Costantinopoli per 
le molle ferite spirò poco dopo ; i Greci vilmente si tennero 
spettatori del comune pericolo, né valgono a scusarli in alcun 
modo le vaghe e prolisse parole dell'imperatore Canlacuzeno, 
che vorrebbe cogli artifizi del dire nascondere ana singolare 
ignominia del suo popolo. 

I Genovesi riduceansi in Pera, e ricevute altre 10 ealee 
da Genova pensavano a riprendere le offese. Paganino Doria 
facea trattato con Urcane capo dei Turchi ottomani nella vi- 
cina Bitinia, il quale, sdegnato per il forte armamento de' Ve- 

^ Nel novero cosi delle navi come degli uomini seguito Giorgio Stella e il 
Giostiniaci, il primo autore vicino ali* epoca in cui accadde il fatto, il secondo 
d' inalterabile fede. 



I DOGI POPOLARI. 27 

nel! presso agli Stali snoi senza avergliene data notizia, ac- 
cettò volentieri le proposte dei Genovesi, e si dispose a far 
passare in Europa oste numerosa. L'ammiraglio veneto dal 
loogo di Terapia si conduceva in Costantinopoli, ed aveano 
ragione di credere i Genovesi che vi andasse per allaccare 
onilamente ai Greci ed Aragonesi il sobborgo loro di Gala- 
ta. Ma per quanto gliene facesse instanza il Cantacuzeno, 
non potè ottenerlo da lui ; V imperatore volgevasi ancora al- 
l' ammiraglio aragonese De Scoltis successo a Ponzio di 
Santa Pace, ma questi rispondeva non poter mancare agli 
ordini del suo re, per cui nulla pelea operare senza il Pisa- 
ni, il quale ad un tratto scomparso dal cospetto di Costanli* 
nopoli, seguìtavalo poco dopo lo Scollis. 

L'imperator greco lascialo solo in tal modo, pensava ad 
acconciare il meglio possibile coi Genovesi le cose sue, e 
conchiudeva alfine addì 6 maggio 1352 un trattalo con loro, 
dì cui particolarmenle dirò nella parie commerciale di qoe- 
si' epoca. Intanto giovi il sapere che con tale trattato i Ge- 
novesi ottenevano rispetlo ai Greci i due fini precipui per 
cui aveano preso le armi, cioè V ingrandimento della colonia 
di Calata, ed il diritto di impedire i naviganti greci dal con- 
dursi alla Tana. È d*uopo piegarsi ai signori del mare^ scri- 
veva r imperatore Cantacuzeno obbligalo a riconoscere le 
leggi dì una inevitabile necessità. 

XX. Scnonchè non ancora la genovese Repubblica avea 
conseguito T intero scopo: nulla era il concesso da' Greci, 
se i Veneti conlinuavano a commerciare coi Tartari ; però 
le ragioni della guerra seguitavano, e si dovevano in altra 
battaglia più specialmente sperimentare. 

A togliere ì nuovi cimenti travaglìavansi indarno il 
sommo pontefice Clemente VI, che gli ambasciatori dei tre 
popoli belligeranli, Veneti, Aragonesi e Genovesi chiamava 
in Avignone, moslrando l' ìngiuslizia del proposito e la ne- 
cessità di collegarsi per cacciare i Turchi d' Asia e i Mori di 
Spagna, e Francesco Petrarca vivente in Corte di Avignone, 
che ne scriveva caldamente ai Genovesi nei modi seguenti: 
(Vedi lettera di Francesco Petrarca nella Storia di Serra , 
tomo li, pag. 360.) 



28 EPOCA QOABTA. 

« mastre doge, magnifici anziani, ^ permettete eh' io vi 
» preghi e v'inviti, come invitai dianzi il doge di Venezia, 
» alla concordia e alla pace. Io sento consimili uffizi essere 
» naturali e quasiché necessarj al mio cuore. £ chi potrebbe 
» incolparmi d' importuna ingerenza ne' fatti altrui? Uomo 
» son io, cui li mali affliggono dell' umanità, e sono italiano, 
» del dolor dell' Italia dolente. Se i voli miei non vennero la 
» prima fiata esauditi, spero non sarà così adesso che ciò 
» dipende da voi. Conosco l' indole voslra e però m' affido. 
» Non esiste popolo più terribile In guerra, più mansueto in 
» pace. Tutte le terre ove voi combatteste, tutti i mari da 
T» voi navigati attestano i vostri trionfi. Il Mediterraneo ve- 
» nera le vostre bandiere, l'Oceno le paventa, e il Bosforo 
» .è ancor tinto del sangue dei vostri nemici. Chi può senza 
» capriccio leggere od ascoltare i successi di quell'ultima 
» battaglia , nella quale a un sol tempo vinceste tre potenti 
» nazioni? Chi può descrivere tutti gli orrori di quel dk tre- 
» mondo, il fracasso de' venti, delle funi, de' ferri, l'arto 
»* delle navi, lo stridor delle trombe, il fischio de' dardi vo- 
» lauti, e i gemiti e gli urli degli uomini moribondi? Chi 
» dipingerà la notte che succede a quel giorno, notte simile 
» a quella che Virgilio ritrasse sulle infuocate strade di 
« Troja? Ma no, ì secoli andati non somministrano esempj di 
» un combattimento cosi ostinato e sansoinoso. Dissimulare 
« non posso la pietà che mi stringe de' Veneziani. Quantan- 
i> que discreduto da loro quando era ancor tempo di censi- 
» gliarli, io sento al vivo le disgrazie loro. Sentitele pur voi, 
1» Genovesi, e riflettete, che siete gli uni e gli altri Italia- 
» ni, che grave ingiuria non vi disunì. Rinconcilialevi adun- 
» quo con essi, e se vi piace combatter sempre, rivolgetevi 
B contro i perfidi consiglieri delle vostre discordie; quindi 
» passate a liberar Terrasanta, opera cara al mondo e alla 
» posterità. Sebbene io porto opinione, dalle cose passate 
» pronosticando le future, che a voi convenga, dopo la vil- 
« toria de' nemici esteriori , provvedere al pericolo degl' in- 
» terni. Roma non potè esser vinta se non da Roma. Ciò che 
j» avvenne a quella somma repubblica dell'antichità, avverrà 

' Mémoire sur la vie du Pélrar, , tomo IH. 



1 DOGI POFOLAU. 29 

> pare a voi» se non vi applicale a rkanir gli animi de' vo- 

• siri ciltadini, massimamenle quando sollevali l' aura della 
» forluna. Mille sono gli esempli delle cillà per odj civili 
) distraile; ma il più sensibile è in voi. Ricordivi quel lero- 

po ch'eravate il popolo più felice della terra. Il vostro 
' paese pareva an soggiorno celeste; cosi son dipinti gli 

• Elisj. Quale spettacolo dalla parte del marel torri che sem- 

• bravano minacciare il firmamentOt poggi coperti di alivi 

• e melaranci, case marmoree in sulle rupi, e deliziosi re- 
» cessi infra gli scogli, ove l'arte vincea la natura, e alla 

• cui vista i naviganti sospendevano il movimento de* remi, 

• tutti intenti a risuardare. Ma chi veniva per terra, mera- 
) vigliando vedeva uomini e donne regalmente vestili, e 
I fino tra boschi e montagne delizie incognite nelle corti 
) reali. All'ingresso della vostra città, pareva di metter piede 

> nel tempio della Felicità; e di lei si proferiva ciò che fu 

> detto anticamente di Roma : Questa è la città dei re. Poco 

> tempo innanzi vinte avevate Venezia e Pisa. Chiedete 

> a'voslri vecchi, coetanei a quelle insigni vittorie, l'im- 

> pressione ch'elle lasciarono. Qual timore ne' porti, qual 

> venerazione ne' popoli, quali acclamazioni nelle riviere 

> alla comparsa delle vostre armate I Signori del mare, ap- 

> pena che alcun navigasse senza vostra licenza. Discendele 

> quindi con la memoria a que' tempi infausti, che l'ergo- 

> glio, l'ozio, la discordia, l'invidia, compagni inseparabili 

> della prosperità, allignarono fra voi, e vi rendettero, cosa 
) impossibile a umana forza, schiavi I Gran differenza in un 
) subito! Gli splendidi palagj divennero nidi d'assassini, e 
•) le belle riviere e la città superba si fecero incolle, deser- 
9 te, deformi e rovinose. La patria vostra fu assediala da 'suoi 
stessi fuorusciti: si combattè intorno alle sue mura non 
solamente di terra e di mare, ma sotto terra ancora ; né 
I) la guerra più crudele ha flagelli, che non piovessero tutti 
} su lei. Piacquevi finalmente di riordinare lo Stato, dando 
» alla Repubblica un capo ; e allora fu che le discordie si 
» eslinsero, che la guerra cessò, e sicurezza e abbondanza 
) e giuste leggi tornarono fra voi. Se dunque una trista 
) esperienza vi ha dimostrato i subiti casi della fortuna. 



30 EPOCA QUARTA. 

» deh! tenetevi anitì, assicuratevi da nuove calamità, siate 
M equi, moderati, clementi. » 

Queste calde ed eloquenti parole tornate vane, i Genovesi 
univan^i col re. d'Ungheria,! Veneti colk' imperato re Carlo IV; 
e neli' agosto del 1353 armava Genova CO galee, 45 Venezia, 
e 35 Aragona.* Delle veneziane era capitano Nicola Pisani, 
delle aragonesi Bernardo Cabrerà, ' delle genovesi non più 
r invitto Paganino Doria, ma un Antonio di Grimaldi. 

Il Doria tornato in Genova avea male incontrato a' citta- 
dini, gli si rimproverava di avere eccedute le confertegli fa- 
coltà, di aver riportata vittoria sanguinosissima e luttuosa, 
per cui la più gran parte delle nostre famiglie avea dovuto 
vestire il bruno, e per estremo di contraddizione, di essere 
stalo facile a quella pace col greco imperatore : tutte queste 
accuse lo rimossero dal comando, sicché la parte guelfa ri- 
manendo superiore, potè imporre alla Repubblica un suo 
capo nel Grimaldi. 

XXI. I Veneziani si davano ad entrar nel Mar-Nero, 
e quivi a molestare le colonie genovesi predando una cocca 
loro del valore di 150 mila ducati, e i nobili e mercanti im- 
barcati in essa condncevano prigionieri in Candia. I Geno- 
vesi pensavano di portarsi in Sardegna alla liberazione di 
Alghero, che assediavano gli Aragonesi, e cosi muoversi ra- 
pidamente a quella parte che ancora non fosse operata la 
congiunzione de' Veneti cogli Aragonesi. Alghero si era dato 
poco prima al doge di Genova con atto del 1 gennajo 1353, 
e giuratagli fedeltà addi 7 marzo dello stesso anno." Antonio 
Grimaldi affrettavasi alla partenza sperando di scioglierne 
l'assedio, e ancora per impedire a' Ghibellini di metter lo 
scambio, impensatamente veleggiava a Porto Venere, otto 
legni gli erano disalberati colà dalla procella, cosicché il suo 
corso ritardato, V unione de' nemici facevasi ; con soli 52 le- 



* Seguito sempre Giorgio Stella e monsignor Giustiniani perchè li trovo 
più veridici. II Serra dà a Y eoesia 30 galee e 40 ad Aragona , Antonio Mario 2S 
galee a Veoesia, 40 ad Aragona e 53 ai genovesi. 

8 II Maria Io dice Girardo di Caprara. 

' Questi due documenti esistono nel Regio Archivio di Corte di Torino. 
Vedi Manuo, Storia delia Sardegna» tomo II, pag. 178 nota. Edis. di Capolago. 



I DOGI POPOLARI. 31 

ni arrivava in Sardegna fra Porto-Conte e il gotfo di Al- 
bero, al Capo nominato Galera. In fondo di questo atten- 
evanlo i collegati: Bernardo Cabrerà, che mollo valse in 
uella fazione, e pare l'abbia e^^li ordinata, avea avvisato 
9n una catena di antenne e di travi di attaccare le navi sae 
quelle dei confederati , sottoponendo quindi ciascuno alla 
ecessilà di pugnare o di cadere congiuntamente. La stessa 
lanovra era fatta dal Grimaldi, tranne quattro galee che 
sciava egli libere per ogni ala , ed otto invece i collegati, 
a queste libere galee dell* una e l'altra parte cominciava il 
[ 29 agosto 1353 un lento battagliare, che per 6 ore durava 
nzachè le due squadre osassero di venire a più deciso con- 
itto. AI6ne il ventò prospero a* nemici scagliava le cocche 
italane contro tre galee genovesi, e percotevanle aspra- 
ente; le altre al soccorso prestavansi con vigoria, quando 
improvviso il capitano genovese fa sciogliere 11 galee, e 
[giungendole alle altre rimaste libere, mostra di voltare ad- 
elro a' nemici. I nostri aspettano con impazienza il favo- 
!voIe esito dello stratagemma, ma invano, che T impaurito 
rimaldi con quelle 19 galee corre fuggendo verso di Geno- 
I ; Io stupore e il soverchiar de' nemici sconfigge i Geno- 
;si, 41 galea riman presa, annegati od uccisi di essi sono 
ù di 2000, prigioni 3500. 

XXII. In Genova non è a dire quanto lutto e disdegno 
ostasse l'infausta novella; i Ghibellini inveleniti lancia- 
insi contro i guelfi, e volevano porre a sindacato il Gri- 
aldi, e della sconfitta ignominiosamente toccata obbligarlo 
severissima ragione; i Guelfi a tutto prestavansi, ma il 
rimaldi voleano assoluto ; le parti intanto 1' una contro del- 
ìltra nella pubblica calamità indignate, minacciavano in più 
aventevole abisso di trascinare la Repubblica. Questa era 
sidiata dai nemici che campeggiavano vittoriosamente il 
editerraneo, e poteano improvvisi piombarle sopra; penu- 
iva di viveri, né pella via di mare poteva averne, dai Ve- 
*zlani e Catalani impedita, né per quella di terra, oppo- 
indosi l'arcivescovo Giovanni Visconti signor di Milano, 
quale essendo padrone di tutti i paesi dall' Apennino ai- 
Adige , era inevitabile la sua conquista dall' Apennino al 



32 EPOCA QUARTA. 

mare. Io qaegto frangente qual. consìglio a prendersi dai 
Genovesi? I Fiorentini, è vero, profferivano di ajutarci, e 
consolavanci come meglio sapeano, ma di quanto il Comune 
abbisognava nulla poleano. Dai più savj si andava ricercando 
un rimedio, che quello slato non era durevole, e chi Tana, 
e chi l'altra cosa proponeva, menlre tutto volgeva a confa- 
sione e disordine per la rabbia delle fazioni, e il cruccio delle 
famiglie orbate de' loro più cari nella rotta di Alghero. Al- 
fine vi fu chi argomentò in tal guisa : I Veneziani e Catalani 
sono poco discosti, la sede della Repubblica è minacciala, 
vettovaglie non abbiamo, estremo il pericolo, estremo il bi- 
sogno, i Fiorentini si offeriscono, ma nulla possono darci che 
sia bastante, chiuse sono le vie di Lombardia, abbiamo alle 
porte il potentissimo signore di essa , il quale prevalendosi 
della pubblica costernazione non tarderà ad invaderci ; fac- 
ciamo un grande sacrifizio proporzionato alla grande sven- 
tura in cui siamo; i padri nostri, noi stessi ci concedemmo 
in protezione all'imperatore Enrico VII, al ponleGce' Gio- 
vanni XKIl, a Roberto re di Napoli ; colle stesse condizioni 
concediamoci a questo arcivescovo Visconti, il quale è per 
occuparci in ogni modo. Se non altro noi otterremo con un 
trattato quei patti che ci negherebbe nella inevitabile inva- 
sione. Con questo avremo viveri, ripiglieremo forza, pense- 
remo alla vendetta, e quando saremo venuti a tale che mu- 
tata sia la presente fortuna, muteremo di reggimento; come 
cacciammo l' imperatore Enrico VII, Giovanni XXII e il re 
Roberto, cacceremo V arcivescovo. 

Cotale ragionamento non era da spregiarsi, o almeno 
mostravasi il più confacentc alla durezza di quelle condizio- 
ni, in cui versava la Repubblica ; i Ghibellini confortavanlo 
di lor suffragio, e il partilo si vinse. Gli scrittori del tempo 
e i posteriori censurarono i Genovesi per ciò, ma chi ben 
vede, e le cose dello Stato più colla ragione che colla fanta- 
sia giudicherà doversi regolare, darà lode, non torto, ai Ge- 
novesi, se per non perdere l'indipendenza abbiano per qualche 
tempo di per sé stessi rinunciato all' esercizio di lor libertà. 
Essi intimamente sapeano che alla prima occasione avrebbero 
questa con migliori auspicj ripigliato, come infatti successe. 



I DOei FOPOLARI. 33. 

Andavano danqae quadro ambasciatori a Giovanni Vi- 
sconti arcivescovo e signore di Milano; portavano: la città 
di Genova gli si darebbe in protezione per tolto il tempo di 
sua vita, coi seguenti patti : 

10 Rispetto e conservazione delle sae leggi, magistrati 
e consigli. 

2o Apertura delle tratte dì Lombardia» a cagione di prov- 
vedere di vettovaglia i vuoti magazzini. 

30 Ajuto e cooperazione delle sue forze afllnchè la Re- 
pubblica rilevasse il suo nome dall'onta dell' ultima scon- 
fìtta) e pigliasse vendetta contro Venezia ed Aragona. 

4° La croce rossa mantenuta, e sovraposla alla biscia 
de' Visconti. 

5° Nel resto osservarsi i termini stabiliti col re Roberto 
li Napoli. 

11 Visconti, che di soppiatto avea eccitata la proposta, 
iccettò volentieri V offerta , e giurò di attenersi religiosa- 
sente alle condizioni da cui era inseparabile. Francesco Pe- 
rarca che si trovava presente, redarguì gli ambasciatori, e: 
Possibile, lordicea, che i Genovesi abbiano perduto, ed ora 
' animo loro si smarrisca in tal modo? 

Immantinenti l'arcivescovo manda a suo governatore 
n città Guglielmo Pallavicini marchese di Gassano, apre le 
ratte di Lombardia, e provvede alla penuria, di un orinolo 
i raote regala il Duomo di San Lorenzo, parte gli onori Ira 
lobili e popolari, spedisce 700 militi a cavallo e 1800 fanti, 
;overna dolcemente, e per la guerra contro Venezia delega 
I Petrarca, affinchè ancora tenti gli ultimi sforzi e senta 
lair amico doge se vi ha pur vìa di onesta composizione. 
ì)cco la sua lettera all' amico Andrea Dandolo. 

« Nulla d'insolito qui leggerete, il più chiaro fra i 
dogi, ma quello soltanto di cui vi ho altre volte stancato. 
Quale piena di ansietà di pace lettera io vi mandassi, prima 
che Marte avesse fatto tinger dì sangue il ceruleo mare ai 
due bravi popoli, vel rammenterete; e come dopo che 
erasi combattuto due volte or soli' Ellesponto or sul Tir- 
reno, lo fedele, ma ahi troppo infelice trattatore della pace 
italiana, venissi spedito a voi ed ai vostri per distruggervi 

Storia di Genova. — 4. 3 



34 EPOCA QUARTA. 

» le reliquie dell' ire antiche, e quanto io dicessi alla brava 
» vostra gente in consiglio, e quanto a voi solo nel gabinetto 
» segreto, lo sapete di fresco. Non vi trovai ostinazione di 
» odio, non rigonfiata superbia di vittoria, ma una certa 
» lusinga di cose nuove venienti di là dall' Alpi. E fino a 
» quando, miseri che siamo, dovrem vedere chiamati in 
» aiuto i barbari per mettere il giogo all' Italia? E fino a 
» quando uomini d'Italia condurremo a stipendio coloro che 
» vengono a strangolare gì' Italiani? Che se ciò a voi prin- 
» cipi delle cose pubbliche dispiacesse, quanto io fa a me 
» uomo privato e solitario, felice V Italia! essa comande- 
» rebbe con pieno potere le sue Provincie, mentre adesso 
» non è quasi che serva. Pure io voglio tentare il tutto, e 
» provare se io sia più efficace colla penna, che colla lingua. 
» Avete conosciuto per esperienza cosa la pace, cosa porli 
» seco la guerra: avete veduto V aspetto dell' una e dell' ai- 
fi tra fortuna: foste vinti, evinceste; benché, come la mente 
» degli uomini èsmaniante del vincere, negherete forse il 
» primo. Ma ciò sia pur vero. Cosa mai avrà aggiunto qoe- 
» sta vittoria alla persona vostra e alla Repubblica? Erario 
» più depresso, perdita di uomini, e quello che è peggio, 
» vizi più grandi e mali peggiori. Le quali cose se .accadono 
D ai vincitori, cosa debbono sperare i vinti? Cominciate, io 
» ven prego, ad aprire su questo punto quegli occhi che voi 
9 avete vigilantissimi e lincei. Se più danno che lucro, più 
» vizi che virtù, se nella guerra non vi è nulla nò di bene 
» né di guadagno, ma una infinita congerie di cose centra- 
» rissime, cessate una volta; né soffrite più che, voi doge, 
» le potentissime bandiere dei Veneziani e de' Liguri si az- 
» zuffino fra di loro. La pace é utile ad ambedue ì popoli, 
» necessaria anzi a tutti, se non se a quelli che viver vo- 
» gitano di rapine, e comprano de'piccoli vantaggi con mollo 
» sangue; genere d'uomini crudeli, seppure uomini siano, 
» perché non hanno d' umano che l' effigie sola. Or non yo- 
» gliale fare che la Repubblica floridissima la quale vi é data 
» io custodia, e tutta la bella parte d'Italia che Ira l'Alpi e 
» r Appennino é frapposta, divenga la preda di lupi esterni, 
» dai quali ci aveva beneficamente separati la natura colle 



I DOGI POPOLA BI. 35 

giogaie delle Alpi e col mare. Voglia il cielo che i pastori 
dell'italico gregge comincino a tornare in loro stessil I 
lapi esterni moriranno di rabbia e di fame. Non vi per- 
suadete che, perita l' Italia, Venezia possa esser salva: ella 
n'è parte, e la natura della parte è di seguire il destino 
del suo tutto. Su via aOrettatevi, e giacché non vi è rime- 
dio al passato, curate almeno il presente: pacificatore glo- 
rioso dell' Italia tramandate ai posteri questo vostro gran 
nome. Ve ne scongiuro peli' amore della virtù in cui nulla 
cedete ad ogni altro, e pella carità verso la patria in coi 
siete superiore ad ognuno. Siale il nostro Traiano; e non 
per i miei detti, o per le mie lettere, testimoni bensì eterni 
di questi sensi onorati, ma per il vostro grand' animo si 
vegga che non solo non progredite ai danni dell'Italia, 
ma ne amate anzi e ne riconsolida(e le parti scisse fra 
loro. Addio, il 5 giugno 1354. h ' 

Venezia nell' ebbrezza della vittoria, collegala dianzi 
;li Scaligeri di Verona, ai Carraresi di Padova, agli Estensi 
Modena, ai Gonzaga signori di Mantova, disdegna le f rat- 
li ve, e il generoso poeta pur questa volta si affatica inutil- 
ente a stringere in un nodo fraterno i due più valorosi po- 
lli d' Italia. Il doge Dandolo gli rispondeva in tal modo: 
ce Amico. 

» Uomo di somma virtù e di costanza, cui dette Dio 
sapienza e parlar scelto, abbiamo ricevuto non meno vo- 
lentieri dell' altra la vostra ultima lettera persuasiva di 
pace, cui ne avrete qui breve risposta. Non ci estenderemo 
a spiegarvi la giustizia della nostra causa coi Genovesi. 
Essa è ben nota qaanto la felicità dei nostri prosperi suc- 
cessi datane dal cielo, benché voi abbiale scritto che noi 
siamo stati vinti una volta nell' Ellesponto, nel che avete 
erralo, come accade talora anche ad uomini prudentissimi. 
N' è testimone Dio e il mondo se noi amiamo di cuore la 
pace, particolarmente con quelli coi quali avemmo fami- 
liarità lunga e sincerità vetusta; la quale se non fosse stata 
turbata tanf oltre, non solo l'Italia, ma tutto il mondo 

* Vedi Fannucci , Storia dei tre celebri popoli marittimi dell* Italia , 
l. lV,pag.l7. 



36 EPOCA QUARTA. 

» yiverebbe (ranquilo, mentre né altro noi avevamo in ani- 
» mo avanti la vittoria, né più di questo chiediamo ai nostri 
» vinti nemici, memori qaanto sia gloria di principe Tosare 
mansnetadìne dopo il trionfo. Restiamo bensì ammirati 
x! che voi n'attribaiate ana durezza d' animo ripugnante alla 
)> pace, dopo che tanto a voi che ai soci della vostra mis- 
» sione demmo miti e oneste risposte, e dopo averne spediti 
» noi legati fino al sommo pontefice con purità e senza asta- 
» zia o simulazione. Noi abbiamo fatto tutti gli sforzi per 
» ricuperare la pace stataci tolta, onde sieno dileguati i danni 
» che voi amatore della libertà italiana e predicatore esimia 
» deplorate. Noi pur sappiamo che non vi è ninna morte 
» maggiore della schiavitù, e che nati liberi o dobbiamo di- 
» fenderci tali, o morire; ma sembra che sul punto delle ca- 
y> lamità attuali avreste dovuto biasimarne anzi Tallrui colpa 
» che la nostra innocenza. Rivolgete piuttosto lo stile vo- 
» stro grave e facondo contro coloro, la cui avidità ha fatto 
» suscitare tante sventure. Noi, benché varino al variar dei 
D tempi gli umani pensieri, siamo sempre quelli che fummo, 
» disposti alla pace collo stesso animo di prima, purché sia 
» gloriosa e onorevole polla nostra patria, per coi e noi e 
y> tutti i nostri cittadini non solo l'argento e Toro, ma le 
D stesse vite nostre, nulla del che vi é di più caro, siam 
» pronti di esporre ad ogni pericolo. Addio uomo facondis- 
» Simo; vogliateci pure scrivere i vostri pensieri so questo 
» oggetto per nostro bene. 

» Venezia, 13 giugno 1354. » ^ 

XXIII. Ricomincia la guerra. Quattro leggerissime galee 
genovesi penetrano neir Adriatico, quanti legni incontrano, 
tanti ne occupano. Danno alle fiamme le città di Curzola e 
Lesina, e con altre quattro spargono il terrore, la confusione 
e la strage per tutta la costa della Dalmazia. Niccolò Qoerini 
inutilmente si spedisce in traccia delle prime; appena po6 
Lorenzo Gelsi la carovana veneziana che viene di Turchia 
carica di grano scorgere in salvo a Venezia per mezzo di 
cinque galee. Più grossa flotta si arma in Genova, in prima 
si allestiscono venticinque, poi altre dieci galee guidate da 

* Ambo tradotte dal Ialino, lingua diplomatica di quel tempo» 



1 DOGI POPOLA Ut. 37 

Visconti Grimaldi, in tulto trentacinque galee, il di cui su- 
premo comando riebbe Paganino Doria, rivendicato nei 
primi onori dalla propria virtù e dall' ultimo disastro. A tal 
novella Venezia trentacinque galee, sei grosse navi, e venti 
legni minori affida al prode Niccolò Pisani. Scorre questi 
colla flotta le coste di Dalmazia e il mare di Gandia, indi 
sperando trovarvi il nemico, naviga in Sardegna. Gli Ara- 
gonesi travagliavansi incessanti all'assedio di Alghero, cui 
egli ancora invano si aggiunse, perduti nei vari assalti 200 
valorosi de' suoi. Ritirandosi, chiese secondo i patti il pat- 
tuito rinforzo delle dieciotto galee, ma il re d'Aragona ch'era 
colà in persona ad esercitare il sommo comando, rispondeva: 
Non poter egli contribuir quella forza senza snervare la pro- 
pria armata, la quale con pericolo verrebbe esposta ed assa- 
lita dai Genovesi. 

Paganino Doria andava pur egli in traccia dell' inimico, 
né trovatolo, cacciavasi a costeggiar la Dalmazia e l'Istria, 
e giunto a Parenzo, occuparlo, saccheggiarlo, abbrociarlo 
era cosa d'un giorno; navigava indi a Scio. A Venezia, sa- 
putosi il nemico vicino, si era in grande costernazione, la 
quale più si accrebbe dopo l'occupazione, il saccheggio e 
l'incendio di Parenzo; già si temeva i Genovesi fossero per 
entrare in Venezia; il governo affrellossi a premunirla, e 
alla bocca del porto di San Niccolò si eresse un fortissimo 
antemurale di gròsse cocche formato, ben legate insieme 
con antenne e catene, affinché il pericolo venisse rimosso e 
i bastimenti che vi erano dentro, vi stassero a sicurtà. Il 
doge Andrea Dandolo, che fino allora a vea sapientemente 
governata la sua patria, si adoperò in quel frangente a pro- 
curarne la più valida difesa, ma nell'opera venne meno, in- 
fermò gravemente e mori: a Lui felice, esclama un suo storico 
» concittadino, che prevenuto da morte, non udi l'isola della 
» Sapienza nobilitata dalla veneta strage. » 

Nel porto di quest' ìsola, presso Modone, sulla costa oc- 
cidentale della Morea, si cacciò il Pisani ordinando che venti 
delle sue galee colle navi incatenate difendessero le due boc- 
che fra risola e la terra ferma; un Morosini colle altre quin- 
dici galee, i legni armati e le saeltie dovea tenersi al fondo 



38 EPOCA QUABTA. 

del golfo; era sua mente che i Genovesi, siccome arditis- 
simi, sforzato T ingresso, egli avrebbe avuta facoltà dì porli 
in mezzo e sbaragliarli. Avvisato il Doria del luogo ove tro- 
vavasi il nemico, colà tosto volgeva, e schierate le navi di 
faccia, faceagli invito a decisiva battaglia, affinchè con 
quella avessero fine la guerra e le calamità che afidìggevano 
le due Repubbliche; rispondeva il Pisani non voler combat- 
tere a talento dei Genovesi. In questo, un audacissimo gio- 
vane, nipote deir ammiraglio, seguito da un altro, si caccia 
alla bocca del golfo con due sole galee; Pisani, sperando 
farli prigioni, fa segnale che i suoi non l'impediscano; m'alle 
due galee altre tredici genovesi rapidamente succedono, le 
quali entrale dentro si avventano con mers^viglioso impeto 
contro i legni del Morosini; questi sorpreso, né bene affe- 
zionato air ammiraglio, non oppone resistenza, ed i suoi, 
più affogati che uccisi dall'inimico, periscono; ciò fatto, vol- 
tansi addietro le galee vittoriose, fan segno a* Genovesi della 
vittoria e contro la bocca del golfo ritornano mandandosi 
innanzi due navi infuocate per scagliarle addosso al Pisani, 
il quale, come uomo uscito di senno, andato a vóto il suo 
disegno, subitamente si arrende; furonvi uccisi dei ve- 
neti 4000, e fatti prigioni 5400. Il giorno della vittoria fu 
il 4 novembre del 1354. Si crede che se Pagano Doria si fosse 
recato allora a Venezia, l'avrebbe certamente occupata; egli 
invece navigò in Genova coli* ammiraglio veneto preso e il 
grande stendardo de' Veneziani. Al suo arrivo si fecero liete 
e festose le accoglienze, il giorno 4 di novembre d'ogni anno 
si dichiarò festivo, deliberata l' ofTerla d' un pallio alla chiesa 
di San Matteo giuspatronato dei Doria; a Pagano si fece co- 
pia di tanta somma di danaro, che bastasse alla fabbrica di 
un palazzo nella contrada di San Matteo. Ma egli ricchissimo 
di virtù, spregia^a ogni bene di fortuna intanto che si mo- 
riva poveramente senza neppure lasciare il necessario a dar- 
gli sepoltura; la Repubblica, vietando che i nobili Doria lo 
seppellissero a proprie spese, vi provvide di proprio. 

XXIV. Alghero cadeva in mano degli Aragonesi, i quali 
più prestamente ad ottenerlo, divulgavano che i Genovesi 
erano stati dai Veneti sconGtti; il giudice d' Arborea com- 



I DOGI POPOLASI. 39 

ponevasi con essi, e a Matteo Poria venivano restituiti eolla 
grazia del re i feudi di Monte- Leone e Castel-Genovese. 

XXV. Moriva T arcivescovo Visconti cui succedevano i 
tre nipoti Matteo, Bernabò e Galeazzo. Genova avrebbe dò- 
voto rimaner libera, poiché a vita soltanto dell* arcivescovo 
s'era conchiusa^la convenzione; ma il luogotenente Palla- 
vicino, chiamati a lui quattro Genovesi coi diede il nome 
di deputati di tutto il Comune, da questi facea giurare l'omag- 
gio ai tre fratelli. 

XXVI. Intanto i Veneti dalla rotta commossi, e più 
dalla congiura di Marin Fallerò che accadde in quel mentre, 
nonché da varie vicende di Costantinopoli che narrerò a suo 
luogo, sospiravano la pace, la quale per mezzo de' Visconti 
ebbero alfine dai Genovesi in tal modo: 

lo La pace avrebbe luogo dal di 29 settembre 1355, fino 
al qoal tempo il re d'Aragona potrà accostarvisi co' suoi Ca- 
talani, altrimenti rimarrà solo in guerra. 

2o Fino a tal tempo né Venezia, né Genova potrebbero 
armare; qualunque danno si facessero i legni e le galee ar- 
mate di cadun Comune, ch'erano allora in mare nelle di- 
verse parti del mondo, non però quello farebbe men salda 
la presente pace. 

30 1 Veneziani per ammenda e indennità di danni, pa- 
gherebbero a'Gjenovesi la somma di 200 mila fiorini d'oro. 

40 I Veneziani per tre anni non navigherebbero colle 
loro galee alla Tana, ma farebbero per tutto quel tempo porto 
e mercato a Cafla. 

50 Si rilascerebbero i prigioni dall' una e V altra parte. 



CAPITOLO QUARTO. 

Presa di Tripoli, affari di Costa ntinopoli, cacciata del governo milanese, riele- 
zione di Boccanegra, insidie e congiure contro di lui , suo avvelenamento 
e morte. 

XXVII. Le prospere cose non ristringevansi alla vittoria 
della Sapienza. A Filippo Doria si erano affidate io galee; 
dovca con esse tentare di prendere Alghero in Sardegna, 



40 EPOCA QUABTA. 

ma non rìascitoglì il fallo, navigava invece a Tripoli di fiar- 
berìa dove usurpato aveva il dominio an fabbro. Ardito di- 
segno concepiva il Doria, cacciare l'usurpatore, e impa- 
dronirsi di Trìpoli. Ma con pochissima gente non potea senza 
molta destrezza avventurarsi air impresa. Entrava dunque 
nel porto in sembianza d' amico e per forma di navigare in 
mercanzia, trovava due navi tripoline cariche di spezierie 
e provenienti da Alessandria, rispeltavale, e per meglio distor 
la mente dei barbari dall'intento che avea, facea scendere 
a terra alcuni suoi uomini che doveano far le mostre di ne- 
goziare, ma in sostanza esaminare attentamente la situa- 
zione della città e le sue difese. Com' ebbe tutto ciò che più 
gli abbisognava, ritornati gli uomini alle galee, salpò dal 
porto, e tolsesi alla vista della città, la quale, sebbene dap- 
prima avesse qualche sospetto, rimase tranquilla alla di lui 
partenza. Caduta la notte, di cheto egli volta le prore, e 
sorta la prima alba, sbarca la troppa, scala le mura, e col 
numero di tremila Genovesi entra in Tripoli respingendo i 
conladini che, disarmali, correvano incontro alla morte. 
Occupata la città ne chiude le porte, e comincia il saccheg- 
gio. Dicesi ascendesse la preda a un milione e 800 mila 
Aerini d'oro con circa sette mila fra uomini e donne prigio- 
nieri. Filippo Doria del fatto volea avvisata la patria; ma 
questa appena il seppe, altamente lo disdisse, e perché giu- 
sta non le pareva l'occupazione, e perchè pregiudizievole 
alla Repubblica, la quale pacifiche relazioni di commercio 
avendo con Tunisi, Bugea e gli altri stati barbareschi, ri- 
manevano a repentaglio gli stabilimenti e le ragioni de' cit- 
tadini. Risposesi quindi sgombrasse dì là, abbandonasse la 
mal occupata città; egli allora, trovato un ricco saraceno, a 
quello cesse ogni dominio per 50 mila doppie d' oro. Ciò 
fatto, partivansi i Genovesi, né polendo tornare in patria 
vagavano in molte parti d' Europa, finché assoluti di bando 
dopo un corso Intrapreso contro i Catalani, ricoverarono in 
seno delle proprie famìglie; ma nota Matteo Villani che 
niano di essi incontrò lieta fine, o per morte violenta, o per 
estrema miseria tutti pagarono il fio dell* ingiusta occupa- 
zione e dell* ingiustissimo saccheggio. 



1 DOGI POPOLARI. 41 

XXVIII. Uo altro Genovese non meno ardito di Filippo 
Doria concepiva vasto e proflcuó disegno. Dal trono di Co- 
stantinopoli Cantacuieno avea discacciato il legittimo impe- 
ratore Giovanni Paleologo, sé ed il Aglio Matteo fatto pro- 
clamare imperatori. Giovanni ricoveratosi neir isola di Te- 
nedo col patriarca Callisto, pur egli cacciato dall' usurpatore, 
slava con questo dolendosi della sinistra ed ingiusta fortuna. 
Quando giungeva in Tenedo con due galee Francesco Gatti- 
lusio Genovese di nobilissima prosapia. A costui era nato 
desiderio di gloriose avventure, aveva visitato 1* Oriente, ed 
ora navigava in que'mari, per vedere se nel pieno disor- 
dine deir impero non si potesse tentare qualche utile acqui- 
sto; sentilo trovarsi colà V imperatore, tosto pensò come 
fosse il caso di condurre a fine una nobilissima impresa. Sa- 
peva che molli parteggiavano per il Paleologo , ma non osa- 
vano mostrarsi perocché privi di un capo, il quale coir ar- 
dimento e 1' aiuto delle armi li secondasse; risolse egli me- 
desimo offerirsi a riporre il legittimo principe nel soglio 
de' padri suoi. E trattosi al cospetto di quello gli mostrò 
come ignobile fosse la sua condizione, giusto il suo diritto, 
facile il suo ritorno in Costantinopoli, e la torpida natura 
scosse ed animò a mettersi all'opera, avrebbelo aiutato, con- 
siglialo, e condoUo laddove solo avea il dominio, la fama, 
l' onore. Le calde ed eloquenti parole del giovane infiamma- 
vano rimperatore, che accettava la proposta, e prometteva, 
in premio di tanto servigio, la signoria dell'isola di Mete- 
lino, e la propria sorella in isposa a Francesco. Concordato 
il tentativo, provvedevasi a mandarlo ad effetto; ma tulli i 
mezzi consistevano nelle due galee e nelle ciurme che le sa- 
livano; con questi mezzi dovessi fare l' inudito sforzo della 
conquista di un impero; e al Gatlilusio bastava l'animo. Or- 
dinata la faiione, sarpano da Tenedo, e nel cuor della notte 
giungono nel porlo di Costantinopoli. Francesco era mollo 
pratico delle cose mercantili, il perchè fingesi un merca- 
tante d'olio che approdi colà; la stagione correva appunto 
in cui le conserve dell'Arcipelago solevano recare le prov- 
vigioni dell' olio per la città ; il tempo facea nero e burra- 
scoso, Gatlilusio si avvicina alla porla dell' Eplascala , ap- 



42 BPOCA .QUARTA. 

piatta vicino al muro una mano d'armati, e fa la mostra di 
essere travaglialo dalla fortuna, rompendo ad arte alcuni 
orci vuoti contro le mura, e mettendo lamentevoli voci per 
implorare aiuto e misericordia, aggiungendo fossero solleciti» 
ed accorressero presto al soccorso, poiché altrimenti egli 
correva irreparabile pericolo. Le guardie senza sospetto 
aprono subitamente le porle, si danno a gettar corde e a 
trarre a riva le navi credute presso a sommergersi; ma in 
questo escono gli appiattati e le uccidono, parte dei quali 
gli altri custodi trucida, s'impadronisce della torre ove inal- 
bera la bandiera dei Paleologhi, e quivi con buona guardia 
lascia r imperatore. Il Gattilusio con un'altra parte percorre 
la città, e senza rumore ne occupa i luoghi più forti ed emi*. 
nenli, manda per i congiunti e gli amici di Giovanni, questi 
fa consapevoli dell' accaduto, e quando gli pare che tutto 
riesca a buon fine , si dà a correre per le vie gridando ad 
alla voce : Viva per lunghi anni V imperatore Giovanni Paleo- 
logOj colle quali parole solevansi acclamare i novelli impe- 
ratori di Bisanzio. Sorlo il mattino, il popolo affollavasi sulla 
piazza dell' Ippodromo; Cantacuzeno abbandonato da tutti , 
rltiravasi nel monastero della Vergine Maria; donde poscia 
avutane facoltà, e vestito l'abito religioso, trasferivasi in 
un altro del monte Athos. In tal guisa per virtù genovese i 
Paleologhi la seconda volta ricuperavano V impero. A Gatti- 
lusio, secondo la promessa, la propria «sorella in consorte, e 
la signoria dell' isola di Metelino concedeva Giovanni. 

XXIX. SitTatle prodezze doveano metter desiderio della 
perduta libertà, la Repubblica non era più nella condizione 
in cui si trovava dopo la sconfìtta di Alghero, passati da 
quella già noveravansi 3 anni ; riavuti gli animi , sopiti gli 
odi, colle vittorie glorioso e polente ritornato il Comune, 
nuli' altro mancava che cacciar lunge V abborrila servitù 
de' Visconti. Morto l'arcivescovo Giovanni Visconti, sotto i 
di lui nipoti Matteo, Bernabò e Galeazzo si era questa signo- 
ria fatta insopportabile. E quantunque resosi esoso per in- 
fami vizi, dai fratelli stessi venisse secretamenle ucciso il 
primo, tuttavia non solo grave, ma ignominioso tornava 
1' essere governati dagli altri due fratelli. La storia racconta 



I DOGI POPOLA BI. 43 

abbasUnza delle scelleratezze dì qaesli mostri » i qoali var- 
carono ogni misura, e fecero provare a' popoli che domina- 
vano le più brulle e crudeli prove dell'animo bestiale. Ge- 
nova certamente non poteva comportarsi tanta vergogna, 
oltreché illegale era slato il modo con che il governatore 
Pallavicini avea obbligalo i cittadini a riconoscere nna si- 
gnoria cessata per convenzione colla morte dell'arcivescovo; 
liberi dopo questa rimanevano i Genovesi tornali alla pristina 
loro libertà. Ora indebile e intollerabili cose sì pretendevano, 
per cui rimaneva ogni patto annullato, e il dominio conve- 
nnto risolvevasi in brutta tirannide, e ciò teolavasi in quello 
che la interna quiete e T esterne vittorie meglio infervora- 
vano la Repubblica a ricuperare la sua libertà. Alle smodate 
e disoneste pretese opponevansi alteramente Meliano Cattaneo 
e Lorenzo d'Angelo, dicendo al governatore che quanto si 
domandava non pelea dalla Repubblica accordarsi, senza 
violare la fondamentale costituzione del Comune, laqual cosa 
non potersi né per principio, né per patto concordalo coH'ar- 
civescovo. La risposta non piacque, e i due opponenti furono 
citali a Milano. Colale comando non isbigolli, ma infiammò 
i cittadini, che più si accesero nel proposilo di liberar la 
patria. Già il paese di Triora avea cacciato V ufficiale de'Vi- 
sconti, e ribellatosi ad essi. Saputosi a Milano il disegno, 
pensavasi da Bernabò e Galeazzo a sventarlo; trovavasi colà 
Simone Boccanegra già sialo doge, che da Pisa dove si era 
recalo dapprima avea poscia fermata dimora in Milano; egli 
pertossi dai due fratelli e propose loro il suo ritorno in Ge- 
nova, avrebbe quivi sostenuta la dominazione di essi, man- 
tenuta la Repubblica sotto di quella. Gì* inavveduti fratelli 
caddero nella pania, e celatamenle Simone entrava in Ge- 
nova mentre più ardevano gli animi. Improvvisamente il 
di 14 dì novembre del 1356 i nobili levano le armi seguitati 
da parecchi popolari, cosi pure la plebe, e la città divisa fra 
quelli e questa comincia a lacerarsi dalla guerra civile. In- 
tanto il Boccanegra, accompagnalo da 200 popolari, si riduce 
in san Siro, e mentre si combatte da' faziosi, si reca al pub- 
blico palazzo e minaccia di abbruciarne le porte. ! Genovesi 
che vi erano dentro persuadono il capitano che lo guardava 



44 EPOCA QDABTA. 

ad aprire, lo che fatto, Simone lo occupa e fa. suonare la 
grossa campana. I nobili che non si attendevano a questo, 
lasciano spaventati le armi, e ritiransi nelle case loro. Il 
giorno dopo rieleggevasi in doge il Boccanegra; egli fatto 
accorto dalla passata esperienza, che molta severità volea 
adoperarsi a preservare da tristi umori la Repubblica, al- 
quanti nobili de' più potenti caccia fuori lo stato, e li spoglia 
delle armi, quindi decreta: lo stato sarebbe da soli popolari 
Guelfi e Ghibellini governato, i nobili verrebbero esclusi dai 
consigli, dai beneficii della città, dal comando e patronato 
delle navi e delie galee, si di guerra come di mercanzia. 
Ventimiglia e Savona gli si danno, e siccome i Visconti pre- 
paravansi contro di Genova, egli si collega col marchese di 
Monferrato, della qual lega eletto capitano Bartolomeo Boc- 
canegra fratello del doge, valorosamente combatte l'esercito 
de' Visconti con vittoriose scorrerìe fino alle porte di Milano. 
In tal modo resa indipendente la Repubblica, tranquillo e 
ordinato è il suo territorio, sicura la navigazione. 

XXX. I nobili macchinavano però, e malgrado passas- 
sero alcuni anni tranquilli, più copertamente si adoperavano 
al loro scopo; al doge soccorrevano di prudente consiglio 
Niccolò di Canneto ricchissimo popolare, e Leonardo di Mon- 
taldo dottore di legge; essi scoprivano le congiure contro il 
nuovo stato ordite, e i congiuratori senza pietà dannavano 
ad ultimo eccidio. Venne alfine una prospera occasione 
a' macchinatori. Passava di Genova Pietro re di Cipro per 
recarsi nelle partì di Ponente, ad invitare i re ed i principi 
al soccorso dei Cristiani in Levante, ed alla ricuperazione di 
Terra Santa. 11 suo arrivo venne singolarmente festeggiato 
dal doge, il dì cui figlio dal re fu creato cavaliere. La mac- 
china intanto più cupa e tremenda si congegnava. Pietro 
Malocello, già stato a molla dimestichezza collo slesso re in 
Cipro, d'accordo con tutti i nobili, secondo ci narrano le 
storie, a solenne banchetto in una sua amena villa di Sturla 
lo convitava, e al doge facea pure l'invito. Colà nell' ebbrezza 
delle ospitali mense si amministrava il veleno al Boccanegra. 
Quel giorno stesso levavasi a tumulto la città, occupa vasi il 
pubblico palazzo, i fratelli del doge, Bartolomeo, Giovanni, 



I DOGI POPOLARI. 45 

Niccolò con toHì gli altri Boccanegra sospendevansi. E men- 
tre stava agonizzante V avvelenato, il popolo stomacato della 
trama, nò volendo che tutto avesse il suo One, davasi in- 
contanente ad eleggere venti aoroini , i quali eleggevano al- 
tri sessanta, i sessanta quaranta, i quaranta ventuno, i ven- 
tuno lìnalmente eleggevano dieci, e i dieci il doge della cìtfà 
Gabriele Adorno, mercadante, di popolo ghibellino, che avea 
fama di buona e savia persona; in tal guisa la congiura dei 
nobili si rimanea senza efletlo. Il dì seguente a quello dell'ele- 
zione, un consiglio di sei cittadini poneasi a'fianchi il doge, 
afflnchò sopravegghiasse alle regole e al reggimento di esso 
e della città. Simone Boccanegra spirata l'anima nelle am- 
bascio del veleno, senze onore veruno seppellivasi nella 
chiesa di San Francesco di Castelletto , dove gli si innalzava 
on deposito di marmo, colla statua giacente a riposo» le armi 
del Comune e quelle di casa sua sottoposte; due leoni so- 
stenevano il deposito, che ancora si vede locato nella regia 
Università di Genova. 

XXXI. I Visconti perduta la signoria genovese non se 
ne stavano però cheti, incitavano a ribellione la riviera di 
ponente; Sassello e Finale rivoltava nsi contro la Repubbli- 
ca, negavano di osservare le pattuite convenzioni; in quella 
di levante mandavano una compagnia di tf mila soldati, ca- 
pitanata da un certo Ambrogio Visconti, bastardo di Bar- 
nabò; questa saccheggiava la Spezia» e la terra di Rio mag- 
giore, stendeva le sue scorrerie sino a Chiavari, per coi gli 
abitanti fnggivano a sicurtà in Genova colle robe loro. Quivi 
ancora i torbidi risvegliavansi; Leonardo Montaldo, già con- 
sigliere dell'avvelenato doge, faceasi capo di on tumulto, 
tentava di togliere il dogato all'Adorno, il podestà che gli 
andava incontro feriva e la sua gente mettea in fuga, ma 
non riuscendogli il disegno, salvavasi in Pisa. La sua casa 
veniva devastata. La compagnia dei Visconti seguitava le sue 
enormità, veniva in Chiavari e scendeva sopra Becco, con- 
tro le terre dei Fìeschi avventavasi, tutta a sacco mettea la 
riviera; Niccolò di Fieschi ribellavasi alla Repubblica, uni* 
vasi a Leonardo di Montaldo, tornato di Pisa; il doge 
Adorno invano, a comprimere tanti nemici, avea mandate 



> 



46 EPOCA QOABTA. 

due compagnie perchè rintuzzassero gli assalti de' Visconti ; 
i due capitani di esse, Niccolò di Minegino e Bartolomeo di 
Levante, rimanevano prigionieri. Ciò sempre meglio crescea 
lo spavento e la fuga dei popoli di montagna e di riviera, 
che ricoveravansi in città; Galeazzo Visconti, minacciando i 
Genovesi di un maggior nerbo di sua gente, una moltitudine 
di fanti e cavalli dava in governo ad Araon Spinola, con 
ordine recassesì contro di noi. Veniva lo Spinola, e sceso in 
Polcevera, giunto fino a San Pier d'Arena, uomini uccideva, 
sostanze depredava. Non reggendo l'Adorno a si fiera pro> 
cella, col consenso del Consiglio si obbligava: pagherebbe la 
città ai signori di Milano in ogni anno quattromila ducati, e *" 
darebbe loro quattrocento balestrieri; Leonardo di Montaldo 
dovea per due anni rimanere in esigilo. Urbano Quinto pon- 
tefice, venuto d'Avignone in Genova il 1367, quell'accordo 
benediceva e per sua opera convertivasi in pace. L'Adorno, 
a maggior conferma di sua autorità, sollecitava per mezzo 
di ambasciatori Carlo IV imperatore ad eleggerlo vicario im- 
periale di Genova, al modo che già avea ottenuto Simone 
Boccanegra; allora, parendogli di aver bene acconciate le 
cose sue, andava innanzi e toccava la pubblica pecunia, or- 
dinando parecchi generi fossero gravati con particolari bal- 
zelli. Il popolo, ricusato l'aggravio, negando pagarlo, ragu- 
navasi d'improvviso nella chiesa di Santa Maria delle Vigne, 
guidato da un Guglielmo Ermirio, uno dei due vicari della 
città, e da Domenico di Campofregosò mercadante popolare 
ghibellino, e moveva contro il pubblico palazzo. Il doge facea 
battere a stormo la grossa campana per congregar gente e 
difendersi, ma nessuno aiuto trovava; il popolo ardeva le 
porle del palazzo e minacciava di peggio, sicché gli fu forza 
di cedere ed abbandonare la signoria, cui sottenfrava Do- 
menico di Campofregosò; costui sulle prime non voluto ri- 
conoscersi dalla città, allegandosi lui non essere stato pacifi- 
camente eletto, prestavasi alla legale conferma, e rimaneva 
doge regolarmente eletto. 

XXXIL 11 governo tornava in balia de' soli popolari, 
espulsa la nobiltà; e qui le gloriose gesta cominciavano. Ar- 
mavansi sotto la condotta di un Tommaso Morchie popolare 



I DOGI POPOLASI. 47 

dieci galee; valoroso e di chiara schiatta era il Morchio; * na- 
vigava con qaelle, e sottoponeva la citlà di Mazzara in Si- 
cilia, nel quali luoghi facea molta preda ed acquistava molte 
ricchezze. L'impresa avea avuta ragione dall' estirpare i Cor- 
sari che colà si annidavano arrecando danni e molestie al 
commercio genovese. 

Parlando di virtù genovese, non va pretermesso come 
in questi anni vivesse un Francesco Vivaldi, che donava alla 
Repubblica di proprio novanta luoghi, cioè novemila lire, 
le quali dovessero moltiplicare a favore del Comune, e il 
moltiplico fu tanto nei tempi successivi, per cai molte e gra- 
vissime furono le franchigie dalle gabelle. 

XX XIII. Lo stato er9 tenuto dai Ghibellini popolari, ciò 
nondimeno i Guelfi macchinavano per acquistarlo, facevano 
movimento nella valle del fiìsagno, e i Fieschi n*erano capi; 
in città scopri vasi un trattalo ordito a dar loro la Signoria, 
e due cittadini , chiariti complici , erano decapitali sulla 
piazza del palazzo; il doge mandava gente contro Giovanni 
Fieschi vescovo di Vercelli, che con ottocento cavalli si era 
avvicinato sino a Bargagli, e snidavate di colà; a questi si- 
nistri congiungevasi quello di un morbo pestilenziale, che 
quasi per un anno compiuto affliggeva la città e le riviere. 



CAPITOLO QUINTO. 

^ Conquista di Cipro. 

XXXI V. A liberare le menti dalla gucrr^ civile e dal 
contagio, grandi avvenimenti occorrevano opportuni nel- 
l'isola di Cipro. Colà vivevano pomposamente i Genovesi, 
e specialmente in Famagosla, dove faceano il ricco traffico 
delle spezierie e dei coloni; ma la dovizia di quel commer- 
cio contendevano ad essi i nalurali e i Veneziani, cosicché 

< Di questa illuslre famiglia moriva li ultimi giorni del 1859 in Genova 
l'avvocato Michel-Giuseppe Morchio uomo di altissimo ingegno, e celeberrimo 
ornamento del Foro Genovese : chi scrive queste istorie si compiace di tributare 
alla sua cara memoria questo ultimo onuggio di amore, di stima, di riconoscensa. 



48 EPOCA QUAHTA. 

an segreto odio ardeva di questi contro di loro: dae casi re- 
cavano che in aperta rottura scoppiasse. Guerra era tra Ci- 
pro e il turco Tacca, che aveva stretto d'assedio il forte di 
Setalia nella Siria. Neir armamento di quattro galee, che si 
spediva contro di esso, mancavano due genovesi, ì quali, 
presi come disertori, furono pubblicamente frustati e mozzi 
di un orecchio; ritornali alla nave, conci in tal modo, uni- 
vansi ai propri nazionali, e tutti insieme scagliavansi contro 
i Gipriotti, e ne facevano orribile strazio. 11 podestà genovese 
avea non meno mal comportata l'ingiuria, e scrittone alla 
Repubblica, da cui avea risposta che i Genovesi tutti doves- 
sero abbandonar l'isola. Tanta giatlura pervenuta agli orec- 
chi del re, pensava al riparo, confermando i privilegi con- 
cessi nel 1232 da Enrico I al Comune dì Genova, e di cui 
sarà da me fatta più ampia menzione, parlando del commer- 
cio di quesl' epoca. 

Provveduto il re alle ragioni commerciali de' Genovesi, 
volea anche soddisfarli delle ingiurie; quindi rilegava Gio- 
vanni di Sur reggente il governo, ed il signor de Sayssin 
bailo, siccome cagione degli scandali successi, inviava ancora 
ambasciatori a Genova, e scrivendo particolare lettera al doge 
Gabriele Adorno addi 16 maggio del 1365 tentava di mitigar 
gli animi otTesi. 

XXXV. Cosi erano le cose in Cipro quando il re Pietro 
dai propri fratelli era Tatto trucidare, senza che potessero 
coglier frutto di quell'assassinio, imperocché la regina Eleo- 
nora con molta sagacità metteva in salvo il figlio Pietro IT. 

Il quale toccato il quinto lustro, composta ogni discor- 
dia, volle Eleonora che con solenne cerimonia assumesse la 
corona reale. Ora nella solennità venivano ad acerbe parole 
il console genovese Paganino Doria e il veneto Malipiero a 
ragione di precedenza; gli zii del giovine re sdegnati coi Ge- 
novesi seguivano le parti de'Yeneziani, e questi a quelli ante- 
ponevano; ne avveniva un singolare rancore, per cui termi- 
nate le mense i Genovesi fortemente lagna vansi de' Veneti, 
e dell'ingiusto procedere contro di loro operato; schernivanli 
i Veneziani , e Io scherno era così amaro che dalle parole 
passavasi ai fatti; azzuffavansi insieme Marco Cornaro e il 



I DOGI POPOLASI. 40 

podestà Marino Malìpieri coi genovesi Gialio Italiani è Ber- 
lìBbò Risso; incontanente si fa generale la lotta, ogni arma 
basta al cimento, sicché fra gli nni e gli altri segue orribile 
massacro. 1 Gipriotti secondano i Veneti, il numero mag- 
giore prevale, i Genovesi sono feriti , uccisi, precipitati dalle 
finestre del reale palazco, inseguiti fin dentro la loggia loro, 
dove la moltitudine de' nemici penetrata, fa saccheggio d'ogni 
mercanzia e proprietà genovese. 

Al re inesperto aveano gli zii persuaso che quel moto 
era stato ordito da'G^enovesi contro di lui per dargli col tra- 
dimento la morte, sicché co' suoi soldati li assaliva. Poco 
dopo considerata bene la cosa e ravvedutosi dell'errore, vo- 
lea quel moto, per lui stesso spinto, frenare, e mandava per 
impedire la violenza de' suoi; quindi maneggiandosi destra- 
mente, chiamava a sé il podestà genovese, e quello rimpro* 
verava, e accusava della slealtà de' Genovesi, coroandavagli 
dovesse dichiararsi reo, e mettersi nelle sue roani. Rispon- 
dea alteramente il podestà, stupire che l'offensore volesse 
scosa e riparazione dagli offesi , calunnia vera esser quella 
che sé accusava come capo ed istigatore dell'accadalo, ne- 
gare di darsi al re, protestare anzi contro di lui per le ini- 
quità che si erano contro i Genovesi commesse, e della or- 
ribile strage seguita, del sacco dei beni, dei tormenti ed 
inodite crudeltà, cui si erano costrette le persone; ricor- 
dasse la santità de' patti, la solennità delle convenzioni, tra 
il re ed il Comune poc' anzi stipulate , i servigi della Repub- 
blica a' suoi maggiori prestati, le armi consentite a tutelare 
e sostenere il suo regno. 

Ma nulla fu delle proteste, il re non volendo calare dalle 
assurde pretese, Infieriva contro i Genovesi, incarcerava 
Francesco Squarciafìco e Giuliano di Camilla. Tale persecu- 
zione facea prender consiglio di abbandonare quel regno tra- 
ditore; improvvisamente famiglie, mercanzie, ricchezze ca- 
ricavano i Genovesi solle navi, e queste slavano per dirigere in 
verso la patria, quando di più crudele ira acceso il re, ordinava 
un generale massacro, e i foggenti tutti presi, vengono con 
mille strazi percossi ed uccisi; narrasi che un solo scampasse 
all'eccidio, e dell'orribile fatto recasse a Genova la notizia. 

Stdria di Genova. — 4. * 



50 SPOCA QUABTA. 

Quivi air adirla commovevansi fieramente gtì animi in» 
fiammati alla vendetta ; il consiglio generale deliberava ai 
levasse grossa armata , della quale sarebbe capitano Pietro 
di Campofregoso fratello del doge. 

XXXVI. Intanto la madre del re che favoriva i Geno- 
vesi, consegnava a Marco Grimaldi dispacci pel pontefice e 
il re di Aragona, e li assicurava del suo soccorso, quando 
avessero chiesta ragione dell'oltraggio. Pierino istesso riavu- 
tosi dall'operato, spediva anch' egli ambasciatori al papa, 
e ciò non solo facea per avvertirlo dell'accaduto, ma per 
prevenirne l'animo dbve si fosse fatta la questione, s'egli o 
ì Genovesi dovessero sborsare i centomila ducati, apposti 
per penale nell'ultima convenzione, a chi primo avesse rotta 
la pace. I Genovesi, saputa la spedizione, mandavano por 
essi legati in Roma, i quali raccontavano la orrenda barba- 
rie, con cui erano slati trattati in Cipro; il pontefice, avuta 
piena e sincera cognizione de' fatti, sentenziava; venissero 
consegnali in mano del Comune gli uccisori; si restituissero 
le sostanze derubate, si compensasse ogni danno a' Geno- 
vesi, e quanto allo sborso dei centomila ducati, trattandosi 
di cosa repentinamente accaduta, ambe le parti ne andas- 
sero assolute; li pagasse Pierino con tutte le spese necessa- 
rie alla spedizione di un'armata, dove si rifiutasse di accet- 
tare quel pontificio giudicato. 

Temporeggiava il re, e scansavasi dal rispondere in pro- 
posito, sicché il papa consentiva che i Genovesi armassero 
contro l'isola, e il gran mastro degli Ospitalieri in Rodi 
collegato ad essi, incaricava di dare assetto alle cose di quel 
regno. 

XXXVII. A suono di tromba dichiaravasi in Genova la 
guerra di Ci prò; spiega vasi solennemente lo stendardo di San 
Giorgio, imponeasi una coita di 400 mila lire che riscaete- 
vansi dalla città e dal distretto, nominavansi sotto gli ordini 
dell'ammiraglio capo Pietro Campofregoso quattro capitani, 
Lamberto Spinola, Giorgio Cibo, Lanfranco Doria e Giorgio 
Negrone. Nello stesso tempo una nave s' inviava a Limisso 
per provvedere alle opportunità del commercio, e tenere av- 
vertiti i mercanti di Famagosta di quanto stava per compiersi; 



1 DOOl POPOLABI. ' 51 

preparassero ì popoli airoccapazìone, si tenessero pronti essi 
medesimi. Intanto alleslivansi quarantatre galee, oltre molte 
navi grosse e molti altri navigli con macchine, ed ingegni di 
legname da tirar pietre, fra i quali eravene uno nominato 
troja, che gettava pietre di peso di dodici in dieciotto can- 
tara. Quattordicimila combat tenti, non computati gli nomini 
a cavallo, componevano quell'armata. 

XXXVIII. Il re di Cipro al formidabile apparecchio, 
sequestrava le navi e le proprietà de' Genovesi , questi , vie- 
tava, uscissero dall'isola, quando sugli ultimi giorni del** 
Taprite del 1373, la vanguardia genovese di 7 galee guidata 
da Damiano Cattaneo già Della Volta, gran maresciallo della 
Sedia Apostolica, senatore di Roma, per lettere e per armi 
famoso, compariva alla vista di Famagosta. Un frate disbar- 
cava, e recava lettere al re, in cui chiarivasi essere quelle 
navi venute per eseguire la sentenza del papa. Prendevasi 
quindi a trattare, ma riconosciuto che voleasi per parte del 
re temporeggiar tanto che tempo fosse alla difesa, rompe- 
vansi le trattative, e le barche nostre appropinquavansi al 
borgo di Famagosta, e quivi cominciavano a scaramucciare; 
allarga vansi le navi, e il re facea prigionieri tulli i Genovesi 
rimasti. 

XXXIX. Chiarita la guerra, pia' di due mila abitanti se- 
guitavano le parti di Genova. L'armata ridottasi alle sponde 
dell'isola, fatto uno sbarco sulle coste settentrionali di essa, 
ìnvadea borghi e villaggi, entrava a Limisso, devastava le 
case e le terre, e costeggiando all'intorno sottoponeva tutte 
le fortezze di Pafo al Comune. Il re e il contestabile di lui 
zìo con numerosa armala, invano si opponevano ai meravi- 
gliosi successi dei Genovesi , i quali però con severa esempla- 
rità eomportavansl. Narrasi che prese in Nicosia ed in Pafo 
molte bellissime donne, Damiano Cattaneo avendole poste in 
luogo sicuro, le fece poscia restituire ai loro padri e mariti, 
e tutti insieme rimise in libertà. Del che facendo lagnaniea I 
soldati) opponendo che in tal modo togltevasi loro il frutto 
di tante fatiche; rispose generosamente Damiano: che la Re- 
pubblica aveagli spediti colà a valorosa impresa, non a rapire 
e stuprar donne. Narrasi ancora ohe un Tommaso Guano 



^2 EPOCA QUARTA. 

avendo fatto prigione nn soldato genovese, che nella ineoro- 
nazione del re Pietro, aveva ucciso un nobile. dei Malocellì^ 
e volendo fosse colla morte punito di tale uccisione, vietayalo 
il Cattaneo allegando, ch'essendo allora ai soldi de'GiprioUi, 
avea fatto il suo dovere; così detto, torna vaio in libertà. 

XL. Il primo ottobre del 1373 scopri vasi tutta Tarmata 
Genovese; il re, avutone avviso, fortifica vasi in Nicosia, chia- 
mandovi gente, e perdonando a' banditi; i Genovesi movevano 
contro di Famagosta per concertare lo sbarco; sulla strada di 
quella con duemila cavalli opponevasi il re; cominciava- 
quindi battaglia fra la cavalleria reale e i Genovesi a piedi, 
durava lo spazio di un'ora con molla perdila da entrambe le 
parti; riusciva intanto al re di vietare il cammino ai Geno- 
vesi e chiudersi in Famagosta, dove per terra e per mare as- 
sediavanlo i nostri. 

La fortezza del sito, T invernale stagione che correva ri- 
gida e per venti e per mare tempestosa, faceva non solo inu- 
tili i tentativi de' Genovesi per isnidare il re di colà; ma li 
mettea in timore di vicino naufragio. La furia del tempo si- 
nistro travagliava le galere e minacciava di romperle a'scogli. 

Oltreciò correano pericolo di essere tolti in mezao e da- 
gli assediati di Famagosta e da quelli che sotto gli ordini del 
contestabile trovavansì in Nicosia. 

Dubitando che si dovessero fare, il maresciallo di Rodi^ 
Bertrand d'Erasmi, con cinque cavalieri presentavasi al cam- 
po: parlava dell'ingiustizia di quella guerra, combattendo 
contro un re amico, e devastandone il paese , che tanto loro 
aveva fruttalo di ricchezze ; non essere conveniente che per 
vendicarsi di un'ingiuria immaginaria, arrecassero quella 
rovina di traffici e di mercanzie: fosse migliore partito la pace 
che offeriva il re, volessero accettarla finché il potevano; 
Tavrebbero invano desiderata da ultimo. 

Rispondevano i Genovesi, le ragioni loro essere diverse 
da quelle del re; però sé questi sinceramente desiderava la 
pace, l'avrebbero di buon animo insieme trattata. Del resto 
non essere per abbandonare il proposito, né per rigidità di 
stagione, né per perdita d'uomini, di tratfici, di danari, di 
mercanzie, a tutto pronti, voler vincere dove l'ostinazione 



1 DOGI POPOLA BI. tf3 

ilei re ayesse disdetto ogni onesto componimento. Se essi non 
bastavano, altre venti galere con armi e soldati già navigare 
a qoella volta. 

XLl. lire tergiversava, usando il rimedio del tempo; 
i Genovesi mandavano a lui un conte di Rochas, chiedendo 
il castello di Famagosta, dove avrebbero trattala la pace. 
Dopo molte difficoltà ottenutolo , Pietro di Gampofregoso 
soendea a terra ed entrava in Pamagosta , e poiché temeva 
che ogni accordo col re sarebbe stato inutile senza la presenza 
del contestabile, dei baroni e cavalieri del regno, questi, pre- 
gava il re, permettesse venissero invitati. Pierino temeva 
de'Genovesi e apparecchiavasi a brutta insìdia. D'improvviso 
ordinava che si colmassero d'acqua le fòsse che circondavano 
il castello, entro il quale già erano i Genovesi , e quindi fosse 
loro interdetto l'accesso alla città. Pier di Gampofregoso av- 
vertito in tempo della regia slealtà, fa prendere le armi ad 
una forte schiera de'suoi, esce dal castello, percorre la città, 
e tolta Tassoggetta al Comune; sulle mura e sul castello inal- 
bera la bandiera genovese, fissando le sedi nel palazzo dove 
stava appiattato il re, dalli sii suoi e ministri abbandonato, 
il principe dì Galilea erasi ricoverato nel forte del Dio d'amo- 
re, il di lui fratello in quello di fiuffavento, il contestabile 
nella fortezza di Cerines. Forte terrore avea invaso gli animi 
della famiglia reale e dei più ragguardevoli dell'isola, ve- 
dendo i successi dei Genovesi. 

1 quali non stimavano di aver bene occupalo quel regno, 
sinché pure non acquistavano Nicosia la capitale e il forte 
di Cerines. La prima avevano in breve ; il governatore \li essa 
Pietro Cassino dì Ciprio , alla notizia che llnimlco si avvi- 
cinava, foggi. Più dura impresa offeriva l'occupazione di Ce- 
rines. 11 Campofregoso insinuava al re di scriverne allo zio Si- 
niscalco che la presiedeva, e il re, non solo aderiva, ma 
proponeva, per agevolare il disegno, vi andassero i Geno- 
vesi in compagnia della regina madre. Segretamente poi que- 
sta esortava li tenesse a bada per cinque o sei giorni , per cui 
quei di Cerines, avvisati dell'avrivo, s'imboscassero, e pas- 
sando i Genovesi , ne facessero macello. 

XLII. Ma prima della spedizione tristo caso accadeva 



tf4 BPOCA QUIBTA. 

loro in Nicosia. Ordinavano, gli abitanti di questa depones- 
sero le armi; maqaeglino levavansi a fiero tumalto, per cai 
i Genovesi ridacevansi nel castello. I! contestabile, saputo 
del fatto, movevasi a soccorso de'tumoltaanti ; i Genovesi al- 
lora sortivano dal castello e impedivano agli abi(anti d'an- 
dargli incontro; saccedeva crudele battaglia, ma i Genovesi 
vincevano con molto guadagno d^oro, di argento e di pietre 
preziose, le quali cose spedite per maggiore sicurezza in Fa- 
magosta, venivano sul cammino di quella rapite e portale in 
Gerines. Metteansi quindi in via colla regina madre; quando, 
giifnti ad un varco, sboccano molli appiattati, assalgono 
d'ogni parte i Genovesi; la regina con un colpo di sprone 
fugge verso il castello; dei nostri, quelli che non rimangono 
uccisi , tornano in Nicosia. 

XLlII.Ripigliavansi le trattative per intermezzo dd^gran 
maestro di Rodi. 1 Genovesi trovavansi amareggiati per i tra- 
dimenti e le moltQ insidie tese loro dai Cipriotti; quantunque 
possessori di Famagosta e Nicosia, principali città dell' isola, 
anelavano di finire ad ogni modo l'impresa che già da due 
anni conducevano. A savio e risoluto partito gittavasi Caro- 
pofregoso: con mille tra fanti e cavalli incamminavasi all'as- 
sedio di Gerines, portando seco il giovine re,chedovea ser- 
vire di efficace mezzo all'espugnazione. Ma vani tornavano 
i suoi sforzi: in prima il re, e poi un duca di Urbino lo tra- 
divano; per la qùal cosa non solo obbligato colla sua gente a 
tornare in Famagosta, ma quivi era dalla più nera trama assa- 
lito e fatta strage de' suoi. Riappiccate le trattative; e pur que- 
sta fiala andate a vóto, nacque fondalo sospetto che il re fosse 
vera cagione di 4ullo questo, e coi Genovesi si maneggiasse 
destramente, incitando i suoi a rigettare ogni patto. Pietro 
di Campofregoso scriveva allora lettera di proprio pugno in 
nome del re, e da questo firmala al contestabile che teneva 
Gerines; mostrava che i Genovesi non sarebbero mai partiti 
dall'isola senza la resa di quel forte, quindi lo consegnasse 
ad un Luca Anliame, che gli spediva; per amore che portava 
ad esso re e per l'omaggio che gli doveva, eseguisse l'ordine. 
Egli avrebbe facoltà di uscire co' suoi e recarsi dove più avesse 
avuto a grado; i Genovesi gli assicuravano un salvacondotto, 



I DO«I POPOLASI. 55 

ed otto loro capilani sarebbero andati eon loì per saa mag- 
gior difesa. Instava desse esecQzioni a qaegli ordini, affinchè 
i Genovesi si persuadessero che egli occupava il castello per 
conto di esso re , non per suo. 

Un'altra lettera facea Campofregoso scrivere dal re agli 
abitanti di Cerines, rendendo loro grazie detta forte difesa ed 
esortandoli a sottomettersi. 

XLIV. Queste lettere prodacevano il desiderato eflTetto; 
il contestabile , la regina che tenevano i diversi paesi e ca- 
stelli, tutti li rassegnavano; Damiano Cattaneo e Giacomo di 
San Michele pigliavano possesso di Cerines con Luca Antia- 
me, quindi pobblicavasi la pace in Nicosia, la libertà del com- 
mercio e della navigazione, col divieto di piò parlare di quanto 
era avvenuto sotto pena del capo. 

Le condizioni della pace erano le seguenti: 

lo Re Pietro accettava il regno che gli si restituiva da 
Pietro di Campofregoso, eccettuata Famagosta, eoirobbligo 
di pagare in ogni anno quarantamila fiorini d*oro di tributo 
in perpetuo. 

2o Per 12 anni esso re si obbligava di sborsare due mi- 
lioni dodicimila (Quattrocento fiorini d'oro a soddisfazione 
delle spese fatte nella conquista di quel regno , e più novan- 
tamila per quelle dell' armamento delle galere poste alla di- 
fesa dell'isola. 

3^ I Genovesi dovevano ritornare in quel regno liberi e 
indipendenti con proprio governatore per amministrar la giù* 
stizia; conservati loro tutti gli antichi privilegi e le immuni- 
tà, ricompensati tutti i danni sofferti nelle rivoluzioni. 

4*^ Per goarenzia della somma promessa nel termine di 
anni 12, si consegnava la città ed il porto di Famagosta con 
pieno diritto alla signoria di Genova; e per maggior osser- 
vanza degli espressi patti , la fortezza di Buffavento rimaneva 
in potere dei cavalieri dell'ordine di San Giovanni; inoltre 
per ostaggi si davano nelle mani dei Genovesi le persone 
reali di Giacomo Lnsignanoziodel re e successore allora del 
regno, Carlotta di Borbone moglie di esso, coi figliuoli del 
principe di Antiochia. 

Cosi composte le cose , Pietro di Campofregoso facea vela 



Ò6 UP0C4 QUARTA. 

alla volta di Genova con dieci galee; toccata Rodi, si accorse 
che colà ancora si trovava il contestabile che avea occupata 
e difesa Cerines; ad evitare ch'egli tornasse ad intorbidare 
il regno, rammiraglio gli facea invito di seco venirne in Ge- 
nova per festeggiarvi la pace; il contestabile non potea senza 
dar grave sospetto di sé rifiutare l'invito, e l'accettò; ma 
giunta l'armata in Genova, tentò fuggirsi, il perchè a più 
severa custodia venne riposto nella fortezza di Capo di 
Faro. 

XLV. L'occupazione di Cipro, con tanta gloria ottenuta, 
meritò al Campofregoso e al di lui figlio Orlando di venir di- 
chiarati entrambi àalla repubblica liberi ed esenti da ogni 
colletta ed angaria in vita loro, col dono di diecimila fiorloi 
d'oro e del palazzo di San Tommaso, che poscia dai Fregosi 
passò ad Andrea Boria. Fu ancora decretato che in ogni anno 
l'undecime giorno di ottobre, a commemorazione del glo- 
rioso fatto , il magistrato dovesse visitare la chiesa di San 
Francesco coli' offerta di un pallio d'oro e con le fiaccole di 
cera convenienti. 



CAPITOLO SESTO. 

A£fari di Teoedo , guerra di Chiosia. 



XLVi. I Veneziani aveano dapprima suscitate le dissen- 
sioni che noi raccontammo accadute fra i Genovesi e il regno 
di Cipro, ma poichò i primi ebbero spiegato un magnanimo 
proposito nel sottometterlo, e pigliarsi vendetta delle offese 
patite , essi ténnersi neutrali, e soltanto occulti agitavano le 
cose nostre, sia nel Mediterraneo, sia nell'Arcipelago e in 
Costantinopoli. 

In quest'ultimo sito Giovanni Paleologo avea l'impero; 
noi il modo raccontammo col quale Francesco Gatlilusio a 
quel dominio lo sollevava. Poiché lo tenne, travagliando lo 
scisma la Chiesia greca e i principi italiani mal potendo a 
quello aderire, consigliavano a Giovanni di riunirsi in grembo 
alla romana, quindi degli aiuti chiesti da lui contro il Turco 



1 IMMii POrOLARl. 57 

che minacciava Europa, avrebbe olteniita larga copia da essi 
per mezzo di una crociata che il Poolefice moveasi a predi- 
care nel caUolico mondo. E Giovanni persaaso alle ragioni, 
poneasi in viaggio, e visilava T Italia; ma i principi italiani 
dati a gozzoviglie, i popoli mal più credenti nelle crociate, 
il Paleologo stesso inclinato a* piaceri anziché a gloriosi di- 
segni, faceano andar in dileguo lo scopo di quella peregri- 
nazione. 

XLYIl. Intanto dissolute erano le parti dell'impero orien- 
tale, Turchi ed Occidentali faceanle in brani, e le si occu- 
pavano; ì primi, già padroni del forte sito di Gallipoli e della 
città di Andrinopoli, minacciavano di allagare la stessa ca* 
pitale; per la qual cosa i secondi, cioè Veneziani e Genovesi, 
in quello sfacelo pensavano a far quanti acquisii potevano e 
fossero meglio con facenti al loro commercio. 

Ad entrambi i popoli tornava desideralissima l'isola di 
Tenedo. £ ella posta in cospetto dell' antica Troade e quasi 
airiroboccatura dell'Ellesponto; già per fama notissima, colà 
venne immolala IGgenìa, e a'tempidel regno di Priamo co- 
piosa era di dovizie, poscia seno deserto, e stazione mal si- 
cura alle navi ; ciò nondimeno da quel silo potevansi tenere 
in rispello le armi dei Turchi, e in tal guisa tutelare il com- 
mercio delle due Repubbliche rivali. Prima di esse a spiegare 
aperto il desiderio colla domanda fu Venezia. Urbano V, ad 
istanza di Pietro Lusignano re di Cipro, avea sollevata Cri- 
slianità ad una crociata contro il Turco; in quell'occasione la 
Veneta Repubblica chiedeva Tenedo al Paleologo, ma egli 
temendo che fine ultimo della santa spedizione fosse di re- 
staurare l'impero latino, alteramente negò. Volgeva a male 
la crociala, ì soli Genovesi di Galala, e Amedeo VI conte 
di Savoia lealmente si comportavano; né maggior frullo otte- 
nevasi dal viaggio in Italia dell'imperatore greco di cui già 
parlammo. 

XLVIII. In questo, il figlio del Paleologo con quello del 
sultano Amurai, congiurano contro il regno e la vita dei pro- 
pri padri; entrambi primogeniti, venivano nell'amore e nel- 
l'impero entrambi posposti ai loro minori fratelli; entrambi 
sicollegavano a vendicarsene; ma Amurat schiacciò i tumulti 



58* BPOCA QUARTA. 

gasoitati dal figlio, a questo barbararnenle fece cavar gli oc- 
elli dairamico, e T amico ordinò venisse accecato dal proprio 
padre Giovanni Paleologo, il quale fa costretto a (èrre il la- 
me degli occhi non solo al figlio, ma al nipote Giovanni in 
tenera età; qaindi li rinchiase in una prigione di Pera; ad 
un medico genovese di colà riesciva ancora di tornare il be- 
nefizio della vista airaccecato Andronico, per la qoal cosa 
questi da sentimento mosso di gratitudine mollo addimesti- 
cavasì coi coloni; il padre di lui temendo di tal dimestichezza, 
e sospettando non ne nascessero effetti a lui pregiudizievoli, 
in più duro carcere trasferivalo, nella torre di Anemas presso 
al palagio imperiale, e quivi facea doppiare ai custodi di vi- 
gilanza e di rigore. Quella torre giaceva alla marina, i Ge- 
novesi corrompevano i custodi, e consolavano il prìncipe 
prigioniero, e vedendo siccome T imperatore si era gittate pa- 
lesemente in balia de'Yeneziani, e privilegi e franchigie con- 
cedeva loro in gran copia, la desiderata Tenedo ricordavano, 
quindi ad Andronico offerivano di torsi l'impresa di liberarlo, 
e porlo sol trono, purché del benefìcio in compenso cedesse 
loro queir isola, la quale non tanto per la convenienza del sito 
chiedevano , quanto per impedire che non fosse dai Torchi 
dai Veneziani occupala, comuni nemici loro. Andronico 
di leggieri accordava , e venia posto in libertà : poscia ricor- 
reva per ajuti ad Amurat, e questi li concedeva aprendosi fra 
quelle imperiali discordie la più sicura via alla vicina conqui- 
sta di Costantinopoli. Andronico toglieva di seggio il padre 
Giovanni, il quale rinchiudeva nella medesima prigióne don- 
d'era egli testé fuggilo; ciò fatto, ricordandosi della promes- 
sa, con sua bolla d'oro concedeva Tenedo ai Genovesi; an- 
davano essi sopra due galee coir imperiale rescritto per averne 
il possesso, ma il castellano obbiettava: ordini ricevuti vie- 
targli consegnare a chicchessia la fortezza; quando per eccesso 
di forze nemiche non potesse più guardarla , ai Veneziani e 
ai Turchi, anziché a'Genovesi, doverla rassegnare; cosi de- 
cretava l'imperatore Giovanni da coi riconosceva il comando. 

1 Genovesi scrivevano alla patria e sollecitavano soccorsi 
per ottenerla. 

XLIX. Mentre queste cose si travagliano, si ode i Vene- 



I D06I POPOLARI. 59 

zìani r hanno improvvisamente oceopala. Ecco come andò il 
fallo: certa PelroniUa , antico amore di Giovanni Paleologo^ 
moglie del carceriere , stimolala con lusinghe di larghi premi 
dall'imperiale amadore, pensò a trovar modo di liberarlo. Era 
in Costantinopoli un Carlo Zeno veneiìano, giovane arrisica- 
tissimo» che ancora in acerba età avea di molte e procellose 
vicende sofferto; dapprima in memoria dei servizi resi dal 
padre Pietro Zeno airapostolica Sede, avea avolo an ricco 
canonicato in Patrasso, e quivi vestilo Tabito clericale, ma 
l'ardore deirindole animosa non comportando quella vita tem- 
perata e quieta, avea gì Italo T abito, consumato ogni danaro, 
e messosi a militare sotto il re di Napoli ; in séguito si era 
trovato nella spedizione di Venezia contro Alessandria d'Egit- 
to, in Patrasso a difenderla valorosamente contro i Cipriotli, 
e venuto a dispula con un emulo suo, ebbe un duello che l'ar- 
civescovo di Patrasso non volle permettere. Una greca gio- 
vane vedova dì ricchissimo marito gli pose amore e sposollo; . 
dopo di ciò si condusse a Napoli dov'era fissato il duello. La 
regina Giovanna invaghitasi di lui, proibì che colè pure se- 
guisse. Tornato in Grecia, mortagli la sposa, nulla delle di 
lei ricchezze ottenendo, recossi in Venezia in coi ridiede la 
mano ad una donzella dei Giustiniani, e perchè alla nobiltà 
del casato non rispondeva la copia del censo, com'era costu- 
me allora, posesi nella mercatura; si portò alla Tana donde 
tornava quando Petronilla facea ricerca di lui in Costantino- 
poli. L'audacissimo giovane accettava l'impresa e con parec- 
chi suoi fidati ne conveniva i particolari; con essi avrebbe 
l'imperatore Giovanni tratto di prigione, poscia aiutatolo in- 
sieme ai di lai aderenti per fargli ricuperare il trono. Sopra 
il più preciso modo dell'esecuzione venivano ad abboccamento 
col mezzo di Petronilla Carlo e Giovanni, e lotto era stabilito. 
Giunta la notte destinata all'uopo, raccolta una mano di otto- 
cento uomini come lui arrisicati, secondo il concertato pre- 
sentasi colatamente in un oscuro sito presso alla torre di 
Anemas, quivi appiattati gli uomini egli con una scala di seta 
che appoggia ad uno sportello s'inerpica fino alla prigione, e 
in essa cala, sponendo all'augusto prigioniero, lutto esser 
pronto, tutto propizio alla di lui foga, il più arduo dell' im- 



60 EPOCA QUARTA. 

presa a meravìglia riascilo, non attendersi che la sua per- 
sona. Ma Giovanni nel momento di mandar ad effetto il più 
nobil proposito tituba, si perita, e quasi imbelle donniccìuola 
dà in uno scoppio di pianto, adducendo non aver cuore di 
salvar sé, mentre gli altri suoi figli rimanevano tuttavìa pri- 
gioni. A Carlo Zeno stupore faceva tal resistenza, che l'uo^ 
mo generoso mal comprende T altrui viltà, sicché vedendo 
riescir inutile ogni sua più calda istanza, nò volendo a mag- 
gior repentaglio espor la persona, dettogli che si meritava 
Tonta che soffriva, disdegnosamente il lasciò. Non appena 
rimperatore ebbe tempo a pensare all'occasione perduta, 
forte Tassali il pentimento, e a Petronilla nuovamente rivol- 
geva le istanze e le preghiere afiinchò si recasse allo Zeno, 
e tornasse a interessarlo per lui. Dopo molti rifiuti, vedendo 
Giovanni non poter impegnarlo, avvisava ad un singoiar 
mezzo per dargli fede del fermo suo proposito, gli mandava 
il proprio testamento ed una scrittura in forma di bolla d'oro 
colla quale si obbligava a cedere ai Veneziani T isola di Te- 
nedo, in ricompensa dei benefizio che da esso e dai compa- 
gni di lui implorava. In vista del singoiar bene che alla pa- 
tria recavasi con quella cessione, aderiva finalmente lo Zeno 
e rimetlevasi alTopera; scriveva lettera alTimperatore in cui 
del giorno^ delT ora e del modo trattava di sua liberazione; la 
lettera consegnava a Petronilla, se non che questa smarri- 
tala, cadeva in mano delle guardie che la consegnavano ad 
Andronico. Petronilla ricevea vari tratti di corda, molti Ve- 
neziani veniano carcerati, non escluso lo stesso Bailo Gri- 
mani, accresciuti i rigori e i custodi della prigione imperiale. 
Lo Zeno minutamente cercato erasi ricoverato in casa di un 
suo fido, e tornando il di lui suocero Marco Giustiniani 
dalla Tana sopra le di lui navi rifugia vasi. Aveva seco il te- 
stamento e la cessione imperiale e questa mostrava al Giusti- 
niani, sicché fermavano doversi di quell'occasione approfit- 
tare, e prontamente mandar ad effetto il sospirato disegno. 
Però navigavano a Tenedo, e al governatore del castello 
presentavano il diploma, il quale veduto dava loro ricello, e 
il presidio veneziano accogliea dentro la terra , rassegnando 
alio Zeno ogni comando. Il Giustiniani continuando il viag- 



I DOGI POPOLAII. 61 

gio per Venezia sponeva al senato la felice nascila dell'im- 
portaoCe occupazione. 

L.Era quella Repubblica in guerra col duca d'AosIrìa^sa- 
scilatale contro da Francesco Carrara signor di Padova. Nella 
Marca Trivigiana campeggiavano le armi austrìache, ma ana 
raccolta di truppe di ventura e nazionali stavano loro di fron- 
te: Jacopo Cavalli veronese guidava le prime , Martino So- 
ranzo le seconde, traendo seco un cannone ch'era nuovissima 
invenzione; con questo pereotea animosamente il quadralo 
delle forze nemiche, rompevalo, e respintolo al d! \h di Quero, 
tornava in Treviso. Gli Austriaci riguadagnavano Quero, 
fortificavanlo, e vi si poneano a campo. A sloggiameli mo- 
veano uniti Soranzo e Cavalli. Quero venia investita a colpi 
di cannone. Erano quei cannoni di ferro grossissìmi, caricati 
Rulla polvere accensibile a palle di pietra. Non vi è muro che 
gli regista^ n crederebbe e$$ere Dio che tuona; cosi dicevano 
coloro che spaventati si trovavano alia battaglia. Quero fu 
presa, gli Austriaci riliravansi a Feltro, rotte per maggior 
sicurezza dietro le strade; ma il Cavalli li sorprendeva alla 
pianura, li batteva nuovamente e investiva Feltro; il duca 
era in persona colà, ma i Veneti pensando a qoanl'oro lor 
costava la guerra dovendo farla con milizie mercenarie, in- 
terponevano il re d' Ungheria, e trattavano una tregua. 

LI. Cosi erano le veneziane cose quando Marco Giusti- 
niani recava in senato roccupazìone di Tenedo; a' più gravi 
di senno pareaun incauto consiglio tener l'isola che sarebbe 
stata origine di acerbissima guerra coi Genovesi , pericolosa 
in quel mentre che l'aveano ancora accesa coi vicini, e sag« 
gerivano di rinunciare all'inopportuno acquisto; gli animosi al 
contrario, altrimenti opinavano e consigliavano. Rinunciar 
Tenedo ai Greci era uno stesso che abbandonarlo ai Geno- 
vesi, i quali già padroni della bocca del Bosforo dalla parte 
del Ponto Easino, signori diMetelino e di Scio, occapando 
il regno di Cipro, e quindi tenendo il monopolio del commer- 
cio della Siria e dell'Egitto, con quella importante chiave 
dell'Ellesponto, veniano ad essere gli assoluti dominatori dei 
mari. Aggiungasi che i Danimarchesi distrutta Wisby sopra 
il Baltico, emporio donde le derrate d'Asia si diffondevano 



62 EPOCA QUARTA. 

neirBttropa settentrionale passando per la Russia, né le città 
anseatiche volendo più riceverle da questa, quel ramo di com- 
luercio orientale veniva di necessità a riunirsi cogli altri alla 
Tana, donde solo la colonia di Gaffa poteva trarne rimmenso 
profìtto e Tesclosivo esercizio. Che resta dunque a Venezia? 
Deve, per una stolta paura di guerra, lasciarsi interamente 
spogliare d'ogni mezzo che le ò indispensabile alla vita? 
Deve, cacciata d'ogni mare dall' emula Repubblica, impri- 
gionarsi nella Laguna, e qui raccòrrò gli avanzi della com- 
battuta grandezza? O non piuttosto impedire che Taltrui in- 
gordigia così si amplifichi da non lasciarle seno di mare che 
possa solcare senza pericolo? E poi, qui non si tratta d'im- 
prese che possano stimarsi audaci, né di conquiste vanaglo- 
riose, si tratta della vita della Repubblica, poiché se dessa 
non avrà il commercio del Mar-Nero (e Tenedo occupato dai 
Genovesi ne la priverà certamente), il di dello spoglio sarà 
restremo di angoscia per la nostra patria. 

Queste parole che aveano un gran peso dì verità vinsero 
il partito di conservare e meglio affortifìcare Tenedo; sicché 
si stanziava che tostamente si recasse colà Giovanni So- 
ranzo con quindici galee, e poco dopo Piero Gradenigo, Yet- 
tor Pisani e Marco Giustiniani eletti a provveditori ve ne con- 
ducevano altre venti. 

LIL Tali cose tornavano di grave molestia cosi ai coloni 
di Galata e ad Andronico, che questi una caracca de' Vene- 
ziani procedente dalla Tana dichiarava di proprietà fiscale, 
non che le mercanzie di tutti i Veneti che trovavansi in Co- 
stantinopoli, e pensando modo a tórre loro la contrastata isola 
si univa ad Aronne di Stroppa, che venuto testé da Genova 
con quindici galee avea ricuperate Statimene e Riva per rap- 
presaglia dai Veneziani. Movevano entrambi contro di Tene- 
do, le quindici galee governava Aronne, e Andronico la sua 
squadra in persona, entravano nel porto Reale ove é fama si 
appiattassero i Greci avanti l'espagnazione di Troja, ma giunti 
a' pie del ripido monte, la di cui vetta é sormontata dal ca- 
stello, venivano bersagliati dagl'impetuosi colpi di trabocchi 
e bombarde che ne faceano orsibile strage; per coi savia cosa 
credettero di lasciar l'impresa e ritirarsi. 



1 DOGI POPOLA M. 63 

LIILId Genova più s'inOammava il desiderio della guerra 
|jer quella medesima sconGlta; dicesi che ì più disUnli navi- 
pianti recassersi al cospetto del doge e del coosiglio, e li spin- 
gessero a dichiararla a Venezia, mostrando come Toceapa- 
zione di Tenedo tornasse di fatale pregiudizio al genovese 
commercio; secondo ciò che ne risulta dal complesso degli 
storici che scrissero di qaesti tempi , sembra che la Repnb- 
blica inviasse a Venezia Damiano Cattaneo a sentir ragioni 
di quella ingiusta occupazione, per intimarle a lasciar Te- 
nedo cosi al nome di Genova che a quello di Andronico, senza 
di che dovea essere guerra. Ma Venezia rispondeva: Ogni 
guai volta venisse resliluHo al soglio imperiale di Coslanlino» 
poli il vero e legitlimo imperalor Giovanni ^ si sarebbero in ciò 
accordali coUa sua maestà imperiale.^ 

L'inutilità dei tentativi fece dunque riflettere di ottenere 
per forza delle armi quello che per la ragione non si poteva. 
La città era dolente perchè dairinterdetto pontificio colpita; 
ne dirò le cagioni. 

LIV. Ardeva la guerra fatta dai legati di papa-Grego- 
rio^^i^ contro ì Fiorentini, i quali un vivo fuoco di libertà 
aveano acceso nelle terre di Romagna , oggimai esauste dalle 
ricchezze che s'ingoiava Avignone dove ancora risiedeva il 
pontefice. A voler quelle ritorre al libero esercizio de' proprii 
diritti, mandava il papa legati, o a meglio dire brutti e mo* 
struosi carnefici , ' che col ferro e col fuoco struggendo egnl 
cosa, disonorando ogni persona, né vecchi, donne, fanciulli 
perdonando, si avvisavano di ricondurre quei paesi infelici al 
soave giogo clericale. 11 cardinale Egidio Albornoz che avea 
mostrata non mediocre virtù nella impresa , venia succeduto 
da quello di Ginevra che seco conduceva d'Avignone in Italia 
una fiera masnada di feroci Brettoni. Quanto per questi d'in- 
famie,, di stupri, di saccheggi, di uccisioni, di tradimenti si 
commettesse, non è possibile il descrivere; in Cesena,, in 
Faenza successero casi che la più forte penna mal potrebbe 



^ Seguito il Camino e il Sauuto , il primo h scrìtlore sincrono. Il Serra 
nostro racconta diversamente, ma non cita le fonti da cui deriva la sua Mrraiione. 
' 9no di questi era il moderno Monsignor Bedini. 



64 EPOCA QUARTA. 

raccontare. Ecco , esclama Muratori , guai cani tenessero allora 
al suo servizio in Italia i ministri pontificii. ' 

LV. Firenze alleata colle principali città di Toscana, e col 
Visconti dì Milano, scongiurava il temporale, e tenea lontane 
le mercenarie armi della Chiesa coir oro e con forze bastanti. 
Il papa allora citava i Fiorentini a scolparsi dinanzi a lui; se 
non che malgrado gli mandassero ambasciatori che proda* 
cessero le più evidenti ragioni della Repubblica, scagliava 
egli la scomunica sopra tutti i magistrati e la città di Firenze. 
Né a questo accontentandosi, affinché quell'arma spirituale 
di per sé poco atta a nuocere veramente, facesse pregiudi- 
zievole effetto, richiedeva tutti ì principi, signori e comuni 
amici della Chiesa di confiscare dovunque trovassero i beni 
dei Fiorentini e loro medesimi imprigionare e vendere come 
schiavi. Non è a dire se questa intimazione avesse il suoline; 
in Inghilterra ed in Francia dove i ragguardevoli capitali tro- 
vavansi di quella Repubblica furono incontanente dalla regia 
ingordigia rapiti, i proprietarii a guisa di ebrei messi in ban- 
do; più di 600 fiorentini cacciò fuori la sola città di Avigno- 
ne; spogliati d'ogni bene, come manigoldi perseguiti, ed of- 
fesi andavano errando queMapini; Genova ne accoglieva la 
maggior parte, quindi il feroce pontefice aggravava la mano 
sopra la nostra città, e poiché questa non volea negare la 
propria ospitalità agli innocenti da lui ingiustamente colpiti, 
anch'essa era dalla scomunica percossa. Ma Genova come Fi- 
renze opinava collo storico Poggio: Religionis timorem esse 
ponendum, uhi is officerei lihertati,* 

Malgrado la scomunica segnivansi a celebrare i divini 
offici e pensavasi risolutamente alla guerra. Mentre Venezia 
collegavasi col re di Cipro e Bernabò Visconti signor di Mi- 
lano, Genova stringea lega con Marcovaldo patriarca dì Aqui- 
leja, Francesco da Carrara signor di Padova, il duca d'Au- 
stria, il re d'Ungheria e Polonia Ludovico. Costui la potenza 
ungherese avea fatta salire ad eminente grado dì grandezza, 
per lui sconfitti i Tartari in Transilvania, soccorsi i Valachi, 
sottomessi i Bosniachi, ritolta ai Veneziani Dalmazia, e per 

* Jnnah d* Italia , an. « 376. 
> Pogg. , I. e. p. 223. 



. 1 DOGI POPOLAEI. 65 

vendetta dell' occiso fratello dae volte occupata Napoli; la 
promessa delle armi sae bastava per dar vittoria. 

LYl. Deliberata la guerra , strette le alleanze, si andò a 
Venezia per significarla. Francesco Spinola in nome della 
Repubblica genovese, il vescovo dì Ginquechiese pel re d'Un- 
gheria , e Agnolo LoUio pel patriarca. Parlò il secondo come 
il più autorevole, e disse primamente che i Genovesi erano 
nella vertenza di Tenedo mal ricambiati dai Veneti , coi ri- 
bellatasi, aveano pochi anni, l'isola di Gandia e questa man- 
datasi ad offrire ai Genovesi, essi rifiutarono generosamente 
l'offerta per non commettere un oltraggio a quella Repubblica 
sicché ne venieno ringraziati ; Tenedo essere necessaria a di- 
fesa e conservazione delle genovesi colonie, senza di essa il 
commercio di Genova non potere tranquillamente esercilarsi. 
11 patriarca d'Aquileja aver sofferto e nella propria giurisdi- 
zione, e nella signorìa non indifferenti violazioni; al prìncipe 
di Padova il fratello voltatosi contro per istigazione veneta, 
e le armi mercenarie a tradimento comprate. 

A queste lagnanze rispondeva il doge a nome del senato; 
Tenedo avea in dono Venezia dal legittimo principe e dai 
suoi abitanti; il patriarca desiderare con torbidi nuovi rinfre- 
scare gli antichi e pescarvi dentro; al signor dì Garrara non 
i Veneti, ma la propria avarizia suscitar contro il fratello, e 
le armi mercenarie venir allettate dall' ubertà del suolo. 

In tal modo le parti rimaste interamente in balia del vi- 
cendevoli rancori pensarono a maneggiar più prontamente e 
arditamente la guerra. 

LVII. L'epoca in coi roovevansi i due popoli a contra- 
starsi l'assoluto dominio de'mari era quella di cui maggiore 
non poteano toccare per grandezza di possedimenti, copia di 
ricchezza, esercizio di libertà, agiatezza civile. 

Venezia stendeasi per 100 miglia di laguna nell'Adria- 
tico; isole, lidr, città erano sparse per tutta quella estensio- 
ne; inoltre possedea una parte del Polesine di Rovigo, la 
contea di Trevigi , con una porzione del Friuli , la provincia 
marittima dell* Istria, Gandia e Negroponte, isole greche gran- 
dissime. Quantunque non potesse approdare alla Tana senza 
far porto a Gaffa, e quindi godere di quell'ampiezza di com- 

Storia di Gmow, --4. 5 



66 EPOCA QUARTA. 

mercio che ai Genovesi accordavasi, in Costantinopoli ancora 
avea forte potenza, non pochi partigiani nel regno dì Cipro, 
Candia e Negroponte opportane ai suoi traffici, e neirEgitto 
molta dimestichezza , sperando di compensarsi colà di quanto 
perdeva per T intercluso Mar Nero. Nell'interno molto agitarsi 
di animi indomiti non ancora addormentati dal governo ari- 
stocratico che avea a' popolari chioso il consiglio da mezzo e 
più secolo; non ancora rinunciato al mare come poco dopo 
segui, per ampliarsi in terraferma; Venezia era dunque 
giunta a quel sommo dì potenza che ai popoli è umanamente 
concesso di aggiungere quaggiù. 

Né altrimenti trovavasi Genova : il suo territorio era an- 
gusto, né oltre le 160 miglia fra lido e monte, lunghesso le 
due riviere; risola avea dì Corsica, e colonie innumerevoli 
neir Arcipelago, nel Mar Nero, e nel Tanaj, fra le quali prin- 
cipali CatTa, Galata, Scio, e Famagosta; neir interno non 
la tranquillità, nc| la regolarità di uno stabile governo; non 
queir incamminarsi de'Veneti a stato quoto ed ordinato, ma 
in questa vece un animoso sentire, un incessante avvicen- 
darsi di pubbliche sorli affinchè a nessuna condizione, a nes- 
sun uomo dovessero mai sottostare; un amore di libertà cosi 
frenetico da farlo spesso o degenerare in licenza o trasmodare 
iu tirannide forestiera ; un odio, un'avversione ad ogni giogo, 
un desiderio ardente più ancora d'indipendenza che di li- 
bertà, per cui se dovunque o per Tona o T altra forma si 
giacque, quivi sempre si perdurò e seguì ad essere turbo- 
lenti, inquieti , è vero, ma servi non mai. E questa singolare 
natura agli uomini Genovesi veniva dal soggiorno dei natii 
dirupi e per le ricchezze dal commercio derivale; per queste 
Topulenza, la potenza, la grandezza, per quelli un forte osta- 
colo onde gli animi opulenti, potenti e grandi a vita sciope- 
rala e dissoluta non trascorressero. 

Ollreciò i due popoli s' inanimivano 1* uno contro l'altro 
per la memoria dei gloriosi falli che ciascuno dì essi avva- 
lorava. Se ai Genovesi Curzola , il Bosforo e le Sapienze 
infìammavan la mente, la vìlloria famosa d'Alghero solle- 
vava le speranze veneziane ; entrambe dunque le Repubbli- 
che doviziose, potenti e gloriose non aveano che a dar di 



I DOGI POPOLARI. 67 

COZZO r ana coir altra per definire ona volta questa assolata 
dominazione de' mari. Meglio senza dubbio sarebbe slato in 
principio l'unirsi, seguitare i generosi consigli di Petrarca, 
e steccar l'Alpi colla concordia degli spiriti e delle armi, 
sicché di là mai più tra noi non precipitasse malvagia se- 
menza di stranieri ; ma troppe erano e importanti le ragioni 
del combattere, troppo gelose le faccende commerciali sopra 
le quali tutta si aggirava la guerra. 



CAPITOLO SETTIMO. 

Scon6Ua di Capo d*AiiBO, vittoria di Pola. 

LYIII. Le prime ostilità accaddero in Levante. Barnabò 
Visconti signor di Milano avendo maritata la figlia con Pie- 
rino re di Cipro, i Veneziani provvidero al trasporto della 
sposa 7 galee, ed altre 7. procacciarono di Catalani; dopo i 
nuziali festeggiamenti in quell'isola, Pierino, come ne avea 
segreto intendimento co' Veneziani, con 5 galee e 10 mila 
soldati per terra move all'assedio di Famagosta, senonchè 
^00 combatlenti genovesi che la presidiavano e gli abitanti 
del luogo rispingevano gli assalitori , e valorosamente difen- 
devano quella città. 

Ad un tempo quattordici galee veneziane capitanate da 
Veltor Pisani, dirizzavan le prore in verso di Genova, ed 
avvenutesi con dieci di genovesi che guidava Luigi Fieschi 
cariche di moneta, di macchine e di balestrieri, attaccano 
battaglia. Le genovesi doveano condursi in Levante per con- 
gìungersi ad Aronne di Strupa e ripigliare l'assalto contro 
di Tenedo. 11 luogo dell' incontro fu Capo d' Anzo in ispiag- 
gia romana ; la dirotta pioggia che irrigidiva le corde dei 
nostri balestrieri, e il non aver presa parte alla battaglia 
che cinque sole galee, non aspettale le altre cinque, ci ar- 
recò la sconfitta; di queste andò l'una traversa sulla spiag- 
gia, le altre quattro tornarono in Genova ; riarmate di bel 
nuovo tre« sotto gli ordini di Pietro Piccone navigarono in 



68 EPOCA QUARTA. 

corso nel golfo Adriatico, V altra mosse al soccorso dì Fa- 
magosta. 

LIX. I Visconti a straziar la Repubblica ed impedire 
che r nnità delle sae forze non si aggravasse tolta sopra 
Venezia, destarono la ribellione nella riviera occidentale, e 
la discordia nella città. I marchesi del Garretto suscitati da 
Barnabò Visconte, occupavano a tradimento Albenga, Noli, 
e Castelfranco di Finale ; Albenga gli era consegnata dal 
podestà medesimo Bartolomeo Visconte, in città levavasi la 
minuta plebe, invadeva il pubblico palazzo, ivi facea pri- 
gione il doge medesimo, quindi nominava altro doge Anto- 
niotto Adorno, che soltanto dall' ora di terza a compieta te- 
nea il dogato ; a lui i primati popolari regolarmente surro- 
gavano Nicolò di Guarco, cui cedeva per consiglio degli 
amici la signoria Antoniotto. Il Guarco divideva i consigli e 
gli offici per metà coi nobili, i quali n* erano stati esclusi fin 
dal 1356 pel doge Simone Boccanegra, facendo decreto che 
fossero distribuiti ugualmente fra nobili e popolari , Guelfi e 
Ghibellini. Domenico da Gampofregoso venia col fratello 
Pietro sostenuto in carcere, e provveduto che la famiglia 
Fregoso, dovesse per sempre avere il bando. Al nuòvo doge 
s' imponevano determinate regole e particolari limiti che 
non potea oltrepassare. 

LX. Acconciavasi la Repubblica coi marchesi del Car- 
retto, le terre rubellate od occupate tornavano all'obbe- 
dienza, ricomponeasi T interno, e pareva potessero gli animi 
interamente rivolgersi alla veneziana guerra, quando un'ac- 
cozzaglia di ladroni che devastava ogni paese d' Italia e di- 
ceasi Gompagnia della Stella, Barnabò Visconti avventava 
contro di noi ; calava essa dai gioghi, allagava improvvisa- 
mente Sampierdarena, dava il sacco alle case, e la morte 
agli abitanti; in città avrebbe il popolo voluto prender le 
armi , ma il doge, in sospetto delle fazioni, prepose di pagare 
un riscatto di 10 mila fiorini d' oro e il dono della preda 
che avean fatto que' manigoldi. 

LXI. Seguitava con maggior fervore la guerra, ai ban- 
deggiati ritornavasi la patria, ed avendosi a vendicare la 
sconfitta di Capo d' Anzo se ne dava r incarico a Laciano 



I DOGI POPOLARI. 69 

Doria fatto ammiraglio di 22 galee e 6 grandi cocche ; eì si 
avviava Dell' Adriatico. Intanto Lodovico d' Ungheria man- 
dati 5 mila Ungheri al soccorso di Padova, Padovani ed 
Ungherì in numero di 16 mila attaccavano Mestre città 
de' Veneziani : la valorosa resistenza che incontravano, e una 
diversione dell' ammiraglio veneto solle coste ongheresi^della 
Dalmazia fé' lasciar l' attacco a' collegati. Preso era Cattare 
dai Veneti, quindi la flotta loro navigava in Sicilia per iscor- 
gere le proprie navi che andavano colà a levar grano ; le si 
aggiangevano sei galee che tornavano di Cipro , in tatto for- 
mava QD naviglio di 25 legni ; si avveniva nella genovese 
che in quel momento non contava che sole 17 galee , queste 
riconoscendo l'inferiorità del numero volgevano in foga, 
ma stando loro sopra le veneziane, di repente mostravano 
le prore, simulavano voler combattere, facendo portare, a 
maggior indizio di k>attaglia , i fasci delle armature sopra le 
coverte. Da questa vista ingannati i Veneti operavano al- 
trettanto, e vestivano le armi, ma i Genovesi cogliendo il 
destro, rapidissimamente poneansi in foga, e lasciavansi ìn> 
dietro l' armata nemica che invano tentava raggiungerli. 

La flotta genovese entrava nel porto di Traù, che con 
quelli di Sebenico e di Zara , era caduto in potestà del re 
d' Ungheria. L' ammiraglio Pisani guardava le coste dalmate 
dell'Ungheria, quivi legni e paesi nemici dava alle fiamme. 
11 re benché assalito dai Turchi spediva al signore di Pa- 
dova un corpo di 6 mila uomini a cavallo con tre carri cari- 
chi di piastre d' oro ed argento ; le truppe veneziane sta- 
vano sulle difese chiuse ne'fortf di terra ferma. 

Era d'uopo far impeto in Sebenico, Traù e Zara per 
cacciarne i Genovesi, e riconquistare que' porti ; Vettor Pi- 
sani si voltò contro il primo, lo battè, ed occupatolo colla 
città vi die prima il saccheggio e poscia vi appiccò il fuoco ; 
quindi mosse contro di Tràù. Traù avea due porti e la squa- 
dra genovese che ne difendeva l'ingresso, arduo quindi il 
penetrarvi, con mori, bastioni, e ponti di legname guarniti 
di macchine, e balestrieri genovesi, chiuse vedeansi le boc- 
che; invand l'ammiraglio veneto, divisa la flotta in due, 
disbarcata la gente, dava siii|ultaneo assalto ai due porti. 



70 EPOCA QUARTA. 

molti uomini vi perdeva senza fratto, di guisa che rimbar- 
cata la gente credea meglio di attaccar Zara ; ma la signoria 
avvisando che la presa di Traù non avea potuto effettaarsi 
per il difetto delle macfchine, di queste cariche quattro 
grosse galee con novelle forze e cannoni gli ordinava lo ri- 
tentasse. Il Pisani riportatosi colà e molto spendendovi di 
vettovaglie, non diverso della prima volta gli succedeva il 
fatto; però la seconda fiata lasciava l'attacco, navigando a 
Fola, donde mandava alla Repubblica sua affinchè quel se- 
nato approssimandosi i rigori del verno, e già per questo e 
per gli infruttuosi assalti di Traù, avendo fatta molta per- 
dita d' uomini e di munizioni , gli concedesse di ricondorre 
la flotta a svernare in Venezia. Il senato' negò, e Pisani ve- 
duto sempre più assottigliarsi il numero dei marinai e bale- 
strieri, sopra una metà delle galee che aveva ridusse lutti 
gli equipaggi, e l'altra metà mandò per essere rifornita in 
Venezia; undici galee rifornite gli si spedirono tosto,Ied egli 
avendone ricevuto V ordine colla ricomposta flotta veleggiò 
per la Puglia donde dovea giungere a Venezia il soccorso 
de' frumenti di cui penuriava ; gli si inculcava facesse ratto, 
trattarsi cosa di sommo momento, poiché il Carrarese fa- 
cendo gagliardamente la guerra, chiuse avea le tratte di 
terra ferma. Ubbidiva Pisani, giungeva in Puglia, e quindi 
tornava coi carichi fatti , ma una furiosa procella lo assaliva, 
due cocche ed una carica di cotone, separatesi dal resto della 
armata erano obbligate dalla malvagità del tempo a pigliar 
porto in Ancona , dove cacciatesi tredici galee genovesi , con- 
sentendolo gli Anconitani, erano predate da queste. 

LXII. Rifioriva la stagione e a Luciano Doria dopo le 
sue stazioni di Traù e di Zara, pareva propizia per venire 
ad un incontro decisivo col nemico , per la qual cosa incam- 
minavasi verso l'Istria, occupava Rovigno, Gaorle e Grado, 
prendeva il largo nel golfo; nello stesso tempo il patriarca 
d' Aquileja appiccava battaglia nel Friuli contro mille fanti 
e dugento cavalli di Venezia che tentavano di riconquistar 
quelle terre, e tutti li disfaceva in modo che neppur uno sal- 
vavasi: Francesco da Carrara cogli aiuti ungheresi, occu- 
pato il castello di Morenzano tra Padova e Venezia, stava 



I DOGI POPOLABI. 71 

col campo sotlo a Roman. Venezia non però gitlava il lem- 
pò: per soa istigazione il Torco assaliva V Ungheria, e Carlo 
Zeno a gaisa di Scipione, mentre Annibale era alle porle di 
Roma, portava la gaerra nel Genovesalo; con nove galee 
infestava la riviera orientale, occupava l'isola del Tiro in 
Porlovenere, facea colà preda di alcune reliquie nella chiesa 
di San Venerio che riputava il corpo di tal santo, ma i Ge- 
novesi, cacciate in mare nove loro galee, le veneziane mei- 
tea no in foga. 

LXllI. Addi 3 del mese di maggio del 1379, la flotta geno- 
vese, governata da Luciano Boria e forte di ventidue galee, 
fra le quali una di Porlo Ragusi, ed una di Zara, usciva da 
questo porto ; moveva incontro a' nemici che sapea tornar 
di Puglia con grano ; Irovavasi sopra il porto di Pela il dì 5 
quando due galee dell' antiguardo li scoprivano appiattali 
colà con ventìdue galee e tre grosse navi. Portavano le navi 
fino a 250 uomini ciascuna, e le galee oltre le solite ciurme, 
la gente di tre altre galee mandate a disarmarsi in Venezia, 
molti uomini d' arme ed avventurieri assoldati per guardia 
della città. I Genovesi avvisarono di non venire a battaglia 
tanto a terra vicino affinché i nemici non si scampassero fa- 
cilmente in quella , ma tirarli al largo ed ottenere più com- 
pleto il trionfo. Il Pisani, accortosi del disegno, mal si pre- 
stava al combattere, giudicando che il vincere non facea 
che allontanare soltanto il nemico, e Tesser vinto dava a 
quello libera facoltà di entrare in Venezia; Luciano per 
ismuoverlo dal lido, mandate occultamente cinque galee die- 
tro la punta del promontorio pelano, per ivi star pronte ad 
un suo cenno, simulava di non voler la battaglia, e vogare 
al largo. I Veneti opinavano che ciò fosse anzi timore delle 
superiori loro forze, che sottile stratagemma, posersi quindi 
a volere che il Pisani si allargasse da terra, e costringesse i 
Genovesi a combattere. Invano opponeasì V accorto ammira- 
glio che temea del tranello, i provveditori, i sopracomili 
tanto andavano innanzi nelle infiammate parole, ch'ebbero 
perfino a rimproverarlo di viltà, alla qual nota non bastando 
l'animo dell'onorato Pisani, decise mal suo grado d'incon- 
trar la battaglia ; lasciato dunque il sicuro sito , si diede colla 



72 EPOCA QDABTA. 

flolfa ad insegaire i Genovesi « i quali come bene videro al 
largo i nemici an tre miglia circa, e Luciano si accòrse di 
averli condotti al punto vicino alle cinque galee dietro il 
promontorio nascoste, improvvisamente volta le prue e dà 
di cozzo entro loro. Nell'ardor della mischia, ad un cenno 
dell' ammiraglio le cinque galee soccorrono al combatti- 
mento, il quale tanto per parte dei Genovesi si fa virile e 
gagliardo, da riportare vittoria completa de' Veneti in un'ora 
e mezza, senonché presso ad ottenerla , il valoroso Luciano, 
nell'atto che si alza la visiera, o per osservar meglio o ria- 
versi , è ferito a morte ; ì consiglieri che gli stavano dattorno 
vedendo che tale notizia avrebbe diminuito l'animo de' com- 
battenti in quello che più abbisognava caldo ed intrepido, 
subitamente vestono un altro con le armi e le vesti di lai, 
ponendolo in suo luogo. 

L' armata nemica era in piena rotta, due galee colale a 
fondo, ogni altra predata, tranne sette fracassate, colle 
quali il veneto ammiraglio fuggi via, occupati i tre basti- 
menti grossi carichi di carne salata e di erano, e di questo 
6 mila mine, 2407 i prigioni, ottocento i morti. 

Senonché ì vincitori aveano pur bisogno di ristoro, e i 
legni di risarcimento, quindi tornarono a Zara colla flotta e 
la preda; per cammino abbattutisi in una cocca siciliana, 
che andava da Messina a Venezia carica di seta e altre 
merci di Veneziani, quella occupavano. Giunti il di 8 hi 
Zara, teneano consiglio per surrogare al defunto Luciano, e 
Ambrogio Doria suo consanguineo nominavano a quel posto. 
A tutti gli avventurieri assoldati dai Veneti , e trovati sulle 
loro galee, faceano troncare il capo, e gettarne in mare i 
cadaveri. Il di l' occorso scriveva Ambrogio Doria ai si- 
gnor di Padova, che travagliavasi all'assedio del Castello di 
Roman. ^ 

Come il seppe costui, rallegrandosene con vivissima 
gioia, facea la lettera pubblicar tosto al popolo a suon di 
trombe e campane. 

' La presente narrazione è tratta genuinamente dalla lettera scritta dallo 
stesso Ambrogio Doria a Francesco di Carrara, e riportata da Andrea CaflParo. 
Bisl. Pad. , R. 1. S. , tomo XVII. 



I DOGI POPOLARI. 73 

LXIV. Il di 11 maggio 1379, giungeva in Genova la 
notizia della vittoria ; il parlamento pubblico decretava che 
a solenne commemorazione di qoella il di maggio d'ogni 
anno avvenire i supremi magistrati visitassero nella chiesa 
di San Giorgio V aliare di San Giovanni Evangelista, al di cui 
onore voleasi questo eretto. Gli eredi di Luciano Dorla fos- 
sero rimunerati e dolali dei beni del fisco del Comunei 

Il superbo trionfo se onorava la Repubblica, non la fa* 
cea lieta però per la morte di Luciano; egli magnanimo e 
prudente, egli nelle marittime cose sollecito e perito, egli 
amabile ed amalo da grandi e da pìccoli, d'ogni estima* 
zione e lode era in ogni sua opera des:nissimo. Un giorno tro- 
vandosi a Traò, e mancando modo di somministrar le paghe 
a' marinai , egli la propria argenterìa , e tutto quanto avea 
dislribui fra di essi : un povero remigante, non essendogli 
alcuna cosa toccata, presentavasì a lui, esponevagli la sua 
estrema miseria, ed egli nulla pia avendo, slacciavasi la 
fibbia d' oro che gli stringeva il vestito, e qoella generosa- 
mente gli donava. Quest'uomo dunque piangevano i Geno- 
vesi, nò sapeano chi dargli a successore. 

La famiglia Doria sembrava quella donde più erano 
usciti questi uomini valorosi che aveano riportate le mag- 
giori vittorie, Uberto, Lamba, Pagano, Luciano Dorìa; 
quindi fermato non doversi dipartire dal seno di essa, fu no- 
minalo Pietro Doria quondam Dorino. Poste in pronto altre 
15 galee, il di 19 maggio eorrendo la festività dell'Ascen- 
sione, solenne processione faceasi, e il nuovo capitano dal 
clero, che portava reliquie di santi, da' magistrati e dal po- 
polo era accompagnato fino alla riva di San Marco. Piene 
erano le case, le finestre, i tetti, le contigue strade, ed il 
molo di gente di ogni età, di ogni sesso, d'ogni condizione, 
presente e gioiosa allo stupendo spettacolo. Neil' atto che il 
nuovo ammiraglio saliva la capitana, l'arcivescovo lai e la 
flotta benediva, prostrata la moltitudine, mentre il sommo 
prelato colla benedizione divina invocava vittoria sulle armi 
nostre. In questo salpavano le galee, e le ciurme gridavano: 
A Venexia^ e dal molo, dalle vie, dalle finestre, dai tetti 
plaudenti ripetevano tutti: A Venezia. 



74 EPOCA QUARTA. 

CAPITOLO OTTAVO. 

Assalto e presa dì Chioua. 

LXV. A Venezia regnava il timore e il disordine. Non 
appena si era odito il disastro di Pola, che negli animi si 
metteva nn singolare spavento , misto ad ira fìerissima 
contro coloro che ne parevano gli antori. Il povero Pisani, 
che ogni difficoltà avea opposta per non incontrar la batta- 
glia, veniva calunniato, e volevasì punito di quello che egli 
appunto avea previsto. Un furibondo popolo ne chiedeva la 
morte, ma il doge ridusse a prigionia l'iniqua sentenza. 
Col Pisani erano pure imprigionati i capitani delle sette ga- 
lee; tanto è vero che in guerra, vincere o morire, non altro 
rimane a voler fuggire taccia più ignominiosa e vile. 

La flotta genovese avea dopo la vittoria trascorso il 
golfo; data alle fiamme Ghiozza minore ed altre due terre; 
predala suir ingresso del porto di San Nicolò, a meravìglia 
de' Veneziani, una grossa nave carica di preziose mercan- 
zie; incorporati Greci e Schiavoni nella propria marineria, 
e del legname, di che ha gran copia la Dalmazia, fabbricate 
altre navi: dopo ciò, esplorati bene quei luoghi, tornavasi in 
Zara. Quivi giungeva Pietro Dorìa colle 15 galee, assumeva 
il generale comando, facea la rassegna delle proprie forze 
e trovavasi, secondo Giorgio Stella scrittore sincrono, 47 ga- 
lee, con altra moltitudine di navigli ; secondo il Serra e il 
Fannucci, che si appoggiano a' veneziani storici, 75 galee, 
13 navi grosse da battaglia con 400 uomini per ciascheduna 
a due rematori per banco; 114 arsilj ed altri bastimenti mi- 
nori che servivano V armala ; in tutto dugento legni carichi 
di baliste, di mangani, di petriere, di cannoni, con ven- 
tisei o ventotto mila nomini; se ciò è vero, cosa meravi- 
gliosa deve sembrare per questa Repubblica genovese, che 
nello stesso tempo, come vedremo in seguito, venia dalla 
guerra civile lacerata, assalila di bel nuovo dalla compagnia 
della Stella, minacciata e guerreggiata in Costantinopoli e 



I DOei POPOLABI. 75 

nel mar Nero, e dovanqae avea forze bastanti da confon- 
dere i proprj nemici. 

L'ammiraglio trascorreva le file della numerosa flotta 
che risolata ed ardente gridava: Viva San Giorgio; a Vene- 
zia; a Venezia; a morire a Venezia. 

LXVI. La città di Venezia (tolgo in gran parte la de- 
scrizione dall'annalista nostro monsignor Agostino Giusti- 
niani, anno 1379) ò edificata quasi nel fondo del mare 
Adriatico nel mezzo di uno stagno, ossieno lagune, per lo 
spazio di circa cento miglia; da tramontana, maestro, po> 
nente e libeccio ha terra ferma; da greco, scirocco, levante 
e mezzogiorno ha un lido, ossia una spiaggia in forma d'arco, 
che sarà di circa 35 miglia larga differentemente, in qual- 
che luogo un tiro d'arco, in qualche altro un miglio, o mezzo 
o due miglia, e i Veneziani con gran spesa davano opera di 
mantenere questa spiaggia con palificate ed altri ingegni ; la 
quale spiaggia è aperta in cinque o sei luoghi , e la prima 
apertura che è da greco si nomina Tre Porti, la seconda 
Lido Maggiore, la terza Sant'Erasmo, la quarta Due Ca- 
stelli , la quinta Malamocco, la sesta Porto di Ghiozza. E per 
queste aperture nominate porti, si navigava alla città, la quale 
è di circuito di sette in otto miglia tutta edificata in acqua, 
di maniera che ogni casa ha due entrate 1' una in acqua, e 
1' altra in terra, e fu edificata quasi nel mezzo delle predette 
lagune sopra sessanta isolette dai Padovani ed altri popoli di 
terra ferma per fuggir l' ira e la persecuzione del crudele 
Attila, e comechè nelle predette lagune non vi sia molla 
profondità d'acqua, la quale eziandio cresce e manca di sei 
in sei ore, si naviga e si arriva alla città con gran difficoltà, 
massimamente con navigli grossi i quali sono costretti di 
navigare per ceKi canali determinati. La città era magnìfica 
in ogni cosa, ed avea questa eccellenza fra tutte le città 
d' Italia, che non ebbe mai comportato di essere signo- 
reggiata d'alcuno particolare, né terriero, nò forestiero, e 
quando alcuna fiata, alcuno dei cittadini grandi e potenti 
hanno voluto occupare la libertà, sono slati ammazzati. (Po- 
vera Venezia ! ) 

LXVIL In tal sito per natura e per arte inespugnabile 



76 BPOGA QUARTA. 

doveano i Genovesi portar la guerra, e Pietro Doria ben si 
accorgeva come qai tatta dovesse esercitarsi la perizia mili- 
tare, e consistere la maggior fama. Radunati avendo a con- 
siglio i capitani della flotta, insieme discorse della gravità 
deli' impresa la quale si mostrava quasi impossìbile dove si 
fosse considerato V inaccessibile luogo, V estrema, disperata 
difesa; notava che respinti in un primo attacco, o in qua- 
lunque modo obbligati a desistere, ciò avrebbe dato animo 
a' nemici e toltolo a loro, senza far conto dei mali di una 
sconGtta. Esser quindi d' avviso che a tentare con sincero 
profitto e vero successo un fatto d' armi, fosse d' uopo non a 
Venezia subitamente incamminarsi, ma a quella per Ghioz- 
za; quivi non cosi forte il sito, non cosi gagliarde le difese, 
non cosi disperati gli animi, a Ghiozza poter riunirsi al si- 
gnore dì Padova, il quale avendo espugnato il castello di 
Roman ed altre terre confinanti, si avea facilità per quei 
cammini di mettere insieme le comuni forze, ed uniti mo- 
ver poscia contro di Venezia. 

Il disegno dell' ammiraglio essendo della maggiore ac- 
cortezza, era tosto abbracciato dall'adunanza, che stanziava 
doversi espugnar prima Ghiozza, in questa città riunite le 
forze collegate, mover poscia insieme contro Venezia. 

Del che scrivevasi tosto al signor di Carrara; stesse 
pronto colla propria armata, si sarebbe questa congiunta alla 
genovese laddove ha foce il Bacchiglione ; egli poi sopra di 
quel fiume facea rassegna dei ganzaruoli e navilii che aveva; 
a cento i primi, a dugento da carico, di trenta carra ciascuno, 
sommavano i secondi. Di questi davasi il comando a Raffaele 
dei Roverelli o Rovereto genovese. 

LXVIII. Pietro Doria prima di lanciarsi contro di Ghiozza, 
secondo il disegno, simulava un tentativo sopra Venezia; 
giunto al porto delle Due Gastella sbarcava la sua gente con 
mille soldati del signor di Padova, pigliava il monastero di 
San Nicolò, né gli riesciva di occupare il porto, perocché 
ivi fossero a difenderlo 300 cavalli e molti altri pedoni, ol- 
treché vedovasi chiuso da catene e tutelato d' altre difese. 
Giovanni Barbarigo capitano de' Veneziani, con gran numero 
di schifi forniti di bombardone cresceva l' importanza della 



1 DOGI POPOLAII. ?7 

difesa; snoDara ana campana che dava l'avviso dell'appres- 
sarsi e dell'assalire de' nemici, e il cannone tuonava, i Ve- 
neziani non mancavano di accorrere ed opporre ferma e 
valorosa resistenza. Ma i Genovesi erano portatisi colà ad 
esplorare i ripari e scandagliare l'altezza delle acque, loc- 
che per essi fatto, lasciavano il luogo e voltavansi contro di 
Chiozza. 

LXIX. Chiozza è piccola città che potrebbe somigliarsi 
a Savona, di 25 miglia distante da Venezia, e di altrettante 
da Padova, sicché è il ponto di comunicazione pia facile e 
breve colla terra ferma. Le acque la dividono in due parti 
che un ponte lungo riunisce; per un capo di ponte si va 
colla porta Mariana nella città grande, per l'altro colla porta 
delle Saline nella piccola, e dicesi porta delle Saline, peroc- 
ché ivi presso si faccia in gran copia il sale che per tutto il 
continente d' Italia portavano allora i Veneziani. Per questo, 
e perchè chiave di tutto lo stato, e porfli di comunicazione 
era colla Lombardia, Chiozza tornava di grandissima im- 
portanza ai Veneziani. 

La città grande di Chiozza e il ponte lungo venivano 
dunque tentati dai collegati. 

Un'armata congiunta d'Ungheria, del Friuli, e di Pa- 
dova, forte di 20 mila uomini movevasi ad investir Chiozza 
dalla parte di terra, a secondarla i cento ganzaroli, e le 
dugento barche cariche d' armi, di munizioni, di macchine, 
di balestrieri scorrevano il Bacchigliene; la flotta genovese 
dalla parte di mare stava pronta all' attacco appena che al 
convenuto sito fossersi trovale quelle forze. 

Per impedirne la riunione i Veneziani avevano pensato 
ad affondare una grossa nave attraverso il fiume, e far scor- 
rere lunghesso la costa moltissime barche che comandava 
un Giovanni Civrano ; al primo ostacolo provvedeva l' accor- 
tezza del Rovereto, facendo sboscar le sponde, tirare a terra 
i ganzaroli, e poscia rimetterli in acqua, laddove l'affondata 
nave aveano lasciatasi a tergo; al secondo sopperiva il va- 
lore degli assalitori che in breve cacciarono in foga il Ci- 
vrano. 

Biunitesi in tal modo le forze d* Ungheria, del Friuli, 



78 EPOCA QUARTA. 

di Padova e dì Genova, comparve da quel lido di Ghioggia 
una selva d' armi e di bastimenti pronta all' attacco. 

LXX. I Veneziani, poiché vane aveano sperimentate le 
legazioni al signore di Padova e al re d' Ungheria per isco- 
starli dai Genovesi, ordinate processioni e preghiere, non 
intralasciavano i mezzi dell'umana prudenza, e Chiozza 
aveano munita alla bocca del suo porto o canale con un 
grosso bastione difeso da cannoni e baliste che ne impedis- 
sero l'accesso; quindi una grossa nave attraversata, soprala 
ouale erano posti a difesa cannoni e balestrieri, involta tutta 
ai graticci e cuoiami che valessero a preservarla dalle palle 
lanciale, oltreciò al dinanzi di quella si vedeva una barriera 
di grosse travi tempestate di enormi punte di ferro. Guarda- 
vano r interno le milizie cittadine, e trecento uomini d'armi 
che comandava Pietro Emo. 

II di 9 agosto del 1379 fu il primo dell' assalto contro 
di Ghioggia, senonché i forti ripari, il fulminar de' cannoni 
lo rendevano inutile nonché pericoloso ; allora pensossi al- 
l' accorgimento dal Rovereto osato sul Bacchigliene; dodici 
ganzaroli il di 11 si sospendevano con argani, tiravansi a 
terra, riraetlevajisi quindi in acqua al di là dei ripari, in 
tal guisa l'assalto dal di fuori trasporlavasi al di dentro 
della laguna. Dal lido due mangani e batterie di cannoni 
traevano contro i ripari della bocca del porto di Ghioggia, 
cui faceano eco le galee genovesi schierate di fronte, mentre 
due grosse navi fasciate in modo di cuoi e di graticci che 
non le potesse offendere il nemico, piene d'armi da fuoco 
si accostavano alla stessa bocca e miravano a romperne 
gl'ingombri, e cacciarsi al di dentro; gli assaliti valorosa- 
mente difendevansi; il rumore de' cannoni udivasi a Vene- 
zia e vi destava lo spavento ; quinci e quindi orribile la 
strage. I difensori cedendo alfine per il soverchiare de' ne- 
mici, lasciavano il posto, bruciavano la grossa nave ivi 
posta a difesa, ritraevansi più indietro a difendere il resto 
del canale; i legni genovesi e padovani occupavano il posto 
dai nemici ceduto, fuoco a fuoco rispondendo, sangue a 
sangue. Addi 12 l'armata di terra i ponti e i bastioni di 
Ghioggia attaccava por essa ; parte della flotta genovese ne 



I DOGI POPOLA BI. 79 

copriva per mare la linea per difenderla alle spalle dei Vene- 
ziani; oslinalissima la lotta era d'ambe le parti; Cbioggia 
validamente mostravasi forllGcala, avea canali, ponti leva- 
toi e bastioni a so d' intorno, ma dei tre mila uomini di mi- 
lizia disciplinala, molti erano caduti nelle diverse fazioni, 
soltanto i cittadini restavano alla difficile difesa. Addì 13, 
frequenti e fieri colpi di cannone bersagliavano la città; 
addi 14 nn generale assalto di lotta la giornata menava 
molta strage d'amendue le parti, né maggior successo otte- 
neva de' precedenti. Intanto l'armata di terra maggiormente 
stringeva, e quella di mare che avea penuria di viveri fre- 
schi e desiderava di toccar porto, raddoppiava di sforzi e di 
assalti contro di Cbioggia ; per la qual cosa il comandante 
Emo tra lo stremo de' suoi, l'incalzante pericolo, e il mag- 
gior numero de' nemici, prendea consiglio la notte del 14 
al 15 di spedire una barca a Venezia per chiedere soccorsi; 
cinquanta barche piene di soldati e balestrieri con muni- 
zioni necessarie deliberava la sip[noria, gareggiando Leo- 
nardo Dandolo e Domenico JMicheli nell'essere preferii a 
condurre il convoglio fra i pericoli e li ostacoli. Addi 15 
nuovo assalto con danno e strage d'ambe le parti, ma dalla 
veneziana respinto. 

Questa angustia di cose non pelea durare né piaceva ai 
collegali, era d'uopo superare quelli ostacoli, e in ogni modo 
occupare Chioggia. Pietro Doria ne venne a particolare in- 
lelligenza con Francesco da Carrara, ed insieme stabilivano 
il modo di un generale e supremo assalto. Il secondo da 
terra darebbe quei comandi che più avrebbe reputati neces- 
sari, tutti gli altri sarebbonsi prestati ad eseguirli. 

Però il Carrarese partiva in tre squadre la sua gente, la 
prima di 2000 uomini d*armi, la seconda di 2500, la terza 
di 3000 fanti forestieri, doveano tutte imbarcarsi sopra ì 
ganzaroli senza cavalli e bagagli, riunirsi ai Genovesi sul 
lido di Chioggia piccola. 

Così disposti traevano al generale assalto, congiunge- 
>ansi i collegati ai Genovesi, attaccavano la città dalla parte 
di terra, ma dove più arduo il cimento, era di superare il 
lungo ponte di Santa Maria, protetto da un fortino donde 



80 EPOCA QUARTA. 

asciva an fuoco micidiale ; la gente di Padova e di Genova 
avea invano fatto vigoroso impeto contro di quello, le sue 
file diradavansi, e già il signor di Padova che era presente 
alla fazione pensava alla ritirata. Se non che un arditissimo 
marinajo genovese carica una sua barchetta di pegola, pa- 
glia e canne, appicca il fuoco alla paglia, si getta a nuoto 
nell'acqua, e la barchetta con una mano afferrata, la scaglia 
sotto il ponte, quindi levasi un incendio che avvolge in lar- 
ghe spire lo stesso ponte e i difensori, i quali rimangono at- 
territi dalle fiamme, dal fuoco, dal fumo ; vuol caso ancora 
che il fuoco si apprenda alla bastia che difende la testa del 
ponte; il terrore, il disordine, la fuga si fanno allora gene- 
rali ; i Venezfani lasciano il ponte per scamparsi all' incen- 
dio e fuggono in città, ma gli assalitori sono loro alle terga, 
e con essi entrano in quella ; tempo non v' ha a rialzare il 
ponte levatoio, il nemico è già dentro. 

Infatti prorompevano gli assalitori in Chioggia , e quivi 
orribile era il massacro; narrano più di 6000 fossero i morti, 
sulla piazza sventolando il gonfalone di San Marco quello 
faceano in brani, e in di lui luogo innalzavano le bandiere 
di Genova, di Padova, e di Ungheria; il comandante Emo 
non avendo più che ftO uomini, dopo valorosa resistenza ar- 
rendevasi, il popolo atterrito fuggiva, i fuggenti sopra le 
barche per i fiumi, per i fossi, per la laguna disperdevansi 
nelle campagne , o negli stati del marchese di Ferrara entra- 
vano a rifugio. È fama vi rimanessero 860 veneziani morti, 
e 3800 prigionieri. * Bandivasi un saccheggio di tre ciorni, 
ma l'ammiraglio Pietro Doria severamente provvedeva a 

4 Tra li storici nostri , i veneti e i padovani vi ba discrepansa in questi nu- 
meri. Lo Stella che e scrittore sincrono non parla che di 9 80 prigionieri; Oberto 
Foglietta scrive che più di 6000 nemici morivano, e più di 900 furono fatti 
prigioni. Agostino Giustiniani, che più dannificati furono i venesiaui e i chioi- 
zani di maniera che i morti non furono manco di 6000. Gerolamo Serra mette 6000 
i morti fra le due parti, e in Chioggia 3800 i prigioni. Il Fannucci 860 vene- 
siani morti e 3800 prigionieri. Io credo che bisogni distinguere il fatto dell* as- 
salto generale del giorno 16 dall'entrata in città, e di lei saccheggio; nel primo 
pare si debba credere che 6000 fossero i morti dall' una e V altra parte , nell' oc- 
cupasione e saccheggio io mi atterrei alla cifra dei prigioni dataci dallo Stella e 
dal Giustiniani senz'altro, siccome quelli che si trovano in tutto più veridici ed 
aveano modo di conoscer meglio le cose patrie. 



i DOGI POPOLARI. 81 

che r onore e V onestà di (atte le donne rimanessero illesi. 
Una sola memoria i Genovesi traevano dì Chioggia ad atte- 
starne l' occupazione, se fama dice il vero ; qaei cannone di 
CQoio col carro di legno che già vedovasi nell* armeria del 
palazzo ducale. 

Al signor di Carrara entrato in Chioggia Pietro Doria 
concedeva solennemente la terra in nome e per decreto della 
Repubblica di Genova. 



CAPITOLO NONO. 

Ostinazione dei vincitori , liberaxione di Vettor Pisani , difesa di Ycnecia. 

LXXI. L'occupazione di Chiozza portava seco la per- 
dita dì Loredo, delle Bebbe, di Capo d'Arzere, e di altri 
luoghi di minor momento, per cui venia chiusa la strada di 
Lombardia, sospeso il commercio dell'Adige e del Po. I Ge- 
novesi scorrevano vittoriosi fino a Malamocco e Poveglia 
che si abbandonavano e distruggevano da' Veneziani , sic- 
come ai tempi di Pipino, per meglio concentrare ogni forza 
in Venezia. 

Questa oggimai rimaneva ad espugnare, e qui aveano 
tutto r animo ì collegati. 

LXXII. La notizia della presa di Chiozza giungeva in 
Venezia allorché era in pronto il convoglio dei 50 bastimenti 
carichi di gente per soccorrerla. Quantunque si fosse pen- 
sato ad ogni difesa , e la città si vedesse per tutti i lati mu- 
nitissima , ciò nondimeno grande vi regnava lo spavento , i 
più fuggivano, si nascondevano e cercavano ogni mezzo a 
sottrarsi all' imminente pericolo. La campana di San Marco 
suonava a martello, la piazza di quel nome guardavano due 
provveditori , un terzo stava deputato al ponte di Rialto ; i 
monaci e i frati sopravegghiavano alle prigioni; la signoria 
si era dichiarata in permanente consiglio ; i particolari sov- 
venivano alla minacciata fortuna della cadente Repubblica, 
e fornivano di proprio 30 galee per aumentarne le forze. 

Storta di Genova, — 4. 6 



82 EPOCA QUARTA. 

Gootaltoció il pericolo non era rimosso, poteansi far mira- 
coli di valore, cadere poleasi con onoratissima fine, ma ben 
si prevedeva che un nemico potente, vittorioso, ostinato stava 
di fronte, né si potea respingere, o respinto nn momento, 
più crudele e minaccioso era per conchiadere qaella guèrra 
con nn fine più esiziale. Fu dunque gittato e vinto il savio 
partilo che lasciati il signor di Carrara e il patriarca d'Aqai- 
leja siccome quelli che meno si temevano e i più caparbii , si 
supplicassero di pace i Genovesi. Traevasi quindi di carcere 
Luigi Fieschi con cinque altri Genovesi; tre deputati del se- 
nato scelti fra i più pregiati per dignità e sapere doveano 
ofierirli in dono al vincitore, supplicandolo a concedere ai 
vinti quei patti che l'umanità ad una grande sventura non vo- 
lea negati, 

Presentavansi i deputati veneziani coi prigionieri al co- 
spetto di Pietro Doria e del signor di Padova in Ghìoggia 
nel palazzo del Podestà. Il maggiore di essi Pier Giustiniani 
a nome degli altri, dicesi, parlasse in questa sentenza. 

« Chiarissimo capitano, la (uà fortuna non potea darti 
» maggior onore di questo che noi Veneziani a voi doman- 
x> dassimo quella pace che per T addietro solemmo sempre 
» agli altri accordare. Da ottocento anni che la nostra città 
» è fondata, nò popolo, né re alcuno la costrinsero mai a 
» tanto. Meglio a te dunque torna d' onore, perchè il primo 
» che noi riconosciamo di tanto valore che ci vincesse e ri- 
9 ducesse all'inevitabile fato. Ti sia gloria il presente trionfo 
D di vederne in tal guisa supplichevoli a te dinanzi, ma ti 
» rammenta che ogni trionfo può fare insolente il vincitore 
» dove non sia da umanità e da ragione mitigato ; il saper 
B vincere è virtù di fortuna o d' ingegno, ma il bene e pra- 
» dentemente usare della vittoria è sola grandezza e gene- 
» rosila d'animo. Molti vi furono che della vittoria abu- 
» sando le più gloriose gesto ridussero ad oscurità e yergo- 
x> gna; te cosi, preghiamo, non ischernisca la tua fortuna, la 
» quale poiché tanto ti sorrise favorevole, dèi cercare che 
» per ismodata cupidità non ti abbandoni. Noi dunque Ve- 
» neziani obbligati da questa tua lieta e nostra avversa for- 
» luna, domandiamo a te la pace con quelle condiziooi che 



I DOGI POPOLARI. 83 

» giadicherai oneste; i prigioni genovesi a te liberamente 
» rimettiamo, e in qoesto bianco foglio ti sapplichiamo to- 
» lere scrìvere quelle nostre men dorè sorti che il tao cuore, 
» la tua amanita ti dettano. » 

Qaeste parole profferite, il Giostìnìani con commo- 
zione nò senza dignità stette silenzioso insieme cogli altri, 
aspettando la fatale sentenza. Rìtrassesi il Doria col signor 
di Carrara , e fa tra loro vivo il ragionare e discutere sulla 
risposta che aveano a- dare, ma valse il più crudele partito, 
né bene si sa a chi se ne debba riferire la cagione. Risolate 
r estreme prove, ritornavano il Doria, il Carrarese e gli 
altri rappresentanti de' collegati alla presenza dei soppli- 
canti, ai quali il primo così rispondeva. 

« La fortuna che mi avete mostrata instabile, va don- 
» qoe colla quando propizia si oflerìsca, e questo abbiamo 
» noi deliberato di fare; non però desideriamo negarvi la 
» pace, la quale non prima crediamo di darvi se non imbri- 
» gliati que' cavalli sfrenati che stanno sulla piazza del vo- 
» stro Evangelista San Marco. I miei concittadini prigio- 
nieri che avete con voi condotti per rimettermeli, rìcon- 
» ducetevi pure in Venezia, io colà, ed in breve verrò a 
» liberarli. » 

La fiera risposta atterri gli animi dei deputati , sicchò 
senza far motto lasciavano Chiozza, tornavano coi prigioni 
in Venezia. 

LXXIIL Ora in questa eroica città nuli' altro rimaneva 
che la disperazione delle ultime forze, e il furore ministro 
delle armi. Radonatasi la signoria, in prima disdegnosa- 
mente rifiatava l'esose condizioni, decretava l'estrema di- 
fesa; ogni calamità, la rovina della patria, la morte di tutti, 
anzichò soffrire un obbrobrio siffatto. 

E a mettere in atto il decreto, ricercavasi ogni avanzo 
che ancor era nell* arsenale, da quello si traea un materiale 
di 22 galee ; senonchò nel momento che doveansi salire niuno 
presentavasi ; il popolo, i marinai, i mercanli andavano per 
le strade gridando : « Cosa possiamo fare senza Vettor Pi- 
» sani ? Egli solo può darci la forza ed il cuore da resistere 
» ai Genovesi; senza di lui combatteremo, ma perderemo. 



84 EPOCA QCABTA. 

» Due abbiamo grandi uomini, Carlo Zeno e Vetlor Pisani, 
» ma r ano si è mandato a portar la guerra lontano, menlre 
» in casa ci travaglia, l'altro geme in carcere da tre mesi. 
» Se volete salvar la patria, se volete che combattiamo ani- 
j» mesi, richiamate lo Zeno, liberate Pisani. )» 

La signoria vedendo quanto fosse necessario segoire 
ravviso del popolo, mandava subitamente per lo Zeno con 
ordine accorresse alla salvezza della patria posta in pericolo 
dai Genovesi, liberava il Pisani. 11 popolo esultando alla libe- 
razione di questo, lo si ponea in mezzo, e fra le acclamazioni 

10 accompagnava alla sala dei consiglio. Quando vi fu di- 
nanzi: «Dogi, signori, esclamava il Pisani, vittoria contro 
» i vostri nemici, d Rispendeva il doge: ce La giustizia co- 
D monque fatta, è adesso dalla grazia seguita; ponete, am- 
» miraglio, in obblio tutte le offese; V onore e lo stato della 
» Repubblica a voi sì raccomandano, sue speranze stanno 
» in voi, quanto ingegno Iddio vi ha dato, che molto gli é, 
» ora da voi si adoperi per preservarla dalla sua caduta. » 

11 Pisani commosso soggiungeva : « Quantunque voi , o si- 
li» gnori, reo o innocente voleste ancora punirmi, io mi 
» terrei sempre in pace gli ordini vostri. Tanta grazia Iddio 
» e San Marco mi concedano che la Repubblica per mia 
j» mano si salvi, ed io sia il flagello dei nostri nemici. » 

A quelli accenti detti lagrimando sorgevano il doge e i 
senatori, e a lui fattisi incontro abbracciava n lo teneramente 
e baciavano in viso, mentre echeggiava di applausi tutta la 
sala. Uscito il Pisani di là, il popolo che lo attendeva, cir- 
condavalo di nuovo gridando: a Viva il nostro liberatore, 
» viva Vettor Pisani; » ma questi modestamente loro vol- 
gendosi: a Figliuoli, diceva, non gridate viva Vettor Pisani, 
» gridale viva la Repubblica, viva San Marco, Dio faccia 
» etema la repubblica di Veneiia, » 

Immantinenti , tutti appresentavansi per riempiere i 
ruoli del servizio e salire le apprestate galee, sicché nel 
giorno seguente trovavasi in pronto la squadra ; imbarcavasi 
in essa il Pisani per andare al Lido ed affrettarvi le dispo- 
sizioni necessarie alla difesa; alle antiche aggiungeva le 
nuove, alle rive estreme del canale mettea palafitte di legno 



1 DOGI POrOLABI. 8tt 

guarnite di cannoni e balestrieri, la bocca del porto chiadea 
con Dna linea di battelli armati, legati insieme con catene 
di ferro, tenoti fermi dalle ancore, e tempestali di acute 
ponte per cui tenevasi lontano ogni nemico approdo. Al di 
dentro stavano tre grosse navi armate di cannoni ; sca- 
vava nna fossa lungo il terreno di Lido con un riparo di 
pietra ; a Malamocco edificava un propugnacolo munito di 
cannoni facendo affondare nel mezzo del canale alcuni basti- 
menti per chiudervi il passo. Nel canale della Giudecca fa- 
ceaal altrettanto, tutto ferveva, e tante opere maestrevol- 
mente condotte faceano sperare che Venezia potea resistere 
con frutto ad un ostinato e crudele vincitore. 



CAPITOLO DECIMO. 

Assedio e perdita di Ghiosia occapata dai Veneiiani , 
pace di Torino fra le due repubbliche. 

LXXIV. Mentre queste cose si maneggiano in Venezia 
non si trascura però dai savi quanto con sottile arte di stato 
può rimuovere il nemico dall'ostinata e crudel guerra. Man- 
dasi dunque a Barnabò Visconti affinchè il flagello già pro- 
vato della famosa compagnia della Stella ripiombi sul Geno- 
vesato. Erano pochi mesi ch'essa calala dai gioghi in Pol- 
cevera avea abbottinato in Sampìerdarena, e per convegno 
col doge, il bottino recatosi via olire un 10 mila fiorini dì 
riscatto. Ora la seconda volta ritentava gli Apennini, né 
più dalla occidentale, ma dalla orientale parte precipitava 
contro di noi ; occupati i deliziosi declivi di Albaro, allaga- 
vasi per la valle del Bisagno. La Repubblica sdegnata del- 
l' audacia, né volendo che mai più si ripetesse, statuiva non 
più come r altra fiata dovessesi ricomperare da essa la si- 
curtà degli uomini e delle sostanze, ma colle armi le si an- 
dasse incontro , e si ributtasse dall' ingiusta aggressione. Ad 
Isnardo Guarco fratello del doge, giovinetto di molto valore, 
afildavasi l' arduo incarico. Egli la catena de' monti sopra- ' 



86 EPOCA QUAftTA. 

stanti alla valle gaerniva tolta di armati contadini pronti ad 
an cenno , e dove ha foce il Blsagno collocava alcane galee 
a chiaderne il varco ; in tal modo preparata la difesa, piom- 
bava sopra d' improvviso agli assalitori , che non aspet- 
tandosi il feroce impeto, disordinavansi in breve e pensa- 
vano allo scampo. Erano nn 4 mila circa soldati e 3 mila 
cavalli guidati da Aslorre Manfredi signor di Faenza; rotti 
e sbaragliati in nn momento venivano spogliati e Catti pri- 
gioni dai nostri ; vestito da villano salvavasi Manfredi ; tre 
bandiere si prendevano, una con l'insegna de'Veneziaoi, 
la seconda con qaella dei signori di Milano, la terza di quelli 
di Casale por milanesi. Per totta Italia provavasi grande al- 
legrezza di tal vittoria, comechè la compagnia della Stella 
avesse saccheggiate e vitoperate le più illostri città, Bologna 
specialmente se ne congratolava con noi. E perchè la me- 
moria del celebre fatto non andasse perdala, decretavasi 
da' magistrati che in ogni anno il 24 settembre visitassesi 
la chiesa di San Giorgio coli' offerta di on pallio dorato. 

LXXY. Il tentativo contro la capitale accompagnavasi 
con qoello di tribolar le colonie ; l' imperatore Giovanni Pa- 
leologo posto sol trono imperiale dai Veneziani, cacciatone 
Andronico, amico dei Genovesi, Greci, Torchi, Bolgari rac- 
cozzava , e traevagli contro di Pera ; il valore de' coloni rin- 
tozzava gli attacchi ; era podestà di essa Lodano di Negro 
coi avvaloravano di consiglio Baffo Griffiotti ed Eliano di 
Camilla. L'assediata colonia penoriava di vettovaglie; ora 
accadeva che alcone navi cariche di grano veleggiassero 
per Costantinopoli. Nicolò di Marchi egregio capitano, ge- 
novese popolano, che colà presiedeva alla difesa di (erra e 
di mare, avvisava allestire ona galea ad intraprenderle; ma 
il disegno non ordiva cosi occolto che non ne avesse sentore 
l'imperatore. Dal qoale sapotosi, incontanente si mettea in 
mare ona galea armata a tre remi per banco con più di 
300 nomini, ed altre doe, l' ona con 200, T altra con 96 ao^ 
mini, segoitate da otto palischermi, e molti altri piccoli le- 
gni. Il Demarchi facea armare on' altra galea in meno di (re 
ore, di balestrieri, mercanti e cittadini di Genova in no- 
merò di 65 ripiena con 120 rematori, l'accompagnava con 



I DOGI POPOLABI. 87 

doe brigantÌDÌ, e la spediva contro i legni de'Greci. Trovava 
questi a mezzo tratto di balestra da Costantinopoli, e il De- 
oaarchi che capitanava la spedizione appiccava ba*'aglia; si 
pugnava per un'ora con forze disugaali da' Genovesi, ma 
con più egregia virtù , sicché alfine occupati i legni nemici , 
la vittoria era nostra. La bandiera di San Giorgio e quella 
dell' Arcangelo San Michele protettore della colonia inalbe- 
rava il Demarchi sulle vinte galee. Entrava con esse trion- 
fante in Pera, e quivi si faceano le grandissime feste; lodato, 
ammirato era non solo il Demarchi per tanto valore, ma 
rimunerato dal podestà e governo della colonia -colla esen- 
zione d'ogni gravame che la sua persona riguardasse, e col 
dono finché vivesse di cento annui perperi allo saggio di 
Pera.* L'imperator greco vedendo di non poter offendere 
la colonia, ed anzi trovarsi in pericolo di venir da questa 
sopraffatto, trattava di pace con volontà de' Veneziani che 
non voleano accendere maggior fuoco di quello che aveano 
in Chiozza. A suo tempo riferirò 11 trattato e le condizioni. 

LXXVl. Non meno della colonia di Pera venivano per- 
turbate quelle del Mar-Nero in Crimea. Ma mai Khan dei 
Raptciak postosi in guerra contro la Russia, obbligava le co- 
lonie genovesi a dargli soccorso, ed esse negando spingeva 
il Bei Bec di Solcati ad invaderle; varia era la fortuna 
dell'armi, quando un discendente di Gingiscan detto Tock- 
tamisch sfidato a battaglia Mamai lo disfece; il disfatto sal- 
vossi a rifugio in Caffa, ma i coloni non poterono trattenersi 
dal chiedergli stretto conto di quanto avea loro arrecato di 
sterminio e di danno; egli vi perdette la vita ; Tocklamisch 
impossessatosi degli slati di Mamai, obbligò il Bei di Solcati 
ad entrare in trattative di pace coi Genovesi, le quali si 
portarono a conclusione per mezzo del console di Caffa, Gian- 
none del Bosco, di che parlerò in altro luogo più ampia- 
mente. 

LXXVII. I Veneziani a menomare la forza de' Genovesi 
nella guerra di Chiozza, cercavano di metter divisione negli 



* Giorgio Stella an. ÌS79. Egli solo racconta tutto questo aggiangCDdo cbe 
egli vide l'atto d'immunità rogato dal nolaro Bartolomeo di Castiglioue. 



88 EPOCA QUABTA. 

alleati, e col re di Ungheria segretamente trattavano sicché 
egli più tiepidamente mostravasi nei fatti di quella guerra. 

La qaale procedeva con molta discordia di pareri ; i Ge- 
novesi mal vedevano che i Padovani si fossero insignoriti di 
Chioggra, il patriarca di Aquileja di Gaorle e di Grado, e 
nulla ad essi fosse per tanti sforzi e spese toccato; i Pado- 
vani invece rimproveravano a' Genovesi di non andar di6- 
lato contro Venezia, porsi al largo dall'una all'altra parte 
deir Adriatico per impedire a Carlo Zeno V entrata e il soc- 
corso; in questa dubbiezza si deliberò che la maggior parte 
deir armata aspettasse il destro di qualche ntile fazione, in- 
tanto il resto occupasse le terre circostanti, e i passi più di 
momento. 

Questo risolto, in breve era occupato il dintorno; il 
campo genovese* trovavasi a Poveglia e Malamocco, cinque 
miglia da Venezia; erasi par questa tentato, ma con in- 
fruttuoso fine di gnìsa che pensavasi ed affamarla; la qaal 
cosa ponea ì Veneziani nella più terribile angustia. Malgrado 
l'animo invitto, diliberato all'estrema prova, ciò nondi- 
meno veduti undici legni carichi di vettovaglie intrapresi 
da' Genovesi , chiuse d* ogni parte le comunicazioni colla 
Lombardia, scemate di dì in di le interne provvigioni, Ve- 
nezia sentiasi venir manco di morte lenta ed affannosa. Al- 
lora un generoso partito quale soccorre a' disperati che non 
perduta abbiano l'antica virtù, illuminò la mente de' savi; 
si decise tentare l'ultimo sforzo, si ebbe ricorso alla carità 
cittadina e forestiera; ì forestieri soccorrendo alla Repubblica 
d'uomini o di danaio acquistavano la cittadinanza, i citta- 
dini la nobiltà, chi meglio serviva o moriva in prò della 
patria, a lui, o alla famiglia sarebbero accordate pensioni 
vitalizie proporzionate alla distribuzione dì 100 mila ducati 
a quest'uopo destinati. I Genovesi avuta notizia di questo 
sforzo, temendo l'arrivo di Carlo Zeno, lasciavano Pove- 
glia e Malamocco, concentravano le forze in Cbioggia; 
quindi comincia la rovina loro. 

Alla chiamata della Repubblica periclitante rispondeano 
generose trenta famiglie che per ciò stesso venieno ascritte 
alla nobiltà, e ne composero il terzo grado. Fra ì loro sacri- 



I DOGI POPOLABI. 89 

fili e quelli del pubblico raecoglievansi due cocebe grandi , 
34 galee, 60 ganzaroli, e 400 barche (utte cariche di mi- 
lizia e di popolo armalo. Il vecchio doge Andrea Contarini 
amando di spendere gli ultimi avanzi di sua vita nella salute 
della patria, saliva la flotta, si creava ammiraglio capo, e 
secondo Vettore Pisani; il governo della città raccomandava 
ai seniori e giurava di non più ritornare senza la presa di 
Chioggia. Era sua mente di non affrontarsi però coi Geno- 
vesi finché non fosse arrivato Carlo Zeno, errava quindi e 
volteggiava per la laguna senza risoluto proposito, ma poi- 
ché Malamocco e Poveglia si abbandonavano dal nemico ri- 
dottosi in Chioggia, arditamente cacciavasi innanzi, e traea 
contro di questa. Il primo incontro tornava fatale ai Vene- 
ziani, essi venivano colla perdita di 640 respinti, preso era 
e disfatto il ridotto che aveano fabbricato sul lido di Chiog- 
gia picciola, obbligati a rimbarcarsi. Un secondo assalto ten- 
tavano, d'ogni parte tutelati dalle artiglierie, due grandi 
cocche rimorchiavano alla bocca del porto, sopra di quelle 
alzavano parapetti e difese; Pietro Doria con sette galee vi- 
rilmente vi si opponeva, con ogni sorta d'armi, con pietre 
scagliate ne distruggeva i lavori, e vuotavate di difensori. 
Allora a' Genovesi soccorreva il pensiero d'appiccar loro il 
fuoco; un fiero incendio in larga fiamma levasi repentina- 
mente, consumansi tosto alberi e vele, le di cui aride reli- 
quie cadono sul carcame delle navi che colato a fondo ingom- 
bra il canale. Il doge veduto il benefico effetto comanda 
a' suoi si dieno fuoco in bocca dei canali; subitamente nei 
vari punti della laguna donde é Tuscita si levano grincendj, 
i bastimenti più grossi si bruciano, e colati pur essi a fondo 
chiudono tutte quelle aperture ; il di appresso quanti ancora 
intervalli rimangono in tal modo si colmano, cosi il porto 
di Brondolo, cosi il canal maestro che mette in Lombardia 
alle spalle di Chioggia sono interclusi ; oltre ciò getti di pie- 
tre e steccati perfezionano l'opera; né i Veneziani si rimo- 
vono da quella quantunque i Genovesi tardi accortisi del- 
l' errore, facciano col cannone ogni sforzo per impedirla; in 
sei giorni compiuto é il lavoro, superata la punta del porto, 
gli assalitori vi si schierano sopra, e vi si fortificano con 



90 EPOCA QUARTA. 

una bastia. I Genovesi cosi moUvano dì fortuna , (eslè as- 
salitori, divenivano assalili, e chiosi da quelli ostacoli, né 
per altra via potendo avere scampo, giacché la flottiglia di 
Barbarigo con cento barche guardava il passo fra Chioggia 
e il continente, e toglieva ogni comunicazione con Padova. 

LXXVIII. E qui comincia un meraviglioso adoperarsi 
de'Genovesi onde liberarsi di quell'angustia, un sottile sforzo 
d'ingegno, un incessante tentativo di tutti i mezzi; quat- 
tordici galee fanno ìmpeto per il canale del porto di Bron- 
dolo, ma sono dalle veneziane respinte; inventano mac- 
chine, congegnano instrumenti per estrarre le affondate 
navi, ma il cannone nemico li bersaglia e distrugge i tenta- 
tivi; occupano il monastero di San Biagio, due miglia di- 
stante da Chioggia, per ìsforzare il passo di Brondolo, vi 
erigono un forte con cannoni, ma un altro forte innalzano i 
Veneziani nel porto di Brondolo, e dall' una e l' altra parte 
gli è uno spesso e micidiale ricambio d' artiglierìe. Dopo mi- 
rabili sforzi, col mezzo di argani e di macchine dicianove 
galee genovesi da Chioggia grande riescono a condursi al 
monastero di Brondolo, quivi protette dal forte si armano, 
si caricano di gente e forniscono di artiglierie, e attaccano 
il Pisani che contrastava V uscita di Brondolo. Succede un 
Gero combattimento che dura tre giorni, i Genovesi fanno 
prodigiose prove di valore, tentano d' ogni parte di sboccar 
fuori, già il Pisani non basta a resistere, e sta per cedere 
il passo, il doge attento alla difesa degli altri punti cui vo- 
gliono sforzare i Genovesi non può soccorrerlo. La fortuna 
un' altra Gata è per mutarsi. 

E la gente veneziana omai uscita di speranza, stanca 
e mietuta dalle gravi perdite, fa tumulto, vuol tornare a Ve- 
nezia, nò più durare con tanto suo danno in quel penoso e 
lungo combattimento ; il doge, il Pisani come meglio pos- 
sono tentano di acquetarla. In Venezia uditosi da' savi il 
sussurro si fa decreto : Che dove fra quattro giorni non giunga 
il soccorso di Carlo Zeno, si richiamerà la flotta , e allora si 
delibererà se meglio sia conservare la patria , o altra più si- 
cura ricercarne. Fatto il decreto si spedisce all' armata , che 
dicesi stava divisando persino di recarsi o in Candia, o in 



I DOGI POPOLAHI. 91 

• < 

NegropoDie per colà fondare più forlonaU Repubblica. Al- 
l' udire le disposisrtoni del senato alette l' armata attendendo 
il termine dei quattro giorni. 

Qoando soUo spirare di questi ecco le galee di Carlo 
Zeno. Veniva costui dai mari di Grecia, dove era stato gran 
parte della caduta dell'imperatore Andronico, e della ristau- 
razione di Giovanni , dell' assalto di Pera e della pace coi 
Coloni, poiché richiamato dalla patria, vedea che non facea 
d'uopo intorbidare maggiormente le cose; nel Mar-Nero 
ancora, e in ispecie in Crimea gli stabilimenti genovesi avea 
molestalo ; nel ritorno presso a Rodi ode che una gran nave 
genovese, detta la Becchignona, carica di preziosissime 
merci del valore di 400 mila lire genovesi di quel tempo, ' 
era ivi ancorata ; capitano e padrone di essa era Nicolò Bec- 
chignone che in seguito si disse Centurione ; avea 300 uo- 
mini al suo bordo fra genovesi, Oorentini e cipriotti, e veniva 
di Alessandria. Quindici galee, ed una nave condoceva Carlo 
Zeno; con tutte queste forze circuì la Becchignona, là quale 
sebbene valorosamente si difendesse, dovette alfine cedere, 
e cadere in balia de' nemici. Furono portati in Candia gli 
uomini, e il carico a Venezia. 

LXXIX. I Genovesi erano divenuti in Chioggia ne- 
gligenti, e col signore di Carrara in qualche discordia ; egli 



' Riguardo alla presente valutaiioDe mi attengo allo Stella come scrittore 
sincTonOf monsignor Agostino Giustiniani scrive non meno di 300 mila ducati; 
il marchese Gerolamo Serra 500 mila duciti d' oro. Il Fannucct nota che avea 
il valore di 500 mila tecchini ; Antonio Mario scrittore veneaiano cotal valore 
porta alla somma di 3,000,000 di ducati. Io credo che tutti questi scrittori ab- 
biano ragione do?e si consideri il diverso pregio dell'oro nei tempi in cui vissero 
talché i 300 mila ducati ai tempi di Giustiniani erano forse il rappresentativo 
il«lle 400 mila lire genovesi a tempi di Giorgio Stella che fioriva un secolo io- 
nanzi e più. I òOO mila ducati d* oro sono addi nostri il rappresentativo dei 300 
mila ducati di Giustiniani, e delle 400 mila lire genovesi dello Stella, e que- 
sti 500 mila ducati d' oro dei tempi di Gerolamo Serra , ovvero dei nostri tempi 
facevano in Toscana 500 mila «cechini , e qualche anni innanai in Venecia 3 mi- 
lioni di ducati; cosicché per ultimo risultato le 400 mila lire genovesi del 137S 
erano nella prima metà del secolo XVI 300 mila ducati , addi nostri 500 mila ; 
in Toscana 500 mila lecchini , in Venexia negli ultimi anni del passato secolo 3 
milioni di ducati; dunque la nave di Niccolò Becchignone avea un carico del 
prctBO di 3 milioni di ducati . 



92 K^OG▲ QUARTA. 

avrebbe voluto prima d'allora che fossero usciti fuori e scor- 
rendo il mare tra Zara ed Ancona avessero proibito ogni 
soccorso dì vettovaglia a Venezia, dimostrando che coll'ope- 
rare altrimenti davano la vittoria a' Veneziani e sì faceano 
da questi chiudere colà ; i Genovesi invece temevano che il 
Carrarese con tal consiglio volesse appropriarsi Ghioggia per 
cagione del gran guadagno del sale che vi si faceva ; tal- 
menteché, vivendo in cosi fatto sospetto, capitò .come di- 
cemmo r aiuto dello Zeno, e poco dopo altre quattro galee 
di Candia, in tutto venti legni ben armati di gente usa ai 
più arrisicati cimenti. 

I soccorsi di mare che riceveva Venezia erano accom- 
pagnati dalie nuove forze di terra che pigliava a' suoi soldi : 
gli avanzi della compagnia della Stella, una seconda com- 
pagnia alemanna, ed una terza d'inglesi capitanata dal fa- 
moso Acnd ; con tali forze e di mare non solo, ma di terra 
eziandìo venivano i Genovesi strettamente in Chiozza asse- 
diati, rotte le comunicazioni col Padovano donde poteasi 
trarre il necessario approvvigionamento, ridotti al più duro 
difetto d* ogni cosa necessaria alla vita. 

LXXX. Era pur forza ritrovare uno scampo alfine e 
immaginare tutto ciò che potea darlo ; vedendosi in tal modo 
e d'ogni parte serrati pensavano in prima simulare un im- 
provviso ìmpeto contro quelle chiuse, e per il porto di Bron- 
doli aprirsi un varco ed uscire. Brondoli distava tre miglia 
da Chiozza allora ragguardevole borgata, indi distrutta, e 
soltanto a farne indizio rimasta una torre; col volger del 
tempo anche questa caduta in rovina ; vivendo l' annalista 
monsignor Agostino Giustiniani , di quella terra solo restava 
un'osteria. Rieseiva il disegno a' Genovesi, ma essendo per 
il poco fondo costretti con argani e altri tardi ingegni a tirar 
vìa le galee di colà, se ne avvidero i Veneziani , e vi si op- 
posero. 

Ora a volersi tutto per parte di questi conseguire l' in- 
tento, d'uopo era distruggere il forte di San Michele co- 
strutto da' Genovesi per cui il passo di firondoli era ancora 
aperto loro. Pietro Doria l' avea ottimamente fornito. Carlo 
Zeno ricevea dunque incarico di chiuderlo come si era fatto 



I DOGI POPOLABI. 93 

di qoel di Chiozza. Egli yi si recava eoo goattordici galee 
per mare, mentre doveano di terra secoDdarlo 8 mila fanti; 
lo assaliva virilmente , ma collo stesso valore gli rispondeva 
Pietro Boria; per terra e per mare pagnavasi, ineguale la 
pugna, coneiossiachò quattordici galee avesse lo Zeno, e 
solo dieci il Doria; non potendo le galee maneggiarsi in 
quelle strettezze fatte ancora più anguste dall' inimico , si 
lasciò in breve il mare, e tutta la somma del combattimento 
ridooevasi in terra; ai Veneziani già sorrideva la vittoria, 
quando a' Genovesi giungeva il soccorso da Chiozza dì 400 
scelti provvisionati spediti dal Carrarese, rinfrescavasi la 
battaglia; Yettor Pisani veduto l'improvviso aiuto sovve- 
niva allo Zeno, assaliva impetuosamente il Doria, il quale 
resìstendo allo Zeno veniva di un colpo di bombarda nttep- 
rato e morto subitamente. Napoleone Grimaldi succedeva 
all'estinto ammiraglio, finché la Repubblica non vi avesse 
con altro regolarmente supplito. Per ordine suo, tentavasi 
l'escavazione di un canale, metteasi fuoco alle dieci galee, 
e saltavasi in terra congìongendosi le ciurme all'esercito; 
quelli del monastero o del forte di San Michele facevano 
altrettanto abbandonandolo, stretti tutti insieme riliravansi 
verso la piccola Chioggia ; erano 13 mila de' Genovesi , 
16 mila de' Veneziani. Un lungo ponte di legno congìon- 
geva la pìccola Chioggia alla grande ; quivi tutta rìducevasi 
la battaglia. Grande era la resistenza dei Genovesi, ma il 
numero de' nemici soverchiava, mentre 1 primi difendevansi 
intrepidamente, gli altri posti in agguato d'ogni parte gli 
assalivano improvvisi» eran dunque costretti a dar di volta, 
il soverchio peso e trambusto degl' inseguenti ed inseguiti 
crollava e rovinava il ponte che ad un tratto si ruppe ; ca- 
devano in acqua confusi Veneziani e Genovesi ,• mille di 
questi volgevansi indietro, nascondevansi nelle paludi, ma 
visti e perseguiti dai primi, gettavansi in mare; allora le 
barche veneziane a colpi di remi sul capo li uccidevano. Era 
il 18 febbraio del 1380 quando ciò accadeva ; i morti 600, ed 
altrettanti i prigioni numeravansi. 

Nò tutto questo era il danno di quella giornata , il Bar- 
barigo co' suoi cento piccoli legni predav9 cinque genovesi 



9f EPOCA QOABTA. 

galee con ottanta soldati, e nove navigli carichi di vettova- 
glie che mandava il signor di Padova. 

LXXXI. In Genova a quelle infauste notizie si pensava 
e provvedeva a* soccorsi ; in prima il consiglio generale di 
320 cittadini congregato dal doge Nicolò Goarco e dagli an- 
ziani designava tredici galee sotto la scorta di Matteo M a- 
ruffo, che già si era nel governo di Famagosta e in altri De- 
bili nffizj distinto; si armavano le galee cogli uomini della 
città e del distretto, sudditi, feudatarj, convenzionali e non 
convenzionati dai 17 sino ai 70 anni ; a sorte si estraevano, 
e alle armi e alle vettovaglie obbliga vansi. Quando si seppe 
della morte, di Pietro Doria, creavasi generale capitano del- 
l'esercito e dell'armata Gasparo Spinola di San Loca cava- 
liere, con due consiglieri, Luise di Guarco ed Anibaldo Lo- 
mellino. Partiva egli per la via di Toscana onde recarsi a 
Chioggìa per terra, non essendo più i Genovesi signori del- 
l' Adriatico ; poco dopo gli teneva dietro per mare il Maruffo 
colle galee. In questo un cardinale. Agostino Colonna, per 
mandato del papa invano recavasi in Genova a trattar di 
pace tra i due popoli rotti ad estrema guerra. 

Il Maruffo navigava a Civitavecchia, in quel porto ab- 
bruciava due galee di Catalogna che aveano derubalo on 
Giannone Malocello; intanto i Veneziani penuriando di vet- 
tovaglie aveano mandato dodici circa navigli scortati da sei 
galee in Manfredonia sotto la condotta di Taddeo Giusti- 
niani, per colà levar grano; il Maruffo vi giungeva in quel 
mentre, ed assaliva con sole nove galee la flotta nemica 
facendola in breve cattiva con 200 prigioni, essendosi gli 
altri che vi erano sopra , dati alla foga. Le galee e i navi- 
gli sbaragliati ordinava il Maruffo venissero consegnati alle 
fiamme. * Poco dopo una galea veneziana prendevano i Ge- 
novesi nel golfo di Venezia, e una seconda nei mari di 
Chiozza. 

Matteo Maruffo giungeva in Zara, ordinava grossa ar- 
mata di galee e altri navigli, navigava sino alla spiaggia di 
Chioggia, provocava indarno il nemico, per la qual cosa 

* Giorgio Stella ; mi attengo a qnesto storico , che Io ttimo degno di mag- 
gior fede d' ogni altro. 



I DOSI POPOLARI. 95 

ritìravasi alle Fossioni ; colà riceveva nuovo rinforzo di cin- 
que galee da Genova sotto la condotta d' Ivanesio De' Mari. 

Il capitano generale Gaspare Spinola avea potuto, con 
mille oomini per la via di Ferrara e Gomacchio cacciarsi in 
Chioggia, ma il soo arrivo avea scoperto a' nemici T ultimo 
varco che bisognava chindere, affinchè ninna più comnnica- 
zione colla terra ferma restasse a' Genovesi. Travagliavano 
quindi di orribile fame, delle cose più schifose nutrendosi, 
né più bastando a quella crudele vita faceano pratiche di 
arrendersi salve almeno le persone. Risponde vasi da' Vene- 
ziani , a discrezione li avrebbero ricevuti e nulla più ; sicché 
dall' animo inasprito de' nostri toglievasi anzi di morire che 
darsi a nemico inesorabile. 

La vista dei soccorsi pervenuti da Genova ancora con- 
fortava i cadenti ; il Maruffo tutto faceva per costringere, i 
Veneziani a combattere, ma questi appena veduta la geno- 
vese flotta fortiflcavano il porto di San Nicolò, edificavano 
an baluardo, fornivano la spiaggia di genti a piedi e a ca- 
vallo; il Maruffo con 22 galee si facea loro incontro, in ogni 
guisa provocavali, ma invano; mostrava di navigare allora 
verso la Blarca per intraprender le navi onerarie de' Veneti 
che andavano a caricar grano. Vettor Pisani con 2tt galee 
tratto air inganno ebbe un momento il disegno d' inseguirlo, 
ma scostatosi alquanto si accorse dell'errore e ritornò in 
Chiozza. A questo stratagemma non potuto riuscire i poveri 
assediati sopperivano con un altro. 

Sfiniti oggimai dalla fame, dai travagli, mandan fuori 
le bocche inutili, e poi essi scoperchiati i tetti di Chioggia, 
dei travi e degli assi che li formano, insieme connessi, come 
meglio possono, fanno tante piccole barchette; con segnali 
avvertono il Maruffo affinchè finga un generale assalto, e i ne- 
mici ingannati a quello, possano essi inavvedati trarsi fuori 
di tanta angustia ; il signor di Padova con qualche acconcia 
fazione secondi il disegno. Infatti questi , messo il campo a 
Treviso, chiudeva il fiume Filo, e travagliava forte quella città ; 
il Maruffo si accostava con 29 galee alla spiaggia di Chiog- 
gia ; sul porto di essa i Veneziani aveano edificalo a modo di 
un grosso bastione una fortezza chiamata Lova, fornitala di 



(j6 epoca qdabta. 

bombarde di cai V oso non aveano ancora ì Genovesi, quindi 
li rispìngevano con grave perdita. Per tutelarsi d'alta fortezza 
il Maruffb mandava innanzi una galea contro la Lova, ed egli 
colle 28 metteasi in battaglia , i Veneziani scagliavansi cod 
l'esercito tatto contro di lui, mentre occalti uscivano qaei 
di Chiozza con le barchette, e con ingegni e macchine da- 
vano opera a rompere gli ostacoli di legname che chiude- 
vano il canale. Ma la Lova avea le bombarde cosi bene 
disposte che dall' una parte bersagliava l' armata del Ma- 
ruffo, dall'altro coloro che sforzavansi di sprigionarsi da 
quelle chiuse; di guisa che il Marnffo vedendosi offéso senza 
riuscire nell'intento di trarre i nemici a battaglia, ordina- 
tamente ritiravasi ; settanta barchette mandavano allora i 
Veneti a pigliare gli usciti di Ghioggia, i quali rotti erano 
in breve, e posti in fuga, occupati 60 di quei piccioli navi- 
gli, molti prigioni, molti caduti morti; tra i primi un Gio- 
vanni Granello e un Giovanni Boria. 

Questo tentativo tornato pur vano, un ultimo si divisò: 
corrompere li stipendiati del campo da cui erano assediati ; 
promisero ai capi sei mila fiorini d'oro da pagarsi a Bolo- 
gna, Ferrara, o al lago di Como; costoro allettali alla promes- 
sa, si ammutinavano, e chiedevano a Carlo Zeno impossibili 
cose. Un cotal Roberto di Recanàti più avventato degli altri, 
mostrava di non accontentarsi a verun patto, ma sediziosa- 
mente seguiva ad incitar la ribellione. Lo Zeno, il governa- 
tore Saraceno Dandolo, e 1 due consiglieri ducali Pietro 
Aymo e Ludovico Loredano non venuti meno dell'animo, 
si fanno risolutamente in mezzo ai tumulluanti, e il primo 
afferrato lo stendardo di San Marco grida ad essi: Seeon- 
daU con le parole e con le opere quesU) invitto Leone ^ e ser- 
bale intatta quella fede che da soldati éP onore ci avete pro- 
messa. A tali parole chetavansi e chiarlvansi contenti della 
doppia paga a loro esibita, del saccheggio di Ghioggia e del 
salvocondotto degli stipendiati che trovavansl in quella, giu- 
ravano di continuare nel servizio della Repubblica fino al 
termine di un semestre. 

Fallita questa estrema speranza, riconobbero i Genovesi 
che nulla più rimaneva, la fame, lo stento^ la guerra li as- 



1 DOGI POPOLA HI. 97 

soUigliavano in modo che di giorno in giorno mancavano; 
a tale di ultimo sfinimento venuti, fecero segni al Maruffo 
ch'ei più non poteano resistere, ed egli rispondeva esser 
par vero, cedessero. Tenuto dunque consiglio, Tazio Cibo 
governatore, il doloroso uffizio si assunse di dichiarar la 
resa a' pie del doge, e vedere se alcun patto umano potea 
ancora aspettarsi. Perorò la causa degli assediati, disse aver 
fìno air estremo obbedito alla patria, e colla vita fatto ad 
essa il maggior sacrificio, poiché quella che aveano consunta 
e sfinita non poter oggi mai chiamarsi tale: i valorosi meri- 
tarsi più degna sorte che non era una crudele prigionia, 
nuli' altro chiedere che la vita e la libertà, del resto tutto si 
pigliassero ; a nemici che a tanto poco rislringevansi nelle 
loro supplicazioni si avesse umanità. 

Fa risposto avere il senato con irrelrattabìle decreto 
statuita la loro carcerazione, nulla potersi del decreto mu- 
tare. L' afifannosa risposta portava Cibo ai desolati. 

Aprivansi allora le porte, rimovevansi e rompevansi 
gr ingombri ; entravano i nemici addi 22 giugno del 1380. 
Per tre di durava il saccheggio de' venturieri ; i Greci ,' li 
Schiavoni toccavano ad essi, a' Veneziani i Padovani e Ge- 
novesi con 19 galee ed altri navigli. È fama che a ricono- 
scerli dagli altri Italiani, da questi ultimi si facesse pronun- 
ciare la parola Cavra, e riteneasi per Genovese chi proffe- 
riva Crava, Portati a Venezia in numero dì più di quattro 
mila vennero tosto chiusi nelle pubbliche prigioni, dove eb- 
bero qualche sollievo dalla pietà delle donne venete. 

LXXXII. La flotta si era ritratta al momento della resa, 
e scorreva il Levante devastando ogni terra de' Veneziani , 
entrava neir Istria, in Trieste e Giustinopoli ; Pola vi occu- 
pava , saccheggiava , ardeva ; la rabbia , la disperazione ac- 
cecava quelle menti; si tentò Parenzo, ma essendo ben di- 
feso non riusci il tratto, si prese invece in Dalmazia l'isola 
d'Arbe,-e la terra di Signa. I Veneziani condotti da Vet- 
tore Pisani ripigliavano le terre dell'Istria, ma inseguendo 
dieci galee genovesi, né potendole raggiungere, il loro am- 
miraglio ebbe di cruccio a morirne. Al Pisani successe Carlo 
Zeno ; stette questi in Dalmazia senza frutto, e le terre ma- 
trona di Genova. — 4. 7 



98 EPOCA QC4BTA. 

rìtUme del patriarca d'Aqoileja invano tentò, soltanto gli 
riuscì d'insignorirsi del castello di Bebbe che ancora teneano 
i Genovesi. Avvicinandosi l'invernale stagione i dae popoli 
rioaisero dì loro ferocia, e i Veneziani nel loro arsenale ri- 
coveravano le sdruscite galee, i Genovesi alquante ne rila- 
sciarono al Marnffo in Dalmazia, altre ne ricondusse in pa- 
tria Gaspare Spinola, con reliquie di santi e due lapidi mar- 
moree, che attestano dell'occupazione di Trieste e di Pola 
fatta dai nostri, e ancora si vedono sulla piazza Giustiniani 
e nella chiesa di San Marco. * 

La stanchezza delle partì faceva sperare un pacìfìco 
componimento, e il pontefice Urbano VI vi si adoperò, ma 
levatesi parecchie differenze tornossi alte ostilità ; il signor 
di Padova molti luoghi occupava dei Veneziani, Treviso for- 
temente assediava ; la signoria di Venezia deliberava allora 
di cederlo al duca Leopoldo d'Austria, sicché il Carrarese 
ne provava onta e disdoro, non scemava però in lui l'ar- 
dore, e metteasi a corrompere gli Austriaci, che bene il po- 
tea. Intanto lo Zeno dai mari di Grecia dove si trovava per 
iscorgere cinque galee di Candia, malgrado gli ordini con- 
trari del senato, divisava portarsi nel golfo ligustico, mentre 
Isnardo Guarco succeduto al Maroffo con legni Irent' uno , 
cacciavasi di bel nuovo nell'Adriatico,' e vi facea preda di 
40 navi mercantili. Lo Zeno rispinto da noi, navigava in 
Porto-pisano, all'isola d* Elba, a Reggio di Calabria, a Mes- 
sina, a Modone, a Corfù, i Genovesi erano iti in traccia di 
lui nel golfo di Otranto; rivalicato lo stretto, passata Gaeta, 
Irovavasi egli sopra Livorno inseguilo dal Guarco quando ad 
entrambi pervenne notizia della pace conchiusa. 

LXXXIU. Nel duca Amedeo VI di Savoja detto il Conte 
Verde, per mezzo del vescovo di Torcello di nazione sa- 
voiardo, compromettevansi le ragioni dello parti belligeranti. 
Rappresentavano il re di Ungheria e di Polonia due reve- 
rendi padri, Valentino dottore di Cinquechiese e Paolo Za- 

* La prima di uli lapidi diceva: Iste lapis in quo estjigura s. Marci de 
V^netiisfuit de Trigesto capto a nostris MCCCLXXX. 

La feconda : Iste lapis in quo estjìgura s. Marci delatus ftiil a digitate 
Polae capta a nostris MCCCLXXX die XIlìI jamuirii. 



I DOGI POPOLABI. 99 

gabriense vescovo ; pel governo di Venezia Zaccaria Conta- 
rini e Michel Morosini procoralore di San Marco ; per quello 
di Genova il dottore Leonardo di Montaldo, Francesco Em- 
briaco, Napoleone Lomellino e Matteo Maroffo; per quello 
del Carrarese Taddeo d'Aziogoidi, Antonio de' Sacchi e 
Giacomo Turchelto dottor dì legge ; per quello infine del Pa- 
triarca, Giorgio de' Fortis da Pavia dottore in ambe le leggi, 
decano della chiesa di Aqnileja, il cavaliere Federico Sa- 
vorgnano e Niccolò Cambini di Udine. 

Il duca di Savoja udite le istanze e le ragioni dei sopra- 
(Ietti ambasciatori, proferì il definitivo lodo nei seguenti ter- 
mini che trovo registrati in Antonio Marin. ' 

Pace coW Vnghmria* 

lo Pace perpetua con il monarca e la Repubblica, e per- 
petua reciproca rimozione di tutti i danni. 

2o Rilascio de' prigioni si* per T una che per l'altra 
parte. 

30 Pagherà il doge eComun di Venezia al re 7000 du- 
cati per cadnn anno: in forza della qual contribuzione eì 
cede per sempre al detto Comune ogni pretesa o diritto di 
aver libero l'ingresso co' suoi sudditi, legni nelle bocche 
de' fiumi che mettono foce nel golfo da Capo Pulmontorio o 
Proraontore a Rimini verso Venezia con ogni sorta di mer- 
canzia, la qual somma sarà condotta a Buda a spese e a 
tutto rischio del re. 

40 Sarà prestato il giuramento da ogni doge per una 
sol volta, e cosi dal re e suoi successori. 

50 1 Dalnxalini potranno lìberamente navigare e com- 
merciare come prima esclusi pur essi dalle bocche de' fiumi, 
né potranno acquistare in Venezia in un anno più di 31(00 du- 
cati, passando tutti i dazj ed imposte. 

6** Non si potrà fare da questo momento alcun decreto 
o di inibizione provvidenza contro i sudditi del re, e 
specialmente ì Zaratini , né potranno entrare legni armati 
ne' porti del re. 

* Antonio Marlh, Storia civile politica del commercio de* Venetiani , 
tomo VI, e. 217. 



100 EPOCA QUARTA. ~ 

70 Saranno compresi io questa pace loUi gli alleali ed 
aderenii dell' una e dell' altra parte. 

80 RestitazioDO ai proprielarj de' loro slabili. 

90 Si renderà pronta glastizia a' creditori per l' ona e 
r altra parte. 

Pace con Genova, 

1^ Restituzione de' prigioni dall' ana e dall' altra parte. 

2^ Il castello di Tenedo con ogni sua pertinenza e di- 
pendenza, nel termine di due mesi e mezzo prossimi ven- 
turi, sarà dato in mano del duca di Savoja suoi commis- 
sari, con patto però convenuto tra il detto duca e gli amba- 
sciatori di Genova, con assenso e saputa degli ambasciatori 
e giudici di Venezia, che tutti i castelli, edifizi, borghi, 
case, abitazioni, qualunque sieno, ogni qualvolta così siasi 
convenuto tra il doge di Venezia e commissari di Genova, 
il duca farà demolire dall'alto al basso il luogo, o luoghi 
contemplati, a spese per altro del Comune di Genova, ma a 
condizione, che giammai non possa essere riedi6cato o ria- 
bitalo il luogo demolilo. E ciò sarà fólto in pena di 150,000 fio- 
rini d' oro assicurati sopra tante merci equivalenti depositati 
a Bologna, a Firenze, a Pisa ad Ancona, oppure in due 
di queste città, dovendo in caso di mancanza essere girati 
al doge e Comune di Genova. 

3° Non avendo il re di Cipro spedilo nunzio idoneo 
procuratore per trattar di pace, non presteranno i Vene- 
ziani ad esso nella continuazion della guerra favore alcuno, 
aiuto consiglio. 

40 Sarà compreso in questa pace l'imperatore Calojanni, 
salvi i soliti privilegj a tulle due le Repubbliche, che sogliono 
goder neir impero. 

50 Potranno i Genovesi navigare nelle solite primiere 
forme, enlro il golfo di Venezia. 

60 Circa al navigare per i Veneziani alla Tana, che si 
volea dai Genovesi sospeso a loro per qualche tempo a de- 
terminarsi, essendosi rimessa la decisione al duca di Savoja, 
egli credette di stabilire che né questi né quelli potranno 
farlo per due anui continui. 



I DOGI POPOLABI. 101 

70 Tallo ciò che non è contemplato nella presente pace 
ad osservarsi, si contemplerà negli artìcoli delle altre paci 
seguite. 

80 Ogni disordine, violenza, rapina che ana nazione 
all'altra facesse, che dar potesse motivo di guerra, sarà 
tenuta la parie offesa a chieder risarcimento, e l'altra a 
darlo qaal sarà ricercato. 

Pace con Padova. 

lo Verranno restitaitl il castello di Capo d'Arzere ed 
il forte Moranzano a' Veneziani In quello stato si trovano, 
salve le munizioni , e si demoliranno si per V una che per 
l'altra parte le fortificazioni fatte di nuovo, e si restituirà 
ogni luogo munito che si possedeva prima della guerra. 

2o Verrà restituita colle condizioni suespresse col si- 
gnore di Padova, la torre di Curano con ri pristi nazione 
de' precedenti con6ni. 

30 Remissione assoluta de' reciproci danni, e restitu- 
zione di tutti i mobili da particolari persone usurpati, non 
cosi di ciò che fu tolto dalla pubblica forza nella presente 
guerra. 

40 Riguardo al sale saranno ripristinati e mantenuti i 
patti precedenti alle ostilità. 

50 Non sarà tenuto il signore di Padova come in altri 
patti a consegnare, restituire rilasciare al doge e Comune 
di Venezia la Casamatta, la torre di Santo Baldo, e la chiesa 
di Quer. 

60 Saranno rimosse le palate ed altri impedimenti, e tor- 
neranno liberi la navigazione ed il commercio com' erano. 

70 Tutto ciò che non fosse contemplalo nella presente 
' pace, sarà confermato cogli articoli delle precedenti che si 
richiamano all'osservanza di prima. 

Pace con Àquileja. 

io Reciproca rimozione di tatto ciò che è succeduto dì 
danni in questa guerra, e perdon generale a quelli che hanno 
prestato favore al contrario partito. 



102 EPOCA QUABTA. 

2o Rilascio de* prigioni sì dairana che dall* altra parie 
in qualunque modo si saranno fatti. 

30 Muco, Mucolano e Trieste sarannp rilasciati in loro 
piena podestà , salvo le regalie dovute al doge per i patti an- 
tichi e l'esenzioni totali in quel porto di ciò che per via di 
terra di mare i veneti mercadanti portassero in quella cit- 
tà, d'ogni dazio, pedaggio e altra qualunque imposizione, con 
manutenzione d' ogni patto che si fosse fatto dalla Repubblica 
a favor di Trieste. 

40 Saranno confermate tutte le antiche e recenti conven- 
zioni prima delia guerra. 

5° Le due parti faranno un compromesso in Sua Santità 
per il quale diverrà giudice arbitro di tutte le controversie, 
che tuttora esser vi ponno in materia di giarisdìzioni e con- 
fini tra la Repubblica ed il Patriarca. 

Articolo generale. 

Queste quattro paci saranno obbligatorie per le parti 
contraenti sotto pena di 100,000 fiorini d' oro, e colla pre- 
stazione del giuramento di ciascuna di esse come sopra rap- 
presentate. * 

La demolizione di Tenedo parve dapprima incontrare 
qualche difficoltà, quando rinviato di Savoia Bonifazio di 
Piosasco vi si recò per tale effetto, il capitano che lo guar- 
dava Zanocchi negò assolutamente di lasciarlo occupare, 

* Questo trattato di pace complessivo volli intero riferirlo come sta nel pre* 
citato Antonio Marin che lo ricavò dal sesto Kbro dei Patii VcDcaiani a carte b , 
e ciò perchè ninno degli storici nostri o forestieri lo riporta com' è origioalmente. 
La conveniione succedeva nel 1381 , inditione quarta, giorno di giovedì» 8 del 
mese di agosto, in Torino , nel castello del duca Amedeo dove facea la sua resi- 
densa, e nella maggior aula di quello, alla presenza dei reverendi padri Giovanni 
vescovo di Torino, e Filippo vescovo di Torcetto , Guidone abbate diS, Michele 
di Chiusi, nonché degl'illustri signori Amadeodi Savoja duca di Bresse figlio del 
conte di Savoja, di Amadeo di Savoja principe di Acaja , di Ludovico di Savoja 
fratello di questo; assistevano ed intervenivano all'atto i plenipotensiarj delle 
potente mediatrici Donato degli Aldigieri dottore di legge a nome del comune 
di Firense, Giovanni Gandio e Marco Benvenuti Oratori, tutti e (re ambascia- 
tori del comune medesimo | Maestro Antonio Marcellino dell* Ordine de' Minori 
della Sacra Pagina Oratore ed ambasciatore del comune di Ancona ; inoltre una 
serie di testimoni presenti , nobili , cavalieri ed altri cospicui soggetti. 



1 DOGI POPOLARI. 103 

né valse meglio a persuaderlo Carlo Zeno che vi aftdò con 
cinque galee in nome deIla,Signoria. Quella terra tulla si com- 
mosse, e posesì in rivolla. I Genovesi sospettando fosse ciò 
fatto per segreto avviso di Venezia , presero a sequestrare 
tutte le merci de' Fiorentini obbligati all'osservanza della pa- 
ce; questi ne mossero querela alla veneta Repobblicaja quale 
a scolparsi dell' imprudenza del castellano mandava amba- 
sciatori a Genova, a Torino, a Firenze, in6ne nna flotta in 
Tenedo che dopo molta resistenza di quelli uomini, riesci di 
propria mano a demolirlo alla presenza di un sindaco geno- 
vese. In tal guisa Tenedo ritornò al suo pristino stato di luogo 
ermo e disabitalo. 



104 BPOCA QUARTA. 



lilBRO SECOIVDO. 



CAPITOLO PRIMO. 

Guerre eivili tra il popolo e la plebe; dogato di Leonardo Moltaldo; incoroDa- 
sioDe del re di Cipro io Genova ; institusione e scopo degli Alberghi i il 
poDteBce Urbano VI, sua venuta in Genova; fa miseranieale morire sei 
cardinali da lui accusali di congiura. 



I. La conquista di Cipro e i varii casi della gaerra di 
Chioggia, aveano fatto tacere per qualche tempo le interne 
dissensioni; gli animi a quelli rivolti non pensavano agli odii 
civili; ma la parte popolare che si era nel 1339 insignorita 
dello slato, già mostravasi in due divisa, la plebe alla saa 
volta ambiva i primi onori , e scostavasi dai popolari che 
qras$i potrebbero chiamarsi, secondoché si dicevano in Fi- 
renze. Teneva il dogato Nicolò di Guarco, il quale correndo 
il 1383, vedendo l'avvicinarsi della tempesta, studiava modo 
a premunirsi,, coir accrescere la guardia della sua persona, 
ma gli otto oflSziali della moneta gli si opposero. Egli con- 
gref^ò il generale consiglio, e vi addusse lagnanze contro gli 
otto della moneta, aggiungendo che gli era ristretto il pote- 
re, di nobi'e e guelfo avendo voce, mentre ghibellino e po- 
polare sinceramente ripotavasi. Con ciò significare egli vo- 
leva che guelfo non era come gli antichi nobili del consola- 
to, nò nobile come quelli che aveano tenuto lo stato de' ca- 
pitani; e veramente avea fama di nomo dabbene, e lode 
meritava il suo governo, che se i Fregosi osteggiava, attri- 
buir si dovea alle ambizioni che già questa casa spiegava per 
farsi capo di quella parte di popolo , dopo di cui non rima- 
neva che la minuta plebe. Il doge avea ancora dato una so- 
verchia autorità ad un maestro di giustizia , il quale con 
modo sommario procedeva contro la vita d'ogni cittadino: 
gli otto pertanto richiamavansi di questo , e volevano l'ani- 



I DOGI POPOLARI. lOtf 

mìiiìslrazione della giasUzia tornasse piena al podestà, ri- 
mosso il presidio de' fanti di ch'era cinto il Gaareo. In que- 
sto, né forse senza opera secreta degli Otto, levavansi i ma- 
cellai, perocché dicessersi aggravati di una colletta solle carni, 
traevansi al cospetto del doge, il quale li mandava con Dio, 
mercé di buone parole; ridottisi fuori di porta San Tomma- 
so, e raonatodi essi un consiglio, divisi essendo, né potendo 
diliberare, si appigliavano infine a muovere il tumulto, suo- 
navano a stormo nella chiesa di San Benigno e in quella di 
San Bernardo, sicché gli uomini delle tre valli accorrevano 
al suono, e tutti insieme congiunti prorompevano in città, 
gridando: Viva il popolo e muoiano le gabelle; congregavansi 
lutti nella chiesa di San Domenico, ed erano un quasi due- 
mila. Leonardo di Montaldo tra i principali popolari, con 
altri quattro incaricavano di presentarsi al doge richiedendo 
mutassersi gli anziani tutti in popolari; della quale cosa ve- 
nivano tosto soddisfatti. Intanto il moto non si conteneva 
alle grida, ucciso era il capitano dei venticinque fanti a' soldi 
del Doge, e poco dopo l'odiato maestro di giustizia; traeva 
la plebe quindi sulla piazza del pubblico palazzo dove stava 
il doge coi fratelli e poca gente; schiamazzava quella vo- 
lere fossero abolite le gabelle, e di questo pure accon tenia- 
vasi, e le regole fatte sopra quel dogato le si gettavano dalle 
finestre, che incontanente tutte erano in brani. Alla sera 
sbigottito il Guarco, col nuovo consiglio convocò cento cit- 
tadini , i quali presero deliberazione che le fortezze levate 
di mano dei nobili si avessero a porre in quelle dei popola- 
ri; ma non bastò, e il di seguente ch'era quello di pasqua 
del 1382, risvegliossì più fiero il tumulto, per cui si elessero 
con ampia balia di regolare la città, Leonardo di Montaldo 
leggista, Federigo di Pagana, Tommaso degli Illioni^ Anto- 
nio Giustiniano, e Francesco d'Ancona mercadanti, Giacobo 
Gallocio macellaro, Damiano Posono lanero, e Mannello di 
Bobbio speziale; presero questi il nome di Provisori; per or- 
dine dei quali congiunti al doge ed agli anziani fu fatto de- 
creto che gli uomini delle valli sgomberassero, e i cittadini 
le armi deponessero; ma questi obbedire non vollero, ed 
anzi più che mai infiammali gridavano: Viva il popolo, il 



106 EPOCA QUARTA. 

doge nuovOi muoiano le gabelle, ed alcuni eziandio Yita il po- 
polo ed AnionioUo Adorno sia fallo doge. 

A questi romori si slodiava il Gnarco di por freno ri- 
chiamando la famiglia dei Gampofregosi cacciata in esigilo, 
ed ordinando una compagnia di cittadini che si adoperasse 
a tornare la tranquillità; portava questa nelle arme per inse- 
gna un leone negro e peloso, e discorrea la città cercando 
di ricomporla; dopoché l'agitazione fu un poco quota, il 
doge convocò il popolo in palazzo, e chiese s'ei volevano 
che rimanesse ad essere doge, e rettore della patria; rispo- 
sero che si, ma levassersi le gabelle; al che si sarebbe in 
parte provveduto, ma nuova esca a quel fuoco mal sopito 
venne a porgersi coll'arrivodi Antoniotto Adorno; la signo- 
ria sentendo come la sua venuta avrebbe risvegliato il tu- 
multo, tanto fece eh' el s'indusse a recarsi in Savona colla 
promessa che in breve gli sarebbe data licenza di ripalriare. 
Ma r improvvisa sua visla e la subita scomparsa, mise in so- 
spetto la minuta plebe che lo seguitava, o ch'eì fosse slato 
in mare sommerso, o dicollato la notte in palazzo, o soste- 
nuto almeno prigione, sicché mille uomini di quella presero 
le armi, e chiedevano con feroce instanza sapere dove si 
fosse Antoniotto; fu fatto loro conoscere per Leonardo Mon- 
toldo eh' era in Savona, e per allora cheta ronsi; ma il doge 
non si teneva sicuro, congregò i suoi amici di Polcevera, e 
cinsesi della guardia di quattrocento soldati, temendo l'Adorno 
cui si era data facoltà di ritornarsi in patria; arrivalo che 
questi fu in Genova, la città andò sossopra, Leonardo di 
Montaldo, Pietro di Campofregoso con lui, con tremila uomini 
circa armati dalla chiesa di San Siro conducevansi al palaz- 
zo, fra le grida che per ogni parte levavansi di: Viva il po- 
polo e Ànloniolto Àdoimo; la più volgare plebe ebe queste 
mandava, si mise ad attaccare il palazzo, e poiché le si op- 
poneva resistenza, menandosene non poca strage, appiccava 
il fuoco alle porte, il Doge allora ch'entro pure vi si trovava, 
si appigliò al partito di darsi occultamente alla fuga col figlio 
Antonio, e i di lui fratelli. Leonardo di Montaldo con dieci 
cittadini stava in una inferiore stanza del palazzo detta la 
Camera degli Abati perocché questi in quella si ragunassero, 



1 DOGI POPOtABL 107 

discutevano per reiezione del noovo doge, AntODÌoUo era al dì 
sopra seduto nella sedia ducale in atto di doge^ circondavanlo 
il minuto popolo e i plebei, gridando: Viv^ il doge AtUoniotto 
Adorno; suonava la grossa campana, e quelli eh' erano al 
disotto faceano inslanza ad Anloniotto perch' ai aeendesse a 
consiglio con essi, ma egli risolutamente negava; sdegnati 
allora y e poich'erano tra i primi del popolo, elessero a doge 
Federigo di Pagana ch'avea voce di essere uomo dabbene; 
ma dalla plebe non appena intesasi la nomina, si diedero a 
prorompere in più furiose grida di: Viva U doge iÉnfontoUo, 
e in questo muoveansi a voler ammazzare il Pagana, che 
ratto se ne andò via; Leonardo e i compagni tornali alle loro 
case veniano ricercati affinchè consentissero alla elezione 
dell'Adorno; ma negavano essi, e sessanta armati, con il 
Monlaldo a capo , condocevansi nella chiesa di San Siro, coi 
seguitavano un gran numero di cittadini; per questi si dava 
ampia balia allo slesso Montaldo di n>etter ordine all' elezio- 
ne; ed egli la commetteva a quaranta di quelli, i quali lui 
eleggevano in duce; l'eletto protestò che solo per mesi sei 
avrebbe accettato il supremo officio, il popolo intanto si ado- 
però tosto perchè Antoniotto cedesse al Montaldo, ma la mi- 
nuta plebe opponevasi,senonchè l'Adorno dai più savi con- 
sigliato, lasciò il loogct e si ritrasse; Leonardo con grande 
ed onorato accompagnamento si recò al palazzo, ed ebbe la 
bacchetta ducale, e tutta la città per allora si ricompose a 
pace e concordia; visitaronlo gli alberghi della città, o la riu- 
nione delle famiglie che per aumento di potenza stringevansi 
insieme, e sotto un comune nome si appellavano; egli al suo 
consiglio aggiunse quindici popolari; diede facoltà al doge 
Niccolò di Goarco e ai fratelli, non che agli altri tutti che 
li seguitavano, di poter tornare liberamente in^città, assoluti 
da ogni pena, e dimorarvi sicuri, col solo patto di pagare i 
creditori se a quelli erano obbligati; tornarono infatti i fra- 
telli del dQge, furono ancora per esso alleggerite di molto le 
gabelle, e totalmente alle osterìe perdonate le colette. 

IL Viveasi da dieci anni ditenuto prigione in Genova 
Giacobo di Lusignano zio del re di Cipro Pietrine II, il quale 
per sicurezza delli accordi conchìusi dalla Repubblica con 



108 EPOCA QUAIITA. 

qaest' ultimo, addi 21 ottobre del 1374, stato era eolla con- 
sorte Carlotta e ì figliuoli del principe di Antiochia trasferito 
come ostaggio di colà nella gran torre di Genova; moriva 
in questo frattempo Pietro II, nò lasciando successione, toc- 
cava la corona al prigioniero Giacobo; il doge Niccolò Goarco 
che ancora rimaneva in signoria, si recò allora a visitarlo e 
propose di liberarlo non solo coi nipoti eia moglie; ma l'ere- 
dità de'sooi maggiori restituirgli, cingerlo della regia corona, 
allestirgli le galee della Repubblica, sopra le quali regalmente 
si sarebbe condotto in Cipro; a tutto ciò ponea per condizio- 
ne: cessione assoluta della città di Famagosta, del porto, 
delle fortezze, e di due leghe di territorio air intorno, e pa- 
recchi altri patti, de' quali trattando del commercio di quel- 
r isola sarà da noi fatta particolare menzione; aderiva il Gia- 
cobo; ma i tumulti che si levarono in quel tempo, che il doge 
Guarco costrinsero ad abbandonar la città , fecero lasciar in 
sospeso il compimento del trattato; il Montaldo il ripigliò , 
facendo pubbliche le condizioni sue, allogando il principe 
Lusignano in magnifica stanza del ducale palazzo, indi co- 
ronandolo solennemente in re di Cipro alla presenza d' infi- 
nita moltitudine; come aveano fatto al nuovo doge; cosi gli 
alberghi della città usarono coli' eletto e coronato re di Cipro; 
intanto apparecchiate furono dieci galee sotto gli ordini di 
Nicolò MarufTo capitano, e dopo che un gran banchetto fu 
dato dal doge al re e alla regina , e si fecero molti spettacoli 
e giuochi, ricevuti questi sulle galee, parti l'armata, ed ap- 
prodò felicemente in Cipro. 

III. Poiché toccato ho degli alberghi non ispìaccia che 
io alcun poco ne ragioni; essendo questi un ultimo tentativo 
fatto dagli antichi nobili del consolato per tenersi in istato e 
procacciarsi una forza che valesse a ricuperar loro la signo- 
ria che il popolo si andava acquistando. Le famiglie per av- 
ventura marchionali, o discendenti da feudi che col sopra- 
nome di nobile aveano composto e tenuto il consolato , aveano 
dovuto vedersi a poco a poco tolto di mano il potere in prima 
dal podestà, instituzione ghibellina, indi dai capitani per la 
cui opera il popolo si era fattole creato polìticamente; infine 
il mutamento del 1339 coli' elezione del primo doge, e pin 



I DOGI POPOLASI. 109 

spezialmente la rìeleKione del Boecanegra li reodea penaasì 
della perdala potenza; il popolo la si avea tutta a sé vindi* 
cata; dal 1270 a qoell' epoca dì 1330 tutte le maggiori ed ul- 
time forze si erano per essi adoperate a difendere e serbare 
un governo che loro fuggiva di mano; la casa d' Angìò di 
Napoli venata a grandezza in Italia avea indarno tentato ogni 
modo ed ogni artificio per fortificarli; ei cadevano come 
corpo estenuato e senile mal atto a sostenere V incontro di un 
giovane e robusto ; giovane e robusto era il popolo, uscito di 
servita, ricco divenuto dall' esercizio del commercio e delle 
migliori industrie: datosi inoltre a cosi ampio corso di navi- 
gazione che non vi era pia longinqua regione ch'ei non pene- 
trasse; ogni qual volta tornavasi in patria, mal poteva, uso 
com' era a respirar aria libera e veder larghezza di spazio, 
sottostare ad un angusto cerchio formalo di poche feudali 
famiglie che le consuetudini servili aveano di campagna tratte 
in città, e per ogni quartiere di questa pretendeano di mante- 
nerle sopra ogni derrata, ed ogni necessità della vita. Questo 
popolo pertanto sulla metà del XIV secolo trovavasi pervenuto 
alla sua più splendida potestà ; e naturai cosa egli è che al- 
l' avvenante ch'ei saliva e si afirettava a toccar il sommo 
grado della Repubblica, i nobili feudali del consolato pre- 
cipitavano a declinazione e rovina; già non poche famiglie 
di essi per uccisioni , esigli ed altre infauste vicende si erano 
estinte; sicchò fin dal 12S9 poche più rimanevano oltre i 
Grimaldi, Fieschi, Kegri del CoileUo, MalUmi, Salvatici, £m- 
hriaci , Marini, MalocelU, Fallamonica, Piecamigli, Ghisolfi 
e Cibo, Fu in queir anno che avendo esse congiurato contro 
i capitani e l'abbate del popolo vennero ferocemenle combat- 
tute, e rìdultesi nella chiesa del duomo per ultima difesa, 
stavasi per abbruciarvele dentro, quando i capitani e l'ab- 
bate stesso del popolo, radunato un gran consiglio fu in 
quello discosso e dìliberalo che siccome massimo pericolo 
corso avrebbe la città dove lutti iiuoi nobili fossero periti, 
cosi si accordava loro grazia e sicurezza, come implorava- 
no. In seguilo, vieppiù decaddero, e vennero meno le fami- 
glie de* capitani che aveano preso a rappresentare il popolo, 
e a promuoverne te ragioni e gl'interessi; le ridussero a pò- 



Ito EPOCA QUARTA. 

chezza di nomerò abbassandone l'antica grandezza; infine 
il popolo stesso emancipatosi dalla ingrata totela de'capitani, 
sopra di qaesti, e salle fresche ruine di quelle si era mera- 
vigliosamente innalzato. Ora le dne parti cosi ridotte ad ana 
medesimezza di condizione, cacciate entrambe dagli onori, 
pensarono congiuntamente al modo di fortificarsi e conservar- 
si, siccome nella seconda metà del secolo andecimoaveano tro- 
vata la institQzione della compagna aristocratica a rendersi 
forti e indipendenti dai grandi feudatari, provvedendo ai 
governo di sé medesimi , cosi ad imagine di quella, poiché 
venuta era a dissoluzione e rovina per il vigoroso sollevarsi 
del popolo, formarono gli alberghi^ cotale spezie di unioni 
non dissimili dalle antiche compagne, per premunirsi cosi e 
mantenersi contro di quello. Condizioni pertanto di tali nuove 
associazioni erano, rimuovere ogni sorta di litigio tra coloro 
che ne facevano parte, sovvenirne alla povertà e alla difesa 
contro ogni persona che si muovesse ad offenderli, perpe- 
tuarne le famìglie non ostante V edacilà del tempo. Non si 
poteva però formare un albergo se non si discendeva da 
consolari famiglie, né la famiglia che Io formava avea tanti 
capi quanti determinava la legge, la quale variavasi a se- 
conda de' tempi; quanto poi a coloro ch'entravano negli 
alberghi, non importava che avessero la tliedesima origine 
e lo stesso casato, prescrivevasi bensì che dopo 1' unione ne 
ritenessero un solo, o ne pigliassero un nuovo che fosse a 
tutti loro comune, alla qoal cosa accomodavansi poscia i Cat- 
tanei, i Centurioni, i Gentile, i Pinelli ed altri ancora che 
furono Alberghi. Questi patti miravano al fine, lo di far pre- 
valere i nobili della compagna aristocratica; 2^ di metterne 
a capo quelle famiglie che rimanendo ancora di ragguarde- 
vole numero ne' suoi principali rami venivano per tal modo 
ad esercitare una cotale influenza, ed autorità sopra tutti 
gli aggregati; inoltre provvedevano alla forza loro reale e 
personale, acquistando alcuni beni in comune, ed insieme 
e per indiviso amministrandosi, riunendosi di sovente in 
certe logge con leggi lor proprie; le famiglie che non aveano 
tante case aperte o tanti capi quanti portava la legge, ve- 
ntano aggregati in quelle che perciò stesso poteano legai- 



1 DOGI POPOLARI. Ili 

mente costilaire od Albergo, le altre che il doppio ne avea- 
no» dae Alberghi formavano; che dalla pìaiza o dalla strada 
si denominavano dove leneano la loggia od il seggio. Non 
e' è fìnora pervenuto a notizia quanti capi di famiglia o caae 
aperte si volessero a termini di legge per institnire un 
Albergo, devesi credere con fondamento che il numero do- 
vesse essere vario secondo il volger de' tempi. Per la riforma 
delie leggi operata nel 1538 d'Andrea Doria che si chiamò 
collo specioso nome di ricuperata libertà , venne stabilito a 
sei, ma due novità allora s' introdossero, la i« che le famiglie 
tutte in un albergo comprese non dovessero portare alcun 
altro cognome fuori di quello da coi s' intitolava lo slesso 
albergo; la. 2« che gli alberghi, i quali non poterono essere 
che ventolto, lauto erano venutp meno le antiche nobili fa- 
ÉQiglie sotto il goveno popolare, non potessero mai più mu- 
tarsi né per moltiplicarsi successivo, né per diminuire di case 
aperte. La prima condizione avea per naturale conseguen- 
za che i nobili del consolato, formando i capi degli alberghi, 
gii aggregati veniano ad assumere il cognome di quelli, abo- 
lito cosi essendo e civilmente soppresso il proprio; la seconda 
che invariabili rimanendo i ventotto, nessun' altra famiglia 
potea sperare d' allora in poi di recarsi in mano le princi- 
pali autorità della Repubblica; rivìsse quind' innanzi in tal 
modo r antica compagna aristocratica , e il popolo si trovò 
escluso dal governo da quelli medesimi eh' egli ne avea cac- 
ciati il 1339; fu insomma un vero serrar del ,con$ejo della 
Repubblica di Venezia , si lodò per un singolare tratto di 
sapienza dì stato, ma dovea dirsi una sottile ed abbietta astu- 
zia trovata ad uccidere politicamente un popolo, mancalo il 
quale, venne pur meno quel fuoco vitale che nodriva il vi- 
goroso corpo della Repubblica; caduta questa nell'assoluta 
balia di poche famiglie invecchiò in breve e giacque con esse 
a tale venuta di decrepitezza ed Inettitudine che nel 1746 
neppure l' onore avrebbero salvato se il popolo non era. 

IV. 11 Montaldo avea accettato per soli sei mesi il do- 
gato, ma questi spirali, continuò ciò nondimeno in signoria 
senza far motto della condizione; senoncbè di tal fatta in- 
fierendo la peste che novecento per ogni settimana ne cade- 



112 EPOCA QOABTA. 

vano vìttima, egli pure correndo il di 11 giagno 1384 sog- 
giacque al malore; lasciò fama di savio, prudente e giusto 
signore, ornato di molta dottrina, sicché tenne in sicurezza 
e pace tutto il distretto e la città. Solenni e grandi li furono 
fatti i funerali , cui assistevano cento notari genovesi , e al 
corpo di lui data venne onorevole sepoltura nel duomo. Non 
deve pretermettersi in queste istorie come il Leonardo di 
Montaldo possessore essendo della effigie di Gesù Cristo, o 
Santo Sudario, che ò fama il Redentore mandasse al re Aga* 
baro , venendo a morte per testamento lasciollaal monastero 
di San Bartolommeo degli Armeni, con perpetua elemosina 
di lire trecento di moneta d'allora, scritte in una compera 
od impiego, siccome per pubblico istrumento fu. scritto. Si 
ricava dai nostri annali che il Montaldo ebbe la sacra effigie 
in dono dall' imperatore greco in rimunerazione di avergli 
ricuperate alcune terre verso la Tana, o il mare d'Azof 
che gli aveano occupate i Turchi; ed egli la tenne in vene* 
razione per lotta la vita, con riverenza di continuo lume, 
come nota il vescovo Giustiniani. 

Morto Leonardo Monjialdo, non vi fu più ostacolo che 
Antoniotto Adorno rimuovesse dal dogato; fu dunque il di 
seguente senza strepito d'arme eletto. egli a doge; il quale 
volle subitamente che a' soli plebei si conferissero gli of- 
fici della città. Non può negarsi che cotesto uomo sebbene 
uscito di basso lignaggio, com' erano i suoi, tuttoché la suc- 
cessiva potenza porgesse occasione agli adulatori di scrivere 
che gli Adorno erano sorti di nobile e principesco, non fosse 
di animo grande e a grandi cose sollevato; ma la fortuna e 
il non curare de' mezzi, se conducenti allo scopo, fin da 
qne' principii diede moto e chiarezza a siffatta famiglia. An- 
toniotto non sì tosto afferrò la signoria che liberossi del suo 
antico rivale ; il marchese del Finale gli consegnò con fede 
veramente marchionale, Nicolò Guarco già stalo doge, egli 
Io chiuse in aspra prigione nel Castello di Lerici ; ma più se- 
gnalata occasione di chiara fama gli si apparecchiava dai 
torbidi tempi d' allora. 

V. Gregorio XI avea riportata di Avignone in Roma la 
sede pontifìcia, ma sobillato da' cardinali francesi che lamen- 



1 DOCII POPOLARI. 113 

lavano la perdita delle delizie avlgnonesi, pentito della tras- 
lazione, romìnava in niente di ritornare oltremonte, quando 
morte gli ruppe il disegno. Loi morto i cardinali chiasersi 
in conclave, e la maggior parte di Francia un papa francese 
meditavano, e V avrebbero di certo sobitamente eletto, se fra 
loro non fossero stati discordi; i Romani avvedutisi della 
trama, temendo un' altra 6a(a la lontananza della Santa Sede 
da Roma, scema in tal modo dei larghi guadagni che la re- 
sidenza della corte papale facea concorrervi da tutta cristia- 
nità, levaronsi a sedizione, ed iti sotto il luogo del conclave, 
poserai a gridare eh' ei volevano un papa romano; i congre- 
gati intimiditi accordaronsi nella elezione di Bartolomeo Fri- 
gnano arcivescovo di Bari, di nazione napolitano. Costui non 
mancava di qualche ingegno e di dottrina, ma dì modi era 
aspri e feroci, d'animo crudele e sanguinoso: non si tosto 
ebbe il papato, che pensò a volere rimettere la più severa 
disciplina, ed ottenere col rigore e l'eccesso de' castighi ciò 
che avrebbe potuto meglio colla prudenza e la dolcezza; ab- 
bandonaronlo i cardinali , e chiaritisi in aperta ribellione poi- 
ché gli ebbe scomunicati, e privi d'ogni dignità, si fecero 
ad eleggere un nuovo papa che fu il celebre cardinale di Gi- 
nevra, il quale prese il nome di Clemente VII. Due uomini, 
ferocissimi entrambi, contendevansi quindi il pacifico retag- 
gio dell'agnello di Dio; aderirono ad Urbano Portogallo, 
Fiandra, Danimarca, Svezia, Inghilterra, Polonia, Germa- 
nia, Ungheria, con la maggior parte d'Italia; a Clemente, 
Aragona, Castìgiia, Navarra, Scozia, Savoia, Napoli e Sici- 
lia; e lo scisma d'occidente sorto era in tal modo a rinsan- 
guinar le ferite che nel seno della cattolica chiesa avea aperte 
la residenza di Avignone. Regnava in Napoli la regina Gio- 
vanna, infame per dissolutezza e per la morte di parecchi 
mariti, di stirpe francese, e dell'indole feroce di Urbano VI 
spaventata si era abbandonata alle parti dì Clemente VII. 
Urbano seomnnieoUa e la disse decaduta dal regno, e alle 
armi spirituali aggiungendo l'efficace rimedio delle tempo- 
rali , fece opera che Carlo di Dnrazzo nipote del re Ludovico 
di Ungheria, e al quale per successione, in difetto di Gio- 
vanna, apparteneva il trono, si affrettasse a balzamela; 

Storia di Ctnowa. — 4. 8 



114 EPOCA QUARTI* 

venne Carlo e gli riascl il disegno, la morie di Giovanna, 
la prigionia del marito, la prigionia e morte del duca d'An- 
giò 800 figlio adottivo, gliene agevolarono e fecer sicuro il 
possesso; ma Carlo occupata la monarchia sdegnossi contro 
il pontefice la cai presenza in Napoli gli rendea inqaieli i 
popoli, e malagevole il governo; arrogo che il nipote di co- 
stai certo Francesco da Frignano soprannominato Buttilo^ o 
forse Balilla 9 uomo dato a lascivie e sbordeliamentì a cai 
Carlo si era obbligato di conferire il ducato di Capua e di 
Amalfi, con Nocera, Scafato ed altre terre, ponea a cimento 
la tranquillità e il pubblico costume del regno; sebbene della 
età sua sopra i quaranta, avea ciò nondimeno rapita dal mo- 
nistero di Santa Chiara una nobil monaca professa, e seco 
tenutala parecchi giorni ; re Carlo lo fece citare e processare, 
né comparso essendo, condannato venne nella testa; ma il 
papa tanto fece per cotesto suo scellerato, che il processo e 
la condannagione si ebbero per non avvenuti; infine Carlo 
stomacato a tanta vergogna, zio e nipote volle sgombrassero 
Napoli. Recaronsi a Nocera città di quest' ultimo, ma en- 
trambi inquieti ed ambiziosi volgevano nell'animo i più 
strani disegni, Botillo o Batillo si andava perfino immagi- 
nando di divenir re di Napoli, e lo zio per avventura con 
una colpevole debolezza lo assecondava , il re subodorata la 
macchinazione, tentò ogni via per levarseli dal regno; in que- 
sto, un Bartolino da Piacenza, ardito e dotto legista, facea 
pubblica una sua scrittura nella quale erano vari quesiti: se il 
papa negligente di troppo, o mal atto al governo, o balzano 
di cervello, facesse ogni cosa a rovina senza voler udire il 
consiglio de' cardinali, non fosse in tal caso lecito a questi, 
per il meglio della chiesa , di dargli uno o più curatori , senza 
il parere de' quali non potesse dar spedizione ad alcun nego- 
zìo; e facendosi siffatti quesiti, rispondeva affermando, e l'af- 
fermazione confortava delle più sane ed evidenti ragioni. Un 
cardinale di casa Orsini denunzia al papa quella scrittura, 
aggiungendo che a siffatte opinioni aderivano sei cardinali, 
cinque come altri vogliono, che con lui si trovavano; si 
fece ancora supporre ad Urbano che questi avessero ordita 
una congiura per impossessarsi della saa persona,, il di 13 



I D06I POPOLASI. lltf 

gennaio del 1385, e condannarlo poscia com' eretico. Saltò in 
istiiza il papa a coleste denanziazioni , e gli accosati cardi- 
nali, fatti caricar di catene, chiose in dora prigione, indi 
a Batillo o Batillo ordinò di esaminagli per estrarne la veri- 
tà, ma la natura de' tempi e la reità dell' nomo, altro mezzo 
non davano per ricavarla che la tortora, e il Batillo se ne 
rese nefando stromento; il vescovo dell' Aquila accasato qoal 
complice, posto a' tormenti confessò tatto ciò che dal giadici 
si voleva, li slessi cardinali barbaramente martoriati, misero 
pare in chiaro la sapposta congiara; però negarono sempre 
in seguito di esserne in alcun modo colpevoli. Il re praticò 
ogni pietoso e caldo offizio presso il papa in favore di quei 
miseri porporati, questi non solo sdegnò di porgergli ascol- 
to, ma venendo in sospetto che tutto ciò fosse proceduto 
d'ordine di loie per segrete mene, s' indusse a scomunicarlo 
colla regina Margherita, privoUi entrambi del regno, e lan- 
ciato r interdetto sopra Napoli chiamò re Carlo in giudizio a 
dir sue ragioni. Gli animi essendone sconcertati, Carlo avu- 
tone il parere del clero, decretò essere nullo l'interdetto, e 
Diano r osservasse, e chi osò di osservarlo fece ben anche 
annegare; indi rincalzando quel giusto sdegno contro la pa- 
pale improntitudine mandò un esercito all' assedio di Noce- 
ra. Leggesi negli annali napoletani, cosa ridevole insieme e 
mostruosa a dirsi! che il pontefice assediato, seguito dal Ba- 
tillo, tre o quattro volte al di si affacciava ad una finestra, 
e colla campanella e torcia accesa andava scomunicando 
l'esercito del re, né per questo l'esercito dall'assedio si 
muoveva; intanto sempre più inviperito si dava di bel nuovo 
a martoriare i cardinali che teneasi prigionieri , affinchè con- 
fessassero. Un testimonio di veduta, Teodorico da Niem, 
nota che non gli bastò l'animo allo spettacolo , tanto era do- 
loroso ed orrendo! le ossa avevano slogate; per fame, per 
sete, la persona consunta e cadente; continuando a negare 
furono essi rimessi in carcere. Infine per aiuto della famiglia 
Orsini riusci Urbano a liberarsi dall'assedio, si condusse in 
Calabria, menandosi seco i cardinali, il vescovo d'Aquila e il 
suo tesoro; per siti inospili e montuosi, difeso d'alcuni ar- 
mati che fu forza di tenere in fede coli' oro giunse verso Sa- 



116 EPOCA QUARTA. 

leròo fino al mare; il vescovo d'Aquila malconcio essendo 
per i sofferti iormenti , né potendo andare spedito nel viag- 
gio, da Urbano sospettato essere malizioso il ritardo, venne 
da lai fatto uccidere , nò permesse che gli fosse dato sepol- 
tura, lasciandolo in tal modo cadavere sulla pubblica via. 

Ora di cotesto Urbano VI prese vaghezza per suoi fini 
il doge Antoniotto Adorno, credette che molto gli sarebbe 
tornato ad onore se avesse posto in Genova la sua resi- 
denza ; s' intesero entrambi , e armate dieci galee delle quali 
fu capitano Clemente di Facìo popolare, furono spedite a 
levarlo nel mare di Napoli, e trasferirlo in Genova; traevasi 
seco gl'infelici cardinali avvinti in catene. Racconta Lo- 
renzo Bonino entro che le galee genovesi fermale essendosi 
in Porto-Pisano, Pietro Gambacorta, che allora era signore 
di Pisa, si recò ad onorare il Papa, e lo pregò ad un tempo 
a voler rilasciare quei miseri in libertà; Urbano li si fece ve- 
nire dinanzi, ed orribile a dirsi! Cadeano loro le vesti di 
dosso, squallidi, sfigurati d'aspetto, la barba aveano ispida 
e lunga, più a spaventevoli spettri che ad uomini rassomi- 
glianti; aspramente trattolli il Pontefice, li accusò di essere 
rei, instò perchè lo confessassero, ma essi protestando della 
loro innocenza, lo chiamarono al giudizio di Dio a dar ra- 
gione della sua crudeltà; allora smaniando egli, li rimandò 
in galera, e al Gambacorta rispose, non meritare essi al- 
cuna pietà, poiché si ostinavano a non volere chieder per- 
dono delle colpe loro. 

Arrivarono in Genova le dieci galee, il Papa ebbe ma- 
gnifico alloggio nella Commenda di San Giovanni di Pré, 
ma trista fama lo avea preceduto, sicché il generoso popolo 
genovese ne fremea; egli accortosi del mal vento per tufto il 
tempo che vi soggiornò, non mai volle uscir fuori ; tutte le 
pratiche intanto si andavano facendo, tutti gli sforzi po- 
neansi in opera perché quei disgraziati cardinali venissero 
a si dura condizione sottratti; si ordi pure una congiura a 
liberarli, n'ebbe Urbano sentore, né trepidò più in quello 
che da lungo tempo avea deliberato; secondo alcuni li fece 
entro dei sacchi affogare in mare, secondo altri strangolare 
in prigione; un solo di essi scamponne per miracolo, il 



I DOGI POPOLABI. 117 

cardinale Adamo Eslon inglese, per le vìve instanze del suo 
re; fra gli accisi vi ebbe il cardinale Bartolomeo da Gogorno 
genovese, nomo di somma dottrina , di onesti e integri co* 
stomi, già stalo arcivescovo di Genova, frate dell'ordine 
dei minori, e uno de' più belli ornamenti del clero geno- 
vese ; due altri cardinali , caduti essendo in sospetto del 
Papa che avessero posta mano alla congiura che avea per 
fine di privarlo delle sue vittime, si fuggirono da Genova, 
sapendo con qual uomo avessero a fare, e andarono ad 
anirsi a Clemente VII; il popolo genovese avendo a schifo 
si brutte opere del vicario di Dio, senza più avergli alcun 
rispetto, pose le mani addosso a' suoi servitori, strumenti 
senza dubbio dì tanta inumanità, li consegnò a' birri perchè 
lì tenessero stretti in prigione; Anton ietto Adorno si accòrse 
alfine che tenendosi congiunto a siffatto uomo, invece di au- 
mentarne di fama dalia di Ini residenza, ne avrebbe a gran 
pezza scapitato, pensò quindi a provvedere, come meglio 
gli riusciva, alla indennità della Repubblica, e a lasciarlo 
andarsi con Dio. Costato era V armamento delle dieci galee 
60 mila ducati, e il Papa per quella spesa avea dato pegno 
la terra di Gorneto; ora volendosi venire fra le parti alla 
soddisfazione del pagamento, il Papa ripigliandosi il pegno, 
cedette alla Repubblica alcune castella distratte dalle mense 
vescovili di Savona, Noli ed Albenga; ovveramente pagò 
dell'altrui; e conceduta avendo ampia indulgenza a tutti 
coloro che visitavano la chiesa di San Lorenzo il giorno 
della natività di San Giovanni fiattista, dal primo vespro in- 
fino al secondo, abbandonò la città indirizzandosi alla volta 
dì Locca; sdegnato di non avere avuto da Genova quelle 
accoglienze maggiori che si attendeva ; sdegnato similmente 
Antoniotto di non essere riescito a farsi arbitro dello scisma, 
e più ancora dolente per avere lordata la patria di uno scel- 
lerato spettacolo. A questa infausta descrizione che io trassi 
quasi a parola dall'onesto e sincero Muratori,^ non ispiaccia 
che io aggiunga come il Butillo, o il Balillo nipote di Ur- 
bano, lasciato da questo a Nocera, poiché venne espugnata 
da re Carlo, fu fatto prigioniero, ma per la morte di quello, 

* JnnaLd* Haliti, tn.iZSi'U. 



118 EPOCA QUARTA. 

e la vittoria del partito angioino , liberato essendo, nell' in- 
quietudine dell'animo, e negli stravìzi condusse la vita, 
finché venne miseramente accise per mano di chi avea sedotta 
la moglie. Queste notizie io trovo in cotali memorie per ser- 
vire alla storia di Napoli. 



CAPITOLO SECONDO. 

Spedisione di TaDisi; successione tempestosa di vari Dogi; Antoniotto Adorno 
cede la signoria di Genova a Carlo VI re di Francia; pratiche e condizione 
della cessione ; esempi di virtù genovese. 



VI. La dolorosa memoria lasciata dalla venata di Ur- 
bano rivoltò gli animi contro del doge, e fu macchinato 
contro la soa signoria; egli ne ebbe notizia, e quelli che 
non poterono salvarsi colla fuga, sottopose alla tortura, con- 
dannò a dieci mila lire, e cacciò in esigilo; pensando poscia 
che duopo era volger V attenzione delle cose di dentro a 
quelle di fuori, imaginò un' impresa contro di Tunisi e, alle- 
stite dodici galere , ne diede il governo a Raffaello Adorno 
di luì fratello; andarono queste insieme con altre tre sici- 
liane e cinque pisane, navigarono in Affrica, pigliarono e 
sottoposero l'isola dei Gerbi, dandone la signoria a Man- 
fredo dì Chiaramente ammiraglio di Sicilia, il quale pagò 
36 mila fiorini d' oro alle dodici galere genovesi. 

I Saraceni poiché venuti arano al possesso dell'Affrica 
e della Spagna, cessato il primo impeto di quelle invasioni, 
stretti aveano legami di amicizia e di vicendevole commer- 
cio coi popoli situati alle sponde del Mediterraneo, e in 
ispeziensoi Siciliani, Genovesi e Pisani; ma nel secolo XIV 
quelli di Affrica ripigliarono l'antico costume, e gittaronsi 
nel più abbominevole modo alle piraterie ; fu pertanto forza 
di contenerli; la prenarrata impresa non era certamente 
tale da conseguire lo scopo ; maggiori forze terrestri si ri- 
chiedevano per uno sbarco in terra affricana , e di quelle 
difettavano le repubbliche di Pisa, e di Genova; si ebbe 



I D06I POPOLARI. 119 

allora ricorso alla Francia che ancora essa avea di che te- 
mere da qoelie bruite ladronerie ; fecero effetto propizio le 
legazioni e le instanze del doge Adorno, sicché il daca di 
Borbone zio del re di Francia levava gran compagnia di 
sigdori baroni e cavalieri francesi coi si aggiunsero eziandio 
molti inglesi i quali recaronsi in Genova ed imbarcaronsi so- 
pra la flotta a quest'uopo preparata di quaranta galere, e venti 
altri navigli di cui ebbe il governo Giovanni Centurione 
r Oltramartno, genero del doge; solcò l'armala dal porto di 
Genova e si condusse felicemente al porto dì Tunisi, che' 
strinse d'assedio, ma l'imprudenza de' cavalieri francesi, 
l'aere infesto e maligno, l'araba cavalleria invincibile nel 
proprio paese , fecero trarre in lungo la guerra ; ciò nondi- 
meno il re di Tunisi, mandò un araldo, chiedendo al duca 
di Borbone perchè Inglesi e Francesi prestassero aiuto 
contro di lui a Genova, che a tutti dovea essere ugualmente 
straniera; risposero essi, questa città andar benemerita di 
tutti cristiani, talché tenevano per proprie le offese a lei 
fatte; scesero a' patti, e fu convenuto fra le paKi, di levar 
l'assedio, conche i Tunisini ponessero in libertà gli schiavi 
cristiani, facessero promessa di astenersi dalle piraterie nei 
Mediterraneo, pagassero di riscatto diecimila ducali o fiorini 
d' oro. In tal modo finì quella guerra. 

VII. A volere noi continuare a tal punto la storia di 
Genova ci è di mestieri descrivere una lunga ed ingrata 
serie di sozze discordie civili, di dogi che l'un l'altro si 
balzano dì seggio, di popolo e plebe che fanno di sé fonda- 
mento air ambizione di quelli; noi per non ingenerare tedio 
a' lettori, né rivoltarne gli animi, ne toccheremo di volo 
quel tanto che basti a serbare integro il filo del nostro rac- 
conto. 

Antonlotto Adorno sebbene nulla avesse omesso per 
dar fama alla propria signoria, ciò nondimeno contro di sé 
levati erano gli odj de' maggiori cittadini che Pietro da Gam- 
pofregoso scaldava; si cospirò un'altra volta per torgli il 
dogato, ma egli, la cospirazione scoperta, Pietro sostenne 
in palazzo, e gli altri mise in eslglio ; indi , secondo il suo 
costume, si diede a procacciarsi grandezza e riputazione 



120 EPOCA QUARTA. 

alla Repubblica, col mescolarsi nei più arda! affari che tra- 
vagliavansi allora in Italia. Ardeva guerra tra Giao Galeazzo 
signor di Milano, il quale s' incamminava a cingersi la co- 
rona d'Italia, e Fiorentini, Bolognesi e il signor di Padova 
che a quel disegno ferocemente si opponevano ; AntonioUo 
s'insinuò con singolare destrezza fra le parti, e riesci di 
condurle a conciliazione. Seppe ancora con molla sagaeità, 
indurre a vendere dai marchesi del Carretto, di Saluzzo, e 
di Clavesana alla Repubblica la pieve del Teico con alcoDe 
altre terre della Valle di Arocia per ottantacinquemila du- 
cati; per venticinquemila circa da Carlo di Fiesco le sue 
terre di Varese, per altri venticinquemila il Castello della 
Stella da Boruelle e Giorgio Grimaldi, ottenne in fine dai 
signori di Milano, per la comunità di Novi, quel castello 
che le aveano occupato coìta terra di Serra valle ; e andando 
innanzi neli' accrescere, per quanto da lui si potea, fama 
e splendore alla propria patria, diede opera air edificazione 
di un nuovo e sontuoso palazzo, in cui più decorosamente 
avesse la Repubblica a tener la sua sede; là dove fra il 
duomo e la chiesa di San Domenico erano orti interposti , 
e luoghi squallidi e cadenti, ivi con regia magnificenza l'ebbe 
innalzato; ma secondo lo stile de' tempi, e per provvedere 
alla sicurezza della pubblica potestà tutt' intorno fortlficoUo, 
alla facciata pose dinanzi un grosso muro, ed un terrapieno 
condusse con molt'arte fino alle porte di Sant'Andrea. Queste 
opere interne ed esterne nonché fare l'Adorno oggetto di 
stima e di amore, lo rendevano di odio e di timore, ed egli 
a sfuggirne lo scoppio imminente, di cheto il 3 di agosto 
del 1390, fingendo di andare a diporto ad un suo giardino 
fuori di porta di San Tommaso, postosi sopra una galera di 
Corrado Doria, navigò verso Loano in riviera di ponente, 
portandosi seco un Antonio Giustiniano^Longo ohe avea in 
sospetto di aspirare al dogato. 

Non si tosto si seppe che l'Adorno avea lasciata la si- 
gnoria che il popolo fu in armi; nondimeno senza strepito 
e assai pacificamente venne eletto doge Giacobo da Campo* 
fregoso figliuolo del doge Domenico; a lui furono imposte 
quelle regole che sdegnate aveva Antoniotto, amando egli 



I DOGI POPOLA ai. 121 

QQ goveroo pieno ed assolato. Questi abbandonata Genova, 
e la saprema autorità , se ne penti immantinenli , e gli 
nacque impaziente desiderio di ricuperarla, tornò quindi, e 
venato in San Pier d' Arena con più di ottocento uomini, 
non gli fu fatta opposizione veruna dal doge, sicché entrò 
liberamente in città, e mandò a dire al Campofregoso che 
gli sgomberasse la signoria; al che quell'uomo, delle antiche 
cose più studioso che delle arti di regno, agevolmente si ar- 
rese, e il seggio occupato di subito rimise all'ambizioso An- 
toniotto, che con grande moltitudine di armati lo invase, se 
ne mise al possesso, e il medesimo doge ritenne a pranzo 
con lui, facendolo poscia onorevolmente accompagnare alle 
sue case. Ma qui avea prineipio il più gran fuoco delle civili 
discordie, Savona agitavàsi, e ribellava le terre alla Repub- 
blica; il suo vescovo unito ai Fieschi, alla famiglia de'Guarco 
e di Montaldo, a Battista 'fioccanegra figlio del doge Simone, 
insieme cospirava, e ronoveyasi a' danni del nuovo stato; 
aintavasi l'Adorno coli' astuzia che molta avea, colle pri- 
gionie, cogli esigli, colle morti palesi ed occulte a raffer- 
mare un potere d' ogni parte combattuto, gli sfuggiva al fine 
di mano, e costretto era ad abbandonarlo alle mani di An- 
tonio di Montaldo giovine di 23 anni figlio del doge Leo- 
nardo, che addi 10 giugno del 1392 venia posto in signoria, 
e confermatovi il seguente da sessanta cittadini popolari. 
Al nuovo doge un'assai crudele tempesta di nemici inte- 
stini levavasi; l'espulso Adorno rivolto si era per soccorsi 
al Visconti signor di Milano, e ottenutili avendo, traea con 
quelli contro il Montaldo; i Fieschi, i Guarchl, il vescovo 
di Savona, i Campofregoso, e un Niccolò Zoagli, di quella 
illustre famiglia discendente eh' ebbe Goffredo riedificatore 
e console della colonia di Gaffa, faceano gagliardo impeto 
d' ogni parte , gli stessi suoi congiunti osteggiavanlo ; al che 
non polendo oegimai più resistere , sebbene valorosamente 
coi propri fratelli in ogni parte combattesse i nemici, lasciò 
il seggio ducale, e vi si assise tosto Pietro di Campofregoso; 
non appena questi vi fu che discaccia vaio un Clemente di 
Promontorio, che alla sua volta ne venia rimosso da una 
balia di dodici cittadini, cui si affidava il reggimento della 



122 BPOCA QUABTA. 

città ; la qaale scissa cosi in (ante parti , fra i diversi pareri 
ondeggiava di chi nuovamente volea doge Antonio Montaldo, 
che mansaeto e benigno signore era, del sangae nemico; dì 
chi ad Antoniotto avea pur volto il pensiero; di chi infine 
ai signori di Milano andava divolgando essere alile sotto- 
porre il dominio. Quest'altima sentenza frutto era dei cupi 
raggiri del duca Gian Galeazzo Visconti, che a conseguire 
l'ambito potere avea per tale modo in fanti e siffatti capi 
partita la Repubblica; alfine la balia de' dodici cittadini, 
volendo in qualche modo provvedere al bisogno, eleggeva 
dieci, e questi altri dieci, i quali con diligenza e matura 
considerazione nominavano doge per un anno Francesco 
Giustiniano di Garibaldo. Antonio Montaldo rimasto in città, 
essendoché vi avesse più amici che nemici, ripigliava ben- 
tosto ardimento, e quantunque gli si opponessero il vescovo 
di Savona Antonio Viale, Battista Bocca negra, ed Anto- 
niotto Adorno, che di simulato' aderente gli si era volto 
contrario, risaliva per la seconda fiata il dogato. Non si 
rimanevano i rivali dì Montaldo dal travagliarlo in ogni 
modo colle frequenti scorrerie, e ti moto delle interne di- 
scordie ; Battista Boccanegra meglio degli altri, laonde preso 
colle armi in mano, venne dal podestà, ch'era uomo rigi- 
dissimo, condannato a morire, e già stava per essere dicol- 
lato, quando il doge cui non pativa l'animo di versar san- 
gue cittadino, gli fece grazia della testa; ma soverchiando 
il procelloso torrente, dovette cedere, e lasciare il contra- 
stato potere che fu secondo le regole conferito a Niccolò 
Zoagli di cui più sopra abbiam fatta menzione, ch'era ri- 
potato cittadino con molta fama di bontà e di giustizia. Ben 
altro però si volevano di queste doti per contenere la tra- 
bocchevole fiumana di quelle civili turbolenze; il nuovo 
doge videsi ad un tratto contro di lui commossi Adorni, 
Montaldi, Guarchi, Fregosi, e il cardinale Luca Fiesco che 
a seconda de' torbidi tempi faceasi dell'alta spirituale sua 
dignità fondamento per Tedifizio di un poter temporale; 
rinunciò egli dunque spontaneo al dominio; e siccome pre- 
valevano in quel momento di forze Pietro di Gampofregoso, 
e Antonio di Guarco, presero insieme concerto che sarebbe 



I DOGI POPOLARI. 123 

doge quello dei dae coi toccherebbe la sorte ; a qoesto modo 
si pose a giaoco yitoperevole il governo della Repubblica ; 
sortì al dogato Antonio ; e le discordie vieppiù rinfiamma- 
rono ; le antiche parti guelfe e ghibelline risorte, il popolo 
tenne le prime, le seconde la plebe, i Fregosi e i Guarchi 
capi mostravansi di quelle, gli Adorni e ì Monlaldi di que- 
ste; nel- maladetto ardore di cotali ire, i Guelfi ristrettisi 
all'arcivescovo della città Giacobo Fieschi, venivano asse- 
diati dai Ghibellini nello stesso palazzo di questi, posto a 
San Silvestro, nò volendosi arrendere, né potendo sloggiar- 
neli, i Ghibellini vi davano fuoco; a pigliar vendetta del 
fatto, il cardinale Luca Fiesco condocendo ì Guelfi, abbru- 
ciava il palazzo magnifico nella villa di Albaro di Antonio 
Giustiniano Longo ghibellino; e i Ghibellini alla loro volta 
incendiavano le case di Santa Maria d' Inviolata del cardi- 
nale, quella di Carlo Fiesco, di Damiano Cattaneo dottor di 
legge, e di Gherardo di Ronco tutti guelfi. Intanto uniti si 
erano Antoniotto Adorno e Antonio di Montaldo, conve- 
nendo fra di essi di dare un doge alla Repubblica, ma nes- 
suno dei due il potesse essere, sibbene un terzo comune 
amico loro; l'Adorno, sleale, faceasi in questo acclamar doge 
dalla minuta plebe levata per lui a tumulto; e fu tale vera- 
mente per la quarta volta, riportati avendo di 96 voti, 72. 
Credette l'Adorno che il dividere gli onori tra il popolo e 
la nobiltà gli avrebbe ibantenuto più sicuro il governo, però 
volle che degli anziani fosse la metà di nobili, e l' altra di 
popolari ; ma questo ed altri temperamenti non bastavano a 
mitigare l' esacerbato animo del Guarco da lui Ignobilmente 
abbindolato ; prese dunque questi ad indettarsi col signor di 
Milano sempre pronto a soccorrere chi turbava l'interna 
quiete della Repubblica, e si mosse contro di lui, intanto 
che tutte le due riviere erano dai nobili commosse e sol- 
levate, e dagli altri capi di parte messe a rapina ; nella orien- 
tale alienavasi Rocco dal distretto, e nella occidentale per 
parte di Giovanni e Ludovico fratelli Grimaldi usorpavasi 
il castello di Monaco con tutte le sue fortezze, si tentava 
ugualmente dagli stessi la terra di Yentimiglia, ma non 
riesci loro il tratto, e vennero anzi fatti prigioni, e rinchiusi 



124 EPOCl i^UARTA. 

nel castello della Pietra > nò ai sa qaal fine poscia si faces- 
sero ; accadeva ad on tempo che gli Domini di Monterosso, 
negando di accettare a curato della chiesa loro un sacer* 
dote mandato ad essi da Ludovico Fiesco cardinale che ne 
avea il patronato, questi indignato con alquante galere colà 
si recava, dava alle fiamme tutto il paese, carità di cardi- 
nale! All'Antonio Guarco congiuntosi Antonio Montaldo, 
neir una e V altra valle .scendevano entrambi con grande 
seguito d'armati e tutto andava a ferro ed a sacco; era 
una orribile devastazione che immiseriva ogni terra della 
Repubblica. Correva un lustro di tal guisa , la città vota era 
di danaro, squallida di popolo, aperta ad ogni tirannide 
che le si volesse imporre ; ì marchesi del Garretto avatone 
segreto consiglio con alquanti dei Doria, trattavano allora 
di sottomettere il dominio al re di Francia ; un signore di 
Contine venne perciò, e come arra del futuro acquisto si 
tolse fraodolentemente il castello di Diano nella riviera di 
ponente, ma sgomentatosi alle difficoltà di togliersi il resto, 
abbandonò l'impresa, e ritrassesl in Francia. L'Adorno 
oggimai vedovasi impossibile la signoria, ma più gli cuoceva 
che tutta quella tempesta gli fosse tenuta viva dal duca di 
Milano, il quale divisava cosi d'incamminarsi al princi- 
pato di Genova ; per suo conto Antonio Guarco insignori- 
tosi di Ronco, e Antonio Montaldo di Gavi, con frequenti 
scorrerie calavano amendue sopra la città, . e ne minac- 
ciavano le persone e gli averi; egli non potea oppor loro 
che scarse ed inadeguate forze, vóto essendo il pubblico era- 
rio, e per soprassello non potendo pagare quel mercenari 
che tolto aveva a sua difesa. In questo pericoloso stremo, 
altro rimedio non gli si offerse migliore di quello di sog- 
gettare, dare in protezione la Repubblica a Carlo VI re di 
Francia. 

Né l'esempio era nuovo, che già all'imperatore En- 
rico VII, a Roberto re di Napoli ed ai Visconti si erano 
sottoposti i Genovesi; quelle soggezioni inoltre, temporanee 
e condizionate essendo, faceano tacer le fazioni, non alte- 
ravano la sostanza della Repubblicai che, del suo capo all'ln- 
fuori, continuava coir esercizio di tatti gli ordinari magi- 



I DOGI POPOLARI. 128 

strati y e colle proprie leggi si governava ; non era agevole 
cosa che trasmodassero a tirannide, perocché gli slati fore- 
stieri non fossero ancora venati a quella potenza che sali- 
rono nn secolo appresso; ogni Cornane d'Italia disponeva 
di tante forze da riescire di leggieri ad essi superiore ogni 
qualvolta lo avessero tratto a pericoloso cimento; non erano 
allora gì' Italiani che avessero daopo degli stranieri, ma 
bensì questi di quelli, dai quali ricevevano arti, scienze, 
lettere, commercio, uomini, navi, danaro, e tuttociò che 
serviva a spogliarli della naturale barbarie; che se le discor- 
die cittadine divenivano siffattamente stolte da porre la pa- 
tria a repentaglio di servitù , un tamuUo qualunque che sor- 
gesse mandava issofatto in dileguo la imprudente forestiera 
signoria. Fra gli stati italiani dopo Napoli, Milano e Ve- 
nezia Genova doviziosa e potente sapea far pentire i malac- 
corti ogni qoal volta si fossero osati di violare quei patti coi 
quali soltanto si era loro data in balia. Questa e 'non altra 
è la ragione che malagevolmente sMndueevano gli stra- 
nieri ad accettarne il "dominio, ben sapendosi che mezzo, 
e non altro, erano di transazione tra le rivali fazioni, né 
sempre poteano sperare di abbandonarlo e andarsene tran- 
quillamente con Dio quando più non si volevano, che ne cor- 
reva eziandio miseramente della vita per quei malavveduti 
governatori che una civile e moderala signoria si fossero av- 
visati di trarre ad abaso. 

Vili. Venuto 1* Adorno nella deliberazione di cedere il 
supremo potere al re di Francia, non fece dunque che quello, 
cui era dalla difficile condizione. delle genovesi cose ridotto, 
seguitando gli effetti di un precedente disegno. Abbiamo più 
sopra accennato siccome dai marchesi del Carretto, e da 
parecchi della famiglia Doria già si fosse intrapreso un trat- 
tato colla Francia correndo Tanno di 1394. Infatti, nel si- 
lenzio de' nostri annali , troviamo nel volume 359 della col- 
lezione Dupuis , che si conserva tra i manoscritti della Bi- 
blioteca Imperiale di Parigi, le sicure prove di una intavo- 
lata convenzione tra 1 re di Francia, e Raimondo Fieschi 
dottore in diritto e conte di Lavagna, Gian Luca Grimaldi, 
Carlo e Antonio Malocelli, e Giuseppe LomelHni guelfi, e 



126 EPOCA QUABTA. 

Adamo Spinola ghibellino ; stipalano qaesli così al loro 
nome, come a quello degli allri nobili e mercanti, tanto 
delie quaUro famiglie (Fieschi, Grimaldi, Spinola e Doria) 
quanto di più altri cittadini ed abitanti della città di Genova; 
i seguenti patti : 

lo II re, per resti taire il governo dì Genova a' suoi con- 
federati, somministrerà loro un soccorso di mille uomini 
d'arme, e di 500 balestrieri, stipendiati per due mesi de' suoi 
propri danari, provvedendone al trasporto per mare. 

2o Effettuata essendo V occupazione, verrà il re ricono- 
sciuto signore supremo e perpetuo di Genova; gli si pre- 
sterà il giuramento di fedeltà, ed in segno di supremazia 
dovrà ricevere ogni anno, quattro mila fiorini d'oro per 
ragione di censo o di rendita. 

30 11 re difenderà e proteggerà Genova siccome fosse 
una delle sue proprie città ; ciò nondimeno i Genovesi sop- 
porteranno le spese della difesa; avranno alla loro volta per 
amici gli amici, e per nemici i nemici del re. 

40 Finché durerà la guerra deUa Francia coli' Inghil- 
terra nessun Genovese potrà, sotto pena della vita^ commer- 
ciare cogr Inglesi; Genova però si riserva il diritto di pigliar 
vendetta delle offese che le verrebbero fatte ; potrà ella in 
questo caso richiedere l' assistenza della Francia. 

50 Avrà il diritto il re in ogni tempo, e per tutte le 
sue guerre, di firmare a proprie spese nel porto di Genova 
galee e navi , arruolare balestrieri nel suo distretto ; s' ei 
muovesse a combattere gl'Infedeli oltremare, o vi spedisse 
qualche principe della sua famiglia, la città a sue proprie 
spese fornirà il decimo delle galee. 

60 Gli atti pubblici verranno fatti in nome del re e 
del governo di Genova; si prenderanno a governatori quelli 
che verranno a lui presentati dalla maggiorità de' contraenti, 
o loro costituenti ; se si sarà d* accordo sopra la scelta di un 
solo individuo, questi dovrà essere il solo governatore; se i 
preferiti, nominati mancheranno di fedeltà inverso la co- 
rona di Francia, potrà il re rivocarli, ed altri sostitairne in 
quella vece, col consenso però, e sopra una novella presen- 
tazione de' confederali ; i quali avranno cosi un diritto per- 



I DOGI POPOLARI. 127 

sonale e permanenie, riservandosi di aggiungere al loro 
governo altri nobili se lo giudicheranno a proposito. 

70 Se la presente impresa fallisse a buon fine, e i beni 
de' contraenti fossero esposti al rigore del popolo di Genova 
e del suo governo, il re ordinerà in Francia la confisca dei 
beni appartenenti ai popolari genovesi per servire d' inden- 
nità ai nobili danneggiati. 

Questo trattato reca la data del mese di febbraio del 1393, 
lochè ci condurrebbe al 1394 avuto riguardo alla differenza 
che correva tra il cominciar dell'anno genovese ed il fran- 
cese; manca però della sottoscrizione regia e dell' indica- 
zione del luogo ove si contrasse ; né potè forse ricevere il 
il suo effètto sia per non essersi potuto abbastanza concor* 
dare Guelfi e Ghibellini , sia per gli avvenimenti che s' in- 
calzavano con meravigliosa rapidità. s 

IX. Intanto l'Adorno cosi pronto ad intimidirsi da sozzo "^ 
come audace ne' suoi tentativi dapprima, inviava legati a 
trattare col re di Francia; questi era di salute cagionevole, 
e scemo della mente,. né altro che per lùcidi intervalli si oc- 
cupava del regno; il quale per intrigo e per la malignità delle 
parti si governava. Il duca d'Orleans fratello del re, sposo 
di Valentina figlia del duca di Milano, avea per cotesto ma- 
trimonio ricevuta la signoria d'Asti in Piemonte; di là affa- 
ticavasi ad allargarne i confini; e occasione propizia gli si 
era pòrta, quando Savona tentato avea di sciogliersi da Ge- 
nova. Si dubita che V Adorno divisasse a lui primamente in- 
dirizzarsi, ma la diffidenza del suocero gh fece ben tosto 
abbandonare il pensiero del genero ; il duca d' Orleans non 
lasciava però l' ambizione di si ghiotto acquisto, e fece quanto 
potò affinchè non lo si pigliasse il fratello, il quale se ne mo- 
strava innamorato in quei pochi momenti eh' ei si teneva in 
senno; il duca di Borgogna che maneggiava ogni cosa e ne- 
mico implacabile era del duca d'Orleans facea opera continua 
col signor di Milano, per impedirne lo ingrandimento, ma 
né r uno né l' altro pativa eh' ei s' avessero Genova. 

Antoniotto vellosi a Carlo VI col mezzo de' suoi legati, 
si diede ad un tempo a preparar l'animo dei diversi partiti 
per renderli propizi, non contrari almeno à'suoi disegni: 



128 EPOCA QUARTA. 

prese a radunare in prima an consìglio di dagento Ghibellini 
tatti popolari, i quali chiarironsi favorevoli, dieci soltanto 
eccettuati , indi convocò un secondo di Guelfi che tutti anda- 
rono nella stessa sentenza, infine chiamò a generale parla- 
mento Ghibellini e Guelfi, nobili , popolari e plebei in numero 
di ottocento, i quali a grande maggiorità adottarono la deli- 
berazione di accettare la signoria di Carlo VI re di Francia. 
Ora molti Guelfi rimanevano bandeggiatì, e di questi capo il 
famoso cardinale Ludovico Fieschi, T Adorno non volle in- 
tralasciare di conciliarli al suo fine; sali una galea e navigò 
al luogo di Quinto, cinque miglia discosto dalla città, dove 
in quei deliziosi piani intrattenevasi il cardinale , e di là re- 
golava le file di tutte le devastazioni, e gl'incendi con che i 
suoi aderenti funestavano la città e i dintorni; si abboccarono 
insieme i due malvagi ambiziosi, e subitamente postisi d'ac- 
cordo , poiché per l' uno si trattava di mettere ad effetto il 
propio divisamente, per l'altro di concedere la Repubblica a 
quella corona che avversava il popolo e si aiutava della no- 
biltà, insieme tornaronsi a Genova, e della galea che li por- 
tava circondarono le antenne con ghirlande di ulivo, per di- 
mostrazione che i due maggiori personaggi delle contrarle 
fazioni si erano a concordia condotti. Ciò fatto, scrisse il 
doge allegati di Francia, stringessero l'accordo col re. 

Erano i legati Damiano Cattaneo nobile guelfo, e Pietro 
Persico popolare e ghibellino; il trattato si andò maturando, 
ma più mesi trascorsero fra gì' intrighi e le difficoltà. Let- 
tere patenti del re ci ammaestrano che fa prima di tutto 
mestieri venire a patti col duca d'Orleans. Si riconosce che 
costai avea macchinato di occupare la signoria di Genova , 
e perciò si era tolto in mano il possesso della città e del ca> 
stello di Savona che manlenea ribellati alla Repubblica; il 
doge e gli anziani, e pia della metà di questi ultimi, parec- 
chie volte sollecitato avendo il re di accettare 11 dominio ge- 
novese, e Carlo consentito a quel desiderio, dichiara questi 
avere trattato e concordato quanto si conveniva col daca 
sao fratello, il quale cedeva ogni suo diritto, e gli rimetteTa 
Savona e tutte le altre dipendenze da Ini acquistate sul ter- 
ritorio genovese, e per renderlo pago e dìsonerarlo delie 



I DOCII POPOLABI. 129 

gravissime spese per esso in pia modi fatte e sottenate » gli 
accordava il re ona somma di tremila scodi d'oro da paffar- 
glisi tostochè difatto avrebbe esegoita la consegna di tolte 
le terre e castella cb'ei riteneva. Il duca alla sua volta rila- 
sciava lettere patenti conformi alte reali, intimando a'saói 
comandanti di restitnire senz' altro ordine suo i luoghi che 
per esso occupavano; la quale intimazione com' era a malin- 
CQore conceduta, cosi venia male eseguita; forse ne fu ca- 
gione che non mai fu fatto il pagamento dei trecento mila 
scodi. 

Intanto obbligo era del re riscattare Savona, essendo 
questa essenziale condizione del trattato dei Genovesi. Fra 
gli odi delle parti e le singolari loro ambizioni di sìgnoreg- 
giare la Repubblica, questo volere esistea in tutti concorde 
ed eguale che lo stato non si dismembrasse ; la popolare fa- 
zione a tal condizione assoggettava ogni altra, però nuovi 
poteri si richiedevano del re agli ambasciatori venuti in Ge- 
nova per la conclusione dell'accordo; nuovi consigli e parla- 
Eùenli si tennero dal -doge, ad nno di questi assistettero sei* 
cento cittadini, fu detto che abbisognava sollecitare la firma 
del trattato per pietà de' poveri che versavano nel più lamen- 
tevole stato; infine si\eonchiose con un passo della città di 
Dio di Sant'Agostino, essere quattro le condizioni che uno 
stato deve ricercare, le quali trovavansi tutte riunite nella 
signoria del re di Francia; tanto grande che il servirlo tor- 
nava a libertà; vano éil dire che costui era nn guelfo smac- 
cato, od nn' anima vilmente venduta; se questo re, soggiun- 
geva lo atesso, è buono, patti non devono esservi, a nulla 
giovano, se perverso; si rompa dunque ogni indugio, ma 
Savona avanti ogni cosa ci sia resa. 

Nel momento medesimo che coleste cose si travagliano, 
ecco on inviato di Gian Galeazzo Visconti che propone no* 
vc31i patti per desiderio ardentissimo di ciò che a sé vedea 
rapito dal re; vennero rispinti , ma V Adorno spedi a Milano 
fidati soci messi affinchè ricevessero spiegazione di quelli ul- 
timi suoi tentativi; l'astutissimo Visconti rispose che a ri- 
verenza del re di Francia egli non volea mantener la pro- 
messa da lui fatta di prendersi il carico del governo di Gè* 

Storia di Genowa. — 4. 9 



130 EPOCA QUAKTA. 

nova. Tutto questo ne rende avvertiti che fra Anlonlotto e 
Gian Galeazzo debbono veramente essere passale delle pra- 
tiche , ma se per parte dei secondo sincere e calorose , per 
quella dei primo simulale ed artìQziose» affinchè il Visconti 
serbandosi nella lusinga deHa signoria genovese, si fosse aste- 
nuto dal perturbarne il dogato. 

X. Infine il trattato col re di Francia recavasi a compi- 
mento. Avea questi ai due ecclesiastici mandati all' uopo in 
Genova Pietro Fresnel, vescovo di Meanx, e Pietro Beaoblé, 
soslitoiti con titolo generale di commissari per li affari della 
Lombardia, il signor di Chassenaye cavaliere e ciamberlano, 
Sifredo Tholone, dottor di legge, e Arnolfo Boucber teso- 
riere di guerra ; gli ambasciatori genovesi tornati erano in 
patria con nuove e maggiori offerte fatte al doge, ed altre 
agevolezze concedute alla richiesta de' magistrati , vennero 
pertanto fra le parti definitivamente stabilite le seguenti 
condizioni; correndo gli ultimi giórni di ottobre del 1396: 

1» Avrà il re titolo di signore di Genova e giuramento 
di fedeltà ogni qual volta ciò a lui, o a' suoi successori sarà 
di gradimento. 

2& Tal giuramento però verrà ristretto ad essere i Geno- 
vesi buoni e leali in verso il re, con obbligo di osservargli i 
capitoli tutti dell' accordo. 

Sa II regio governatore s' intitolerà nei pubblici atti Di- 
fensore del Comune e del popolo; avrà la stessa autorità dei 
passati dogi, due voti in consiglio, ed obbligo di consigliarsi 
in ogni occorenza coi presenti anziani e con quelli che sa- 
ranno in avvenire; ai quali dopo il legittimo avviso, anche 
in assenza di lui, si farà facoltà di radunarsi, prendere ogni 
deliberazione che slimassero e darle esecuzione. 

4a In nome del re, e per p^rte del governatore e del 
consiglio sì pubblicheranno gli editti , né avranno validità se 
non si conformeranno agli antichi ordini e statuti della Re- 
pubblica. 

5a Per i negozi della guerra seguiterà di provvedere 
l'ufficio di provvisione, per le pubbliche entrate il magistrato 
della moneta; per la sicurezza e i comodi interni i procura- 
tori e i padri del Comune. 



I D06I POPOLAI!. 131 

6» Dovranno dal re osservarei tutte le conrenzioni esi- 
stenti coi popoli del dominio e coi forestieri; non potrà im- 
por dooyì dazi, nò separare od alienare parte mai benché 
minima del territorio genovese, non alcana cosa prescrivere 
in materia di religione. 

7a A soddisfazione della parte ghibellina saranno riser- 
vati i diritti e gli onori (qaando però ne abbia) spettanti al 
sacro romano imperio, laonde le arme imperiali si oniranno 
in ano stendardo colle francesi; e il prìor degli anziani do- 
vrà essere sempre scelto fra i Ghibellini* 

8^ Sebbene i governatori avranno ad essere tolti oltra- 
montani, il presente doge Antoniotto Adorno dovrà eserci- 
tare intanto l' autorità a beneplacito del re; (si erede ohe a 
questo patto dovesse essere alligata la segreta promessa di 
quarantamila scodi d' oro e di due feudi nel regno). 

9& Il re difenderà il Comune e i cittadini tutti nei loro 
stati, beni e persone, con tutte le sue forze, e collo zelo me- 
desimo che un vero e buon signore ha obbligo di difendere 
e proteggere i suoi fedeli; farà di ridurre il più tosto possi- 
bile air obbedienza del Comune di Genova tutte le terre e i 
popoli di qua dal mare , toltegli o ribellate negli anni tra- 
scorsi; lo comprenderà nominatamente in tutte le tregue e 
le paci del regno. 

10» In correspettività il Comune di Genova darà nelle 
mani del re, col mezzo dei castellani oltramontani che nomi- 
nerà allora e in appresso, otto delle principali fortezze, lo 
manterrà, sosterrà e difenderà nella possessione e nei diritti 
col presente alto ceduti; terrà e tratterà, ogni qualvolta richie- 
sto, come nemici tutti i suoi nemici; farà loro guerra occor- 
rendo cosi di mare come di terra, a spese però del regio te- 
soro; finalmente rispetterà e farà provvisione al regio gover- 
natore nei modi soliti ad osservarsi cogli stessi dogi. 

Questo era il trattato e fu firmato e ratificato poscia dalle 
parti; obbligando il re secondo l' uso di quei tempi, per gua- 
rentigia di quello tutti i suoi beni si mobili come immobili 
tanto propri che de' successori. *■ 

< Nel volarne 3^ del Libro de' Giurì della Repubblica di Genova , dei Mo- 
numenti di Storia Patria dalla pag. 1237 alla 13àl , ti leggono i diverti aUi che 



^ 



132 EPOCA QUARTA. 

Sorgeva il di 27 novembre del 1396, e l'ora era di ter- 
za, quando a gravi rintocchi suonava la gran campana 
della torre dacale, a qael saono inalberavasi lo stendardo 
che le arme francesi avea da una parte e le imperiali dal- 
l' altra, accosto la croce di Genova. Tatto ciò, non recava 
altro senso che il popolo, il quale era ghibellino, rappresen- 
tato volea essere in quel dominio francese; altrettanto fa- 
ceasì a' cancelli del pubblico palagio; schiudevasi ìnlanfo 
il gran salone dei supremi consigli, e innondavasi tosto di 
moltitudine agitata e curiosa; in giro agli ambasciatori fran- 
cesi poneansi i magistati; il doge In piedi alzato da quel seggio 
ducale ove soleva rappresentare la maestà delta Repubblica 
consegnava ai primi lo scettro e le chiavi della città; ed essi 
ricevutele avendo in nome ed in luogo di re Carlo VI, ed 
alcuni istanti tenutele in mano, gliele rimettevano quindi a 
voler dimostrare eh' ei V abilitavano alla signoria dello stato; 
cessava però d'intitolarsi doge, e pigliava il nome di gover- 
natore. 

Cosi non potendo regnare assoluto, Antoniotto Adorno 
vendeva la patria e divenia il primo de' serri. 

^XI. In mezzo a questo vile mercato, di cui io yolK tutte 
raccontare le particolarità , che dal manoscritti ritrassi della 
fiìblioteca Imperiale di Parigi, e dalla descrizione che ne 
porge il marchese Girolamo Serra, *■ chioderò il presente 
capìtolo per sollevar l'animo de' lettori, indignato senza dub- 
bio da tanta ferocia e caparbietà d'uomini divisi, narrando 
un generoso fatto che a questi tempi contengono gli annali 
genovesi, e ciò aflQnchè non si creda che nella discorde e 
combattuta Repubblica tutti gli esempi del retto operare fos- 
sero spenti. 

Era in Genova un Francesco della nobilissima fami* 

riguardano la detta ceasione di Genova a Carlo VI re di Francia, il primo del 4 
ottobre 1396 contiene le facoltà accordate dallo stesso re ai suoi ambasciatori per 
accettare e trattare le condisioai dell' offerta signoria , il secondo del 4 novembre 
dell' anno medesimo conliene il trattato e le condÌBÌoiii della ceinone, il teno ed 
il quarto atto recano le delegasioni per prestare il ginramcnto di fedeltà al nuovo 
governo , ed hanno le stesse date del secondo. 

1 Storia dBll* anUca Liguria t di Genova t voL Ut, pag. 47 e Mgg. edis. 
di Gipolago. 



1 fiOQl VOPOLAII. 133 

glia de' Vivaldi; costui amando la patria quanto amare 
sì possa , vedendola per le molte spese esaosta e consanta in 
ogni modo, e i suoi cittadini però gravali di enormi balzelli, 
le facea dono di proprio, di novanta looghi, cioè novemila 
lire (lire centotrentamila circa delle presenti) le quali, vo- 
leva, dovessero moUiplicafe a beneficio del Comune; e nota 
il vescovo Giustiniani ne* suoi Annali, cbe se i padri non si 
avessero usurpata la proprietà dei Ogliooli, quel dono era 
tanto che non solo sarebbesi affrancata da ogni peso la Re- 
pubblica, ma una grossa entrata col tempo formatasi a van- 
taggio della medesima. Questo generoso cittadino moriva 
il 1393; felice almeno ch'ei non vedeva consumato il sacri- 
6cio della sua terra nativa l £gli era il più ricco de' suoi e 
de' passati tempi , ma la riccheiaa usava con lanta modestia 
e temperanza , che l'invidia noi toccò mai; né splendide, nò 
d' infimo grado, le sue case apriva a tutti; parco di cibo e di 
vesti , non amò pompa di servitori, nò di esterne appariscen- 
ze; ma il mercar fama dalle opere virtuose e liberali; in 
lanta disunione di parti, egli a ninna aderì, non fu nò guelfo 
nò ghibellino, nò bianco nò nero , ma la sola Repubblica e il 
desiderio di farle tutto il suo bene ebbe in cima de* suol pen- 
sieri, e mirabile a dirsi I fino all' estrema vecchiaia pervenne 
senz' avere mai avuto inimico veruno; oltre le cospicue so- 
stanze dopo di lui, più preziosa ricchezza lasciava, un ni- 
pote di nome Luccbino, il quale non meno dell'avo si mo» 
strava dabbene ed onesto. Questi per amore avea già parec- 
chi anni seguita una bellissima giovane, nò mai era riescilo 
a trarla a fare il piacer suo. Ora» accadde che il marito di 
quella venisse fatto prigioniero in Sardegna, e la città fosse 
da grandissima carestia travagliata, di modo chò la infelice 
donna trovandosi avere alcuni suoi figliuolini non avea più 
modo di nodrirli, e vedealisi a poco a poco venir manco per 
stremo di un tozzo che li sfamasse; la infelice madre nulla 
della sua, ma di quelle preziose vite tenerissima, le soccorse 
alla mente Luccbino Vivaldi, e a questo lampo di afflitta 
memoria, difilato a lui si presentava, e gittandosegli a' piedi, 
inondata di lacrime, non di so, ma di quei suoi carissimi 
lo supplicava ad aver pietà in tanta angustia , mettendo il 



134 BPOCA QUàBTA. 

corpo, r onore e la fama in saa balla. Ma il Vivaldi datole 
la mano, e sollevatala, conforlavala a bene sperare dicen- 
dole, non volere in modo alcuno che quello non avea potato 
l'amore, ottenesse la fame; qnindi astenendosi da qoalon- 
qae atto men che onesto provvide largamente ai bisogni della 
giovane, e perchè fosse tolta ogni sinistra saspizione, non 
per sua, ma per mano della propria moglie, le concedette 
ogni più generoso soccorso. 



CAPITOLO TERZO. 

Fette io città» torbidi contro il governo francese, arrivo in Genova 
di un nuovo governatore, suoi modi aspri e feroci j sue gesta. 



XII. Pestilenza e discordia tennero incontanente dietro 
al governo forestiero ; dell' una e l' altra fu vittima l' Ador- 
no, e tal fio volle forse il provvido Iddio fargli pagare di 
tanto suo misfatto. Di molti intrighi ed artifizi avea egli ado- 
peralo per rimanere al governo della sua patria, quantunque 
spregiato ministro di un re francese, ed ora l'intollerabile 
peso ne sentiva, né bastando a comportarlo pregava e sup- 
plichevole scriveva al Re per esserne sollevato ; esaudite fu- 
rono le sue supplicazioni, Yalerando di Locemborgo conte 
di San Paolo e di Ligny , tra i primi signori di Francia e di 
Germania, fu mandato in sua vece ; accompagnavalo il ve- 
scovo di Meaux con vario seguito di cavalli, uomini d' armi 
e nobili donzelli, personaggio di destre e soavi' maniere; 
ma poco valsero queste ; sorse quistione nella nomina de' ca- 
stellani , nulla avendo il trattato provveduto per la fortezza 
del Gastellazzo , gli anziani voleano che a guardia fosse 
de' Genovesi, ad un oltramontano commessa la pretendeva 
il governatore, il quale non turbandosi però, propose venisse 
la quistione rimessa all' arbitrio di due giurisperiti genovesi, 
costoro più lo straniero amarono che la patria,- e i Francesi 
sì ebbero la fortezza. Savona offerse ancora argomento di 
disgusto, poiché, sebbene abbandonata dal Duca d'Orleans, 



I DO«I POFOLABI. 135 

non 8Ì volte da qae'cUUdini rimettere al goyernatore, ma 
indi a pochi giorni tornò all'obbedienza, mandati suoi depu- 
tati al Consiglio a giurar fedeltà. Intanto i Montaldi tene- 
vano la terra di Gavi, Doria Porto Maurizio, ma essi pure 
cedettero alfine e più da guadagno che da paura deliberati ; 
rimanevano i castelli di Giusteniee e della Pietra, i quali si 
arresero intimiditi dalle severe provvidenze del governatore. 

XIII. La peste infieriva ; il governatore venia richia- 
mato, il suo vicario vescovo di Meaox, e il luogolenenle 
Bordeo di Locemborgo per tiaore di quella conducevansi a di- 
morare in Gavi ; Montaldo ed Adorno miseramente ne mo- 
rivano; appena un po' rimesso il morbo del suo rigore, ri- 
cominciavano le cittadine discordie; lungo e tedioso sarebbe 
il seguitare per filo tutte l' enormità dalle nostre storie de- 
scritteci; le accenneremo in breve per uscir presto di questa 
angustia; da una torre all'altra, da un quartiere all'altro si 
combatteva ; gran parte della state del 1398 passava di que- 
sto modo. Il governo francese favoreggiava i Guelfi, o la no- 
biltà, più eminente e feudale; allontanava da so i Ghibellini, 
e i popolari ; vinsero questi ed ottennero due solTragi di più 
in Consiglio; non erano paghi, rinnovavano il tumulto, 
bombarde, balestre, T incendio, tutto si ponea in opera da 
quelli animi disperali, n' andava la città in rovina, e tanto 
fu il danno delle sostanze che si valutò ad un milione di 
fiorin d'oro; in fine i Guelfi rimasero vinti e cacciali dalle 
loro torri, e da tutti quei ripari che aveano innalzati a for- 
tificarsi e difendersi; a' Ghibellini restò libero il campo, e 
la maggioranza de' magistrati. 

Nel nuovo anno 1399, un altro governatore francese si 
mandava in Genova, Collardo di Calieville, dottore di legge, 
ciamberlano e consigliere del re ; parve dapprima quei tor- 
bidi si calmassero. Il popolo coi Ghibellini, o Bianchi, che 
aveano preso a rappresentarlo, contento era di aversi riven- 
dicato il maneggio della pubblica cosa, ma dietro di lui 
stava la plebe che tenea tal vece appetto ad esso, quale il 
popolo l'aveva in verso i Ghibellini; chiese fossero tutti i no- 
bili senza distinzione di parti rimossi dagli onori, e presele 
armi, mosse contro i maggiori popolari, che a' nobili Ghi- 



130 EPOCà QUARTA. 

bellini e Bianchi aderivano; ti nuovo governatore sgomen- 
tato a quel molo di cui non avea esempio nella sua Fraacia 
in cui allora non sapeasi che si fosse aè popolo, nò plebe, 
ma servi erano attaccati alla gleba , concede che i mercanti 
sleno dal governo espolsi , e si eleggano quattro priori delle 
arti, un conciatore, un pizzicagnolo, un macellaio e un la- 
naiuolo con dodici consiglieri della medesima condizione. Ma 
sebbene d^ nulla fosse e di mente incapace, era por sempre 
un governatore, si decise di schiantarlo e si andasse con 
Dio, venne deposto, ed acclamato per capitano Battista Boc- 
canegra. Il costui nome. odioso alle altre fazioni, fa cheFre- 
gòsi ed Adorni, Gnarchi, e Montaldi dieno di piglio alle 
armi ; si viene in6ne in cotesto sentimento di creare una balia 
di otto cittadini , per i quali al Boccanegra capitano di popolo 
è sostituito Battista de' Franchi'di mollo caro alla plebe; non 
appena ei s' è posto al governo che pien di dispetto lo lascia, 
indi dagli amici confortatone lo ripiglia nuovamente; nuove 
sedizioni lo costringono ad abbandonarlo, Antonio Giasli- 
niano, e Adornino Adorno figKoolo del doge Antoniotto, 
vengono posti in sua vece fino all' arrivo dì un nuovo gover- 
natore di Francia ; i nobili e i popolari sbanditi, la sola plebe 
tenendo in pugno la somma della Repubblica impazza, e 
come il favoloso Saturno i figliuoli, di vera sé stessa; giunse 
al fine il nuovo governatore. 

Era questi certo Giovanni Lemaingre maresciallo di Bon- 
ciquaut, che gP Italiani dissero Bncicaldo; veniva tra noi 
con fama di crudele e guerriero , che in Ispagna contro i 
Mori, in Francia contro i ribelli, e in Bulgaria contro i Tur- 
chi avea maneggiate le armi, prospere nelle due prime, in- 
felici neir ultima. Entrava egli con seguito di mille uomini tra 
fanti e cavalli, e molti nobili e cittadini che si erano recati 
ad incontrarlo il di d' Ognissanti del 14<M. ; feroce ed aspro 
d'indole essendo, e rotto a sanguinosi fatti, dava su- 
bito mano a riordinar la città con modi crudeli; eranvi Bat- 
tista Boccanegra e Battista Defranchi Loxardo , che in que- 
sti ultimi tempi aveano accettato il governo della Repubblica 
piuttosto obbligativi dall' insanire delle parti , che da sponta- 
neo desiderio di voler primeggiare sugli altri ; fece il go- 



I nWkl POPOLARI. 137 

veroatore iotendere loro ch'egli erano colpevoli, perocché 
cbiaoqoe avesse avola parte uegfi avvenlmeati occorsi dopo 
r assenza del conte di San Paolo , repotare dovevasi reo di 
offesa maestà ; né valse eh' essi à violenza avessero cedoto 
dei partiti che aveanli condotti a qoel posto, vennero sen- 
tenziati a morte, e la sentenza sopra il capo solo del Bocca- 
negra esegoita ; che il Defranehi nella confusione del to- 
molto, levatosi per il contrasto, e la lotta tra il Boccanegra e 
il carnefice e il popolo tratto all' inlame spettacolo , ebbe 
agio dì mettersi colla foga in salvo ; il governatore ne pro- 
vava tanto dispetto che al carnefice ordinava fosse mozza la 
testa. 

XIV. A cosi fatti esempi la città rimase stopefìitta, e 
tranqoilla anzi pel sobito timore che per reverenza di qoel 
troce governo, e il Bonciqoaut, o Bucicaldo andando in- 
nanzi nella fierezza de' modi, e nel disegno di reggere ed 
opprimere con qoesU la Repobblica, fece divieto che i par- 
lamenti più in nessun loogo , né per alcona ragione si potes* 
sere radonare ; né vicari, né confalonieri , né conestabili si 
eleggessero tra i popolari ; le arti lasciassero i loro consoli, 
e perchè, nonostante il divieto, li nominarono, i tocchi e 
noovi foron posti in prigione, e condannati a docati duemila; 
proibito venne alle compagnie de' BaUuU di congregarsi nei 
loro oratorii. Qoesti BMuH foron qoelli da' qoali trassero ori- 
gine le famose Ctuaeee; dapprima, e nell'antica loro instito- 
zione, compagnie erano di penitenza che andavano attorAo 
dandosi la disciplina ; di tali ve n'ebbe in Perugia fio dal 1260; 
ne crebbe il numero nel 1306 in Provenza dove vestironsi 
di grosse tele, e presero a congregarsi; recitavano preci la- 
tine, e gridavano pace, misericordia e perdono; le buone 
opere che facevano, e i migliori effetti che se ne ottenevano 
servirono ad introdorle con noove regole in Lombardia ; po- 
serei allora tutti in dosso ona veste bianca, coprironsi per 
metà il viso, e procedettero flebilmente cantando lo Slabat 
MiUer; a qoel canto tocchi rimanevano i coori più feroci, e 
le arrabbiate faiioni deposti i malnati rancori calavano a pace 
fra di esse. Valicavano il nostro Apennino, scendevano nella 
Valle di Polcevera, entravano in città; congiongevansi a' Bai- 



138 BPOCA QUARTA. 

Itti», disciplinati, che di povere case avevano i loro oratorii 
formati, e Casacce però si dicevano ; la prima loro proces- 
sione ebbe loogo in Genova addi 10 loglio del 1397; in ap- 
presso non solo crebbero a grandissimo nomerò , ma eziandio 
a lusso sfrenato e disdicevole; a' di nostri (e sono appena 
passati 27 anni, cioè nel 1833) le vedemmo per raltìma 
volta uscire, ignobile strumento d'infamia poliziesca, a di- 
stogliere con vile spettacolo le inorridite menti dallo schi- 
foso ed orribile dì tre infelici vittime assassinate dal go- 
verno assoluto per avere desiderato quelle italiane riforme 
che dopo 14 anni vennero consentite. Un cotale Pavese già 
laico di frati, e allora vituperevole spia del direttore Luciani, 
indetlatosi con questo, e da lui provveduto di danaro, si pose 
a stimolare la confraternita di San Giacomo delle fucine, 
affinchè deliberasse la scandalosa processione, e quella, vaga 
più dello spettacolo che conscia del motivo, avuta una ma- 
nata di quel danaro poliziesco s'indusse all'uscita, il giorno 
dopo il patibolo di quei tre infelici martiri dell'italiana li- 
bertà ; e fu questa l' ultima volta che quelle scene fescennino 
ebbero luogo tra noi ; voglia Iddio che per onore della reli- 
gione, e decoro del paese non mai più si rinnuovino! 

XV. A sicurar meglio il tempestoso governo di txenova, 
il Bucicaldo pensava a più efficaci rimedi ; proibiva ogni 
arma di offesa, o difesa che si fosse, i cittadini obbligati ve- 
nivano a rimetterle tulle a lui ; due grosse e ben munite 
tdrri facea fabbricare nella darsi na da poter signoreggiare 
il porto , indi continuando per un muro fino al piano di Ca- 
stelletto, quivi un' altra validissima fortezza edificava ; dalla 
città passando alle riviere ricuperava il castello della Pieve 
che si aveano usurpato i Dei-Garretto, e la città di Monaco 
un' altra volta caduta in roano di Ludovico Grimaldi. Prete- 
stando che soverchio era il numero dei giorni festivi volea 
aboliti tutti quelli nei quali celebravasi la memoria di qual- 
che popolare trionfo ; però facea divieto di recare il voto 
de' palili fatti dai Genovesi in occasione delle più ramose 
vittorie ; fra gli altri oravi il giorno 28 ottobre, nel quale in 
commemorazione dello stato dei capitani del Comune e del 
popolo genovese, si recava un pallio d'oro in onore di 



I DOGI POPOLA ai. 139 

San Simone e Giada alla chiesa di Sant' Agostino; il gover- 
natore decretò che quel pallio in ìspecie più non si portasse, 
e i quattro rettori delle arti eh' egli ayea posti in vece dei 
diversi consoli, dovessero riscuotere ogni anno da tatti gli 
arte6cì lire duecento, e darle ai frati di Sant'Agostino in ri- 
compensa dell' abolita oflTerta. 

Fortificatosi cosi essendosi per siffatte disposiaioni tanto 
dentro come fuori la ciltà, fece invito alla moglie e alla sorella 
di venirlo a raggiungere ; giungevano quindi in Genova con 
ornata compagnia, i migliori cittadini moovevansi ad incon- 
trarle, e la comunità facea presente alla governatrice di 
Ln. 2000. Nello slesso tempo due ambasciatori, Domenico Im- 
periale e Cosma Tarigo, impetravano dal re di Francia che 
questo suo governatore dovess' essere a vita. Dicono gli an- 
nali che di ciò rimasero oltre modo consolati i cittadini, co- 
mechè il Bucicaldo fosse dotato di tutte quelle virtò che si 
ricercano in ón principe; nell' operare prontissimo, alieno 
dai giuochi e dalle donne, delle cristiane cerimonie osserva- 
tore religiosissimo, Hmosiniere, dedito alle orazioni, osser- 
vator de' digiuni, e di due messe ogni giorno costante ed 
esemplare ascoltatore, liberale ancora, grazioso, magna- 
nimo, intrepido, amator della giustizia, e circospetto più 
certo che non si conveniva a barone francese ; talché si spe- 
rava che sotto il suo governo la città si dovesse ristorare di 
tolti i danni e di tutte le tribolazioni passale; senonchè più 
attentamente considerando alle varie opere sue, noi possiaìn 
dire ch'egli era anzi crudele, sanguinario, tirannico, e paz- 
zamente ambizioso, e questi brutti vizi copriva colla ipocri- 
sìa , e l'assiduità delle pratiche religiose, e l' afrettalo contegno 
di un'apparente giuslizia ; ì Genovesi annalisti si condussero 
a dargli quelle lodi o perchè ancora si trovavano sotto il 
peso e r influenza del governo francese, o perchè, come il 
vescovo Giustiniani , le ricopiavano dagli altri. 

XVL Ordinate avendo il governatore francese le cose 
al di dentro, pensò di venir in fama imprendendone altre il- 
lustri al di fuori ; persesi a lui occasione propizia la venula 
in Genova dell' imperatore greco Emanuele Paleologo , il 
quale spaventato dal rapido avanzarsi delle armi turcbescbe 




140 BPOGA QUARTA. 

di Baiazet, tornava di Francia invailo colà recatosi per moo- 
vere i principi cristiani alla difesa della religione e detta li- 
bertà ; venn' egli ricevuta, e da toito il popolo genovese 
molto onorato, accompagnato sotto il pallio d' oro ; i cittadini 
che ne portavano le aste erano vestiti di porpora, ossia di 
rosato, e^rnltimo giorno di gennaio del 1403, per onore e 
consolaaion sua » si celebrò ana solenne festa nella grande 
sala del pobblico palazzo , dove convenne il 6ore e la nobiltà 
della città, nomini e donne con isplendidi ornamenti; la Re- 
pubblica in fine fattogli il dono di trentnomila fiorini d'oro, 
armò tre galere per aiuto soo, e per difesa delle terre che i 
Genovesi possedevano in Levante; pago di cotale onorevole 
ricevimento, 1* imperatore si parti di Genova nel mese di 
febbraio. 

XVll. Nel numero delle faccende che trattavansi fra di 
questo e il governatore, quella vi dev' essere stata senza dub- 
bio di una spedizione di galee genovesi contro ì* isola di Ci- 
pro ; ne racconteremo brevemente le cause. 

Regnava di questo tempo in Cipro Giano Lusignano 
figliuolo di Giacobo, nato in Genova, mentre il padre vi si 
trovava prigione; riporlato questi al trono dai Genovesi, 
morto essendo Pierino, agognava in ogni modo ad imposses- 
sarsi della città di Famagosta che per trattato occupavasi 
dalla Repubblica, ordì quindi una congiura di alcuni vili eo- 
mini , e il fatto gii sarebbe favorevolmente succeduto, se uno 
di quelli o da timore indotto, o da guadagno non avesse per 
filo e per segno quanto sapeva rivelato al podestà Antonio 
Guarco ; costai essendo venuto a notizia del fatto, recavasi 
alla presenza del re , il quale avea intanto dato opera ad 
assediare più strettamente quella città , dicendo che vi ter- 
rebbe intorno tanto tempo V assedio che i capelli neri che 
avea peri suoi ventun'anno, gli avrebbero a diventar canuti; 
il podestà gli andava ricordando l' utilità e i beneficii ricevati 
dai Genovesi, gli rimproverava la sua ingratitudine, cer- 
cando di levar loro Famagosta che aveano otienuta dal re 
Pierino suo cugino, e da Giacobo suo padre. £gli stato es- 
sendo tutto ad udire, venne alfine in questa risposta: « Vero 
è, podestà, quanto finora m'hai detto, perchè nato in Gè- 



I DOGI POPOLASI. 141 

nova, aggregato a' Genovesi, e da essi son stato beneficato 
ed onorato, della qualcosa assai mi glorio, n)»ta dei sapere, 
che siccome io sono nato in Genova, io non altrimenti cosi 
ho acquistata la grandezza dell'animo e i costami dei Geno- 
vesi, e' quali come ta sai, sono soliti per magnanimità di na- 
torà, di andare ricercando paesi molto lontani dal proprio e 
quelli vendicare e soggiogare al loro imperio. Io dunqne fa- 
rei cosa contraria ai costumi, alla natura, e all'usanza mìa 
e de' miei Genovesi, se non cercassi con l' arme in mano di 
acquistarmi una città che mi è tanto vicina, fondata da' miei 
antecessori, e tanto comoda al mio regno; e poi, tu ancora, 
o podestà, quanto non arrecasti di male a* tuoi cittadini per 
acquistare il dogato della tua patria?» Ciò detto, senza 
aspettare risposta, lasciava il podestà confuso e vinto dalle 
sue stesse parole ; il perchè la Repubblica a sussidio di Fa- 
magosta mandava tre galere governate d'Antonio di Gri- 
maldi, colui che avea perduta la battaglia di Alghero in 
Sardegna contro i Veneziani e Catalani nel 1353, e che 
adesso mercè V aura propizia a Guelfi e nobili feudali sotto 
il governo francese, tornato era agli onori. 

La spedizione delle tre galee allargava , non facea scio- 
glier r assedio cui poco dopo con maggior animo stringea il 
re Giano; fa duopo allora pensare a più efficace rimedio, si 
allestirono pertanto nove galere , selle grosse navi e doe ga- 
leazze, e le sali il governatore, elettosi capitano di latta 
r armata, addi 4 aprile del 1403 ; tre bandiere erano inquar- 
tate alla sua, di N. D., di San Lorenzo, e di San Giorgio ; 
non appena il seppe Giano , mandò frettolosamente per la 
{)aoe, ma fa inolile; navigarono, e giunsero in Cipro, e si 
venne ad accordo col re, ossia che il gran maestro di Rodi 
abboccatosi col Baciealdo, gli dimostrasse che ponendo a 
rovina quel regno avrebbe con ciò aperta la via agi' Infedeli, 
e per Cipro, e per Rodi, e in fine per Costantinopoli, ossia 
che il francese venisse in grave pensiero per V armata vene- 
ziana comandata da Carlo Zeno che gli teneva dietro. Il re 
pagò per ragione di spese trentamila ducati , confermò le an- 
tiche concessiom, e fa dal Bocìcaldo liberato dall'assedio, e 
ricevuto in amicizia. 



i-Ì2 EPOCA QUARTA. 

Dopo raccordo, s'indirizzò questi per la Siria, occapè 
la città di Borito che aveano i Torchi abbandonata, tentò 
Tripoli, ma non gli venne fatto di pigliarla, Tolsesi contro 
di Alessandria, ma i venti ebbe contrari , né la pace gli ria- 
sci di ottenere dal Soldano, il qoale vi si rifiutò avendo sen- 
tito che le morti e la infermità contratta in Famagosta 
aveano assottigliata V armata , la quale in tal modo mal po- 
tendo più continuare il maggior corso, navigò verso di Ge- 
nova. Era tra la città di Modone e il porto di Zanchi in Morea 
quando undici galee di Veneziani con due ^tosbì uscieri ca- 
pitanati da Carlo Zeno, che abbiamo veduto essere stato tanta 
gloriosa parte della guerra di Ghioggia, l' assalirono improvvi- 
samente avendo in non cale la pace che fra Veneziani e 
Genovesi esisteva ; sebbene i Genovesi virilmente combattes- 
sero , il governatore avvezzo più alle battaglie terrestri che 
alle marittime non seppe cosi fare V ufficio di buon capitano, 
che non rimanessero prese tre galere le quali i nemici con- 
dussero a Modone, e i prigioni mandarono a Venezia ; le 
rimanenti sei, portò il Bucicaldo incolumi a Genova. Un 
sindaco ed uno scrivano vennero tosto spediti a quella Re- 
pubblica per intendere se pace o guerra volea avere coi 
Genovesi ; i Veneziani non desiderando d' inimicarsi il re di 
Francia, si appigliarono alla prima, e i prigionieri furono 
restituiti ; allora il governatore un cartello di sfida scrisse al 
Doge e a Carlo Zeno , offerendosi di battersi in tre modi, o 
a corpo a corpo, o di una galea contro di un' altra, ovvero 
di due opposti squadroni, V uno composto dì tutti Veneziani, 
r altro di Francesi e Genovesi , in maniera che dove i Ve- 
neziani fossero in numero di trenta ei si contentava di ven- 
ticinque, se di meno, meno pur egli in proporzione. Ma di 
quella braveria niun conto tennero i Veneziani, nò diedero 
risposta, e la cosa si passò senz'altro seguito. Intanto per 
quell'impresa, la nobiltà guelfa volendo rimanerarlo gli 
accrebbe il salario di 8500 lire ch'egli era alla somma 
di 18,625. 

Ma non si tosto le menti cessavano di essere dal di fuori 
occupate che all'interne agitazioni tornavano, e coai nella 
città come nelle due riviere cominciarono i torbidi, e le ri- 



I DOGI POPOLABI. 143 

bellioDÌ, egli col rigore, colle morti spaventò, pani, ridosso 
tutti ad apparente obbedienza. 

£ volendo anche le coscienze de' cittadini maneggiare 
a suo talento, gli obbligò ad alienarsi dal vero papa per chia- 
rirsi obbedienti, e riconoscere la legittimità dell'antipapa. 
Già abbiamo notato che quantunque fosse contrario espressa- 
mente al trattato, per cui i Genovesi si erano dati in balia 
del re dì Francia, ciò nondimeno il governatore vi avea 
portato infrazione coli' abolire parecchie feste, e quelle spe- 
cialmente che rimemoravano le più famose vittorie, ora an- 
dava innanzi, e più smodate cose macchinava. 

XVIII. Ad Urbano VI ponteOce, tenuto aveano dietro 
in breve tempo Bonifacio IX, Innocenzo VII, e Grego- 
rio XII ; all'antipapa Clemente VII, Benedetto XIII, feroce 
ed ostinato aragonese di nome Pietro di Luna. A costui volle 
il Bucicaldo fosse Genova obbediente ; divisava forse trarlo 
di Avignone dove risiedeva riconosciuto dalla Francia, ten- 
tare di condurlo in Roma, né riescendogli il fatto, indurlo a 
fissare in Genova il soggiorno , come già avea l' Adorno ima- 
ginato per Urbano VI; svolgendo questo suo disegno, vi si 
andò con tutti i più scaltriti modi accostando ; in prima si 
recò a trovare nella villa di Quinto il cardinale Lodovico 
Fìesco, strumento sempre necessario ogni qual volta si trat- 
tava di commettere qualche gran fatto a vitupero della pa- 
tria, e quello persuase a rinunziare a Gregorio XII la legitti- 
ma porpora, per riceverla macchiata di scisma dall'antipapa; 
operò indi che San Vincenzo Ferreri suo connazionale ve- 
nisse a predicare in Genova, e la eloquenza e la fama del 
santo ottenne infatti che il popolo si mostrasse aderente a 
Benedetto più che a Gregorio ; infine raunò gli ordini della 
città, e r arcivescovo spinse coi maestri di teologia e li altri 
dottori a dare obbedienza ali' antipapa. Quando ciò tutto ebbe 
conseguito, allestite avendo- sei galee, le mandò a levare Be- 
nedetto che si trovava allora in Nizza con sei cardinali che 
gli aveano tenuta fede. Giunto che fu in Genova , si alzò un 
magnifico ponte fino alla capitana, affinchè da quella comoda- 
mente potesse scendere l' antipapa ; mossergli incontro l' ar- 
civescovo con tatto il clero » indossando le Testi religiose ed 



\ 

144 EPOCA QDABTA. 

* 

in mano avendo le reliquie; precedevano dagento sessanta 
cittadini lutti vestiti di rosso scarlatto, segnivanoì cardinali 
a cavallo, e poi il corpo del Signore sopra ona mala accom- 
pagnato da dodici cittadini con dodici fiaccole accese in 
mano, venivano appresso sei cavalli coperti di seta senz* al- 
cuno addosso, in 6ne era la persona di Benedetto sotto il 
pallio d' oro, il governatore e il podestà a piedi che tenevano 
le redini del cavallo in mano, e questi doe ultimi con tutti 
gli altri ufiQcìali della città vestiti di bianco, te vie, i navigli 
del porto e le galee ornate vedeansi di rami, d'alberi, e 
d'erbe verdeggianti. La solenne processióne passò per piaz- 
xalonga, entrò nel Duomo, e quindi uscita per la strada di 
Banchi e San Siro si condusse a San Francesco, dove fu 
r alloggio dell' antipapa che avea pur seco una banda di ba- 
lestrieri così catalani come d' altre nazioni ; ma non creden- 
dosi abbastanza sicuro, da San Francesco venneglì dato 
albergo nella fortezza dianzi edificata dal Bucicaldo, di Ca- 
stelletto. Per cotesta venuta , la città ebbe tre giorni di festa, 
e ninno che avesse il lotto potea vestirlo. 

Siffatti arcani disegni venne fatalmente a disordinare la 
pestilenza che scoppiò crudelissima, in una sola settimana 
fra la città e i sobborghi ne caddero vittima dogento quin- 
dici persone; San Vincenzo Ferrerò che tuttavia era in 
Genova, predicava penitenze, inculcava preghiere e digiuni, 
infine il di 8 agosto del 1406 « persuase una numerosa pro- 
cessione, nella quale fu portato in giro della città il corpo del 
Signore , e le vie tutte si aspersero di acqua benedetta ; come 
sempre accadde in siffatte occasioni , cosi in quella il ristrin- 
gersi insieme di tanto popolo, non che far diminuire, crebbe 
il morbo ad immoderata fierezza, sicché moltiplicossi il nu- 
mero delie morti ; al mortale pericolo abbandonavano Ge- 
nova con molti cittadini il governatore, e V antipapa che da 
Savona a Finale, da questo a Monaco, poi a Nizza, e final- 
mente a Marsiglia cooducevasi. 

XIX. Ora mi tocca a narrare più brutto e turpe maneg- 
gio di codesto francese Bocicaldo. Morto era il 1402 Gian 
Galeazzo Visconti duca di Milano, e l'ampio retaggio diviso 
avea fra i due figli legittimi Giovan Maria e Filippo Maria , 



I DOGI POPOLAMI. 145 

e Gabriel Maria legil(ima(o per ieslaroento; ai due primi la 
Lombardia, all' aUiaio (oecali erano Livorno, Sarzana, e Pisa 
stessa. Qoesta cupidamente amoreggiavano i Fiorentini, i 
Pisani eccitati da e^si voleano del giogo di Gabriele liberarsi, 
il governatore tutto facea per tenerli in fede , al fine egli 
stesso persuadeva il Visconte che a voler serbare il san pos- 
sesso, altro modo non rimanevagli che farne a lui la cessione 
p€»l re di Francia ; e addi oitimo agosto del 1405 addiveDH 
vasi al contratto, il quale ratifica vasi con altro successivo 
del 1 agosto 1408, dal medesimo Gabriel Visconti ; i Pisani 
aveano in tanto riscossa la mala signoria di questo, ma le 
fortezze non poterono ricuperare ; i Fioroni ini per terra e 
per mare slrinKes^no d' assedio Pisa, la quale per sottrarsi al 
giogo , si era per fino data in potestà del duca di Borgogna, 
ma né questo, né la strema difesa che per terra faoea gui- 
dandone r esercito Luca di Fiesco, e per mare Cosimo di 
Grimaldi, entrambi genovesi, potè salvarla dal tradimento 
di Giovanni Gambacorti suo medesimo capitano, ohe per 
50 mila ducati d' oro -e la cittadinanza fiorentina la vendè 
vilissimamente a* suoi ingordi vicini. 

Deopo è però di avvertire che la cessione fatta da Ga- 
briel Maria Visconti al re di Francia, e per esso alBucieaido, 
slata era cìrcoseritta alla terra, castelli, fortezze e terriiorio 
di Livorno , e quello di Porto Pisano : la città e il dominio 
di Pisa avea egli invece venduti per insinuazione del fran- 
cese governatore a' Fiorentini col prezzo di dugentoseimila 
fiorini d'oro, laonde i Pisani mal sofferendo T indegnissimo 
mercato cacciavano ii Visconte. Intanto addì 15 agosto 
del 1406, il medesimo Bucicaldo quanto avea acquistato da 
lui cedeva al Comune di Genova, e la cessione ratifìcavasi 
con atto del 2 agosto 1407.* Si riservava le quattro fortezze 
in Porlo Pisano di San Niccolò, Magnana, Russa, e Palaz- 
zotto ; e il cedente a titolo di spese e riparazioni che pre- 
tendeva aver fatte per la guardia e il mantenimento di Li- 
vorno riceveva a compenso ventiseimila ducati d' oro \ questo 
era il prezzo dei suoi sozzi maneggi ; non bastava all' igno- 

^ Ttilti qaesti atti si leggono inseriti nel 2^ vo!urne del Libro de* Giuri 
della Repultblica di Genova, nei Monumenti di Storia Patria, alla pag. 1395 

Storia di Genova. — 4. ^^ 



146 EPOCA QUARTA. 

bile sua avidità ; dei dogentoseìmila fiorini d' oro Gabriel 
Maria non avea dai Fiorentini ricevuto che een (o ventisei- 
mila, rimanea quindi ancora creditore di ottantamila. Cor- 
rendo l'annodi 1408, recavasi in Genova a farne instanza 
presso il governatore che gli era stato di sicurtà ; fiacìcaldo 
non trovavasi in città, ma il suo luogotenente avendolo di 
lutto informato, ebbe ordine di tenerlo a bada; infine il di 
16 novembre veniva improvvisamente accusato, con quel 
falso pretesto di essersi in Genova condotto a petizione di 
Facino Cane per levarla ^a* Guelfi, e darla ai Ghibellini; gli 
furono amministrati parecchi tratti di corda, e facendo di belle 
promesse air incauto giovane, sì trasse a confessare an fatto 
di cui era innocente; dopo la qual confessione, condannato, 
ebbe miseramente mozza la testa il di S5 dicembre; lutto il 
suo avere fu occupato, e l'infame governatore francese pre- 
tese poi da' Fiorentini gli ottantamila fiorini da essi ancora 
dovuti air infelice giovane, che non oltrepassava il vigesimo 
secondo anno dell' età sua. 

Non dobbiamo tralasciar di dire, che mentre Gabriel 
Maria Visconti perdeva Pisa , gli si ribellava ugualmente la 
città di Sarzana con le castella di Val di Magra all' intorno, 
che tutte si davano a' Genovesi, i quali, conferendo a* ribel- 
lati preziosi privilegi , e pagando a* Castellani quanto avanza- 
vano di stipendi. Io riunirono al ligure dominio. 

XX. Il governatore, ordinato ed accresciuto lo stato, 
ponea ancora mano a meglio indirizzarlo colle leggi. Eravi 
da' tempi primitivi della Repubblica una indigesta congerie 
di consuetudini, brevi, statuti, regolamenti; egli in una sola 
compilazione li raccolse tutti e riformò; lo che di certo tornò 
di grandissimo benefìcio al Comune. 



I DOGI POPOLASI. 14T 



CAPITOLO QUARTO. 

OiYìcio di Misericordia; origine tò iostituzione del Banco e Magistrato 

di San Giorgio. 



XXI. Dopo 8i acerba narrazione di civili sconvolgimenliy 
« di sozze turpìladini» ci sia lecito almeno di riposar lo sde- 
gnato animo in qualche cosa di più dolce e beneOco. Due 
jnstitozioni ramose abbiamo noi lasciale per uUime che in 
4]Qesti stessi tempi ebbero origine, e T una colla Repubblica 
cadde, e l'altra sì mantiene ancora addi nostri, entrambe 
amplissimo testimonio, quella della sapienza, questa della 
insigne pietà de' padri nostri. 

Era nel 1403 arcivescovo di Genova Pileo de' Marini, 
4]omo di molta religione, di esemplari costumi, e di vera e 
soda scienza fornito; a lui apparteneva l'amministrazione e 
l'elargizione dell'elemosine, e de'pii legati per i poveri; 
volendo ampliare siffatto incarico e dargli solennità, chiamò 
in compagnia quattro prestanti cittadini, ad aintarlo nella dis^ 
Iribuzione, e dare con lui pubblica e regolare forma al pie- 
toso ufficio; il quale in tal modo stabilito ebbe vita e gran- 
dezza: e ne nacque quel nobilissimo Magistrato di Misericordia 
che da siffatta epoca in poi riesci dì tanto decoro e sollievo 
alla nostra città ; fu egli in tutti tempi e sempre sollecito e 
pronto ad accorrere laddove vi fosse una sventura da miti- 
gare, una miseria da compiangere, ma specialmente nelle 
pestilenze, nelle carestie, e nelle guerre largheggiò i più ge- 
nerosi soccorsi; lo vedemmo, hanno dodici anni, avendo a 
priore l' avvocato Matteo Molfìno, mancato a' vivi il 19 no- 
vembre dello scorso anno 1859 con tanto dolore de' buoni , 
affrettarsi a sovvenire con antica magnifìcenza le famiglie di 
coloro che combattevano la guerra dell' italiana indipenden- 
za. Quattro cittadini, due nobili e due popolari, gli unì e 
gli altri ragguardevoli, continuano a governarlo, e l'arcive- 
scovo prò tempore n' è il presidente; sono 457 anni ch'esiste, 
i politici rivolgimenti, le mutazioni di stato, le discordie ci- 



148 EPOCA QUAKTA. 

vili, i governi forestieri non lo rino ossero dalla sua impresa, 
non ne alterarono la benefica ìnstituzione ; anzi quando più 
la Repubblica mostrò di declinare a rovina, e il pericolo di- 
venne estremo, e&;li doppiò di zelo, e la pia sua opera se 
non impedì, fece meno grave e fatale il disastro comune. 

A questa di Misericordia ^ sorta ad un medesimo tempo, 
si accoppia la meravigliosa Ìnstituzione del banco, e magi- 
strato di San Giorgio ; la sua celebrità ci farà perdonare le 
più lunghe parole che non vogliamo omettere in cosi fa- 
moso argomento. 

XXII. Il debito pubblico cominciava collo stato geno- 
vese; le compagne j o particolari società che il formarono 
dapprima riuscendo ad un viver comune, ebbero di certo 
mestieri per ì bisogni di questo, di spese che poterono age- 
volmente prelevarsi dai comuni guadagni, ma fu forza pi- 
gliarle a prestanza dai particolari quando questi erano scarsi 
né più in proporzione coi carichi delle imprese cui T am- 
pliata Repubblica sobbarcavasi , o per difesa di sé medesima, 
per allargare le sorgenti del proprio commercio, o per al- 
tre cagioni riputale necessarie al decoro, e ad utilità dello 
stato. Le spedizioni di Terra santa, quantunque dovettero con 
molta spesa operarsi, ciò nondimeno il lungo profitto de'noli, 
e tutto il resto che ne derivò alla Repubblica di ampio gua- 
dagno, dovette pareggiare l'entrala coir uscita; ma le im- 
prese contro i Mori di Spagna non recarono i medesimi 
benefizi, e fu allora per avventura e per In prima volta d'uopo 
di ricorrere ai prestiti particolari; quindi dall'anno di 114S 
ebbe principio il formale debito dello stato ; a soddisfarlo si 
tenne il modo medesimo che Gno alla caduta della Repub- 
blica si conservò; i creditori nominavano di sé medesimi un 
consiglio di amministrazione che regolava i comuni interessi, 
a quello il governo cedeva un dato numero di dazii indiretti 
per un cotale numero d' anni , finché venisse ad essere estinto 
sia il debito del capitale mutuato, sia quello degl' irìteressi 
sul medesimo decorsi. Ogni amministratore avea nome di 
console ad imifazioue di quelli che regolavano la Repubblica; 
ogni cento lire di credito si chiamava luogo ; ogni creditore 
luogatario ; colonna si dicea un colai numero di luoghi rac- 



1 DOGI POPOLAHi. 1,49. 

colli sopra una sola Lesta, ovvero, le diverse quanlilà di lire 
ceoio apparleoenli ad oa solo credilore ; proventi si appella- 
vano i paUuili interessi ; la totalità dei luoghi avea nome di 
compere, o scritte ; e queste s' intilolavano o dal creditore 
loro, o dalla ceduta gabella, o dall'occasione od impresa 
che avea dato luogo al debito, o infine dal santo di coi cor- 
reva la festa il di del contratto. 

A misura che si accresceva lo Stalo , e col suo accre- 
scimento veniva a pigliar parte ed influenza sia in Italia, 
sia fuori, crescendo i debiti, cresceva il numero de* credito- 
ri, e moltiplica vansi cosi di questi le parlicolarì società; si 
venne pertanto il 1252 in deliberazione che tutte le stesse 
società si riunissero In una , donde ne risultò la totalità di 
ventoltomiia luoghi con un solo cancelliere e ì suoi amnai- 
nistratori, pari a due miliom ottocenlomila lire d' allora se- 
condo il computo del marchese Gerolamo Serra. ^ 

Addi 1 aprile del 1303 una ordinazione perlanto.del po- 
destà, dell* abate del popolo e del consiglio degli anziani, 
con venti sapienti arroti per ogni Compagna confermava le 
regolo ch'esìstevano per la conservazione del trattato de' mu- 
tai e per la formazione di otto cartulari, cioè uno per quar- 
tiere o Compagna f dichiarando che i luoghi fossero conside- 
rati beni mobili , e si dovessero osservare le altre regole del- 
l' uffizio dell* assegnazione de' mutui. 

£d essendo il Comune garante per la sicura esazione 
di detti pubblici introiti, il 1309 si decretava che i quattro 
visitatori degli otBziali del Comune fossero obbligati ad or- 
dinare due cartulari per i terratici o Emboli^ ossia per la ri- 
scossione di certi canoni o censi, devoluti al capitolo comu- 
ne, di cai uno dovesse conservarsi presso V ufllzio dei sud- 
detti visitatori, e l' altro presso i confortatori dell* uffizio delle 
assegnazioni dei mutui. Il giudice dovesse fare inquisizione 
sopra i possidenti terratici o Emboli del Comune, e se per, 
anni due non avessero pagata la pensione, lì avesse a dichia- 
rare privati jure suo el privalos cecidisse in Commissum. 

|1 1336 si ordinava per utilità del Comune la rendita del 

* Serra, S4oria deW antica Liguria e di Genwa, voi. Ili, pag 76 cdii. di 
Capolago. 



150 EPOCA QUARTA. 

decimo dei legati si vendesse in pubblica calega dal vicario- 
di Genova al miglior offerente, e ri prezzo si erogasse nel- 
l'opera del porto, del molo, e nella perfezione delle colonne 
della chiesa di San Lorenzo. 

Un anno dopo si riscattava dalle mani del cardinale Fle- 
sebi il sacro catino datogli a pegno, coli' assegnazione di luo- 
ghi novantaclnque per lire novemila, dei quali il medesimo- 
cardinale dovesse ricevere lire otto di Genova, per provenlo 
d'ogni luogo, facendogliene il pagamento di tre in tre mesi, 
fino alla totale estinzione del capitale; e questa assegnazione- 
s' intitolava: Compera cardinalis prò recuperalione sacroB Pa- 
rossidis. 

Nel 1346 r uffizio dei quattro sapienti costituiti sopra le 
provvigioni e regole del capitolo e delle compere del Comu- 
ne, come pure sopra gli affari della dogana del mare decre- 
tava' ed ordinava la forma/ione di nove compere. 

Inoltre voleva si facesse un corpo od una incorporazio- 
ne, di guisa che tutti i singoli partecipi di tutte le nostre 
compere colle quantità dei luoghi o danari in quelle conte- 
nute, si scrivessero in un grande cartulario, diviso e rubri- 
cato per le otto Compagne o quartieri della città di Genova ^ 
e scritto per abbecedario od alfabeto, del quale si tirassero 
quattro esemplari, uno per ogni due compagne o quartieri , 
nel quale fossero notati alfabeticamente tutti e singoli parte- 
cipi colle quantità óe'luoghif che abitavano nei quartieri 
medesimi. Questa fu V origine delle nuove compere, chia- 
mate r uftìzio del consolato di assegnazione. Poco appressa 
venia decretata altra incorporazione di sei compere; ciascun 
luogo era apprezzato in lire sedici. 

Addi 29 dicembre del 13 i7 perla ricuperazione dell' isoltr 
di Corsica il doge Giovanni di Murta stabiliva doversi Insti- 
taire una compera detta Compera nova acquisilionis Corsic<g, 
in lire cinquantamila di gianuine, nella quale vi aveano ad 
essere luoghi cinquecento, computali in lire cento per ognu- 
no. Tre anni dopo, addi 27 novembre, pel doge Giovanni di 
Valente, i quindici consiglieri e l'uffizio di credenza onde 
sopperire alle spese della guerra contro i Veneziani delibe- 
ravasi di cedere al cancelliere del Comune Pietro de Reza^ 



1 DOCl POrOLARl. 151 

a nome di (atti coloro, che si gottoscrivessero nel carlularo 
della compera da instilnirsi, tanti luoghi quanti farebbero il 
prezzo da loro sborsato; decretando che detti partecipi, per 
ogni lire cento gianuine dovessero avere un luogo, col pro- 
vento annuo di lire dieci suddette , per ciascun luogo. Qne- 
sla compera fu detta: Compera anni de millesiino Iricenlesimo 
quinquagesimo, imposHa prò guerra fèmelorum, 

E così con cotesto metodo si andò sempre innanzi, e se- 
condochè si contraevano debili dalla Repubblica, si institni- 
vano Compere o assegnazioni regolari di pagamento a' credi- 
tori; però noi abbiamo le Compere del Finale, di San Pielro 
e San Paolo, di Monaco, di Cipro, della Magna pace de' Fé- 
neziani, ed altre più speciali della carne, del cacio, del gra- 
no, del vino e del sale ec, che lungo sarebbe T enumerare. 

XXIII. Intanto fin dal 1384, augumentate a dismisura 
siffatte Compere si pensava a consolidarle o riunirle costi- 
toendone gli amministratori, sicché sulla instanza de' protet- 
tori de' Mutui novi si stabiliva che le compere avessero due 
probi ed abili consoli, con il salario di lire trecento gianuine: 
doe scrivani notar! dì collegio e per il loro salario duecento- 
cinquanta gianuine alla ragione di lire cento venticinque per 
ognuno; nulla potessero dimandare ai partecipi per le de- 
scrizioni dei luoghi sotto pena di quattro grossi, per ogni 
grosso che ricevessero. 

I vasti disegni, e gli infelici effetti che ne ottenne, in- 
dussero il doge Anloniotto Adorno addì 3 dicembre del 1301, 
a contrarre altre quattro prestanze che sommarono a settan- 
toltomiia fiorini d' oro. 

Trapassata essendo la Repubblica dalla propria alla si- 
gnoria de' Francesi, non però si pose in obblio la conserva- 
zione delle compere. Addi 28 maggio del 1400, il luogote- 
nente del governatore col consiglio degli anziani, sulle in- 
stanze degl'uffici degli Otto Prudenti, protettori delle com- 
pere del capitolo di Genova, ordinavano che fosse cancellalo 
ed abolito dal libro della cancelleria l' uffizio del consolato e 
scrivania Mutuorum velerum capiluli, e che fosse aggregato 
ad altro consolato e scrivania delle medesime compere; inol- 
tre che la nomina da farsi dall' uffizio de' prolettori del ca- 



152 EPOCA QUARTA. 

pìtolo, dei quattro cittadini di Genova, offiziali iaearicati a 
dare ed a ricevere il saie, si dovesse presentare per l' appro- 
vaiione al regio governatore e suo consiglio. 

Addi 16 novembre del 140t nn altro decreto si eoiaaava 
dal governatore Giovanni Lemeingre Bonnciqiiaut col censi- 
gKo degli aniiani, per coi si diceva appartenere all' uflìzio 
de' protetlori delle compere del capitolo l' elezione dei due 
consoli e dei due scrivani della compera di assegnazione dei 
motoi vecchi del capitolo. 

Se non che tutto ciò era un' informe mole che gravava 
la Repubblica a misura che crescevano i suoi obblighi, e stu- 
diava modo di soddisfarli; giunti eravamo alt* anno di 1407» 
né la confusione, nò il disordine , né l' enormità del poUMieo 
debito poteano essere maggiori. 

Il governatore francese colle soe imprese e le sue va- 
nità , avea fatto spreco del pubblico danaio, quindi si era per 
esso resa necessilà d'imporre balzelli sopra ogni cosa, non 
i pesci, non le legno, non i cavalli , non la pesca de' coralli, 
non l'uso delle perle, non gì' instromenli de' notai, uè por 
le paghe de' marinai , si eran potate sottrarre alle sue espi- 
lazioni, pio non si trovava derrata, esercizio ed oggetto che 
libero fosse ed esente da gravame , e intanto il bisogno e 
l'avidità del danaio cresceva; si pensò allora alle Compere, 
cioè di rivolgersi a' prestiti, si chiese ed ottenne In poco 
d'ora, ciò che si obbligò a pagare nel corso d'anni Innghis- 
simi; si procedette ancora più avanti; vi erano nella institu- 
zione delle compere certi annuali fondi chiamati dai padri 
nostri Code di Redenzione, i moderni li dicono di JmonizM* 
zione y servlvansene ad estinguere a poco a poco il debito con- 
tratto; il Governatore di quelli s' impossessò e giovossi nelle 
molte sue spese. Sicché l' ultimo rimedio s' era par dile- 
guato. 

In cosiflalta angustia, quanto si poteva tentare, dovea 
dipendere dalla unione di tante compere in ana sola, ovvero 
come dicono i moderni, dalla consolidazione del debito, il 
quale rimanendo in tal modo in un solo assorto e riunito, se 
ne poteano agevolmente per la maggior sicurezza e regola- 
rità di amministrazione, ridurre gì* iateressi ed ottenere 



1 1>0«I POFOLAU. 153 

aUri benefici effelli che avrebbero dovulo ridondarne dalla 
aemplicìlà e dalla economia del consolìdamenlo. 

XXIV. Ed ìofaUi, quesl' unico rimedio venne poalo ad 
esecuzione, e fu la salute delia Repubblica. Addi 23 aprile 
del 1407 fu emanalo il seguente decreto che noi trascriviamo 
dal marchese Serra., ed egli ha tradotto dair originale la* 
tino: 

« U illustre e magnifico signore Giovanni Le Meingre 
» nominalo Bonciqoault, e Bucicaldo maresciallo di Francia, 
» luogotenente regio e governator dei Genovesi per lo sere* 
» nissimo re dei Francesi e signore di Genova; 

» £ il consiglio degli anziani e V ufìzio di provvisione 
» della città di Genova congregati in sufficiente e legittimo 
» numero; 

» Considerando come il Comune di Genova aggravato 
j» da immensi debiti ha obbligato le sue rendite si che non 
» gli rimane più nulla da soddisfare alle spese giornali, né 
da provvedere alle straordinarie ed inevitabili, né da redi-* 
9 mere le obbligale gabelle e sdebitarsi. 

9 Confidati nella buona fama, probità, esperienza, aife* 
» zione e ferma costanza verso le regie cose e il pubblico 
v bene, de' nobili ed egregi uomini Giorgio e Giovanni Lo- 
n mellini. Federico di Promontorio, Bartolomeo di Pagana, 
» Raffaele Vivaldi, Antonio Giustiniani, Luciano Spinola e 
» Cosmo Tarigo; 

» Previa V approvazione, il consiglio e V assenso del* 
uffizio della moneta, de* procuratori e de' padri del Comune; 

» Hanno depotato e depotano i soprascritti a redimere 
» e liberare le rendite del detto Comune di Genova, e a li- 
» qoidare e sdebitare i luoghi e le compere di quello, dande 
» loro piena balia di rivederne i conti, riscuoterne le asse- 
» gnazioni, deliberarne i proventi, riformarne gli ordini e i 
» privilegi e fare queir altre riduzioni e cangiamenti che 
» stimeranno utili e necessari, senza danno ed ingiuria per 
» quanto potranno dì chicchessia. 

» Iklle quali cose tutte e singole i detti governatore , 
9 consiglio ed ufilzi hanno ingiunto a me Giovanni di Val- 
» lebella notaio e canceUiere del Comune di Genova, disteu* 



154 EPOCA QUARTA. 

» dere pubblico e solenne instrumento a eterna fede e me- 
j» morìa. » *■ 

Il magistrato de' nuovi eletti durava un anno e nel de« 
corso ei davansi a liquidare e sopprimere le vecchie compere 
di San Pietro, di San Paolo, di Gazaria, del capitolo della 
città, della gran pace coi Veneziani e delle ultime imposte 
creandone una sola solfo la famosa invocazione di San Gior- 
gio; assegnavanle tanto, delle obbligate gabelle quanto ba- 
stasse a pagar gl'interessi in ragione del sette per cento, 
mentre prima sino al dieci giungevano; a sostenere le spese 
di amministrazione d'assai rldutte perocché concentrale in 
una sola, a rinnovare il rimedio delle code dì redenzione, 
e a far serbo di un resto di cassa dichiarato inviolabile. ON 
Ireciò, vennero costituiti otto procuratori per le riscossioni, 
ed altrettanti protettori per l'amministrazione suprema, ai 
quali fu allogata per residenza una nobilissima casa sopra 
la dogana, che indi chiamossi la Casa di San Giorgio, I pri- 
vilegi del doge Niccola Guarco vennero confermali, e a far 
più sacra e ferma la recente inslituzione si decretò che i luo- 
ghi di San Giorgio non potessero d'una in altra testa descri- 
versi e trasportarsi se non per consenso del propietdrlo, ere- 
dità, dote legalo. 

XXV. Intanto nel corso di due anni le vecchie compere 
rappresentate dai loro consoli e procuratori si di sciolsero, la 
grande ed intemerata scrittura di San Giorgio succedette 
alle loro disperse ed arretrate che vennero in tal modo chia- 
rite e liquidate, con una regolare sottrazione del dare dal- 
l' avere; indi con nuovo ordine otto cartulari si assegnarono 
uno per uno agli otto quartieri della città, il primo segnalo C, 
vale a dire Castello, il secondo P. L. Piazza lunga, il fer- 
zo M, Macagnana, il quarto S. L, San Lorenzo, il quinto P, 
Porta, il sesto S, Susiglia, il settimo P. N, Porta nuova, e 
l'ottavo B, Borgo. Ogni creditore o luogatario abitante in 
Genova, fu nell'uno o nell'altro de' cartolari descritto se- 
condo il quartiere di sua abitazione, rimanendone libera 
r elezione al forestieri. De' quartieri fa eziandio fatta an'al- 

* Serra , Storia deU* antica Liguria e di Genova , voi. Ili, pag. 70. edii. 
di Capolago. 



I DOGI POPOLARI.. I5tt 

tra saddìviBìone negli alberghi dei nobili, e nelle contrade dei 
popolari, di guisa che ad ogni albergo, ad ogni contrada Tu 
attrìbaito il proprio sao conto particolare; le quali cobo essen- 
dosi recate a compimento, ebbe a risultarne che i luoghi con- 
solidati in San Giorgio sommavano a 476,706, più quaranta- 
cinque lire o centesimi di un luogo, nove soldi e cinque da- 
nari. Rimasero fuori altri pochi luoghi 1033. 34. 8. 9, in tutli 
descritti in quattro altri libri appartenenti a quattro compe- 
re, che per la loro piccolezza si dissero Comperelle^ i di cui 
amministratori non vollero in alcun modo far parte della co- 
mane unione del banco o casa di San Giorgio; queste com- 
pere o Comperette furono: l« della Mercanzia ^ ossia del mezzo 
per cento, col reddito annuo di lire sei di paghe per luogo; 
2& di Metelino col reddito annuo di lire sei di paghe per ogni 
luogo; 3a di soldi due e quattro sopra il vino, col reddito 
di lire sette per luogo, moneta di numerato; 4^ di soldo uno 
sopra detto vino col detto reddito. 

Si debbo ancora aggiungere che agli otto cartolari so- 
pra indicali nel 1515 si venne ad accrescere un nono intito- 
lato O. M. 0/ficium Misericordm composto di tre quadernetti: 
±^ delle signore di misericordia; 2^ dell'officio di misericor- 
dia solo; 30 di persone particolari per dispensare. 

XXVI. Ora tutto questo stabilimento di San Giorgio era 
regolato da vari ofizi de' quali gran parte avea vita fìn da 
tempi antichissimi ed anteriori alla sua instituzione. Le vec- 
chie compere prima che tutte si consolidassero in San Gior- 
gio veniano pur esse amministrate da parecchi uffici che 
poscia ampliavansi nella nuova riformagione. 

L'assegnazione de' mutui era antica istituzione in Ge- 
nova quanto il debito pubblico signiOcava che un pubblico 
introito era stato dal governo assegnato per soddisfare ad 
iin qualche debito, due consoli la regolavano dapprima, ma 
le incombenze moltiplicatesi e l'officio dell'assegnazione non 
più essendo circoscritto al solo soddisfacimento de' mutui , 
ma eziandio incaricato delle spese del porlo, e del molo, 
dell' armamento delle galee, dell'opera del duomo, fu duopo 
accrescere il numero di coloro che si trovavano ad eserci- 
tarlo, e allora altri due individui col nome di Confortatori sì 



156 EPOCA TEaZA. 

aggiiinsero ai due consoli, indi diveanero. quattro, e qualUo 
altri nel 1321, si elessero ai qQ;ali uoiiameivle si diede il nome 
di Consiglieri^ cosicché Con^igliQ di Àssegmiione si chiankò 
la riunione di tulli i compoiieQ,tì V ufficio. 

Ogni anno si facea il conto di quanto si pagava per 
r estinzione, de' mutui , lo che veniva incassato dal suddeUo 
ufficio, il resto che ne avanzava tiravano a sé i Clavigeri. 

1 clavigeri erano stali instiluiti Ou dal 1122, e rispon- 
devano perfeltaoiente'ai presenti ministri della Finanza^ 

Quattro visilaiori aveano pure obbligo di riconoscere i 
libri e le scritture d' ogni contabile, compresi i podestà e i 
loro vicarj, tanto della città che di tutto il distretto delia Re- 
pubblica , ed obbligarli al reudioienlo de* conti e al paga- 
mento del reliqualo, duravano in carica sei mesi, davano 
cauzione e giuravano di bene esercitare il proprio uffìzio, 
avanti di assumerne le funzioni in mano del giudice del ca- 
pitolo. 

Questi era destinalo di condannare tutti ì debitori del 
Comune « e procedere in conseguenza contro di essi. Un al- 
tro giudice decideva delle quislioni che sorgevano per il 
fatto delle gabelle, e quando si procedeva nauti lo stesso 
alla vendila di qualche introito, o compera, doveva essere 
assistito dai compartecipi ed interessali nelle gabelle; i mi* 
gliori e più degni di fede, né polca senza il loro volo, o 
quello della maggior parte di essi, essere deliberala la ven- 
dita. 

Registro del debito e del credito tenevasi per mes^zo 
di tanti cartulari; ve ne avea di questi per i debitori e ere - 
ditori del Comune, per tulle le condanne pronunciale dal 
podestà, suo vicario, ed altri magistrati della città, per 
tutte quelle pronunciate dal podestà e giudici delle due ri- 
viere; per tutti i capitoli d'appallo e condizioni delle ven- 
dite, di qualsiasi inlroilo;per tulli i nomi de* compralori 
ed appaltatori degl'introiti comunali, per tulle le sicarlà, 
per lulte le compere, numero de' luoghi, partecipi, qaoU 
di partecipazione colle assegnazioni degl' introiti destinale 
ad estinguerle ; per tulle le persone interessale nei mutui, 
e questi carlalarj erano otto cioè, uno per la compagna; in- 



I DOGI POPOLABI. 157 

fine ati cartulario per ogni quarUere della eìiìh detto dello 
Dispendio, ristretto in prima ai soli stabili, ma esCe^ poscia 
anche »\ mobile d'ogni cittadino slmile al presente cadastro; 
chi non era inscritto in questo cartolario non poteva esigere 
proventi o frutti dei laoghi delle compere, nelle qoall fosse 
interessato. 

I proventi si pagavano nel luogo del capitolo snila piazza 
di San Lorenzo, Ire quarte parti in gigUati, la quarta in 
Clapuani ; il danaro de' proventi non poteva essere erogato 
in altro uso che in quello, nò il pagamento di essi facevasi 
che a coloro i quali si trovavano scritti nel cartolario dello 
dispendio; eccelloate le corporazioni religiose. Prescrive- 
vasi ogni azione per esso col termine di sei anni ; il giudice 
consenziente, operavasi la compensazione del debito delle 
tasse col credito de' proventi. 

Tutta l'amministrazione del debito pubblico era rap- 
presentata da un consiglio detto generale di 480 membri presi 
fra gli stessi interessali maggiori d*anni 18 ed aventi una 
partecipazione nelle compe^, non minore di luoghi dieci; 
eleggevansi per un anno, a maggiorità di voli, per metà a 
sorte , per V altra metà a scrutinio segreto ; quelli che for- 
mavano l' ufìzio de' protettori , procuratori , e sindacatori 
n* erano membri di diritto; i primi anzi aveano diritto di 
convocarlo. Quanto rigellavasi non potea essere riproposto 
che dopo un anno; e siccome era investito d* ogni potere 
ed autorità, e tutti si raccoglievano in lui i diritti de' com- 
partecipi, cosi avea facoltà plenaria di mutare, rifare regota- 
mentì, ed ogni cosa disporre, quindi le proposte e dimando 
d* imprestito che il governo faceva, discusse prima dall'uf- 
fizio de' protettori con sette voti favorevoli fra otto, veni- 
vano da esso approvale. 

L'ulTlzio de' protettori composto di otto era il principale 
che reggeva tutta l'unione de' compartecipi, o per espri- 
merci col termine della nuova instìlozione tutta l'opera di San 
Giorgio. Doveano essere i suoi membri maggiori d'anni 30; 
due però di essi bastava fossero maggiori di 25 antii ; avere 
una partecipazione di cento luoghi almeno, liberi di obbli- 
gazioni importanti alienazione. Non poteano essere degli otto 



i58 EPOCA QUABTA. 

«r interessati nelie gabelle, loro figli, o generi » i parenti 
del sindaco, de' cancellieri delle gabelle spettanti alle com- 
pere, e di alcuno de' trentadue individui deputati alla loro 
elezione ; i quali li sceglievano fra i compartecipi nel modo 
e forma stabilita dai regolamenti. Ninno eletto potea rica- 
sare sotto pena di scudi cento, non potea essere scasato dai 
colieghi se non se con sette voli favorevoli. Il potere de' pro- 
tettori era amplissimo, estendevasi a reggere, comandare, 
e provvedere ed ordinare ogni cosa siccome a suprema au- 
torità; duravano un anno in uffìzio, quindi per un altro 
anno trapassavano a quello del precedente. Da vasi loro il 
titolo d* illustrissimo con tanto rigore che rispingevasi ogni 
scrittura ove non fosse adoperato. 11 Presidente era il mag- 
giore di età e nominavasi priore; sue incombenze erano: 
lo proporre ; 2o invigilare V erario ; 3» visare e firmare 
lutti i mandati di pagamento, e tutte le provvidenze che 
emanavansi dall' uffizio ; il quale dividevasi in tre sessioni 
di due membri caduna, detti di deputali alla icriiluray peroc- 
ché verificavano i registri del tesoriere generale, e d' ogni 
altro che amministrasse danaro con facoltà di sospenderli, 
e surrogarli fino all' adunanza di tutto 1' uffizio ; di Deputali 
al mattino incaricati della vendita delle gabelle, e d' ogni 
altra operazione che le riguardasse ; di Deputati al criminale 
per le frodi, la polizia deMocali, l'assistenza ai relativi prò- 
cessi, le visite, le catture de' delinquenti. 

Dicemmo più sopra che quattro dei membri i quali ces- 
aavano di essere de' protettori, formavano V ufficio de' prov- 
veditori che appellavasi eziandio del Precedènte^ imperocché 
>detle somme rimaste inesatte nell' anno precedente era ob- 
i>ligato di curare ed assicurare l' introito, siccome di dar 
compimento , e definizione a tutti gli affari dello slesso 
anno precedente che si trovavano ancora in corso, e so- 
spesi. Dividevasi in due parti ; i due membri maggiori di 
età sopraintendevano ai dazi del mare col titolo di presi- 
denti de* Cavalli, quindi sopravvegliavano ai regolamenti do- 
ganali, e agl'impiegati delle dogane. Gli altri due aveano 
incarico dello scarico, introduzione, e spedizione delle mer- 
canzie. 



I D0«1 POPOLARI. 159 

Le gravi e moUipIici incombenze che avea quest'ufficio 
fece che di un altro ai sentisse il bisogno, cui si rimise l'as- 
sestamento de' conti dell' anno preredente e intitolossi degli 
otto procuratori, perché di otto composto, che doveano avere 
gli anni 30, e due però bastava che ne cont«issero soli 25 
colla partecipazione nelle compere non minore di L. iO. 

1/ ufficio de' procuratori rivolgevasi alla sorveglianza 
ile' cartolar], alla riscossione di ciò ch'era rimasto inesatto 
da' protettori ; giudicava d'ogni quislione che si riferiva a 
cotesto materie, e cinque anni e un mese avea per deffi- 
nirla, dopo il qual termine gli correva obbligo di assicurare 
i crediti delle gabelle sia coli' arresto del debitore, sia colla 
pignorazione delle di lui cose mobili. 

Ma io non dirò maggiormente degli ufficj di San Gior- 
gio poiché essendosi stabiliti in epoche lontane da quella dì 
cai scrivo, e negli anni successivi, non é di questa il ragio- 
narne, almeno non mi trovo ancora agli anni in cui po- 
trei per connessione di Tatti stenderne il racconto; basterà 
dunque per ora di San Giorgio sapere quanto ne scrissi nel 
presente capitolo. 



CAPITOLO QUINTO. 

Cacciala del governo francese ; signoria del naarchese di Monferrato. 

XXVII. Il mal governo francese cresceva, e l' odio con- 
tro di lui de' Genovesi augomentavasi ; levavansi le colonie, 
fremevano e prorompevano a violenti fatti le riviere. L'isola 
di Scio che affezionatissiroa era alla Repubblica, mal potendo 
reggere a quella vanagloriosa e tirannica dominazione, 
scoleva il giogo gridando viva il popolo e viva San Giorqio, 
occupava il castello, cacciava il governatore, altro ne costi- 
tuiva, e con esso agli antichi ufficiali surrogava nuovi uo- 
mini che le nuove cose sostenessero; e così un anno regge- 
vasij alfine da Genova Corrado Doria, quondam Pietro, con 
una squadra di tre grosse navi e tre galee, partiva a quella 



100 EPOCA QCAUTA. 

volta, e colà gianto intraprendeva l'assedio dell'isola; il 
qoale per qualche tempo durato, assediatori ed assediati 
prendevano consiglio di rappacifìcarsi, essendo figli di una 
medesima patria; Corrado Doria bandeggiati parecchi de' ca- 
pì, tutta Scio riduceva a tranquillità, e partivasi. 

XXVIII. Il cardinale di Ban, e T arcivescovo di Reims 
venendo di Francia, passavano per Yoltri incamminandosi 
alla volta di Pisa, dove convocato era il Concilio che ponesse 
6ne allo scisma di chiesa santa, tenuta discorde e lacera 
dair antipapa Benedetto e dal papa Gregorio XII. L'inso- 
lenza dei servitori del cardinale sdegnava gli animi di quel 
paese, sicché uno di essi venia ucciso; T arcivescovo vo- 
lendo sedare il tumullo,*era pur egli di lancia ferito a morte. 

Questi torbidi teneario maggiormente desti gli odii de'Ge- 
novesi, e il governatore francese in vece di mitigarli, colle 
sue vane ed ingiuste opere l'inaspriva. Non potendo rinve- 
nire gli uccisori dell'arcivescovo, per esosa rabbia atterrava 
una bellissima casa in Voltri di Giovanni Mosso; indi sem- 
pre più negli stolti propositi infiammandosi, secondava la 
spedizione di Ludovico di Angiò contro Ladislao re dì Na- 
poli, e venuto quello in Genova onoratamente lo riceveva, 
ed accompagnavalo sotto il pallio fino al monastero di San 
Domenico; di ciò prendea dispetto la Repubblica, imperoc- 
ché godesse franchigie di commercio sotto Ladislao di Na- 
poli, che in tal modo rimaneano in pericolo, e il partito 
ghibellino, di cui la maggior parte era della cittadinanza, fre- 
meva a quelle sue strane risoluzioni. 

In breve a tutti in uggia e livore diveniva il Bonciquaut; 
egli non pensava che a disegni dì vanità e dì grandezza, 
che a consomare lo stato cogli enormi dispendj, il popolo 
opprimere coi molteplici, esorbitanti balzelli; insolente, 
tiranno era il suo governo, e fu risolto cacciarlo, e il de- 
stro si attese. 

Dopo la morte del duca Gian Galeazzo Visconti, la di 
cui vasta signoria mirava a divenire quella di tutta Italia, 
scomposesi non solo l'ampio retaggio, ma gli antichi pos- 
sessi de' Visconti vennero smembrati ; i diversi condottieri 
che sotto il morto duca aveano coli' armi procacciatogli tanta 



I DOGI POPOLASI. 161 

parte di regno, la si erano divìsa, poiché più non viveva; 
i due figli di qoello, Giammaria e Filippomaria, soUo la 
reggenza della propria madre l'ano di quattordici, T altro 
di dieci anni erano incapaci a riordinare lo stato. Il primo 
viveva appiattalo colla madre nel castello di Milano, l'altro 
jn quello di Pavia; senonchè il crescere del primogenito non 
dava speranza di meglio per le di lui tristi e scellerate qua- 
lità; infatti sdegnando l'autorità materna, è fama si ren- 
desse parricida, indi scosso quest'ultimo ritegno, la diede 
nei vizi e ne' misfatti per modo da inorridirne romanità; 
educa vasi mastini e feroci cani, e prendea vaghezza di av- 
ventargli contro gli nomini e farneli sbranare, maestro 
a' cani era un cotale Squarcia Girami, e qui tutta la mal- 
vagia vita passava; è ben facile immaginare come le cose 
di regno camminassero; disordine, tirannia, mostruosità 
dovunque. 11 maresciallo francese vide che si potea pescar 
nel torbido, e ricavarne un opulento acquisto, propose al 
Visconti di aiutarlo a ricuperare i dominj occupatigli , indi 
si offerse a governatore di Milano ; una lega avea falla pre- 
cedere a tolto questo, per soccorrere al duca si erano a sua 
inslanza confederali il re di Francia, i principi di Savoja, 
il Governator d' Asti pel duca d' Orleans. Ma il nervo della 
guerra, il danaro mancava, e il maresciallo avea fatto pre- 
sliti con tulli i cittadini, e dalle casse pubbliche e private 
levalo quanto meglio poteva; con quell'aiuto ponea insieme 
un esercito di quasi sei mila cavalli e cinque mila fanti, s*è 
vero quanto scrivono Giorgio Stella e Agostino Giustiniani; 
tali forze congregava tra Gavi e Novi, e il dì, ultimo di 
loglio del 1409 moveva egli di Genova , per spingere quelle 
forze in Milano, e ottenervi il disegno. 

Alla sua partenza gli animi inveleniti da tanto tempo, 
meglio si mossero ed unirono contro di lui; la parte ghibel- 
lina che gli era mortalmente avversa cominciò a macchi- 
nare per ischianlarne il governo. Allora tulli si ricordarono 
gli oppressivi modi con che reggeva ; le vane e dispendiose 
imprese in che avea avvolta la repubblica, le guerre in che 
l'ebbe spinta, le inimicizie procuratele da tolti ì principi 
italiani , le naturali e legittime alleanze con altre odiose 

Storia di Gtmopa. ~ 4. < ' 



162 BPO€A QUABTi. 

e pregiadizievoli scambiale ; la nobiltà, se non era la guelfa, 
perseguita , la cittadinanza spregiata, il popolo oppresso, e 
tatti colle imposizioni, cogli aggravi, coir estorto danaro 
tribolali e concussi. Ipocrisia la sua divozione, orgoglio la 
sua grandezza, millanteria la sua bravura aflTermavano, e 
conchiudevano non doversi più quel giogo patire. Queste dis- 
posizioni meglio confermavano i fuorusciti che la patria 
agognavano, e capo a quelli Battista Defranchi, per miracolo 
scampato alla morte preparatagli dal maresciallo. Egli por- 
tavasi al marchese di Monferrato presso il quale erasi rico- 
vrato Eacino Cane condottiere d*armi che nel disordine 
delle cose de' Visconti si era impadronito di Alessandria, 
Tortona, Novara, ed altre terre, e incilavali all'impresa di 
Genova. Facino odiava mortalmente il governatore e per la 
infame morte data a Gabriele Maria Visconti, e per le sue 
matte ambizioni; di guisa che si prestò di leggieri, e anche 
per rimuoverlo da Milano. Teo^iioro Marchese di Monferrato 
desiderava che la parte ghibellina eh' egli capitanava trion- 
fasse in Lombardia, e quindi si levasse piò rigogliosa in 
Italia. Immantinenti movevansi questi due, traendo seco il 
marchese 800 cavalli, e 2800 fanti; Facino 1800 uomini 
d'arme, e 2000 pedoni; venivano alla volta di Genova, 
Tono dalla parte di ponente, l'altro da quella di levante, 
né facevano danno o molestia alle persone o alle cose de' Ge- 
novesi, che anzi questi accarezzavano, e spignevano a cac- 
ciar l'esosa servitù, ed unirsi con essi al generoso tentativo. 
Corse fama subitamente in Genova dell'approssimarsi 
di quel campo, e impazienti stavano ad attenderlo i citta- 
dini. Il luogotenente del maresciallo era certo Ugo di Scio- 
letton il quale chiamati a consiglio altri quattro capitani 
lasciati in sua compagnia, deliberavano potersi mettere in 
armi due mila uomini. Ma mentre alla difesa provvedevano, 
il popolo si era levato, e gridava abbasso l'odiato governo; 
il luogotenente veduto il pericolo, persuaso non poter piò re- 
sistere all'impeto della moltitudine, abbandonava il palazzo 
dove stava a consiglio, e si affrettava a rinchiudersi nel 
Castelletto con parecchi magnati. LI presso la chiesa di 
San Francesco una turma di polceveraschi lo incalza, ed 



X 



I DOGI POPOLAAI. 163 

€gli a faggirsi più ratto per ricoverarsi nel sicoro balaardo, 
ma uno di qaelli coi aveva di eroda morte occiso il fratello, 
lo feritfce di ona saetta in ana samba dove non era coperto 
di ferro; allora latti gli altri vogliono serrarglisi addosso per 
farne strazio, ma il feritore ìntima loro si scostino, a lui 
fiolo doversi quella vita per debito della fraterna; e in pochi 
momenti 1* ebbe finito ; lo stesso destino toccava ad on no- 
laro francese segretario di qoel governo, e poscia quanti 
francesi trovaronsi tanti si misero a morte. 

La domane di quel giorno (era il 13 settembre del 1409} 
la città si vedeva in disordine abbandonata a sé medesima, 
alcnni fuggivano, altri asserragliavano le strade, e le pro- 
prie case riparavano con ogni sorta di ordegni ; timore ave- 
vano della gente di Facino Cane, che tatta essendo di rac- 
cogliticci ed usa ai sacchegt<i di Lombardia prevedevano sa- 
rebbe qui venuta a scellerate fazioni; per dar ordine a quello 
stato incerto e pericoloso si nominarono dodici anziani, metà 
nobili e popolari, guelfi e ghibellini. Questi spedivano al 
marchese di Monferrato che si accampava dalla parte di Bi- 
sagno, invitandolo ad entrare in città, mandarono pure in 
San Pier d' arena a Facino Cane , pregandolo volesse ritor- 
narsi indietro, non essendo più oltre necessaria l'opera sua; 
sicché peVsuaso alle ragioni e più air offerta di 305 mila fio- 
rini riprendeva egli col proprio campo la fatta via, e pas- 
sando per Novi toglieva quella terra a' Francesi. 

Rispondeva air invito il marchese di Monferrato, e il 
dopo pranzo di quel giorno 4 settembre 1409 entrava in 
città ; accompagna vasi con gran pompa ed onore al mona- 
stero di San Domenico, dove gli si era preparato uno splen- 
dido alloggio. E qui i Ghibellini , e il popolo che tatto per 
qaelli parteggiava, a mormorare e gridare che il governo 
francese dovea essere per sempre abolito, né più mai lasciarsi 
reggere da quella signoria , laonde ne veniva di conseguenza 
che il marchese di Monferrato dovesse a questa surrogarsi ; 
infatti venia egli eletto capitano e presidente della città di Ge- 
nova per uno anno, con riserva di poter prorogarsi, con quel 
potere e stipendio di che godevano i dogi; quindi da San Do- 
menico trasferi vasi al palazzo ducale, e consegnavaglisi la 



164 EPOCA QUARTA. 

bacchelta dì comando. U popolo però dod deponeva le armi 
finché non ebbe in suo possesso la Darsina e il Castellello. 

XXIX. Ora mi tocca a parlare del maresciallo. En- 
tralo egli colia gente che aveva in Milano, trionfalmente, 
asside vasi sul seggio ducale, e con uno scettro d' oro in 
mano riceveva V omaggio dai fratelli Visconti, siccome go- 
vernatore della Lombardia; stava ebbro di quella straordi- 
naria solennità, quando gli è recala novella che Genova si 
è levala, che il suo luogotenente e' suoi Francesi vennero 
massacrati, che Facino Cane e il marchese di Monferrato 
vi ebbero accesso, che quest' ultimo fu nominato capitano 
e presidente; immantinente raccoglie i suoi, si mette io 
cammino, e si affretta a rivalicar T appennino ; ma trovato 
sulla via il campo di Facino Cane che ritornava in Alessan- 
dria, è duopo venga a battaglia con luì; dall'una e l'altra 
parte ferocemente si pugna, la notte divide i combattenti; 
Facino seguila la via per Alessandria, il maresciallo assot- 
tiglialo di forze si chiude nei castello di Gavi che occapa- 
vasi dai Francesi. Colà visse due mesi, niuno il molestò, 
ninno il soccorse, poiché la sua corte temevalo, e dubi- 
tava volesse a sé soggiogare la Lombardia. Infine pensò ri- 
patriare, e la Francia trovò in fatale incendio di guerra ci- 
vile, gr Inglesi la suscitavano, e coglievano frutto da quella; 
il maresciallo combattè nella grande battaglia d' Azincoort, 
e vi rimase prigione; finì i snoi giorni nella torre di Lon- 
dra, lasciando nome di prode cavaliere, di vano, crudele, 
ipocrita ed ignorante governatore. 

Cacciato lo stalo de' Francesi, i Ghibellini vennero alle 
prese coi Guelfi ; questi non potevano comportare il nuovo 
governo , macchinavano segreti, cosicché si toglievpno loro 
gli onori che tutti prendevansi 1 Ghibellini, ed erano delle 
armi dispogliati ; alcuni de' più potenti erano confinati di là 
da Savona, ed uno di essi avea mozza la lesla sulla piazza 
del pubblico palazzo. 

Il di 18 dicembre la moglie del marchese giungeva io 
Genova con onorata compagnia, molti baroni e signori, e 
diecinove nobili matrone, ricevevasi e seguilavasi al palazzo 
con grande onore e pompa. 



I DOGI POPOLARI. 165 

Senonchè i nemici del nuovo slato faceansi più audaci; 
si erano essi ridotti in Portofino, e colà fortlBcavansi nel 
castello sostenali da Lodovico cardinale, e da Loca Fiesco. 
Oberto Spinola del quondam Marco, e Raffaelo di Monlaldo 
con una buona mano di armati erano mandati a snidarli, e 
«nidavaniì recandone ottanlatre prigioni in Genova, pigliato 
di forza il castello e la chiesa di Portofino. La Repubblica 
facea pure schiantare dalle fondamenta una bellissima casa 
-che a mò'di Castello possedeva in Rocco Luca Fiesco; Por- 
tovenere. Trebbiano e Vezzana ch'erano pei Francesi tenuti 
otlenevansi da Corrado Doria. 

Ciò nondimeno, chetata la riviera di levante, sorgeva 
quella di ponente; Savona congiurava, ma in breve scoper- 
tasi la congiura, mandavasi a vóto il tentativo; maggiore 
-sforzo ci voleva a rimettere in freno Ventimi glia che si era 
tutta commossa, e opponeva resistenza ostinata; quindici 
galee navigavano a quella volta, capitano delle quali era 
Ottobone Giustiniani; per terra le mossero contro Domenico 
e Bartolommeo Doria con non piccolo esercito; non poten- 
dosi ad amichevole patto costringerla, si oppugnò di terra e 
di mare, e per forza alfine venne occupata sicché ebbe a pa* 
tire il saccheggio; solo l'onestà e libertà delle donne si ri- 
serbo per virtù de' capitani. La pieve del Teico fu pur tentata 
dalle armi francesi, ma il tratto non riusci perchè bene difesa. 

A queste terrestri fazioni vanno congiunte le marittime, 
certo di maggior pregio, perchè contro i nemici operate. 

XXX. Era un' assai formidabile corsaro chiamato Ba- 
rasia di Valenza, il quale assaltava la nave di Paolo Into- 
nano genovese; costui strenuamente difendendosi dopo molta 
battaglia rimaneva vincitore. Barasia ferito venia sommerso 
io mare dai suoi ; l' Interiano per castigo facea di quei pi- 
rati impiccare trentasei, nove ne liberava. La città rallegra- 
tasi di quella vittoria facea l' Interiano colla famiglia franco 
<]alle gabelle solite a pagarsi di vitto e vestito. 

Abbiamo già detto che la Repubblica favoreggiava il re 
Ladislao di Napoli, per cui avea sentita indignazione quando 
<lal maresciallo francese era stata costretta a sposar le parti 
di Ludovico d' Angiò contro lo stesso Ladislao. Quel regno 



166 EPOCA QUIBTA. 

fra le fazioni di Dnrazzo e d' Angiò dividerasi. Cinque grosse 
navi genovesi appiccavano battaglia con altre sette di Lodo- 
vico, e cinque ne pigliavano; la sesta sommersa, la settima 
andava in foga. < 

XXXI. Intanto a rassodar meglio qoel governo, il vige- 
Simo primo aprile del 14lOfaceasi da'Ghibellini an consiglio 
di trecento cittadini tutti dì parte ghibellina, i quali conferma- 
vano a governatore e capitano della città il marchese Teo- 
doro di Monferrato con uno stipendio di 18t mila lire an- 
noe. A' nobili Fieschi, perocché perseveranti nella ribellione, 
vendevansi i luoghi delle compero di San Giorgio, sforzan- 
dosi quelli della parte guelfa a farne l'acquisto, e del prezzo 
servendosi a combatterli; Ottobone Spinola con una banda 
di soldati spedivasi contro il castello di Savignone dove egli 
dava il guasto e saccheggio, a lui univasi poco dopo lo stesso 
marchese, operando molle cose in prò della Repubblica; Por- 
tovenere era pare con molta forza assediato in prima da Bat- 
tista di Montaldo, e poi da Giovanni dei Franchi Fìgono; il 
perchò molti nobili e popolari guelfi spaventati facevansl 
ghibellini con giuramento e pubblico inslrumento. E sic- 
come in tali agitazioni poco e debole si parca 1' ufficio del 
podestà a frenare gl'inchinevoli a delinquere, cosi fa costi- 
tuito un maestro di giustizia, che si chiamò conservatore- 
delia giustizia, cui fu dato ogni gius di vita e di morte non 
ostante lo statuto. Luca Fieschi, capitanando allora la su» 
parte, veniva audacemente con 60 cavalli e qualche pochi 
fanti contro lo stato della Repubblica , ma rispingevasi da 
Corrado del Carretto luogotenente del marchese; senonchè 
r opera di alcuni probi cittadini che amavano la concordia 
e la pace mitigando gli animi, facea che i Fieschi fossero ac- 
cettati in grazia della Repubblica e del marchese, e restituiti 
loro i tolti luoghi di San Giorgio. ' 

' Qui fa fine a' suoi Annali Giorgio Stella, ed io sono dolente per noa aver 
più una guida cosi fedele e sioceraj il Mss. che io ne pouiedo si conduce sino a< 
tutto il 1410, locbè prova come bene avvisassero il Tiraboschi e il Muratori af- 
fermando avere il Giorgio Stella scritto fin circa il 1410, e il Giustiniani ne' suoi 
Annali asserito fino a tutto il 1409; lochè però non è pienamente vero, peroc- 
cbè il detto Manoscritta, presso di me, continua , come dissi, fino a tutto 1410. 

■1 



I IHHSI POPOLAII. 197 



IiIBRO TERZO* 



CAPITOLO PRIMO. 

GacciaU ddli Sigoorùi del marchese di Monfcmlo; eledone in doge di Gioi^i# 
Adorno; riforma da lui fatta dello Stato, e delle leggi; guerra cìtìIc; Bar- 
naba di Goano e Tommaso da Campofregoso dogi. 

I. Il goveroo del marchese di Monferrato non avea salde 
basi perocché ninno che fosse forestiere l'ebbe mai in Ge- 
nova; crollava quindi appena piantato. Per l'assenza di 
quello, nell'in terno le fazioni prendevano a mostrarsi, e nelle 
due riviere intestini ed esterni nemici suscitavano la som* 
mossa. 

La famìglia Campofregoso che per le ricchezze e per i 
dogati da lei già posseduti era salita in molla potenza, emula 
di quella degli Adorni che correva lo stesso destino , meo 
potea comportare la forestiera signoria. Un Orlando di Cam- 
pofregoso, figlio di Pietro il conquistatore di Cipro, veniva 
di Roma, e ristrettosi ai fratelli che parecchi aveva, lagna- 
vasi che nella Repubblica non avessero essi quel grado che 
meritavansi. Alcuni savi uomini che prevedevano i vicini 
torbidi, consigliavanlo a ritornarsi in Roma, ed egli ne fece 
le mostre, ma invece fermatosi in Chiavari , e colà raunati 
quattrocento uomini, si mosse contro la città; forlificossi nel 
monastero di San Michele, di là assaliva il pubblico palazzo.; 
ma combattuto dal luogotenente del marchese, ch'era Cor* 
rado del Carretto, e persuaso da ragguardevoli cittadini, si 
venne a patti, e partissi per Loano dove dalla fortuna del 
mare costretto non potè giungere, ma obbligato ad approdare 
in Savona vi fu dalla plebe tagliato a pezzi. 

A questa confusione di cose aggiunsesi la peste che in- 
fieriva, per cui la corte e la ragione trasferivano stanza in 
Sani' Andrea di Sestri a ponente ; Ventimiglia levatasi a ru- 



168 EPOCA QUARTA. 

more, ma poscia ridoUa ad obbedienza da Brasco dei Fran- 
chi, i Catalani che a Scio, in Alessandria, ed a Rodi in Sici- 
lia infestavano que'mari, perseguitavano gli uomini e il 
commercio dei Genovesi, sebbene da questi in ogni incontro 
rispinti; i Francesi che travagliavano il dominio diPortovene- 
re, Lerice, Sarzanello e Farcinello ancora tenuti da essi; 
infine una eccessiva carestia di grano che travagliava i cit- 
tadini. 

La Repubblica a riparare Io sconcerto, provvedendo ai 
più gravi pericoli, allestiva un'armata di sette navi grosse 
con mille cinquecento combattenti, comandata da Antonio Do- 
ria, e spedi vaia contro i Catalani, e perchè tutto cessasse quel 
disordine conchiudeva una tregua di cinque anni con Fer- 
dinando re d' Aragona che ai due re Martino succedeva nei 
regni di Sicilia e d* Aragona ; dava ordini a Battista di Mon- 
taldo, governatore di Livorno, di sopravvegliare alle mene dei 
Fiorentini che oltre i predetti castelli avuti dai Francesi amo- 
reggiavano Livorno; ricuperava infine quello di Lerice, la 
terra dì Capriata presso a Nove, e quella di Carrara nella 
riviera di levante. 

In questo, Savona agitavasi fra Spinoli e Doria, Gior- 
gio Adorno mandavasi con dugento soldati a pacificarla ; vi 
accorreva ancora lo stesso marchese di Monferrato che 
l'Adorno sosteneva avendone sospizione; in Genova allora 
riprendeano audacia i Fregosi, e il luogotenente tentava di 
arrestare Tomaso di Campofregoso richiedendolo in palazzo, 
né gli riesciva il tratto imperocché si rifiutasse; anzi venuta 
la notte, il Fregoso levava il rumore, facea battere a stormo, 
movevasi coi fratelli a cacciare il governo marchionale; il 
luogotenente abbandonava il palazzo, fuggiva. Otto popolari 
al reggimento della città nominavansi tosto, e quattro altri 
per le cose della guerra ; indi congregatosi il Consiglio di tre- 
cento cittadini , statuivasi : 

1^ I nobili avessero la metà degli uffizi. 

20 II presidente o capo della città fosse popolare. 

30 Atterrato il castelletto costrutto dal francese gover- 
natore. 

Il marchese di, Monferrato con molta semplicità rila- 



I DOGI POPOIABI. 169 

sciava Giorgio Adorno che venato in Genova, essendo quivi 
in molla esumazione, e movendo seco molta gente, si rese di 
leggieri saperiore ai Fregosi. Il marchese, malgrado ogni sao 
sforzo per tenersi in possesso di Savona , si avvide che in- 
vano volea ostinarsi in quella signoria che gli era sfuggila , 
e accontentossi di por termine alle sue prelese col dono 
di 24,500 genovine. L'Adorno, come uomo di legge, pensando 
a più maturo e stabile dominio che non era stato quello dei 
suoi predecessori, convocava il generale parlamento di tutto 
il popolo. 

II. Ed è qui bene il dire spezialmente di quella convo- 
cazione. Sulla piazza del Duomo che vasta e spaziosa era al- 
lora, si adunavano dalla città e dai distretto tolti gli uomini 
oltre i diciotto anni. Gli anziani teneano il posto fra le, porte 
del tempio e la gradinata, il vicedoge stava in mezzo ad 
essi, seguitavano T Ufficio della moneta, il Magistrato di 
San Giorgio, i savj o dottori di legge, il cancelliere della 
Repubblica, e il sindaco che per antico costume rappresen- 
tava il popolo, e giurava suir anima di Ini. Il cancelliere Gio- 
vanni Stella, fratello dell' annalista e continuatore di quello, 
leggeva uno scritto la di coi fama era: Che i forestieri esclusi 
dal governo della Repubblica, esallato a doge Giorgio Adorno, 
proponeasi al Parlamento accordar piena balia ai dodici ri- 
formatori scelti tra' nobili mercanti ed artefici, di far quelle 
leggi, riforme e capitoli che senza allentare al governo popo- 
lare e alla dignità del doge convenissero allo stato ; i favo- 
revoli alla proposta levassero la mano e gridassero piace; 
stessersi cheli i contrari. E siccome tutti levarono la mano, 
e gridarono piace, i riformatori si ebbero ampia balia di fare 
te proposte leggi di che fu rogala pubblica scrittura. Pochi 
giorni dopo, le leggi erano fatte in 154 capitoli, e presentate 
al doge che le giurò, al Parlamento che le approvò; la so- 
stanza di esse è la seguente : 

±^ Lo slato sarà gliibellino, popolare, i guelfi non po- 
tranno parteciparvi che col farsi ghibellini, i nobili vi go- 
dranno la metà degli ufiìzj eccetto il supremo. 

2<* Il governo si comporrà principalmente del doge, del 
podestà, dei dodici anziani. Consiglio minore, o di 40 savj, 



170 EPOCA QUABTA. 

Coosìglio maggiore o generale di 320 persone , dei sindaca* 
(ori detti anche so premi , Provvisori , dei Magistrati della 
moneta, Romania, mercanzia, guerra e pace, dei consoli 
della ragione. 

3® Il doge sarà in vita, né potrà essere eletto se non del- 
l'età di 50 anni almeno; negli atti pubblici assomerà il titolo 
di magnifico, illastre ed eccelso; ma in particolare, e nello 
scrivere, non sarà chiamato che con quello dìmes$ef lo doge» 

4^ Reggere e governar la Repubblica sarà suo diritto, 
nonché d'intervenire alle adunanze di tutti gli ufflzj, o ma- 
gistrati non giudiziarj; non potrà però in essi proporre par- 
tito veruno, né accrescerli, diminuirne la giurisdizione, o 
in alcun modo immischiarsi sopra quanto verrà sottomesso 
alla cognizione loro. La sua provvisione annuale sarà di 
80U0 genovlne ; ^ la quale gli basterà per sé, e due vicednci, 
e altrettanti vicarj. 

a^ Vacando il dogato, i dodici anziani eleggeranno qua- 
ranta cittadini popolari mercanti e artefici de' migliori deHa 
città, quattro per ciascuna compagnia a maggioranza di voti» 
I quaranta eleggeranno ventuno cittadini similmente popò- 
lari, mercanti e artefici;.! ventuno nella stessa forma e regola 
eleggeranno dieci , e questi il doge con sette, voti almeno ; 
qualunque altra elezione diversamente fatta verrà riguardata 
come nulla e non avvenuta. 

0^ Il podestà sarà forestiere,' dottor di legge, uscito di 
casa principesca, o almeno patrizia ; avrà per assisterlo tre 
dottori in legge in qualità di vicari approvati dal doge e suo 
consiglio. Conoscerà di tutte le cause non soggette al ma- 
gistrato della mercanzìa e ai consoli della ragione. Il pri- 
mo e secondo vicario lo assisteranno per -le cause civili, il 
terzo per le criminali ove trattisi di delitti commessi oltre 
le cinquanta miglia di distanza dalla città, giacché entro di 
questo spazio egli solo potrà giudicarne. Per sé e la sua 
corte goderà lo stipendio di lire 5000. 

T II Consiglio delti anfani al quale dovrà pure inter- 

' Il marchese Serra da cai in gran parte ricavo queste notiaie ragguaglia le 
8000 genovine a i 24,5)5 lira di Genova correnti secondo la grida del 4799. 
(Vedi Storia delia Liguria , tomo III, pag. 99, edic. di Torino.) 



I DOGI POPOLAMI. 17 1 

venire an aomo delle tre valli, ossia delle tre podesterie,* 
dovrà essere consaltato dal doge in ogni occorrenza, eccet- 
taato r arresto de' banditi, cospiratori o sediziosi. 

8^ 11 Consiglio de'qnaranta avré cognizione d'ogni grave 
negozio, né si potrà atterrar fortezze, concedere immanità, 
conferir grado d' ammiraglio senza di Ini. 

9^ Il maggiorConsiglio conoscerà della pace e della guerra 
e del pnbblici trattati, presiederà ad entrambi i consigli il 
doge con due voti. 

10^ I sindacatori, come signiflca il loro nome, esercite* 
ranno il sindacato so tutti i magistrati , giudici e avvocati, con 
facoltà di impedirne gli eccessi, e multarne le mancanze. 

11^ I provvisori esploreranno le lagnanze del popolo, e 
ne riferiranno ; formeranno il bilancio delle spese che sarà 
per il corrente anno di 72,024 lire di genovine. ' 

t2o L'uffizio della monela sopraintenderà air esattezza 
di questa, curerà T introito, pagherà le spese, custodirà la 
cassa pubblica. 

130 u aiDzio di Romania riunito a quello di Gazzaria , 
cioè fatta una sola amministrazione di tutte le colonie che 
si trovano cosi nell'impero di Romania siccome nel Mar nero 
e d' Azoff invigilerà agli affari di quelle. 

l4o II magistrato di guerra e pace consulterà il doge e 
gli anziani per tutto ciò che spetterà ad esse, dando esecu- 
zione alle relative deliberazioni de' consigli, avuto riguardo 
alla superiorità degli stessi doge ed anziani. 

IK* L' uffizio di mercanzia conoscerà delle liti intorno 
al commercio colla navigazione dove non provengano da 
pubblici instrumenti. I consoli della ragione saranno com- 
petenti sino alla somma di lire cento. Non potranno presen- 
tarsi a questi due tribunali i giurisperiti. 

* È questa l' origine degli Abbati o Abbod di Bi«agDO , Polcevera , o VoI«- 
tri, il primo de' quali darò fino alla cadala della Repubblica. In tal modo le tre 
Valli erano direttamente e politicamente per la prima volta rappresentale nel ge- 
novese governo. 

S II marchese Serra ragguaglia tal somma a quella di i, 11^770 lire mo- 
derne di Genova più dieci soldi. Nota che in questa somma non era compreso il 
debito pubblico cbe l'ufficio di San Giorgio pagava colle assegnate gabelle. (Vedi 
Storia della Liguria, tomo III, pag. 93, edis. di Torino ) 



172 EPOCA QUARTA. 

i6o Niano definirà, o contrarrà dimestichezza col pode- 
stà e saa corte. Ninno accetterà nello stato ambasceria o al- 
tro servizio di principe forestiero. Il doge precederà solo 
nelle pubbliche cerimonie ; seguiterà il prior degli anziani 
a paro col podestà , indi gli altri collegi ed affizi maggiori ; 
nella celebrazione di qualche vittoria, l'ammiraglio o capo 
deir esercito vittorioso avrà la sinistra del doge. 

17^* Se qualche riforma secondo i tempi e le occorrenze 
sarà giudicata di proposito dal doge e dagli anziani se ne farà 
nota dal cancelliere, la qual nota letta e approvata dal Con- 
siglio de' quaranta, il doge, gli anziani e gli officiali delia 
moneta nomineranno otto riformatori con tutta quella balia 
che sarà necessario per colali riforme. 

180 In fine, l' esercizio de' balestrieri sarà rinnovato; due 
capì di guerra sopraintenderanno ad essi ; vi saranno descritti 
tutti i cittadini popolari secondo le strade di loro abitazione; 
avranno capistrada, o vicarj, gonfalonieri e contestabili, 
bandiere e armi distinte, saranno incaricati della difesa dello 
slato sia dagli esterni che dagl' interni nemici. La gioventù 
che si addestrerà in simile esercizio tanto quella della città, 
quanto delle tre valli, avrà colali premj di argento destinati 
a coloro di essa che meglio riesciranno distinti. 

Pi imo frutto di siffatte leggi fu il ricupero di altre (erre 
che si erano alienate da noi : il castello di Gavi fu dunque 
riscattalo per dieci mila ducati d' oro da Ludovico Cane. 

111. Intanto la Chiesa versava continuamente nello scisma, 
travagliata da tre papi Giovanni XXIII, Gregorio XII e Be- 
nedetto XIII; tutti e tre volevano essi tenere il pontificato, 
ma più degli altri Giovanni e Benedetto ostinati e crudeli. 
All' impero era testé asceso Sigismondo d' Ungheria che per 
suoi fini divisava pacificare la Cristianità. Ladislao re di Na- 
poli veduto il disordine degli Stati papali, facea fondamento 
di sij^noreggiarli , e Roma occupava cacciandone Giovan- 
ni XXIII. Infine temperamento a quel male trovavasi on 
generale concilio convocato nella città di Costanza; e Gio- 
vanni mal suo grado era astretto a consentirvi. Per farsi 
potenti partigiani, pontefice ed imperatore lusingavano i Ge- 
novesi , e voleano recarsi tra noi ; ma coloro che allora reg- 



I DOGI POPOLASI. 173 

gevano la pubblica cosa testò riordinata» si avviddero che 
la loro venuta avrebbe distrutto il bene delle emanate leggi 
riaccendendo le ire guelfe e ghibelline, sicché come meglio 
potevano si opposero. Furono invece spediti ambasciatori per 
il dovuto ossequio. 

Senonchè Sigismondo tentò ad ogni modo il disegno; 
i nobili lo incitavano ; pervenne sino a Serravalle e poi a 
Gavi, indi persuaso a ristarsi, fece diverso consiglio e indie- 
treggiò. La città intanto s*era divisa, Isnardo Goarco con 
molta copia di fanti e di cavalli sì era mosso contro il no- 
dello stato ; gagliardamente combattuto rìtiravasiàn Toscana, 
dove gli era dato il bando. Non bastava quel corso pericolo ; 
il cielo, limare in fortuna, e peggiore d'ogni altro flagello 
la guerra civile risvegliavasi correndo il dicembre del 1414. 
Da una parte Montaldi, Spinoli, Vivaldi, Negroni, Grilli, 
Imperiali, Guarchi, Boccanegra e Franchi; dall'altra Ador- 
ni, Fregosi, e coloro che studiavano le partì del nuovo slato. 
Viva si accendea la battaglia, e campo di essa erano le piaz- 
ze, le vie, i trivj , le case medesime che con ponti di legno 
V una air altra congiungevansì ; i Montaldi sino a San Siro 
occupavano la cìUà, gli Adorni indi innanzi; il fratello con- 
tro il ffalello, il nipote contro lo zio, il cugino contro il cu- 
gino, il genero contro il suocero pugnavano; pieno di bale- 
stre, di bombarde e di lancio era ogni luogo. Invano uomini 
dabbene imploravano qualche tregua a queir insano con- 
flitto; invano gli artigiani congregavansì insieme ed elegge- 
vano otto di loro per recar pace negli animi concitati ; la 
pazza ferocia di quo' faziosi non avea confine, la morte, V in- 
cendio uccideva , devastava ogni cosa. Il clero provava se il 
rimedio spirituale valesse ancora a mitigarli, e una proces- 
sione delìberavasi che col Santissimo Sacramento passando 
in mezzo alla battaglia, i combattenti richiamasse a più umani 
pensieri. Non il doge, non gli anziani v' intervenivano, ma 
le principali matrone della città, e ì fanciulli innocenti che 
gridavano pace e misericordia; indi nelle chiese perla pace 
e misericordia sì predicava, e un digiuno perire giorni con 
pie orazioni ordinavasi; ciò nondimeno seguivasi a combat- 
tere, e coir incendio delle case ad ampliare Io sperpero e lo 



174 EPOCA QUABTA. 

«gomento. Alfine tre de' più ragguardevoli clltadini congre- 
gavano in San Domenico ana gran moltiludine di popolo 
eh* eleggeva noveciUadini, i quali componevano la pace me- 
diante una convenzione di quatlro arbitri nominati di comune 
consentimento delle parli ; erano le condizioni : 

lo II doge avrebbe tenuta la signoria fino al 27 marzo 
ài jqueir anno 1415 (era allora il fine di febbraio). 

S^'figli solo in tal tempo conferirebbe gli ollicj della città, 
eccettuate le castellanie delle fortezze. 

3^ Dopo il 27 marzo gli sarebbero pagati in ogni anno 
del pubblico trecento ducati d'oro con esenzione da ogni ga- 
bella ed angheria si reale come personale per tutta la vita, 
e il consolato di Gaffa per an anno. 

4** Dopo il 27 marzo per tempo di tre mesi la città sa- 
rebbe data in governo a Tomaso di Gampofregoso e Giacobo 
Giustiniani col titolo di priori. 

b^ A guardia della città, sotto il capitaneato di Agostino 
Soprani, si sarebbero condotti due cento fanti forestieri. 

lY. Questa guerra avea uccisi centoventono cittadini 
de* più qualificati , bruciate, rovinate centoquarantasei case; 
indicibile la quantità de' danari gittata , o spesa. L'Adorno 
rinunciava al dogato, ritraevasi alle sue case, i due priori 
pigliavano il comando; e senza aspettare ì tre mesi, secondo 
le nuove leggi , congregati gli elettori, addi 29 marzo fa- 
ceano uscir doge Barnaba di Guano ; prudente ed amano era 
egli , quindi nella città fu vera esultanza. Pose mano al 
governo , e primo atto di quello si fu di ordinare venisse 
ironca la testa ad un cortigiano del conte di Savoja, il quale 
già due volte era venuto in città a trattare che questa si sotto- 
ponesse all' imperatore, e che la signoria rimanesse a lui. ' 

Negli atti severi andava innanzi il Guano, opinando che 
in città turbolenta cotal guisa si volesse di stato, quindi men- 
tre Tomaso da Gampofregoso avea egli spedito a sedare un 
tumulto destatosi fra gli uomini di Uscio, varj luoghi della città 
forniva di armati. Di ritorno il Fregoso n'ebbe avviso da Giorgio 
Adorno , sicché entrambi ristrettisi insieme pensarono a non 
comportare quelle ostili fortificazioni, e voler deporre il nuovo 

' Vedi GiustiaUni , lib. V, pag. 374, edis. Ferrando. 



I DOGI POPOLASI. 175 

doge. Infatti corsero le vie della città , sbaragliarono la sua 
gente , e lai costrinsero a lasciare la signoria e darsi alla 
fuga. Dopodiché il popolo gridava viva Tomaso da Campo- 
fregoso , ed acclamavalo doge , e sebbene egli facesse resi» 
stenza, venia portato al pubblico palazio: il giorno dopo ra* 
donatisi trecento cittadini, si eleggeva a doge senza imposi- 
zione di regole. Dodici anziani si nominavano fra Tordine de' 
nobili e popolari, guelfi e fzhibellini per mela ; Battista fratello 
del doge si facea capitano di entrambe le riviere; ridocevasi 
la gabella del vino dai dieci agli otto soldi con grande bene- 
ficio del popolo. In tal modo deponevansi le armi , acqueta- 
vasi la città , e Battista di Montaldo che tenea Portovenere 
rendea quello al doge. 



CAPITOLO SECONDO. 

Glorioso dogato di Tomaso da Campofregoso , opere pubbliche da lui fatte; 
vendita di Livorno ; difesa valorosa dell'isola di Bonifacio assalita d' Al- 
fonso re d* Aragona j il Fregoso minaccialo dagl* interni nemici, insidiato, 
e combattuto dalle armi di Filippo Maria Visconti cede a quest* altimo la 
signoria. 



Y. Venata la signoria genovese in Tomaso da Campo- 
fregoso , rifulse ben presto di splendide virtù , e di una ma- 
gnificenza che finora non si era più veduta dopo il dogato 
di Antoniotto Adorno. Grandi qualità, e potente, numerosa 
famiglia non mancavano a Tomaso ; egli era figlio di Pietro 
il vincitore di Cipro , e fratello di sette giovani ardenti e 
valorosi : la mente avea vasta , e il onore di alti afletti ripie- 
no. Da poco reggeva lo stalo che Oddo fratello dì Giano re 
di Cipro portavasi in Genova. Liete e grandi furono le ac- 
coglienze fattegli dal doge; a solenne banchetto era per lui 
invitato , coi intervenivano gli anziani e gli ufficiali della 
città; al dopo pranzo ottocento genovesi matrone presenta- 
vansi nella sala del convito , ornate di panni di seta , d' oro, 
di gemme e di pietre preziose ; insieme con loro i giovani 



176 EPOCA QUARTA. 

della cillà , e rimosse le mense si apriva una danza che Ono 
alla domane durava. 

A quesle festevoli soccedevano le utili cose. I marchesi 
Malaspina sempre gaerreggianti la Repubblica venivano da 
Battista Fregoso fratello del doge privati di quindici loro ter- 
re ; una tregua di dieci anni pattuivasi colla Francia in guerra 
coir Inghilterra, per cui la prima soldava seicento balestrieri 
Genovesi , otto navi grosse , altrettante galee , tutte di ge- 
novesi armate , e condotte da Giovanni di Grimaldi. Queste 
forze servivano nella battaglia navale che altererà tra Fran- 
cesi ed Inglesi colla peggio dei primi, i quali tutti voltavano 
le poppe ai secondi, tranne una nave tedesca e cinque ge- 
novesi che sostennero per un intero giorno il combattimento 
senza verun soccorso, mentre i nemici erano del continuo 
rinfrescati di nuovi aiuti. Fra le navi genovesi ebbe special- 
mente fama di valorosa quella di un Lorenzo Foglietta che 
accerchiato da sette navi inglesi, e non avendo più di 62 uo- 
mini potè sostenere coraggiosamente il conflitto. E si rac- 
conta che questo fervendo, gì' Inglesi gettavano un ponte per 
salire solla nave ed occuparla. A tal vista un marinajo già 
ferito accennò gli si bendasse la piaga che sanguinava, lo- 
che fattosi dal Foglietta, egli, dato di mano ad una scure, ta- 
gliava il ponte laddove stava per congiungersi alla nave; e 
quello caduto , rovinavano in mare quanti nemici vi erano 
sopra e stavano per trapassare sulla stessa nave ; la quale li- 
berandosi in tal guisa da essi potea scamparsi, malgrado che 
degli uomini sessantadue che avea al suo bordo quattro fos* 
sere i morti , e cinquanta i feriti. 

VI. Il nuovo doge pensava a migliorare le condizioni 
del popolo , e fortificar la città : avea la Repubblica gravis- 
simi debiti per cui Tera bisogno pagare interessi jenormi, 
fra i quali la compera del sale che opprimeva in ispezialità 
la povera gente. Ad estinguerla sborsava il Fregoso di pro- 
prio sessanta mila ducati d' oro , ed alleggeriva cosi la popo- 
lazione di Genova da un incomportabile peso. 

Nel famoso assedio de*Ghibellini del 1317 aveano questi 
cominciate quelle mura che oggidì si chiamano vecchie; prese 
dunque egli a continuarle e condurle a compimento, quindi 



I DOGI POPOLAKI. 177 

con opere esteriori moniva il Promontorio dai monti adia- 
centi di Peraldo e di San Bernardo , riediflcava le porle del- 
l' Arco e di San Tommaso. Cotesta cerchia avea di spazio sei 
miglia geometriche. 

Opera di maggior momento fa raccrescimento e l'espur- 
gazione della darsena ; la bocca ne fu ampliata , il lato este- 
riore e più esposto fortificato con ana muraglia dieci cubili 
alta , la profondità aumentata Ano a 15 piedi ed espurgala 
da capo a fondo ; la qua! cosa difficilissima si consegui con 
un argine di 25 piedi che impedisse il prorompere dell'acqua 
-esteriore, e col prosciugare T interno per mezzo di 27 cico- 
gne che ponea in moto una ruota con venti casse all'intorno 
dì sei piedi ciascuna. Lavorarono ali' opera Gno ad 800 uo- 
mini per giorno. ' 

VII. Tutte queste proGttevoli cose non faceano forza su- 
gli animi degl'intestini nemici che anzi per quelle vieppiù 
turbandosi congiuravano contro il Fregoso. A cacciarlo di 
seggio si erano rivolli al marchese di Monferrato ; conveni- 
vano che questi consentisse fosse eletto doge un di loro , ed 
essi avrebbero giurata fedeltà ali' imperio germanico, di cui 
il marchese era perpetuo vicario in Italia. Ma Teramo Adorno 
che capitanava i faziosi, ricordandosi che mal si poteva fi- 
dare di chi era stato caccialo da suo padre Giorgio , ruppe 
l'accordo e si volse al duca di Milano Filippo Maria Visconti. 

Filippo Maria malgrado l'ampio retaggio lasciato dal 
padre Giovan Galeazzo , n' era stato dispogliato dai condot- 
tieri, e specialmente da Facino Cane che tenevalo prigio- 
niere nel castello di Pavia. Moriva improvvisamente Facino, 
ed egli data la mano di sposo alla vedova di quello, Beatrice 
di Tenda, riconquistava l' occupatogli, reprimea le ribellioni, 
e a più grande statò affreltavasi; l'astuzia e l'ambizione 
non minore essendo in lui della paterna. 

Raffaele di Montaldo trattava col duca , mentre il doge 
provvedendo all' imminente perìcolo con un campo di quat- 
tromila persone mandava i due fratelli Battista e Spinella 
ad occupare le terre di Tomaso Malaspina sospetto di rìbel- 

I Questa operazione e rappresentata in un quadro che ancora si vede nel- 
1* ufficio Municipale. 

Storta di Genova. — 4. 12 



ll'a EPOCA QUARTA. 

lìone. I ribelli, millecinqaecenlo cavalli e dae mila pedoni,, 
traevano contro la città,, aspettando si levasse a tumulto, ma 
non riuscendo il disegno, tornavansi addietro; e qui succe- 
deva una minuta guerra dell'una parte e dell'altra, per cui 
non appena i nemici del doge occupavano una terra che le 
sue genti la ripigliavano. Filippo Maria che avea più pro- 
fondo concetto si avvantaggiava di quel fraterno conflitto, e 
insignorivasi di Serravalle e diOvada, ingrossava il campo 
de' fuoruscili con nuova gente, sicché ascendeva a tremila ca- 
valli e ottomila pedoni; questi piombavano fin presso la cit- 
tà , sollevavano Val di fiisagno, venivano fino alla chiesa di 
San Vincenzo, correvano fino alla porta di San Stefano. Il doge 
guardava attentamente Tinterno, sicché i nemici vedendo^ 
vano lo sforzo ripassavano i gioghi , e quante castella erano 
colà della Repubblica si pis;liavano ; le due riviere non altri- 
menti movevano , perdevasi il Castello della Pietra in quella 
di ponente , tnmultuavasi in levante ; il doge come meglio 
potea assistito da' fratelli impediva, provvedeva, sopravveg- 
ghiava talché per tutta Italia saliva in fama di uomo destro 
e prode. 

Ciò non pertanto, mal potea a quel rovinoso torrente op- 
porre argine bastante ; consunte erano le proprie forze, esau- 
sta la finanza ; volgevasì a' Fiorentini, a' quali dovea certo 
importare l'abbassamento della potenza del duca, ma essi 
volgendo in mente altri pensieri, alle ripetute legazioni della 
Repubblica protestavano vane , inconcludenti ragioni. Fu 
dunque costretto ad appigliarsi a quello spedienle che solo 
rimaneagli ; e fu la vendita di Livorno per cavar danari e 
liberarsi di tanto turbamento di cose. 

E qui Giovan Cibo Rocco in un suo manoscritto del XYI 
secolo racconta che il doge proposta ai consigli la vendita di 
Livorno, un Luca Pinelli strenuamente si opponesse adducen- 
do : Biasimevole e dannoso divisamente esser quello per cui 
siffatto conquisto per un governo forestiere ottenuto da un 
nazionale dovesse perdersi « e ciò inglorioso tornar non solo, 
ma di pregiudizio alla Repubblica che col fatto proprio venia 
a fabbricarsi una potenza rivale. Livorno per mille ragioni 
doversi conservare, che se il bisogno urgente di danaro ne- 



1 DOGI popolasi: 179 

consigliava sollanto la vendila , quanto esso oratore e gli 
amici suoi aveano in San Giorgio tutto offeriva, basterebbe , 
sperava, alla pubblica difesa. Doversi del resto contenere 
r ambizione ed il lusso, e -generosamente risolversi ad opere 
veramente magnanime ; facessesi dunque il decreto secondo 
la sua sentenza, altrimenti dopo la vendita di Livorno ver- 
rebbe quella di Genova. 

Il parlilo differì vasi al domane. Venoto questo, il corpo 
ili Luca Pinelli pendeva morto ad una croce con tal verso. 
Quia locuius est verta qua non lieét homini loqui. Perocché 
abbia parlalo tali parole che non è lecito ad uomo. A tal vi- 
sta atterriti i consiglieri approvavano la vendita. 

Ora del racconto accennato non si trova parola né nello 
Stella, né in Giustiniani diligentissimi scrittori delle cose ge- 
novesi , né in altro qualunque autore di que' tempi ; solo il 
Cibo Becco e il Serra che lo ricopia ne "fanno menzione; noi 
portiamo «>pinione che sia favola trovata a dar lustro alla fa- 
miglia Pinelli, e disdoro ai Fregosi; il processo della stona 
farà creder vero quanto opiniamo. 

Livorno fu pertanto venduto; e il prezzo che.se n'ebbe, 
centomila fiorini d'oro, secondo il Serra, ^ e centoventimila 
dacati d'oro, a detta dello Stella e di Giustiniani riferiti 
dal Muratori; a questo si aggiunsero altre condizioni : 

1° I Genovesi goderebbero nella città di Pisa , nella 
terra di Livorno e in Porto Pisano le immunità e i favori 
de' popoli più privilegiati. 

2® 1 Fiorentini non potrebbero caricar mercanzie in 
Fiandra o in Inghilterra per portarle a Genova o suo do- 
minio , nelle maremme toscane fino a Talamone che sopra 
navi genovesi. 

30 Ninno ribelle di Genova starebbe in Pisa suo di- 
stretto più di tre giorni. Questo paltò era reciproco. 

Il danaro cavato dalla vendita di Livorno sopperiva 
alle gravi spese della difesa contro i fuorusciti , e a soccor- 
rere la spedizione che Ludovico III duca d' Angiò allestiva 
contro di Napoli. 

* Secondo il ragguaglio di qaesto autore sarebbero i, 470,000 lire di Ge- 
Dova a norma delle più recenti tariffe del 1792, 1798, e 1803. 



180 IFOCA QUABTA* 

Vili. A Ladislao re, che abbiamo vedalo (enere grande 
stato in Italia, occupata Roma e minacciata Firenze, sac- 
cedeva Giovanna II di lai sorella, né da meno della prima 
in laidezza di costumi e disordine di regno. Costei avea 
dato la mano di sposa e titolo di re di Napoli ad an Jacopo 
della Marca, il quale ruvidamente trattandola, per mezzo di 
un ser Gianni Caracciolo e di Atlendolo Sforza, celebre con- 
dottiere d'armi, venne sbalestrato di signoria, e il Carac- 
ciolo ebbe il grado di gran siniscalco, e lo Sforza di gran 
contestabile del regno. Martino V, pontefice eletto nel con- 
cilio di Costanza, che avea posto fine allo scisma per riac- 
quistare le terre perdute di Romagna, collegavasi coi Fio- 
rentini e colla stessa Giovanna , ma poco dopo accorgen- 
dosi esser dessa volubile e mal secondare lo Sforza che 
avea preso a' suoi soldi , voltavasi segretamente a favorire 
Lodovico d'Angiò che pretendeva al regno. 

I Genovesi per loro ragioni di commercio credevano 
meglio di seguire le partì di quest' ultimo , e il doge facea 
armare sei galee in Genova che riunite ad altre sette] di 
Provenza sotto gli ordini di Battista da Campofregoso mo- 
vevano a queir impresa. 11 regno cominciava tutto a con- 
citarsi , e coloro che tenevano le parti Angioine levavano 
il tumulto in ogni terra. La regina e il Caracciolo vollero 
fare ancora sperimento dell'animo del Papa, e trovatolo 
mutato, si rivolsero a nuovo disegno. Un Antonio Caraffa 
andava a visitare Alfonso re d' Aragona che per la morte 
di Ferdinando, giovinetto di età, ma di spiriti alti e di 
mente matura, avea preso dianzi a regnare l'Aragona, la 
Sardegna e la Sicilia. Egli trovavasi all' assedio dell' isola 
di Bonifacio in Corsica quando gli si presentò il Caraffa. 
Ripiglierò il racconto di più alto per dimostrare come il 
re venisse a qnell' assedio , e qual sorte gli toccasse. 

IX. La Corsica, sempre inquieta e turbolenta, si levava 
più fiera in questi tempi per opera di certo Yincentello da 
Istria cui era da que' popoli dato il titolo di conte della Cor- 
sica. Tomaso da Campofregoso vi nominava a governatore 
il fratello Abramo, con una nave ed una galea ed una 
galeotta; vi andava questi,' e per quanto molto si adoperasse 



I 00«1 POPOLABI. 181 

a rìmetlervi la pace e signoria genovese, tradito dai Corsi 
eh' erano nel soo campo, era costretlo a ritirarsi con qual- 
che perdita, laonde il doge incontanente rimandava l'al- 
tro fratello Giovanni con altra nave e galea; con questo 
aiuto ripigliava Abramo le offese , ricuperava il castello di 
Ginarca e le altre terre occupate da Yincentello; e com- 
pito il disegno tornavansi in Genova i due fratelli. 

Yincentello ricorreva allora ad Alfonso d'Aragona, e 
questi d' armi e di navi lo forniva a combattere i Geno* 
vesì. Abramo ritornava in Corsica; vi facea prodezze, ma 
alGne cadeva prigione de' nemici , colto da essi in ag«aato 
fra le malagevoleize di quei selvaggi dirupi. Non però pe- 
lea dirsi che la parte genovese vi fosse vìnta, che a risor- 
gere tantosto aspettava novelle forze da Genova. Si fu al- 
lora che Alfonso impaziente di acquistarsi queir isola alle- 
stiva un'armata di tredici grosse navi e ventitré galere 
d' ogni cosa assai bene provvedute, ed in persona moveva 
per colà. Non si tosto fa approdato nell* isola, vi espugnava 
la terra con il castello di Calvi. I signorotti còrsi affretta- 
vansi a fargli omaggio, e quei medesimi erano che testé 
aveano ajotata la Repubblica. Il re dopo la presa di Calvi 
assediava Bonifacio. 

Fedelissima colonia de' Genovesi era questa, e terra 
principale di Corsica rivolta a mezzodì in sito eminente e 
separato, e quasi isola per sé stessa, imperocché per una 
sottilissima lìngua di terreno tutt' intorno circondata dal 
mare sia attaccata alla Corsica; ha un punto, o canale, o 
cala che voglia dirsi, un miglio lunga , e larga l' ottavo di 
quello, di gran fondo, capace d' ogni grossissimo naviglio, e 
sicurissimo dalla fortuna di mare; oltreciò fortissimo e per 
natura e per arte era Bonifacio munito di molte torri, e 
cerchiato da validissime muraglie, fondato sopra rupi inac- 
cessibili con gran copia d'acqua e di legname. Gli anti- 
chi lo nominavano Porto Siracusano per la rassomiglianza 
che aveva con quello di Siracusa in Sicilia. A così fatto sito 
ponea l' assedio il re Alfonso, non potendo sperare di otte- 
nerlo per battaglia. Piantate le bombarde, e cinte le mura 
per terra e per mare liersagliava di continuo la città, la 



182 BPOCA QUARTA. 

quale si accòrse dopo una strenua resistenza di 3 mesi che 
non bastava a difendersi più lungamente non tanto per il 
frequente tempestare di quei colpi, quanto per la vettova- 
glia di cui il difetto si facea ogni di maggiore; chiese dun- 
que una tregua con tal paltò che gli nomini di Bonifacio 
avrebbero mandalo a Genova a significare lo stato loro, e 
se nel termine di 40 giorni non fosse di colà inviato soccorso, 
sarebbonsi arresi nelle mani del re; per fede del patto da- 
vano stalichi venti giovani, fìgliaoli dei primi della ìerra, e 
spedivano, accettato il patto, un ambasciatore ai Genovesi 
sopra una fusla ch'ebbe breve e prospera navigazione. 

X. Slava la città travagliandosi per una cradele pesti- 
lenza, e vuota era la finanza, e il pericolo e lo strazio della 
guerra intestina imminente, e nascosto. L'ambasciatore pre- 
senlossi a' Consigli che radi erano d'uomini, per la paura della 
peste e della guerra allontanatisi; trattosi innanzi ad essi cosi 
ragionava: 

Illustrissimo doge, e magnifici padri ; Alfonso re d'Ara- 
gona ha posto tale assedio contro della colonia vostra di 
Bonifacio che noi non polendo più bastare alla difesa, consu- 
mati viveri e modi tutti di resistenza, dovemmo con lai scen- 
dere a patto, che noi li avremmo consegnata la città dove nel 
termine di 40 giorni non ci fosse da voi porlo soccorso, e 
per sicurezza della condizione venti dei nostri più nobili e 
generosi giovani gli consegnammo in ostaggio. Ora è a te- 
mere che i padri, teneri soverchiamente dell' amore di quelli, 
non possano aspettar la fine del termine, e il re che impa- 
ziente è di questa impresa non lo sappia, e ne approfitti ; 
cosicchò si fa ragione per cui pronto e valido debba esaere 
il voslro soccorso; che altrimenti vano sarebbe. I figlinoli lo 
domandano ai padri loro che tali a noi uomini di Bonifacio 
voi siete; da Genova ebbimo comune l'origine, poscia l'estre- 
mità della Corsica fummo mandati ad abitare, dove da cento 
settant'anni ci travagliamo per guerra, sospetti di guerra, 
insidie e tradimenti, contro all'armi de' Pisani, Sardi, Ca- 
talani e Veneti, tutti nemici vostri, e ciò nullameno para ed 
intatta serbammo sempre la sede vostra, e difendemmo ani- 
mosi la vostra bandiera. Voi potete deplorare la ribellione di 



I DOGI POPOLARI. 189 

Savona, di Alben^a, di Yentìmiglia, di Bonifacio non mai; 
per qaesto Alfonso ci si mostra più acerbo ed implacabile 
nemico. Da ciò voi vedete i diritti nostri alla vostra prote- 
tezione e al vostro soccorso; ne potete anche riconoscere i 
vantaggi, se vorrete riflettere che mancando voi a questi vo- 
stri fedeli in tanta loro necessità, pericoloso sarà l'esempio 
e specialmente per quelli che in più lontane regioni sottopo- 
ste al dominio vostro, avranno più ragione di darsi a dispe- 
rati partiti. Che direbbero le colonie di Pera, della Grecia e 
del Mare Nero, importantissimi emporj del genovese com- 
mercio se BonìFacio vedessero cosi fedele ed a voi affezionata 
e vicina, lasciala in balia di on feroce nemico? Difendereb- 
bero più esse con ardimento la loro e vostra libertà? Pensa- 
teci ; noi come flgliuoli vostri e popoli affezionati abbiamo 
dritto di attendere il vostro aiate. 

Cosi detto tacque; gli fa risposto di bene sperare ; avreb- 
bero dato opera perchè fosse pronto e valido il soccorso, 
sciolto qaeir assedio ; riceverebbero premio della fedeltà loro; 
earebbesi Alfonso pentito della guerra iniquamente, ingiosla- 
mente mossa. 

E si tenne consiglio per provvedere al soccorso ; ma 
«tremo era V erario e modo a sopperire al difetto non trova- 
vasi; in tanta necessità, l'animo del doge apparve risoluto 
e magnanimo, e ciò porge ragione a credere calunnia lo scritto 
di Cibo Becco; profferse i suoi vasi d'argento e d'oro e le 
gioie, e tutto posto in pegno a parecchi usurai di Lucca, 
n'ebbe il valsente di circa dieci mila ducati; con quelli sette 
grosse navi ed una piccola armaronsi subitamente; capitano 
dell'armata fu nominato Giovanni di Campofregoso fratello 
del doge e giovinetto di venti anni, cui si dierono a consi- 
glieri Tomaso Savignone, Paolo Interiano, Cristoforo Calvo 
« Giovanni degli Andrea. I venti contrari non comportavano 
Ja partenza, eì Consigli visitavano l'Immacolata Vergine 
d'Incoronala supplicandola de' favorevoli; scioglieva al 6ne 
l'armata con vento propizio, e giungeva in breve alla vista 
di Bonifacio. Il Be sentita la notizia chiudea la bocca di quel 
porto con travi, corde e catene di ferro; ordinava la batta- 
glia, disponeva cinque grosse navi colle prore volle a' nemici, 



184 EPOCA QUABTA. 

le congìungeva ìosieme, e per un ponle di legno vi dava ac- 
cesso dal lido; dielro di esse stavano le più piccole navi; 
le bombarde piantava in terra totl* intorno, e a' soldati co- 
mandava di stare pronti air oppugnazione delle mora appena 
che i nemici avessero cominciato l'assalto. I coloni per mezzo 
di un nomo loro messosi a nuoto ne porgevano avviso al 
capitano genovese, il quale lodando la fedeltà, raccomandava 
guardassero le mura con diligenza, e la gioventù fosse presta 
colle scuri in mano per tagliar le corde e gli altri legni che 
teneano ferma la flotta nemica. 

I Genovesi addi 25 dicembre del 1420, davano le an- 
core vicino a Bonifacio, e il capitano, gagliarde parole a 
consiglio ed incitamento proferiva loro, indi ingaggiava la 
battaglia. La prima nave che investiva il nemico, rompea 
ad un tratto i travi , le corde e la catena di ferro, lo segui- 
tavano altre due, mentre le rimanenti quattro sottraevanai 
al combattimento. Sopra le prime tre cadeva dunque tutto il 
peso e la ferocia di questo. 11 re sopra una grossissima nave 
che avea fama di essere la maggiore di que* tempi, nominala 
Caporotondo, piena di eletti soldati sopravegghiava a tutto^ 
e meUea animo ai suoi, valente della persona mostravasi do- 
vunque; i Genovesi inferiori di forze, di virtù superiori av* 
valorava il giovinetto capitano, il quale non ìspaventato né 
dal maggior numero de' nemici, né dall' abbandono de' suoi» 
né dall'incessante bersagliare delle bombarde, grande del- 
l' animo e ben disposto, non avea tregua, e mostravasi mag- 
giore di sé medesimo. Di fronte il popolo di Bonifacio sai 
tetti delle case e sui luoghi più alti della città, additava 
le mogli e i piccoli bambini all'armata, e per essi in atto 
di misericordia supplicava della liberazione. Furiosa era la 
pugna ed ostinata, né ancora da qual parte pendesse la vit- 
toria potea vedersi , quando subito stratagemma trovava na 
genovese denominato Andrea Margone dall'agevolezza che 
avea di gettarsi in mare, calare ad estremo fondo, e starvi 
tempo lunghissimo; questi di cheto si precipita nell'onda,, 
un coltello tiene tra' denti, e nascosto si trae nuotando 
sott'acqua sin dove la gran nave per un canapo si rac* 
comanda all' àncora che la ferma ; e quello afferrando e 



I DOGI POPOLABI. 185 

colla destra il coltello, e por colla manca continuando il 
nuoto, datogli dimolti colpi, recide. Sulle prime la enorme 
mole ondeggia, poi commovendosi tutta quinci e quindi in- 
clinata mal si sostiene, i nemici ignari della cagione ne pi- 
gliano sgomento, e confondonsi, e le altre navi che le sono 
accosto congiunte dall' ondeggiamento repentino costrette 
anche esse vanno commovendosi e separansi ; allora i nostri 
per quel varco che lasciano libero introduconsi, e l' anelato 
soccorso d' uomini e di vettovaglia recano agli assediati. 

Non si tosto il re vide svanito il disegno d'Impedire 
r aiuto de' Genovesi, pensò almeno a vietarne il ritegno, e 
di bel nuovo richiuso il varco li attese con più serrato or- 
dinamento mandando i suoi forti grida di battaglia, ma essi 
altro stratagemma studiavano; di pece e bitume caricata una 
navetta la si cacciavano Innanzi da uno schifo seguita; quando 
quella fu a paro delle navi aragonesi, gli uomini che sopra vi 
erano, appiccanvi il fuoco, e d'un lancio giltansi nello schi- 
fo ;levavasi subitamente un incendio, e i nostri a provocare 
ì nemici e gridar loro battaglia, ma questi spaventati davano 
addietro e i legni loro divideansi, e cercavano riparo alla ri- 
va; i Genovesi in tal guisa scampavansi, e tornavano in- 
columi. Rodeasi il re che in niun modo avea potuto coglierli. 

Così eran le cose allorchò Antonio Caraffa gli venia di- 
nanzi , e proponevagli accorresse al soccorso della regina di 
Napoli guerreggiata dal duca d' Angiò: sarebbe adottato per 
figliuolo di quella a 6ne di succedere dopo la di lei morte ; 
avrebbe intanto il titolo di duca di Calabria, e per sicurtà 
d»' patti menerebbe presidio in Castello nuovo e Castello del- 
l' Uovo; accettata la proposta , il re con dodici galee e tre ga- 
leotte si partiva dalle acque di Bonifacio, e navigava a Na- 
poli. Invano Atlendolo Sforza e il duca d' Angiò opponevansi 
virilmente allo sbarco ; astretti infine a battere la ritirata, 
Alfonso scendeva in terra, e la regina il riconosceva per suo 
figliuolo adottivo^ gli consegnava Castello nuovo, il creava 
duca di Calabria. 

Parliti gli Aragonesi dalla Corsica, questa ricomponevasi 
a dominio genovese; Calvi specialmente, tagliato a pezzi il 
presidio che la guardava. 



186 EPOCA QOARTA. 

Il doi^e a meglio rassodare la pubblica cosa e sìcararla 
dagli esterni nemici, stipulava nello stesso tempo an trattato 
col re d'Inghilterra, di cai tratteremo nella parte commer- 
ciale di qaest' epoca. 

XI. Ma i veri nemici e pia formidabili erano gì* intestini, 
e Filippo Maria Visconti duca di Milano che gì' infiammava 
per venir tosto signore di Genova. Molti tentativi avea fatti, 
ma ninno finora con vero frutto; considerando però che non 
avrebbe mai sottomessa la città dove non si fosse provveduto 
di una forza marittima, ricorreva ad Alfonso, e pigliava a'sooi 
soldi otto galere della di lui armata, lo quali univa ad altre 
due galee armate in Finale. Frattanto un campo copioso di 
fanti e di cavalli sotto il comando di Gruido Torello scendeva 
dai gioghi. Con queste forze infestava il mare ligustico e com- 
batteva la città. Non {sgomenta vasi finora il doge; spregiava 
il campo terrestre, ed issofatto allestiva otto galee sotto gli 
ordini del di lui fratello Battista Fregoso, uomo a^al pratico 
delle cose marittime. Queste navigavano a Finale, e scontra- 
tesi colle nemiche le metteano in foga, una abbruciandone 
che avea dato traverso solla spiaggia. Senonchè simulata 
era la fuga e la navigazione loro verso ponente, men- 
tre riduceansi in porto Pisano, il capitano Fregoso le in- 
seguiva, e valorosamente dava dentro di esse ; crudele suc- 
■cedea la battaglia, ma tre galee nostre nel momento più 
grave lasciavano il conflitto, quindi erano i Genovesi dis- 
fatti ; cinque loro galee col capitano Battista cadeano in mano 
de' nemici. 

La infausta novella ricevuta, il doge, sia per l'estrema 
penuria dell'erario, sia per il mal animo de' cittadini che 
inchinavano alla contraria parte, deliberava di non lasciar 
distruggere la città; riuniti si erano i due campi terrestri di 
Torello e Carmagnola, e cosi vicini soprastavano alia città 
che fin nella darsena traevano i colpi delle bombarde ; vit- 
toriosa la flotta nemica scorreva il sottoposto mare. Il doge 
ristrettosi a consiglio coi propri fratelli e i più prestanti cit- 
tadini, non rimanendo più alcuno rimedio, consentendolo 
tutti, venne risolto di dar la signoria della città e del distretto 
ad esso duca Filippo con quelle condizioni, patti e modi 



1 DOC» POFOLABI. 187 

coi qaali nei passati anni Antoniodo Adorno l' avea data al 
re di Francia. 

Seguila la convenzione, la gente del duca che si tro- 
vava fra Bisagno, Granarolo e Polcevera sì rimase dalle of- 
fese, e Tomaso da Campofregoso ebbe in signoria la città 
di Sarzana e suo distretto, col patto di non poterli cedere che 
a* Genovesi, e trenta mila fiorini d' oro per soddisfacimento 
di spese e d'indennità, e il fratello Spineta quindici mila 
fiorini per cagione ^ella città di Savona. Ciò fatto discese il 
dogalo, ed imbarcossi accompagnato infino alla nave da Gui- 
done Torello. Scrivono eh' egli versasse lacrime abbandonando 
il dominio e la patria, e quelle lacrime derise vennero da an 
moderno isterico. Non so con quanto di ragione. Se Tomaso 
Fregoso ebbe peccati nel reggimento della Repubblica, non 
è perciò da vituperarsi ; in fatto di cose politiche non chi ha 
peccato, ma chi meno pecca deve lodarsi, e queir ìstorico 
per dura prova lo sa. 

Il duca Filippo acquistata la signoria di Genova, pensò 
ad averla senza le pattuite condizioni. Il conte Carmagnola 
pigliata la possessione della città cui vennero pagali quindici 
mila fiorini, occupato il castelletto eie altre fortezze del di- 
alrelto, persuase ai cittadini di darsi liberamente al Visconti, 
ciò avrebbe onorato, diceva egli, quel duca ad un tempo e 
migliorale le condizioni loro con grazie e privilegi più utili 
io fatto delle stipulate convenzioni. E la proposta recata ai 
Consigli fatalmente si vinse. Però 24 ambasciatori di tutti co- 
lori spedivansi al duca a giurargli fedeltà ; egli cortesemente 
li riceveva, e tanto per grazia e privilegio accordava quanto 
essi chiedevano. Dopo ciò quattro governatori nominava a 
reggere la Repubblica, appresso i quali lo stesso conte Car- 
magnola. 



188 EPOCA QUARTA. 



CAPITOLO TERZO. 

Armamenti fatti in Geooyrper Napoli, ad inslansa del duca di Milano ; maleon- 
tento che desta il suo Governo; tentativi dei Fregosi, e Fiescbi; ffuerre in 
cui si trova avvolta la Repubblica coi Fiorentini e Yenexiani collrgati con« 
tro il Visconte; faaioni marittime tra Vcnexia e Genova, la prima assalta* 
risola di Scio, la seconda devasta Corfù, Naxo, Andro e Candii dei 
Veneaiani. 



XII. Con questi aospici cominciava il governo dacale, se 
vuoi grazioso, ovvero assoluto più che stabilito per conven- 
zioni come dovea essere di fatto; arrogo, lo smungersi del 
danaro della Repubblica, perocché quanto si era pagato ai 
Fregosi il Carmagnola volle addossato a' cittadini, e a quésti 
pure si fece aggravio di ventidoe mila lire annue per i quat- 
tro rettori, e di otto mila lire che richiese oltre quelle per 
sé solo il Carmagnola quando rimase al governo della città; 
selle navi furono ancora subito armate,di cui ebbe il comando 
Francesco Spinola contro altrettante di Catalani le quali fug- 
girono disperse all' avvicinarsi di quelle, per cui lo Spinola 
potè fare scorrerie nell'isola di Sardegna, ed occuparvi la 
terra di Longosardo. 

11 duca Filippo si era alleato col papa Martino, la regina 
Giovanna di Napoli e Ludovico d' Angiò contro Alfonso 
d'Aragona che, adottato dianzi per Ogiio dalla seconda, n'era 
stalo dichiaralo decaduto perocché mirava ad impossessarsi 
del regno, e rinnovare cosi gli esempj d' Iacopo della Marca. 
Braccio da Montone serviva alla propria e alla reale ambi- 
zione combattendo pel re , mentre Altendolo Sforza studiava 
le parti del papa, di Giovanna e di Ludovico d' Angiò; 
queir infelice reame era corso e devastalo da questi due ce- 
lebri condottieri che ora a nome dell! uno, ora a quello del- 
l'altro vi commelleano ogni peggior fallo. Braccio riesciva 
colle forze di Calalogna a farvi trionfare la causa di Alfonso, 
ma poco dopo questi venia costretto a ritirarsi dalle armi 
sforzesche ; nna flotta navale soccorrea allora al re ; il duca 
di Milano volendo impedire i progressi di quella, mandava 



I Doei POPOLA». 189 

al Carmagnola perchè i Genovesi invitasse a raccorne ona 
potente che la combattesse. 

E in Genova si ragonava a consiglio, e destramente 
maneggiavasi il governatore affinchè il proposto armamento 
si decretasse. Peritavansì i cittadini paurosi della grave spesa 
che sì voleva per quello, essendo di duecento mila lire ; ma 
invano opponevansi, che deliberavasi Tarmata in tredici 
galee, una galeotta, un brigantino e tredici navi, con cin- 
quecento uomini solle nove pia grosse navi, e duecento sulle 
altre quattro più piccole ; a questi legni aggiungevansi due 
galere, ed una galeotta di Provenza, e due altre galee armate 
in Genova coi danari dell' Angioino. 

Alla notizia di quelle forze, lasciava Alfonso il regno, 
navigava a Marsiglia, nimicamente e senza ragione la sac- 
cheggiava, seguitava a Valenza. 

La flotta genovese di soldati , di combattenti fornita , di 
cavalli e pedoni forestieri mandati dal duca stava per salpare 
dal porto, quando a governarla invece del Carmagnola venia 
di Milano Guido Torello, il quale era creato Almirante, e 
datogli il maggiore stendardo di San Giorgio. Partiva questi 
alla volta del regno, e in breve otteneva Gaeta, e poscia le 
altre terre. Precida, Gastellamare, Vico, Sorrento, Massa; 
Napoli solo resisteva ancora, Iacopo Caldera valoroso capi- 
tano la difendeva, ma fattogli intendere essere il re lon- 
tano,, la regina Giovanna già in potestà d'ogni terra, non 
soccorsi, non soldi per lui e la sua gente, si arrese fé rolti- 
mo argomento meglio d' ogni altro Io persuase , perocché gli 
si soddisfece di tutti soldi che avanzava, ed egli consegnò 
la città. La nostra armata avendo in tal modo riconquistate le 
terre napoletane, rassegnatele a Giovanna, tornossi in Ge- 
nova. Il capitano Torello, pretestando non so quali ragioni 
per non essere stato ricevuto con queir allegrezza ed onore 
che soleansi usare agli altri, ordinò che il grande stendardo 
di San Giorgio col pomo d'oro fosse mandato a Milano. I 
cittadini di ciò dolentissimi vidervi un'ingiustizia del duca 
che volea privare la Repubblica di un insigne ornamento, ed 
indizio di signoria. Tacquersi però, aspettando il destro delle 
vendette. 



100 EPOCA. QUARTA. 

XIII. Ed in vero, egli acoeso ranìmo a smodata ambizione, 
mirava con ogni studio ad accrescimento di potenza. Dopo 
V acquisto di Genova e di varie terre nella Lombardia , nella 
Venezia, e nel Piemonte volgeva i desideri! alla Romagna, 
e in Forlì riesciva a porre le sue genti. I Fiorentini con torvo 
occhio vedeano quelle occupazioni, e deliberavano dì oppor- 
visi , ma in ogni scontro aveano la peggio ; le due scuole di 
Sforza e di Braccio, poiché i loro capi entrambi al famoso 
assedio dell'Aquila nel regno di Napoli erano caduti morti, 
metteansi a favoreggiare le parti contendenti, e la sforzesca 
stava per il duca di Itfilano, e la braccesca peri Fiorenlioi; 
ì quali vedendosi disfatti in più fiate ricorrevano a' Veneti; ma 
questi sotto il dogalo di Tomaso. Mocenigo, uomo vecchio ed 
amante della pace, negavano di partecipare alla guerra. Con* 
giungevansi ad ogni modo con Alfonso d'Aragona, e infiam- 
mavano le ambizioni di Tomaso Campofregoso eh' era in 
Sarzana, esorlandolo a liberar la patria dalla servitù del duca, 
poneano insieme un'armata di ventitré galee, sulla quale salito 
il Fregoso e con lui Niccolò e Gian Luigi Fieschi vennero so- 
pra il porto aspettando invano che la città si levasse a la- 
multo, disorlachè partitisi delusi, navigavano versoi! Levante, 
pigliavano Portofino colla fortezza , Moneglia e Sestri dove 
la gente de' Fiorentini accampavasi. 11 duca ordinava si al- 
lestisse in Genova un' armata di diciotto galee ed alquante 
grosse navi, di cui avea il comando Antonio Doria di Filippo; 
nello stesso tempo di verso Piacenza inviava cinquemila fanti 
e tremila cavalli sotto il capitaneato di Niccolò Terzo. Si 
venne a battaglia nel luogo di Sestri, ma senza un' esito certo; 
infine sentitosi che Gian Luigi Fieschi traeva colà da Pon- 
tremoli e dal Taro con un' eletta di gioventù, il campo ducale 
metteasi vituperosamente in fuga, salvandosi nel castello di 
Chiavari. Filippo Maria inaspritosi all'infausto successo, man- 
dava tra noi Opizino di Alzate commissario sopra le cose 
della guerra , e per sospetti ordinava si recassero in Milano 
parecchi ragguardevoli cittadini. 

Le cose del duca correvano a male ; il Carmagnola di- 
sgraziato da lui , erasi convolato ai Veneti che finalmente ac- 
cortisi dell' errore, strettisi coi Fiorentini, aveangli dichiarato 



I DOGI POPOLàftl. 191 

guerra. La perdita di Brescia, e tanti nemici confederati con* 
tre di esso lo faceano avvertilo eh' era mestieri scendere 
a' pensieri di pace. Intanto la città nostra agitavano passioni 
turbolente, e la parte Fregoso li scaldava; nelle riviere, e in 
quella di levante specialmente, manifesta vasi la sedizione; 
tese il duca favorevoli orecchi alle instanze del Pontefice e 
conchiuse pace coi Veneziani e Fiorentini nonché con tutti 
gli altri collegati a' suoi danni; ed una particolare poco dopo 
ne stipulava con re Alfonso, a cui promise i luoghi dì Calvi 
e Bonifacio in Corsica, e intanto per sicurezza , poiché non li 
poteva dare contro la volontà de' Genovesi e degli abitatori, 
gli assegnò le fortezze di Porlovenere e di Lerici. 

La pace del duca non era sincera, ed ei la rompeva ne- 
gando di restituire le terre convenute; quindi più che mai 
rìnfiammayasi la guerra; i Fiorentini armavano tre galere 
che faceano il corso contro di noi , senonché armate altre 
quattro in Genova, quelle sbaragliavano e prendevano sopra il 
Porto Maurizio. La parte Fregoso unita a quella dei Fieschi 
sotto A bramo Fregoso e Teodoro Fieschi facea movimento in 
città senza utile effetto, imperocché non avendo séguito al- 
cuno, erano costretti a tornarsi indietro. Poco dopo rinnova- 
rono il tentativo, con 400 cavalli e 800 pedoni Tomaso Fregoso 
e Antonio Fiesco assaltavano la città; ma uguale sinistro 
fine incontrarono ai loro disegni venendo gagliardamente 
ribottati. Si distendevano lungo la riviera di levante , 
e infestavano e terre e mare. Quattro galee armate dalla città 
davano la caccia alle galee nemiche , e due ne predavano. 
Intanto alcuni paesi della Repubblica erano sottratti alla sua 
giurisdizione, e il duca ciò non solo non impediva ma con- 
cedeva, in tal modo Ovada aveasi usurpata Isnardo Goarco, 
la Pieve del Teico e la Valle d' Arocia Francesco Spinola, 
la città di Venlimiglia Carlo Lomellino. I cittadini vedendo 
smembrati cotalì luoghi dal dominio genovese fremevano,, 
e contro il Visconte scerete trame macchinavano; I fuoru- 
sciti ad un tempo dalla parte di levante i loro assalti tra- 
sportavano a quella di ponente, ed un' altra fiata provavano 
di entrare in città , ma rolli e fracassati da quei di dentro 
perdevano la maggior parte degli uomini d' arme , ed un' al- 



192 EPOCA QUARTA. 

Ira non minore dì pedoni con qaasi (atte le lor bagaglie. 

Il duca vedendo non poter più resistere alle armi vitto- 
riose de' Veneziani, aderiva sinceramente alla pace. 11 conte 
Carmagnola disgraziato da lui vinceva la famosa battas^lia di 
Maclodio. Patti erano dunque stipulati tra i Veneti» i Fioren- 
tini coi collegati loro e il Visconte; il quale nel genovese 
governo al cardinale Giacobo degl' Isolani sostituiva Barto- 
lomeo Capra arcivescovo milanese, correndo il 1428. 

XIV. I fuorusciti non cessavano dalle offese; ai Fiescbi 
eFregosi, univansi gli Adorni. Barnaba di questa famiglia 
scendeva in Polcevera, tentava di occupare il castelletto, ma 
non gli riesci va il tratto. Poco dopo rimetteasi all'opera, fa- 
cea fortificazioni sulle circostanti montagne , ma Niccolò 
Piccinino gli andava incontro e V astringeva alla foga. E sic- 
come i Polceveraschi si erano mostrati favorevoli all'Adorno, 
cosi venivano dal Piccinino repressi, e tolte loro le campane 
per impedir lo stormo. 

Filippo Maria a rinforzar la sua parte in Italia ricercava 
ristringersi con Alfonso, e sollecitar questo a farsi in ogni 
modo signore di Napoli; ma quegli non volea senza trattarne 
prima particolarmente coi Genovesi; però mandava in Ge- 
nova tre ambasciatori che convenissero della pace colla Re- 
pubblica. La quale, data balia a quattro qualificati cittadini, 
per mezzo dei tre legati accordavasi col re senza fare men- 
zione alcuna di Filippo. 

Un'altro disegno era riposto nel!' animo di questi, e 
maneggiavasi coi Genovesi per conseguirlo. I Fiorentini 
amoreggiavano Lucca , per questo fine lasciavano scorraz- 
zare sul Lucchese Niccolò Forlebraccio lor capitano; Lacca 
era tiranneggiala da Paolo Guinigi, il quale aderiva al Vi- 
sconte. Lagnavansi i Lucchesi dei danni recati alle lor terre 
dal Forlebraccio; e Firenze rispondeva che pelea pregare , 
ma non comandare che cessasse. Intanto da quel condottiere 
proponeasi a' Fiorentini l'acquisto di Lucca, mostravasi la 
facilità di sottometterla. E i consigli della Repubblica, mal- 
grado alcuni savj che si opponevano, andavano cupidissima- 
mente in tale sentenza, e l'impresa di Lucca risolvevasi da 
Firenze. Il Guinigi con frequenti legazioni incalzava il duca 



I DOGI POPOLAftl. 193 

di Milano ad opporsi e a soccorrerlo, secondavalo Antonio 
Pelrucci che avea gran parte del dominio di Siena. Ma Fi- 
lippo Maria facea lo schifiltoso, imperocché nei capitoli di 
pace fosse a lui vietalo V impacciarsi nelle cose di Romagna 
e Toscana. Desiderando il fatto, e non sapendo del modo, 
pensò ad un ripiego. Commise a Francesco Sforxa la spedi- 
zione, mostrando che fosse per di costai conto intrapresa ; 
Petracci e Gainìgi gli si riferirono contandogli in segreto sraa 
somma di danaro. Il venturiero capitano fece bene V uffìzio, 
e i Fiorentini furono costretti a levar 1* assedio di Lucca , e 
vedere di ottenere V intento per altra via , corrompendo lo 
Sforza ; e di fatti pagavano seltanlamila fiorini d' oro a lui 
addacendo essere di tanta somma debitori in verso il di lui 
padre Altendolo; era condizione del pagamento: uscisse di 
Toscana, non andasse per sei mesi al servizio del duca di Mi- 
lano. E ciò ottenuto, riponevano l'assedio. 1 Lucchesi frat- 
tanto si erano vendicati in libertà, mettendo le mani addosso 
di Paolo Guinigi, il quale coi propri figli condulto a Milano 
dava fine colà in carcere ai suoi giorni ; rivolgevansi allora 
per segreta instigazione di Filippo ai Genovesi affinchè gli 
aiutassero contro i Fiorentini, e fra i due popoli convenivasi: 

V I Genovesi farebbero il prestito di 15 mila ducati 
d' oro a' Lucchesi, e per sicurezza del pegno , avrebbero in 
custodia le fortezze di Motrone e Pietrasanta colla promessa 
di Carrara e Lavenza. 

20 I Lucchesi a ricambio del beneficio dovrebbero ogni 
anno eleggere in podestà loro un cittadino genovese, il quale 
sarebbe sempre intervenuto in consiglio , e senza la di cui 
aolorilà non potrebbero nò mandare ambasceria , nò dare 
udienza ad ambasciatore veruno. 

XV. Il primo effetto della lega si fu che i Lucchesi pensa- 
rono ad opporre una valida difesa a Firenze, e il duca Fi- 
lippo mandò loro Niccolò Piccinino colle di lui genti, le quali 
davano il guasto alle terre dei Fieschi e Malaspina in riviera 
di Levante. Preso costui ai soldo de* Lucchesi, egli non pri- 
ma volte farsi incontro a* nemici se non avea millecinque- 
cento balestrieri genovesi. Con queste e le proprie forze i 
due campi si affrontarono, e il fiorentino andò in piena rotta 

Storia di Gtnoto. — 4. 43 



194 BPOCA QOIBTA. 

con millecinqoecenlo cavalieri prigioni , bastagli ed allri at- 
trezzi perduti ; il conte d' Urbino e Niccolò Fortebraccio 
generali de*Fiorentini aalvaronsi cogli altri capitani chi a 
Librafalfa, chi a Pisa* Firenze dopo tale disfatta, mandòle- 
gali a Venezia infiammando quella Repubblica a nuova 
guerra contro il duca, pretendendo questi avesse fatta infra- 
zione ai capitoli dell' ultima pace. Rinnovossi dunque la lega 
addi 12 ai^oslo del 1430; alla quale si oppose un'altra pat- 
tuita fra Milano, Genova, Lucca, Piombino e Siena; era 
paltò di questa che i (ìenovesi, Senesi e Lucchesi dovessero 
molestare tanto i Fiorentini che fossero costretti a ritenere 
la lor gente in Toscana, mentre Filippo molesterebbe le terre 
de' Veneziani poste al di là dell' Adda. 

XVl. Né solo per terra dovevansi provare le parti colle- 
gale ma anche per mare, laonde fu statuito che in Genova 
si armassero ventuna galea; poco dopoi Veneziani gettarono 
in Po quanti navigli poterono, talché giungevano ai nunaero 
di cento; dovevano con essi proteggere le genti loro di terra, 
e rinfrescarle; dall'altra parte il duca Filippo armava cin- 
quantacinque galee sotlilì, e ne dava il governo a Giovanni 
dei Grimaldi genovese , mentre la contraria flotta reggeva 
Niccolò Trivisano; le due armate navigavano il Po, e ve- 
niaoo a paro coi loro eserciti, pronti a soccorrerli. Distavano 
tre miglia da Cremona quando la veneziana incitava a bat- 
taglia quella del duca, e cominciava il cimento che dall'alba 
fino alla notte continuava con mollo valore d' ambo le parti. 
Cinque galeotte ad ogni modo perdeva il Grimaldi, il quale 
mandava per soccorsi all' esercito, e di cheto gli erano porti; 
il Carma^snola non l'impediva, nò il nemico snervato assa- 
liva. Ricevuti rinforzi il Grimaldi ricorre a nuovo stratagem- 
ma ; vasi di liquido bitume rovescia sugli assalitori per cui 
insozzato di quello il viso loro , le mani, i piedi e le tavole 
de' legni mal possono reggersi, e dirittamente colpire, re- 
siste intanto sebbene della vittoria incerto tuttavia. Ma il re- 
sistere a lungo era per lui vittoria, conciosiachò il fiume de- 
crescente, calava ben presto per i caldi grandissimi, e le 
galee Veneziane essendo di enorme mole mal poleano ma- 
neggiarsi in quella povertà d' acque , la qaale in breve fa- 



I DOGI POPOLARI. 195 

«easi nolabilissima ; allora ai rinGamma la pugna , le navi 
veneziane mal polendosi governare s' impacciano e disor- 
<)inano, il Grimaldi veduto l' istante circonda la capitana ne- 
mica che più grave delle altre meno si regge , restando me- 
glio fitta nelle sabbie del fiume; invano vorrebbe discio- 
gliersi, e combatte animosamente; alfine veduto impossibile 
lo sforzo si arrendere il capitano sopra an battello si mette 
in salvo. I minori legni tentano darsi alla foga, ma inse- 
guiti da' nostri son presi. Ventotto galeoni rimanevano in po- 
testà de' vincitori con altre barche, armi e munizioni senza 
numero, e circa ottomila prigioni , fra ì quali tredici genti- 
luomini veneziani delti da questi per vanagloria (redici Sci- 
pioni alTricani. 

Venezia rifacevasi in breve della perdita, un'altra ar- 
mata allestiva di dlciotto galere, e invece dell' infelice Tre- 
visano nominava al comando di essa Pietro Loredano, e 
spedivala in Porto Pisano dove si univa ad altre quattro 
galere ed una galeazza de' Fiorentini tutte di eletta gente 
fornite , e sopra le quali salirono Gìacobo Adorno e Anto- 
nio Fieschi esoli, con speranza di essere restituiti in patria. 
Da Genova mandavansi contro di quella le ventuna galee già 
armate con una grossa nave di Francesco Spinola che di 
tutte avea il governo ; partiva questi sebbene la flotta non 
-si trovasse interamente all' ordine , e addi 23 settembre 
del 1431, le due squadre scontravansi a rincontro della chiesa 
•di San Fruttuoso in Capo di Monte; fu combattuto rabbiosa- 
mente per tre ore senza vantaggio dell' una o l' altra parte , 
attaccatesi insieme le due capitane; allorché la galeazza fio- 
rentina , portata dal vento spingendosi contro i nostri, e la- 
sciatesi dietro le altre galere afironta con grand' impeto la 
-capitana genovese sicché la costringe a piegar tanto da te- 
nerla sommersa. A queir urto non resìsteva e venia presa , 
le altre galee mettevansi in fuga, undici salvatesi in l'orto- 
^fino , una in Genova , ed una a Piombino , le restanti otto 
col capitano andavano in balia de'Yeneziani. In Genova re- 
staurate le scampate galee in numero di dodici, si rimette- 
vano in mare sotto gli ordini di Niccolò Giustiniani per fre- 
nar r audacia del nimico. 



196 ISPOCA QUARTA. 

Mentre queste cose si travagliano tra Genovesi e Vene- 
ziani, Barnaba Adorno con trecento cavalli , oltocenlo fanti 
e molti sefuuaci e partigiani ritorna contro la città, e i Ve- 
neziani nel medesimo tempo con tredici navi assaltavano 
risola di Scio; Niccolò Piccinino rompea il campo dell'Adorno, 
facea lui prigione, commettea atrocità contro coloro che Io 
aveano seguitato; gli Sciotti valorosamente difendevansi , e 
accorsi in loro soccorso ì coloni di Pera faceano vano il ten- 
tativo de' Veneti rispingendoli, e liberando queir isola dal- 
l' assedio. Tre navi grosse e due galee sotto il governo di 
Tomaso Ceba scorrevano intanto il mare , e teneano in ri- 
spetto i Veneti; apprestata indi un'altra squadra di 14 navi 
e dieci galee capitanata da Pietro Spinola devastava Corfà, 
Naxo, Andro e Candia tenute dai Veneziani. 

XVII. 1 quali con trentatré galee, due galeazze de'Fio- 
rentini e cinquecento soldati che conducevano Abranoio e Bat- 
tista Fregoso , scorrevano lunghesso la costa della riviera 
orientale, assediavano Sestrì; e i Genovesi tre grosse navi 
con millecinquecento fanti spedivano contro di loro , e li fu- 
gavano. Abbandonato Sestri i nemici navigavano poco dopo 
al golfo di Rapallo, davano il guasto ai luoghi di Zoagli, Santa 
Margarita, Corte e Bogliasco; non trovando uomini coi quali 
azzuffarsi vòllavansi a distruggerne le case, a schiantare gli 
alberi, venivano nel porto di Genova, ma partivansi losto, 
veduta l' inutilità della millanteria. 

Senonchè da questa venuta pigliavano argomento i Pa- 
dri del comune di accrescere i ponti delle Legne e degli Spi- 
noli ; e il commissario di Filippo Maria volendo aver maggiore 
comodità da concentrare nel palazzo ducale un più esteso no- 
merò di fanti e di cavalli, ampliava la piazza di quello, e vi 
facea stanze molte dai due lati di grande capacità. 

Durava la guerra tra' Fiorentini, Veneziani da una par- 
te, *il duca di Milano, Genovesi , Lucchesi , Senesi, e col- 
legati dall' altra , e parca tempo dovesse aver fine, dappoiché 
le forze trovandosi pressoché ugnali, i miseri popoli ne ve- 
nivano oppressi senza che la vittoria mai rimanesse certa e 
deOnita. 11 marchese di Ferrara Niccolò d' £ste e quello di 
Saluzzo tanto vi si adoprarono che la pace fu stabihta, con- 



I DOGI POPOLARI. 197 

che ciascuno resti (uisse le terre occupate durante la guerra, 
loché equivaleva che si ritornasse appropri conGni. 

XVIIL Mentre si era quella pace accordala, i Genovesi 
ricevevano nuovo travaglio nelle loro colonie d'oltremare; 
sembra che il duca Filippo Maria per abbassarne la potenza 
e ridarli ad ogni suo più duro comando , s' indettasse col- 
r imperatore di Costantinopoli, anTinchè questi li molestasse 
nel loro commercio del Mar Nero donde traevano le smisu- 
rate ricchezze. Ora Cembalo si annoverava come florido em- 
porio di quello, e colonia genovese doviziosa. I Greci fa- 
ceano impeto conlrodi essa e Toccupavano dandone la signoria 
ad un colale Alessio; in Genova saputasi l'occupazione, si 
armavano dieci navi grosse ed altrettante galee sotto gli or- 
dini di Carlo Lomellino; entravano queste nel mar nero, 
prendevano due galeazze de'Veneti, e ciò perchè seguita la 
pace non avea Yenezia voluto ancora restituire Francesco 
Spinola rimasto prigioniere dopo il fatto di Capo di Monte, 
ricuperavano Cembalo, navigavano a CafTa, disbarcavano a 
terra seimila comballenli, movevano questi contro la città 
di Solgati ; ma assaltati proditoriamente da' Tartari venia la 
maggior parte di loro tagliata a pezzi. 

A questo sinistro, un favorevole fatto succedeva in Cor- 
sica. Quest'isola da parecchi anni stava sollevata per opera 
del conte Yincentello d'Istria che si era fatto grande con 
gli auspici e le forze di Alfonso re d'Aragona; lontano es- 
sendo Alfonso, la parte genovese ripigliava vigore, e per- 
devalo quella del conte che in poco tempo dovea abbando- 
nare i fatti acquisti. Ora egli avendo due galee, incontra- 
vasi con Zaccaria Spinola capitano della galera della guar- 
dia, e venivano alle mani, e dopo crudelissima battaglia 
lo Zaccaria vincea il conte, che, fatto prigione e condotto 
In Genova, sugli scaloni del ducale palazzo avea tronca la 
testa. 



198 KPOGA QUABT*. 



CAPITOLO QUARTO. 

Valorosa difesa di G-avta fatta dai Ganoresi ; fpierra con Alfonso re è* Aragona ; 
hattaglia e TÌtlorìa di Ponsa, mali trattamenti del governo del daca di 
Milano; soli vasione di Genova contro di quello ; dogato d' Isnardo Gnarco 
e Tomaso da Caropofregoso. 



XIX. Sigismondo reggeva l'imperio, Eugenio IV il pa- 
pato, succeduto a Marlioo V; il primo seguita la pace tra i 
Fiorentini, i Veneziani e Filippo Maria, vide il momento- 
per recarsi a Roma, e pigliarvi colà la corona per mano del 
papa, sicché di Siena, dove si era intrattenuto a pregiudizio- 
enorme di quel popolo, mosse per Roma, e vi fu infatti co- 
ronalo imperador de' Romani addì 31 maggio del 1433. 

Il secondo angustiato dal concilio di Basilea e dal duca 
di Milano, guerreggiato dall'uno e dall'altro nelle terre di 
Romagna, dovette fuggirsi di Roma e salvarsi in Firenze. 
Questa repubblica unita a quella di Venezia riconosciuta 
r inquieta ambizione di Filippo ricominciava contro di lui 
le ostilità. 

Intanto le cose del regno di Napoli agitavansi viemmag- 
giormente; Sergianni Caracciolo che tenea tutto l'animo 
della regina Giovanna, era caduto vittima delle sue smodale 
pretese, Alfonso cominciava a risvegliare le proprie, ed al- 
legare con maggior frutto la sua adozione di figliuolo di lei, 
e questa pigliava maggior forza in prima dalla morte di Lu- 
dovico d'Angiò, in seguilo da quella della medesima Gio- 
vanna II accaduta il 2 febbraio del 1435. 

Ora, per questa morte, il papa volea alla Santa Sede ri- 
caduto quel rejsno, e avea partigiani il clero e coloro che ne 
cavavano profitto; spediva colà suoi monitorj non solo, ma 
una mano d'armati sotto gli ordini di un Giovanni Vitel- 
leschi vescovo di Recanatì, uomo sozzo di parecchi omicidi, 
obbrobrio del pastorale e della mitra. 

Renato d'Angiò fratello di Ludovico, che Giovanna dopo 
la di costui morte avea adottato, facea pur valere le proprie 



I DOGI rOPOLAHI. 19^ 

ragioni, e slavaoo per esso la cidà di Napoli con altre città 
e baroni. 

Infine il re Alfonso sosteneva anch' egli la propria 
adozione» e molli ragguardevoli baroni lo segnitavano. Una 
flotta era da lui allestila e messa contro di Gaeta, città im- 
portantissima di quel regno; con quella, stringevala di for- 
tissimo assedio per terra e per mare, bersaglia vaia colle 
bombarde. I Gaetani in tal modo assediati spedivano per 
aiuti a' Genovesi. Il duca non si opponeva, ma anzi occulta* 
mente bramava tramestarsi in quella lotta, poiché sperava, 
pescando nel torbido, aver modo di procacciarsi colà qual- 
che considerevole acquisto. Epperò un suo fidato Oltolino 
Zoppo mandava prima in Gaeta a maneggiarsi per lui, e 
Francesco Spinola dianzi (ornato da Venezia con trecenle 
soldati; una nave grossa ed una galera aveano ordine di'guar* 
dare que'mari. 

Appena lo Spinola fu in Gaeta n' era acclamato gover- 
natore; ed egli a costruire quelle fortificazioni e quelle opere 
che meglio poleano renderla sicura e difesa dalle forze di 
Alfonso; il quale sempre più la stringeva e d'ogni veltova* 
glia privavala; ridotta a stremo per il vóto de' magazzini e 
il travaglio della carestia, i vecchi, i fanciulli prendea con- 
siglio Francesco di mandar fuori. Venuti questi nel campe 
nemico, e chiedendo mercé dalla generosità del re, alcuni 
spingevanio o a rimandarli, od esporli al bersaglio de' pro- 
pri parenti, ma invece in quell'animo prevalendo i naturali 
sentimenti di magnanimità, rispinse l'iniquo parere, e volle 
fossero cortesissimamente trattati, e si fu questo regal tratto 
che veramente diede in séguito forza e vittoria alla causa di 
Alfonso. 

Francesco, dopo la partenza di quei sventurati, quel pece 
che avanzava fé servire a sostenere gli assediali e inani- 
mirli alla resistenza, ma sfiniti erano, e d'ogni aiuto dispe- 
rati; ciò nulla meno ancora li spinse a rintuzzare on vigo- 
roso assalto che venne dato dal regio campo, e operare una 
eroica sortita, facevali sperare sarebbe imminente, imman- 
cabile l'aiolo da Genova, e fa un momento che vedutosi di 
lontano biancheggiare alcune vele si pensò fossero navi gè- 



200 EPOCA QOARTA. 

novesi; Terrore in breve si tolse dacché si accorse essere 
invece on rinforzo aragonese condotto dall' infante D. Pietro, 
conche meglio forli6cavasi la squadra nemica. 

Francesco era alTaticato non solo, ma rimasto ferito nel- 
rollimo assalto, ciò nondimeno dell'animo indomito e si- 
caro; pregavanlo i suoi a voler rimettere di quella costante 
risoluzione che non volea chieder patti al nemico, mentre 
si trovavano a tanto stremo rìdolti, ed egli negava ostinata- 
mente; alfine inducevasi a riporre ogni tentativo in Oitoli- 
Do, e questi domandava al re un mese di tempo per infor- 
mare il duca di Milano, passato il quale senza ricevere soc- 
corsi si arrenderebbero a discrezione. La proposta venia 
risettata da Alfonso alla presenza del quale recavasi lo stesso 
Ot telino; la qoal cosa risapolasi dallo Spinola ne pigliava 
sifTattò disdegno che proibiva, pena il capo, si parlasse mai 
più di accordo. 

Cosi erano le cose quando la flotta genovese mossa a 
soccorso scopri vasi. 

XX. In Genova prima di armarla e spedirla erano slati 
molti contrasti. Da una parte moveva al soccorso la vergo- 
gna di cedere al re senza combattere, la taccia di avere ab- 
bandonato chi alla Repubblica ricorreva, la persona di Fran- 
cesco Spinola e di quei prodi che aveanlo seguitato, presso 
a cadere in balia del nemico; copiose mercanzie e grandis- 
sime ricchezze di Genovesi in Gaeta congregate da tatto ìt 
regno di Napoli, in tal modo poste in pericolo; dall'altra, la 
difilcoUà dell'impresa, la penarla dell'erario, i danni della 
negoziazione. Navi vote non erano in porto, e le cariche di 
preziose merci destinate a navigare in Spagna, Inghilterra 
e Francia non poteansi adoperare scaricandole senza gran 
danno del commercio, della Repubblica, e delle particolari 
convenzioni. In questo dubbio di pareri, vinse il migliore, che 
l'onore, la fama e la dignità della Repubblica ad ogni altra 
cosa dovea anteporsi. E cosi quattro navi già ripiene di mer- 
canzia scaricavansi, e altre tre grosse che stavano nel porto 
di Savona, e tutte destinate alla guerra riunivansi ad altre 
cinque. Noovo ostacolo appresen lavasi mentre si armavano. 
Coloro che aveano navigato testé coi capitani Pietro Spinola 



I DOGI POPOLARI. 201 

e Carlo Lomellìni lamentavano la perdila dei soldi e la ver- 
gogna di Solcali, né volevano in alcun modo arruolarsi, sic- 
ché quanti poteansi oUenere moslravansi male alti alla spe- 
dizione; alfine le parole, le insligazionì e le molte rampo- 
gne di Biagio Assereto che dovea essere il capitano, movevano 
gli animi della gagliarda nostra gioventù, e impetravasi che 
quattrocento eletti combattenti si presentassero all' impresa. , 

La quale ordinala, da' magistrati della città statuìvasi 
r accompagnamento solenne del medesimo Biagio Assereto, 
già famoso nelle cose di mare prosperamente operate, notaio 
di professione; ma il giorno stabilita levavasi gran tempe- 
sta, e cielo e mare turbati mala auguravano della flotta; ca- 
deva un fulmine sopra il tetto di Sant'Ambrogio, parrocchia 
dell' Assereto , ne smuoveva una pietra marmorea che con 
grande fracasso precipitava al suolo. I Consigli e i primati 
spaventati dal sinistro tempo, e da quell'insolito avvenimen- 
to, facendo tristi presagi spedivano all' Assereto, persua- 
dendolo non partire, e differire ad altro giorno più quieto 
affinchè la città potesse con più degni aaspici onorarlo. Ed 
egli a chi del volere de' maestrali li riferiva: Va*, dicevagli, 
reca loro, che io misi piede nella nave, allorchò il folgore 
feriva il campanile dì Sant'Ambrogio, che degli onori non 
ancor meritati non coro, i quali riservinsi quando tornerò 
vittorioso. 

Cosi detto sarpava; erano dodici grosse navi con una 
navetta e tre galere, sopra le quali trovavansi non più di 
duemila quattrocento uomini. 

La nemica flotta per ogni verso si mostrava alla geno- 
vese superiore; componevasi di quattordici grosse caracche 
e tredici galee, fornite di gente benissimo armata, in tutto 
meglio di seimila uomini. Il re Alfonso in persona coman- 
davala, e con lui trovavansi i suoi tre fratelli, il principe di 
Taranto, il duca di Sessa, e grandissinoo numero di baroni 
e cavalieri di Sicilia, Aragona e Catalogna, copiosa quantità 
d'oro, d'argento e di. preziose suppellettili aveano seco, 
dappoiché pensavano di andare non a guerra ma a certa vit- 
toria. 

XXI. Appena le dae armate incontravansi , Alfonso 



202 EPOCA QDABTà. 

inviava aHa genovese Francesco Pandone per eonsiderame 
la qoalità, la grandezza la quantità de'combatlenti, e quale 
animo avessero. Introdotto questi al cospetto del capitana 
Biagio, spose a nome del re non comprender bene qoello- 
Yolessero fare i Genovesi con si fatta armata. Al che rispon- 
devasi; navigare essi al soccorso di Gaeta riposlasi sotto la 
protezione della Repubblica, non avere il re ragione legitti* 
ma per impedirlo. A lali parole replicava il Pandone: Dun- 
que volete voi toglier di mano al re la eittà di Gaeta la quale 
domatala egli colla fame, è per cadere in sua balia; e ere* 
dele voi cbe tanta ingiuria si possa da lui sopportare? Sog- 
giungeva il capitano Biagio: se voler seguire il suo viaggio^ 
esser suo incarico proleggere i Genovesi e il commercio di 
Gaeta. Se il re lo concedesse di buon animo, invece di 
un'armata due ne avrebbe le quali potrebbe adoperare ad 
ogni piacer suo, negandolo s' aiterebbero a' fatti. E qui 
l'inviato prorompeva adirato: Ben sta, seguitale, ma il re- 
colle sue armi sprezzeià le vostre minaccio, farà tornar ad- 
dietro l'armala vostra, e se non avrete senno vi fia forza 
riconoscere in breve quanto siate folli provocando ed ingiu- 
riando un re sopra ogni altro potentissimo. 

L' Assereto, deposto allora ogni contegno, usciva In que- 
sti detti: Ambasciatore, va', riferisci al tuo re, che tutte que- 
ste navi grosse che tu vedi sono piene e ben stivate d' oro 
e di preziose mercanzie, venga egli a torcete; con tal preda 
diverrà ricco egli e tutta la sua gente. 

Partiva l'inviato, e quanto avea visto e sentito ripor- 
tava ad Alfonso, che credendo tenere la vittoria in pugno di* 
sponevasi alla battaglia. 

La quale stando per ingaggiarsi , dati quelli ordini che 
meglio stimava, cosi il capitano genovese arringava la sua 
gente con breve orazione che mandava e facea leggere In 
tutte le navi. 

« Uomini genovesi, nati ed educati in mare voi non 
x> potete temere che la vittoria vi manchi, poiché la vi si 
» dispota da chi né il mare conosce, né mai vi fu come voi 
9 fin dalla natività cresciuto ed osato. Perocché non sono 
9 armi da offendervi la superbia reale, la ferocia del riso e 



1 DOGI POPOLARI. 201^ 

» la mostra di assai genie; la grandezia, la velocità delie 
» navi queste sole le virtù che il pugnare fan prospero e 
9 glorioso, e queste avete, e la fama che vi dice nelle cose- 
» di mare fra tutti popoli del mondo^ sapientissimi; ancora 
D delle balestre siete e delle saette maestri, che tutto sono 
39 nella marittima guerra. Non vi vinca timore che quest'uomo- 
D il quale vi sta dinanzi sia nominalo re; re null'altro si 
)» chiama che chi nelle roollisie nato, cresciuto in adula- 
n zinne, da gran copia di servitori e ministri fatto salire i» 
» folle sentire di sé medesimo; delle quali cose se voi lo prt« 
» vale vi apparirà da meno d'ogni altro; i re sanno me- 
9 glio comandare che operare, e voi di re già foste vinci- 
» tori e dominatori; vi ricordi di Barisene e di Lusignano- 
» di Cipro, re erano essi, e voi uomini repubblicani li vin- 
» ceste, li traeste prigionieri, e poi per naturale magnani- 
» mità li riponeste in seggio. Non vi impauriscano dunque 
» i re, e stimate anzi che come uno vi sta di fronte cosb 
» molti re abbiate, che più facile lo sconGggerli , più certa 
» e luminosa sarà la vittoria. • 

Aspra e crudele cominciava la pugna, bombarde in pri- 
ma, lancie e saette da poi servivano a riscaldarla, morti e 
feriti dall'una e l'altra parte, valore da entrambe, varia la 
fortuna. Le navi genovesi resistevano arditamente, ma quelle 
che da più navi veniano comballute per il maggior nnmero 
delle nemiche mal si poleano difendere. La capitana arago- 
nese , sopra di cui era il re e il fiore della sua gente, nomi- 
nata la Magnana perché di tanta grandezza che la prora di 
quella giungeva in altezza al mezzo dell'albero delle altre 
navi, si era attaccata colla capitana genovese, e concatena- 
vasi strettamente con essa; nel mede«mo tempo dalla 
parte sinistra un'altra nave, nemica, da poppa una terza, e 
una quarta a prora la combattevano. I marinai genovesi e 
padroni spingeansi loro addosso, e tutti insieme formavano 
un assai formidabile gruppo; le galee aragonesi rinfresca- 
vano di gente nuova i combattenti, e le navi sopra de' no- 
stri traevano bombarde e balestre a talento, grandissima 
essendo la calma. Le genovesi che aveano incontro una sola 
nave nemica soprastavano per valore, e la vittoria era len- 



204 EPOCA QUARTA. 

ta, quindi a mal fine condacevano la seconda masgior nave 
che avea al suo bordo il re di Navarra, ma dove una nave 
ncslra dovea sostenere l'urlo e la battaglia di più nemiche, 
e specialmente la capitana intorno a cui si travagliavano 
quattro e le principali forze della regia flotta, la disfatta 
mostravasi inevitabile, né il valore né la gagliarda resi- 
slenza bastavano contro lo smisurato numero de' nemici. 

Senonchè sol principio del combat liinen lo si erano di- 
scoste dalle altre tre nostre navi; a' nemici parve fuggissero 
sgomentate da superiori forze, ma segreto intendimento le 
avea in allo mare spinte ad accogliere il vento favorevole, 
con questo piombavano ora inattese; l'Assereto ordinava ad 
on tempo che tutta la gente delle galere messasi in armi sa- 
lisse incontanente sulle navi, quindi ai faticati e feriti suc- 
cedea gente fresca e sana, ed erano appunto i quattrocento 
eletti combattenti che si erano arresi all'arruolamento; no 
impeto meraviglioso succedea allora di queste inaspettate e 
gagliarde forze sul nemico; saette, sassi, mistura di zolfo 
e di bitume, tutto confuso in una pioggia molesta e densis- 
sima cadeva sopra le regie navi , e specialmente sulla capi- 
tana che più d'ogni altra versava in pericolo; di guisa che il 
re sino allora slato immobile sulla poppa ad inanimire i suoi fa 
spinto a ridursi sotto la prima coperta, e già trionfa vasi 
da' Genovesi, imperocché la maggior parte delle navi arra- 
gonesi fossero state prese per forza, arresesi le altre; solo 
la regia capitana ostinavasi a disperata difesa; Alfonso in- 
trepido d'animo, mal dello spavento curatosi, seguiva ad osare 
e voler combattere. In questo, Giovanni re di Na varrà, 
fratello del re, si arrendeva a Galeotto Lomellino, e dal- 
l'esempio trascinati altrettanto operano gli altri. Ciò non di- 
meno Alfonso né si rende ^ né nega. I Genovesi estimando 
aver conseguita la vittoria salgono sulla capitana, prendono, 
incatenano qoafnti Aragonesi si fanno loro incontro; obbli- 
gano quelli che alla regia persona stanno intorno a tagliare 
i cordami che le antenne e le vele sostengono; con grandis- 
simo fragore precipitavano quelli sul cassero, e una saetta 
in mezzo ad essi cadeva a' piedi del re. A si sfatto pericolo i 
baroni supplicavanlo si arrendesse , provvedesse a sé mede- 



I DOGI POPOLASI. 205 

Simo, prudenza il cedere alla fortuna, resislere ancora im- 
possibile e fatale, lui aver fallo quanto da re, da prode 
aspettar poleasi, i savi riparare ogni cosa quando l'occa- 
sione, il tempo si a p presentassero; delle umane cose essere 
questo il destino, abbassati adesso vedersi quelli che poi 
verrebbero sollevati; nulla esser tanto difficile che la sapien- 
za, prudenza e pazienza non rimediassero, egli di sapienza 
e prudenza non abbisognasse, solo la pazienza, o il rimedio 
del tempo aspettasse; re prudente e sapiente dovrebbe coro- 
nare quandoché sia la vittoria. 

A queste ragioni persuaso Alfonso, e forse più dalla 
propria inevitabile ruina, si mosse e chiese il nome di tutti 
ì capitani , e sentito quello di Giacopo Giustiniani dei signori 
di Scio, fé' accostare la di lui nave alla regia, o ad esso si 
arrese. 

XXII. Così ebbe fine la battaglia; la durata dieci ore 
circa, il giorno fu il 4 agosto del 1435, il luogo risola di 
Ponza; delle navi regie una sola salva, le galere ricevuto 
Pietro fratello minore del re navigavano in Sicilia; i feriti 
furono assai; dei morti, seicento gli aragonesi, novanta i 
genovesi; tra i prigioni Alfonso re d'Aragona e Giovanni re 
di Na varrà, Enrico infante di Aragona fratello del re, e 
maestro della religione di San Giacopo di Galizia, Giovanni 
Antonio duca di Sessa, Giovanni Antonio principe di Ta- 
ranto, lo zio del duca di Adria, il figlio del duca di Fondi, 
il conte di Castro, e il gran maestro di Alcantara, oltre ciò 
numero vario di principi e signori; più di duecento i cava- 
lieri di sprone d'oro, molli i nobili e ricchi ma oscurati dai 
più cospicui, la preda e il bottino tanti che niuna vittoria li 
ebbe mal.^ 

J/Assereto, considerata la, moltitudine dei prigioni, per 
maggior sicurezza pose a terra cinque mila dì quelli, poscia 
coir armala cattiva entrò in Gaeta, la quale, udita appena la 
vittoria, col presidio genovese ed il popolo gli usci incontro; 
il campo regio andò allora a sacco. 



* Do racconto scrìtto io dialetto genovese di tutto il fatto venne spedito 
dall' ammiraglio genovese agli Ànciaoi. 



^6 BPOGA QUA.RTA. 

In Genova qaalche incerto suono del fallo cominciava 
a senlirsi di verso Piombino e Pisa; bene se ne argomenta- 
va, ma sospesi erano gli animi; interrotta ogni cosa, Tam- 
ministrazione della ragione medesima intermessa, chiuso 
•ogni negozio; aitine l'incerto rumore diveniva certezza, e 
•sapeasi che il re Alfonso con tutta Tarmata prisione mena- 
vansi in Genova. Tal nuova vecchi, giovani, matrone, fan- 
ciulli, ed un popolo tutto riempiva di gioia; la moltitudine 
«i afTollava al pubblico palazzo, chiedeva al governatore, al 
^nalo la verità della nuova, i particolari del fatto*, e quelli 
«oddisfiicevanlo; sonavano a festa la grossa e le altre cam- 
pane, ordinavansi tre di di processione per la città, riferi- 
vansi grazie all'Altissimo, e statui vasi che ogni anno la signo- 
ria dovesse visitare il giorno di San Domenico la sua chiesa 
-con una ofTerta del pubblico a commemorazione dell'otte- 
nuta vittoria. 

Ma Filippo Maria appena seppe di questa,! suoi disegni 
ampliavansi e l'animo a grandi cose levavasi; subitamente 
Ludovico Greto e Marco Barbavara spediva in Genova, 
l'uno avea ordine di operare che Tarmata rivolgesse le prore 
ad occupare T isola di Sicilia, Taltro di comandare all'am- 
miraglio genovese di portare il re a Savona, donde per via 
sicura si sarebbe condotto a Milano. Della prima cosa non 
potea accontentarsi, dappoiché, rispondevasi, esser necessario 
far provvisione di gente d'armi ed altre cose attinenti alla 
guerra; della seconda venia soddisfatto, ed Alfonso a Savona 
recavasi donde poi trasferivasi a Milano. Non è a dire se 
'questo indignasse l'animo de' Genovesi i quali apparecchiati 
a trionfare di quella vittoria vedeansi ad un tratto dal sozzo 
tiranno tolto di essa Tenore ed il frutto; e più indignazione 
cresceva quando Filippo vietava eziandio loro di* scriverne 
e darne notizia a' principi amici, e il re di Na varrà fratello 
del re volea si accompagnasse sotto un baldacchino, e fosse 
pur esso mandato a Milano. Non basta; temendo che l'odio 
concepito contro il governo suo, diliberasse la Repubblica a 
levarsi, richiedea ambasciatori da questa, simulando desi- 
derare con quelli trattar del riscatto de' prigioni, e della ces- 
•sione dell'isola di Sardegna che Alfonso era parato a fare, 



1 D0€1 POPOLA BI. 207 

e intanto ritenendoli quasi slatichi, e inviando gran numero 
di soldati ad accrescerne il presidio. 

XXIII. L'animo del duca si era mutato alla vista dì Alfon- 
so, e alle acconce ed eloquenti parole usate da questo. A veagli 
dimostrato quanto pregiudizievole fosse per i di lui stati il 
proteggere ed ingrandire casa d' Angiò alleata , e congiu- 
rata di quella che regnava in Francia la quale, se rile- 
vata si fosse deir abbassamento in che si trovava, e ritornata 
grande e potente reame qual dovea essere , egli in mezzo 
a due forze nemiche non avrebbe potuto nò conservarsi, nò 
difendersi; sapersi bene che Genova aveano già signoreg- 
giata i Francesi, e Milano più volle tentalo; quanto invece 
di maggiore utilità per lui l'allearsi con casa d'Aragona ne- 
mica della Francia, e capace più naturalmente a serbarlo si- 
curo e forte nel ducalo. 

Queste parole ornate da molta copia di dire elegante 
e forbito, il quale avea grandissimo il re, l' animo pauroso di 
Filippo persuasero, sicché fermò in mente che di nemico do- 
vea essere l'amico e l' allealo d' Aragona ; quindi i festosi 
accoglimenti, le cortesie, i doni, ed ogni più squisita genti- 
lezza si ebbe Alfonso da lui; i prigioni che più desiderava, 
e coi mostrava afTetlo, fecegli venire da Genova , e liberal- 
mente gli donava. E ad usarli più grande magniOcenza or- 
dinava che in Genova venissero armate sei grosse navi per 
riportare il re con l' esercito in campagna , mandava quivi 
per assoldar navi e pagar il soldo alle ciurme. 

£ l'odio smisuratamente cresceva nei Genovesi, e l'ira 
mal poteasi cetare, e lo scoppio affrel lavasi. Ponea il colmo 
alla misura l' ambasceria de'Gaetani che ringraziando la Re- 
pubblica di quanto avea fallo per essi, lodando il valore 
de' Genovesi, attestando loro ana eterna gratilodine doman- 
davano un podestà genovese, dichiarando vojer essere gover- 
nali da essa; Filippo i legati gaetani faceasi recare a Mila- 
no , Irattavali come prigionieri. Indarno i Genovesi allega- 
vano in favore di questi il dirillo delle genti, e 1 Gaetani 
ch'essendo usati alla mercanzia desideravano essere ammi- 
nistrati da' cittadini , non da' soldati, che i governatori di 
Filippo erano avari, superbi siccome aveano essi sperimen- 



208 EPOCA QUARTA. 

iato ne' portamenti di Oltolìno Zoppo; tutto era vano, e il 
duca andava innanzi nei mali modi di una crudele signoria» 
violando ogni patto, conculcando ogni dritto, opprimendo 
la citlà. 

£ questa agitavasi profondamente, e tutti nella mede- 
sima sentenza venivano che V odiatissimo Filippo doveasi 
coir iniquo governo suo cacciar via. Ad inGammare vieppiù 
gli animi disposti ed irati , Francesco Spinola, il difensore di 
Gaeta, aggiungevasi. Lui, questo vile signore, diceva aver 
sempre mosso V avidità delle nostre ricchezze, l'invidia dei 
nostri commerci, il desiderio della nostra oppressione; egli 
la guerra civile in casa , egli la disfalla fuori; e poiché il va- 
lor genovese naturalmente non potea spegnersi , e sì era in 
Gaeta ed in Ponza testé maravigliosamente dimostrato , ora 
struggeasi di livore , il codardo , e tutti cercava i modi di ab- 
bassarci , e vilipendere. Qual guadagno, qual frutto di que- 
sto malvagio governo: un presidio per opprimerci, an go- 
vernatore per disonorarci, fortezze d'ogni parte per combat- 
lerci , e tutto il nostro dominio nelle rapaci sue mani. Non 
vi pare , o cittadini, che basti per iscuolerne il giogo, e mon- 
darci dall'infamia? cacciamo i suoi mercenari, e rivendi- 
chiamoci in libertà. 

Le accese parole di bocca in bocca trapassate movevano 
le più nobili passioni, e slavano queste per prorompere. 

Senonché da'savj rifletlevasi: essere in potere di Filippo 
Novi , Gavi, Voltaggio , Fiaccone , le tre fortezze di Ponte- 
decimo, Montebello e Bolzaneto, talché da Milano poteva a 
tutta sicurtà condursi fino alle porte di Genova. Quivi avea 
il castelletto e due mila fanti , due fortezze in Savona; Le- 
rici e Portovenere possedeva tuttavia Alfonso; questi per 
mare, il duca per terra avrebbero nel più barbaro modo com- 
battuta la. Repubblica. 

XXIV. I savj riflettevano, e perilavansi,gli animosi ope- 
ravano, e ad ogni cosa l'onore, la libertà voleano preposti; 
deliberavano la vigilia della natività del Signore sul volger 
della sera , prorómpere nel palazzo ducale, tagliarvi a pezzi 
il governatore Opizzino d' Alzate, uomo avaro , crudele e di 
nefandi vizj ricolmo; lui morto, i soldati pensavano di leg- 



I DOGI POPOLARI. 209 

gierì sarebbonsi dall'armi o dall'oro soggiogati. Intanto 
mandavasi a Sarzana per Tomaso di Campofrei^oso facendo- 
gli intendere la congiara , e pregarlo ad aiutare l' impresa 
ifaanto le forze sue comportassero. 

La cosa non ebbe effetto per non so quali ragioni , e si 
aspettava il momento. Quando l' Alzati venia richiamato , e 
nuovo governatore eletto Ermes Trivulzio. Parecchi de' ma- 
gistrati gli movevano incontro colI'Alzati medesimo. In que- 
sto i congiarati occupano la porla di San Tomaso; cacciatane 
la guardia , gridano all' armi; lo Spinola esce al grido delle 
sue case, con tutta la stente che tenea pronta e nascosta , 
esorta alla libertà, infiamma alla vendetta. L'autorità, la 
virtù dell'uomo fa prenderle armi eziandio a' meno arditi, 
la gran campana suonava a stormo e con essa ogni altra; 
pieno d' armi già comparisce ogni luogo. Erasmo ed Opiz- 
Zino al rumore , alla vista dell' imprevedoto avvenimento , 
r QUO verso il castelletto , l' altro verso il pubblico palazzo 
cavalca ; Opìzzino confida nel presidio e spera disperdere i 
sollevati , reprimer l' impeto e la furia del popolo; giunge 
nella contrada di Possateli o, e qui una pioggia di pietre e 
d'altri oggetti dalle finestre gli è gettata in capo, dà di 
sproni al cavallo , e verso la chiesa di San Siro s'incammina 
a precipìzio , spera la santità del luogo gli sarà di salvezza , 
majf^ìà per molte ferite languiva il di lui corpo, cade da ca- 
vallo , la furia popolare lo ghermisce , lo allontana dalla so- 
glia della chiesa dov'egli ancora vorrebbe trascinarsi, e da- 
togli d'ogni modo e d'ogni arma contro il di lui corpo già 
pesto e piagato, lo fa in brani, e in minutissimo strazio ri- 
dottolo lasciandolo morto e nudo sul limitare della chiesa 
esempio miserando a'tiranni che si avvisano coli' ingiustizia, 
6 l'oppressione dominare popoli nati e cresciuti a libertà* 

Poco dopo, il Trivulzio rendea il castelletto salva la vita; 
r esosa fortezza venia popcflarmente uguagliata al suolo; la 
stessa fortuna seguivano quelle di Polcevera e di Savona. 
Tatto rìpristinavasi, e la Repubblica tornava signora di se 
medesima; sei eleggevansi presidenti e difensori della libertà, 
cui davasi ampia balia circoscritta dal divieto di non mutare 
le leggi consuete, né derogare all'autorità degli anziani. £ 

StorUi di Canova, — 4. H 



210 EPOCA QUARTA. 

perché forte pennriavasi di grano, chiose da Filippo le tratte 
di Lombardia, a cavarne di Toscana e Romagna manda- 
yasi legato il celebre Giacopo Bracelli a pregare i Fiorentinr 
e il Pontefice Eugenio V, sia perciò, sia ad aiataré la libertà 
de' Genovesi ; i primi dell'una e l'altra cosa mostravansi prò-, 
pizj , il secondo né propizio nò alieno lasciava ad ogni modo 
cavar grano. 

A questi fatti aggioiigevano un manifesto al duca di Mi- 
lano nella latina lìngua composto^ e così espresso: 

« Quello che i Genovesi hanno operato non li dee , o- 
-» Filippo, recare ammirazione, e se alcuna, perchè tardi 
» fu fatto. Tu in ogni guisa la Repubblica traesti ad estremi 
9 partiti, la pazienza nostra affaticasti , non essendo noi 
1» usati a governi aspri e tiranni. Se noi colle valorose opere 
» in alto ti sollevammo, tu ogni sacro patto violasti, nimicì 
» tutti gli stati d'Italia ci facesti, iniqui governatori c'in- 
» viasti, e i più nefandi in uffìzio a vergogna e depressione 
» nostra, volesti confermati in uffizio, esempio Opixzino 
» Alzati che in violenza e rapacità non ebbe il secondo. 
» Costui nel tuo nome reggendo, ogni arbitrio commette- 
» va , insultava al senato che i più grandi monarchi eb- 
« bere sempre in onore , perseguiva e imprigionava i più 
» qualificali cittadini, violava stuprando le più caste don- 
» zelle ; se di tanta esorbitanza volevamo a te qoerelarpi , 
» vietalo era il recarsi a te, e se concesso non accordata 
» r udienza , e se accordata ritenuti statichì , puniti i le- 
» gali nostri. Nell'interno cosi da te intorbidate, niano- 
u messe le cose nostre; al di fuori se un armamento od 
» un esercito diliberato e spedito , a governarlo tuoi uo- 
» mini e fra questi i più vili e dappoco elegs^evi, esem- 
» pio ti fia la disfatta di Solcati che noi a te solo dobbiamo, 
» Gaeta nella quale invano Francesco Spinola colla propria 
» virtù rintuzzava la viltà del Tuo Ottolino Zoppo. £ dì 
» Gaeta parlando tu sai come ci trattavi dopo la vittoria 
» di Ponza , proibendo la venuta d' Alfonso in Genova ,' il 
» menarne trionfo, lo scriverne a' principi amici, l'obbli- 
» garci ad onorare col baldacchino il re di Navarra, con- 
» durtelo a Milano, ad alleslire una flotta che gli stessi 



I DOfll POPOLAftl. Stt 

» prìgtODi riportasse io quel silo medesimo da noi impedito 
» loro 9 e dove li avevamo sconfìUi. Tu ci proibisti che 
» Gaeta riconoscesse da noi la propria liberazione , tra noi 
» scegliesse od podestà a governarla , i legati a ringraziar- 
» ci ed offerirci il dominio volesti in Milano , prigioni li 
» tenesti violando il sacro diritto delle genti; coi Catalani 
» nostri antichi ed eterni nemici ci costringevi a pace , a 
)» concordia. Tu delle patrie terre facesti il più duro ed 
» insano governo, le migliori usurpasti, e lasciasti usar- 
» pare dagl'intestini nemici; in Corsica, in Sardegna pa* 
» tivi , e segreto incitavi il tumulto, la sollevazione. Toc-- 
» CQpazione ; Bonifacio promettevi ad Alfonso, Lerice, Por- 
» tovenere gli accordavi; un Benedetto da Forlì mandavi 
» air Imperatore di Costantinopoli per proporgli la vendita 
» delle nostre colonie orientali; tanto li stava. neir animo la 
» gelosia della ricchezza e potenza ed onor nostro. 

» Arrogo; che a' tuoi tutte le dignità e gli uffizj, a'tooi 
» la parzialità de'giudizj, a' tuoi ì favori e le grazie, gli 
» emolumenti ; a* nostri il disprezzo , la persecuzione , la 
» carcere, il disonore, resiglio, e le secreto inslruzioni 
» al nuovo governatore, affinchè meglio in tal guisa di stato 
9 perseverasse, e doppiasse d'iniquità , se tanto ancora e 
» bastante non era quella finora da le esercitata. 

» Infine , Illustrissimo principe, noi questo tuo disuma- 
» no ed infame governo non volemmo patire, e Tabbiama 
» rispinto y egli non è per noi, tu sei tiranno, e noi nati a 
» libertà, io sei fra soldati ed oppressi popoli, obbligato a 
» stipendiar quelli per concolere questi , noi non siamo e 
» non vogliamo essere che cittadini figli di antica ed ono- 
» rata Repubblica; che se questa vorrai rispettare, non t» 
fia malagevole il valerti della sua amicizia , se no , noi 
» siamo ad ogni estremo parati per difenderla; delle tue in- 
» tenzioni ci sarà indizio la restituzione che vorrai fare ({eì 
» nostro grande stendardo da te ingiustamente- toltoci, la 
» qaale non seguendo , noi estimeremo che tu anteponga la 
to guerra alla pace , e noi quella poiché quésta li spiaccia con 
x> animo imperturbato accetteremo. » 

XXY. E la guerra voleva, ed un campo scendeva in Poi- 



212 EPOCA QUARTA. 

cevera condotto da Niccolò Piccinino generale del daca, niet- 
lendo ogni cosa a sacco ed a fuoco Gno alla spiaggia di San- 
pierttarena, bruciando le navi che colà erano in costruzione; 
stendevasi a Vollri , seguiva ad Albenga , e da pertaUo le 
slesse devaslazionì operava congiangendosi coi marchesi del 
Finale. I Genovesi si aiutavano di perse, e mandavano per 
aioli in Toscana dond'erano spedili mille pedoni con alquanti 
cavalli. Albenga era assediala dall'esercito milanese, la Re- 
pubblica a meglio difendersi confedera vasi per dieci anni con 
Firenze e Venezia , e per ordinare l' interno ì primati popo- 
lari congregatisi in San Siro creavano dneeisnardo Guarco; 
soccorsi novelli venivano di Toscana, seimila balestrieri con 
essi movevano a liberare Albenga, la quale infatti abbando- 
navasi dal Piccinino: le terre ancora di Portoveneree Lerici 
ricuperavansi , Voltaggio riscatta vasi da Filippo, i marchesi 
del Finale punivansi col bando; al doge Guarco perchè troppo 
debole e di età matura , incapace a reggere il governo in cosi 
ardua condizione di cose, Tomaso da Campofregoso succe- 
deva. Trovavasì questi nella chiesa di San Domenico a scio- 
gliere il voto per la vittoria di Ponza quando il di lui fra- 
tello Ballista, che avea intelligenza col duca di Milano, levava 
tumulto , occupava il pubblico palazzo , e col favore de' sol- 
dati faceasi nominar doge da ottanlasette voci. Tomaso a quel 
rumore accorreva , ricuperava IT palazzo , ripigliava la di- 
gnità ducale , ed esortato a far morire il fratello rispondeva 
che anteporrebbe prima ogni calamità ed ogni ingiuria che 
del fraterno sangue contaminarsi; nominavalo invece ammi- 
raglio, e poscia morto nel 1442, grandissimi funerali gli erano 
da lui celebrati , e tali che oggidì leggendone la descritione 
neir annalista Giustiniani per la singolare magnificenza loro 
ne prendiamo stupore; tanta si ravvisa essere stata allora 
la potenza e la grandezza della Repubblica. 



I Doei popouBi. 213 



CAPITOLO QUINTO. 

Sciinia d' OecideDte ; il re Alfooto »* impadronisc* del regno di Napoli ; inutili 
sforsi de' Gcnoveii per so»lenere il pallilo angioino; il doge Tomaso Da 
Campofregoso è costretto a cedere la signoria a Rafiàele Adorno; nuove 
leggi i * Raffaele Adorno succedono per brevissimo tempo nel dogato Bar- 
naba Adorno , Giano , Ludovico e Pietro Da Campofregoso ; presa di Co- 
stantinopoli fatta da Maometto li , perdita delle colonie genovesi. 

XXVI. Tre flagelli singolarmente travagliavano in que- 
sti anni rilalia: lo scisma che si era di nuovo risvegliato 
nella Chiesa, Tambiziotìe e la slealtà di Filippo Maria Vi- 
sconti, e la guerra di Napoli tra gli Angioini e gli Arago- 
nesi. Il concilio di Basilea metlea profonde le mani nella 
schifosa piaga , aboliva le annate de' benefìzi siccome cosa 
simoniaca, e poiché le riforme pareva a que' padri non do- 
versi limitare all'infermo stato della Chiesa, ma toccare i 
papi medesimi, citavano Eogenio IV ponteOre affinché ri- 
spondesse a varie accuse proposte contro di lui per cagione 
delle riserve de' benefìzi, delle annate, del non ammettere 
le elezioni, di praticare apertamente la simonia. Eugenio 
sdegnavasi fortemente di quel procedere del concilio, pub- 
blicava una bolla colla quale dichiara vaio sciolto, e fìssava 
la città di Ferrara dove aveasi a convocare di li innanzi , al 
quale ancora invitava ì dissidenti greci. Infatti adunavasi in 
Firenze e venia in esso dichiarato Gnito quello di Basilea, 
annullati assai decreti in questo fatti senza l' approvazione 
del papa. I Greci pure intervenivano ad esso, e Tlmpera- 
dore loro Giovanni Paleologo, che sperava con tal modo soc- 
correre alla periclilante signoria già presso a cadere sotto il 
giogo turchesco. Successe l'unione della chiesa greca alla 
latina con molla gloria del pontefice Eugenio, ma con poco 
buon fruito, come poscia si dimostrò. Ciò nulla meno il con- 
cilio di Basilea, né per questo, né per la peste che infieriva 
in quella città cessò dal procedere innanzi, e giunse persino 
ad eleggere un antipapa, e questi fu Amedeo duca di Savoia 
che quantunque ritiratosi dalle mondane vanilà in Ripaglia, 



^14 ErOCl QUARTA. 

•si lasciò sedorre a vestire il gran manto, lochè mostrò che 
in queir animo nascoste si appiattavano piuttosto che estinte 
Je natarali ambizioni di regno. 

Filippo Maria avea una insaziabile cupidità di (iranneg- 
'^iare e dominare ogni terra italiana, ma volobi4e ed infe- 
dele, nò sapea il vero mezzo di acquistare, né quello per 
•conservare l'acquistato. Vedemmo in qual modo avesse oc- 
•cupato, governato e perdalo Genova. Cosi d'ogni altro pos- 
sesso gli accadeva; invano i suoi condottieri, e principale 
fra quelli Niccolò Piccinino, si afTaticavanoa'suoi servigi con 
•mollo valore, volea, disvolea, e della sua mente natia di 
certo mai conoscevasi; i Veneziani, i Fiorentini, il papa in 
lega contro di lui ne contenevano i pravi disegni; ai loro 
soldi un altro grao^capitano, Francesco Sforza, miliiava, co- 
sicché tutte le guerre che in questo tempo si fecero, furono 
per frenare l'ingordigia del duca che attentava alle repub- 
1)liche di Venezia, di Firenze e di Genova, e per far ri- 
■splendere la virlu di Niccola Piccinino e Francesco Sforza 
«he quelle guerre medesime valorosamente condussero. 

Mescolala ad esse trovavasi la conquista che Alfonso 
d'Aragona volea ad ogni modo conchìudere nel regno di 
l^apoli. In lui maggiori qualità rispondevano che in Filippo, 
il valore, la lealtà, la magnanimità erano senza pari, e per 
queste certamente diede fine a' suoi disegni. Impedìvangli la 
x^nquista il papa che temea di si formidabile vicino, i Fio- 
Tentini, i Veneziani; e i Genovesi specialmente antichi, 
-mortali nemici de' Catalani, per ragioni di commercio, e 
per antica amicizia colla casa d'Angiò. Renato era quello 
«he questa rappresentava, ma caduto prigione in Francia, 
Isabella di lui moglie recavasi nel regno di Napoli, e strenua- 
mente ne sosteneva le parti, i Genovesi d'accordo col Pon- 
tefice, Firenze e Venezia l'accomodavano di validi aiuti; in 
€ne liberato Renato trasferivasi di persona colà e caldamente 
roaneggiavasi al trionro della propria causa. I Genovesi man- 
davano Niccolò Fregoso, figliuolo di Spineta, giovinetto di 
grande ardire che segnalavasi nell' assedio di Castelnuovo, 
4enuto dalle genti d'Alfonso, e alfine espugnavalo. 

XKVIl. In questo, rìnnovavasi la lega con Venezia, e 



I DOGI POPOLASI. 215 

f irenze, si armava contro i Catalani , si conveniva con Papa 
Eugenio per far guerra ad Alfonso; si faceano nuove galere, 
riparavansi le vecchie, e una vigorosa spedizione apparec- 
-chiavasi, cui era designato capitano Giovanni di Gampofre- 
goso fratel minore del doge. La nomina spiaceva alla nobiltà 
-e specialmente a Gian Luigi Fiesco che stimava fosse a sé 
destinata, sicché ristrettosi col duca di Milano, meltea in 
tamnlto la Riviera di levante. La quale volendosi dal doge 
acquetare, la città stessa trovandosi in pericolo di nova guerra 
civile, i danari che si doveano impiegare nella spedizione di 
Napoli, venieno da esso rivolti ad attutire quei torbidi, della 
-qualcosa il Papa ricevea molestia e turbazione grandissima. 

Senoncbè a sciogliere quel nodo di discordie italiane, 
«oncorreva assaissimo la pace che in questo anno di 1441 si 
-conchiudea tra Veneziani, Fiorentini, e il Duca Filippo col 
matrimonio di Bianca di costui figlia col conte Francesco 
Sforza. Nello slesso tempo poneasi fine al concilio di Firen- 
ze. Il Visconte se non abbandonava le proprie ambizioni, 
<;ostretto dalle armi nascondevate, e ad altra epoca ne diffe- 
riva lo sfogo. 

Travagliavasi solo Napoli per l'assedio postogli d'Al- 
fonso, e soli i Genovesi a tanta forza opponevansi; Renato 
difettando di danari, abbandonato, tradito, vedendo oggi- 
mai non poter più ricevere soccorso d'alcuno, ritornavasi in 
Francia, lasciando la fortezza di Napoli in mano di Antonio 
Calvo genovese, con commissione che dove fra certo tempo 
<ion gli venisse soccorso, disponesse della fortezza. Alfonso 
non trovando più gagliarda resistenza impadronivasi di Na- 
poli, e il Calvo invano aspettando gli aluti, era alfine co- 
stretto a cedere. 

I Fieschi. non chetavano, il duca di Milano gì' incitava; 
Gioananlonio Fieschi doveva venir di notte con alquante 
l>archette di pescatori, entrar dentro, e con parecchi con- 
giurati occupare il palazzo. 11 doge n'ebbe sentore e si ac- 
-cinse alle difese, ma queste poscia intermettendo per non 
veder seguito l' effetto di quanto gli si era rapportalo, il Fie- 
sco potò entrare in città, e levarvi il rumore. Tomaso fu 
allora consigliato ad abbandonare la Signoria, e mostrandosi 



216 EPOCA QUARTA. 

reslio, il tomaUo più fiero cresceva, assallavasi ed occnpa- 
vasi il palazzo, lai che il doge ridacevasi nella torre del- 
l'orologio, e davasi alfine in. balia di Raflaelle Adorno; gli» 
Anziani dopo ciò eleggevano otto capitani della libertà. la- 
fine, lo stesso Raflaelle Adorno , figlio di Giorgio e nipote- 
d'Anloniotto, creavasi in doge il 38 gennaio 1443, gli si ag- 
giungevano quattro cittadini per regolarne lo Slato. 

XXVllI. Con questo dogato alcune nuove leggi emana- 
vansi: 

10 II Doge fosse esente da gabelle, e avesse novemilasei- 
cento lire di provvisione, mentre prima sole 8500 ne rice- 
veva. 

2*" La piazza del pubblico palazzo guardassesi da una 
compagnia di trecento lance con soldo di cinque lire al mese 
per ciascuna. 

3o Che il doge avesse facoltà col Consiglio, rUflSclo della 
moneta, e due savi d'intervenire nelle liti che il pubblico 
erario riguardavano. 

4o Gli uffizi e le cure conferite dal doge Tomaso si 
rivocassero, se ancora non fossersi esercitate, o se a gente 
non idonea^ concesse ; le rielezioni in modo straordinario di- 
pendessero dal doge e dal Consìglio. 

5o II bilancio generale della Repubblica fosse di li- 
re 53,132, cioè, appena sei volte di più che il salario du- 
cale. ^ 

11 dogato dell'Adorno non avea però sanato i viziati 
amori che si agitavano in seno della Repubblica, imperocché 
i Fregosi tentavano di rimettere in seggio la propria casa^ 
Pierino Fregoso non conteniavasi di aspirare alla signoria, 
ma le molestie sue recava fino a turbarne il commercio cogli 
assalti e i depredamenti. Gian Antonio Fiesco occupava Reo-' 
co, Porlofìno e altre terre; Alfonso, la profonda piaga della 
passata sconfìila serbando in core per ogni seno di mare 
insidia vaci; a tuttociò arrogo la peste che cogli altri flagelli 
tribolava in questi anni la città e le riviere. 

Raflaelle Adorno si componeva in qualche modo col Fie- 

* Traggo queste notizie dal marchese Serra- (Vedi Storia della Liguria, 
tomo II, pag. 183. Ediz. di Torioo) 



I DOGI POPOLASI. 217 

f 

SCO, e slipalava pace con Alfonso; le ragioni dì commercio 
che i Genovesi aveano nel regno di Napoli, e il prevalere 
del re contro la parte angioina ci obbligavano ad accettare 
eziandio condizioni men favorevoli ; e tra queste che la città 
dovesse ogni anno mandare al re un bacile d' oro, acciocché 
per questo dono V animo suo si mitigasse. Senonché Alfonso 
di tal dono faceva la più ridicola ostentazione, congregava 
il volgo e.i baroni quasi come a pompa trionfale, e voleva 
il bacile ricevere in pubblico; la qual cosa non comportan- 
dosi e negandosi dai Genovesi, la pace dopo un anno si rup- 
pe, e tornossi più che mai alle antiche discordie. 

L'Adorno non potea reggere alle insidie degli emuli che 
venivano da Alfonso e da Milano suscitati; ei dunque persuaso 
che lasciando la signoria, la città avrebbe tornata in pace e 
libertà, rinunciava al dogalo. Dodici cittadini erano deputati 
al governo; ma Barnaba Adorno cacciavali, e si eleggeva 
doge; poco vi stava, che alla sua volta cacciavalo Giano Fre- 
goso, il quale morto il 1448, gli succedeva nel dominio il 
fratello Ludovico con 331 voce. Sotto di questo creavasi 
un'ampia balia, si univano, o consolidavano varie compere 
di San Giorgio, essendosi dianzi insti tutto l' oiUzio che si 
appellò del quarantaquattro, perchè di tale anno ebbe origine ; 
movevasi guerra ai marchesi di Finale sempre ribelli alla Re- 
pubblica; rinnovavasi la fortezza di Castelletto atterrata dopo 
l'espulsione del governo milanese; aiutavasi di 10 mila ducati 
Francesco Sforza che per la morte del di lui suocero Filippo 
Maria Visconti, mirava ad impossessarsi del Ducato. 

Ludovico Fregoso non meglio del padre Giano durava 
in signoria. Veniva tosto in odio del pubblico, imperocché 
ricorresse al ponteGce per avere in proprietà il regno di 
Corsica ; e quegli rimescolando le pretese delle antiche do- 
nazioni subitamente concedeva. 1 Consigli non volendo che 
in funestissimo esempio si traesse quel fallo, e anche desi- 
derando di provvedere ai diritti di sovranità competenti alla 
Repubblica, statuivano che 1' uffizio di San Giorgio dovesse 
procedere alla punizione e castigo di tutti coloro che impe- 
travano da Roma bolle e rescritti contro gli statuti. Queste 
cose facevano levare il rumore contro di Ludovico, il quale 



-218 BPOGA QUARTA. 

era deposto dal Dogalo, e spedivasi a Sarzana, dove slava 
Tomaso da Gampofregoso, invitandolo adaccettare la Signo- 
rìa, ma egli negava ed esortava invece volessero eleggere 
a quel grado il nipote Pietro, il quale nomina vasi con 317 vo- 
ci. SottoiI naovo doge mandavansi ambasciatori all'imperatore 
Federico dianzi a questo onore sollevato, e a Papa Niccolò V 
«accesso ad Eugenio IV. Festeggia vasi con molta solennità 
r ambasciatore del re di Tunisi che reca vasi in Lombardia, 
ma tristi fatti faceano di sinistra memoria il dogato di Pie- 
4ro, la cadala di Costantinopoli, e la perdita di Pera. 

XXIX. Dirò brevemente di quei fatti, imperoochò una 
più singolare narrazione mi riserbo a farne laddove irallando 
del commercio di qoesO epoca parlerò delle colonie. Già da 
«lualcbe tempo l' impero ottomano si andava ampliando, e il 
bisantino per propria corruzione cadeva ; al principio di que- 
sto secolo XV, il tartaro Tamerlano avea ancora traltenulo 
ì Turchi dalle maggiori conquiste; ma era decretalo che dif- 
ferire, non arrestare si potesse il lamentabile destino che sO' 
pra GostanUnopoli pendeva. Maometto IV reggeva l* impero 
'Ottomano, Goslanlino XII il bizantino; forte d'intelletto, di 
cuore, e d' nomini devoli era il primo; il secondo sebbene 
'delle prime due qualità non avesse difello, mancava della 
terza; che in lui mai fidavano i Latini, e nn apostala rav- 
visavano ì Greci i quali lo aveano con orrore vedalo sotto- 
scrivere al concilio di Firenze per l' unione delle due chiese 
dissidenti. Avversi quindi non che tiepidi erano per tolto ciò 
che riguardava l' impero, a tale che farsi monchi di un brac- 
cio, di una mano, fingersi infermi, darsi alla fuga antepone- 
vano alla difesa della patria; ed un popolo quando cade in 
siffatta corruzione e viltà, non solo inevitabile, ma meritata 
é la sua servitù. Di tanta città quattromila uomini appena 
Irovavansi a difenderla. 

In tanto obbrobrio de'Greci, i Latini rimanevano soltanto 
nllima speranza all' imperatore; per questo avea egli procac- 
ciato l'unione delle due chiese, per questo favoritigli in ogni 
occorrenza e ragione di commercio. Ma qui ancora la mala 
discordia che divideva gli stali di cristianità struggeva il fon- 
<)amento di tanta speranza. Federigo IV imperatore era goer- 



I D06I rOPOLABI. S19 

reggìa(o da' Boemi, e dal proprio fratello; Carlo VI di Fran- 
cia, alava presso a ricaperare il diviso e perdalo regno; 
Arrigo IV d' Inghilterra si agitava fra le fazioni d' Torck e 
di Lancasler; Alfonso d'Aragona avrebbe meglio d'ogni al- 
tro potuto bastare al pericolo, e comperarsi il nome di valo- 
roso liberatore d'Europa, ma invidia ed odio contro i Ge- 
novesi lo rodeva, e ami vedea con gioia le doviziose loro 
colonie poste a repentaglio dall' imminente invasione. Resta- 
vano il Papa, i Veneziani, i Fiorentini, i cavalieri di Rodi, 
e i Genovesi; il primo facea inviti a' principi, imponea de- 
cime al clero, pubblicava indulgenze affinché si accorresse 
a salvamento di Costantinopoli; ma I princìpi involti nelle 
proprie contese disconoscevano e in nian cale teneano gl'in- 
viti; il clero negava pagare le decime, e le indulgenze ve- 
nieno universalmente riguardate come merce ed argomento 
di profano e vituperevole traffico. 

Lo scisma avea dimostrate le schifose piaghe di eh' era 
piena la corte di Roma; i concili di Costanza, di Basilea e di 
Firenze, invece di portarvi rimedio meglio le aveano aperte, 
e fatte palesi ; Cristianità non volea più essere riputata tanto 
stolta da dare il proprio danaro che tornava a soddisfazione 
di brutti visj, e d'insanabile corruzione; le crociate, man- 
cata la santità de' pontefici e la purezza della fede, deviato 
il sublime intendimento che le bandiva, erano divenute ridi- 
cole non che impossibili. 

I Veneziani serbavano l' antica rivalità coi Genovesi , 
né spiaceva loro la rovina di Costantinopoli, dappoiché mira- 
vano a concentrare il commercio orientale in Egitto e in 
Scria. 

I Fiorentini faceano peggio, giovavano gì' Infedeli dei 
loro consigli ed avvisi; tanto si ricava dalla Cronica di Be- 
nedetto Dei. ' 

I cavalieri di Rodi, l'anno medesimo che i Turchi mos- 
sero contro di Costantinopoli, firmavano incontanente una 
tregua con questi che per istituto doveano eternamente com- 
battere. Per colmo di sventura anche Giovanni Unnlade si- 
gnore degli Ungheri, ed uomo valorosissimo, nemico nalu- 

' Tomo li, pag. 344. 



220 EPOCA QUABTA. 

rale dell* impero oUomano, avea fatta con esso Qoa pace di 
tre anni. 

Soli restavano i Genovesi, e eerto in tanto abbandono 
non perdevano l'animo, e Giovanni Giastinìani creato 
capitan generale, e i coloni di Pera travagliavansi nel me- 
morabile assedio. A suo tempo ne racconterò i particolari: 
qui basti il sapew per lume della storia che 'io scrìvo, che a 
fronle di un esercito che contava le forze terrestri di 258 
mila persone, e le navali di 320 vele, mal si potevano reg- 
gere a difesa di una città che avea tredici miglia di circuito 
soli 6970 uomini, quanti erano i difensori. Le prove mirabili 
di valore da questi fatte fecero disperata la difesa, ma non 
impedirono la vittoria degl' Infedeli. Rimasero morti Giosti- 
niani e V imperatore, occupata e vinta Costantinopoli, e per 
quattro interi giorni saccheggiata e vilipesa; smantellata ed 
invasa Pera, Todrisìa luna posta in vece colà della croce 
vermiglia di San Giorgio; cosi ebbe 6ne l'impero bizantino 
sotto un imperatore che fu dodicesimo del nome di colui che 
r avea fondato. 

In Genova, mentre il campo turchesco si affaticava con- 
tro Costantinopoli, si erano armate per la sicurezza di Pera 
parecchie galee, mandatovi grosso soccorso di trecento ba- 
lestrieri con molli arnesi da guerra, duecento corazze , .quat- 
trocento celale, e settecento casse di verrettoni. 

Ma le cose di Corsica intorbidale d'Alfonso d'Aragona 
che slava pronto ad ogni evento per dannificare la Repub- 
blica, impedivano alla Signorìa ogni più ampia provvisione 
per r oltremare. Le genti di quel re occupavano la terra di 
San Fiorenzo in Corsica, sicché di tutta quell'isola si trasfe- 
riva, per deliberazione del Consiglio, il dominio all'Officio'di 
San Giorgio, al quale eziandio si dava quello di Gaffa; e 
delle altre terre e colonie del mar Nero, avvisando che nelle 
slrellezze del pubblico erario. San Giorgio avrebbe potato 
giovar la Repubblica sopperendo col proprio, e difendendo 
cosi con maggiori e proporzionale forze quei doviziosi pos- 
sedimenti. 



I OOCt POPOLABI. 231 



CAPITOLO SESTO. 

Gnenra con Alfonso re di Nnpoli; sua lettera intemperante contro la Repablilica , 
risposta ài qursta i il doge Pietro Da Campofregoso , cede la atg noria a 
Carlo VII re di Francia, il cui governo tornando odioso viene abbattuto dai 
Fregosi, riuniti agli Adorni ; d(^ato di Prospero Adorno. 



XXX. Slava sempre in guerra, solo ed ostinato contro 
di noi, il re Alfonso, poiché in questo anno di 1454, si era 
pubblicata la pace fatta dai Genovesi col duca di Milano , ì 
Veneziani e i Fiorentini, riservandosi i primi le ragioni che 
avevano contro lo stesso re; il quale aderendo il seguente 
anno alla pace avea perdurato nella crudele ostinazione di 
volerne esclusi i Genovesi. 

11 negozio della pace era stato con indefesso zelo trat^ 
tato dal pontefice Niccolò V, nel pietoso intendimento di rac- 
cogliere i principi di Cristianità contro il torco che prorom- 
peva ed invadeva d' ogni parte; ma vani erano stati i suoi 
sforzi ; ed egli per profonda amarezza ne moriva addi 24 
marzo del 1354. Merita questo papa che io gli consacri al- 
cune parole. Sono argomento per luì di lode chiese ed edi- 
fizi pubblici, innalzati e restaurati, libri di antichità a caro 
prezzo acquistati , uomini sommi condotti dall' estero, e spe- 
cialmente greci dottissimi tratti in Roma, dopo la caduta di 
Costantinopoli. La occisione di Stefano Porcari ed altri gen- 
tilaomini che pensavano di riordinare la romana repub- 
blica, è dì macchia alla sua memoria. A Niccolò V succedeva 
Alfonso Borgia di Valenza col nome di Calisto III. 

Intanto in Corsica, nelle due riviere, e contro la stessa 
città tramava Alfonso, ma. Calisto lo esortò a por giù le in- 
giuste ambizioni, volesse in vece con miglior senno adope- 
rarsi a rispingere il turco, che con nuove e formidabili forze 
movevasi contro 1* Ungheria, ultimo baluardo .de' Cristiani; 
quel re non potuto commoversi a tanto, si arrese allo spa- 
vento che un terribile terremoto gì' incusse, il quale molle 
città del regno di Napoli sommerse nelle rovine sotto le 



222 IKPOCA QUÀBTA. 

qaali giacquero meglio di qaaranla mila persone. Però con- 
senti a richiamar le sue genti di Corsica. 

Il nuovo pontefice potò raccogliere nel seno della Cri- 
stianità tante elemosine che servivano ad armare parecchie 
galee, gli altri Stali d* Europa lo secondarono, e molte smi- 
surate navi gettò in mare Alfonso. Giovanni Unnìade sì af- 
frontò coi Turchi , e Belgrado dal suo valore rimase libe- 
rato. 

Ma Alfonso non si tostò avea fatto 1* armamento che 
spiccava dal medesimo due grosse navi , e le mandava in 
corso contro gì' Infedeli che solèano navigare da Alessandria 
a Tunisi. Giovan Gilio capitano di quelle incontrava una ca- 
racca genovese che carica di preziose mercanzie procedea 
dal levante; adducendo pretesto che non avea dato voce, si 
mosse a combatterla, e dopo molto contrasto la prese, e recò 
in Napoli; in vano il doge Fregoso interpose ogni ufficio, e 
fece ogni instanza dimostrando 1* ingiustizia della preda; il 
re con mendicate ragioni scusava in prima il fatto, poscia 
allegava non so quali rappresaglie di altri suoi legni dai Ge- 
novesi predati; conchiudeva nulla voler restituire. Il perchè 
sei grosse navi, due brigantini, ed altri legni armavansi in 
Genova sotto il governa di Gian Filippo Fieschi. Questi scor- 
reva i mari dì Napoli e dì Sicilia, raccoglieva quanti legni 
genovesi trovava, e 6n dentro il porto di Napoli apparec- 
chia vasi a recar la guerra. Alfonso con grossa squadra man- 
dava Bernardo Villamarina a combatterla , e per terra od 
campo del quale era capitano Palermo napolitano, coi ag- 
giungevansi i fuorusciti RafTaellee Barnaba Adorni; lo stesso 
Gian Filippo Fiesco alienandosi dal doge voltavasi a questi. 
Movevano tutti insieme a distruggere il governo del doge, 
se non che egli avvisava a sottile stratagemma. Premuniva 
assai bène la fortezza del Castelletto, e con quanta gente 
poteva allontanavasi dalla città. Entravano i fuorusciti coi 
nemici esterni , ma li per metter piede sulla soglia del palazzo 
ducale venivano alle mani, imperocché gli unì volevano 
escluderne gli altri. Nel caler della zuffa, il Fregoso tornava 
colla sua gente, piombava loro sopra, e disfacendoli, ricupe- 
rava la periclitante signoria più forte e polente di prima. 11 



1 1I06I POPOLA II'. 223: 

re scornalo per ogni Terso scriveva ooa ingiuriosa leUera ai 
Genovesi, di coi era la somma: ch'egli aveva mossa guerra 
contro i Torchi a favor della fede per olilità della citlà di 
Genova, per li nobili, grandi e fiore di quella, che si tene* 
vano in esilio, ma che per opera sua sarebbero tornati in 
patria, e cosi mantenuto da essi la fede, la gratiladine,i 
patti, la pace e ogni cosa onorevole. Circa il passato, la pri- 
ma e la seconda pace essere slate rotte dai Genovesi; circa 
il presente solo per mediai Ione del ponteQce Calisto essersi 
mosso non ad una pace, ma ad una trecua per coi egli rivo- 
cava il presidio, e le genti di Corsica; della quale occasione 
approfittandosi i Genovesi, aveano colà usurpate le terre- 
d'Aragona uccidendone gli officiali: oltre ciò pigliate e ru- 
bate molte navi d'Aragonesi; non data risposta solle proteste, 
solo allegando tutto ciò essere stato operato non da essi , ma 
dal magistrato di San Giorgio. Aver lui mandate le proprie 
galere contro di loro, non per riiacimento di danni che in 
altri modi non potea sperare. Quanto a' pericoli de' Turchi,. 
non potersi persuadere che i Genovesi ne favellassero; quali 
sapevano che genernzione di cristiani avesse per sordida 
avarizia tragittati i Turchi d'Asia in Europa. Chi impe- 
diva I re e principi, dal muovere contro di quelli, som- 
ministrando a' Maomettani armi ed altri arnesi di guerra?" 
Chi infine congiurato con essi contro di lui? Esso re pro- 
carato aveva la pace d'Italia, affinchè potesse più libe- 
ramente aver luogo l'impresa torchesca che, turbata adesso- 
per opera del doge e ufficio della fialia, conveniva che egli 
impugnasse le armi cosi contro i Genovesi come contro 
del turco; non millantasse infine la Repubblica le passate 
vittorie ; queste ottenersi anzi per potenza divina, che per 
virtù umana, quindi spesso vedersi essere stati vinti i piò 
forti dai meno potenti; altre cose aggiungeva, e tutte di 
sdegnosa minaccia. 

I? officio della Balia rispondeva al re, e premettendo 
che la soa lettera se non fosse stata da lui firmata, non si 
sarebbe creduta tanto era sconveniente ad una regia mae* 
sta, opponeva in prima che l'accusa di avere violata la pri- 
ma e la seconda pace, era smentita dalia depredazione che 



221 EPOCA QOiBTA. 

le dì lai galere facevano di amici e nemici per le dì cai que- 
rele pregavasi doversi rimettere le controversie all'arbitrio 
prudente di qualche comune amico, locbè non mai da lai 
impetra vasi. Quanto alla tregna chi 1* avesse rotta mostrarlo 
abbastanza numero infìnito d'infelici incatenati al remo delle 
sue galere, i quali navigando sicori e Qdentì della nuova 
tregua erano slati presi e spogliati dai suoi. Per la Corsica 
la Repubblica avere richiamato a' proprii doveri alcuni sog- 
getti ribelli siccom' erano i Leca, ì quali voleva re Alfonso 
considerare invano per suol oficiali. Ciocché affermava che 
altro la repubblica, altro decideva il magistrato di San Gior- 
gio per frodare gì' inesperti, essere fola e calunnia, dappciichè 
le deliberazioni di questo erano sacre e venerate dalla pri- 
ma. I Turchi sapersi, il re più che altri mai, essersi (ras- 
feriti d'Asia in Europa, imperocché regnando dissidia 
tra' principi greci, 1* uno di essi ricorse a loro promettendo in 
premio del soccorso la città di Gallipoli e la fortezza, laonde 
molto numero di essi ebbe a passare di Bitkiia in Asia. 
Quanto alla spedizione di cui tanto menavasi vanto, già da 
tre anni si era per lui vociferato un accozzamento di armati 
ed eserciti, raccogliendo intanto nel più oppressivo modo 
quanti danari sarebbero bastati a colmare le voragini di Ca- 
riddi, e nulla ciò nondimanco appariva di tale armamento, 
e ragione voleva si opinasse esser stato quello un novo e 
sottile stratagemma per far danaro. Della quale cosa, prova 
luminosa cavavasi che non contro i Turchi volesse egli muo- 
vere, ma con quelli indettalo tenesse a bada Cristianità, ap- 
profittando d' ogni pecunia con quel pretesto a semplici po- 
poli estorta. Del resto, qoal si voglia sua minaccia non temer 
la Repubblica usa a veder per l'addielro favoreggiata la saa 
causa colla vittoria da Dio giusto proteggitore del buon di- 
ritto. 

XXXL Procede vasi ad armare, poiché le cose erano in 
istato di risoluta guerra , e capitano della nuova flotta no- 
minavasi Tommasino Fregoso. Al papa, desiderando la pace 
della repubblica con Alfonso, si spedivano due ambasciatori; 
ma né le istanze del pontefice, né quelle di Francesco Sfor- 
za, né d'altri amici e potenti signori d' Italia Taceano forza 



I DOGI POPOLAII. 22tt 

sali' animo del re, il quale pretendeva lasciassero i Fregosi 
la signorìa, la ricaperassero gli Adorni. 

Laonde il doge Pietro a rimuovere la procella che più 
nera addensavasi, a quel consiglio ricorreva che in simili 
condizioni era stato abbracciato da' predecessori saoi; raa- 
nati i savi deliberavasi per essi di affidar Genova in prote- 
zione a Carlo settimo re di Francia; per ciò quattro amba- 
sciatori recavansi in Parigi, e quei capitoli presentavano 
alF accettazione che già si erano convenuti col re Carlo VI : 
vi si aggiungevano alcuni patti separati che il re mandava a 
concordarsi con Giovanni duca di Calabria figlio del re Renato 
che dovea prender possesso della signoria in nome di Carlo 
settimo. Se non che il di medesimo che ratiflcavasi la con- 
venzione, altra pure approvavasi seguita in Atx fra il duca 
di Calabria e Bermele Grimaldi inviato particolare del doge 
Pietro. Con questa, prometteva il doge rimettere la signoria 
al re, nella quale occasione il duca di Calabria sarebbesi ap- 
prossimato a Genova con un' armata non minore di dodici 
mila fanti e trecento cavalli; Savona e Novi gli si sarebbero 
date al suo arrivo. Pier Fregoso e i fratelli uscendo di Ge- 
nova sarebbonsi ricoverati in Francia, ossia in Provenza; po- 
sti i loro beni sotto speciale tutela; e se mai quella si avesse 
dovdtorivocare, un anno avanti ne avrebbero ricevuto avvi- 
so. Al doge sarebbero stati pagati trentamila ducati per i suoi 
buoni servigi, inoltre per suo trattamento, e quello de' fra- 
telli lire 41,625; a soddisfare simili pagamenti pattuivasi la 
rimessa di tante lettere di credito pagabili in Avignone per 
parte del duca, il quale doveane essere rifatto dalla Comune 
di Genova coi toccava di sopportare tutto quel peso, unito 
ad altro che poteva risultare di maggior somma oltre i pre- 
detti trentamila ducati; così pure addossarsi lire 91,600 che 
il doge Pietro doveva al duca di Milano , ritenendole con 
cinquantamila ducati de' quali questi andava creditore inverso 
il Banco di San Giorgio. Né ciò bastava; doveasi provvedere 
per parte del re all' avvenire del Fregoso e sua casa ; per 
cui quindi rimettevasi alla regia liberalità; compagnie di 
cinquecento lance erano invece promesse per ciascun fratello 
dorante la vita ; V arcivescovato di Genova rimaneva a 

Storia di Genova 4. ^^ 



226 EPOCA QUARTA. 

Paolo Fregoso non solo, ma quello pare d'Aiz, o aliro 
equivalente beneficio, coir aggiunta di procurargli il cardi- 
nalato; una figlia naturale del re di Sicilia dovea menarsi 
in moglie da un altro fratello del doge; a costui infine 
venia conferita la signoria di Pertuis coli' annua rendita di 
itfOO ducati. 

Queste cose stabilite, Alfonso concitato dairira che 
avea contro la Repubblica, e commosso da' fuorusciti Adorni 
che mal sapeano a' Fregosi del possesso e della cessione del 
principato, ingrossa la flotta del Yillamarìno di venti navi 
e dieci galee, non che l'esercito de' fratelli Adomi ; com- 
mette al primo di navigare nel porto di Genova, a' secondi 
di far impeto ne' borghi. Però avea luogo uno stretto assedio 
della città, e la fame cominciava a farsi sentire, imperoc- 
ché dalla parte di mare i corsali napoletani infestando im- 
pedivano ogni approdo, e da quella di terra mal pelea 
aversi soccorso penoriando in quell'anno di grano la Lom- 
bardia; a tanto disastro provvide la morte, che in quel mo- 
mento trapassava di questa all'altra vita il re Alfonso, e 
morivano nello stesso tempo i fratelli Adorni. 

XXXII. Air estinto Alfonso succedeva in Napoli Fer- 
dinando natogli di una concubina; gli Aragonesi vedala 
smembrata la monarchia l'avversavano, il pontefice^ali- 
s(o III avrebbe volato avocare a sé il preteso feudo, molti 
sovrani desideravano un legittimo principe, molti altri di 
far ritorno alla mansueta signoria di casa d' Angiò, laonde 
mal fermo in disordinato reame Ferdinando ondeggiava e 
temeva. Intanto Pier Fregoso pieno di dispetto contro i 
Francesi che non gli atlenevano le condizioni della ces- 
sione stringeva pratica con Francesco Sforza che occupava 
la signoria milanese, per levar la città al re di Francia; ma 
lo Sforza malfermo ancor egli nel ducato rifiutava, e il 
Fregoso poneva in corrispondenza con Ferdinando il quale 
accettava la proposta. 

Il duca di Calabria che governava la città in nome di 
Francia, rintuzzati i tentativi di Pier Fregoso, vide la pro- 
pizia occasione di assaltare il regno di Napoli e rimetter 
colà in signoria la propria casa; armate ventisei galere parte 



I Doei POPOLiU. 227 

in Provenza, parte in Lìgoria, eoo esse muoveva air im- 
presa. Ricorda la storia che capitano di una di quelle fa an 
cotale Colombo, coloi stesso che sali poi a tanta fama. 

I successi della spedizione per quanto dapprima pro- 
sperì anziché no, si risolsero presto in disastrosi, mentre 
in Genova Pier Fregoso continuando a molestar la città, vi 
ebbe a rimaner vittima; ma più grave turbamento accadeva 
qua dentro che le cose francesi precipitava a rovina; le 
guerre e le armate per sostenerle aveano impoverito V era- 
rio» sicché per colmarlo era mestieri di ricorrere alla gra- 
vezza de' balzelli ; Ludovico Fregoso avea pretesa la somma 
dì novanta mila lire per cessare le molestie contro la Repub- 
blica. La plebe che sola si sentiva esposta a pagare quelle 
spese di cui nulla avea profittato, mormorava, e minacciosa 
rivolgevasi al governalor regio sponendo non comportasse 
che i poveri fossero di tal guisa oppressi , venissero quindi 
abrogate le franchigie e le ava^e godute dai nobili, non 
essendo giusto che chi più ha meno paghi, e il peso venga 
rovesciato tutto sopra di coloro che meno possono soste- 
nerlo. Succedevano dissensioni e risse, il governatore non 
altro faceva che scriverne al re : ma la plebe vedendosi 
ciurmata infieriva, e radunava i suoi magistrati dove ì cu- 
pidi delle cose nuove invece di mitigarla, ai gagliardi fatti 
incitavanla; ed un giovane di vii condizione rompendo gl'in- 
dugi, dicendo che quelle controversie solo colla spada po- 
teansi risolvere, gridava all'armi, e queste nel borgo di 
Santo Stefano impugnavansi. Il governator. regio dapprin- 
cipio non curato quel moto, ora se ne mostrava pauroso*, e 
disperando di attutarlo riducevasi co' suoi ordinatamente nel 
Castelletto. In mezzo al tumulto entravano in città l'arcive- 
scovo Paolo Fregoso e Prospero Adorno, e poneansi a con- 
tendere del principato, sicché dall'una e l'altra parte comin- 
ciava un'assai crudele combattimento; i Francesi cercavano 
di mettere dalla loro parte gli Adorni, per potere poscia in- 
sieme cacciare i Fregosi; ma congregatosi il Consiglio nel 
quale intervenivano gli artigiani, e scoperta l'insidia, tanto 
da quello si operò, che l'Adorno e il Fregoso si composero, 
e concertarono venisse col favore dell' arcivescovo eletto a 



228 BPOCA QUARTA. 

doge Prospero; lochè successe con 436 voti e colle regole 
del doge Giorgio e Raffaelle Adorni. 



CAPITOLO SETTIMO. 

I Fraocesi assaltano Genova, donde ▼engono con molta strage respinti dall'arci- 
vescovo Fregoso nnito al doge Prospero Adomo; loro discordia e gaevra 
dopo la vittoria ; dogati di Spineta, Ludovico, ed arcivescovo Paolo Frego- 
so ; la costui perfidia e mala signoria si rendono intollerabili a tutta la città. 



XXXIII. Concordatesi le parti, si pensò all'espagDa- 
zìone del castelletto, ma smonta era la finanza, e non tro- 
vayasi modo a sopperirvi, avendo fatto trista prova gli ol- 
limi tentativi per raccorrò danaro. Si disperava di poterne 
ottenere; fa dunque deliberato di mandare al duca France- 
sco Sforza, pregandolo volesse accomodar la Repubblica di 
quel tanto fosse bastante sia in uomini, sìa in pecunia per 
combattere V esosa fortezza. 

A Francesco Sforza non piaceva quel dominio francese 
in Genova che avea già adocchiata, e divisava riunire a' soci 
stati; secretamente si era alleato con re Ferdinando di Na- 
poli che por egli avea a difendersi dall'armi francesi; però 
non dissenti di accogliere le genovesi domande, inviando 
mille pedoni, e quantità di danaro per sostentarli; allora fo 
dato ordine a provvedimenti, e si prese a battere la fortezza 
con balestre ed artiglierìe; ma quei di dentro non meno 
animosi rispondevano a' colpi, e pareva non potersi vincere 
che coir assedio; nello stesso tempo si mandava T esercito 
a Savona per levarla a' Francesi, ma il tentativo riosciva 
infruttuoso parteggiando per Francia quella città. Le cose ad 
ogni modo sarebbero prosperamente seguite se di nuovo fra 
Adorni e Fregosi non si risvegliavano i mal sopiti rancori, 
di gnisachè il duca Francesco Sforza credè bene far opera 
affinchè T arcivescovo Fregoso si recasse in Milano; dopo 
di che Prospero Adorno, trovandosi libero d' ogni impaccio, 
provvedeva con diligenza alla cacciata de* Francesi. 



I DOGI POPOLARI. 229 

I quali pensavano di non sgomberare però cosi facil- 
menle la occupata ciUà. Infatti re Carlo, conosciate le tur- 
bolenze di Genova, congregava nel DelGnato un esercito per 
soccorrere V assediata fortezza , e il re Renato armava dieci 
galere; nel primo erano meglio di seimila uomini, e nelle 
seconde mille pedoni, e molli nobili genovesi, che com'era 
loro costume venivano contro la patria. Queste forze rivol- 
ge vansi a Savona, e di là procedevano a Yarazze che occu- 
pavano. 

Come fu in Genova notizia della spedizione francese, gli 
animi impaurirono, e lasciavansi invadere da una gran con- 
fusione, molti e potenti partigiani avea il re, e contro d'essi 
non era che una disordinata moltitudine; Francesco Sforza 
sola speranza ed aiuto, non osava discopertamente soste- 
nere l'impresa per non inimicarsi maggiormente i due re; 
ciò nondimeno desiderando che i Genovesi vincessero, prese 
consiglio di rimettere in patria V arcivescovo Paolo , ricon- 
ciliandolo un'altra volta cou Prospero Adorno. Infatti riuni- 
tisi pensarono insiememente alla bisogna della difesa, e in 
ispecie a cavar danari in ogni guisa , nella quale faccenda 
Prospero andò cosi innanzi ch'ebbe ad indispettire i più 
ricchi cittadini sostenendoli sinché non avessero soddisfatto 
a' balzelli forzati da lui imposti, ma quelli stomacati del 
modo tolsero anzi la prigionia che il pagamento. 

Ora i due rivali convenivano della difesa; Paolo colla 
gioventù, il fiore del popolo e li soldati sforzeschi, occupato 
tutto quel tratto di monte che si distende dal Castelletto a 
San Benigno, dovea guardare non assaltasse il nemico la 
città, da quella parte non entrasse nel Castelletto; Prospero 
avere la guardia e il presidio della città, provvedendo a 
che non fosse turbata V interna tranquillità. 

XXXI V. I nemici intanto accosta vansi vieppiù, tene- 
vano la terra di Cornigliano; Paolo e Prospero muovevano 
loro incontro, ma non osando combattere, tornavano in città, 
per la qual cosa erano dai Francesi inseguili che occupa- 
vano il monastero di San Benigno coi monti circostanti; in 
questo gettava le ancore colla sua flotta il re Renalo, e ral- 
tedévasi nella spiaggia di San Pier d'Arena a ristorare la 



230 EPOCA QUARTA. 

sua gente, il quale ìndagio fa cagione eh' e! non ottenesse 
poi la vittoria. 

I Francesi partiti in tre schiere, si avvisavano slog- 
giare dalle sommità di San Benigno e dei monti adiacenti 
i Genovesi governati dall' arcivescovo Paolo; salivano infatti 
animosi in prima i cavalli leggieri coi balestrieri, indi i 
bombardieri col grosso dell' esercito; infine la moltitodine, 
e tatto il resto; il re Renato sulla póppa della capitana so- 
pravegliava alla fazione ; avea laogo la battaglia aspra e san- 
guinosa, e già i Francesi accennavano di vincere, quando 
tre nomini di Francesco Sforza da questo air uopo inviati 
recavano simulata novella di freschi soccorsi, rincoravansi 
i nostri, disanimavansi i Francesi, e indietreggiavano im- 
pauriti di guisachè insegniti da' Gepovesi era di loro fatto 
crudele macello; gli scampati precipitavansi verso le navi, 
e voleano in quelle raccogliersi , ma il re Renato facea dare 
tosto alla vela, dicendo che la navale armata non dovea 
ricoverare i fuggitivi. Due mila cinquecento Francesi rima- 
sero morti nella battaglia oltre cento cavalieri a sprone d'oro. 

II doge Prospero Adorno quantunque fosse stato fino 
allora pronto a' soccorsi per V arcivescovo, udita la di costai 
vittoria, invidia o paura del dogato lo consigliasse, gli 
chiudea l'ingresso in città, intimando a' soldati milanesi, 
ed altri fautori suoi ad abbandonare l'arcivescovo; senon- 
chè questi, avvertito in tempo della slealtà di Prospero, se- 
gretamente introducevasi in città ; a lui accostavasi la gente 
di Bartolomeo Doria che dianzi era con due galee appro- 
data in porto; venivasi alle mani dall'una e l'altra parte, 
rimanendo neutrali li sforzeschi e la vittoria toccando a'fre- 
gosi; Prospero Adorno da pochi seguito foggivasi; dopo di 
che Spineta Fregoso cugino di Paolo venia eletto doge. 

XXXV. Cosi erano le cose, quando Ludovico Fregoso, 
che pur egli avea tenuto il dogato, partito di Sarzana con 
alquante genti congregate in Lunigiana, presenlavasi, ed 
ottenuta la fortezza del Castelletto dalle mani del governa- 
tore francese, obbligava Spineta alla rinunzia della signoria, 
e questa occupava, fattosi nominar doge addi 24 luglio 
del 1461. 



1 DOGI POPOLARI. 231 

Neppure dieci mesi avea di vita il dogato di Lodovico ; 
addi 14 maggio del 1462 gli era tolto dal proprio zio Paolo 
arcivescovo, il quale alla soa volta lo abbandonava nello stesso 
mese al medesimo Lodovico Fregoso doge per la terza volta, 
ma lo zio Paolo non chetando, il principio del seguente 
anno entrato in città con maggior seguito dì partigiani, ne 
dispogliava la seconda volta il nipote Ludovico, e avvisava 
di sostenere la nuova signoria riponendola sotto gli auspicj 
della Santa Sede, cui ricorreva per averne l'apostolica be- 
nedizione; degna di memoria è la risposta fattagli dalla san- 
tità di Pio II, che si legge tradotta dall' originale latino 
per r annalista Agostino Giustiniani. (Vedi gli annali voi. Il, 
pag. 437 a 439.) 

Malgrado cosi savi consigli, l'arcivescovo Paolo rom- 
peva ad ogni mala opera, ristrettosi insieme con Obbietto 
del Fiesco, ed altri uomini perversi, sbaivlita ogni vergo- 
gna, la pubblica libertà convertivano in tirannia, il potere 
riducevano a scellerato mezzo di private vendette, d'odj 
intestini, i magistrati né onorati nò virtuosi erano, solo in 
pregio i sediziosi e temerarj; impuniti i malefizj e le scel- 
leraggini, né gli uomini innocenti in alcun modo sicuri da 
tanta ribalderia; tutto faceasi ad arbitrio sfrenato di Paolo 
e di Obbietto, nò le divine né le umane cose da essi rispet- 
tavansi, di guisachè gli uomini da bene dolendosi di quello 
stalo, abbandonavano la città per non mirarne dappresso la 
miseria. Intanto al duca di Milano Francesco Sforza erasi 
per il governatore francese consegnata Savona, arresasi la 
città di Albenga, e per opera di Giovanni del Garretto e 
Lamberto Grimaldi cadute in sua balia erano Finale, Mo- 
naco e Yentimiglia; la riviera di Levante, non dissimilmente 
di quella di Ponente, stava per sottrarsi alla Repubblica; il 
pubblico credito in tanta calamità era cosi venuto a vile che 
i luoghi di San Giorgio dalle lire cento mìravansi calati alle 
ventitré ; fu allora che i più onorati cittadini pensarono di 
rimettere la città ìu protezione dei duca di Milano. 



232 EPOCA QOABTi. 



CAPITOLO OTTAVO. 

La Repubblica si dk in protexiooe a Francesco Sforsa Daca di Milano , solcnof 
ambasceria a lui inviata; 1' Officio di San Giorgio gli rinuncia la Corsica. 
Morte di Francesco Sfona , mal governo del di lui successore Galeano 
Sforsa ; trista condizione della Repubblica. 



XXXVI. Francesco Sforza nasceva di AUendolo che, 
avuti i natali in Cotignola della Romagna addi 10 giugno 
del 1360, essendo contadino avea abbracciala la miliiia. Si 
racconta che a qoesta invitato da alcuni mentre zappava la 
terra, gittasse la zappa sopra una quercia per prenderne au 
gorio; se calava, di seguitare nel suo esercìzio, e se restava 
sull'albero seguitare l'invito; non cadde la zappa, ed egli 
marciò alla guerra in cui per le sue violenze gli fu posto il 
sopranome di Sforza ^ e venne eccellentissimo in queHa, for- 
mando una scuola che fu rivale all' altra di Braccio di Mon- 
tone. Tutte le guerre che si fecero in Italia nell'altimo 
quarto del secolo decimo quarto, e nel primo dei decimo- 
quinto egli vi ebbe parte grandissima e gloriosissima; il figlio 
Francesco succede alla fama del padre , valoroso quanto lui, 
più di lui fu felice e potente, imperocché in prima le ani- 
mosità tra la repubblica veneta, e l'ultimo duca di Milano 
Filippo Maria Visconti ne accrebbero la grandezza e la ri- 
putazione, poscia il matrimonio dell'unica figlia di quest'ai- 
timo gli diede stato principesco, e ragione di acquistarne 
l'ampia eredità; in ultimo, le divisioni milanesi gli fecero 
sicura via al ducato; il quale tosto ch'ebbe occupato mirò 
a conservare più colla prudenza dei consigli, e l'artificio 
delle trame, che coli' opera dell' armi. 

A siffatto uomo rivolgevansi i Genovesi, ed egli certo 
non aveva aspettato tanto l'effetto de' lordesiderii, dappoiché 
invano tentato l'arcivescovo per la fortezza di Castelletto 
promettendogli una grande ricompensa, erasi con miglior 
fine indettato con Obbietto Fiesco, Spinetta Fregoso, e Pro- 
spero Adorno, tutti e tre riducendo a sue voglie, e a Pro- 
spero donando la terra di Ovada ; nello stesso tempo man- 



I DOGI POPOLASI. 233 

dava Gasparo da Vimercato eoa on grosso campo; questi 
accresciato dì gente e di molti nobili genovesi mooYeva al* 
r occapazione della città; la qaal cosa non volendo aspettare 
r arcivescovo, confidata la fortezza a Bartolomea soa co- 
fl^nata e Pandolfo suo fratello con presidio di cinquecento 
fanti» si pose in mare con quattro navi rubate in porto a' 
particolari prendendo ad esercitare la pirateria» non dissi- 
mile mai da sé medesimo. 

Intanto Obbietto del Fiesco occupava la porta degli Ar- 
chi; il Vimercato giunto a Cornigliano» per la via de' monti 
condncevasi in fiisagno, e quindi congiungevasi ad Obbietto; 
in breve insignorivasi di tutta la città, eccettuato il Castel- 
letto e il tempio di San Francesco; il popolo ricevutolo con 
allegrezza, lo portava di peso nel gran salone del pubblico 
palazzo» salutandolo presidente e governatore a nome del 
duca Francesco» dopodiché faceasi pubblico decreto in forza 
del quale la città e il suo dominio trasferivasi in potestà 
dello Sforza ; assediata vigorosamente la fortezza del Castel- 
letto» vedendo non poterla oggimai difendere» consentiva 
a' patti fiartolomea;.e la rimetteva segretamente per la re- 
stituzione della terra di Nove toltale dallo Sforza, e il prezzo 
di quattordici mila ducati. 

XXKYIi. Caduta in tal modo Genova colle riviere, ed 
ogni suo stato rimasto in potere del duca» veniano per pub- 
blico decreto inviati a lui ventiquattro ambasciatori d' ogni 
colore; era loro mandato: riverire il nuovo principe» con- 
fermare con iscrittura e giuramento le dedizioni» le leggi, 
ed i patti già seguiti col Vimercato ; accompagnavano la so- 
lenne legazione più di dugento cittadini genovesi. 

Lo Sforza volle con ogni più affettata pompa ricevere 
queir imbasciata, affinché per tutte parti d* Italia corresse 
voce dell' accordata signoria ; appena sentito che i Genovesi 
appropinqua vansi a Milano, mandò tosto ad incontrarli i 
figliuoli in numero di sei che aveva» il senato, i magistrati 
e la nobiltà» questi si posero loro a paro» e cosi cavalcarono, 
giungendo in Milano dove entrarono fra i suoni di musicali 
istrumenti, e gli applausi della plebe; alloggiati magnifica- 
mente e per ire giorni riposati, vennero ammessi alla pre- 



234 BPOCA QDABTA. 

senza del duca io cospetto di quanto vi era di pia cospicao 
nella città; Battista di Guano giareconsolto prese a parlare 
in questa sentenza. 

Che la Re])Qbblica da longa stagione trovandosi scon- 
volta dalle civili discordie sicché stava per sommergersi, 
solo modo a paci6carla era stato quello di riporta sotto la si- 
gnoria del duca eccellentissimo in sapienza, bontà e giusti- 
zia; ninna repubblica dirittamente potersi amministrare dalla 
moltitudine, siccome ninna nave da più nocchieri. Diano 
esercito da più capitani; in cielo comandare un solo Dio cui 
lutto il mondo obbediva, nella città un solo principe, perciò 
Genova aver guardato in tutta Italia ed Europa , né re né 
principe più degno essersi trovato di lui. Ed in vero ninna 
città colla Genovese per naturai sito, grandezza d'animo, 
splendor d'ingegno, industria, fortezza potersi comparare; 
principi, re, repubbliche da levante e ponente essere stati 
da essa soggiogati , essa mai da ninno , tranne dalle proprie 
discordie, le quali erano procedute tanto innanzi da doversi 
affine pensare a troncarle; degno aver considerato lai solo 
coi si dava pienamente in balia, vivere persuasa che avrebbe 
ordinato sempre cose condecenti alla benignità, clemenza, 
innocenza sua, loché era conforme a giustizia, utilità e 
virtù. Facendo tacere gli odii intestini accrescerebbe la sua 
potenza, e per l'aumento delle forze genovesi marittime e 
terrestri diverrebbe temuto da ognuno e ogni cosa farebbe a 
suo talento ; con Genova non solamente darglisi tutta la Li- 
guria sino al territorio de' Pisani, ma l'isola di Corsica, 
Nasse, Metelino, Scio, Famagosta di Cipro; nel Pontico 
Amisso, Gaffa in Tartarìa, e la città delia Tana vicino al 
Tanai ; queste terre e città saluterebbero le sue bandiere, 
celebrerebbero il' suo nome, i cristiani l'avrebbero in devo- 
zione, i barbari in ispavento; il di lui impero, e la di lui 
gloria si aumenterebbero e illustrerebbero maggiormente. 

A questa siffatta orazione, altra ne seguitava di Giovanni 
Serra, dove, dopo le lodi non meno ampie e smisurate, con- 
chiudeva pigliasse la regal bacchetta e il glorioso stendardo 
sotto del quale conquistate s'erano Gerusalemme, Cesarea, 
nel mar maggiore, in Tarlarla ed altri lontani paesi molte 



I DOGI POPOLASI. 235 

città e castella, l' aggiangesse al sdo imperio, pigliasse an- 
cora le chiavi della città ed il sigillo della Repubblica, pi- 
gliasse infine ed accettasse con la fedeltà e la devozione de- 
gli animi ogni giurisdizione, ogni autorità e possanza di lotto 
il genovese dominio. 

Il duca Francesco , accettate le offerte, colla destra im- 
pugnò la bacchetta, lo stendardo diede a Galeazzo, le chiavi 
a Filippo, ed il sigillo a Sforza Maria saoi figliaoli; indi con 
acconce parole rispose a quanto si era detto dagli ambascia- 
tori, tnlto riferi alla Provvidenza il proprio merito e l'im- 
portanza del dono, promise sopir gli odii, dichiarò amar la 
nazione genovese , mostrossi dolente delle soe calamità , le 
quali reputava comuni per la vicinità dei paesi. 

Ciò detto, ricevè il giuramento di fedeltà deMegati che 
a lui e successori suoi prestavano in perpetuo; creò cavaliere 
a sprone d' oro Ludovico Maria suo quarto figliuolo, e con 
esso il primo oratore genovese fiatlista di Guano, nonché 
molti altri gentiluomini genovesi. « 

XXKVIIL Ricoveratasi la Liguria sotto il duca France- 
sco Sforza, e poco dopo a lui pure dall* uflQcio di San Gior- 
gio rimesso il domìnio di Corsica che molestavano i Catalani, 
disfatto da Francesco Spinola V arcivescovo Fregoso che se- 
guitava a pirateggiare, parea oggimai fosse lo stato riordi- 
nato a tranquillità, quando nel 1466 morto lo Sforza, i primi 
rancori tornarono a risvegliarsi. Succedeva al padre, ma 
molto da quello dissimile, il primogenito Galeazzo Sforza, la 
città inviava ambasciatori in Milano a rinnovare i patti e le 
convenzioni, il nuovo duca li riceveva sdegnosamente e loro 
anteponeva quelli de' Fiorentini, per cui gli animi de' citta- 
dini rimanevano gravemente offesi. 

Mite governo era stato quello di Francesco, né per bal- 
zelli in alcun modo grave, poiché contentavasi di lire cinquan- 
tamila annue che servi vano a pagare la guardia della città e del 
castello, il nuovo Duca prese tosto a sollevare esorbitanti pre- 
tese, né la madre Bianca Visconti, che lo richiamava a più 
sani consigli, volle in alcuna guisa ascoltare, anzi per essere 
più libero a prorompere in ogni più turpe arbitrio la costrinse 
ad abbandonar Milano, ridursi in Cremona per dove viag- 



236 BPOCA QUARTA. 

giando repeDtinamenle mori, e corse fama di veleno dal 
figlio propinatogli. 

Intanto la città non mai ebbe tempi peggiori di questi, 
in Barberìa perturbato il commercio, e singolarmente In To- 
nìsU i Barcellonesì contro la fede data naviganti contro di 
noi, laonde fa d'uopo armar contro di loro, l'Interno della 
città sconvolto, disordinato, per cui si accinse a riformare i 
capitoli della Repubblica , nominandosi a tale uffizio otto 
cittadini. 

A moderare r insana avversione dello Sforza non basta- 
vano né le congratulazioni per la nascita del primogenito 
Glovan Galeazzo, né la creazione in cittadino genovese del 
suo primo segretario Cicco Simonetta, nò il più solenne ri- 
cevimento a luì stesso fatto mentre tornava colla moglie di 
Firenze, dopo aver colà compiuto un certo suo voto. In code- 
sta occorrenza disceso dalla galera che l'avea da Porto venere 
recato in Genova vilissimamente colla duchessa vestivasi , e 
accompagnato sotto il pallio al pubblico palazzo, nemmen 
volle vedere il sontuoso alloggiamento preparatogli , ma fret- 
toloso ripara vasi nel Castelletto, donde a mo' di fuggiasco 
dopo tre giorni partivasi ; tornato in Milano richiedeva gli si 
mandassero ambasciatori, avea grandi disegni di spedizioni, 
e volea fosse qui costrutto un grande arsenale capace di cin- 
quanta galee; ripugnante la Repubblica assentiva, ma nulla 
poi si faceva ; poco dopo impaurito , metteasi a riparare le 
fortezze, ad accrescerle di grandi e nuovi edifizi, contro la 
ragione dei patti e delle convenzioni; nuovi ambasciatori gli 
si mandavano, né passava mese che a sua instanza alcuna 
legazione non fosse costretta recarsi in Milano dove pareva 
che avesse ottenuto quello che domandava, giustificato ciò 
che s'imputava alla Repubblica, ma appena partiti gl'Inviati 
qnell' uomo instabile e pauroso tornava alla naturale sua ma- 
levolenza contro la città, svillaneggiava il senato; voleva in- 
fine accrescere la fortezza dal Castelletto prolungandola al 
mare rovinando e diformando i principali edifizi ; con que- 
sto mezzo divisava provvederla più agevolmente d'armati, 
e vindicarsi il pieno dominio di Genova; instigatore del pro- 
posito era Scipione Pallavicino, governatore suo, posto tra 



1 DOGI POPOLARI. 237 

noi a dividere la città ìd fazioni di nobili e plebei ; e già ai 
erano accinti all'opera, e pigliavano le misore, e il lavoro 
dei fondamenti cominciava; on dispetto, ana profonda indi- 
gnazione occupava gli animi, il governatore accortosi del 
mal tempo più non ascia in pubblico; raonossi il Consiglio, e 
deliberò nuova legazione, la quale portatasi in Milano, spo- 
se le lagnanze, fece instanze a rimuovere il duca dal sini- 
stro divisamenlo ; egli comandò gli fossero inviati otto dei 
primi cittadini; si dubitava d'inviarli, temendo la slealtà 
dello Sforza, andarono infine, ma in Genova si trattava 
di levare le armi contro Tabborrita signoria; il duca spa- 
ventato al rumore chetò, e rimase dal disegno, rimettendo 
in arbitrio dei nuovi legati l'opera della fortezza; saputosi 
ciò in Genova , duce Lazzaro Doria , a furia di popolo ogni 
nuovo vestìgio venne schiantato, lochè fé' riaccendere nel 
volubile duca il primo pensiero, e in quel foco destava in- 
cendio r ambasciatore de' Fiorentini che nell' abbattere Ge- 
nova vi scorgeva un ingrandimento di Firenze sua; di gui- 
sa che, colta l' opportunità di una contesa tra nobiltà e plebe, 
Galeazzo mise in ordine trentamila pedoni pronti per Ge- 
nova, e temendo dì Prospero Adorno che viveva ritirato in 
Ovada, se ne assicurò chiudendolo nel castello di Cremona; 
la qnal cosa vieppiù rivoltò gli animi, facendoli accorti come 
la Repubblica s' incamminasse a durissima servitù. 

Però , sebbene il duca si alienasse dall' ideata spedi- 
zione, perchè di enorme spesa e dubbio esito, non cessavasi 
in Genova di congregare armi, e Tuo l'altro alia pietosa 
liberazione si consigliava e accendea. 

Non mai più disgraziato, più triste domìnio; le colonie 
del mar nero tutte dianzi perdute, dappoiché mancati i soc- 
corsi che poteano ancora conservarle; il duca appropriatisi es- 
sendo i danari delle divisate spedizioni, le avea lasciate senza 
difesa in balSa dei Turchi; fu miserevole il fine toccato ad esse 
tutte; rotta così venne in un punto l'ampia catena delle 
colonie e fattorie genovesi che rimasero occupate da Mao- 
metto II, il vastissimo commercio del Mar Nero fu in tal 
modo precluso; la debolezza, la viltà dei nostri in quei luo- 
ghi ricchissimi, il modo crudele ed iniquo della occupa- 



238 EPOCA QUARTA. 

zione , e il doloroso racconto di quei fatti farà precipuo ar- 
gomento di questi anni nella seconda parte delia presente 
epoca; diremo allora eziandio come V Isola di Scio andasse 
soggetta allo stesso pericolò, e per somma virtù ne rìma> 
nesso illesa e per generosità di soccorsi che il pontefice Si- 
sto IV di casa Roveresca , nato in Albissola , soccedolo a 
Paolo II il 1471 , ebbe a prestarle. 



CAPITOLO NONO. 

Vano tCDtativo Ji Geronimo Gentile per liberare Genova dalla servitù 
dello Sforaa ; improvvisa occiaione di qoeat' ultioao. 

* XXXIX. Cosi essendo le cose e la Repubblica in gran- 
dissima costernazione, non mancava certo la volontà di le- 
varsi contro il micidiale governo, ma non era chi si mo- 
strasse a capo del tumulto; venne in destro un animoso 
giovane, Geronimo Gentile di Andrea, mossosi al pericola 
della libertà, e per sincero amore di quello; egli tentata la 
nobiltà e vedutala disposta, il popolo impaziente e cupido, 
una notte di giugno del 1476 raccolta gran copia d' armati 
in una sua villa subnrbana, prorompeva in città, gridando 
San Giorgio e libertà, svegliando dal sonno i cittadini, in- 
grossando di gente ad ogni passo, ed occupando tutte le 
porle; senonchè invece di correre difilato a palazzo per- 
deva il tempo neir aggirarsi per la città sicché aggiornava; 
molti allora V abbandonavano , il governatore Guido Vi- 
sconte, quantunque vecchio e tremante, riesciva a formare 
una commissione di otto cittadini che provvedesse allo stalo, 
e cacciasse il Gentile; questi cercava di raggranellare i di- 
spersi, ma percossi erano da timore, e non più si attenta- 
vano; soli trenta compagni gli rimanevano, e con essi va- 
lorosamente affrontò le opposte forze, e forse vinceva, ma 
gli arteBci si frapposero, e fecersi mediatori. Cesse egli al- 
lora, facendo sentire che un giorno si pentirebbero di avere 
negletta così fausta occasione; ebbe settecento ducali dal 



I DOGI POPOLARI. 239 

pubblico, che ayea spesi per la liberazione della palria, rese 
la porla di San Tommaso che ancora tenea, e si andò con 
Dio. A riferire T occorso, quattro ambasciatori spedivansi a 
Milano, Antonio Spinola quondam Ambrogio, Giovanni Sai- 
vago quondam Matteo, Barlolommeo Giustiniano, e Alberto 
Foglietla; seppe male al Duca la somma dei settecento ducati 
sborsati a chi avea tentato di atterrarne il dominio, ma si 
portò in pace V operato, e fremendo V approvò. 

Senonchó mulinava sempre come potesse la condizio- 
nata signoria convertire in assoluta , quando un atroce caso 
lo tolse di vita. 

XL. Un Cola Montano, si dice di Bologna, ingegno 
erudito, eloquente, ed uomo di alto sentire, professava let- 
tere in Milano, e molti nobili giovani concorrevano alle di 
lai lezioni. Insegnava cogli antichi esempj, la libertà della 
patria ad ogni altra cosa doversi preporre, la tirannide dete- 
stare, e per qualunque modo distruggere; quindi essere me- 
stieri educar V animo a virtù, e co' fatti preclari rendersi fa- 
mosi ; questo di tutte le storie e specialmente della greca e 
della romana essere V ammaestramento. 

Con tali precetti, ponea loro a schifo quello stato sozzo 
di vile tirannide, e quando Gian Galeazzo con tutta la vii 
turba de' suoi cortigiani passava dinanzi la di lui casa, chia- 
matili a sé, vedete il Tarquinio, dicea loro, ora fate di esso 
riscontro con Leonida, Milziade, Epaminonda de' Greci, coi 
Metelli, coi Scipioni romani. In tal guisa infiammatili, per- 
chè anche si esercitassero al mestiere delle armi, alcuni di 
essi collocava sotlo la condotta di Bartolommeo Colleoni; 
quando gli ebbe bene disposti e della mente e del corpo 
scelse i tre più arrisicati e volenterosi giovani Andrej Lam- 
pugnani, Carlo Visconte, Geronimo Olgiati. Erano questi 
domestici e famigliari del duca medesimo e da lui stati in- 
giuriati per ragione di donne i primi due, e per negata pos- 
sessione il terzo; giurarono tutti e tre sotto la statua di San- 
t' Ambrogio di ammazzare Gian Galeazzo, tornare la repub- 
blica in Milano; il giuramento deposero nelle mani di Cola. 
Correva il dì di Santo Stefano, 26 dicembre del 1476, e lo 
Sforza recavasi per udir la messa nella Basilica di tal nome, 



240 EPOCA QUARTA. 

qaando il Lampagnani facendo le viste di ritirar le persone 
al passaggio del daca che venia innanzi nel mezzo degli 
ambasciatori di Ferrara e di Mantova , ad on tratto prostra- 
toglisi a' piedi con un piccolo pugnale lo ferì nell' angoìna- 
glia, Galeazzo nnir altro disse che Oh Dio! e spirò, gli 
altri dae congiorati segairono a ferire. Levavasì in chiesa 
il rumore, il Lampugnani fuggiva, ma Inciampato fra le 
vesti delle donne, un moro dei staffieri del duca lo colse ed 
uccise, ucciso fu parimenti il Visconti; l'Olgiatl si era fug- 
gito, e sperando nel tumulto di popolo aspettava che rìsuo- 
nasse la città di applausi per la ricuperata libertà. Sventu- 
rato giovane I avea ventitre anni, e non ancora sapea che 
(love la servita ha corTotte le anime, male rampolla libertà; 
fu preso, posto a* tormenti; infin di vita, il sacerdote l'esor- 
tava a pentirsi. Mai no, rispondea agonizzando; per molli 
miei errori maggior supplicio dì questo mi ho meritato; ma 
per quello che mi si dà non che pena^ grazia presso Dio, e 
per altri peccati perdono so di essermi acquistato; dappoiché 
né per malizia, né per cupidità mi son mosso a far morire 
questo scelleratissimo tiranno ; che se dieci volte dovessi in 
tal modo finir la vita, ed altrettante risuscitare, le mie forze 
e il mio sangue adoprerei sempre nell' opera medesima. 

E vedendo che il carnefice il ferro aveva poco tagliente, 
gli fece animo; poscia raccogliendosi esalò lo spirito escia- 
mando queste parole: Mors acerba, vita brevis, fama perpetua, 
slabii vetus memoria faeli; le quali suonano : acerba la morte, 
breve la vita, ma la fama perpetua, ed eterna starà la me- 
moria del fatto. 

XLI. K cosi stette veramente, siccome quella dell' uc- 
ciso Gian Galeazzo Sforza schifoso mostro di iniquità , di 
libidine e di tirannide. Lo storico Bernardino Cerio che vi- 
veva a que' tempi ed era in corte, ce ne fa il più orrendo ri- 
tratto. Un povero prete che faceva l'astrologo, perchè co- 
stretto gli pronosticò ch'ei non avrebbe veduto l'undecimo 
anno di regno, egli lo fece morire di fame; a Pietro da Ca- 
stello per gelosia fece tagliare le mani; un Pietro Drogo in- 
chiodò vivo entro una cassa mortuaria e cosi ordinò si sep- 
pellisse ; per ischerzo un giovane veronese suo favorito volle 



I ÒOCl FOPOLABI. 241 

fosse mutilato; on contadino nccisore di ona lepre contro 
il divieto della caccia, quella obbligò ad inghiottir cruda colla 
pelle, onde mis^ranente oQorl; queste sono fra le altre, né 
le più scellerate, le valentie di quel tiranno; poiché per isporca 
libidine e maravigliosa rapacità coinmetteva le più turpi ed 
orrende cose del mondo. 

Ciò nullaroeno mirava alla corona d'Italia, ed indet- 
tatosi con Pietro Riario cardinale di san Sisto, non si sa se 
nipote bastardo (jli Sisto IV, avea con esso preso concerto 
che lo zio o il padre» rinunziato il papato, Gian Galeazzo 
avrebbe quello procurato al cardinale, il qnale lostochè pon- 
tefice lo incoronerebbe alla sua volta re d'Italia; ma i Vene- 
ziani subodorata la trama avvelenarono, com'è fama, il car- 
dinale che, avendo in corpo cosi fatto segreto, era stalo tanto 
malaccorto da recarsi in Venezia. 



» 

Storia di G«no»«t, — 4. ' Id 



24^ RrOCA QDABTA. 



IiIBRO QUARTO. 



CAPITOLO PRIMO. 

^ Prospero Adorno gpvernatore di Genova per conto della duchessa vedova Bona 
Sforza di Milano; congiitra dei cognati contro la stessa; altra congiara dd 
Passi contro i Medici di Pireose , enUambe fallite ; il (roverno di Miiaao 
venuto in sospette di Prospero Adorno divisa di scacciarlo ; esercito mila» 
nese mosso all'assalto di Genova ; valorosa difesa, e sbaraglio di quello; 
guerra civile fra Adorni e Fregosi colla vittoria di questi ultimi per coi si 
ckgge a doge Battista Fregoso. 

I. Tutta Italia sì scosse aUa violenta morte del daca di 
Milano, però secondo i varii interessi che i soci prìncipi 
muovevano; rallegravansene secretamente i VeneziaDÌ che 
slavano in sospetto della di lai ambizione, ma il papa, il re 
di Napoli, e i Fiorentini ebbero sinceramente a dolersene. 

In Genova appena n'ebbe sentore il governatore, con- 
vocò il senato o consiglio, espose essere stato gravemente 
ferito Galeazzo Maria, vivere però ancora; nel caso di morte 
nulla poter esser mutato, perocché due figliuoli di lui rima- 
nevano; provvedessero eglino a che le cose non venissero 
perturbate. I congregati commossi alla notizia avvisarono 
di nominare tosto un magistrato di otto cittadini con ampia 
balia. 

Ciò nullaroeno i capi di parte, appena si divulgò il fatto, 
presero a travagliarsi per agitare lo slato; ì Fieschi, i Fre- 
gosi, i Doria incontanente suscitavano i soprastanti monti 
e le riviere, levavano il tumulto in città, sicché il governa- 
tore con tulla la compagnia che aveva d* armati fuggi nel 
castelletto; laonde Matteo e Carlo Fieschi avendo il libero 
dominio della città, ragonavano il gran consiglio che nomi- 
nava otto capitani della libertà. 

II. AI morto duca era successo il fìglio Giovan Galeazzo 
in età d*anni sei, di cui avea la tutela la vedova duchessa 



I DOGI P0P0U8I. 243 

Bona indirizzata dai savi consigli del segretario Ceceo Simo- 
netta , ma a lei ed a qaeslo insidiavano i fratelli del defoolo 
Sforza, Filippo, Ludovico, Ascanio e Ottaviano; saputosi 
in Milano il tumulto di Genova, e sentendo che il governa- 
tore stava Geramente assediato nel Castelletto , fu risoluto 
mandare un esercito per ridurre ad obbedienza la rivoltata 
città; dodici mila uomini posersi in assetto sotto gli ordini di 
Roberto San Severino, Donato del Conte e seeoloro Ottaviano 
« Luiovico Sforza con segreto consiglio di tenerli lontani; 
si aggiunse ad essi Prospero e Carlo Adorno, e parecchi 
della famiglia Spinola; Prospero era stato liberalo dalle car- 
•ceri di Cremona, fatto venire a Milano, pregato a dimenti- 
care le passate offese, accettare i nuovi beneGcii, donato di 
denari, di cavalli, di arnesi, preposto siccome governatore 
alle cose di Genova. Tulio questo campo venuto contro di noi, 
trovava qui la difesa che faceano vigorosa i Fieschi , i Fre- 
^osi ed , i Goarchi. Prospero per la via di Serravalle, entrale 
nella stretta valle di Scrivia, veniva a Bussila, scendeva in 
Polcevera dove era incontrato dasili uomini della sua fazio- 
ne; il fratello Carlo entrava intanto nel Castelletto, portava 
ajiiti e conforti agli assediati. I Fieschi e 1 Fregosi, fra i 
quali ultimi si dee annoverare il famoso Arcivescovo Paolo, 
^vean fatta raccolta di tutta la gioventù ponendola sulla mon- 
tagna di Promontorio riropelto a' nemici, mentre il Guarco 
non cessava con frequenti correrie di assaltarne il campo 
che si era disteso solla spiaggia di Cornigliano; movevasi 
qaesto, e saliva a sloggiare quelli che si trovavano sol Pro- 
roonlorio; colà feroce e sant^uinoso accadeva lo scontro, nel 
quale riescivano vincitori i Genovesi, senonchè Carlo Adorno 
-calalo dal Caslellaccio , si era affrontato con Obbietto del 
Fiesco, e soperatolo, sicché Roberto da San Severino dava 
ordine che, vinti i ripari dai quali era asserragliata da quel lato 
Tentratain città; a questa incontanente si muovesse; era an- 
che questo il consiglio di Prospero; osservava soltanto che i 
cittadini avrebbero di mal occhio veduti i Milanesi, né soste- 
noto che col nome del nuovo duca si fosse riportala la vittoria; 
si tenessero dunque indietro, egli colla propria fazione si sa- 
rebbe introdotto in citlà, agevolale le vie affinchè lutto cor- 



214 EPOCA QUARTA. 

resse a dovere; cost sì fece. Prospero co' partigiani entrò, e 
recossì a Palazzo colte grida di Adorni e Spinola; congre- 
gato il senato, lesse lettere nelle quali era nominato gover- 
natore, assicurò esser mandalo per preservare la città da 
ogni turbolenza di parie; parlò in lode del principe, della 
madre tutrìce e degli zìi , fece ammirare la condotta del 
campo milanese, e propose un dono per i capitani di quello 1 
che venne deliberato colla somma di sei mila ducati; Ob- 
bietto del Fiesco ritiratosi a' monti, ancora le proprie c»- 
slella difendeva, e Savignone e Montobbio minacciavano di 
resistere lungo tempo a' Lombardi, ma infine pur egli sì ar- 
rese, e Donato Del Conio, Roberto di San Severino, i fratelli 
Sforza poterono tornare a Milano colla piena vittoria. Cecco 
Simonetta che governava la duchessa e il pupillo, cominciò 
fortemente a temerli, dappoiché gli fosse ventilo acerta noli- 
zia che divisassero di ammazzare la duchessa coi figliuoli, 
nominar duca Ludovico Sforza ed agli altri fratelli conferire 
il dominio delle diverse città; per la qoal cosa facea sosftenere 
Donalo Del Conte. 1 congiurati tentando di liberarlo muove- 
vano il popolo a tumulto, numerosa copia d'armati li scon- 
fìggeva ed obbligava a domandar perdono ; Ludovico Sforza, 
Maria ed A Scanio rientrarono in grazia, Roberto da San Se- 
verino rifugiossi in Asti, Obbietto del Fiesco fu imprigionato, 
Ottaviano afTogossi nell' Adda ; poco dopo, i particolari della 
congiura meglio saputi, i tre fratelli superstiti furono esiliati, 
Sforza Maria nel suo ducato di Bari, Ludovico a Firenze, 
Ascanio a Perugia; Donato Del Conte avendo tentalo dì fug- 
gire dì prigione, cadde nei fossi del castello di Monza e ne 
mori subilo. 

Prospero Adorno non era inconscfo di quei disegni, né 
a Milano si teneva diverso da quello che secretamente si era; 
pensavasi colà a raffrenarlo, ed egli a porsi in sicuro. Sforza 
Maria vivendo in Njfpoli muoveva re Ferdinando a distrug- 
gere la res;genza milanesei, e quindi dar mano a Prospero 
che secondasse T impresa, egli stesso recavasi in Genova 
dove levavansi le armi e concitavasi la plebe a vendicarsi in 
libertà; il presidio milanese, veduto il pericolo, rifiiggiva 
nelle fortezze. 



1 ooei PQPOLAAi. 245 

III. Papa Sisto IV e Ferdìnaado di l<fapoli erangi slrelti 
in le^a per opporsi a quella de'Milaoesi, Veneziani e Fio- 
rentini, e questi di mal occhio vedevano, perocché fpssersi a 
dispregio d' entrambi accostati ai Veneziani; pensavano però 
con si malate vie a molestarli, e turbarne il governo. Prin- 
cipi della città di Firenze erano allora Giuliano e Lorenzo 
de' Medici figli di Piero che fu fìglio di. Cosimo padre della 
patria. Cosimo era riescito a signoreggiar^ la Repubblica 
fiorentina, distogliendo gli animi dalle turbolenze cavili, rì- 
Yolfiendoli ai pacifici stodii, e perciò meglio ottenendo di do- 
minarli; aveva pure pensato a quello che già dal doge Anto- 
nìotto Adorno era stato trovato, di stabilire un cotale equili- 
brio nelle varie parti d'Italia, ma Anloniotto lo voleva in 
Genova, Cosimo in Firenze; il primo di repubbliche, il se* 
condo di principati; fino a queir epoca Firenze era stata al- 
leata de' Veneziani , e delle città di Romagna per il mante» 
ninaento della libertà; Cosimo de' Medici la costrinse invece 
ad allearsi colla casa Sforza per la conservazione del princi- 
pato, e per avventura da questo mutamento di equilibrio 
politico debbono derivarsi le cagioni delle sciagure che co- 
minciarono dalla calata in Italia, di Carlo Vili re di Fran- 
cia , imperocché quando le sorti de' nostri prìncipi non fu- 
rono più contrappesale, non rimase che il venire a guerra 
fra di essi «per occupare il reciproco dominio, né sentendosi 
r un l'altro da tanto, ricorrere allo straniero. 

Pietro tenne lo stesso modo di Cosimo suo padre nella 
Repubblica Gorentina, q i fi^li di Piero, Giuliano e Lorenzo, 
andavano innanzi con maggiore audacia nel)' intrapreso cam- 
mino. I privati torti rinverdirono i pubblici, e la loro morte 
parve necessario spediente a liberare la patria. Erano i Pazzi 
in Firenze per ricchezze e nobiltà sopra tutte le altre famiglie 
fiorentine splendidissimi; Cosimo, temendoli, per islrignerli 
a' Medici avea collocala in matrimonio la sua nipote Bianca 
con Guglielmo di Antonio de' Pazzi; ciò nondimeno cresce- 
vano questi in potenza e dovizia, e nuova occasione stava 
per aumentarne il patrimonio, la morte di Giovanni Borro- 
mei, il quale non avendo che una figlia maritata con Gio- 
vanni d'Antonio de' Pazzi, la di lui immensa fortuna tra- 



tH «FOCA QVABTA. 

passava cosi a questa famìglia; il Magistrato della Balia, es- 
sendo (atto di partli^iani de' Medici, fece allora legge che 
f ampia eredità del Borroroei dovea devolversi plA che 
air anice flglia, a'saoi nipoti in linea maschile. Non è a dire 
sé r Iniqua legge facesse dispetto a'' Pazzi, i quali pensarono 
piò che mai a vendicarsi de' Medici. Francesco de' Pazzi 
specialmente mirava a cotesto intendimento, e viTéndo in 
Roma ne tenea sovente discorso con Girolamo Riario nipote 
di Sisto IV; per cui V impresa che yolevasi compiere con 
questo e col re di Napoli si andava segretamente macchi- 
nando; tirarono dalla loro parte un Giovan Battista da Mon- 
tesecco condoltier pontificio, V arcivescovo di Pisa Francesco 
Salviati eh' era sdegnato coi due fratelli Medici perocché si 
fossero opposti a ch'egli non avesse quel grado, ed altri Sai- 
viali; de' Pazzi tutti furono della congiura, tranne Rinato: 
posersi in campo varj parliti, ma ninno andò a bene, e solo 
in questo convennero , che nella chiesa cattedrale di Santa 
Riparata avrebbero ammazzati Giuliano e Lorenzo de' Me- 
dici, mentre vi si sarebbero recati ad udir la messa del car- 
dinale Riario nipote del conte Gerolamo; il tempo e il segnale 
dell'uccisione sarebbe slata 1' elevazione dell'ostia; France- 
sco de' Pazzi e un Bernardo Bandini doveano gittarsi sopra 
Giuliano, Antonio da Volterra e Stefano Sacerdote sopra Lo- 
renzo, poichò il Montesecco s'era o per ripugnanza o per 
debolezza rifiutato. Venuto il concertato momento. Giuliano 
fu morto da molli colpi di pugnale che il Bandini e France- 
sco de' Pazzi gli avvicendarono, lieve ferita riportò Lorenzo; 
in questo l'Arcivescovo Salviati presentossi nel palazzo della 
Signoria, ma proferendo incerte e mozze parole fu preso co- 
gli altri congiurati che seco aveva e appiccato alle fìneslre 
del palazzo medesimo. Non' dissimile sorte toccò agli altri 
congiurati, e de' Pazzi ninno altro che il cognato de' Medici 
fu salvo. A tale da questi era già ridotto il popolo fiorentino 
cbé chiamato all' armi si tacque, ed un Ridolfi giunse a tan(a 
viltà che succhiò la piaga al ferito Magnifico Lorenzo, temendo 
non fosse aperta con ferro avvelenato. Venne quindi la guer- 
ra; Sisto IV e Ferdinando di Napoli discesero in campo 
conlro i Medici , bandirono le offese, salva la Repubblica ;il 



I IIOGI M90LABI. M7 

priflQO sdegnalo e per il faVito disegno, e per le Unte morti 
di sMerdoti dai Medici pronosse, falnitiiava delia naggiere 
•coouinlca la ciUé di Firense; Ferdinaede mal yedea quesla 
rise reità eon Milano e Venezia. 

IV. Fero congiengevaBBì entrambi con Prospero Ador- 
no; re Ferdinando gli mandava due galee con boooasoBMDB 
di danari; il governo di Miiaiio vieppiù (emendo per Getiova 
eht si TOdeva (ogliers, pensava di levarne via ad ogni modo 
Prospero, e sollecilaBMnte spediva a qoeslo fine il vescovo dì 
Como; H qoale entrato in Genova travestito , rannava il se- 
nato nella chiesa di i^an Siro, dove pare gran parte delia no- 
biltà interveniva; leggeva lettere che dichiaravano rimosso 
r Adorno dalla signoria , e a questa invece preposto il ve- 
scwo; ma venati a ragionare del partito che si dovea pren- 
dete, altri voleano si corresse difiblo al pubblico palazzo e 
qoello sì oceopasse, altri voleano aspettare gli ajati, e di- 
acorrer prima la città per esplorare le inclinazioni delta ple- 
be; intanto temporeggiando e perdendosi fra diverse sen- 
tenze, Prospero ìnduceva il popolo a seguire le vo^ie sue, a 
pigliare le armi e discorrere ia città. Allora si eleggevano sei 
artigiani cui aggiungevansi due mercanti sotto nome di pa- 
cificatori, e qoesii nominavano trenta consiglieri mela mer- 
canti, metà artigiani, i quali conginn lamento a Prospero 
aveano il governo della Repubhliea, ed egli di governatore 
ducale rimanea cosi governatore dei Genovesi. La nobiltà 
era esdosa da quello stato, e anzi tenuta in sospetto di es- 
sere favorevole a Milano; i Doria veniano costretti a riti- 
rarsi «elle loro ville. I Milanesi rinchiusi nel Castelletto, fis- 
oeano di là freqaenti sortite, occupando tutte quelle case che 
sono di contro la chiesa dì San Siro, discorrevano le con- 
trade, e recavano danni e molestie; sicché a ricomporre 
qa^lo torbido stato altri quattro cittadini aggiungevansi ai 
già nominati; componevasi dì tatti un consiglio di dodici, 
sei mercanti e sei artefici che si dicevano capitani della li- 
bertà, con ispeciale incarico di fare ogni più utile apparec- 
chiamento per la guerra che già contro la Repubblica si 
muoveva da Milano; spedivasi quindi un Antonio CoohIo 
genovese a condarre il signor Roberto di San Severino che 



tlB E»06* QOABTA. 

si era rìdolto in Asti; vernilo cigti , trmaYa il popolo , rico- 
peraYa le case di San Siro , combatteva contro li Milanesi e 
li Spinola nella contrada di Locoli dov'era nna fortesza; 
però ardeva nel seno della città la più turpe guerra; che 
Ferdinando inviava con alquanti soldati altre sètte galere 
sopra le qoali trovavasi Ludovico FroROSO pia volte stalo 
doge, il papa vi univa un vescovo legalo per esorlare il po- 
polo a conservare la libertà. Boberto air àpprossinsarsi del- 
l' esercito milanese cbe contava 20 mila fanti , e sei mila 
fra cavalli e armali alla leggiera, nonché parecchi Genovesi 
che per grossi slipendj o per singolari inimicizie venivano 
contro la patria, fortificava 11 luogo di Promontorio con ba- 
stioni e ripari, il Castellaccio cingeva di una lunga fossa for- 
nita di artiglierie; e dalla stessa fossa cominciava una mace- 
ria, lunga quattro cento passi, alla cinqiie piedi e larga tre, 
prolungandola sino al monte dei due fratelli dietro la quale 
iacea accampare T esercito; né ciò bastando, poiché temeva 
il nemico potesse deviare alla parte di Bisagno, cosi circon- 
dava V alveo di questo di un' alta e larga bastila munita di 
bastioni e difese; queste opere edìGcate, i difensori ordinava 
eh' erano la maggior parte di gente della città e delle ville 
circostanti ; aggiungevasi ad essi Gian Luigi e Matteo Fie- 
sebi, cosi che tutta la riviera di Levante slava a favore di Ge- 
nova; Roberto collocava Gian Luigi nel luogo della Torrassa, 
donde dovea tener lontano il nemico; già la fanteria e i ca- 
valli di questo erano giunti a Busalla , e tenevano la via 
de' monti; Gian Luigi ridocea la gente ai ripari, ma mentre 
le squadre nemiche sì accostavano, levavasi il tumulto, e 
tranne pochi che opponevano gagliarda resistenza , sbanda- 
vansi i nostri e ponéansi in fuga. Ciò Saputosi in città, era 
grandissimo il turbamento, i presidenti della guerra insieme 
a Prospero pensavano a rimediare il male, confortavano i 
capi di partief, davano ilanari, e nel luogo del combattimento 
facevano trovare abbondanza di viiio, di acqua e di pane; 
indi si ordinava che venisse il popolo tutto sulla piazza del 
pubblico palazzo; al qual convenuto .leggovansi lettere, o 
false .o vere inleroelle del duca di Milano alvescovo di Como 
rinchiuso in castelletto, dicevano: aVer lui mandato grosso 



1 DOflI POPOLAAI. 249 

«flcrrdlo 9 soccorso delle foKesze, a repressione 4el popolo 
di Genova ;-noQ voler più patire che i Genovesi an4a6S6rQ 
oggi mai senza pena 4el frequenle loro ribaUarai ; sarebbero 
al(ìn& con,io(to il diakeilo soUomessi al modo. 4eile. altre 
ciUà loo^arde; combat lessero pure slrenuamenle i soldaii 
poicbò.il saccheggio e lo siuia^o avrebbero premiala il va- 
lor loro; facessersi a lulli senlire codeste notizie affi ucbè dei 
disagi e delle faticbe vedessero imminente il fine, propor- 
zionato il guiderdone; tre giorni di saccheggio e la preda 
delle donne dovessero ad ogni più. vigoroso (atto inanimire* 
V. Recitate codeste lettere in pubblico da un frate pre- 
dicatore, facevano gravissimo senso. negli aninri i quali in- 
flaiymavansi alla difesa della patria, iaato più che i frequeali 
colfM delle artiglierie con che i nemici dalle soprastanti for- 
tezze bersagliavano la ciltà, davano meglio aspetto di vero, 
e di sinistro a quanto in esse conlenevasi ; ordinavasi intan- 
to, andassersi a riposare, soltanto quando sentissero leccare 
41 stormo accorressero, essere qoello il segnale che la fratria 
versava in pericolo^ Obbediva la moltitudine, e certamente 
disposta ad ogni rischio; verso le ore cinque della ooite del 
9 agosto 1478, batteva a stormo, e il popolo usoia fuori; ou* 
moroso ed armalo , e correva dove il campo avea posto Ro- 
berto da San Severino.. Il quale vedendo tanta copia di ar- 
mali a lui condursi, preso animo, non volle si stesse dietro 
a' ripari, ma rompendo al di fuori, valorosamente si rinlcue- 
zasse il nemico che con regolare ordinanza fapeaisi innanzL 
£ra una squadra di mille uomini che confortavano a' fianchi 
gli uomini d' arme a cavallo; superali i primi » affrontavano; 
secondi ripari, ma n' erano res[Nn(i dai nostri coi rinfre- 
scava sempre di nuova genie Boberlo; una seconda squadra 
veniva in luogo- della prima , conducevasi ai primi ripari 
donde era falla indietreggiare dai Genovesi che aveano per 
i fausti successi acquistato incredibile animo; da selle ore 
Sì coraballeva; i Lombardi ja terza volta ritentavano 1'. assal- 
to, ma stanchi I privi di ^ibo ed assetali faceano nuovo con- 
.siglio di retrocedere; spingevali mageiormente all'estremo 
partilo il vedere in qqel momento dall' eminenza de'monti in 
cui erano» entrare nel nostro porto navi e galee inviate da 



')S0 ftMCà QUARTA. 

!¥ii|m1ì, le <foa!ì soccorrevano alla cHlà di veU^rvaglie, soffiati 
ed ami; aUora an timor panico gì* Invadeva, e compagoia 
per compagnia in boon ordine partiva; Roberto dod al sa se 
per ragione che non si disordinassero i nostri , o per tene- 
re»a de* soni Lombardi, impediva di segnitarli; le moUita- 
dtne gli obbedisce solle prime, ma i Genovesi spret lato ogni 
ardine, già per qòe' dirupi avventavansi svi nemico che, rotta 
ogni disciplina, davasi a precipitosa foga; però non Taecide- 
vano ma faceanli prii^ioni ; qaanfi scamparono predati e 
spogliati posersi in salvo; miseranda cosa a vedersi di tanto 
fiorito esercito ritornar solamente poche centlnaje tutti no- 
di, tranne le vergogne, di fieno o di rami d' albero coperte. 
Onesto accadeva il di 9 agosto del ìAlS. In commemaraiione 
della vittoria volavano i masistrati on' offerta solenne alta 
chiesa del martire Lorenzo, con decreto che ogni anno si do- 
vesse visitare; miserevole esempio- ctie Italiani menassero 
trionfo di altri Itatiani ! 

VL Scampata la città da qoel pericolo, a bene osare della 
Yittoria sarebbe slato mestieri si fossero espugnate le Tortezze 
che tuttavia occupavano i Milanesi, ma posesi incontanente 
la divisione fra' cittadini, e le parti ridestarono II antichi 
odj, cosicché a mitigarne l'acerbità aggiongevansi ai dodici 
capitani altri dodici cittadini popolari. La nobiltà non ces- 
sava di travagliare la Repubblica, perocché si recasse a grave 
Ingiuria r essere esclusa da ogni amministrazione, e fosse 
stata cacciata fuori quando avvicinavasi il campo dei Lom- 
bardi; con questi ristringevasi adunque, dividendo la plebe, 
e suscitando a civile combattimento le diverse fazioni; e per- 
ché meglio quella condizione di discordia durasse; e s' inve- 
lenisse, facea opera affinché Obbìetto del Fiesco, torbido e fe- 
roce spirito, venisse liberato di prigione dov'era da' Milanesi 
tenuto; promettendo costui che appena fosse sialo fuori, le 
fortezze sarebbero stale sciolte dall' assedio e ì nobili avreb- 
bero ricuperata la città. Liberato, crebbe pia forte il disordi- 
ne, e fu duopo dargli una quantità di danaro perché che- 
tasse. Intanto i Milanesi cosi persuasi dalla nobiltà rìvoìge- 
vansi ad altro spediente, mandavano Battista Pregoso fiulio 
di Pietro, perché messosi a capo della propria fazione rinfe- 



I DOei TOPOLAKI. »S)(| 

colasse le recetife gare fin Fregosi ed Adorni; ii eppoMre ì 
eiliatlrnì al soo ineresso in eitlà, ma egli vi entrò per perfi- 
dia di ehi era destinalo a vietarlo, inlrodMsesì eiiandio nel 
Gastelletlo, e di lA 'seguito da cento armati discese solla piana 
di San Francesco, chiamò all'armi quelli della saa fattone, 
e con essi divisò il modo di togliere lo stalo a Prospero, a sé 
riferirlo siccome governatore della città per il doca di Mi- 
lano; ciò fallo si pose intorno alle fortezze e le si ebbe» 
quindi scorse la città , e andò a stabilirsi nella saa casa di 
San Tomaso, mentre Prospero con parecchie compagnie di 
soldati forestieri oecapava il pubblico palazzo; si venne al- 
l' armi dall' nna e l'altra parte; cogli Adorni stavano Ro- 
berto di San Severino ed i Fieschi, cosicché ebbero in breve 
la vittoria che Prospero ebbe a contaminare facendo impio- 
care tredici prigioni, laonde gli si alienarono li animi di tutti; 
questo fatto crudele, unito alla violazione dei depositi di San 
Giorgio , e all' accordo che i Fregosi poterono fi.^sare coi Pie- 
sebi per cui divisersi dagli Adomi, portò Battista Fregoso al 
ducato, e Prospero costrinse alla foga. Si fece una baillè, 
malgrado i misliori cittadini la sconsigliassero, perocché 
era mezzo a stabilire meglio la parte Fre^^osa ad esclusione 
dell' Adorna e tener sempre vive le dissensioni; infatti creata 
la bailiasi deposero gli anziani e gli altri mugìstrati veo- 
ohi, si elessero nuovi ufiìciali, e confermossi in doge Bat- 
tista Fregoso , il quale pensando a cose nuove lusingava 
ad un tempo i Milanesi e re Ferdinando di Napoli. 



CAPITOLO SECONDO. 

Dogato di Battuta Fregoso j presa di Otranto fatta dai Turchi; si ricupera dai 
Cristiani ; 1* arcÌTescovo Paolo Fregoso viene in Genova , tradisee , depone 
il nipote , a li fa eleggere doge in sua vece. 

VII. Il nuovo dogato rendeasi degno di menzione per 
nn' ambasceria al re di Francia, per un armamento contro 
i Catalani, e in particolare per l'occupazione della città di 
Otranto fatta dai Torchi ; della qual cosa ragionando, venne 



datocarkoa Lorenzo de'Mediiei, iinperacchò,dopo avere com- 
posta la goerra con F^inlinando di Napoli che la conj^iura 
•de' Paxsi avea accesa in Italia, gli rimaneva ancora a libe- 
rarsi dalle armi del duca di Q^alabria AUoQso che teneva 
Siena e minacciava d'invadere Firenze , rCoatenere il papa 
e i Veneziani, i quali, malgrado l'accoiido stabilito da Lo- 
renzo con Napoli* doravano ciò pullameno coH'anin^o e col- 
Tarmi rivolti eontro di l^i. 

La presa d' Otranto spaventò tolta Italia. Il di 21 ago- 
sto del liso Maometio li, dopo avere assediata invano l'isola 
•4i Rodi,;valoFosameate difesa -da 'suoi cavalieri, e da quallro 
galee de'Genovesi^ 1' espugnò di forza; saccheggio , stupro, 
incendio travagliarono quella infelice città; l'arcivescovo, 
i canonici, i preii, i frati furono decapitali^ esposte alla 
più brucale libidine le S4c.re vergini, profanali i saori tem- 
pli, uccisi più di diecimila uomini. Sisto IV alla notizia 
abbrividi, e già temendo di vedersi IVlaometlo II in Roma, 
lasciò le sconsigliate guerre con che per vanità e legge- 
rezza de' nipoti agitava la Crislianil«ì ; scrisse lagrimevoli let- 
tere a tutti i principi e stati, sia nostri sia ollramontani , 
si raccomandò per soccorsi; formossi quindi una lega io 
Oli entrarono il papa con re Ferdinando di Napoli, Mattia 
Cervino re di Ungheria, il du(;a di Milano, il duca di Fer- 
rara, i marchesi di Mantova e di Monferrato, i Fiorentini, 
Genovesi, Sanesi , Lucchiesi, Bolognesi; si diede opera a 
ripigliare Otraalo ; dell'esercito di terra avea il comando 
Alfonso duca di Calabria, di quello di mare composto di veo- 
tona galea di Genovesi, di tre anconitane, di quaranta le- 
gni napolitani, e pochi fiorentini, avea il governo l'arci- 
vescovo della città e cardinale Paolo Fregoso. 

Ollreciò, un frate Domenico di Ponza predicava in Ge- 
nova^ esortando ad allestire un' altra armala contro il Tur- 
co, proponendo di ricuperare l'isola di Motel ino e le Smir- 
ne; laonde a quelle predicazioni consentendo, tre o quat- 
4ro navi grosse armavansi, commovevasi la città, e le 
donne moslravansi pronte ad isborsar danari; davansi do- 
dici cittadini a frate Domer^ico aflìncbè V aiutassero nella pie- 
tosa iinpresa, ma poco dopo, per le ragioni cbe diremo, gli 



animi essendo ìntiepidiU, tatto qoello sforio tornava ad ina- 
tile effetto. 

Vili. Intanto l'esercito così di terra come di mare 
batteva gagliardamente Otranto, e rtprendevala, moriva 
nello stesso tempo Maometto li, e liberava fa Cristianità dallo 
spavento dell'armi sae; il re di Napoli dopo l' espognazione 
di Otranto avrebbe volato' prosegaire l'impresa; i Genovesi vi 
si opposero; le ragioni dell'una e l'altra parte vennero di- 
scasse fn Civitavecchia alla presenza del Pontefice che vi si 
condusse all'aopo. L'inviato di Napoli mostrava la facilità 
dei procedere innanzi ora che la vittoria ottenuta e la morte 
dì Maometto II avea posto lo si^omento nei Turchi, il cardi- 
nale Paolo Fregoso in prima e poi on Giuliano Stella figlio 
(ti Codardo notare, s'è vero quanto narra Gerolamo Serra, 
obiettavano mancar di vettovai^lie, di danaro, l'armata es- 
ser tocca dalla pestilenza, quelli che non l'avevano starne 
in sospetto, voler tutti ripatriare; né potersi costringere pe- 
rocché stipendiati a mese; inoltre essere amareggiati de- 
gì' in$(iusti trattamenti loro fatti dal duca di Calabria. 

Queste parole persuasero il Pontefice , o almeno mostrò, 
e aderì a'Genovesi : Ma il vero si è che il conte Gerolamo Ria- 
rìo (li lui nipote avea già degli altri disegni, e il cardinale 
Paolo Fregoso divisava di togliere la signoria al nipote Batti- 
sta Fregoso, per cui cosi Tono come l'altro avversavano il 
continuar nella guerra. 

Deliberato il ritorno, il cardinale Paolo mise alla vela 
per Genova, e quivi impaziente arrivò covando in mente il 
singolare tradimento che stava per mandare ad effetto; sì 
ristrinse a consiglio con Agostino Fregoso capitan generale 
della Repubblica e Lazzaro Dòria tra' primari cittadini qua- 
lificato, ma torbido uomo e capace d'ogni più arrisicata mac- 
chinazione; ebbe pure l'ajuto di Ludovico Sforza dettali 
Moro che una eguale insidia tendeva al nipote (jian Galeaz- 
zo; e il 25 novembre invitato nel palazzo arcivescovile il do- 
ge, la moglie e figliuoli , in mezzo all'amichevoli mense fé' 
da' suoi satelliti circondare il primo, sottoporlo a crudele tor« 
tara finché non gli ebbe confidato 11 segno delie fortezze; 
poscia congregato il maggior Consiglio , coloro oh' erano al 



294 BVQGA QK7A1TA.. 

segreto della nuieehiiiazioDe spooevano che soperbe e tiranno 
era Battista Fregoao, sdegnoso di comportare gli egsali, e 
im moderale cose nel di lai animo rivolttendo; piuttosto che sot- 
tostare alle regole e ai capitoli della città» questa preferiva di 
assoggettare all'impero; conchiudevano doversi dichiarare 
deposto; la qual cosa deliberandosi, veniva ad un lenupo ia 
suo luogo creato doge con trecento voci il medesioko cardi- 
nale arcivescovo Paolo Fregoso, traditore del nipote Battista 
che espulso dalla signoria si relegava a Frejus in Provenza; 
dove a mitigare T acerbità dell' esiglio» tuUo raccoglieva lo 
spìrito nella coltura de' buoni studii, fruito de' quali era 
un' opera da lui composta ad imitazione dei fatti e detti me- 
morabili di Valerio Massimo. 



CAPITOLO TERZO. 

Gaerra tra il duca di Ferrara e i Veneziani; indi del papa , il re di Napoli , il 
duca di Milano» il signore di Mantova contro di quetti ; pace di Bagnolo, 
dispetto del papa j nuova guerra tra i Fiorentini e U repubblica di Genova; 
doj^ato del cardinale Paolo Fregoso fatto odioso per Ifi molte cmoroutai i 
Genovesi si danno in protesione al duca di Milano. 



IX. Iq questi tempi ardeva in Italia Qerissima guerra dei 
Veneziani contro il duca di Ferrara ; Sisto IV invece di scon- 
sigliarla ed impedirla, la incitava ed nnivasi coi primi} 
cosi condotto dal conte Girolamo suo nipote; pel duca muo 
vevansi re Ferdinando, Ludovico il Moro, Federigo mar- 
chese di Mantova, i Fiorentini, Giovan BenlivogUo signor 
di Bologna; i Genovesi aderivano a' Veneziani; i quali fa- 
ceapo molli progressi occupando le terre del ferrarese; i 
confederali si accorgevano tornare inutile ogni loro sforza 
se il papa dalla Repubblica non alienavano, e mezao a farlo 
solo quello vedeasi del conte Gerolamo; il perchè pestisi 
intorno ad esso, tanto gli promisero» e del possesso di Ri- 
mini, di Faenza, e fora' anche di Ravenna e di Cervia lu- 
singandolo , che l'ebbero induito a trarre il pontefice alla 



I DOAI POFOLètL ttS 

pace con re Ferdinando; la quale ebbe loogo addi 12 de*- 
cambre del 1482, dopo di che più formidabile lega con- 
giaHgevaw contro di Venezia, avendo a capo H papa mede- 
simo dianzi ano allealo, e cetto avrebbe recalo estremi 
danni a qoeUa Repubblica , se mancata colla morie di Fede- 
rigo Gonzaga maccbeae di Mantova la saviezza che rego- 
lava le cose della lega, non fossero sorte divisioni fra Lo- 
dovico il Moro ed Alfonso duca di Calabria, lamentando il 
priooo che danaro ed aiuti non venissero da Napoli; il se* 
condp r nsnrpaziooe del potere in Milano , per cui gravis- 
simo detrimento ne tornava al duca Gian Galeazzo Maria coi 
avea promessa Alfonso la propria figliuola. I Veneziani ve- 
Doti a notizia di quei dissapori, tirarono dalla loro parte 
Lodovico, per coi prese ad andar tiepido nella guerra; 
Ferdinando vedutosi solo, poiché il papa travagliavasi tra 
Orsini e Colonna, non si mostrò alieno dal desiderare la 
pace la quale con utilità dei Veneziani si sottoscrisse a Ba- 
gnolo nel di 7 agosto del 1484. 

Si disse che il pontefice appena seppe dei capitoli di 
quella infermasse di sdegno e morisse; tanto l'animo ano 
più a guerra. che a pace avea naturalmente inclinato; ma 
invece più saha opinione sembra che ne sentisse ramma- 
rico, perocché fatta con vergognose condizioni per la lega, 
e vantaggiosissime per i Veneziani che erano ad ogni modo 
i vinti. Di molte belle memorie lasciò in Koma Sisto IV 
né tra cattivi ponteGci deve enumerarsi; de' migliori sa- 
rebbe stalo dove un cieco amore per il conte Girolamo 
Rtario soo nipote o figliuolo non l'avesse spesso perdalo; 
a lui sQOeedeva nel soglio pontificale Giovan Battista Cibo 
cardinale di Santa Cecilia, di patria ogoalmente genovete 
che. assunse il nome d' Innocenzo Vili; diverso da Sisto IV 
per inclinazioni pacifiche e costumi soavi. Saputosi in Ge<> 
nova r innalzamento al pontìfiicalo d* Innocenzo, subita* 
mente una solenne ambaseoria' si divisò di dodici tra più 
ragguardevoli; cittadini * che. aveano ondici servitori per eiar 
senno. 

X. Posate le armi, i soli Fiorentini levaronsi a tor- 
bare la tiooaone pace. Era det4o nei capitoli di questa ehn 



986 BHM3A o^Avri. 

non soltmente si potessero Hdomandare te cose perdale, 
ma far.gaerra a qaaloiiqoe l'acquisto di quelle Impedisce, 
perciò essendo loro hi addietro sfata venduta la città dì Sar- 
zana d'As^ostino Fresroso, e poscia dal medesimo tolta, si 
posero in ordine con danari e con genie ad occuparla. 11 Fre- 
goso r a?ea ce^tsa all' officio di San Giorgio che pacificamente 
fa possedeva ; si vennero quindi ad impugnare le armi , né 
noi descriveremo le fazioni di quella goerra'che si fece e per 
terra e per mare, a Sarzana, Pietra Santa, in Porto Pisano, 
e a Livorno, e per eoi lo stesso Lorenzo de'Mediei andò nel 
campo fiorentino; noteremo sollanto che correndo l'anno 
1486 per mezzo del Ponlefice si tentò di comporre ogni dif- 
ferenza: i Fiorentini dovevano restilaire a San Giorgio la 
fortezza di Sérzanello con rinunciare a tolte le ragioni che 
avevano in Sarzana e in Sarzaneilo; San Giorgio dovea al>- 
bandorisr loro Pietra Sonia, e le ragioni oKe poteano sopra 
di quella competerli. Se non che all' atto della consegna di 
Sarzaneilo rifiulavansi i Fiorentini, e se neatlriboisce la ca- 
gione al Papa che per più ragioni avea concepito odio co'Ge- 
novesi, i quali, ò fama l'avessero offeso perchò Lazzaro Do- 
rla si era ricusato dargli la figliuola per nuora, onde il suo 
Francese bello avea invece ammoglialo cella figlia di Lorenzo 
dei Medici, e fatta pia stretta relazione con Firenze, perché 
domandato un prestito, a grandissima usura gli si accordò, 
perchè mandata in Genova una quantità di danari per edi- 
ficare una cappella di Santa Chiara sul Molo, gli erano stali 
tolti dai FroROst che tenevano la signoria, perchè infine gli 
si era fatto pag re il diritto di dogana per alquante soe ta- 
pezzerie; riaccesasi la guerra e facendosi con ogni estremo 
vigore per parte de' Fiorentini, né dissimilmente operandosi 
da San Giorgio j^,^, ri a essendo per molto tempo la fortuna, 
finalmente Sarzana dopo ostinata difesa venne in potere 
de* Fiorentini nel giugno 1487* 

. XI. Seguitava a tenere la ^noria genovese il cardinale 
arcivescovo Paolo Fregoso; ma veiinto in odio atrumTersale, 
si creava un magistrato con amplissima balia che dovesse 
provvedere cosi alte cose del comune, come a quelle di San 
Giorgio. Fu prima operazione di esso di eanfinare In Larice 



I DOGI POPOLAIL 2117 

Tamasino Fregoso, che maccbioava in Corsica eoa i luoi pa* 
renti córsi in pregiudizio della Repubblica; della qoal cosa , 
e di altri severi alti di giustizia il cardinale e il di lui figlio 
Fregosino reputando autore Angelo di Grimaldo Céba uno 
del magistrato, quello fecero pugnalare per laeiso di un Bai- 
dassar di Verna sza ed altri ribaldi loro dipendenti; crescendo 
quindi le cagioni dell'odio, il cardinale mandava ambascia- 
tori ad Duca di Milano, e Fregosino di lui tiglio conieiungeva 
in matrimonio con Chiara vedova, figliuola bastarda del dnea 
Galeazzo, la quale era già stata moglie del conte Pietro del 
Verme. Tu Itoci ò facea meglio pensare a' nemici del cardi*> 
naie il modo di precipitarlo; Obietto e Gian Luigi del Fiasco 
fratelli ed nomini potentissimi trattavano con fialtista Fre* • 
goso relegato a Frejus , convenivano con Agostino e Gio« 
vanni Adorni, e tutti uniti muovevano contro il dogalo del 
cardinale Paolo; Giovanni Piero Scardo che stava in città 
per il duca, governavasi secondo gli ordini di Lodovico il 
Moro y lasciava quindi le parti guerreggiassero e si slmgaes* 
aero , imperocché sulla loro rovina divisava gettare le fon* 
damenta della signoria milanese. Entravano dunque in città 
Battista Fregoso, lasciato l'esiglio di Frejus, Obietto e Giaa 
Luigi Fieschi coi loro montanari , per ultimo Agostino e Gio- 
vanni Adorni ; occupavano il pubblico palazzo, guastavanlo 
in più luoghi; a quel rumore congregavasi il senato, e de* 
dici cittadini elesgevansi per esso alla cura della Repubblica; 
il cardinale diffidandosi della sua gente si era ritratto in Ca* 
stelletto. Si ponea l' assedio a questo, le case vicine venivano 
combattute , incendiate, 1 cdtadini desolati ricorrevano alla 
santità d' Innocenzo Vili, pregavanlo a s^ècorrere la patria; 
non dava egli ascollo alle supplicazioni e perchè avea odio 
contro Ludovico il Moro, e perché divisava secreto insigno- 
rirsi della città: veduto vano questo mr. uo, rivelgevansi a 
Carlo re di Francia, offérivangli il dominio della città, do- 
mandavangli sussidio di danari bastante per resistere alle 
nemiche forze,; anche questo tornava vano; intanto Ludovico 
slava in agguato, mandava invece Giovan Francesco da San 
Severino conte di Gajasso con un gran numero di fanti e 
alquanti eavalli per sovvenire al Castelletto; a scusarsi al- 

S9tHm ttt G€M»a, — 4. H 



28g BPOGA QUABTA. 

lora di aver mosso le armi contro il cardinale, spediva la 
Repubblica a Milano Tomaso Giustiniano, rappresentandi> 
IMnsolenza di Fregosino e degli altri partigiani suoi; Lodo- 
vico che questo avea previsto e voleva, mostravasi propiiìo 
al Giustiniano e con esso rispediva in città due ambascialori 
Gorradolo Stanga e Branda da Castiglione, i quali dicevano es- 
sere solamente venati per procurare il riposo della patria; 
ad essi deputavansi quattro cittadini affinchè trattassero in« 
sieme del modo di ordinare la città. 

XII. La quale trova vasi siccome nave in gran fortuna da 
molti e contrari venti combattuta; quinci volevasi la rovina 
delle due fortezze, la città in balia del duca di Milano; quindi 
la signoria di Francia; alcuni amavano (ed erano i più one- 
sti, ma più semplici) ordinare una libera repubblica; i capì 
di parte (ed erano i più astuti) pensavano a far mercato 
ignobilissimo della patria; si voleva dar Savona con la Ri- 
viera-di Ponente aali Adorni, i Fregosi lasciare al governo 
della città, ma i primi non voleano abbandonare i Fiesdhi 
COI tantb dovevano; infine tutte queste sentenze si raccolsero 
in una: cacciar via Battista Presoso, rendere la città al duca 
di Milano con le convenzioni e i patti consueti; questo defi- 
borato, fo il Fre^oso |>reso a tradimento d' Agostino Adorno 
alla presenza di Obiètto e Gian Luigi Fieschi, rinchiuso nel 
monastero di San Giuliano, di là imbarcalo e ricondotto al- 
l' antico esitflio di Prejus; Agostino Adorno fo dichiarato go- 
vernator ducale per dieci anni, e il conte di San Severino 
entralo allora in città slrinueva V assedio delle fortezze. 

Dal che sospinto il cardinale, provvedendo a sé stesso, 
calava ad accordo col dui^a ed erano condizioni della resa di 
avere una pensione annuale di sei mila ducali , e ciò finché 
il Papa gli avesse una competente provvisione in altrettanti 
beneOeJ ecclesiastici accordala, mille ducati a Fregosino suo 
figlio, sicurtà camerale di 25 mila ducali; le quali cose otte- 
naie, rimetteva le fortezze per lui tenute, e riliravasi in Ro- 
ma; colà spendeva ancora la vita da Innocenzo Vili ed Ales- 
sandro VI pontefici in gravi faccende adoperalo, ma non più 
ritentando di conseguire il principato; Sisto IV, col consenso 
del sacro collegio, volendo punirlo delle passate colpe, ebbe a 



I Dofii vovoLAn. tot 

privarlo in pab1>lico eòneistoro della dignità della porporate 
delle altre cariche eceleaialliche, ma beo tosto ne fa dal 
medesimo pooleflee reintegrato. 

XIII. Egli fa grandissimo nomo, e a latte le arti di 
slato abilissimo, nò meno esperto degli ecclesiastici, che 
de' militari affari; di terra e di mare ad ogni impresa arri- 
sicato e talorosissimo; della prima è grande esempio quando 
si oppose sol monte del Promontorio al Francesi che con- 
dotti da Renato volevano en ira re in città, nella quale fazione 
si dice aver lui combattuto con siffatto ardore che ben quin« 
dici nemici nccidesRe di sua propria mano; della seconda 
chiarissima fede è la spedixione navale che ei comandò di 
latta la santa lega contro il Turco per la ricuperazione di 
Otranto, di vizi pure egli era Immondo, torbido, si mula! ore^ 
inquieto , e invece non quale dovea pacifico e tranquillo sacer* 
dote, bellicoso e continuamente avvolto in maneggi di stato 
e di guerra; mori il 1498 in Roma. 

XIV. Rimasta la città in potere di Milano, si mandavane 
sedici ambasciatori a quel duca con un cancelliere per dargli 
la sicnoria. Ludovico II Moro sii ricevette amorevolmente, 
e fissata l' at^ astrologica secondo l' umore dello Sforza , io 
quella si offerse il dominio con orazioni che recitarono due 
degli ambasciatori Francoftco Soffia e Domenico DemarìnI; 
ad essi rispose Francesco Marliano per il duca; dopo di che 
le stesse convenzioni che si aveano col duca Galeazzo si rln« 
Doverono con Gian Galeazzo di lui Aglio. 

Mentre questo accade in Milano, eccoti I* ambasciatore 
del re di Francia in Genova per accettare la signoria che 
gli si era mandata ad offerire; trattato onorevolmente, si ae« 
corse però in breve ch'era venuto piuttosto a ludibrio chea 
buon fine, cosicché sdegnosamente nò senza mioaccie e brà* 
verie andossi con Dio. 

Intanto sotto il nuovo demlnie parea ricomporsi la Re« 
pubblica, il commÌ!>8ario del duca Corradolo Stanaa era uomo 
prodente, umanissimo e di modi cortesi, sicché tutto apjpia* 
oava, a tutto dava riparo , poteanM quindi ristorare le pós* 
sale c<mdizioni ; rifàcevansi infatti molti edtiizj stati distrotti, 
i luoghi df San Giorgio ventano in credito ed aumento; ma 



260 BFOCA OOAltTA.: 

le maledette fazioni sempre ad ogni ben fmbblleo ai oppo* 
nevano; siccome nel passato dominio i Fregosi, in queste 
imperversavano gli Adorni, e il governo milanese dissimi^ 
lava, e Ludovico il Moro non conlento della condisionala 
dedizione, divisava che la RepubUiea, ponendo in disparte 
r origine della propria libertà, gli si abbandonasse in fendo; 
epperó studiava di rivolgersi al re di Francia, il qoale, mil- 
lantando antiche pretese, dovesse il popolo di Genova, libe- 
randosi dall' intestina servito, concedere a Ini. La cosa non 
ebbe allora effetto veruno, ma ritentata fa da Lodovico con 
segreto consiglio dì amicarsi Carlo Vili; il segoenle anno 
di 1490 colse il suo frullo, ed ottenne che Genova gli fosse 
datii in feudo ad imitazione del passati re di Franeia che 
Vaveano In simil modo concessa ai duchi di Milano; con 
qnanto diritto sMgn ora; ma Lodovico avea bisogno d' inter- 
rompere r imperscrittibile libertà di Genova, e di cattivarsi 
r animo del re francese che già covava il disegno di rove- 
sciarsi oltre l'alpe. 

XV. Durava la guerra con Firenze, il papa segreta- 
mente soffiava in essa, e per non so quale tafferuglio tri 
un laico ed un monaco interdiceva la eillà contro i privi- 
legi, che la non potea essere interdetta; rivocava, dopo giu- 
ste ed acerbe querele de' Genovesi, lo scaeliato interdetto; 
Lodovico il Moro faceasi arbitro delle dispute tra Genovesi 
e Fiorentini, ì quali entrambi indnceva ad ona tregna di 
sei mesi, che poscia ad altri tre mesi si prorogava, quan- 
tunque i più savi cittadini fieramente si opponessero in con- 
iglio, vedendo in quelle dilazioni, levata la sperania di 
ricuperar ciò che aveano i Fiorentini occupato ai Genovesi. 
Infine le ostilità si sospesero ancora per un anno, e Ludo- 
vico si nominò giudice delle coniente di amendoe le parti, 
col patto espresso eh' entro di un mese dall'anno medesimo 
avi^bbe profferita la decisione; siccome de' Fiorentini , lo 
Sforza volea definire le antiche quistioni che i nostri avevano 
co' Catalani, per cui questi pirateggiando commettevano le 
più ingiuste depredazioni contro il genovese commercio; 
a sua instigazione era mandalo a Roma ambasoiatoro Anto- 
nio Bracelli per trattar pace colà coli' inviato 4el re di Spa- 



1 D0«1 VOVOLAtl. 101 

gna» ma tatto fu iDotile; contiDoarono le piraterie del eor- 
sare Vìllamarìno, e vi ai aggiunsero qaelle di un certo Gal^ 
Mano di Nitia, ebe avea a questo fine fatta ooslrarre ona 
grosaìsaiuMi nave, e di un Francesco Bnlralies genlilaomo 
di nazione valeniiano ; la Repubblica allestì un' armata per 
raffrenarne V audacia , ed ebbero a segnalarsi in quelle ma- 
rillime faxiooi Giuliano di Magnerri, Cristoforo Cattaneo, 
e Brillo Gtustiniaoi soprannominato il Gobbo. 

XVI. Non però viveva quieta la città , elio in prima la pro- 
posta di ter via la tassa ordinaria detta il focaggio agita- 
▼ala, imperocché l'abolizione di quella fosse tutta in favore 
de' nobili, e in danno della plebe; in seguito tenevanla af- 
flitta la prepotenza, il fasto degli Adorni, il quale ultimo 
si era smodalamenle spiegato nelle nozze di Giovanni Adorno 
eon Eleonora figlia del signor Roberto di San Severino, infine 
le discordie fra i me<lesimi Adorni ed i Fiescbi originale da 
due amici di che insanguinarono la citte. Tutte queste ca* 
gioni sarebbero di per so bastate a recare una commozione; 
ma piò gravi e micidiali a tutta Italia in quel momento 
stesso ne soprastavano, e pregne di terribili efletti. 



CAPITOLO QUARTO. 

Condiiioni d' Italia sulla fioe del secolo XV; Ladovico Sforza detto il Moro, di- 
visando di usurpare la signoria milanese al nipote, chiama Carlo Vili re dì 
Francia in Italia t arrivo <K qotfkti in Aait con un groiao taercitoi faBÌoiie 
mvaU a Rapallo tra Artigonesi capitanati dai Fiescbi « e i Francesi dagli 
Adorni* colla peggio dei primi. Ludovico Sforza avvelena il nipote . e si fa 
duca di Milano; ambasciatori genovesi mandali ad ossequiirlo ; Carlo Vili 
si conduce in Pisa la quale scuote il giogo de' Fiorentini , • ti vendica in 
libcflSi; va e Fireaic j preclara virtù di Piero Capponi; da Roma fi reca « 
Olapoli che per tradimento gli riesce di occuparlo seuia battaglia. 

XVII. Il finire del decimo quinto secolo andò veramente 
memorabile per Iq grandi calamità che versavansi suir Ita- 
lia. Molli e gravistorici riputarono Irpvafe l'origine di quelle 
sali* morte di Lorenzo de' Medici detto il Magnìfico» di re 



Perdinand» di Napoli, e del PoDleflce InsoceDio Vili, i quali, 
« loro giudizio, regolando con assennaleaza leooae italiane, 
ia morie di essi fé' restare ìBcontaneDie eouAesle contrade 
prive di qnel consiglio che le manteneva in tra«<)iiilto ed or* 
dinato governo. 

Ma noi pensiamo di derivare da pia legittima fonte il 
principio di tanta rovina che oppresse il misero capo d' Ita- 
lia; Cosimo de' Medici e Francesco Sforza aveaoo ridotto a 
forma e sostanza di principato qoant' era già di repal^>lica, 
atabifìto un equilibrio di alati Italiani che avesse norma e 
vita dal primo anziché dalla seconda; era quindi naturale 
che la pubblica cosii essendo a fidanza di on uomo, dalla co- 
stui virtù o. malvaieitè pendesse il destino d'Italia; Frao* 
Cesco Sforza, Cosimo e Lorenzo de' Medici « Ferdinando di 
Napoli ed Innocenzo Vili per quanto non andassero scevri 
di molte e diverse colpe, erano ciò nullameno forniti di 
molto e savio intelletto che li dissuadeva dal tentar qoeUo 
che senza essere bisognevole allora, avrebbe potuto tornare 
ad essi mede»mi di grandissimo pericolo; i loro successori, 
sebbene li vincessero in vanità ed ambisione di stato, non ne 
aveano né la saviezza, né l'esperienza. ATros^e che la 
Francia non essendo ancora salita a quella potenza ed unità 
di nazione in cui si vide a questi tempi, male per l'adilie- 
tro, ed anche invocala, avrebbe potuto con durevole frutto 
discendere quassia ; la morte però di Lorenzo de' Medici, 
di Innocenzo Vili, e di Ferdinando di Napoli portò quel danno 
che non la persona loro, ma il micidiale principio che rap- 
presentavano, dovea naturalmente tirarsi seco. 

XVIIl. A Lorenzo de' Medici nel principato di Firenze 
succedeva Piero di lui fi$(Iio, né prudente, né savio come il 
di lui padre; ad Innocenzo VIIJ Alessandro VI né onesto, 
né pacifico, ma lascivo, perfido, dissimolatore , e d'ogni 
trista opera consigliere e maestro; a Ferdinando di Napoli 
Alfonso, leggiero, esebben tristo come il padre, non però 
quanto questi scaltro ed addimesticalo a coprire la perfidia 
con arti subdole ed ineesoose; in mezzo a cosi fatti uomini 
stava Ludovico il Moro inteso a pescar nel torbido, cupido 
di usurpare il ducato di Milano al proprio nipote, pauroso dei 



I MW» POPOtAftL 163 

reali, di Napoli che lo difeodevatto, ^rago di appame il mede- 
raiore delle sorti iUliane. 

Alfonso duca di Calabria avea la propria figlia eoagìMita 
in inatrimotiio con Gian Galeaiio Sforn dyoa di Milano, il 
quale vedendosi dallo lio Lodovico spoglialo in soatanaa del 
douiini^9 ne faeea segreto e palesi querele; imperocché il 
Moro covando il disegno di farsi signore di Milano, loUo a 
0è avea approprialo il maneggio degli affisri, e le principali 
forleice del ducato raccomandate a' suoi pia confidenti; si 
aggiungeva a far peggiore lo stato del giovine duca le fem* 
minili dissensioni d' Isabella di loi consorte eoa Beatrice 
d* Esle sua aia, moglie di Ludovico, che imperiosa e vana 
quanto il marito, facea sentire ali* infelice nipote tolto il 
peso della macchinata osarpaaiooe* 

Nella mente di Ludovico tristi consigli afitavansì,ei di- 
visava dì cosi rivolgere le coso d* Itaàta che i sool principi 
inlenti a guardare le proprie non dovessero attendere alle 
di lui .fìiccende*^ le quali avrebbe in quella confusione condotte 
-al conAegoimenlo del pro|>rio fine» Poi, riconosciala la saa 
saviezza, di cut facea egli grandissima stima, l'avrebbero 
tutti supplicato a scongiurare il temporale che sulla loro te- 
sta avea addensato. 

1 principi italiani, conosciuta quella vana sua indole, in- 
vece di milicarla, facevano a tu tt* uomo per inasprirla, e 
produrre quei tristi frutti di che pur troppo mostravasi ca- 
pace. Pier de' Medici ristrioaevasi a Napoli, enell'occasteae 
che doveasi ossequiare il nuovo papa, struggeva il disegno 
di F^odovico eh* era si fossero presentati aMieme tatti gli 
stali d'Italia e ds un solo a nome comune arrijngato, ciò per 
mostrare il concerto che fra italiani principi regaava. Piero 
invece consigliava secreto di operare altrimenti. 

Tutte. queste cose travagliavano l'animò di Lodovico, e 
lui muovevano a ricercare una forza che lo difendesse ed 
assicurasse nelle proprie ambizioni, né questa trovando in 
llalia, si r) volse, oltre alpe e: quindi ricorreva seelleralameole 
alla Francia, Già- quel re Carlo Vili avea cercato di ami- 
<ar9i, domaadando gli fosse Genova, come già ttolamma, 
«iccpjrdata io feudo; mandando ancora, eoo»* è Caiaa,:£libBo 



\ 



264 SFOCA OOiKTA» 

Calvo genovese ad oflérirgli il teslameato della regina Gio- 
vanna donde risultavano i diritti che i reali di Francia aveano 
8«i regno di Napoli ; soscilava ad un tempo stesso il nuovo 
papa Alessandro ad inimicarsi, con Ferdinando per avere se- 
gretamente inMeme con Piero de' Medici aiutato di danari 
Virginio Orsini ad acquistare alcune castella in Romagna io 
odio delta Santa Sede: I Veneaiani ngoalmente indnceva alla 
sua parte , per eoi dopo molte tergiversazioni per fiarle del 
pontefice, nell'aprile del 1493 si venne infine a conchlodere 
lega fra esso Pontefice, il senato Veneto e Giovan Galeazio 
duca di Milano; convenivano ì collegati di nuova confedera- 
zione a difesa comune, e a conservazione nominatamente 
del governo di Lodovico, con patto, che i Veneziani e il 
duca di Milano fossero tenoti a mandare subito a Roma per 
•icurtà éello stalo ecclesiastico, dogento uomini d' arme per 
ciascuno e ejolarìo eoa questo, e se bisogno fosse con mag- 
giori forze. . 

Ciò fatto, Lodovico spediva in Francia Carlo da Barbiano 
conte di Belgioioeo ad incitare il re alla spedizione d' Italia, 
a corrompere cola quanti erano coloro che meglio prevale- 
vano nel consiglio reale; sicché per mezzo di siffatte arti la 
spedizione deliberavasi, ed ogni apprestamento facevasì per 
la stessa^ 

XIX. In Genova l'anno* 1493 cominciava e seguiva 
con funestissimi auspici; mei levasi un eccessivo freddo- per 
eoi sì congelava il mare intorno al molo ed ai ponti, e ve- 
nata la primavera, una crudele pestilenza opprimeva la città 
che sino ai termine d'agosto durava; di quelli che rimane- 
vano delle cinque parti perivano le quattro, se ne ascrive la 
cagione ad una gran copia di ebrei che cacciati di Spagna 
dai re Ferdinando e<1 Isabella ricoveravansi in Genova, e fo 
condizione per Avventura del trattato di pace che i Genovesi 
stipulavano coti quei re« 

Intanto il re di Francia dava sollecita opera alla sua ca- 
lata; spediva ambasciatori a tatti gli stali italiatal eccettuali 
- Napoli e Milano; tene va usi riservati ì Veneziani, allegando 
. «olla poter risolvere imperocché né i cotisigli abbisognavano 
4 ad OQ re cosi savio qaal era Carlo Vili, né aiuti provvedere 



I DO» POPOLACI. 105 

polerano per plora del Torco; i Pioreotini domiiiati da Piero 
de^ Medici, qoanlonqoe per i loro mercanlt aveasero ragione 
di aderire a Francia, non ai' chiarirono né amici, né nemi- 
ci; infine Aleaaandro Vi si sooaò eoli' inveatilora dalla Santa 
Sede accordala al re di Napoli; Genova invere accolse ono- 
ratamenle V invialo francese Rinaldo di Marsiglia, che chie- 
deva di ^oanlo numero di navigli avrebbe la Repobblica po- 
talo accomodare il soo re. fi questo bene ricordare per 
riconoscere quale valore si aves8e l'aver concessa Genova in 
fèndo, se il concedente, o il signore diretto, era obbligalo, e 
non ostante V utìlUta eh' era il Moro, dipendere per ajoti dal 
feudo medesimo. 

AIIOMlivanai però qoattro navi grosse e dodiei galee 9 e 
non essendo baManti i danari di i^udovico, Antonio Saoli 
dava a cambio al re per queir impresa setlantamila ducati 
senza verona sicurtà , ai quali nello stesso modo In Roma 
aggionseva altri 2ff mila 

Moriva intanto re Ferdinando di Napoli, Alfonso duca 
di Calabria a lui succedeva nel regno. Alessandro pontefice « 
già mutato per la figlia naturale di quello , pel principale di 
Sqailtace con dieci m|la ducati d'entrata l'anno, e la con- 
dotta di cento uomini d'arme.concesi^i al baeiardo sooGiuf- 
frè , meglio dopo la morte dello stesso Ferdinando alienavasi 
dalla lega; men'è i larghi palli indocevasì a confederarsi con 
Alfonso, e incontrare le medesime sorti; e slimolo alla 
nuova alleanza erano i grandi beneficii procorali con essa 
ai propri fiieli che già impudicamente non temeva di ap- 
pellare, senz'altro veìo, di tal nome. 

XX. Carlo Vili, assicuratosi con enormi sagrifici della 
pace colla Spagna, cedendola Perpignano eoa tutta la contea 
dì Rossiglione, nonché eon Massimiliano re de' Romani, e 
Filippo arciduca d' Austria di lui figlioolo, attendeva calo- 
rosamente all'impresa di Napoli; dall'altra parte toilo si 
ponea in opera per difendersi dalla tempesta-che stava per 
iaeoppiare;- Alfonso dopo di essersi acconciato col Papa, e 
satisfatta* la cosfoi ingordigia con pecunia, gradi, ed onori 
elargiti a' figliuoli» tenuto fermo Pier de' Medici, e con Pi- ^ 
rettze quante città propinque n'erano dipendenti» tentato 



266 BPOCA fiOAETA. 

perfino dì muovere il Turco maodandoglì ambaacialori Ca- 
willo Pandone e Giorsie Bocciardo genovese, si apprestava 
a cominciar la guerra che non>)oleva scassare, lungi almeno 
da Napoli, suscitava il famoso Paolo cardinale arcivescovo 
Fregoso, e con lui CN>bietto Fiesco;.ina Giuliano della R«« 
vere cardinale di San Piero in Vincula, subodorata la tra- 
ma, e involandosi alle persecosioni di Alessandro VI, seb- 
bene con ogni lusinaa cercasse questi di adescarlo» conda- 
cevasi prima in Savona dove al commissario miUiDese, 
Giovanni Adorno, tutto per filo la cosa narrava, poscia in 
Lione deliberava il Re francese a muover solleciio le arai 
e intanto di mandare al soccorso di Genova tremila Sviaierì, 
mentre Ludovico all'uopo medesimo avea quivi spedili tre 
mila soldati. 

La flotta araiEonese forte di 35 galee, 18 navi ed altri 
legni minori, comandata da D. Federigo fratello di Alfonso 
re di Napoli, veleggiava al golfo della Spezia speraii<lo di 
tirare quelli uomini alla parie sua. La flotta francese com- 
posta di undici navi, dodici salare, e venti gsUeonì, salila 
<)al gran scudiere Gioan Ilaria Sanseverino e Gio vanni 
Adorno, navigava verso Porlovenere, alla qual vista T ar- 
ragonese riii-ijivasì a Livorno, laonde i Francesi, fortificando 
con largo presidio ed ariiglieria il castello di Portovenere, 
tornavano in Genova, dove per le faccende della guerra en 
allor giunto il Duca d'Orleans. 

Appacecchiavasi questa eoo grandissimo sforzo; Carlo 
Vili si era recato personalmente a Vienna città del Delfi- 
nato, disposto ad ogni patto, e non ostante il contrario 
consiglio de' più savi , a passare in Itulia; peaurtamdo di 
danaro, ponea a pegno certa quantità di gioie prestategli 
dal duca di Savoia, dalla marchesana di Monferrato e da 
altri signori deHa corte; tutto era pronto alla partenaa, e 
già verso i monti avviavansi le genti d'arme, quando sorse 
voce nel campo che il Moro tradiva; dava lede al mmore 
l'indole dell'uomo, l' abbocca nusnto del suo ambasciatore 
con. Pier de' Medici in Firenze, sentito dall' inviato fraa- 
éese, nel quale spiegavasi la di lui deppieua, il ritardo di 
certi danari che si aspettavano da Milano ; a qaella voce già 



I MMI FOVOUII. M7 

slava per indìetreffclare r esercito, i pid ealdi oenfortalori 
dell' impresa lilubavanOf il re iteeso dava ordine ai fermas- 
sero le ffenii; ma trattosi innanzi Gialiano della Rovere con 
l' aalorità della persona, eia vaemenia dei delti, riscaldando 
gli spiriti abbattuti, fé' dare ordine del re dì continuare il 
vìagffio. 

XXI. Era l' esercito francese composto di dogeoto gen- 
tiluomini della guardia reale, in tallo mille cavalli, mille 
seicento uomini d'arme (seguito il Guicciardini), do' quali 
ciascuno avea, secondo l'uso francese, due arcieri, in modo 
che sei cavalli sotto ogni lancia si comprendevano; seimila 
fanti Svizxeri; seimila fanti del regno di Francia, dei quali 
la metà della provincia di Guascogna; unita a qoesto eser- 
cito andava quantità grande di artiglierie da battere le mu- 
raglie e cto usare in campagna, che per via di marosi erano 
in Genova trasportate. 

Siffatto esercito da Vienha incamminandosi a' monti , 
saliva il San Bernardo, e calato al piano, entrava in Asti il di 
nono di settembre del 149^4 Giunto Carlo in quella città, rice- 
vea faoste novelle da Genova. Federigo, rinfrescata la dotta 
a Livorno, e soldati nuovi fanti , avea navigalo di bel nuovo 
lunehesso la riviera di Levante, posto a terra Obbietlo del 
Fiesco, e con quattro mila fanti occupataja terra di Rafial- 
1o, di là trascorso in6no a Recco; in Genova ciò saputosi, si 
erano mossi per terra i fratelli Sanseverini, e Giovanni 
A<lorno, co' fanti italiani, per mare il duca d'Orleans con 
mille Svixzeri, sopra diciolto galee, sei galeoni^ e nove 
navi grosse; dapprima gli Arasonesi protetti dal vantaggio 
del sito aveaoo tenuto discosti i Francesi, ma il sopraggiun- 
gere degli uomini degli Adorni, e la paura di essere attae- 
cali alle spalle da Gian Luigi del Fiesco, li avea obbligati 
precipitosamente alla fusa, colla morte di più di 200, e la 
cattività delia ma«ffior parte, fra i quali di Gioito Orsino, 
Fregosino figlio del Cardinaie Paolo, e Rolandino Fregosi; Ob- 
bietto amato da quei di Bapallo era stato fatto coi fiatinoli 
fuggire, foffgendo per monti e valli venia spogliato tre volte; 
vellosi ad Orlandino, ebbe a dirgli ridendo: Sarà bene, 
figliuolo ratio, che camminiamo nodi come Adamo, affi^ 



208 ^ BPOOA QOABTA. 

ebè per eapìdiilà delle nostre vesti , nlona pia le ei spogli. 

Ottenolasì da' Francesi la vittoria, il borgo di Rapallo 
venia posto miseramente a saoeo dagli Svizzeri » malgrado 
ogni sforzo di Giovanni Adomo che volea vietarlo; e tanti 
fu la rablna di que' barbari cbe persino cinquanta oomini 
ammalati rimasero morti. A quelle notizie Genova era an- 
data sòssopra, e venti Svizzeri vi erano uccisi, maGiovaoDÌ 
Adorno acquetava' il tumulto. 

XXII. Queste cose saputesi in Asti da Carlo Vili, Taoi- 
mo suo rinfrancarono, loehò meglio ancora operò la visiU 
di Ludovico Sforza e Beatrice sua moglie con molta pompa 
e onorala compagnia di bellissime donne, e insleaie Ercole 
duca di Ferrara. Un nuovo trattato colà si conchiiideva per 
coi si risolse -di muover le armi quanto celeremenia più po- 
tevasì, e Ludovica nuovo prestito di danari fece al re che 
grandemente ne abbisoi^nava; senonehè, lutto easendo ìd 
pronto per continuare la marcia , Carlo Vili infermava di 
vainolo. In Genova faceansi molti apparecchiamenll creden- 
dosi sarebbe di qui passato, ma invece, non appena riavulosi 
dal male, si condusse a Pavia di cui volle occupare II castello 
per sicurezza della fede di Ludovico, e richiese il prestilo 
pattuito di 200 mila ducati. Giaceva in quel castello grave- 
mente ammalato il v«ro duca Giovan Galeazzo Sforza, il re 
desiderò vederlo, e in compagnia di Ludovico si recò a visi- 
tarlo; fu scena commoventissima il mirare non solo quel po- 
vero giovane che era presso a morir vittima delle insidie 
dello zìo, raccomandar sé e i due piccoli figli al re di Fran- 
cia suo cugino, ma Isabella d* Aragona di lui moglie , bellis- 
sima donna, gittarsi mollo miserabilmente a' piedi di Carlo 
e da lui chiedere fossero (olii in protezione olire il marito 
ed i figli, il padre, e Tinfelice sua casa d'Aragona; Carlo YIU 
sebbene sentisse profonda pietà di quegl'infeUei suoi con- 
giunli, tuttavia troppo essendo già innanzi nelle divisate 
cose, diede amorevoli parole, ma nulla più ; lasciata intanto 
Pavia, trasferivasft in Piacenza , nella quale arrivalo, gli era 
data la notizia essere di questa all' altra vita passato il duca 
4yiovan Galeazzo,: non senza sospetto di veleno propiDatogli 
dal proprio zio Lodovico ^ il quale appena udita fuella morto 



I BOQI POFOLAU. M9 

da Piacenza ove ayea accompagnalo il re, sobilamenle ter* 
nossì in Milano, e là da' suoi partiaiiani, che tulli avea nel 
conaiglio ducale, fu proposto e nominato duca , la qoal dìgntlà, 
simulando resistenza, egli alfine accettò, e la seguenle mat* 
ti DB prese i titoli e vesti le insegne del ducato , con segreta 
protesta fatta però ayantl di riceverle, siccome a sé spettante 
il ducato per rinvestitura avutane dairimperatore Massimi* 
Jiano in occasione del matrimonio di questi con Bianca Ma- 
ria Sforza sorella di Giovan Galeazzo. 

XXIII. Pervenuta la notizia della creazione di Ludovico 
in duca di Milano, «li si mandavano da Genova sedici amba- 
sciatori ad onorarlo, ed e^li inviava il Principe di Salerno, 
e Baldassarre Pusterla afUnché la città si muovesse a dichia« 
rar guerra a Firenze, dando promessa che appena Serei<» 
zana e Ptetrasanta sarebbero cadute in balia del re Carlo , 
qoesli le avrebbe restituite alla Repubblica, loebè conferma** 
vasi per mezzo del vescovo di Parigi, recatosi pur egli in 
Genova ad eccitarla contro Firenze. 

Senoncbè per la leggerezza e dappocaggine di Piero 
de' Medici, cessala ogni ostilità contro il campo francese, ri- 
messe dal primo in mano di Carlo tutte le fortezze di Pietra 
Santa, Serezzana , Serezza nello , di Pisa, e del Porto di 
Livorno, contro ogni espetlazione del medesimo re, non era 
più il caso d'intraprendere la guerra; e per ciò si doman- 
dava da' Genovesi che la reale promessa fosse attenuta; 
Carlo Vili traeva a Pisa che ridueeva in libertà, andava po- 
scia a Firenze, che avrebbe sottoposta a ignobile servitù 
senza T eroica virtù di Pier Capponi, il quale laceranjio in 
faccia al re gli esosi capitoli , facea sentirgli che il suono 
de' suoi tamburi polca essere vinto- da qoeUo delle campane 
a stormo di tutta Firenze. Questa Repubblica spediva 
al re quattro ambai*cialori a chiedergli la restì tusieiie 
delle prefate terre; onorati e lusingati parlivansi però senza 
utile conclusione; anzi il re convenendosi coTìorentinl, a que- 
sti promelteva la consegna delle stesse terre appena avrebbe 
acquistato 11 regno di Napoli, lochè era quanto avea pure 
pattuito con Piero de' Medici; faceva quindi con si ingiusto 
modo di procedere salire in grand' ira i Genovesi e seco loro 



270 EPOCA QOABTA. 

Ludovico Sforza , il quale è fama cominciasse da questo a I 
porsi io dispetto col re, poiché Galeazzo da Sanseverìno ebbe 
da qaello rifioto di rimettere in mano della Repubblica .le 
addimandate fortezze. 

XXIV. L' esercito francese partitosi da Firenze, con- 
dottosi in Siena , affrettava le mosse sa quel di Roma per 
Napoli; per quanto avesse Carlo giusta cagione di vendicala 
col Pontefice, che nemico gli era , ciò nullameno desiderando 
dì presto occupare il reame napolitano, trattava pacifica- 
mente con esso , e procedeva animoso alla conquista. 

XXV. In questo, le Romagne andavano sossopra all'ap- 
prossimarsi de' Francesi, e cosi gli stati napoletani, dove la 
parte angioina e specialmente negli Abruzzi prendeva a si- 
gnoreggiare; re Alfonso, vedutosi odiato sia per le proprie, 
sia per le paterne colpe, abdicava in favore di Ferrante suo 
Aglio il quale cercava di rannodare quanti aveva ancora 
amici e favorevoli alla casa d' Arragona; ma i Francesi si 
avanzavano a grandi passi, né trovavano ostacoli; che i po- 
poli, parte dalla ferocia del nemicò spaventati, parte solle- 
vato l'animo a nuove cose, arrendevansi subitani e volen- 
terosi; in6ne il tradimento di Gian Giacopo Trivultio prc 
eipitava le sorti aragonesi, nella prava opera seguita vanlo 
il cardinale Paolo Fregoso e Obbielto Del Fiesco. Il nuovo re, 
atterrito da quei casi, sentilo impossibile cosa il resistere, 
col 3 io Federigo, il marchese di Pescara e settecento Sviz- 
zeri riducevasi nel castello d*lschla, ordinato inlanlo avendo 
fossero arse tutte le navi che seco menare non poteva, e 
tratti seco soltanto una ventina di lesnì, abbandonava Na- 
poli addi 2i febbraio del 149tf ; il giorno seguente vi farea 
solenne ingresso Carlo Vili. Gastelnuovo e Castel dell* Uovo 
erano ancora in potere delle centi di Ferrante, ma essendo 
balzato in aria il magazzino dell» polvere del primo, il pre- 
sidio tedesco che v'era dentro, arraflfati i tesori reali alla 
sua custodia affidati, il 6 marzo del 1495 si arrese; cosi fece 
dopo 9 giorni il Castel dell' Uovo. 



I OOai MPOLIM. S7t 



CAPITOLO QUINTO. 

Francesi, conqnUUto avcDdo Napoli, ri »i reodooo odiosi, sicché i popoli desi- 
derano l' antico gorrmo , e i principi italiani si coofedertno per discacciare 
lo straniero; i Pi»ani chiedono aiuti .li Genovesi contro i Fiorentini. De- 
dinasìone delle cose francesi in Italia ; lenlatiro di occupar Genova andato 
a vóto per parte dei Fieschi e Fregosi; rotta di questi a Rapallo i batta- 
glia del Taro per cui si apre Carlo Vili il passaggio contrastatogli dagl' Ita- 
liani Disceu dell' iniperai ore Mauimiliaoo in Italia, e precipitoso sno ri- 
torno in Germania ; venuta in Genova del duca Ludovico Sforsaf nuovi pre- 
parativi di Carlo Vili per ricondursi in Italia , interrotti dalia sua morte. 



XXVI. Andala jn cosi falla declinazioDO V infelice 
sasa arra«onese, non però i Francesi poterono gran tempo 
nenar trionfo della conquista , da poiché per le iniquità ed 
DgittstÌKie commesse i popoli cominciarono a desiderare 
'antico governo, detestare il nuovo, e i princìpi italiani 
accortisi i|aanto per essi imprudentemente oi^erato si fosse 
itrocarando a rovina d' Italia queir ingrandimento france- 
se, si affrettarono a confederai si, e provvedere cosi al pe- 
riclitante stato loro : univansi pertanto in lega papa Ales- 
uindro VI, i Veneziani, Massimiliano I imperatore, Ferdi- 
nando ed Isabella re di Spagna e Ludovico il Moro duca 
ii Milano. 

XXVII. Mentre queste cose si travagliano, i Pisani 
mandane ambasciatori in Genova ad implorar soccorso con- 
tro Firenze che leniava rimetterli sotto il pristino giogo. La- 
jovico Sforza che facea disegni sopra di Pisa, quella-città 
sonsittliava a questo; introdotti in Senato, è fama nel se- 
guente modo parlassero: 

La lunga e misera servita, ottimi Padri , in che ci 
tennero i Fiorentini, ci ha tolto Tuso di saper parlare con* 
venientemente, cosicché ci avreje per iscusati se il nostro 
linguaggio é da meno della vostra presenza e dignità ; uo- 
mini plebei e di bassa condizione divenimmo, di nuli' altro 
occupati che di pagare il tributo, e coltivar le possessioni» 
che senza di eie, la prigionìa ci aspettava; timidi per la me- 
moria della passata servitù , per necessità parliamo, corag* 



272 BPOCA QUABTA. 

gìo e speranza pigliando dalla vostra angusta presenia; già 
legati, ora liberi, già morti ora vivi siamo al vostro cospel' 
te, per misericordia di Dio vendicati in libertà e pel re Carlo 
che la ci diede , raccomandandoci di trovar modo a conser- 
varla; la qaa!e cosa non potendo noi soli perchè deboli, a 
voi ci rivolgiamo, vivere o morire per opera vostra possia- 
mo; aiutandoci la città vi daremo, la libertà data da Carlo, 
da voi* riconosceremo; conservandoci questa, come vestii 
soldati, dovunque saremo ooi pronti a combattere per onore 
e difesa vostra; senza di ciò, imiteremo Sagonto. Crudeli 
più che ì nemici contro noi stessi , metteremo in pezzi le 
nostre donne, i nostri figliuoli, le chiese nostre, le case por- 
remo in fiamme, della propria patria con noi stessi faremo 
un gran rogo, verrà allora Firenze, ma ninna vittoria e con- 
quista potrà avere di noi, che Pisa più non sarà. 

Ciò detto, con molte lacrime si tacquero; il Senato com- 
mosso a pietà, a bene sperare li confortò, indi creato on ma- 
gistrato di otto cittadini che provvedesse, K diedero loro 
saette, laneie, targoni , e altre armi necessarie alla guerra, 
oltre ciò fu mandato in Pisa commissario con buona quantità 
di danari Alessandro di Net^rone, per cui fu ordinato ai fiai- 
timi popoli dover accorrere in aiuto de' Pisani, infine nìooa 
cosa fu tralasciata per conservarli in libertà. 

Come notammo , era pensiero di Ludovico spingendo la 
Repubblica ad aiutar Pisa, questa un giorno occupare, della 
Repubblica riescir con ciò più facilmente, ricuperare Sarzaaa 
e Pietrasanta, pel qnal fine, avea testé ancora col re di 
Francia tentate invano tutte le vie. 

XXYIIl. Ma le cose sinistravano per i Francesi, lasciata 
qualche mano di gente a guardare il conquistato reame di Na- 
poli, di là partivasi Carlo; temendo che il ritomo per terra 
gir venisse, come accadde di falli, conteso , avea divisalo di 
mandare a Genova per V allestimento di una flotta; aenon- 
che per ordine di Ludovico Sforza gli erano quivi rilenolele 
galee per sua commissione preparate; lo stesso Lodovico len« 
tava di occupar Asti al duca d'Orleans, nella qual citlà era 
destinato il passaggio di Carlo Vili; ma non solo non gli 
riuscì r occupazione , ma gli venne invece tolta Novara che 



9n 

«Man « pM» i«|»«»fviftaBMQte H «edeaNM dsoa é' Or- 
li te Cacio detifaerato di piaaar V ufnpmHétM e finiiii 
i» GmitiHi, :st M i>te to all' ae^mto <fi q«Mta dai eatdiMli 
San PiH» io Vinaik Fregoso, MMbè éa Obbiétto del Fia<- 
aa* éà attrt facraseìll, aiaBdò eoa loro doe teada di aavalllt 
fnaHra laaegae dilaataria e sette paacì d' artìgiieda» goaer* 
nati da DMinaignor Filippo di Bresse fratello del doea di &a« 
imim^, offdittaado che daftalo ttoami 4%r»a aaAtfOtlaiiii car 
fiaili legiterì, ìquali per etaere aaeora mdiatfo aoa patoaso ai 
prkaijaaftiiiiBfersi, toneaaero parò loro dietro e caaMdinai 
aMd ftMroaeiU e Ja gasCi data dal daea di Savate aalrasaam 
anHa Rlviefadi Faaeate, maaire l'armala di naara, cidatla 
a saetta ^palee, doe gaiaoai a doe faate, li avrebbe Malati atta 
apatia» 

Il ravace di stffMIa apediatetta parvenalo kiCteaovai aa* 
bitaaaeaAe la fasiaae Atlarao, éb» per neiaa dal foforaa 
gferaaaaa ri teneva il prioiate > poaeai a paraegidaa malli 
daNa Fragoaai eaatr tpgendali a parUtn dalla eillà aella apa^ 
aèadi «1^ ora; meiMre a ditoa della riviera M Levaaèaapa* 
éifa Beraardmo Adorao eoa ftoa aoldati. I no aa le i coi Ibara* 
aaili appnmdmavaaw alla eittà maadaada an araléo' cba i« 
■amo dal. re apeaeva eaaere mento di qaeato inviale qaaitaa 
amhaactateri a (ratter eote impartaalì eoa gliaastam e orni 
V Ottcia de San Giorgio^, a?ar f anime rivolto ad anH>Kafe4i 
magnificar la eiilà; a ebe dunque cotoato 4' «raal appamdaf 
i^vaaaee bi Repabbllca peraoaaa defo di lai amteìaiaé. 

A qaaaii aanai, oomeebèipoerHi e aleali» riapaadeaai : ìn«- 
iriaaaa il re4aanit nomini vetova, eoatebè ne» oltrepaaaaa* 
aaaa i elaqaanta» nò Ira loro laaae eomproao alena gano^e*- 
aat^ a* ciò oflferìvaai II oomedo da^ galee » ed ognìallia pea- 
aibte agevoletaa^ intanto a dimeatraatoae di eaere» e di 
pa^abe intenaioai rei^lav»i l'araldo di oaa veeto di aeto* 
£enonabé) meniro qoeate eoae al raff^onaa», Antonto 
Uarìa Fieaoo, con oaa parto defo geato lao a toto dfil re ia 
Sariami , eoeapa Trebiaao, ne diaeaeeia Bemardiiie Adorna, 
a Ginltaao liagnarri a' inaìgaeriaee del paam« <}neaAo fatto 
agoamniava -gli Adoani eoaaidtramto la diidanmeidetta mtt^ 

Stwia di Genova. - 4. 48 



S74 «OCA 90AM^ 

la potettsa del let la étrersilà delle sealeiiM, per la qMMfii 
molti anteponeyano Carlo YIII allo Sforza; ma il vigere «Mh 
alfaie dalla fnnoiie Adorno anita agli Sfunola, l'imperlerba- 
bìli^ e la pradeosa del commissario milaiieae, reeortoàoM 
dti Papa, del re de'Romanly dei Venettaaly gli aCinaoliyle 
lusinghe del dnea di Milano^ il quale con dolcissinie Mten 
adescava i Genovesi, fecero questi star saldi nelto pamiert 
signoria. 

XXIX. Intanto il frateModel deca di Savoia, i Gardlaali 
e Obbietta Flesce accampavansi presso il ponte Seot' Agati 
distendendosi sino al capo d' Albero, in meazo H eospee la 
cRtà scorrente il fiome del Bisagno; aveano lasciale nel golfo 
di Rapallo sette galere e dee gaHioni; eran venuti etìiselali 
dagli esiUi confidando poter entrare in città, loelié nea era 
rioscito loro, sebbene in una fazione avessero rispinto con 
tracento cavali on ragguardevole nunEm*o di eitta4taiy che 
escili erano ineentre ad essi , restando morti non peefai di 
quelli; dopo il qoal fatto stavano inoperosi, aspettande che 
Battista Fregoso di verso Asti calasse perla Poloevem, e eoo 
la gente deUa eoa fazione, e con quella provvi^gli dal dnea 
d' Orleans assaltasse la città , la quale in tal modo vesta ad 
essere da dee forze angustiata; conosciuto il disegag de' ne- 
mici, non parve agli Adorni di dover temporeggiare i asme- 
Beno eoa cdertlà «aa caracca , dae barche biseaiae a ette 
gidere setto il capitanate di Fraaeesco Spinola il More. Belle 
galmw spettavano due a Brtste Giustiniani il Gobbo, dae a 
Bernardo Fiesoo, aaa a Guzzano di Marini, ona a fieraanle 
di Rovereto, ona ad Andrea Giastiaiaoi, ed aaa inine a 
Giovanni della Torre; sopra le barche salivano sei eenleeel- 
dati sotto gli ordini di Giovanni Luigi Fiesco e Giovaimi 
Aderao, nevigavano verso Repello protettidalla notte, e eoe 
imUo sUenatio colà pervenuti, posla in terra la gente, nessi 
laro in breve di espugnare il borgo col presidio fffaaeese, 
mentre nello stesso tempo la fiotta nemica rimaneva econ- 
iuta, e presa dalla genovese. Mimsigner di Milane, capitane 
deUe genti di Francia, cadde prigione Jn beltà di Oh- 
bietto di Levante, ed a proprio riscatto offisfse laaeauae di 
iO mila dacaU, in conto di cel diede la saa arganleeie; il 



eln4»^0fUn», «* tra di^ffaprìetà ài Pa^ BatU» 
8lm FiegMOy di groMiMima straltttra» carico 4i pretiaae ro* 
be, andè ia palaie di Aàdrea Giiistiaiaiii; la pfadaqatndi la 
molta e dovisiosa, e il capitano Spinola dai daaarì di ^eUa» 
in eomniemonaiase del fallo, fece fabbricare TlavoUiala 
detta eÌMeea deH' AumiMiela con appeaila iBaerisioiieb 

I F ta a c et i e i foerwcili cIm eanipeggia?aiio da Saa« 

TAgala ad Aibare» •entità la disfatta di Rapallo, pemarooo a 

agoflabrare, e di cbeto lofate le tende» caricati li carri» a 

me' di faggillvi mHnino H monte <ti Pino, di li calando in 

Polaevera, «imnaaaando molti di qoei montanari ebe l' inae- 

gnivmm diaerdinati per avidità dì preda; non altrimenti Vi* 

l et oaa o Vitelli già arrìTalo con eii^oecenlo cavallt infiae a 

Chiavari per atniare Eapallo , 'e qaesla etaendo già eapn 

gnatar iadietraggiavaf qaindi per «imIì fatti la Spaila e le 

altee 4erffe ddla Rineia di Levante tornavano in pater della 

H apahb l i ca» lo ctemo accadeva di Ventiniglia oceepata da 

Paolo Battiata Fregme, Loca Dona e dal aignar di Milano. 

XMSu Le caae franeeci piacìpilavano in Italia ; il re 

Cario avea dovalo eoa mallo mngoe aprirsi il pasco a Foi^ 

nova sol Tam# peicbè i confederati gli erano andati incontro 

a coarittUerio; e si era taUaeate trovato in pericolo della 

pesaena dm avea latto voto a San Dionigi se vi campava la 

vita; III «ineala battaglia dotta del Taro, perchè so qael fiaam 

ingaggiata, la piò saag o i ne s a cbe fino allom aveeaaro vednin 

gt'Hèliani; dorèaa'ora soUaalo; degritaliani trecento oomisH 

d^anne, de* Francesi dogento rimasero morti; Carlo Vili oé* 

tenne di passare, cb' era il fine delia contem. 

In qoesto^ la cam d^ Aragona tornava a regnare inl^-* 
poli, lo stesso giorno che ì Francesi veniano sconfitti a Ra- 
pallo, e ìlanccesaivodi quello cheaveano combattuto al Taro 
Ferdinando 11 entrava aoclamsto e festeggiato in qnellaeillà; 
delia qnal cosa dava incontanente noti»aalia Repdiblica da 
eoi ordina vansi in segno di allegreaza pobUiche f«ocessioDÌ$ 
né a questo lim^andesi, doe navi gromissioieili ai spedivano 
te aiMo, ohe moHo servirono ad impedire la flotta franaem 
nea seccot rasm al pmsidio cbe ancora occapava le Carleaie 
di Napoli ;«oeenivcpian pure la città di Ptm, secondo ledale 



p^oraesie, ttientfe «1 tritava angwtiaia Mle^lbne ftamiti» 
iie$ i qoaii soecorsi d' aomni e di danaro avaano per «aodl- 
alone la resUlialone dalle terre di Sapruaoa « Pie4raaasla. 

XXXI. Ma tatto turbava ipiella stala di preapere ooie il 
trattato di pace che il deca Lodavico oonehìiideTa con Carla 
Vili, cupido pie clie mai di recarti co' a«oi doI tmgno di Fiaa- 
cia^ imperocché consentiva»! per cfvelto: « al re isase iecilo 
» annare a Genova^ $uo fèudo, quanti legai vcddaaa, # aer- 
» Tirsi di tutte le comodità di qaeata <^iè) eaeatto die ia fa- 
to yore degl'inimici dello stato; per questa i Genovesi do* 
« veano dare certi staticbi, doveaao ancora raalitiiif« i legai 
» presi a Rapallo, le dodici galee nlanete a Q/^rnowm^ ar* 
» aufo dae caracche grossa, le qoaM insiema con altre Mmth 
» cesi sarebbero mand«te al aoccorso di Nap^ libeianpelffa^ 
» lans e tatti gli allrì prigioni, nchiamare tette le genti ape- 
a dite in aiolo a'Piesnt; le terre per ani tante evaaao 
» travagttataespeso doveanolasciarsi ncepeiera ai Fierevtini; 
» pegno della sincera osservanca di tette qeeate ooediaiein 
» il castelletto di Ckinova nelle mani 4ét deca di FerrM'av il 
9 qesde V avrebbe g eardato per dee anai e apase oMBeoi , 
• eoe obbligo però di conaegnarlo al re prìiM ancora del 
» termine di essi se Lodovico mancava elle pr ameas e * a 

Appena siffatte eondiaioni vennero significate a' Gena* 
veat, che nn copo risentimento invase gli «nlHH, ne riaveva 
adhite prova nel frapporre oatecoli all' apprastaaseale di 
foeltro navi che i Francesi aveene qui naeldaio; addece- 
vano che né Svizieri né altri soldati foaeatierì devevaneaa» 
lirle; V indogio eagionava IntMkto che il re di NiqHili riae* 
parava il Gastelnoeve, per coi vanaoggiaMl torimn le spe- 
dlalone di qoelle. 

XXXil. CacciaU i Francesi d' Italia, né newate di loro 

» 

dM ena triste memoria e ana vargegeasa ntalatlie, aveis»- 
rene i Genovesi essere il tempo^opportnno di raoqeietaie la 
tante cospirate terre di Serzana e Pietrasanta, taneadeaiia 
non cale qeanto avea promesso a Carle Vili Ledeviao il 
Moro , nonché le lettere del i^ime soritte a Ganovi^ nella 
qeali ordinava il re di nella intrapfreedare ^M" riaverle, pai* 
che da loi promesse ai Fiorenti. Teneva Saneane par cento 



éM QMo vili U BMfArdo di BieMt, e per onUoe di q«Mto 
dO¥«a rinaMtrU a* FkiieAlioit e gié to i^»li e i comnìdMri 
l*ro Ai #rMO «Mii por «verve il peMéMa qofloday presa te* 
grata i aUHigo wie cai Geaavesi, ohe e Ul ftoe gli mandavana 
GrìatafiKo Gelteea, yraaeeaea Lemallino e Pielro di Pan% 
ad eaei iaTeee opMegfi^ Sart «aa per W mila ducati d' ora 9 
olirò i qaali abte aaofce la eUladinanoa genoveae. Non dia« 
siaMlawaMe apor^ il Caatailano di Sanaaello» rioevola ia ecai" 
paaaa caria quaatilà di danari. Ha non eoel riaaol a' Gaa<H 
vaai di Piatraaaaia e di Matreae* perooch^ Eatraghea che 
la lauaYa, vendo qaaUe invaee per ,26 lalla duoati ai Lvcolia* 
si, «valoiia ordtaa dal daoa di Milano che mali la priaiia 
saaleasa , e volle obUigarai i Locoheai per meglio riatriiH 
gerii a kii, ed eacilarU a dUeadore i Pisani ; dalla qaal coca 
fu graiidiaiimo adegao nella ciUA di Genova; e qQaDtonqaa 
i Lacclwai apadiaaer» amtiaaciatori a scusarsi» ciò auHameae 
richiedevano il duca, affinchè facesse opera d'indurii a reali* 
Hiiala; queala mena fosse conlento che la cittÀ auiovesse 
lare guetra; ma miUa Ai di entrambe le case. 

Stando la città in questo hollore, peggio andava in se 
alesaa dividwdosi per la inso i a n ia de' nobili e V impeto 
de* popolari, agni bava oacasiaae dava esca all'odio, a fu 
per lavarsi il fumare per corta processiona nella quale re* 
caiMai una croco, gii donata alla chiesa calledrale dalla Da» 
miglia dei Zaccaria; la qaal processione solita farsi dai gio* 
vaai nobili, e da questi per pia anni intralasciala, volle 
rimettersi in- usa dai giovani popolani; la contesa però ebbe 
a sedare la pradenia del commissario milanese. 

XXXilI. ▲ disordiaare maggiormente le cose iiaUaBe 
per ialigaaione di Ludovico il Moro che amoreggiava Pica, 
scendeva di tìermattiaiu Italia Massimiliano re de'ftomanii 
coadaitasi da Como a Vigevano, ia questa città roaavansi ad 
ittsoairarlo daGanava quattro ambasciatori, Luca de'Qrimal- 
di, Piuiicasco SMm giareconiulto, Cosimo dei Zerbi e ilal* 
lista pinola; «ala tette le dovute riveroace, domaadavaagli 
la reatltaaiaaa di Pietrsaaota, la coaferma dei privilegi 
concessi dag)' imperatori alla città , colla dichiarazione che 
tolto il paese da Monaco al fiume Magra era dei Genovesi ,«« 



eome si troTava stabiìfto ne! dìTersi trattati détte B«|MiMiet 
cogl' imperatori, e speeialmetile eoi due Fadarìglii. liaaaiaiH 
Uano tenne a bada glMnriatì , rìapondend» sarebbe Teiratoa 
Genova; loehè avendo fatto, si ricevette oMratamentey ma 
vnna si ottenne da Ini intomo a eì^ ebe ri era ricbtette; po- 
stesi air ordine due galere sottili, e molte altre barche so- 
pra di quelle, si trasferì Massimiliano a Lìvemo, donde prs- 
eedette a Pisa, mandò legati a'Fiorentiniiiffinelièeeeeaaeero 
la guerra mossa contro a' Pisani , in Ini rimettessero le ra- 
gioni di quella, ma i Fiorentini già gli avevano ia Crenova 
signifieato che prima di farlo arbitro delle ragioni dovea es- 
sere loro restituita Pisa ; per la qnal tosa non vedendo poter 
far frotte della soa calata, in breve tornato a Milano , a pre- 
cipizio ripassò in Germania; avenéh^ eome nota Golceìardi- 
ni, con poehiuima dignità dd nome tfajMHoie, dintoitrmta k 
«lui debolexxa in IlaHa, ehe gfé hmgo tempo non etomim veduàH 
imperatori armati. ^ 

XXXIV. Nella città mali semi serpeggiavano, Tlngaano 
del duca di Milano a rignardo di Pietrasanta rilasciata ai 
Lucchesi, avea fortemente inasprito gli animi; Stefano Gio- 
stlniani avea osato dire in consiglio che la città negasse di 
aiutar la lega contro la Francia se prima non le ai facea la 
restituzione di Pietrasanta ; in questo, i pirati infestavano il 
Mediterraneo, Corsica si agitava; parve a Lodovico che la 
sua presenza in Genova avrebbe potuto in parie sanare i 
mali umori che prendevano con sinistro ai^tto a patesatsi; 
rivecava in prima il commissario Gorraéolo Stanga, e ia 
quella vece poneva Francesco Fonfaaa dabbonaonM», noa 
come II primo destro e prudente ; iadi, quasi fesso soo solo 
disegno una solazzevole gita, condocevasi In Genova nel 
marzo del U9S; alloggiato a Goraigliane ia casa dogM Spi- 
nola, entrava in città dove cento case gli erano apparec- 
chiate per albergarlo , e 25 mila lire delibevato per lo sae 
spese e quelle della di lui corte; i pie pieitanli dltadiai lo 
accompagnavano, inoltre trecento giovani vestiti dà seta, ed 
altro gran numero vestiti di scarlatte; non volle né baMac- 

* GuicciarctiDi, lib. Ili, eap. 4, pag. i03. Storia tf Ifalia, ed. di Ca- 

poltg0. 



I 0OM BO»OLA|I. Sf|9 

, nèaniiaiii eira porlassero le aste di qauXliOf andò col 
seoperta, e ricevala la benediiione daU' Àrdveaeovo , 
alhargò nel p«M>lico palaato; (raltò con molta dimestichez- 
sa, viailèle olùeae della dita, le ville dei dtUdini, famir 
-gliaveelioile a latti, einipie messe da celebrarsi ogni giomo 
M' altare di San Giovan Battista instìtoi, provvedendo le 
speae dei sac^doli , esortò a purgare il mare dai corsari , e 
aorv^nse dell' occorrente, ordinando il riparo dell'arsenale; 
te ciiti gli fé' il dono di quattro bacili d'oro, ii quale esempio 
iflSitarono Savona ed Albenga, e morto in questo anno di 
M9S il oardinale Paolo Fregoso ardvescovo della città, operò 
elM r areiveseevato fosse conferito a Giovanni Maria Sforza 
fiflinolo iMtttardo del duca Galeazzo» locbè nìolto dispiao- 
qiie a'dUadini. 

XXXY. Seguitano varie morti, e tutte d'uomini cb'eb- 
bero gran parte nelle dolorose vicende cbe contristavano 
Italia nei tempi de' quali andiamo narrando; già accen- 
nammo quella del cardinale Paolo Fregoso, slato più volte 
doge; poco prima di veleno nella città di Vercelli l'avea 
precedilo Obbietto Fiesco ; ma la più importante morte 
era quella di Carlo Vili. 

Questi dopo il suo ritorno in Francia, e la sconfitta 
delie sue acmi nel regno di Napoli, non cessava di moli* 
aare contro le cose italiane , e divisava come potesse me- 
glio ritornarvi, volendo pigliar vendetta di Lodovico Sforza 
cbe avoa sperioMatato disleale e perfidissimo; quindi risol- 
veva di assaltar Genova facendo fondamento degli ajuti di 
Battista Fregoso slato già doge, e del cardinale di San Plerp 
in VkKoia, per muover Savona e l' occidentale riviera; pro- 
piaia essere il tempo, reputava egli, mercè cbe viveano al- 
tera discordi Gian Luigi Fìeace e gli Adorni; e i Genovesi 
in gran dispetto di Ludovico per il negozio di Pietrasanta; 
qainìii mandate in A«ti mille lance e tremila Svizzeri, ed 
altreilanti Guasooni, commise a Gian Giaeopo Triulzio, suo 
loogoleneiite in Italia, di aiutare Ballisla Fregoso, e il car- 
dale. Giuliano della Rovere, promettendo dietro a quelle 
forze mandar con grosso esercito il duca d' Orleans per 
l'impresa di Milano; inoltre ad agevolare quella di Genova, 



CttaTiano Preg^so 8pedi?a a' Fioranlioi affioeiiè 
la Lunigiana , t la riTiera di Le?an(e; Paolo BaiUala Fregmo 
eon sei galee dovea perlorbare qncAa di Ponaiitt; ma iatta 
<IQefl(to tentativo era disperso dalle aitti rìnaUe dea Veoa- 
ciani e di Lodovico; Battista Fregoso cieacivm ad «een- 
pare qualche terra vicina a Novi , il cardinale prendeva ose 
200 lance e 3000 fanti Ventimiglia, noMa ixMea ottenaie 
da Savona, cbè quei di dentro non facevano alcaa «ovi- 
mento ; in città poi eransi riconciliati gli Adorni con Gisa 
Loigi del Fiesco; in6ne restitoitp il caslelletle da SmoIs 
marchese di Ferrara a Lodovico, a eoa qaoste fieendlia* 
tosi il medesimo Battista Fregoso, per iinbeeiURà di Caffo 
l'impresa di Genova con qoella d'Italia aodanmo ia di> 
legno. 



CAPITOLO SESTO. 

Luigi XII succede in Francia a Carlo Ylil^ nuova spedisiime e guerra «U*FiM* 
ceti ia Italia; un eaercito loro tceode ia Piemoole, fuga daldiMalJid»* 
vico Sforta j Milano viene occupato dai Francesi ^ Genova si dà io signoria 
al re Luigi XII; venuta di questo, e suo solenne ricevimento in Milano; 
ambasceria Genovese , e condiaioni favorevoli da essa ottcniite per il go- 
verno della RepabUict ; Lodovico Slbrsa « ridùeasaCo da*aaoì popoli yiwt- 
taglia di Novara , aoonfiua e prigionia di lui ; fine dal seeoU XV. 

XXXVI. La morte improvvisa in AniNioaa» in atà di 
2» anni, coglieva Carlo Vili addi 8 aprile del 149»; Lalgi 
d'Orleans gli soccedeva col nome di Loigi Xil, il qoale 
non solo pretendeva al regno di Napoli per ieiagioai clM 
a'sooi antecessori appartenevano, ma eiiaadio al daoalo di 
Milano; derivava i vantati diritti sopra qoeat' uMimoi per d^ 
ohe Gian Galeazxo Visconti, aliorcbé concedeva in isfposa, 
V unica sna iglia per nome Valentina all'avo di ini Lnigi 
doea d' Orleans, fratello di Carlo VI re di Francia, alla date 
della città e contado d' Asti che le iMMlifoiva, 
ti docato di Milano, sempre qoando la linea eoa 
mancasse; i Francesi a render meglio valida la coavemio- 
ne, vacante la sedia Imperiale, fooeano qoella conlénBare 



1 DMi roroiAii. Iti 

dalla sedia ipostoifea, conformaiidosi ad ana preCeia singo* 
lare di questa che millanta V aannÌDistraBiODe dell' impera 
Taeante a sé derolota; il Visconti in segaElo a quel cen- 
trano proeaeeiaTasi il tìtolo dì vicario imperiale dall' im»> 
perateve Vioeeslao, e da qoesto dichiarava riconoscema le 
ragioni, poscia nel, suo testamento Filippo Maria Visconti 
lastifatva erede Alfonso re d'Aragona e di Napoli, cesi di 
quella aignarta milanese variamente dispatavaasi il diritta 
i Fcanoeaiy fi' Imperiali, gli Aragoaesi, i primi per il oaa* 
tratta ài dola di Valentlaa, i secondi per r inveatitara di 
Vneialao, i terzi pei testaaiento; Luigi XII nipote di Va- 
leBftiiia, le proprie pretese avvalorava colia ragione delle 
arou. 

Appesa si ebbe in Genova notizia che il daca d' Of» 
leena era a Carlo Vili saccedolo, dee ambaaciatari gli vattp 
sera inviati» Carlo Spinola e Franco Giastiaiaoi, con uno 
<lei cancellieri deUa Repnhblica, i qoaU ino alla città di 
Nanlea in Brelagna segoilarono il re. 

4)nestì plA che mal ardeva nel disegno di far tacoaqoi* 
ata dei MUaneae, e per prepararsi la vìa e sicararai in po- 
tenza, divorziava dalla moglie Giovanna, brutta e acenaia 
persona, sorella di Carlo Vili, con holla di Aleasandro VI, 
aceardata in compenso di danari ed alati concessi da 
Luigi Xli al di lai figlio Cesare Borgia che diviaava far 
principe delle Romagne; fatto il divorzio, congiuagevaai 
Loìgi ad Alma di Brettagna, vedeva del defonto Carlo ¥111; 
e questa aegoito, affretlavaaia pacificarsi colla i^gaa, eei- 
r inghilierra e coM' impeFalere Massimiliano; le qoali pani 
cenclrioae, inteseti em Veneti che astiavano il Moro mercè 
la cenee p si e ne della città di Cremona e della Ghiaradad* 
da, «omiiiciava a spedir soldatesche ed altre genti d'arme 
sotto il comando di Gian Giacopo Triolaio^ il conte di Ll- 
gn|f eli Signore d'Ohìgaes, ed egli per aopravvedere più da 
vioiiie lifl' iofuresa recavasi in Lione; cacciati di Francia i 
^eneveal aieeeme al Moro aderenti, il quale dalla sua patte 
«ommesBO al pericolo Ihcea raocelta d' armati cui preponea 
Gian 'Galeaiao Sameverivo genero suo, ma i Francesi in 
quel eaMtano impeto lorè, presi i castelli d'Arazzo ed An< 



9tt BrOCA ^OAftTA* 

none, impadroniyansi di Valenza; TortoM, Voghera, Ca- 
ftelnoovo, PoDleevrone occapavano; poneaoti intomo ad 
Alesaandria. Allora Io Sforza chiederà a'Genoveai ed otte- 
nea aoccorso di mille fanti pagati per tre men ìndneendo 
fier Insidiosa via il Magistrato di San Giorgio alla apesa di 
quelli. 

La qnal cosa facea meglio ribollire in. GeiiOTa i sopiti 
mali umori contro lo stato sforzesco; Lodofico aecoasvanos 
eon loi gli Adorni che tentavano insieme a slDialro partito 
precipitare la Repubblica; il primo avea Giovanni Adorao 
fatto capitano di tutta la sua gente a piedi, e qoeeti congre- 
gati due mila soldati per soccorrere Alessandria, aeBonchè 
ebbe siffattamente a temporeggiare già in forse del destilo 
di Ludovico, che appena usci di Genova, AleaeaiiJria en 
dmì Francesi espugnata. 

XXXVIL Le cose del duca precipitavano a rovina, colpi 
la slealtà degli uomini in coi avea riposta fiducia; i dae fn- 
telli Gaiezze e Galeazzo da San Severino tradivanlo eatram- 
bi, il primo per gelosia di suo fratello mtnore aeconlavasi 
segretamente col re di Francia , il secondo la notte del terzo 
giorno che il campo francese oppugnava Alessandria seguito 
da una parte de' eavalli leggieri fuggivasi oocellanMate; 
Alessandria presa, i Franced passato il Po, andati a campo 
a li ortara , Pavia arrendevasi ; i Veneziani , avuta la rdoea 
di Caravaggio, sopra un ponte di barche trapassata l' Adda, 
faceano scorrerie fino a Lodi; le terre tutte del ducato tumoi- 
tnavano; Milancandava sossopra, e l'odio apertamente mo- 
strava contro di Lodovico, in modi tanto acerbi che Aateoio 
da Landriano sao tesoriere, da lui uscendo, venia oeciso; 
queste calamità, persuadevano lo Sforza che male poleaai pii 
resistere alla sinistra fortuna , però prendea eonaiglio di aa- 
darsene co* 6gIiuoli in Germania. 

Deliberata la partenza con Ascanio di lui fratallo cardi- 
nale , accompagnava la famiglia, raccomandava il leaaio, 
alla guardia del castello benché sconfortato prepooea il tra- 
ditore Bernardino da Corte Pavese, lasciandovi treasila fanti 
eon capitani fidati, vettovaglie, munisioai e danari pie che 
bastanti per molti mesi a soetenerio ; dai fratelli Ageatino • 



1 Bau f OMMii. M8 

GiovaMii Adorni avendo risoliilo di fidassi ad og^l galaa, loro 
saaadó ì eontnaogni del caalelleUo di GonoTO* 

Nella qoal eiltà» qvanioDi|«ie 1* ofllelo dalla balla aveiso 
aaaoldolo porladàleì goardia seieenio pedoni» eìò nondimeno 
ogni di pia etosoera eoi rovetei dello stato di Lodo? ico il 
deaiderio e la neeesaltà di eoaiipord col re di Franoia; che ^th 
tontkatmo essendo, e eoi faTore dei popoli, riconoseevasi 
impossibile oggimm il dorare sema grave pericolo in quella 
oonctisione di cose; laonde si venne in deliberasione che la 
ngaoffia si eoneedesaea Ungi XII eon colali privilegi e con- 
pennoni , al qnal fine on magistrato di noovo creatosi di si- 
mye bisogna avesse a corarsi; qoeste cose ordinate» imp*- 
Bienli erano i citiadini di cacciare gli Adomi» i qnali anda» 
Tansioomponendo con Francia, né il poterono poichò la 
parte del Fregasi ebbe a farli nscirloorl, prima che con* 
^loao avoaseffo racoordo; Giovanni Adomo navigò verso 
Napolt, Agostino rìcovoiossi a'snoi castelli; né sensa ragiono 
di essere stali tindiU da Gian Lnigl Fiesco, che poscia sali 
la isnnonla potenaa sotto il governo del re. 

Le cose del qoale meraTlglìosamenle prosperando, il 
onatells di MHano, il daodociao giorno dalla parleoaa di La- 
dovlco, senso on colpo d'artiglieria e alcona sorta di assalto, 
SI diede a' Francesi per scaso tradimento di Beroardino 
da Corte, della di coi infamia vilmente lordossi sopra gli altri 
Fdippino del Fiesco, che il Moro si avea da £snciaUo edu- 
cato, e pia che ogni altro amalo e stimato fedele. 

XXXYIU. Lnigi, appena si faoste novelle ebbe a sentire 
in Lione, incontanente secavasl in llllano dove solenne^ 
manie faceva il ano ingresso, e con esnltanta^dì quel popoli, i 
quali-ben presto si avvidero ohe male poteano aHo straniero 
affidarsi, 

E qui , i diversi principi e stati d' Italia far a gara con 
in«gni legasioni a congratàtere al re per qoeUa conquista al 
tradimento sok> non al valore dovuta; i Genovesi spedi vavio^ 
por essi legati, i qvM venendo a conlesa coi Fiorentini por 
la psecodenaa, Lnigi quelli a questi preferiva; e siccome la 
città.mancava di capo che la reggesse, era mandato quivi un 
Scipiono Barbavara doUore di legge , il quale con patto ao* 



eeHaran filie le eonveaiìMii • i priW i< gi già dai raal» e«n- 
figlio approrali daresae il ra ca n fe Ma ra; Manto a guaite 
la dUà «iafa Gian Laigi M Piaaeaw 

Alla eonCerna dei prl?iiagi e Mie easTensiaiii eaiwia» 
amlMiseeria di Yeatiqaallre oaapicai aìttadisi fmhàwm da Gè* 
aeva per Hìlaiio; salle prime parre qa al elw eppo oiB i—e iawi 
dal re alle HislaBse degP isTiati, bm iafine il deaidonte af* 
Mto seguirà; erano le aleaBe coadiaioni eeile qmM laaigaa- 
ria giA aveano arala i re francesi; gli ambaaeialoii, aceet* 
tate quelle, addi 96 ottobre del I49t prealaraae anlpiineaisBH 
obbedienia al re che , fatto governatore di Genera il di In 
cagioo Filippo di Cteres Raraateia, questi alla reale preneaii 
e qaella di tolto la eerte e eìreosunli oig ne ri e pameifii, gia> 
rara sol aaeae eraagelie di reggere e gerevanr Genera té 
eaere del re , e secondo ì capitoli dei Generasi; segreto ia- 
atraaioni erano pei a lai dalto stesse re confsrile» nfieekè 
qneale ritreso pepoto generose araneggìasse ean dolceaxa. A 
Gtoran Loigi Fiasco per riaionerarlo dell'arare reltato Gea«- 
ra al re e traditi gli Adorni, letta la Ririera di Lerasrte reoia 
accordata in governo. 

XX^XIX. SenoBcliè, i Hitanesi e gK attri popoli dal da- 
calo aascitatl daHa parto gkibeliina, inlirere eMiere a scliife 
il goremo francese e presero segretamente ad inritare La- 
dorico al ricopere dello atato; egli non iatolto langaosenle «t 
indagtore, ma etlpendìato gran copto di Hinti italiani, milii 
cinquecento nomini d'arme Sritaeri, e pareeehi carelli bo^ga- 
gnoni, scese di Germania col fratoHe cardiaete Ascanie, renoe 
rerso Milano, doro fa rieernle con grandlssiaMi allegreast; 
dopedÌGhé te altre torre del dacato al di là del Po didnart- 
ranst per lai; ed egli possalo 11 Ticino, ottonato per aaeacdD 
la terra e la fortezza di Vigevano, accampò l' esercito a Ho* 
vara. 

in Genera sapntosi il nrateaMnto de' popoli lofloberdt, 
e la migliorata fottona di Lodorico, non relendosi |dA a loi 
sottostare, fa creata nna badia per sei mesi che aresee cara 
di assoldar geato a difesa della eittè, esioeeme non releraosi 
Italiani, Gian Giaeopo Trtnlsto, il signoir di Ifeaaee, qael di 
SerraraUe, Gioraanl Geba, e Gian LaigI nesso venaereia- 



I MAI BOI OI.AII. MI 

«arìeiU ài raccvrre eiaieoiio «n t^M oiMiero ài fasti , die 
fM««fo ioiittina fra toUi aniMuide mille dogeiito eomioi. In* 
lauto le 4ae parti di Adorni e Fregosi faceano a gara per vi- 
Ittpervai , e i aeeendi per rendere i primi segao detta pub- 
Mica avversione; i quali maccbioavaBo alla lor volta di ee» 
eopare la signerìa. 11 deca Lodovico e il di lai fratello Aacanie 
aeriveano lettere loslngiiiere , ricordavano i Genovesi aotto 
Franoeseo loro |Midre, e sotto di essi aver pacifici e contenti 
vissuto, la fedeltà della repubblica al dominio sforzesco , 
r amor di questo a quella sempre dimostrato. Ha la Repnb^ 
JiUca. per consiglio del Sonalo e per comando de' Francesi , 
quelle lettere lasciava senza risposta; anzi per decreto del 
Magistrato 4i San Giorgio si deliberavano lire dieeisettemila 
per la i|»eBa de' soldati ebe doveano preeidiare la oiUi« 
laonde il re mandava di Provenza cinquecento fonti capile* 
unti dal signore di Cbanusonl. 

Il quale re, peickè gli pervenne notizia dea fausti sue* 
cesai di Lodovieo» incontanente spediva in Italia La Tremo* 
glia eon seicento Inncie , asaoldava quantità grnnde di Sviz* 
zeri, deputava a luogotenente di qua dai monti il cardinal di 
Ranno, facendole subito passamin Asti; le quali ceaeoperatei 
lr#vevansi le forse francesi convenute in Italia di lòoe lau'* 
ce, IO nula fanti Sviczert , e aei mila uomini del re, sotto Le 
TmUMglia, il Triulzto e Liguy; oongiuntesi queste io Uor^ 
tara^ aceoalavensi a Novara dov'erano le genti 4i Ludoviee 
cMi lui slesso campeggianti, agende quella città eon a»»lle 
valore sopra i Francesi riacquistala. 

XL* Era il dnea certe di riportare la vittoria se nuovo 
(rmiinenle non v«iiva a preeipitame le sorti. Svizzeri erano 
il Barbo dell' esereito francese, Svizzeri quello di Ludovico, 
i primi eceultamenla trattavane ce' secondi, guadi^navanlia 
lo Sforza n' ebbe seniore , e sollecitò gH aioli cbe il fratello 
Aseanio dovea mandargli da Milane di Mi cavalK, a etto^ 
mila fanti; la qaeato, si deano a tomaltaare, prelestande che 
il 41 del pagameale non vengano loro sneccielati I danfurl; 
egli accorre al tamulto, parole, pregbiene benigaisBime ado^ 
pera a calmarli, i propri argenti loro distribuisce, e eoofor- 
tali ad aspettare il soccorso di Milano ; ma dessi che quello 



tM IVOCA OUAtTA. 

appunto paventano, poielié l'ordita frode potrebbe andare in 
dilegoo dove qoellt aioti sopraginogessero , s' indettano eoi 
campo francese onde di rigoroso assedio cinga intorno la 
città di Novara, che né di qaesla uscire, nòdi colà Yeairesii 
fatta ad alcuno facoltà. Allora II Moro tenta ad ogni modo 
una sortita , mandati fuori i cavalli leggieri e i Borgognoni 
ad ingaggiar la battaglia, ma li Svizzeri negano di segin- 
tarlo, allegando non volere col propri parenti e fratelli com- 
battere, anzi d* Improvviso con quelli del campo francese 
mescolatisi, mosirano di partir sobito e ricondursi alle loro 
case; il duca coir anima piena d'angoscia, preghiere, la- 
crime, promesse inOnite a quei traditori invano àvTÌcenda; 
miserabile spellacolo di principe caduto in tanta miseria ! 
almeno, si raccomanda, in luogo sicuro lo ripongano , mai 
DO, quello che possono accordare, si mescoli fra di essi, a 
vesta da fante, si avventuri al destino, di nulla pia 1'»- 
seenrano; ed egli perduto di mente a ^uel ftillace scampo 
si appiglia , confondèsi del loro abito vestito fra* ribaldi; 
escono in ordinanza, s'incamminano per mezzo il campo 
fl*ancese, e soppiatto a chi era a ciò destinato l'additano, 
sicché subitamente è ritenuto prlgionof Tatto di perSdia 
che si gran principe italiano ebbe a comportare eomraosie 
alle lacrime i nemici medesimi; con lai Galeaazo dm Saa 
Severino , Il condottiero Fracassa, e Anton Maria sooi fra- 
telli ebbero ugaale destino; poco tlopo anohe A Scanio ed 
Ermes Sforza, quello fratello, questi nipote di Lodovico^ ven- 
nero por fatti prigioni. Ma il Moro condotto a Lione, né 
potendo essere ammesso come desiderava alla presenza dei 
re, fu rinehiiiso nel castello di Lo^ies nel ducalo di Ber* 
rf; non libri, non conforti gli furono permessi di alcuna 
guisa; dieci anni vi durò, espiando la colpa del veleno 
pòrto al nipote, dello stato a quello osnrpalo, e d'Italia 
fatta scherno e mercato degli stranieri. 

Cosi finiva il secolo XV, cominciava » XVI , cosi la 
libertà italiana perdevasi dtlegnata per le frodi od iniqoilé 
del principato, e il principato inviliva per quelle d*i 
di Spagna e di Francia. 



I M«i MPOLAM. Wn 



lilBBO QlIllVTO. 



CAPITOLO PRIMO. 

CottdiùoDi d'Italia al sorgere del sècolo XYI. Impreso fatta in Lavante dai G«- 
■•«eil. PiombiBo e PtetiamU si danoo alla lUpobblica, ostacoK cfao k ti 
«piKMigono dal governo di Luigi XII. Venuta e tolenne ricevfmMto del re 
in Genova. Prime cooteae tra i nobili e i popolari. Eletione del Papa 
Giulio II. Primi dissapori tra il governo francese e i Genovesi per Savona 
e per Pisa , la quale ollima essendosi offerta di dare a Genova per intrìgo 
•d andmione di Gian Luigi Fiesco , il re vieta cbe si accetti. 

I. Il primo sorgere del secolo XVI ci offre uno speilaoolo 
meraviglioso; la ò la vita italiana che uscita faori dal caos 
del medio evo, crosciata colla svariata forma delle ionome* 
reveli repabbliebe, riesce al principato, il quale leotando di 
svolgeree toUe le più recondita forze, ne visia ta nalora, e 
ne eorroflspe il oostame. L' antica semplicità dà luogo alla 
megnifieenza , la libertà al fasto e alia licenza; al popolare 
parlamento del daomo e della pabbliea piaiza saoeedono le 
certi bandite degli Estensi, dei llontefeltro, degli Arago- 
nesi , dei Medici, degli Sforzeschi e dei Gonsaghi. Le rie- 
chezze, cbe l' indnstna, il commercio, e la parsimonta 
hanno accomalate, si gittano nei conviti, nelle orgìe, nelto 
feste carnascialesche, nei più inverecondi tripadj;i doni più 
prexiosi dell' ingegno si volgono in abaso per corrompere i 
sene!' di quelli wHBlni che si vogliono rendere molli e ma- 
neggevoli. La natura italiana si distempera per accomodarla 
a servita, l'ampio e glorioso retaggio degli avi va disperso 
nelle gozzoviglie dei nipoti; chi resiste al fascino, ohi ripu- 
gna air obbrobrio, il pugnale, il veleno inaspetlatamenta lo 
cogfie; il rogo, il capestro, se a quelli sfoggito, lo attende. 
Il romore, l'ebbrietà dette feste, lo splendore delle lettere, 
la magnificenza delle arti soffocano il grido deHe vittime; 
ninna condizione va oggimal illesa da cosi abbominevole 



Mi BMCà QUABTi. 

andaszo. Papi , cardinali , principi , gaerrierì , leltenti, 
artisti pagano largo (ribato a cosi depravata natura; Ales- 
sandro VI, Leone X, i cardinal! Bembo e Bibbiena, l'ar- 
civescovo -Paolo Fregoso, Cesare Borgia, Giovanni ed Ales- 
sandro de' Medici, gli Orsini, i Colonna, i Vitelli, Pietro 
Aretino e Benvenuto Cellini sono tutti intinti della mede- 
sima pece; matateli di grado, ponete gli uni al luogo degli 
altri, avrete sempre gli stessi uomini perfidi, dissimulatori, 
bugiardi, dissoluti, alti ad ogni più gran fatto, se buono, o 
pravo non cale; informati a sublime ingegno, doauiiaU da 
malvage passioni. Vero egli è, ebe' alcuni rari spirili si 
librano schivi e sdegnosi sopra quella universale corruttela, 
ma non riescono né bastanti, nò sicuri a superarla, sicché 
in breve, non potendosi reggere, ei ne cadono sehiaceiati; e 
cosi accade di Fra Gerolamo Savonarola , di Paolo da Novi, 
di Ottaviano Fregoso, il primo di rogo, il secondo dipati- 
Mo, il terzo morto di veleno, perocché l'uno tn Fireaie 
desiderasse mandar ad effetto la riforma religiosa e eivile, 
H altri due volessero d'ogni maligna ingerenza purifieare la 
genovese repubblica. 

Il, La storia della quale continuando noi , direoao ^e la 
città perseverava sotto lo stato francese, e ì padri del Gomane 
pensarono sol principio del presente anno di mille dnqnooeato 
uno ad accrescere, e ristorare di solidi fondamenll il melo 
▼aocbio e nuovo. Intanto per comando del re si armavaBO 
^oaliro grosse navi e quattro galere con quadro oiesi ài 
ssldo, aggiuntevi dieci navi francesi, le quali tntle insieme 
condotte da Filippo di Cleves governatore détta eillA, ano- 
minato ammiraglio dei Genovesi, di quivi faceaao vaia al 
seecorso di Napoli; ma trovato avendo elio il re Fadorice 
area ricuperato il regno; deliberava l' amnairaglio dì navi- 
gare in Levante dove ebbe ad incontrarsi con 34 galero dei 
Veneziani. Questi lo mossero a fare congiuntamente l'ies presa 
dell' Iscda di MetelHio contro i Turchi che l'aveano oceopata. 
Giunti colà, Genovesi e Veneti scaricavano a terra le arti- 
gliorie, e cominciavano a batter^ le mora della eillà, la 
quale di certo sarebbe caduta in loro potere se ira Fraaeest 
e Veneziani fosse stata maggior concordia; ma t primi odia- 



I DOGI PON>LAtI. 289 

Ttno Filippo di Gleves perocché fosse borgognone, e gli por- 
tavano in?idia ; i Veneziani temevano che Metelino venisse 
in altre mani che nelle loro , cosicché il goyernatore, cono- 
sciuti ì maligni amori, levò l'assedio, lasciò Metelino e si 
fidasse a Scio. Non possiamo tacere la somma virtù di un 
giovanetto genovese, il qaale avendo la bandiera conficcata 
sopra la muraglia di Metelino la vi tenne e difese sebbene 
con molte saette gli venissero all'asta inchiodate le mani, 
oé la bandiera , né il luogo abbandonò se non quando gli fu 
dato segno che tolta la compagnia si rìcoglieva alle navi. 

L'armata genovese onoratamente ricevuta a Scio, salpò 
dì là per tornarsi in Italia, e nel viaggio andò sommersa la 
nave Lomellina dove stava 1' ammiraglio, e le cose più pre- 
ziose; poco dopo lo slesso fato toccò ad una francese; si na- 
vigò allora a Gorfù, indi in Puglia, e pervenutisi alla città 
di Lecce, Battista e Galeazzo fratelli Giustiniano al servigio 
del re di Spagna provvidero in ogni miglior modo allo 
stremo di che travagliava l'armata, la quale potè alfine ri- 
condorsi nel porto. 

IIL Per questi tempi, gittato il cappello cardinalizio, 
Cesare Borgia figlio di Alessandro VI pontefice, col nome 
di Duca Valentino divisava farsi un principato delle varie 
(erre di Romagna e Toscana, il papa l'aiutava, e per timore 
e bisogno del papa, Luigi XII re di Francia; ora intendeva 
di muover guerra a Giacobo IV d'Appiano Signor di Piom- 
bino nipote di Giacobo li, che quel dominio si avea riser- 
vato vendendo a Gian Galeazzo Visconti la città di Pisa, la 
quale il padre suo Giacobo l d'Appiano si era usurpata col- 
r assassinio del suo signore e protettore Piero Gambacorti; 
cosi nn misfatto V altro tirava, e di tutti si tesseva l' ordine 
e la storta di quei signori malvagi. Il minacciato Iacopo IV 
mandava Geronimo Spinola in Genova per soccorsi, né po- 
tendo ottenerli, offerse di vendere Piombino con tutto il 
distretto alla Repubblica, la quale offerta essendosi discussa 
in Consiglio, tanto si temporeggiò che i popoli di Piombino, 
strettì di feroce assedio dal Duca di Valentino, gli si arre- 
sero alfine. ^ 

' Neil' archivio di Sui Giors^o ctittono quattro lettere di Iacopo IV signor 
Storia ai CfiMM. — 4. *9 



/Sfi0 «POCA «oAHiv^. 

Kello s((d08o 4ei|ipo jfiiitlH 4i Pietr^ganla yalopn» 4ih9- 
«riMrai.dal i^iogD deM^ccb^i iper dairsi io Jialia 4eU*«fficri4» di 
JS^n Giorno, e la Corsica poasedota da qoesU ^oU«^%9aì :Piir 
iinezzp dì Giovan Paolo da ^toa^ AapAOfiio deUa j^occp^ ^ 
yjDceD(«iUo .dM^trja. 

Pietra^aota anlvoamente ^p^^iBiedQla éigà J^n^hm^ y 9fm^ 
,i^QO]«88Ì, ,c;o]|repdp il 1 A67, co$t,reUi ^la parlicc^ll^i q^co^^ML 
iiPfNdgqaU iper 24 mila docati air officio di Sftn ^Orm^i^^ il 
,^aile la goveriuiva per anni 17, indi pa^s^^a ora l^.dpmioio 
dei ^ioseMini; alla discesa di Calalo VUI quella fogrteauui col- 
(l'altra di MoUone il 149(6 cadde in mano ai Fri^noofti ohe le 
JUsendoUero per 26 voila docati 9à Locchesi modeaivu^i %«ali 
diovettero .pe^rò .consegnare Pieltasanln .nel liMM) a Beapmopi 
generale del fo Ljaigi %IL Q^i^ì gliela ri^.cgwieUo «con ja 
fortezza .di Motrone mi anno appresso :per M aowpa di 
^ nula dpcaU petr i goali l'atveaoo già nel #407 in^iiigiiaia 
i f^ucobeai a San ^iìiorgio; allegando jl re corno aigaore ^i 
.Gfnova essere «uccedoto nelle jogloAÌ di qp^lo» tnoB coBsi' 
dorando però che il sao predecessore allo «stesso ììIaU> 0NX^ 
doi jLucchesi già ri^eMoto ;26 mila ducati. Jll^nlre Fni^peia, 
lincea e Firenze IcaUfivano^ e d^ntavansi per y àgAOhtfe 
looorcau» de'Piieitr^santesì, qoesU j^icorrevjiio aU'otUcif» di 
S^D Giorgio di Gse^ova^ e per sottrarsi al gi^go iM gViaUOi 
^0|4)licavaij^lo di riceverli sotto il proprio j^ovefuoi; San £Àor- 
4gio yi spediva in qualità ài Capitano OUobone Spinobi che 
l^ocgeva ai ProteiUori le ipià lamentevojji 4ioti^ie intoTiiAO M^ 
^rM di quegli' in (elici alMlantJ« i q^ali in siffatto orroc^.toQO*' 
.yano U ricadere nella aigaorìa d^' {iCiochosi, che in m^ 
fioinpaasianev,ole ietterà scritta «a S^n Gioi;gip, ^claodavano: 
M Siajpo lanlo affezionati te desiderosi il ritornare aot^ c^ 
» iteato eccello vesaiUo che saremo contendi moì et )o nostra 
x> facojtà jspendere per tal g aisa obtener^^, et .qnapMlo .non 
i» ^6tas^ero venderemo li. proprj figlioli per ciò C0jBa€\gavri»,^^ 

di Piombino^ scritte air.ofGcio di Swi Giorgio coUc date del S^ tfUeodvitJ^Oi, 
18 ottobre 1607, 13 agoito 1609, e 20 aprile 4610; la prima di qneste ci & 
travedere come TAppiano trattasse di cedere la propria Signoria a San Giorgia 

* Questa lettera porta la data del di 8 settembre 1600, e ai 
fi|a« deUa caocelIeriaOc^lVarchivio 4i Sm^ko^. 



I HOtA VOPOLABI. È$i 

L*Mkto ItMo'tKmea In «pera t>^'M»4idiBfare »i pdVevi 
su^fAfeatitiytitfttiiMiira una ctfmmiMiotte di oUo persone, ebè 
tfieeyanai ^i otiò offidali di 'Pieimsanta , mandava un Andrea 
Cicero ambasòiatere al te di Francia a perorarne le ragiotit, 
e afflnclié a «e liMse teeflo di accettarne te signoria. Ha -in- 
Taao f che aVtti disegni «gilafymio V animo del re. 

TV. Consofliavasi In qnel mentre tra lei e Ferdinando 
il GMolico èì l^pag^a T iniqua trama di spogliare del reame 
di ÌTapoK il misetio re 'Federtg<o. Geit^te si 'erano ^aicoiaia- 
mente le sorli ^pra di qoéflo, staMiita la divisione, e le 
armi aperte deff'wno, e le occalte e l'insidiose dell'altre 
correvano Trclf lotose al Qne loro. Federigo dìfendevasi in 
prima dalla Francia, me non «apea della Spagna; vinto, 
non tsmairrUo^ 'dell'animo, continuò per qualche tempo a 
resistere, ma lufto ài ^ne -conosciuto il tradhnento che rei|>- 
prrmeva, sostentitosi, Andrò n'ebbe il potere, nella fortetza 
d'Ischia, dove coi proprj congiunti, e i rimasti fedeli si erre 
ristretto, arresesi al re di Francia, mediante il ducato d'An- 
gto^ nn'ennua pensione: in tal guisa le Provincie napoli 
Itine trapassarono in mano de^ Piuncesi e Spagnoofi. 

Dai quali oTlfmi "veniva In mare anguflftiafta la repùbblica 
per le cmdéll piraterie che commettevano , né vi fu modo 
di farle cessare, sebbene m ne muovessero le pia giusto 
qnercfie ^ Ferdhiando d'Aragona e Isabella di Gaslìgliu, e 
ri ei recasse a quesfnopo ambasciatore Niccolò Odertge 
pensuadcndole dell* ingiustizia. Questo trarvaglio lA aceempa^ 
gììò con una pestitenKa che neHo stesso tempo ebbe a desè* 
lare ìa cfltià. Ma con savio provvedimento II mugistrate di 
saflfità avendo ordmato che i cittadini si stessero riBchmai 
in casa, hnpedl che il malore si propagasse, stcdhè per la 
fine di iinell' autunno del 1501, renne ittteramente meno. 

V. Sotto ranno di 1502, il re Luigi XII sceso in Ita- 
lia for dar ordrne alle cose di Lombardia , e a quelle di 
NarpoTi che si andavano intorbidando per la conlesa de' con- 
fini tra lui e Ferdinando fi €aftòlìco , moslrò Vaghezza 
di visitare Genova. I Genovesi avutone sentore gli deputa- 
rono pubblico ambasciatore in Milano lo stesso governatore 
francese Filippo di Gleves. Al suo ricevimento vennero mo- 



282 BPOCA QUABTA. 

minati dodici cittadini colla spesa deliberata di dodici mila 
ducati, e le più illastri case della città andarono a gara per 
rapparecchio d'ogni splendido ornamento, desiderando cii- 
scnna di dare alloggio al re. Il governatore faceva fregiare 
e dipingere a nuovo il pubblico palazzo, tenendo per fermo 
che quello sarebbe stato ad ogni altro anteposto. £ fra le 
altre novità volle si cancellassero le arme imperiali che ef- 
6giate di faccia, vi si erano naturalmente fino allora conser- 
vate, imperocché dal 1270 sino a quell'anno diitf02 durava 
il governo ghibellino, dei capitani del Comune, e del popolo 
fino ai 1339, del Doge popolare e ghibellino da quest'anno 
in appresso, per poco tempo interrotto soltanto dai governi 
di Roberto re di Napoli, di Carlo VI e VII di Francia. Que- 
sta operazione alterò specialmente l' animo de' Popolari i 

■ _ 

quali colla parte ghibellina aveano fondata la Repubblica, 
sotto gli auspicj dell'impero e per i privilegi di questo man- 
tenutasi in libertà. 

Venuto il re con accompagnamento scarso onde non 
gravare di troppo la città, pigliava albergo nella villa di Cam- 
pì, indi faceva il suo solenne ingresso in Genova, le strade di 
cui vedevansi coperte di fiori, e le finestre delle case ornate 
delle più ricche tappezzerìe. Se non che, nel reale ricevimento 
sorgeva fiera quistione di preminenza tra i nobili e i po- 
polari, gli uni e gli altri dispotandosi il più degno luogo; 
allegavano i primi toccare ad essi perchò di migliore e più 
onorato sangue; i secondi perchè più antichi di età, ovvero 
perchè da tempo più antico aveano tenuto il governo della 
Repubblica, il quale ordine si osservava pure nei magistrali 
della città, e quanto alla ragione del sangue, rispondevano 
motteggiando , che se la precedenza doveva attribuirsi a chi 
aveva miglior sangue, i porci, il sangue de' quali era il più 
saporito, dovevano precedere in dignità tolti gli altri animali. 
\ì Governatore prudentemente pose fine alla disputa, deci- 
dendo che i più antichi, o i popolari dovessero precedere. 
E perchè non accada confusione nella erronea interpreta- 
zione della parola nobile e popolare, è duopo si sappia che 
nobili allora si chiamavano coloro i quali possedevano giu- 
risdizione feudale e dominavano ne' castelli, mentre popolari 



I DOGI POPOLARI. 293 

qaelH che per antica cidadinanza si erano distinti nelle 
magistratare della Repubblica , cosicché erano di questi fra 
gli altri molti, Adorni, Fregosi, Guarchi, Montaldi, Saoli, 
Defranchi, Fornarì, Giastiniani, ec. famiglie tutte illustri, 
che in segnlto dopo il 1528 si dissero indistintamente nobili. 
Il re Tenia ricellalo nel superbo palazzo di Violata da 
Gian Luigi del Fieschi, il più caldo promotore e sostegno 
del regio governo; dimorovvi otto giorni con feste, conyjti, 
e balli festeggiato da ogni ordine di cittadini. Furono ancora 
in Genova a trovarlo molti principi d'Italia, fra i quali il 
duca d'Urbino, il Signore di Pesaro, e quel di Piombino, 
lutti dal duca Valentino oppressi, e contro di cui faceano 
valere le più giuste ragioni, ma invano, che il re volendosi 
tenere affezionato il ponteQce, non cessò di continuargli 
la sua grazia, a tale che colui fatto meglio audace potè 
compiere coi favori della Francia la scellerata strage di Si- 
nigaglia F ultimo giorno dello slesso anno di 1502. Intanto 
in Genova fu decretato giorno festivo quello in cui il re avea 
di sua presenza felicitata la città, e il decreto pieno di basse 
adulatorie espressioni venne inserito negli atti del governo, 
e per il pubblico banditore proclamato. ^ 

' M quÌDgentesimo secondo die xviij oovembris. 

Preconate vo« Preco communit ec. 

Parte Illa, et Ez.*i D. Philippi de Cleves Domini Ravasteni Regij admirali, 
et Janncn. Gnbernatorii et Mag.ef Consili) DD. Antianorum Gommonis Jaoue. 

Se ootifiea a ciascana persona de qualunca stato , grado , et condition ae 
sia conio per 9pù Illa. S. Governa» et M.co Consegio de li Segnoi Anliaai e 
ataeto facto solenne decreto de lo tenore infrascripto Io qna a fin, che sia mani* 
festo ad ogni persona , et da tatti se vegna ad observaa a lo tempo debito rulgarì* 
«andò dize cossi. 

Considerando li prefati Illa. S. Governao , et M.ei Segnoi Antiani quanto 
se eonvcgoa a tatti Zenoesi fa assiduamenti vera demmostrania de la fé , dcTo- 
tion, et rcTcrentia sua verso lo Cristianissimo Rè nostro Segnor , et tutx grati, 
e recordeivi.de la siogular effection sua, et bcnefitij conferti a questa Cilae fra 
lì quali eerto quello, e degno di perpetua memoria, che la Maestà sua sacratis- 
alma in questo anno se degnaa felicemente con la sua presentia visitar epaa 
citae: Io cui advento e staeto a tutti non solamente grato, et iocondo ma etiam 
a tutta la RepuUica Zeoocse saluberrimo. Impero li prefali lllu. S. Governao, 
et M.ei Segnoi Antiani per questo solenne decreto valituro tutti tempi da vegni, 
han deliherao, et decretao che lo Jorno de la vegoua depso Cristianismo Rè in 
questa citae, quale fu, a czvj del mese de agusto proximo passao se debia gè- 
neralm.ti da tutta epsa cilae feriaa, et festua, et ancora con sono di campane 



9H Ì90CA QUAltA.. 

Vii Saoeedolo Taono di 1503, moriYia, noya sensa ••spi- 
sipne di veleno», il p«apa, Alessandra. VL Era eleUo in sqo 
Iwgo il Cardinale Piceolomini cognome 'di Pio Ul.y aipele 
di Pio II* M)8| npn (enne il papato- più di 26 giorni^.e venne 
inn^Uate a quella dignilà il. Cardinale* Giuliano: dejla Eove- 
fn^ Qol ipemorabile nome di Giulio, II. Qnesia famiglui era 
dA qualche tempo salila a principesca grandeua dalli amile 
sMito. di sqa. nascila, nel luogo di Aibjissola i^res^o Savona, 
paicbfi Francesco d^ia Bovero Aglio dì l^Qnw4o^ minor 
ooQventqale, si. nominava, a pontefice col non»a di Siate. IV 
addi. ^ agosto del Ì47l. Quindi Giuliano figlio di soo-fralelio 
Baffaele otteneva il cardinalato col titolo, dì San^IHeire io 
YinculOt Adoperavasi qoesti dallo, zio nel maneggio degli 
dfbiù cosi politici come a^ili(ari;,condi:|cendA'iPT qftaUtà di 
lagalo gli eserciti, pontlQcj nelle, diverse spedivoni. Area 
gipando: ingegno, grande i dottrina» ed. animo: graadiaainjO. 
Severo- di costumi» austero per virtù, assunto. al nontificalo 
esaendo Alessandro VI, tornò a. lui aggradito ed odiato., e gli 
fttduppe fuggirsi di Roma per salvare la. vita.cba^gU.era dal 
famoso Borgia insidiata. Bicoverossi in Francia, e fa graa 
parte della spedizione deliberata dal re Carlo. Vili io Italia, 
sostenendo nel regio consiglio gli oratori di Ludovico Sforza, 
detto il Moro, portatisi in Francia per Carne l'invilo. E 
quando V esercito francese essendo giàf avviato^ solle Alpi 
corse voce cbe il Moro tradiva,, e quella voce propagatasi 
fra> le file de' Francesi già: volevano, tornarsi addieto, lo 
stèsso re balenandoiegli trattasi innanzi' al' cospetlOndrCario 
tanto seppe dire che V ebbe persuaso a serbare il' primo 
proposito e continuare il viaggio. Era sua mente, non^tanto 

Mo^j, et altn seipi deletitia ceklitn permedott cbA Iti Acmvriftt d» uIc 
•èf «nto paia esaer a .lutti toaondissUao. 

Comandando, che epao Decreto se dcbia:al pMseotft:p«r tblla la terra pa* 
Uìcaa,ct etiam die-ogai aano la obacrvaaiia d' epM>se fà«ià)pprì modo cen- 
oaanda. 

lA actis Beoedieli de Fotta GaaceUarii. 
Die zviiij. lioveiiibns. 

Antonins de Poneaio Preco Pablieoa relulii-afcnni Tabidiiàit|^rdoca Ci- 
TÌtatia ooaaoeta prockunana io omnifcua nt supra* 

(Em^Foi. 3. Politieor.) 



dì fttféfìre Re ambì^fmrì détto' Sfbnav 4Qtio(^ ^ liberate la 
crHMhrifità Miti f^evgogfrft^lef Borgia, correggeiido la rilaa-' 
sattti'dhicffIfiM, tf i de^atati^ cofllttui'i del cl6t«o. Ma' AfesfiUtt' 
dÉo Y),-ccnrrolld il f«acoto Bk*iwotiifef, ìnflneiMisaiitio s«t^ 
TaKilttìe^ di Caffo" YIH', col «appalla cardinatiiiia) tii<nrò mod^ 
di rap|)acifitavsì' «oi> cfMsla, e co&«biud^er6 ùu vatiCaggìoaa 
feratfaìfò^. IF aardinale (ìiallano^ dovendo allora par giù ogni 
atro diaegnb, par« che ai< ritfraase iriGeDo^aa^ vitere nel^ 
aad pafeiM'tf? PiiaBala; elMe ain dal i!4Waif«ttr oontprato da 
TdttHUaiNi' e< Qwiio Jl, padre e figlia Campofregoao ; a da««y 
aeMHte fa f)¥G<<a(eaMi iSriatwenia' dae^sMr d* UrMM, aaa co^ 
guaif», saHttftf d^'Attdliea> Daria- eoi figlio dall' ira e dallar 
dÉ^idtgte' d«l dùca Vsteottoa. YaimtfO' al trono di PraH^ 
eia* JLaìgf Xil, GioHaaa rieomi^rra fa quella «sorte, e' 
tfeg^tttlto in Italia, e in Milano fu preaenfe all'amag^ 
prestato al re come signore di Genova dagli ambascinttsri di' 
qaèaia , a fa' eoadìiioDi del trattalo che' strìtiMro' eoil loi 
0g|li< nMNiet6 e eorresse-, apecfnkneiite' quelle che rigaavdfiM» 
yaiHi' ì Sdhwmì^ non rnteniinattle aggradite d^i Geoo<ves(. 
Pteaa4a> di queala all' altra, iuta Alesaanidro VI , e< dep» 
a6^g>fanii Pio Iti, h) Stato'roaiaiio tvovavaai amenb^ata qnfaei' 
dai^ Veaentam, qoitidé dal due» Yalantino; dMlneclò Ormi 0^ 
CaloMiai ne^ AuieTaiia il oamf a delle più aatiif devaatazimi; 
IMaiN»! 'dunque un petto flHlé, ed<a» aafelMie intelletto dm 
baitiMMMNrriardnMira le diaalatart piwvintie. Gittalo eleni' 
Gai|iMtle«Ce alla tiar» il francese catdinaib: Gaorgìo^ D* Ani- 
boia», eibonehè^on esoroito^ fosse alto' porle di ftoaia per a¥- 
vaiam rn^r eitarionet. e H ValenUna gli avesse dhlo pronessai 
<kftjTS(ifspapiaiDli'<iB coi poteva diaporra:,' ciò ncndónenO' 
non.* gii> riuscì ili disegnv. Si preaa il tefflapeniHienlo^ di aat 
palpa •wcièio' e cagionevole per pigliar' tempo,, nò' Irodcas^ 
gli ogni proasèmat sparanza. Quando Pio/ IM, coaae^^ preUe^ 
doto* si era-) cesse aUatl migltoffi, le «ose: trovasonai' assali 
matale') i cardinali ripreso avevano anùno, Giorgioi d' Ani'* 
bMe^nsdt» di speraoaay rivolse 1 suffiragi da lai dipendenti 
a fdvofe dr ^oel oavdimie che a^ tempi di Carlo YIO, « 
testò^di^LwigiiXIIv si era mostrato tanto prof>iiso aU& rat- 
gtofli'dt Franora. Il cardinale Ascanio Siaraa che di métte 



%9$ SFOCA QVàWSA. 

prevaleva nel sacro Collegio meglio ciie Giorgio d' AiuMm 
conoscendo V elevalo e intraprendente spirito del Della Eo« 
vere, vide in Ini piuttosto il vendicatore del dominio Sfor- 
zesco cbe il sedicente partigiano della Francia. Infine la 
cagionevolezza, e l' angustia della condizione in cui vedo- 
vasi immerso il duca Valentino gli fecero porgere Torecchio 
a colali promesse, che avrebbe per l' addietro né credale, 
né pregiate, e il 29 di ottobre firmò col Della Rovere on 
compromesso convalidato da solenne giuramento, per cui 
egli gli assicurava i suffragi di tuUi i cardinali apagnaoli, 
mediante la promessa del gonfalone della Chiesa, la malle- 
veria di tutti i suoi Stati, e il matrimonio di una sua figlinola 
con Francesco Maria della Rovere, nipote del. futuro Papa. 
Dopo ciò, non vi ebbe più ostacolo, e il cardinale di San 
Pietro in Vincula il di stesso 31 ottobre in cui fa aperto il 
conclave, venne proclamato pontefice. 

Il nuovo regno gli era però conturbato da tre gravi 
impedimenti, il duca Valentino, i Veneziani, e la potenia 
de' Francesi meravigliosamente cresciuta in Italia. Gìalio lì 
ai accinse a liberarsi del primo, che essendo il pia lieve gli 
venne fatto di vincere tosto; il Rorgia si vide ribellarsi 
quelle terre che si avea poco prima sotto il pontificato pa- 
ilB»o con tante frodi e tante perfidie osorpate, ed egli al 
fine costretto a fuggirsi. Ma il frutto perduto delle eommesse 
acelleraggini non fu però raccolto dal governo ecclesiaatleo; 
1 Veneziani che stavano al varco, lo si attribuirono. Venezia 
lasciando le ambizioni di una marittima dominazione dopo 
la conquista di Costantinopoli fatta da Maometto II, atten- 
deva ad ona terrestre,. quindi nei primordj di questo secolo 
aveva accettata la protezione di Pisa, simulando difenderla 
dai Fiorentini , negoziata colla Francia la divisione del da- 
oato di Milano, servendosi della guerra che aceesa si era 
tra il re Ferdinando il Cattolico e Luigi XII, aveva i prin- 
cipali porti occupati del regno di Napoli , procedeva in» 
nanzi pertanto ampliando il proprio dominio in Toscana, 
in Lombardia, e lungo le coste dell' Adriatico. Giulio II si 
dolse con quella Repubblica, e mostrò com' egli fosse da lei 
mal meritalo dell' antica amicizia e sincera devozione 



I »e«l POPOLAM. StT 

agi' iaUreMi di lei menlr' era ancora cardinale. I Venealani 
diedero frìvole parole, si offerirono pronti a pagare lo stesso 
tributo cui erano tenuti i vicari pontificj, e continuarono a 
tenersi le terre occupate, e ad assediare e ridurre in loro 
potestà quelle che ancora desideravano. Il ponteQce non 
avendo allora nò opportunità, nò forze sufficienti per impe- 
dirlo, dovette attendere il rimedio del tempo, che poco 
dopo non gli falli. 

Il re Luigi XII, smisuratamente stesa la potensa francese 
in Italia, occupato il ducato milanese, si aveva diviso il re- 
gno di Napoli con Ferdinando il Cattolico di Spagna, signo- 
reggiava Genova, dal suo arbitrio pendeva la Toscana, e le 
sorti della guerra di Firenze contro di Pisa stavano in sue 
mani. Abbiamo veduto che il suo ministro e cardinale Gior- 
gio d' Amboise si era condotto vicinissimo al papato, tanta 
fu l'influenza da lui esercitata nel collegio cardinalizio; i Ve* 
neziani stessi avevano potuto accrescere il loro dominio per- 
cbò strettamente congiunti alla Francia. Questa dunque sotto 
di so tene vasi quasi Italia tutta. Ma dove era il colmo della 
propria grandezza, ivi cominciò la sua declinazione, i Geno* 
vesi presero a minacciarne le basi, e Giulio II ne atterrò 
poi r edificio. 

VII. Le prime amarezze tra il governo di Luigi XII e ì 
Genovesi ebbero luogo per i Savonesi. Questi trovandosi pro- 
tetti dai ministri del re, non solo sdegnavano di riconoscere 
la loro città soggetta alla capitale, vietando che i loro concii* 
tadioi a questa avessero ricorso in appello, ma i Genovesi ahi* 
tanti in Savona offendevano nella vita e negli averi, facevano 
ostacolo a'iegni della Repubblica di entrare nel loro e nel porto 
di Vado, che per antichissimo diritto spettavano entrambi ai 
Genovesi. Ciò trova vasi in aperta opposizione colle convea« 
zioni seguite nell'anno di 1251 fra la città di Savona e la Re- 
pubblica, per le quali i Savonesi venivano obbligati a sottostare 
perpetuamente al fòro di Genova e a' suoi magistrati. Que- 
ste cenveniloni erano state pocanzi confermate da quella 
che coBchiudevasi tra lo stesso re Luigi XII e gli amba- 
sciatori genovesi in Milano. Recava in Catti l' articolo treii- 
tesimeterzo del trattata di dedizione, che : a La convenzione 



». MipablAJra'fCoinwii di G««of are di S«?ooa(12IH) sapebbe 
»-piMiMneBta;o9Be0r8tm.; ifcre nnlla coneedarebtw a queste 
B eiltà ioi fmpfaék%m di quella^ nò^dellè OMópenB di san-Gier- 
»■ pio ; gli apfMdlaleri dette' galKlie terrebberei i» SàTVi» i 
91 loroxaalMéori ; il< pedeslè dell» medesioN» sareUbe geoe- 
•«feae^-elaledi ooiGemiva dovreiibe ledaMi^e la eteoa* 
m Ù9n» delle fenlenae ettenule • eoBta< di quel Cooioiie e 
» de' 800i eitladìni non sarebbe giammai tnrbata^Ji 

Si^ amuàék «donqae^ ambatoialare allA coita di ftvncia 
Denanieo Spiooi», portando atee le eonreanoot dai» iS5l< 
e 1! aUimot traKatb , e il re, senlile leiagiaal, dopa" matais 
dÉMnsaione dèlia oania!, ordiaò ar^Sa^noiMBi, ehe sopra qua- 
alO'pivpoeìta'eedaaaaera lai molesta naYlla^ 

SoddisliRa eglìaaeoia ad altro obbligo di gias U aia* Ve^ 
nasialla «oa^ ps eeenaa qaaveivlo'gravemeate Oaaial«Saaram^ 
oadinario- paAastd^ della^elttà', e laDgotaaaiile regio iBLasaettiK 
delgovaroatbrev per malte aneBialfhoaiiaeyalii, ptace dUa* 
ginatiaiaa di lapaaità; llTreraocakasia^quarellii, apeitt?iir(ie- 
noira> daa:dapatB(t a slddamrlo v i qaalfl tpovatoion ca ipe Toi e, 
lohaMbdaeaao* pri^ea» ft MilaBOy e di là in^ catane» al m 
iàMìeme sai firooesso. 

Queste riparazioni parvero moderare li sdegni = ette già 
ooaiiaaiafaafl atriWtlira negli ania» geaa va ai oeat«o il regio 
gaTeraoy aicobé psT'^oleredi' esso s^ alleatlroaoi eoa ceiariti 
aei' groaoBì oaiaocbe^» altretlaote navi, e setta galee, sapra^ le 
qaali a* iasèaroaroa» tremila ^ascodi» e milla Corat,^ latte 
iadiriaaaite at scatenerà Je< asmi- fraooesi wote ei aooofitte 
dalle- spagnoela nel regna* di Nape^ Oopo> la pattiaioaei tra 
iidae pe,,noaeiaendoai fottatiaeneioae ai alH^k^aasei spettare 
ili raèéUo dalia dogana, dù Foggiai ^ cb'era nlewanlìaaiflio, 
naeqoei diffbrenaa; ffia< Goasalro di^ Cosdosirap geaerala dagli 
Spagnnelii Oi iliéaca di Nemoara ccmandaate dei Fcaiioesi; 
si ttraitò per qaalalie) t«mpo>amiclM<irokneataieoii coafesaaier 
enagoaialii, par meno de' qaali venne faite^ a^ Gaaaaiir» di 
addamnaatasa IL fiancese^ e di'allaocaria poi. aliai spaavve- 
data« Sopcagiansargli intaatopatecoiiie gaiae/spagaaala caa 
validi rittfoaai ;. allesa disdisae' i laallaIS ,. ruppa la guerra, 
\4nsai Fraaoesi a Semtaara, rflaì Gerigada, li auwJdiè in 



i ooer voNi.Aai. Mi 

Gwta» e li cotfyìMe 9à arMOdem, li diifcet^ai panafgio 
dftl iufn» GangliADo, e* cmi: Bnwnai sMoilla li ftnpnwm • 
Mblftdit (rMiaiOfavilmavclifM di SataiMiche eapitaMhra la 
flotta fipanovea» aoiolaa> Kena< di Nàftel» iii> quello appunto alM 
le Tillerie: dii GoBaaivo avevane colè aaaiearala leeeae* degli 
9pa0naoli»qpiadì yedeedoiche vanii erano perniaiaire i ausi 
tentativi» tennari a: Genovav la qealor tiwnaaai grafala» dn 
un' enorme spesa senza vea nn a«e vaataiggiei 

Villi. GoaleffanoileeoaevttBUil diapeatt glraninni', quando 
plÉifierft cagione, venne ad iofiammariiy. e feria proraeapere 
poaie dopo* a aedittaneA. 

DaU' anno 1494 aidev a: la gaerta (ra. Ftrettxe O' Piea<; 
qnesla) ve2ea^ vìvere< lièeoar» qveUaf. «g noce ggiafla* No» toi^ 
DWdea' Genovesi che l^FieienUni4ilalaflnro maggiomente 
^'tfBperìOy poicàò non aelo» egogaavano reeeopaaione di 
Viaa, mas inaidiavaoo Bietmsanla^oj Sonane, proteggetvaisa» la 
libertà d» 9iaa. Peit la qoal eoaa fra le iatriitioni! date ai loro 
aniwsQiiilocì poDlatìai a Miiaiie a trattare eolim feaigiiXlly 
vfeeraqnella': e ftaoooaaandasseito'ealdaBiente aSa&lfaes^ia 
j> libertà di Pisa, provandole la eon?emeasaidltm«Dteneriaiin 
» qooHfli atata indspenden4e» Belqnale?erasi trewto^pochiianni 
s . avemi per. opeKa.e.eoaMndo di na re ffaneeeetl Caribi Vl&l)» 

• e aoeArandole 1: pericoli a oul Genem aodrebl>ttincaKtiio, 
» ! aeìFiorenliù rieaeisaere, ooneidteideiiairanoy anoggieganp 
p^qmìV aniieaiRepabbtica; instando inAnev se il'rsae ned»* 
jr ehtaiHMse riaolotaaMote awerao^ perahè non^ eonieaiiate 
M ohe 88^ ne facesse- padnona^ Firottce. B poioM i» liilattOi 
» già si. trovavano ad ailendere H^menerca gU: ambaaeialiarì' 
»>diiPisa.^ voleeseie eglino udirli ■ ba »c v iei niente » > e fanrorìrli. 

• qnanto meglio peÉoasera» aenta perieelo d'incorrere; nella 
» aevrana indegnaziaiie» » 

U.re. acaogJiendoila raccomandacione laaciava«ibeiGe- 
nojvesì socoorceaseroa' Pisani:; i quali talli imoslm^anovelen 
dilandepe da' Fjoecntiiii» né già pei» pietà cbe sentisaeroi dii 
iw geMfOBO'picfiela,.eroioamenie levato/coAtroJajninaocia&ft 
seryitA» ma o peri cavarne $ danaro^ ospeimme^ii possesae. 
Tira i primi deve annoverariSiJo atesso>reLeigi Ifill, nel na« 
mìeiO'dei seci^Adi la Repubblica diiVeneaia eialtri principi^ 



MO SFOCA QUAmTA. 

6 signori ptrticolarì. InlaotoPisa, sbatlola oggìmai dall' ine- 
goaleeonflitlo, già da più che dae loslrì dorato, venia meno 
per IsfittimenlOy strema di viveri e di pecnnla. Fa allora ehe 
volgendo il ift05, fra i molti che la desideravano, e paseevanla 
più di promesse che di soccorsi , 6dando nella lealtà de' Ge- 
novesi, deliberò di offerir loro la propria signoria. Onde 
mandato on ambasciatore a Genova, presentatosi al Senato, 
espose in tal modo la soa missione : 

« Essere concorde sentimento del popolo pisano di con- 
» giangersi perpetaamente colla Repubblica : esibirsi perciò 
9 pronto a ricevere quelle leggi che gli sarebbero imposte, 
» sicuro , che mai di lai non avrebbero trionfato ì crudelis- 
9 simi nemici, se venisse con tutti gli sroni assistito dai Gè- 
» novesi, colla protezione de' quali si era fin allora conser^ 
» vato in libertà. Considerassero di quanta gloria e di quanta 
. » utilità sarebbe alla repubblica di Genova l' insignorirsi di 
» ona città nobilissima, la quale avendo per l' addietro com- 
9 battuto seco nell' imperio del mare e del dominio dei regni, 
» se le gettava presentemente in braccio per salvarsi dal* 
» r estremo infortonio. » 

La proposta dal Senato cui era stata recata, venne sotto- 
messa alle deliberaiioni del Consiglio. E qui sorse fierissima 
discussione fra i popolari e i nobili , gli uni volendo si ac- 
cettasse , gli altri opponendovisi. Rappresentavano i primi : 
essere onorato ed utile di ampliare lo slato della Toscana, 
considerando potersi agevolmente resistere alle forze dei 
Fiorentini, estenuale ancor esse per la continua guerra e 
mal concordi fra di loro ; che dovendosi far la guerra, o nel 
ierrìtorio di Pisa abbondantissimo e fertilissimo, o nello 
siato di Fìrenie paese nemico, riuscirebbe per questo slesso 
molto facile mantenere le milizie a spese altrui , senza molto 
incomodo dei sudditi. Che agevolmente si potrebbe assicu- 
rare l'acquisto di Pisa con partecipare ai principali pisani 
la cittadinanza genovese, e con mandare in quella citli 
molte famiglie genovesi, con che si sgraverebbe Genova da 
tanta moltitudine, a mantenere la quale male sopperivano il 
traffico, e la coltura del territorio in molte parti, o poco fer- 
tile, del tutto sterile. Inflne quel molo, e quella guerra 



I OOCU POrOLAII. Sui 

dirertirebbe gli aoioii dal lenUre novità »tr«sf8nndo altrove 
quei torbidi omori che già comiaciavano ad agitarsi in sene 
della Repubblica ; segoiterebbeai il lodevole e savio esempio 
della veneziana che mal potendo più^ per le inTasioni della 
potenza tarcbesca, estendersi in mare, procaccia vasi on ade- 
gnato compenso negli acquisti di terraferma. 

A queste fondate ragioni alteramenie contraddicevano i 
nobili, principalissimo de'qaali, e con maggior baldanza, 
Gian Luigi del Fiesco. Era questi allora V uomo piA potente 
non solo ^ella Repubblica, ma tra i più ragguardevoli signori 
italiani. Per sua opera specialmente, Genova area accettato 
il governo del re di Francia ; gli ambasciatori genovesi con- 
dottisi in Milano a conchioderne il trattato, portavano seco 
istruzione, « che fosse al re raccomandatala peraona di Gian 
m Luigi Fieschi, siccome di quegli che pel servigio di Soa 
» Maestà e nella opera della dedizione aveva osato ogni sta«- 
» dio e diligenza; e la raccomandazione. fosse fatta in mode 
j» che ben si vedesse partire dal cnore, e con tutti quei modi 
» che più efficacemente si potevano, senza pregiudizio però 
» dei pubblici interessi. Si rammentasse ancora, aggiunge^ 
9 vasi, Sua Maestà della persona di un altro Fieschi, Niccolò 
» vescovo di Frejos ; e cosi egli come i suoi fratelit si dices* 
9 sere fedeli al re e pronti ognora a servire per la sua gloria. » 

Quest' ultima raccomandazione avea probabilmente per 
flne di dare il Niccolò Fieschi a successore noli' arcivesco* 
vado genovese a Giovan maria Sforza bastardo di Francesco 
Sforza che l'occupava, e che colle atesse istruzioni si pre* 
gava il re ad interporre i suol uffizii presso la s^ia aposto- 
lica per rimuovernelo. 

Gian Luigi Fieschi poi otteneva da Luigi XII i più 
segnalati favori col governo di tutta la riviera 4)rientale, 
ove signoreggiava col possesso di trentatrò castelli, o. terre 
murate; nelle convenzioni cbe si facevano fra i principi 
italiani vi si comprendeva di sovente come rivestito di pari 
grado, ed ho io accennato come il re francese venuto a vi- 
sitare Genova preponesse sopra ogni altra dimora il suo pa- 
lazzo che sorgeva in Violata, e parea colà posto per domi* 
nare la città. 



'»Mt fQOÌttVà. 



)I1L Akmweraio Giai9 L^giFiMcbi «ill'>opp«fii éWw^ 
ctMaitoM idi Fita ém igrffrì «ragioni dì pr»prM singolaiii 
éaleroMe. L« prima, «Aie gaedend* •af^li ^1 'pvlmo ^gMdo ^i 
«■ftarilà «idta fiepiM^liea, a volei4a eoasiH'vaffefN^Bra^oopo 
^ tmaatanoida aamrvala^ oè 0oii»iitim«(iiHrle ocoasioiia 41 «an- 
nientare ona pokm» idia «?reMi« 4itni netta 4a 'fivopri» ; ^ 
aaooDda , 4ì1ib «da ^qcNdit^ >teiBpo ooaeepito vn^vala^pepanza 
di dmatare 0ignore>di Pisa, don tale Ì^iM>#ia «gli per «na 
kinga dialoga idi fiosMdlawffti dulia riviera erìarataae 41 ^Gm^ 
nv^B ¥etiiTa « idUatare ii «oe domtoie fino a Lhome. ile 
temeva «on gU idovesae jjoaeive 41'd«egno, 4mferoccbè, Ite 
«faènsagaande ài on «apo ebe da ^eaesae onila , «iuwe aieglio 
diéniieni fanùio'di a«torità,di aegollo, e di pteeheaa» f«r 
emcrla. Pianta ^pnl cosa, già avea hitavc^le pr«li«Aie « 
i^Mst'^iopa ora Dnrlallno da Cilln di GMteHo «ftpllava Jei 
Plaan, te «wo altri swn «èerenti^ >di .guisa <€Aie «oese H re 
iioigl Xli ìa Italia y ^ad aaseitdaai wA sue eeosiglie trallÉlo, 
iTAgli éairesse aeeeMave ta Signoria di 9k9L, Gian iAìgi vi 
ai «ra «imlmeiile apposto «ongi«ataniente <s6m <ì«an «Giaoope 
Xcivalaio ebe ^iMdrìva la aw a d aaiina aailniiane. Saraa qwadi 
iaaperìase udease la oanaiglio t»iili>e ie ìstaaae 4el pisane 
ovalove, aMagvado: « ^idie onesti disperati ^ dopo di «vere 
tetttate <BMe ^le strade tli scampare «Ha «arvilù 4éi Fiovan- 
l»ni, lasplerata invano la «praleaìone di taHi i i>i4iieipi ita- 
Maffi, 0i erano veitt ai *&ens^nNl, per >(«« loro eonmni le 
'proprie musarle. Con qwH fsrae poirebbe fta Repobbiiaa 
impegnami m .aoa<giiaitdfssima i;Qerva , esostenerla oontva 
di aa pepale par langa oansaetudine abHvato 'alle analT 
Quale speranza esservi di buon sneeesso? 'St già tallo M 
mende «i era «ottoioritta alla vittoria dei FterenlM. Se il 
Pentaiee, -e i grandissimi prraotpt stavano oaiosi spelte- 
levi «della reviafa <li ^effla miserabile eitlà. Essere par- 
tiée i« apparenta preno d'onestà fi soceerrero gli afllifli: 
ma «igliope,e senso eomparasione pia onesto P attendere 
alla pfoprìa conaervasieoe, e il non Impegnarsi, aema 
'giofle <€8g!i#ae^ e senza preoedensa di offése in ana •goerrs. 
La pnaleztoiiò di Pisa «oa doversi ìnlraprendere dai ^Ge- 
novesi impotenti a governare il proprio Stato ; ma dal ve 



I AMI (TQMIAftl. ai3 

» di Francia ; e poiehò questo gran principe l'aTca rìfiolatay 
» come potevano essi impegnarsi in queir impresa , che il re 
» aveva slimala, o tngrosta, o pericolosa? Goardassero di 
9 non irritare con tale deliberazione l'animo del re, il sen- 
» limento del quale si doveva in oì;iiì maniena «oaplorare 
» fpnna idi prandeM riselusioiie. » 

Queste parole con piglio nutorerdle e aererò profferile 
dal Fieschi, benché suonassero acerbe :ed odieae ai jtopolari, 
^ò nondimene evaso favoravakneiile aeoelte dai «ehili, i 
quali prevaleiiéo In eonsigUo, defiberarano di soprasedere» 
inviando in Pisa Alessandro Negrone, e David .Grillo per 
tratta»» U negoziai, destreggiandosi con quei «tlAèMii «finché 
di Francia non si avesse certa notìzia deTreiAi Tofleri. Quindi 
il Senato ebbe r invito di scriverne a Luigi XII, il quale 
itiapMe, diaappromva lodava ai érottcasaa il Irattalo. Ma 
di 4|«eUa riapoata, m trcMlalte imiviensakBeiite essere «tale 
aulane il FÙMoa, noo ftaoio fMr te ragbni di aopru allegale, 
quanéo ipesché si 'disse «en ;p»sae aaaime di «danare cuv- 
reélo aneora Mi Fionaitliw , i iqiiali sriie siof^ri >eue <a«ilii* 
aicaii (a^gianaeno >fMr questo potenlissitteiiiate^eatlivareele. 

Nan éa dére eome i'odìo oamvaale, dopo di ció^ A 
yolgesae ooulro di kw, « oontae i :aaoi partigiani nebiii^ «ni 
ai ascKiiieva la ripalaa tdal ve. la pmvalo ed m pobblias, 
s8Ue oonvetsauoni >pa|>olari, e nei camwgni dei magistnrtl 
ae AB taneiano d più caUi ragìaiiaBeBiti, il wmw am dm nMXL 
rìanaoava abfaorrile dalla plelie, e H regio Govtsffoe dhm li 
favoriva tornava ogginai odioso e insapportalNle. Queala fa 
la taliaa^ aeaaeata ddi n]ali4die>ai nsveacianao eai'iafelìea 
Genoma nell' anno segoante, e che io mi accingo partìaolav- 
mefléa .a deacrivMe . 



304 BMCA QOilTA< 



CAPITOLO SECONDO. 

Discordie civili fra nobili e popolari; questi iosultati da quelli si levaoG a tu- 
multo , domandano di partecipare in egual modo agli onori. Legge dei due 
tersi. La plebe si divide dal popolo e erea il magistrato dei Tiifanui. Im- 
presa del popolo contro la riviera orientale; esercito popolare per l' occu- 
paxione di Monaco. Il re approva la legge dei due tersi , e dk un generale 
perdono, colla condisione che si restituisca dal popolo la riviera orientale 
a Gian Luigi Fiasco. Diniego dei Genovesi, e nuovi tumulti; primo ostili^ 
contro di Geoora del comandante francese ; suoi atti bestiali ; il luogo te> 
nente regio abbandona la città , la quale rimasta senza governo , crea doge 
Paolo da Hove. Impresa del re contro di Genova, battaglia di Promontorio, 
fuga dei popolari; entrata di Luigi XII; vergognose sue condisiomi sorte 
infelice del doge Paolo da Nove. 

X. Dei civili moli scoppiati nella ciUà io qoest' anni di 
1006 e 7, varie esteriori ed interne Corono le cagioni. Notai 
che il pontefice Giulio II mal cominciava a vedere il goyenio 
del re di Francia , tanto allargatosi In Italia , e di cai s' egli 
«rasi giovato per ottenere quella snprema dignità , ora teme- 
va ed avversava senza dabbio perché contrario a' suoi fini. 
Non gli poteva piacere che cosi predominasse in Toscana, 
e tenesse sotto di sé la repubblica genovese. Sembra ami, 
ed é affermato da qualche storico, che quando gli ambascia- 
lori genovesi recaronsi in Roma a fargli omaggio, ne gittasse 
loro qualche parola , che a' pia accorti fece abbastansa palese 
V animo suo mal disposto contro il governo forestiero. Si ag- 
giunge, che agli ambasciatori savonesi, i quali si querela- 
vano delle domande dei Genovesi, dicesse che stessero di 
buona voglia, perché non passerebbe gran tempo, che essi 
avrebbero tanto da fare fra loro , che dimenticherebboasi i 
fatti altrui. Oitreciò, quello che in seguito accadde, e verrò 
a suo tempo raccontando, ci rende persuasi che a tanto tu- 
multo non si sarebbero i popolari genovesi arrisicati senza 
un alto ed efficace affidamento. 

Delle interne cagioni già ho fatto cenno di alcune. Dissi 
più sopra della dissensione seguila fra i giovani nobili e 
popolari per la processione del legno della Croce della fami- 
glia Zaccaria ; la quale processione solita a farsi dai giovani 



1 MMl POPOLAEI. )68 

iMSbfli, e interoiessasì da 21 anna» si era ripresa per decre(è 
del Senato dai popolari il 1496, donde fra gli uni e gli allri 
ne rtmaiieva vn segreto rancore. Bla il rifiato di accettare 
la sIgRona pisana avea acceso di maggior odio gli spiriti. I 
nobili difenoti n'epaao polenti , ed audacissimi, potenti per 
11^ regio farore, e per godere nei consigli e nei magistrati 
delta BMtà dei svffragi e degli onori contro il patto di dedi* 
zione concfaioso in Milano. Gomecliè, per qaesto il re si ob« 
bìigava alla condizione: Che tulli gli onori , bewfizj ed ufici 
ddh Sittlo sarebbero cenftrili iti Genoveri dal Governatore ed 
agli anziani y tmulo cafcofó della vaTielà dei colori. 

1 odori erano neri e bianchi, giaochò veniva determinato 
per legge che parte degli utAcj della Repubblica spettassero 
a qoeiy di nn colore e parte a quelli dell'altro, e si divìdes- 
sero fra i Ire ordini de'oittadiiii, cioè nobUi, mercanti ed 
arlefieii ì qnali dn» ultimi abbracciavano la parte popolare. 
Questo slite da gran tempo segoivasi nella Repubblica, colla 
elezione de' suoi offizialì ; nel* 1499 i protettori delle eompere 
di San Giorgio volendo procedere alla nomina di coloro che 
si mandavano a reggere le Colonie Orientali cedute loro dal 
goterno genovese, notificavasi per essi il consolato dì Trebi* 
mméà sarebbe conferito ad un mercante bianco, la Castella* 
«la di Cembalo (Balaclava) ad un nobile bianco, la Miniera* 
ria di Caflfà ad un artefice nero. Caduta la Repubblica sotto 
il governo di Luigi XII, la legge fu violala, e i nobili da 
fot protetti'e preferiti, in véce del terzo, si ebbero la metà 
det voti e dei pubblici onori con manifesto pregludiiio dei 
popolari, i quffH perciò rimasero in ogni pratica soverchiati 
ds essi. A sostenere la Ingiusta vi»lazione, i nobili, come 
già ho riferito, allegavano i privilegi della loro nobiltà, i me- 
riti dei maggiori i quali avevano un tempo governata la Re* 
pubblica senza la compagnia dei popolari. Questi ritorcevano 
l'argomento dicendo, che appunto erano slati cacciati dai 
governo per quella ingiustìzia, la quale era durata finché il 
popolo non avea vita civile, e fuori ritnanevasi dal Comune 
genovese, altro questo non essendo che un feudo episcopale- 
aristocratico. Che i nobili non poleano dirsi loro superiori né 
di antichità, né di natali, nò di merito verso la Repubblies. 

Storia di Gtaova, — 4. 20 



9M WOGà QUASVA. 

Poiehè ta cittadìnaDia di m»Ui popoUri rÌMMafs di pie 
mota origine di qaeUa dì molti nobili ascritti poMeglor— nte, 
non di natali , imperoeeliò non pocbi nobili derivava»* da» 
gì' invasori barbari , mentre non pocbi popolari p ro e edev ano 
dagli avanzi dì famiglie decarionali romane, o greche; cbe 
in fine mal ai addacevano per essi i maggiori mierili vera» 
la Repnbbllca, impereìoccbé le grandi tmpreae éealto e 
foori della RepobbUca accadote , apecialmenle dopo il 1339, 
qoaai tatto dovevanai al valore popolare. 

XI. In tanto qeeate oontete ai andavano inveh m mw io 
vieppiù, 1 nobili eolla maggior potensa cbe godevana inao- 
lenti vano, i popolari chiamavano villani e montanari, 1 loro 
giovani ai aveano fatti certi collelU che portavano aolio la 
veste, e sopra i qoali leggevasi scolpito «n motto che dice- 
va : Coitigli Fittonl. Ad ogni Mon^nto avvenivano fine, e 
baroffe donde i popolari ne riportavano pogni e ferìBBoalit 
né per quanto la gioventù nobile venisse consigliala a eoa- 
sar il mal fare , se ne asteneva perciò. 

Ora, essendo in tal modo dall' ona e l'altra paHe in- 
fiammali gli odj, accadde che il 18 di giugno del ims Em- 
manoele Canale, nomo, come scrive il Casoni, por onealà di 
natali e per istato di fortuna dei più stiaMti fts il pofiola, 
di professione notaio, richiese on nobile che gli pagasse 
alquanti danari, che per ragione di certa gabella gli doveva, 
coloi non che a soddisfare al pagamento, gli mise le mani 
addosso, e si diede a percuoterlo , allora leva vasi il mosore 
in piazza de' Banchi, dove questo avveniva ; ebiodevaMi 
le botteghe, e sta vasi per dar di piglio alle armi. L'aulerità 
di molli probi cittadini , e la prodensa di Oberto del Solare 
astigiano, podestà della città, sedò il moto, e ciasoono rimi- 
sesi a' fatti suoi. Il regio luogotenente che trovavaai ai bagni 
di Acqui , udita la notizia del rumore, e ad un tempo il pa- 
cificamento di quello, non si mosse altrimenti. Il Podeatà 
cogli anziani fecero ragione de' colpevoli, e alquanti nobili 
con un popolare condannarono al bando. 

Desideravano i popolari rendere informato il re dell' in- 
fausto successo, affinchè conoscendone le cagioni avesse 
potuto recarvi rimedio, e piuttosto per lettere della Repob- 



I IMI vorotàBl* 309 

ìMoà eh« per fMlle de* forestieri ne ricevetse noUiia» Ma il 
Senele non fo di ^eala eenlenia, e forse, pcevalendoyi i, 
neWliy.si TeNe che le cese preeipiUasere a tale cbe coM'amt- 
maia fona si rieonsponessero a talento de' pochi. Cosi per 

10 spaiio di no mese di nn kieerto ed agitalo Tivere sì 
coBlinnò, qnando on eoatadino poleeverasoo vendendo ^r 
cimifoaglil, venae rìehiesto da Bartolemeo Fiaschi del 
preflBse di qneii, né potendosi insieme accordare, llFie- 
adii si mise a dirgli villania, e perché il pokeverasco gli 
rispondeva lìbere ed animoso , li Uri di un gegliardo pugno 
ani viso che gli foce nseire il sangue dal naso. Gridava U 
percosse ad alta vooe, dicendo, essere indegna e sconve- 
niente cosa che sotto il governo del Cristianissimo re di Fren- 
eia, gii nomini venissero in fai guisa sviUaneggiati e haUi^ 
ti. Per case Irovavasi oda an macellaio nominalo Ghlglione, 
nesao dette dagli Annali, non manco savie* che sedisioio» 
il faida si pose a ditandere il poleeverasoo. I aobili, e spe- 
ciidamnte i Fiescbi, i ffnali dimoravano presso di San Lo- 
raiMo deve il lafferaglio accadeva, sostenevano il loro con- 
gtantay cesicohè levavansi le armi, e i Fieschi correvano 
grava perieolo. Il luogotenente regio, tomaio dai bagni 
d* Acqm, interpose la propria autorità, e ponendo in bando 

11 Fiesef^l e il Ghlglione convocò on consiglio di 60 Ira i 
principali cittadini cosi nobili come popolari. Parlò loro 
della bontà del regio geverno, deUa folicili cbe godeva la 
Bepohblica salte di quello, foce le meraviglie come i Geno* 
vasi non dovessero trovarsi concordi e pacifici a fruirne ì 
banefiij, diebiarò che li amava tutti, e voleva operare in 
■Mdo che tulli potessera conoscere che la maestà regia de- 
aidarava governarli, come aSezionati figliuoli, e non come 
oatlaati sudditi. 

Questa orazione non produsse alcun buon effetto, per- 
sie si tacque qaeHo eh* era la radice del male ; speravano 
caa foadamento i popolari cbe sarebbesi posta in campo la 
quislione della metà dei suffragi e degli ufBcj, ed equamente 
provvedalo alla slessa, donde avevano avuto origine i tu- 
malti, a r infousto lievito tutta via durava. Ma fu scaltreaaa 
de* Aohiii il passarla setto silenzio, e il lu^^eoenle o indet* 



308 wfock QVàwrà. 

tato con essi, o per debolezza e timore, non volle fame 
motto. MaBteniHa per tanto la «ansa, veo tardarono a ee* 
goitarae ì medesimi efletti, e lo atesso « Emniannèle (jAtmim^ 
non dimenticata la rioevata offésa, ooflgtimtosi a Paoflo Bat- 
tista Giastiniani si fece eapo di nuovo tamotte, di goisaeliè 
s'impugnarono le armi, con il segvHo di «leoni plebei, tra- 
scorsero la città gridando viva il Re e vira il Popolo* Per- 
venuti essendo nella f»azza dei Doria a San liatteo, vedea- 
dosi beffati d' aleoni die loro dicevano essere le eompagale 
dei battuti, tagliarono eradelmenle a pezzi Visconte hwnm^ 
non riguardando eh' ei fosse un eiltadiao dabbene, per cai 
confidando nella sua osesta coscienza non temeva aleoa 
danno^ m' acelecati dalla rabbia e degli odj della propria 
fazione , ferirono ancora con Agostino Doria parecchi al^ 
tri nobili. Gian Luigi Fiaschi éiseeadava dal eoo palazto di 
Violata per contenere il moto ; e il regio kiogeiedeRtie Roeea- 
bertìno'con nn bastone in mano si aggiraf a per la oittà, coRnm- 
dando a clascoao che si deponessero le armi. Riapondevaae i 
popolari che le avrebbero deposte, dove feeeeio loro coneeasa 
le due parti degli ofiBcj. Jl luogoteaesle vedendo ebe cadeva 
la notte, temendo maggiori scandali e pericoli, sgemealalo 
alle minacciose istanze de' popolari, sebbene vifilmeotevt 
si opponesse il Fiescbi, diedesotennepromessa di appagarli. 
E il di seguente ragunava a grande consiglio i cittadini, po- 
chi però intervenendovi del nobili, e da quello deliberavisi 
le due terze parti degli oflkj si conferissero ai popolari, e 
secondo la statuita forma eleggevansi gli anziani, e gli i^i 
magistrati della città, e dodici cittadini col nome di pacifi- 
catori. Gian Luigi Fiescbi o per tsdegno, o per tewa di se 
stesso, ritraevasi dapprima nella sua villa di Quarto, isdi 
aggravandosi il moto riduce vasi nel suo Castello di Han* 
tobbìo. 

Xlf. La seguita deliberazione pareva avere rieendolt» 
la tranquillità , e già tutti si davano ai consueti laro ne- 
gozj, ma non ancora la plebe era soddisfatta, e nuovo tn» 
multo si risvegliava per essa, le case di parecehi nobilt 
venivano derubate, fra le quali quella di Agostino Cattaeeo; 
per coi i nobili temendo di peggio, abbandonavano la eitti. 



t iKHil ropoLiti. 309 

e ftpfHAUaUii D6ll« ville, loro, slafaao attendendo il fine della 
aedizioi^ E per provvedere alle pericUlaDli sorti della pro- 
pina faziooe air ifigevaasi ad ona lega , e raccoglievano da* 
sarò. 11 re dapprima; commovevasi a quelle novità, ma ne 
mitigavano indi F animo le lettere del loogotenente e dei 
4o<tfoi paoìfiimtttrk Ollreeid gli si mandava ambasciatore 
Niccolè Odenoo dottor di legge a difesa de' popolari. E sic- 
come tornava di Francia il Governatore Ravasteio, per bene 
Informarlo gli. idiono spediti incontro con Bartolomeo de- 
va eoo infimo amico» Vincenzo Sanli, Demetrio Ginstìnlani, 
« Leonardo Faaioi tntti della fazione popolare, i quali dove- 
vano attenderlo in Asti ; nel qoal luogo a dir sue ragioni 
ooA molti nobili erasi pure condotto Gian Luigi Fieschi. 
QuÌAdi Tona e l'altra parte pendeva dal gindicio del Regio 
Governatore. In tanto le voci di qoeHe turbolenze propaga- 
tesi in Eoma già a favore de' nobili slavano per muoversi 
verso: di Genova Giano ed Alessandro Fregoai, ma Giulio II 
che secondava il popolo contro il governo di Francia seve- 
ramMìte Io vietò. I nobili per aiutare la parte loro eccitavano 
Gian Paolo di Leoa, e Gkcobo de' Mari signore di Capo 
Coeso, a rinnovare i tumulti di Corsica, m'a quest'ultimo 
pente furono addosso, le mani dai popolari, e rinchiuso venne 
nel Gaalello di.Lerict. E onde tenersi affesionata la plebe si 
ereò dsi popolari un magistrato di sei cittadini che curasse 
la diminuaìone drile gabelle sopra le cose più necessarie 
nUa vita. 

XIIL II regio Grovernalore tornato dalla città di Asti in 
Genova, vi ora onoratamenle ricevuto, e da una compagnia 
di oento giovani popolari , vestiti di seta ad una stessa Csg* 
già, accompagnato. Egli volle che gli anziani e i pacifica- 
tori gli andassero innanzi, lochè spiacque assaìssimo, im- 
perocché parve che li tenesse per servitori ; venne egli dopo 
con 750 fanti, e 1{M> cavalli, turbato e minaccioso avvian- 
dosi nel pubblico palazzo, e ordinando sulla piazza di questo 
si piantassero le forche eJamanoaJa. Interrogato qoal forma 
si avesse ad oamrvare noli' elezione degli anziani che stavano 
per iscadere , non diede risposta. Fu sospettato che non 
amasse mostrarsi per tenersi in bilico tra V ona e l' altra 



310 irdCA (OAaTA. 

fintone, e earar danaro da entrambe. In qoeeto, impre^Yi- 
samenle Gian Loìgi Riesco con poca gente aroMla eiati 
tornato al f oo palazzo di Violata dove eongregaTSMi ami e 
•oldati, e eoneorrevane i noMIi in gratt nomerò. I popti a ri 
se ne alierarone, temendo gli esinali eMtt di qnei testa- 
tivi, ricorsero at Governatore per essere assienrati dalie eC- 
fese del Fiesco, offerendosi pronti ad ogni soo eeftao. Bd 
egK o cominelasse a temere, o non oredease epportaae il 
momento, ritenne il Fiesco nel pobblieo palmo; aieelièi 
popolari prevalendo, eoliièro il destro dr ottenere ohe li 
anziani e li altri officiali si nominassero per i doe lerai, 
Mcondo la ferma del ooovo decreto, anzi H Govoraolore 
iMglio seeotidandone i disegni, trattenne in Milano «n dvap- 
iMtto di balestrieri a cavallo che erano eolie bmwso per Gè- 
B^a, e al Fieseo intimò si restitnisse nella saa villa di 
Quarto. E siccome ricalcitrando temporeggiava, ai ebbe ri- 
corso alle armi, e io otesso Governatore ne fece accelerar la 
'partenza. 

XIV. Ila <fQl la plebe si divise dal popolo, gli artefici 
dai mercanti ; le armi contro il Fiesco ai erano dalla plebe 
levate, perocché i mereadanti e ricchi popolari sentiansi 
per la maggior parte stanchi , e pentiti forse dell' impresa, 
avendone ottenoto quel fine eh' ei desideravano. Alta plebe 
m vece non pareva di avere ancora fatto pago ogni soo de- 
siderio ; avea finora operato pinttosto per l' altro! che per il 
proprio interesse ; il maneggio delle armi , la frequenza di 
qnei torbidi rendeanla procace, inquieta, laorescovole dei 
oonsoeti lavori ; invaniva del soccesso a sé sola attviboen- 
dolo, né i mereadanti, nò i ricchi stimava degni e soffi- 
oiOBti alla cara delle pubbliche cose; vanlavasi di avere 
ridotto a sooi desideri il Governatore, dì avere cacoialo il 
Ftesco. Quindi i più infimi e minoti di- lei radnnavansi 
«ella chiesa di Santa Maria di Castello, nominaronS an ma- 
gistrato di otto che dissero Tribuni, li accompagnarono al 
pubblico palazzo, e vollero che cela risiedessero od ammi- 
nistrare la giustizia. I Triboni cominelarono il loro -governo, 
si resero gli oppositori di tottociò che dai majgfsti^ti di- 
versi decidevasi , nò solo uguali al Fedestà e agli ufllciall. 



I DMI fOPOLABl. Sii 

da nalto piA di tni moslravaosi. Farono nel namero 
^eMiiboni, a vario ten^, Paolo da Novi, Marco da Ter^ 
rfle, Battiflla del Solaro, Gioaeppo da Dernice, Zannettioo 
ScOTiino, BalUata Bava» Paalateo GipoUÌDa, on Poiio, e 
alquaati .akri siaili plebei. Teneva loro dietro» obbediesia 
e fresia ad ogni comaado, T infima plebe» composta di po- 
vwasimi artigiani » e gariooi di oasi ; e perebò di arnese 
misero e cencioso» coq le calse di tela, e con angasta e 
sdraaila cappa» ebbero il nome di CapptUe^ siccome già in 
Firente quello di Oompif i lanajnoli che sotto Michele di 
LMido precessero al gonfalonierato di Silvestro de' Medici. 
Cestose aveansi tolto quasi iateramente in mano V arbitrio 
della repubblica, imperocché quando i Tribonì desideravano 
di iir novità» e voler qualche cosa» per mezio delle Cap- 
p$il0 la faceano domandare, e I magistrati impauriti di su-» 
bilo la concedevano. Con tal mezzo levaronsi due mila 
ei«queeento uomini, per la maggior parte poloeveraschi ; 
dalla quale forza sgomentato e minaccialo Gian Luigi Fie- 
8ce, in prima si ritrasse a Ropallo, indi non lenendosi ab- 
bastanza sicuro» si spinse pia addentro tra i monti Apennini, 
dove sorgevano i molteplici suoi castelli. Al popolo venne 
in mente dì mandare ad effetto V antico disegno di spogliarlo 
di tutta la riviera orientale eh' egli signoreggiava con be» 
neplacito del Re» ma che veramente aveasi a grado a grado 
la sua flimigUa usurpala alla Repubblica. Spedironsi percià 
CoDHnissarj alla Spezia , che col favore di quelli abiland 
rIuaciFono ad occuparla colle sue castella» e la tennero vigo- 
rosamente sebbene Filippino del Fiesco con 1500 fanti ri 
provasse a tornarla noli' antico dominio di sua casa. 

XV. In Genova volgendo intanto le cose alla peggio per 
le improntitudini e i disordini della plebe, si chiamò di Pisa 
il oapitmo Tarlatine da città di Castello. Costui da Ignobile 
gregario si era innalzalo ai supremi onori della milizia per 
la guerra tra Pisani e Fiorentini, sicché i primi ai quali 
serviva aveanlo eletto capitano generale della loro Repub- 
blica. Fatto venire in Genova, non senza particolari intelli- 
genze tenute prima col pontefice Giulio II , come da qualche 
istorieo, e da' documenti si rileva, sebbene famigliare e cor- 



312 EPOCA- ODIATA. . 

rìspondenle del Fiesco, si scopri improvvisaoneiife a fivoce 
dette plebe, dì cui si diede a segaìiarne i destdeij; e reso 
perciò sospetto al Senato , al Vicario Regio e al Fiesc* me- 
de^iaH>, ne abbracciò con grandissima copidilà le parli » 
eonsiderando che avrebbe meglio con ciò vantaggiala b 
libertà pisana iradita dalle cupe e Venderecce macehmistoni 
dei Francesi. Era divisamento della plebe da lui aiataia».dM 
sottovessa la riviera orientale alla Repubblica, aUrettaoto 
si dovesse fare della occidentale, dove la famiglia Grimaldi 
avevasi da gran tempo occupata Monaco, e colà dando asilo 
alla fazione de' nobili scorreva infestando tutto il litlocale. 
Ciò operatosi, sicuro T interno dalla Magra a Ventimiglia, 
potevasi di leggieri soccorrere popolarmente Pisa, e ia tal 
guisa sottrarla con buona e felice guerra a! giogo do' Fioreati- 
ni , e alle insidie straniere. Queste cose si rilevano dalle carte 
pisane ch'esistono negli Arcbivj fiorentini, e dai docomenti 
dell' Archivio di San Giorgio in Genova. Possedeva aUon 
Monaco Luciano Grimaldi odiosissimo al popolo ; fu dumqae 
deliberata la impreda, e il Tarlatine contro l'autorità del 
regio Vicario che voleva impedirlo, se ne addossò il carico, 
imbarcandosi con alcune bande di plebei sopra due galere, 
r una delle quali comandava Gasparo di Guano, e V altra 
Giovan Battista Davagna, con alquanti. brigantini, e navigé 
con qaelle forze contro di Monaco. 

XVI. Non chetava però la città, ma voleasì dar ordine 
a più ampia forma di governo popolare, eolla elezione di 36 
cittadini, nei quali si comprendessero gli Anziani, e gli altri 
pagistrati , che tutti avessero stipendio dal pobUko e do- 
vessero dorare in officio cinque anni. Senonobè i conlìnai 
torbidi che si destavano dalla istituzione di Viverle compa- 
gnie impedivano il rassodarsi d' ogni regolare governo. E di 
oerto aveano in quelle sedizioni un'arcana mano i nobili, i 
quali esagitando la plebe, e traendola a commetiere ogni ma- 
niera soprusi , toglievano che lo sfato popolare potesae or- 
dinarsi* Per la qual oosa speravano ..ohe il Re di Francia 
sarebbesi al fine risoluto a rimettere colla forza , coqie io 
fatti segui, il pristino dominio senza l'odiata legge del due 
lejzi. Il tempo ciò nondimeno non mostra vasi ancora loro 



I DOtU FOPOLAII. 313 

pfopisio, la fazione popolare, o dei AiereaDti non era dol 
tallo uscUa di speranza , e lenUva raffrenare là plebe che 
prorompeva ad eccesso. Laonde per mezzo dell' Ambascia- 
tore Oierigo che perorava conlinoamènle nella Corte di 
Francia la causa della fazione popolare, il Regio. GovernB* 
(ore Filippo di Cleves signore di Ravaisien ebbe da Luigi XII 
oommissione, addi 6 ollobre del 1506, di nolifìcare, come per 
lo singolare amore che portava il Re a qaesta cilli fosse con*- 
tenlo di confermare, e confermava per sae lettere patenti la 
nova riformagioBe, e modo fatto circa il conferire gli officj, 
cioè, ch'essi ofQcj si dovessero dare per terzo come pie 
largamente nella stessa riformagione si conteneva. 

Inoltre, faceva ampio e generale perdono e remissione 
ad ogni persona in generale e in particolare cesi della città 
come delle podestarie^ valli, e degli altri luoghi che aveano 
dato di pigl4o alte armi in quei tumulti, assolvendoli da ogni 
delitto commesso dal principio fino a quel giorno (ante den< 
tre quanto fuori. 

£ per meglio provvedere all' avvenire, ed acciocché vi- 
cessesi ciaseuno in pace , e attendesse ai proprj negozj , al 
ordinava per parte del Governatore, degli Anziani, e del- 
l'officio della Balia, che fosse vietato di portare armi sia 
offensive» sia difensive» né di giorno né di notte, assem- 
brarsi jB radunarsi in alcun luogo, andare di notte senza 
lume dopo il terzo suono della campana, e questo sotto pena 
di dieci ducati fino a cento d' oro per ogni contravventore» 
oltre a quattro tratti di corda, ed ogni altra pena corporale 
compreso V ultimo supplizio in arbitrio dei quattro Commia- 
saij che a ciò si eleggevano ; la qual pena pecuniaria dove- 
Tasi applicare per metà a favore dell' illustrissimo regio 
Governatore , e V altra metà per la spesa giornaliera del Co- 
niane di Genova. 

Bd affinchè ogni persona si mostrasse obbediente alte 
presenti prescrizioni si faceva intendere, come dalli prefatì 
Governatore, Anziani ed officio di Balia, si fossero nomi- 
nati quattro capitani, o comroissarj , lì nomi de' quali era- 
no: Brizio Giustiniani, Pietro Galissano, Bernardo da Ca- 
stiglione, e Gregorio da Terrile, con fanti cento per ciascuoo 



3i4 BMCA QUAftTA. 

di essi 9 dando loro facoltà di perlastrare di noUe a giorno 
la eillà, oorando ohe nan si operasse cosa clie fosae ai pta* 
seirti ordini contraria; che se trovassero alcuno iaobbedieate 
e delinquente, ayrebbero ampia balla, aotorltà e pe s aa nia, 
di prenderlo, pamrlo realmente e pereonalmente senna prò» 
cesse secondo che loro meglio piacerebbe più, o meMo, aea 
eftclttso raltime supplizio, in tutto come eompeteva ai pre* 
fati Groveraatore, Anziani ed Officio di Balla. 

Gotaii ordini per mezzo del pubblico banditore a aaon 
di tromba, con alta, intelligibile voce facean^ prodafloais 
per tutla la città. ^ 

* 'Reto il regio Decreto come sì conserva nell* Archino, e colla «crtttori 
4%un di quel leaipo. 

Per parte de Io llI.*o , et Ez.bo Signore Monsignor Philippe de deves 
ai|.' di RavMlen Begio Govaniatoree X^ocamtenentc Gencralie de Gcnneisì,e 
amiraglio de Levante. 

Se notifica a ciascuna persona come la Cristianissima Maestà de Re nostro 
Signore a' contemplation del prefato Vi. oo Monsignore , fet anche per lo singo- 
lare amove, che porta % questa cita e stata contenta conifirmare, et Ui coaSnaalo 
-per sue patente lettere la nova reformacione , e nM>do facto circa et coolènr de 
li oTficij , cioè , che cpsi ofBcij se debiano dare pertertio come più lar^aoseote ie 
dieta reformatione si contene , a la que se habia relatione ec. 

Vhra ha facto ampia , e generalle perdenansa , e rer missione a ogni per- 
sona ÌA geocnle » e io particolare cosi de la. cita corno de le pdestarie , valle , e 
altri loci chi ano preso arme per questi tumulti de ogni delieto che sia stato 
commisso dal primo giorno, che furon fatti li tumulti , e levacione di arme in 
qua tanto dentro la cita de Zenoa ,' quanto de fora così per la levatione d* arme 
come pcvmissioiii omicidi) ruberie , cioè quanto per lo criminale e a delieti, 
come dal profato Ul.mo Monsignore era stato facto , e promisso de far obteoire , 
come etiam per diete lelere patente de la Maestk Regia e stato confirmato , e 
^tiosamente concesso ec. 

Per proTcdere nieutedinieao che da qui ìnaBai non si faceiaBO più tumalti* 
ne altre levacione d' arme senxa licentia del prefato lll.mo Monsignore et aciocbe 
se viva in pace et che ciachaduno attenda a fare li facti sui sensa causare più 
novità alcuna. Se fa puhtico bando , e comandamento da parte del prefato lU.a* 
Sig.r Governator Mag.ci Signori Antiani a spetabile officio de labailia del eomon 
de-Zenoa, che non sia alchuna persona de che grado, stato, e condilieoe si voglia, che 
osa ni presuma da qui inanii portare arme offensibiile ne defensibille de giorno 
ne de nocte ne fare alchuna raovitura , o novità d' arme , ne etiam congregatione 
o aca conventicttle , ne fogheti de gente in alchuno loro, ne andaie di notte 
sansa lume de poi lo terlio sono de la campana , e questo sotto pena de ducati 
dexe fino in cento d' oro per ciascheduno contrafaciente , e ultra de quatro tratti 
de corda et de ogni altra pena corporale fino a lo ultimo supplitio inriusive in 
a^trio de li quatro infrascripti CommissariJ appUcando ex nane la pena pcca- 



1 BMI PWOÌ.ABI. 315 

XYII. S«Bonelié, il Re qMntanqoe eoncedcHe il soo 
imMIo alla cottmoasa oiltà» e le nAriUBaa la legge dei 
due leni dei magistrali per la fiiieoe popelare, voleva et6 
BendimeBO ote ai reiUiaiMe la riviera oriealale aUa aìgoeria 
del Fieaeo, e ^nt fa la nuova origine dei tamalli della plebe 
oIm ripognaiile non volendo ad alcan palle eonformarviai» 
rvppe ad aperta ribellione* 

Il Governatore regio, tra parelio ai avvide ehe la soa 
autorità non avea più fona, ed ami tenevaal in ìapregiOy 
tra perchè il Aoeeabertino già alato luogotenente» e deside- 
rando di ripigliare quel grado gli commetteva male presso il 
signore di Chaumont nipote del Cardinale di Roano, e Ino* 
gotenente generale del Re in Italia, prese consiglio di ab- 
bandonar la città ; di gaisachò la plebe si diede senza più 
ritegno ad ogni più pazxa dimostraiione» schernendo i mer* 
canti e i ricchi popolari, e lor dando la colpa della prolen- 
gala e fallita espngnasione di Monaco. Quindi eongregaiisi 
gli artigiani insieme, una colale quantità di essi fu spedita 
air assedio di quella città, ma siccome inetta e riottosa in 

Diaria par metà a lo lll.iao Mooaig.r Goreroatora, a l' altra metà a la apeia cha 
par lo CoroiDun de 2icnoa ogni giorno sa fli ec. 

Accio che ogni persona stia obediente se fa intender \ ciaschnno , coma 
da li prafati IlLa* Sig.' Govaniaton M.«l Antianì, e spaUbila officio da la bailia 
•ODO stati decti quairo Capitanei, o vero Gommissarij , li nomi da li quali sono 
questi M. Britio Jastiniano , M. Pietro Calisane M. Bernardo da Castiglione , a 
M. Gregorio da Terrille con Franti cento per ciascbun da loro a m lia data 
cara de andar per la cita de giorao, a de noeta e proveder che alcbuno non facia 
Bvalla ne cootrafaeia a la presenta erida. 8t troveranno alehimo inobediante , a 
delinquente se li e data ampia bailia , autorità , e posansa da prenderli , et pu- 
nirli realmente e personalmente sensa processo alchuno secondo , ebe a loro 
parerà fin a lo ottimo snpplicio da la vita inclusive in più in meno , coma pò- 
tfiano fata li prefati ltt.in« Monsignore , Antiam, et officio, aicha ai exorta et 
admonise ciascbuno a essere obedienta, cbe u sera alcbuno cba conirafiicia sera 
punito sensa remissione ec. 

Datns Gennes in Palatio die vj. Octobrìs 1506. 
PbiUp.a 

In li acti di Fran.e9 da Pigliasca Gaocdliaro. 
M. D. sexto Die vij. Octobns. 

Antonìns Panexins Preco Pnbfìcns Commnnis Januaa rcttuTit suo idra- 
manto sa proclamasse sono Tubae alla, et intelUgibili voce per univaraam urbem 
ia locia solilis, et conauctia in omnibus ut superius eontioetér aa. 

(£W F^ikUéù Péiitìctr S^) 



/ 



316 «POCA QUABVA. 

vece di essere utile, tomo di molesUa e di disordioe fra gli 
«sdediaati* I aolnli perà lemèndo che Monaco al fiae potoMe 
arrendersi, e la plebe ne divenisse per la irMtoria piò toso- 
lenle e sediziosa , inviavano al Re quattro anabaseialori An- 
tonio Spinola, Lorenzo Lomeltine, Stefano di Vivaldo dst- 
tore, e Gian Giacobo Boria; e i popolari alla loro voHa 
desiderando di impedire gli effetti di qaella legazione mai- 
= davano -^olo dei Franchi Borgaro e Simone da Giogo. Ma 
siccome nelle loro istruzioni era inviolabile quella che le 
terre della riviera del Levante non si deveesero per akoD 
modo restituire, cosi non vennero mai ammessi alla regia 
presenta, e furoBo costretti al fine disoonelnsi a partirsi. I 
quattro ambasciatori de' nobili erano invece benignamente 
ricevuti, ed ascoltate con favore le difese loro, sebbeae 
r Oderico che tuttavia rimani^vasi a quella Corte soaleoesse 
valorosamente le parti popolari. 

XVIII. La plebe procedeva audaceoHMate nei tamuili,i 
diversi partili pescavano in quei torbidi, e ne cavavano oc- 
casione ed argomento alle paKicolarì aml»zioni, gli Adoioi 
e ì Fregosi radunavansi insieme avvisando ai modi di ritor- 
nare al potere ; a persuasione de' nobili , com' 6 fanaa , en- 
trati erano in città Ottaviano e Giano Fregoso, il primo 
4ivea avuto aegreto abboccamento con Baldassar Lomelltao; 
-sicché il regio luogotenente Roccabertino ne scrisse al Re 
che indignalo fece proibire che dalla Lombardia si portasse 
più frumento a Genova, e fossero impedite tra questa e quella 
•le comunicazioni. La trama era ordita, e la città doveva 
ricadere a discrezione in balia delia Francia. Poco dopo, ed 
era il 6 febbraio del 1507 Galeazzo di Salazar castellano 
della fortezza di Castelletto, il quale lino allora aveva 
tenuto un contegno neutrale tra V una e'i* altra parte, e pa- 
reva volere aspettare 1* uscita della guerra, essendo però 
uomo crudele, iniquo ed avaro, di repente, chiuse le porte 
della Chiesa di San Francesco dove in quel di festivo trova- 
vansi convenuti molti nobili, molti popolari e molte donne 
per udire i divini ofScj, sostenae e fece prigionieri i popo- 
lari , lasciando in libertà I nobili e le donne. I popolari dopo 
avere sofferte indegne e miserabili cose si dovettero riscat- 



I DO«i POPOLAti; 317 

tare per diecimila daeaii d' oro. Ma ciò non era il solo at(a 
d' iniquità eoi divisava, si pose nello slesso tempo a rovi* 
nare e geUare a fondo colle bombarde molte navi ancorate 
nel porto, a saettare i viandanti che passavano di colà, e 
nella notte per incotere maggiore spavento, a tempestare e 
foiminare le case della città. 

Della qoale spaventevole dimostravasi V aspetto: bersa- 
gliata dalla fortezza, angustiata dalla guerra civile, mtnae- 
ciata dallo sdegno del Re. Ciò nondimeno non falliva Tanìm» 
alia plebe, che per quanto versasse nell'estremo pericolo, 
mai non voile discendere alla condizione di restituire le 
terre della riviera orientale , che sola bastava a salvarla; 
anzi per mantenere quello slato, e provvedere ai vicini casi 
della esterna guerra, sì diede forma per pubblico déorelo a 
noova somma di danari, che agevolmente si raccolsero. 

Alle minacce del Re di Francia, aggiungevansl quelle 
della Spagna, e del Duca di Savoia per la guerra di Monaca 
e di Mentono. In tanto disastro, sola rimaneva V amicizia 
e 1' alleanza del Papa, ma egli non poteva ancora aiutare la 
Repubblica scopertamente, sìa perchè prima gli era duopo 
di ricuperare ed ordinare il proprio Stato, sia perchè non 
gli cadesse fìnora in acconcio di ostilmente spiegarsi coatro 
la Francia. A sollieitarne i soccorsi gli si spedivano dee àm« 
basciatori Domenico Adomo e Agostino Foglietta, e nel 
tempo medesimo quattro altri a Monsignor di Chaamont 
luogotenente del Re in Italia. I primi due ebbero larghi 
affidamfenti, ma pochi soccorsi, di pia non potendo il pon- 
tefice; gli altri non furono lasciali passare , e dovettero, 
ginn ti a Serravalle , tornarsi addietro. Ma Giulio II non si 
rimase di fare pietosa opera presso del Re, e con messaggeri 
e con lettere tentarne l' animo, promettendo che i Genovesi , 
eccetto la conservazione delle loro convenzioni, e del go- 
verno popolare per due terzi, pronti oSerivansi a dargli ogni 
soddisfazione. Il Re rifiutò, cosi dai nobili consi^iato, e 
qoesta cagione si aggiunse senza dubbio a quelle che poco 
dopo ruppero ogni buona corrispondenza fra i due principi. 
Allora il Roccabertlno abbandonava la citii, e la seguente 
notte I Francesi posti alla guardia del pubblico palazze, se* 



9i9 ■POCA tfTAll^ 

enHaméBla rlneblvèefansi nel GasleHelto; bini rinavendo 
in tal finaa ehi più rappresentafise la regia petaona, cala- 
▼ami abbasso dalla torre del palano le regie insegne ; e la 
dttii venia dola in preda a tntlo r orrore detta soa misera soiw 
•e. Non reggevasi ella oggimai che per i d«e magistrati degli 
Anziani e della Balla, i quali dai tribuni della pM>e ialigati 
addi 88 marzo decretavano cite il Re rifiutato avendo di ri- 
eevere gli Ambasciatori del popolo, rigettate totte le profio- 
ale, che per parte di questo gli erano siale fatte dal ponte- 
fice, volendo noli' altro che muover guerra alla citta , cono 
già ne stava pronto l' esercito, ed «n'amala di galee e di 
vasceHI , Genova trovavasi per diritto naturale obbligata a 
difèndersi, quindi dichiaravano cessati i presidj fraocea, 
timosse le regie insegne , vendicata la repubblica iiellai le^- 
lima ed intera sna libertà. 

I riccbi popolari che ben vedevano come male avrebbe 
potnto riuscire la difesa contro tante forze di terra e di mare 
ohe stavano per precipitarsi sol capo della misera patrìs, 
tentarono tuttavia di fare qualche pratica col Cardinale del 
Carretto di Finale, ed egli ne scrisse offerendo la soa media- 
zione al Re ; il quale rigidamente attenendosi alla restitu- 
ziMM non solo delle terre detta riviera orienlide, ma alla 
abolizione delta legge dei doe terzi , fu ogni trattativa inter- 
rotta. E perchè la Repubblica, come nave in grande fortima 
senaa supremo capo che la guidasse, combattuta dai diversi 
partiti, era impossibile che non si sommergesse, i Trìbaai, 
e coloro che a si doloroso slato cercavano almeno di dare 
nn indirizzo, vennero in deliberazione di ripristinare il do- 
galo. Laonde Paolo da Nove, seUiene itntore di seta» ma che 
nei diversi fatti allora accaduti avea date non dobbie prove 
di virtù, di prudenza e di probità, di farsi amare ed obbe- 
dire dal popolo, per acclamazione di qoeslo si volle Doge 
E il di 10 aprile del 1507 convocato un gran eonaiglia nella 
maggior sala del pubblico palazzo dove quattromila popolari 
Intervennero, alla presenza del Senato» deir officio di Ba- 
lia, e del magistrato de' Tribani , unanimemente fa insignite 
della ducale dignità. L'orazione inaugurale ohe aolevaai se- 
conde r oso tessere al noovo eletto» gli fu fatta da 



I IMMI FOVMJMI. alt 

dì CasligHoae Friora dd Senato, il quale ebbe a lodarne la 
aomma gtaatiiia. Ed egK proflaise e giurò di renderla imikr 
sUntemeol» a tatli i eiiladùii aecondo. la forma deUe lawi^ 
dei capitoli, rimaiaa ogni paasione d'odio, d'ira, d'aflaera, 
e di parte ; ìnoUre, che non violerebbe li capitoli e le co»* 
asatodiai degli artefici di Genova, ma le oaaenraFebbe, e ae 
doapo fosca le aomenterebbe ed amplierebbe a comoda e 
li«ieieio lora; e non m tosl^ piacerebbe all' Onoipoleiila Id- 
dia, che la forieaaa del Caatelletto cadoasein balla dei Gomh 
▼e», egli par la libertà e la gloria del nome b>ro, la luabba 
dalle aae fondamenta diatraggere. Fatto queato glaramanlay 
gli fo data in mano la spada, e aedato sol trono docida» i 
aaagistrali latti giorarongli Me coi cittadini presenti. 

Segniroao queste cose alla presenta dei leatinaauj Ba^ 
nedetto del Porto, e Raflbele Poncone cancellieri della Ra» 
pntMiea che ne rogavano pubblico istramento. * 

* Questo istr mento h il leguenle: 

MDVIj die X Aprilis. 
Greatio D. Pauli de Noris in Ducenti Jaooen. 
Cam ab aliquo tempore dira Givitas Januen. aeditione civili Tesata faerit, 
quae inter nobiles* et popi^darea defectu josticiae otta est, ita al in maxiao di> 
scrimioe extiterit, et consideraoa popolns Janoessis neeesaarìnna eaic aalati 
Reipublicae consolere, amota TÌTendi forma sub factionum Rectoribus, qi4 
soleot unum fovere , allerum vero opprimere , et animadvertens sanum sanctum- 
qtie ac salubre consilìam ad dìgnitatem Duealns Janues. promorcee vììmb 
gnnrtm, int^iram, et Danna tinaenlem, cojus provideotia, pradcntia» tx{W> 
TÌentia , et consilijs possint omues Jannenses sub protectiooe sua in pace , et 
ftine stimulis vivere, atqne ideo considerata vìrtute, prndentia, ac probitats 
Ill.mi D.ai Paoli de Novis cujus gratia facit, ut ab omnibus ametnr et •iMUretar; 
Idcirco Dei nata, et voluntate , acclamante toto populo Januen., qui dixit 
Paolum de Novis in Duccm nostrum creari debere , et habito concursu in salam 
niagnam Palatij numero fere quatour milium popularium ante prandium, deind« 
attestante, et vociferante in plateis, et civis Civitatis toto populo, qui magna 
ovatione, et pieno ore dixit Ducem ipsum Paulum, qui tamquam per juaticiae 
diu felicitar vivat. Convocato ob id M.eo Sanata, M.eo Officio Bailiae, et Pre- 
stantissimo Officio dominorum Trìbunorum, ac alijs civibus, quorum sen« 
tentiae» cum discufsae fuissent, una voce omnes dixerunt a Deo omuipotenti 
et misericordi concessum nobis fuisse bone Paslorem , et ideo ad Dìgnitatem 
Ducatos eum promoveDdom tut^ postremo habita oratione per magnificum 
Doroinum Jacobum de Castìliopo senatus Priorem, qui jasticiam diclo do- 
mino Paulo commendavit; Ita ut eam omnibus civibus promiscu reddatjuxsta 
formam legare, et capitnlorum nostrorum amotts amore, ira, el odio, alfa* 



sto wpoek QVkvtA. 

XIX. La prima operazione del novelio Doge fa di edpv- 
g^are le dae fortezze del GattelleHo « Gastellaecio ch'en- 
Crambe non eetsavano dal bersagliare il porla e la città ;i 
popolari da loi condotti si accinsero ririliaeAte ad assediar^ 
ed in breve riosefrono ad oecaparte. 

Si pensò quindi ad impossessarsi di Monaco , ma qnìTÌ 
maggiori diffieoUé si offerivano ; il campo degM asseéìaati 
diiriao era da varj parliti, e pieno d' oomim d'ogni oo^me, 
ed* ogni maniera, oltre ciò le nemiche forze andavanst eoa- 
Nnoamente aumentando. Àlcnne troppe francesi Bòtto ilo»* 
mando del signore d' Allegre onite a tremila villani traili 
daHe loro montagne dal nobili faoruseitf, calavano nella ri- 
viera occidentale mnovendo contro gli assedianti ; i quali 
venivano ancora assaliti dalle genti del doca di Savoia, in- 
viate a' confini per tatelare i suoi Stati. Circondati da tante 
forze , i Genovesi sgomentati , levarono il tnmalto, si seiol* 
sero, dìgaìsachè il capitano Tarlatine fu costretto a lasciare 
r assedio^ e con altri capi per sicurezza ricoverarsi nella 
città di Yentimiglia. L'esercito dei Francesi, e fuorusciti no- 
bili scorse allora vittorioso la riviera, e la ridusse intera- 
mente all' obbedienza del re. 

Mentre la riviera occidentale perdevasi-, V orientale ve- 
niva, per himinosa vittoria riportata dal popolo, assicurata: 
Girolamo ed Emanuele, Tuno figlio, e l'altro fratello di 
Gian Loigi Fiesco, con tremila fanti ed alcuni cavalli ceco- 
pala Rapallo, muovevano baldanzosi contro la terra di Bec- 
co, quando investiti dalla genie della città, e pienamente 
con grave loro perdita rolli e aoonfilti, si diapersero in seno 

iionìBus, et insuper, quod capitula, et consaetudines artifieum Itnaae bob 
▼iolabit, ted potius ea oLservabit, et si opus erit ad commodum , et bcoifi* 
cinm eonim augebit, et aropliabit, et com prìmum omnipotenti Deo pli- 
eaerit, ut Arx Cattelleti ad manus no»tras deveniat cam prò libertate, et 
gloria nominìs Januen. dirrui faciet tumplo jaramenlo, taclisque corporalittf 
acriptorii promisit omnia praedicta observare , datoqae eidem ease, et con- 
firmata ei fide per omaei magislratus^ et cìtcs qui adberant, adbibicis tao* 
tam Cancellarijs Beoedicto de Portu, et Raphaele Pcdsooo testibus ouuiiua 
praedictorum prò Duce JTanuen. et populi defentore creatos est, et ila sob 
legibus regolis, et lUtutis Civitatis dictum Ducatum aceeptavìt ce. 

Ex libro diTenomm Fault de Gabella CanciUarij. 



I Mfil VOPOLARf. aSl 

deHe vici ne mMitiigiie. Lfk qual cosa esseiMlo eono6«iola da 
Orlandino Pieaeo zio di Gian Loigì , fece ch'ei tosto ai coni' 
moUesse a freltoiesa foga, mentre stava per altra via, 
pronto ad nnirsl coi saoi. 

Il nuovo Doge, per qaestì fatti non più temendo della 
riviera orientale , dava opera con solleeita cara affinchè si 
riooperasse 1* oeoidentale ; dopodiché era suo pensiero di 
muovere popolarmente alla difesa di Pisa. Aiutavano gagliar- 
damente questa non solo il governo genovese, ma 1* officio 
di San Giorgio, il qoale aveva institoita aaa balia di parec- 
ohi cittadini aopra le cose pisane, e per mezzo di essa ve- 
niva a sao soccorso con continue sovvenzioni e prestiti di 
danaro. Nelle filze della Cancelleria di qoeH' OflSzie si con- 
servano i molti doeuroentì che ne fanno fede, e da coi 
rianlla dell'egregie somme somministrate, nonché delle do- 
mande fervorose di assistenza e di aiuto che gli anziani Pi- 
sani indirizzavano air Officio e cui si corrispondeva favore- 
volmente. Risulta che San Giorgio ne veniva pure sollecitato 
dallo stesso pontefice Giulio II cui stava a cuore di osteggiare 
la potenza, e le maligne influenze del re Luigi Xll. Questi 
documenti hanno esatto riscontro con quelli di Pisa che 
nello slesso tratto di tempo, ovvero dal 1{M>0 al 1509 si con- 
servano allogati negli archivj fiorentini. Si ricava per essi 
che non solo il Governo genovese, e T Officio di San Gior- 
gio, ma i prrmii cittadini concorrevano alla difesa e con- 
eervasione dell' infelice repubblica pisana con larghi prestiti 
di danaro. E fra i prestatori si annoverano Battista Spinola di 
Cristoforo, Francesco Cibo, ed Emanuele Canale, quel me- 
desimo che avea iniziato il molo contro 1* oppressione de' no- 
bili sostenuta dal governo straniero. Vi si legge ancora 
•na lettera di Francesco e fratelli Pallavicini addi 5 aprile 
del 1K06, ove si fa manifesto che domandavano essi la reati- 
lozioDe di una casa da quella repubblica già donata al padre 
loro Giovan Battista Pallavicini, in riconoscenza di quanto 
avea egli fatto , speso ed operato a favore della pisana liber- 
tà- Sappiamo eziandio per siffatti documenti, come un Lo- 
dovico Mondello, priore della Chiesa di Sant'Ambrogio di 
Genova, si trovasse in Pisa^ e di colà sollecitasse l'officio di 

Storia di Genopa, — 4. 31 



San Giorgio e i suoi eosoiUadini ad assisleiia» né toUenfe 
che ricadere nella fiorenUna servitù. Aiconoaciamo dalle 
ledere di Gherardo Buoncoote, ambaacialore pisano in Ge- 
nova, come i Genovesi sotto 11 dogato di Paolo da Nove, 
cacciato il governo forestiero, allontanala con quello T esi- 
ziale influenza della nobiltà, dopo T impresa di Monaco, 
divisassero a forma di popolo di accorrere in aiuto di Pisa. 

XX. Ma mentre il nuovo doge con singolare grandessa 
d' animo ed ingegno provvedeva alle necessità e ai migliori 
destini della saa patria , questa minacciala era dal più grave 
perìcolo. Il re francese, accompagnato da una fiorilìaaiou 
corte, dalla maggior parte delia nobiltà della Francia, var- 
cate le Alpi, giungeva in Asti, dove alle forze che già avea, 
riuniva sotto di sé quelle dei presidj lombardi. Gian JLoigi 
del Fiesco colla nobiltà genovese si recava a trovarlo, ac« 
colto ed onorato solennemente da lui. L' esercito regio 
Gomponevasi di milleottocento cavalli leggieri, di ottocento 
lance, seimila svizzeri, e seimila fanti di altre nasioai, 
condotti da abilissimi capitani. 

All'annunzio dì tanta procella, il doge Paolo da Nove, 
mandava subitamente ordine alle genti di Tarlatine di Città 
di Castello che dopo sciolto l'assedio di Monaco trovavansi 
stanziate in Yeniimiglia, di accorrere alla difesa di Genova; 
e perchè la via di terra venia impedita da' Francesi, si alle* 
stiva la nave di Demetrio Giustiniano, onde condurveli per 
quella di mare ; ma questa pure non potò tentarsi per la 
furia de' venti contrarj. Allora il Doge stretto dall' estrema 
necessità, si diede a raccogliere quanti uomini più |>olè, e 
in tal guisa riuscendoli di ottenere un piccolo esercito di 
ottomila fanti, lo pose sotto gli ordini d' Jacopo Corso luogo* 
tenente di Tarlatine, e sentendo che i francesi avviandosi 
per i gioghi divisavano di scendere nella soggetta valle di 
Polcevera, mandò seicento di quelli a guardare i più anga- 
sti passi, laddove gli stessi gioghi si biforcano, e per due 
vie danno il varco alla discesa. Ma essi non appena senti* 
reno il rumoreggiare dell' antigoardo nemico che abbando- 
narono vilmente il posto, e dandosi a precipitosa foga, si 
trassero seco, invasi dallo stesso spavento, tutti gli altri che 



I DOei VOFOLAM. 3SS 

stavano a eostodia dei direni passi. Poterono perciò i Fran- 
cesi calare lil>ersmen(e nella valle, prendendo gli alloggia* 
menti in distania di miglia sette appena dalla citti. 

XXI. Udita in Genova la notizia del disastro fa nn cupo 
terrore, indi nn accorraomo, on disordine senza fine, e 
dapertotto grida e lamenli grandissimi; le donne, le fan- 
dalle foggivansi a salvamento nei chiostri, i ricchi sebbene 
avessero in pronto i navigli, erano costretti a rimanersi per 
il mare turbato e grosso; le Cappelle abbandonavano frettolosi 
la citti, ritirandosi ai monti, tutto offeriva l'aspetto di un 
popolo vicino ed esposto al più lamentevole flagello. 11 solo 
Doge coi tribuni, e pochi animosi popolari nell'universale 
abbattimento non mostravano punto né timore , né vitti , ma 
con cuore forte e con voce sicura davano ardimento a' cit- 
tadini, esortandoli ad impugnare le armi, né mancare in 
tanto pericolo alla patria e a sé stessi. Indi provvedendo al- 
l' estrema difesa, ponevano i polceveraschi nelle case abban- 
donate dai nobili, distribuivano le armi agli abitanti, asser- 
ragliavano le strade con terra, botti e catene di ferro, faceano 
ristorare quelle parti che apparivano più deboli. Al di fuori, 
per ritardare più lungo tempo l' accostarsi del nemico muni- 
vano la rocca del Castellaccio situala sulla cima del Monte 
Peraldo che siede a cavaliere della citti, e dove quello si 
digrada per il colle di Promontorio verso il Capo dì Faro, 
sollevavano nn gran bastione, indi da quel punto al mare, 
tolti quei poggi e dirupi cingevano di ridotti e di difese come 
la scarsili degli nomini e l' angustia del tempo il consen- 
tì va.Nè diversamente con trinceramenti e presidii fortifica- 
vano 1 circostanti monti che da quello di Peraldo s' innal- 
zano al Castellacelo, e in tal guisa attendevano intrepidi il 
soprastante nemico. 

£ di vero, il Re per la valle dì Polcevera traeva in verso 
la citti alloggiando nella badia del boschetto in Rivarolo. 
Quivi essendo, dando alquanto di riposo alle sue schiere che 
le ristorasse del viaggio lungo e faticoso, ordinava al signor 
di Chaumont luogotenente generale dell'esercito che ten- 
tasse per l'erta del Promontorio il valore de' popolari che 
distesi a difesa mostravaasi sopra di quello. Allora le migliori 



324 SPOCA tCiATA. 

(nippe dell'esercito cfatamato i fanii perdati « o i volontaiìi, 
sotto gli ordini del signore della Palisse, si Ceeero Innanii, 
e comineìarono a inerpicarsi per qocà gioghi. Avvicinatisi 
dov' erano collocati i Genovesi , i qoali dietro aleoni f ipari 
coraggiosamente attendeyanli provocandoDeT assalto, ingag- 
giavasi la battaglia con archibugi, sassi, piombale, freccei 
ed altre armi da lanciare ; ma in breve qneMe conasmate, 
gettate via , si venne a pia feroce conflitto eolie picche e 
colle spade, e si azzaflarono entrambe le parti a cerpe a 
corpo con indicibile e sanguinoso accanimento, gli uni per 
guadagnare, gli altri per difendere il sito. Due ore darò cosi 
nero e disperalo combattimento, nel quale egregie prove di 
valore spiegava la nobiltà francese, stimolata sia daUa pre- 
senza del Re che indi poco lontano sopra aoa emkieiiza stava 
riguardando la pugna, sia dal dispetto che poca e raccoglt- 
llecia plebe le osasse opporre cosi insuperabile resistenza. 1 
capitani colla voce e coli' esempio infiammavano i aoidatì, 
ma i Genovesi sebbene d' armi, di perizia militare e di nu- 
mero inferiori, di cuore, di risoluzione superiori, avvantag- 
giandosi del sito, menavano In tal modo le mani, e cen tanto 
danno degli assalitori che i più valorosi di questi cadeaavi 
estinti, e lo stesso capitano loro il Palissa fu feriLo grave- 
mente di una freccia nella gola ; a lai aottentrava il deca 
d' Albania , il quale con fresca e nuova gente entrava net 
cimento. Fu combattuto con insolito ardire:! Genovesi però, 
tnttavia prevalevano, i Francesi stanchi, pieni di ferite, ral- 
lentavano del naturale vigore , e la battaglia già rìselvevasi 
cella perdita loro, quancto il signore di Ghauraont vedendo 
il rovescio delle armi sue, accorse egli slesso col reato del- 
l' antigoardo. Ciò nondimeno ì Genovesi con intrepide e di- 
sperato valore resistendo faceano pure balenare i nuovi ne- 
mici, ma il Cdaumont provvedendo alla vacillante fortuna 
fece collocare in un poggio vicino due pezzi di cannone che 
per isbieco bersagliando di fianco gli assaliti, lì ceetrlnsead 
indietreggiare, ed infine ad abbandonare il poeto. Questa 
operazione mentre spuntava di qeel sito tante conteae ì Ge^ 
nevosi, cagionava un altro disordinei perocché qnelli che 
stavano a difesa dei bastione del Premointono, sentendosi il 



I MMII VDPOLAU. 8S6 

neoueo alle spalle, e (emendo che yeDiBse loro io (al goisa 
lolla ogni eoDMHMcaziooe colla ci((à, abbandona(a la foHezxa, 
Sì rkrawero, salvandesi per il declive del monte in qaella 
del Caslellacde. I Francesi lenendo dielro ai fuggitivi, im- 
poaaessavansi del baalione, e di tulle le alture del Promon- 
torio, donde moelravansi minacciosi alla cillà. 

XXII. Nella quale il terrore meravigliosamente inva- 
dendo gli animi, costernali air idea del prossimo saccheggio, 
si deliberala recassersl al Re Battista Rapallo e Stelano Giu- 
slimani, oospicni popolari, incaricati di tratiare la dedizione. 
Ma essi non accolli alla regia presenza, abboccaronsi col 
cardinale di Roano, che ricisamenle fece loro sentire che il 
Re, sdegnando patteggiar coi ribelli, voleva la città issofatto 
8t rimettesse interamente alla clemenza sua. 

Ciò seppe male al popolo, e alteramente negò abbandO' 
narsi in balia dello straniero ; aHegavasi non potere sperarsi 
pace sicsra nèeol Re, né coi nobili, la pia ignobile sorte ap* 
parecchiandosi, meglio ad estremo fato arrisicarsi , che sag* 
gellare celle proprie mani l' iniquo patto, ai disdisse il trai" 
càio, e alle disperate armi piuUoslochè alla regia clemenza 
si volle raccomandata la patria. Gli uomini specialmente del 
borgo di santo Stefano proruppero fuori, e dato di piglio fu- 
riosamente allearmi, incamminaronsi verso il Castellaecio. 
Quivi per il declive del monte, essendosi partiti in dne 
schiere, ^inei si mossero ad attaccare gli alloggiamenti 
regii, qvlndi a rienperare il forte di Promontorio. Si com- 
battè disperataolente in amendoe i luoghi, ma in ispecialità 
nei primi, dove sorpresi e tagliati a pezzi molli corpi di 
guardia, i Genovesi osarono penetrare Gne al quartiere del 
re medesioM, il quale fu costretto di salire a cavallo, me- 
scolandosi nella auffa , che durò qualche tempo con ma- 
nifesto pericolo della sua persona. Ma d' ogni parie accor- 
so gran numero di truppe fresche, il nemico grosso e di- 
sciplinato prevalse al valore ed all' impeto disordinalo del 
popolo ohe d' ogni parte incalcato e rispinto dovè al flne 
darsi alla fuga, mettendosi In salve nella fortezza del Castel* 

» 

laccio. 

Non diverso «sito incontrò V assalto del Promonlctrio, 



3M BVOCA ^ABTA. 

essendochò le milizie straniere ehe lo tveaiio oeeopeU so* 
Blennero il conflitto e posero in foga gli assalitori inealun- 
doli per boona pezza Terso la città. Fallito in tal gnisa Y ul- 
timo sforzo, il Doge, e i capi della sollevazione» e Islti 
coloro che per arerei pigliata parte» aveano motivo di itnm 
la vendetta straniera, lasciarono la citti» eereaado per di- 
verse vie di mettersi in salvo. 

Era l'ottavo giorno della guerra, e mancata ogni wt 
stenza ed ogni difesa, partiti quelli che fino all' «Itimo, es- 
sendovi raggio di speranza, aveanla sostennta, venne abbne- 
ciato il solo partito che l' estremo fato dettava della iafeyce 
Repobblica. Rimisesi ella interamente alla clemenza del Mi 
e di cosi sciagarata commissione farono Incaricati i Bled^ 
simi Battista Rapallo e Stefano Giustiniano, i quali non più 
una convenzione civile col cardinale di Roano, ma una mi- 
litare conchiosero col signore di Chaumont luogotenente geB^ 
rale dell' esercito. Si pattuì l'ingresso deUe truppe regie, che 
doveansi dai Genovesi introdurre a presidio nel Castellacelo 
e nel Castelletto; occupare le porte principali delia città, le 
piazze, il palazzo, e i luoghi pubblici ; i cittadini doveiDO 
consegnare le armi. 

XXIII. Il di seguente vigesimo ottavo di aprile, Luigi X1I| 
dopo di essersi fatto ben certo del tranquillo poaaesso della 
città, vi faceva il solenne suo ingresso. Precedevanlo eoo 
tamburi battenti molte compagnie di Francesi e di Svlsseri, 
seguitando in lunga fila le guardie del corpo. Il re vestilo 
tutto d'armi dorale coir elmetto in testa, e la visiera alula 
dava di sé fiera mostra, circondavanlo cinque cardinali e 
molti principi , fra i quali i duchi di Ferrara e di Urbino, 
e il marchese dì Mantova, ciascuno di essi tenendo dietro 
alla regia persona per vantaggiare le sorti della propria Si- 
gnoria che trovavasi in qael mentre minacciata dalle esibi- 
zioni di Venezia , e dai disegni di Giulio IL 

Il re appena ebbe veduta la porta di San Tommaso, 
sguainata la spada, esclamava con voce alta: Genova iup^rboi 
io U ho domala coli* armi. Pervenuto eh' ei fu alla porta , gli 
si parò dinanzi il magistrato degli anziani, con quaranta 
de' più riguardevoli cittadini popolari, erano quei medesimi 



I DOM POFOIAIL 327 

cIm ▼•oli fiorili addietro aedamafo a Doge Paolo da Nove, 
dieeiidolo maDdato loro per raiBericordia dell' oonipolente 
I4dio, aveaoo deposto nelle soe mani il gioraiBenlo solenne 
di fedeilà. Stellino Gioatiniano ohe eondoceva queir ignobili 
•piriti, ignobilissìmanente prostralo a terra, e disfacendosi 
in lagriflie, arringò il re, e se vero fosse qoanlo gli pone sol 
labbro Filippo Casoni, ^ noi vergogneremmo che nomo Illa- 
atre, persona d' ingegno e sapere, discendesse a tanto di viltà; 
per boona fortnna il vescovo GiosUniano tace di quell'ar* 
ringa, e Oberto Foglietta ' quanto gli fa dire, sebbene sia 
eempreso da un sentimento di ornile ossequio e di panico 
timore, ciò non di meno sì contiene entro i limiti del ragie- 
oevole e dell' onesto. E noi dobbiamo prestare maggior fede 
a questi due ultimi che sono, scrittore sincrono e testimonio 
oculare dei fatti da lui narrati, il Giustiniano, di pochi anni 
aoltanto distante da quelli il Foglietta ; entrambi poi per 
entratura e cognisione dei pubblici affari, assai meglio In- 
formati del Casoni, il quale scrisse in epoca in cui volendosi 
piaggiare la nobiltà che sola avea tratto a sé l' arbitrio della 
Repubblica, si pensava a vilipendere I popolari ed opprimere 
la plebe. 

Il re a queir aito di meravigliosa umiliazione non diede 
segno di commeversi ; fece solamente aliare i prostrati , e 
ripose la spada nella guaina, seguitando il viaggio per la via 
di San Giovanni di Pré. Arrivato egli in Banchi, gli si fecero 
incontro Gio. Luigi e Filippino del Fiesco con cento de' no- 
bili a cavallo ornati di superbe armature, e con vesti tem- 
pestate d'eroe di gemme; pareva ch'ei venissero pomposa- 
mente a festa mentre ne andava della suprema salute della 
patria, che a un cenno dello straniero potea essere saccheg- 
giata e divelta dalle fondamenU I Luigi XII li accolse ono- 
revolmente, e accompagnato da essi indirizzò i passi verso 
la Chiesa Cattedrale ove voleva riferire grazie airAltissimo 
di quella né facile, nò onorata vittoria. Quivi rimase stupito 
da un coro di vergini che in numero di sei mila vestite di 

* JmmmU M Gmtépa, lib. I, pag. 10S. 
S Istori» di Genovm, lib. XII, pag. 685. 



3SS BPOCA QUABTA* 

biaaeo, e leneatio io mano ramoaceUi di «Itvoy con fiaitt, 
e grida di pietà, niaerieord^a , e perdono faoevaso echeg- 
giare le aacre volte del tempio che mai non aveano vedolt 
eotaola igoomioia. Dicouo clie V iousato apetlacolo aanol- 
lisM r animo regio. Non è vero, quanto siamo per narrtre 
lo proverà, e s'egli di più bob fece» di più non osò, porla!» 
meglio da timore che da pietà. 

Albergò il re nel pubblieo palaizo, ordinando ohe oel 
Xermine di Ire giorni tutti dovessero in quello deporre le ir- 
mi ; accorsero i popolari docilmente al comando. Intanto egS 
per saper loro grado delle lagrime, degli ossequi, e di cui 
sollecita e figliale obbedienza, fece piantare le forche la pia 
iaoghi della città, per le quali vennero impiccali pareeeiu 
d' infima condizione ; e per dimostrare qaanta stima fNene 
delle supplicazioni di Stefano Giustiniano volle si decapitasN 
Demetrio suo congiunto, il quale invilito all'aspetto dell'ili* 
timo supplizio propalò i trattati segreti tenuti dai plebei e 
tribuni col pontefice, le promesse cbe ne aveano da qieil» 
ricevute d'assistenza e di soccorsi, denunziò molti complicit 
di guisachè si riconobbe essere in numero di setlantasei i 
maggiori colpevoli, e contro di loro assenti tutti comìDcii- 
renai i processi , citandoli a comparire per diacoipnrsi sotto 
pena di ribellione. £ranvi, oltre tntto II pobUieo, altri col- 
pevoli , ma il re più per tema clie per demenza, volle elie i 
soli seltantasei bastassero. Venne quindi elello per nuovo 
governatore della città il signor di llons ; e congregato il 
cenaiglio, si trattò in quello della partizione dei magistrali^ 
cbe vennero rimesei all'antica forma, metà ai nobili e metà 
ai popolari senza che questi vi facessero oppestziene ve- 
runa con meraviglia singolare de' Francesi ohe trovandosi 
presenti ne fecero le più grasse risa. I nobili prevalevano, 
e Giovanni Doria dava consiglio e indirizzo a tntle qoeNe 
operazioni con particolare soddisfazione del re, il qvale la- 
sciando tutta r odiosità al Doria, veniva in tal modo a ooo- 
segnire il suo fine. Il Doria andava dicendo a* popolari che 
poiché il monarca francese era tanto clemente, ed inclioalo 
a perdonare, non lo irritassero, né per inopportune doman- 
de, né per memorie che si rifei isserò ai passati ecceasi, 



I IKK» rOFOLAAI. 929 

loeiié significBva che duopo era lasciarsi spogliare, oppil- 
nere^ e vilipeadere sema trar fiato. ^ 

l\ re cootinaò la saa dimora in Genova fino al 14 mag- 
gio ded 1507, nel goal tempo venne solennemente baocbet- 
laé* nel palazzo di Violata da Gian LaigI del Fiesco e éa 
Biillma vedova di Giovanni Geba Grimaldi , la g^ale avea 
pare fiarlolomeo Ceba suo parente nel novero dei proscrilli. 

XXIV. Addi ondici maggio solla piazza del pabblica 
palazzo apllevalosi an gran palco , e in mezzo di quello aa 
treno con baldacchino , Luigi XII vi si assise circondato dai 
cwqoe oardinali, da molti principi e ambasciatori cosi ila- 
lum come ^traniontani. Quivi ricevette il giuraoieiito di 
fedeltà dagli anziani, ed altri officiali della Repubblica, I 
qoati inglnoechiati dinanzi a lui domandarotto umikBenle 
perdono, e a nome di essi il dottore Giovanni da lllice gli 
fece quattro isttnee : 

l« Rimessione alla città della molta di cento mila soii* 
di, in cui era incorsa a termine delle convenzioni di Milaao. 

2* Generale perdono a lutti coloro che aveano prese le 
armi contro il suo Stato. 

3* Liberazione dei prigionieri sostenuti in Castelletto. 

4* Conferma delle predette convenzioni di Milano. 

Il re per mezzo di Michele Rìccio napoletano suo ora- 
tore, accolse favorevoloiente le prime tre, ricosò la ultima 
istanza^ Anzi diede comando gii sì recassero dinanzi le 
convenzioni, e quelle portale volle che pubblicamente se ne 
lacerassero ed abbruciassero gli originali al suo cospetto, e 
delio sttazie e deU' incendio si rogò per suo ordine alto pub* 
blico e solenne. 

Indi aggiungendo lo scherno alla ingiuria , confermò gli 
stesei capitoli non più a titolo di convenzione, ma come 
privilegi, e per ben dimostrare quale fosse il suo animo, e 
sincero il perdono che accordava a' Genovesi, ovveramenle 
di qual natura fosaero codesti privilegi, decretò ohe ai hmi- 
lasse il conio della moneta, e laddove era scolpito Cunradus 

* Questo GiovaoDÌ Dorìa signore di Pornaisi fa poi lo «teuo che còd* 
corse mi 1512 ad abbattere U governo del re, e stabilire quello del doge 
Giano Fregoso. 



330 BPOGA QCABTA. 

Rex Rofnanorum^ il quale avendo sia dal 1138 eoncedoto 
il diritto di batter moneta a* Genovesi, essi per HcoDOfleeDia 
il rìeordavanoi fece porre il sao nome ; ordinò, che It guar- 
dia della città ai accrescesse di 300 fanti, quella del porto 
di tre galere ; e di tatto le spese si sopportasse il GeniBBe; 
pagasse la città in quattro fiere dogento mila scodi d'oro; 
altri quaranta mila per la fabbrica di una noova fortexu; 
oltre i trenta mila già sborsati per licenziare gliSfineri; 
sessanta mila le riviere. La fortexza fu innalsala a Capo di 
Paro, air estremità del porto verso ponente; si diede tosto 
opera al lavoro, e si chiamò la Briglia ^ poiché il re miUiB- 
tav» volere con quella imbrigliare la libertà dei Geoom 
Questo il perdono, questi erano i privilegi da Luigi XII per 
singolare clemenza conceduti ai Genovesi ; questi i geaeroM 
fratti che dalle lagrime, dalle omiUazioni, e dalie vHté, ot- 
tenuti aveano i popolari separatisi dalla plebe, e capo dei 
quali Stefano Giustiniani bassamente prosternatosi a (erra 
dinanzi alla regia maestà francese. * 

* Beco r atto che contiene la promesia per parte dei GenoTcn «K pa- 
gare H acuti 100,000 al re di Francia , e il relativo perdono. 

Proroeaaa di pagare tenti dueento milla d''oro al rt di Francia,* per- 
dono da caso concesso ai Genovesi d'aver scaccialo il sno governo Ì&07. 

10 maggio. 

In nomine domini amen, lllustria. d. Rodolpkna de Laoaais diìKaw 
ambianen. regins in Janna Gobernator , magniScom consiìium domiaofus v* 
tianoram, magnifica et spectabilia officia baihae.et monetae , et ^omm do* 
minoram nomina sunt haee. — Nicolaus Spinala Prior , Lacaa JustiniaDOti 
Stepbanus de Mooelia , Panthaleo Italianus, Georgins de Zoalio, PetnuFn» 
dacoa Cattanens , Franciscus de Arqaata , Dominiens de Mamis» Fnociicu 
de Flisceo, Augustinos de Ferrariis, absentibus Lasero Picbenotto, et BapU* 
sta Lomellino ec. Bailiae saot haec d. Lucas Spinala, d. Joannes de AbpIi 
Joaonea Uaptista de Grimaldis, Franciscns Lomellinos, Baptista de Vaualloi 
Fnncisctta de Gamvlio, Melchior de Kigrooo, Jo. Ambrosins de FliicO} 
Raphael de Farnaris, Stepbanus Jnstinianus, Antonina Saoli, et Baptist' 
Bottus ee monetae sunt haee Simon Bigna, Jo. Baptisla de Facio, Beratr* 
dna de Franchia, Antonius Serra, dominicas Calvus, Jo. Jacobus de AbMi 
•bientibna Bartbolomaeo de Nigro, el Joanne Baptitta Saoli. 

Scientcs multa faisse coromissa per Popalum Jannenaem , et dei ("''^ 
ae benignilate Christianissimi domini Ludovici Francorum regis et domìni 
nostri smpremi, onmia in bonum statum reducta fuisse, propter quod ■KC*' 
sarium majealati suae fuit multas expensas Tacere, ideoque prefains illudi'' 
d. Snberoator, Consiìium, et ofBcia agentes nomine , et vice , ezcelsi coidoio* 



I BOM toroi.AU. 331 

XXV. Addi 14 Mffio, dopo i narrati falli» il relatolaTa 
GoBOfa per condoni a Milano. Lo alatio giorno i nobili por 
feroce sentimenlo di yendella reeavaoai allo cote do'^oalt- 

■b JaBOM f ponte , «t ex ecrtt leicatia , miTleqwt joris vel faeti tiroft Awti , 
fiùmÌMwai H loleaHiiteff coiif«aera«t ae w oUigarunt nomÌM CMmaonii 
Jaiuiae praefata CrUliaDiasimo d. d. Francornm regi notiró écmimo supremo 
Hcct abfcnti, et ad cautelam nobis notarìit et caDccllariia infraacripti stipu- 
lantibof TÌee dicti regia XTtatiaoiiaiaAi , cf evia ia regno IcgUtimia anecea- 
aonliaa tam aaaacalta qoam faeaaiaia dare et aolvere tealiter tt cwn effi^ta 
acuta dacentom millia, et in auro per tcmpoa deelarandnm iofcriaa. Qaae 
quidem scota d. Gubemator, CoDailiom, et ofBcia nomine et vice Commonia 
Tannae et habentea etiam baliam ad piaedlcta ▼igore Concilil celebrati in Pa> 
htào dare et aolreeo proaaiaenmt regia* maiealati » et cai vel foibaa oooMii» 
aerit ad terminoa et teropta iofraicripta ridelicet intra feriam Avfttati proaime 
▼entari qoae fiat in Lngduno boe eat inde ad dienocto immediate acqoentea 
poet fittila dieta fèria acnta qoincpaginta millia aoKa anri vei in anro» alia 
ac«t« qoinipiaginta millia immediale finita feria eanctuwni prasioM hoc eat 
infra dica otto prozime aecotoros finita feria Paaebae Reaarectionia Domini 
boe eat inde ad dica octo finita dieta feria alia acuta quinqoaginta milIia , et 
reliqoa acuta qnÌDqaaginla millia , qoae facinot complementnm dictorara acnto- 
ittm dncentomm millia immediate finita feria AagMati , anni prosimo «laiea- 
tea 1508 boe eat infra diea octo finita dieta feria oblifanftee ad praedieta obaer- 
randa in ampliori forma Camerae Communia Januae, et omnencirea et bona 
iHorom praeaentia et futura poaaint capi et arreatari ita Lngdwai, et Ifediolent. 
Snpmdicta omnia jararant obeetvara in amplieeinM forma. 

Actnm Januae in aala minori in qoa aeatatia tempoet baberi aeaelua 
eonsoevit anno 1607 indiclione nona aecundom coraum Januae die Joria de- 
cima me)i bora circiter decima quarta praeaentibua teatibnat Patre d. Claudio 
de Scynello Juria utriuaque doctore, admiaiatratore Eccloaiae Laadeoaia cob> 
ailiaro regio, et Jlenedicto de Porta Motario,et GaaeeUarìo rnia—aaia Jaaaae 
teatibua vocatia, et rogatia ut anpra. 

1507 die 11 ma|j. 
In primia indulgemna, parcimna et remittimae , ae geaeraliler abolamus 
cifibna, et abitationiboa Jannae et diatriclna omnia, et quaecnmque crimi- 
ne, exceaaua, et delieta etiara criroiois lacaae Majeatatia in primo rei in ae- 
cmdo capite , et cnjuarumqne alteriua quodqoe nomine censeri poaatt etiemai 
de eo oporteret apecialcm aaentionem fecero qno m o d c a mqew , et qaalitcream» 
qua, et ex quaconque cauaa bacteoua, et naque in praeaentem diem data* 
praeaentinm commiaaa et perpetrata per ipsoa civea , aeu incolaa et super itlia 
ailentinm perpetnam pontmna, inbibentea quod ullo tempore moleatari tcI 
inqmetari poaaint , salvo' tamen jure tettii aeu partinm quod prosequi possint 
civiliter et crìminalìter prout Tolaeriot,'et aliquibua particulariter praedicla 
die coram nobia nominatia, quoa in gratia et generali remiaaione ex causa 
nolurona includi, et aine pracjudicio Juria alieni qnaeaiti, durante bello, 
ipaosqne circa , et incolaa, et diatrietnalea , reacrratia, exceptia, ad patriam, 
bonorea ex plenitudine potestatim prò bono pacia rcatiluiroua, rolumuaque 



332 «POCA QU&ftTA. 

fieaii ribelli a fare is^Misieae dei toro beni oodd ìocame- 
rarlh Nw sarà aeaaa pregio di queete ialerie U perger »e ii«i 

i M«Ì2 

Paolo Baltisla, Giovanni, Silvestro» Alaone Giliano , 
Deoielrìo, Pantaleo Giusliniaol , Domenico Adorno» Paola 
da Nove, con doe figli, Luigi Pantema, Leonardo de Facio, 
Geronimo de Facio, Francesco Pietraroggia , Cmanaele, Bat- 
tuta Cabale, Benedetto Ponsooe, Paolo Gabella cancelliere, 
Paolo Mazone e sae fralello, Giuseppe de Dernixio, Paola* 
leo Cipollina, Geronimo Bazalino, Geronimo di Caffaro, Si- 
mone Martelo, Pierino Stagnaro, Francesco Poppe» Giacomo 
Ghigtione, Giorgio Fontagasso, Bersardo Seaarega, Barto- 
lomeo Geba, Marco de Terrile e Agli, Carrega il Rosso, 
Bernardo Borlasca, Anionio Maria della Chiostra , Paolo 
Giudice, P«n4e4eo Belerrari, Bartolomeo Ronee, Raffaele 
Torre, Stefano Morando di Capriata, Antonio di Albaro, 
Benedetto Giambone, Bernardino di Goano« Tommaso di 
Goaoo e due Iralelli, Antonio de* Vegetti, Laazarino di 
Luca, Giovanni Scorzino, Antonio Canella, Pantaleo di Se- 
mino, Vincenzo di Cassero, Domenico Veneroso, Battista 
del Solare, Battolo Bail^iero, Agostino Rieobono, Lo Rosse 
di Cravé, Stefano de' Pomari, Buscherino Ratto, Battista 
Piccaluga, Battista Trincherò, BenedeKo dell* Isola, Ales 
sandre di Voltaggio, Bartolomeo Maiena, Marco Giambone. 

Pubblicati questi nomi, si mandò fuori una grida che 
alcuno che avesse o sapesse dei beni loro, dovesse mlinife- 
starli, altrimenti s'intenderebbe Incorso nella pena mede- 
sima inflitta ai riiieUi. 

Né ciò bastava al governo d! Francia, o piuttosto all'ira 
de' nobili che lo maneggiavano ; mentre Luigi XH voleva ì 

qnod aUcntei propriù domiciliis, ezceptis reiervalis, gaodeaot et fruuitur 
pracMnli gralia Dostra, dummodo intra meoaem a die daUe praeaeotiam con- 
pareant coram gubernalore Janaae loqo nostri raeprehesenlante ei sub sacra- 
mento fidelitatis omnes recipiente in ^ratiam nostrana , et non praestaotes su- 
pradictunt fidelitatis lacramentum prò rebcllibus nostris babcri Toluaiw et 
dedaramus. 

> 

Csttaclum et volmnt&e coMèatl<nninl a privttegibroih tnaan Ro- 
berti Segretatii prò Communi Jamiae. 



I Mai vopOLàM. 933 

MKaniasei samineBiìonaCi inquìMlì e dannati di ribellione^ 
per goareniigia dei see Stalo, comandò sncera elie rttrl 
«piattordici eiitadini detti di popolo graaao lo aegnilaflaefo te 
Milano. Avendo essi maggiori aHénenze, rieebeise, ed in- 
fl«enfa non osò la nobiltà di farli prosorivere, e giodieare 
ribelli oome gli altri. Furono essi : ìf anfredo e €rio. BatiisU 
De' Pomari, Pietro Saoli, Silvestro Ginatiniano, Bernardo 
Castiglione, Peliegro di Goano, Batttsia Scaglia , Gabriele 
Adorno, Giacomo Sopranis, Teramo Baliani, Gregorio da 
Botzolo, Accursio Borlasca , Ludovico di firevie. Vi si tre* 
vava ancora compreso Giacomo di Andora , ma fa salvate 
da' suoi creditori, i «foali pretestando la sicuresza del prò* 
prie credito, ne impedirono la partenza. 

XXVI. Nel novero de' ribelli, e nell'altro dei sospetti, 
come si vede dalla nota ohe io ne pongo, vedevansi parec- 
chie famiglie dogali, molte senatoriali , o degli anziani , quasi 
tatto che aveaoo dal 1339 fìno allora temiti i principali e piò 
degni officii della Kepul>bltca. Questo mi piace di significare, 
affinchè sia corretto l'errore che in seguito dal governo dei 
Nobili si fece prevalere che di si gran molo fossero soli aa- 
tori i più spregevoli uomini dell' infima p1ei)e. Sette furono 
i Giustiniani congiunti dell' oratore Stefano che rimasero 
colpiti dalla sovrana disgrazia, sei come ribelil, ed «no so* 
spetto tratto in Milano ; Demetrio poi barbaramente e per 
sommarissima giustizia decapitato. Emonnele Canale eapo 
dei primi tumnMi insieme con Paolo Battista Giustiniano, 
chiarito venne egli pure ribelle col proprio fratello Battista* 
Né qui sia grave, traUandosi della propria famiglia, che in 
queste genovesi storie io ne registri ateeni particolari. Non 
ignoro, secondo la veridica sentenza del fu mio maestro dot* 
tlaetmo cavalier P. Gio. Balta Spotorno, che il parlare de'snoi 
è cosa poco gentile , specialmente a colore che perdete tutto 
l'antico retaggio, del grado primiero nell'altro serbano che 
inutil cognome; ciò nondimeno, il tesoro delle memorie se 
è insuperabile dolore nella presente miseria, fortifica lo spi- 
rito, e nobilita il sentimento affinchè tutto non si smarrisca 
■egli affannosi casi della vita. 

£mflsattiiele Canaio procedeva da una famiglia, siccome 



S3l BMGA QUAUI. 

mi veftiie fatto di raccogliere da domeattci doenmeati, che 
traeva la soa orìgine da quella, che dello stesso cogaome 
esisteva e fiori in Yenesia fino a questi oHinii tempi. Un 
Battista da Canal o Canale fatto prigioniere dai Genoveii 
nella famosa battaglia di Corsola da essi vinta contro i Vene- 
alani il 1S98, si stabili in Genova e diede qoivi principio 
alla propria discendenza. Divertii personaggi di tal cognome 
godettero dei magistrati della Repubblica , e furono conglde- 
rali come mercanti AUri, o ghibellini, e di popolo grasso. 
Bombello Canale fece parte della balia nel 1363 sotto il Do- 
gato di Simone Boccanegra. Emmanoele, come già accennai, 
imprestò danari a' Pisani per sostenerne la libertà , e profain- 
garne la difesa contro i Fiorentini ; ricaduta la città in mano 
a' Francesi, provvide alla propria salute ricoverandosi in Pisa 
col proprio frateNo Battista, entrambi compresi nella lista di 
ribellione. Da Pisa andò poscia per commissione del ponte- 
fice Giulio II ambasciatore airimperatore Massimiliano onde 
trattare insieme del modo di abbassare la soverchia potestà 
del re Luigi Xil in Italia e specialmente in Genova, esseo- 
dochò Massimiliano sommamente mostrassesi offeso degli 
oltlmi fatti contro il re di Francia, pretendendo che Genova 
appartenesse all'Imperio. Ma 1* imperatore era tale uomo 
sopra di coi non pelea farsi fondamento veruno ; voleva e 
disvoleva ad ogni tratto, piò riceveva ed estorceva danaro, 
meno sempre ne aveva, cosicché fu detto Massimiliano sensA 
danaro; molte imprese cominciava , e niona mai ne compieva. 
Però r ambasciata del Canale a lui rimase come tante altre 
senza utile effetto. Per la qua! cosa Emmanuele, non ispe- 
rande per allora di poter migliorare i destini della patria, 
ritirossi ad attenderne gli eventi nel luogo di Belvedere io 
Calabria dove fece il suo testamento addi 7 febbraio del 1510, 
registrato in seguito negli atti di Francesco di Comogli addi 8 
febbraio del 1511 (pag. 341). Egli instiluiva eredi il fratello 
Battista Canale e la sorella Ginevrina moglie di Antonio di 
Rovereto; legava 500 ducati a Mariola Oglia sua naturale; 
moriva poco dopo nello stesso luogo di Belvedere in Calabria. 
Cacciato il governo francese nel 1512, ristabilito il dogalo 
popolare sotto Giano Fregoso, Battista Canale tornava in 



I Doni FOPOLABI. 9M 

GenoTa, e da loi discende la presente famiglia Canale della 
qaale, per yarii rami in processo di (empo divisa, fa parte 
lo scrittore di queste istorie. Fino al principio del corrente 
secolo colle ricchexze del commercio potò essa mantenere 
l'antico lustro; i disastri toccati dalle vicende di quello, la 
ridussero a povertà, il ramo invece originario di Vanesia 
continuò ad essere potente, nò sono molti anni che vi avea 
in Roma di tale famiglia un cardinale da Canale, nomo 
onorato di molta dottrina. Ma di ciò basti , se non ò sover* 
ehio. Torno air istoria. 

XXYIi. Studiosamente tacqui sinora della misera sorte 
Otti andava soggetto il valoroso capo del moto da me descritto, 
to' dire il doge Paolo da Nove. Pare eh' ei fosse del casato 
della Ca Vanna e perciò d'antica nobiltà, comesi deduce dalla 
cronaca manoscritta che già si conservava nel convento di 
San Domenico; irragionevoli quindi e inesplicabili sono le 
meraviglie che si fanno dagli storici Giustiniano e Foglietta, 
perché dovesse nominarsi a Doge un uomo che avea U mani 
imbrattale^ amvertaste cogV infimi deUa plebe, e usalo fosse di 
mantenere la vita con vile e vergognoso guadagna di Untore. ^ 
Quei due scrittori per altro dottissimi delle cose nostre, non 
si ricordavano che lasciando stare le famiglie nobili, o feuda- 
li, la origine delle popolari non era fra loro diversa, e quasi 
lutto procedevano dall' esercizio di un'arte; e sarebbe certo 
ridicolo il paragone della nobiltà di un'arte coli' altra. I Fio- 
rentini avevano veramente ìstiloita una differenza fra le arti, 
Gomeché fossero da principio sette maggiori e cinque mi- 
nori; di poi crebbero le minori infine a quattordici, tantoché 
tutte si recarono al numero di ventuna , ma indistintamente 
si ammisero al governo, e questo pure accadde in Genova, 
senza di che non si saprebbe comprendere come gli Adorni, 
il primo de' quali, malgrado le posteriori prelese dell' origini 
germaniche, si trova indicato nei rogiti notarili per macel- 
laio, e i Fregosi per cimatori di panni, potessero conseguire 
il dogato. Duopo é convenire che questi vapori di nobiltà 



* Vedi Giustioiaoo, Jtnnalì di Gauovm, lib. VI, pag. 638 { FoglielU, 
Storia, lib. XII, pag. 630. 



9S# BPOCA QUAITA. 

dfléscarono in Italia il giodizio degli aonini dopo la «miate 
dominaziene spagnoola, e in Genova dopo la rifoma daite 
leggi fatta d* Andrea Dona nel 1628, ov veramente dopo 
eh' egli rimise al governo della Repubblica ì nobili che 
b' erano stati per legge espulsi nel 43S9, e piA special- 
mente nel 1356. Il vescovo Giastiniani e Oberto Foglielta 
non seppero forae perdonare al doge Paolo la diversità del 
eolore, appartenendo essi al popolare, ed egli a qndlo degli 
artefici Albi, fatalissima differenza che condosse Genova» 
tornare sotto il giogo francese. Non é poi altrimenti vero 
che il Da Nove fosse costretto a mantenere la vita con vile 
e vergognoso guadagno di tintore, poiché risulta dagli alti 
notarili ch'egli possedeva colla sua tintoria varie case nel 
quartiere di Porteria, vicino all'ospedale di Pammalone, 
ed era nomo non mezzanamente agiato. E lasciando alare 
celesta quistione che si risolverebbe nella ingiusta conds* 
alone che il ricco e nobile è soltanto onesto e pregevole, 
e il povero artigiano disonesto e vituperevole , locbè 
ninna città d' Italia prima del 1530 oserebbe affermare, né 
certo Firenze e Genova che viddero nei secoli XIV e Vf 
salire ai primi onori ì più infimi delle arti loro, quelle 
che non si può mettere in dubbio, si è che il doge Paolo 
da Nove, per testimonianza dello stesso storico Foglietta, /« 
d^ animo nobile, il quale dimostrò subito che montò a (onta 
altezza, e di mente intera, e casta e libera da ogni bruttetxd, 
9 invitta contro le corruzioni , con le quali fu spesso tenlslo 
da^ Francesi, e di costante virtù nel difendere ferocemente b 
eausa del popolo a lui commesso. ^ 

XXVIlf. Ora vedendo egli inutile ogni sforzo, ed ogai 
speranza caduta, avvisò a mettersi in salvo coi proprii doe 
figli. Con questi venne dichiarato tosto ribelle dal re di Fran- 
cia, spianategli dai fondamenti le case che aveva in Porto- 
ria, dove trovaronsi parecchie gioie e monete ascendeatr a 
grossa somma, lochè meglio prova eh'ei non era un meo- 
dico come vorrebbesi far credere, avea egli disegno di riti- 
rarsi in Bologna, dove si facea da Giulio II una raganila 

* Vedi Obeito FogUelU, loc. cit. 



I OOQl POPOLAII. 337 

di forze per ispingerle conCro lo Stato di Laigi XII, ma es- 
sendo ad 0890 vicino dieci miglia, si astenne di entrarvi, e 
secondo nota V Annalista Giustiniano, per certe frivole ra- 
gioni. Andò invece a Pisa, e vi s'imbarcò per Roma sopra 
un brigantino comandato da un Corso, dal quale sostenuto, 
tradito, e venduto per 800 ducati ai Francesi, venne il pri- 
mo di giugno del 1507 condotto a Genova , e rinchiuso nella 
fortezza del Castelletto. 

XXIX. Volgeva il itt giugoo, giorno di martedì, e verso 
le ore 16 il doge Paolo trasportavasi dal Castelletto al pub- 
blico palazzo, dove venia eretto il patibolo. Accompagna- 
vanlo moltissimi armati, e quando ei giunse al destinato 
luogo, gli si lesse la sentenza colla quale dichiara vasi caduto 
nel delitto di lesa maestà, e nella pena di ribellione per 
avere subornato i popoli che non si rivolgessero a trattare 
con sua Maestà, e ad implorarne la clemenza I Ancora, era 
andato sopra i monti, e per colpa sua era morta tanta molti- 
tudine di gente ; per queste e per molte altre cagioni con- 
dannavasi al taglio della testa , e poi del suo corpo fatto quat- 
tro parti, runa dovea essere messa alla porla dell'Arco, 
un'altra alla torre del Molo, una terza sulla porta di San Tom- 
maso ; la quarta infine sulla porla dell' Acquasela. La testa 
di lui conGUa in cima di una lancia dovea collocarsi sulla 
torre del pubblico palazzo ad esempio de' Genovesi , a spet- 
tacolo memorabile de' riguardanti. Letta che gli fu così infame 
sentenza, si fece egli montare sopra una bertesca. Tutta la 
piazza formicolava di armata gente, e vergognosa vistai as- 
sistevano al legale assassinio nobili e popolari , e in cuor 
loro, li stolti! menavano trionfo dell'esosa vendetta! Egli 
intrepido, come abbiam veduto in tempi a noi vicini coloro 
che vennero immolali miseramente alla tirannide austriaca, 
borbonica e gesuitica, vellosi allora al popolo con alta e 
ferma voce disse, che: pregava opiuno a chi avesse fallo di- 
spiacere gli volesse perdonare, pregassero per V anima sua; 
raccomandava alla minula plebe volessero slarsi insieme unili^ 
ti raccogliessero sotlo la Maestà del re; né più si fidassero de* nor 
òìlt, neppure del popolo grasso, menlr* egli per fidarsi generosa- 
menle di essi era condotto a quel termine. 

Storia di Genova, - 4. .32 



d36 t¥èCà OUAiktà. 

CIÒ ^r0trérito,yoUoii ài oameflee, gli dlMe, <)«eltoiv«ii 
a fare tedasdè ; e la matitiajé gli cadde «ni eolio. 

Goal peri H doge Paolo da ftovO) né file , uè iM^lMè, 
Ite Ignobile, ma grande d'àAiano» d* intelletto, di ftoore « 
di Yìtiiié 



CAPrrOLO TEMO. 

Il PMtefiM Giulio II «oovt l'impcntoK lÉMcimilitiio • ictBiMt ia Uibl 
esito infelice di qacll* impresa. Caduta di Pisa tradita e veodaU dal it 
di arancia é da quello di Spagtii ai Fiorentini , é invailo difesa é idc- 
tt«Tsa dèi OiÉotcki. ècéliilla dei TèiltfciMif Giallo II a«po di aHli 
■bValtttti I li ffbenediee> e rilcwi, congittngendosi €bn «sa* «Min ftn 
di Francia per cacciarlo da Genova. Vani tentativi , e congiare ordiu 
da loto cohtro di questa. Battaglia di Ravenna. I Francesi sobo alfine apaU 
dslk LotaUtdià e da Celiova d«v« it lisUbiliste il governo ptp<^ 
•otto il dogalo di Giano Fregoeo* 

XXX. Oppresso aveitdo col sangue, colta proscrhfòné di 
nkólli egregi cittadini , còlla estorsione di cospicue somme 
di danaro , e colla minaccia di una gagliarda foriOitsa la li- 
bertà dei Genovesi, Loigi XII, per istabilmente fondare, e 
dilatare la sas potenza in Italia, pensò a tre cose, ad osteg- 
giare il Pontefice, a trarre comonqne proGtto dalla goerra di 
fisa , poiché non le riusciva di assoggettarla al sno dottiifilO) 
ad abbattere i Veneziani, 1 soli oggimat che avessero tasto 
Stato vicino al sno in Italia M turbarne là sltorezza. fi per 
éonsegoire quei fini) rlconcillossi col re Ferdinando il Catto- 
lico , e nella città di Savona ebbero Insieme particolare ab- 
boccamento, del quale si tennero per allora segrete le riso- 
luzioni , ma i successivi avvenimenti appalesarono essèrrisi 
trattato il vile mercato di Pisa, e la rovina di feuetìa, 
oonchè della convocazione di un Concilio, e della rifonu) 
della Cbiesa ; alla quale ultima condizione finse di eonaeft- 
tire II re di Spagna per lusingare colla speranza del papato 
Il cardinale di Roano tnìtiistro di Luigi XII, che setapfo 
piti se ne struggeva di voglia. 

Non appena al Pontefice furono note quelle stlpolaztosl 



I ilooi i^ttpòtAkl. MI 

cb' èf , little sèlèVà, èresteftdo dA peHcoto M frmde^feA é«l- 
Taikfttitt sue, ttè eoniè tosto »1 nfcnètfìdi « )|Miti«tido giA i 
prittit )»éfi8ì!^H th* etmìò 6(ali di HtMnètiBf pittdòètii tMò tot 
re òhe edf VeheiKisÉtiJ, èbbté ricorso all' ii)ii|MBraltfr« HasshÉl^ 
liài^ò, 9))itìtOfl èxtàtidiò d» Olì l«tttiiUv6 ch6 Aonibllte Itoli- 
li Voglio uvea Mttb hi i(ttì ttionento p«r ripèrré la ptoprli 
fìiDtfgliè Sii Bo1o|Mii ; gli rapplrésénfò, pfopotsi U rè di Fran- 
cia €* itidàIrafiS à\ doglio pòftlHIcié il òardìnale Giorgi d'Alia- 
bòiàe dopa r tttcdt^àiiotie d^i dòtdlttj d«llà Ghièstt; otta «gli 
aVèvfl già òMtò eoi (éi^rtfro dèlie afilli sue nelle dtae preéè"* 
denti eiezióni di padroneggiare il condàvè ; né dttMlif Ut 
pollata Volesse 2! t>àpa da Mt etélito, é òhe ftitèrattesrtè gfl 
sarebbe ligio^ gif eèiifefìsifó la eòi'otii impérfaHe. 

AttssM^llitfUo (Hi pél* questi èUolèli , « (t-à p«r le ètte 
ambltlòiii di tttotJéfài^ il tiUtaHèsè, è el^gèr^i W «otèira 
impèllale iti Italie -, aMrafè atta tHià dlèlà ne^a èìKfl é^ 
CòiténiHl ^ clkiéSé 2 AeceéèarJ sèeéorél. La dièta etilrò sèbila-^ 
mébiè wé\ diségni dell' Ittpèriilòtiéi tiia Ltai^;! Xil ebbe r «^ 
(e, sèìethèddO riMr6iiby di (itifft^atjferè 1 pHnèifd gèmianièl 
con pàHièoléri telerei, délfé Me |mciBèhé inlébttiètti, è agli 
argònietlti d«lle parole ag^inbgèàdò qaei più gàgiitfrdi delUt 
peèdnia, tdsittód Idre che Maàèimf liane divisava di dìiperm 
delle lòfo fblie^ pét fidarli laUI id sertUA ; s^thé essi dell- 
beriifetiò essere pirottti dì dceofdàrfi i cbièòtì soccórsi pttrèhé 
la gderfa M feèesèè fn lOM notbé, e cdH geiterèlr scélli daHfl 
Dieta. Mas^lAiHiafKf ti ii fiftalò, e àHiepoi^e di esser éf^ì 
cape della gdètra colf tèhUi MssidJ , che gli Véiifièfo dcdòl'-t 
dati, di èlldlttilà cava)!?, venlldUéroiia fanif, pagali per Sèi 
mesi, ed oìtfedò dn sussidio di èenlotehitmila fiorini pé¥ 
V arligfierìa é pei* le spéde stràordiiiarie; DopedicNò pdtìSO 
a ccrtlegafSl tioÌ Ve^e^^ianlj e nafla omise per avèfli dalla 
sàa pAMi bdè (}del Sedato, discassa le pràtica, Adii aVebdò 
rt'de ìyèinmt)efatoré, detlbèfò di ailéilèr^f al trattate élfè 
avèvH èori Lai^i %\ì, sèbberiè ^i& (|Qesti è Id Savona e Aéf 
ptetidiinràti di fllàis Sì STésilè eoe Fefdinaddai il (:allolieè 
patlnitd fa dittsioAe degli stati Vénéii. Rispose quindi vo- 
leùdè égli scertdèfé id Italia per la cdrènà d' òt'e, le àyfébbè 
oAefatanledte rìeè? alo per gU stati delle Flè{>àbblica. Addata 



340 BPOCA QOABTA. 

ayoto qoel tentativo, non miglior esito ottenne l'altro di 
ayere dodicimila Svizzeri, poiché mancandogli il danaro, i 
Cantoni trattarono con Luigi Xll che gli pagava. Massimi- 
liano si volse ancora ai diversi Stati d' Italia per aioti, ma 
esorbitanti essendo le sue domande, ingiuste le sue pretese, 
appena i Senesi si confessarono debitori di seimila ducati in- 
verso la camera imperiale. Il re francese intanto provvedeva 
alle difese, assoldava 2500 Spagnuoli, soccorreva al daea di 
Gneldria per muoverlo contro T imperatore, toglieva il ca- 
stello d'Arena sul Lago Maggiore ai Borromei, che gli 
erano sospetti, e vi poneva un presìdio, fortificava lo Stato di 
Milano, spediva con quattrocento lance francesi, e quattro- 
mila fanti Gian Giacopo Trivulzio ai Veneziani. Questi da 
parte loro, al conte di Pitiglìano commettevano con quattro- 
cento uomini d'arme la custodia dei passi del Veronese, e 
di Roveredo, a Bartolomeo d'Alviano, con ottocento quella 
del Friuli. Giulio II non lasciava di giovarsi di quei moto 
contro la Francia^ per toglierle il possesso di Genova, e a 
sua istigazione, malgrado tutta la pia diligente custodia del 
Pitiglìano e dell' Alviano, scendeano dal Friuli con mille fanti 
tedeschi Giovan Battista Giustiniani, queir istesso compreso 
nella nota de' ribelli pel dogato di Paolo da Nove, e Fregosino 
Fregoso, i quali avendo trascorsi gli stati veneti, già con- 
dottisi in quel di Parma, stavano per entrare fella Liguria, 
ma sui confini, al monte delle Cento Croci, li trattennero ì 
Francesi, facendoli tornare addietro; i Veneziani però non 
altro richiesero da essi eh' ei si riducessero nelle terre del- 
l'imperio, deponessero le armi, le quali avrebbero ripigliate 
all' opposto confine. Giulio II adonava ad un tempo atesso 
un gran numero dei fuorusciti genovesi in Bologna, cui do* 
vea ancora, come abbiamo veduto, recarsi l'infelice Paolo 
da Nove, e sospettando che per conto di Giovanni Bentivoglio 
suscitato da Luigi XII, gli si volesse da un prete traditore am- 
ministrare il veleno, inviava il cardinale di Santa Croce con 
Emanuele Canale a Massimiliano onde soUicilarlo alla guerra. 
Scendeva questi, ma senza danaro, e cort disordinato 
il suo esercito che Bartolomeo d' Alviano n'ebbe pronta 
vittoria, prendendo in breve Gorizia, Trieste, Pordenone, 



I IH>GI POPOLABI. 84i 

e Fiome ai confini della Schìavonia. Massimiliano fo allora 
obbligato a proporre egli slesso ona tregua di tre mesi che 
venne dopo qualche contrasto accettata dal Senato Veneto, 
colla condiiione che tatto le conquiste fatte in quella guerra 
doveano conservarsi, sicché l'Imperatore ebbe in due mesi 
perduti tutti i porti di mare eh' ei possedeva sull' Adriatico. 
XXXI. Luigi XII, liberato da quella più incursione chò 
guerra dell' imperatore, si diede tutto a ripigliare il mercato 
di Pisa da cui n' era stato per 1 seguiti avvenimenti distolto* 
I Pisani , ripiombati i Genovesi sotto il giogo di lui , viddero 
eh' ei non poteano sperare soccorso di là se non a talento di 
chi li governava e con cede vaio alla stregua de' proprj dise- 
gni. Da Lucca e da Siena pochissimo ancora e nascosta- 
mente ricevevan aiuto ; chò la paura di Firenze le contene- 
va. L'ora dunque estrema avvicina vasi per quel misero e 
generoso popolo. Il re di Spagna fece sentire agli ambascia- 
tori fiorentini che senza un onesto compenso per sé e pel 
re di Francia, non mai ne avi-ebbe permessa V occupazione 
alla loro Repubblica. L' ultimo di essi confermò la condizio- 
ne , ed entrambi accordaronsi a voler cinquantamila ducati 
ciascuno; a questo prezzo obbligavansi di far ricevere a'Pisani 
senza sospetto un loro presidio sotto colore di difesa; questo 
nel termine di otto mesi avrebbe aperta la città ai Fiorentini. 
Poco dopo Luigi Xn trattava il negozio di per se solo, ma 
il re Ferdinando voleva ad ogni patto parteciparvi, e spediva 
nn ambasciatore a Pisa a prometter soccorso, esortandoli a 
difendersi, indi passava quello a Firenze, e insieme col 
francese ripigliava le trattative del mercato; le quali di colà 
si trasferivano a Parigi. I Fiorentini le rallentavano, spe- 
rando di ottener Pisa colla fame, per opera di un Bardella 
corsaro di Portovenere che si era obbligato di chiudere la 
foce dell' Arno con tre piccoli vascelli. Allora il re di Fran- 
cia vi mandò Gian Giacopo Trivulzio con trecento lance 
affinché la città non venisse in potere dei Fiorentini prima 
che fosse conchiuso V ignobilissimo negozio ; e impose al 
Senato di Genova di comandare al corsaro Bardella che 
sotto pena dì ribellione si licenziasse dal soldo de' Fiorenti- 
DÌ , e molte altre provvisioni facesse per una nuova spedi- 



^U^m « f^YQ» di Piaa. Digaisaehè Fifanz^ v^^u^m Mip^ 
p^t^ di pagano U yiciP9 pr^9» dt^vetU afSQgs^Uiur^ì «Ito 
l«9g0 ohe le »' imponeva» e peot^nfiil^ dic^m diise al fifor 
ceM» e cinqoaQtamHa al re «pagmaelo. il prie»^ 4a'§iiaU 
fHnpeiia lì ebbj» ricevuii, viete sevar^meotA l^' G#m^iwì agw 
soccorao ^' Pisani, e aegnatamenie^ ^e fa rimpaaQ e^Ua m- 
caccia d' pgoi più fiero provvediioeato V Offipiq di S^iiGior- 
gjo pì^y collegatoei a Siena e ia^ ca , avaa cob fml^aiila 
fsaf^n^a fino allora a^vvenpla la v^rf>«^ Pep^hUiiiHU Nea 
irimaDevapo ohe i Losche»; ma {«Qpca fi^ oftiyibaltRla fiara- 
ffiepte da Pireqze, ooatr^Ka a rii^Qpver dfi^ |i^ 40^1 fiwleie 
fliigellp, acceilò il iratUio eh^ le venoe dai FioraoUnì dfSltaie 
adlli feniiaio del i509. Fo bxza ponveiiira: olia i I^vpcbaii 
avrebb^o ai Pimni impedita ogni coaranicfuiloae cai leie 
lerritorio, vietato a'proprj alassi Cioptadiai chf) CaiForivaBa 
la caqa» dellti piagna liberty, di portar topo ea^carsi. Il inu- 
lto, se la guerra langaipente dorava» era ciroospfitlo a tre 
9fiDi; s^ Pisa dentro quell'anpa e^Klevn» rfillaailiw alsm- 
vati rinnovala per anni dodici. 

I Genoveai e Giulia \l » 8pragi9^dQ i ppm il r^io di- 
Yi^to, f| il secondo aervendpsi drogai ttr^tagam^aia, (asta- 
rapo di aiutare anoqra coaaoaqfl^ la derelitta Rairàbbllaa; 
tutto fo imitila t essa «oggiaoqoe alla (amai aUa ntm^^finm 
forze nenaiche, venduta, tradita dai due pnoil inanarcbi 4i 
cri9lianìlà, abbandonata da tutti, e it di $1 giQgYM^ dal 1409 
i Fiorentini entrarono in Pisa» ma presi (qrfui^a da maravi- 
glia vedendo po$i poca e iquallida gente iivev t^iiQ fM(9 dì- 
a|)!eraia r^aiatenza^ I Piagai sebbene t^opiganqiieHtf (railatit 
preferirano an^i il volQp(firiQ a^teMe oha ri^adara aMU> U 
giogo dti loro antichi (\iù cji^pitali naniici^ IfO pivi aoapiaee 
fooMglie piaaae p^irte in Sardegna» par^ f^ ria<|vairaraaa in 
lavizisera a Fram^i^t par tal mpda aeila saggiagata q|Uà non 
rimase che poco e aqf^llido pppo^» ® di nim pai^Ia^ione 
c^agi^ pel sepalo XIV era di; qentocin<m9ii^i||U4 aÙunti, 
non appravanzarpno cha dicipttomila cira^ 

Cosi per vile tradimento del re l^i^i XH vaniva meno 
la Repubblica pisana ; ventiquattro giojrni Insania M^ Veaeta« 
toccata dalle soie armi una fie^a spoai^ 1 f^aoi^ le sorti 



t^W 4b Woi^t <i ooUa teg« di GamMii #r« membrau» ed 
<^pr9$»a H^ A^9^4 pavfidift 4^119 fiosso v^onarc^* 

j^XXUl- G4<»lio U <;l^ 4v«va cQ'#0QÌ apapid awalofata 
la op«Ai4eca»i«ne dei .diversi principi «quItq di Vqoqiì^i, 
994dMima aiipfiia d^lto (^rre e d^ porli della Rooiegna» 
QQfHipaii dei Vf»M«iepi, com'era «Ulo gran parie dell' «li^ 
baamienlfl toro, oo9i lo f» del prooto # poieì^i^ rÌ9orgarQ« 
Aftoerd^ iioii lelo le peee^lie repobbHce > ma si ^aì con e9S4 
per riAernaila at pe^wsso di quanto aveva in terraferma pt^r^ 
date. Pe gren iempo iihi4ìI«v« oiU caceìere oiueaipe i Fr«(^ 
oneit reelÀinir« la I^omtmrdia agli Sforveachì, Firenze ai 
Ifediei/peroccbò qeelle Slato ai andava immiierendo tra lo 
Itoioni di piagnoni, pallesobi ed arrabl>iaUi po^toai intere^ 
mento a dieereiione di Franeia, infine riprietHiero in Ge« 
novn la libertà e V indipendenaa del popolerò dogatot I^à i 
Vcneli elianto aiKdavano cepidamento nella aieeea aenlenaa 
di Ginlìn per desiderio di rilevarsi dalIVoltiino disastro di 
Ghiatadadda» e vendicarsi de' Franeoeif ma li ^vi^gerl 
aneora ont spaventava la soverchia peonia di l^oigÀ XU o 
il re Ferdinando il Gattolieo» del qnale era arto di «tato dopo 
il tradimento ordito al nipote por usorpargU il regno di Na^ 
poli» di pescare nel torbido, e là pigUar perle, dove sperava 
guadagno, aia di stato, aia di pecnnia- Eioorso Qinlio II 
ugualmente al ve d' Ingktlterra Enrico V|U, all'imperatolo 
liaseimUiana ; e siccome Alfonao duca di Ferf«ra avoe falle 
lega coi Ftanceei, lo persognilÀ fioramonte, emettendolo 
colle armi sfàvilnali e temporali. Mise poi la maggior ga^ 
gliandia dell' anima soò a tenterò la impresa di Genova. A 
qeest' oo^ ordina a' Yenesiaal di allestire ona (lotta, e epe^ 
diamrgU a Roma Giano Fregoao ^ it qnale da qoalcbe tompo 
miUlava fieUa cavalleria degli es«ralti ioro. ^Atlepitamente fa 
«Sbadite, a si diede in VoDe^ia subita opera alSoob^ dodici 
galee sottili ancorale a Gorfà» coa doo oltre nooyamento co- 
simUe neir arsenale a dlspasixmno di lot novlgasswo a Ci- 
vilaveocbia, e Giano Fregoao da Padova, dovedimoreva, 
Yenao a Berna inviato con duo libbre d'oro porlo spese del 
viaggio. Il pontefice , accolto eh' ebbe onoratamonio U Fro- 



344 EPOCA QUARTA. 

goso, sia per impazienza di nalara, sia per Umore ehe si sco- 
prissero intanto le molte intelligenze eh' ei tenera in Geno- 
Ta,non volle aspettare Tarrivo della flotta veneta, ma si gettò 
deliberatamente a tentare subito la cosa. Fece a sé venire 
innanzi F ambasciatore veneto, scoprigli i disegni che ave- 
va, manifestandogli ch'ei pensava far capo della spedisl<nie 
Ottaviano Fregoso, fratello cugino di Francesco Maria della 
Ròcca, daca d' Urbino, soò nipote, giovine di eletto ingegnoi 
di grande virtù, e per le molte aderenze nella sua patria 
di singolare aatorità; aggiunse, aver divisato di accompa- 
gnarlo con Giano della stessa famiglia, e Marc' Antonio Co- 
lonna, uomini peritissimi nelle armi , consigliato ed assistito 
dai quali si condurrebbe Ottaviano, e a favore di cui si aco- 
prirebbero molti nobili della sua fazione sdegnati e nemici 
del governo straniero. Cosi risolutosi dal pontefice, OttavianOt 
sebbene travagliato dalla gotta , si mosse verso VlareggiOf 
ove alcuni deputati officiali con certo numero di fuoroacili 
genovesi , la maggior parte compresi nella nota dei ribelli di 
Luigi XII, lo stavano attendendo con tre navi piene di a^ 
mati, poco avanti allestite in Civitavecchia. Per secondare il 
moto Giulio II intavolò pratiche segrete per mezzo di Gero- 
lamo Doria, coi capi di quella famiglia, con Niccolò in iape- 
cie e Lazzaro Doria potentissimi in Genova. Ma mentre 
quel trattato si stava estendendo ad altri dei Doria, e ad al- 
cuni capi del popolo, venne per ignoto modo a cogoisioae 
del vicario regio. Era questi un Francesco della Roccaioarda, 
nomo brutto per vizj e per codardia d'animo, le quali vilo- 
perevoli qualità peggio in lui si distìnguevano per la ragione 
ch'ei successo era a Ridolfo di Lanoy che benigno, gioato, 
e diligente attendeva a' doveri del malagevole suo officio, 
amorevole mostrandosi eoi popolo, «evero e inesorabile 
colla nobiltà. Scopertasi la trama, ebbero però tempo coloro 
che vi partecipavano di mettersi In sicuro, e chiaritisi aper- 
tamente nemici del regio governo , andaronsi in LunigiaDa 
a congiungersi coi Fregosi. Parve allora non si dovesae noli* 
piò tentare senza l'arrivo della veneta flotta, ed iarece 
fatta una grossa accolta di gente, gittaronsi contro la Speiia 
che occuparono. 



I DOQI POPOLASI. 345 

XXXIU. Qoivi poco dopo compariva V armala di dodici 
galee coD una del pontefice , sotto gli ordini di Girolamo Con- 
tarini proYTedilore veneto. Si tenne consiglio tra questo e 
Ottaviano Fregoso sol modo di proseguire la guerra , e si 
decise di scorrere lunghesso il mare ligustico , aiutando la 
sollevaiione de' popoli contro il governo di Francia. Quindi 
alcune terre della riviera occidentale tumultuando accosta- 
ronsi alla lega, ma più riesci il falto nell'orientale dove 
Ottaviano e Giano Fregoso crebbero di forze per i molti cit- 
tadini venuti ad unirsi con loro; donde cacciaronsi innanzi, 
e avvicinaronsi alia città per tentare gli animi del popolo. 
Giungevano in tal guisa alla terra di Recco, quivi aspet- 
tando che Genova si sollevasse. Il governo francese, benché 
avesse provveduto alla difesa, e dopo la scoperta trama, si 
fosse per ogni parte fortificato, ciò nondimeno sarebbesi 
trovato a gravò pericolo esposto, se li Adorni non lo soste- 
nevano. Privi è vero andavano essi del Dogato, ma colmi 
4ì pensioni e di onori, nonché di molta autorità in quello 
stato, la mutazione del quale poteva anziché migliorare, 
deteriorarne le sorli, ben sapendo che li emuli loro i Fre- 
gosi ventano dal Pontefice destinati al principato della pa- 
tria. Laonde, impugnate le armi a difesa del re di Francia, 
mantennero quieta la città, e la parte contraria cosi intimi- 
dirono, che non osò fare novità veruna. Nel tempo medesimo 
sei galee dèi governo, alquante altre di Genovesi con quat- 
tro galeoni francesi , comandate da Giovanni Periggian 
generale del re, salparono dal porto, e navigarono fino a 
Becco, alla qual vista, i Fregosi non credendosi abbastanza 
sicuri colà dov'era l'aperta riva del mare, subitamente 
sgombrarono, e per la dirupata via de' monti, si ricondus- 
sero alla Spezia. 

Essendosi in tal modo liberata la città da quel pericolo, 
il regio governo pensò a meglio stabilirne la difesa , si rac- 
colsero danari , e si levarono milizie ; si accrebbe ancora la 
flotta di alcuni galeoni, e di quattro grosse navi, le quali 
veleggiarono alla Spezia , dove la lega de' Fregosi avea po- 
sta la sede della guerra. 

XXXIV. Ma il pontefice, l'animo di cui per ogni rove- 



ipio si rifaceva pi^ iqUepld^ , qoq rvmko nelli^ iiiUp^r^M, 
si diede eoa tQlle le for^e ad appareecUare ptA greeea gttcr- 
NI, coM di (erra come di mare. Iqyì^ la semina di aetUyaia- 
mila dQcati agli Svizzeri afSiicM acendeasero, apedl a lia-^ 
p^U per aaapldare dee navi, e volle ci» i Ye^sìaDi aamealaa* 
iure la floUa di due galee e <i alceoe (vate. Il prov veditore 
loro Gerolamo Conlarini dichiarò generale (U SanlaCkìeaa.e 
rimelteodogli pobblicameqle lo »(eadarde dia»e esave mi 
ffrmo volerei e diaegeo di re«UUùre Ge«o?a in libarla, e 
GiMSciare Qoa velia d' Italia i Fraoeesi ; iaftreA die' a«ei cen- 
aif li il Coptarini » appeleiò le iateliigeaae ode tooeva ia 
Qaoova, ed àmmovùlle di qqente avesw ad operar«« PoMia 
rtehieae che il veaelo $eaato re^iiimasa ma geoata nave 
i^arice dì mercanzie cbe i Venezleni avoano ai Gettavea 
lotrapresa iielle acqqe dell* Egeoi e qaegH, obliedifola e 
docile ai voleri del PonleQoe« diede (palo ordìpi» cha la 
nave predala da CorfA» dove trovavaii, «et^ilameple ai tra* 
amellesae a Genova. Ma questa fiala aocera falli r jaleoio» 
che gli Svizzeri, lolliai i aellaniamìla docalì i oerrotU i mi< 
pilapi loro da maggior aomma per i miaìalri dei r^ di 
Francia, passarono eoa vergogna di qoel popolo ai aervigi 
di qoeai' olUmo. Per la qopl oo3a la flolU veneta aoarfeodo 
il golfo UgasUco, e vedendo che n^ i fanti avizzeri ai lice* 
vano vedere» né la cilU dava alena segno di movIoMmi^, 
ff^tle alcane, acaramoccie colla franpeae che ai atav^ pro- 
ietta dai cannoni delle batterie e delle (orlezae, ahba praie 
<;on9Ì0lio di riUraralt 

XXXV. Non voglio laaciar qni di aotapo come m q«e*^ 
al' anno di itfio morisae in Genova Caterina figlia di 9faa- 
ceaoa e Giacopo Fieaco, gii vìoeré di Nanoiì per il re B^aiaieFo* 

Ella diede la mano di aposa a Gloliano Adorno» e fi| «leglie 
per obbedire «'genitori che por propf io deaiderick Impesoechè 
essa fino degli anni della eoe prima gioventù naoafi«aaQ 
l'anima piena di carità, di manauetndine , di benignili» di 
pazienza, di aatinenza, e v^o specchio d'ogni vi^rlA* e oi^ 
apinta in età, qeeate sue egregie doti invece di afflevotirsi in 
lei, viemmeglio si accrebbero e rassodarono, e tese imagiae 

di qnella egregia do^na che deUe ateaao nome rinaf i apien- 



4i4o prn^mept!» della eliti di Siei^a. La vila di 9a||riiicio, di 
penitenza» e di segnalata carità, di squisitissimo amor^ al 
800 prpssiniQ ch'ella mondasse, la fecero t|egiia di essere 
ipf)alia^(^ al ^iv^rei^o «mere degli altari; tpUi gli HQmm pi4 

chiari, e pii prqbi de' suoi tevpi atlestaropo della ana aao^ 
tlià., e ^oì^ da(a9ì M aervigio e alla cura d^r infermi dei^ 
)' oape^al^» ivi Qonftqqoaase i snpi gipreì , e li prpdiga^aa t 
«pjlievp (ero, non rifi^^PQPdoai da ogpi più vile q01|io Qao 
al poplQ di saf^cbiaroe jp piaghe ppr milìgarae i 4plpri* (#a^ 
spiò sqrittQ qp trattate dal PqrgatorlPn ed ep Dialogo Spiritqale^ 
ai riconosce per ^QplU che ratta io ispirilo favellò dallp alato 
deUe anime dopo aporie; ìA 9ecelQ inorediMo ai fa bpQa di ciò, 
jv^a intaptp POP iperavigiiQsa goflfaggìpe preata fMleaU'e^aU 
U^mi inagpatiche, aUa ìpcidita dpgii spirici, e aUa traamìa^ 
aione 4e| papsjero, per oen dire alle lavala daoiapli e par-r 
tanli* £ questa la eeqdapna eqi Uie vqple solleppaio rqmano 
iagegqo» il quale mentre fa pompa di aqa ragione ilhuninala, 
ciepao^ente poi pi smarrisce pelle piA oompa^sipnevoli abpr-' 
ravjpni. 

XXXVK. V armala vpneta rianita ai fppraaeili gpnpvpai 
avea devoto ailQptaparsi perppphò i moti divisati ad agevch 
laf^ip eliti i spai Motivi, eran% stati repxepsit ei la ofditp 
trame ^i^pppe^a Yenivapo in falU dppapllati QiovanpÀ Ip< 
(ariai^Of cittadipQ cospìcppi» e Ikimpnico di $. Piedre % altri 
papcipti in paiglio, ed aliri copdajanatl in dapafii phiarivaai 
rJilkpUe Gi^olpa^o Daria di La^zarp» sbandivapi la PftogUei p 
\l spj^bp palagio qhp'pqfspdpva nel Ipogo di Cpiropata pehìapn 
(^vaai da'fpndamen,ti. Non ipgomentavaai a queste il Ponte* 
Oca, pétil pacMte dp' Fragrai pepava; che Alppaapd^P FrpgPBa 
Yescpivoi di yeptimiglia^ mpgU<^ delia apv^aqa grapdet<.Mi ae^ 
I^dp 4À spa famteUa Phe dpir alBpiP sqp fvia^»i;ale^ «apando 
qpaaip tpMipsse a ^pUi 1 cittadini odioso il rpg^ Qpvproaior^^ 

Qrdi^ PAngiiura di amPMzM^» cbipp^aadp ad pp ipp^pp U 

poppia aV^ ari#, Ma pmpUp sì PAdav^i l-u^io al mp4^Me ei^ 
fetta appacepptWPdPi W coniÈ^ai^» appq«ollo, e pivelà la 

U'aflua; egli pe^ apcoira salvai P«jia foga apiM^ (aria di fto^i 
aigUoapi dove fffepo veopa tratto a ninobioso aei easiello di 
MilaiftQ^ e oeriei gUepe sarebbe ippolia di peggìA» aato mata-» 



348 BPOCA QUÀBTA. 

zìone dello s(ato che segol poco dopo non gli avesse recata 
la libertà. 

XXXVII. Travagliandosi queste cose in Genova, non al- 
trimenti sì andavano per opera del Ponte6ce e de'Fregosi 
agitando quelle di Corsica. Ranuccio della Rocca, nomo 
d'inquieto ed ambizioso ingegno, tentato aveva più volte di 
sollevare quei popoli contro il governo genovese. Teneva 
allora 1* isola sotto di sé TOfficio di S. Giorgio, e gli animosi 
Còrsi reluttanli al forestiero dominio ora prorompevano a 
rivolta, ora domati tornavano ad obbedienza , ma per ripi- 
gliar forza, e risorgere poco appresso a più fiero tamolto. 
Capi loro erano Ranuccio della Rocca, Yincentello d'Istria, 
e Gian Paolo di Loca , terribili e potenti famiglie. Il primo 
di loro si era dato nella seconda metà del precedente secolo 
a muovere a sedizione V isola, r officio di S. Giorgio antepo- 
nendo le amichevoli allevio ostili, addi 23 ottobre del 1483 
conchiudeva con esso una convenzione , sostanza era della 
quale, che: Ranuccio giurava fedeltà a S. Giorgio, promet- 
teva di non ricevere nelle sue terre e castella di Corsica 
alcun bandito, o ribelle di lui. Violati però avendo poco 
dopo i patti stabiliti, un nuovo trattato avea luogo fra le 
parti addii 3 agosto del 1502^ in cui rinnovatesi le principali 
condizioni del primo, obblìgavasi Ranuccio, dentro otto 
giorni dal suo arrivo in Corsica, di consegnare la fortezza di 
Roccataglìata colle munizioni ed artiglierie che vi erano 
dentro, di cui si sarebbe fatto un inventario e la stima; non 
edificherebbe più alcuna fortezza nell'Isola, né darebbe opera 
* che altri la edificasse; godrebbe perciò, oltre il provento 
di 56 luoghi della colonna a lui intestata in S. Giorgio, quello 
di altri luoghi che fra tutti sommassero a cento. Promettevano 
gli ancora i protettori, dimentichi dei passati errori, tornare 
in grazia lui, i figli, i nipoti, e i sudditi, confermargli la 
signoria che possedeva, e difenderlo nella s)essa coi figli « 
discendenti, finché si fossero mantenuti fedeli ; non permet- 
terebbero che alcuno potesse recarsi ad abitare di là dai 
monti, né dare alcun impedimento alla slessa sua signoria, e 
chi vi contravvenisse si avesse per ribelle da S. Giorgio, e 
come tale dovesse trattarsi dai suoi ofilciali. Ma queste ed 



I DOGI POPOLARI. 349 

altre agerolezze non mitigavano il feroce animo di Ranac* 
ciò, nò a ri moverlo dal fiero proposito giovava il parentado 
medesimo da lui stretto per mezzo di maritaggio con Gero- 
nima figlia di Cristoforo Cattaneo, ragguardevole patrizio 
genovese, nò le sicartè di 1800 dacati che facevano della sua 
fede i conginnli della moglie; come aveva infranto il trattalo 
del 1483, cosi rompeva egli qoesto del 1502, ed abbandona-, 
vasi alla consueta ribellione, assediando lo stesso Governa- 
tore. Indi, essendo Taprile del 1507, cogliendo ropportanità 
dei mal composti torbidi di Genova, precipltossi a più insano 
partito; pochissimi però trovava che il secondassero, peroc- 
chò, per l' addietro sempre vinti, disperavano oggimai di 
vedere trionfata la soa cansa; anzi lo consigliarono a ritor« 
narsi colà dond'era venato. Menlr* egli ora con lusinghe ed 
ora con minacce tentava di raccogliere gente , se n' ebbe 
notizia daU'oflQcio di S. Giorgio, e sebbene si vedesse trava- 
gliato dai luttuosi fatti di quel tempo, tuttavia provvide su* 
bitamente alla spedizione colà di duecento soldati eletti e 
quaranta cavalli sotto la condotta di Andrea Doria che co- 
minciava allora quel cammino che dovea in seguito recarlo a 
sì gran mòta. Egli già sijora valorosamente portato in Corsica 
insieme con Niccolò Doria suo cugino, quindi conosceva ad- 
dentro la natura di qoe' popoli, e dei paesi. Sbarcato ch'ei 
fa alla Bastìa, si trasferì per terra in Ajaccio. Ranuccio di 
ogni aiuto sfornito, tentava di sfuggire ogni cimento finchò 
non fosse venuto in condizione da incontrarlo. Il Doria pen- 
sava a cacciarlo dall' Isola, prima eh' ei si fosse affortificato, 
chiedeva al governatore di Bastia di mandargli quanta gente 
più poteva, affinchò con questa , coi paesani e soldati che 
aveva, gli riuscisse di menare a lui V estremo colpo. Spinge- 
vasi intanto contro lo stalo di Ranuccio , e circondandolo 
d'ogni parte, ne obbligava gli abitanti ad obbedienza, gran 
parte de' quali inviava prigionieri in Ajaccio. Ranuccio per 
mezzo de' cognati otteneva un salvocondotto per condorsi 
in Genova dal Re Luigi XII, il quale volea servirsi di uomo 
così turbolento e feroce per tenere agitata l' Isola, e indebo- 
lire il governo di S. Giorgio. Ma il Doria, cui si appresentava 
Il salvocondotto sebbene del regio sigillo monito, negava ri- 



^90 ki*oci Ot^AtTi. 

tfottMeérfo, pàùtndà In prigióne lo Bigòtto «ognàfo di ttsttudcio 
òbe i\ pdtiaVa. lAdi a GeùòTft iriviandò dti èhù Caetcélìiere 
aotto Colore di Aétlefe ito chiaro la cosa, gli coittnttfttéra di 
hr op^ra còIl'Oltlcio afflnòbè ogtii cirtocériof còl ReVédisie 
diitroltd. Ratioccio IgAaf o di tutto ciò , tàga^à di nloùtè Ih 
itionte, tifétid6 alla gròrìiatà dèi poveri soccorri ch« gli si 
sòDimifiifttfavaàa dagli abitanti del cirCòsIdtitl Itftfghl. Inerbi 
(}aal coftà yòtendo lìDorìa ad ogni patto costrfAgéilo à dérglHH 
in bitiìa, réMt hi Uà àstói tefribifè disegho, di dìstraggeM 
àfUiito mie le tillé éhé gì! «fratto «pprètóo, èf daflè c^tfà!! eri 
Ratodbcid pfOtVéfddtO di ìrireH; Ordinò 8i nppì^&iikàsé iì fbòGd 
atle Case, id tagliìisdefo Fé VIgtié e gli ^IbèH , ydtte cMi 
espresso editto se Uè allòdtaihiséiero gii abHaoU, rlddcèàéoli 
in riva al ittafe ad itdagiai^i colle nimigUe id ii^oàffldci ei- 
patrdea M aopò costrutte, porgendo erodete ei»èd<pH) A 
iretfiebdà Vèbdettal a òoldrò cbd avrebbero ttittavld arjtiUto 
Rftndcclo. KAegdilàSi V ibi^iìa tstìMetttà , iì t)òriat si rithsse 
iti Ajadcio, disse, tìcédtiafi gii oòtttni, altesiB colà pdt tt 
mese ad esplorarne gli andaidentl; ina ytiétkàà cfaé Haiiùceio 
non perciò si muòveva, pensò di lirarrto a sé iff ^M gt^' 
Teneva in sua mano il figiloiolo iilinore di idi die sdocogiàii 
Niccolò Ùoria aV«ra risparmlalto ^uatifd^r fbce tagliar la tei^ 
al maggiore. Cod ^oéllo e colla gente che aveva ^ mosse 
nuovamente contro la signoria di Ranuccio, veréo* iMtmé, 
spargendo voce che ttt\k aVi'èhbéfo Tstio idorrfe. M t ffa- 
nuòCiO d' minimo ferócissimo, nonché arreiidèf^ afta ttiln»- 

ciala morte del figlio, andàVa sollevando I pàèsf , èé uòtàità 
raCco2àiàndo, defihéralO df venire a bàffdglia coi Sona, fi 
qodle non volendo a sAbitò cimento éUfiorté le sorfi défi'Of* 
fleto, scrìsse di governo di Basila per àjtfti,' allora mdfie forze 
il ragunarono , è alla notizia lord scediai^òno ^delfe dr M- 
ddceio^ Idondd prese nuovamente e^li consiglio di errsrO é 
tenersi per le monCagnO apphiltàiò. Andréd Dorlàf , sìétì&f 
degli Indugi, de^fderdéo di finirla in ogni modo, polcbè al- 

iràmOdti nod pOtevd, propose a Rànoccid cbe volefndos? égfl 
partire dàlP isola avrebbe avuto sano ef salvd 11 figlfnold. M 
sia per odio, sfa perchè in qdd méntre manegìgfdvasl in Ge- 
nova on accordo, ndgòdf aderire. Infatti it gdvèrnalòre fran- 



I IKIGI ft>OH>LAtl. MI 

ths^ oKteofef fl dall' Offieio dì 9. Criò^gio II pèrdono 4\ Baiiiie- 
eie , ooilehè si fbsse parlilo dall' Idola recttiidoaf coA oik 
aaWocoxidotto in Genova. Egli però dapprima pèodava irro- 
•olato» tki'alfino pensoaso dal proprio oognato oedotte^ ed 
asaofilì) imbarcandoai sopra oo briganlino cbo nob locoaoda 
mai terra giooae in Oaoova. Appena i eognatidi Raooeoionè 
aopipéro rarrivo, (emendo darlo in potealA dell' Offleio, lo 1^ 
«aro dal goterttatore francese meliere in sieoro ttel caat«l^ 
lètto. La i}oal eosa èssendosi tratiata aema intervento me 
del Dorìa, M di S. Giorgio, (ornò ad Ingtoria deirotio ai 
detr altro, né fa liete motivo di odio novello condepoto dai 
Genovési contro il governo di Francia, il qaàle M pareva 
lìonèiiè punire ed opprimere, difèndere e pi'oteggero t ribi^l 
e noanioi della ftepnl>biJca, tenendola tu tal modo oontinn»- 
fldenlé inferma e divisa. Ciò hondimeno la pèrteiifea di tké* 
Haoelo ricomponeva a qoiete la Corsica, aiddhè Andrea DoHé^ 
eeasata la gdérrà, Htornossi ad Ajaccio , e lioentiatl t«ittl I 
Corsi ohe con Ibi erano, éon la sna gente rèoavaai alla Baétia^ 
di dove poco dopo ai riconddéie in Genove. * 

XXltVIII. dedate le turbolenj^è di Corsica» pmì gli 
onitef è per qiielle e per altri rei fatti di amarezaa contro il 
govertiatore francese, si deliberò in Genova d'inviare al ré 
ana solèntiè ambasceria, la ^nale domandasse, aia la Hmoziofia 
di lai TOnoio in odio all' oniversaie, sìa di esonerate la oKti 
dairinfio di legati al concilio di Pisa, intimato il dì prittO 
settembre di quell'anno 1511. Aveva il pontefice Giulio II 
iQfte Andra adoperate le armi terrestri per abbattere la so 
verchia potenza del re di Francia in Italia, nò riuscite qoeUe 
efficaci, diede di piglio alle spirituali, e fuJminollo di scorna^ 
nlca, éottometlendo il soo regno all' interdetto, sciogliendo I 
popoli dal giuramento di obbedienza e fedeltà iOverso di Idi, 
e abbandonandolo al primo occdpante. Luigi doodecimo ao*^ 



' Tatti questi CiUi si narrsno per diileto» non solo dal Filippini nelle 
tue StoriB di Conica (lib. V, pag. 909 e teg.)> ma tono contenuti fiéflé 
citu iSifttte èiìk filfe«; déirArebivi* di S. Giorgio « dOv< ti thitt mU lettera 
di Andrea Horia^ cella daU dal 18 aetUmbré 1&07, di Aia4cio, in étii ii 
hanno i più minpti jparticolari della tua tpediaione a delle operasioni di Cor- 
tica. 



399 IPOCA QUABTA. 

ceso di sdegno^ e (enfando di opporre resistenza al lerribile 
flagello che lo colpiva, convocava i Padri della Chiesa Gal- 
licana nella ciUà di Toors, e per essi facea dichiarare Tinva- 
lidità dell' interdetto, coli' approvazione di molte proposizioni 
pregiodizievoli alla pontificia aatorità. Protestava ad on tempo 
di appellazione contro V interdetto al fatare concilio. E vo- 
lendosi venire ad atto più risolati vo, inviavansi a Roma in 
nome di tolta la chiesa gallicana alcuni deputati , che tro- 
vando il pontefice, nel primo proposito irremovibile , dovet- 
tero tornarsi addietro disconclusi; Il re procedeva oltre, e in- 
dettatosi coir imperatore Massimiliano d'Austria, convocava 
un'assemblea di cardinali e vescovi Francesi e Tedeschi, 
che Intimavano a Pisa un concilio universale per riformare 
(com'essi esprimevansi ) la ohiesa nel capo e nelle membra. 
Questo concilio, o conciliabolo cominciato a radunarsi In Pissi 
ebbe tosto contrarj tutti i Pisani nemici capitali del re che lì 
aveva traditi e vendati , dei Fiorentini sotto di cui oppressi 
fremevano, paorosi della scomunica del Papa, cui trovavansi 
affezionati ricordando qaanto si fosse adoperato in favor loro. 
Con queste disposizioni levaronsi a tamulto, e fa grande 
ventura pei convocati se loro venne fatto di scampare la vita. 
Trasferironsi in Milano, donde dal governo francese vennero 
poco dopo cacciati. Rifugiaronsi a Lione e tennero colà di- 
terse inutili e ridicole sessioni , spregiati dal ponte6ce , da 
cui si erano alienali, perseguiti, ed odiati dai popoli » lira i 
quali cercavano asilo. 

Il re supplicato dagli ambasciatori genovesi , delle dae 
domande che gli porgevano fece buon viso a quella eh' era 
di essere dispensati dall' intervenire al conciliabolo di Pisa ; 
si persuase che avrebbero altrimenti incorso nelle censure , 
e soflferto gravissimo nocumento i molti interessi che tenevano 
nello Stato pontificio, che verrebbero da questo confiscati. Ma 
la seconda domanda non Tu accolta, e il regio Vicario seguitò 
a travagliare colle angherie, e colla bruttura de' vizj a deso- 
lare la Repubblica. 

intanto Giulio li, assalito il duca di Ferrara, occupala 
Modena, ed espugnata la Mirandola, domava la città dì Bo- 
logna che gli si era ribellata , é al conciliabolo di Pisa op- 



1 OMI POMLAM. 3tf3 

posto af»ya il eoMilio di 5. Gmanni in Laierano. Indi, 
of4iva oottgiitra conUo il governo di Fireme divisando di 
rioMHevvi. 1 Medici, comecdié quella repubblica pacteggiana 
pai- U Ffaoeìa ; ataccaTa da essa il Signore di Siena, Pandolfo 
Feinicci. 

• XXXIX. Ma la fiera conlesa dovea risolverai eolie 
avi»i, alalia rinforzalasi , meUea in piede no esereilo, 
coalr^i il qiiflle,affrel4avaiisi a eombatlere Francesi, Tedeschi 
e lUUani. Comaudara resereilo della lega RaloMuido 4i Car- 
^^^9 a(^g«nolo, e il francese Gaslone di Foìk, doca di 
Netnooyrs. Addì 11 aprile 4el iH% li^ovaconsi di fronte fnn^ 
e V aUra parie. Ingaggiatasi ia battaglia, fierisslnia e hinga fu 
la lotta, e poterono alfine uscirne Yìttorioói Francesi perchè 
il d^oa di Ferrara colle 8«e.»ftiglierie poste in sitoenninenie 
caenè la più orrìbile strage del campo apagnuolo. La vitloria 
de'Franofijsi non fu. però allegra, che vi cadde j»orto il capi- 
iano loro, fissione di Foix; di gaisacbò scoraggiatosi l'eser* 
eito, uè pia abilmenie gavernato per la discordia de' capi, 
otiepne la lega dalla propria sconfiita quei favorevoli effetti 
che soli parca sperare dalla vittoria. Ginlio li, jie rimase 
dapprima abigoUito, ma ripigliate tosto le forze dell'anima 
die aveva invincìbile , sì diede a ritessere cogli Svizzeri le 
iaM>rrolte Iraltative, e per mezzo del eardinidedi Sion gener- 
rale della lega, e suo le^sto, e di nuovo danaro-, delibereUi 
alla discesa. Venuti essendo contro di Milano , ne cacciarono 
i Francesi. Alla notizia de' quali latti, ai ordinò in Ctcmova la 
leva di due mila fanti per difesa dello Sialo regio, e n' ebbe 
I4 cqra Girolamo Fi esco, il bastardo di Savoja e il marcheeti 
di Finale, ma essendo quaesti sospettati di part^giare per 
gli Adornir si elessero otto cittadini con incarico di mante-: 
9/91^ gli animi uniti, e concordi nella fede del governo di 
Fninoia, prescrìvendosi che dove i capi delle fazioni Fregoaa 
ed Adorna, ai fossero mossi a perturbare la città , loro si 
aansbbe opposta quella resistenza che suole osarci cointro ai 
nemici. Si chiese ajuto di fanti e cavalli al Trivolzio e al 
JRsliaza capitani regj in Milano, ma nulla si ottenne, peroc- 
eM c(dà le cose francesi vergendo a rovina, d' uopo era delie 
iioize.eheavemiQ, facessen» serbo per loro. 

Stmla di Genova, — 4. 3S 



364 u90Ck qvàWfk. 

XL. Ora la oeeupaaioiie di Milano dando aniaio a*Pre- 
gosi ehe seguitavano T esercito ponlificio, pensarono essi 
rivoltare lo stato di Genova; e perciò teotare, Giano Pregoso 
ebbe dal cardinale legato cinquanta uomini d'arme e tfOO fanti, 
coi quali e coi proprj fratelli partito dal campo» si condasse 
a Chiavari , appropinquandosi alla città. Quando vi fo presso, 
inviò un trombetta con lettere del cardinale legalo di Ale* 
magna e Lombardia e capitano della lega» chiedendo il pos- 
sesso della città, e siccome le lettere indiriszate erano agii 
anziani senza menzione veruna del regio governatore» cosi 
questi voleva fosse impiccato il trombetta , e venne salvato 
per interposizione dell'officio della Balla. Il governatore» come 
di già notai, venuto era in odio dell'universale; a lai si im- 
putavano tutte le opere ingiuste che commettevanal in nome 
del re, a lui la nuova sollevazione di Rannccio della Rocca, 
fuggito da Genova, e ricondottosi in Corsica , a Ini V aver 
data mano al conciliabolo di Pisa , a hii i oontinai sospetti 
in ehe tenevansi i cittadini, e i fiivori accordati a' Savonesi 
contro i più vitali intepessi di Genova, a lui la sozza avari- 
zia , e la depravazione de'costumi , sicchò conoscendo non 
esser egli da alcuno nò stimato, nò amato, temendo delia 
propria vita, prese consiglio di mettersi in salvo, e fingendo 
di andar a sollazzo, abbandonò a se stessa la città» ridaeea* 
dosi nella fortezza della Lanterna. I cittadini prevedendo di 
quali pericolosi effetti fosse pregna cosi imprudente risolu- 
zione, tolto posero in opera per farlo ritornare , offerendoli 
ostaggi quanti e quali volesse, ed ogni maggiore sicaresza e 
guarentigia, ma non fo possìbile fargli vincer la paura che 
dai mali fatti gli era entrata nell'animo. La città rimase per 
tanto per Ire giorni come nave in grande fortuna senza cape 
e governo; i cento Svizzeri già mandati dal re per costodia 
del pubblico palazzo, non volendosi accettare dalle dee for- 
tezze del Castelletto e della Lanterna, perocchò fosse la fede 
loro sospetta, domandarono il congedo, e furono a spese della 
città trasferiti a Nizza. 

In questo, Giano Pregoso, non trovando più resistenza» 
faceva il sno ingresso in città, cinque anni, due mesi, meao 
due giorni» dopo di quello del re Luigi XIL Appena era en- 



I BOQI POPOUM. 9M 

irato» che sopraggiunto Pietro Fregoso figlio del doge Batti* 
sta, mostrando lettere del cardinale Svizzero, uguali a quelle 
di Giano, comperate per avventura con maggior copia di da- 
naro, voleva che a 8Ò e non^a Giano venisse conferita la 
signoria» I cittadini sapendo essere volontà del Papa che 
Giano fosse preposto, addi 29 giugno del ittia con nniver- 
versale consenso, e grande allegrezza della fazione Fregosa, 
lo eleggevano a doge cogli stessi stipendj che già godevano 
il doge Battista e il cardinale Paolo Fregoso. Cosi, dopo tre- 
dici anni ^ meno quattro mesi, deH' esosa dominazione fran- 
cese, insanguinata dai patiboli, dalle proscrizioni e dagli 
eslgli del 11(06 e 7, riprtstinavasi in Genova il nazionale 
governo. 

Il nuovo Doge, a volersi tener fermo neir acquistata piH 
festa, pensò a strìnger d'assedio le due fortezze donde i 
Francesi che vi stavano rinchiusi infestavano la città. La 
quale fu anche costretta di pagare dodici mila ducati al car- 
dinale svizzero a titolo di soccorsi, e per avere abbandonata 
la protezione di Pietro. Fregoso. Avendo Giulio II mandate 
sei bombarde, con queste per otto giorni continui fu com- 
batiuto il Castelletto, infine per mediazione di un Frate mi- 
nore si concluse che quella fortezza verrebbe rimessa al 
Doge mercé il prezzo di dodici mila ducali. 11 castellano e i 
suol compagni furono lasciati andar via liberamente, e loro 
conceduto d'imbarcarsi in ordinanza, e con bandiera spie- 
gata. Ma il re Luigi XII non si tosto ebbe notizia della 
cacciata del suo governo che ordinò il corso contro i basli- 
menti genovesi , per cui venne presa una nave carica di pre^ 
ziose merci del valore di 40 mila ducati, e volle espulsi da 
tutto il regno i nostri mercanti. 

Giulio II riuscito essendo a liberare .dai Francesi la 
Lombardia, dove rimetteva la signoria degli Sforzeschi sotto 
il duca ìiassimiliaiio figlio dell'infelice Ludovico, Genova 
stessa, dove tornava il dominio de' Dogi popolari , non dis- 
simile effetto otteneva in Firenze, nella quale città, che si era 
ciecamente abbandonata in balia della Francia, restituiva la 
famiglia dei Medici. 



SW «MCA ^DMT». 



CAPITOLO QUARTO. 

Morte del pontefice Gitatìo II è sno carattere; fatto dì Bmmanaele GaTaOo; 
iiiio\'o aatrcil» f^aocete m lulia ptt ti<«(ierito il daeailé ài MOa»; 
MtciaU dtl icf^t Óiano Piegoso j ri*tabilimeiit« In Gobova del gpmroo 
francese, iotto di Antoniotto Adorno; battaglia di Novara tìoU dagli 
Svineri conlro i francesi; dogato di Ottaviano Pregosoi morte del re 
Laigt XII. 

XLI. Eraso pere quésti gli ulUmi fìilli di qoell'voflio 
grandissimo elio a?eo con tanto magiÉterio di fiine etilica, 
ora deirutio, ora dell'altro aarTondoai, per dilètto di |»o- 
prie forze, deliberata la cacciata di tatti i barbari dall'Italia. 
•fi di vero, dopo le prosperità dell'anno itflì, nei pflocipj 
del 1K13, egli andava alzando r animo. a maggiori disegni. 
<Già atea stesa un'assai formid^ile boHa centro Lolgi Xil, 
-privandolo del litolo di re$ concedendo qn^ rsgao a cIiìmi- 
qne V oseopasse , infiammsndo Amgd re d' l9gbiltem a 
muovergli gaerra ; minaoclava Firense , perocobè adégiNilo 
#MMe col cardinale Giovanni de' Medici, 4Ì quale ref^eva 
qaella città senza «onforinarsi agli ordini iiberì dtàV aotka 
repubblica , sdegnavasi coi Loccbesi , nò cenleato moslnn- 
desi di Giano Fregoso^ divisava di porre in Genova m luogo 
àt lui Ottaviano Fregoso, uomo di grande animo ^ e di spec- 
dilata virl4. Tutto questo egli andava neHa vasta san «ente 
tkiaccbinando, per ordinare ogni co6a a quel fino olio si eis 
ptropoatO) di stCtbfUre una durevole lit>ertà popolare in Ilaiia 
^(toza mSsehianta ed InAueso degli stranieri. £ laa(» adden- 
tlt> era fitto $1 suo pensiero m ireste, ebe-dl null^itro par*, 
lava che di volere liberare V Italia dai barbari, e senlia con 
"piacete quando gH si dava ti (itolo di lilievatose, al die un 
^mo, come %cf ivo il Giovio nella Vi4a di Alfonso dava di 
f^BiTitra, facendo osservazione il ear4inaleGi4aMHii, O'diaen- 
dogli che, il tegno ^i Napoli reslava |NMr tuttavia solie H 
fciogo ^agnnolo, Giulio, infiammatoli viso, alcandoM oapo, 
% crollando il bastone ohe avea in niafto:£^Miioaiì49«fs, 
e questo ancora mi regge , proruppe, NàpoU in -brete eUfrà 
nuova, signoria. 



I Mti tOBOLàtI. 3tf7 

XLIL Ma ttca y«1 rease, ehò di eot (• ammaliiodo e gm- 
valofi ai vide al lerinkie; latto chiamaM il Concialoro al suo 
leUo, volle confermata la bolla contro a olii a^ncendesaa al 
poaiifiealo per aiiMilia, dichiarò la aleslone del aooceaaore 
apparlesereal caUegie de'Caréflialt, li eeiamatiei perd non 
poleasero intervenirvi Addimandalo su quelli estreivii, ae 
gli fiaeea lar graaia a' eardinali riheHi, diaae : li converta 
Dio, e negò. « Fini da par ano (aorive oo roboalo Ingegno 
9 noo dìaaifliHe da quelle di Oiolio, che di lui fece V elogio) 
» con eaeiBplare religione e costanze. Felice, che quanto 
» Tiaee, alato éeoipre a eeatrastecen la fartana, aempre la 
» datoinò. Feiieiaaiaio, che al oaeri in eatrema vecchieaxa, 
» nel preprie letto, ngoale a aè aleaae, nel eolme delle dir 
9 gotta, in iaplendore eccdae di trionfi e di gloria; ade in 
9 qneal# infèùce che iaaeiò i aaei disegni imperfetti e dob 
9 ebbe chi U Aaleae. Regnò Giolio neve anni, un fiato ap- 
» petto qaeQe «he fece. Fo siccome d' animo fiero e formi- 
j» labile, eoal di Tolto; talché- incuteva terrore e riverenca, 
A e conpiaoevaaeBe. Sì voglion dirie , che per qaesle non si 
M radease pie barba, li qoal ose poi, prevolae per tnlla Bu- 
9 rapa, tralignò da lai «egli aitri io mollezza. E il Buonarr 
» roti, gettatafi^iiaatailiia di bronzo iii Magna, nò aapendo 
9 che ae gli porre nella aian aìniatra, l'addimaAdò, se un 
» libro. Che mi ao ìedr-libri? diaae Gialie: aaeUioi ana apa- 
9 da. ftelle ave Impreae ardea , come ai dimostrò alla breccia 
9 della (Mirandola. Nel diaaalri, che menan coimpagoo l* av- 
jB vHimeiito, eaao>« piò ne'fàò graTì, s'accresceva sopra.di 
» eò, in òempeste di m'irà niente meno che spaventosa. Ma 
» non ne aenne mai nò a cradeltà, nò a vendette: non Sa- 
9 .naetò M ano papato: fa inneocnte nelF va, perché quella 

» natara aua tra&formava ogni cosa ali' eroico ¥m ri- 

» gldo e smollo gliene dovè Roma , che laddove ei non vi 
9 trave nsHa siooro , cotal kscioUa e lo stato, che poteairJsi 
» portar l'aro in palma di mane. Li anca costami incorrotti 
» sbigottivan la GoKe d'allora, la quale, siccome 'Suole ac- 
V cadere, tanto più aborriva la correzione, quanto maggioire 
9 ve il' «era il bisogno. Niiuio H dominò mal, perché aapea 
» comandare , ninno aggirollo pecehò vedea tolto. Zelante 



368 MPOCk QOlftTA. 

» nella gloria della Chiesa e della propria non eomlMtè per 
» accrescere il dominio a' suoi, ma il creò, si può dir del 
)» nulla alla' sede. » 

« Diciamo di qnella roano animatrice e reramente 

» principesca, che-, come inyaghito d'ogni cosa illaslre ed 
1» eterna, porse qael sommo spirito alle discipline ed atte 
» arti. Alla qnale opera avea già dati felici cominciameati 
» Sisto IV zio degno di loì, ma Giulio T abbracciò e recò di 
» lancio a vita perfetta con Y ardir soo che nion pativa ài 
» paragone di sé. Imperocché, fa per lai se cacciate Roma 
» le vesti barbare, divenne a qaello eh' eli' é; egli concepì 
» Fidea terribile e mostrò i principi stopendì al mondo di 
» quella fabbrica vaticana, dove ora é il tatto dell'arte. Non 
» v'è luogo in Roma, né quasi parte d' Italia, dove non la- 
» sciasse qualche suo monumento cospicuo ai posteri. Che 
» diremo, ch'egli, il quale, non piegò un dito sott' alt r' nomo 
» al mondo, por cedette ad un artefice e con lui volle pace? 
» Fu Giulio In breve, che tra le benedette mani di Raffaello, 
» di Miehelangiolo e di Bramante, e di cento altri ingegni 
» emoli della natura, levò le arti belle in altezza, oltre la 
» quale non si dà passo, e mai piò forse non vi si aggingna 
» E In concorso colle arti crescendo a maggior vita e forza 
» le più gentili lettere, delle quali fu accesissimo lo stadio 
» in Roma sotto di loi, di là, siccome dal diritto mezzo, 
9 avvampò per tutta Italia, poscia più tardi per tolta Bu- 
9 ropa , un universale amore a ogni forma di sublime e di 
» bello. Aggiugni un cotale spirito di nazione eh' egli seppe 
» nei petti italiani infondere. Sopraggiugni quello atrepito 
» stesso di avvenimenti e ri volture pubbliche ch'egli con- 
» dusse. Perciocché, o sia questo nella natura degli uomini, 
9 un particolar destino di nostra gente, trovo che allora 
» appunto più, siccome a forza scosse, dissonnarono e a'ag- 
» grandirono l'italiane menti, quando fu la cosa pobblica 
» in maggior contensione e cimento: di. che può, chi sa, 
» rivedere molte sperienze da Siila a noi. Laonde ei si fu 
» papa Giulio veramente che diede la impronta al secolo 
» decimosesto. Ma egli apparecchiò la mésse ricchissima ; 
» altri raccolse. Donde appena mi son io condotto a toccar 



I DOfil PQPOLAII. 950 

* qoesla parte» benché belliMimay cosi a foggi foggi, per 
». aovrabliNOBdanza d'ira e dolore; la qiial non è maraviglia 
V ae aoYerchl in an eoor nato ligore, dappoiché n'ebbe ad 
3P Increacere fino agli strani. E veramente, gli é fona dire, 
jè aia dò fatale agli spiriti massimi di questa patria, che 
9 come fa trovatore il Colombo di nnova terra, e non fa 
» appellata da lai, cosi diede anima a qnel glorioso e beato 
» secolo Giolio II; e v'appose on altro in fronte il soo nome. 
7» Tanto più mirabile Giallo , e non paja detto faor di loogo 
» qoi, perciocché con tanti dispendj e larghezze osate per 
» totto il soo principato, lasciò tesori alla Chiesa. E chi gli 
9 soccedette, oltredié dissipò il tatto, si fa in caccia del 
» danajo finché ei visse: perché sapea Giallo questo, spen- 
9 dere nelle cose grandi, e non disperdere nelle picciole, la 

9 qnal' arte quelli altri non appararono » 

Tal fu Giulio II pontefice, tali ebbe disegni e fece opere 
da porli in atto, primo ed ultimo del Pontefici che profon- 
damente conscio della grandezza e potenza dell'alto soo 
ministero, volesse rivolgerlo a beneficio della libertà ed In- 
dipendenza d' Italia. Ed io a lungo per questo di lui trattai 
e on assai prolisso squarcio riferii dell' elogio splendidissimo 
ehe ne scrisse l' abate Raggio con tanto danno delle ottime 
lettere, ha poco tempo, mancato a' vivi. Non ignoro, che 
a' di nostri, variate sono le opinioni degli uomini circa il 
pontificato romano, dappoiché Clemente VII sottoscrisse il 
fatale concordato in fiologna coli' imperatore Carlo V, né 
alcun Papa dopo di Giulio moslrossi tenero dell' italica na- 
xlonalilà e indipendenza, e se un lampo di desiderio gli 
balenò in mente ad esempio ^i Pio IX, come subito guizzò, 
cosi ratto si spense per indole imbelle e impotenza di vo- 
Ionia, ciò nullameno, io stimo, che dove mai fosse salilo 
snlla cattedra di Pietro un successore degno di lui , avrebbe 
senza dubbio, raccogliendone la gloriosa eredità, mutate In 
meglio le sorti della nazione e me ne porgono fede i memo- 
rabili prìncipi di questo istesso regnante Pio IX, che per 
eaaersi chiarito come Giulio a difesa e campione degli op- 
pressi popoli, fu un improvviso risorgere di animi e un forte 
ritemperarsi loro ai forti esempj degli avi. 



360 wocà^iHkftVà. 

Ma il Bacco CoUegio teme od Patm elle.D<Ni shadsfl al 
leMo di proeuato, eol^ro che le caoiopoogoiio meiilie inotinaiie 
^le proprie ambizioQi e ai kicrosi .proleltorati éeMe atra- 
BÌere.poleD26, che airanere e alia p'anéeata d'itaKai, e 
co§ì f aaado eleggono il Poaieice, sCadiàno -di' ci aia o hea 
fecchioy o bea svigoriio d'aaifiiO e d'nigegae, aiBnehè e 
Ben possa 9 o noa aappia eiseroitare i pieci dhiili dell' ^aù- 
neoto sua dtgaitA, sperando, o cb'ei presto laerendo^» dia 
loro agio di snccedecglir, o non, sapendo, di aaaóeggiartè t 
taleolo, 

XLllI. Raduaatosi il Coadave dopo la morie, di Giallo e 
prevalendo il partilo de' più giovani Cardinali, clie -metto 
prima tacitameate se n' erano insieme eoovémili^ fm diebia- 
ralo Papa addì il aiarzo del 1513, il Cardinale da' 'Medici 
di 37 anni , col nome di Leone X. 11 suo prodecesaort» -area 
lasciato moreado 300 :mila fiorini d'oro in danaro ceolaate, 
trovali nello scrigoo da lai, e 80 Bùla^ cbq l Cardtaali^fiarte 
spesero, parte. si tolsero nell' interregno. Leone X eòmmeiò 
a spenderne 100 mila aelle sole, feste della sua tacorotiaaioae. 

Intanto, ti primo pensiero che preooeapdlsse la aMafe 
del noovo Doge di Genova era qaeUo dell' eapagnaaiene 
della fortezza, di Capo di Faro. Teatato. avendo e^i afarta 
pier combatterla, s^nza etile effetto, peraccfaò le reechc 
inaccessibili, l'asprézza del sito la difendessero. olegliot del- 
i' interno presidiò, si rìeerse a pigliarla col rìgate delta ^faaie, 
sicché all'armata per mate sehieralflleai dinhazi, e glaBà 
drappelli chiudendone per terra ogni via, le fu imfieditotogai 
soccorso. Gli aàsediati pennriarojio in breve di tutte 'eete/pii 
necessarie, -e bea yedeano quale fine venisse favo riaervalOf 
quando una grossa nave francese partila di Normandia, oelle 
insegne giteovesi, OBOslriindo volere approdare ta port4»^eon 
•siffatto stiattagemma fu lasoiatapassare datila flotta 4h» stava 
di gaardia, se non che» :pocb depo riceveado 'il '(h^oravaie 
vealOi torse le prore a manca, e oorreadò vano ^la lath 
terna, ivi diede fonde, comineiandoas^ieivo degli aasettieti 
a didiarcarei viveri, dei-quali era oaùsta^RiaMaseni da forte 
stapore commossi gli aniaii de'cittadiai) i quali 'si 'Viddaro 
in un tratto rapite le pid iasiogbiere afteranesi eeoneMail 



ffUtlo di tante fatielie» Ora nentre si andavano in v«»f ia^^ 
u a gÉ f t i cansamandasi , Emanuela Cavalla, cUladìna pupo* 
rare, delia fasiane tregnaa, si portò iwaanfi al Sonato. « £ aa 

• TOit magnifici aigoorl, aglidiasa, mi co«i«edato«n galeone, 
» e a ma la geelta di armarlo di treeenla giovani, mi iMin 

• l'animo d'iminnarmi ira la fortetia e la nave nemlaa^ 
» e «toesla a violenta dispiecare dallo aeaglio coi si raaea^ 
» mmnda, e Tecaila via a dare Irafrerao prima che faMiìa 
j» pesto *a terira H peclcoloBO socoaraa. » I padri meram^gfia* 
Tono Vardlmenlo, e meglio denderosi di n#n -t rataodaìt 
meszo qoalunque di saheisa in tanto biaogno, ohe idar ai 
potessero nei proposto espediente, aceetlarano^ aoaordande» 
gli 4tfaoto ddmafttdava alla <pit& sollecita eseeaaione del suo 
disegno. 

11 Cavallo dìliberato ad <ogni perioalo, fMine tosta mano 
^1f opera, raccoglie treoento gmvni de'fiil arriaiicati, ne* 
bilif popolari e pl^ei, fra i primi Andrea Dacia; con eati 
ante on alla naviglio, e veloeementesi getta tm la nave Ima* 
^ese e la lsrte%M. In lotte le clileaasi fanno praghienD por«> 
oliò il fatte ries(ja. Fnlminano ie artiglierie «nemiche, i colpi 
•de' moaelMtti, i sassi, le pietre grandinawa dair alto aopra 
Vandaeiasimo lagno che con miral»ile oostmsa precede di 
ano fine. Il Cavallo con singolare ardimento «alla «nMa nave 
tiaanca, colle ^proprie 'mani ne taglia il rimarco, indi con 
oiielni di tektb V abbranca, e trattnla fnorl % rfolettaai 'la 
traatina a dare atirinrerso aalla^spiagfia di ti. Pier d'Atena. 
"Menlre queste 'cose egli opera con inaudito atapora de' Fran- 
cesi che si cedono ifn lai guisa pf^hrati del vicino soccorso, Be« 
nedetto Giastriniani, atiodeitreeeofto, vedendo che II capitane 
francese per salvarsi ^i getta in mare, e eorre già a nooto 
foggendo verso la forte^ta, ei^rod'nn lancio si caccia 
nelle ootfe, gli tien dietro, lo raggfange, lo affierra, e condooe 
prigioniero iSlilla flotta genovese, cosi il valore deirano gn* 
reggia con qoelto'deir altro. Alcooi vi rimasero feriti, ^aHrl 
knorti, Aftdt^ Daria fu tra i primi; fu queMa la 'oniee fe- 
rita éhe toccasse In sua vita, e quella, la prima impresa 
maritfidia 'che 'faeesée. 

'Bknaniiele^Gavallo'dopo dheebbe consegnilo on si-gle- 



aé3 BP6CA QUÀKf^. 

rìoso saccesso ,6olraya trionfante in ciUA, traendosi ìnnain 
i prigionieri francesi in numero di 32, dei qaali sei ìmpie- 
cali, il resto fa condannato alle galere« Il popolo lo applai- 
diva 9 ed egli recavasi dinanzi al Doge e al Senato facendo 
particolare relazione del soo operato. Oltre le lodi e i rin- 
graziamenti che gli sì tribotavano, reni va donato di 200 do- 
cati d'oro, e dichiarato Ini e la saa discendenza immane 
dalle gabelle e dalle gravezze pobblìche, privilegio aingolaie 
che la Repabblica a pochi soltanto e d'illustre condizione 
accordava, come a Pietro di Gampofregoso dopo la conquista 
di Cipro da esso fatta, ed in seguito ad Andrea Dorin dopo 
la riforma delle leggi del t((28. 

XLIV. Ebbi a notare che Giulio li, poco tempo innanzi 
alla soa morte, avea data fervida e sollecita opera ad ona 
generale lega dei principi d' Europa contro il re Luigi XII, 
soscilandogli contro specialmente le armi dell' Imperatore, 
del re d'Inghilterra, e di Ferdinando il Cattolico di Spagna. 
Questi tre essendosi mossi ad assalire la Francia incontra- 
vano gravissime difficoltà nel valore dei suoi popoli , di guisa 
che r ultimo di loro , che meglio al sicuro e vie! no , che al- 
l' incerto e lontano profitto pensava , avvisò aeeomiatarsi 
dalla confederazione, e con più atile consiglio opprimere il 
finitiiiio re di Navarra. Quindi lo attaccò improvviso e spo- 
gljollo di tutti i possessi di qua da' monti. La qaal cosa essen- 
doli prosperamente succeduta, per confermar la conquista, 
e goderne tranquillamente il frutto , trattò di pace col re di 
Francia, nella quale si patteggiò fra di loro, che il Cattolico 
sarebbesi dipartito dalla lega, purché il cristianissimo re 
avesse abbandonato alla misera sua sorte il Navarrese. Lui- 
gi XII, liberatosi dalla Spagna ebbe agio a difendersi dal« 
r imperatore e dal re d'Inghilterra. Rimanevano gli Svìzzeri 
che con molta pecunia l'estinto Pontefice avea sollevati con- 
tro la Francia, e già con numeroso esercito stavano essi in 
Borgogna all'attacco di Diglone, quando lo stesso mezzo che 
colà aveali tratti, li rimosse; bastò loro ona nuova quantità 
di danaro per farli ritirare senza aver nulla operato. Sgom- 
bratosi d'ogni parte il terreno, il monarca francese rivolse 
gli sguardi all'Italia per ricuperarvi il perduto; contrasse 



I IMI FOMLABI. |<3 

lega a (aLoapo eoi Vanaiiani» mandò oo etareito olirà la 
Alpi aalio gli ardial di La Tremaoille, e di Gian Giaeopo Tri* 
TOlsia, a feea ana flotla allestirà nei porti della ProTonia 
che dovea navigare nel mare llgaalico a difoaa e aoccorso 
della forfezia di Capo di Faro; ordinando all' esercì (o e alla 
flotla di secondare ed ajalare i fratelli Antonietlo e Girolamo 
Adomo, dei quali era divisamento cacciare i Fregasi, e ritor- 
nare la città sotto la regia proletione. Della flotta fa dato 11 
comando al bastardo di Savoja che partitosi colla stessa da 
Villafranca in compagnia di Girolamo Adomo, accingevasi 
a compiere l'impresa. Erano galere, K barche, 8 gallioni, 
3 caravelle con alquanti brigantini. 

In Genova pervenuta la notiiia di tanto bellicoso appa- 
recchio, si affrettarono tutti alla difesa , e l' armala navale 
governata da Niccolò Doria accrebbero sino a 45 legni. 
Questa doveva scorrere il litlorale ligustico, ed allontanarne 
il nemico sopraveggbiando specialmente all' assedio della 
forteaxa di Capo di Faro; dove attendevano trecento fanti 
capitanati da un Carlo Corso. Ma questi ne venne in Ibreve 
rimosso, imperocchò ebbe a conoscersi che corrotto da da- 
nari somministrava segretamente una cotale quantità di vi- 
veri per ogni giorno agli assediati. Preso cb'ei fo, si rinchiuse 
nel Caslelietlo, donde usci alfine libero per essere congiunto 
del Doge. 

Date coleste provvidenze, speravasi lo stalo della repub- 
blica e dei Fregasi potersi lungo tempo mantenere sicuro, 
quando inopinato avvenimento sopraggionse a turbare ogni 
cosa. Morto era Gian Luigi Fiesco, lasciando quattro figli, 
Girolamo, Ottoboono, Scipione e Sinibaldo, Costoro raccolto 
avendo le proprietà feudali e le ricchezze del padre, le une 
e le altre grandissime, lenevansi in molta stima presso di 
tutti, e il Doge Giano Fregoso sapendo quanto per quelle 
esercitassero influenza sagli animi de' Genovesi, studiava 
modo di renderseli aflbzionati. Ma se riuscito gli era T in- 
tento per i tre ultimi, non cosi del primo, che la memoria 
e l'ingegno del padre faceano superbo, nò facile a piegarsi 
a talento d' altrui. Egli andava ravvolgendo nella torbida 
mente come potesse sovrastare a tutti » e nel favori della 



864 wmxk iHJMVA. 

FrsMia giif*i»(i M paérer^peiwm di:pro«ueiani qmSà 
gran^ena sema 41 •eoi r«aiiiio aao oaa pttea In alea» vioé» 
afiftagarsi. Di eolati amMaiani pafleaadoti y caomaialo a?an 
a Iradare segratamevle per fneiM à&gìs Adorsì wA va LaU 
gi Xil, e TteeTOtotie franassa #d aaontii2e) 0*li^Brvoffav« 
in ^oella ptaticfae, «a aon adopaiaailo ia da^rvla eaolela, iì 
Da^ Giano « 91 fratello Fregwiiia a'abbaro aealore ; Il par- 
die cooaBoemltDa l'iiidaia p^rricfaee a indoaiaMta, e taoM»* 
dona gli aoieasn , atabilirono di liberaptene; Agitaaaai la Sa- 
nalo la qakliooa ddl'aaiiefM della Ffanoia, oonbattevdi 
Iacopo Lamettina, eon calde ^e violenti |>arale; dìfaadevali 
Girolamo Fiescbii e alterato dal calore dalla diapota «8ei?a 
al fine di falacio aenaa la conaaeta oompagaia de'f rateili, 
quando Fregeaiao segailalo da' dae saei frateiU, la «aasMe 
di BOfalle fetite arenMa colpito, lo fece madera morta a ter- 
ra, invaila feaandali eoliarmo Anrt>n>gio Fiesea dva «ei aaa^ 
fliita rimate piagato in ^(a. Qneataiatta-ooel alaeciatamanle 
cominaflBO^ oonaMsaa la eiltà, I Fieaetn ne farono atterriti, 
e dafeii landò <dl poggia, aèbaadoiiarobo sabitameete il pab^ 
bKeo palaMOy rìiagìandoai nel ipn>pr4o di Violala , if»raao 
proTamdo di allevare la plebe eoi grido degli Adorni^ aìeebè 
poca dopO) faggendo |ilA grave pericolo, iaaoiavaiio la città, 
rinlanavanei tiei lero léodi, «piTl attendendo la più favoia- 
volo occasione per iscendere dalle terre loro nella «aggetta 
valle ^€A SlaagnO) neatra gli Adorni ai sarebbero fotti avanti 
io q^ietla di ^etoevenu 'Di rapante 'compariva l' araaata frao- 
cesa dlnanai al povto^^ vi gettava le incana; a quella vista 
InanIfflNfai 4 Pìesebi ad Adorni, arandavano ad eseeailane 
i loro disagtth ifli nDi^e -gli altri asetti dai proprj léodi -con 
9QeO'4bDli, qaetH dal Biragiio, questi daHa Moevara >aeoe- 
stavansf alia <eiHà , dalla >qnaie 4oito aleone «bande <del presìdio 
prorompevano 'fàieri'e venivano con «esi a oottfbattlinenfo. 
Il ^ege Giano vi prgKava vivissima -pai^e ^tffinentandoai oo^i 
Adorn>i,tna il ttaataro de'neaiki soverchiando, Hdacavaii 
tnoItlA, donde a pie sieororifbgio, riparava sdita flotta scio* 
gliaado perii Pievanie col profMTio fratello Frogoéma. tarliti 
di' ai forano, perla porta dlS. Tommaso gli-Adaroi, e per 
quella degti Evcbl entvài«no i «iesehi ) I ^ladini atavana 



1 PMI tOBQI.AM. U4 

wméwnM nella ehitM del Doomo, delttierando qmi pcoTTe- 
dinenli dieeewìraefo a (ululare 1* repobbUea; ^ eiseoda 
loro rofiala le ie((6re aigie» aegailande il leiMfe di ^inlle 
ràconebbero a. geveraalefe deUa eillà Aaleiiielio Adocao* 
Quindi an nooto orribile easo a«ea loogt. Un vjUaDo poneva 
in mane dei f iaaebì Zae«inaFre§aaO| fratello del DogoGianoi 
ed imo degli aeeiseri di Gerelamo Fiescbi, abbaadoMlolo in 
balia de'liMre araMbti, gli davano qnesU la pia barbara noeta; 
né pagbi di lanlo» reaangie eerpe appicealo alla coda di nn 
cavallo, alraioinavaeo vìloperotaoiente e- ccnd/^aientoper 
laciUà. 

Inangnralo il nuovo governalore» oreavasi un nnovo offi* 

oio di balioi e qoaUro «iUadini, Mekbiore di Negrane» Ao- 

aaldo di GrhnìAdi» Vinoenso Saali e Agoslino l>elerrari» 

mandavanat alla Hoita gonoveae alla Spezia dove slavano i 

F4^igosi ei0rland|iii a rìUirnare in patria, od acceitai-e le pa^* 

ciiobe «ondizioni ebei lor4^ si offerivano, facendo ossequio 

aiUe alalo del ne.. Ma 1 Fregosi nonebè adenreall' invitp, ne- 

gelone di fieeverU. In qoeslo, ratmala francese soecovreva 

ali! assediati :d4 Capo di Faro porgendo loro on copioso sos- 

sidio di vetlovai^r e coraeggiando per il.goUo facea preda 

di kf ni4> di mereanaie genovosi« Così erano le coeee^l go- 

vanno di. LnigI XII per. opera de'Fieacbi e degli.A4Qrni, ep» 

pvinkova Bovellaanente r infelice repubblica* qnando le armi 

franseai toccavano dagli SvUzari nn' asaai crudele sceiifttta 

in Novara addì <A.giagm> iM3. 

XLV. Luigi XII avea ridotta eotto II soo governo Tin- 
lesa Lombardia, eccettnate le citlà di Como e di Novara, le 
qnali sale ai lencrvaao ancora in nome del Duca Massimiliano 
Sfocza.X!<esercilo fraacese^ lasciato nn presidio :in Alessan- 
dria per igaasdave la Jinea del Po, mnoveva conferò di lio* 
vara. In essa alava rinchiuso lo Sforza io mezzo di }qnegli 
etesii Svizaerft;oiie aveana tredici anni avantitradito il padre 
ano Lodovico, e percbò 1^ imacpoe <e la ricordanza del Iradi- 
menlo fosse più viva e sensibik, nell'opposta caafipo di 
Fraacja tffovavansi H et<sssi capitani La Tremoeille e Tri- 
vnlsio coi vaniva eensegnato. Onde il prime SjDttvava an* 
perbsmeate aliano re che 4à.prigienleia .gli avrebbe dato.il 



figlinolo doTO già il podro. I Franeon gìmti solfo di No? in 
eonineiarono a comlMUorla fetooomoBle, soozaehè li Stìi* 
tori facessero ioditio aleano di lemerli, aoxi spragianM 
non Tollero mai ehe sì alxasse aleon riparo, né trincea, sé 
fòsso, dichiarando il coIobboIIo Giordano d' Uadervald, che 
i petti e i ferri loro bastavano a rintuxtare cesifbitlo nenueo, 
e per meglio mostrare eh' ei lo avoTano In non cale, invìi* 
fono on trombetta facendo intendere ai Francesi che rispar- 
miassero la polrere, perocché avevano lasciate aperte le 
porte di Novara. Gli assalitori tra perchè quel di dentro eoa 
grandissimo valore si difendevano, tra perchè era loro ve- 
nato a notitia che quel giorno istesso nnovi Svisserì le 
aveano rinforsato il campo, ed un nomerò molto maggiore 
dovea ad essi congiangersi sotto gli ordini di Altoaasso ea* 
pitano di egregia virlA, deUberarono di lasciare V assedio 
allontanandosi due miglia distanti dalla citta, ed in tal gain 
attendendo che gli assediati si disordinassero o ai ammoli- 
nassero per II difetto degli stipendj de' quali andavano prirL 
Ma Mottlno, ano dei capitani sviiseri, propose arditamente, 
e la proposta fu accollata, che senso aspettare il vicino ris- 
forzo, facessero improvviso impeto contro l'oste nemica, 
la quale cèlta così alla sprovvedala, verrebbe per oasi sensi 
debbio sbaragliata. Pertanto trascorsa di poco la mesxanotle, 
essendo il dì 6 gingno, oscìano essi di Novara, pochi oontro 
a molti, sensa cavalli e senza artiglierie, in nomerò di circa 
diecimila, settemila ordinati a dar l'assalto alle artiglierie 
dei fanti tedeschi, il rimanente per fronteggiare con le picche 
alte le genti di arme. I Francesi, lontani dal prevedere cosi 
strano accidente, non aveano ancora fortificati U alloggia» 
menti, qaindi come l'angustia del tempo, l' oscurità delli 
notte ne davano l' agio, si raccolsero e la repentina e fiora 
battaglia accettarono. Si combattè con furioso' accanimento 
tutta la notte, e fino al sorger del sole, infine la ferocia degli 
Svisierì prevalse, i qoali prese avendo le artiglierie nemi- 
che e voltatele contro i nemici, cacciaronli in faga. Fuggi- 
rono i fanti, indi le genti di arme. Degli Svisteri morirono 
feree 1600, tra i quali il capitano Mottino, autore di cosi 
audace fazione; dei nemici dicono alcuni 10,060, la maggior 



I DOai POPOLASI. 907 

i. parte dei Tedeschi nei eombaUere, dei fanti francesi e gna- 
L Beoni nei fuggire; la cavallerìa tulla si salvò perché gli Svia- 
: zeri non avendo cavalli non poterono raggiungerli. Furono 
i preda dei vincitori tutti i cariaggi, 22 pesxi d'artiglieria 
,. grossa e i eavalli destinati all' uso di questa* Ritornarono i 
3 vincitori a Novara il giorno stesso, ricevuti in trionfo, ed 
r: ammirati per lutto il mondo, esempio di grande disperalo 
^ valore e di grandissima audacia. Milano e le altre terre Ìom- 
^ barde chiesero perdono, acclamarono lo Sfona a loro Signo* 
. re, pagarono egregia quantità di danaro agli Sviiseri che 
j. bene a questa volta li si meritavano. I Francesi, come nota 
. Machiavelli, da principio più che uomini, da seixo men che 
femmine, atterriti, confusi, sgominati, riirassersi nel Pie- 
^. monte, ma non tenendosi ancor sicuri, a mo*di fuggiaschi, 
. e sempre dallo spavento incalsati, sebbene svillaneggiati dal 
. Trivnizio e d'Andrea Gritti provveditore de' Veneiiani , il 
.' quale ultimo, andava ad essi dicendo tornare di maggior 
. danno e vergogna la loro viltà che la toccata sconfitta, ceie- 
^ rissimamenle si condussero di là dai monti. 

XLVI. Udita la stupenda vittoria, Raimondo di Gardena 
viceré degli Spagnuoli , che avea negato di pigliar parte alla 
guerra , corse però tosto a raccogliere i frutti della vittoria. 
Seguitavano il suo campo il Doge Giano ed Ottaviano Fre- 
goso, entrambi colla speranxa di essere posti al domìnio della 
propria patria. Ma il Pontefice Leone X che affezionava il 
secondo di essi, scrisse al Gardena lo dovesse ad ogni altro 
I della sua casa anteporre. Oitreciò, Ottaviano era cugino di 
Alfonso D'Avalos marchese di Pescara, condottiero degli Spa- 
gnuoli, poiché Vittoria Golonna moglie di questo, nasceva 
di una sorella di Gentile della Rovere, madre di Ottaviano. 
Ottaviano Fregoso da' suoi primi anni facessi noto, e stima* 
to per avere insieme con Andrea Doria salvato dalle insidie 
del duca Valentino il bambino Gio. Francesco della Rovere, 
dal morente padre alla fede loro raccomandalo; indi venuto 
In molta benevolenza di Giulio II di cui era nipote, ne so* 
steneva il dominio in Bologna, e poco dopo ne secondava i 
disegni contro il governo di Luigi XIL in Genova. Il ponte- 
fice anteponendolo al cugino Giano Fregoso, lo desiderava 



mmé» al 0cii#v«m digal», ma a cardiuk wUmmeom, ««• 
mi» dai daaari di qmtìà», la fèba iMapoala. Saceedpla a Gia- 
llo Uaa X, e penM «iifalarmeBla W aiaaTa, e perchè ece- 
dora giafare alla propria faniglia ia Firapisa. avvaloraadoU 
eaU'amieixIa ddU Fragosa in Geaora, si adapeid aOa aeal- 
taaipaa di lai. Ond' è che U mareliasa di Faieara a* ivdaKe, 
per ardiae del viceré, di aiolarae il disegna eoo 300 iaeti e 
400 caralli ; e eoo sitalle forse si mossasi iosianie all' im* 
l«esa di Genova. Meolra OUaviaiBO Frogoao, eoi cagiao 
OMirohesa di Pescara , per la Tallo di Scrivìa , saperali eoo 
«loHa dificokà gli Apenaini, caUvaao nelU valle di Polce- 
veta ; gli Adorni sgomenUti alla visU della OolU genovese 
cèa, messa in foga qaella di Fraacia, si eia di bel naovo 
poesoBUkU dinaasi alla cìtià, aveaao aMMwUioata la aigae- 
Bia. Appena essi seppero della ralla di Novara mandavoBe 
al re» rappresentandogli a qoal* estrema fossero ribalto U 
eaae loio. Ma ben altro ebe alla potenia dei Ficaebi e d^ 
Adorni , egli aveva a pensare in ^ael momento periealefle 
cbe ne andava della saa; di gaisaebè vedendosi abbandona- 
lit oppremi da' nemici così per mare come per terra » con- 
siderando aacora che in owno degli empiii rimaneva Intia- 
via la fòriezsa del Coslelletlo, decjosffo di nseire dalla cì4là, 
tecandosial Castello di liontoibbio. Partiti ch'ei ffirono» U 
genAe della flotta disceso a- terra, e il glomo sngnente 17 
giagno, Ottaviano Fregoso non senza prima avere eongedslo 
l'caerotto, temendo il saccheggio, con noe sala oca^iagaia 
di arebibagieri spagnooli entrò paeilicamenle tra le feste e 
Je acdaflsasioni. Si ooodosse egli alla, presensa del oonéùglio, 
ebe in nomerò di 400 erasi in palazzo radooato» mpatreva 
non propria ambìziono avorio a tanto sospinto, ma soggeri- 
mento del Pontefice, e desiderio dei collegati prineipi, ri- 
fnelterai egli poi alla volontà dagli anziani , zl^ neeoasitì 
dalla patria, al eoasiglio dei savi; fuggire la nota di natf- 
paleso, peroiò saoriidierebbe anzi so, ed ogni spenanza di 
signoria ohe la sslate pobblica ; sar^be in somma qnale il 
iralessoffo, o eapo, o soggetto, ma cittadino e d'animo som* 
pre pronto. e deUberalo ad ogni cimento che potesse lama- 
re d' olile, e di onore atta repriibyca. Oneste parala eoo 



I 0MI MPMASf . tÌ9 

aperto nrado • gene rig o aspMo promueiaé» gli' ctlt i f ar— o 
t«lli gii ftttiiBt siccM Tenne ad on trailo onaninieaieiite te- 
elaiiiato 4ege« 

il noevo eletlo dtedeai toato a pror vedere agl'incalteiili 
blaegiH della patria, soddii fatti eh' egli ebbe ì soldati del Pe- 
setra eon elfaiilaiiiila aeodi d'oro, aeeondo l'obbligo ebe 
ne areTO eoi vieerè, placò V ambitioso animo del engino 
Gtano Fregeao eeNa podeslerìa di Savona ; In però vano il 
tentativo ohe Giano tramò poeo dopo contro la signoria dt 
Ottaviano , e fo qoeali obbligalo a caeeiamelo. Indi , feee 
opera afBnebè il porto foiae ampliato e purgato, e aingoinr- 
menle la fertena di Capo di Faro oeeopala dai Francesi ve- 
niaae Hi poter ano. Commise il capitaneato di qnattra galee 
nd Andrea Doria , dandogli ordine di cacciare alenni legai 
franeesl the navigavano a danno dei Genovesi, ed impedire 
cort ogni estemo sooeorso agli assediali. 

XLVII. Intanto gli Sviaterl e il dnea di MHano scaglia- 
Tatto i Fieschi e gli Adorni contro di Genova. Ottaviano 
mandava con IliOO fanti Niccolò Dorrà e 11 fratello Federigo 
arcivescovo di Salerno onde snidarli da Chiavari, e Portofino 
elle avevano occupati ; Andrea Doria navigava rasente il 
lito per secondare la spedizione terreptre. Sopragiangevano 
in Blsagno in nomerò di 8000 e presso alla porla degli Erchi 
già prorompevano in città ; il doge sì fortificava e nnlla om- 
metfeva a propalsarne le offese, ma i venoti dimorati IO 
giorni eo\h , levarono il campo improvvisi e foggirono lO' 
sciando gran parte delle artiglierie. 

XLYIII. Stringevasi l' assedio della lanterna, Ottaviano 
in persona animava e condoceva i soci , rinforzato avendo 
r armata di 4 galee, e di dae navi grosse, e per ferra fatta 
leva di fanti e di cavalli. A cotanto impeto non ressero gli 
assediati , I qoalt senza speranza di soccorso, attaccarono 
pratica di accordo, che non essendo per il 26 marzo di qael- 
l'anno 1814 sovvenati cederebbero la fortezza, col patto di 
22 mila scadi, alla qaal somma ascendeva il credito delle 
loro paghe. Vennto il termine, né giunto il soccorso, la for- 
tezza consegnarono. Caduta quella in potesti del Fregoso, era 
avviso del fratello Federigo arcivescovo di Salerno, e de' piò 



«Si OQC4 «OASM 



iMMialj atti 1«M patte di ca mc r r atto, ad aaai 
muda BMMMfla» acaiaechè foaae aampie m poiratianima ba- 
laardo contro ogni interna e forestiera aggreaeia— . Baaè 
naraviglìa ianaifata quando videsi il doge tke inveae di se- 
g«lre qaella savia senteaia, si aecinaa con praaipilata fn^ 
Toro a disUnggerne le fondamenlfty pargendoae il piin» 
calle proprie aiani l' esempia. QaeU' alla vinee ogni aatiea 
e fliodema graodessa» la pen Iella Italia atgoneala di lodi, 
a il pispolo genovese divaaipaBte di gioia, benedtaae ad 01- 
laviano Piegoso con pidiblico decreto che ordinava faaaa ia 
mafoio scolpilo il magnaaiaio fella. ^ 

Poco appresso speditasi la consueta an^aeiala cesigca- 
lalaloria id nuovo pontefice Leoae \ » e veniva onaraval- 
aiOBle riaevota, qnantonqve vi sì oppoaessero e per iacrilli^ 
t per voce , i cardktali francesi, allegaado che il ae levo es- 
sendo tuttavia di diritto sovrano di Genova, non dovevasi a»- 
metlere dal poatefice la oflSeiale legazioDe di on popolo ribelle. 

XLIX. ila lo stadio deUo parti incitando a novili 
gr Inquieti spirili , Fieschl e Adorni con 800 fanll eaagva- 
gati al Castelletto , fendo di casa Adorna, a* confini del lion- 
ferralo, muovevano segretamente per la via dei aaonU con» 
Irò di Genova. Senonchò, obbligati a sedare l' aaaaailina- 
aiento di una compagnia di soldati ritardavano alqnaaio, 
lalcbè come avevano ordinato invece di arrivare alla città 
di notte, vi gioosero sol far dell'alba. Il Fregoso, conoficiola 
la trama e sepalo l' acrivo loro, avea tolta spesa la nelle ia 
preparativi di goerra , e solo spossato da langa falica. a^ni 
addormentalo alqaanto soir aarora. Quando un lontana ra- 
ncore, un confuso strepito, un calpestìo viene a svngliarlo; 
sorge, e cinto il capo di on coffion d*oro, imbraecialo lo 
scodo, impugnala la spada , discende le scale del palazio , 
chiede, ed ode il nemico essere in Genova, trarqoivi iagtos- 
saodo di plebe e di ribelli. Passi sbarrar la calena che 
chiudeva la porta, e rivoUosi ad nna nostra doona^ che ao- 

' Ha poco Umpo, Io ttCMO fallo yrtnnt per no beUitsioio affirMCo aol aof» 
Sito rappresentato delPatrio del Palano del signor Marchese Giuseppe Durano, 
dal signor Car. Pittore Giuseppe Isola. Il pensiero della commissione e il pregio 
dd dipinto tornano d' onore ad colramLi. 



I BOM tOPOLAlI. tn 

€or ti ?e4e eMgiala nella cantrada 4i S. Atnkrogio, ìnpkrra 
mmto « y Mtoria^ iwK seagliaaì ea' sdoi Fregaai eoalro i foò^ 
roMiH clieaoeerelHali* aofio eolii nei maita Ira la ehieaa di 
S. Mattea^ e qoeHa del Doame. Ona ferila toccala nella manca 
non gl'impèdìaot di eoaiballere vnléronamente^ e eoattfifgei^ 
ì rifaH; atGaeratreraa fazione golia io a#mi, ai dà vinta^ é 
coMuetleai alla omanilé del fineiloro, dia dopo brevn pH* 
gimàa nanda libera alle sne oaao. Cosà Oim^ìano FregoM 
patto eoUa virlà i parto eolla gonerosilà deli* animo afcsod»* 
▼nei il principale delia palria, aincliè nnovi avToniinenU, e 
nanvi torbidi sopragiionMre a recamo la roYìiia. 

L. Il re Luigi XII dopo la disfaiU di Novara sì era 
dato a rifare l' eaoreilo, non lauto per rivendicare i perdati 
poaaaaM d* llalia, ^nanto per soddiafare alto gioeto querele 
del Veneciani, olle per avere sposato là eaosa slui, ed «ssere 
stati I soli (ra gli Stali ilaliani a manCenerne leaimente l'al-^ 
leanza, trova vansi eaposli a Inlli i danni delle armi ville- 
riote deirimperatbre, del re di Spagna e del duca di MHano. 
Gdnaaito di Cordova lattosi addentro nella torraferma avOa 
inaoleÉiènente mkiaeeiato d' invadere to stessa capitale. Ma 
il re francese mentre sì apparecchiava a rifornire V eserdlo 
per avviarlo In Italia» soggiacque per grave infermità a dì « 
gennaio del llHtf< Bgiì è passato alla poe(erk« tra i suoi pe» 
poli col nome di buono, presso gì' Italiani d'Imbelle e venale< 
Cominciò a seendore quaggiù vendicando» com'egli stimava^ 
Il ano iMredecessore dalle perfidie del Moro^ peroccbò qneall 
si fosse gHovaio eoiiedì stromento di Carlo Vili. Sagriicò la 
casa d'Aragona dì Napoli, dividendone il regno con Ferdi* 
Dando dì Spagna, per essere poi spogliato da questo , *cOl 
quale però si congiunse poco dopo per abbindolare ì Fioren- 
fini e tradire vilmente i Pisani, i quali mercédi un po'd'oro, 
dopo le più solenni promesse, diede in balìa dei primi. Pre- 
stando fede alla slealtà di Gian Luigi Fiesohi , e alla sna 
prepotenna, violò to contenzioni fatte coi Genovesi, e peroc- 
ché questi ne volevano T osservanza, dopo averla concessa, 
la disdisse, e adontandosi perché con disperali modi, che 
soli rimanevano loro, la chiedevano, sedotto da coloro ohe 
erano i tiranni della propria palria, li soggiogò, li oppresse» 



37S EPOCA QOAftTA. 

6 Tolle stimarsi clemeote mentre dovanqne innaliaTa i pa- 
tiboli, e intimaTa gli esigli. Alleato con Venesiav fa il primo 
a tramarne la rovina , le cospirò contro col trattalo di Sa- 
vona, e di Blois, ne segnò T eccìdio in Cambra!, e l'assalì 
sfacciatamente In Ghiaradadda. Fo protettore e difensore di 
Cesare Borgia e di soo padre, mentre radunava un conci- 
liabolo contro Giulio II per soddisfare le inette ambirioni 
del cardinale d' Amboise che ad ogni patto voleva essere 
papa. Lasciossi ciecamente maneggiare da quello, dal vesco- 
vo Bri^nnet che con un cappello di cardinale si fece cor- 
rompere da Alessandro VI, abbandonando in tal modo il di- 
segno di correggere la rilassata disciplina , e I depravali 
costumi della corte di Roma. Le sue imprese d'Italia furono 
felici finché vennero governale da Giangiacopo Trivolzio; 
quando i suoi Francesi , per invidia nazionale, ne pretesero 
r arbitrio, precipitarono a ruina e vergogna, come ne porge 
r esempio la rotta di Novara, dove neppure V onore fu salvo, 
per la paura de' suoi, che avendo ìntegra la cavalleria , la- 
sciaronsi cogliere, improvvisi, e mettere in vile e disordi- 
nata fuga da pochi Svizzeri privi di cavalli e di artiglieria, 
e lanlo fu lo spavento, che le villanie del Trivulzio, e di 
Andrea Gritti provveditore de' Veneziani, non bastarono a 
rimellerli in senno. Tal fu Luigi XII per l'Italia: li storici 
di quel secolo, chi più , chi meno, ne bau tessute le lodi; ma 
il temp(» che maggiore delle passioni degli uomini fa luogo 
alla giustizia di tutti, e rivendica la ragione degli oppressi, 
dimostra chiaramente addì nostri eh' ei fu sleale, traditore, 
inetto e crudele. Ritorno alla storia. 



CAPITOLO QUINTO. 

Frinceteo I succede a Luigi XII sol trono òi Francia t segreta lega con lui 
di Ottaviano Fregosoj battaglia di Marigoano finta dai Franctai contro 
gli Sviaaeri. 

LI. A Luigi XII sul trono di Francia succedeva, addì i 
febbraio del 1B15, Francesco di Valois duca di Angoulème, 
col nome di Francesco I. Di età giovanile y di spiriti ar- 



I 



I ooftì poroLAti. 878 

denti e bellicoti » non si (osto ebbe il regno che s* intitolò 
deca di Milano e signore di Genora, facendo sentire che 
primo 800 pensiero era di riconquistare quanto il suo ante- 
cessore aveva oeeopato e poscia perdalo in Italia ; e Massi- 
miliano Sforsa temendo le sorti della vacillante soa signoria 
ai ristrÌDse colla lega dell' imperatore , del re di Spagna e 
degli Sviazeri) sotto gli aospicl del pontefice Leone X che 
mostrava di desiderare la conservazione deiritaliana liberti. 
Ottaviano Fregoso» invitato ad aderire alla confederazione , 
dovette gravemente considerare come di qnelle leghe tante 
meno si avesse a fare stima, quanto più potenti e vicine ra« 
moreggiavano sol capo della repobblica le armi de' Francesi; 
senti, sé essere inatto a resistervi, mentre con feroci e 
continue insidie veniva travagliato dai Fieschi e dagli Ador- 
ni, indi se ne astenne, e per segreta opera invece di Fran- 
cesco duca di Borbone conchiose un trattato col nuovo re di 
Francia. Arrogo, che per testimonianza di Gioffredo Lo- 
mellino , gli Svizzeri domandavano al Fcegoso , in premio 
della riportata vittoria, la stessa somma di 80 mila scudi 
d'oro da lui pagata agli Spagoooli del Pescara, e Massimi- 
liano Sforza caldeggiava la ostile istanza, sia per satollare 
r avara ingordigia degli Svizzeri eh' ei temeva , sia per la 
speranza di commetter male tra questi e lui , credendo di 
aprirsi in tal modo una via all' occupazione di Genova. Il 
doge negò costantemente di farlo, per coi Svizzeri e Sforza 
fomentarono le ire intestine dei Fieschi e degli Adorni , o 
questi col favore di quelli ebbero parecchie volte ad impren- 
dere 1 vari tentativi da essi fatti contro di Genova. Però il 
doge Ottaviano, abbandonata la lega che, non che di utile e 
di onore, tornava di danno e di disdoro alla repubblica, pose 
questa sotto la protezione del nuovo re di Francia , colle 
atesse condizioni colle quali vi era stata a' tempi di Luigi XII 
prima che ne venissero abbruciate le convenzioni del 1499. 
Furono i patti: 

lo II re avrdibe diritto di presidio nella fortezza di Ca* 
atelletto, ma senza potere ricostruire quella di Capo di Faro. 

2o Ottaviano Fregoso, mutato il titolo di doge con quello 
di regio Vicario avrebbe il governo della città, con autorità 



9H MMMA ^MVà. 

41 ocAieiiM li «Miiv I MifM^Ali 6 lep«de«ltrie &eìh SMo. 

V Verreltkia onorai» dell' ordme di a Mtehele, di «m 
09»pagiiia d'arM^ • dall' aasiia peniioae dlaaadi a mila 
d' ora per sèy a 4 mte pan Fedtrjgo sna^ fvateHa. 

Toltoaiò venne fra le parli UaMala • eonehioao^ aag va» 
liaHQMDieaAe» cli^ nulla meao «piaiahe aan4ar» D*abtoffo i 
Biasobì a ^ Adami, i fiiall MteolaiBettle ìnvIpiftYaD» ad 
agni Moto da*^ Fragoai. I lare toapelli aìgiiifiaaroao a Maasi» 
OMliana Slaraa» aha par meglio Taoiffne ìm eiiiap«» asandè 
foaiira milasSvtfzeti a'-eonStti, ordinando imo àTinfwmdhft 
ìL tevrilarìa daHa BepnbMioa a aae«idaro h éiaagM éeà Fla^ 
aahi e dagli Adorni » laddove OUavia<io non gii parg csm 
aerli paga» della ana fede* Alia il Fregaao seppe coal destra- 
manie managglaiai in qualla bitagna olia fb laioiate Iran* 
^Ua. Veona il mamenla ohe <lavaivd» il aao eflMlo Mrera 
A Iratlaéo, non potò pti dàssUnulani. Il penlaftce Lee n e X ae 
aree di aéegoo , e QUaviaoo a calmarae V animo gli aorlasa 
«na* kiitaaa nella qnafe gli dimoatra drieramenie alle dal 
%ilta aacadoia non era. più eelpevale di oalni al qoaie no» ri- 
maneva altro aeampo efae iineatOk Imperooohèj tfovaTaai Ira 
dna forae eambatlntoi, qaìndi ao re polenlisaime ebe ata^a 
per iipeodere in itali», eripreadera fQaftto>¥Ì aveapoasedata 
il aw» predeceaaoire., qakiai i- nemici iblealkiì: che non gli 
davanettregoa^ a la Yokibilità del paiola oso sveolarata- 
manle da «inaleèe Iemp9 a melar di faafoae , e cK gorevne 
ad, ogni ìalanla. Non patersi Édava di telli f> prineipi ebe fer- 
mavano la tega, Sviaaeri e Spagoueli inea»abiH , amlei^ a 
nemici sempre li fieasi^emdelì, periaolasi, sleali; il deca 
fitessimilianojaongianlo^segBciamaflle deH» ri*vele fàalene 
pie a danno ed «ale ebe a favore di lai inellnato. Né del 
segaeto poleagliai dar nola^ Ruanda non davea aacusarsr del 
fatto, non assenvando cpieilio sarebbe alalo di eerlo assalilo 
seMa spetanaa di averaiasnoora obi lo dife n d e ssew Bsseve poi 
11 segreto nelle cose di stato indispensabile alPaodameale a 
alia rìnsaiiA lorow. faifine aome privalo, ben faperni, qimnlo do- 
veva essete grate al Pontefice dei. rioevolì bearsi, ma eoma 
ptìmiipe soprema legge, la salale e la difesa diel< suo popolo. 

Onesta Ulteoa. servii non soleva splegaseaiifaDleAoev ma 



I 9om forotàai. f3S 

a lotti ili «tranierl, i fiosli moa?! ^1 (rallato, che in G«^ 
nova «Mora TemM da latli approvato con BDaRimi toiirafì^ 
dtt ifoiBa cIm, dopo cbo no le rogalo pobblico ialromeolo, ta 
geiioteae repalbUioa (ù la prima ad alaaro la bandiera di 
Pranefia in Italia. 

LII. Praacoaeo I, apparecchia? aii coir eaercilo alia ap»- 
dlsionot e aieeoaM ehiedova qb po' di danaro per megUo 
cattivarne 1* animo, gli si mandarono 9ù mila scudi d'oro, 
e toratonsi dao mèla fanli. I cpiaii dati in governo a Nlceolò 
F f Og o a o dovoano In prima' ricoporare alia repoMiliea I kngiii, 
ifi Oinada e di G«vi, l' wo dai lìoascM , r altro dal Tra«U 
ooevpali ; indi opererò di coneerto con MO cavalli spodiM 
diri re nel genovesato attaccando dalia parte di questo il ml- 
fcmtse. Il Frogoao perciò, riunite le genti ft-ancesi alle sae« 
e ifi altro tMUk stuolo del liguri monti accrescivto II ava 
«sampo, léce assalto di qoa dal Po conerò la Lombardia» o eoa 
Udo Meo diversione giovò non poco al fanstosoocoaso dotte 
MMÌ francesi* 

Leqvali, eondottOy come di consoolo, dal valoro di Gian 
Ciiaes^ TrìvoIxiOy che fu il vero vincftor&di lutto lo grassi 
battaglie date in questi tempi dalla>Franoia in Itaiia, qnando 
lasciossi giMare dal solo suo senno, si accinsero nei priasi 
giorni di agosto dd IKIH a varcare le Alpi. GKSviiaeri col- 
legati al PoiileOce, a Ferdinando il Cattolico, e all' impoi»- 
loro Massimiliano, ne aveano chioso ogni paese; o mal ai 
pèteva incamminare per la vin del Genisàs.di Ginevra; con- 
cepì allora il Trlvoliio di condor reaertito fmoceaey Ira 
l' alpi marittime' e le ootle, fra le pegaso eie angnste vaiti 
dell' jÉrgenltera, asendendo vorao M marcèosalo di SalaM# 
allospatte degli stesai S^vizieri. Seliaano orni tmeado con 
grandlMima difficoltà le artiglierie per ioeghl aspri e discov 
see^, fra continue rovine e precisi ove Boppor era ve^ 
sUgia di foeWe^ né nidiaio di vegetaaione; Jiomini., cavetti , 
vaiolavano, cadevanov e^da qaeHe sommità orridéssiam pra» 
cipilando, scoMvparivano al goardo;^ Por tanti, disagi viooeva 
Itf doieissiitta visto d^ Italra. Da qnell' erte e ineopile pen» 
dici il farnetico soldato mirava i' oberlà della sottoposta pia* 
nora^ Era il di 1* di agosto, e la vite aaarìlaAa agli elmi ed 



9I€ BNCA fOAnìà. 

«ì pioppi MMlrava ì Moi grappoli ìodorali da «■ faggio di 
MliMìmo fole. Qaiadi eooiinciava an otmwio «fascm ilalia- 
oa che iaaaiaiifa gii affalicati atraaieri. llgioTiae re lieren 
qoeil' ama cono foriera del vieiao Ifioafo. U Trtvviaio ad- 
diUvagli r opuienia della terra» la vagheiza éék eielo e me- 
glio faeeagU sentire ia grandeiaa, e lo splendore de&a sfie- 
rala ritloria. Sciagaralo 1 che alla propria vendella aagrificaw 
la libertà della patria. 

Scende? ano alfine, gmogOYano a Salasgo , àvviavaaii 
f erse il milanese, quando una parte degli S? iixeri Tcdendoa 
non bene pagata dalla Lega, Prospero Colonna capitano ge- 
nende dello Sforza» già sorpreso» e latto colla sua geate 
prigioniero in Villafranca dai Fraacesi» venne patteggiando 
con questi. Si stabili : che gli Svizzeri consentivano che il 
ducato di Milano tornasse alla Francia » e con eaao allrcsl i 
piccoli distretti posti appiè delle Alpi, di che i canloni » 
erano impadroniti» colla condizione però che Massi awlisao 
Sforza sposasse una principessa del sangue reale di Frauda, 
ed avesse in appannaggio il ducato di Nemours eoo annua 
provvisione di 12 mila franchi oltre la condotta di cinqoaata 
lance ; reatitaìsse il re agli Svizzeri la pensione antica di 40 
mila franchi» pagasse loro lo stipendio di tre mesi ; al can- 
toni con diversità e comodità di tempi 600 mila scadi pro- 
memi neir accordo di Dyon ; ne tenesse continsamenle ai 
soldi suoi 4 mila. 

Questo accordo non appena conehiuso, venne ad essere 
rotto dall' arrivo di una nuova schiera di ventimila Svizzeri» 
i quali sia per vaghezza di combattere » sia pia ancora che 
invidiando ai compagni le acquistate ricchezze» mal sapeaao 
ritornarsi Indietro a mani vote , negarono di accettare il 
trattato» dichiarando specialmente che i cantoni non avreb- 
bero mai acconsentito alla restituzione dei baliaggi itaUaai 
come, si prescriveva dal trattato. Invano li Svizzeri che 
aveano patteggiato colla Francia, opponevaao la somau 
vergogna della violazione degli accordi solonaemeate fer- 
mati ; i nuovi venati chiedevano guerra, proponendo con due 
rapide mosse, impossessarsi del danaro recato a Boffifora,e 
assalire nei prspri aUoggiamentl il re. I due capitani sotto- 



1 MMt rOFOI.AlI. J17 

scrittori della €oof eoiione abborrendo dalla perfidia,, rieel- 
veliere di partirsi abbandonando il campo con 6 o 7 mila 
dei loro commilitoni che s' indoMero a segoirll. 

LUI. Intanlo l' esercito di Francia già avea occupata bi 
maggior parte della Lombardia. 11 paese a mesiodk del Pe 
era alato soggiogato da Niccoli Fregoso, a seltentrioAey ti 
re fattosi innaniì da Vercelli a Novara, passato il Tieino, 
muoveva per BotTalora ed Abbiategrasao, Pavia gli apriva 
le porte , e Gian Giacopo Trivnif io già era perveonto a quelle 
di Milano. 

Raimondo di Gardena trovavasi cogli Spagnooli tra il 
cottOttente dell' Adda e del Po, indi lasciati alcuni presidi in 
Verona ed in Brescia, andò ad unirsi con Lorenao dei M^ 
die! a Piacenaa, avendo sotto di sé 000 cavalleggerl, e mila 
fanti. L' esercito invece del Papa e dei Fiorentini governate 
dal Medici , contava 700 uomini d' arme, 800 cavalleggieri e 
4000 fanti. Queste forse addensatesi alle terga de' Francesi 
bastavano a tenerli in rispetto. Ma Bartolomeo d' Alviano* 
generale dei Venexiani alleati di Francesco I, con 900 uè* 
mini d'arme, 1400 cavaUeggieri , e 9000 fanti varcato l'Adì* 
gè, rasentando la riva manca dei Po, venuto era fino a Gie» 
BM>oa, ponendo gli alloggiamenti rimpetto al Viceré cbe 
stava per giltare un pente di barebe sotto Piacensa, di gol» 
sachè lo tenne in iscacco , ksoìando facoltà a' Franeesi di 
provarsi coi soli Sviazeri. 

Francesco I per poter conginngersi all'Alviano, e sepa* 
rare li Spagnuoli dagli Svizzeri ^ poneva il campo à Mari* 
guano, trenta miglia lungi da Piacenza , e dieci da Milane. 
L'Alviano stava in Lodi che disia da Marignane dieei mi* 
glia verso Piacenza. Il viceré fatto avendo varcare il Po 
a' soldati, ordinava tornassero addietro, veduta l' impossi- 
biyu di procedere oltre. L' antiguardo francese giungeva 
sino a San Donato e Santa Brigida , tre miglia lungi da Mi* 
lane» dove acquartieravansi gli Svizzeri in numero di tre»- 
tacioque mila ei rea . 

Il re sperava tuttavia di comporsl amichevolmente cogli 
Svizzeri, i negoziatori de' quali coi Francesi trova vansi a 
trattare a Gallarate, quando d'improvviso il 13 setteari>re, 



MWiid» le tftt ore dopo il meszodi, le acMers loro iofioai- 
«Me al seoDo terrìWe delle trombe di Uri e d* IRiderwtld 
che solo nei glemi di baHeglia faceaosi rinibeiiriNMrey bmw- 
Terane eon rapida e lavbtnosa moofla da MilaBOw Stara alien 
il Re nella sea tenda a ragìeaamento eon Bart^oaieo d*AI- 
tiene, gUeae era date tosto l'anrieo, ed egH yoiteei a qoMto 
attingendogli la mane « Signor fiartoloaieo, gli dicera, par- 
» lite vi prego soUeeitamenle, e col vostro esereilo aeeor- 
» rete , il pi A preato posaaiile, ala éi giorao, aia di nette, 
» dove lo ^arò, perocché voi ben vedete qnal diffieiia m^e- 
a ito io mi abbia fra le mani, > 

Gli Svisaeri, abbattendo ogni ostaeeio ebe «eealra- 
v«ao galla via, non rigaaréando né a etrategia militafe, né 
a stadio di goenra , noli' altra forza ebe qoeMa del eorpt 
Issa adoperando, e della propria intrepiditè, eoHa (Mediala 
teata avanaavanai conlro i Franceai. Maneavaae due ore sal- 
tante aNa notte, allorebè foriosaateate inga gg i ai una la bel- 
taglia. Fo cembattato al roggie della lane per sai ore eoalì- 
nae, e i dae eserciti si divisero per reecarìti dada natie e 
la atanebeaaa del eombattere. Sorta l'alba del 14 settambre, 
rMornaraiio alle estinta e gli Sviaaeri avrebbero aenaa dub- 
bio riportata la vHtoria se al seceors» dei Fmraeei non so^ 
pragiangeva 1* esercite veneaiano condotte da ^rtoloninieo 
d'AHrioBo ebe aeoorse sacoade il coaeerto preso col Ro lad- 
dove già balenava V esercito di Francia. Alle grida di Fiva 
San ÌÈaree, sbigottiti gli Svizserì , sebbene ordinati seanpre, 
si ritirarono e la vittoria in tal modo rimase ai Francesi che 
aeeostatisi a Milano , iaHBantinenli latti quei popoli si solle- 
varono In laro fovore. 

Ftt chiamata questa la battaglia dei Giganti, inaperoc- 
ehè , a delta di Gian Giacope Trivohio , ebe si ei:a trovalo 
a diciotto oampaH combattimenti, erano essi a compara- 
Siene di quella, firacialleschi. Il favorevole soocesso, sia di 
laMa la guerra, sia della giornata, dovettero i Francesi a 
due italiani , al Trivulzìo e all' Alviano ; sema il passag- 
gio detto Alpi per en varco intentato, trovato dal primo, 
e eon tanto ardimento condotto a termine , V eserelto di 
Franala era sorpreso e disparso; senza i'anive del se- 



1 Mllt fQffMAM. IM 

«owdtt» IttMIiliilMfiDle op^MMO • tbarailitto digli SiitMti» 

«oaie aalft' tsleetdeBio ctnfliUo di Nltfrwra* Quale giiM«f^ 

^ooe «e oUeoMMro essi daflo alrMiero, a daaaàMalla dì alii 

«M ai affida* dito qw brevccwaia. L' Alriaiia apoitala dagli 

sAanli a daite fatialia di ^ualla goem dopa appaM 31 giaraf 

^atta battaglia di MarigiMMa, in ala di 6a aMà dtsaiaU- 

aaante mori. Il Trivalsia invidiala da'Franoaai, va— ta ia 

«èia de^ Kakiani* oomprò la eitladtaaaia svtBtaia, aaoo»* 

fliaikdosi a' VèDèciani die sali catifliMa palar Mhrave aggi- 

snai l' liaiia dal gioga itraniapo. Ma a Laoèrae^ aha ogid 

piccolo 800 peoBÌero spiava ^aaai a careafvì m appiglio di 

o«lpa y parva rasato il doalro di aMatlerlOy a lo accusò 

pteoM il Ae» Il vacchio aatlaagenario risalvatla di acalpaasi 

alia presaan di Francasea, e vallee la Alpi* Cki riaa deHa 

morella di Laairae, audama di Cbalaaabrianl , basiò par 

far dimenticare a Francesco le prodetze del più gran eap^ 

(ano del aeeoto» dai laadalara dalla AMliaia in Francia. Fa 

laassamenle ingiariato, riaptoverologli la aoa fama con lanéa 

^Talare ed onora acquietata^ Lo inlaliea vacabia Vanna mana 

a lanlr'oitiaggio, infermò e morì a Gbariraa praanmlo vtaaa 

»I sanao deli'apilaffla ebe da Ini atesM aoapaala, gM vanna 

scalpila solta tomba nella chleaa di San Hacoar» hi ìlilanae 

^ Jaeoìmt Jlo^nnr IWuMna ÀtOùmM fUktàf , 

fmi nwnqumn qwéitU gnleerit, kw$. 



CAPITOLO SESTO. 

. «ie^i SforujttoIcnoA ao>lMi8<^c^ ^'1^ RepobUica a FruccMO I in Mi- 
lano. Tentativi di civile anione fatti in Genora; spediaiona conUo i 
Barbareschi I prelesa conginra contro il papa Leone X. MiU trattamenti 
dal sa Franccac* aaMi alla RapobUica. nuor» apa dW—a wa ill inM mUto 
gli ordini di Andrea Doria contro i corsari di Barbaria. 



LIV. Udito l'infelice fine,dieMa giornata, il Doea Massi- 
miliano Sforza erasi rincbinso nel castello, ma ivi forte- 
mente assediato» fu mefitieri cb'egli scendesse a. patti:» 



aecsttattdo di reeani aTiT€raiaFff«aeiaceBiiB««Miitt pce- 
iUNM di M aita fendi d'oro, e la speraoia del eardìnaUto 
per mediaiMMO del Ee. Né fa dolente di tanto sagrifide k» 
Sforta eemaeeiièt né vìrtà d' animo eoetante, nò avende ri- 
*goria d'ingegna ti lro¥ò pago di liberarsi alfine dal giogo 
degli STiieeri , dalle eoncnssioni imperiali » e dalle fmdi 
•pagnnole; 4sert fini il figlio di Lodo? ico Sforza dello il Moro, 
nipole dell' invitto Franeesco Sfona; vedremo più ionaui 
come a peggiore destino fosse riservato il fratello di Iti 
Fimneeseo, col qoale lotta qnella principesca famiglia ri- 
mase ignominiosamente estinto. 

Col castello di Milano venendo in potestà de' Francesi 
qnelto ancora di Cremona» cadoto cosi lotto la Lombardii 
in mano del Re» fece questi il soo trionfale ingrenao in Mi- 
lano con pompa aùlitare» e con singolarissimi onori rìce- 
voto. 

Andarono congratotondosi alla sua presensa gli Ambi- 
sciatori di molti prìncipi e repabbliche , e memorabili fu- 
rono le legazioni dei Yeneaiani e dei Genovesi. Dei quii 
nUimi come capo il Doge Ottoviano Fregooo» ora Vicario 
regio, accompagnalo da otto altri ambasciatori deUa Repob- 
blica , per cbiareit a di nascito » per età ed onori prestanti, 
lo arringò splendidamente » dandogli il dominio della città.* 

Tornato in Genova, siccome da molto tempo gli sUva 
in animo di spegnere gli odj delle fazioni cbe tonto danno e 
strazio recavano alla Repabbliea; cori esseodone ancora 
consigliato da Raffaele Ponzone, nomo di molta letteratora, 
e di grande esperienza nei pubblici negozj, stato già gran 
tempo segretario della Repabbliea, diede opera alBnebé il 
Consiglio eleggesse on nuovo magistrato di cittadini , i qsali 
studiosi del ben pubblico, lontani da ogni fazione , avvisas- 
sero ai modi di riformare la Repubblica, e togliendo le parti, 
to conginngeasero in un solo ordine coi solo venisse com* 

' Filippo CaMDÌ, D«' suoi Jimaii, mette in bocci del Fr^^oso le pii 
•tolte ed esagerate parole di adulaaione al monarca francete, simili a qnelle 
proferite da Stefano Giustiniani a Luigi XII. Per buona rentnra nnlla di ciò 
si trova negli Jnmali di Agostino Giustiniani, e nelle Storie di Oiierte 
Fo|Uetta. 



I IKMl rOPOLAM. 981 

messa Famministracione delle cose. Per sue rive istante 
venne donqae nominato il MagistraCo richiesio composto di 
dodici ragguardevoli eiltadini, i quali soddisficendo al ge- 
neroso uffizio presero tosto a congregarsi nel ehioslro di, 
San Lorenzo, ed apparecchiavano la difficile materia col 
proporre acconci rimedj, e le varie cause dei frequenti tu- 
molli, e la vergogna degli abusi volendo estirpare. Ma Fé* 
derico Fregoso arcivescovo di Salerno, vedendo addentro 
nella natura degli uomini pfà del fratello Ottaviano , cui la 
bontà dell'animo e la dolcezza del carattere facea spesso 
velo al giudizio, riconobbe che la metà del magistrato com* 
posta era di antichi nobili , e V altra metà tutta ligia e de» 
vota loro, che il parto dell' Unione altro non sarebbe che il 
dominio della nobiltà fatto sicuro sulla parte popolare, come 
già ne avea ricevuta notizia , che di tal disegno mentre non 
ne avrebbe alcun vantaggio ottenuto la Repubbliea , ne ter* 
nffva inevitabile il danno alla propria famiglia , e a tutti gli 
aderenti della stessa , non volle quindi più a lungo contenersi, 
e siccome le ammonizioni date al fratello non partorivano al- 
cun effetto, né meno i consigli giovavano suggeriti da lui 
a' membri del magistrato, un bel giorno, stanco di veder 
tuttavia la ternata opera incamminarsi al suo line, si trasse 
innanzi con seguito d'armali laddove siedevano quei ' con* 
gregali, con sdegnalo aspetto li sciolse, e della vita li mi- 
nacciò se mai più altra fiata si fossero a siffatto uopo radu- 
nati. Timidi e confusi sgombrarono, né pia d'unione si 
parlò fino a quel di che riuscì ad Andrea Boria di operarla 
dopo tredici anni con quel fine medesimo dall'arcivescovo 
Federigo temuto. 

LV. Qaantanque il re Francesco di Francia, oltre gli 
ottantamila scudi d'oro, altri ottantamila per opera del Fre- 
goso ricevesse dalla Repubblica onde gratificarlo del bene- 
ficio di vivere sotto il suo governo, ciò nondimeno lasciava 
che il mare inferiore fosse del continuo infestalo dai Barba- 
reschi , i quali predavano bastimenti e mercanzie recando 
seco in obbrobriosa schiavitù le persone : sicché fu duopo di 
provvedere al disastro. Famosissimo de' Barbareschi era al* 
lora on Cortogoll corsaro turco, che con armata di venti 



/ 



ftvefi tfltlè Mftpfwn , • étiiiiiiiii dicMIo màtì «ari* 
efce di gfvtto cIm Tenifvii* a Genara driki Sicilia. Bifwò 
pefUBto il eillà di rilBttiri «m cMpicM flotU cernirò di 
lei. YcUe eottcorrenri il Pa^ caa due ftatee, concedeadt 
aaa dmaa dM dai clero ai rìaeaaae par tafta U daaaiaio ga- 
Bareaa. Paiaao didaaaaTa la galea, Ire fallaai, dee brigaa- 
lial a altri lagoi fneealL La iatla laTé la bandiera del papa, 
eii*cMa ilaapfeBo coiaaado per Tolafe di focato, Federigo 
Fragoao araiTcacaTa di Salerao. Dalla galere, aRre le doe dd 
papa, dea araaa dal Goaione gorcmala da Aadfea Daria, le 
alba a divarai parlieelart apcttavaaa, fra le qoali ad dà 
Franceai. Leaalivaaa con aMiHo naaiere di dome mille ail- 
dati. Navigavano ia Bonifacio di Corsica, iodi in Cagiiari di 
Savdegna, gioageada a BiaerU, ibrae Taalica UUoa di Afriea, 
a nel ftaoM di faeHa d avtaaaero condannala di Certogaii 
ballota e ^ aad abbandaaala, campoata di qdadlei fatele eoa 
alqoaala galea; am ne iaipadroaireeo lodo, e Uberaieao 
tetti li adMad cridJaai; oocaparoao appraaao t borghi e lao- 
gbi airaodanli di Biaerla, li pcaero a aaccbeggìo. Mente era 
dell' Ardacacofo coTcr foori del ionie i raacdli , o alaeaa 
iaeendiarii, aecampandcai aobito oMre le rive di qaello per 
maglie aceoparaBiaerta, ma la capidilA de' addati inlenli 
pie alla rapina cbe di' incendio , non gliene diede facdlà, 
aiechè, aaeotr'd atavaao eecopali nel dendioie. sopragginaae 
on graa ne mero di Mori cbe potè dildidere agevolneale 
Biaerta dai lora asaalti. In pacale « lefatad oa fariosìasiflio 
veaÉo cbe dna legni ddf annata ne aadatatio perdati, noe 
polando per la maiea aaair fuori dd fiaaM, per la qoal casa 
la flotta vedendo vano ogni aoo afono per ia^Mdranicd di 
Biaerta, partiaai, e veleggiè a Toalsi , con li'aebifi deflo ga- 
lere penebrè oeHa Goletta, fteoperft ona galea già dot Terahi 
ptadda d Genoveai,. rivobe le piare aifiaola éék Gad»,. 
qoivt afipicoòlifaaco ad alcoaa Inde dègl' infedeli mentre il 
CoaiDgoli, ripaaala e nfiitta la aaa araMta, navigava wraai 
Lavaola AHara FArdveacovo ndoaae la Balla in Genova a 
aalvaaaeatOy portaado aeeo qodcbe poca prede , a dee o tra 
placalt lagm; lalf ebbe fine qaaHa apedinonai Fa ancoia di 
qaad' anno diaat dM par cova dai Padri dd Coinaae verna 



I M«l MfOLàH. Mi 

pannato e ri^trala la daraena 4aHa parte di levaaliB, acsTMi* 
dana il fondo om dieialto paloni di liuifhesia, rifaoewloai I 
feodanentl della torre e del poote e forllOcaBdoai il «■•• 
deatro foof i eoa pietre gtoase* 

LYI. Ctwresdo V anno di 1517, non mi par» di dotar 
preteraMllere al«aa cenno snlla preleaa eoagiara erdila dal 
cardinale Alfonso Pelroocl di Siena eonlro la vita d^ Pon^ 
tefieo Leone X, poicèé vi ai volle eoanprendere come eoa»* 
pliee il cardinale genovese Bendinelli SaaB. Paadolfe Pe*- 
Irncei aignore di Siena era stalo raasieo pia fedele della fa* 
miglia Modici, dandole asilo, proieiiìone e soecorso me n n o 
si trovava proscriiia dai Fioteotinl. Morto eà'oi fa, laaciava 
tre figli Borghese, Alfonso cardinale e Fabio non anco glwit» 
all'adolescenza; erede della grandenia e signoria del padre 
il Borghese, ma non del ano ingegno, e della peiiiia ohe 
iDoJta avea neUe faecende detto Stato. Il papa Leon X dl« 
laentico dei beneficj ohe la saa casa riceveva da PnndoUb , 
e del papato eh' el doveva al cardinale Alfonso ohe insiema 
col Saoli glielo aveva prooaceiato, divisò di balxare dalla SI* 
giioria di Siena il figlio, e il fratello da' soci benefiUlori, pa* 
nendo in sua vece Baffaele Petrocei vescavo dt Grosaelo, il 
quale essendo roiio» ignorante, e di coatomi corrotti pan* 
aava di maneggiare a talento , e cosi qnella cUlà chiosa ira 
li Slati della Chiesa e dei Fiorentini, assoggetlarai non 
meno dei territori che l' accerchiavano. Per mettere in alta 
il proposilo ordinò a Vitello Vitelli che con dagento covrili 
e duemila Canti cacciasse il Borghese, e in signorìa meltesaa 
il vescovo. Il Vilelli quanto gli venne dal Papa ordinato eoa* 
gol addi 10 marzo del IMH. Levò rumore il fatto sia per l'ii^ 
giustisia manifesta, sia j[)er l'odiosa tirannide del nuova ai* 
gnore. Il cardinale Alfonso ne conce|d sdegno ed ira iaeffa* 
bUe, nò ponendo freno e moderaaione al suo riseatlmenta, 
andava con parole aperte a con lettere piene di minaccia 
sfogandolo dovunque ; gli venne perfino in odio U aog gioraa 
di Roma, e se ne partì, ma fa richiamato; neHa guerra par 
li Ducalo d'Urbino mostrò parteggiare apertamente per qoa* 
sto contro il papa $ pani nuovameale da Rmoo ; intanto fa^ 
rane Intraprese aleoae ano lottare iadiriisala al pvoprta aa-* 



3SI SMXBA OVAWA. 

gfief trio , fMiiarano di copi disegni , di maéHate yendelte; 
si voile elle un cliirargo Battista dì Ver celli ei divisasse con- 
darre ai servigi del papa perché gli avvelenasse on eken 
che si facea medicare ogni giorno. Ma il chirurgo non mai 
si era mosso di Firenze dove dimorava. Qaeeti sospetti, e 
qoesle lettere bastarono per trarre in Roma il Petrocd in- 
gannandolo con affettoose parole che gli scrisse Leene 1, 
mandandogli un salvocondotto. Insieme con lai ntornòil 
cardinale Saoli che meglio per sincera amicizia col Peirocei, 
che per paora dì complicità lo avea segaitato. Appena gianli, 
forono entrambi presi, torlorali cradelmente, ed estorto loro 
fra i tormenti quanto si volle per condannarli ; altrettanto 
si osò contro il chirurgo Battista di Vercelli; altri cardinali 
s' imprigionarono , siccome colpevoli di avere adite né d«- 
nanziale le fiere parole e le minacce del PeIraccI; tali fo- 
rgio i più ricchi del Sacro Collegio Raffaele Riario, Adriano 
cardinale di Corneto, e Francesco Sederini. Petrocci e Santi 
terminato il processo , spogliati del grado , si rimisero al 
braccio secolare , il primo venne strozzato in carcere il 
21 giugno del 1517. Del Sauli fu mutata la sentenza capiti^ 
in perpetuo carcere. Ma i suoi fratelli di Genova essendo- 
sene fieramente commossi, e ben conoscendo qoale fiM 
avesse quella iniqua processura, offerirono 25 mila ducati e 
il papa fu contento di ritornarlo in grazia ; salvaronsi alio 
stesso modo i cardinali di Comete e Francesco Soderìnii 
mercè la somma di 50 mila ducati ciascuno, ma pia egre- 
gia quantità di denaro , siccome il più dovizioso , dovette 
sborsarne il cardinale Riario. Il Sauli però confinato aMoo- 
terolondo, castello degli Orsini, mori dopo 10 mesi per lento 
veleno che, com'è fama gli venne propinato ; del cardìsal 
di Cornelo più non si seppe novella e dicono fosse ucciso a 
tradimento. Il chirurgo Battista di Vercelli con altri repi^ 
tati suoi complici perì fra i tormenti ; non sopravvissero ài 
tanto numero che i cardinali Rrario e Sederini, al prìnO) 
nipote de' due pontefici Sisto IV e Giulio li, ricchissimo a 
potente di grandi aderenze non si osò dar la morte, al ^ 
oonde non si potè, perocché finché visse Leone X, si ripov^ 
a Fondi setto la gagliarda protezione di Prosparo ColeDM- 



I DOGI POPOLAKI. 385 

In tal goisa fa condotto a termine quel brottisgimo fatto nel 
quale. Ire cose, sembra indobìlato, essersi il pontefice 
prefisse. Tona di occopare Siena, l'altra di liberarsi dei 
cardinali cai doveva il pontificato, la terza di spogliare i 
pia ricchi per satollare V insaziabile Ingordigia di nna vizio*- 
sisflima corte. 

LVII. Il re di Francia, come naturalmente dovea essere, 
postergandosi la ragione dei patti che fermali aveva colla 
Repubblica , quanto più qaesta facea prova di soddisfarne le 
domande, tanto meglio andava egli innanzi nelle prelese. 
Già 160 mila scadi d' oro glie n' erano stati sborsati come 
attestato di rimunerazione e soccorso alle sue guerre d'Ita- 
lia. Ora richiedeva egli altri 80 mila scadi, ed un'armata 
marittima allestita alle spese dei Genovesi. Parve, ed erano 
ingiuste ed esorbitanti domande, e per onanime consènso 
del Consigli si ricettarono. Ed egli volendo vendicarsi del 
rifiuto, costrìnse la Repubblica a restituire la terra di Gavi 
ai Trotti, quella di Ovada ai Guaschi che si aveano per l'ad- 
dietro usurpate, e che al principio dell' ultima guerra per 
virtù di Niccolò Fregoso tornavano in potere de' Genovesi. 
Suonava alta l'ingiuria e perchè riconquistate con giuste 
armi e incontestabile diritto, e perchè di fresco la Repubblica, 
provocando lo sdegno e le minacce de' collegati , avea ben 
meritato della corona di Francia, innalzandone per la prima 
la bandiera in Italia, di sortachè, dove la terribile giornata 
dì Marignano non si fosse vinta dai Francesi, inevitabile sa- 
rebbe stato il danno suo per la vendetta de' Confederati. 01- 
treciò di danari e d'uomini accomodato più volte il re, andava 
questi alla Repubblica debitore di molti servigi, e di favori 
utilissimi alle sue imprese. Gli s' inviava quindi un amba- 
sciatore che a più ragionevole sentenza ne muovesse l' animo. 
Ma esso non potendo mai essere ammesso alla regia pre- 
senza, gli si fece intendere dai ministri che gli verrebbe 
ottenuto l'intento quando sottoscrivesse alle fatte domande; 
si sborsassero al re gli ottantamila scodi d'oro, si consen- 
tisse la flotta. Al che non potendo aderire e perchè cono- 
sceva le intenzioni del suo governo, e perchè gli fatila il 
mandato, partissi senza che la sua missione partorisse al- 

Storla di Géttofta* — 4. 25 



3M «POCA QOàlffA. 

cna nltk «fttUo. Qnimli €«ttiftekn>no 4|ii0ì aali avmì cke 
riviciroiio poi « pefisimi fruUi. 

LVIII. I Barbareschi datt* oliraia spediiiane de' Gè— 
▼eei pia sUmolati ed offesi che domi y isflerìvaDO coHe lem 
aeorrerie» e il nare medìlerraseo perterliavaiio aoUe di «b 
naovo loro famoso capo di nome Cadoli eoo tredici navi, 
Qoa ifalea, ire galeeile, ed aleane foste. Non pefendosi più 
eltre eonpertare l' onta ed ii danno , ai diede ordine ad A»- 
drea Dorla di nellarne il mare. Ed egli tolte seco le qiiMlBl 
galere del porto die avea in governo, agginnle ad eaae aUfe 
dae BQOYe oonaadate da PilipfMBo Dorìa^ ai mosae a rteer- 
cave il nemico. Volgendo il 22 aprile del 4ttl9 io ai vide ve- 
nire addosso con validissimo vento; troppo era il vauftaggio 
deU'avversa parte per acoetlarne la battaglia, di guisadiè 
peneò il Daria di tanto allargarsi in mare, quanto era neoes- 
aarìo per toglierle il favore del vento; ainolò di fnggire , e 
gli ienevano dietro per raggiungerlo; navigò fino al Capo di 
Sant'Andrea dell'isola dell* Elba, dove pare perveeole il 
nemico, ben ai avvide, che foga non era qiieUa, bm diae- 
giìo del Boria di cemballere con più vantaggio , per la qaal 
cosa venni ogii mene il vigore col disinganno, prese egli ve- 
ramente veltando le prore de'snei legni a far quello eiie ai- 
Miriatamente era «tato praticalo dal Daria. Qaesti se ne ad* 
diede, e ealate le vele, lo incalaò rapidamenle , e perohè le 
én naove galere aggionie alle bob qnatlao, tarde trapps 
meatrayansi nel armeggio de' remi , diede lare a rinerchia 
doe di qaest' vltiBse commettendone il comando a Filipf»lBe 
Doria , ed egli colle rimanenti seguitò ad incalsare il ne- 
mico, non tante per combatterlo, quanto per intertenarla 
linekè le altre quattro non l'avessero raggiunto. Ma il -vento 
accostandolo alla flotta avversaria gliene tolse la faoeUà, e 
gii fu forza d'ingaggiar la battaglia. Furiosamente aadaraaD 
ad tiiooBlrarsi le due galere del Doria, e li nove legni do- 
gi' infedeli , dei quali la galera e cinque foste assalivane la 
capitana del Doria , e le tre galeotte, l'altra galera. Ciò non- 
dimeno, in cosi Ineguale conflitto dalle due galee genovesi 
per singolare virtù di Andrea, fu tanto vatorosaaiente cobi- 
battuto che si diede agio all' arrivo di Filippino Ooria, il 



I Doei FopoLAii. 387 

quale eolle altre qaaUro si mescolò nella pugna. Allora Tana 
e r allra parte con maravigliosa ostinazione d' animo si az- 
zuffò, si strinse ad accanilo eioMoto, né degl'Infedeli meno 
irovavansi i Genovesi in manifesto pericolo della vita, im- 
perojcchè le ^ue |;alere^ dove combatteva Filippino Doria 
Todev^npi il» gi«u pan3 aUbailtptie, e^ egii io Alofo hogb^ fe- 
rite. La qua! oasa ssorgendo Andrea raddoppiata rkitsepi- 
ditèf e la grapdezza dell* animo, slimolando con l'esempio 

e ctih infiamffjiUi p»Dole i anoj* /9 M fio^imm ajccprr^ndo 

là deve ra¥¥isaf« le -eeolrane Ione prevalenti , « cosi trava- 
gliandosi, f gagif nudamente combattendo per pi^ di mezza 
ora, riuscì al fine ad abbattere e sbaragliare i nemici, tal- 
cbA 4e)|e jpyove y^e^ fiei yfitmew ptese, ? jtre sole t^^ po- 
tereiio sfiampani jn^VA ^ 4i90Tdin^te. SAnguiuo^isaiioo fa j| 
coinMtHPfiolP p^ìfiàH^ parM ; fìj^ì pn^enio infedeli , 9p|i 
vei^ipiAqv^ j9a)y.a^iisi., ^e'Gei^ye» WPllì ♦ mprti, maltis- 

^ìm j Jbritju hn4x9fl^ Dm^ c^i m iegni preai e coijie pr<^- 
prie galee« al riparò np\ ^wto cM Sa» Vìfif^wo in Cpfa|p|i^ 
portatovi ^aMa hri^m 4i mar^, .cIm lo i^v^b^ e pejricajo 
piò fiisrp ii q^fù^o ch^ a.v^vff cfu^o n^lji» V^tM^iia^ Fip9l- 
m^»jLp 9«Ui J^Pgfli» ^«)l^ WoU^ ^oglje d^'^^wLci, popgnip 
iiumeiie 4i ^i^tiaoj lij^l^RaU AelUi sptliJQiyijlò., iodiri^jKj^ le 
pror? ?.ftrso Sìmpyi^f e tr¥Mìfialhmeqll^ 4B9irò jm^ì porlo. 



388 ' BVOCA QOiBTJI. 



CAPITOLO SETTIMO. 

RiTalitSi dì Francesco di Francia e Carlo d* Austria, eleiioae di ipiesto ad 
Imperatore col Dome di Carlo V. Lega del papa Leooe X prima col re, 
poscia coli' imperatore. Tentativi falliti degli Adorni contro II govervo 
di Ottaviano Fregoso. Nuova guerra in Italia tra l' imperatore • il papa 
da una parte, il re di Francia cogli Svisseri e i Veneziani dall'altra. 
Fausti suceetsi dei primi i i Francesi sono cacciati da Milano. Mwte 
del papa Leone X, cui succede Adriano VI. Battaglia dtlla Bicocca 
perduta dai Francesi. Impresa degl'Imperiali contro Genova, oitAile 
saccheggio dato a questa per opera dei fratelli Adorni; dogato di Anlo- 
niotto Adorno; carattere e fine di Ottaviano e Federigo Fregoso. 

LIX. Il grandeggiare delle potenze straniere, il forti- 
ficarsi con islabili eserciti aveano l'Italia sin dagli altiflif 
anni del secolo XV fatta campo, e strazio non solo delle loro 
goerre, ma sottomesse le sne più nobili provincie ora alla 
Francia , ed ora alla Spagna. I principi italiani adottando a 
massima di ragione di Stato, di cacciare l'ano straniero col- 
l'altro, aveanli tutti chiamati a rovesciarsi dalle Alpi, ade- 
scatili alla preda, esercitatili nelle armi, e quaggiù di quelli 
rivolte le ambizioni e i disegni. Ben dovea prevedersi che il 
contrappeso delle contrarie forze non potea a lungo dorare, 
e che dove l'una di esse fosse stata prevalente, questa dt 
tutto il suo peso avrebbe schiacciato ed oppresso gl'inesperti 
provocatori. Infatti se sotto i re Carlo Vili, Luigi XII di 
Francia, Ferdinando il Cattolico di Spagna, e l'Imperatore 
Massimiliano d'Austria, l'italiana politica non diede ancora 
tutti gli amari suoi frutti , la inesperienza e la debolezza dei 
primi due, la perfìdia del terzo, la stoltezza del quarto, ne 
furono cagione, ma tostochè trovaronsi di fronte a conten- 
dere della maggiore potenza due ambiziosissimi principi, e 
già venuti erano meno in Italia colle passate guerre straniere 
ì pia prodi e leali ingegni, rovesciaronsi sopra di noi senta 
pia ostacolo e rimedio le male conseguenze di un funesto 
principio. 

LX. Morti essendo Luigi XII e Ferdinando il Catto- 
lico, reggeva la Francia Francesco I, e Carlo d'Austria 
Ja Spagna. Fra questi due giovani re, oltre di essere in en- 



1 DOfiI POPOLAfil. 380 

irambì l'aDimo copido di gloria e di slato , passavamo se- 
grete cagioni d'odio e di rancore, perocché Francesco fosse 
disceso dal sangue di Orleans, e Carlo da quello dei Duchi di 
Borgogna, famiglie e fazioni slate sempre fra loro impla- 
cabilmente rivali* Francesco poi avea data la mano di sposo 
4 Claudia figlia del re Luigi XIL mentre già promessa era 
«lata per solenne trattato a Carlo. Ciò nulla meno, addi 13 
4igosto del 1S16 nel paese di Noyon si fece convenzione fra i 
due re. Fu questa, nulla più che un mezzo da pigliar tempo, 
rassodarsi sul trono, ed avvisar meglio come avrebbero pò- 
loto mandar con sicurezza ad eOetto i proprj disegni. Moriva 
intanto addi 19 gennajo del 1519 nel paese di Lintz 1* impe- 
ratore Massimiliano, e qui una viva e lunga gara per succe- 
dergli nella dignità imperiale Ira Carlo e Francesco. Questi 
avea speralo di guadagnarsi i voti degli Elettori, prodigando 
loro egregia copia di danaro, tre ambasciatori suoi viaggia- 
vano in Germania portando del continuo con essi 400 mila 
scudi per corrompere le persone più influenti nella elezione. 
Ma mentre Francesco di Francia così scioperatamente di- 
sperdeva il più prezioso danaro, Carlo d'Austria con mag- 
gior senno impiegava il suo nell' adonare un esercito, il 
quale improvvisamente accostatosi a Francoforte, sotto co- 
lore di proteggere la libertà degli eleltori, gli diede vinti i 
loro suffragi; fu egli dunque gridato imperatore eletto il 28 
giugno del 1519 col nome di Carlo V. Quindi nuova e più 
fiera cagione di odio, d'ira e di vendetta fra i due monar- 
chi. Cominciò Francesco a chiedere a Carlo T esatto adem- 
pimento del trattato di Noyon , e quanto era in quello pat- 
tuito per la cessione delle ragioni del Reame di Napoli, 
fosse restituito il regno di Na varrà al re Enrico d'Albret, e 
fatto omaggio della Fiandra e dell' Artois alla Francia come 
membri della sua corona. Dalla altra parte, pretendeva Carlo 
a nome dell'Imperio il ducato di Milano, posseduto dal Re 
senza investitura, e il ducato di Borgogna che i Francesi 
aveansi usurpalo dopo la morte dell'arciduca Filippo. Colali 
qoistioni non potendosi risolvere a parole, si diede di piglio 
alla ragione delle armi, e queste cominciarono a maneggiarsi 
nella Navarra e nella Piccardia. 



IXI. Addénsatàài lì ttcfiiflio tottMtfMc« tàtpo d'ÌMi, 
OD pontefice dì robusto e pènpìtÉte iilfeReHd e di naÉgiia- 
oima natura avrebbe Boto pOttttò MòAgìufatfòr; ma falé eoo 
èra Leone X, nelf animò ano ardeva è Ttftd la tattifiéi 
eaetiàre fuoH i tk&hati Imitando Giiidio li, ma né Ut gno 
mente, tiè II ^enefoio caràttere atévft di eo^tuij le àftt idee 
Cròvavansi in é&so soggiogate dSlte sordide paagioti. I mi 
danari coiisumavansl in feste, in ptoiiàtA aoHasai, ìé eiMi 
e stravizzi carAaséialtiMhi; Ì6 sQé ftttlteae IhHÌ per PoMfe 
d* Italia, é Pacérescimentó degfi Staff dcHa Chiesa, ina per 
formare singolatri principati àllàl propi-ia ffnkiglià. Di dò m- 
dono ragione ìè sue gntirfè è ttacchin^iidili tatUto i ìi- 
gtioni dì I^èi'tfgiò , I Ròverésòtil ài fJrbiàò, i Petmcei £ Si^ 
nà, di ciò tà pi^leto Còltgitira eontfs di ié, 6 l'iMciiiolièdei 
più ficchi ca^dìoan, e il ti-òtatò delle fndttfgtmier péf <HM9i- 
ffliò del càrdihale Pucci, sottilissimo ingegno fiéréìttliio, aih 
pficate còsi alla vltat av¥6nif«, come atta pimiòtHe, ónde h 
Vendita è I^àppàltò loro a carissimo ptetxo hi Gèrmaiiiil,ia 
discordia fra i frali di sént'Agostitid e san Donaenico, e le 
duove dotlrine Atiàlmeiite di Lutero, per cui ttL didgraziatilse- 
périElziònè dì tanta Cospicua parte delle crfsflaifità dal greialio 
dèlia catfolìòa Chièsa. Era dtiti(|tfè Leòftè X un riirle éini 
mento ih roano al più astuto dei due sòvratrt. Il quale oono- 
scéhdone la debolezza è contentàhdoiie la pèfaenarle e dóaie- 
stlcA àmbiàeiòhé, potea sperare di averlo mègHo a talidd s»- 
étégho dei proprj disegni, che a valonAO dìfèniòre dello mi- 
àèté sortì d'Italia. I fatti òhe iti bréVl$«ccaddero iMétiarooo 
véro quanto aUTérmiamo. 

n Papa InVèCe di cdhciliàfe rattiiiio dei due pHncipI ri- 
vali a Cttncordid, per ò|>éra de'suui messi Futto Infiàmuiava 
contro dell^altrò, statido per qualche tempo in forse a 4inh? 
di èssi dovesse coli gì ùngerai. Ififiire déliberdssl a fhvore della 
Francia, obbligandosi con Frauce^ó I^ ad dftsaflre di eoft 

certo il regho dì ftàpòlì, il quale octsupatd. Sarebbe pètn- 
notò al Pontefice quauto si stende dà Rèma et GarigTiMlio, e 
dal quel fiume Innanzi doveà tuceàré al figffe del re; e sic- 
come egli trovavasi in tenetisslma etd, Un vicaHo apostoli- 
co ne avrebbe tenuto il goternd finché hun fosse divenuto 



I DOai rOFOlAAI. t9± 

naggioro. Franoeseo I prometleva di non più proteggere né 
il due* di Ferrara wé ferun altro fendatario della Cbtefla. 

Questo trallato avea loogo infianii le ostilità deHa Na* 
Tarpa, la aollevaaione dei Fiamoiinght, e le guerre civili die 
presero ad ardere nei dee regni di Casliglìa e di Aragona, e 
fii in quel monlre che vemie presentalo al Consìglio reale 
per essere confermato. 1 consiglieri considerarono come non 
potesse starsi aUa fede del Papa cb'ei rolesse rimollero i 
Francesi in Napoli» qaaodo a malincoere H sopporlaira nel 
Milaneae, temettero con fondamento, che avviteppato netta 
gaom detta Campania, l'avrebbe abbandonati per coHegarsi 
eoli* Imperatore, ed assalirtt nel iHicato di ìiilaao. Tempo» 
teggiarono pertanto, e Leone X, sta per il ritardo, sia per*^ 
I che i'aoiorttii sua disconoscevasi nelle materie beneficiarie 
del Milanese, dtsdiase il trattato, ed on nuovo wm conchiose 
oeU' imperatore. Fnrono condìaiont di questo: La cbiesa 
avrebbe le città di Parma e Piacenaa smembrate dal Daeale 
della Lombardia che unitamente al ducato di Ferrara ne Mt* 
crescerebbero i dominj; sarebbe riposto in possesso del pri«- 
BM^ FraMcesco Sforaa, secondogenito di Lodovico il Moro; 
r Imperatore Carlo V verrebbe dal Pontefice prosciolto dalia 
giovata pvomessa di non possedere nello stesso tempo il re- 
gno di Napoli e l'Imperio, mi Alessandro dei Medici figlìnelo 
nalormle di Lorenzo già duca di Urbino, ¥ Imperatore darebbe 
stalo proporzionato nel regno di Napoli. 

Onesta lega però fu tenuta in grandieaimo segreto, aspet- 
tandosi il deslro di farla come una congiura scoppiare im<- 
pvovvisB nelle Provincie, le qoaK dovevano eeilevarsi lotte 
ad mi tratto dotte montagne del Larìo sino a Parma. 1 col- 
legali riguardavano come imporlootissimo ai fine loro il ri* 
volgimeanle di Genova, affiacbé per il mare di questa, il re 
di Spagna avesse Ubere e pronte le comunicaziosi lutto colla 
Lombardia. Indi spinsero Adorni e Fìescbi a tentarne 1* im- 
presa. Fecero veirire da NapoH selle galere, alcuno barcbe, 
oon 2M0 Santi spagnooli, i qoaH legni unitisi a Gévitavec- 
cbria con due del Papa, dierono in governo a Girolamo Ador- 
no', affinchè tuli' insieme navigassero contro di Genova, op- 
primendo improvvisamente i Pregosi, e sollevando la conr 



303 EPOCA QUASTA. 

traria fazione ; tnlanloché per terra Anloniolto fraldlo di 
Gerolamo con ttOO fanti levati nella Lonigiana, avrebbe eo- 
steggìato il littorale, e secondato il tentativo, e lo sbarca 
loro^ L'esito felice della spedizione riposando nel segreto, fé- 
cero essi in modo cbe per venti giorni venissero interoetUU 
tatti i corrieri , cbe andavano a Genova. Ma qoeslo atleom 
recò appunto sospetto ad Ottaviano, e n'ebbe sentore, di 
guisa cbè con alcuni fanti , e con cinquanta lance che sfei 
da' Francesi ricevute, comandate da Tagllarìno Dona fra- 
tello di Filippino, provvide gagliardamente alla difésa delb 
città. Infine le nuove galere scoperte tra il capo còrso e Ge- 
nova da un brigantino, questi ne diede un manifesto avviso. 
Girolamo Adorno riconoscendo allora non potersi eseguire lo 
sbarco di quella gente nel porto, tornossi addietro» ed oc- 
cupò Cbiavarì, dove unitosi al fratello Antoniolto, mossero 
insieme navigando fino alla Badia di sant'Andrea dì Sesto, 
o Sestri di ponente. Da Genova uscirono ad incontrarli molli 
fanti, e le cinquanta lance per impedirne lo sbarco; gli 
Adorni avvedutisi essere inutile ogni loro tentativo, rivol- 
sero le prore verso levante, tornarono a Chiavari, di là aib 
Spezia , indi le galere con una parte della fanterìa naviga- 
rono per Roma e Napoli , gli Adorni e i Fieschi con on'aitra 
andarono a congiungersi in Lombardia coli' esercito impe- 
riale, che sotto gli ordini di Prospero Colonna militava con- 
tro i Francesi. 

LXII. Scoppiava la guerra tra il Papa coli' Imperatore 
Carlo y, e il re Francesco di Francia cogli Svizzeri e i Ve- 
neziani. Le prime ostilità accadevano sul fiume Lenza, indi 
contro la città di Parma, la quale fu occupata dall' esercito 
pontificio. Sollevandosi i Milanesi contro il governo di Fraa- 
cia, caccia vanto poco appresso Lodi, Pavia, Piacenza e Cro- i 
mona. Francesco Sforza ricuperava il ducato sotto la proie- 
zione delle armi confederale di Leone X e Carlo V. Ma iì 
Papa improvvisamente infermava, aggravavasi, e il priao 
giorno di dicembre del JtfSl moriva dopo avere tenuto il pa- 
pato otto anni, altrettanti mesi, e diecinove giorni, nell'età 
sua di 40 anni. Lasciava vuoto T erario, r£uropa in goer- 
ra, l'Italia devastala ed oppressa dagli stranieri, la cristit- 



1 DOQI FOrOLAfti. 893 

nilà smembrala, e lacerata dalle novità di Lotero, Calvino e 
Zainglio, il ponliOcato per lui avviato a quella rovina che 
l'alleanza coir Impero nonché impedirgli, gli fece nel corso 
de' successivi tempi provare più vergognosa e irreparabile. 
Da esso si appellò il secolo XVI, ma, a chi ben vede, è plot- 
tosto Dna mensogna che un onore, quando non si voglia cre- 
dere che ì grandi ingegni nati, ed educati sotto il pontiGcato 
di Giulio II, non debbano a lui essere riconoscenti per averli 
dìsvolti dai gagliardi concetti , dai generosi disegni cui li avea 
il magnanimo suo predecessore informali, infemminendoli 
colle lascivie di una meretricia letteratura. Corse eomune- 
menle la voce che il suo coppiere Bernardo ìlalaspina lo av- 
irelenasse, e ne avesse lo incarico dal cardinale Giulio de* Me- 
dici, poco dopo Clemente VII. 

LXIII. Non appena fu morto Leone X che gli slati della 
chiesa si sollevarono in gran parte e quelli specialmente 
ch'egli avea voluto soggiogare o colla violenza, o colla frode. 
Quindi Francesco Maria della Rovere tornò a signoreggiare 
nel Ducato d'Urbino; la famiglia Baglioni riprese il dominio 
di Perugia , e quella d' £ste potè reintegrarsi ed assicorarai 
nei propij stati. 

A Leone X succedette sol soglio pontificale un Fiam- 
mingo, slato già precettore di Carlo V , col nome di Adria- 
no VI. Intanto i Francesi cercavano nuovamente di occupare 
il Milanese, e sarebbe loro venuto fatto, se gli Svizzeri, i quali 
formavano la più vigorosa parte dello esercito, Benaves- 
sero ,voluto precipitare le cose col rischio di una subita bat- 
taglia. 

Avvenne questa il dk 29 aprile del 1522 colla peggio dei 
Francesi nel luogo della Bicocca Ira Milano e la città di Monza. 
Dopo la vittoria i capitani dell' Imperatore, i principali dei 
quali erano Prospero Colonna e Alfonso d'Avalos marchese 
di Pescara , si accorsero, ciò nondimeno che male avrebbero 
potuto reggersi nella Lombardia , sia perchè gli Svizzeri si 
andavano riordinando coi Francesi, sia perchè non ave- 
vano di che pagare i loro soldati. Da queste ragioni indotti 
e dal disegno dell'impresa di Genova, conchiusero una 
convenzione dì tregua il di 26 maggio del 1522 nella città di 



8t4 UMA fUAftlA. 

CrMBOoa» in forza della qoale Tetareìto Geaareo riauMiii 



LXIV. Ora mi apparecchio a detorifere il pia loHaow 
atvenioMDlo cIm narri la slorla di Genova dal risergiaeBli 
ìlaliano tino a' dk Doslri, e oli itiidierà di etaere sioceF* if- 
llnefaè la cagione scelterala di laata inlaaiia ehe furoao d«e 
fratoni della famiglia Adorna , non paja da me olire il mo 
afgtayata. 

Accennai più eopra , che riuscite a male il tentatile dalU 
tforpresa di Genova centro di coi si erano measi I due fra- 
telli Antontotte e Gerotamo Adorni, per T erto cammino degli 
Appennini» co^ molta dMUceltà aveane essi raggionle l'eNr- 
clto Imperiale di Lombardia comandato da Proeper» Co- 
lonna e Alfonso D'Avaloz marctiese dt Pescara, entraobi 
eagini di Ottaviano F regoso. Ma Gerolamo Adorne ne avei 
meramente l'arbitrio, poiché entrato neNa slima e sella gra- 
afa dell' Imperatore per la vivacità e receellenaa dell'ioga- 
gttOi e le rare doti delf elo^enza , avea ord i n a to a Prospero 
€olei»aa come agli altri saoì capitani gli dovessero obbadifSt 
e segolrh» in qaelle cose eh' egli avrebbe eonaigliaie. Cogli 
Adorni trova vansi nei campo imperiale i Fieschi, OtIobeoDo 
e Sroibaldo» né pochi altri personaggi della famiglia Spinoli 
nemici de' Pregosi. Tutti qaesti agognavano di «nere rioae- 
dotli In patria, cacciarne piò che i Francesi, la fiiziooe riva- 
le, e gli Adorni porsi in reee di Ottaviano e Federigo. Que- 
ste dearderio ardeva nell'animo loro così vivo ed imoode- 
ralo ohe non avea limiti né ài onestà , né di umanilà. Ae- 
corgevansi però che per rovesciare tutta quella accostaglii 
di più ehè 90 mila uomini, formata d' ogni generasiene, d'ogni 
costume e d'ogni lingua, sopra la misera Genova, e la qoite 
andava creditrice da qualche tempo dei propfj soldi , rotte a 
malfare, squallida ed affamata, nuH' altro stimolo e preoìo 
potea esservi sufficiente ehe ài obbligarsele a soddiefarìa eoi 
saccheggio della misera loro patria. Quindi negli aceampamenii 
dt Gremena fu rogata ana pubblica scrittura, la quide po^ 
tende lecondizioni del saccheggio, si sottoscrisaeforiDalDNBio 
dai due fratelli Adorni. Fra le condiatoni si appose che ve- 
nisse però perdonalo alla pudicizia delle donne , alle sacre 



«biéie é ni èòfpi IHieH j 40M0 tiiegK^ ^r àltotnittre, ff^fkif- 
iiibile fùH», il AAHidre de) fatiti, eh« per 8|9«r&iizii df y«*- 
derlo eseguito. Levavasi dopo di ciò il eampo imperiate él 20 
mila fanti, e al^mie bftttdè dr cfavaffi, e p«f dare oiaggiore 
erodilo air ImpNMa tr a«vatiél tet0 il ènea Franeeaeo Sf^rta. 
f^ifù aema diÌBcoltà Tarcatì I gioghi, se«Mfo n^a tatle di 
Pbleeyera , e da dtiè parti approMlmaroiiBi alia eiità.^ Pa- 
scmi eoi fanti l^agttOoli, «olle genti degli Aderfif e dei Fie« 
Mhf}, óMs Akdstind e Bartoloaieo Spinela eapilanì di ana 
aehferftt!iM>ldaHHaliatil, praaero gli alloggtaaiefiti nel borgo 
di Vasadlo e atil rnonl^ <fi Fromontofia dal lato oeeidenlale; 
Ptaapero Colonna e lo Storta col Tedeaehi geidatl da un 
Fransperg, e gif arrri rtatiam, dal lato orteotaVe aaHa apìaggia 
de! Bisagno; qv^ati e qnèHf eottineianHio tosto oalle artiglie* 
rH» a barsagllare la elttè. 

Oftàiriana Frégoao, appena ebbe aentiia la gttirt teaftpe« 
aia «he gli mggiva m\ capo ^ mandata Hi Franala Cattaneo 
Lomellino , a rìehiedere di soccorso il re. RappraaeniaYa : 

èaaarè itati nelF ItaKa atta^raf i e disfatti grandiMiffli eaer* 
citi, i capitani meaéi in ftiga, gli animi dal popoli diaguatatl; 
tfésttn f inforcò poi dOTafsi attendere dal ducato di Milano, 
qrfandé agli età cmMfo nel dominio dell' lmpat«tore: in Ge- 
it&tBt nen bastate a coiai uopo F erario pubMieo^ttèllmelter 
m^tto alle aostanva pritat^e, fra i tanti diaaid] e parfHi che 
ffavagliavanò ^tièffa città , poter renfr fiotto aansa naare hi 
for:ra; il eha, in tanta kictfrtetxa di case, a sé dal pari che 
ai i^ gfttdhsava perìtotoso. Inoltra un nemica iià tincitore 
stringerla fieramente da terni, atendo altresì nel suo campo 
cittadini In grandfasimo numero, at versi alta potenza del Fran- 
casi ad al noma Fregoso; dal mare, per sopra più, approssi- 
marsi ima flotta nemica, la quale, second<y la vicende d'ai* 
iora^ édrla di gran hinga pia numerosa e meglio d'essai at- 
radala della genoteae; impctcid dat'el nen pravedaase a aò 
a alle anse sue, mamlando di Francia natrglìa ed esercito a 
Boeaorso, dalla città, in brete ater a saccadere che essa 4}«- 
nova ancora, aatremo avanzò di speranta In Italia, varreMe 
in potestà de'nmnict. 

A queste parole il te promise di apedire una flalfa che 



390 SPOCA QOAmTA. 

a questo effeUo sì prefuirava Dei porti della Francia, ed on 
esercito di 15 mila uomini sotto Claudio di Longavilla gii 
pronto a varcare le Alpi. 

LXV. intanto il Pescara mandava un araldo eoo let- 
tera ad Ottaviano, significando essere necessario che dopo 
ottenuto ti dominio di Milano si dovesse per l'Ioiperaiore 
ave^ il possesso di Genova, che questa si arrendesse peróò 
dal Fregoso, incapace a difenderla contro si gran nomerò e 
il valore di nemici, senza di che minacciava il sacco e la di- 
struzione della città. Il Prepose comunicava lo scritto al se- 
nato e air officio di Balia, composto di dodici cittadini e 
stati eletti per Taddìetro per trovare forma a raccogliere di- 
nari, chiedeva lo consigliassero, dichiarando che pronto egli 
era ugualmente a rendere la città, o a difendersi, nolla sé 
curare, di sé dunque non si pigliassero pensiero, tutto deli- 
berato a salute ed onore della propria patria , avere la vita 
in non cale, disposto a farne quel più utile sagrificio che essi 
stimassero. 

Pendevano incerti, ma alla loro risoluzione venne a dar 
forza l'arrivo del conte Pietro Navarro con quattro galee 
francesi. Questi spedito dal re Francesco presentavasi ad Ot- 
taviano, il quale sdegnato che di si gran regno, in tanVaopo 
e dopo tante promesse, gli giungesse sì povero soccorso , ebbe 
a dirgli: « Se credeva il re di Francia essere ora i tempi d'Or- 
j» landò, quando un sol uomo solea farsi incontro a grandissi- 
» mo esercito, e con quelle favolose gesto riportarne vittoria, i 

Era il Navarro capitano ripotatissimo per grande scienia 
militare, e per l'arte somma ch'egli avea di espugnare e di- 
. fendere le terre, di guisa che, sebbene venisse senza verooa 
soldatesca, e per il suo valore, e per le promesse che fece 
del vicino arrivo di valido soccorso, di molto sollevò gli aai- 
mi de' cittadini, e fu in consiglio deliberato concorrendovi 
specialmente il volere di Federigo Fregoso fratello di Otta- 
viano, che la città dovesse seguitare nello stato regio, e si 
apparecchiasse alla più strenua e disperata difesa, la qoaie 
riuscirebbe facilissima essendovi un presidio di 0000 fanti pa- 
gati, oltre un grande numero di cittadini fortissimi proolia 
morire onoratamente per la patria. 



I D06I POPOLARI. 397 

Alla qaaìe soccorrendo, avea Ottaviano già da qualche 
giorni, dati i più acconci provvedimenti. Imperocché, per soo 
ordine rlparavansi le mora della città che a certi luoghi mo» 
stravansi per vetustà mal ferme o cadale, dove faceale re- 
staarare, dove rafforzare, tiratavi di dentro una trìnciera di 
solle e di legname; oltre di che i luoghi parutigli più adatti 
a respìngere i nemici comandava si munissero di artiglierie. 
Qaante acque trovavansi nei sobborghi della città, egli a ren- 
derle non buone a bersi rese guaste con guado e putredine. 
Esortato d'alcuni a mescere di veleno i pozzi, che per (al 
maniera senza un rischio del mondo torrebbesi di vita buona 
parte di nemici inavvertente, negò risolutamente di farlo, ri- 
spondendo: / legiUimi diritti della natura e delle genti eziandio 
tra i nemici volersi osservare, né per ingiurie d'uomini viziar 
gli elementi, cui Ut madre natura volle sinceri e ineorrolii agli 
usi di ognuno; dai forti uomini non il veleno od altretali ma* 
leficji ma il ferro doversi adoperare nelle battaglie. 

Versandosi in grave difetto di danaro, Ottaviano crebbe 
alquanto per allora le gabelle e ricavatine 30 mila scudi 
d'oro ragunò una piccola mano di pedoni, parte contadini, 
parte artieri , ma pressoché tutti male armati ed inesperti 
delle guerre. La sola forza sopra la quale poteasi far fonda- 
mento era la guardia di città che comandava Niccolò Fre- 
goso, uomo perito nell'arte della milizia e valorosissimo. Bla 
mentre ei dava tutte queste disposizioni infermava di gotla 
gravissimamente, né potea, come il caso richiedeva, ammi- 
nistrar desso in persona ogni cosa; quindi sebbene con fie- 
volissima sanità, neppur le ore della notte concedesse al ri- 
poso, ciò nondimeno al tutto era impossibile che quelle fac- 
cende che diriger voleansi di presente, bastasse a compierle 
con prontezza. Perciocché, avendo da bel principio tolto per 
sé a difendere quelle parti della città nelle quali stimavasi 
esser maggiore il pericolo, rincrudendo di poi la forza del 
morbo fu costretto di porsi già; di che assai cose con negli- 
genza, molte con Imperizia, non poche ancora timidamente 
vennero amministrate. 

LXVI. Per questi fatti , la condizione degli animi quinci 
e quindi inasprìvasi. Sembrava intollerabile agli Adorni, ai 



^^ BfOCA QOA%Tk, 



P*e«chi» «eli S^m^ta, « 4 t«lii coloro «be pMiiginiii k»Bo ne 
segvUavaao l« mtU, e Aeeingflvansj all'oppogMsiwf , f^oe 
li «U* DOA si 4oyeMe dare 4 4ifcreciQii0., 9 scrivevano ol- 
iere, e facevano mìnacca di «ac^aggio e di di^ranJQM» e 
voltano cha par qoeaia agombrasiero i Fmgoaj, Qae<ìi9«a^rQ 
y wgjo govarno, featevoliaeala )ì ricaveasero, Qoei di deal» 
riapondavaDo ^mm coaa eporbiiaiUe, a riprovaUi dal laop- 
da, daUa nainra a da Dio, ^a U staaai ciii^dim f^mm 
avaasaro il aaac0 della propria pairia a aoWayti l^arbarì a fo* 
reaiiari BAplìaavana gli Adorni . taceodp pcirè iPh'eaai m^ 
dasimi ne avaaaero CMIa e aattaaeriiui ison ai(o finbUi^Q I9 
promeaaa, cba «tiaa^do la larre ai pigliano par forala non ù 
pod proibire U aacco, il quale i soldaU diaooo esaergU do- 
valo par ragione 4i gnerra- Ma i ciXUdJDi epponev^iw, die 
w coal era, la parta degli adorni che militava nel cmvù 
nemico, dovaa anbiiamenXe parUrseae^ peaoccbé a^na pw- 
lenia, gli amici loro di citi*, aarebb^aisi unÀU wgji aJUrì cit- 
tadMii, e tnUi miiU avrabbano difesa, e praserirata ì» ^trìa 
dairesiaiale roviAarcba negli aani addietro U ce tmgì XII. 
avea par fona espugnala Genova ♦ a nonditneoo nm permise 
Il saccbeggio: che in Aero IscolU era di concedere « «oldati 
Ira, qoaUroodiaci pagbe aa abbisognava, primaebi^ ai Gfiit 
sentire a caal vile ed ^libbrabriosp patto, 

€os) diapntavasl renoAemeaie tra gli nni e gli altri, a 
wenlpa le arrenate paaaioai di parte Xacevano velo 3I irfi^- 

210, la comune ed in/eliee patria volgeva a irreparabile ro- 
vina. ^^ 

Il marcbese di Pescava mm vedende alcena rispoteig M9 
ana hUw^, preparale le batterie, viaitati personaHmeia^ j 
luogbi intorno alle mora fer trovare comoditi di pianliirte^ 
scelse ona piccola ewinenaa ck» da una stretta vaUe 4iris^ 
rjeaciva ^d vn bastione sello di Pietra miaftia. Quivi ce» mpl|« 
fatica,parla disaaevplewadelaUo recate le artigUerie^nreaeler 
recemenle -a bersagliare I4 citi*, 3pavenlatj i Padri, mmn^ 
dandole Ottavia^, deUberarono di Uatlere la rese, e mao-- 
darono Tommaso Caliamo, e Paolo de'Frwwbi Solgajrpuel 

«smj^ nemico. AecatMè ^ì ei parto per ìmtare«rai onde 
pervenire agli alleggiawienti del Pescara e ^>hbecc«rai C09 



I MM» VOFOLAM. 3t9 

Gerolamo Adorno, evi solo «pporteneva la facollà delia ««er- 
ra, essendone dal mare (orbato impediti, toronrensi addie- 
tro, tentando la vìa di terra, e indiriszandosi alla porta ài 
San ToaiBMSo,'aia quivi li SpagmioU icembattendo eon ae* 
eanioMoto temettero correre pencolo della persona , per le 
qoal eosa fecero consiglio di oseire dalla porta degli Èrebi 
per venire a parlamento eoe Prospero Colonna. Gionti a qne^ 
sto, vennero da lai onoralamente ricerotì. Aveano per nkan** 
dato di convenir seco delle più vantad^ìose condcaioni, # 
tornare a riferirne; senonché sulle mosse della parteeaa^ 
nna polizia scritla di mano di Agostino Deferrari a nome 
della Balia, commetteva loro di stringere raccordo col Cop» 
lonna ad ogni patto, nò prima dalla soa presenca pnrlirai se 
non Taveeno concbinao. Ma il Defrancbi col rimettevesi la 
polizza , perocchò nemico Issse della resa, e della parte Fre* 
gora accesissimo, fiascosela al collega, però neo altro ti 
patteggiò cbe la città 11 di segnenle si arrendesse con aleone 
condizioni, e frattanto si cessasse Vassslto. U Colsiina accom* 
miatandoli fece loro sentire cbe si gnardassero dal Peseam* 
LXYII. n quale ripotaodosi a gran gloria la rolna e di* 
stroiìone di Genève, indignato dell'accordo piottoalo con 
Prospero obe con loi stabilito, il gisrno medesimo trigesime 
di maggio del 1IIS2, diede opera con ferooissimo impeto ni* 
l'assalto dove avea poste la batteria. N«ooelò. Fregoae «ale 
poele eolla goardta e la maggior forza deMa eitti eeraggioaa* 
mente opponevasi, e per lo spazio di aloone ere daH' nna e 
l'altra parte si pagnò gagltardissimameote, ma il Fregoae 
cominciando ad andarne colla f)eggle,FilipptnoDoria, che con 
una eletta compagnia gli stava piò sopra , gli fece Inten^ 
dora dh'era pronto ad aintailo. Il Fregoso sdegnando di pnr^ 
tire col Dona la lede deUa difesa rlftutò l'aiuto; poco dopo 
•n altro disastro segui, cbe il Fregoso ferite gravemente de» 
velie per medicarsi lasciar la battaglia, n Pesoama non rat* 
tentava di ardire, enei con furore disperalo persevecaea ael^ 
l'assalto, e più cbé attendevo att'-offizlo di eapilano, pareva 
on vile fantaccino, poicbè colle proprie sne mani impegolato 
tina faccela porta detta di San liicbele, cb'era sotto Fieira 
mkiota, vi Iraase alcune facelle, <per cui restò ìncenenéa, e 



400 BPOGA IHJAaTA. 

rimostrandogli i maggiori capitani dell' esercito che noo ù 
esponesse a tanto rischio, né in così ornili operazioni cimeB* 
tasse la yila, egli stizzoso rispose: O Toglie morire, od eninre 
per questa piccola porta. Scrìve Filippo Casoni che dal doro 
proposito non valsero a rìmaoverlo le inslaoze di Girolamo 
Adorno, di monsignore Oltobaono, e di Sinibaldo Fieaco, i 
qoali colle lagrime agli occhi lo pregarono a Toler ricevere 
la città colle condizioni stahilite, e non rovinare qadii, i 
qaali erano pronti ad aprire le porte e ricevere i vincitori. 
Considerasse qoale odio, e qoale biasimo ne fosse per se- 
guire al soo nome, e ad essi sooi compagni, i qoali sareb- 
bero notati da tatti come aatori della desolazione della pa- 
tria, e della rovina dei cittadini. 

Non é vero, perchè l'Adorno avea dall' Imperatore ogni 
suprema facoltà, e a lui tatti, senza eccezione di alcuno, do- 
veano obbedire i capitani dell'esercito, e dove avesse il Pe- 
scara trasgreditone gli ordini, e resìstito ai voleri di lol, pò- 
tea l'Adorno stesso rìmaoverlo dal comando, ed issofatto 
sottoporlo ad an consìglio dì goerra ; non è vero , perchè 
tutti gli scrittori sincroni, il Giostiniani, il Foglietta e il 
cardinale Gregorio Cortese che minatamente raccontarono i 
particolari di quell'infausto avvenimento, nonché farne pa- 
rola, aggravano la memoria dell'Adorno. Miglior ragione ci 
persuade, che Gerolamo Adorno più offeso del Pescara, per- 
chè si fosse anziché con lui patteggiata la resa. col Colonna, 
ne volle trarre vendetta. Le pretese sue lagrime raccontate 
dal Casoni ci fanno ridere. Questo scrittore voIle«per avven- 
tura scusare di tanto obbrobrio gli Adorni ed i Fiaschi, ma 
4a storia none né Adorna, nò Fiesca, né Fregosa^e le opere 
infami perii severo mìnisterio di essa vanno tramandate alla 
ricordanza de' posteri affinché sappiano con quali arti si fon- 
dano cotali grandezze, e si ottiene il principato della patria. 

LXVIll. Rinforzato l'assalto, e gettata a terra la mura- 
glia, fuggiti i difensori dopo la partenza di Niccolò Fregoso, 
i nemici proruppero senza più trovare resistenza nella deso- 
lata città. E qui cominciarono a rompere le porte delle case, 
Introdursi dentro, usare ogni licenza, e nefandità contro i 
miseri cittadini. Il Pescara agevolmente ìndirìziatosi alla 



poMidi V«e>ea, attfss^ versò il ptib'bKco pfalazke. Quivi 0(- 
ttfvttfiio Fr<»9#90 COVI éoétti ^ersottaggi , si quali era startia 
c^moieBsala enm délKa repilbMtca, teneva coirsaKa dei ptib- 
tiflM^affilri; giacerrasi egli afiSitio, c^rme già dissi, dai dolori 
aaprisihiit éetta pedagra. Getne intese la irruzione èe* ttt- 
BMci) - feuBM é o quQiitio potè to vestigiti, di trailo scese giù 
jiel cortile, ivi tfoi dee lati vede oppugnarsi il valico , il 
qoftle i^bMraf» tla eancdlti '^ legne, non punto impediva 
<^e i soldalti delle due parti combattessero come airapertò : 
fìtiftltneste i podit difensori detta piazza , si perchè sopraf- 
fai diilte nyoUitod^, e si perchè i nemici imbaldanziti 
dttAi reeenle vittoria, pia ardentemente insistevano, pre<^ 
flpeiroiii ftig« per dove a ciasenno tornò più comodo. Occupata 
l'ftt«a, il palazzo slesso prò facilmente espugnavasi. Otta- 
vlirne oon ^Pietro di Navarro cdlt« iti camera, venne a roano 
del ffuarchisse di Pescarsi , the tasciolfo sotto guardia dili- 
gentfsshna neHa medesiniB stanza deve fa preso. Frattanto 
ì w^fdtilfl aprivano la porta Orìentiile per cui si va al torrente 
del* Hìsiigiio , 'Slata prima oHurata di rottami , e fu sul tra- 
oMtifo del sole, spalancato da qtiella parte aTT inhnterìa 
ledescia rhigressein citte; affhiché coloro ezlatidio che cOù- 
cersi non erano ah' espugnazione, partecipassero nella m- 
bet ia e tienila preda. Sorse allora un assai ortibile tumulto. 
Spezzata erane le imposite, con eistrema vietenza e Tracasso, 
gr invasevi Avventatisi dehfro alcune case, le pareti medie 
treforavane dei contigui edifiz], per potere d! tal manfera 
eopertl prorompere in altre con minore periéolb. Altri lyàt-* 
f&nt» spiare ogni rìpestiglio; le cose chiuse e nell' interno 
sbarrate frangere^, gli stessi eittudini trascinali, bistrattati, 
da oHIiiio per eradeli guise terturarli ancora e farne strazio; 
DOA perdonatasi né ad età né a sesso, non finalmeute a 
qua) »i fosse membro del eorpe, acciocché vinti almeno al 
terror dei iermentf , se alcunebè el si avessero nascosto ed 
oeenllato toantfesfasserlo. Arrogi le orrende voci dei Teutoni, 
i ceffi, la fierezza barbara; le grida, il rombazzo che da ogni 
deve assordava; la notte stessa e le tenebre retidevano il 
tutfo prCr spaventevole e più tremendo. In questa , corroc- 
cfatosi Dio, Il cielo , di sereÉìsstmo eh' era , fu dd un tratto 

Storia 41 Genova, — 4. 9B 



4at «VOGA QfTARTA^ 

velato di nugoli, e segaitonne un rovetcio di |iH»gf|ia fono- 
8Ì88Ìmo con immenso fragore e rimbombo di tuoni: speso»* 
8Ìme saette ancora, cadenti sugli occbi tren^ebondi, addop- 
piavano lo sgomento e la trepidazione oni versale, fiesssoi 
parte delia città andò salva da tale sinistro e ealamilà; dal 
che potò conoscersi la moltitudine dei nemici. Coneorsero ti 
sacco dopo degli Spagnooli i soldati italiani del Pescara e pei 
i tedeschi del Colonna e Analmente moltissimi nomÌDi dd 
paese vassalli degli Adorni e dei Fieschi, e alita gente delie 
Langhe, e delle tre podesterie, condotti dalla sperania della 
preda; di modochè la città rimase in balia di lauta diversi 
generazione d'uomini odi nazioni, sofferendo nello spailo 
di due giorni che stette all' arbitrio de' soldati , tutto qaelle 
che di miserabile o di atroce imaginare si possa, esseade 
state violate nobili matrone e zittelle, e uccisi molti cittadini 
d'illustri natali, vi restò ferito di un'archibogiala Agostiai 
Giustiniano vescovo di Nebbio che scrisse poi con istile sem- 
plice, piano e sìncero gli annali della sua patria. Non resta- 
rono esenti dal saccheggio i monasteri , nei quali avevano i 
cittadini riposto il meglio delle loro sostanze. Né si vergo- 
gnarono alcuni slessi Genovesi di mescolarsi nel saccheggio, 
spintivi o da vendetta , o da lussuria , o da sfrenata ingor- 
digia dell' altrui , coprendosi di una maschera il v^<|. Nò so- 
lamente le case dei cittadini della parte fregosa andarono 
depredale dai soldati, ma come ben si meritavano quelle al- 
tresi della fazione imperiale e dei più stretti aulici e eoa- 
giunti degli Adorni e dei Fieschi e degli Spinola, ì quali non 
poterono in tanto sconvolgimento di cose, vietarlo, appeaa 
venendo loro fatto di salvare dalla rapacità dogi' invasori Ift 
casa di San Giorgio, la Dogana, il Porlofraneo, qualche 
chiesa, le reliquie, il tesoro, e il calino, riputato di sme- 
raldo, del Duomo. Imperocché Gerolamo Adorno, temendo 
che l'esiziale moto da lui dato, di goisa si allargaaae fbe 
alfine il popolo riscuotendosi di. tanta vergogna piombasse 
sopra i saccheggiatori, indusse il Pescara a cavalcare eoa 
lui, dove quelli nella iniqua opera piò si tra vaglia vano. Rio- 
scirono in tal modo a preservare dalla feroce rapina i vasi 
sacri e le suppellettili preziose della cattedrale» menire i Ta* 



I DOei POFOLAM. AWf 

deschi ^ià speziate le porte della sagrestìa , slavano per so- 
perarne V higresao enoratamenle dagP intrepidi canonici 
diféso. 

LXIX. Cosi la città totta andava sossopra , coperta 
d' obbrobrio da' suoi stessi cittadini , quando accadde «n 
fatto che per poco non ritorse sopra gli autori quel daniM 
«he con disonore eterno del nome loro aveano arrecato 
alia patria. GK abitanti del borgo di Santo Stefano, o per 
meglio dire del quartiere di Porteria, vedendo la città orri- 
bilmente saccheggiata e vituperala , che non si av^b rispetto 
né ad Adorni, né a Fregosi, nò ad amici nò a parRti, nò a 
cose sacre o profane , nò ad età né a sesso né a condizione, ai 
unirono insteme e levaronsi animosi contro i nemici, già li 
roetteano in foga , e avendone di molti ammazzati li ebbero 
costretti a nascondersi nei monasteri, e in altri luoghi, né 
potea faftire a felice mòta il generoso tentativo, quando un 
certo Bernardo Gallo detta fazione Adorna, che molta eser- 
citava autorità ed influenza sopra gli nomini i più cenciosi 
di quel borgo, con danaro degli Adorni corrottili, e per com- 
missione di Gerolamo a tale uopo maneggiati, accompa- 
gnalo da due uomini di vilissima condizione, e come luì 
tristi « venderecci, ebbe modo, ora colle lusinghe, ora coUe 
minacce^ d'impor fine al tumulto, e lasciar pure che il sac- 
cheggio e la infamia trascorressero fino laddove il grave 
timore di soprastante pericolo avrebbe soltanto potuto ar- 
reslarti. 

Qilesfo timore sorse infatti nell'animo di Girolamo 
Adorno avendo per certa notizia saputo che i Francesi con 
grosso esercito varcate ie Alpi scendevano In Italia. Ei ne 
avvisò di sobito II Pescara, sicché avvertiti gli altri capitani 
fu saonato a raccolta e fatto a suon di tromba pubblicare 
che niono pie osasse fare violenza ai padroni delle case 
dove atteggiava. La milizia sollecitata alla partenza, dovendo 
at>l»andeMire quella -preda che non potea seco recarsi vìa^ 
ne lece il più ignominioso mercato. 

I capi dell' esercito prima di partire dalla saccheggiata 
città, o«dinaréno al senato di mandar fuori il decreto, per 
col t cittaiMni conveeati erano a parlamento, in queste, dove 



Francesco Sforza e il marchese di Pescara. Alcune aeanpie 
• tegiarde parole al coarto di quelli ueiiiiw* parte jrt»bietlì, 
ferie veadutit bieadiò il ColoDoa, eome il nee» iirtittlo ecUa 
eoazera del «ecco. Fraeceaeo ISIorsa, vera nalera d'ooao 
•Milo, e degno delFiefaoMo de^Uno eàe gHei eppareeehiaTa 
-da Gerle V, aedo nella senlenza del Cokmna, soie aggioD- 
^endo che del petoreo regno da so per rèttali elT»a«iicalo, a 
4ere benMaeito ai giereaaero, e readeaaem Derii, Mie dai 
cillé emraene faiia eea aola. FarklèetfioJlxPeaaave dle^vh 
mere egli pare i saoi peosier} , ma U «NUfieee, e yer indole 
anperbamente viUana, e periché eeiaedio e^ yiA seetterali 
MpMithe Tolta aali^eno le fiamma del pedoffeol viee, neg« 
éì Dar 0ielto. Noe maneò aUera, faa t^i eedaadi^ tM eoa 
eaceraleaza ed eleganlemeaie napondaase, i9ee4#»do kre 
•greaie di quanto aveane esai «pereto, e che ^ e i a e ya gUeee 
earfM>e non petitofa rieeneaceiaxa. fetanlo, foe^lro egai 
djapoaiaiope di legge» éagN aleaat geecralÀ e «efùlaiM eoo 
applauso ^ grido militare si efeaae e Do^ Aolmùetl» 
Adorae» riQeeeiaadogy qneUa dignità H ^rotelle CvìmImbo, 
«ome a meggiere di età. £ pereJiè i dm (reietti iMneaesaero 
ealdi nel pelare in lai gelsa consegeile lòi#ae loro Jaaeiate 
ideane bande di Bpageoali e TedesalM ; e ooaie embaaclelore 
di Ceaare fermò la sna reaideeza in (aeeeive Don Lopez df 
Sofìa, esercitando Immoderata preminenza ed antorilà ai^ 
pubbliche cose, ridacendo al nella il goyerne degli Adorni, 
1 quali faroBo obbligati a portarsi in pace qnel giego ek'asii 
medesimi con tanto Tìtoperio loro «veaaai proanralo. Depo di 
eie l'esercito straniero carioo di bottino abbandeaò la eiltà. 
L%.\, A delineare intero il aoazo i|oadro cIm bo tra 
le mani mi resta a raccontare la fine dei due fraMIi Fre- 
foao. Ottaviano toUo dal palaazo datale,. Impeale aepre un 
molo, per ispregio, nel cospetto di tatti il mqnatmae pr^^e- 
niere al monastero de* Certeaini , deMo di fiaii Bartolomeo di 
Rivaroio, lontano dee miglia dalla città, le cootarinaero però 
avanti per la «ittè ad an pia lunga eiaceito ebe nen rieliie- 
desse le ragione dei viaggio. Le aaitopeaeia vìiiaeote a sif* 



Mttf MigMk*]^ , €f pct* tfàfióTÌó sporiiicolo mteeiUile dr dèlega 
|ti« ff* ptf^ilipìf, ik' «ni inole¥if8i h^ CMiieft Hbe per oelpa eh 
ful'Ì09tiérb «tfdsl^ rtt'Mn#ft eiri»milè, e parMièMpMiiéo qMmt^ 
egH attfMWie M- pMtifl,- fM^pe costretto ocu^N ooehi pfcfprji • 
rfgfttàiid^iie if giM^ro" é>lé< sperpero; indi iiisìeffie con Pietw 
d¥ Ifavtfrré fb' dWè hi eOit«egna< a Bern»fiév 6a41o, die M^ 
can^tAo prìgii»tii(»Vò af Napo4i lo rkneélesse in turino di ^mI 
TiOt^ék SÌvppifftto ohi fosse Bernardo G«lloy p^f tigiano e M^ 
petidDÉfO" dogfi Adoimi, lilMldo e Tmmivirodcioy die molla 
e^trutafrap ed itìffoensaf ave^o sagU* abitanU del borgo ék 
Sunto' SMfa^Mo', pet i soccorsi^ ehe loiH> larglieggiBva al oobm 
di ^eni,< ti trienne dal compiere il generoso molo che 
aviuMte UberaCalép d^lté dai> titirbari sacdlveggiiatori^Ora ditd 
elle* eoso^ div^ìnse, é AieeiMie> i* G«llo » eompiiDMila dolt'iÉK 
f«iiiiHl''Ctf}'8<'élWéoM>a«!ea(o. Il^doge Amterniollo Adorao^ ti«« 
n«to %m pre^d irt péssesso dot CastelfteUo , ed- arnsal» al^ 
««WS gatoe- fes sing«1a¥e rìnmiersvìioiit»- ne diede « Imi iè 
coMaNdov e sof^'t dt qOHte rofows' ìtnfeeroaiii e aU» sua fedii 
àtMéW' ih NbvttPse^^ ed Oltwviftvio Pregato. 9if ri^rva da m» 
BSiSitosci^o df cSMe'g^ferfbvesi eh» gié» appartenne* al fo nàfeir^ 
cffese G«0V«i^lltfU4«ta CeManeo di* «erolaa^ di onorata me*' 
nfrorin', enA reMne dktto stesso gsasiosaniisnte fatto vedeitn^» 
étie^t^Avi^sitìotld Adorno^ pvi»a< di rìmetlers inrmano afUes-^ 
tf>a^d# ^alto iVIVogosov corse coamiie voce in Genovat^e.k^ 
scrtHof'e cfótlShra quanto avea visto e sentile nHova) gli'Tatf* 
tfcntiaiidtiSÉe'd» melterto a ldr#a in- tale asisero' stalo- dì an- 
lute da dover disperarsi dblln gnaslgisne di lai^bfévenwnte' 
gli< ewÉituistsasse in viaggio it veleno, e iwlantb gir fedea il 
dontf diana riechtssHn« collana d'oso ioftreoeiakidi'ganMnéi^ 
Partf> che it GaM» si f>rest»sse* benigneinenlea queli* oHfinv 
ed' OttavMtie allo sbareo- di Napoli già nascondeva nel sa» 
et3¥po^ i gfsvmi funesti d» quel malore che lo* trasse- poco dopo' 
al> 8ef>ofeto<. P« rinchiaso dof^primni neHa città» di A versa» 
rrTdi' eon'plà durU prigione netta Rocca d^ Ischia, dove mov^' 
e fa' Ismiè eh - ei^ fosse avveffettato> fo solla becèa di Hkt^li ln> 
Italia ed m Pi>anef«. 

QiMfa fu' ì$t tnfatisra' fitae d^^ nlttmo doge della* i4lni> 
stre fòmlglis dei'Csrmpcfregoso, delf^aomoiche tenne il^ pub 



4M «OCA QCTABTA. 

rispettato grado tra i principi del suo teopo. E ▼eramieiiie 
concorsero In Ini le singolari doti dell' animo» e quelle dd 
corpo ; imperocché ad nna presenza nobile , ad luia per- 
sona ben proporzionata e disposta, all' amore voiexiia Uelcoo- 
Torsare, alla cortesia dei modi , congiunse la lolleransa velie 
fatiche, la costanza nelle avversità, la pradeoza nei eoa- 
sigtl, il valore nelle opere, la liberalità nel doaare. Mode- 
ralo ed ordinato nei desiderj, non mai lasciossi aceieoaie e 
vincere da quelle lamentevoli passioni che doBsinano ezian- 
dio il cuore dei più savj. Non per ambizione della propria 
grandezza, nò per istudio di parte, nà per istioioia di ven- 
detta, ebbe egli a turbare il riposo della soa patria,, ma Uat- 
lovl dal lodevole intendimento di renderla felice e polente, 
al che si può dire, essere stalo costantemente rivolto il corso 
e il travaglio della sua vita. Volle egli ordinarvi mi' ottima 
forma di governo, cercando del coniinoo che il suo princi- 
pato si reggesse piuttosto coli* amore dei popoli, elie odia 
forza e la violenza dei tiranni , della quale cosa ce ne por- 
gono manifesta lestimonianza la distruziane della fortezza 
di Capo di Faro, e il tentativo della civile nnione; opera- 
zioni entrambe che tornarono a suo danno, esseedodiè, dove 
egli non avesse atterrata la prima, nò 1^ città uè il suo go- 
verno sarebbero caduti in mano degli Adorni, e la aeconda 
quando fosse riuscita, fin di queir epoca avrebbe vedalo la 
Repubblica sulle rovine del 'dogato popolare dei Fregoso 
sorgere V aristocratico dei nobili , come accadde di fatti per 
opera di Andrea Doria, sei anni dopo* 

LXXI. Fortuna diversa del fratello Ottaviano (ecco a 
Federigo Fregoso. Il quale veduta avendo, com'egli slesso 
scrive, la patria quasi fra Is $ue branda da nemici eruMiS' 
iimi trucidata^ nò alcuna esistere speranza di salvezza per 
lei, s'imbarcò sopra una piccola barchetta con aleani suoi 
aderenti. Ma oppressa quella dai soverchio peso stava per 
sommergersi qoando salvato dallo schifo di una galea fu 
condotto a rifugio sulla capitana di Andrea Doria. Questi 
colle quattro galee del Comune, occupala la città dagli 
Adorni, si trasse all' infuori, ricevuti avendo al suo bordo 
molti cittadini deUa fazione fregosa col proprio cogino Fi- 



I DOGI VOP0L4H. 407 

tippiBo Doria, eokil che capitano di (re compagnie erasì 
travagliato alla difesa delle mora , e vi sarebbe prospera- 
mente riuscito, se meno geloso della propria fama Niccolò 
Fregoeo. Ora il Oorìa , levate le ancore, veleggiava in Mo- 
naco, dove Ossati i patti del suo servigio col re Francesco I, 
ìMllierava snlle quattro galee la bandiera francese, e con- 
dueevasi con qoetle nei porti della Provenza. Federigo ot- 
tenne éa4 re la badia dì San Benigno di Dijon. Statosi al- 
quanti anni a studiare in quella solitudine, tornò In Italia 
-oal 1529 passando alta sua sede di Gubbio, di cui siccome 
veaoovo ottenne il governo nel 1633, eolla rinuncia all'arci- 
mcovato di Salerno, avendone retto prima la chiesa in 
quaHti di amministratore. Nel 1639 fu creato cardinale da 
Paolo Iti, il qoale onore grandissimo egli restio e per sola 
obbediente accettò, ma poco stette in Roma e ri volò tosto 
aUa diletta sua Gubbio , tutto intento alle cure del pastorale 
ano nmiistero, dandosi a sollevare la miseria del popolo con 
ogni guisa di soccorsi e di opere benefiche, sicché fu detto 
dai Sarti oh'egN più largiva ai poveri che tutti i vescovi 
insieme delP universa Italia ( plus erogat pauperibus , quam 
amm$ episcopi toiius Italia), Mori Federigo Pregoso addì 
13 loglio del 1641. Fu egli sommo letterato ed uomo dottis- 
simo ilelle lìngue latina, greca ed ebraica, la quale ultima 
egli centi allora essere di gravissima necessità, mentre i 
novatori orgogNosi per la cognizione delle lingue orientali, 
interpretavano a proprio talento le sacre scritture sema 
trovare in Italia chi facesse loro ragionevole opposizione. 
Voice aneora molto nella eloquenza e nella filosofia; ed è 
maraviglioaa la pieghevolezza della mente e del cuore di 
questo grand' uomo, in Provenza, quasi fanciullo, si com* 
piaceva delle antiche poesie di quei famosi trovatori. In 
Urbino era perfetto conciano; cioè oomo leggiadro, ama- 
bile e prodente, come ce lo descrive Baldassarre GastiglioM. 
In Roma grave, ma generoso; accogliendo in sua casa ^- 
mini ragguardevoli , e specialmente gli applicati agli sludi ; 
tra I quali il Bembo. Prode soldato sotto le armi; e sol mare 
intrepido ammiraglio; d' indole in tutto uguale a quella del 
pontefice Giulio II, degnissimo di succedergli; e come luì 



408 «nocbfc «naif A« 

noUio dì Isof^po iisif)«liiQM4 la i|aal« aocAsa, «tierfra. li mio 
ecQdUÌ9fi)inio noaiBfiU'jo P. Gj^van, BaltìMa» Spu^nui^ Immihì 
daU qaaai a luiliglii uomini. gisanHi^ nm qiiaU la oatorapar 
elle ripQoga tal dì8po8à,i«Be,. onde^e^c^Ucd^iraco^e nagM- 
liimB. N«Ui9 coae politiehe dt86QiiUv«} ia qoaklie' pmla» dal 
fraielloy e BpcMsiaIai«nl« glir sh moaiBòi oantfagia^^pali? alUwa- 
aaealo deJla fariessa di Capo di. Fano. NeJU qaala «|Maa m 
OUaviaaa si aieiàtò fajva d* prinoipai i»agiiaiiim#% mmu^tBH» 
qoeUa di pre:Vi}cleateeiéaA€ortos.porahè;aai4|Mlia féMeai oqot 
aarvala, gV Lmparìali e g1i> Adosnì naa eapofiMUau nfr aaa- 
cbeggìala Geoovac, aò penduto. awebbano ì Ensi^fiab lo^ Stato. 

LXXII. Ai pOnleftBfi IiB0R6;X»SÌC0Q8M!pÌàl9Of^B»IMBÉn» 

aoceedevai Adrjaao? YI,. ék nasiona fiaaMBuacpot, stalo già 
pvacoUope deir iaiperalioi« Carlo V. Alla ana aleakoiai lio- 
vsandosi ìd l^pa^aa^ (rapaas^. dì; aabifto ilimafaf:pav'«Hiiidani 
ìD.Iialiai» appposdkindo ia Genoivaooa i 8 galee» %»mi a» gyandc 
aaore) e oon allegfjBiif a, vaane^ riaevola dal» doge* Aalaaìotta 
Amarao e< dai^ cittadini iuUi>, ooiii c^aUa- nagaifioeiiaai cka 
poloa farsi I da una oiUà.él fnewa: oaiibftiveala aecabaggiate 
a d09o|a(ttv . A4 oaae^iarlo aeaprsana 4 i i Loiabardia lo* WaiM^ 
il 6eso8ra.eFÌl Golonaa , e f&fandiaaiiao-.fa'lo mtegma-daiiaite 
tadioi,, qoanda per. ardine; dagli Adam,.l'iirriitaidagpEìiiiqai 
Sftl3all^ggiato^r si voUe onorala e feMeggiftlaioat* nmMm dalla 
campana, lo aparo delle. arlif^l'ieDie eeafteOioii<aUra' dlnw» 
ttiasioae di>gii]|)i4e:, qo«ai>Uberab>iHi&aallMiiorìi». e> ■aoiliar' 
bari dc^edeAcM-i fossero esaì dlivna.aeMlisafnaaoRlàbSìidke 
che.qaasli.tra cafàlaai; seaiendeei* eia nondimeito >rtnMiidem 
l'aniHia» dalle memoria dalU i oltana > Baacheggio t pat> capìt apcr 
rato |. ne ohied6S6ei(eidal;poDiefioa4^airitt«oae, auitagiiiiB» 
gnaaìmameoie vi si^rifìatò, rfepo«deado«lerat Nraaoio^acr 



\ 



I M«t MfMAM. 4M# 



CAPITOLO OTTAVO. 

Lega* iti VénnìMii coirimpcritore caldeggiala d» Girdhmo Adbnitf; mtirM 
di biì ìniVeqMÌa e «uo carattere*; movo esereito fraaceM* i» Italiai aoM* 
g)i ordini dell* ammiraglio Bounivet : infelici successi delle sue armi j i 
Francesi sono costretti un' altra volta aiì uscire d* Italia ; generosi disegni 
dll papa demeote Vlf, sueeediifo a^ Adriano Vt, fer l' indipendenli 
iMAiaaai^ resi>«am daiI*aM«i«ia e daUf aa»)mioneideiioaipitam«di><Sa«lo'VÌ 
Jnvaiione della Provenaa , assedio di Marsiglia» soccorsa e libevata- d^ 
gì* Italiani. Francesco I con un nuovo poderoso esercito scende in Italia, 
ed* assedia Pavia, giornata funesta del S5' fébhraio i'i^.V, sronAtfa der 
PMncoii,. prigi«Mia del r»; im|«ietadÌDc dagl' U^anit. diurno 4fll fulpf^ 
dei Veneùanì e dello Sfona di una gran lega a difesa della propria 
indipendenia , mandalo a vóto dal tradimento del Pescara; morte di 
questo e foo einliere; trattato di Madrid, e infamte ne' conseguenMl 
pa»J-IUIiai 



ItX^ME l|i rtf' Francesco sf^oi^ìeto' diel nrilanese' « del 
gendvesalto', desìdèrairde' ardenlemente'di* pìnetlere ili ftaHi 
Hi prislliMi' signoria, dtivasi con* doll«ei(iuiiiieaf rifare* l'eMrr^ 
cMti, e'¥eòmga Fregolo eon Cesate suo ooffiite' iraltMeyfl 
Mla^^e€1rledlviBaffldo*di'6ll(nlnlbi servirti' nelDi'inediMli'fl*^ 
prem* di' Genova , e* Il priflio preporrcF^ al^ governo dl> qveHà. 
l.e'qaali'pra(4oHe ventilerà cognirione degli' Addmi, Gerta^ 
lamo ehe'aeaorto e* sempre destro ne vegghiiavB' grinteressii 
e'polea dvrsi, anziehè il fratello, il^vero signore* di €fOnov«; 
ebbe modo df forai' depotare dairimperatore', di ooi'erv 
slalom fionìwito cameriere ediniimo consigliere^ afd^ambah* 
oeiatoro presso la Repobblica di Y^neflif onde diseosltfrlà 
<MI' alleaiisor della Froneta, e- con giungerla' iti lega* coU 
r Impero* 

Sebbene di' mollar efoqoenzaf e di ' sonili' arnfléj'adope^ 
rasse- l'Adorno per ottenere il suo fine, quel senato noif'dft- 
partendosi dalla consueta sua prudenza, pendeva' irreso^ 
luto, considerando cbe il collegarsi coirimperatore e col 
Faptf', ilqoafe'nello'Stesso tempo pre^e- anch^ egli «parte alla 
confederazione, era uno stesso che porsi ih guerra col Torco, 
tpr^ando. in. tal, modo. i. suoi possessi e commertcidel Levaole. 
A<vea'raqiief mentre Soltmano II, oeeapatulHsol» di Rodi, 



410 BPOGA QD4ÌVA* 

togliendola ai cavalieri di San Giovanni di Gerosalemme, e 
facendovi il Irionfale suo ingresso il di di Natale del 1522; 
e minacciava quindi gli sUti di cristianità, e specialmenle 
quelli dei Veneziani. Dall' altra parie trovavansi essi tefloli 
a bada dal re di Francia che largo sempre prometteva» e 
eorto attendeva. Posti in forse i doe partiti, non si risei- 
veltero per l' Imperatore che quando si persuasero non po- 
tere in alcun modo far fondamenlo sugli ajuti della Francia. 
Le negoziazioni dorarono nove mesi, ed erano l>eD avviate 
dair Adorno quando egli gravemente ammalatosi mora ìd 
Venezia nella fresca età di 40 anni. Quale si fosse Gerolamo 
Adorno e di quanto danno e disdoro alla sua patria , le cose 
più sopra da me raccontate abbastanza il dimostrano. Noa 
andò però privo di bella persona » di facondo , prudente e 
arguto favellare, negli affari e nelle lettere , lo disaero ce- 
lebri istorici, versato; ebbe ancora fama di egregio capitano, 
di valoroso, e di assai perito nelle guerre; ma l' obbligo del 
taccheggio della sua patria da lui sottoscritto, ed operato, né 
voluto c\kd prima cessasse che air ultimo termine di crudeltà 
ed ignominia non fosse pervenuto, ne hanno ai nipoti tra* 
niandato il pome coperto d' obbrobrio. La sua morie fu in 
Venezia onorata con solenni esequie, celebrala la aremoria 
con grave orazione-, il suo cadavere portato poscia a Genova 
fu sepolto nel monastero di San Gerolamo di Quarto . Della 
$lia famiglia e della sua fazione fu V ultimo più illnatre per- 
sonaggio, come Ottaviano della propria. Le dqe fazioni con 
essi si estinsero, delle famiglie, quasi subito venne meno la 
fregosa, sopravvisse ancora negli onori della Repubblica 
l'Adorna, ma non mai più ne ottenne il principato ; il volger 
del tempo la indeboli, e fìaccolla, sicché di tanta grandezza 
non rimane a' di nostri che un solo superstite, cui piò che 
le memorie della famosa prosapia danno pregio le singolari 
qualità dell'animo cortese.^ 



' L'autore di queste Istorie, nel 1846, pobblicò uà racconto storico, 
intitolato Giro f amo adorno. Colui che inviò le particolari meraorie sullo 
stesso al conte Pojnpeo Litta per la sua opera delle f'mmiglio Ilmtimne, 
«ppuntò il racconto di falsità. Cuocevagli senaa dubbio' cbe sì mettessero in 
eli iato alcune peculiari circostansei che frammischiate ad episodi di pura ia- 



1 



I D0«| ro»OLA«i. 411 

Le (ml(ali?e intavolale dall' Adorno, nò potale per la 

8oa morie eootìDoare, vennero recate a termioe da Marina 

Caraecioli Protonolario apoalolieo; Veneaia aeoftlandoai dalia 

Francia ebbe io tal goisa a congiaugerai coir Imperatore. 

Fraoeeaco 1 non però rimise dei più efQeaci aforai per rilen- 

lare la gaerra. Adunò nella Svizzera, ai pie' dei Pirenei, ed 

ai Golfini d' Italia numero ragguardevole di fanti, per dare 

effetto alle aoe minacce; di goìaachò lo ateaso pontefice 

Adriano VI per difenderai dalla vicina straniera invaaione, 

fece par lega coli' imperatore , coi ai accostarono il re d' lo- 

ghillerra, V arciduca d' Austria, il duca di Milano, il cardi** 

sale Giulio dei Medici in nome dei FiorenLìni, i Genovesi, i 

Senesi ed i Lnochesi, tutti obbligandosi a provvedere in 

eomnne ^a aalote d'Italia. Capitano generale della Lega dal 

Papa e dall' imperatore fu nominalo Prospero Colonna, in*- 

irece del marchese di Pescara , poicbè questi amato da'aooi 

SpagnooU, venuto già era in abbominio degl'Italiani. 

LXXIV. Slava l'esercito di Francia appareeebìalo a 
scendere in Italia capitanato dal suo Re, quandp acopertasi 
la comgiQFa coniro di lui ordita dal conlesiBbile di Borbone 
ne ritardò le mosse , e volendo Francesco Impedirne gli ef* 
fotti, cesse il comando ad un Guglielmo Getti9Qer più noto in 
Italia col nome di ammiraglio Boanivel. Giunto questo con 
quattro mila cavalli e trenta mila fanti, varcava il Ticino, e 
cominciate aveva, le ostilità lo stesso giorno 14 settembre 
del 1523, in cui moriva il pontefice Adriano VI. Conlesersi 
per parecchi giorni il papato i due cardinali Pompeo Colonna 
capo dei Vecchi e Giulio de' Medici capo dei Nuovi; il ti^ 
more che fosse eletto il cardinale Orsini che astutamente 
venne proposto dal partito del Medici , indusse il Colonna a 
cedere a questo, e Giulio fu nominalo col nome di Cle- 
mente VII. 

Intanto l'ammiraglio Bqpnìvet più addentro verifajto nelle 
smancerie della corte che nelle arti della guerra» credeva 

» 

maginaiione , non cessavano òi essere sinceramente storiella. Quanto ho finora 
narrato dei due Catelli Àntoniotio e Girolamo Adorni, cavato dagli scrittori 
più gravi e aìfe croni, gli dtnrastrcrk che il fondo idi qtìA libro fb da me 
altifito alle piìi vtfidicke sorgenU- 



418 It^eÉ ackktk. 

fa* g«i«riw ed ««snli^ il Cotofina die ìr0yit^9t^ iMfér«»o e 
iprav'i ft ' Jwl » irtfg«f#i4ésa iw liiMfi«r, df» aspelfafe e^ l uttyu 
««^hfm EN qtt«sW (iHHkr egli» dovvtftea' gra^a a* gradi»' ii^ 
dietre^ai<é e ifg^m^brare' i pf# forti" aMr dMla> E^ouibffi^dfa d)l 
M gfft occui^VS. làotìy^ rvMìttcf dt d^ 40^» Prospero €a^ 
lonBa taBMtfrtdd fama' df c»Y«i*t<y é r^tH^irtfMfno ijtffiiifii^v 
e forse ili pViWD da^6cr<ri (^nttpf , fi comeattfWle'éi'^i^oiié'gn 
efwetserfevtf iraf gwernv dell' e^«ftìf^ imperlate iiifticme eai 
Aulente df Leit*, fi viceré» tanoy^ e ìiiii«rdw»8e^4l* Pématrtt; 
e s^gttilaiid^'f' prMperf ereali, eHMigatene eMiìl Bbtmftèl 
a eliioder^ In* Nevar» , d^d# d? ivoll^' oseiiar coit^ et^fvHe 
fareand^ 1» Seflna ritutt^eta' ferite. Gaifóvii' morto* io- ifM 
nveiflreil eigit(^ti0»d>i> Vandemeiae, e- il catafiefe'lki(ij<ìité#, e 
i'aimiifragUo' velgeva tf^ritìrafapef i¥r»ii, Val d'Ao»iare*M 
SiM BerffeM% ;'i'Fran«esfi abbapndeii^f atto ^tidl'AleaittiRfrfi 
e Lodi-, e«edv«fra'd''I(tf1ia'. Era gietii^il («tii|[>o, piotet#e1 
fafMf'CkwiiVfiiieViP, dì riordfnfare Ìa'Na%fefie, dK Kberarn 
dtfgrimpeHklicOfDe f^iort trotavaiiar i FtiKi^si, e oHhfcAè 
gK veii4^sefaMe>H^ svttì disegno; rivolgevasf af red^m^A^iflemi 
e agli^ Svit«eri. He^fderafa che qaesli slaifdo ifi eouBktf'dMtt^ 
ita, dovessero* fer propria' ragiotfe toldirrtie'findlpoodenttaH, 
dePcHé' gié sfieodide prete' aveiftrò'esrt d^feirelle' passale 
gtierve di Lotubardia^ che il re Ettftco Vili iieif* sftfcorar sO- 
fS^mo'Mla' sedi» af»o«foH«a, ne' facesse' rfsp^IYare' i dMflI 
evTRlre'le' sfsc^cialein^usitzfe'dei mitaistri'lioperfali, ceasffir- 
aero le^tietifeMé dfife t^gHe-coll^ q«ir«lì'ad'ogm itie^e' opprh 
meranaFf fioretilini^ Francesco- Sfbrza fogge rf8(ii1)ilitb tfeHil 
l»iena> s^gtierrai del dticalo^, assicurali ai Vetìes^ianf i psrHI 
della' etmtt-a^tlrafFeanza. Og^imal, conchiud^ettf ili I\)talMb«', 
dovnerei fieotioseere' ee l'titflìa* avetif slndta eoffibattafo^ per 
rompere il giogo straniero, o per molarlo soltanto. 

LI^X'V. Bhi'fctfpittiili^deirfi»petaiòre, abfortO'il'€(rionDa, 
rmi' MdMete^ fratafeeee-, gli «Itti 9|iagnoo1i tutti e' ifcttfkf 
d* Italia , paghi non erano né di fama , nò di preda, yoleano 
continuata taf guerra per saloll'arne ravidiU. tt contestàBìlè 
di fioriioaet a4MA. per Hnja laroivioa'del reaoMoenlro éì ew 
falliva la aoa congìora; indir izzaraat a Certo' ¥ e ad' Bo*- 



liep YW mùUnuiè» J«ro r<fìppof4iioMfc^i asMKif «la fk«D- 
CM* ktvAdei»^ i ««Hutoi., .^gf^ wndMM ^e'aenieii cac- 
niliiiQ 4a& lMM»9 FiraneasG» I. PM^tavan^ì Mb fcaoai g ^wi t »- 
OKMie.anirawlH , « «Cairlo dava arctifie ai,«n4r«Bae'«alla Aro^ 
venza, £nrico mandava aoac^nai.» a j[>isainel(eva di aHac- 
ppiW'le jMTOvioaiaAKNraali della #raii£i^ AccadaafÌDvaBione; 
Merenda U faglia d^l i^%A il aantest^le 4i Borèone eoi 
Ifofcliafie di ^^eBcariL, vaireavana U V^ par aaArasa nella 
VifpymiMcim aeUa«Mla {«awclMAa^chi, aamila fanti &|hi* 
gnooli^ duasHla lialiani a .Micania cavallaggerj» c^itn milla 
maaiiii 4'arwa doi^^a lora leo£j diotr^a il Viaarè L^noy^ ed 
f}^ di lltfocada dis«arr<ava il tiUar-ala della Pjov^nxa «idii 
A^ galea, pef Uiielara resafaiia,a Uasporlarne rar4ifliefia. 
|\a#iaaaì. dagl' Iw^ariaU r<a«aadio a Mafai^ìa, qm gì' lu- 
cani, ^ afMfiÀaUnaala^i Piìaafn aifagialiai m Fittnaia é»^ la 
pmMm dalla |pn». j^ia, «alaroMiMnla difeadevaaia. Ao* 
Aw« Oaria aitandola par 4Mndìoa dal Re vallavagiiata, e 
fiomUadi gagliaedoiiraaidÀat alava pronto <al aaoMaaaaorio, 
liaptAgeadogli aÉlae«hi dal |lU>iicada9 aoal gli ai mwm i»> 
«DMlroaan k9^t4^ ard»a>eato cJia poalalo ^in (agp,- ne faee 
dare a tanra im galee, alia avrebbe prete» ae il Paaaara 
ceti, «aa banda di aoldaài «e 4ì «agalli getlandeai j»aM'afiqoa 
Sue a meaie la viia ne» le aveeae di^e^a, appiof andò Iota 
il sfQOfio 4dBaehé aaa aadeaiiveri» ìa aiano dal PorÀa. fo i» 
ipel fralla»p» abe JHwai a q^8i£k 41 &r prÀgianiaiia il pm*- 
oìpe FiMberlo d- Oraoge» H qaak seiìra dì iw brigaoAiao.paa* 
aava dì S^gna in Ualìai; egli lo rinpise inmanexiel re, eolia 
aandiziane di naeveroe veaiMinqua aaila aaadi 'di riaaaAlo 
■lilllare, cbe non mai per^ gli /o da(U> di eMuMira par te 
«igiiatie dal regia «va riau 

hXlkSL SeDeiiebò gr la^periali veqiane aestretU a le** 
Tiaaa raaaadio aia .^^»kè iia reggimenio a^f»» jwHIq gU or» 
déai di «la valerpaa ^^api^nap di qnella nazioiae iper neqiie 'Gio*- 
caole dalla 'Caaa fijaaisa» a^orreodo la oaBopAgaa., anolealava 
gli a^aedialnri» aia parobò la ^floUa dal Moorada vedevasi 
obbligala a iaggìm e npararai «ella riviera o^cbieyaiale di 
Genova, dinanzi a «meU» dal Daria, sia infine pescM i eoe* 
earsi preofte^si dal viceré Lanoy iovann eggiaMN ailender 



414 iruCA QfVAtTl. 

t 

vanii ^'ffalia. Levato ebe fa T assedio, dopo qtiaraDfa 
giorni che s'era posto, grimperlali si ritrassero per Niiis, 
Albenga e Finale, si eondomero in un solo giomo d'Albi 
a Voghera, eh' è distanta dì ben quaranta miglia, si cbta- 
sero In Paria dove aspetlavasi il viceré. 

Il re Franeesoo I, sgombro il regno degli oppognalori, 
volle il poderoso espello da lui raccolto a difesa di qoello 
sperimentare in qiAhe grande conquista. Avvisò egli ebe 
l'esercito assediatore, olire dì essere venato meno deiranims 
per la fallita impresa , dovea rimanersi non raezzananente 
assottigliato ed indebolito per gli stenti e i disagi di nna 
difficile e precipitosa ritirata attraverso le scoscese mpi 
deHa Liguria, che male avrebbe quindi potuto difenders 
la Lombardia contro le più nnroerose ed elette forze deUa 
Francia da Ini comandate; addentratosi in «foesto pensiero 
Francesco invece di tener dietro all' esercito imperiale, 
sperò di risforare piò splendidamente la fortnna delle arai 
sue, precedendolo in Italia, taimentechè per si improvvido 
disegno andò a collocarsi di mezzo a quello e il campo as* 
sediate di Pavia. Invano i suoi piò savi capitani ebbero a 
sconsigliarlo mostrandogli i pericoli e i danni tnevitabili di 
quella mossa; egli porgendo fede alte sole parole delt' am- 
miraglio Bonnivet , ehe per sua sventura aveagli di notte 
potere soli' ani mo^ stette saldo nel primo proposito, né 
aspettò pare di aceomìalarsi dalla madre temendo 'gli fosse 
contraria. Superò le Alpi con grandissima sollecitadine , 
gionse alle sponde del Ticino, e mentre addi 26 ottobra 
del 1524 le nltime schiere imperiali asciano per la porta 
Bomana dalla città di Milano, per la Ticinese e Vercelliaa 
vi entravano i Francesi. Il disordine, l'abbandono, la di- 
scordia de^capitiani, il malcontento de' soldati che regna- 
vano neir eseretto imperiale, tutto consigliava di non dargli 
tregua, e subitamente assalirlo, il Pescara lasciata Milano, 
si era accampato in Lodi ; agevolissimo era circondarlo, di- 
struggerlo, ma il Bonnivet persuase di non entrare in Mi« 
la nò inchò il castello possedevasi dai nemici, sicché il Po* 
seara non vedendosi, come temeva, assidito dai Franeesi, 
pensò ed ebbe tempo di forlificarvlsi. Allora il vieeré Laney 



I DOGI FOPOLAm. 418 

vareò l'Adda, e coi cavalli pose gli accampamenti in Son* 
cino; il Borbone celeremente si condusse in Germania per 
procorarrisi gagliardi soccorsi dall' arciduca d'Austria. Fran» 
Cesco Sforza col suo cancelliere Moronl si chioserò in Pizci* 
ghettone e poscia In Cremona. 

LXXVII. Francesco di Francia raccoglieva sotto i soci 
ordini daemila lance , ottomila fanti tedeschi , seimila sviz- 
zeri, seimila air veniorieri, la maggior parte francesi, e quat- 
trofnilà Italiani: con queste potenti forze addì 28 ottobre ae«- 
campavasi sotto le mura di Pavia. Cominciò a bersagliarla 
colie artiglierie , ma ricevendone pia danno che vanfaggio» 
eenverll l'assalto in un regolare assedio. Questo fu per molto 
tempo ed assai fenlamente continuato, per la qoal cosa si 
diede tempo al Borbone di tornare cogli aiuti ottenuti dal* 
Tarcldaca d'Austria. Sennonché, la lunghezza dell'assedio 
mentre affiiticava il campo francese facea ancora più gravi 
le sorti dell' imperiale, in coi i soldati e gli uffiziali dalla 
vicende dolorose di quella guerra trova'ransi abbattuti, e 
dal difetto degli stipendj risoluti a disertare^ le bandiere. 11 
presidio poi di Pavia, che comandava Antonio di Leiva, 
mancava di viveri e di munizioni, minacciando egli pare 
di ammutinarsi per il difetto dei soldi. L'ingegno del Leiva; 
e I cortesi ed astuti modi del Pescara moderarono gli animi; 
lusingandoli colla speranza della vittoria. 

Queste sfavorevoli condizioni degl' Imperiali, conosciuto 
yiel campo francese, fàceano dai pia prudènti e periti geno* 
raìi consigliare al Re che pessima cosa era di perdurare 
nett' assedio, aspettando d'essere assaliti tra una città asse-^ 
diala ed un esercito più numeroso del suo; che il miglior 
senno suggeriva levar l'assedio di Pavia, e piantare gli 
alloggiamenti tra questa città e Milano, per esempio a Bi- 
nasco o alla Certosa, siti bene acconci ad una battaglia; che 
i nefflfiei penuriando di viveri e di danaro, mal poteano a 
lungo mantenersi in campagna, e le angustie in cui versa- 
vano sarehbonsi aggravate ricevendo nel loro seno il presi-* 
àie di Pavia , tutti insieme sdegnati della mancanza dei soldi; 
che insomma di altro non faceasi mestiere che di temporeg^ 
giare per goder sicuri i frutti della vittoria; perocché la pid 



v<»lgaM piUUiea iaficignava di evitare qoeUa hatfa^ia cai la 
4iap6n«ioaa ridaoeya il nemico a vivAineDie desidecaie. 
Ma il Boooiwi che par istoUeua di jneale opinava il«aB< 
(raria, mdnsB» agevolmenie nella |»opria diagrasiata aea- 
tenza il debole monarca. 

LVXVIIL il quale aUeottò ancora il Aevbo del «oo eaer- 
cUa jnvìaiido verso Napoli un i^oaao corpo setto Giovanni 
Staardo duca di Albania e Renzo da Ceri, ed on seeoodo di 
qeatijFO mila «oaùni affidando al Jdarcheae di Sidnzao per 
^Ataccace Savona. Il Salazzo ai accinse in faUi ali' HBpffeaa, 
e avvaloralo dalla flotla di Andrea l)oria» ^be per lale aepa 
recala ai era nel porto di Vado, olienne in biev« la città; 
indi lasciatevi un presidio , trascorse vittorioso lAlta la Ri- 
viera» asseggetioUa sino a Vaiagine, àovù pose a caslodia 
il reggÌB»«gMo cérao di <Giocanée della Casablanca, die tanto 
tgregiameale si eira comporiata testé ncirassedi» 4ii Mar- 
siglia e 4ieUa difesa della Provenza. In qnesio, Ugo di Mon- 
«ada ohe per iagomenlo del Doria teneasi colle galee ioape- 
fiali accovacciato nel porio di Genova , avendo sentore ohe 
il jMresidio di Voragine vivessesi senza le dovute precaosioai, 
divisò di sorprenderlo f e tolti seco sulle sue galee Ireasila 
fanti spagnnoli, via<ggiò di notte» giungendo sull'alba a Va- 
ragiBe» ed ivi sbarcaia la gente comiAciò tlcrameQ(0 a cobi- 
battere quella terra. Destali al pedcolo i Cérsi, e i toriaz- 
aaai» io^Higaate le armi, corsero lomuftiiariaiiieBie alla di- 
fissa, e fu allora un'accanita zuffa, nel (ervor 'della qifiiJe 
tfaendosi malti colpi di cannone dalia galee» il noabouBbo 
loro rese avvertito dì ciò eh' era veramente Andrea Deria 
ancoralo in Vado» per coi subitamente uscito egli da 4|ael 
parte si. portò sol luogo , ponendo in foga le galee aeaùcbe 
seaza dar loro agio che rimbarcassero i fanti apagooolL 
Allora Giocante apri le porle > e prorom^ndo conlro i ne- 
mici li acon§ase facendo prigioniero il Moncada e aMrì no- 
bàli oapiiani. Qv»BÌe cose accadevano pochi giorni innanzi 
deUa giornata di Pavia e il marchese di Saloiao dando ose- 
cnaiooe agli ordini dei Re» comandava a Giocante e agli al- 
tH che tfovavansl in SaiN>na di miieveM verso Pavia per 
rinforzare il campo Iranceea. 



1 B»ei POVOLABI. 417 

LXXIX. Era oggimai tardi , addi 98 febbraio del 1538, 
dopò molte avvisaglie Ira Tnoa e l'altra parte, per un abile 
stratagemma il Marchese dì Peaeara avea costretto Fran- 
eoseo primo ad accettare la battaglia , nella quale dopo molte 
prove di disperato valore ei cadde vinto e prigione, e aeco- 
loi i prò illustri personaggi del regno, di coi non pochi 
giacquero morti. Il Re venne richiesto di arrendersi al tra- 
ditor di Borbone, ma egli con manifesto abborrimento rifia- 
landovisi, domandò del viceré signore di Lanoy, coi rimise 
la propria spada. Venne tratto nel castello di Pizzìghettone, 
l'imperatore mandò a lui il conte di Riva suo gran maestro 
per ossequiarlo, e proporgli alcune condizioni di amichevole 
componimento, ma tali erano, e cosi immoderate e irragio- 
nevoli che Francesco rispose che avrebbe anzi consanta tolta 
la vita in prigione che accettarle. Per un raggiro del Lanoy 
che volea fare della regia persona un ignobile vanto e mer- 
cato, senza la concorrenza degli emuli suoi, il Borbone e il 
Pescara, assenti di essere condotto in Ispagna , facendogliai 
credere che al primo abboccamento con Carlo V , la sua pri- 
gionia sarebbe finita. 

Ma perchè sicuramente potesse il viaggio suo mandarsi 
ad effetto, il consiglio di Francia fu obbligato a spedire sei 
galee fornite di milizia e di otliciali spagnooli, che doveansi 
congiungere colla flotta imperiale , mentre le altre galee e 
navi francési sarebbero disarmate rimaste nei porti. Al ser- 
vìzio del re venne eziandio il Doria invitato ad unire le sei 
sue galee agi* imperiali, ma egli conoscendone la frode, e 
parendogli viltà, negò costantissimamente di farlo. Anzi 
trasgredendo gli ordini della Regina Madre di recarsi nel 
porlo di Genova, navigò a Santo Stefano nella Maremma 
senese, dove imbarcò il duca d'Albania e Renzo da Gerì, che 
aveano perduta la favorevole occasione di conquistare il re- 
gno di Napoli , e colle genti loro li trasportò in Provenza. 

11 re Francesco condotto essendo dal Lanoy in Genova, 
una gran moltitudine di persone concorse a vederlo, ma non 
poco offeso ei rimase accorgendosi che molti dell' infima 
plebe, suscitati per avventura dagli Adorni, irridevano vil- 
mente alla sua disgrazia, sicché più non volle mostrarsi in 

Starla di Genova. — 4. 37 



4IS WO«è. Q«A«rA. 

pobblie», «•DoepitMie imo liev« séegso o^nlra i Gwamwm, 
Pres« egli alleggio ael pnbblioo palazzo eh» il dog* Aal»- 
nioiio dovelle colle vìeiee eaie abbamtooàre al vieerè,e alle 
goasdie apagnoole deatioato alla cmlodia- deUa regia par- 
aou. La citli era presidiala da wi raggaardevele niMDeio di 
milizie straniere» le quali ceUa lieeosa e i farti e gi* ineaUi 
eenuDessi a totli i ciiladiiii ao torba vano la tranquillila , ae 
Dinaceiavano V ordine. Già la pubblica poleatà venia osaM 
ael contenere il disordine , si spogliavano sfaeeìatanMuile i 
negozi più ricebi di lane e di seta, saceheggiavanai le ease, 
a' vendilori invece del presso delle osse coanprate si davaas 
percosse; parea colma la misura, e il popolo vicino a pio- 
tempere tanfo più infìaaunalo ad ira, quanto ineflMNnedel 
saccheggio patito ravvisava in quella insolente soldatesca 
non pochi dei suoi saccheggiatori. Travagliaronsi elioni ad 
acquetare i popolari, il doge Aotoniotto, il viceré e l'amba- 
sciatore cesareo, promettendo a nome deir imperatore che 
risarciti d'ogni danno sarebbero i derubati, e in efletto tolte 
danaro a prestito dalla Repubblica ai peggio ofTesi ai sod- 
disfece. Ma di quel daDsro non allro riebbesi che 3300 acadi 
in tante tratte di grano di Sicilia , i quali dal governo im- 
periale si estorqoero poscia al console genovese , qoaodo 
Genova ricadde sotto il dominio francese. 

LXXX. Come di già accennai, una squadra di galee 
francesi dovea unirai alle imperiali per il passaggio del re 
in Ispagna; ma il maresciallo di Montmorancy, che neaves 
ricevuto l'ordine dalla reggente Madre, non volle darvi 
esecuzione senza prima Iraltarne coi re medesimo; a quo* 
st' uopo ne tenne con lui in Genova frequenti congressi. Il 
viceré venne in sospetto che qualche trama vi covasse, te» 
mette che nel viaggio potesse Andrea Doria assalirlo, ehe 
una maggiore dimora in Genova eccitasse a rivolozìone il 
popolo inimicissimo degli Spagnuoli, di guisa che delibo- 
rossi di recare Francesco a Napoli, e senza frapporre indu- 
gio imbarcatolo, lo trasse nel luogo di Portofino dove alcuni 
giorni si riposò nel Monastero di San Gerolamo della Gsr- 
vara, eh' era silo molto ameno abitato dai nMoaci Osservanti 
della congregazione di Montecassino. Leggo ia akone 



morie «Uiriobe di 4}ii6l mooasltro cronologicaiiieDte distese, 
cii0 aa fra Placido, della famiglia de'Fregosi, commosao 
a Unta calamità^ lusingò il re della saa liberazione» appic* 
«andò- corrispondenza di lettere eon Paolo Bulgaro De Fran- 
-chi io Genova» che promeUeva di avvertirne Andrea Boria», 
il qvale avrebbe di cheto colle sue galee navigato a Porta- 
fino, e teniato di levarlo sopra di quelle e salvarlo. Racco- 
mandava soltanto che Francesco prendendo qualche onesta 
cagione si trattenesse alcuni giorni colà» giacché queste eose 
per essere diligentemente eseguite abbisognavano di un po' di 
lempo. Ma il Lanoy noooo astutissimo, e vigilantissimo, di 
latti questi parlari prendendo sospetto, tolse il re dalla Cer- 
vara di Portofino, e lo condusse al golfo della Spezia, e 
alava di là per tramalo a Napoli, quando per iterate istanze 
del re il Montmorancy pose le galee francesi in balia de- 
%\ Imperiali , che da essi fornite di gagliardo presidio, ser- 
YÌroBO di guarentigia al suo passaggio in Ispagna. Laonde il 
Lanoy, salpando dalla Spezia, e messosi in allo mare, tra- 
passò felicemente alle isole di Jeres. Si narra dagli storici 
francesi che veramente dietro dì quelle si appiattasse An- 
drea Doria, e sospintosi fuori di repente, si presentasse colla 
sua squadra ad abbordare la capitana imperiale e libe- 
rare il re , e avrebbe di certo mandato ad effetto il suo di- 
visamente, se Francesco Primo minacciato di morte dai 
capitani spagnuoii , non s' indnceva con un biglietto di suo 
pagno ad ordinare al Doria di ritirarsi. Quale guiderdone 
fosse riservato dal re ad Andrea e alla patria di lai per si 
generosi propositi lo vedremo in seguito. 

LXXXI. Giunto essendo Francesco in Ispagna, fu rin 
chiuso nella ròcca di Madrid, ove con ipocrita umanità si 
portò a visitarlo Carlo V, confortandolo a bene sperare, men- 
tre apponeva durissime condizioni alla sua liberazione, e 
crudelmente Irallavanlo i ministri cesarei; ed egli se ne ad- 
dolorava e ne divenia maninconioso ed ammalato. Singola- 
rissima tempera d'uomo che mentre tanto ardimento e va- 
loro spiegava nelle battaglie, così poco ne serbasse nella 
avenlura , a (ale da posporre la sovrana dignità alla libeni- 
aione della personal 



420 ftPOCA QUAITil. 

Né solo la soTrana dignità egli poneva ad Ignobile pe- 
riglio, ma l'onore e rindipendenia de'suoi alleali» e degli Ita- 
liani che tanto aveano operato e sofferto per lai. E di yero, 
ei proponeva a Carlo V: dare la mano di sposo alla regina 
del Portogallo sorella dell'Imperatore, dichiarandosi pago per 
ragione di dote dei diritti che poteva questi avere sulla Bor- 
gogna; la propria soa sorella duchessa di Alanson dispo- 
sava a Carlo» cedendole in dote tolti i sooi diritti sol regno 
di Napoli e sai ducato di Milano. Chiarivasi disposto a pa- 
gare al re d' Inghilterra enormi somme per farlo rinanciare 
alle di lui particolari pretese, e prometteva a Carlo, per 
premio di riscatto , la stessa somma che aveva già pagata 
il re Giovanni, prigioniero degl'Inglesi; finalmente offeri- 
vasi di far accompagnare l'Imperatore da una flotta e da 
un poderoso esercito francese, allorché qnesti si recherebbe 
a Roma a prendere la corona dell'imperio, loché signifi- 
cava eh' ei si prestava ad aiutarlo efficacemente affinchè gli 
venisse meglio fatto dì mettere in 'servitù Ilah'a tutta. 

Coleste offerte fecero fremere, e gravemente conside- 
rare a quali funesti effetti erano per riescire. Il papa Cle- 
mente VII, che in così arduo negozio si comportò da grande 
e vero principe italiano, congiuntosi alla Repubblica ^di Ve- 
nezia, in nome di tutti gli Stali italiani, rimostrò alla Reg- 
gente di Francia ed ai principi che con lei governavano, 
meglio essere colla forza delle armi di Francia, d'Italia, 
di Svizzera e d'Inghilterra liberare il re, che prodigare 
tutti i tesori dello Stato al più implacabile loro nemico, affin- 
chè se ne giovasse per meglio opprimerli tolti, mostrassesi 
adunque ferma cogli esosi negoziatori , negasse risoluta ogni 
vergognosa condizione, si persuadesse che l'Europa tutta in 
breve si sarebbe mossa senza venire allo esperimento delle 
armi per obbligare suo malgrado Carlo V a liberare il di 
lei fìglio, purché dalla sua parte volesse essa riconoscere e 
guarentire la libertà dell' Italia. 

Il pontefice, avvalorandosi degli uffizj e della aotorNà 
del veneto Senato, magnanimamente perorava la causa, e 
sosteneva le ragioni, non dei soli Stati che tuttavia dice- 
vansi indipendenti, ma della libertà di tutta Italia propa- 



J 



I DO«I FOPOLAAI. 421 

gnava ! diritti. E lotta Italia aveva oggimal in orrore cotesti 
tarbari, né vedeva altro modo a salvarsi che raccogliersi 
in ona, e cogli unanimi sooi sforzi concorrere alla propria 
indipendenza. Muoveva speclalmenie gli animi a pietà la 
condizione di Francesco II Sforza. Vero è che in nome di 
loi conqnistavasi il ducato di Milano, ma niun' altra parte 
gli era toccala della sovrana potestà » che di fremere alle 
querele de* suoi popoli, non potendo arrecar loro sollievo. Gli 
sventurati Lombardi gemevano oppressi per le scellerate 
opere di una dissoluta soldate^ica; gli Spagnooli capitanati 
dal Pescara, travai^liavanli e per le enormi contribuzioni 
riscosse, per gli alloggi a discrezione che ne ponevano a 
saccheggio le squallide abitazioni, per la vana cupidità, l'in- 
solente orgoglio, l'indole perfida e bugiarda; le ingiustizie, 
le rapine, li si opri. Sbattuti da tanti mali volgevansi al Duca, 
che tanto aveano desideralo, chiedevano soccorso; implora- 
vano mercè, ed egli altro non polca che seooloro congiua- 
gersi a lamentare le comuni sventure. 

LXXXII. Ma più dolorose condizioni sopraslavano loro ; 
rimperalore, oltre dì avere lo Sforza a cosi abbietto slato 
ridotto, più volte nel suo consiglio si era chiarito di volergli 
toì^liere il ducato per conferirlo al proprio fratello l'arciduca 
Ferdinando d'Austria. Non isfuj^giva alla mente di tutti, es- 
sere questo il vero e legittimo motivo degl* indugi che con- 
linoi egli frapponeva a spedirgliene l'investitura ; e comec- 
ché lo Sforzasi trovasse cagionevole di salute e senza prole, 
gli sì concedeva di regnare sperando in breve di racco- 
glierne il retaggio, col noto princìpio di diritto feudale cho 
mancando senza eredi il signore diretto, ricadeva il feudo in 
proprietà del supremo. 

Fra lotte queste calamità, un bene ed ona speranza 
rimanevano al misero doca col suo segretario e cancelliere 
Gerolamo Morene, grande, potente e versatile ingegno, di 
tutti gì' intrighi cortigianeschi e delle arti politiche di quei 
tempi peritissimo. Questi lo consigliava, lo reggeva nelle 
onde vorticose di lauta tempesta, e s'ei non riuscì intera- 
mente per altrui perfidia di trarlo a riva, ne impedì almeno 
l'immatura caduta» Pertanto, non apfiona lo Sforza ed il 



4fi8 BPOGA QUitTA. 

Iforone furono resi certi che la Reggenle di Francia porger» 
favorevole ascolto ai consìgli e disegni del Ponte6ee, e del 
veneto Senato, di ordire ona gran lega n^la quale concor- 
ressero con qael regno, T Inghilterra, gli Svizzeri e tutta 
Italia, e com'ella riconoscendo la casa Sforza j c^bbligarasi 
a mantenerla nel principato, eh' essi fecersi i più caldi pre- 
motori della Lega medesima. 

1 fini della quale a rendere più efficaci e stcori pensò il 
Morene ad un nuovo e grande ajuto. Più fiate avea egli in- 
leso il contestabile di Borbone, e il marchese di Pescara 
prorompere a fiere parole d'odio e di vendetta contro il 
viceré di Lanoy, che volendo loro togliere il principale 
vanto della giornata di Pavia, ìnduceva il re Francesco a 
trasferirsi in Ispagna; anzi il Borbone erasi dianzi condotto 
colà alla presenza di Carlo Y , per muoverne fonnale ed 
acerba querela; quindi rimaneva solo in Italia il Pescara 
incaricato del supremo comando. Gli pareva che qnesfl, seb- 
bene d' origine castigliano, nato fosse in Italia , quivi aem- 
l>re guerreggialo e di molti allori mietuti nelle battaglie, con 
una celebre donna di principesca famiglia italiana avesse 
contratte le nozze, credette che il sentimento della propria 
patria sarebbesi in loi risveglialo con quello della vendetta 
e deir ambizione, laddove, a soddisfazione dei ferfi rioe- 
vifti, gli venisse falla una splendida offerta. Entrato il Mo- 
rene in siffatta persuasione, ebbe l'accortezza d' infiauHnar 
r animo del Pescara a più caldo sfogo d' ira contro 11 viceré 
e r imperatore che prediligevalo , e allora gli fece balenare 
dinamiche in lui slava il riparo, cacciando d*ltall« tatti 
quei barbari che l' ammorbavano! che a guiderdone M tanfo 
beneficio, il papa e i Veneziani pronti a toHegarai een Ini 
gli avrebbero cinta la fronte della corona di Napelli, ^fhvillò 
di gioia il Pescara, e accettando rofiferta, desiderò sapere i 
particolari della trama cui volevas! indurre, e tnttl glieli 
propalò il Morene, sebbene ne io sconsigliasse la prndenia 
ài Giovaa Matteo Ghiberti genovese, -vescovo di Verena, 
datario, e legato del papa in Lombardia. 

LXXXI1I. Propizio era il'Iempo, I Tedesehi in commiato, 
degli SpagnuoH itisi molti in Ispagna col viceré prima, indi 



1 #o«i v»r€>Liii. 413 

««I Borbone, gli altri riaiatli, MpflMflti da Antonio éi Lefvi, 
disporsi >in f»ià ioogbi ; «enrsi e agli SfragnoiAi arrerti i 
finii italtani; eomaodanle supremo dì tuUi il Pescara, fe- 
eiie ^indi rioteiTa a Ini di renderne mpossibile la reai- 
fllenaa, eacetati gli stranieri, i soK Italiani bastaTano a di- 
flandere la propria indipendenva, oltreché stavano per eaaa 
la INrancia, I* lof^^Herra e gli Svizzeri. 

Intese queste «ose, lo Spagnnolo èbe già avea forse mao- 
cblnato il IradinMnlo, si pesca prof essere nlcnni screpoli, 
e i5hlese le aeioffllaienlo di akoni casi di coscienza. Allegò, 
nen sapere se coatte feudatario del regno di Napoli, avendo 
admn tempo doe signori, V uno il papa cb*era il supreme, 
fidlro direno, l'Imperatore, bastassero gli ordini del prime 
per iscioglierld dalla obbedienza del secondo, se il papa poi, 
eone daon ginramento ordinario di vassallaggio, avea così 
feoetlé diJiberarlo da nn ginramento militare; infine se salvo 
r onore, e sienra avrebbe sentita la coscienza, quando si 
fosse mescolato in una trama contro il suo padrone. li Me- 
rene ni affettò di mandare a Roma Domenico Santi , parti- 
giane caldissimo, come fu sempre la «oa famiglia, detl'ttn- 
liana tndtpendenza , padre dell' illustre beato Alessandro 
Satin, nomo cbe alle cure di un vasto commercio «apea 
eongimigere i pia gravi «lllzi ^i Stato, e gli atudi deUa filo*^ 
aàfta e della storia, * ebiese per epera di questo nn'adegoatn 
ria p es la agli scrupoli del Pescara , e il Papa commise di 
farla al cardinale Accolti e al celebre ginreconsullo Angele 
Osi-, i qnflfli scHasero acconci trattati per rendere tranqnitfa 
la delicata coacienza di lui. 

LXXXIV. Tutto dunque era prosperamente avviale, al- 
larebè'la éoebeesa di Alanson, sorella di Franceeoe 1, condn- 
cevaii in Ispagna per conchiudere «n trattate di pace e^ 
rifliperatore, mercè i patti det suo matrimonio con lui, e 
della sorella di Cario ean FTaneesco é mediante la sollecita 



-* k xfuHhi -cotpicM popolare famiglni grnovcte appwUctte il cbnriatimo 
muchnt .riMcwBoS«BÌi„.§ia «uibafciaioM notino io niiiiw* • gffMMtore 
della Toscana, «io lantico condiscepolo, e a cui io qui ^odo di rendere 
pobblica testimoniaDia di stima per il sao alto ingf goo , le sue svariate co- 
gBÌlioDÌ>€ le gentilissime maniere. 



4M nPOCA-^lSTA. 

llberauoae di questa. ^Mpeltè il Peteara che per inearic* 
delU reggente madre, e |)er affev<>iare la libertà del ftaiio, 
rivelasse ella la trama, siocbè egli stesse si diede a pala- 
sarla, facendosene merita, e sperando di qoella rivelaslone» 
come premio, il ducalo di Milano, poiché Franeeseo Sforsa 
giaceva gravemenle infermo ed in forse di vita. Infermava 
nello stesso tempo il re di Francia, e l' imperatore temendo 
che la morte di lui lo privasse del presto del pinnoe riaealle, 
e delle sperale utilissime condixioni, strinse eoo esso il fu- 
nesto trattalo di Madrid. Ma lo Sforza e Francesco risana» 
vano, cadeva invece ammalato il Pescara, e giacente an- 
cora sol letto dì morte che appena dopo un mese e mezaa 
lo colse, non si vergognò d'invitare non solo Gerolamo 
Morooe a ripetergli i paKicolari della congiura affinchè gli 
adisse Antonio di Ley va che a tal uopo stava ap|Mattato dieira 
ì panni di an arazzo, ma poco dopo fattolo arrestane, ìnler- 
rogarlo eziandio come giudice di qoella trama, di cai egli 
stesso e^a complice. Il Gerolamo Morooe venia da lai con- 
dannato a morte e l'inìqua sentenza senza debbio sarebbe 
alata eseguita, se il giorno mede»imo che doveva esserlo. 
Don si fosse liberato il Morene dal contestabile di BorlKane ehe 
abbisognava di quel destro ingegno per trovar danari «ade 
soddisfare a' dovuti soldi della licenziosa sua soldatesca. Il 
marchese di Pescara moriva il 30 novembre del 152J(: gl'Ita- 
liani a buon diritto ne hanno il nome consecrato all' iafa- 
mia; la vedova sua soltanto Vittoria Colonna ha tenialadi 
tributargli lode ed onore co' suol nobili versL Noi ricordiamo 
il precetto d'Orazio che a' poeti lice osare ogni cosa, conce- 
diamo ad una sposa di lamentare la perdita di un amato 
consorte, ma i versi sono sfacciali e bagiardi quando £ie« 
cnno insulto nonché alla pubblica coscieuza, al sangue me- 
desimo dì chi li compose. Il marchese di Pescara cosi spre- 
giava gì' Italiani che mostrava sdegno di esaere nato plot- 
tosto in Italia che in Ispasna, egli era capitale nemico del- 
rillustre prosapia di sua moglie perocché odiava acerbamente 
Prospero Colonna cui si sentiva per merito mHiiare, e par 
svariata dottrina di gran lunga minore, fu 1* assassino di 
suo cugino Ottaviano Fregoso, nato da una zia della propria 



I DMI VOrOLAftL 4tk 

GOB6«rle, e die» aAMashie perooeliè senza la mm ostinata fé» 
roeia e 1* avversione gelosa oontro il Colonna, non sarebbe 
dieerto avvennto l'orribHe saecheggki di Genovese con que- 
sto la prigionia e l'avvelenaiDenlo del Fregoso. Né si sa ebe 
pensare dell' ameno cnore, e del poetico fervete della si' 
gnora marebesana di Pescara, qnando si legge che i sael 
Bonetti e le soe cansoni in morie del marito, dove lo pone 
nel tèrzo giro, del eùl fra U beau anime iuceio^ furono forse 
consposti In quella stessa isola d* isebia in coi calde ancora 
giaeerano le ceneri deU' avvelenato cngino. Né immaginare 
ehe Roma infelice accortasi del suo danno, perchè morte le 
a vea tolto il Pescara , invano sperasse vedersi risorta delle 
sue piaghe, che il Tebro corresse turbate alla marina, ed 
lUa sna, dicesse, essere quella di sua pregenie T ottima re* 
▼ina , e si sentisse noli' una e l' altra riva pianger donne 
e donaelle e figlie e madri, e il giorno in cui egli mori fosse 
più lutteoso di quelli di Alila, di Canne, e di quando Roma 
rimase schiava e il sno imperio distratto. Queste espressioni 
ci maoverebhere a riso, se non ci facessero fremere, dedt^ 
eate «ssende ad on nomo che non a vea nò onore nò fede, 
ebe per meizo di aa vile aotterfogio, ostentando timorata 
coscienza per pigtiar tempo, ingannava il pontefice onde 
meglio tradirlo, e con il sno tradimento a lui e alt' Italia 
apparecchiava invero per Roma quei giorni funesti detl' in* 
fame saccheggio da disgradarne il paragone di AHia e ék 
Canne, e dell'epoca del barbari in coi fu il suo imperio d^» 
strutto. Ma Vittoria Colonna spogliata delle lodi de' suoi con^ 
teniporanei sebbene dottissimi, ripetute dai pedissequi ada* 
lalori dei vegnenti secoli, è ancora un di quei nomi misterlssi 
che la ^ssna crìtica odierna ha diritto di purgare col suo 
inesorabile crogiuolo. 

LXXXV. Dettato da Carlo V, Francesco 1 firmava il 
trattato di Madrid addi 14 gennaio del 1526. Facea con esso 
cessione all'Imperatore del ducato di Borgogna, della con- 
tjsa di Chalorois, delle signorie di Noyers e di Castel-Chi* 
none, del viscontaido di Ausonna, e del distretto di San Lo- 
reuxo; rinunciava alta supremazia della Francia sopra le 
coatee della Fiandra edeirArtois; obbligavasì di restitaire 



«I tndilore d«ea di Borbone, e a kitit i nbelìi di kn «om- 
pliei A segMci, le terre, i feudi, le «ignorie loro. 

Fioqoi egli faeea segrifioto deMa t«a potestà e del eoe 
Ngoe, Aò a noi cale se bene o male, na eie ehe più ebbe a 
lernase a aua onta e noslra sveotona, ai è cbe «edendo i 
propij •dirit4i aopra iitiegno di Napoli, il ducato di MiUae, 
Genova ed Asti, prometteva di somministrare «H* Impera- 
tore no .esercito ed ima flotta ohe aecompagnasserlo in iU- 
lia fMndo vi si sarebbe recato a otagepsi la corona in^- 
naie. In lai modo qnando le forse di Cario non fossero bastate, 
FVanoeaco gli sopperiva colle proprie per ridorre a torpe 
servita il Pepa, i Veneatoni, i Genovesi, i Fioreniìni, i doebi 
di Mitonote di Ferrara, alleati, ebe tanto aveano per Ini 
sefésto, polcbé fanlan^oe resisle»ia essi avessero opposto, 
aeffgeva aempre il bisogno di un «esercito Imperiale avvals- 
salo daUe anni di Ftancia^ cosi per «na stolto paera di sé 
■sedcnimo., ingenerava Francesco negl'^toliani qaella pei!-* 
tica di isepnraiione , ebe mal potendo prestor €sde jdto 
Francia pii ingorda ^deir acfnistore «ebe sapide «el aian- 
tenese, Ji oonslgltava di provvedere etascuno a sé mede- 
aiate; qoindi, da eiffalto amBMeséramento, Andrea Dorin 
ebe ingratamente trattate dallo atasao Francesco, ne abban- 
dona le 'insegne -per meltersi «on «liglior sorte setto rqnoUe 
di Qarlo Y, Franeesco .8forsa senza difesa, cadnto in liatta 
dal suo fnemtco,4a qoesto speziato dellaaigaoria mitoDese, 
ed aviFolenalo; i Yvnesiaoi ooatrntti ad una iatale neom- 
yto, iaine il iPapeto per estreme danno della indipeadenie 
e libertà 4* Italia congtonto in Cotogna defimiivamente «dk 
riaipera. Booo i fratti delta codarda politica di Franeeaae:L 



I mmi vor<»LAm. 427 



CAPITOLO NONO. 

Simon UgB M 99p»ti Ttaenani, U ffoisa, U Sminuì « il rt rimecsc» 
co0tro r Impcratort. Andrea Dona dai aarTìg) di FrancMCo I pana a 
quelli del Pootefice; obbrobrioso Iradiioento fatto a qur»to dai Coloonesi. 
Saeeo di Roma j Genora per opera di Cesare Fregofo secoadato da Andrei 
Dona cha tonH agli sUpeadJ di Fiaacia , ai ifeMdact aotto il govcm» 
regio. Inaprcst di Aadica Docia. 

LXXXVI. Sebbene U (ntUato conchiaso fra Caélo V e 
Francesco I io Madrid foise alalo saggallalo dal giurattento 
e gnaiwilito cell'oatagiDio de'fi|U«oli di qaest'oltiaM), non 
potea pere rice?efe la sna piena esecuione, nò darace.gran 
leflBpo^ perocché vi ai oppeneMero la inginslixia delie condì* 
zioni etti venne aesoggeUato il re, e il codini deaideiio di. pi- 
gliarne vendella; ceaiccbè appena egli fin libeffo in terra di 
Francia .che. la pia anpia proiasla ne fece, dichiarando non 
doverlo osservare, essendoché ealortogli cella violenza..£ da- 
toai ad allestire un gagliardo eaercitOt chiese la reatiluzione 
de'figiiuoliy e quella della .Lombardia a Francesco Sforza che 
iene«asi,.apoglia(o già d'ogni signoria dal marchese di Pe- 
aeacB, assediato -crudelmente nel Castello di Milano. Si venne 
quiadì a qnella lega che il tradimento del Pescara aveva poco 
ionanal ritardata; il Papa, i Veneziani,. io Sforsa, li Svizaerìt 
il re di Francia e d'Inghilterra si noagionsero insieme, pat- 
teggiando, che: 

A"" Sarebbe leialegrato nello alato di Milano il duca Fran* 
/ceaeo Sfòrsa. 

S® Ceatitnito in Napoli un regno con un re di comune 
gradiflsento. 

30 Obbligherebbesi l'Imperatore alla restituzione dei 
OuHooli a Francesce I, il ^aale dovrebtie pure ricuperare dal 
firinso il contado d'Asti, » lo stato di Genova. 

4^ Bigoasdo m i}oeat' uUimo s'inviterebbe Antenlotto 
Adorno.doge di pigliar parte alla lega« nel quel caso rimar- 
rebbe .al .governo di Genova colla stessa dignità, e coi me- 
desimi privilegi di Ottaviano Fregoso; altciasénli vi. ai rimet- 



4i$ mOCA ^AMA. 

(erebbe Io slato dei Frestosi, eostitaendone eapo Federigo 
arcivescovo di Salerno sotto la protezIoDO della Francia. 

So Si manlerrebbero nella Lombardia diversi corpi di 
eserciti. 

6» Si ordinerebbe una flotta ragi^iardevole nel mare in- 
fero d'Italia, sìa per iotercettare le comonicasioni tra la Spa- 
gna e gli stati che 1* Imperatore occupava nella penisola, sia 
per avvalorare le imprese di Napoli e di Genova. 

Queste cose pattuite, il iPonlefice capo delia lei^a, bea 
s'avvide che per dare propizia ed efficace opera all' ultima 
di esse, si voleva preporre alla flotta un uomo ardito ed 
esperto nelle faccende marittime, la scelta del quale saaren- 
tisse l'esito; rivolse quindi li sguardi sopra Andrea Dona, 9 
quale continuando agli stipendj del re Francesco, gii per 
livore e leggerezza dei principali ministri di lui, mostrava 
aperto desiderio di dipartirsene. Fu dunque con pennisstone 
del re condotlo il Doris a'servigj della Chiesa , col comande 
dì otto galee, quattro sue, due di Antonio Doria soo con- 
giunto e due del Pontefice. Fermata la condotta con la prov- 
visione di 35 mila scudi l'anno, venne chiamato a Roma, 
per ricevere da Clemente le nuove Istruzioni. Quivi, essen- 
done richiesto, propose che ad ottenere la prospera riascita 
della impresa di Genova , doveasi eseguire allora che gli eser- 
cii!- imperiali si travagliassero* in Lombardia alla difesa di 
quella, affinchè le forze di Carlo Ycol^ occupate, sarebbonsi 
in tal modo distratte da Genova; che alle otto galee sotto i 
suoi ordini si con giungessero le francesi, o quanto meno at- 
tendessero ad impedire il soccorso delle imperialt, per tal 
guisa dandosi a lui facoltà di signoreggiare H mare, potrebbe 
applicare vittoriosamente all'assedio di Genova, che svelto- 
vagliata e scemata de'suoi traffici non avrebbe potalo lunga- 
mente resistergli. 

Dalle quali ragioni persuaso il Pontefice, mandò a* Ve- 
neti per una squadra di galee che >congionte colle proprie 
terrebbe assediato il mare ligustico, scrisse al re che alle- 
stita l'armala francese, vietasse alla spagnoola di navigare 
in Italia, volle avvisato Antoniotlo Adomo, facendolo' con- 
scio delie deliberazioni della lega, e Indoeendolo con aeeoa- 



I BMI VOPOI.An. 429 

eie parole a coQTenirai eoi re, dal qaale polea aolo sperare 
condisioDi Tantaggìose a luì e alta patria. Bla l'Adorno si 
rimase restio ad ogni proposta, desiderando mostrarsi grato 
air imperatore eoi dovea il governo di Genova, per sì grande 
obbrobrio meritatosi, e tanto si adoperò colla propria fazione, 
che trasse la città a tenersi salda nella parte imperiale. Giunse 
airnopo in Genova il Contestabile di Borbone, che sciorinando 
sconfinate promesse meglio infervorò gli animi nell'adottato 
consiglio. Indi per afioriare la difesa della città, ai dne mila 
cinquecento fanti che vi stavano di presidio, ne aggiunse al- 
tri laoo fra spagnuoli e (edeschi, e parli per Milano ad as- 
sumere il comando dell' esercito imperiale che quasi era 
sciolto per il disordine che vi regnava. 

LXXXVII. Le cose della lega sinistravano, i due re di 

I 

Francia e d'Inghilterra che ne formavano parte, vi si condu- 
ce va no slealmente; questi per mezzo del cardinale diWosley 
suo favorito significava non avrebbevi pigliata parte per quel- 
la anno, e solamente sarebbesi deliberalo a muoversi quando 
le ambizioni dell' imperatore avessero posto in manifesto pe* 
ricolo la persona del Pontefice. Il re di Francia, immemore 
della passata prigionìa, ora trattando subdolamente, e at- 
taccando pratiche e negoziazioni con Carlo Y, ora destreg- 
giandosi colla lega, né dell'uno né dell'altra dandosi alfine 
pensiero, si abbandonava a catcie, a sollazzi, a feste e stra- 
vizzi, giuntava il nunzio e datario del Papa Gio. fiattista 
Stanga mandatogli da questo a riscuoterlo e chiamarlo all'os- 
servanza delle sue promesse, posponeva l'amore delle corti- 
giane alla liberazione dei figli. Lo Stanga avea commissione 
da Clemente VII di alTreltare l'armamento della flotta fran- 
cese per l'impresa di Genova, unendola alla veneziana e alla 
papale condotta dal Doria. Queste due già erano in pronto, 
la veneta in numero di (redici galee comandata dal provve- 
ditore Armeno; entrambe navigavano al porlo di Livorno, 
aspettandovi la francese che vi giunse finalmente composta 
di sedici galee sottili, 4 galeoni e altrettanti navigli inferiori, 
{governata da Pietro di Navarra, che ne prese il supremo 
comando, cosi volendolo il re Francesco, mentre il Pontefice 
anteponeva il Doria, sìa perchè suo capitano generale, sia 



440 «POCA «DAiUr*. 

perebè d'a«ai più perito d«lle oMurUiÌBie teeceade. BìiuilM 
in QM le fraoeesi, vttaesiaoe e geooveu galeo^ feoer» vdi 
al porto di Vado; poaia a torra la genie, oceoparoso di kg^ 
gieri la cillà di Savona « e in breve aolldmtaero taUm la ri- 
viera oceiden4aie».di là pa96arono nell' orieniale, e impedì»- 
niiMWM di Porto venere e della Spezia; nel luogo di Portofio*, 
aito capace da ricettare i nemici» mise Andrea Doria FiJippiiM 
Fieeee con KOO fanti, e poscia vi ai ancorò egli, aieseo ìnaienA 
col. veneto Provveditore per guardare lotta quella rìvi«a, 
mentre l'altra venia acorsa e di Cesa dal Navarro. La citlà in 
tal modo rimase stretta d'assedio, e a lei impedito ogni ac- 
cesso e provvigione di vettovaglie. Però gliene capitavm 
non solo dai luoghi circonvicini, e fu sospettato il Doria e il 
Provveditore, ms dalla Lombardia; sicché i capitani delia 
flotta, sollicìtarono il duca d'Urbino che governava l'esercita 
della Chiesa, a spiccarne alcune forze, che occupale le terre 
dei gioghi, ne chiudessero severamente i passi. Il duca che 
pareva pia disposto a tirare in lanj2[0 la guerra sensa trov» 
modo di onoratamente combattere, ostinandosi in quel mo- 
mento nell'assedio di Cremona, né ade«i alloraa soccerrefU, 
né molto meno quando trovandosi vittoriosi di. noa faziose 
accaduta nello stesso luogo di Portofino contro due mila 
fanti mandativi dal doge Adomo, gli rinnovarono con mag- 
gior calore le medesime istanze. Senonché, unendosi a quelle 
gli ordini del PonteGce, e le condizioni della citta tali es- 
sendo che pochi ajutì bastavano loro per sottometterla, il 
duca si risolvette a spedirvi il marchese di Salozzo con oa 
reggimenio di fanti e una banda di svizzeri, quando un im* 
ivovviso avvenimento obbligò quelle forze a condursi altrove. 
LX XXVI II. Erasi don Ugo di Moncada Spagnuolo, come 
il marchese di Pescara , educalo alle arti e alla perfidia di 
•Cesare Borgia , osando vantarsene discepolo ed estioMtore; 
avendone egli segreta commissione da Carlo V, abboccatosi 
col cardinale Pompeo Colonna, significa vagli essere mente 
ilei signor suo dì liberarsi in ogni modo di Clemente VII, o 
farlo almeno deporre da un concilio, dopodiché tulio il par- 
tito imperiale de' cardinali avrebbe sopra >di Ini raccolti i sooi 
voti per dargli il papato. Il Goloana, aia per soddiafan ad oa 



inTeteralo seniìtnenl^ dì odio ohe nadrUi eontro iì IMIci il 
quale gli* areva tollof il triregno eoU'astuta mimocia deU^el«» 
xioiie di on Orsioi, sia trailo dalla copidilà dell' ambila liara, 
entrò ineontanenle ne' consigli dello spagnoolo, e leaeiossi 
da Ini indirizzare nel maneggio del più scellerato Iradimenltfu 
Po dunque tra di loro preso concerto che Vespasiano Colaimft 
figlio di Prospeco, nella coi fede molto riposava il ponlefloe, 
reeassesi alta presenza di questo, e gli facesse a nome di tolta 
la sua famiglia colali proposte di vantaggioso accordo; eewì 
Vespasiano eseguì. Clemente VII, cui erano falliti diami i 
suoi tenlativi contro di Siene, e vedea a nulla riuscire Teaer- 
clto di Lombardia, né meglio andar prospere le cose di Gè*- 
fiova, sgomentalo ancora dall' accolta di soldati che faceasi 
nei feudi dei Colonna , dal Moncada e dal duca di Sessa am* 
basciatore Cesareo, accettò le proposte, e il 22 agosto sotto- 
scrisse un trattato, per coi i Colonna obbligavansi a sgom* 
brare Anagni e ritirare lotti i loro soldati dal regno di Napoli, 
riserbandosi la facoltà dì difender questo contro qualsivoglia 
poienza. Dalla sua parte il Papa prometteva loro il perdono 
d'ogni offesa, e la revoca del monitorio pubblicato contro il 
cardinale Pompeo. Appena sottoscritto il trattato, il Papa che 
mirava ad alleggerirsi delle gravi spese che l'opprimevano, 
diede licenza a tutti gli nomini d'arme e a quasi tutti i fanti 
che mìtilavano a sua difesa. 

E questo volevasi dal Moncada e dai Colonna; ì quali, 
<li tosto, con sette ad otto mila uomini, occupavano addi 
20 settembre del 1526 la porla di San Giovanni di Laterano, 
giungevano solla piazza dei Santi Apostoli, venuti a Ponte 
Sisto dal quartiere di Trastevere, per la via del Borgo Vec- 
chio conducevansi al Vaticano. A cosi grave pericolo, il Papa 
fine cardinali inviava ai Colonna per sapere il motivo di 
quelle ostili mosse, due altri al popolo romano per eccitarlo 
alla difesa della Santa Sede; ma il primo non volle ascol- 
tarli e il secondo tenendo Clemente VII, T autore vero di 
quei mali, si rise della sua calamità, né in alcun modo si mo- 
strò disposto ad alleviarla. Fu dunque costretto a rifugiarsi 
in Castel Sant'Angelo, mentre i soldati dei Colonnesi davano 
on orribile saccheggio al tempio <M San Pietro e al palazzo 



4tt BTOCA QUARTA. 

del VafieaDo. Mandò allora chiama odo il Moneada con cai 
atrifìsenna Iregoa di quattro mesi. Perqaeala, Clemenle VII 
obbligavaai a rilìrare incontanente tntte le eoe genti dalb 
riva meridionale del Po, ordinava ad Andrea Doria che ab- 
bandonasse colle soe galee l'assedio di Genova; perdonara 
ai Colonnesi, complici e seguaci loro; dava statichi per l'adem- 
pimento di quelle condiiioni. 

Come ciò seppero, arsero d' ira i Colonna perchè si ac- 
còrsero essere non solo fallito il fine loro, ma lasciati essi 
stessi in balia del Papa dallo spagnuolo, il quale calcando 
interamente le orme del Borgia suo maestro, risesi delle loro 
querele, soddisfatto com'era colla lega discioUa. 

Ora, mentre per ordine del Pontefice il duca d'Urbino 
scostavasi da Milano, Andrea Doria lasciava l'assedio di 
Genova e veleggiava a Civitavecchia. Il Papa rimesso l'animo 
per l'allontanamento de' suoi nemici, ritornò ai pensieri della 
lega, ma disvanita era la opportunità, imperocché per la 
discesa in Lombardia di un nuovo esercito di tedeschi dalla 
Germania sotto di Giorgio Franspergh , il duca d'Urbino ben 
lungi dal poter concorrere all'assedio di Genova, mestieri 
avea di trasferirsi sollicitamente a diresa del Veneto. 

Andrea Doria colle sue galee, secondochè gli veniva or- 
dinato dal Pontefice, studiava modo di opporre impedimento 
alla flotta spagnuola che stava per uscire dal porto di Carta- 
gena, recando soccorso al minaccialo regno di Napoli. A 
quest'uopo tanto Clemente VII come Francesco di Francia 
facevano i piò gagliardi apparecchi, e l'opera di un grandioso 
armamento ferveva nei porli delia Provenza, di Civitavec- 
chia, di Livorno e nel golfo della Spezia. Univansi intanto i 
capitani, e discutevano quale si dove^^se adottare miglior con- 
siglio per contenere la spedizione delle navi spagnuole. Seb- 
bene fosse opinione del Navarro e del veneto Provveditore 
di sorprendere celeremente la nemica flotta nello stesso porlo 
di Cartagena, ciò nondimeno dovettero arrendersi al partito 
del Doria, il quale mostrando lungo il viaggio, già di troppo 
inoltrata la stagione autunnale, fortunosi i tempi, nemici e 
sprovveduti di porti i mari di Spagna, probabile ancora il 
non giungere in tempo, fece risolverli a navigare coogiun- 



I DOGI POPOLARI. 433 

lamenle in Corsica o Sardegna, dove sarebbe meglio loro 
i'alla facoltà di vietarne il passaggio. 

Salpava Tarmata spagnuola da Gartasena, ed avea tren- 
4a8ei gi^ossi vascelli; salivanla Carlo di Lanoy viceré di Na- 
poli, Ferrante Gonzaga e il capitano Alar^one con S mila fanti 
spagnuoli e tedeschi. Superate di molte diflilcollà, giungeva 
essa nel golfo di San Fiorenzo in Corsica , colà preso ristoro, 
e raccolte le navi smarrite, dopo sei giorni indirizzavasi a 
Genova. La flotta de'collegali dividevasi in due parti, l'una 
col Provveditore veneto attendeva nel golfo della Spezia al 
nuovo armamento delle navi, Taltra col Navarro e il Doria 
■ancorava in PortoGno. Questi ultimi, scoperta la flotta spa- 
gnuola, andarono ad incontrarla sopra Seslri di Levante. Fa 
combattuto dalle ore ventidue fino a piena notte, e la vit- 
loria già sorrideva a' collegati, dove il Doria spiegava mara- 
viglioso ingegno di guerra e singolare ardimento, quando 
inettevasi di repente a soffiare un vento fresco che ne ob- 
bligava le galee a riparare sotto il monte di Portofino. Per 
questo e per la notte interamente caduta, oscurissima resa 
Uà fitte nubi che adombravano il cielo, fu forza di attendere 
all'alba; ma come (pesta apparì, l'armata spagnuola erasi 
dileguata; prendendo norma dal vento, si diedero essi ad 
inseguirla per Corsica e Sardegna; la discopersero al fine, ma 
non poterono raggiungerla quantunque fino a Livorno le te- 
nessero dietro. Essa dal vento e dalla paura portata, malcon- 
cia e fuggitiva smembrossi, e parte in Sicilia e di là a Gaeta» 
parte in Corsica e quindi in Sardegna si ricoverò. Cosi finiva 
l'anno di ltf2G. 

LXXXIX. Spuntava l'infelicissimo vigesimosettimo di 
questo XVI secolo, di terribile ricordanza a tutta Cristianità 
jier un altro infame saccheggio cui fu sottoposta l'eterna città 
da quelli stessi barbari spagnuoli e tedeschi che aveanlo dato 
jì Genova, condotta da due capi non punto dissìmili dal Pe- 
scara e dal Colonna, poiché come e più del Pescara traditore 
il Contestabile duca dì Borbone. Io non dirò, non essendo 
uflizio di queste istorie, come Clemente VII credendosi ab- 
bastanza sicuro per una tregua pattuita col viceré di Napoli, 
congedale le forze sventuratamente che aveva ^ si tenesse 

Storta di Ctnova^ - 4. *8 



434 EPOCA QUMETA. 

certo Slitta fedte dèi trai fatti, e lY Bbrbaoe, (tutte queffe^ 
soade ladre e fameliche sol Gampictogfio, le gHtne a ^- 
sbramarsi I& entro dt sangue e di arerì , ed'egif Ti rt mm ea a e 
subitamente morto, ed esse si satoìtaesero*, nonr mpetlande 
cosa nò sacra, né profiina, né aesso, né efà, nò^condfzieM,. 
né stato. Non si ripeta* da me onar r ìp u g n a m t e narrasioneebe 
tutte le storie hanna per minuto fttta, né queP <fiadtMt» del- 
ritajica gente si rinnovi contro coloro che ad