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HARVARD UNIVERSITY 



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LIBRARY 



OF THE 



Museum of Comparative Zoology 



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NUOVE RELAZIONI 



INTORNO AI LAVORI 



R. STAZIONE DI ENTOMOLOGIA AGRARIA 

DI FIRENZE 

PER CURA DELLA DIREZIONE 



Serie Prilliti — N.° 4. 



FIRENZE 

TIPOGRAFIA M. RICCI 
Via San Gallo, N. 31 

1902 



NUOVE RELAZIONI 



INTORNO AI LAVORI 



R. STAZIONE DI ENTOMOLOGIA AGRARIA 

DI FIRENZE 
PER CURA DELLA DIREZIONE 



Serie Prima — N.° 4. 



FIRENZE 

TIPOGRAFIA M. RICCI 
Via San Gallo, N. 31 

1902 



Vi .A 



AL COMPIANTO MAESTRO 

GIUSEPPE ANTONIO OTTAVI 

CHE CON L'ESEMPIO E LA PAROLA 

POTENTEMENTE LAVORÒ ALLA REDENZIONE ECONOMICA d' ITALIA 

QUESTA MONOGRAFIA 

SUGLI ANIMALI NOCIVI ALLE PIANTE COLTIVATE 

COMPRESO DI RIVERENTE STIMA 
l' AUTORE. 



Lettera dell'Autore all'Onorevole Dott. Edoardo Ottavi 



Onorevole Signore e Collega, 

Se la dimanda non le parrà ardita permetta anche a me, 
cultore umilissimo delle scienze, nelle quali il compianto padre 
suo fu maestro, di portare un piccolo fiore sul monumento che 
Casale gli ha eretto a perenne ricordo del nobile Corso, che 
nella scuola e nel campo, da questo a quella, e viceversa, con 
la parola e con V esempio applicò l'ingegno poderoso alla lotta 
costante per la redenzione della terra, in allora, gravata dal 
peso della schiavitù, dell'indolenza, dell'avarizia e dell'ignoranza. 
Ma la santa crociata contro coloro che negligevano, avevano in 
uggia o sprezzavano la salutare e nobile arte dei campi, portò 
agli effetti desiderati, giacche, ben più fortunato delle maggiori 
glorie agronomiche nostre, e malgrado V indugio posto all'appli- 
cazione dei suggerimenti suoi, Egli ebbe tempo di veder coperte 
di m'essi le terre liberate di fresco dal ceppo e dalla catena; 
ed ora, se Egli potesse rivedere, e correre di nuovo per le antiche 
e divise regioni d'Italia, le troverebbe meno misere e abbastanza 
meglio provviste di Laboratori scientifici e di Scuole, e di quelle 
stesse Cattedre libere per l'agricoltura, che da Lui furono pre- 
dilette e dal paese ragionevolmente so?io amate, difese e diffuse. 



VI 

Non si è fatto tutto quello che V agronomo insigne aveva indi- 
cato, ma anche il resto dei suoi nobili desideri sarà sodisfatto, 
e di tanto ci fanno sperare gli allievi numerosi e la dotta schiera 
di ammiratori e di amici, suoi e della patria agricoltura , nel- 
l'interesse e pel bene della quale lavorano con una fede, che non 
verrà mai spenta, nei laboratori delle numerose Stazioni speri- 
mentali, in quelli delle Scuole e nelle libere Cattedre di agra- 
ria da Lui propugnate. 

Vogliano il suo ricordo e la memoria del Ridolfi, del Cup- 
pari, del Pichat, del Cantoni e del Bellati essere di faro alla 
presente generazione, perchè nel culto di quei grandi benemeriti, 
di quei grandi senza rumore, altre ne preparino, e la schiera, 
già numerosa, aumentino di coloro, che sono indispensabili ad 
una più larga cooperazione per il progresso economico d' Italia, 
senza del quale è mal fermo ogni reggimento politico. 

Gradisca, con questi pensieri, il piccolo dono, che Le tra- 
smetto, in omaggio alla memoria del compianto Maestro, e lieto 
che il figlio superstite ne continui le tradizioni gloriose, mi creda, 
Onorevole collega, 

di Lei dev. m0 
G-. Del Guercio. 



VII 



ADOLFO TARGIONI-TOZZETTI 



Era quasi composto il presente volume quando pervenne 
alla E. Stazione la dolorosa notizia della perdita del suo illu- 
stre Direttore, del quale molti piangono la mente e non pochi 
il cuore. L'amato e riverito maestro era nato a Firenze il 
13 febbraio del 1823, da Elena Ferrati, e Giovanni Targioni 
Tozzetti. Egli da giovanetto studiò alle scuole di Vernio e di 
Prato, e di qui passò a Pisa, dove, nel 1848, fu laureato in 
medicina e chirurgia, e l'anno stesso occupò il posto di aiuto 
alla cattedra di botanica e materia medica,, diretta, in Firenze, 
dallo zio Antonio Targioni Tozzetti, airArciconfraternita di 
S. M. Nuova. Nel 1855 successe come titolare allo zio, ma 
continuò le stesse lezioni all'Istituto Tecnico e quelle di chi- 
mica agraria all' Istituto agrario delle Cascine fino a che nel 
1860 non fu chiamato ad insegnare Zoologia ed Anatomia com- 
parata degli animali invertebrati all'Istituto di Studi supe- 
riori di questa stessa città, dove nel 1875, per incarico del 
Ministero di Agricoltura, fondò la R. Stazione di Entomologia 
agraria. 

L'illustre, che la scienza e la pratica compiangono, non 
fu di quelli che con gli incarichi tradiscono alla missione della 
scuola e vuotano le casse delle istituzioni, perchè Egli lavorò 
indefessamente, ed ha lasciato per tutto traccia più o meno 
profonda dell'opera sua. E per vero, anche lasciando da parte 
la eccellente traduzione e le aggiunte considerevoli fatte ai 
tre volumi del corso completo di Farmacia del Canu, i bota- 



Vili 

nici nostri sanno quanto acume mettesse nelle note anatomi- 
che sul guscio dei semi, e sanno altresì che sono egualmente 
pregevoli le considerazioni sui carpelli delle specie del genere 
Citrus; sui processi di organizzazione degli apparecchi vegeta- 
tivi e riproduttivi di alcune crittogame; sull'ovolo e sull'em- 
brione delle Cicadee, secondo il Mi quel; sui rapporti fra le 
infiorazioni delle Caprifoliacee. e su diversi altri argomenti, 
come quelli in ordine alle opinioni ed ai resultati degli studi 
fatti sulla malattia dell'uva; sui rapporti degli Oidium e delle 
Erysiphe con la specie osservata dall'Amici; sugli effetti dei 
vari rimedi tentati contro la malattia dell'uva; sulla Perono- 
spora, sulla Rogna dell'olivo, sa quella e sul Mal nero della 
vite, e simili, con i quali il compianto maestro passò dal campo 
della botanica pura a quello delle più importanti quistioni di 
crittogamia agraria. - 

I suoi maggiori lavori però sono nella Zoologia e nell'En- 
tomologia generale ed agraria, nell'ultima delle quali ha se- 
gnato un vero e grande progresso. 

Fra i lavori più notevoli e notati in fatto di Zoologia pura 
e di Entomologia sono certamente quelli intorno alle Cocci- 
niglie; all'organo che fa lume nelle lucciole volanti in Italia; 
all' apparecchio che separa ed esala l' odore di muschio nella 
Spliynx Convolvuli; il riassunto e gli emendamenti ai generi e 
alle specie di Ortotteri italiani; le note sui Cirripedi; quelle sui 
Crostacei brachiuri ed anomali, e le altre relative ai Cefalopodi 
del Mediterraneo e alla bocca ed i piedi dei Tetranychus, ecc; 
mentre per la Zoologia applicata si ricordano i lavori e gli ac- 
curati rapporti sulla pesca; quelli sugli uccelli e sugli insetti 
parassiti e gli altri sugli effetti naturali della caccia e della 
opportunità di regolarne l'esercizio. 

Quanto poi all'Entomologia agraria egli attese con eguale 
interesse allo studio degli insetti utili ed a quello delle specie 
nocive, giacche mentre da una parte vi è una lunga serie di 
osservazioni, per la preservazione del baco da seta, dall'altra 
vi sono le fondamenta ed il tracciato di un grande edilizio, 



IX 



nella costruzione del quale uno solo ebbe a competitore da 
noi, e fu l'illustre A. Costa, di Napoli, che con la mono- 
grafia sugli insetti nocivi agli alberi fruttiferi, ecc. può stare 
di fronte ai migliori cultori della Scienza in Europa. Il Costa 
però dopo quel lavoro non ne ha scritti altri del genere, men- 
tre il Targioni con l'istituzione della R. Stazione di Entomo- 
logia agraria ebbe l'occasione a continuare nell'opera intra- 
presa, e questa riuscì tale, per 1' ordine, per il concetto e 1' ele- 
ganza del dire, da meravigliare i colleghi, senza che questo 
riuscisse mai ad alterare la modestia aristocratica che era la 
regola nel compianto maestro. Nel lungo esercizio dell' opera 
sua intanto, egli ebbe ad occuparsi di Anguillule e di Lom- 
brichi, di Molluschi, di Acari e di Crostacei, di Emitteri e di 
Ditteri, di Tisanotteri di Imenotteri e di Lepidotteri, di Ortot- 
teri e di Coleotteri, e talvolta di tutti questi invertebrati e 
vertebrati insieme, formando volumi, nei quali, se con alcune 
mosse non dette nel segno, è tale e tanta la somma dei fatti 
appurati che questa menda non diminuisce il valore dello 
scienziato, che fu grande, e come tale la sua perdita segna un 
vuoto, che oltrepassa i confini del nostro paese. 

Ma l'illustre campione della guerra per la distruzione delle 
cause nemiche degli animali e delle piante, oltre che per le 
opere, che ha lasciato, è benemerito per la scuola che ha for- 
mato, la quale, se come è certo, non arriva a coprire il vuoto 
enorme, che egli lascia, seguendo essa con affetto la traccia 
delle tradizioni gloriose del suo metodo e del fine nobilissimo, 
che sempre ebbe di mira, cercherà di riparare come può alle 
conseguenze, che per la mancanza del suo consiglio ne po- 
trebbero venire all'agricoltura. 

Non è a dire, in fine, della fiducia che i meriti suoi gli 
procurarono presso il nostro Ministero di Agricoltura, ed il 
posto onorevole, che gli trovarono nelle migliori accademie 
Europee; non dirò nemmeno delle numerose onorificenze tri- 
butategli, perchè fu sempre contrario a tuttociò, che è vano 
lustro ed ostentazione. Noterò invece che con la figura del 



X 

Targioni è scomparso lo scienziato, il maestro affettuoso, e 
l'uomo, che, anche nel riprendere, era così cortese che il ri- 
chiamo diveniva un insegnamento, perfezionato sempre dall'ac- 
cordo completo, che egli era il primo a ristabilire. Ed è 
anche per questo che, nelle disgrazie, che lo afflissero, prima, 
e nella lunga e penosa malattia, che lo fece soffrire poi, dal 
27 giugno del 1899 al mattino del 18 settembre del volgente 
anno, egli si vide sempre circondato di affetto riverente e di 
stima, affetto e stima, che, chi scrive, gli conserverà per tutta 
la vita. 



Giacomo Del Gueecio. 






NOTIZIE E SUGGERIMENTI PRATICI 

PER CONOSCERE E COMBATTERE 

OLI ANIMALI OOCITI ALLE PIANTE COLTIVATE ED AI LORO FRUTTI 

NEL CAMPO E NEI LOCALI PER LA CONSERVAZIONE 



Note ed osservazioni del Dott. GIACOMO DEL GUERCIO. 



Considerazioni generali sulla Zoologia e sull'Entomologia agraria 
e sui mezzi con i quali devono prestarsi in servizio dell'agricoltura. 

Il ramo delle scienze biologiche che tratta dello studio de- 
gli animali si chiama Zoologia, e la parte di questa, che si oc- 
cupa degli entomi (animali articolati) si dice Entomologi a. 

Lo studio degli animali considerati dal punto di vista de- 
gli svariati rapporti che hanno con l'agricoltura e le industrie 
che ne dipendono, costituisce ciò che dicesi Zoologia agraria, 
e V Entomologia agraria, conseguentemente, è quella parte di 
essa che si riferisce modernamente allo studio dei Crostacei, 
dei Miriapodi, degli Aracnidi e degli Insetti, considerati nei 
loro rapporti reciproci con gli altri animali e con le piante. 

Secondo i benefizi o i guasti, più o meno notevoli, che 
da questi rapporti, direttamente e indirettamente, derivano 
all'uomo, all'agricoltura, alle industrie e all'economia dome- 
stica, gli animali sono stati distinti e tuttavia si distinguono 
come utili e come nocivi. 

Sono animali direttamente utili gii animali domestici, la 
massima parte degli uccelli e dei pesci, un buon numero di 

1 



— 2 — 

crostacei e di molluschi, le api, i bachi da seta, le varie coc- 
ciniglie tintorie, ecc. 

Quelli che vivono a danno degli animali direttamente utili, 
delle piante, e dei prodotti che da queste e da quelli derivano, 
si dicono animali nocivi. 

Ciò posto, sono animali indirettamente utili tutti quelli che 
in un modo o nell'altro attentano alla vita degli animali no' 
civi; e al contrario, sono indirettamente nocivi tutti gli altri 
che molestano gli animali indirettamente utili. 

Gli animali qui considerati sono quelli nocivi alle piante 
coltivate e ai loro frutti, nel campo, nell'orto, nella vigna, nel 
pomario, nell'agrumeto, nel nocciuoleto e nel castagneto; ed 
ognuno di essi si trova indicato con un nome volgare, corri- 
spondente ad un nome scientifico, seguito da una o più figure, 
da una breve descrizione, per riconoscerlo, e dalle notizie indi- 
spensabili per determinare il luogo, il momento e la durata 
delle sue fasi evolutive, la coincidenza maggiore o minore, dei 
fenomeni della sua vita con quelli dei vegetali coltivati, e le 
condizioni nelle quali certe pratiche agrarie, alcune operazioni 
fisico-meccaniche, e determinati ingredienti chimici possono li- 
berare le piante dai nemici loro. 

La Zoologia e l'Entomologia agraria o economica, pertanto, 
si svolgono in un vasto campo di conoscenze, nel quale bisogna 
far largo posto alle profonde ed estese osservazioni biologiche, 
alle più interessanti osservazioni di fisiologia pratica, alle ap- 
plicazioni svariate della meteorologia, della fìsica, della bota- 
nica, della chimica e della meccanica, e a tutto ciò che occorre 
per mettere in vista, seguire e attraversare risolutamente la 
vita di alcuni esseri, a benefìzio di altri e di noi stessi. 

Questi studi perciò sono molto difficili, tanto difficili quanto 
utili e benefìci sono gli effetti che ne derivano, e, checche 
altri ne dica, la distruzione degli animali nocivi in generale, e 
degli insetti in particolare non è cosa impossibile a realizzarsi, 
se la impossibilità non è determinata, come diceva il Costa, 
dalla ignoranza, dall'avarizia e dalla infingardaggine dell'uomo. 



— 3 — 

La mancanza delle conoscenze in proprio sulla natura, sulla 
vita e sui costumi degli animali, che si devono combattere; la 
mancanza di una Zoologia agraria, o di un'Entomologia eco- 
nomica militante, attiva, fatta di osservazioni, di dimostrazioni 
distruttive, sugli animali e sugli insetti, e la deficienza abituale 
delle nozioni più elementari sulla natura e sulle operazioni 
colturali, alle quali le piante sono sottoposte, mentre da un 
lato non hanno permesso di trarre tutti i vantaggi possibili 
dalle razionali pratiche agrarie, è sfuggita, dall'altro, la oppor- 
tunità del confronto e la scelta fra queste e gli altri mezzi di 
difesa, e in mancanza di meglio si è venuti ogni volta nella 
disgraziata e frettolosa determinazione di inchinarsi pazienti 
dinanzi alle devastazioni di questi agenti della natura, e 
di subirli rassegnati in compenso dei benefizi maggiori, si 
dice, che gli altri ci portano. Ma quante infezioni, contro le 
quali pareva non vi fosse rimedio, sono state vinte più tardi? 
Quanti rimedi nell'ultimo scorcio di secolo non sono stati pro- 
posti e provati, anche utilmente, contro gli animali nocivi e 
contro gli insetti? Chi ha detto che nel principio di questo 
nuovo secolo i rimedi proposti non debbano essere migliorati, 
e che altri non debbano venirne, così da supplire alla lamen- 
tata insufficienza di quelli? 

Coloro, che hanno visto gli olivi già brulli per Tripsidi rico- 
prirsi di foglie e di frutti; i frutteti del modenese (Vignola), e 
quelli del Piacentino (Villanova d'Arda) liberati prontamente 
dai brachi ; le campagne del Ferrarese e del Bolognese libe- 
rate dalle Arvicole; e gli esempi, infine, di non poche altre 
infezioni decimate ed economicamente distrutte, nei campi e 
nei prati, possono attestare che questa non è una vana pre- 
tesa. Ond'è, che senza troppo presumere, oso affermare che la 
Zoologia economica, incoraggiata meglio nelle stesse Scuole 
di Agricoltura, non fossilizzata fra i muri di un laboratorio, e 
messa, come si deve, con tutti i suoi mezzi a partecipare della 
vita attiva dei campi, non tarderebbe ad uscire completamente 
dalla cerchia degli abituali compatimenti, nella quale la igno- 



— 4 — 

ranza dei tempi l'ha limitata, e a dare tutti i benefizi che si 
devono conseguire dalla difesa delle piante corrose, punte e 
dissugate dagli animali, nelle radici, nel fusto, nelle foglie, 
nei fiori e nei frutti. 

• Ciò premesso, per dire della via e del posto, con lo svol- 
gimento e le indicazioni, che la Zoologia e l'Entomologia agra- 
ria devono avere nelle scuole e diffondere nella pratica, biso- 
gna attendere alle altre difficoltà, che si devono combattere e 
rimuovere per raggiungere l'intento desiderato. Una di esse 
è quella della convenienza e dell'interesse, più o meno prossimo, 
di mettere in pratica le indicazioni della scienza nella difesa 
delle piante. Segue spesso per questo che, se il costo delle 
operazioni trova margine sufficiente nel bilancio della coltiva- 
zione, la pratica, per quanto turbata nei suoi interessi reali 
non è difficile che si accomodi ad un guadagno minore e si 
difenda; ma quando quest'utile minaccia di venire e viene 
meno, essa generalmente si accontenta di assistere alla distru- 
zione del raccolto e lascia gli animali e gli insetti padroni 
delle piante sulle quali e fra le quali si trovano. L'esempio 
si è avuto più volte anche nell' avvento funesto della mosca 
olearia, in diverse parti d'Italia, dove le olive sono state ab- 
bandonate a se stesse, perchè non avrebbero compensato le 
spese della raccolta! E inutile dire che simili provvedimenti 
son fatti apposta per conservare la infezione da un anno al- 
l'altro e per diversi anni di seguito sulle piante ; dirò anzi che 
i malefìzì che gli animali commettono su quelle o sul raccolto 
sono tali da far deplorare più tardi 1' economia insana della 
spesa, la quale non serve soltanto a limitare il danno pre- 
sente, ma è destinata a rimuovere il pericolo e a salvaguar- 
dare anche il raccolto avvenire. 

Molte volte poi questa male intesa economia, all'ombra della 
quale volentieri la pratica si nasconde, non esiste nemmeno, 
perchè tutto si riduce a poco tempo ed a qualche sforzo di 
buona volontà; ma essa non si muove egualmente, e mentre 
la infezione ne approfitta e cresce, quella passa indifferente ed 



avverte: guarda che bruci! L'anno seguente i susini, i ciliegi, 
i meli, si trovano rovinati nelle foglie, nei fiori e nei frutti, 
ed essa esclama: maledetti! Ma non si mosse allora e non si 
muove ora ; se occorre cerca il rimedio sovrano, a poco prezzo, 
a prezzo gratuito; il rimedio che tolga il male presente e allon- 
tani quelli futuri, e finalmente chiede il soccorso dello Stato, 
perchè coltivi, difenda le piante coltivate e le consegni la 
rendita ricavata dalla vendita dei prodotti. 

Ci vuol altro. Proprietari ed agricoltori devono mutare 
strada: quella del greco e del latino non è fatta a posta per 
risolvere il difficile problema della produttività del suolo, e 
l'altro anche più arduo della difesa delle piante, del bestiame 
e delle derrate dall'insidia degli animali nocivi e dai fun- 
ghi parassiti. Se vogliono vivere meglio essi si devono en- 
tusiasmar meno alle futili lotte politiche e rivolgere la mas- 
sima parte delle loro cure al nostro Ministero di Agricoltura, 
Industria e Commercio, al Ministero il cui nome per essi do- 
vrebbe essere un programma e capire che dallo svolgimento 
di esso dipende tutto 1' essere nostro, la potenza economica, 
e insieme quella politica e militare. Dove l'agricoltura non 
progredisce, languono anche le industrie ed il commercio, il 
capitale è scarso e la miseria batte all'uscio di tutti; se poi si 
vuole un'agricoltura progredita bisogna spendere e assegnare 
per il Ministero di Agricoltura una dotazione eguale, se non 
superiore a quella che annualmente si dà al Ministero della 
Istruzione; perchè a questa condizione soltanto si potrà pro- 
cedere a riforme, nelle scuole e fuori, alle quali non si può 
mettere mano senza mezzi pecuniarii sufficienti. 

Date le condizioni nelle quali, in generale, per forza di 
cose, si svolge l'insegnamento della Zoologia agraria nelle 
nostre scuole pratiche e speciali di agricoltura, e la educa- 
zione agraria insufficiente o negativa di quella che è la pra- 
tica economica del nostro paese, si capisce che trovare un ri- 
medio contro un dato animale, non basta. Perchè il rimedio 
dia gli effetti desiderati è necessario che sia compreso e trovi 



— 6 — 

la mente direttiva ed i mezzi opportuni per praticarlo ; ciò 
che non si può ottenere, accogliendo personale impreparato 
nelle scuole, e trascurando di diffondere di più, e con stabi- 
lità di miglior vita, le fiorenti Cattedre provinciali per l'agri- 
coltura, le quali sono istituite apposta per popolarizzare le no- 
zioni più difficili della scienza sulla coltivazione delle piante 
l'allevamento del bestiame, e la difesa di quelle e di questo 
dalle insidie degli animali nocivi e dai funghi parassiti. 

A questo bisogna pure provvedere, perchè le Scuole e le 
Cattedre ambulanti per l'agricoltura contribuiscano diretta- 
mente ed indirettamente alla formazione della pratica agraria, 
la quale, quando sia formata di agricoltori e diretta da agro- 
nomi esperti dei soggetti (animali e piante) sui quali si in- 
dustria, non soltanto li sa difendere al momento opportuno e 
con i mezzi voluti, ma col lasciarli meno esposti alle ingiurie 
dell'ambiente, coltivandoli ed allevandoli con norme più razio- 
nali, evita anche le noie della difesa; non favorisce volonta- 
riamente (come quella attuale) la conservazione e la diffusione 
degli animali nocivi, e non ha bisogno della legge e della 
forza pubblica per provvedere alla opportunità dell'azione co- 
mune di difesa ed assicurare un lungo periodo di pace agli 
animali utili e alle piante coltivate. 

Mentre le Cattedre provinciali per l'agricoltura, intanto, e 
le nostre Scuole agrarie provvedono come possono all'educazione 
della massa degli agricoltori, lo Stato ha l'obbligo di organiz- 
zare il servizio della difesa delle piante con un personale re- 
sponsabile, che non abbia altri impegni all' infuori di quello 
dello studio e dei provvedimenti necessari allo scopo indicato. 

Questo personale, a capo di laboratori, da istituire nelle va- 
rie regioni agrarie del paese, provvisti dei relativi depositi delle 
macchine, renderebbe inestimabili servigi all'agricoltura lo- 
cale e a quella delle provinole dipendenti, in una delle quali, 
occorrendo, si può sempre concentrare il materiale delle Sta- 
zioni vicine, per cooperare alla difesa, nelle grandi apparizioni 
degli animali e degli insetti. 



— 7 — 

Alle varie direzioni eli questo servizio, in comunicazione 
fra loro e con un Ispettorato generale, tecnico, residente presso 
il Ministero di Agricoltura, verrebbero opportunamente colle- 
gate le altre delle istituzioni agrarie limitrofe, quelle dei Co- 
mizi e dei Consorzi Agrari, e quelle degli stessi agricoltori, 
all' uopo consorziati, per facilitare il compito di ognuna, e 
tutte insieme lavorare per il benessere di tutti. 

Questa proposta che a prima vista potrebbe parer nuova, 
non lo è nemmeno da noi, dove, in fine, tre laboratori di En- 
tomologia e di Zoologia agraria esistono, sebbene nessuno con 
personale libero, e quasi tutti sprovvisti delle macchine e di 
quanto altro può occorrere per passare dalla parola ai fatti, e 
dar l'esempio di quello che la pratica, ammaestrata, deve fare, 
in grande, per mettere in salvo le piante e i loro frutti. Da 
noi esiste pure una Commissione consultiva per la Fillossera; 
ma non vi è una Commissione di tecnici per lo studio delle 
varie infezioni in generale, e manca il collegamento neces- 
sario fra le istituzioni del governo e le libere istituzioni della 
pratica, la quale, mal diretta o trascurata, ignora per fino 
quel tanto di utile che le può venire dal personale del go- 
verno e cerca la salvezza delle sue piante nella protezione del 
capo elettore politico e alla Camera dei Deputati. 

Quanto poi alle spese necessarie per l'aumento del perso- 
nale e all' impianto del macchinario indicato esse non sono 
quelle che verrebbero ad impoverire il paese, poiché si sa che 
le spese di quel mantenimento si ritroverebbero annualmente 
nei risparmi che la intraprendente speculazione porta via agli 
agricoltori, dando polvere di strada per anticrittogamici, e 
acqua santa come insetticidi; senza dire dei milioni che ogni 
anno gli animali nocivi, da noi, sottraggono all'agricoltura e 
che con un sistema ben ordinato di difesa, con una propa- 
ganda diretta; con visite, investigazioni ed esempì pratici, lo- 
cali, di distruzione, si verrebbero per la massima parte a 
risparmiare. 

D'altra parte, provviste di assistenti chimici e di agronomi, 



le istituzioni del genere gioverebbero anche diversamente al- 
l' avanzamento dell' agricoltura, come pure, le Stazioni Speri- 
mentali agrarie farebbero opera più completa se al chimico 
e all'agronomo unissero il cultore dell' Entomologia agraria e 
della Patologia vegetale. 

Questo, che è qui un semplice desiderio, è altrove un fatto 
compiuto, ed io auguro non lontano anche per il nostro paese 
il giorno nel quale nei laboratori e nei campi sperimentali, con i 
depositi delle macchine agrarie e dei concimi si trovino quelli 
delle màcchine per l'uso degli anticrittogamici e degli insetti- 
cidi, così che mentre con gli uni si tende ad aumentare, con gli 
altri si assicuri all'agricoltore il prodotto delle piante colti- 
vate. Allora, nelle Puglie, il prodotto dell'olivo non sarebbe più 
devastato dalla mosca; le viti subirebbero meno le molestie 
delle Tortrici e delle A.grotis; i campi non verrebbero egual- 
mente molestati dalle lumache, dalle Arvicole e dalle Caval- 
lette; la Liguria, la Sicilia, la Sardegna e la Calabria non 
avrebbero gli agrumi falcidiati dalle cocciniglie, e non si 
avrebbe oggi lo spettacolo miserando di trovare infelici, fra 
gli altri, i coloni di quelle terre che ebbero per antonomasia, 
il nome di Campania Phelix! 



II. 

Considerazioni relative ai rimedi in generale e più specialmente 
agli insetticidi, agli insettifughi, ai veleni ed al modo di prepararli. 

Mezzi naturali di distruzione. 

Accanto agli animali nocivi, nemici degli animali e delle 
piante utili, la natura ha posto per tutto una somma conside- 
revole di cause di distruzione, che servono a limitarne il nu- 
mero e la diffusione. Fra questi agenti naturali di distruzione, 
per gli scrittori e per la pratica di ogni tempo, sono stati 



annoverati i forti venti autunnali, il freddo eccessivo d' in- 
verno, i geli intempestivi di primavera, e perfino gli acquaz- 
zoni estivi, con una importanza, per vero, che se non è sem- 
pre malfondata, è certamente molto esagerata. Non dico che 
una tale credenza sia del tutto erronea, perchè, nel fatto, a 
me consta che, per le arvicole almeno e gli altri roditori dei 
campi, d'inverno, i forti temporali riescono sommamente no- 
civi. Un certo male talvolta può incogliere anche ai bruchi 
degli insetti viventi mal riparati e scoperti sulle foglie delle 
piante; le brinate primaverili e la gragnuola fittissima dan- 
neggiano sicuramente gli animali nocivi e gli insetti più gros- 
si, ma prima di questi esse rovinano le piante, e mi pare 
che l'apparizione di cotali meteore debba essere possibilmente 
ostacolata e non desiderata. 

Molto più attendibili e mirabilmente coordinate allo scopo, 
invece, sono le azioni di certi animali, dei quali gli uni 
predano continuamente e gli altri vivono parassiti degli ani- 
mali nocivi sopraindicati. Questi predatori e questi paras- 
siti, ai quali ho detto che si dà il nome di animali indiretta- 
mente utili, sono, gli uni e gli altri, assai numerosi, assai più 
numerosi delle specie nocive, a spese delle quali, per buona 
parte, si nutrono. 

Fra gli animali predatori più utili ed incapaci del menomo 
guasto alle piante sono certamente i Chirotteri o Pipistrelli, 
che si nutrono quasi esclusivamente d'insetti, ai quali danno 
la caccia nelle ore del crep ascolo e la sera, fino a notte avanzata. 

I Pipistrelli sono i predatori più efficaci, come si ca- 
pisce, specialmente contro le farfalle crepuscolari e notturne, 
spesso tanto nocive alle vegetazioni ed ai frutti della massima 
parte delle piante coltivate. Non potrebbe, per questo, essere 
più deplorevole da noi il costume di muover guerra ai Pipi- 
strelli, che sono i migliori ausiliari dell' agricoltura, per la 
enorme quantità d' insetti che distruggono e per gli ammassi 
considerevoli di escrementi che sono fra 1 migliori fertilizzanti 
del terreno. 



— 10 — 

Un altro potente cacciatore di insetti, generalmente distrutto 
dall' uomo, per la sua carne, è il Riccio comune o Spinoso 
(Evinaceus europaeus), che con molto accorgimento taluno al- 
leva negli orti e nei giardini, per liberarli dai topi campa- 
gnoli, dai lombrichi e dagli insetti sopraindicati. 

Ma gli animali predaci sui quali maggiormente la pratica 
di ogni tempo ha portato la sua attenzione, sono gli uccelli, 
che tutti proibivano di molestare, come i migliori, ma non 
sempre gratuiti alleati dell'agricoltore. 

Ripensando a quello che io stesso ho visto del Buteo vul- 
garis, del Circus ci/aneus, fra i predatori diurni, nelle pianure 
del Ferrarese; e alla grande quantità di piccoli roditori che 
la Civetta, il Gufo e simili, fra i predatori notturni, distrug- 
gevano d' inverno, nella stessa località, ritengo che non si 
possa a meno di riconoscere e mettere in vista i benefizi che 
essi a questo riguardo portano all'agricoltura. 

Non si può dire egualmente dei Falconidi affini e dei Frin- 
gillidi, intorno alla importanza dei quali tanto bene e tanto 
male, da una parte e dall'altra, si è detto. La via del vero 
mi par quella però che in base ai costumi loro li renda re- 
sponsabili dei danni, che taluni di essi commettono nei col- 
tivati, e dei benefizi, meno apprezzabili, in vero, che quelli 
e gli altri potrebbero rendere e rendono, talvolta, cacciando 
a danno dei bruchi delle farfalle, di queste stesse, e di altri 
insetti. Ho revocato in dubbio come quistione di massima la 
utilità dei rapporti di questi uccelli con gli insetti e gli en- 
tomi nocivi in generale agli animali e alle piante coltivate, 
per la ragione semplicissima che gli uccelli predano tutto, in- 
setti nocivi ed insetti utili, sicché non si può prevedere a priori 
se l'azione loro moderatrice si svolga a danno di quelli o di 
questi. La beccata di un uccello potendo colpire egualmente 
la farfallina di una Tignuola e 1' adulto di un Ichneumo- 
nicle, può sopprimere un agente nocivo da una parte ed uno 
utile dall'altra. Il resultato è un bene o un male? Questo, 
quando i due insetti diversi sono liberi l'uno dall'altro; ma 



— 11 - 

quando l'Ichneumonide è nel corpo del piccolo bruco, che dà 
la farfalla della Tignuola, chi non vede che la. beccata di un 
uccello è servita soltanto a distruggere un insetto indiretta- 
mente utile e a favorire i nocivi, a spese dei quali i suoi di- 
scendenti sarebbero vissuti? E che dire quando il bruco, in- 
vece di uno, ha 10, 100 e più di questi parassiti nel suo corpo? 
Bisogna avvertire per me che il naturalista il quale nello stu- 
dio dei rapporti degli uccelli con gli insetti mette a calcolo il 
numero dei bruchi che le nidiate di quelli consumano, per vi- 
vere, farebbe bene a tener conto egualmente dei parassiti che 
gli uccelli distruggono, nutrendosi di quei bruchi, senza di che 
le deduzioni che ne traggono, dal punto di vista scientifico sono 
sbagliate, e dal punto di vista economico possono tradursi in 
un vero guaio; e poiché questo sbaglio ormai ha più d' una 
volta spostato la pratica dalla sua vera via, è bene avvertire 
che lasciare le piante indifese sotto gli attacchi degli animali 
nocivi e degli insetti, per aspettare che gli uccelli aumentino 
di numero e le liberino, è una vera demenza. Regolare le leggi 
della caccia, far rispettare di più quelle esistenti, (sarebbe 
meglio), e farne altre, magari più rispondenti alle conoscenze 
e ai bisogni del tempo, è senza dubbio opera civile e insieme 
molto utile. Ma bisogna lasciare da parte una buona volta, 
per arrivare a questo, l'argomento dei rapporti più o meno 
utili degli uccelli con l'agricoltura, perchè questa utilità non 
sempre esiste; quando esiste è così relativa ed a scadenza 
tanto lontana che non può essere per noi un vantaggio, quando 
pure non si traduca in un bene imaginario ed in un danno 
reale. Se i Falconidi distruggono i topi, non distruggono essi 
egualmente i serpi, le lucertole, i rospi ed i ranocchi, che li- 
berano il terreno dai vermi, dai molluschi e da ogni sorta di 
insetti? La quistione della utilità degli uccelli, come si vede, è 
una quistione eminentemente biologica, che va risoluta con os- 
servazioni lunghe, numerose ed accurate, meglio che con gli 
abituali ragionamenti improvvisati. 



— 12 



Mezzi artificiali. 



Quanto ora ai rimedi veri, questi possono essere diretti ed 
indiretti, a seconda che con le azioni loro si prendono di mira 
gli animali, causa prima dei guasti sulle pia.nte, o le piante 
che ne patiscono l'azione ed i mezzi nei quali vivono. 



Rimedi indiretti od igienici. 

I rimedi indiretti od igienici sono quelli che mirano ad 
ottenere ed a conservare le piante allo stato sano, in modo che 
riescano della massima produzione economica sostenuta da una 
resistenza notevole alle cause nemiche esterne. Sono questi i 
veri rimedi agrari, i quali, per quanto non modifichino di- 
rettamente la condizione di essere degli animali nel caso 
nostro considerati, e non possano, in massima, interrompere i 
rapporti naturali nei quali certe piante e certi animali si tro- 
vano, pure, applicati a tempo e per bene, servono con eguale 
certezza ad allontanare i termini nei quali le piante cedono 
all'azione nociva degli animali e bastano talvolta a far sì che 
le coltivazioni restino economiche malgrado la presenza mo- 
lesta di quelli. 

Le scienze biologiche, che seguono lo svolgersi del compli- 
cato fenomeno della produzione vegetale, dicono assai chiaro 
della importanza e della necessità di scegliere i semi e le 
piante, nella pratica, e di adattarle a determinate condizioni 
di clima e di terreno. Le stesse scienze insegnano, e la pra- 
tica più intelligente ha toccato con mano, di quanto benefìzio 
riescano alle piante le buone lavorazioni e le concimazioni 
razionali, specialmente dove non sono possibili le irrigazioni; 
e che a prezzo di questi provvedimenti soltanto la media pro- 
duzione annua può essere elevata e ri numeratrice. Dove, in- 



— 13 — 

fatti, l'empirismo ancora non è stato attraversato da molta 
luce, la vegetazione è scarsa, stentata e più che mai mo- 
lestata dagli insetti, ed il raccolto, ogni anno minore, per 
una ragione e per l'altra, si trova spesso così derisorio che, 
anche volendo, l'agricoltore non può prelevare da esso le spese 
necessarie per difenderlo. 

Fortunatamente però la biologia degli animali nocivi in- 
segna che certe pratiche agrarie, mentre favoriscono lo svi- 
luppo e la produzione delle piante, sono altresì capaci di attra- 
versare l' evoluzione di quelli, e l' agricoltore può difendere 
i suoi campi facendo uso delle braccia e dei suoi strumenti da 
lavoro. 

Sono fra questi rimedi, ad esempio, la vicenda o avvicenda- 
mento delle coltivazioni, e le operazioni anticipate o ritardate 
della semina, per togliere temporaneamente, con le piante, l'ali- 
mento necessario all'animale, che le molesta; la remozione dai 
luoghi coltivati delle materie ingombranti, che danno spesso 
ricovero e rendono più difficile la difesa contro gli animali no- 
civi ; la potatura della parte secca della pianta ; la mondatura 
della scorza degli alberi; l'abbruciamento delle stoppie e delle 
zolle del terreno lavorato col coltro; ed i lavori profondi con 
l'aratro, con la zappa e con la vanga, per mettere allo scoperto 
la infezione cacciatasi nel terreno e distruggerla. 



Rimedi diretti. 

Venendo poi ai rimedi diretti, noto che di essi mentre 
alcuni si collegano ai precedenti (come quelli relativi alle 
raccolte frazionate, o precoci delle foglie, dei fiori, dei frutti, 
e dei rami colpiti) altri portano direttamente all'uso dei pro- 
dotti naturali diversi, più o meno modificati, sotto forma di 
polvere, di soluzione, di decotto, di infuso, di sostanze escre- 
mentizie, concimi diversi e ceneri, mescolati ad insetticidi, e a 
tutto ciò che è necessario per mantenere la normalità del prò- 



— In- 
cesso vitale nelle piante, attraversando gli agenti che lo per- 
turbano, per ricondurlo allo stato normale ed economico pri- 
mitivo. 

Fra le sostanze capaci degli effetti indicati metto in vista 
le seguenti, le quali, con i dovuti riguardi per l'uomo, per 
gli animali domestici e per le piante, possono servire o diretta- 
mente, o a prender parte alla preparazione degli ordinari e più 
noti insetticidi, nella proposta dei quali e di alcuni corpi qui 
indicati non si fanno quistioni di priorità, perchè non sarebbe 
sempre facile accertarla, né quistioni di speciali criteri di clas- 
sificazione all'infuori di quelli, che la natura dei corpi e delle 
azioni diverse, che spiegano sugli animali e sulle piante, hanno 
consigliato alla scienza, ed ai quali con certa e non sempre 
rigorosa approssimazione, mi sono attenuto. 



Calore naturale ed artificiale — Fuoco. 

Vi sono molti animali che si sottraggono perfino all'azione 
diretta del calore naturale per non essere molestati. Oltre i 
50 gradi poi, e propriamente dai 50 ai 100° C, il calore uc- 
cide più o meno prontamente tutti gli animali, comprese le 
crisalidi e le uova degli insetti che rappresentano gli stadi 
nei quali quelli resistono e si sottraggono maggiormente agli 
altri mezzi di difesa. 

Il calore si amministra per mezzo dell'aria e dell'acqua, 
e tutti e due i mezzi conducono allo scopo desiderato. 

L'acqua riscaldata dai 50 ai 60 gradi C, in 5 a 10 mi- 
nuti di contatto con le uova degli insetti, ne coagula il pro- 
toplasma e impedisce che vengano alla luce le larve, le quali 
altrimenti verrebbero fuori. 

Le larve con corpo muccoso, come quelle della limacina 
del pero, e le altre fuori dei loro ripari cedono più pronta- 
mente anche ad un'acqua meno riscaldata; ma quelle chiuse en- 
tro bozzoli sericei e che ibernano per incrisalidire, resistono 



— 15 — 

molto di più. Per colpire le larve della Piralide, delle comuni 
Tortrici delle viti e di quelle dei frutti del Pero, del Melo, e 
simili, per esempio, occorre l'acqua a 100° C, ed il getto li- 
quido deve anche essere prolungato per qualche secondo se si 
vogliono conseguire gli effetti desiderati. 

Può riuscire egualmente utile il calore artificiale trasmesso 
all'aria, che gli animali respirano, portando gli oggetti, che essi 
deteriorano, nei forni, a quest'intento riscaldati; come può farsi 
del grano, della segale, del granturco, delle civaie e di altri 
prodotti agricoli ed industriali, delle canne e dei sostegni delle 
viti, delle gabbie per gli allevamenti dei volatili, e simili. 

Tal'altra vi è convenienza mettere a partito anche l'azione 
diretta del fuoco, sia per bruciare le zolle terrose, quando gli 
animali hanno stanza nel terreno, sia per bruciarli direttamente, 
ed in ogni modo inabilitarli ai danni e alla conservazione della 
specie, mentre vagano liberi ed a stormi alla superfìcie del 
suolo. 

Aria. 

Fatta circolare liberamente fra le piante, l'aria accompa- 
gnata dalla luce e dal calore toglie a più di un animale le 
condizioni più favorevoli a vivere e a moltiplicarsi, e così, 
mentre favorisce lo sviluppo delle prime, riesce a limitare la 
diffusione degli altri. 

Questo resulta molto evidente nelle infezioni per parte spe- 
cialmente di afidi e di cocciniglie, che si trovano assai più 
numerosi e nocivi sulle piante aduggiate dei piani e delle valli 
che su quelle meglio esposte e ventilate delle colline ; e sulle 
piante folte ed a chioma serrata più che su quelle rade ed a 
chioma diradata. 

~ La posizione e l'esposizione del terreno, la disposizione _ e 
la buona potatura delle piante valgono non poco a limitare 
il danno che dalla presenza di siffatti animali derivano ai 
vegetali. 



— 1(3 — 

Ciò che si è detto per la parte fuori terra delle piante si 
può con eguale ragione ripetere per le radici e per i fusti 
sotterranei, i quali, quando il terreno è bene aerato e tale da 
risentire giustamente la influenza benefica dell'aria e del ca- 
lore, oppongono una maggiore superficie di resistenza e pos- 
sono durare a lungo contro l'azione nociva di alcuni animali. 
Per ciò la fognatura, le lavorazioni superficiali e profonde del 
terreno, specie quando queste sono precedute e seguite dalle 
concimazioni desiderate, riescono per doppia ragione indispen- 
sabili nella coltivazione dei vegetali. 



Acqua. 

Indipendentemente dai benefìzi che questo corpo, con altri, 
spiega nella misura necessaria sulla vita delle piante, esso può 
renderne altri notevoli come mezzo diretto nella distruzione 
degli animali nocivi. Le talpe, infatti, i topi campagnoli, i grilli 
campestri e le grillotalpe, fra gli Ortotteri; i bruci a vita sot- 
terranea dei Lepidotteri; quelli dei gramignoli e dei ferretti, 
fra i Coleotteri cebrionidi ed elateridei, e la Fillossera stessa 
fra i Rincoti, possono subire grave danno dall'azione delle 
sommersioni -acquee più o meno prolungate. 



Cloro. 



È una sostanza gassosa, giallo-verdastra, rutilante, con 
odore fortissimo, irrespirabile, e che respirato, anche se me- 
scolato con l'aria provoca una viva irritazione nelle vie respi- 
ratorie, eccessi violenti di tosse, vomito, e di cui l'azione pro- 
lungata produce sbocchi di sangue e la morte per asfissia. 

Il gas cloridrico si può ottenere dalla decomposizione degli 
ipocloriti con gli acidi, facendo agire l'acido cloridrico sul 
biossido di manganese, e può servire alla distruzione dei brut- 



— 17 — 

chi e alla disinfezione degli stanzoni, e dei cassoni per le 
fragole ed altre piante, nei quali siano formiche, forfecchie, 
lumache, ed altri animali. 

Zolfo e Fegato di zolfo. 

Lo zolfo è stato indicato spesso ed inutilmente dalla pra- 
tica come insetticida. Possono servire abbastanza, invece, tal- 
volta i suoi composti col potassio e col sodio (fegato di zolfo), 
dei quali ricordo qui il pentasolfuro di potassio ed il tetrasol- 
furo di sodio. Sono due corpi solidi verdognolo-giallastri al- 
l'esterno, rosso-bruni all'interno, e deliquescenti all'aria, a 
contatto della quale, per l'acido carbonico, le loro soluzioni si 
decompongono dando zolfo ed idrogeno solforato. 

Le soluzioni di questi corpi da sole non bagnano conve- 
nientemente la superficie del corpo degli animali, che si vo- 
gliono combattere, e le sostanze venefiche che da esse emana- 
no, nelle dosi economiche per le piante, non producono l'ef- 
fetto desiderato. Riescono più efficaci quando si uniscono al 
sapone, insieme al quale nel caso della difesa di piante più 
ordinarie e resistenti, vanno adoperate. 

Anidride solforosa. 

L' Anidride solforosa si ottiene dalla combustione diretta 
dello zolfo nell'aria. E un gas fortemente irritante, che provoca 
la tosse e produce la morte per asfissia. L'acqua a 15° ne 
scioglie 40 volte il suo volume, cioè gr. 115 per ogni litro. 

Serve alla distruzione delle larve e degli insetti, dei topi 
e degli altri animali, contro i quali, quando è possibile, si può 
adoprare anche l'anidride disciolta nell'acqua. 

Acido solfidrico, 

U acido solfidrico, solfuro d'idrogeno o idrogeno solforato 
si trova disciolto in molte acque minerali, e si ottiene dalla 



— 18 — 
decomposizione del proto solfuro di ferro con l'acido cloridrico 
o solforico. Questo gas, dall'odore fetido di uova putride, si 
scioglie sufficientemente nell'acqua, la quale alla temperatura 
di 15° può contenerne quasi tre litri ; ed è col mezzo del- 
l'acqua, occorrendo, che si può adoperare contro gli animali 
nocivi. 

Tanto l'anidride solforosa quanto l'idrogeno solforato ri- 
chiedono precauzioni non trascurabili nell' usarli, perchè il 
secondo almeno di essi, sebbene per danneggiare debba oc- 
cupare 1/200 dell'aria che si respira, pure, siccome paralizza 
ben presto i nervi olfattivi, il pericolo passa inavvertito, e 
l'operaio può restare asfissiato. 

Fosforo. 

11 fosforo ottenuto per distillazione è un corpo solido in- 
coloro o giallo-chiaro e abbastanza molle alla temperatura 
ordinaria. Alla temperatura di 44° circa si fonde, ed esposto al- 
l'aria spande un odore speciale comparabile a quello del- 
l'ozono. 

Può riuscire utile nella distruzione dei roditori, ai quali si 
fa mangiare mescolandolo con della farina e dello zucchero. 

Una pasta fosforata si può preparare introducendo 20 o 
30 gr. di fosforo in una bottiglia con acqua, facendovelo fon- 
dere a bagno-maria; si chiude poi la bottiglia, ritirandola dal 
fuoco, si agita fino a che questa non si sia mezzo raffreddata 
e si mescola il liquido, col fosforo diviso, alla farina e allo zuc- 
chero. 

Arsenico. 

I composti arsenicali riescono utilissimi talvolta nella di- 
struzione degli animali nocivi. I più attivi fra essi sono V acido 
arsenioso e Varsenito potassico, e questo specialmente, per la 
rapidità con la quale si diffonde, mentre altera profondamente 
le mucose del tubo digerente, avvelena il tessuto nervoso e 
produce nausea, vomito, vertigini e morte per paralisi cardiaca. 



— 19 — 

I topi campagnoli trovano in queste sostanze i mezzi più 
potenti di distruzione. 

Arsenito di rame e arsenito di calce. 

II primo, detto anche verde di Parigi, è un veleno, che deve 
la sua efficacia all'acido arsenioso, e serve per combattere gli 
insetti brucatori delle piante. 

Perchè non arrechi danni ai vegetali però bisogna unirlo 

alla calce ed all'acqua nelle proporzioni come nella formula 

seguente: 

Arsenito di rame Eg. 0.250 

Acqua (con 250 a 300 gr. di calce) Litri 100 

L' arsenito di calce, messo in commercio col nome di porpora 
di Londra, si usa anch' esso nell'acqua ed in polvere, come l'ar- 
senito di rame. Per applicarlo sul Pesco e sul Susino bisogna 
unirlo ad una maggiore quantità calce (1), per non dan- 
neggiarli. 

Tartaro emetico. 

Il tartaro emetico è un preparato di Antimonio (tartrato 
doppio d'antimonio e di potassio) conosciuto col nome di tar- 
taro emetico o tartaro stibiato. In soluzione è meno attivo che 
in polvere, ma in un modo e nell'altro ha sapore acre e disgu- 
stoso; ingerito nel tubo digerente produce nausea e vomito, 
e persistendo nell'azione, provoca dolorose infiammazioni nelle 
pareti dello stomaco e dell'intestino. 

Se ne potrebbe tentar l'uso, occorrendo, contro gli insetti 
brucatori, e a questo scopo si adopri una soluzione di 

Tartaro stibiato . . parti 5 

Melassa » 0,5 

Acqua » 100 



(1) Negli Stati Uniti si fa uso pure di un miscuglio di arseniato di soda, once 4, 
acetato di piombo, once 11, in 80 galloni, (litri 320 circa) di acqua, e si ritiene che, 
per gli effetti, sia uguale all'altro formato con una libbra di verde di Parigi in 125 
galloni di acqua. 



— 20 — 

che si prepara sciogliendo la materia attiva in 50 parti di 
acqua; nell'altra vi si scioglie la melassa, e con le due solu- 
zioni mescolate si aspergono le piante. 

Per combattere le Blatte delle cucine e degli altri luoghi 
delle abitazioni infestati da quelle si può far uso del prepa- 
rato seguente : 

Tartaro stibiato parti 1 

Farina » 10 

Zucchero in polvere » 10 

È utile far notare che questa sostanza essendo velenosa non 
si deve far cadere sulle vivande, in cucina, ed in campagna 
si adoprerà per la difesa delle parti di quelle piante, che non 
si devono raccogliere e portar subito al mercato. Queste stesse 
parti di piante d'altronde e le altre sulle quali fu adoprato o 
vi cadde il tartaro stibiato si devono lavare con molta cura 
prima di adoprarle o di farle adoprare come alimento per 
l'uomo e per il bestiame. 

Ammoniaca. 

È una sostanza gassosa, soffocante, caustica, solubilissima 
nell'acqua, e per l'azoto che contiene serve talvolta contem- 
poraneamente come sostanza fertilizzante e come insetticida. 

Le orine e le acque dei gazometri contengono una quan- 
tità considerevole di ammoniaca, e perciò le une e le altre 
sono state diverse volte indicate nella pratica, per la difesa dei 
seminati, dei campi di barbabietole, ecc. contro le infezioni 
pidocchiose e verminose. 

Potassa e Soda caustica. 

La potassa caustica, od ossidrato di potassio, è un corpo 
bianco-grigiastro deliquescente, solubilissimo nell' acqua, il 
quale saponifica i grassi, sottrae l'acqua dai tessuti animali 
con i quali viene a contatto e perciò le sue soluzioni sono 
state indicate come insetticide. 



— 21 — 

Allo stesso modo si comporta la soda caustica, la quale è 
stata messa alla prova nella distruzione della fumaggine e 
delle cocciniglie. 

A queste sostanze vi è chi preferisce i carbonati (carbo- 
nato di potassio e di sodio) ; e a tutti, per me, è preferibile 
l'uso della liscivia di cenere, che contiene una quantità note- 
vole di materie alcaline. 

Calce ed acqua di calce. 

La calce in polvere, od ossido di calcio, per la sua causti- 
cità naturale può molestare gravemente gli animali che hanno 
la superficie del corpo muccosa, come le lumache, le larve, 
della limacina del pero, e simili. 

La stessa polvere, d'altronde, cosparsa sul corpo di alcuni 
bruchi, previamente bagnati con acqua, sviluppa tanto calore 
da comprometterne per fino i tessuti sotto epidermici e di- 
struggerli. Avviene così per le larve delle cocciniglie, degli 
Afidi nudi, dei bruchi della Cavolaia, e simili. 

Come l'ossido di calcio si comporta l'acqua di calce contro 
le lumache e la limacina del pero già ricordata. 

L'acqua di calce però non produce e non può produrre la 
morte degli altri animali, per scottatura, come fa la polvere 
dell'ossido nella condizione sopraindicata. 



. Solfuro e Solfato di calcio. 

Il solfuro di calcio si può ottenere facendo bollire, insieme, 
del latte di calce e dei fiori di zolfo. Esso si chiama anche 
fegato di zolfo calcare, ed unito al sapone serve come i poli- 
solfuri alcalini. 

Il Solfato di calcio o gesso, può servire direttamente alla 
distruzione delle lumache e prendere parte alla formazione 
delle polveri insettifughe al pari del carbonato di calcio. 



— 22 — 



Solfato di rame. 

Si usa in soluzione acquosa con 3 a calce, perchè aderisca 
meglio alle piante ed impedisca che le parti verdi di queste 
siano attaccate dagli insetti, o per far sì che attaccandole re- 
stino avvelenati. Si può acloprare anche insieme al sapone; 
ma in un modo e nell'altro il preparato riesce sempre molto 
meno attivo degli altri che si ottengono con gli arseniti e gli 
arseniati (1). 

Bicloruro di mercurio. 

Il bicloruro di mercurio o sublimato corrosivo, è un veleno 
potente quasi per ogni specie di animale, ma non è per tutti 
egualmente nocivo. E certo meno diffusibile e per ciò meno 
attivo degli arseniti, ai quali per tanto non si può preferire. 



Cinabro. 

E il solfuro di mercurio rosso, che talvolta si adopera per 
la distruzione della Cimice dei letti, facendolo volatilizzare 
nella stanza ben chiusa. Bisogna lasciare la stanza chiusa per 
alcune ore, e poi non abitarla che dopo averla fatta ventilare 
per un paio di giorni almeno. 

Solfuro di carbonio. 

E un liquido incolore, più pesante dell'acqua, e volatile, che 
col suo odore fetido, di cavolo marcio, produce anestesia gene- 



(1) La poltiglia cupro-calcica si può unire agli arseniti e formare con essi una 
poltiglia anticrittogamica ed insetticida di efficacia molto notevole ed utile per col- 
pire ad un tempo la Peronospora, ad esempio, e le Tortrici dell' uva. 



- 23 — 

rale, inappetenza, vomito, e gravi disturbi nervosi, tremore nei 
muscoli e finalmente paralisi completa e la morte. 

Il solfuro di carbonio si ottiene esponendo ai vapori di 
zolfo il carbone puro, riscaldato al rosso, nei tubi di porcellana, 
e si vende oggi al prezzo di 36 lire il quintale. 

Questa sostanza da sola, emulsionata o disciolta nell'acqua, 
distrugge prontamente un gran numero di animali. 

Solfocarbonati alcalini. 

Le soluzioni dei solfuri alcalini alla temperatura di 30° circa 
si uniscono direttamente al solfuro di carbonio e danno solfo- 
sali solubili nell'acqua, alcuni con separazione di zolfo, come 
il solfocarbonato Dumas, ed il solfosale Gélis al solfuro di 
carbonio con trisolfuro di sodio. Il solfosale alcalino che non 
separa zolfo, sciogliendosi nell'acqua, è l'altro che si ottiene, 
facendo uso del bisolfuro di sodio Na 2 S 2 , invece del trisolfuro 
indicato. 

Unendo in proporzioni diverse questo solfosale al sapone 
ho ottenuto liquidi insetticidi abbastanza utili nella difesa 
contro le larve di qualche coleottero, come le larve delle alti- 
che, e contro i bruchi di qualche lepidottero. 

Si comportano presso a poco allo stesso modo i solfosali 
che separano zolfo, i quali, come gli altri, d'altronde, facilmente 
alterano le parti tenere delle piante. 

Solfocarbonato caldeo-potassico. 

Questo composto si deve alla scienza di un distinto chi- 
mico nostro, il prof. Sestini di Pisa, che lo ha proposto, invece 
del solfocarbonato Dumas, nella difesa contro la Fillossera 
della vite. 

Io l'ho trovato utile anche contro altri insetti: e fra que- 
sti, quello riferibile al pidocchio lanigero del melo trova nel 
solfocarbonato doppio di calce e di potassa uno dei migliori 
mezzi di distruzione. 



— 24 — 

Raccomando alla pratica l'uso di questo insetticida, perchè 
ognuno può prepararlo da sé, e perchè, oltre quelle prodotte 
dalle specie indicate, altre infezioni di animali a vita ipogea 
si possono combattere con esso. 

Secondo le istruzioni del Sestini, il suo solfe-carbonato si ot- 
tiene facendo agire contemporaneamente l'acqua di calce ed il 
carbonato potassico del commercio sul solfuro di carbonio. Così 
per preparare 100 Kg. di soluzione contenente l'8 °/ di solfuro 
di carbonio e 65 Kg. di solfocarbonato calcico, con 10,7 °/ di 
solfuro di carbonio, occorrono: 

20 Kg. di carbonato potassico grezzo a L. 13 °/ L. 13 
20 » solfuro ' di carbonio . . a » 35 » » 7 
20 » calce viva a » 5 » » 1 

Con una spesa di . . . L. 21 



Cloroformio. 

E un liquido incolore, mobilissimo, volatile, il quale ha una 
notevole azione insetticida, ma costa molto, non si scioglie nel- 
l'acqua, e per ciò non si può indicare per la pratica nella 
distruzione degli insetti sulle piante. 

Petrolio. 

Il petrolio naturale è una sostanza ora nerastra e vischiosa, 
ora fluida e poco colorita, di idrocarburi saturi, ossidruri dei 
carburi aromatici, e composti solfurati, insieme ad una quan- 
tità di gas disciolti, costituiti per lo più di metano, etano, 
etilene, ed acido carbonico, ecc., e però riesce eminentemente 
insetticida. 

Il petrolio di Boston differisce da quello d'America per 
essere quasi sprovvisto di idrocarburi solidi o paraffinati. 

Sono prodotti della distillazione del petrolio: V etere di pe- 



— 25 — 

trolio volatilissimo, V essenza di petrolio, infiammabile alla tem- 
peratura ordinaria, Volto da illuminazione, che si brucia in lam- 
pade speciali, Volio lubrificante delle macchine, la paraffina, e 
la vasellina. Quest' ultima sostanza si adopra, dal punto di 
vista dell'entomologia agraria, per rendere meno volatili i 
corpi nei quali è solubile e per distruggere i pidocchi di molti 
animali. Il petrolio emulsionato nell'acqua serve conveniente- 
mente a liberare le piante dagli animali che le infettano. 

Naftalina. 

La naftalina si ottiene dalla distillazione del carbon fossile; 
si presenta sotto forma di scagliette bianche, più o meno co- 
lorate, e serve benissimo per la conservazione del materiale 
dalle tarme. Sciolta nell'olio, e saponificata la soluzione con 
la soda, si può aspergere con buon esito sulle piante per libe- 
rarle dai bruchi. 

Olio pesante di catrame. 

E un liquido bituminoso che si ottiene come residuo della 
distillazione del carbon fossile. E di color verde-scuro, e più 
denso dell'acqua. È un potente insetticida, e tale che le parti 
legnose delle piante bagnate con esso non lasciano fissare gli 
insetti succhiatori nemmeno dopo alcuni mesi dall' applica- 
zione (1). 

Boiteau fu il primo a mescolarlo con la soda, nel quale 
tentativo riuscì meglio più tarctt il Prof. Franceschini, che ne 
sperimentò l'uso contro la Cocciniglia del Gelso; mentre noi 
1' abbiamo saponificato così da poterlo aspergere sulle piante 
senza danni sensibili per le foglie. 



(1) L'olio di catrame deve la sua efficacia alla grande quantità di fenoli, naftoli, 
xilendi, antracene, naftalina, ecc., che contiene, e per conseguenza gli effetti della 
difesa sugli animali e sulle piante variano con le proporzioni loro e lo stato nel quale 
gli uni e gli altri si trovano al momento delle operazioni. 



— 26 - 



Olio di Cade. 



Si ottiene dalla distillazione del legno di Ginepro ed è 
bruno nerastro, puzzolente. In commercio si vende un olio di 
Cade falso, meno costoso e meno attivo, ed è un prodotto se- 
condario della preparazione del catrame di ginepro. 

Olio di Dippel. 

È un olio fetido, che produce nausea e vomito e si ottiene 
dalla distillazione a secco delle ossa, delle cartilagini e del 
sangue dei cadaveri degli animali. 

Catrame vegetale. 

Si conosce anche col nome di catrame di legno, pece nera, pece 
liquida o goudron vegetale. È una massa densa, semiliquida, 
bruno-rossastra, di odore particolare e sapore aere-acidulo dovuti 
al creosoto, all'olio di trementina, all'acido acetico, al picamaro, 
al capuomoro, al cedriceto, al pittacallo, al colofonio, al pi- 
reno, ecc., che esso contiene. 

Il catrame vegetale che si ottiene dal legno di pino è meno 
attivo dell'altro proveniente dal legno di faggio, il quale è più 
ricco in creosoto, resine insolubili ed estratti amari (picamaro), 
mentre l'altro abbonda maggiormente in paraffina e trementina. 

Il catrame vegetale attaccato con liscivia di soda, o di po- 
tassa dà il sapone di pece {Sapo picens) di Cantani (1). 

Io ho visto che la pasta saponosa di catrame di legno si 
scioglie così nel solfuro di carbonio da formare un insetti- 
cida, il più potente che io conosca contro le cavallette gio- 
vani ed i bruchi pelosi dei Lepidotteri. 

La stessa pasta d'altronde sostituisce bene tanto il sapone 



(1) Manuale di Materia medica e Terapeutica, voi. I, pag. 804. 



— 27 — 

comune, quanto quello di resina nell'emulsionamento degli olii 
di catrame sopraindicati. 

Catrame minerale. 

Il catrame minerale o catrame di litantrace è il residuo della 
distillazione del carbon fossile e per solito si ha come prodotto 
secondario della preparazione del gas illuminante. Contiene del- 
l'acido fenico, non creosoto vero, e però è anche più irritante 
del catrame vegetale. Serve per formare i terricciati, la calce 
e il gesso incatramati contro gli insetti a vita ipogea, che ro- 
dono le piante al piede e nelle radici, e disciolto a parti eguali 
nel petrolio può servire per allontanare e impedire ai corvi 
di distruggere i semi germinanti del grano nei seminati. 

Acqua dei gazometri. 

Quest'acqua, che si ottiene nella preparazione del gas illu- 
minante, è insetticida per le quantità più o meno notevoli di 
benzina, solfuro di carbonio, acido fenico, acido solfìdrico ed 
acido carbonico che contiene. È in oltre assai ricca di carbo- 
nato ammonico, e però va diluita con acqua ed adoprata per 
la disinfezione del terreno, prima della semina. L'attività del- 
l'acqua dei gazometri è maggiore quando il gas si ricava 
dalla distillazione del legno, perchè allora invece dell'acido 
fenico contiene creosoto ed acido pirolegnoso. 

Alcool etilico. 

È l'alcool del commercio, alcool etilico, o spirito di vino. 
E un liquido volatile solubilissimo nell'acqua, con la quale, in 
proporzioni diverse, bagna prontamente il corpo degli insetti, 
penetra nelle vie respiratorie e li asfissia. L'azione asfissiante 
però non è duratura: l'alcool facilmente si libera dall'acqua, 
questa da sola non ha potenza settica, e l'animale in breve 
ritorna allo stato normale. Se questo ed il prezzo elevato della 
sostanza non fanno dell'alcool un vero insetticida, od un inset- 



— 28 — 

ticida economico, esso serve bene come intermediario fra 
l'acqua e le sostanze che in essa non si sciolgono, dando alla 
soluzione il potere adesivo e diffusibile necessari per un buon 
insetticida. 

Alcool amilico. 

L'alcool amilico è un liquido incolore, di odore sgradevole, 
acre, bruciante, quasi insolubile nell'acqua, ma che scioglie il 
sapone, la benzina ed il solfuro di carbonio, insieme ai quali 
dà liquidi molto energici contro gli insetti. L'alcool amilico 
agisce con i suoi vapori sul sistema nervoso; stordisce gli 
animali che li respirano, ed ingerito nello stomaco provoca 
vomiturazioni e vomito. 

È per ciò un potente insetticida, ma costa, e per questo gli 
ho assegnato il compito, non indifferente, di unirlo a sostanze 
meno costose, di azione diretta, perchè soffochi, finche può, e 
col suo odore scacci gli insetti dai nascondigli e li esponga 
all'azione di quelle. 

Solfuro di Allile. 

È un liquido incolore, oleoso, e di odore irritante ed 
agliaceo. 

L'infuso d'aglio e di cipolla hanno per esso un potere set- 
tico ed insettifugo notevole, per quanto non molto duraturo. 

Glicerina. 

E un liquido neutro, incolore, inodore, sciropposo, zucche- 
rino, e solubilissimo nell'acqua. Per ciò può riuscire utile come 
veicolo dei veleni diretti alla distruzione degli insetti bru- 
catori. 

Trinitroglicerin a . 

E una sostanza oleosa, giallastra, dolciastra, insolubile nel- 
l'acqua, che percossa esplode, ed è stata proposta per la di- 



— 29 — 

struzione degli animali a vita sotterranea, come i Topi, le 
Talpe e le Grillotalpe, che infestano i seminati. 

Zuccheri. 

Sono idrocarburi ternari di natura diversa, i quali sciolti 
nell'acqua possono servire come veicoli di veleni con i quali 
si vogliono distruggere i roditori, le .formiche, e le mosche. 
Allo stesso scopo servono le melasse, che si preferiscono agli 
zuccheri per il loro costo minore e talvolta anche per tratte- 
nere gli insetti adescati (farfalle e mosche). 

Formalina. 

È un liquido poco adesivo, ma con odore così pungente e 
penetrante da riescire abbastanza attivo nella distruzione de- 
gl'insetti. Meglio che all'aperto però serve negli ambienti chiusi 
dove l'azione sua si' esplica utilmente anche contro le muffe > 
e perciò la disinfezione del fruttaio e dei magazzini- per la 
conservazione dei frutti non si può ottenere meglio con altra 
sostanza. La formalina si adopera volatizzandola alla lampada 
secondo le istruzioni del prof. N. Passerini, o sciogliendola nel- 
l'acqua e bagnando rapidamente, col mezzo delle pompe, le 
pareti dei locali, per giovarsi dell' azione diretta del liquido 
ed indiretta dei vapori che da esso si sprigionano. 

Acido acetico. 

E il prodotto della ossidazione dell'alcool al contatto del- 
l'aria sotto l'azione del Mycoderma aceti. 

L'aceto comune è stato più d'una volta messo in campo 
dalla pratica per la raccolta notturna degli insetti. Da noi non 
ha corrisposto bene allo scopo desiderato; ma non sarà male per 
questo ritentare con esso le prove contro i lepidotteri. Per- 
sonalmente l'ho trovato utile per la raccolta dei ditteri, i quali 
nelle esperienze fatte nel podere della R. Scuola di Pomologia 
delle Cascine rappresentavano 1' 80 al 90 °/ degli insetti 
raccolti. 



— 30 



Acido cianidrico e cianuri. 

Sono due sostanze estremamente velenose che si diffondono 
rapidamente nell'organismo, ne paralizzano il sistema nervoso 
e lo uccidono. Il loro uso è per questo assai pericoloso ; ma ciò 
non impedisce agli entomologi americani di adoprare l'acido 
cianidrico per la distruzione delle cocciniglie. 

Da noi il Dott. Perosino ha consigliato il cianuro di po- 
tassio per iniezione interorganica nelle piante, e ne vanta l'ap- 
plicazione contro la Fillossera della vite, contro l'opinione di 
altri, che a Palermo lo hanno trovato inefficace. 

Benzina. 

È un corpo liquido, volatile, che si estrae dagli olii leg- 
gieri dell'olio di catrame. È insolubile nell'acqua, ma è solubile 
nell'alcool con l'intermezzo del quale vi si emulsiona. 

È un insetticida molto utile per la difesa dei fiori e delle 
parti più delicate delle piante. 

Nitrobenzina. 

Si conosce in commercio col nome di essenza di Mirbane. 
È un liquido oleaginoso, con odore di mandorle amare. Inge- 
rito nello stomaco dà le vertigini, mentre i suoi vapori depri- 
mono il sistema nervoso e tolgono il respiro. 

Fenolo. 

Si estrae dagli olii medi dell'olio di catrame. Ha sapore 
acre e caustico, ed è alquanto solubile nell'acqua. 

Per quanto spesso adoprato come insetticida, esso danneg- 
gia prima le piante che gli insetti. 

Creosoto. 

E un liquido incolore più pesante dell'acqua, di odore di 
fumo o di bruciato, acre, irritante, e pochissimo solubile nel- 



— 31 — 

l'acqua e nelle materie alcaline. Ha certo potere insettifugo 
perchè allontana gli insetti dalle carni esposte al fumo. Si 
ricava dalla distillazione del carbone di legno di faggio. Il 
creosoto del commercio è prodotto dalla distillazione del car- 
bon fossile ed è un liquido denso e di color rosso scuro. 

La fìliggine acquista pel creosoto un' azione insettifuga 
notevole. 

Per adoprarlo si unisce al sapone, col mezzo del quale si 
scioglie e l'ho disciolto perfettamente nell'acqua. 

Tannino. 

È una sostanza amorfa, leggiera, solubile nell'acqua, e molto 
abbondante nelle comuni noci di galla, o galle della querce, 
nella scorza di questa stessa pianta, in quella del sommacco, 
e in altre. 

Le soluzioni si idratano all'aria e danno acido gallico, pel 
quale gli insetti meno facilmente attentano alla integrità delle 
parti delle piante difese. 

Sostanze grasse. 

Sono formate di oleati, stearati, jmlmitati di glicerina, e 
trovano esatta corrispondenza nell'olio comune, nel grasso del 
maiale, del manzo, etc. Possono riuscire utili nella distruzione 
di molti insetti, e per questo ricordo la morca o morchia 
d' olio, che può servire a combattere le Cocciniglie ed il 
pidocchio lanigero, viventi sulla parte fuori terra delle piante. 

Saponi diversi. 

Con esperienze che datano dal 1892 al 1894 e che fin d'al- 
lora hanno trovato larga applicazione nella pratica, ho dimo- 
strato che i saponi sciolti in diverse proporzioni nell'acqua 
danno soluzioni ad effetti molto sicuri contro un numero no- 
tevole di animali, e che riescono affatto innocui alle parti più 
delicate delle piante. 



— 32 — 

I migliori saponi insetticidi si preparano con grasso di 
manzo, o di altro, e un miscuglio di carbonato di potassio e 
di sodio. Sono di color legno rossiccio, pastosi, omogenei, e 
senza alcali liberi. Le soluzioni riposate di questi saponi, alla 
dose del 2 al 3 °/ , sono di color marsala, bagnano prontamente 
i corpi coi quali si mettono a contatto, e penetrando rapida- 
mente negli organi respiratori degli acari, dei ragni e di un 
gran numero di insetti li fanno ~ morire soffocati. 

Così si comportano le soluzioni dei saponi molli, che sono 
di prima e di seconda qualità. I primi Costano da L. 0,60 a 
L. 0,80 il Kg., al minuto, ed i secondi da L. 0,40 a L. 0,60. 

II defunto clott. Prinz, la fabbrica Eietti, di Firenze, ed 
altri, hanno preparato e messo in commercio dei saponi molli 
al prezzo di L. 0,40 il Kg., che hanno corrisposto sufficiente- 
mente allo scopo pel quale furono indicati. 

I saponi duri, o alla soda, sono meno attivi dei precedenti, 
ma sciolti in proporzioni maggiori nell'acqua, un terzo ad un 
quarto circa di più, sostituiscono convenientemente quelli 
prima indicati. 

Saponerie e saponi si trovano quasi dovunque; ma in man- 
canza, ognuno, volendo, può facilmente prepararli da se. Al- 
lora non costano più di L. 0,25 a 0,30 il Kg., e l'economia 
della difesa non ne potrebbe essere meglio avvantaggiata. 

Sapone all'olio pesante xlì catrame. 

Ho già detto altrove del modo di ottenere la divisione e 
la sospensione dell'olio pesante di catrame, che si stempera fa- 
cilmente a qualunque dose nell'acqua, e le soluzioni, molto eco- 
nomiche, servono egregiamente per combattere larve e adulti 
di cocciniglie, afidi, tripsidi, bruchi di farfalle, ed altri insetti 
nocivi alle piante coltivate. 

Le soluzioni di sapone all'olio pesante di catrame sono più 
economiche di quelle di sapone solo, perchè l'olio pesante co- 
sta appena L. 10 il quintale alla stazione di Borgo S. Don- 



— 33 — 

nino di Parma, o di Milano, dove si vende; ma sono meno 
tollerate dalle parti giovani delle piante, e per ciò non sono 
sempre preferibili alle altre sopraindicate. 

Per preparare il sapone all'olio pesante di catrame, si sciol- 
gono 5 parti di sapone in 8 parti di acqua bollente, e mentre 
la soluzione bolle, vi si aggiungono poco per volta, agitando, 
5 a 10 parti di olio pesante di catrame. Quando il tutto è al- 
l'aspetto bene omogeneo si lascia raffreddare e si adopra in 
soluzione sulle piante. 

Sapone alla naftalina. 

Il sapone alla naftalina si ottiene sciogliendo questa so- 
stanza in una soluzione di potassa o di soda bollente, nella 
quale poi, mentre continua a bollire, si mette poco per volta 
il sapone; ma si può ottenere altresì sciogliendo la naftalina 
nell'olio, a caldo, e saponificando la soluzione con la potassa 
o con la soda. 

L'economia del prodotto non ha bisogno di essere discussa 
quando si pensi che la naftalina del commercio non costa più di 
L. 30 circa al quintale; mentre dal punto di vista insetticida il 
composto cosi preparato soffoca per l'azione diretta del sapone 
e rende insoffribile ai bruchi la stazione delle foglie sulle 
quali la naftalina per mezzo del sapone aderisce, senza portar 
danni di sorta alle parti verdi della pianta. 

Sapone all'acido fenico. 

È uno dei più energici disinfettanti, che può servire util- 
mente per liberare gli animali dalle infezioni pidocchiose, ma 
non per le piante, le quali resterebbero danneggiate nelle parti 
■più giovani. 

Sapone al creosoto. 

Questo sapone può servire tanto alla difesa degli animali, 
quanto a quella delle piante attaccate da acari, pidocchi ed 
altri insetti. Col creosoto del commercio, parti 2, e sapone 



— 34 — 

molle, parti 3, ho ottenuto un liquido sciropposo solubilissimo 
nell'acqua, e molto utile per la difesa delle piante dalla mole- 
stia di diversi insetti. 

Sapone all'estratto di tabacco. 

Questo insetticida si prepara neutralizzando fino a rendere 
leggermente alcalino l'estratto fenicato di tabacco, e mesco- 
lando il prodotto col sapone. 

Le soluzioni di sapone all'estratto neutro di tabacco sono in- 
nocue alle piante e riescono di una straordinaria potenza inset- 
ticida sugli acari e sugli insetti, i quali muoiono asfissiati, sia 
per l'azione diretta del sapone, sia per i vapori venefici della 
nicotina, che attaccano il sistema nervoso dell'animale, provo- 
cando il vomito e la morte. 

Sapone nicotinizzato alla naftalina. 

Si ottiene mescolando il sapone alla naftalina con l'estratto 
di tabacco neutralizzato. 

È l'insetticida che meglio di ogni altro scaccia gli insetti 
dai grovigli sericei nei quali si trovano, e col rendere ino- 
spitali le parti delle piante bagnate da esso, impedisce che 
queste siano sempre ed egualmente danneggiate in seguito 
dagli insetti. L' anno decorso le altiche non hanno danneg- 
giato i cavoli come negli anni precedenti, dove furono combat- 
tute con queste soluzioni insetticide, e in alcune cavolete di 
Castello (Firenze) furono quasi interamente sperdute e di- 
strutte. 

Pasta catramosa al solfuro di carbonio. 

Si prepara versando poco per volta in un certo volume 
di una soluzione bollente di carbonato neutro di soda (Soda 
Solvay) al 75 °/ circa, una eguale quantità di catrame di le- 
gno, e si lascia bollire, agitando, fino a che questo non abbia 
preso la tinta nera e non si sciolga perfettamente nell'acqua. 



— 35 — 

Allora si lascia raffreddare e si mescola il tutto con un egual 
volume o più di solfuro di carbonio. 

La pasta catramosa al solfuro, che ne resulta, si scioglie 
egregiamente nell'acqua; ma perchè il liquido riesca anche 
più stabile è meglio ottenerlo per diluzione, versando l'acqua 
poco per volta nella sostanza, mentre si agita con uno scopetto. 

I liquidi che così si ottengono, bene proporzionati, riescono 
ad effetti molto sicuri contro le Cavallette, gli Afidi, gli Psillidi, 
le Cocciniglie, e moltissimi altri insetti. 

Pasta catramosa alla naftalina. 

Si rende il catrame solubile col carbonato neutro di soda 
nel modo sopraindicato, e la pasta si mescola con la naftalina 
disciolta nella soda come ho detto per la preparazione del sa- 
pone alla naftalina. 

Gli effetti sugli insetti sono presso a poco quelli indicati a 
proposito di quest'ultimo insetticida. 

Soluzione alcoolico-saponosa al petrolio. 

Questo liquido si ottiene sciogliendo, a bagno maria, 4 a 
6 parti di sapone in una parte di alcool amilico, o di alcool 
etilico, e mescolando la soluzione col petrolio. 

Serve per la difesa delle piante ornamentali delicate, da 
stanzone, da tepidario e da pien'aria. 

II costo però, data la presenza dell'alcool, da noi partico- 
larmente, è più elevato di quello necessario per gli insetti- 
cidi precedenti. 

Soluzione alcoolico-saponosa alla Benzina. 

Si ottiene come quella al petrolio, mescolando la solu- 
zione alcoolica di sapone alla benzina. 

Il liquido è anch'esso indicato per la difesa delle parti de- 
licato delle piante, e delle piante più delicate suddette. 



36 



Soluzione alcoolico-saponosa alla Nitrobenzina. 

Nella preparazione di questo liquido bisogna necessaria- 
mente ricorrere all'uso dell'alcool amilico. Nel rimanente si 
procede come per quelli al petrolio e alla benzina. 

Anche questa sostanza è fatta per piante delicate, come le 
due precedenti, per quanto da noi sia meno economica, ma 
non è meno efficace sugli acari e sugli insetti. 



Soluzione alcoolico-saponosa al Solfuro di carbonio. 

Questo insetticida si prepara con sapone, alcool amilico od 
alcool etilico e solfuro di carbonio. 

Il liquido che si ottiene è uno dei più attivi, ma è anche 
dei meno sicuri per gli effetti sulle parti delicate delle piante, 
specialmente quando queste si trovano esposte all'azione di- 
retta del sole. 

Costa meno delle soluzioni alcooliche precedenti perchè il 
solfuro di carbonio è più a buon mercato del petrolio, della 
benzina e della nitrobenzina; e però mescolandolo con una 
di queste sostanze si hanno insetticidi poco meno economici 
e meglio sopportati dalle piante. 

Essenza di trementina. 

E un liquido d'un odore caratteristico, che brucia al palato, 
si scioglie pochissimo nell'acqua, volatilizza nell'aria, si scio- 
glie completamente nell'alcool, mentre a sua volta è un buon 
solvente delle resine, dei grassi, e di altre sostanze. 

L'essenza di trementina è un discreto insetticida e come 
tale è stata diverse volte indicata nella distruzione degli in- 
setti. 



— 37 — 

Canfora. 

Si ha sotto forma di masse cristalline con odore e sapore 
caratteristici, le quali sono insolubili nell' acqua, ma solubili 
nell'alcool, e volatilizzano a poco per volta nell'aria renden- 
dola, negli ambienti chiusi, inadatta alla vita di alcuni insetti. 
Ecco perchè nell'economia domestica si adopra per combattere 
la infezione delle Tignuole o Tarme. 

Resine. 

Sono sostanze prodotte dalle secrezioni di molte piante, 
specialmente Conifere e Terebintacee, le quali, secondo la na- 
tura loro prendono nomi diversi, e si dicono balsami, oleore- 
sine, gommoresine, e resine secche. Qui si tien conto delle resine 
del secondo e del terzo gruppo. 

Alle oleoresine o resine molli appartiene la nota tremen- 
tina del commercio che è semifluida, pastosa, ed utile per 
la raccolta e la distruzione di varie specie di mosche e per 
la raccolta delle Tortrici delle viti, dell'Anacio, e simili, ciò 
che si ottiene spalmando la sostanza sopra il disco di un 
telaio a mano, così come si è fatto talvolta nel Veneto ed 
in altre parti della penisola. 

La stessa sostanza disposta ad anello intorno al fusto ed 
ai rami delle piante serve ad impedire che i bruchi e gli 
insetti non volatori passino per colpire le parti sovrastanti 
dei vegetali. 

In base alla proprietà che le soluzioni degli alcali cau- 
stici e dei carbonati alcalini hanno di sciogliere le resine e 
formare con esse delle paste saponose solubili nell'acqua, tutte 
possono dar liquidi più o meno efficaci contro gli insetti. 
Una delle forinole per la preparazione di questi liquidi è la 
seguente: 

Resina 10 

Potassa 10 

Acqua 100 



— 38 — 

Quando la resina è solida, si polverizza e la polvere si 
versa a poco per volta nella soluzione bollente di potassa, 
agitando fino a che il tutto è divenuto un denso liquido 
bruno, che si lascia raffreddare e si diluisce in tali propor- 
zioni che applicato alle piante vi uccida gli insetti senza 
danno o col minimo danno di quelle. 

Mescolando a questa pasta bollente un terzo circa del suo 
volume di una materia grassa, si ottiene un miscuglio di sapone 
di resina e di sapone ordinario, che riesce assai tollerabile per i 
vegetali, senza perdere della sua efficacia contro gli insetti (1). 

All'uno od all'altro di questi miscugli saponosi, aggiun- 
gendo una quantità eguale doppia, tripla, quadrupla, di olio 
di catrame, o di solfuro di carbonio, si hanno insetticidi delle 
forinole: 

1. Resina solubile. 2. Resina solubile. 

Olio pesante di catrame. Solfuro di carbonio. 

Acqua. Acqua. 

le quali con le dovute precauzioni per le piante servono come 
le precedenti a distruggere acari, tripsidi, afidi, bruchi d'in- 
setti e cavallette. 

Legno quassio. 

È il legno della Quassia amara e della Quassia excelsa, che 
dà all'acqua un sapore amaro intenso. La corteccia delle due 
piante è anche più ricca del legno in quassina o quassite e 
di una piccola quantità di olio essenziale, al quale più spe- 
cialmente pare si debba riferire l'azione insetticida sulle mo- 
sche e su altri insetti. 

Bulbo di Scilla. 

Il bulbo di Scilla rosa (Scilla maritima) contiene una quan- 
tità notevole di Scillina, un acre irritante, molto forte, che 



(1) Sarà bene ricordare a questo riguardo gli interessanti rilievi di Coquillet e 
Galloway, di Swingle, di Webber, J. B. Smith e di altri entomologi americani. 



— 39 — 

ingerito nello stomaco produce nausea, dolori, vomiti, diarrea 
profusa e la morte. 

Per distruggere gli animali nocivi con questa sostanza si 
fa l'infuso dei bulbi e con il liquido che se ne ottiene si 
impasta della farina per darla loro a mangiare. Meglio dell'in- 
fuso serve la polvere di Scilla, gr. 75, con della farina dolce, 
e dello zucchero in polvere, gr. 25, il tutto aromatizzato con 
essenza di anacio o di finocchio. 

Polvere di Piretro. 

La vera polvere di Piretro è quella che si ottiene dal pol- 
line dei fiori di Pyretrum rosewm del Caucaso e che va col 
nome di polvere insetticida della Persia. 

Da noi si vende spesso la polvere dei fiori di Camomilla, 
di Crisantemo, e simili, che è dell'altra assai meno efficace 
contro gli insetti. 

Nicotina. 

E il liquido più velenoso fra gli alcaloidi narcotici, che 
produce forte bruciore sulla lingua, nelle fauci, provoca un 
aumento considerevole nella produzione salivare, eccita il vo- 
mito, paralizza il cervello, come pure i muscoli respiratori, e 
tetani zzando i muscoli produce la morte. 

Le foglie di tabacco sono ricche di nicotina e per essa, 
il loro infuso, e l'estratto (estratto di tabacco) agiscono più o 
meno prontamente sugli insetti. 

La nicotina non bagna bene, aderisce male al corpo delle 
piante e degli insetti, che si vogliono distruggere, e perciò 
nelle dosi economiche riesce poco efficace contro di questi. Per 
ovviare a tale inconveniente ho consigliato di neutralizzare 
il liquido per la parte acida ed unirlo al sapone, che mette 
meglio in vista la nicotina ed aiuta certamente nell'asfissia 
degli insetti. In ogni modo a me consta che i bruchi di quelli, 
bagnati dalla soluzione; cadono quasi repentinamente dalla 



— 40 — 

pianta e non sempre arrivano a rimettersi per farvi ritorno 
e continuare nello sviluppo. 

Cominci. 

È un liquido nauseante, acre, che produce bruciore sulla 
lingua e al pari della nicotina causa il vomito ed avvelena, 
per quanto la sua potenza venefica resulti dieci a quindici 
volte più debole di quella. 

La Coniina si trova abbondante nelle sementi e nelle fo- 
glie verdi, più specialmente, della Cicuta maculata (Conium 
maculatimi), la quale quando è secca contiene la Oonidrina sol- 
tanto, che è solubile nell'acqua. 

Cicutina. 

La Cicutina è nella Cicuta virosa, molto comune da noi, 
e per la radice velenosa, molto prossima al Sedano, col quale 
si confonde, mentre le foglie ricordano quelle del Prezzemolo. 

Se ne può adoperare l'infuso contro gli animali e gli in- 
setti brucatori. 

Ver atrina. 

E un alcaloide che introdotto nel tubo digerente degli ani- 
mali produce bruciore, maggiore salivazione, dolori intestinali , 
nausea, diarrea e vomito, mentre d'altra parte deprime dopo 
aver eccitato la funzione circolatoria, e rallenta fino ad arre- 
stare la respirazione, con sintomi di paralisi nel sistema nervoso. 

Questa sostanza e gli effetti indicati si possono ottenere 
con l'uso delle radici specialmente, o delle radici e del rizoma 
insieme del Veratro bianco e lobelliano (Veratrum et Lobe- 
liani alburno), monocotiledoni Colchicacee spontanee nelle Alpi 
e nelle prealpi europee, con succo acre, quasi inodoro, amaro, 
corrosivo, bruciante, nel quale si trova veratrina, jervina e 
forse acido veratrico. 

Si adopra la polvere delle radici e dei rizomi in acqua leg- 



— 41 — 

giermente acida, o mescolata con della farina per amministrarla 
come alimento agli animali nocivi. 

Aconitina. 

Questa sostanza introdotta nello stomaco produce cefalea, 
paralisi cardiaca e morte anche per asfissia. 

L'Aconitina si trova e si ottiene da tutta la pianta del- 
VAconitum Napellus, ranuncolacea comunissima da noi, e che 
si potrebbe utilizzare nella difesa contro gli animali brucatori, 
bagnando col suo infuso, a caldo, della farina e delle altre 
sostanze-esca. 

Elleborino ed Elleboreino. 

Sono due glicosidi secondo Marine, che si trovano nell'Elle- 
boro {Helleborus niger, H. viridis) il rizoma del quale ingerito 
provoca disturbi violenti nello stomaco e negli intestini, vo- 
mito, diarrea biliosa, sanguigna, e morte anche per alterazioni 
nel circolo, nella respirazione, nel sistema nervoso e nei reni. 

Può servire contro gli animali brucatori, facendo uso del- 
l'estratto della parte sotterranea della pianta, o di questa stessa 
grattugiata e somministrata con altre sostanze agli animali. 

Delfinina. 

Si ottiene dai semi del Delphinium Stajjhisagria ed unita 
alla sugna o in soluzione alcoolica si è adoprata contro l'acaro 
della scabbia. Malgrado, per altro, che il principio attivo in- 
dicato sia poco solubile nell'acqua, pure l'estratto acquoso dei 
semi e della pianta sparso sulle foglie dei vegetali le rende 
poco appetite e nocive agli animali che ne mangiano. 

A questo riguardo bisogna ricordare inoltre 1' uso del- 
l'estratto acquoso delle parti verdi del Ranunculus scelteratus, 
che è molto comune da noi. 



42 — 



Stricnina. 

È una sostanza che induce violenti convulsioni negli ani- 
mali, per l'azione speciale che ha sul sistema nervoso, ed un 
distinto tetano generale, per cui il corpo dell' animale si fa 
cianotico e muore. 

La stricnina abbonda nei semi della Strychnos nux vomica, 
delle Indie orientali e del Ceylan dai quali si estrae e si vende 
comunemente anche da noi. La noce vomica però non contiene 
stricnina soltanto, ma questa e b?mcina, con la quale l'altra 
divide una parte dei suoi tristi effetti sulla vita animale. 

La Fava di S. Ignazio (Strychnos Sancti Ignatii) è anch'essa 
ricca di Stricnina e di brucina e si può applicare come la 
noce vomica nella distruzione degli insetti e dei roditori. 

Ipecacuanha e Morfina. 

Sono acri emetici, che anche in piccola dose producono 
forte nausea e vomito negli animali, i quali, talvolta, preferi- 
scono di restare a stomaco vuoto piuttosto che prendere ali- 
mento condito con essi. 

L'ipecacuana contiene emetina ed acido ipecacuanico, per 
i quali irrita la mucosa intestinale ed eccita conati di vomito. 

Si applica alle piante con l'infuso acquoso della Cephaelis 
Ipecacuanha. 

L'altro acre emetico è l'Apomorflna, di azione nauseante 
ed emetica molto energica. Deriva dalla Morfina e si ricava 
dall'oppio del papavero (Papaver somniferum). 

Insetticidi fisiologici. 

Con questo nome si allude alle colture e alla diffusione di 
quelle specie fungine che sono capaci di determinare speciali 
malattie contagiose negli animali nocivi. 



- 43 — 

Questi agenti di distruzione già noti, per gli effetti almeno^ 
nella prima metà del secolo decorso, non furono adoprati in 
entomologia che verso la fine di esso, e l' esempio ne venne, 
se non erro, dal russo sig. Metchnikoff, che fece uso dell' Isa- 
ria destructor per limitare la diffusione del Gleonus punctiveìi- 
tris delle barbabietole. 

Il nuovo modo di distruzione trovò favore in Francia, dove 
alcuni anni dopo il sig. Le Moult mise in vista e propugnò 
l'uso della Botrytis tenella contro le larve del Maggiolino (Me- 
lontha vulgaris Fab.); mentre da noi qualche viticultore aveva 
già pensato alla distruzione della Tortrice dell'uva con la Bo- 
trytis bassiana, ed in Algeria i delegati della Repubblica Fran- 
cese tentavano la prova delle Entomoftorinee contro la inva- 
sione delle cavallette. 

Maggiore considerazione hanno meritato gli studi del Loef- 
fler sull'uso del Bacillus typhi murium per la distruzione dei 
topi campagnuoli e degli altri roditori molesti all'economia 
domestica. 

Per la stessa via si è messo ultimamente anche il sig. Da- 
nysz eli Francia, col diffondere fra i topi un altro microrga- 
nismo patogeno indicato col nome di Coccobacillus murium T 
del quale, come del primo, mi sono personalmente occupato per 
incarico del Ministero di Agricoltura e della R. Stazione di 
Entomologia agraria. 

Contro le larve delle Agrotidi, oltre che quello dei bacilli 
ho sperimentato l'uso di una mucedinea, descritta poi dal pro- 
fessore ed amico carissimo Fridiano Cavara col nome di Oospora 
Guerciana ; mentre contro gli Afidi ed il noto grillastro d'Ita- 
lia ho più d'una volta tentato l'uso dell' Entomophora grylli 
Fresen. 

Non vi è nessun dubbio: quando le malattie provocate da 
questi e da altri agenti patogeni si trovano nelle condizioni 
loro proprie riescono una vera peste per gli animali colpiti, e 
questi in breve tempo spariscono; quando si diffondono arti- 
ficialmente tali agenti perdono non poco della loro virulenza,. 



— 44 — 

vengono spesso a mancare le altre condizioni opportune al 
loro sviluppo, e non sempre producono gli effetti desiderati. 

Nelle pianure di Novi-Ligure, infatti, in altre del Piacen- 
tino, e nelle vigne di una gran parte d'Italia, batteri ed oospore 
annientano quasi subito le apparizioni delle Agrotidi. Nella 
valle del Bientina ho visto che è avvenuto lo stesso per la 
nottua del granturco ; ma non mi è riuscito poi di diffondere 
nel campo gli effetti benefici ottenuti con lo stesso mezzo nei 
vasi d'allevamento. 

Seguendo la infezione della mosca olearia da noi ho tro- 
vato un gran numero di volte gli adulti di quella colpiti dalle 
Entomoftore; ho diffuso la specie negli allevamenti sotto cam- 
pane e questa ha colpito in maggior numero le mosche fino a 
non lasciarne più vive; ma le mosche infette trasportate nelle 
cassette d' allevamento e sulle piante non han quasi affatto 
diffuso la infezione fra le altre sane. 

A queste notizie potrei unire le altre sui tentativi più volte 
ripetuti senza effetti utili contro altre specie di insetti, come 
i bruchi delle Pieridi, quelli delle Processionee del pino e della 
querce, delle Ocneria, delle Bombyx e delle Porthesia, e quelli 
delle Hyponomeuta, delle Eudemis, delle Polychrosis, delle 
Simaethis, e simili, per dire che se la via degli insetticidi ad 
azione fisico-chimica non è facile, questa degli insetticidi fisio- 
logici, per ora almeno, non soltanto è difficile, ma è anche 
molto problematica e non da raccomandarsi di preferenza 
nella pratica. 

La preferenza degli insetticidi fisiologici su quelli prima 
indicati non è possibile, ora, anche per ragioni economiche 
non trascurabili. La prima di queste ragioni è che per diffon- 
dere i germi delle malattie infettive negli animali occorrono 
intelligenza, capitale, materiale agente e mezzi di applicazione, 
che presso a poco portano a spese eguali se non superiori a 
quelle che occorrono per l'uso degli insetticidi. La seconda è 
che gli effetti della diffusione dei germi patogeni, nella ipotesi 
migliore, si manifestano troppo tardi, e perciò non sempre rie- 



— 45 — 

scono a salvare il raccolto presente. Vi è a favor loro la con- 
siderazione e la speranza che essi continuino a molestare gli 
animali nocivi finche ve ne sono; ma è una speranza che mi 
pare assai magra rispetto al danno certo che dal loro indugio 
proviene alle piante. 

La questione dei germi patogenici poi si connette all'altra 
della moltiplicazione artificiale degli animali predaci e dei pa- 
rassiti a difesa dell'agricoltura, ed a questo riguardo mi per- 
metto di osservare che se è facile trarre partito talvolta dagli 
Pteromalus per distruggere le cavolaie, e moltiplicare il nu- 
mero di qualche Coccinellide a danno di Afidi e di Cocciniglie, 
non è ugualmente possibile favorire la diffusione dei Braconidi, 
ad esempio, degli Ichneumonidi o dei Calcididi, per avversare 
quella delle Tortrici e di altri insetti ; e poiché questa via 
non è meno dell'altra irta di difficoltà insormontabili per la 
pratica, consiglio di attenersi quanto più è possibile al partito 
delle azioni meccaniche, fisiche e chimiche, per sottrarre le 
piante alle ingiurie dei nemici loro, e di non intervenire, di 
smettere, per lasciare il campo all'azione dei germi patogeni 
e degli animali predaci e parassiti quando da una ispezione 
accurata resulti che il massimo della moltiplicazione naturale 
di questi agenti può essere ed è realmente al caso di rispar- 
miarci le operazioni della, difesa. 



III. 
Macchine e preparati di uso più comune nell'Entomologia agraria. 

Di queste macchine alcune sono causa diretta ed imme- 
diata della distruzione degli animali nocivi, ed altre servono 
come mezzo per l'applicazione dei rimedi allo scopo soprain- 
dicato. 

Le prime sono ad azione chimica (come le micce ed i sac- 
chetti di solfo e di sostanze asfissianti, in generale) e ad azione 



— 46 — 

meccanica, come le tagliuole da volpe e da tasso, le borse da . 
conigli, le trappole da topi e da talpe, gli archetti per i topi 
campagnoli, e tutti gli altri apparecchi che si adoperano per 
prendere gli uccelli di rapina, le blatte e le mosche comuni. 

Le altre si dividono anch'esse in due gruppi: uno, degli 
avvampatoti, e dei suffumigatori, e l'altro dei solforatori, delle 
pompe, dei pali iniettori, e dei carri solfuratori. 



Sacchetti asfissianti. 

I sacchetti asfissianti sono dei sacchetti a cartuccia nei 
quali è una polvere composta delle sostanze seguenti: 

Salnitro parti 100 

Zolfo » 120 

Realgar » 30 

Carbonella » 10 

Questo miscuglio, al quale si può unire qualche grammo di 
polvere pirica e qualche foglia di tabacco tritato, brucia len- 
tamente, e spande vapori solforosi ed arsenicali, che riescono 
sommamente velenosi per gli animali. 




Fig. 1. — Sacchetto asfissiante rimpiccolito. 

Sono anche più attivi i miscugli di foglie tritate, infuse in 
una soluzione di estratto di tabacco, fatte disseccare e mesco- 
late con polvere e salnitro. 

Un preparato e l'altro servono contro la VoljDe e contro i 
Ghiri, i quali si possono combattere anche col semplice fumo 
delle foglie morte delle piante e delle felci non bene dis- 
seccate. 



47 



Tagliuole. 



Le tagliuole possono essere di forme e di dimensioni di- 
verse, a ingranaggio e a palette. 




Fic 



Tagliuola ad ingranaggio rimpiccolita: a, lamine; ò, molla: e, esca. 



Le tagliuole ad ingranaggio sono formate da due robuste 
lamine d'acciaio piegate a semicerchio, le quali si allontanano, 
aprendosi, una dall'altra, e si mantengono aperte per mezzo 
di un grilletto, per rinchiudersi bruscamente, riavvicìnandosi, 
sotto l' impulso di una molla allo scatto del grilletto. 




Fig. 3. — Tagliuola a palette rimpiccolita. 

La tagliuola a palette è fatta essenzialmente come quella 
ad ingranaggio; le lamine però sono per lo più armate di denti 
o di punte, e portano nel mezzo una paletta, o tavoletta a 
bascula, sulla quale si mette l'esca, per trarre l'animale in 
agguato. 

Sono poco diverse quelle che servono per dar la caccia agli 
uccelli di rapina. Uno dei tipi è rappresentato nella fig. 4 ed 



— 48 — 

indicato in Francia col nome di trappola a poteau. È un con- 
gegno nel quale l'esca essendo discosta dalla tagliuola, 1' ani- 
male deve passare necessariamente su questa per mangiar 
quella, e posandosi fa chiudere le lame, che lo prendono alle 
gambe e non lo lasciano fuggire. 




Fig. 4. — Tagliuola per Palchi ed altri uccelli di rapina. 

Sono molto diverse invece le trappole per le talpe, essendo 
formate a guisa di pinze o di tanaglie. 

La più semplice è quella a filo di ferro formata di un sol 
pezzo come le pinze a fuoco dei fumatori; ma la più pratica 
è l'altra (fìg. 5) nella quale la elasticità delle branche viene 
da una lamina di acciaio, e le branche stesse sono tenute 
discoste, durante la tesa, da un anello forato nel mezzo. 




Fig. 5. — Trappola a pinza per talpe, rimpiccolita. 

La trappola a talpe, ultimo modello Salmon, è fatta a guisa 
di un tubo cilindrico del diametro eguale a quello della gal- 
leria dell'animale. Esso è fornito alle estremità di sportelli mo- 
bili che, permettono di entrare, ma non lasciano uscire la talpa 



— 49 — 

che vi è penetrata; e siccome è diviso in due da un tramezzo 
mediano, due talpe, che vi si dirigessero per direzione diversa, 
potrebbero restarvi egualmente prese. 



MhSfèp 1 ^ 



4/^fe&jg^ . 



rriwr^i 



Fig. 6. — Trappola per talpe Salmon. 

Altre trappole sono state fatte per attirare e distruggere 
Artropodi diversi e Molluschi, e di esse basterà ricordare le 
seguenti. 

Una è indicata specialmente contro le lumache ed è cono- 
sciuta in Francia col nome di pot-piège, o vaso-trappola, del 
quale dà una giusta idea la fig. 7. 




Fig. 7. — Vaso-trappola. 



L'apparecchio, come si vede, è formato di un vaso da fiori 
con coperchio, ma forato all'intorno alla metà circa della sua 
altezza, e approfondato nel terreno fino a lasciare i fori col 
margine inferiore rasente terra. Nel fondo del vaso si versa 



— 50 — 

della birra, la quale unita a carne in putrefazione serve ad 
attirare le lumache, che vi cadono e vi muoiono. 

Un'altra trappola, molto più semplice e di uso anche più 
economico, indicata nella figura 8, è stata raccomandata per 
prendere lumache, forficole, crostacei e miriapodi nocivi. Ha 
la forma di un cono ed è di ferro galvanizzato, perforato al- 
l'intorno, nel quale si pongono pezzi di patate, di rape, di 
carote, come esca per gli animali. L'apparecchio, si mette a 
posto, approfondandolo fino alla metà, nel suolo, a sera, e si 
visita la mattina dopo, per distruggere gli animali che la notte 
vi hanno cercato ricovero ed alimento. 




Fig. 8. — Cono-trappola. 



Per prendere le vespe, che compromettono le uve da ta- 
vola, quelle a succo dolce in generale e la frutta matura, è in- 
dicato l'uso delle vespiere fatte con bottiglie di forme diverse 



— 51 — 
e altri recipienti nei quali sì trovi una soluzione-esca, la quale 
può essere un'acqua indolcita con zucchero, miele, o melassa. 
Una delle vespiere più semplici è quella indicata dalla fi- 
gura 9. 

Nella fig. 10 poi si vede una lanterna, che serve per rac- 
cogliere le farfalle. A questo scopo si dispone intorno ad essa 
e sul suo fondo una carta lutata e si accende la candela di 
sevo che contiene, per attirarvi le tortrici delle piante colti- 
vate. Il luto è formato con 10 parti di pece bianca, 5 di tre- 
mentina, 5 di olio di lino e 6 parti di olio di oliva. 





Fig. 9. — Vaso da Vespe. 



Fig. 10. — Lanterna per Tortrici. 



Isolatori. 



Sono i diversi mezzi con i quali si può impedire a certi 
animali, in determinati momenti della loro vita, di invadere 
le piante o una parte di esse. 

Un isolatore a catrame per alberi fruttiferi, ad esempio, 
che ha servito tanto bene da noi a liberarli dalla invasione 
della Cheimatobia è quello indicato nella fig. 11; inoltre l'iso- 



— 52 — 

lamento delle piante si può avere anche spalmando diretta- 
mente la scorza, quando quelle sono vecchie. 

Gli isolatori possono essere di natura chimica, meccanica, 
o chimico-meccanica. 

Uno straterello di ossido o di idrossido di calce in polvere 
intorno al piede delle piante, uno strato di materia catramosa 
sul tronco di queste, sono mezzi sufficienti per tener discoste 
le chiocciole e le lumache, nel primo, e le larve degli insetti, 
nel secondo caso, dalle piante. 

iilLi 

IP li 




I 




Fig. 11. — Isolatore di carta al catrame per alberi fruttiferi. 



L' acqua stessa, d' altronde, non lascia passare insetti ed 
altri animali, ed immessa nei solchi profondi mi è parsa suffi- 
ciente a sottrarre le piante dalle ingiurie di quelli; ed ho visto 
che, quando se ne trova nella quantità necessaria, è il mezzo 
migliore per arrestare la marcia invadente dei bruchi, da un 
luogo all'altro. 

Come la pratica orticola abbia utilizzato l'acqua con i di- 
schi isolatori di terra cotta per mettere in salvo le piante or- 
namentali in vaso, tutti sanno, e sanno altresì dell'uso utilis- 
simo dei sacchetti di garza per preservare le uve da tavola i 
dalla invasione delle tortrici. Taluno fa uso anche dei sac- 
chetti di carta, coi quali si perviene egualmente allo scopo 
desiderato. Quando la carta non è preparata per resistere al- 
l'acqua, dopo una forte pioggia bisogna rinnovare i sacchetti 
per mettere nuovamente i grappoli al riparo dagl' insetti. 



— 53 — 

La figura 13 dà l'idea dei cannelli di metallo o di canna 
e di quello che è nella pratica ortense e campestre l'operazione 



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'siri/"? 



. : "■■■ . V- 



Fig. 12. — Sacchetti per uva. 




Fig. 13. — Cannello isolatore. 



della incannellatura, la quale serve di certo a preservare molte 
piante dagli attacchi della grillotalpa e dei bruchi delle Agro- 
tidi. 



Compressori del terreno. 

Si allude ai cilindri di legno o di metallo, vuoti, a super- 
fìcie liscia, o cuspidata, l'uso dei quali talvolta può riuscire 
vantaggioso alla distruzione degli animali. Una infezione di 
Vanesse, di Cavallette, di Lumache, o di Miriapodi può essere 
avversata anche con questo mezzo, specie dove il terreno è 
piano ed i cilindri, tirati da cavalli o da bovi, possano, uniti 
insieme, formare sistemi come quello indicato nella fig. 14. 

La pratica agraria annette spesso una straordinaria impor- 
tanza a questi mezzi di difesa, sperando che la compressione 
del terreno possa impedire agli animali, che vi si trovano 
nascosti, di venir fuori e passare ai danni delle piante. Tal- 
volta, come nel caso della Cheimatobia, e di qualche Dittero, 



— 54 — 

dove il terreno tende al compatto, la speranza si traduce in 
realtà; ma generalmente negli altri casi ed in circostanze 




Fig. 14. Cilindri a superficie cuspidata. 

diverse, la compressione, per quanto ripetuta, se non colpisce 
direttamente gli animali, schiacciandoli, non porta agli effetti 
desiderati. 



Scortecciatovi e raschiatovi. 

Gli scortecciatori sono a maglia ed a lama di acciaio. Agli 
scortecciatori a maglia appartengono quelli del Sabato e del 
Targioni-Lawley. Il primo, detto anche guanto Sabato (fìg. 15), 





Fig. 15. — Guanto Sabatè. 



Fig. 16. — Guanto Grenjon. 



come dal nome stesso, è un vero guanto di maglia metallica, 
e pesante così da stancare ben presto la mano dell'operaio. 
Il guanto Targioni-Lawley invece è di cuoio ed ha la parte 
corrispondente alla palma della mano coperta di maglia me- 



— 55 — 

tallica. È per ciò meno costoso, assai più leggiero, e stanca 
molto meno la mano dell'operaio. Sullo stesso tipo è il guanto 
Gre nj on indicato nella fig. 16, con la differenza che in questo 
il palmo della mano invece della maglia di ferro ha delle te- 
ste di chiodo. 

Gli scortecciatori a lamina di acciaio sono taglienti, con la 
lamina triangolare situata orizzontalmente sul suo manico. Dei 
lati della lamina uno è diritto, e gli altri due, uno a taglio 
convesso o sporgente, e l'altro a taglio concavo o rientrante, 
per. adattarsi alle accidentalità diverse che può presentare la 
superficie del fusto degli alberi. 

Di scortecciatori e raschiatoi d'altronde ve ne sono di forme 
diverse (fig. 17 a, b) come diverse sono le spazzole di ferro che 
completano in certe parti il lavoro fatto con gli scorteccia- 
tori (fig. 17 e, d). 






a b d 

Fig. 17. — Scortecciatori e spazzole diverse. 



Collettori. 

I collettori sono apparecchi che servono a raccogliere gli 
insetti, o le parti delle corteccie nelle quali- si trovano, fatte 



— 56 — 

cadere con i mezzi sopraindicati. E fra essi il collettore ab- 
bracciafusto (fig. 18), dalla forma di un' ampia scodella aperta 
da un lato, per farvi passare il fusto della pianta al momento 




Fig. 18. — Collettore abbracciafusto. 



dello scortecciamento; ed il noto ventaglio Falqui adibito 
per la raccolta degli Oziorinchi della vite (fig. 19). 




Fig. 19. — Ventaglio Falqui : a, ventaglio aperto per avvolgere il 
ceppo della pianta; 6, quando è chiuso; aa', tela; bb' manichi 
per i quali le due metà del ventaglio si uniscono; ce', e', cerchio 
che chiude il piede della pianta. 

Fra gli altri collettori vanno compresi pure i noti retini 
per le farfalle (fig. 20); i sacchi a mano, quelli a draga, del 
Costa, per la raccolta delle Cavallette, e gli altri conosciuti 
con i nomi di collettori Anderson, Kansas, Simpson, ecc. 

Il collettore Anderson (fig. 21) è formato da una tela di- 
stesa a piano inclinato, cosparsa di petrolio, e fissata per i 



— 57 — 
lati maggiori a due staggi, dei quali quello anteriore rasenta 
il terreno. 




Fig. 20. — Eetini da farfalle. 




Fig. 21. — Collettore Anderson. 

Il collettore Kansas (fig. 22) è una cassetta a più scompar- 
timenti, aperta disopra e chiusa da tutti e quattro i lati, meno 




Fig. 22. — Collettore Kansas. 



che davanti, per dove appunto devono entrare gli insetti, fra 
i quali si passa trascinando la cassetta. 



— 58 — 

Il collettore Simpson (fig. 23) è montato su ruote e si può 
tirare a braccia o con animali. Essenzialmente è formato da 
un sacco con 1' apertura in avanti fatta in modo da restare 
sempre aperta mentre si tira, e da chiudersi quando l'appa- 
recchio è in riposo. È desso per tanto una draga trasversa, 
con lo staggio posteriore fornito di ruote. 




g gag 

.Fig. 23. — Collettore Simpson: e, e', tirelle — e, sacco — i, lati 
del sacco — g, rinforzi del piano della piattaforma — 5, staggi 
laterali della piattaforma — d, ruote — j j, staggi laterali 
mobili in alto e in basso, congiunti a quello superiore K — 
m, tessuto protezione del sacco — r, spirale di ferro che forza 
la bocca del sacco a chiudersi. 



Fig. 24. — Cesoie 
inastate. 



Si dovrebbe anche qui trovar posto per gli apparecchi Ci- 
prioti e le barriere metalliche; ma di essi si dirà particolar- 
mente parlando della difesa contro le Cavallette, per la rac- 
colta delle quali gli uni e le altre furono indicati. 

Dibrucatovi meccanici. 



Alludesi con questo nome a quelle cesoie, fìsse alla estre- 
mità di un manico, che servono per tagliare, anche da terra, 
i rami infetti della parte più elevata delle piante. Uno degli 
apparecchi più perfezionati del genere è il nuovo dibrucatore 
Tissot indicato nella fìg. 24. 



59 — 



Avvampatovi. 

Sono macchine a combustione di materiale infiammabile, a 
petrolio o a benzina, producenti una fiamma con la quale si 
possono asfissiare e bruciare molti insetti ed uova di insetti 
durante 1' inverno. I pirofori sono del numero ed i più sem- 
plici di essi sono quelli indicati dalle fig. 25-26. Il primo è 




Fig. 25. — Piroforo a carretto. 





Fig. 26. — Piroforo a mano. 



Fig. 27. — Lampada inastata. 



un piroforo a carretto; l'altro è un piroforo a mano e tutti e 
due essenzialmente consistono in un tubo con un soffietto, che 
mosso opportunamente spinge sulla fiamma di un lume, posto 
in un recipiente annesso, un getto di aria che accelera la 
combustione e fa della fiamma un dardo capace di jorodurre 
gli effetti sopraindicati. 



— 60 — 

Può riuscire assai utile contro le cavallette Y uso di un 
piroforo multiplo formato di più pirofori producenti insieme 
una fiamma di due metri circa, la quale, con apparecchio mon- 
tato a carretto tirato con automobili o da cavalli, moltipli- 
cherebbe l'effetto micidiale sugli insetti. 

A questi tipi di macchine si possono riportare le lampade 
inastate (fìg. 27) che possono rendere notevoli servigi nella libe- 
razione delle piante dai bruchi, specie quando questi formano 
borse e padiglioni sericei, come nel caso delle Portesie, delle 
Iponomeute, e nella distruzione delle uova dell' Ocneria, dove 
la raccolta diretta e la incatramatura non riuscissero egual- 
mente praticabili. Ma quanto meno 1' uso di queste lampade 
evita la necessità di tagliare i rami, per distruggere gli in- 
setti che vi sono ricoverati. 



Torcetti a vento. 

Sono quelli di stoppa pece e calce, che si adoprano da noi 
nelle fiaccolate, e che preparati con aggiunta di una notevole 
quantità di olio di catrame, salnitro e zolfo, riescono meglio 
di ogni altro per difendere le piante dalla molestia di certi 
bruchi. 

Quanto alla convenienza di questo mezzo di difesa, basti 
ricordare che i torcetti si possono preparare in economia; che 
sono di lunghissima durata, e che nessun }Dericolo per essi ne 
viene agii operai. 



Scottato?. 

I noti apparecchi del genere sono formati di una caldaia 
per bollire l'acqua (fìg. 28) la quale quando è riscaldata si fa 
uscire da un rubinetto e si raccoglie in recipienti speciali 
(fig. 29-29 a ) per versarla sui ceppi delle piante. 



— 61 — 

L'ebollizione dell'acqua avviene rapidamente, ed i recipienti 
essendo a doppio fondo la serbano a lungo soprariscaldata ; 
allora produce effetti micidiali sugli acari e sulle larve degli 
insetti. 





Fig. -29. — Recipiente per prendere 
l'acqua bollente, 




Fig. 28. — Caldaia. 



Fig. 29 a . — Lo stesso visto in sezione 
verticale. 



Fumigatori. 



Sono macchine destinate alla produzione di fumo e vapori 
più o meno letali per la vita degli animali. Essi possono es- 
sere a mano e con piede a terra. Questi ultimi si indicano 
anche col nome di fumigatori-caldani. 

I fumigatori a mano sono montati sopra una pertica di 
lunghezza diversa secondo le piante e le parti delle piante che 
si vogliono liberare. 



— 62 — 

I fumigatori-caldani poggiano sopra un piede di ferro, fisso 
o mobile, a barella, o a carretto, col quale l'apparecchio si 
può facilmente spostare da un luogo all'altro. Nei fumigatori 
si bruciano stracci solforati, o solfo, spuntature di sigari e 
foglie di tabacco, o anche degli stracci di tela imbevuti in 
una soluzione di salnitro ed estratto di tabacco. 

Affinchè la combustione di queste sostanze sia lenta e si 
protragga senza interruzione, quelle non sono a contatto di- 
retto col fuoco, dal quale sono separate da una rete o da una 
lamina di ferro riscaldata inferiormente da carboni accesi o 
dalla fiamma di varie candele. 

Un buon fumigatore inastato, a mano, da noi è quello Pe- 
trobelli di Padova. 

Fra quelli con piede a terra sono indicati i fumigatori Tis- 
sot, dei quali si ha una idea nelle figure 30 e 31. 




Fig. 30. — Fumigatore con piede a terra, ma da spostarsi a mano. 



D'altra parte un braciere, un grosso recipiente di terra 
cotta non mancano quasi mai; vi si adatti una specie di co- 
perchio, ad imbuto nel mezzo, perchè con l'aspirazione del- 



— 63 — 

l'aria mantenga attiva la combustione, ed il caldano si trova 
bello ed improvvisato. 

La fig. 32 dà l'idea poi di un fumigatore per estratto di 
tabacco. È il cosidetto tanatoforo Martre composto di un for- 
nello di ferro (A) con tubo di rifiuto, per la circolazione del- 
l'aria; di una caldaia (C), pel sugo di tabacco; di un altro reci- 



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Fig. 31. — Fumigatore con piede a terra. Fig. 32. — Tanatoforo Martre. 

piente (F) con lo stesso sugo di tabacco; e di un tubo artico- 
lato (D) che serve a condurre il vapore velenoso nell'ambiente, 
che si vuol disinfettare. 



Solforatovi. 

Col nome di solforatola o di solforatrici vanno nella pra- 
tica tutte le macchine adibite generalmente per l'applicazione 
dello zolfo sulle piante, e si indicano comunemente anche col 
nome di soffietti. 

Una solforatrice eccellente è per noi la Torpedine Vermorel, 



— 64 — 

fig. 33, che serve tanto per l'applicazione dello zolfo quanto 
per l'applicazione della calce in polvere, da soli o con inset- 
ticidi. 



Annaffiatoi. 

Non si tien parola qui degli annaffiatoi ordinari da giar- 
diniere, per quanto siano utili anch'essi per la distribuzione 
degli insetticidi nel terreno; ma si accenna agli annaffiatoi 
ovali od a pera, per la disinfezione dei tronchi degli alberi e 
degli arbusti; e agli altri inastati, automatici, con i quali si 
possono far pervenire nei padiglioni e nelle tele sericee degli 
insetti le soluzioni necessarie per distruggerli (fig. 34). 




Torpedine Vermorel. 



Fig. 34. — Annaffiatoio inastato. 



Nella fig. 35 è indicato invece un annaffiatoio montato su 
carretto, fornito di pompa aspirante e premente, e capace di 
spandere circa 1000 a 4000 litri di acqua in un'ora. Questa 
botte-annaffiatoio può riuscire utile nella difesa dei prati e 
dei terreni provvisti di acqua nei quali le piante siano mo 
lestate da topi, o da insetti nascosti nel terreno. 



65 



Nei giardini specialmente poi, può servire anche una pompa 
semirotativa (fìg. 36) montata su carretto, per coprir d'acqua 
ad un dato momento il terreno nudo nel quale vi siano ani- 
mali ed insetti da soffocare per sommersione. Questa stessa 
pompa inoltre può servire per distribuire 1' acqua di calce 
per la distruzione dei lombrici rossi dei prati. 

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Fig. 35. — Botte-annaffiatoio. 



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Fig. 33. — Pompa semi rotativa. 




Polverizzatoi. 

Sono compresi fra essi le siringhe da giardiniere (Siringhe 
Brouillard) e le pompe a mano, a zaino, a barella ed a car- 
retto. 

La siringa Brouillard (fìg. 37), a differenza delle altre ha 
getto finamente polverizzato, così che nessuna differenza esiste 




Fig. 37. — Siringa polverizzante Brouillard. 

fra essa e le migliori pompe per l'aspersione dei liquidi inset- 
ticidi. Bisogna limitarne l'uso però ai giardini soltanto. 

Fra le pompe per piccole piante da giardino, da campo e 
serra è notevole la pompa Del Taglia (fìg. 38). 



66 — 



Questa pompa ad aria compressa, non contiene più di litri 
4 ] /. 2 di liquido ma è munita di cannula pulsante, e per que- 
sto riesce notevolmente economica nell'uso degli insetticidi. 





Fig. 38. — Pompetta da giardino (Del Taglia). 

Per quanto piccola e più indicata pei giardinieri, può riu- 
scire utile anche nella difesa delle viti dagli insetti che ne 
compromettono i grappoli, come la Conchylis, VEudemis, e VAI- 
binia, e„ per la distruzione degli afidi, che nel febbraio compa- 
riscono sulle gemme fiorifere del pesco. 

Fra le pompe più grandi, alcune sono a valvole di cuoio, 
come la Vermorel, che è molto buona per Fuso delle soluzioni 
saponose, ed altre ad aria compressa (sistema Del Taglia) 
colle quali si possono applicare anche gli altri insetticidi, 
perchè questi non vengono a contatto con le valvole di cuoio 
e quelle difficilmente si intasano. 

Tutte d'altronde si possono dividere in due sezioni distinte, 
quella delle pompe ordinarie, e l'altra delle pompe a grande 
lavoro. 

Le pompe ordinarie od a piccolo lavoro possono servire egual- 
mente per l'uso degli insetticidi sulle piante erbacee e su quelle 



— 67 — 

arbustive ed arboree. Una pompa del genere è indicata nella 
fig. 39, una irroratrice ad aria compressa, automatica, la quale 
è senza manubrio, senza diaframma, senza valvole a contatto 




Irroratrice dell'avvenire (Del Taglia). 



del liquido, e per ciò bene adatta per combattere gli insetti 
nocivi agli alberi fruttiferi. 

Una pompa consimile della stessa Ditta Del Taglia è quella 
indicata nella fig. 40, rappresentante un albero al momento 
dell'applicazione dei liquidi insetticidi. 

L'operaio, come si vede, avendo tutte e due le mani libere 
può reggere meglio e più a lungo la canna di prolungamento 
con la lancia irrorante alla estremità. 

La canna di prolungamento, necessaria per arrivare da 
terra alle cime più alte della pianta, è formata di due o più 
pezzi di bambù, o di cannelli di latta verniciata, all'esterno, 



— 68 — 

e di ottone all'interno, provvisti di raccordi a vite, che impe- 
discono l'uscita e la dispersione degli insetticidi (fig. 41). 




Fig. 4(J. — Irroratrice automatica (Del Taglia). 



Fig. 41. — Canne di prolun- 
gamento. 



La lancia irrorante nella figura è curva perchè il getto 
avvenga a pioggia; ma in altri casi è necessario che quella 
abbia direzione contraria per proiettare anche contro la pa- 
gina inferiore delle foglfe. 

Dalla fig. 42, d'altronde, che rilevo dal Vermorel, si vede 
come lo stesso si possa fare ed io ho più di una volta fatto 
anche con pompe e canne di prolungamento diverse. La gior- 



— 69 — 

nata di lavoro però è minore e l'operaio si stanca molto di 
più, dovendo lavorare al manubrio e sorreggere la canna, il 
peso della quale, quando è lunga, non si può sopportare senza 
successivi riposi. 




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Fig. 42. — Pompa a zaino Vermorel. 



Ad evitare questi inconvenienti si può ricorrere all'uso delle 
scale (fìg. 43) le quali permettono di arrivare anche con le 
canne corte a colpire la parte alta delle piante. 

L'uso delle scale riesce utile anche per altre ragioni, delle 
quali una è quella di molestar meno le piante erbacee, fra 
cui talvolta si lavora, e l'altra è di rendere più efficace l'asper- 
sione insetticida. Ma se ne può fare a meno, impiegando due 



— 70 — 

operai invece di uno nel lavoro (fìg. 44). In tal caso uno de- 
gli operai porta la pompa e l'altro sostiene la canna con la lancia 
irroratrice, la quale va unita alla pompa con un tratto di 
tubo libero così lungo da non impacciare gli opranti nel lavoro. 




Fig. 43. — Operaio con pompa, salito sulla scala. 



Per conto mio, avendo praticato questo metodo di applica- 
zione degli insetticidi, devo osservare che la spesa è quasi 
doppia rispetto all'altra che si incontra con l'uso delle pompe 
automatiche con un operaio solo ; ed il danno sulle coltiva- 
zioni erbacee, fra le quali si lavora, è molto maggiore. 

Quanto ora alle pompe per grande lavoro esse si suddivi- 



— 71 — 

dono a loro volta in tre altri gruppi: quello per la difesa 
delle coltivazioni erbacee, quello per la difesa delle piante ar- 
bustive od arboree, ed il terzo per la difesa delle une e delle 
altre egualmente. 




Fig. 44. — Dei due operai, uno porta la pompa e l'altro sostiene 
la canna irrorante. 

Delle pompe a grande lavoro per la difesa delle piante er- 
bacee ne metto in vista due, tutte e due propugnate dal Ver- 
morel. La prima è quella a basto con lancia orizzontale (fìg. 45), 
nella quale il liquido viene spruzzato da polverizzatori, le 
cui proiezioni liquide si espandono e si intersecano così da 
non lasciare erba non colpita nella zona bagnata. 

La facilità di riempire ogni volta di liquido i serbatoi della 
pompa, senza toglierla dal dorso dell'animale, contribuisce al- 



— 72 



l'economia del lavoro, e contribuisce così che in poche ore 
una sola pompa basta a difendere un ettaro di terreno. 






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Fig. 45. — Irroratrice a basto (Vermorel). 



L'apparecchio riesce utile d'altronde tanto dove le semine 
si fanno a spaglio, quanto nei terreni seminati a righe; «d 
in quest'ultimo caso, grazie alla bontà del congegno, la pioggia 
insetticida si può opportunamente accentrare sui filari delle 
piante soltanto, mentre l'animale si fa passare per gli inter- 
filari. 

L'altra pompa è quella indicata nella flg. 46. Essa, come 
si intende, è a trazione a cavallo, con grande serbatoio della 
capacità di 2 a tre ettolitri di liquido, rimescolato di continuo 
da un agitatore. 

Le lance per la distribuzione dell' insetticida sono mobili 
e anche qui con sei getti, così da colpire una striscia di piante 
della larghezza di due metri circa. 

Le pompe a grande lavoro per arbusti e per alberi pos- 
sono essere a carretto ed a barella. 

Le pompe a barella sono così dette per l'apparecchio sul 
quale poggiano e si trasportano ; hanno una capacità di 50 a 



— 73 — 

100 litri e riescono utili per la difesa delle piante in terreni 
mal sistemati e scoscesi. 




Fig. 46. — Pompa con trazione a cavallo. 

Le pompe a carretto sono naturalmente più costose, ma di 
più facile trasporto e perciò più utili allo scopo pel quale 
sono indicate. Una di esse è la Cascade del Vermorel (fig. 47), 
con serbatoio orizzontale su carretto a mano, ed una o due 
lance su canne di bambù; sicché dei tre operai, mentre uno 
lavora alla pompa, gii altri si possono occupare ciascuno per 
proprio conto della disinfezione delle piante. 

Da noi alla, Cascade possiamo mettere di fronte la irrora- 
trice a grande lavoro Del Taglia (fig. 48) la quale munita 
delle lance indicate serve benissimo alla difesa degli Olivi, 
del Melo, del Ciliegio, del Susino, degli Agrumi e delle altre 
piante attaccate da larve di Lepidotteri, Tisanotteri, Coleot- 
teri, Imenotteri e Cocciniglie. La stessa pompa d'altronde è 
assai buona per la difesa contro le Cavallette, al quale uso è 
resa anche più efficace dai polverizzatori tripli di cui all'uopo 
è fornita. 

Di fronte alla Cascade del Vermorel e della Irroratrice 



— 74 — 
Del Taglia vi è poi quella americana, a trazione a cavallo, e con 
carretti a scala, per i quali gli operai possono lavorare all'al- 
tezza delle cime più alte delle piante, che si devono difendere. 



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Fig. 47. — Pompa a carretto la Cascade di Vermorel. 



E inutile dire come queste pompe (fig. 49) segnino il 
massimo dei progressi della meccanica in fatto di entomolo- 
gia agraria, poiché con esse riesce più spedita, meglio di- 
retta e più efficace l'aspersione degli insetticidi contro la 
parte alta e bassa delle piante infette ; e non è in questo 
soltanto che la libera America insegna in fatto di Entomo- 
logia economica, giacché le osservazioni biologiche sui vari 
ordini di insetti si potrebbero prendere a modello da noi. 

Meritano di essere ricordate infine le pompe a carretto ed 
a barella del Nòel, che hanno bisogno di migliori polverizza- 



— 75 — 

tori, di lunghe canne e dei necessari tubi di prolungamento, 
senza i quali non si possono trarre da esse tutti gli utili voluti. 



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Fig. 43. — Irroratrice a grande lavoro (Del Taglia 



Accessori indispensabili di tutte queste pompe sono le lance 
polverizzanti, le canne ed i tubi di allungamento e le scale a 
tre piedi, e le altre con carretto a leva, da pompieri o da mu- 




Fig. 49. — Pompa americana con scale a carretti. 



— 76 — 

ratori, in mancanza delle quali gli operai possono salire sul 
fusto e sulle grosse branche, per portare, col minimo disagio 
possibile, le soluzioni insetticide sulle parti alte della pianta. 



Pali ed aratri iniettori. 

Queste macchine servono per la distribuzione degli insetti- 1 
cidi nel terreno. A questo scopo, come si è detto, possono ser- I 
vire anche dei semplici annaffiatoi: basta versare tutto andante j] 
con essi, in solchi o in buche aperte, e ricoprire con terra, mano 1 
a mano che il liquido vi è stato versato. 

Perchè il lavoro riesca più regolare, economico ed egual- 
mente efficace però è meglio far uso degli istrumenti so- j 
praindicati. 

I pali iniettori (fìg. 50) più comunemente adoprati nella |3 







Fig. 50.— Palo iniet- 
tore Vermorel. 



3& 




Fig. 51. — Aratro . solfuratore Satui 



pratica sono quelli sistema G-astin. Sono strumenti portatili, 
a mano, composti essenzialmente di un serbatoio cilindrico, 



— 77 — 

terminato in un asse perforatore. Il serbatoio porta due ma- 
nubri orizzontali di sopra, per estrarre e conficcare il palo nel 
terreno, ed una pompa idraulica internamente (con lo stan- 
tuffo regolatore esterno), che serve a proiettare con la massima 
forza possibile il liquido, che dalla estremità del perforatore 
esce e si espande nel terreno. 

I carri solfuratori, detti anche iniettori a trazione, od aratri 
solfuratori servono per introdurre nel fondo di un solco con- 
tinuo una quantità determinata di un dato insetticida, sol- 
furo di carbonio, per esempio, ed hanno sui pali il vantaggio 
eli un lavoro certamente più rapido ed economico se non 
egualmente possibile e più perfezionato. 

Di carri solfuratori ve ne sono diversi, ma qui basterà ri- 
cordare quelli di GTastin, Vernette, Saturnin e Vermorel. 

L'aratro solfuratore Saturnin (fìg. 51) ha una noria che 
attinge dal serbatoio a) e versa nel condotto che porta al 
coltello il solfuro di carbonio. La noria è messa in moto da 
una catena b) la quale, passando dalla ruota grande all'altra 
piccola del carro, trasmette a questa moltiplicato il movimento 
di quella. 

Grli aratri Vernette (fig. 52) G-astin (fìg. 53) invece della no- 




Fk 



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ria hanno una pompa fatta agire da un eccentrico che prende 
il movimento da quello delle ruote del carro. 



— 78 — 
L'aratro Vermorel (fig. 54) ha su quelli precedenti il van- 
taggio di una costruzione più solida è di un funzionamento 
più regolare ed economico. 




Fig, 53. — Aratro solfuratore Gastin. 







Eie. 54. — Arato solfuratore Vermorel 



IV. 



Ragioni per le quali dai mezzi di difesa non si hanno sempre 
gli effetti desiderati. 

La indicazione cosciente di un rimedio è il resultato real 
di una serie ben ordinata di operazioni accertate sulla natura 
degli animali e delle piante, sul loro modo di vivere, e sui 



— 79 — 

mezzi nei quali gli uni e le altre nelle loro evoluzioni diverse 
si trovano. 

Anche una indicazione siffatta però non basta se, come ho 
detto, chi ne usa non ha pronte le notizie delle condizioni 
della difesa e la mano sicura così da non compromettere le 
spese delle operazioni ed evitare che l'azione di queste si ri- 
solva a danno delle piante soltanto o col maggiore danno 
per esse. Gli effetti ultimi della difesa, infatti, con gli inset- 
ticidi, con gli insettifughi, e con le sostanze velenose, in ge- 
nerale, variano in larga misura per diverse ragioni, delle 
quali alcune si riferiscono alla natura e alla preparazione delle 
sostanze che si adoprano ; altre dipendono dalla natura degli 
animali e delle piante che, con finalità diversa, ne devono su- 
bire l'azione; ed altre in fine si devono ricercare nella mag- 
giore o minore perfezione delle macchine con le quali si di- 
stribuiscono, nelle difficoltà che i mezzi nei quali si opera 
frappongono alla buona riuscita delle operazioni, e nella pos- 
sibilità che gli agenti esterni hanno di alterare le proporzioni 
prime nelle quali le sostanze furono adoperate. 

Per la natura delle sostanze insetticide è risaputo, in fatti, 
che l'azione loro sugli esseri viventi è conforme o corrispon- 
dente alla struttura molecolare di ciascuno, sicché il bicloruro 
di mercurio, il doppio ioduro, e l' ossido dello stesso corpo 
corrodono potentemente le mucose intestinali, mentre il calo- 
melano o protocloruro di mercurio le risparmia interamente; 
a quella stessa guisa, d'altronde, che gli effetti dell'acqua ca- 
tramosa o petrolizzata diversificano, sulle piante e sugli ani- 
mali, dagli altri, sempre omogenei, riferibili all'uso dell'acqua 
nella quale il petrolio ed il catrame siano stati divisi e so- 
spesi per mezzo del sapone o di una pasta saponosa. 

Quanto poi alle variazioni dipendenti dagli animali che si 
devono combattere ricordo,, per esempio, che per il loro modo di 
essere, la difesa contro una infezione di topi campagnoli non 
si può svolgere in massima con gli stessi mezzi possibili con- 
tro una infezione di lumache, di millepiedi, di acari o di 



_ — 80 — 

insetti, perchè mentre per i primi bisogna ricorrere all'azione 
dei veleni e dei microbi patogeni, contro le seconde bastano 
l'ossido e l'idrossido di calcio, e contro gli acari, i miriapodi 
e gli insetti le soluzioni dei migliori insetticidi a base fìssa, 
volatile, o con una base e l'altra unite insieme, allo scopo di 
scacciare con una, e con tutte e due asfissiare con sicurezza 
maggiore gli animali perseguitati. E qui alla notizia della 
necessità di associare più sostanze nella preparazione di certi 
insetticidi, bisogna unire l'altra del frazionamento e della ri- 
petizione della difesa a dosi eguali, o graduali crescenti di in- 
setticidi, per comprendere nell' azione utile della difesa ogni 
fase d'evoluzione, quella larvale, per esempio, o qualunque al- 
tro stadio dell'insetto preso a perseguitare. Insisto su questo 
rilievo, giacché per averlo trascurato, più d' uno è caduto nel- 
l' errore, d'altronde facilmente evitabile quando si pensi che 
il medico, per liberare dalla febbre, prescrive 1' uso ripetuto 
del chinino, e che nessuno ha mai pensato che una presa sola 
dovesse bastare, e non se ne dovesse prendere dell'altro, per 
arrivare allo scopo indicato. 

Un altro grave sproposito, di natura molto contagiosa, è 
pure quello di coloro che, sognando ogni volta solfato di rame 
e peronospora, si affannano a chiedere il rimedio, quando, per 
la natura ed il modo di procedere dell'infezione, questo rime- 
dio è un assurdo, che fa la coppia con 1' altro relativo alla 
strana pretesa di combattere ogni sorta di animali nocivi con 
un solo preparato insetticida: l'insetticida segreto, natural- 
mente, che a differenza dei molti nostri, ha la miracolosa 
virtù di penetrare, senza il menomo danno, nelle radici, nel 
fusto, nelle foglie, nei fiori e nei frutti, e di uccidervi imman- 
cabilmente tutti i bachi; a somiglianza di quei pasticci, che 
la miseria umana manda pel mondo con la promessa di gua- 
rire i calli, la tisi, la spinite, l'asma, i dolori di pancia, ed i 
cento altri malanni che affliggono l'umanità. 

Per quel che riguarda la natura delle piante, che si vogliono 
difendere, ho altra volta largamente dimostrato che esse pre- 



— 81 — 

sentano una resistenza assai diversa agli insetticidi e che non 
sarebbe opera avveduta sottoporre allo stesso liquido, egual- 
mente concentrato, una pianta erbacea ed una pianta legnosa, 
e le parti verdi di questa come i rami ed il fusto. Una dif- 
ferenza notevole di resistenza agli insetticidi esiste, d'altronde, 
anche fra le stesse parti tenere, sicché mentre le foglie, ad 
esempio, sopravvivono alle azioni della difesa, le parti fiorali 
ne possono rimanere danneggiate. Ma le differenze non sono 
fra foglie e fiori soltanto; esse si trovano anche fra le diverse 
foglie e i fiori, fra loro, anche sulla stessa pianta, giacche di 
quelle, le prime e meglio spiegate resistono più delle altre 
tenerissime ed in via di spiegamento ; ed a parità di altre con- 
dizioni quelle coriacee, pruinose e simili, presentando una su- 
perfìcie più repulsiva agli insetticidi, se ne liberano più pre- 
sto, e ne patiscono meno l'azione, mentre le altre, meno pro- 
tette o più membranose, si alterano più facilmente al contatto 
di quelli. Dei fiori poi quelli pendenti, con fecondazione a 
porte chiuse, sono danneggiati meno degli altri eretti; e tutti, 
al momento della impollinazione e dell'allegamento dei frutti- 
cini sono più vulnerabili che nei momenti che seguono e pre- 
cedono di qualche giorno questa importante funzione. 

È inutile dire che tale resistenza, d'altronde, varia moltis- 
simo con la natura delle sostanze che si adoprano e che quelle 
di esse le quali meglio tendono alla reazione neutra siano in 
generale, quelle che risparmiano le piante, dipendentemente 
da un certo limite di diluzione, che per quanto si regoli, 
la soluzione tende sempre a concentrarsi. La concentrazione 
dei liquidi, sulle piante intanto, oltre che dalla natura loro 
dipende dal grado di temperatura e dal movimento dell' aria 
esistenti al momento delle operazioni; sicché quanto più quella 
è elevata e questa è in moto, tanto più la concentrazione è 
pronta, e più accentuate sono le azioni e le reazioni, con gli 
effetti, che ne conseguono sulle piante. 

Quanto, in fine, agli ostacoli, che le piante stesse, talvolta, 
ed il terreno più specialmente frappongono al buon esito della 



— 82 — 

difesa, basterà rilevare che la chioma troppo serrata dell' al- 
bero è non trascurabile ostacolo al libero passaggio degli in- 
setticidi; a quella guisa che il terreno è spesso causa della 
irregolare diffusione degli agenti distruttori degli insetti, che 
si trovano sulle radici, e degli effetti scadenti della difesa con- 
tro di essi. 

Per rimediare a questi inconvenienti occorre molta pru- 
denza da parte di coloro che si trovano ad immediato con- 
tatto con gli agricoltori, per non avviarli per una strada che 
non sia la migliore per essi e per la verità. 

Gli agricoltori d'altra parte faranno bene a non prendere 
per oro colato le indicazioni sulle quali assai spesso si diletta 
una parte della stampa agraria, la quale, fra gli altri pregi, 
ha quello di magnificare ad occhi chiusi le volate fantastiche 
della più ardita speculazione, dalle reti della quale, ormai, si 
scampa appena, chiedendo, su qualunque rimedio raccoman- 
dato da essa, le opportune informazioni alle Stazioni ed ai 
Laboratori competenti, alle Scuole, ai Comizi e alle Cattedre 
provinciali per 1' agricoltura, che con le prime istituzioni in- 
dicate hanno rapporti diretti. 

Dove poi vi è chi può fare a meno dell'opera di tali isti- 
tuti, si tenti la via degli esperimenti, che è la migliore di 
tutte; e a questo riguardo, posto che si tratti di un liquido in- 
setticida sarà bene osservare le norme seguenti. 

Fai da una parte con questo liquido soluzioni all'I, al 2 e 
al 3 °| , adoprando 10, 20, 30 cmc. di esso per ogni litro 
d'acqua ed aspergi le soluzioni cosiffatte sui fiori, sulle foglie 
e sulle altre parti delle piante che si devono sottoporre poi 
alle operazioni della difesa. Opera con soluzioni sempre pre- 
parate di fresco in tre ore diverse del giorno: la mattina 
verso le otto, dalle dodici alle tredici e dalle sedici alle di- 
ciassette; adopra per ogni soluzione, ogni volta, il getto a 
spillo, quello a ventaglio e l'altro a nube; segna le parti delle 
piante in esperimento, e visitale per due o tre giorni di se- 
guito. La soluzione che in tali prove ha mostrato di essere 



— 83 — 

innocua alle piante sarà quella della quale bisogna mettere a 
prova l'efficacia sugi' insetti o sugli altri animali che si vo- 
gliono combattere. 

Prepara per tanto la soluzione occorrente e procedi a due 
altre serie di esperienze, da farsi, una, bagnando direttamente 
gli animali posti sul fondo piano di una scodella, o di un vetro, 
per vedere se muoiono. . Ripeti più volte 1' osservazione, cer- 
cando di bagnare per bene l' animale in esperimento, senza 
affogarlo nel liquido insetticida; e per questo fai uso di un 
contagocce o di una piccola siringa Brouillard, di un piccolo 
spruzzino, inclinando ogni volta il piano sul quale si trova 
l'insetto di tanto quanto basta per far cadere il liquido ed 
evitare l'inconveniente sopraindicato. 

Ove 1' insetto, invece di vivere scoperto, si trovasse natu- 
ralmente nascosto nei groviglioli delle foglie e dei fiori, od 
in altri ripari costruiti da esso, proietta il liquido contro 
questi nascondigli, tenendoli sospesi, ed osserva quel che ne 
resulta. 

In un caso e nell'altro, se la morte sopravviene, passa alla 
seconda serie di osservazioni, per vedere se gli stessi resultati 
hanno luogo sulle piante, e, nel caso affermativo procedi con 
mano sicura alla operazione in grande per la difesa di quelle. 

Questo per l'esame degli insetticidi. 

Quanto all' altro degli insettifughi, scegli nell' appezza- 
mento 10, 15, 20.... e più filari di piante fra le più infette; 
contrassegnane una sì ed una no, per ogni filare, ed applica 
le sostanze insettifughe, al momento voluto, secondo le norme 
prescritte dall' inventore, per vedere poi se vi è differenza 
reale fra le piante lasciate per confronto e le altre. Se vera 
differenza non vi è, vuol dire che 1' efficacia delle sostanze 
proposte ed adoprate è negativa. 



84 — 



V. 



Animali nocivi alle piante coltivate ed ai loro frutti 
nel campo e nei locali per la conservazione. 

Gli animali viventi descritti e nominati sono rappresentati 
da circa 420000 specie, divise attualmente in otto tipi, distinti 
con i nomi di Protozoi, Poriferi, Celenterati, Vermi, Echi- 
nodermi, Molluschi, Artropodi, Cordati. 

Il tipo dei Protozoi forma un sottoregno a sé, composto 
di 6000 specie circa, e ch'io sappia, senza forme nocive alle 
piante coltivate; mentre si sa che parecchie di esse vivono 
parassite nel corpo degli animali, come V Amoeba coli, il Tri- 
chomonas vaginalis, la Lamblia intestinalis dell' Uomo e di 
altri mammiferi; le Gregarine, i Coccidì, i Missosporidì con 
la famosa pebrina del baco da seta (Glugea bombycis), i Sar- 
cosporidi con i noti sarcocisti del maiale, del bue, della pecora 
(Sarcocystis Miescheri); gli Emosporidi, ai quali appartengono 
il Plasmodium malariae e gli altri, che gli Anofeli trasportano 
dall'uomo infetto di malaria all'uomo sano. 

Gli altri sette tipi del regno animale, a differenza dei Pro- 
tozoi, che sono unicellulari, hanno il corpo formato di molte 
cellule, e compongono insieme il sottoregno dei Metazoi. 

A norma del modo col quale si trovano distribuite le diM 
verse parti del corpo, i Metazoi si dividono in due sezioni di- 
stinte: Metazoi raggiati (Poriferi, Celenterati), e Metazoi bila- 
terali (Vermi, Echinodermi, Molluschi, Artropodi, Cordati). 

Fra i Metazoi a simmetria raggiata, o raggiati, i Poriferi, 
corrispondenti alle diverse Spugne, ed i Celenterati, che hanno 
i loro rappresentanti nell'Hydra, nella Medusa, nel Corallium, 
nella Madrepora, e simili, non hanno alcun rapporto con le 
piante coltivate, come non ne hanno gli Echinodermi (Ricci e 
Stelle di mare) fra i Metazoi a corpo bilaterale. Sicché gli ani- 



— 85 — 

mali nocivi alle piante coltivate sono da ricercarsi nei Vermi, 
nei Molluschi, negli Artropodi e nei Cordati, e però in una 
fauna che non conta meno di 405000 specie. 

Malgrado la grande estensione che i cereali, le civaie, le 
altre piante erbacee e le numerose piante legnose hanno preso 
nel mondo, gli animali che vivono alle loro spese sono pochis- 
simi, e quasi spariscono, come numero di specie, rispetto alla 
cifra sopraindicata. Disgraziatamente però è così diffuso e tanto 
grande il loro potere profilico che in una vigna ed in un 
pomario solo, talvolta, si possono trovare tanti individui della 
stessa specie da sorpassare di gran lunga tutti quelli delle 
altre sommati insieme; ed è però che nella ristrettezza del 
numero specifico, le immense e sempre crescenti infezioni ver- 
minose, altrove più che da noi; le legioni innumerevoli dei 
Molluschi, che rovinano i semi germinanti e i giovani ger- 
mogli delle piante; la schiera dei Crostacei, talvolta; quella 
straordinariamente numerosa degli Afidi, delle Cocciniglie, dei 
Tripsidi, delle Cavallette, dei Coleotteri, di alcuni Uccelli e dei 
Roditori, variamente, nei paesi diversi, in tempi differenti 
hanno richiamato quasi sempre su di essi l'attenzione della 
scienza e della pratica. La Bibbia e le opere svariate dei primi 
naturalisti dell'antichità greca e romana dicono assai chiaro, 
per quanto sommariamente, delle cause, per gli effetti almeno, 
ai quali, anche allora, la irruzione di questi animali portava nei 
coltivati; e gli scrittori dell'evo medio collegano assai bene, 
con la ripetizione, le notizie tramandate dagli antichi ai fatti 
più recenti delle infezioni sopraindicate. Quello che non è mai 
stato a sufficienza spiegato, invece, è la ragione, assai com- 
plessa, per vero, del perchè le piante coltivate siano ora più 
largamente molestate che in passato. Anche recentemente si è 
parlato di selezione naturale alla quale l'uomo si oppone diutur- 
namente con tutti i mezzi che trova a sua disposizione, e si è 
detto che le piante coltivate sono più soggette alle infezioni 
che le piante spontanee; si è parlato dell'acclimazione, e si è 
rilevato che le condizioni mutate dell'ambiente possono portare 



— 86 — 

all'indebolimento della resistenza naturale delle piante ai ne- 
mici loro; si è parlato del modo di riproduzione, e si è detto 
che quello per via sessuata agisce sfavorevolmente sulla resi- 
stenza dei vegetali, come la riproduzione agamica od ases- 
suale, continuata, porta agli stessi resultati, e si è concluso 
che l'insieme di tutte queste cause predispongono le piante 
agli effetti sopraindicati. Per me questa predisposizione è tutta 
nel rapporto delle affinità biologiche che esistono fra certe piante 
e certi animali, e che, naturalmente, per esse appunto, tutto 
ciò che altera il modo di vivere ed il numero delle une, al- 
tera il modo di essere ed il numero degli altri," e viceversa. 
Ora, come negli animali, anche nelle piante, gli individui 
delle poche specie coltivate, superando, per numero, quelli 
delle specie spontanee, affini, in una certa località, gli estremi 
biologici dei rappresentanti del mondo vivente si toccano, ed 
avviene di norma così che ad ogni dispersione di piante cor- 
risponde una dispersione di animali, e all'agglomeramento di 
quelle corrisponde la moltiplicazione e l'agglomeramento fatale 
di questi. 

Non c'è bisogno di dire che degli animali nocivi alcmii 
vivono a spese di una sola specie di pianta, o di più specie 
dello stesso genere insieme, e che altri si nutrono di piante 
di famiglie e di ordini anco diversi; dirò invece che per l'af- 
finità naturale esistente fra una pianta e l'altra, e per quella 
dei rapporti che passano fra esse e gli animali che sostengono, 
questi, nei paesi diversi, possono trovarsi sopra tutte o sopra 
alcune di esse solamente e però quasi sempre in grado di sfug- 
gire alla morte, passando dalla prima nutrice, distrutta, alle 
seconde, o alle affini, prima non messe in vista e ricordate. 

Come ora l'uomo favorisca talvolta, in modo inconsape- 
vole, la introduzione, e si presti alla diffusione degli animali 
nocivi nelle sue piante quasi non importerebbe il dire se i 
danni deplorati non fossero spesso l'effetto naturale di fatti, 
che promossi a scopo di bene, ma che praticati senza la pre- 
veggenza necessaria, sono le cause proprie dei danni sopravve- 



— 87 — 

nuti. L'atterramento dei boschi, la distruzione dei pascoli e 
dei prati-pascoli, per sostituirli con una coltivazione stimata 
più rimunerativa; la bonifica e la riduzione a terreni arabili 
dei terreni paludosi prosciugati ; la riduzione della forma 
estensiva a quella intensiva delle coltivazioni; la soppressione, 
o la introduzione affrettata di nuove piante o di nuove pra- 
tiche, senza riguardo alle infezioni che quelle traggono con 
se, son tutte cose che danno occasione ad un tempo ed au- 
mentano apparentemente la moltiplicazione naturale degli ani- 
mali nocivi, che non di rado poi diventano disastrosi alla vec- 
chia coltivazione e alla nuova. Ed è per ciò che, trattando della 
difesa delle piante e degli animali domestici, in generale, mi 
sono indugiato sulla necessità di certe conoscenze, senza delle 
quali, la forinola: Scienza, previdenza, azione, che subordina 
il fare al prevedere e al sapere (a cui tutto fa capo) sarà sem- 
pre un'utopia. 



SEZIONE I. 

Osservazioni generali sui Vermi e su quelli specialmente 
nocivi alle piante coltivate. 

I Distomi, le Tenie, le Trichine, le Filarie, le Arenicole, 
i Lombrichi, e le Sanguisughe, fra gli altri, danno un' idea 
abbastanza chiara del tipo di questi animali, che sono sim- 
metrici, a simmetria bilaterale, più o meno allungati, non seg- 
mentati, o annulati, ma con anelli simili, senza appendici 
articolate. 

II corpo dei vermi è molle, piuttosto lucido e muccoso alla 
superfìcie, con una parte tergale, ed una parte ventrale per 
la quale il corpo aderisce al terreno su cui muove e sulla 
quale si trovano l'apertura orale e l'orificio sessuale. 

Degli organi dei sensi, nei Vermi, quelli della vista e del- 
l'udito sono assai rudimentali; gli altri mal definiti, e gli or- 
gani del tatto uniti a delle setole speciali, setole tattili, e nei 



— 88 — 

vermi liberi uniti a delle appendici tentacoliformi, cervicali, 
dette cirri. 

La nutrizione ha luogo per ingestione, e nelle forme man- 
canti di sistema circolatorio, per endosmosi. 

La respirazione è per lo più cutanea, raramente è bran- 
chiale. 

La riproduzione è sessuale, o agama, e lo sviluppo è di- 
retto, per quanto molti vermi presentino una metamorfosi con 
una fase larvale caratterizzata dalla presenza di una o più co- 
rone di ciglia preorali. 

I vermi vivono nei mezzi umidi, alcuni come parassiti 
interni, entozoi, o alla superficie del corpo degli animali, 
esozoi; altri come parassiti delle piante; ed altri in fine con 
vita libera nella terra, nel fango e nell'acqua dolce, o salata. 

Per la forma con la quale si presentano i vermi si possono 
ancora praticamente dividere in due grandi gruppi (1) : vermi 
annulati o Anellidi (Lombrichi, Arenicole, Sanguisughe), e 
vermi non annulati o vermi propriamente detti, che si suddi- 
vidono in vermi a corpo piatto o Platelminti (Distomi, Tenie, 
e simili), e vermi a corpo cilindrico, o Nematelminti, (Trichina, 
Filaria, Gordii, ecc.). I Nematelminti si dividono negli ordini 
degli Acantocefali, a forma di tubo, con proboscide protrattile 
munita di uncini, e senz'apertura orale ed anale ; e Nematodi 
che non hanno proboscide, ma son forniti di apertura orale e 
tubo digerente bene sviluppato, 

I Nematodi sono d' altronde sprovvisti di ogni sorta di ap- 
pendici esterne del corpo e comprendono diverse famiglie di 
vermi, come Ascaridi, Filaridi, Gordiidi, ed Anguillulidi, ma 
di esse quest' ultima soltanto ha forme nocive alle piante col- 
tivate. 



(1) Una classificazione forse più acconcia nella scienza è quella del prof. Emery 
che ognuno, occorrendo, può consultare nel suo Compendio di Zoologia pubblicato 
nel 1899. 



89 



Fam. Anguilluliclae. 

Gli Anguillulidi sono piccoli Nematodi cilindrici della lun- 
ghezza media di due a tre millimetri, posteriormente più assot- 
tigliati, coli canali laterali spesso sostituiti da ghiandole ven- 
trali, e non sempre provvisti di ghiandole caudali. 

Le anguillule nocive alle piante coltivate fanno parte di 
due generi distinti: Tylenchus ed Heterodera. 

Gen. Tylenchus Bast. 

I Tylenchus hanno maschi e femmine anguilluliformi, con 
un piccolo stiletto nella cavità boccale tritubercolato alla base, 
e l'apertura sessuale femminile situata nella metà posteriore 
del corpo. Le uova vengono depositate fuori del corpo della 
femmina. 

Tylenchus scandens Schneider. 

(Anguillula del Grano e della Segale). 

Al pari delle specie congeneri quella del grano (Triticum 
sativum) e della Segale {Secale cereale) ha gli individui dei 
due sessi ben distinti. Le femmine (fìg. 1) sono lunghe da 2,5 
a 5 mm. circa, larghe da 0,15 a mm. 0,25, per lo più ravvolte 
a spira, con l'apertura sessuale da 0,3 a 0,5 mm. dall'estremo 
posteriore del corpo. Il maschio è quasi metà più piccolo della 
femmina, ma è appuntito perfino più dei giovani alla estre- 
mità, e con l'integumento del corpo finamente striato. Le forme 
giovani (fig. 2) lunghe mm. 0,8 a 0,9 e larghe mm. 0,012 a 0,015, 
sono agilissime, lisce e della forma del maschio, ma con la 
estremità caudale più sottile, spuntata e senza traccia di or- 
gani genitali. 

L'anguillula del grano vive successivamente nel culmo e 
nelle foglie, negli organi fiorali e nei semi abortiti della pianta ; 
è per ciò che, seminando granelli infetti, questi assorbono acqua 



— 90 



e si gonfiano, la parete del granello si rammollisce, ed i pic- 
coli vermi che presentano il fenomeno della rivivescenza, di- 




Fig. 1. — T. scandens adulto: A, verme a grandezza naturale; B, lo stesso molto in- 
grandito; a, estremità anteriore; ci, estremità posteriore; b, e, e, f, organi ses- 
suali (Davaine). 



Fig. 2. 



Fig. 3. 





Fig. 2. — Giovani del maschio (quello di sopra) e della femmina (quello di sotto) della 
T scandens, ingranditi. — Fig. 3. Sezione longitudinale di un culmo di frumento 
mostrante le stesse forme del nematode (Davaine). 

venuti attivi, forano quella parete, e attraverso il terreno, 
vanno in cerca delle piante nutrici, di fresco nate, per sta- 
bilirvi la loro dimora. Non trovandone, dopo sei mesi circa di 
stazione nel terreno, quasi tutti morirebbero. Guadagnate in- 
vece le piante nutrici ne pungono il colletto con lo stilo, vi 
penetrano e vi passano l'inverno senza subirvi mutamenti sen- 
sibili. Alla primavera seguente, massime se la stagione è umida 
ascendono poco per volta nello stelo, (fig. 3) ed arrivati alla 



— 91 — 

infiorescenza, ancora nascosta tra le foglie, ne invadono le gem- 
mule fiorali, Queste, sotto l'azione del verme, invece di una bella 
cariosside, danno un aborto di frutto, una specie di galla (fi- 
gura 5, 5a, 56), che per la somiglianza col frutto dell'aro - 
stemma githago, o Nielle, si ebbe dai francesi il nome di grano 
niellé. 

Fig. 4-7. 




òb 






6 4 5a 

Fig. 4. — Spica di frumento attaccata dal nematode mostrante qualche cariosside 
abortita. — Fig. 5, 5a, 56, cariossidi del grano abortite per effetto del nematode. 
— Fig. 6. Sezione di una cariosside mostrante lo forme giovani del verme. — 
Fig. 7. Cariosside sana, per confronto, ingrandita. 

Mentre le piante sono ancora verdi, i vermi contenuti nelle 
cariossidi in via di alterazione od abortite, raggiungono lo 
sviluppo completo, si accoppiano e depongono nel chicco stesso 
le uova, che danno alla luce le nuove forme larvali. Avvenuta 
la deposizione delle uova intanto, e nati i nuovi vermiciattoli, 
le madri muoiono poco per volta e restano disseccate fra essi. 
Con la maturazione delle spiche, poi, i granelli perdono acqua 
e si disseccano, ed i giovani vermi passano allo stato latente, 
nel quale restano fino a quando, dal magazzino, dove furono 
portati, fanno ritorno al campo col grano destinato per la se- 



— 92 — 

mina. Ma anche senza di questo ritorno, la infezione si trova 
sempre nel campo a causa delle spiche e dei semi lasciativi al 
momento del raccolto, e dai quali con la caduta abbondante 
delle pioggie i nemafcodi escono ricoverandosi sui Bromus e 
sulle altre piante spontanee, che le cattive lavorazioni del suolo 
lasciano vivere nei terreni coltivati. 

La specie, fortunatamente, ancora rara da noi, è altrove 
piuttosto diffusa e reca danni spesso sensibili alle piante, le 
quali restano basse, stremenzite, con le prime foglie gialle, 
grinzose, gli steli torti nei nodi, le spiche misere e smunte, 
leggiere e dritte, ed i granelli alterati, di forma globulare, 
brunastri, con la parte farinosa interna totalmente, o quasi, 
sostituita dalle giovani forme del verme, ed affatto incapaci 
a riprodurre la pianta madre. 

Per limitare la diffusione di questo verme i coltivatori dei 
campi infetti devono possibilmente: 

1.° evitare di rimettere lo stesso terreno a grano od a 
segale, per togliere alla infezione il modo di allargarsi e deci- 
mare i raccolti. 

2.° eliminare dalla granella destinata per la semina i chic- 
chi infetti o sospetti d' infezione, togliendo quelli che, immer- 
gendo il grano o la segale nell'acqua, restano galleggianti alla 
superficie, e mettendo gli altri, al momento della semina, per 
venti minuti circa, in una soluzione formata con 1 Kg. di acido 
solforico del commercio in 1B0 litri d'acqua. 

3.° sradicare i cespi delle piante infette, che si trovano 
ancora nel campo e distruggerli, gettandoli in una fossa con 
calce viva che si spenge, versandovi dell'acqua. Ove però nella 
primavera si vedesse che le piante attaccate dal verme fos- 
sero tante da rendere impossibile la scelta senza diradare la 
maggior parte del seminato, sarà buona pratica lavorare fino 
alla profondità di 40 cm. circa il terreno degli appezzamenti 
infetti, sovesciarvi il grano, per impedire alle anguillaie il 
loro naturale sviluppo, e preparare il terreno per la semina del 
granoturco e dei fagiuoli, che sono risparmiati dalla infezione. 



— 93 — 

4.° anticipare di qualche giorno la mietitura, per impe- 
dire la naturale dispersione del seme infetto e dell' altro, che, 
nascendo, servirebbe ad alimentare la infezione ed a mante- 
nerla fino alla semina del nuovo anno. 

Per la stessa ragione bisogna far di tutto per non lasciare 
spiche sul terreno, al momento della mietitura, e scarificarlo 
per incendiare subito le stoppie infette. Ove questo lavoro di 
abbruciamento non fosse possibile sarà buona pratica lavorare 
profondamente il terreno con l' aratro e passarvi gli estirpa- 
tori, per seppellirvi le spiche sfuggite alla raccolta, e distrug- 
gere le graminacee spontanee sulle quali le anguillule potreb- 
bero ricoverarsi nell'anno seguente. 



Tylenchus devastator Kuhn, Ritz. Bos. 

[Anguillula dello stelo e delle foglie dell'Orso, della Segale, dell'Avena, della Canapa, 
delle Patate, delle Cipolle, del Lupino, dell'Erba medica, del Trifoglio, delle Fave 
e dei Piselli). 

Questo verme ha maschi (fig. 8) e femmine (fig. 9) diafani, 
trasparenti, con la estremità anteriore del corpo ottusa, ar- 
rotondata o quasi, e quella posteriore bruscamente assottigliata 
ed alquanto incurvata nei maschi, e nelle femmine gradata- 
mente più sottile e dritta, con l'apertura sessuale, in quelli, di- 
scosta dall'apice per 1 j l5 ad 1 j 16ì ed in queste, per x /s a Vj della 
lunghezza del corpo, che nelle femmine al meno varia da 3 / 4 
di millimetro a mm. 1 3 / 4 per una larghezza di mm. 0,02 a 0,04. 
I maschi sono sempre più piccoli delle femmine. 

La specie passa buona parte della sua vita presso la super- 
ficie del terreno, nel quale spesso sverna e resta più di un 
anno allo stato latente, quando per una causa qualunque si 
dissecca, e rivive non appena il mezzo umido lo permette. Al- 
lora si fa strada lentamente nel terreno e si porta alla base 
delle piante, le punge con lo stilo e poco per volta arrivata nel 
parenchima midollare vi resta a dimora. Quivi pungendo e 
succhiando, il tessuto spesso si ipertrofìzza, marcisce e muore. 



— 94 — 

Intanto i giovani della specie si fanno adulti, si accoppiano, 
e le femmine fecondate, risalendo lo stelo vanno quasi tutte 
a deporre le uova nella parte periferica dell' apice di quello, 
dei picciuoli e della nervatura mediana delle foglie, dalle quali 
e con esse gli embrioni passano nel terreno, e danno i nuovi 
giovani vermi che, presto o tardi, vanno a molestare gli altri 
vegetali coltivati. 





JTig. 8. — Maschio della T. devastato? con uovo molto ingrandito nel mezzo. — Fig. 9, 
estremità anteriore e posteriore della femmina e 1' embrione del nematode an- 
cora nell' uovo (da E.. B.). 

Le piante preferite del nematode sono quelle indicate; ma 
ve ne sono ancora altre, come il Polygonum fagopyrum ed il 
P. convolvulus, il Dipsacus fullonum ed il D. silvestris, V Antho- 
xanthum odoratimi, VHolcus lanatus e la Poa annua, la Plan- 
tago lanceolata, la Myosotis strida, il Sonchus oleraceus, la 
Oentaurea jacea, il Geranium molle, il Ranunculus acris, la 
Capsella bursa pastoris, la Spergula arvensis, etc, sulle quali 
la specie ripara e dalle quali, in dati momenti, passa e si dif- 
fonde sulle piante coltivate. 



— 95 — 

Di queste intanto, 1' orzo, la segala e 1' avena, invasi dal 
verme ingialliscono sollecitamente, hanno lo stelo corto, tume- 
fatto o necrosato, le foglie attorcigliate con i margini ondu- 
lati (fig. 10), e tutta la pianta, stenta ed attrappita, poco per 
volta, spesso, deperisce e muore. 





Fig. 10. — Spiga e foglia di graminacea colpita dalla T. devastator (da E. B.). 

La Canapa, alla quale furono volte le interessanti osserva- 
zioni del Prof. Aducco e dell'assistente C. Neppi, della Cattedra 
ambulante di Ferrara, sotto gli attacchi del nematode ingrossa 
sensibilmente, la parte degli steli infetta s'incappuccia, ed il 
fenomeno si conosce ora nella pratica col nome d' incappuccia- 
mento della canapa. 

Al pari delle graminacee e della canapa, queste anguillule 
alterano le altre piante indicate, fra le quali le cipolle e le 
affini ingrossano sensibilmente nelle squame (fig. 11), e quasi 
sempre vanno a male. 

Quanto alle cause che ne favoriscono la diffusione, l'ab- 
bandono delle parti delle piante infette sul terreno, il succe- 
dersi delle piante preferite dal verme, i lavori poco profondi, 
le ripetute piogge primaverili- estive, e la continuata fre- 
schezza del terreno, sono certo fra esse. Il caldo eccessivo in 
certi momenti, potrebbe riuscire nocivo all'anguillula, ed il 
momento critico potrebbe essere quello nel quale gli embrioni 



— 96 — 

lasciano le piante per interrarsi, e vengono fuori quelli per 
attaccare le piante ; ma non bisogna dimenticare che 1' ab- 
bassamento della temperatura di notte e la caduta della ru- 
giada bastano da soli a liberarne molti, mentre non vi è caldo 
che esista il quale possa danneggiarli nel corpo delle piante 



n 



13 




12 




ÌM 



Fig. 11, 12, 13. — Piantina di cipolla, sezione trasversa di squame, e foglia di Irida- 
cea attaccate dal nematode (da E. B.). 

viventi e nei terreni ricoperti di vegetazione. Tutto al più, la 
diminuzione dell' umidità del terreno si ripercuote sulla consi- 
stenza e la compattezza dei tessuti, i quali quando non sono 
teneri ed acquosi, rallentano lo sviluppo del verme e permet- 
tono alle piante la ripresa, con la quale talvolta si salvano, 
e ciò tanto più facilmente, quanto migliori sono le condi- 
zioni generali di vita nelle quali le piante si trovano. Da 
ciò discende naturale il suggerimento delle concimazioni pri- 
maverili per attenuare, per quanto è possibile, il male che ne 
viene alle piante e al coltivatore. Aiutano anche le lavorazioni 
superficiali; ma né queste, ne le concimazioni tolgono di mezzo 
il verme, il quale, se non è direttamente molestato, continua a 



— 97 — 

restare nelle piante e passa nel terreno a minacciare la nuova 
coltivazione. D'altra parte, poi, siccome questi sono dei mezzi 
che valgono molto poco quando la infezione è grave, neces- 
sità vuole che si ricorra all'uso di quelli che meglio riescono ad 
attraversare, fino a rendere impossibile l'esistenza del verme 
nei coltivati. 

Il mezzo più facile è la raccolta e la distruzione delle piante 
infette, fatta quando in esse è radunata la maggior parte delle 
anguillule. La distruzione delle piante estirpate si fa in una 
fossa, stratificandovi successivamente le erbe e l'ossido di calce 
per bagnare poi con acqua, come si è detto per 1' anguillula 
del grano. Chi comprende che le piante infette sono quasi 
sempre nel numero delle perdute, non può mostrarsi riottoso 
a questa pratica, gli effetti benefici della quale si ripercuotono 
sulla coltivazione presente e su quelle avvenire. 

Dove questo diradamento artificiale difensivo non fosse più 
possibile per la quantità delle piante attaccate, sarà utile se- 
guire gli insegnamenti dati per la difesa del grano, distrug- 
gendo tutto accuratamente, ed occupare il terreno con una col- 
tura estiva. 

La distruzione parziale o totale delle piante negli appez- 
zamenti infetti, fatta a dovere, non lascia preoccupazioni per le 
coltivazioni successive; diversamente bisogna scegliere e colti- 
vare le piante risparmiate dal nematode. Fra queste il gran- 
turco è una delle preferibili. Il grano sembra che altrove sia 
meno rispettato, essendovi chi osserva che non è risparmiato 
dal verme; ma da noi come ben dicono l'Aducco ed il Neppi, 
esso è sempre preferibile all' Orzo, alla Segala ed all'Avena, 
che sono più largamente colpiti dalla infezione. Assicura il 
fatto che nel Ferrarese, e nelle altre parti d'Italia dove pure 
si lamentano i danni sulla Canapa, nessuno ha dato ancora 
notizia della infezione nei seminati di grano. 

Per i nematodi del genere Heterodera, il Kuhn ed altri con- 
sigliano l'uso delle piante-esca, le piante cioè più frequentate 
dal nematode, e per conseguenza quelle stesse, fra le altre, che 



— 98 — 

devono essere difese: sicché se lo stesso sistema si dovesse 
applicare contro le TylencJius, per difendere l'Orzo, questo si 
dovrebbe seminare due volte, la prima per attrarre sulle pic- 
cole piante i nematodi e distruggerle, e la seconda per averne 
il prodotto. Ma a mio modo di vedere il primo espediente in- 
dicato mi sembra più facile e meno dispendioso. 

Riescono utili anche i lavori profondi indicati contro la 
specie precedente; ma non ritengo egualmente economici gli 
insetticidi, ai quali bisogna ricorrere soltanto nei casi più 
gravi e quando si è vista la inanità degli altri procedimenti 
indicati. Allora più che le acque ammoniacali del gas e le so- 
luzioni dei solfo carbonati calcici e potassici, alla dose del 15 
al 20°/ o nell'acqua, il solfuro di carbonio puro è meglio indi- 
cabile ed indicato. Il trattamento al solfuro potrà anche sortire 
della efficacia voluta qualora s'incendi l'insetticida subito dopo 
la iniezione nel terreno ; ma in un modo o nell'altro la quan- 
tità che ne occorre è di 300 a 350 cm. e. di liquido per me- 
tro quadro di terreno. 

Completano la difesa la vigilanza continua e l'espresso di- 
vieto del passaggio degli uomini e degli animali dai luoghi 
infetti a quelli immuni, e la proibizione dell'uso dei concimi 
pagliosi e dei residui delle piante infette, come concimi, nelle 
località colpite dalle infezioni verminose ed in quelle limitrofe. 

Nel caso speciale delle patate e delle cipolle, poi, la più ele- 
mentare prudenza vuole che si raccolgano accuratamente le 
piante deperite, per distruggervi i nematodi, mentre per una 
indolenza mai abbastanza rimproverata, l'agricoltore porta al 
magazzino i tuberi ed i bulbi sani, e lascia i guasti sul ter- 
reno, senza pensare che proviene da quelli la reinvasione nel 
nuovo anno. 

I trifogliai ed i prati di erba medica colpiti dal verme bi- 
sogna disfarli lavorandoli nei punti infetti, poi si riseminano, 
e le piante estirpate con le altre sane d'intorno si distrug- 
gono nel modo altrove indicato. 

Le cattive erbe infine vanno estirpate, e perseguitate per 



— 99 — 

tutto, sia per i materiali, che prendono dal terreno, a danno 
delle piante economiche, sia per le infezioni che di continuo 
ricettano e che da esse passano su queste. 

. Gerì. Heterodera Schmidt. 

In questo genere i maschi sono anguilluliformi, come nei 
Tylenchus, mentre che le femmine si ingrossano e prendono 
la forma ovale, col capo e la estremità posteriore quasi indi- 
stinti. La deposizione delle uova ha luogo in una capsula dalla 
quale i vermi escono mano a mano che nascono. 

Heterodera Schachtii Schmidt. 

(Anguillula delle Barbabietole, dei Cavoli, delle Rape e Aei Navoni). 

La coltivazione delle barbabietole da zucchero e da forag- 
gio non è ancora molto diffusa e per quanto si vada estendendo 
largamente anche da noi, ancora non ha sofferto danni a causa 
di questo nematode. 

La specie però è assai bene in vista per i suoi malefizì 
sulle piante, in Germania ed in Francia, dove fu scoperta suc- 
cessivamente nel 1859 e nel 1882, e sarà difficile che non si 
mostri da noi. 

In ogni modo le sue forme giovani (fìg. 15) ed i maschi, 
come si è detto parlando dei caratteri del genere, sono anguil- 
luliformi; le femmine mano a mano che crescono, invece di 
restare sottili, si ingrossano poco per volta e si riducono della 
forma di una vescicola biancastra, lunga mm. 0,8 a mm. 1,3 
(fìg. 16), spalmata di una sostanza gelatinosa, che trattiene 
facilmente la terra e ne forma un piccolissimo strato sul corpo 
dell'animale. 

Il rigonfiamento successivo del corpo del nematode è do- 
vuto alla quantità straordinaria delle uova; uova dalle quali 
escono i figli vivi, che cadono nel terreno e vi si nascondono 
per cercare le radici della pianta nutrice. Appena le pungono 



— 100 — 

e vi penetrano, restano sotto l'epidermide, dove si accoppiano 
o crescono. Ma, crescendo, l'epidermide compromessa si rompe 
e gli animali, incapaci allora di lasciare il loro posto, restano 
allo scoperto e si vedono, anche ad occhio nudo, come tanti 
granelli ovali sulle radici capillari infette della pianta (fig. 14). 

lo 



16 





Fig. 14. — Radice attaccata dall' H. Scachtii. — Fig. 15. Nematode giovane. — 
Fig. 16. Femmina adulta. 

Le radici delle piante attaccate da questa Heterodera non 
si. ipertroflano, ma di luglio e di agosto mostrano i punti in- 
fetti tumefatti e poi necrosati; le foglie perdono poco per volta 
il colore naturale, ingialliscono, coprendosi di macchie prima 
rossastre poi brune, ed intristiscono; e quando la infezione è 
molto grave, quelle più esterne muoiono, il colletto marcisce 
e muoiono anche le piccole foglie centrali, che di norma per- 
sistono. La morte del fogliame adulto, nell' estate, intanto, 
provoca la emissione di altre lamine foliari, la pianta finisce 
di impoverirsi ed il corpo della radice, rammollito, annerisce 
e muore; e quando resta, Girard ha visto che perde da un 
terzo ai tre quarti dello zucchero che contiene. 



— 101 — 

Dalle osservazioni di Kiihn intanto si rileva che se la 
pianta nutrice muore quando il verme è già fissato e non 
può più emigrare, la perdita del nematode è inevitabile ; ciò 
che naturalmente porta alla possibilità di eliminare l'anguil- 
lula col mezzo delle piante-esca o piante di agguato, facendole 
morire una ventina di giorni prima di raccoglierle, per distrug- 
gerle insieme alla infezione che contengono. Ma anche senza 
di questo, Kiihn stesso ha dimostrato che coltivando cavoli e 
navoni dall' aprile all' agosto, e raccogliendo in tre volte di 
seguito le piante infette, sradicandole senza scuoterle e senza 
lasciar radici nel terreno, si ottengono resultati molto soddisfa- 
centi contro il nematode. Nei campi sperimentali dell'Istituto 
agronomico dell'Università di Halle, infatti, dove nel 1879 si 
raccolsero 13,700 Kg. per ettaro di radici, nel 1881, dopo la 
coltivazione delle piante di agguato, la produzione fu di 
37,000 Kg. per ettaro, con una differenza in più di 23,000 Kg. 
Una particella contigua di terreno immune dal nematode dava 
38,000 Kg. di radici per ettaro, e per ciò 1000 Kg. appena 
più di quello ricordato per il campicello infetto, difeso con le 
piante di agguato. 

Girard, però, più che a questo metodo, consiglia di ricor- 
rere all'uso del solfuro di carbonio, che limiterei agli appez- 
zamenti infetti, incendiandolo nel terreno, come ho detto per 
la T. devastatore per compromettere verme e piante, e disin- 
fettare il terreno dagli altri che vi potrebbero essere caduti. 
L'operazione andrebbe fatta quando i vermi già fìssati spor- 
gono dalla superficie delle radici, iniettando il solfuro alla 
base di quelle, per essere più certi degli effetti desiderati. 



Heterodera radicicola Greeff. 

[Anguillula delle radici del Nocciuolo, della Vite, della Medica, della Lupinella, 
del Trifoglio, della Lattuga, del Radicchio e della Carota). 

La femmina di questo nematode, allo stato adulto, ha la 
forma di una vera bottiglia del diametro di mm. 0,5 a 0,75, 



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di color bruno o bruno rossastro e col corpo ripieno di un 
numero considerevole di uova allungate, simmetriche o leg- 
giermente incurvate, ottuse alle estremità. In queste uova, 
lunghe un decimo e larghe un ventesimo di millimetro circa, 
si vedono distintamente, per trasparenza, gli embrioni ripie- 
gati su se stessi. 

Le viti americane attaccate dalle forme di questo nematode 
presentano sulle radici rigonfiamenti diversi, secondo che si 
trovano sui rami in formazione o su quelli di un anno. Sui 
rami di un anno i tubercoli sono più rari, comprendono al 
solito tutta la sezione del ramo e sono pisiformi od ovali. 
Sulle viti europee non ho avuto occasione di simili rilievi, 
avendo trovato l'anguillula nelle formazioni tenere soltanto e 
quasi sempre trasformate da quella in tanti cecidi oblunghi 
e fusiformi. Tagliando questi rigonfiamenti si vedono diverse 
lacune scavate nel parenchima corticale, circondate di elementi 
giallo-brunastri, nelle quali si trovano spesso degli embrioni 
già formati e non ancora usciti dall'uovo. 

Nelle leguminose i rigonfiamenti sono talvolta più grossi, 
che nella vite nostrale, e spesso della grandezza di un grosso 
pisello. Nella Barbabietola uguagliano fino a superare quelli 
delle viti americane; nel Tabacco sono relativamente più pic- 
coli; nella Petonciana, nel Pomodoro e nelle Zucche si agglo- 
merano così da nascondere completamente gli assi trasformati 
delle radici, come si può vedere dalle fìg. 17, 18 e 19. Nel 
Nocciuolo quelli da me osservati sono più piccoli degli altri 
ricordati per le piante precedenti. 

Quanto al danno che questo verme fa alle piante, esso 
varia con la intensità degli attacchi e la natura delle coltiva- 
zioni, fra le quali quelle arbusti ve resistono meglio di quelle 
erbacee; ma le une e le altre infine possono soccombere sotto 
l'azione del nematode. 

I nocciuoleti dell'Avellinese attaccati dall'Heterodera sono 
da più anni improduttivi. 

Per la vite, le infezioni di Alano, illustrate dal Saccardo e 



- 103 — 

dal Bellati riuscirono letali alle piante, che deperirono fino 
a morire, e le nuove piantate furono distrutte al pari delle 
precedenti. Distrutta la prima vigna, il verme passò con gli 
stessi effetti sopra un'altra e parve che gli bastassero da tre 
a quattro anni per produrvi il deperimento e la morte soprain- 
dicati. 

Danni simili, ma molto più diffusi si ebbero una quindi- 
cina di anni or sono nel Portogallo, d'onde il Sig. Moraes 
riferiva ai professori sopra lodati che le viti attaccate dal- 
l'anguillula hanno le foglie gialle, i rami stenti, le radici 
marcite o putrefatte, e formano nell' insieme quella macchia 
che i tecnici indicano col nome di focolare d'infezione. 

In America, quattro a cinque anni or sono, si lamentavano 
deperimenti notevoli nei vigneti di S. Juan, attribuiti sul posto 
alla Fillossera; ma nel fatto gli studi praticati da noi misero 
in vista che erano prodotti dal nematode sopraindicato. 

Non si sa che in Italia si siano presi provvedimenti contro 
la diffusione dell'anguillula, che non è stata combattuta nel 
Portogallo, e nemmeno nell'America; non dico sulle piante le- 
guminose, e sulle altre coltivazioni erbacee, dalle quali l'agri- 
coltore ha sempre tempo di ricavare l'utile desiderato; ma 
sul Nocciuolo e sulla vite, per la difesa dei quali l'uso delle 
piante di agguato può riuscire di vantaggio incontestabile, col- 
tivandole fra gli interfilari, o intorno al piede delle piante 
infette, secondo che queste sono prossime, o discoste fra loro. 
In un caso e nell'altro, la lattuga, il trifoglio, il sanorieno e 
le altre piante nutrici possono essere egualmente buone, ma 
meglio dovrebbero riuscire quelle che con le radici, approfon- 
dandosi maggiormente, possono adescare e trattenere tanto i 
vermi che sono verso la superficie, quanto gli altri che si tro- 
vano più profondi nel terreno. 

Il momento migliore per distruggere le piante-esca ed i 
vermi che contengono è quello nel quale questi vi si trovano 
raccolti in buon numero: ciò che si vede esaminando attenta- 
mente le radici diverse volte di seguito, ed assicurandosi che 



— 104 — 

non siano state abbandonate. Avendo ciò bene accertato si 
procede alla falciatura della parte delle piante fuori terra, per 
fienificarla o darla fresca al bestiame, e poi si lavora il ter- 
reno per estrarne le radici infette e distruggerle con la calce. 

Per purgare più che è possibile il terreno dalle anguillule 
e sottrarre dall' azione nociva di esse le radici del Nocciuolo 
e della vite, bisogna ripetere la coltivazione intercalare delle 
piante-esca, traendo partito dalle pioggie oppurtune di estate e 
di autunno, le quali risvegliano l'attività del nematode, ove 
si fosse assopito, e permettono il germogliamento dei semi e 
lo sviluppo necessario delle piante sulle quali si cerca di at- 
tirarlo. 

Anche se una parte considerevole delle radici infette re- 
stasse ogni volta nel terreno, molti dei vermi che contengono 
andrebbero a male ugualmente in queste operazioni, perchè 
una volta cominciato l'incistamento non possono più muoversi 
per passare sulle piante vive, e non potendo d'altra parte tro- 
vare il nutrimento necessario nei pezzi delle radici morte, sono 
necessariamente costretti a perire. Altra causa di distruzione 
allora può essere il calore, il quale, come Kuhn ha visto per 
V Heterodera Schachtii, impedisce lo sviluppo del verme quando 
supera i 25° C, ed a 35° lo uccide anche se quello trovasi 
allo stato giovane. E questa deve essere la ragione per la 
quale nei terreni poco umidi ed asciutti le viti e le altre 
piante sono meno molestate delle altre coltivate in terreno 
profondo e fresco. 

In qualunque modo, mentre si pratica l'uso delle piante-esca, 
per rafforzare ed impedire il deperimento e la mancanza del 
prodotto dei nocciuoli e delle viti infette bisogna concimare 
il terreno con stallatico unito ad una certa quantità di ce- 
nere e di calce incatramata, per attivare l'assorbimento delle 
radici ed ostacolare indirettamente la vita dei nematodi. 

Tutto questo bene applicato dovrebbe senz'altro bastare per 
liberare il nocciuoleto ed il vigneto dalla infezione verminosa. 
Ma se per incuria o per altro le piante mostrassero di deperire 



• 



N. Rei, R. St. entom. Firenze 



Tav. V 








\'J^ J ^ '* 




— 105 — 

e non vi fosse da tardare più oltre per la salute dei vegetali, 
bisogna somministrare solfuro di carbonio puro od emulsio- 
nato, o soluzioni di solfocarbonati col 15 al 20 °/ di materia 
attiva nel terreno occupato dalle radici, ed il concime neces- 
sario, più tardi perchè le piante possano rifornirsi di capillizio 
radicale più abbondante, per resistere alla infezione. L' appli- 
cazione del solfuro o dei solfocarbonati si farà quando le an- 
guillule hanno lasciato le radici per ricoverarsi nel terreno. 

Quanto ora alle piante narcotiche, a quelle ortensi, e agli 
ortaggi di grande coltura, questi, per quanto inavvertiti e 
trascurati, soffrono danni non meno considerevoli di quelli in- 
dicati per la vite. Le deformazioni e le neoformazioni patolo- 
giche addensatesi sulle radici delle petonciane, dei pomidori, 
delle zucche, indicate nelle figure 17, 18 e 19, a chi comprende 
dicono assai chiaro della somma straordinaria di materiali 
plastici perduti per la fruttificazione e per la produzione fo- 
liacea. Per quelli della pratica, che ad un tale danno non cre- 
dono, se non vedono morire la pianta, dirò che il reddito 
delle coltivazioni così infette è di uno a cinque decimi del 
normale, e che nella peggiore ipotesi, quando l'annata ed 
altre circostanze riescono favorevoli alla infezione, la perdita 
può essere anche maggiore. 

Fortunatamente, come ho detto, queste piante sono più fa- 
cili a difendersi, o quanto meno, aiutandole mentre vegetano 
con lavori ripetuti e appropriate concimazioni si può risen- 
tire meno grave il danno sul raccolto pendente, e distruggendo 
le piante prima che da esse ne siano uscite le anguillule, al 
momento del raccolto o poco dopo di quello, si può salvaguar- 
dare quasi per intero il prodotto del nuovo anno. Quando 
sono state raccolte le foglie del tabacco, i frutti del pomidoro 
e della melanzana, per esempio, perchè si devono lasciare mo- 
rire sul posto le piante infette e dare ai vermi il tempo di 
cadere nel terreno e nuocere alle coltivazioni successive? 



— 106 



ANELLIDI. 

Alla classe degli Anellidi appartengono i tre gruppi dei' 
Chetopodi, dei Grefirei, che sono privi di segmentazione esterna, 
e degli Uredinei, ai quali appartengono le sanguisughe. A noi 
interessa il gruppo dei Chetopodi e di questi F ordine degli 
Oligocheti, sprovvisti di armatura faringea, di falsi piedi rudi- 
mentali o parapodi, di tentacoli, di cirri e di branchie. Agli 
Oligocheti appartengono i Terricoli con la famiglia dei Lom 
bricidi. 

Fam. Lonibricidae. 

I Lombricidi sono grossi vermi cilindrici, formati di molti 
anelli, ed assottigliati alle estremità. Di questa famiglia fanno 
parte vari generi dei quali uno è interessante per noi ed è 
il genere Lumbricus. 

G-en. Lumbricus Linné. 

Le specie di questo genere hanno il prostomio che divide 
completamente l'anello boccale dal lobo cefalico, lo sbocco dei 
vasi deferenti nel quindicesimo anello, e le setole appaiate in 
numero di quattro per anello. 



Lumbricus terrestris L. 

(Verme dei campi e dei prati). 

Questo verme di terra (fig. 20) è di color bigio-carnicino 
più o meno intenso, allungato, assottigliato in avanti con la 
bocca alla estremità di una proboscide; una specie di cintura 
formata di più anelli quasi nel mezzo del corpo, dietro gli 



— 107 — 

orifizi genitali, e quattro serie di corte setole appaiate, una 
per parte sui lati, e due nella faccia ventrale degli anelli. 




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Fig. 20. — Lumbricus terrestris L. 



La specie, come le congeneri, è a respirazione cutanea, er- 
mafrodita, e l'accoppiamento reciproco, che ha luogo la notte, 
di aprile, alla superfìcie del suolo, è seguito dalla deposizione 
di piccole uova, molte delle quali non fecondate, entro pic- 
cole capsule coriacee. Da queste capsule però non escono che 
uno o pochi embrioni con grande bocca ciliata, i quali oltre 
alla massa di albumina comune, utilizzano prima il vitello 
delle uova non fecondate, e poi si mettono in cerca del nu- 
trimento necessario per vivere. A questo scopo, di giorno 
scavano lunghi e tortuosi cunicoli, ingoiano volta a volta una 
quantità considerevole di terra con detriti vegetali, radicelle, 
foglie secche o semi disseccati; utilizzano allo stesso modo il 
cadavere dei loro simili e degli altri animali che trovano, e 
la notte si portano alla superfìcie del suolo, espellono dal 
corpo le sostanze terrose umificate, sotto forma di cordoni va- 
ricosi, brunastri, e ridiscendono nei cunicoli che essi chiudono 
volta a volta per impedire che altri vi entri. Mentre conti- 
nuano a percorrere in tutti i versi il terreno arabile, alla pri- 
mavera succede l'estate che con la siccità e l'eccessivo calore 
li allontana dalla superfìcie del terreno, alla quale compari- 
scono con le prime piogge autunnali, riparando sotto le fo- 
glie. Quivi hanno luogo gli accoppiamenti e la deposizione 
delle uova da cui derivano nuovi embrioni, che si comportano 



— 108 — 

come gli adulti, ed insieme a questi verso la fine dell'autunno, 
si approfondano nel terreno e vi restano fino all'approssimarsi 
della primavera seguente. 

Dopo le geniali ed interessanti osservazioni del Darwin si 
questi animali, nessuno può revocare in dubbio la utilità 
loro nella formazione del terreno agrario; ma è vero pure 
che quando si sono molto diffusi riescono nocivi alle coltiva- 
zioni fra le quali si trovano. 

I lombrichi prosperano specialmente nelle terre umide dei 
piani ed in quelle grasse o leggiere dei pratij dei giardini e 
degli orti, dove trovano più da mangiare, e si rendono nocivi, 
più che per le radicelle, che, in mancanza d'altro, guastano, 
incontrandole, per il fatto che, la terra con la quale vengono a 
contatto e digeriscono non aderisce più convenientemente alle 
radici, le quali restano come isolate, e le piante talvolta in- 
tristiscono e muoiono. 

La faina, il riccio, il corvo, la gallina, il tordo, lo storno, 
la talpa, la lucertola, e la grillotalpa perseguitano a morte il 
lombrico, del quale gli animali ultimi ricordati mangiano per 
fino le uova. 

Le ordinarie lavorazioni del terreno poi ne distruggono pa- 
recchi. L'umidità e l'acqua eccessiva li scacciano, come l'ecces- 
sivo calore li costringe ad internarsi profondamente nel terreno. 
Ma quando riescono nocivi, per averne pronta ragione bisogna 
ricorrere all'uso dell'acqua di calce, a contatto della quale, 
per la sua causticità naturale, si contraggono, vengono fuori 
terra, se possono, e muoiono. L'operazione, occorrendo, va 
fatta verso i primi di aprile o nel settembre, prima della de- 
posizione delle uova, o dopo la nascita dei nuovi vermi. In 
un momento o nell'altro però, dove i terreni sono irrigui si 
mette la calce in una fossa e si fa passare lentamente su di 
essa 1' acqua, che deve servire ad avvelenarli. Nei terreni 
asciutti l'operazione si fa quando piove, mettendo la calce nei 
solchi, e l'acqua di calce che si forma non mancherà di pro- 
durre gli effetti desiderati. 



109 — 



Lumbricus rubellus Hoffm. 

(Verme rosso dei prati). 

Questa specie (fìg. 21) si compone di forme di 95 a 150 
anelli, più corte, con ditello sui 26, 27 — 31, 32° anelli, la cin- 
tura meno distinta e anche per il colore assai diversa dalla 
precedente, al pari della quale d'altronde si comporta e si 
combatte. 




Fig. 21. — Lumbricus rubellus: a, parte anteriore del corpo; b, ditello. 

Ha richiamato l'attenzione contro di essa da noi, nel 1886, 
il Comizio agrario di Pinerolo, il quale, visto che ostacolava 
gravemente la coltivazione delle piante foraggere nei prati, 
mise al prezzo di L. 500 la scoperta del mezzo migliore per 
distruggerla. Il premio fu vinto dal Sig. Don Giuseppe Lasa- 
gno, il quale, mescolando sei quintali di calce viva con 26 Kg. 
di panello di Ricino e 13 Kg. di panello di Noce, mostrò che 
con tale miscuglio per ogni ettaro, ciascuno poteva ottenere 
l'effetto desiderato. 

L'aggiunta dei panelli sopraindicati alla calce non è inu- 
tile, puichè quelli servono come fertilizzanti; ma come vermicidi 
se ne può fare a meno, e anche come fertilizzanti possono 
essere sostituiti con orine e bottino fresco e secco, che sono 
più alla mano e meno dispendiosi. 



110 



SEZIONE II. 

Dei Molluschi in generale e più specialmente di quelli nocivi 
alle piante coltivate. 

I Calamari, le Seppie, le Ostriche, le Telline, le Lumache, 
le Chiocciole e gli affini, uniti insieme formano il tipo dei 
Molluschi ricco di oltre 50,000 specie viventi. 

I Molluschi hanno corpo molle, non articolato, a simmetria 
bilaterale, spalmato alla superficie d'un mucco più o meno 
viscoso. 

II corpo dei molluschi mostra il capo, il piede, una sacca 
viscerale con un mantello, sul dorso; uno spazio branchiale 
nel quale si aprono gli organi respiratori, branchie o polmoni 
sui lati, nei quali sboccano l'ano, i nefridi e gli organi sessuali; 
ed un apparato di protezione, che qualche volta manca, e che 
ricopre la faccia dorsale del sacco viscerale e del mantello. 

L'apparato di protezione è una lorica formata di otto pia- 
stre chitinose impregnate di calcare, come nei Chitonidi,- o una 
conchiglia vera, univalve o bivalve, formata essenzialmente di 
materia minerale, e come la lorica, d'altronde, originata dalle 
secrezioni di una ghiandola impari, dorsale, detta ghiandola 
della conchiglia. 

Il capo si continua senza divisione col corpo ed è fornito 
quasi sempre di tentacoli, dei quali, quando sono quattro, il 
paio inferiore, più corto, serve come organo di tatto, e quello 
superiore porta gli occhi alla estremità. La bocca è compresa 
in una massa muscolare presso i tentacoli inferiori, detti per 
questo anche tentacoli labiali, ed è armata nella sua superficie 
interna, di molte serie di piccoli denti, radula, portate da una 
sporgenza detta lingua. 

Il piede del corpo è una suola variamente evoluta, e più 
o meno contrattile, che serve ai movimenti di reptazione. 
Nel piede di alcuni molluschi (Gasteropodi) vi è chi distingue 



— Ili — 

tre regioni, una anteriore, propodium, una mediana, mesopo- 
dium, ed una posteriore, metapodium. In ogni modo esso è for- 
nito di un gran numero di cellule ghiandolari che insieme 
formano le ghiandole antero-pedali, laterali, sopra-pedali, etc. 

Il mantello è rappresentato dall'ispessimento scutiforme 
della pelle che è sul piede, e che, con l'ingrandimento della 
piegatura marginale cutanea, arriva talvolta fino ad avvolgere 
l'intero animale. 

I molluschi si dividono in cinque classi distinte, ma di esse 
una soltanto ha interesse per noi ed è quella dei Gasteropodi, 
per le forme di essa, che danneggiano le piante agrarie. 

I gasteropodi fitofagi capaci di portar danni nei coltivati 
appartengono a due famiglie dell'ordine dei pulmonati geoflli: 
i Limacidi e gli Elicidi. 

Fam. Lioiacidae. 

I limacidi hanno la mandibola liscia, la radula a denti 
di tipo quadrato ed i campi laterali di essa con denti molto 
allungati. 

I generi da considerare nella famiglia sono i seguenti. 

Gen. A.griolimax Mordi. 

Le specie del genere presentano il dente centrale della ra- 
dula con tre ed i denti dei campi mediani con due aculei; 
il mantello con strie circolari concentriche, posteriormente 
arrotondato od appena subangolato; e la estremità posteriore 
della suola per breve tratto carenata. 

Agriolimax agrestis L. 

{Lumaca volgare dei campi). 

Questa specie ha corpo allungato, rugoso, con rughe arro- 
tondate; mantello piuttosto grande, posteriormente arrotondato, 



— 112 — 

con strie concentriche; apertura polmonare arrotondata, chiara, 
nella metà posteriore del mantello; collo solcato per lungo nei 
lati ; tentacoli oouliferi allungati, quasi cilindrici col globo 
oculare piccolo; estremità posteriore del corpo ristretta ed ap- 
pena o distintamente carenata. Il colore varia molto: può es- 
sere pallido, grigio, grigio-rossastro, uniforme, o fortemente 
macchiato di nero, con una linea più scura sull'apertura pol- 
monare, il capo ed il collo brano-rossastri o nerastri, e la suola 
costantemente pallida, grigio -diafana nel mezzo. Lunghezza 
3-10 cm. per una larghezza di 5 a 10 mill. circa. 





Fig. 22. — Agriolimax agrestis L. a corpo disteso ed a sviluppo completo. 

Le uova (fig. 23) sono globulari e bianche, di diametro 
variabile fra i mm. 1,75 ai mm. 2,25 e più, secondo che pro- 
vengono da madri cresciute negli orti e nei campi irrigui, e 
nei prati o nei campi asciutti. 

23 




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Fig. 23. — Uova di Limax agrestis, di grandezza diversa. 
Fig. 24. — Giovani molluschi appena usciti dalle uova. 

I giovani appena nati sono di color bruniccio con riflesso 
color cioccolato. 

La nascita di questi molluschi da noi ha luogo ai primi di 
aprile; crescono di maggio e di giugno, e dal mese di luglio in 
poi operano la deposizione delle uova, che si trovano a piccoli 



— 113 — 

mucchi nel terreno. Se le condizioni del terreno e del clima 
però non sono favorevoli, delle lumache mentre alcune depon- 
gono le uova, le altre si approfondano nel terreno ed aspettano 
le prime pioggie autunnali per nutrirsi bene e provvedere me- 
glio alla conservazione della specie. 

Di primavera, di estate e di autunno, le lumache lasciano 
i loro nascondigli e si recano sulle piante quando gli operai 
verso sera si ritirano dal lavoro, per nascondersi di nuovo 
quando quelli la mattina seguente riprendono le loro occu- 
pazioni. 

L'uscita dal terreno però non è contemporanea, ma si può 
contare che la massima parte dei molluschi si trovi sulle 
piante ed in giro dopo due o tre ore, la sera, dal momento 
indicato. 

Le erbe più tenere e succolenti sono il pasto preferito di 
questi animali, i quali restano assai volentieri su di esse quando 
la coltivazione è più fitta e li nasconde maggiormente. 

La quantità di uova che questi molluschi depongono nel 
terreno varia notevolmente da luogo a luogo, da una genera- 
zione all'altra, e da individuo ad individuo nella specie, con 
un minimo di un centinaio circa a più di 700; ciò che parla 
assai chiaro della loro straordinaria potenza prolifica e della 
facilità con la quale, da una stagione all'altra, si possono ren- 
dere molto nocivi nei coltivati. 

Le piante più colpite dalla specie, nei campi, sono quelle 
di grano, segale, fave, piselli, fagiuoli, trifoglio, medica, ta- 
bacco, barbabietole, cavoli, ed altre piante ortensi ed ortaggi 
eli grande coltura, con un danno che varia da pianta a pianta, 
e da una specie di coltivazione all'altra, ma che nei semenzai 
riesce assai più gravoso che negli impianti definitivi. 

E singolare il modo di procedere di questi molluschi nei 
seminati a grano, nel qual caso gli animali aspettano che i 
semi abbiano assorbito l'acqua necessaria per germinare e poi 
ne fanno una ricerca spietata, li intaccano da un lato e li 
vuotano quasi completamente. Spesso il momento della semina 



— 114 — 

e della germinazione del grano e la nascita delle lumache coin- 
cidono, ed allora ho visto che queste si nascondono e restano 
perfino nel guscio del seme vuotato. Le piantine appena nate 
vengono rose al piede; le altre sono spogliate dalla base al- 
l'apice del parenchima delle foglie, e quando non arrivano a sal- 
varsi da quest'opera di distruzione lenta e continua, muoiono. 
I seminati restano per tal modo quasi sempre diradati (dirada- 
mento dei seminati), quando non si trovano totalmente distrutti 
e si devono ripetere più d'una volta le semine. 

I luoghi umidi e verdeggianti per prati ed altre coltiva- 
zioni, le invernate piuttosto calde, la primavera e l'autunno 
piovosi favoriscono la diffusione delle lumache, come il caldo 
eccessivo di estate, i forti freddi con vento nell'autunno e nel- 
l'inverno, e la scarsità delle pioggie e delle erbe abbondanti 
nella primavera e nell'autunno, ne ostacolano lo sviluppo e la 
diffusione. Alla limitazione delle lumache concorre anche 
l'azione di vari predatori, come la Talpa, la Grillotalpa, le larve 
e gli adulti di vari Carabidi, degli Stafìlinidi e della Lampyris 
noctiluca fra i Malacodermidi; ma quelle finiscono sempre per 
prevalere e riescono nuovamente dannose ai coltivati. 

Per combatterle ho visto che riesce efficacissima e quanto 
mai altro economica la calce in polvere (ossido di calcio) e 
l'idrossido di calciò, in polvere e allo stato di acqua di calce, 
alla dose del 2 °/ (1). 

La calce migliore è quella bianca. Quella grigia è molto 
meno efficace. 

Servono, ma in quantità molto più considerevole, il gesso 
in polvere ed il carbonato di calcio, che si trova nelle strade 
rotabili. 

La calce e le altre sostanze polverolente si adoprano con 
i solfora tori, e l'acqua di calce con le antiche pompe da Pe- 
ronospora, o con le pompe automatiche ad aria compressa a 
suo luogo figurate e descritte. 



(1) Vedasi G-. Del Guercio. Nuove reiasioni della Regia Stazione di Entomologia 
agraria di Firenze, n. % pag. 251. 



— 115 — 

I momenti migliori della difesa coincidono con quelli 
della nascita delle lumache, nella primavera e nell' autunno, 
operando la sera, quando esse sono uscite dal terreno e 
dagli altri ripari. Quest' avvertenza è di importanza pecu- 
liare facendo uso dell' acqua di calce. Usando delle polveri, 
lo spargimento può essere fatto anche prima che i mollu- 
schi escano ; ma converrà di operare quando essi sono usciti 
per colpire quelli che si trovano fuori e gli altri che sono 
per uscire o usciranno più tardi. Nella primavera, quando 
il tempo è umido o piovoso si può operare efficacemente an- 
che la mattina presto, quando ho visto in gran numero le 
lumache sui fagiuoli. 

La spesa varia col tempo nel quale si opera, la natura, 
lo stato presente della coltivazione e la estensione presa dai 
molluschi; ma, per i materiali al meno, si può calcolare sul 
valore di 4 a 5 quintali di calce in polvere, o di una trentina 
di chili della stessa sostanza, per ettara, ad oprandola nel- 
l'acqua. 

Le operazioni vanno ripetute soltanto dove se ne vede il 
bisogno. 

Gen. Limax. 

II dente centrale della radula ha un solo aculeo, gli acu- 
lei sono aguzzi, il centro delle strie del mantello è quasi sul 
mezzo (non vicinissimo all'apertura respiratoria, come nelle 
Agriolimax) e le strie stesse, a differenza del genere prece- 
dente, tagliano simmetricamente il contorno posteriore del 
mantello ai due lati della punta. 

Liinax maximus L. 

(Lumacone cinereo dei campi e degli orti). 

Il corpo della specie è di color cenerino o giallo pallido, col 
mantello posteriormente curviforme, maculato di nero ed il 
resto del dorso zonato o punteggiato dello stesso colore. 



— 116 — 

G-li adulti sono lunghi da 12 a 18 cent., quando sono distesi, 
e larghi da cent. 1 *], a 2. Le forme giovani sono sbiancate, 
e le uova grosse sferoidali sono riunite in catena per le estre- 
mità polari, o ammucchiate, col diametro maggiore di 0.05 a 
0.07 cm., e cm. 0.04 a 0.05 nel diametro minore. 




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Fig. 25. — Limax maximus L. o Lumacone dei campi. 

La specie si conosce anche con i nomi di Limax cellarius, 
cinereus, etc, e spesso si trova diffusa quanto e più del- 
V Agriolimax agrestis, con la quale le sue forme giovani la 
pratica agraria confonde. 

Le differenze biologiche sono poco rilevanti dal punto di 
vista della pratica ed i mezzi di difesa sono quelli stessi in- 
dicati per V Agriolimax sopradescritta, senza dire che per l'una 
e per l'altra d'altronde vi è la raccolta diretta degli animali, 
che talvolta potrebbe convenire se non più, almeno quanto 
gli altri mezzi di difesa a suo luogo ricordati. 

Tralascio di ricordare l'uso delle tavole unte di sugna, 
delle scorze di melloni o di zucca, e degli altri espedienti del 
genere, i quali malgrado gli strombazzamenti di certi giornali 
di orticoltura, sono fatti a posta per far perdere il tempo e 
le piante che si vogliono difendere. 

Fam. Arionidae. 

I rappresentanti di questa famiglia sqno intermediari fra 
i Limacidi surriferiti e gli Elicidi seguenti. Hanno il corpo 



— 117 — 

simile a quello delle lumache, ma se ne distinguono per la 
mandibula a coste perpendicolari, non liscia, e per i campi 
laterali della radula a denti non molto allungati, come negli 
Elicidi, senz' avere, come questi, la chiocciola per rinchiu- 
dervisi. 

Gen. A.rion Fér. 

Le specie del genere hanno l'apertura polmonare anteriore 
e al disopra dell'apertura genitale, ed un poro muccoso alla 
estremità posteriore del corpo. 

Arioii hortensis Férussac. 

(Arionids dei giardini). 

È una specie ad individui lunghi quattro centimetri circa, 
e di color grigio cenere o flavescente, col dorso ed il mantello 
finamente granulosi, infoscati, ed i fianchi zonati di nerastro. 
I tentacoli sono nerastri, ed il margine della suola fosco-lineato. 




Fig. 26. — Arion hortensis. 

Quest' arionide non ha la importanza delle lumache prece- 
denti, ma si unisce ad esse ai danni delle piante, e al pari di 
quelle si comporta e si combatte. 

Fani. Helicidae R. 

Il corpo delle elici è limaciforme, coperto da una conchi- 
glia conica, a spira, nella quale l'animale si ritrae, e nella quale 
sta il sacco viscerale di quello, rilevato a spira sul dorso. Dei 
tentacoli i due oculari sono più lunghi, ed i due inferiori più 
corti. La radula è formata di serie trasversali, rettilinee, di 
denti, con i denti centrali e laterali della stessa grandezza. 



— 118 



Gen. Helix L. 



La conchiglia è destrogira, solida, globulosa o conoidea, a 
spira breve (specie indigene), e tanto grande, quanto basta 
per contenere l'animale. 






Helix pomatia Linné. 

(Chiocciolone degli orti e dei camjii, Martinaccio, Vignarola, o Martinaccio di montagna). 

Come dalla figura 28, la conchiglia della specie è ordinaria- 
mente solida e bruna, con 4 a 5 giri destrorsi, con l'apertura | 
dell'ultimo giro ampia, più spesso semilunare; il margine del- 
l'apertura (peristoma) ingrossato, e l'epifragma calcareo. 




Fig. 27. — Helix pomatia L. 




Fig. 28. Conchiglia veduta in posizione diversa. 

L'animale è lungo fino ad 8 centimetri su 2 circa di lar- 
ghezza, con rilievi giallognoli separati da linee scure, e gra- 
nulatila grossolana dalla parte anteriore del corpo. 



— 119 — 

Negli animali appena nati il guscio è bianco-verdognolo 
e delicatissimo. 

Le uova sono globulari, bianche tendenti al verdognolo, con 
un diametro di 6 millimetri. 

La specie cambia molto nelle dimensioni, nella forma, nel 
colore e nella scultura secondo i luoghi nei quali si trova, e 
nella stessa località come nei boschi, nei campi, nelle vigne 
e nei giardini della parte superiore della penisola, più special- 
mente, ed in altre parti d'Italia. 

Anche il suo modo di vivere varia molto perchè di essa 
si trovano continuamente, nell'estate e nell'autunno in specie, 
uova nel terreno, individui appena nati sulle fragole, sui 
fagiuoli, sui cavoli, sulle fave, sul tabacco, ecc., e forme evolute 
che nella primavera specialmente, divorano, radici, rizomi, 
tuberi, bulbi, nel terreno; steli, foglie, fiori e frutti, quando ne 
trovano, fuori di quello. 

L'accoppiamento in questi animali è reciproco, perchè si 
fecondano a vicenda; scavano una buca nella terra fresca od 
umida e vi depongono le uova ammucchiate, in numero di 
un centinaio circa, dalle quali in una ventina di giorni ven- 
gono fuori i giovani molluschi, che svernano con le forme 
più evolute e le uova e compariscono assai più voraci sulle 
piante nel nuovo anno. 

Le uova sono deposte alla profondità di 4 a 5 centimetri, 
nel terreno; ma non è facile rinvenirle per distruggerle, per- 
chè il più delle volte gli accoppiamenti e le deposizioni hanno 
luogo lungo le siepi dei campi, lungo le strade, e nei cigli 
dei fossi. 

Meglio è prendere di mira i molluschi già nati, molestan- 
doli fino a distruggerli con impolverature, o con aspersioni 
di acqua di calce, la notte, mentre escono dagli abituali ri- 
pari ai danni delle piante. 

Il momento più opportuno per questa difesa è quello che 
segue immediatamente la caduta della pioggia, perchè al- 
loro, quando il cielo è coperto, escono anche di giorno. Ove 



— 120 — 

d' altronde le coltivazioni fossero minacciate in parte sola- 
mente, come si è detto per i Limacidi e gli Arionidi, sarebbe 
utile limitare gli appezzamenti ancora immuni con una stri- 
scia di calce viva o di idrossido di calcio in polvere, per di- 
fenderli dalla invasione o dalla reinvasione dagli appezzamenti 
vicini. Questo riesce sommamente utile per la difesa dei semen- 
zai e dei letti caldi, dopo la difesa diretta a distruggervi i 
molluschi esistenti, ed impedire che gli altri vi entrino. 

La raccolta a mano contro questi molluschi non sarebbe 
difficile, ma è lunga, e se talvolta non ha dato tutti gli effetti 
voluti è perchè o non è stata continuata, o non è stata estesa 
nelle proporzioni necessarie, ai terreni coltivati ed incolti che 
circondano le piante molestate. È un mezzo di difesa che talvolta 
può convenire di preferenza, perchè con esso, mentre si assi- 
cura la pace voluta per le piante, si ottiene una provvista di 
alimento non disprezzabile, giacche i Martinacci o Chioccio- 
loni hanno carne assai buona a mangiare. 

Helix pisana Muli., 

{Chiocciola marina). 

L' animale di quest' elice è lungo circa 5 centimetri per 
un centimetro circa di larghezza, ottuso e rossastro in avanti. 
Esso è di sopra grigio giallognolo, posteriormente ristretto a 
punta e giallo, e disotto volgente al rossastro. 




Fig. 29. — Helix "pisana (guscio). 






L'animale è chiuso, e porta una conchiglia globulosa di 
5 a sei giri convessi, striata nel senso di quelli, e con fasce 
brune nella stessa direzione, ora intere e confluenti, ora inter- 
rotte e distinte, quando non mancano affatto e la conchiglia 



— 121 — 

resta allora col suo solito fondo giallastro, più o meno colo- 
rito. Il diametro della conchiglia varia dai 12 ai 25 millim., 
e l'altezza dai 15 ai 20. 

E meno lenta nei movimenti e più irritabile della specie 
precedente, e l' ho trovata assai numerosa in Sicilia e nel 
continente; tanto numerosa talvolta da formare delle vere 
agglomerazioni di venti a cinquanta e più individui sulle foglie 
delle piante, che rose da esse si trovano ridotte alle nerva- 
ture più grosse o alla costola soltanto. 

Le foglie meno maltrattate presentano erosioni di entità 
diversa, circolari od ovali, intorno alle quali, d'altronde, come 
pure sulle parti legnose della pianta le chiocciole restano at- 
taccate più tardi, durante la bella stagione. 

Le coltivazioni più molestate sono naturalmente quelle più 
prossime ai folti siepali, o a terreni incolti meglio capaci di 
ospitare la specie. 

Per combatterla sono buoni i mezzi indicati per il Mar- 
tinaccio comune, al pari del quale ha carne mangiabile, per 
quanto meno abbondante. Perciò la raccolta può riuscire anche 
qui doppiamente proficua. Non bisogna adoprare l'animale come 
alimento però, senza lasciarlo per qualche tempo a digiuno, 
perchè si sbarazzi con gli escrementi dei residui delle so- 
stanze venefiche che può aver raccolto nell'intestino, man- 
giando sulle piante narcotiche o altrimenti velenose. 

Helix iiemoralis Linn. 

{Chiocciola livrea). 

L'animale è lungo da 4 a 5 centim. per 8 millim. di lar- 
ghezza; è ristretto ma arrotondato davanti, e di dietro è atte- 
nuato gradatamente, per quanto ottuso alla estremità. Il co- 
lore è bruno-nerastro, marginato di bruno pallido; ma può es- 
sere anche pallido, e perfino giallastro. 

La conchiglia varia anch'essa, ma è globulosa. molto con- 
vessa di sopra, e di sotto con strie longitudinali finissime. 





— 122 — 

ineguali. Il fondo è giallo con cinque fasce brune, strette, tre 
delle quali sono continue di sopra. L'altezza della conchiglia 
è di 12 a 25, mentre il diametro è di 18 a 30 mm. circa. 



ooo 



Fig. 30. — Helix nemoralis, gusci, con tre uova nel mezzo. 

Le uova sono sferoidali, col diametro maggiore di 3 e 
quello minore di 2 millim. e mezzo. Esse d'altronde sono bian- j 
castre, quasi opache. 

La deposizione delle uova ha luogo per la massima parte 
dal mese di maggio al mese di novembre; il tempo che im- 
piegano a dare alla luce i nuovi molluschi è di una quindicina 
di giorni, e l'accrescimento completo ha luogo nei primi mesi 
dell'anno successivo. 

E mangiabile come la specie precedente, al pari della quale 
si comporta e si combatte. 



SEZIONE III. 

Considerazioni sugli Artropodi in generale e su quelli in particolare, 
che nuocciono alle piante coltivate. 



Gli animali di questo tipo hanno il corpo formato di tanti 
anelli od articoli distinti, diversi fra loro, forniti di appen- 
dici articolate pari, che servono come organi di locomozione, 
col tegumento esterno trasformato in uno scheletro più o 
meno rigido, di natura chitinosa, il quale dà appoggio inter- 
namente ad una massa muscolare robustissima, per la quale 
la locomozione e le altre funzioni delle diverse parti del corpo 
possono essere adempiute meglio di quello che ha luogo nei 



— 123 — 

vermi e nei molluschi. La chitina è una sostanza albuminoide, 
che incrostata o no con carbonato di calcio, proviene dall'ispes- 
simento della membrana esterna delle cellule esodermiche, e, 
mentre costituisce uno dei caratteri differenziali, più salienti, 
della organizzazione delle forme di questo tipo, rende in esse 
necessaria l'articolazione dei segmenti, per muoversi, e l'asso- 
ciazione degli elementi muscolari in muscoli individualizzati, 
determina la scomparsa delle ciglia vibratili e la presenza di 
appendici articolate, dalle quali il tipo stesso degli animali 
prende nome, ed implica la necessità di mute e metamorfosi 
per l'accrescimento voluto. 

Il corpo degli Artropodi ha gli anelli raggruppati in tre 
regioni non sempre distinte: capo, torace, ed addome. 

Il capo porta diverse paia di appendici delle quali una o 
due davanti alla bocca, dette antennule ed antenne, e due in- 
torno ad essa dette mandibule e mascelle. Presso la bocca, e 
dalla parte posteriore di essa si trovano talvolta anche altre 
appendici dette zampe-mascelle, ma queste e le zampe ambu- 
latone, o zampe propriamente dette, fanno parte del torace. 

Il capo ed il torace possono essere uniti insieme e formano 
la regione cefalo-toracica, a quella guisa che il torace può 
essere unito all'addome e formare con esso la regione toracico- 
addominale. 

L' addome fa seguito al torace, a differenza del quale è 
sprovvisto di appendici ; quando poi ne ha, esse sono diverse 
da quelle delle regioni precedenti, o quanto meno compiono 
una funzione affatto differente, giacche se talvolta concor- 
rono alla locomozione, servono pure per la respirazione, per 
la copula ed anche a portare ed a nascondere le uova nei 
mezzi destinati a nutrire i nuovi nascituri. In ogni modo 
l'addome si compone di anelli ben distinti, formanti una re- 
gione intera; ma talvolta può presentarsi anche diviso, come 
negli Scorpioni, ed allora la parte anteriore, più larga, si 
chiama preaddome, e postaddome Y altra, che è più gracile e 
mobile. 



— 124 — 

Degli Artropodi alcuni vivono nell'acqua, altri nella terra 
o sopra di essa. 

I primi respirano per mezzo di espansioni esterne dell'in- 
tegumento del corpo e delle appendici dette branchie, e for- 
mano la nota divisione dei branchiati ; gli altri hanno le espan- 
sioni tegumentarie interne, a forma di vasi o tubi ramificati, 
detti trachee, e formano la divisione dei tracheati. 



ANTROPODI BRANCHIATI. 



Class. CRUSTACEA. 




Fig. 31. — Figura di un Crostaceo mostrante: A. capo — BC. corpo — DE, coda — 
E, pezzo terminale — I, antennule — II, antenne — III, mandibule — IV, V, pri- 
mo e secondo mascellare — VI, piedipalpi o mascellipedi — VII, secondo mascel- 
lipede — VII a XIII, piedi o pteropodi — P„ P 2 , P a , zampe addominali o pleo- 
podi — U„ TJ V U s , uropodi. — Z, piede: 1, coxa — 2, basipodite — 3, ischipodite 

— 4, meropodite — 5, carpopodite — 6, propodite — 7, unghia — 1" branchia 

— V" camera incubatrice. 
- 

Agli artropodi acquatici o branchiati appartengono i Cro- 
stacei, che hanno i loro rappresentanti nei Gamberi, negli 
Astaci dei fiumi, nelle Squille, ed affini, nei quali l'involucro 



— 125 — 

• esterno è fortemente incrostato di calcare. In questi artro- 
j podi il capo ha due paia di antenne, un paio di mandibule e 
i due paia di mascelle; ed il torace presenta dei mascellipedi ai 
i quali per solito fanno seguito numerose paia di zampe, che 
; talvolta si trovano anche sull' addome. 

La respirazione nei crostacei meno evoluti, come nei Co- 
pepodi, è cutanea; negli altri è localizzata in determinate re- 
gioni del corpo in connessione più o meno diretta con le ap- 
pendici: superficie interna dello scudo, negli Ostracodi e nei 
Cirripedi, zampe toraciche e zampe addominali nei Fillopodi, 
negli Isopodi, e nei Decapodi, che hanno vere branchie. 

Degli organi sensori quelli del tatto, del gusto e dell'odo- 
rato sono rappresentati da peli o da bastoncelli in rapporto 
col sistema nervoso sparsi sulle diverse regioni del corpo, ma 
specialmente sulle appendici preorali e boccali; quello dell'udito 
non è per tutti ben definito, ma nei Decapodi è rappresentato 
da una vescicola situata nell'articolo basilare delle antenne, e 
quello della vista è rappresentato da un occhio semplice, me- 
diano, impari, e da occhi composti laterali. 

La riproduzione è sessuata ed i sessi sono distinti; ma 
non mancano casi di ermafroditismo incompleto e completo 
nei Cirripedi, e di forme partenogenetiche negli Api, nei Bran- 
chipi, e nei Cladoceri. Lo sviluppo è indiretto o per metamor- 
fosi, ma con cammino assai diverso secondo i tipi dei vari 
ordini, dagli Entomastraci ai Malacastraci, cominciando da 
una forma embrionale di tre anelli con uno, due, o tre paia 
di appendici, corrispondenti alle antenne e alle mandibule, 
con aumento successivo nel numero degli anelli e delle appen- 
dici, che si modificano ad ogni i muta. 

I crostacei si possono dividere in Paleocaridi, Entomostraci 
e Malacostraci. Quelli della prima sotto classe sono tutti rap- 
presentati da specie estinte, e però a noi interessano gli altri 
della seconda e della terza soltanto per le famiglie con i ge- 
neri e le specie per ciascuna come appresso indicate. 



126 — 



Sott. Class. ENTOMOSTRACA. 



Grli Entomostraci hanno il corpo con più di 21 o con un 
numero molto minore di anelli; antennule ed antenne sovente 
natatorie; pleopodi nulla; ultimo anello addominale sovente 
forcuto; persiste l'occhio impari del Nauplius. 

G-li Entomostraci si dividono negli ordini dei Copepodi, 
Ostracodi, Oladoceri, Fillopodi e Cirripedi. 



Ord. PHYLLOPODA. 

I Fillopodi sono distinti per avere il corpo allungato, ab- 
bastanza grande, spesso ben segmentato e con dieci a quaranta 
paia di zampe lamellose, lobate, dalle quali hanno preso nome. 

Ai Fillopodi appartengono le famiglie dei Branchipodi, 
degli Apodi e degli Estendi. 

Fani. Apodidae. 

Gli Apodi sono fillopodi provvisti di uno scudo largo, 
carenato, posteriormente ristretto ed a margine concavo; qua- 
ranta a sessanta paia di zampe dissimili, successivamente più 
grandi dalle anteriori alle posteriori, tutte fornite di appen- 
dici branchiali sul margine posteriore e le prime terminate in 
un flagello multi-articolato. 



G-en. .A.pus Scaff. 

L'unico genere del quale la famiglia degli Apodi si com- 
pone è quello indicato ed al quale appartiene la specie nociva 
alle piante acquatiche. 



127 



Apus cancriforinis Schaeff. 

{Apo, Coppetta o Temone del Riso). 



L'Apo è un animale di color bruno giallastro cupo, a corpo 
molle, formato di un gran numero di anelli e come unito per 
la parte anteriore dorsale ad uno scudo o ripiegamento flessi- 
bile, largamente ovato, il quale porta gli ocelli ed una carena 
longitudinale, che dalla fronte si estende ad una profonda smar- 
ginatura, dalla parte posteriore, dalla quale sporge l'addome. 
Le due antenne sono corte, filiformi; le zampe, dal nome stesso 
dell'ordine al quale la specie appartiene, sono lamellose con- 
formate a remi ; il primo paio con appendici lunghissime, delle 
quali quelle di sotto sono più lunghe il doppio di quelle di 
sopra, e queste, che sono curve, hanno le mediane un terzo 
circa più lunghe delle altre. 




Fig. 32. — Coppetta o Tanone del Riso. 

Il segmento caudale dell'addome è corto e terminato in 
due appendici lunghissime, annuiate, brevemente pelose. 

Quest' apo è comunissimo negli stagni, nelle paludi e nelle 
acque delle nostre risaie, dove vive di crostacei congeneri, di 
giovani girini, vermiciattoli e piccole larve d' insetti; cosic- 
ché non è nei costumi suoi di nuocere direttamente alle piante 



— 128 — 

del Riso. Però, cercando continuamente e affondandosi nel li- ; 
mo, specie nelle risaie a fondo leggiero, smuove la terra din- : 
torno alle radici delle piccolissime piante o dei semi germi- 
nanti, e, mentre si spinge con forza per tornare alla superfìcie 
dell'acqua ed inseguire la preda, li solleva, ne disturba la 
germinazione e li fa morire. Si comprende perciò che nelle 
annate di straordinaria invasione i danni siano tali da dover 
ripetere la semina. 

Per mettere argine alla diffusione di quest' apode pernicioso, j 
gli agricoltori usano di asciugare prontamente la risaia, per- 
chè dopo due o tre giorni di secca gli api muoiono. Le piante 
però messe all'asciutto, quando sentono maggiore il bisogno di 
essere sorrette, vengono a soffrire per un altro lato, tanto 
che, nelle risaie più infestate dagli apodi, Gene, per rime- 
diare all'inconveniente, consigliò il germogliamento in poca 
acqua, per accrescerla dipoi mano a mano che i germogli 
prendono vigore. Però, trattandosi di piante le quali per ve- 
getare rigogliosamente richiedono clima caldo e abbondante 
quantità di acqua, a me pare, e non dovrebbe essere diversa- 
mente, che la indicazione del Gene, se serve ad evitare l'allet- 
tamento, con la riduzione dell'acqua, direttamente ed indiret- 
tamente, crea alle piante condizioni di vita che certo non sono 
le migliori perchè crescano sane e robuste. E perciò, tanto la 
soppressione quanto la riduzione dell'acqua, non corrispondono 
pienamente allo scopo desiderato, il quale invece si può con- : 
seguire completo, avvelenando le acque in modo da rendere 
impossibile ai crostacei la respirazione e la vita, senza recar J 
danno alle piante, che si vogliono difendere. A ciò servono 
utilmente le concimazioni fosfatiche, da sole, od unite ai panelli 
di semi oleaginosi, che, mentre avvelenano l'acqua per gli 
apodi, danno alle piante gli elementi necessari per anticipare 
lo sviluppo e irrobustirsi in modo da resistere più validamente 
ad infezioni di genere anco diverse. 

La quantità di perfosfato calcico occorrente, per questo, è 
di tre o quattro quintali, con una quantità doppia di panello 



- 129 — 

di seme oleaginoso. Si stempera il tutto, con poca acqua, in 
una fossa scavata attraverso il canale d'irrigazione, e sulla pol- 
tiglia che se ne ottiene si fa passare l'acqua, che deve servire 
a proteggere le piante e ad avvelenare i crostacei sopra- 
indicati. 

Specialmente nelle risaie stabili, dove i risicultori facessero 
ancora un'agricoltura a vampiro, e per mala intesa economia, 
o per errore, non volessero andare incontro alla non grave 
spesa per l'acquisto delle sostanze indicate, si tenti almeno la 
prova dell'acqua di calce con pozzo nero, perchè anche a que- 
sto modo, regolata opportunamente la quantità della calce ne- 
cessaria, per non nuocere alle piante, si distruggono egual- 
mente gli animali che le molestano. 

Sott. Class. MALACOSTRACA. 

I malacostraci sono formati di 21 segmenti, con antennule 
ed antenne tattili, senz' occhio impari, otto paia di appendici 
toraciche e sei addominali, perchè il settimo segmento dell'ad- 
dome non ne porta e forma il pezzo mediano della natatoia 
caudale. 

I malacrostaci si dividono in Toracostraci ed Artrostraci, 
dei quali i primi hanno gli occhi sessili ed il torace libero, non 
ricoperto di scudo, ed i secondi hanno occhi peduncolati e 
scudo cefalotoracico. 

Gli Artrostraci si dividono in due ordini: Isopodi ed An- 
tìpodi. 

Ord. ISOPODA. 

II corpo di questi malacostraci è appiattito, con le zampe 
toraciche simili fornite di una lamella incubatrice alla base, 
nella femmina. 

A quest'ordine appartengono diverse famiglie fra le quali 
quella degli Oniscidi. 



130 



Fani. Onisciclae. 

Gli Oniscidi sono malacostraci isopodi distinti per avere an- 
tennule rudimentali, antenne lunghe, palpi mandibulari nulli; 
sette paia di zampe toraciche simili ; gli anelli dell' addome 
distinti; pleopodi delle cinque prime paia col ramo esterno so- 
lido, quello interno membranoso ; il ramo esterno dei pleopodi 
del primo paio praticato da lacune aerifere, ed il sesto paio di 
pleopodi foliaceo od a forma di artigli. 

Gen. Oniscus Latr. 

Frusta delle antenne triarticulata ; lacune aerifere degli 
opercoli diffuse, ultimo pleopodo con exopodite terminato in 
una lamina puntuta. 

Oniscus asellus Limi. 

(Onisco delle Sassifraghe e di altre yiante ortensi). 



Questo onisco è un piccolo crostaceo terrestre, di forma 
ovale, di color grigio-scuro di sopra e biancastro di sotto. 




Fig. 33. — Oniscus asellus L. molto ingrandito. 

Il capo è piccolo e ben distinto, le antenne sono genicu- 
late, e le zampe terminate in una specie di unghia, che serve 



— 131 — 

agli animali per far presa e salire facilmente lungo i muri e 
sui vasi delle piante. 

Nella femmina il ventre è fornito di un serbatoio per le 
uova, che vi restano fino alla nascita dei piccoli onisci, che 
sono bianchicci e non cominciano a prendere il colore delle 
madri che dopo la prima muta. 

Maschi e femmine, piccoli e adulti d'altronde, toccati o da 
qualunque causa molestati si arrotolano su se stessi e nascon- 
dono la faccia ventrale così che tutto il corpo prende la forma 
di una sfera nerastra. Cessata la causa che li ha fatti arro- 
tolare si spiegano di nuovo, camminano rapidamente verso i 
loro nascondigli, sotto le pietre, sotto e fra le tavole marcite 
dei semenzai, sotto i vasi, tra le foglie secche, fra i muschi, 
sotto le scorze degli alberi, a pie dei muri e per tutti gli altri 
ostacoli che meglio li mettono al riparo dagli agenti esterni. 

Grli onisci stanno quasi sempre nascosti di giorno e non 
escono che la sera e durante la notte, quando si portano al 
colletto delle piante, le rodono e le fanno perire. I deperi- 
menti sono spesso a breve scadenza per il costume che questi 
crostacei hanno di stare in molti uniti e di muovere numerosi 
ai danni delle piante. 

La difesa contro questi molestatori notevoli delle coltiva- 
zioni dei tiepidarì, delle serre, dei cassoni e dei giardini è 
molto laboriosa e paziente, ma non è impossibile, e se ben 
fatta, non porta meno per questo agli effetti desiderati. 

Si noti anzitutto che questi animali cercano sempre i luoghi 
freschi ed umidi, gli angoli meno illuminati e coperti di ma- 
teriali diversi, e perciò non è diffìcile farne la raccolta nelle 
serre, adoprando delle corteccie di zucca, di cocomero, e delle 
fette concave inferiormente di tuberi e di radici. Essi corrono 
subito a nascondervisi la notte, ed il mattino seguente si pos- 
sono tutti prendere e schiacciarli se non si vogliano affogare 
nell'acqua. Durante questo lavoro, da ripetere per diversi giorni 
di seguito, bisogna aver cura di prendere lo sfagno del quale 
s si fa uso in orticoltura e immergerlo ripetutamente nell'acqua 



— 132 — 

calda o in ima soluzione insetticida qualunque, per togliere 
di mezzo i piccoli crostacei, che lasciati a se stessi riprodur- 
rebbero la infezione. 

Nei giardini, invece delle scorze di zucca e dei frutti o 
delle parti delle altre piante indicate, si possono adoperare le 
foglie di cavolo, le quali, stratificate lungo i viali e nei solchi, 
servono a richiamare e a nascondere egualmente i crostacei 
che si vogliono distruggere. 

Nell'aprile di quest'anno, poi, chiamato da un giardiniere, 
per consiglio, nella difesa di una coltivazione di zucche in 
cassoni, ho allontanato i crostacei dalle piante, bagnandone, 
alla sera, lo stelo e lo strato superficiale del terreno sotto- 
stante, con una soluzione di estratto fenicato di tabacco e 
naftalina, secondo la formola: 

Naftalina parti 100 

Estratto di tabacco » 100 

Acqua » 1000 

L' esperimento merita di essere ripetuto anche per vedere 
se la soluzione di naftalina soltanto basti, e se lo stesso mezzo 
si possa estendere egualmente alla difesa degli ortaggi di 
grande coltura. 

Gen. Porcellio Latr. 

Antenne formate di sette articoli dei quali il secondo non 
è fornito di sporgenza arrotondata alla estremità del lato in- 
terno. Nel rimanente la coxa del secondo e del sesto paio di 
pleopodi è obsoleta; gli uropodi terminali con la porzione ba- 
silare appiattita e quella apicale compressa, trigona ed esertile. 

Porcellio scader Latreille. 

(Porcellino). 

Et un crostaceo ovato-allungato, sul dorso scabro, e lungo 
un centimetro circa. Il suo colore è per lo più grigio nerastro 
più o meno macchiato di ocraceo o di bianco. Il capo è for- 



— 133 — 

nito di processi frontali, di cui quelli laterali sono molto spor- 
genti, con l' angolo esterno arrotondato, e quello mediano 
triangolare. L' ultimo articolo dei pleopodi termina in una 
punta triangolare solcata sul mezzo. 




Fig. 34. — Porcelli/) scaber molto ingrandito. 

Maschi e femmine d'altronde sono assai più agili ed attivi 
degli Oniscus surricordati, al pari dei quali pel resto si com- 
portano sulle piante e si combattono. 

Gen. Flatyarthrus Brandt. 

Le specie di questo genere hanno antenne corte, appiattite 
formate di sei articoli, dei quali il secondo è piccolo ed il quinto 
è più grande di tutti. 



Platyartlirus Hoffmaiuiseggii Brandt. 

{Porcellino ad antenne piatte). 

E un piccolo crostaceo bianco opaco lungo quattro milli- 
metri circa. Ha le antenne scabre come il dorso del corpo, nel 
quale gli anelli hanno il margine posteriore serrulato. 

Ho trovato comune la specie nei nidi delle formiche ed in 
compagnia dei pidocchi, alle radici e alla base dello stelo delle 
piante. 



— 134 — 

Con o senza questi animali però, il crostaceo indicato, per 
vivere, scava delle nicchie più o meno profonde, nelle quali ad 
uno, a due e più si ricoverano per mangiare (con maggior 
comodo e meno pericolo) la base dello stelo e delle grosse 
radici delle zucche, dei poponi, dei cavoli, delle rape, delle 
barbabietole, delle carote e simili, con danni talvolta sensibili 
per quanto non sempre o quasi mai alla specie attribuiti. 




Fig. 35. — Platyarthrus Hoffemannseggii molto ingrandito. 

I terreni umidi degli orti e le piante succolenti che vi si 
coltivano favoriscono la moltiplicazione di questo piccolo cro- 
staceo, mentre le ripetute lavorazioni ordinarie del terreno ne 
ostacolano in certo modo la diffusione. 

Degli animali da cortile le galline danno volentieri la caccia 
a questi animali e sarà utile valersi dell' opera loro al mo- 
mento della lavorazione della terra, facendole seguire a stuoli 
gli strumenti da lavoro. 

ARTBOPODI TRAOHEATI. 

Class. ARACHNIDA. 

Le Linguatule, i Tardigradi, le Zecche, gli Acari autun- 
nali, quelli della scabbia e dei follicoli; i Cheliceri, i Falangi, 
i Telifoni, i Solifughi, gli Scorpioni ed i Eagni con gli affini, 
formano insieme la classe degli Aracnidi. 

Grli Aracnidi sono animali articolati col capo quasi sempre 
fuso col torace; il capo-torace è ora fuso con l'addome, come 



— 135 — 



negli Acari e nelle Linguatule, ora distinto, e l'addome non 
sempre nettamente segmentato, seguito talvolta da un post- 
addome con apparato velenigeno, come negli Scorpioni. Es- 
senzialmente, del resto, la distinzione di questi animali si basa 
sulla disposizione e sul numero delle loro appendici, ridotte a 
sei paia: cheliceri e zampe mascelle, intorno alla bocca, e 
quattro paia di zampe situate dopo di quelle. I cheliceri sono 
specie di pinze formate di due o più articoli e da un dito 
mobile. Il primo articolo dei cheliceri porta il flageUum, che 
ricorda le appendici dei primi articoli delle zampe dei cro- 
stacei; il dito mobile porta dalla parte interna una lamina 
profondamente dentata, conosciuta col nome di serrula. 




4T 



//pi 






^aiHrzi 




Fig. 36. — a, Lycosa tarantula — b, posizione degli occhi — e. apparato velenifero — 
gì, ghiandola col suo sbocco * — eh, cheliceri — pp, pedipalpi — m, articolo basi- 
lare dei pedipalpi, detto anche mascella — me, mento — 4 e, palpo del maschio di 
Segestria perfida — 4 t. unghie della stessa specie, quelle grandi per filare, quelle 
piccole per camminare. 

I cheliceri di alcuni Aracnidi (zecche e molti acari) sono 
ridotti a degli stiletti per lo più composti di due soli articoli. 

Le zampe mascelle o mascellipedi sono situate dietro la 
bocca; esse sono le appendici più robuste di alcuni Aracnidi, 
e terminano in una mano didattila, col dito fìsso (più corto o 
della stessa lunghezza dell'altro) provvisto di un artiglio armato 
di spine, o di denti, e che può mancare affatto. 



— 136 — 

L'ultimo articolo dei mascellipedi, nei maschi, porta l'or- 
gano copulatore, che introduce lo sperma nell'orifìzio genitale 
della femmina. 

I mascellipedi nell'articolo basilare, anca, portano talvolta 
un lobo mascellare (o un paio di tubercoli) al quale sovente 
si dà il nome di mascella, e al resto del mascellipede si dà il 
nome di palpo; e tal'altra questi lobi formano una specie di 
labbro inferiore, che porta i pezzi boccali, e forma il rostro, 
come negli acari. 

Tipicamente le zampe ambulatone degli Aracnidi si com- 
pongono di sette articoli : l'anca, la coscia, il femore, la tibia, 
ed il tarso, formato dai tre ultimi articoli. 

La respirazione ha luogo per sacchi tracheali, impropria- 
mente detti, come nei ragni e negli scorpioni, per trachee 
vere, come nei falangi, e per la pelle, come nelle linguatule. 

La riproduzione è quasi sempre per uova ; lo sviluppo 
quasi diretto, ed i costumi sono quelli di predatori o parassiti 
di animali, e di guastatori di piante. 

La classe degli Aracnidi comprende numerosi ordini, fra i 
quali noi studieremo quello degli Acari, i cui rappresentanti 
hanno interessanti rapporti con le piante coltivate. 



Ord. ACARINA. 

Gli acari sono Aracnidi quasi sempre microscopici, e di 
forma più o meno globulare od ovata, col capo-torace fuso 
con l'addome, senza anelli distinti, talvolta separati da un 
solco trasverso e forniti, ciascuno, di due paia di arti. Nella 
formazione del rostro, posto nella parte anteriore del capo- 
torace, prendono parte i cheliceri, che terminano a pinza (Ori- 
batidi), ad uncino, od a stilo (Trombididi). Nel rimanente le 
mandibole vi sono sempre bene sviluppate ; ma non così le 
mascelle, il mento ed il tubo orale. 



— 137 — 

Gli occhi, in numero di due o di quattro, quando esistono, 
si trovano dalla parte anteriore del capo-torace. 

Le zampe, abitualmente in numero di quattro, si riducono 
a due paia soltanto, in certe forme, nelle quali ed in altre si 
trova ridotto anche il numero degli articoli che le compongono. 

La respirazione ha luogo per la cute, perchè mancano le 
trachee, nei Demodecidi, nei Fitoptidi, nei Sarcoptidi, nei Tiro- 
glifìdi e negli altri con i quali questi compongono il sott'ordine 
degli astigmati. Nel sott' ordine degli -J[dracarini le trachee 
non si trovano sempre e quando esistono, ve n'hanno di quelle, 
che mettono all' esterno con due stigmi collocati sull' episto- 
ma, ed altre, che formano un fìtto strato sottocutaneo ed hanno 
un'estremità clavata. Negli acari prostigmati le trachee si 
aprono con gli stigmi davanti agli arti del primo paio alla 
base del rostro, sulla faccia ventrale. Nei criptostigmati, gli 
stigmi principali, quando esistono, si trovano negli acetaboli 
degli arti, e sul capo-torace esistono gli pseudostigmi forniti 
ciascuno di organi pseudostigmatici di forma variabile. Nei 
metastigmati gli stigmi sono dietro le coscio degli arti del 
quarto paio, o fra gli arti del terzo e del quarto, nascosti 
sotto le coscio del terzo. Nei mesostigmati gli stigmi sono 
collocati, al lato ventrale, fra gli arti del secondo e del terzo 
paio, oppure Ira quelli del terzo ed il quarto, talvolta spostati 
verso il dorso, dietro quelli del quarto paio, ed in ogni modo 
con peritrema tubolare diretto innanzi, quasi sempre presente. 

I sessi negli acari sono separati, e le femmine spesso bene 
distinte dai maschi. La riproduzione è ovipara. Le larve, mano 
a mano che nascono, sono quasi sempre esapode, mentre le 
ninfe e le forme adulte, meno nei Fitoptidi, sono ottopode. 

Sott. Ord. Astigmata. 

Dei sott'ordini ricordati, quello degli Astigmati è di grande 
interesse agrario per i Fitoptidi che comprende e che riescono 
ispesso di grave danno a diverse piante coltivate. 



138 



Fani. Phytoptidae. 

I Fitoptidi sono acari vermiformi, i quali, tanto nelle forme 
giovani, quanto nelle adulte, hanno due sole paia di arti for- 
mati di cinque articoli ; i palpi di tre articoli, e le mandibule 
a stiletto acuto. 

I generi della famiglia più importanti per noi sono i se- 
guenti. 

Gen. Fhytoptus Duj. 

Le specie di questo genere hanno il corpo di forma cilin- 
drica, successivamente più sottile verso la estremità posteriore, 
e col numero dei semi -anelli dorsali uguale o quasi a quello 
dei semi-anelli ventrali, i quali sono punteggiati al pari dei 
precedenti. 

Phytoptus coryligallarum Targ. 

(Fitopto delle gemme del Nocciuolo). 

Questo fitopto ha corpo cilindrico cinque volte circa più 
lungo che largo (mm. 0.20X0-08); scudo dorsale con parec- 
chie strie longitudinali flessuose; le setole dorsali più corte 
dello scudo dorsale indicato ed alquanto ravvicinate alla linea 
mediana del medesimo, senza contare quelle del paio ante- 
riore, che nascono ai lati dello scudo. Dietro di questo vi è 
il terzo paio di setole dorsali lunghe quanto è largo l'addome 
in quel punto. Le setole laterali sono lunghe quanto quelle 
ventrali del primo e del secondo paio, mentre le ventrali del 
terzo raggiungono la estremità posteriore dell'addome. Le se- 
tole codali principali sono lunghe un quarto della lunghezza 
del corpo, mentre quelle codali accessorie sono sottilissime e 
brevi. 



— 139 — 

Lo sterno non è biforcato alla estremità posteriore. 
La pennetta tarsale ha quattro paia di raggi. 





e 

Fig. 37. — A. ramo di nocciuolo con gemme sane 1, e gemme deformate 2, 3, 4. 
B. Phytoptus coryligallarum molto ingrandito. — C. parte anteriore dell'acaro 
ingrandita. 

Quest'acaro vive e si moltiplica spesso prodigiosamente fra 
le perule e le appendici delle gemme del Nocciuolo, allo stato 
selvatico e coltivato. Nelle perule e nelle appendici delle gemme 
offese dalle punture degli acari ha luogo una straordinaria ed 
irregolare produzione di elementi epidermoidali e parenchi 
matosi, a causa dei quali quelle si ingrossano e si allargano 
sensibilmente, per i rilievi e gli anfratti divengono spugnose 
dalla faccia interna, e per l'alterazione della clorifìlla delle 
parti offese, prendono una colorazione rossastra, che manca nel 
Corylus avellana, per la quale e per la forma globolare in- 
grossata, che tutta la gemma assume, non è difficile distin- 
guere quelle sane dalle altre molestate. 

Non tutte le gemme dei rami sono attaccate dagli acari, 
ne tutte quelle colpite si perdono e muoiono; ma quando la 
infezione è grave ed estesa alle appendici esterne ed interne 
delle gemme, queste non si sviluppano e con le nuove vege- 
tazioni viene a mancare una parte più o meno considerevole 
del prodotto dell'anno. 



— 140 — 

Questo che il Kirchner ha notato nei nocciuoleti dei din- 
torni di Kaplitz in Boemia nel 1863, è stato notato più tardi 
dal prof. Alfonso in quel di Polizza Generosa, di Piazza Ar- 
merina, di Linguaglossa, di Ucria, ed in altri luoghi della 
Sicilia, dai 500 ai 1000 m. di altezza sul livello del mare (1888). 
Infezioni simili nello stesso anno furono constatate dal professor 
Targioni, che è stato il primo ad occuparsene da noi, sulle 
piante del Fiorentino, dove ho trovato la infezione non meno 
grave più tardi (1891) ed estesa anche e più specialmente alle 
piante di Gorylus purpurea var. tubulosa coltivate per orna- 
mento nei giardini. Nel 1889, e quest'anno d'altronde, piante 
di Corylus avellana infette, restate improduttive, notai ed ho 
ricevuto dalla provincia di Caserta; nel 1885 ne vidi in quel 
di Ospedaletto (Avellino), la terra classica della coltivazione 
del Nocciuolo, ed in quel di Sarno, dove la presenza dell'acaro 
è di vecchia data, e gli effetti di essa attribuiti al solito an- 
damento della stagione durante l'inverno. La infezione ora mo- 
lesta di bel nuovo nella provincia di Avellino. 

Il partito migliore, secondo il prof. Targioni, per mettere 
riparo alla infezione per opera di quest'acaro, è quello di to- 
gliere per tempo le gemme deformate e distruggerle, e distrug- 
gere altresì le estremità di quei rami ove le gemme fossero 
alterate. 

Questo va fatto verso la fine di marzo ed ai primi di aprile, 
per impedire che il Phytoptus finisca di rovinare le gemme oc- 
cupate e passi da queste alle altre ancora sane od appena 
offese. 

Il prof. Targioni consiglia pure l'uso delle polveri e di 
qualche emulsione insetticida, che non determina e che di 
estate, almeno, non credo bene di raccomandare, anzi tutto 
perchè questi, essendo animali a respirazione cutanea, sono 
quasi refrattari all'azione della generalità degli insetticidi di- 
luiti; e poi perchè si trovano nascosti perfino sotto le perule 
delle gemme, e non si possono colpire senza concentrare tanto 
le soluzioni, da compromettere un buon numero di queste. 



— 141 — 

Nel novembre del 1890-91 bagnando con miscugli alcalini 
Idi olio pesante di catrame (15 °/ ), in un caso, col mezzo delle 
ipompe, e spennellando in un altro alcune piante di nocciuolo, 
le gemme si conservarono per la massima parte sane, mentre 
sulle piante di confronto andarono a male in gran numero. 



Phytoptus vitis Landois. 

(Erinosi o Fitoptosi della vite.) 

Il Fitopto della vite ha le dimensioni di quello del noc- 
ciuolo, quattro a cinque volte più lungo che largo, con lo 




Fig. 38. — Sezione di foglie con i filamenti flaccidi, /, fra i quali sono le uova o, 
e gli acari che li hanno provocati. 



scudo percorso da una stria mediana rettilinea e da altre la- 
terali flessuose ben distinte ; le setole dorsali, che nascono 
presso la linea mediana dello scudo, sono così lunghe da sorpas- 



— 142 — 

sanie la estremità anteriore; le setole laterali più corte delle 
setole ventrali del primo paio, che arrivano alla base di 
quelle del secondo paio, le quali sono tanto lunghe quanto quelle 
del primo; mentre le setole del terzo paio non arrivano alla 
estremità dell'addome; le setole genitali sorpassano la lun- 
ghezza di sei anelli dell'addome; le setole caudali accessorie 
mancano, e quelle caudali principali raggiungono un terzo 
della lunghezza del corpo. 

Il quarto articolo delle zampe è quasi della lunghezza' del 
quinto, e questo porta l'unghia tarsale più lunga della pén- 
netta, che porta cinque paia di raggi. 

La specie è quella che dalla primavera all'autunno attacca, 
con generazioni successive, la pagina inferiore delle foglie, 
della vite. 







c 




Fig. 39. — Foglia deformata dall' acaro. 



Nell'autunno, mano a mano che si approssima il momento 
della caduta delle foglie, l'acaro si ritira sotto le perule delle 
gemme e fra le scorze del ceppo della pianta. Quivi passa l'in- 
verno e si mostra di nuovo sui pampini nella primavera se- 






— 143 — 

: guente, sui quali, pungendo, provoca la formazione di chiazze 
di peli argentini, dalla parte opposta dei quali, nella pagina 
! superiore delle lamine, corrispondono rilievi più o meno visi- 
bili. Successivamente, mentre i rilievi crescono, le chiazze 
pelose si fanno sempre più concave ed i peli doventano giallo- 
gnoli, più o meno rosei o rossastri, e finalmente bruni. 

L'acaro attacca talvolta anche i cirri o viticci e le stesse 
ramificazioni della rachide fiorale. Ma d'ordinario si limita ai 
pampini, per lo più con danni non curati dagli agricoltori, 
dovuti naturalmente all'incremento patologico delle cellule epi- 
dermiche della foglia, che si convertono nei filamenti flaccidi, 
varicosi, ripiegati, contorti e feltrati, e alla riduzione della su- 
perficie elaborante delle foglie. I danni, secondo i rilievi del 
Briosi, però, furono considerevoli nei vigneti di Favara, in Si- 
cilia, nel 1875, ed avvertiti più specialmente dal 1884 al 1885, 
secondo Targioni Tozzetti, nelle provincie di Udine, di Bel- 
luno, Treviso, Torino, Venezia, Pavia, Reggio Emilia, Siena, 
Massa Carrara, Bologna, Forlì, Firenze, Arezzo, Perugia, Ro- 
ma, Avellino, Macerata, Campobasso, Salerno, Barletta, Foggia, 
Bari e Lecce. 

Apparizioni consimili si ebbero contemporaneamente in 
Francia, dove il Planchon consigliò di far pascolare gli armenti 
fra le viti, dopo la vendemmia, e di brucare le foglie, o di 
procedere alla lavatura dei tronchi con soluzioni insetticide. 
Da noi non mancò, come al solito, di preoccuparsene il Mini- 
stero di Agricoltura, e taluno propose l'uso del tabacco per 
difendere le viti. Ma il prof. Targioni, dal Ministero stesso 
interessato, fece sapere che quanto alle cure, salvo alcune di 
quelle sopraindicate, esse si combinano assai bene con le 
altre per l'Oidio e per la Peronospora. per non dare molto 
pensiero di più, quando il bisogno di applicarne sopravvenisse 
realmente. 

Lasciando al Targioni la responsabilità delle affermazioni 
sue, a me pare che la difesa debba prendere di mira in par- 
ticolar modo le forme ibernanti del Fitopto per impedire i 



— 144 — 

danni derivanti dall'apparizione pronta e numerosa di quello 
sui teneri germogli. A questo scopo si perviene abbastanza 

bene : 

1.° con la raccolta sollecita e la distruzione delle foglie, 
subito dopo la vendemmia ; 

2,° con la potatura e l'abbruciamento dei sarmenti mano 
a mano che si asportano dalle piante; 

3.° con lo scortecciamento delle viti e la disinfezione dei 
sostegni e dei ceppi con aspersioni e spennellature di: 

Olio pesante di catrame parti 15 

Soda » 5 

Acqua » 100 

o con la lavatura dei ceppi scortecciati, fatta con acqua bol- 
lente, nella quale sia sciolta una piccola quantità di soda, di 
liscivia fenice, o di sapone, per renderla più adesiva. 

È certamente più comoda e meno dispendiosa la difesa col 
mezzo della brucatura dei pampini più infetti; ma essa, mentre 
non basta a limitare come si dovrebbe la infezione presente, 
non provvede a quella avvenire, e toglie alla pianta una parte 
considerevole delle foglie necessarie per assolvere e portare a 
maturazione i suoi frutti. 

Data la natura dell'acaro e del modo come è protetto, non 
può dare affidamento di sorta la difesa delle foglie con l'uso 
delle polveri e dei liquidi insetticidi, nella primavera e nel- 
l'estate. Qualche cosa si ottiene con le soluzioni saponose di 
solfocarbonato di potassa alla nicotina, secondo la formola 

Sapone Kg. 1,500 

Solfocarbonato » 0,500 

Estratto di tabacco neutralizzato. » 1 

Acqua litri 100 

ma la spesa è di molto superiore, mentre gli effetti, data la 
difficoltà di colpire in ogni foglia gli acari nascosti nelle loro 
galle, sarebbero inferiori a quelli, che si ottengono con la rac- 
colta delle foglie, la potatura, lo scortecciamento e la lavatura 
delle piante sopraindicata. 















— 145 — 



Phytoptus Pyri Nalepa. 

(Vaìuolatura delle foglie del Pero e del Melo). 

Questo Fitopto ó un quinto circa più lungo ed altrettanto 
più stretto dei precedenti. Ha lo scudo dorsale, poco esteso, 
percorso da tre strie mediane, distinte, e da molte altre laterali 
fìtte ed appena visibili; le setole dorsali, nascenti presso la 
linea mediana, dietro il margine posteriore dello scudo, ne 
misurano la lunghezza; le setole laterali raggiungono la base 
delle setole ventrali del primo paio; queste arrivano poco di- 
scosto da quelle del secondo paio, che sono sottili e corte, 
mentre quelle del terzo arrivano alla estremità posteriore del 
corpo. Le setole genitali laterali sono mediocri ; quelle caudali 
accessorie, distinte, e le caudali principali un quarto della lun- 
ghezza del corpo. Lo sterno non è biforcato posteriormente. 
Il quarto ed il quinto articolo degli arti sono quasi della 
stessa lunghezza, ed il quinto è fornito di un' unghia tarsale 
poco più lunga della pennetta, che ha quattro paia di raggi. 
Valva posteriore dell' epigidio carenata; valva anteriore con 
dodici strie longitudinali. 

La specie è quella che infesta le foglie del pero e del melo, 
sulle quali la fìtoptosi da essa prodotta si mostra esterna- 
mente con piccoli rigonfiamenti maculiformi, a sezione lentico- 
lare, alquanto rilevati sulle due pagine laminari, di color ros- 
so-violaceo, quando le lamine sono piccolissime, verde sbia- 
dito, più tardi, ed infine, di color brunastro. Esse sono talvolta 
disposte in serie longitudinali; ma per lo più sono sparse 
senz' ordine, fra il contorno e la costola della foglia. Il lembo 
di questa si conserva inalterato per diverso tempo fra le mac- 
chie, ma cambia di colore, e, mentre questo si fa rosso nel 
contorno, nel mezzo annerisce. Entro queste macchie il paren- 
chima è diradato e nelle interruzioni del tessuto si rinven- 
gono le uova, i giovani e gli adulti dell'acaro, che escono per 
un'apertura che corrisponde nella pagina inferiore della foglia 

io 



— 146 — 
e vanno a pungere ed a formare galle in altri punti della 
foglia o sulle foglie vicine, per tutta l'estate. 

All'avvicinarsi dell'autunno, prima che le foglie dissecchino 
e cadano, i Fitopti si ricoverano fra le perule delle gemme e 
sul fusto e vi aspettano la primavera, per infettare le appen- 
dici verdi delle nuove formazioni. 




Fig. 40. — Foglia di Pero colpita dall'acaro. 

Per limitarne la diffusione si opera presso a poco come 
per quello del nocciuolo e della vite; ove non bastasse, racco- 
gliere i frutti non appena commerciabili, e brucare interamente 
il fogliame infetto per distruggerlo. È naturale che questa mi- 
sura di difesa non va mai presa senza l'esame che accerti 
della immunità delle gemme al momento delle operazioni e 
della presenza degli acari, in particolare, nelle alterazioni len- 
ticolari delle foglie sopraindicate (1). 



(1) Talvolta le foglie del pero invece dal Phytoptus pyri sono attaccate dal Phyl- 
locoptes Schlechtendali Nal., che le fa ingiallire, mentre il Tegonotus pyri Nal. le fa 
ripiegare. 



147 — 



Phytoptus tristriatus Nalepa. 

(Fitoptosi delle foglie del noce). 



Il Fitopto del noce è più di cinque volte più lungo che 
largo, ed appena più stretto alla estremità posteriore. Per la 
grandezza si avvicina a quello del nocciuolo. 




Fig. 41. — Parte anteriore della femmina del Ph. tristriatus vista di sotto, molto 
ingrandita. 

Ha lo scudo dorsale con tre sole strie mediane, longitudi- 
nali, appena divergenti dalla parte posteriore. 

Le setole dorsali sono quasi della lunghezza dello scudo, 
mentre le laterali e le ventrali sono tutte corte. 

Le setole caudali principali raggiungono i due terzi della 
lunghezza del corpo, e le caudali accessorie sono eguali ad un 
sesto delle caudali principali, ma più grosse e rigide. 

Lo sterno è lungo e non biforcato posteriormente. 

Il quinto articolo delle zampe è due volte e mezzo più 
lungo del quarto. L'unghia tarsale è più lunga della pennetta, 
e questa porta tre paia di raggi. 

Lungh. mm. 0,24; largh. mm. 0.04. 

Questo è l'acaro che produce la Fitoptosi delle foglie del 
noce, nella pagina superiore ed inferiore della lamina; e con- 
siste in piccole galle di uno a due millimetri di diametro, 
prima verdi, poi rosse ed infine brune. 

Ogni foglia può portare anche più di cento galle, dalle 



— 148 — 

quali l'animale esce quando imbrunano e va a formarne al- 
tre sulle foglie ancora sane. 

Le sporgenze rugose che si vedono nella pagina superiore 
delle foglie della stessa pianta, in corrispondenza degli erinei 
della pagina sottostante, si devono allo stesso Phytoptus, che 
per il resto della biologia si assomiglia a quella dei precedenti. 

Ho visto che talvolta i danni possono essere ben rilevanti; 
ma nel maggior numero dei casi passano inosservati. 

Quando le piante sono piccole e la infezione si fa grave, 
la raccolta anticipata dei frutti e la brucatura completa del 
fogliame (prima che gli acari ne abbandonino le galle, per pas- 
sare nelle gemme e fra la scorza delle grosse branche e del 
fusto) è quanto di meglio si possa consigliare per la pratica. 

L'uso degli insetticidi, per l' altezza straordinaria delle 
piante sarebbe qui peggio indicato che altrove. 

Soft. Ord. Peostigmata. 

A questo sott'ordine appartengono le due sezioni degli 
Oplopini, e dei Trombidini, i soli che abbiano specie d'impor- 
tanza agraria. 

I Trombidini sono acari terrestri, con gli stigmi come nel 
sott'ordine al quale appartengono, il tegumento quasi sempre 
molle, raramente fornito di deboli scudi dorsali, e metamorfosi 
con una sola ninfa o senza ninfa. 

Ai Trombidini appartengono diverse famiglie, ma l'atten- 
zione dei pratici va richiamata sopra due solamente, quella 
dei Tetranichidi, e l'altra degli Eupodidi. 

Fam. Tetranychidae. 

I Tetranichidi sono Trombidini a corpo molle, libero, con 
palpi prensili, mandibule stiliformi, arti (quelli del primo paio 
eccettuati) con unghia e peli di adesione, ed apertura sessuale 
situata davanti all'apertura anale. 



149 - 



Gen. Tetranychus Doufour. 



Si compone di forme a corpcr globoso con mandibule stili- 
formi; palpi robusti con appendice corta ed ottusa; zampe ter- 
minate da unghie e da quattro peli di adesione. 



Tetranychus telarius (L.) Dugés. 

(Tetranìco o Ragnolino rosso della vite, dei fag inoli e di altre piante). 

Si presenta con due forme, assai distinte pel colore: una 
rosso-cinnabarino, ibernante, conosciuta col nome di Tetrany- 
chus telarius russeolus Koch, ed una primaverile-estiva, al- 




.Pig. 42. — Tetranychus telarius L. molto ingrandito. 

quanto più grande, grigio-verdastra, con una striscia dorsale 
più chiara; tarsi lunghissimi, peli un terzo della lunghezza 
del corpo, disposti in quattro file sul dorso, ed in numero di 
quattro, due per parte sulle scapole. 



— 150 — 

La specie è comunissima e vive sotto le foglie di un nu- 
mero considerevole di piante spontanee e coltivate, negli orti, 
nei giardini, nei campi e nei prati. 

Fra le piante ortensi e gli ortaggi di grande coltura, mo- 
lesta i fagiuoli; nei campi, le foglie del granturco, della sag- 
gina e della vite; nei giardini le mammole sono le piante più 
frequentate ; e dovunque si riproduce diverse volte a brevi in- 
tervalli, dalla primavera all'autunno, con effetti talvolta, e per 
duplice ragione, assai nocivi per i vegetali, i quali, sotto l' azione 
irritante e depauperante delle punture, e l'altra evidentemente 
quasi caustica delle tele nelle, quali in breve le parti giovani 
si trovano coinvolte, restano come soffocati. 

Dalle esperienze di laboratorio e di campo fatte contro la 
specie resulta evidente l'efficacia delle soluzioni saponose dal 2 
al 2 Y? °/o> e delle soluzioni saponose al solfocarbonato di potassa. 

Sapone molle. . . Kg. 1 '/ 2 a 2 

Solfocarbonato di potassa ...» 0,750 a 0,500 
Acqua litri 100 

Come queste si comportano le soluzioni di catrame di legno 
alcalinizzato, con o senza solfocarbonato; il sapone alla nafta- 
lina, alla dose del 2-2 l j 2 °/ , l'estratto di tabacco, alla stessa 
dose, e le impolverazioni di ossido od idrossido di calce me- 
scolato a parti eguali con naftalina greggia. 

Altri insetticidi, egualmente attivi, alla stessa dose, sono il 
sapone Neumann, ed il sapone (liquido universale Ambroso), 
ma costano due volte più delle sostanze sopraindicate. 

Per le piante legnose, come la vite, oltre la difesa prima- 
verile, sulle giovani foglie, si può tentare la difesa invernale 
sui ceppi, allo scopo evidente di limitare il passaggio della 
specie sui pampini. 

Si capisce che la difesa invernale va fatta soltanto dopo 
accertata la presenza prevalente dell'acaro sotto le scorze delle 
piante, e che le soluzioni insetticide a base di olio pesante di 
catrame devono essere così concentrate da penetrare sicuramente 
sotto le scorze e alterare il corpo degli acari che vi trovano. 



151 — 



Tetranyclius pilosus Canestrini e Fanzago. 

(Ragnolino peloso). 

Quest'acaro è nell'insieme di color badio miniato, con quat- 
tro serie longitudinali sul dorso, due mediane e due laterali, 
di peli che sono setolosi, robusti, non aderenti, ma quasi eretti 
sul corpo, come ispiduli e impiantati in un cercine ben ri- 
levato. 




Fig. 43. — Tetranychus pt'Zosws molto ingrandito; z, estremità della zampa. 



Tetranyclius latus Can. et Fanz. 

(Ragnolino nudo raccorciato). 

Questa specie ha forme più raccorciate e più larghe delle 
due precedenti. Per il colore tende verso il T. telarius, per 
quanto infoscato, ma dall'una e dall'altra è assai distinta, oltre 
che per la larghezza del corpo, per il rapporto della lunghezza 
delle zampe con quella del corpo stesso, che è quasi intera- 



152 — 



mente nudo, e i pochi peli che presenta sono corti come quelli, 
anch'essi scarsi e radi, che si trovano sulle zampe. 




Fig. 44. — Tetranycus latus molto ingrandito. 

La specie frequenta tanto la pagina inferiore delle foglie 
delle piante arbustive ed arboree che quella delle piante erba- 
cee, fra le quali quelle dei fagiuoli, le quali sono invase in- 
sieme, talvolta, dal T. latus e dal T. telarius, al pari dei 
quali anch' esso si comporta e si combatte. 



Fara. Eupodidae. 

I Trombidini di questa famiglia sono liberi come quelli 
della precedente, dai quali si distinguono per le mandibule che- 
late con dita sdentate ; palpi generalmente di quattro articoli, 
gli ultimi dei quali quasi sempre piegati a coltello verso i 
primi; arti delle tre paia posteriori, al meno, adatti per la deam- 
bulazione, pel salto, e terminati in una spatula ciliata, o, più 
di rado, in una semplice unghia. Le setole del corpo per lo più 
sono a rosario, o ciliate. 



— 153 — 

La famiglia si compone di un diverso numero di generi, 
fra i quali è degno di nota per noi il 

G-en. Tydaeus Kock. 

Corpo molle, libero, senza ventose all'apertura sessuale; 
mandibule poco sviluppate; palpi di medio sviluppo coll'ul- 
timo articolo lungo, terminato da alcune setole corte; zampe 
con tarsi conici, appuntiti. 

La più comune delle specie del geuere e meglio definita 
è il 

Tydaeus foliorum Schrank. 

(Bagnolino olivastro delle foglie). 



Quest'acaro, che è ovale, e di colore variabile fra l'olivastro 
e il giallo chiaro, ha le scapole munite ciascuna di tre setole 




Pig. 45. — Tydaeus foliorum, con la estremità di una zampa dalla parte posteriore, 
anch' essa molto ingrandita. 

rivolte indietro; quattro serie di setole longitudinali corte, sul 
dorso; l'estremità posteriore del corpo con altre sei setole della 
stessa lunghezza, le due interne uncinate e quelle più esterne 



— 154 — 

per solito davate; il primo ed il terzo articolo dei palpi, cor- 
tissimi; il secondo ed il quarto eguali, e notevolmente più 
lunghi; il secondo più ingrossato del quarto, che è sottile, e 
con una setola laterale, ed altre setole, per lo più incurvate, 
all'apice. 

La specie è comune sulle piante dalla primavera all'autun- 
no, e si trova sulla maggior parte delle piante frequentate 
dai Tetranychus. Come questi si riproduce diverse volte ed in 
o-ran numero, ma non tende fili sericei sulle foglie da essa occu- 
pate. La pagina inferiore delle foglie degli aranci e dei limoni 
più specialmente ingialliscono e si presentano cospurcate di 
escrementi più o meno grigiastri ; la lamina si rileva nei punti 
corrispondenti della pagina superiore, e, quando la infezione è 
grave, si disarticola e cade. 

La specie è comune negli agrumeti della Sicilia e della Ca- 
labria, e nel 1892 almeno vi ha portato danni rilevanti. 

Per distruggerla servono benissimo gli insetticidi consi- 
gliati contro il Tetranychus telarius operando, al solito, quando 
gli acari sono nati, perchè le uova non cedono all'azione delle 
soluzioni diluite indicate. 

Class. MYRIAPODA. 

I Millepiedi o Centogambe, i Polidesmi, le Scolopendre, 
i Litobi, i G-eofili e gli affini, uniti insieme e disposti secondo 
l'ordine loro naturale formano la classe dei Miriapodi. 

I Miriapodi hanno corpo vermiforme, distintamente segmen- 
tato, allungato, cilindrico come nei Millepiedi, appiattito come 
nelle Scolopendre e nei Polidesmi, o largo e corto come nei 
Polisseni e nelle Grlomeridi. Negli uni e negli altri il capo è 
piccolo e distinto dal resto del corpo, ed in relazione con esso 
si trovano ocelli sparsi sui lati, come nelle Scolopendre, o veri 
occhi, come nei Millepiedi; un paio di antenne di natura di- 
versa; ed intorno alla bocca, aperta longitudinalmente alla su- 
perfìcie di un tubercolo ovoide, un labbro superiore od anteriore, 






— 155 — 

due forti mandibule dentate, libere, accompagnate da due ma- 
scelle fuse insieme, in alcuni; mentre in altri si trova un lab- 
bro posteriore rudimentale fornito di palpi voluminosi, man- 
dibole e mascelle rudimentali, e queste ultime distinte. 




Fig. 46. — Scolopendra morsitans: 1, antenne — o, occhi — l, labbro superiore — 
2, mandibole — 3, mascelle — 4, labbro inferiore con palpi — 5. piedi mascellari. 

Gli anelli del torace-addome portano, or due, ora un solo 
paio di appendici, delle quali quelle del primo segmento, dopo 
il capo, sono spesso molto robuste, conformate ad uncino e ter- 
minate da unghie acute, canaliculate, con un foro alla estre- 
mità, e comunicanti con una glandola velenifera. Dove questi 
organi velenigeni mancano, spesso si incontrano delle glandolo 
con liquidi repugnatori distribuite variamente pel corpo. 

I Miriapodi respirano per mezzo di trachee che si aprono 
in stimmi, che si trovano in tutti o in una parte soltanto degli 
anelli del torace-addome. 

La riproduzione è ovipara, ma può essere anche vivipara. 
In un caso e nell'altro i piccoli appena nati, non ostante la no- 
tevole riduzione del numero degli anelli e delle appendici, 



— 156 — 

differiscono poco dagli adulti, ai quali nelle mute successive 
si assomigliano sempre di più. 

I Miriapodi abitano nel terreno, fra le radici delle piante, 
sotto le pietre, nel terriccio, fra i crepacci della scorza degli 
alberi, ed in generale nei luoghi umidi e scuri, vivendo di 
preda, di detriti di sostanze organiche, del colletto delle piante, 
e dei semi germinanti nei giardini, negli orti e nei campi. 

La distribuzione delle zampe, intanto, la natura delle an- 
tenne e la disposizione degli organi boccali, fra l'altro, danno 
caratteri per la classificazione dei Miriapodi, che si dividono 
in due sotto-classi: quella dei Chilopodi, tipo le Scolopendre, 
con un solo paio di zampe per ogni anello, e l'altra dei Di- 
plopodi, che ne hanno uno negli anelli anteriori, e due nei po- 
steriori. 

I Diplopodi si dividono in due ordini: i Pselafognati, a 
corpo molle, provvisto di ciuffi di peli, con l'ano nel penultimo 
anello del corpo, e sono rappresentati dai Polisseni ; e i Chi- 
lognati, che questi caratteri non hanno e presentano l'ano 
sull'ultimo anello del corpo. A quest'ordine appartengono di- 
verse sotto divisioni e famiglie, delle ultime delle quali giova 
qui ricordare le seguenti. 

Fam. Folydesiriidae Leach. 

I Polidesmidi hanno corpo quasi cilindrico, carenato sui 
lati, di 20 segmenti con le carene orizzontali egualmente ele- 
vate o depresse ; le antenne moniliformi o davate, e l'arco 
dorsale del primo segmento piccolo,- più stretto del capo. 

La famiglia comprende un numero considerevole di generi 
e varii di essi con specie nocive alle piante coltivate. 

Gen. Strongylosoma Brandt. 

I Polidesmidi di questo genere si distinguono dagli affini 
per avere le carene delle tergiti piccole, lineari, con l'angolo 






— 157 — 

posteriore non sporgente; gli articoli delle zampe subeguali, 
col femore non più lungo del doppio della tibia, e la sutura 
fra le pleure e le tergiti carenata. 

La specie del genere per noi interessante è conosciuta nella 
scienza col nome di 

Strongylosoma pallipes (Oliv.) Brandt. 

(Strongilo dei seminati). 

È un animale lungo 15 a 20 mm., largo da mm. 2 a 2 e 
mezzo, quasi moniliforme, liscio e lucente, rosso ferruginoso, 
o brunastro, con le antenne quasi davate, molto più lunghe 
della larghezza del corpo; le zampe giallo-pallide lunghe ed 
abbastanza ingrossate, raramente ocraceo -infoscate, ed il pri- 
mo segmento del corpo, dopo il capo, molto convesso, grande, 
fornito di tre serie trasverse di setole sottilissime, corte ed 
erette. 




Fig. 47. — Strongylosoma pallipes molto ingrandito. 

La specie vive, come le altre, quasi continuamente nel ter- 
reno, fra i cespi delle piante, dove resta più di un anno, prima 
di raggiungere lo stato perfetto, ed ivi si accoppia. 

Gli accoppiamenti hanno luogo nella primavera, nell'estate 
e talvolta per fino nell'autunno avanzato, con deposizione suc- 
cessiva di un considerevole numero di uova sferoidali, depo- 
ste a mucchi nella terra, fra la quale si distinguono per il co- 
lore bianco-pallido. Da queste uova in pochi giorni nascono 
Strongili bianco- cerei lucenti, formati di pochi anelli, e for- 
niti di tre paia di zampe, i quali, appena ne hanno la forza, 
si scavano una galleria sinuosa, a fior di terra, e vanno in 
cerca dei giovani germogli delle piante per roderli. 

Le mie osservazioni sono cadute nei prati di loiessa, del 



— 158 — 

Ferrarese, nei campi di grano delle provinole di Ferrara, Par- 
ma, Piacenza e Modena, dove i danni sono stati attribuiti 
sempre ai soliti Zabri ed alle larve degli Elateridi a suo luogo 
considerati. 

Come le larve degli Elateridi, d'altronde, gli Strongili lace- 
rano anch' essi profondamente i tessuti delle giovani piante 
nella regione del colletto o nodo vitale. Mi è parso ogni volta 
di vedere però che mentre gli Elateridi scavano una specie di 
buca, gli Strongili mangiano quasi sempre dall'alto in basso e 
scavano per tanto un solco più o meno allungato, penetrando 
talvolta lungo l' asse longitudinale del fusto ; il solco è limi- 
tato alla parte dell'asse clorofillato contenuto nel terreno. 

Intorno alla stessa pianta ho trovato spesso a cibarsi più 
di questi miriapodi, insieme, senza mai molestarsi fra loro. Per 
portarsi da un cespo all'altro di piante, quando il terreno è 
lacunoso e leggiero, essi non escono quasi affatto alla super- 
fìcie; diversamente vengono fuori, percorrono il breve tratto 
che li separa dalla nuova destinazione, e vi si nascondono; 
scavano le solite gallerie intorno al piede delle piante e ne 
mangiano la base. 

A mano a mano che quelle fanno più consistenti i tessuti, 
dallo stelo dei cereali vernini, gli animali passano a quelli 
primaverili ed estivi, come il panico, il miglio ed il granturco 
dai quali nel mese di giugno, o quasi, vanno sulle radicelle 
della carota, della pastinaca, della barbabietola, del cavolo, e 
su quelle di altre piante, anco spontanee, al piede delle quali 
trovano sempre modo di campare la vita. 

Malgrado la grande virtù polifaga sopraindicata, i ce- 
reali vernini, grano, orzo, segale ed avena, ma il grano più 
specialmente, sono delle altre piante assai più esposti in certi 
luoghi agli attacchi di questa specie, i di cui effetti nocivi 
sui vegetali, è questa la prima volta che si mettano in vista 
da noi, dove la mancanza di osservazioni dirette e la voglia di 
attribuire tutto a ciò che si conosce soltanto, ha contribuito 
a tener nascosta anche la specie che li produce. 



— 159 — 

Il modo di vivere di questi animali, intanto, la picco- 
lezza delle forme, nei giovani specialmente, e la facilità con 
la quale possono sfuggire alle ricerche nel terreno, rendono as- 
sai difficile la loro distruzione. Per ostacolarne la diffusione 
sarà savio accorgimento non far mai succedere il grano a se 
stesso ed agli altri cereali vernini, per togliere più che è pos- 
sibile agli Strongili il mezzo nel quale più facilmente possono 
riprodursi e moltiplicarsi, per fargli succedere invece delle 
piante sarchiate (leguminose, granturco, patate, tabacco, e 
simili), la coltivazione delle quali riesce doppiamente molesta: 
per i lavori che richiedono, e per la soppressione del materiale 
nutritivo durante l'inverno. 

Dove questo non bastasse, e non riuscisse sufficiente nem- 
meno il tentativo della distruzione con le sarchiature ripetute 
e l'uso dei cilindri trituratori, sarà il caso di ricorrere all'uso 
del debbio e degli insetticidi. 

Non vi è chi non conosca la pratica del primo dei mezzi 
indicati, ne chi non comprenda che allo scopo pel quale qui si 
propone va fatto dopo una scarificatura, perchè gli effetti 
dell'ab bruciamento delle stoppie si estendano nel terreno a 
qualche centimetro di profondità. Non dirò neppure che l'ora 
migliore è quella più calda del giorno, e passo senz'altro a 
parlare dell'uso degli insetticidi, insistendo sempre sulla oppor- 
tunità e la convenienza dei mezzi prima indicati. 

Gli insetticidi più adatti allo scopo desiderato per me sono 
quelli a base di solfosali alcalini, o di solfuro di carbonio tra- 
sformato col metodo Sestini in solfocarbonato di potassa e di 
calce, alla dose del 3 al 5 °| nell'acqua. 

Le soluzioni si aspergono sui filari delle piante negli ap- 
pezzamenti infetti, col mezzo delle pompe da grande lavoro 
per piante erbacee. In mancanza si può far uso di una semi- 
natrice perfezionata, col barile o con la botte degli insetti- 
cidi nella tramoggia, ed i piedi distributori armati di getti 
a ventaglio, distanti in modo da versare perfettamente sui fi- 
lari delle piante che si vogliono difendere. 



— 160 — 

Dove la infezione non fosse molto estesa, e la coltivazione 
piuttosto limitata, può servire anche un barile col cocchiume 
armato di un fungo distributore, come quello di un ordinario 
annaffiatoio a fori molto più piccoli. 

Il barile, in questo caso, sarebbe portato da due individui, 
che dovrebbero camminare negli interfilarc 

La distribuzione degli insetticidi va fatta quando gli Stron- 
gili sono nati, mentre danneggiano le piante, e sempre imme- 
diatamente dopo un'erpicatura, per rompere il piccolo strato 
di terra, nel quale gli animali si nascondono, e bagnarlo in 
modo da soffocarli. 

Per avere un'idea della spesa alla quale si andrebbe incontro 
a questo modo, ricordo che 8 quintali di liquido con 8 a 10 °| 
di solfuro di carbonio solubile, secondo le norme del professor 
Sestini costano in tutto L. 58, e con essi diluendo al 5 °/ di sol- 
furo di carbonio, si ottengono una ventina di quintali di li- 
quido insetticida, sufficiente a difendere da 5.000 a 10.000 mq. 
di seminato. 

Qui cade opportuno ricordare che la infezione degli Stron- 
gili, da quello che fin ora si è visto, si limita a piccoli appez- 
zamenti, sicché, al principio almeno, la quantità degli inset- 
ticidi indicata basterebbe per la difesa di 5 e più ettari di 
terreno, con una spesa di 10 a 12 lire per ettara, e che fatta 
per tempo può trovare margine anche nella coltivazione dei 
cereali. 

Gen. Polydesmus Latreille. 

Le specie di questo genere hanno corpo abbastanza'depresso, 
con grandi tubercoli arrotondati disposti in tre serie; l'an- 
golo posteriore della carena egualmente sporgente, nel margine 
laterale denticolato ; antenne davate col terzo articolo più lungo ; 
primo segmento del corpo sprovvisto di zampe; dal secondo al 
quinto, escluso, ne hanno un solo paio; i maschi ne hanno 30, 
e le femmine 31 paia. 



— 161 — 

Delle specie del genere giova da noi ricordare il 

Polydesinus complanatus (L.) Latr. 

È un miriapode piccolo, ma robusto, depresso, dilatato, 
della lunghezza di 18 a 28, per mm. 2,5 a 5 mm. circa di lar- 
ghezza, e di color terreo, o fulviccio brunastro tendente al 
pallido. 





Fig. 48. — Polydesmus complanatus 
molto ingrandito. 



Fig. 49. — Piantina di grano rosa 
alla base dall'animale 2, del 
quale il numero 3 rappresenta 
un' antenna. 



Le sue antenne, quasi davate, sono più lunghe della lar- 
ghezza del corpo, il quale ha il primo anello colla tergite larga 
dagli angoli sporgenti e la superficie biimpressa di trasverso, 
guernita di serie trasversali di tubercoli setigeri. Negli anelli 
seguenti i tubercoli anteriori sono spianati. I piedi sono lunghi, 
molto ingrossati nei maschi, e nelle femmine abbastanza in- 
grossati nel mezzo soltanto; mentre i piedi cupolatori sono 
sottili, quasi ftagelliformi, furcolati all' apice, bidentati nella 
loro massima incurvatura, e prima di questi denti provvisti di 
una sporgenza con pulvilli setigeri ai lati. 



11 



— 162 — 

Questa specie si comporta presso a poco come la precedente I 
al pari della quale i suoi rappresentanti spesso si trovano in 1 
più d'uno riuniti ai danni delle piante, le quali talvolta sono I 
molestate, nello stesso tempo, da una specie e dall'altra, così I 
da farci restare indecisi sulla parte dei danni riferibile a eia- 1 
scuna. 

Per la difesa contro il Polydesmus complanatus ricordo I 
quanto ho detto per lo Strongylosoma. Devo solo aggiungere I 
che, concimando le graminacee infette con perfosfati, il nu- \ 
mero delle piante al momento dell'accestimento aumenta, ed i I 
danni passano poi quasi inosservati. 

Fara. Julidae. 

Così come è ora limitata, la famiglia è caratterizzata dal- I 
l'aver forme nelle quali l'ipostoma è connato con le mascelle \ 
alla base, e le lamine pedigere, eccetto le prime due, sono eoa- 1 
lizzate con le pleure. D'altra parte il corpo degli animali è ; 
cilindrico, allungato, con le antenne quasi davate, aventi il ; 
secondo articolo più lungo di tutti ; occhi nulli, indistinti, od 
ocelli disposti in serie; mandibule con 4 a 10 pettini; segmento 1 
3." e gli ultimi due del corpo, senza piedi. 

Gen. Blaniulus Gervais. 

Ipostoma quasi per intero disgiunto dalla galea inframa- 
scellare. Le prime paia di zampe, nei maschi, sono formate di 
5 articoli. Il dorso dell'animale è liscio, appena striato sui lati. 



Blaniulus guttulatus Bosc. 

(Julo macchiato delle fragole, delle radici del grano, del granturco e della segale). 

E un piccolo e sottile miriapodo cilindrico, di colore pal- 
lido-bruniccio, giallo-ocraceo, segnato da due serie di macchie 
rosso-vivo o rossastre, una per parte, sui lati del corpo. Le an- 



— 163 — 

tenne sono pubescenti di sei articoli, l'ultimo dei quali è il 
più piccolo. 




Fig. 50. — Blaniulus guttulatus. 

Lt& specie è molto comune nelle fragolaie e nei cassoni per 
la coltivazione delle fragole, nascosta sotto le foglie morte e 
nel concime paglioso, dal quale scende sulle radici più volen- 
tieri, e sale sulle piante per corroderne i frutti, penetrando 
dalla base presso il ricettacolo. Il foro d'entrata dapprima non 
si vede, ma poi l'animale l'allarga per uscire, quando non 
ne apre un altro abbastanza più visibile. In generale la in- 
fezione ha luogo quando i frutti della pianta sono maturi, così 
che avviene di raccoglierli con gli animali che vi stanno al- 
l'interno, i quali, pertanto, vengono più di una volta provati 
alla potenza trituratrice dei denti dei consumatori. Lo scric- 
chiolìo, infatti, che si avverte fra i denti, mangiando le fra- 
gole è dovuto appunto alla presenza di questo julide schiac- 
ciato insieme ai frutti. 

Nei campi di grano, e nei seminati, in generale, la specie 
attacca la base delle piante nascosta dentro terra e la rovina 
così come quando quella vien offesa dagli Strongilidi. 

In mancanza delle piante questi julidi attaccano anch' essi 
i semi germinanti e li vuotano, compromettendo con essi 
tutte le operazioni della semina. 

Malgrado il costume della specie, che mangia di tutto un 
poco, non esclusi i cadaveri dei vermi e degli insetti che 
trova, in certe annate essa porta gravi danni alle coltivazioni. 
Di queste quella delle fragole si difende abbastanza bene, di- 



— 164 — 

sinfettando col solfuro di carbonio il terriccio ed il concime 
« -Ili' si adoprano per la coltivazione nei cassoni. Nei seminati 
il debbio, o l'uso delle acque ammoniacali e dei solfocarbonati, 
combinati alla rottura e alla compressione contemporanea del 
terreno, con i cilindri cuspidati, può portare molto bene alle 
piante e non poche molestie all'animale che le attacca. 

Gen. Julus Linn. 

Nello stretto senso considerato questo genere ora contiene 
specie nelle quali la parte posteriore della sternite anale è 
arrotondata, senza prolungamento spiniforme. 

Le specie del genere più interessanti per noi sono le se-, 
guenti : 

Julus sabulosus Linn. 

(Julo delle sabbie). 

E lungo da 5 a 6 centimetri e di color cenerino-nera- 
stro, col margine posteriore dei segmenti più chiari, e due linee 
ravvicinate, rossastre nel mezzo del dorso, 84 paia di zampe, ed 
una spina del segmento anale curva all'insù. 




Fig. 51. — Julus sabulosus molto ingrandito. 

La specie è molto comune nel legno morto, ma vive a spese 
delle piante vive e le rode al colletto così da farle intristire 
e morire. 

I danni maggiori li commette nei luoghi umidi, dove s 
deve combattere raccogliendolo sotto le pietre, sotto le foglie 
ed altro, dove si nasconde per sfuggire all'azione del caldo du- 
rante l'estate. 



165 



Julus terr estris Kalt. 

(Julo terrestre). 



Questa specie è presso a poco delle dimensioni della pre- 
cedente, è però di colore nerastro o fosco-fuliginoso, alquanto 
pallido nei lati, quasi come i piedi, che sono di color terreo 
chiaro. L'unghia anale è diritta. 




Fig. 52. — Radici di piante di fagiolo attaccate dallo J. terrestris. 



La specie attacca la parte entro terra delle piante, roden- 
done le radici così che quelle intristiscono poco per volta e 
muoiono. Le piante più colpite, o che più delle altre risentono 



— 166 — 

degli effetti della sua presenza sono quelle di fagiuolo, rap- 
presentate, per la parte sotterranea, nella fig. 52. 

Per combattere questo millipiede valgono le misure indicate 
per quello precedente, ma ove non bastassero si mettano in 
opera gli altri mezzi suggeriti contro i Polidesmidi. 

Julus varius. 

(Julo variato). 

Questo Julo è lungo 40 mm. circa ed ha il capo nero con 
antenne davate, pubescenti, nelle quali il 6.° ed il 7.° articolo 
sono quasi indistinti; gli anelli del corpo finamente striati 
per lungo nella seconda metà con fascia mediana chiara ed i 
margini tendenti al colore ferrugginoso, mentre i piedi sono 
neri o pallidi. Manca l'uncino anale. La scaglia preanale e le 
valve anali sono pubescenti al pari delle antenne. 




: 



Fig. 53. — Julus varius mollo ingrandito. 

La specie è molto comune da noi e quando si diffonde nei 
coltivati vi porta i danni ricordati per le specie precedenti al 
pari delle quali si combatte. 

Fam. Craspedosomidae Joaes-Gray. 

I rappresentanti di questa famiglia per la forma generale 
del corpo richiamano abbastanza bene alla mente quelli della 
famiglia precedente, dai quali e dagli altri si distinguono per 
avere il corpo appena più ristretto alle estremità, composto 
costantemente di trenta anelli, dei quali il settimo, nei maschi, 
è senza zampe e porta gli organi cupolatori; le antenne hanno 
il terzo ed il quinto articolo più lunghi; le mascelle sono di- 
sgiunte, con appendici allungate; le galee hanno i lobi denti- 
colati, e la spatola è manifesta o distinta. 



— 167 — 

La famiglia ha varii generi fra i quali, per noi, giova ricor- 
dare il seguente. 

Gen. Craspedosoma Leach-Baulins. 

Le specie del genere sono caratterizzate dall'avere il corpo 
provvisto di tubercoli laterali setigeri, abbastanza grandi, con 
peli piccoli; un solco mediano longitudinale, distinto; antenne 
sottili, lunghe, col terzo articolo più lungo di tutti ; 50 paia di 
zampe nelle femmine, e 48 nei maschi. - 

Quelle di esse che hanno richiamato l'attenzione dei pratici 
sono le seguenti. 

Craspedosoma mutabile Latz. 

(Craspedosoma del grano). 

Questo miriapode è poco robusto, lungo mm. 12 a 18, largo 
da 1,2 ad 1,8, e di color grigio-terreo o giallognolo. Il capo 
però è bruno, il dorso è anch'esso alquanto infoscato, con due 
linee longitudinali scure, limitanti una fascia mediana pallida, 
e la regione ventrale con i piedi di color terreo. 




Fig. 54. — Craspedosoma mutabile molto ingrandita. 

Le antenne sono sottili e più lunghe della larghezza del 
corpo; gli ocelli sono in numero di 20 a 22; gli scudi dorsali 
sono evidentemente solcati nel mezzo e forniti di rare spor- 
genze granulose, striate, setigere, con setole fragili, chiare, 
allungate. 

I piedi sono piuttosto sottili e lunghi, in numero di 48 
paia, nei maschi, e di 49 a 50 nelle femmine. Nei maschi i 



— 168 — 

piedi dal 3.° al 7.° paio sono più ingrossati degli altri e con 
l'ultimo articolo quasi compresso; quelli copulatori sono poco 
prominenti per quanto abbastanza grossi e larghi; la prima 
lamina basale trasversa, quelle laterali copulatrici dilatate, ar 
cuate e col margine interno fittamente fimbriato, mentre le 
lamine intermedie sono più corte e formano una specie di 
forcipe. 

Maschi e femmine della specie, appena i semi del grano 
sotterrati assorbono acqua e cominciano a gonfiare, per germi- 
nare, li attaccano con le robuste mandibole e li rodono da una 
parte, più spesso da quella opposta all'embrione. Corrosa la 
parete carpellare, che copre il seme, questi miriapodi vi si 
addentrano poco per volta col capo e poi vi si rinchiudono con 
tutto il corpo, lasciando il granello quando questo è intera- 
mente vuoto. Da un seme, che consumano in due a tre giorni 
circa, passano all'altro, e così di seguito finche ne hanno biso- 
gno. Questa necessità finisce quando trovano le piante tenere 
del grano nato, sulle quali si comportano nel modo indicato 
per gli Strongili ed i Polidesmi a suo luogo descritti. 

La difesa è la stessa. 



Craspedosoma centrale Silv. 

(Oraspedosoma del Grano, dell'Orso, della Segale e dell'Avena). 

Questa specie è prossima alla precedente dalla quale e dalle 
altre si distingue per avere la parte anteriore delle colonne 
degli organi cupolatori fornita ai lati, sotto gli aculei apicali, 
di un processo unciforme e di uno pseudoflagello breve, trian- 
golare, acuto. Gli uncini laterali hanno l'apice ricurvo, assot* 
tigliato, integro, ingrossato nella cavità, e con alcune incisioni 
nella parte superiore. 

E comparsa assai numerosa in questi ultimi anni nelle pia- 
nure del Bolognese, in quel di Ferrara e nel Parmense, in- 
sieme alla specie precedente, portando gravi danni nei seminati. 

Vuota anch'essa come l'altra i semi germinanti del grano, 






— 169 — 

dell'orzo, della segale e dell'avena, e ne rovina più tardi gli 
steli lacerandone la base nascosta entro terra. 

Fam. Haplosomidae Silvestri 

Questa famiglia si compone di forme affini a quelle dei Po- 
lidesmidi, dalle quali si distinguono per avere il corpo formato 
di 19 e non di 20 anelli, e questi provvisti di peli o di tu- 
bercoli, e l'ultimo anello posteriormente attenuato. 

Dei generi che compongono la famiglia interessa a noi 
ricordare, il seguente. 

Gen. Brachydesmus Cotteller. 

Corpo piuttosto scabro, con tre serie di tubercoli sul dorso, 
e carene laterali grandi più o meno denticolate nei margini. 

La specie che ha richiamato la nostra attenzione è nota 
alla scienza col nome di 

Brachydesmus superus Latzel 

E un animale lungo 7 ad 8 mm. per un millimetro circa 
di larghezza. Il suo colore varia dal pallido al grigio volgente 
talvolta al verdastro, mentre è rufescente nel capo, e nelle 
zampe pallido. 




Fig. 65. — Brachidesmo dei seminati molto ingrandito. 

Le antenne sono più lunghe della larghezza del corpo; 
l'arco dorsale del primo anello dopo il capo è trasverso, reni- 
forme, con impressioni profonde, trasverse. 



— 170 — 

I costumi della specie sono quelli delle precedenti al pari 
delle quali si combatte. 

ESAPODI OD INSETTI PROPRIAMENTE DETTI. 

I pidocchi degli animali e delle piante, le cimici, le cicale, 
i tripsi, le cavallette, le pulci, le mosche, le farfalle, le vespe, 



56 



Ad 



Mt 



Ms 



Pr 




odi 





Fig. 56. — Cavalletta ingrandita, mostrante il capo (C), il torace diviso nei tre seg- 
menti del proto, meso e metatorace (Pr, Ms, Mt) e l'addome (Ad). Il torace porta 
le zampe di sotto, e le ali di sopra — Fig. 57. Capo di Cavalletta visto di fronte 

ingrandito: occ, occipite — o, ocelli — a, antenne — och, occhi composti e 

epicranio — e, clipeo — Z, labbro superiore — md, mandibole — ma, parte di ma- 
scella scoperta dal labbro superiore — p, palpo mascellare — p', palpo labiale. — 
Fig. 58. Capo di Termopsis visto di sotto, mostrante la gota, la gola, il mentum 
(m), il submentum (sm) ed il supporto chitinoso ipofaringeo (x). 

le api e le formiche; gli scarafaggi, i moscon d'oro e gli affi- 
ni, presi insieme costituiscono la grande classe degli insetti. 



— 171 — 

A differenza degli altri animali fin qui ricordati, questi 
hanno il corpo diviso in tre parti distinte: capo, torace ed 
addome. 

Il capo è la regione anteriore del corpo. Esso apparente- 
mente sembra di uno, ma nel fatto è il resultato della fusione 
di cinque anelli, formanti insieme una scatola cranica prov- 
vista di varie appendici. La scatola cranica mostra Vepistoma, 
il post-epistoma, quando esiste, V epicranio con la fronte, il ver- 
tice, Voccipite, le gote e le tempie, di sopra, ed il pezzo basilare 
e pre-basilare, di sotto. A questi che sono i pezzi fìssi del 
capo, si devono unire gli occhi semplici, stemmati od ocelli, 
che si trovano nel vertice, e gli occhi composti, che stanno ai 
lati della fronte. Le appendici o parti mobili del capo sono 
rappresentate dalle antenne e dai diversi pezzi dell' apparato 
boccale. 

Vi è un sol paio di antenne negli insetti e si conoscono 
col nome di appendici preboccali o preorali. 




-Pig. 59. — Antenne di insetti diversi: 1, antenne serrate — 2, pettinate — 3, ant. bi- 
pettinate — 4, capitate e genicolate — 5, 6, 7, davate — 8, 9, flabellate — 10, fili- 
formi — 11, monilitormi — 12, setose — 13, setose e fusiformi o quasi — 14, 15, fu- 
siformi e geniculate — 16, con articoli dentati da un lato soltanto — 17, triarti- 
culate ed aristate — 18, biarticulate. 



Le antenne sono appendici delicate, più corte o più lunghe 
del corpo, formate di più articoli, al primo dei quali, dalla 
base, si dà il nome di scapo, ed ai rimanenti, insieme, il nome 



m.\ 



— 172 — 

di flagello, o stelo, quando gli ultimi non formino una clava. 
Le antenne, indipendentemente dalla loro lunghezza, possono 
essere e si dicono: 

Filiformi se conservano sempre lo stesso diametro in 
tutta la loro lunghezza. 

Setacee, quando si vanno assottigliando successivamente 
dalla base all'apice. 

Setiformi, quando le antenne sono setacee, corte, rigide © 
terminate in una punta allungata ed acuta. 

Fusiformi, quando sono più ingrossate nel mezzo che alle 
estremità. 

davate quelle che si vanno ingrossando a forma di clava 
alla estremità. 

Gemelliate, quando lo scapo e lo stelo sono articolati a gi- 
nocchio. 

Pettinate, se gli ultimi articoli delle antenne si prolungan 
come denti di pettine. 

Seghettate, quando i denti sono lunghi e rassomigliano 
quelli di una sega. 

Dentate, se ogni articolo ha un piccolo dente da ciascuno 
dei lati. 

Lamellose, quando gli ultimi articoli sono lamellari e nel- 
l'insieme simulano talvolta un'antenna clavata.. 

Flabellate, quando gli articoli, meno quelli della base, sono 
forniti dal lato interno di rami flessibili ed appiattiti, a for- 
ma di ventaglio o flabellum, donde il nome di flabellate, come 
le barbe d'una penna. 

Palmate, quando sono cortissime e gli articoli sono forniti 
dal lato esterno di ramificazioni digitiformi. 

Aristate, quando terminano in un articolo a paletta, fornito 
di una setola laterale, nuda o pelosa. 

L'apparato boccale degli insetti varia secondo il costume 
e l'uso che quelli ne fanno; e poiché, mentre alcuni fra, essi 
triturano sostanze solide, altri succhiano alimenti liquidi, l'ap- 
parato boccale è trituratore o masticatore nei primi (cavai- 



— 173 — 

lette, scarafaggi, libellule, e simili), e succhiatore o succhiante 
nei secondi (vespe, api, farfalle, pidocchi, pulci, mosche, e 
simili). 

L'apparato boccale trituratore (fìg. 60) resulta formato di 
due pezzi impari e quattro pezzi pari: i primi corrispondono 
al labbro superiore o labrum, ed al labbro inferiore o labium; 
ed i quattro pezzi pari sono rappresentati da due mandibule 
e da due mascelle. 




Fig. 60. — Pezzi ingranditi dell'apparato boccale trituratore di un coleottero (Zabrus 
tenebrioides Goez): ci, clipeo — Is, labbro superiore — mad, mandibole — ms, ma- 
scelle col palpo mascellare (jjs) — li, labbro inferiore con i palpi labiali (pi). 

Il labbro superiore è un pezzo laminare, quadrato, rettan- 
golare od a forma di triangolo, collegato al clipeo, e situato 
generalmente al di sopra delle mandibule. Risulta in origine 
dalla fusione di due pezzi uguali, ed è privo di appendici. 
Le mandibule sono formate ciascuna da un solo pezzo forte e 
robusto, sono situate di faccia e si muovono in un piano orizzon- 
tale. Sotto le mandibule si trovano le mascelle, di quelle assai 
meno robuste, formate di un diverso numero di pezzi uniti 
insieme, e provviste di un palpo mascellare. Viene ultimo il 
labbro inferiore, formato dal mento e dalla ligula e collegato 
per quello al pezzo prebasilare del capo. 

L'apparato boccale succhiante deriva da una modificazione 



— 174 — 

più o meno profonda dell'apparato trituratore, al quale si ap- 
prossima più di tutti quello delle vespe e delle api. In questi 
e negli animali che qui rappresentano, in fatti, il labbro supe- 
riore e le mandibule restano come nell'apparato trituratore, e 
le mascelle con la ligula si allungano considerevolmente, que- 
sta inguaina con i lati nei tubi formati da quelle e formano 
insieme l'apparato trituratore-succhiante conosciuto col nome 
speciale di promuscis (fìg. 61). 



ai 

ep 



pm, 

pg 

ms 



pi 




JFig. 61. — Apparato boccale trituratore-succhiante: ep, epifaringe — mad, mandibole 

— ms. mascelle col palpo mascellare (pm) e la paraglossa {pg) — pi, palpi labiali 

— I, ipofaringe. 



Nelle farfalle il labbro superiore, le mandibule ed il labbro 
inferiore sono affatto rudimentali; le mascelle sono conformate 
a tromba e nascoste o quasi fra i palpi labiali, che sono molto 
sviluppati. La tromba, o spiritromba, della quale le farfalle si 
servono per succhiare il nettare dai fiori, è più o meno allun- 
gata o raccorciata e resulta formata dall'unione delle due ma- 
scelle, che si assottigliano dalla base all'apice, e poiché nella 
superficie di contatto, sono scanalate, unite insieme formano 
un canale, che porta direttamente nel tubo digerente il mate- 
riale assorbito (fìg. 62). 



— 175 — 

Negli afidi, nelle cimici delle piante e nelle cicale il labbro 
inferiore è eccentricamente scanalato e la scanalatura, rico- 
perta alla base dal labbro superiore, dà passaggio alle mascelle, 
e alle mandibole ridotte a degli stili che sono senza palpi. 
Questo apparato boccale ha ricevuto il nome di rostro (fig. 63). 
È poco diverso dal rostro l'apparato succhiante dei tripsi, nei 




Fig. 62; — Testa di farfalla, dalla parte sternale: d, occhi — ol, fronte — ole, man- 
dibule rudimentali — m, origine deUa tromba — no, palpi mascellari — ul, labbro 
inferiore — pi, palpi labiali — x, tromba. 

quali però le mascelle portano palpi distinti, ed il labbro in- 
feriore non è prolungato come quello delle cimici e gli altri 




Fig. 63. — Capo con apparato boccale di una cimice: o, occhi — a, antenne — ep, epi- 
stema — Is, labbro superiore — li, labbro inferiore — smd, sms, setole. 



animali sopraindicati. A quello delle cimici si avvicina pure 
l'apparato boccale delle pulci, ma la guaina, invece che dai 
pezzi impari, è formata da due pezzi pari, che potrebbero es- 



— 176 — 

sere le mandibole, trasformate in valve triangolari, sotto delle 
quali sono due lunghe setole acute corrispondenti alle mascelle, 
e presso la loro base si trovano delle appendici articolate, ohe 
corrispondono ai palpi mascellari. Fra le setole mascellari si 
trova la ligula, ma non si trova il labbro inferiore con i 
palpi relativi. A questa specie di apparato boccale si è dato il 
nome di rostello. 




mx. ! 'l 



Fig. MA. — Testa di dittero: a. antenne — m, mandibole — mas, mascelle —pm, palpi 

° mascellari — Ig, lingua — l, labbro — Fig. 64 B: Ib, labbro anteriore. — Fig. 0, 

lettere come in A e B. 



Nelle mosche l'apparato boccale si indica col nome ài pro- 
boscide, ed è formato dalla guaina più o meno raccorciata od 
.allungata e da un diverso numero di setole disposte sovente 
in modo da formare un tubo nella guaina. 

Il torace viene dopo il capo ed è formato di tre anelli: prò- 
torace, mesotorace e metatorace, ai quali sono affidati gli organi 
di moto : i piedi, per camminare, saltare e nuotare, e le ali 
per locomuoversi nell'aria. 

I piedi sono in numero di tre paia, inseriti ciascuno sul- 
l'arco sternale di un anello: uno sul protorace, uno sul meso- 
torace, ed un altro sul metatorace. I piedi delle prime due paia, 
si dicono pedes anteriores: quelli del protorace, pedes antici; 
quelli sul metatorace pedes postici, e le due paia del meso e 
del metatorace, pedes posteriores. 



177 — 




\A- 



67 



66 





Fig. 65. — Torace di un imenottero visto di fianco: prn, pronoto — prs, prescuto — 
msc, mesoscuto — mst, naesoscutello — psct', post scutello — al, inserzione della 
squama che si estende a quella delle ali, che sono state tolte — mspr, meso- 
fragma — h, bilancieri — pt, tegola — min, nietanoto — epis, epis', epis", epi- 
sterno del prò, naeso e metatorace — epm' , epm", rneso e metaepimero — st 1 ', st", 
meso e metasterno — ex', ex", ex'", coxa — tr', tr", tr"', trocanteri — sp', sp", 
stigmi. — Fig. 66. Torace di un imenottero cinipideo dal dorso : a. pronoto — b, 
mesonoto — e, tegola — d, base delle ali anteriori, ed (e) base delle ali posteriori 

— f, g, divisioni del metanoto — h, primo segmento dell'addome col suo stigma (i) 

— fc, secondo anello addominale o peduncolo. — Fig. 67. Torace ed addome di Co- 
leottero visto di sotto: a', a", a'", luogo della inserzione delle tre paia di zampe 

— 1, 2 S, anelli dell'addome mostranti da un lato le aperture stigmatiche. 



12 



— 178 



I piedi sono formati di diversi pezzi od articoli. Il primo 
basilare, col quale quelli si articolano al torace, prende il nome 
di anca o coxa; il secondo va col nome di trocantere, separato 




J?ig. 68. — Piede posteriore di Zabr'us tenebrioides: 1, coxa — 2, trocantere — 3, fe- 
more — 4, tibia — 5, tarso di cinque articoli di cui l'ultimo è armato di unghie. 



talvolta dall'anca da un altro piccolo pezzo detto trocantino; 
il terzo articolo normale, allungato, prende il nome di femore; 
e questo è seguito dal quarto, più lungo, detto tibia, che porta 
il tarso, formato di diversi articoli. Alla estremità dell'ultimo 
articolo tarsiale si trovano le unghie. 

Secondo la natura e l'uso a cui servono, i piedi si dicono 
saltatorii quando hanno i femori ingrossati con forti e po- 
tenti muscoli, le tibie allungate, e sono adatti al salto; ambu- 
latoci quando i tarsi sono forniti di una spazzola o di una 
suola; cursorii, quando non hanno né spazzole ne suole; nata- 
torii, quando sono compressi, ciliati ed adatti al nuoto; scava 
torii o fossorii quando sono digitati e servono a scavare nel 
suolo; e predatori, quando la coscia è scanalata e ricetta 1 
tibia armata di una doppia serie di spine. 

Le ali mancano in alcuni insetti, come nella cimice, nella 
pulce e nel pidocchio, ma si trovano negli altri, e variano per 
numero da due a quattro. Gli insetti senz'ali si dicono atteri, 
si dicono ditteri quelli che ne hanno due, e tetratteri gli altri. 
Negli insetti tetratteri, due delle ali sono situate, una per parte, 
ai lati del mesotorace, e sono le ali anteriori, e due ai lati 



— 179 — 

del metatorace, e sono le ali posteriori. Quando vi sono due ali 
soltanto, queste si trovano sul mesotorace, ed il metatorace 
porta spesso in vece due bastoncelli detti halteres o bilancieri. 




X & r f 



Fig. 69. — Ala di una Tipula: B, base — A, apice — Ma, margine anteriore - Mi, 
margine interno — Me, margine esterno o posteriore, quando l'ala è chiusa — 
a, nervo costale o marginale anteriore — b, mediastino — e, sottocostale — adb, 
radiale — e, cubitale — f. discoidale — g, posticale — h, anale — i, ascellare e 
assillare — x, nervo trasverso ordinario — 7-9. trasverso posteriore — 1, 2, area 
costale o marginale — 3, subcostale — 1, cellula mediastina — 5, basale ante- 
riore — 6, basale posteriore — 9, discoidale. 



Nelle ali si distinguono la base, l'apice, la costa, l'angolo 
interno, il margine interno, il margine posteriore, e nella su- 
perfìcie o disco, la nervatura e le cellule. Base dell'ala è quella 
per la quale questa si articola al torace. La parte opposta è 
V apice, detto angolo anteriore o angolo esterno dell'ala. L'an- 
golo interno è quello posteriore all'angolo esterno. La linea 
che dall'apice va alla base dell'ala si dice costa o margine 
anteriore, e margine interno l'altro che va dall'angolo interno 
alla base; mentre si dà il nome di margine posteriore a quello 
che congiunge l'ango]o anteriore a quello posteriore. Disco, o 
superficie dell'ala, è la parte di questa circoscritta dai margini 
indicati, e resulta formato dalla sovrapposizione di due mem- 
brane combacianti fra loro. La nervatura è data dalla forma- 
zione della chitina fra esse, e gli spazi che questa presenta 
sono quelli indicati col nome di cellule. 

La forma e la nervatura delle ali variano sensibilmente da 
un gruppo all'altro di insetti, ma di queste variazioni si dirà 
parlando di ciascuno di quelli in particolare. 

L'addome forma la terza ed ultima regione del corpo degli 
insetti. Esso si compone di un vario numero di anelli, sempre 



- 180 - 

in maggior numero di quelli del torace; per quanto manchino 
degli organi di movimento, e gli ultimi siano provvisti di ap- 
pendici genitali e di presa, come la trivella delle cavallette 




Fig. 70. Addome di una femmina di Anabrys: 1 a 9, archi dorsali 
ventrali — e, cerooide — t. trivella. 



2 ad 8, archi 



e le tanaglie delle forbicine. In altri casi, come negli afidi, 
l'addome termina con un semplice tubolo anale, al disotto del 
quale si trova l'apertura genitale, nella quale mettono i dutti 



7 8 9 10 e 




st sp 



Fig. 71. — Estremità dell'addome ed armatura di una Locusta: 7 a 9, ultimi anelli 
addominali — 10, opercolo — e, cerei — sp, lamina sotto genitale — vo, valve 
laterali superiori — vi, valve laterali inferiori — t, terebra. — Fig. 72. Apparec- 
chio accessorio di una Fillossera in rapporto con la estremità dell'addome: 
a, ricettacolo seminale — &. condotto escretore inserito sul condotto vaginale 
(/) a poca distanza dalla vulva (g) — e, ghiandole sebifiche situate ai lati della 
terminazione dell'ovidutto (e), fornite di un serbatoio (d), che si apre nell'ovi- 
dutto — Ti, retto — i, apertura anale. 



delle glandole sebifìche, il cui prodotto serve a spalmare le 
uova e ad assicurarle validamente alle parti delle piante, sulle 
quali dalle madri vengono affidate. L'addome può essere della 



— 181 - 

larghezza del torace o molto più stretto di quello, alla base, 
ed in questo caso, comune nelle vespe, nelle mosche e negli in- 
setti affini, si indica col nome di addome peduncolato. L' arco 
ventrale dell'ultimo articolo dell'addome prende nome di ipo- 
pigidium, e quello dorsale si conosce col nome di epigidium, 
che acquista spesso delle dimensioni notevoli e fornisce buoni 
caratteri per la sistematica di alcuni insetti. 

Come nel torace, nella regione addominale ed ai lati di 
essa, si trovano delle aperture stigmatiche o stigmi, per i quali 
prendono aria gli organi della respirazione, detti trachee. 




Fig. 73. — Armatura chitinosa dell'apparato stigmatico del baco da seta: b, archetto 
superiore — b', archetto inferiore — h, leva — 1, ligamento — m, muscolo esten- 
sore della leva — m', muscolo flessore — o, braccio verticale della leva — n, pro- 
cesso unciniforme. 



Quanto ora alla organizzazione interna, l'apparato digerente 
è formato di un tubo a pareti proprie, aperto alle due estre- 
mità del corpo, diviso dall'avanti all'indietro, in faringe, esofago, 
ventricolo, stomaco, intestino e retto, ed è provvisto di glandule 
salivari, tubi malpighiani, e glandule anali. L'apparato respi- 
ratore, come si è detto, è formato di trachee aperte all'esterno 



— 182 — 

per mezzo degli stigmi, il numero dei quali varia spesso sen- 
sibilmente da un ordine all'altro di questi animali. 

La semplice ispezione della figura basta a mostrare l'arma- 
tura chitinosa o il meccanismo di chiusura degli stigmi, arma- 
tura che è formata dall'arco superiore (arco di Landois e Kran- 
cher (b), dell'arco inferiore o arco di Verson (&') che non sempre 
si trova, e della leva (h). Il processo unciniforme (/) che dà 
attacco alla parte inferiore del muscolo flessore (to') deriva, 
dall'arco superiore, dal quale scende anche l'ispessimento chi- 
tinoso o leva, il cui braccio verticale (o) resulta formato di 
due branche riunite in alto e così ravvicinate nel resto da li- 
mitare una stretta fessura, mentre il braccio orizzontale si 
allarga all'estremità e dà attacco ai muscoli, m, to'. Dal go- 
• mito della leva parte il legamento tendineo (l) che si unisce 
all'arco inferiore. Ora poiché il muscolo flessore della leva va 
dall'uncino (u) all'estremità del braccio orizzontale di quella, 
ed il muscolo estensore va dalla leva alla parete laterale del 
corpo del bruco, quando il muscolo w' si contrae ed abbassa 
il braccio orizzontale della leva, la parte verticale di questa 
va a contatto dell'arco superiore, e poiché il ligamento sposta 
nello stesso senso, l'apertura dello stigma si chiude, mentre la 
contrazione del muscolo to, per contrario, ne produce l'apertura, 
che per tal modo si apre e si chiude per lo scambio gassoso, 
in quella che le pareti vestibolari sottostanti, contraendosi e 
dilatandosi, sotto l'azione di un muscolo proprio, facilitano lo 
scambio sopraindicato. 

Non in tutti gli insetti si trova il meccanismo di chiusura 
indicato, che è uno dei più completi, e dà bene ad intendere 
come per esso debba avvenire ed avvenga la morte degli in- 
setti posti in un gas deleterio, puro o mescolato all'aria. An- 
cora non si era spiegata la morte degli insetti con l'uso dei 
liquidi insetticidi, ma la spiegazione l'ebbi bagnando gli stimmi 
dei bachi da seta, successivamente, con acqua distillata, acqua 
ordinaria, e con questa e quella variamente condite con alcool, 
sostanze oleose e saponi diversi. Bagnando gli stimmi con 



— 183 — 

acqua soltanto, i bachi non muoiono, e questi dissezionati mo- 
strano che nel vestibolo e nei tronchi tracheali non vi penetra 
l'acqua, nemmeno quando gli animali vi si immergono; mentre 
con la immersione nell'alcool, nell'olio, nel petrolio, nelle so- 
luzioni di sapone, ecc. le pareti delle parti stesse si trovano 
visitate. Per avere la prova più evidente di quanto si afferma 
basta colorire l'alcool col carminio, col blu di anilina, o con 




Fig. 74. — Tronchi e ramificazioni di trachee nelle quali le macchie nere stanno a 
rappresentare i granuli blu formatisi in esse per la reazione dei sali indicati. 



safranina; vi si immergono i bachi in esperimento, si lavano 
poi rapidamente ad una corrente di acqua, e si posano col 
fianco sopra un foglio bianco di. carta bibula. Dopo qualche 
minuto si vede che dagli stimmi, prima puliti, vien fuori la 
sostanza colorante e la carta presenta una fila di macchie 
colorate in corrispondenza delle aperture respiratorie. 

E inutile dire che la colorazione stessa si riscontra nelle 
trachee dell'animale dissezionato. Dirò invece che una dimo- 
strazione migliore si ha facendo uso dell'alcool o del sapone 



— 184 — 

con del cloruro di ferro; si trattano le trachee della larva dis- 
secata con una soluzione di prussiato giallo di potassa, e si 
acidifica per facilitare la reazione: nelle pareti vestibolari, nei 
grossi tronchi e nelle più lontane ramificazioni loro si ottiene 
un precipitato blu caratteristico, che sta a dimostrare che il 
liquido alcoolico e quello saponoso sono passati nell'apparato 
respiratorio dell'animale causandone la morte. 

L'apparato circolatore è rappresentato da un vaso dorsale 
diviso in tante camere successive, fornite ciascuna di due aper- 
ture laterali con valvole, che permettono l'entrata del liquido 
nutritizio, il quale per le ramificazioni del tronco aortico ante- 
riore si diffonde per tutte le parti del corpo. L'apparato escretore 
e secretore comprendono le ghiandole digestive sopraindicate, 
le ghiandole tegumentarie sericigene e cerifere (comuni queste 
nei pidocchi delle piante), le ghiandole odoranti sui segmenti 
del corpo delle cimici, le ghiandole velenose degli apparati 
omonimi delle api, ed altre diverse. 

Il sistema nervoso è rappresentato da una massa cerebroide 
sopra esofagea ed una sotto esofagea (formate ciascuna dalla 
fusione di tre paia di gangli nervosi e che collegate per mezzo 
di commissure formano il cingolo esofageo); da una catena ner- 
vosa di gangli ventrali, e da un sistema nervoso viscerale. 
La massa cerebroide sopraesofagea è quella che innerva le an- 
tenne e dà i gangli ottici sui quali poggiano gli occhi, mentre 
le altre appendici del capo sono innervate dai gangli sottoe- 
sofagei, ai quali si collega la catena ganglionare ventrale o 
sotto intestinale sopraindicata. Il sistema nervoso viscerale 
è quello rappresentato da gangli impari derivati dal sistema 
centrale suddetto, i quali mandano le loro ramificazioni sul 
tubo digerente, sulle trachee, sugli altri organi viscerali e sui 
muscoli longitudinali dell'addome. 

Quanto ora agli organi dei sensi, quello della vista è il 
solo bene evidente e sul quale non vi è luogo a contestazioni; 
sugli altri, i naturalisti non sono bene d'accordo fra loro. La 
maggior parte di essi, non ostante, ritiene che il gusto abbia 



— 185 — 

sede nella cavità boccale; l'odorato nelle antenne, nei palpi o 
nelle trachee, ed il senso dell'udito nelle antenne. 

La riproduzione, meno poche eccezioni, è sessuata ed i sessi 
sono distinti. L'apparato sessuale maschile è formato essenzial- 
mente dai testicoli, dai canali deferenti, dalle vescicole semi- 
nali, dal condotto eiaculatore, e dal pene. Di queste parti, le 
prime sono interne, l'ultima è esterna al momento della copola 
o dell'accoppiamento. Oltre gli organi essenziali poi, vi sono 
gli organi annessi, dei quali quelli sempre presenti ed esterni 
accompagnano il pene e servono ad assicurare la congiunzione 
dei due sessi. L'apparato sessuale femminile si compone del 
V ovario, dell'ovidutto, della vagina e degli organi annessi. Gli 
ovari sono due, come i testicoli, ai quali corrispondono, e 
sono formati di un diverso numero di guaine ovigere; mentre 
l'ovidutto è un canale unico, omologo al condotto eiaculatore. 
Gli organi annessi all'apparato sessuale femminile sono due: la 
vescicola spermatica, sempre unica, e le ghiandule sebifiche: la 
prima serve a raccogliere lo sperma del maschio, per fecon- 
dare le uova al momento della deposizione; e le seconde ne 
spalmano la superfìcie e le assicurano alle parti delle piante 
sulle quali vengono deposte. 

Degli insetti, dopo usciti dall'uovo, alcuni non mutano sen- 
sibilmente di forma, e si dicono ametaboli, come i pidocchi 
delle piante e le pulci dei ghiacciai, ed altri si trasformano, 
e si dicono emimetaboli quando la trasformazione è incompleta, 
come nelle tripsi e nelle cavallette, e metaboli quando quella 
è completa, come nelle mosche, nelle farfalle e negli scara- 
faggi. Nelle metamorfosi complete ordinarie si incontrano uno 
stadio di larva, uno di ninfa, crisalide o pupa, ed uno d'm- 
setto perfetto. Talvolta lo stato di larva è seguito da quello di 
proninfa dal quale vien poi la ninfa sopraindicata. La tra- 
sformazione così complicata si dice iper metamorfosi, e l'esem- 
pio, fra gli altri si ha nelle tripsi, per gli emimetaboli, e in 
qualche insetto del tipo delle vespe e degli scarafaggi, fra i 
metaboli. 



— 186 — 
Le uova di un considerevole numero di insetti si svilup- 
pano senza bisogno di essere fecondate dal liquido spermatico 
dei maschi, ed il feDomeno è ciò che si indica col nome di 



75 



713 





Pig. 75. — Organi genitali maschili del Maggiolino 4 volte ingranditi: a, a, a, testi- 
coli — b, b. b, loro canali escretori — e, e, e, canaio deferente — d, vescicola 
seminale di questo — e, e, e, vaso spermatico — e' sua origine — /, sua vescicola 
seminale — d', /', deferente e vaso spermatico di sinistra — g, canala. eiacula- 
tore — h, guaina dello stesso tronco — g'g', parte ripiegata di questi — W, gli 
stessi nella verga — V ', orificio della verga — j', cui di sacco del canale eiacula- 
tore — mll'km'", verga — m' n' m" n", prepuzio — nn' n" n, tubo membranoso 
esteriore — op, secondo foglietto — pr, primo foglietto del tamburo — r, q, pic- 
cola parte della guaina della verga — s, muscolo flessore della pinza, che so- 
stiene il tubo membranoso esteriore. — Pig. 76. A, Organi genitali femminili di 
Maggiolino quattro volte ingranditi: tefcZ', ovidutto — m, in, ghiandole vulvari — 
», grande vescicola vaginale — o, canale escretore — q, r, r, trombe — s, t, V , n, 
i sei ovari per lato — s. loro parti posteriori con sostanza gommosa — t, t'. germi 
delle uova — u, germi riuniti in una sola massa — v x, ligamento terminale degli 
ovari — y, ligamento comune — B, germi di un ovario chiusi nelle membrane 
proprie e comuni: a, diversi germi riuniti — 6, germi distinti — e, il primo pros- 
simo a separarsi. 



partenogenesi. Sono partenogenetici i pidocchi delle piante, 
nei quali, per altro, siccome le generazioni agamiche successive 
mettono capo ad una generazione sessuata, si ha pure il feno- 
meno della riproduzione alternante. La riproduzione agama, 
negli insetti, è vivipara, quando le femmine partenogenetiche 
depongono figli vivi, ed ovipara quando depongono uova. La 



— 187 — 

riproduzione sessuale è sempre ovipara, e le uova si distin- 
guono dalle agame per la presenza del peduncolo e del micro- 
pilo, che nelle altre non esistono. Nel rimanente, le uova agame, 
come le sessuate, sono sferoidali, ovali, obovate, ellittiche, rac- 
corciate od allungate, di colore diverso, e dalla parte esterna 
del guscio o corion, lisce, rugose, reticolate, o variamente 
crestate. 

Le larve che da esse provengono possono essere depresse, 
posteriormente ristrette, con apparato masticatore, zampe tora- 
ciche bene sviluppate, talvolta con cerei alla estremità dell'ad- 
dome, e, per la somiglianza con alcuni insetti del genere Cam- 
podea, si dicono larve campodei formi , come quelle del formi- 
caleone, della lucciola, e simili. Si dicono larve cruciformi 
quelle quasi cilindriche, ad integumento molle, apparato ma- 
sticatore, zampe toraciche corte, e un diverso numero di false 
zampe addominali, come nelle cavolaie e nelle altre conosciute 
col nome di bruci. Si dicono larve melolontoidi i bruci senza 
false zampe addominali della melolonta o maggiolino, del cervo 
volante, dei gramignuoli, e simili; e larve elminti formi o ver- 
miformi quelle delle mosche, e di altri insetti, sfornite di 
appendici articolate. 

È interessante nella biologia dogli insetti conoscere le ghian- 
dole setifere e quelle che a queste nei loro bruchi si connet- 
tono, giacche di siffatti organi questi si servono per difendere 
se stessi e le crisalidi nelle quali si trasformano al termine dello 
sviluppo. Queste ghiandole, delle quali si ha una chiara idea 
nelle figure sopraindicate, si aprono la via attraverso la pa- 
pilla conica del labbro inferiore col tratto anteriore, mentre 
con i serbatoi fiancheggiano il tubo digerente dell'animale e 
col resto si aggomitolano tanto, che, nell'insieme raggiungono 
e superano di molto la lunghezza dell'animale. 

Dalle larve, negli insetti a ipermetamorfosi, si ha una prima 
forma ninfale, detta proninfa o propupa; negli altri si ha la 
pupa direttamente, e questa, in ogni modo, se ha le appen- 
dici staccate dal corpo, ricoperte dalla cuticola ninfale, si dice 



— 188 



libera., ed è la forma più comune. Prende il nome di pupa 
oòtecta o crisalide quando le appendici si riconoscono dall'esterno 
e sono attaccate al corpo dalla cuticola ninfale, come nelk 
farfalle. Si dice invece pupa coartata quando resta chiusi 
nella pelle indurita della larva, come nelle mosche. Tanto h 





Fig. 77. — Ghiandola setifera di una bombice: A, tubo escretore della filiera o Fi- 
liera di Eeaumur — F, canale escretore della ghiandola setifera — S, serbatoio 

— fib, porzione della ghiandola con fibroina — GF, ghiandole accessorie del 
Filippi. — Fig. 78. Filiera ingrandita — B, canale centrale della filiera (C) — 
l, rachite di Blanc — D, canale comune ai due escretori della ghiandola — E, 
dutto della ghiandola del Filippi — F, canali escretori della ghiandola setifera. 

— Fig. 79. Speciale ghiandola mucipara annessa ai canali escretori delle ghian- 
dole setifere nei bruchi delle agrotidi. 



pupa libera, quanto la crisalide possono essere nude od involte 
da una specie di bozzolo sericeo, rinforzato da escrementi, ra- 
sure di legno o da terra, e anche chiuse in una cella esclusi- 
vamente terrosa, o quasi. Il bozzolo e la cella terrosa sono 
costruiti dalla larva a questo fine provvista di ghiandole se- | 
ricigene e muccose, che sboccano nel labbro inferiore. 

In base alle notizie sommarie sopraindicate la classe degli 
insetti, per comodità di studio, si può ripartire e si ripartisce 
in un vario numero di ordini, fra' quali per noi importa ricor- 



— 189 — 

dare i seguenti: Tisanuri, Anopluri, Afanitteri, Ditteri, Emit- 
tori, Fisapodi, Lepidotteri, Imenotteri, Neurotteri, Pseudoneu- 
rotteri, Ortotteri e Coleotteri. 

Di tutti questi ordini, e degli altri, che si potrebbero 
istituire e si istituiscono a spese, di taluno di essi, i Tisanuri, 
rappresentati dai pesciolini (Lepisma saccarina) e dalle pulci 
dei ghiacciai (Desoria glacialis); gli Anopluri, che hanno i loro 
rappresentanti nel pidocchio dell'uomo [Pediculus capitis, P. ve- 
stimento), e nei pidocchi bovini; gli Afanitteri, ben noti per la 
pulce comune (Pulex irritans) e la pulce chique (Sarcopsylla 
penetrans) ; ed i Neurotteri, con gli Architteri o Pseudo-neurot- 
teri rappresentati dal formicaleone (Myrmoleon formicarius), 
dalle crisope (Chrysopa perla), dalle mantispe (Mantispa syriaca) 
dalle panorpe (Panorpa communis), dalle rafidie (Rhafidia no- 
tata), dalle friganee (Phryganea grandis), dalle efemere (Eplie- 
mera vulgata), dalla libellula comune (Libellula depressa), e 
dalle termiti (Termes lucifugus), per quanti rapporti essi ab- 
biano, diretti ed indiretti con l'economia agraria e quella do- 
mestica, non vivono a spese delle piante sane e non possono 
essere qui più largamente ricordati. Si potrebbe fare eccezione 
per qualche Sminturo fra i Tisanuri (Smyntlmrus luteus Lub., 
etc.) e per qualche Termite; ma qui preferisco di passar sopra, 
per mettere in vista i Ditteri, gli Emitteri, i Fisapodi, i Lepi- 
dotteri, gli Imenotteri, gli Ortotteri ed i Coleotteri, che con 
alcune delle loro forine sono un vero disastro per l'agricoltura. 



Ord. DIPTERA. 

Le mosche comuni, i tafani, le zanzare e gli affini danno 
una idea assai chiara di questi insetti caratterizzati dall'appa- 
rato boccale fatto per pungere e succhiare e dal numero, due, 
delle ali, quelle anteriori soltanto, mentre le posteriori sono 
ridotte a bilancieri. 



— 190 — 

I Ditteri sono insetti metabolici, cioè che per arrivare allo 
stato perfetto, di mosca o di zanzara per esempio, passano per 
lo stato di larva e di pupa. 










Fig. 80. — Tipo di una mosca: C, capo — T, torace — Ad, addome — Z, zampe — 
Al, ali. 

Le larve sono vermiformi, mancano di zampe, e non sem- 
pre presentano la testa distinta; mentre le pupe, ora si tro- 
vano chiuse in un involucro formato della stessa spoglia lar- 
vale, sotto la quale nascondono le diverse parti del corpo in 
formazione (pupa coartata), ora sono scoperte e mostrano ester- 
namente le diverse parti delle future forme perfette (pupa in- 
completa). 

Allo stato di mosca o di zanzara i Ditteri hanno testa glo- 
bosa o discoidale, occupata per la massima parte dagli occhi 
composti, che sono voluminosi. Le antenne sono variamente 
foggiate, lunghe e brevi, e quaste si compongono di tre arti- 
coli, il terzo fornito di una setola od arista, diversa per posi- 
zione (apicale, basale, tergale) e per forma. La fronte, d' al- 
tra parte, l' epistoma, le gote e gli occhi sono ornati di 
colori e peli diversi, brevi, fitti, ed insieme indicati con i 



— 191 — 

nomi di baffi, quelli dell'epistema, di barba quelli delle gote, 
di ciglia dintorno agli occhi, e di vibrisse, gli altri della parte 
inferiore della faccia. 



•Svw 




Fig. 81. — I, capo di una mosca : a, setole frontali — 6, gote — e, vibrisse — d. se- 
tole orali — e, peristomio — o, occhi — p, setole verticali — q, setole ocellari. 

— II, antenna: 1, primo — 2, secondo — 3, terzo articolo — a, b. e, articoli del- 
l'arista. — III, ala : f, spina costale — g, appendice cubitale — h, venula tra- 
sversa esterna — i, id. interna od anteriore — k, id. basale anteriore — l, basale 
posteriore — m, angolo, o cubito della quinta vena longitudinale — n, vena 
ascellare. — IV, scutello: sin, setole marginali — sa, setole apicali. — V, addome: 
A, B, Q, D. i quattro segmenti dell' addome — E, genitali — 9, setole marginali 

— 10, setole discoidali. — VI, zampe: e, coscia — /, femore — t, tibia — et, se- 
tole della tibia — X, 2, 3, 4, 5, articoli tassiali — p, pulvilli — u, unghie. 



La bocca, ora conformata a proboscide allungata, ed ora a 
cono, è come si presenta nella fig. 64, 

Nel torace il primo ed il terzo anello lasciano la prevalenza 
al secondo che è fuso quasi sempre col primo, davanti, men- 
tre posteriormente porta lo scutello, al quale segue il me- 
tanoto. 

L'addome, formato di un vario numero di anelli, porta alla 
estremità un ovopositore tubolare nella femmina, mentre nel 
maschio finisce con l'apparato copulatore. 

Le ali sono membranose, variamente provviste di colori, 
peli, nervi e cellule, e queste e quelli sono indicati come nella 
fig. 69 e nelle altre seguenti. 



— 192 — 

Le zampe hanno le tibie particolarmente armate di pro- 
cessi spiniformi, mentre l'ultimo articolo dei tarsi è provvisto 
di due unghie dentate, e talvolta di queste, di un arolio, e de- 
gli speciali apparati di adesione, pulvilli, che si trovano nella 
faccia inferiore anche degli altri articoli, e per i quali questi 
insetti hanno anche maniere speciali di progressione. 

Il modo di vivere delle larve è qui quasi sempre diverso 
da quello degli adulti, dei quali, mentre alcuni pungono nei 
corpi donde traggono nutrimento, ed altri lambiscono tra- 
sudamenti gommosi diversi, liquidi freschi o corrotti, di odore 
gradevole od ingrato, con gli effetti dei quali si rendono ca- 
paci nella vita animale e vegetale; le larve ora si trovano 
libere nella terra, o nell'acqua, fra sostanze sane o corrotte, 
ora vivono sul corpo degli animali e delle piante, ora nei tes- 
suti degli stessi corpi e li minano dall'interno, traendoli a 
rovina. Diversi ditteri, d'altronde, assumendo essi stessi e ma- 
turando nel loro corpo alcuni germi parassitari, si rendono 
direttamente nocivi agli altri animali e all'uomo, nei quali li 
trasmigrano, come ■ avviene della Filaria sanguinisi del Car- 
bonchio, e dei germi della malaria comune, studiati egre- 
giamente dal prof. Grassi. Altri ditteri cooperano alla distru- 
zione degli animali nocivi, ed altri ancora, con le insolite mol- 
tiplicazioni turbano le funzioni vegetali delle piante coltivate, 
e nel rendersi causa di danni enormi nell'economia agraria, 
obbligano gli interessati a-, speculare come possono sugli espe- 
dienti naturali e sugli altri che l'uomo può mettere in opera 
per combatterli. 

Secondo che le mosche, o le zanzare, escono dalla pupa per 
una fenditura longitudinale del dorso del torace, o dall'aper- 
tura circolare terminale, del guscio di quella, i ditteri si di- 
cono relativamente ortorafl e ciclorafi. 



— 193 



ORTOBAPHA. 

I ditteri ortorafi si dividono in Nematoceri (con antenne fili- 
formi di 6 e più articoli, palpi di 3-5 articoli), e Brachiceri, 
con tre articoli nelle antenne. 

I nematoceri si dividono in Oligoneuri (spesso con 2 nervi 
longitudinali nelle ali, di rado un nervo discoidale, o sempli- 
cemente diviso, e la cellula basale raramente chiusa), e Poli- 
muri, con nervi longitudinali in numero completo, semplice- 
mente o ripetutamente divisi. 



NEMATOCEEA OLIGONEURA. 

Ai Nematoceri oligoneuri appartengono tre famiglie con 
specie nocive alle piante coltivate, i Cecidomidi, i Miceto- 
filidi ed i Bibionidi. 

Fam. Cecidomydae. 

Antenne di 13-36 articoli più lunghe del torace; ocelli 
spesso nulli; 3-5 nervi longitudinali; nervo marginale o costale 
continuo per tutto il contorno anteriore dell'ala; 1.° e 3.° (sub- 
costale e cubitale) riuniti in avanti; 5.° (posticale) esterna- 
mente biforcato col ramo posteriore diretto indietro ; nervo 
trasversale obliquo, o nullo; suture del protorace e del meso- 
torace non sempre ben distinte. 

Gen. Clinodiplosis Kieff. 

Articoli delle antenne con rigonfiamenti ineguali nei maschi, 
i quali hanno il forcipe a lobi per lo più incisi o troncati 
obliquamente. Ovidutto poco prominente, con due lamelle net- 
tamente separate dalla base. Pulvillo non oltrepassante gli 
uncini. 

13 



— 194 



Clinodiplosis oleisuga Targioni. 

(Moscerino suggiscoraa dell'Olivo). 



Questa specie, indicata dal Cavanna col nome di Moscerino , 
dell'olivo (1) è rappresentata da forme maschili e femminili,; 
da pupe, larve ed uova, il tutto distinto come dai caratteri 
seguenti. 

L'uovo (fig. 82) è di forma ellittica allungata, molto con- 
vesso da un lato ed appena concavo o quasi piano dall'altro, 
e della lunghezza di mm. 0,25 per una larghezza massima 
di 0,05 mm. circa. 



li 




Fig. 82. — Uovo della Clinodiplosis oleisuga, molto ingrandito. 

La larva (fig. 83) è bianchiccia, ovato-allungata e depressa. 
E distintamente segmentata, col segmento cefalico (fig. 83a) 
retrattile, ispido, acuto e breve. La testa porta due antenne 
cortissime e due macchie ocellari sul tergo. La forca sternale 
(fig. 836) è biloba in avanti con i lobi arrotondati. Gli anelli 
del torace e dell' addome portano due peli per parte sui lati. 
L'ultimo anello addominale (fig. 83c) è bilobo ed i lobi sono 
terminati da un' appendice rigida, chitinosa, uncinata con un 
dente dalla parte concava, alla base. 

La pupa è nuda, scolpita, di color giallo-ambraceo, con 
le appendici del capo e del torace più chiare. Lunghezza 
mm. 1,5 — 2,2. 

Degli insetti perfetti la femmina (fig. 84) è lunga mm. 1,6 
a 2,3 circa secondo gli individui delle generazioni che si con- 
siderano, e la natura dei rami nei quali vivono le larve. In 






(1) E. Pecori, La Cultura dell' Olivo in Italia, pag, 303. 






— 195 — 

tutti i modi il capo è discoidale, bruno ed incavato fra gli 
occhi, che sono neri, reniformi ed aderenti alla sommità. 



83 




i?i . 83. — Larva di Clinodiplosis oleisuga molto ingrandita — 83a estremità anteriore 
del corpo con la regione cefalica che porta le antenne — S36 spatula sternale 
— 83c estremità anale della larva molto ingrandita. 



Le antenne sono pallide appena infoscate, moniliformi, 
eguali alla lunghezza del capo e del torace, e formate da 2 + 15 
articoli; i primi due globulari e gli altri quasi cilindrici, fino 
all'ultimo, che è più piccolo, più ristretto all'apice e più o 
meno apiculato alla sommità (fig. 85a). Meno poi i primi due 
articoli, che sono quasi lisci, gli altri sono ispiduli e con i po- 
chi peli setiformi disposti in due verticilli, in quello basilare 
più lunghi e numerosi dell'altro apicale. 

La bocca ha palpi allungati di quattro articoli dei quali 



196 — 



il primo è più corto, il secondo è alquanto più grosso, e l'ul- 
timo, che è il più lungo di tutti, è distintamente setoso. 

Il torace è di color fulvo fuliginoso, convesso, gibboso, con 
rari peli sul dorso. 



84 




84a 







Fig. 84. — .Femmina della Clinodiplosis oleisuga, molto ingrandita — 84a Maschio 






Le ali sono pallide a riflesso violaceo, brevemente ciliate 
verso la base, nel rimanente pelose e fornite di nervo costale 
distinto fino alla interruzione del margine apicale, nervo sot- 
tocostale sottilissimo, obliquo, confuso col precedente poco oltre 
un terzo dalla base di questo ; nervo cubitale decorrente di 
ritto nel terzo anteriore dell' ala fino alla interruzione del mar- 
gine apicale; nervo posticale a due terzi circa del suo corso 
diviso, in un primo ramo piegato ad angolo, verso il margine 
posteriore dell' ala, che raggiunge ad un terzo di distanza dal 
restringimento basale, ed in un secondo ramo largamente cur 
vato che termina nello stesso margine ad un terzo di distanza 
dall' apice dell' ala. 

I bilancieri hanno il peduncolo lungo e la clava gialla, 
pelosa. 

Le zampe sono sottili e lunghe, pelose, giallo -pallido bru 
nastro. 



— 197 — 

L'addome è di colore arancione, peloso, con ovipositore 
tubolare, abbastanza lungo e sottile, formato di segmenti re- 
trattili, dei quali il secondo termina con due lamelle oblunghe. 





Fig. 85. — a, estremità delle antenne del maschio — b, articoli delle antenne della 
femmina per confronto. 



I maschi (fig. 84a) sono meno corpulenti e più agili delle 
femmine dalle quali differiscono oltre che per l'armatura ge- 
nitale, per la natura delle antenne. Queste infatti non sono 
moniliformi, per quanto anch'esse formate di 2 -f- 15 articoli, 
giacche meno i primi due, che sono globulari e sovrapposti, 
gli altri sono lungamente pedicellati, i pedicelli settati e gli 
articoli, non per tutto dello stesso diametro, nella zona me- 
diana forniti di un largo verticillo di numerosi peli inclinati, 
ascendenti, più lunghi degli articoli che li portano. 

I palpi labiali hanno il primo articolo più corto e rigon- 
fio che nella femmina, provvisto di tre lunghi peli setolosi; il 
secondo è incurvato e della stessa lunghezza dei due succes- 
sivi, anch'essi setolosi, ma alquanto più sottili dei precedenti. 

Le ali sono distintamente più corte del corpo, e l'addome, 
smilzo ed alquanto incurvato, porta otto larghe macchie dor- 



— 198 — 

sali trasverse, brune, in corrispondenza di altre esistenti sugli 
archi sternali degli anelli ed ivi divise trasversalmente in due 
da una stria chiara. 

I maschi e le femmine dell'insetto descritto si mostrano 
dagli ultimi di aprile alla metà di maggio o quasi, sui rami 
dell'olivo. Quivi si accoppiano e mentre i maschi vanno a 
morire le femmine restano per la deposizione delle uova. 

I rami sui quali le femmine fecondate affidano le uova 
sono d'abitudine quelli più vegeti e lisci; ma talune ne^ de- 
pongono anche su altri, così che più di una volta ho trovato 
le uova sui tubercoli della rogna dell'olivo e le larve nate nel 
parenchima molle di questi. 

II numero delle uova che ogni femmina depone varia di 
molto: certi individui ne danno un centinaio circa; certi altri 
arrivano quasi a raddoppiare quando non oltrepassano il dop- 
pio di questo numero. 

Queste uova non si trovano tutte unite, ma divise in tanti 
gruppi di quindici a venti circa ciascuno, sui diversi rami 
della pianta. Talvolta si incontrano più deposizioni di uova 
sullo stesso ramo ; ciò che si deve alla presenza di diverse fem- 
mine, giacche, per norma, ognuna di esse passa da un ramo 
all'altro senza fermarsi più di una volta per mettervi uova. 

Nel termine di cinque a sette giorni circa da questi gruppi 
di uova nascono le larve piccolissime, bianchicce, alle quali 
nessuno assegnerebbe la forza di penetrare nei rami; ma esse 
malgrado tutto fanno tanto che scalfiscono l'epidermide, attra- 
versano gli altri tessuti corticali e vanno ad occupare la zona 
di cambio, o zona rigeneratrice dei rami. 

Il tempo che le larve mettono a penetrare nella scorza non 
è relativamente breve, ne poco laborioso; ma quello non è 
tempo perduto per esse, giacche nel tragitto ingeriscono e si 
nutrono del materiale che attraversano per arrivare alla sta- 
zione indicata. Dopo una settimana circa, penetrate che sono 
fra gli elementi della zona di cambio, cominciano a distrug- 
gerli, limitando incessantemente di poi la proliferazione degli 



— 199 — 

altri allo intorno, per impedire che il prodotto di quella re- 
: stringa la galleria da esse aperta ed occcupata. In principio 
anche questo solo resta un compito molto gravoso per loro, e 
che trascurato porterebbe allo schiacciamento inevitabile degli 
insetti; disgraziatamente però le larve per quanto piccolis- 
sime sono molto attive, in principio; e più tardi, siccome con 
le dimensioni del corpo cresce il bisogno di un nutrimento 
più abbondante, esse possono a loro agio distruggere i pro- 
dotti della proliferazione marginale indicata, e intaccare la 
parte più tenera del cilindro legnoso e la parte più interna 
della corteccia del ramo infetto. 

Di fronte a questo lavorìo di incessante distruzione in tutti 
i versi dagli insetti esercitato, la corteccia si assottiglia, e len- 
tamente muore, scolorandosi in corrispondenza delle parti in- 
teressate. Ma prima che questo avvenga mentre la corteccia 
è ancora verde, le larve la perforano in un punto, con la spa- 
tola sternale e da questo foro, una dopo l' altra, vengono 
fuori per trasformarsi. La trasformazione ha luogo nel terreno, 
ove le larve pervengono con un salto che esse spiccano, men- 
tre escono dal foro della corteccia, avvicinando sullo stesso 
punto le due estremità del corpo, che al momento dello scatto 
è conformato ad arco, come ognuno può vedere in tutte le 
larve dei ditteri congeneri, e fra le altre, in quelle com unis- 
simo del cacio. 

Pervenute per tal modo alla superfìcie del terreno, mediante 
successivi scatti le larve arrivano in fine a cacciarsi in una 
fenditura di quello, e vi cercano la terra fresca nella quale 
penetrano e si trasformano, restando nel nuovo stato fino al 
mese di settembre. Allora cessato il .riposo estivo delle piante, 
con le nuove pioggie lo scambio è più attivo con l'ambiente, 
e le piante essendo più adatte a nutrire i nascituri della nuova 
generazione, le ninfe danno i moscerini, che si accoppiano e 
depositano sui rami le uova della seconda generazione, che 
passa l' inverno allo stato di larva ed aspetta la primavera 
i novella, per divenire perfetta e ripetere i fatti sopraindicati. 



— 200 — 

Questo moscerino ha pertanto, non una, ma due genera- 
zioni, delle quali quella primaverile ha gli adulti meglio evo- 
luti dell'altra che si svolge nell'estate e dà le forme perfette 
nell'autunno. 

Dall'esame dei rami infetti si vede che le larve praticano 
fra corteccia e legno delle lunghe e larghe escavazioni uni- 
formi. Ora, quando queste escavazioni non occupano una parte 
eguale o maggiore della metà della superficie esterna dei rami, 
questi non muoiono nelle parti sovrastanti, ma intristiscono 
per un anno almeno ed abboniscono una minore quantità di 
frutto. Se invece le escavazioni interessano l'intero anello cor- 
ticale del ramo, questo perde poco per volta le foglie, lascia 
cadere i fiori, ed i fiori allegati non arrivano a dare i frutti, 
perchè il ramo muore. L ; intristimento e la morte dei rami 
hanno luogo pure quando le lesioni non compromettono alla 
stessa altezza tutto 1' anello della corteccia, purché nelle al- 
tezze diverse quelle arrivino ad estendersi tanto da ogni parte 
da coprire egualmente l'estensione dell'anello corticale indicato 
e da disturbare il processo normale di vegetazione. 

Quando il Targioni descrisse per la prima volta le forme 
della specie a lui note, limitò la presenza dell'insetto alle oli- 
vete del fiorentino soltanto. Ora dalle mie osservazioni resulta 
che il moscerino trovasi diffuso, dappertutto un poco, nella 
massima parte delle zone oleifere della penisola e della Sicilia. 
Allora pure, Targioni non vide la opportunità di mettere in 
vista l'importanza economica della specie, che anche nel 1891 
non aveva fatto dir troppo di sé, quando il prof. Cavanna, 
fece l'augurio che non arrecasse danno neppure nel contado 
fiorentino dove Targioni l'aveva scoperta e studiata. 

Fra le cause che ostacolano la diffusione dell'insetto, la 
più potente sta nella potatura, la quale resta anche il mezzo 
pratico, più efficace di difesa contro l'insetto. La potatura, in- 
fatti, praticata durante l'inverno, impedisce certamente alle 
larve di crescere e di dare le pupe dalle quali poi verrebbero 
gli insetti. 



— 201 — 
Per combattere il moscerino suggi scorza dell'olivo, per- 
tanto, bisogna liberare le piante da tutti i rami con i segni 
caratteristici della infezione e bruciarli, operando non più 
tardi della fine di febbraio, specialmente dove i rami si la- 
sciano nel campo, per arderli. Non si deve agire più tardi, 
perchè i rami non disseccano subito e molte larve trasforman- 
dosi egualmente renderebbero inefficaci le operazioni indicate. 

Gen. Contarinia Rondarli. 

Maschi e femmine con antenne di 14 articoli, nei maschi 
strozzati nel mezzo ed apparentemente doppi; tarsi con un 
solo pulvillo, più corto delle unghie; nervo costale che termina 
dopo l'unione col secondo nervo longitudinale; femmina con 
ovopositore terminato da diverse lamelle. 

Contarinia Tritrici Kyrby. 

{Moscerino giallo delle spiclie del grano). 

L'insetto perfetto è lungo mill. 1 1 j 2 circa, e di color giallo, 
o. giallo aranciato. La femmina ha le antenne per 2 / 5 circa più 
corte del corpo, con i primi sei articoli brevemente apiculati, 
e tutti pelosi ; l'addome con i primi 7 anelli forniti di una 
linea posteriore bruna; ali bianco-pallide, puberale; ed il se- 
condo articolo dei tarsi della lunghezza della tibia. Il maschio 
ha le antenne nere più lunghe del corpo; il torace bruno di 
sopra con due serie di peli ; l'omero ed il margine posteriore 
dello scutello pelosi. 

La pupa è nuda, gialla, col margine posteriore dei segmenti 
del corpo bruno; mentre la larva è prima bianchiccia, poi pal- 
lida, passante al giallo, e le uova piccolissime giallicce. 

Qui ho visto che gli insetti perfetti compariscono verso la 
metà di maggio, al momento della fioritura del grano; si ac- 
coppiano e vanno a deporre le uova, in diverso numero, sui 
fiori delle spiche. 



— 202 — 

Dopo una settimana nascono le larve, che penetrano nel- 
l'ovario e in una ventina di giorni circa, vi acquistano lo svi- 
luppo necessario e, se n' escono per interrarsi. Quivi restano 
così fino alla primavera seguente, allorché, di aprile si trasfor- 




Fig. 86. — Contarinia Tritici : A, insetto perfetto — /, articoli antennali della fem- 
mina — m, id. del maschio — l, larva — p, pupa — n, estremità addominale del 
maschio — o, estremità addominale della larva. 

mano in pupe e poco di poi negli insetti perfetti, che escono 
dal terreno e volano sulle piante per ripetere i fatti soprain- 
dicati. Non tutte le larve però fanno a tempo per lasciare le 
spiche avanti la mietitura, e quelle non poche che vi si tro- 
vano, tagliate le piante, vengono portate con queste sull'aia, 
e quivi, con le loppe e con la pula, disseminate nei campi, 
diffondono la infezione. 

L'insetto si trova pare sulla Segale e sull'Orzo, ma la pianta 
preferita è il grano, del quale distrugge gli ovari fiorali ed il 
frutto ancora tenero, scemando a questo modo considerevol- 
mente il raccolto dell'anno. 

Quanto ai mezzi di difesa, dove la infezione minaccia, 



— 203 — 

bisogna raccogliere e distruggere le spighe a fiori atrofici e 
gialli prima che le larve le abbandonino per interrarsi; bru- 
ciare la pula e le loppe, che si separano con la trebbiatura 
sull'aia; e, ove questo non fosse sufficiente, procedere all'ab- 
bruciamento del terreno, in luglio, servendosi delle stoppie 
stesse, da lasciarsi a bello studio anche più alte del solito nel 
campo. 

L'uso degli insetticidi per la limitazione dell'insetto sarebbe 
quanto altro mai dispendioso, e di efficacia molto dubbia con- 
tro di quello, a meno che non si voglia far largo uso di sol- 
furo di carbonio da incendiare nel terreno, per compromettervi 
le larve che vi si trovano riparate. 



Contarinia Pisi Winnertz. 

{Moscerino o Diplosis dei legumi del Pisello e della Fava). 



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Fig. 87. — Contarinia Pisi molto ingrandita: A, antenne della stessa — B. antenne 
del maschio. 

L'insetto perfetto è bruno-nerastro e lungo 2 mm. circa. 
Ha le antenne brune, della lunghezza del corpo, di 15 articoli; 
i lati del torace, il metanoto e l'addome di color carnicino; 



— 204 — 

l' addome coperto superiormente di larghe fasce brune ; le 
zampe picee con i femori ed i tarsi nerastri; le ali ialine con 
la venatura scura, meno il quinto nervo longitudinale che è 
pallido. 

Quest' insetto comparisce dagli ultimi di aprile ai primi di 
maggio, si accoppia e depone un numero considerevole di uova 
sui baccelli ancora tenerissimi delle piante indicate. 








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Fig. 88. — A, larva di Oontarinia Pisi molto ingrandita; estremità anteriore del 
corpo con la spatola sternale (e) e l'estremità posteriore (D). — Fig. 89. Baccello 
di fava attaccato dalle larve, ed (/) seme sano a confronto con quello guasto 
soprastante. 

Dopo pochi giorni comincia la nascita delle larve, che 
vanno a trovare gli ovuli a spese dei quali e delle pareti in- 



- 205 — 

terne dell'ovario esse si nutrono. Trascorrono così una quindi- 
cina ad una ventina di giorni, e poi se ne escono per scen- 
dere a trasformarsi nel terreno, dove perdono il colore pallido 
e divengono brune, prima di dare le pupe. 

Le larve rovinano i semi non ancora induriti, tanto delle 
fave che dei piselli, e li deformano. 

La parete carpellare, che nei piselli si fa gialla, annerisce 
invece dalla parte interna, nelle fave, e la colorazione traspare, 
e si manifesta chiaramente anche di fuori, poi, quando la parete 
del frutto è andata a male. Nei 1891 la infezione è stata as- 
sai grave nei dintorni di Firenze. Quest'anno si è ripetuta di 
nuovo, ma nelle varietà di fave a frutto piccolo e relativa- 
mente tardive. Ne sono stati esenti le altre a sviluppo anti- 
cipato, e ritengo che la semina autunnale, e l'uso delle va- 
rietà a frutto grosso, precoce, costituiscano insieme il mezzo 
migliore di prevenzione contro questo nemico dei legumi, la 
distruzione dei quali non sarà mai abbastanza raccomandata 
quando si trovano già colpiti e compromessi dall'insetto. 



Contarinia pyrivora Riley. 

{Moscerino f uliginoso dei frutticini del Pero). 

È lungo rum. 2-3 circa, con antenne pelose bruno nerastre, 
corsaletto nero davanti, posteriormente giallo grigiastro, ed una 
linea nel mezzo; ali pallide, pelose; scutello grigiastro; addo- 
me giallognolo, con l'arco dorsale degli anelli neri. 

Le pupe sono giallo -brunastre chiuse in un bozzoletto di 
seta incrostato di terra esternamente. 

Le larve variano dal bianco al color giallo aranciato, con 
spatola sternale anteriormente biloba. 

Le uova sono pallido giallognole, e si trovano deposte da- 
gli insetti sugli stami e sulle altre parti interne dei fiori, verso 
la fine di marzo ai primi di aprile. 



— 206 — 

Le larve che dopo cinque ad otto giorni ne nascono si ap- 
profondano nell'ovario e lo distruggono. 




Fig. 90. — Contarinia pyrivora: a, femmina molto ingrandita — b, pupa nel suo 
bozzoletto di seta — e, antenna della femmina — d, id. del maschio. 



In ogni frutto infetto non si trovano meno di 30 o 50 
larve, le quali, mentre il frutticino si presenta tumefatto, de- 
formato ed in parte anche annerito, esse ne forano la parete 
e scattano per cadere sul terreno nel quale si approfondano. 
Quivi si tessono il bozzoletto indicato, e restano sempre come 
larve fino al mese di dicembre. Allora si trasformano in pupe, 
che passano in questo stato quasi tutto il mese di gennaio e 
di febbraio, e verso la fine di questo o ai primi di marzo 
compariscono allo stato perfetto. 

Anche questa specie preferisce i frutti delle varietà intro- 
dotte e più raffinate a quelli delle piante nostrali. 

I danni sono gravi, perchè la produzione viene ad essere 
spesso più volte decimata, e talvolta quasi interamente di- 
strutta. 

La raccolta e la distruzione dei frutticini infetti, prima che 
cadano e lascino uscire le larve che contengono, è la prima e 
migliore misura per combatterli; la seconda è quella della 
profonda lavorazione del terreno, fatta nel dicembre, per sot- 
terrare le pupe ed impedire l'uscita degli insetti. Quest'ul- 






— 207 — 

timo è un mezzo che non falla, eccettuato quando, in causa 
delle nuove lavorazioni, le pupe si portano di nuovo alla 
superficie, e quando il terreno, molto sciolto, non si oppone 
allo scopo indicato. 




Fig. 91. — 1, frutticini di pero alterati dalla Contarinia — 2, frutto integro, per 
confronto — 3, 3a, 3b, larva con la parte anteriore e posteriore del corpo in- 
grandita. 



Contarinia crassitarsa Del Guercio. 

{Nuovo moscerino del Pero). 

Indico con questo nome un altro moscerino che si appros- 
sima al precedente, ma del quale conosco la femmina sol- 
tanto. Questa però non ha le macchie di peli neri sul dorso ed 
è giallognola con antenne, ali e zampe come nelle figure, dalle 
quali si può vedere che un articolo dei tarsi posteriori è for- 
temente ingrossato nel mezzo, così come non ho visto in altri 
diplosidi. 



208 — 



La pupa è come quella della Contarinia nigra con quella 
della quale si confonde anche la larva, che vive ugualmente 



f=^ 




Fig. 92. — Contarinia crassitarsa : 1, femmina molto ingrandita ed a grandezza na- 
turale (2) — 3, antenne — 4, articolo tarsale delle zampe posteriori, ingrossato 
nel mezzo — 5, bozzoletto ninfale — 6, pupa con l'addome contratto, ingrandita, 
ed a grandezza naturale (7) — 8, uova due volte ingrandite. 

a danno dei frutti del pero, i quali minati da essa anneri 
scono e cadono. 

Il resto della biologia ed i mezzi di difesa sono identici 
quelli indicati per la specie precedente. 



Gen. Mayetiola Kieff. 

Unghie dei tarsi semplici; antenne con articoli non pedun- 
colati nelle femmine (?) ed a peli verticillati; palpi di quat- 
tro articoli; tarsi con tre pulvilli. 



Mayetiola destructor Say. 

{Moscerino itero del piede del Grano, della Segala e dell'Avena). 

Gli agricoltori nostri conoscono la specie anche col nome 
di mosca tedesca. È di color bruno-nerastro, pelosa, e della lun- 



— 209 — 

ghezza di 2 a 3 mm. circa, con le antenne bruno-rossastre, pelose, 
a peli verticillati alla base, e della lunghezza degli articoli, che 
sono 17, il primo clavato, il secondo globoso e gli altri ovali, 
a connettivo intermediario indistinto nella femmina, distinto 




Fig. 93. — Mayetiola destructor: a. insetto perfetto — b, articoli delle antenne nella 
femmina — e, id., del maschio — d, larva molto ingrandita. 

nei maschi ; primo articolo dei palpi grossetto e della metà più 
corto dei due seguenti; addome rossastro coperto sul dorso da 
fasce bruno-nerastre, vellutate, distinte dalla linea annulare 
gialla della giuntura degli anelli. 












Fig. 94. — /, pupario appena formato ed ancora distintamente segmentato: b, estre- 
mo anteriore; a, estremo posteriore — 2, struttura del pupario: pc, porocanali 
nella sezione della parete — p, pori di prospetto — p', papille — 3, pupa perfet- 
tamente formata. 



Pupa della forma e del colore di un piccolo seme di lino; 
mentre la larva è bianchiccia, e l'uovo di color giallo-arancio, 
quasi cilindrico, della lunghezza di 1 mm. circa. 

14 



— 210 — 

Nei mesi di settembre e di ottobre mentre l'agricoltore 
prepara il terreno per la semina del grano e delle altre piante 
sopraindicate ed affida il seme al terreno, compariscono anche 
le Cecidomie allo stato perfetto; si accoppiano e vanno a de- 
porre 80 a 90 uova circa sulla costola e fra i nervi secondari 
della pagina ventrale delle foglie; e non si arrestano nell'ope- 
razione se non le hanno deposte tutte. La deposizione ha luogo 
sopra un diverso numero di foglie di piante dello stesso cespo 
o di cespi anco diversi. 

Dopo il settimo o l'ottavo giorno da quello della deposi- 
zione comincia la nascita delle larve, che a causa dei soliti ri- 
tardatari si protrae per quindici a venti giorni, e le larve mano 
a mano che nascono scendono lungo la foglia medesima ed ar- 
rivate al piano dove la guaina di quella si inserisce sullo stelo, 
si fermano, pungono e ne ricavano il materiale per vivere. 
Durano nella vita attiva a danno delle piante da 30 a 40 giorni 
circa, al termine dei quali si costituiscono con la stessa loro 
spoglia larvale una specie di pupario e passano allo stato di 
pupa, restando nel luogo stesso, fra la guaina ed il culmo, dove 
son cresciute. Questa pupa, prima molle e biancastra come la 
larva, muta di colore e di consistenza, perchè si fa giallo-bru- 
nastra, e coriacea nel pupario, e resta così fino al mese di feb- 
braio. Allora il pupario si fende per lungo sul dorso, si apre 
anche l'involucro ninfale che esso nasconde, e vien fuori l'in- 
setto perfetto, che vola sulle piante circostanti, si accoppia, e 
le femmine nel marzo cominciano a deporre i germi della se- 
conda generazione. Questa è più numerosa della prima e col- 
pisce in più larga misura le vecchie piante superstiti e quelle 
che sono il prodotto dell'abituale accestimento del grano, e si 
trova allo stato di pupa quando l'agricoltore procede alla mie- 
titura. Ma siccome l'insetto, con un costume che contribuisce 
molto alla sua conservazione, si ricovera costantemente sui nodi 
più bassi dello stelo, non ostante le operazioni della mietitura 
la infezione resta tutta intera sul campo, efficacemente protetta 
nelle stoppie, dalle quali alla fine dell'estate prendono le mosse 



■ 



— 211 — 

i nuovi moscerini per diffondersi nei nuovi seminati e nei 
prati circostanti, occupando la loiessa, le poe e le altre gra- 
minacee spontanee o coltivate, sulle quali in mancanza di me- 
glio si sostiene, per passare con gli effetti che ne conseguono, 
nei seminati. 




Fig. 95. — Piantina di graminacea infetta nel nodo (6) — a', a, nodi della pianta 
con le larve e le pupe messe a nudo. 

Le piante di grano colpite dall'insetto nell'autunno, quando 
questo si trova su di quelle nel numero di due o più, si pos- 
sono considerare quasi sempre come perdute, perchè punte e 
dissugate alla base, ingialliscono presto e muoiono disseccate. 

Strappando le piante infette verso la fine di novembre, ven- 
gono le foglioline soltanto, ed i seminati nei punti colpiti, re- 
stano diradati. 

Sono meno gravi, in generale, gli effetti della presenza del- 
l'insetto sulle piante bene sviluppate, ed è però che se il nu- 
mero di questi non è di otto o dieci per nodo alla base dello 
stelo, il raccolto sarà più scarso, ma le piante sopravvivono e 
fruttificano alla meglio. 

E provvidenziale l'accestimento del grano, perchè col mag- 
gior numero delle piante scema relativamente quello degli in- 
setti e si allontanano i termini nei quali quelli riescono nocivi 
; anche nella primavera; ed è per ciò saggio provvedimento il 



—. 212 — 

favorirlo con l'uso dei buoni lavori superficiali e le concima- 
zioni in copertura al risveglio della nuova vegetazione. 

Se queste e le semine tardive sono le cure di prevenzione 
agraria da adottare per mettere argine indiretto ai danni che 
la specie porta sulle piante, la distruzione delle stoppie lasciate 
al momento della mietitura è provvedimento valevole per limi- 
tare direttamente la diffusione della specie. 

Della utilità di questa misura di difesa nessuno può muo- 
vere dubì ragionevoli. Si potrà forse lamentare la perdita per 
l'uso che di queste ristoppie si fa nella pratica, ma questa non 
dovrebbe compromettere il pane per la paglia, e peggio per 
lo strame. 

La distruzione delle stoppie va naturalmente limitata agli 
appezzamenti infetti, e quivi si possono bruciare senz'altro 
dove la coltivazione dei cereali non è consociata ad altre. Se 
vi è consociazione, si tirano da parte i culmi infetti con i 
rastrelli dentati, e si incendiano. 

Ma tutto questo lavoro può servire per poco a tener lon- 
tano l'insetto dai seminati, ed i seminati nuovi si poterebbero 
trovare infetti malgrado i lavori sopraindicati, a causa delle 
reinvasioni che possono aver luogo dai prati circostanti di 
loiessa e dalle altre graminacee che sostengono la infezione 
fuori dei coltivati. È questa la condizione delle pianure gra- 
nifere dell'Italia superiore fino al Bolognese, dove la falciatura 
delle erbe nei prati e nei prati-pascoli dovrebbe essere anch'essa 
coordinata alla distruzione dell'insetto, raccogliendole o fal- 
ciandole quando questo è allo stato di uovo sulle foglie e allo 
stato di larva sui nodi del culmo. 

Una volta poi che la infezione sia penetrata nei coltivati, 
il pascolo rapido degli armenti fra le piante, quando l'insetto 
è allo stato di uovo, giova molto, come è utile estirpare e con- 
dannare al fuoco o al sotterramento le piante infette ed ora- 
mai perdute, per impedire che la specie si espanda; al quale 
scopo si perviene anche evitando di seminare a grano il ter- 
reno nel quale le piante sono state distrutte. 



— 213 — 

In America si consiglia anche di coltivar grano a paglia 
più dura e più resistente all'azione della specie; la pratica ita- 
liana indica invece l'uso della compressione del terreno; ma 
una cosa e l'altra sono di riuscita assai problematica. 



Mayetiola Avenae Marchal. 

(Cecidomide dell' Avena). 

Questa specie è affine alla precedente dalla quale sostan- 
zialmente si differisce per avere una fascia argentea sui lati, e 
l'ultimo articolo dei palpi rastremato, nell'insetto perfetto, 
mentre la larva alla fine ha la spatula sternale astata alla 
cima e non biforcata. 

Il comportamento, i danni sulle piante, ed i mezzi per 
impedirli sono identici a quelli indicati per la specie pre- 
cedente. 

Gen. Oligothrophus Latr. 

Le specie di questo genere hanno i palpi di tre articoli; 
i maschi hanno il forcipe attorcigliantesi gradatamente dalla 
base all'apice, e le femmine hanno l'ovidutto come nelle La- 
sioptere. 



Oligothrophus Bergestainini Wachtl. 

(Moscerino galligeno dei rami del Pero). 

L'uovo (fig. 96, 1, 2) di quest'insetto è di color giallo aran- 
cio e di forma ovato-ellittica allungata col diametro maggiore 
di 0,334 e quello minore medio di 0,083 millimetri. 

La larva (fig. 97, 3) è bianca e della forma di un sacco più 
o meno raccorciato, egualmente arrotondato alle due estremità 
delle quali quella anteriore porta una spatola sternale gialla 
(fig. A, 3, b) che è alquanto ristretta nel mezzo, arrotondata 



— 214 — 

alla base, e dalla parte anteriore, più larga, tetradentata, con 
i denti allungati, divergenti, robusti ed acuminati. 




Fiff. 96. — 1, Oligothrophus allo stato perfetto — 2, uova molto ingrandito. 

La pupa (fig. 97, 4) è ovato-elittica e di color carnicino 
intenso, fornita di due sporgenze testacee, chitinose e taglienti 
situate nel mezzo della fronte. Ai lati di queste sporgenze si 
inseriscono le antenne, che tendono al colore biancastro al 
pari del capo e del margine anteriore degli occhi. Le sue di- 
mensioni, quasi identiche a quelle della larva, sono di milli- 
metri 2,839 X 1,670. 

Degli insetti perfetti, le femmine (fig. C, 1) sono più cor- 
pulente dei maschi, e, all'aspetto generale, di color arancione 
cupo. Il capo però è nero; le antenne sono brune; gli occhi 
sono del colore del capo, e i palpi di colore giallognolo. Le 
antenne, leggermente incurvate, uguagliano la lunghezza dei 
femori posteriori; sono formate di 20 articoli, ma possono 
averne anche 19 o 21, ed in ogni caso, il primo, radicola, è 
inversamente conico; il secondo è quasi sferico; il terzo, più 
lungo di tutti, è appena più stretto nel mezzo; il quarto è 
uguale al quinto; questo poco più lungo del sesto, ecc., e 
tutti, a cominciare dal terzo, sono forniti di un verticillo di 
peli bianchi alla base. 



— 215 — 

Il torace ha lo scudo, lo scutello e lo sterno di color nero 
vellutato; mentre i lati sono di color pallido carnicino bru- 
nastro. 




2 A 

Fig. 97. — /, 2, rami di pero con gemme alterate dall'insetto — 3, larva con la spa- 
tola sternale (6) fuori dell'anello (e) — 4, pupa, anch'esca molto ingrandita con 
la lamina frontale (d). 

Le ali sono relativamente ampie, poco più lunghe del corpo 
ed affumicate, con squame numerose, sottili, decidue, e così 
lunghe nel margine posteriore, che le ali sembrano frangiate. 
Delle tre vene longitudinali, alari, la sottocostale termina 
poco dopo la metà del margine anteriore ; la cubitale termina 
dietro l'apice dell'ala, e quella anale, all'altezza di un terzo 
circa dell'ala, si biforca, e dei rami entrambi sfumati, il longi- 
tudinale termina ad egual distanza fra l'apice del cubitale e 
quello del ramo trasverso, che, divergendo dal primo, finisce 
sul margine posteriore dell'ala, poco prima dell'opposto nervo 
sottocostale. 

I bilancieri sono relativamente corti, bruni ed ispidi. 

Le zampe sono lunghe, giallo-pallide appena infoscate, con 
i femori evidentemente ingrossati alla base. 

L'addome è di colore arancione intenso, con numerose squa- 



— 216 — 

mule nerastre, e l'ovidutto bianchiccio, formato di due tubi 
cilindrici, retrattili uno nell'altro, e tutti e due nel corpo del- 
l'animale. 

Il maschio è più snello ed elegante della femmina, a diffe- 
renza della quale ha le antenne più piegate, ad articoli con 
prolungamento apicale ben distinto; le zampe molto più lun- 
ghe, e gli anelli dell'addome sporgenti lateralmente di sotto, 
anche più squamulosi che nelle femmine. 




Fig. 98. — Sezioni longitudinali di rami di pero {1, 2, 3) mostranti le celle {la, lb) 
nelle quali si trovano ricoverate le larve e le pupe dell' insetto. 



Gli insetti perfetti cominciano a mostrarsi fino dalla metà 
di marzo e se ne trovano quasi sempre fino alla metà di 
aprile: si accoppiano e le femmine fecondate volano da ramo 
a ramo, e vi affidano una sessantina di uova ciascuna. Quando 
la giornata è fredda, però, o tira vento e piove, i piccoli mo- 
scerini smettono di deporre uova e si nascondono dalla parte 
più riparata dei rami, che è rivolta verso terra: col vento 
forte, lasciano gli alberi e vanno a ripararsi sulle erbe sotto- 
stanti. In qualunque modo, dopo una settimana circa, dalla 
deposizione delle uova, nascono le larve, che intaccano con i 
denti della spatola gli elementi del parenchima corticale, e, 



— 217 — 

poco per volta, determinano, intorno ed esse, la formazione 
del tessuto cicatriziale descritto, che limita la quantità di 
parenchima necessario alla larva e forma )a parete della 
cella, che ai primi di luglio è ancora completamente immersa, 
e alla fine dello stesso mese comincia a mostrarsi all'esterno 
con la calotta di una delle sue estremità, che poi si colora 
di bruno, e per la quale, forata, si libera, a suo tempo, l'in- 
setto perfetto. Nel mese di agosto la larva è poco più lunga 
di un millimetro, e si trova sempre circondata del parenchima 
a spese del quale vive. Alla fine di ottobre e ai primi di no- 
vembre il parenchima che circonda la larva è finito, e si tro- 
vano le larve soltanto, le quali passano l'inverno in questo 
stato, e fra gli ultimi di febbraio, o ai primi di marzo, si si- 
tuano col capo dalla parte della cella a contatto con l'esterno, 
e si trasformano in pupe. 

Le pupe àeWOligotrofo del Pero sono attivissime, perchè 
nel tempo della ninfosi, che dura dieci o quindici giorni, con 
le sporgenze frontali descritte, girando su se stesse, forano 
la parete della cella intaccata, e sporgono all'esterno per dar 
libero passo alle forme perfette, nelle quali contemporanea- 
mente o poco di poi si trasformano. 

Le varietà di Pero esaminate sono molte e di provenienza 
anco diversa; ma quelle sulle quali ho constatato la presenza 
delle galle con l'insetto si riducono per noi alla Duchesse d'An- 
goulème, alla Josephine de Malines, alla Beurré d' Arenberg, 
alla Belle Angevine, alla Bergamotte Espéren, e poche altre, 
fra le quali primeggiano diverse* varietà nostrali, note col no- 
me di pera Allora, pera Coscia, pera Spadona e Martin secco. 
La infezione si trova pure sulle piante di pero selvatico (Pi- 
rus communis L.) del monte Argentario e di altre parti d'Ita- 
lia, e questo starebbe a dimostrare che la specie se non è ori- 
ginaria nostra, deve trovarsi da molto tempo da noi. 

L'alterazione che questo bellissimo cecidomide provoca alla 
base e nelle gemme dei giovani rami del Pero è una galla 
più o meno ingrossata, ovale, o conico raccorciata, più spesso 



— 218 — 

della forma e della grandezza di un grosso cece, nella quale 
sono immerse le celle che contengono l'insetto. 

La galla è una formazione essenzialmente corticale (fìg. B, 
1, 2, .3) e le celle dell'insetto che in essa si osservano (fig. B, 
a, b) si succedono in piani diversi e senza norma costante, 
cosicché alla sezione trasversale si possono avere ora una, ora 
due ed ora tre celle soltanto. Le celle o camere larvali, poi, 
sono costituite da un tessuto cicatriziale ad elementi compressi 
tangenzialmente ed a membrane debolmente colorate, sicché in 
buone sezioni appaiono quasi incolore, mentre in massa sono 
distintamente giallognole. Tali elementi non sono suberiflcati, 
e intorno ad essi stanno cellule del parenchima corticale, ric- 
chissime di tannino, con membrane mediocremente ispessite 
ma non legnificate. Fra di esse però sono sparsi, talora in nu- 
mero preponderante, degli elementi meccanici, delle scleriti a 
membrane fortemente lignificate ed a grosse punteggiature. 
Questi elementi sclerosi costituiscono una cintura più o meno 
continua attorno allo strato cicatriziale e concorrono valida- 
mente a rafforzarlo e ad impedire così lo schiacciamento delle 
celle e degli animali che vi sono contenuti. Seguono poi sem- 
pre elementi a tannino che si estendono dalla corteccia fino 
al fellogene ed al periderma, che regolarmente si forma tutto 
attorno alla galla. 

Il corpo legnoso non prende parte alla formazione delle 
celle larvali, e solo per eccezione si notano talvolta dei fasci, 
che escono dal cilindro legnoso e vanno a perdersi fra le cel- 
lule della corteccia. Questo ha luogo nei casi nei quali (fig. B, 
1, 2, 3) è più ■ profonda e complicata l'alterazione, ed allora 
pure accade di vedere delle celle larvali immerse perfino com- 
pletamente nel legno molle, più. esterno, della galla; ma le pa- 
reti di quelle non sono per questo diverse dalle altre più so- 
pra descritte. 

Dalle osservazioni fatte resulta che quando alla base delle 
gemme o dei rami l'insetto vi depone due o tre uova soltanto, 
gemme e rami continuano a vivere ed a produrre come se non 



— 219 — 

fossero molestati dalla infezione. Dove il numero delle uova 
deposte e delle larve che si sviluppano invece supera sensibil- 
mente quello indicato, le gemme non si svolgono, i rami se 
non disseccano, non producono, ed il raccolto dell'anno si trova 
decimato. 

Per ovviare a questo inconveniente, nell'operazione della 
potatura bisogna tagliare i ramoscelli e bruciarli per compro- 
mettere le larve dell'insetto, ohe in quel tempo vi si trovano 
nascoste. 

Gen. Ferrisia Rond., Kieff. 

Il secondo nervo longitudinale delle ali termina discosto 
dall'apice, e quando termina presso di quello, il corpo è sprov- 
visto di pubescenza argentata ; i tarsi hanno un solo pulvillo ; 
le antenne hanno più di 12 articoli provvisti di tre verticilli 
di setole, e nel maschio sono apparentemente pedicellati. 

Perrisia Pyri Bouché. 

[Diploside pallido delle giovani foglie del Pero). 




Fig. 99. — Femmina di Perrisia Pyri molto ingrandita. 



— 220 — 

Il moscerino, malgrado il colore indicato, si presenta al- 
l'aspetto fuliginoso, per la densa peluria bruna che ha sulle 
ali, e le fasce strette e scure che si trovano sul dorso dell'ad- 
dome, per quanto i peli di questo siano tendenti al biancastro. 
Nel rimanente le antenne sono giallicce alla base e della lun- 
ghezza del corpo con i peduncoli fra gli articoli, alla base ap- 
pena della stessa lunghezza, e verso l'apice alternativamente 
eguali e più lunghi di quelli; apparato boccale biancastro; zampe 
nerastre, pelose, chiare nelle anche e nella base dei femori. 

Pupe brunicce; larve bianche, nascoste nei margini convo- 
luti delle giovani foglie del Pero, le quali sotto l'azione no- 
civa di quelle disseccano e muoiono. 




Fig. 100. — Parte anteriore ed estremità posteriore della larva molto ingrandita. 



La specie ha diverse generazioni nell'anno, dalla primavera; 
all'autunno, che evoluzionano costantemente sulle foglie delle 
nuove formazioni. 

Le varietà più rustiche, locali, da noi coltivate non le ho 
mai viste molestate da questo dittero, il quale predilige le va- 
rietà più gentili, e le forme di queste specialmente tenute a 
vaso e a cordone. 



— 221 — 

Le larve scendono a trasformarsi nel terreno. Le profonde 
zappature o vangature primaverili, praticate dal dicembre al 
febbraio, dovrebbero bastare per impedire ai moscerini seppel- 
liti profondamente di venire alla superficie e portare la infe- 
zione sulle piante. 

Dove questo metodo non fosse possibile, conviene racco- 
gliere le foglie colpite dalla prima generazione dell'insetto (in 
aprile) e distruggerle. 

Perrisia Mali Kieff. 

(Moscerino delle giovani foglie del Melo). 

Questa specie, non ricordata prima d'ora come specie ita- 
liana, ha le larve di colore arancione le quali accartocciano 
su se stesse le due parti delle lamine foliari. 




Fig. 101. — Estremità fogliata di un ramo di melo con le foglie accartocciate dalle 
larve, a confronto dela foglia spiegata, che è immune. 



Ho trovato foglie così ridotte nella primavera, nell' estate 
e nell'autunno. 

L'insetto non è ancora abbastanza diffuso per portar danni 
notevoli sui meli; ma ove si diffondesse e questi riuscissero 
gravi, bisogna colpire le larve della prima e dell'ultima gene- 



— 222 — 

razione viventi sulle foglie dei succhioni e delle piante ancora 
giovani, per sopprimere con esse la probabilità che l'insetto 
si ripeta su larga scala nell'estate e nella primavera dell'anno 
seguente. Per altro vedasi quanto si è detto per la specie del 
Pero. 



Perrisia Oleae Angelini. 

{Moscerino delle foglie dell' Olivo). 

L'insetto perfetto è di color rossiccio, alquanto brunastro 
sul dorso del torace e dell'addome. Ha grandi occhi neri; lun- 
ghe antenne pelose più scure sugli articoli nei maschi; bilan- 
cieri e zampe pallide ; ali diafane ciliate, con peli nel margine 
posteriore, ed ovopositore allungato. Lung. 2 mm. 



102 



103 




Fig. 102. — Larva di Perrisia Oleae molto ingrandita ed a metà circa del suo accre- 
scimento. — Fig. 103. Foglie di Olivo con le galle provocatevi dalla larva. 



La pupa è lunga 3 mm. circa, con antenne, occhi, sac- 
chetti alari e zampe distinti, e l'addome giallognolo con le di- 
visioni fra gli anelli nerastre. 

La larva è gialliccio chiara, distintamente segmentata. 

Angelini, che per il primo ha messo in vista e nominato 
l'insetto ricorda che allo stato di moscerino comparisce nel 



— 223 — 

mese di maggio, forando il tubercolo dalla pagina inferiore 
della foglia, lasciando nel foro la spoglia bianca che lo aveva 
coperto allo stato di crisalide. Dopo qualche tempo si accop- 
pia e la femmina allunga l'ovopositore e depone le uova, dalle 
quali le larve passano nel parenchima delle foglie e pungendo 
determinano delle galle cilindriche, quasi egualmente rilevate 
nelle due pagini della foglia, dalle quali non uscirebbero che 
nella primavera dell'anno seguente. 

Il numero delle galle (attribuite erroneamente da taluno al 
Bacillo della rogna dell'Olivo) varia da uno a cinque, e le fo- 
glie restano per esse talvolta variamente deformate, sempre 
più o meno irregolari, più o meno contorte. 

I danni sono abitualmente insensibili per la pianta, ma riu- 
scirebbero senza dubbio interessanti ove l'insetto uscisse dai 
limiti ordinari di diffusione nei quali, per fortuna si è fin ora 
contenuto. 



Perrisia oenophila Heimhoffer. 

(Moscerino delle foglie della Vite). 

L' insetto perfetto è lungo mill. 1.6 ed ha il capo scuro 
con la fronte rossiccio-pallida cosparsa di pochissimi peli ne- 
rastri; occhi neri; antenne rossiccio-brune, di 14 articoli raccor- 
ciati con peli verticillati; torace scuro sul dorso, con rari peli 
nerastri, mentre è di color carnicino nel resto; ali più lunghe 
del corpo scure per ciglia nerastre, che ne contornano anche 
il margine e formano come una striscia scura nel terzo poste- 
riore dell'ala; bilancieri di colore arancione, pallidi alla base; 
addome di color carnicino, meno negli ultimi due segmenti e 
nell'ovopositore che sono pallidi, e nel rimanente con folta pe- 
luria nerastra specie nel mezzo del dorso dove sono raccolti 
a ciuffi curvati all'indietro. 

La pupa è di color bianco-roseo. La larva è di color aran- 
cione più o meno intenso con spatola sternale rossiccia termi- 
nata in due punte divergenti. 



— 224 — 

Dalle uova che vengono deposte dalle femmine nella pa- 
gina inferiore delle foglie, in maggio, nascono in breve tempo 
le larve che penetrano nel parenchima della lamina e stazio- 
nandovi provocano la formazione di una galla lenticolare, più 
o meno ovale, col diametro massimo di 2.5 a 3 mill. circa. 




105 




Fig. 104. — Larva della Perrisia oenophila molto ingrandita. — Fig. 105. Porzione 
di una foglia di vite con le galle dell'insetto. 



Tali galle, ora verdicce ora rossastre, si incontrano per lo più 
lungo ed ai lati delle nervature delle foglie, in numero tal- 
volta assai considerevole, fino a 60 e più per lamina. Verso la 
prima metà di giugno le larve escono dalle galle e si trasfor- 
mano nel terreno dal quale escono presto insetti perfetti, per 
ripetere la infezione sulle foglie. 

Le generazioni totali sono due, ma se ne può verificare an- 
che una terza, parziale, la quale si completa come la prece- 
dente agli ultimi di aprile o quasi dell'anno seguente. 

I danni fin ora sono stati sempre trascurabili sulle piante, 
ma ove per moltiplicazioni insolite si aggravassero, bisogna 
sopprimere le prime foglie infette, nella primavera, e zappare 
profondamente al principio o alla fine dell'inverno, per impe- 
dire agli insetti di venir fuori nella primavera seguente. 



225 



Fam. Mycetophilidae. 

Essenzialmente i Micetofilidi si distinguono dalle forme 
delle altre famiglie per avere le ali con al massimo otto vene 
longitudinali arrivanti al margine e senza vera areola discoi- 
dale; mentre per altro le antenne sono filiformi, di 16 articoli, 
lo scudo dorsale è senza cintura trasversale; i femori delle 
zampe posteriori sono quasi sempre più corti dell'addome, che 
è formato di 7 articoli, e quando sono più lunghi le spine 
alla estremità delle tibie sono sempre distinte. 

Come dal nome stesso i rappresentanti di questa famiglia 
si trovano per lo più a vivere con le loro larve nel micelio 
dei funghi. Fanno eccezione alla regola, fra le altre, però, al- 
cune specie del genere Sciara che Nordlinger ha trovato nei 
piccoli frutti del pero, dove le ho rinvenute anch' io da sole 
ed unite alle note specie della famiglia precedente. 

Gen. Sciara Meig. 

Antenne pubescenti più corte del corpo; ocelli tre; palpi 
di tre a quattro articoli; ali con la prima vena marginale for- 
nita di un ramo anteriore ricurvo; la seconda manca, e la 
quarta è forcuta. 



Sciara Pyri Schmidb. 

{Sciara dei piccoli frutti del pero). 

Riferisco a questa specie un moscerino con testa bruna se- 
misferoidale, inclinata, anteriormente sui lati occupata dagli 
occhi grandi, incavata nel mezzo, ed unita per breve peduncolo 
di dietro al torace; antenne di 14 articoli cosparsi di brevissimi 
peli; palpi con gli ultimi tre articoli pallidi dei quali il quarto 
è clavato e più lungo di ciascuno dei precedenti, che sono più 
ingrossati. Lo scudo del mesotorace è ampio e convesso, bru- 

15 



226 



nastro, con linee di peli longitudinali neri; ali violacee a ner- 
vatura bruna ; bilancieri giallastri alla base, nel resto violacei ; 
zampe pelose con tarso di 5 articoli, dei quali il primo è 

106 

107 





Fig. 106. — Sciara Pyri molto ingrandita. — Fig. 107. Larva. 

uguale alla somma dei tre seguenti e questi di 1 j 5 uno più corto 
dell' altro. L'addome è bruno-scuro disopra come il torace, ma 




Fig. 108. — Piccolo frutto di Pero deformato dalla larva, 

di sotto è rossastro, quasi tendente al paonazzo, col margine 
posteriore degli anelli nero nella femmina e bianco nei maschi. 



— 227 — 

I maschi per altro hanno le antenne alquanto più lunghe 
delle femmine e con l'addome assai più chiaro del torace. 

La larva è di forma ellittico-allungata, depressa, con dieci 
dei suoi anelli mostranti sul dorso ciascuno un' area ellittica 
trasversale, opaca, incorniciata da un rilievo lucido, che di qua 
e di là si continua sui fianchi. Sulla faccia ventrale della larva 
gli scudi sono divisi in due da un rilievo sternale. 

Questa larva è di color pallido giallognolo e vive nella polpa 
delle piccole pere, le quali si deformano presso a poco come 
quelle attaccate dalle larve delle Cecidomidi, al pari delle 
quali per altro si combattono. 



Fam. Bibionidae. 

I Bibionidi hanno antenne più corte del torace ; ocelli pre- 
senti; squame prealari, ed ali grandi con 6 nervi longitudi- 
nali, il costale oltrepassante di poco l'apice dell'ala, il 4°, di- 
scoidale, biforcato; cellula basale anteriore chiusa; scudo to- 
racico senza sutura trasversale. 

Appartengono a questa famiglia diversi generi, ma di essi, 
per n*oi, uno solo ha vera importanza agraria, ed è il genere 
Bibio. 



G-en. Bibio Geoffr. 

Capo sferoidale allungato più piccolo nella femmina che nel 
maschio; proboscide sporgente; 1° articolo dei palpi minuto, 
il 5°, non più lungo dei precedenti ; antenne di 10 articoli, 
l'ultimo globulare; occhi ravvicinati nella femmina, e separati 
nel maschio. Ali grandi con la cellula basale posteriore più 
lunga dell'anteriore; nervo basale corto, continuato ad angolo 
col 3° longitudinale; nervo posteriore trasverso fra il 4° ed 5°. 



— 228 



Bilrio hortulanus L. 

La femmina della specie è bruna con lo scudo del torace 
e l'addome di color rosso giallastro. Il maschio è nero lucente 
fornito di alcuni peli chiari sui lati del corpo. Maschi e fem- 
mine hanno le ali nel margine anteriore suffuse di bruno, con 
l'apice lattescente, il 4.° nervo longitudinale ed i seguenti, 
bruni alla base, chiari nel rimanente ; nervo trasverso poste- 
riore all'altezza della divisione del 4° nervo longitudinale. 







Fig. 109. Bibio ortolano: A, insetto perfetto ingrandito ed a grandezza naturale — 
B, estremità anale della larva — O, C, larva appena ingrandita ed al naturale. 

Le larve della specie vivono come quelle dei Tipulidi nel 
terreno ; e siccome non vivono di radici vive soltanto ma an- 
che di quelle morte e di altra materia vegetale, riescono meno 
e più difficilmente nocive. 

Ove fossero per riuscire moleste, la pratica farebbe bene a 
raccoglierle come si è detto per le larve dei Tipulidi appresso 
indicati. 



NEMATOCERA POLYNEURA. 

A questa divisione dei ditteri Ortorafi appartengono di- 
verse famiglie come quelle dei Chironomidi, dei Psicodidi, 
dei Culicidi, etc, fra le quali ha qui interesse pratico solo 
quella dei Tipulidi. 



— 229 — 



Fam. Tipulidae. 

I Tipulidi sono ditteri a testa libera, protorace e mesoto- 
race ben distinti per una sutura trasversale sul dorso; ali con 
molte nervature (5 o 6 longitudinali, trasversali 3); antenne con 
6 o più articoli, lunghe; palpi labiali con 3-5 articoli. 

Fra i molti generi che compongono la famiglia è interes- 
sante per noi, il genere seguente. 

Gen. Tipula. 

Questo genere comprende specie che hanno il prolunga- 
mento del capo lungo e stretto, le antenne di 13 articoli e le 
ali con una sola cellula discoidale, e con la cellula posteriore 
peziolata. 

Tipula hortensis Meig. 

(Tipula cenerina degli orti e dei campi). 

È lunga una quindicina di millimetri, con antenne e zampe 
brune e quelle coi primi articoli gialli, una linea bruna nella 
fronte; scudo dorsale toracico con quattro strie longitudinali 
brune davanti, ravvicinate, e talvolta indistinte; lati del to- 
race grigi con una macchia rossa di sopra; addome giallo bru- 
nastro con delle strie dorsali scure; ali brune, rosso giallastre 
alla base e nel margine anteriore. 

Le pupe sono cilindriche con processi spiniformi sul corpo, 
e due appendici davanti. 

Le larve sono lunghe una trentina di millimetri circa, della 
stessa forma delle pupe, ma alquanto rastremate alla estremità 
ed apode. 

Le uova sono ovali e di color nero lucente. 

G-li insetti perfetti compariscono dal mese di luglio al mese 
di settembre continuamente, si accoppiano e lasciano cadere 



— 230 — 

le loro uova sul terreno, nel quale ho visto talvolta che le fem- 
mine le depongono direttamente. 

La quantità di uova che quelle depongono varia molto, da 
un centinaio circa a tre volte questo numero, secondo le con- 
dizioni dello sviluppo acquisito. 




7<- 



Fig. 110. — a, Tipula allo stato perfetto — b, ninfa. 



Da queste uova dopo una dozzina di giorni nascono le larve 
di color grigio-chiaro, che si approfondano nel terreno fra le 
radici delle piante e le rodono. Non so se nella primavera 
siavi un'altra generazione di questi insetti; son certo però di 
averne trovati numerosi allo stato perfetto nella seconda metà 
di maggio, come ho visto sempre larve a diverso grado di 
sviluppo dal mese di maggio al mese di settembre. 

I danni che le larve della specie arrecano alle piante or- 
tensi e campestri, come le patate, la lattuga, i pomodori, le 
fave, i piselli, le carote, il tabacco, etc, sono talvolta notevoli 
e per evitarli o per ridurli al minimo possibile, l'espediente 
migliore è quello di smuovere ripetutamente il terreno al 
mattino presto per far distruggere dai volatili ed a mano gli 
insetti che vi si trovano. 

L'uso degli insetticidi sarebbe qui inconsulto, per la grande 
spesa alla quale si andrebbe incontro con essi e per la diffi- 



— 231 — 



colta di uccidere gli insetti senza danneggiare le piante fra 
le radici delle quali si trovano. 



Tipula oleracea Linn. 

(Mosca dei Cavoli e delle altre inante ortensi). 

E di un quarto circa più grande della specie precedente 
dalla quale si differisce per le antenne rossastre, e l'addome 
dello stesso colore. 




Fig. 111. — a, insetto perfetto — b, uova — e, larva — d, ninfa semisporgente dal 
terreno. 

I costumi e le metamorfosi sono presso a poco quelli della 
Tipula hortensis, al pari della quale si comporta sulle radici 
delle piante e si combatte. 



CICLORAPHA. 



Questa seconda divisione dei ditteri comprende forme con 
la bocca prolungata in una proboscide (Proboscidei) e forme 
con bocca non prolungata in una proboscide. A noi interes- 
sano i ditteri della prima divisione soltanto, i Proboscidei, 



232 









ripartiti in Ipoceri (con Antenne di 3 a 6 articoli inserite in 
basso, presso la bocca) e Ortoceri, con antenne di 3 articoli 
terminate da una resta apicale, tergale o basale. 

Gli Ortoceri si dividono in Oligoneuri e Polineuri. Per 
la pratica agraria hanno interesse i ditteri della sola prima 
divisione distinti per avere il nervo cubitale delle ali evidente, 
e la cellula anale di quella mancante o incompleta, mentre 
nei Polineuri è completa, come tutti i nervi longitudinali, e 
spesso con un nervo medio discoidale o spurio. 

Agli ortoceri oligoneuri appartiene la grande famiglia dei 
Muscidi come appresso è indicata e distinta. 

Fam. Muscidae. 

I Muscidi hanno antenne compresse, triarticulate, con una 
setola dorsale ; palpi e proboscide bene sviluppati ; palpi non 
articolati ; scudo . con suture trasversali ; ali con la cellula 
basale superiore separata dalla discoidale per mezzo di un 
nervo trasverso. 

I Muscidi si dividono nei due gruppi dei Calitteri (prov- 
visti di squame prealari, col 4.° nervo longitudinale piegato 
in avanti, prima cellula basale posteriore chiusa) e degli Aca- 
litteri, che hanno la cellula indicata aperta, il 4.° nervo longitu- 
dinale diritto, e mancano di squame prealari. 

ACALITTEBI. 

A questi muscidi appartengono varie sotto famiglie o tribù 
fra le quali hanno interesse agrario quelle dei Cloropini, dei ! 
Psilini, dei Tripetini e degli Agromizini. 

Trib. CHLOEOPINAE. 

Questi muscidi hanno fronte larga senza o con poche 
setole in alto, e margine orale senza basette; antenne di 



— 233 — 

tre articoli col terzo articolo discoidale talvolta allungato; 
ali col primo nervo (sub costale) semplice, 3.° e 4.° (cubitale, 
discoidale) quasi paralleli o divergenti in avanti; cellula di- 
scoidale e cellula basale posteriore non divise; cellula anale 
rudimentale o nulla ; tibie senza setole preapicali. ; . 

Alla tribù dei Cloropini appartengono i generi con le spe- 
cie seguenti. 

Gen. Camarota Meigen. 

Antenne con resta pelosa a peli verso la base più lunghi, e 
terzo articolo reniforme allungato ; nervo sottocostale (1°) sem- 
plice prossimo al radiale (2°), e ravvicinato anche alla estre- 
mità del nervo cubitale (3°), che è curvato in avanti. 



Camarota cerealis Rondarli. 

{Camarota dei cereali). 

E una piccola mosca con capo giallo di sopra, fornita di 
una macchia triangolare nero lucente sull' occipite, mentre di 
sotto è biancastro; antenne giallastre con l'ultimo articolo e 




Fig. 112. — /, femmina — 2, antenne — 3, zampe — 4, testa — 5, ala. 

1' arista di color nero ; torace finamente punteggiato ; ali brune 
al pari dei bilancieri ; zampe giallastre con la coscia bruna 
alla base, tibie del paio anteriore gialle, e quelle delle altre 
con un anello bruno nel mezzo; tarsi tutti giallastri. 

La specie vive a danno delle piante del grano sulle quali 
si comporta e si combatte come quelle del Gen. Chlorojps ap- 
presso indicate. 



— 234 



Cainarota flavitarsis Meig 



Questo moscerino è del colore del precedente, al quale si 
avvicina molto per la resta delle antenne grossa; per le due 
prime vene ricurve per congiungersi al margine anteriore del- 
l'ala ; per la terza vena longitudinale, che si piega all'origine 




Fig. 113. — Qamarota flavitarsis : A, B, insetto perfetto — e, antenne — d, testa 
grandita — e, insetto a grandezza naturale — C, ala. 

della vena trasversa esterna e corre diritta all'apice dell'ala, 
per la vena spurea fra 1' altro, che parte dal punto dove la 
trasversa esterna si unisce alla terza vena longitudinale; ma 
se ne distingue per tutti gli altri caratteri sopraindicati, senza 
sottilizzare sulle differenze che le nervature delle due ali pre- 
sentano fra loro. 



Gren. Chlorops Meig. 

Antenne incassate lateralmente nella fronte, col 3.° articolo 
discoidale e la resta piliforme; ali cortissime; nervo costale 
che arriva o oltrepassa appena la terminazione del cubitale; 
sottocostale, radiale, cubitale, discoidale diritti, nervi tra- 
sversi ravvicinati nel mezzo dell'ala. 



Chlorops taeniopus Meig. 

{Mosca striglila, Mosca lineata o Mosca dello stelo del Grano, dell'Orzo e della Segala). 

È un moscerino giallastro lungo 3-4 mm. circa. Ha il capo 
giallo con antenne nere, rosso-brune o rosso giallastre alla base, 



— v35 — 

nel terzo articolo nere; apparato boccale giallo; strie toraci- 
che brune; addome con fasce trasversali brune; zampe rara- 
mente colorate. 




Fig. 114. — A, culmo di grano infetto mostrante la larva (a) 
dito ed a grandezza naturale (&) — C, larva. 



B, Cloropo ingran- 



Quest'insetto comparisce verso la metà di maggio; si ac- 
coppia e va a deporre le uova, una per parte, alla base della 
spiga del grano, dell'orzo e della segala. 

Dopo una diecina di giorni nascono le larve e queste, di- 
scendendo pel culmo verso la prima foglia, scavano in esso un 
solco profondo e vi si nascondono per incrisalidare. 

Dalle pupe, nel settembre e nell'ottobre, vengono fuori le 
nuove mosche, che si accoppiano e depongono le uova sulle 
nuove piante nelle quali le larve e le pupe passano l'inverno 
e danno le mosche nella primavera seguente. 

Grli effetti della presenza dell'insetto nei seminati sono 
spesso gravi potendo rovinare dal 20 al 60 °/ delle piante, e 
anche distruggerle completamente. 

Le piante infette si riconoscono abbastanza facilmente 
dallo sviluppo stentato per il quale raggiungono appena la 
metà dell'abituale altezza di quelle sane; la spica resta corta 



- 236 — 

e sottile in conseguenza, e serba il colore verde per un tempo 
più lungo dell' ordinario, mentre le altre biondeggiano, ed i 
frutti abortiscono dal lato interno. 

Per rimediare a così grave danno non vi è di meglio del- 
l' abbruciamento delle stoppie dopo la mietitura; di seminare 
più fitto, e concimare più abbondantemente per favorire le 
sviluppo e 1' accestimento delle piante, e risentire meno grave 
la decimazione die l'insetto porta nei seminati. 

Gen. Oscinis Latr. 

Capo con epistoma non isporgente oltre il margine della 
bocca; ali col nervo costale arrivante all'apice del nervo di- 
scoidale (4° longitudinale); il 1° longitudinale o sottocostale: 
arrivante ad ^3 della lunghezza dell'ala; il nervo trasverso po- 
steriore distante dal margine due volte più che i due nervi j 
trasversali fra loro. 



Oscinis frit Fallen. 

(Moscerino del grano e di altri cereali). 

Questo moscerino è di color nero lucente, lungo 3 mm. circa, ! 
con antenne nere a resta geniculata provvista di pubescenzs 
grigiastra; epistoma, proboscide e palpi di color nero; scudo j 
convesso; ali trasparenti con i nervi discoidali e posticali 
(4° e 5°) distinti alla base; bilancieri bianchi e zampe nere 
con i tarsi gialli nelle posteriori, meno l'ultimo articolo che; 
è bruno. 

La pupa è ovato-ellittica allungata, di colore brunastro. 

La larva è prima bianchiccia e poi giallognola, distinta- 
mente segmentata col capo armato di due uncini neri, che sii 
estendono nel lobo orale. 

La specie non è molto diffusa ma si trova da noi nell'Italia 
settentrionale d'onde mi è pervenuta allo stato di larva alla; 
base dello stelo delle giovanissime piante di grano. 



— 237 - 

Non ho potuto ancora seguire la biologia di questo dittero, 
le larve, del quale, come si sa, rodono lo stelo della pianta e 
la fanno ingiallire. Questo cambiamento di colore serve a met- 
tere in vista la infezione nei seminati, che all'occasione biso- 
gna difendere con le norme indicate contro i Chlorops ed i 
Cecidomidi. 




Fig. 115. — A, B, femmina e maschio — A', pianta di grano infetta — e, granello 
con la larva — d, pupa — l, larva ingrandita e a dimensione naturale. 



Trib. PSILINAE. 



Capo emisferico con fronte larga coperta oltre la metà di 
setole; antenne geniculate per lo più mediocri; ali con la pri- 
ma vena longitudinale semplice, la terza e la quarta parallele; 
la cellula anale e quella basale posteriore bene sviluppate; 
zampe con tibie senza setole divergenti avanti alla punta. 

Di questa tribù fanno parte diversi generi fra i quali in- 
teressa il seguente. 

Gerì. IPsila Meig. 

Gote inclinate all' indietro ; secondo articolo delle antenne 
corto, il terzo oblungo, compresso; ali col nervo mediastino 
semplice. 



— 238 — 



Psila rosae Fab. 

(Mosca della Carota della Pastinaca e del Sedano). 

L'insetto perfetto è un moscerino lungo 5 mm. circa e di 
color nero lucente, quasi metallico, col capo fulvo, le antenne 




-ì a 



Fig. 116. — A, Psila allo stato perfetto ingrandita — B, pupa — C, larva — D, ra- 
dice di pastinaca alterata dalle larve ohe sporgono da essa. 

del colore del capo con lo stilo bianco e le estremità scure; i 
palpi gialli con la estremità nera; le zampe ocracee, pubescen- 



— 239 — 
ti; le ali iridescenti con tinta giallognola, meno nella nervatura 
che è ocracea ; e l'addome di sei segmenti, ovale, conico al- 
l'apice, nella femmina fornito di un piccolissimo ovopositore 
retrattile. 

La pupa è cilindrica poco più lunga della mosca, pelosa, 
striata di trasverso, e di color rame tendente all'ocraceo, più 
chiaro alle estremità. 

La larva è cilindrica appena più sottile dalla parte poste- 
riore e di color ocraceo lucente, e trasparente così da fare scor- 
gere i suoi visceri dall' esterno. 

Questa larva si trova a vivere nelle radici dei sedani, 
delle carote e delle pastinache, che sono attaccate diverse volte 
nell'anno, e nelle quali si trovano spesso parzialmente internate, 
nell'atto di lasciarle per andare a trasformarsi nel terreno. 

Le radici attaccate presentano alla superfìcie delle macchie 
brunastre per le quali la infezione si conosce dagli inglesi col 
nome volgare di rust. Queste macchie intanto servono assai 
bene a mettere in vista la infezione, la presenza della quale si 
scopre anche prima per l'intristimento graduale della parte 
fuoriterra della pianta, ed in ultimo dalle gallerie sinuose, che 
le larve scavano nello strato esterno della radice, che resta 
per tal modo assai deprezzata. 

Per limitare la diffusione ed i danni che la specie produce 
sulle piante indicate giovano i profondi lavori autunno-inver- 
nali per metterla allo scoperto, o per seppellirne le pupe ed 
impedire l'uscita delle mosche; non che la stazione delle piante 
nell'acqua, al momento della raccolta delle piante, per fare 
uscire ed affogare le larve che contengono. 



Trib. TRIPETINAE. 

I Tripetini hanno testa emisferica con fronte irsuta da- 
vanti; antenne col '2.° articolo più corto del 3.°, e questo nel- 
l'angolo superiore rotondato ; margine ovale senza vibrisse. Ali 



— 240 — 

col 1.° nervo longitudinale doppio, piegato verso il margine 
e quasi sempre terminato in una callosità dello stesso ; cellula 
basale posteriore, e cellula anale distinte; zampe posteriori 
senza setola preapicale. 

I generi più interessanti per noi sono i seguenti : 



G-en. Dacus Meig. 

Essenzialmente le specie di questo genere si distinguono da 
quelle degli affini per avere le antenne prolungate fin oltre 
l'epistoma. 

Dacus Oleae Rossi. 

{Mosca olearia o Mosca delle olive). 

Questa è una delle più antiche specie nocive alle piante 
coltivate, per quanto non abbia avuto un nome che nel 1790, 
mentre le notizie dei guasti che porta nelle olive si perdono 
nella notte dei tempi. 

e a a' b b' b" 




Fig. 117. — Dacus Oleae: a, femmina — a', pupa dalla quale deriva — b, b', b", forme 
diverse di maschi — e, pupa dalla quale derivano, tre volte ingrandita. 

Le femmine della mosca olearia sono di color giallo fulvo 
variamente macchiate di bruno nerastro. 

Il capo è del colore del corpo, poco più largo nel mar- j 
gine anteriore del protorace. Ha le antenne fulve, bruno-fulve, 
o nerastre, col secondo articolo alquanto più lungo del primo, 
inversamente conico, e due volte e mezzo circa più corto del 
terzo. Gli occhi sono di color blu metallico brillanti molto 
discosti fra loro; la fronte col tratto superiore è più colorita 
del rimanente, che è giallo paglierino, come l'epistoma, che 



— 241 — 

ha una macchia nera verticale, ellittica, sui lati. La zona ocel- 
lare è lievemente brunastra, ed il margine superiore ha quat- 
tro setole distinte, delle quali le mediane sono più lunghe 
delle laterali. 

Il torace è del colore del corpo col primo anello fornito 
di una macchia testacea negli angoli anteriori tergali, ed il 
tergo nero; il secondo anello ha lo scudo nero con tre linee 
longitudinali più scure, che si estendono dal dorso del primo 
anello a quello del terzo, che porta lo scutello, il quale è pa- 
glierino chiaro, con due setole, una per parte negli angoli po- 
steriori. Il disotto del torace è fulviccio, macchiato di nero 
nel mesosterno. 

L'addome è orbicolare di cinque anelli distinti, fulvo pa- 
glierini di sotto, di sopra di color fulvo più intenso maculati 
di nero. L'ultimo anello addominale porta di sotto la trivella 
con l'astuccio nero e lo stilo fulvo, la quale nella sua mas- 
sima proiezione eguaglia, o quasi, la lunghezza dell' addome. 

La vulva si apre in prossimità dello stilo, alla estremità 
inferiore dell'astuccio della trivella, ai lati della quale sono due 
fossette, una per parte, nelle quali fanno presa gli uncini del- 
l'armatura genitale del maschio al momento della copula. 

Le ali sono vitree, con la estremità della cellula costale 
bruna, ed una macchia fuliginosa all'estremità del terzo nervo 
longitudinale, all'apice dell'ala. 

I bilancieri sono bianco-pallidi, e le zampe sono fulve, al- 
quanto più chiare del corpo, con la estremità dei tarsi poste- 
riori quasi infoscati. 

II maschio è più piccolo della femmina, dalla quale si dif- 
ferisce per la mancanza dell'ovopositore, e per la presenza di 
alcune setole distinte ai lati del terzo anello addominale. 
Un altro carattere sessuale secondario sta nelle ali, le quali, 
nei maschi hanno la vena anale doppia racchiudente uno spazio 
fusiforme, macchiato di bruno nei lati. 

La mosca olearia allo stato perfetto varia sensibilmente 
nei colori e talvolta anche nella forma. Per le variazioni dei 

16 



— 242 



colori che hanno luogo nel torace, non mi consta che altri ! 
abbia notato come il dorso di quello in alcune forme si trova 
senza le linee nere indicate e che queste sono sostituite da 
una striscia mediana, unica, fulva, che si estende dallo scudo 
del mesonoto al margine anteriore, o quasi, del pronoto. A 
questa forma ben distinta, molto comune l'anno decorso nel i 
barese, con l'addome variamente macchiato di nero ho posto 
il nome di Dacus oleae var. funesta. 

118 120 




119 





Fig. 118. — Olive con mosche, larve e pupe a grandezza naturale: a, mosche — 
b, pupa — e, larva — o, o', olive infette. — Fig. 119. a, uncini boccali con i quali 
la larva lacera la polpa del frutto — b, parte anteriore — e, parte posteriore della 
larva. — Fig. 120. Olive aperte per mostrare le larve e le pupe, mentre una di 
esse porta una mosca nell'atto di deporre l'uovo. 

Un'altra varietà, trovata nella stessa provincia, e in Cala- 
bria, d'onde l'ho avuta per cortese comunicazione dell'egregio 
prof. Bracci, di Cosenza, ha l'addome interamente fulvo, senza 
macchie nere, ed ho assegnato per essa il nome di Dacus 
oleae var. fulva. 

Quanto poi alle modificazioni della forma, negli allevamenti 
del 1894, fatti con olive raccolte nella maremma pisana, al- 
l'isola dell'Elba ed a Piombino, ho ottenuto maschi, che hanno 
l'addome orbicolore come le femmine, e non lineare; ed altri 
che pure avendo l'addome lineare, hanno, dimensioni della 



— 243 — 

metà più piccole delle forme ordinarie della specie esa- 
minata. 

Le pupe sono quasi perfettamente ovali, nelle femmine, e 
cilindriche, con le estremità arrotondate, nei maschi. Tutte 
sono leggermente più rastremate dalla parte anteriore cefalica, 
col primo anello semicircolare e 1' apertura orale nel mezzo 
(fìg. a). Alla estremità opposta si rinviene l' apertura anale 

(fig. *)■ 

Il colore delle pupe varia dal bianco sporco al giallognolo 

più o meno scuro. 

G-li anelli appena distinti fra loro sono finamente striati. 

La lunghezza delle pupe varia dai 3 mm. ai 4 mm. e mezzo, 
circa. 

Le larve della mosca delle olive sono di color bianco sale, 
vermiformi, conico-allungate e senza piedi. L'anello cefalico è 
retrattile, coli' apertura orale nel mezzo e nella quale, spor- 
gendo, fanno il va e vieni due uncini neri, messi in movi- 
mento da muscoli robustissimi; il secondo anello porta due 
papille caliciformi, a margine smerlato nelle quali si aprono 
la via le trachee; il tredicesimo porta tre altre papille reni- 
formi per lato; e l'ultimo ha l'apertura anale con due specie 
di sporgenze. 

L'uovo, è di forma ellittico-allungata, a guscio levigato, 
bianco-latteo, e lungo mm. 0,4 circa. 

Dal mese di marzo in poi, ma nel giugno, nel luglio e nel- 
l'agosto più specialmente, visitando le olivete infette non è 
difficile scorgere le mosche dell'insetto che si raccolgono quasi 
tutte sugli alberi delle olive conosciute comunemente con i 
nomi di Ascolane, di Gaeta, di Spagna, e con una espressione 
generale di olivoni od olive agostane, per il tempo nel quale 
ingrossano e maturano. Su queste o sopra altre i due sessi si 
accoppiano restando per diverso tempo uniti, la femmina di 
sotto, come suole avvenire nelle comuni mosche domestiche, 
ed il maschio di sopra, il quale per fare che quella non si al- 
lontani e disturbi la importante funzione, ne avvince stretta- 



— 244 — 

mente le parti laterali della vulva con gli uncini, e la feconda. 
Gli accoppiamenti sono per lo più di lunga durata: vi è chi 
parla di un'ora o due, mentre a me consta che i due sessi re- 
stano uniti, talvolta, per mattinate intiere; la mattina essendo 
la parte del giorno più propizia, per quel che io sappia, agli 
accoppiamenti di questi animali. 

La deposizione delle uova comincia per lo più dopo alcune 
ore, nelle quali le femmine provano spesso a vuoto la trivella 
nelle foglie, la nettano con le zampe, e volano sui frutti, la- 
sciando le foglie, i rami, ed i tronchi che sono i ritrovi abi- 
tuali pei loro amori. 

Per forare la polpa la mosca si situa con l'addome in alto 
e col capo in basso, piega l'addome fra le gambe, e spinge 
la trivella protratta, vigorosamente contro l'oliva. L'atto della 
puntura è accompagnato quasi subito da quello della deposi- 
zione dell'uovo, che viene spinto per un millimetro circa 
nella polpa lesa, e con tanta maggior cura, per quanto più 
critiche sono le condizioni dei frutti sui quali le mosche ope- 
rano, e più consistente ancora la polpa che deve fra breve 
fornire alimento ai nuovi nati. Assicurato a questo modo il 
primo, o le prime due uova, (perchè ne può deporre anche 
due alla volta) ripulisce nuovamente la trivella con le zampe 
posteriori, e passa sopra un secondo frutto; prova di nuovo 
l'ovopositore a vuoto, nell'oliva, vi lascia un altro uovo; e con- 
tinua a deporre così fino a che ne ha. 

Comunemente si crede che le mosche che vengono dipoi 
scartino le olive visitate dalle precedenti, ma non è vero, 
perchè vi depongono anch' esse, e per questo si vede spesso 
che nella drupa si trovano due, tre, e fino a sei larve a di- 
verso grado di accrescimento. Di tanto mi sono assicurato 
esponendo le ascolane infette all' azione delle mosche prove- 
nienti dalle pupe situate fra le olive, dalle quali poi venivano 
fuori gli adulti della specie, mentre contenevano ancora iarve 
giovanissime e pupe in trasformazione. 

Non è risaputo con esattezza il numero delle uova che 1 



„_ 245 — 

mosca depone e quelle delle quali nella giornata si sgrava, 
dopo la fecondazione. Cauvin già ricordato, nella seconda me- 
moria sulla Tephritis oleae o Kéiron, asserisce che l'insetto ne 
depone fino a dieci per giorno e può continuare per diversi 
giorni di seguito. Dalle mie osservazioni resulta che in alcuni 
giorni ne può deporre molte di più, ed in altri la mosca non 
ne depone affatto. 

Per chi dovesse riprendere e controllare questi rilievi, sarà 
bene ch'io ricordi di aver chiuso una coppia di pupe o di mo- 
sche, maschi e femmine, alla estremità di un ramo di olivo 
in un sacchetto di garza e che ho visitato volta a volta i 
frutti in esperimento, ricercando i punti vulnerati dall'insetto. 
Siccome questo però punge spesso a vuoto, l'esame di controllo 
va continuato anche dopo la morte delle mosche, per vedere 
le larve che nelle olive si trovano. Moltiplicando le prove col 
passare la mosca da un ramo all'altro, fra olive non ancora 
contaminate, vidi che i frutti lesi e le lesioni sui frutti va- 
riavano da 8 a 30 per giorno. Le larve trovate più tardi 
nelle olive punte furono da 7 a 18, e in 12 giorni da 70 a 
180. In un'altra serie di allevamenti il numero minimo delle 
larve trovate fu di 32 e quello massimo di 50. In una terza 
serie di esperienze trovai una volta 15 larve; 22 in un'altra, 
ed in un quinto allevamento 46. 

Di fronte a cifre così disparate una cosa sola parmi se ne 
debba dedurre, ed è che il potere prolifico della specie varia 
di molto e le cause di tali variazioni risiedono alcune nella 
natura stessa dell'insetto, altre nelle condizioni dell'ambiente 
nel quale piante ed animali si trovano. Lo sviluppo stentato 
degli insetti, che restano, spesso, anche senz'accoppiarsi, è fra 
le prime cause; l'umidità e la freschezza insufficienti, la man- 
canza dei frutti sulla pianta, e la natura dei frutti nei quali 
le larve devono vivere, sono fra le seconde, e tutte insieme 
influiscono sensibilmente nello sviluppo e nella diffusione della 
specie. Di questo si dirà meglio altrove; qui basta ricordare 
che appena deposto l'uovo nella polpa del frutto, il tessuto 



— 246 — 

leso per il liquido sebaceo che circonda l'uovo, in breve tempo 
muta di colore e il cambiamento si comunica fino all'epider- 
mide, sulla quale appare come una macchiolina rossastra. 

Dopo una settimana circa dalle uova nascono le larve, che 
mangiano e si approfondano più che è possibile nella polpa, 
facendosi strada con gli uncini boccali, che esse hanno per 
lacerare e trascinare nel tubo dirigente il tessuto parenchima- 
tico, che le circonda. Così esse allungano ed allargano sensi- 
bilmente la via che si aprono nella polpa del frutto, lascian- 
dosi dietro sotto forma di escrementi la parte consumata e 
che poco a poco occupa, come un ammasso nerastro, il vario 
sentiero scavato fra quella sana, che si altera anch'essa, e si 
guasta, mentre la superficie del frutto si deprime sensibil- 
mente in corrispondenza della galleria praticata dall'insetto. 

Dopo un giro più o meno tortuoso, talvolta breve ed a go- 
mito, l'animale ritorna dalla parte d'onde era entrato ed arriva 
fin sotto la buccia del frutto. Quivi si ferma, si libera al- 
l'intorno della polpa che lo circonda, ed ammassando altrove 
gli escrementi che emette, si forma, talvolta, una camera di 
trasformazione, e vi doventa pupa. Prima però esso mette 
perfettamente a nudo la buccia dell'oliva; la intacca talvolta, 
circolarmente nel mezzo, e si immobilizza. Tal'altra la tra- 
sformazione ha luogo in un tratto di cunicolo scavato nel 
mezzo della polpa, e allora la buccia non si trova mai incisa 
nel modo indicato, ma si trova sempre egualmente sgombra 
dagli escrementi la via, che deve lasciar libero il passo alla 
mosca verso l'esterno. 

Comunque sia, l'accrescimento della larva di luglio e di 
agosto è piuttosto rapido : bastano una trentina di giorni. Così 
che quelle nate alla metà di luglio, alla seconda decade di 
agosto sono divenute pupe, e da queste dopo 8 o 10 giorni 
vengono fuori le mosche della prima generazione, che si pro- 
trae fino alla seconda metà di settembre. 

Queste mosche, seguendo il costume delle madri, si raccol- 
gono anch'esse sulle piante a frutto precoce, e in mancanza di 



— 247 — 

meglio, cercati i frutti migliori delle piante sulle quali videro 
la luce, si adattano alla polpa residuale di quelli che hanno 
lasciato. In queste olive, mentre continua la prima, dagli ul- 
timi di agosto agli ultimi di settembre principia la seconda 
generazione, della quale una parte si perde nella raccolta degli 
olivoni, e l'altra si salva sulle piante a frutto oleifero, ed è 
quella che si completa fra gli ultimi di ottobre ed i primi 
di novembre e dà la terza grande generazione, che passa l'in- 
verno allo stato di pupa, e dà le mosche nella primavera se- 
guente. 

Nelle dipendenze appenniniche continentali, e nelle località 
più elevate di esse in particolare, questa, che dà le pupe nel 
dicembre e nel gennaio è l'ultima generazione dell'anno. 

Le cose procedono alquanto diversamente nelle olivete 
delle dipendenze apenniniche che degradano nel mare dove i 
ritardatari della seconda generazione compariscono perfino in 
febbraio e sono le mosche più specialmente che si vedono svo- 
lazzare, col tempo calmo, dalla parte della chioma illuminata 
e riscaldata dal sole. 

Queste mosche però, se la stagione non decorre mite e 
non trovano i frutti necessari per deporre le uova, vanno 
egualmente perdute. Sicché in via abituale, per me, la infe- 
zione dei nuovi frutti è data dalle mosche restate, allo stato 
di pupe, dentro (alla profondità di 2 a 3 cm. circa) e fuori 
terra, sui pedali, nelle inforcature degli alberi, e nelle schegge 
dei vuoti non ripuliti degli alberi, o sugli alberi stessi, ai 
loro rami, dove i frutti non sono ancora caduti, e dove la 
pratica li conserva spesso per tutto 1' inverno fino al mese 
di maggio, per avere gli olii bianchi od olii decolorati. E in 
quest' ultimo caso, e nell'altro della presenza e della forma- 
zione dei frutti tardivi che, oltre alle mosche, alle pupe e 
alle larve ritardatarie, talvolta, si incontrano anche le uova, 
d'inverno. 

Un altro fatto non osservato, e del quale la pratica deve 
tener conto, sta nei rapporti fra la mosca, le olive ed i topi 



— 248 — 

campagnuoli {Arvicola Savi, A. arvalis, A. nebronensis, Mus 
sylvaticus, ecc.) i quali, con le olive, nell'autunno portano nei 
loro nascondigli anche le larve e le pupe dell'insetto ; e siccome 
nell'autunno stesso e nell'inverno questi topi sono largamente 
decimati dalle tifoidee, i depositi di quei frutti non consu- 
mati sono altrettanti focolari d'infezione dai quali le mosche 
nella primavera seguente passano sulle piante per infettarle. 
Si comprende e si spiega così anche l' investimento più ■ 
repentino ed esteso delle olive nei luoghi più incolti, investimen- 
to, che è tanto più grave, per quanto maggiori sono le vie per le 
quali l'insetto arriva a salvarsi ed a raggiungere lo stato per- 
fetto, per continuare la riproduzione della specie. La quale, 
in base alle mie osservazioni, si succede nelle generazioni e 
nelle sue diverse fasi perdura presso a poco come nel quadro 
seguente : 



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— 250 — 

Quanto ai danni che la mosca olearia fa alle olive e alla 
economia agraria nazionale, noto come Teofrasto abbia lasciato 
detto che quelle marciscono e cadono. 

Questo rilievo dell'antico scrittore geoponico non poteva 
essere più conciso ed esatto; ma è l'espressione altresì del 
danno considerato al massimo grado della sua intensità; quel 
grado al quale è stata abituata da diverso tempo una parte 
considerevole della pratica oleifera italiana e straniera. Non 
ha luogo però sempre lo stesso, e la differenza, anche nelle 
annate verminose, ed in queste specialmente, è notevolissima, 
secondo il tempo delle osservazioni, il luogo nel quale cadono, 
e le varietà delle olive che si considerano. 

Quanto al tempo delle osservazioni, parlando della biolo- 
gia dell'insetto e della sua evoluzione in rapporto a quella 
della pianta nutrice, ho detto che esse vanno di pari passo e 
che la diffusione della mosca, e i danni che ne derivano alle 
olive aumentano e si intensificano mano a mano che quelle 
crescono e maturano. Sicché il danno, che è nullo o trascu- 
rabile, al principio di agosto, di settembre e di ottobre, se- 
condo le varietà delle olive che si considerano, riesce sensi- 
bile nell' ottobre, nel novembre e nel dicembre, e riesce una 
vera devastazione, quasi per tutto, nel gennaio. 

Applicando questi rilievi alle varietà delle olive conside- 
rate, infatti, fra esse quelle da indolcire, per quanto infette 
nella seconda metà di luglio e ai primi di agosto, non sono 
ancora realmente compromesse, per l'uso al quale son desti- 
nate. 15 non sono compromesse, perchè la polpa, all'occhio vol- 
gare del consumatore, non appare malmenata, ed il frutto fino 
alla prima decade di settembre, infetto o no, non ha perduto 
del suo aspetto, e conserva con questo tutto il suo pregio, che 
è il suo valore commerciale. 

Nella seconda e nella terza decade di settembre però, dalle 
macchie livide e tumefatte vengono fuori le mosche, ed i fori 
che queste vi lasciano deprezzano il raccolto, ed il deprezza- 
mento è più grave, più tardi, quando il numero di questi fori 



— 251 — 

aumenta e le tumefazioni del frutto o non lo rendono più 
commerciabile,, od il commercio si effettua ad un prezzo molto 
inferiore a quello reale desiderato. 

Non ha luogo altrimenti per le varietà grosse delle olive 
da seccare, e per quelle più grosse oleifere, che sono colpite 
prima, e son prima danneggiate dal baco (ottobre, novembre), 
mentre per le varietà mezzane e più piccole, la distruzione 
vera comincia in novembre e dicembre. 

Ho detto pure che questi danni, nei limiti dello stesso tempo, 
si verificano in momenti diversi anche nelle olive delle varietà 
identiche e prossime, secondo l'altitudine, l'esposizione e la po- 
sizione del terreno, e delle olivete, che in quelle condizioni si 
trovano. 

L'entità dei danni, per tanto, è relativa ai momenti nei 
quali si considera, dipendentemente dalle condizioni soprain- 
dicate, dalle quali poi e dall'attività relativa degli olivicultori 
interessati dipende l'effetto ultimo che ne risente l'economia 
nazionale; effetto che può riuscire insensibile, sensibilmente 
grave e gravissimo, secondo che decima soltanto, o annienta 
quasi intieramente il raccolto. 

Non credo che vi sia bisogno di spiegare come questo danno 
sia diretto, per il consumo di una parte variabile della polpa 
del frutto, ed indiretto per la cattiva qualità dell'olio che si 
ricava dalle olive bacate, olio che spesso non trova facile col- 
locamento sul mercato. Dico solo che, anche quando la infe- 
zione non colpisca, come ha fatto lo scorso anno, completa- 
mente e al massimo grado di intensità, il raccolto di una o 
più vaste regioni olivetate, il danno, fra una cosa e l'altra, 
si può calcolare sempre di diversi milioni di lire, e questi 
milioni,, secondo gli anni, rappresentano un ventesimo, un 
terzo, la metà della rendita annuale, nelle raccolte più disgra- 
ziate. Quando si consideri che le 53 provincie oleifere d'Italia 
producono insieme in media più di 3 milioni di ettolitri di 
olio, che a circa L. 80 in media, importano un reddito lordo 
di 24.0 milioni di lire, non è difficile comprendere che la difesa 



— 252 — 

del raccolto dell'olivo, è la difesa di una grande parte della 
ricchezza e del benessere nazionale. 

Quanto ora al modo di mettere riparo a così gravi inconve- 
nienti bisogna ricordare che la difesa fondamentale delle piante 
contro i mali di indole generica sta precisamente nelle norme 
più elementari della razionale coltivazione; e che nelle prati- 
che agrarie si trovano spesso i rimedi più ovvi a non pochi 
mali, anche di indole specifica. E poiché quello proveniente 
dalla mosca delle olive, per l'appunto, è del numero, ragione- 
volmente, per combatterlo non conviene andare in cerca di 
altri rimedi, allo infuori di quelle; e d'altra parte non sarebbe 
possibile l'uscirne senza compromettere, per un utile molto pro- 
blematico, una parte considerevole, certa del raccolto. 

Altrove ho detto che « il nodo della quistione, qui, 'più che 
nella ricerca di un rimedio, sta nel coordinare per modo le di- 
verse pratica'? agrarie locali, da limitare dovunque la infezione, 
in qualunque stato si trovi, senza decimare il raccolto o la pro- 
duzi ne dell'olio, e senza gravare, o gravando il meno possibile, 
di spese, il bilancio della coltivazione ». Ma la pratica econo- 
mica olearia la pensa diversamente, e vorrei darle ragione; 
ma mi son convinto che essa per cercare il meglio si allon- 
tana dal bene, e si troverà perciò continuamente esposta ai 
danni della mosca. I rimedi preconizzati contro questo dittero 
malefico sono diversi e cominciano con quelli relativi alla 
coltivazione e al sotterramento delle piante puzzolenti ai piedi 
degli olivi, per liberarli dai vermi. Gli altri prendono di mira 
le mosche con i veleni, le acque indolcite e gli insettifughi; 
altri prendono di mira le larve e le pupe, con iniezioni vele- 
nose nelle piante, col debbio del terreno, e con l'uso degli 
insetticidi; ma né gli uni né gli altri hanno ragione di essere 
raccomandati. 

Non potendo fare assegnamento sull'intervento utile degli 
uccelli, e non potendo aspettare che i ragni cacciatori d'in- 
setti e gli insetti parassiti della mosca si diffondano straordi- 
nariamente per distruggerla, l'agricoltore deve intervenire 



— 253 — 

direttamente a difesa del suo raccolto, per non averlo con- 
sumato dagli insetti ed economicamente distrutto. 

Come, poi, in qual modo, e quando l'agricoltore debba in- 
tervenire a difesa delle sue piante, sono cose che non si devono 
desumere dalle solite prediche a braccio alle quali è avvezza 
la pratica italiana; ma dalla vita e dai costumi dell'insetto in 
rapporto alle piante e all'ambiente nel quale la vita di queste 
e di quello si svolge. 




Fig. 121. — Olive mangerecce ed olivoni ed olive da olio variamente colpite dalla 
mosca. 



Ora dalle notizie della coltivazione dell'olivo si sa che delle 
varietà sue quelle a frutto più grosso soltanto possono nel mese 
di luglio ospitare la larva della mosca, e che del] e altre, quelle 
oleifere non possono essere colpite dall'insetto che nell'agosto 
e nel settembre. D'altra parte le conoscenze sulla biologia del- 
l'insetto insegnano: 

1.° che le mosche di questo cominciano a mostrarsi nelle 
olivete dal mese di aprile in poi, e le comparse si mantengono 
rare fino agli ultimi di giugno; 

2.° che ai primi di luglio le mosche delle olive si mostrano 



— 254 — 

più numerose, si accoppiano e depongono nelle olive da indol- 
cire o da seccare; 

3.° che la comparsa delle forme perfette continua nel- 
l'agosto, ed ha luogo la infezione anche delle varietà oleifere 
più grosse; 

4.° che nel settembre le larve nate negli olivoni danno 
le mosche, che dagli olivoni (che in questo mese si cominciano 
a raccogliere) passano alle olive da olio, grosse e mezzane. 

Si sa pure che nel settembre gli olivoni, od olive da in- 
dolcire sono maturi e si raccolgono, e che dai primi di otto- 
bre ai primi di novembre, secondo i luoghi, delle altre olive, 
quelle più grosse almeno, contengono già tanto olio da potersi 
utilmente raccogliere e trasformare. 

Ora se il mese di agosto è quello nel quale quasi tutta la 
infezione si trova raccolta sopra un numero relativamente ri- 
stretto di piante; e da queste nel settembre si diffonde rapi- 
damente dintorno ; questo fenomeno coincide anche coll'inizio 
della maturazione dei frutti, ed è però chiaro che per liberare 
il raccolto dai danni della mosca bisogna: 

1.° raccogliere alla fine di agosto e ai primi di settembre 
gli olivoni infetti, prima che dai frutti vengano fuori le mo- 
sche, che in quel tempo stanno per uscire, mettendo i frutti 
raccolti sott'acqua, perchè gli insetti non escano ; 

2.° dai primi di ottobre, alla fine di novembre, secondo 
i luoghi, le varietà e le minacce della infezione, bisogna, col 
mezzo della raccolta graduale, frazionata, togliere le altre 
olive dalla pianta mano a mano che maturano, e portarle su- 
bito al trappetto per averne l'olio. 

Quando e dove si può, la raccolta va fatta a mano. Dove 
lo sviluppo delle piante non lo permette si ricorra all'uso delle 
scale, per scuotere i rami a mano, con gli uncini, o con dei 
mazzetti, rivestiti di stracci per colpire i rami, e far ca- 
dere le olive mature. 

Queste operazioni servono a salvare la maggior parte del 
prodotto dai guasti della infezione, perchè per esse le uova 



- 255 — 

non arrivano a dare le larve, e queste non hanno ancora ini- 
ziato la loro opera di distruzione nei frutti quando questi si 
portano al frantoio. Bisogna notare però che questi provvedi- 
menti non sono sufficienti ad impedire che la infezione si 
riproduca nell' anno seguente. 




Fig. 122. — Mezzi per praticare la raccolta graduale: 1, 2, 3, 4, copertoni o teloni 
cuciti insieme, meno che da un lato oo', dal quale si fa passare il tronco (,/") del- 
l'albero per avvolgerlo al piede - s, scala — m, raaglietto — u, uncino. 

Per tagliar la via, più che è possibile, alla reinvasione si 
dovrebbe poter levare dalla pianta e dal terreno tutti i frutti 
e tutti gli insetti che quella porta, e che su questo ed in que- 
sto poi si trovano ; la qual cosa è, per vero, più facile a dirsi 
che a farsi. 

Si può rimediare scattivando il tronco ed i pedali degli 
alberi, e zappando profondamente, per sotterrare i frutti con 
gli insetti, o quelli e le pupe riparate nel terreno, e nei licheni, 
talvolta, che crescono sulle piante. Potrebbe riuscire molto 
utile 1' abbruciamento della cotica erbosa o dello strato del 



— 256 — 

terreno (5 chi. circa) nel quale stanno le pupe dell'insetto; 
ma riuscirebbe eccessivamente costoso e non sarebbe per tutto 
praticabile. 

La pulizia dei locali, dove si conservano per qualche giorno 
le olive, e la distruzione, col fuoco, delle spazzature, che con- 
tengono a migliaia le pupe della mosca, completano nei limiti 
del possibile questo piano di difesa, che è pratico perchè 
con esso: 

1.° L'insetto non arriva a rovinare le olive e queste 
pel tempo nel quale le operazioni cadono, le une sono buone 
al consumo diretto, e le altre contengono quasi tutto l'olio 
che esse devono avere al momento abituale della raccolta. 

2.° L'olio è di qualità più fine, e la quantità, in pre- 
senza degli attacchi dell'insetto, è sempre e di molto supe- 
riore a quella che si ottiene lasciando i frutti a disposizione 
della mosca e degli uccelli, e al pericolo dei geli. 

3.° La spesa è quella stessa, o quasi, che occorre per la 
raccolta ordinaria. Non è così dove la pratica aspetta che il 
vento faccia cadere le olive per raccattarle; ma una tale pra- 
tica, checché mi si dica, è riprovevole e spiega abbastanza 
bene il disastro che l'insetto per essa produce dove è in uso. 
Quanto poi alla seconda parte delle operazioni, per quelle 
dirette a diminuire la reinfezione nel nuovo anno, Caruso, 
Passerini, Pecori ed altri hanno insegnato ed insegnano che 
la scattivatura del fusto e dei pedali, la scalzatura e la rincal- ] 
zatura delle piante, ed un lavoro profondo del terreno en- 
trano a far parte delle cure di coltivazione, e per ciò non 
gravano le spese della difesa, alla quale le operazioni stesse 
sono chiamate a far parte. 

Un altro sistema di difesa contro la mosca olearia può 
essere quello proposto dal sig. Petrone di Viesti, il quale 
basandosi sulla facilità colla quale la mosca si sofferma e 
si può prendere sulle foglie della pianta, bagnate con sostanze 
zuccherine e odorose diverse; e mettendo a calcolo il numero 
assai limitato delle piante sulle quali l'insetto in certi luo- 



— 257 — 

ghi, si trova raccolto al principio della infezione, consiglia 
di dargli la caccia per distruggerlo. 

L'A. riconosce d'altra parte che nelle olivete estese è diffi- 
cile scoprire tutti i focolari della infezione per soffocarli, e 
riconosce pure che una parte delle mosche sfugge alle ope- 
razioni della caccia e perciò consiglia dal mese di luglio in poi 
la raccolta e la distruzione delle olive infette, continuando la 
caccia alle mosche, che mario a mano si presentano. 

Il sig. Petrone afferma che, a questo modo, malgrado le 
interruzioni nel lavoro dovute all'azione retriva dei possidenti, 
che impedivano l'accesso agli operai nelle loro olivete, a Vie- 
sti, nel 1898, fu sottratto all'azione della mosca quasi l'intero 
raccolto, mentre nei comuni di Vico e di Peschiri il raccolto 
fu assai molestato da quella. 

Questo sistema di difesa, come si vede, rientra con la sua 
seconda fase, la fase più importante, per me, nel sistema pre- 
cedente perchè, pur troppo : lo sviluppo delle mosche di un 
anno si protrae tanto che le ultime di esse almeno vengono 
alla luce, di settembre, insieme a quelle della prima genera- 
zione dell'anno seguente; delle mosche che appariscono e che 
si raccolgono di giugno e di luglio, non tutte arrivano a de- 
porre le uova, e di quelle che si prendono più tardi, una parte 
almeno bisogna ammettere che abbia già compiuta la impor- 
tante funzione, mentre quelle che si salvano, si devono ritro- 
vare e si ritrovano allo stato di larva e di pupa nei frutti 
da indolcire, e con la raccolta dei quali si possono facilmente 
distruggere. Sta pure in fatto che dove questi olivoni non 
si trovano, le operazioni della raccolta si dovrebbero estendere 
ad olivete intere spesso illimitate, con una spesa, che va a 
gravare sensibilmente il bilancio della produzione. Questa 
spesa (che si evita col sistema della raccolta graduale, frazio- 
nata) varia naturalmente da un luogo all'altro, secondo le 
differenze più o meno notevoli delle varietà delle olive che 
si coltivano, e le condizioni che ne rendono più o meno uni- 
forme la vegetazione; ma non costituisce meno per questo una 

17 



— 258 — 

delle cause per le quali molti non possono fare, ed altri non 
fanno. 

In quale annata va praticata la difesa, in quella piena, 
o in quella scarsa? 

Dovendo mirare alla salvezza del raccolto, bisogna operare 
in un anno e nell'altro. Quando l'annata è scarsa però l'agri- 
coltore ha più tempo e deve profittarne per agire con mag- 
gior rigore nella raccolta delle olive, perchè questo, mentre 
porta ad un aumento naturale del prodotto, contribuisce pure 
ad una decimazione più larga delle mosche. 

La mosca olearia è insetto volatore e può facilmente por- 
tarsi da una oliveta all'altra. Estendendo perciò le opera- 
zioni della difesa a molte olivete limitrofe, la ragione non 
sarà più facile, ma sarà più stabile, perchè allora non può 
ripristinare facilmente il numero che è necessario per invadere 
largamente le piante, e non si hanno più a temere i danni 
ai quali, troppo spesso, da un tempo a questa parte, siamo 
abituati. 

La istituzione dei sindacati agrari per la generalizzazione 
della difesa, contro l'insetto, sarebbe cosa utilissima per me 
specialmente, se rafforzata da un articolo di legge, che ordi- 
nasse il da farsi, neutralizzando l'azione dei retrivi, col ren- 
derli responsabili dei danni, che dall'inerzia loro derivano al 
raccolto dei proprietari limitrofi. 

Ove questo trovasse ostacolo nelle proteste di coloro che 
confondono l'uso con l'abuso di proprietà, bisogna piegare la 
fronte e accontentarsi di piangere gli effetti delle genìe de- 
solanti degli insetti, lasciandoli padroni e signori dei frutti, 
fra i quali e nei quali la provvida natura li ha fatti nascere 
e moltiplicare! 

Per buona sorte, però l'unione di molti dipende dall'edu- 
cazione e dall'energia individuale di ciascuno, e perciò i pro- 
prietari, e gli agricoltori, attivi ed intelligenti, che si trove- 
ranno nella triste necessità di provvedere da soli ai casi propri, 
non si perdano di speranza : saranno più gravi per essi il la- 



— 259 — 
voro e la spesa; ma questa e quello troveranno equo compenso 
nella certa salvezza della maggior parte del raccolto, e nel 
prezzo elevato del collocamento di questo. 

Sta bene, ma come si farà, mi ha chiesto qualcuno, a 
difendere le grandi olivete? 

Chiedetelo al Direttore sig. Coli e al suo coadiutore sig. Fi- 
dora, dell'Agenzia del sig. marchese Durazzo-Pallavicini, in 
Sestri Levante, i quali vi diranno che le olivete affidate alla 
loro direzione, da che essi praticano la raccolta indicata, 
hanno sempre dato prodotto per la maggior parte sano, anche 
quando altrove, a due passi da loro, gli olivicultori liguri 
piangevano i danni inflitti loro dalla mosca olearia. 

Possa la forza di questo e di molti altri esempì aprire gli 
occhi ai nostri agricoltori e sottrarli al disastro al quale 
F ignoranza, la speculazione ardita e le prediche premiate 
espongono l'olivicoltura italiana. 

G-en. Ceratitis Mac. Leay. 

Le antenne sono più corte che nel genere Dacus, lo scu- 
tello ha sei setole, la parte inferiore dei femori anteriori for- 
nita di setole molto lunghe e fitte, e le vene longitudinali 3." 1 
e 4. a delle ali, divergenti. 



Ceratitis hispanica Brème. 

(Mosca delle arance, dei cedri, dei limoni e delle pesche). 

La mosca è lunga da 5 o 6 mm. e distinta per avere lo 
scudo del torace listato di nero, mentre i lati sono bianchi e 
lo scutello è nero marginato di giallo; l'addome è fasciato 
alternativamente di bianco e di grigio; le ali sono molto lar- 
ghe alla base e quivi fornite di una macchia ocracea e di una 
punteggiatura bruna, mentre una fascia gialla le attraversa 
nel mezzo e si decompone in due convergenti verso il margine 
posteriore, ed un'altra più piccola dopo di quella ed in avanti 



— 260 — 

è cosparsa di punti neri, e lungo il nervo marginale arriva 
fino all'apice dell'ala. 




Fig. 123. — a, Mosca delle arance ingrandita e 
della mosca molto ingrandita. 



grandezza naturale — 5. larva 



La pupa è di color bruno rossastro, mentre la larva è di 
color bianco sale e per tre millimetri circa più lunga della 
pupa e della mosca. 

L'uovo è come , quello della mosca dell'olivo. 

La specie non ha meno di quattro generazioni all'anno, 
dalla primavera all'autunno, nel qual tempo l'ho trovata nelle 
arance, nei cedri, nei limoni, nei mandarini, nelle pesche e per 
eccezione soltanto nelle azzeruole e nelle susine. 

La mosca introduce uno o più uova per frutto nel quale 
depongono anche mosche diverse, e però varia assai il numero 
delle larve che in esso si trovano. 

In qualunque modo la superficie dei frutti infetti si pre- 
senta scolorita e tumefatta in corrispondenza dei punti lesi, 
con macchie più o meno estese, secondo che le punture per la 
introduzione delle uova furono riunite o sparse. 

La polpa sottostante si trova disfatta e sostituita dagli 
escrementi delle larve, sotto forma di poltiglia che marcisce e 
comunica un cattivo sapore ai frutti, quando non ha il tempo 
di mandarli interamente a male. 

Quando il frutto comincia a guastarsi intorno alle larve,! 
ciò che ha luogo in una ventina di giorni circa dalla sua na-; 



— 261 — 

scita, quelle abbandonano i frutti, scendono a B-5 centimetri 
nel terreno e vi si trasformano. 

La pupa non resta più di una quindicina di giorni nel ter- 
reno e dà luogo alla mosca, la quale attraversa la terra sovra- 
stante e vola sulla pianta per accoppiarsi ed infettare gli altri 
frutti. 

Col ripetersi delle generazioni si moltiplicano i frutti gua- 
sti ed aumenta l'entità del danno, il quale può essere così 
grave da compromettere quasi tutto il raccolto. 

Agli agrumicoltori della Sicilia e della Calabria, che mi 
hanno richiesto sul modo di rimediare ai danni che l'insetto 
fa negli agrumi, ho raccomandato la raccolta e la distruzione 
immediata di tutti i frutti infetti, che si riconoscono facilmente 
dai caratteri sopraindicati. 

Dove la coltivazione degli agrumi non è consociata ad al- 
tre piante, e può farsi, sarà bene di zappare profondamente e 
tenere il terreno compresso per quaranta o cinquanta giorni 
circa, per vedere di impedire alle mosche provenienti dalle 
pupe che si trovano già sotto terra, di venir fuori e rinnovare 
la infezione sulle piante. 

Nei terreni sciolti questo sarebbe un tentativo inutile, e 
tutta la difesa va concentrata nella raccolta dei frutti, i quali, 
quando sono maturi, si possono anche dare al bestiame; diver- 
samente si stratificano con la calce, in fosse profonde, scavate 
nel terreno, e se ne fa concime. 

Gli effetti di questa difesa sono poco sensibili e poco du- 
raturi dove quella non sia praticata su larga scala, e su tutte 
le piante indicate, per ostacolare più che è possibile la dif- 
fusione ed il ritorno della mosca dalle piante del pomario a 
quelle dell'agrumeto, e viceversa. 

Gen. Flatyparea Loezv. 

Margine frontale anteriore sporgente in avanti e faccia al- 
l'indietro; setole dell'orlo laterale della fronte sottili; palpi e 
proboscide brevi; ali nere con zone triangolari bianche. 



262 



Platyparea poeciloptera Schrank. 

{Mosca fulminante degli Sparagi). 

È di color nero piceo brunastro, lunga 5 mm. circa. Ha il 
capo pallido giallognolo con una macchia occipitale, una fron- 
tale, e due laterali fra gli occhi e le antenne scure; antenne 
giallo-rossastre con l'angolo anteriore del 3.° articolo rilevato 
e l'arista quasi nuda; scutello del torace lucente; addome col 
margine anteriore degli anelli, meno l'ultimo, biancastro; zampe 
giallo-brunastre, nei femori quasi brune, e nell'ultimo articolo 
dei tarsi nerastre. 




^^^^^^Hàl lllll 



Fig. 124. — Turione di Sparagio con la mosca femmina ed il maschio segnati di 
sotto alla loro grandezza naturale. 

L'insetto comparisce di primavera poco dopo lo sviluppo 
dei turioni; si accoppia, e le femmine fecondate volano sulle 
estremità di quelli e vi depongono le uova. Le larve che na-, 
scono penetrano nel giovane getto, e, rodendo sempre, scen- 
dono fino all'impianto di quello sul rizoma, impiegandovi un 
tempo variabile fra i dodici ai quindici giorni. Ai primi di 
giugno le larve si trasformano in pupe ed aspettano così la 



— 263 — 

nuova primavera per dare le mosche e reinfettare le nuove 
formazioni della pianta. 

I turioni degli sparagi infetti col vento si piegano e muoiono; 
quelli che si conservano diritti scoloriscono, restano stenti e 
si perdono anch'essi. 

II male non si vede che quando è già fatto, e per rime- 
diarvi non vi è di meglio che estirpare le vegetazioni colpite 
fin dalla base e metterle nell'acqua bollente, per uccidere gli 
insetti che vi sono contenuti. 

Gen. Ph.iloph.ylla Rondarli. 

Ultimo articolo delle antenne appena attenuato all' apice ; 
arista sottile, nuda; fronte non sporgente; gote perpendicolari 
scutello con quattro setole; spinola costale delle ali piccola; 
seconda vena trasversale prima della vena intermedia con- 
giunta alla costola. 



Philophylla onopordinis Fabricius. 

{Mosca delle foglie della Pastinaca). 

Questa mosca è giallo-rossastra, lunga 5 mm. circa. Ha il 
capo con la faccia e le gote bianche, lo scutello giallo, il meta- 
torace nerastro bimaculato; ali ferruginose con 7 macchie bian- 
che, due marginali anteriori, tre posteriori, e due più piccole 
nel mezzo; zampe gialle, ed addome irregolarmente infoscato. 

La specie comparisce nel mese di maggio e depone le uova 
uno per parte sui segmenti laminari delle foglie, nei quali le 
larve appena nate penetrano e ne consumano il parenchima. 
Alla prima seguono una seconda ed una terza generazione 
di mosche, l'ultima delle quali resta allo stato di pupa e come 
tale si conserva nelle piante stesse o al piede di queste durante 
l'inverno, e dà gli adulti nella primavera seguente. 

Le foglie delle piante, nelle parti infette, in seguito alla di- 
struzione del mesofillo, si scolorano, doventano bianco-giallo- 



— 264 — 

gnole e mettono bene in vista così la presenza dell'insetto, il 
quale, quando è numeroso può compromettere seriamente lo 
sviluppo del vegetale. 




Fig. 125. — Phylophylla molto ingrandita. 

Per rimediarvi basta asportare e distruggere nell'acqua bol- 
lente o nella calce le larve contenute nei segmenti delle foglie 
infette. 



Philophylla Centaureae Fabricius. 

(Mosca delle foglie dei Sedani). 

È di color nero-lucente con testa, antenne, e zampe gialle, 
ed ali nere con le solite 7 macchie bianche. 

La biologia è simile a quella della Mosca della Pastinaca, 
al pari della quale si comporta e si combatte. 

Gen. Rhagoletis Loew. 

Ali con quattro fascie trasversali nere, la seconda delle 
quali più larga, la terza e la quarta fuse insieme; terza vena 
longitudinale nuda, con una piccola setola nel punto di sepa- 
razione dalla seconda; piccola vena trasversale situata oltre 
la metà della cellula discoidale; angolo posteriore dell'ultima 



— 265 — 
cellula basale raccorciato ed acuto ; proboscide e palpi non 
sporgenti oltre il margine anteriore dell'apertura orale; scutello 
con quattro piccole setole. 







Fig. 126. — a, Foglie di Sedano col parenchima consumato dalla larva della Philo- 
phylla — b. larva ingrandita — e, pupa ingrandita. 



Rhagoletis Cerasi Linné. 

{Mosca delle ciliege). 

La mosca delle ciliege è lunga 5 mm. circa e di color 
nero lucente, con capo ed articoli tarsiali fulvi; quattro linee 
di peluria fulviccia appena visibili sul torace, ed una linea 
gialla ai lati del protorace e del mesotorace; ali diafane con 
nervi giallognoli alla base, ed una macchiolina cuneiforme 
fra la seconda e la terza fascia, nera; addome a riflessi bron- 
zini, con setole laterali successivamente più lunghe dalla parte 
posteriore. 

Mano a mano che i frutti del ciliegio, verso la fine di 
aprile, cominciano ad ingrossare, compariscono sulle piante le 



— 266 — 

mosche, che si accoppiano, e le femmine fecondate scelgono 
i frutti che più si approssimano alla maturità e dalla parte 
più tenera li pungono e vi depongono uno o due uova di 
color bianco sudicio, formate come quelle della mosca delle 
olive e delle arance. 







~'i ci 



Fig. 127. — a, Mosca ingrandita segnata a grandezza naturale di sotto — b, uovo 
molto ingrandito — e, ciliegia attaccata dalla larva della mosca — ci, la stessa 
aperta per mostrare la larva addossata al nocciolo. 

In una settimana circa vengono alla luce le larve che ro- 
dono nella polpa del frutto e mangiando arrivano fino alla 
superfìcie del nocciolo. 

Una ventina di giorni bastano alle larve per acquistare 
lo sviluppo necessario e cadono con i frutti o senza di questi 
sul terreno, nel quale si nascondono; vi passano allo stato di 
pupa, e mentre le più precoci di esse compariscono anche allo 
stato di mosca per una seconda generazione, le altre aspet- 
tano con le pupe di questa, la nuova primavera per comparire 
perfette e riportare la infezione sui nuovi frutti dell'anno. 

Le ciliegie non sono tutte egualmente attaccate dalla mosca, 
la quale si mostra nei luoghi solatìi prima che negli altri, ed 
in primavera e nel fondo delle valli prima che in collina. 



— 267 — 

Le ciliege a polpa dura sono meno colpite delle altre a 
polpa molle, e su queste si diffonde tanto la infezione che il 
cento per cento dei frutti in certi anni si trova visitato dal- 
l'insetto. Noto fra le prime quelle che nell'Italia meridionale 
vanno col nome di corvine e di ciliege di Spagna, e nel- 
l'Italia centrale col nome di ciliege pistoiesi. 

Le ciliege amarene per quanto a polpa molle non sono 
preferite dalla mosca. 

Indipendentemente dalla consistenza della polpa però le 
ciliege più precoci sono meno colpite dall' insetto, mentre 
quelle tardive, che maturano di luglio e talvolta in agosto, 
sono maggiormente soggette ai danni della infezione. Ma 
prima o poi, le ciliege colpite dall'insetto maturano più pre- 
sto e dalla parte infetta si presentano come tumefatte ed al- 
quanto depresse; e siccome in quella parte passano più presto 
di maturo, più facilmente marciscono e vanno a male. 

Per diminuire il numero delia mosca delle ciliege il primo 
espediente sta nella lavorazione profonda e nella compressione 
del terreno sotto la chioma delle piante, nel mese di marzo e 
di aprile. L'altro è quello della raccolta dei frutti maturi, anti- 
cipata di qualche giorno, sempre prima che le larve ne siano 
uscite e ne abbiano perforato la polpa per andare nel terreno, 
perchè a questo modo non si perdono i frutti e col consumo 
di essi si assicura anche la distruzione dell' insetto. 



Trib. AGROMYZINAE. 

Grli ^.gromizini hanno la faccia inferiore breve, verticale; 
la fronte larga setolosa davanti; le antenne corte col terzo ar- 
ticolo arrotondato; la proboscide robusta; le ali più lunghe 
dell'addome col primo nervo longitudinale avente un ramo an- 
teriore sottilissimo presso il ramo principale, o per breve tratto 
separato da questo; i nervi trasversi che terminano prima 
della metà dell'ala, e l'addome di 5 a 6 segmenti. 



— 268 — 

I generi più importanti della tribù e più in vista alla pra- 
tica sono i seguenti. 

Gen. Phytomyza Fall , Meig. 

Stilo delle antenne nudo o tomentoso; ali sviluppate senza 
seconda nervatura trasversale o non oltrepassante la prima. 



Phytomyza affìnis Meig. 

{Moscerino del Pisello, del Cece, ecc.) 

L'insetto perfetto è lungo mill. 3 circa e di color nero gri- 
giastro. Ha il capo giallo con una macchia nera nel vertice; 
le antenne nere; il torace grigio cenerino con le zampe a giun- 
ture biancastre, i bilancieri bianchi e le ali ialine. 




Fig. 128. — a. b, e, foglie di cavolo e di pisello con le larve della mosca (d) — e, mo- 
sca ingrandita segnata a grandezza naturale di sotto. 

La specie depone le uova nella primavera sulle foglie del 
pisello, del cece, e di altre piante ortensi e da quelle in breve 
nascono le larve che vivono a spese del parenchima laminare 






— 269 — 

e vi si trasformano in pupe. Da queste vengono fuori le nuove 
mosche e così le generazioni si ripetono diverse volte nell'anno 
con danni che riescono sensibili talvolta nel cece, il quale in 
talune località non arriva a fruttificare o dà prodotto scadente 
per qualità e quantità. 

Quanto ai mezzi di difesa consiglio di sopprimere le rare 
foglie che nella primavera mostrano le macchie chiare corri- 
spondenti al parenchima laminare distrutto dalle larve, e di 
allontanarle dall'appezzamento coltivato per sotterrarle in una 
fossa con della calce. 

Il momento opportuno per tale operazione corrisponde a 
quello nel quale le larve della mosca si trovano nelle foglie 
per distruggerle. 

Si può anche lavorare profondamente il terreno alla fine 
dell'inverno, per impedire che le piccolissime mosche escano 
nella primavera ad infettare le nuove piante; ma si capisce 
come da tale provvedimento anche se praticato in terreni com- 
patti se non si estende ad una larga zona dintorno non può 
sortire gli effetti desiderati. 

Con queste cause di distruzione si potrebbero considerare le 
altre per parte degli uccelli, specialmente per ciò che riguarda 
l'uso dei volatili domestici, del pollame, che è ghiotto d'insetti 
e che condotto dietro all' aratro, alla vanga ed alla zappa, al 
momento della preparazione del terreno per la semina, libera 
certamente il campo da una quantità considerevole di questi 
animali; i quali per altro con metodo non meno diretto si 
possono avversare e distruggere prendendoli di mira mentre 
si trovano nelle radici, estirpandole ogni volta che la parte 
esterna dei vegetali con l' ingiallimento avverte della presenza 
dell' insetto nella parte sotterranea di essi. 

Secondo J. Curtis, effetti utili si sono ottenuti coli' uso ri- 
petuto della calce viva, la quale, sparsa nella quantità di otto 
some per acro e portata nel terreno, libera le piante dagli in- 
setti situati sulle radici. Più attendibili sono gli effetti del- 
l'olio di catrame mescolato alla terra prima della semina o del 



— 270 — 

piantamento dei vegetali, operando una prima volta nell'autunno 
-ed una seconda nella primavera, per colpire le larve, e, sem- 
pre secondo Curtis, per allontanare anche le mosche, che do- 
vrebbero deporvi le uova; ma una cosa e l'altra prima che 
asserite vanno dimostrate. 



Phytomyza geniculata Macq. 

(Moscerino delle piante ortensi). 

In questa specie la mosca è nera e lunga 3 mm. circa. Ha 
la testa gialla con la fronte a lunula e il vertice nero; il to- 
race grigiastro a fasce gialle avanti la inserzione delle ali, che 
sono ialine; le zampe nere hanno le giunture gialle, e l'ad- 
dome ha il ventre giallo ed il dorso nelle femmine con linee 
dello stesso colore dalla parte posteriore. 

Il modo di vivere, i danni alle piante, ed i mezzi di com- 
batterla sono quelli indicati per la specie precedente. 

Sect. CALYPTERAE. 

A questa divisione dei Muscidi appartengono diverse tribù; 
ma di esse la più interessante dal punto di vista pratico è 
quella degli Antomiini. 

ANTHOMYINAE. 

Gli Antomiini hanno la resta delle antenne pettinata o nuda; 
la fronte ristretta nei maschi, larga nelle femmine; e l'addome 
di 4-5 segmenti. Questa tribù comprende vari generi fra i 
quali sono notevoli i seguenti. 

Gen. Hylemyia Desv. 

Le specie di questo genere si distinguono da quelle dei 
generi affini per la natura dell'arista che è piumosa o distin- 



— 271 — 

tamente pelosa. Gli occhi poi sono nudi, i femori delle zampe 
anteriori semplici, l'ultima vena posteriore per lo meno arri- 
vante al margine dell'ala, e la seconda longitudinale senza 
spinule. 

Hylemyia cinerella Meigen. 

(Mosca cinerìna del Giaggiolo). 

La mosca del giaggiolo ha corpo oblungo, nigricante, leg- 
giermente cinereo biancastro, con epistoma bianco, fronte poco 
prominente, proboscite non reflessa, addome lineare, quasi de- 
presso, fornito di linea dorsale nera nel maschio, mentre nella 
femmina è senza di questa ed ha forma conica; ali con la 
costa ciliata e la spina distinta. Lungh. 4 mill. circa. 




Fig. 129. — Hylemyia cinerella, molto ingrandita. 

La pupa è ocraceo-brunastra, ovato-allungata e nerastra alle 
estremità, mentre la larva è conica, bianco-sale, ed apoda. 

La comparsa degli insetti perfetti ha luogo ai primi di 
aprile mentre dalla pianta vien su l'asse fiorifero con l'abbozzo 
delle gemme, sulle quali e sull'altro le femmine fecondate de- 
pongono le uova. 

Le larve mano a mano che nascono si approfondano subito 
nella parte del vegetale sottostante e mandano a male ogni cosa. 

Per combatterla bisogna raccogliere le gemme fiorali, i fiori, 
gli assi fioriferi e le brattee nelle quali si trovano le larve e le 
pupe dell'insetto. 






— 272 



Gen. A.nthomyia Meiyen. 



Arista nuda, o appena puberula; seconda vena longitudinale 
non spinulosa, la settima arrivante, o quasi, al margine poste- 
riore dell'ala. 



Anthomyia radicum Linn. 

(Mosca delle radici del Cavolo, della Rapa, del Ravanello e del Navone). 

L'insetto perfetto è lungo da 5 a 7 mm. circa, ed è grigio- 
nerastro, nel maschio anche più intenso che nella femmina; 





Fig. 130. — a, Larva di Anthomyia radicum ingrandita — b, pupa ingrandita 
e, estremità anteriore del capo. 



nell'una e nell'altro, il dorso grigio presenta una linea e delle 
strie nere nelle divisioni degli anelli, nei maschi, ben distinte, 
nella femmina quasi nulle. 

La specie comparisce nel mese di aprile, si accoppia e va 
a deporre le uova alla base delle piante indicate, sulle parti 
sotterranee delle quali le larve nate si portano e vi scavano 
numerose gallerie, riducendole in tale stato da comprometterne 
interamente il valore. 

Ora, la specie, avendo due grandi generazioni all'anno, una 
primaverile, e la seconda autunnale, sono le larve di questa 
che arrecano i maggiori danni, e son quelle stesse, che poi la 



— 273 — 

sostengono e che passando l' inverno allo stato di pupa, nel 
terreno, compariscono perfette nella primavera seguente. 

Per combattere la infezione il partito migliore è quello di 
sradicare le piante e condannarne le radici all'acqua bollente 
per darle al bestiame, o mescolarle a della calce viva, con 
acqua, per distruggere gì' insetti e adoprare il tutto come 
concime. 



Anthoinyia antiqua Meig. 

{Mosca del bulbo della Cipolla). 

Insetto perfetto lungo 6 mm. circa e di color nero gri- 
giastro, quasi bianco sugli omeri e sullo scudo; addome con una 




Fig. 131. — Bulbo di cipolla attaccato nelle squame dalle larve dell'Antomia. 

linea dorsale scura; zampe di color nero-piceo, ed ali con la 
prima vena longitudinale senza spina, e quella trasversale po- 
steriore obliqua. 

Quest'insetto comparisce fra gli ultimi di aprile ed i primi 
di maggio; si accoppia, e, mentre i maschi attendono alla fe- 

18 



— 274 — 

condazione delle femmine, quelle già fecondate vanno a deporre 
le uova sulle foglie della cipolla. Dopo alcuni giorni nascono 
le larve, che scendono pel cormo ed arrivano nelle squame del 
bulbo, a spese delle quali vivono in gruppi di quattro, cinque 
o più. Ma vi si possono trovare anche solitarie, ed in ogni 
caso dopo aver mangiato escono dal bulbo e ai primi di giu- 
gno vanno a trasformarsi nel terreno. Alla fine di questo 
mese o ai primi di luglio compariscono le nuove mosche, che 
danno una seconda, e da questa segue una terza generazione, 
che passa l'inverno allo stato di pupa ed aspetta la primavera 
seguente per rinnovare la infezione sulle nuove piante. 

Mano a mano che le larve minano il bulbo e lo fanno 
marcire, le foglie delle cipolle attaccate si afflosciano, ingial- 
liscono poco per volta e si piegano al suolo. 

Gli effetti malefici della mosca sulle cipolle sono a breve 
scadenza quando le piante sono piccole ; sulle altre sono meno 
prossimi, ma non sono per questo meno sicuri ed ugualmente 
distruttivi. 

Ho visto che uno dei migliori espedienti di difesa contro 
questi insetti sta nella pronta distruzione delle foglie, da farsi 
qualche giorno dopo la comparsa delle mosche per distrug- 
gerne le uova e nel ricoprire le piante con paglia o strame, 
per sottrarle alla deposizione delle uova per parte delle mo- 
sche, che non sono ancora sviluppate. Ove poi non si fosse 
più in tempo, non resta altro che sradicare e distruggere le 
piante, quando le larve sono ancora piccole. 

Tardando nelle operazioni gli effetti distruttivi che si at- 
tendono da esse non potrebbero essere completi. 

La distruzione in ogni modo va fatta di primavera, per 
impedire che l'insetto si diffonda maggiormente, scemando i 
danni che dalle successive generazioni di quello derivereb- 
bero alle piante. 



— 275 — 



Antkomyia platura Meig. 

[Mosca della Scalogna, del Porro e dello Sparagio). 

Questa specie è assai meno diffusa della precedente alla 
quale si avvicina. Ma è grigia, con antenne e zampe nere; lo 




JTig. 132. — a, Insetto perfetto dell' Antomia della Scalogna — 6, sua grandezza na- 
turale — e, pupa poco ingrandita. 

scudo con tre strie scure; e l'addome con macchie dorsali nere 
ed incisioni brune. 

Si comporta e si combatte al pari della specie precedente. 



Anthomyia conformis F alien. 

{Mosca delle foglie della Barbabietola). 

La mosca, come le precedenti, è anch'essa lunga 6 mm. circa; 
ma ha il capo con la fronte ed il vertice bianco argentino mac- 
chiati d'arancio, il torace grigio con 8 strie più scure, e l'ad- 
dome giallo, o grigio-giallastro con una linea longitudinale 
bruna appena apparente. 

Si presenta di maggio con la nascita delle piante della Bar- 
babietola, sulle piccole foglie della quale va a deporre le uova. 

Mentre l'insetto è allo stato di uovo, e le foglie si di- 
stendono e si fanno più ampie, le larve che nascono vi pene- 
trano e ne rodono il mesofillo. La distruzione del parenchima 
indicato determina degli spazi chiari molto visibili nelle la- 



— 276 — 

mine verdi delle foglie, e le larve in numero di sei o dieci, 
li estendono fino a che raggiunta da esse la lunghezza di 7 
ad 8 mm. circa, perforano la epidermide inferiore della foglia 
e verso la seconda metà di giugno si approfondano nel terreno 
per trasformarsi in pupe. 




Fig. 133. — A, foglia di Barbabietola colpita dall'Antomia — a, uova dell'insetto — l 
b, larva — e, pupa — d, insetto perfetto — e, capo di questo ingrandito. 

Le pupe lunghe 5 mm. circa e di color scuro-ferruginoso,: 
si trovano a pochi centimetri dalla superficie al piede della 
pianta nutrice. Nella seconda metà di luglio da esse vengono 
fuori le mosche, che danno una seconda generazione, alla 
quale segue una terza, l'ultima per le Barbabietole, che sverna 
allo stato di pupa e comparisce perfetta nella primavera se- 
guente. 

Per combatterle bisogna uccidere le larve senza distrug- 
gere le foglie, comprimendone le parti infette fra le dita. Il 
lavoro è lungo e penoso, ma affidato ai ragazzi, e praticato di 
giugno al primo apparire della infezione, prima che le larvej 
estendano i guasti sulle foglie e che le abbandonino per nascon- 
dersi nel terreno, riesce della massima efficacia e semplicità. 

Le foglie delle piante infette, al momento della raccolta, 
vanno messe insieme e trattate con la calce, per distruggervi 
le larve che dovrebbero incrisalidare e riprodurre la infezione! 
nella primavera seguente. — 



— 277 



Aiithomyia tuberosae Curtis. 

{Mosca della Tuberosa e degli steli e delle foglie del Cavolo). 

L'insetto perfetto è lungo 4 millimetri circa, di color gri- 
gio-nerastro nei maschi, e di color cenerino nelle femmine. 
Queste presentano 5 linee nere, distinte, sul torace, e due mac- 




Fig. 134. — A, insetto perfetto, ingrandito con le dimensioni naturali di sotto (la 
lunghezza del corpo è stata per errore alquanto raccorciata) — B, larva. 

chie ocracee sul primo e sul secondo anello addominale. I ma- 
schi hanno gli occhi approssimati sul vertice, il terzo articolo 
delle antenne oblungo; le linee del torace indistinte; le mac- 
chie ocracee sul secondo e sul terzo segmento addominale; le 
vene delle ali scure, di cui le trasversali non molto distanti; 
e le zampe nere con la base delle tibie appena ferruginosa. 

Una idea della femmina per altro si ha nella figura 134 
al disotto della quale si trova disegnata la larva con le setole 
caratteristiche. 

Ho' trovato che la specie è dannosa ai cavoli, dei quali at- 
tacca il fusto e la costola delle foglie, che minati dall'interno 
si presentano tumefatti nei punti lesi, marciscono e tutta la 
pianta va a male. 

Per la difesa vedasi quanto ho indicato contro le specie 
precedenti. 



278 



Ord. HEMIPTERA. 



Gli Emitteri sono insetti a protorace libero e molto svilup- 
pato; rostro col succhiello di uno a quattro articoli, eccentri- 
camente scanalato di sotto, per contenere le setole mandibulo- 
mascellari tenute strette alla base dalla punta del labbro su- 
periore. Il rostro manca completamente in alcuni maschi ed 
in un certo numero di femmine gamogenetiche. Le ali, quando 
esistono, sono due, o quattro; nel primo caso hanno un solo 
nervo longitudinale, sottocostale o mediano, ed un solo nervo 





Fig. 135. — 1, elitre di eterotteri: a, davo, endocorio — 6, fulcro, esocorio — parte in- 
termedia fra esse, mesocorio — e, membrana con una cellula basale — 2, testa 
di eterottero con rostro di profilo — 3, rostro di faccia — 4, testa di omottero 
cicadario di profilo — 5, id. di faccia. — Fig. 136. Eostro di omoctero coccideo di 
faccia: ap, clipeo — m, m', s, setole mandibolo-mascellari — 1, succhiello. 

obliquo, originantesi verso la base di quello, nel secondo, 
come nella fig. 148 a e, meno gli Aleurodes, che hanno quat- 
tro ali, venate nel modo indicato, o come nella fig. 148 d 
negli altri, vi è per lo meno una vena sottocostale, termi- 
nata spesso in uno stimma, e tre o quattro vene oblique. Delle 
quattro ali, intanto, le prime due possono, essere interamente 
membranose come le seconde, o distintamente ispessite nella 
metà basilare, e nella parte ispessita formate di un tratto basale 
anteriore (esocorio), uno posteriore (endocorio) e di una parte 
intermedia (mesocorio). La parte membranosa ha nervature 
semplici o ramose, variamente disposte. 



— 279 — 

Negli Emitteri con due ali le posteriori, in generale, sono 
rappresentate da due specie di bastoncelli, che ricordano i bi- 
lancieri dei Ditteri. 



187 



138 





Fig. 137. — a, tarso di Cocciniglia — b, V, terminazione tarsale ed unghie di Psil- 
lide — d, unghie di Aleurodide. — Fig. 138, zampa di Afide : e, coscia — f, femore 
— ti, tibia. — ta, tarso con unghie. — Fig. 139, tarso di Aleurodide. 

Le zampe sono gressorie, ma possono essere anche saltato- 
ne, o atte al nuoto, ed in ogni modo col tarso di uno, due, o tre 
articoli, l'ultimo dei quali è armato di unghia semplice o bifida, 
compresa sovente fra due o quattro peli capitati detti digituli. 

L'addome ora termina in una specie di codicola, ora no, 
ed allora il margine posteriore, talvolta bilobo, può essere 
fornito di guernizioni assai caratteristiche (fìg. 143, e simili). 

Gli Emitteri sono insetti a stazione terrestre od acquatica 
e per la massima parte viventi a spese del succo delle piante. 
Il rimanente succhia il liquido del corpo di altri insetti ed 
il sangue degli animali superiori. 

In base all'origine e alla natura del rostro, delle ali e 
delle zampe, gli Emitteri si dividono nei due sott' ordini degli 
Omotteri e degli Eterotteri. 



— 280 — 

Sub. Ord. Homoptera. 

Grli Emitteri Omotteri hanno le ali membranose, per 
lo più verticali o inclinate, rarissimamente orizzontali allo 
stato di riposo, e sempre con le anteriori che non ricoprono 
le posteriori, testa col suo apice riflesso in basso e all' indietro, 
così che il rostro si trova fra il primo ed il secondo paio di 
zampe o al disotto del capo, dalla parte posteriore degli occhi. 

Gli Omotteri si dividono a volta loro in due altri gruppi: 
degli Sternorinchi e degli Auchenorinchi. 



STEBNOBHYNCHI. 

Grli Omotteri di questa sezione hanno il rostro fra il primo 
ed il secondo paio di zampe e queste con i tarsi formati di 
uno o due articoli. Ad essi appartengono le quattro famiglie 
dei Ooccidi, degli Aleurodidi, degli Afidi e degli Psillidi. 



Fara. Coeciclae. 

Le Cocciniglie sono Emitteri omotteri sternorinchi nei 
quali le femmine sono sempre sprovviste di ali, e col corpo 
quasi sempre minutissimo, ora globulari, ora squameformi, ra- 
ramente chiuse in una galla, per lo più aderenti e ricoperte 
di gusci cerosi, di cera e lacca, o di una sostanza chitinica 
non ancora determinata. Esse sono ora libere, e ricoperte, 
più o meno abbondantemente, di materia cerosa, pulverulenta, 
o fioccosa, con la quale imbrattano i vegetali, ed ora sono 
fisse e ricoprono di gusci il loro corpo e le parti delle piante 
sulle quali si trovano. 

Le antenne delle Cocciniglie sono filiformi e di un diverso 
numero di articoli. Il rostro ha il succhiello formato di uno, 



— 281 — 



raramente di due o tre articoli. Le ali, nei maschi, hanno una 
sola vena longitudinale, quella sottocostale, ed una vena obli- 
qua, verso la base dell'ala." Le zampe sono gressorie e semplici; 



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Fig. 140. — a, foglia di leccio con cocciniglia scutiforme — 6, guscio ingrandito — 
e, corpo della femmina ingrandito — d, raggi del margine del guscio. — Fig. 141. 
Cocciniglia globosa: a, ramo con adulti in stato naturale — b, idem — e, larva 
d, e, f, animali del tipo b visti dal dorso e dal ventre — a, a' animali visti dal 
ventre e dal dorso. — Fig. 142. Femmina di cocciniglia scutiforme, fuori del suo 
guscio, molto ingrandita: A, capo — B, torace ed addome. — C, pigidio — a, ori- 
ficio genitale — b, spine marginali degli anelli pre-pigidiali — p, palee — cs, 
squame — fs, ft, discoli perivulvari. — u, u, uova — r, rostro. — Fig. 143. Metà 
destra del margine libero del pigidio, molto ingrandito: rum, inoisura mediana — 
p, palee — s, squame — pe, peli — /, fusi marginali. 



nelle forme sotterranee o rizofile soltanto le anteriori hanno 
l'unghia, il tarso più corto, e la tibia più larga dell'ordinario. 
I maschi hanno i tarsi formati di uno o di due articoli, e la 



— 282 — 

estremità dell'addome armata di due stili allungati laterali 
all'organo genitale. Le femmine hanno il pigidio profonda- 
mente fenduto nel mezzo, in alcune, in altre questo è guer- 
nito di palette, pettini, setole e peli. 

Le metamorfosi sono sempre regressive nelle femmine delle 
Cocciniglie aderenti, le quali mano a mano che si fissano e 
mutano la pelle, perdono successivamente le antenne, gli occhi 
e le gambe; mentre nei maschi sono regressive prima, e pro- 
gressive poi, perchè per lo meno, e per quanto senza rostro, 
acquistano le ali e volano. 

Le Cocciniglie, in generale, si riproducono diverse volte 
nell'anno, per via agamica o per via sessuata. La riproduzione 
è ovipara, ed ogni cocciniglia depone un numero variabile, ma 
sempre assai considerevole di uova, che talvolta possono essere 
da 400 a 500 e più. 

La deposizione delle uova ha luogo entro gomitoli di cera, 
nelle Cocciniglie farinose e libere, mentre in quelle aderenti 
le uova si trovano deposte e protette sotto il corpo della ma- 
dre (che muore su di esse) ed il guscio dell'animale, che 
sollevato da una parte, dal mucchio stesso delle uova, lascia 
poi uscire le giovani larve al momento della loro nascita. Di 
queste larve, diverse preferiscono di fissarsi sotto il guscio 
materno, altre si stabiliscono negli intervalli fra un guscio e 
l'altro, e tutte così danno luogo alla formazione di quelle ag- 
glomerazioni di gusci, che fanno crosta, e che nelle gravi in- 
fezioni ricoprono come di una camicia gli organi delle piante 
malcapitate. 

Il ciclo evolutivo delle specie talvolta si completa in un 
anno preciso, e si ha allora una sola generazione. In generale 
però dura da 50 a 75 giorni circa, e si hanno da tre a quattro 
generazioni nell'anno. 

Quando le generazioni successive sono diverse, i prodotti 
dell'una si confondono con quelli dell'altra, e si hanno per tal 
modo quasi sempre nascite, giovani in via di accrescimento, 
e forme prossime a riprodursi sulla stessa pianta. La qual cosa 



— 283 — 

complica enormemente il problema della difesa, che si fa anche 
più difficile quando si trovano insieme specie di generi e di 



145 



146 




Fig. 144. — A, larva di cocciniglia appena nata, libera — cf, capo — an, antenne — 
ci, clipeo del rostro — li, succhiello — la, setole larvali — Fig. 145. La stessa, 
mutata, chiusa nel suo follicolo e divenuta femmina (A) con una larva embrio- 
nale, l, — spi, seconda spoglia — se, terza — sp, quarta spoglia. — Fig. 146. Ninfa 
di maschio: A, capo — et, ceroteche — B, torace — pt, podoteche — ptr, pteroteche 
— e, addome — us, armatura genitale. — Fig. 147. Maschio privato delle ali: 
o, o', occhi tergali e sternali — s, sento — s', scutello — e, armatura genitale. — 
Fig. 14S. — a, ala del maschio delle cocciniglie — b, e, quelle degli Alenrodidi e 
degli Psillidi, per confronto. 

tribù diverse; ed allora è più che mai necessario determinare 
rigorosamente l'evoluzione biologica di ciascuna e le sostanze 



— 284 — 

più adatte per colpirle sicuramente nei diversi stadi della loro 
vita, immunizzando le piante dalle punture degli insetti e di- 
struggendoli con trattamenti insetticidi invernali ed estivi. 

Per impedire alle larve delle cocciniglie di fissarsi sulle 
parti legnose delle piante e trarvi nutrimento basta cospar- 
gere quelle di un miscuglio alcalino di olio pesante di catrame 
ed acqua, composto secondo la forinola 

Olio di catrame litri 10 a 15 

Carbonato neutro di soda Kg. 5 a 7 

Acqua : litri 90 a 80 

Cosiffatto miscuglio non danneggia i rami bene induriti 
ed il fusto delle piante legnose a foglia persistente, e su quelle 
a foglia caduca la quantità dell'olio di catrame si può elevare 
senza pericolo di danni fino alla dose del 18 al 20 °/ j mentre 
è ugualmente certo e sicuramente accertato che le soluzioni 
stesse riescono a distruggere tutte le cocciniglie che si tro- 
vano attualmente sulle piante agrarie. 

Chi sa che cosa sia l'olio pesante di catrame, come si dif- 
fonde, e come uccida le cocciniglie, sa pure che questa sostanza, 
come da dieci e più anni è stato dimostrato, è quanto di me- 
glio si conosca per la difesa contro tali insetti; chi quest'olio 
di catrame confonde con prodotti simili come il petrolio, e 
crede che la sua unione con la calce dia un miscuglio più ef- 
ficace di quello indicato, sbaglia, e cambiando strada, mette 
la pratica per una cattiva via. 

L'olio pesante di catrame, ed il petrolio nero per dividerli 
nell' acqua vanno uniti alla potassa o alla soda, alla quale dò 
la preferenza, perchè più economica, e serve come l'altra ad 
emulsionare il catrame nell'acqua ed a vincere la forza di re- 
pulsione, che i gusci delle cocciniglie, i corpi di queste, e la 
superfìcie dei vegetali presentano agli ordinari insetticidi. 

Così preparate, le miscele, nel caso dei Lecanium e delie 
Ceroplastes penetrano per il margine col quale il guscio del- 
l'insetto aderisce sulla pianta; nell'altro degli Aspidiotus delle 






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Diaspis, delle Parlatorio,, dei Mytilaspis, etc, penetra per lo 
stesso margine ed imbeve lo scudo così da arrivare attraverso 
questo all'animale che vi è nascosto ed ucciderlo, senza rispar- 
miare le uova che la femmina vi abbia deposto. 

A questi, che sono gli effetti indiscutibili, diretti, dell'azione 
delle miscele catramoso-alcaline, sulle cocciniglie delle foglie 
e del fusto delle piante, altri ne corrispondono, di ragione 
mediata, che non sono meno attendibili dei precedenti, e cioè 
che le larve provenienti dalle uova delle femmine delle cocci- 
niglie scampate alla morte, non si fissano sulle parti legnose 
delle piante bagnate dalle miscele indicate; di guisachè se la 
loro stazione è quella dei rami e del fusto soltanto, esse sono 
condannate a morire, e muoiono, nel fatto, egualmente, per 
fame. 

Non si può sempre dire fino a che tempo l'azione di un 
trattamento all'olio di catrame serva per impedire alle larve 
di fissarsi, e trarre nutrimento dalle parti legnose delle piante, 
ma dalle esperienze fatte dal 1896 al 1899 so che nel più forte 
della infezione, tratti di rami e rami interi di piante possono 
restare e restano immuni da tre mesi ad un semestre circa, se 
non di più, e la immunità è tale che, in fine, le parti difese 
restano le sole parti sane in una chioma di seccume. Le piante 
che ho serbato come ricordo delle esperienze fatte al riguardo, 
attestano in tutta la loro pienezza la verità enunciata, a 
quella guisa che l'esame alle lenti ed al microscopio, dei gu- 
sci, del corpo, e delle uova delle cocciniglie in esperimento, 
mostra che tutto è impregnato di catrame, annerito o imbru- 
nito, aggrinzato sempre, e morto, negli insetti combattuti, men- 
tre negli altri, lasciati per confronto, si trovano con tutti i 
caratteri della vita prospera e fiorente: gusci bianchi, femmine 
turgide e gialle, ed uova in perfetto stato di conservazione. 

Queste esperienze che tante volte ho ripetuto in laborato- 
rio, e altrettante volte ho confermate, le ho ripetute pure di- 
verse volte nel campo, sopra piante attaccate da cocciniglie, 
come peri, meli, susini, ciliegi, peschi, e simili, ed ho sempre 



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visto che i resultati, meno poche differenze, sono in fondo gli 
stessi, e sono affatto identici quando le applicazioni catramose 
si ripetono. L'acqua, l'aria e la polvere, sono le cause della 
modificazione degli effetti indicati nel campo, ma la modifica- 
zione, o, in altri termini, la riduzione della virtù immunizzante 
delle miscele di catrame sulle parti legnose delle piante, non 
ha luogo che a lungo andare, e la ripetizione della difesa, op- 
portunamente fatta, la ripristina così da includere nel nuovo 
periodo i termini delle nuove nascite dei pidocchi, che si vo- 
gliono comjoromettere. 

Delle miscele catramose, quella indicata è la più economica, I 
ad un tempo, e la più attiva; le altre, preparate con lo stesso 
catrame, nelle quali, questo, per la profonda modificazione su- ì 
bita, è reso meno untuoso e diffusibile, sono meno efficaci 
come insetticidi, e meno durature, come immunizzanti, essendo j 
meno diffusibili e più soggette alla rapina delle acque piovane, 
che dilavano la chioma ed il fusto della pianta. Esse però, se 
sono meno pronte sulle cocciniglie, sono anche molto più tol- 
lerate dalle piante, sulle quali, grazie al nuovo modo di pre- 
parazione, si possono adoprare fino a dosi relativamente eie- ; 
vate senza danni gravi per le stesse foglie della pianta. E 
questo che mi ha permesso di portare contro le cocciniglie, di 
estate, una difesa potente, senza gravi danni per i vegetali; 
ed il segreto sta tutto nei rapporti fra sapone, catrame ed 
acqua, come altrove sarà indicato. 

Questo a parte, per ora, gli effetti della incatramatura sulle 
parti legnose delle piante, fatta con olii grassi di catrame o di 
petrolio, non si limita, come si potrebbe credere, alle coccini- 
glie viventi sopra di esse soltanto, od a queste, ed a quelle, che, 
per costume loro, dopo una stazione più o meno prolungata sulle 
foglie e sui frutti, fanno ritorno sul fusto e sulle sue ramifì- , 
cazioni; giacché la difesa di queste parti, limitando indubbia- 
mente il campo di azione delle altre cocciniglie, che stazio- 
nano su tutti gli organi della pianta, alle foglie ed ai frutti 
solamente, riesce per sé una grave limitazione ed una riduzione 



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non meno certa degli insetti, e mette i superstiti nella condi- 
zione di lasciare la pianta per subire la sorte delle foglie e 
dei frutti sui quali si trovano. 

Questo, che io ho visto accadere sui Nerium con VAspi- 
diotus hederae, sugli Evonimi attaccati dalla Chionaspis, sulle 
piante di Limone e di Chinotto attaccate largamente dal Le- 
canium hesperidum Burm., in laboratorio, e sulle piante di 
Olivo attaccate dal Lecanium oleae Bern., nel campo, la pra- 
tica l'ha potuto notare nelle coltivazioni agrumarie delle Ca- 
labrie, della Sardegna e della Sicilia, dove ha spennellato le 
parti legnose delle piante, infette di Aspidiotus e di Mytilaspis, 
con l'olio di catrame e col catrame del gas. 

Uno poco pratico della vita degli agrumi, ad esempio, po- 
trebbe obiettare che questi avendo fogliame persistente si 
liberano soltanto delle cocciniglie, che l'agricoltore porta via 
con i frutti; ma, chi conosce queste coltivazioni sa che nei 
mesi di gennaio, di febbraio, e di marzo specialmente, con 
l' imperversare dei venti, cade ogni anno quasi tutto il fo- 
gliame che deve lasciar posto alle formazioni di rinnovo, e 
che con esso cade anche l' altro che si trova maltrattato dalla 
infezione, e ne cade tanto, talvolta, che, per gli insetti perduti, 
le piante acquistano nuova ragione di tregua e di vita, la 
quale sarebbe anche più duratura se, malgrado lo squilibrio 
del momento, il fogliame cadesse tutto, per lasciare la pianta 
pulita da quasi tutte le cocciniglie. 

Quanto ora al momento ed al modo più opportuno di pro- 
cedere, contemporaneamente, alla distruzione delle cocciniglie 
sulle foglie e sul fusto, e alla immunizzazione di questo con 
i suoi rami contro le punture di quelle, le indicazioni variano 
evidentemente con gii insetti, la natura delle piante, la loro 
resistenza agli insetticidi, il periodo di fogliazione, di fiori- 
tura, etc, nel quale si trovano, il momento della raccolta, gli 
usi ai quali i frutti sono adibiti, ed i rapporti colturali esi- 
stenti fra esse e le altre piante con le quali spesso si trovano 
consociate. 



Lascio da parte la difesa delle piante erbacee dalle cocci- 
niglie, perchè, quelle dei campi e degli orti ne sono quasi 
sempre immuni, e sarebbe rimedio sufficiente bruciare gli steli 
con le foglie infette, dopo il raccolto, per mettere argine va- 
lido alla diffusione degl' insetti su di esse ; mentre le piante 
ornamentali trovano larga considerazione in un' altra parte 
di questo lavoro. 

Per le piante a foglie caduche, come il pero, il melo, il 
pesco, il susino, il ciliegio, il gelso, il fico, e simili, i momenti 
ed i mezzi opportuni della difesa sono diversi; uno cadrebbe 
bene nei mesi di novembre e di dicembre, ove si volesse ri- 
petere il trattamento dalla fine di feb braio ai primi di marzo ; 
oppure uno si potrebbe effettuare in questo tempo, se l'altro 
si volesse dirigere contro la generazione delle larve nascenti 
o da poco nate, delle femmine sfuggite alla morte nelle ope- 
razioni precedenti. 

Operando dalla fine dell'autunno alla fine dell'inverno vi è il 
benefìzio di colpire tutti gli stadi nei quali l'insetto si trova, 
e di operare in un periodo di tempo, nel quale, tutto essendo 
in riposo, non vi è da preoccuparsi menomamente delle piante 
che si vogliono difendere: le operazioni (spennellature, od 
aspersioni) sono più facili in assenza del fogliame, e la spesa 
è anche relativamente minore. D' inverno 1' unica preoccupa- 
zione è quella di titolare in modo le soluzioni, da uccidere 
indubbiamente gli insetti, che si vogliono distruggere, e di- 
struggerli là dove, quelli, formando strati, è più facile che 
sfuggano all'azione degli insetticidi. Se a questo scopo i mezzi 
di applicazione (spazzole, pennelli, etc.) aiutano con l' azione 
meccanica, alla penetrazione sotto gli scudi degli insetti, tanto 
meglio; ma si guadagna di più affidandosi all'azione degli in- 
setticidi, per non correre rischio di lasciare tante cocciniglie 
vive da dover ripetere ogni anno la difesa, con aggravio con- 
tinuo del bilancio economico della coltivazione. Ed è per que- 
sto che ho tenuta piuttosto elevata la proporzione dell'olio di 
catrame e della soda rispetto all'acqua, nella formola sopra 



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indicata, mentre si sa che per alcune cocciniglie, come i Da- 
ctylopius, il 4 al 5 °| di olio di catrame basta; per altre, Chio- 
naspis, il 6 all' 8 °| è sufficiente; l'8 al 10 serve contro gli 
Aspidiotus, le Diaspis, e le Mytilaspis; e il 10 al 15 °/ contro 
le Pollinici, che sono le più resistenti di tutte. 

Nella primavera e nell'estate, quando la chioma delle piante 
è ricoperta di foglie, di fiori e di frutti, le miscele catramose 
così concentrate riuscirebbero nocive alle nuove vegetazioni, 
e sarebbero eccessivamente concentrate per ottenere la morte 
delle larve appena nate, che sono perfettamente nude, e per 
ciò molto più vulnerabili delle madri, che sono ricoperte di 
grossi ammassi di cera, di gusci o di scudi. Sicché ove le 
operazioni invernali, con miscele molto concentrate si effet- 
tuino dalla fine di marzo ai primi di aprile, contro le cocci- 
niglie adulte, quelle contro le larve, da farsi nella primavera 
e nella estate, possono effettuarsi con miscele più diluite, 
ripetendo tante volte le operazioni, successivamente, da por- 
tare sulle parti legnose della pianta la stessa quantità di ca- 
trame, che occorre, per immunizzarle, contro le punture delle 
larve, che sfuggissero all'azione dell'insetticida. 

La quantità necessaria di catrame solubile per ottenere, 
nella primavera e nell'estate, la morte delle larve appena nate, 
sarebbe uguale a quella di un litro in cento litri di acqua; e que- 
sta è la proporzione, 1 °! , che è stata indicata anche in Italia, 
allo scopo sopraindicato; ma all'atto pratico, non basta, perchè 
essendo eccessivamente diluita, con la polvere, che trova sulle 
piante, e con gli strati di fumaggine che accompagna le coc- 
ciniglie, più di una volta non colpisce, spesso perde del suo 
valore, e finisce col mostrarsi poco efficace. Il barone Quin- 
tani di Messina, dal quale e da altri, nel 1897, sono stato, per 
prendere notizie dirette degli effetti ottenuti, con liquidi simili, 
nella difesa degli agrumi, mi faceva vedere che 4000 piante 
curate avevano tante cocciniglie quante ne avevano le altre 
lasciate per confronto, ed affermava che egli, esplorando le 
foglie delle piante bagnate con gli insetticidi così concentrati 

19 



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vedeva che le larve contro le quali erano stati diretti, non 
morivano. Il barone Quintani è un distinto agricoltore, al 
quale, non difettano gli ordinari mezzi di osservazione, ne le 
macchine perfezionate per compiere un accurato lavoro. 

L'altra ragione di questi e di resultati simili, constatati 
ad Acireale, a Catania, ed altrove, sta nel fatto che ove an- 
che le soluzioni all' 1 °| si mostrassero efficaci contro le larve 
appena nate, esse riescirebbero indubbiamente inefficaci nella 
difesa contro le altre, che si sono fissate. Ond'è che con un'asper- 
sione insetticida praticata di primavera, di estate, o di au- 
tunno, non si può colpire che il 70 °| circa delle larve che 
sono nate negli ultimi tre giorni. 

Per chi volesse sapere a che cosa poi corrisponde quel 70 °/ 
di insetti colpiti fra le larve, che nascono sopra una pianta, 
dirò che bisogna mettere a calcolo due cose: la quantità di 
uova, che ogni cocciniglia depone, ed il tempo che quelle im- 
piegano a nascere. 

La quantità di uova che ogni cocciniglia depone varia molto: 
da una diecina, come nelle Parlatoria (Parlatorio, Zizyphi, o 
Pidocchio nero degli Agrumi), ad una sessantina circa, come 
nelle Mytilaspis {Mytilaspis citricola Pack., o Pidocchio virgola 
degli Agrumi), fino a diverse centinaia, come nei Lecanium 
(Lecanium citri Inz.), nelle Ceroplastes (Ceroplastrs rusci o cocci- 
niglia cerifera del Fico; C. sinensis o cocciniglia cerifera del 
Chinotto e di altri agrumi) e nei Kermes (Kermes variega- 
tus, ecc.). 

Così varia pure il tempo che le uova mettono a dare le 
larve, le quali, se nelle Parlatoria vengono alla luce in quattro 
a cinque giorni, nelle Mytilaspis, negli Aspidiotus, e nelle Dia- 
spis, che hanno più uova, il tempo è di una diecina' ad una 
quindicina di giorni, e nei Lecanium la nascita delle, larve, 
dalle uova di ogni femmina, non dura meno di una quindicina 
di giorni. Ma qui bisogna osservare che la durata della na- 
scita delle larve provenienti dalle uova di una sola femmina, 
non è la durata complessiva delle nascite di 'tutta una genera- 



— 291 — 

zione di cocciniglie; che vivono a milioni sulle piante e formano 
strati sui rami e larghe croste di esse sulle foglie e sui frutti. 
Questo considerato, come di una cosa che non viene mai meno, 
si capisce di leggieri che quel 70 °/ di larve distrutte fra i nati 
di tre giorni consecutivi, nella migliore ipotesi, posto eguale a 30 
il numero dei giorni nei quali le larve nascono numerose, le larve 
distrutte con un trattamento primaverile-estivo sarebbero in me- 
dia rappresentate da ^5 X ijq 5 cioè dai ~ delle larve, che in 
30 giorni nascono da tutte le cocciniglie, che si trovano sulle 
piante. Ora posto eguale ad 1, 10. 100 milioni il numero delle 
larve che nascono sopra una pianta, esse, dopo la difesa, ver- 
rebbero diminuite relativamente di j^ X J —f — j ìoo X - — r — ? 
_t_ x 100.000.000^ e cioè di 70000j nel primo cag0j di 7 0aooo 

nel secondo, e di 7.000.000 nel terzo: cifre, le quali, stanno a 
dire che gli effetti di una difesa simile non possono influire 
e non influiscono sensibilmente, tanto sulle sorti degli insetti, 
da una parte, quanto su quelle delle piante, dall'altra, perchè 
la diminuzione di una tale somma di cocciniglie, anche se fosse 
duplicata e decuplicata, sparisce completamente nella enorme 
quantità delle larve, che la miriade degli insetti superstiti, 
in 60 a 70 giorni, danno alla luce, nella generazione seguente. 

D'altra parte il consiglio di ripetere la difesa primaverile- 
estiva contro le larve delle cocciniglie non è mancato, ma la 
indicazione nou ha sortito gli effetti voluti, perchè i momenti 
nei quali le operazioni furono consigliate non sono quelli utili, 
sia perchè non hanno ragione di continuità, sia perchè, re- 
stando ferma la dose del catrame solubile, indicata, 1 °/ > l e 
cocciniglie già fissate sfuggono, e quelle non ancora nate si 
trovano bene al coperto dalle ingiurie delle azioni presenti, e 
sono sempre in tempo a fissarsi e sfuggire alle altre dei trat- 
tamenti successivi, consigliati, il primo, in giugno, il secondo 
ed il terzo in luglio, ed il quarto in agosto. 

Per conseguire resultati più convenienti, con i trattamenti 
estivi, è fermo pensier mio che bisogna coordinarli tutti alla 
distruzione delle larve di una generazione sola, qualunque essa 



— 292 — 

sia, e dosare il liquido così, ohe l'azione sua valga, senza dub- 
bio, a soffocare, e soffochi le larve libere e quelle nate e fis- 
satesi dopo la difesa precedente, e contribuisca, quanto più è 
possibile, ad immunizzare le parti legnose della pianta dalle 
punture delle altre, che si sottraggono alla morte. Ora dalle 
mie osservazioni, resulta che le miscele di olio di catrame alla 
dose del 2 °| (tra catrame ed eccipiente emulsivo) uccidono le 
larve fissatesi da una settimana circa, e .che le dosi del 2 \ al 
3 °| colpiscono anche le altre, che, dopo una quindicina ad 
una ventina di giorni, si preparano o stiano per subire la 
prima muta. 

In campagna ho visto che le soluzioni, per le cause già 
ricordate, si dovrebbero concentrare di *\ 2 all'I °| in più, ma 
gli effetti distruttivi sugli insetti non sono più dubbi e le 
larve da poco fissatesi non sfuggono per questo alla morte. 

In queste esperienze ho potuto veder pure che giova alla 
difesa adoprare liquidi sempre più concentrati, cominciando 
con quelli alla dose del 2 °| e seguitando con gli altri al 2 \ 
al 3 ed al 3 l \ 2 °| , con l'intervallo di una diecina di giorni uno 
dall'altro, per coprire un periodo di tempo, eguale o quasi, a 
quello, che, in generale, le uova di una intera generazione di 
cocciniglie impiega a dare le larve. 

Chi, d'altra parte, ha frequentato agrumeti, oiiveti e pometi 
infetti di cocciniglie, ed ha seguito nel campo l'allevamento 
delle specie che molestano le piante ornamentali, sa che le larve 
non nascono nella primavera, nell'estate e nell'autunno sol- 
tanto, ma queste sono le stagioni nelle quali, tratto tratto, le 
nascite sono eccessivamente numerose e continue, e quasi col- 
legate fra loro dai prodotti dei ritardatari di un anno, che 
poi doventano i più precoci dell'altro, e per i quali appunto, 
(che evoluzionano dall'autunno alla primavera), nella bella sta- 
gione si hanno di continuo: uova deposte, larve nascenti,-che 
guardano ancora la stazione della madre, larve in giro per la 
pianta, larve fissate e in muta, larve mutate e femmine gio- 
vani ed adulte, che si preparano alla deposizione delle altre 



— 293 — 

uova. Ora con la difesa primaverile-estiva condotta col primi- 
tivo criterio, non si colpiscono, direttamente, che le masse 
delle grandi generazioni delle larve in giro e da poco fissate, 
quando si colpiscono, e sfuggono invece, pel momento, le 
uova coperte dal corpo della madre, e le madri giovani ed 
adulte, che non possono essere uccise dai liquidi indicati, e 
che in breve volgere di tempo ripristinano la infezione pri- 
mitiva. Questo però non può accadere e non accade col si- 
stema di difesa ora proposto : 

1.° perchè con la difesa invernale, fine febbraio, primi marzo, a 
forte dose di insetticida, si taglia corto tanto alla diffu- 
sione degli ibernanti normali quanto e, con più forte ra- 
gione, agli altri che sono in anticipo o in ritardo, per- 
chè sono peggio difesi; 

2.° per la difficoltà naturale che la massa dei superstiti incon- 
' tra nell'evitare la catena fìtta degli anelli della difesa, 
con la quale si investono i nuovi nati; 

3.° per la necessità fatta alle rare larve che sfuggono di ridursi 
sulle foglie e sui frutti, e sparire con essi. 

Se questo risolve il problema della difesa per quello che 
riguarda gli effetti degli insetticidi sugli insetti ed il modo 
di graduare la materia attiva di quelli per gli effetti migliori 
contro di questi, lascia indiscusso l'argomento dal punto di 
vista della economia vegetale, e della convenienza, o meno, di 
combattere la generazione primaverile meglio che quella esti- 
va, e magari quella autunnale delle larve sopraindicate. 

Non è indifferente prendere di mira una piuttosto che un'al- 
tra di esse, anzi tutto, perchè non può essere indifferente per 
il sistema e l'unità delle operazioni, dalla opportunità delle 
quali dipendono gli effetti ultimi della difesa; poi perchè que- 
sta difesa si deve svolgere così da giovarci più che può con- 



— 294 — 

tro gli insetti, ma col menomo danno possibile, e meglio 
ancora se con nessun danno per la vita delle piante, ed il 
minimo necessario della spesa per conseguire gli effetti desi- 
derati. 

Per distruggere le cocciniglie ed impedire che le superstiti 
si fissino e vivano a spese delle parti legnose delle piante, la di- 
fesa primaverile è preferibile a ciascuna delle due altre, (l'estiva 
e l'autunnale) ed è preferibile anche, perchè, soppressa o quasi 
la prima generazione, vengono a mancare necessariamente, o 
restano di molto diminuite le altre, che da quella provengono, 
e le foglie stesse, e i frutti, più tardi, si troveranno comple- 
tamente mondi, o quasi, dagli insetti. Prendendo a combattere 
le larve della generazione estiva, o quella autunnale, si lascia 
maggior ragione di pace agli insetti, che nel frattempo ne 
approfittano; l'azione immunizzatrice dell'olio di catrame dopo 
i tre mesi potrebbe essere insufficiente; e le cocciniglie da com- 
battere, le troveremmo moltiplicate e diffuse, anche sulle parti 
legnose, che sono i veri centri, ed i centri più temibili della 
infezione delle piante; senza dire che questo sarebbe un grave 
errore tecnico ed economico, ove la infezione delle cocciniglie 
fosse di quelle, che si accontentano delle parti legnose soltanto 
delle piante coltivate. In un caso solo, per ora, potrebbe essere 
giustificato il derogare da questa linea di difesa, ed è quello 
della infezione delle cocciniglie sui gelsi, che si coltivano per 
l'allevamento dei bachi da seta. 

Quanto alle altre piante a foglia caduca, come il pero, il 
melo, il susino, ecc., la opportunità di operare contro le larve 
della generazione primaverile non potrebbe ora essere messa 
in dubbio da ragioni di fisiologia vegetale, pel rischio di com- 
promettere la fecondazione, l'allegamento dei frutti e le gio- 
vani vegetazioni, perchè la fioritura e l'allegagione dei frutti 
hanno luogo prima dell'avvenimento della nascita, in grande, 
della prima generazione delle cocciniglie, e la dose per °/ di 
materia attiva del primo trattamento insetticida è tale da non 
portare danno molto sensibile sui vegetali. 



— 295 — 

Quanto ora alla difesa delle piante a fogliame sempre verde, 
si può praticare su di esse l'uso delle miscele catramose molto 
concentrate, raccomandate per la difesa autunno-invernale delle 
piante a foglia caduca? 

Certamente l'uso delle miscele indicate sulle piante a foglie 
persistenti, come l'olivo, gli agrumi, ecc., porta con sé la di- 
struzione di una gran parte del fogliame, e le piante per ri- 
fornirsene, nei primi due anni, scarseggiano nel frutto. Questo 
certo, non è l'ideale della difesa, per gli effetti sui vegetali; ma 
un tale trattamento libera così bene le piante dagli insetti, 
da valere insieme le migliori operazioni estive sopraindicate, 
e tutte le cause naturali di distruzione, che colpiscono le coc- 
ciniglie e lasciano quasi immuni le piante, che ne sono infette. 
Eitengo perciò fermamente che, anche nel caso delle piante 
a foglia persistente, non si possa far senza della difesa au- 
tunno-invernale nelle infezioni gravi, e che quanto meno essa 
sarà da estendersi al castello della chioma, per togliere di 
mezzo i più grossi focolari della infezione, e lasciare quella 
delle foglie e dei rami minori all' azione della cura primave- 
rile-estiva, ed alla caduta naturale del fogliame stesso, che 
libera la pianta da un considerevole numero di cocciniglie. 

Nel caso delle cocciniglie poi che hanno una sola genera- 
zione annuale, come la Ceroplastes del fico, almeno (Ceroplastes 
rusci) e quella del Chinotto (C. sinensis), la difesa invernale 
con gli insetticidi può essere sostituita utilmente con un' azione 
meccanica diretta, per far cadere le femmine dell'insetto; e 
l'operazione si riduce al passaggio vigoroso di uno straccio, di- 
retto dalla parte bassa a quella alta dei rami. 

Dopo questa operazione, nella quale si possono utilmente 
occupare dei ragazzi, di luglio si procede ai lavori della difesa 
estiva con gli insetticidi, operando nel modo che sopra ho in- 
dicato. 

Gli insetticidi più adatti alla difesa contro le cocciniglie, 
nella primavera, nell'estate e nell'autunno, in ordine ai resul- 
tati delle osservazioni sopraindicate, sono due : il sapone di 



— 296 — 

catrame, forinola Del Guercio, e l'olio di catrame emulsionabile, 
formola Berlese, presi nelle dosi graduali a suo luogo indi- 
cate (1). 

Il sapone al catrame indicato si ottiene nel seguente modo: 

Si fa bollire una parte di sapone in due o tre parti di 
acqua fino a soluzione completa. Nella soluzione saponosa bol- 
lente si versano poco per volta e si mescolano con essa, da 
una a tre parti di olio pesante di catrame. 

Si leva la pasta saponosa al catrame, dal fuoco, si lascia ' 
raffreddare, e poi si scioglie nelle proporzioni volute nell'acqua, j 
per versare il liquido nelle pompe e applicarlo sulle piante. 

La formola concentrata pertanto di questo insetticida, per 
il primo trattamento, è la seguente: 

Sapone molle . . . Kg. 1 */ 2 

Acqua Lit. 3 

Olio di catrame . . » 0,500 ad 1 

Nel secondo trattamento questo stesso liquido conterrà l'I 
al 2 °| di olio di catrame; e nel terzo il 2 al 3, portando 
da 1 ^a a 2 la quantità 'del sapone, se occorre, per non dan- 
neggiare le piante. 

Ove le parti infette delle piante fossero ancora troppo deli- 
cate e non potessero resistere alle dosi indicate di catrame, si 
riduca questo di 1 j 3 alla metà, nelle operazioni successive alla 
prima, e si aumenti di tanto la quantità del sapone per quanto 
è il peso del catrame diminuito. 

Le pompe migliori sono quelle a getto vigoroso; le altre, 
qualunque esse siano, sono da scartarsi. 

Per la difesa dei chinotti bastano da noi le comuni pompe, 
ben pulite, da solfato di rame. 

Per le piante più alte, come quelle di limone, di arancio, 



(1) Il catrame preparato dal prof. Berlese, alla dose del 2 e del 3 °| , riesce ad 
effetti abbastanza sensibili sulle formazioni più tenere della pianta; ma non vedo in 
questo un ostacolo tale da non farlo consigliare nella pratica. 



— 297 — 

di olivo e simili, occorrono le pompe montate su carretto, 
con tubi di gomma forniti di lunghe canne polverizzanti, per 
bagnare comodamente, da terra, e dal carretto stesso, le parti 
basse e quelle più elevate della chioma. 

Quanto ora alla pratica delle operazioni, l'aspersione degli 
insetticidi, d' inverno, può farsi in qualunque momento; di pri- 
mavera, di estate e di autunno, bisogna ben determinare con 
saggi ed osservazioni preliminari la generazione che si vuol 
combattere e sorvegliare la nascita delle larve, che vanno ri- 
cercate per tutto, ma specialmente lungo le nervature delle 
foglie, alle estremità tenere dei rami e sui frutti, e sotto i 
gusci delle madri. L'esame, anzi, dei gusci delle femmine, per 
le uova che contengono non ancora schiuse, deve servire di 
guida nel determinare il numero e la condotta delle opera- 
zioni, delle quali, la prima si farà quando i nuovi nati sono 
già numerosi sulla pianta, e questo accade dopo una diecina di 
giorni dal momento delle prime loro apparizioni. 

Le operazioni successive potranno essere due o tre, ed in 
tutte si avrà l'avvertenza di colpire largamente, col getto li- 
quido polverizzante, il fusto,- i rami e le foglie, procedendo 
dall'interno all'esterno, e dall'alto al basso della chioma. 

Chiudono le operazioni della difesa quelle della concima- 
zione e della lavorazione del terreno, perchè le piante si pos- 
sano rimettere al più presto dall'esaurimento patito e dar pro- 
dotti, come prima, più abbondanti e rimunerativi. 

Per il resto si rimanda alle indicazioni particolari fatte per 
le diverse cocciniglie studiate, le quali e le altre si dividono 
in dieci sottofamiglie o tribù, le più importanti delle quali per 
noi sono le seguenti. 

MONOPHLAEBINAE. 

I Monofleblini hanno femmine a corpo molle, per lo più 
coperte da un ammasso di sostanza cereo cotonosa, e allo stato 
adulto provviste di antenne di undici articoli ; rostro di due 



— 298 — 

articoli ; zampe simili, sempre presenti ; ma senz'anello anale. 
I maschi conosciuti hanno antenne di dieci articoli e gli occhi 
composti, reticolati. 

La tribù si compone di diversi generi, ma da noi è note- 
vole soltanto il seguente 



Gen. G-uerinia Targioni Tozzetti. 

Ha le femmine, le larve e le uova ravvolte in una molto 
abbondante massa cerosa. I maschi sono ancora ignoti. 



Guerinia serratulae Fab. 

(Cocciniglia cotonosa delle scorze degli alberi e degli arbusti, delle Fave, del Trifoglio, 
dell'Erba medica e delle altre piante pratensi). 



Le femmine dell'insetto liberate, con l'alcool, dalla materia 
cerosa, che le avvolge, si presentano di colore rosso, pelosette 
e di forma ovale, piuttosto allungata, distintamente segmen- 
tate, con peli più lunghi nei margini, e due ancora più lun- 
ghi alla estremità dell'addome. Le antenne ispidule hanno il 
primo articolo conoide, molto ingrossato, il secondo più lungo 
di tutti, il terzo ed il quarto della stessa lunghezza e più 
corti degli altri, il quinto eguale al sesto, e tutti e due più 
lunghi dei due precedenti e quasi eguali ai due seguenti, che 
sono ovali come i quattro rimanenti, dei quali, l'undecimo ed 
ultimo è poco più corto del secondo. Gli occhi si trovano sopra 
un tubercolo situato dal lato esterno della base delle an- 
tenne. Le zampe sono setolose, robuste e del colore del corpo. 

Le larve sono ovato-depresse, pelosette, con antenne di sei 
articoli, dei quali il primo è conoide, più grosso, l'ultimo ellit- 
tico-allungato, più lungo, ed il secondo è più sottile, della 
lunghezza del primo e più lungo di ciascuno dei tre seguenti, 
che sono cortissimi ed eguali fra loro. Le zampe sono setolose 
come le antenne, e la estremità addominale è fornita di sei 



- 299 — 

setole, due più corte, e quattro poco più lunghe o quasi 
della stessa lunghezza delle zampe posteriori. 

Le uova sono di forma ovale e rossicce. 

Da queste uova, alla fine dell'inverno, nascono larve agili, 
che vanno sulle erbe, ne succhiano gli umori nutritivi, vi rag- 
giungono lo stato perfetto, e preparano la seconda generazione 
di cocciniglie. Queste, se trovano piante sufficienti ai loro bi- 




Fig. 149. — A, Guerinia serratulae Fab. venti volte ingrandita — B, sua antenna 



■ sogni, nei pascoli, vi restano, diversamente emigrano e pas- 
sano nei campi e nei prati con spiccata tendenza, a quanto 
pare, verso le più comuni baccelline, come Fave appunto, Tri- 
foglio, ed Erba medica. Ma non rifiutano la Sulla, la Lupi- 

: nella, e le stesse graminacee spontanee, sulle quali restano 
fino agli ultimi di agosto. Allora la specie completa o quasi 
la seconda generazione, le forme della quale lasciano le erbe 
e si ricoverano sui fusti delle piante arbustive ed arboree; si 
nascondono fra le screpolature della corteccia e vi depongono 
le uova, che passano l'inverno, e danno le larve, che portano 
la infezione sulle piante erbacee nella primavera seguente. 
Nei prati e nei pascoli però non sempre si trovano le piante 



— 300 — 

legnose per ospitare l'insetto nella cattiva stagione, e questo 
allora è obbligato a ricoverarsi alla meglio sullo stelo delle 
piante che trova, esposto alle ingiurie del tempo, dei nume- 
rosi predatori e dei parassiti. Sarà bene di ricordare però che 
degli agenti fisici, il freddo non molesta la specie, nascosta 
nel grovigliolo ceroso; ma la molestano insieme la pioggia 
forte ed il vento, che la distaccano dalle piante e la perdono 
in gran numero. Una decimazione notevole si deve pure al-j 
l'opera veramente utile delle larve delle Coccinelle e delle 
loro forme perfette; ma non bisogna dimenticare i Ragni fra 
i predatori, mentre fra i parassiti non sarà abbastanza lodata 
la efficacia veramente prodigiosa della Spherocera subsultansi 
e del Cryptocketum grandìcorne che arrivano a devastare com- 
pletamente la infezione. 

Quando l'inverno scorre favorevole, ed è scarso il numero 1 
dei predatori e dei parassiti, la cocciniglia appare in gran 
numero sulle piante, ne succhia gli umori e ne decima la pro- 
duzione. L'anno decorso riuscì molto dannosa nei prati della 
Lombardia dove quella ha resistito perfino alla sommersione. 

Per difendere i medicai e le altre foraggere da cosiffatto; 
pidocchio il partito migliore è quello di falciare al momento 
buono le piante e fìenincarle, a quella guisa che una cimatura 
ben fatta serve a diminuire i danni sulle fave ; mentre si 
aspetta che la infezione si trasporti sui ceppi degli alberi per 
colpirla con una miscela alcalina di olio pesante di catrame, 1 
alla dose del 5 °| , ed impedire così che ritorni sulle piante; 
erbacee nella primavera seguente. 

Dove l'indicato passaggio dell'insetto non fosse possibile, 
per mancanza di alberi e di arbusti, e quello si ricoverasse 
sugli steli delle piante vecchie, bisogna guardare che sia av- 
venuta la deposizione delle uova, nell'agosto o nel settembre, 
ed asportarle con l'ultimo taglio delle erbe. Se con tutto que- 
sto molte ancora ne restassero sulle piante, passare ripetuta- 
mente fra queste con dei fasci pesanti di spine, perchè le uova 
cadano sul terreno e restino più facile vittima delle intern- 



ar ìli 



— 301 — 

perie; giacché poi i parassiti ed i predatori si incaricheranno 
di togliere di mezzo i residui della infezione lasciata. 



COCCINAE. 

Le forme dei Coccini si assomigliano di molto a quelle 
dei Monoflebini, al pari delle quali hanno il corpo molle, rive- 
stito di secrezioni cerose; ma se ne distinguono nettamente 
per il numero degli articoli delle antenne nelle femmine adulte, 
e dalla presenza dell'anello anale provvisto di peli. 

Fra i numerosi generi, che compongono la tribù, è impor- 
tante per noi il seguente. 



Gen. Dactylopius Costa. 

E caratterizzato dall'avere le femmine a corpo molle, ovato, 
depresso, distintamente segmentato, coperto di polvere cereo 
farinosa, e fornito di antenne di 8 articoli, di una trentina di 
sporgenze spineformi, radianti, anch' esse cerose ai lati del 
corpo, e di peli allungati sui lati dell'estremità anale legger- 
mente biloba. I maschi hanno le antenne di 10 articoli, ovali, 
allungati, sei occhi semplici, un paio di ali, le zampe col tarso 
di due articoli, e l'organo copulatore della lunghezza delle 
valve laterali. 



Dactylopius Citri Risso. 

{Cocciniglia farinosa degli agrumi, o Cutuneddu dei siciliani). 

La femmina di questa specie, spogliata della cera, è giallo 
carnicina, ovale, o leggermente più stretta davanti, con an- 
tenne giallo-ocracee della lunghezza del capo, formate di otto 
articoli: il primo tagliato di sbieco alla base, più grosso dei 



— 302 — 

rimanenti, fra i quali il secondo è cilindrico e della lunghezza 
del terzo, che è meno del doppio più lungo del quarto; il 
quinto è più corto di tutti e non più lungo che largo; il se- 
sto ed il settimo di eguale lunghezza ed appena più corti del 
terzo; l'ottavo è il più lungo di tutti. Il clipeo è senza peli; 







Fig. 150. — Ramo e frutto di limone con numerose femmine di Dactylopius cifri Eisso 
a grandezza naturale. 



il solco fra il capo ed il protorace, e quello fra il protorace 
ed il mesotorace sono paralleli all'altro situato fra il meta- 
torace ed il primo anello dell'addome. Le zampe sono del co- 
lore delle antenne, gracili e tanto corte da restare nascoste 
sotto il corpo. Il segmento preanale presenta due lobi roton- 
dati con due piccole spine ciascuna presso piccole filiere sparse, 
tre piccoli peli, ed una setola lunga, anch'essa dorsale, che 
supera in lunghezza la larghezza del segmento che la porta. 



— 303 — 

Il segmento anale è ovale, o quasi, e compreso fra i lobi del 
segmento sopraindicato. Presenta una fenditura tras versa cor- 
rispondente all'apertura anale, guernita di sei peli all'intorno 
tutti paralleli fra loro e metà circa più corti delle setole 
preanali. 

Le larve sono più colorite delle madri e di forma obovata 
con antenne più lunghe del capo, di sei articoli, ravvicinate 

151 152 





Fig. 151. ^ Dactylopius citri Risso, die depone le uova. — Fig. 152. Dactylopius citri 
Risso e la sua antenna, liberata dalla materia cerosa. 



alla base; i primi due articoli sono poco più lunghi che larghi, 
e cilindrici; i tre seguenti appena più larghi che lunghi ed al- 
quanto più stretti alla base ; il sesto ed ultimo è il più lungo 
di tutti, alquanto più grosso ed ovato con una piccola setola 
alla sommità. Le zampe sono lunghe e robuste, e con la tibia 
più corta del tarso. Non ci è differenza fra le larve delle fem- 
mine e quelle dei maschi, in principio ; ma poi quest'ultime 
perdono il rostro e passano con una nuova muta allo stato 
ninfale, e finalmente nell'altro di imagine alata. 

L'uovo è di color giallo arancione, di forma ellittica, col 
diametro maggiore doppio di quello minore, e lungo un terzo 
di millimetro circa. 

Da queste uova già nel mese di marzo nascono larve, che 
escono dai nidi cerosi nei quali quelle si trovano nascoste, e 



— 304 — 



vanno a situarsi alla base dei frutti, fra un frutto e l'altro, 
all'ascella delle foglie e sotto le lamine di queste; vi infìggono 
le setole del rostro, succhiano, si coprono della solita cera e 
crescono. Verso la metà di maggio, fra le femmine già mature 
compariscono i maschi, e dopo gli accoppiamenti di rito, men- 
tre questi vanno a morire, quelle si costruiscono un nido ce- 
roso nelle parti più riparate della pianta e vi depongono 
da 150 a 180 uova circa, che danno origine alla seconda ge- 
nerazione di cocciniglie, che si ripetono diverse volte di se- 
guito fino ad autunno avanzato. Coli' approssimarsi dell'inverno 
la riproduzione si fa meno intensa, e resta quasi interamente 
sospesa dal dicembre al febbraio compreso, dopo del quale 
mese comincia di nuovo la moltiplicazione attiva soprain- 
dicata. 

La presenza numerosa di questi insetti sugli aranci, sui 
mandarini, sui limi, e sui limoni più specialmente, per dato 
e fatto delle moltiplicate punture, prima, e per la fumaggine 

153 




' 



Fig. 153. o Dactylopius cìtri Eisso, ingrandito. 



poi che si sviluppa sui liquidi escrementizi, che emettono, 
riesce assai gravosa per le piante, giacche gli agrumi col- 
piti si esauriscono poco per volta, fino a morire. Quanto agli 
effetti parziali, indipendentemente dalla crittogama, che ricopre 



: 



— 305 — 

rami, foglie e frutti di uno strato di sostanza nerastra, for- 
mata di ife e di spore, le foglie occupate dalla cocciniglia, 
quando sono giovani divengono bollose, si macchiano di giallo 
nei punti vulnerati dalle punture, e quando queste si ripe- 
tono sui picciuoli in particolare, si disarticolano e cadono. 
Mentre poi il tessuto punto e depauperato delle foglie si fa 
giallo, quello dei frutti, per il liquido che gli insetti vi iniet- 
tano, resta sempre verde, e questo colore distacca nettamente 
sul fondo giallo di quelli non ricoperti completamente dalla 
infezione. 

Le piante più molestate da questa cocciniglia sono quelle 
a chioma folta e trascurata, in luoghi per lo più bassi ed 
umidi, dei fondi delle valli e dei piani, male esposti e poco 
ventilati; mentre quelle di collina vanno quasi esenti o sono 
poco molestate da questa e da simili infezioni. 

È per ciò naturale e giustificata la potatura piuttosto ge- 
nerosa delle piante, per dar loro aria, luce e calore, e la con- 
cimazione razionale del terreno, per mettere un primo argine, 
non alla diffusione dell'insetto, ma all'esaurimento del vegetale. 

Vi è chi per difendere gli agrumi dalla Cocciniglia fari- 
nosa, si appaga della prima soltanto delle cure indicate, fer- 
mandosi per l'appunto là dove la difesa deve incominciare. 
Perchè gli effetti di questa siano duraturi, dopo la potatura 
e la concimazione bisogna passare all'uso degli insetticidi, e 
questi devono essere tali da penetrare nei groviglioli dell'in- 
setto e rovinarne le uova, le larve e le forme perfette. Ri- 
spondono a questo desiderato le semplici miscele di olio pe- 
sante di catrame, 5 °/ , soda 2 l J z / o , in 95 litri di acqua, che 
si versano nelle pompe da insettidi, e col getto a ventaglio 
si colpiscono i nidi fino a sbaragliarli ed imbrattarli di ma- 
teria catramosa, che fa annerire le uova e morire con esse i 
giovani nati e gli adulti. 

Il momento migliore della difesa è quello del dicembre al 
febbraio, dopo la raccolta dei frutti, per non lordarli; e va 
ripetuta con l' intervallo di una quindicina di giorni circa, per 

20 



— 306 — 

impedire che nuove famiglie del pidocchio si formino e che 
per opera di quelli scampati si ripristini più tardi la infe- 
zione sulle piante. 

La seconda operazione si può fare con miscele contenenti 
il 3 °/ di olio di catrame. 



Dactylopius Tbrevispiiius Targioni. 

{Cocciniglia farinosa della vite). 



Questa specie è assai prossima alla precedente dalla quale 
si differisce principalmente per avere le femmine giallo-rossa- 
stre non ristrette davanti, col terzo articolo delle antenne più 
lungo di tutti, il quarto ed il settimo più corti e quasi uguali 
fra loro. 




Fig. 154. — ^ Dactylopius brevispinus Targ., molto ingrandita. 

Visitando di luglio i grappoli delle viti infette non è diffi- 
cile scorgere le femmine dell' insetto che vi si moltiplicano, 
succhiano i liquidi nutritivi dalla rachide del grappolo e dei 
peduncoli dei frutti e li mandano a male, lordandoli di mi 
teria cerosa e dei soliti escrementi, sui quali trovano facile 
modo di vivere funghi diversi e la fumaggine. L'agricoltore 
però non si avvede della infezione che nell'agosto, quando, h 
fumaggine appunto, ed il deperimento notevole degli acini, ci 
marciscono mettono in vista l'insetto; il quale mentre si aj 



— 307 — 

prossima il momento della vendemmia, lascia i grappoli e 
passa sul ceppo e sulle radici della pianta, dove resta fino alla 
primavera seguente. Allora si moltiplica di nuovo, e fa ritorno 
sui grappoli per molestarli nel modo sopraindicato. 

L'infezione, per quanto saltuaria si è mostrata più volte 
dannosa in diversi luoghi della penisola e delle nostre isole 
maggiori. 

Fortunatamente, i numerosi predatori che albergano sotto 
le scorze della vite molestano spesso e per modo questa coc- 
ciniglia che non riesce più dannosa di poi. Ma questo, come 
si è visto, non esclude il pericolo delle sue ingrate sorprese, e 
perciò bisogna combatterla ogni volta che si presenti, prima 
che si renda nociva. Per tanto basterà che il viticoltore 
sorvegli le sue piante nel coltivarle, visitando le radici nel 
momento della lavorazione del terreno; i ceppi, durante la 
potatura, ed i grappoli più tardi, solforandoli, o nel cospar- 
gerli di solfato di rame, per liberarli dall'Oidio e dalla Pero- 
nospora. Messo in vista l'insetto, se questo si trova ancora 
nel terreno, si spia il momento nel quale tende a venir fuori, 
nella primavera o nell'estate, e si soffoca con delle soluzioni 
di solfocarbonato di calce e di soda consigliate dal Sestini per 
combattere la Fillossera, adoprandone tanto da somministrare 
non meno di 20 a 25 cmc. di solfuro di carbonio per ceppo. 

Ove l'animale si trovasse ricoverato sotto la scorza del 
fusto, invece che ai solfocarbonati si ricorra all'uso meno co- 
stoso delle miscele alcaline di olio pesante di catrame nel- 
l'acqua, fatte come quella indicata contro la cocciniglia fari- 
nosa degli agrumi. 

Per applicare cosiffatto insetticida ai ceppi della vite si 
opera prima lo scortecciamento dei fusti, e poi si spennellano 
o si aspergono con la miscela catramosa. 

Chi non volesse o non fosse al caso di procurarsi i mate- 
riali surricordati, ricorra all'uso di un avvampatore, il quale 
abbrucia l' insetto e ne incatrama così i nidi delle uova da 
impedire la nascita della nuova generazione. 



— 308 — 

L'infezione, finalmente, per la incuria del viticoltore, può 
essere già pervenuta sui grappoli, e allora se sono malandati, 
il partito migliore è quello di sopprimerli. Se sono ancora in 
buone condizioni ripulirli, a mano, o aspergerli con un mi- 
scuglio di : 

.Sapone molle Kg. 2 

Petrolio » 2 

Acqua litri 96 

o con una soluzione saponosa al solfocarbonato di potassa, 
fatta con 2 Kg. di sapone, ed 1 '/ 2 ^8'- di solfocarbonato di 
potassa. Quest' ultima sostanza però lascia un sapore amaro 
sui frutti. 



Dactylopius adonidum Linné. 

(Cocciniglia farinosa a lunghi fili, dei Limoni in vaso ed altre piante da stanzoni e da 
tepidari). 

Il corpo della femmina di questa cocciniglia è di forma 
ellittica, con raggi quasi eguali alla larghezza del corpo; an- 
tenne con articoli più sottili e lunghi; le spine del lobo prea- 
nale più robuste, le filiere numerose a fori contigui, i peli in- 
torno all'apertura anale notevolmente più lunghi, ed il corpo 
stesso liberato dalla cera è di colore pallido-verdognolo. 

Il maschio è molto più lungo e robusto che nelle specie 
precedenti, è più villoso, e le ali sono più corte rispetto alla 
lunghezza del corpo. 

Le larve sono alquanto più allungate, con 1' ultimo arti- 
colo delle antenne a lati quasi paralleli nel mezzo. 

Le uova sono perfettamente ovali, col diametro maggiore 
doppio di quello minore, mentre sono ellittico-allungate nelle 
specie precedenti ed il diametro maggiore è più del doppio 
lungo di quello minore. 

La specie vive sulle piante ornamentali coltivate negli 
stanzoni e nei tiepidarì, come Croton, Cattleie, Ficus e simili. 






— 309 — 

Non risparmia però neanche i limoni e gli agrumi, in gene- 
rale, coltivati in vaso, sui quali, come sulle altre piante, date 
le condizioni favorevoli di caldo e di umido nelle quali si tro- 
vano, la specie si riproduce senza interruzione nell'anno con 
grave danno dei vegetali attaccati. 




Fig. 155. — Q di Dactylopius adonìdumlt., molto ingrandita. 

Per difendersi il giardiniere perde molto tempo a pulire 
le piante con spazzole e pennelli, e vi rimette anche la spesa 
del materiale quando procede alle usuali lavature con la solita 
mal preparata soluzione di estratto di tabacco, la quale non 
bagna gli insetti, e tanto meno le cocciniglie in discorso. Con- 
tro di queste occorrono ben fatte soluzioni insetticide, magari 
di nicotina, ma con sapone, o di sapone ed alcool, con petro- 
lio in soluzione, benzina ed una piccola quantità di solfuro 
di carbonio, secondo le formolo: 

Sapone Kg. 3 

Nicotina » 1 

Acqua litri 100 

oppure: 

Sapone Kg. 3 

Alcool • » 0,750 

Petrolio o Benzina litri 2 

Acqua » 100 






— 310 — • 

Per la distruzione dell'insetto sulle piante di limone e sulle I 
altre egualmente rustiche e resistenti si veda quanto è stato 
detto contro la Cocciniglia farinosa degli agrumi. Ma per le 
une e per le altre non si dimentichi che se si vuol ottenere 
il massimo effetto possibile le piante vanno tolte dagli stan- 
zoni e dai tiepidarì, per disinfettare le pareti ed il terreno 
di questi con aspersioni di liquidi saponosi contenenti il 9 al 
10 °/ di solfuro di carbonio. Ciò fatto vi si immettono di 
nuovo le piante, le quali non trascurate possono restare pulite 
dal mese di maggio o di giugno al mese di ottobre. Allora 
se ve n'è bisogno si ripete la disinfezione generale delle piante 
e dei locali sopraindicata; diversamente si pratica la disinfe- 
zione parziale qua e ]à delle piante, e si attende la primavera 
seguente. 

L'uso dei piccoli panchetti, per posarvi sopra le piante; 
l'uso delle assicelle di legno per ricoprire i vasi, ed impedire 
che gli insetticidi' penetrino nella terra a danneggiarvi le ra- 
dici; e Fuso delle grosse conche per raccogliere il liquido, che 
cade nell'aspersione, sono tutte cose sulle quali non vi è bi- 
sogno di insistere per intendere che son dirette a rendere 
meno gravosa la difesa; i benefizi della quale sono bene alle 
viste di coloro ai quali non sfugge che diversamente si pagano 
centinaia di lire all'anno ad operai che con poco frutto spaz- 
zolano, spennellano, e siringano le piante con siringhe, per 
questo, quasi inutili, con le non meno empiriche quanto povere 
di nicotina ed inefficaci soluzioni di estratto di tabacco. 

L'estratto di tabacco pare ora si voglia sostituire con un 
insetticida inglese diffuso col nome di XL-A11, il quale costa 
molto, e nelle dosi alle quali si consiglia non fa certamente 
niente contro questo pidocchio, che è il nemico più temibile 
dei tiepidarì. 



311 — 



ASTEKOLECANIINAE. 



A questa tribù di cocciniglie appartengono forme, nelle 
quali le femmine adulte sono senza piedi, hanno un anello 
anale provvisto di peli, ed il corpo costantemente nascosto 
sotto una specie di scaglia, guscio, o scudo. 

Dei tre generi che compongono da nqi questa tribù, uno 
soltanto è di speciale interesse agrario ed è il seguente. 



Gen. IPollinia Tare/ioni. 

Le specie di questo genere hanno le femmine col corpo 
convesso, davanti rotondato, posteriormente acuto, bilobo, tutto 
raccolto in una densa crosta alveolata, aderente alla pianta. 
L'integumento del corpo è coriaceo e sparso di larghe filiere 
tubulari. Il rostro ha il labbro inferiore bisarticolato. 



Pollinia Pollini Costa. 

(Malattia del Pioccio, Cocco, Qistococco, Cocciniglia del Pollini o Pioccio dell'olivo). 

La cocciniglia del Pollini ha corpo obovato-raccorciato, 
apodo, di colore arancione-chiaro, lucente, con tracce appena 
visibili all' esterno di divisioni annulari. È senz' antenne, ed 
appena incisa dalla parte posteriore, con la incisione fra due 
lobi trigoni, spinulosi all'apice, e l'anello anale con peli corti. 
Il maschio è sconosciuto. 

La larva è obovato-allungata, con antenne cilindriche, pe- 
losette, cinque volte più corte del corpo, col terzo articolo 
più corto, ed il sesto ed ultimo, più lunghi; l'apparato boccale 
col labbro inferiore di un solo articolo; le zampe sporgenti 
ai lati del corpo; la estremità posteriore dell'addome biloba, 



■ì 



— 312 — 

ed ogni lobo terminato in una grossa setola per due terzi o la 
metà circa più corta del corpo. 

Uova ellittiche col diametro maggiore medio di mm. 0.037 
ed il minore di mm. 0.023. 

La specie in principio si annida di preferenza all'ascella 
delle foglie e nella inforcatura dei piccoli rami dell'anno, ma 
poi si rinviene anche altrove in numero di una, due, o più 




Fig. 156. — Pollinia Pollini : a, pezzo di ramo di olivo con la femmina dell' insetto 



a grandezza naturale — a', guscio dell' insetto ingrandito 
fianco — e, d, larva con la sua antenna. 



b. femmina vista di 



. 



femmine per parte, come tanti piccoli rilievi emisferici di color 
grigio-cenere, del diametro di un millimetro circa. Dopo un 
paio di mesi, da queste femmine, che hanno il corpo pieno di 
uova vengono alla luce numerose larve, e per lo più altret- 
tante femmine più tardi, che accrescono enormemente il nu- 
mero degl' insetti, e allora, non solo l'ascella delle foglie e la 
inforcatura dei rami, ma tutti questi si trovano ricoperti dalla 
cocciniglia. Con i prodotti della seconda e quelli della terza 
ed ultima generazione dell' anno, se non vi sono cause in 
contrario, la specie passa dai rami di uno a quelli di due 
anni, sui quali forma uno strato quasi continuo di gusci per 
cui la superficie sembra bernoccoluta e granosa, come quella 
d'altronde dei rami di tre a quattro, sui quali più special- 
mente si addensa poi la fumaggine; mentre le foglie cadono 
poco per volta, i frutti più non si formano, i rami seccano 
dai più piccoli ai più grossi successivamente, e tutta la pianta 
in breve numero di anni, intristisce e muore. 



— 313 — 

La specie è di antica conoscenza in Italia, dove se ne sono 
occupati Ciro Pollini, che prima la mise in vista negli olivi 
del Lago di G-arda, Carlo Passerini con Antonio Targioni Toz- 
zetti di Firenze, Costa A. di Napoli ed A. Targioni Tozzetti; 
ma le misure di difesa indicate contro di essa non vanno oltre 
le ordinarie potature, con le quali certamente non si libera 
la pianta dalla infezione, ma se ne asporta una buona parte 
con i rami infetti e si rende meno difficile e più economica 
l'applicazione degli insetticidi. Con questi si possono prendere 
di mira le femmine adulte, d'inverno, le larve nascenti di 
primavera (maggio), o le une e le altre successivamente. Dalle 
osservazioni relative alla resistenza degli insetti adulti al- 
l'azione delle miscele alcaline di olio pesante di catrame, mi 
resulta che se queste non contengono il 12 al 15 °/ di sostanza 
catramosa ed il 5 °/ n circa di materia alcalina, gli insetti per- 
fetti, che bagnano, non muoiono; e poiché d'altra parte il fo- 
gliame va a male per esse si capisce che l'uso loro è possi- 
bile solo quando la infezione ha già compromessa una parte 
e minaccia di far perdere il resto della pianta. Quanto poi 
alla difesa contro le larve, essa è da farsi e da ripetersi due 
volte almeno, di primavera, adoprando liquidi formati di 

Olio di catrame kg. 1 a 2 

Sapone » 1 l / 2 

Acqua litri 100 

operando la prima volta alla metà di maggio con soluzioni 
all' 1 di olio di catrame, la seconda volta una diecina di giorni 
dopo la prima, con soluzione all'I 1 j 2ì e l a terza volta dopo 
un'altra diecina di giorni, con soluzioni al 2 °/ di catrame. 

Ove l'annata fosse senza raccolto, le piante non ne por- 
tassero a causa della infezione, si faccia uso dell'insetticida 
preparato secondo la forinola: 

Olio pesante di catrame litri 3 

Soda del commercio kg. 3 

Acqua . litri 100 



— 314 — 

Le miscele meno concentrate di queste riescono ad effetti 
scadenti perchè non uccidono le larve fissatesi e coperte delle 
prime secrezioni sericee, le quali le mettono anche meglio al 
riparo contro i miscugli e le stesse soluzioni di solfuro di 
carbonio molto diluite. 

Le pompe più adatte per 1' applicazione dei liquidi indi- 
cati sugli ulivi, sono quelle a carretto Noè! e simili, con due 
prese di liquido, tubi di gomma rivestiti di tela, molto lunghi, 
per mandare gli operai sulle piante, e canne di aspersione 
tali da poter bagnare comodamente da un estremo all' altro 
tutta la chioma della pianta. 

Dei rami si bagneranno quelli interni prima degli altri 
esterni, procedendo lentamente dall'alto al basso, con l'avver- 
tenza di adoprare il getto polverizzante, ma così vigoroso da 
involgere interamente le parti infette in una nube di inset- 
ticida. 



LECANIINAE. 

Le forme di questa tribù sono prossime a quelle della 
precedente dalle quali e dalle altre essenzialmente si distin- 
guono per avere l'ultimo anello dell'addome diviso longitudi- 
nalmente in due metà triangolari dette squame anali. Le 
zampe d'altronde sono simili fra loro, e l'anello anale tanto 
nelle larve che nelle femmine adulte è fornito di peli. 

Dei Lecanini quelli più interessanti per noi sono compresi 
nei generi seguenti. 



»{ 









a 



G-en. Fhilippia Targioni. 

Questo genere comprende i Lecanini che dopo la feconda- 
zione si ricoprono di un guscio filamentoso a forma di sacco, 
nel quale segregano un nido per le uova. Queste femmine 



— 315 — 

hanno le antenne di nove articoli e l'anello anale formato 
come da due mezze lune, e fornito di otto peli. Il maschio 
ha gli occhi reticolati, laterali 



Philippia Oleae Costa. 

{Cocciniglia cotonosa, o Cocciniglia follicolare dell'olivo). 



f 



La femmina adulta della specie, spogliata del sacco can- 
dido nel quale sta nascosta, si presenta di color giallo oliva- 
stro pallido, e di forma ovale, depressa, 
alquanto più ristretta davanti, col dor- 
so quasi liscio, il ventre distintamente 
segmentato, il margine del corpo bre- 
vemente ciliato, le antenne col terzo 
articolo più lungo di tutti, gli occhi 
ed i tarsi delle zampe nerastri, il sue- r ,. : 
chiatoio di un solo articolo, ed i lobi 
anali posteriormente sovrapposti. 

Il maschio è molto più piccolo della 
femmina, e di color giallo arancione 
con le valve dell'armatura genitale oltre 
due volte più lunghe del corpo. Il suo 
follicolo è bianco candido, quasi ellittico 
dalla parte posteriore del quale sporge 
l'armatura genitale quando l'insetto è 
per uscirne. 

La larva è di forma ellittica con 
antenne e zampe lunghe, quelle di sei 
articoli, ed i lobi anali con tre setole 
ciascuno, quella dell'apice lunghissima. 

Le uova sono gialle ed ovali due 
volte più lunghe che larghe. 

Visitando di aprile e di maggio gli oliveti infetti è facile 
vedere che, dai sacchetti candidi descritti, situati sulle foglie 




Fig. 157. — Ramo di olivo con 
femmine (/), maschi e larve 
(Z) di Philippia oleae a gran- 
dezza naturale. 



— 316 — 

e sui rami, vengono fuori le larve che corrono sollecitamente 
sulla pianta, ma che poi si fissano e fecondate dai maschi, 
cominciano a segregarsi il sacchetto cotonoso sotto il quale 
depongono le uova. L'animale in quest'ultima funzione si ri- 
tira dalla parte anteriore mano a mano che con le uova oc- 
cupa il vuoto dove prima si trovava la parte posteriore del 
corpo, e muore quando ha già ultimato la deposizione delle 
uova. 

Dalla fine di giuno ai primi di luglio, mentre ha termine 
la nascita ed il fissamento delle forme ritardatane, hanno già 
luogo le nascite della seconda generazione, per parte dei primi 
nati, e si prepara la terza, che si completa in autunno, e dà i 
giovani con i quali passa l'inverno, per continuare la diffu- 
sione della specie nella primavera seguente. 

Questo è quello che mi resulta dalle osservazioni fatte nel- 
l'Italia meridionale ed in Toscana, in olivete di collina, all'al- 
tezza di 500 a 600 metri sul livello del mare. 

Quanto alla difesa, come per la specie precedente, il par- 
tito migliore è quello di asportare i rami infetti, appena il pi- 
docchio compare, e bruciarli. Ma anche per questo, ove l'incuria 
dell'agricoltore l'abbia lasciato diffondere, dopo una larga po- 
tatura invernale bisogna, con più grave dispendio e non poco 
lavoro, combattere diverse volte di seguito, con gli insetticidi, 
le larve della generazione primaverile, per averne ragione. 



Gen. Pulvinari a Targioni. 

I Lecanini di questo genere depongono ed espellono le lor 
uova dal guscio per racchiuderle in una massa di materia fi- 
lamentosa bianca, senza striatura longitudinale. 



317 



Pulvinaria vitis. Linné. 

{Cocciniglia a cuscino della vite). 

La femmina di questa cocciniglia liberata dalla sostanza 
cerosa del cuscinetto bianco che ha dalla parte posteriore, e 
vista di sopra si presenta a guisa di una lamina giallo-bruna, 
rilevata, striata di nerastro e di forma ovale, una volta e 
mezzo più lunga che larga. Ha le antenne di 8 articoli dei 




Fig. 159. — Sarmento di vite con le femmine della P. vitis a grandezza naturale. 

quali il terzo è il più lungo, l'ultimo è poco più lungo del 
precedente, che è molto più lungo del sesto quando le an- 
tenne sono di 7 articoli, e sulla metà del quarto e dell'ultimo 
vi è un pelo più lungo degli altri; le tibie con piccoli e nu- 
merosi peli quasi fino al tarso, il quale è un quarto più corto 
della tibia e porta un lunghissimo pelo; mentre sei altri ne 
sporgono dalla insenatura posteriore dell'addome. 

I maschi allo stato scutiforme sono più allungati delle fem- 
mine, due volte più lunghi che larghi, con lati quasi paral- 
leli e due lunghe setole sporgenti dalla parte posteriore del 
follicolo. Uscito da questo l'animale mostra antenne di 10 ar- 
ticoli, col quarto, il quinto ed il sesto più lunghi, e l' ultimo 
con sei a sette peli capitulati; ali chiare con vena costale ab- 
bastanza rossiccia; addome con due appendici, una per parte, 
sui lati del sesto segmento e due lunghissime setole bianche 
sul settimo. 

Maschi e femmine provengono da uova che queste depon- 
gono sotto la produzione cerosa indicata e che nascono ai primi 
di giugno e succhiano, alcune costantemente sui sarmenti 



— 318 — 

(sui quali almeno per ultimo si riducono per provvedere alla 
conservazione della specie) ed altre, quelle dei maschi, si sta- 
biliscono sulle nervature della pagina inferiore delle foglie, 
più che sui rami, dove si trasformano nel termine di una ses- 
santina di giorni circa. 

Alla prima generazione per solito ne tien dietro una se- 
conda, e la terza, con gli ultimi di quella, sostiene la specie 
durante l' inverno e la riproduce nella primavera seguente. 

La specie si trova abitualmente poco diffusa da noi, ma 
è certo che uscendo dai limiti ordinari riuscirebbe a mole- 
stare gravemente le viti. 

In ogni modo due sono le vie per liberarsene. La migliore 
è quella che prende di mira e compromette le femmine del- 
l' insetto, subito dopo la potatura, d'inverno, passando sui 
rami infetti uno straccio ruvido di tela, per schiacciarle e per 
farle cadere ; e togliendo dal vigneto i sarmenti raccolti nella 
potatura per condannarli al fuoco. 

L'altro mezzo di difesa sta nell' uso degli insetticidi pren- 
dendo di mira le larve della generazione primaverile, per sof- 
focarla ed impedire che la specie si diffonda sulle piante. 

Gen. Ceroplastes Gray. 

Nelle specie di questo genere le femmine si ricoprono in- 
teramente di uno strato spesso, compatto di cera senza festoni 
o processi marginali radianti e non aderente intimamente al 
corpo dell' animale. Questo ha le antenne di sei o di sette 
articoli il terzo od il quarto dei quali è più lungo; lo spe- 
rone anale distinto, ed i digituli più corti sono molto grossi 
e clavati. 

Ceroplastes Rusci L. 

{Cocciniglia cerifera del Fico, del Pungitopo e di altre piante). 

La femmina di quest'insetto quando non ha ancora deposte 
le uova ha la forma di una tartaruga, con lo strato di cera 



— 319 — 

tassellato, provvisto cioè di uno scudo centrale orbicolare con 
un cercine chiaro nel mezzo, e otto scudetti trapezoidali al- 
l'intorno, due appena distinti ai due poli, e sei, tre per parte 
sui lati anch'essi provvisti del cercine bianco dello scudo me- 
diano. 

Quando l'animale ha deposto le uova, gli scudi scompari- 
scono e lo strato ceroso assottigliandosi diventa liscio e d'un 



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- . 



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V 11 





Fig. 160. — Ramo di Fico con la Ceroplastes Rusci. 



colore più o meno roseo, o laccato, come l'animale sottostante 
che ha il terzo articolo delle antenne lunghissimo, quasi eguale 
alla somma dei seguenti. 

Il maschio ha il guscio bianco, ellittico, con 14 raggi ce- 
rosi marginali, le antenne di 10 articoli col quarto più lungo, 
e le ali senza fascia sottomarginale carnicina. 

Le larve fissate sono ovato raccorciate e per le efflore- 
scenze di cera bianca che presentano nel contorno e nel mezzo 
sembrano raggiate; ma quando si muovono liberamente e son 
prive di materia cerosa sensibile, sono obovato allungate, con 
le antenne nelle quali il terzo ed il quarto articolo sono i più 
lunghi, ed il sesto da un lato e alla estremità, fra gli altri 
corti, ha tre peli lunghissimi; le tibie sono della stessa luti- , 



— 320 — 

ghezza dei tarsi, ed i lobi anali soxi provvisti di una setola 
lunghissima in mezzo ad altre più corte. 

Le uova sono di forma ovale allungata e di color car- 
nicino. 

La specie ha una sola generazione nell'anno, che comincia 
da larve agilissime, che nascono di luglio, si diffondono sulle 
foglie, sui rami e sulle fruttescenze e vi si fissano; ma senza 
l'obbligo di una permanenza stabile; perchè quelle delle foglie 
e dei frutti ad un certo momento ritirano le setole del rostro, 
si distaccano e fanno ritorno sui rami. Ed è su di questi in 
realtà che si fissano definitivamente alla caduta delle foglie, 
si raccorciano ed accrescono lo strato di cera, che le ricopre 
con le apparenze come nelle femmine sopraindicate; ma non 
depongono uova che nel mese di giugno, poco prima cioè del 
momento in cui incominciava la nascita delle larve l'anno pre- 
cedente. 

Le piante sulle quali la specie si trova sono diverse, a- 
cominciare dal Ruscus, dal quale prese nome, alle altre degli 
Agrumi, del Fico e del Mirto, per quanto le più gravemente 
colpite da essa non siano che le ultime indicate. I rami del 
Fico fatti segno agli attacchi dell'insetto, si presentano scabri 
e tubercolosi per i gusci cerosi dell'animale, i quali sono tanti, 
talvolta, da nasconderli interamente. E perciò difficile che la 
infezione sfugga all'agricoltore, l'attenzione del quale, per al- 
tro, vi è richiamata anche dalla presenza della fumaggine, che 
segue, accompagna ed aggrava lo stato delle piante. 

Sotto le miriadi di punture e la perdita dei succhi consu- 
mati dagli insetti, i rami del fico languiscono, le foglie si di- 
sarticolano, ed i frutti, o non si formano, o non maturano, 
restano giallognoli, flosci e di sapore sgradevole. 

I luoghi umidi, lungo i fiumi, sono quelli più favorevoli 
alla diffusione della specie, contro la quale, dopo le potature, 
per la distruzione dei rami più infetti, sono consigliabili le 
azioni meccaniche, passando dal basso all'alto di quelli la 
.mano coperta di uno straccio qualunque, per annientare le 






— 321 — 

■ femmine, che si trovano sopra di essi. L'operazione va fatta 

I d'inverno. 

Venute fuori le gemme ciò non è più possibile e bisogna 
aspettare necessariamente la fine di giugno ed i primi del 
mese successivo, per colpire le larve, con gli insetticidi a base 
di sapone e di catrame indicati contro le specie precedenti. 



Ceroplastes sinensis Del Guercio. 

(Cocciniglia cerifera del Chinotto e di altre piante). 



La femmina della specie molto prima del momento della 
deposizione delle uova è distintamente convessa, di color bianco 
latteo untuoso, e con lo strato di cera che la ricopre diviso in 
tante placche, una centrale e sei laterali, con un nucleo rosso- 
bruno ed un pennello di cera bianca nel mezzo. La placca 








Fig. 161. — a, femmina della Ceroplastes sinensis ingrandita, dal dorso — b, id. vista 
di fianco — e, parte centrale del guscio dopo la deposizione delle uova — d, an- 
tenna dell'adulto — e, antenna della larva. 



anale è più grande delle altre, ha due nuclei ed appare come 
formata da due placche unite insieme. Al momento della de- 
posizione delle uova la cocciniglia prende la forma di un elmo, 
aspettando a spiegarsi completamente di luglio, quando prende 



21 



— 322 — 

la forma conico -depressa e una tinta rosea distinta da quella 
bianco-lattea, che è nella parte basilare del guscio ceroso. 

L'animale sottostante è di color rosso laccato intenso, con 
le antenne e le zampe giallo rossastre ed una punta posteriore 
sporgente robustissima, in posizione orizzontale. Le antenne 
per altro hanno il terzo articolo più corto del quarto, che è il 
più lungo di tutti, il quinto è uguale al sesto ed il settimo, 
fornito di vari peli, è più lungo di uno dei due precedenti. 

Il maschio, sotto un guscio con 7 grossi raggi marginali, 
ha le antenne di otto articoli, dei quali il quarto ed il sesto 
sono più lunghi, e le ali ampie hanno una fascia sottomargi- 
nale carnicina lunga quanto il nervo che comprende. 

Le larve sono obovato-allungate di color castagna chiara ' 
con le antenne e le zampe meno colorite. 

Le uova sono piuttosto allungate, quasi ellittiche, e presso 
a poco del colore delle larve. 

La nascita delle larve ha luogo ai primi di luglio, poco 
prima o poco di poi, secondo l' andamento della stagione, e si 
protrae per trenta a quaranta giorni circa, sicché nell'agosto 
mentre continuano le nascite, le larve nate assumono la forma 
di tante piccole stellette ellittiche, poi ovato raccorciate con 
delle efflorescenze cerose bianche. La forma orbicolare, nelle 
femmine, ellittica nei maschi, ma sempre discoidale, è quella 
nella quale l' insetto passa l' inverno, per accrescere nella pri- 
mavera seguente ed assumere le forme definitive, in aprile e 
maggio per gli uni, e nei mesi di giugno e di luglio per le 
altre. 

Sicché anche per questa specie, come per quella del Fico, 
si ha una generazione all'anno. Però mentre la cocciniglia del 
Fico è di vecchia conoscenza quella del Chinotto è nuova per 
noi e suppongo che sia stata importata in Liguria con una 
Poligonacea ornamentale conosciuta col nome di Muhlenbechia 
platyclados. Da questa pianta, ora naturale nella riviera ligure, 
la specie è passata sulle Cardenie, sulle Marante, sulle Rose, 
sul Pesco, sul Pero, oltre che sul Limone, sull'Arancio e sui 



— 323 — 

Chinotti, i quali, per i danni subiti hanno richiamato la no- 
stra attenzione e degli agricoltori. 

La specie, malgrado la grave infezione determinata sui 
chinotti, e la presenza fra questi del Fico, non è ancora pas- 
sata su quest'ultima pianta, che è danneggiata gravemente 
dalla Ceroplastes rusci. 

Restano così confermate completamente le mie osservazioni 
condotte dal 1896 in poi sulla specie, la quale per altro si 
presenta con una facilità di adattamento davvero spaventevole. 
Nel 1896, infatti, e nel 1897, recandomi in Liguria la tro- 
vai rarissima sugli agrumi ordinariamente coltivati, così che 
mi parve quasi affatto speciale ai Chinotti. In questo tempo 
si è adattata egregiamente anche a queste piante e tende ad 
estendersi sulle Rosacee pomifere con una preoccupazione che 
non può lasciarsi inosservata e che consiglia a combattere la 
specie dappertutto con la massima energia possibile. 

Le esperienze tentate da me negli agrumeti di Savona non 
lasciano più dubbio, fortunatamente, sulla riuscita della difesa 
contro cosiffatto pidocchio, il quale è scomparso letteralmente 
insieme alla fumaggine dalle piante trattate per tre volte di 
seguito con le emulsioni saponose, la prima volta, all' 1, la 
seconda all' 1 ] / 2 e la terza volta al due di olio pesante di ca- 
trame unito allo 1 % di sapone. 

Le operazioni della difesa si cominciano quando sulle fo- 
glie e sui rami le larve brulicano in gran numero, quasi da 
coprirle, ciò che ha luogo verso la metà di luglio. 



Gen. Lecanium Illiger. 

Le femmine dei Lecanium sono ovali, più o meno rac- 
corciate, prima pianeggianti, poi navicolari o semiglobose, 
lisce, con pieghe longitudinali e trasverse, dalla parte poste- 
riore incise profondamente, e senza materia cerosa sul dorso 
e sui margini. Le antenne sono formate di 7 articoli negli 



— 324 — 

adulti, e questi non perdono le zampe. I maschi conosciuti 
hanno le antenne di 10 articoli, dei quali i due primi sono 
globosi, il terzo è obovato, dal quarto al sesto sono cilindra- 



162 



163 



164 




Fig. 162. Femmina di Lecanium Oleae prima della deposizione delle uova. — Fig. 163. Ma- 
schio. — Pig. 164. Pollioolo del maschio; tutto molto ingrandito. 



cei, gli altri quattro sono pelosi; e l'organo copulatore è a 
forma di stiletto. 

Di questo genere hanno interesse particolare per noi le 
specie seguenti. 



Lecanium Oleae Bernard. 

(Cocciniglia nuda dell'olivo, Lecanio, o messo acino di pepe). 






La Cocciniglia nuda dell'olivo è di color bruno rossa 
stro o bruno marrone, e di forma ovale più o meno raccor- 
ciata, con una carena longitudinale mediana e due pieghe tra- 
sversali, che la dividono in tre parti eguali, sulle quali le 
punteggiature biancastre corrispondono ad altrettante piccole 
squame di lacca. Le antenne hanno il secondo articolo a forma 
di cono troncato. 

La larva è giallo rossastra, lunga V 2 millimetro circa, con 



— 325 — 

le antenne di sei articoli, l'ultimo dei quali è quasi eguale al 
terzo in lunghezza ed è fornito di una sola setola lunga alla 
estremità. 

Le uova sono di color giallo arancione, ovali, allungate e 
presso a poco della grandezza delle larve che da esse nascono. 

Gli adulti della specie depongono nella primavera da 400 
a 500 uova, dalle quali dopo una dozzina di giorni (seconda 
metà di giugno) cominciano a venir fuori le larve che sono 

166 





Fig. 165. Femmina dell'insetto ingrandita, dopo la deposizione delle uova. 
Fig. 166. Ramo di olivo infetto di Lecanium Oleae, a grandezza naturale. 
Fig. 167. Eamo di arancio con le femmine dello stesso insetto. 



liberissime ed appena nate si aggirano sulle foglie e sui gio- 
vani rami, dai quali pungendo traggono il necessario per vi- 
vere. Per succhiare più comodamente si fissano, mutano la 
pelle e pare che aderiscano e non si debbano più staccare col 



— 326 — 

corpo dalle parti delle piante dove sono collocate. Ma al pari 
delle Ceroplastes, esse non perdono la facoltà di muoversi, e 
si vedono spesso trascinarsi lentamente da una parte all'altra 
della pianta. Fra la seconda e la terza muta però la loro di- 
mora si fa stabile ed il loro corpo che allora è verdognolo, 
con le antenne, il rostro e le zampe pallide, segrega una so- 
stanza bianco sericea ed inizia la deposizione delle uova. Du- 
rante questa operazione la scaglia di lacca rigonfia, indurisce 
poco per volta e verso la fine dell'estate prende l'aspetto del 
mezzo acino di pepe sopraindicato. 

Nell'ottobre così alla prima tien dietro una seconda che si 
completa nel gennaio e depone perfino le uova dalle quali si 
hanno le larve che crescono nella primavera e alla fine di 
giugno ripetono la generazione nell'anno. 

La specie è molto diffusa da noi tanto sul continente che 
nelle isole e si mostra con danni sensibili, che si aggravano 
dove le moltiplicazioni numerose dell'insetto sono accompa- 
gnate dalla fumaggine, che ricopre di un denso velo nero i 
rami con le foglie e le cocciniglie stesse che li molestano. 
Gli olivi attaccati largamente dal Lecanio intristiscono, non 
portano frutti, poi cominciano a perdere le foglie e alla per- 
dita di queste segue quella dei rami e la chioma si presenta 
piena di seccume. 

Il compianto prof. Costa, di Napoli, per difendere le piante 
dall' insetto consigliava di passare un panno ruvido sui rami 
quando quello non ha ancora deposte le uova, o di aspor- 
tare e bruciare sul posto i rami più dell'ordinario ricoperti 
dalla infezione. Altri consiglia la potatura delle piante, e nem- 
meno questo è un partito da scartare per limitare la infezione- 
Ma siccome a questo modo l' insetto non si elimina nella 
quantità necessaria, ne si impedisce che il resto ripristini la 
infezione; dopo la potatura, dove le condizioni dei luoghi lo 
permettono, è bene sottoporre la chioma restante all'azione 
degli insetticidi, operando di primavera con i liquidi a suo 
luogo indicati. 



— 327 — 

Dove per mancanza d'acqua, o per le gravi accidentalità 
del terreno non fosse possibile ]a difesa con gli insetticidi, 
bisogna fare di necessità virtù, e diradare per pulire quanto 
e. come si può la chioma dai rami infetti, nella speranza che 
i parassiti facciano il resto. Chi questo facesse per non incon- 
trare la spesa degli insetticidi, sarebbe in grave errore, per- 
chè la decimazione dei rami equivale ad una corrispondente 
riduzione del prodotto, non per un anno soltanto, ma per più 
anni di seguito. 

Lecanium hesperidum Burmeister. 

(Lecanio liscio degli agrumi). 

Sugli agrumi questa specie è comune quanto la precedente 
dalla quale si differisce, perchè le sue forme adulte sono liscie, 
senza pieghe, di color bruno-lucente macchiato di nero, non 




Fig. 168. — 1, Ramo di limone con L. hesperidum — 2, femmina del pidocchio in- 
grandita. 



molto convesse, e talvolta asimmetriche. In ogni modo hanno 
le antenne di sette articoli, il secondo dei quali è cilindrico, 



— 328 — . 

non a tronco di cono, come nell'altra ; mentre le larve hanno 
l'ultimo articolo delle antenne con più di una setola lunga. 

Al pari della precedente, questa specie non va mai sui 
frutti ; ma mentre quella si limita quasi ai rami soltanto que- 
sta si diffonde in gran numero sui rami più giovani e sulle 
foglie, con manifesta predilezione per il picciuolo e la costola 
della lamina foliare. 

Il Lecanium hesperidum sulle piante a pieno vento od a 
pien'aria ha tante generazioni quante ne sono state attribuite 
al Lecanium Oleae, mentre sulle piante coltivate negli stanzoni 
e nei tiepidarì, quelle possono essere anche di più: quattro o 
cinque. 

In un caso e nell'altro, per gli escrementi dolciastri con 
i quali giovani ed adulti imbrattano rami, foglie e frutti, il 
L. hesperidum è seguitato, e non perseguitato, come alcuni 
credono, dalle formiche, che col loro andirivieni ne mettono 
bene in vista la presenza; sicché seguitandole non è difficile 
scoprire i focolari della infezione e distruggerli. 

Nelle piante in vaso, la ripulitura a mano, schiacciando 
gli insetti dove si trovano, è stata raccomandata e si spera 
con buoni effetti. Per le piante a pien'aria, senza escludere 
la possibilità e la convenienza, talvolta, di fare altrettanto, 
si può ricorrere all'uso degli insetticidi, come si è detto per 
la cocciniglia nuda dell'olivo. 



Lecanium Persicae Reaumur. 

{Cocciniglia navicolare del Gelso, della Vite, e del Pesco). 

Questa specie, al suo massimo grado di sviluppo, è di color 
marrone chiaro, o marrone rossastro, più o meno lucente, se- 
condo che il guscio è di un animale vivente, o di un animale 
morto. 

Ai primi di maggio l' insetto depone un numero straordina- 
rio di uova oblunghe, giallo-rossastre, dalle quali, dopo una 






in 



— 329 — 

quindicina di giorni^, cominciano a venir fuori le larve, che 
sono di color carnicino-rossastro, ovali ed agilissime, che pas- 
sano qualche giorno sotto il guscio della madre e poi vengono 
fuori per succhiare gli umori dalle piante. I rami più teneri 




Fig. 169. — Pezzo di sarmento di vite con Lecanium Persicae. 

e le foglie sono quelli preferiti. Ma poi dalle foglie ritornano 
ai rami e su questi soli si trovano le forme adulte dell'in- 
setto. 

Alla prima generazione primaverile, ne segue una seconda 
estiva, e poi una terza che non si completa, passa l'inverno 
ed è quella, che ai primi di maggio dà le uova e poi le larve 
della prima generazione dell'anno seguente. 

Data la natura della specie e la presenza delle formiche 
che l'accompagnano, è difficile che essa sfugga alla pratica, la 
quale, sulla vite e sul gelso dovrebbe ricercarla e distruggerla 
alla fine dell'inverno, per impedire che vi si riproduca. Sul 
gelso e sul pesco, se le piante sono piccole, si può fare come 
per la vite; diversamente si farà la potatura delle piante se- 
guita dall'applicazione degli insetticidi nella primavera o nel- 
l'estate, ricordando che la difesa va ripetuta una o due volte, 
per conseguire gli effetti desiderati. 

Lecanium Lauri Boisduval. 

{Cocciniglia navicolare dell' Alloro). 

Più che una specie, questo sarebbe per me una buona va- 
rietà del Lecanium liesperidum del quale le femmine viventi 
sull'Alloro sono più rugose, più scure, quasi terree, e con li- 
mitazioni a guisa di cellule, irregolarmente sparse sul derma 
dorsale. 



— 330 — 

L'insetto si trova molto diffuso sulle piante ricordate, siano 
queste coltivate per uso ornamentale, sia per aromatizzare la 
carne, o per venderne le foglie in Germania, dove fanno con 
esse delle corone. 




Fig. 170. — a, ramo di Alloro con la cocciniglia navicolare — 6, femmina dell'in- 
setto ingrandita. 

In ogni modo seguendone la biologia su piante a pie- 
n'aria, nei campi, in Toscana e nel Napoletano, ho visto che 
la specie ha tre generazioni all'anno, delle quali una si svolge 
nella primavera, la seconda nell'estate e la terza nell'autunno, 
per passare l'inverno e dare gli altri insetti nella primavera 
seguente. 

Per combatterla bisogna operare come si è detto per il 
Lecanio dell' olivo, degli agrumi e del pesco. 



m 



Lecanium Coryli Linné. 

(Lecanio del Nocciuolo). 



La femmina si presenta di forma ovata, lunga 7 per 4 mill., 
alta altrettanti millimetri circa, e a disegno dermale esagonale. 
Il suo colore è bruno rossastro, fortemente punteggiato, con 



— 331 — 

punteggiatura fittissima sui lati, meno fitta e rara verso la 
linea mediana del corpo, dove sono dei solchi originantisi alla 
periferia di quello. Le antenne sono di 7 articoli, col terzo 
eguale al quarto, il quinto ed il sesto più corti, e l'ultimo più 
lungo di tutti. Le zampe hanno il tarso poco più corto della 
tibia, fornito di unghia quasi eguale ad % della sua lunghezza. 
I lobi anali portano tre peli sul disco e altrettanti o quasi se 
ne trovano alla estremità; mentre nella faccia ventrale, dalla 
parte posteriore dell'addome, vi è una serie numerosa di peli 
mediani successivamente più lunghi dall'avanti all' indietro. 

Per limitarne la diffusione, occorrendo, si può seguire il si- 
stema di difesa indicato per le specie precedenti. 



DIASPINAE. 

In questa tribù le femmine, mano a mano che si fissano 
alle parti delle piante, perdono le antenne e le zampe, queste 
interamente, di quelle e degli occhi si incontrano spesso i ru- 
dimenti. Il pigio è qui assai bene fornito di spine, pettini e 
palette e col forame anale sul dorso, rotondo e senza peli. I 
maschi, col capo mal distinto dal torace, hanno quattro o sei 
occhi semplici, le antenne di 10 articoli, ed un lungo stilo 
sessuale alla estremità dell'addome. 

Maschi e femmine d'altronde hanno il corpo ricoperto da 
un guscio orbicolare o variamente allungato. 

I generi della tribù che hanno speciale importanza per noi 
sono i seguenti. 

Gen. Farlatoria Targioni. 

Vi appartengono i diaspini nei quali lo scudo della femmina 
è quasi rettangolare con la spoglia larvale ad una delle estre- 
mità; il follicolo del maschio è piuttosto allungato, come quello 
delle femmine, e talvolta carenato. Il pigidio ha margine di- 



— 332 — 

stintamente crenulato nelle femmine, provvisto di pettini come 
nel margine degli anelli che lo precedono, e quattro o cinque 
gruppi di disculi perivulvari. 



Parlatoria Zizyphi Lucas, 

(Pidocchio nero o Cocciniglia nera del Giuggiolo e degli Agrumi). 

Il pidocchio indicato ha il guscio nero o bruno, più o meno 
opaco, quasi rettangolare, leggiermente carenato, e terminato 
a triangolo, o quasi, dalla parte posteriore. Un velo ceroso co- 
pre la superficie dello scudo e gli forma un margine laterale 




Fig. 171. — A, femmina di Parlatoria Zisyphi — B, guscio della stessa — C, guscio 
del maschio — D, pigidio della femmina, tutto ingrandito. 



strettissimo, ed una espansione semicircolare o quasi dalla 
parte posteriore. La femmina sottostante è nerastra, ovata 
allungata, largamente rotondata davanti, parallela nei lati, e 
dalla parte posteriore convergente. Le antenne sono ridotte a 
due peli; le estremità del margine posteriore del capo hanno 
un tubercolo distinto. Il margine del pigidio è armato di 
quattro paia di palette fiancheggiate da una spina dal lato 
esterno, ed alternate con le aperture delle grosse filiere mar- 



— 333 — 

ginali alle quali corrispondono i pettini, che si trovano anche 
nei margini dei segmenti del corpo, che precedono il pigidio. 

Il maschio è ricoperto da una scaglia simile a quella della 
femmina, ma è bianca, con la spoglia larvale bruno-nerastra 
alla estremità. 

La larva è ovale allungata, fortemente segmentata dalla 
parte posteriore, con antenne di cinque articoli: il primo più 
grosso, il quarto più piccolo, ed il quinto, è troncato all'apice, 
con quattro peli, due per parte, sui lati ed alla estremità, ed 
eguale in lunghezza alla somma dei precedenti. Il pigidio pre- 
senta due grosse palette mediane, e due laterali. Fra le pa- 




Fig. 172. — Foglia di mandarino con la Parlatorio, Zizyphi. 



lette mediane vi sono due peli-filiere, e due piccoli pettini se- 
ghettati all'apice, o dalla parte esterna; e due altri, con un 
piccolo pelo-filiera, si trovano fra le palette del primo e del 
secondo paio. 

Le uova sono bianco rosee e per lo più obovato-allungate. 

La specie, trovata prima sulle foglie del Giuggiolo iZizy- 
phus vulgaris) nell' Oasi di Biskara, da Lucas, si rinvenne 
numerosa poi sulle foglie e sui frutti degli agrumi dei giar- 
dini di Hamma, in Algeria, d'onde è probabile che sia passata 



— 334 — 

con i frutti e con le piante, da noi. Non è nemmeno impro- 
babile che ci sia venuta dalla Spagna; ma da una parte o 
dall'altra, è certo che ora si è diffusa largamente negli agru- 
meti della Sicilia, della Sardegna e della Calabria, e bisagna 
combatterla. 

Le piante più colpite mi sembrano quelle del Mandarino 
sul quale l'insetto si ripete due a tre volte nell'anno, depo- 
nendo una mezza dozzina di uova per volta. Lo scarso numero 
delle forme che compongono ogni generazione spiega la mag- 
gior resistenza delle piante all'azione molesta dell'insetto, che 
si combatte assai bene con le semplici soluzioni di sapone, o 
di catrame alcalinizzato, alla dose dell' 1 x / 2 al 2 °/ . 

Le cure primaverili ed estive si raccomandano qui a pre- 
ferenza di quelle invernali, perchè la nascita delle larve, dato 
il numero scarsissimo delle uova, è quasi contemporanea, e due 
operazioni con l' intervallo di otto a dieci giorni sono suffi- 
cienti a liberare le piante dai pidocchi. 



Parlatoria Targionii Del Guercio. 

{Cocciniglia bianca del Nespolo). . 

La femmina ha il guscio orbicolare, bianco cartaceo, poco 
rilevato, fornito di una spoglia larvale gialla, ovata, fra il cen- 
tro e la periferia. Il corpo dell'animale sottostante è prima 
ovato, poi obovato, ed infine orbicolare, sempre di un bellis- 
simo colore giallo aureo, con una setola ai lati del terzo e di- 
verse setole sui lobi degli anelli restanti fino al pigidio. Que- 
sto ha il margine posteriore crenulato, due grosse palette me- 
diane, bilobe, col lobo interno inciso dalla parte esterna, e da 
una parte e dall'altra, due altre paia di palette più piccole e 
diverse dalle precedenti. Nelle crenule vi sono dei pettini obo- 
vati spatulati, con quattro denti, o meno, sul margine estremo 
nei primi, e su quello esterno soltanto negli altri più prossimi 
al penultimo segmento dell'addome. Intorno alla vulva sono 



— 335 — 

cinque gruppi di dischi ciripari, dei quali quello mediano è co- 
stituito di tre disebi in linea retta, e gli altri sono formati 
di 18 a 20 aperture ciascuno, in tante zone ovali. 

Il follicolo del maschio è ovato, liscio, non carenato, ovale, 
del colore di quello della femmina con la spoglia larvale verso 
una delle estremità. 



173 



174 






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-Fig. 173. Kamo di Nespolo con l' insetto. — Fig. 174. metà destra del pigidio della 
femmina: a, a', a" palee — b, pettini — e, vulva — d. fusi marginali — e, di- 
sculi aggregati. 

La specie 1' ho trovata numerosa sui rami di Nespolo nel 
Messinese, dove l' ho raccolta la prima volta nel 1892, descri- 
vendola col nome di Aspidiotus Targionii. Con essa talvolta 
si trova anche la Parlatorio, proteus Curtis, dalla quale si di- 
stingue, perchè fra l'altro, ha il corpo di colore rosso più o 
meno intenso. 

Per combatterla si opera come contro la Parlatorio, Zizyphi. 



Parlatoria calianthina Beri, et Leon. 

(Cocciniglia violacea del Pero, Melo, etc). 

La specie è prossima alla precedente dalla quale si diffe- 
risce per la femmina, che ha la spoglia larvale olivacea, fosca, 
essa stessa è violacea, non gialla, né di color giallo, o rosso 



— 336 — 

\ 
arancione, e con le palette mediane, quasi trasverse, non bilobe, 

pettini meno quelli fra le palee, rettangolari, più larghi, ed il 

gruppo di dischi ceripari mediano, perivulvare, non lineare, 




Fig. 175. — Parlatorio, calianthina, metà destra del margine pigidiale libero, in- 
grandito. 

con fino a sette dischi, i gruppi laterali anteriori di 11 a 23, 
e quelli posteriori di 11 a 20. 

La specie è anche meno diffusa della precedente al pari 
della quale ritengo che si comporti, ed occorrendo si combatta. 

Gen. A-Onidia Targioni. 

Il guscio, nelle specie di questo genere, è orbicolare, ar- 
rotondato, nelle femmine, ovale nei maschi, ed il pigidio, nelle 
femmine adulte è senza pettini e senza palette, o quanto meno 
è più povero di appendici che nelle ninfe. 



Aonidia Laurii Bouché. 

(Cocciniglia, Cocco o Chermes dell'Alloro). 

I rami, le foglie, e lo stesso fusto dell'alloro, talvolta, si 
trovano ricoperti come da minute pustole rossicce dalle quali 
si solleva una minuta squama del colore indicato, sotto la 
quale si trova l'animale, che ora si stacca con la squama 
stessa, ora resta attaccato alla pianta per le setole del rostro, 
che ha in essa conficcate. La squama o guscio della femmina 
è orbicolare, bruno-scura, con la spoglia rosso-scura nel mezzo. 
L'animale sottostante è di color rosso-porpora. Il guscio del 



— 337 — 

maschio è ovale allungato, irregolare, con la spoglia larvale 
ad una delle estremità e più ampia che in quello della fem- 
mina, del quale per altro il guscio del maschio ha interamente 
il colore. L'animale sottostante è di color vinoso-pallido con 
le antenne appena più corte del corpo, che è lungo un milli- 
metro circa. 

I caratteri indicati bastano evidentemente per distinguere 
il Lecanio da quest'altra cocciniglia, che vi si trova assai più 




176 



177 




Fig. 176. Kamo fogliato di Alloro con VAonidia Lauri. — Fig. 177: 1, Pigidio del- 
VAonidia adulta — 2, pigidio della femmina giovane. 



diffusa e tanto moltiplicata, talvolta, da rivestire le lamine fo- 
liari ed i rami di una vera crosta di insetti. 

Le nascite delle larve hanno luogo anche qui nella prima- 
vera, nell'estate e nell'autunno. Durante l'inverno sono assai 
rare le nascite e si incontrano larve ricoperte della prima spo- 
glia e parte della seconda, che formano lo scudo, e femmine 
bene formate, con maschi che aspettano la nuova primavera per 
riprodurre la specie. 

Dove la infezione è ancora incipiente e le piante non de- 



— 338 — 

perite, si può tentare con successo la difesa primaverile-estiva, 
indicata contro le altre cocciniglie. Diversamente si faccia uso 
della miscela alcalina di olio pesante di catrame col 10 °/ di 
questa sostanza e 5 circa dell'altra. L'operazione va fatta di 
novembre, dicembre e gennaio, per avere le piante rivestite 
di fogliame nuovo e rami senza cocciniglie nella primavera 
seguente. 

G-en. Targionia Signoret. 

Le specie di questo genere sono prossime a quelle delle 
Aonidia dalle quali si distinguono per avere due palette me- 
diane contigue sul pigidio della femmina adulta, e senza dischi 
ciripari intorno alla vulva. 

Targionia vitis Sign. 

{Cocciniglia grigia della vite). 

La femmina di questa specie è provvista di uno scudo 
più o meno arrotondato, grigio-brunastro, come quello del ma- 
schio, che è ovato allungato. Il pidocchio sottostante è grigio 
nella femmina, col pigidio giallo chiaro, e di color giallo bru- 



Eig. 178. — Metà sinistra del pigidio di Targionia vitis, ingrandito. 

nastro nel maschio, con antenne di dieci articoli (1.°, 2.° e 10.° 
più piccoli, il 4.° più lungo) ed ali ialine, oltrepassanti la 
estremità dell'armatura genitale, gli stiletti della quale oltre- 
passano per poco la lunghezza dell'addome. 



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— 339 — 

Data la colorazione degli scudi, sotto i quali la specie si 
trova, difficilmente si mette in vista sulle viti, e non si sco- 
prirebbe se le azioni meccaniche non la facessero cadere e non 
restassero su] fondo scuro del ceppo e delle spalle delle viti 
le macchie bianche, dovute alla spoglia ventrale, che col gu- 
scio chiude l'insetto in una specie di scatola. 



Fig. 179. — Sarmento di vite con Targionia vitis. 

Il numero dei pidocchi che si trovano sulla vite è talora 
straordinario, tanto che il ceppo e le sue branche ne sono let- 
teralmente coperti. Ciò che contraria la diffusione dell'insetto 
però è la proprietà che ha la vite di rigettare i vecchi 
strati di corteccia, i quali sollevandosi a brandelli, quando 
le larve si sono fissate, ne determinano senza dubbio la 
morte. Questo fatto, però, anche quando i due fenomeni coin- 
cidono, non sempre si verifica egualmente, ed il pidocchio, per 
quelli che si ricoverano nelle fenditure dei sarmenti giovani 
e gli altri che hanno tempo di fissarsi sulla zona corticale rin- 
novata, trova sempre modo di sopravvivere e ripetersi ogni 
tanto così da minacciare la salute delle piante. Per combat- 
terlo, si operi lo scortecciamento e la disinfezione dei ceppi 
con le miscele alcaline di catrame, d'inverno, o la distruzione 
delle larve, col sapone, nella primavera, nell'estate e nell'au- 
tunno. 

Gen. A.spidiotus Bouché. 

Gli Aspidiotus ricordano, a prima vista, assai bene, dal- 
l'esterno, le forme delle Aonidia, ma se ne distinguono abba- 
stanza facilmente per la natura del pigidio, che è fornito di 



— 340 — 

pettini e palette, dischi ciripari intorno alla vulva, e parafisi 
indistinte. 



Aspidiotus Hederae Vallot. 

(Pidocchio bianco degli Agrumi, del Carrubbo, dell'Edera, ecc.) 






Il pidocchio bianco o bianca degli agrumi è coperto da un 
guscio arrotondato quasi piano, grigio-pallido, di sopra, bianco 
di sotto, con le spoglie larvali gialle nel mezzo, alquanto di- 
scoste dal centro, e del diametro di 2 millimetri circa. L'ani- 
male femmina, sottostante, è piriforme, di color giallo zolfo con 
la parte più larga in avanti, pochi peli corti ai lati del corpo, 
ed il pigidio armato nel margine, di tre paia di palette giallo 







Tig. 180. — A, foglia di Edera — B, limone con Aspiodotus Hederae — Q, guscio della 
femmina — Q, id. del maschio. 



intense, successivamente meno colorite e meno sviluppate ed 
incise dalle mediane alle laterali; e di pettini, dei quali, due 
sono fra le palette medesime, due fra quelle del primo e del 
secondo paio, tre fra queste e quelle del terzo, incise nel lato 
esterno, e sei o sette altre, simili, nell'orlo restante. Intorno 



— 341 — 

all'apertura genitale si trovano quattro gruppi di dischi ciri- 
pari: gli anteriori con 8 e 9, ed i posteriori, relativamente con 
5 e 6 dischi. 

Il guscio del maschio è piano o quasi come quello della 
femmina, ma è ovale, e per un quarto circa più corto, e della 
metà più stretto. L'animale è giallo, con la fronte smarginata, 
ed un piccolo tubercolo dalla parte posteriore degli occhi. 

La larva è giallo-verdognola e di forma ovata, più dell'or- 
dinario allargata nel mezzo, con antenne di cinque articoli 
provviste di funicolo più lungo della somma dei rimanenti, e 



Fig. 181. — Pigidio di Aspiodiotus Hederae, metà destra del margine, ingrandito. 

pigidio rotondato, con due paia di palette, tre paia di piccoli 
pettini, uno per parte fra quelle, ed un pettine rudimentale 
fra le palette del secondo paio, ed una sporgenza conica si- 
mile ad un dente. 

Le uova, oblunghe, sono di color giallo chiaro. 

Questo pidocchio si presenta con tre a quattro generazioni 
all'anno sugli agrumi, sul carrubbo e sopra un gran numero 
di altre piante, delle quali arriva spesso a coprire interamente 
i rami, le foglie ed i frutti. 

Gli effetti della sua presenza sono gravissimi, perchè le 
foglie ingialliscono anzi tempo e cadono; i frutti restano sco- 
loriti ed acerbi nei punti lesi, e spaccano, e tutta la chioma 
della pianta poco alla volta, spogliata del fogliame, intristisce 
e muore. 



— 342 — 

Per combatterlo, dove la infezione è grave, bisogna colpirlo, 
d'inverno, dopo la raccolta dei frutti, con un miscuglio con- 
tenente il 10 °/ di olio pesante di catrame, il 5 °/ di soda, 
e 90 parti di acqua. Dove la infezione è ancora incipiente, 
possono bastare le cure con l'uso degli stessi liquidi consigliati 
contro la Parlatoria e gli altri pidocchi delle piante, ripetendo 
le operazioni per tre volte almeno con l' intervallo di una die- 
cina di giorni fra loro. 

La difesa primaverile va fatta alla fine di maggio, quando 
col mezzo delle lenti si vede che le nascite sono abbondanti e 
le piccole larve si muovono sulle foglie, sui rami e sui frutti. 
Senza di quest' avvertenza si rischia di perdere il tempo, il 
lavoro e la spesa del macchinario e degli insetticidi. 

La difesa invernale va fatta quando non è ancora avvenuta 
la deposizione delle uova, e perciò fra il mese di dicembre e 
quello di febbraio dell'anno successivo. 



Aspidiotus ostreaeformis Curtis. 

{Cocciniglia a guscio d'ostrica del Pero, del Melo, del Susino e del Ciliegio). 



La femmina ha scudi arrotondati come gusci di ostrica e 
di color grigio più o meno scuro, con un punto centrale più 
colorito, giallo. L'animale sottostante è giallo scuro grigiastro 
con cinque gruppi di dischi ciripari intorno alla vulva, dei 
quali il mediano ne ha 10 a 12, i laterali superiori 12 a 13 
e quelli inferiori 13 a 14; mentre sul margine posteriore del 
pigidio vi ha due palette mediane trilobe, distinte, senza pet- 
tini interposti, e due altre paia meno distinte con due peli 
filiere dei quali alcuni di forma roncata si trovano tratto tratto 
da una parte e dall'altra sul restante margine pigidiale come 
sui lati del segmento che precede il pigidio. 

Il guscio del maschio ha la spoglia da un lato. L' animale 
sottostante, al massimo di sua perfezione, è ocraceo brillante 
con le antenne della lunghezza del corpo, nel quale l'addome 



: 



— 343 — 

è quasi più corto del torace, ovato, bruscamente ristretto alla 
sormuità, che porta una lunga armatura genitale. 

Le larve sono di color legno come le uova che le danno 
alla luce di maggio. La seconda generazione comincia di ago- 
sto e di essa una parte arriva a dare una terza generazione 






Fig. 182. — A, ramo di Pero con Aspiodiotus ostreaeformis — B, guscio di maschio Q. 
e guscio di femmina Q. 



autunnale ed un'altra passa con le forme di questa l'inverno 
per ripetere la infezione nella primavera seguente. 

Non vi è coltivazione di Pero, di Melo, di Susino, di Pesco 
e di Ciliegio che non sia visitata dall'insetto, che è scarso da 
noi, ma in America (1) ve ne sono di quelle sulle quali si 
moltiplica tanto in alcune località da formare croste numerose 
di pidocchi. 

Dato il colore della specie nei suoi gusci è difficile met- 
terla in vista senza averne particolare conoscenza, ma l'at- 
tenzione della pratica, se non da essa direttamente, potrebbe 
essere richiamata dalle deformazioni alle quali vanno incontro 
i grossi rami ed il fusto, fra gli altri, del Pero e del Melo. 
I rami ed il fusto di queste piante quando sono iarasi dalle 
numerose famiglie del pidocchio, invece di serbare la forma . 
cilindrica abituale, divengono a non brevi intervalli, varicosi, 



(1) E. Porter Felt, Scala insects (u Bull. New York Stat. Mas. » n. 46, voi. 9). 



— 344 — 

tendono a schiacciarsi, allargandosi, e nelle convessità danno 
ricovero agli strati fittissimi dell'insetto. A cosiffatte altera- 
zioni tien dietro uno stato di vegetazione piuttosto lussureg- 
giante, a scapito della produzione fruttifera, che si fa sempre 
più scarsa, fino a cessare affatto, mentre la pianta va lenta- 
mente a deperire. 

Signoret afferma, a ragione, che quest'insetto è un vero 
flagello per le piante alcune delle quali le ha viste morire, e 
consiglia di tagliare gli alberi rasente terra per ringiovanirli 
ed ottenerne dei nuovi senza infezione. Cosiffatto provvedi- 
mento però non parmi opportuno, giacche la morte delle piante 
si evita certamente sottoponendole d'inverno all'azione delle 
miscele alcaline di olio pesante di catrame col l0°/ o di questa 
sostanza ed il 5 °| o dell'altra nell'acqua. Nella primavera si 
può far uso dello stess' olio pesante di catrame alla dose del- 
l' 1 al 2 °| in 1 % di sapone, per togliere di mezzo le larve 
che si distruggono quasi tutte operando tre volte di seguito 
con otto a dieci giorni di intervallo fra un' operazione e l'altra. 

Gen. Diaspis Costa. 

I gusci o follicoli femminili sono arrotondati e quelli ma- 
schili lineari, bianchi, e carenati. Il corpo delle femmine ha i 
soliti gruppi di dischi ciripari intorno alla vulva. 



Diaspis peiitagona Targioni. 

{Cocciniglia del Gelso, del Pesco, dei Fagiuoli e di altre piante). 

Questo pidocchio ha le femmine coperte da un guscio gial- 
lognolo bianco o grigio, irregolarmente circolare e del diametro 
di mm. 1 1 j 2 a 2, con esuvie gialle. L' animale sottostante è 
giallo o giallo arancio brunastro. 

Il maschio ha per follicolo un sacchetto carenato bianco. 
Le larve sono giallo rossastre, ovate. 

Le uova sono della stessa forma e dello stesso colore. 



345 



Appena nate le larve dei maschi e delle femmine sono iden- 
tiche; vagano per qualche tempo sulla pianta, e vanno a fissarsi 
sui rami più giovani di quella e sui fusti, quando sì tratta di 
piante giovani e tali da ospitarle convenientemente. Quivi però, 
mentre i futuri maschi si formano i follicoli indicati, le fem- 
mine si costruiscono i gusci, ricevono i maschi, e depongono 
poco per volta un centinaio d'uova. 

C 




° "O^ Sr « ° ° ° 




fa 






Fig. 182. — A, ramo di gelso con Diaspis a grandezza naturale 
C, maschio — d, guscio della femmina — e, guscio del maschio 
ingrandito. 



B, femmina — 
/, ninfa, tutto 



Le larve della seconda generazione vanno a stabilirsi fra 
le madri, e così, mentre contribuiscono alla formazione delle 
croste di gusci, che deturpano i rami, sui quali pungendo e suc- 
chiando distruggono la vitalità della pianta, e preparano la 
terza ed ultima generazione dell'anno, che passa l'inverno, ed 
aspetta la primavera seguente, per riprodurre le specie nel 
nuovo anno. 



— 346 — 

Mano a mano intanto che l'insetto si diffonde sopra una 
pianta, gli operai, nella raccolta della foglia, per i gelsi, e 
nella potatura, con gli strumenti, la portano sulle piante din- 
torno, alle quali d'altronde perviene spesso col mezzo del vento, 
che porta le uova, solleva le larve o le foglie sulle quali que- 
ste si aggirano prima di fissarsi, o per mezzo delle le fbr- 
miche fra gli insetti stessi alle zampe ed al corpo delle 
quali possono aderire mentre passano sui rami infetti. Ma 
questo non toglie che la causa prima, incosciente, di diffusione 
sia l'uomo, che col commercio delle piante, gratifica dell'in- 
troduzione funesta dell'insetto, che è il capitale nemico del- 
l'industria dell' allevamento del filugello. Ieri era la Brianza 
soltanto ed i suoi dintorni, che si dovevano difendere dalla 
invasione della cocciniglia ; oggi vi è anche il Piemonte, e 
chi sa quanti mai altri luoghi dell'Italia settentrionale ancora 
covano la infezione senz' accorgersene ! 

Per aver ragione di siffatto pidocchio basta spennellare ac- 
curatamente nell'autunno o nell'inverno le piante potate, con 
un miscuglio alcalino di 

Olio pesante di catrame parti 10 

Soda » 5 

Acqua » 90 

Sul gelso la difesa deve essere autunnale soltanto, e fatta 
nei mesi di novembre e dicembre. 

Per completarla si offendano le larve nascenti della seconda 
o della terza generazione, dopo la raccolta della foglia, fa- 
cendo uso dei liquidi diluiti consigliati contro le altre cocci- 
niglie precedentemente studiate. 

Quando l'insetto si trova sugli steli dei fagiuoli, si distrug- 
gano le piante col fuoco, subito dopo la raccolta, nella quale 
è bene che gli operai si guardino dal sospendere i grembiuli, 
i sacchi, e altro, alle piante di gelso, di pesco e di tutti gli 
alberi fruttiferi in generale, per non diffonderla su di essi. 

Per impedire il passaggio della cocciniglia da un luogo al 



— 347 — 

l'altro col commercio delle piante il Prof. Franceschini, della 
Scuola di Milano, ha consigliato di disinfettarle con l'uso dei 
vapori di solfuro di carbonio in ambiente chiuso. Il Prof. Ber- 
lese ed il Dott. Leonardi, della Scuola di Portici, trattando 
della difesa del territorio nazionale dalla invasione delle coc- 
ciniglie che ci potrebbero essere introdotte dalla Spagna, dalla 
G-recia e dalle Americhe, consigliano l'impianto di camere di 
disinfezione nei porti e nelle dogane. Ma dato l'ambiente, 
sempre trascurato da noi, e l'attività rincalzante di coloro che 
non rifuggono dal contrabando per regalarci con le loro piante 
nuovi malanni; le due proposte sono restate lettera morta. 



Diaspis pyricola Del Guercio. 

{Cocciniglia grigia del Pero, del Melo, del Pesco, del Susino, e del Ciliegio). 

La femmina ha gusci grigiastri, rotondati, a contorno ir- 
regolare con una spoglia rossiccia quasi nel mezzo. Il corpo 
dell'animale sottostante è di color vinoso scuro prima ovovato 
poi arrotondato, senza peli distinti sui lati dell'addome. Il 




Fig. 183. — Eamo di Pero con Diaspis pyricola (Q e 2) 



pigidio è giallo, con due palee mediane molto sviluppate, due 
volte più lunghe che larghe, assai più sfuggenti dall' esterno 
alla sommità. Da una parte e dall' altra delle palee mediane si 
osservano varie intaccature e presso di queste dei peli filiere 
e qualche raro pelo semplice più oltre come nella figura 184. 
Intorno alla vulva vi sono 5 gruppi di dischi ciripari, quello 
mediano con 8 o 10, i laterali anteriori di 13 a 18, ed i la- 
terali posteriori di 8 a 10. La distanza fra il gruppo mediano 



— 348 — 

e quelli laterali anteriori è quasi tre volte l'altra che è fra 
questi e quelli posteriori. 

Il follicolo del maschio è lineare, bianco, carenato nel 
mezzo e l'animale sottostante di colore arancione. 

La larva appena nata è giallo rosea, come le uova, o quasi, 
dalle quali nascono nella primavera, nell'estate e nell'autunno. 



184 



185 






Pig. 184. Pigidio di Diaspis pyricola. — Fig. 185. Pigidio di Aspidiotus ancylus 
Diaspis pyricola (quello sottostante) secondo il prof. Cockerell. 



e di 



La ibernazione ha luogo allo stato di femmine mature e 
giovani a diverso grado di sviluppo. 

Trovasi qui opportuno il rilevare che la specie descritta 
non è niente affatto da confondersi con la Diaspis ostreaefor- 
mis Signoret, e che così sia e non altrimenti basta dare uno 
sguardo alla figura che assegna per essa il Signoret, o all'altra 
che ne dà il prof. Berlese, e che io trovo corrispondente a 
quello che l'insetto indicato presenta. Il margine del pigidio 
della cocciniglia che il Signoret descrisse come Diaspis ostreae- 
formis presenta altrettanti grossi peli filiere roncati per quanti 
ne mancano nelle forme che ho indicato col nome di Diaspis 
pyricola, peli roncati, che quella ha pure sui margini liberi 
degli anelli addominali, che precedono il pigidio, e che non si 
vedono notati nella figura 184 riportata per il confronto. 

Eilevo in oltre che il nome di cocciniglia europea del 



— 349 — 

pero, ecc., si conviene realmente, non alla mia, ma alla specie 
comunissima descritta dal Signoret sotto il genere Diaspis 
(D. osireae formi), che va meglio studiata anche nei maschi. 




Fig. 186, — Metà destra del pigidio della Diaspis ostreaeformis Signoret, molto in- 
grandita. 

i quali ho visto che son diversi da quelli della D. pyricola, che 
con essa talvolta si trova. 

I danni che tali pidocchi, insieme, portano sulle piante sono 
assai notevoli anche da noi e d'altronde simili a quelli indi- 
cati per V Aspidiotus ostreaeformis, al pari del quale si com- 
battono. 



Diaspis Rosae Sandeberg. 

{Cocciniglia bianca delle Rose e dei Lamponi). 

La femmina ha il guscio bianco con la spoglia delle mute 
da un lato, di color gialliccio. L'animale sottostante è rossa- 
stro con la porzione cefalica e toracica più larghe, l'addome 
distintamente segmentato ed i segmenti forniti di una o più 
spine sui lati, meno i due penultimi che ne hanno quattro o 
cinque. Il pigidio ha i dischi perinulvari raccolti a ferro di 
cavallo nel quale il gruppo mediano soltanto, di 20 dischi, è 
distinto, mentre gli altri sono fusi e sono formati di 50 a 



— 350 — 

60 dischi per lato; il margine posteriore ha due palee me- 
diane oblique, e da una parte e dall'altra cinque o sei grosse 
spine. 

Il guscio del maschio è lineare, tricarenato, di color bianco 
candido, e l'animale che ricopre è rossiccio chiaro con le ali 
bianche a nervatura leggiermente rosea ed antenne e zampe 
giallastre. 



187 



188 





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Fig. 187. a, ramo di Lampone con Diaspis rosae, m. Q, f. ^. — Fig. 188. b, ramo di 
Rosa con lo stesso insetto. 



La specie è comune sulle Rose, ma non è meno diffusa sul 
Lampone, dei quali investe fin il colletto della pianta e la 
pagina inferiore delle foglie. 

Gli effetti sono gravi perchè le piante intristiscono poco 
per volta e muoiono. 

Per difenderle ho trovato utile trattarle, d'inverno, con 
una miscela alcalina di olio pesante di catrame con l'8 °| di 
questa sostanza e 5 di soda del commercio. Allo stesso resul- 



— 351 — 

tato si perviene aspergendo le piante tre volte di seguito, con 
emulsioni saponose all'olio pesante di catrame alla dose del 0,5 
ed 1 1 j z di sapone, la prima volta, e all'I °| di catrame la se- 
conda e la terza. 



Gen. ]VEytilaspis Signoret. 

In questo genere tanto le femmine, quanto i maschi, sono 
ricoperti di un guscio o follicolo virgolare, egualmente colorato. 



Mytilaspis citricola Packard. 

{Cocciniglia virgolare o Pidocchio virgola degli agrumi). 

Il guscio della femmina è rossastro, ed il corpo dell' ani- 
male sottostante è bianco, col pigidio, il rostro, ed i gruppi 
dei dischi ciripari che circondano la vulva di colore giallo 
zolfo. La forma, d' altra parte, è quella di una pera, con la 

189 




Fig. 189. Gusci di Mytilaspis citricola: A, visto di sotto, mostrante le uova; B, visto 
dal dorso. 



parte anteriore ristretta, trapezoidale, quasi rotondata in 
avanti. La parte posteriore del corpo è più larga, con solchi 
traversi, obliqui, ed i lati degli anelli sporgenti, con molti 
peli-filiere, mentre il pigidio è armato di un paio di grandi 



190 



— 352 — 

palee mediane, seghettate alla estremità, fra due peli-filiere e 
tre sbocchi di altrettante ghiandole sericipare; due paia di 
palae secondarie, assai vicine fra loro; due paia di peli-filiere 
seguiti da una coppia di sbocchi ghiandolari, e due altri peli- 
filiere seguiti dallo sbocco di un'altra 
ghiandola. 

Il guscio del maschio è sensibilmente 
più piccolo di quello della femmina ed al 
quanto più scuro. 

Le larve e le uova sono bianchicce, e 
queste in numero di una sessantina circa 
nel corpo della madre. 

A cominciare dal mese di marzo, nei 
luoghi caldi della Sardegna, della Sicilia 
e della Calabria, comincia pure la nascita 
delle larve, che vanno a prendere posto 
sul fusto, sui rami, sulle foglie e sui 
frutti. Quivi, mentre le femmine ibernanti 
continuano a maturare uova, e queste a 
mettere larve alla luce, esse succhiano, 
si accoppiano, e a capo di una sessantina di giorni circa, in 
tutto, si sgravano anch' esse delle uova, dalle quali nascono 

191 




Fig. 190. Femmina della 
M. citricola molto in- 
grandita. 




Fig. 191. Pigidio della Mytilaspis citricola molto ingrandito. 

le larve della seconda generazione. Nell'autunno, a questa, ne 
segue una terza che sverna e riproduce la specie nell'anno 

seguente. 



— 353 — 

Intanto data la natura delle piante, la grande quantità di 
fogliame di cui si ricoprono, e la irregolarità con la quale le 
nascite e le generazioni si ripetono, si comprende come qui 
più che mai, se le aspersioni con soluzioni estive, molto diluite, 
non siano dirette a distruggere tutti i nati o quasi di una 
stessa generazione, non producono effetti sensibili nella limi- 
tazione del pidocchio. Ove la infezione è grave però ritengo 
che gli agricoltori non si debbano allontanare dalla via degli 
sfrondamenti, dell'aspersione della parte restante, con. forti so- 
luzioni insetticide d'inverno (olio di catrame 10 °i , soda 5 °j , 
acqua 90), e dalla lavorazione successiva del terreno, conci- 
mandolo con stallatico e cenere, per dare più pronto e più 
facile modo di ripresa alle piante. Dove invece la infezione 
non forma ancora croste, quivi di primavera, di estate, o di 
autunno si possono prendere di mira e annientare con ope- 
razioni consecutive a dosi graduali crescenti di olio di catrame 
(da 0,500 a 1,500 °/ con 1,500 di sapone) le larve di una gene- 
razione, per impedire che se ne preparino delle altre. 



Mytilaspis poraoruin Bouché. 

{Pidocchio virgola del Melo, del Pero e del Pesco). 

La femmina, come nella specie precedente, è più grande 
del maschio, col guscio nerastro, bisinuato più largo che nella 




Fig. 192. — Ramo di pero con la Mytilaspis pomorum. 

M. citricola, e per breve tratto col margine apicale bianca- 
stro. L' animale sottostante è giallognolo, quasi chiaro, due 
volte più stretto in avanti che dalla parte posteriore, con i 



•23 



— 354 — 

lobi laterali dell'antipenultimo e del penultimo segmento del- 
l'addome spinosi. Una diecina di spine sono anche al margine 
del pigidio, nel mezzo del quale sono due grosse palette tri-; 
lobe, da una parte e dall' altra di esse ve n' è una piccolis- 
sima, e cinque gruppi di dischi ciripari perivulvari: 17 nel 
mediano, 17 nei due laterali anteriori, e 14 nei laterali po- 
steriori. 

Questa specie comincia le sue moltiplicazioni nel mese di 
aprile, quando dalle uova rossastre, che si trovano nascoste 
sotto i gusci delle madri, nascono larve agilissime ovato-ellit- 
tiche, col margine dell' addome spinoso, che si fissano e nel. 
mese di luglio raggiungono lo sviluppo completo. Dalla prima 
procede allora una seconda generazione, che si completa nel 
settembre, quando ne ha principio una terza, i rappresentanti 




Fig. 193. — Metà destra del pigidio della femmina, ingrandito. 

della quale sostengono la specie durante 1' inverno e la ripro- 
ducono nella primavera seguente. 

Le due specie per tanto si comporterebbero quasi al modo 
stesso, con la sola differenza che le nascite sono in questa più 
raccolte che nella precedente, al pari della quale nel rima- 
nente si mostra per gli effetti sulle piante e si combatte. 



Fam. Aleurodidae. 

Questi emitteri omotteri sono intermediarii fra i Coccidi 
e gli Afidi dai quali si distinguono per avere gli occhi com- 
posti reniformi, divisi; un solo ocello; le antenne filiformi di 



— 355 — 

sette articoli; le ali orizzontali, quelle anteriori con una vena 
sottocostale ed una o due vene oblique, le posteriori senza 
vene oblique; il secondo articolo dei tarsi con arolio inter- 
posto. Le forme larvali e le adulte sono libere; quelle ninfali 
sono aderenti alle parti delle piante, con antenne, rostro e 
zampe; e tutte sono cosparse di materia polverulenta, cerosa. 
La riproduzione in questi pidocchi è ovipara; le generazioni 
si ripetono diverse volte nell'anno ; gli effetti sulle piante sono 
meno considerevoli di quelli ricordati per le cocciniglie, delle 
quali sono anche meno resistenti alle azioni insetticide. 

Gen. _A.leurod.es Amyot. Serv. 

Le ali anteriori hanno una sola vena obliqua, quella ba- 
silare; le posteriori non hanno vena obliqua. 



Aleurodes Brassicae L. 

(Pidocchio farinoso, o crosticina ovale del Cavolo). 

L'insetto perfetto, volando dà l'idea di una minutissima 
farfallina bianca, a corpo realmente giallo-verdastro, della lun- 
ghezza di mm. 1,25. Ha il primo articolo delle antenne cilin- 
drico, il secondo vescicoloso, clavato, il terzo più lungo di tutti, 
e gli altri subeguali fra loro; occhi ocracei; addome con cin- 
que fasce brune trasversali sul dorso, delle quali le prime quat- 
tro sono divise in due, e l'ultima, che è il doppio più larga 
delle precedenti, è intera. 

La forma ninfale è verdognola come la larva, depressa e 
fissata nella pagina inferiore delle foglie del Cavolo; le uova 
sono di color pallido giallastre. 

La specie si presenta già nel febbraio con le forme alate, 
le quali si accoppiano e depongono un considerevole numero 
di uova nella pagina inferiore delle foglie più tenere del Ca- 
volo, distribuendole in tanti gruppi, e si aggirano col corpo 



— 356 — 

su di esse finché non le hanno ricoperte di uno straterello di 
materia cerosa simile a quella che ricopre il loro corpo. In 
pochi giorni le larve vengono alla luce, si diffondono sulle fo- 
glie, si fissano, compiono una muta e passano allo stato scu- 
tiforme o di ninfa dal quale vien fuori l' insetto perfetto. 




195 




Fig. 194. Foglie di cavolo con mucchi di uova, larve, ninfe ed adulti di Aleurodes 
brassicae. — Fig. 195. A, uovo — B, ninfa — C-D, adulto ed antenna, tutto molto 
ingrandito. 



Dal febbraio al dicembre ho contato fino a sette genera- 
zioni, delle quali quelle più numerose si hanno nell' estate. 
Allora appunto ho visto diverse volte le cavolete delle Ca- 
scine e dell'Isolotto tanto invase dal pidocchio da non trovar 
centimetro quadro di foglia non occupato da quello. Le foglie 
si presentavano bollose in corrispondenza dei punti infetti, 
ma le piante furono raccolte e non si ebbero a lamentare 
danni maggiori. Anche senza di questi però è facile intendere 
che, ove le foglie che si consumano si trovassero coperte dal- 
l' insetto nel momento della raccolta, il prodotto non trove- 
rebbe collocamento conveniente, se pure non sarebbe rifiutato 
sul mercato. 

Per porvi rimedio basta passare accuratamente le dita sulle 



— 357 — 

macchie bianche che si vedono nella pagina inferiore delle 
foglie dei cavoli, e schiacciarvi le uova che vi si trovano. 

L'operazione va fatta nei mesi di febbraio, marzo ed aprile, 
prima che la specie si diffonda largamente sulle piante. 



Aleurodes Tabaci Gennadius. 

(Pidocchio farinoso o crosticina ovale del Tabacco). 

L' insetto perfetto è di color giallo solfureo uniforme, col 
capo tendente all'ocraceo, le antenne pallide, inserite dinanzi 




Fig. 196. — Aleurodes tabaci Gennadius: 1, pseudoninf'a di sopra — 2, id, di sotto col 
rostro r e le podoteclie p, 2a — 3, id. più sviluppata — 4, insetto perfetto: ia oc- 
chio ed antenna ; 46 estremo tarso con le unghie ; 4c estremità addominale del 
maschio. 

agli occhi, ai lati del capo, filiformi, della lunghezza delle tibie 
anteriori, di sette articoli: il primo sferoidale, minuto, il se- 
condo obovato più grande, il terzo più lungo di tutti e sub- 
eguale alla lunghezza dei seguenti, l'ultimo dei quali è acuto 
e più lungo degli altri; ocelli uno; occhi neri; rostro bruno 
all'apice; ali candide, immacolate, le anteriori obovato-spatu- 
late più lunghe del corpo, sottilmente crenulate nei margini, 
con un nervo mediano riflesso verso il margine posteriore, ed 
un nervo obliquo emanato dalla base del primo; mentre le 



— 358 — 

posteriori hanno il nervo mediano soltanto, zampe pallide con 
l'anca 2 | 3 circa più lunga del trocantere, coscia inerme, tibie 
con spine acute in due serie nelle zampe anteriori e su quat- 
tro nelle rimanenti, tarsi spinulosi come le tibie, di due arti- 
coli, il secondo terminato con due unghie divergenti, ed un 
arolio lineare. 

Le forme ninfali sono esagonali, con una dozzina di setole 
sul dorso, a margine intero, posteriormente bilobe ed i lobi 
terminati in una setola curva. 

La specie fu rinvenuta per la prima volta in Grecia, e sul 
tabacco spedita dal prof. Gennadius al prof. Targioni, secondo 
il quale, e le notizie del Grennadius, l'insetto si estende sem- 
pre più nelle coltivazioni dell' Araucania. Ma la specie si 
deve trovare anche da noi, giacche 1' altra spedizione della 
quale il Targioni parla, come di provenienza ignota, fui perso- 
nalmente a riceverla e non proveniva dall'estero.. In ogni modo 
gli agricoltori nostri si sappiano che essa vive come quella 
del cavolo al pari della quale si combatte. 

Le foglie da me esaminate confermano l'affermazione del 
Targioni il quale avvertì che quando su di esse gli insetti vi 
arrivano a formare poco meno che strati non sono più proprie 
alla trasformazione. 

Per combatterla valgono gli stessi suggerimenti indicati 
per avversare la infezione sulle piante di cavolo. 



Aleurodes Fragariae Walker. 

{Pidocchio farinoso della fragola). 

Questa specie è prossima alla precedente dalla quale si di- 
stingue per avere la testa ed il torace di color nero come i 
margini laterali del ventre, il trocantere, la coscia, l'apice della 
tibia, i tarsi ed una grossa macchia nera sul nervo mediano. 

La specie vive nella pagina inferiore e sul picciuolo delle 
foglie delle Fragole, ma è da noi molto scarsa e fin ora al- 



— 359 — 

meno senza effetti nocivi sulle piante. Ove si diffondesse si 
potrà combattere come le specie del cavolo e del tabacco. 



Fam. Afìdidae. 

Sorvegliando l'apertura delle gemme e lo spiegamento dei 
germogli delle piante, dalla primavera all'autunno, non è dif- 
ficile scorgere su di essi degli aggruppamenti numerosi di pic- 
colissimi insetti, simili a pidocchi, i quali ora sono verdi, ora 
gialli o rossi, ora bruni o neri lucenti od opachi e non di 
rado, con tutti questi colori e le loro più belle gradazioni 
insieme, nelle diverse parti del corpo. 

Questi esseri, da antichissimo tempo, e per gli effetti al- 
meno, conosciuti col nome di pidocchi delle piante, corrispon- 
dono ai pucerons o aphidiens dei francesi, agli aphiden o blat- 
tlause dei tedeschi, agli aphidens o plani lice degli inglesi, ed 
agli afidi degli italiani, più propriamente considerati. 

Gli afidi, noti d'altronde, presso di noi con i nomi volgari 
di pio euc e o pioeucc de 1 foeuja, vlum o mlum, gorgoglioni, prue- 
chi, pidocchio o pidocchi delle piante, dividono questo nome 
con i Coccidi, gli Aleurodidi e gli Psillidi dai quali vanno 
distinti, e quelli nel fatto si distinguono per i caratteri che nel 
secondo numero di queste Relazioni sono stati indicati. 

Gli Afidi, in fatti, hanno gli occhi non divisi; tre ocelli ne- 
gli alati; le antenne di tre a sei articoli; il rostro di tre arti- 
coli; le ali verticali, oblique od orizzontali: le anteriori con 
una vena sottocostale terminata in uno stigma, e tre o quattro 
vene oblique; le posteriori con due, una, o senza vene oblique; 
il secondo articolo dei tarsi con unghie senz'arolio interposto; 
l'addome spesso provvisto di due tubi sul sesto anello, e di 
una codicola alla estremità. 

La riproduzione negli afidi è alternante, perchè alla gene- 
razione gametica o sessuata si succedono diverse generazioni, 
con fasi evolutive diverse tutte partenogenetiche, dall'ultima 



— 360 — 
delle quali vien fuori di nuovo la generazione gametica o ses- 

Le forme partenogenetiche possono essere attere ed alate, 
vivipare ed ovipare, ma sempre rostrate, mentre quelle sessuate 
sono sempre ovipare, o sempre tutte attere e senza rostro, o 
parte attere e parte alate, ma rostrate. Le uova delle forme 
partenogenetiche, quando sono ovipare, sono senza micropilo, 
senza pedicello, ed a sviluppo quasi pronto od immediato; 
mentre le uova delle forme gametiche hanno sempre il micro- 
pilo e non sono a sviluppo immediato. 

Il ciclo vitale degli Afidi, per tanto, comprende insieme 
evoluzione di forme gametiche e di forme partenogenetiche suc- 
cessivamente con le fasi come appresso indicate. 

Dall'uovo fecondato che la femmina gametica depone nel- 
l'autunno alla base delle gemme, nella scorza dei rami e del 
fusto, o nei nidi delle formiche, verso la fine dell'inverno 
nasce una larva, che cresce senza mai divenire alata, non su- 
bisce accoppiamenti e dà alla luce uova partenogenetiche, o 
figli vivi, che serbano la virtù generatrice della madre, alla 
quale si dà il nome di madre fondatrice. A differenza della 
madre però, i figli possono benissimo fornirsi di ali, e poiché 
passano e portano con essi la infezione da una pianta all'altra, 
o alle diverse parti di una stessa pianta, formandovi nuovi 
centri d'infezione, si è dato ad essi il nome di forma coloniz- 
zante od emigratrice. La forma emigratrice si riproduce diverse 
volte nell'estate con lo stesso costume delle precedenti, e alla 
fine della stagione indicata, con l'ultima delle sue generazioni, 
che è alata, fa ritorno alla pianta o alla parte di quella sulla 
quale nacque la madre fondatrice. A questa generazione di 
afidi, che porta le uova o le larve, che poi si trasformano in 
sessuati, si è dato il nome di forma sessupara. I sessuati 
deposti sulle foglie e sui rami dagli afidi sessupari, crescono 
anch' essi, si accoppiano e danno l' uovo fecondato, che per 
lo più passa l' inverno e dà alla luce la larva che poi doventa 
la fondatrice del nuovo ciclo vitale nella primavera seguente. 



— 361 — 

Questo modo di evoluzione è di peculiare importanza nel- 
l'economia degli afidi, i quali, mano a mano che le piante nu- 
trici, a causa delle punture di quelli, o naturalmente accennano 
ad indurire i tessuti ed a variare la qualità e la quantità dei 
succhi nutritivi, si preparano a cambiare di stazione, e dalle 
piante arboree o legnose passano su quelle erbacee, e da que- 
ste ritornano di nuovo, più tardi, sulle piante legnose, che 
offrono più sicura dimora per le uova ibernanti e gli afidi 
partenogenetici che debbono svernare; quando questi non pre- 
feriscano di scendere sulle radiche delle piante, che vivono 
nei formicai, e sottrarsi anche meglio alle investigazioni in- 
discrete dell' entomologo, che nei misteri dei loro costumi 
cerca gli elementi logici per distruggerli. Entro o fuori terra 
però, per quanto non ne manchino sulla corteccia dei tron- 
chi e dei rami adulti, le parti delle piante più frequen- 
tate dagli afidi sono quelle più succolenti e meglio riparate, 
e per ciò le loro agglomerazioni maggiori si trovano nella 
pagina inferiore delle foglie e sulle tenere formazioni, in ge- 
nerale, delle radici e del fusto. L'azione meccanica delle pun- 
ture, intanto, e la irritazione continua del liquido salivare 
che, pungendo, introducono nel protoplasma vegetale, provo- 
cano spesso nelle giovani parti molestate delle alterazioni, che, 
ora interessano tutto l'organo e lo deformano completamente, 
ora sono limitate ad una parte dell'organo soltanto, ed in 
ogni modo danno luogo alle neoformazioni patologiche volgar- 
mente conosciute col nome di galle, o cecidi. Le galle od escre- 
scenze delle radici del Melo, quelle delle radici della Vite, le 
altre delle foglie e dei rami del Lentisco, dell' Olmo e del 
Pioppo; l'aggrinzamento e l'accartocciamento delle foglie del 
Pero, del Pesco, del Limone, della Camellia, e simili, sono fra 
quelle. 

Secondo il numero, la durata della infezione, la natura dei 
vegetali e le parti di questi sulle quali gli afidi, volta a volta, 
si accumulano, le piante risentono diversamente della loro 
presenza, ed i danni che ne derivano su di esse, perciò, sono 



— 362 — 

ora trascurabili ed inosservati, ed ora sensibili così da impe- 
dire la formazione e lo spiegamento normale delle gemme, 
l'allegamento e la maturazione dei frutti, estenuando ad un 
tempo la pianta fino all' intristimento e la morte. A queste, 
che sono le conseguenze ultime delle infezioni pidocchiose 
sulle piante, quando sono trascurate, si perviene talvolta più ; 
presto del solito, a causa dei liquidi escrementizi e delle se- ! 
erezioni dolciastre delle glandule nettarifere, nelle quali so- 
stanze trova facile mezzo di vita la fumaggine, che forma con 
esse ed in. esse una densa- patina nera, la quale, impedendo, 
secondo il Passerini « le funzioni fisiologiche delle foglie è 
poi cagione della loro caduta e del guasto talora dei giovani 
rami e reca i peggiori danni che mai possono provenire dalla 
presenza degli afidi ». Per quanto questo rilievo si riferisca 
a specie, che, come il Rhopalosiphum Dianthi, la Sìphanophora 
Malvae, e simili, molestano le piante degli stanzoni e dei tepi- 
dari, pure l'ultima parte, che attribuisce alla fumaggine danni 
maggiori di quelli che gli afidi producono da soli, è poco 
misurata nei termini, e, fuori dell'ambiente ristretto e adug- 
giato del tiepidario, spesso inconsistente affatto, perchè mol- 
tissime piante, come il Susino, il Mandorlo, il Pesco, il Melo, 
la Vite, la Canapa, il Cavolo, il Cocomero, e simili, si trovano 
sovente ridotte a mal partito dagli afidi senza il concorso 
della fumaggine. 

Dopo il Passerini altri ha preteso, e taluno pretende an- 
cora di cercare all' infuori delle punture e del succhiamento 
degli afidi la somma maggiore o una parte considerevole al- 
meno delle cagioni funeste del male sulle piante; ma, anche 
per questo, senza nulla escludere, a me pare che non si possa 
nulla ammettere senza dimostrare; e nell'attesa delle osserva- 
zioni nuove, poiché queste non potranno mai far perdere di 
vista gli afidi, la causa prima e vera della rovina delle piante, 
occupiamoci, senz' altro, dei nemici loro e del modo nel quale 
bisogna adoprarsi per distruggerli, o renderne meno perniciosa 
la presenza sui vegetali. 



— 363 — 

E inutile qui che m' intrattenga a lungo sui noti rapporti 
sociali, fra gli afidi e le formiche. Ricordo solo come erronea 
una delle più volgari credenze diffuse fra gli agricoltori, cioè 
che gli afidi siano avversati e distrutti dalle formiche. Al con- 
trario: queste cercano, ospitano e si mostrano talvolta così 
gelose custodi di quelli da venire a furiosa battaglia fra loro 
per averli con esse. Chi poi avesse vaghezza di assicurarsi del 
fine tatto col quale le formiche vivono tra gli afidi, degni 
della sua attenzione una colonia di pidocchi, e vedrà che 
quelle muovono misurate, si accostano a tutti un poco, e da 
tutti, tillando con le antenne i tubi delle glandule nettari- 
fere, raccolgono il liquido mieloso ed escrementizio che gli 
afidi emettono da quelli e dall'apertura anale. Sui rami e sulle 
foglie del Castagno, del Pero, del Melo e del Limone, inoltre, 
si può vedere che le formiche prendono le madri degli afidi 
fra le mandibule e le isolano nei luoghi più appartati della 
pianta, per meglio usufruire e sollecitare da sole la uscita e 
la raccolta delle sostanze delle quali si nutrono per vivere. 
Or bene, anche in questo caso gli afidi non si vedono mal- 
trattare e non si trovano maltrattati dalle formiche. I nemici 
degli afidi per tanto non sono nelle formiche, ma in certe 
specie di insetti, dei quali alcuni sono predatori e gli mole- 
stano allo stato di larva soltanto, o allo stato di larva e di 
insetto perfetto ; ed altri sono parassiti veri, e minano dall'in- 
terno la esistenza degli ospiti loro. 

Degli insetti predaci allo stato di larva soltanto sono assai 
notevoli certe mosche conosciute col nome di Syrphus (S. bal- 
theatus De G-., S. ribesii L.) comunissimi fra gli afidi della 
Rosa, del Susino, del Pesco, del Melo, dei quali fanno strage 
talvolta fino a distruzione quasi completa. 

Fanno seguito, per importanza, le larve di alcuni Pseudo- 
neurotteri appartenenti al genere Hemerobius ed al genere 
Chrysopa, e quelle delle Coccinelle afidifaghe conosciute vol- 
garmente con i nomi di Gallinelle della Madonna, Madonnine, 
e simili, le quali con un nome, o con un altro, predando gli 



— 364 — 

afidi, allo stato di larva e di adulto, sono fra i migliori ausiliari '< 
nostri, e fra le cause naturali più importanti a reintegrare 
l'equilibrio necessario fra le piante e gli abituali ospiti loro. 

Al medesimo fine tende evidentemente l'azione dei paras- 
siti veri, fra i quali non saranno mai abbastanza ricordati, 
per i benefici loro, quei piccoli imenotteri che si conoscono 
con i nomi di Aphidius, Ephedrus, Coryne, e simili, che in- 
troducono, pungendo, un uovo nel corpo dei pidocchi e per- 
petuano, a questo modo, accanto alla causa del male, uno dei 
più naturali rimedi contro di quella. 

All'azione riparatrice dei Syrphus, degli Hemerobius, delle j 
Crysopha, delle Coccinella, e degli Aphidius qui indicati, e 
degli altri moltissimi che si potrebbero ricordare, si associa 
quella dei funghi entomofiti che, come le Entomoftere appunto, 
devastano talvolta, e sopprimono anch' essi quasi del tutto le 
infezioni degli afidi. 

Quanto ora al modo di trarne profitto, la raccolta e la 
moltiplicazione dei Syrphus e delle Coccinelle, almeno, sulle 
piante infette che si vogliono difendere, non sarebbero cose 
molto difficili. Difficile non sarebbe nemmeno la moltiplica- 
zione e la diffusione dei funghi entomofiti; ma le difficoltà 
maggiori (dopo quella della preparazione necessaria, che gli 
interessati, non abituati a questo genere di osservazioni, per 
lo più non hanno), sono le altre del tempo considerevole, che 
l'uso dei predatori e dei parassiti richiede; della spesa, che 
nel caso speciale dei funghi entomofiti, non è inferiore all'altra 
occorrente per la pratica degli ordinari insetticidi, e la conse- 
guenza naturale del sopravvento che le infezioni pidocchiose 
riprendono dopo il periodo di depressione, nel quale, come si 
sa, con i pidocchi vanno a male i predatori stessi ed i paras- 
siti che l'hanno determinato, per mancanza d'alimento, da una 
parte, e per l'azione dei parassiti secondari dall'altra, destinati 
a fare per i primari rispetto agli afidi, ciò che i parassiti 
primari ed i predatori fanno agli afidi per rispetto alle piante. 

Rinunziando, dove non è possibile, a questi per tanto, che 



— 365 — 

per Passerini sarebbero i mezzi più idonei a liberarsi dalla 
noia e dai danni recati dagli afidi, vediamo quali altri rispon- 
dano meglio allo scopo desiderato. 

Delle piante, come si sa, alcune si coltivano negli stanzoni 
e nei tiepidari, ed altre all'aperto, nei giardini, negli orti e 
nei campi. Ora per difendere le prime, i mezzi sono due: buon 
governo delle piante, e due o tre suffumigazioni successive 
con foglie di tabacco o spuntature ed avanzi di sigari previa- 
mente bagnati con una soluzione di salnitro e asciugati, per 
facilitarne la combustione. 

Le necessarie cure di coltivazione non rendono le piante 
immuni dalla infezione, ma le mettono nel caso di resistere 
più a lungo alle punture ed al succhiamento degli insetti, la- 
sciando agli interessati il tempo necessario per difenderle. 

La combustione delle parti e dei prodotti della lavorazione 
del tabacco sopraindicati si farà in recipienti di terra cotta 
con carboni o con brace accesa, disposti alla distanza di otto 
a dieci metri fra loro sul pavimento dello stanzone o della 
serra calda da disinfettare; e questo per involgere quasi con- 
temporaneamente le piante infette in un' atmosfera continua 
di vapori di nicotina e simili, i quali nel termine di cinque 
o sei ore soffocano quasi tutti gli afidi, che li hanno respirati. 

La quantità delle spuntature e degli avanzi di sigari ado- 
prati nelle mie osservazioni è di un grammo circa per ogni 
metro cubo d'aria. 

Nelle serre calde poi, invece delle sostanze indicate si può 
far uso dell'estratto di tabacco, spargendo le soluzioni concen- 
trate al 10 °/ , sui tubi di ghisa o di terra cotta, che servono 
per la conduzione e la distribuzione del calore, quando non 
si vogliano adoprare i noti tanatofori, per volatilizzarne le 
sostanze narcotiche mortifere. 

Dove i locali fossero piuttosto grandi, e limitato il numero 
delle piante infette, l'uso delle casse a chiusura quasi erme- 
tica, per la distruzione degli insetti, è certamente preferibile, 
e raccomandato. 



— 366 — 

Quanto ora alla difesa delle piante coltivate nei giardini, 
negli orti, e nei campi, se gli afidi si trovano raccolti nella 
parte fuori terra delle piante, si può ricorrere, con certa for- 
tuna, all'uso delle semplici soluzioni di sapone nell'acqua, alle 
emulsioni e alle soluzioni catramose di olio pesante di catrame 
e di catrame di legno, e alle soluzioni di nicotina e di solfuro 
di carbonio mescolate con sapone ordinario (Forinole Del Guer- 
cio), o con sapone di resina (Formola Berlese). Per le piante 
erbacee e per i teneri getti delle stesse piante legnose però, 
non bisogna allontanarsi dall'uso delle semplici soluzioni sa- 
ponose, dalla nicotina, dalla soluzione, ben fatta, di catrame 
di legno alcalinizzato secondo la formola Berlese (in commer- 
cio col nome di Rubina), o secondo la formola Del Guercio, 
e dell'altra che si può ottenere sciogliendo a caldo l'ordinario 
sapone al catrame di legno, vendibile dalle più importanti 
case di prodotti chimici. Quando le foglie sono già spiegate 
ed indurite, ed i frutti allegati ed alquanto evoluti, si può 
anche ricorrere alle soluzioni saponose o resinose a dosi ben 
definite e studiate di solfuro di carbonio; mentre sui rami, 
d'autunno e d'inverno, consiglio l'uso dei miscugli alcalini o 
saponosi di olio pesante di catrame, come quelle del Boiteau, 
del Franceschini, del Targioni, del Del Guercio, e le altre 
composte dal Berlese La cura invernale contro gli afidi è di- 
retta a distruggere le forme ibernanti e le uova d' inverno 
dalle quali traggono origine le nuove infezioni nella prima- 
vera seguente. 

Quando gli afidi che molestano la parte fuori terra delle 
piante si nascondono nelle galle che provocano essi stessi sui 
rami e sulle foglie, o nelle foglie variamente accartocciate e 
increspate, per impedire che queste alterazioni si formino, bi- 
sogna operare contro le femmine sessuate, se è possibile, con- 
tro le uova d'inverno, e contro le fondatrici, che nella prima- 
vera appunto da quelle provengono. Diversamente, per impe- 
dire che i prodotti delle generazioni delle galle o delle foglie 
deformate portino altrove la infezione e ve la riproducano, è 



— 367 — 

bene distruggere le parti delle piante alterate, prima che gli 
insetti passino sulle parti sane e sulle piante immuni d'intorno. 

Passati dalle galle delle foglie e del fusto alle radici delle 
piante, la difesa si complica, perchè non si possono più col- 
pire direttamente; agli insetticidi più o meno fìssi bisogna 
sostituire quelli prontamente evaporabili, e più tossici per la 
vita degli insetti, e pensare che i resultati ultimi della difesa 
dipendono per la massima parte, oltre che dagli insetticidi, 
dalla natura e dalla permeabilità del terreno ai vapori di quelli. 

Molti insetticidi sono stati proposti e cimentati nella di- 
fesa contro gli afidi radicicoli delle piante, ma il migliore fin 
ora è stato ed è ancora il solfuro di carbonio, allo stato puro, 
in semplice soluzione acquosa, e allo stato di solfosale alca- 
lino, nel quale fu ridotto la prima volta dal Dumas. A que- 
st'oggetto sono notevoli da noi gli studi e le ricerche di un 
distinto chimico, il chiarissimo prof. Sestini di Pisa, che ha 
risoluto felicemente il quesito della preparazione economica 
dei solfocarbonati, per distruggere la Fillossera della vite. 

Gli Afidi si dividono nelle seguenti tribù caratterizzate 
ciascuna come appresso. 



Trib. CHERMESINAE. 

Nei Ohermesini gli agami atteri hanno tre articoli nelle 
antenne; i sessuati con tre o quattro, e gli agami alati con 
tre o cinque articoli. Ali anteriori con tre vene oblique, 
le posteriori con una o senza. Sifoni e codicola nulla. Ripro- 
duzione ovipara. 



Gen. Xerampelus Del Guercio. 

Antenne in tutte le forme (sessuati, agami atteri ed alati) 
di tre articoli. Terzo articolo delle antenne, negli alati (figu- 



— 368 — 

ra 197 A, F) ì praticato da due aree timpaniche, una basilare 
e l'altra apicale, tutte e due orbicolari. 






- JCOt 

lOocpc 

ify -B 




Eig. 197. — F, Femmina alata di Xerampelus vastator molto mgradita — A, sua an- 
tenna — B, C, sue uova dalle quali derivano relativamente il maschio e la fem- 
mina. 



Xerampelus vastator (Planchon) Del Guercio. 

(Fillossera, Pidocchio, o Afide devastatore della Vite). 



La specie si presenta all'osservazione sotto quattro forme, 
che si succedono nell'ordine seguente: forma gallicola, fillofìla 
o delle foglie; forma radicicola ©devastatrice; alata sessupara; 
e forma sessuata. 

La forma gallicola è agama, attera, giallognola, ovata al- 
lungata allo stato giovane, adulta obovata, senza tubercoli 
dorsali evidenti, con occhi rossastri, l'ultimo articolo delle 
antenne prima fusiforme, nelle ultime generazioni tagliato a 
becco di flauto. Lunghezza del corpo mm. 1 1 / 4 , largh. mm. 1- 



— 369 — 

La forma devastatrice, che vive sulle radici, è più piccola 
della precedente, di color bruno terreo giallastro, distintamente 
tubercolata sul dorso, e col terzo articolo delle antenne costan- 
temente tagliato a becco di flauto. 



Fig. 198. — Femmina gallieola di Xerampelus vastator, molto ingrandita. 

La forma sessupara, alata (fig. 197 F) è ovato allungata, lunga 
quanto quella delle foglie, e di color giallo arancione col meso- 
torace nero e senza tubercoli sul capo e sul protorace. 

La forma sessuata, maschile e femminile, è ovale, gialla, 
le femmine quasi del doppio più grandi dei maschi, e gli uni 
come le altre assai più piccoli delle forme precedenti consi- 
derate. 

Il punto di partenza della biologia del Pidocchio della Vite 
è l'uovo fecondato, detto uovo d'inverno (fìg. 202 a, a') il quale 
appena deposto è giallo e poi verde olivastro, quasi cilindrico 
nel mezzo, pedicellato alla base, ed all'apice con un punto rosso 
bruno corrispondente al micropilo. Quest'uovo, affatto distinto 
da quello delle femmine agame, attere ed alate sopraindicate, 
(fìg. 197 B, C; 199 b, e; 202 6), è deposto alla fine dell'estate, 

24 



— 370 — 

o nell' autunno dalle femmine sessuate, per lo più sotto la 
scorza dei rami di due o tre anni; passa l'inverno, e nell'aprile, 
se non prima, dà nascimento ad una larva, la larva fonda- 
trice (fig. 202 e), che nelle viti americane punge la pagina su* 




Fig. 199. — Forma raticicola di Xerampelus vastator: a, femmina adulta. — b, e, uovo 
apppena deposto e al primo momento dello sviluppo. — d, larva che da esso 
proviene. 

periore delle tenere foglioline e provoca la formazione di una 
galla lenticolare, internamente liscia, all'esterno pelosa, e spor- 
gente nella pagina inferiore della foglia. La larva resta chiusa 
nella galla che essa forma, vi cresce succhiando, mentre la 
galla ingrossa, e senza bisogno di essere fecondata, depone un 
numero straordinario di uova gialle, ovali, senza pedicello e 
senza macchia bruno-rossastra, dalle quali nascono larve, che 
escono dalla fenditura che contemporaneamente o quasi si 
forma nella galla, dalla pagina superiore della foglia, e passano 
sulle foglie vicine, e sugli stessi viticci talvolta, a formare 



— 371 — 

nuove galle e quindi nuove colonie di pidocchi. Di questi, 
poi, mentre fino dalle prime generazioni, alcuni continuano 
a produrre galle, altri prendono la via delle radici, vi acqui- 
stano i caratteri indicati e formano le colonie radicicole. 

200 



201 





Fig. 200. — Maschio di X. vastator. — Fig. 201. 
egualmente ingranditi. 



Femmina sessuata, 



Nelle viti europee le galle delle foglie non si formano 
quasi mai, o quanto meno restano allo stato iniziale, secondo 
Valéry Mayet (1), e però la larva fondatrice uscita dall'uovo 
ibernante non trovando le foglie adatte per essa le abbandona 
e va senz' altro a stabilirsi sulle radici e a fondarvi le coloni^ 
sopraindicate. 

La forma radicicola del pidocchio si riproduce anch' essa 
per via agamica, e si ripete diverse volte nell'anno, dalla fine 
dell'inverno alla fine dell'autunno, provocando sulle produzioni 
tenere delle radici della pianta rigonfiamenti a gomito, a testa 
di uccello, a cornetti piegati e simili, che ricordano, ma che 
non si devono confondere con gli altri che sulle stesse radici 
fa l'Anguillula radicicola; mentre sui rami di uno a due anni 
si rinvengono nodi e rilievi più o meno lenticolari non meno 
caratteristici dei precedenti. 



— 372 — 

Verso la fine dell'estate, mentre è per finire la infezione! 
delle foglie, questa passa con gli ultimi residui sulle radici, fra 
le forme delle colonie radicicole compariscono le ninfe, che in 
pochi giorni, in seguito ad una muta, si provvedono delle ali, 




Fig. 202. — a, a', uovo fecondato prima e dopo della nascita della fondatrice, 
a confronto con quello delle femmine agame (6) — e, larva fondatrice molto ingrandita. 



e rappresentano la forma sessupara, che esce dal terreno e vola 
sulle viti vicine, quando a causa del vento e altre circostanze 
impreviste non la portino a morire, senza effetti, o a disseminare 
le sue uova in luoghi molto più lontani. Delle uova che de- 
pone la forma sessupara sulle viti, alcune sono più grosse e 
danno le femmine, ed altre sono più piccole e danno i maschi 
(fig. 197 B, G); gli individui dei due sessi si accoppiano, e 
la femmina fecondata poco dopo va a deporre l'uovo unico, 
descritto, sotto le scorze elei ceppo o nelle screpolature dei 
rami di due o tre anni indicati. Sono queste uova che passano 
l' inverno e danno la nuova fondatrice fillofila o rizofila, nella 
primavera seguente. 

Anche se queste uova si perdessero però e si perdessero an- 



- 373 — 

che i sessuati e gli alati dai quali successivamente le une e 
gli altri provengono, la infezione si riprodurrebbe egualmente 
sulle radici, nel nuovo anno, e continuerebbe per dato e fatto 
delle forme radicicole attere, che alla fine dell' estate non si 




Fig. 203. — A, foglia di vite con galle vista dal dorso — B, C, galle ingrandite 
e sezionate per mettere in vista il pidocchio. 



trasformarono in alate, e per le forme gallicole passate volta 
a volta ed in ultimo dalle foglie alle radici; pidocchi che ad 
un certo momento, per freddo, cessano di riprodursi e col nome 
di Fillossera ibernante, aspettano la primavera per riprendere 
le moltiplicazioni sospese. 

Da varie osservazioni fatte in Italia e fuori si è visto che 
il riposo invernale della Fillossera si riduce a 3 o 4 mesi nei 
climi più miti, come in Sicilia, e da 5 a 6 mesi dove il clima 
è più freddo, come nell'Italia settentrionale. Vi sono osserva- 
zioni del Cav. Franceschini di Milano, le quali dimostrano che 
nei luoghi molto caldi, l'insetto ha pure un certo riposo estivo. 
Le forme estivanti, indicate dal Franceschini, non le ho tro- 



— 374 — 

vate nei terreni argillosi e profondi dell' isola dell'Elba ; le ho 
trovate invece, d'agosto, nei terreni in posto, superficiali ed 
asciutti di Cerreto G-uidi, presso Empoli ; ma avevano il corpo 
pieno d'uova, ed erano rarissime in mezzo alle altre in pieno 
processo di moltiplicazione. 

e 




Fig. 204. — A, radice di leguminosa con tubercoli di batteroidi e di anguillula 
B, radice di vite con nodoli prodotti dal pidocchio — C, sezione di tubercolo col 
pidocchio visto di fianco. 

Il vero è però che, riposi invernali corti o lunghi, con 
senza riposi estivi, gli effetti ultimi della presenza dell'insetti 
sulla pianta sono gli stessi e sempre riassunti nella diminu 
zione successiva del prodotto, nell'intristimento dei rami, ad 
internodì sottili e corti; foglie poche e piccole; radici disfatte, 
e dopo tutto questo, la morte delle piante. 

La natura del terreno favorevole al rigoglio vegetativo 
della pianta può ritardare e ne ritarda notevolmente il depe 
rimento e la perdita, la qual cosa ha tratto molti in inganno, 
al segno, prima, di non credere più all'effetto funesto del pi- 
docchio sulla Vite, e poi di venire all'idea di una specie di 
pidocchio diversa da quella fin ora osservata. 



— 375 — 

Se questo può dirsi della resistenza delle viti nostrali, bene 
o male coltivate, rispetto al pidocchio, non si può dire altret- 
tanto, per ora, di alcune viti americane, le quali, messe in op- 
portune condizioni di vita, hanno mostrato di resistere lunga- 



Fig. 205. — Forma radicicola ibernante eli X. vastator, molto ingrandita. 

mente agli attacchi reiterati dell'insetto. Di queste viti, come 
la Riparia, la Rupestris, e qualche altra, ne ho ben viste in 
Sicilia, in Calabria, in Toscana e nella Liguria, e dovunque 
ho trovato che le varietà nostrali innestate sopra di esse ve- 
getano e producono in modo davvero confortante. Sicché è 
lecito concludere che l'uso delle viti americane indicate costi- 
tuisce un buon rimedio per mettere argine ai danni crescenti 
che ne vengono alle viti e alla economia nazionale. Solamente 
bisogna ricorrervi con molto accorgimento, scegliendo natura 
di terreno e di vitigni, modi d' innesto e cure di coltiva- 
zione, tali da evitare fallanze, che, nello stato presente di cose 
si risolverebbero in un vero disastro economico. La prudenza 
però non va scompagnata dalla sollecitudine, che è necessaria, 
ora più che mai, per rimediare al male di già fatto, e mettere 
al coperto dai danni le vigne estesissime non ancora infette, 
o, per lo meno, nelle quali ancora non si è messa in vista la 
infezione. E per questo bisogna, senza troppi preamboli, far 



— 376 — 

sorgere in ogni angolo d'Italia i vivai di viti americane, per 
ricostituire al più presto possibile le vigne delle zone infette / 
e distrutte, quelle più prossime alle minacciate, e le altre in / 
fine più lontane dal pericolo e dal bisogno di una prossima j 
difesa. L'impianto di questi vivai sia l'opera coscienziosa dei!; 
Direttori e degli Assistenti degli attuali Vivai governativi, coa-\3 
diuvati dai tecnici, dai periti agrimensori, e dai proprietari 
agricoltori. Qual' è la spesa? Quella che per il bene del paese 
ci occorre. Se gli Italiani del 1879 avessero ragionato a questo 
modo, la distruzione immediata di pochi ettari di vigna e la ri- 
costituzione loro avrebbe risparmiato centinaia di milioni di 1 
danni e sottratto non meno di tre o quattro milioni di abi- | 
tanti alla miseria e alla fame. È per ciò sperabile che non 
si aspetti la rovina completa degli altri nostri vigneti per 
decretare l' impianto su vasta scala dei vivai di viti americane. | 

Quanto poi agli altri mezzi di difesa, visto che la sommer- 
sione, dove può praticarsi, è di efficacia indiscutibile, non parmi 
che sia il caso di dar corpo alle solite ombre del danno al 
quale si presume che le viti vadano incontro con la sommer- 
sione, giacche non vi può essere danno peggiore di quello della 
morte delle piante. 

Il solfuro di carbonio, come insetticida, ha reso servigi 
inapprezzabili contro la Fillossera ; si deve ad esso se le nostre 
vigne non si trovano infestate da un capo all'altro della pe- I 
nisola, ed avrebbe salvato la posizione se, come ho detto, gli 
uomini del tempo avessero avuto più coscienza di sé per dire 
forte al Governo ciò che espressero a mezza voce, e se questo, 
stretto nelle spire della politica, avesse inteso una buona volta 
la importanza di un vero personale tecnico e la necessità di 
non lesinare nella spesa, per dirigere risolutamente e con mi- 
glior fortuna, la difesa contro l'insetto, agendo sia col me- 
todo distruttivo, sia col metodo curativo, notando che quest'ul- 
timo, sapientemente adottato, può essere ed è un vero mezzo 
distruttivo, ma per la Fillossera soltanto, non per la vite. Se 
questo si fosse compreso, si sarebbero evitate le spese inutili, 



— 377 — 

o quasi, di cento operazioni distruttive mal misurate, e però 
cento volte iniziate, ma non una volta condotte al termine vo- 
luto. Ed è così che la Fillossera, in tre comuni soltanto, su 
24 ettari di vigna, nel 1879, ha potuto invaderne 400 mila 
circa fin ora, e renderne tre quarti improdottivi ! Se il Ministro 
del tesoro arrivasse a darsi ragione dell'ammanco che l'insetto 
ha fatto e continua a fare nelle economie del paese, e tro- 
vasse iniqua la condizione fatta dalla insipienza del tempo al 
Ministero di Agricoltura, non sarebbe difficile di provvedere 
seriamente alla difesa sopraindicata. 

Intanto, siccome per la eccessiva ristrettezza del bilancio, 
il benemerito Ministero di Agricoltura non potrebbe far me- 
glio e di più, è necessario che gli agricoltori si riuniscano in 
consorzi per dar corpo alle associazioni agrarie di difesa; unire 
le loro forze a quelle del Governo e provvedere con esso: 

1.° alla maggiore diffusione possibile delle notizie rela- 
tive alla natura del pidocchio, al suo modo di vivere, di ri- 
prodursi e di diffondersi. 

2.° al modo di farne la ricerca sulle viti, di riconoscerlo, 
distinguerne le alterazioni da quelle dell' Anguillule sulle ra- 
dici, e di darne notizia immediata alle autorità competenti 
del luogo volta a volta designate. 

3.° ai diversi mezzi necessari per impedire che il pidoc- 
chio venga trasportato da una località all'altra, e soprattutto 
alla necessità di rinunziare all' acquisto ed all' uso di barba- 
telle, magliuoli, pali, patate, rizomi di giaggiolo, di asparagi, 
e radici di altre piante, che provengano da località ignote e 
non sicuramente immuni. 

4.° alla utilità del sistema distruttivo col solfuro di car- 
bonio, in alcune condizioni, e alla importanza di attenersi al 
sistema curativo in altre. 

5.° alla limitazione della coltivazione della vite nelle lo- 
calità più adatte per la quantità e la qualità del prodotto. 

6.° alle pratiche regionali della coltivazione della vite. 

7.° all' impianto dei vivai di viti americane resistenti più 



— 378 — 

adatte alla natura del terreno da ricostituire e alle cure ne- 
cessarie per procedere all'opera della ricostituzione indicata, 
lasciando per tutto la direzione, il consiglio e la guida agli 
specialisti meglio provati in materia, per formare del personale 
capace di continuare da se nell' opera iniziata ; ed insisto su 
questa raccomandazione, perchè, ancora oggi, nelle contrade 
più progredite del nostro paese si trovano vivai e vivai di] 
viti americane, le quali non sono più resistenti delle varietà 
nostrali agli attacchi della fillossera, e molte devono essere 
tagliate e bruciate, perchè colpite da roncet. 



Trib. MYZOXYLINAE. 

Grli afidi di questa tribù si distinguono da quelli della 
tribù precedente per avere le ali anteriori con quattro vene 
oblique, delle quali la terza è indivisa, o una volta forcuta. 

G-en. Pentaphis Horvàth. 

Mizozilini con antenne di cinque articoli il terzo dei quali 
più lungo; terza vena obliqua delle ali anteriori indivisa; ali 
posteriori con due vene oblique; tarsi terminati con un'unghia 
bifida. 

Pentaphis trivialis Pass. 

{Afide radicicolo del Grano, dell'Avena, e delle graminacee spontanee dei prati.) 

La femmina radicicola attera, agama è gialla, globosa, 
opaca, quasi glabra, lunga mm. 1.65, larga, 1.25. Ha testa pic- 
cola tre volte più larga che lunga, antenne appena più lun- 
ghe delle tibie posteriori, occhi neri distinti, rostro arrivante 
sul margine posteriore del torace, zampe con tarsi setolosi, 
e codicola verruciforme con corta peluria biancastra. 



— 379 — 

La femmina agama alata è nera, ovato-allungata, col mar- 
gine frontale ed il disopra del capo inciso per lungo, e l' ad- 
dome con riflessi verdognoli fra le giunture degli anelli. 

I maschi e le femmine sessuate sono senza rostro, e molto 
più piccoli degli agami. 



206 



207 




Fig. 206. Femmina alata di P. trivialis. — Fig. 207. Femmina attera, molto ingrandita. 

Le femmine attere agame, con i figli che ne derivano, sta- 
zionano sulle radici delle graminacee spontanee, che si trovano 
nei campi e nei prati nei varii mesi dell'anno. Da queste piante 
nell'autunno passano con gli alati che da esse provengono 
sulle piante dei seminati, ne occupano le radici e vi si mol- 
tiplicano enormemente. Le piante del grano colpite, già sulla 
fine di aprile e ai primi di maggio mostrano d'intristire, la- 
sciate a se stesse difficilmente fruttificano, e se i frutti si for- 
mano non arrivano quasi mai a maturare completamente. 

In qualunque modo al momento della mietitura mano a 
mano che il disseccamento dalle spiche si estende ai culmi e 
alle radici, dalle forme attere del pidocchio vengono fuori le 
alate, e la infezione si trasferisce di nuovo sulle piante spon- 
tanee dalle quali è venuta. 

I pidocchi raclicicoli nell'inverno si trovano costantemente 
ricoverati nei formicai, dai quali escono nella bella stagione 
per diffondere la infezione all'intorno. 



— 380 — 

E però che nella difesa contro questo pidocchio (che ogni 
tanto molesta notevolmente i seminati in Italia) bisogna di- 
struggere i formicai, con l'uso del solfuro di carbonio, per 
impedire che da essi passi sulle erbe dei prati e dei campi. 

Dove poi l'insetto è già passato sul grano, e la infezione è 
incipiente, l'estirpamento dei cespi infetti, per non farlo diffon- 
dere, può essere utilmente raccomandato. Se la diffusione è 
già avvenuta, il partito migliore è di sarchiare e sommini- 
strare alle piante concimi di pronta assimilazione, per avvan- 
taggiarne lo sviluppo e metterle in condizione di produrre 
non ostante la presenza dell'insetto. 

Fatta la mietitura, per quanto è possibile anticipata, bi- 
sogna scarificare prontamente il terreno infetto, incendiarne 
le stoppie, e distruggere più tardi con insistenza ed energia le 
gramigne e le altre graminacee spontanee sulle radici delle 
quali la specie vive nell'estate e durante l'inverno. 



Pentaphis marginata Koch. 

(Afide radicìcolo flavo-ocraceo del grano) 




Fig. 208. — Femmina attera di P. marginata, ingrandita. 



— 381 — 

Le radici del grano possono essere minacciate anche da 
questa specie, distinta dalla precedente per avere le femmine 
attere di color flavo-ocraceo col rostro non arrivante con l' apice 
alle zampe posteriori, i piedi glabri, e gli anelli posteriori del- 
l'addome striati di nero sul dorso. 

Le femmine alate sono brunastre col terzo articolo delle 
antenne fornito di una grande verruca ellittica, e le ali ante- 
riori con la prima e la seconda vena obliqua disgiunte. 

Per combatterla si veda quanto è stato consigliato contro 
la Pentaphis trivialis. 

Gren. Rh.izofoi.US Burmeister. 

Gli Afidi di questo genere hanno le antenne di cinque ar- 
ticoli dei quali i primi quattro sono quasi della stessa lun- 
ghezza, l'addome è senza sifoni e senza codicola, e le zampe 
hanno il secondo articolo dei tarsi terminato in un' unghia 
semplice. 

RhizoMus Soiichi Passerini. 

(Afide radicicolo del Radicchio e della Fragola). 

Di questa specie si conosce la femmina attera soltanto, che 
è biancastra, polverulenta per sostanza cerosa sparsa sul corpo; 
le sue antenne sono pelose ed i piedi cortissimi hanno l'un- 
ghia tarsale poco incurvata. 

Oltre che sulle radici del Radicchio (Cic/wrium intybus) 
l'insetto si trova sulla Fragola (Fragaria vesca), sul Sonco 
{Sonchus oleraceus), sull' Achillea millefolium e sul Galeopsìdus 
ladanus, sulle quali tre ultime piante si conserva quando ven- 
gono a fine le coltivazioni del Radicchio. 

La infezione sul Radicchio si può prevenire distruggendo 
le piante spontanee sopraindicate, che si trovano lungo i fossi 
e nei viottoli dell'orto e del campo, e si può reprimere con 
l'uso dei solfocarbonati, con della cenere petroliata, o con 



— 382 — 

della segatura imbevuta di catrame, situata fra le radici delle 
piante. 

Gen. Tetraneura, Hartìg. 

Antenne di sei articoli; ali anteriori con la terza vena 
obliqua semplice, indivisa ; ali posteriori con una, o due vene 
oblique discoste; tarsi con unghie bifide. 



! 



Tetraneura Ulmi. 

(Pidocchio delle galle pisi/ormi delle foglie dell'olmo, e delle radiche della Saggina, del 
Granturco, e di altre graminacee spontanee e coltivate). 



La femmina vivipara attera, racchiusa nelle galle delle fo- 
glie dell'Olmo, ha il corpo sferoidale, di colore verdastro. 




Fig. 209. — Ramo fogliato di Olmo con le galle della Tetraneura Ulmi. 

La femmina vivipara alata con la quale i discendenti di 
quella ne escono, ha ir corpo ovato allungato con capo e to- 
race neri, addome bruno, a riflessi leggermente verdognoli, 
giallastro alla estremità; le antenne col terzo articolo della 
lunghezza del quinto ed il sesto della lunghezza del quarto. 

La femmina vivente sulle radiche del Granturco e della 
Saggina, ha il corpo ovato-globoso, di color giallo arancio o 



— 383 — 

quasi, con antenne corte di cinque articoli, il quarto dei quali 
è più lungo di tutti. 

Le forme sessuate sono senza rostro. 




Fig. 210. Femmina radioieola attera. — Fig. 211. Femmina alata, molto ingrandite. 



Dall'uovo d'inverno, che le femmine di queste depongono 
nelle screpolature dei rami e del fusto dei Loppi, ai primi di 
aprile nasce la larva verdognola, che punge le foglie giovanis- 
sime e vi provoca la formazione di una piccola galla nella 
quale essa stessa resta chiusa. In ciascuna di queste galle le 
larve divenute adulte depongono un gran numero di figli vivi, 
che crescono anch'essi e danno larve che. si provvedono di 
ali, escono dalle galle, e vanno a deporre i figli vivi alla base 
delle piante di Avena, Orzo, e, più specialmente, del Granturco 
e della Saggina. Dallo stelo i piccoli pidocchi scendono sulle 
radici, succhiano, crescono e si moltiplicano quattro a cinque 
volte di seguito ricoprendole interamente. Verso la fine del- 
l' estate e nell' autunno, dalle forme senz'ali vengono fuori le 
forme alate, che escono dal terreno, salgono sulle piante nutrici 
e volano sugli Olmi, per deporvi le forme sessuate, che si ac- 
coppiano e vi affidano l'uovo d'inverno, dal quale nasce la 



— 384 — 

larva delle galle nella primavera seguente. Da queste galle 
escono successivamente gli alati che portano la infezione sulle 
piante spontanee e coltivate surricordate. 

La specie è comunissima da noi e danneggia spesso gra- 
vemente le piante del Granturco e della Saggina, che restano 
nane ed improduttive, quando non avvizziscono e muoiono. 

Per difendere queste due cereali dagli attacchi della Te-\ 
traneura il partito migliore è quello di asportare le galle del- 
l' Olmo prima che ne escano gli alati nella primavera. 

Trascorso questo momento bisogna ricorrere all'uso relati- 
vamente troppo costoso dei solfocarbonati alcalini, o alle con- 
cimazioni delle piante con sostanze di pronta assimilazione, 
perchè si riforniscano continuamente di nuove radici e pos- 
sano produrre malgrado la presenza dell'insetto. 

La estirpazione delle piante infette, quando sono poche si 
raccomanda da sé, come è naturale il divieto del passaggio 
degli animali e della terra per gli appezzamenti infetti su 
quelli circostanti, per non diffondere la malattia all'intorno. 



Tetraneura Phaseoli (Passerini) Del Guercio. 

(Pidocchio radicicolo del Fagiolo). 

La femmina radicicola attera di questo pidocchio è bian- 
castra, opaca, al microscopio pubescente. Ha il secondo arti- 
colo delle antenne cilindrico, subeguale al terzo, il quarto 
cortissimo poco più lungo del primo, e l'ultimo articolo cla- 
vato più lungo di tutti. 

La femmina alata è giallo ocracea col capo ed il torace 
tendenti al nerastro, il secondo articolo delle antenne ingros- 
sato all'apice, ed il terzo eguale al sesto. 

La specie si trova nell'estate in gran numero sulle radici 
ed al colletto delle piante dei fagioli, dai quali nell'autunno 
con le femmine alate passa sulle Amarantha, sulle Euphorbia 



— 385 — 

e sulle specie del genere Brassica, dalle quali ritorna più tardi 
sui fagioli sopraindicati. 




Fig. 212. — Femmina radicicola attera di T. Phaseoli, molto ingrandita. 

Le piante dei fagiuoli attaccate dall' insetto, quando questo 
è in numero straordinario, soffrono sensibilmente e deperiscono 
prima di dare il frutto, o danno questo in misura scarsa e 
scadente. 




Fig. 213. — Femmina radicicola alata di T. Phaseoli, molto ingrandita. 



' — 386 — 

Per evitare che ciò accada bisogna aver cura di sradicare 
e stratificare con calce viva le radici dei cavoli raccolti, di- 1 
struggere egualmente le Euforbie, per impedire che il pidoc- 
chio passi da esse sui fagiuoli, Ove poi la infezione vi fosse già 
passata, si avrà cura di spargere fra le radici delle piante 
della terra imbevuta di olio di catrame, o della cenere condita 
coll'l °| della stessa sostanza per soffocare quanto più è pos- 
sibile i pidocchi ed aiutare le piante a fornirsi di nuovo si- 
stema radicale per resistere all' insetto e fruttificare. 



Pemphigus lactucarius Passerini. 

(Pidocchio lanoso delle radiche della Lattuga e di altre 'piante). 

Femmina vivipara attera ovata, convessa, polverulenta e 
lanuginosa, specialmente dalla parte posteriore dell'addome. 




Fig. 214. Femmina alata di P. lactucarius. — Fig. 215. Femmina attera, ingrandita, 
liberata dalla sostanza cerosa. 



Liberata della polvere e della sostanza fioccosa bianco- cerulea, 
si presenta di color pallido, con antenne corte, di cinque ari 
ticoli, infoscate all'apice. Il secondo articolo è quasi cilindrico, 
della lunghezza del terzo, e l'ultimo clavato con piccola ap^ 
pendice obliqua, acuta, e molto più lungo del precedente. 
Occhi neri piccoli. Eostro dalla metà all'apice infoscato, e con 
questo arrivante alla base dei piedi posteriori. Addome mar- 



— 387 — 

: ginato con impressioni puntiformi di sopra, e di color fosco 
disotto. Piedi infoscati specialmente nei tarsi, e codicola ver- 
ruciforme arrotondata. Lungh. mm. 2, largh. mm. 1,15. 

La femmina vivipara alata è di forma ellittica-allungata, 
anch'essa polverulenta, col capo, le antenne ed il torace ne- 
rastro. Le antenne sono corte col terzo articolo subeguale al 
sesto, che è più lungo di ciascuno dei due precedenti, i quali 
sono eguali fra loro. Occhi neri. Rostro non arrivante ai piedi 
medi. Addome verdognolo, alla estremità posteriore nerastro e 
lanuginoso. Ali ialine, lutee alla base, con le vene sottili, pal- 
lide, ed il margine posteriore dello stimma bruno. 

Le ninfe sono, al pari delle larve, molto provviste di ma- 
teria polverulenta e lanuginosa, la quale forma una specie di 
pennello bianco all'estremo margine dell'addome. 

I maschi sono molto allungati e senz'ali, secondo il Buckton. 
Le femmine ovipare sono tutt'ora sconosciute. 

Quest'afide vive sulle radici della Lactuca sativa, della L. 
virosa, della L. saligna, del Sonchus oleraceus, del Sonchus 
asper, del Melilothus macrorhyza, sulVAnthemis tinctoria, sul 
Cheiranthus cheiri, e sul Chenopodium album, dalla prima- 
vera all'autunno. Nell'autunno e nell' inverno l' ho trovato 
numeroso sulle radiche dell' Erba medica (Medicago sativa) 
nei vasti prati del Ferrarese, ed altrove, dalle quali più tardi 
si porta con gli alati sulle piante di Lattuga, le quali sotto 
gli attacchi del pidocchio intristiscono visibilmente e muoiono. 

Per difendersi da questa infezione negli orti sarà bene ri- 
correre all'uso dei solfocarbonati in polvere, o in soluzione, 
alle acque ammoniacali del gas diluite così da molestare i 
pidocchi senza nuocere alla vita delle piante, e all'uso della 
terra o della cenere incatramata, quando non si voglia proce- 
dere alla lavorazione profonda del terreno e alla distruzione 
della parte sotterranea delle piante infette. 

Questo va fatto anche allo scopo di impedire all' insetto 
di prendere il volo di ottobre, e ricoverarsi sulle leguminose, 
per ritornare nuovamente sull' insalata, nella primavera. 



388 



Gen. Schizoneura Hartig. 



Antenne di sèi articoli, il terzo più lungo di tutti; le ali 
anteriori con la terza vena obliqua una volta forcuta; le ali 
posteriori con due vene oblique. Generazioni alate due; gene- 
razioni sessuate con rostro. 



Schizoneura Corni Fab. 

(Schizoneura o Afide radicicolo nero fasciato del Grano). 

La femmina radicicola della specie è lunga mm. 2.3, larga 
mm. 1.33, ed ovato convessa, giallo ocraceo brunastra, di sopra, 







Fig. 216. — Femmina alata di Schizoneura Corni Fab. 



ma meno colorita nel mezzo; di sotto gialla nel mezzo, e rico- 
perta di un velo leggierissimo di materia cerosa. Ha il capo 
tendente al brunastro; le antenne pallide, pelose, col terzo ar- 
ticolo doppio di ciascuno dei seguenti, che sono eguali fra 
loro ; la punta del rostro arriva alla metà del secondo anello 
dell'addome. Addome con tre fasce nere vellutate dalla parte 
posteriore del dorso. 



— 389 — 

La femmina alata ha l'addome di color rosa-pallida con 
due strie anteriori trasversali, verdastre, una grande macchia 
discoidale olivastra, e tre fasce nere dietro le aperture dei 
sifoni, come nella femmina attera. 




Fig. 217. — Femmina attera di Schizoneura Corni Fab. 

La specie è molto comune da noi ed ogni tanto fa torto 
alle piante del grano nei seminati. Nel Veneto, d'onde l'ebbi 
la prima volta vi impedì l'allegamento e la normale matura- 
zione dei frutti. 

Al pari della Pentaphis, anche la Schizoneura al momento 
della mietitura, con forme attere ed alate, lascia le radici del 
grano e si ritira sulle graminacee spontanee, quali la Setaria 
viridis, la Setaria glauca, la Setaria italica, il Panicum, VEra- 
grostis, e simili; vi resta l'estate e l'autunno e ricomparisce 
numerosa sul grano nei mesi di marzo, aprile, maggio e 
giugno della primavera seguente. • 

Per combatterla bisogna mettere in uso gli stessi mezzi 
indicati contro la Pentaphis sopraindicata. 

Gen. Myzoxylus, Blot, Horwàth. 

Si differisce dal genere Schizoneura per avere una sola 
generazione alata nell'anno, e le forme sessuate senza rostro. 



390 — 



II. — Myzoxylus laniger Hausm. 

(Schìzoneura, Mizozilo o Afide lanigero del Melo). 

La femmina attera è bruno rossastra, ricoperta di una so- 
stanza fioccosa, cerosa, bianca, a riflessi bluastri, ed è fornita 
di antenne e rostro di color giallo pallido, ed addome carenato 
<5on anelli distinti, sprovvisto di sifoni. 

218 



219 





Fig. 218. Femmina attera del Myzoxylus laniger. — Fig. 219. Femmina alata ingrandita. 

La femmina alata è del colore degli atteri, col capo ed il 
torace nero lucenti e le antenne al pari delle zampe di color 
bruno nerastro. 

La specie vive a danno delle radici, del fusto e dei diversi 
rami del Melo, sui quali si diffonde prodigiosamente dalla pri- 
mavera all' autunno. Neil' autunno fra le femmine vivipare 
attere compariscono gli alati, che prendono il volo e vanno a 
deporre le forme sessuate, che si accoppiano sotto le foglie, 
i maschi muoiono e le femmine vanno a sgravarsi dell' uovo 
d' inverno sulla scorza dei rami e del fusto. 

Siccome poi non tutte le forme attere si trasformano i 
alati per dare i sessuati nel tempo indicato, così molte di 
esse passano 1' inverno, e la infezione per tanto continuerà nel 



— 391 — 

nuovo anno per esse e per le larve che nascono dalle uova 
ibernanti indicate. 

Dove la infezione attacca anche le radici delle piante, essa 
passa successivamente da quelle al fusto nella primavera e 
nell'estate, e fa via contraria nell'autunno. 




Fig. 220. — Ramo di melo deformato dal pidocchio sanguigno. 

Le piante di Melo colpite da questo pidocchio si mostrano 
qua e là ricoperte dai mucchi dell'insetto messi in vista dalla 
grande quantità di materia cerosa, che li ricopre. Un altro 
indizio non meno certo della infezione, sulle radici egualmente 
e sui fusti, è la presenza numerosa di rilievi, escrescenze o 
tubercoli, i quali si fendono in vario senso e ricettano la mag- 
gior parte della infezione. 

I meli infetti prima si mostrano più lussureggianti del so- 
lito, poi cominciano a non portare fiori, né frutti, ed in fine dis- 
seccano e muoiono: i primi a morire sono quelli allevati a 
cordoni e nani; poi quelli a forma naturale. 

La difesa contro 1' afide lanigero è laboriosa e lunga, ma, 
dove non facciano difetto la buona direzione ed i lavori op- 
portuni, non verranno meno gli effetti desiderati. Anzitutto, 
1' accurato coltivatore di meli deve evitare l' introduzione del- 
l' insetto *nel pomario, ciò che si ottiene facendo gli impianti 
necessari con piante immuni, o disinfettandole accuratamente 



— 392 — 

prima di farle arrivare nel pomario. Per disinfettarle si im-j 
mergono in una vasca con una soluzione di solfocarbonato di; 
calce e soda, al 10 °| circa, e vi si lasciano per una ventina 
di minuti, e nella soluzione stessa si liberano le radici dalla 
terra, se ve ne fosse il bisogno (1). Poi si lasciano asciugare e 
si portano a dimora. 

Una volta poi che la infezione è pervenuta sulle piante 
non bisogna perdere tempo : sfoltire più che è possibile la 
chioma, bruciare quella asportata, e attaccare la parte re- 
stante e il fusto, con i liquidi insetticidi. 

Fra questi quello più economico si compone di 

Olio pesante di catrame litri 10 (2) 

Soda kg. 5 

Acqua litri 90 

e si adopra con pennelli e spazzole intrise nel liquido. 

In mancanza di olio pesante di catrame si può far uso di 
una eguale quantità di morchia d'olio. 

Questo nell' inverno. Nella primavera e nell' estate si può 
ricorrere all'uso delle emulsioni o soluzioni saponose fatte con 

Sapone kg. 3 

Solfuro di carbonio litri 1 a 2. 

La infezione sulle radici si combatte con 1' uso dei solfo- 
carbonati sciolti in tali proporzioni, da non nuocere alla pianta 
e fare il maggior danno possibile all'insetto. La quantità di 
solfuro di carbonio da iniettare con tali soluzioni è di cm. 3 20 
a 25 per mq. di terreno. 

Le piante vecchie o in via di grave deperimento è bene 
distruggerle e sostituirle con altre congeneri. Dove si voles- 
sero conservare ad ogni costo, consiglio di spennellarle con 



(1) In mancanza del Solfocarbonato indicato e di altri si faccia uso delle emul- 
sioni saponose di solfuro di carbonio al 10 °| , o di quelle di petrolio, che non si 
preferiscono alle precedenti perchè più costose. 

(2) Può bastare anche una minore quantità di olio di catrame, ma si preferisce 
quella indicata perchè con essa muoiono anche le cocciniglie ed i licheni che inva- 
dono la pianta. 






— 393 — 

una soluzione, a parti eguali, di solfuro di carbonio, o di ca- 
trame, morchia d'olio, soda ed acqua. 

Trib. APHIDINAE. 

Questa tribù si compone di Afidi con sei articoli nelle 
antenne raramente di cinque, impiantate direttamente sulla 
fronte o sopra dei tubercoli frontali, ed in ogni modo coli' ul- 
timo articolo terminato in una punta più corta, eguale, o più 
lunga di esso; ali verticali, le anteriori con la terza vena obli- 
qua due volte forcuta, raramente con una sola forca; zampe 
lunghe e robuste, nettarli e codicola variamente sviluppati. 

Gen. Trama Heyclen. 

Antenne di sei articoli con l'appendice del sesto appena 
più corta di questo, rostro lungo, ali anteriori con la vena cu- 
bitale due volte forcuta, piedi posteriori con i tarsi tre volte 
più lunghi dei precedenti. 

Traina radicis Kaltembach. 

(Trama dei Fagioli, della Lattuga e del Radicchio}. 

A differenza della Tetraneura a suo luogo indicata la fem- 
mina radicicola di quest'afide è ovato ellittico allungata e di 
color castagno chiaro più intenso successivamente nel capo, 
nel torace, nelle zampe e verso la estremità dell'addome, col 
sesto articolo delle antenne per 1 j 5 più lungo del quarto e 
di */ 4 più corto del quinto, ed i sifoni tubercoliformi. 

La femmina vivipara alata ha il capo, le antenne, il torace 
e le zampe di color nero, ed in queste i tarsi del terzo paio 
hanno il carattere notato per le femmine attere. 

Dal Eanunculus velutinus, sul quale passa l' inverno, in 
mezzo alle formiche, la specie si trasporta di primavera, sulle 



— 394 — 

radici dei Fagioli, dell' Artemisia vulgaris, della Crepis bien- 
nis, ecc. che nei casi di grave infezione, appassiscono, secondo 
Boisduval, e muoiono. 




Fig. 221. — Femmina vivipara attera di Trama radicis, molto ingrandita; 
ta, tarso ; n, sifone. 



La distruzione delle piante spontanee nutrici dell'insetto e 
dei formicai (questi con qualche goccia di solfuro di carbonio) 
è necessaria per limitare i danni sulle piante coltivate, per la 
difesa diretta delle quali per altro si opera come ho detto con- 
tro la Tetraneura. 



Gen. Callipterus Koch. 

Antenne subeguali alla lunghezza del corpo, di sei articoli, 
col sesto più lungo della sua appendice od eguale; rostro non 
arrivante alla base dei piedi medi; quarta vena obliqua arcuata 
e stigma trapezoidale; addome con sifoni tubercoliformi. 



395 



Callipterus Juglaiidis Frich. 

(Afide giallo macchiato del Noce) 

Questa specie ha le femmine attere gialle col capo dello 
stesso colore macchiato di brano, il torace e l'addome percorsi 
da quattro linee di macchie di cui quelle marginali orbicolori, 
e quelle mediane, dal metonoto al quinto addominale, tra- 
sverse, sul quinto all'ottavo unite insieme così da formare una 
stria sola. Zampe posteriori dalla metà dei femori ai tarsi brune. 




Fig. -222. — A, Femmina attera di Callipterus Juglandis, ingrandita. B, Femmina alata. 

La femmina alata è del colore della precedente. È provvista 
di antenne che dall'apice del terzo articolo in poi sono annu- 
iate di bruno, di ali anteriori con la estremità delle vene lar- 
gamente marginata di nero, mentre l'addome è presso a poco 
come nelle femmine attere, e le zampe gialle hanno l'apice dei 
femori bruno nell'ultimo paio. 

La specie con forme attere ed alate si trova nella pagina 
superiore delle foglie del Noce dalla primavera all' autunno. 
Verso la fine di questa stagione i sessuati lasciano le foglie e 
vanno a deporre le uova alla base delle gemme dei giovani 



— 396 — 

rami. Passa così l'inverno e alla nuova primavera con lo spie- 
gamento delle foglie nascono dalle uova le larve fondatrici, che 
si recano su quelle, vi crescono e vi formano le nuove fami- 
glie dei pidocchi descritti. 

La infezione non è stata in vista fin qui per i danni sulle 
piante; ma si capisce che estendendosi oltre l'ordinario potrebbe 
arrecare danni non indifferenti. 

Per combatterla si può ricorrere all'uso delle soluzioni sa- 
ponose al 2 °/ . 

Gen. Pterochlorus Rondami. 

Le specie di questo genere hanno lo stimma quasi trape- 
zoidale e la vena stimmale o quarta vena obliqua, incurvata, 
ed il rostro arrivante almeno alle zampe posteriori, ma non 
oltrepassante la stremità dell'addome. 

Pterochlorus longipes Dufour. 

(Lacno del Castagno e della Quercia). 

La femmina attera è di color nero grigiastro con una grande 
macchia trapezoidale o quadrata presso i sifoni. 

Le forme alate presentano le ali anteriori, come nei maschi, 
con una fascia basale, una mediana ed una lunula intorno allo 
stigma, diafane, mentre le antenne ed i piedi sono nerastri 
nella base dei femori più scoloriti. 

La specie vive sulla Quercia, sul Cerro e sul Castagno, sui 
rami del quale si trova spesso in numero straordinario, con 
diminuzione notevole del raccolto, giacché i frutti restano stenti 
e mal ricompensano per qualità, quantità e peso. 

Quanto ai mezzi adatti per evitare cosiffatto inconveniente, 
tenuto conto che l'insetto ricopre i rami più lisci e rigogliosi 
delle sue uova, nell'autunno, e che con queste passa l'inverno, 
bisogna raccogliere di novembre i rami infetti e bruciarli. 

Dove le piante sono ancora tali da potervi facilmente salire 



— 397 — 

con le scale per arrivare ai rami infetti, questi si possono li- 
berare, senza asportarli, passando sopra di essi uno straccio di 
tela ruvida o una mano inguantata, per schiacciare le uova ed 
impedire così che la infezione si ripeta l'anno seguente. 




Fig. 223. — Femmina vivipara di Pterochlorus longipes, ingrandita. 

Perchè infine l'insetto non passi di estate dai quercioli al 
castagno bisogna ripetere su quelli la difesa indicata per 
questi. 

Glen. Sipha Passerini. 

Antenne di cinque articoli, l'ultimo terminato da un'appen- 
dice allungata; sifoni emisferici; codicola semilunare o nulla. 



Siplui maydis Passerini. 

(Pidocchio delle foglie del Granturco, della Saggina, del Farro e dell'Avena). 

Questo pidocchio ha il corpo di forma ovato convessa. E 
di color fosco nitido, con peli bianchi di sopra, mentre di 
sotto è liscio e di color fosco rubiginoso. 



— 398 — 

Le antenne sono giallognole all'apice, fosche alla base; le 
zampe sono gialle con i tarsi bruni; i sifoni sono del colore 
dei tarsi e la codicola quasi nulla. 




Fig. 224. — Femmina vivipara attera di Sipha maydis, ingrandita. 

La femmina alata è nero lucente di sopra, e fosca di sotto, 
con zampe ed antenne giallo infoscate e la venatura delle ali 
bianco pallida. 

La specie si trova nella primavera al colletto delle piante, 
alla base dello stelo e sulle foglie successivamente del Loglio 
(Lolium perenne) e simili, vi si moltiplica, e con gli alati passa 
nella pagina inferiore delle foglie e sulle guaine foliari del 
Farro (Triticum spelta), dell'Avena {Avena sativa), e nel mese 
di giugno da queste va sulle altre del Granturco (Zea mays) e 
della Saggina (Sorglium saccharatum) e vi resta per tutta 
l'estate. Coll'approssimarsi dell'autunno e della raccolta delle 
spighe o delle piante, il pidocchio prende il volo e va a deporre 
altri figli vivi sulle piante delle graminacee vernine. Quivi i 
sessuati dovrebbero deporre le uova, dalle quali poi verrebbero 



— 399 — 

quelle colonie di pidocchi, gli alati dei quali diffondono la in- 
fezione nella primavera. 

Le foglie delle piante infette in seguito agli attacchi del- 
l'insetto arrossano, si colorano di ruggine nelle zone diretta- 
mente interessate e disseccano. Se il numero delle foglie in- 
fette è limitato, le piante non soffrono sensibilmente della pre- 
senza del pidocchio; nel caso contrario, nel forte dell'estate le 
piante si estenuano, il terreno sottostante si ricopre delle se- 
crezioni e delle spoglie dell'insetto, ed esse intristiscono fino 
a morire. 

Per combattere questo insetto si fa uso delle soluzioni sa- 
ponose, o di catrame alcalinizzato, alla dose del 2 al 2 \ °/ , 
e si aspergono sulle foglie delle piante infette. Riescono utili 
a questo scopo le note pompe a carretto con lunghi tubi di 
gomma terminati da una canna con polverizzatore, perchè, la- 
sciandole sulle prode, l'operaio possa cacciarsi col tubo fra i 
filari delle piante e difenderle. 

Gen. JVTyzocallis Pass. 

La femmina vivipara attera e la ninfa in questo genere 
hanno il dorso costantemente peloso o setoloso e l'addome con 
sifoni brevissimi. 



Myzocallis Coryli Passerini. 

(Pidocchio giallognolo del Nocciuoloj. 

La femmina attera è giallo chiara con lunghe antenne, nelle 
quali l'apice del quarto, del quinto e del sesto articolo è scuro. 

La femmina alata ha il dorso senza tubercoli e questo ba- 
sta per distinguerla dalle specie congeneri della Quercia, che 
hanno l'addome tubercolato nella femmina alata. 

Gli atteri di questo Myzocallis si rinvengono molto per 
tempo, nella primavera, nella pagina inferiore delle foglie, 
sulle quali più tardi si trovano anche le forme alate e tutte 



— 400 — 

vi si moltiplicano continuamente fino all'autunno inoltrato. 
Allora fra le forme agame si mostrano quelle sessuate e queste 
lasciano le foglie e vanno a deporre le uova alla base delle 
gemme e con esse la specie si sostiene durante l'inverno e si 
ripete nella primavera seguente. 




Fig. 225. — Femmina alata di Myzocallis Qoryli, molto ingrandita. 



Questo pidocchio è stato poco molesto fin qui. L'anno de- 
corso soltanto mi è parso che per il suo numero debba avere 
avuto la sua parte nei danni cagionati da altri insetti nel- 
l'Avellinese. In ogni modo per combatterlo basterà bagnare la 
pagina inferiori delle foglie infette con soluzioni di sapone 
al 2 °L 



Gren. A.pllÌS Linné. 

Antenne di sei articoli inserite quasi sempre direttamente 
sulla fronte, col primo articolo subeguale al secondo, i'ultimo 
articolo terminato da un'appendice più o meno allungata; si- 
foni cilindrici e codicola più o meno distinti. 



401 — 



Aphis Brassicae Linné. 

(Afide verde farinoso del Cavolo, dei Cavolfiori, delle Rape e simili). 

L'afide farinoso dei cavoli ha la femmina attera ovata, con 
antenne brune eguali alla metà della lunghezza del corpo, col 
terzo articolo giallo-verdastro; occhi e zampe bruni; due serie 
longitudinali di lineette trasversali nere sul dorso; i sifoni bruni 
alquanto vescicolosi e più lunghi della codicola, che è di co- 
lore nerastro. 




Fig. 226. — A, Femmina attera. — lì. Femmina alata dell' Aphis Brassicae 
entrambe ingrandite. 

Le femmine alate hanno il capo verde-brunastro; le ali con 
lo stimma e le nervature bruni ed il dorso del torace nero. 
Nel rimanente sono farinose come la femmina attera e le larve 
dalle quali provengono e alle quali danno luogo. 

La specie vive a torme innumerevoli sulle piante del Ca- 
volo, sulle Rape, sui Rafani, sulla Senapa, sulla Capsella, e so- 
pra diverse altre piante spontanee, dalle quali passa sulle altre 
coltivate. Sulle une e sulle altre, non dà le forme sessuate che 
nel mese di dicembre, quando quelle si accoppiano e depon- 
gono l'uovo d'inverno, che riproduce la infezione nella prima- 
vera seguente. Siccome in quel tempo, non tutti gli afidi hanno 
raggiunto l'accrescimento voluto, molti passano anch'essi l'in- 



— 402 — 

verno e concorrono con l'uovo fecondato ad assicurare la con- 
servazione della specie. 

Per combatterla non vi è di meglio delle solite soluzioni 
di sapone molle dal 2 al 2 l \ 2 °/ . Sono efficaci, alla stessa dose, 
anche le note soluzioni di catrame alcalinizzato; ma queste, 
come tutti i liquidi catramosi e gli altri a base di persolfuri 
e solfe-carbonati, lasciano un sapore disgustoso sulle parti ba- 
gnate, e però non si possono adoprare sui Cavoli, senza la- 
varli successivamente con acqua; ciò che importa una doppia 
spesa di mano d' opera, alla quale non si va incontro con V uso 
del sapone solo. 



Aphis Papaveris Fabricius. 

(Pidocchio od Afide delle Fave, dei Fagioli, dei Papaveri 
e dj. altre piante spontanee e coltivate). 

La femmina vivipara attera di questo pidocchio è di color 
nero opaco. Ha le antenne brune più corte del corpo, col terzo 
articolo, la base del quarto e del quinto, pallidi; gli occhi bruni; 
il primo articolo del rostro pallido; le zampe pallide con ìm 
estremità dei femori, delle tibie ed i tarsi, bruni, come i sifoni, 
che sono corti, e la codicola che è ottusa. 

La femmina vivipara alata è ovato allungata e bruna, coni 
l'addome olivastro; le ali anteriori hanno lo stimma e la terza 
vena obliqua di color verde-pallido, e la seconda inforcatura 
piccola, quasi ad egual distanza fra la prima ed il margine. 

Questo pidocchio si trova dalla primavera all'autunno so- 
pra un grandissimo numero di piante ; ma non si sa poi dove 
vada a deporre le uova fecondate. Si sa invece che non passa, 
anno o quasi che non faccia intristire le fave, i fagioli e le 
barbabietole, ricoprendone i teneri steli, le foglie, i fiori ed 
i frutti. 

Per averne ragione si faccia quanto si è detto contro l'Afide 
dei Cavoli, operando d'aprile, al primo apparire della infezione, 
e con sapone di buona qualità, non sofisticato. 



— 403 — 

Passerini raccomanda l'uso della cimatura delle piante nella 
difesa delle fave; ma restano tutti quelli annidati sulle gemme, 
o sui più teneri legumi, e questi sono più che sufficienti per 
ripristinare in pochi giorni il numero primitivo dei pidocchi. 




Fig. 227. 



A, Femmina vivipara alata. — B, Femmina vivipara attera 
di Aphis Papaveris, ingrandite. 



Sulle piante di fagioli e sulle barbabietole la cimatura 
non è possibile, e perciò bisogna ricorrere senz'altro all'uso 
degli insetticidi. 



Aphis Cardili Linné. 

{Afide del Cardo e dei Carciofi). 

Le femmine attere dell'Afide del Cardo sono ovato-raccor- 
ciate, globose, e di color verde olivastro, con fasce nere tra- 
sversali sul torace e sugli ultimi articoli dell'addome, il dorso 
del quale è ricoperto davanti da una grande macchia nera, che 
arriva fino ai sifoni. Le antenne sono corte, col secondo, il 
terzo e la base dei due articoli seguenti più pallidi. Le zampe 
sono giallo chiare brunastre, con le punte dei femori e delle 
tibie nere. I sifoni sono neri come la codicola, che è pelosa. 



— 404 — 

Le femmine alate somigliano a quelle attere, ma sono na- 
turalmente più allungate, con antenne più lunghe, e le ali con 
lo stimma pallido e la venatura brunastra. 




Fig. 228. 



A, femmina vivipara attera. B, Femmina vivipa-f a alata 
dell' Apbis Cardui, ingrandite. 



La specie si rinviene assai per tempo, nella primavera, a 
torme innumerevoli alla base dello stelo, e quasi al colletto di 
una crocifera spontanea conosciuta col nome di borsa di pa- 
store (Capsella bursa pastori). Si trova pure alla base dei gio- 
vani germogli del Cardo comune, dal quale e dalla specie pre- 
cedente, nel mese di maggio e di giugno, passa con gli alati 
sul Cardo coltivato (Cynara cardunculus) e più specialmente 
sul Carciofo (Cynara scolymus) e ne lorda con il liquido escre- 
mentizio e le spoglie numerose, gli steli, le foglie e le brattee, 
che si mangiano. 

Per tener pulite le piante da quest'Afide si opera come si 
è detto per le specie precedenti. 

Aphis Sympliyti Schrank. 

(Afide dei Cocomeri, dei Poponi, dei Cetrioli e delle Zucche). 

Quest'afide ha le femmine vivipare attere verdi-olivastre, 
molto raccorciate, con antenne corte, pallide, alla estremità 



— 405 — 

brune; zampe pallide, nelle giunture e nei tarsi brunastre; 
addome ricoperto sul dorso fino ai sifoni da una grande mac- 
chia nera, seguita da tre fasce dello stesso colore; sifoni bruni, 
e codicola nerastra. 




Fig. 229. — A, Femmina attera. B, Femmina alata di Aphis Symphyti, ingrandite. 

Le femmine alate sono più lunghe delle attere, con capo, 
antenne, strisce trasversali e macchie marginali dell'addome 
verdi; sifoni e codicola di color nero; ali anteriori con la cel- 
lula costale pallida, lo stimma e le nervature brunastre. 

La specie si trova sopra diverse piante spontanee, e parti- 
colarmente su quelle del genere Symphytum dalle quali ha 
preso nome, ed è da esse appunto che nella primavera di ogni 
anno fa passaggio sui Cocomeri, sui Poponi, sui Cetrioli e sulle 
altre Cucurbitacee coltivate; vi si moltiplica oltre l'ordinario, 
e le foglie vecchie e giovani, e le tenere formazioni ricoperte 
dalle forme innumerevoli di esso, si scolorano, incartapecori- 
scono, le foglie disseccano poco per volta, i rami restano corti, 
stenti e senza foglie, e con le piante resta spesso perduto in- 
teramente o quasi anche il raccolto. 

Grli orticoltori fanno ancora uso, per combatterlo, delle 
solite polveri di zolfo, calce, tabacco e simili, e naturalmente 
senza buoni resultati. A causa dell'odore più o meno irritante 
hanno provato e tentano ancora volentieri l'estratto fenicato 



— 406 — 

di tabacco; ma così come si trova in commercio, questo li- 
quido, che molti raccomandano ciecamente e per esperienze 
mille volte male ripetute, costa molto (L. 2 al kg.) ed a que- 
sto prezzo non è fatto per avvantaggiare sul serio gli inte- 
ressi degli agricoltori. 

La soluzione di catrame di legno alcalinizzato secondo la 
formola del Berlese costa un quarto circa meno dell' estratto 
di tabacco, e però le più economiche restano sempre le sem- 
plici soluzioni di sapone molle al 2 °/ , con le quali ormai i 
più avveduti liberano le loro piante dall'afide sopraindicato. 
Solamente, siccome le torme della specie scendono anche sul 
terreno per passare da una pianta all'altra, e si nascondono 
in gran numero nella pagina inferiore e dalla parte dello stelo 
rivolta verso terra; bisogna bagnare di sopra e di sotto le 
foglie, sollevandole ogni volta per colpire anche quelli dei 
pidocchi, che camminano o sono caduti sul terreno. 

Aphis Persicae 

{Increspa foglie, o Afide del fillorissema del Pesco). 

Quest'afide del Pesco ha le femmine attere largamente 
ovate, globose, di sopra di color nero lucente, e verde oliva- 
stre di sotto. Sono fornite di antenne brune col terzo articolo 
pallido, e di zampe gialle con la estremità delle tibie ed i tarsi 
bruni al pari dei sifoni. 

Le femmine alate hanno le antenne interamente brune, il 
torace nero-lucente; l'addome con una fila di macchioline ro- 
tonde, sui lati, e come nelle femmine attere, una grande mac- 
chia dorsale avanti i sifoni, e tre strisele brune successive 
dietro di questi. Le ali hanno la base e lo stimma di color 
pallido e la nervatura bruna. 

La specie attacca le gemme nei mesi di febbraio e di 
marzo, ed increspa, dalla primavera all' autunno inoltrato, le 
foglie giovani del Pesco determinando la malattia che va da 
noi col nome di fillorissema o corrugamento e che i francesi 



— 407 — 

conoscono col nome di Cloque du pecher, per la quale la buona 
riuscita dei frutti viene talvolta impedita, e la pianta mede- 
sima, venendone affetta per più anni di seguito, termina con 
l'esaurimento e la morte. 




Fig. 230. — A, Femmina alata. B, Femmina attera dell' Aphis Persicae, ingrandite. 

Per mettere riparo ai danni indicati, è ormai accertato che 
recidendo nell' autunno i rami con le foglie increspate la 
pianta si trova libera del male nella primavera seguente; 
e questo perchè con i rami indicati si portano via le ultime 
colonie vivipare del pidocchio, o le uova depostevi dalle forme 
sessuate. Ma bene a ragione il Passerini osserva che nel Pesco 
non è lecito tagliare a caso per aver riguardo alla futura 
produzione a frutto, e perciò consiglia 1' uso della creta od 
argilla per spalmare i giovani rami ed impedire la nascita 
delle nuove larve dalle uova; effetto però che così non si ot- 
tiene, e che altri invece attualmente ha per consiglio mio 
raggiunto, bagnando i rami con una emulsione alcalina di 
olio pesante di catrame al 10 °/ , d' inverno, come quella consi- 



— 408 — 

gliata per distruggere le più resistenti Cocciniglie delle piante. 
Le esperienze sono state fatte a Castelfalfi in poderi del 
Sig. A. Biondi, il quale vede ora le piante completamente 
immuni dalla infezione. Quest'anno ho visto però che i danni 
e le diminuzioni del raccolto si evitano pure, bagnando le 
parti infette di quelle con una emulsione di olio pesante di 
catrame al 3 °/ (sapone 1 */ 2 , olio di catrame 1 '/,, acqua 100). 
L'operazione va fatta di gennaio e ripetuta almeno una volta 
con l'intervallo di otto giorni, per togliere di mezzo i pidoc- 
chi sfuggiti all' azione mortifera del primo trattamento. 

È vero altresi che la infezione potrà sempre ripresentarsi 
nella primavera e nel corso dell' estate, per le note reinvasioni 
dalle piante vicine non difese; ma anche a questo è facile ri-;, 
mediare, sorvegliando le piante curate ed asportando volta a 
volta le rare foglie corrugate che trascurate diverrebbero al- 
trettanti focolari d'infezione; mentre tolte quelle, questa viene 
a morire sul nascere. 

Ciò porta alla naturale osservazione che se l'agricoltore 
avesse più cura delle sue piante ed avesse coscienza del com- 
pito suo, il fillorissema sarebbe un male che non si dovrebbe 
diffondere così come viceversa fa, a danno delle piante. 

La difesa primaverile sui bocci fiorali e sui fiori è possi- 
bile solo con le soluzioni di sapone alla nicotina alla dose del 
3 °/ (sapone 2, nicotina 1, acqua 100); ma la difesa estiva, 
con gli insetticidi, quando le foglie sono già corrugate, è il 
consiglio di chi ha interesse a sfruttare malamente la igno- 
ranza dell' agricoltore. Gli insetticidi non penetrano nelle fo- 
glie increspate. Potrebbero per i loro vapori irritanti e per- 
sistenti, riuscir utili le soluzioni saponose alla nicotina sopra- 
indicate; ma non vi è chi non veda che la spesa sarebbe 
superiore e la efficacia molto minore di quella che si spiega 
asportando direttamente per due a tre volte di seguito le po- 
che foglie infette, che si rinvengono, fino a completa spari- 
zione del male. 



— 409 — 



Aphis Iridis Del Guercio. 

{Pidocchio farinoso del Giaggiolo). 

Femmina vivipara attera ovata, anteriormente più stretta, 
e tutta cosparsa di una polvere cerosa, cenerognola, per la 
quale si presenta di color verdognolo grigiastro. Senza la 
materia cerosa il pidocchio è lardaceo, e col dorso degli anelli 
fornito di una stria più o meno ondulata di punti e stridine 
nere. 




Fig. 231. — Femmina attera di A. Iridis liberata della sostanza cerosa ed ingrandita. 

Le antenne, del colore del corpo, arrivano con l'apice sul 
sesto anello addominale, ed hanno l'appendice del sesto arti- 
colo eguale alla somma del quarto e del quinto. Il rostro con 
la punta nera perviene fino al margine posteriore del torace. 
Le zampe sono pelose. I sifoni sono cortissimi alquanto ri- 
gonfiati nel mezzo e senza macchia rossa intorno alla base, 
mentre la codicola è conica, ed eguale alla metà della lun- 
ghezza dei sifoni. 

Femmina vivipara alata con 1' appendice delle antenne 
molto più corta della somma del quarto del quinto e del sesto 



— 410 — 

articolo, che la porta. Nel rimanente le antenne sono brune, 
più corte della lunghezza del corpo, col terzo ed il quarto ar- 
ticolo provvisti di verruche circolari, e gli articoli seguenti 
forniti di strie e rilievi trasversi. Il rostro non arriva alla 
base delle zampe posteriori. Le ali hanno la terza vena obliqua 
colla prima ramificazione forcale fra la base dello stigma e 
l'origine della vena stigmale, e la seconda biforcazione all'al- 
tezza della metà di questa vena e dell'apice del ramo della 
prima forca. Le divisioni degli anelli addominali sono segnati 
da una linea di strioline nere; i margini, dal primo al sesto 
anello, sono provvisti di cinque punti neri, dei quali quello 
presso i sifoni piccolissimo, una macchia semicircolare dello 
stesso colore colla base sul sesto e la massima curva sul terzo, 
e tre strisce nere dietro di essa, fra i sifoni e la codicola, che 
sono fra loro come nelle femmine attere. 

La specie vive, d' inverno, sui rizomi del Giaggiolo {Iris 
fiorentina), e nel mese di marzo o ai primi di aprile passa sulle 
foglie dei rami aerei e le ricopre letteralmente di pidocchi 
senz'ali. Nell'aprile stesso, dalle forme attere derivano quelle 
alate, e le piante si trovano in pochi giorni quasi del tutto 
liberate dalla infezione. 

Ancora non mi è riuscito di vedere dove quest'afide vada 
a finire nell'estate, e da quali piante nell'autunno muova per 
ritornare sul Giaggiolo. È certo però che questa pianta soffre 
sensibilmente per la presenza dell' insetto e le foglie non di- 
fese vanno a male, ma difese con le soluzioni indicate contro 
l'afide del Cavolo, si liberano completamente. 



Aphis prunina Walk. 

{Afide, propriamente detto del Supino). 

La forma ovata, non ovato-allungata del corpo, nelle fem- 
mine attere; la maggiore lunghezza dei sifoni rispetto alla 
codicola, nelle femmine attere ed alate ; la scabrosità del 3° e I 



— 411 — 

del 4° articolo delle antenne, la nitidezza del capo e del to- 
race, la grande macchia dorsale nera ed i punti dello stesso 
colore sui lati dell'addome, nella femmina alata, distinguono 
perfettamente questo Aphis dallo Hyalopterus pruni. 




Fig. 232. — Femmina vivipara alata dell' A. Prunina Walk., ingrandita. 

U Aphis prunina Walk. molesta specialmente le foglie del 
Susino, ma si trova in numero considerevole anche sul Pesco 
e sul Melo, ricoprendo dappertutto la pagina superiore delle 
lamine foliari di una secrezione cerosa e di escrementi, ed ac- 
cartocciandole impedisce il loro normale funzionamento con 
danno sensibile della pianta e della produzione. 

Si combatte aspergendo sulle parti infette una soluzione 
saponosa dal 2 al 2 V2 secondo il grado della infezione e lo 
stato più o meno tenero delle foglie che si difendono. 

Aphis Plantaginis Scbrank. 

(Afide verde trilineato della Carota). 

Femmine vivipare attere ovali, gibbose, di color verde cupo, 
opache con sfumature nere. Antenne più corte del corpo, brune, 
col terzo articolo biancastro alla base; occhi nero-brunastri ; 
rostro pallido verdastro con l'estremità dei due ultimi articoli 



— 412 — 

bruni, e la estremità all'altezza del terzo paio di zampe. Capo, 
torace, tre strisce dorso-addominali longitudinali, aperture 
stigmatiche, sifoni cilindrici e codicola distinta, bruno-nerastri; 
zampe pallide, brunastre alle punte .delle tibie e dei tarsi. 




Fig. 233. — A, Femmina vivipara alata. B, Femmina vivipara attera 
di Aphis Plataginis, ingrandite. 

Femmine vivipare alate con capo bruno ; antenne come nelle 
femmine attere ; occhi bruno cupi ; rostro pallido con l'estre- 
mità nera raggiungente il terzo paio di zampe. Torace nero, 
distinto dalla testa per una striscia trasversale pallida; zampe 
gialle ; ali vitree. Addome verde olivastro, lucente come la 
parte anteriore del corpo, con due strisce longitudinali cupe 
sui lati e tre nel mezzo; sifoni cilindrici neri, ingrossati verso 
la base; e codicola bruno-cupa. 

Si trova sopra diverse piante selvatiche come la Plantago 
major, Y Achillea Millefolium, il Leontodon Taraxacum, la Ly- 
chnis dioica, e fra le piante coltivate sulla Carota comune 



— 413 — 

(Daucus Carota) da difendere nel caso come le altre piante 
ortensi e gli ortaggi di grande coltura qui ricordati. 



Aphis Mali Fabricius. 

(Pidocchio verde brunastro del Melo, del Pero, del Cotogno e del Biancospino). 

Femmina vivipara attera ovato-globosa di colore per lo più 
verde, raramente verde-brunastro ; antenne della lunghezza 
della testa e del torace quasi pallide, brunastre verso la estre- 
mità; occhi bruno-cupi; rostro del colore delle antenne, bru- 
nastro alla estremità ; zampe relativamente corte, pallide alla 
estremità delle tibie e nei tarsi, specialmente, brunastre; sifoni 
cilindrici, piccoli, bruni ; codicola appena distinta pallido- 
brunastra. 




a b e 

Fig. 234. — Aphis Mali. A, Femmina vivipara attera. B, Femmina vivipara alata. — 
C, Femmina ovipara con 1' uovo sottostante. 

Femmine vivipare alate ovato-allungate, con capo, antenne, 
ocebi e torace di color nero; ocelli pallidi; rostro pallido bru- 
nastro nella estremità, che raggiunge il secondo paio di zampe; 
zampe pallide con la estremità delle tibie ed i tarsi bruni 
nelle due prime paia; quelle posteriori sono brunastre, con la 
base dei femori e delle tibie pallide. Ali molto lunghe con 
cubito e stigma pallido -verdastri; addome verde con macchie 
rotondate nere sui lati; sifoni e codicola bruni. 

Femmina ovipara attera, bruno-verdastra, macchiata di 
rossastro sul capo e parte del torace. 



— 414 — 

Maschi alati, minuti, molto più piccoli della femmina, con 
antenne della lunghezza del corpo, zampe lunghe ocracee e 
rostro oltrepassante la estremità dell'addome. 

La specie, da non confondersi con l'Afide lanigero (My 
zoxylus laniger Hausm.), vivente anch'esso sul melo, si trova 
anche sul Pero, sulla Cydonia vulgaris, sul Crataegus Oxya- 
cantha e lucida; comparisce con le femmine attere sui rami più 
teneri della pianta nei primi di maggio e vi si moltiplica prò 
digiosamente, accartocciandone le foglie. Verso la fine dell'au- 
tunno compariscono le forme sessuate, che si accoppiano, 
depongono delle uova pallido nerastre sulla corteccia dei rami, 
e muoiono. 

Il sig. Buckton parlando dei danni che quest'afide fa alla; 
pianta del melo dice che con gli escrementi dà un'odore di 
sgustoso alle frutta, e ritiene efficaci le infusioni di acqua di 
tabacco, le spalmature di sapone, di acqua saponata, e le li- 
scivio alcaline sui rami e sulle foglie per distruggerlo. Per 
l'acqua saponata non indica la qualità e la quantità utile di 
sapone, e finisce con l'osservare che tutti gli insetticidi indicati 
sono insignificanti negli effetti rispetto all'azione dei Coccinel- 
lidi, e degli Imenotteri parassiti. In Inghilterra può essere 
anche questo. 

Da noi invece resulta che l'opera di questi ausiliari, per 
quanto non disprezzabile, quando non vi è di meglio, non vale 
quasi nulla al paragone di un efficace trattamento insetticida 
fatto, ad esempio, con una soluzione di sapone molle al 2 1 j 2 °/°. 






Aphis subterranea Walker. 

{Pidocchio delle radiche del Garofano e delle infiorescenze della Carota e della Pastinaca). 

Femmina vivipara, radicicola, attera quasi globosa, pallido 
verdognola, ricoperta di una polvere cerosa, con gli occhi, la 
estremità delle antenne, i sifoni, la codicola, le tibie ed i tarsi, 
di color nero. Il rostro arriva quasi fra il terzo paio di zampe, 
ed i sifoni, piccoli, sono poco più corti della codicola. 



— 415 — 

La femmina alata ha il capo ed il torace nero, il terzo arti- 
i colo delle antenne scabro davanti; il rostro con la punta fra le 
i zampe del secondo paio, l'addome verdognolo infoscato nei mar- 
: gini; i sifoni cortissimi della grandezza e del colore della coda, 
e le ali ialine con le venature infoscate al pari dello stigma. Le 
ninfe, dalle quali questi alati provengono, sono viridule polve- 
rulenti, con le teche alari fosche. Le larve sono verdognole. 




Fig. 235. — Femmina vivipara di Aphis subterranea Walk., ingrandita. 



Dalle radici del Dianthus plumosus e di altre piante, sulle 
quali trovasi nell'estate e nell'autunno, la specie passa sulle 
infiorescenze della Carota (Daucus carota) nelle quali si rac- 
coglie a torme innumerevoli. Passerini l' ha trovata anche 
nelle foglie increspate della Pastinaca, sulle quali come sulle 
altre si può combattere, occorrendo, facendo uso delle solu- 
zioni insetticide nel primo caso, e sopprimendo le foglie in- 
fette, nel secondo, ove l'uso degli insetticidi non fosse possibile. 



— 416 — 



Aphis Punicae Passerini. 

(Afide polverulento del Melagrano). 






La femmina vivipara attera è ovato-oblonga, tumida e di 
color verde olivastro, cosparsa di una sostanza cereo pulveru- 
lenta. Ha le antenne biancastre più corte del corpo, gli ocelli 
neri; una piccola sporgenza ai lati dell'ultimo segmento del 




Fig. 236. — Femmina vivipara attera di ApMs Punicae, ingrandita. 

torace; l'addome con i margini tumidi impresso puntati, più: 
chiaro alla estremità; sifoni del colore delle antenne, ingros- 
sati dall'apice alla base, e del doppio più lunghi della codicola, 
che è distinta e dello stesso colore. Lungh. mm. 1,5. 

La femmina alata è presso a poco del colore degli atteri, 
ma più scura, con antenne brune, ali grandi a venatura pallida, 
e stigma viridulo ; zampe del colore delle antenne e sifoni 
scuri più del doppio o quasi più lunghi della codicola. 

Quest'afide copre spesso interamente la estremità dei rami, 
la pagina inferiore delle foglie ed i fiori della pianta del Gra- 
nato, sul quale si trova fino all'autunno. 



— 417 — 

Il fogliame si accartoccia o quasi, ed i fiori, sotto le punture 
dell'insetto o non si aprono, o non. allegano i frutti. 

Si combatte con le aspersioni di sapone al 2 1 j 2 °/ , e con gli 
altri insetticidi indicati. 



Gen. Siphocoryne Passerini. 

Le Siphocoryne si differiscono dagli Aphis perchè hanno 
i sifoni conformati a clava, ma come quelli hanno le antenne 
inserite direttamente sulla fronte. 



Siphocoryne Foeniculi Passerini. 

{Afide verdognolo del Finocchio). 

Femmina vivipara attera ovato-tumida, di aspetto lardaceo, 
verde glauca o fosca nel mezzo. Capo nerastro con antenne 




Fig. 237. — Femmina vivipara attera di Siphocoryne Foeniculi, ingrandita 

pallide nel mezzo, brune all'apice ed alla base, e rostro pallido, 
nero alla punta che raggiunge il secondo paio di zampe. Addome 
con nubecole dorsali meno fosche dalla parte anteriore; sifoni 
clavati, neri, appena oltrepassanti la base della codicola. Piedi 



— 418 — 

neri, con la base dei femori e la metà basilare delle tibie 
albide. 

Femmina vivipara alata con capo, collo e torace neri; an- 
tenne nere, pallido-brunastre all'apice, e col terzo articolo an- 
teriormente crenato. Ali ialine con stigma fusco-cinerino e 
venatura tendente al brunastro. Addome luteo, con punti la- 
terali distinti, neri; linea dorso-addominale e nubecola di colore 
rubiginoso; sifoni neri, clavati, circondati da un'aureola come 
nelle femmine attere, rubiginosa alla base. 

La specie trovasi in gran numero sulle infiorescenze, e sulle 
foglie superiori del Finocchio (Foeniculum officinale), della Pa- 
stinaca (Pastinaca sativa) e della Carota (JDaucus Carota), sulla 
quale ultima è facile distinguerla per la natura dei sifoni, 
dall' Aphis plantaginis già ricordato. Sulla Pastinaca si trova 
anche la Siphocoryne Pastinacae L., distinta, secondo Buekton, 
dalla S. Capreae Fabr., alla quale il Passerini l'aveva assi- 
milata. 

Per la difesa, occorrendo, si può fare quanto è stato in- 
dicato contro il pidocchio del Melagrano. 

Gen. Toxoptera Koch. 

Antenne inserite sopra tubercoli frontali discosti alla base; 
ali anteriori con la terza vena obliqua una volta forcuta; si- 
foni cilindrici. 



Toxoptera aurantii Fonscolombe. 

{Afide dei teneri gemogli dei Limoni, degli Aranci e della Camelia). 



Le femmine vivipare attere della specie sono brune a ri- 
flessi rossastri, con le antenne nerastre nel terzo, nel quarto 
e quinto articolo bianco giallastre, annuiate di nero, e la parte 
posteriore dell'addome rigonfiata. 

Le femmine vivipare alate sono di color nero lucente, con j 



— 419 — 

il rostro biancastro arrivante al secondo paio di zampe; le 
ali anteriori con nervatura bruna meno la sottocostale che è 
bianco giallastra e lo stimma che è nero; i femori delle zampe 
posteriori, le tibie ed i tarsi di tutte le zampe, neri ; i femori 
delle zampe anteriori e la base delle tibie, pallidi; i sifoni e 
la codicola, come nelle femmine attere, sono neri. 

B 




Fig. 238. — A, Femmina attera. B, Femmina alata della Tooioptera aurantii, 

ingrandite. 

Da uova che la specie depone nel dicembre sui rami delle 
piante, e da femmine agame ibernanti, nascono, nella prima- 
vera, delle larve, che crescono e danno alla luce altre larve di 
atteri e di alati, i quali al momento voluto prendono il volo 
e portano la infezione d' intorno. La diffusione dell' insetto 
sulla stessa pianta ha luogo anche per mezzo delle larve e 
delle femmine attere, le quali sono fatte segno allo premure 
più insistenti di una formica, la Crematogaster scutellaris, che 
le prende pel collo, fra le mandibole, e le porta volentieri an- 
che da una pianta all'altra ; le isola sopra una foglia, un fiore, 



— 420 — 

od un germoglio immune, e ne raccoglie gli escrementi ed 
liquido che emettono dalle glandule in comunicazione con 
sifoni. 

I teneri getti ricoperti dall'insetto si arrestano nello svi 
luppo; le foglie si incurvano, si accartocciano e si fanno bol- 
lose; ed i bocci fiorali e i fiori rare volte abboniscono. 

Per eliminare la infezione si colpiscano le foglie infette 
con una soluzione di sapone molle, o di catrame alcalinizzato 
dall' 1 1 I 2 al 2 °/ . Alla stessa dose riesce utile anche l'uso del- 
l'estratto di tabacco ; ma costa più del doppio dei liquidi pre- 
cedenti, fra i quali più economico è quello a base di sapone. 

Toxoptera graniinum Rondarli. 

(Toxoptera del grano). 

È affine alla specie precedente dalla quale si distingue ab- 
bastanza facilmente per il colore della femmina attera, che ha 
l'addome verde. 




Fig. 239. — Femmina attera di Toxoptera graminum Rond., ingrandita. 

D'altra parte sulle foglie delle stesse piante si possono tro- 
vare anche le specie del genere Sipha, ma i caratteri diversi 
dei due generi mettono fuori del dubbio di una confusione. ' 



— 421 — 

Per la difesa si veda quanto ho detto per la distruzione 
della Toxoptera dei limoni e della Sifa del granturco. 

Gren. Hyalopterus Koch. 

Afidi ovato-allungati, posteriormente acuminati, con sifoni 
poco più lunghi che grossi e quasi sempre più corti, raramente 
subeguali alla codicola. Terza vena obliqua delle ali anteriori 
due volte forcuta. Antenne come nel genere Toxoptera. 



Hyalopterus Pruni Fab. 

{Afide farinoso verdognolo del Susino, del Pesco e del Mandorlo). 

Questa specie ha le femmine vivipare attere pallido-ver- 
dastre, ricoperte di una polvere cerosa, bianca, nella quale è 
distinta una linea longitudinale verde sul dorso. Le antenne 
sono corte, brune alla estremità, e la codicola, verdastra, è più 
lunga dei sifoni. 

Le femmine alate sono del colore delle attere, con testa 
larga e bruna come il protorace e le prominenze del mesoto- 
race; ali ialine con la terza vena obliqua e lo stimma di co- 
lore giallognolo; addome con cinque o sei macchioline allineate 
sul dorso; sifoni cortissimi, verdastri, e codicola pallida più 
lunga dei sifoni. 

La specie si moltiplica spesso largamente nella pagina in- 
feriore delle foglie, sui giovani rami e per fino sulle grosse 
branche del fusto delle piante indicate, lordando ogni cosa di 
liquidi escrementizi e di secrezioni, che attirano in gran nu- 
mero le formiche e servono di favorevole terreno allo sviluppo 
della fumaggine. 

Le piante intristiscono e se non si difendono, col frutto 
"ne viene anche meno la vita. 

Il miglior modo di difenderle è quello indicato per l'afide 
dei limoni, facendo uso però di soluzioni al 3 °/ , somministrate 



— 422 — 

col getto polverizzante sui rami e con quello a ventaglio sulle 
foglie, cercando di colpirle vigorosamente dal basso in alto. 




Fig. 240. — A, Femmina vivipara alata. B, Femmina vivipara attera 
di Hyalopterus Pruni, ingrandite. 

Dove non si fosse più in tempo per liberare le foglie ed 
il prodotto, o non si potesse operare, per riguardo a coltiva- 
zioni intercalari, si faccia la cura invernale diretta contro le 
uova e le femmine ibernanti, adoprando le soluzioni alcaline e 
di catrame al 10 °/„. 



Gen. M!yzus Passerini. 



Antenne inserite sopra tubercoli frontali discosti alla base, 
col lato interno uguale o di poco più lungo della metà del 
margine frontale compreso fra le antenne; primo articolo delle 
antenne dal lato interno gibboso alla sommità, ma non più 
lungo del doppio del secondo; sifoni cilindrici più lunghi del 
doppio della codicola. 



423 — 



Myzus RiMs Linné. 

(Afide delle foglie bollose del Ribes). 

La femmina vivipara attera della specie è verde-pallida, 
con antenne più lunghe de] corpo, e peli capitati. 




. 241. — A, Femmina alata. B, Femmina attera del Mysus Ribis, ingrandite. 

La femmina vivipara alata ha il capo ed il torace nerastri 
e l'addome verde con una macchia dorsale nerastra e dei 
grossi punti dello stesso colore sui margini. 

Atteri, alati e larve sono comuni, dalla primavera all'au- 
tunno, sotto le foglie del Ribes a frutto rosso ed a frutto 
bianco o nero; vi si moltiplica largamente e quelle diven- 
gono bollose, arrossano nelle parti alterate, si aggrinzano e 



— 424 — 

muoiono anzi tempo, con danno sensibile talvolta delle piante, 
del frutto pendente, e dell'abbondanza di quello avvenire. 

Per difendere le piante da questo pidocchio si può fare uso 
delle solite soluzioni di sapone, attaccando gl'insetti al loro 
primo apparire sulle foglie, prima che queste si facciano bollose. 

Il colore giallo e poi rossastro delle foglie infette indica 
assai bene quali di quelle si debbano particolarmente prendere 
di mira, ove non si credesse utile di immergere addirittura 
tutte le estremità delle piante in una conca di insetticida. 

Myzus cerasi Fabricius. 

(Afide nero o Mizo del Ciliegio). 

Quest' afide ha le femmine vivipare attere nero lucenti, glo- 
bose, con antenne più corte del corpo, col primo articolo giallo 
e gibboso come i tubercoli frontali; zampe con i femori gialli, 
la estremità delle tibie ed i tarsi nerastri; addome rigonfiato 
con macchioline circolari nere sul margine dorsale ; sifoni e 
codicola lunghi e neri. 

Le femmine vivipare alate hanno le antenne interamente 
nere, le ali anteriori con la vena cubitale gialla, lo stimma 
giallo grigiastro ed i sifoni sottili e lunghi, come nelle fem- 
mine attere, due volte circa più lunghi della codicola. 

La specie invade spesso largamente le piccole piante ed i 
piccoli rami fogliati degli alberi di Ciliegio sui quali resta 
per tutta l'estate; nell'autunno le forme sessuate vi depongono 
l'uovo ibernante, e da questo ricomincia la nuova infezione 
nella primavera seguente. 

Le foglie colpite dal pidocchio si increspano e muoiono; 
le piccole piante in conseguenza stentano a sviluppare, e quelle 
grandi, colpite in larga misura, non abboniscono i frutti. 

Con le soluzioni di sapone molle o di catrame alcaliniz- 
zato alla dose del 2 al 2 1 j 2 °/ si ha piena ragione degli in- 
setti senza danno per le piante, per i fiori, e per i piccoli frutti. 

Per la difesa delle piante in vivaio può anche essere utile 



— 425 — 

l'uso dell'estratto di tabacco alla dose del 2 °/ circa; però 
non lo consiglio sui fiori e sui frutti perchè nuoce a quelli 
e lascia su questi un sapore amaro disaggradevole. 







Fig. 242. — Femmina vivipara attera di Myzns cerasi, ingrandita. 



Myzus pirarius Pass. 

{Mizo del Pero). 



Femmina vivipara attera ovato-depressa, nera, opaca, al- 
quanto pallida nel margine. Antenne quasi della lunghezza del 
corpo, biancastre nel mezzo e alla base, nere alla estremità; 
zampe biancastre con tarsi neri. Addome marginato appena 
impolverato di bianco, con sifoni neri più stretti verso l'apice 
e poco più lunghi della codicola che tende al pallido. 

Femmina vivipara alata con capo, antenne e torace nero 
nitidi ; addome fosco-lardaceo tendente al verde, quasi albo- 
polverulento ; piedi, sifoni e codicola come negli atteri; ali 



— 426 — 

ialine, iridescenti, con stigma albido lutescente e vene ten- 
denti al bruno. 




Fig. 243. — Femmina vivipara attera di Myzus pirarius, ingrandita, 

La stessa specie è stata descritta col nome di Aphis pira- 
rius Pass., dal Buckton, e probabilmente il Myzus pirinus Fer- 
rari non è die una variazione distinta della specie descritta. 

Si combatte- nel modo indicato per il Myzus Cerasi. 



Myzus Persicae Pass. 

(Mìzo del Pesco). 

Femmina vivipara attera ovato-depressa, rossiccia; antenne 
verdi brunastre sopra tubercoli frontali molto ingrossati al- 
l'apice; occhi neri; apice del rostro bruno, arrivante alla base 
dei piedi medii; piedi bianco-grigiastri con tarsi e giunture 
brune; addome smarginato con sifoni cilindrici relativamente 
lunghi, nerastri; codicola indistinta o nulla. 



— 427 — 

Femmina vivipara alata nera, nitida; antenne nere della 
lunghezza del corpo; ali ialine con venatura e stigma albido- 
brunastri, zampe nere come negli atteri; addome fosco-rubigi- 
noso quasi pulverulento, come nella femmina attera, con stigma 
luteo e venatura tendente al brunastro ; sifoni neri e codicola 
incospicua. 

Maschi alati, gialli, bruni nel capo, nei lobi toracici e nel 
protorace, e col primo articolo antennale tubercolato. 

Il Sig. Buckton distingue nella specie, per la differenza 
dei colori, due varietà, una arancione o rossastra, con i lobi e 
lo sterno del torace bruni, ed un'altra dall'addome verdastro 
con strisce nere e testa, antenne, torace, sifoni, femori e tibie 
bruni o nero-lucenti. 

Da noi non si incontrano che le forme descritte, e si tro- 
vano in gran numero sui picciuoli delle foglie e sui teneri rami 
di pesco in mezzo alle larve fosco-rubiginose. Il Sig. Buckton 
pare l'abbia trovato anche sulle piante di Melo, e nell'ottobre 
del 1870 in quantità straordinaria sui peschi di Clitton presso 
Bristol. 

Si combatte come il Myzus Cerasi, al suo primo apparire, 
e prima che ricopra le parti preferite delle piante. 

Gen. IPhopalosiplmm Rock. 

Sono afidi a tubercoli frontali non gibbosi, non dentati, e 
con i sifoni conformati a clava. 



Phopalosiphuin Dianthi Schrank. 

(Afide giallo pallido del Garofano, del Pesco e delle piante da tiepidari). 

La sua femmina vivipara attera è giallo-pallida, pallido 
verdastra o verde pallida, lucente, e di forma ovale allungata. 
Ha le antenne pallide, i sifoni lunghi, dello stesso colore, bruni 
alla estremità e la codicola verde giallastra. 



— 428 — 

La femmina alata ha il tubercolo frontale gibboso e l'ad- 
dome verde, o arancione come la ninfa, macchiato di nero. 




Fig. 244. 



A, Femmina vivipara attera. B, Femmina vivipara alata di Ph. Dianti, 
ingrandite. 



Quest'afide è comunissimo, nell'inverno, sulle piante a pie- 
n'aria e dei tiepidarì, come Garofani, Verbene, Giacinti, Sola- 
nacee, Fuchsie, e simili; mentre nella primavera frequenta i 
Ranuncoli, le Spadacciole, il Eapistro ed altre crucifere, sulle 
quali si rinviene anche nell'autunno, quando abbonda sul 
Pesco. 

Per distruggerlo si veda quanto ho indicato contro le spe- 
cie precedenti. 

Negli stanzoni e nei tiepidarì è consigliabile l'uso del- 
l'estratto di tabacco col mezzo dei tanatofori, ma la spesa, 
fra una cosa e l'altra resta superiore a quella che s'incontra 
con l'uso diretto degli insetticidi. . 



Gen. Phorodon Passerini. 



Tubercoli antenniferi discosti alla base, primo articolo delle 
antenne fortemente dentato. 



429 



Phorodon Cannabis Passerini. 

(Afide delle foglie e delle infiorescenze della Canapa). 

Il Phorodon della Canapa ha le femmine vivipare attere 
verdi, ovato-allungate, pelose, con peli capitati ; antenne sopra 
tubercoli frontali fortemente dentati ed i denti convergenti. 




Fig. 245. — A, Femmina vivipara attera. B, Femmina ovipara di Phorodon Cannabis. 

ingrandita. 

Le femmine alate hanno una macchia dorsale e punti margi- 
nali sull'addome, neri; codicola verde-pallida, eguale ad un 
terzo circa della lunghezza dei sifoni. 

La specie infesta le piante della Canapa in genere, ma si 
diffonde più specialmente su quelle femminili, che si lasciano 
per il seme. 

Sulle piante femmine si trovano anche le forme sessuate 
dell'afide, le quali si accoppiano e vi depongono le uova iber- 
nanti, che alla primavera seguente riproducono la infezione 
nelle nuove coltivazioni. 



— 430 — 

Per combatterlo bisogna prima difendere le piante femmine 
con le soluzioni insetticide indicate, e distruggere col fuoco, 
poi, tutte le parti delle piante, per quanto curate, che servi- 
rono alla produzione del seme. 



Phorodon Humuli Passerini. 

{Afide verde pallido del Luppolo). 

Femmina vivipara attera verde pallida, ovata, glabra, o 
appena pelosa ed a peli non capitati; occhi rossi, tubercoli an- 1 
tennali dentati con i denti divergenti, uguali o più lunghi del 
primo articolo delle antenne, che è ingrossato alla estremità e 
le antenne sono assai più corte dell'addome; sifoni sottili e 
lunghi; zampe corte con le estremità dei femori, delle tibie 
ed i tarsi di color bruno, mentre la codicola è corta e del 
colore del corpo. 

Femmina vivipara alata del colore della precedente; antenne 
della lunghezza del corpo, o quasi brunastre alle estremità; 
occhi rossi; testa, protorace, prominenze toraciche e strisce 
nere addomino-dorsali disgiunte e appena nerastre; zampe lun- 
ghe con le estremità dei femori, delle tibie ed i tarsi neri; 
sifoni sottili e lunghi e codicola acuta, pallida. Ali grandi 
con cubito e stimma giallo-verdastri e le altre nervature bru- 
nastre. 

Femmina ovipara quasi ellittica, con antenne e zampe in- 
termedie fra quelle delle forme precedenti. 

Maschio simile alle femmine vivipare alate, con le antenne 
più lunghe e la testa ed il torace più grossi. 

Le uova sono perfettamente ovali, nere dopo alcuni giorni 
della deposizione, e due volte circa più lunghe che larghe. 

La specie si distingue dal Ph. Inulae. perchè questo ha i tu- 
bercoli frontali non dentati, le strisele dorsali trasverse, verde- 
fosco ed i nettarli tortuosi. 

Il Ph. carduinum ha i nettari diritti ed una gran macchia 



— 431 — 

nera nella femmina alata; mentre il Ph. galeojpsidis ha i si- 
foni clavati. 




Fig. 246. 



A, Femmina vivipara alata. B, Femmina vivipara attera 
di Phorodon Humuli, ingrandite. 



Il Chiarissimo Sig. Gr. B. Buckton riporta come varietà di 
questa specie, sotto il nome di Ph. humuli var. Mahaleb, 
V Aphis pruni Mahaleb Fonsc., situato dal Passerini nel genere 
Myzas col nome di Myzus Mahaleb Fons, che in effetti, non 
avendo i tubercoli antennali dentati non può stare nel genere 
Phorodon, ne può essere aggregato alla specie suddetta come 
varietà, perchè in essa femmine attere ed alate, sessuati e ases- 
suati, sono tutti provvisti del tubercolo dentato caratteristico 
del genere (1). 

La specie dopo i rituali accoppiamenti depone le uova 
verso la fine dell'autunno sulle varie specie di Prunus spon- 
tanee e coltivate. Dalle uova nascono le larve che crescono, si 
moltiplicano nella primavera stessa, fra gli atteri compari- 
scono gli alati, e la infezione si trasporta dai Prunus al Lup- 
polo (Humulus lupulus) allo stato spontaneo e coltivato. West- 
wood, fra gli altri, riferisce che nel solo 1847, nell'Inghilterra 



(1) U. S., Depart. of Ag riculture- In sect Life, I, n. 5, pag. 133. Washington, 188S. 



— 432 — 

solamente, quest'afide produsse nelle coltivazioni di Luppolo 
danni ragguagliati a tredici milioni di lire. 

In America il pidocchio si combatte con l'emulsione sapo- 
nosa di Kerosene, specie di petrolio nero, e con l' acqua po- 
tassica di colofonia. Noi abbiamo visto che questa soluzione 
non è più efficace di quella formata di acqua e sapone molle, 
è meno alla mano di questa, e l'errore più lieve nella prepa- 
razione è causa di serii danni per le tenere vegetazioni. 

Gen. Siphonophora Koch. 

Tubercoli frontali approssimati alla base; primo articolo 
delle antenne due volte e mezzo circa più lungo del secondo; 
sifoni molto lunghi cilindrici; codicola allungata. 



Siplionopliora granariae Kirby. 

(Sifonofora o pidocchio verde delle parti fuori terra dei cereali). 

Femmina vivipara attera ovata, verde o verde brunastra, 
con antenne brune della lunghezza del corpo, tubercoli fron- 
tali mediocri; occhi rossi; aperture stigmatiche nere come i 
sifoni, che sono appena più larghi alla base; codicola pallida 
ricurva, metà o due terzi circa la lunghezza dei sifoni, zampe 
pallido-brunastre talvolta con i femori leggermente ocracei, e 
le estremità delle tibie con i tarsi neri. 

Femmine vivipare alate appena più grandi delle femmine 
attere, con antenne bruno -nerastre più lunghe del corpo, inserite 
sopra tubercoli di media grandezza, col primo articolo tre volte 
circa più lungo dei secondo ; occhi rossi, ocelli neri, torace 
bruno con lobi oblunghi neri ; addome ovato, verdastro, con 
dorso convesso fornito di aperture stigmatiche e sifoni come 
nelle femmine attere, e quattro macchie nere per lato sopra 
linee parallele alle linee degli stigmi. Le ali sono ampie con 
stimma e cubito giallo-pallidi, e le zampe giallo brunastre con 
i femori bruni. 



— 433 — 

La specie si distingue dalla Siphonophora Cyparissiae Koch 
specialmente per la mediocrità dei sifoni, e dalla Siphonophora 
millefolii Fab. perchè questa ha la femmina attera non uni- 
formemente colorata, con la codicola subeguale ai sifoni, ed 
una fascia longitudinale continua sul dorso. 




Fig. 247. — A, Spica di grano attaccata dal pidocchio. B, Femmina attera 
della specie ingrandita. 

Le femmine ovipare ed i maschi sono completamente sco- 
nosciuti ne facili a trovarsi, per la molteplicità delle piante 
erbacee sulle quali la specie vive, e per la migrazione con- 
tinua alla quale, da una stagione all'altra quella è soggetta. 
Al principio della primavera l' abbiamo trovata quasi sempre 
sull' Hordeum murinum e nei mesi di giugno e di luglio in 
quantità straordinaria sugli steli e sulle spighe del grano. Con- 



— 434 — 

forme gli steli disseccano e le spighe biondeggiano però que- 
st'afide prende la forma alata e col volo va in cerca di nuove 
piante ospitaliere. 

Fra le piante agrarie visitate dall'insetto si notano anche 
l'Avena, l'Orzo e la Segale; ma quelle del Grano (Triticum 
vulgate) sono maggiormente colpite. Lo scorso anno, nella pia- 
nura pisana, esso ha molestato campi interi di frumento, richia- 
mando dappertutto l'attenzione degli agricoltori. Nello stesso 
tempo una quindicina di vasi di terra coltivati a grano, a 
scopo sperimentale, sopra una terrazza della R. Stazione, si 
trovarono letteralmente coperti dall' afide, le larve del quale 
si raccolsero prima sui culmi e poi sulle infiorescenze; e al- 
lora si potè veder meglio: 

1.° Che i culmi ancora teneri, attaccati dal pidocchio sof- 
frono sensibilmente, restano corti e stenti, e portano in cima 
una spiga piccolissima formata talvolta di tre a quattro spi- 
ghette senza frutti. 

2.° Che i culmi già induriti e prossimi a maturità non 
soffrono come i precedenti, ma le spighe portano cariossidi 
meno pesanti e belle, e spesso per la maggior parte grinzose. 

3.° Che i culmi che hanno maturato le spighe non sono 
preferiti dagli Afidi né pare che risentano danno di sorta per 
la presenza di quelli. 

Perciò dove la infezione minacciasse di riuscire molesta, 
1' uso delle semente precoci, l'anticipazione del momento della 
semina con gli altri mezzi più adatti che la scienza agra- 
ria addita, per aver piante vigorose e robuste, non sareb- 
bero mai abbastanza raccomandati. Ove poi neanco questi 
mezzi di prevenzione bastassero ad impedire lo sviluppo e 
la molestia successiva dell'afide, la distruzione delle grami- 
nacee spontanee come Avena fatua, Hordeum murinum, Bro 
mus molliSj Dactylis glomerata, Holcus, Poa, ecc. sulle quali 
la specie si trova, lungo i fossi, nelle strade e sulle prode 
dei campi, entro i limiti e nei dintorni della località infetta, 
si rende senza alcun dubbio indispensabile. 



. — 435 — 

Taluno potrebbe, anche in questo caso, pensare all'uso 
delle soluzioni insetticide, per liberarsi dalla infezione; ma 
non ci vuol molto a comprendere che l'idea, in via ordinaria 
almeno, non è di quelle che meritano l'onore della discussione, 
e che anche in via straordinaria non bisogna dimenticare che 
la falciatura anticipata delle graminacee spontanee e coltivate, 
dei pascoli e dei prati, è quanto di meglio si possa consi- 
gliare per mettere argine alla infezione. 

Siphonophora Ulmariae Schrank. 

{Afide verde dei Piselli, dei Fagioli e di altre leguminose coltivate). 

Femmine attere ovali, molto allungate, di color verde te- 
nero come quello del pisello, con antenne lunghissime, nera- 
stre alla estremità di ogni articolo; occhi bruno-rossastri; to- 
race ed addome fino alla isserzione dei sifoni, tronco conico 
perfetto; dorso addominale munito talvolta di sei a sette fa- 
sce trasverse verde-cupo, molto distinte; sifoni verdi dalla 
base verso l'apice, che è macchiato di nero; essi sono della 
lunghezza del torace ed oltrepassano la punta della piccola 
codicola. Le zampe sono lunghe e del colore del corpo, meno 
i tarsi che sono neri. 

Le larve sono di color verde tenero al pari delle ninfe, che 
portano sacchetti alari verde-olivastri. 

Femmine vivipare alate ellittico-allungate, verde glauco 
più delle precedenti, delle quali sono alquanto più piccole: 
con antenne e sifoni verdognoli sottili e lunghi; occhi rosso- 
rubino; ali ampie con stimma e cubito giallo verdastri; pro- 
minenze toraciche verde olivastre con leggiera tendenza al 
brunastro, e zampe lunghissime con tarsi neri ed estremità 
delle tibie brunastre, come nelle femmine attere. 

I sifoni nerastri, nel mezzo, e la lunghezza della codicola, 
un quarto circa rispetto a quella dei sifoni, distinguono, in- 
sieme agli altri caratteri, le forme di questa specie da quelle 
note della Siphonophora Solani Kalt., nella quale i sifoni sono 



— 436 — 

neri alla estremità, della metà circa più lunghi della Codi- 
cola, ed i tubercoli frontali brevemente dentati. 

Questa è una specie trovata dannosa da noi, e anche Buckton 
rileva che essa in Inghilterra riesce ogni anno sommamente 
nociva al raccolto dei piselli (Pisum sativum) e di altre piante, 
fra le quali infesta egualmente il Lathyrus latifolius, i Phaseo- 
lus, le Vieta, la Medicago sativa, gli Hedysarum, gli Onbryehis, 
i Trifolium, le Ononis, la Golutea arborescens, il Geum urbanum, 
V Artemisia Absinthium, la Capsella Bursa pastoris, ecc. 




Fig. 248. — Femmina attera della Siphonophora Ulmariae, ingrandita. 

Per distruggerla senza nessun danno dei fiori, delle foglie 
e dei frutti sui piselli e sulle altre piante, occorre aspergerla 
con una soluzione saponosa di sapone molle, al 2 ° , da farsi 
in qualunque ora del giorno. 

Siphonophora Lactucae Kaltenbach. 

(Sifonofora della lattuga). 

Femmina vivipara attera oblunga, convessa, verde; antenne 
dello stesso colore, pallide alla base; occhi rossi-rosa e mar- 
gine frontale peloso ; divisioni e solchi trasversali dell' addome 
bianco polverulenti, molto distinti ; aperture stimmatiche nere, 



— 437 — 

sifoni luteo- viriduli, neri all'apice; codicola pallida, due volte 
più lunga che larga ; zampe verdi con le estremità dei femori, 
delle tibie, ed i tarsi neri, e gli ultimi articoli addominali pelosi. 
Femmina vivipara alata appena più grande della femmina 
attera, verde pallida, trasversalmente rugosa sul dorso. Antenne 
brune con i primi due articoli verdastri; occhi rossi, torace 
come la testa bruno-rossastro; addome verde, zampe pallide 
con le punte dei femori delle tibie, ed i tarsi neri ed ali pal- 
lido-ialine, con stimma verdognolo e nervatura nera. 




Fig. 249. — Femmina vivipara attera della Siphonophora Lactucae, ingrandita. 

Le ninfe variano di colore fra il verde bruno ed il bruno 
cannella, o color garofano, col corpo molto largo nel torace e 
nella parte anteriore dell'addome, e le teche o sacchetti alari 
bianco-polverulenti. 

Si differisce dalla Siphonophora absintii L. perchè oltre al- 
l'avere la femmina attera di color fosco-rubiginoso, ha la coda 
nera, ed una macchia nera sul dorso. 

La Siphonophora Lactucae vive sopra diverse piante, ma 
principalmente sulla Lactuca sativa e sulla Lactuca virosa. 
Si trova pure sui Sonckus, sulle Crepis e perfino sui Ribes 
Grossularia e R. nigrum^ sulle foglie dei quali come sulle 



— 438 — 

brattee e sui peduncoli fiorali delle precedenti si combatte 
nel modo che si è indicato per la specie dei Piselli. 

Siplionophora Picridis Fabricius. 

(Sifonofora del Radicchio). 

Femmina vivipara attera ovale allungata, bruno-olivastra. 
Testa e prominenze toraciche alquanto brunastre; occhi grandi, 
rossi; antenne bruno -verdastri della lunghezza del corpo, nelle 

A B 




Fig. 250. 



A, Femmina vivipara attera. B, Femmina vivipara alata 
di Siphonophora Picridis, ingrandite. 



articolazioni nere; dorso addominale munito di tubercoli neri 
distribuiti in linee trasversali; sifoni sottili e lunghi, verde 
brunastri, codicola verde, pelosa e zampe nere con la base 
dei femori lutea. 

Femmina vivipara alata ocraceo-brunastra, con occhi neri; 
antenne, sifoni, estremità dei femori, tibie e tarsi neri; il 
resto dei femori, codicola ed inserzione delle ali, gialli; stimma 
alare e cubito giallo-pallidi. 

Maschio alato, verde, nitido con addome molto più stretto 
che negli atteri ed arcuato; torace nero e tubercoli dorsali 
puntiformi, neri, due dei quali sotto la codicola. 



— 439 — 

La differenza fra la specie descritta e la Siphonophora Tus- 
silagini Walk. sta nel colore fosco rubiginoso e nella leviga- 
tura del dorso, il quale se talvolta presentasi tubercolato, i tu- 
bercoli non sono disposti in serie trasversali. Si distingue poi 
dalla S. Sonchi L. perchè questa, fra l'altro, ha i piedi lutei 
con le estremità dei femori, delle tibie, ed i tarsi di color nero. 

Fra le piante nutrici della Siphonophora Picridis gli autori 
ricordano la Picris hieracoides, il Cichorium Intybus, il C. En- 
divia e V Agrostemma Githago, sulle quali quella si rinviene 
nella primavera e nell'autunno, e nelle quali si combatte svel- 
lendo le piante spontanee e aspergendo quelle coltivate con 
le solite soluzioni di sapone al 2 °/ . 



Fam. Psillidae. 

Questi emitteri sternorinchi, conosciuti anche col nome di 
saltipedi, pulci delle foglie o falsi pidocchi delle piante, hanno 
la testa dilatata fra gli occhi, che sono indivisi; tre ocelli; 
antenne filiformi di otto a dieci articoli, terminate con due 
grosse setole; metasterno bilobo con i lobi posteriormente ap- 
puntiti; addome con ovopositore a trivella; quattro ali membra- 
nose e pulverulenti a nervatura ramificata; zampe corte atte 
al salto, e per tanto con la coscia dei piedi posteriori ingros- 
sata, e l'ultimo articolo dei tarsi con due unghie ad arolio 
interposto. 

Grli Psillidi sono ovipari, si presentano con un minor nu- 
mero di generazioni degli Afidi sulle piante e per ciò riescono 
meno nocivi. Anch'essi però, pungendo e succhiando, sottrag- 
gono liquido nutritizio dai vegetali, ne disturbano la regolare 
distribuzione, e provocano alterazioni a causa delle quali si 
possono perdere varie parti del raccolto. 

Contro gli Psillidi servono bene le indicazioni fatte per la 
limitazione degli Afidi, prendendo di mira le loro uova, d'in- 
verno, e le larve, le ninfe e gli adulti, nelle stagioni succes- 



— 440 — 

si ve, direttamente con la soppressione delle parti infette r Jdove 
l' insetto è nascosto, e con gli insetticidi, quando quello è bene 
esposto all'azione di questi. 

La famiglia degli Psillidi, secondo Low, si divide nelle 
differenti tribù degli Afalarini, dei Psillini, dei Triozini e dei 
Livini. Per noi meritano particolare menzione le prime tre 
soltanto per i generi e le specie per ciascuna come appresso 
indicati. 



Trib. APHALARINAE Low. 

Antenne di otto articoli senza processi frontali; ali senza 
pterostigma; seconda cellula forcale brevemente pedunculata; 
ocelli 1, impari, discosto dal margine anteriore del capo. 

Fanno parte di questa tribù i generi Euphyllura, Homo- 
toma, Psylla. 

Gen. Euphyllura Forster. 

Antenne di otto articoli, fronte senza sporgenze, ali senza 
pterostigma con la seconda cellula forcale brevemente pedun- 
colata, ed ocello impari lontano dal margine frontale. 

Euphyllura olivina (Costa) Fòrst. 

(Cotonello o Bombacello dell'Olivo). 

Allo stato perfetto quest'insetto è tozzo, una volta e mezzo 
più lungo che largo e di color verde chiaro. Ha occhi rosso 
bruni, ocelli rossi; antenne della larghezza del capo, con la 
estremità dell'ultimo articolo bruno rossastra; pronoto giallo 
aranciato come il mesonoto, che ha forma esagona; scutello 
della larghezza del margine posteriore del mesonoto, arroton- 
dato; ali anteriori quasi ovali fra le ramificazioni nervose fina- 
mente rugose; ali posteriori più corte delle precedenti; zampe 



— 441 — 

corte, robuste, addome ottuso posteriormente con ovopositore 
nelle femmine. 



3£^5^ 



Fig. 251. — Femmina di Euphyllura olivina molto ingrandita. 

La ninfa è verdiccia con l'ultimo anello dell'addome bruno, 
e le elitre bruno-giallastre, ovato-lanceolate. 

La larva è ovato oblunga, bruno-verdastra, depressa, con 
gli occiii rossi, la estremità delle antenne e dei tarsi bruna, 
e tutto il corpo ricoperto di filamenti bianco cerei raccolti in 
fascetti più voluminosi sull'addome. 

Le uova sono bianche, sferoidali, del diametro di un terzo 
di millimetro circa. 

Gli insetti perfetti si accoppiano quando l'olivo fiorisce e 
le femmine fecondate vanno a deporre le uova alla base delle 
gemmule fiorali o all' ascella delle tenere foglioline. Dopo una 
settimana circa dalle uova nascono le larve, che segregano un 
ammasso di sostanza cerosa, con la quale poco per volta ar- 
rivano ad involgere interamente o quasi i rami fiorali. Mole- 
stano i fiori fra i quali si trovano, e continuando a pungerli 
li mandano a male. Mentre i fiori intristiscono poco per volta 
e muoiono, le larve cresciute prendono le forme ninfali, poi 
quelle di adulto, e danno luogo ad una seconda generazione 
di insetti. Questi invadono gli altri racemi fiorali ed i piccoli 
frutti, i quali punti a loro volta e dissugati subiscono la 
stessa sorte dei fiori. 



— 442 — 

A sfioritura finita, con la completa allegagione dei frutti 
restati, cessa la moltiplicazione dell'insetto, le forme adulte del 
quale si disperdono sulla pianta e vi passano la fine dell'estate; 
ma al principio dell'autunno provvedono con una terza ed 
una quarta generazione alla diffusione della specie, che cessa 
le sue moltiplicazioni in dicembre ed aspetta la nuova prima- 
vera per ripetere la infezione sulle piante. 







Fig. 252. — Forma giovane di Euphyllura olivina molto ingrandita. 

Il rimedio più semplice per combattere il Bombacello del- 
l'Olivo consiste nella raccolta e nella distruzione dei rami ri- 
produttivi infetti ove la infezione è ancora allo stato iniziale, 
nella primavera; ma meglio ancora si può aspettare e prati- 
care cosiffatta operazione ai primi di novembre, quando il 
frutto è maturo e si raccoglie. Dove invece il male si fosse 
già aggravato di molto, non potendo sacrificare tutto il rac- 
colto dell'anno, sarà buona regola tentare l'uso degli insetti- 
cidi fatti di 

Sapone kg. 2,500 

Estratto alla nicotina » 0,500 

Acqua litri 100 

L'operatore ascenderà sulla pianta per colpire e sbaragliare 
più comodamente, col getto a ventaglio della pompa, la so- 



— 443 — 

stanza cerosa nella quale si trovano le larve e le forme ninfali 
dell'insetto che si vuol combattere. 

Le uova non sono e non possono essere compromesse con 
le soluzioni insetticide che risparmiano gli organi fiorali, per- 
ciò bisogna operare quando gli insetti sono già nati, e ripe- 
tere almeno una volta le operazioni per liberare completa- 
mente le piante dalla infezione. 

Le pompe migliori sono quelle a grande lavoro indicate al- 
trove, ma se non si potessero avere, si può far uso delle scale 
per salire sulle piante e delle ordinarie pompe da solfato di 
rame, fornite di lunghi tubi di gomma e delle necessarie canne 
di allungamento per colpirne le parti anche più elevate. 

Gen. Homotoma Guerin. 

Antenne spesse, pelose, filiformi, di dieci articoli simili, e 
più corte del corpo. 

Homotoma Ficus Guerin. 

(Psilla o falso pidocchio del Fico). 

La Psilla del Fico allo stato perfetto è di color giallo fulvo 
col torace e l'estremità dell'addome quasi rossicci. Gli occhi 
sono grandi e rossi. Le antenne con i primi due articoli 
cortissimi, il terzo eguale alla somma dei tre seguenti, e gli 
ultimi due neri, mentre i precedenti sono giallo chiari appena 
infoscati. Il rostro è del colore del corpo. Le zampe sono 
robuste con le tibie fornite di una corona di setole, sostituite 
da spine grosse e corte nel terzo paio di zampe, nelle quali il 
primo articolo dei tarsi ha due spine simili, che non esistono 
nelle zampe precedenti, mentre il secondo articolo dalla metà 
in poi è nero come l'arolio, e le unghie sono piegate ad uncino. 
Le ali sono incolori o quasi con le venature distinte, pelose 
e terminate in una macchiolina nera. . 

Le forme ninfali, dalle quali provengono gli adulti, sono 



— 444 — 

di color verde clorofillico, con antenne gialle coniche, indistin- 
tamente articolate, fornite di una piccola punta alla estremità; 
gli occhi distinti, neri, ed i sacchi alari bianchi, ciliati come 
il margine del corpo, che nella fronte è evidentemente solcato. 

Le forme larvali sono più corte di quelle ninfali e senza 
sacchi alari. 

Le uova sono giallo rossastre, sferoidali e del diametro di 
un mezzo millimetro circa. 




Fig. 253. — Femmina molto ingrandita di Homotoma Ficus. 

Le larve di questo Psillide compariscono nel mese di mag- 
gio e si raccolgono nella pagina inferiore delle foglie del Fico, 
le pungono per nutrirsi e le fanno arrossare e deperire nei 
punti lesi. Mentre hanno luogo queste alterazioni nelle foglie, 
verso la seconda decade di giugno gli insetti si fanno adulti, 
depongono nuove uova e arrecano nuovi danni sul fogliame 
sul quale i nuovi nati continuano a vivere e a moltiplicarsi 
diverse volte nel? estate e nell'autunno. L'ultima generazione 
affida le uova sui rami e sul fusto e muore; mentre le uova 
passano 1' inverno e danno alla luce le larve della prima ge- 
nerazione nella primavera seguente. 

Larve, ninfe e insetti perfetti si distruggono facilmente vo- 
lendo, con le aspersioni dei liquidi saponosi al 2 °/ , ma di essi 
è meglio prendere di mira le forme giovani e possibilmente 
quelle della prima generazione per impedire che avvengano 
i danni sulla pianta. Di autunno e d' inverno si possono at- 



— 445 — 

taccare le uova spennellando i rami ed i tronchi con miscele 
catramose fatte con 

Olio pesante di catrame litri 10-15 

Soda kg. 5 

Acqua litri 90 

G-en. Psylla Geoff. 

Capo con due processi frontali distinti; pronoto breve an- 
teriormente convesso, dorsulo o scudo anteriore del mesonoto 
più fortemente rilevato, curvato più davanti che indietro e più 
lungo del cranio; apice delle ali anteriori compreso fra il nervo 
radiale ed il secondo raggio dell'ultima forca cubitale. 

Le specie del genere che riescono talvolta moleste alle 
piante coltivate sono diverse, e per tutte valgano le notizie 
indicate per quelle seguenti. 

Psylla Pyri L. 

(Psilla o Falso pidocchio del Pero). 

La Psylla pyrì L. è un insettino olivastro ferruginoso della 
lunghezza di 2 mm. circa. Ha le antenne brune; il capo fer- 
ruginoso; il dorso del torace eoa quattro linee rossastre; l'ad- 
dome con i margini dei segmenti e la estremità posteriore 
come le linee del torace; le zampe bruno nerastre con le arti- 
colazioni rossastre, e le ali ialine, quelle anteriori con una sfu- 
matura ferrruginosa verso l'apice. 

Quest' insetto alla fine della bella stagione si accoppia e 
depone un numero considerevole di uova gialle, piccolissime, 
ovali, lunghe ^3 di millimetro circa, nella screpolatura della 
scorza e alla base delle gemme dei giovani rami del Pero. 

Verso la fine di marzo e ai primi di aprile, da queste uova 
incominciano a venir fuori delle larve piccolissime, quasi tra- 
verse, e dello stesso colore delle uova, le quali conficcano le 
setole del rostro nelle parti giovani della pianta, si nutrono 



— 446 — 

e crescono abbastanza rapidamente, mutando di forma e di 
colore così che nel maggio si trovano già orbicolari, arroton 
date, e di colore bruno olivastro. Ai primi di giugno queste 
forme larvali sono già ninfe, ma serbano ancora la forma de- 
pressa, le antenne biancastre con l'estremo infoscato, il pro- 
noto arancione con due linee di quattro punti neri ciascuna, 
separate da una linea mediana chiara, che si estende sul capo 
e sull'addome. 





Fig. 254. — A, Femmina di Pylla Pyri molto ingrandita. — B, Ramo di Pero infetto. 

Verso la seconda metà di giugno queste ninfe si mutano 
negli insetti perfetti descritti, che si disperdono e terminano 
le agglomerazioni delle psille che per lo innanzi si notavano 
sui piccoli rami e all'ascella delle foglie. 

I danni che le Psille recano alle piante passano abitual- 
mente inavvertiti, ma quando la specie apparisce numerosa, 
si fanno gravi, e allora il modo migliore di combatterle sta 
nelle irrorazioni con liquidi insetticidi a base di sapone solo, 



— 447 — 

alla dose del 2 °/ , o di sapone ed olio di catrame secondo la 
formola 

Sapone kg. 1,500 

Olio di catrame litri 1,000 

Acqua » 100,000 

Il momento opportuno della difesa cade nel mese di mag- 
gio, quando tutti gli insetti sono nati e questi ancora non 
hanno danneggiato gravemente le piante che si vogliono di- 
fendere. 



Psylla py ricola Forst. 

(Psella pallido rossiccia del Pei'o). 

A differenza dalla precedente questa Psilla è pallido-rossic- 
cia con macchie brune sul capo, linee longitudinali nere sul 
torace, e striscie trasversali dello stesso colore sull'addome, che 




Fig. 255. — Femmina molto ingrandita di Psylla pyricola Foerst. 



è pallido. Le ali sono pallide con una macchia bruna, e delle 
sfumature gialle. La lunghezza è presso a poco quella indi- 
cata per la specie precedente al pari della quale, quanto agli 
effetti sulla pianta, si comporta e si combatte. 



— 448 — 

Trib. TRIOZINAE. 

In questa tribù si comprendono gli Psillidi nei quali il 
nervo cubitale delle ali anteriori prende origine diretta dalla 
sotto costa, senza peduncolo, e sono rappresentati da due ge- 
neri Bactericera Put., e Trioza, del quale, soltanto qui conviene 
di discorrere. 

Gen. Trioza Fòrst. 

Processi frontali robusti, distinti; articoli del filamento 
delle antenne egualmente grossi; sottocosta tripartita. 



Trioza alacris Forst. 

(Piega foglie dell'Alloro). 

La Trioza dell'Alloro è bruno farinosa, lunga 3 mm. circa. 
Ha le sporgenze frontali triangolari, scabre, pelose; occhi grigi; 
antenne albide poco più corte del torace, con gli ultimi due 
articoli bruni ingrossati, rispetto ai precedenti, e peli setolosi; 
ali anteriori con nervatura gialla; addome bruno con due linee 
soprastigmatiche dello stesso colore. 




m Df 



Fig. 256. — A, Femmina di Trioza alacris ingrandita. — B, Testa con occhi, pro- 
cessi frontali ed antenne. — C, ala. r. radio. — B, addome: wz, del maschio, 
f, della femmina. 

La ninfa è depressa, anteriormente dilatata, con capo verde 
sbiadito sparso di atomi bruni; torace del colore del capo, 



— 449 — 

con una linea mediana e quattro laterali giallastre; margini 
dei segmenti del corpo ciliati e le ciglia ricoperte di materia 
cerosa. 

Appena comincia la vegetazione dell'Alloro compariscono 
sulle nuove foglie gli insetti perfetti, che puntano il succhiello 
nei margini di quelle, ed oscillando continuamente da un lato 
all'altro vi conficcano le setole e succhiano. Sulle foglie stesse 
hanno luogo gli accoppiamenti di rito e dopo di questi la 
deposizione delle uova, che si trovano sul margine inferiore 
delle foglie, che si ipertrofiano nei punti lesi, si scolorano e 
si arrovesciano sopra se stesse, così che il deposito delle uova 
coperte di materia cerosa resta completamente nascosto e di- 
feso. Nel seno di quella piega marginale della foglia le larve 
nascono, crescono e danno le ninfe, che escono e raggiunto 
lo stato perfetto trasportano la infezione sulle foglie circostanti. 




- Foglia di Alloro alterata dalla Trioza. 

Le generazioni si ripetono diverse volte di seguito, sempre 
sulle foglie più tenere, dalla primavera all' autunno, quando 
gli adulti si disperdono ed i giovani restano nelle stesse pie- 
ghe delle foglie per passare l' inverno, e ripetere la infezione 
nel nuovo anno. 

Per 1' addietro l'Alloro era pianta utile per 1' ornamento 
soltanto ; ora se ne vendono anche le foglie, che trovano largo 
posto sui mercati della Germania dove si vendono a prezzo 
piuttosto elevato; e siccome sono proprio le foglie quelle che 



29 



— 450 — 

appunto sotto le punture di questo Psillide vengono deformate 
la pianta perde per tal modo della sua virtù decorativa, e le 
foglie vengono deprezzate. 

Per difenderle bisogna prendere di mira quelle infette, 
con le uova o con le larve, per asportarle e bruciarle nella 
primavera, al primo apparire della infezione. È questo il mezzo 
di difesa più. sicuro e meno costoso, perchè gli altri non rispon- 
dono egualmente allo scopo desiderato. 

Auchenorhynchi. 

Grli omotteri Auchenorhynchi si distinguono dagli Sterno- 
rinchi per avere i tarsi formati di tre articoli ed il rostro im- 
piantato al di sotto del capo e degli occhi. D'altra parte le 
antenne sono formate di tre articoli, due basilari, cortissimi 
e grossi, ed uno terminale, setoso; le ali anteriori (elitri) col 
corio fornito per lo più di cinque vene radiali, sono distese 
e talvolta sensibilmente ispessite, spesso colorate, mentre le 
posteriori sono sottilissime e plicate. 

Gli Auchenorinchi prendono anche il nome di Cicadari, dei 
quali alcuni sono provvisti di apparato stridulante, come 1 
Cicala comune, e si dicono degli Stridulanti ; mentre altri non 
hanno quest'organo del suono e si dicono dei Silenti, divisi 
nelle famiglie dei Membracini, Folgoridi, Cercopìdi e Jassidi, 
delle quali le tre ultime soltanto comprendono specie di nota 
importanza agraria. 

Fam. Iassidae. 



Clipeo con carene laterali distinte; pronoto per lo più senza 
rilievi o appendici; estremità del femore e spigoli delle tibie 
spinosi, spine della estremità delle tibie striate. 

La famiglia comprende diverse tribù delle quali qui ricor- 
deremo quelle dei Tiflocibini, Iassini e Tettigonini. 



451 — 



Trib. TYPHLOCYBINAE. 

A differenza delle altre tribù questa comprende forme con 
ali anteriori nelle quali i nervi longitudinali sono semplici, 
alla base soltanto verso l'apice ramificano, e gli ocelli sono 
poco visibili. 

G-en. Typhlocyba Germar. 

Corpo cilindrico; vertice del capo più o meno appuntito, 
clipeo eguale ad un terzo della lunghezza della fronte, che è 
due volte più lunga della sua larghezza superiore : elitre con 
quattro cellule apicali distinte ; ali con la prima e la seconda 
nervatura unite prima dell'apice e continuanti come un nervo 
solo fino al margine ; terzo nervo semplice, connesso al secondo 
per mezzo di una piccola vena traversale, e continuata fino al 
margine; quarto nervo connesso al terzo, come questo al se- 
condo. 

Typhlocyba viticola Targioni. 

(Tiflociba della vite). 

La Tiflociba della vite è lunga mm. 3,5 circa ed è di co- 
lore prima verdiccio poi giallo verdastro chiaro per tutto. 
Essa ha le ali anteriori con quattro nervi longitudinali liberi 
uniti fra loro da nervi trasversi ; la cellula apicale è triangolare, 
una volta e mezzo più lunga che larga; la terza areola ter- 
minale è appena più larga della seconda alla base e ancora 
più angusta della quarta, la quale per la convergenza del 
terzo nervo col margine posteriore, è ristretta verso l'apice. 

La ninfa è verde, non gialla come l'adulto, ed ha l'addome 
fornito di quattro grosse setole spiniformi negli anelli del- 
l'addome. 



— 452 — 

La larva rassomiglia alla ninfa, ma ha queste setole ridotte 
di molto anche nelle zampe. 




Fig. 258. — Typhlocyba viticola molto ingrandita. 

La specie, trovata prima dal Cavanna all'isola di Pianosa, 
l'ho rinvenuta all'isola dell'Elba anche sulle viti nelle foglie 
delle quali erano numerose le spoglie dell'insetto, le punture 
del quale più che sulle foglie possono riuscire nocive sui fiori, 
sulle gemmule e sulle ramificazioni delle rachidi florali. 

Ho visto però che le larve e le ninfe almeno cedono rapi- 
damente all'azione soffocante delle soluzioni saponose dall'I x \ 2 
al 2 °| , e poiché queste non portano mai danno sulle piante, 
sarebbero il mezzo migliore per liberarsene ove la loro pre- 
senza riuscisse molesta. 

Typhlocyba Crataegi Dougl. 

(Cicalino, del Susino e dell' Azeruolo) 

E di color giallo pallido con una piccola macchia scura 

all'apice della sottocostale e del- 
l' area soprabrachiale. 

La specie si rinviene di estate 
sulle foglie e sui rami dell'Aze- 
ruolo, ma si trova anche su quelli 
del Susino e del Nocciuolo, insie- 
me alla T. Avellanae per quanto, 

Fig. 259. — Typhlocyba Avellanae in- n „„,, • „!,!,,• „„„j.„j.„ ì? 

grandita ed al naturale. "Il Ora, 11011 VI abbia portato ef- 

fetti visibilmente nocivi. 

Per combatterla, occorrendo, si veda quanto è stato indi 
cato per la specie della vite. 




— 453 — 

Gen. Eupteryx Curt. Fiéb. 

Le specie di questo genere sono notevoli per la macchia- 
tura delle ali e per il loro colorito armonizzato. Esse per al- 
tro hanno la fronte triangolare lunga; le ali anteriori senza 
lembo, il primo, secondo e terzo nervo radiale quasi paralleli 
ed uniti a due terzi della loro lunghezza da quattro corti nervi 
angolari trasversi. Dal mezzo di queste vene partono le vene 
radiali verso la periferica, formando quattro aree apicali. 

Eupterix Melissae Curtis. 

(Cicalino, della Melissa). 

L'insetto perfetto è di color verde chiaro col vertice del 
capo convesso, il cranio fornito di tre macchie nere nel mar- 
gine ed una alla base; antenne nere; pronoto con due linee 
curve mediane, e due, una per parte, ai lati limitanti un grosso 
punto nero; ali anteriori solfuree o citrine con due grandi 
aree triangolari chiare sub apicali, con la base maggiore sul 



Fig. 260. — Femmina ingrandita di Eupterix Melissae. 

margine anteriore, e varie altre limitazioni brune; addome 
bruno con le divisioni degli anelli giallognole. 

La ninfa è viridula. La larva è gialla punteggiata sul 
mezzo del capo. 



454 



G-en. Kybos Fieb. 



Vertice arrotondato più corto del pronoto ; ocelli distinti ; 
ali anteriori senza lembo e più corte dell'addome. Ali poste- 
riori col primo ed il secondo nervo radiali uniti prima di pas- 
sare al costale, che è completo fino al nervo anale. Il primo 
radiale è semplice, ma unito al secondo da un corto nervo tra- 
sverso; il terzo, per metà della sua lunghezza confluisce col 
margine periferico superiore dell'ala, e così formasi una sola 
cellula apicale. 

Kybos smaragdula Fallen. 

(Cicalino, del Lampone). 

Questa cicalina ha il corpo rossiccio con antenne, occhi, 
due macchie ad u sul pronoto e le divisioni degli anelli scure, 
mentre le ali anteriori sono citrine e quelle inferiori chiare. 




Fig. 261. — Kybos smaragdula Fall, ingrandito. 

La specie si presenta numerosa talvolta sul lampone del 
quale le foglie possono essere sensibilmente danneggiate dalle 
sue punture. 

Si combatte come le Tiflocibe. 






— 455 — 
Gen. Chlorita Fieb. 



Ali anteriori con tre vene radiali connesse da due nervi 
trasversali e formanti tre lunghe cellule; la quarta cellula è 
formata dalla vena trasversale esterna che va all' orlo omonimo. 

Chlorita Solani Rollar. 

(Clorito, della Patata,). 

L'insetto perfetto è verde giallognolo con le nervature 
delle ali anteriori sottili, ialine, e le zampe di color verde 
brunastro. 




Fig. 262. — Chlorita Solani ingrandita. 

La specie si rinviene numerosa talvolta sulle foglie delle 
patate con danni non sempre sensibili, ma non egualmente 
trascurabili. 

La difesa delle piante negli orti e nei campi prossimi 
agli abitati è facile come l' altra indicata per limitare la dif- 
fusione delle specie precedenti. 

Chlorita flavesceus Fab. 

(Clorito giallo verdastra della vite e delle patate). 

Ha .corpo verde-chiaro, o giallastro lucente; elitre talvolta 
striate di chiaro, unghie scure, e la prima cellula apicale 






— 456 — 

delle elitre incipiente, poco avanti alla quarta, meno di tre 
volte più lunga che larga. Lung. mm. 3,5. 

A questa specie, frequente sulle Patate, sulla Vite, e su 
altre piante coltivate, avrei riferito i danni causati sulle fo- 
glie delle viti nel picciuolo e nelle lamine, le quali, nei casi 
di infezione grave, si macchiano e intristiscono notevolmente. 



Trib. JASSINAE. 

Corpo con gli occhi più largo del pronoto, a vertice ot- 
tuso, fronte più lunga che larga, e rostro robusto. Ali ante- 
riori almeno della lunghezza dell'addome, con due cellule di- 
scoidali e cinque cellule apicali. 



Gen. Cicadula Zetter. 

Appendice marginale delle ali anteriori alquanto larga, 
col settore esterno prossimo alla base diviso in due; forca 
col ramo esterno indistinto, e quello interno unito da una 
nervatura trasversale ed alla metà del corio forcuto, formando 
una cellula longitudinale mediana. 

Cicadula sexnotata F alien. 

(Cicalino, a sei macchie dell' Azeruolo e del Luppolo). 

Allo stato perfetto questa cicalina è lunga 7 mm. circa ed 
è di color giallo o verde giallognolo. Ha due macchie roton- 
date, di cui una alla base del vertice del capo, seguite da due 
più lunghe, e due nella fronte, che è verde giallognola, con fa- 
scia trasversale bruna e sutura delle gote nera; pronoto appena 
macchiato ; addome bruno con una o due strie aranciate nel- 
l' ultimo anello; zampe gialle con le tibie posteriori punteg- 
giate di nero; ali anteriori gialle, opache, col lembo bruno; 
ali posteriori ialine con nervatura bruna. 



— 457 — 

Le ninfe e le larve sono nerastre, annuiate di chiaro sul- 
l'addome. Si trovano mescolate agli adulti sull'Azeruolo e sul 
Luppolo e talvolta per fino sul frumento, sull' orzo e sull' avena. 




Fig. 263. — Femmina di C'icadula sexnotata ingrandita. 

La specie è sostenuta durante l'inverno dalle forme per- 
fette e talvolta anche dalle giovani, ricoverate alla base delle 
piante o sulle radici di esse. 

In ogni modo essa si trova spesso assai numerosa e con danni 
non sempre lasciati inosservati sui vegetali, che si possono 
difendere prendendoli di mira al suo primo apparire con i 
mezzi proposti contro le specie precedenti. In base al suo 
modo di vivere, si può anche colpire addebbiando il terreno. 



G-en. Deltocephalus Burm. 

Vertice del capo deltoideo, triangolare, ocelli abbastanza 
distanti dagli occhi; pronoto smarginato alla base; ali ante- 
riori con cinque cellule apicali; ali posteriori col secondo nervo 
longitudinale abitualmente forcuto. 



Deltocephalus pascuellus Fallen. 

(Deltocefalo dei prati e dei seminati). 

E una cicalina verdastra col vertice del capo giallo, nel 
maschio con una linea mediana fra due piccoli canalicoli; prò- 




— 458 — 

noto verde tre volte più lungo del vertice; scutello con due 
strie brune ed una sottile linea trasversale; ali anteriori con 

nervatura bianchiccia fra le aree 
verdognole, o giallo infoscate; zam- 
pe anteriori maculate, le medie e 
le posteriori con una linea sudicia 
nei femori e alla base della tibia. 
La femmina ha il vertice del capo, 
il pronoto e lo scutello per lo più 
senza macchie, o una macchia ad 
Fig. 264. - Deitocephaius pascueiius angolo acuto sul cranio, mentre 

ingrandito. i n , , i -i • , 

la tronte e bruna con linee tra- 
sversali pallide, e l'addome, più lungo delle ali anteriori, è 
peloso e giallo nell'ultimo anello. 

La specie vive sulle piante pratensi e qualche volta anche 
sulle cereali, nei campi, dove si comporta presso a poco come 
le forme precedenti. Se ne evitano i danni anticipando di qual- 
che giorno la falciatura delle erbe. 



Trib. TETTIGONINAE. 

I Tettigonini hanno fronte gibbosa, clipeo molto convesso; 
femori con un paio di speroni all' apice e tibia ornata di molte 
spine. 



G-en. Tetti goni a Geoff. 

Le specie del genere sono fornite di fronte e clipeo molto 
convessi; ocelli situati sul vertice in vicinanza del margine 
del pronoto; pronoto appena - sinuoso alla base; ali anteriori 
con un grosso margine apicale, senza lembo; e due grosse 
spine dei femori dal lato superiore all'apice. 



459 



Tettigonia viridis Linné. 

(Cicadella verde). 

L'insetto perfetto è lungo 8 mm. e di color verde smeraldo, 
col capo giallo-fulvo-brunastro, macchiato di nero; pronoto, scu- 
tello ed ali anteriori verdi e queste ultime con delle macchie 
nere alla base ed il margine costale giallo pallido, mentre le 
zampe sono ocracee. 

Il maschio è più piccolo della femmina e di colore bruna - 
stro; ma il pronoto è verde giallognolo macchiato di bruno, e 
le ali anteriori, come l'addome, sono di color fosco, mentre le 
ali posteriori sono grigie. 





Fig. 265. — A, Femmina ingrandita di T. viridis vista dal dorso. — B, id. vista 
di fianco. 



Le ninfe e le larve sono infoscate e le uova sono ovali. 

La specie è accusata di danni notevoli alle canne da zuc- 
chero nelle Indie orientali, mentre nessuno se n' è occupato 
da noi. 

Occorrendo di combatterla sono sufficienti gli stessi mezzi 
messi in vista contro le specie precedenti. 



— 460 — 



Gen. Euacanthus Lep., Serv. 

Capo con gli occhi più largo del protorace; ocelli distinti 
sul margine del vertice; fronte earenata; labbro inferiore della 
lunghezza del clipeo; ali anteriori con la sottocostale successi- 
vamente triforcata, quella anale semplice, e quattro cellule api- 
cali; tibie posteriori prismatiche, fortemente spinose e setolose. 

Euacantus interruptus Linné. 

(Cicalino, gialla maculata del Luppolo, del Grano, ecc). 

L'insetto perfetto è lungo 9 mm. circa ed è di color giallo 
rossiccio con gli ocelli nel margine anteriore del vertice; il 
pronoto smarginato, lo scutello triangolare; le ali anteriori 
gialle con una larga fascia nera ineguale, che ne attraversa 
dalla base all'apice il corio e il davo, ed un'altra più corta 
e stretta, che va dall'apice alla metà del margine anteriore; 
le zampe gialle, e l'addome conico brunastro nei lati. 




Fig. 266. — Femmina ingrandita di Euacantus interruptus. 



m 

La specie con le sue diverse forme vive, fra le altre piante, 
sul Luppolo, nella primavera e nell'estate, pungendone le fo- 



— 461 — 

glie e le altre formazioni tenere, che sotto l'azione di quelle 
intristiscono sensibilmente. 

Per impedire che i danni si estendano bisogna colpire al 
loro primo apparire le forme giovani ed adulte dell'insetto 
con soluzioni di sapone al 2 °/ nell'acqua. Servono anche 
quelle all'estratto di tabacco all'I l \ % °/ , ma sono assai più 
costose. 

Fam. Cercopidae. 

I Cercopidi hanno due ocelli fra gli occhi; fronte gibbosa, 
convessa, sporgente sul cranio; metanoto piccolo, minuto; co- 
sce anteriori non ingrossate ed inermi; tibie posteriori con 
due spine sullo spigolo esterno. 

A questa famiglia appartengono diversi generi fra i quali 
sono notevoli per noi i seguenti. 

G-en. Fhilaenus Stai. 

Ocelli ad eguale distanza fra loro e dagli occhi; vertice 
non carenato, rostro arrivante fino all'anca del secondo paio 
di zampe; corpo fittamente peloso. 

Philaenus campestris Fall. 

(Fileno dei campi). 

È una cicadina lunga 4 a 5 mm. di un color paglierino 
brunastro, con quattro macchie 
più scure sul protonoto, spesso 
percorso da una linea mediana 
scura che si estende sul capo; 
elitre largamente sfumate di 
rosso bruno, meno che alla base e 
in due zone del margine costale, 

Fig. 267. — Femmina di Philaenus 
che SOnO del colore del COrpO. campestris ingrandito. 

L' ho trovato numeroso e per conseguenza dannoso al grano 
in Sicilia insieme alla specie seguente. 




— 462 — 
Philaenus lineatus Linn. 

(Fileno lineato). 

È di color giallo ocraceo, con cinque impressioni arcuate 
sul pronoto, ed una grossa linea scura parallela al margine 
costale sulle elitri. D'altronde la lunghezza del corpo lo di- 




Fig. 268. — Femmina ingrandita di Philaenus lineatus. 

stingue anche dalla specie precedente che l'ha brevissima. Si 
combatte con i mezzi indicati contro la Tettigometra obliqua. 



Philaenus spumarius Linn. 

(Sputacchina delle piante, erbacee ed arbustive). 

È di color giallo con delle sfumature rossastre, ma può es- 
sere anche verdognolo o bruno, con le tre cellule apicali delle 
elitri, chiare. 

La ninfa è giallo verdognola con gli occhi rossi, due ocelli 
dello stesso colore, le zampe di color verde, e le divisioni de- 
gli anelli del corpo rossicci. 

La larva è verdognola con qualche sfumatura rossiccia sul 
capo, sul torace e specialmente verso la estremità dell'addome. 

Le uova vengono deposte nell'autunno fra le screpolature 
delle scorze delle piante legnose dalle quali le larve nate, nella 
primavera passano sulle vegetazioni giovani di quelle è men- 
tre le pungono per trarvi nutrimento, emettono dall'ano una 
sostanza spumosa, vischiosa, nella quale si nascondono e non 
ne escono che allo stato perfetto. 



— 463 — 

Più che gli arbusti e le piante sterpose però la specie ab- 
bonda sulle erbe spontanee e specialmente coltivate, come le 
Trigonelle, l'Erba medica e le altre leguminose pratensi sulle 
quali talvolta si moltiplica in numero considerevole e vi di- 
viene nociva. 






Fig. 269. — 1, Philaenus spumar ìus allo stato perfetto, ingrandito. — 2, ninfa. 
3, larva uscita dalla spuma. 



I danni ai medicai più che negli appezzamenti a fieno si 
scorgono o si dovrebbero avvertire in quelli con le piante per 
seme, del quale se ne raccoglie una quantità minore di quella 
abituale. 

È condizione essenziale di vita per la Sputacchina, la se- 
crezione spumosa della quale si circonda, e dalla quale cac- 
ciata essa asciuga, dissecca e muore. Per ciò appena le si to- 
glie quella schiuma essa ne emette subito dell'altra e ne separa 
fino ad esaurimento di forze. Intanto è da notare che questa 
sostanza spumosa la difende da molte cause nemiche esterne 
e la salverebbe anche dall'azione delle soluzioni insetticide ove 
non fosse previamente rimossa ; e per rimuoverla non vi è modo 
migliore di passare con una tela o con una corda sulle piante 
per scuoterle, mentre gli operai con le macchine per gli in- 
setticidi operano la distruzione diretta dell'animale. 

D'altra parte, perchè quello non passi dagli appezzamenti 
a fieno, lasciati indifesi a quelli a seme da difendere e difesi, 
bisogna operare il taglio delle erbe, nei primi, quando l'insetto 



— 464 — 

è ancora allo stato di larva, perchè segua la sorte delle erbe 
sulle quali si trova. 

Quanto agli insetticidi, quelli a base di sapone col 2 °| 
di materia attiva ed una piccola quantità di petrolio, od al- 
tro, a mio modo di vedere meglio corrispondono allo scopo 
desiderato. 



Fam. Fulgoridae. 

I Folgoridi hanno due ocelli ai lati ed un altro per lo più 
alla estremità della carena frontale ; coscia anteriore non ri- 
gonfiata; tibie posteriori con numerose spine; tegule alla base 
delle elitre piccole, e le elitre quasi ialine o quasi perga- 
menacee, senza lembo, e con nervatura spesso complessa ed 
indistinta. 

Ai Folgoridi appartengono diverse tribù delle quali quella 
dei Tettigometrini, col genere e la specie che seguono, è qui 
ricordata. 

G-en. Tettigometra Latreille. 

Le forme di questo genere si distinguono facilmente dalla 
forma delle antenne e dalla posizione della setola, inserita a 
due terzi della lunghezza del secondo articolo, nonché dalle eli- 
tre pergamenacee, punteggiate, sorgenti da tegule distinte. 

Tettigometra obliqua Panz. 

(Folgorella o Cicalino, del Grano). 

È un insetto ovale, lungo 4 mm. e di color variabile, giallo, 
giallo-pallido più o meno rossastro, o giallo-grigiastro. Ha il 
capo triangolare di sopra nel margine punteggiato di giallo; 
antenne gialle col primo articolo più corto del secondo, torace 
ed addome di color nero, quest' ultimo con le suture degli 



— 465 — 

anelli e una linea medio ventrale di color pallido; elitre con 
tre fasce trasversali di punti neri, e zampe posteriori con le 
tibie armate di una corona di spine. 

La ninfa è ovato raccorciata e nero-picea, con una linea 
dorsale gialla. 

La larva è gialla, appena nata, e poi giallo infoscata. 

Le uova sono ovali, bianco-sale, peduncolate e distinta- 
mente reticulate verso uno dei poli. 




Fig. 20. — Femmina molto ingrandita di Tettigometra obliqua. 



La specie è comunissima da noi nei pascoli, nei prati e 
nei seminati, come sugli steli del Grano, dove si accoppia 
alla fine dell' inverno e va a deporre da 100 a 150 e più uova 
nel terreno, alla base dello stelo e sulle radiche della pianta. 

Dopo una quindicina di giorni nascono le larve, che escono 
dal terreno, e suggono dal culmo il liquido nutritizio. Restano 
a succhiare fino alla trasformazione, che ha luogo in maggio. 
In questo mese stesso dalle ninfe vengono fuori gli insetti 
perfetti e danno luogo ad una seconda generazione che si 
completa al momento della raccolta delle piante. Allora la 
specie passa sulle graminacee spontanee e vi resta nell' estate 
e nell' autunno dando altri insetti, che svernano e continuano 
la riproduzione nella primavera seguente. 

30 



— 466 — 

Le piante non mostrano di soffrire quando sono avanzate 
nello sviluppo, e viceversa intristiscono quando sono ancora 
tenere e molti gli insetti che le molestano. 

Può giovare per tanto l'anticipazione della semina e l'uso 
dei concimi chimici per favorire e anticipare lo sviluppo dei ve- 
getali. Ove la infezione persistesse, la estirpazione delle piante 
con le uova o con gli insetti, e la distruzione immediata delle 
stoppie più tardi, dopo la mietitura, negli appezzamenti in- 
fetti e in quelli circostanti, sono misure alle quali bisogna 
ricorrere senza perdere tempo. 



HETEROPTERA. 

A differenza degli Omotteri gli Emitteri Eterotteri hanno 
le elitre coriacee alla base, che ricoprono le ali, che sono mem- 
branose, quando non mancano, e gli organi della bocca inseriti 
all'apice del capo e da questo curvati in basso e all' indietro 
verso la parte posteriore del corpo. 

Quando gli Emitteri eterotteri sono irritati o molestati da 
cause nemiche emettono liquidi dai quali esalano odori sgrade- 
voli, repugnanti, per mezzo di ghiandole odorifere, che si 
aprono all' esterno sopra dischi piccolissimi situati fra le zampe 
del secondo e del terzo paio, negli adulti, e sugli archi dor- 
sali del corpo nelle forme larvali e nelle ninfe. 

Negli accoppiamenti i maschi, in principio, si sovrappon- 
gono alle femmine, come nelle forme del sott' ordine prece- 
dente; ma poi, non potendo quelli conservare a lungo la posi- 
zione indicata, si voltano dalla parte opposta ed i due sessi 
nella copula si trovano situati per diritto. 

Dopo l'accoppiamento le femmine fecondate lasciano i ma- 
schi a se stessi e attendono alla deposizione delle uova, che 
sono ovolari o cilindriche, lisce o scolpite, con una specie di 
coperchio od una delle estremità, che le larve sollevano per 
venire alla luce. 



— 467 — 

Le larve degli Emitteri eterotteri, appena nate sono quasi 
arrotondate e nerastre, ma poi nelle successive mute si allun- 
gano poco per volta e si presentano con forme e colori diffe- 
renti. 

Gli Emitteri eterotteri si ripetono due o tre volte nel- 
l'anno e sostengono con gli adulti la specie durante l'inverno, 
nascosti sotto le foglie, nelle screpolature delle scorze, nel 
vuoto dei vecchi tronchi, nei crepacci dei muri, fra le mace- 
rie che abbondano spesso fra i coltivati, e perfino nei luoghi 
abitati, dai quali fanno ritorno nei campi e vi diffondono la 
specie nella primavera seguente. 

Di questi Emitteri alcuni si nutrono esclusivamente a 
spese di succhi vegetali, altri intaccano anche le sostanze 
animali, ed altri predano a danno degli animali soltanto, 
come ha luogo fra i Fimatidi, le Cimici, i Reduvidi, i Saldidi, 
le Idrometre e gli affini, che cacciano nelle acque. 

Ma ciò che non è a mia conoscenza che altri abbia visto, in 
questi Emitteri, è la differenza notevole che spesso le diverse 
forme della stessa specie presentano agli insetticidi. Dalle mie 
esperienze, che pubblicherò altrove per esteso, resulta indub- 
biamente che gli adulti sono dieci a dodici volte, e le ninfe 
sono quattro a cinque volte più resistenti delle piccole larve 
dalle quali derivano. E che perciò è pensier mio che nella di- 
fesa contro le cimici delle piante si debbano prendere di mira 
le larve col mezzo degli insetticidi, e gli adulti con la rac- 
colta diretta, o col fuoco, ove la infezione si trovasse nascosta 
nelle macerie circostanti ai coltivati. 

Quanto ora alla loro sistemazione, secondo che le antenne 
sono di 3-4 articoli, cortissime, situate in cavità scavate al di 
sotto degli occhi, o sono inserite al di sopra dei lati del capo, 
o sono di 5 articoli ed inserite al di sotto dei lati, gli Emit- 
teri eterotteri prendono il nome di Criptocerati (Idrocoridi e 
Naucoridi di Fallen, o Idrocorisi di Latreille), nel primo caso, 
e di Gimnocerati (Cimicidi di Fall., Geocorisi di Latr. ecc.), 
nell'altro. 



— 468 — 

I Gimnocerati con elitre formate di un sol pezzo, zampe na- 
tatorie e unghie inserite prima della estremità dell'ultimo ar- 
ticolo tarsiale, sono insetti acquaioli e si dicono Idrodromici, 
mentre gli altri con elitre formate di più parti unite insieme, 
o reticolate, e le unghie inserite all' estremità dell'ultimo ar- 
ticolo dei tarsi, sono insetti terrestri, e si dicono per ciò Geo- 
dromici o Geocorisi. 

I Geodromici o Geocorisi, nei quali soltanto si trovano 
forme nocive alle piante coltivate, si dividono in famiglie e 
sottofamiglie diverse, delle quali qui conviene ricordare le se- 
guenti. 



Fam. Ting-idae. 



Corpo reticolato, non punteggiato, due o tre spine sul 
cranio; terzo articolo delle antenne più lungo ed ingrossato 
peloso; rostro sottile e lungo situato in un solco profondo a 
margini rilevati ; pronoto tumido o a visiera davanti con mar- 
gini foliacei sui lati, proiettati e piegati sul pronoto; disco 
con una a tre coste o carene e processo scutiforme per lo più 
lungo; elitre col margine anteriore più o meno ampio e re- 
flesso, e nervi del disco formanti per solito una lunga cellula 
lanceolata. 

G-en. Tingis Fcibr. 

Antenne sottili, davate; margini laterali del pronoto con 
due espansioni membranose ed un rigonfiamento vescicoloso, 
reticolato al pari delle elitri, che sono più lunghe dell'addome 
e munite di rigonfiamenti vescicolosi. 

Tingis Pyri Fab. 

{Tingi, Tigre o Piattola del Pero e del Melo). 

È un insettino bruno-nerastro lungo 2 mm. circa. Ha capo 
piccolo nascosto nel protorace; antenne più corte del corpo 




— 469 — 

col terzo articolo più lungo, ed il quarto maggiore della somma 
del primo e del secondo; dilatazioni laterali del protorace se- 
micircolari, bianche, col reticolo marginale nerastro; dilata- 
zione anteriore a cappuccio, e la posteriore che ricopre lo scu- 
tello. 

Ninfa bianco-verdastra, spinulosa, 
con due grandi fasce trasversali, 
scure sul corpo. 

Larva verdiccia a riflessi brunastri 
con tre spine frontali come nella ninfa. 

Uova bianco-verdognole, oblun- 
ghe, della lunghezza di un mezzo 
millimetro. J ^M £ . 

Nel mese di maggio i giovani nati ' '"Jj ww SflF v 

dalle uova e gli adulti svernati con 

n -, , -\ 1 n i ì Fig. 281. — Femmina ingrandita 

esse nelle screpolature del fusto, la- di Tingis PyrL 
sciano i quartieri d'inverno e passano 

nella pagina inferiore delle foglie e sui teneri getti del Pero e 
del Melo. Quivi, mentre gli uni succhiano e crescono, gli altri 
si accoppiano e danno le uova dalle quali nascono le larve, che, 
essendo ancora in piccolo numero, restano inosservate. Non è 
più cosi nel mese di luglio, e nell'agosto, perchè allora son 
tanti gli insetti, da ricoprire interamente il fogliame della 
pianta. 

Le foglie del Pero e del Melo colpite dall'insetto hanno 
la pagina superiore di un aspetto arsiccio, e quella inferiore 
essendo cospurcata di deiezioni e spoglie di Tingi, ha un aspetto 
quasi fuliginoso. 

Nel settembre la infezione continua, e continua a moltipli- 
carsi anche nell'ottobre, alla fine del quale gii insetti si riti- 
rano poco per volta nei quartieri d'inverno e vi aspettano la 
primavera seguente. 

Le piante attaccate dalla Tingi soffrono sensibilmente, per- 
chè le foglie punte cadono anzi tempo; quelle che persistono 
non possono esplicare per intero la loro funzione, ed i frutti, 



— 470 — 

quando non cadono, restano stenti, e non acquistano il colore 
e le dimensioni, ne hanno il sapore e l'aroma loro abituale. 

La Tingi, secondo gli insegnamenti del Costa, si combatte 
asportando le foglie infette e condannandole al fuoco. 

Il rimedio è buono, ma va praticato molto per tempo, 
quando l'insetto ancora non si è diffuso sulla pianta. Quando 
questa diffusione si è verificata, bisogna senz' altro ricorrere 
all'uso degli insetticidi, e fra questi le soluzioni di sapone al 
2 ° o quelle di sapone alla naftalina, alla stessa dose, sono 
quelle più in uso e raccomandate. 

Servono egualmente le miscele saponose al catrame, il 
catrame alcalinizzato, e l'estratto saponoso di tabacco, ma im- 
portano una spesa maggiore e lasciano un odore non grade- 
vole sui frutti. Quest'ultimo inconveniente si può evitare, ope- 
rando molto tempo prima della raccolta e dell' uso di quelli. 



Fam. Capsidae. 

I Capsidi sono insetti allungati con antenne lunghe seti- 
formi, dal secondo articolo più lungo e anche più grosso; 
ocelli nulla; rostro arrivante alla estremità del torace; elitre 
con piega parallela al margine che guarda lo scutello, la quale 
isola il davo che è trapezoidale, mentre il resto della por- 
zione coriacea, il corio, è triangolare; membrana con un nervo 
ellittico, che parte dal margine del corio e vi ritorna. 



Gren. IPhilus Hahn. 

Le specie di questo genere si distinguono per avere la te- 
sta arrotondata alla base con gli occhi subcontigui ai margini 
del pronoto, che davanti presenta un anello più o meno con- 
vesso, sicché quello appare evasato, ed il nervo della membrana 
delle elitre conformato ad uncino. 



— 471 — 
Phylus Coryli Linné. 

{Cimice nerastra del Nocciuolo). 

L'insetto perfetto è nero o bruno nerastro, più di rado 
grigio, lucente, cosparso di fine peluria giallognola. Le antenne 
soltanto e le zampe sono giallognole: 
quelle con la base del primo articolo 
nera, e queste con tibie spinolose e 
peli gialli, il terzo articolo dei tarsi 
bruno all'apice, e le unghie più pal- 
lide. Lunghezza 5 mm. 

La specie apparisce numerosa di 
giugno e di luglio specialmente sulle 
piante di Nocciuolo, a spese delle 
quali le sue forme vivono pungen- 
done le foglie ed i frutti ancora te- 
neri. 

In caso di molestie, per combatterla bisogna prenderne di 
mira le forme giovani specialmente con soluzioni di sapone 
al 2 °/ , nella primavera e nell'estate. 




Fi: 



;. — Femmina di Phylus Co- 
ryli ingrandito. 



Gen. Lycfus Hahn. 

I Lyg.us si distinguono dai Phylus per avere la testa tron- 
cata alla base formante una piega trasversale distinta, e per 
il margine anteriore del pronoto, che forma un anello ordina- 
riamente sottile, piano. 



Lygus pratensis Linné. 

{Cìmice contaminata della Pastinaca, della Patata, ecc.) 

La Cimice della Pastinaca, della Patata, e delle Ombrelli- 
fere coltivate è ovale e di color verde grigiastro, giallo bru- 



472 



niccio o bruno rossastro, cosparsa di peluria corta, aderente, 
di color giallo pallido. Il pronoto presenta delle callosità da- 
vanti, fra le quali è giallo pallido o giallo brunastro, ed una 
macchia nera negli angoli posteriori. Il cuneo delle elitre, nel 

margine posteriore, è rosso, e spesso 
bruno all'apice, mentre la membrana 
è pallido infoscata col margine api- 
cale più scuro e la vena è biancastra 
o rossastra. Lunghezza 6 a 7 mm. 

L'insetto è comune nella prima- 
vera e nell' estate sulle ombrellifere 
dei prati e sulle altre coltivate negli 
orti e nei campi, come il Sedano, il 
Prezzemolo, la Pastinaca, la Carota. 
Si trova anche sul fogliame e sugli steli delle Patate, che 
molesta con le sue punture nelle lamine foliari, mentre delle 
altre punge gli ovari ed i giovani frutti. 

Per combatterla si può raccoglierla la mattina presto su 
delle tele lutate, o bagnando le piante con le soluzioni inset- 
ticide indicate contro la specie precedente. 




Fig. 273. — Lygus pratensis tre 
volte ingrandito. 



Gen. Calocoris. 



Queste forme eleganti di cimici sono lunghette, senza peli 
o pelose, con capo superiormente a pentagono equilatero; il 
margine posteriore del capo senza piega ed insinuato fra gli 
occhi; gote appuntite; occhi prominenti; pronoto trapezoidale 
posteriormente convesso, rettilineo sui lati ottusi, davanti rile- 
vato col rilievo spesso o sottile; articolo basilare delle antenne 
più lungo del capo, dal quale sporge notevolmente; secondo 
articolo cilindrico, verso la sommità di rado più grosso e da due 
a due volte e mezzo più lungo del. primo; il terzo ed il quarto 
sono subeguali, ed il terzo è quasi % a 2 / 3 del secondo. Le zampe 



— 473 — 

sono robuste e quelle del terzo paio più lunghe e più grosse, 
col terzo articolo tarsiale più lungo del secondo. 

Calocoris norvegicus Gmelin. 

(Cimice bipuntata della Patata, e di altre solanacee coltivate). 

La cimice della Patata, dei Pomodori e dei Peperoni ricorda 
per la forma del corpo quella della Pastinaca, al pari della 
quale ha il maschio allungato, e la femmina più corta ed ovale, 
l'uno e l'altra però sono di color verde giallognolo, cosparsi 
di corta e fine peluria nera mescolata a peluria pallida. Il 
primo articolo delle antenne è verde con peluria nera; il se- 
condo ed il terzo bruno giallognoli, presso a poco come il 
rostro, che ha 1' apice nero-piceo arrivante al secondo anello 
addominale ; due callosità nel pronoto con due macchie nere 
presso di esse, ed un' altra sulla sutura della membrana delle 
elitri. L'addome è nero di sopra con le giunture fra gli anelli 
giallognole. Le zampe sono verdognole o giallognole bruna- 
stre, con l'apice delle tibie ed i tarsi bruni nelle posteriori. 
Lunghezza 7 min. circa. 

Questa è una cimice molto comune di giugno e di luglio 
sulle foglie e sui fiori delle patate, sulle stesse parti e sui frutti 
del pomodoro, dei peperoni e di altre solanacee coltivate, che 
essa punge e talvolta manda a male. 

Per combatterla bisogna raccoglierla facendola cadere so- 
pra delle tele lutate, perchè non fugga, appena si presenta; 
oppure colpirne le forme larvali appena nate, per impedire che 
si diffonda e riesca nociva alle parti delle piante indicate. 

Calocoris vaudalicus Rossi. 

(Cimice del Luppolo). 

A differenza della cimice delle solanacee, questa del lup- 
polo, per quanto delle stesse dimensioni, si presenta di color 
testaceo con le elitri di color fulvo, fornite di una macchia 



— 474 — 

giallo pallida alla sommità del corio; il corsaletto con una 
macchia trasversale nera, e le zampe anteriori rossastre, con 
gli articoli dei tarsi più o meno neri alla sommità. 

L'insetto vive a spese del Luppolo e di altre piante, sulle 
quali è meno frequente della specie precedente, alla quale si 
avvicina e al pari di essa, occorrendo, si combatte. 



Gen. Lopus. 

Testa curva alla base senza anello o piega trasversale; oc- 
chi subcontigui al pronoto ; secondo articolo delle, antenne ci- 
lindrico, margine anteriore del pronoto ad anello sottile, piano, 
diviso in due da un solco trasversale; margini laterali ottusi; 
primo articolo dei tarsi posteriori più corto, o appena più lungo 
del secondo. 

Lopus sulcatus Fieber. 

(Cimice grigia della Vite). 

Allo stato perfetto questa cimice è lunga 7 mill. su 2 circa 
di larghezza, e di color bruno, con macchie e fasce gialle. Ha 
il corpo con quattro macchie gialle (due intorno agli occhi e 
due alla base del rostro) ; secondo articolo delle antenne sube- 
guale alla lunghezza dei tre rimanenti; torace meno colorito 
del capo di sopra, col pronoto fornito di un solco trasversale 
segnato nel mezzo e nei lati da linee di color giallo arancio; 
scutello triangolare con macchia giallo arancione, posterior- 
mente bruna ; elitre nerastre con una fascia giallo chiara nel 
margine esterno e due macchioline triangolari arancio alla 
estremità inferiore del corio; addome bruno tinto di giallo sui 
margini e portante di sotto due linee laterali di macchie gialle. 

La ninfa è un terzo più corta dell'insetto perfetto ed è bruna, 
con macchie e fasce colorate come nella larva, che è rossiccia, 
con linee longitudinali bianchicce nel mezzo dell'addome e ai 



■ 



— 475 — 

lati del torace. L'uovo è lungo mill. I 1 [ 2 circa, ovale allungato, 
appena incurvato alle estremità e di color bianco ocraceo. 



/ 




Fig. 274. — Lopus sulcatus : a, femmina — b, maschio, più di due volte più grandi 
del vero. 

Le larve nascono dalle uova ai primi di aprile, e pungono 
i teneri germogli della vite, sulla quale talvolta attendono le 
giovani messe per molestarle. Dopo una trentina di giorni 
circa esse si trasformano in ninfe, che pungono e succhiano 
al pari delle larve, e in una ventina di giorni danno l' insetto 
perfetto. Questo si accoppia di giugno e depone le uova nei 
pali principalmente e nelle fenditure dei ceppi delle viti, 
d'onde escono le larve nella primavera seguente. 

I danni più notevoli che la specie fa alle piante son quelli 
che patiscono le viti a causa delle punture dell'insetto perfetto, 
il quale, attaccando i rami dei racemoli fa disseccare le gemme 
o i piccoli acini allegati, che si trovano su di esse. 

Per la difesa si prendano di mira le uova con liquidi al- 
calini al catrame, da spandere sui pali e nelle fenditure dei 
| ceppi. 

Per la distruzione delle uova che si trovano nei legacci, 
! questi si sostituiscano con altri nuovi e si brucino. 

I pali si possono anche immergere in un tino con la mi- 
scela catramosa, per risparmiar liquido. 

Per aver ragione delle larve e degli adulti provenienti 
j dalle* uova sfuggite alla distruzione invernale, si fa uso -dei 



— 476 — 

collettori ad imbuto, forniti di sacco inferiormente, per rac- 
cogliervi gli insetti, che si lasciano cadere appena si scuotono 
le piante, per mettersi in salvo. 



Fani. Pyrrhoeoridae. 

Le forme di queste cimici sono ovali e grosse, a capo trian- 
golare, senza ocelli, antenne di quattro articoli, il primo dei 
quali è almeno della lunghezza della testa, e gli altri più 
corti ; il terzo articolo del rostro più lungo del quarto ; mem- 
brana delle elitri con due o tre cellule basali dalle quali par- 
tono nervature forcute; suture del ventre arcuate o sinuate 
all'esterno ; femmine con l'ultimo segmento ventrale non in- 
cavato ad angolo. 



Gen. 3?yrr\hocoris Fall. 

Corpo ovale; capo pentagonale a vertice corto, piano, gote 
triangolari convesse; antenne robuste, col primo articolo clavato 
arrivante alla metà delle gote, il secondo ed il terzo appena 
più ingrossati all'apice; quello più lungo del primo ed il terzo 
eguale alla metà del secondo; rostro arrivante al terzo paio 
di zampe; elitre piane; davo nello stesso piano del corio, che 
nel margine anteriore è arrotondato; membrana con due cel- 
lule irregolari alla base tagliate obliquamente nell'estremità 
del corio dal quale partono diverse nervature; zampe robuste, 
corte e di lunghezza disuguale. 

Pyrrhocoris apterus L. 

(Cimice rossa maculata di nero). 

Allo stato perfetto questa cimice è lunga un centimetro 
circa, con la testa, il mezzo del protorace, lo scutello, il davo 



477 



e la membrana delle semielitri, una macchia rotonda nel mezzo 
del corio, ed un'altra piccola alla base, fra il davo ed il mar- 
gine esterno di color nero; mentre il 
margine dell'addome, un collare, ed 
una striscia dei segmenti sternali, le 
anche e 1' ultimo segmento dell' ad- 
dome sono di color rosso. 

La specie punge e succhia di tutto 
un poco, senza risparmiare gli animali 
e gli stessi individui della sua spe- 
cie; ma d'altra parte essa colpisce i 
fiori ed i frutticini dell'olivo, della 
vite, delle leguminose e di altri ve- 
getali coltivati nei campi e negli orti. 

Per combatterla bisogna ricorrere all'uso delle soluzioni di 
sapone nero dal 2 1 j ì al 3 °/ , e colpire con esse le forme gio- 
vani, che muoiono, senza nessun danno per la pianta. 




Fig. 275. — Pyrrhocoris apte- 
rus ingrandito ed a gran- 
dezza naturale. 



Fyrrocoris marginatus Collar. 

Questa specie è affine alla precedente dalla quale si di- 
stingue per avere il dorso dell'addome rosso e le antenne rosso 
pallide nel mezzo, non nere. Lungh. 15 mm. 

I costumi e il mezzo di combatterla sono quelli stessi indi- 
cati per limitare la diffusione del P. apterus. 



Farci. Peiitatomiclae. 



Corpo quasi esagonale, allungato, depresso, triangolare da- 
vanti; occhi laterali rilevati, alla base del capo; antenne di 
cinque articoli inserite inferiormente davanti agli occhi; pro- 
noto esagolare, trasverso ; scudo triangolare, posteriormente 
ristretto, con i lati, prima dell'apice, paralleli, e più corto del- 
l'addome. 



— 478 — 

La famiglia comprende vari generi dei quali si prendono 
di mira i seguenti: 

Gen. Dolycorys M. et B. 

Testa lunga quanto è larga alla base, quasi trapezoidale, 
triloba fra gli occhi ; secondo articolo antennale più corto del 
primo e di 1 f 2 più lungo del terzo ; occhi rilevati ; secondo ar- 
ticolo del rostro più lungo di tutti; angoli laterali del proto- 
race distinti, ma non formanti spine. 

Dolycoris baccarum L. 

(Cimice delle bacche e di altri frutti). 

L'insetto perfetto è lungo un centimetro e di color bruno 
rossastro, di sopra, mentre di sotto è giallo, punteggiato di 
nero. Ha i lobi laterali del capo oltrepassanti quello me- 
diano, oltre il. quale si uniscono; an- 
tenne gialle col secondo e terzo ar- 
ticolo quasi della stessa lunghezza, 
e talvolta al pari del quarto nerastri 
alla sommità, mentre l'ultimo è per 
la maggior parte n'ero; zampe gialle; 
margini dell' addome macchiati di 

Fig. 276. - Dolycorys iacea- TQ ^ Q Q ^ n dd ^ ultim() ^ 

rum un terzo pra grande ' ^ 

del vero. lore son pure le aperture stigmatiche. 

La specie è molto comune anche 
da noi dove rende puzzolenti e fetidi i frutti del Fico, del 
Pero e specialmente del lampone, dell'uva spina e simili, sui 
quali e sugli altri si posa per pungerli e succhiarli. 

Abitualmente si crede che il maggiore ed unico danno che 
l'insetto fa sui frutti sia quello di renderli di cattivo odore; 
ma è un errore, giacche dove essi pungono quelli presentano 
macchie di secco, quando nel luogo delle lesioni non svilup- 
pano muffe ed altri funghi, che nelle annate piovose possono 



: 




— 479 — 

riuscire seriamente dannose al raccolto. In ogni modo a me 
consta che le mele e le pere presentano dei punti induriti, 
spesso lignificati e non accresciuti nel luogo delle punture 
così che restano depressi. 

Quando si tratta di difendere i frutti da cosiffatta cimice, 
si scuotano le piante al mattino, per farla cadere, e si raccolga 
sopra delle tele per distruggerla. 

Gen. Palomena M. et R. 

Testa appena ristretta ed arrotondata in avanti, con i lobi 
laterali sorpassanti di poco quello mediano, ma senza formar 
solco ; occhi contigui ai margini del protorace ; ocelli prossimi 
agli occhi; il primo articolo delle antenne corto; rostro arri- 
vante al margine posteriore del metatorace; angoli laterali 
del pronoto non rilevati; scudo ricoprente oltre la metà dell'ad- 
dome; membrana delle elitri che va oltre l'apice dell'addome, 
il quale sporge ai lati di quelle; zampe sottili, corte ed inermi. 

Palomena prasina L. 

(Palomena verde dei campi e degli orti). 

È una cimice lunga una quindicina di millimetri, verde 
erbacea, talvolta a riflesso rossastro 
con il secondo ed il terzo articolo di 
lunghezza disuguale, i margini del 
corsaletto ad orlo giallo ed appena 
sinuati, il segmento anale di colore 
rossastro, che talora si estende a 
tutto il ventre. 

Questa specie infesta col suo odore 

•. . ... Fig, 277. — Palomena prasina 

le parti dei Vegetali SUI quali VIVO, un terzo circa più grande 

come patate, pomodori, fagìuoli, co- del vero ' 

comeri, ecc., e con le sue punture le fa disseccare. 
4 Per combatterla bisogna colpirne le larve con soluzioni di 




— 480 — 

sapone alla nicotina al 3 °| , e raccogliere gli insetti perfetti, 
nell'autunno e alla fine dell' inverno, perchè non diffondano la 
infezione nei campi nella primavera seguente. 

Palomena viridissima Poda. 

(Cimice verde a ventre fulvo delle piante ortensi e degli ortaggi di grande coltura). 

L'insetto perfetto è dello stesso colore della Palomena pra- 
sina, dalla quale si distingue per i margini laterali del pronoto 




Fig. 278. — Palomena viridissima un terzo più grande del vero. 

quasi diritti, o appena convessi infuori, con un filo di rosso, 
non giallo. 

I costumi e la biologia della specie sono simili a quelli 
della precedente al pari della quale danneggia le piante e si 
combatte. 



Gen. A-elia Fabr. 



Capo allungato, non depresso con rostro lungo nel quale 
il terzo ed il quarto articolo son quasi della stessa lunghezza; 
antenne sottili, con piccolo tubercolo diretto obliquamente in 
dentro; pronoto posteriormente corto e molto arrotondato; mar- 
gine posteriore del corio rotondato; membrana delle elitre con 
sette lunghi nervi; zampe di media lunghezza con margini 
riflessi, e tibie esternamente spianate. 



— 481 — 
Aelia acuminata Linn. 

(Cimice acuminata). 

Ha corpo ellittico lungo 7 ad 8 millimetri circa, appuntito 
nella fronte, e tutto di color flavo-ocraceo a riflesso verde, 
finamente punteggiato di nero, con 
una striscia triangolare nera dalla 
base all'apice dello scutello, e in que- 
sta una linea gialla, molto distinta. 

La specie è comune nelle piante 
pratensi e nei campi, nei quali ul- 
timi, moltiplicandosi eccessivamente) 
ha arrecato gravi danni alla colti- 
vazione dei Fagioli e di altre piante 
erbacee coltivate. 

Si combatte con i mezzi indicati contro le specie prece- 
denti. 




Fig. 278. — Femmina di Aelia 
acuminata, ingrandita ed 
al naturale. 



G-en. Stradila Màfm. 

Capo quasi trapezoidale ; lati delle gote, prima degli occhi, 
sinuati, margini laterali ingrossati, riflessi; apice arrotondato 
con un piccolo tubercolo centrale; lobo centrale corto, appun- 
tito; antenne di media lunghezza, tubercoli corti inseriti obli- 
quamente davanti agli occhi ; 1° articolo grosso e corto ; 2°, 
4° e 5° subeguali; 3° più corto; 4° e 5° ingrossati; rostro arri- 
vante al 2° paio di zampe, col 3° e 4° articolo corti ; 1° articolo 
dei tarsi quasi eguale alla somma del 2° e del 3°, il 2°, corto. 

Strachia ornata Linné. 

[Cimice ornata, o Cimice maculata dei Cavoli, e di altre piante). 

E lunga un centimetro circa e si distingue dalle congeneri, 
meno che dalla forma del corpo (simile a quella indicata nella 



31 



— 482 — 

fig. 280) per la testa nera orlata di rosso, le sei macchie nere 
del pronoto, le macchie semilunari nere dello scutello, la linea 
longitudinale nera delle elitre, che hanno la parte coriacea 
rossa; l'addome rosso con una macchia nera alla estremità; 
le antenne e le zampe nere. 

La cimice dei cavoli vive anche sulle Ombrellifere e sopra 
molte altre piante spontanee e coltivate. 

Essa è comunissima da noi nei mesi di giugno, luglio e- 
agosto; depone uova nere con cerchi e macchie bianche, di- 
sposte in linee ravvicinate, nella pagina inferiore delle foglie. 
Da queste uova dopo una diecina di giorni circa nascono larve 
attere, le quali pungendo fanno ingiallire e seccare le foglie, 
mentre spandono all'intorno un odore ingrato. 

La specie ha diverse generazioni nell'anno ed è sostenuta 
durante l'inverno dalle forme perfette, che nella primavera 
seguente si accoppiano e continuano la diffusione dell'insetto. 

Si combatte raccogliendone a mano le forme perfette, le 
ninfe e le larve, contro le quali ultime, occorrendo, si possono 
adoprare utilmente le soluzioni di sapone al 3 °/ o le altre 
che sono state indicate contro le Palomena. 



Stracliia oleracea L. 

(Cimice blu dei Cavoli, delle rape, dei navoni). 

Questa cimice è più piccola della precedente e di color 

blu bronzino raramente con tenden- 
za al verdastro, segnata di macchie 
rosse e bianche, di cui una lineare 
sul corsaletto, una sullo scutello ed 
una sui margini delle emielitri. 

La specie penetra con le setole 
. ' del rostro nel parenchima laminare 

Fig. 280. — Femmina di Stra- r 

ehm aiearacea. delle foglie e le fa disseccare nei 

punti lesi, con danni assai notevoli talvolta sulle piante indicate. 




— 483 — 

Per combatterne la diffusione si procede come si è detto 
contro la cimice precedente. 



Fam. Cydaidae. 

Le forme che compongono questa famiglia hanno capo ro- 
tondeggiante, corto e piccolo, con antenne corte e di media 
lunghezza; occhi non prominenti, piccoli; rostro arrivante fra le 
zampe medie, col labbro inferiore corte : pronoto rettangolare, 
trasverso; scutello triangolare, lungo, depresso all'apice; pro- 
sterno scanalato; mesosterno con un piccolo solco; zampe ro- 
buste con tibie armate di grosse spine seriate e tarsi di tre 
articoli. 



Gen. Sehirus Am., Serv. 

Corpo ovale punteggiato, appiattito; lobo medio frontale 
per lo più arrivante al margine anteriore; occhi piccoli ed 
ocelli grossi presso di quelli; articoli 1, 3 e 4 delle antenne 
subeguali, ed il secondo più piccolo; pronoto semicircolare in 
^avanti, carenato sui lati; scutello oltrepassante la metà del- 
l'addome; parte coriacea delle emielitri poco più della metà 
della lunghezza totale, col margine estremo diritto od obliquo: 
membrana con nervature sottili, forcute ; zampe robuste armate 
di spine seriate ed acute. 

Sehirus Mcolor LinDé. 

(Cimice a due colori). 

L' insetto perfetto è lungo 7 mm. circa e di color nero lu- 
cente, finamente punteggiato. Presenta una macchia bianca 
longitudinale, grande, sinuata irregolarmente nel mezzo, nel 



— 484 — 

margine anteriore del protorace ; una alla base delle emielitri, 
ed un'altra alla estremità della parte coriacea. 

La specie è comune sopra diverse piante ortensi e da campo, 





IVI. 



Sf 







Fig. 381. — Femmina di Séhirus bicolor: a, a grandezza naturale — b, ingrandita 

nonché sulla vite, ma più sulle prime; è stata notata sul ca- 
volo, per quanto non vi abbia portato gravi danni fin qui. In 
ogni modo dovendo combatterla, se ne fa la raccolta a mano, 
la mattina presto, quando non si volesse ricorrere all' uso 
più costoso degli insetticidi, con i quali si consiglia di pren- 
dere di mira lo stato larvale dell' insetto, perchè più vul-; 
nerabile. 



Fam. Scutelleridae. 

Gli Scutelleridi comprendono cimici a corpo discoidale, 
con testa inflessa, nei margini laterali acuta; ocelli per lo più 
presenti ed in numero di due; il primo, il quarto ed il quinto 
articolo delle antenne clavati; epistoma stretto, allungato, 
striato-rugoso ; scutello arrivante dalla metà all'apice dell'ad- 
dome; cinque vene nella membrana delle elitri; addome di 
cinque anelli; zampe con tarsi provvisti di due pulvilli mem- 
branosi. L'unico genere della famiglia che abbia interesse 
agrario da noi è il seguente. 



— 485 — 

Gen. Odontotarsus Laporte. 

Capo subconico, inclinato, avanti agli occhi triangolare ; 
pronoto ad angoli posteriori poco salienti; prosterno prolungan- 
tesi a guisa di una lamina sulla base delle antenne; scutello 
tendente a formar coda; addome senza placche striate; zampe 
con tarsi spinosi di sotto. 

Odontotarsus grammicus Linné. 

[Cimice lineata delle spiche del granturco, del grano, ecc.) 

Questa cimice allo stato perfetto è giallastra, punteggiata, 
con fasce longitudinali brune o rossastre, due sulla testa, quat- 
tro principali, ciascuna divisa in due, sul protorace, sei sullo 




Fig. 382. — Femmina di Odontarsus grammìcus : a grandezza naturale a — in- 
grandita 6. 

scutello, delle quali due intermediarie si prolungano oltre la 
metà, due laterali corte, e due esterne prolungantesi verso la 
punta dello scutello ed interrotte verso la base di questo. Le 
zampe e le antenne sono gialle o giallastre. 

La specie è propria dell'Europa meridionale e dell'Africa 
settentrionale, e per tutto più o meno comune nei seminati di 
grano, di granturco e di altre graminacee coltivate. Essa ne 
attacca le gemme fiorali e le granella, che punte e dissugate 
avvizziscono o crescono stente, quando non muoiono, con danni 
spesso gravi per la coltivazione. 



— 486 — 

Quanto alla difesa ritengo che non vi sia altro mezzo mi- 
gliore della raccolta diretta degli insetti fatta con tele nelle 
colture sarchiate, come il granturco, e con imbuto a sacco o 
con sacchetti e retini, fissati a lunghi manichi di legno, quando 
si dovessero difendere coltivazioni di grano, di avena, e simili. I 

Odontotarsus caudatus Klug. 

{Cimice caudata). 

La cimice caudata si differisce dalla precedente per avere 
la estremità dello scutello conformata a coda. 

La distribuzione geografica, i costumi, i danni alle piante 
ed il modo di combatterla sono simili a quelli indicati per la. 
cimice lineata. 

Gen. Eurygaster Laporte. 

Testa larga, triangolare, piatta di sopra, incisa, o triloba; 
occhi piccoli quasi nascosti di sotto; antenne abbastanza lun- 
ghe, col primo articolo eguale al secondo, che e più lungo del- 
terzo; pronoto ad angoli posteriori non salienti; scutello quasi 
piano, debolmente carenato nel mezzo, a lati diritti fin verso 
la metà, poi si arrotonda; addome più largo dello scutello; 
zampe corte con qualche spina, e tarsi sottili. 

Eurygaster hottentotus Fabricius. 

(Cimice ottentota del granturco e del grano). 

Questa cimice è lunga 12 a 15 mill. e di color bruno o 
nero, con capo alla estremità fenduta 
per la riunione dei lobi laterali al di 
là del lobo mediano della fronte; 
carena dello scutello molto distinta 
nel mezzo. 

L'insetto punge e succhia le ca- ' 
riossidi del grano e del granturco 

Fig. 283. Eurygaster hottento- 

ancora tenere, così che queste mole- tus ingrandito ed a gran- 

_ . . . . dezza naturale. 

state disseccano nei punti lesi e quivi 

si fendono secondo due o più direzioni diverse, come si è visto 




— 487 — 

da due anni in provincia di Caserta, dove per vero la specie 
non era da sola, ma con altre ancora, delle quali una è ad 
essa congenere, ed altre di. genere e famiglia anco differenti. 
Per la difesa si veda quanto è stato indicato contro gli 
Odontotarsus. 

Eurygaster inaurus Linné. 

(Cimice maura del granturco e del grano). 

La cimice maura è appena più piccola della cimice otten- 
tota; è bruna o giallastra, col lobo mediano della fronte ar- 
rivante a quelli laterali; la carena dello scutello è appena 
visibile, ed il margine dell'addome macchiettato di bruno. 




«Li» 

Fig. 284. — Eurygaster maurus ingrandito e a grandezza naturale. 

La specie è comunissima in tutta l'Europa, dove si com- 
porta e si combatte al pari della precedente. 



Fine della Prima parte. 



AGGIUNTE E CORREZIONI 



Heterodera radicicola G-reeff. 

Nel primo circondario della provincia di Avellino questo 
nematode è tanto diffuso, anche sulle radici della vite, che un 
gran numero di vigneti per esso è ora improduttivo o quasi. 

Quanto ai rimedi devo notare che, siccome il verme si 
adatta alle radici del nocciuolo e della vite più che a quelle 
delle piante erbacee, l'uso delle piante esca costituisce un 
mezzo di difesa poco efficace. Siccome, invece, la infezione è 
stata ivi diffusa con le piante di nocciuolo specialmente e con 
le viti è necessario che gli interessati si guardino dall' intro- 
durre nei loro poderi le piante infette (distinte per avere le 
radici provviste di un numero più o meno considerevole di 
nocloli o rigonfiamenti della grossezza di un capo di spillo), 
e che nei nuovi impianti (da farsi in terreni immuni) adope- 
rino piante selvatiche sane, o provenienti da vivai e località 
immuni. Mi consta, in oltre che, quando il sistema radicale è 
per la massima parte compromesso e deformato, in presenza 
del verme, l'uso dei concimi non basta per provocarne la rin- 
novazione. Occorrono invece gli insetticidi, ove non convenga 
addirittura di passare al sistema distruttivo, per rinnovare le 
coltivazioni con piante sane, in terreno immune, o liberato 
previamente dalla infezione. 

Sciara Piri Schmidb. 

A questa specie è stata, per errore non voluto, attribuita 
una larva (fìg. 107, pag. 226), che si riferisce invece al mio 
nuovo moscerino del pero (pag. 207). 



— 490 — 

La larva della Sciava Piti da me trovata con la prece 
dente nei piccoli frutti deformati dalle Contarinia, è cilindrica, 
non depressa, molto più lunga, di color bianco sale, non gial 
lognola. Essa si trova pure, nell'autunno e nell'inverno, entro 
i rami scavati dalla Zeuzera e dal Cossus, e però resta a ve- 
dere se per caso la specie nella primavera non infesti i frutti 
soltanto visitati dalle Contarinia. 



Gen. Pemphigus Hartig. 



A pagina 386 mancano i caratteri di questo genere, le cui lì 
specie si distinguono dalle Tetraneura per avere le vene 
oblique delle ali posteriori, congiunte, così che quella longitu- 
dinale per esse sembra trifìda. 






INDICE 



Lettera dell'autore all' on. dott. Edoardo Ottavi. . Pag. v 

Adolfo Targioni Tozzetti » vii 

Considerazioni generali sulla zoologia e sull'ento- 
mologia AGRARIA E SUI MEZZI CON I QUALI DEVONO 

prestarsi in servizio dell'agricoltura » 1 

Considerazioni relative ai rimedi in generale, e più 

specialmente agli insetticidi, agli insettifughi, 

ai veleni ed al modo di prepararli » 8 

Mezzi naturali di distruzione » ivi 

Mezzi artificiali » 12 

Rimedi indiretti od igienici » ivi 

Rimedi diretti » 13 

Calore naturale ed artificiale. — Fuoco » 14 

Aria » 15 

Acqua. — Cloro » 16 

Zolfo e fegato di zolfo. — Anidride solforosa. — Acido 

solfidrico » 17 

Fosforo. — ■ Arsenico » 18 

Arsenito di rame e arsenito di calcio. . — Tartaro emetico. » 19 

Ammoniaca. — Potassa e soda caustica » 20 

Calce ed acqua di calce. — Solfuro e solfato di calcio ... » 21 
Solfato di rame. — Bicloruro di mercurio. — Cinabro. — 

Solfuro di carbonio » 22 

Solfocarbonati alcalini. — Solfocarbonato calcico-potassico. » 23 

Cloroformio. — Petrolio » 24 

Naftalina. — Olio pesante di catrame » 25 

Olio di Cade. — Olio di Dippel. — Catrame vegetale ... » 26 

Catrame minerale. — Acqua dei gazometri. — Alcool etilico. » 27 
Alcool amilico. — Solfuro di allile. — Glicerina. — Trini- 

troglicerina » 28 

Zuccheri. — Formalina. — ■ Acido acetico » 29 

Acido cianidrico e Cianuri. — Benzina. — Nitrobenzina. — 

Fenolo. — Creosoto » 30 

Tannino. — Sostanze grasse. — Saponi diversi » 31 

Sapone all'olio pesante di catrame » 32 

Sapone alla naftalina, all'acido fenico, al creosoto » 33 



— 492 — 

Sapone all'estratto di tabacco. — Sapone nicotinizzato alla 

naftalina. — Pasta catramosa al solfuro di carbonio. Pag. 34 . 
Pasta catramosa alla naftalina. — Soluzione alcoolica sa- 
ponosa al petrolio, alla benzina » 35 

Soluzione alcoolico saponosa alla nitrobenzina, al solfuro di 

carbonio. — Essenza di trementina » 36 

Canfora. — • Pesine » 37 

Legno quassie — Bulbo di Scilla » 38 

Polvere di Piretro. — ■ Nicotina » 39 

Coniina. — Cicutina. — Veratrina » 40 

Aconitina. — Elleborino ed Elleboreino. — Delfmina .... » 41 
Stricnina. — Ipecacuahna e Morfina. — Insetticidi fisiologici. » 42 
Macchine e preparati di uso più comune nell' ento- 
mologia AGRARIA » 45 

Sacchetti asfissianti » 46 

Tagliuole ad ingranaggio ed a palette » 47 

Tagliuola per Palchi. — Trappola a pinza » 483 

Trappola a cilindro. — ■ Vaso-trappola ' . . » 49 

Cono-trappola » 50 

Vaso da vespe. — Lanterna per tortrici. — Isolatori.... » 51 

Compressori del terreno » 53 

Scortecciatoi e raschiatoi » 549 

Collettori » 55 

Avvampatori » 59« 

Torcetti a vento. — Scottatoi » 60 

Pumigatori » 61 

Solforatori » 63 

Annaffiatoi » 64 

Polverizzatoi a mano, a zaino ed a cavallo » 65 ^ 

Pali ed aratri iniettori » 76 

Ragioni per le quali dai mezzi di difesa non si hanno 

sempre gli effetti desiderati » 78 

Animali nocivi alle piante coltivate ed ai loro frutti 

nel campo e nei locali per la conservazione » 84 £ 

Osservazioni generali sui Vermi e su quelli specialmente 

nocivi alle piante coltivate » 8« 

Pam. Aguillulidae. — Gfen. Tylenchus. — T. scandens Schnd. » 89jB 

Tylenchus devastator Kiih » 93» 

Gren. Heterodera — H. Schachtii Schnd » 99 ' 

Heterodera radicicola Greeff. » 101 

Anellidi. — Pam. Lombricidae. — Gren. Lumbricus. — 

L. terrestris L » 106 

Lumbricus rubellus Hoffm » 109 

Dei Molluschi in generale e più specialmente di quelli no- 
civi alle piante coltivate » 110 



— 493 — 

Fam. Limacidae. — G-en. Agriolirnax. — A. agrestis L. . . Pag. Ili 

Gfen. Limax. — L. maximus Li » 115 

Fara. Arìonidae » 1 Ili 

Gren. Arion. — A. hortensis » 117 

Pam. Helicidae » ivi 

Gfen. Helix. — H. pamatia L » 118 

Helix pisana Milli » 120 

» nemoralis L » 121 

Considerazioni sugli Artropodi in generale e su quelli in 

particolare che nuocciono alle piante coltivate » 122 

Artropodi branchiati. — Crustacea » 124 

Sott. CI. Entomostraca. — Ord. Phyllopoda. — Fani. Apo- 

didae. — Gren. Apus » 126 

Apxis cancriformis Schaeff. » 127 

Sott. CI. Malacostraca. — Ord. Isopoda » 129 

Fani. Oniscidae. — Gfen. Oniscus. — 0. asellus L » 180 

Gfen. Porcellio. — P. scaber Lat » 132 

Gfen. Platyartkrus. — Hoffmanseggii Brand » 133 

Artropodi tracheati. — CI. Arachnida » 134 

Ord. Acarina » 136 

Sott. Ord. Astigmata » 137 

Fani. Phytoptidae. — ■ Gfen. Phytoptus. — Ph. coryligalla- 

rum Targ » ] 38 

Phytoptus Vitis Land » 141 

» Pyri Nal » 145 

» tristriatus Nal » 147 

Sott. Ord. Prostigniata » 148 

Fani. Tetranycliidae •» ivi 

Gfen. Tetranjrchus. — T. Telarius L » 149 

Tetranychus pilosus Can. et. Fanz. — T. latus Can. et. 

Fanz » 151 

Fani. Eupodidae » 152 

Gfen. Tydaeus. — T. foliorum Schr » 153 

CI. Myriapoda » 154 

Fani. Polydesmidae. — Gfen. Strongylosoma » lòii 

Strongylosoma pallipes Oliv » 157 

Gfen. Polydesmus » 160 

Polydesmus complanatus L » 161 

Fani. Julidae. — Gfen. Blaniulus. — Bl. guttuìatus Bosc. » 162 

Gen. Julus. — J. sabulosus L » 164 

Julus terrestris Kalt » 165 

» varius Fabr » 166 

Fani. Craspedosomidae » ivi 

Gfen. Craspedosoma. — C. mutabile Latz » J67 

Craspedosoma centrale Silv » 168 



— 494 — 

Pam. Haplosoraicìae — G-en. Brachydesmus. — B. Supe- 

rus Latz. . Pag. 16 

Esapodi od Insetti propriamente detti » 17' 

Ord. Diptera » 18 

Ortorapha. — Nematocera olygonenra. — Fani. Cecidomy- 

dae. — G-en. Clinodiplosis ' » 19: 

Clinodiplosis oleisuga Targ - » 19 

Gen. Contarinia. — C. Tritici Kirby » 20 

Contarinia Pisi Winn » 203 

» pirivora » 205 

» crassitarsa Del Gruercio » 207 

G-en. Mayetiola. — M. destructor Say » 208 

Mayetiola Avenae Marchal. — Gen. Oligotlrrophus. — O. 

Bergestammi Wachtl » 213 

G-en. Perrisia. — P. Pivi Bouché » 219 

Perrisia Mali Kieff. » 221 

» Oleae Angelini » 222 

» oenophila Heim » 223 

Pam. Mycetophilidae. — Gen. Sciara. — S. Pivi Schmdt.. » 225 

Pam. Bibionidae. — Gen. Bibio » 227 

Bibio hortolanus L 228-489 

Nemotocera Polyneura » ivi 

Pam. Tipulidae. — G-en. Tipula. — T. hortensis Meig. ... » 229 

Tipula oleracea L » 231 

Ciclorapha » ivi 

Pam. Muscidae. — Sez. Acalitteri. — Trib. Chloropinae. . » 232 

Gen. Camarota. — C. cerealis Rond » 233 

Camarota flavitarsis Meig. — Gen. Chlorops. — C. taenio- 

pus Meig » 234 

Gen. Oscinis. — O. frit Fall » 236 

Trib. Psilinae. — Gen. Psila » 23# 

Psila rosae Fab » 238 

Trib. Tripetinae » 239 

Gen. Dactis. — D. Oleae Rossi » 240 

Gen. Ceratitis. — C. Hispanica Bréme » 259 

Gen. Platyparea » 261 

Platyparea poeciloptera Schr » 262 

Gen. Philophylla. — Ph. Onopordinis Pabr » 263 

Philophylla Centaureae Pabr. — Gen. R-hagoletis » 264 

Rhagoletis Cerasi L » 265 

Trib. Agromyzinae » 267 

Gen. Phytomyza. — Ph. affinis Meig » 268 

Phytomyza geniculata Macq. — Sect. Calypterae. — Trib. 

Anthomyinae. — Gen. Hylemyia » 270- 

Hylemyia cinerella Meig » 271 



— 495 — 

Gen. Anthomyia. — A. radicum L P a d- 272 

Anthomyia antiqua Meig » 273 

» platvra Meig. — A. conformis Fall » 275 

» tuberosae Curt » 276 

Ord. Hemiptera » 278 

Sub. Orci. Homoptera. — Sect. Sternorynchi. — Pam. Coc- 

cidae » 280 

Trib. Monophlaebinae » 297 

Gen. Guerinia. — G. Serratulae Fab » 298 

Trib. Coccinae. — Gen. Dactylopius. — D. Citri Risso.. » 301 

P/actylopius brevispinus Targ » 306 

» Adonidum L , » 308 

Trib. Asterolecaniinae. — Gen. PolHnia. — P. Pollini Costa. » 311 

Trib. Lecaniinae. — Gen. Philippia » 314 

Philippia Oleae Costa » 315 

Gen. Pulvinaria » 316 

Pulvinaria Vitis L » 317 

Gen. Ceroplastes. — C. Rusci L » 3L8 

Ceroplastes sinensis Del Guercio » 321 

Gen. Lecanium , » 323 

Lecanhom Oleae Bern » 324 

» liespevidum Burnì » 327 

» persìcae Reaum » 328 

» Lauri Boisd » 329 

» Coryli L » 330 

Trib. Diaspinae. — Gen. Parlatoria » 331 

Parlatorio, Zizyphi Lue » 332 

» Targionii Del Guercio » 334 

» calianthina Beri, et Leon » 335 

Gen. Aonidia. — A. Laurii Bouch » 336 

Gen. Targionia. — T. Vitis Sign » 338 

Gen. Aspidiotus. — A. Hederae Vali » 339 

Aspidiotus ostreaeformis Curtis » 342 

Gen. Diaspis. — D. pentagono Targioni » 344 

Diaspis piricola Del Guercio » 347 

» Rosae Sandbg » 349 

Gen. Mytilaspis. — M. citricola Pack » 351 

Mytìlaspis pomorum Bouch » 353 

Pam. Aleurodidae » 354 

Gen. Aleurodes. — A. Brassicae L » 355 

Aleurodes Tabaci Gennd » 357 

Aleurodes Fragariae Walk » 358 

Pam. Aphididae » 359 

Trib. Chermesinae. — Gen. Xerampelus » 367 

Xerampelus vastator Del Guercio » 368 



— 496 — 

Trib. Myzoxylinae. — Gen. Pentaphis. — P. trivialis Pass. Pag. 378 

Pentaphis marginata Koch » 380 

Gen. Phizobius. — Rh. Sonchi Pass » 381 * 

Gen. Tetraneura. — T. TJlmi » 382 

Tetraneura Phaseoli Pass » 384 

Gerì. Pemphigus. — P. lactucarius Pass » 386 

Gerì. Schizoneura. — 8. Corni Fab 3-8-489 

Gen. Myzòxylus » 38M 

Myzòxylus laniger Hausm » 390 

Trib. Aphidinae. — Gen. Trama. — T. radicis Kalt » 393 

Gen. Callipterus » 394 

Callipterus Juglandis Frich » 395 

Gen. Pterochlorus. — Pt. longipes Duf. » 396 

Gen. Sipha. — 8. Maydis Pas » 397 

Gen. Myzocallis. — M. Coryli Pass » 399 

Gen. Aphis » 400 

Aphis Brassicae » 401 

» Papaveris Pab » 402 

» Cardui L » 403 

» Symphyti Schr » 404 

» Persicae Ponsc » 406 

» Iridis Del Guercio » 409 

» prunina Walk » 410 

» Plantaginis Schr » 411 

» Mali Pab » 413 

» subterranea Walk » 414 

» Punicae Pass » 416- 

Gen. Siphocoryne. — 8. Foeniculi Pass » 417 

Gen. Toxoptera. — T. aurantii Ponsc » 418 

Toxoptera graminum Rond » 420 

Gen. Hyalopterus. — H. Pruni Pab » 421 

Gen. Myzus » 422» 

Myzus Ribis L » 423 

» Cerasis Pab » 424 

» pirarius Pass » 425 

» Persicae Pass » 426 

Gen. Phopalosiphuni. — Rh. Dianthi Schr » 427 

Gen. Phorodon » 428 

Phorodon Cannabis Pass » 429 

» Humuli Schr •» 430 

Gen. Siphonophora. — 8. granariae Kirby » 432 

8ipl\onop~hora Ulmarìae Schr » 435 

» Lactucae Kalt » 436 

» Picridis Pab » 438 

Pam. Psillidae » 439 



— 497 — 

Trib. Aphalarinae. — Gen. Euphyllura. — E. Olivina Forst. Pag. 440 

Gen. Honiotoma. — H. Ficus Guer » 443 

Gen. Psilla. — P. Pivi L » 445 

Psiìla piricora Forst » 447 

Trib. Triozinae. - Gen. Trioza. — T. alacris Forst » 448 

Sect. Auchenorhynchi. — Fani. Iassidae » 450 

Trib. Typhlocybinae. — Gen. Typhlocyba. — T. viticola Targ. » 451 

Typhlocyba Crataegi Dugl » 452 

Gen. Eupteryx. — E. Melissae Curt » 453 

Gen. Kybos. — K. smaragdula Fall » 454 

Gen. Chlorita. — • Ch. Solarti Koll. — Ch. flavescens Fab. » 455 

Trib. Iassinae — Gen. Cicadula. — C. sexnotata Fall. . . » 456 

Gen. Deltocephalus. — D. pascuellus Fall » 457 

Trib. Tettigoninae. — Gen. Tettigonia » 458 

Tettigonia viridis L » 459 

Gen. Euacanthus. — E. interruptus Li » 460 

Fam. Cercopidae. — Gen. Philaenus. — Ph. campestris Fall. » 461 

Philaenus lineatus L. — Ph. spumarìus L » 462 

Fani. Fulgoridae. — Gen. Tettigometra. — T. obliqua Panz. » 464 

Sub. Ord. Heteroptera » 466 

Fam. Tingidae. — Gen. Tingis. — T. Pivi Fab » 468 

Fam. Capsidae. — Gen. Phylus » » 470 

Phylus Coryli L. — Gen. Lygus. — L. pratensis L » 471 

Gen. Calocoris » 472 

Calocoris norvegicus Gmel. - C. vandalicus Rossi » 473 

Gen. Lopus. — L. sulcatus Fieb » 474 

Fam. Pyrrhocoridae. — Gen. Pyrrhocoris. — P. apterus L. » 476 

Pyrrhoporis marginatus Coli » 477 

Fam. Pentatomidae » ivi 

Gen. Dolycorys M. et R. — D. baccarum L » 478 

Gen. Palomena M. et R. — P. prasina L » 479 

Palomena viridissima Poda •. . » 480 

Gen. Aelia ' » ivi 

Aelia acuminata » 481 

Gen. Strachia. — S. ornata L » i v i 

Strachia oleracea L » 482 

Fam. Cydnidae. — Gen. Sehirus. — S. bicolor L » 483 

Fam. Scutelleridae » 484 

Gen. Odontotarsus. — 0. grammicus L » 485 

Odontotarsus caudatus Klg » 486 

Gen. Eurygaster. — E. hottentotus Fab » i Y { 

Eurigaster maurus L » 487 

Aggiunte e correzioni » 439 



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