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Full text of "Opere"

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.1 



f 



DI 



VINCENZO HORTILLARO 



iiiAa«ai8oa »s ^aa&ii&anii 



SOCIO DI TABIE ACCAOEIOB. 



VOLUME III. 



PALERMO 

DALLA STAMPERIA ORETEA 

1846. 






RUDIMENTI 



DI 



PDBBLICATI NBL 1830 

PER USO DIUl R. nilITIRSITÌ DI PIURIO 



-^^ 



PREFAZIONE 



L'^tude dct Uofnet n'apptrticnt pu aoiqacmcnt 
à U mémoire , le jugcment pcat et doit y io- 
lerreDir poar beaucoap. 

SiiiV* OS SAcr Gnm» Jnà. daaa la Prifact. 



Gli Arabi erano popoli, pria deir labniamo, intesi solo a mercan- 
Uie ed e cercare pascoli ed acque: infiammati poscia da ona religione 
DO?ella dierono di piglio alle arme contro i loro circon?icini , im 
posseesaronsi del trono di Persia, cai tante volte ma in?aao tentato 
n?eTaDO con ogni sforzo di roTesciare i Romani, smembrarono l'im- 
pero di Oriente, conqnistarono la Siria, la Caldea, l'Armenia, la Gap- 
padoda, il Kborassan, la Fenicia, la Mesopotamia, la Cilicia, e por- 
zione dell'Asia Minore da una parie; soggiogarono dall'altra l'Egitto, 
la Libia, il territorio di Cartagine, la Namidia, la Maoritaoia; e a 
forza di combattimenti e di Tittorie minacciarono di mettere in catene 
il mondo intero, avendo in soli qoarant'anni esteso il loro impero 
piii cbe non lo era stato quello dei Romani. Essi non arrecarono da 
per tutto che la barbarie e la ignoranza, e par cbe non avesser do 
TUto essere atti a coltivare le scienze, le lettere, e le arti. E pure 
avendo ingrandito il potere loro, l'animo con tanta alacrità applica 
Tono ad abbracciare e propagare gli studi tutti, cbe dubbio rimane 
se vie piii per la gloria delle armi, oppure per lo amore alla lette 
ratura grandeggiarono; giacché se da ogni dove eglino sbandirono le 
lettere, nel loro grembo però e le mantennero e le accrebbero. Videa 
nel primo secolo dell'Egira un' Accademia, famosa sin dal suo nascere, 
in Bagdad sede dei Califfi, un'altra in Kisca, in Cufd una terza, ed 



6 

uoa qaarta in Bassora. E appeoa trascorse il secolo che di?eoato 
l'Egitto sede dei Califfi, e (come già oei trasaodati tempi lo era stato 
altra Tolta) centro del sapere, quella immensa folla sboccò di sovra* 
umani ingegni che nella eloquenza, nella poesia, nella metafisica, nelle 
matematiche, nella medicina splendettero; i quali anche con solleci- 
tudine raccogliendo quanti mai poterono libri di Greci , di Siri , di 
Persiani, d*Indi, di Egizii, tutti nel loro patrio idioma trascrissero: 
e si è nei loro libri che a leggere noi cominciammo i greci filosofi, 
e fu per loro mezzo che le classiche opere degli antichi a noi sono 
pervenute. E a tale giunsero che non sono mancati di quei, cui è 
sembrato di poter financo asserire, che se tutta perisse la letteratura, 
tutta dall'arabismo potrebbesi con felice successo fare risorgere; van^ 
tare non potendo neppure Atene stessa, che culla fu di ogni dottrina, 
tanti chiarissimi ingegni, e tale moltitudine di letterati quanti appo 
gli Àrabi se ne rinvengono. 

Egli ò stato a torto che ai Musulmani si è attribuito come un do* 
vere dalla loro religione imposto la ignoranza, che anzi nel Corano 
elogi si prodigano alla dottrina e ai sapienti; e basta a convincercene, 
il rammentarci i gloriosi regni di Harùn-Errascid e di Mamiin, i quali 
come fiorirono per l'onore delle armi, brillarono per lo splendore delle 
lettere: mentre che l'Europa, questa Europa stessa ora si raggiante di 
gloria, era fra tenebre involta assai più folte di quelle che ingom- 
brarono poscia le belle contrade delT Oriente. Tolti infatti i primi 
anni del Maomcttanismo per le battaglie soltanto e per la ferocia ri- 
nomali , dieronsi poi gli Àrabi a coltivare i rami tutti dell' umano 
sapere; e ninna fuvvi delle parti della letteratura, ninna delle scienze, 
che rimasta fosse da sezzo appo di loro. Né col germe d'una civiltà, 
la quale come in un lampo si sviluppò abbagliando il mondo , na- 
driva in cuore la grande ed energica nazione degli Arabi il germe 
della barbarie che doveva alla fine grandeggiare ed estinguere il primo; 
bensì le circostanze parziali sono state quelle che allontanati hanno 
in seguito gli Arabi da' gusti loro primitivi: le invasioni, le rivo- 
luzioni, i torbidi, che sino da più secoli li hanno afflitti, sono stati 
la cagione funesta per cui di spesse tenebre si è coperto il vago asia- 
tico orizzonte. 

Non è dessa al certo un'epoca di depravazione e di corrompimento. 



7 
scrWeva TAndres, qoella degli Arabi, noo è dessa un'epoca di dÌ80« 
nore e di Titaperoi e i dotti totli ne convengono: che se gli Arabi 
non ebbero il sodo giudizio dei Greci, né il fino gusto dei Romani, 
pure coi loro studii e vantaggiarono le scienze naturali, e risveglia- 
rono nella sopita Europa il genio di sapere e lo amore pelle lettere. 
La moderna letteratura non conosce a madre cbe l'arabica, e molte 
intenzioni come la carta, la polvere da fuoco, la bussola, forse a 
noi non sono venute cbe dall'arabica beneficenza. 

Alla considerazione di ciò chi non riguarderà come interessante lo 
studio della letteratura arabica ? chi non apprezzerà come necessario, 
per approfondirla lo studio dell'araba favella, che è la lingua piìi 
ricca dell'Oriente? 

Si è per mezzo di questa cbe diciferare noi possiamo gì' innume- 
revoli scritti, ed i multiplìci monumenti che dei sommi Arabi ci ri- 
mangono, e a lavori assai considerevoli possianio noi per lo suo mezzo 
applicarci. 

Ha poi questa lingua un vantaggio sa tutte le altre, che mentre è 
la più antica tra le antiche lingue a noi giunte; mentre é. la madre 
di tutte le lingue orientali, giacché a giudizio del De Guignes, sapen- 
dosi l'arabico si sanno quasi tutte le altre lingue orientali antiche, 
non dovendo cbe metterci al fatto solamente delle loro variazioni gra- 
maticali, é nello stesso tempo una delle più universalmente diffuse 
fra le lingue viventi. E come per essa ci si agevola la via ad ap- 
prendere tutte le altre lingue orientali già morte, ci si offre insieme 
OD mezzo di comunicazione fra tanti popoli esistenti, essendo la lin- 
gua di tanti e tanti milioni di uomini; parlandosi, comeché con varie 
alterazioni, da Marocco sino in Persia, e dalla Siria sino verso Ma* 
dagascar. Onde a ragione il Volney ebbe a chiamarla la chiave del- 
rOrienle antico e moderno; essendo ben dessa la sola cbe abbia tras- 
corso i secoli , trionfando di tutte le rivoluzioni le quali si sovente 
cambiarono la faccia del globo, confusero i popoli, e ne distrussero 
i monomeDii, o che sia sopravvissuta al tempo, sema mai nulla per- 
dere, anzi sempre acquistando ricchezze novelle. E per noi Siciliani, 
deb! non fia che pìh ci sMn volino quanti mai arabici monumenti oggi 
giorno conserviamo! Non fia cbe la tignuola impunemente a rodere 
prosegua le nostre carte; che il tempo distrnggitore delle cose in- 



8 

franga, e eoo nostro danno scancelli le nostre lapidi, i vasi e le belle 
iscrizioni; che la ignoranza faccia liquefare le nostre cufiche monete, 
come sventnratamente è a?yeooto per lo passato , o che le curiose 
ricerche dei forestieri con nostra rergogna ce le rapiscano. Si Teggano 
uni volta degnamente illustrate tutte le nostre memorie. Conosca il 
Pubblico quali vantaggi ci procura la perizia di questa lingua, qoali 
dilucidazioni ne riporti la storia nostra, e quale il nostro idioma* 
Pili non isgomeotino gli animi nostri geoerosi le temute ma non in- 
snperabili difficoltà di questo linguaggio, che anzi ci sproni la spe- 
ranza del frutto che noi saremo per raccorrò dalla conoscenza del 
medesimo. 

Egli è però gravoso di ogni lingua il cominciamento, ed i gram- 
maticali ammaestramenti certo che diletto non ti recano; ma fa d'uopo 
vincerne la noia se giognere si vuole a godere dei tesori che per 
Taraba lingua ci si dischiodono. Me io abituato per molli anni nello 
studio di questa lingua ho trascurato sollecitudine per ridurne le re- 
gole chiare e facili, brevissime e precise, e per cosi dire alla loro 
genuina semplicità fondamentale, sgomberandole da quella dovizia di 
ammaestramenti, che olile riesce ai provetti, ma che è di confusione 
anzi di scoraggiamento pei novizi! . 

Mio scopo è stato nel compilare questi rudimenti l'adempiere alla 
mancanza che, tra noi principalmente, si prova di libri elementari per 
apprendere l'araba favella. Non v'è dubbio che il fu mio chiarissimo 
maestro il prof. Salvatore Morso procurò colle sue tavole dar un 
compendio dell* arabica gra malica ; ma troppo brevi e ristrette esse 
sono, di piii essenziali cose manchevoli , e ciò che più tormenta i 
principianti della continua voce han bisogno del maestro che beo le 
dichiari. Non so io poi approvargli la raccolta delle favole di Lockmao 
ch'egli alla graraatica aggionse ond' esercitare i discenti nella Iradu» 
zione dell'arabico. 

Certo è che Lockman detto il sapiente^ nominato nel Corano, siasi 
reso celeberrimo nellOriente; ma le favole che gli Àrabi a lui attribui- 
scono non sono che fredde e disadorne imitazioni di alcuni apologhi 
di Esopo, mancano del carattere di una invenzione araba, e lo stile nel 
quale esse sono scritte non è cerio quello del primo secolo dell'Egira. 
Esse infatti sono più diffuse in Europa che io Oriente, né assai si gu- 
stano dai naturali. 



9 
Senza presamere di censurare quanto dagli altri si è fatto, io ardi- 
sco rilevare che ninna creslotnazia ritrovasi, secondo a me pare, del tutto 
adatta allo scopo di riuscir utile a coloro che solo istruiti nella cono- 
scenza delle regole graaimaticali vanno a farne uso, esercitandosi a 
comprendere questa massima lingua. É dal facile che progredir si 
poote al difficile; né per primo libro da volgarizzare a chi volesse 
apprendere il Ialino daresti V Orazio, né ad un filelleno il Pindaro. 
Epperò ho creduto analizzare solo una favola del Lockman, e poi a 
miglior profitto dei discenti ho riunito dei pezzi scelti si ma di pro- 
gressiva difficoltà, passando dalla semplicità di una cronaca ad uno 
squarcio storico, e cosi di seguito sino a qualche sura del Corano* 
E questi da me tradotti per quanto é possibile letteralmente, e seguiti 
da un piccolo dizionario anch'esso consentaneo all'oggetto. 

Memore deHavvertifflento del celebre Pococke che scriveva nel suo 
Discorso intorno alla poesìa arabica monent ip$i Arabes esse gram" 
malicam ^JlxJi . ^Xo discìplinarum sal^ cujus nimia aspersio cavendum 
estj ne palalutn esulceretj ho trascurato di segnare i modi, le frasi e 
le grazie particolari del linguaggio, cose tutte che, essendo affare di 
sentimento e di uso, lungi dallo insegnarsi con inviluppati e secchi pre« 
cetti, che legano gl'ingegni, ed infastidiscono le menti, si apprendono 
invece colla lettura dei classici scrittori. Ed ho fidanza che questo 
Olio lavoro, abbeoché tenue, e per la brevità e chiarezza colla quale 
ho procurato di dettarlo, e ancora per la scarsezza che vi ha di libri 
di simile genere in queste nostre contrade, sarà per riuscire utile a 
coloro che coltivare vogliono in Sicilia gli studii delle arabiche cose, 
ora in grande onore saliti e in rinomanza presso tutta la colta Europa. 



MOMTilLAROf voL UL 



RUDIMENTI 

DI LINGUA ARABA 



SI. 



DBUE LETTSEE. 

Scrìfono gli Arabia e perciò leggono ancora dalla destra alla si- 
nislra. 

Le lettere del loro alfabeto sono ? entotto, e tutte consideransi come 
consonanti. 

Le lettere di una stessa parola si uniscono fra loro, e quindi in 
un modo indicansi quando si mostrano separate, e in altri quando 
sono o in principio, o in mezzo, o in fine di parola; sebbene non 
molto Tarlata ne sia la loro necessaria diversità. 

Sono desse le seguenti: 



Unite. 


Finali. 


Medie. 


MàtO. 


Scpuate. 


Nome. 


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Unite. 


Finali. 


Medie. 




Sepurate. 


Nome. 


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1 


Oltre a questi 


1 segni evvi i( che si pronanzia t. 







43 
Gli Arabi non dividoDo, scriveDdo, le parole ìd modo che di ta« 
Iona di esse una parie sia in un luogo , il resto in un altro ; ma 
qaaudo ciò possa accadere , a compiere la linea allaogano la penul- 
tima lettera con un tratto più o meno lungo p. e. 



^ft^ll C^*'^^^^ ^^ f^^ 



allungamento che può anche aver luogo nel mezzo della linea p. e. 

oppure sovrappongono le ultime lettere p. e. 

UJf O^A^ (J^ Aa^ AÌ*^ (J^ iS^J^ 
§ IL 

DELLA DIVISIONE DELLE LETTERE* 

DividoDsi le lettere arabiche in radicali ed in servili. Sono le se- 
conde comprese nelle due voci tecniche C^VJ^ ì y Xé^m^ ; il resto 
sono tutte radicali. 

Dividonsi inoltre in solari ed in lunari; le prime sono le seguenti: 

che tali si appellano perchè la voce (jMk<«wii>, che significa solcj co- 
mincia da una di esse. Quelle che restano sono le lunari^ cosi dette 
dalla parola jMf,^ luna che principia con una di esse. 

In appresso vedremo la importanza di queste distinzioni, ora sol- 
Canto accennale. 

S III. 

dell'articolo. 

L'articolo determinato presso gli Arabi è <Ji al; e questo inde- 
clinabile, di genere comune, singolare e plurale. Esso si attacca avanti 
ai nomi p. e. «Xm^UT il leone; impiegandosi o per indicare la specie 



14 

uilicrm compresa sotto un nome appdktÌTO, o per iaficaie che Tuh 

dÌ¥Ìdeo di coi parlasi è di già stato aomiaato. 

I BOflii proprìi ordiaariaaseDte bob baooo articolo, traBoe se fossero 
sigaificatÌTi, e potessero produrre degli equivoci. 

S IV. 

BBLLB HOZIOM. 

Due figure baooo gli Arabi per le Tocali, che io oo modo g^oerìco 
mozioni u appdlaBo; perchè qoasi imprìmooo il moTiiMoto alle eoo* 
sooaoti, e sodo: 

Uoa piccola lioea trasTcrsale, che posta solla lettera dicesi yà<Aa, 
ed ha oo soooo ousto di a e di e, che si reode di a chiaro qoaodo 
è seguita da i, p. e* 

ooa ogoale lioea, che collocata al di sotto della lettera dicesi kesru, 
ed ha OD suooo misto di e e di i, che avaoti ^ si reode per t 
chiaro p. e. 

C5^ hi 

e uo piccolo 9 che dicesi dxanrnuij il quale imprioie uo suooo misto 
di a e <U u, che s^ito da j suooa per ti chiaro p. e* 

Queste mosiooi allorché sodo raddoppiate chiamaosi inumazione y 
tanuin o fiun vocale^ e reodooo il suooo di an^ en, cn, p. e. 

^^^ òan 

M ien 

L ■ hon 



15 

0BI SEGia O PUNTI OaTOGRAflGI. 

Sodo oinqoo i segni di coi si fa oso nella scriUnra araba cioè: 

1 • o elle dicesi $okun o ^iezma^ il quale collocasi su quella lettera 

che tuo! privarsi di vocale, onde unirla a far sillaba con quella che 

la precede: p. e. km«ì oasron aquila. 

2. » che si appella tescdid^ il quale da sé raddoppia la lettera che 

«Setta : p. e. Soum sciddaton valore. 



Io proposito del quale segno è da notare : V che la lettera j 

9 

avanti la ^ col tescdid leggesi per e;; P*^- ^O^j vagiatto ritrovai. 
V che quando una lettera solare è in principio di parola preceduta 

dall'articolo cJl prende essa il tescdid, e il u dell' articolo non si 

pronunzia: p. e. C/ Ai *^' " assabilo la via. Che se all'articolo preceda 
altra parola, si perde allora l'articolo, e la parola che precede va ad 

unirsi con quella, il cui articolo è svanito: p. e. CA^;^! O^ menar- 
fagioli dalTuomo. 
3. ^ che chiamasi tnadda; e questo è proprio dell'I, cui sta in 

vece di tescdid; p. e. U**i aason mirto. 

A. * che si nomina hamza^ e serve all' T per avvertire che questo 
è soscettibile di essere cambiato da ogni mozione sopravvegnente ; 

p. e. ^«^1 Adamo Adamo. 



16 

5. fo che si addimanda vassl^ il qoale si soprappoDe all' f ioiziale, 
quando è I d' imperativo, quando è I caratlerisiico di conjugazione de- 
rivata , eccettualo quello della quarta conjugazione , quando è ì di 
articolo, non in principio di discorso, e quando trovasi nei seguenti 
dieci nomi cioè: 

j^*— *^' fis^io^ v>_^r giuramento , v^— ^1 ano , a — a^i nome , 
^ i i 

O — ?l /^^«^> i<[^— ^' donna j oLjUi'' iftie f., wLwsS' due m., 



uomo. 



a 



e fa che 1' I resti privo della sua mozione; e che la lettera, la quale 
il segue uniscasi alla vocale terminante la parola precedente ; p. e. 

jji N >.iJI {j^ ramlo-1-bahhri arena del mare. 

• 

È da avvertire però: 

4. Che se la voce precedente Ti di unione terminasse con una conso- 
nante giezmata, allora essa prenderebbe il kesra, eccettuando la termi- 

09 o o o 9 

nazione verbale ^, e gli aflSissi jr=» ed aJ* che prendono il dzam- 

ma, come pure il vj àelh particella (J^ che prende il fatha. 

2. Che quando la voce precedente la unione ha il tanuio, e T f di 
unione è articolare, la nunnazione si perde. 

3. Che se la lettera la quale precede la unione terminasse con una 
delle lettere tf J ' 9 si farebbe Vannessione come se queste non vi fos- 
sero , tranne quando l' ^ ^ affisso , perchè allora 1' ^ prenderebbe 
il fatha. 



17 
§ VI. 

DELLE INTERPUNZIONI. 

Non usano gli Arabi che un solo segno di paasa nelle loro scrittore 
eióè ^j il quale per loro vale un punto finale. 

§ VII. 

DELLE LETTERE Cf J ^ 

Le lettere (S J ^ Tanno soggette ad un vicendevole cambio, sta- 
bilito da quasi costanti leggi che fa d'uopo ben conoscere, le prin- 
cipali delle quali riduconsi alle seguenti. 



DELLA LETTERA 



r 



L'I muto in mezzo o in fine di parola se ha il dzamma, o ne è 
preceduto si cambia in •, se il kesra in rC; P* ®- 

of; farà Oi^ 
uUm farà {,J,^fMé 

Ben inteso che le particelle ^ cJ O V ' » '^ ^P^^ diconsi inse- 
parabili, perchè non si scrivono che unitamente ad altre parole, non 

collocano l' i in mezzo. Cosi p. e. V^ ^^ padre non farà v^^: ad 

eccezione di talune p. e. OM/orve «e, che farà (j>^ e Uli, o^n- 
che nofiy che farà LW, e simili. 

MOMTMLLAMO^ V02. Hi. 3 



48 

L' \ quiescente^ cioè senza mozione, dopo an \ col falba si perde, 

e airi che resta si pone il fatha perpendicolare, o si dà l'bamza: 






p. e. C/^' invece di C/^li» 

Dove occorrono dae I quiescenti il primo cangiasi io ^ col fatha: 

p. e. ^Jj^lf^ invece di ÌJ/^'Vj. 

DELLA LETTERA^ 

Il j col fatha in mezzo di parola dopo il kesra si cangia in ^: 
p. e. V^ invece di Vl^** 

U^ quiescente dopo an altro ^ spesso si perde: p. e. {j>i^ in- 

vece di ^/mM;. 

Il j finale dopo il fatha , se sarà terza lettera è cambiato in f, 

p. e. \ji, invece di i)-^; e se avrà il tannin lo cambia in fatha; 

cosicché non finirà in oit, ma in an con 1' I. Se poi fosse quarta lei. 

tera verrebbe a cambiarsi in {C se precederà fatha p. e. iSj^ ^^- 

vece di jjma.\ cambiando (se lo avrà) il tanuin nel falba antecedente, 

l\j finale dopo il dzamma diviene quiescente, p. e. ^^^/^ invece 

di jj^r che se avrà il Unuin, allora questo si darà al dzamma pre- 
cedente, e il ^ si perderà. 
Il j finale dopo il kesr» cangiasi in ^, p. e. gjJ»; invece di 



49 
U ^ serrile io fine di parola aaimne appo di aè od t , come in 

OBLLA IETTERÀ iC 



Io mezzo di parola r(C€ol falba dopo il dzamma ai muta in^, 

p. e. &^^ invece di À^v^. 

L'(C quiescente in mezzo di parola dopo od altro /<* spesso si 

perde, p. e. ^j^ invece di ^j,,^j. 

L'^ finale dopo il fatha qaalooqoe vocale abbia, la rigetta, p. e. 

f^J^f iovece di (Vj[^h ^ s® ba il tanoin lo manda al fatba precedente. 
L'^ finale dopo od altro {C mutasi in i, perdendo la sua vocale, 

p. e. \^òJb invece di ^iC^JOJfr. 

L'#r fioale dopo il kesra non ritiene nò il dzamma nò il kesra, 
ma rimane quiescente, p. e. ^^u^ invece di ^^^v^i^ ; e se avrà il 
iannio allora 1' (C stessa si perde e si fa la nunnazione col kesra pre- 
cedeote, p. e. lol^ invece di c$^{^' 

L'/^ fioale dopo il dzamma mota questa mozione in kesra, p. e. 



9 w ^'-^ 



^^^^fo invece di ^^J^. 

DELLE LETTERE ^ cd /^ 

\\ j 6 l'/c mobili avanti il^ e \ fjc quiescenti, se preceda fatba 
si espellono, e il ^ e l'tC si giezmano, p. e. {^(/> invece di J^^yo^- 



20 

Se poi preceda dzamina o kesra, essendo ^ la lettera mobile si to- 
glie col kesra precedente ; essendo j se preceda il kesra si rigettano 
il kesra ed il^: se preceda il dzamma si scaccia questo e la lettera 
mobile, e alla lettera quiescente {S o j che rimane si dà il kesra, 

9 9 

p. e. fSj^\ inTcce di ^c^)-^^; CJ^^l^ invece di Óxi/^* 

lìj e V(C mobili avanti nna lettera mobile dopo il fatba spesso 
si mutano in I quiescenti, p. e. loU invece di lo^, ^Um invece 

di jitt^* 

Quando il ^ e T/C sono posti insieme in modo che la prima non 
abbia vocale, allora il ^ si perde, e la vocale si trasferisce col tescdid 
neir^. 

11^ e \tc finali dopo l'I servile si camUano in hamza , p. e. 

?UvM^ invece di^U^, e -Lai invece di {fi\st. 

Quando il^ e \ tC tengono il posto di un i mdicaU essi avran- 
no sempre un bamza, e !'/<* allora dovrà essere scritu senza punti 
cosi (^. 

EEGOI'4 GOMUNE A TUTTE LE TRE LETTERE. 

Quando una delle lettere deboli è quiescente avanti il giezma sempre 
si perde, p. e. (j^m invece di (J>)j&ij e^^&D invece di 



s vm. 



21 



DEI UrUMEEI. 



Indicansi i namerì per lettere o per segni detti propriamente na- 
merici. 

Per lettere sono nel modo che segue: 

I vale 1 



V 


2 


Z 


3 


^ 


4 


» 


5 


9 


6 


J 


7 


c 


8 


i 


9 


^ 


10 


J 


20 


J 


30 


r 


40 


e» 


50 



cr 


▼ale 60 


L 


TO 


O 


80 


Uo 


90 


c* 


100 


J 


200 


u& 


300 


w 


400 


«i» 


500 


t 


600 


• 


700 


O* 


800 


1» 


900 


F 


1000 



Gli Arabi africani numerano per lettere nel modo stesso, tranne 
però che per loro 

il (jo Tale 60 






90 
200 



il {» vale 800 
^ 900 



U» 



1000 



22 
Ciò poBto f olendo scrìtere 1830 si iodicherebbe UUaÀ; mi od 

Arabo africano lo acriterebbe \JjAfi,. 

I segni nomerici poi che diconsi cifre e anche cifre indiane sono: 

l o j che tale 1 
P 2 

P 3 

O 5 

M 6 

V 7 

A 8 



Quando gli Arabi servonsi di qneste cifre segaono nna progressione 
opposta direttamente a qnella della loro scrittura, camminando da si- 
nistra a destra : singolarità che mostra tai cifre non essere origina- 
riamente arabiche. 

Così per indicare il numero 1830 scriverassi MP* 

S IX. 

DEL LBGGERE 8ENZ4 MOZIONI. 

I segni gramaticali, appunto perchè tali, faron opera de* gramatici, 
De nacquero cod la lingua. É perciò che d'ordinario scrìvesi l'arabico 
senza di essi, e quindi facendo attenzione alia pronunzia delle lettere 
per sé medesime ne riuscirà agevole la lettura, solo attendendo alle 
principali regole gramaticali. Non tanuin, non punti ortografici, ma 
abbreviazione per quanto più facile al pronunziare riesca, ecco tutto 
il segreto per leggere senza i segui introdotti dai gramatici. 



23 

sx. 



DELLB PAETI DEL DISCORSO. 



Tre sono le parti del discorso, cioè nome^ verbo ^ e pariicelle: com- 
prendesi nell'idea del nome \ aggettivo el pronome; nell'idea del verbo 
il participio ; e in quella delle particelle la preposizione , la congiun- 
zioncy V interiezione j e Vawer6io. 

S XI. 

DEI VERBO. 

Si è nel verbo in generale, che la lingua arabica sviluppa chiara- 
mente la semplicità e la ricchezza del suo meccanismo, e la differenza 
sua con le lingue di Europa. 

La prima voce del verbo in arabico si appella radice^ e questa è la 
terza persona, singolare, maschile del preterito, la quale non può co- 
stare di meno che tre, nò di piii che quattro lettere, che appellansi 
le radicali; e si è con essa che eompongonsi tutte le modificazioni dei 
tempi 9 delie persone e delle conjagazioni , tanto regolari, che irre- 
golari. 

Per brevità dicesi O la prima radicale, e la seconda, e eJ la terza; 
dal verbo usitato JLw fece. 

E qui è giusto il notare, che per rinvenire il significato di qua- 
lunque voce araba , è d' uopo spogliarla di tutte le lettere servili ^ 
e ridurla a tre radicali; in mancanza delle quali solamente può ri- 
corrersi alle servili , che formeranno la radice , e questa frugata 
nei dizionario darà il significato suo , e di quelle che da essa deri- 
vano. 

Ora nel verbo si considerano la qtialitàj la conjugazionej il tempo ^ 
il numero^ la persona y e il genere. 



24 

E primo difideti il rerbo io perfeUo ed imperftUo: perfeilo è quello 
che non ha nelle me radicali alcaoa lettera debile; imperfetto si ap- 
pella quello che oe ha taluna : che se di esse ne avesse due o tre, 
si direbbe doppiamente o compleiamenie imperfetto. 

La conjugazione contiene il vario genere di significazione, e i verbi 
triliteri sono suscettibili di tredici coojogazioni. 

Io arabico i verbi non hanno che tre tempi: il passato o prtteriiOy 
il futuro o modaréoy e lo imperativo i il presente è lo stesso che il 
futuro, il quale può avere anche sigoificato di preterito se gli si pre- 

^^ m^ 

pooe la particella jj non , o V altra UJ quando. L'iofioito che an- 
che masdaro vien detto, non è per gli Arabi che il nome verbale dell'a- 
zione: e il participio si forma per lo più mettendo un io avanti il 
preterito p. e. iJUào. 

Tre sono i numeri eingolarcy dualoj e pharaU. 

Nel numero soovi tre persone la terza, la seconda^ e la prima. 

Nella persona tre generi il maschilcy ì\ fembiilej e il anmme. 

SXIL 

DULB COnitO£flOfa. 

Un verbo trilitero può essere capace di tredici conjugazioni y o a 
dir meglio modificazioni di significato; ma non essendo tutti i verbi 
egualmente suscettibili di tutte queste modificazioni cosi non tutti sono 
usitati in tutte le conjugazioni. 

Queste così dette conjugazioni sono le seguenti cioè: 



25 

Gonjoiaiiooi Carattcmlicfae. Etemp. 



•.•i^ 



1 falba in iJ e in <J JUi 

« • ^*o^ 

2 " "» ^ JUi 

3 I dopo il O JLsiU 
A I pria del O UU>f 

5 {:^ pria del ci e •• in e JUAS 

6 v;;; pria del ij ed I dopo ii kJ JUUj; 

7 (J pria del ci Julif 

8 f pria del iJ e CL^ dopo del ci JbCC^f 

9 f pria del O e "^ in cJ xJL^^ 

10 v;;/^^ pria del U JljwLf 

11 I pria del ci e dopo dell' e, e •• in cJ cJUCif 

s 

12 f pria del ci e ^ fra 1' e raddoppialo JL^f 

13 f pria del ci e ^ col - dopo © OjXi^ 

MomriLìutiO ìhU. IìL i 



t 



26 

I TefU pafUTi mom dì%t*zTi^.^ è»A attivi tht per k aexzcei, e 
la prima lettera di o;rAM di c«, aa^iiiie can^'crìscca di cttsjipzìoae 
derivata, è tempre afieUa dalla sorziode 

Eeeoae la tarola: 



f 

2 
3 






JlXÀJ ULiùì * 









• 



5 
6 



9 



Jb^&XM»2 JUÀXM.f ^® 



11 

12 



b]iZ i5i>^ '^ 



27 
I terbi qaadriliteri hanno solo quattro conjagazioni che sono: 

Etempi. 






Qwiagaxioiii. 


Cwatteiùtidie. 


1 


.in^ 


2 


^ pria del O 



] pria del iJ e CI dopo il e cXUji^i 



4 ] pria del O e « nel secondo ij {JXm 

le loro forme passite sono: 

Bfodartì. Preteriti. GnjogaiioDÌ. 



ÓyCiS òli 



28 



S XIII. 



DEt VERBO HEGOIiAHB O PERFETTO. 

Il verbo 'AvfllXoyoy cioè regolare o perfetto^ che tale appellasi dallo 
a^ere perfette tutte le tre sae radicali, è capace di sei diverse forine 
che tette sotto il nome comprendoDsi di prima conjogazioDe, la cai 
differenza non consiste che nella vocale della seconda radicale sì del 
preterito che del modaréo loro. 

SoB queste le seguenti: 



Forme. 



Mozbne 
della seconda 

ridicale 
nel preterito. 


Mozione 

radicale 
nd modaréo. 


ESEMPI 
Pnterìto. ModarA>. 


fatha 


dzamma 


j^ 


9 9V 
0*M 


fatha 


kesra 


ai* 




fatha 


fatha 


ò^ 


9, ^r 


kesra 


fatha 


• 


9, ^o/' 


kesra 


kesra 








dzamma 


J£ 


9 9*^ 



Or quando il preterito di un verbo deye avere nella seconda ra- 
dicale del suo modaréo la mozione fatha si indica: futuro A, se la 



29 



mozione kesra fid. I , se la mozione dzamma fui. O ; onde p. e. 
y^jS^N* fui^ tacque^ indica che il futuro o modaréo di dello Terbo 



9 5^0^ 
deye far i^/Xim^ tacerà. 



S XIV. 



DELLE INFLESSIONI DB TEMPI. 



Le dÌTerse desinenze, onde dislinguonsi i nameri e le persone nei 
tempi sono le seguenti: 

Prelerilo. 



Plurale. 



• ^ 
w- 



Duale. 

ir.. 



Singolare. 






Maschile 

3. persona ' 
Feminile 



090 









S^ 



Maschile 

Z. persona 
Feminile 



U • • • 



90 
%^ • • t 



Maschile 

i. persona 
Feminile 



30 



Modafio* 



Qaesto si fonna dalla terza persona maschile singolare del preterito, 
con le seguenti modificazioni: 



Plarale. 



• 9 o^ 



9 <* • 



Dnale. 



Singolare. 






fi ... j 



••• i 

9 0^ 



9 ^ ^ 






:jl . . . A 



9 »S 

• ••r 



Maschile 

3. penona 
Feminile 

Maschile 

J2. penona 
Feminile 

Maschile 

y. penona 
Feminile 



Imperatìvo. 



Formasi l'imperatiTo dalla terza persona del preterito (1) giezmando 
la prima radicale, e nella seconda pers. sing. masch. anche Tultima; 
dando alla seconda radicale la mozione che prenderebbe se fosse mo* 



da rèo, e premettendo 1 p. e. aJL&T sappi tu. Ma se la seconda 



ra- 



i «* 9 <» I 



dicale prendesse il dzamma, allora si premetterebbe f p. e. f^^aJ^ 
ajula tu. 

In due casi però non si premette 1 nelT imperatÌT0, o quando la 
prima radicale del Terbo nel modaréo è affetta da vocale; o quando 
il verbo ba altronde un I caratteristico di conjugazione derivata. 



(1) Non troTO bene il Cirio derirare dal modar^ come dagli altri gnmatici « é praticato, de i 
qoali dìuoo ba con iemplicitày cfaiarcuii precisione ed esatteua esposto la teorìa dell'imperaliro* 



31 
Strk danqae il tipo della forma piti generale: 

Plurale. Daale. Singolare. 

... I i Maschile 
■ ■ \ J2. persona 

t^-- • ' "^ iS • • • ' 



t.f.rt 






i:.rr 

* 0* • • • ^ \ Geminile 

E ciò solo per la seconda persona, mentre le altre si esprimono 
col modaréo giezmato premettendovi il O. 

Eccone nn esempio sol verbo C^XXo regnò fnt. I nella prima con- 

jogazione. 

Preterito. 



Plurale. 

9^ 



Duale. 



Singolare. 

r^ iJio' cài:; 

regnarono oiollt. regnarono iae. regnò imo. 



(jSX^ UxLo \;jJCXj^ 

regnarono moìu» regnarono Am. regnò ima. 



regnaste molii. 



regnaste moke. 
regnammo. 



regnaste due- 



regnasti fii. 



regnasti /. 

i;>aXo 
reguai. 



Maschile 

3. persona 
Femioile 

Maschile 

j2. persona 
Feminile 



S Maschile 
y. persona 
Feminile 



32 



Modario. 



Plorale. 


Doale. 


Singolare. 






sJ^X^ 


9. o. ^ 


Maschile 


regneranno molti. 


regneranno diM m 


• 
. regnerà uno. 


3. penona 


(J^^^ 


c;iXJUo 


9 ox 


Feminile 


regneranno molt$m 


• • 

regneranno «he f. 


regnerà ima. i 




r 9y O^ 




iu2 ■ 


Maschile 


regnerete molli. 


ui^ 

^ • 


regnerai m. 


► j2. penona 


/.v^XtJj 


regnerete diia. 




Feminile 




• 
regnerete mo/l«. 




regnerai f. ^ 




regneremo. 




regnerò. 


1 Maschile 

y. persona 
\ Feminile 




/mperatiVo. 




Plurale. 


Duale. 


Singolare. 




^ s 






Maschile 


regnate mo/li. 


regnate tfu<> 


regna fu m. 


2. persona 


regnate mo{ii. 




regna lu f. ^ 


Feminile 



33 
L' imperfetto di un verbo 8Ì forma dal modaréo di esso, preceduto 

dal preterito ^^l^^ /w, p. e, UUaa {j\£=s faceva egli. 

Il irapassato di ud verbo si forma dal preterito del medesimo, pre- 

ceduto dal preterito {jV^id fu^ p. e. j^JU Lio aveano delio. 

Se il modaréo fosse preceduto dalla particella fii o UJ piglierebbe 

il significato di preterito, p. e. V^;*/^ A non bastonò. 

Se ao modaréo è preceduto da ud preterito avrà per lo più si- 
gnificato d'ìofioito. 

La forma ordinaria à^ infinito dei verbi transitivi è Uxì ; degli 

'^ 99 , ^c 59 



kI 99 ^^ 99 

intransitivi, se la media radicale è fatba fa àjjf^^ se dzamma &Jy^ 
o &jLffi; se kesra IJUi. 



I participiij le cui forme s'apprenderanno meglio dall'oso, si muo- 
vono, si declinano e si cambiano come i nomi. 

s XV. 

DEL YBEBO IBEEGOI.AaE O IMPERFETTO. 

II verbo 'AvdópiftXoy cioè irregolare o imperfetto si suddivide in 
sordo ed infermo. 

% XVI. 

DEL VERBO SORDO. 



XB • 



Sordo o pure raddoppiato dicesi quel verbo, cbe ha la terza radi 
cale ugnale alla seconda, la quale si esprime pel teschid: p. e. 
riscaldò y invece di m^^^^' 

MOMTilLdMOf voU UL 5 



34 

Talta la irregolarità dei Terbi sordi paò ridarsi alla sola segaente 
regola cioè: che in talte le inflessioDi, dote aniformemeote alla eoo- 
jogazioDe del Terbo regolare, l'altima radicale deve avere nna vocale, 
b' iDserisce la peoaltima radicale nell' altima per via di oo lescdtd : 
allora la peoaltima radicale perde la sua vocale, quando la lettera che 
la precede dog debbo avere an giezma ; perchè in tal caso questa 
lettera prende la vocale che deve avere la peoaltima radicale. 

In tatto le inflessioni poi, ove l' ultima radicale debbo avere un 
giezma, i verbi sordi si conjogaoo regolarmente. 

Eccone l'esempio nel verbo ji f^gg^ f^^* I> ^^^^ prima cooja- 
gazione. 

Preterito» 



Plurale. 



Duale. 



Singolare. 









\ Maschile 


fuggirono molti. 


foggirono Am m 


fuggi WM. 


\ 3. penona 


^Jji 


k:JjÌ 


1 Feminile 


fuggirono fiiollf. 


fuggirono Am f. 


fuggi ima. 


' 


090 •• 




• 6^^ 


V 


^JJ^ 




^^jy 


Maschile 


fuggiste mofli. 




fuggisti Itf m. 




^^is^^ 


fuggiste A%u 


o^^ 


\ 2. persona 


(j^jji 




-^JJ^ 


Feminile 


fuggiste tMAìt. 




fuggisti Ui f. 




fuggimmo. 




9.o^^ 


% Maschile 




fuggii. 


f y. persona 
' Feminile 



35 



Modaréo. 



Plorale. 
9 

• w • 

foggiraono mo/lt. 

foggiraDDo mo/(e. 

9 

• « • 

fuggirete mollt. 



fuggirete molli. 
9 

fuggiremo moUt. 
Plorale. 



Duale. 



; 



Siogolare. 

9 



fuggiranno due m. fuggirà vno. 



r 



fuggite mo{ii. 



fuggite motte. 



,w • 



uLhtó 



9 



raoDO due f. fuggirà una. 
9 



fuggirete dm. 



fuggirai Itf m. 



fuggirai ly f. 



>! 



fuggirò. 
Duale. Singolare. 



fuggi (ti m. 



fuggite diM. 



fuggi (u f • 



Maschile 

^. persona 
Feminile 

Maschile 

J2. persona 
Feminile 



Maschile 

y. persona 
Feminile 



Maschile 

J2. persona 
Feminile 



36 

S XVII. 



DEL TERBO INFERMO. 



Verbo infenno o quiescente dicesi quello che La per una delle tre 
radicali la lettera^ o laltra ^^. 

Questo se è infermo nella prima radicale, che i grammatici dicono 
infermo in ci come óa.^ ritrovò chiamasi simUe o assimilato; perchè 
poco differisce dal Terbo perfetto: se è infermo nella seconda che dt- 

cesi infermo in P come UU» invece di ijjj disse^ nominasi vacuo o 
concavo^ perchè infermo nel mexzo: se è infermo nella terza che di- 

cesi infermo in Oj come L^ inTCce di ^^^ ^nse si appella defi^ 
dente o difettivo^ perchè spesso manca dell'ultima mozione. Se poi 
un verbo ha nelle sue radicali non una, ma due lettere d^oli^ allor 
si dice doppiamente inftrtno. Però se è infermo nella seconda e 

nella terza, come cOm arraffi chiamasi involto-congiunto^ perchè in- 
▼olve insieme piii lettere inferme : se è infermo nella prima e nella 

terza, come c$^J castrò dicesi involto - separato ^ perchè più lettere 

deboli io esso rinvengoosi, ma non di seguito. 

i 
Se finalmente una delle tre radicali del ?erbo è V f , il verbo chia- 

masi hamzato come'^l mangiò. 

Il modo di conjugare tutti questi verbi è uniforme a quello dei 
verbi perfetti, non altro dovendovisi aggiungere che l'osservanza delle 
regole già sUbilite (S VII) per le lettere T,^, ed ^, onde ba- 
sterà un esempio per ognuno dì essi. 



S XVIII. 



3T 



DU TBBBO ASniIUATO» 



Esempio I. 
'^^J fut. I. ritrovò. 



Preterito. 



Plarale. 
ritroTaroDO moUi. 

y t A y 

ritroTaroDo moUe. 
9 

ritroTaste moltù 



Duale. Siogolare. 

ritrovarono due m. ritrovò uno. 






ritrovarono due L ritrovò una. 



ritrovasti tu m. 



ritrovaste di»«. 



9 
ritrovaste moUe. 



« V • • 
ritrovasti lu f. 



Maschile 

3* persona 

Feminile 



Maschile 



2.per$ona 



Feminile 



ritrovammo. 



9 
ritrovai. 



Maschile 

y. persona 
Feminile 



38 



Modaréo. 



Plurale. 



Doale. 



Singolare. 



^ 9 ^ 


utoqpst 


9 • 


Maschile 


• 
ritroTeraoDo molU. 


ritroveraooo Aie m 


. rìtroveri mio. 


3. penona 




wtocs3o 


9 r 


Femtnile 


ritroferanno mcXU. 


• • • 

rìtroveraoDo ibio f. ritro?erà «uà. 




.•9 ^ 




9 • 


\ Blawhile 


rìtroTerete molli. 




ritroTeni l« m. 


f 




• • 




y j2. penona 




ritroverete due. 




1 






C>iAi?« 


1 Feninile 


ritroTerete moU*. 




ritroTerai l« £. 


y 


• 

ritroTeremo. 




ritroverd. 


1 Mawhile 

( /. penona 

\ Feninile 




Imperativo. 




Plorale. 


Doale. 


Singolare. 


• 


r4* 




o 
0^ 


1 Masclùle 


ritroTate molli. 




ritroYa In m. 


ff 




to^ 




l i. penona 




ritroYate d«M. 




1 








1 Feninile 


ritrovate molte. 




ritrova li» f. 


/ 



Esempio IL 



jf^ fui. I. giocò al dado. 



Pftteriio. 



39 



Plorale. 


Duale. 


Singolare. 








• •• 


Maschile 


giocarono moUi. 


giocarono «bis m 


giocò llfl^« 










3» persona 
Feminile 


giocarono molu. 


giecaroDo Am f. 


giocò «Ita. ^ 










Maschile 


giocaste tnoUi. 




giocasti tu m. 






i^^^^ 




, 2. pertona 




giocaste Am. 












Feminile 


giocaste molte^^ 




giocasti Hi f . 




giocammo. 




9 ^^^ 
giocai. / 


Maschile 

y. persona 
Femiaile 



AO 



Modarèo* 



Plorale. 

• 9 o^ 

• 
giocberauDO mclii. 

giocberaoDo molUm 

• 9 ex 

• 
giocherete motti. 



giocherete nioII«. 
9 <*• 

giocheremo. 



Plurale. 
.9 o. 

giocate molrt. 



giocate mofti. 



Duale. 



Singolare. 

9 oy 



giocheraooo due m. giocherà «no. 






9 o^ 

giocheraooo ìm f. giocherà una. 
9 o • 



Recherete tfo«. 



giocherai fi» m. 



giocherai In f. 
9 «I 

giocherò. 
Imperaiivo. 
Duale. Singolare. 



O 0| 



;r 



giocate dM. 



gioca iK m. 



r 



gioca tu f. 



Maschile 

3. persona 
Feminile 

Maschile 

j2. persona 
Feminile 



ì 



Maschile 

4. persona 
Feminile 



Maschile 

j2. persona 
Feminile 



S XIX. 

DEI VERBO GONCATO. 

Esempio I. 

ul3 invece di Oj^ fot. 0. disse. 

Preterito. 



41 



Plorale. 


Duale. 


Siogolare. 




► ^ ^ 

yu 


% 


Ó\i 


j Maschile 


dissero motti. 


dissero due m. 


disse «no. 


l 3* persona 




iiJ6 


v^Jli 


1 Femioile 


dissero molle. 


dissero due f. 


disse una. 


/ 






'^9 


Maschile 


diceste nottt. 




dicesti tu m. 






i::iìJ 




^ j2. persona 




diceste dua. 






<;iB 




J^ 


Femioile 


diceste noti*. 




dicesti Itt f. ' 




diceiniiio» 




9&9 
dissi. 


1 Maschile 

1 y. persona 

1 Feminile 


MomriLUMo vot. UL 






6 



A*2 



Plorale. 






direte molli. 



• J9>' 



direte mdu. 
diremo. 



Plorale, 
dite mo((t. 



dite molle. 



Modaréo. 



Doale. Siogolare. 



diraoDO molti, diraDOO Aie m. dirà tino. 









diraooo molte. diraono due f. dirà una. 



kJI 






direte due. 



9| 9^ 
dirai Iti m. 



dirai tu f. 



òji 

dirò. 



Imperativo. 



Duale. 



dite due. 



Singolare. 

di 



dici Iti m. 



dici Iti r. 



Maschile 

3. penona 
Femioile 

Maschile 

j2. penona 
Feminile 



Maschile 

4. penona 
Femioile 



Maschile 



J2. penona 



Femioile 



Etempio II. 



43 



CU ÌBTOce di jL^ fat. I« vendè. 



e^ 



Preterito. 



Plorale 



tJC 



Daale. 



Singolare. 
]j^\^ L^l^ ^l^ I Maschile 



YOUUCl UUU lHVIf«* 


fVUUVIVUV uwv tu 


• Tvwuv imv» 


L 3. persona 


^ 


li^a 




FemiAile 


yeoderoDo mAU. 


TenderoDo Aia f. 


vendè una. 




090 




' * t 




>^ 






Maschile 


vendeste «ioni. 




vendesti In m. 






1"?.' 

^ 




^ 2. penona 


«9c 


vendeste Aia. 







u*«? 




v>^ 


Feminile 


• 




• • 




ipeDdeste moire. 




Tendesti i^k f. < 




feDdemmo. 




vendei. 


Maschile 

i* persona 
Feminile 



kh 



Modaréo. 



Plorale. 

• 9 ^ 

venderaooo moUu 
• o • 

veoderaoDO flio{|#, 

• 9 ^ 

Yeoderete mobt. 



• o • 
venderete nurfle» 



Duale. 


SiDgolare. 


▼eoderamio ihe m. 


9 • 
veoderi ww. 


• • 

TeoderaoDo éu f. 


9 V 
Tenderà «nui. 



9 X 
Teodeni l« n. 



t«oderaoo. 



Plorale. 

A 

vendete modi. 



Tendete moII«« 



Tenderete inu. 

Tenderti iik f. 

Tenderò. 
Imperativo» 
Doale. Singolare. 



Maschile 

5. penami 
Feminile 

Ifasdiile 

j2« penona 
Feminile 



Maschile ' 

i. penona 
Feminile 



& 



Tendi tu m. 



ii« 



tendete iu$. 



Tendi tu f. 



Maschile 

j2. penona 

Feminile 



45 



§XX. 

DEL TEBBO DIFETTIVO. 

Esempio I. 
Lb; invece di^^^ fui. 0. vinse. 

Preterilo. 



Plurale. 



Daale. Singolare. 



1,^ 




i^j 


1 Maschile 


Tinsero moKt. 


vinsero dus m. 


vinse tino. 


y 3. persona 


X »» ^ X 


bL^ 


•• 


1 Feminile 


vinsero moI/«. 


vinsero dus f. 


vinse una. 


^ 


090 yy 




• ^^ 


* 


Jì^^ 




vì;>2; 


j Maschile 


vinceste mofft. 




vincesti tu m. 


1 








1 j2. persona 




vinceste cb»e. 




[ 


Q 90 rx 




y A 


1 


(J^^J 






1 Feminile 


vinceste mUu. 




vìncesti fu f. 


^ 






9 •• 


\ Maschile 




^<:^j^j 


\ y. persona 


vincemmo. 




vinsi. 


\ Feminile 



A6 



Piante. 

▼inceniioo mdui. 

vìDceraoDo «Mlf*. 
• 9c^ 

vìncerete mML 



vìncerete t^olXu 



Dul6« SiBgobre. 



v;^>*^ 



^Ji 



Tìnceramio Am d. ▼ìoceri m 



'^It^^ 



-f'^ 



Tincertniio Am f. vìncerà «ne. 






vìDeertì f« m. 



vìncerai hi f. 



SfS 



J^J 



Tincero. 



Iwvptraiitc. 



1 



MiBcIule 

$. persona 
Feminiie 

Mnachil» 
Femiaik 



^hschìle 

4. persona 
FeaÌAÌIe 



Piurmle. 


Dnale. 


Siosobre. 




vìDceie «f^r». 


1 
vincete et*. 


9 
vinci fu B. 


1 )hsdiUe 


9 


9 


\ J?. persona 
1 Fmink 


Vincaie mdU^ 




ràd la r. 


J 



Stempio IL 



Al 



• • 



• ^A 



^fiuo; invece di ^_^oc; fot. I. getiò. 



Preterito. 



Plorale. 


Duale. 


Singolare. 






c; 


•• 
C^^ 


Maschile 


getUioDO tnolti. 


gettarono Aia m 


gettò mio. 






Uio; 


•• 


> 3. persona 
Feminile 


gettarono molla. 


gettarono dna f. 


gettò fina. ^ 








1 


Maschile 


gettaste mdiU 




gettasti tu m. 










2. persona 




gettaate Aia. 






09 0^^ 




•• 


Feminile 


gettaate wMe. 




• 
gettaati lu f. j 




gettammo. 




9 "-^^ . 
gettoi. ) 


Maschile 

/. persona 
Feminile 



AS 






Diule. 



gettenano 
letieraa&o «oàf . 



getterete 



getterele mc^. 
gettonalo. 



ime a. geOeri «■». 



Sioffobcs. 









Atf L getterà 



getterete ^m 



getterai is ■- 



Plonie. 
gettate molli 



gettate mÀU. 



gettent fci L 

getterà, 
/m^iemliro. 
Duale. Singdare. 

getta III B. 

W 

getUte èm. 



getta m f. 



Vaseline 

3. p€rsoma 
Femiaile 

Maschile 

2. persona 
FcBinik 



BlaschUe 

1. persona 
Feflunile 



Masdùle 

2. penona 
FeffliiiU^ 



S XXI. 



40 



DEL TEBBO INTOLTO* CONGIUNTO. 



Esempio I. 



^^ 



'm fot. I. arrostì. 



Plarale. 






Prelerilo. 



Daale. Siogolare. 






arrostirono molti, arrostirono due m. arrosti uno. 



• o • • 



u^ 






arrostirono fno{/«. arrostirono du$ t. arrosti tfiia. 



Maschile 

$• persona 

Feminile 



arrostiste modi. 



arrostisti /u m. 



arrostiste di»«. 



arrostiste molte. 



arrostimmo. 
MoMTMiLjmOf voi UL 



arrostisti (u f. 



9 <* •>• 
arrostii. 



Maschile 



2. persona 



Feminile 



Maschile 

i. persona 
Feminile 



50 



Modario. 
Plarale. Duale. Singolare. 



arrostiranno mo/lt. arrostiranno due m. arrostirà i»fio. 



(;;^^ U^^-i^ (i>^ 

arrostiranno mo/to. arrostiranno iu$ U arrostirà una. 



arrostirete mof/i. 



arrostirete mo/U. 
arrostiremo. 



• Oy. 



arrostirete Aie. 



^^^ 



arrostirai in m. 



arrostirai f« f. 



j 



Plorale. 



arrostite mM. 



U^?j 



If 



arrostite molte. 



arrostirò, 
/ntpena/ivo. 
Daale. Singolare. 

arrosti fu m. 
arrostite due, 

arrosti tu f. 



Maschile 

5. persona 
Feminile 

Maschile 

2. penona 
Fenrinile 



Maschile 

i. persona 
Feanaile 



Maschile 

2. persona 
Feminile 



Esempio II. 



SI 



C^-A*- 



fut. A. visse. 



Preterito. 



Florale, 
vissero moliù 






Doale. 
vissero tftfs m. 



Siogolare. 
visse «no. 






Maschile 

d. persona 
Feminile 



vissero molls. vissero dm f. visse una. 



09 A 

viveste fiioUi. 



« 9 r 
viveste molle. 



vifette Aie. 



vivesti <u m. 



vivesti fu f. 



Maschile 

j2. persona 
Feminile 



vivemmo. 



9 • 
vissi. 



Maschile 

y. persona 
Femioile 



52 



Moda9%o. 



Plorale. 



Duale. 



Singolare. 









Maschile 


Tivrauoo molti. 

^ O ^ O X 


vivraoDo if«i« m. 
• • o • 


vivrà WM^ 


3. penona 
Feminile 


irivranno mo(r«. 


vivranno due f. 


vivrà tifia. 


i 


• 0-^ e • 




^ o • 


\ 


Lfftfsa^ 




(5^^^^=^ 


Maachile 


vivrete moM. 




vivrai f« m. 










^ J2. penona 




vivrete (f«e. 






• e» y o • 




• • o ^ 




C>v«^^:^ 




C^*rt^s^5 


1 Feminile 


vivrete mol/e. 




vivrei Ih f. 


; 


vivremo. 




vivrò. 


) Maschile 

V y. penona 

) Feminile 




Jmperti/tvo. 




Plurale. 


Duale. 


Singolare. 










\ 




1 Maachile 


vivete mofli. 




vivi tu m. 


1 




s 




\ J2. penona 




vivete dii«. 




l 


vivete fflod*. 




O X e» » 

vivi (« r. 


1 Feminile 



S XXII. 



53 



DSL TEBBO INCOLTO -SEPARATO. 



Esempio, 



(S^J 



fai. A. castrò. 



Florale. 



Preterito. 



Duale. Siogolare. 



U^ 



iS^^f 



castrarono moliù castrarono due m. castrò uno. 






i^j 



castrarono molte, castrarono due f. castrò una. 



Maschile 

3» persona 
Feminile 



eastraste mMi. 



castrasti tu m. 



castraste Am, 



« 9 ^ 
castrate mofle. 



castrammo. 



castrMti M f. 



9 , 
castrai. 



I 



Maschile 

j2. persona 
Feminile 



Maschile 

i. persona 
Femioile 



54 



Modaréo. 



Plorale. 


Daale. 


Singolare. 










Maschile 


castreranno molti. 


castreranno dtiem. 


castrerà uno. 


S. penona 




X •<»• 

uU^ 


• <*• 


Feminile 


castreranno molu. 


easlreraoDo i%t f. 


castrerà wm. ì 










Maschile 


castrerete molti. 


caatreieta il«i«. 


castrerai l« m. 


> j2. persona 


• xoy 




• O X o-^ 


1 


L>^^^ 




CM^ 


1 Femioile 


castrerete mollf. 




castrerai (u f. 


; 


• Oy 

castreremo. 




caBtrerò. 


1 Maschile 

[ y. persona 

\ Feminile 




Imptraixvo. 




Plurale. 


Daale. 


Siagttlare. 




2 




xo 

é^ 


i Maschile 


castrate mo/li. 




castra lu ro. 










j2. persona 




castrate <fue. 










castra fu f. 


1 Fminile 


5 

castrate mohe. 




/ 



S XXIII. 



55 



DEL YERBO HAMZATO. 



Esempio L 
jjt] fai. I. ricordò. 



PreUriio. 



Fhrale. 


Duale. 


Singolare. 


Maschile 


rieordiroDO molli. 


ricordarono due 


m. ricordò uno. 


^ 




hjì 




f 3. persona 
Feminile 


ricordarono moUt. 


ricordarono da» t. ricordò ima. ^ 










Maschile 


rieordaBto molti. 




ricordasti lu m. 






\:sjl 




i i. penona 




ricordaste due. 






^f 






FemiDile 


ricordaste molle. 




ricordasti In f. 




ricordammo. 




ricordai. ^ 


Maschile 
i i. persona 
' FemiDile 



56 



Modaréo. 



Florale. 

6 

4U 



Singolare. 



Daale. 



ricorderanno mo/ft. ricorderanno due m. ricorderà uno. 



o 



u 



Cj/iU u[;^U 



o 

!5U 



ricorderanno motte, ricorderanno due f. ricorderà wm. 



ricorderete mo/li. 



& 
^.*^ 



o 

ricorderai lu m. 



o 

ricorderete fno{|«. 
ricorderemo. 



Plurale, 
ricordate meUi. 



ricordate motte. 



ricorderete due. 






rieorderai te f. 



>5r 



ricorderò 



Imperativo. 
Duale. Singolare. 






ricordate Am. 



ricorda l« m. 






ricorda tu f. 



Maachile 

3. persona 

Femioile 

Maschile 

j2. penona 
Feminile 



Maschile 

i. penona 
Femioile 



Maschile 



j2. persona 



Femioile 



67 



Esempio II. 



t 



Ifi 



fat. 0. creò. 



/Veten'to. 



riuraie. 




V' 1 


Maschile 


eiearono moM. 


crearono due m. 


creò uno. 


^ 3. persona 


u]^ 


é^ 




FeoniDile 


crearono molte. 


crearono Aie f. 


creò una. 










Maschile 


creaste miti. 




creasti to m. 






cS.' 




^ j2. persona 




creaste due. 








Feminile 


creaste eurfu. 




creasti In f. < 




creammo. 




9 ^•x 
creai. 


I Maschile 

f y. persona 

1 Feminile 


dtoMxtLLJMo voi, UL 






8 



58 



Modaréo. 



Plurale, 
creeranno malti* 

• Sgox 

creeranno molte. 
9 

creerete molti. 



creerete molte. 
9 

ereeremo. 



Tlarale. 
create moUÙ 



Dnale. 
creeraoDO due m. 

creeranno due t. 



• S9< 



Siiìgolare. 

creerà uno. 
*9«'^ 

creerà una. 
^9«>' 

creerai Iti m. 



-^^9ox 

creerai In f. 
S9o| 

creerò. 
Imperativo. 
Duale. Singolare. 

I crea tu m. 



creerete dua. 



create itu. 



create mo{|«. 



crea lu f. 



Maachile 

3. persona 

Feminile 

Maschile 

j2. penona 
Feminile 



Ì Maschile 
i. penona 
Feminile 



Maschile 



i. penona 



Feminile 



59 



S XXIV. 



DEL TERBO DOPPIAMENTE IMPERFETTO. 



Un'altra classe di verbi doppiamente ìnferoii si è quella di quei 
▼erbi che oltre d'essere hamzati , contengono un'altra lettera debole 
per radicale. 

Esempio. 





^V ^°*- 


I. vide. 






PrUerìlo. 




Plorale. 


Duale. 


Singolare. 








J^. 


Maschile 


videro mol/i. 


videro due m. 


vide uno. 


3. persona 


u4j 


é: 




Feminile 


videro moU: 


videro «liie f. 


vide «na. * 








0^ 






Maschile 


▼«dette molti. 




Tedesti H m. 






1^33; 




, j2, persona 




vedeste Am. 










1' 






Feminile 


vedeste mdu. 




vedesti tu f. ^ 




4' 






. Maschile 

t ^. persona 


▼edemmo. 




vidi. 


) Feminile 



60 



Modarèo. 
Duale. Siogolare. 

vedrauoo nurflt. vedranoo due m. vedrà uno. 



Plorale. 
• <»•• 






i^Q;J8 



^^> 



vedranno mdu. vedranno due f. vedrà una. 



vedrete molU, 



vedrete molla, 
vedremo. 



Plurale, 
vedete moW. 



vedete molla. 



vedrai l« m. 



vedrete due. 



vedrai Iti f. 

vedrò. 
Imperativo. 
Daale. Siogolare. 

5; 0^ 



vedete dna. 



vedi In m. 



vedi fu f* 



Maachile 

3. persona 
Femioile 

Maschile 

J2. penona 
Feminile 



Maschile 

4. penona 
FemÌDÌle 



Maschile 

j2. persona 
Femiaile 



61 
S XXV. 

DEI YEBBO QCADRILITERO. 

Il verbo qaadrilitero è quello che ha quattro radicali p. e. fp^js^^ 
rivolse^ sol qaale nolla vi è da osservare; seguendo esso il tipo re- 
golare della coDJagaziooe de' verbi triliteri perfetti: solo è da notare 
che esso non è suscettibile che di sole quattro coDJogazioni , delle 
quali la prima corrisponde alla prima dei verbi triliteri, la seconda 
alla quinta, la torta alla settimi, la quarta alla nona. Come pure , 
che nella penultima radicale del preterito attivo vi è sempre fatha, e 
nel futuro kesra ; e che nel modareo la lettera modarea prende il 
dzamma e alla lettera che le segue resta, il fatha 



p. e. p;/^*^ rivolse 



9 ^ -^9 

h.0^ rivolgerà. 



JrT 



§ XXVL 



DEI, NOVE. 



U nome non ha che due generi ^ cioò il maschile ed il feminile. 
Feminili sono tutti* i Domi di donne> e quei che solo a donne pos- 
sono convenire 



utero 



p. e. ^ 
ì nomi proprii di regioni, e di città 



p. e.j^>a^ EgiUc 



62 

i nomi dei membri doppii 



p. e. c)^ piede 



i oomi che terminano in H 



00 V y 

p. e. eC^<£; pt^e 



\ nomi che terminano coll'ì servile seguito da hamza 

p. e. JjO<sl vergtne 
i nomi che terminano coll'/C sertile quiescente a guisa di I 

p. e. iSj^ vangelo. 

lì resto, tranne altri pochi, sono maschili. 

Triplice è il nomerò cioè singolare, daale, e plorale- 

Tre sono i casi cioè rafeo^ che corrisponde al nominativo; giarroj 
che corrisponde al caso obbliqno; nasbo ^ che corrisponde air acca- 
sati to. 

1 nomi , per come a me pare chiarissimo, seguendo Wasmoth, e 
dissentendo da ciò che ne scrivono gli altri gramatici, dei quali chi ne 
ha segnato quattro come Erpenio, chi cinque come Fr. Agapito, chi 
sei come Guadagnoli, non hanno che una sola declinazione, le cui 
ioflessioDÌ seno nel modo che segue. 



Plorale. 



63 



Caso rafeo. 



Duale. Siogolare. 



ddZ 



vJL«3 



Maschile 



S;J 



\JZ oiiG> HZ ''•■"•■""' 



Ca^o giarro. 

Plarale. Duale. Singolare. 

C^^sXk^ C^^yU^ djù I Maschile 









Feminile 



Caso nasbo. 

Plurale. Duale. Siogolare. 

(;^A^*» CM*» lU» I Maschile 






Femioile 



64 

I oomi precedoti da articolo non possono avere il lanuin; come 
oè anche quelli che finiscono con an affisso, o sono segniti dall' an* 
nessìone. 

I nomi possono avere Teolidae diverse forme di plorali , che di> 
consi plorali fratti o impecetti cioè: 



DiJ 13 



«09 



CUi 



OiiU 



0| 99 



009 



8 Kio 






10 «Xù 



11 &JL16 



5i;^f 



14 


• 


15 


• 


10 




17 




18 


iUL' 


19 


«uCS 


20 


fai 


21 




22 


^ 



65 
S XXVIL 

PBOLI AGGETTITI. 

Il comparatiTO e il Baperlalivo degli aggetlivi arabioi si formano, 
meUendo avanti TaggeiliTO semplice un f, se è maschile, o un (C 
in fine se ò feminile 

p. e« (j^wiM.^ buono 

(J^MéAì migliore^ e ottimo 

• 09 
^^jJU-A. ottima 

u 

I compàraliyi però sono sempre segniti dalla particella (j^ con 

no genilivo, e i superlativi solo da un genitivo: che se il compara- 
tivo sia posto assolutamente, diviene superlativo 

p. e. oXJLfJI (^)%do tj^ì maggiore del re 



• y 



mX 9 ''oS 
(jmVJJI (^j^^^éc^ì U migliore degli uomini 

jjj^] tfJJI Dio è sapientissimo 

Gli aggettivi possessivi, di nazione si formano aggiungendo in 
fine r^ al sostantivo, il quale se terminerà in l< , in I , o in 'd^ 

perderti tali lettere 

p. e. ^UmSi uomo rJhLwiM umano 

s 
^A^ femine iCt m*^ feminile 

« 

STO <»^ ^ ^h ^ 

&AJ4pt africa i^jiì africano 

^ • S X X i 

MOMTtltJMOf voU UL 9 



66 



s xxvin. 



DBI nOKOMI MR80NALI. 



I nomi personali) in arabico sono indeclinabili , e nsansi solamente 
nel caso rafeo. Essi sono: 



Plurale. 
9 o • 

noi. 



Duale. 



Singolare 



io. ' 



penana 



pi 








Maschile 


TOi m. 




TOi (hM. 


ta m. 


^ j2. penona 








Jf 


Feminile 


voi A 






'fA ^ 




«9 






-9 ' 


1 Maschile 


eglino. 




t '9 


egli. 


f 3. penona 




eglino elleno Aie. 




i 


U4» 






> 


1 Feminile 



elleno. 



elU. 



67 



S XXIX. 



DB6I.I AFFISSI. 



Gli affissi SODO i oasi obbliqoi de' oomi personali , e anche qaei 
che diciamo pronomi possessÌTi; e cosi appellansi perchè affiggoosi in 
fine a quei nomi o Terbi, coi appartengono. Essi sono: 



Plorale. 

G 

nostro. 



Doale. 



Singolare. 



^ \ Maschi 

mio. J Femini 



Maschile 

i. persona 
Feminile 



o 9 



Tostro m. 
▼ostro f. 



Cd. 

▼ostro. 



tao m. 



tuo f. 



Maschile 



i2. penona 



Feminile 



? 




9 


1 Maschile 


\to m. 


a 


suo m. 


y 3. penona 




loro àu$. 


li 


1 Feminile 



loro f. 



^ 



a me 



SQO /. 



99-^^-^ 



libro suo 



68 

S XXX. 

DELLE PAETICELLE. 

Delle particelle ialone dicoosi inseparabili, perchè ti aUaccaDO io 
principio a qaelle parole coi Togliono onirsi, e di esse le pio comooi 
sono: 

S^ per, in, con, 

O e. 

U nota di caso dativo, te precede od nome; e te preoede on terbo 
sìgDÌfica affinc/ièj per. 

J e, anche. 

Alcone poi fra le particelle dicoosi giarranii come p* e. (J^^ U^i 
J' (3^ (S^ ^' P^^^^ ^^° tempre avaoti di oo Dome di cato 

giarro ; altre giezmanti come p. e. bJ, UJ ^ ec. perchè reodooo 

giezmata roltima lettera del modaréo che le tegoe; altre naiAaniij te 
danno la terminazione di caso nasbo a qael verbo o a qoel nome coi 
sono preposte; e altre finalmente masdarali^ se collocale avanti on 
qualche verbo gli danno significato d'infinito. 

s XXXI. 

DELLA SINTASSI. 

La siotassi ogoon sa, essere la conveniente composizione delle 
parti df^l discorso fra loro, ed abbraccia la concordanza e la catru' 
zìone\ in ciò ogni lingua ha le soe singolarità, la coi conoscenza è 
indispensabile. 



69 
Riguardo all'araba è da osservare particolarmente: 
Che il nome sostaotivo precede sempre l'aggettivo, e questo deve 
con quello concordare io numero, in genere, in caso, e nella presenza 
o assenza dello articolo: 

Che i nomi proprii, i quali non prendono articolo, e i nomi af- 
fetti da affissi vogliono l'aggettivo con l'articolo: 

Che un sostantivo appellativo con un aggettivo che costituisce un 
nome proprio rigetta l'articolo: 

ujS 
Che il pronome relativo cfàjì deve concordare col suo antece- 

dente in nnmero e in genere: 

Che i verbi attivi reggono l'accusativo: 

Che i verbi neutri o intransitivi costruisconsi con varie particelle: 

Che i nomi di misura o di peso, reggono il misurato in accu- 
sativo. 

Sulla concordanza poi del verbo col soggetto è da notare: che le 
prime e le seconde persone de' verbi concordar devono sempre col 
soggetto in genere ed io numero. Per le terze persone però la con- 
cordanza del soggetto col verbo è la seguente: se il soggetto precede 
il verbo, allora questo deve concordare con quello in genere ed in 
numero; il che usasi ancor quando il soggetto è sottinteso; ma se il 
verbo precede il soggetto allora, se il soggetto è un nome singolare 
e maschile farà d'uopo osservare la concordanza , ma se è un nome 
singolare e feminile dovrà il verbo concordare col soggetto in numero, 
e può discordare nel genere. 

Quando poi il soggetto è un nome maschile e plurale, collocato 
dopo del verbo, allora esso verbo ordinariamente collocasi in singo- 
lare; e se '1 soggetto è un plurale irregolare che viene da un singolare 
maschile, il verbo può essere anche posto in singolare feminile. 

Si può inoltre pure mettere il verbo in feminile, allorquando il 
nome che lo segue e che sorvegli di soggetto è un nome collettivo, 
od un nome che esprime una specie intera. 

Finalmente coochiudiamo: che il verbo cjv.^3 è può sottintendersi, 
e talvolta può essere pleonastico; come anche può per pleonasmo ri- 



70 

petertt il pronome pertoule io oomiutiTO dopo il prosoae affiato, 

e pleoMtticameote osarti la parola Lo* 

S XXXIL 

DELLA POC8IA. 

Alla poesia orìeotale, e priocipaloieole tirtrabica, di tolte le poetie 
occidentali nissona pih s'aTTicina qoanlo T italiana. 

La conoscenza tecnica della Tcrsificazione degli Arabi è di ooa 
otililk indispensabile, per la intelligenza dei loro poeti. Le regole 
dell'arabica poesia tono attai complicate; giacché i Tersi arabi non 
solo sTcr defODO la rima, la misura e la difisione per emisiiehiij ma 
ben anche van sommessi alla quantità. 

Intanto le principali regole rigoardanti la poesia degli Arabi si ri- 
ducono alle iiUabej ai piedij alla divisione de' veni^ alle licenze poetiche^ 
ed al ritmo. 

S XXXIIL 

OXLLS aiLLABB. 

Le sillabe dividonsi io pure ed io miiie: le pure sodo qoelle for« 
mate da ona tola consonante con la rocale p. e. v^ che formano ona 

sillaba breve^ la quale può di? enire hmga^ te tia tegoita da ooa delle 

9 
tre lettere deboli p. e. j^* Le miete tooo qoelle formate da due eoo- 

tonanti, la teconda delle quali tia giezmata p. e. Ul^s e formano 
ooa tillaba longa. 



71 
S XXXIV. 



DB! PIBDI. 



Dalle sillabe formansi i due diTerai piedi cioè; la fune e 1 palo: 
la fooe costa di due lettere, la prima delle qaali aver de?e la vocale; 
e se la seconda ha pure la vocale, il piede chiamasi fune grave 

p. e.^^; se Don l'hi dicesi ^^fte lieve p. e. {j^. Il palo costa di 

tre consonaDti, dae delle quali sono fornite di vocali e la terza no; 
osseryacdo che se fosse gìezmata rahioia lettera il piede si nominerebbe 
palo congiunto p. e. \;j*j)^\ se fosse giezmala la media appellerebbesi 



palo disgiunto p. e. (^Ji. Con questi quattro piedi, disposti però in 
modi differenti tutti i vani metri si formano dell'arabica poesia. 

S XXXV. 

DELLA NTISIOIfE DEI TERSI. 

I varii generi di versi degli Arabi sono nominati circoli^ e questi 
sono cinque, che in altre specie si suddividono. 

É primo il circolo vario^ che tre specie di versi contiene, cioè il 
lungo , Vesiesoj e 1 dikUato^ e costa di quattordici sillabe, dieci lunghe 
e quattro brevi. 

U secondo chiamasi circolo composto^ che due specie di versi rac- 
chiude, il copioso cioè, ed il perfetto^ e la sua misura è di quindici 
sillabe, nove brevi e sei lunghe* 

li ierio genere di versi di cesi circolo simile y le cui specie sono: 
la cantilena^ la satira^ e il verso breve; e la sua misura ò di dodici 
sillabe. 

II quarto genere appellasi circolo contrailo ^ cui appartengono sei 
specie cioè: il veloce^ VemissOj il lieve^ il simile^ il conciso^ e 1 con- 
vulso; ed è formato di dodici sillabe. 



72 

L' oltiino finalmente è il circolo conveniente , che due Fpeeie com- 
prende, i quali insieme nominansi congiunto^ cai appartengono i versi 
tolti che costano di undici sillabe, la penultima delle quali sia lunga. 

S XXXVI. 

DELLE LICENZE POETICHE, 

Alcune anomalie in poesia permettonsi; e queste usate mai sempre 
con prudenza , appellansi licenze poetiche, che riducoosi particolar- 
mente 1 poter rigettare la seconda lettera o solo prirarla delta sua 
vocale; i poter rigettare la quarta, o la quinta, o la settima lettera 
se fossero quiescenti; a poter aggiognere una, o due lettere per am- 
plificazione, e cose simili. 

S XXXVII. 

DELCA BIIIA. 

Nei Tersi arabi è anche in uso la rima , e intorno ad essa è da 
osservare, che sia puri, semplice e chiara, e che le vocali e le let* 
tere ben corrispondano fra loro iu ambi i versi. 



APPLICAZIONE. 



Dopo avere stabilite le regole gramaticali, non sarà fuori proposito 
fame applicazione sopra una fatola di Lochman, alla quale seguiranno, 
come in principio fu promesso, alcuni scelti squarci progressivamente 
difficili, da me tradotti quanto più mi è stato possibile letteralmente, 
ricordando a coloro che apprender vogliono ben addentro questa lingua 
il precetto di Cicerone che in omni disciplina infirma est artie prae* 
oeptCo sino summa asiiduUate exerciiaiiome. 



73 



FAVOLA DI LOCHMAN. 



^o X $^1 






o 



^UmI^ AIhXiÀ ^jyJ KU^fsh?. Oww^l^l C^W' ^Owco^ ^^^I c$J^ 
• •J'jo 99o^x9^ 9-^x^9 ^^ ^ ^^ 9 -'^i? '^r^'^'^ 

owM»}/! ouss3s2 >fft^ Jkt; ^^^^ -W.^ c$^ uU^i^i jiw 



5 •> 



^ xc» <<o 9 9 ^ '^ 9 ^«wio 



9 '^«'/^ . -^ • 



ox o^^^^ 9<^<'^'^ uJi^9^ C?^ 



MoMTiZLJRO Vid, IJL 



74 



ANALISI. 



«^^' Nome, maschile, singolare, nomioatiTO, la coi radice è 

«Xm#i, e '1 significalo di esso: un leone 

OU^l^ Parola composta dalla congiunzione j che significa e, 

e dal nome u;Uwil di genere cornane, singolare, nomi- 
nativo, la cai radice è ^j^it, e 1 significato un uomo 

OmmI Come sopra 

^if^ Avverbio, la sna radice hjj^^ e 1 significato una volta 



• ^^ 



«^^ Verbo assimilato, preterito, terza persona maschile, 

singolare, della prima conjngazione; esso stesso è la ra- 
dice, e significa nìr^t^ò 



.^. -^1. 



Uuol • Nome, come jiopra, caso accosativo, significa un uomo 

l 

^^^J^ Preposizione, la sna radice è ^Ix, il sao significato tn 



03 %0 



^ A 



V.>^/Ia>)l Nome che ha sali' \ Tannessione , perchè è I di arti- 

colo; e ha il « snlla lettera a, perchè qaesta è solare; 
caso giarro perchè precedalo dalla particella ^^^; senza 
lanain perchè precedalo dall'articolo: la saa radice è Cp;^; 
il significato sao è la strada 



75 

U^4P^ Parola composta dalla congiaozioDe cJ che significa e, 

e dal verbo \ÀM»y preterito, terza persona, dìiale, ma- 
schile, della prima coojogaziooe, la coi radice è vJU:>» 
e significa cominciarono 

Ol/^*"^^ Verbo, modaréo, terza persona, duale, maschile, della 
sesta conjugazione, la sna radice hjsfi^\ e perchè dopo 
no preterito si paò spiegare per infinito, e significa al- 
tercarsi 

aUxJI> Parola composta dalla particella ^ _^ che significa con^ e 

^ ^ dal nome aUXIi maschile, singolare, caso giarro, con 

l'articolo, la coi radice è JL^^, e significa il discorso 

d^ Come sopra intorno^ circa 

i(^fiJÌ Nome, feminile perchè termina con i{, singolare, caso 

^ giarro, con l'articolo; la sua radice è {^yi , il sno si- 

gnificato del al potere^ valore 

^^d^ Parola composta dalla congiunzione^ che significa e, 

m 

e dal nome isjycw singolare, feminile, la coi radice è Om^ 
e 1 significato del o al valore^ o veemenza 



• • 



%^ 



(^U)t Nome, singolare, maschile, con l'arUcolo, caso giarro, 

U cai radice è ^jm^, e significa della forza 



Sniffi 



jaml^f Come sopra U leone 

\,^ Verbo, modaréo, terza persona, maschile, singolare, 

^ " della prima conjagazione, la eni radice è <«i^U9, e si- 
gnifica n dilettavat si eompiacea 



(S^ Particella, ngni6ea in 



y 



Parola compoata dal Doae Ha^ come sopra polorcj e 
dairaffisso 9 suo 






à^^^.y Parola coaipoita dalla coogiaoiiooe^ che aigoifica e, 

dal nome (j»#l3 come aopra Jorza^ o rotusiezzay e dairaf* 
fisao 2^ sua 

jlàXi Parola coropoita dalla coDgianzìone c> e, e da! ferbo 

j]^ preterito, terza persona, aiogolare, maschile della 
prima coDJogaziooey che aigoifica vide 

L^UmÌÌ/I Come sopra Fuomo 

Jc Come aopra in 



ìaji^ Nome, maschile, singolare, caso giarro, la cai radice 

^^ è Lidi., e 1 aigoificalo muro 

%j^ Nome, feminile, aiogolare, accosatiTO^ la coi radice è 

^Lo, il significato la immagine 

^Jb^ Nome, maschile, singolare, caso giarro, la cai radice 

^ è (JU^9 ^1 significato: di on uomo^ personaggio 

^j Parola composta dalla conginnzione^ e, e dal pronome 

relativo ^^ che aignifica esso^ questo 

9 ^ 

\ ^\\'^i Verbo, modaréo, terza persona, singolare, maschile, 

della prima conjagazione, la coi radice è OU^ » il si- 
gnificato strangolava 



77 



Ow«m!Ì^Ì Come sopra, caso accusativo, il leone 



(^i^;SMb3 Parola composta dalla coogiunzione ci e, e dal verbo 

(,^^,:^Ja preterito, terza persona, singolare, maschile, della 
prima conjugazione, che significa rise 

{j\^Jfì Come sopra, nominativo, Fuomo 

vJUu Parola composta dalla congiunzione cJ e, e dal verbo 

concavo vJU preterito, terza persona, maschile, singolare 
della prima conjugazione, che significa disse 

éJ Parola composta dalla particella — J nota di caso da- 

tivo, e dallo affisso ts, a lui 

«X^kMii/l Come sopra il leone 

1) Particella che significa se 

( j,J^ Verbo concavo, preterito, terxa persona, singolare, ma- 

schile, della prima conjugazione; che ha significato di 
plurale, perchè il soggetto, che è plurale, gli è posposto, 
e significa fossero 
IClS N^^®» maschile, plurale, nominativo, coH'articolo, e col 

^ ' X tcscdid sul tj« perchè questa lettera è solare ; la sua 

radice è (^^ « '1 significato t leoni 

(3^^^ Nome, plurale, maschile, la cui radice è^U>, e il si. 

^'^ guificato piiiori 
jL Aggettivo, maschile, singolare, la cui radice è J^ 

^ e il signifiicato simile, pari 



78 



^^J^ Nome, matcbilei plurale, caso giarro, la cai radice è 

U^i e '1 sigoificato ai figli 



• 



^^T 



à\ Nome, maschile, singolare, il sigoificato: dellWino 

fj Particella non 



9 ox 

j^^ Verbo, modareo, terza persona, maschile, siogolare, la 

^ cai radice è^jjj, e 1 sigoificato potrMe 

9 .^^^ 
v^UmÌÌ/I Come sopra fuomo 

9 9 o ^ 

'lyj^^i Come sopra strangolare 

wtAiMv Come sopra, accasativo: un leone 



C/^ Particella ma 

Cil^B Qqi Mrve al terbo ohe segae 

^A^Jf Come sopra U leone 

^•:Xgt.j Come sopra strangolerebbe 

CiW^f Come sopra, caso accosaUvo Puomo 
i 

1^ Pronome dimostrativo, e significa questo 



79 
»Uax) Parola composU dal nome ^^JU^ maschile, aingolare, 

Domìnativo^ la coi radice è ^^^JLft, e 1 valore: signi" 
ficaio^ e dall'affisso y suo 
wf 
^^^^ Particella che 

vi 

*^ Particella non 

m ^9 
V* Verbo, modaréo, terza persona, singolare, maschile, 

della seconda conjagazione, passivo; la cui radice è l^^;, 
e '1 significato: è giustificalo 

uLmijn Come sopra, nominativo Fuomo 

ìiM^A»? Parola composta dalla particella ^^ con, e dal nome 

UùiySi feminile, singolare, la cni radice è <>e^, e il 
significato: iestimanianxa 

ijjoì Nome, maschile, singolare, caso giarro, la cai radice 

è iXsbìj e 1 significato del popolo 






Ax^ Fkrola composta dal nome ^^j^ maschile, singolare, 

la cni radice è i^l^, e '1 significato, della casa^ e dal- 
l'affisso V tua. 



80 

TRADUZIONE LETTERALE 

UN LEONE ED UN UOMO. 

Ud leone una toIU ritrovò on uomo Della strada, e cominciarono 
ad altercarsi con il discorso, circa al valore e alla veemenza della 
forza. Il leone si compiacea nel valor suo e nella sua robustezza ; 
e vide l'uomo nel muro l'immagine di un personaggio, e questo stran- 
golava il leone, e rise l'uomo; e dissegli il leone: se i leoni fossero 
pittori pari ai figli dell'uomo, non potrebbe l'uomo strangolare un 
leone, ma il leone strangolerebbe l'uomo. 

Questo è il significato suo 

Che non è giustificato l'uomo colla testimonianza del popolo della 
casa sua. 



SCELTA £ BREVE 

C RE S TOM AZ lA 



ABABO- ITALIANA 



SBGUITA 



IllCOIIISPOIIBKlITBTOGiBOlilIO 



MoUULMMOf VOL UL jg 



82 

I. 



Principio detta Cronica di Sicilia che trovasi nella Biblioteca di Cam- 
bridge pubblicata da Caruso e da Gregorio. 

•tcciUJ j^^ L-o^<^ «J*^^ V.2;^^ ^^ le^ ì^ U^Uà^r, 
C^^j vH-J a^U v:^^ oJt «^ i^ c5 ^^ ^'^^^ 

(a) ^^òà^l &dUUt> Le^!)^^ ^> O^^ &M« iU^ tj^ 
* *;il> ^,.£>JLà.^t èLjiUa^ *^f^Jj O^' ****' ^^"***' c|^ 

■J< iEj»ì.>jx> c^ ,...^iXLj\ &J>U.1U^ CJ ^ »»^»à j viN^ i*-^ (^ 
•te OkJt aan»jì pjPt (j>A Ì^Uj &iirtii;j£jJl^ (;>.aÌ»JÌI 

•}C &JvyjJ '^■U-»J'*^' i^^-*^'^ L>«>**SW^ 4/»i*ài' *•»<»«» ^^ 

-it ìiò-jgi^ ^\sC^ ^Of Y^ 

^ Tij^ o^ià^^J **UiJlj, ^uet*^ (3) ^i^Uàt «ju. ^2^ 

(0 Radice w;l> (a) Badice ÒL^I . (3) Badict ^Xi. 



83 



10 nome di Dìo miserìcordiosìstimo e da lui imploriamo aoccorso. 
Libro degli Aonali dell' Isola di Sicilia, dal tempo che eatraroDo 

io essa i Masnimani, e storie di ciò che accadde in essa di gaerre, 
e di mutazioni di emiri eccetera. 

11 principio di questo dall'anno sei mila e trecento e cinque e 
trenta dall'era del mondo secondo ciò che compatavano qaesta i Bi- 
santini nei libri loro. 

E in questa epoca Tennero i Musulmani in Sicilia nella metà del 
mese di luglio. 

E neiranno seimille e nove e trenta e trecento fu presa Messina 
e fu ucciso Teodoto patrizio. 

E neiranno seimila e quaranta e trecento fu presa Palermo. 

E nell'anno cinquanta, seimila e trecento di questa epoca afflissero 
le locuste la Sicilia. 

E nell'anno tre e cinquanta e trecento furon prese le fortezze di 
Modica. 

E Dell'anno quattro e cinquanta e trecento accadde guerra tra i 
Musulmani e i Castrogiovannesi e morirono dei Bizantini noremila. 

E nell'anno cinque e cinquanta e trecento fu presa Lentini. 

E Dell'anno sei e cinquanta e trecento fu presa Ragusa, prima volta, 
e accadde fame grandissima. 

E nell'anno due e sessanta e trecento fu presa Butera. 



84 

II. 



Dot Capo J2 della Storia di Sicilia del Novaìri. 
{j;J^\ ^^i^ U^ 0^ (i) éL^j 

p>*^ J-^^ (S^ j-^=sL^j j^f<^=> (3) J^^^ X^;^;k>.aJf (j^ 
C5-^ (****> >J^ C>«*»' ^5^^ ]^^(/J ji^^i^ V'osai;-© 

VJA*X«/ ^ MJ^J^ (J^^as^ \^J J VjX^J {J,jAS^\ [^.^JU» 

CSUif iUlL ^j jjo^r, U^D Jc^ te^JUllj v;;;^!, C^^ 

u^as^JUaJ^ Ua> Iv^^i^ |0^f csUi *eÀ& ^a^ ^t »^L-^ 

(4) «> *— ^' (>* f^J^ j^ CiUi A«^ A-eÀ* ^ja^ AaIa 

* — ?Ij> ^^LJt It^y^f ^,,^jwo ,^^ UL» aujuJf csUi 

(1) Badice t&Jj. 

(9) Io lUMUo Icmìco li rioTieae quctU voce, che dal Gregorio fti tradotta eopiat naviilw. 

(3) Badice i^J^i^^. 

. ^ r^ 

(4) Radice ÒSL^. 



85 



Comiiieaionzìooe della pref^ltara di MohamoDed ben abi 'I Giaohàrì. 
Disse: Come morì il Kadi Asad al Farai fecero presedere i Musulmani 
sopra loro stessi Mobammed ben abi i Giaubàrì, e uscirono contro il 
popolo di Siracusa Tenieuti da Costantinopoli flotta grande ed eserciti 
io terra, e dierono opera i Musulmani a ritornare in Africa, e par- 
tirono da Siracusa e ristorarono le navi loro, e ascesero sur esse, e 
stavano le navi dei Bizantini nel porto grande, e l'impedirono di 
uscire, e brugiarono i Musulmani le navi di essi stessi, e si diressero 
al castello di Mioeo e con loro Eufemie; e occuparono il castello, 
e abìtaronlo, e governarono il castello di Gergenti , e abitaronlo al- 
cuni dei Moaolinanì. Poscia ose) in campo Eufemio contro Castro- 
giovanni, e osci contro di lui il popolo di essa, e prestarono a lui 
ossequio e iogannaronlo e dissero a Ini: Siamo noi e tu e i Musul- 
mani di una sola parola, e togliamoci dallobbedienza del Re; e pre- 
garoolo affincbè si allontanasse da loro questo giorno, perchè consi- 
derassero intorno a ciò che dovessero convenire con Ini; e s'allontanò 
da loro questo giorno. Poscia condusse da loro alcuni servi, e uscendo 
baciarono la terra umilmente e la di lui mano, e aveano occultate le 
armi in questo tratto Ji terreno, e come s'avvicinò a loro trassero le 
armi, assaltaronlo e l'uccisero. 



86 

III. 

Dalla Storia di Fez (1). 

i3L=p^ »Uto ^Jdaj ,j^jò\ U}I^ 5}!^ (a) «U^ OJU aJL1> 
^wb; iSuJjOÓ J^v^f ^^a. J^jLi ^ ^J ^\ ^^JtóJf 

j^S=> ly^^t X^U. uià. Aiì o^t .>^)^ u-i^^^ (5^^ 

L ^1#^ (j^ ^LJt j^^t jj (^) ^ W^ (3) 0^1^ c>^ 

JvX3^ jwif; joUV ^LLàXi vT^^ o^ v-r^^ (5^^ vi/O^-^ 
^S-*i^ 11 ^ o^ 2L ^j (5) &ó?^l^ ^Uj;OJ 2_ ò^sfsJÌ 
cU> 0^ ^ì^ asI {X^j Sih*iì <Ji^L3 \Jc ^^,*^f &) dLà.U 

(i) Questo aqoarcio storico fu da me pobblicato nel Gfomaie di tcienze ieiUn « arii per 
ia SicHia con uim lettera diretta all' ah. Michdangelo Lanci. Esso forma il prìndpio di una 
Storia di Ftz, codice passato nella mia biblioteca dopo la morte del prof. Salvatore Morso i 
cui libri arabi furono da me acquistati. II Morso erasene molto occupato , ma non tanto né si 
correttamente da poterlo pubblicare ; ond' é eh' io ne rifeci la traduzione la quale ho in animo 
di consegnare alle stampe, quando l'avrò fornita delle moltissime annotazioni di che abbisogna, 
e l'arrò completata del principio e della continuazione. Ciò che nello stato delle attuali mie oc- 
cupazioni non é possibile cosi presti. 

Tale mio saggio non meritava le acclamazioni del ptibblico, ma né anche la vaga censura del 
barone Silvestro de Sacy ^ il quale non trovollo buono , solo perché a lui non piacque ; senza 
averne detto alcun che^ o notatovi alcun errore. Il De Sacy per altro celeberrimo di ninna cosa . 
altrui in fatto di letteratura orientale era lodatore, né v'ha chi ignori le talvolta ingiuste e 
sempre aspre censure da lui fatte agl'illustri De Hammeri Castiglione, Erdmann , Jaobert, e 
altri millanta. 

Avrò occasione di mostrare in seguito la causa che eccitommi tontro il risentimento di colui 
che fu a buon diritto chiamato il Nestore della letteratura orientale, e le cui opere sono tesoro 
di dottrina, che riuscirà sempre proflcua, qualunque sia per essere il progresso della linguistica 
in quelito e ne' secoli che verranno. 

•• ••• ^ ^ ^i^ 

(a) Radice ^ (3) Radice oJ^. (4) Rzdice^^. (5) Radice W'^^' 



87 



Dicesi che Io abbia iosegoUc nelle estreme parti di Milvia, il malei 
Rasced^e che già atea dorato cammioo nella sua ricerca, dopo la morte 
del suo malei signor nostro Adris; e gli troncò la destra, e ferìUo nel 
capo, e piagollo nel corpo; e montò il cavallo di Rasced, e V infelice 
«campò Gnchè pervenne a Bagdad. La dignità del saddetto Rascìd e la 
tua dorata (Dìo gli sia propizio) fo di quattro anni e 6 mesi, meno 
4 giorni. E non lasciò il malei Adris il figlio nato dalla serva, poiché 
lasciò ana serva per nome Katarat della razza dei Barbari nel mese 
settimo della sua gravidanza, che partorì il malei Adris-ben-Adris, e lo 
educò l'imam Rasced che pose diligenza nello istruirlo e nello edu- 
carlo bene: e fu istruito finché pervenne ad 11 anni, e prese il dominio 
sulle parti deiroccidente: e dicesi che fu inaugurato dopo Tuccisione 



88 

<k- o^A-i/)^ (j^Lc v^aUV (jJ f^lfi^ j-*^^*? owjìt; mUM" 

ìiy^ tf «»^ la «^^ j^ s/^W- «iì- O^ «J^ O^J 
ìLJw 2^ ^i.;S=JLo pl^U iU*» (;;^UÌj v;;;sM. (;^ft al3 &■**« 

^ytA,J ^^^^_y ck_j j-«Ji^ j^UJtj iSt^^^ iS^***^) ù^j 

(AUt 0^ (;)^ (j-^^^ C>? 0-»i*^-0 >>*X? ^f«*« »«>*«? c^^ 
j-,^^ ^JJÒ\ AS^Ì (;>** V*^» A3A*. «;UW ^-i^*^^ j»-^ 

0^1, Jl^= ^y> «>.«^^ «aW^ Owjjs^ iX^ft^t, ^yt>;^^^ ^^^^J 

^C— ^i <k- SJ^U v,/^U> ^^^-*A* «i«^^ |»i*^fc>flJ «s^a^^ 

h,Jk^^ XiSJwd» v,>a^U> ^p-w-UJt »IàI «x.«^eìwo ^U j.aju.Ij 

^^^ »Ut ^U ^^U ^cT^^^ <,$-^ — ^^^ Oà^\i 

^jJuUr ^^bJÌ fbs^ ÌL 0«...a3wo f,UV jA»l> A^>S ^^ 

(i) R«aice ^i/^- W »«"«* *^V • 



89 
ddrianàiD Rasced, per coDsigUo di Ibrahimebo-Àlaglab prefetto del 
suddetto Rascìd in Africa; e sa Dio la verità di ciò. E morì l'imàiD 
Aba Ikasem Adria dopoché sottomise T occidente alla soa schiavitù. 
E vennero a Ini ambasciadorì dall'Africa e dairAndalusia, ed edificò 
la città di Fez in essa Africa: e fa sepolto rimpettor il maro orientale 
del tempio il più cMspicBO che dicesi Bnlili; e fa sepolto a lato del 
sepolcro di sno padre ai 12 di Ginmàdi secondo Taniio 213, di 
Irentasei anni: e i giorni del sno regno 26 anni. E lasciò dodici figli 
Mobammed, Abdallah, Adria, Giahafar, Ahmed, Isa, lahia, Alkasem, 
Omar, Ah, David, Hamzah : e governò dopo Ini tra costoro e per 
emiro Mohammed-ben-Adrls- ben- Abdallah. E fa diviso l'occidente per 
consìglio della di Ini nonna Katarat tra i di Ini fratelli Alkasem, 
Omar, David, labla, Ahmed, Abdallab, ed Hamsah; e governò ognnn 
di loro Otta parte, restando gli altri nella soggezione dell' imam Mo- 
hamroed| che adibì ogni cara per la loro minorità. E si ribellò Isa 
prefetto di Sciawalat contro il di lai fratello, solo; e comandò Mo« 
bammed al sno fratello Alkasem prefetto di Taoagia e di Sabatat di 
volare a combattere Isa ribelle ; ma si negò : comandò allora a suo 
fratello Omar prefetto di Gomora intorno a ciò, e si affrettò ad asci re 
contro Ini, e nomandogli l'emiro Mohammed di dar l'assalto ; e pose 
in fnga Isa, e s'impadronì di tntto ciò che qnesti possedea. Finita la 
qnale eosa andò per comando dell'imam Mohammed a combattere Alka- 
sera, che si era negato di far guerra ad Isa; e pose in fnga anche questo, 
e s'impadronì di tutti i suoi averi, e non cessò Omar di far le veci di 
suo fratello, sopra quello ehe avea presa dalle mani dei suoi fratelli con 



90 

OMdtf^ »^t tf^ fj-^ crii ìL, UUski »"^>lo;o a% 

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X ^ • 



(I) Radio '(/•.>. (9) Bttiice 0>JUh. (3) Badicc <«-a^' 



91 
qnello cb*era io fQo potere, finché morì (Dio abbia misericordia di lai) 
nella strada di Fàras dei paesi di Sanbagìa, e fu trasportato in Fez, e 
pregò per Ini il sno fratello Mobammed, ed i? i fu sepolto. Ma Àlkasem 
quando faggi andò in on luogo nella spiaggia del mare detto Btan- 
darat; ed ivi fabbricò on oratorio, ove si restò per attendere ad una 
▼ita divota, finché mori (Dio gli sia propizio); e non so cosa fece 
Dio di Isa dopo la foga. E morì l'emiro Mohammed (coi Dio abbia 
misericordia) in Fez, e fu sepolto nella parte orientale della moschea 
di quella città con suo padre, e suo fratello Omar, nel mese di Rabì 
secondo. Tanno 221. I suoi giorni nell'occidente furono otto anni, ed 
un mese; e regnò dopo di lui suofiglio AIì-ben-Mohammed-ben-Àdris 
inaugurato nel giorno della morte di suo padre che TaTea indicato 
per suo successore ancor vivente, e la di lui età fu di nove anni; e 
risplendette per la sua nobiltà e la bontà sua secondo che richiedeva 
la dignità sua, e morì nel mese di Rageb, l'anno 234, e governò 
quasi 13 anni; e regnò dopo di lui suo fratello Jabia-ben-Mobammed- 
ben-Adrìs per di lui testamento fatto in sua vita: e furono accresciute 
nei suoi giorni le case di Fez, e continuò a fabbricarla finché morì: 
e regnò dopo di esso il di lui figlio Jahia-ben*Jahia«ben*Hohaffled- 
ben-Adris. 



92 

IV. 



DeJla Sloria detta moneta di Maekrixi. 

(;7^ tf-UÌ 0^ -fc j^ iu*J l^Jwo ijA. «k- ^ * >i* }^ì «Jt 

Kf>jJo (JsA UjJfì jJbj 5^JJU*« (i) |kJ6[p Ai^»^ *^7Ìf^ J^\/ 
jÀklf Ol2CsJl> OÌ>ljJf «UaJ^ (5*-^:^ AÀ>f ^r (J-^t^'^^ 0^0 e 

jsùJuij jA cA^^9 Wivtst o«Ji^ «»*«mI» ^^UoJt y^ ^JUl^ 
Jj^\ K^ye^ i4)jtlì «;j6U)f ^^ cM*-^»^ «*iUÌF &àUùIs 

l--£J UoNA^f [;ii«»t £JdS- A^^e^ ,>^l; à^ O^iJu; ;^>kÌ^ 
Jjdt A^ jixws» «ArSU»^ •{( «X4««Jt <>A.}^f ò-ii^yi^ y*^ |ol«}^t 



•• o • 



(0 Badicc qiudril. ir<&(/'>>- (a) lUdice (J^i • 



93 



n prìmo che coniò oeiriilamisoio moneta fa Omar ebn Alcbattab 
neiraotto 18 dell' Egira secondo il tipo delle Cosroiche, e aggianae in 
esaa: lode a Dio, Maometto Apoatolo di Dio. E in alcune di esse 
Bon è Dio se non egli. E in parte di essa il nome sno Omar. Ab- 
dalbh ben Zabir coniò nella Mecca dirèmi rotondi , ed esso fu il 
primo che coniò questi dirèmi; e scolpì nel giro di essa Abdallab. 
E io una delle dne facce Maometto Apostolo di Dio, e nell* altra 
comandò Dio la boona fede e la giostizia. Alamin Mohammed ben 
Amo Arraacid scolpi nel tipo monetale nella parte saperiore della 
linea: il Signore Iddio. E nella inferiore di essa: AI Abbàs ben Alfaddal; 
e come fece testamento Alamin pel figlio suo Moisè, che cognominò 
Alnattak bilhak Almotzafer billab coniò denari in nome di Ini, e scolpì 
in essa : Ogni potenza e gloria a Moisè AlmotzaCer ; e come entrò 
Aba '1 Hasin Giobar scriba siciliano in Egitto cogli eserciti del prin- 
cipe dei fedeli Almoez ledin allah nell'anno 358. E fabbricò il Cairo 
Almoesino, • coniò dinar almoezini , e scolpi io esso in una faccia 
tre linee; ona di esse: incito del Pontefice Moez al colto dell'uno solo 
Dio nnico Signore. E sotto essa una linea; in essa: Almoez ledin allah 
principe dei fedeli. E sotto essa una linea; in essa: fu coniato questo 
dinar in Egitto l'anno 358. E nell'altra faccia : non t' è Dio se non 
IKo Maometto Apostolo di Dio il quale mandollo per la direzione e 
rcligiooo della yerità, perchè risplenda sopra le religioni tutte, qoan- 
tonque Tabborriscano gl'idolatri. 



94 

ff—**'Uj y^i^ (j^ «Ju^ c^ioJt ^^ j^\j^\ (iUlf ^^l? 

'«xXìLo tfJU^ l^^s^ j>^U^ "«---i^^ oU-À«M (5-^1 o> ^t^^ft^ 

■fc «^^^ UjLi Le^ wl^»^ * *j*t^oJ|^ j^UoJI «-U^^t oot 

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fjf -^\ \jaS\ ^IO>^OwUJt {j-j-^ (J^^ 0"^=^/ jJbUàiì 



95 

E Deiranno 567 si coniò moneta nel Cairo in nome di Malek al- 

Dàssar ssalab addin Josef ben Ajob, e in nome del principe dei fedeli 

Almostaddj bi amrallah e in nome del sultano Malek Alaàdal Na- 

▼aldin Mobammed Zanacbì. 

Josef ben Tascfin coniò moneta in Ispagna, e scolpi in essa : non 
Ve Dio se non Dio Maometto Apostolo di Dio. E sotto questo: il 
principe dei credenti Josef ben Tascfin; e nel giro: Colai il qoale 
segue religione fuori dell' Islamismo, e non sarà ricevuto da lui; ed 
esso neiraltra vita sarà fra' dannati. E neiraltro lato: Temiro Abdallab 
prìncipe dei credenti Abassida. E nel giro Tanno della coniazione sua 
e il luogo del tipo monetale. 

Moavìa ben Abì Sofian coniò dinar: in essa T immagine sua, por- 
tante una spada. Abdalmalek l'anno 76 coniò nell'Iràk per potestà 
di Hagikg dinar, e dirami. E scolpi in essi un' immagine. E l'artefice 
fu un giudeo cbe dicesi Samìr. E scolpi in una faccia de' dirèm: Dìo 
è uno; e neiraltra: Non v'è Dio se non egli stesso. E nel giro del- 
l'una: Fu coniato questo direm in questa città; e nell'altro: Maometto 
Apostolo di Dio il quale mandollo per la direzione, e il nome di 
Hagiàg. Poi Al Malek al Tzàer Rakam Addin Bibars Albandakdàri 
Assàlahl Alnagiaoil coniò direm Tzairiti, e pose nei diremi l'immagine 
d'un leone. 



96 

V. 



Sitm I, del Corano. 



il, ^^e^ y^A*lf j^ ^^e^J^ v>«**ì c:^aàiì tìjM> i 



^^ 



(I) Radice^OJft. 



97 



Capitolo l'apeetvaa del Corano, dato alla Mecca, di sette versetti. 

1 Io Dome di Dio misericordiosissimo. 

2 Lode a Dio Signore dell'ani verso. 

3 M iserìcordiosissimo . 

4 Sovrano nel giorno del giadizio. 

5 Te adoriamo e da te imploriamo soccorso. 

6 Dirigici nella via retta. 

7 Via di coloro coi hai colmato dei taci benefici! , che non ti 

sono odievoli e che non si sono ingannati. 



MomudMOf vot ilL iS 



98 

VI. 



Sura LXVII del Conno. 
O-^^ (*"^^-^ (*^=>W ^>*=s^I? ^^sJ>j^\ Oda. ^Jjt 2 

Odi. t$ (i) g;:;^ Lo UUL ^^t,U«. ^^ OlU. ^òJÌ 3 

•}<^^^^iv (Jan ^^Ji ^Jjb j.>A^\ A^^L» ^IftS (;>* (;^.»*yJl 

ji>UU ^ W t5^^ ^••"^^^^ ^^^ O* >^ "^^ ^ 
•}c j^é» J!)Lb ^^ "^ì jiAif ^ iiS^ (j^ 

(0 Radice ^'t/". (a) »•<«»« UJ. (J) R«aiee Isl. 



99 



Capitolo IL EEGNO, meccano, di treola Terseti!. 
Fd nome di Dio misericordiosissimo. 

1 Sia benedetto colni, nelle mani di cai è il regno; ed esso so- 
pra ogni cosa potente. 

2 Colni il qnale creò la morte e la ¥Ìta per esplorar voi, chi di 
Toi sia migliore operando; ed esso è potente, clemente. 

3 Colui il qnale creò sette cieli per ordine. Non vedrai nelle crea- 
tore del misericordioso intervalli. Rivolgi Toccbio forse vedi fissare? 

4 Poscia rivolgi Tocchio pia volte; si rivolgerà a te l'occhio pau- 
rosamente; ed esso stanco. 

5 E per vero noi ornammo il cielo del mondo con luminari, e li 
ponemmo in maledizione pei demonii, e apparecchiammo loro pena di 
fiamme ardenti. 

6 A coloro i quali non credono nel Signore loro, pena d'inferno 
e infelice luogo di dimora. 

7 Quando saranno gettati in esso vi udranno pianto, ed esso brucerà. 

8 Poco mancherà che non si rompa in ira. Quantevolte getta in 
esso una turba d'uomini, dimanderanno loro i custodi di esso, fors^ 
non venne da voi l'Apostolo? 

9 Diranno certamente certamente venne da noi l'Apostolo , ma lo 
stimammo bugiardo, e dicemmo che non mandò dal cielo Iddio cosa 
alcuna. Certamente non siete voi se non in errore grande. 

10 E diranno se avessimo udito o riflettuto non saremmo fra' com- 
pagni delle fiamme. 



too 

*j.A*-Jl vls>-o2 Utfsw» ^^^pd* \jiyish M 



(J (a)U~^U "^i (^"ir j.^») Jl*^ ^Òjr ^ 15 

L-* (>.a>s*r ^^UU f^_^ ^\ ^^ (3) Lrj^ fJj 19 
[^u-apJ JU «^ CsL*«t C»t *^ajj^ ^«xJt toJ6 0«t 21 

(I) Radice f^^-^!^' (a) Radice ^cJi^. (3) Radice (/*!(/'. (4) Radice 31^. 



101 

11 E coofesse ranno il delitto loro, e saranno allontanati coi com- 
pagni delle Camme. 

12 Certamente coloro i qnali temono il Creator loro in occulto, 
a loro sarà perdono e premio grande. 

13 E occoltate il discorso vostro o parlate apertamente, al certo 
sciente è Dio di ciò che è nei cuori. 

14 Forse non conosce colui il quale creò? esso è il Dio sapiente* 

15 Egli è colui il quale pose a voi la terra sottoposta, e cam- 
minate nei monti di essa, e mangiate degli alimenti di essa, e in 
lui la risurrezione. 

1G Siete sicuri voi se quegli che è nel cielo mette voi sotto della 
terra, e certamente essa si commuove. 

17 Siete forse sicuri toì se quegli che è nel cielo manda contro 
di voi la procella, e conoscerete come io sia Apostolo. 

18 E già stimaron bugiardi coloro i quali furono pria di loro, e 
quanto fu il corruccio. 

19 O non vedono i volatili sopra loro stendenti le ali, e che le 
contraggono. Non ritiene essi se non il misericordioso. Egli è cer- 
tamente in ogni cosa veggente. 

20 Chi è colui il quale è un esercito per voi onde ajutarvi, fuorché 
il misericordioso? Certo gì' infedeli non sono che in vanità mondane. 

21 Chi ò colui che v'appresta il vitto se egli ritiene l'alimento suo? 
Ma persistono nella superbia e nella fuga dal vero. 

22 Forse chi cammina prostrandosi in faccia di lui è meglio di- 
retto, forse chi cammina uguale è nella via retta. 

23 Dì: esso è colui il quale creò voi, e diede a voi l'udito, e la 
vista, e i euorì, dicendo non lo ringraiierete 7 



103 

* {J-i>^ji^ ^ ^J *^^ OJLss JUJt Uit Jl5 26 
vJU^ ì^ à^-t CN»*^ *Ht> 0) v^ft— iij; »>!; UJi 27 

fXÀi ^;^ \j^j,£s» (a) U fr<^ ^ f^J O^ 30 



^ ^ 



(i) Radice sU». (,) R,aic« «Lo. 



103 
2A DI: egli è colai il qaale ti sparse nella terra e a lai tì ria- 
Direte. 

25 E dicono: fino a quando questa predizione, se siete Yeritieri? 

26 Di: al certo la scienza è presso Dio, e certamente io sono am- 
monitore manifesto. 

27 E come lo(1) vedranno vicino, s'affliggeranno le facce di coloro 
i quali farono incredali, e diressi questo è quello che voi provocaste. 

28 Di: forse vedrete se mandeiii in rovina Dio me e coloro che 
san meco, o se avrà misericordia di noi ; e chi libererà gV infedeli 
dalla pena dolorosa? 

29 Dì: egli è misericordioso; siam fedeli a lui e in lui confidiamo 
noi. E conosceranno chi è in errore manifesto. 

30 Dì: vedete voi se di buon mattino l'acqua vostra sparirti; e chi 
darà a voi acqua viva? 



(i) L' laferao. 



104 

VII. 

Carme' di I^ Fered egiziano intorno aWamore divino., e alTuntone 
di Dio colle ertatun. 



•ic^i««cc, ^.•ja^ ^^ (a)c;»Ujll (3^^<>^ Lo.Ul ^^Jìa. 

* ^^^s (5-"<3A? ^^ i'^' t^^'^j"' (^^y^ i^iì/^j 



(I) Radice lOi. (a) Radice /^. (3) Ridice r5*«^ 



105 



CerUmeDte tu sei la mia legge e la mia divozione. Ta il mio rac' 
conto, e l'occapazioDe mia. 

O mìo filtro nella mìa preghiera, quando mi affliggo pregando* 

La tua bellezza è lo scopo del mio occhio, ad essa rivolsi tutto me. 

E l'arcano tuo neirìnterno dell'animo mio, e l'intelletto monte del- 
l'apparizione. 

M'avvezzai a conoscere nella vita il fuoco di notte, e predicai al 
mio popolo. 

Dissi: aspettate, forse io troverò la via retta, forse io. 

M'accostai ad essa, ed era un fuoco logico avanti di me. 

Fui chiamato da essa così dicendo: rìspìngete la notte, e il bru- 
giore. 

Finché finalmente non s'avvicinò il tempo stabilito per raccogliere 
tatto me. 

Accada che i miei monti si riducano in polvere per riverenza del- 
l'Epifania. 

Ed appari l'arcano nascosto che sa colui il qpale mi somiglia. 

E la morte in esso è la mia vita e nella mia vita la mia morte. 

E divenni un Mosè del mio tempo ; certamente divenne una mia 
parte tutto me. 

Son io l'umile, V ignobile — Condoletevi per lo stato mio e la mi. 
seria mia. 



MOMTtlAAMOf voi, UL l4 



«07 



TOGlBOliBIO iRlBO-ITllUNO 



^s 



W^ fnt. 0. Fu padre. 
V' Padn. 



l*f per jì\ fot. 0. Venncy Donò, Die. 
j^ì fot. 0. e I. Diede la mertede. 

j^ì Mercede^ JVnmo. 
C^l Mi$efine. 

(JLa^r Termine. 
«3l^| fot. 0. AvM. 

^f Distolse, Ritardò, Differì. 

jàJ Jltro pi. C{2;ÀI. _ ìÌjàS LaUra vOa. 

U.Ì fot. 0. Fu fratello. 

A FraiéOo. i— ^f Fraternità, Fratelli. 
ìM Quando. 



108 

^^À Notò in iato tempo. 
9 ?- 



ej^U None daxioDC deUa U. Coojig. £m, «/h>C4I, Cronica^ 
• Anfiaìi. 



ijo^] fot. A- Iajcì ^urj. 
i^j^ fttt. 0. Fa opposto. 






sf^/^'f iSiÌ<7 oppostamente corrispondenit. 



^^^1 fui. 1- Cosina se. 
j^ Schiavila. 
Ili iVonie, maapparlieoe alla radice 

t/ò! per tW' ft>^' *• RtiofTiò. 

UajJ Anche. 
JI per O5I fat. 0. -Rirjrfiò. 

tjjt Primo. 
JI fui. 0. e 1. S ri///f//c. 







n 

Jì Dio, e con I articolo Jl Dio oltimo massimo. 



s^\ Mille. 
jjl Forje non. 



109 
Jr^^ fot. A. Si dolse. 



, « 



9 * 

fi^' Doloroso. 

^' Farse no? 
^1 Se non. 

^^^1 jdj Smo^ Presso. 

i 

^\ fot. 0. Chiese. 

éoI Forse? *- &ol (lefaei Popolo. — pW Pivtpo^to, Pontefice. 



..^ 



j.^1 fai. 0. Comandò. 

jitff^ Principe^ Emiro. 

C;;^! Fu fedele^ Credè. 

o 

(j^go^ Credente. 



^ « 



C>«^ Fu 



sicuro. 



{J Che, 



Jffittchè. 






L Che se. — u^ CertameiUe. — tfl « A»' Poiché. 



no 

(^ Io. 

^^ì CertametUe io. 

Vi/il Tu. 

^ ? 
U*^l fat. A. S'avvezzò, 



X 

>"»» 



g^UMif di gen. oom. Uomo. 

cX^I fot. I. e 0. Si manto. 

{^}M Popolo. 
J 0. 
\^J^ fat. I. Fnu per dimora. 

^^' FeneUo del Corano. 
^1 Quale. 
^* Furon dente. 






J\j^ Tu, Te. 



<^ Particella iaieparabile, lo stesso ohe ^ /», Con, Ar, Da. 



ilfarv. 



111 



0^ fat. 0. Disgnmse* X. Fu solo. 

>«>>? Cominciò. VII. lo stesso, 
sfoo^f Prindpio. 



X ^ 
•k^^ 



^ Mulo. V. lo stesso. 
ciJ^ I>(mò| JRnMtò. 
^yj Fece bene. 

9 

j>. Terra. — ^^ 0* J*!;* Barbaro. 
st ^^ fat. 0. S'inginocchiò. VI. Fu benedetto. 

« ^ .. 

j^fAi Nundo di cose Itete. 



^ 
>»•• 



jéO^ Vide. 

j^yof VeggenU. — jw^ pi. ^wael ^i^ì Occhio. 



• 
y •• 



yi/jt^ Mandòy Risuscitò. 



(JoJfi Fu molestato dalle pimici. 
(jQjtj Alcunoy Parte. 



112 

AÌu Andò. 



&AA> Spazio di ierra^ o di Umno. 



U> fot. L Spellò. II. Riservò. 
oJb Fermassi. 

^ fot. 0. ^nwò. 

Li? Esplorò i Tenlò^ iVotò. 

{S^ CerlamenU. 
W fai. I. Bii/Icd. 

1^*? fot. I. Fa umile . 

y^ nome d'aziooe. 
^^ fot. I. Comprò. III. Conirasu pass. 

^^ rii inauguralo. — &t^ Inaugurazione y Dominio* 

UV? fot. I. e 0. Seslolse, Eccelse, Fu manifeslo. 

(j^ Tra. — ^^^ Manifeslo. — (Jvs;^ Manifesto. 

^jmfs> fui. A. Fu infelice. 

{j^^ MiserahiUj Infelice. 



413 



^ fat. A. Segid. 

v>:&3 Sotto. 

.^(at. 0. lasciò. 

^ ^ f 

mj>mS fai. A. 6 I. Brese la nona parte, 

So s ^^ 

A^ di geo. fem., e &W< masch. Novo. 

(^u fot. 0. 5t conooHX. 



v^/Ju fat. 0. Prae la terza parte. 

^^/JU fem. col ^ masch. TVv. — C^^^ Trenta. 

J; fat. 0. Pestò. 

»? 

^ Poscia. 
C>^ fat. 0. Prese FoUava parU. 

(^ fot. I. Z>up/»cd. 

olÀ^f fem. oU^'t Due. 



^1 

Vw fat. 0. Ritornò. 

v^ pi. vW» Tette. 

MoaTMLLdMOt voL UL i5 



tu 

Z 

\^:^ fat. A. SasterniCj Liberò. 
iJ^^A^ Creòj Fermò. 

^JLa;^ pi. UU;^ Mofite. 

A^ fot, I. Fu grande^ S'adoperò molto. 

8 

j^ fai. 0. Conduiiej Durò- 

• • • 
«yA. Feri. 

•^^ Strappò. 
s ^ ^ 

g^;^ fui. I. Accadde. 
&j^^U^ 5erva. 



f. 






I/?^ Fu AVwo. 

So -^ 

^)^ Farlt. 



• •• 



^J^ fot. 1. Caddc^ Tagliò. 



^. • • 



415 

^ Jìdefì nel corpo. 

Ow> w> . Corpo. 

cUa. fat. A. tou^ Collocò^ Fece^ Die. 
m X 
kJa. fot. I. Fu grande. V. Fu magmfieo ed esaltato. 

j^^ Fu chiaro. 

(5*1:3^3 M. d'azione della V. Conj. Apparinone^ Eptfania. 

-^ • • 

^4«:x Raccolse^ 

Mj^y^^ Tenario. 

uU«a^ Bellezza. 

• • • 
\y/iAd^ Ruppe» 



• m^ 



• OJsdh. Ì2acco2f0 tm eeercito. 
Esercito. 



Andh. Rispùue. 

• • • 



i>.0A^ fat. A. Xawrft. 



^«'r 



0».e^ Diligenzaj Cura. 



ùijA, Cavallo conterò. 



116 

J*^ JRiWd. IV. Patio apertamente. 
ji^O Inferno. 

jU. fui. 0. Fti &'&em/e. 



cL^ fat. 0. Ebbe fame. 
&gl.TgVjo Fame, Inedia. 

^^ fat. L Tenne. 

(j^L^ fo/fh II. Raccolse esercito. 

^j£;^^^ Esercito^ Assalto. 

Z 

^^JC^ Cuci insieme^ Congiunse. 

q5-^*^ Finché. 

• ^ • 

H..:::^«>id^ Accadde. 



^i^a^ fut. 0. Spogliò di ricchezze alcano, Fece guerm. 
C^^ Nome d'az. dello I. Conj. Guerra. 

^j^ fut. I. e 0. Brugiò. IV. Brugiò. 
fut. I. Ritenne. 



U7 

.^-•^ fot. I. ToUe. 

J^^*^^' SiancQ. 

(J^éM^^ Fu tuono. 
^ • > 



(J^éié^^ BeUoj Buono. 



^^^- fot. 0. e I. BiunX. 



fui. I. Getti. 



(jI^a;^ Fu muniio. 



B o 

^^^wo;^ Fofiezzaj Castello. 



• • • 



fot. 0. Vtmit. 

%j;à^ Dignità. 
OC^ Avvenne* 



jgjsA, fat. 0. Fu sapiente. 
r à^^ Sapiente. 



^ ^ ^ 

Lodò. 



u • 

Lode. 



118 

cU^ fut. I. Pofiòj Fu pugnanie. 

L[^ fai. 0. Custodì. 

fs . 
K.v.^ Muto. 

^j9^^ fot. A. Fiwe. 

){U^ Ttìa. — ^^A^ Fila D. d'az. 

• o • 

(^^>.^^ Come. 

Oi^ fot. I. Discese io lai l'afflisioDe, si costr. col V-* 

Viridi, fai. L Tempo fu. 
(j/^^ts^ Tempo. 



^ fui. 0. Seppe. 

3^^ 3 ^ot s • 

j^ pi. ^IaÀi.1 Sioria. — j«A^ Ari^o, Scknie. 

• • • 

^*^ fai. A. Ingannò. 

n|»^ fui. 0. CTsd, e anche CTiicl in campo. IV. Tm^^e, ^gtustitò. 

3 ^ « 99 

«p^^Ia. Ribelle. — ^Jl^^ Nome d'azione ITmto. 



419 



• ^x 



C2)^ Saio. 

Ciji^ pi. S^Jj^ Cuilode. 



^ 
• • 



. ^ 



SoffA danno. 

jm M ^ Dannato. 

\^,^èéì^ fot. I. iUìie wVto terra* 
(5^«&»^ Temè. 

Uà. fat. I. e 0. Occultò. X. Si naecou. 

B y 

^^^J^ Naicoito. 
^S^ Si tolscj Spogliò. 



^ < ^ 



O^ y^^^ àopo. II. Lmcìò dopo di sé. X. Designò califfo e me- 
etsiore. 

(^jJU. fat. 0. Formò^ Creò. 

^^Jl^ Le creature. 

^ ^ • 

a^ fai. 0. Prete la quinta parie. 



^ZJ^ N. d'az. della I. Conj. Cinque^ — Cj>*<>»»^ Cinquanta. 
UU fat. A. Temè. 



120 



Vl«^ fui. A. Mue studio. 
^^^^ fot. L Camminò. 

^^ Bestia^ Bruto. 
oj Passò. V. Considerò, 

JLLj fat. 0. Entrò si costraisce coU*acc. o con «cJf. II. Trans, 
della CoDJ. I. si cost. coll'acc» 

'(/**^ fui. A. BispinsCj Seppe. 
v^^«^ Esercitò. 

V*i(/*A3 Istruzione^ Istruire. 

«^;«^ Perseguitò. IV. Insegnò. 
l^i^p Produsse fogli simili alle monete. 
u&^j Moneta^ Dirhèm. 

1^ fut. I. 5e/;p6. 

^ fot. 0. Chiamò^ Provocò, 
s\xò Invito. 



(j^ù fui. I. Occultò^ Seppellì. 



©!• 124 

^^ fot. 0. Simpiccoli. 
s 

^j RidoUo in polvere. 
j3*> Splendè. 

^toJ Aitar. 



.^^ 



U> Savvicinò. VI. lo stesso, 
l^ Mondo. 



*^k^ 



^i«> fot. 0. Soggiogò. 

^U fot. 0. CfVò. X. Io stesso. 

j^A^U#.A> Rotondo. — ^5 CircuitOyCircoloyGiro.-^^jJ^ Circolo. 






(3U fot. 0. Si mutò. 

^J^ Periodo^ Durata. 



uli^ fot. 0. Fu inferiore. 



^ 9 



{Jjù Infra j Sotto. 

^^^ fot. I. Uscì debitore. 
Se 
(J<i^ Religione^ Giudizio. 



• 



!(/•.> fot. 0. Creòj Spane. 



fot. 0. Ricordò. 

«^ Memoria^ Commemorazione. 
MoMTiLLAMOf yoL HI. i6 



423 

u^ fot. L Fu viUj Sommesso. 

Sa 

\J^ Miseria. 
(jUi Questo. 

^/i3 fui. 0. e I. Calcò U orme. 

^/iò DelMOj Colpa. 
iC^ feto, di li Questa. 

\^ìò Essen»a. 

i 

^jJij fot. A. Resu. 

o 

cry Capo, 
f^if fot. A. Vide. 

C^ JRewe, Fm signore. 

«^ 

^^j^ Signore j Creatore. 



••• 



ijLfj] mas. Quaeero. PI. w^J^' Qtuirante. — ^1 ^uaWn). 
U; olt. ^ e j^ Si condolse. 



123 



V^ ^w riverito. 

Kj^ Rageb 3"" mese dell'anno arabo. 

••• 

^^ fot. I. Riiomò^ Rivolse^ ^allontanò. 

f^j^ Ritomo. 

y 
• •• 

j^^ fat. 0. Lapidò. 

A^ Detestazione^ Vitupero^ Maledizione. 
JLf^ fnt. A. e 0. Part\^ Si diresse. 
as^ Ebbe misericordia. 



^y ^ A 9t A ^ A 



jfV^j O-*^» f^Uifi^ Misericordioso^ e i due prio&i uniti 
insieme Misericordiosissimo. 

Wa 

^ fut. 0. Rispinse. 

• • • 

^'oC; apprestò. 

^iÙ Vitto. 
O^Ny Mandò legato. II. Mandò. IV. iPfonrfd legato, 
U^.%w^ Nuncio^ ripostolo. 

U^ fat. 0. Fu fermo. 

^o • 
(S^J^ Porto. 

^^ fot. 0. Cinse. II. /{e#e contento^ Fu propizio. 



124 

y^^^i fui. A. Cavalcò^ Montò sopra. 

\^^=sjj^ Cocchio^ Nave. PK k^j^^sìjjo. 



^j fut. 0. Ctrcò. 

9 9 

^Xf Greci bizantini. 



L->>^ S'avvicinò. 

éJih Vicinanza. 
(J^ Fu gravato dagli anni. 

L^Lo; Tempo. 

••• 

«>^ fat. A. Fu </et;o(o a/ culto di Dio e alla religione. 

jj; fot. I. Aggiunse. 
u\j fui. I. Cessò, Finì. 
Uy fui. 1. Ornò. 



1* ^ 

uLm# fui. A. Pregò j Interrogò. 

f^t^ fai. A. Fece settuplo. 

S ^ ^^ ^ o ^«^ 9 - 

joUm Settimo. — M^A^ Sette. — mj^ Leone. 



125 

Kj^>M Natìchcy Ano. 

9 

àAam geo. mas. Sei. — kjj»^^ Seisanta* 

^ ^ ^ 

OkCf^Mf Si umiliò. 

B ^ ^ 

òn^Hé^ Tempio^ Oratorio. 

j^Aa» Incantò^ Ammaliò. 

J-=^^^^ Prestigio y Incanto. 

^^;*tV(i^ Allontanò y Rimosse. 

^ • • 
JLsdwMi fai. A. Levigò. 

^i . I ^ 

CA^wM Spiaggia. 

Z^ fiit. 0. Ta^/fò Ic^ parte annessa aWumbilico. IV. Cefò. 

? 

^^y^ Arcano. 

e ww^ S'affrettò. IV. lo stesso. 
Ct^ fat. 0. Delineo. 

B o A 

j^^**é Linea. 

• • • 

^Am# Ascese. 

B ^ 

j^ò^f^^ Fuoco acceso e hrugiante. 



126 

(jÀwM fot. I. e 0. Fu inferiore di luogo. 

C/-^' Inferiore* 

m • 

C^Lm fat. 0. Mutilò. 

^^-^ Tipo monetale. 

(j^^ Abito. II. CoUocò. 



^Xm Cacò 



^^Um .^mit, Spada 

jXl fut. I. 5a/utò. 

J^y^M^ lem. & PI. sea Maomettano^ Musulmano. 



5 < o ^5 

|OjLmì/| Islamismo. 



• r 



^^•^ fot. A. CTcfi. 

x^^KMtf Udito. 
Ut^Mi ioTece di^^M««AM e ^^m^^m Fu allo* 

^L#«AM Cielo pi. v:;;r^L*«AM* — jr^' , w^ , a<^ j^m lavece di 



^«•wwM pi* sL*^w)#l Nome, 

• • X 

AJUtf Fu vecchio, Durò. 



^ 



^ 



127 



^***' fot. 0. Splendette. 

&À«M pi. t;j^j^^i Uy**t Ann: 

'i '' 
f/\m fot. 0. AuaUb. 

^t/J*** Surat ossia Capitolo. 
sC fot. 0. SafflUu. 
f^j^ Si propose. IL Fu uguale^ Retto. 
^Um fot. I. Camminò. 

So ^ 3^ ^ 

j^is^ Cammino. -— jJ|Um Tutto. 

s 

Ow fut. I. Feti colla spada. 

Bo ^ 

i^jLft^ Spada. 



Oi 



^ fot. I. e 0. Ferì. 
«XmO fot. 0. Corse. 



O^0us«# fem. a Feememej Grandissimo. 



• 
^ ^ ^ 



Kj^yii fot. 0. EispUndt. 

Uj^ Grandezza^ Dignità. — U>il fem. sl^ Conspieuo. 



128 



cp/^ fui. I. Spumò. 



s 



i^J^ Orientale. 

-2|/^ fui. A. Fu socio. 

s. ^ 9 

^j^i^^. Idolatra. 






(^b^ fui. I. Fu perfido. 

^LL^ pi* ros^v^ Satanasso j Demonio. 

Jlà^ fai. A. Occupò. 
cM^ Occupazione. 



• ^ 



li^ altima j FiMe. 

s 

m y 

^AjLi Misero. 

J-^-^ fot, 0, Ringraziò. 
vJUmÌ fttt. A. Contenne. 

y^y^ Collezione. 

^/^ fut. A. Divulgò. 

j^ Nome d'ax. del sign. I. Mese. 



0^*0^ fttt* A. Piange. 
0(^0^ Piando. 



129 
^Um fot. 0. Acquistò. 

ii^Uwl Consiglio. 
^^^^ fot. sU^ Fo&. 

0^ 



U,^io fat. A. Uscì contro costruiscesi eoa ^c^^- 
^•^^ fat. A. Propinò. 

ftjyo Di buon mattino. — «-U^^a^ Lucerna^ Luminare pi. ^Ua«. 
^MO fat. L Fu vero. 

X • • 



^y^Lo Prefetto y Compagno. PI. ^^Lsft^^l- 






^Owlo fut. 0. Ritornò. 

^/^o^ pi. (/:^^>^ «<'^* 
^ ^ ^ „ 

ijf0>*^ ^^^ verace. 
iJò\Jio Ferace. 

MoMXllLdMOf voL UL 



430 

U^j^o fot. I. ATutò, Si rivolse. 

kJ^jj^o^ Declinabile. 

LìjM> Via. 

• • • V 

jX^ fat. 0. Fu piccola. 
jjL^ Minorennità. 

US • 

V„^>o fut. 0. Stese le ali. IV. Io stesso. 

• >» >» 

OUvo fut. I. Percosse. 

s ^ 9 
jL^^v^JÌao Sicilia. 



IXo fot. I. Fu conveniente. IV. Ai^tonò e trans, della I. CoBJ. 



ULo altima^ Jrrostì^ Brugiò. 

-fiJLo N. d'aiioDe. 

UUi O/e^e. II. Pre^i AV. 

bLUo Preghiera. 
Ob«MO fat. 0. Bastonò. 



aJwo fat. A. Fece. 
^Uo Artefice. 



131 



^^ ^ 



i/^ fat. 0. e I. Indino. 

^ • 9 

^iAf'^ Immagine. 

^Lo fot. I. Accadde. 

j^ft^o^ Luogo di dimora. 



Uà 



i^^j^ fat. I. Coniò. 

Vr^^*^ Coniazione. 

iJU> fat. I. Erto. 

s 



— '^ JBminto. — — J>^ Errwe. 
j<%Jk> fat. 0. Fu gracile. 

j^ff^^ Interno deWanimo. 



cJCJ» Fu chiusa. 



0, >^. 
cjUk> Che ha le parti a vicenda soprapposte. 



v^^jtiTfat. 0. Cercò. 
SA**» Ricerea. 



132 



pli» fut. 0. e A. Fu ossequioso, 
'i^\3a OstequiOf Obbedienza. 

^fU3 fut. f/j-h^ S'accostò, 
{/"jit* Monte. 

<-*^ fai. 0. Andò intorno. 

«ÀjLL pi. 1^^ Popolo, Alcuno. 

OiL fut. 0. Eltbe potere. 

^~t>° Giro, Cerchio. 
j^UTfot. I. Folò. 

So '^ 

j^ Volatile, Uccello. 

• • • 

J^ Risplcndè. 



• ^ • 

"^^ Moro. V. Fu divoto a Dioy Servì Dio^ & addisse alla vita divota. 

^^^'^ Fu apparecchialo IV. Dispose^ apparecchia. 
La£ fot. 0. S'insuperbì. 

.y^^ Superbia, 
m y 
iXJC Numerò. 

•^«>A^ fem* ii Numerato^ 



133 
^^^SL fat. I. &ahìt% ciò eh' è ghuto. 

^^OJ^ Giustìzia. 
C^JLfiL fut. I. Impedì. 

olou^ Penaj Supplìzio. 
(J^M^ fot. 0. e I. CosiruMse* 

|i^^v£ Trono. 

• • • 

O/^ fot. I. Conobbe. IL Trans, della I. e Fece noto. Vili. Confessò. 

j^ fat. I. Fu rara. 

B 

ysL Gloria^ Dignità^ Potenza. — * J^J^ Potente, 
fìj^ fai. L Applicar Panimoj Dar opera. 



^j^ o ^ 



j^^é**»^ Q. Mise gli accampamenti. 
jX«M^ Pl.^^.^siU#.£ Esercito. 

• •• 

>^ fut. 0. Decimò. 

Bo • • 9 -^ 

j.^^;j[t Dieci. — ^^JifM^ Venti. 

• • • 

JLjLfi fot. L Comprese. 

JL& fai. 0. e I. Segnò j S^pe. V. Apprese. X. Desiderò di sa- 
percy Conobbe. 

B^ • ®^-^ ^ 

JU Mondo. — JLft Scienza. — a-^Iì Sapiente^ Sciente^ Che 
conosce. 



13A 



I 
O*^ fut. I. e 0. fcct mantjtsio. 

Ufi fut. 0. Fu alio. 

ri 

fcSsi^ Sopra^ Secondo y Con. — (5«^' Parte superiore. 



J^^ fut. 0, Costruì. 

^Lnfi Abitazione^ Casa. 



A • 



CM^ Operò ^ Possedè. 



• 



^JU^ 0/iera. — jLoLfc Prefetto. — iULoLit^ Moneta. 

(j^ Da^ Su. 

\j^ fut. 0. Fu umile e supplichevole. 

^•AA« Ignobile. 
O^fi fut. A. Comandò^ Fé' testamento. 

^j^ Testamento. 



J^ 



fut. 0. Ritornò. 

^^ Nome d'azione Ritornare. 



^Ifi fut. 0. Si coprì ^ Sparì. 
pLfi fat. 0. Notò. 

lolfi pi. lof^X:^ Visito. 
tiU fut. 0. Fu di mezza età la donna. X. Implorò soccorso. 



135 
OV^ fat. I. Seone Vacqua. 

(^^^^ Occhio. 



j^ fot. 0. Ingannò. 

^ ^. 5 99 

jìji^ Nudrito di vane speranze. — ^/^jjÌl Inganno^ Vanità. 



^jJ^ fai. 0. S'allontanò. 
O^jvo Occidente. 

q5^^ fat. A. Coprì» X. 5i co/iri. 
v^»h.i- fat. A. S'irò. 



^^^/^JsjM Inviso^ Odievole. 

jAh fut. I. Copri. X. Chiese il perdono. 
^mJusi Clemente. — ^JUtjo Perdono. 

(^^L& fat. L Fu nascosto. 

V^ Luogo occuho e recondito. 
(/•^ fat. I. e 0. Giovò. 

j^ Mutazione e lo stesso che (^^y^ Jltri^ Diverso. — 

ii^^j^j Eccetera. — j^ Fuorché^ Meno che^ Senza. 



136 

Ui Siro. 



kf>h Ira. 



jI» fot. A. Jfiisse. 

Jji PI. SO^I Cuore. 



• y • 



^sA3 fot. A. ^prì. 

H^^^ Principio^ Jperiuraj e coir articolo Ul è il titolo del 
primo capo del Corano. 



^ 
m A 



^ fut. 0. Si distese più lungamente. 

s 

ZS Strada. 



• ^^ 



ji^ fat. A. Fu glorioso. 
«^A^ Giona. 

t/i fot. A. Finì^ Compì. 

• ^x . 

(joji Secòy Incise. 

Uàji Legge. 
(JL^ fai. I. Distinse. 
(JUx^ fot. 0. Soprabondò. 

Jl^ Bono^ Bontà. 



137 

jja3 fai. 0. Comnciò. 

s^^ ® 9 • 

jhi pi. ^fjJSkp Fissura. 

IV. pp-Ul S^affretlè. 

^ V 

p^f3 Ce^o, rtir&a éCuomim. 

^l> fat. 0. frullò. 
Vi>^ fot. 0. Fii^^t. 

is^ pi. c^f^l Intervallo. 

iuffi SoprUm 
(^ /ft, Tm, Con, Intorno. 



J^ fui. 0. e I. &/iem. 

J^ Sepolcro. 
UoaJì fui. I. Contrasse le ali. 



< ^^ 



U^ fot. A. Venne^ Amenne^ Ricevè. II. Baciò. 

^JU5 Filtro (JLo -rfwwlu — JU5 Parte. 

vJUjJ fat. 0. Uccise. IIL IVgfttò. 

JUS Missione. — l U% N, d'az. Combattere. 



138 

i>3 Parile. Cerfanten/e -— anche pleonastica. 

JÌ5 fut. I. Poièj False. 

j^^ Polente, 
jj fat. I. e A. Riposò. X. lo stesso. . 

M x^ o 9 



Residenza, 
^ji fui. A. jdwicinòj accostò. 

>mO fut. L Fu cftmo. 
<5-^^ fut. L Decretò. Vili. Richiese. 
jtiai fat. A. Tyvnrà. 
v^Aj» fat. I. Rivolse. 
^yJU Inlelleiio. 

jjb fut. I. RaccoUcy Portò. 
^JU fut. A. Strappò. 

&w pi. ^Jo e cjU Castello^. Forkzza. 

Ól> fot. 0. Seguì. 

<-^ Eitremità. 
u\j fot. 0. I7iMe. 
•^[j^ Discorso. 



439 

joU fut. 0. Fermoui. IV. Dimorò^ & slaòili. X. Fu nUo. 
B ^, • •» 9 



fat. A. Poco mancò. 

•^ • 

^A^"i fot. 0. Fu grande. 

B ^ 

j' At^"^ Grande. 

•^l=^ fat. 0. Aicese^ Montò ^ Cadde bocconi. 
fat. 0. Scrisse. 

B ^ 909 

w^U^3 pi. kjMÈs Libroy Codice^ Scrittura. — 






9 I ^ 

v^l^» Scriba. 

Saccrthhe^ Si moUiplicò. 



^1^1 fat. I. ilfefUl. II. Stimò menzognero. 

m 



^^= fat. A. Ritornò. 



y .^^ fat. A. Aborrì. 



• • • 



fot. I. Atuppe. 
Xj^jHé£^ e C^[J^^**=^ Coiroieoj Di Cotroe. 



B 



^ • 



>» • X 

^À^=^ Cosi disse. III. lo slesso. 

S ^ 
p^U.^3 N. dazione della III. Cooj. 






jÀéss fot. 0. Non credè^ Fu empio. 
jj\^=^ Incredulo^ Infedele. 






ìJJl^ss fut. 0. Educò^ Curò. 
&jU.£=» Cura. 

(Jl^3 fui, I. Fu stanco. 

? 9 ^f 9 

Jl^s 0^t<) Ognuno y fem. 2Ll^3 7W<(?. 

IT^ fui. 0. Feri. II. Padò. V. Pai^ò. 

y r^*^ Poro/a, Vocabolo. — a-Kx* Iodico. 

jL^a fot. A. Mangiò il pascolo. 
^\^3 fot. 0. Fu, Accadde. 



• . < 



^ V^^ fui. I. Fu umile, 
rr -^^-^ Umile. 



Per^ Affinchè^ è pure nota dì caso dalWo — 2 ÌVon. 
^ fai. I. Insistè. 






441 
(»J Fu nwUe e Unta. 

\joJ A^ Sino. 

^JJ o ^oJf Cdui U quale. 
^ ^ ^ 



O^ fui. 0. Fu benigno. 
V^^^^ybJ coll'articolo Z7ta. 

^JUJ Fone w. 

^/j&J Cognominò. 

Gì Ripttse. IV. Getti. 

jj fai. 0. Raccolse. 

Uj iVo» ancorai Come, Allorquando^ Poiché. 
^^ iVoii. 



•^^ 



Jj 5e. — ^^ Qtuiii/imftie. 
^^2 fai. 0. Apparì. 
IV. ul^t Cominciò la notte. 
c)0 ''^A ^otte. 



U2 



^Co fot. 1. Di' 



ìlatò 



d^^yo e &jVjo Cento. 



l£o fot. A. Prolungò^ Estese. II. Concem^ Barmettè di godere, 

s. ^^ 

cLoo Godimento. 

Uuo ull ^ Diligentemente e ctkrmente camminò. 

^5^^wo jPtffo a quando? 
UM^ Fu simile. 



^ ^ ^ 

CfO^o Fermossi^ 
JJ^ fot. 0. Pm5Ò. 



C^lUijQ Ritenne. 

A ^ ^ 

(3^^ fat. I. Camminò. lY. lo stesso. 



• ' • 



jN^iO^ Munse. 

wia« Egitto. 

juo e ^^ von. 



ih9 
C:>Aio faU A. Scatoifi Facqua. 

CM*^ ^cqua ieorrente per la superficie detta terra. 
CSU) Perde. ' 

jJUCo Mecca. 

i^/S^fo fat. 0. Aspettò. 
OXXo fui. I. Possedè^ Occupò. 

(;^^ di gen.cofn. siog. e pi. Ciò che per tatti i casi, Chiunque^ Akuno. 

Lo Ciò, Ciò cAe, iVbft. 

^M Acqua. 
^Jwo fat. A. AfCtMÒ, iVe^ò, Impedì. Vili. iVìm vo/ib. 



oIa fa^- 0. e A. Mori. II. Uccise. 

B o ^ 

s^jj^ Morte. 
^Lo fat. 0. 5t commosse. 
*^ fot. 0. e 1. e A. Ebbe acqua. 

sLo ifiTece di 'ój^ Acqua. 



^. ^ 



J^ fat. I. Segregò. V. Si ruppe in ira. 



iU 



^^^^ 



JUS fut. 0. TM di frtccia. 

JLo ?rt%iama^ Eccellenza^ Nabilià. 
Us2o fut. 0. Scampò. 



^ A 



• o • 



o^^o di g. c. m. 

t:^ fut. 0. e \. CAte^f. 

y^^ Quasiy Circa. 
iSi fat. 0. Chiamò. 



-^ ^. ^ 



^OiS fot. 0. e I. Promise in voto. 

Kj«i*> Predicatore^ Legato^ Jpostolo. 






p)i fut. I. Tolte, Strappò. Vili. Io stesstK 
U>i fut. I. Discese. IL Afonrfò dai cieto. 



i 



Ui fut. 0. Crebbe. IV. Cf«ò, IVvdii*^. 



••^ 



twi^ fut. 0. Divìdgò. 

B 99 
^/yii^ Risurrezione. 



• • -^ 



v,^«^ fut. 0. Po<«. 

^^/oS Fine, Scopo. 



US 
^ ^ ^ 

ù fat. 0. Giovò. 



OUoS fot. 0. Toccò nella metà. 
Uuoi La metà. 



^y^ 



jiJx> fot. 0. Considerò. 

^ ^ ^ • • 

> «jr*i fttt. 0. I. A. Incomodò. IV. Beneficò. 



^ 
^ •• 



jAi fot. 0. 6 I. Fuggi. 

'9 99 

c/>Ài fuga. 

^ •• 
^^jM^fii Chiese. 

^jMpfii fem. Anima. -— ^jmÀìi £#^0 stesso. 

(JLfii I?fè pttì del dovere. 

(JUi O/y^m pia spontanea non comandata. 

r ^ A 

^^f:ijii Rnscj Scolpì. 

J^ Effigie^ Tipo. 






S^^ fùt. 0. Ruppe. 

y^/XjJo PI. v^^aUo Montagna. 

^/Xi fot. A. Non seppe. 

^^•A^ Ripudio^ Corruccio. 



MoMTMUjmOf voi. Ili. ' 19 



146 

• • • 

C./<2^ fot. A. Slargò le ali per volare. 

S 99 
C/ò^S N. d'azione Volare. 

j\^ fut. 0. RispUndò. 

^U Fuoco. 

t 



s 



}$ e nel gea. dat. e abl. ìS. Affisso della 3. pera. siog. masoh. 



• . ^ 



i^\jÒ fut. A. Vergognossi. 
&<^^ Riverenza. 



• • • 



>=P^ fut. 0. Abbandonò. 

^if^fi^ Egira^ Era maometiana* 
iC0J6 fat. I. Diresse bene. 

ìS^^Jb Guidaj Viay Sentiero reUo. — tjf^ Diremne. — 

^«>4& N. d'az. della 4. CoDJ. 
ìàjb fut. A. Amputò. 



\ùJb Questo. — sJisfty (^i\jb Questa. 

• • • 

a)j6 fat. I. Po^e in fuga. 

Jb6 Part. iDterrog. Forse. 



^^< ^ 



\kn 



(ILU fat. I. e A. Mandò m rovina. 
Jb FI. di S affisso Loro. 
lift Affisso di 3. pera. fem. sing. Sua. 
jJb EgU ed È. 
ó\sb fai. 0. AUerA. 

^^j^ Questi. 



3 Particella inseparabile £, Che. 
v^ fui. v,^^ Jssaliò. 



^ 
• 



«Xa^ fot. A:?Nj| Trovò. 






Ap^ fot. Aq:5o Pcrco*^ ut faccia. IL AtVode. V. Porti, Si dimse. 
-ó^j^ Faccia. 

Ow^ fot. Oc^ Fu unico. 

0,^U UÌU7, I7ft «o2<^. — «v^^ke^ ^t''^^' deWtmo e soh Dio. 

^ùj fot. co^ P9«e, Collocò. X. Commise^ Raccofnandò. 
^j^A^iM.^ ittcgo di custodia^ o di ricovero. 



1A8 



r 



^^ fui. ^(/^ Fz< mof/e. II. Computare. 

^•**1^ Designò j Descrisse. 

^JUo^ fut. I. Unì. II. Z)iè. III. Pert;enfte. 

^.9 9 

y^^ Nome d'anione del 3. sigQ. Pervemrt^ Arrivare. 



M^j fut. 


ju^ Collocò. 




o • 

^^ìaò^ Luogo. 


• •• 
0^ 


fut. 


9 -^ 

Og^ Predisse. 




0o^ 

00^ 


Predizione. 




fut. 


^'SenA. 






m 

Servo. 




fut. 


9^r 
«XAj renne. 






Ambasciadore. 



• • 



^2^ fut. /fi^ Fu fedele alle promesse. V» Morì. 

s\jj Buona fede. — «Ia^vo Tempo stabilito^ — iA^ Morie. 
^•^ 9 •-^ 

A^ fut. ^jiì Accadde^ Si scagliò^ Afflisse^ Si fermò, 
jii^ fut. juJij -^^we. 



U9 
(>^3^ fot, (JX| Raccomandò. II. Confidò. 

OJ^ fot. tXAi PaHorì. V. Fu procreato. 

•i^i^ -Fi^/to. — ojj fv^/,(, pi. ^"^r. 

^^^Jj Presedèj Governò. II. Fece presedete^ Fece governare. V. S'al- 
lontanò j Fuggì. X. S^ impadronì. 

^j Amico. — 0\j Prefetto. — %Ìj e ì^j Prefettura. -^ 
kSÒ^ Signore f Principe. 



• ^ 



^'>^ Accadde. 

ò^ e {^^ Mano^ Potestà. 

• •• 
i:)"^. Collocò nel destro lato. 

^^^nÀ4<^ Destra mano. 

i/o. 

P>^ fui. f^^ Stette per tutto il giorno, 
fi^ pi. «Ijl e jof^r Giorno. 



SAQQl 



DI 



ABCHIOlOGIi I mOIOGIl IBIBI. 



I. 



MAOMETTO E IL SUO CORANO. 



Maomello (1), odo di quegli noniÌDÌ slraordiaarii, che di tratto io 
tratto appariflcoDo sa la ^ceoa del nostro globo per cambiarDe la fac- 
cia, rappresentato dai saoi seguaci come il più grande dei profeti, 
dipioto qoal mostro dagli scrittori greci e latini, e da talooi mo« 
derni panegiristi colmato di tali eccessive lodi da adontare i Musul- 
mani stessi (2), lo stabilimento della cai religione ono si è dei fe- 
nomeni morali i pia grandi che siensi giammai visti negli annali delle 
nazioni, nacque alla Mecca, che è città deirArabia Felice il 5 mag- 
gio 578 deiro. ▼• (3) da povera, ma distinta famiglia della tribU dei 
Coreisiti (4). 

Non aveva che doe anni quando perde il suo padre Abdallah figlio 
di Abd-el-Motballeb, e sei anni dopo, privo rimase ancor della madre 
Amena, che era figlia di Waheb principe dei Zahriti (5). 

Àbataleb ono dei suoi zìi paterni, ricco negoziante, lo raccolse, 



(i) Glt araKi lo chiamauo tX J^ Mohammed, ma il luo intero nome si è Mohammtd 
Atu *l Kaustm ben Abdallah ebn Abd al MoihaUeb tbn Bashem. 
(«) Gaer Moeun et luages d^$ TVirct, t. i. Ut. U| eh. i, pag. 176. 

(3) SaTary Abngé di la vie d$ Mahomet. p. i. 

(4) Bayle nel luo Dtcìionnaire kUiorique H crkiqué art. Mahomet lo crede nato l'anno 571 
o 67^ di G. C. 

(5) BlUrraccto Prodromus ad Refiuaà, Aiconn. ViU «te. Mahumeti cap. i, pag. to. 

MoXTlLLAMOf voL UL 90 



154 

curò di edacarlo, ayviollo al commercio, e in età di tredici anoi in- 

trapreoder gli fece dei ?iaggi in Siria, che De svilopparoDo l'iDgegoo. 

Appena arrivato al quinto lustro agi gli affari della ricca vedova 
Khadiyah, che invaghita della bellezza e dello spirilo di lui beo 
presto lo prese a marito, e possessore lo fece de' suoi ricchi averi. 
Ma da ambizione dominalo voleva Maometto levar fama di sé, e a 
fondatore innalzarsi di nuova religione, onde avviarsi al trono. Fa- 
vorevoli al suo progetto gli apparivano le circostanze; giacché di- 
fendevano allora gli Arabi la propria libertà contro i Persiani, i quali 
per altro venivan desolati dagl'indegni figli del gran Nushirvan: i 
successori di Giustiniano avvilivano il nome dell'impero, e già Mau- 
rizio era stato balzato dal trono con le armi di Foca, e per gl'in- 
trighi di alcuni vescovi: annientato era l'impero romano in occidente, 
ed un torrente di barbari era sboccato ad inondar l'Europa: la chiesa 
greca era lacerata dai seguaci di Neslorio e di Eutiche, i quali con- 
venivano nel credere un Dio unico, rimuneratore della virtù, punitore 
del vizio. Onde il legislatore dell'Arabia a fondamento di sua nuova 
credenza, collocare awisossi quel dogma, e cominciò a meditare il modo 
come stabilire le fondamenta della religione e della potenza musulmaDa. 

Ritiratosi nella solitudine, quindici anni spese nel riflettere il gran 
disegno propostosi. Alla fine fermo nel suo progetto volle spacciarsi 
per inviato del Signore ; quindi cominciò ad annunziare aver coofe- 
renze coli' arcangelo Gabriele, e come vide che taluni gli prestaroo 
fede, pretese il titolo di Profeta di Dioj mandato per ricondurre gli 
uomini alla vera religione di Mosè e di Gesii, che era stata, secondo 
ammoniva, guasta dagli Ebrei, e dai Cristiani: e non temè di predicar 
fortemente in pubblico contro l'idolatria. Ricusava intanto di oprar 
dei miracoli, perchè diceva averne abbastanza fatti i profeti suoi pre- 
decessori, e dover egli non con quelli, ma colla spada propagare la 
sua dottrina. 

Indispettiti i Mcccbesi lo condannarono qoal impostore, e lo co- 
strinsero a fuggire, onde campare dalle loro mani: ma non perciò egli 
scoraggioasi, e portatosi a Jatreb città d'Arabia fra l'Egitto, e la 
Scria, sessanta leghe lungi dalla Mecca, e quivi ben accolto vi fissò 
la sua dimora, e cambiolle il nome in quello di Medinai-alnaHj ossia 
cillà del Profeta. Questa fuga accaduta nel 622 dell'e. v. segna il co- 
miociamento dell'egira, cioè dell'era maomettana. 



155 

Fa allora che Maometto comiociò a fare delle scorrerie, Coche ere- 
datosi abbastanza forte, e per ooUa spaventato dalle persecozioni so- 
scitategU dai Giudei, dai GristìaDÌ, e dagl'idolatri Gorelsiti, si di- 
resse alla Tolta della Mecca per conquistarla, come infatti gli riasci 
neiranno ottavo dell'egira (628 di G. G.) (t), e il titolo assunse di 
re dei Mmidmam^ ossia dei veri credetUi. Resosi formidabile con 
questa gloriosa conquista, la quale pose, per cosi dire, i| suggello 
alla sua dottrina, e portò al colmo i suoi trionfi, inviò tosto amba- 
sciadori ai sovrani stranieri. 

Ultima delle conquiste di Maometto fu Khaibar, città al NE di 
Medina, quivi Ali cui egli aveva ricompensato del suo attaccamento 
col dargli in isposa Fatima sua figlia, uccise Marhab rinomato guer* 
riero; la cui morte volendo vendicare Zainab sorella deirocciso colse 
il destro di fargli apprestare un avvelenato agnello arrostito, in un 
sontuoso banchetto. Di qual veleno non potendo andare esente Mao- 
metto, dopo quattro anni di acerbi dolori lasciò la vita in eia forse 
di 54 anni in Medina, ove fu seppellito, neiranno uodecimo dell' e- 
gira (2) (8 giugno 632 delFe. v.), dopo avere riunito sotto un capo 
ed una legge, quegli Arabi indomabili, contro dei qaali erano vani 
riusciti gli sforai della potenza di Egitto, del fasto persiano, e del- 
l'orgoglio dei Romani; e nel mentre si preparava a combattere la mol- 
lezza dei Greci, e si lusingava di rendere il loro impero tributario, 
o musulmano. 

Alla morte di costui, Abubekre ne fu salutato califfo^ o successore. 

Maometto registrata lasciò la sua dottrina in un libro che chia- 
mossi, per eccellenza, il Goràoo o la Lettura; come del pari, anche 
per antonomasia W Molshaf ossia il Volume, il Khitàt cioè il Libro, 
il Dhikr o r Ammonizione; e finalmente il fVriàn dal Yethofarak 
Distinguere, quasi distingua le cose vere dalle false. 

È desso il codice religioso e civile dei Musulmani , che Mao- 
metto pubblicò nel corso di diciassette o diciotto anni , parte alla 
Mecca, parte a Medina (3), e che oggi par dimostrato aver egli stesso 



(i) Ifmact Aba '1 fcd« De vUa «I rtUu $$stit Mahammidit cap. u, pig. 107 . 

(1) Secoodo Al IfaUn. 

(3) Gìo. B. lUmpoldi Jna. MusnULf tott. 11» ooU 9, |i«g« a6o. 



156 

composto (1), in prosa poetica, e rimata (2); io fogli slegati, e tali 
qoali aveali scritti all'opportaoilà; avendoli dati a credere come spe- 
ditigli dall' Onnipotente. 

Abubekre suo snccessore si die cura di farli raccorrò da Zèid se- 
cretarlo di Maometto (3), e lo rese a quella forma che ci è perve- 
nuto, con poco metodo, e con minor cbiareEsa, diviso in 114 capi- 
toli,, che $ure (4) si appellano; ognuna delle quali è suddivisa in ver- 
setti, che gli Arabi chiamano ejàl cioè segni o miracoli: qoasi il Co- 
rano tanti miracoli contenga, quanti periodi comprende. 

Tali sure collocate non sono secondo la saccessione con cui furono 
promulgale; infatti trovasi allogata per sura XCVI qnella che fu la 
prima, e come IX quella che fu Tnltima (5). 

Ogni capitolo è suddiviso in versetti (6), ed ha on titolo tirato da 
una parola speciosa, la quale non è Tannuotio delle materie che vi 
si trattano. 

Tutti , se ne eccettui il nono , hanno per epigrafe il motto : 
1^-^^^^^' C^*^^' ^^1 l'HtM*? J^ nome di Dio msericordiosisiimo* 

Questo libro, o codice di leggi civili, e religiose può considerarsi 
come no poema ; ed opera' si è squisita , avuto riguardo alla perfe- 
zione dello stile, ed alla purità del linguaggio (7), e per capo-lavoro 
si repula deiraraba favella (8). In quanto poi alle dottrine è una 
riunione di soblimi concetti, e di un entusiasmo proprio a soggiogar 
popoli di un naturale spiritoso ed ardente, misto ad assordi e favole, 
cosi insulse ed empie, che ben è da maravigliare come abbiano potuto 
infettare la miglior parte del mondo (0). 



(i) W. Jones JVoìkt tona. I3, pag. «98. 

(a) Garcin de Tawy Expotition dt la foi musulmane traduìu du iuw de àiohammed bem 
Pir Ali Elberkevi not. 17 pag. 67. 

(3) Taiey loc. cit. not. 8. 

(4) Sura significa tiruttuntf e anche serie. 

(5) Gio. B. Rampoldi he, cit, tom. a, noi. 9, ya%, a6i. 

(6) I Musulmani ad imitaxione dei maaorcti Ebrei hanno numeriizati non che i versetti, ma 
fin le parole y e le lettere del Corano. Cosi sappiamo che questo contiene ii4 capitoli, 6,143 
Tcrsetti, 77|639 parole, e 3a5,oi5 lettere. 

(7) Marraccio toc, cit» praef. pag. 5. 

(8} Savary Le Coran itaduit de Carote accompagna de notes Prera. Pari, tians la prefac e 
pag. ▼!]. 
(9) Do Byer VAÌcoran de Mahomed tratàiit de tanbe tom. i. AYertifaemcnt au lecteur. 



157 
Dire deiermioatameDte cosa esso cootenga non è facile impresa; 
essendo oca raccolta di svariati pensieri, e oo miscuglio di basse e 
di elevate idee. 

Ivi li si stabiliscono per cardinali dogmi la credenza di un Dio 
solo, di cai Maometto è l'apostolo; per principi! fondamentali la pre- 
ghiera, l'elemosina, il digiuno del mese di Ramadan , e il pellegri- 
naggio alla Mecca: e la morale che vi s insegna è fondala in parte 
nnlla legge naturale, e su quanto credesi dover convenire ai popoli 
dei climi caldi. 

A giudizio dei dotti orientalisti nell' undecima «tim, che ha per 
litolo Hùdj trovasi lo squarcio più sublime del Corano; e propria- 
mente in quella concisa descrizione che fassi della cessazione dell'uni- 
Tersale diluvio. Ivi si fa dire a Dio: 

^^5*.wa3^ sUl {Jix^^ c5*-^l *Uvy*# \^j ^sLo cfijdiì (Jà^\ L| 

(erra assoròisci la tua acqua , o cielo contìenii dal piovere. E fu 
diminuita t acqua ^ e compiuto il comando, E fermossi (Turca) sul 
(monte) Giudi, e fu detto: lungi o malvagi E veramente è sì sonora 
la composizione di questo versetto, sì enfatica e maestosa; e le pa- 
role arabiche così scelle, e cosi ben locate, che riescono un prodigio. 
Non par vero ed è indubitato che del Corano nissuna italiana ver- 
sione si trovi (1) ad utilità dei cultori dell'arabico; e ciò che reca 
maraviglia, delle traduzioni in altre lingue, fra le quali reputo la più 
pregevole quella francese del polacco Kasimirski (2) , io non ne co- 
nosco por una che sia del tutto soddisfacente e raggiunga Toriginale. 
Coloro che hanno impreso il penosissimo travaglio di volgere in altra 
favella il Codice delTIslamismo sono stali o nemici fierissimi dei Mao« 
mellani, o esagerati fautori delle orientali bellezze. Cosi i primi come 
i secondi studiarono con passione e con ispirilo di sistema, e quindi 
hanno quasi sempre parafrasato ai versi loro, e sol talvolta tradotto 

(0 Non chiamerò tradaciooc italiana del Corano abbeiabé pregiatissima dai lubliografi per 
la sua rarità quella di Andrea Arrivabene fatta sulla pessima rersione latina di Roberto da 
Rezia, e pubblicata in Venezia nel i547 in-4 picc. 

(3) PubhlieaU nel 1841 neU' opera Les livrts tacrés de t OrUnt eCc. traduiu m nvuM» et 
ffubtiés par G, Pauthier, 



158 

quel classico libro, ohe in mezzo ad empietà ed a scoacezze degoe 

del ridicolo aazichè di oaa confotazione, noo manca di preziosi iose- 

goaroeoii, ed è scritto io liogoa aurea ed io istile qaasi sempre sa- 

blime. 

Opera alcerto imporlaule sarebbe di dotto orìeotalisla quella di eia 
disvelaodo rimposlora, e gli errori di Maometto ci regalasse ioueme 
aoa esatta versiooe del sao libro aeir idioma oostro volgare (!)• 



(i) Il Uborioto ed egatto profetaorc Franccico Caftagaa, anche per gentile coodùccndeoaa alle 
mi« iosinuaziooi si è dato a questo lavoro: ed é da rimaner ticart che farà opera inportaotù^ 
ti ma da riuicir compiuta sotto ogni riguardo. 



n. 



SUI CARATTERI ARABI. 



Fra le Dazioni tutte che celebre hanno reso il nome loro, sia per 
la grandezza delle conquiste, sia per la saggezza del governo, nep- 
pure aYvene una sola, le cui antichilà non fossero seppellite nell'ob- 
blio dei secoli, o involte tra le oscurìlh delle favole e delle finzioni. 
Cosi i popoli dell'Arabia, che già pacifici e fra i proprii confini ri- 
stretti, quindi invigoriti dalle dottrine di un fortunato impostore, non 
trovarono ostacoli all'ardor che li spinse fra i pericoli e le battaglie. 
Dulia della storia dei loro avoli, e di ciò che ha preceduto questo 
lor cambiamento ci raccontano; alcun non ci mostrano di quei mo- 
Dumenti che del tempo trionfano e degli uomini ancora: e ai loro 
annali non dà inizio che l'epoca stessa delle loro moderne conquiste. 

Dandoci noi pertanto alle congetture, pare che possiamo asserire 
che quantunque ad una remotissima antichità non risalgano i resti 
delle arabiche cose, pure sia da credere con verosimiglianza, che gli 
Arabi ultimi non sieno stati fra i vetusti popoli ad incivilirsi e ad 
usar la scrittura: né mi par oredibile che la introduzione della mede- 
sima presso di loro fosse stata come taluno ha supposto (1) contem- 
poranea alla propagazione del criilianesimo. 

Gli Emiariti o Sabei (2) che antichi abitatori furono dell* Arabia 



(i) Lindberg Leiire a M, k Ch, P. O. Brondstedf pag. 35. 
(3) Dùcendeiiti da Saba e da Hemiar sao figlio. 



160 

Felice (1), per ricchezza rinomati e per commercio (2), ebbero alfa- 
belici caratteri, dei quali credè il Seelzeo (3) trovarne un saggio nelle 
iscrizioni che su pietra rinvenne nei deserti dell'Arabia ove peri. 

Vinti gli Emiariti dagli Etiopi nel sesto secolo dell'era cristiana 
sparve di quel popolo ogni avanzo, e anche in disuso ne venne la 
scrittura. 

Erasi pertanto, sin dal primo secolo dell'era volgare, impadronito 
Trajano imperatore, di gran parie dell'Arabia Pelrèa (4), che fio dopo 
Tepoca di Giustiniano soggetta rinaase al romano dominio; e facile era 
quindi riuscito ai propagatori del Vangelo il penetrarvi. Or siccome 
le già cristiane nazioni orienlali adottata avevano la liturgia sirìaca, 
divenuta essendo la Siria centro del Cristianesimo nelle provincie del- 
rOrienle, ad inlrodur si vennero i caratteri dei Siri nella Persia, nelle 
Indie, nella Cina (5), e forse ancor nell'Arabia, ove assai di buon'ora 
venne abbracciata la religione di Cristo (6). Questo carattere ivi si 
mantenne finché un tal Morar-ben -Morra o Moramer-beo-Morra arabo 
della tribù di Tal modificandolo, stabili per la prima volta una scrit- 
tura che propriamente arabica fosse, in Anbar città deirirak(7). Fa 
da qui , pochi anni avanti la nascita del fondatore dell' Islamismo , 
trasportata io Hira o Hirta città pure dell' Irak, e capitale di quella 
regione eh' è situata presso l'imboccatura dell'Eufrate, donde oell'anoo 
560 delTera nostra passò nell'Hedgiaz (8). Distrussero non molto dopo 
la città di Uira coloro fra gli Àrabi che abbracciato avevano il Maomet* 
lanisnio , e fabbricata venne invece non lontana dalle rovine di quella, 
la città di Cufa nell'anno decimosettimo dell'egira (638 delle, v.) (9), 
che fu stabilita per sede dei Califfi ai tempi di Othman e di Ali. 



(i) I figliuoli dì Hebtr detto anche Endar, che fu uipote dì Noè, lUhUirooo nell'lemea il 
regno degli Emiariti, che i Greci conobbero toUo U uome aeorretto di OmeriU. 
(a) Dìod. Sìcul. lib. ai, tom. i, pag. ai 5. 

(3) Mines de tOritni, tom. a, pag. a83. 

(4) Dio CaMÌut lih. Lxyiii^ 5 i4- 

(5) S. Epipbaniut jidvetuu BaereàcaSf lib. 11, tom. u, pag. 6ia. 

(6) Eusebio EccUsiaUica Hisloria^ lib. ti, c. xilhix. 

(7) Adler Mus. Cuf. Borg, f^eliiris Diu. praelim. cap. 1, pag. 10. 

(8) Sacy Mémoirt tur torigint tt Ut ancitiu monumtns de la litttraiurt pormi Iti Arabei 
nelle Mém, de Vacad, royale des irucrip, et heiles leltret^ tom. L^ pag. 3o6. 

(9) Abulfeda jénn, MotUm., lom. 1, pag. aS^. 



161 
Or caduto in dimenticanta il nome di Hira, e chiaro invece risuo* 
nando e glorioso quello di Gufa alle orecchie di tutti, ben potè fa- 
cilmente accadere, cbe.il carattere arabico avesse allora acquistato la 
denominazione di cufico (^i). 

É da osservare che nel passaggio dall'alfabeto siriaco al cufico, 
forse per la supina ignoranza dei primi Arabi che adottarono questa 
scrittura (2), molte forme di lettere che ben distinte erano nel primo, 
a confonder si vennero nei secondo, il che produceva degli equivoci 
non piccoli; molto piìi che gli Arabi studiosi, oltre ogni credere, di 
calligrafica eleganza , a riempir cominciavano di vane linee e di ca- 
ricati ornamenti le scritture loro a segno da renderle inintelligibili. 
Ad evitare ciò, verso il cominciamento del quarto secolo dell'egira (3) 
stimossi opportuno distinguere quelle lettere che somiglianti erano 
nella forma e diverse nel suono, per via di alcuni punti diacritici ^ 
come gli Arabi stessi li appellano &Jbuii : ma di questi non si 
fece per lungo tempo, particolarmente nelle monete (A) e nei pubblici 
monumenti, che un uso assai ristretto. Infatti le arabiche iscrizioni, 
che di tempo in tempo a discovrir si Tengono, non con altra forma 
di caratteri precipuamente sono scritte che con quelli che, come ab- 
biam detto, volgarmente cufici si appellano, e che perciò sono state 
e saranno mai sempre il tormento degli Orientalisti (5). Dapoichè a 
spiegarle con successo , non basta V aver solo acquistato una cono- 
scenza anche profonda deirarabica lingua; ma fa d'uopo ancora sentir 
molto innanzi nella difficilissima arabica paleografia, conoscere il ge« 
nio, le idee, le opinioni religiose, i pregiudizii stessi della nazione 
cui appartengonsi; essere ben informati delle formolo che sono le più 
familiari, distingaer quelle che sono le più proprie di ciascuna specie 
di monomenti: ed esser in ultimo per un lungo esercizio addimesti- 
cati con questi interessanti avanzi del l'antichi tà. Senza di questo, di- 



(i) Herbdot BUdhih. orietH. art. Coufah. 

(a) Castìglioni MonèU cufiche deW /. R. Museo di Milano^ pag. Lxixiii. 

(3) Sacy Grammairt Jràbe, tom. i, pag. ^, n. 7. 

(4) Credeti' in oggi esaere la più aotica di tal geoere una del califfo Abdolmalek. 

(5) T. J. J. Marcel Mémoin tur Us inscriptiont koufiquu ncueiUiet en EgfF^ efc. inferita 
«ella Descripiion de VEgfjfU^ t. zv, 5 u, pag. i5a. 

MomriiLJMOf voL HI. fti 



162 

ceya il De Sacy (1), la sagaciia dod serve che ad illodere, alla rea- 
lità 808litoeDdo on'appareoza più brillaote che solida. A coofermare 
ciò basta gittare uno sguardo appena alle varie ioterpretazioDÌ date 
della cattedra nel Duomo di Venezia, del cippe che si conserva nel 
gabinetto della Società degli antiqaarii di Londra, del pallio di No- 
rimberga, delle iscrizioni della Zisa , e di molti e molti altri ara* 
bici monumenti in diversi tempi dai primarii arabisti di Europa in- 
terpretati , e che fra essi per nulla intanto ravvisare si lasciano. 

Varie rivoluzioni accadute neirislamismo divisero in molti princi- 
pati il regno musulmano, e fu allora che T uniformità del carattere 
arabico disparve, e due altri principali forma se ne introdussero, il 
carmalico cioè, ed il ntskhi. Il primo cosi nominalo perchè posto io 
uso dalla setta dei Carmati, cominciò in Arabia sul finire del terzo 
secolo deir egira (2), come lo mostrano le iscrizioni dei Mervanidi 
del Diarbecr pubblicate da Niebhur (3) , e per esso le lettere sono 
piti sottili, pili ravvicinate , e talvolta anche più adorne delle cufi- 
che: il neskhi poi che vale earailere di copia è quel desso di coi si 
fa uso al presente , e del quale il più antico monumento ci appre- 
stano le arabiche iscrizioni che veggonsi fra le rovine di Tchèhel- 
minar (4), riguardate quai venerandi avanzi della vetusta Persepoli. 

Questa maniera di carattere inventata nel principio del quarto, usata 
sin dalla fine del quinto, e generalmente adoprata verso la metà del 
settimo secolo dell' egira (5) sua origin trae da Ebn Baoab che fini 
di vivere, secondo Abulfaragio (6) nelFanno 314 dell'egira (926 del- 
l'e. V.), o nel 323 (935 delle, v.) secondo Elmacioo (7); e più da 
Abu Ali Mohammed ben Ali ben Hassan soprannomato Ebn Moklah (8) 
nato a Bagdad Tanno 885 dell'e. v. (272 dell'egira), scelto per la 

(i) AfémoirB mr quelquet ùucripUom anlti txUianUi tn PorùMgal ndie JfM. di f initU. . 
nyjral </« Fnnce dasse dhutoirt ctc., tom. u, pag. 5g6 e 597. 
(a) Herbclot loc, ciu art. Carmath, 

(3) f^oyagt tom. a, pi. xlix. 

(4) Sacy Mèmoires sur divertes aniiquitét de la Pene ei sur les médaiUes des rois de la df' 
naedv dee Sassannides suivies de l* hUloin de ceiu DynaftUf traduUe du Penan de Mùkond 

(5) Cattigiiooi ioc. cìu pag. lxxxti. 

(6) Ein. din. tom. 1, pag. 336. 

(7) Hisi, Sarac, pag. ao5. 

(S) Herbelot he. cil. art. Aioclak. 



163 
prima volta visire dal califfo Àl-Moktadef l'aniio 936 dell'e. v. e dopo 
una serie non interrotta di prosperità e di traversie morto in sua 
patria nel 949 dell'e. y. (1). 

Fioalmente Ahmed Jakath al Mostasemi , il qaale fio! di vivere 
nel 1265 delle, v. fa colai che die raltima mano al perfezionamento 
dell'arabica scrittnra (2), 



(i) Gio. B. Rampoldi he. ciu tom. t, not. 73. 
(a) Gio. B. Bampc4di loe. dk tom. u, not. i. 



HI. 



DEL CALENDARIO ARABO. 



Per poco che si percorraoo gli anoali del mondo ognano si avvede 
che i Maomettani, già son dodici secoli, hanno formato nazioni ya- 
stissime, le quali hanno avuto si gran parte negli avvenimenti reli- 
giosi e politici deirOriente, e dell'Occidente che non solo è tilt/e, tna 
necessaria cosa conoscere it lor modo di computar gli afmi(l). 

Noi per andar con ordine cenneremo prima qualche cosa svXV era 
degli Arabi, e indi suiranno, sui mesi, sai giorni, e sulle ore degli 
stessi. 

Quantunque ignoto fosse stato agli antichi Arabi il nome di era (2), 
essi part ulta via non mancarono di un metodo onde gli anni lor com- 
potare. Cosi gli Emiariti li contavano dai loro re, gl'Ismaeliti dalla 
fabbricazione del Caaba; e ai tempi stessi di Maometto già era stata 
ona doppia era ricevuta dall'uso, cioà l'epoca della guerra ingiusta e 
Fepoca elefantina. 

Omar divenuto califfo, stabilir volendo un fermo computo di anni, 
chiamati i persiani matematici, segnar volle lo incominciamènto della 
nuova epoca dalla fuga di Maometto (3), già avvennU diciassette anni 
avanti. E siccome questa fuga che gli Arabi dicono \ifS(i>Jb Hogerahy o 

(i) Picot TahUaes ehnnologiqtus^ Ioni, i, pag. aii. 

(a) La paxoU em é arabica, cna yiene da j^^ J, che lignifica epoca, 

(3) Elmacin. Sia, Some, Ub. i| cap. 3, pag. 3o cdit. Erpeti. 



165 
Bogarah^ e pih comiiDemente Hegirah^ accadde il giorno primo del 
mese di Rabì alawal, che corrispose ad uo iuDedi 13 settembre 622 
dell'era volgare (1), quiodi, per lo retto computo ordinò dover pren- 
dere coininciamenlo dal principio di es^o anno cioè dal mese di Mo- 
barra (2). Or questo in quell'anno accadde nel giorno 16 luglio 622 
deirera volgare (3); di guisachè VEgira si fece retrocedere 59 giorni 
dal proprio tempo e luogo. 

E qui è beo lo avvertire, che Tesser cominciata l'Egira ai 16 lu- 
glio 622 dell'e. v. trasse in errore quasi tutti gli scrittori occiden- 
tali, i quali vollero che in tale giorno fosse avvenuta la fuga di Mao- 
metto. Ma non cosi gli autori orientali, e molto meno i Musulmani, 
ì quali sino ad oggi celebrano il giorno della fuga del profeta loro, 
non il primo di Moharra, ma il primo di Rabi alawal. 

Io quanto poi all'anno, gli Arabi antichi, e poscia i Maomettani 
totti, hanno avuto in uso gli anni lunari, per ciò che spetta alle sacre 
ed alle civili facendo; ma nelle cose che Tagricoltura risguardano e 
la navigazione, sono stati soliti dirigersi coll'anno solare (4): dimo- 
doché gli Arabi di Oriente si &on serviti del modo di supputare degli 
Orientali; come quei deirOccidente di quello degli Occidentali. Que- 
st'anno arabico lunare, può considerarsi e come civi/e, e come astrO' 
namico; come astronomico conta 354 giorni, 8 ore, e 48'; come ci« 
vile 354 giorni. Per agguagliar quindi Tanno civile alTastronomico fa 
d'uopo riunire quelle ore, e quei minuti: ed in effetti, esse ripetute 
trenta volte fanno giusto undici giorni; onde se ne è stabilito ì\ ciclo 
trenteonario (5). Questi undici giorni distribuisconsi in esso periodo 
col seguente metodo, cioè, che quante volte le ore sorpassano il na« 
mero 12, si intercala un giorno (6) alla fine dell'anno, ossia al mese 
Dholhagit: e così gli anni che costano di 354 giorni ai appellano anni 



(i) Rampoldi loc. cìL tom. i, not 35. 

(a) Abulfcda jénnaL Moslem. tom. i, pag. 19, cdit. Reiacke. 

(3) Corrìspote quest'anno al 934 di Alessandro o di Seleucoy duodecimo dell'impero di Era* 
dio» e yentesimonono di Khosra-Parwiz re di Pertia. 

(4) Casiri Biblioteca arahico-hispana escuriaUnsÌMp tom. a, pag. aa. 

(5) Ulug Beig De epochis Arabum^ pag. 10. 

(6) In tal modo gli anni a, 5, 7, 10, i3| i6| iS, ai, a49 36» ag costano di 355 gionis gli 
altri diciannove lo sono di 354. 



166 

"comuniy e qaei di 355 giorni anni emboUniii^ o come gli Arabi stessi 
•li Domioaoo &mL^«^=d SJUm (1). 

L'aoDo arabico è minore dell'anno Giuliano di 10 giorni 21 ore 
e 12' (2); e gli astronomi han dei melodi sicuri e dimosirati (3)^ per 
.ridurre perfettamente gli anni deWEgira^ a quei dell'era volgare, e tì- 
•ceversa : ma essendo quelli alquanto complicati ed astratti non pos- 
eono entrare in questo nostro lavoro elementare ; quindi rimandiafflO 
per questo oggetto i pib provetti alle opera del WolGo, dello Sca- 
ligero, del Petavio, dei dotti Maurini, e all'^^f^ronofnte du moyen age 
«del dottissimo Delambre (4). 

Gli Àrabi antichi dividevano l'anno in sei stagioni (5), queste ia 
dodici mesi kiBari(6), e i mesi in settimane. Ma già prima di Mao- 
netto erano stati cambiati gli antichi nomi dei mesi, e sostituiti vi si 
erano i seguenti «ioè: Muarra, Safar, Rabl alawal (o primo), Rabl 
alaker (o secondo)^ Giumadi alawal (o primo)^ Giumadi alaker (o ueon^ 
do)^ Rageb, Sciabko, Ramadhin,Sciawkl, Dbulkaadet,eDsulhhaget(7)9 
I quali sono alternativamenle uno di 30, l'altro di 29 giorni; sebbene 
talvolta (e se ne ignora la cagione (8)) alcuni mesi che esser dovrdi- 
bero di 30 giorni lo sono di 29, e all'inverso tal altri di 29 lo 
sono di 30. 

Nulla alterò Maometto sotto questo riguardo, ma piacque appresso 
alle sue genti cangiare i nomi dei giorni, e cominciando dalla dome- 
nica la dissero feria prima^ o giorno primo; e cosi di seguito 2, 3, 
4, e 5, nominando giorno delia riunione il sesto, e giorno della quiete 
il settimo. E in questo novero di giorni asan di un metodo similis* 



(i) ScAliger. De tmendaL umporum, lib. ii, pag. 139. 

(3} Petayio De doctrina Umporum^ lib. tu, cap. x.ui| toni. i| pag. 4io> 

(3) L'art de verifitr Us daUs, P. P. 5 xi, pag. JLyjjj. 

(4) P*g. 41. 

(5) Cioè: Eatate» Primayerai Aulunno, Meiì aacri» Yendemiiiiai Teapo di guem. 

(6) Elmacin, (oc. cà. lib. i, cap. i, pag. la. 

(7) ^•^Ua^ JjVì (/•^Ua. jà!^\ ^j Jj^\ ^j jÌ^ fj^*^ 

(8) Riccioli Cronolo^iae reformatae et ad cerioi condusiones ndadae, tom. i| !• if e. zziv, 
coacl. 3ULii| pag. 53. 



167 
alino a quello degli Ateoiesi (1): dapoicbè sodo lanari i mesi appo 
ambidne popoli. E i loro tempi dod per gioroi si compaUDo, ma 
per notti, le quali cominciano al momento del tramonto del sole (2); 
e ambi parimente i giorni dei mesi dopo il vigesimo, e talvolta an- 
che dopo il quindeeimo , numerano con ordine retrogrado. E come 
gli Ateniesi il primo giorno del ooese appellarono vB/^Yivc^a , cosi gli 
Arabi moslhal lo chiamano, cioà novilunio. 

Finalmente in nove parti gli Arabi dividono il giorno loro cioè : 
1 . Tramonto del sole. 2. Seconda ora dopo il tramonto. 3. Quarta 
ora dopo il tramonto. 4. La mezza notte. 5. L'alba. 6. Lo spuntar 
del sole. 7. L'ora del pranzo. 8. Il mezzo giorno. 9. L' ora terza 
dopo il mezzo giorno. E queste in lor linguaggio si appellano: i. Al- 
mogrèi. J2. Alnoicià. 3. Jscsciafak. 4. Nassaf-l^leU. 5. Alfagiar. 
6. Assabahh. 7. Algadà. 8. Jlizaar. 9* Alaatsar. 



(i) Gregorio De wpffutandii apud Jrabu Siculo» temporihui, pg. 8. 
(a) AJferganui EUm. Jstron. pag. 3. 



IV. 



DELLA METROLOGIA ARABA. 



É per 8& stessa si chiara la necessità di aver cootexza del sistema 
metrico di ooa Dazione, la qnale vuoisi ben addentro conoscere, che 
ci dispensa dal dir molte parole sulla importanza di un tale soggetto. 

La storia e la filosofia, diceva il Freret(l), saranno sempre co- 
perte di tenebre impenetrabili, allorchà ignorerassi il valore delle mi- 
sure in oso presso gli antichi. Senza qoesta conoscenza adunque, per 
quanto gli Arabi risgnarda , ci sarebbero ignote e la estensione dei 
loro imperii, e la grandezza delle loro terre, e quella delle città loro; 
e ciò eh' è pia ancora la parte più interessante e più utile , quella 
che lo stato loro economico concerne. 

Oltre che la conoscenza dei pesi e delle misure degli Arabi, scri- 
veva Samuele Bernard (2), ha per gli Europei un interesse partico- 
lare, perchè presso degli uni e degli altri il sistema di numerazione 
è lo stesso come la pia parte delle divisioni e denominazioni delle 
misure. 

Per non diffonderci intanto troppo lungamente, cercheremo di darne 
un ragguaglio il più breve possibile; indicando in prima le misure , 
e ragionando in seguito dei pesi, colla maggior concisione. 

(i) Frcret Essai tur Im nusuv» iongues des anciént inseriU nelle Mém* eb VAcadtnm des 
b^Ues Uttns tom. xxty, pag. 433. 

(a) Notice sur les poidt arabts aneiens «e modemts iiuerìU odia Dttcrìptìon de PE^jrpU etc* 
t cdit. tom. JLTi, p. 73. 



169 
E per eomineiar daHe prime, tre sono le principali misure lineari 
presso gli Arabi, delle quali è a noi pervenuta notizia cioè: il cu- 
6iiOy la canna o pertica^ e lo sehoenum o la fune. 

Tra specie di cubiti avevauo essi, Vanlicoj il nuovo o giusto^ e il 
nero. Il primo soprannomaio hascemico (^h)^ persiano^ regale^ di Omar^ 
che si è trovato uguale a metri 0,™ 616 (2), valea 8 qabdah o pw 
gna; e ogni pugno si contava per 4 dita , ciascun dei quali , come 
ognun sa, è riguardato da tutti gli Orientali (3) ugnale a 6 grana di 
orzo poste in conlatto per traverso. Il secondo, che anche si appella 
cubito volgare^ piccolo^ mediocre^ comune^ dividevasi in 24 dita, e si 
è trovato uguale al cubito comune e degli Egiziani e dei Greci: due 
terzi di questo cubito formavano il piede arabo, che pur esso era per- 
fettamente uguale al piede egizio e greco. Finalmente il cubito nero 
cubito di Almamone (4) uguale a 0,™ 5196 (5) contenea 6 pugna 
e 3 dita; e secondo assicura Eduardo Bernard (6) era quello con cui 
misuraTansi le opere di architettura, le mercanzie preziose, e gli ac- 
crescimenti del Nilo. 

.CoDOsciuto il cubito, tutte le altre misure, anche le itinerarie, non 
sono che tanti multipli di cubito ; cosi la canna o pertica o qaseA 
lab non costava che di 6 cubiti regii ed V^ o sia 3 ■" , 85 (7), 
così la fune o asla era composta di 60 cubiti hascemici , e serviva 
alla misura delle terre: e siccome restringevasi per umido e per sic- 
cità si allungava vi fu sostituita la catena^ ond'evitare che alcuno ve« 
aisse frodato. 
La terra poi dividevasi in arare dagli agrimensori, e nn'anire (8) era 

(i) Diceaii eoa tai nomi, perche istituito al tempo dei Persiani ed adibito negli osi della geo. 
desia dalla tribù di Hascem celebre per la sua aalicbità. 

(a) Joinard ExpoiUion du syiÈeme méuiqun tiet anciens Egyflùn» inaerìta nella Descrifftion 
di VEgyyU etc. a edit. tom. vii, eh. ix, sect. i, pag. 219. 

(3) lo. Gasp. Eisenschmid Dt ponderibus H menturis veierum Romanorumf Gnteoonim, Bae . 
bf9orum nec non d» valon pecuniat vetaiù disquisiiio, sect. ui, cap. iT| pag. 11 8. 

(4) Fu cosi chiamato perché di tutte le misure di cubiti ai tempi di Almamone trovossi la 
pia lunga queUa di un nero o etiope, la quale fu ordinato dà quel califfo che fosse posta in us o 
T. ^oiae laoobi Golii ad Jlfergetnum Amstelod. 1669, p. 7$. 

(5) Jomard. toc. cu. 

^) De ponderiòut ei menturÌM antùpm libri trm, Oxoniae 168S9 a edit.» pag. 917. 

(7) P. S. Girard Mimoire iur C agrìcuiiurB et U cammei^ du Sofd inferita ncUa Déeade 
égjrptienne (al Kairo an. yiu) tom. |U| pag. 4^. 

(8) Che i Greci dissero ipoUfOt, 

MoATlLLAaOy voL Uh ^^ 



no 

lo spazio di terra che uo paio di baci lavoraTa in ao giorno: que- 
sta suddi^ideast in 100 parti o peHiche quadrate (1), dimodoché la 
superGcie dell' arare era 400 canne o 2756 °>. La doppia arare ap- 
pella?asi fedddn antico, ed era un quadrato il cui lato era di 20 canoe 
ossia di 52,>".50(2): quindi la superficie dei fedddn era 5512™* 

Ciò posto, erano le principali misure itinerarie: 

Il ghnldah o stadio degli Àrabi che yalea 360 cubiti regii , o 
221,"» 70(3). 

Il tnil o mìglio che valea 8 '/a ghaluab cioè 2200 °> (4). 

La farsakh o parasange uguale a 25 ghalbah (5) ossia 5541 °>. 

Il tnarhalah ossia la stazione arabica , che costava di 24 miglia 
ossia di 44333 *" (6). 

Finalmente la giornata di navigazione che chiamavasi magra e Taleva 
100 miglia arabici (7). 

E questo per le misure lineari: passiamo ora ai pesi. 

I pesi arabici, i quali non è da dubitarsi come avverti Dan. Ko- 
nig (8), che sieno nati dalla confusione dei pesi dei Greci e dei Ro- 
mani j coi pesi italiani, scriveva il Carlyle (9), si somigliano nel no- 
me, ma in realtà molto da essi differiscono. 

Son essi il cantar del Cairo, che costava di lOO rotel^ di cai cia- 
scuno valeva 12 ukiah o once. 

La mina della quale la pib comune era quella che valeva due n>- 
le/(10). 

II rotei o la libra fu in uso per tutto l'Egitto e per tutte le vicine 
orientali regioni. Divideasi esso in dodici ukiah , e ogni ukiah in 



(i) lomard toc cit, eh. xi, pag. 356. 

(a) P. S. Girard Mimoirt sur Us mésures agnùru du anciuu Egfpiiens inserita nella De- 
scription de CEgjrpU loc. cit, tomo ?ui, pag. 3o6. 

(3) Jomard ioc, cu. pag. 327. 

(4) Jomard loc, ctf. 

(5) Bernard loc, cit, pag. a46. 

(6) Jomard loc, eiu 

(7) Bernard loc. cit, pag. a49* 

(8) GaroL Arbutbnot Tabulae aniiquorum nummonim^ mtruurarum et pondtfum pretìiqiu rt-, 
rum venalium varù dis»ertationibus txfiUcatm* H extmpUi UluttrtUM ex anglica in Un^uam la» 
Unam convenite cap. vii, pag. 4^* 

(9) Maured aliata/et lemalUdini etc. net. 5o, pag. a6. 
(io) y. Golio Lexicon ambico-latinum pag. 3267. 



171 
12 dirhem (1) dei qaali ognuno saddivideasi in 6 danekj e ogni da- 
nek facea 12 kirài (2) , e ogni kirath (3) tre habbah^sceir o grani 
d'orzo (4). 

Il peso di 5 dirhbm cbiamavasi newài (5); e quello di 20 dirhem, 
na$c (6). 

Il peso poi di 24 kiràl diceasi dynar o milkal. 

In quanto alle misure di capacità per gli aridi ci basti sapere , 
che la parola ardeb che i Romani tradussero per arlaba è stata ap- 
plicata in Oriente sin da tempi remotissimi a significare indefioitiva- 
mente una misura di capacità destinata per gli aridi; ma questa gran- 
dezza era varia presso i differenti popoli che adoperavano. Uardeb 
del Cairo Talea 6 waibie delle quali ognuna contenea 22 niod(7). 

Per le misure di capacità pei liquidi in fine accenniamo colla scorta 
del Casiri (8) che erano le principali: il madamium che era la misura 
di 92 libre di olio, di 80 di vino, e di 108 di mele; Vhausa di 9 
libre di olio, di 10 di vino, e di 13 'A di mele; il caslh di 18 
once di olio, di 20 di vino e di 27 di mele ; la coluta di 9 once 
di olio, di 10 di vino, di 13 ■/■ di mele; il maklhrani maggiore^ di 
3 once d'olio, di 3 once e 18 garàf di vino e di 6 once e V« di 
mele; il masclhrani o makethrani minore , di 6 dramme di olio , di 
10 garàf di vino, e di 9 dramme di mele; il hasunàfon di 18 dramme 
di olio, di un'oncia e 4 dramme di vino, e di 3 once e Ve di mele; 
il eawanUs di 12 dramme di olio, di un'oncia e V4 di vino, e di 3 
once e V4 di mele. 



(1) ATYerti che uei dirersi paesi sebbene cosUnte ta grandeisa del dirhem pure ne TariaTa 
il numero; né tutte le ukiah yalcano la dirhém\ ma ove più ove meno. L'oncia più memora- 
bile era quella che in la dirhèm si dividea. Ogni dirhém valea aaa dramma e mezza attica , 
y. Golio Lexicon arubicO'latinum pag, 186. 

(a) Rampoldi AnnaU Musulmani t. xi> not. 56, pag. 437* 

(3) I Kirad^ si chiamavano anche charube, ciò che é la traduzione di xspolrcoy come JTf- 
rdih ne è una corruzione; imperciocché siliqua in latino, xipoiTCOy in greco, charub in ara- 
bico, indicano il frutto deUa cerùtonia siliqua detta Carrubba. 

(4) Il grano equivale ad un grano e mezzo di orzo Y. Casiri Sibliot, arabico •hispana escu^ 
riaUnsis tom. i, pag. a8i. 

(5) Makrizy Traiti des poids et mesures traduz. di M. de Sacy pag. 38. 

(6) Makxizy loc, cit. pag. 8. 

(7) Il modf o moggio equivale» al peso di 16 once di frumento y. Cariyle toc, cit, noi* 47» 
pagina a5. 

(8) Bibliotheca arabieo^hiepana éscuriaUnsit tom. i, pag. a8i. 



V. 



DELLA MONETA ARABA. 



Non eTvi chi ignori rotililà che ricavasi dalle antiche monete. Le 
loro leggende ci istruiscono per Tordioario del tempo e del luogo di 
loro fabbricazione; dei titoli, deirepoca, e della genealogia dei prin- 
cipi dei quali ci offrono i nomi: e i loro lipih particolari fatti sono 
relativi, o delle singolarità presentano a rischiarar giovevoli la storia 
civile e quella delle arti e dei costumi. 

Si vede da ciò di qusnta imporlanza sia la conoscenza delle ara- 
biche medaglie. Noi per esse apprendiamo ancora come esatlamente 
scrivansi i nomi delle città di arabica dominazione, e anche da quelle 
sappiamo quali sieno state anticamente le capitali di taluni regni o di 
certe provinole; che solo in quelle coniavansi monete: e nella oscu- 
rità in cui siamo per rapporto alla storia dell'Oriente, lumi non pic- 
coli hanno somministrato le leggende delle cufiche medaglie (1). 

Intanto non è da dubitare che quel zelo per lo quale il califfo Omar 
condannò alle fiamme la biblioteca di Alessandria avesse spinto gli altri 
seguaci di Maometto a distrurre tutto ciò che conservar poteva la me- 
moria degli antichi loro idolatri (2): e si è forse da ciò che niente 
sappiamo di positivo e di sicuro deìt erudizione degli Arabi antichi (3); 

(i) y. Adler Muuum Cuficum Borgianum F'elitrU cap. in, pag. 3i. 

(a) Barthélemy Dissertation sur Us mèdailUs amhes nelle Mèmoires da VAcadem» des scien' 
cu etc. tom. xxn pag. SS;. 

(3) Andret DeWori^inef dei progresti, e detto ttato aituale di ogni leUemtura tom. i, P. P. 
cap. I. 



173 
e ti è forte da ciò che a noi perTenote non tieno medaglie arabiche 
dell'epoca anteriore alla religione masolmana. 

Ninna novità stabilissi da Maometto in riguardo alla moneta che 
usata era appo i suoi, prima della religione da Ini stabilita , ninna 
da Abnbekre che regnò dairnndecimo al decimo terzo anno dell'egira: 
e neirarabico impero totte le monete d*oro erano col conio deglim* 
peratori greci, e quelle di argento avevano la iscrizione in caratteri 
persiani (1). Abnhafis Omar-ben-el-cbathab, che regnò dal decimoterzo 
al ventiquattresimo anno dell'egira) nell'anno decimottavo (639 dell'e. v.) 
giusta quanto rapporta Makrizi (2), cominciò a far battere monete di 
argento, secondo il tipo delle Sassanidi (3); e in alcune vi aggiunse 
lode a DiOj in altre Maometto è il legato di DiOj in altre non v'è Dio 
$e non Dio soloj in altre finalmente Omar (4). 

Si prosegui a coniare monete siffatte sino a che Abdolmalek figlio 
di Merwan ad insinuazione di Hejai (5) ne cambiò il tipo sassanido 
e fece il primo battere dirhim colla iscrizione Allah samad Dio è im- 
mutabile (6) l'anno 76 dellegira (695 delle, v.): e si è questa la 
prima epoca che segnar puossi delia moneta veramente arabica (7). I 
califfi che venner di poi fecero battere monete lor proprie; e la mo- 
neta araba cominciò ad occupare an posto distinto fra le monete dei 
popoli di allora. 

Talone di queste monete, che trovaosi con delle immagini furono 
nei passati tempi risguardate come apocrife o come a popoli non mu- 
sulmani appartenenti; nondimeno è in oggi certissimo, che gli Arabi, 
anco quelli della setta dei Sunniti, che credesi la più rigida, abbiano 
avuto in uso le immagini (8) , non essendo queste dal Corano proi- 
bite che solo come idoli (9). Ma non è da ignorare che medaglie sif- 

(i) Moeller De numi» OrìenialUnu in Numoph/lacio Gothano asservatis Commentatio prima 
Gothae 1816 pag. 7. 

(a) RiMtoria monetae arabicat ctc. editio Tychscnii. Rostechii 1797 in 8.» pag. 7 e teg. 

(3) La dinastia dei Sanantdi, cke prete il luogo dei Parti o Arsacidi occupò il trono di Per- 
sia aioo alla conquista di questo regno fattane da' Musulmani ; cioè durante circa quattrocento 
▼coti anni, dal aa3 ddl'c. ▼. sino alla metà circa del settimo secolo. 

(4) y. Casiri loe. ck. tom. 11, pag. 174* 

(5) Gio. B. Rampoldi loc. cit. tom. ui, n. (97) p. 375. 

(6) Gio. B. Rampoldi he. cit. tom. ti, n. (56). 

(7) Adler CoUecUo nova numorum cuficorum musati Borgiani et jitUenani^ pag. 7 e seg. 

(b) Niebuftir Description de t Arabie pag. ^3. 

(j^ Bfarracdo RefuL Alcorani RefuUtion. io sur. u, pag. la. 



174 

fatte ad apparir doq coniinciarooo cbe mollo tempo dopo di Mao* 
metto, cioè fra il sesto e il settimo secolo dell'egira; e sembra che 
l'uso De fosse stato ristretto alPÀsia mioore, alla Mesopotamia, e ad 
ona parte sola della Siria. Pure immersi in ana profonda ignoranza 
gli Arabi di quel tempo ci presentan delle monete lor proprie con 
le slesse teste e con le stesse figure che noi reggiamo sulle meda* 
glie dei Greci e dei Romani; giacché è fuori dubbio, come riflettè il 
Barthélemy (1), che gli artisti arabi di quel tempo, non atti forse a 
ritrarre dal vero , copiarono servilmente e senza scelta le figure di 
quelle medaglie, che a caso pervennero nelle mani loro. 

Al califfo soltanto il dritto apparteneasi nei primi tempi di batter 
moneta; ma durante la dinastia degli Abassidi, per ciò cbe spetta al- 
Targento comune fu reso ai principi cbe eran dichiarali successori nel- 
l'atto della loro designazione (2). Il dritto di coniare il rame poi a 
costoro non solo si appartenne, ma ben anco ai governatori delle Pro- 
vincie, che yì facean le veci del califfo si trasfuse. 

Accenniamo intanto i varii nomi coi quali dagli Arabi distinguer 
soleansi le differenti specie di monete. Essi adunque appellavano dinar 
la moneta d'oro, come per Io appunto chiamavanla nei tempi di Co- 
stantino le provincia orientali dell' impero (3), e lì dinar valeva poco pia 
di uno zecchino, non pesando che un meihkaL Intorno poi alla mo- 
neta di argento è da avvertire che sai valore della medesima non con- 
cordano le testimonianze degli scrittori; sofferto avendo molti cam- 
biamenti nelle diverse monarchie. 

Chiamavasi questa dagli Arabi dirhèm y voce derivata sicuramente 
dal greco Sp»x^^ ) ^ dagli stessi Romani osata invece di denarius , 
con che costoro negli andati tempi appellavano la moneta di argento. 

Infine la moneta di rame , il cui valore né anche si è potuto in 
generale determinare ebbe nome difuUj voce derivata da! latino ybtfi«, 
che al tempo di Anastasio servì per indicare la moneta di rame. 

Resterebbe ora ad assegnare in ultimo le suddivisioni dell'arabica 
moneta, ed indicare quale la proporzione fosse stata presso gli Arabi 
tra l'oro e l'argento: ma egli è del tutto ignoto per anco quanti ^/ii/« 

(i) Loc. ctc. pag. S6i. 

(a) Eimaciii. Hittor. Saraeen. pag. i49» 

(3) Godì^ Spon. Fc^a^u toni* liif pag. iso. 



175 
componessero aa dirhèm^ e quanti dirhèm na dinar. Che se YOgliam 
prestar fede al Gasiri(l), e al chiar. Garlyle(2), il denaro da prima 
valeva 20 ed indi 25 dirhèm. Egli è per altro indubitato che si man- 
tenne mai sempre dai Musulmani 1* uso di avere in ogni paese una 
sola qualità di moneta in ogni metallo , né spezzati conosceansi di 
altra qualità, fuorché i frammenti di dramme che chiamayansi danek^ 
sei dei quali equivalevano ad un dirhèm (3). 

Per la proporzione poi delForo all'argento credeva T. C. Tychsen (4) 
aver dimostrato essere stata questa almea nel principio come 10: 1; 
ma il dottissimo conte G. 0. Gastiglioni (5) sì forti dubbii ha mossi 
sogli argomenti di colui, che siamo intorno a questo punto, all'in- 
certezza stessa di prima ritornati. 



(i) Cftsirì toc. ciu pag. 173. 

(s) Mtmred jiUatafit JernaUedini fili! Togrì Bardìi uu rerum iEgiptìacuiim annales ab anno 
ChrUti 971 uaque ad annam i4S3 edidìt I. D. Carljle noi. (7} pag* 3. 

(3) Gio. B. Rampoldi loc» ctL pag. 437. 

(4) De rà num, ajnui Araba orig. et prog, pag. 17. 

(5) Monau cufiche MÌL R. Muuo di MUano pag. usti a lixu. 



VI. 



DEI VETRI CUFICI. 



A che servono le paste vitree eoo iscrizioni cufiche? É questo qd 
soggetto ancora poco dibattuto, e poco bene esaminato, e intorno al 
quale siccome non restaci alcuno storico documento quindi poco o 
nulla può stabilirsi di certo. Ne hanno, egli è vero, trattato taluni, 
ma pare a me che la cosa resti tuttavia indecisa. Noi ancora non 
sappiamo in quale epoca essi venissero introdotti, abbenchò troviamo 
tali paste quasi contemporanee alle piii antiche monete; né donde ne 
abbiano gli Arabi derivato Toso. Certo è già che non serviron mai 
di segni superstiziosi o vogliam dire amuleti, niun carattere avendo, 
come riflettè l'Adler (1) che per tali li dimostri. 

A dir vero non soddisfa punto la prima opinione dell'Assemani (2) 
che giudica essere stati forse questi vetri marche, o tessere, o segni 
che servivano a molti usi, giusta la loro molti plico varietà, come lo 
erano presso i Romani; e molto meno la nuova ipotesi del dottissimo 
conte Casti glioni che intende fossero stati pesi destinati a verificare 
il peso della moneta (3); aggiungendo che a tal fine se ne fabbrica- 
rono di pubblica autorità dai prefetti del tributo , i quali in verità 
aveano la sopraintendeoza delle zecche ma non già il diritto di co- 
niar moneta di rame, che era riserbato ai governatori delle Pro via- 

(i) Mustum cuficum borgianum velitris pag. 7^ 
(%) Museo cufico naniano iUunraio p. a.t pag. Lxsrìj. 

(3) Oistrvazioni iuXt opera intUokUa Dcscrìziooe di alcune moneU coficbe dei Muaeo Mai- 
noni pag. i5. 



177 
cie(1); opiDione che Yolle di proposito poco dopo confermare (2). 
E come spiegherebbesì V immensa quantità che di essi vetri trovasi 
dappertutto 7 come la diversità dei colori io cui sono tinti, bianco, 
verde, rosso, cilestre, giallo, pavonazio? come la loro svariatissima 
grandezza? E quel ch'è pia come se ne sarebbe potuto limitare esat- 
tissimamente il peso nello stato di pasta fredda e sciolta, dal quale 
dovean passare a quello di solida? come valutare anticipatamente la 
dioùouzione di massa che dovea sofiVire la pasta nella fusione neces- 
saria per imprimervi la leggenda ? 

Io non son lungi dall' opinare che essi vetri fossero un dì serviti 
di moneta bassa. Questa ipotesi non nuova, e sostenuta fin anche una 
volta dal medesimo Castiglioni (3) che ha voluto poi contraddirla, e 
pria di lui anche da quello stesso famoso Assemani (4) chiamato dal 
de Sacy tesoro di Padova (5) che poi credeala inverisimile non solo, ma 
contraria al vero, e dall'Adler che pria rigettolla (6) e poi l'accolse (7), 
ha il suo fondamento, da che sappiamo che gli Arabi fecero uso di 
paste per moneta bassa (8). 

Io so che si oppone trovarsi monete di rame contemporanee ai vetri 
più antichi e appartenenti allo stesso Egitto. So del pari che un gran 
che è paruto al celebre Sacy (9) io opposizione a ciò il silenzio dello 
storico Makrizi, il quale avendo scritto in Egitto sulle vicende della 
moneta presso gli Arabi non annovera il vetro fra le materie che in 
varii tempi e in varii paesi supplirono alla moneta di rame. Ma posso 
ben io aggiungere a ciò , che in Sicilia della dominazione arabica , 
per quante ricerche accuratissime avessi io fatte, non ho trovato nep- 
pur una sola moneta di rame, e intanto evvi abbondanza di paste vi- 
tree. E non potrebbe darsi che la Sicilia la quale usò monete di sta- 



(i) Castiglioiii Jktonns cufiche ddCI. E» Museo t& Milano pag. aa e 33. 
(a) Nuov€ osiervazioni sopra un plagio letterario ed appendice sui vetri con epigrafi cuficht 
pag. a5. 

(3) Monete cufiche ec. pag. a48. 

(4) Prospetto delle leteire eldla sezione di Padova del C. R. Istituto 1816 pag. 4 ^ *^' 

(5) V. Biografia universale antica e moderna Abt. Asaemani. 

(6) Loc» eii. parte 1. 

(7) Loc, cit, parte 11. 

(8) Sacy Chnstomatie arabe voi. ai n. 191 pag. i43. 
(9} Magasin encfdopidiqua 3 année tom. mi pag. 6a. 

MoMTiujMOf voi. JII, ^3 



178 

gno regnando Dionisio in Siracusa (1) , che usò secondo si è raccon- 
tato per popolare credenza, moneta di cnojo sotto il dominio di Gu- 
glielmo I (2) e deirimperatore Federico (3), avesse anche usato mo- 
nete di yetro neirepoca saracenica? Noi proponiamo una tale qnistione 
perchè Tenisse ponderatamente discussa dai dotti orientalisti. 



(i) Aristotile Otoonomicorum lib. a. 

(a) V. Fazello De Eeb, Sic. dee. a, lib. a, e. 4, pag. 445. 

(3) V. Fazello ioc. cà. d. a, lib. 8, e. a, pig. 479. 



vn. 



DELLE CIFRE 



Le cifre o noie numerali di cai volgarmente ci serviamo , numeri 
arabi appellati, senza di cai sarebbe ancora imperfetta e balbuziente 
V aritmetica pratica (t), son esse poi veramente arabe 7 — e se no donde 
provennero? — e da chi farono introdotte fra noi? 

Mancando l'appoggio dei roonamenti, discrepanti sono state le opi- 
nioni dei dotti circa a tatto ciò. Pietro Ramo (2) aveva scritto non 
aver potato rinvenire aflEoitto presso ninno degli antichi le note 1 , 2, 
3, 4) ^9 6, 7, 8, 9, e il P. Atanasio Kircher (3) aveva asserito, che 
consoltati avendo antichissimi codici e greci e latini e arabi non aveva 
trovato indizio alcnno delle medesime avanti V anno 430. É intanto 
comone opinione, averne gli Àrabi attinto la conoscenza nel secolo xi, 
allorché gaerreggiavano contro gl'Indiani (4): però sfornita d'appoggio 
è tale notizia, né altro portasi in prova che \ aatorilà di Abalfara- 
gio (5) e la testimonianza dell'arabo Sefad, il qnale nel cemento ch'ei 
fa al poema di Tograi attribaisoe agi' Indiani il Colai la- Wadamma , 
il ginoco dei latroncoli, e le cifre nostre namerali» 

Ma non Indi né Arabi son da stimarsi gl'inventori delle medesime; 
che anzi il dottissimo Hnet (6) ebbe a scrivere con molto senno, che 

(i) Andrei DeltoriginM progreui e suuo amiaU dogrù Uttemium , tom. iT| cap. ity n. 4^. 
(a) Schotarum math9matiearum, lib. ir» f. 117. 

(3) jiruhmologia $Wé dt ahdaÌ9 nttotcromm mfiUriU^ par. 1. 

(4) Adler Museum cufiaim borgianum KetUrit par. 1, pag. 3;. 

(5) Riti. DfnasL pag. a3o. 

(6) Demon. evang* prop, iv, cap. i3. 



<80 

gli Àrabi videruni quidem iuas non esse , ac eujatet essenl pervidere 
non poluerunt indicasque puiarunt esse. Pare a me tottocchè il dot- 
tissimo Aodres (1) si sforzi a contraddirlo , per non disdirsi di ciò 
che aveva prima aaQQniiato(2), con solide ragioni oramai dimostrato (3) 
trovarsene presso gli Egizii i primi vestigi, essersi poi diffasi nelle 
genti di Asia e fra' Greci precipuamente , e qaindi* appo i Romani, 
ai quali le scienze tutte dai Greci coltivate fecero passaggio. Quel 
celebre A. Manlio Severino Boezio che dettò in carcere il famoso 
trattato sulla consolazione della filosofia che è un vero gioiello (4) nella 
sua aritmetica che al cadere del secolo v componeva (5), degli stessi 
segni servissi. Decaddero quindi d'oso in Italia come il resto degli 
studi, sino a che dopo il volger di piii secoli furono richiamate io 
uso dagli Arabi circa il secolo vii (6) o circa V viii (7) , che con- 
servate le avevano, e che tanto in miglior luce richiamaronle che loro 
furono attribuite (8) e forse dietro lesempio degl'Indiani, fatto che fa- 
vorisce l'opinione di coloro che vogliono aver i Greci Battrìani recato 
in India le scienze (9). £ però incerto in qua! tempo e per quale au- 
tore ciò fosse accaduto, abbeochè il Montncla ( 1 0) assicuri che Ger- 
berto il quale fu poi papa col nome di Silvestro abbiane il prinno 
fatto conoscere Tuso allEuropa; e appena puossi stabilire ripetersene 
le prime tracce nelle nostre contrade dal secolo xii, e quindi T uni- 
versale uso nel secolo xv pria nella Italia e indi nel resto dell' Eu- 
ropa. Infatti Giuseppe Scaligero (11) non le crede introdotte in Eu- 
ropa pria dell'anno 1300, Giovan Gherardo Vossio (12) alla metà del 
secolo xiii, cioè circa il 1250, l'inglese Giovanni Ward(13) nissun 

(i) Loc> ciu 

(i) Loc. cU, tom. ly e. n. 

(3) y. De numeralium notarum minutcularum origine DUierlatio nuàhemaiico^riùca ad 9* e. 
Jo» Bop, PoMierium interìU nella Raccolta ttopuicoU fcientifici é filolofici Veocna— 1753. 

(4) L. Martini Star, della JUatofia^ rol, i. Disc. ir. 

(5) À. M. S. Boct. AriUinuùca iib. i, cap. 24* 

(6) V. Gio. B. Rampoldi Annali musulmani foi. iT| not. 3i. 

(7) y. Andrea loc, cii. tom. 4» cap, u, n. 49* 

(8) Jo* Bap. Caspar d'Anfse de yiUoiion Anecdota giueca tom. u, pag. 157. 

(9) G. B. Baldelii Boni Storia dMt relazioni vicendei^ delt Europa a dell'Asia dalla dt» 
^cadenza di Roma fino alla distruzione del califfato part. i, pag. 2941 ^^* ^> ^^ ^' 

(io) BisU des maihém. Par. an. tu, pari, u^ pag. 378. 

(11) Lib. lUy epist. aa3. 

(la) De naU Ar, lib. uij cap. viii| 5 7* 

(13) Mim* sur une anc, (Uue ita neUe Trunsac, philoioph, ad 1736. 



181 
vestigio assicura riavenirsene prima di Giovaaoi da Sacro Bosco nel 
1256 e il celebre p. Mabillon (1) avverte che di rado faron esse poste 
io opera pria del 1400. Però il Grevio (2), il fieveregio (3), il Wal- 
lis (4) , Giovanni Nicolai (5) e molti altri haa sostenato cbe dagli 
Arabi furon trasmesse le cifre ai Mori d'Africa, da costoro agli Spa- 
gnuoli , e da quest' aitimi a tatti gli altri popoli europei. Certo è 
solo e a noi è caro il conchiaderlo, cbe fra le tante utili invenzioni 
dovute all'Italia, non è da noverarsi come minima quella delle cifre^ 
cbe in Italia nate e poi dimenticate, nellltalia stessa si riprodussero 
e da essa in tutto il restante mondo si diffusero. 



(i) De rt diplomatica lib. n, cap* aSy 5 ^o* 
(a) De sig. Jrah. et Pers. Attron. p. a. 

(3) Jriihm. Chron, lib. i, cap. ir. 

(4) Dm Algebra, cap. iii, part. x.— cap. ir, part. xi* 

(5) De sig, vtu cap. i5. 



vili. 



IL LIBRO DI GIOBBE. 



Faroati tra gli antichi Ebrei di quelli clie pretesero, e senza fon* 
damento, Giobbe non essere mai esistilo (1): taluni sopposero Moisè 
antore del divino libro che Libro di Giobbe si appella; e che Tabbia 
scritto dorante il sao esilio nel deserto di Madian (2). Ciò che pini- 
tosto disprezsarsi diceva Boldoc anziché confutarsi 6 mestieri (3). 

L'opinione più comune dei padri greci e latini, e del maggior nu- 
mero degl'interpreti eccetto s. Girolamo (4) si è che Giobbe rammen- 
tato da Ezecchiello (5) , il quale con Noè il connumera e con Da- 
niello , da Tobia (6) e dall'apostolo s. Giacomo (7) ricordato fosse 
vissuto in Us o com' altri dissero Ghus (8) a tempo di Moisè o al 
più a tempo di Amram ino padre (9): e che sia per lo appunto colui 
che vien detto Jobab nei Paralipomeni (10) e nella Genesi (!1), fi- 
gliuolo di Zare, che ebbe a padre Rahuel figlio di Esaù (12). 

(i) y. Mooiter prcMO i Critici sacri tam. lìii cap. i, pag. 899. 

(a) Jahn Introductio in Uh, tacr. F'ei. foed» pag. ^\^ t Mg. 

(3) Commmuaria in libmm Job toin. 1. 

(4) S. Girolamo e qualche altro crede Giobbe discendente non di Esaù ma di M achor fraielb 
di Abramo e quindi anteriore di molto a Moité. 

(5) Cap. xify i4« 
(Q Cap. a. i3. iS. 
(7) Cap. 5. II. 

(b) Sancti Iiidorì hìspalensis episcopi De vita m Mone sandorum n. a4 • pag* ^3 4* 

(9} y. Disserlation tur U t»mpi au ^uef a vects Job nel Tol. ti della Bibbia stampata in Ari* 
gnone pag. 449. 
(io) Lib. ly cap. 1, 44* 
(il) Cap. zxxTii 33, 34. 
(la) y. S. Jo. Cbrìioat. open tom. ri, p. 366. 



183 
Fa desso dopo BaUc figlio di Beor (1) re di Edom neiridamea 
orientale, ossia Arabia deserta ove morì e fa seppellito (2). E il libro 
che ei scrisse nella stessa regione e nella favella medesioia (cheebe ne 
volesse opinare in contrario il p. Giovanni Pineda(3)) in che circa 
venti secoli dopo fa dettato il Corano (4) ricevo to da ambe le chiese 
greca e latina come par lo si tenea pria da la Sinagoga (5) per 
avente autorità canonica , stimasi dagli Orientalisti qual tesoro del- 
r arabo linguaggio, che per la dignità dello stile, per la sublimità 
dei concetti , per l energia dei sentimenti , per la forza delle frasi , 
per la proprietà delle descrizioni a nissun altro poema la cede della 
veneranda antichità (6^. Che perciò niun altro dei sacri libri ha quanto 
questo dal sesto secolo io poi esercitato la sagacità dei critici, e la 
sapienza dei chiosatori. 

Si conviene da' pia che il libro in parola sia stato scritto in versi, 
eccetioati i due primi capitoli e Tultimo, dal verso settimo sino alla 
fine: ma la misura di tal poesia avvertiva fra gli altri monsignor 
A. Martini (7) non è più conosciuta 

Qaesto libro che poi fu da Mosè volto in ebreo monumento pre- 
zioso è dell antica filosofia degli orientali (8), e nel quale, secondo 
Bacone , non può farsi a meno di riconoscere i priocipii e gli ele- 
menti delle scienze fisiche è fra' divini libri nno dei più misteriosi 
insieme e dei pia stupendi e Ira' difficUi il più difficile (9) che forma 



(i) V. T. Hjde nelle note che ei fa aU'opera di Abr. Perìtaol /crncnn mundi. 

(pi) V. Adr. Baillet Le$ vits des sainU etc de t ancien Tesiament tom. i, x mai. 

(S) Commentarùim in Job, iib. xiiiy praef. cap. iv. — È un'aberrazione queUa di Micbaelis che 
dopo Roberto Lowth ( Poema Jobi Praelect. xzxn. xxzni. e uxiv ) ha creduto diinoatrare che 
qaesto poema spiri dappertutto r aurea e mutica età della lingua ebraica e appena può menarsi 
boooa la opinione di Gio. Enrico Bemstcin Analecun fùr da$ tOidium der eKtgwiitchen und 
sysumatìchen TheoL che nella p. m, pag. 49i dice sentir di voci e di modi caldei il libro di 
Giobbe. 

(4) ¥• S. Gregorii Papae primi Opetum t. ii. EzposiUo in Job. praeCit. cap. i. — S. Girolamo 
In ProUg, in Jbò.—Card. Bellarmino D0 scriptoribu* EcciesioiticiM Uber unus Opera tom. ? ii^ 
pag. 9. — De Sacy Sacra, tcritiura giusta la vulgata ec. tom. zniy libro di Giobbe nella Prefa- 
zìofitf.— Gasparis Sanctii cct. In librum Job Commcntaria e G. B.— «Rampoldi Annali mumtU 
mani tom. ii| u. 9. 

(5) S. Agostino De eivitaU Dei Iib. xyiu,, cap. xi.yu. 

(6) Calmet Dictionarium etc. Sacrae Scripiunu tom. i, pag. 5o4. 

(7) F'eechio e nuove Testamento ediz. di Prat. tom. z, pref. pag. 10. 

(8) Bergier Entydop. method, Theologiae tom. ii| pag. 344* 

(9) FeUris Uilwmnti libri hagiographia ex irandaUone Joao. Clerici jnx^al. 



184 

un lavoro a parte della Bibbia, noico nel aao genere e aenza legame 
alcuno con gli altri; nò in alcun modo congiungesi alla storia degVIsrae- 
liti. Scopo unico del medesimo, secondo l'angelico dottore (1), è il 
dimostrare per probabili ragioni^dalla divina provvidenza reggersi le umane 
cose tutte. 

Celebre è presso i dotti la descrizione del cavallo che al capo 
XXXIX (3) n si trova espressa con queste parole 

(J*-j6 -fc Ué^^Um àAX^ w^'i^y ^Jtf^^ c/*y-^' iS '^ ^^ 

* t^J f^ì é^j (j^jQ ^Ajit òj OLs^ 4^ c/>*^^ ^ 

5^0^ j^\j éuiJòjilf * Jj^\j ^\ v^%^ c/^1 JUcs^ 

•fc ^d^se^io^ ìi/iXSÌ PjMj vJUSiJt ^jty^^^ 0^^s«? C^oj 

e che i'ab. Fraucesco Rezzaoo parafrasò eoo eleganza tale, che Cesa* 
rotti (3) chiamolla felicissima imitazione nel modo tegnente: 

Forse il destriero per tua man guernìto 
1 fianchi e 1 collo di virtù robusta, 
Mostrerà col magnanimo nitrito 
Da generoso arder l'anima adusti? 
Forse ad un lieve minacciar col dito 
Fuggirà come celere locusta? 
Quando avvien che alla pugna ei si prepari 
SbufEi terror dairorgogUose nari. 

(i) D. Tbomae Aquinatit In libmm head Job <jrpMi^io»Probgui» Opcr» tom* zuif p« u 

(a) V. 19 a a5. 

(3) VertioM UlUnU deffl ìit i tk Ub. yi, in nota» 



185 

Percuote il saol colla ferrata zampa. 
Morde il (reo, scuote il cria, s'iocarva e s'alza 
Io un luogo medesmo orma dog stampa. 
Ardimento e furor l'agita e sbalza: 
Come, affronta Tostil schiera ch'accampa: 
Sprezza il Umor, armi ed armati incalza, 
E fa sonar nel violento corso 
Scudo, faretra e strai scossi sul dorso. 

Impaziente e di sudor fumante. 
Cosi precipitoso si disserra. 
Che non aspetta udir tromba sonante 
E par nel corso divorar la terra. 
Dove sente rumor di spade infrsnte. 
Colà, dice fra sé, ferve la guerra, 
E de' duci gli sembra udir le voci 
E gli ululati dei guerrier feroci. 



MoMTiLLdBo wÀ. JIL a4 



IITTIBI TIBII 



UfTOENO 



A COSE ABABIGBE. 



LETTERA I. 

AL CARDINALE ANGELO HAI 

SUI MAMUSCBITTI ARABI CHE SI CONSERTANO IN ALCUNE BIBLIOTECHE 

DELLA SICILIA. 



Sin da che lessi la prima lettera dell'oracolo degli orientalisti ale- 
manni il cbiarìssimo De Hammer sui maDoscritli orientali e partico- 
larmente arabici che nelle varie biblioteche d'Italia conservaosi (1), 
provai un segreto dispiacere che della Sicilia non si sarebbe parlato. 

Ben mi dolsi sin d'allora, io lo confesso, perchè quel valentaomo 
avendo intrapreso un viaggio per la intera Italia, arrivato sino in 
Napoli, non avesse, essendovi oosl da presso, fatto passaggio alla 
Sicilia, che terra rispettabile è anch'essa agli occhi degli orijsntalisti; 
i quali ignorar non possono essere stata quest'isola per piU di due 
secoli dominata da Saracini. Quivi e fabbriche, e lapidi, e monete, 
e monumenti arabi d'ogni genere ritrovansi, e i nomi delle città non 
solo, ma delle montagne ancora, delle terre, dei fiumi, il lungo sog- ' 
giorno attestano che in questa regione fecero i Musulmani, 

Ho procurato io quindi aggiungere a quel prezioso lavoro del De 
Hammer le notizie analoghe riguardanti talune delle biblioteche di 
Sicilia, e impaziente di renderle pubblica testimonianza di ossequio e 
di riverenza, all'Era. V. le indirizzo, cui ammira estatica la repubblica 

(i) y. Bibliouea italiana di Milano^ tOBB. 4^» P*g* a? a 36; e poi tom. 4^ pag. Ss a 41, 
tom. 46 pag* 3i a 4os tom. 47 pag. 10 a ao , tom. 49 P^g* iS a aa , tom. 5o pag. i58 a 
16^9 tom. 54 pag. a4 a a8| tom. 56 pag. aS a 33, tom. 69 pag. 1B6 a 189, e tom. 6a pag. 
3o6 a 3ii. 



190 

dei dotti qoal prodigio del secolo corrente, e che io io ispecial modo 
amo immeosameote, avvinto più che dalla eccedente scienza dall* inef- 
fabile modestia che è da stimarsi miracolo in personaggio il eccelso, 
resosi ornai tuttoché vivente superiore all'invidia. 

É dalla Biblioteca del Monastero di s. Martino De Scalis presso 
Morreale che stimo doversi in prima far parola. 

In essa non altro che sette arabici manuscritli conservansi, i primi 
cinque dei quali furoo compri dalia libreria di Martino La Farina 
bibliotecario in Ispagna dell'Escoriale, gran letterato siciliano fiorito 
nel secolo decimosettimo. 

É in essa il famoso manuscritto conosciuto sotto il titolo di 

1) Codice arabo in-4 di fogli 245 in pergamena, guasto e corrotto, 
e ricoperto in ogni facciata di una pelle di battiloro forte incollata, 
dal maltese ab. Giuseppe Velia, che farlo credere volea per un re* 
gistro della cancelleria degli Arabi in Sicilia, il quale tutte le lettere 
coDtenea che dal principio della ioTasione degli Arabi in Sicilia , 
scritto aveano di mano io mano gli Emiri prima ai Molei dell'Affrioa 
aglabiti, e poi ai califfi di Egitto fatimìti, colle risposte di costoro: 
e che altra non è sa non una collesiooe di varii autori masolmaai, 
coBleoente la nascita di Maometto, e la storia delle aaa gesta, con 
delle cose alia di lui religione spettanti. Il copista ne fu Abdallab» 
beo-Afamedben Mobamed, il quale fini di copiarlo la domenica ohe 
accadde il quarto giorno del mesa di Raaiadao Tanno dell'Egira 637 
(1239 dell'e. i.) 

2) Kilabo'l-nachli o sia Liiro detU palme in-6 di fogli 30 io par- 
gamena, opera di Abi-Kanom-ben-Mobammed-ben-Osman segestaoo. 
Copia fatta da Mohammed-ben-Acbem*beo*Said il giorno di domeaioa 
due di Ginmadi secondo, anno 394 dell'Egira (1004 éeire. f.) 

3) Un manoscritto in-4 di 67 fogli, ben esemplato in carta, e colle 
mozioni^ mutilo in sul principio e nel fine: vi si traila delle cerimeaie 
e dei riti della religione maomettana; cilaodosi varii aatori, a i delti 
loro. • 

A) Kàl Muii'ben Aabir-Allah aìkoriobì ossia Tmliaio di Moisè-ben- 
Àabir allah cordovese, intomo a metafisica, in-4 di fogli 57 in carta. 
5) Un codice di 29 fogli in-8 in carta, mutilo in principio e nel 
fine, il quale in sostanza altro non è che un ricettario. 



191 

6) Un moderno eleganiisaioio Corano ìb*8 di carte 292 legalo che 
IMte ne coDlieae le 114 surtj scritto sa carta turca, che ti pare una 
pergameDa delle pili prexiose. I fogli sono fregiali io oro come lo 
merita il pregio del carattere. Fa scritto TaoDO 1140 dell'Egira 
(1727 dell'e. ▼.) come vi si legge neirultina pagioa. 

7) Un recente manoscritto in- 12 di 98 fogli in carta, il qaale con* 
tiene otto sure del Corano^ vale a dire le aure 36, 1^ 67, 78, 100, 
113, 114 e 48, e varie preghiere parte in arabico, parte in torco. 
Vi ai legge in altirao Tanno 1187 dell'Egira (1773 delle, v.) che è 
forse qaello in cui venne scritto tal codice. 

Paasando indi alla Biblioteca del Coaiane di Palermo non vi si 
trova che 

8) Un manoscritto arabo esemplato io carta torca con caraltere 
cancelleresco in*8 di fogli 476 mutilo, che gli obblighi dichiara dei 
Musulmani, e le cerimonie ne descrive, in cinquantacinque libri o 
paragrafi: eppure vi si legge nella prima pagina scritto in lingua spa- 
gDuola: eitas son las obras del maldìio Cornelio ^gripa en que se con* 
tiene toda la arie magica!!! Neirultimo foglio poi di esso sono se* 
^ate quest'altre parole: ècrillo questo libro Fanno d'Egira 99i che 
corrisponde alTanno 4 Si 5 delT era volgare} data che io per quanto 

.alesai svolto quel codice, non v' ho rinvenata, e che se pur vi fosse* 
corrisponderebbe al 1583 dell'e. v. 

9) E OD così detto Dizionario arabo ossia raccolta di parole arabe 
disposte in serie aifalietica, con alcune delle principali mozioni sino 

. alla parola ULb Indoratore; il resto senza mozioni meno che di rado 
in qualche voce, e col sao corrispondente italiano intitolato 

m A^ • w 9 e» • 

di pag. 529 in-4 grande con molte pagine bianche in fine, legato io 
pelle nera, pervenuto nello scorso anno da Parigi. 

Comiocia dalla parob Uj\j^ OÌÌ Esser ridotto^ e finisce colla pa- 
rola uliya Giona. 



192 

Nella prima pagina vi sta scritto: Dielionarium ad usum Palris Fin- 
cenlii de Licia Missionarii Apostolici Ordinis Minorum. 

La Biblioteca regale dei padri Gesuiti è la pih abbondante di arabi 
manuscritti in Palermo. Quindici in eska se ne rinvengono, ma non 
molto pregevoli; ninno avvene in pergamena, e tutti sono di epoche 
poco rimole: taluni di questi furono scritti da musalmani, da cri- 
stiani tal altri. Son dessi: 

10) Un importante brano di alcuni antichi comenti sopra gli evan- 
geli, in-4 composto di 64 carie, mutilo bensì in sul principio e nel 
fine; è scritto con caratteri e su carU non sempre uniforme. 

11) I discorsi spirituali sopra i novissimi del gesuita p. Sebastiano 
Izquierdo tradotti in arabico, manuscritlo in-12 di 147 carte, che 
fu donato dal p. Pietro Maria Kobiè. 

12) Una raccolta in-8 di carte 85 ove molti aneddoti si riferiscono, 
e varie maraviglie del mondo si descrivono. 

13) Un codice io-8 di carte 17 in bellissima carta turca, che le 
principali massime contiene, estratte dalle pib importanti sure del 
Corano. 

14) Una traduzione in arabico degli esercizii di s. Ignazio per lo 
ri tiramento del mese fatta dal gesuita p. Ignazio Clison che fu mis- 
sionario nella Soria, ìn-8 di carte 149, dono anch'esso del p. Kobiè. , 

1 5) La traduzione in arabico della parte terza dell' Exercicio de 
perfeccion y viriudes religiosas ec. del gesuita p. Alfonso Rodriquez, 
in-4 di carte 141, che fu dono del p. Kobiè. 

16) Una doltrina cristiana in- 12 di carte 2S con varie divote ora* 
zìoni per le scuole di Damasco, e di Tripoli di Soria. 

17) Un codice in caratteri arabo-africani molto interessante in-8 
di carte 98, che contiene la grammatica Giarumia o Agrumia tanto 
conosciuta e pregiata dagli orientalisti, e cosi detta dal cognome del 
suo autore T imam Abu Abdallah Mohammed' ben David S«nhagi ce- 
lebre sotto il nome di Ben Gemmi. 

18) Un piccolo manoscritto in*12 di 11 carte, anch'esso esemplato 
in carattere arabo-africano, che varii precetti racchiude risguardanti 
il modo come dai Musulmani adorar si debba il sommo Iddio. 

19) Un manoscritto in 8 di carte 129 in carta turca, cbe varie 
orazioni comprende solite dirsi dai Maomettani, eia maniera insegna 
e 1 tempo indica di recitarle. 



193 

20) Ud altro codice pare di preghiere io-I 6 di 149 carte, ove 
molte intere sure leggoosi del Corano. 

21) Una breve raccolta di laudi io-8 di carte Ì4 per lo creduto 
dagli Arabi Legato di Dio. 

22) Molte vite e miracoli di Tarii santi e della Beata Vergine ca- 
vati dal latino e tradotti in arabico dal missionario gesuita p. Pietro 
Fromag, in 8 di 281 carte. 

23) Un piccolo codice io 12 di 7 carte, di preghiere musulmane. 

24) Il Forkan ossia una porzione del Corano in-8 di carte 49. 
Si sa dagli orientalisti che il Corano talvolta vien chiamalo Forkan^ 

e che in taluni codici è pure Forkan il nome che dessi alla sura xxv; 
ma beo essi conoscono che una tal voce si usa taUolia dagli Arabi 
nel modo stesso, che gli Ebrei adoprano la parola Perek per dinotare 
ooa sezione, o porzione della Bibbia. 

Questi e non altri sono i manoscritti arabi che nelle pubbliche bi- 
blioteche di Palermo rilrovansi. 

Nella Biblioteca Ventimilliana di Catania poi due soli arabici codici 
si conservano. Son questi: 

25) Un codice in- 12 di carte 98 scritto in caratteri cufici occi- 
dentali, che contiene 73 $ure del Corano, cominciando dalla sura Jas 
che è la trigesima e terminando colla sura Hotnines che ne e la set- 
lanlesimaterza, mutilo nel fine. Il copista ne fu Alvachif che lo compì 
il giorno 12 del mese di Giumadi secondo, Tanno 519 dell'Egira 
(1125 di G. C.) 

26) Altro codice in-4 di carte 147 mutilo in principio e nel fine 
scrìtto in caratteri neskhi^ che contiene una porzione del celebse ro- 
manzo intitolato Mille ed una notte. Comincia dopo poche linee della 
notte precedente, dalla notte 544 e termina con parte della notte 609. 
Il copista ne fu Ali ben Ibrahim... che lo compì nel giorno ... del 
mese di Rageb dell'anno 999 dell' Egira (1590 di G. C.) 

Utilissimo sarebbe un confronto di questo codice con quello pos- 
seduto una volta dal conte Andrea Italinski ora passato nella biblio- 
teca orientale di Pietroburgo, e con l'altro del conte Rzewuski. Ma 
non è sperabile veder introdotto in Italia il costume della bella e 
liberale comunicazione delle biblioteche di Germania; che anzi in al- 
cuni luoghi lungi dal darsi dei libri fuor di paese o di biblioteca 

MOMTllLJMO voi. III. 3^ 



104 

Dan rade volte si occoltaDO i tesori leKerarii agli occhi degli sta- 

diosi. 

Se io avessi rioveoota fra ooi almeno l'edizione del Cotta, ove 
trovansi volte io tedesco dal De Hammer le novelle non tradotte da 
Gallaod mi sarei contentato vedere se vi si trovasse nulla d'inedito. 

É nella fiiblioleca Loccheaiana dì Gergeati obe Irovaosi arabi ma- 
nascrilli e abbondanti e pregevoli. Son essi tatti scritti in arabo* 
africano carattere, e i principali fra essi son questi: 

27) Un codice in carta bambieina contenente il quinto volume dello 
opere d'Abn Omar Jnsof ben Abdallah ben Mehammed ehn Abd abbar 
Aluani senza alcuna indicazione di anno. 

Questa illustre scrittore è quel deaao già rinomalo pel comeotario 
iìdle quaranta tradizioni scelu , e cbe si dice marto' nell'anno 7/i9 
deirEgìra (1348 dì G C.)0). 

28) Un manoscritto in fol. del Cyrano colia mozioni io rosso, tutto 
roso, infarcito dairomido, mancante di molte psgine. Nel dietro del- 
rnltima pagina bianca del quale vi è di carattere dell' impostore Velia 
scritto il seguente titolo bugiardo: Libro di secreti con U virtù delli er6i. 

29) Il primo volume della giurìsprudeaza delle leggi sacre dalle 
tradizioni di Maometto, estratto da' libri dei più celebri dottori da 
Abu Mqbammed Abd alak ben Abd Arrabmann. 

30) Un codice cartaceo ia foglio, ìm cui contengonsi diek trattati 
riguardanti la giurisprudenza omomettaoa, e particolarmente la materia 
dei contratti, scritto nell'anno 896 di G. G. ma non segnato da nome 
di autore. 

31) Altro codice bombicino io*£oK, cbe tratta di orazioni, di 
pregbiere, di riti auianlmani; del q«ale fu autore Abu Omar Jusuf 
Abd allah ben llobamased. In cui di alieno e pia rnoente caraUere 
ovvi scritto Tanno 915 dell'e. v. 

32) Altro Cadice bombicino in*fel. mancante di moki fogli, com- 
piuto il 28 di Giumadi alaval 724 deU'egira (1323 di G. C), che è 
il quarto tomo del trattato intitolato Sciafà as$arùr ^Jj^^ U& 
ossia la medicina dei celibi o di coloro che non visitano la Mecca 
(sura III. 97), disposta in ordine dal dottore Ah beker Mohammed 
ben Alhassan. 

(I) T. lyHerb^ot BibliotkiqiM oiùntaie. 



195 

33) Altro Tolane del medeflimo seritto il 21 del mese di Sciaval 
aoDo 701 (1301 di G. G.) 

34) Uq ipolaine ÌDrtoì^ miiulo io fiae, e quindi seasa data, ccmte- 
Delta HA iraitaia noi versale ioli telato Afuio per esercitarsi nella gmsta 
via da intraprendere: di coi fa autore A4»a Abd allah Meldi beo Anes; 
il qoale non tratta ia somma che di rilt maanlmaai. 

35) Altro ¥etome in-fol. io oarta^ di cose riguardanti la maomet* 
tana giurisprudenza. Ne fu autore Abu 1 AbbasAÌMOed ben Mohaui* 
med ben Mogbitb Aitai tlalj, seritto nel mese di Seiaval anao 838 
(1434 di G. C.) 

36) Un manoscritto di carta in-fol. di nitido carattere, che tratta 
di riti maomettani, di Cbalil ben Isaak commentato da Albtba ben 
Alagiab; e dicesi compiuto nella 3 feria, 20 del mese di Sefer anno 
900, e questa data è scritta io lettere aritmetiche di forma più grande. 

37) Altro Tolume in-foL dello stesso autore,, che tratta di cose 
alla giurisprudenza maomettana appartenenti; e che olile sarebbe Tos- 
servare se sia lo stesso, o se differìsea da quanto conservasi nella 
Vaticana biblioteca (1). 

38) Un codice in-fol. di carta, che tratta delle leggi di Maometto 
sì alla religione pertinenti che alla polizia. Ne fu autore Abu abd 
allah Mobammed ben Ali ben Alfachar Algiadbaaij, che compillo nella 
5 feria 2 giorno del mese di Scentber anno 918 (di G. C. 1512). 
Codice dal celebre nostro Gregorio (2) ricordato. 

39) Un codice bombicino in-fol. , che è un trattato di musulmana 
giurisprudenza compiuto nella 1 feria, 21 del mese di Rabl Alaker 
anno 608 (1211 di G. C.) da Ahi abd allah Mobammed ben Ferag, 
ben Altalan. 

40) Un codice bombicino in-4 senz'anno, che è un libro dei co- 
stami e della vita di Maometto scritto da Abl.Mohammed abd Almalec 
ben Hascian che lo estrasse da Ziad ben Abd allah Al Bekaj e da 
Mobammed ben Isaak Almottalj. 

41) Un codice cartaceo di 108 fogli io-4, conlenente un trattato 
di erudizione generale, utile assai e importante, che a me pare fosse 

(i) ▼. A. Mai, Scriptorum v€Urum nova coUécUo e vaiicanit codUibus edka, tom. 4> cod. 
ccuuy pag. 424* 
(a) De Suppuuindit etc, pag. 9. 



196 

senza dubbio di Àba Said al A»me di cui fa parola Abalfeda (1). 

42) Uq trattalo in-foK di 262 carte degli argomenti che occorrono 
nella spiegazione di quelle cose che quando yì dà Toccasione riescono 
ambigue. Ne fu tintore Mobamed beo Almed ben Rascid, cbc compillo 
nella feria 5 del mese di Ramadan. 

43) Un manoscritto del quale fa parola il Gregorio (2) intorno ai 
benefici e pih illustri personaggi, composto da Àbn Albnssao Ali bea 
Mobamed Altisalri Almatoaj compiuto nella 2 feria *4 del mese di 
aprile giusta il computo dei barbari xix Bageb 901 (1495 di G. C. 
21 settembre). É in carta in-4, e altro non è che un'opera ascetica 
la quale tratta dei. Patriarchi, di Mosè, di Cristo, di Maometto. 
L'anno i\ è scritto in cifre. 

44) Il Tolume secondo cartaceo in-fol. elegantemente copiato di un 
trattato di Tarie cose, che riducoosi in compendio, citandosi i detti 
altrui^ e le tradizioni sacre secondo i principii dei Diwan; raccolte 
dal dottore Abnbecr Mobamed ben Abdaliah ben Jonas Assagali. Com- 
piuto nella 6 feria 8 di Giumadi alaval anno 833 (1478 di G. C. 
4 aprile). 

45) Trattato scelto ed assoluto dei giudizii e della ragion civile 
composto da Ahi abd allah Mobamed ben Ahi Zamanin , compiuto 
nella 7 feria 26 novembre, che è dopo il 10 Giumadi alawal 908 
(1502 di G. C. 7 luglio). 

46) Un codice bombicino in foglio senza indicazione di anno e 
senza nome di autore, che ha per titolo: 

In questo libro: del mairimonio^ del ripudio^ della guerra^ della teli- 
gionej e dei voti. 

47) Un Tolume nel quale tutti i trattati si trovano dei Terbi tri- 
Uteri e qoadrìliteri e delle vocali e loro variazioni. Composto da 
Abu becr Mubammed ben Omar ben Alazin ben Alquatit. Compiuto 
nel mese di Rabl alawal anno 534 (1139 28 agosto)^ 

(I) Ann. Mod. edit Rdake pag. 186. 
(9) Loc. cit. pag. 9. 



197 
É questo an codice bombicioo ia-4 di 188 fogli io bel carattere 
afincano, io fine del qoale leggesi la segneote lettera di stile giocoso 
cbe stimo a proposito di pubblicare per esercizio degli studiosi. 

OujjÈ Q>i (5>-^3^S j^ jiì o>x.^s9 jri^i\ O'-^j^^ &X)^ w 
U^ CK J*^ CW «>^ >4 {^^ (S^^ (J^^ •>-^ CW A-IJ^ 

^^.J^-^' c^^^Àa. (^ o^^v*^ dJLÌÌ (;;^«»A.Ì d;iAÌU»ì jUfitj sjUi 

{Ja^tf \^j*oJ\ (jL^9 (.^.AiftJuo JUwo vJ'>'>ì&àJ| (^ c5'^^^ 

j^«»j^f ^[;ilÀ. dJ)JU.M^ aÌ^ dJ^ ^ULo .>t;w«J[^ siLJ 
A^^ ^ (^ -^^ Ul^=3 it J° Ch* A*l^%* ^^ U^^ 

(;>* tópCiI U* c>JbÈU jJUJt «Jy I^ Ji^ A>> Jout 



«98 

àltci arftbi manafleiUd poco o nalla iateressanti ia qaesU blUiotect 
81 coBMrTOiio sconpaggiiift&i ia parte^ a ia parte roTiaaii dall' aoiiéo 
e dalla cattifa coasarvaaioae. 

Ettì in fiae aa informe ammasso di diversi qniatemi apparteaenti 
a' varii maanscritti, e tatti rosi dalla Ugaaola, infarrìti dall'amido 
e posti ia aa fiaeìo, e eoa taata barbarie che tì soao franmiessi i 
fogli tolti dai diTcrsi manoscritti come aa giaoco di carte bea me- 
scolate. 



LETTERA IL 

A RAFFAELE POLITI 

S€LI.A «AI11IATIG4 IIAI.TBBE DEL GAlf . FORTUNATO FAHEAVSGGKU. 



Post vurios casus^ post tot discrimina rerum veggomi onorato d'un 
vostro gentil foglio, e d'un grazioso voslro comando con che mi 
chiedete un saggio critico della Grammatica della lìngua maltese spie- 
gata secondo i prìncipi! delle lingue orientali e della lingua italiana 
dal can. Fortunato Paozavecchia, e pubblicata or ora in Malta dalla 
tipografia di M. Weiss 1845. Io cososco e stimo T Autore e sento 
amicizia per lui già in fama a cagione della sua Storia di Malia; sono 
stato sempre e in tutte le vicende Tostro ammiratore ed amico, par 
tuttavia non mi farò velo al giudizio e vi dirò schiettamente il parer 
mio, che tuttoché favorevole non sarà riputato sospetto, attesa la 
conosciuta ostinata nimistà abituale ch'io porto ad ogni piaceateria. 

A prima giunta vi dico che ho divorato V opera , la quale non è 
poi brevissima componendosi di due parti, delle quali 253 pagine 
forman la prima e 64 la seconda, oltre della dedica al govemaiore 
dell* Isola sir Patrick Stuart, della prefazione e dell'indice; e f o le 
mie congratulazioni all'autore che ha dato un gran passo nello studio 
della filologia, illustrando una lingua bizzarra la quale è bifronte, 
poiché da un lato mirata è orientale, occidentale da un altro, oche 
non so dissentire dal riguardarla come d^anello fra l'oriente e l'occi- 
dente, quantunque non mi par dimostrato né dimostrabile che possa 
chiamarsi la lingua di transizione o di passaggio. 

In quattro libri suddividasi questa grammatica che per buona ven- 
tura non pute affatto di quella pedanteria, la quale per lo più immi- 
serisce e degrada gli studii filologici, ma che ribocca invece di sennata 



200 

erudizione e di spirito Terameote filosofico. Trattasi nel primo dell'eti- 
mologia e ragione della lìngoa maltese e del sao alfabeto; delle parli 
del discorso, del pronome, diffusamente del verbo che è il punto più 
importante più necessario e piU difficile nelle lingue tutte, del par* 
ticipio e delle voci indeclinabili. Il libro secondo è consacrato alla 
sintassi, alla ortoepia o buona pronuniia: il terzo e il quarto all'or- 
tografia. 

È nel terzo libro che una divergenza d'opinioni s'annunzia dell'au- 
tore col fu Michelangelo Vassalli perchè riconosce costui a tipo e 
modello della buona pronunzia maltese un dialetto di campagna, nel 
mentre il Panzaveccbia vuole invece che lo sia quello delle città che 
attorniano il porto. Io nou posso entrar terzo fra cotanto senno ìd 
provincia non mia, e sprovvisto delle arme necessarie per sostenerne 
la disputaziqne; ma solo per mostrare d' intendere la quistione e pi- 
gliarne partito, credo che quantunque non sien deboli gli argomenti 
che in sua difesa mette in campo lo scrittore della grammatica, non- 
dimeno egli stesso ove volesse star fermo al principio da lui stabilito, 
e alla origine segnata alla lingua soa, dovrebbe approssimarsi ai pen- 
samenti del Vassalli. Tutti convengono, là nelle regioni ov'esso è in- 
digeno, rinvenirsi pia puro l'arabico donde il maltese deriva, nelle 
campagne anzi nei monti, e meglio nelle alture di questi. E si vorrà 
in sua purezza ritrovare il maltese presso ad un porto riboccante di 
stranii, ove un commercio estremamente felice rinnova in quel punto 
il miracolo della torre di Babel? 

Contentatevi di questo poco che io per ubbirvi ho potuto rapida- 
mente cennarvi. 11 can. Panza vecchia non ha mestieri dei miei elogi, 
ed io mi compiaccio nel vederlo siffattamente progredire nei lavori e 
nell'affetto alla terra natale, affetto che non alligna se non in cuore 
ai generosi, i quali trascurare non debbono la propria lingua; poiché 
ben a proposito avverte il Napione dall'A. ricordato, che l'avere una 
lingua propria, il coltivarla, l'amarla) l'apprezzarla non è l'ultimo mo- 
tivo che gli stringa e gli affezioni alla contrada in cui vivono. 

Vivete alle lettere, e amate gli amici , fra' quali non è ultimo il 
vostro 

V. M. 



LETTERA III. 

A FRANCO HACGA6NONB 



raiVaPB DI GEAHÀTELLl 



Sm UNA HBDAdtIA ABABA IIVBDITA DI KOIfflTAlISSBB BILtAH. 




Dirìgo a tot, Prìncipe ornatlssimo, rillostratione di iin'arebA mo- 
neta d'oro, di che voleste cortesemente farmi dono nel marzo 1832. 

Essa è dì Mostaasser billah dell'almo 437 dell'egira (1045 di G.C.) 
e conliene la seguente leggenda: 

D. ÉoUiit rimam^i) 

àJJif %^aJiJi^éM Almosianssef billah 

(J^^si^j^ j^ Principe dei Credenti 

In giro 

(a) </•[> 

Nel nome di Dio fa battuto questo denaro in Manmriah F anno 
settimo e trentesimo e ftiaUrocenlesimo 

(1) Il eaèifo • iU t m o étt ort di BiMMetto fti tmpr* «oinUkrsto dai MmulOMBi wat il 
fopremo Imam, o come gì direbbe il loro gran pontefice. 

(a) Così fuori dubbio in?ece di &ìl^»^(/*[f 

MoMTIlLJMOf voL JU. 3^ 



202 

R. éJJ) V\ éJ\ "i Non v'è altro Dio che Dio 

dJLÌI Kjj^^ OwKSSwo Maometto è il Legato di Dio 

éJJ\ ^j cfe- ^1/ lamico di Dio (1) 

lo giro 

(•2) U^^^ J£- 

Maometto è il legato di Dio il quale lo spedi colla direzione e 
religione vera, acciò la innalzasse sopra tolte le altre religioni. 

Tre Mansuriah conosciamo dalla storia : una fa città di Egitto 
- edificata da Matek el Carnei ajubila (3), an'allra di Barbaria fabbricata 
da Mansur fatemida (4) , e una terza nel regno di Fez fondata da 
^bu Jacub el Mansur principe della dinastia degli Alroobadi (5). Or 
questo califfo Mostansser billahy il cui vero nome si era Aba Thamin 
Ma 'bad fu figlio di Abu '/ Hassan Aly Dhaher Laezazdini 'Uah , e 
fu Tottavo califfo della schiatta dei Fatemidi. Costai non aveva che 
otto anni (6) quando per la morte del padre accaduta V anno 427 
dell'egira (1036 dell' e. v.) (7) salì sul trono degli antenati suoi, e 
vi stette per cinquantotto anni , finché mori V anno 487 dell' egira 
(1094 deire.v0(8). Egli, alla sovranità dell'Egitto, e della Sicilia, 

(i) Da qaetto ciUffo MotUnner io poi| i Fatemidi agi^uiuero 1' alUma parte di qoeiU epi* 
graie odia leggenda delle loro monete. 

(a) Manca lo apaiio per la parola AA . i » che doTrebbeii aggìangere. 

(3) Abalfeda Annoi, tom. if, pag. 377. 

(4) Cardonoe Gtichichu von Africa unti SffanUn uòtn ▼• Murr, fi l/k. «. ^1 preno Ca- 
stiglioni Monsu cufiche ddt L S. Museo di Milano^ pag. aSi, n. 7. 

(5) Leone Africano DtserishnM Mt Africa nella Raccolta del Ramano tom. i, ed. del iSSo 
f. 3o V. 

(6) Gio. Batt. Rampoldi Annali Mundmani^ toI* vi, anni io36 e 1094. 

(7) Maur$à altatafit Jemaleddini filii Togri-bardii aia Rerum Aegfpiiacarum annaUt^ eàiu 
Carlyle pag. 1 1 . 

(8) Maarcd aUatafct toc. cO. pag. la. 



203 
che ereditato ai^ya da' proprii maggiori, qaella aggiunse della Siria 
e della Barbarla (1) neiraono 429 dell'egira (1038 dell'e.?.) 

CoDosceansi di questo califlfo monete ballnte in Missr^ in Snir^ in 
Thrabolosy ed in Stikilia; ma per quanto è a mia notizia non se ne 
conoscea sino ad ora alcuna che fosse stata coniata in Mamuriah (2). 



(i) Quatremére Mémoirt» géogmphiqu^i tur tEgyfUf toni, il, pag. 3o5. 
(a) MocUer Dt numù oHuUaUbu» in numophflacio Goihano atMrvatù Commentatio prima. 
GoChae i8i6, pag. 139. 



LETTER4 IV. 

AL PROF. FRANCESCO CASTAGNA 

CUCA UN 8U60BLL0 AEABO. 




Egli è ben certo che i suggelli arabi, abbenchè non fossero del pari 
importanti che le monete, par tuttavia interessanti riescono non 'poco, 
e per la non mai abbastanza conosciuta arabica paleografia , e per 
farci Tieppib istruiti ne' costumi de' Musulmani. 

Di tre sorti sono per lo più i suggelli co' quali gli Arabi erau o 
usi a segnare le loro lettere, e che conformar solevano ad anelli. Con* 
tengono alcuni solo uno, o più passi estratti dal Corano ; taluni il 
solo nome del possessore; altri poi e '1 nome e qualche formola co- 
ranica. Alla prima di queste tre classi parmi poter riferire quello che 
qui vi presento. Fu desso ritrovato nel cader dell'anno 1824 fra i 
contorni di Terranova in Sicilia, e nell'aprile del 1826 mi fu pre- 
sentato, ed io ebbi l'agio d'interpretarlo e di farlo esattamente di- 
segnare. 

Esso è di diaspro di difficilissima scrittura, e io vi leggo le se- 
guenti parole: 

che significano: 

Ciò che vuol Dio , non evvi potenza se non in Dio , io domando 
perdono a Dio. 



LETTERA V. 

AL PROF. IPPOLITO ROSELLIRI 

su LA I8GEIZI0NB CUFICA DI UNA CASSBTTIlfA DBLL'i. B. GàPPBLLA PALATINA 

DI PALBBHO. 



Il ritrovarsi più persone ad ano stesso stadio rivolte in una città 
medesima, ne accende la gara, ne propaga la conoscenza^ ed on certo 
scambievole piacere fa nascere, dal potersi a vicenda ricambiar di 
lomi, rimonerar di elogii, rischiarare, correggere, confortare. Ma bi- 
sogna con pari franchezza convenire che ove nu solo a qualche ramo di 
sapere . consacrasi , stenta non poco onde acquistare opinione sicura; 
e le sue vigilie, i suoi travagli spesso non servono che ad attirargli 
addosso i colpi degl' invidi , e talvolta ben anche i velenosi sorrisi 
dei maligni. Non altrimenti è a me avvenuto. 

Fai ammaestrato con singoiar cura per pih anni nel!' arabico dal 
prof. Salvatore Morso, nomo che meritò elogii e conforti non che dal 
Gregorio e dall' Hagher, dall'Adami e dal Dakor arabisti valorosi, ma 
nientemeno dai pih classici linguisti dei tempi nostri, cioè dal Ne- 
store della letteratura orientale il barone De Sacy, dall'oracolo degli 
orientalisti alemanni il barone De Hammer, dal chiarissimo Fraeho, 
dall' illustre lord North, dal famoso Hamilton. Rimasto dopo la morte 
di lui in balìa di me stesso , che altri per certo non oravi cui po- 
termi rivolgere , se eccettui taluni satrapi occulti , i quali credono 
menar vanto di orientalisti non battendone a viso scoperto la carriera, 
ma zufolando all'orecchio di questo o di quell'altro di soppiatto qual- 
che arabica voce, ho per più anni proseguito l'intrapreso studio con 
ardore e con impegno, non risparmiando spesa, né curando fatica; di 



206 

guisachè ho potato in questo tempo sostenere (per quanto mie forze 

hao permesso) l'onor della cattedra di arabico , che in questa regia 

Università vennemi interinamente affidata, senza che io cerca TaTessi, 

e che fui sollecito di fornire dei Rudimenti della lingua , lavorati e 

con ordine disposti sulle migliori grammatiche arabe antiche e me- 

derne. 

In questo mentre, volgendo Io sguardo alla dotta Europa, con am- 
mirazione osservava come ben coltivato rilrovavasi lo studio delle 
lingue orientali, e qual tempra di uomini (fra' quali Ella per certo 
occupa un posto distintissimo) vi sì sien dedicati, e che opere aves- 
ser prodotte ; onde avendo a cuore più che mai l' onore di questo 
snolo, ho procurato di far conoscere agli stranieri, che anche fra noi 
coltivasi l'arabica lingua, e la si professa da chi , non potendo per 
nulla vantare né il genio , né la profondità dei professori della pe- 
nisola e d'oltremonti, é per lo meno animato da quel nobile amor di 
patria ed ardor di sapere, che fa talvolta sormontare ostacoli poten- 
tissimi e pressoché insuperabili. 

Con siffatto divisamento onde perfezionarmi nell'arabico intrapresi 
lo studio dell'ebreo, che per altro di riunirsi si era chiesto alla cat- 
tedra di arabico, onde addimandarsi questa. Cattedra delle lingue orien- 
tali:. e per poter riuscire di pratica utilità l'arabico stesso curai di 
studiarne la paleografia e '1 cufico; dando di quando in quando dei 
saggi di studii siffatti, or pubblicando inedite medaglie, or dicife- 
rando sconosciute iscrizioni, or traducendo polverosi manuscritti; 
cose tutte le quali venute in conoscenza dei dotti orientalisti, e avendo 
incontrato per buona ventura non ingrata accoglienza appo di loro, 
mi bau costre(to a far degli sforzi maggiori, onde meritar di meglio, 
e sostenere l'onor nazionale, per questa parte a me solo commesso. 

Intanto presso dì noi, ho bisognato combattere più volte e l'igno- 
ranza e la malignità; giacché quivi taluni risguardano la lingua araba 
quasi come impossibile a potersi apprendere in Sicilia: tal' altri poi 
cadendo nell'opposto pensare ti stringon forte perché in vista tu di- 
ciferi loro le più difficili iscrizioni cufiche, o i pia intrigati arabici 
diplomi. Né vogliono affatto persuadersi del perché difficile riesca la 
traduzione dal cufico, e donde avvenga che molti anche dottissimi nel 
diciferarlo traveggano. 



207 
lavano mi son io sforzalo a far comprendere (ciò che gli arabisti 
ben sanno) cioè che le lettere deiralfabeto arabico per la piii parte 
fra sé distingoonsi per via dei punti diacrìlici^ i quali non sono come 
lalan si avvisa, segni vocali come neirebreo, ma parti integranti le 
lettere stesse; avendo gli Arabi altri sogni per indicar le vocali: di- 
modoché due, tre e ben anche quattro lettere fra loro non discer- 
nonsi che per i punti di cui sono foroile; Invano ho gridato che nei 
caratteri cufici mancando assolutamente i punti ne segue che le lettere 
non restano determinate da sé sole quasi mai , ma che abbisognano 
di altri dati, e di altre conoscenze onde venir determinate, e più 
d'ogni altro dal senso della frase intera; e che tale inconveniente non 
lieve per certo in una lettera, cresce in una parola composta di più 
lettere, e si rende talvolta scoraggiante in una iscrizione composta 
di pia parole formate da lettere siffatte; e tali da far travedere i mi- 
^iori arabisti del mondo: come è avvenuto le mille volte , e si sa 
da chiunque è iniziato negli studii delle cose orientali. Di manierachè 
oltre alla conoscenza della lingua, che non bisogna esser superficiale, 
è necessario nn profondo studio dell'arabica paleografia. Invano, ri* 
peto, mi son ingegnato di persuadere, e convincere ì più saputi; che 
ciò non ostante molti amerebbero più presto la facilità del Velia, che 
il temporeggiare sennato di un diligente arabista. 

Ne posso di questo addurre ana prova, che è appnnto ciò che fa 
l'oggetto di questa mia lettera. 

Evvi neir archivio di questa regal cappella palatina ana magnifica 
cassetta di legno, guasta non solo ma rovinata dal tempo seaza che 
si pensasse a decorosamente ristorarla, per come merita la sua pre- 
ziosità. Essa è con lettere arabiche e figure di accelli, a musaico, 
intarsiata di avorio, guarnita di rame, di forma ellittica, con coper- 
chio convesso, che ha il giro di 4 palmi, 6 pollici, e due linee, e 
l'altezza di 1 palmo e 9 pollici, della quale ninno dei custodi del- 
l'archivio ha saputo darmi ragguaglio; ignorando essi perfettamente 
e come ivi fosse capitata, e a qual oso fosse serrita, e che ne avesser 
pensato, detto, o scritto i dotti che l'hanno osservata. Nel centro 
del coperchio v' ha una linea di caratteri cufici, indi in un primo ed 
in un secondo giro ellittico un' arabica iscrizione. Finalmente nella 
cassettina un primo giro di caratteri in alto, e un ultimo giro in 



20S 

basso che guasto dal ieoipo veone dod si sa qoando barbarameole 
ristorato, invitato ia ottobre 1832 da Monsigoor cantore Pietro India 
a farne la traduzione mi vi condussi, e pria di tutto men lucidai le 
lettere da per me stesso; indi posta mano all' opera ben ni aYTÌdi 
dell'immensa difficollk che oltre a quella dei caratteri, e alla loro 
disposizione in giro senza indicazione del principio di ogni rigo, ve- 
Divano accresciute dalla natura dell' iscrizione medesima, per dilucidar 
la 'quale nissuno ajuto trovava, perchè con nessun altro monumento 
simile poteva coufrontarla. Addoppiai quindi mie forze e con ogsi 
impegno ne proseguii l'arduo lavoro; quantunque annojato e distur- 
bato piii volte dall' ignoranza, dall'indiscretezza, e dalla malignità di 
taluni, che ad ogni costo ne avrebbero voluto a prima vista sapere 
il contenuto. E mentre facean le Biaraviglie perchè nn si bel monu- 
mento che era stato osseryato da molti arabisti, fra' quali si nomi- 
nava il Gregorio, il Morso, il Vassallo, e che si dicea rimesso in 
copia anche all'Adler ed al Tycbsen non era stato tradotto da altri 
che dall'impostore Velia, il quale die ad intendere di leggervisi l'inno 
famoso di s. Tommaso (ciò che taluni si bevettero), poi pretendeanlo ad 
ogni costo dilucidato tu due piedi in qu«lunque modo si fosse stato. 
Sbozzato il lavoro, e quasi sicuro del aenso della iscrizione volli 
tentar di conoscere ciò che ne avrebbero pensato gli arabisti cui avrei 
potuto trovar mezzo di dirigermi. 

Scrissi infatti direttamente al principe degli arabisti viventi, e seppi 
da costui, ciò che por boa ignorava, esser cioè Viserizione difficilis^ 
sima e apparienert ad ima easseltina che chiudeva baUand , e della 
quale non potendosene egli per l'immensità dei sooi affari occupare, 
desiderava conoscete che mai io ne aressi dichiarato. Mi rivolsi quindi 
all'ottimo letterato sig. cav. Giuseppe Ferro dn Trapani, cui ho avuto 
il piacere di dicifcrare non poche arabiche iscrizioni che si è accinto 
di pubblicare in una tal sua opera, perchè avesse inviato in Roma il 
lucido della iserizionif, che noo volli accompagnar di niuaa notizia, 
né anche risgoardante il luogo d'onde era tratta. Ivi no bravo pro- 
fessore non fece che ridurre alquante parole in caratteri mesihi, di- 
cbiarandoDe talune in toscano, e dicendo noo potersi ben diciferare 
la iscrizione, né saperla a che riferire, predicandola eome mal dise* 
guata (che ben si accorse di non ater dato nel segno). 



209 
Arrivato a lai poDto forte mi nacque il desìo di investigare se mai 
per forluna avessi potuto rinvenire le tradusioni di coloro che a ciò 
eransi accinti, ma non fu possibile per quanto attivo fosse stato il 
mio frugare in tutti quei luoghi , che me ne poteano destare spe- 
ranza , e soprattutto nell'archivio della regal cappella, il quale ab- 
benché da gran tempo riconosciuto pregevole, pur è stalo sempre tras- 
curato, non ben custodito, né esatlamente ordinato per Io avanti. Onde 
mi posi a percorrere i manoscritti della biblioteca del comune di Paler- 
mo, e fosse caso o* esaltezza di ricerche m'imbattei io un manoscritto 
ove rinvenni un discorso del fu laborioso can. Angelini Su ciò che* 
vi ha di più bello e particolare nella real cappella palatina di Paler- 
mo recitato nella libreria pubblica del Senato nel <ìongresso dei 17 
gennaro 1800 , e che fra i ms. di essa libreria conservasi , ov.e si 
accenna questa cassettina, la quale si dice tradotta, nt^hheue diversa- 
mente dal famoso Tychsen e dal chiarissimo monsignor Adami, i quali 
in null'altro si accordavano che in riconoscerla per cassettina di bal- 
sami come ben io l'aveva riconosciuta. Accrebbe ciò mie premure 
còde rinvenire tali traduzioni, ma ogni ricerca è tornata vana , che 
degli scritti e del carteggio deiristancabile Angelini non si ha notizia 
nella cappella palatina, per la quale egli sparse tanti onorati sudori; 
né altro vi ha di lui che un pugno di polverose inutili scritture se- 
polte in un angolo di questa comunal biblioteca, della quale può ri- 
guardarsi fondatore. Perdutane quindi ogni speranza mi son determi- 
minato a mandarne fuori la mia qualunque siasi traduzione, compiuta 
non già, oè perfetta totalmente, a mio credere, parte per la difficolta 
della scrittura, parte per lo guasto dei caratteri e della barbarie dei 
ristori, parte ancora per la necessità di doverla più a lungo studiare, 
dovendo tutto far da me stesso, non trovando a chi rivolgermi; ac 
cannando in prima alcun che su ciò che parmi dell'epoca di questo 
monumento del quale da niun altro so essersi fatto pubblico 'cenno 
menochò da Pietro Napoli Signorelli (1). 

Or io son d'avviso non poter questo appartenere che all'epoca nor- 
manna, sì perchè esso è fatto a musaico per appunto simile ai mu- 
saici del tempo , si perchè tutto sparso di aquile di che son quasi 

(•) EltnunU di crkica tUplomatìca con istoria preliminare, Parma i8o5| art. tu | pag. 98. 

MOMTILLAMO^ VOL JU, ^7 



210 

sempre adornati i normaDni Dostri monamenti, sì dal non trovanrisi 
indizio alcuno di coraniche formole che sono costantemente in uso 
nelle musulmane iscrizioni, sì finalmente dalla forma dei caratteri stessi 
che agli arabo -normanni anziché ai saraceni troyasi conforme. 

Ciò posto eccole la iscrizione ridotta in caratteri neskhi e in joh 
gar nostro tradotta, e che io mi affretto a pubblicare per non essere 
più oppresso da continue dimando e da importune sollecitazioni. 

CsifTMO. 

Versione italiana 

tu che adorni di erbe e di fiori i loQghi ove si giace ; reca 
doni votivi sopra il mio chiostro* 

P GiMO NBL COFEMCBIÙ. 
s^t j Sp^« (^ ^"^ i^^W ij$-^^^ i— >^^^3^ (^^ 

Feniane italiana 

La bellezza contenuU internamente è opera di Ben-Moraja; la 
scrittura di chi impiegò il calamo con felicità nella mia fattura per 
circola è di Abì-ben-Mogiaz , padre di Halam: sia benedizione per- 
fetta alle posseditrice in perpetuo. 

(I) iDTece di j^U^» 



2M 

S° GiMO atl COPBMCBiO. 

Venione italiana 

Cassa per piante ed aromi peregririi, eziandio racchiuse ì cingoli 
delle spade, e servi a' gioyaneUi, e si accostò parificata al talamo 
degli sposi. Ecco ciò che ragnnò egli di ?ezzi da collo di lontane 
regioni, e diligentemente conservati in vasi di odori; e a porre in 
serbo le nascoste cose, vinse gli ostacoli, e si apri la strada fra le 
maraviglie, finché ne lo distolse il morbo. 

i** Gieo m SOTTO ossia 3^ Gero. 

m 

Versione italiana 
• 
Ndla concordia, e felicità, e gloria, e perpetoità in paradiso: fi- 
nalmente ne' beni mondani la grazia del Signor tao il piii dolce di 
iatU nelle catene sae, intento sempre in ciò che ti allevia la schia* 
▼ito; né sia da te spregiato Tamor de' figli, e sia gloria a Dio, rin- 
graziandolo per ciò che ha fatto. 



212 

JP Gino E ULTIMO. 

(jj^\ òjSL ^ Lfiu)ì «U*A? ...jjb^\ ... tW* ^^ ...j 

Versione italiana 

..... ìa paradiso reternità non obbliare negli agi della 

grandezza il gemito della toriorella, né sperare che torni l'abbondanza 
e la fecondità continuamente. 

Tale è per lo appunto il contenuto della iscrizione della cassettioa 
del nostro regal palazzo, che mercè la diligenza del fu can. Angelini 
occupa luogo tra le preziosità del tesoro di questa chiesa palatina, 
e che fu un tempo destinala a raccogliere le ossa di santi martiri. 
ÀI quale proposito non tralascio di osservare che se fa pruova (non 
nuova) dell' ignoranza dei tempi T averla a tal uso diretta , frammi- 
schiando per tal modo le sacre alle mondane cose, hon lascia di far 
dispetto ben grave il vederla tuttavia sì trascurata , e pressochò a 
perdersi, nel mentre dovrebbesi (come vogliamo sperare) con ogni senno 
e con tutta diligenza ristorare. 

Recherei a mia gran ventura se Ella, che siede cbìarissima fra* i pia 
chiari orientalisti dell'età nostra, volesse onorarmi di suoi rischia- 
rimenti , che stante la nota sua gentilezza, posso ben compromettermi 
di ottenere fra non guari.. 

. 

Sono con profondissimo ossequio 



Suo amm%raiùr$ 
Y. M- 



21 



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RISPOSTA 



DIL 



I^m^Sf» ai^I^<DILttQ(D OKDSSILILairit 



Avendo profittato della vacanze autunnali per rivedere in Roma alcune cose che 
interessano i miei presenti studii, ò avvenuto che la sua pregiatissima lettera giun- 
gesse in Pisa, mentre io n'era assente; e quantunque la lettera manoscritta mi 
fosse riapinta qui con minore ritardo, talché la ricevei i primi giorni d'ottobre, 
pure r altra che si comprende nell' opuscolo stampato , mi ò stata maggiormente 
ritardata per non so quali difllcollà delle Poste. 

Finalmente essa mi è pervenuta, e due sentimenti mi ha eccitato la prima let- 
tura che ne ho fatto: il primo è di ammirazione di Lei, che con tanta industria 
e perizia t^a saputo strigare una iscrizione che a me pure sembra stranamente 
iotralciatissima: l'altro % di confusione per me. che mi trovo favorito di un tanto 
onore , mentre ho la coscienza di non meritarlo. Io ho una volta coltivato non 
senza amore le lettere arabe: ma da più anni la vastità e l'importanza delle mie 
ricerche sulle cose d' Egitto, ha richiamato a se tutta la mia attenzione; ed ora 
massimamente che ho cominciato a pubblicare la grande opera che comprende 
tutte le materie raccolte nella scientiGca spedizione che il Governo toscano mi com- 
mise di condurre in Egitto ed in Nubia, ogni altra occupazione ha dovuto per ne- 
cessiti cedere il luogo a questa gran mole di studi!. Quindi è che da lungo tempo 
le cose arabe sono divenute per me un semplice studio accessorio , ed Ella che 
le ha cosi addentro e con tanto frutto coltivate, ben comprende quanto debba con- 
fondere la mia coscienza quella stima che Ella si compiace di fare di me in ma- 
teria massimamente di arabica filologia. Pur volendo corrispondere per quanto io 
possa e vaglia , a tanta sua gentilezza ; le dirò che per il primo esame che ho 
fatto del suo arduo lavoro, non mi è avvenuto di trovar cosa che non siami sem- 
brata giusta, ingegnosa e sapiente, ond'è che il tutto e le parti hanno ugualmente 
eccitato la mia ammirazione; Ha non trovandomi in questo momento in sufficiente 
assetto da farne un esame più minuto e profondo, riserbomi ad eseguirlo i primi 
giorni del prossimo novembre, quando mi troverò restituito a' miei sludii e al mio 



214 

gabinetto ìd Pisa. Ivi poi mi propongo di dar conto di questo mio bel lavoro in 
qualcuno dei nostri giornali , e procurerò di farne trarre a parte qualche copia, 
per darne parte a Lei direttamente. 

Gradisca intanto i miei più sinceri ringraziamenti per l'onore compartitomi » e 
ben sia certo che con infinito piacere riceverò in ogni occasiona delle cose sue 
che si vorrà compiacere di communicarmi, persuaso essendo d'aver io sempre di 
che giovarmene a mia maggiore istruzione* 

Con questi sentimenti di nuovo con Lei mi congratulo, e pieno di alta stima e 
rispetto mi dichiaro 

Roma 2i ottobre 1833. 



Suo der. obbmo serv* ed estimatore 
Ippolito Rosellini 



LETTERA 



DIL 



«ftBVB «<» <»<» (eii8VIK(&ILa(DBIt 



SULLO STESSO SOGGETTO. 



Pochi giorni dopo di a?ere ricevuta una gentilissima di Lei lettera . colla quale 
Ella si è compiaciuta di indicarmi il prezioso dono 'di un dotto di Lei opuscolo, 
mi per?enBe eziandio per mezzo di questo uiBcio postale FopuBColo stesso. Quan« 
tunque mi trovi In campagna privo affatto di ogni libro di cose orientali non voglio 
differire più a lungo a riscontramela attestandole la mia riconoscenza , ma indi- 
candole insieme che Ella nel volere il mio giudizio su quella difficile intrapresa , 
mi fa un onore di cui non mi credo punto meritevole. Sia la varietà degli studj 
ai quali sono stato di tempo in tempo direi quasi strascinato dalle circostanze» sia 
l'effetto delle frequenti e lunghe interruzioni che lo stato di mia salute mi ha obbligato 
a frapporre agli studj stessi, sia in fine l'assoluta mancanza di ogni istruzione orale 
in questo genere , in un paese quale ò il nostro • in cui le lingue orientali sono 
neglette quanto forse appena in alcun altro in Europa • qualunque sia di queste 
cagioni, o tutte insieme vi concorrano io sono ben lungi dall'avere fatti nella lin- 
gua araba quei progressi, che altri attendendo all'epoca in cui ho incominciato ad 
occuparmene, sarebbe in diritto di aspettare. Aggiunga a tutto questo che Finter- 
pretazioae di quella classe di monumenti, cui appartiene quello che forma reg- 
gette delle dotte di Lei ricerche, di quei monumenti cioè nei quali né le circo* 
stanze storiche, nò il genere del monumento, né i testi del Corano ci servono di 
guida , mi ha sempre sommamente messo in diffidenza di me stesso per la sua 
natura enimmatica , e se ho voluto (indotto a ciò dalla circostanza di trovar si* 
mili epigrafi in monumenti numismatici) tentare qualche passo in questo generO} 
riuscì troppo infelice come appunto mi avvenne in una leggenda di una moneta 
che poi si trovò realmente essere un testo del Corano , come avverti non senza 
severe censure il B. de Sacy. Allorché poi penso che la breve iscrizione dell'a- 
nello creduto un tempo di Ruggiero, dopo di avere ottenuto dai principali orien- 
talisti d'Europa cinque o sei spiegazioni le pia disparate, appena forse ora riposa 



2i6 

in quella del eh. Fraehn, non posso a meno di non giudicare me affatto incapace 
di simili intraprese. Né vorrei già che Ella da questo inferisse tenere me in mi- 
nore pregio l'opera impiegata in tale assunto, nò credere impossibile che ai possa 
una volta ottenere il bramato scopo. Reputo al contrario quasi certo che la per- 
severanza dei dotti finirà col vincere ed avrà forse già vinto questa, come ha fatto 
di tante altre difficoltà , che sembrarono un tempo insuperabili , ma rifuggo dal- 
l'entrare io stesso in un arringo al quale si richiede e ben più fondata cognizione 
della lingua arabica, che non quella che io mi trovi possedere, ed un tempo che 
sono obbligato a spendere in altre ocifupazioui. Dopo questa confessione la quale 
avrà almeno il pregio della sincerità, onde pure Ella scorga nella povertà stessa 
dei miei mezzi in proposilo la mia intenzione di corrispondere alla fiducia di coi 
Ella mi onora , dirò che in uno specchio con iscrizione cufica pubblicato unita- 
mente alle monete del museo di Milano io aveva resa la voce i^^^^fl^^ (po- 
nendovi i punti diacritici) per la poiteditriee, ma che ne fui ripreso da Fraebn, 
il quale vuole che tale costruzione non sia conveniente all'indole della lingua araba ^ 
non potendosi mettere participio attivo senza il suo complemenlo, o nome di pa- 
ziente, e legge quindi A.A, *\ l» nJ al pomdUore di esso coperchio* Cosi poi la 

forma Ahi ben Mogiaz ci farebbe sembrare Abù nome proprio , cosa assai per lo 
meno inusitata , quando non volessimo leggere il padre di ben Mogiaz , il padre 
del figlio .di Mogiaz. Non negherò che gli Arabi usino dire il figlio di Ahi Becr 
cioè il figlio del padre della vergine, e simili, ma non ho memoria del caso op« 
posto. Di più se male non mi appongo le lettere che Ella legge bin sembrano in- 
vece una m seguita da n, od r. lo non continuerò più oltre le mie osservazioni, 
aggiungerò soltanto che alcuni passi mi sembrano egregiamente letti , che in altri 
siccome nell'accennato le lettere non sembrano corrispondere gran fatto alla pro- 
posta lezione , ma siccome non mi sento al caso di sostituirne una migliore, sa- 
rebbe temerità Y inutilmente indicarli , e tanto più che questa iscrizione essendo 
assai indeterminata , ed irregolare nelle forme , ogni menoma inesattezza nel di- 
segno potrebbe render vane le mie osservazioni. Non avrei tampoco , le ripeto , 
arrischiate le precedenti se non fossi smosso dal desiderio di mostrarle che mi 
sono occupato quanto era da me del monumento che la Interessa a si giusto ti- 
tolo. Rinnovandole quindi le espressioni della mia riconoscenza giunte a quelle del 
•maggiore ossequio passo a dirmi 

Di Lei aig. B. Osseq. 
Mouate nella prov. di Como 
3 Nov. 1833 

l>ee. (M. Servo 
Cailo Ottavio Gastiglioki 



LETTERA VI. 



AL GOHTB CARLO OTTAVIO GASTIGLIORI 

f 

SULLA UlTBEPETRAZIOlfB DI UN IMPORTANTE SUGGELLO ARABO. 






A Lei di coi si ooora l'Italia nostra, come del pih insigne sao ara* 
hUia , e coi tale dimostrano le preziose opere rese di ragion pab- 
blica , a Lei cbe tanto gentilmente mi ha reso degno di sne islmt* 
lite lettere rivolgo queste poche righe e là*^ traduzione di no arabo 
soggello (1), il quale oltre di poter essere pregevole agli amatori del- 
Tarabica paleografia, èmmi sembrato che interessante riesca ai cultori 
dell'araba storia; poiché sparge alcun lume su taluni punti della me* 
desima, comechè fosiero di un'importanza non grande. 

Io vi leggo 






(i) Qaeilo ioggello mi fo recato ben impresso in ceralacca dai sif. FWioesco Omodd affi- 
mie in qoesU Direzione centrale deUa Statistica di Sicilia. 

MOMTllLdMO^ vot JU* s8 



218 

TRàDUUONM 

Il ivazir Alagtl al Kàmel 

Del chiarissimo principe dei fedeli 

Wahh Assaim {\) Abù 7 Kassem Ali 

Per misericordia di Dio. Egli stesso. 

Or pria di latto ^xì^uwà ipsemet a me sembra che serva a render 
vie più chiara e certa la taolo Dota coslamaaza ìd vigore presso i 
Maomettani di servirsi cioè dei suggelli per segnatura a qualunque 
scrìtto: ottima usanza che premunisce contro le false sottoscrizioni^ 
e si rigorosaooiente eseguita dagli Ottomani che i ministri stessi , i 
magistrati, i capi d'ufficio derogar non la possono neppure per gli 
atti che nelle loro cancellerie rimangono. 

Oltre a ciò importantissima stimo la leggenda del presente sug- 
gello perchè ricavasi da essa un punto storico di qualche 'momento, 
voglio dir la notizia dell'esistenza dei wazir ai tempi ancora del ca- 
liffo fatemida Abìi '1 Kassem. 

Erano i wazir , come sappiamo , i primi ministri dello stato ma- 
animano (2): Maometto ne fu Tistitutore e primo ne creò Ali suo ge- 
nero. Niun altro però dopo di lui ottenne tale dignità sino all'an- 
no 130 dell'egira (747 di G C.) appunto quando il califfo Merwan 
al Himar ne onorò Àbu Moslemach ebn al Halad, a cui successe Ja- 
hin Khaled abìi Khaled , ed a costui tal' altri interrottamente sotto 
le varie dinastie; sino a che imperando gli Orhmanli venne reso sta- 
bile un tal ufficio e senza interruzione è pervenuto addi nostri. 

Or riguardo a' Fatemidi che più degli altri interessan la storia no- 
stra siciliana, perchè di quest'isola tennero la signoria, lasciò scritto 
Taky-eddin Makrizi (3) essere stato primo al-Aziz ben Moez (4) a 

(i) Wahb Atiaim non può etwre che lopraniiome di Ahù 1 Kastem, e significa amanif dei 
tùgiuaoi ma donde trassclo quel califlb? 

(9) Si reputa assai pregevole la storia dei wazir sino al i54o scrìtta iu tarco idioma da Ali 
ben abù Feth Al Ratbebj eome del pari quella compiIaU da Ismael ben Ebad conlianata da 
Abu '1 Haisan al Hamadaai. 

(3) Nella sua descrìsiooe storica topografica dell'Egitto e del Cairo* 

(4) Nazar Abù Mansur al Aztz billah fu il 5« califfo faUmida che regnò dal 976 al 996 di G.C. 



219 
creare un wazir nella persona di Jacùb ben Kels (1), e che alla co* 
stai morte altri non ottenne la carica di wazir sino a che sedè califfo 
Dhaer (2), dalla qnal' epoca io poi durò perenne ed in grandissimo 
lostro quell'officio sino alla estinzione della fatemidìca dinastia. Ep- 
pure ha in ciò errato il Makrizi, e con lui il De' Sacy; poiché già 
si è avvertito dal diligente Martorana (3), ricavarsi dall'Abulfeda (4) 
che al Aziz ebbe un altro wazir per nome Àbii Kalas che dar fece 
a nn tale Giafar l'emirato di Sicilia a fine di allontanarlo dalla cor- 
te, e che sotto al califfato di Hakem (5j che ad al Aziz successe fu 
wazir un tal di Hassan ben Hammar, il quale per essere stretto con- 
sanguineo di Josuf emiro di Sicilia rese l'autorità di questo nostro 
governante quasi senza alcun freno, e del tutto dispotica. 

Ma oltre a ciò l'autorità del suggello che da me si pubblica è di 
un interesse maggiore, perchè ci conduce all'epoca prima del caliSato 
fatemidico. Abu l Kassem Muhammed al Kajem beamr allah non fa 
che il secondo califfo fatemido, il primogenito del fondatore di sua 
dinastia del famoso Abu Muhammed Obeidatlah-aUMahadi; e regnò 
dal 322 al 334 dell' Egira (933 al 945 dell'e. t.) : quindi par che 
si possa stabilire che i Fatemidi sin dalla loro origine, assunto avendo 
ogni fasto, ed ogni apparenza del califfato, abbiano anch'essi sin d'allora 
creato i loro wazir. 

Ciò posto non ho voloto trascurare di render questo snggello di 
comune conoscenza : e sono sicuro che non sarà a Lei per riuscire 
discaro. 

Mi confermi nella sua grazia , e mi creda con ogni rispetto. 
Di Palermo il 13 del 1835. 



(i) De Sacy Chnaom. arab. ?. i, p. 91, n. 4* 

(a) Abù 1 Hamn AU al Dbaber leazax dinillab fo il 7« califfi) fiitcmìda e ragno dal ioao 
al io36. 

(3) Notizie nonché dei Saraceni neiUani t. a, n. io, p. 168. 

(4) V. Gregorio Rerum anbicarum quae ad hislorìam ticukun spectant ampia coUectìo p. Sai 
T. 8 ia fiae. 

(5) Abù AU al Manaur al Hakem beamrìllab fa U teilo califfo fatemida e regnò dal 996 al 
ioao di G* C* 



RISPOSTA 



DBL 



«•srvi «« »« «iiBVi^ft&^srtt 



Nel meotre ebe io tTe?a a rimproTerarmi delia mia sebbene ÌD?oloDtaria ne- 
gligeoza a riseootrare la preeedeote di Lei geolilisslma, oegligaoza prodotta in parte 
dalla mia mal ferma salute» io parte dalle oecopaziooi di altro genere che eoa- 
lioaameote mi distolgono dagli studii orientali • mi trovo da Lei onorato coll'in- 
dirizzarmi la dotta spiegazione di un importante monumento » accompagnata da 
espressioni cbe mi riguardano , tali che io non saprei se non se attribuire alla 
tanto sperimentata di Lei bontà, e gentilezza. Siccome poi dalla preeedeote eor- 
rispondenza di cui Ella mi onora conosco per pruoYa quanto Ella gradisca cbe 
con tutta schiettezza io le appaleai quanto la tenuità delle mie cognizioni , e il 
poco tempo che poaso dedicare a questi studii, mi concedono di osserrare, le dirò 
che mentre convengo pienamente con Lei nella lezione delle due prime linee, e 
nella erudita illustrazione intomo alla carica di Visir, arriscbierei differirne nelle 
due linee cbe seguono, e leggervi come appresso 

(^>0 ^l> 0^4A.t (J^ 

Nella prima linea, e cosi nella seconda manca ielif per formare l'articolo, ma 
non mancano esempii della preposizione Inseperabile vJ usata in modo possessivo 
(come nelle monete del Califfo Aldolmelec, e in quelle degli Ortocidi). Nella terza 



22\ 
lioea leggo «^ perchò il _ dod potrebbe atere quella tonna ei seodo finale . 

quindi XXiaJf mentre Tultima lettera non pud a mio giudizio essere mtm perchò 
mancante deirappendiee che si scorge nel mtm finale di Abol Casem. Neirultìma 
linea mi pare etidente la lezione ben Àhmed , e cosi pure l' altra OU3 àJiJ[> 

non potendo i due tratti perpendicolari leggersi per h$. Tradurrei quindi come 
segue: 

JM Visvr, $minefU$, perfetto 

DMunico eletio del principe dei credenti 

Lamico del popolo Ahu 7 Casem Ali 

Figlio di Ahmed, duri (la di lui vita) col favore di Dio, 

La lezione del principio della terza linea non mi offre altra significazione che 
possa applicarsi al Visir di cui si tratta, non so però se si trovino esempii che 
possano confermare che la voce K«^ao *i* impiegata per sinonimo di popolo, es- 
sendo piuttosto usata in quello di moltitudine, di turba. Credo poi che i nomi di 
Abu 'I Casem Ali figlio di Ahmed si rìreriscsno al Visir . e perchò non credo 
convengano ad alcuni dei Califfi Fstemidì, e perchò non ò probabile che manchi 
il nome del Visir pel quale ò fatto il suggello. 

Eccole quanto mi ò sembrato poter osservare nel monumento istesso , e che 
espongo non senza timore di errare, essendo questo genere di scrittura tanto am- 
biguo, ed atto a diverse lezioni, ed interpretazioni. Unicamente poi alFoggetto d 
rispondere alla di Lei gentile interpellazione aggiungo lasciare io in pieno ed as- 
soluto di Lei arbitrio il render pubblica la presente, o parte di essa come Ella 
lo giudichi più opportuno, e rinnovandole le espressioni del più riconoscente osse- 
quio passo a dirmi 

Milano 26 Febbrsjo 1835. DeT. Obb. Servo 

Cablo Ottatio Castiglioni. 

(P. S.) Hi viene in mente che supponendo mancare 1* elif io principio della 
prima, e seconda linea (di che Ella, che ha sotto gli occhi il sigillo stesso potrà 
meglio giudicare ) e leggendo quindi come ho fatto in caso obliquo , il nome di 
Abu '1 Casem, dovrebbe invece essere Abi I Casem. e quindi il monumento pec- 
cherebbe contro le leggi della grsmmatica. Tale solecismo però frequente nei mo- 
numenti in lingua araba dei Persiani, e dei Turchi, come ha osservato il eh. Frahen 
non è senza esempio anche nei monumenti degli Arsbi stessi , e potrei citare in 
proposito una iscrizione cufica funeraria scoperta a Mantova , non che una mo- 
neta del Museo Milanese. 



LETTRE 



M 



m. Obi ma^va ^wnanmm i&b sikbv 



H« REINAUD 

CONSCtTATBCft-AlMOIIlT 1HS9 HAHUSCtITS OKlBlfTAOX DB LA BIBLIOTHÌQOB KOTALV 
■BlIBU DB L'aCADÌMIB BBS IHSCBirnOHS BT BBLLBS-LBTTtBS. 



Patto 1. mira 1835. 
Hootieur el boooré eoolirère 

le ne lais ti rouf «fez eu conoaisstoce de quelquea publicatioDf qui ook para 
i Palerme eo 1833 • ek qai iotereaieoi la lilleralure arabe. Elles oot pour au- 
ieor un jeune orieotalifte. M. le Baron Vincente Hortillaro» qui depuis la mori 
de H« le proresseur Salfador Morso , a rempli par initrim la chaìre de lan- 
gue arabe que le décòs de H. Horao avait laissée cacante. Jusqu' ici je n'avais 
lu que deux oputculea de M. Morlillaro ; savoir: une letkre i H. le profeaaeur 
Rosellioi, dalée de Palerme le SO aoAk 1833, ek une autre adressée de la méme 
Tille, le 24 novembre auivaot. i M • l'abbé Lanci • proreateur de langue arabe i 
Rome. Dans cekte dernière • M. Ifortillaro anoonce rintention de publìer , avec 
une traduclion italiecne et dea notei , un petit ouvrage arabe hislorique » relatir 
aux Arabes d'Afrìque el i la tille de Fèz; et en eflet il joint i sa lettre, com- 
me ipeeimen de Téditioo qu' il preparo, deux pages de kexte et autant de tradu- 

ction 

Je ne me propose pas d'en entreprendre 

la critique, car je suis loio de vouloir décourager un jeune et laborieux orienta- 
liste, qui n'a besoin, sans doute, pour se rendre utile dans la carrière i la quelle 
il s'est Toué , que de se préparer eocore pendant quelquea annéea aux foDctiona 



223 
diflSciles et buardeoses d' éditeor et de tridaetear 

Ce qui ai*eDgage à preodre la piume aujourd bui» c'est qae je Tleos de reeevoir 
une oouYelle lettre imprimée • adressée tout réeemmeiit par M. Mortillaro i M. 
le comte Caatigliooì, et qui a pour objet un cachet arabe. L'auteur de la lettre a 
fait grader la legende de ce Cachet; cette gravure et joiote i la lettre, et je roua 
eo coaimuoique une copie. Ils'est determioé^dit-ILà publier ce petit moDumeot, 
taot. parce qu' il peut étre de quelque ioterél pour Ics amateura de la paléogra- 
phie • qne parce qu* il jetle de la lumière sur quelquea pointo de 1* bistoire dea 
Arabes. 

Voici de quelle maoière H. Mortillaro Ut la legende de ce cacbet , la quelle 
se compose de quattro lignea: 

1. // u>azir Alagd al Kamel 

2. Del chiariirimo principe dei fedeli 

3. Wahh Àiiaim AIA Easem Ali 

h. Per meerieordia di Dio. Egli Steno. 

Le traducteur ajoute en note que Wahk Aeeaim ne peut étre qu'un anmom 
d'Abou '1 Kaaem, et aignifie amateur du jeune. Mais, ajoute-t-Q, d'où ce Jlhalife 
»4-il pria ce aumom? La réponae est bieo simple, c'eat qu' il n'y a rien de aem* 
blabe aur ce cacbet, et que d' ailleurs • ai od y liaait eflEocUTement cea mota , il 
faudrait renoocer à lea traduire, parce qu' ila aeraient inintelUgibles. Que porte 
dooc réellement ce cacbet f Le voici: 



ijiXìt éJ3\f A4^\ c/i» 



Ce qui aignifie: 



1. Le vizir illustre, parfait 

2. Vniqué, Filn d» princé d$i fdUes 

3. Et son serviteur d$ ehoix, Abou '/ Eàsem Ali 
k. File iÀkmed, msi sa eonfiance en Dieu. 

U n'y a rien là d'obacur. d'éoigmatique. et la legende ne contient le nom d'aucuo 
KbaUfe. De quel Kbalife Abou 'i Kaaem Ali. fiU d'Ahmed, éUit-il visìr? Je Tigno- 
re, et je doute qu'on puisse le découYrir. puiaque le cacbet ne^ porte aucune date. 



2 2A 

M«ÌQteoaot voyoDS qaelle esk la qaestioo historìque qui peak an racavoir qaal- 
que lumière. Celta legenda prouTa, sui?«nt M. Mortillaro • qua dèa V origine de 
la dynaslie dea Fatéoiitea , avaot qulla fusaent maltrea de Y Égypte , cea princea 
avaienk dea vìzira, car Abou 'I Kaaem eat le second dea Khalifea Fatémitea. Par 
consequenk, Makrizi (cité par moi dana ma Chreatomathie arabe) a'est trompé, en 
diaant que le Khalife A7.iz-bi 'llah, fila du conquérant de TEgypte. fut le premier 
de cetke dynaatie qui eut un ^izir. Mais d'abord M. Mortillaro aurait dù Taire 
attention que, de la manière doni il a lui-méme lu la legende, ai Abou i Eàiem 

était le nom du prince dea fidèles, on aurait du dire au génetir jr^MwJul ^c^U 

et non pas au nominatif amMì jJ, De plus, Abou 1 Kasem, aecond prince de 

la dynaatie dea Fatémitea. ne ae nommait pas Abou 7 Kasem Ali; il a'appelait Abou *l 
Kasem Mohammedt cast M. Mortillaro lui-Oiéme qui le dit: Abou 7 Kaèem Hukam^ 
med al Kajem beamr allah non fu che il tecondo Califfo Fatemido, il primogenito 
del fondatore di eua dinastia^ del famoio Abu ^uhammed Obeid-allah-aUMahadi. Or, 
puiaque inconteatablement Abou 7 Kaitm Ali u'est point Abou 7 Kaum Moham^ 
med, que devient cette concluaion de M. Mortillaro, Quindi par che si poesa sta^ 
bilire che i Fatemidi , iin dalla loro origine , attunto avendo ogni fasto , ed ogni 
apparenza del califfato^ ahbiano anch* cesi sin d'allora ereato i loro wazir? Et eo 
rerité il aerait étonnant que Makrizi, ai profondément inatruik de tona lea détaila 
ek de toutea lea Yiciaaitudea du gouveroemeoi dea dynaaties muaulmanea en Égypte, 
ae rùt troropé aur un point auaai Importante 

Toutefoia M. Mortillaro croit pouYoìr démontrer que Mackrizi eat tombe, à cel 
égard, dans plusieura erreura, car 1.^ il aasure qu* Aziz-bi 7lah. aprèa la mort 
de aon vìzir, qui était un juif nommé Yacoub, fUs de Kels, ne donna cet office i aucuo 
autre, et cependant nona aavona par Abou 7 Fèda que le móme Aziz eut un aiitre 
vlzir appelé Abou-Calas ; S."" Makrizi affirme que peraonne en Égypte ne porta, 
depuia le tema d'Aziz, le titre de vizir juaqu* au regna du Khalife Dhalier, et pour- 
tant il eat queation dans Abou 'I Fèda, aous le rógne de Hakém, fils et aucceaaeur 
d'Aziz, d'un yihìT nommé Hassad ben Aimmiir, qui exer^a une grande influence 
aur le gouYernement de la Sicile. 

La réponse i cea deux objections eat facile. Si. au lieu de a'en rapporterà la 
traduction de Reiske , M. Mortillaro eùt consulte le texte arabe d' Abou 7 Fèda» 
il aurait reeonnu qu' Abou-Calas eat une faute èchappèe a Reiake, et que le texta 

porte ^jȏX^=9 (J^K fii de Ksls. et non^l* Qaant i la aecoode, il est Trai 
qu* Abou 7 Fèda emploie lea mois^J^^f in vizirum assumpsit, et J>^, eaxi- 
ria ; mala e' est qu* il a' exprime moina rigoureuaement que Makrizi. Basan , fila 
d' Ammar. atait. aous Hakem. le titre de Ma^l^, taaatla, et non colui de eùtr; 
c*eat ce qui dit poaitivement Makrizi, dans la vie de Hakem. La charge de «mi* 
sita répondait i celle de Tizir: il n'y a donc rien d'étonnant qu' Abou 7 Fèda ae 



225 
soit servi d'ano expressioo eoooae de soo temps, pIutAt qae d*uoe aatre tombée 
depuis plusiears siècles en déduélude, et que peut étre ses eontemporaioes o'turait 
p«f compriso, et, de fait , je do poDse pas que ce mot waiiia se rencontre une 
teale foia dans les annales d'Abou 'I Fèda. 11 o'est peut-étre pas inutile de faìre 
romarquer que la formule par la quelle se termine la legende, Ol^. ^'^W? 
est déjà connue par d'autres monuments d'un genre analogue i celui-ci, et qu'on 
trouve ailleurs AAJu Oblaj , ce ^ui est la méme chose. Au contraire , on ne 
trouTera nulle part X-ii^l^ pour ^•^•^</*, ni ^^ isole de tout autre mot, i 
rooins qu* il ne remplace le nom de Dieu. 

J*ai cru. Monsieur, que vous mettriez qualche intérót i connaltre le petit mo- 
nument arabe dont je vous ai entretenu. Gomme il peut étre utile de Taire sentir 
corobien on doit apporter de critique dans l'étude et l'explicatioo des médaiiles, 
dea sceaux • des cachets et autres monumens de ce genre , ce que yoqs savez 
roieux que personne, je tous autorise i Taire, si vous le jugez i propos, insérer 
ma lettre dans le journal de la Sociélé asiatique. 

Agreéz, etc. 

L$ baron SiirssTàB db Sàct. 



MoKTlLLdMO VOL liL 



LETTERA VII. 

AL BARONE ISACCO SILVESTRO DB SACT 

SUR UNA PROFUMIERA d'aTORIO. 



Ottenni dalla gentilezza di questo signor Duca di Serradifalco al- 
quanti mesi addietro il numero di cotesto Giornale asiatico, in cui 
leggesi una vostra lettera al chiarissimo Mr. Reinaud, nella qnale 
censurate una illustrazione da me data di nn arabico suggello (1). 

Lungi il supporre in me animosità per tanti sarcasmi dalla vostra 
penna sfuggiti, lungi ogni idea di gara a riportar vittoria tendente: 
credetemelo, ho provato il massimo dei dispiaceri che una mia let- 
terina di tre pagine da me nel 13 gennaro 1835 diretta al tanto in- 
signe arabista d'Italia il rinomato conte Carlo Ottavio Gastiglioni 
avesse potuto provocare tutto il vostro risentimento. Permettete che 
io vi indirizzi poche righe, onde fattomi voi miglior viso ottener possa 
sia Tamicizia , sia il favore e l' accoglienza vostra , chò già mi pare 
potermi riputare onorato abbastanza, avendo potuto fissare su di me 
i vostri superiori riguardi, se è \ero il proverbio che de mininds non 
curai Praelor. Nò mi accusate di aver indugiato troppo; sì perchè 
non mi correva un obbligo preciso ed in tempo misurato a fio di 
rispondervi, senza che voi vi foste a me per cosa mia direttamente 
rivolto ; si perchè non voleva venir in campo senza presentarvi an 
altro monumento da me interpretalo, che mi lusingo riceverà appo voi 
miglior ventura che quello intorno al quale è contesa. 

Nasce tutto il mio torto, primo dalVaver io (senta nominarvi) aT. 

(i) y. U lettera prccedeoU. 



M7 
▼ertilo ehe non aTerate Toloto tradarro risorìsione della cassettina 
del real palazzo. Ciò ohe avete bea coofermalo; poiché nel non ap- 
provare la interpetraziooe da me pabblicata, avete ripetalo non sa- 
perla illastrare, aè alcan chò avete ceaoato perchè la mia non vi fosse 
pisciata. Indi dall'essersi da me anonoziato potersi stabilire per lo mezzo 




Or Voi mi avvertite che avrei dovalo far io attenzione, che nel 
modo come da me si dichiarava la leggenda, se Jbu 7 Kasem fosse 



228 

staio il Dome del Principe dei fedeli si sarebbe dovuto dire in gè* 

nitiTO a^A,U Q^s^i e DOD già in nomioatÌTO >««iijLil ^l, e che quindii 

secondo Voi, lo scritto peccherebbe contro le primissime regole della 
gramatica. 

In ciò io non posso secoyoi convenire, anzi con ogni rispetto vi 
rassegno, che tale solecismo frequente nei monumenti io lingua araba 
dei Persiani e dei Turchi, come ha osservato il eh. Fraehn, non è 
senza esempio pure nei monumenti degli Arabi stessi , e anche il 
eh. Castiglioni, nella sua dei 26 febbrajo 1835 mi ammaestrava aver di 
simile solecismo vislo brutta una iscrizione cufica funeraria scoperta 
a Mantova, non che una moneta del museo miallnese (1). 

Soggiungete che Alaziz non ebbe che un wazir solo, e fu questi 
un giudeo per nome Jactib ben Kelsy e che Vj46u Calai di Abulfeda 
sia un errore scappato a Reiske che legger doveva ebn Kels ; non 
avendo avuti altri wazir Alaziz che 1 giudeo suddetto: morto il quale 
a nino altro conferì tale carica. 

Io per non offendere Reiske, per non contraddir Voi, abbandono 
l'autorità recata deirAbulfeda, e ve ne propongo un'altra, cui forse non 
avrete che opporre, e della quale, sapientissimo come in realtà siete, 
non potete allegar ignoranza. Nei rinomati Annali delle cose di Egitto 
pubblicati in Cambridge al 1792 dal dotto I. D. Garlyle tanto noto 
a tutti gli orientalisti a pag. 5. leggesl quanto appresso in proposito 
di Alaziz: 

V^J> '-ii'^ ^ ^^ U*>?W ^ìT "^ ^Ji)^^ 0^=^ 

Adminislraiionem Sjrriae commiserai Alaziz Judaeo cuidam , nomine 
Miiha; adminislraiionem vero jEgypli chrisliano nomine Nesiorio. 

Ebbe dunque chiarissimamente Alaziz non uno , come volete sup- 
porre, ma due waziri: il giudeo Miscia e '1 cristiano Nestorio; che 
pajooo ben diversi dal giudeo Jacìib ebn Kels da voi sostenuto. Tanu 

(0 V. pag. 221 di questo folarae. 



229 
autorità storica parmi Don fosse di leggier momento, e stimo potersi 
opporre a quella del Mackrizi, il cui libro per altro non so indurmi 
a riputarlo intangibile come il Corano, essendo stato trovato erroneo 
in piii cose. 

Cbe poi Hassan ben Hammar non ebbe nome di wazir ma wasita 
sotto Hakem figlio e successore di Azìz è una mera queslioo di pa- 
role. Se Voi stesso assicurate che la carica di wasita corrispondeva 
a quella di wazir^ ne segae cbe Hassan ben Hammar, fosse stato sia 
il wazir sia il wasiia di Hakem, ciò cbe varrebbe lo stesso. 

Ma lasciam da banda queste e simili altre cose che potrei mettere 
io campo, perchè io pigmèo non voglio certo vedir a lotta con Voi 
gigante, anzi fnlminator di giganti , e credo aver meritato assai nel 

poter dire: 

Rtndomi viuto e per mia gloria basti 
Cbe dir poirò che contro me pugnasti. 

Permettete nondimeno che io vi diosandi se ben faceste ad elevare 
tanto rumore per cosa sì frivola? Sono gli uomini così infallibili da 
meritar rimproveri per cose veramente minate? Li meritereste Voi 
perchè inavvedutamente mentre volevate tassare la mia leggenda financo 
di sgramaticata, commettevate meco lo stesso errore di leggere nella 
prima riga l'I formativo dell'articolo, quando non altro che la sola 
particella inseparabile U realmente vi si ritrova, usata in modo pos- 
sessi vo; di che per altro molli sono gli esempii, e nelle monete del 
califfo Àbdolmalec e in quelle degli OrSoeidi?ciò di che accorto non 
vi siete, e di che avreste dovuto a ragione correggermi, come fece 
il dotto conte Castiglioni. 

Profittando io adunque dei lumi vostri non che di quelli del pre* 
lodato conte G. 0. Castiglioni , e del mio ulteriore studio sul con- 
troverso monumento ancora; ma fermo restando nella credenza del fatto 
storico, che i Fatemidi abbiano sino quasi dalla origine loro avuta 
la carica di vizi re, come da questo suggello si ritrae contro l'opinione 
del Makrizi da voi seguita e da me dimostrata non vera, come del 
pari non recedendo dal credere Alagel Alkamel un nome proprio che 
»può anche significare eminente^ perfetto come voi dite, giacché ognun 
sa che i nomi proprii arabi tutti sono signijiealivi ^ ma non perciò 



530 

IraducooM •*! loro ilgnifieoto, io eomggo k leùoae daU iA tag- 






1 it>a 



Z>€/ v/jìr Alagel Alkamel 

Dvltunico eletto del principe dei credenti 

L'amico del popolo Abù 7 Kassem Ali 

Figlio di Ahmed duri (la di lai vita) col favore di Dio. 

Passo ora a iotraiienervi sur ud altro grazioso moDomenio, un'ara* 
bica ciliodrica profumiera. Si ^ profumiera a me pare che sia stata 
quella di cui ti presento un terzo meno del vero l'elegantissimo co- 
perchio e la cufica iscrizione che nell' alto della medesima circolar- 
mente si riyolge. Essa fu a me porta per dichiararla dall'ottimo e 
eultissimo cavaliere, della cui amicizia mi onoro non poco, Lorenzo 
Cottii marchese di Roccaforte. D'avorio ne è la materia: e ciò pregio 
le accresce, poiché quantunque dal momento in cui rimane memoria 
storica e favolosa, pei frammenti che ci restano di qualsivoglia an- 
tichità fino ai giorni nostri, è certo (1) che T avorio siesi visto im- 
piegato al pari d'ogni altra preziosa materia nelle sacre cose come 
nelle profane; pure non si conoscono molti monumenti in avorio fre- 
giati di cufiche iscrizioni. Al di dentro è vota, e i buchi del co- 
perchio che rotondi sono al di sotto, e di sopra nella lorma che il 
rame li presenta, danno mostra essere stato questo vasetto ad uso di 
profumo consacrato. E più valore prende la mia congettura, avendomi 
assicurato il possessore che forle odor di muschio mandava una volta^ 
e quell'odor propriamente che le paste di Costantinopoli tramandano, 

(i) r. Cicogrura Stona dtUa tcultun, mc. edix., tom. 5, pag. 5o8. 



231 
per dilegnare il qoale tanto adopraronsi e invano i maggiori di Ini. 

Semplicissima ne è la iscrizione, abbenchè non facile a primo aapetto 
se ne presenti la lettura. 

Io vi leggo: 

^ jaur juar oiu^^ uiy >. ^^ > ^ 



Ossia 

Pace, potenza j vittoria ^ gloria al nostro signore ^ soUano rs, prin- 
cipe^ e Multano degli alleati fedeli uccisori degli infedeli e degli asso^ 
eiati nemici della religione; U più forte dei rcy dei soltani^ signore di 
fT, antesignano neU^orazione^ al condottiero di grande esercito* 

Gradite, signor Barone Teneratissimo, questo picciol tributo che ti 
porge non un valoroso orientalista, ma un tale che ha in undici anni 
impiegato una parte del suo tempo negli studii delle arabiche cose; 
e particolarmente in approfondire le maravigUose Tostre fatiche. 



LETTERA Vili. 

AL BARONE GICSEPPE DE HAMHER 

SUR UNA cove A CUFICA A NIBLIO. 



A voi, celebemmo orientalisla ed illastre scrittore, nelle coi dotle 
opere, delle qoali posseggo lalone come prezioso dono da ?oi fattomi, 
ho molto appreso, e molto ad apprender mi rimane, dirigo segnala 
in due tavole, accompagnata da breve mia descrizione una bellissima 
cuGca conca, che nel Monastero delle Vergini di questa metropoli 
si conserva ab antico. 

Nella prima è disegnato il vase, e la iscrizione che nella interna 
superiore parete di esso si ravvisa. Iodica la seconda il fondo della 
conca , e ciò che si vede neir interno precisamente sottoposto alla 
iscrizione suddetta. 

E per ragionarvi pria del modo commessa è costruita e poscia dei 
lavori che nella medesima si 6gurano è a sapere che dessa è fatta, 
compresovi il fondo, tutta di un pezzo di rame rosso e di zinco: ma 
composto per tal modo che dando luogo al piii fino maneggio dei 
ferri non è friabile ma duttilissimo in tutte le sue parti. Il bordo 
è più grosso del rimanente della conca, e (ciò che riesce quasi in- 
credìbile), senza esser saldato, ma solo in siffatto modo ridotto dal- 
Tessere stata la conca tutta battuta. 

Àbbencbè le figure e gli adorni sieno eseguiti a cesello, pure sono 
le prime toccate di bulino, e cosi pure i caratteri e talune delle frondi. 
Sovrapposti fra piccolissime addentature, e poi incastrati a modo di 
tarsia sonvi dei minuti fiorellini, in piccole e sottili piastre intagliate 
d'argento di coppella, ora quasi tutti scrostati e svaniti; e nelle ancor 



233 
reslantì, sotto Targeoto si vede peiielralo Tosaigeoo. Nò era possibile 
saldarne l'argento, perchè come si conosce da ognuno, non può il 
rame giallo lavorarsi a faooO) altrimenti diviene acre come il vetro, 
e ai frange. 

Dai pochi reali che ancor si travedono ben ai raccoglie che questo 
bel monumento rivestito dovea essere di nero smalto, e questo non 
a piastrello ma sopra asfalto , e il resto ne era interamente dorato 
in caldo. Ben quindi potete supporre di che sorprendente effetto riu« 
scir doveva quand'esco era intatto. 

Abbenchè non compiutamente possa dirsi finito, ha tuttavia un in- 
sieme magnifico e della massima eleganza, questo niello stupendo, i 
cui adorni di che la superficie interna ed esterna è riccamente coperU 
60n perfettissimi. 

A dir vero larte di associar metalli a metalli si nei vasellami, che 
nelle altre opere di più minuta orificeria è antica piii che non ere* 
desi; e fin nei suoi tempi lo stesso Plinio riconobbela come antichis- 
sima. Nel cantico dei cantici (1) promette lo sposo alla sua diletta 
ormille d'oro screziate di argento: murenulas aureasfaciemus iìbi^ verni- 
culalas argento. E se la superficie dello scudo di Achille descritto da 
Omero nel xix delTlliade che era elegantemente fatta{T^ non era vario^ 
colorata come pare a me che l'avesse spiegata senza alcuno appoggio 
il Cicognara (3) per trarne argomento di riconoscervi pratiche singolari 
d^intaraiamenti metallici e altro, ben è vero però che lo scettro che 
il Giove di Fidia teneva colla sinistra, e che fu descritto da Pansania, 
sia stato senza dubbio omnium meiaìlorum varietale distìnclum (4). 

Quest'arte che i Greci chiamarono empeslica od empessica^ o se- 
condo crede più esaltamente dirla il signor Sebastiano Ciampi (5) 

(i) Gap. ly ▼• IO e 11. 

(a) Diuc OiBcro nel Terso 38o della sua Iliade X«XoU SociSfllXsOt;, che secondo Heyne si. 
gnifica esattamente palerò^ affabrè-fado — - btUo e vario secondo Monti — prangier an kurut 
Mcondo Woss — refbnùdo con arU jr hetmoiura secondo Garcia-Malo — e al più seguitando 
il licenzioso Cesarotti svariato , ma non mai varìo-coloraio come suppone il Cicognara. 

(3) Mtmoru spettami alla storia delia caloo^mfia^ p. p. pag. la. 

(4) anviiTTpoy /xerftXXoe; XoU Wiaw lHyòlOiJLiyOV. Pausan. Gndae descriptio, 
Ub. fi eap. ZI, 

(5) Nel Tolgarisiamento di Pansania, tom. a, pag. su. 

àioMriu^Mo vói. Ili. 3o 



234 

emhUiica o emblematica è la iamia o laroro alla damaschina^ la? oro 
riprodoUo e io grande oso nel cìoqieceoto per fregiare di oro le 
armature dì acciajo , della quale arte gli Arabi erano vaghisstoii e 
io scolmo grado maestri (I). 

Or io nel fondo della conca tì riconosco ano todiaco, le costella- 
xioni del quale gli Arabi, se ben mi appongo nomioafano: 

^i>5cJ[^JoJt ^OCpJl ;3-<!;Jl ^^;JL*J^ 

e che essi per meglio ritenere a memoria comprendeano nei seguenti 
quattro versi: 

^.^;^Lb;wMJl HjjA. ^/yiJ\ JU:w 

%^:^l>òil c)-.^'^ v>«vAJl Q^i/'^ 

^OcpJ t/«^ ^-i/A& KJ^^/J 

e corrispondenti Tuno presso deiraltro da sinistra, a destra. 

In proposito de' quali segni io yì prego ad osservare che \\ toro 
non è già figurato per mela come dai moderni si di pigne, ma integro 
come pur si segnava ancora da Plinio e da Vitrovio. La vergine è 
coi manipoli di frumento; il sagittario colParco teso pronto a scoccar 
la saetta come negli attuali globi celesti si ravirisa; e V aquario ha 
ona tazza per attinger Tacque. 

Le altre sei figure poi m'era nato pensiero che fossero i pianeti 
che nel sistema di Tolomeo dagli Arabi seguito si conoscono ; ma 
né figurati li ho veduto mai altra volta, né se lo fossero, indicazioni 
tali hanno da rappresentar la Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove, 
e Saturno. Io credo piuttosto che faccian le dette figure parte colle 
altre di cui sarò per ragionare. 

0) lì Dome tteMo di Tautia si crede arabico, perché eiiO é un «lerÌTato di {J'i^ che 
tra gti altri lignificati dà qvello di tirgansa, •riuMMnio. — V. AfccMO Bot^ùnico yoI. su, p. 6. 



235 
È in centro qm rota con l' emblema nell' interno della Trinacria ; 
il cbe rannodando all' idea di veder aegnata la costeltaaione del leone 
con la figura di detto animale e ana rosa snr esso, mi parea d* argor 
mento che siensi forse volute indicare le arme del secondo Guglielmo, 
che prima levò un leone, poi la rosa, la quale durò, se non più lardi, 
almeno sino al regno dello avevo imperator Federico (1). 

Nel primo piano, diciam cosi dell' interno della conca, molte figure 
81 scorgono, certamente di cacciatori, tutte co' nimbi, e in meizo ad 
esse ire in aspetto principesco, una delle quali tenente un uccello; 
sedale ognuna in un seggiolo, coi piedi situati ad x, e la testa ornata 
di nn diadema somigliante alla berretta propria dei re di Persia, che 
ho trovato del tutto simili alla effigie cbe mirasi pure in una mo- 
neta di rame del 1190 dei Zonghidi di Mossul che fu dall'Adler per 
prima volta pubblicala (2). 

I personaggi esterni poi hanno il capo ornato di nimbi, come pra- 
ticar si soleva dagli Orientali volendo rappresenlar personaggi eie* 
vati per grado, di cbe son anco fregiati non solo i tre seduli io 
soglio nella prima fascia della parete interna come si è detto, ma 
anche le tre figure equestri lottanti con diversi animali, che tripar- 
tiscono la iscrizione, la quale, come dicemmo, sta nella interna pa- 
rete superiore; delle quali una tiene in mano un falcone e a' piedi 
ha un cane, l'altra colla lancia ferisce un serpente, e la terza si batte 
con un leone che sta sopra la groppa del cavallo, e a piedi le corre 
una lepre. Nei cavalli ammirasi correzione di disegno singolare ed 
esatta: ciò che non è nuovo l'osservare negli arabi monumenti, es- 
sendo cbe è quest'animale altamente pregiato, e vi cresce in distinta 
bellezza. 

Solo tre figure sedute all' orientale hanno invece del nimbo una 
mezza luna che lor passa dietro della testa, la tengoo con mani e 
l'appoggiano al petto in quella forma medesima che osservasi in alcune 
monete dei Zenghidi di Mossul e precisamente in quelle di Azeddin 
Masud I (3), di Bedreddin Lulu (4), di NaseredJin Mahmud (5); e 

0) V. Castiglioni MoruU cufiche ce, pag. 34^. 

(a) MuMoim cuficum hor^ianum^ part. a, Ut. ir, n. uu. 

(3) Caftiflioiii toc. du, Ut. VI — io, a. ouout. 

(4) Castiglioni he, cà., Uv.VH— a« e Adler Ut* IV» a. uit» uno ia56 di G. C 

(5) £oe. dL Ut. IX — 6, n. cuui. 



236 

io un'altra dei khan Mogoli di Persia (I). Son esse coperte di ber- 
retta, ana però di corona , ed è appaoto quella dietro a cai corri- 
spoodoDO le arme di Goglielmo o di Federico. 

Il nimbo che ood è da confondersi coìVaweola^ come poco avve- 
dutamente ha falto il Cicognara (2), voi meglio di me sapete che fa 
in uso presso i Greci, lo fu presso i Romani (3), né fu sconosciuto 
agli Egizii. Ai Cristiani convenghiamo che ne sia dovuto 1* uso pia 
frequente, più costante, più variato, e più significativo; e se fino al 
quinto secolo ancor nella Chiesa non adopravasi, dal sesto secolo io 
poi vi s' introdusse di svariate forme, tendenti a indicar diverso grado 
e dignità diversa. Però io credo indubitalo che il nimbo ne sia ve- 
nuto dair Oriente, e che ivi sia stato prodigato più che non lo èia 
Occidente; poichò mentre tra noi è desso riservato a Dio ed ai san- 
ti , ornava in Oriente quasi tutte le teste, essendo il simbolo della 
forza e Taltributo della potenza buona o malvagia. Si addita da Di- 
dron (4) una conca cisellata d'origine araba nel museo di Louvre, ore 
si rappresentano dei cavalieri che dan la caccia alle bestie feroci; e 
tutti senza eccezione questi cacciatori soo nimbcUi. Possiam noi ag- 
giungere questo nostro monumento io prova di ciò, esseodo tutti i 
cacciatori e quelli a cavallo e quelli a piedi rivestiti del nimbo; e 
del nimbo semplice, cioè di quello che ha forma di co disco assai 
fino e delicato tale quale fu io oso sino al dodicesimo secolo, nel 
mentre sonvi poi delle figure che ancor esse hanno il nimbo, m^i della 
forma bizantina qoand' era ridotto a specie quasi di oaschetto , che 
scendea talvolta dalle orecchie a mo* di capellatura. 

Diverse figure poi intere, variamente sedute o aggruppate bevono, 
altre suonano. In somma questa mulliplicìtà di figure esprimenti ana 
quantità di giuochi solenni, di musiche, di ginnastica, di cacce, di 
animali, di efligie mi risveglia l'idea di una regale incoronazione. 
Sarà forse rincoronaziooe di Guglielmo? sarà quella del secondo Fe- 
derico? Tutto può essere; ma io persistendo nell'idea in altra lettera 
annunziata (5) circa a siffatti monumenti non dubito che siesi voluto 

(i) Propriamente di Abaeakhar, t. Castiglioni 2. e. ta?. X-*a» n. cxai.. 
(9) Loc. ciu pag. i4i n. 1. 

(3) Nelle pitture d' Ercolano Circe li presenta ad Enea col capo girato d'uo rumòo. 

(4) Rtvut généntlé de Ca^iudun ci de$ tmvaux pubUcs, t. 1 , pag. 726. 

(5) t. U lettera seguente. 



237 
alludere piattosto alla incoroDazione dello irrequieto Otloue IV di 
Laniagna, il quale protetto da Inoocenzo Ut, fu inaugurato abbeochè 
iodarno imperatore di Roma io pregiudizio dello svevo Federigo. 

Fioalmeote la iscrizione la quale fu da 0. G. Tychsen interpretata, 
e dal Gregorio pubblicata, ho ancb* io in miglior modo tradotta pria* 
che mi fossi avveduto che già da altri s'era diciferata, e contiene le 
seguenti parole: 

il SiNISTBÀ DBlLà FIGURA BQffSBTBB CBB FBBISCB il SBBPB 

A SINISTBÀ DBLLÀ FIGURA BQ0B8TBB CBB PORTA L*UCCBLLO 

^A SiNiSTRA DBLLA FIGURA BQUBSTRB BATTAGLiAJTtB COL LBONB 

J\J^ O^r U^\j 0^[^ (2) ^\ i^jXJJì ^jX 

Cioè 

Gloria e prospera fortuna per sempre e vita lunga 

Aumento di grandezza permanente e segtio eccellente che non marcirà 

Al Signore esimio alemanno ^ e fama^ e durata di fama perpetua. 

Non senza speranza or rimango Che utilissimo riesca questo bel 
monumento a chi sarà per occuparsi della storia delle arti nostre a 
gloria del periodo in cui desso ricade. 
Vivete alle lettere di cui siete ornamento precipuo, e non isdegnate 

d'accogliere gli omaggi del 

Vostro ammiratore 
V. M. 

(0 Inrece di sljijjl 
(a) Abbreviato di (^Lo2[| 



LETTERA IX. 

AL PROF. MONS. GIUSEPPE CRESPI 

TBIOOTO IM LAUflèOO» VàMBOCO BBU.A CRIUA GIIEGA M PAI.BAIIO 

INTOENO AD VNA CONCA CUFICA. 



Abbeocbè meno elegaole della beUissima conca di che ho prece- 
deotemeole ragiooalo, e di assai più imperfetto lavorìo, è pore pre- 
geyole non poco quella che serve pel battesimo degl' infanti nella Par- 
rocchia dei Greci alle di lei care affidata. Essao ramai dai tolgo che 
è il più non avvertila, da pochi conosciota, ma da nissono interpretata 
di coloro che senza nnlla rischiare voglionsi far credere arabisti, per 
prima volta fa di se comparsa al mondo letterario per le gentili pre- 
mure di Lei, del coi nome si onora non che Sicilia tna la penisola 
tutta, che qual uno dei più illustri ellenisti del secolo lo riverisce. 

Di bronzo è dessa, in un sol pezzo, lavorata airagemina, e di ara- 
biche parole fregiata e nella esterna e nella interna parete. Pochi pesci 
guizzanti osservansi nel fondo , forse per indicar V uso del vase di 
che parliamo, destinato a contener delPacqua. Non animali, né umane 
figure io tutto Tornato si ravvisano, il quale di sole foglie e di sem- 
plici arabeschi si compone. 

A determinarne Tepoca basterebbe Tosservarne i caratteri, il far at- 
tenzione alle frasi e alle stesse parole, che chiaramente c'indicano 
l'epoca ultinia delTarabico fra noi — Tepoca aveva. 

Ma ciò pih chiaro apparisce essendo ad Ottone IV intitolala. Ella 
si ricorderà benissimo delle avventure di Bertoldo duca della Zuringia , 
terzo figlio d' Enrico duca di Baviera e di Matilde figlia di Enrico II; 
e come morto Arrigo VI nel 1197 avesse conteso V impero a Filippo 



239 
duca di Sfefia, e sia staio acclamato redi Germania sotto il nome 
di OUooe IV da inlti i princìpi quando il suddetto Filippo restò uc- 
ciso dal conte Palatino di Witelspach. 

Sedeva in allora sulla caiiedra di san Pietro quei famoso Inno- 
cenzo III rimproverato da Bossuet(l) e da Fleury(2), calunniato 
da Voltaire (3) e da Hume(4), ingiurialo da Gibbon (5) e da Hal- 
lam (6), lodato dal dottissimo Hurter (7) e da mille altri, non solo 
perchè il suo regno costituisce l'epoca più luminosa della papale po- 
tenza, non solo perchè colla sua accortezza e molto più colla sua 
dottrina ridusse la chiesa romana nel più allo e sublime stato (8)) 
ma perchè alcuni (9) ravvisarono in lui il lipo per eccellenza del Vi- 
cario di G. G. Innocenzo coronò Ottone per imperatore in Roma a 26 
settembre 1^09, né pago stimandosi costui di quanto a Federico ra- 
piva; fin preparavasi d'invadere la Sicilia onde costringere il suo ri- 
vale a ricever in feudo dall'impero le provincie situate al di qua e 
al di là dello stretto (10). E già alcuni dei grandi signori dell'isola 
e i Saraceni che vi abitavano invitato aveanlo alla impresa. Or è da 
credere senza dubbio, che in siffatta congiuntura ottenne non si sa 
come la famosa imperiale veste conosciuta sotto il nome di Pallio di 
Norimberga già tradotta da Murr, poi dal Tychsen, iodi dal Morso e 
ora pure dal Reinaud: e che fu poi qoando venne in isventura, dal 
medesimo per testamento lasciata al suo giovane e vittorioso nemico 
Federigo. Come del pari fu allora che gli operai Arabi della Sicilia 
cisellaron per lui vasi e oggetti di bronzo rivestiti d' iscrizioni lo- 
dative, che insieme ad altri doni pensavano di offerirgli al ano ar- 
rivo (11). Era certo fra questi la conca di coi parliamo. 

(i) Dt/entio declurationis^ cap. ss e xu. 
(a) Histoirte tccUtiastique, t. T e vi. 

(3) Euai sur Us Moeun^ t. ii, p. 9t6 e a3o. 

(4) Hi*i' dJngUum^ t. n, p. iSg. 

(5) tìUl* de la décadence de t empire nomain, t. u, p. {iS, 

(6) On wiews cf Europe in' midette age, i. a. 

(7) Storia del sommo pontefice Innocenzo III e dei suoi contemporanei^ Tolami 3. 

(8) GunaoQc Istoria dviU del regno di Napoli^ t. n, p. 369. 

(9) Montalembert Hist» de sainte Etfsabeth, Introd. p. ix. 
(io) Chron, Aloni. Seren. preoo Hurter loc* ctf. lib. xr. 

(11) ▼. LeDiic de Lujrocs Monumenu et kistoin des Normandt et de la maison de $9uabe 
dans V Italie Meridionale y pag. 58| noi. 9. 



240 . 

L'Ucrixiooe iatema di essa delle segoenli parole ai compone: 

^^uji ^ujt C5UIÌ c^ojujr u}i^ >ii 

Gloria al Signor nostro Imperatore Re sapiente attivo 
Incomparabile guerriero facondo sagace felicissimo vittorioso "^ gloria 
splendore. 

Iq giro 8i legge: 

U)| ^U)t csXUt olUJt U}^ JA 

G/onVi a/ &^or nostro In^eratoft Re sapienU at» 
lit;o incomparabile guerriero facondo sagace felicissimo 

r jiu (1) ^^jar oF^ uid ^ ui^ ^^^^^ 

vittorioso Ottone IV. di tamagna pio ortodosso uccisore rfe» 

gP infedeli amminvole esimio giusto sapiente — gloria splendore 

E a miglior Taotaggio dei caltorì delle arabiche aoiicaglie ho ali- 
maio pregevole accompagoarDe il disegno, aoche per accrescere il pa- 
trimonio della bellissima arabo-sicula calligraGa. 

(I) IoT«ce di ^^nXJIi ^ 



LETTERA X. 

AL Sl«. FRàNCBSCO DI-GIOVANNI 



SUR UN VASETTO CUFICO. 



A voi che ad una istnizioae non comune unite una modestia senza 
pari dirigo l' interpetrazione della iscrizione contenuta in un vasetto 
di bronzo, del quale foste voi primo ad accorgervi, e farne cenno a 
me che della Yostra amicizia sinceramente onorate. 

Esso possiedesi da un uomo del volgo , da cui serbandosi come 
caro pegno d'affetto lasciatogli dall'estinta consorte, a stento ottenne 
poterlo disegnare, onde presentarvelo nella tavola annessa. 

Molti anzi moltissimi sono i vasi cufici di tale forma, uè altro per 
ordinario contengono che delle acclamazioni, senza dati che potessero 
annodarli alla storia individualmente, onde riuscir utili e preziosi. 

È sempre però proficuo il tenerne ragione, e per non farli rimanere 
con nostra vergogna, come misteriose reliquie dell'araba signoria, i 
all'oggetto pure di accrescere il patrimonio della cufico*8ioula paleo- 
grafia, e degli ornati arabeschi. — - Io vi 



Cioè 



t^J^ ^^yr ^Ujr jil\ 



Patrono sommo regio enmio 

Religioso incomparabile laudevole 

Facondo celeberrimo ricco proteilore* 

MoMTJlLdMO^ voi. JJI. 



242 

Esso è di epoca non anteriora alla sveva, che tale me rÌDdicano 
i caratteri, e pia che questi le enfatiche espressioni a quella stagione 
consuete; e senza meno è uno di quelli dagli arabo-sicnli artefici la- 
Torato quando coronato da uno dil più polenti genti che sieno giam- 
mai esisiUi(i) tentava di togliere ogni cosa e pur la Sicilia al gio- 
vane Federico II queir irrequieto Ottone tV, che finalmente disfatto 
da Filippo Augusto re di Francia nella famosa battaglia di Ponte Bo- 
vino o Bovioes (luglio 1214) presso Tournai, si ritirò nel ducato 
di Brunswick, e vi morì nel castello di Hartzburg il 5 maggio 1218. 



(i) YilIcmuQ Coun di iittéfaturt fitm^aUe, le^oa 6, pag. 906. 



ìli StO&lt 



GU SCBITTORI E LE MONETE 



DELL EPOCA 



mmiD «k 811 Q VlbÀ» 



INTRODUZIONE 



Il pu8ato si Ilo va ma noo s'inTeola.. 



Micia Storia degU andM popoU àaUani 
t- if cap, T* 



Riordinare io miglior modo la storia, maealra della tìU ai fiHiui, 
sembra il nobile scopo cui mira la filosofica sapienza del secolo pre- 
sente. Da ciò qaeir impegno ardentissimo dall' an punto all'altro dei 
poli di pubblicare avanzi e documenti d'ogni maniera, d'ogni età, 
d'ogni contrada, che lume spargendo intorno ai tempi che furono, i 
materiali ci apprestano per ravvisare con maggior senno gli avvenimeoii 
del mondo» Impegno mirabilmente favorito dalla sorte per le copiose 
quanto inaspettate scoperte fattesi per ogni dove nel dominio dell'an- 
tichità. 

Questa rigogliosa scienza dei tempi nostri (i)^ questa potenza somma- 
mente incivilitrice che forma lo studio di tutti i popoli civili, ò tutta 
propria poi e particolare degl' Italiani. Ne è già questo, come piacque 
a taluni che di sogni si pascono e di speranze, perchè inceppato es- 
sondo il nostro pensiero correr libero non puote allo sviluppo delle 
cognizioni alla umana famiglia più proficue j mentre è conto all' uni- 
versale , che sia stata l' Italia d'ogni alia cosa insegnairice altrui (2). 
É da ben altro motivo a derivarne la canea. Donna l'Italia altra volta, 
e dominante la terra, per ovunque lo sguardo in lei rivolgi, cui feo 
la sorte dono infelice di bellezza, avanzi si ammirano, e tuttodì si 



(i) Micali Monumenti inediti t Uluslraùone della storia degli antichi pòpoli italiani^ pag. u 
(3) Alfieri. 



246 

difCttoproDo ad ogni pìii piccolo smuoverne della superficie, preziosi, 
magnifici, inesauribili, e importanti sempre a dimostrarti, cbe questo 
suolo , cui altri chiamò della sventura , altri delle ricordanze , e che 
tutti assegnarono per soggiorno agli Dei, fu la terra prediletta, la 
quale sedè regina e o&aestra delle nazióni tutte, e che non ha mai ces- 
salo d'essere la cultrice d'ogni piii bella e d'ogni più eletta diaci* 
plina. 

E Sicilia gran parte di essa — Quest' isola bramata sempre e sempre 
assalila, da quanti mai furono conquistatori al mondo, ha contribuito 
non poco allo splendor della penisola; e la sua gloriosa storia ed i 
suoi venerandi monumenti son patrimonio tale, che lo avvicendar di 
tempi e di sventure non potrà mai strappare dagli annali incancella- 
bili dell'uni verso. 

E delle varie sue epoche, e dei suoi tesori naturali e civili, ab- 
benchè innumerevoli scrittori e sommi siensi occupati, pure non che 
a spigolare, ina a far nuova messe ed ubertosa tanto rimane, da oc* 
copar le forze di più generosi. 

Il periodo arabico precipuamente è stato meno che gli altri illa* 
strato, parte per ignavia , parte per malizia degli uomini che vi si 
addissero; e se togli Rosario Gregorio e Salvatore Morso o in me- 
diocri autori i' imbatti o in impostori. E del Gregorio stesso e dd 
Morso, venerandi uomini, di inerito trascendente è a sapere ohe il 
primo non fece oggetto principale dei suoi studii Varabismo^ che prò* 
fondo pensatore egli essendo e dottissimo pubblicista, quasi a sghembo 
e come senza volerlo si trasse appresso alle arabiche cose; e in queste 
dell'ajuto altrui abbisognando, promotore piuttosto che gran cultore 
delle medesime è da riputarsi: né i tempi gli eran secondi, chò ap^ 
pena in voga erano venuti gli studii delle cose orientali in Italia anzi 
in Europa (1). Sfornito all'incontro il Morso del corredo di buoni 
studii, tuttoché valentissimo nell'arabico e nel greco, e dotto pia che 
altri mai nella paleografia d'ambo le lingue, non seppe vasto campo 



(i) Cett sortout dcpuis une quannUìne d'aonéet que Ict ^tnclct orìentalet, favorìséct par tea 
grands éYcnementa liont le moode a éU le tUàtre, oot pria le pina de d^Tdoppcment — acri» 
Te?a a i giugno iS4o il doUo G. Pauthier ndla pag. vui deU' Introduzione all'opera che ha 
per titolo Lei livret sacrit de VOtinni afe. tradoita cu revua et puUiéa* Paria i84v* 



m 

aprirsi alle ricerche sne, e fa mestieri restringersi in troppo angusti 
confini. Se il Gregorio avesse avata la perfetta conoscenza delle lìngae 
che il Morso possedeva, o se questi la profondità di sapere del primo, 
allorsi un'opera si poteva sperare che rieoipiato avesse la lacuna dei 
secoli occupati dsU'araba signoria. 

Anch'io qualunque mi fossi, tuttoché sprovvisto dell' immenso e ne* 
cessarlo fardello di svariate cognizioni, e degli ajnti che pur si vo* 
gliono in sì severi studii, ardui e dispendiosi , solo animato da in* 
lenso affetto per la patria mia e per le lettere , ho colla mente ab- 
bracciato il vasto pensiero di raccorrò quanto interessa l'epoca sara- 
cena in Sicilia, sino alla aveva dinastia quantnnquevolte sia mestieri 
di rannodarla a quella. Però fabbriche, lapidi, medaglie, gemme, vasi, 
cronache, diplomi, e ogni altro storico monumento di quella stagione 
oramai non più da alcuno tassata di barbara o d' incivile è stato e 
sarà oggetto delle mie lucubrazioni. 

Ne presento per ora la parte numismatica, che è stala la piti tra- 
scorata non solo in Sicilia, ma altrove per quanto ci riguarda, po- 
tendo per noi identicamente ripetere ora quanto per le sue regioni 
scriveva vent'anni fa il dottissimo Fraehn (I), che la immensa copia 
delle monete arabe proh dolor ab impruderUia et avarìiia soluta igni 
est. Et si quae eoram particulae hic illic aò interiiu vindicatae conser- 
vabantur condebanturque^ incognitae et inexplanatae atque adco oblivioni 
datae manebant. Scilicet cives nostri animo ad hoc numorum genus non* 
dum commovebantur ^ quia detrai qui mullis involutisque eorum tilulis 
solvendis ac interprelandis vacare et quid ex iis lucius ad varia historiae 
capita obscuriora peti possiti probatam dare voiuisset. Ciò che apparirà 
manifesto da quanto sarò per dire, nel mettere a rassegna le più co. 
Dosciute opere numismatiche,' a fine di poter giudicare dello stato 
vero della cufico -sicnla numismatica. Al che stimo dover precedere 
uno storico cenno della dominazione saracena in Sicilia, cavata dalle 
fonti e non ricopiata sui moderni cronisti, con un saggio critico dei 
principali scrittori che mi hanno preceduto. 

Me senza tema rimango d'essermi ingannato più volte nelle varie 
dilucidazioni, abbenchè risparmiato non avessi a diligenza e a fatica, 

(0 De Musei Sprewiuiani 3foiquae numis eie. pag* 5. PetropoU i8a5. 



248 

onde rinnita a corp» presentare pria che altri il peniasae e rieca di 
molte ioedìle medaglie la noatra arabica oumiamatica: fitte avendo, 
anzi scolpite nella mente le parole di quel grande che mi fa maestro 
ed amico, e cbe mi lanciò nel Tasto pelago di sifiatli studii, nel quale 
ogni pia lieve passo fra noi costa uno sforzo assai più di quelle che 
a prima vista non pare, perchè ogni difficoltà riesce insormontabile 
sprovvisti come siamo di libri, Ai maestri, di compagni, d*ajati, e 
d' incoraggiamento ; ed obbligati cen fatica che opprime le forze dt 
no sólo, a perdere in cercare^ cogliere e interpretare quel tempo cbe 
spender si dovrebbe in riflettere ed in snedilare* Egli ammoniva de 
senno, che chiunqne è versato nello studio dèlia numismatica, scienza 
pregiatissima ovunque la civiltà ha slese le sue braccia pei moki rap- 
porti cbe he colla storta prolitice delle nazioni, cooosea per proova 
quanto sia £scile ia qnesU materia il (arsi velo al giudizio, e come 
anche i sommi uomini aiensi non di rado io piii dì un errore imbat- 
tuti (1). 

E Ikrò tesoro degli avvertimenti altrui, e saprò giovarmene nelle 
diverse aggiunzioni di cui quest'opera dovrà essere indispensabilmente 
segmta onde riuscir compiuta, non pooa materia ancora in serbo tenendo, 
e piti akre inedite monete eonserrando, per dilueidare le quali moka 
fiatiea debbo ancora darare né lieve non essendovi per certo indagine 
the basii per ecmperre tm iuon liiroy e per aeeerire di aver e$auri(Q 
le fonti e daia peifeùane «/ laporo (2). 



f KO Sdaà ProiptUQ MU noria Utunma di SèeMia nd mooh xruà^ tom. 3, p«g. aSau 
(a) Ctcogaani Mmmom tpmané cUa Uoria tkUa cokofftafia^ ps^ ifi. 



RAGIONAMENTO L 



DELLA STORIA AB ABO - SIC UL A, 



NoD evvi nella storia dei progressi della specie amana epoca tanto 
importante per sé medesima, e pei snoi risaltati tanto sublime quanto 
quella del medio -oto. Fnron qaei secoli la culla delle nostre istitu- 
zioni, della nostra indostria e delle leggi nostre, ove gli ultimi so- 
spiri delle antiche società mescolar si dovevano ai primi sforzi d'una 
organizzazione novella. Già e da gran tempo in so stesso covava il 
greco imperio i germi funesti di sua totale rovina; e più che per la 
potenza straniera ei già venivasi per sé medesimo dissolvendo. I Bar- 
bari, tuttoché da non poco sommessi, pure giammai a civiltà vera si 
ridussero, e i Greci aoimoUiti dall'ozio e degenerati, altro degli an- 
tichi costumi non serbavano, che la sottigliezza dei modi e una pompa 
▼anissima di potenza e d' ingegno. Cosicché gli uni e gli altri usando 
dimeslicamenle tra loro, e scambiandosi i vizii, si venne mano a mano 
formando presso gli Orientali un carattere generale e comune, unendo 
essi tutti la perfidia dei Greci e la ferocia dei Barbari; quantunque 
avessero non che diversi j costumi, ma diverse ancora le opinioni e le 
usanze* Le dispute, nelle quali avvolgeansi i Greci alle contenzioni in- 
chinevoli, li esacerbava a segno, che grandi odii prendendone ad aperta 
guerra trascorrevano; e se vivevano sotto le stesse leggi, e li gover* 
nava un signore medesimo, pare che ciò era per trovarsi piii presti 
alle offese, e per istraziarsi più davvicino. Che se della Religione di 
pace, sorgente faceanne e di guerra e di sangue, non recherà punto ma- 
raviglia, che financo nei giuochi e negli spettacoli altre inquietudini 
si suscitassero, non essendo ignote ad alcuno le fazioni nelle lotte 

òJosLTiLLAMo voi, HI. 3a 



250 

equestri, e come l' imperiale aolorità siesi le mille folte spregiata e 
oel circo, e nella piazza dell' Ippodromo. Per le quali cose, già ro« 
vinati essendo gli ordini antichi , incerti divennero i titoli onde si 
pervenisse al trono; perchè ora il senato ed ora il popolo, e quando 
le armate e quando i privati ne disponevano a voglia loro. Quindi è 
che la greca corte in pih secoli non ci presenta che inteme discordie, 
donnesche tirannidi, tradimenti continui, ed enormi assassioii. Di ma- 
niera che tutto corrompendosi con una rapidità spaventevole, e ve* 
dendosi il popolo senza dritti e senza speranza, i cittadini senza pa- 
tria, le proprietà senza garentia, l'industria estinta, i costumi sospesi 
tra la superstizione e la dissolutezza , V impero senz' armi , i grandi 
senz'asilo, il trono all' incanto, la difesa dello stato confidata a mer- 
cenarii stranieri; e mia genia di achiavi, retori, scoliasti, sofisti suo- 
cadere alla nobile razza dei filosofi, chi prenderà maraviglia che agevola 
ai fossero rese le vittorie dei Saracioi, e pia sicare e darevoli le con- 
quiste loro? 

Erano prima gli Arabi, adoratori d'idoli, e io piìi iribb divido- 
vansi indipeodeoti e distinte. Avvezzi al saccheggio ed al sangue^ in- 
vasi apesse volle, soggiogati non mai, resistilo avevano pur troppo a 
lutti i depredatori del mondo, dispergendo le squadre di chi tealò di 
assalirli. Maometto che fatto aveva dieegoo di dominarli, diessi a ma* 
terne la religione, perchè poscia a sua voglia ne avesse mutalo il go* 
verno; egli servissi dei disordini ateasi del loro collo onde acoredilare 
la sua nuova dottrina, predicando solamente l'unità di Dio el ano 
apostolato. E comechè avesse ordinato innumerevoli spezie di oaser- 
vanze e di riti, nientedimeno nella massima lor parte consacrò egli 
scaltritamente non che i vizii del clima, ma fin le abiUidini dei natu- 
rali: e soprattutto con le pompose e splendide promesse del conquisto 
del mondo, e dei piaceri e delle ricompense riserbate ai credenti, oc- 
cupò degli Arabi talmente l'ardentissima immaginazione, che riguardan* 
dolo essi come il loro profeta , divennero ad un tempo compreai di 
cieca fede e di zelo feroce, invincibili entusiasti e rapidiaaimi conqui- 
stalo ri. E divampò a segno questo lor fanatismo fondato sulla doppia 
forza della violenza e della seduzione che sa le rovine degli stati per- 
siani, e sopra le ceneri del greco imperio, fondata appena, si rese am- 
plissima la monarchia musulmana. Abubekre, che fu primo califfo oasin 



251 
▼icario e saccessor di Maometto, prese da priocipio la Siria daifaa- 
sceoa; e sotto il califfato di Omar cbe gli saccedè, la Mesopolamìa, 
l'Egitto, la Palestioa, la Siria e la Persia Teonero in potestà degli 
Àrabi, i qaali si stesero bec presti per tutte le riviere occidentali 
deirAfrica; penetraroo la Spagna e la Francia meridionale, e portaron 
le arme e la devastazione sino net paesi della Borgogna e in quei della 
Sciampagna. E avvegnaché dipoi essi fossero dalle gcerre iotosline lace- 
rati, e r impero mutasse sede e passasse a principi di altre famiglie, 
pnre nel nono secolo la potenza dei Mnsolmani si stendeva dalle rive 
del Gange e dell'Indo sino a quelle dell' Ebio; e dal mare Caspio 
all'Atlantico: onde il mediterraneo e le sue isole signoreggiando bat- 
teron sovente la Sicilia e '1 rimanente d' Italia. 

Né invero poteva da sicara rovina scampar risola nostra quando 
dall'impero greco dipendeva; anzi venn'essa dai comuni mali pertico* 
larmente afflitta. Ciò che avvenne, non solo per la lontananza degli 
imperatori pel cbe era piii esposta alle rapine dei ministri; ma anche 
per l'avarizia e crudeltà di alquanti principi, dai quali fa io particolar 
modo e taglieggiala ed oppressa. E ve n'ebber di quelli, cbe a tiran- 
neggiarla maggiormente vennero ad abitarvi. Fu questi Costante. II 
nipote dì Eraclio, il quale dopo di avere ucciso Teodosio suo fratello, 
abborrito in Costantinopoli, perchè fautore dei Monoteliti, passò in 
Occidente, e disegnava porre in Roma la sua sede; se non che vinto 
e battuto dai Longobardi, saccheggiò Roma, e carico di vergognoso 
bottino venne per Reggio in Sicilia, e fo per sei anni ad abitar Si- 
racusa; donde oppresse a segno la Sicilia, che disunì le famiglie, 
spogliò le chiese, e costrinse non pò chi a innanzi porre la morte ad 
nna vita infelice (I). Dei quali modi tirannici ed insolenti presero 
tanto sdegno i Siciliani , che in assai numero deliberarono rifuggir 
piuttosto nelle braccia dei Saraceni, che vivere sotto di lui, e pas* 
sereno in Damasco , sede allora delU musulmana signoria, con non 
altra speranza se non quella che venia loro dalla impossibilità di esser 
peggio trattati dì quello che attualmente il fossero dai Greci. Finché 
fattosi universale Todio ch'egli ispirava, fu nel 668 da un tal Andrea 
con una secchia scaricatagli sul capo assassinato nel bagno (2). 

(i) Paolu Warnefrido £>e geitù LtmgoiHmi, lib. v, cap. xi, praao Muratori R. i. S, t. i, 
pag. 4^ e 481. 
(^) Miri rou XÀSSov t^eorg. Ccdicn. Comptnd. BùL ed. Venet: pag. 344* 



252 

Qaaodo ìq Siracasa restò morto Gostaote, tosto di consenso l'ar- 
mata ed il popolo in Sicilia gridaraoo imperatore un tal Misiz di 
Armenia, antere appunto dell'ordita cooginra; per il che non solo gli 
eserciti di Occidente dairistria, Terra di lavoro, Sardegna ed Àfrica, 
ma lo stesso Costantino Pogonate qui vennero a ricomporre gli animi, 
e a punire gli uccisori del padre. Ma ritornato appena in Costanti-- 
Dopoli corsero i Saraceni ad infestar la Sicilia, aasaltarono Siracusa^ 
e ricebi di preda sen ritornarono ad Alessandria (!)• Nò fortuna mi- 
gliore s'ebbero i Siciliani sotto gl'imperatori che venner di poi, vili 
in gran parte e avari tutti e molesti , la cui storia è qui superfluo 
di ricordare, come inutile ò il far memoria delle altre piccole aggres- 
sioni nel 720 e 724 e 728 e nel 747 dagli Arabi su di noi operate 
sino a Leone l'armeno, persecutore Serissimo della ortodossia, il quale 
usurpato avendo lo scettro al debole Michele Rangabè, genero di Ni* 
ceforo, l'ebbe rapito dall'indegno Michele il balbo ^ da cui fu fatto 
barbaramente trucidare. Questo prineipe scellerato, che fra Io splendor 
della porpora nutriva anima di fango, e cuore veramente plebeo, dopo 
la morte di Tecla sua moglie, invaghitosi della monaca Eufrosina, 
figlia di Costantino porfirogeniio, costrinse il senato à sollecitare quel 
matrimonio sacrilego, ed obbligò il Patriarca a benedirlo. Eufemie, 
che Fimi gli Arabi nominavano, spedito da Potino pstriùo di Sicilia 
per comando di Michele a condurre una flotta contro le coste di Bar- 
boria, seguir ne volle l'esempio, e svelse dal chiostro con violenza una 
sacra vergine (2), e possedutala, mandolla spregiata ai ecngiunti di lei. 
Condannato dall'imperatore alla mutilazione arse^di sdegno, riunì dei 
faziosi, ucciso Potino, occupò Siracusa, e si fé' proclamare imperatore. 
Un Piata venturiero italiano, che prima era fra' suoi, gli eccitò contro 
formidabile resistenza, onde scacciato (3) chiese soccorso dall' agla- 
bita Ziadalh Allah ben Ibraim(4) emiro in Kairvan (5), e invitollo a 

(i) T. Paolo Warncrrido più conosciitto Mito il nove di Paolo Diacono he» di, 
(a) Jìpàs èxvxòv inOVOOLV iyet Gcoi^. Ccdreno he. cit. pag. 4o3. 

(3) V. Novairo flùc. Ssciiiae, cap. i. presso Gregorio M, A. etc, pag. 3. 

(4) Arùn al Ratcid califfo abbassido rcsideote a Bagdad al principio del iz secolo cercando 
l*aUcanza di Carlo Magno por opporto ai Mori della Spagna, mandava a governar l'Africa Ibraim 
ben A gì ab cui nominò governatore a vita, e rìvesli della facoltà di trasmettere il mcdeaimo of- 
ficio nei suoi discendenti. Da qui ebbe principio la dinastia degli Aglabiti. 

C5) Vicino a Tunisi. 



253 
conquistar la Sicilia. Questi lo attese nella acque di Susa con cento 
na^i, so le quali imbarcando diecimila fanti e settecento cavalli, li 
fece salpare (1) sotto il comando del kadi Àsad ben Feratb alla volta 
della Sicilia; e rotti i Veneziani ch'eran corsi in difesa del greco si- 
gnore, die fondo a Mazara (2), ove sbarcarono le troppe; e indi a tre 
giorni mosse contro Piata , che dovè ricovrarsi io Calabria dove fu 
trucidato. Asad, lasciato in Mazara Abd Zaki al Kenani marciò alla con- 
quista generale, occupò Sciacca e si diresse a Siracusa, cbe obbligò 
rendersi a discrezione del vincitore. 

Era Tottobre deir828 (3) e moriva Asad per grave inferniilà: i sol- 
dati scelsero io di lui vece a comandante un Mohammed ebn abu 1 
Giauari, quando inaspettala flotta bizantina assaliva la sqoadi'a afri- 
cana. Perlocbè il musulmano, onde non esser conquistata incendiavala, 
ed accampavasi verso Mineo e occopavalo (4); e d'altra parte s' im- 
padroniva di Gergeoti. Impaziente Eufemio di venir anch'esso a gior* 
nata drizzò le sue schiere contro Castrogiovanni , città allora im- 
portantissima o di conseguimento difficile. Venutigli incontro molti 
dei terrazzani pregaronlo di attendere sino al domani, cbe gli avreb- 
bero spediti ambasciadori per capitolare. Ed egli li attese, e venuti, 
lo trassero in agguato, e salutatolo imperatore improvvisamente gli 
furono addosso e lo scannarono (5). Il patrizio Teodoto (6) venuto 
coir armata imperiale, credè allora propizio il momento di stringere 
il nemico ed obbligarlo a battaglia : né ben si appose; e fu sbara- 
gliato, soffrendo perdita vergognosa e grave (7). E o*ebbe dolore e 
mise studio alla vendetta: infatti morto nel marzo 829 (8) Mohammed 
ebn abu '1 Giauari, e succedutogli Zabar ben Bargut, Teodoto strinse 
in Mineo i Musulmani e li ridusse a patir fame tale cbe fur costretti 

(i) La seUima fcm nel mczio del mese dìRabi primo l'anoo aia dell'Egira, cioè 1 5 giugno 827. 
(j) V. Novairo loc, ciu pag. 4* 

(3) ai 3 dell'Egira. 

(4) V. NoTairo loe» eie 

(5) V. NoTairo loc* cU. ma Cedreno loc, cU. pag . 4o3, e gli autori che lo seguirono Kriitero 
per errore Eufemio morto nell'assedio di Siracusa. — v. pure Le Beau Hisu du Bas Empire, 
t. »▼, p. 4o4« 

(6) r<oTairo lo cliiama Tudath hùéJ, 

r;^7) T. Novairo loccU. cap, 11, pag. 6. — Ciò avvenne dal a6 loglio al a3 agosto 83o; mese 
di Gtumadi secondo ao5 dcirEgira. 
(8) ai 4 deU' Egira. 



254 

miDgiarsi i proprii cavalli (1)« Ma Tenuti io aoccorso di loro Asbag 
ben Uakil a! Ilari, e Solelman ben afia 1 Tarlaaì saraceni spagna oli 
che corseggiavano allora il Mediterraneo, fa il greco capitano ob- 
bligato a chiudersi nel forte di GastrogioTanni (2). Corsero i Vene- 
ziani in ajuto di lui, ma di ubbidir ricusando al principe Teofilo, 
figlio deir imperatore Michele, presti tornarono dond'eran tenuti (3). 
Sicché fatti sicnri gli occopatori, con agio disposero le cose loro, 
onde signoria permanente acquistato avessero su risola tutta. E poiché 
stabìlili erano in Maiara, Mineo e Gergenti, Temiro di Àfrica mandò 
a reggerli un wali, o sia prefetto per nome Mohammed abd allah ben 
Aglab (4) parente suo, che nel corso di diciannove anni, in suo po- 
tere ridusse la miglior parte della Siciliane prese prìma Messina (5), 
indi nel mese di Rageb 220 dell' Egira, per capitolazione Palermo (6), 
che cinse d'assedio per ben cinque anni, poi Selinnnte che fu vinta 
per arme e abbandonata al saccheggio; appresso Trapani e 1* isola di 
Lipari (7), quindi nel 225 dell' Egira Ceraci (8), Caltabellotta (9), 
Plataaia(IO), Caronia(ll), Mirto (i 2); io seguito Modica (13), Leu- 
tini (14); e finalmente Ragusa (t5)« 

Morto nel 17 genoaro 851 (16) Mohammed ben abd allah ben al 

(i) V. Novairo /oc. cu, 

(a) V. NoTairo loc, cit, 

(3) ?. Cedreoo toc, cìl 

(4) V. Novairo toc. cU. — Aampoldi jtnnaU Musulmani^ per ertorc porla il principio delia 
prefettura di cottui mir843, facendolo Micccdcre ad Omar faldh. 

(5) NeU'83i. v. Cronica di Cambridge preiao Gregorio toc. cit. pag. 4^* — Rampoldi per 
errore acgna l'anno S43* 

(6) NcU'835. V. Novatro e la Cronaca di Cambridge. — Nella Cronaca della Cava intcriU 
nel IV tomo del Peregrino Storia dei principi longobardi per errore ai porla l'anno S3a. — Ci- 
jetant f^icoe Sanetorum Sicuhrum U a. Jnimathtnionu in vitam S\ Eliot monachi^ p. a3, 
n. 5, per errore legna l'anno 8a6. 

(7) Y. Rampoldi loc, ciL anno 835. 

(b) Neir839. — ?. Novairo. Nella traduzione di CauMÌn de Perceval pag. 4^1 <^cet^ P^^ ^^' 
rore 899-830. 

(9) Novairo lo chiama Calat al hdlut ImJIaJi &4|JU 
(io) Novairo lo nomina AUathanù «jJoJi>l 

(1 1) Novairo lo chiama Calat Carùb L^È fX9 i^XXP 

(la) V. Cronica di Cambridge — e Abulfcda Jnn Miod, an» a34. 

(i3} Anno 845 v. Cronaca di Cambridge. 

(14} Neil' 847 V. Cronaca di Cambridge ^ e Abulfcda iv« a3j. 

(i5) N«U'848 V. Cronaca di Cambridge. 

(16) IO del mese di Rageb a36 dell'Egira. 



255 
Aglab (1), dal popolo, e con conferma lieiremiro di Kairvao Mobam- 
med ben al Aglab (2) gli fu sosUtoiio Al Abbaa ebo Àlfadbl , non 
meno valoroso che il sao predecessore, sifiattamenie, che in undici 
anni estese sor altre terre il loro potere, e particolarmente so la città 
di Boterà (3), e su la aionitissima Castrogiovaoni (4)J 

Colto da morte il 15 agosto dell' 861 (5) il wali Abbas, assunti 
al comando uomini di meizano valore, e per breve durata, prima 
Àhmed ben Jacùb e poi Abd allah beo al Abbas, validamente con- 
trariati dagli sforzi dei Greci, molti anni passarono senza rilevanti 
azioni, sino a che for date neir862(6) dall'emiro di Kairvan Mo- 
hammed beo Ahmed al Aglab, al prode ma sventoraio Kbafagia ben 
Sofian le redini del siciliano governo. Grande fu lo spettacolo di 
guerre che sotto costui s'ebbe fra noi, molto piti pei soccorsi spe- 
diti dal greco imperatore; poiché fu ai Saraceni tolta Ragusa: iodi 
acqoistaron essi Noto (7) , ma ben presti la perdettero ; e se si di- 
fesero io Castrogiovanoi non poco sangue versarono: fino a che il 15 
giugno 869 (8) fu V infelice Khalagia ucciso a tradimento dal perfido 
soldato KhalfuQ ben abà Ziadal Haoazi. Successe a questo vraii il 
figlio suo Mohammed, proclamato dal popolo e confermato dall'emiro 
di Kairvan (9), che fu da un eunuco ammazzato dna anni dopo(10)« 
Lo supplì pel momento un Mohammed ben abu '1 Hossain ; indi fa 
dall'emiro eletto prima un Rabbakh ben Jacub, che visse pochi me- 
si (11), poi il fratello di costui che mori nel meée di Safar dell'anno 
stesso. Fu successore di lui Abu '1 Abbas beo abd allah ben Jacub, 
che mori al finir d'un mese e fu rimpiazzato dal fratello suo. Poco 

(i) T. HoTiiro e Abulfeda. 
(a) ▼. Novairo. 

(3) ll€ir854 T. CroMca di Cambrìdgi;. 

(4) Ndl' 859 (^44 dell'Egira) iccoodo U Cronaca di Cambridge e Norairo. Qtietta disfatta 
però secondo AbuUcda data di giovedi i5 del meie di Sdawai fa neU'SSt (a37 deU' Egira). 

(5) 4 Giuinadi teooodo 947 dell' Egira. 

(6) a48 dell' Egira. 

(7) ▼. Cronaca di Cambridge anno 864 (aSo d«ir£g.) 

(8) t di Rageb a55 dell'Egira. — Martoraoa Notizie stanche M Stiìucmi sieiliani^ tota, t, 
pag. 47 •crìsie (certamente per errore materiale) 1069. 

(9) ▼. NoTairo. 

(io) Il a8 maggio 871 cioè 4 di Rageb aS^ dell'Egira. 

(Il) Mori nel mete di Mobaira a5S deU'Egira. — GoTernò dal 18 norembre al 17 dicem* 
bre 871. 



25G 

di poi remiro d'Africa die il governo ad Hossain eba Rabbakb, che 
rimosso fra noa guari ebbe per soccessore oeir 873(1) prima Abdallah 
ben Mohammed ben Ibrahim ben al Aglab; e poi oeiraoDo stesso Abu 
Malek Ahmed beo Omar bea Abdallab ben Ibrahim ben al Aglab co- 
nosciuto sotto il nome di Habasci che governò per lo periodo di ven- 
tisei anni (2). Fu questo walì che assediò ostinatamente per nove mesi t 
Siracusani, i qoali non furono vinti da vili, ma colle arme in pugno (3), 
e con coraggio degno di tempi migliori, sopraffatti dalla moUitudine 
eccedente degli Africani, che in due mesi di saccheggio ne distrussero 
rabbiosamente ogni bel pregio (A), usando sur essi l insolenza della 
forza e la prepotenza del vincitore. E nel periodo del governo di lui 
gravi aogostie soscitaronsi in Sicilia, avendo il popolo proclamata la 
sua indipendenza (5), favorito o per lo meno tollerato in tale divt- 
samento dal greco imperatore. Per lo che Abu Isbak Ibrahim ben Ahmed 
ben Mohammed beo al Aglab emiro di Africa, mandò in Sicilia in qua* 
lità di emiro il figlio suo Abu 1 Abbas oelT 888 (6) perchè avesse 
ricomposto le cose (7) ; ma fu costretto ritirarsi , e ritornarvi alla 
morie di Habasci (8) con forza maggiore: sedò alquanto T insurrezione, 
che indi a poco s'accrebbe, e fu in Palermo rizzato il vessillo delP in- 
dipendenza, e stretta la lega con quelli di Reggio. Indispettito Terniro 
d'Africa sopradetto rimandava il figlio suo al Abbas contro Palermo, 
per indi portar la guerra al greco, assediando Reggio. Così fu fatto, 
e frbaragliuto (9) lesercìlo palermitano, al Abbas presa la citlà e fat- 
tavi atroce strage (IO), assaltò la Calabria, e disperse avendo le vilis- 
sime truppe bizaoline, ricco di preda fece ritorno alla desolata Palermo. 
Ciò che dispiacque al padre suo , il quale ardentemente voleva che 



(i) Nel mese di Sciawal aSg dell* Egira dopo rultìmo di luglio sino al a8 agusto 873. 
(3) V NovairOf he. di. cap. v, pag. 1 1 . 

(3) Il ai maggio 878 (a65 dell' Egira) v. Abiilfeda — e la Cronaca di Cambridge, pag. 4a. 

(4) Nel maggio 878 — ▼. la Lettera del Monaco Teodosio presso Rocco Pirri Sicilia Sacni 
i. I, pag. 6i3 e seg. —Muratori Annali ec, tom. iii| lib. ilxwiii. 

(5) ▼. Giovanni Diacono. 

(6) a84 dell' Egira. . , 

(7) V. Novairo. 

<8) L'anno 900 (287 dell' Egira). 

{9) Agli 8 settembre 900. 

(io) ▼. Cronaca di Cambridge, pag. 43. 



257 
atesse io Italia «ccretcialo le prede, e richiamatolo a Kairvao , ve- 
tlitolo della sofraoiik , il lasciò al goferoo di Barberia(f), ed ei 
tuttoché vecchio veDoe in Sicilia, e si diresse a Taormioa, che prese 
per frode e distrusse dalle foadameata (2) : il suo cadavere fu man- 
dato in Africa, e seppellito in Kairvan nel 902. 

Salito al trono degli Aglabiti Abu '1 Abbas Abdallah, mandò costui 
invece di Ibrahim per wali Mobammed ben Al Sarcùsti, che poi cambiò 
nel 903 (3) con Ali beo Mobamme^ ben abo 1 Fauares (4). E già 
siamo al termine deiraglabida dominazione; poiché il parricida Abu 
Nasr Ziadalh Allah che assunse il principato nel 908, e che cambiò 
il wali Ben Ali al Fauares con Afamed ben abi 'I Hosein ben Rabbakh(5) 
fu spogliato per sempre nel 909 della signoria di quest' isola. Ed ec- 
cone il conte. 

Sorse al cominciar del secolo decimo in Africa un certo Abu Ab* 
dallah al Scii, prode guerriero ed avveduto novatore, e comparve 
contro gli Aglabiti e gli Edrissidi difensore di Obeid allah, figlio di 
Mobammed, che si vantava discendere da Ali e da Fatima, questa 
figlia, genero quello del fondator dell* Islamismo. Avvertiti del suc- 
cesso delle arme di lui i Siciliani soUevaronsi contro di Ahoied, e 
scelsero invéce (6) {Ter wali loro Mi ben abu 1 Fauares, implorandone 
da Abo Abdallah al Scii la conferma -*- e la ottennero da Obeid Allah 
già possessore dello scettro africano, che assunse il soprannome di 
jtl Mahadi cioè dirtUore^ e nel 298 delVEgira quello d'imperator dei 
fedeli (7). Partito indi a poco detto wali fu mandato Ahmed ben 
Hartarir(8), che ben presti venne in odio del popolo, e fu aspra- 
mente malmenato; sicché pel momento assunse la somma degli affari 

(i) ▼. GìoYiDiii Ditcooo — NoTAtfO e Gttignes Bistoire det Hunt^ t. i, pag. 36a. — RampolJt 
nfiusolò questi fiiUi| e t' imbattè in miUanta errori ed incoerenze^ avvertite da Martoraaa i. e. 
tom. if pag.«.ao8y nota 70. 

(3) La Cronaca di Cambridge porta questo avvenimento per errore nel 908. ^ Giovanni Dia- 
cono esattamente al 901. — Palmeri Somma della storia di Sicilia^ t. i, pag. $94 lo contrasta 
con calore e crede di provare, ma con nissun solido fondamento essere falso del tutto. 

(3) «90 deir Egira. 

(4) ▼• Novaifo loc* di, cap. v, pag. la. 

(5) V. Novairo. 

(6) A 5 aprile 909 (« > ài Rageb 296 dell'Egira) r. Novairo. 

(7) (j^^S^i'S^I J-fim Emir Al Mummia 

(8) Gionse costui a PaUrmo il 10 agosto 910 (10 Dhualbagia 297 deU*£gira) v* Abulfeda p. a33. 
MoMTiudMO^ voL m. 33 



258 

il goYernalore di Alcamo Chalil, stoo a che reDoe V imbecille vecebio 
Ali ebo Omar al Balaiii(l). Però i Saraceni siciliani non volendo alar 
soggetli ad on prìncipe cbe proclamava la scismatica dolirina degli 
Alidi, leraronsi tumalloosi contro di lui, facendo capo di Abmed ben 
Corbab, e implorarono il califfo abbassida in Oriente allora Moklader 
billab, perchè si fosse reso loro signore, e avesse accettato la loro 
obbedienza. Accettò Moktader omaggio siffatto, e come, per segno di 
gratitudine die alla Sicilia nn epirato proprio (2), e ne investì il snd^ 
detto Ahmed ben Corhab, cni mandò sncoodo il costume (3), le in- 
segne lotte di sovranità, cioè la bandiera abbassida (A), la clamide 
talare, la collana d'oro e le armille (5). Disimpegno con onore il suo 
grado questo primo emiro, e regolar seppe lo slato interno non solo, 
ma fortemente sostennesi airestemo contro i nemici. Venne infatti pò* 
derosa flotta fatemida, a combatterlo sotto il comando di Ebo ahi 
Khasir, ed ei la distrusse insieme al condottiero (6). Ma suscitata da 
Àbù 1 Gaffar gergeotino la controrivolusione Abmed ben Gorhab vi 
perde la vita nel 916 (7); e quindi il califfo fatemida Almelidi spedi 
subito a novello vrali Abo Said al Daif, cbe Novairo chiama Mossa 
ben Abmed con imponeotissima armala. Furoa da costai sedati i lo* 
multi, ma con maggior impelo indi a poco ecoinpiarono, e fu d'uopo 
che altra gente darme affricane venisse nell'agoslo del 91 6« £ poichò 
io Palermo fiorentissima allora e potente rislrelli s'erano i valorosi, 
fu di forte assedio cinta quella città e per aei mesi travagliala. Ba- 
lestrati gli abitanti dai Saraceni nella campagna, stremali dalla fame 
nella città furono alla disperaiione, sicché a patto di aicureaxa (8) 
si resero nel 12 marso 917: ciò che del pari accadde all'ostinala 

(i) Il iS agosto già (27 Dhualbagii 9^9 cleirEgira} t. NoTairo. 
fa) T. Gregorio il. A» «e. pag. i3, nota (d). 

(3) Per qoetto ooitame ▼. Abulfeda an. a65f pag. ai5 e 261— e Renaodot Hku Fairkat* 
jtUx, pag. 939, «3i e 948. 

(4) Etaa era di color nero. 

(5) ▼• Cronaca di Cambridge. 

(6) T. Cronaca di Cambridge. 

(7) NoTairo dice che Korab retto ucciso nel 911 ^ ma k Cronaca di Cambridge rapporta 
ch'egli ebbe il governo nel 91 3, che Tenne fuori colle arme nd 914* e che nel 916 fa deposto 
e mandato in Africa ove mori. 

(8) ▼. Cronaca di Cambridge anno 64a5 (gi^diCC.)— U patto di mcojksu «ra dello 
dagli Arabi U>t«l 'dmàn 



259 
Gergeott (1). Né di Massa ehtamossi contento il califfo, e richiamatolo 
mandò in sna vece Salem ben Asad al Kennai (2). Seppe questi con 
senno ricomporre gli animi, sedar le turbolenze, estinguer del tutto 
la civile discordia (3), e mantener la pace sino al 934, in quale anno 
ebbe termine la sna prefettura. Fu allora che succeduto ad AI Mahadi 
il figlio suo Abu 1 Kasem , tnandò per prefetto di Sicilia un altro 
Salem figlio di Rasced (4) tanto dal predecessore diverso, quanto il 
buono dal cattivo. Aizzati dalle soperchierie di costui primi furono 
a levarsi in arme i Gergentini, e ad aspramente risenlirsi , e disar- 
marono la guarnigione, e fugarono le truppe spedite contro di loro, e 
con ordine di battaglia marciarono sia presso le mura della capitale 
per venire a decisiva giornata. Ivi giunti furono guerrescamente assa- 
liti, battoti, rinculati e insegai ti senza posa sino ai ma lini di Marnuh. 
Ma sollevatisi poco appresso quei di Palermo sotto la scorta di Ben 
al Sabayab e di Abu Tar, nuovi conflitti e più sanguinosi e più du- 
revoli ne vennero, che propizii si dichiararono in ultimo pel wali, 
che obbligò i sediziosi disfatti it chiudersi nel castello. Né acquetossi 
il califfo africano, e nuove truppe capitanate da Chalil ben Isciak mandò 
nell' isola a farvi vendetta. Queste arrivate nella capitale (5) ne di- 
struaaero le porte e ne abbatteroao le murarie. U che fu d' incita- 
mento ai Gergentini per dare altra volta di piglio alle arme, chia- 
mando in ajuto V imperator d' Oriente Romano Lecapeno, che pron- 
tamente il mandò loro tale, quale essi il bramavano (6). Infatti ai 
disperatamente avventaronsi conira Gbalil e l'oste sua, che fa forza 
a questa indiotr^giare, e ripartir senza fruito: né però si ristette, 
che rannata nuova gente in Barberia, tornò più gagliardo e assai più 
minaccioso (7). Impadronissi dapprima delle circostanti terre che in 
ajuto moveansi dell'ambita Gergenti, e gli riusci agevole impadronirsi 

(i) ▼. Novairo he. cà,^ cap. y, pag. i3. 

(a) ▼• NoTftiro toc. cii.^ e Rampoldi ao. 917 deU* Egira (3o5 di G. G.) 

(3) ▼. Cronaca di Cambridge anno 6443 (9)4 di G. C.) 

(4) Che iieno ttati due direni wali deUo stesso nome SaUm pare indubiuto. fa maraviglia 
esser caduto in errore confondendoli in un solo anche il diligente Palmcri he* cU, pag. 357, 
e molti altri. 

(5) A a3 ottobre 937 (3a5 deU'Egin). 

(6J y. Sheaboddin Siti* Siciliae presso Gregorio R, A» ec. pag. $9. —e Abulfeda an. 3a5 
deir Egira, che comincia a 18 norembre 937. 
(7) fié 939. 



260 

dì CaltaTuiuro, Al Sirat, ScUfaoi, Kalbarah, e Callabellolla , pian- 
tando gli alloggiameoti a Balaiiah. Ma i Gergeniioi sboGcaodo dì notte 
aopra Callabellotta la ripresero e fugarono dal campo gli Africani. 
Moriva Salem intanto, e rìmaueTa la aoinma delle cose in mani del 
solo Cbalìl. inferocito cosini per superbia, e rabbioso dall' opposi- 
zione trovata, non mise freno all'ira, ed espugnata Gergenti (I) ne 
fece strage truce ed inumana; indi creati gofcroatori interini in Pa- 
lermo (2) Beo al Gufi e Ben Atthf salpò per l' Africa ricco di preda 
coi soldati suoi (3), lasciando V intera Sicilia nelle angosce di quasi 
ura totale anarcbia, lacerata a vicenda, senta sapersi più chi ne fos- 
sero i difensori, chi i nemici. Dal qnale violento stato non potè solle- 
varsi che dopo tre anni, e quando succeduto al califfato di Africa 
nel 945 Abn Tbaer Ismaele Almansnr venne prefetto di quest'isola 
il precettore di lui (4) Mobammed ben al Asciai (5), che indusse il 
suo principe a dare miglior forma al reggimento di quest' isola , il 
quale le concesse un emirato proprio, che per la rinuncia fattane da 
Ben Al Asciat accordosu ad Al Hosein ben Ali ben ahi 1 Hoseio 
al Chalbi (6), che qui venne nel 948 sotto apparenza di conquista- 
tore , e che ne assunse il governo come di dritto ereditario (7). A 
questo emiro si deve il miglioramento della cosa pubblica in Sicilia, 
che per circa settant'anni quiete s'ebbe e pace e calma reale (8), e 
stato splendido e decoroso. Fiorentissima ragrìcoltura per la mode* 
rata imposta che su le terre gravava; le manifatture e le arti prospere 
e rigogliose, sì poiché fiorente ragrìcoltura fiorir debbono quelle per 
lo soprabbondare delle materie prime e per lo accrescersi dei capitali, 
si per lo incoraggiamento ben grande che le medesime sperimentavano 
nello stato di pace; attivo il commercio pel traffico grande che una 

(i) A ao noTeinbre 941* 
(pi) Anno 33o dell' Egiia. 

(3) A IO tettcmbrf 943. ▼. Cronaca di Cambridge anno 645o (94^ di G. C.) loc. cic p. 4c>> 
— Bampoldi e Ferrara •egtiirono Terrore di NoTiiro. — Palmeri erra segnando l'amio 945. 

(4) ▼. Bampoldi an. 334 deUTgira (945 di G. C.) 

(5) V. NoTairo ioc, cU* pag. i5. 

(6) 7. Cronaca di Cambridge /oc. cu» — Norairo loc» cit, — Sheaboddin loc. di, — AbaUeda 
an. 3S6 dell' Egira » Rampoldi an. 94S e 949. 

(7) ▼. Al llakin p. «29 — e Sistoire urUvetulU te., ed. di Amsterdam io-4t ^ ^u^v» cap. 11, 

•«• V» PM* 4o- 

(8) T. Cronaca di Cambridge he. di. 



26 1 
potente marina faceva. E porche gli agi e la ricchezza ODiveraale forte 
argomeato e cagione sono di accrescersi le famiglie e di ingrandirsi 
la popolazione, numerosa oltre ogni credere questa divenne anzi ec* 
cedente. Gli agi fan volentieri rivolger l'animo agli stndt, e buon 
avviamento ti segnano; per lo che sorger si videro le buone disci- 
pline fra noi e generale rendersi la coltura, comune il sapere: dimo* 
dochè se rifugge il pensiero dal considerare quanto funesta alla nostra 
gente fosse riuscita la invasione degli Arabi che manomisero tante 
nostre splendide terre, distrussero tante belle speranze, scannarono 
tante vittime umane, annientarono tante sapienti leggi, e spensero 
quasi del tutto il culto santissimo di Dio, si riconforta la mente, che 
dopo non lungo periodo, sia questa terra, mercè degli stessi suoi de* 
predatori, invigorita alquanto e a miglior vita risorta. 

Succedeva pertanto al califfato d'Africa per la morte di Aloianso- 
re (1) il figlio Moez ledin allah, famoso per arme e per ingegno, e 
chiamava in Africa (2) Temiro Basan, concedendo l'emirato di Sicilia 
al di lui figlio Ahmed abo'l Hosain(3). E mandava Timperatore Go« 
stentino Porfirogenito (4) un tal Basilio protospatario con agguerrita 
flottu per attaccar la Sicilia, nel tempo medesimo che spediva on'ar- 
osata per battagliar nelle Puglie, onde liberarsi dei Saracini, dai quali 
aveva ottenuto tregua si, non pace. Prese Basilio appena giunto, Ter* 
mini, indi Taormina, e si rivolse a Mazara al cui soccorso era volato 
Basan (5); ma quindi partissi, e nuova tregua fu pattuita nel 959 fra 
il greco e Tafricano (6). 

Di tali trambasciaoienti profittando il novello prefetto, non che 
adoprossi in andar sistemando T intemo reggimento, ma ebbe il destro 
di far adottare poco a poco per forma pubblica (7) la scisaiatica re- 

(I) Nel 95a. 

(3) Nel 954 (343 dell'Egira). 

(3) f. Sheaboddìno e Abalfeda an. 343* — Novairo loc, ciu cap. ▼, pag. iS» per errore fa darare 
l'emirato di Hatan poco più di due anni, ioTece di cinque anni e due meti. Il quale errore eucndo 
•tato avTcrtito da R. Gregorio R» A. eie, pag. iS nota (e), ben poteaà evitare dal Kampoldi. 

(4) V. Cronaca di Cambridge an. 954 e 956. 

(5) V. Cronaca di Cambridge — - e Rampoldi ann. 966. 

(6) T. Cedrcno loc.cii, pag. 5 1 a. cf,^éSoytM ToèvVV XoU P(rpl*^OtJ, X*l JlSTYl- 

(7) Na 958. 



262 

ligione dei Fatemidi (1 ). E poiché era salito al Irono di Costantino* 
poli Niceforo Foca, i Musulmani aTTctzi a vinòere senza periglio i 
Greci ammoUìlt, non si credettero piii in dovere di rispettare la tre- 
gua , e cinser d'assedio Taormina, e la riebbero dopo sette mesi e 
ineszo (2) ; e per on considerabile corso di tempo Moezia in onore 
del califfo e di suo comando la nominarono (3); e la rifecero, e meglio 
la guarnirono (4). lutanto sollevafansi quei di Rametta contro i Sa«> 
racenì, e dai Greci eraa soccorsi, i quali appena Tenoti impossessa- 
▼ansi di Messina, e marciavano alla volta di Palermo. 

Era innumerevole Io stuolo bizantino, ma vile d'animo e da ine- 
sperti- e codardi generali guidato; minori per numero erano i Sara- 
ceni, ma prodi, agguerriti, d'animo risoluto, ed esperti nel mestier 
delle arme. Vennero quindi alle mani, e fu aspro lo scontro, sangui- 
nosa la pugna, la vittoria lungo tempo indecisa; finché l'esercito greco 
tergognosamente battuto fu dissipalo e distrutto, e circa diecimila 
uomini rimasero morti sol campo (5). Spossato per tanti travagli il 
virtuoso Hasan, nel novembre dell'anno stesso, alla età di soli cin- 
qoantatré anni passò fra gli estinti (6). Inabili i Greci a riprender 
le arme, nuova tregua coochiusero col falemida (7), il quale dié^ or- 
dine airemiro di rifabbricare le mura di Palermo, di alzar fortifica- 
zioni per tutta V isola, di edificare novelle città; e di spiantare dalle 
fondamenta Taormina e Rametta (8). Per lo eseguimento delle quali co- 
struzioni diversi sceik spedi l'emiro Ahmed nel!' isola tutta; e per lo 
atterramento il fratello suo Abu '1 Casem , e lo zio Giaafar. Il che 
(atto fu chiamato Ahmed dal califfo in Egitto, lasciando suo vicario 
in Sicilia un Jaisc provvisoriamente (9) : e presentatosi a Moez, fu 

(i) r. Cronaca di Cambridge — Sbeaboddino an. 34? — ^ Abuifeda. 

(a) A a5 dicembre 962 (35 1 dell'Egira) v. Cronaca di Cambridge (oc, rà« pag. 5i. 

(3) ▼. NoTairo loc. cit. A^^aII l oA^ .f^Mx^ '} jMkl jx\^ 

(4) T. NoTairo ioc. ck. pag. 16 — Abolfeda an* 35a dcU' Egira ^ Eampoldi aa. 3oS e 3o6* 

(5) T. Cedrano he. cit. 1. 1^ pag. 5ia e aeg. -^Sheaboddino pag. 60 — Abuifeda pag. 8a ^ 
e più di tutti No?airo loc. ck. pag. 17. — Rampgldi voi. ò, pag So6j non appoggiato ad alcun 
documento di questa guerra ne fa due. 

(6) T. Cronaca di Cambridge loc. ecc. — Sbeaboddino — Abulfeda ~ Novsiro ioc. cU. pag. i8* 

(7) Nel 966-967 T. NoTaifo e Rampoldi 

(8) ▼• Novairo he. cfC cap. tI| pag. 19. 

(9) Anno 356 deU' Egira t. Sbeaboddino ^ Abulfeda ciò ri£erÌKe aU'anno 358. 



263 
da coftiai spedilo invece altro figlio dello slesso Hasan per nome 
Abu 'I Casein (1) Della qaalità medesima di yicarto, il quale dopo 
la morte del fratello ricevè il diploma d* investilara (2) , e governò 
per dodici anni da savio coi soggetti , e pugnò da valoroso contro 
gli stranieri. Però la morte di Moez (3) accaduta in questo corso 
di tempo riusci inopportuna agi' interessi del califfato fatemidico , 
e il di lui figlio Al Aziz bisognò tenerla celata per più di #n an- 
no (4). Potente ai era reso Abu 'I Casem per egregìi fatti , per va- 
lore guerriero , e stretto s' era in amicizia coi Greci , i quali ora- 
mai spaventati pelle vitlorie ottenute nel continente d' Italia da Ot- 
tone I imperatore di Germania volevan tenersi amici i Musulmani di 
Sicilia, abbenchè stessero in aperta guerra con quelli d'Asia, che lor 
devastavano le provincie migliori (5). Salito al trono di Germania il 
secondo Ottone, Casem credè opportuno il momento d'invader l' Ita- 
lia, e le sue prime spedizioni gli riusciron felici (6); ma venuto ad 
aperta battaglia eoo Ottone presso Cotrona in Calabria fu disfatta la 
sua gente, ed egli steso per terra nel boiler del cimento (7). E si rese 
emiro di Sicilia il figlio suo Giaber ben Abì 1 Casem (8); ma non 
passò l'anno e fu deposto e rimpiazzalo dall'emiro Giafar ben Mo- 
hammed ben al^Hosain altro nipote di Hasan, che giunse in Palermo 
Tanno 373(9): e ammalalo visi indi a poco se ne mori (IO), passando 
l'emirato al fratello suo Abd allah ben Mobammed, che visse oscuro, 
e mori il I gennaro 990 (1f), lasciando il di lui figlio Abu '1 Fatha 
Josef per testamento al goverao di Sicilia, nel che fa confermato per 

(I) Il i4 giugno 970 (mcM dì ScUaban 359 deU' Egira). 

(a) V. Sheaboddino toc. ciL pag. 60. — Abulfeda anoo 359. ~- Novairo Ice. ek. cap. ftlt 

P«8- «9- 
(3)Nd975 

(4) T. Abolfeda. — È per errofc cbe DeGoignes HÌMt. gentr, de9 Hum^ 1. 1, pag* 370, dice 
che Moci nel 36i deU' Egira abbia daU la Sicilia ad Abu 'i Futuh' della dinaatia dei Zeirìdi. 
Moes die a costai la pfoviocia d'Africa e il Magnb con le loro dipendenze. E ne eccettuò la 
Sicilia e Tripoli, v. Gregorio R, A, te, pag» 90, nota (a). 

(5) Micbaod Slùria MU Crodau n. 3 del libi^ i. 

(6) T. Novairo loc* ciu -~ Abolfeda pag. Sa. 

(7) T. Abulfeda — NoTairo ^ Sbaboddino — Lupo Protospada — > Cronaca della Cava — ^ 
Rampoldi. Ciò fu il a5 luglio 983 (mete di Hobanra $73 dell' Egira). 

(8) ▼• Sheaboddino /oc» cU. pag. 61 • 

(9) Anoo 983-984. 

(io) t. NoTairo ^ Abolfeda — Sheaboddino 

(II) Palmeri loc. cà. a pag 368 dice per errore 988. 



264 

diploma del califfo (I). E qaesto emiro se noo fa glorioso gaerriero 
fu cerlameole eccelleDlissimo governaote; però colpito da semi paralisi 
Del 999 (2) abdicò il governo col coosenso del califfo Hakem che era 
succeduto ad Àlaziz gìk morto nel 996 (3) in favore del proprio figlio 
Gìaafar. Per tal modo rinvigorirono le arme siciliane sino al 1015(4), 
che giovane e prode era questo Giaafar, impaziente di guerre, e di 
conqu^te; e cosi fortunato che fu dal califfo onorato con distinti so- 
pranomi di gloria e di onore (5). Però il fratello di lui Alt ben Àbu 1 
Falba, visto che il figlio di Zeiro emiro della vicina Barberia erasi 
fatto ribelle e indipendente dal califfo (6) sorse fellone in Sicilia, e 
s'accampò con grande truppa d' insorgenti presso Palermo (7). N'ebbe 
dispetto Giaafar e gli uscì contro, ruppe i sediziosi, e preso prigio- 
niero il fratello suo fecelo immantinente trucidare insieme a molti dei 
suoi (8). Quindi infierendo mal a proposito contro i popoli a sé sog- 
getti prescrisse per consiglio del suo segretario Hasan beo Mobam- 
med al Bagal, la decima sopra i grani e sopra ogni altro prodotto 
della terra, mentre sino allora la Sicilia altro balzello non aveva sof* 
ferto sotto laraba dominazione, che una tassa in denaro per ogni pajo 
di buoi (9). Disortechè diaperati i soggetti della fierezza e della in^ 

(i) Novairo loc, cà* cap. tiii, pag. ao. 

(9) Palmeri loc. cU> i pag. 368 dice per equivoco an. 988. 

(3) T. Ahulfeda -* No?airo — e Sheaboddiao. 

(4) Palmerì loc.ciL a pag. 3S9 dice per errore aa. 101 4* 

(5) Fu topraiinooiinato M^OJI o^w J%ig adduUu cioè Corona iUUo nato, e i^^éi^éé 

2LL#JI Srf" al miUaih cioè Spada della niigioM.'^r. Novairo (oc. eie. cap. viii, pag. ao. 

— Ahulfeda — e Sheaboddino. 

(6) ▼. Novairo — Abulfeda — e Rampoldi voi. vt, ano. 993-997. 

(7) L'anno 101 5. 

(8) V. Novairo e Rampoldi — a a3 Sdaaban 4o5 (6 febbraro 101 5 dell'c. v.) 

(9) Il Martorana loc. ciL tom. 11, cap. iv, pag. i5a, ioaCieDe con molU industria contro Tuoi* 
venale cooaentimento degli scrittore che per un giogo di buoi ai doveste intendere noa pertico» 
lare misura di terra. Il suo ragionamento non manca di soltigUena, ma non mi pare inelutta- 
bile; e chi conosce l'arabico s'avvede che la disputazione, viene a sdoglieni colie proprie parole 
del Noviiro. Il pasao di questo scrittore è il seguente: 



yiujt ^^r Jis- j^Lì ij 



che fu ben tradotto dal Gregorio R.ji. ec. pag. 21. Ex unoquoque jugo boom exigebaturi be- 
nissimo dal Giussin nella sua tradoxione del Novairo della quale parleremo nel a. ragionamento 
Pag. 433. Ou Von pajroit pour chaque paire dt boeuf: e che volendosi rendere letteralmente 
dice: Quod accipitbal super par boum quocuoque. 



265 
gordigia di Giaafar dod che della saa superbia e delle logiastizie sue 
levaroDsi a capo io Palermo, e lo costrinsero a cbiadersi nel castello; 
e già fattavi breccia erano per dargli addosso, quando presentandosi 
io lettiga al popolo il cadente padre di lui, il venerando Jussef placò 
la moltitudine di cui accolse le doglianze, e che acclamò per emiro 
r altro soo figlio Ahmed al Akhal (1). Fa rivocata la nuova impo* 
8ta delle decime , e datosi ai sollevati Al Hasan al Bagai , costoro 
il trucidarono e ne consegnarono alle fiamme il cadavere (2). Giaafar 
ai condusse in Egitto, e dopo alquanti giorni lo stesso fece Jussef , 
seco recando smoderata somma di ricchezze (3). Non tradì Al Akhal 
le speranze che su di lui si erano fondate, che ben egli seppe ricom- 
porre lo stato e condurlo pel meglio : e acqnistossi tanto nome per 
le sue guerresche azioni al di là dell'isola, che chiamollo il califfo 
col soprannome di Tag addùlal(U)j cioè corona delF impero. Ma. non 
fu durevole il bene, che istigati mai sempre dagli Africani eran quei 
di Sicilia a rivolta, sicché Temiro raonati i più cospicui del popolo 
persuader li voleva a cacciare le genti di Barberia fautori delle mac- 
chinazioni di Atrooez: e come n'ebbe negativa risposta, per gli stretti 
vincoli che oniai riunivano le famiglie barbaresche con le siciliane, 
mutato consiglio, pensò spargere il suo favore in prò dei Barbari, 
che rese immuni d'ogni tributo, opprimendo Sicilia (5). Fu perciò che 
i Siciliani, stanchi di sì crudeli vicende, Tanno 427 dell'Egira, che 
cominciò il 16 novembre 1035, mandarono deputati ad Almoez ben 
Badia principe d'Africa della dinastia dei Zeiridi, ond'essere liberati 
dalla tirannide di Acbal, e quegli spedì loro in ajuto il soo figlinolo 
Abd Allah con tremila soldati , e tremila cavalli. Tentò Al AkLaI 
di respingere lo Zeirida, ma bisognò chiudersi nel castello di Khalisa 
ove fu ucciso (6), ed Abdallah prese la forma di conquistatore. Pen- 
titi i Siciliani d'essersi resi al principe africano tentarono discac- 
ci) ▼. Novairo toc» ciL, cap. ix, pag. aa« 
(a) A i4 maggio loig. 
(3) ▼• NoTairo loc* cii,^ cap. x, pag. aa. — Sheaboddino pag. 6a. ^ Rampoldi an. ioi8. 

(4) ^oJf o^b 

(5) V. Noyairo loc. cii^^ pag. a3. 
(6} T. Nofairo loc* ciu 

à/oariiMjMo voi, IlL 34 



266 

ciarnelo, e rivoliiglisi ooatro, e svce^daU grate strage dovè AMallah 
cogli avanzi del suo esercito precipitosamente ripartire {1). E fa ac* 
claniato emiro Aim 'i Hasaa Ali fratello del morto AkbaI, il qiifle 
fu confermalo dal califfo fatenftida col titolo di Samsam addàlah^ o 
Spada d tir impero. 

Moriva nel novembre 1035 il settimo califfo fateniida Leazat dia 
illali, restandogli successore il figlio suo Mostanser billah Tamia (2) 
neiretii di cinque anni sotto tutela della madre, o come altri dicono 
della zia. Questa era beo naturale cbe a debolezza inebinasse, pel che 
da un canto apriroo l'animo alle speranze i Zeirrti dell' Africa, dal* 
l'altro si accese in Sicilia là face della discordia civile. Sarse tuiatti 
Abu Kaab come caperei rivoltosi contro sa* fratello T- emira Al 
Hasan : ajutato dal principe Zeirita il primo , dal greco imperatore 
il secondo, vennero a fiere battaglie cb'ebber termine con un accordo 
tra' doe rivali promotori faoesti di tante sventare, tementi che sotto 
pretesto di difesa non divenissero essi preda dei loro aueibariiì 

Ma né il greco, né Tafricano volgeano lanimo dal conquistare qne* 
st'isola, la quale dopo la riconciliazione dei dee fratelli era divenata 
scissa in tanti piccoli principati (9). Parve allora opportuno il>asa* 
mento all'imperatore dt Costantinopoli di correr^ all' assalto, e beo 
il poteva, e con sicuro successa^ cbè Giorgio. Maniaca espertissimo 
e famoso capitano di quei tempi regolava le arme dei Romèi. Im- 
mense esercito da costui si raccolse, rinfoi*zato da Lombardi oda 
trecento Normanni (4), inviatigli dal Principe di Salerno^ e eorse egli 
in Sicilia, ove appena giunto preso d'assalto Messina e Siracusa , e 
die tremenda battaglia dinanzi Ramelta, cbe fu coronata da felice sne^ 
cesso, e invase tredici piazze ben munite e forti (5) e la stessa* im- 
ponente Palermo. E venuto il principe Zeirita in soccorso, e nuovo 
conflitto apertosi nei campi di Troina, piii di quindici mila Africani 
lasciarono la vita coo^battendo, e scampò a stento colla fuga il prin- 
cipe loro. 

(i) y. Novairo Ice, cu 

(a) Ebn al Raltib loc. ciL^ pag. loo. 

(3) Novairo loc* ck. — Sheaboddioo ìog. cit^f pag. 69. — fiampoldi an. ia35 e seg. 

(4) L'anno io38. 

(5) GMireno he, cU. 



267 
Però dopo on aTrenimeDlo si gmiido, ingrandito eziandio ed esa- 
gerato dalia fama, ingiastamenie accusato di fellonia presso l' imbe* 
cille imperatore il valoroso Maoiaee fu tosto ricbiamalo in Costan- 
tinopoli. A lui fa destinato snc^ssore on tal di Stefano (1), indi il 
codardo eonnco Basilio, finalmente V inetto Michele governator delle 
Puglie, sotto di cai ebbero i Greci ritolto dagli Africani quanto l'in- 
vitto Maniace aveva eoo tanta gloria ricuperato (2). Ma niup' altra 
cosa portò on colpo più mortale agli affari dei Greci in Sicilia quanto 
la ritirata dei Normanni, il di cui eroico valore aveva si ripidi suc- 
cessi procurato. 

Avevali Maniace attiralo a battagliare sotto le sue insegne colle 
pia belle prooièsse; fatto il bottino vollero i Greci, nazione in allora 
per doppietta e mala fede passata in proverbio (3), privar dei frutti 
dèlia vittoria coloro cui cèrio ei'a dovuta la miglior parte nei peri- 
coli e nei travagli. Fieri por troppo quei guerrieri per soffrire onta 
siffatta, e meno esercitati al parlare che al combattere, giurarono dì 
non dar pace ai Greci sino a che non li avessero cacciato del tutto 
dalla bella penisola (4); e comiociiirono ad infestare i domioii cbe i 
Biaantini tenevano in Italia, e padroni si resero degli stali di Paglia 
e della Calabria: siccbò Roberto Guis^rdo che più degli altri fra 
la gente normanna si distingneva , morti essendo i suoi fratelli Gu- 
glielmo, Dragone , ed Umffedo assunse nome di Doca di Foglia (5), 
lasciando il titolo di Conte a ttitti gli altri commilitoni, tra' quali 
era il suo fratello Roggieri, ultimo per nascita tra' figli di Tancredi 
conte di Arlavilla, ma primo certo per valore e per senno. Indi os- 
servato, che Almoez era ritenuto dal battagliare con una truppa di 
Arabi turbolentissima, speditagli contro dal califfo Monstanser billah, 
e cbe nuUa avevano da temere, né per parte dei Greci oramai al nulla 



(i) ▼. Zonara JnnaUs^ lib. xtii, pag. 187. 
(1) ▼. Giorgio Cedicno hc^ cif., pag. 58 1. 

O) ritfdu *lEXkis ofSiy, d uSeu. Eurip. io //j^^. Tmr. 

(4) ▼• Guglielmo di Malmesbary, Ub. ni. — Anna Comucuo AUxias , lili. 1 , cap. vii. — 
Ottone d'iraioga Dt^nUs Fedtrùd ìmpertxL^ Ub. i, cap. xxiii. ~ Giovanni Villani Storiti lib. ly, 
cap. 18. — Malalerra Boberti etc rerum in Campania eie. gesiamm^ lib. i, cap. tu e vai. 

(5) ▼. llakitcrri lib. ix, cap* xxxv e zxxti. ^ Leone d'Ostia Chranicon^ Ub. 111, cap. xvi. 
— Bluralori Annali «e., tom. vi, pag. t63. 



268 

rìdoUi, né per parlo deir imbecille califfo, Tennero a soggiogar la 
Sicilia (I), onde rendersi fondatori della nostra monarchia. Papa Ni- 
colò II prevederlo a che potenza s' innalzavano I Normanni strinse 
lega con loro, dichiarò Roberto gonfaloniere di santa chiesa , e per 
bolla del 1059 il riconobbe con tatti i suoi successori nel ducato di 
Puglia e di Calabria non solo, ma nel dominio di tutte le terre d'Italia 
e di Sicilia, che tolte avrebbe agl'infedeli Saraceni o ai Greci scis- 
matici (2). 

Stava Ruggieri a Reggio attendendo la stagione opportuna al goer- 
reggiare, e 'I fratello era ito in Puglia a sedarvi le turbolenze, oode 
dar effetto alla conquista di Sicilia Era come dicemmo la Sicilia 
dismembrata e disgiunta ; e fra' piii potenti Abd allah ben Menkiit 
dominava Mazara, Trapani, Sciacca e Marsala; Ali beo Nimat detto 
pure Ben Jaiias possedeva Enna, Gergenti, Castronuovo, e qualche 
altra terra di minore importanza; e Ben al Themao comandava in Si- 
racusa ed io Catania, e s'ergeva tant'allo, che nella stessa Palermo 
veniva onoralo da sovrano fino nella pubblica preghiera. Però ve* 
unti alle mani i due cognati, e rimasto vittorioso Ben al Jaùas, il 
perdente andò io Balthia a pregar Ruggieri che s' impossessasse deU 
l'isola, purché il facesse mendicato. Non aspettò Ruggieri il fratello 
suo, e dirizzossi alle spiagge di Sicilia con pochi dei suoi (3), fece 
alcuni guasti e ritornò pnr riunirsi a Roberto, che venato dalla Pu- 
glia con moltissima gente spediva Ruggieri contro Messina, che ri* 
dusse in poter soo e ne mandò le chiavi al fratello, il quale soprav* 
venuto col forte dell'esercito occupò Rametla e Maniace, e si diresse 
a Centorbi, accampossi nelle pianare di Paterno, assaltò Castrogio* 

(I) Net io6o. 

(a) T. Malatcm toc. cil., lib. ii, cap. zxxviu. — Pier Diacono lib. it, cap. liz&xtu. — 
Leon d'OiUa loc. cif., lib. tu , cap. ti. — Baronio Annoi, EceUt,^ tom. xtu, in. io59 « 
ii3o. 

{Z) Malatcrra lib. ii , cap. in e aeg. — Questo tratto di storia fu guasto dalla falsa cronaca 
della lìberaiiooe di Messina pubblicata dal Baluaio» indi arguita da quasi tutti gli storici* Su la 
falsità di tale cronaca Tedi Gregorb Conùdemzioni «e. lib. i, cap. a, n. 47* 

Il Novairo loc, cir., cap. xi, pag. aS, cade in due anacroniami seguiti dal Rampoldi| cioè 
1. Cbe i Normanni tenrano la città di Reggio sin dal 982 « mentre coftta cbe la presero 
nel 1060. 

a. Che Ruggieri passò in Sicilia nell'anno loSa, quando è indubitato cbe dò «a accaduto 
nel 1060. 



269 
taDoi, scorse col ferro in pugno grao parte dell isola; indi aTanzaiost 
r inverno lasciò presidii , si recò in Puglia , e il conte Raggìeri si 
condusse io Calabria, donde ritornando occupò Troina, e dopo natale 
riparti per isposarsi con la principessa Delizia, normanna anch'essa (I)* 
Celebrate le nozze in Melito, venne Ruggieri a proseguir la guerra 
in Sicilia, e Roberto ad estendere i suoi domimi nell' Italia. Assediò 
quindi Petralia, e avutala, fermò sua sede in Troina; ripartì poi per 
poco, nel quale tempo fu trucidalo Ben al Tbemauh, e rilornato colla 
moglie, che lasciò in Troina, assaltò Nicosino, e indi spese tutto 
Tanno 1062 in guastare e occupare diverse contrade. Era il 1063 e 
riunite le forze loro, gli Africani di Sicilia raggiunsero i Normanni 
presso il fiume di Cerami e li obbligarono a battaglia, cbe riusci del 
tutto maravigliosamente prospera pei Normanni, i quali depredarono 
Golisano, Cefalii, Brocato, e poi tutto il Gergentino: indi fermati gli 
accampamenti vicino Palermo s'apparecchiavano ad una giornata deci- 
siva. Vennero però impediti dall' ottenere ulteriori vittorie non per 
gli ajuti di Moez ben Badis emiro d'Africa spediti in prò dei Bar- 
bereschi, che questi naufragaron tutti (2) presso Cossira (3), ma per 
quelli del di lui figlio Tamim, cbe grosso esercito mandò in Sicilia (4) 
capitanato dai figli di lui Ajùb ed Ali che fermaronsi in Palermo Tuno, 
I altro in Gergenti (5): e sette anni passarono senza cbe i Normanni 
avessero potuto d* un sol passo accrescere la loro conquista. Lo stan- 
ziare ben lungo di Ajòb in Gergenti quindi mosse a gelosia Ben al 
Jaiias che quella città dominava, e pensò scacciamelo: ma uscitogli 
io campo cadde morto al primo incontro , e Ajùb si rese padrone 
degli stati del vinto; e con istolta arditezza si proclamò malek ossia 
re di Sicilia; di cbe presero sdegno quei di Palermo^ e costrinsero 
i figli di Tamim ad abbandonar l'isola e ritornare in Africa (6). Per- 

(i) ▼. Ga];lÌ€liiiO di Puglia 1. a. -^ M^laterra 1. a. 
(a) Na 1061 (45a dcU' Egira). 

(3) Oggi PauUlleria. ~~ De Gaignet OisL gener. de* Hunt , t. i» pag. 372 si è iogaonato 
traducendo Cuùm per la Conica, 

(4) Rei 1064. 

(5) e. NoTaìro he. ciL, cap. xi, pag. a6. — Rampoldi an. 1061. Questo tenitore fece mo- 
lire Moca ben Badis nel io3o, e poi nuovamente nel 1061. 

(6) L'anno 461 dell'Egira (106S deU'e. ▼.) v. Novairo he. eit. — Non io penuadermi come 
Rampoldi avesse posto la parlensa dei figli di Tamin nel 1064» dopo di aver detto egli stesso» 
seguendo il Movairo, cbe quelli Airtcani vennero nel 1061 , e che se ne partirono dopo sette 
anni. 



270 

lochè proGitaudo i Normanni di tanta opportnnita marciarono sopra 
Palermo, e per cinque meat assediaroola; finche la obbligarono arren- 
dersi per capitolazione: e presdne possesso due baluardi ?i eressero, 
Ton dei qaali al mare cb'è pur Tattoale. RiaMsto così Raggieri al 
governo di Sicilia passò Roberto in Italia con più vasto disegno (1). 

Dopo la resa di Palermo fa agevole ai Normanni mano a mano 
acquistar signoria sopra i paesi cbe ancor rimanevano soggetti al pò* 
tere musulmano. Cosi difatti in quel periodo di tempo s'ebber Ma- 
zara ('2), Trapani e Castronuovo (3), Taormina (4), indi Aci, Parte* 
nico, Cortito e Cinisi (5), riacqui staron Catania (6), e toUero agl'in- 
fedeli il possesso dell* isola tutla e ai Greci ogni speranza di riaverla 
più mai. 

Morto intanto Roberto in età di tiO anni (7), fattosi Ruggieri solo 
signore di Sicilia (8), e ricevuta intera concessione delle terre di Ca- 
labria, diessi ad ottenere i due soli principati di Sicilia cbe ancor 
non erano in suo potere, quello cioè di Siracusa, Noto, e Butera 
tenuto da- un Bernarvet, e Tallro di Gergenti e Castrogiovanni posse* 
duto da Cbaraotb. Cinse però d'assedio Siracusa, e ucciso Bernarvet 
ta ottenne in ottobre 1085(9): assaltò Gergenti a 25 luglio dello 
stesso anno eia prese (10), con far prigioiliera la famiglia di Cbamotb, 
il quale si era chiuso io Castrogiovanni, che poi occupò per tradi* 
mento dello stesso principe, il quale abjurò la fede musulmana^ ed 
ebbe dal conte in feudo la provincia di Melito. Prese finalmente di 
assalto Butersy e ottènne spontanea la città di Nolo, con che nel 1090 
fu posto tarmine alla conquista di Sicilia. 

(i) ¥• Guglidmo di Puglia — Malaterra — Anonimo della Biblioteca ▼aticana — Lupo Pro- 
lospaU — e Anonimo Barese presso Peregrino UUt, principe Longobardorum^ t. 4> V^^- 3^4* 
(9) Nel 1075 y/Malaterra 1. 3, 5 9. 

(3) Nel 1077 ▼, Malatcrra 5 n e la. 

(4) Nel io;8 V. Malaterra 5 18. 

(5) Nel 1079 V. Malalerra ^ ^o e '1ì> 

(6) Nel loSo T. Malaterra 5 3o. 

(7) Nel 1084. 

(8) ?. Suramonte Storia della cUià e regno di Napoli^ i, 11, lib. 11, cap. ni. — e CoUeunccio 
Sioria M rfgno di Nmp., Uh. ?ni. 

(9) V. Malaterra Uc. cil. 5 ^* — Pagi «o* ioSj, n. i3.. 

(io) Martortna foc. cit, m pag. 176 dice: che in ottobre fu presa Siracata, e dopo ciò nei 1 
opniàr di quel MiMlaiMi* ommo mise l'asicdio a Gtrgenti, e a «5 luglio la fece serva. G^rto cbe 
in ciò ri saMiMo delle soorretioni tipoijrjfiche* — Novairo dice clic Gergenti ù rese l'aaao 4^* 
dell'Egira (1088-89 di G. C.) 



27! 

Mortvf il oDotft Rttgg^^rt ìd Mileto di Calabria oel mese di lu- 
glio (1) del 1101(2) — gli saecedlea sao figlio Stmoiie(3), cui altro 
Ruggieri (4) fratello di oostni, cbe non seguì j dice per elogio No* 
vairo, affàiio i coétumi dei Pmnchi^ tua imitò ^quelli dei principi mu- 
ndmaniy e cbe raceotglieodo tuiiu t'eredita della casa normanna (5) ere- 
ditò il nofHt, le efmtpiisle^ il coraggio (6) del cooquistator di Sicilia 
padre di lui. Desso cooseotendolo i Siciliaoi in generale pajrlamento , 
e ricevutane, cooie portavano le costumanze dei tempi, la investitura 
da Anacleto II antipapa le etri parti ei seguiva ^ ^^sunse insegne e 
aouie di Re di Sicilia e d'Italia (7), e nel giorno 15 maggio 1129 
fu coronato nella maggior chiesa di Palermo: e poi nuovamente, dopo 
la conferma di papat Innocenzo IL Ei visse sino, al J 154. 

Segui Ruggieri, Guglielmo I suo figliuolo, che cooapluto il decioao^ 
terzo anno di regno mori nel 1166 a 30 aprile in Morreale, e ivi fu 
seppellito: esa stato costui associato al tronp dal pt4ro suo^ che sin 
dttiraprile 1150 Tavea. fatto cofonare(8). 

A costui succede GoglielcDO II suo figlio che* morì a 18. novembre 
1 1 69 senia, figli ;, pel cbe fii aperta la' Sicilia ad «altra nazione, ere<^ 
ditando Costanx» sor^lU del re suo.pfidrey o inqglie> dello sveva Ar-^ 
rrgo VI imperator di Germaaia. 

Fo però acclamato Tancredi nato da Ruggiero duca di Puglia, mag^ 
gior fratello di Cìuglielmol, che eletto ed incoronato nel 1190 mo« 
riva dopo. quattro anni il 20 febbcaro 1194^ lasciando erede delle sue 
sventure piuttosto che delregno suo il giovineitoeuo figlio Guglielmo III 

(i) La cronaca dì Monte Caiaùio pubblicaU da ChanpoUìon-Figeac porta la sua morte a %% 
giugno, V. l'Appendice a VYstoira de U Normant et la chronitfue de Robert FUcari par jiimé, 
moine du Mont'Camn publiies pour la premiere foie ttaprèe un manuecrk Jnmgoii inéiBt du 
un eiède appartettant à la bibliothèque rofaU pour ia socièté di Ckitloin de France par M* 
ChampoUiori-FigeaCf à Paris i835 in-8, pag. 354. 

(a) Novairo toc. cit, pag. 36 dice nel 490 (1096-97 dell'c. v.) 

(3) Costui nacque Tanno ioga, e morì nel iio3. 

(4) Ntto Tanno 1097» e che fu sotto la reggenza di sua madre la prudute contessa Adelaide 
di Monferrato. 

(5) Voltaire £"«««1 sur les moeurs et T esprit des nations^ tom* 3, pag. 74* 

(h) Le due de Luynes Recherches sur les monuments et /* histoire dee yormande et eie la 
maison de Souabe daiis t Italie meridionale eie, Paris t844* P* P* ^^* ^^h P*8' ^^* 

(7) V. Falcando Historia de rebus gestis in Siciliae regno^ ann. ii3a. — e Caruso 3f «mone 
storiche ec, p. 3, voi. 1 , lib. a. 

(8) Sono in errore coloro che hanno asserito essere stato coronato Guglielmo nel 11 5). 



272 

sotto la tutela di Sibilla sua moglie; ma appeoa estioto T imperterrito 
e prode Tancredi scese a coulrastarglt il regno Timperator di Germania 
e a cacciamelo; e fattolo castrare e abbacinare (t), e mandatolo in 
esilio (2), su la distruzione della dinastia normanna stabili la teutonica, 
dopo Tersali con barbara profusione fiumi di sangue nel 1195. Suc- 
cesse ad Arrigo che mori dopo due anni in Messina, lasciando di sé 
memoria generalmente esecrala in Sicilia ove non gli davano altro nome 
che di tiranno (3), Federico sua unica prole, tuttor fanciullo e da lui 
chiamato a regnare: principe di cui diversamente ha giudicato la storia, 
perchè a dir vero ad una grande elevazione di spirito uni sempre slrana 
ferocia e crudeltà di cuore, magnanimità senza pari e barbarie senza 
esempio ed infingimenti non proprii d*un animo gen^^roso. £i mori in 
Puglia il 13 dicembre 1250 e fu sepolto in Palermo. 

È sino all' epoca di questo principe che monumenti cufici si rin- 
vengono: ond' è che sino a lui abbiam protratto il nostro storico cenno, 
e in seguito ancora la cufica numismatica. Dopo di che sparve per 
sempre dal suolo di Sicilia ogni pubblica mostra di quel popolo arabo, 
prode, vivace, ingegnoso che parea dovesse perpetuarsi fra noi e tra- 
versare i secoli per arrivare alla posterità più remota. Di quel popolo 
famoso la cui chiara rinomanza andò tant'ollre, e da cui ereditammo 
quel coraggio indomito nella fortuna e nei disastri, quel parlare focoso 
e figurato che animato rende e vibrante il nostro ragionare, quel tem- 
peramento elastico, intollerante e risentito che ci è comune come la 
carnagione, la quale di un grato bruno si tigne, quel discorrere ma- 
gniloquo ed iperbolico, quella mobile e fervida immaginativa, quel- 
Tardor di sapere, quel sentimento di ospitalità tenero, spontaneo, e 
diciam pure esagerato, che ci distingue; e quello spirilo cavalleresco 
che imprimendo nelle nostre azioni un certo che di eroismo gl'in* 
cantali tempi ricorda di un'età favolosa. 

E ad esso che dobbiamo fra tanti preziosi ricordi V orno da cai 
traesi la manna, che si riconosce per una delle sorgenti di nostra ric- 

(i) y. Ricordano Malaspina e. 87. 

(a) V. Muratori Annali «e., tom. vii, pag. 77. 

(3) Muratori toc, cif., an. 1197. 



273 
chezza, il pistacchio, e la diffusione deiralbero sacro a Minerva che 
forma il tesoro delle nostre principali agricole speranze. 

È desso da coi derivammo gli attaali pregi adi zi i , taluni giuochi, 
molte costumanze e non poche delle nostre odierne abitudini ; e Co 
gli stessi vizii che ancor ci s' imputano della gelosia e dell' invidia, 
e quell'asprezza e tenacità di carattere che l'arte a colorire può giun- 
gere ed a velare, ma estinguere non può. 

E di esso che ci rendono nobile ed illustre memoria ad ogni fissar 
del pensiero non che le montagne, i fiumi, le città, le scaturigini, eòa 
arabico nome sino ad oggi distinti ; non che V idioma nostro che è 
gran parte dell idioma gentil sonante e puro ; ma i varii monumenti 
o mutilati o dispersi che si ergono o si rinvengono fra gli avanzi 
vetusti delle nostre perdute grandezze. 

Or sappiao coloro che Saracini ci nomano e dileggiarci s^avvisano, 
che non briganti, viventi sol di rapine, e uniti dall'amor delle prede, 
ma Saracini illustri, armigeri ed avventurosi, pieni di vita, di moto, 
d'intelligenza furono i padri nostri: e che da questo scoglio sul quale 
per variar di fortune non s' è mai spenta la scintilla del genio, dettar 
leggi ai vicini, le dettaro ai lontani ; e per terra e per mare domi- 
nando colle arme e col senno nei petti degl'Italiani svegliarono il 
sopito valore, e ne dischiusero le .aggravata pupille. 



MoMxiuuMo voL 111, 35 



274 

TAVOLA DEI PRINCIPI AGLABIDI 

CHB COMANDARONO IN SICILIA (1). 

L Mohammed Ziadath allah ben Ibrahim ben al Aglab 
terzo Califfo della dinastia degli Aglabidi che co- 
minciò a regnare neirSH (2) go?eroò la Sicilia 
dallanno dell' e. ▼ 827 all' 838 

IL Aba Achal al Aglab ben Ibrahim 838 — 841 

III. Aba 1 Abbas Mohammed ben Aglab • . . • 841 — * 857 

IV. Ahmed 857 — 864 

V. Abn Mohammed Ziadath Allah. . . . . . 864 — 865 

VL Aba Abdallah Mohammed ben Ahmed • • • 865 — 875 

VII. Aba Isahak Ibrahim ben Ahmed 875 — 902 

VIIL Abn 1 Abbas Abdallah 903 — 908 

IX. Abn Nasser Ziadath Allah ben Abdallah. . . 908 — 909 

Quest'ultimo fa scacciato dai Fatemidi che distrassero la schiatta 
Aglabida. 

Questa tavola è uniforme a quella di Mariorana loc. cit. pag. i8Sy 
ma i nomi sono ridotti a maggiore esattezza. 



(i) La Sicilia fece parte dei dominii Aglabidii e ri veri i Califfi AbbaMÌdi nelle sole cote della 
religione. 
(3) Dopo 1*817 ^°<> air 838 dice Oeguigncs Eui, gener. det Huns^ tom. I9 pag. 363. 



275 
TAVOLA DEI CALIFFI FATEMIDI 

CHE COMANDARONO IN SICILIA. 

I. Aba Mohammed Obeid allah al Makdi dtll'aono 909 al 933 
IL Aba 1 Kassem Mobamined Al Kajem beamrallah 933 — 945 

III. Ismael abu Tbaer Almaasur billab .... 945 — 953 

IV. AI Moez lediD allab Aba Tamim Maad beo Al- 

maosur 953—976 

V. Nazar aba Mansar al Aziz billab .... 976 — 996 

VI. Aba Ali Alfuansar al Hakcm beamrallab . . 996 — . 1020 

VII. Aba 1 Hassao Ali al Tzaer al Aziz ledtD allah 1020 — IO39 
VIII. Aba Tamim Moad Almostaoser billab. . . 1036 

Regnò coslai sino al 1094 — e sotto di loi fa la Sicilia conqai- 
atata dai Normanni. 

Questa tavola è anch'essa uniforme a quella pubblicata da Matiorana 
1. e. pag. i86^ e viene ad essere come dimostrata dalla serie delle 
monete^ che da me nel terzo ragionatnento si pubblicano. 



276 

TAVOLA DEI VALI' DI SICILIA. 



I. Mobammed beo Abdallab ben al Aglab dall' 831 all' 851 

II. Al Abbas ben al Fadbl 851—861 

III. Abmed ben Jacub. 

IV. Abd Allah ben al Abbas 861 — 

V. Cafagiab ben SoBan 862 — 869 

VI. Mobammed ben Cafagiab 869 — 871 

VII. Mobammed ben aba 'I Hossain. 

Vili. Rabbach ben Jakub 871 — 

IX. Aba 'I Abbas ben Jakub ben Abdallab. 

X. Hossein ben Rabbach 871 — 872 

XI. Abd Allah ben Mobammed ben Ibrabini beo al 

Aglab . 872 — 

XII. Abo 'I Malek Abmed ben JakoB Omar ben 

Abd Allah ben Ibrabim ben al Aglab . 872 — 900 

XIII. Aba '1 Abbas ben Ibrabim ben Abmed . . 900 — 

XIV. Ibrabim ben Abmed al Malek 900 — 902 

XV. Mobammed ben al SarkoG 902 — 903 

XVI. Ali ben Mobammed ben Ahi '1 Faoares . . 903 — 
XVII. Abmed ben Abì 'I Hossain ben Rabbach . 903 — 908 

XVIU. Ah ben al Fanares — Primo vali falemida . 908 — 909 

XIX Abmed ben Haflarir 910 — 911 

XX. Chalil. 

XXI. Ali ben Omar al Balani 9(1—912 

XXII. Abmed ben Corhab 912 — 

XXIII. Massa ben Abmed 912 — 917 

XXIV. Salem ben Asad al Kennai 917 — 934 

XXV. Salem ben Rasced 934 — 939 

XXVI. Kalil ben Isciak 939 — 942 

Anarchia 942 — 945 

XXVII. Mobammed ben al Asciai 945 — 947 



277 
TAVOLA DEGLI EMIRI DI SICILIA 

CHE GOVERNARONO DOPO DEI TAI.Ì. 

I. Al Hosein ben Ali ben abì al Hosein al Chalbl. 948 954 

IL Ahmed aba Al Hosseìn 954 _ ggg 

HI. Aba 1 Gasem ben Basan 969 — 981 

IV. Giaber ben abì '1 Kasem é 981 982 

V. Gtafar ben Mohammed ben al Hosain. . . 982 — 983 

VI. Abd Allah ben Mohammed 984 988 

VII. Abu 1 Falah Jusef 988—996 

VIIL Giafar ben Jusef 996 -— 1018 

IX. Ahmed al Hakhal 1018 — 1034 

X. Abd allah ben Moez .ben Badia. 

XL Aba 'I Hasan Ali Samsam addolah .... 1042 — - 

Indi gli ottimati ai divisero l'isola sino a che vennero i Nor- 
manni. 



278 

NORMANNI DI SICILIA 

I. Roberto Guiscardo . 1060 — 1085 

II. Roggieri Conte poi Daca 1085 — 1101 

III. SimoDe Conte 1102 — 

IV. Ruggieri Daca . 1102 a 1129 . Re . 1129 — 1154 
V. Guglielmo 1 1154 — 1166 

VI. Guglielmo II 1166 — 1189 

Vn. Tancredi 1189 — 1194 

Vili. Guglielmo Ul 1194 — 

SVEVI DI SICILIA 

I. Arrigo VI imperatore 1195 — 1198 

IL Federico II imperatore 1199 — 1250 



RAGIOMABIEMTO n* 



SUGLI SCRITTORI DELLA STORIA ARABO-SICUL A • 



Arduum opus est omnium vironim doctorum volaotati 
respondere. 

GoTTLtBB Cbistofabo HiBLBs nella prefazione al toI. ni 
della BiUhlh. Gmeca di G. A, Fabricio pag. s. 



Debbonsi gli scrìltorì della storia arabo-sicala dividere io quattro 
classi; scriUori arabi cioè, scrittori bizantioi, scrittori italiani, e mo- 
derni scrittori. Di loro fraocaoiente asserisco che gli arabi sieno i 
pia prege?oli, perchè quantunque di tempo lutti posteriori ai fatti che 
raccontano, e impegnati nella narrazione di storie generali, nelle quali 
solo appena toccar potevano delle cose di Sicilia, pure tutti si scorge 
aver lavorato sopra opere autentiche, e gli errori e gli equivoci che 
io essi si scorgono o dei copisti furono in gran parte o dei tradut. 
tori. Però a fine di trarne profitto è indispensabile conoscerne prò. 
fondamente la lingua, e inoltre accoppiarvi una sana critica, senza di 
che è impossibile trarre dai libri loro, documenti utili e certi; perchè 
mal si lasciano scernere in mezzo a quella folla di particolarità fuor 
di posto e incoerenti tra cui vanno sempre confusi. Amano gli Àrabi 
fuor di misura il maraviglioso, né si contentano, ben diceva il dot- 
tissimo Giuseppe Conde(l), di rapportare gli avvenimenti quali li 
trovano negli scrittori anteriori; ma li circondano di nuovi accessorii 
favolosi e di circostanze straordinarie. Sono dopo di essi da pregiarsi 

(i) Presto De Marlés Gii Jrahi e i AJori nelU Spagne^ prima ?eniooe italiana! pag. 66. 



280 

i bizaotioiy che raccolti faroDO neir antepassato secolo in Parigi col 
titolo di BiblioUca bizantina (1), e dico dopo, perchè qaei pochi almea 
che scamparono dalle devastazioni di Maometlo II, cioè Teofane , 
Teogoosto, Cedreoo e Zònara troppa fede prestarono alle relazioni e 
ai racconti , né di molla critica si mostraron forniti : e tanto si di* 
latarono nella universalità della storia dell' impero, che assai ben poco 
è quel che cennarono degli avvenimenti dell'isola nostra, anzi pare che 
avessero scritto per contraddirsi o per confondersi a vicenda; e quindi 
c< il difficile sta nel conciliare sopra alcuni punti le asserzioni fre- 
quentemente cootradittorie dei Greci, dei Latini, dei Saracini » (2). 
Magri poi, inesatti ed imperili gF Italiani dei tempi a quelli più vi- 
cini Paolo diacono, Anastasio bibliotecario, Ercbemperto, e Tarcive* 
scovo Toletano non ci lasciarono che cronache di monasteri o d'altro, 
ove ammassarono notizie comunque lor pervenivano, uè maggior lume 
ci recarono ; che tutti intenti si mostrano a raccontare i casi della 
storia longobarda, o le gesta di qualche ponteGce, e Tnltimo le scor- 
rerie degli Arabi di Spagna. Lo stesso Leon d'Ostia che le cronache 
scrisse del monastero di Monte Cassino da s. Benedetto al HI8, e 
diffusamente narrò le ostilità dei Saraceni, appena fé' cenno dei suc- 
cessi di Sicilia. Ed arido più che mai è il Chronicon saracenico-ca* 
labrum attribuito al monaco Arnolfo, il quale dal 903 giunse al 965, 
da noi dovuto alla diligenza di quel Bernardino Tafuri (3) che fu il 
primo a trattare la storia letteraria di Napoli meno superficialmente 
di quello avevan fatto Toppi e Nicodemo, poi pubblicato da Fran- 
cesco Pratilli con note al i. 3 della Historia principum longobariorum 
di Camillo Pellegrino; come pure il Chronicon Caverne^ compilato da 
Pietro Salerno cancelliere e Girberlo archivario che nel tom. 4 del- 
1 opera suddetta si racchiude, e che cominciando dall'ottavo sino al- 
Tondeciroo secolo si protrae. E assai da meno son da stimarsi le altre 
cronache di Lupo protospata, deilAnonimo barese, e la Cronaca di 
s. Sofia, tutte riunite nella raccolta del Muratori e in quella del Pratilli. 

(i) Hinoriae bfsaniinae scriptons ^ ed. A. Fahrot , Pbil.. Labbcf Oi. Dafrene , Ducange. 
Parigi 1648.1703, voi. a3 in fol. ^ Vencsìa 1729 e seg., ^3 ▼ol. io ibi. Corpui scriplorum 
hittoiiae b^zaniinae, ed. B. G. Nitbuhr Boum i8i8-3i, 3 voi. in^. 

(a) Micbaiid Storia delle crociaU^ voi. 1. Esposizione del soggetto. 

(3) Nei Tol. Il ddU tua Storia degli icriuari dtl regno di Napoli, Napoli ■744-70* 



281 
Sia lode all' erodilo Tomaso Fazello, gloria , anzi spleodore del 
secolo XVI in Sicilia, che non trascurò fatica per estrarre dal greco 
Coropolate raro ai saoi tempi le notizie della invasione e del do- 
minio degli Arabi fra noi — lode e non poca a d'Amico, La Farina, 
loTeges, Garoso che fervidissimi neirordinare il corso delle storiche 
notizie della Sicilia, ogni mezzo stadtarono per connetterne tutti quei 
pochi pezzi e unirli con qnella migliore intelligenza colla quale po- 
tessero essere esposti ed intesi. 

Tutti costoro, o almeno i piii importanti, Tnn presso alPallro pas- 
serò in rivisla, e metterò anche in rassegna quei che scrisser di poi, e 
che giunti sono a mia conoscenza, dei quali è mestieri che, se non altrO| 
almen facessi memoria. 



8ANHA.01A 



Abn Mohammed abd Alazìz ben Schedan Temim scrisse la storia di 
Cairvan, e separatamente quella di Sicilia. Egli è conosciuto sotto 
il nome di Sanhagìa che i latini tradussero per Ascanagìus. 

Cert' è che quest'opera, la quale ignorasi dove si ritrovi, fu nota a 
Sheaboddin e ad Abulfeda, ed essi se ne servirono sino air zi se- 
colo, quinto dell'Egira; ond'è da credere che Tautore non sia vissuto 
prima di detto tempo. 



ABULFEDA 



Omadeddin Abulfeda Ismael ben Nassar è scnltore celeberrimo appo 
gli OrieoUli. Nato al G72 dell Egira (1) morto al 732 (2), oltre alb 
vita di Maometto egli fu autore di due importantissime opere, una 
delle quali nominata Taccujnal Bolddn cioè vera situazione dei paesi, 
lallra M AlokfUassar fy akhbàr albachar cioè storia compendiala del 
genere umano. 

(0 1273 di G. G. 

(a) i33i di G. G. 
àJoariLLAMo voi. Ili, 36 



282 

Ne aveva il prole»sor d'arabico Marco Dobellio traitoiit (I) più pezzi 
concerneDti la storia della Sicilia ad istanza di Aotooioo d* Amico; 
ma non arrivò costai impeditone dalla morte a pubblicare in Palermo 
Del 1640 cbe la sola nota degli emiri cbe goveraato avevano la Si- 
cilia dall' 842 al 004. Inveges avuto il manoseritlo del Dobellio oe 
inseri ana pessima versione italiana nel 8econdt> volume dei suoi An^ 
nati della città di Palermo pubblicati nel 1650* Caruso stampò poi lo 
traduzione del Dobellio nella sua Biblioteca sioricaj e Muratori la ri* 
stampò nel primo tomo della sua collezione R, /. 5. Gregorio quindi 
nella sua jR. A. ampia collectio (2) estrasse dalla traduzione che degli 
Annali di Abulfeda fece Reiske la parte cbe riguarda la stessa storia 
di Sicilia col titolo seguente: Aòul/edae Annalium Motfemicorum ex* 
cerpta quae ad historiam Africanam et Siculam speclant sub imperio 
Ara bum. 

É tale opera, o a meglio dire tale cronaca, abbondante di fatti 
curiosi e importanti per la storia politica e letteraria dell'Islamismo, 
e per quella degl'imperatori greci dell'ottavo, nono e decimo secolo. 

Reiske un intero tomo ne aveva tradotto. col. titolo di Annales Mos- 
ìemici sino al 410 che fu stampato in Lipsia senza il testo nel 1754. 
-«-Poi nel 1789-94 io cinque volumi io*4 fu in Hafoìa pubblicata per 
intero l'opera a cara di Adler eoa testo, traduzione e note del ce- 
lebre Reiske. 

NOVAiai 



Contemporaneo dell' Abalfeda, perchè morto nel 732 dell' Egira (3) 
è Abmed ben abd al ubab al Bakari al Taim al Carscbi soprannomi- 
nato Novairi (4), scrittore illustre e celeberrimo. 

La sua storia di Sicilia che cominciando dalle prime invasioni degli 
Arabi arriva sino a re Ruggieri fa parte di uo'opera pili considerabile 



(i) T. BU>L Arah. de. di Ca«rì, t. a» pag. 17. 
(a) Pag. 65. 

(3) i33i di G. C. 

(4) V. Casiri BiU. Ar* Hitp, E»curiat,p t. a» pag. a;. 



3S3 
che ha per tìtolo Katab lihayat à!arah fi fonun aladah (1), ctoò 
Tutto ciò che si può desiderare di sapere intorno ai varii rami delle 
belle lettere^ divisa in cinque parti, comprese in dieci volnoii; e ogni 
parte contiene cinque libri. E nel sesto capitolo dell'ultima sezione 
della quinta parte che trovasi la storia di Sicilia, la quale com'egli 
stesso assicura fu formata sopra le .cronache arahosicole di qnei tempi, 
ed è la più estesa e forte la pih «satta che sino ad ora si conosca, 
ed ha per titolo: 

Lo^ C;>^*-i^ (J^ \jl>]jSL (J^J S^^^SaaO ^J^jA. ^/*Ui.ì J^^=>^ 

Fu questa dairautografo che conservasi nella Biblioteca reale di Pa- 
rigi (2) tradotta ia fraacese da I. I. A. Caussin de Perceval professor 
daràbico al collegio reale di Francia, e inviata al nostro celebre Gre* 
gorìo, che in arabico e con traduzione latina rinirodosse nella sua 
collezione (3), non senza dolersi di qualche inesattezza del Caussiu. 
Di che questi s'offese, a ne mosse piato, pubblicando nel 1802(4) la 
sua traduzione alqéanio pia oorrettafnente) auioo a mano segnando le 
poche inavvertenze e dioiam pure gli erroruzzi del Gregorio; e ag- 
giungendovi alcuni squarci riguardanti la storia dì Sicilia, estratti dalla 
storia d'Africa del Novairi medesimo; squarci però che riguardano 
imprese dei nostri Saraceni fatte al di Ik della Sictita. 

£ Novairo il pih copioso scrittore delie cose arabo-sicule. Ne scrisse 
egli cinque secoli dopo, a forse nel periodo che corre dal 1294 al 
1332. I suoi manuacritti son si pregiati che il Golio(5) ebbe a chia- 
marli Littcraturae arahicae hiUioihecam. 



(0 



>^ ujJ^ 3 ^^^V «^.le? 



(a) Al D. 7oa. 

(3) R* A, eie. pag. i a sg^ 

(4) Foya^f en S'uUU, dans la gmnde Grece el au Levarti par M, le baron de Riedetd , 
suivis de Chiuoire de la Siede par le Novairi — à Paris chcz H. 1. Jamen 1803, P.39S a 448. 

(5) Lexicon eie. io indice librorum, et mia. post praef., e nelle note ad Alfergaoo pAg. 4. 



284 



CEOlflCA DI CAIItaiOGB 



La Cronaca saraeeno-sicola che trovasi in Cambridge alla fioe di 
00 codice arabo di aonali, composti dal patriarca Eatiebio, la qaale 
cronaca ba per titolo: 

[;.--xV ij^jo^ j ^^jj^\ (j^ le^ 1^ Lo crW^I^ 

è forse il doeomento pia importante cba ci resta per la storia araba 
di Sicilia. Non è dessa però opera di Enticbio patriarca di Ales- 
sandria: ciò contro Gaglielmo Ca?e e Martino La Farina fa ad evi- 
denza dimostrato dal Garoso (t). Ma né ancbe come quest'ultimo sup- 
pone, essa fu scritta da Àbn Mobammed abd Alaziz ben Sedad Tamim 
al Sanbsgìa, da Ini latinamente chiamato Aseanagio; certo essendo che 
questo autore, il qoale scrisse gli Annali musulmani della Sicilia e di 
Cairtan, e oh' è citato dall'AbuIfeda, riferisce alcuni fatti totalmente 
diversi da quelli ohe in questa cronaca si contengono. 

Ma se ci è ignoto il nome dell* autore, abbiamo però fondamento 
a crederlo greco siciliano, calcolandosi in essa cogli anni greci, ossia 
cogli anni del mondo. Né meno oscura ci è Tepoca io cui potè essere 
scritta, non potendo di certo stabilirsi come sostennero gli scrittori 
inglesi della Storia universale (2), essere opera posteriore airanno 1003, 
tuttoché arrivi al 965 ; perché spesso vi si trova adoprata la voce 
sultano (^)^ di cui credettero essere stato primo ad usare Mobamed 



(i) Prarf. ad Chmn, Conlabr»^ p. a e 3. 
(a) Tom. ixT» cap. 3» ice. S. 
(3) Anni 919 e 96i* 



285 
ben Sabekieki circa il 1103, segueodo THerbelot (1); giacché tale 
voce è oramai dimoslralo (2) essere di data più antica d assai. 

Qaesta cronaca fu pubblicata dal Caruso , ma .quantunque tradotta 
dairinglese Tommaso Hobert , e riveduta dal dotto Àssemani non è 
scevra di errori; e grande travaglio dovè durare ii Gregorio quando 
pubblicolla nella sua collezione (3). 

Essa è mutila, comincia dal 6335 (827 dell' e. v.) e termina al 6473 
(968 deire. v.) 



SnEADODDlN 



ÀI kadi Sbeaboddin ben Abi 1 Dam al Hamavi fiorito dopo il 
secolo XII (4) scrisse sei volumi di storie relative alle cose musul- 
mane, ove si fa memoria dei casi avvenuti in Sicilia. E finisce al 430 
dell'Egira, cioè alla metà del secolo undecime. 

Esisteva quest'opera, della quale servissi Abulfeda, nella biblioteca 
deir Escuriale, ma perì nell'incendio accadutovi l'anno 1671. Varii 
pezzi relativi a Sicilia per cura del nostro can. d'Amico erano stati 
tradotti dal bibliotecario dell' Escoriale Marco Dobellio Citerone, e 
vennero inseriti nella Biblioteca sicula del Caruso. Primo a pubbli- 
carli fu Inveges, poscia Caruso, e finalmente Gregorio alquanto pia 
correttamente nella sua opera Rerum Arabicarum eie. ampia coUeclio 
a pag. 53 col titolo seguente: 

Al kadi Shtaboddini hisloria SicUiae supplementis aucla et innumeris 
mendis expurgaia quibus ante scaiebal in ediliofie Carusii (5). 



(i) Bibliot. OrienL art. Mohained ben Sabechteki, e art. Sholtau. 

(a) T. Ou Gange tlùtoirB de s. Louis iJC, dUser. xti, pag. a38, e Adler Muteum cuficum 
bor^ianum, pag. 6i. 

(3) A pag . 3i5. 

(4) T. Pocuke Spec, hi$L arab,^ pag. 384* 

(5) Fu an equivoco dello Scìoà, Prospetta della storia UtUrarìa ài Sicilia nel secolo xrui , 
Tol. 3y cap. iv, pag. 338, credere che il Gregorio avesse pubblicalo anche corretto il testo di 
Sbeaboddin, mentre come dicemmo più non esiste per essersi brugtato nel 1671. 



286 



CBIf AL EXATTXB 



Uo codice ia cai contiensi la crooologìa dei califfi e dei re di 
Spagna e deirAfrica scritto io versi nel 765 dell'Egira (I) col titolo 
di Festis acu picia da Aba abd allah ben al Kattib ben abd allah 
Mobammed pubblicò il Casiri nella sua Biblioteca arabo- spagnuola (2). 
Nacque questo Al Kbattib nel 713(3) e morì nel 776(4). 

E perchè importante io tanta penuria di monumenti storici arabo- 
siculi, stimò opportuno il Gregorio ristamparlo (5), né senza profitto. 



EMIIS BSSCBRIF 



Autore di una geografia conosciuta per molto tempo sotto il nome 
improprio di Geograjia nuiitse o del Geografo di Nabla è un Scerif 
Edris aba abd allah Mobammed ben Mobammed ben Abdallah beo 
Edris Hamudì. Nacque costui nella città di Sebtah (6) l'anno dellE- 
gira 493(7), e fu allevato in Cordova. Venne in Sicilia e vi fissò 
sna residenza regnando Ruggieri II, principe d'un merito eminente, 
che accoglieva alla sua corte con bontà anche i Musulmani che di- 
stinguevaosi pel sapere , T incoraggiava e con rara munificenza com- 
pensavali. Egli lo incaricò di scrìvere la descrizione deirAfrica (8j; 
e anche la geografia suddetta che era volgarmente chiamata in arabico 
^Lx; „„^lxJ^9 Libro di Ruggieri^ perchè per di lui ordine composta 
onde spiegarsi la figura della ferra ch'egli aveva fatto formare in un 

(i) i364 di G. C. 
(a) Tom. a, pag. 177. 

(3) i3i3 di G. C. 

(4) 1374 di G. C 

(5) Log, cu. pag. 87. 

(6) GeuU. 

(7) 1099 di G. C. 

(è) V* Fabrìcio BihL anùq. pag. iS^ ^ e BrudLcro $ iviu. 



287 
globo d'argento (t). Ma l'opera che si conosce sotto titolo «li Geo- 
grafia nuòiese non è che on epitome di quella, e questa fu la prima 
volta stampata iu arabico a Roma nel 1592 sali' esemplare dei ma- 
Duscrìtti medidci;; quindi nel 1619 se ne fece a Parigi I edizione la- 
tina dai maroniti Gabriele Sionita e Giovanni Esronita. Fu poi pub* 
blicata la interpretazione italiana della sola parte cbe la Sicilia ri- 
gnarda, fattane dal maltese Domenico Alacri nel 1764(2) con doUis^ 
sime note (t^) di Francesco Tardia: indi il Gregorio pih corretta e eoa 
miglior dottrina l'accolse nella sua celebre collezione (4), dando in 
Ince il testo originale colla versione latina dei Maroniti. 

Opera siffatta di oso amplissimo ci riesce per la intelligenza di 
molte cose cbe la Sicilia riguardano in queirepoca oscura ed impor- 
tante: e sommamente pregevole è da riputarsi la edizione fattane da 
Amedeo Jaubert (5) che egregiamente tradussela, di molti errori por- 
golia, e somme laudi ne riscosse (6), ed è solo da rimproverargli per 
aver taciuto del tutto le dotte fatiche impiegatevi dai nostri. 



PAOIiO DIACONO B I SUOI CONTIIOIATOIU 



Paolo diacono, chiamato Varnefrido, uno dei dotti uomioi dei suoi 
tempi (7) òen degno perciò della sèima e deWamore di Carlo Magno (8) 
ò forse il migliore storico del medio-evo. I suoi libri De ge$iis Lan^ 
goòardorum sono la sola storia che dei Longobardi ci rimane, la quale 
cominciando dairuscita che fecero quei popoli dalla Scandinavia giugno 
sino alla morte di Luitprando (9); e tuttoché naancante fosse di critici 

(i) V. Pocock. Spec, hisi. Arab, pag. 373. 
(a) T. Opuscoli di Amori SicUìaiU, tom. viiu 

(3) Morso Descrizione di PaUrmo antico^ sec. cdia* pag. 9 in nota* 

(4) Pag. io5 a 137. 

(5) Géogmphie tt Édrisi ifxubiite de Varabe en fiwngais daprès deux manuscrits de la hi' 
àUodUque du Boi ti accompagttie des noies par P. Amé.'ée JaubevL Paris 1836» a rol. in-4* 

(6) T. Journal des savans^ A?r. iS^S, p. ao5 ^ e Aoàt i843| p. 4^. 

(7) Nato Terso il 740 e morto Terso il 799. 

(8) Tiratioachi Storia della leUenOum italiana, toni* 3, lib. 3» pag. 363» 
0^) Anno 744* 



288 

e di esattezza, e io assai rozzo stile deluta pore preziosa riesee pel 
gran nomerò di fatti importanti di coi invano altrove si farebbe ri- 
cerca. Dopo la edizione fattane da Vulcanio, e indi da Grozio, pab- 
blicò quest'opera il celebre Muratori nei temi I e 2 della sua colle- 
zione i?. /. S. insieoìe alla continuazione che fatta avevano Ercbeai- 
perto sino air 888, cbe venne da altri e prima e dopo pubblicala. 
Fu quest'opera condotta sino al 980 dall'Anonimo salernitano, cbe 
alcuni senza solido fondamento chiamarono Arderico; e sino al 998 
dallAnonimo beneventano, messi io luce da Camillo Pellegrino nella 
sua Storia dei Longobardi ^ dal Muratori nell' opera citata, e dal ca- 
nonico Pratillo nella Storia dei principi longobardi. 



TEOFANE 



È Teofane, o Giorgio Teofane come il chiama Vossio (1) e Rei- 
nesio(2), nato verso Tanno 751 e morto a 12 marzo 818 il più an- 
tico dei Greci che parlò degli Arabi nostri, o a dir meglio delle loro 
prime scorrerie, al tempo degl' imperatori Costante e Leone V isaurico 
sino ad Irene. 

Egli scrisse una cronografia che dal 285 va all' 81 3, pubblicata 
per cura del p. Francesco Combefis colla versione latina del p. Gia- 
como Goar in Parigi 1655 in-fol., la quale fa parte della rinomata 
collezione degli storici bizantini stampata da Louvre. 



TE0GN08T0 



Viveva il greco scrittore Teognosto nel ix secolo, e scrisse delle 
cose storiche sino ai suoi tempi. Ma la sua opera non ci è nòta per 
altro che perchè citata dal continuatore di Costaotioo Porfirogeoito 

(i) />e hittoricù ^rnccif, pag. a85. 
(a) De paiatio laUnnensi, pag. 83. 



289 
Del lib. 2, D. 27 parlando dell' invasione fatta dagli Arabi a cagione 
d' Enfemio. 



GIOBGIO CEDREPCO E GIOVANNI SILITZETB CUROPALATA 



À tutti è nolo il monaco Giorgio Cedreoo autore dell' xi secolo, non 
giii del XII come pretese Oodiii(l), e scrittore di nna cronaca o storia 
universale dal principio del mondo al 1057 di G. C. Né da alcuno 
oramai più ignorasi che proGttò costui del racconto degli avvenir 
menti più importanti accaduti neirOriente dall' 811 al 1057 cioè dalla 
morte di Niceforo Logoteta airesahazione d'Isacco Comneno scritto 
dal suo contemporaneo Giovanni Silitzete Curopalata , anzi lo inserì 
nell'opera sua quasi parola per parola (2). Questi due storici che a 
dir vero fur ambo senza critica e senza molto giudizio sono riuniti 
nella bella edizione del Louvre greco-latina con note di Giacomo Goar 
e un glossario di Carlo Annibale Fabrof, composta nel 1647 di due 
volumi in foglio, che fa parte della Raccolta storica bizantina. 



GIOVANNI ZÒNARA(3) 



Giovanni Zòoara da Costantinopoli, che fu rivestito di alte dignità 
sotto r imperatore Alessio Comneno (1081-1118), e poi fu monaco 
dopo la morte della moglie sua scrisse neiranno 1118 un'opera solle 
cose giudaiche e romane sino alla morte dì Alessio Comneno col ti- 
tolo di annali. Trattavi nella terza parte, delle cose bizantine, ed ivi 
fa menzione delle memorabili imprese accadute per opera degli Arabi 
neir impero romano, e cosi di alcuni fatti e guerre sostenute in Sicilia. 

(i) Comm, dt SS, E., iota, ii, pag. ii3o. 
(a) T. Fabricio Biblioih, Gratcaf ììh, y, cap. 5. 

. (3) Aiconi il diMero Za'V^p» v. Fabricio loc. eU. t «dìx. del iSoi , tom. 7 , pag. 5i3 , 
D. Il e la. 

MiOMTlLLJMO voL UL ^7 



Moo è di molta importaniA questo lavoro pei tempi anteriori alla 
foodazione dell' impero di Costantinopoli. L'autore però fa conoscere 
meglio di ogn' altro storico le cose che coocernono Costantino ed i 
principi dt^lla casa sua, notando con imparzialità gli abusi e della 
chiesa e delP impero. Ineguale ne è lo stile; e la storia stessa nei 
luoghi io cui Taatore non ebbe ricorso a Dione Cassio è sovente in- 
certissima e di non grave momento. 

La migliore edizione n' è quella di Louvre io due volumi io foglio 
stampata a Parigi nel 1686 da Carlo Dofre^ne e Dom. Ducaoge nel 
corpo della storia bizantina: Tediziooe principe porta la data di Bai 
silea 1557 in tre volanti io foglio colle note di Girolamo Wolfio. 



LBONB ABBICANO 



Scrisse fra le altre cose sul cominciar del secolo xti una descri- 
zione deir Africa Giovanni Leone detto Tafricano, geografo arabo , 
nato a Granata: egli aveva nome Albasan ebn Mobammed Alzavas Ai- 
fasi, e poi da Leone X fatlo istruire nella fede cattolica, fu chiamato 
Giovanni Leone. Importantissime notizie da lui si traggono che la 
Sicilia riguardano, quand'era dagli Arabi signoreggiata: e la sua opera 
fu pubblicata dal Ramusio io fronte alla Rticcoha di viaggi e navi* 
gazioni. Giovanni Florio la tradusse in latino col seguente titolo : 
JoannÌM Leonis Africani de toiius Africac dcscriptionCy lib. ix, Anversa 
1565 in-12, il che fece so la italiana traduzione dello slesso Leone. 
Migliore ne è la tradazione francese inserita in fronte ad una raccolta 
<lì ^l'ggi tradotti dall' italiano di Giovanni Temporal , • impressa a 
Lione 1556 in due volumi io foglio (1). 

Non ò gran fatlo laudabile questa storia se considerar ai voglia dal 
lato delParte; ma molto è pregevole per la libertà onde Tautore giu- 
dica quale testimonio oculare gli avvenimenti del ano tempo (2). 

(0 Pirigi 1819 in fot. -^ BoniM iSaS nd 9 toI. dd Corput 5. L, B. 
(a) T. Fiebtr Éianuak dtUa noria tUUa Uiunmra cUuiica iwifM, VcRnìa iS4o, par. i» 
5 176. 



291 
É desso il primo e solo che abbia dato a credere la storiella di 
AdeikaoBo iavasor di Sicilia , segai la da tolti quelli scrittori poco 
avveduti, che le opere arabe o igoorarono o doq lessero. 



TOMMASO FAZBLLO 



Il primo, come ogoon sa, che avesse ridotto in uu corpo l'istoria 
di Sicilia fa il rinomatissimo Tommaso Fazello da Sciacca domeoicano 
osto nel 1498 e morto a 8 aprile del 1570, meglio del quale alcuno 
non trotasi negli scrittori delie altre nazioni, che avessero le patrie 
cose illustrato (1). Se nella sua opera De rebus eieulis decades duae 
stampata in foglio nel 1558, più volte ristampata, e tradotta io ita- 
liano da Remigio fiorentino, furon dei difetti, son questi da attribuirsi 
ai tempi io che scrisse, nei quali ancora ad arte ridotte non erano la 
diplomatica e la critica. E perciò che piii degli altri periodi breve 
e secco riuscì nel racconto dell' epoca saracena, e che di tanti gros- 
solani errori sparse le sue carte , le quali per l' estimazione in che 
▼cnoero serviron d' inciampo agli scrittori d' appresso (2). Egli però 
con esattezza scrisse, come avvertimmo io sol principio, dei rapporti 
che in quel tempo passarono tra la Sicilia e grimperatori di Costan* 
tioopoli, ritraendone le notizie dal Curopalata. 



FaANCBSGO MAUBOLICO 



Ebbe in animo di emendare alconi Inoght del Fazello, V illustre 
messinese, il famoso matematico che meritò d'esser chiamato il secondo 
Archimede, Francesco Maurolico nato nel 1494 e morto a 21 loglio 
del 1575. Ma la storia da lui scritta, che ha per titolo Sicanarum 
rerum compendium^ mdlxii in-8 Messanae impressi! Petrus Spira, e le 

(0 T. QaTerio Shilia Ani. odia prefaxiooe. 

(a) Gregorio ImnoduMÌOM al driuo fubbUco di Sicilia. 



292 

più volle ristampala, altro non è che ao indice, il qaale Intlochè fosse 
copioso non solo ma copiosissimo, non lascia d'essere un eompen" 
dio tale, quale per Tappunto avevalo intitolalo Taalore. E nella parte 
che l'epoca araba ricorda è così smunto, che non pare credibile che 
sia stato dettato da uomo di profonda ami di mostruosa dottrina. 



GIUSEPPE BONFIGLIO COSTANZO 



Pochissime, sconnesse, ami stravolte cose annunziò nel iii libro 
della sua prima parte deW Hisloria Siciliana^ Venezia l604 in-4| ra< 
gionando dell'epocs nostra saracena il cav. Giuseppe BonGglio da Mes- 
sina, uomo esercitato nella prima età sua al mestiere delle armi, e 
indi consacrato agli studii, fra' quali più che altro coltivò con qualche 
successo la storia municipale. 



ANTONINO D AMICO 



Il messinese Antonino D'Amico, regio storiografo e canonico della 
cattedrale di Palermo, morto nel f64l, la cui fama è a$$ai minore 
del suo merito (\)i è il primo che avesse preparato i veri materisli 
della storia siciliana. Egli pria che nella eulta Europa lo avesse al- 
cuno osato o immaginato diessi a raccorre ogni sorta di monumenti, 
di storie, di cronache, di diplomi, relativi a ciascheduna epoca della 
storia di Sicilia dei tempi mezzani. 

Tra i tanti suoi meriti è da noverare che sia stalo egli il primo 
che avesse tratto le prime memorie agli Arabi di Sicilia apparleoenti, 
avendo portato da Spagna fra noi alcuni estratti degli annali di Abol- 
feda e della storia di Sbeaboddio, dei quali fece uso V loveges nei suoi 
annali, che furono indi ridotti in istampa dal Caruso e dal Muratori. 



{ì) Gregorio toc, ciL 



293 



AGOSTINO INYBOBS 



Agostino lofeges che nacque io Sciacca nel 1595 e mori nel 1677 
fa diligente nei suoi Annali {i)^ che a sotoiglìanza di quanto aveva 
fatto il celeberrimo Baronio intraprender volle per la Sicilia; e me- 
ritò essere dal Giaonone più volle chiamato accuralissimo» Ma la- 
sciando di parlare di quanto riguarda gii altri periodi , certo è che 
la parte arabica è si avviluppata e confusa^ che non fatti, ma farra- 
gine di fatti ti presenta ad ogni pie sospinto, né può coulraddirsì 
quanto scrisse di lui il dottissimo Casiri (2): Quod quidem ille praestai: 
$td quam prave ^ quatn infeliciier! Librutn scilicet lum miuiUalis instar 
jfi miUe conineidens /ruslula^ tum variis hisiorìaram fragmentis involvensj 
commiscensque! adeoui in immensa obrulus farragine iotus prope modum 
inUriisse videatur. 

Se non che bisogna confessare che V Inveges colla guida del Gor- 
donio e dello Scaligero in molte parti raddrizzò quanto d'erroneo aveva 
narrato il suo compaesano Fazello: e molto anzi moltissimo profittar 
seppe delle opere di AbulfeJa e di SheaboddiO) con che migliorò gran- 
demente la storia di un periodo in sommo grado oscuro , e meritò 
di essere riguardato qnal uomo sommo nella storia sicUiana (3). 



GIO. BATTISTA CARUSO 



Grande fu il progresso che fece la storia nostra nel secolo passato 
mercè la raccolta delie memorie dei tempi fatta da G. B. Caruso, nato 
a Polizzi il 27 dicembre 1673 e morto nel 1720, cui nec ingenium^ 
nec judicium deeraiy quae in eo exquisila exlilere (4)« La sua Bi- 

(i) Annali della ciuà di PaUrmo, ovvero Palermo antico sacro e nobile. Palermo i649-5i 
trcr Tolaini in foglio. 

(a) Loc, cif.y tpm. a, pag. i5. 

(3) T. Martoraoa Lettera al cav» A* Di Giovanni Mira nelle Effemeridi icient, e leu. per 
la Sicilia f tom. ti, pag. 27. 

(4) Tetta De 9iia et rebus gutit Friderid IJ, pag. 44i nota a. 



294 

blioteca(i) ossia la raccolta di cronache, storie, e altri raonunenti 
dei tempi saraceoì, Dorcnaoni e sveiri, pregevolissima è doq solo, ma 
preziosa. In essa piii storie inedite furono pabbltcaie, cioè la famosa 
cronaca di Cambridge, la continuazione al Malaterra, e l'anonimo va* 
ticano; sicché il Muratori (2) giudice qoaot' altri mai in tali materie 
competentissimo , ebbe a riputarla egregia sane ad ea tempora Hlu-^ 
stranila^ quibus saracenica gens rerum potila est in Sicilia. 

Or quantunque assai sconcia sia la raccolta dei monumenti che al- 
Tepoca saracenica si riferiscono, e bruttala d'errori ed imperfetta; 
nonpertanto dovrà confessarsi essere stato primo il Caruso che in-' 
naizato abbia generosi gli spiriti ad illustrare eoo erculei sforzi, e 
privo delia cognizione deirarabico, e sfornito di manoscritti, questi 
tempi che anche dopo di lui sono rimasti oacarissimi. 

Per cui se il tener conto di lutto ciò che tende a rischiarare la 
storia de' tempi e delle nazioni fa sempre reputato saggio e no« 
bile divisamente, non v'ha dubbio che somma gratitudine si debbo 
a coloro che con instancabili ricerche giungono a spargere qualche 
luce sovra un periodo, nel quale, pel flagello sterminatore di lunghe 
ed atroci guerre e per la generale ignoranza che ne consegui, quasi 
affatto »i spensero le faci della storia, e quindi grande riconoscenza 
si debbo al Caruso, grandissima, anzi massima. 



PRANCBSCO APBILB 



Seguendo il Fazello, e nissun altro autore che il Fazello, trattò 
superficialmente del dominio dei Saracini in Sicilia sino all'entrata 
del conte Ruggiero, il p. Francesco Aprile da Caitagirone nei capi 
XT e XVI della sua non ispregevole opera Della Cronologia universale 
della &'cf/fa — Palermo nella stamperia di Gaspare Bayona 1725 in«4. 

(i) BMioAéca hitiorica ngni SicUiat «W Aiflonconim qui th rdus $iculi$ a Samctnorum 
invasione usque ad Jrugon0nsium principaium il/iMCnona monumenta nlinqueruni ampU$»ima 
colUctio, opera et $tudio brevibusque annoiationibua Joaonit Baptiitac Ganuii. Panormi tjpit 
Francisci Ciche i'j^i, ioni, a ia fo^io. 

(9) E. i. 5> loffi. U| part. ii, pag. aS^. 



295 



flTOBICI INGLESI 



Uoa dotta opera pobblicarooo alcuni eroditi inglesi col titolo se- 
gaeote: An universal hisiory from the earlial account of lime^ lo the 
presenta London 173G-65, in 26 voi. in fol. 

Quest'opera di coi la edizione piìi completa è quella fatta in Londra 
1747-65, in 67 voi. in 8, e che fu malamente (1) tradotta io fran- 
cese da Jonconrt, Cbaufepié, Robinet e altri, e pubblicata in Am* 
sterdaoi e a Lipsia 17A2 92 in 46 voi. in-4, e della quale evvi pure 
una italiana traduzione. comprende la storia degli Arabi; e io si immenso 
pelago van pure spargendosi pochi fatti che la storia nostra riguardano 
per Tepoca saracena. Son essi tratti dalla Cronaca di Cambridge come 
nella prefazione si avverte (2): però vi rimase senza effetto la promessa 
della storia degli Emiri di Sicilia, che si resero a poco a poco io- 
dipendenti dai principi Aglabiti. 



L. APTT. MURATOU 



Nel vasto oceano dei famosi Annali d'Italia del celeberrimo Mu- 
ratori appena trovaosi a quando a quando nel 4 5 e 6 volume ceooi 
della storia arabo-sicula. Per altro T autore, àbbeochè sia uno dei 
dotti più ragguardevoli e più laboriosi di cui si onori T Italia, è 
slato accusalo di pochissima solerzia nelle cronologiche discussioni, 
e di nissuo olile riusci quindi alla storia che ci riguarda. 



(•) V. Branet Manuel du Ubrain^ 3. cdit., t. 9, pag. 194. 
(t) Al tomo i5 dsU'ediiiooe francete. 



296 



GIUSEPPE YEthJk 



A tatto il mondo notissimi sono i frutti e lo sviluppo della im- 
postura falta dal maltese abate Giuseppe Velia (non Velo come chia- 
mollo il poco esatto Anionio Lombardi (1)), cbe osò pubblicare un 
supposto registro di tutte le lettere cbe dal principio dell' invasione 
degli Arabi in Sicilia avevano scritto di mano in mano gli Emiri , 
prima ai Mulei di Africa Aglabidi, e poscia ai Califfi di Egitto Fa- 
temidi colle risposte di costoro (2); e indi a poco il famoso falso 
codice (3) cbe fondava ed ampliava nei tempi degli Arabi e dei prin- 
cipi Normanni le prerogative e i diritti, della corona di Sicilia. £ 
non è inutile il ricordare cbe durò questa impostura (egregiamente 
descritta in tutte le sue particolarità dall'abate Domenico Sciuk nel 
tomo 3 del suo Prospetto ddla storia letteraria di Sicilia nel sec. xfmìMj 
e quasi alla lettera tradotta da E. Gauttier d' Are in fine della sua 
Hittoire dei conquétes dei Norrnands)^ ed ebbe consistenza per V au- 
torità del professore di Rostock O. G. Tycbsen; e che pria d'ogni 
altro sospettonne la falsità il chiarissimo nostro Gregorio, cbe ap- 
punto perciò imprese tutto solo lo studio penoso dell' arabico, e vi 
divenne famoso: sicché può la Sicilia al iordido nome del Fella quello 
chiaro ed onorato contrapporre del nostiv Gregorio (4). 

Una relazione del dottor Hager fu pubblicata sull'assunto in Erlang 
Palm nel 1799 di cui die conto il barone S. De Sacy nel Magazin 
encjrclopedique^ anno 5, tom. vi, pag. 330 e 356, aggiungendovi dei 
nuovi cenni nel (> anno« tom. v, pag. 328 a 339, che non fur conti 
allo Scinà; e pria in Halle nel 1790 erasi pubblicato il seguente opu- 
scolo : ìVahl. Beylrag zar Geschicle und tiatistick des Araber und 
Saracenrn in SicUien aus einent nru entdeckten Kodex der sich in dem 
Kloster St. Martin in Sicifien befindet. 

(i) Storia della leiteìniuni italiana nel stcolo xrtii ec., tom. 3, cap. ii, Modena 18)9. 

(a) Codice difflomatico dt Sicilia *ow» il governo degli Arabia pub))lic4to per opera e studio 
di Alfonso Aiioldi arcivetcovo di Eraclea, giudice dell'A po»totica legaaiooe e delta Regia Mo- 
DJrcliia dei regno di Sicilia — Palermo dilla reale stamperia 1789-1991, voi. 6 in-4. 

(3) Libro del Consiglio d'Egiiio, tradotto da Giuseppe Velia cappellano del sacro ordine 
garofolimiUno, aUtc dì §. Pancraiio ^ Palermo daUa reale stamperia 1793, tomo 1 in foglio. 

(4) Scinà /oc* cif. pag. 38o. 



297 

ROSARIO DE GREGORIO 



A diradar la caligine ìd che era involta l'epoca saracena, il cano- 
nico Rosario de Gregorio nato in Palermo nel 1753 radunò quanto 
più seppe delle memorie arabiche con che supplire air intervallo che 
restata tra i tempi dei Bizantini e dei Goti già rischiarati dal Di 
Giovanni, e quei dei Normanni che aveva preso ad illustrare il Ca« 
rnso. E mandò in luce Tampia collezione delle cose arabiche intorno 
alla Sicilia (I), che per la raccolta di scrittori, pei testi, per le tra- 
duzioni, per le annotazioni, per la quantità delle lapidi, e dei cu- 
fici monumenti fu riputata, e con ragione on vero tesoro. 

Ivi leggonsi precedute da importanti prefazioni il Novairii la Cro- 
naca di Cambridge, il Sheaboddin, l'Àbnlfeda, la Geografia nnbiese, 
la Cronica di Ebn al Khattib, e molte iscrizioni , e tre dotte me- 
morie riguardanti il computo degli anni degli Arabi di Sicilia, la 
geografia arabo-sicula, e i dotti uomini di quei tempi. 

Ha dessa le sue mende, né va scevra di errori, avvertili in parto 
e corretti secondo le opportunità; però passerà ben lunga stagione 
perchè con tanto felice successo s' imprenda fra noi altra opera che 
somigli a questa, la quale fu con molto onore annunziata anche in 
Francia al suo primo comparire (2). 



(t) Etrum anbicarum quae ad htstoìiam sicuiam spectant ampia coìUcUo , opera et atudio 
Rosarii Gragorio E«cl« Pan. Canonia et R. juris poblici siculi profeMorìs — Ferdioandi III 
pii felicis augufti auctoritate atque auspidis edita. — Panormi ex regio typographeo anno 17901 
io foglio. 

(a) V. Jiapport historiqut sur ies progrès de la UtUnOure ancienne dèpuis lyS^ et sur leur 
éiat actuel, Parit 1810, pag. i3o. 



àJoaTiLL4Mo vo/. Ili. 38 



298 

DB BOBIOfnr 



Seoxa critica e con un affaitelUmeoto aozi una farragine di notizie 
malameote raccolte, e discusse, e peggio raccootate tolle discorrere 
di qaesto periodo il Burigoy nel tomo 1 della sua 5/ona(1); e di 
nissun profitto riuscì ai delti, di nissooo ai volgari: e ben meritò dei 
rimproveri chi s'accinse a tradurla e a ristamparla (2). 

Ed è pure qoest esso quei Burigny che seppe certamente abbozzare 
il meglio che si potea ai suoi tempi la nostra storia antica I 



OIOV. E. 01-BLASI 



Avrebbe potuto il padre Evangelista Di*Blasi, scrittore veramente 
benemerito della storia siciliana, abbenchè vago di ammonticchiare no« 
tizie, senza molta critica, senza gusto, e senza conoscenza di antiche 
lingue, far lavoro migliore di quello che pubblicò (3) , e darci lumi 
abbondami, ov'ei non si fosse fatto guidare da debolezza e forse da 
avversione pel Gregorio. Conobbe egli le opere di quel sommo, ma 
emulo del medesimo se non dMngegno, di fatica ben eerto, sdegnò 
di leggerle e anco di consultarle; però segui nel perìodo arabico gli 
errori e i falli di coloro che '1 precedettero, e con suo grave disdoro, 
che profittar non volle dei travagli già fatti. 



(i) Hitwire generali th SiciU eie, par M. de Burigoy i lom. a. A la Haye 1795. 

(3) Storia generale di Sicilia del signor De Burignf tradutta dal francese ec. dal sig. Ma- 
riano Scasso e Borrello — Palermo nella reale stamperia 1787, voi. 7 in-4* 

(3) Storia civile del regno di Sicilia icritU per ordine di S. R. M. Ferdinando III re delle 
due Sicilie dal suo regio storiografo don Giov. Evangelista Oi-Blasi e Gambacorta abate cassi. 
sine, tom. 16 in-8. Palermo dalla reale stamperia. — La parte arabica è nel voi. 7ylib.Ti e vit, 
sez. I, stampato nel 181 5. 



299 



CÀV* LUIOI B088I 



Il nome di Lnigt Bossi sqodm chiarissimo ed illustre per talla 
r Italia, e pregevole fratto di sua dotta meote fu l'opera Della storia 
éP Italia antica e moderna^ Milano 1821, ricca d' immeosa erudizione 
e di filologica critica, tuttoché né elegante possa dirsi né filosofica; 
e piuttosto nella classe d'annalista anziché di storico debba collocar- 
sene Tautore. Troppo brevi e secche notizie e spesso inesatte e solo 
su la fede della cronaca di Cambridge vi si raccontano dei Saraceni 
di Sicilia nei capitoli iv, viii, ix, x, xi, xii e xiv del quarto libro 
che nel xiii e xiv volume di essa si racchiudono. E queste cosi sle« 
gate, e tanto scucite che non saprei come per erse si potrebbe com- 
prendere queir in teressaute nostro periodo, il quale puossi senza pre- 
sumere supporre che niun italiano troverà freddo o indifferente , in- 
teressando le vicende di un popolo che è tanta gloria nella storia 
della penisola nostra. 

GlOY. BATTISTA HAMPOLDI 



Gli Annali (1) di Giov, B. Rampoldi sono lavoro vastissimo e di 
paziente diligenza, e la più copiosa narrazione ai certo delle cose 
arabiche e precisamente delle nostre. Siffatta opera con plauso accolta 
dai letterati che la videro nascere, segue a manttneni in sommo pre* 
gio (2) anche ora che varii scritti sono comparsi sullo stesso argo- 
mento. È però neirautore un fallo imperdonabile passarsela senza citare 
autorità veruna di documento o di scrittore, per accertare i fatti che 
da lui si raccontano; e se non tutti , almeno quelli nei quali dalle 
fonti note si diparte. Non é da far le maraviglie se in opera si ampia 
in pili mende s'incespica, e seTA. talvolta s'inganna: ciò che di sovente 
gli accade ove delle cose che la Sicilia riguardano egli ragiona; il 
che é avvenuto non già, come a taluno è piaciuto, perché lo scrittore 

(i) Annali Musulmani, tom. la in-8y Milaoo iSaa-aG. 

(a) V. Le Sage JdanU te, cdiz. di Venezia i8a6, cap. ux, pag. i5i. 



300 

non vi abbia posto grande attenzione (t), aa perchè grate argomeoto, 
e Tasti ssioo e difficilissimo diessi ad illaslrare; e perchè (come a 
•e pare) seoza nimia conoscenza o alcerto ben licTC della Ungna di 
qoei Mosnlmaoi di cni racconta le gesta. 



f 11VCB5Z0 TEXEiaA 



Io assai soper6ciali stodii esercitato il cav. Vincenzo Texeira pub- 
blicò in Palermo nel 1824 nn Prospetto della storia ^ civilizzazione e 
letteratura di Sicilia ; nel S 7 del qoale ragionò con ìstile disadorno 
e scorretto dei nostri Saraceni , raffasolando alla peggio e concisa- 
mente gli affenimenti relatiti a quelli. 



SAVERIO SCROFANl 



Con incantefole stile, terso sempre e venosto, e spesso con la forza ^ 
la rapidità j il calore di Tacito (2), scrisse dei nostri Saraceni T illu- 
stre ab. Saterio Scrofani da Modica (3); ma più con apparente il 
fece che con solida dottrina: poiché facendo le viste di aver atnto 
sott'occbio i principali scrittori e i più importanti, poca critica fi 
esercita, oè dà molto luogo al giudizio; e ci porge una storia che 
con piacere si legge, ma senza profitto, anzi con danno gratissimo della 
verità. Tanto inesatto è il raffusolamento dei fatti, e tanti sono gli 
errori, e gli anacronismi che dai meno veggenti si possono a mani 
giunte raccorre. Di sortecbè romanzo storico piuttosto che storia ad- 
dimandar si potrebbe; ma tale un romanzo e siffattamente dettato che 
ti diletta in modo che si avrebbe dolore a castrarne una parte o a 
cambiarne un concetto. 



(•) Bianchi Giovinì Rivista EuropeOf mano 1846, pag. aG)' 

(3) y. Biblioteca Italiana, n. csiv. 

(3) DeU/i dominazione de^U stranieri in SiciUa, Disconi due di SaTcrìo Scrofani siciliano 1 
membro corrispondente dell' Istituto di Francia dcll'Accadt^mia delle iscrizioni e belle lettere.^ 
In Parigi presso Ànt. Boucher librajo iS!i4 in-8. Discono secondo. 



301 

SALYATOEE MORSO 



Delle fatiche e degli sludii dellab. Saltatore Morso da Palermo a 
luogo ragionai nel precedente mio Tolame a pag. 109: superflao è 
quindi ch'io ripeta il già detto. 



CARLO BOTTA 



Fa tale la fama in coi venne il lavoro dello Scrofani per molte 
parli pregevole che sedasse i pia destri, e fin anco quel mostruoso 
ingegno di Carlo Botta, il quale sifiattamente seguillo (1) che fino si 
piacque trascriverne le stesse parole; facendosegli compagno negli er* 
rori, comechè emulo gli fosse né vittorioso né vinto per la eleganza 
del dettato. 

GODCTE DI LAGÉPÉOE 



Non par vero e pure è indubitato che nella voluminosa Hìstoire 
generale phjrsiqtAC et civile de FEurope dipuis les demières annéee du 
cinquième siede jusque vere le milieu du dix-huitihme par M. le conUe 
de Lacépède staoipata in firusselles nel 1826, poche parole s'impie- 
ghino per segnare gli avvenimenti dell'araba signorìa in Sicilia. Ivi 
nella nona epoca che sta nel tomo 3 solo 22 linee e >/> si trovano 
nelle pagine 16 e 17 per riferire la insurrezione di Eufemio, il quale 
per errore dicesi morto presso Siracusa. 



(i) Storia dei popoli italiani datt epoca della loro grandezza ai leinpi dei Romani sino al 
iSi/ft nella continuazione del lib. ly. 



302 



HAI.LAH 



Nalla 6 poi Dalla si legge che dell'epoca arabo-sicala c'istraiica 
nella tanto vantata opera di Arrigo Hallam— * VEuropa nel medio ew, 
di coi ho letta la traduzione pabblicatast in Logano nel 1829. 



FRANCESCO FBRnAftA 



La storia dell' ab. Francesco Ferrara (1), tuttoché non fosse in ore- 
dito presso runiversale, e financo da qualche dotto (2) sia stala ri- 
guardata come un compendio della storia del Di-Blasi, pure è lavoro 
non del tutto spregevole « che ben essa è parto di mente non volgare, 
e fornita di svariate conosceuze. É però da convenire che nella parte 
arabica la quale nel terzo volume si racchiude, poca critica campeg- 
gia, e forse pochissima; e la trascuraggine nello stile ne rendono ingrata 
la lettura. A me poi sembra che 1 racconto non sia estratto da ninno 
degli autori che a pie d'ogni pagina si segnano, ma invece sia formato 
sulle storie più ovvie dei nostri, da cui. gli autori suddetti vengono 
ricordati. 

E. OAUTTIBB D^AEC 



Nel cap. y del i libro della Histoire des conquètes det Normands 
en Italie en Sicile ci en Grece accompagnée d'un atlas par E. GaiUtier 
dArc Paris 1830, si descrive la Sicilia sotto gli Arabi!.... In essa 
l'autore non ha per guida che lo Scrofaoi!! ad onta di citare i passi 
arabi del Novairi: e qualche altra cosa yi si cenna nel cap. i del ii 
libro ove si parla della guerra degli Arabi e della presa di Messina 
e della battaglia di Castrogiovaoni fatta dai Normanni. 

(i) Storia gtntraU delia Sicilia dei prof. cay. ab. Francetco Ferran — Palermo presto Lo- 
rento Dato iSSo» ToL it io-8. 

(3) T. Cclidonio Errante nel Giom. di ic. UlL e arti per la Siciliaf tom. 44» W' ^^' 



303 

CAEHBLO HABTOHANA 



MiDQlo, sottile, erudito ed esatto raccoglitore delle cose dell'epoca 
arabo-sicola è stato Carmelo Martoraoa da Palermo. c< L'autore racco - 
glieodo diligeotemeole qaaoto leggesi nei particolari documenti arabo- 
sleali che al presente conosconsi, spillando nelle storie generali dei 
Musulmani quanto in proposito della Sicilia puossi ricavare, consul- 
tando greci e latini scrittori di quella stagione, fornito se non di lingua 
arabica (che pur molto gli sarebbe stata di sussidio) almeno di orien- 
tale erudizione, non risparmiando nò studio, né diligenza, né fatica, 
si è fatto a ragionar di quei coltissimi popoli che poco mancossi a 
credere ed incivili e selvaggi» (1). Fatto tesoro piìi che d'altro dei 
materiali apprestati dal sommo Gregorio e diligentemente messi a con- 
fronto storici e cronisti antichi e moderni, seppe egli il primo mettere 
in giusto assetto le notizie che quel periodo nostro riguardano (2). 

E* se nel racconto induce una certa sazietà che ti stanca, effetto 
è ciò di quella ridondanza che nasce dal non aversi voluto nulla per- 
dere dallo scrittore di tutta la fatica durata per distendere l'opera .sua. 

Io a dir vero non trovo chi meglio di lui avesse dei nostri sara- 
ceni ragionato e con maggiore accuratezza e con miglior critica sino 
ad ora. Sono poche le mende di che poò essere incolpato questo la- 
voro, di coi da più tempo s'attende il terzo volume, e di esse ta- 
lune sono effetto della ignoranza dell' arabico non del senno dello 
scrittore. 

Or di questo storico può dirsi che abbia fatto progredir la storia 
nostra saracena senza avere nuovi lumi recato o novelli monomenti 
apprestato, aia solo per avere saputo profittare dei lumi e dei mo« 
numeoti da altri fino al suo tempo oiessi io luce ed illustrati. 



r<i) Coii ne aveva io scritto al primo apprire nelle Effemeridi scienL UiU per la Sicilia, 
toro. IV. Ottobre iS3a, pag. 57. 

(a) Notizie storiche dei Saraceni Siciliani ridotte in quattro libri da Carmelo Martorana ^ 
Palermo stamperia Pedone e Muratorii voi. 1, i83a — voi. a, l853. 



304 

PRINCIPB DI SCOftDÌA 



E dello ScrofaDÌ, e del Balla, e del Di-Blasi ancora fidatosi del 
(allo Pietro Laoza priucipe di Scordia passo a passo segailli nella 
soa Memoria degli Arabi e del loiv soggiorno in Sieilia (1), che fu il 
primo saggio degli stodii patrii in che poscia riosci valoroso. 



NICOLÒ BUSCEMl 



Giovane troppo immalaramente rapilo alle lettere fa l'ab. Nicolò 
Boscemi da Palermo. Perito nella conoscenza del greco , fornito di 
baone istitazioni e del sussidio di svariata erudizione, e laborioso 
anzi instancabile, s'era diretto all'apprendimento della greca paleo- 
grafia, stadio oramai fra noi non molto coltivato, e diversi lavori rese 
pubblici, abbenche con poca scropolosilà talvolta abbia taciuto i tra- 
vagli, alimi manuscritti dei quali giovossi. Se in lui fu difetto ciò 
nacque dalla tempra dell' ingegno suo non molto svelto ma grossolano, 
e dal non essersi assai bene neirarle critica esercitato. Di che sono 
prova evidentissima le Lcliere al sig* Carmelo Martoraoa, che sole 
fanno al nostro scopo, sopra i documenti della storia ecclesiastica di 
Sicilia nel tempo che fa dominala dagli Àrabi, inserite nel Giornale 
ccclesiasiico di Sicilia (2), le quali taltochè ammirevoli pel soggetto , 
e di ricerche imponenti non povere, pure ne sembra che non attingon 
lo scopo e peccan di mala fede, come fa soprabbondantemente dimo- 
strato dal Martorana suddetto colla sua lunga ed erudita Risposta in- 
serita nel Giornale di scienze leUere e arti per la Sicilia {'A), 



(i) Palermo, •Umpcria Pedone e MuMtorì i83a, in-8. 

(a) Aono i834. 

(3) Nei tomi 4&» 4^1 ® 47- 



305 

MULLEa 



Fole? a dispensarsi il doUissimo Giotanoi de MuUer segnare un ca- 
pitolo (1) nel libro xiy della sua Storia univenalcy non dotendo rife- 
rire che la sola lettera del monaco Teodosio che descrive la sventara 
di Siracusa nel perìodo che c'interessa. 



EOOABOO GIBSON 



A chi è ignota la celeberrima opera del Gibbon The hislory ofihe 
decline and fedi of the Roman Empire pubblicata in Londra la prima 
volta nel 1783? Ma l'autore non folle impiegare che poche parole 
nel cap. lii del quarto volume per ricordare il tradimento d'Eufemio 
e la sua morte, e per descritere la presa di Siracusa, e poche altre 
ancora nel cap. lvi per rapportare il conquisto dei Normanni. 



P. ALESSANDRO DI HBO 

Dottissimi, abbenchè scritti in modo da stancare la pazienza di un 
Giobbe sono i dodici folumi in-4 degli Annali critico^diplomatici del 
regno dì Napoli della mezzana età del p« Alessandro Di Meo della 
congregazione del Ss. Redentore, stampati in Napoli dal 1795 al 
1819. 

Nel terzo tomo dei medesimi vi si racconta quanto Eufemio fece} 
e i fatti che vi si cennaoo dell'arabica incursione sol ricavati a me 
pajono dalla Cronaca di Cambridge, e dagli scrittori bizantini. 

(i) Capitolo xìu 



306 

B. S. A. 



Solo deiravTeoìmeDto di Eofemio s'ÌDf eressi U noa disatile&ona 
(f Italia dalla caduta dell'impero romano in Occidenie sino ai nostri 
Umpi compilala da B. S. À. , e stampala in Milano nel 1831 , al 
capo 3 del 3 libro che rinviensi nel tomo secondo. 



FASTI UNI? BESALI 



Un'opera comparre nel 1836 in Venezia pei tipi dell'operoso Ao- 
ionelli col Itiolo di Annali del Mondo ossia Fasti universali di lutti 
i tempi e di tuiU i luoghi della terra oc. Ma nalla ?i si rioTiene clie 
ai Saraceni di Sicilia si riferisca; e solo alla pag. 520 del qoarto 
tomo, della fellonia di Enfemio on rapido inesatto cenno vi si legge. 



NICOLÒ PALMBmi 



£ il termioese Nicolò Palmeri scrittore di alta mentCì di profondi 
stodii, e non di rado ancora di bellissime forme. Con nobile divisa- 
mente imprese egli a trattare maestrevolmente le cose nostre (1); ma 
poiché vago soprattutto di politica economia, sotto tale punto di vista 
precipuamente ravvisa gli eventi e ne spiega le cagioni, e quindi poco 
o nulla per lui progredì la nostra storia, meuochò per il giudisio, e 
per la precisione ed eleganza in che superò quelli che scrissero prima 
di lui. 

Suo speciale disegno si era cominciar dai Normanni, quando diesii 
a supplire la storia dei teuipi che li precedettero, i quali perchè 

O) Somma ddia storia di SicUia di Nicolò Pjiitieri, 5 voi. ia-8. P«ieniio stamperia di Fran- 
ccKo Spampinalo 1 834*4*- 



307 
poco ioflneoti al suo scopo noo trattò con uguale impegno, e con la 
stessa valentia. Noo trascnrollt però, e qoaoto attiensi alla storia sa- 
racena (I), abbeochè seccamente composto né senza mende o erroruzzi 
di data, pare da tal aomo si mostra dettato che conosce gli scrit- 
tori sa coi si fonda , e ebe con critica e con matarìtà ba percorso 
le opere di coloro ebe io baono preceduto. 



Bimico LCO 



Pochissime, abbenchè esatte notizie ci ba dato dei nostri Saraceni il 
dotto Enrico Leo nel 4 libro della sna opera Histoire (Tlialie pendant 
le mojren age, tradnite de Tallemand par M. Docbez tom. 3 in*8* Paris 
1837. — E non per altro ebe per renderne aTrerliti coloro ebe noi 
sapessero, e per far loro intendere ebe nissoo gioTsmento ci reca, ci 
contentiamo di fame memoria, e forse non pochi stenteranno a cre- 
derlo. 

DUCA DI aBREADlFALCO 



Prese occasione di ragionare alcun poco di talooi particolari che 
riguardar possono la storia delle arti appo gli Arabi di Sicilia il 
Doca di Serradifaleo. Ma ciò foca con tale rapidità nell'vltinio dei 
tre ragiofiaflsenti di che componesi la sua opera Del Duomo di Mofè* 
reale e di altre chiese siculo-normanne stampata in Palermo 1838 neUa 
tipografia Roberti in foglio, che è piuttosto il suo, un pensiero con- 
cepito, ma non ancora un laToro ad effetto condotto. 



(i) Xoc. df. Tol. I» eap. i6. 



308 



CABLO THOYA 



Udo dei più dotti e profondi conoscitori del Medio-evo è senta 
contrasto il napolitano Carlo Troya ; e fra le opere storiche più ri- 
putate che vantar si possano in questo secolo è da noverare la sna 
Storia d'Italia deA Medio-evo ^ Napoli dalla tipografia del Tosco 1839. 

Egli s'accinse a scrivere con una vastità di erudizione degna del 
soggetto le istorie dall'anno 476, allorchò spensero i Barbari l'im- 
pero d'Occidente. Ma innanzi ogni cosa volle ragionare delle origini 
e dei costumi di quei Barbari e degli altri che prima d' essi eran 
venuti in Italia. Nel che fare si è tanto internato che oramai siamo 
al quinto volume e sul Medio-evo appena si ragiona, non pervenendo 
che air anno 489 di nostra era : quindi ci è ignoto ciò che vorrà 
dirci dei nostri Saraceni. 



ANTONIO BANIERI 



Chi crederebbe che poche ed inesatte cose si trovino riguardanti 
la storia dei Saraceni di Sicilia nella Storia d'Italia dal quinto al 
nono secolo , ovvero da Teodosio a Carlo Magno , libri due preceduti 
da un ragionamento del modo di considerare le azioni umane rispetto 
aUa coscienza ed alla storia di Antonio Ranieri, Brusselles società 
tipografica 1841 in-8 7 

FILIPPO MOISÉ 



Migliori speranze aveva ciascun concepito di trovar scrii lavori nel 
tomo 4 della Storia dei dominii stranieri in Italia dalla caduta del- 
f Impero romano in Occidente fino ai nostri giorni di Filippo Moisè, 
Firenze 1839 sei volumi in-8. Ma è da far le maraviglie, trovando 



309 
tessalo il non breve ed inesatto racconto anziché sagli scrittori fon- 
damentali , soltanto su gli annali del Rampoldi e sol discorso dello 
Scordia. E se a qnando a quando Taotore ti cita Novairi o Cedreno 
è più per pompa che per realità, e quasi vergognando di non attin- 
gere alle fonti. 



FAMIN 



Il soggetto deWHistoirc des invasions des Sarrazins en Italie du fu 
au XI siècle par Cesar Famin, Paris librairie de Firmin Didot 1843, 
tomi tre io-8, è dall'aatore distribuito io tre parti. Non se n'ò pub- 
blicato che il solo primo volume, il quale giunge al 7 capo, che ar- 
riva air 883 e precisamente alla morte di papa Giovanni Vili. E se- 
condo a me pare è un lavoro dettato in troppa fretta; e senza altro 
farsi dall'autore che spigolare con poca critica e manco maturità di con- 
siglio le opere del Gregorio, dello Scrofaoi, del Le Beau, del Ram- 
poldi « e del Leo. 



VINCENZO COEDÀRO 



Tre lezioni consacra al periodo saraceno (1) T infaticabile e dotto 
catenese cav. Vincenzo Cordaro-Clarenza nella sua storia del dritto 
siculo (2). Erudito lavoro è questo di lui , anzi se alcuna tecca 
vogliasi imputare al medesimo, essa è quella di volervisi mostrare 
troppo arte e troppo studio. Né gli possiam perdonare ch'egli non 
solo non avesse attinto alle fonti, ma che avesse prestato fede a ta- 
luni scrittori di debolissima critica, e alle screditate dichiarazioni del 
p. Mario Pace. 



(i) Lez. 27, aSf e 29 nel voi. 4* 

(a) Storia dU driuo sicuiOf ovvero lezioni dì storia eiviU tieiliana pel cat. Viuoeuxo Gordaro 
Clarenza ^ Catania 1844 per Pietro GiuotÌDi. 



310 

NOCI DB8 YBBGCH8 



Noél des Vergers che nella iotrodoiioDe alla storia dell'Afriea sotto 
b dinastìa degli Aglabiti, e della Sicilia sotto la dominazione mo- 
sulmana di Ebn Cbaidnn, manifestafa il desiderio di veder riem- 
pito il Tacao che trovasi nella storia nostra , ora dopo un viaggio 
a bella posta intrapreso pubblicò nel n. 13 anno 1845 del Journal 
Asiatìque nna Lettre a Mr. Caussin de Perceval $ur tee diplomes arabes 
comervés dan$ les archivee de la Sicile. Ma on sol diploma in essa si 
contiene appartenente a Guglielmo; e di diplomi si ragiona solo est- 
stenti nella cattedrale di Palermo, di eoi occoposst il Gregorio odia 
sua gran coUetione, ed io nel catalogo ragionato* Quanti e poi quanti 
però ne rimangono nella massima parte inediti sparsi nelle varie città 
di quest'isola! e nessun si rivolge a pubblicarli, nissnno a tradurli, 
nissuno a copiarli!.. A raccogliersi almeno e a ben conservarsi onde 
evitarne la finale rovina e dispersione come per millanta è aocaduto, 
speriamo che qualche volta si provveda. 



HICBBLB AMABl 



Tradotte dall'arabico, e come pet saggi» dei suoi novelli studii ha 
pubblicato in Parigi, il signor Michele AaMri da PalerSM una Destri' 
pttan de Pulerme au milieu dn x siede de tère vulgairs far Rbn-Hamealy 
Paris 1845 — e un Voyage en Sicile de Mehatmmd'tbn-Djchatr de 
Valence sous le règne de Gmllaume te bon^ Paris 1846 — ambo inse- 
riti nel Journal jisiatique; ed essi abbeochè s'intrattengano sullo stato 
di Sicilia all'epoca normanna, pumondimanco importanti riescono al 
periodo antecedente per le molte notizie di che abbondano, e che son 
utili a conoscersi come resti dell'araba dominazione, della quale ogni me- 
noma notizia in tanta penuria è sempre rilevante. 



311 



WBNEICH 



L'erodila opera iDlitolata Rerum ab jimbibus in Italia insulisque 
adiaeenlibut Sicilia maxime , Sardinia atque Corsica gestarum cane' 
meniarii , scripsit Joannes Georgius ÌVenrich , lUeraturae biblicae in 
Instilulo iheologico AuguU. et Helvel. Confess* addici. Vindoboncnsi 
profesior C. R. Lipsiae 1845 , ia-8 di pag. 316, è divita io dae 
libri. 

Compreode il primo la oarraiiooe delle geata dei Saraceoi dalla 
prima loro comparsa io Sicilia fioo alla totale loro eapaUiooe dalla 
Calabria sotto Carlo II d'Àogiò; e tratta ioclosivameote anco dei Sa- 
raceoi della Sardegoa, della Corsica, dell' Italia meridiooale e di Fras- 
stoeto. 

Svolge Del secoodo per quanto è possibile il loro sistema di am- 
ministrati ooe, e ci poi^e on' idea della parte cbe quella nazione ebbe 
nella coltora delle arti e delle lettere. 

Il Wenrich attinse alla fonte degli scrittori originali. Fra gli Arabi 
furono da lai consoltati quelli cbe si conoscono, indi la schiera non 
piccola dei cronisti latini del medio-ero, e finalmente molte altre opere 
pubblicate in Italia — ma nulla e poi nulla egli recaci di nuovo. 

L'autore se non è riuscito a schiarir tutto, ad empiere tutte le 
lacune, a soddisCare a tutte le esigenze, per lo meno ci ha dato la 
storia migliore cbe possiedasi finora su questo notabile argomento , 
scrivevasi poco fa in un giornale italiano (I). Ma io non posso so- 
scrivermi a siffatto parere, senza peccar d'ingiustizia contro il Mar- 
lorana, il quale tanto tempo prima che il Wenrich T avesse pensato 
aveva in un paese che assai pochi mezzi appresta per lafori di sif- 
fatta natura già dato in loce un'opera di uguale importanza, e forse 
ancora di non minore dottrina. 



(i) Rivista Europea^ Milano mano 164^. 



3i2 

SGRITTOEI DI COMPENDII 



Inesatti ed erronei per la parte arabica troYaosi lotti i recenii com- 
pendii delia storia di Sicilia, i principali dei quali son quelli scritti 
da d'Angelo, da Nougaret, da Gianfaia, da Maggiore, e da Sanfilippo. 

I Principii della storia generale di Sicilia dell'ab. Giovanni d'Angelo 
stampati a Palermo in quattro volumi in-12 nel 1790-94, non sono 
che un infelice compendio della Storia civile del DiBlasi» 

II Nougaret non scrisse che con eleganza e grafia false notizie sul* 
l'epoca nostra saracena nel § ix delle sue Beaulés de V hisloirc de 
Sicile et de Naples^ Paris 1818 in-12. 

II sac. Nicolò Gianfaia quattro articoli del vi libro delle Coghi- 
zioni elemaiiari della storia di Sicilia dai suoi primi abitatori sino al 
regno di Ferdinando III ^ tre volumi in-12 Palermo 1814, consacra 
al periodo siculo-saraceno: ed è ben curioso cbe mentre scrive Cpag. 194 
not. 2) aver ricavato tale brano di storia nostra dall'opera del Gre- 
gorio Rerum Arabicarum eie, trovasi spesso e fio nelle prime parole 
in contraddizione con gli scrittori che io quella grand' opera si rac- 
chiudono. 

Il Compendio della storia di Sicilia dei sac. Niccolò Maggiore, di 
cui si hanno tre edizioni, l'ultima delle quali nel 1840, diminuì non 
accrebbe fama all'autore; e piuttosta libraria speculazione essendo, cbe 
letterario lavoro, non induca meraviglia trovandosi trascurato ed er- 
roneo anche nella parte arabica, ehe vi si legge al eap. v del libro ii. 

Non COSI giudico del Compendio della storia di Sicilia del p. Pietro 
Sanfilippo, la cui seconda edizione ò del 1843 in- 12. Poiché non 
volgare scrittura reputo quest'ultima, ma di merito superiore alle altre. 
Però mi dà pena che nel cap. xi in cui della parte arabo-sicula si di< 
scorre contengansi moltissimi degli ertori che pria del Gregorio, dei 
Rampoldi, dei Marlorana spacciavansi. 



313 
th latto \\ gìk detto pnossi agevolmente conchiodere, che la storia 
nostra saracena siasi passo a passo accreciuta per come i moDumeoti 
storici o gli storici docamenti della medesima si souo discoperti. 

Appena conosciuta era nei tempi del Fazello al Garoso, e progredì 
alquanto dopo i documenti da quest'ultimo presentati. Brillò poscia 
e di vivissima luce per la spinta data dal sommo Gregorio, che molte 
narrazioni corresse, molte ne accrebbe; e più varie cose insegnò che 
dapprima ignoravansi^ o mal si conoscevano. 

I diplomi e le iscrizioni messe in luce dal Morso, quegli altri da 
me illustrati, e soprattutto la raccolta delle monete arabo-sicnle che 
già rendo di pubblico diritto, sono sforzi anch'essi né lievi che allo 
scopo di che trattasi direttamente rimirano. -^ Però ove non saranno 
per estrarsi dalle arabiche manuscritte opere che nelle grandi biblio- 
teche d'Europa si racchiudono gli squarci che il periodo saracenico- 
siculo risguardano; e ove non saranno pubblicati i moltiplici mono- 
menti che a quella, tuttora oscura, abbenchò preziosa, epoca apparten- 
gono, sarem sempre limitati a quel punto dove il Gregorio ci condusse; 
e sarem costretti a ricopiarci a vicenda per ripetere le poche notizie' 
che ci son pervenute , o a vagare senza profitto negl' immensi spazii 
della storia universale. 



MomxtLLJMO voi, UL ^^ 



RAGIONAMENTO lU- 



DBLLE MONETE àRABO-SIGCL E. 



La sdetice Dumitmatiquey qui doit étre contiiUrée oomme 
une des prìncipalet Kaset de le certitude de l* histoire, ne 
peot avoir ane Térìtable utilità, et ne peat receyoir de 
jutte applicatioo qu'aaUDt qu'oo y joint toat Ics aecoun 
que peuveot foaroir ics languea et la litt^rature ancicn- 
net; tana cela ce n'ett qu'une Taioe curioaitd, oa an 
sìnple object de commerce. 

J. SAivT-MAxnir. 



In tre parti ò mestieri che si divida questo terzo ragionamento che 
alla numismatica arabo-sicula è propriamente destinato — Segnerò nella 
prima, la Bibliografia ragionala delle più conosciuto opere che a tale 
studio si appartengono, e per quanto ci possa riguardare; affinchè si 
veda a colpo d'occhio ciò che siesi fatto, cominciando da* più lon- 
tani, per illustrare una parte importantissima della storica certezza, 
la quale dalle monete senza dubbio si ricava. Nella seconda segnerò 
le Osservazioni preliminari per indicare tutto ciò che interessar puote 
in generale le moneto arabo-sicule , onde sapere da chi batlevansi e 
dove e quali. Finalmente la Illustrazione delle monete arabo-eicule oc- 
cuperà intera la terza parte. 



316 

PARTE PRIMA 

BIBUOQMAFIA MAGMONATJ. 
I. 

La Sicilia descritta con medaglie — Palermo i6i2 in folio con tavole. 



Primo e celebre fra' nostri namisinatici apparisce Filippo Parala 
nato in Palermo verso la mela del secolo xvi (I). 

Qncsta che è la prima parte della saa opera; abbenchò divenuta 
rarissima nel commercio, è riputata però di nissun valore, né altro 
contiene che la semplice rappresentazione incisa delle monete di Si« 
cilia, fra le quali alcune cufiche. 

La medesima do? èva esser seguita da una seconda parte, nella quale 
prometteansi le spiegazioni, che lungamente attese mai non compar- 
vero. 

Un Leonardo Agostini servendosi delle tavole stesse di cui sopra 
è stato discorso, e accresciuta avendo di circa altre 400 la serie delio 
medaglie, questa altra edizione, pur essa senza spiegazioni, pubblicò 
in Roma nel 1649 in fol. 

Morto Agostini , passate le tavole del Parata in mani del librajo 
Marco Majer ne mandò fuori costui un'altra edtsione in Lione nel 1697 
in fol., che meno stimata è della prima e della seconda. 

Finalmente il celebre antiquario Sigi berte Havercampo una migliore 
e pih compiuta edizione pubblicò a Leyda colle sue spiegazioni in tre 
volumi in foglio , cbe formano il vi vii e viii del Tesoro di storie 
ed antichità della Sicilia, ideato già da Gio. Giorgio Grevio, e com- 
piuto da Pietro Burmanno. 

(i) Morto a i5 oUobre i 629. 



317 
Quest'opera del Parata per quanto le monete arabe riguarda farebbe 
dar del ridicolo a chiunque volesse citarla; essendo esse ben poche, 
pessimamente delioeate, e stoltamente tradotte dal p. Mario Paco. 



II. 

Monete del regno di Napoli da Ruggiero primo Re sino aW augustissimo 
regnante Carlo VI Imp. e III Re Cattolico^ raccolte e spiegale da 
D. Cesare Antonio Vergara — In Roma per Francesco Gonzaga 
Ì7i5 in 8. 



Dopo del Paruta tra le monete napolitano che d'illustrare s'accinse 
nel 1715 G. A. Vergara alcune arabo-latine monete di Sicilia si vi- 
dero comparire; abbenchè mal disegnate e con crsssa ignoranza talune 
a Napoli attribuite. 

Dodici monete normanne e due sveve contengonsi in essa, di cui 
non esprimonsi che i disegni soltanto. 

E Tanno appresso ne fu fatta in fòglio dallo stesso autore e dal 
tipografo medesimo in Roma la seconda edizione. 



m. 

Spiegazione del tari Soro moneta di Sicilia ^ opera postuma del dottis- 
simo Domenico Schiavo canì>nico della chiesa di Palermo^ dirizzata 
al signor conte Gian Rinaldo Carli — Palermo 4775. 



Quest'opuscolo fu inserito nel tomo xvi degli Opuscoli di Auiori 
Siciliani a pag. 215, ed ebbe per oggetto dimostrare che il tari d'oro 
fu moneta di Sicilia, reale e non ideale, coniata dagli Àrabi , e che 
equivarrebbe di peso a tari 4. 3. 1. di oro. 



318 

IV. 

Memoria delle zecche del regno di Sicilia e delle monete in esse coniale 
in varii tempi di Gabriele Lancillotto Castello P. di T. — - Paler- 
mo i775* 



Questa memoria del più illustre numismatico di Sicilia, dettata bensì 
nella sua prima gioventù fu inserita nel tomo xvi degli Opuscoli di 
Autori Siciliani a pag. 261. E in essa pur si ragiona di zecche, e 
di monete dei nostri Saraceni; né reca maraviglia che in tempi in cui 
nulla sapevasi di quell'epoca oscurissima vi si dican delle cose non 
che futili ma erronee. Maraviglia ben forte a me produce però che si 
FÌcopiino jancora le viete e grette idee di lui da moderni autori (t), 
i quali fan credere che pcu^o conoscano gli scrittori delle cose no- 
stre saracene e normanne quando ci ripetono come assiomi gli errori 
di questa scrittura, e l'anticata opera del Paruta. 



V. 

Museum cuficum Borgianum Felitris^ illustravit Jacobus Georgius Chri- 
stianus Adler Altonanus — Romae apud Antonium Fulgoniunr 
MDCCLXXXiii in'4. — Pars II Ha/niae excudebat Fridericus fFilhcl- 
mus Thield mdccxcu (2). 



Chiarissimo orientalista fu Giacomo Giorgio Cristiano Adler, e pre- 
gevole fra le sue ope^e è la parte numismatica. Egli nel pubblicare i 
tesori del museo Borgiano molte arabo-sicnle monete venne con molta 
dottrina ad illustrare e quasi sempre con felice successo. 

(i) Bianchini Detta Storia economico^iviU di Sicdéa^ voi. i. Uh. i, parte ly, cap. i. 

(a) Questa serooda parte io molte copie porta l'avantitolo tegueotc CotUcùo nova numorum 
cuficorum teu arabicorum vtUrum cxri ooniÌMM numot plerosqiu ineditos e museis borgiano 
et atSeriano digesta et expUcata a Jacobo Georgio Christiana Adler eie. 



319 
Nell'opera indicata monete degli Aglabiti di Sicilia si ritrovano, 
dei Faiemidi, e dei Normanni, quìius extinctisj erroneamente sappose, 
arabica lingua eliminata videlur (1), assicurando con troppa precipi- 
taz ione più non trovarsi dopo quell'epoca siciliane monete che arabi- 
che leggende contenessero. 

VI. 

Musco cufico naniano illustralo daW abaie Simone Assemani professore 
di lingue orientali nel seminario^ e socio delT accademia delle scienze 
belle lettere e arti di Padova — In Padova nella stamperia del Se» 
minario in-4 mdcclixxfu. — Parte seconda mdcclxxxfui» 



A chi è ignoto fra' dotti il nome del tesoto di Padova^ del chia- 
rissimo orientalista ab. Simone Assemanni? Dedicar volle anch'egli i 
suoi stndii all'araba numismatica, fama crescendo al suo nome e non 
peritura. E pubblicò il lavoro che abbiamo indicato. Ma in esso della 
Sicilia occnpossi ben poco: infatti nissuna moneta dell'epoca aglabida 
ci presenta, appena sei della fatemida, e arabo- normanna una sola. 



VII. 

Introductio in rem numariam Muhammeddanorum 
Rostock 4794 in-S. 



Quest'opera che è seguita da un primo e solo supplemento col ti- 
tolo di Introduclionis in rem numariam Muhammedanorum addiiamen* 
tum I. Rostock 1796 in-8, ad onta degV innumerevoli errori di che 
è piena , e delle non poche supposte medaglie con che si deturpa, 
è purnondimeno stimata non che pregevole ma classica opera. L'aa- 

(0 P«g. 79- 



320 

iore della medesima, più ricco di cogoìzionì che di senno (4), fu qoel 
celebre Olao Gherardo Tychsen, che olire ad essere di moltissime 
opere autore, potè gloriarsi di essere stato il maestro di Adler, di 



Fraehn, di Erdmann. 



Vili. 



Dissertazione su di una moneta del re Ruggieri detta Ducato 
Napoli nella stamperia reale i8i2 in*4 con tavole. 



Ripntatissima è la dissertazione suddetta scritta da Salvatore Fa* 
sco; ed importante è pel nostro assunto contenendo una bilingue mo- 
neta nostra normanna del secondo Guglielmo, ed altra aveva di Fe- 
derico. Con che fu il primo a presentar documento indubitato che la 
lingua araba in Sicilia durava ancora regnando gli Svevi, e si leggeva 
nei pubblici monumenti. 

IX. 

Salvatore Morso. 



Niuna dichiarazione d'araba medaglia fu dal Morso pubblicata, nondi- 
meno parecchi medaglieri furono da lui illustrati cioè, quelli di Àiroldi 
e di Velia (2), di Poli e di Alinervini; e se dei primi due nissuna 
scrittura ci rimane, dei due altri però parecchie diciferazioni s'incon- 
trano frugando i manuscritti di lui. Ond' è che sulla fede del mede- 
simo io ne segnerò talune che inedite pur sono, tuttoché il tipo di- 
segnar non sen possa perchè non mi son vennte mai in tant'anni fra 
mani. Con che attingerò due scopi, cioè di non defraudare il Morso del- 
l'onore dovutogli, e di accrescere il patrimonio dellarabo-sicula numi- 
smatica. 

(0 Ne e bastante proTa U ttorìa del Tamoso codice Martiniano, che il maltese impostore Velia 
non aTrebhc potuto accreditare sema 1* innocente coadjaTazione del Tychsen. 
(3) T. Scioà Prospetto della storim leUeruria di Sicilia nel tee. xrtn, t. 3, cap. 4t P* ^77* 



321 
X. 

Descrizione di alcune monete cufiche del Museo Mainoni — - Milano i820 
dalla stamperia Giusti^ un grosso volume in foglio con tavole. 



Alla dichiarazione delle medaglie arabe del gabinetto di Stefano de 
Mainoni è coosecraia qaest'opera. Le spiegazioni sono del dottor Giu- 
seppe Scbiepati e di Simone Asseoiani; e diverse medaglie in qaesto 
libro si trovano che d'interesse ci sono. Note sono ai dotti però le 
doglianze di plagio che all'uscir di quest'opera si elevarono dal oonte Ga- 
stìglioni colle sue Osservazioni suWopefa intitolata Descrizione di alcune 
monete cufiche del Museo Mainoni ec. Milano dalla stamperia di An- 
tonio Lamperti i82i in'4j con che ha egli creduto dimostrare all'evi- 
denza che la massima parte di questo libro, tranne taluni articoli del 
prof. Assemani, è formato di brani dell'opera di lui. 



XI. 

Monete cufiche deW /• R. Museo di Milano — neltimp. Regia stam- 
peria i819 in foglio con tavole. 



Per erudizione e per senno a nissun altro secondo dimostrossi il 
conte Garlo Ottavio Gastiglione neiro|)era indicata, la quale tuttoché 
stampata nel 1819 non comparve che nel 1821. 

Due moneta degli Aglabiti di Sicilia si dichiarano in essa , dieci 
dei Fatemidi, dodici normanne e cinque sveve. E tutte con maestria 
e con dottrina; e precedute da osservazioni tali che poco lasciano a 
desiderare. Di guisachò il suo travaglio ad onta di alcuni errori im- 
putatigli non lascia di essere utilissimo e prezioso, e già ha preso 
posto sicuro fra ciò che vi è di migliore nel genere suo. 

SJoMTiLLàEO voi. IH. 4* 



322 

xn. 

Numi Eujiei qui in impenUoris Aug. MuMeù PeirapolL stnfomiurj 
tecetuuii C. M» Fraehn* 

É nelle nenorie deirAocademia ioperiala ili scMna dì Pielrobirgo 
al tono IX peg. 563 cbe leggesi qaesla ineaoria, la qsale va dinaa 
ia due parli, di cni la pricia contiate nella semplice deaeritiooe delle 
medaglie orìeolali del gabinetto parlieolare dell* iaperatore di Ras- 
«a, la aeconda contiene importanti arebeologicbe e geognaBcbe ditene- 
tieni • 

xm. 

intimi Enfiti ex varili Museis eeUeti a C. M. Fraehn. 
Petropoli MDCCCXXiii con 4 tavole. 



Nello stetso yolnme di già indicato e alla pag. 587 leggati qoe* 
ti'altra memoria del Fraehn con quattro tavole indicanti le medaglie 
principali o pih importanti ; ove tegnendo nn metodo non commen- 
dabile, s'è contentato qoati tempre l'antere di ditegoar le parole tn 
cui è ditcottione, lasciando in bianco il resto. 



XIV. 

The orientai conu andmt tmd modem of is oolUtiion ^ descrAed otèd 
hioiorkuUy MlMimded^ hy W. Maroden -^ Londru 4825*25 in'4, 
2 PoL con tmtoU^ 



Trovaosi in quest'opera dei pezzi apparteoenti agli antichi califfi 
di Bagdad e alle dinastie maomettane della Persia, del Kborassan, 
deHa Mesopotamva, d«Ua. Siria^ deU'A«ia osioorey iMrEg»tt#, delL'A- 
frica, (teHa Spsgoa e ancor lalano della Siei4i«^ 

Le spiegazioni s«d<^ in ioglese , né sempre^ fidioi* Vt si Iro^ di 
coamiendetole l' oso di iodveare il peso d' ogni pezztf d'oro o d'af^ 
geoto, eie che è dV grand» otite A cultori di q[Qe«l!» seieMa. 



XT. 

De Mtaei Sprewkzitmi MoofBkM numio kafioU noìimJR» amtehae ineditisj 
qui Chereonesi humo erati etm dioumhÈr^ commenèalionet duae plura 
eaedetn ut numismaticae ita geographiae et historiae asiaticae capita 
ohserviora illustrantes scrìpsit Dr. C* M. Fraehn S. Imp. Ross. Majeet. 
a cxmsilii9 statue Eqaes^ jicud^ hnp. ìkieni. Peànop^ SodaUe ordi* 
nariue etc. -^ Feiropoli mmcoxj^ in^. 



Qaest'operar cbe leggevi nel toor. t dielie^ mMiorìe. dell' ikceademìà 
imperiala delle scienze di Pietrobm^e» nulla rflcohiude che alle sco|hi 
prefissoci d' importanza riesca. 



324 

XVI. 

De numis orientaliòus in numophjrlacio Goihano asservaiis eommentatio 
prima nttmos chalifarum et dynasliarum cufico $ exhibeni^-^cdiiio aliera 
aucla et emendala auclore I. H. MoeUero — Goihac i8£6 ex iypo^ 
graphia Engelhardo — Reyheriana apud C. Glaeserum in^ con una 
tavola. 



NoQ paossi mai abbastanza lodare rioteDdioiento e TesecazioDe eoo 
che il prof. Moeller ha compilato il suddetto catalogo di cui era com- 
parsa nel 1818 la prima edizione. In esso con href e, chiaro e pre- 
ciso metodo tutte le monete arabe si raccolgono conosciute sino al 
1826 colla notizia degli autori da cui sono state pubblicate. 



XVII. 

Numophyladum Universìtaiis Caesareae liilerarum Casanensis 
i826 in-S di XI — HO pagine con ire tavole. 



Il signor Francesco Erdmann professore dell' Università di Cassano 
pubblicò la descrizione delle monete orientali acquistate dairUniversità 
sua. E ciò fece coir opuscolo sopradelto in cui descrisse le monete 
d'oro e d'argento divise in sedici dinastie sovrane, segnando i nomi 
dei sovrani, quello dei luoghi e delle epoche in che sono stale bat- 
tute dal 94 dell'Egira (713 di G. G.) al 1232 (1816); ma ninna 
avvene in esse aglabida nò fatemida, e quindi di nissun interesse 
riesce per lo scopo nostro. 



325 

XVIII. 

Numi Muhammedani qui in Academiae hnp. Scient. Peirop, Museo 
Asiatico asseruantur. Auipiciis academicis digessitj interprelatus estj 
prolegomenis et commentario palacographico-philofogico-historìco illu- 
stravit^ addilisque nolabiliorum tabulis aeneis edidit Ch. M. Fraehn 
voi. i in'4 di pag. i08. Peiropoli 4826. 

Qaesto primo volume comprende il testo dei commentarii ai quali 
i volumi seguenti debbon essere consacrati. Siffatta stupenda collezione 
che comprende coi duplicati 5347 pezzi ò situata secondo T ordine 
sistematico e cronologico , e contiene la traduzione fedele delle loro 
iscrizioni. 

XIX. 

Collezione di Roumanzoff. 

Nulla offre per noi d' interesse la collezione delle monete orientali 
del cancelliere Roumanzoff di cui si ragiona nel Leipz. Lit. Zeitung. 
maggio 1826, n. 110, pag. 873. 

Il catalogo del medesimo fatto in otto anni dal prof. Fraehn con- 
tiene 700 pezzi di diverse dinastie divise io diciannove classi, delle 
quali è la più ricca quella delle monete dell'epoca dei Samanidi e 
dei Khan della Horde doro. 

XX. 

Calalogus numorum cvficorum in NumophyL Acad. Upsal adserv. 
Par. L in-4 di riu e 20 pag. 

Questo catalogo pubblicato nel 1826 da J. H. Schraeder conser- 
vatore del gabinetto numismatico dell'uni versi tà di Upsal offre in 140 



326 

nomeri una descrizione socciota di monete ommiadi, abbassidi, sama- 
nidi, tahiridi ee. Ma ninna to ne si legge che alla Sicilia si appar- 
tenesse. 

XXI. 

1 • De aliqnoi Ntimis Kufieis aniehae imdiiig — 2. Mémoire mr fuelques 
monnaies cufiques inédiitè trouvées en Crimée par M. Fraehn* 



In qoesti due discorsi inseriti nelle metoori^ dett'Aecademia' di Pie- 
trobnrgo al tom. x pag. 397 e 445 discote il prof. Fraelia alcune 
rileiranlr quistiom di nimiisaMitiea e di filologia. E iin» nvoTa* clasei> 
ficafzione propone dielte mooere dei principV agkibidi d'Africa nel' w^ 
condo e terzo secolo dell' £gira (7 e 8 di G. G.) così cbediqoeHe 
dei principi Tbaderiti che regnarano in Persia a quest'epoca stessa. 



XXII. 

Mémoire' mr ainq médaiUes des prineew Arabee d^Jfrique par le pére 
Jonph de Si. Amtoine* M<nKra\ 



Nulla di nuoTo per la nostra* nomivinastTca offroBo* queste* medagUe 
inserite nelle Mémvires de VAcad. de Lrsbonne al tom. x pag. 9 e 
seg. pubblicate nel 1827. Tre di esse appartengono ai principi Ai- 
moadi che occuparono nna parte deirAfrica, della Spagna e del Por- 
togallo nel TI e tu secolo dell' Egira (12 e 13 di G. C.) e le due 
altre a due principi di Marok che regnarono nel secolo xvi dell' era 
Tolgare. 



327 
XXIII. 

JjMit h M. P. 0. Brondsted tic. sur fuet^ueg méiuÌUe$ ^ufiqaes dans 
le cabinet du Rai de DéMemari^ réeemment irotwécs dama Vtlc de 
Fahler^ el 9ur qiielfues tnamueriu cufi^ètes par Jae. Chr, Lindberg 
— Copenhague i830 in'4 di pagine 66 con xir tavole. 



QmsU collezioDe si compone di qiuiiro medaglìo di Gosroe, d^aoa 
medaglia ommiada d' Abdolmalek, e 19 medaglie abbasstdt, di coi 
ralUflia è dElvalbek che regnava lanno 846 di G. G. 

É quindi un'esuberanza ancbe il solo farne memoria, per nulla in- 
teressando Tarabosicula numismatica. 



XXIV- 

Numi Asiatici Musei Vhiversitaiis Cesareae literarum Casanensis quos 
recensuit et illustrava Franciscus Erdmann ete. Pan I. volumi 2 in 4 
Casani in Universiiaiis Cesareae typographia mbcogxxxiv. 



Maggiore estensione volle dare con quest' opera il prof. Erdmann 
all'opera sua precedente, ma pochi plausi riscosse e molte censore del 
severo De Sacy(1). Di siciliane monete in essa non si ricordano che 
due sole monete aglabtde di cui eraosi altri occupati. 



(i) ▼. Journal det iavaru, seUembre iSaS| pag. 554* 



328 

XXV. 

Numi Mohammedani eie. coUegii descripsit et tahdis iUuttmvit Jgnathu 
PieLraszewiki inierpretis fnunere ad legationem Russicam Conslantinopoli 
perfunciiAs -— BeroUni apud Alexandrum Duncker i 843 in'4^ fase. 4 
di pag. ir e 440 e xr tavole. 



In tanta abbondanza di cofiche monete da questo aolor presentate 
nissana trovasene degli Aglabìdi, e solo alcuna dei Fatemidi. 

Primo credo poi che fosse questo scrittore a presentar colorati i 
vetri arabi , dei quali alcuni a Sicilia non è da dubitar che appar- 
tenessero. 

XXVI. 

Monete cufiche battute da principi Longobardi Normanni e Svevi nel 
regno delle Due Siciiiej interpetrate ed illustrate dal Prìncipe di San 
Giorgio Domenico Spinelli^ e pubblicate per cura di Michele Tafuri 
— Napoli stamperia dell'Iride 4844 in'4 con tavole. 



L'opera del principe di San Giorgio, nella quale leggesi una pre- 
fazione di Michele Tafuri , comprende le monete cufiche dei tempi 
che venner dopo del dominio saraceno nell'una e nell'altra Sicilia. 
Ed è un lavoro ricco assai di monete e con molta pazienta condotto. 
Ma pare a me che assai povero sia di cognizioni speciali , e preci- 
puamente dell'araba lingua che con islupore si scorge essere ignorata 
da un autore che imprende a dichiarar monete cufiche; e vi si fa de- 
siderare miglior ordine e più assettamento nella distribuzione. Non è 
poi condonabile il silenzio sulle fatiche da tanti dotti uomini spesevi 
antecedentemente. Utile è desso però e pregio avrà durevole , come 
impresa da nissun altro sì doviziosamente trattata. 



329 
PARTE SECONDA 

OSSERVAZIONI PBBLIMINARI. 



E per le monete dei Saraceni e per quelle dei tempi di che verrò 
io di mano a mano ragionando stimo premettere nn sommario di os« 
servazioni, che per alcun modo c'istruiscano iotorno alle medesime. 

Ofe e da chi battevansi le monete sìcule degli Aglabidi, e dei Fa- 
temidi; e quelle cuGche dei Normanni e degli Sveyi? Di quale forma 
era in esse la scrittura? Qaai leggende contenevano? Di che valore 
e di che nome? In che proporzione ne era l'argento con Toro? Che 
notizie ci restano della moneta bassa? 

Son tutte queste, tali e tante dimande che preterir non si possono; 
e alle quali è mestieri come il meglio si possa soddisfare. 



SI. 



Ove e da chi battevansi le monete degli Aglabidi e quelle dei Fatemidi 
e le cufiche dei Normanni e degli Svevi? 



È verisimile, aveva scritto l'Adler nella illustrazione del museo cu* 
fico del cardinal Borgia (1), che nel primo secolo da che fu espugnata 
r isola di Sicilia, attesa la incertezza e la inquietudine in che stavasi 
il governo saraceno, nissuna moneta vi si fosse battuta. Egli dovè 
però indi a non molto ricredersi di tale errore (2), quando fatta la 
nuova collezione venne a conoscerne ben molte che se non del- 
lepoca aglabida certo ai primi Fatemidi appartennero. In seguito di 

(i) àfuseum cuficum Borgiatwm f^tUtrii^ cap. ii, pag. 19. 
(3) Loc, ciUf pan 11. 

àlOMTiLLAMO VOl* UL 4^ 



330 

che si SODO altre sìcole-aglabide luooele rinveoule; ciò che ci fa cod- 
chiadere cbe sollo gli Aglabidi ebbe Sicilia una zecca sua propria , 
« questa io Palermo , donde ai ebbero monete e d' oro e d' argeoto: 
se pur di rame si ignora. 

Però lai monete altro nome non portarono cbe quello dei principi 
d'Africa, come praticatasi in totto lo stato aglabidico — oè alcuna 
menzione in esse ritrovasi dei wali o governanti della Sicilia. Era 
primo e sommo fra' diritti del califfato il batter monete sotto il pro- 
prio nome e l'ayer suffragio della prece pubblica ossia del ChoUbah 
rtA>i^ (1). Appena dal califfo il successore al trono si designava, e 
gli renìa dall'esercito e dal popolo prestato il giuramento di fedeltà 
faceaosi in segno d' esercizio della sovranità coniare in onore dì lui 
monete, e recitare il Choiibah. 

Regnando in seguito i Fatemidi, quantunque un emirato suo proprio 
fosse stato alla Sicilia conceduto, e una zécca in Palermo vi fosse 
stata, pure le monete ivi battute non dell'emiro di Sicilia fan meo* 
zione, ma del califfo; e del califfo solo fatemida portano il nome ed 
il titolo. Segno indubitato che gli emiri nostri mai non si tolsero 
dall'ubbidienza che doveano ai califfi fatemidi, e sol si contennero net 
limiti dell'ufficio loro. 

Ed è quindi chiaro un errore del Rampoldi (2), cbe attribuì ad 
Hassan e a suo figlio tener la Sicilia in feudo e aver avuto il diritto 
di coniar le monete nel proprio nome. E cosi errarono quei che lo 
precedettero e quelli cbe lo seguirono. 

Primo fra Normanni a batter moneta fu Ruggieri il conte -— as- 
sunto egli il comando dell'isola segnò del suo nome le monete, ciò 
cbe fecer di poi i suoi successori. E quantunque Palermo fosse stata 
la capitale dell' Isola e la sede del Governo, sicché gli Arabi per ec* 
celleozu cbiamaronla la città di Sicilia (3) , pure Palermo e Messina 
fur ambo prescelte per coniar le monete. Una carta di Ruggieri I del 
23 luglio 1139(4) confermata da papa Alessandro IV nel 5 settem- 

(I) ▼. Sacj Chrenomat. toI. a, pag. 64. — Atseuiaiii Muuo cufico itartiaiio, pag. xxxfu 
('i) jiftn. Mtu. Tol. 5, pag. 37} e 27 4* 

(3) jC^sJii^^f iiJijtó^ 

(4) V. Lunigh Codex Itaiiae diplomai, f t. 11, p. 846. — Baluzìo MitctUan. t. ti, p. 174. 
-^ Muntori R, 1. S* toI. yi. — Conte Carli Monete 9 zecche tt Italia^ t. 1 p« 169. 



331 
bre 1255 qaand' era egli balio del regoo per la mioorita di Corra- 
dioo (1) SODO i titoli sa che s'appoggia la coocessione della zecca di 
Palermo. E se per Messina ignorasene il titolo, che si rirerìsce al 
1t39, ne è sufficieote pruora il leggersi in tante e tante carte rego- 
late le compre- vendite io quanto alle monete ad pondus Mcssanae(2)^ 
e pia che ciò le monete stesse in qaella illastre e splendidissima città 
di nostra isola battute. 

Re Ruggieri, come anche appresso diremo, introdusse in Ariano 
, le sue monete, cioè il Ducato^ e i FoUari invece delle cosi dette Ro- 
mesine. E tali monete perchè orribili, cagione furono di povertà e di 
miseria (3) non solo in Sicilia, ma in tutta T Italia (4). 

Fu Federico imperatore colui che abolendo i tari nuovi d'Amalfi , 
inteso il parere di sei buoni uomini per ogni terra (5), ordinò in 
tutto il regno che si vendesser le merci coi denari nuovi di Brindisi. 



S II. 



Di quale forma erano per quanto riguarda i caratterij 
e quai leggende contenevano} 



Ricca serie di monumenti d'araba numismatica offre la Sicilia dalla 
conquista fattane dai Musulmani sino ai primi tempi dei principi avevi 
per lo spazio di quattro secoli. Sino a che tennerla i Musulmani vi 
si fece uso del carattere cufico, diverso bensì nelle diverse due epoche 
aglabidica e fatemida. Dapoicbè quando dominarono i Fa temidi, una 
stravagante forma di cufico introdussero diversa assai da quella usata 
in Oriente, e a leggersi assai più difficile, per la ristrettezza ed il 



(i) T. Amato Dt principe Umplo, dipi, nel lib. vi, pag. iio. 

(a) T. Torremaxza MtmorU dtlU zecche^dd regno iH Sicilia, e delle monete in es$e co- 
niau in varii tempi, pag. aS6. 

(3) ▼. Falco Beoe/cnUno Chron, presso Caruso, t. i, pag. 379. 

(4) T. M. Gioja Nuovo prospetto delle scienze economidie^ t. 1, par. i, pag. i47- 

(5) Riccardo di s. Germano Chron, preno Canuo, t. a, f. $70. 



332 

ravvicìnameoto delle lettere quasi tolte formate di traiti perpeDdico* 

lari e tali , da ricoooscersi a grave stento la differenza di aoa dal- 

Tallra. 

Durante poi la dominazione dei Normanni , e piti ancora quando 
sigooreggiavanla gli S?evi, la forma di questi caratteri soffri tale al* 
leraziooe e tanta, spezialmente nelle monele d'oro, che riescon sovente 
non che di difficile ma d'impossibile iolerprelamento. 

Una moneta d' Errico VI ci fa certi che anche nelle sicule monele 
usossi talvolta il caratteri neskhi. 

Però è da notare che quando Ruggieri fondò il suo principato in 
Sicilia, era il popolo composto di Saracini, di Greci e d'alti i popoli 
ch'erano Arabi, Franchi e Lombardi venuti co' conquistatori, e che 
sotto il nome conobbersi di Latini* Dal che nacquero i tre diversi 
linguaggi greco, arabo e latino, che furon comuni in quei tempi alla 
nazione: ond' è che non solo i diplomi e le lapidi , ma le monete 
ancora furono usate nelle tre lingue diverse come osserveremo a sua 
posta. 

Nomi e soprannomi di califfi, versetti del Corano, spesso le espres- 
sioni della sella degli Sciiti, e talvolta l'indicazione del luogo e della 
data della coniazione, ecco in poco a che riduconsi le leggende delle 
arabo-sicule monele. 

Il titolo di (J^^JJo^^t j>e»^f ossia comandatUe o principe dei credenii 
è il più costanlemenle in uso nelle monete io seguito del nome del 
califfo. Introdotto da Omar che fu successore ad Abubecre è stato 
siffatto soprannome esclusivo dei principi pretendenti al califfato. 

Lo è COSI pure quello di aLoI cioè supremo pontefice che fu usato 
sempre dai Falemidi di Africa^ i quali come per distintivo lor prò- 
prio assunsero il soprannome di fCO>>^i o direUore^ in modo che quan- 
tunque si trovi nelle sole monete dei primi due principi di essa dina» 
stia, pure taluni scrittori Jl Mahdi dissero invece di dir Falemidi. 

Né è rado trovarsi il nome di Ali nelle monete degli Aglabiti , 
perchè della setta degli Sciiti , come del pari io quelle dei Fale- 
midi dal quarto califfo in poi che fu Moez (1), e con la leggenda 

(i) É un errore deirAtsemaiii , Museo cufico naniano pag. lxtii , che il nome di Aly non 
si Ì€gg« iu Tcrana moDcta di altri califfi che in queUe dei Fatemidi. 



333 
éJj] ^cS^ kJ^ che secoodo Fraeho significa Ali è il vicario di Dio^ 
secoodo il De Sacy(1) Ali ò t amico di Dio. 

Nelle monete arabe poi dei nostri principi crisi iani il titolo di 
Conte fa reso con quello di ^/«^^l , Taltro di Re con qaello di C^liXo; 

e ad iffiilazione dei principi saraceni, soprannomi presero anch'essi 
somiglianti a quelli; come di ^j^^Okij^ vittorioso , tfJUu jju^ forte in 

Dio^ tradotto in greco per iy ®c& xpar^toj; e (;;*^f;w»ajJÌ jmoU 
sostegno dei Cristiani reso nei diplomi greci ^ot\^às tw xpt9re«vdDy (2). 
A motivi di commercio per certo attribuir si deve (3), e forse al ti- 
more ispirato dai Musalmani, se tollerò Ruggieri con poca dignità 
del suo nome io talune delle sue monete la pròfession di fede mao- 
mettana usata sempre e in tutto dai Musulmani : esempio non unico 
perchè da altri sovrani cristiani (4) anche usato e con poco onor loro 
ricevuto. 

S III. 

Di che valore^ di che peso^ e di che nome? 



Paro indubitato che gli Àrabi abbandonato V uso di servirsi delle 
monete romane e delle persiane, alla nuova loro moneta d'oro aves- 
sero conservato non solo il nome, ma il peso ancora e 1* intrinseco 
che aveva presso i Romani. Infatti ^Lo^ dinar essi chiamarono 

la moneta d'oro, che Omar fu il primo a far coniare nell'anno xtiii 
dell'Egira; e dinar è evidentemente derivato dalla latina voce dena» 
riusy il cui peso era il mithcàl {j\j&Xjo che dividevasi in 24 kirath o 

charùbe. 



(i) T. Nouveau journal asiatiqu9^ n. Sq, mars i83i, pag. aio. 

(a) ▼. Muratori De tigiUit medii aevi Della raccolta di Argciati Z)e morutis etc, t. ni app* 
pag. li 8. 

(3) Castigliooe Delle moneu^ pag. 33o. 

(4) Tale fu tra gli altri Gisulfo I principe di Salerno. 



334 

.Ora nel modo stesso che il soldo d'ora romano, fa la norma delle 
monete d'oro degli Arabi in Oriente ed in Egitto, la quarta parte del 
soldo medesimo fu la norma di quelle degli Arabi delle coste d'Africa 
e della nostra Sicilia. La seguente tavola che ha presentata il Ca- 
8tiglioni(f) delle monete d'oro coniate dai Musulmani in Sicilia rap- 
portali ai pesi attuali persuaderà fino alPevidenza, che le monete d'oro 
battute sotto gli Aglabidi e i primi Fatemidi accostansi assaissimo al 
quarto dei soldi d^oro romani, e dei denari cufici d'Oriente, e pro- 
priamente a tari sette e grana dieci di nostra moneta siciliana (2); 
ma che in seguito si andò alterando l' intrinseco della moneta e se 
ne diminuì il peso- 
Aio dei piccoli danari cufici^ ontano tari di Sicilia secondo Castiglioni. 



Addo 






Peto corrente 


Intrìnseco 


dcU'Egira 


Principi 

(aslaudi) 


Città 


di marco 
di Milano 


o bontà 
io deciinn"(3) 


Ì68 


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Palermo 


20 -A 


980 


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Detto 


Detto 


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Detto 


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Detto 


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980 


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Detto 


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980 


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Detto 


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Detto 


Detto 


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Mostanser 


Detto 


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820 


— 


Detto 


Detto 


17 


820 


— 


Detto 


Detto 


18 


820 


— 


Detto 


Detto 


17 ■/, 


820 



(i) Loc, cit. pag. Lzyi. 

(a) T. Domenico Schiafo Sffiegazione del tari doro moneta di Siciiia , sta negli Opuscoli 
di Autori siciliani^ t. n^ psg. 344. 

(3) Dai Francesi dicesi T(tre, — Il grano di marco di Milano é Si mUligrammi. 



33b 

Alla qaale tavola altra pia estosa potrebbe aggiuDgcrst rica?aodola 
da qoesta mia opera , nella quale ad ogni moneta da me esaminata 
ho segnato il suo corrispondente peso siciliano attuale. 

Sospettò pure il Fusco (I), ch'esister potesse una corrispondenza 
fra il soldo d'oro di Costantinopoli e il siciliano; ma ?olle farne il 
paragone in un'epoca troppo recente, nella quale la moneta bizantina 
non avendo sofferto il decrescimento avvenuto nella siciliana era d'assai 
maggior valore. Sembra ben pia ragionevole quanto avvertiva il Ca* 
stiglìoni (2) risalirsi cioè all'origine comune di queste monete nell'epoca 
in cui i Musulmani conqoistaron la Sicilia sugi' imperatori d'Oriente; 
anziché ricercarla quando già da tre secoli era dessa smembrata dal- 
l'impero bizantino. 

Le dotte indagini di questo autore appoggiate ai documenti non 
meno che ad alcune monete da lui esaminate hanno reso dimostrato 
che al tempo dei Normanni e degli Svevi succeduti ai Fatemidi l' oncia 
d'oro monetale era eguale tuttora all'oncia teaU di peso, e che il tari 
era ridotto ad 'Ao di oncia, e contenea circa un terzo di lega. Certo 
è che una delle prime cure di Ruggieri re fu quella di batter moneta; 
e abbiamo monumenti di monete d'oro osate in Sicilia col nome di 
numismatà nel 1134 e nel 1141, settantadue delle quali componevano 
una libbra d'oro (3). E menzione di once e di iareni trovasi dopo il 
1154(4) e nel 1176(5). 

Incerto però hanno lasciato gli autori quanto riguarda il progresso 
della monetazione scoraggiati dalla forma irregolare, dalla cattiva con- 
servazione e dalla varietà di peso che nelle monete dì dette epoche 
si rinvengono. 

Seguendo il Castiglioui, il quale molta diligenza ha portato in ramo 
siffatto, io ne trascrivo ao'altra tavola onde indicare le monete arabo- 
sicule dei Normanni e quelle degli Svevi. 



(i) Del ducato di Ruggieri ce., cap. i, pa§. 6. ^ 

(a) Loc, di. pag. lztii. 

(3) V. Diploma per la chiesa di Patti presso Pirri Sìcììm sacra^ pag. 396. 

(4) Ugone Falcando presso Caruso, t* i, p^g. 4^0 • 

(5) V. Pirri, pag. 4o5. 



336 



Principi Po» I nUinteeo 



Raggierì I e U 
Detto 


33 

aa 


"~ 


Detto 


aa 


— 


Ruggieri II 
Detto 

Guglielmo I 
Guglielmo I o II 
Detto' 


ai 

10 gouta 

as 

16 

aa */i 


750 

750 
700 


Detto 


Vi 


— 


Detto 


aa 


— 


Detto 


84 •/. 


— 


Detto 


30 •/. 


— 


Guglielmo II 
Detto 


ai 

a* ■/. 


750 


Tancredi 


68 


— 


Federico II 


k% 


— 


Stotì incerti 


ae 


700 


Detti 


ih 


700 


Detti 


so 


730 


Detti 


ao guasta 


— 



E a questa, altra se De potrebbe aggtaogere pare che beo ricavasi 
dalle mie osser?azioDÌ. 

Ragionaodo ora della moneta d'argento, questa io arabico a%eva nome 
aJ6P Dirhèm voce derivata sicuramente dal greco Jp»XM^) e ne era 
vario il valore in Egitto e in Oriente nel secolo tiii dell* Egira. È 
ben singolare che Mackrizi , il quale tanto diffusamente scrisse del- 
l'origine e delle vicende delle monete presso gli Arabi, nessuu cenno 
avesse fatto della proporzione tra Toro e l'argento; segnando il nu- 
mero delle dramme cui equivalesse il denaro. 

É una materia del tutto oscura, e intorno alla quale poco o nulla 
si può raccorre dagli scrittori maomettani : solo con dati probabili , 



337 
racooglieDdo quanto dalle varie antoritìi stdedaee, pare potersi sla^ 
bili re: 

1" Che il peso delia dramma era a quello del denaro :: 7 : 10. 

2"* Che la oaova dramma eguagliava la meta della somma delle due 
specie di dramme che erano in corso pria dell' Islamismo cioè delle 
persiane di 8 danek e della tìberieuse di 4 danek. 

Nei secoli xi e xii poi era ridotta in Sicilia come 10 Vs : 1 (1). 

A dir vero nei secoli pria del xv era l'argento assai più scarso 
di quello che lo fu quando scoverlesi le ricche miniere del Messico 
e di altre parti dell'Indie occidentali tanta quantità ne venne in Eu- 
ropa, che abbassossene d'assai il prezzo in comparazione ^dell'oro. 
Pubblicherò io delle monete di argento di tale piccolezza che farà 
maravigliare i numismatici presenti , e che si possono riattaccare a 
cosiffatta ragione. 

Certo è che verso il 1 140 si fabbricò una moneta erosa composta 
di assai più rame che argento e fu chiamata Ducato. E questa mo. 
nela Ruggieri introdusse in Ariano allorquando fra luglio ed agosto 
passava dairaccampameoto di Capua a Napoli; e in quella città e in 
tutti gli altri luoghi nei quali le monete uguali erano le romesine (2), 
volle che il ducalo valesse otto romesine, e questo valore dato a 
monete che naturalmente non l'aveano fu riputato come una disgrazia 
pubblica; e attestaci Falcone beneventano che da esso derivò la po- 
vertà e la miseria di tutti quei dominii. La falsa idea economico- 
politica negli andati tempi ritenuta, che la moneta altro non fosse 
che un segno di convenzione fece sì che i diversi governi applica- 
ronsi ora ad innalzarne ora ad abbassarne il valor nominale secondo 
che i bisogni loro, o, diciam meglio, secondo che gì' interessi lor tem- 
porarii richiedevano. Di questo attentato alla proprietà privata e pub- 
blica, di questo male gravissimo per gì' individui e pei popoli uè la 
natura conoscevasi altra volta uè la estensione. Ben però chiaro ve- 



(i) Fusco, Dissertazione su di una moneta del re Ruggieri detta ducatoi cap. iii| pag. a6. 

(a) Non sono d' accordo gli scrittori se le romesine sieno state monote romane o bizantine t 
incerto ne é pure il yalore; e fiuanco é dubbio se d*oro esse erano o d'argento* — t. Dn Gange 
Glos. lat, voce Romesina. -^Muratori Antiq» Italie. ^ dissert. uthi in fine. — Di Meo tom. zi 
degli Annali Indice delie monete^ pag. 389, -*• Salvatore Fusco loc, cit. cap. v, pag. 34* 

MOMLTILLAMO VOl, IH. 43 



338 

deasi eome impoieote era la legge a fissare i rapporti di falere tra 
1 oro e largente, tra Targento e il rame, non potendo tener fermi gli 
estremi che la costituiscono e che variano da momento a momento. 
É perciò che la proporzione tra Toro e l'argento diversa trovasi non 
che in ogni dominio, ma fin ne' diversi tempi del dominio medesimo. 
Da onde nasce che in errore si trovano anche i più illuminati dei 
moderni scrittori quando di ragguagliare presumono le somme delle 
quali fa menzione la passata storia con le monete dei tempi nostri. 
Essi per ordinario conlentanst di ridurre a moneta corrente le quantità 
d'oro e d'argento efieltivo esistente nelle somme di cui voglion fare 
il ragguaglio: ma questo calcolo non è forse fallace? Il valore attuale 
di quantità di metallo esistente nelle antiche monete non ci dà certo 
r idea esatta del valore che tale quantità di metallo aveva in quel 
tempo: ed il vero ragguaglio consiste appunto nella conoscenza pre- 
cisa di valore siffatto, per ottener la quale è d'uopo financo porre io 
calcolo le variazioni che in generale ha sofferto il metallo nel prò* 
grosso del tempo. 

Ma lasciando da parte siffatte considerazioni e alle monete di Rug- 
gieri ritornando; egli è certo che i ducati eran monete coniate in Si» 
cilia(l), perchè la storia non ci fa menzione di altre zecche istituite 
da questo re fuori dell' isola; e le espressioni del suddetto Falcone (2) 
mostrano bene che furon portati dal re con lui, ed introdotti in Ariano, 
ove si chiamarono monete sue. 

E di questo argomento è conferma la severità con cui re Ruggieri 
stabili in tutto il suo regno la pena di morte e di confiscazione contro 
i fabbricatori e gli esattori e i fautori della moneta adulterina (3). 
Però noi non pubblicheremo ducati perchè oissuna arabica leggenda 
cooteneano, e ci contentiamo avvertire che tale moneta non solo non fu 
imitata dalle altre dinastie, ma finauco usci d*essere in commercio tra 
noi da che la stirpe di Ruggieri finì di essere sul trono. 

Monete proprie continuò anche a battere il primo Gaglielmo, e 
furonvene tra queste alcune composte di argento e di rame, che or, 

(i) A. della Rovere , MtmorÌ9 itoriche ed tconomiche $opra la monHa baua di Sicilia , 
Cip. 11. pag. ai. 

(a) àJonetam iuam introduxit cui Ducatu§ nomtn imposuiu 

(3) y. ContiU. Hts- Sic, lib. 3, tit. 62. 



339 
come gih dicemmo, si chiamano erose (1). Io qaaoto a quelle di coojo 
è stato ciò solo una credenza popolare, e come tale dal Fazello il 
primo avvertita: ma non sarebbe una novità nella storia, che già 
ueir vili secolo Costantino Coprooimo assediando Costantinopoli (2) 
fece uso di monete di cuojo che poco di poi cambiò io soldi d'oro. 

Ben regolata è da credersi che fosse stata poi la monetazione in 
Sicilia sotto il secondo Goglielmo, e sotto lo svevo Federigo, nissun 
grave disordine avvertendosi allora intorno a monete; essendo le stesse 
mutazioni fatte per capriccio non già, ma per prudenza. È però da 
quell'epoca che si cominciò a declinare insensibilmente dai buoni si* 
stemi di Guglielmo, e se d'altro non si peccò al suo leoipo si peccò 
certo di multiplicità e d' incostanza (3). 

Passiamo finalaiente alla moneta di rame, la quale sebbene manco 
nobile delle altre, non è certo di loro meno utile. Essa poco impie- 
gata neiresterno commercio non interessa meno il bene pubblico, cir- 
colando nei minuti contratti fra cittadino e cittadino, ond'è che pur 
anche ha meritato nei secoli e nelle nazioni più culle le cure e i di- 
spendii più scrii degli avveduti governi. Or la moneta araba di rame 
ebbe nome di ^j«U3 fuU o JoUare dal latino follis(h). Nei primi lor 
secoli i Maomettani moneta d'oro e d'argento si ebbero, di rame non 
mai (5). Per quante ricerche sieosi da me fatte ninna ho potuto io 
trovarne di rame che fosse battuta in Sicilia; uè altri fra gli orien- 
talisti antichi e moderni è stato di me più fortunato. Ed è da ripu- 
tarsi inavvertenza in taluni (6) l'aver creduto, come credeasi cent'anni 
fa, che ne esistessero. 

Fu perciò eh' io venni nell' idea da me in altro luogo annunziala (7) 
e nella quale persisto, che siensi servili gli Arabi di Sicilia delle 
paste di vetro ad uso di moneta bassa. Le quali paste non è poi nuovo 



(i) ▼• Galeani DfUa ntontta, pag. 398. 
(a) Nel ,43. 

(3) ▼. La Rovere he. cU.^ cap. it, mc. xiii. 

(4) T. C. Tychsen Dt ni nomar, apud Arab. orig, tt progr. pag. 19. 

(5) ▼. Canti, Bibliou arabicty-hispana Etcurial. tom. 3, pag. 173. 

(6) Bianchinii loc. cu. pag. 317. 

(7) T. i miei saggi in queato Steno folumt a pag. 176. 



340 

che sieoo state più volte stimate mooete(l); coDOscendosi che gli 
Arabi avesser osalo per bassa moneta noo che il vetro (2) , ma fio 
anche pezzi quadrati di cartone o di carta (3). Ma perchè mai non ne 
fecer di rame? la ragione pare ben chiara. Piccole anzi piccolissime 
eran le monete d'oro dei nostri Saraceni, meno ancora quelle d'argento, 
delle quali talune estremamente sparute e tali che non potrebbero certo 
indicar il multiplo di una moneta di rame a meno che, per cosi dire, 
non fosse microscopica. Per altro il rame un metallo sì basso esser 
non dovea quale al presente, mentre molli oggetti in rame troviamo 
elegantemente fatti e ricchi d'iscrizioni; e financo i doni che per l'im- 
peratore Ottone IV dagli Arabi di Sicilia si prepararono. Persuasi 
quindi gli Arabi di ciò che oggi non si contrasta , cioè che la mo- 
neta bassa a parlar proprio non sia vera moneta , ma piuttosto una 
specie di biglietti di confidenza o di segni rappresentanti una por* 
zione d'argento tanto tenue da non poter essere coniata; né polendo 
attingerne lo scopo colla coniazione del rame, vi supplirono con le 
paste vitree, le quali forse perchè non soggette alle frodi usate sulle 
monete metalliche acceltavansi senza alterchi e senza diffidenza nei 
cambii di minimo valore. 

Sono tali paste di color differente, il che potrebbe credersi essere 
stato all'oggetto di variarne il valore.*— É questa la mia congettura. 

Non è così pei Normanni e per gli Svevi. Coniarono i primi mo- 
nete di rame; ma non di rame soltanto, che anche i più ignari co- 
noscono che dessi e d'oro e d'argento non mancaron di farne. Follali 
chiamaron pure i Normanni le loro monete di rame, tre delle quali 
valevano una romesina. 



(i) ▼. Adler, part. ii, pag. 9 5i, Excursus iv. — Asscmani Prospetto delle letture della se- 
tione di Padova del C i?. htiOito iSi6, pag. 4 e seg. 

(a) T. Tycbsea jiddii. I. ad Inirod. pag. 99. 

(3). ▼ • G. B. Baldelli Boni Storia delU relazioni vicendevoli delC Europa e dell* Asia dalla 
decadenza di Romajtno alla distruzione del caldaio, part. 1. lib. tx, pag. 3f4* 



341 



PARTE TERZA 



ILLUSTMAZiONE DELLE MONETE AMABO-SICULE . 



Sarebbe saperfloo, come ciascaa s'avvede, il presentare io questa 
illaslrazione che delle arabo-sicole monete da me s'imprende il tipo 
di tntte le medesime. Io quindi ciò farò soltanto per quelle che ine- 
dite sono, o por che tali non essendo han bisogno di schiarimenti 
maggiori; non trascurando di indicare il peèo di ciascuna di quelle 
che avrò da per me esaminato. Di ognuna poi progressivamente e 
seguendo per quanto è possibile il metodo cronologico darò la di* 
chiarazione, aggiungendovi insieme quanto stimerò utile o a conside- 
rarsi necessario. 

E con siffatto divisamente suddividerò la materia in tre paragrafi, 
occupandomi nel primo delle monete sicuU aglabide^ nel secondo delle 
monete sicule fatemide^ e poi nel terzo dellt monete arabo 'sicule dei 
Normanni e degli SvevL 



342 

SI. 



Delle monete sictde aglabide. 



Rade sodo in tolti i masei le monete dei principi aglabiti, radis- 
sime poi particolarmente le siculo aglabide. Ed è necessario correg- 
gersi taluni errori in cui, nulla ostante la sua massima esattezza, 
s'imbatte a questo proposito il chiarissimo Martorana (1), i quali se 
errori non fossero distruggerebbero quanto è indubitato , e quato 
lo slesso Martorana s'ingegnò di provare che i walì di Sicilia mai 
non ebbero il diritto di coniar montete Le monete siculo aglabide 
che sino ad oggi si conoscono son quelle pubblicate dal Tycbsen 
e dal Castiglioni. Il celebre Adler ana illustronne nella prima 
parte del suo Museo cufico borgiano (2) , ma la presentò per ab- 
bassida ; altra poi pobbltconne nella sua Nuova collezione (3) , che 
è appunto quella di cui il Martorana ragiona, ma non siciliana è 
dessa, per tale non si annunzia, né annunziar si poteva essendo se- 
gnata coiranno 209 dell'Egira (A), non già coiranno 230 (5) come 
quest'ultimo la riferisce. Ne una sola del 220 dell' Egira (6) ma di* 
verse siculo aglabide monete pubblicò il Tycbsen, come in appresso 
vedremo; e queste se non tutte vere, certo non tutte potranno chia- 
marsi apocrife, esseudogli appunto pervenute dal Velia come lo stesso 
Tychsen (7) assicura. Fra le apocrife però è indubitatamente da porsi 
quella del 220 che ricorda come vera il Martorana, e che porta se- 
gnato il nome del primo wali di Sicilia. Due altre dal Castiglioni si 
hanno. Taluna ancor per me se ne aggiunge ; ma non son esse poi 
tante da far che presentassi come era mio desiderio completa la serie. 

(i) Notizie storiche M Saraceni ticHianip alla n. 39 dd fecondo votame, 
(a) Pag. 49, n. tu. 
()} N. S4, pag. i3o. 

(4) S94 di G. C. 

(5) S45 di G. C. 

^) Martorana ìoc. cit,f pag. 174. 
(7) Loe. cil. pag. 4o. 



343 
di MOHAMMED ZlàDAT ALLAH I. BEN IBRAHIH BEN AL AGLAB 

Teno frineipe Aglabida — Primo a Sicilia, eh$ et govtnb dtUeatuw 2i2 al 223 
dOl' Egira (827 aU' 838 di G. C.) 

Solo il prof. 0. G. Tychsen ha pabblicato monete sicole che a 
qaeslo principe si appartenessero. Soo esse le sp-gaeoti: 

1.0) 

D'ambnto dell'anno 21* dolPEg. (829 di G. C-) 

D. V aJÌ i Non v'h Dio se non 

< V»>2 g wo Maometto 

»i>A^ diJÌ Dio è unico 

(j;JjcfsJ\ ^\ Mi 7 Giauàri 

àJ (J^^j^ A Non ha compagno 

In giro 

In nome di Dio fu coniato questo dirhem nella città . . • • 2i4 

R. J^ Jli ^ 

Oy^ 0^»C^^ Maometto il Legato 

j^fsKÌfl A^j^Kì U.A tfJUi di Dio, Per autorità (del cbMSo) emiro 
f^^s^l O^ ^^' ^"^^ Ziadat Allah ben Ibrahim 

M iijU; Ziadat Allah 

In giro — 11 conoma 9 della snra lxi. 

Questa moneta è senza dubbio supposta, parendomi un atanzo del- 
l' impostura di Velia, della quale fu mallevadore, abbeucbè innocente, 
il chiarissimo Tychsen ; nò alcun orientalista ha mai trovatane una 
seconda. 

(i) Tychsen Jdditamenu L ad Introd. nc^ 5 i5, pag. 40 e 4i* Tab. I. 8. 



3A4 

U.(1) 
D'argento dell'aDoo 220 dell'Eg. (835 di G. C.) 

D. V aJI "^ Non v'è Dio se non 

V<Xd^ ^1 Dio unico 

AJ (^9^jM ^ Non ha compagno 

tfJDl «XX& (J4 0>4CtV^ Mohammtd (2) ben AbdaUah 

In giro 

In nome di Dio fu battuta questo dirhem in Sicilia l'anno 220. 
R. — Io tatto Qgaale alla precedente. 

E da credere che abbia approvata questa moneta il prof. ErdmaoD 
mentre I' ha rammentata nella sua opera (3), e ne ha segnato Tanno 
di G. C. 83k 
835 

Essa è pur ricordata ed accettata dal Moeller (4). 

Ma essa è por troppo falsa, come già dicemmo alla pag. 342. 



(i) Tychien toc. cU., pag. 43. Tab. l. 7. 
(a) Primo wali di Sicilia. 

(3) Numi asiatici Musei Univeniiaiit Cuanan Uteffwum Catanensitt pag. 93, a. 9. 

(4) De numit orienlaUbui in numophflacio Gothano asservatis eie,, pag. 94* 



345 

di ABU AGHAL AL AGLAB BEN IBRAHIM 

Quarto principe Aglabida — Seeimdo di Sicilia^ che regnò dall' anno 223 al 226 
delV Egira (888 alF 84i di G. C.) 

NiaDa moDeta di questo priocipe da me si conosce, che ia Sicilia 
fosse stata battuta. 



MfOMTJlLdMO voi. UL 44 



346 

di ABU X ABBAS MOHAMED BEN A6UB 

Qmnto pn'neijM Aglàbidm — Ttrzo di fitUia, che rtgnb dot 226 iU 243 iM'Bg. 
(84i aU'857 di G. C) 

III. (1) 

DAftGBNTo deiranno S30 dell' Eg. (8U di G. C.) 

D. — Un segno. 

Io giro 

In nome di Dio fu battuto questo dirhem nella capitale Palermo Van^ 
no 230. 

R. ^ AH 

KJj,éM^ «>i4«2CNyo Maometto è il Legato 

óSj] fcS^o aJDi di Dio. Sia propizio Dio 

jtJUm^ A^Uifi A lui e 7 benedica 

Riconosce questa moneta anche il prof. Erdmaon, mentre la ricorda 
nella sua opera (2), e ne segna l'anno di G. G. 6kk . 

Di essa fa por menzione il dottissimo Moeller (3). 



(i) Tycbseo toc. eiL, pag. 44, Tab. I. 9. 

(a) Loc, cit,f pag. 93, n. 10. 

(3) Loc, cit, pag. 95 — ma per errore invece dell' anno $45 ha tegnato l'anno 840. 



IV. CI) 

D'oro dell'anDo 233 dell'Eg. (847 di G. C). (2) 
D. — Ud segno. 
Id giro — Il comma 9 della sarà lxi. 

R. J^ 



347 



ù.4<S^>^ 



In giro 



^uur 



Maometto 
legato 
di Dio 

Ibrahittt 



In nome di Dio fu battuto qftesto denaro Fanno Z33. 





V. 


(3) 




D'abgento 


ineiila di 


aono incerto. 


D. ^ ^\'Ì 






Non v'è Dio se non 


80^j aJJÌ 






Dio egli è unico 

Maometto 
apostolo di Dio 


Id giro .... 
R. ^Jo 






Ali 








Maometto 

Apostolo di Dio 

• ••• Mohamed 


la giro .... 









(i) TychscD he. ciu^ pag. 4^. 

(3) Del peso di i trappeso e 3 cocci, cioè grammo 1 ,0474? • 

(3) É nel medagliere del cav. Poli che il prof. Morto accenna arer Teduta una moneta con 
la leggenda che abbiamo traicrittaj ed egli ha crednto doYeni attribuire al principe del qaale 
•tiamo ragionando» 



3A8 

di AHMED 

Se$to frincipe Aglabida — Quarto di Sicilia, eht ngiU> dal 243 al 250 dMEgim 
(857 a 864 di G. C.) 







VI. 


(Tav< 


. n. 6.) 




D'ose 


1 iiieAìa di 


aoDo iDcerto. 


D. 








Non v'è altro Dio 

che Dio egli è solo 

non ha compagno 

Abu Jbrahim 


Io giro . 










R. 


aJJ 
— !>^cr 






A Dio 

Maometto 

è il legato 

di Dio 

Ahmed 


la giro . 











Il peso di qaesta moneta è di irappeso uno e 3 cocci (1), cioè 
grammo 1,04747. 



(i) 11 irapptto ài Sicilia si di?ide io 16 cocci o gnuiìs 18 cocci e '/m circa aoao s ad un 
Srasinio; quindi an coccio i uguaic a o^oSSa) di grammo. 



349 

di ABD IIOHÀIIED ZUDATH ALLAH IL 

SMmo priaeipe Àgìabida — Quinto di SieUia, che regnò M 250al25i dM'Eg. 
(864 (M'865 di G. C.) 

Ninna moneta di cosini ritroyaii battuta in Sicilia forse a cagione 
della corta sna dnrata. 



350 

di ABU ABDALLAH MOHAMED BEN AHMED 

Ottavo principe Aglabida — Sesto di Sicilia, che regnò dal 2S1 al 26i delPEgira 
(865 ali 875 di G. C.) 

V1I/(1) 
D'ORO dell'aoDO 255 deli'Eg. (868 di G. C.) 
U. — Uo segno, e sotto di esso ^^1,^3 Ca/U 
In giro — Il comma 9 della sura lxi. 

R. — Come al d. IV. 
Io giro 

In nome di Dio fu coniato questo dinar Panno 255. 

Ripeto aoche per questa quanto osservai per la moneta I, paren- 
domi del tutto apocrifa la presente, falsa, e a quell'impostore Velia 
riferibile, che inventò codici, suppose carteggi, e coniò monete (2). 

Vili. 

Foro deiranoo 257 dell'Egira (871 di G.C.) 

D. ic_ Ali 

0^»."tV>o Maometto 

vJjMww^ è il legato 

aJ3] di Dio 

j^^^Jbj^i lirahim 

(0 Tychsen /oc. cit, pag. 45* 

(a) y. Scinà Frotpeiio detta storia teturaria di SicUia nel tee, xrni^ U 3| p. 372 e «cg. 



351 
In giro (;>^yAMCk^ ^A^ S7 

R. V éj] ò Non vi è altro Dio se non 

TS^-^j aJUI DiOj egli è solo 

dJ (^)ipw^ A non ha compagno 

hJ ? 

In giro 

Maometto è il legalo di Dio^ che lo spedì colla direzione e colla rs- 
ligione vera^ acciò la innalzasse sopra tutte le altre religioni. 

Questa moneta fu pubblicala dall'Adler (1), ma da lui per errore 
attribuita ad Ali Ibrahim califfo abassida, e vi lesse Tanno 157 del- 
l'Egira (2), mentre leggervi dovea Tanno 257(3) secondo avverti il 
conte Castigliooi (4), il quale T ha rivendicato agli Aglabidi di Si- 
cilia. 

Seguendo l'ordine cronologico, tuttoché porti questa moneta il 
nome di Ibrahim, io ho creduto di collocarla qui, non essendo pos- 
sibile che al principe Ibrahim ben Ahmed appartenesse. Dapoichè 
costui regnò in Africa ed in Sicilia dall'anno 261 al 289 dell'Egira, 
come costa indubitatamente da tutti gli storici e da diversi monu- 
menti. 



(i) 3Ius€Utn cuficum borgianum Feliiri»^ part i, pag. 49 1 n- ▼»• 
(a) 773 di G. C. 

(3) 871 di G. C. 

(4) Moneu cufiche dàX L B, Museo di Milano^ pag. 3o6. 



352 

di ABU ISHAK IBRAHIM BEN AHMED 

NoM prineipt Aglabida — Settimo di Sicilia , eht regnò dalF anno 26i al 289 
dell'Egira (875 al SOS di G. C.) 

IX. (1) 

D'OHO dell'aDQO 268 dell'Eg. ,(88i di G. C.) (2) 

D. — Come al n. Vili. 

lo giro (^>yX«M CJ^^ JJwUtf^LwiOJl ^^Jb K^j^ àkki\ àH***i 

Nel nome di Dio fu bailuio questo denaro Vanno oliavo seisanlesimo e 
dugenlesimo. 

R. — Come al n. Vili. 

Io giro — U comma 9 della aura lxi. 

X. 

Doro deiraono 27<k deli' Eg. (888 di 6. C.) 

Allra moneta simile io tatto alla precedeote dice il Castigliooi (3) 
trovarsi nel Museo Trìvulxio, che indilbitatameote soo da riputarsi 
siciliane. 



(i) Catliglioaì loc. cU,, N. cclzi. *pag. 3o5, Tar. XVI, d. 6. 

(a) Peto di qncsU moocU i trappeso e 3 cocci oatia grammo i,o4747- 

()) Loc, cu. 



353 

di ABO X ABBAS ABDALLAH 

Decimo principe Aglahida -— OUavo di Sicilia, che regnò dal 289 al 294 del- 
l'Egira (903 al 908 di G. C.) 

Nissona siciliana moDela ancor si conosce cbe a qaesto principe 
si appartenesse. 



MoKTlLL^iRO voi. IH. 



45 



354 

di ABU NA8SER ZIADEIH ALUH BEN ABDALLAH 

OMeeJno prùte^ Àj/tahii» — ifoso di 8MU; df rt/tà ial 294 al 29S dd- 
FEgira (908 al 909 a G. C.) 

Àlcona moneta dm codoscmì di qMcto priodpe, ohe foste battala 
io Sicilia. 



355 
SICOLE AGLABIDE DI PRINCIPE E DI ANNO INCERTO 

XI. (1) 

D'ORO. 

D. V ^Jl '^ Non v'è allro Dìo che 

TSO^ àJjì Dioj egli è solo 

dJ CsX^i-mì a Non ha compagno 

Sopra r iscrizione 

Sotto r iscrizione éJJ &^s=s3wo J Dio la benedizione. 

In giro àX*i^^ éJJ\ _J>y«j/- A^^c^^ 

Maometto è il legalo di Dio che lo ha spedito 

R. Ow«.S!wo Maometto 

éJjì di Dio 

Sopra e sotto l'iscrizione éJJì 0^\j jjAi 

Iddio mantiene quel che promette» 
In giro — (leggenda consonta). 

XII. 

D'OHO. 

Altra moneta di principe e di anno incerto dice possedersi il Ca- 
stiglioni (2) dal museo Trivnizio, simile nella grandezza e nelle leg- 
gende a qoella già da noi descritta al nnm. IX. 

(i) Cattiglioni toc. ciL, N. cclxu, Tar. XIV, n. i, p*g. So;, 
(i) Loc, ciu pag. 3o5. 



356 

S II. 



DtUe monete sicule falemide. 



Compiuta e ricca di noD poche inedite moDete preseotiamo la serie 
dei califfi Fatemidi che governaron Sicilia. Non sono le monete di 
costoro cosi rare come quelle degli Aglabidi, che anzi nulla ostante 
l'immensa quantità dal fuoco distruttane, moltissime ne sovrabbon- 
dano in commercio. 

Nò è già che esse non avesser fra loro un differente rapporto , 
che alcune sen trovano piìi ovvie altre meno comuni; e talune affatto 
ignote e tali da far maraviglia per la loro piccolezza. 

Avendo per fermo quanto nelle osservazioni ho stabilito , proba- 
bilmente siciliani ho stimato quei vetri che ai Fatemidi califfi si ap- 
partengono, e li ho quindi annoverato fra le monete sicule fatemide; 
al che per altro mi fa scudo l'autorità dell'Adler (1), il quale sici- 
liani stima tali vetri, poiché nell'epoca stessa non mancava in Egitto 
la moneta di rame, e solo per la Sicilia è da credersi battuta quella 
di vetro. 

Eccomi intanto una per una a ragionare delle monete sicule fate- 
mide, nel modo che stimerò il piii chiaro e colla maggior precisione; 
ritenendo per indubitato come pare, ciò che dal conte Castigliooi fu 
dimostrato circa alle medesime, onde, tuttoché indicazione non ab* 
biano, dalla forma loro, dal loro peso, sien da stimarsi onninamente 
siciliane. 



(i) Loc, cU., par. a, pag. i53. 



357 
di ABU MOHÀMED OBEIDALLAH ALMEHDI 
Primo califfo Fatemida, che regnò dal 295 al 321 dell'Egira (909 al 933 di G.C) 

XIII. (1) 

D'OBo di aDDO incerto. 

D. ^\ 0^^ Il servo di Dio 

V ^Jf Z Non v'è altro Dio che 
ìSò<^y à.\j) DiOj egli è unico 

dJ (Jy^^j>^ ^ Non ha compagno 

(J^^tJ^ji] j.f^\ Principe dei fedeli 

In giro ìSj^'fi^ cJiiùJl (J^.^ 

e religione vera acciò la innalzasse 



R. lol^V L'Imam 

^^-<\.^ Maometto 

(J^^^ è il legato 

M di Dio 

^W C^«)^' Almehdi billah 

In giro j^oJl, \òjb questo denaro .... 

Aveva supposto l'Adler (2) che questa siciliana moneta, invece fosse 
stala spagnuola , e allr.buila avevala a Moctader; poco di poi (3) 
la stimò di principe soggetto ai califfi Abbasidi degli anni fra il 423 
al &87 dellEgira (1031 al 1094 di G. C), e se si dovesse stare 

(i) Del peto di 1 trapprso e 3 cocci, ottia granarao i,o4747' 
(a) Loc, cit.f par. i, pag. 5a, d. xx. 
(3) Loc, c/c. , par. a, pag. i66. 



358 

alla forma paleografica essa partecipa molto dell' aglabida maniera. 

Però il dotto eoDte GastiglioDÌ, censurando l'Adler (1), rattribaisee 

con molto senno ad Al Mthdi primo fondatore della fatemidica di' 

nastia. 

XIV. (2) 



D. 



R. 





Di 


TBTaO 


TBBOB. 








XV. 


(3) 


L'Imam 
Al Mehdi 




Di 


VBTBO 


YBRDB. 












L'imam Obejrd 
AUah al Mehdi 


M Ob^ 




XVI 


W 


Servo di Dio 




Di 


TSTSO 


YBiDB. 












Obeyd a- 

llah timam 


^\ ^o^t 








' Al Mehdi Abu 










è tapostolo di Dio 
lo benedica Dio 



(i) Loc» cà., pig. BoQ. 

(2) Hieiranewtki toc. ct'l., pag. 97, n. 343» Tab. XI. 

(3) Pielrasiewiki loc, cit., pag. 97, n. 34^1 '^*^* X'* 
(^} Pictranewiki /oc. c/i., pag. 97, n. 344> 1^*^- ^'* 



359 
di ABD 'L GÀSSEU MOHAMBD ALCAJEU fiEAMR ALLAH 

S$eonio ealiffo Fattmido, eAe regnò dal 3ii al 334 dett'Eg. (933 al 945 di G.C.) 

XVII. 



O'oM di aoDo incerto. 



D. 






Io giro 






V Imam 
El Cajem billah 

Maometto 
è il legato di Dio 
Principe dei Credenti 



Mohamed 

Abu 7 Casem 

Non vi è altro Dio che Dio 

egli è solo non ha compagno 

Al Mehdi billah 



Id giro 



Fa qoesla moneta pubblicala dall'Adler (1) e attribaila ad od ca- 
liffo di Spagna ; poscia (2) all' abbassida Gajenn. Ma essa è oramai 
dimostrato che fosse fatemìda, siciliana (3)| e del califfo appunto sotto 
il quale Tabbiam noi collocata. 



(i) Loc, cà., par. i, pag. i55, n. iicyi. 

(a) Loc. cu,f par. a, pag. 166. 

(3) V. CattigUoui toc. eil,^ n. cclxiii, Tar. XV, n. a, pag. 3o8 e Sog. 



360 

XVIII. (1) 
Di VETEO lOBSo colle lettere quasi dorate. 
a^,Ul)| lol^lP Vlmam al Cajem 

(;>?! ^^.^SmwIaJI jiì aJUi jjo\^ heamr allah ahu 7 Casem ebn 
(;>AiA-«^l j»^x5i /r^xs^l Al Mehdi Principe dei fedeli 

(i) Pielraiezwski he. c«., pag. 97, n. 345, Tah. XI. 



361 
di ISMAEL ABU THAER ALMANSUR BILLAH 

Ttrzo eaUffo Falmida, che regnò dal 334 al 342 dtll' Egira (945 al 9SÌ di G.C.) 

XIX. 
D'ORO intatta del 3M dell' Eg. (951 di G. C] (1) 

D. aJUI ^rt dJt "^ Non v'è altro Dio se non Dìo 

aJ C^X^^ ^ Z50si£^ Egli è solo^ non ha compagno 

éJiìì U^am; 0>.4*'Vwo MaomeUo è il legalo di Dio 

In giro 

Non v' è Dio se non Dio^ MaomeUo è il legato di Dio che lo spedì 
colla direzione e colla religione vera acciò la innalzasse sopra tutte le 
altre religioni; ancorché si opponessero gli assodanti. 

R. éJJÌ *XaI1 II servo di Dio (2) 

jr^*^ C>^' * ^*»^^1 Ismael Tamim 

&JUU jfjj^^ijSì Jlmansur billah 

(^•iywyll j^^ Principe dei fedeli 

In giro 

In nome di Dio fu coniato questo dinar ranno 340. 

(i) Del peso di i fcrappeso, OMÌa grammu o,88ao8. — Moiao toc. ut. 

(1) Il titolo di éJjA OwAb£ Servo di Dio fu comime a tutte le dinastie dei califlì , e 
fu meno usitato da quelle dell' Oriente che dalle altre, t. Casliglioni /oc cit. Ostcry. Prelim. 
5 11, pag. XL. 

MomuLdMO voi. IIL 4^ 



362 

XX. (1) 

Di TBTaO TBEDB. 

j>/AiX] foLo^ Llmam Altnanm- 

\ jA\li}\ ji\ &AJL? ^ r hiìlah Abu Taher /- 

O^-vo^l j.6^' c>^v^L#»w «niae/ Principe dei fedeli 

XXL (2) 

Di TBTEO YBEDB bisloOgO. 

|oUM Vlmam 

^/^yoJM Almansur 

Io giro vJU'^'^^^ ^lUl ^/ Taher Ismael. 



(i) Pictnnewiki lo«. eie., pag. 98, n. 346, Tab. XI. 
(1) Pictranewski ìoc. cii,^ pag. 98, n. 347» Tab. XI. 



363 
di ALMOEZ LEDIN ALLAH ABU TAMIM MAAD BEN ALMANSUR 
Quarto califfo Fatemida^ che regnò dal 342 al 365 driVEg. (955 al 976 di G.C.) 

XXII. (1) 
D*OEo di anno incerto (2). 
D. Nel giro interno 

(^^■jgJt j <Jc &JJt — ì^^^ Oc#.rck^ eJLJl V ^Jf "i 

Non vi è altro Dio che Dio^ Maometto è il legato di Dio y Aly^ Hassan{3) 
Nel giro esterno 

Nel nome di Dio fu battuto questo denaro in Sicilia Fanno 

R. nel giro interno 

Jl Moez ledin Allah Prìncipe dei fedeli 

Nel giro esterno 

<3UUsi^l óJò\ ^J^iT ^^ 

Maometto è il legato di Dio^ che lo ha spedito 



(i) CasligUoni toc cìL, pag. 3io, n. cclxi?, Tav. XV, n. 3, registrata dal Moelier toc, cit, 
pag. ia8. 
(i) Di peso trappeso i e 3 cocci, ossia grammo i,o4747* 
(3) Dopo il nome di Ali yì é quello di Hassan secondo imam degli Sciiti. 



364 



xxni. 



D'omo inedita di anao iaeerto (1). 
D. sJJ\ V ^Jl "i Non vi è Dio se non Dio 

In giro (J^'ffij^ì j^ àJJ] (JiiOJ JJttf 

Almoez ledin Allah principe de' fedeli 

R. ^Uul .^—Jj'Mé^ tX> wV wo Maometto apostolo di Dio 

Io giro . • • . , .jJ^t^yJ] ìSjb ^jJo tfJLJl u^^im» 

In nome di Dio fu coniato questo dinar 



XXIV. (2) 





Di YBTBO BIONDO. 






• 

XXV. (3) 


Maad 
Z'imam 




Di VETBO YBBDB. 


L'imam 
Maad 



(i) Osservata dal Morso nel museo di Poli. Io sospetto però che qaesU moneta possa essere 
la stessa che pubblicò Casliglioni al n. ccl&ti , e che sarà dj roe a sao luogo riportata come 
appartenente a Dhaer Uazaz din iilah, 

(a) Pietraszewski he. cit», pag. 98, n. 348, Tab. XI. 

(3) Pietraszewski toc. cit,, pag. 98, n. 349, Tab. XI. 



365 
XXVI. (I) 

IK TBTKO TBBDB di forma diTorsa del precedente. 
joUjff L'imam 

»>*« Maad 

XXVII. (2) 

Di YETBO TEEDE. 

In mezzo, no paolo. 

In giro (;>AA^t j^\ M (j^oJ jA] 

Al Moez ledin allah prìncipe dei fedeli. 

XXVIII. (3) 

Di YETBO color turchino trasparente. 

loLoVT L'imam 

«Xft^ Maad 

XXIX. (4) 

Df YETBO BIANCO. 

Nel primo circolo esterno 

loLoW jr^^ ^1 ÓJf^ àl}\ O^ àJ J^AÌ éJJì AM*i 

Nel nome di Dio comandò questo Abd allah Maad Abu Tamim imam 

Nel circolo interno 

tfJJÌ (jitoJ jjJ} 

Al Moez ledin allah 



()) Pietraszewski he. cU,^ pag. 98, n. 35o, Tab. XI. 
(a) Pietra sezwski loc, cìt,, pag. 98, n. 35 1, Tab. XI, 

(3) ▼. Assemaoi Musco cufico naniano^ parte a,>n. oxxu e cxziii, pag. cxxij, Taf* IX. 

(4) Adler toc, cU,, par. a, Excurs. iv, pag. i5i, o. lx. 



366 

di NÀZÀR ÀBU MANSUR AL AZIZ BILLAH 

Quinto ealiffo Fatemida, che regnò dal 365 al 386 dettEg. (976 al 996 di G.C.) 

XXX. (1) 

D'OBO inedita dell'anno 383 dell'Eg. (993 di G. €.)■ 
Primo circolo interno 

M ^5j ic_ ^1 _j^^ 0^ &jur V &jr "^ 

Non v'è Dio che Dio ^ Maometto è il legato di Dio ^ Jlì T amico di Dio. 

Primo circolo esterno 

..... óX^] tfJJl Uj'^ 0^.«cs3^ 

Maometto è il legato di Dio che lo spedi 

Circolo secondo ìnteroo 

Vimàm Nazàr Alaziz biìlah principe dei fedeli 
Circolo secondo esterno 

In nome di Dio fu coniato questo dinar in Palermo Vanno 383. 

XXXI. (2) 

D'oro intatta di anno incerto. 

Primo circolo 

Secondo circolo interno 

Alaziz billah principe dei fedeli 

(i) Morso toc, cu. 
(3) Morso toc. ciu 



367 
XXXIL 

Di VBTio color biancastro trasparente. 

A^ j^ì L*«« Per comando 

J^)jul loLo^l ddtimam Jl Aziz 

j^e^ì aJuL^ biUa/i principe 

(;>^Svyi^ dei fedeli 

Aveva pubblicato questo vetro l'Assemani (1); ma nel ripabblicarto 
l'Adler (2) ben ne corresse la lezione del primo lineo. 

XXXIII. (3) 

Di VETEO BIONDO bJslUOgG. 

D. i/^^^^^' Almantur 

Io giro jij^^ foLo^l L'imam Alaziz 



(i) Loc. cU.^ n. cxiz. 

(i) Loc. cU., pag. i5a. 

(3) Pietraaezwski toc» cà., pag. ^, n. 3Sa. 



368 

di ABU ÀLr ALMANSUR AL HAKEM BIAMRALLAH 

Se$lo califfo Fattmida, che ngnò dal 386 al 4U delCEg. (996 ai 1020 di G.C.) 

XXXIV. (1) 
D'ofto deiraoDO 393 delPEg. (1003 di G. C.) 
D. ^/^fli/ajJll ^l Mansur 

^\ j^\jf ^^sLscJl M Hakem biamraìlah 

(js.f^ji\ j^ Principe dei fedeli 

In giro 

^.UiJlS^ (J-^t^-^j OhAS i^-AAA. WJI jM*^ 

/n nome di Dio anno 393. 

H. aJUÌ V ^Jt '^ Non vi è alito Dio che Dio 

aJUI ^j^^ìT ì} tr^"^ Maometto è il legato di Dio 

Io giro comma 9 della aura lxi. aioo ad vi^^^=>^l 



(i) Pietrasezwski ioc. cit,, pag. io5, n. 389, Tab. XII. 



369 

XXXV. (1) 

D'OBO deiraoDo 395 dell' Eg. (1004 di 6. C.) 

D. aXJI j^\i >^:dLse3Ji L'imam Al Hakem biamraUah 

(;>tVMyil j«ò««' Prìncipe dei fedeli 

Id giro 

Nel nome di Dio fu coniato questo denaro in Sicilia Panno 395. 

R. àJj] O^if J^i^i.^tCN^ Maometto è il legato di Dio 

éJJ\ ^j ^Jc Jlì lamico di Dio 

In giro 

ecc. ^UUm^I aJU) Uy^^ Owjs^ 

Maometto è il legato di Dio che lo spedì ecc. Sara lxi, comaia 9. 

XXXVI. (2) 

D'omo deiranoo 402 dell'Eg. (1011 di G. C] 

D. ^y^^o^JLl |oLo5i Llmam Almansur 

éJj\ jAjì J^£=^A^ Al Hakem biamraUah 

(^^V»\,fO^I j^iisA Principe dei fedeli 

In giro ^.Uju^f^ (j/^^s^Uil ^-i^^ ^^' jr^»*-^ 

/fi fiofwe rfi Dio Ju coniato 402^* 

R. come il R. del n. XXXIV. 



(i) Adler loc. di., pag. Ss, n. zju, Tab. Ili» riferita pure dal Mardsen NumUmala crìett'^ 
talia iliiutrata, pag. 3o3y a. aia» e accennata dal Moellcr toc, cii,^ pag. ia8. 
(a) Pietratzewaki toc. cà., pag. 107, n. 384» Tab.. XII. 

MOMTILLAMO voi, IH, 4? 



370 

XXXVIL(I) 
D*oio di anno incerto (S). 
D. (3) éJJ\ ò^ j^f^ V II principe $»rvo di Diù 

òJÓÌ jjoU ^v^=»L32jl Jl Hakem biamraUah 

(J^^fi^j^ j^^ Prìncipe dei credenti 

Id giro — (leggenda consunla). 
R. come il R. del n. XXXIV. 
In giro «— (leggenda consunta). 

xxxvin. (4) 

D'oEo di anno incerto (8). 

D. (6) . . . aIa^P L 'imam . . . 

éJJì ^U A*^=l^i ^i Hakem biamrallah 

(J'^fi^jM j»^ Prìncipe dei fedeli 

In giro — (leggenda consunta). 
R. come il R. del n. XXXIV. 
In giro — (come nel giro esterno del R. n. XXII.) 

(i) Arller loc. cit,, par. i, n. xcv, pag. i54» Tab. X[I e CastìgUoni toc. cil.^ n. ccuv, 

pug. 3io vi aggiunse le parole che nou furono htn lette dal primo. 

(a; Del peio di i trappeso e 2 cocci, e di 1 trappeso e 3 cocci, cioè di grammi 0,99234, 
e di grammi i>o4747* k 

(3) Non parmi accertata la lezione della parola dJ<j\ «XAn& 

(4) Adler /oc. cil., n. xxii, pag. 53, Tah. III. 

(5) Del peto di 1 trappeto e 9 cocci, ossia grammo 0,99234 • 

(6) Primum monimentum in quo principcm Fatemidaruni titulum Imami accepisse sfidi, scrì- 
veva in questo punto l'Adler. Ma già vedemmo che sin dal principio di loro impero aTeano 
un tale titolo assunto i Fatemidi. 



371 



XXXIX. (T.TaT. D.39.) 
D'OKO inedito di sono incerto {!}. 



D. 



.\1\ 



la giro — (leggenda consunta). 

&X3\ — t^^ 
M ^5j à^ 

In giro — (leggeuda consanta). 



Jl Hakem 

BiatnraUah principe 

dei fedeli 

Maometto 
è il legato di Dio 
Alt Vamico di Dio 



D. 



In giro — (leggenda consonta). 
R. come il R. del o. XXXIV. 
In giro — (leggenda consanta). 



XL. (v. Tav. n. 40). 
D'oEO inidiia di anno incerto (2). 

L'imam Al Hakem 



Abu Ali Almansur 
Principe dei fedeli 



(i) Del peso di i trappeao e i coccio, cioè grammi 0192721. 
(a) Di peso i trappeso e a cocci, cioè grammi 0,99^34. 



372 

XLL (7. Taf. n- 41). 

D'omo ineiUa di anno incerto (1). 

D. {^ #31 loLo^ £' imam Abu AH 

^yr^i/ajdlt Al Mansur 

^] wol^ A-^BtssJl Al Hakem biamraUah 

(j.^^ji\ j^ Principe dei fedeli 

In giro 

D. dJDÌ V ^1 '^ ^on vi è Dio Me non Dio 

aJ (s)^>-i *^ ìSO^Aj egli è solo non ha compagno 

dJJ\ <J«AM^ ^y^^T^^ Maometto è il legato di Dio 

éJj\ cg^J vj^ ^^ * amico di Dio 

In giro 

XLII. (▼. Taf- n. 42). 

Forno inedita di anno incerto (2). 

D. ^/:j.^aUÌ Al Mamur 

f ioLoV (Jc j^] Abu Att P Imam p 

(;>.AJwyII j,<vo rincipe dei fedeli 

Id giro ..... 

R. come il R. del d. XXXIV. 

In giro 



(1) Di peto I trappeto e 3 cocci» oiiia grammo i,o4747* 
(a) Di I trappeto e a cocci| cioè grammo 0,9 



3T3 
XLIII. (▼. Tav. n. 43). 
D'omo inedito di anno incerto (1). 

D. ^jyj^aJM loLo^r L'imam Al Mansur 

f,£sa\À\ \Jo jji Abu Ah al Hakem 

Qf^^iJJo^i j^^ Principe dei fedeli 

In giro 

R. come il R. del n. XXXIV. 

Id giro 

XLIV. (f . TaY. n. 44). 

D'AEGBErro tfMiItta di aooo incerto (2). 
D. loLo^l Vimam 

^^mxìjA Almamur 

ck- jiì Abù Ali 

R. jf£=s\À\ Al Hakem 

j^a^ aJDÌ j^(f Biamrallah principe 

(J^^^i^i^^ dei fedeli 

Importantissima ò qoesta moneta, la cai piccolezza prodigiosa è 
quasi incredibile. Non mai s'eran conosciate monete arabe di argento 
cosi minate, le quali danno luogo a novelle indagini, ad osserTazioni 
novelle, pella scienza delFaraba numismatica. 

(i) Del peto di tnippeio i e 5 cocci ossia grammo i,o4747* 
(a) Del peso di 3 cocci e mesto, doé grammo o, 19295. 



374 

XLV. (1) 

Di ITBTIO BURCASTBO. 

D. j^jSs\j>^ì loLo^f Vtmam Al Hakem 

(J^^fX^^ì ^.^yol éJJì jx\4 biamrattah principe dei fedeli 

tfiXs^ ^ j e Ali ma eccio (2) 

In giro ...,,. t^^^^/'-t' . . . degli aesocianti 



R. djf ^ Non vi è Dio 

àJJì V se non Dio 

aUÌ . . . di Dio 

XLVL (v. Tav. n. A6). 
Di V£Tio MORDO inedita. 

j,£s^jL\ Al Hakem 

aJDi jj^\^ biamrallah 



(i) Pietraizewtki he» cU.f pag. 99, n. 353, Tab. XI. 

(9) Cioè: detignato successore di lui nel callfiato. 



D 



375 
XLVII. (t. Taf. n. 47). 

Di TBTKO TBKOB ituUta. 

XLVIII. (1) 

Di Tino COLO» K088A81BO.. 



f»ofr 


L'imam 


M jAf j.^=.U!jr 




(J'àMOfiì j^^\ 


Rrine^e dei fideli 



XLIX. (2) 

Di TBTio color tra il bianco e il verde traspareoie. 

Ai^^ìlagJt loLo^ L'imam al Hakem 

L.(3) 

Di YBTIO VEBDB. 

S\^\ Al Hakem 

tfjjl j^^ biammUah 

R. come il R. del n. XXXIV. 



(i) AsMinani loe, cit., par. i» pag. xu, n. xlv1| Tav* IV. — e Adler loc» cU.f pag. iSa. 
(a) Assemani he, cà., par. a, pag. cxxii , n. cxx. Taf. IX , ripctato da Adler loc. cit, 
pag. i5a. 
(3) Adler Ìoc. cìL, pag. 78, a. ux, Tab. VI. 



376 

LI. (1) 
Pi Txno aulico. 

^-, 1-^H Jc_ jj( Abu Ah al Hakem 

aXÌÌ >«W biamreMah 

(;)^(iMOfiì j^yof IVthctjpe da fedtU 



(4) AdUr ito. dLt pig. 77, ■!• IìTUi, T«b. VI. » 



377 
di ABU X HASSAN ALI' AL DHAER LEAZIZ DIN ILLAH 

Settimo califfo Fatemida, che regnò dal 4ii al 437 dell' Eg. (i020 al 1036 di G.C.) 

LII. (1) 
Doro dell'aono <kl8 delFEg. (1027 di G. C.) 

D. aJUI V aJÌ 'i Non v'b altro Dio che Dìo 

Io giro 

Nel nome di Dio fu battuto questo denaro in Sicilia l'anno ottavo e . . • 
R. éJJì O^Mj T> ti"*^-^ Maometto è il legato di Dio 

Id giro 

jibu 7 Hassan Ali Imam al Dhaer leaziz din illah printìpe dei ere- 
denti. 



(i) Caitigltoai loc, cU.f pag. 3ii, n. oci.xvi , T«t« XVI, n. 7 , registrata dal Moeller toc- 
eU., pag. ia8. 



MOMTILLARO VOt. ili. 4^ 



378 

LUI. (2) 
D'ORO imiita del 1^20 dell' Eg. (1029 di G. C.) 

^- (J'i^ JiJ^ "^ ^Lklt Al Dhaer Alaziz din 

(Js.f^jX\ j^<\ AJUt iìlah Prìncipe dei fedeli 

Circolo primo interno 

L'imam Abd allah . . . llah Abu 7 Hassen Ali 
Circolo primo esterno 

Nel nome di Dio fu coniato in Sicilia nel mese di Muharra anno 420 

R. aJJi «i^^^^wu^ Ob«cCwo Maometto è il legato di Dio 

àJJ] ^j sjc Ali Famico di Dio 

Circolo seccmào iolerno 

Non v' è Dio se non Dio soloj egli è unico, non ha compagno. 
Circolo secondo esterno 

Maometto è il legato di Dio che lo spedì colla direzione ec. 



(i) Morto toc, cit. 



379 
LIV. (!) 
D'ORO delTaoDO 422 dell' Eg. (1030 di 6. C.) 

D. jjtMàJ\ Al Dhaer 

*^^ (J^Jj*^^ Al Asaz din iUah 

(:NS*>«>1' >ìvcl Principe dei fedeli 

In giro 

Nel nome di Dio fu battuto questo denaro in Sicilia Fanno 422. 
R. come il R. del n. XXXIV. 

In giro ecc. eX»JÌ aX}\ Jj^^ 0>-»cs3>-o(3) 

Maometto è il legato di Dio che lo spedi ecc. 



(i) Adler toc. cit., pag. 54, n. iiui, T«b, III. 

(a) InTece di t^SLhX^Ì^ j^me osierran in direne monete per l'angaitia dello ipaziò. 

(3) Per la ristretteua dello spazio ri mancano le ultime parole delta teotenaa ; cioè 



380 

LV. (1) 
Doto del i23 dell'Eg. (1031 di 6. C.) (3) 

jJ&lkJÌ - Jl Dhaer 

àJ^^ (J^ Ji)^ ^ ^i -'«'» *» ifla* 

(j/ii^ywo^i j^'f^ì Principe dei fedeli 

lo giro 

/n ftofne cft Dio fu coniato questo dinar in Sicilia l'anno 423. 
R. come il R. del n. XXXIV. 
In giro ec. éJJì Kjj^^ o>»^gV>o Maometto è il legato di Dio ec. 

LVI. (3) 
Doto di anno incerto ^4). 
D. come la precedeote. 

Io giro (;>»«^JS3J^ ^1 ^ ^JJ ^^ ^^ loLoVt 

Vimam servo di Dio e amico suo Ali Abu 7 Hassan 

R. come il R. del d. XXXIV- 

In giro ... ^Cò*à>\^ óJ^éMy . . . che lo spedì colla direzione . . . 

Fu questa moneta assai rozzamente dal Paruta pubblicata (5) , ed 
erroneamente interpretata, siccome fu fatto di tutte le altre arabiche 
delle quali diede i tipi. 

(i) Marsden toc, cif., pjg. 996, n. ai 5» «VTertita dal Moeller toc. crt., pag. laS. 
(a) Di 1 trappeao e 2 cocci, cioè grammo 0,99134. 

(3) CastigUoui toc. tit,^ n. cclxtii, Tay. XVI, n. 8, pag. 3ii. 

(4) Da trappeao i a trappeao 1 e a cocci, cioè da grammo 0182695 a grammo 0,91131. 

(5) Tab. i85, a. I e 4. 



381 

LVII. (1) 

D'OBO inedita di tono incerto 

^' CN^^^^' lòLoV L'imam al Hassin 

(j^^-i'C^I ^/•M^i Principe dei fedeli 

R. aJJI lJ^am^ O^wtVx) Maometto è il legato di Dio 

M ^j ^Jc ^/} è ani/co di Dio 

LVIII. (v. TaT. n. 58). 

D'oro inedita di anno incerto (2). 

D. jJftlkJf ^/ Dhaer 

òSj\ (Jo^ j^j^ "^ ^l ^ziz din illah 

(j^k^Jwo^l j,^i^ Principe dei fedeli 

R. come la precedente. 

LIX. (3) 

ì)i TETRO TERDB del ki% doll'Eg. (1027 di G. e.) 

D. Ki&LkJl loLcW L'imam Dhaer 

^^ C^AoJ yi)^^' -^^ -^««^ i^di^ ^^^^ 

(j.^fiuo^] jj<k\ Principe dei credenti 

R. <>,>»'XVo Mohamed 

In margine ^[^ ^/.rf;!:^^ L^Lm &a#m# ^nno ^^8 

(i) Morso /oc. ciu 

(3) Peto 1 trappeso, ostia grammo 0982695. 

(3) Pietrvtzewski toc, cn.y pag. 99, n. 355, Tab. XI. 



?82 



LX. (<) 

Di TBTtO TXBDB. 

«ol^o^ Vltnam 

jjb\Ì^\ Al Dhaer 

tjj] (;/ooJ^[)^^l Al Azaz ledin allah 

(J^'f^X^fi) j^ Principe dei fedeli 

LXI. (2) 
Di TBTBO edor Ira il biaoeo e il roiso traspareole. 

jA\k}\ Al Dhaer 

aJUi (J^ jij^ La Aziz din iUah 



(i) Pietraaezwski toc» cU.^ pag. 99, n. 354- 

(s) AatemiDi he. ctf., pag. cxuu, n. cxjl], Tav* IX. — e Adler ioc* eie, pag. i5a. 



383 

di ABU TAHIM HAAD ALMOSTANSER BILLAH 
Oliavo califfo Fatemida, che regnò dal 427 al 487 deWEg. (i036 al 1094 di G.C.) 

LXII. (1) 
D'oio tMdila deiraooo 433 dell'Eg. (lOU dì G.G.) 

D. loLoifi L'imam 

ftf^ ^* O^Mjq Maad Abu Tamim 

&aJI> j^^aXkàtM Almoitanser billah 

CN^Ai^^^i ^/^^i Principe dei fedeli 

Io giro 

Nel nome di Dio fu battuto questo dinar in Sicilia Fanno 433. 



Io giro 

ecc. dJUi^l aJU] Uy^^ Jwji^ 

Maometto è il legalo di Dio che lo spedì ecc. Sura lu, comma 9. 



(i) Mono (0C. cU. 



384 

LXIII. (1) 

FoBO inedita del hZh deirEgira (10&2 di 6. G.) 
D. OJ^^ Maad 

Circolo primo ioterao 

Vimam Maad Abu Tamim Almoètanser billah 
Circolo primo esterno 

Nel nome di Dio fu battuto questo dinar . . . Tanno 434. 
R. lolxuil Vimam 

Circolo secondo interno 

Non vi è Dio se non Dio egli è solo non ha compagno 

Circolo secondo esterno 

ecc. àX^^] &Ul «...J^gMi^ 0^ 
Maometto è il legato di Dio^ che lo spedì ecc. 



(i) Mono loc. ctc. 



\ 



385 
LXIV. (v. Tav- D. 64.) 
D'ORO dell'aDQO <k3S dell'Eg. (10i^3 dì 6. C] (1). 

D. j^ fXjèìii L'imam Abu 

OwA«o fe^s^ Tamim Maad 

aJUU ^^Js>^Jlì Almostanser billak 

(;>A-Jw5^' j^^' Principe dei fedeli 

CNìoJt ^ ìSj^ktJi 



Acciò la innalzasse sopra le religioni 
R. come il R. del o. XLL 
Io giro 

.... questo dinar in Sicilia Fanno 435. 

Io credo che questa mooela sia qaella stessa che pabblicò il Ca- 
stiglioni (2), ma di cui dod potè leggere le iscrizioni in giro, il che 
si è da me adempiuto. 



(i) Di peso 1 triippcso e a coccia cioè grammo 0|g9a34« 

(a) N. GCULxiy pag. 3i4» registrata dal Moeller loc* cit., pag. tag. 



MOMTILLABO VOi» ilL ^9 



386 

LXV. (y. Tav. 0. 65). 

D'ORO inedita dell'anno (39 dell'Eg. [lOVl di G. C.) (1). 

D. ioIaM L^ imam 

aXJI^ j^f>aJ^XM*X\ Almoslanser liliali 

(^^ìXj^jj^ j^vyoi Principe dei fedeli 

lo giro 

In nome di Dio fu coniato questo dinar in Sicilia tanno 439. 
R. come il R. del d. XXXIV. 
Io giro 

Maometto è il legato di Dio ec Sara lxi, comma 9. 



(i) Del peso di trappeso i e 3 cocci ossia grammo i, 04747 • 



387 
LXVI. (!) 
O'OEO dell'anno &... dell'Eg. 

D. |oLo2[l LHmam 

ùJj\i j^foX KMM Almostanser bìUah 

(^^^^ii^y^ j-ò^l Principe dei fedeli 

ò^xji^ Maad 

In giro 

Nel nome di Dio fu battuto questo denaro in Sicilia Fanno .... e 
quattrocento. 

R. àX3ì V Che Dio , 

àXìì ^.^j^^ OwfCC\^ Maometto è il legato di Dio 
&JL)t ^^j kJ^ -^fl * ^fnico di Dio 

eJf ^ Non v' è flZ^w Dio 

In giro —« (leggenda conaanta). 



(i) CastigLioDÌ toc. cu., n. cculvu1| Tay. XVIII| a. ii , pag. 3ia, regittrata dal MoeUer 
he, cu.f pag. 129. 



3SS 



D. 



D. 



LXVn. (f . T«T. o. 67). 
D'oso M«Ula dì «ano incerto (1). 



jouvr 






L'imam 


AÌ!Uj^a;.-.M.tì 






Almostanur hiUah 


C^*•^^^^ >i*^ 






Primcipe dd/edeU 


Aur 






Dio 


v^jr-i 






Son ve Dio se non 


«JL'Ì Jj^ os?t 




Maometto è U Ugato di Dio 




LXVIU. 


(2) 




D'OKO 


> di «ODO incerto 


(3). 


|oLo^ 






Z* imam 








Abu Tamim 
Almo$ian$€r bìUah 


(_>^sÀ*^l _^,<ycl 






Prìncipe dei fedeli 


— (lesgeLtla consnnU). 






^ojr 






Dio 


v^n-i 






yoH V è Dio se non 



^•t ^J, ck. 

Io EÌro — ^lecstnda coDSQQta^. 



Maometto è il legato di Dio 
Ah è tamico di Dio 



(i) r>i p».»! I trjj-f>c»3 e 3 cvvci, ossia cramn»,) 1.04747. 
(3) IVI f<40 di I IrAppcso e 1 cocci, cs»ia cramaio o.i/)!}^* 

{Z) Cj*4.-.;--ni Im> iìX*, o. «:ri.\va« f^f» 3h« rcti^triU d^l Moellcr ior, cÉ., pag. 139. 
Ema fnj «il tutu era stata pjlU:cata da Asscouni *oc. cu.^ s p , a. cuu, pag. cxr. 



389 



LXIX.(1) 

D'oBo di aooo incerto (2). 

D. «XAX) loLo^l L'imam Maad 

tfJul> j^ioJUmJLi Almostanser biUah 

t;>^yì-^o^» y^yoi Principe dei fedeli 

In giro — i (leggenda consanta)* 
R. come il R. del n. XXXIV. 



In giro 



LXX. (y. Tav. n. 70). 
D'oro tnedito di anno iDCerto (3). 



D. &JUb j-^oJuJtì 
In giro 

R. ajr \? jì ìf 

&JUÌ Ij^cT «S^-^^aflwo 

In giro 



Almostanser billah 
Principe dei fedeli 



Non v' è Dio se non Dio 
Maometto è il legato di Dio 



(i) PiclrasiewslLi loc. cu., pag. 108, n. 396, Tab.XlI. 
(a) Di 1 trappeso 6 cocci e mezzo, cioè grammo i,a4o43. 
(3) Del peso di 1 trappeso e a cocci, cioè grammo 0,99^34- 



390 

LXXI. (t. Taf. n. TI). 

D'OBO ineiUa di anno iooerto (1). 

D. loLo^ L'Imam 

^JJU w/oJIjuJIi Almoiiamer billah 

Maad 



In giro' ..... 

R. AJUf ^ Se non Dio 

^fJ^ì yj^^ «>»«.aùwo Maometto è il legalo di Dio 

óJ\ "i Non v'è Dio 

Io giro 

LXXII. (t. Taf. n. 72). 

D'OBO imdita di anno incerto (9; 

D. • • • • loLo^ X' imam • • • • 

dJLll> ji^^aJwwMJli Almoiiamer billah 

(j^'^/fijoflì j,A^\ Prìncipe dei fedeli 

lo giro 

R. &JJ J Dio 

óJ\ *Ì Non v'è Dio 

éJJ\ V Se non Dio 

^Jjf Oj^iT 0^ Maometto è Vapoitolo di Dio 



Io giro 



(i) Di 1 trappcto a cocci e meazo, cioè grammo I101990. 
(9) Di 1 trappeto e a cocci, doé grammo 0,99934. 



391 
LXXIII. (v. Tav. D. 73). 

D'oro inedita di anno incerto (1). 

D. ...M Owj^ Servo di Dio . . . 

f^i^ joUV • . • ... pimam Tamim 

O^vi^jl^ j^ Principe dei fedeli 

Io giro 

iUaoil? jXis^\ tJu* ^jSo M ^ 

Nel nome di Dio fu conialo questo dinar nella città .... 
R. come il R. del n. XXXIV. 
Io giro 

LXXIV. (v- Taf- u. 74). 
D*oRo inedita di aono ioeerto (3). 

D. aJJU ^^^oaA^i AUnoitamer bUlah 

«XAA Maad 



(i) Tnppeio I e a oocd, cioè grammo o,99a34« 
(a) Trappcio i e a cocci» cioè grammo o,9ga34- 



392 

LXXV. (1) 

D'oEO di toDO iocerto. 

D. j:^ AjqJÌ Vimam abu 

^jfjQ A"A-»^ Tamim Maad 

aJJU k^^oaamJIi Almoslanser billah 

(J^^iJ^Ji^ j^ Principe dei fedeli 

Limam servo di Dio e amico suo AV% Abu 7 Hassan 

R. come il R. del o. XLI. 
In giro — (leggenda consanta). 

LXXVI. (2) 

D'oro di anno incerto. 
D. come la precedente. 
In giro — come la precedente. 
R. come la precedente. 
In giro 

Nel nome di Dio misericordiosissimo fu bailuto questo dinar in SiciQia), 



(i) Catliglioni loc. ciu^ n. cclux, pag. 3i3, registrata dal Moeller toc. ciC, pag. 129. 
(1) Castiglioui loc. cU.^ n. cclxx, pg. 313, rcgistraU dal Moeller (oc. ctf, pag. 119. 



393 



LXXVII. (f. Tav. D. 77.) 
D'oro inedUa d'aooo ioeerto (1). 



Io giro 



Almoitamer billah 
Principe dei fedeli 



Maometto è il legato di Dio 
Atk è amico di Dio 



In giro 



LXXVra. (2) 
D'abgbrto d'anno toeerto. 



R. ^ 

^^ c54^ . . . 



Vimam Abu 
Tamim Almoitanser 
billah Principe dei fedeli 

Ali 
Non v'è Dio se non Dio 
Egli è solo non ha compagno 
Maometto è il legato di Dio 
. . • tamico di Dio 



(i) Dd peto di I trappcfOy 3 cocci e meno, cioè grammo i|075o4. 
(a) Pìetnnewtki toc. cà., pag. 109, n. 401, Tab. SII. 

MOMTILLJIMO voL Ili, 



5o 



306 



D. 



LXXXV. (1) 

Di Tino EOSSAsno. 






Brineipe 

dei fedeli 



Id giro ^1^ j^ a Xfi ^ ] ^,^^ jf] 0^A« aLo^^ 
L'imam Maad abu Tamim Almoiiamer biUah 



D. 






oLoV 



U^pa 



^Mm^ 



ir 



'j^ì^ 



]^ 



LXXXVI. (2) 

Di YBTBO HBRO. 



• . • m Maad ahu 

Almoitamer bi 

• • • fedeli 



LXXXVII. (3) 

Di VBTEO BIONDO. 



Vlmam 

Almotiamer bi 

Uah principe ••• 



(i) Pietrawiwski /oc. cii.| ptg. ioi| n. BGo» Tab. XI. 
(a) PietrMiewsU ioc. ciu, pag. loi, n. 36 1, Tab. XI. 
(3) Pietranewaii he, cU,^ pag. loi, n. 369, Tah. XI. 



39T 
. FATEMIOE SIGULE DI PRINCIPE E DI ANNO INCERTO. 

LXXXVIII. (▼. TaT. n. 88). 
D^oKo ùudUa (1). 

D. «jUt V tfjf l^f iVbn vt è Dio te non Dio 

àJ i^<^f^ éi ìSiyj^ egli è toh non ha compagno 

Io giro • . . ILJ^ ^^,j^ NeUa capitale Panno . . . 



aJjI «..J^mm^ Af^'Wjo Maometto è il legalo di Dio 

aJJÌ ^j \Jc jn è amico di Dio 

Id giro 

LXXXIX. 

DoEO inedita (2). 

Questa nioDeta è in tatto aguale alla precedente, ma d'altro tipo; 
perchè invece de' tre panti ve n'è ano solo. 



(i) Ne ho troTato di peso da i trappeto e i coccio a i trappeio 6 cocci e mezzo | osata 
da grammo 0,93721 a grammo i,a4o4a. 

(a) Ne ho trovato di peso da i3 cocci ad i trappeso e 7 cocci , óoè da grammo 0,7 1669 
a grammo 1,^6799. 



398 



s ui. 

Delle monete arabo-iicule dei Normanni e degli Svevi, 



Solo delle monete dai Normanni e dagli Svevi con arabici caratteri 
coniate nell'Isola nostra farò in qaesto paragrafo menzione; non oc- 
cupandomi aflEatto delle altre che nei loro tipi iscrizioni coficbe non 
presentassero, o che pur fossero altrove battute. 



399 

di ROBERTO GUISCARDO 

Che oeeupb la Stetlia dal 1060 al 1085. 

Di cosini non si hanno monete : e fa an errore quello di Olao 
G. Tycbsen (1), qoando dimentico della storia che assicara non aver 
mai assunto titolo di re, Roberto Guiscardo, ToUe leggere 

U Re Roberto Normanno 

io Qoa moneta che chiarissimameDte a re Tancredi si appartiene, 
come riferiremo a soo luogo. 



(i) Introduaóo in nm numariam cfc.| pag. 146 in noU* 



400 

di RUGGKRI U Gootd. 
Clu governò dal 1085 al itOl. 

Non mi parea dubitabile che al primo conte Ruggieri fratello di 
RobertO) cujui imperium forte vacillahal come scrisse l'Adler (1) che por 
COSI la pensava, e aoo a Ruggieri re s'appartenessero le tante monete 
che portano di Ruggieri il nome, e insieme la professione di fede 
maomettana. E se Ruggieri secondo, potè farne taluna siffatta, ciò 
accader dovette, io a me stesso diceva, nella sua minorità quando era 
ancora in tutela della contessa Adelaide di Monferrato sua madre. Im- 
possibile a me sembrava, che re Ruggieri, il soilegno dei Cristiani 
avesse voluto lordar la sua fama per viltà cotanta; né certo per am- 
bizion di signoria aveva bisogno il suo genio scendere a tale degra- 
dazione che grave macchia recava alla sua gloria Ma è por cosi 

il fatto, e torna vano qualunque ragionamento, quando parlano i fatti. 
Non il primo conte Ruggieri soltanto; non il secondo Ruggieri nel- 
r epoca della minoranza sua; non questesso quando ancora assunto 
alla dignità regia non era; ma dopo ancora che del titolo di re seppe 
fregiarsi, coniò monete con la profession di fede musulmana, come 
chiaro apparisce da una moneta dallo stesso Adler (2) -pubblicata, e 
da un'altra che già inedita indi a poco sarà da me per prima volta 
a suo luogo dichiarata. 

Abbenchè dunque sotto il primo conte Ruggieri collocherò io le 
monete che il nome portano di Ruggieri contCy che in arabico fu scritto 
j.1^^1 , incerti nondimeno si rimane quali al medesimo sieno da attri- 
buirsi, quali al secondo conte (3). NoU'alfro di certo rimanendo se 
non che esse sien battute prima che assunto si fosse dal secondo 
Ruggieri il titolo solenne di re della Sicilia. 



(i) Loc, cff.y pag. 8i* 

(a) Loe, cU*f n. lxix. 

(3) Da ciò ti Tede quanto lieno in errore coloro che hanno francamente awerito non altra 
moneta che di rame aver coniato il primo conte Ruggieri; e che fur aeguiti da Lodoyìco Bian- 
chini loc, cit,^ Tol. I, lib. ly p. ]T| cap. Èf pag. 3i8. 



401 

xc. 0) 

D'oro di aooo incerto. 

D. ^Ujib^^ Ruggieri 

i"^)^ J^ Come... 

E io mezzo un T arabescato (3). 

R. àXji 57 Se non Dio 

aÌ C^)^;^ a ìSO^^j ^gli ^ ^olo non ha compagno 

43JÌ "i Non v' è Dio 

Aveva il Parata pubblicato siffatta moneta (A), indi l'Adler (5), poi 
l'Assemani (6), e quindi il principe di San Giorgio (7), il quale ha 
spesso seguito l'Adler così servilmente, che ne ha ricopiato non che 
i disegni colle identiche corrosioni , aia pure le inavvertenze e gli 
errori* 



(i) Ne ho troTato da ii cocd ad i trappeio a cocci e mexzo» cioè da grammo 0,60643 a 
grammo 1,01990. 

(a) Pare a me che chiaramente dica iLUI Normanno. 

(3) La lettera T crede il Vergara, Monete del ngno di NapoU pag. 3, «he possa essere io- 
terpretata per iniziale di Trinacria. 

(4) Loc. cU., Tab. CLXXXV. 

(5) Loc. cà„ n. lxit, Tab. Vili, pag. 80. 

(6) Aisemaoi loc. cit.^ p. a, pag. cxz, n. cxvin, TaT. IX. 

(7) Monete cufiche ec., Ta?. 5, u. a. 



MoMXiLiAKO voi, IH, 5t 



403 



XCI, (1) 
D'oio di iuo ioeetto. 



D. 



Io giro 

R. éJÌ *Ì Non v'è Dio 

àXìì O^^éèj OwttSSwo Maometta è il legato di Dio 
éJJÌ V Se non Dio 



In giro 



XCll. (2) 

Vùko di cimo face no. 



D. ;. T ;. 

Io giro 

R. come la precedoote* 
lo giro 



(f ) Adler loc, Cff , n. ultu, pag. 8o, Tab. VII -^ e San Giorgio loc* cà., Tar. 5» n. 5« 
(a) Adler toc» cif.» n. lxtui, pag. 8o, Tab. VII — « San Giorgio loc, cU,^ Tar. 5, u. 6. 



403 

xeni. 

Voto di iPDO iOMTtO (1). 

Altra siiQile ali* praaedeot^ oe atvertl il CaaligliMi (2), na di 
diverso tipo, perchè il T ha dae paaèi. E gli è parso ravvisarvi 
Del margioe la parola ÌJL^sLa^o Sicilia. 

XCIV. (3) 
D'OBO di anno iDcerto (h). 

D. ^Ulif VI dJ( *^ Non v'è Dio $6 non Dio 

aAJi Oj^>mj OwjsS. Maometto è il legato di Dio 

R. ^U^ y^^l II Conte Ruggieri 

XCV. (5) 
D'oao di anno iocerto. 
D. come al d. XC. 

Id giro 

R. come al n. XGL 
In giro 

(i) Dd peso di i trappeso a cocci e mezzo, cioè grammo I9O1990. 
(s) Loc. ciUf D. ccLXAix, pag. 329. 

(3) Adler toc, dt., n. ulx, pag. 81, Tab. VII — e Saa Giorgio toc. c%t.f Tav. 5, a. 7. 

(4) Ne ho trovato di peso da 1 trappeso e a cocci ad 1 trappeso e 4 oocci| ossia da gram« 
mo 0,99334 a grammo i,ioa6o. 

(5) Adler toc. cà.f n. uv, pag. 80, Tab. VII — e San Giorgio he. ck,^ Tay. 5, n. 3. 



404 

XCVI. (1) 

FoRa di basia lega (9) 6 di aooo iocerto. 

QaesU moneta è io tatto simile a qaella di nam. XC, ma di di- 
verso tipo. 



di SIMONE 



Di questo prìocipe, che governò col tìtolo di gran Conte tanto bre- 
vemente quanto alcuni né anche tra il novero il collocano dei domina- 
tori di Sicilia, non si hanno monete. 



(i) Adler he, cif., n. un, pag. 80| Tab. VII -» e San Giorgio lóc. cà., Tav. 5, n. 4- 
(a) Del pcao di i trappeso io cocci e mezzOi ossia grammo i»i^og^. 



405 



di RUGGIERI seeondo Conte, Daea, indi primo Re di* Sicilia 



Ck$ gwtnib dal iiOi al ii27 eoi ttiolo di CotO* euindo ttato tatto la tutila dtUa 
madre fno al lii3; dal U27 a/ il^ con quello di Duca; e dal U29 al 1154 
eoi titolo di Re. 

XCVII (1). 



D. 



D'oro di anno incerto. 






Per comando 

del re Ruggieri 

di Sicilia 



Id margine (parole arabe illegibili). 



R. V Air -^ 

éJJ\ 



Non v*è Dio se non 

Maometto è U legato di Dio 

Dio 



(i) Adler tee. ciu, n. UUZ| pag. 8i, Tab, VII. 



U06 



• 


xc 


IVI», (i) 






D'abolì 


aMO ineeHo (1). 


D. — Una piccola i 


itella. 






aJi*>*i^ 






CAe il gbria in Dio 


^U; ciUir 






il re Ruggieri 


^\ 






augusto 


In giro . . . 


• ^-d^ 


b Ajaì > 


--?(3) 



Nel nome di Dio fu conialo .... 

D n I • iC XC Gesù Cristo 

R. — Croce, eoo le toci 

NI KA t^'if ce 

In giro .... &<vJIao JUj^O^ ^-j.-J/^C^) 

Battuto nella città di Sicilia • • . • 

XCIX. (5) 

FoBo ifMiiito del 548 dell'Egira (1153 di G.C.) 
D. — come la precedeDte. 

Id giro aLjUMN^iflk ^ U^^^iAf O^ ^'^"^ ranno 548. 

R« — come la precedente. 

(i) Adler toc. ciL, u. lxxi, pag. 8i} poi Castiglioni toc- di., n. cclutx , pag. 33i se leste 
le parole dei inargiot. San Giorgio toc. ciLf Tar. 5, n. ii. 

(2) Di 1 trappeto 9 cocci e mezzo, cioè di grammo 1901990. 

(3) Morto toc. cit. , ri Icwe Xjl #M^.» ^^ (;^^^*^' ^J^ battuta 540 

dell'Egira, cioè ii45 di G. G. 

(4) Morto toc, cU. , Ti lette ^jUKiMi^Cky (;h^^^l ^^* 

(5) Morto toc. cU, 



407 



tfó%o éi tmó Meéfto. 
«Utr // He 

i/- ri 

[;,^t deUa Cristia 

&^ fttVà 

Aveva pnbblioafCo qaesta moneta T Adler (1) e atlrìbuilla da prima 
al secoDdo GagUelmo. Però meglio esaminatala si cofrl^sse (2) e a 
re Roggìeri appartenere si avvide. ' 

CI. (3) 
Come il n. XCVIII, ma di altro tipo. 



(i) Adler loc, cif., n. uuux, pag. 84» Tab. YII. 
Cs) Xotf. ck, [)ag. 167, poi San Giorgio ho. ck. T«v* 5| ». 9« 

(3) Adler loc, cU.f n. lzxu, pag. 81 ^ Tab. VII, la lette io parie, e poi compiutameote Ca- 
•tigUoni loc. cit»9 n. ccljlxxi, Tay. XV, n. 7. — San Giorgio loc, cit,^ Tay. 5 , n. la. 



A08 

CU. (v. Taf. n. 102.) 
Foro inedita del 550 dell' Eg. (1154 di G. C.) (t) 

D, jaX^ P^^ comando 

;^^r^,ayJt j^ del conte Ruggieri 
C^XJLo «X^^V Primo Re 

iC^^^^Ao * Sicilia 

In giro 

In nome di Dio fu coniato questo dinar neUa città di Sicilia Fanno 550 
R. 



In giro 



M 


Dio 


v^jr*^ 


Non v'è Dio se non 




Maometto è il legato 


M 


di Dio 



(i) Ne ho trovato dal peto di i5 cocci ad i trappeso 3 cocci e messo , cioè da grammo 
0,83695 a grammo ii975o4* 



409 
CHI. 
DI RAME dell'anno 1132 di G. C. 
D. — Immagioe di Gesù Cristo. 

R. j*^^ -ftr comando 

j^^jJ^jUì C^JIi del re augusto Ruggieri 

JìLJUm dJ3\j> jCMA polente in Dio Fanno 

Era stata questa moneta pabblicata dal Parota(l) fra qaelle di 
Guglielmo II; fu poi illustrata da Gastiglioni (2); ma finalmente è 
stata meglio letta da Pietraszewski (3), e in modo da togliere i dubbii 
in che s'era imbattuto il Gastiglioni suddetto. 

Io poi voglio aggiungervi la dichiarazione che ne ho trovata fra i 
maouscritti del Morso (4), senza che costui avesse letta l'opera del 
Gastiglioni, e molto meno la recente illustrazione del Pietraszewski. 

D. — Immagine di G. G. colle parole 

iC XC cioè lr[(jHS Xpitos Gesù Cristo 

R. >*W ^^^ comanda 

js^ A^VAUI CSaXÌi àel re augusto Ruggieri 

dUwiM &JUl> jMfXì che si gloria in Dio Fanno 
0^1/ V 537 Cii42) 

Giudichino gli Orientalisti chi abbia meglio dato nel segno; o se que- 
sta del Morso sia da credersi un'altra moneta diversa dalla su indicata. 

(0 Tab. CLXXXIX, n. 5. 

(a) Loc. cft., n. ccLxxzu, Tab. XV, n. 8, pag. 33i. 

(3) Loc. city n. 493| pag, i38. 

(4) Loc. ciL fra quelle del museo MinerTioo. 

MOSTILLAMO voi* ili. ^^ 



410 

CIV. (1) 

Di BAVE ilei 5^5 deirEg. (1150 di 6. C.) 

D. — Una stella nel mezzo. 

In giro fMjà^yWj CsUlt >«L? 

Per comando del re Ruggieri augusto. 

Battuto in Messina Fanno 45. 
Negli spazii fra linee &jLf,AN^»i \ y e cinquecento. 



(i) Adler loc. cu., n. ljxy, Tab. VII, pag. 8a. — San Giorgio toc. cu., TaT. 6, n. i. 

(a) È iucosUnte l'ortografia araba del nome di Messina acrilto 1>U**^ e M^^f^^ nelle 
monete — 6SmAt^é0»^ nella Cronaca di Cambridge, e nella Geografia Nnbiese — (^ ^^^^'^ 
da Abulfeda. 



411 

di GUGLIELMO I detto il Malo. 

Che regnò dal H54 al 1166. 

CV. (1) 

D'ORO dell'aoDo 54(i. dell'Eg. (1149 dì G. C] (3). 

D. — Croce greca Del campo colle parole 

IG KG Gesù Cristo 

NIKA vince 

Io giro 

&jL%.éM^ ^j (j><6^l £^(/*^ ÌLJ.Mé UUm.^ JLoO^ .... 
. . . neUa città di Messina Fanno 544. 

R. nel giro iiUeroo «JUU J^AxIt JU-L^ oUll 

// re Guglielmo forte colTajuto di Dio 

Nel giro esterno (leggenda consoota). 

Si sa da tutti che re Ruggieri associò al governo e fece coronare 
re io Palermo il suo figlio Guglielmo nel 1150. E questa moneta con- 
ferma r epoca di siffatta coronazione indicala da Rocco Pirri (3) e 
dairanonimo Cassinese (4), perchè Tanno 544 dell' Egira finì col 29 
aprile 1150: e dimostra che sono in errore quegli scrittori seguiti 
dair^rt de virìfier les daies che vollero invece riportarla al 1152. 



(i) Castiglioui loc* cU,9 Tay. XV, d. 9, pag. 333, 11. cclxxuu. 

(a) Ne ho trovato di peso da 11 cocci a trappeso 1 e cocci i5, cioè Ja grammo o,6o643 
a grammo 1,70903. 

(3) Chron. Beg, Sic, nel Thetaur. Antiq. di Burnunno I. 5, pag. 27 e 3o. 

(4) Presso Muratori /?. i. 5., lom. 5, pag. 66. 



A12 

evi. (1) 

D*OMO di amio ioeeffto. 

D. — Come al d. CY. 

Io giro . . . ULmuio j^JboJll.3 . . . 

. • . nella città di 3Iessina • . . 

R. nel giro interno come al n. CY. 

Nel giro esterno . . • LsLmuo &,JboJ[U • • . 

• . • nella città di Messina • . . 

Fra quelle che incerte sono se del primo o dd secondo Gnglidmo 
annoTcra questa il Caslìglioni e le dae segoenti: io però assoluta- 
mente le credo del primo Guglielmo; poiché il secondo Guglielmo non 
trascurò di mettere nelle sue la parola ^^J^I cioè secondo. £ tutto- 
ché una avvene che tale aggiunto non porti, e che intanto sia del 
secondo Guglielmo indubitatamente (2), poiché cvtì segnato Tanno che 
corrisponde allepoca del secondo e non del primo, questo stesso ar- 
gomento parmi che distragga il dubbio del Castiglioni. U secondo 
Guglielmo quando improntò Tanno nelle sue monete non ebbe bisogno 
d'aggi unger ch'egli era il secondo; ma quando coniò monete senza 
data Taggìnnse sempre: quindi allorché né data, né la parola seamdo 
vi si legge in simili monete esse sicuramente io credo che sieno da 
attribuirsi al primo e non al secondo Guglielmo. 



(•^ Calti elioni toc. cU., d. oclxxxit, pag. 334 

(i) Cbc e quella dall'I dkr pabblicaU toc. eie., o. uxx, e da noi al no porto rìl<:nla. 



A13 



CVIL(i) 

D'oto di aono incerto (8). 
D. <— Come al n. CV. 

Io giro . . . (j^MéAA ìLJìmì ULmx) Siedili * . 
. . • nella città di Mesiina Fanno cinque • 

R. nel giro interno come al n. CY. 

Nel giro esterno . • • UUm^ ^.^oJlU .^,^j>^ . . . 
• • . battuto nella città di Messina • . 

CVIII. (3) 

D'oro d'anno incerto. 

D. — Come la precedente. 

In giro «jU^»,à. iLJlioil^ V^^W 

Battuto nella città .... cinquecento 

R. nel giro interno (come la precedente). 

Nel giro esterno &jtU^M#.^.a^ &JvijoJll^ ^^r^J^ 

Battuto nella città .... cinquecento 



(i) Caaiiglioni hoc. cit.^ d. cclxxxt, Tat. XV, n. io, pag. 334. 

(a) Ne ho trovato di peso da io cocci ad i trappeso e 8 cocci , cioè da grammo o,55i3o 
a grammo I,3a3i3. 

(3) Cattiglioni toc. cit,, d. cclxxxyi, pag. 335. 

(4) Proseguì a tegnarii l'era maomettana nelle monete di Guglielmo -^ non però la profetiioii 
di fede musulmana. 



414 

CIX. (1) 

Di BAKB di aoDo incerto. 

D. («UIÌ // re 

JUJLà Guglielmo 

augutto 



^Jur 



R. aJUL? In Dio 

Una piccola croce 

Jjiuai CAe si gloria 

ex. 

D'AaGBHTO inedia di anno incerto. 

Oltre alla aopradetta monela di rame di cai sodo abboodaotissimi 
i musei, altre ne bo io sedate d'argento dell' identico tipo, io tutto 
perfettamente simili alla precedente (2) , e di cui è quindi inutile 
presentarne Timmagine. 



(i) Adler toc, cit , n. l&xviii, pag. 84i Tab. VII ^ San Giorgio loc. cU,^ TaT. 8, n. 4* 
(-i) Ne bo trovato da 9 cocci ad 1 trappcso, cioc da grammo 0,49617 a grammo 0,87208. 



. 415 
CXI. (1) 
Di BAMB (2) di anno ioeerto. 

diur lift 

Guglielmo 
Il augusto 

R. ..^ Una croce ornala (3). 

In margiae (parole arabe illegibili). 






(i) Adler ^. cU.r n. lxxtUi pag. 84 , Tab. VII -^ San Giorgio toc, ciL^ Tay. 8, n. 3. 
(a) Io l'ho troTata d'argento di Jbaasa lega e del peso di 10 cocci» oiaia grammo o,55i3o. 
(3) A me aembra una rosa •» emblema preso da Gaglielmo e durato sino all'epoca di Fé* 
derico. 



416 ^ 

di GUGLIELMO II detto il Buono 

Ch9 regnò dal tl66 al liS9. 

CXII. (1) 

D'oBo dell'aoDO 570 deirEgira (117( di G.G.) 

D. circolo interno ^JUb JòUtll j^Uifi ClXilt 

// re Guglielmo che si gloria in Dio 

Io giro ^LjLf^iMi^À^ (^^S^gA^ytf óJ^MS 'Ì^/^XA/O jHj|J»i^} S-i/^ 

Coniato nella città di Sicilia Fanno 570. 

u rt I .-. 1 iC XG Gesù Cristo 

R. — Croce, col titolo greco *^ 

NIKA vince 

Nel circolo esterno (come nel sopradetto giro). 

CXIII (2). 

D*ORo dì anno iocerto. ] 

D. come il R. della precedente. 
In giro (leggenda cufica consanta). 
R. In campo una rosa. 

Nel giro interno ^}[> JjuJll ^jJ^\ fXfM CsUif 

// re Guglielmo secondo che si gloria in Dio 

Nel giro esterno (leggenda cafica consanta). 

(i; Adler toc. cU , n. lx\x, pag. 84, Tab. Vili — San Giorgio toc, cii.9 TaT. 7, n. i. 
(3) Castigtioiii toc, cU,f n. cclxxxtii, pag. 336, Tay. XVII» a* i. 



Air 

CXIV. 

D'ofio di aono incerto. 

D. W. Guglielmo 

Id giro (due giri di caratteri arabi illegibili). 
R. Rex Re 

lo giro (due giri di caratteri arabi illegibili). 

Il Fusco (1) che presenta questa moneta l'attribuisce al secondo 
Guglielmo, e la crede uno di quei tari nominati io una carta del 1175 
prodotta dal canonico Schiavo (2) in cui si legge: Pro aureis tarenis 
impressionis et characteris fortissimi Regis centum sexaginta unum. — 
Fu indi pubblicata da San Giorgio (3). 





CXV. (4) 




D'argeuto di anno incerto. 


iUjo^ 


Ndla capitale 


*LaXìU, 


di Sicilia 


• • • 


. . ^JJf Dio 



In giro 

R. T£RCIE Ducàus (5) 



(i) Loc, cìL Opuic. d'A. S., tom. xti, pag. aa5. 
(a) Fasco he, cit.^ Tav. 9, n. 6, pag. 6. 

(3) Loc. cit., Tav. 7, n. a. 

(4) Adler toc. cU.f d. lxxzii, pag. 85, Tab. Vili — Sao Giorgio loc, cU,f Tay. 7, n. S. 

(5) Cio^ ^ Terza parte del Bacato. 

MomniLAKO voi. III, 53 



MS 

CXVI. (1) 

D'abgbrto di aono incerto. 

D. — Una piccola croce io centro. 

In giro &aIjLi# ^(JoO^ ^---d/^ ^^' ^4^^ (^) 

CoWajuto di Dio ballato nella capitale di Sicilia (3) 

R 'FJRT QuaH 

A TERGE a Terce 

NARII narii 

CXVII. 

Di EAMB dell'anno 568 dell' Eg. (1172 di G.C.) 
D. — La Madonna col Bambino, e le parole fÀOiri\p 2r£8. 

R. Rbx Rex 

W Wahclmui 

In giro dJiA^M^^^ j (j>^v^wwy^ {J^ |0^ ì s S jf .M^^ s jJUbO^ ^^t^ 
Ballalo in Messina fanno 568. 

Era stala presentata questa moneta pria dal Vergerà (A) e attribuita 
a Guglielmo 1; ìndi dall'Adler (5); ma niun di loro aveane osserTate le 
parole greche (6), e mollo meno spiegale le arabiche. Io ne presento la 
suddetta lezione, la quale avvertendoci dell'epoca che si annunzia, fa si 
che la moneta non possa attribuirsi al primo ma al secondo Guglielmo. 

(i) Adler loc. ch.^ n. ci, pag. 160, Tab. XII. — Saa Giorgio toc. c/f., Tav. 7 , D. 6. 
(3) Mono loc, ciu vi legge J^** ^ In nome, 

(3) Non 80 perché Adler . . . dJj^d"^ lo spieghi in tem Skiliae . . . 

(4) Loc. cfl., pag. 6. n. 3. 

(5) Loc, cii.^ n. Lxxvi, pag. 83 e 8^, Tab. VII. 

(6) Esse si veggono chiarissime presso San Giorgio loc, 9it,f Tav* 7i d. 7* 



A19 











CXVIM. 


0) 












Di BAHB di anno incerto. 




D. 






Rbx W 

SCB8 






secundua 


Id 


giro 


»i« 


OPSBATA IN OBBE MESSANB 






R. 






csuir 






Il re 
Guglielmo 
secondo 



In giro iLJ J f^t^ Jàjdì CsUIt j^l^ *-— d^^ 

Battuto per ordine del re augusto in Messina 

CXIX. (2) 
Dì fiAHB di EDDO incerto. 

D. — Testa dì leone. 
R. "— come la precedente. 



(i) Adler toc, ciu^ d. izxxiu, Tab. Vili, pag. 86, indi Castiglioni toc, cit,^ o. ccLxxxyii, 
poi Sao Giorgio toc» ciu , Tav* 7 » n. 7 , e pria di loro malamenle il Parata loc. cu., Tab. 

CLI3LX1X, n. I. 

(2) Prima il Panila toc, cà., Tab. culxxiX| n. 4 9 preientonne il disegno) poi Adler toc» eh., 
n. uxxiT, pag. 86, Tab. Vili; in seguito Caftiglioni /oc. cit,, n. gclxxxix, pag. 33;; indi San 
Giorgio toc, du, Tay. 7, n. 8. 



A20 



D. 
R. 



di TANCREDI 
Chi regnò dal H89 al 1194. 

CXX(i). 
D'abobrto di SODO incerto (2). 
JTCli REX SI (3) Tancredi rt di Si(ciUa) 

ILtXsL^ CsXJLo QijJi^t Tancredi re di Sicilia 



D. 



CXXI. (4) 



D' ABQBNTO di anno incerto. 



JTCD 

REX SI 

CILE 



Tancredi 

re di Si 

cilia 



In giro >f4 DEXTEBA DIVI EXALTAYIT MB. 



R. ^rif^ 



Baiiuio 
netta capitale di Sicilia 
per comando del re Tancredi 
augmto faccia durare 
Dio il regno di lui 



(i) Eichorn Reperiorium, tom. xviu, pag. 5o. — CaatìgUoai loc. cit, pag. 3S8. 
(i) Di peto 9 cocci, cioè grammo 0,49617. 

(3) PrcMD Muratori D0 mon» Italiae, Tab. 36 Icggesi SICILIìE. 

(4) Cattiglioni (oc. ciL^ indi San Giorgio (oc. cU,, Tar. 9. n. i. 



421 



CXXII. 



DI ftiiiB di anno lacerto. 



R. Rex 

Iq giro ROGERIUS 



Tancredi 

Il re 
Ruggieri 



Fu questa moneta dapprima pubblicata dal Parata (1), iodi dal 
Vergara (2), poi dal Muratori (3), erroneamente attribuendosi a Rug- 
gieri: Adler (4) pensò pure che di Ruggieri ne fosse anche l' araba 
leggenda. Il solo Gastiglioni (5) seppe ben dichiararla, appena fece at- 
tenzione che Tancredi a?e?a associato suo figlio Ruggieri al trono, 
col titolo di re (6). Altri V ha pure, pubblicata (7). 



di GUGLIELMO III 

Di questo sventurato principe, che, se regnare può dirsi il suo, 
regnò pochissimo, non si hanno monete. 



(1) Loc. ciu Tab. CLXXXVII, o. i. 

(2) Ja)c. cìl^ n. 6, pag. 4* 

(3) De mon. luditu^ Tab. XXV, n. 6. 

(4) Log, cìl^ n. ulxiu e Lxxiy, pag. Sa, Tab. VII. 

(5) Loc, ciUf n. ccxc, Tab. XVII» n. i, pag. 337» 

(6) Y. Anonymus CasaÉneBsis presso Muratori R. L S,f tom. T| pag* 7>« 
(7; Saa Giorgio loc. cU., Tay. 6| n. 3. 



422 

di ABBICO YI , Imperator di GermaDia e Be di Sicilia. 
Ch$ quiffi regnò dal ii95 al 1198. 

CXXIII. 
D'oio di buia lega, e di anno incerto. 

D. JÌJ^ Enrico 

j.^0^ Cesare 

y;j^ì auguUe 

R. REX Re 

SiCIE di SieOia 



Fa questa mooeta pubblicata dal Parata (1) e attribuita a Tancredi; 
come fece pur l' Adler (2) che anche credè leggercene in arabico il 
nome. Ma il Castigliooi (3) ha oramai dimostrato appartenersi ad Ar- 
rigo o Enrico dagli Orientali chiamato ji^^ //anr(4). 



(i) Loc. cit., Tat. CXCl, n. a. 
(a) Zoe* cit»n n. L%%xVf pag. 86. 

(3) Loc. cU., n. ccxci, pag. 339, Tar. XVII, n. 3. 

(4) Chron, Sfr., pag. 4<i tcxt. 



CXXIV. (v. Tav. n. 124). 
D*ofto inedita di aooo lacerto (1). 



423 



D. — - Croce oblanga 



Nel giro interno 
R. H 

Nel giro estemo 



IG XG 
NIKA 



Gesù Cristo 
vince 



Henricus 



La forma singolare dei caratteri arabi di qaesta moneta ^ ossia la 
rozzezza ne 6 tale^ che abbenchè aieno conservatissimi riescono ille- 
gibili. 



(i) Di basta lega dd peao di a trappeii e la cocci, ossia grammi ai4a57a. 



424 

dell' imperatore FEDERIGO II 
Che imp$rò dal 1i99 al 1250. 

cxxv. 

Foto d'anno ioeerto. 

D. «» In centro FRE Frederieus 

In giro (caratteri arabi illegibili) (1). 

R. — In centro la rosa, che dall'epoca di Cagli elono continuò sino 
a quella di Federigo. 

In giro »p. C. RoMANOR Imp. Cesar Romanorum Imperaior. 

Questa moneta, dice il Fusco (2) che la rapporta, appartiene alla 
classe dei tari da Federigo battuti. 

CXXVI (3). 

D'oao dì anno incerto. 

D. — Croce oblunga 

iC KC Gesù Cristo 

NIKa vìnce 

R. — C. che è da credersi V iniziale di Costanza imperatrice , 
madre e tutrice di Federigo (4). 

Nel giro interno (^^)j^j^ Federigo (5). 
Nel giro esterno 

(0 Morso loc. cit. vi ha letto (LffXAéQ CSaXo iS^^jO^j^ Fmkrico rt di Sicilia. 

(a) L<f€, cit. Tav. n« 7, pag. 10. 

[}) Cai>tiglioQÌ loc. cit,, n. ccxcu, pag. Sjo, Tav. XVII| n. 4* 

(4) Ciò non e nuovo ad osservarsi; poiché nelle monete latioe pabhlicate dal Muratori De 
monetis luiliae^ Tab. XX>7I » n. 3, veggonsenc portanti t aomi di CoittnxA e di Federigo. 

(5) Non se De annunzia come chiarissima la Ictione. 



425 

cxxvn.(i) 

D'oro di anno incerto. 

D. — Croce oblaoga. 

IG XC Gesù Cristo 

NIKA vince 

In giro; od cìrcolo dentalo. 

R. — Aquila colla testa Yotta a sinistra. 

1d giro (leggenda cufica rozzamente formata). 

Di questa e delle due seguenti monete incerto rimase il Castìglioni 
se ad Errico o a Federico sien da attribuirsi. 

Io però bo creduto a quest'ultimo di attribuirle, parendomi che 
la rozzezza dei cufici caratteri sia maggiore di quella cbe nelle mo- 
nete di Errico si ravvisa; e quindi di un tempo al primo posteriore. 

In quanto alla forma dell'aquila poi^ si sa cbe lo stemma dell'a- 
quila bicipite fu introdotto nell'epoca del regno di Enrico VII, e 
cbe prima di lui lo stemma dell'impero d'occidente era un'aquila 
semplice (2). 

CXXVIII. (3) 
D'oso di anno incerto. 

Altra moneta eguale alla precedente si conosce, se non cbe è molto 
pili sottile. 



(i) Casliglioiii ìoo. cU., n. oolcui, p. ^0f TtT. XVII| n. 5. 
(a) T. Gattcrer Comm. Soc. Goffjri^., tom. x, pag. a);. 
(S) Cafliglioni ìoc. cU,, n. ccxar, pag. 34i* 

HOMTILLdMO VOL UU M 



426 

I 

CXXIX. (<) 
O'oto di atBo iotierto. 
D. — Come il n. CXXVIL 
R. — Una rosa. 
Id giro (leggenda cufica rozzamente formata). 

Questa moneta fa pnio?a che la rosa nel oentro 4el rofescio delie 
monete cominciata sotto Gaglielmo II darava ancora all'epoca di Fe- 
derigo. 

(1) <]ìn%yuMÌ he. eiLt o. ogbct» paig. afs» Taf. XVII, a. 6. 



HNB DEL TfiRZO tOLUlTfc. 





40 



f^mm 







44 




















JnMce 



RUDIMBNTi DI UNGUÀ ÀMÀBÀ pag. 3 

PBBrAZIOlfB » 5 

Gramatica » 11 

SCBLTA B BBBYB CBBSTOMAZIA ARABO-lTAtl ARA SBOOfTA DAL GOIBISPOR- 

DBRTB VOCABOLARIO •••••]> 81 

Crtilomazia » 82 

Vocabolario araho-italiano » 107 

Sàggi di archeologia b filologia abàba i> 151 

I. Maometto e il $uo Corano » 153 

II. Sui caratteri arabi , d 159 

III. Del calendario arabo i» 164 

ly. Della metrologia araba d 168 

V. Della moneta araba d 172 

VI. Dei vetri cufici » 178 

VII. Delle cifre » 17» 

VIU. /{ libro di Giobbe » 183 



Lettere vàeib intobno a cose àràbìcbe » 187 

I. A S. Em, il cardinali Angelo Mai sui manoscritti arabi che ii con- 

servano in alcune biblioteche della Sicilia x> 189 

II. A Raffaele Politi sulla grammatica maltese del ean. Fortunato An- 

zavecchia ' ^ 199 

IIK A Franco Maccagnone principe di GranateUi sur una medaglia araba 

inedita di Montanser billah ^ 201 

IV. Al prof. Francesco Castagna circa un suggello arabo • • • • » SOt 
y. Al prof. Ippolito Rosellini su la iscrizione cufica di una cassetlina 

dell'I. R. Cappella Palatina di Palermo i» 305 

VI. Al conte Carlo Ottavio Castiglioni sMa iwterpetrazione di un impor- 
tante suggello arabo , . • • : » S17 

VII. ili barone Isacco Silvestro d$ Sacy sur una profumiera t avorio. » 226 
Vili. Al bar. Giuseppe De Hammer sur una conca cufica a niello . » 232 

IX. Al prof. mone. Giuseppe Crispi vescovo di Lampsaco. parroco della 

chiesa greca di Palermo^ intomo ad una conca cufica • . • . » 238 
X. Al sig. Francesco Di Giovanni sur un vasetto cufico • • . . » 241 

Là STOBÌÀ Gli SCBITTOBi E LB MOBETB DELL'EPOCA AEAE0-81CVLA . . » 243 

R4GioiiAMBifTo I. Della storia arabo-sicula » 249 

RAfiioifAMBNTO li. Sugli scrittori della storia arabo-sieula » 279 

lìàQion/kMìinro iiu Delle monste arabo-sicule » 315 

Parte prima. Bibliografia ragionata » 316 

Parto aecoDda. Osservazioni preliminari » 329 

Parte terza. lUustrazione delle monete arabo^cule » 341 



«HjgSOSH 



DI 



nmmm mobtillabo 



iBAScataoa :&a Taa&Aassra 



SOCIO DI VAHIE ACCADEMIB.. 



VOLUME IV. 



PALERMO 

DALLA STAMPERIA ORETEA 

TIA ALSItOABIA «. 94O- 

1848. 



j2^^. ^. /J'f. 



LETTERE VARIE 



LETTERA L 

A MONSIGNOR L^ ABATE PAOLO TA6LIASINDI 

su LA CAftTA Più' ANTICA FRA LE DIFLOMATIGHB DI SICILIA 
9BI TEMPI IfORVANlfl. 

Di|4oBuiCa«., ttmiBo io pcctio bibcndai anioqac... 
canora repataoda ette. 
JoiAV. Hsnu Jvacius pitno 'Walthii Lexicon DiplomafU 



Viaggiava Dello scorso anoo 48A6 la Sicilia il signor EagenioDe 
Rozière Dipolo di quel celebre Pardessos^ che voo degli oroameoti 
prioiarii si reputa della francese sapienza; e passando i giorni di sua 
dimora in Palermo a frugar dei diplomi nella comunale biblioteca, ebl» 
roccasione di ragionar più volte con lui dell'emulo nobilissimo dei 
Mably e dei Giannoni, il sommo nostro Rosario Gregorio. Ei taccia- 
Talo d' inesattezza nelle citazioni di mannscrìtti ; quindi standomi forte 
a cuore l'onore di tant'uomo che ha molti titoli alla nostra a alla 
universale riverenza, io potei convincerlo che per error di stampa, o 
per posteriore variazion di sito nell'ordine della biblioteca non tro- 
Tavansi esatte talune sue citazioni , ma che esattissime pur troppo 
erano le cose che da lui si segnavanO| e che ia altri luoghi per av- 
ventura leggevansi. 

Era fra queste il famoso 4lìploma del 1117 con òhe il secondo conta 
Ruggieri donato aveva vicino al castello reale di Messina una casa al 
console dei Genovesi colà residente; concedendogli pure alcune iraa* 
chigie nelle dogane. E il Gregorio nel presentarne la latina versione (1) 



(i) Considemzioni sapm ia storia di Sicilia dai umpi normanni sino ai prmnU» lib. 9, 
cip ui, n. 74 ooU a. 



6 

dieera trovarsi la medesima nel tabulano dell'ospedale dei Gerosoli- 
mitani di Messina, la cui copia stava fra' manuscritti della biblioteca 
del senato^ ovvero del comune di Palermo (1). Ma siffatta citazione 
ci mise alla tortura non corrispondendo pe^ nìilla: sicché postici a scor- 
rere diligentemente l'intero volume, il signor de Rozière fu fortunato 
a rinvenire non solo quanto dal Gregorio si indicava, ma ben anco il 
testo greco (2), il quale unquamai stampalo si ritrova. E siccome il 
medesimo non ne tirò copia, anzi invitommi affinchè io me ne fossi 
occupato, ho creduto di pubblicarlo. Ed è ben convenevole che fosse 
da tutti conosciuto il testo di un documento che è per se medesimo 
prezioso, tanto perchè è riguardato come la caria più antica deUe di' 
plomaUche dei nostri tempi normanni; quanto perchè chi ha percorso 
le opere di diplomatica fra le quali quella sommamente pregevole del 
celebre pubblicista Giovanni Dumont barone di Carlscroon (3) e il sup* 
plemento fattone da Rousset (4), ben di leggieri s'avvede che sia il 
primo e il più antico trattato di commercio che dai moderni popoli 
ai fosse fatto, o che di quei che furon fatti ci rimanga. 

E a me pare che importantissimo fosse ancora a disvelare un fatto 
ttorioo di ben grave momento, pei tempi appunto cui si appartiene. 

Erano ani finir del secolo undecimo i Genovesi, come ognun si ri- 
corda, quel popolo illustre, d'animo risoluto, pronto di mente , ar- 
deotisaimo ed operoso, che umiliar doveva Costantinopoli, distrugger 
Pisa, porre a stremo la rivale Venezia, produrre Colombo e Doria. 
Eppure al cominciar del duodecimo secolo, quando in disperato eccidio 
dibaltevaai la misera e sconsigliata penisola nostra, quando d'insolentir 
Bon cessava col papa il quarto Arrigo imperator di Lamagna per la 
Eotiaaima quistione delle investiture, e flagellava i paesi d'Italia pei 
quali altiero acorreva; e quando Cremonesi e Bresciani , Lodigiani e 
Milanesi battagliavano aspramente fra loro ; e quando Pisa e Lucca 
deaolavansi a vicenda , e quei di Padova e i Trevigisnt e i Raven- 
Beai coi Veneaiani da barbereschi pugnarano, nessun cenno fasai da-^ 
gli storici né di Genova, né di Genovesi. Era adunque conquisa quella 

(i) QQ. H. 6o, piig. i5a. 
(a) QQ. H. la. pag. i53. 

(3) Corpi univ§nd dtplomaiìqu9 du droU d§t gens. Amsterdam 1716. 

(4) SupplimiiU €01 corpi univerat dipU>mati<pu ec. par M. Barltryrac eie. Amitefdam 173^ 



7 
potente Bazione? era dessa io ittato si abbietto e sommesso da dob 
contare né punto, né poco? No, e mai no, per vero, che forse fu mas- 
sima gloria per quella repubblica, la quale né indebolita od oppres- 
sa, né avvilita o distratta si stava, Tessersi maatensta illesa in tem- 
pesta si forte. Fa di ciò pruova chiarissima qoel che operawsi da 
essa nel 1i20. D'ira feroce ardevano i Genovesi coatro i Pisani ^ e 
con cenquaraotasette fra galee , legni coperti ^ golette e navi da ca- 
ncoy ventidoemila soldati mandavano a spaventar Pisa, cui dure im» 
posero anzi assai dure condizioni di pace. Ne é pruova ben anco il 
£avore che il secondo Ruggieri accorda vale nel 111 7, pel diplooM che 
ci occupa; allora quando se potentissima Genova non era , riusciva 
meglio a quel re che accordato l'avesse ai poienti nemici di essa* 
Ciò che forse avria fatto, se prevedalo avessa che con ingratitudine 
ne sarebbe stato pagato; e che secondac quella doveva le prelensiooi 
degli strani, quando al secondo Guglielmo il regno avrebbe tentato di 
usurpare l'ardimentoso Barbarossa. 

E pubblicandolo ho stimato d'indirizzarlo a Voi,, che lome siete detta 
lettere nostre preclarissimo, e tanto avanti sentile in diplomalica; né 
solo per darvi un pubblico attestato di slima e di riverenza^ ma per 
ispronarvi ad arricchire la patria de' lavori vostri, di che vi fece pre- 
cetto il maestro nostro, l'ìoarrivabile e non mai abbastanza lacrimato 
Scinà. 

Il diploma é il segoente: 

Stryi^^ioy yevifjLSifw ir«p' if/LoU Tosxgpcot; xcS//nTO< KaAa/3pt«$9 xat Si« 
suXcW TÒ ifCiioOèif 'OyfipiV ri nsvaoX^ FiyouAS, noi 'AfAc'xi^ r^ dmori 
iiSeX^qi' fiVkv aBicrsfiii iyii%riwas Ssxdms srovs ^X'^^ 662&. 

rdis %aSi9,fkf «cVcy %aì oxi^JiaXoy irpos iiyii^ ifCiietìwvfàifoiSj xat rouro 
pulXXoy £s' cUt ^ikirzeiv iicobyyàùjifjiiifoisi ^ iixcaw routois imf &us noi 
XOfi^iV a/wifiea^cu* Si» rouro rous ir^povras Sio Hsk^^XfSj rwre xùpiox 
'Oyipcoy xftì nypiov *Apeixi)y. roi^urnv nftv iCfÒQ i^fi&s wtw iidSfeaii^ 

^fòs rò xai Ire icfioiufioxépovs yi)fe^cu its ris iifuripiOL^ SouX^oc^. K»ì 
ioopovfjLCSct ivroUj sy rSi C^' i^fAÌs xolorp^ ìlleaarin\Sj ncpis rè l^da ijtifos 
r^s daXoaoin; iis ròy pvaxoi ròv xotrepxóftóyoy in r^s 'ny^^ '^oi iyiou 
Asoyrtouy xhcohìxùì rris Sit\fAÒaief.s òSovy rò sirodui^coy dpyoifj ncpòi rò 



8 

flEyftKftcycaaic »jxoòs o^ir/reóy, is /^ovXoyrat* 6v rò ptiy irXolro; ópfAians 
?/xft, rò Si jbtnxo; «XP^ ^^^ S^obXflbdTi; o^vrii;* jrc ii irftps'xcty fliuroc^ 
Hftr «rv((T(oy XP^^^ oyflbXirpfty ftUy XP^^^^9 ^^^ ^^^^ Ixoig'oy* i^ Si «Ipx^ 
Tou XP^^^'^ viTApx^K fllirò ri(s ^pdvnas oe^refipiov fxviyò^, tt[s iycg'ft/utiyinff 
&x«rias yStxTCdóyoff yotr pevjy xftf ctvrw iepayfÀ»riWy xw ycyopieydDy «uroc;, 
xftt pieXXóyroDy i^épx^^^^' ^^^' wtS»* &xi fieri tm iy^p^oy mr£y* 
iXP^ 'ffoaov rcupioav e^i^xoyr» XP^^^^ AfciLpificiil^òfjisyov ri KOfAipntov tifi Se- 
Sóyftc r' jyft Ixa^oy «vrvy xoii roSro ^x^ey obrou; rò idptfjt» o^rov oy 
Tiix^<'iy <x/3oiXe<y icpayfjL^uiw in r^s X^*^ ^^ '^^ iSexeXcft^. 'Et 
Si TCBpiwixepot rw i^xoyr« rapiooy dvoLfiifia^ea^cni ro %OfjLÌpKtoyj iitó 
rm ^|iixoyrft iccapix^iv ri iiCiìu{fA€v» Scxac», x^^m ò nris X^^^ ruiro; 
I^Vy, fAii ex^cy Se iSwv teyi rdoy ri vfilrepsL itomoxj^rón^ ir»p9patfcy iroic'fy 
eV rors opcoc; tovroe^, AXi puri St rotk ScaiSóxou; i^mw ii xXYipoyópeou; 
xciLpctrpipeiy rò rocouroy i4/^£y irpóarotyptoi , auytTipeiy Se pt&XXoy xaè 
ftXrfrrecy MrobpaSrpocuaroy xoi) r£y dvrm KknpovófMV^ M rovro ye^p av- 
inHo^s ^i^ciacnyr&s xac /SovXXaòa^yrss ocurò t^ S(«peoXYÌpS(}) viV£y /SoùXXjk 
wirdis ifceScBKcufjtiVj peviyi xac /ySixreSyc ro?( dlyo) ysypoLyLyiyoi^^ 

"Erou; s^x'^^ 6625. 

Td^xf'pcos xd/xYis KftXft/9pift$| xftc I^cxeXfft;. 

Cioè, tecondo la tradauone pabblicBtaoe dal Gregorio: 

Sigittum factum a me Rogero Calaòriae et SiciUae comite , et tradì- 
ium Ogerio Consuh Januen$tumj ejusque fnUri Amico ^ mense scptembri 
Indict. X, arni. 66^5 (Chr. 4447). 

Qui iinceram fidem incorruptamque nohìe praeseiuleruni , eamque in 
dies comervaiuroi spoponderuni , ha aequum est muneribus et gratus 
prosequi. Idcirco praetentes duos fratres dominàm Ogerium et dominum 
Amicum hujusmodi erga noi animi propensionem ac fidem jam Oiten- 
dentei^ aequum censuimui dono aliquo e^cere^ ut etiam prompiioree ad 
nostra servitia redderemus. Vobis itaque donamus juxta casteìlum no* 
sirum Messanae uthis. ex parte^ quae oram maritimam t^spicitj ad fio- 
mariam descendentem ex fonte Sancii Lionis a parte publicae viae^ Ha 
descriptum spatium loci ad reparandam dvmum prò suae libito volunta* 
tis , cujus latitudo est ulnarum decem , longiludo vero ad mare ipsum 
extendiiur. Rureue etiam eisdem concedimus annua tim euilibet ipsorunt 



9 
iolvendam libram auri: anni autem inilium a prima die mcmis septem- 
bris instantis dedmae indiciionis sumalur. Nec non ex mercimoniis quae 
exercent , vel ipsi aui eorum homines in posterum eruni excrcituri , $i 
ad larenoi auri sexaginla solutio duanae ascenderil^ eos libere merces 
extrahere ex nottris SiciUae lode; quod si duanae soluiio sexaginla la' 
renos excesseriij volumus eos juxta loci consuetudinem aequam duanae 
rationem solvere^ sexaginla larenis exceptis. Volumus aulem^ ul eorum 
nemo qui noslris negoliis praeesl hujus concessionis limiles praetereal , 
immo vero neque haeredes aul successores nostri hoc noslrum praeceplum 
infringanl^ quin immo cuslodianl ipsum^ ac a suis haeredibus jurenl ob- 
servandum. Ideo proinde ul morie est subscribenles el plumbeo sigillo 
nostro munientes hanc pagìnam ipsis Iradidimus anno mense el indictione 
praemissis. 

Rogerius Calabriae el SiciUae Comes. 



Mo9Tiu^so voi, If^, 








je <■ J' 



^ *) V. j^r «» e Mitf .«inaili «Itera e jig g naj . 

*^*^*-*-^ .V i^r'*;:A. t tM^r^l'-i -• ti h'^ei» irei ii«»ft xtdiLj 

*^*^.A rjvi,»^, per vite fi -:ut*i-* er'*gr.i.niff3i^ € a scnàiiifxsa ^^s* 
f»-i.Vr 1. 1 i»: IT>; ia l'%x*y^j^ Lia <^ ii4*-a joa ri«iJCi\a coen / 

^>;«.v-». *r^ %-A fu.i«v> tó *t fi-l'-a fyarsc ii pric«»:r« ìa reste 
^^■^ttf^e u Yeft%^a« ^ flit^i.^s. vzfjsAA apcoaia lì ncaimcsLl^ ia di- 

^,, ^-0^ *-••» fH' ^' * *'*- 



11 

Or è certissimo che fa il disegno della medesima invialo ai pro- 
fessor di Rostock, al sommo 0. G. Tychsen, il quale corrivo sem- 
pre a far copia del saper sno, con troppa facilità prestandosi a spar-^ 
ger sadori sn carte mentite o rozzamente segnate, ebbe piii volte a 
pagare amaramente il fio della sna preci pi tanza, e servi non di rado 
per zimbello a perfidi ingannatori a a maligni^ con suo graTC dis« 
doro. 

E poiché j siffatto disegno non fa a lui ben corretto trasmesso , 
quindi abbencbò vi travide da maestro talune parole , pure non ne 
colse intera la frase, né si fé' grave scrupolo che mal reggevasi in 
gramatica, e peggio in sintassi. N'ebbe dubitanza però, e quindi pre- 
gava perchè pia esatto disegno si fosse a lui mandato , onde rive* 
derlo e correggersi: ma ciò non fu eseguito, e la sua traduzione fa 
impressa nell'opera suddetta del Danieli (1), e per giunta, con molti 
errori nel testo della stessa scorretta datane lezione araba. £ (ciò che 
a me parve incredibile) la versione fu ristampata dal Gregorio (2), 
senza la menoma osservazione od avvertenza. 

Non è già ch'io ardisca supporre in me maggior perizia che quella 
aveasi il Tychsen j poiché ben pochi pervengono in siffatti scabrosi 
studi al seggio su cui si asuse quell'illustre maestro dell'Adler e del- 
l'Erdmann; ma grande essendo stato il mio vantaggio su di lui nello 
aver potuto studiare il monumento in originale, ho quindi ben chiara 
potuto leggere ciò che nella gemala in realtà si contiene, cioè: 



che può tradursi: 



IN DIO 

GESU' SPERANZA MÌA. 

CONFIDO 



(^0 Loc. cU. pug. 8i, nofcrCt), Uv. N. 

(a) DUconi intomo aUa Sicilia lom. II, p««« 4^« 



LETTERA H. 

AL PROF. GAN« ALESSANDRO GASANO 

sulla corniola con leggenda aeabica nel diadema 
dell'imperatrice costanza. 

A Voi, per coi è bastevole elogio e meritato , che saccedeodo al 
sommo Scinà, sostenete la gloria della importante cattedra di fisica, 
debbo pare qod poco la nostra Cattedrale; perchè con ardore pari al 
saper vostro ne avete procaratò di ripalire i magnifici monamenti d'ar- 
*®> ® Pf<>vvedere alla perenne loro conservazione. 

E perciò che, tra le tante cose, pensaste a collocare in bella mostra 
assestato il berretto, o meglio il diadema prezioso dell'aragonese Go- 
stanza, che fa moglie allo svevo imperator Federigo re di Sicilia. È 
desso guernito di grosse gemme, la più parte grezze, e ona corniola 
trovavìsi con araba leggenda. 

E soperfloo, che io mi occupassi della descrizione di quello che il 
<>erretto rigoarda, perchò fu questo egregiamente e a sufficienza adem- 
piuto sin dal 1783 da Francesco Danieli nella sua riputata opera / 
Regali sepolcri del Duomo di Palermo riconosciuti e illustrali (1). Ciò che 
mi spinge a dettar questa lettera ha riguardo solo alla iscrizione della 
corniola, che Voi stanco delle futilità sparse in proposito, da gente 
inscia di siffatti studi, diciferala nel miglior modo voleste, onde in- 
cidersene la versione in metallo, accosto appunto al monumento in di- 
scorso. 

(I) Capo nix, p«g. So a Sa. 



11 

Or è certissima che fa il disegno della medesima inviato ai pro- 
fessor di Rostock, al sommo 0. G. Tychsen, il quale corrivo sem- 
pre a far copia del saper ano, con troppa facilità prestandosi a spar-^ 
ger sadori su carte mentite o rozzamente segnate, ebbe piii volte a 
pagare amaramente il fio della sna precipitanza, e servi non di rado 
per zimbello a perfidi ingannatori a a maligni > con suo graTC dis« 
doro. 

E poiché j siffatto disegno non fa a lui ben corretto trasmesso , 
quindi abbenchò vi travide da maestro talune parole , pure non ne 
colse intera la frase, né si fé' grave scrupolo che mal reggevasi in 
gramatica, e peggio in sintassi. N'ebbe dubitanza però, e quindi pre- 
gava perchò più esatto disegno si fosse a lui mandato , onde rive* 
derlo e correggersi: ma ciò non fu eseguito, e la sua traduzione fa 
impressa nell'opera suddetta del Danieli (1), e per giunta, con molti 
errori nel testo della stessa scorreita datane lezione araba. £ (ciò che 
a me parve incredibile) la versione fa ristampata dal Gregorio (2), 
senza la menoma osservazione od avvertenza. 

Non è già ch'io ardisca supporre in me maggior perizia che quella 
aveasi il Tychsen ; poiché ben pochi pervengono in siffatti scabrosi 
studi al seggio su cui si assise queirillustre maestro dell'Adler e del- 
l'Erdmann; ma grande essendo stato il mio vantaggio su di lui nello 
aver potuto studiare il monumento in originale, ho quindi ben chiaro 
potuto leggere ciò che neUa gemoia in realtà si contiene, cioè: 



che può tradursi: 



IN DIO 

GESU' SPERANZA MIA. 

CONFIDO 



(^0 Loc. cU. pug. 8i, notsT (t), Uv. N. 

(a) DUconi intomo aUa Sicilia tom. H, P««* 4^- 



12 

Che te poi si Tolette dar laogo ad na giuoco di parole , per altro 
non improprio dei tempi in che fa dettata la leggenda che ci occu- 
pa, significando la voce u(À> anche sono coiianiCy aUnderebbe al nome 
della posseditrice, e starebbe con maggiore esattezza in gramatica di- 
cendo: 

IN DIO 

OBSU' SPEaANZA KIA 

SONO COSTANTI. 

Palermo SO. novembre 4846. 



LETTERA III. 
AL DUCA DI SERBADIFALGO 

INTORNO AD VNA INGIUSTA GBITIGA PUBBLICATA IN VIENNA 
DAI. BABONB GIUSEPPE DE HAMMEB-PUBGSTALL. 

Qaindoqae bomu dormiUt Homenn. 
HoRÀT. De art pou. y. 359* 



Qaand' io seppi che odo dei pih grand' nomini del secolo, riHostre, 
il venerando, il celeberrimo barone Giuseppe de Hammer, consigliere 
aulico , interprete presso la Corte ottomana, scrittore di stupende 
opere, compagno del De Sacy e del Frahen, erasi occnpato a dar 
giudizio del primo volume delle mie Opere provai un improvviso bat« 
ticuore, e fui bramoso di leggere ciò che detto ne avesse; che la 
rinomanza dello scrittore mi eccitava impazienza incredibile, anzi intol- 
lerabile. Lessi. .. rilessi C")... e si assicuri, signor Duca chiarissimo, 
che, abbenchò persuaso che Fuomo straordinario abbia terrore a compa* 
gno (**), di trasognare mi è paruto, e mi pare. Né già mi dolgo per 
cagione del biasimo, al quale non si diventa mai insensibile come lo si 
diviene alla lode ed all'onore; ma perchè mi trovo invece mortificato e 
dispiaciuto, nell'esser costretto a disvelare al mondo, che De Hamnier, 
il sommo De Hammer, quello stesso De Hammer che sono appena pochi 
anni, mi ricambiava di doni e mi colmava di elogi tanto esagerati che 
avrei rossore a ripetere, ora elevandosi, senza la menoma provocazio- 
ne, a scortese ed ingiusto censore mi ha chiamato reo di colpe da lui 

(*) Jahrbiicher der Liumtur « januar, februar^ man i84lt voi. cxru. Sic&ianisehe JL- 
tertkumer. 
(••) MenegheUi Opere, voi. yii, pag. 54. 



14 

ioTentate del tatto. E raffaaolaodo alla disperata inttaliezze ed errori^ 
iiranezze e menzogne , ha credoto prendersi ginoco di me che , sod 
uso a rignardare il terreno pria di mettervi il piede. E dimenticando 
che non esiste monarchia, ma solo esiste repubblica letteraria, sa- 
lendo sulla bigoncia, ha sentenziato con qnel tuono d'infallibile, che 
non è concesso ad alcuno. Né ciò è accaduto su materie speculatiTe 
ed astruse, ove talvolta, e forse sempre , i grandi debbono aVer ra- 
gione a fronte dei piccoli anche a dispetto del senso comune; ma è 
accaduto in cose di fallo e eolo di fallo in cui non è mestieri di £• 
sicare, e discutere; ma di leggere e di osservare. 

Le parrà troppo, senza meno, qoant'io asserisco... ma io le con* 
fesso, che quantunque avvertito dalle parole di Gharmoy (*), che Torien- 
talista di Vienna travagliasse veramenle con troppo leggerezza^ anche a 
me sembra troppo: eppure è indubitato. E perchè le mie parole ab* 
bian tutta la forza, e venisser suggellate dal pubblico giudizio, ho di* 
visato ristampare per intero V artìcolo che mi riguarda (**), apponen- 
dovi opportune note, perchè faccianfede ai presenti, perchè la facciano 
a' futuri, che qualunque prestigio svanisce imianzi al severo tribunale 
della ragione- 
Indi per l'oDor della amiola alla quale appartenni, per lo afletto 
che è in me ancor caldo verso V estinto mio maestro; e per avvertir lo 
straniero, che non è da prode imbrandir l'arma dei vili — la calunnia — • 
per menomare il valore degl'Italiani, fioanco nelle opere dell ingegno, 
ristamperò del pari anche annotato Varlicolo con che svillaneggiasi To* 
pera importante del professor Morso. Nome che dovrebbe essere ce- 
lebre pure oltiemonti, se la celebrità degli uomini, al dir del Leo- 
pardi (***), non dipendesse piii da fortuna che da ragione; senza che 
alcuno possa promettersi sicuramente di acquistarla per merito quanto 
sia grande, e acquistatala conservarsela lungamente. — Ai fatti. 



(*) Obsérvation mr U lefov d§ TumnJjuOgtoU'Moustafa-Jga TcriUble philoiophe turk 
à Si. Thaddée Bulgarin rcdacknr de tJbtiUe du ^ord etc, S. P^tertbourg 1S118, pag. 4. 
(**) Secoado U Teniooe fatUoe dai diligente ed erudito signor Gioranoi Arteti. 
(•♦•) Opm Tol. a, pag. 339. 



15 
ANNALI DELLA LETTERATURA 

Gennajoi febbrajo, marzo i847* 

Art* /• DMtcnixroNB dì Pàlbbmo àntìco ee. dì Sàitàtobe Móbso. 

IL Del Doomo dì Monreale ee. del Duca di Serradefalco. 

Iti. Opere di Vincbkmo Mvrtìlubo u» voi. i , PaUrmo dalla itamp$ria 
Orttea i843 $e. 

Di queste tre opere riaoite sotto il titolo AirriCBiTA' Sicilurb, la prima Z>«- 
icrizione di Paltrmo amico, appartiene cosi alla topograGa come alla paleografia 
orientale, la seconda all*architettura, la terza precisamente alla diplomatica. La 
prima ò ana continuazione della lustrale rivista della letteratura orientale pubbli- 
cata dal 1820 sino al 1840, di cinque in cinque anni, nel di cui terzo il libro sa- 
rebbe appartenuto, ma per niun' altra ragione n manca se non perchè allora 11 
critico non ne ebbe notizia. Sebbene più tardi il conobbe di nome, nondimeno 
resta egli tenuto del tuttora in Vienna raro esemplare, non che della prestante 
opera della Daeriziùnt del Duomo di Monreale , unicamente alla generosità del« 
l'autore deirultima delle tre suddette opere, il signor Duca di Serradifalco , con 
cui ha egli nel congresso dei naturalisti in Milano ricambiato concordi idee sugli 
avanzi dell'architettura saracinesca in Sicilia, e sopra l'influenza degli stessi sul- 
l'architettura delle chiese cristiane. Il cenno della grande opera dello stesso au- 
tore, che contiene tutte le antichità e i monumenti delle Sicilia, e di che sinora 
son comparsi quattro volumi in foglio , si sarebbe dovuto fare in questi Annali 
unitamente alle due eccellenti opere Storia dell'arte per Kluger, e Storci delle arti 
figurate preuo gli antichi per Schnase *, ovvero con le testò pubblicate quattro 
opere sull'architettura araba, di che si ò parlato nel ax volume di questi Annali. 
Il cenno che quivi se n' ò fatto può dunque essere riguardato come un'appendice 
a quei sei fogli di storia dell' architettura araba , menzionati al cix volume di 
questi Annali, come pure il cenno del primo volume delle riunite opere del signor 
Marchese di Villarena (Vino. Mortillaro), nel quale si trovan pure dei testi orien- 
tali , come una aggiunta a' due volumi della storia della Sicilia sotto gli Arabi, 
da molti anni dallo stesso autore pubblicati, il di cui terso volume abbiamo sin 
oggi inutilmente aspettato (1). Noi cominceremo i nostri cenni dall'ultima pubbli- 

(1) Io ODO ho mai staoipato due volumi di storia arabo-sicula, né 
promessone un terzo. Il crilico comincia sin dalle prime a mostrar 
la soa inesattezza confondendo un autore con qq altro. Lo scrittore dei 
dae volumi di cui certo intende far cenoo il De Hammer è il signor 

* AcccnntU nel cy yoliunc di questi Annali. 



16 

cita delle tre suddette opere, trapasseremo io segaito alla topografia di Morso, 

e chiaderemo col Duomo di Moureale del sigoor Duca di Serradifaleo. 

Il primo volume delle riunite opere del signor marchese di Villarena contiene 
innanzi tratto un abbozzo di cento pagine propriamente bibliotecario trascritto 
con istudio bibliografico, che di poi fu scritto relativamente alla biblioteca comu- 
nale di Palermo, in tre capitoli (2) , di cui il primo tratta delle biblioteche , il 
secondo dei bibliotecarii, il terzo della storia lettersria, al che conseguita l'ap- 
pendice suddivisa anch'essa in due paragrafi, Il primo dei quali dà particolarmente 
ragguaglio delle biblioteche di Sicilia distrutte, e di quelle conservate, e il se- 
condo della biblioteca comunale di Palermo (3). Che si molteplici obietti non si 
possoQ trattare se non superficialmente in sole cento pagine , risulta già dal li- 
mitato numero delle pigine (k). La prima divisione tratta delle pubbliche biblio- 
teche; la seconda. di quelle famose distrutte dell'antichità , dell'Alessandrina. deN 
l'Attalica in Pergamo, di quella dapprima in Atene da Pisistrato fondata; di quelle 
di Guido ed Apamea; di poi di quella di Asinio Pollione per volere di Angusto; 
indi delle due fondate dallo stesso Augusto (l'Ottavia e l'Apollonia); inoltre della 
biblioteca di Tiberio presso il palazzo di lui; di quella distrutta da Ulpio Trajino 
per consiglio di Plinio il giovane; della gran biblioteca di Costantinopoli; di quella 
che Cassiodoro , ministro di Teodorico fondò in un convento ; e delle due che 
contemporaneimente il pipa Ilirione istituì nelle chiesa di s. Stefano* Fra le di- 
strutte fimose biblioteche manca una delle più grandi ed importanti precisamente 
quella di Tripoli in Siria, di che il signor Quatremère il primo, sul manoscritto 
viennese di Ibn Ferat trovato allora in Parigi ha dato notizia nel 2^ volume delle 
sue memorie geografiche e storiche sull'Egitto*. L'asserzione che la stessa bi- 

Carmelo^ Mariorana^ che non è sinonimo, nò anagramma dì Vincenzo 
MoriiVaro; e la di coi dotta opera ha per titolo Notizie storiche dei 
Saraceni Siciliani Palermo voi. i"* 1832, voi 2"* 1833, per poh- 
blicare il cui terzo volume attende Taotore olterìori monomenti e do- 
cumenti arabo-siculi da cui trarre profitto. 

(2) Dovea dir Parti per essere esatto^ e ognuna d'esse è divisa in 
eapitoU* 

(3) Non isti bene in un critico tanta inesattezza^ perchè invece di 
due dovea dir quattro paragrafi, dovea dir che il primo tratta delle 
biblioteche distrutte di Sicilia, il secondo delle vìgenti, il terzo del- 
l' introdozione deirartc tipografica fra noi, il quarto della nostra storia 
letteraria. Ed è dopo di tutto ciò, che segue il cenno della biblio- 
teca comunale di Palermo. 

(4) Vedi la seguente nota (14). 

• Mimoirti géùgraphiques et hiitoriquet tur FEgypte, K>b. h, p. 5o6. 



17 

blioteea racchiadea tre milioni di Tolami, tra' quali solamente 50 mila eseibpliri 
del Corano, e 20 mila cementi del Corano, è indubitatamente un'araba esagera- 
zione, che a renderla in qualche modo credibile dovrebbe assolutamente decimarsi 
d*un zero; non ò però a dubitare della sua storica esistenza, e si sarebbe dovuta 
menzionare non altrimenti che la gran biblioteca del Cairo, e delle 24* altre bi- 
blioteche arabe, di che ha fatto cenno il signor Quatremère nella sua aggiunta: 
Sur le goik des livrei ehez h$ Orienlaux *. Siccome l'aggiunta del sig. Quatremère 
comparve cinque anni prima dell'anzidetta opera del sig. Marchese, cosi da questi 
come Orientalista dovea tanto maggiormente aspettarsi la conoscenza di quell'ag- 
giunta; inoltre l'aggiunta del sig. Quatremère non è che imperfetta; dodici biblio- 
teche, le quaH mancano nel lavoro di lui e che esistono nelle medresè del Cairo', 
gli sono state indicate in questi Annali, ed una seconda dozzina mancante presso 
il sig. Quatremère, si riserva il critico di indicargliela in altra occasione. Di queste 
Ire dozzine di biblioteche àrabe il sig. Marchese non ha veruna notizia (5). La 
rivista che vi conseguita delle biblioteche attualmente esistenti in Europa è al- 
trettanto imperfetta quanto lo è quella delle distrutte (6). Secondo l'antiquata sor- 
gente della greca paleografia di Montfaucon, si mette alla testa la biblioteca del 
monte Athos, come se colà esistesse una gran biblioteca di tutti i conventi, che 
giammai yi è esistita. Sulla povertà delle singole biblioteche dei conventi cosi in 

(5) Se io mi fossi proposto di dar l'elen€0 di tutte le dozzine di 
biblioteche araòcy anei non solo avvertite le due dozzine annunziate 
dal sig. Quatremère, non solo l'altra dozzina da costai dimenticata e 
avvertita nel giornale di Vienna; ma anche avrei aspettato che il signor 
De Hammer avesse enunciato la quarta dozzina^ che dice aver in pe* 
dorè. Di piìi avrei invitato tutti gli Orientalisti delle cinque parti del 
mondo per vedere se altre dozzine ne avessero potuto rinvenire; ciò 
che per altro pare che non dovrebbe essere tanto difficile.... Ma io 
non m'impegnai ad enumerare quante dozzine di biblioteche arabe 
erano mai esistite sulla terra: come dunque ciò pretendesi dal signor 
De Hammer? 

(6) Memore del detto di no antico, ben mi persuado che c< il pia- 
cere a tutti in uu'opera difficile è difficile: EpyfjLMiy fv x^^^^^oes irSary 
iSéiy x*^^""^^^* Potrà quindi a taluno parere imperfetta anzi imper- 
fettissima la rivista delle distrutte biblioteche. Ma lo sarà forse per 
la deficienza delle dozzine di librerie arabe? — Dovrei cosi credere, 
perchè nisson'altra censura il critico ne ha annunziata. 

* JoumàL Jàiatiqui, troinéme sèrie, tom. ti, pag. 35. 

MOMTìLLAtLO VoL IF'. 3 



18 

maDQscritti come in libri stampati, hanno date oltimameote ragguaglio i tre pel- 
legrini tedeschi che andarono al Montesanto, cioè Zaccarlil, Grisebach e Fallmo- 
reyer (7). Alla biblioteca del Monte Athos conseguita immediatamente quella di 
Marocco, di cui sin oggi tanto poco di preciso si conosce quanto di quella non men* 
lionata di Tunis (8}. Disdicevole affatto si è per un Orientalista che Intorno alle 
biblioteche di Costantinopoli • non conosca altre sorgenti che il viaggio di Spoo 
nell'Arcipelago, e nulla sappia deiropera di Toderinl, e molto meno del ix volmne 
della storia del regno Osmanico (9) , in cui si noverano le quaranta biblioteche 

(7) Citare sulla fede del portentoso Montfancon non è citare sulla 
fede di no ciabattino. E per distrnrre un fatto attestato da quel 
sommo vi vuol altro che rassicoratione di tre pellegrini tedeschi. 

(8) Mi perdonerà il signor De Hammer se non posso menargli buona 
siffatta asserzione, che viene smentita da Ali Bey nel suo Fiaggio 
tom. I, cap. 8, e dal Balbi nel Saggio statistico suUe biblioteche di 
Vienna^ pag. 81. 

(9) La vaoità di voler citate a torto o a, dritto le opere sue fa 
dire delle stranezze al De Hammer, e delle inconsiderate asserzioni. 
Perchè non si dovea da me citare l'opera del dottissimo Spon?... 
L'ho io forse citata fuori proposito, o altri avea corretto ciò ch'io 
avvertii sulla fede di lui 7... Era questo il caso in cui avrei potuto 
citare invece dell' opera dello Spon quella che le è immediatamente 
posteriore di G. B. Donado Delia letteratura dei Turchi Venezia 1688. 
Quando por questa fosse stata erronea pò tea servirmi della Lettera^ 
tura turehesea dell' ignaro di lingua turca ab. Giambattista Toderioi, 
di cui non solo conosco l'edizione pubblicata in Venezia nel 1787, 
ma anche la traduzione francese del Gouroaud stampata nel 1 789, e 
la versione tedesca dell' Hansleutner venuta in Iqce nel 1790. Avrei 
dovuto anche trovar manchevole questa, per citare l'opera di Muradgia 
d'Obsson Tableau general de f empire Othoman^ la pih importante fra 
tutte quelle che esistono circa la nazione ottomana, e che i Turchi 
stessi han voluto tradotta nella lingua loro; e che il De Hammer non 
può dir che non sia buona, essendosene avvalso nel suo opuscolo 
stampato al 1841, che ha per titolo Ueber die reehtmàssige Thronfolge 
mach den Begriffen des moslimisehen StaaCs Rechtes^ besonders in Bezug 
auf das osmanische Reich* E se tutti questi ed altri non pochi scrittori 
fossero stati erronei avrei potuto citare l'opera dell'inglese Thornton 



49 

di Costantinopoli. Egli non ne conosce che una sola, cioè quella di Sulian Ha- 
med (che si chiama Ahmed) terzo, istituita nell'anno 1719 oeir interno del ser-» 
raglio. Si mettono in dubbio per metà le biblioteche Chinesi (10), e in un modo 
singolare accoppiate con quelle esistenti a Fez, Gaza e Damasco (il) «Si pre* 
tende da molti esservi nella Cina biblioteche dì non piccol momento, come pure 
a Fez, a Gaza, a Damasco, d 

Siccome la China ribocca di libri stampati, cosi non ti possono mancare le 
biblioteche; ne* 32,000 volumi che Erpenio pretende aver veduta nella biblioteca 
di Fez vi sari per lo meno un zero di più (12) ; di una biblioteca in Gaza il 
critico non ha mai udito parlare, e nulla risaputo da' numerosi viaggiatori che in 
tempi recentissimi sono stati nella Siria (13). Nelle moschee di Damasco debbono 

tanto applaudita che i Tedeschi stessi, pei quali l'esattezza è il primo 
merito, appena comparve in Londra nel 1807, e pria che vi si fosse 
ristampata nel 1809, e pria che i Francesi l'avessero tradotta nel 1812, 
la fecero propria nel 1808 pubblicandola in Amburgo col seguente titolo 
Da» Tùrkische Reich in alien seinen Beziehungen^ aus dem Englischen 
von Th. Thomion uberseizet von Fr. Hermann. Anche questa dovea 
essere erronea per aver V obbligo di citare o gli scritti di Forter, o 
gli altri di Jones, o quei di Dalla way,.o i laTori di Rycaut, o an- 
che il IX Tolume dell'opera del De Hammer Gachichie da Osmanischen 
Reichci , gfosseniheils atis bisher unnutzen Handschrifìen und Archi- 
ven ec, che doq è riguardata al certo pel quinto evangelo, e dalla 
quale non avrei infine altro ricavato, che delle tante biblioteche co* 
stanti nopoli tane la pia ricca non conta 2,500 volumi I! 

(10) Né per meth, dò per terza parte; io ho detto alla pag. 15 
ce si pretende da molti esservi nella Cina biblioteche di non piccol 
momento » né dissi che in Cina mancassero i libri. 

(11) Ma che dissi forse che per andare in Fez, in Gaza, in Da- 
masco, bisognava passar per la Gina?... o che quelle erano terre li- 
mitrofe dei dominii cinesi? 

(12) Un zero di più un zero di meno non è cosa d'importanza 
in questo mondo. Ma parlando in sul serio, bisogna che il critico se 
la veda col celebre Erpenio, il quale avendo detto di avetU vedtUi 
certo non si smentisce con l'arditezza di un vi «arà. 

(13) Fer la biblioteca di Gaza il signor De Hammer senza chiederne a 
pellegrini ed a viaggiatori potea darsi la pena di riscontrare l'opera del 
Renaudot Hist. Patr. Altxandr. pag. 526, e la Storia universale della 
società inglese tom. xxiv Hisioire de VEgypie^ lib. xx, cap. ui, p.132. 



20 

esistere pareecliìe biblioteche, solla di cai esisteota o non esistenza Diuno potrebbe 
dare miglior conto dell' I. R. Console generale in Sirla, signor Adelburg , a cai 
già da molto tempo si è dalla imperiale biblioteca spedila la domanda di dare in 
luce le biografie degli uomini illustri del xii secolo dell'egira, il di coi autore è 
Cbalil Efendì el Demeschkl , cioè il damasceno , traendone gli elementi dalle bi- 
blioteche di Damasco (ìk). In Parigi oltre della biblioteca regia, si sarebbero do- 
tate menzionare quelle del Panteon, dell'Arsenale, e dello Istituto (15). In quelle 
di Leyden manca la menzione del tesoro dei manoscritti orientali, che sono stati 
descritti da Erpenius e del legato di Warner (16). E tanta più onore?ol menzione 
merita questo tesoro , quanto i Gdi custodi dello stesso mai non siedono come 
draghi sul tesoro cui vegliano, anzi pel megKo della scienza tian partecipato i loro 
tesori ad altri orientalisti , siccome praticava il signor Weijers immaturamente 
rapito alle muse orientali, e il successore , come è da sperare , cammina sulle 
stesse tracce di lui. Fra le biblioteche inglesi, si sarebbero almeno dovute rìmar^ 
care quella di lord Spencer, e quella particolarmente del museo di Londra si ricca 
di manoscritti orientali. Sembra che l'autore non conosca affatto l'opera di Dibdio, 
dappoiché tra le innumerevoli citazioni delle sue sorgenti nelle note, non si scor- 
ge (17). Fra le biblioteche tedesche, sono menzionate è vero, quelle di Annover, 

(1A) Il valore delle opere non sogliono i saggi ripeterlo dalla qoao* 
titk delle pagioe; e avrebbe dovuto persuadersi il aig. De Hammer, 
che mia guida era stata nel compilar Toperetta in disamina la espres- 
sione di Pindaro Olympie. Od. 1, t. 20, ipi^osv fiiv uopa^ds, coglier 
cioè la cima, lasciando a chi ne ba talento l'intera mietitura. Certo 
è però che se il signor De Hammer sin dal principio ha sentenziato 
che in cento pagine dog può trovarsi che un'opera superficiale, come 
poi ha la preteosione di volervi trovar racchiusa tutta la sapieoza 
occidentale ed orientale; né solo quella conosciuta, ma fin'anco quella 
occulta, che s'attende dalla penna di lui , e dalle notiùe che ancor 
non ha trasmesso il console di Siria Adelburg 7. •• 

(15) E dice benissioio il critico , ma pare che non abbia Toluto 
leggere la pagina 15 del mio volume, nella quale non solo quattro 
quant'ei ne conosce, ma cinque biblioteche di Parigi avvertii, e fino 
ne indicai il numero complessivo dei volumi • 

(i6) Ma non è il tesoro dei manuscritti orientali che distingue con 
particolarità la libreria di Leyda, lo è invece la famosa sfera armil- 
lare, di cui bastantemente parlai alla pag. 16 del volume criticato. 

(17) lo non iscrissi delle biblioteche dei particolari; non atrei po- 
tuto quindi senza peccare di $tmneua far meniione della Spenceriana, 



21 
Amburgo, Bernabargo, Coburgo, Alteobai^o, e con lo stosse (giacché tenne mai f em* 
pre l'ugnai rango] quella di Monaco (18); ed è ?ero altresì che tra quelle del Nord , 
sono citate quelle di Upsal, e di Stockholm, ma si passano Interamente sotto si* 

la qoale tuttoché mara?igHosa non lascia di essere al piti la prima 
di tulle le hihlioleche oggidì possedute da privati (Balbi loc. cit. cap.yn, 
pag. 47). Ma come poi dal non averla citala ne trae argomento il 
critico per provare che* ignoravasi da me del tutto la famosa opera 
del Dibdin, che cominciata a pubblicarsi sin dal 1814, occupa posto 
in tutte le biblioteche del mondo, come lavoro classico per quanto ri- 
guarda le notizie bibliografiche delle edizioni 7... C'entrava o no, doveva 
a forza citarla onde accrescere all'infinito le note, che tuttoché te« 
desco pur gli parvero innumerettoliì Unico e solo sarebbe stato il caso 
ia cui avrei potuto citarla, cioè quando feci parola dell'introduzione 
dell'arte tipografica in Sicilia, e quindi del primo libro stampato in 
Messina, cioè la vita et transito di san Girolamo (v. pag. 65 del mio 
volume). Ma non polca né dovea citarla allora, dapoicbè la Spence»» 
riana, abbenchè ricchissima in libri di prima stampa, non possiede la 
edizione in discorso, non trovandosi segnata nel quarto volume (p. f 24) 
dell'opera suddetta del Dibdin pubblicato l'anno 1815 che una edi- 
zione di Roma senza data; e altra anch'essa di Roma senza data se 
n'avverte nel settimo ed ultimo volume (pag. 54), che forma propria- 
mente il terzo supplemento del catalogo suddetto stampalo nel 1823^, 
e che ha per titolo: ^ descrìptive catalogne of the hooks prinled in 
the fifteenth eenlury lateljr forming part of the library of the Duke di 
Cassano Serra and now the properly of George John earl Spencer K. G. 
with a general index of aulhors and editions contained in the present 
volume and in the bibliotheca spenceriana and aedes althorpianae. 

(18) Scosi il signor De Hammer. Quella di Monaco si reputa una 
delle pia insigni non solo per essere stata fondata da an principe 
che è gran parte di storia pel suo tempo; ma- perchè contiene nien- 
temeno che 600,000 volumi stampati, e 10,000 manuscritti, come 
potrà osservare leggendo le aggiunte al suo Denis periodo 3, pag. 260; 
ma qoel eh' è più perchè è in effetti riconosciate per la seconda biblio- 
teca del mondo, come si persaaderà, abbenchè tardi, leggendo il pia 
volte citato Saggio statistico svile biblioteche di Vienna cap. viii, p. 84, 
di qael Balbi che lo stesso De Hammer mi ha ricordato; ma di cai 



22 

leniio qaelle di Copenhageo a di Pietroburgo (19). Aocbe delle Ublioteebe d'ltalifl« 
di che il critico nel suo viaggio italiaDO Doll'aono 18SS teutolto ne investigò, in* 
torno a' maonscritti orientali che si trovano in dieci delle stesse, cioè in Napoli, 
Torino, Roma (Vaticana e Barberina), in Firenze nella Laarenzina, in Bologna, 
Modena, Parma, Mantova, ed in quella di S. Marco in Venezia, de' quali si di 
ragguaglio in* nove lettere stampate * , ed inoltre su tutte e ventotto da lui in- 
dagate ha dato una particolare bibliotecaria notizia; di queste ventotto l'autore 
fa soltanto menzione di quattordici (30), rammentando nella Vaticana l'espressione 
pronunziata dal critico nella lettera summentovata: $ il D$ Hammn eompruo da 
maraviglia eUa a chiamarla v$ro $ magnifico tempio icUc mu$B **• 

La seconda parte della prima aggiunta tratta dei bibliotecarii, le di cui cariche 
non SI sono conferite che a dotti uoihini conoscitori delle cose, i quali non sole 
col loro nome fanno onore al loro posto, ma altresì il bene àhlìe biblioteche loro 
affidate, con cognizione delle cose sono in istato di promuovere , come p. e* in 
tempi recentissimi Angelo Mai e Mezzofanti , ai quali è stata conferita la carica 
di prefetto della Vaticana congiunta alla dignità cardinalizia: Però è cicUo $$mfr$ 
lodevole costume quello di conferirsi per lo più tale carica a persone dbs avessero 
potuto onoratamenie sostenerla. L'autore novera i nomi dei celebri dotti italiani, i 
quali come soprastanti delle biblioteche del mondo, eran prima conosciuti per le 
dotte loro opere. Egli non avrebbe però dovuto limitare si fatto novero su* dotti 
iuliani, ma estenderlo eziandio ad altri paesi (SI), tra' quali Denis appartiene al 

pare non avesse Ietto che le sole parole di lode che vi si trovano a 
lui tributate. 

(19) Mi dispiace che debba chiamar menzogna un'asserzione del 
De Hammer ; ma non so trovare altra parola volendo esprimere cosi 
apertamente contraria al vero. Leggendo infatti la pag. 20 del mio vo- 
lume si' troverà «... quella di PisnoBiinGO che deve la sua orìgine ec. 
quella di Copenhagen eretta ec. » 

(20) Io non ho detto che De Haoimer percorse nel suo viaggio le 
sole quattordici biblioteche d' Italia che io enumero , e molto meno 
scrissi che quattordici fossero in tutto le biblioteche italiane; ma sol- 
tanto ne cennai 16 (non 14) come principali biblioteche della peni- 
soloi nello stesso modo e certo piii estesamente che aveva fatto per gli 
altri paesi. 

(21) Io volli esprimere che per provare il mio assunto non oravi 

* Ho csamÌDato le biblioteche di Parigi e di Cambridge, la Bodlcjana e l'Ambrosiana, qucUc 
ài Germania e di Coitantinopolis ma io alcuna di tue non sono sUto giammai da tanta mara> 
viglia compreso qusnto nella Vaticana vero e magnifico tempio delle muse. — Lettera iii. 

** Nel 4a, 45, 47, 49, 5;^ 54f 69, e 6a rolnmc della BiUiouca Italiana. 



23 
primo rango, e per la saa Iniroduzione alla BMiografia^ e per la sua Storia della 
Tipografìa di Vienna ai acquistò come dotto un nome non minore che con le can- 
zoni di Ossian, e Sined, degno tipo dei più giovane successore, il consigliere di 
stato barone di Hiinch, il quale senza dubbio la gloria di poeta acquistatasi sotto 
il nome di Halm accrescerà per mezzo di quella di dotto sotto il suo proprio 
nome. Il non aver menzionato il sig. Marchese ambe le nominate opere di Denis 
sembra provare o che non si trovino nella biblioteca di Palermo, o che egli non 
conosca il tedesco (S3). Frattanto adduce la storia della Biblioteca di Berlino di 

mestieri andar cercando argomenti nei paesi oltramontani; ma che anche 
bastava volgere uno sguardo alla stessa Italia, ove il ptofessar lettere 
non è certamente un bel mestiere da poter allietare la vita. Il De Ham- 
mer però contento di aver cennato poche paròle della mia pag. 21, e 
avvezzo a saltare gì' interi periodi e anche le intere pagine (come ve- 
dremo più chiaro in appresso) non lesse qnant'io soggiunsi alla pag.22 
alla quale rimando chi ne avesse la voglia. 

(22) Già pria di tutto non è vero che io non abbia citato il sommo 
bibliografo bavaro Michele Denis, morto sol cominciar di questo secolo, 
perchè lo citai alla pag. 31, e appunto quand'era il proposito di no- 
minarlo. Ma se citato non l'avessi non era ciò argomento per decidere 
che o l'opera non si trovava a Palermo (mentre era stata pubblicata 
sin dal 1778 e ristampata nel 1795); o essendo in lingua tedesca io non 
aveva potuto leggerla. Mi peraietterk il sig. De Hammer che gli dica 
aver io letto qualche libro, ma nelle 100 pagine che sono cadute sotto 
la di lai sferza non sapea che avrebbe desiderato la rassegna o il cata- 
logo delle opere da me percorse nel periodo della mia vita. Se poi non 
avessi saputo leggere o farmi leggere l'opera del Denis, perchè scritta 
in tedesco, lingua in Italia pur troppo diffusa, dovea persuadersi il 
critico, che io ben l'avrei potato leggere nella mia madre lingua ita- 
liana, nella quale voltolla l'abate Antonio Rometti, il quale vi fece ona 
giunta maggior della derrata. Ed è di là infatti, e propriamente dalla 
pag. 264 del 3"" periodo^ che trasse De Hammer la notizia che io non 
avea ragion di segnare dei due lavori del Mosel e del Balbi, come noa 
istimai necessario citare l'opera di Ebert (di quell'Ebert autore ancora 
del prezioso libro bibliografico che ha per titolo Die Bildung des Bi^ 
hlioihehan) per la reale di Dresda, qaella di Le-Prince per la reale di 
Parigi, qaella di Blume per la Marciana, quella di Werloff per U 



24 

Wilker; miUa però sa di qaella dell*I. Biblioteca di Vienna di Hoiet, 6 ciò che 
è ancor più sorprendente né anche dell' Eaai 8taUitiqu9 sur Ut biUiothèquei de 
Vienne del suo compalriotta Balbi. Finalmente ignora la Guida ( di Scbelhorn ) 
pei biblioteearii ed arehivitii^ e cita solo il Lomejer De Bibliótheeit. Dopo essersi 
toccata brevemente, in due capitoli la tipografìa e la rarità dei libri (SS), si tratta 
nel terzo il sistema bibliografico, con che deve essere ordinata una biblioteca, e 
concepito il catalogo delle materie della stessa. La triplice partizione in scienze 
lettere e arti che propone l'autore ci sembra altrettanto difettosa quanto la geo- 
graCa, cronologia, e archeologia ordinate sotto il collettivo titolo della seconda 
classe delle LeUere, come se quelle non fossero da annoverarsi tra le scienze (24). 
Più acconcia di questa partizione è l'antica, dagli enei clopedici da lungo tempo 
messa in disparte, di Diderot di tutte le scienze sotto le tre rubriche di memoria, 
fantasia, e intelletto, che Tanti penultimo eapo della biblioteca di Brera in Milano 

biblioteca di Copenaghen ec. ec. Mi dispiace davvero la precipitanza 
dei giudizii del sig. De llammer. Sappia egli che io conosco V opera 
del dottissimo Mosel, che ha per titolo Geschichle der Kaiserl Konigl. 
HofìiblioUk %u TFieny stampata in Vienna nel 1835 io an volarne ia-8, 
conosco del pari Topera del sig. A. Balbi stampata in francese a Vienna 
nel 1835, e ristampata in italiano a Torino nel 1841 nel tom. 2 degli 
icriui geografici statistici di lai, pabblicati da sao figlio Eagenio; ma 
non so a qual proposito volea il De Hammer che io le avessi citato. 
Era forse per ricordare che la biblioteca di Vienna già famosa nel 1789 
e primissima, occupa ora appena il quinto rango fra le biblioteche del 
mondo, mentre quella di Monaco è salita al secondo grado immediata- 
mente dopo la regale di Parigi?... 

(23) Brevemente si; giacchò il libro non volea eccedesse le cento 
pagine: ma bisognava il critico esaminare se bene o male era dettato. 
Perchè estrarre an fatto storico da moltissimi scrittori fra loro discre* 
penti, e segnati a pie di pagina, e tali da apprestare materia per com- 
porre OH volume (in modo che avrei potuto ripetere le parole di Giusto 
Lipsio lapides et Ugna ab aliis accipìo: aedificii extructio tota nostra estl 
architcctus ego sum^ sed materiam varie undique conduxi)^ potrebbe far 
diventare gran merito e forse il piii difficile la brevità, se mai per av- 
ventura si trovasse anita al giudizio ed alla eradizione. 

(24) Il critico a?rà nella immensità dei suoi sludii dimenticalo che 
tatti i migliori bibliografi, e fra questi il suo Denis periodo 3, S ^llix, 
fra le bjglle lettera le anaoveraoo. 



25 
il dotto abate Gironi iBlitul per base al catalogo delle materie di questa biblioteca, 
e che fa conoscere il signor Francesco Rossi ne' suoi Cenni slon'et * , di che tanto 
più superfluo sarebbe il parlar qui, quanto gli stessi sono stali dì già con dettaglio 
indicati ne' fogli di Schmidt per la letturatura ed arte. E poiché siffatta opera, 
che descriTe la partizione della biblioteca di Brera è comparsa già nel 18&1, è 
molto meraviglioso che il signor Marchese di VìUarena non no abbia avuto due 
anni dopo notizia alcuna (35). Le tre tavole annesse alfopera del signor Rossi 

(25) Il sistema bibliografico non è la genesi dello scibile, e il De 
Hammer confondendoli dà a divedere sconoscerne totalmente l'oggetto. 
Ei potea dispensarsi dal ripetere tanta farraggioe di notizie note lippit 
et tonsoriòtuy dette, ridette e contraddette da secoli^ dove» leggere la 
BibUotheconomie di L. A. Costantin, e potea anche prendersi la pena 
di riscontrare la mia pagina .96 in proposito della libreria di Bre- 
ra, e della risposta da me data all'illustre bibliografo e storico ita* 
liano cavaliere Bossi. E finalmente dovea riflettere e persuadersi che 
per sistema bibliografico s'intende: il miglior modo di distribuire i libri 
negli scaffali di una biblioteca onde esserne più agevole la riunione ^ la 
collocazione^ e la ricerca. Idea su cui non si quistiona piii mai, e che 
trovasi anche nel librette che il De Hammer con tanto sussiego ci an- 
DUDzia. E tale l'opuscolo di Francesco Rossi che ha per titolo Cenni sto^ 
vici e descrittivi intomo atti. R. Biblioteca di Brera j ove si legge (p*1 1) 
che le biblioteche debbono essere ordinate in modo da poter fornire con 
facilità e prontezza i loro libri a coloro che ne fanno ricerca^ ed i catalo- 
ghi messi in rapporto col posto materiale dai libri occupato sono i mezzi 
per raggiungere questo scopo, E polca sovvenirsi ancora delle savie 
e modeste parole che servono di conchiusione all'opera del suo Denis, 
ove costui propone il proprio sistema senza però che nessuno sia ob- 
bligato ad adottarlo^ e appunto perchè aveva già detto al § xlv del 
3^ periodo^ che la divisione dei libri debba farsi secondo un sistema 
aproprio piacere: e sovvenirsi pura di quanto agli stesso il Da Ham- 
mer aveva osservato e dichiarato uniformemente a siffatti principii 
Delle biblioteche di Costantinopoli, in proposito del Catalogo dei eodici 
aro^i, persiani e turchi della biblioteca ambrosiana (v. Biblioteca italiana^ 
i. 94, ano. 1839, pag. 22 e seg.) 

* Cenni storici • descrtuivi iniomo ML R, BMioUca di Brera. Milano, i84t. 

MoMXìLLAKo voi. IV. 4 



26 

che ripartiscono le scieoze sotto la memoria, la /imfaiia, a l'tnlaKilfo danno io- 
vero una eiaurita, ma troppo penosa e nientemeno ana imperfettamente logica 
rivista, giacché p. e. sotto i! principale titolo Àntiquitata dipoi sotto il secondo 
Ifutitutionti le seguenti rabrtohe: Amiqmiaiei figuralla$, Palaeofiraphiaf Efigraphia^ 
Xumiimalica, Diplomatica stanno io ana e medesima riga , e a' due titoli prin- 
cipali poi i Morti sono coordinati, che son divisi in Sptetaeula, Cultus e Èhm 
itrieU dieti ; di queste tre partizioni le opere teatrali appartongono visibilmento 
tra le belle arti, il culto alla storia della religione, i costami alla etica, o almeno 
tutti e tre alla etnograGa, che nelle suddivisioni della geografia manca interamente. 
Ciò nulla ostsnte questa classificazione è dì molto preferibile a quella eccessivamente 
non-pratica enciclopedif:a, che in sette grandi tavole in foglio della Enciclopedia, 
sedici anni or sono comparve in Napoli, il titolo delle quali nulla ha di simpatico 
relativamente alla semplicità e chiarezza dell' esposto sistema *. Nella partizione 
del catalogo delle materie di una biblioteca si tratta meno di suddivisioni per dir 
cosi a capello delle singole scienze in conformità di filosofiche basi divisorie, che 
di una chiara pratica rivista del tesoro dei libri di tutte le scienze, la quale, fuor 
di dubbio, debbo essere regolata so qualche sistema enciclopedico. Non sappiamo 
ae manuali enciclopedici o bibliografici che da un secolo son comparsi in Germania, 
Francia ed Inghilterra avessero dato una partizione più pratica di quella offerti 
nella tavola della prima parte della Guida nella Bibliognosia di Denis (Denis, Ein- 
Uitung in die Bikherkuhd$). Desse ha d'uopo invero di alcune modificazioni, pre* 
cisamente in riguardo alle arti , e di alcune aggiunte di nuove scienze : novità 
recate dal tempo nei settant'anni trascorsi dacché comparvo questa pregevole 
opera; dappoiché teli scienze, come p. e. l'economia nazionale, mancano aflhtto 
in quella tavola. Ma nel tutto sarebbe la miglior baie del catalogo delle materie 
di una biblioteca , giacché é preferibile sinanche a quella della Enciclopedia e 
metodologia delle scienze, che trentacinque anni fa fu pubblicate in Jena da Schmid. 
II punto fermo migliore di tutti lo dà receellente libro didascalico di Grasse di una 
storia letteraria dei famosissimi popoli del medio evo, che in se e per se é un ben 
ordinato catalogo dei materiali di tutta la letteratura del medio evo ; ed é steto 
annunziato nel xci volume di questi Annali unitamente alla storia della lettera- 
tura del XV XVI e xviii secolo di Hallam. il differente modo di vedere nella base 
divisoria delle scienze precipuamente giuste le facoltà e le scienze principali e 
preparatorie ha pure stabilito alle classi un rango diverso presso le diverse ac- 
cademie d'Europa. L'ordine del rango delle accademie francesi , e la partizione 
della reale accademia di Baviera han messo alla teste , non altrimenti che gli 

* Geno-grafia dello scibile considerato nella saa unità di utile e di fine con la dìcbiaraiione 
difiereuaiale ed integrale dei rapporti tra l'uomo e la natura, quanto all'origine, al legame ed 
alla funzione dei medesimi nella filo-agatia e nella filo-calia per elevare a scienza esatta la filo- 
sofia dello spirito umano ^ Tavole sinottiche di Giacinto de Pamphilis dottore in medicina , 
prof, di lingua italiana nel rea! collegio di Abruzzo citra , e socio onorario di quella real so* 
data economica — Napoli, 1829. 



27 
OrìeoUli Della loro Eociclopedia, le scienze Glologiche, dappoichò senza sviluppo 
filol(^ico Don può iRimagioarsi scienza alcuna. Quindi Yacadimie franfai$$ che si 
occupa esclusivamente della madre lingua, tiene il primo rango (26); conseguita 
immediatamente Taccademia delle Iscrizioni e belle lettere, dopo di queste la terza 
quella delle scienze matematiche e fisiche ; la quarta quella delle belle arti ; la 
quinta quella delle scienze morali e politiche. L'accademia di Monaco dà eguaU 
mente il primo luogo alla filologico «storica partizione delle fisico -matematiche 
scienze; la russa al contrario fa immediatamente seguire a questa la classe della 
lingua e letteratura russa, e di poi la storia e la filologia, di sortachò alla filologia 
che in Monaco ha il primo posto, in Pietroburgo ò assegnato l'ultimo. Alle scienze 
filologiche ò riserbato il primo rango come scienze preparatorie e giusta il corso 
della istruzione, ma per merito intrinseco, le scienze filosofiche e le cosi dette 
scienze esatte le precedono sicuramente; frattanto siffatta partizione non dovrebbe 
chiamarsi fisico-matematica, sibbene matematico- fisica , dappoiché la matematica 
offre la più pura idea della scienza. 

Al pari dei due primi capitoli di questo studio bibliotecario è il terzo, che tratta 
della storia letteraria, e fioTolissimo è il capitolo che ognun s'aspettava soddisfa- 
centissimo dal sig. Marchese qual orientalista (27), precisamente quello del medio- 
evo in riguardo alla letteratura orientale. I nomi sono cosi inzuppati nell'italiano 
che molti degli stessi è affatto impossibile al critico di ralBgurarli (28), p.e. Ab$a 
elefantino; se questi siasi chiamato Hafis o altrimenti , se elefantino si riferisca 

(26) Anche i veterani e gì' invalidi son riguardati fra i primi corpi 
dell'armata j ma non usciranno certo in campo fra le prime fila del- 
l'esercito. Tali distribuzioni ognun sa che aono onorijiche^ ma sarebbe 
stranezza crederle effettive. 

(27) L'amore allorientalismo potè aenza contrasto far dire al De 
Hammer , che ci l'oriente è il padre della luce e dell' incivilimento , 
l'Asia la madre delle maraviglie e delle ìe^g\%> {Della famiglia filologica 
delle metonimie arahe^ nella Bibliot. ilal.j t. 9, an. 1843, pag. 347); 
ma non è da senno voler che tutti peusassero ad an modo, e che ogni 
lavoro fosse misuralo sotto la vista di orientalismo. Se io quindi aono, 
al dir di lui, un orientalista, non mi sono però impegnato a acrivere 
uno atndio bibliografico orientale. L'orientalismo, al più, mi ha potuto 
bene o male aervire come iant'altri studi di corredo e di ajuto, ma non 
di acopo in quest'opera, la quale pria di leggerla aveva giudicato il De 
Hammer che non doveva essergli soddisfacente. 

(28) Pretendere ch'io aveasi inzuppato nel tedesco e non nell'italiano 
i nomi arabi, è una stranezza che aa di scimunitaggine. Se io avessi do* 



28 

td OD elerante ovvero all'isola dell* ElefaDle ò assolatamente ignoto al critico (29). 
Il nome Samacbschaiìa (meglio Semach-scheri's) è storpiato in ZamiLhasereo , 
Sibeveib in Saibuiah , Dscbevberi in Gibeaar. Son menzionati da retori Altbai » 
Assiutheo e Alsokak, Di questi tre, soltanto l'ultimo, il quale però si chiama Es- 
sekjaki . è un retore , non già il gran dotto e poligrafo Sojutbi , e molto meno 
Althaii pel quale probabilmente s' intende il più magnanimo degli Arabi Hattim- 
thaij. Alotenebbi è vero si spiega principe dei poeti arabi, ma è ignota airautore 
la versione tedesca: MoUnebbi ier grbate arabische DickUr ( Wien 1824) (30), 
Cosi anebe Tbaberi ò rappresentato come il Tito Livio degli Arabi, ma su quale 
autorità? non già su quella di Kosegarten, editore di lui, ma su quella del Costume 
antico e moderno di Ferrarlo (31). L'autore conosce tanto poco la versione turca 
pubblicata in Costantinopoli , quanto 1* edizione araba e la versione inglese del 
più grande di tutti gli arabi biografi • cioè Ibn Challikjan , del barone Mac 6u* 
ckin Slane (32). Ibn Challikjan merita si bene il tìtolo da lungo tempo imposto- 
gli di arabo Flìttano, come Kaswini quello di t7 Plinio degli Orientali , e Ibn 
Ghaldun quello di arabo Monieiquieu. V autore nomina questi tanto poco quanto 
Yarabo Plutarco. 

Più soddisfacenti delle nozioni , che al principio di questo studio bibliografico 
si danno intorno alle antiche biblioteche distrutte e moderne europee, sono quelle 
notizie annesse alla fine dello stesso sulla libreria del comune di Palermo (33) • 

yato scrivere i nomi arabi in alemanno li avrei certo inlodescatij se 
in francese ìnfrancescati; ma scrivendoli in italiano chi mi potrà far 
colpa di averli italianati? 

(29) Peggio per lui che si trovi così imbarazzato a comprendere 
le cose di per sé cosi chiare; e che non son atte ad imbrogliar nissuo 
altro. 

(30) Come si prova, che doveami essere ignota siffatta traduzione 
tedesca di De Hammer, la quale è conosciutisaima dagli orientalisti per 
la censura fatUne dal De Sacy (Journal des Savans^ janv. 1825)? E 
se pur lo fossoi che mi si potrebbe apporre 7 — forse fec' io Telenco 
delle edizioni, e delle traduzioni del Motenebbi e la dimenticai? 

(31) In che si fonda la sorpresa?... Dovea citare a forza una cosa 
sulla fede d'un autore tedesco^ e non sulla fede di un' opera italiana 
conoscintissima dall'universale, io italiano? 

(32) Era pur anco io obbligalo a conoscere le versioni turche e le 
inglesi, e conosciutele obbligato a citarle nelle cento pagine, ove ap- 
pena potea cenuare i nomi dei principali autori? 

(33) Qui il critico ba saltato a pie pari le pagine dalla 60 alla 72 



29 
ia cai 81 dà deUagliatamente la storia della foodazione e traslazione di questa bi- 
blioteca, delle iscrizioni che Ti si trovano , e dei doni fattile , come pure delle 
lapidi arabe che esistono nel museo (3&]. Le iscrizioni sono quelle delle iscrizioni 
sepolcrali, su tre delle quali si presenta come epitafio il solito 186 versetto della 
terza aura del Corano : a Ogni anima gutterà la mort9 " , voi troverete il voetro 
guiderdone al di della risurrezione , e ehi allontanato dal fuoco entra in Paradiso 
sarà heato^ la vita del mondo non è che merce transitoria »• ^- Conseguitano tre 
lettere critiche dirette al padre G. B. Tarallo sul Tabulario della Cappella pa- 
latina edita da L. Garofalo (35), e sulla vera signiGcazione della parola assisa in 
taluni diplomi sicoli, ne' quali assisa vale imposta ^ dazio. 

Le restanti 350 (36) pagine dell'opera non sono che una nuova edizione (37) 
del Catalogo ragionato ( circa un anno prima dall'autore pubblicato) dei diplomi 
esistenti nell'archivio della cattedrale di Palermo, tra' quali alcuni arabi inviati 
a Roma nel 1732, quivi dal maronita Gabriele Hasbani , scritti di nuovo in ca- 
ratteri siriaci e tradotti erano rimasti lunga pezza in un armadio dell' archivio 

del mio opuscolo, che a mio credere ne formano la parte più inte- 
ressante, perchè narrano non solo le ricercate notizie delle nostre per- 
dute biblioteche, non solo quelle delle esistenti; ma un sunto espon- 
gono della storia letteraria di Sicilia, e un cenno dell' introduzione del* 
l'arte tipografica fra noi, tale che ha dato luogo a correggere quanto 
da' bibliografi inglesi e francesi e anche dai tedeschi, per ordinario 
esattissimi, si era erroneamente assicurato. 

(3A) Il critico dovea dire arabe e greche e dovea soggiungere per 
essere esalto che ce n'erano due inedite per lo ayanti , e che erano 
state da me tradotte. 

(35) Non signore, son due quelle che riguardano il tabulano del 
Garofalo, e una terza tratta deWappendice che un tal Caruso Toleva 
fare ad un'opera dell'erudito Mongitore. 

(36) Son 340 volendolo citare con esattezza. 

(37) Una nuova edizione, ma non una semplice ristampa di quella 
primitiva, come par ne voglia annunziare; giacché vi è l'aggiunta di 
molti altri inedili diplomi, e v'è adempiuto quanto fa promesso nella 
prima edizione, essendovisi pubblicata la miglior parte dei 100 di- 
plomi che più non esistono nel Tabularlo di coi si tesse il catalogo. 

* Queste parole si troTano doo aolo qui , m« tltreti nei $7 versetto delle izix rara , nella 
fioale Ti é anche una ripetiaione dei pensiero con che termina il versetto di sopra cioè U 64: 
E la vita di questo mondo non è che baja e giuoco. 



30 

allorché lì trovò l'autore, e eoo ì'ajuto del suo discepolo nell'arabo Francesco Ca- 
stagna, li diede io luce, dedicando il suo lavoro al promotore dello stesso il prin- 
cipe di Campofraoco (Aot. Lucchesi Palli). Sono in tutto 300 pezzi, cioè SOO 
diplomi e 100 altri documenti diversi (38). Rìncrescevole si è che in tutto non 
▼I aleno che due frammenti arabi (39) , cioè un pezzo del diploma arabo* greco 
intorno ad un dono di 27 schiavi (M) saracini e 11 bovi che il conte Ruggieri 
il 12 febbrajo 1095 donò alla chiesa di Palermo. Queste 17 righe di testo arabo 
sono però in parte mutilate, in parte scorrettamente stampate, sicché quasi nulla 
si rileva (41). Oltre di una versione fatta neH'anno 1752 (42) dal gesuita Giro- 
lamo Justiniani e da Hongitore data in luce , vi è annessa una traduzione del 
palermitano orientalista abate Salvatore Morso, il quale però non è un orientalista 
più forte del signor Marchese (48). Invece di rivedere la traduzione greca dei 
nomi arabi, Morso li scrisse egualmente guasti; si giudichi ipiéip ^Xf^^P ^^^^ 
AXfJ^t ** D^ila Ksta di Morso Abd$$r Aekum fliu$ Athmii. deve dire Àbdirrahman 
fylio a Ahm$d — Mou^a^fAGÙr' cV ( abbreviato invece di iicy[y cioè Ibn ) 
presso Morso Muehammui «psn NigHiur, dovea dire Mokammid i&non-iViiar. II 
greco moderno la di cai /3 si pronunzia vome v ital. e pel suono del nostro fi 
non ha, nel suo alfabeto, un segno corrispondente, non può esprimerla che con ^, 

(38) 1 diplomi, se ai vuol essere esalto come suol essere e debbe 
essere un dotto tedesco, deve dirsi che sod 200 — poi 6 documenti — 
indi altri 100 diplomi. 

(39) Che dovea questo catalogo esser un catalogo di diplomi arakiy 
come si prelendea dal critico che lo stadio bibliograGco fosse slato 
il catalogo deUe dozzine di arate biblioteche? 

(AO) Non 27, ma 75. 

(41) Né mutilato, né scorretto è il diploma 5 di coi intendesi par- 
lare, ma nella soa inlegrità; come io arvertii alla pag. 165. E non 
avendolo il De Hammer, com' ei dice, saputo capire, poteva iocomo- 
darsi a leggerne la tradazione che sta nell'opera del Mongitore, come 
fo da ma segnato alla pag. 166. 

(42) No 1752 ma 1732. 

(43) Ciò sareblM per me on piacer senza pari; perchè il Morso al 
cospetto del De Sacy, del Fraehn, e del mondo comparve migliore 
orientalista del De Hammer in proposito della iscrizione della Zisa. 
E ciò ricavasi dalle stesse lettere del De Hammer e del De Sacy stam- 
pate alla pag. 189 e seg. dell'opera del Morso, e i cui autografi stan 
conservati fra' manoscritti della nostra comonale biblioteca. 



31 
e quindi scrive l^y iaveee di Ben ovvero iòti (kk). Inoltre la lista dì Morso 
Doo concorda affatto nella massima parte de' nomi con la greca; e siccome non 
vi ò a fronte il testo arabo è inutile qaalsivcglia ulteriore congettura (45). Nei 
diploma N. 9 emanato per una permuta di sorgenti, si dice soltanto: Pergamena 
in arabico opisiografat senza tradursi il contenuto (46). Del diploma arabo-greco 
M. 11 non si scrivono con caratteri arabi che i quattro nomi de' donati schiavi, 
senza però esser tradotti (VI). Di tutti gli altri diplomi arabi, il lettore altro non 
risi se non che dessi sono scritti in arabo (kS); tali sono i N. 11, li, 16, 20, 
S7, che uniti a' duo di sopra non sono più di sette, de* quali il testo arabo, se 
non tradursi, si sarebbe dovuto frattanto ristampare {h9]. 

(A4) Ottimamente fece il Morso, il quale non dovea correggere ma 
leggere i nomi come trovavansi scritti nel greco. É da ridere veder 
che De Hanuner si dibalte per provare che Morso non sapea che gli 
Arabi mancan della lettera p, e che questa suppliscesi colla b ! ... 
Morso dunquo ignorava financo le lettere dell'alfabeto arabo?... è no 
argomento che prova troppo secondo gli scolastici, e quindi direbbero 
costoro che non può reggere in logica perchè non prova nulla. 

(45) Ma siffatta menzogna è ributtante. — E non è il testo stampalo 
per intero e in oasco e in arabico alla pag. 164 e 1657 

(46) E perchè dovea tradurlo io ed inserirlo nel catalogo per intero, 
se già se n'era da tanto tempo occupato Rosario de Gregorio com' io 
dichiarai 7. •• Potea il sig. De Hammer voltar la pag. 160, e nella 161 
leggere tutte le piii minute notizie che quel diploma riguardano. É da 
credere che il signor De Hammer abbia letto troppo in fretta e a salti 
di funambolo o sonnacchiando l'opera che ha voluto giudicare. 

(47) Ma se altro non v'era d'arabico che i soli nomi dei villani 
perchè il resto ch'era greco si era pubblicato e tradotio, come diffn* 
samente io scrissi alla pag. 174 e 175, che avrebbe voluto che avessi 
io stampato il signor De Hammer 7— dovea forse compitare i nomi 
propri!, per segnarli con parole che avrebbe poi detto il crìtico essere 
inzuppale nell' italiano? — . o mi crede cosi gonzo da non averli saputo 
leggere, abbenchè fosse egli persuaso che li avessi saputo conoscere 
ed avvertire? 

(48) Sarà disgrazia di colui, che leggendo non comprende; ma l'au- 
tore non vi avrà colpa veruna, perchè una tanta menzogna non possiamo 
altrimenti smentirla, che pregando a leggere i numeri indicati. 

(49) Pare che il signor De Hammer conosca la diplomatica come 



32 

La secoodt delle opere che abbiamo sott'oecbìo, cioè la Descrizione di Palermo 
antico di Morso, non merita in verun eonlo questo biasimo di a?ere omesso il 
lesto arabo, cbè anzi contrappone in tavole separate tutte le iscrizioni cufiche , 
ebraiche. Ialine e greche delle antiche conservate memorie della città, con una 
fedele copia dei caratteri; di poi nel testo le decifera e le traduce ; ed oltre a 
ciò di la pianta di alcune chiese (50), ed un'altra topografica di Palermo antico. Che 
il signor abate Morso non sia migliore orientalista del signor Marchese di Villa- 
la bibliografia. Né è questo ciò che sorprende, giacché un aooio può 
esser dotto, anzi maraviglioso in uno studio, e saperne d'un altro 
forse meno d'un fanciullo: sorpresa fa il volersi per lo più giudicare 
non di ciò nel quale uno può essere riguardato maestro , ma di ciò 
nel quale si può essere dimostrato bambino. — Cosa io fatti ha dello 
il signor De Hammer del merito o del demerito della mia opera Ji- 
flomalica^ la quale abbraccia quasi intero il volume? — in che l'ha 
creduto censurabile? — che vi avrebbe desiderato di meglio ?-— quai 
ne sono i difetti? «— che ne ha insomma ricavalo? — Nulla e poi nulla 
a meno di una dozzina di menzogne (e mi duole il ripetere siffatta 
inurbana espressione) in proposito di taluni arabi diplomi, che occu- 
pano pochissioie pagine dell'opera intera. Avrebbe dovuto sapere il 
signor De Hammer che altro è un Tabulano^ altro un Catalogo tagio- 
nato. Nel primo vanno messi per infero tutti i diplomi > nel secondo, 
che ne ò soltanto l' indice, non si ha altro dovere che di segnarne il 
contenuto. £ se io vi ho aggiunto la inserzione della maggior parte dei 
diplomi inediti io non vi era per certo obbligato. Indi additai con la 
massima scrupolosità le vicende intere di ciascun diploma, e vi segnai 
tutte le opere e opuscoli che ciascun di essi riguardano. Come poi 
può dire il critico, che il lettore degli arabici altro non risa se non 
che sono scritti in arabo! Si leggano le pagine 180 e 181, 183, 186, 
191 e 192 del mio volume ove di essi ragionasi, e si veda come la 
smania di voler trovar tutto censurabile in un libro italiano^ ha stra- 
scinato il De Hammer con grave disdoro e discapito della propria 
fama non solo ad inesattezze^ ad errori, ed a stranezze^ ma fin anco, 
lo ripeto, a menzogne le piìi triviali e le più manifeste. 

(50) -É questa una inesattezza ^ perchè il Morso non dà la pianta 
che della sola distrutta chiesa di s. Giacomo la Maaara, e un piccolo 
schizzo di*nn piccolissimo sotterraneo. 



33 
rena (51) si chiarisce tosto alla sedicesima pagina , in cai il nome /oarta della 
parte del palano cosi chiamato a motivo dei suol ricchi ornamenti, lo deriva dal- 
Tarabo Jeh^r (luogo spazioso) , laddove la derivazione da Dschewher (gioiello) ò 
si vicina; gli Arabi chiamavano Dschevrherìje, cioè il gioieUaio questa parte del 
palazzo (53), siccome on tale riccamente adornato stanzino un Francese potreb- 
be (53) oggi chiamare U òtfou, e un Italiano il gioiello (5&); nel che si deve os- 
servare , che r ultima parola è lo stesso dell'arabo Dschewher « ovvero come il 
siciliano la pronunzi joaria (55). La grande iscrizione araba scoveria nelF anno 
1791 in una cappella (56) del palazzo reale » in SO rosoni gotici (57) , avrebbe, 
siccome l'autore giustamente osserva, data la migliore spiegazione alla iscrizione 
araba del supposto manto della coronazione di Csrio magno, laddove la stessa si 
fosse pria conosciuta. La iscrizione del manto della coronazione ò stata dapprima 
pubblicata da Murr nella sua opera sulle Cob$ notevoli di Nurnberg, di poi nella 
sua Daerizioné dei ieeori *^ e finalmente nelle sue Aggiunte alla letteratura araba 

(51) La fama del Morso non potea sperare i suffragi del De Hammer 
per venir confermala. Ma il discepolo di Rosario de Gregorio, di mon- 
signor Adami, di Antonio Dakur, di Giuseppe Hager — T amico e 
maestro di Hamilton — il corrispondente applaudito di De Sacy -~ 
Tanlore di tanti lavori pertinenti alla linguistica orientale, universal- 
mente apprezzati e riveriti, non era un orientalista da cedere fran- 
camenie il passo al De Hammer, il quale dopo ventitré anni di sta- 
dio non ha saputo spiegare la iscrizione della Zisa, né saputo dire il 
perchè non gli soddisfaccia qaella del Morso, e quella dell' ioarriva- 
bile De Sacy. 

(52) Soliti giocarelli messi in campo dagli etimologisti. 

(53) Potrebbe, ma noi direbbe per certo. 

(54) Né potrebbe, né il direbbe. 

(55) Noi dice per certo ; anzi qualunque siciliano (compreso me 
che ho avuta la pazienza di compilare il dizionario del mio dialetto, 
e di rivederne quindi anche tutte le voci antiquate, proscritte, e spi- 
ntate) ne riderà sgangheratamente, come di voce ideale e da bimbi. 

(56) Non in una^ ma nella sola eappella; anzi (per essere piti esatto) 
nel tetto di essa. 

^ (57) Gotici no, perchè i Goti distrassero non fabbricarono; dovea 
dire arabo-normanni. 

* Beschnièung der tàmmdichtn RiitMdàn»dm% und dar BsiMhtiiigtAiimsr C^urnhag 
1790). 

MoMriiLAMo vo/, ir. 5 



34 

(Erlaogeo t803) ed edita oaof ameote da FrahD * con Y ilkiatrazione delle prece- 
denti traduzioni di Kehr, Schuize, Nagel, e Kobler. Siccome è rimasta intera- 
mente ignota all'autore aiffatta critica e ben basata correzione di Friihn, cosi la 
iscrizione si trova stampata con tutti gli errori (che non sono meno di mezza 
dozzina) della edizione di Murr e di Rosario (58]. De' 20 rosoni della iscrizione 
della rea! cappella si dà una fedele copia, che, tranne il millesimo • contiene la 
conclusione della iscrizione del manto imperiale. L* autore assicura che gli altri 
diciannove rosoni , o piuttosto diciassette , dappoiché manca il primo e l'ultimo, 
contengono quasi con poca diversiti le stesse formule di augurio, il che però può 
restar fermo sino ad una esatta pubblicazione delle stesse (59). « È inutile, egli 
dice, arrecare tutti gli altri rosoni, che resiano dall' una e dall'altra parte, che 
altro non contengono con poca diversità che le medesime o simili espressioni, 
mancando solamente per ciò che ho detto di sopra il principio ed il fine, che ci 
avrebbero informato del nome del sovrano che comandò lopera, e del tempo in 
cui fu eseguita)». Come che, secondo l'assicurazione dell'autore mancano anche 
le importantissime notizie, cioè quella del nome del re, e quell'altra del mille- 
simo, pure sulla identità delle formule dell* augurio con quella del manto della 
coronazione, sembra potersi con sicurezza ammettere che le iscrizioni de' 20 ro- 
soni, e della costruzione della cappella appartiene alla stessa epoca, cioè al regno 
di Ruggiero II, che anche fondò l'orologio nell'anno 536 dell'egira (1141) la cui 

(58) Che Morso avesse ignorato le correzioni date dal Fraehn non 
è maraviglia, perchè le opere del Fraehn si conoscono da tanti e 
tant'anni {ra noi, ma sino ad ora non si hanno nelle biblioteche pub- 
bliche di Sicilia I ed io per istodiarle ho bisognato altrove rìnTenirle. 
Maraviglia grande è però che un De Hammer parli ancora dell' illostra- 
zione del Fraehn senza che conosca quella piìi recente data dal chia* 
rissimo prof. Reinaud. Maraviglia è ben anco, che creda tradotta dal 
Murr quella ripubblicata dal Gregorio (non De Resario!) e dal Morso, 
mentre è quella del Tychsen, che correggeva appunto la traduzione del 
Murr... Ma come mai il De Hammer è caduto in tale errore? — tì 
è caduto, perchè avvezzo a giudicare all' infretta, prima di svolgere 
tutte le pagine, si contentò di leggere l'ultima linea della pag. 173 
del Gregorio, e non le seguenti pag. 174 e 175; e solo le ultime 
linee della pag. 29 del Morso, e non le pag. 30 e 31 !II 

(59) Se lo avesse assicurato on pescivendolo, o on qualche pelU- 
grino, ma no quando Io ha assicnrato un professore come il Morso. 

* jinHfiUatù Muhammtdana» 3ionum§nia varia , ncll' 8 voi. degli atti deirAcc. di Pietro, 
borgo, e lepartUmcnte in due parti itampala (Pietroburgo i8io e iSai) 



35 

triplice iscrizioDO (latina, greca ed araba) è data dalKaiitore secondo Rosario (60)# 
La seconda memoria tratta dell'antichità delia cattedrale , e del palaxzo arcive- 
scovile con una iscrizione araba (presa da Rosario con la traduzione di Tychscn) 
di ona colonna che trovasi nel portico meridionale della cattedrale. La terza me- 
moria si occupa della torre di Baych, che gli antichi topografi di Palermo riguar- 
davan come una costruzione del Caldei • ovvero Fenici ; la quale però , siccome 
risulta dall'araba iscrizione data da Torremuzza e Fazello , indi da Gregorio di 
Rosario e dall'autore, è di origine araba, e, se pur la lezione è giusta (61) , co- 
strutta già nell'anno dell'egira 331 (943). Anche qui non vi ha cosa di nuovo oltre 
a ciò che si sa da Rosario. Più interessanti sono le tre seguenti memorie (la Ik^ 
la 5, e la 6), intorno alle tre chiese di Santa Maria l'Ammiraglio, comunemente 
conosciute sotto il nome della Martorana, di S. Michele Arcangelo, e di S. Gia- 
como, oltre a quella di S. M. la Mazara, non già tanto per le iscrizioni arabe , 
quanto por l'annesse copie dei mosaici del Sakatore , della Panagia di Ruggiero 
e dell'ammiraglio (emiro) Giorgio, che giace prostrato al suolo dinanzi a' piedi 

(60) Nò secondo Rosario^ né secondo Giaaeppe. Rosario de Gregorio 
pubblicò la traduzione dell'iscrizione trilingue dell'orologio di Rug- 
gieri data dal Tycbsen (Rer. Arah. eie. pag. 176 e 177). Siffatta 
traduzione il Morso dimostroUa insassistente sin dal 1798, quando il 
celebre astronooio p. Piazzi die in lace le sue Riflessioni suWorologio 
italiano ed europeo pag. 73 not. 1, e segni una lezione del tutto di- 
versa da quella pubblicata da Rosario. E ciò fu ripetuto e confermato 
dal Morso alla pag. 31 dell'opera io discorso. Non mi ha recato grave 
meraviglia che il sig. A. Huillard-BréboUes nell'opera stampata splen- 
didamente per le cure del Duca di Luynes, che ba per titolo Recherches 
sur les monuments ei V hisioxre des Normands et de la maison de Souabe 
dans rilalie meridionale^ non avesse ciò conosciuto, e quindi avesse ri* 
prodotto nella not. 9 della not. 1 pag. 16& la erronea traduzione pub- 
blicata dal Gregorio, percbè non mostra colui di aver letto l'opera del 
Morso; ma sorprende cbe un De Hammer, famoso orientalista, avesse 
ignorato qoant'erasi scritto sin dal 1798, e non avesse saputo leggere 
quanto aveva sotto i suoi occbi, e non si fosse avveduto né dell'er- 
roneità delia traduzione del Tycbsen, né della veracità del senso genuino 
trovato dal Morso, il quale tuttoché non istimato degno di misurarsi 
con lui; pure l'ba vinto anche in questa congiuntura! 

(61) Ci faccia grazia di darci una miglior lezione invece di spar- 
gere un dubbio così alla ventura, senza additarne il fondamento. 



36 

della gigaDtesca (62) madoDDa. la quale tieoe in mano uno apiegato foglio d'iaeri- 
zione, mentre che G. G. tenendo egualmente un foglio» ma rotolato nella mano, 
aolo yisibile nella aoperiore metà del corpo, nel superiore angolo ainiatro del quadro 
a musaico benedicendo dal cielo guarda al basso. Le tre brevi iscrizioni arabe 
furono dall'autore scoverte in due delle otto colonne, che sorreggono il coro. Egli 
riguarda quelle per cristiane, alla quale opinione il critico tanto poco consente (63), 
quanto poco adotta la lezione del terzo at-mas iofece di eZ-insn» (con doppia n); 
forse el-mei non è che un errore di stampa per el m , e forae Vautore lesse el-ti 
(con raddoppiata i }; egli la traduce f rasi fanlta (et) affabilikUe; Tsl è restato fuori 
della traduzione , come che si vede chiaro neiroriginale. Il padre del fondatore 
della chiesa della Martorana era Y ammiraglio Cristodulo , che avea il titolo di 
ProU)nMli$$imu$, e auo figlio quello di Ap^^ Ap^ovrdoy, che eorriaponde in- 
teramente airarabo Emirol'um$ra. In questa chiesa ai riunirono i baroni di Pa- 
lermo dopo i4 vespro siciliano nell'anno 1283 pel giuramento di fedeltà che pre- 
atarono al re Pietro di Aragona nelle mani degli amt>asciadori di lui. Il monastero 
il di cui nome trapassò alla chiesa, fu fondato da Aloisia, moglie di Goffredo Mar- 
torana neiranno 1193, ovvero 1194. Ninfa consorte dell'ammiraglio Cristodulo, 
fu seppellita nella chiesa di S. Michele Arcangelo ; queata ò ricca di memorie 
orfentati. In primo luogo gli epitafii io quattro lingue di Anna, madre del cherico 
Grisando , che era il cherico del re Ruggiero e Guglielmo morto il Hh8 » cioè 
ebraica, latina, greca ed araba; l'araba per gli epiteti aggiunti alla maestà del re 
ba interamente la forma delle altre sulle tazze da bagno ed altri vasellami di me- 
tallo dei sultani de* Mamntelochi. La moglie fu dapprima sepolta nella gran mo- 
schea, e dal figlio trasportata nella chiesa di 8. Michele. L'anno della morte è 
neiraraba iscrizione secondo Fera deiregira 543, ma il mese giusta la cronologia 
cristiana, i( 30 agosto, per lo che si vede nel testo arabo la parola Ama. Questa 
promiscuità di araba • cristisna cronologia, giacché Tanno secondo l'egira è col 
giorno del mese giusta la cronologia cristiana , a' incontra anche nell* epitafio di 
Trogo, padre del cherico, vai quanto dire regio cappellano Grisandro , il quale 
fabbricò questa chiesa pei suoi genitori. Questa chiesa , con quella di S. Cosmo 
e Damiano, con quella di S. Leonardo, e con quella di S. Maria Crypta stanno, 
dice fautore. Insieme sul suolo di una gran moschea aotterranea, nella quale ba* 
gni e sepoltura dei Saraceni. Se i frammenti di tombe aeracene ohe tuttavia ci 
rimangono non {smentiscono i luoghi sepolcrali , e se è possibile che quivi aieno 
anticamente esistiti dei bagni » queste gallerie sotterranee non potrebbero essere 
state contemporaneamente moschee, primo perchè in niun luogo si è inteso par- 
lare di una moschea sotterranea ; secondo perchò s* incontrano al bene bagni e 
tombe presso le moschee, ma io niuna parte nelle stesse* Nello due chiese oggi 

(62) Perchè gigantesca? 

(0:)) Perchè?... il perchè forae lo rivelerà cod tutti gli altri perchè 
ohe DOD ha ancora espettorato.. 



37 

e distrutte di S. Giacomo e S. Maria la Mazara, non eaiate alcuna memoria sara- 

i. cena (64). 

t La settima memoria discote il quesito dove sia da ricercarsi il grande stagno 

B descritto de Benjamin di Tudela Albehira , e si decide pel luogo oggi detto Mar 

è dolce; questo Bthira deve chiamarsi Boheirei, cioè il piccolo stagno. Il geografo^ 

! Jakut nel suo dizionario di omonimi geograGci dà nientemeno che quindici Bo^ 

[ h$mt; in tutti i paesi conquistati dagli Arabi (in Siria, Egitto, Sicilia, ed Anda* 

i losia) si trova tutt'oggi il nome; i più famosi nella storia sono il BQheiret dlAi- 

I testina, cioè il lago di Tiberlade, e quello ancora divenuto famoso in Ispagna per 

, una battaglia nell'ultime guerre, dove il nome storpiato in Albufora (il lago presso 

j Valenza) è trapassato al maresciallo Sochet come un nome di nobiìti. 

I La più interessante delle memorie ò l'ottava, che tratta dei due famosi palazzi 

^ Cuba e Zisa, e dà in luce una nuova (65) pria d* ora sconosciuta iscrizione. Sa 

di ciò che ambi i nomi di questi celebri edifizii sieno arabi, non può metterai in 

dubbio; soltanto non ò il critico di accordo con Fautore intotno alla spiegazione. 

Questi opina Cuba esser l'araba parola Kubbet, cioè la cupola , che con V arabo 

artìcolo è trapassata nelle lingue europee come Alcova. Infatti questo nome si trova 

nel Cairo come Kubbetol Na$$irijet o Man$$urijet , duomo sepolcrale dei sultani 

Melik el'Maniiur e Mclik Nassireddin Kilawun famosi per le loro cupole. Nella 

Cuba però non ovvi la menoma traccia di esservi stata altroTolte una cupola; più 

naturale alcerto si è il credere che questa massa di pietra quadrangolare, sia essa 

atata un palagio, ovvero una medresea, derivi il suo nome Kaab cioè dado ( li 

latino cubui ) dalla sua forma quadrilatera, siccome la casa santa di Mecca » la 

quale, .perchè un cubo , Eaabet cioè la cubeiforme è stato addimandata (66). Più 

▼icina al vero è la derivazione del nome Zisa dalla parola el-Aatit cioè I onosne- 

fxdiiiimo , che si trova nella iscrizione pubblicata dall' autore , ove però si vede 

usata per epiteto, laddove il nome Zisa secondo ogni probabilità (67), è stato 

mutilato da el-Aoiiiijet dal fondatore il califo e/-iiaitf billah, a cui ubbidiva la 

Sicilia come l'Egitto. Può darsi ancora che la Cuba sia stata fabbricata da sua 

madre, la signora Tefrid, che chiamavasi pure Moisijetf dapoichè la medesima era 

(64) Ma questo non è veroj perchè il Morso pubblica nelle pagine 
139 e 140 i resti saraceni che vi si trovano. 

(65) Questo nuova m'imbarazza. 

(66) Potea risparmiarsi d'annunziar con sussiego e come peregrine 
tali notizie il De Hammer perchè non sono da nissuno ignorate, es- 
sendo registrate sin da un secolo nel T tomo delle opere di Tomaso 
Hyde pag. 269, o. b, e aocbe da me sulla di costui autorità ripetute 
nella quarta, edizione della mia Guida per Palermo e pei suoi dintomi^ 
pag. 13&, not. 3. 

(67) Ma quale è questa probabilità? 



3S 

uoa grande edile, la quale fabbricò nel Cairo il JCnuuiM ii, cioè i lìit onerevolt 
Dcirisola Raudha, e la moschea presso i ttìt apidcrali del Cairo neir anno 366 
(976) * • Che direste • se la Zisa di Palermo fosse stalo un peito compagno del 
MenatiM is della signora Ifoii^'tl nel Cairo? Che questo edifitio non esistoTa trenta 
anni prima, quando viaggiò Ibo HaokaU risulta ben bene dalla sua molto detta- 
gliata Topogra6a di Palermo **, nella quale ambi questi grandi edifici, la Kaaba 
e Zisa, non si sarebbero passati sotto sileotio , laddove già fossero esistili nella 
sua epoca. A fondar la quale opinione il critieo è giunto per lo studio posteriore 
di Makrisi, che egli noli* anno 1823, quando il signor abate Morso grinviò la 
iscriiione di due righe unitamente alla sua affatto ipsussistente tradutione , non 
avea letto ancora. II critico conobbe nella sua lettera stampata dallo stesso abate 
Morso, che egli andava tentone nel bujo, e che era nientemeno che incerto della 
sua smembrata traduiione. Nella iocertetia sullo scritto loYiatogli dal sig. abate 
Morso, il critico lo mandò al sig. P* FrKhn, il quale ai scusò dicendo che non si 
poteva in modo soddisfacente leggere la iscriiione: e Ftksmtiaer M$o nte wm im 
•a fili «o/oeiufa optimam viam ìnesiitn fioMs, » ed allora la inviò a Silv. de Sacy 
« Ài Ckoraget§m pro/stioniai ùH^nialium. » Questi diede una diciferatione e tra* 
dotione della intera iscrizione, che in alcune parti è poco soddisfacente (68). In 
talune parole come p. e. le due penultime della prima e seconda riga, si vede a 
colpo d'occhio che non aleno regolarmente a leggersi né sl-iinism, né el-moMUan; 
quella sembra doversi leggere frtVsmr, queste d-^estiuai ovvero sl-moflatn, in 
lìiun modo l$Hnoit9aan, poiché Vain è immediatamente congiunto col ghirigoro , 
che è un fi ovvero un nun. Se la lesione di De Sacy fosse giusta (69) , allora 

(68) É curioso Toaservare che Hammefi il quale chiama strana la 
traduzione del Morso, certo è che non seppe tradurla ventiqaattr'aDoi 
fa ; né ha saputo tradurla ora dopo tanto studio spesovi , com' egli 
stesso assicura, e dopo di essere atata spianata dal Morso e dal De 
Sacy nel modo il pih soddisfacente; e crede di uscirsene con pa- 
role e con ciarle invece di venire ai fatti, e proporre una nuova le- 
zione. 

(69) Queata espressione moatra che l'Hammer voglia farla da bravo 
co' morti, e che tenga ancora rancore al De Sacy, per le aspre cen« 
aure che riportò da lui, fra le quali ai citano come assai spiaceyoli 
e ineluttabili quella inserita nel Magasht encyclop. nov. 1810, pag. 
145-174, e l'altra messa nel Journal des savam octobre 1830, pag. 
593 e seg. 

* Vcd. li ox fot. di questi Anntli pag. 48 Mcondo Makmi. 
•* TradolU da Amari ntl t voi. deUa ir tcric dd Jotùnmi JiiaUqut, 



39 
questa iscrizione si riferirebbe alla bella ceduta sol mare (70). L'osservazione 
fatta da De Sacy sa l'abate Morso, che la di lui lezione el^milik es-ieman non è 
filologica, mentre me/tA-ts-««man si direbbe senza articolo, ò giusta io sé stessa; 
ma sopra ciò è da osservarsi, che melik edschell, siccome legge il De Sacy nella 
prima riga, non ò meno non-filologico, dappoiché manca l'articolo innanzi tdsehtlU 
Ma ^e la lezione di tante parole di queste due righe é incerta, non rimane alcun 
dubbio suirultima parola che deve leggersi e(-aaits, e Tautore ha perfettamente 
ragione che essa é congiunta con l'odierno nome di Ziza ; solo non gli é andato 
a sangue che desse anche vicin vicino si riferisce al nome del fondatore, il calìfo 
A'AaèiS'BUlah^ ovvero alla madre di lui la signora Moisie. 

Dopo le menzionate otto memorie segue la descrizione di Palermo antico col 
testo arabo di Idrisi (71), la quale in paragone di quella di IbnHaukal pubblicata 
da Amari nel /oumol Ifialtjus é molto difettosa. Tra le iscrizioni annesse alla 
Descrizione di Morso, che gii conoscevamo per l'opera di Rosario, la prima pa- 
rola della prima riga della Tav. IS é evidentemente min ovvero menu, e non gii 
(tfifi che In seguito sT incontra eome la terza parola, siccome esattamente presso 
Rosario (72). 

Termina Fopera con de' diplomi greci e latini, con arabe firme di testimoni (73), 

(70) Quale mare!... quale veduta di mare! — pare che De Hammer 
ci voglia fare ricordare l'ordine di spedirsi un bastimento sull'altura 
di Castrogio vanni. 

(71) Edrisi dicési, e non Idrisi come vuol sostenere il De Hammer; 
poiché cosi si è chiamalo sempre, e bene, da tutti gli orientalisti, i 
quali occupano cerio un rango piìi elevato di quello che crede occu- 
pare l'orientalista di Vienna, cioè Pococke, Casiri, Reiske, De Sacy, 
Hartmann, WalckenaSr, Quatrèmere, Janbert: né alcuno ba sino ad oggi 
insegnato che il A:esro debba pronunziarsi t chiaro. A torto si con- 
danna in seguito dal signor De Hammer il chiarissimo Duca dì Ser- 
radifalco come colui che avease spaccato il nome di Edrisi, e di uno 
fattone due, poiché non pare ancora che fosse provato che uno ed 
identico aia T autore del Globo o meglio Planisferio^ e l'autore del 
Libro di Ruggieri* 

(72) Ma questa notizia, che l' Hammer non ba fatto che copiare dal 
Gregorio, l'ha forse contraddetta il Morso? 

(73) Oltre alle firme vi sono molte altre cose arabe d'importanza 
e di difficoltà assai maggiore nei diplomi pubblicati dal Morso, v. le 
di lui pag. 308 e 309, 356, 357, e 358. 



40 

e col pregevolissimo faeiimih di an diploma greco del re Raggiero, che scritto 
a lettere d'oro sa carta di cotone esiste nell'archivio della real Cappella dei pa* 
lazzo di Palermo (7fc). 

HAHMBR-PoaQSTALL. 

(74) Che pelea aoggiagnere esaere stato prima scorre ttameo te pab- 
blicaro dal Montfaacon, e nella soa esattezza ora dal Morso. 

Che si ricava ora oeirassieme da questo articolo del De Hammer? 
Ei non dà alcuna idea dell'opera del Morso; né indica in che la trovi 
boona, in che manchevole... Ma di tali cose non discende ad occo- 
parsi il signor Hammer forse per lasciare al leggitore l'ampia facoltà 
di far qnella concbiosione ohe piii si confacesse ai saoi versi, e per 
far ripetere di Ini ciò che diceasi di Cesare, il quale nihil recte factum 
aut dicium arbitttibat ni$i quod ipse fecerat et dixerat. 



È finito il mio dire e aufficiente lo stimo a provare il mio assunto, 
senza bisogno di dar fiato alla tromba, perchè duolmi , lo ripeto, 
aver dovuto dimostrare che ano scritto del signor De Hammer non 
fosse che una serie Ìl inesattezze e di errori^ di stranezze e di meiì* 
zogne. 

Né sarò tentato in alcun tempo di soscrivermi all'acre aentenza del 
professor Senkovsky, tuttoché dottissimo {Lettre de TutundjìT'OgloU' 
Moustàfà*Agà philosophe turc^ à M. Taddeo Bolgarino ridacteur de 
V Àbeille da Nord; traduite du russe et publiée avec un savant commen* 
taire par KoutlonckTouladi eie. Saint- Pétersburg 1828), il qaale nisson 
credito vuol che si presti alle opere tutte del celebre e fecondo orien- 
talista tedesco; solamente mi stimo io diritto di concbiudere che 
non bisogna esser corrivi ad accogliere tutte le opinioni , e tutte le 
asserzioni degli scrittori, ancorché sommi; perché anche con un nome 
celebre si può abusare della confidenza dei leggitori, e loro dare come 
verità incontrastabili , i risultati di uno studio o poco coscienzioso 
o poco maturo* 



41 
Ella, signor Doca chiarissimo , che è la stella piti splendida del 
nostro letterario orizzonte, Ella che ha di saa £&ma riempiato il mondo 
ottenendone quelle lodi che è ben difficile l'ottenersi vivente; e tante 
e tali onorificenze di che nìnn altro ha raccolto le ngnali; Ella che 
è una delle glorie della Penisola tutta, accolga i miei sinceri omaggi, 
e si ricordi eh' io sono 



Palermo 30 settembre 1847. 



1/ suo antico tsàmaion td amie0 
Y. M. 



MoMTiltAMO poi. ly» 



LETTERA IV. 

AL SIGNOR AGOSTINO GERYASIO 

SUll UNA NISCBIA ISCRIZIOffB SEPOLCRÀLB. 



Voi mi iraimettesle da Napoli nel gennare 1 846 per mezzo del mio 
fratello il facsimile di una cufica iscrizioDO, che mi «TTiaaste trovarsi 
▼icioo a Castellammare, oel comune di Ottajanoi e propriameoie nel 
palazzo del principe che De porta il nome» il cai rioveaimeoto avete 
poscia avvertito ìd ooa dotta vostra memoria (1). 

NoD v' ha dubbio che io fatto di cose antiche niaa pezzoolo bassi 
mai a trasandar dagli archeologi , giacché in poche linee , avvertiva 
l'abate Michelangelo Lanci (2) in pochissime voci di un rotto e sta- 
gliato sas$0 con iscritlure può guizzar fuori un raggio di luce e diste* 
nebrare quel tanto che nelle varcate stagioni ravvolto era da profon- 
dissimo bujo. £ le pia povere iscrizioni talvolta presentano casi raris- 
simi di modi e di parole. 

Questa però da Voi inviatami Dalla pare a me che apprestasse di 
nuovo; e a confermar solo ci serve quanto è oramai saputo dai fi- 
lologi orientalisti, e solo ad accrescer giova il patrimonio dell'araba 
paleografia. 

Essa è del sesto secolo dell'Egira: e pur tutta via non contiene, come 
era già costume introdotto, di quella stagione, molte adornezze, uè 
stravaganti e straordinarie forme di caratteri, né vocaboli tronchi di- 

(i) T. GerTafio Ottervazioni suUa hcrizione onoraria dì Mavonio LoUtano in Pozzuoli^ 
Napoli 1846, pag. 4 in nota. 

(a) Traiiato delle sepolcrali iscrizioni in cufica tamurea e nisckia lelUìu da' Maomettani 
operaie f parte a, pag. loj. 



43 
mezzati e mal disposti o falsali; né mallipliciià di quei cireolelti, 
angoli, roielle, froodi, steli, traloi e altro eoo che riempivansi dagli 
8(;arpellÌDÌ i ^ani die incontravansi tra lettera e lettera io modo tal- 
volta da reoderoe inioteltigibile la lettura anche a' più destri. E può 
anche la medesima annoverarsi fra le pochissime che gremite non sieno 
d'errori e di sconcezze. 

Contiene al solito la professione di fede masulnuina, la lode a Dio 

ed a Maometto; indi la indicazione del sepolcro con la consueta voce 

jj^ dagli Àrabi prescelta fra le tante, perchè usata costantemente 

sin dai tempi dei patriarchi. Segue il nome del defunto che era un 
fakih o fek o fekehaiy cioò nn giureconsulto o dottor della legge , 
carattere pubblico assai distinto fra gl'islamiti, formando una classe 
di principali funzionarli dello stato. 

Non il luogo della morie, né le circostanze che accompagnaronl* 
vi sono espresse; chò di siffatti particolari mai non si leggono esempi 
nelle mortuarie maomettane iscrizioni, come mai non vi si legge l'età 
dell'estinto. E chiudesi il discorso con indicarsi in che notte, e ia 
che mese ed anno fosse trapassato il difonto. 

Eccone adunque la leggenda: 

ÌJL}Lo ^j^^^^^Aj iU^ joU^V ^J^hq^ UJi/^lf 

(i) Invece di S-svA^J' 



44 

Che tigoiica 

In nome di Dio tniserieordioiisiimo 

Sia propizio Dio al suo profeta Maometto 

Queeio è il eepolero di Jbd al fakih eia allah 

Ahmed ben abì 7 Kaeem ben Mohamed 

Ahi ben al Kaeem AUdarich AlaeA 

Aeealavanl (1): Trapassò^ Dio abbia misericordia di luij la notte seconda 

e ventesima di Giumadi secondo anno nono e cinquecento (2). 



(i) 8't|li Uà queiloi bodc ài paeiCf o di ìtihbf o partiooUrìtà di uomo l' ignoro. 
(9) L'anno 5o9 dell'Egira corriqHMMle all'anno iiiS di G. Cf e cominciò il giorno 17 dd mete 
di maggio. 



LETTERA V. 
AL P. OIUSEPFS ROMANO 



DBLLi G. n 0« 



INTORNO AD UN SUGOILLO ABAIO. 



^umààt 



Voglio e debbo indirìzzarfi U diobiarazione d'on inedito arabo 
soggello cb' io stimo molto pregevole. E 1 voglio per Taffelto cbe vi 
porto , e il debbo percbè e cogli scritti e colle opere essendoTÌ 
reso DOD solo chiarissimo, ina benemerito della nostra terra e degli 
stadi avete diritto a risoootere venerazione e lande da tatti coloro 
che amano la patria, e che coltivano le lettere. 

Per ordinario i suggelli degli Àrabi, dei qaali essi servivansi per 
segnar le loro lettere, e cbe in anelli chindevano, o qualche formola 
coranica conteneano, o qualche nome, o Tona e l'altra cosa insieme. 
E grande ne era appo di lor V abbondanza , poiché a dir vero pia 
frequente si trova presso i popoli orientali Taso degli anelli da sug- 
gellare, che non presso di noi. 

Il suggello che io posseggo, e intorno al quale v' intertengo, è 
inciso in corniola, pietra semidiafana, che è stata sempre con pre- 
ferenza quella su la quale gl'intagliatori si antichi che moderni hanno 
fatto i lavori loro d' intaglio o di scultura in cavo. Il colore ne è 
simile al rosso di sangue cupo, che è propriamente il più ricercato 
in siffatta silice, il cui rosso suol variare dal suddetto cupo al car- 
nicino debole tendente al giallastro; quando appunto riesce quasi im- 
possibile distinguerla dal sardonico. 



46 ^ 

Io TI leggo «JUt "rf &Jt 2 

cioè Non v' è Dio se non Dio 

Maomeiio i tJpoiiolo di Dio 
Felicità e gloria ad lirahim. 

E riteogo assolutamente (né parmi che alcaoa ragiooe io coolrario 
si possa suscitare tenendo mente anche alla forma paleografica dei 
caratteri) cbe esso sia da attribuirsi a Motiammed Ziadath Allah beo 
Ibrahim ben Àlaglab terso signore della dinastia degli Aglabidi, il 
quale cominciò a regnare neir&ll, e governò la Sciita dall'anno 827 
air 838 dell'era volgare: niun altro potendosi con tanto sussiego, con 
tanta dignità^ e con una specie di ovazione segnar di nome cbe no 
sovrano assoluto. Né altri cbe Ibrahim ben Àlaglab nella classe dei 
principi ci presenterebbe la storia dell'età mezzana ^ giacché Ibrahim beo 
Valid 13^ principe dogli Ommiadi non regnò cbe due mesi nel 743, 
ed Ibraim Iman non fu mai riconosciuto per califfo. 

Cbe poi Ibrahim ben Àlaglab sia stato solito di scrivere il suo nomo 
colla sola parola jr^^^f oon è qoisiione^ avendone nel mio prece- 
dente volnme (1) riportata la moneta per prima volta pabblicata dal 
Tycbsen (2). 

Io lo stimo quindi, a ragiooe, se non di una importanza storica; al- 
meno ti'ona preziosità somma per l'antichità sua, e perchè appartennto 
ad on principe che fu l'arabo conqnistatore della nostra Sicilia. 

Palermo 30 novembre 1847. 



(i) Pag. 347 n* IT. 

(1) Jniroduciio in rem numaham Muhammeddanorum, add. i, pag. 4^ 



LETTERA VI. 

AL CAVALIERE LEONARDO VIGO 

su I PASCI E I DIFETTI DEL NUOVO DIZIONARIO 
SICILIANO-ITA1.1ANO. 



Caldo come voi lo siete deiramore di patria, cb'è seutimeoto bo- 
bilissimo di aDime geotili , e degno di apparteoere a questa celebre 
terra, riogegoo doi coi figli è ancor lo stesso, che qnelio era nella 
età dei prodigi e delle maraviglie — l'età greca *— come lo stesso è 
il ciel cbe li copre, il mar cbe li bagna, e Taria purissima efae loro 
di respirare è concesso, vorreste tatto perfetto, tatto magnifico qaanto 

io questo soolo si produce, o quanto questo suolo riguarda Ma 

tale santo desiderio non può effettuarsi quaggiù: e quindi il vostro 
pensiere di compilare un perfetto dizionario siciliano non è cbe lo* 
devole, e degno di ammirazione, ma non eseguibile^ e ciò cbe è fuor 
di dubbio non eseguito ancora dopo tanti clamori. 

Voi credete, e a prima giunta ikmì pare cbe si possa contrastare^ 
cbe sia piii agevole e più a proposito, farsi da una Accademia cbe 
da un particolare un dizionario di lingua. Il fatto però, ossia la 
esperienza dei tanti secoli già trascorsi contrasta al vostro assunto. 
Se eccettuate i moderni lessici delle accademie di Francia e di Spa- 
gna« el perseguitato dizionario della Crusca, i quali per altro non 
sono bilingui, e che di accademia banno forse il solo nome in fron- 
te, gli altri dizionarii delle lingue tutte, da particolari individui, e 
non da Società letterarie sono slati elucubrati : cosi fra' più famosi 
basta ricordare quello di Enrico Stefano pel greco, di Forcellini pel 
latino, di Ducange per le voci barbare , di Golio e di Freytag per 
l'arabico, di Peyron pel cofto, di Champollioo per l'egizio, di Ade- 



48 

long pel tedesco, di JboDson per TiDgleee, di Alberti pel francetei 
di FraDcio8ÌDÌ per lo spagDoolo, e di ceotioaia per riltlìano. FA 
dialetti d'Italia poi, nissuoo, aozi niisunissimo ne ha compilato ae* 
cademia alcana o società di dotti; ma solo talon letterato, quale piìii 
quale meno dotato d' iotelletto matoro ed esperto, e di forea di me» 
moria. E ciò è certezza, è efidenza, è cosa iosomma ionegabile e 
manifesta. Solo infatti e senza ajato d'accademici, Gioseppe Boerio 
s' aflhticò a pubblicare il dizionario del dialetto yeneziano ; solo il 
sacerdote Vincenzo Porrà il dizionario sardo: solo Francesco Cbem- 
bini il vocabolario milanese e il Tocabolario mantoTaoo; soli il conte 
Capello di Saofranco, Manrizio Pipino, il sacerdote Michele Ponza, 
il prete Casimiro Zalli il Tocabolario piemontese: solo del pari Ilario 
Pescbieri compilava il dizionario parmigiano ; solo Gìot. Antonio 
Barnaldi, e G Ferrari il Tocabolario bolognese; solo Pietro Melchiorri 
il ▼ocabolario bresciano; solo Tabate Francesco Nannini il ? ocabobrìo 
ferrarese; solo Lorenzo Foresti il dizionario piacentino; solo l'abate 
Gaspare Patriarchi il Tocabolario padovano; solo Pietro Monti il yo* 
cabolario dei dialetti della città e diocesi di Como. Né la certo 
an'accademia che pubblicava nel 1789 il Yocabolario napolitano; nò 
accademia quella che stampava dal 1815 al 1821 gli embrioni del 
vocabolarii veronesi; né accademia che mandava in luce nel 1832 ii 
▼ocabolario reggiano. E i laTori fatti per qualche altro italiano dia- 
letto come l'aretino, il cremonese, il bergamasco, tuttoché non ancora 
pubblicati, costa però che non sono stati oggetto d'occupazione per 
accademia alcuna, ma di particolari individui cioè il Redi, Vincenzo 
Lancetti, e G. B. Angelini. E pel nostro siciliano poi non era ac- 
cademia certo Del Bono, non accademia il rinomato Pasqualino. 

Caro il mio cavaliere, ninno meglio che voi conosce come la gloria 
sia quel sentimento potente che abbia spinto a creare le maravigliose 
opere di cui va superba la repubblica dei dotti: or le accademie son 
composte di uomini, che se non sentono il pungolo della gloria, al- 
lora li stimo inutili ad ogni bell'opra; ma se il sentono, non sanno 
né ponno contentarsi di una gloria che ricade sur una massa, i^ cui 
membri sien pigri, sien laboriosi, lutti vengono in uno stesso modo 
compresi e riguardati. 

É indubitato, che ove molli son destinati allo scopo stessa, allo 



A9 
stesso lavoro, ognuo procura risparmiare il sudor suo, su la speranza 
che 'I compagno lo sparga ioTece di lai; né prende amore, impegno 
o interesse per un'opera che entusiasmo non eccita, né dolcezza som- 
ministra, e che richiede intanto pazienza invitta, lungheria di tempo, 
durezza di fatica; senza che pasca lo intelletto e '1 core, o conduca 
ad un risultato brillante. Lo spirito di associazione può spingere a 
mille intraprese, oltre a quelle insegnate dalle scienze umanilariej e 
dalle arti e dal commercio; ma in fatto di compilazione di opere 
può far creare una enciclopedia, un dizionario biografico, una rac- 
colta di memorie, un giornale e simili libri; perchè ogni compilatore 
vi trova quasi il suo prò, ognun ne ritrae la sua gloria individuale, 
e 1 corpo accademico che la spinge non è che '1 nome di prestigio, 
e diciam cosi di fantasmagoria. Ma come vorreste voi che si mettesse 
impegno di gloria da un corpo accademico a raggiustar parole , a 
scrivere traslati, a segnar definizioni disparate e sconnesse, o di cose 
che si ignorano da chi le scrive, o che si ignorano da chi deve giu- 
dicarle, e che annojano pur troppo sino alla malinconia? Se voleste 
poi dividere il travaglio del dizionario, per materie, agli accademici 
andrebbe male senza meno; perchè un dizionario racchiude lo scibile, 
e le branche dello scibile sono innumerevoli: e quindi abbisogna im- 
menso numero di dotti, e ognuno per la parte sua. Ma ciascun di 
costoro essendo il prescelto per una data materia, ne diverrà despoto, 
perchè sarà in effetti o se ne crederà il pia intelligente, e non suc- 
cederà il caso della discussione che dopo secoli e senza compirsi 
giammai. Se poi l'opera si dividesse a lettere, è ben chiaro che riu- 
scirebbe inutile l'affidarsene ad una intiera accademia la compilazio- 
ne; a menochè si volesse moltitudine ove è mestieri di meditazione 
e di silenzio, o che chi fa TA non sapesse fare la Z. Chi poi sarà 
quel sommo, che senza irritare la vanità dei singoli s'ergerà a capo 
per mettere in assetto l'intero lavoro, dargli un verso uniforme, cor- 
reggerlo, guidarlo , rimetterlo insomma con regola e con misura ; e 
ridurlo tale che ogni altro dei compilatori debba per obbligo inchi- 
narsi a riconoscere opera comune^ ciò che è disposizione di un 50/0?.. 
La monarchia in letteratura non è stata in alcun tempo, in alcun luo- 
go, in alcuna circostanza, né anche sospettata possibile. 

A buoni conti in somma, ove vuoisi essere ingenuo, debbeconfes- 

3fOMTÌLlARO VOL ly. 7 



50 

sarsì: cbe i dìziooari liDgaislici bilingui, son lavori di un individuo 
che debbe giovarsi dei lami di molli: e che più compiato lavoro fa- 
rà, quanto pia saprà giofarsi dei lami di attrai, ma che giodicherà 
col suo senno, e senza subordinazione necessaria a' pensamenti degli 
altri, travagliando al suo modo, col suo agio, e come e quando sarà 
in volontà di fare. 

Una accademia, io penso, cbe i^on dovrebbe mai porsi nel rischio 
di compilare un dizionario bilingue : essa dovrebbe invece elevarsi 
a magistrato che censurasse, che correggesse, che desse norme ed am- 
maestramenti; ma non mai che componesse. Il quale mestiere cobi- 
lissimo di criticare, trattandosi di dizionarii, ben è difficile cbe e* 
sercitar si potesse da un sol uomo, perchè ei non avrà mai tanta 
pazienza da esaminare un dizionario, cominciando dairA e venendo 
alla Z (il che non facendo sarebbe ingiusto, arrogante e stolto) ; e 
se Tavrà, la sua censura sarà quella di compilare un dizionario mi- 
gliore. 

Cosi io giudico col mio corto vedere, non colla presunzione di cre- 
dermi infallibile, ma né anche con il presentimento di dover cedere 
ai primi detti di chi vorrà contraddirmi. E poiché già il nuovo di* 
zionario del dialetto nostro ho io col big. Giuseppe Ragusa, e senza 
alcun altro né laborioso , ne chiarissimo, come voi non so perchè vo* 
leste supporre^ pubblicato, permettete che a voi mi diriga, il quale 
da queiralto ingegno che siete scriveste tant'anni fa lungamente sai di- 
zionarii siciliani. Cosi v' impegnerò in una discussione che ad altro 
oon mira che al perfezionamento del dizionario siciliano, a coi non 
alcuni scioli possono concorrere, i quali non sanno scernere l'acqua 
dall'acqua, e tutto ignorando di tutto ragionano o di ragionare sup« 
pongono; ma Voi ed altri valorosi che vi somigliano. 

Voglio indicarvi i pregi e i difetti del mio dizionario siciliano , 
tali quali li ravviso, e con quella coscenziosa scrupolosità a me so- 
lita nel fare esame dei lavori di altrui, onde invitarvi a meco con. 
correre coi lumi vostri nel perfezionare quant'è permesso agli umani, 
il dizionario suddetto, che io, nel levarne le mani, ancor meglio di 
quello cbe non ho saputo o potuto far sino ad ora m'impegno di ri- 
produrre indi a poco, ad utile della nostra terra natale, da me a* 
mata e pregiata, quanto di amare e di pregiar si concede. 



51 
Il merito di qaalanqae lavoro, spezialmente se sia positivo e di 
fatto non si misura dal possibile. Certo che obi legge gli scritti 
di Archimede, di Newton, di Galilei, e di tant'altri famosi non si 
maraviglia di ciò cb'essi non giunsero a fare; ma per quello cbe fe- 
cero: eppure grandi, anzi grandissima sono le cose fatte dopo di 
loro, e assai più quelle cbe a fare rimangono. Sarebbe quindi una 
scimunitaggine degna di riso , e cbe annunzierebbe l' ignoranza di 
colui cbe non sapendo quanto costa e quanto importa il farcy quando 
non rinvenendo la perfezione assoluta in un'opera qualunque le desse 
la mala voce. Peggio quando trattasi di dizionario, il quale più di 
qualunque opera è sempre imperfetto , e sempre perfettibile. Ed in- 
vero, il dizionario italiano, fatto e rifatto le cento volte e cento, e 
non da volgari, ma da dottissimi, da sommi, è desso forse al suo 
perfezionamento arrivato?... Si stimerebbe impresa perduta la compi- 
lazione di un nuovo dizionario italiano? ... Eppure chi ardirebbe ri- 
dere o farsi beffe dei dizionarii fatti sino ad ora con enorme fatica 
e per vantaggio comune?. .. 

Ciò premesso e cennando di volo, che un dizionario di dialetto è 
più difficile a perfezionarsi d'ogni altro dizionario linguistico j perchè 
manca appunto dello appoggio importante della lingua scritta, parmi 
che per potersi giudicare del pregio in cbe tenere questo mio nuovo 
dizionario osservar si debba, a che punto era il dizionario siciliano, 
qoal passo ci fece pel lavoro di già pubblicato. L'epoca stessa dà 
ragione abbastanza di quanto a dimostrare m'accingo. Pobblicavasi il 
lessico del Pasqualino in Palermo negli anni dal 1785 al 1795; al- 
lora quando a tutt'altro erano rivolti gli animi dei nostri che alla lin- 
gua ed alla filologia; e quando non cbe poco studio mettevasi a scri- 
vere correttamente toscano, ma un bastardume di lingua volgare scri- 
vevasi, oppure il lathio. Appena in Italia stessa gravi opere di lessi* 
oologia stampafansi , e gli studi della volgar lingua ancora in voga 
non erano , perchè ancor nati non erano gli scritti dei Monti ,^ dei 
Cesari, dei Perticar!, dei Romani, dei Tommaseo e di tant'altri cui 
è dovuto il miglioramento degl' italiani vocabolario Quindi profittar 
non potè il Pasqualino di tanti lumi , e molto meno potè giovarsi 
delle poesie vernacole di taluni felicissimi ingegni nostri, alla cui ci- 
ma starà perennemente l'inarrivabile Meli. 



52 

Arrogi a ciò, che come nel presente secolo del progresso è tolto 
economia; ed on libro che a torto o a dritto non ragionasse di pub- 
blica utilità sarebbe il mal Tenuto; cosi nel -passato secolo iUunwwUo 
tatto era fra noi antiquaria. Quindi il Pasqualino che n^Ua scienza 
dell'antichità e delle lingue antiche non era secondo ad alcuno, diessi 
totalmente , nel compilare il dizionario siciliano , alla parte diciam 
cosi archeologica della lingua; e raccogliendo intere pagine di tocì 
spiritate e da fare spiritare , si mise a frugare , quasi sempre a di* 
spetto del buon senso, Tetimologia d'ogni parola, credendo aver fatto 
per tal modo alla sua gloria un monumento più durcTole del bronzo. 
Io non ho mai saputo comprendere cosa pretendasi andando dietro 
ad etimologie, a mio giudizio, quasi sempre incerte, spesso capricciose 
del tutto, e onninamente inutili per ordinario: a menocbè si avesse 
tanta scienza .e tanto senno da sapere scioglier la lingua nelle sue pri- 
mitive radici, e mostrarne lo scheletro, ossia l'inizio, e i diversi pro- 
gressi: e come la si fosse di secolo in secolo arricchita, accresciuta, 
viziata e corretta. Ciò che ancor non si è fatto , e pare a me che 
non aaprà farsi al presto per alcuna lingua, e molto meno pel nostro 
dialetto. Il che asserisco, senza che intenda per nulla colle mie pa* 
role menomare la fama del dottissimo dizionario fecnico dimologice 
dell'ab. Marco Aurelio Marchi, il quale tutt'altro oggetto ebbe in mi* 
ra ; perchè ad altro scopo non tende , che solo a quello di render 
la ragione delle greche voci usate nel linguaggio scientifico e nel let- 
terario. 

Oltre alla smania delle etimologie, vedesi nel dizionario del Pasqua- 
lino laltra del latinismo. Non si curava l'autore d*azzeccare il tosca- 
no, ma il latino: e quindi quelle frasi, quei modi di dire sceglieva 
che presentar potevano una frase latina. Ma non è questo per certo 
il bisogno dei tempi : né pih si compilano i dizionari! per fasto e 
per bizzarria, ma per utik] che il progresso a nient'altro conduce che 
all'tilt/e. E le lingue per acquistar idee ai apprendono, e non parole 
soltanto. Le scienze infine e le arti dall'epoca del Pasqualino alla 
nostra, hanno grandemente avanzato, ed esse sole avrebbero reclamato 
una riforma nel siciliano dizionario. 

Ecco adunque quanto fu impreso ed è stato adempiuto nella com- 
pilazione del nuovo dizionario, siciliano. Ridurre il medesimo al cor^ 



53 
renta delle scienze e delle arti altoali nelle tocì che a queste appar* 
tengono; sgombrarlo di tatto ciò che sa di antiquato e delle etimo- 
logie, le quali non servono che ad accrescere la mole di un Yocabolario, 
e che possono essere soggetto di altre opere, di altri travagli; esa. 
minare e correggere le voci tutte italiane, non lasciandone alcuna senza 
consiglio e maturità di ricerche. Di quanto sia stato ubertoso siffatto 
stadio, e in che modo si fosse pervenuto allo scopo, à superfluo il 
ripeterlo, dopo ciò che ne scrissi e voi ne leggeste nella prefazione 
che sta io fronte al secondo dei volumi dell'opera in disamina. Mi« 
gliaja di voci e di frasi aggiunte, millanta correzioni, e 'I ripulimento 
dell'ortografia basterebbero sole a provare Tati li tàdeHlmpresa, il van- 
taggio recato. 

Ma è oramai perfetto il dizionario pubblicato?» .. è forse tale da 
non far sentire la necessità di migliorarlo?... É stolto chi il dice — 
è mentitore; e mentitore solennissimo io sarei per certo fra tutti, se 
dopo tant' anni d' indefesse cure spesevi , e di sofferti disagi non a- 
vessi il coraggio di svelarne in faccia al pubblico le mende; più si- 
curo senza contrasto di ricever plauso della severità del biasimo, che 
non della sincerità dell'elogio. 

Per quanto avessi sperato di accostare il mio libro alla desiata per* 
feziooe, pure sento altamente di non aver potuto soddisfare ad ogni 
desiderio e ad ogni ricerca! Tutti i difetti che nel mio Dizionario 
siciliano si rinvengono, tutti sono l'effetto della celerità usata nel com- 
pilarlo. É dessa che ha dato luogo ad omissioni, per cui ha dovuto 
stendersi non breve appendice, la quale abbenchò appo coloro che 
abbian tocca pur solo di un dito questa benedetta croce della lessi- 
cografia, troverà facile perdono, anzi sarti chiamata prova di dili* 
genza e di esattezza, io convengo che avrebbe dovuto invece trovarsi 
trasfusa, nel corpo dell'opera, e non vedersi a parte con tanta dovi- 
zia. É dessa che ha dato luogo a ripetizioni, a richiami poscia di- 
menticati, a varie scorrezioni nel testo, a diverse lacune, a talune 
trascurataggini di parole e di frasi o del corri s|[lfonden te italiano, che 
non seppi trovare, e che forse più pazienza usando e ulteriore stu- 
dio avrei, se non in tutto, almeno in parte rinvenuto. Tali pecche 
ben gravi io lo ripeto, né già per iscolparmene, ma per promettere 
di sdebitarmene, sono state causate dalla celerità usata nel compi- 



54 

larlo. Né vi stopite, né mi rinfacciate dieci anoi di stampa. Ricor- 
datevi che due soli uomini abbiamo sottoposto la schiena allo im- 
menso fardello ^ né cooipilammo pria il dizionario e poi lo pubbli- 
cammo, cbè allora giunti non saremmo a compierlo stanchi nel pia 
bel mezzo, ma a mano a mano lo stampammo così com'ei nasceva 
e si aggrandiva. L'obbligo indossato, la spesa ingente, la buona ac- 
coglienza del pubblico , ecco i motivi impellenti al progredimento 
del lavoro, che altrimenti sarebbe rimasto in erba, come in erba 
rimase quello promesso dall' Accademia di scienze e lettere di Pa- 
lermo. Epperò piii difetti s'incontrano nelle prime, anziché nelle ul- 
time lettere, e pia quindi le aggiunzioni e le correzioni bisogne* 
voli in qaelle che non in queste. 

E ora che già l'opera é terminata — ora che si é al punto 
di ripulirla e d'immegliarla, eccoci alla promessa quando che sia, 
d'una seconda edizione, la quale eseguita colla massima accuratez- 
za , ove Dio ci darà vita e forze, farà sparire tutti o almen la 
pia parte delle non molte cose condannate o condannabili della edi- 
sion primitiva. E in essa si troveranno al loro luogo opportuno , 
non che le tocì sparse nell'appendice, ma ben anco quelle tant'al- 
tre locuzioni che vengono in mente ogni dì, e che volendosi ora noi 
si potrebbe. Perché curioso é il fenomeno ma comune, del trovarsi 
le voci pronte alla lingua che senza accorgersene le proferisce, ma 
non pronte del pari alla memoria quando le vuol chiamare a ras- 
setta. Vivete felice. 

Palermo 30 Novembre 1847. 






i^F 







LETTERA VII. 

AL SIGNOR CARMELO HARTORANA 

CONTENENTE LA PRIMA GIUNTA ALLA NUMISMATICA 
ARABO«SICUL.l. 



Scasatemi , se disiogliendovi per alcoo poco dalle cure ben gravi 
che la magisiratara vi reca, io vi richiami agli siudii vostri diletti, 
cioè alle notizie dei Saraceni di Sicilia, dei quali ninno ha con mag- 
gior dottrina e con miglior critica che voi ancor ragionato. 

Promisi (1) che avrei fatto diverse aggiunzioni al mio lavoro della 
numismatica arabo-sicola, ed eccomi all'adempimento; presentando per 
ora sette inedite monete che tutte conservansi nel così detto museo 
iolnUriano dei pp. Gesuiti di questa capitale. Museo che progredisce 
con mollo accorgimento, affidato precipuamente alle cure del dotto 
p. Giuseppe Romano , e nel quale preziosi oggetti si ritrovano anco 
di arabiche anticaglie. 

Sei delle monete che vi presento sono di vetro, una settima è di 
creta, di quale materia non ne ho trovato illustrata alcun' altra giam- 
mai. 

A fine di non alterarsi la serie che nella mìa opera è segnata ho 
divisato avvertire queste nuove monete con semplici asterischi aggiunti 
al numero cui si rannodano. 

Sono esse le seguenti: 



(i) y. Tolame 3, pag. afS. 



56 

di ABU AU' ALMANSUR AL HAKEli BIAMRALLAH 

Sw«o eaiflo fiUmida, eht ngnò dal 886 al41i deWEg. (996 al i020 di O.C.) (1). 

LI.' (T.Ta?. n. 51.'). 

Di TBTBO color d'ambra fosca iutdOa. 

D. jptioln L'Imam 

^fj^tAÀM Almantur 

jitiM ... ... Principe 

(J-iti^ib^ dei fedeli 



Io giro . . . .*Ì 



non 



u 



LI." (T.Tav.n. 61.") 
Di TRao color d'ambra folca ianditn, 

«lioUl Vlman 

é,^(j^\ Al Hakem 

■ • • • I jOì • • • • 

Ll"(v.TaY.n.5«."*) 
Di YBTio Terde chiaro imiUa. 
Uguale a qadla di n. XLVI, ma di altro tipo. 

. Ll/^(v.Tav.n.5l/^) 
Di TBTAO verde chiaro iMdiia. 
Uguale alla precedente, ma di altro tipo, 
(i) y. voL St ph;- 968. 



57 
LI/ (v.TaT. D. 51/) 

Di TBTAo verde inedita. 

Uguale alla precedente, ma di altro tipo. 

LI/*(v.TaT. n. 51/'). 

Di CRETA rossastra inedita. 

D. aLo^ L'Imam 

jr^is^) Al Hakem 

l> >^y*^ Tamim bia 

^(Jjf ^ mr allah 



di ABU' TAMII! MOAD ALMONSTANSER BILLAH 
OlUm ediflb Falemida, che regnò dal 427 d 487 dell' Eg. (1056 al 1094 di G.C.( 

LXXXVII/ (v. Tav. n. 8T/ ) 

Di tetro nero inedita. 

j^^yoU Tamim 

^jfjo Maad 

In giro dJ {^jM 'i »0^ dJUÌ '^ óS\i 

Non vi è altro Dio che Dio -^egli è unico non ha compagno. 

E qoesta prima aggiaota io conchindo riflettendo, eh' è pur biz- 
zarro l'osserTarsi, come di tutti quelli vetri che sino ad ora si sono 

MfOMTllLAMO voi. 1^. 8 



58 

riofeooli, Too dall'altro dUfferìiee; e Taiio è seapre dÌTerao dalFaliro 

per lo meoo io qoanlo al conio. 

Or eooie mai apiegare qoeaU iodÌTÌdaalìtà7... Poaaibile ehe non 
alenai ancora trovate dne monete di vetro cke foaaero ngnali?... 

Ma è ancor preato per iaciogliere aiSatto proWe«i> É ancor bi* 
aogno di tempo, e nn aignificante aumento neceaaita di monete aif- 
latie che p<aeasero dar Inogo a atabilire nn penaamento aicnro, o ad 
emettere una opinione cbe abbia nn qnalche ragionevole fondamento. 



LETTERA Vili. 

AL PROF, GAETANO DAITA 

INVIANDOGLI ALCUNE ISCRIZIONI. 



^ Pochi Tolgono attento l'occhio alle latine epigrafi, e fra' pochi siete 
▼oi ano per certo, che con tanta valentia molte dettato ne avete, che 
invidiar non ci lasciano qnelle del maestro nostro Nasce. Quindi son 
certo di farvi cosa gradita dirigendovi le nltime iscrizioni da me fatte, 
delle quali la prima sta sotto il monumento eretto nel duomo di Ca- 
tania col sempre egregio scarpello del Villareale a monsignor Orlando 
dai nipoti di costui; una seconda che dee collocarsi nella cappella or 
ora costruita per la gente di mare che sia in istato di contumacia 
nel porto di Palermo; e in ultimo quelle che furono affisse nei fu- 
nerali celebrati pel fu Duca di Cumia. Ve ne ho aggiunta del pari 
qualch'altra, che mio malgrado, perchè cosi richiestami, mi sqn pro- 
vato a scrivere nel volgar nostro. E dico mio malgrado , gicachè le 
ragioni del celeberrimo Botta in proposito delle italiane iscrizioni le 
ho stimalo sempre ineluttabili: e '1 tempo, non fa che confermarle. 
Dapotchò mi pare che il vero motivo per cui si avrebbe voluto dar 
quasi un assoluto bando alla latina epigrafia, rinunziando ad uno dei 
più belli retaggi tramandatici dai nostri maggiori, togliendo all'Italia 
una gloria ohe è tutta propria di lei, non fosse altro che quello di far 
che ogni ludimagistro, ogni scolaretto, ogni presuntuoso, e per fino 
gli stessi scultori delle lapidi agognassero all'onore di epigrafisti. 



60 



CATAN£ IN «ETROPOLITAN.! ECCtESIA 



CINERIBVS . ET . MEMORIE . PERENNI 

DOMINICI . ORLANDO . ET . GVBERNALI 

A . BRIZIO 

MIN . DIVI . FRANCISCl . CONV. 

ANTISTITIS . CATlNEtNSIS 

QVI . IN . DIFFICILLIMIS . RELIGIONIS . NEGOTIIS 

AB . ADOLESCENTIA . ADDICTVS 

VOCE . EXEMPLO 

GREGEM . SIBI . CONCREDITVM 

AD . VIRTVTIS . OBSERVANTIAM . ALLEXIT 

NEC . SINE . BONORVM . OMNIVM . DESIDERIO 

XII . KAL . MAI . MDCCCXXXIX 

DECESSIT 

XANTES . ET . ALOYSIVS 

COGNATIONE . PATRVO . AMORE . PARENTI 

IN . AEDE . evi . PRiEFVIT . ANNOS . XVI 

MONVMENTVM 

FAC . CVR . 



61 



PANORMI IN .EDICl'LA PORTt'S 



DEO . IMMORTALI 
AC . IMMACVLATiE . PARENTI . EJVS . SANCTISSIMìE 
QVO . SACRIS . FACIVNDIS . ESSET . APTIOR 
ET . SANCTIVS . SALVTI . PVBLICìE 
PERSPICERET 
AD . RELIGIONIS . ET . NAVIGANTIVM . COMMODVM 
PRO . INGENITA . SIRI . PIETATE 
FERDINANDVS . II 
EXTRVI . AB . INTEGRO 
HANC . -ffiDICVLAM 
DICARIQVE . JVSSIT 
ANNO . A . CHRISTO . NATO . MDGCCXLVII 



62 

IN SOLEMNI FUNERE 

HABGELLI VABDELIAE DDGIS GMIAE 



AD TEHTLI fklKkU 



In medio 



QYIA . SINE . ULLA . FVMERIS . POMPA . SINE . LAVDATIONE 

HVMARI . VOLVIT 

VIRO . PATRIBYS . PARITER . AC . PLEBI . CARO 

IIARCELLO . FARDELLA . DVGI . CVML£ 

POSTERITATI . NARRATO . ET . TRADITO 

QVOD . PRIVS . NON . LIBVIT 

NVNC 

PARENTATVR 



63 
I><«{romim 

POST . TOT . DISCRIMINA . RERVM . TANTOSQVE . LABORES 

INCOLUMI . DIGNITATE . FLORENTE . FAMA 

MARCELLVS . FARDELLA 

PATRICIVS . DREPANENSIS 

CVBICVLARIVS . EQVES . HIEROSOLYMITANVS 

AC . M . C . R . ORDINVM . FRANGISCI . I . ET . CONSTANTINI 

MVNERIBVS . AMPLISSIMA . A . JVYENTVTE . FVNCTVS 

TANDEM . MAGNiE . RATIONVM . CVRIìE 

A . REGII . ERARII . PROCVRATIONE 

POSTRIDIE . NONAS . DEGEMBRIS . AN . MDGCGXLYII 

PANORMI . ANN . LXXII . DECESSIT 

Sìntflronum 

QWM . PATRIiE . BENEMERENTISSIMO 

ELOQVENTIiEQVE . CONSVLTO 

AC . PRINCIPVM . DIGNATIONEM . ASSECVTO 

IN . QVEM . DEVS . ET . HOMINES 

OMNIA . ORNAMENTA 

CONGESSERVNT 

SVPREMI . HONORES . ET . PIETATIS . OFFICIA 

HEIC . PERAGVNTVR 

ADESTE . CIVES 

LVCTVS . EST . PVBLICVS 

COMPRECEMINI 



64 

INTUS 

Fama ierifnt 

LATE 

LONGEQVE . DIFFVSÀ 

FAMA 

MARCELLI 

I>««<n>r(«iii 

PRVDENTIAM . MVLTAM 

DEDIT . EI . DOMINVS 

ET . CORDIS . LATITVDINEM 

CONJICITO . CiETERA 

, Simstnnum 

MAXIMAM . PARTEM . ^TATIS 

REIPVBLIG^ . DEDIT 

PATRIiEQVE . STVDIVM 

NVSQVAM . INTERMISIT 



69 



ALLA TOMBA 

DI FRANCESCO PAOLO 6DARNASCHELLI 



A . FRANCESCO . PAOLO . GVARNASCHELLI 

NATO . IN . PALERMO . ADDI' . 29 . SETT . 1764 

MORTO . IL . 10 . OTT . 1838 . IN . ALCAMO 

OVE . PER . INTEMERATI . COSTVMI 

PER . LVBHNOSE . CARICHE 

SOSTENVTE 

FV . AMMIRATO . FV . PIANTO 

I . nCLI . INCONSOLABILI 

PACE . IMPLORANO 

ED . ETERNO . RIPOSO 



MomriLLdRo veL IV» 



66 



ALLA TOMBA 
DI GASPARE SAMMARTINO 



PER . GASPARE . SAMMARTINO . RAMONDETTA 
CHE . COMPIVTO . APPENA . VN . LVSTRO 

AHI . DOLORE . ACERBISSIMO! 

CONFVSE . L' INNOCENTE . SVA . SALMA 

CON . TANTE . DELLE . INFELICI . VITTIME 

STRASaNATE . AL . SEPOLCRO 

LA . NOTTE . DEGLI . 11 . LVGLIO . 1837 

QVANDO . L'ASIATICO . MORBO 

INFIERIVA 

TREMANTE . IRREQUIETA 

PERENNEMENTE . DESOLATA 

LA . MADRE 

SENZA . NVLLO . CONFORTO 

AMARAMENTE 

SOSPIRA! 



i^iscioasi 



CONSIDERAZIONI 



SUL 



GIBOTIGGIO TBi NIPOII E SICIIII <•> 



Nelle providenze economiche si dee arere tutto il riguardo 
pouibile allo stato di fatta del paese a cui si riferiscano. 

RoMAOvosi jlnn, di tuuisL unw, 9C. 
fase, di genn. i833y pag. 64* 



Mentre ferve appo i Doetri ecoDomisii caldissima la qoistione se 
ornai conveDga o por do il libero cabotaggio alla Sicilia ; mentre 
S. A. R. il laogoienente generale inteso in ogni modo a far prospe- 
rare le cose nostre, dopo gravissime fatiche e le più serie conside- 
razioni ha dimandato dalla maestb del Sovrano talune modificazioni 
alla legge dei 30 novembre Ì824 che libero stabilì il cabotaggio fra 
Napoli e la Sicilia; mentre questo regio Istituto d'Incoraggiamento 
anch'esso ha implorato delle provvidenze all'uopo; mentre in somma, 
ripeto, ferve caldissima appo noi quistione di tanto momento, la cui 
soluzione conduce ad interessantissimi risul tementi, non sarà per ri- 
putarsi, lo spero, inutile lavoro questo da me intrapreso, nel quale 
riunendo e fatti e teorie procurerò di mettere in chiaro tal quistione, 
solo riguardata sotto Taspetto scientifico, per quanto è in me, e per 
fin dove giungano i lumi miei. 

E oramai un principio conosciuto e universalmente accettato, che 
le proibizioni di quelle merci forestiere che non sono analoghe alle 
opere fabbricate da' nazionali sono contrarie all' interesse ed alla fé- 

(0 Queste conùderaiioni furono pubblicate la prima Tolta in ottobre i834« 



70 

licilà della naziooe intera; poiché ia tal caso la coDcotreDKa dello 
siraoiero seoza arrecar danno alle sorgenti delle nazioDali indastrie, 
gioverebbe la classe dei consumatori , procurando loro a buon mer- 
cato i prodotti liberi. Ma è del pari una verità incontrastabile e di 
fatto, che onde prosperar possano le manifatture di un regno, allorché 
sono nascenti, e doTe le circostanze economico-statistiche, tali come 
la minor copia dei capitali in confronto alla nazione straniera , la 
minor copia della popolazione consumatrice e simili lo esigano , fa 
d'uopo porre potenti argini alla immissione delle stranie manifatture; 
modiGcando il commercio d' importazione a seconda le locali circo- 
stanze. Ond'è stato pur giudizioso quel paragone, pel quale le ma- 
nifatture sono state assimilate alle razze animali della pesca e delta 
caccia, di cui i piii saggi Governi proibiscono la distruzione dette 
generazioni bambine, per godere con maggior frutto delle adulte: ed 
egli è pur vero che nel suo principio ogni industria .è bambina , e 
bene spesso abbisogna della mano del governo che la sostenga, perchè 
stesse a livello colle provette; sino a che da sé sola si regga. 

A ciò fare, due modi si sono progettati dagli economisti; l'uno di 
proibire affatto l'immissione della merce simile alla nazionale, l'altro 
di renderla in certo modo difficile con qualche dazio, il quale ben 
regolato , mette se non altro in parità di circostanze i prodncitoci 
nazionali con quelli stranieri. 

Attenendoci noi piuttosto ai secondi che ai primi, agevolmente ci 
persuadiamo che gravati di forte dazio alla immissione i generi e te 
manifatture straniere non si possono che a prezzi ben cari mettere 
in circolazione, e quindi le indigene manifatture essendo nel caso di 
sostenerne la concorrenza si possono con sicurezza spacciare. Animanai 
cosi mano a mano gli speculatori ad introdurre fabbriche di mani- 
fatture, e le introdotte si accrescono; e aumentandosi per tal modo 
i mezzi di lavoro accresconsi i mezzi di sussistenza e di prosperità 
individuale, la quale estendendosi conduce sicnramente alla prosperità 
generale: mentre per lo contrario ove liberamente entrar si lasciano i 
prodotti che vender possa lo straniero a prezzo minore di che asso- 
latamente non pnote no prodnttor nazionale, viene a distruggersi l'in* 
dustria, e alla miseria si riduce nna classe non piccola di lavoratori. 

Noi stessi Siciliani , noi stessi ne abbiamo tatto giorno un vite 



71 
esempio sott^ occhio, senza anelar dielro a teorie e senza cercar gli 
esempli in regioni da noi ben lontane ; chiaro apparendo ancora ai 
meno veggenti, che dal ponto io cui fa provvisto Napoli di leggi 
che forti dazii imposero alle straniere manifatture, sorger si videro 
))en presto nel regno fabbriche di ogni sorta che son giunte in breve 
a pareggiare quelle d'oltremonti non che del resto d'Italia, e a man* 
tenere un immenso numero di operai. L'isola nostra anch'essa ha fatto 
pia volte degli energici sforzi suH'assnnto, e arde del desio di ve* 
dere nel sao seno introdotte le fabbriche d'ogni manifattura che fonte 
sarebbero per essa di ricchezza non poca: ma i snoi tentativi son 
tornati vani , e le fabbriche qui introdotte non prosperano , o nate 
appena langoiscono. Si era già introdotta una fabbrica di carta in 
quest' isola, e, perchè s' ingrandiva, varii speculatori accingeansi a sta- 
bilirne delle altre: ma la prima non ha goduto lieta fortuna, e le altre 
quasi prima di nascere sono mancate. Fuvvi in Palermo una fabbrica 
di Faenza e di terraglia ch'ebbe giorni felici, e del tutto si spense. 
Sorsero io più punti di questi dominii fabbriche di panni con prò* 
spero successo, e ora appena rammentiamo ch'esistettero. Pih fabbri* 
che di cotoncrie si è cercato d'introdurre fra noi, ma ben presto di 
esse, talune sono andate in rovina, altre a stento si reggono e a pe* 
rire son prossime. Gravi lagnanze si son fatte per tali disgrazie! Ta- 
luni van gridando che noi non siam fatti per le manifattore, e che fa. 
remmo assai meglio a dimetterne ogni pensiero, e a ripeter piuttosto 
la ricchezza nostra dall'agricoltura , la quale depressa al presente ed 
avvilita, rialzar si dovrebbe e migliorare; quasi che senza le arti prò. 
sperar possa l'agricoltura, e quasi noi non sapessimo che dove sono 
languide, poche ed imperfette le tnanifatture ivi niente avvi a sperare 
che avanzar si possa per un traffico esterno: e minore essendo il con- 
sumo interno, minore quindi esser debba la floridezza dell'agricoltura. 
Tal altri poi ci hanno ingiustamente tassati, ora di poco industriosi, 
ora di poco istruiti, e fin talvolta, per nostra amara sventura, ancor di 
poco fedeli. 

E por da tntt'altro è da ripetersene la causa. 

Non pare credibile, e pur è verissimo , il libero cabotaggio delle 
manifatture nell'una e nell'altra parie del regno è la cagion potentis. 
sima di danno siffatto, h da ciò che la Sicilia ha perduto immense 



72 

ricchezie, essendo rimasta soffocata, com*ò Daiorale, ogni sorta d'in- 
dustria maoifat lo riera nell'isola. É da ciò che idi finanza anch'essa ha 
risentito gravissime perdite; essendosi da una parte attenuali gl'introiti 
della Dogana che poco Inoro han ritratto dalle manifatture estranee, delle 
quali, mancando il consumo per lo caro prezzo, manca la immissione 
delle manifattore napoli tane, perchè libere s'importano e d'ogni peso 
esenti. 

£ per venire a capo dello assunto propostomi per quanto rìgaar- 
dar poesa la scienza economica e nulla pib, e a rilevar chiari i danni 
a noi cagionati e il modo agevole di ripararti èmmi d'uopo premet* 
tere un'idea fondamentale che di base servir deve ad ogni mio ragio- 
nare. 

Forma la Sicilia con Napoli un regno solo, ma ciò, com'è notis- 
simo al mondo tutto, in quanto essi sono polìlicamente uniti in virtù 
di un atto regio del 1816, ambidue soggetti ad uno stesso sovrano 
e regolati in gran parte colle leggi medesime; ma son essi poi in realtà 
due regni ben disgiunti dalla natura, e che hanno allo spesso degUn- 
teressi economici non che diversi, ma talvolta fin anche opposti e del 
tutto cootrarii. É perciò che con avveduto consiglio si è provveduto 
mai sempre dai nostri monarchi per via di particolari leggi in talune 
cose all'una e all'altra parte del regno: e abbenchè fossero le stesse 
in ambidue le regole primordiali delle amministrazioni, pure leggi se- 
parate e speciali nell'una e nell'altra parte le norme ne fissano, ne sta- 
biliscono le organizzazioni , e l'andamento ne regolano con mille ec* 
cezioni dalle particolari circostanze e dalle località reclamate, che in 
gran parte noverar si potrebbero, se questo fosse il luogo di andarle 
rammentando. Che anzi fra gli articoli di separazione economica avvi 
quello principalmente della finanza, ciò che importa non potersi fare 
a meno dal considerarsi come divisi d'interessi, in quanto alla eco- 
nomia, queste due parti di no regno medesimo. 

Ciò premesso, veggiamo come crollano ad un punto le teorie tutte 
che vanno spargendo alcuni, che a forza di principii e talvolta di so- 
fismi, senza pienamente conoscere il sito di cui parlano, generalizzando 
ogni massima di economia anche nella pratica , come se si trattasse 
di una scienza matematica, che non va soggetta a particolari modi- 
ficazioni, vanno dettando e predicando assiomi ; non avvertendo che 



73 
an principio il quale molti stati arricchisce, può rendere an altro e 
povero e miserabile* 

Noi lo sappiamo benissimo, né evvi piii alcuno che ignora al pre- 
sente, che nel commercio interno la circolazione goder deve della li- 
bertà la più illimitata, e non dev'essere mai inceppala con barriere o 
con privilegi di qualunque natura essi fossero ; appunto perchè sic- 
come il consumo interno è quello che forma la prosperità della pro- 
duzione, quindi ha d' uopo delle agevolazioni maggiori e della mas* 
sima libertà, derivando dalla rapida circolazione dei prodotti nazio* 
cali ti movimento perpetuo della industria. Ciò è a tutti notissimo, 
e noi Siciliani che negli studii di civile economia non siamo novizi, 
sappiamo pur troppo che l'opinione degli scrittori, Taulorità dell'e- 
sperienza, i principi! della ragione sono uniformi, e dimostrano ugual- 
mente la necessità e i vantaggi della libertà illimitata del commercio 
interno; e ornai si conosce da' più che ogni ulteriore dimostrazione 
a questo riguardo sarebbe inutile e senza oggetto, non pur trovan* 
dosi un solo cui bisogna persuader su questo punto. Ma la quistìone 
nostra 6 tutt'altra. Napoli e Sicilia abbenchè in unico regno riuniti, 
avendo però Gnanze e amministrazioni separate non possonsi per alcun 
verso riguardare come parti di un regno stesso in quanto al com- 
mercio. 

Or così essendo dando uno sguardo allo stato della industria ma- 
nifatturiera in Sicilia, uno sguardo io Napoli, senza lungo riflettere, 
e senza Gsicar su le ragioni, si conviene da ognuno che quasi nulla 
ha da spedire di manifatture in cabottaggio la Sicilia nei dominii del 
continente, mentre al contrario resta essa inondata da ogni sorta di 
manifatture che da Napoli liberamente in cabottaggio vi s'importano, 
le quali qui possonsi a prezzi discreti spacciare ; non interessando 
tanto al manifattore il vender caro, quanto il vender molto: e quindi 
vengono io concorrenza dalla massa maggiore della popolazione pre- 
ferite alle straniere, che gravale di dazii ben forti non si possono che 
a forti prezzi rilasciare* 

Come ò dunque possibile di pareggiarsi in Sicilia per la condizione 
e per lo prezzo sul C9miociare delle nuove speculazioni le manifattore 
ormai provette di Napoli, che tanto ci avanza nella carriera della in- 
dustria e della ricchezza? 

MOMFILUEO voi, IF* ^^ 



T4 

Ma ciò, dicono alcuni, poco caler deve alla Sicilia; giacché ae eaaa 
ricete manifattare da Napoli per yia del libero cabolUggio, apaceia 
per tal guisa i aaoi prodotti , mentre i Napolitani non ne regalano 
al certo i lor prodotti, ma ne ricercano degli altri in baratto* Quindi, 
a lor pensare, ò indifferente che un paese si procuri ciò di che ab- 
bisogna per Tia del libero cabottaggio, ofyero prodoceodolo entro le 
proprie mura, non facendosi altro alla fin fine che cambiar .prodotto 
uon prudoito. Ma questo ragionare, che sembra ater l'aspetto delb 
verità, si trova falso così nella teorica come nel fatto nostro. E pri- 
mamente non è sempre vero che i prodotti di an altro paese ai ot- 
tengono coi prodotti, che beo mille volte si ricerca anicamente il de- 
naro. Nò si risponda colla puerile idea che essendo il denaro nna 
merce che noi abbiamo ottenuta in cambio di merci nostre, in ultima 
analisi noi cambiamo prodotto con prodotto, e la ricerca di nostre 
merci intanto èssi accresciuta ; poiché dar si possono due casi net 
quali ciò non succeda. Primo, quando questo denaro è stato oitemto 
coi prodotti di anni già passati ; p. e. io questo anno potrò dare 
cent' ooze al Napolitano per averne tanta mussolina , oui noi potrò 
fare un altro anno , perché la mia rendita non è che di dieci oose 
acnoali, e quel di piìi in onze novanta era un capitale aocuonriato 
col prodotto di anni già passati : aecondo , quando si compra see* 
mando il consumo di altre merci; poiché non può metterai io forse 
che si possa comprare nna merce impiegando qoel denaro che sarebbe 
stato indispensabile per averne un'altra. La Sicilia p.e. importa cento 
mila onze ogni anno dell* Inghilterra in cambio di tanto frumento ; 
essa ha destinato per altri usi questo denaro : or se il Napolitano 
venendo in concorrenta col nostro producitore nella vendita di sue 
manifatture non vuole altro che denaro, e se V Inghilterra non fa ri- 
cerca del nostro frumento é mestieri che il Siciliano prenda una por- 
zione di quelle cento mila onze destinate ad altri usi e le dia al Na- 
politano in cambio delle merci sue. 

Ma lasciando da parte queste teorìe ed astrazioni, di cui ci siam 
serviti al solo oggetto di ribattere e le astrazioni e le teorie che 
tuttodì si vanno spacciando , senza por mente alle risposte che por 
si sono scritte circa un tal particolare, torno al fatto della Sicilia, 
asserendo, che non trovasi, col calcolo, equivalente il vantaggio cbe 



75 
9V tra* dal prodotto di niui sola delle laote maDifatlEre cbe qui da 
NafoK spediscoBsi, a tutta la somma riooita di ogni genere che dalla 
Si«ifìa si spedisce, si pereliè pochi sono i generi nostri di che ab- 
bisiygaaiie i NapoUtaa^ « perchè alcnni fra questi sono esclusi dal 
eafbottaggio, si fioalmenle perehè mohi vengono presso di foro assog- 
gettiti » foftt dazii di consumo. 

Or duaqae y non essendo oelk duo parli del regno Io stato della 
indastrra e delle nonifatlare presso a poco ad ugnai grado pervenuto, 
come presso a poco a pari circostamse poò talntarsi Io stato loro in 
quanto alle produzioni del soolo , ò inevitabile che nel mentre una 
parte del- regno vico tutta a godere degrimmeosi vantaggi del libero 
cahotlaggio, vengon snU altra a ricadere le cooseguenze pio funeste di 
depessione in^ormonlabile; insormontabile perchè sperar non può un- 
quamai di riehare, sempre restando all'altra enormemente tributaria. 
Còsa contraria affatto allo spirito della politica economia, il quale con- 
siste nel fare in modo che ogni nazìoBe dipenda ii meno che sia pos- 
sibile dalle altre o Ticino o rimote; poiché quanto minore sarà qne* 
st^ dipendenza, tanto maggiore sarti la ricchezz;a sua, la soa forza ; 
e per tt> contrario quante essa più dipenderà dalle altre , tanto sarà 
pia povera, tanto più debole. 

Né ciò è tutto, che at dire moke ci avanea. Sia per un momento 
in'» quanto al commercity da risguardarsi coom un regno solo Napoli 
e la Sicilhi;'8Ìa il libero cahoitaggio» senza modificazioni utile alla no- 
atra Isola (cose ambidoe assurdissime, eome abbiam rilevato) veggiamo 
per un momento se di queste libero cabottaggio.godiam noi, o se pur 
nostri sono tutti r danni, tutto pel commercio di Napoli il vantaggio. 

Si sa da chiunque è per poco informato delle patrie cose, che la 
Sicilia altro in cabottaggio non ispedisce per i dominii del continente 
che poche merci; ma la polvere, il sale, il tabacco, e simili, di che 
noi abbondiamo, spedir non si possono a Napoli per effetto delle re- 
gie privative, fn quanto alle manifattore, i lavori di ferro della Si- 
cilia poteansi spacciare in Napoli a minor prezzo de' napolitani, per* 
chi siccome ad agevolar le miniere di ferro di Napoli trovasi ivi sta- 
bilito un forte dazio alla immissione del ferro straniero, ciò che non si 
ha in Sicilia, quindi le manifatture di ferro straniero lavorate in Si- 
cilia costerebbero in Napoli assai meno di quelle ivi stesso lavora- 



76 

te, e ▼iocerebbero la concorreoza ; e appanto per qaeslo onde non 
restar sopraffatte nella concorreoza i lavori di ferro di Napoli da qaci 
di Sicilia, fa con avvedutezza, espressamente proibita la immissione 
io cabotaggio di lavori di ferro anche della Sicilia nei domimi con* 
tinentali. Parimente i giulebbi nostri vincer poteano .per lo prezzo qaelli 
di Napoli, poiché ivi lo zucchero paga sei ducati a quintale c|i più 
per dazio di consumo che noi non paghiamo; quindi perchè non ne 
avvenisse danno alle napolitane fabbriche di giulebbe, vennero dal \v 
bero cabottaggio esclusi i nostri giulebbi. In quanto alle materie pri* 
me, il basso prezzo della straccia poteva esser di mezzo onde atti- 
varsi le nostre fabbriche di carta e sostener la concorreoza con quelle 
di Napoli; e quindi con accorta prudenza a fio di agevolare le car- 
tiere napolitane venne gravata la straccia di Napoli di un dazio di 
esportazione, perchè non si venisse a spedire in cabottaggio per la Si- 
cilia, e all'incontro liberissima esce la straccia da questa Isola onde 
portarsi a Napoli in cabottaggio. 

Or poi pressoché tutte le derrate che dalla Sicilia si esportano per 
Napoli, non ostante che libero fosse il cabottaggio, van soggette al 
pagamento di dazii fortissimi, i quali abbenchè dazii di comumo ve- 
nisser nominati , o non d' immissione , pur tuttavia son dazii che ri- 
scuotonsi sopra i generi che vi s'importano dalla Sicilia; i quali dazii, 
diminuendo da una parte un pia forte spaccio dei prodotti nostri , 
vengono a pagarsi dagli offerenti e non mai dai consumatori, poiché 
si tratta di merci che gli stossi Napolitani producono, e nel cui valor 
di costo non van comprese le spese della dogana. Al contrario poi 
le cose che dai dominii del continente in Sicilia s'importano, siccome 
in maggior parte non sono che manifatture, che certo noi non abbi- 
sogniamo né di vini né di altri simili generi, e sopra quelle, dazii 
di consumo non esistono né van soggette ad alcun dazio civico; cosi 
entran esse libere affatto da ogni gravezza, e senza alcun peso met- 
tonsi in circolazione oeir Isola. Esisteva una volta in Palermo an dazio 
civico cosi detto Nuovo imposto^ il quale esigevasi per conto del Co- 
mune, alla immissione che facevasi in questa Dogana di qualunque 
genere manufalturato o no; ma un tal dazio, come è noto a ciascuno, 
alla pubblicazione delle nuove tariffe, riguardandosi come compenetrato 
nei dazii regii d'importazione, fissati colle medesime venne abolito. 



77 
Dimodoché in questa guiia le manifattare dapolitane Tennero affatto 
liberate dal pagamento di qualsiasi dazio, alla immissione, ed esenti 
da ogni gravezza mettonsi in commercio fra noi; mentre allincootro 
i generi nostri, come dicemmo, veogon soggetti a gravi dazii di con- 
snmo: e in particolare il vino nostro è ivi soggetto ad un peso equi« 
valente al doppio di quello imposto pei vini dei regali dominii del 
continente. , 

Chi è ormai che non comprende la miseria dello stato di nostro 
commercio e della industria nostra 7 chi è sì cieco da non vedere che 
la parola di cabottaggio si applica a quel commercio che con altri 
termini è un sistema coloniale? quel sistema tanto ingiusto quanto 
falso , riprovato oggi quasi universalmente dagli economisti « perchè 
ad altro non serve che a concitare odii, a toglier libertà e ad accrescer 
miseria ? Ciò che appunto non è sfuggito all'alto senno del re nostro 
che ha posto in serio esame affare di si grave importanza, il quale 
desideriamo che voglia aver per noi prospero avvenimento. 

Nò un tal desiderio è ingiusto, né noi pretendiamo che per sol* 
levarci, danno ad altri si rechi. Guardici il cielo, che noi avidi di 
prosperità volessimo aggravio recare ai vicini nostri. Amiamo noi i 
Napolitani, popolo a noi fratello, e con tanti vincoli, e con tanti modi 
a noi congiunto; e nel pretendere i nostri vantaggi frodar non vogliamo 
o menomar di un obolo le ricchezze loro: ma essi che animati sono dai 
medesimi onesti sentimenti siam certi che non vorranno affatto vederci 
inerti, bisognosi di tutto, andar mendicando qua e la, non che i gè- 
neri di lusso, che a tanto non agogniamo, ma le vesti onde coprirci, 
e ogni manifattura al viver sociale bisognevole. Pertanto questo è ciò 
che si ha dal libero cabottaggio nostro, che mentre si assicura al pò* 
polo che ci sta piii innanzi neirindustria qual è il napolitano, il pos« 
sesso esclusivo de' vantaggi della medesima, si vengono a paralizzare 
tutti i nostri sforzi, e veniamo condannati ad una eterna privazione 
di quei beni proprii e indispensabili ad ogni popolò cullo, ed inci* 
vilito. E costretti a rinunzifare alle nostre manifatture siamo obbligati 
mandar le nostre materie prime ai Napolitani, il che tende ad im* 
poterire relativamente lo stato; perchè se si avesse nell* interno quel 
prodotto che comprandosi dallo straniero alimenta una classe di la- 
voranti stranieri, allora invece di alimentar l'industria altrui, alimen* 



T8 

1 crebbe quella di uca claste di laforantt snionali; siaflio eestretli a 
saluiare i loro eperai par febbrìcarle, e pagare ai eapiralisti loro rin* 
tercsse e il beneficio dei capitali in»piegaii apll» lor fcbbrieazioBe. 

Ma desideriaoB nei di vedere asaolataneiile abolito il libero cabot- 
laf;gio?... NoD mai. Le opinioni aealre non seao irragionevoli-, e i 
Boat ri desiderii né ancbe imovèderali. 

Noi abbiamo chiaro osaert ato che il libero oabottaggio è dtstrnUivo 
d'ogni indostria peaao noi che aiaoi» aa pepete in cai tlndoatrie è 
indietro moho di quella di Napoli». 

Da ciò ne è avvenute eie abbiaa» rìmpiezsalee i prodotti deirioda- 
stria siciliana coi predotti della Bafoliteon rndistifa; e qnindi per im 
naecabili conaegaenze aon dacadoU le^ nostre' nascenti manifattore, si 
è faiU aeceace noe delle tergenti del tMveglio , ai è para4iizata una 
classe di Iav^>rateri, wma si i aMMntail»ka pepolaorione) ar è arrestato 
il progresso delle riccbene; e £acendfOf retrocedere ìm nostra^ accele' 
rato abbiamo l^alirat preaperith, ftivosando i progressi- deHe sna ric- 
chezza e della san potenza : aenzn che per questo i nostri prod'btii 
sienei Mcresciiitp d» vulora, poiehk di qnesti, i Napelitani' non- bao 
quel biaegav che nei abbiano deHe* forei msoiliIlHW. 

Quel mezzo» intanto' ci preeenterebbe le sciane eeeoemioe efae po- 
tesse ovviare e tanto' danna noalroi? SempUeiesimo è< desse, e da nor 
sei principia evEvertito:: 1» modiikeaeiene ètl libero^ enbeHaggiw delte 
eeeenìnnr a nostro* rignanie. rft» eift perpet nemente * , mm per qnefcbe 
tempo^ e finché saremo* in ielefe dr soffrire Iv Kèera coneerrenea, e per 
qaeUiB) aole manifattore che dn nei. as sono isfrodocny e che introdnm 
si vogltenei e^le OMlerie priens'dle vr abbisognano; Kberiesìnio*lasenn- 
dori U cerae» alfes oiraelaeiione- di tatf» gK alvri prodMti aeoear riserw 
né restrimone. Cesa per altro anatog» alfe int^ovioni dee prvvritfo 
6ovenie^ il qeate nello stesso^ sMoele risteaM di o n bowar g gio^ sflifaifr 
per telnni generì> e per tahini hioghi delta* eccezioni espreesete negR- 
arlMoK ÌT, t8 , 119 e 20 dkV r. éeereto* dei »0 norvembne f8i24, 
che non elMPonde* son meti^vateper certO) che* dalle speciali circostanze 
delle dtoe perti d^' regali dominii. 

La storia della iodnelria moderna c'insegna, ohe tolti i popoli, senza 
eccezione di sorta , bao collocato le preibimnr a fianchi di ciascun 
ramo nascente diodo stria e di commercio che essi han voluto che prò- 



79 
sperasse. Ma qaeste protbizioDi non Toglion essere perpetue; essebi, 
sogna che sieDO temporaneei e solo sino a tanto che l' ìodastria da 
esse protetta non abbia piìi bisogno di rifugio, e più non tema la con- 
correnza della industria straniera. 

Forti clamori si deveraano dai poco accorti eco«omÌ8ti a queste 
idee. Si dirà che per lai iBodo wnk ed imporsi ai consumatori na- 
zionali Tobbligo di pagare gli oggetti della industria naiioaalo ad uu 
prezzo pia elevato che quello della iedusirìa napoli tana ; si griderà 
che questo soprappiU di prezzo è «a tributo stabilito in favor dei 
prodottori, e quindi illegittimO| perchè non torna a profitto dello Sta* 
to, molto più se prolungasi al di là del bisogno. Ma par s'ingannano 
quei che così la discorrono. Il basso prezzo delle manifiitture napo- 
litano a confronto delle nostre è la caosa che qui non prospera Tin- 
dostria, bisogna quindi &rle rincarare onde animare gli speculatori ho- 
stri; e bisogna imporci delle privaaieot a fin di elevarci al grado di 
popoli induslriest e commercianti. £ quel preteso tributo (il quale 
io parte ricadendo io prò de' lavoratori ricade in vantaggio della na • 
ziooe) noe è altrimenti da risguardersi, che come la spiota della pro- 
duzione piettostOy anziché la ricompensa del produttore: e questo stesso 
non perenne, non lungo, ma durevole sino a quel tenaioe prescritto 
dalla necessità medesima che l'ha fatto stabilire. 

Sì griderà infine da taluni^ che cosi si verrebbero a mettere nello 
stesso livello il prodottor napolttaao e lo straniero, ciò che sarebbe 
ingiusto. Ma questo avverrebbe se dovesse imporsi un ugual, dazio 
alla immissione della merce napolitaaa come su quella straniera; se 
però la napolitaoa merce di un peso venisse gravata che fosse di gtuo 
lunga pia lieve che non è quello imposto per l'ugual merce stranie- 
ra , noe verreUie a prevenirsi ogni lagnanaa ? non rimarrebbe quella 
sempre superiore nella concorrenza? 

Per siffatto modo, a nostro pensare, si potrebbe ottenere un dop • 
pio scopo, quello cioè di favorire, almeno* per talune manifatture, la 
industria della Sicilia, e quello ancora di trarre, ove si voglia , un 
vantaggio fioantiero. 

E cosi facciam termine alla presente memoria, solo agli economisti 
diretta per quanto interessar possa la scienza, al Governo non mai ; 
che certo il Governo nella sua profonda saggezza non ha bisogno dei 
nostri lumi, e molto meno de' consigli nostri. 



80 

APPENDICE (1). 



Lietameoie imprendo a ragionar di nuovo sul cabottaggio Ira Na- 
poli e la Sicilia, or che varcaio già Tanno meritarono le mie Consi- 
derazioni cadere sotto una stretta disamina (2), cbè lieto mi rendono 
oltre ogni credere e la santissima causa che io difendo, e 1 suffra- 
gio del Pubblico in questa congiuntura verso me lusinghiero, e la be- 
nignità del Monarca , reggitor sapiente dei destini nostri , intento a 
risolvere coITallo suo senno a norma del giusto quanto sarà bisogne- 
vole pel vantaggio comune. 

Per concorde voto la Sicilia, per uniforme pensamento i nostri par- 
ticolari governanti hanno desiderato e richiesto che si fosse posta 
mente allo stato dell'attuai nostro cabottaggio onde porre rioiedioai 
mali non piccoli, che ne ha la Sicilia risentiti. Non voci uscite da 
petti sdegnosi, non clamori elevati da bocche invide o maligne; ma 
lamenti di un immenso numero dì fedelissimi sudditi a pie del loro 
Padre e Signore soo quelli che si sono fatti e che si fanno. 

Pochi fortunati speculatori stabiliti io Napoli , all' ombra di tanti 
privilegi commerciali, senza timor veruno di concorrenza oè straniera 
né nazionale , arbitri assoluti e delle materie prime e delle manifat* 
ture, libero godoosì il diritto d'imporre la legge ai Siciliani tutti, 
certo di essi e piìi numerosi, ed importanti più essai. 

Arricchiti gli stessi con un traffico che a rigor di termini non è 
che un vero monopolio , e con un commercio che di fatto niun sa 
negare di essere esclusivo; vedendo vacillare il loro dispotismo ove 
alle ragioni io prò della Sicilia si facesse buon viso, gridano, e schia- 
mazzano ; e con foBsmi, e con maneggi, e con rimbrotti e eoo mi- 
nacce financo svisando la quistione, che per loro è tutta nell'interesse 
dei particolari, grave la dimostrano per Io stato, e l'idea imponente 
vi attaccano di generale interesse nazionale; e ci dicono stolti, e ci 
chiamano volubili , e ci dichiarano ingiusti , e ci maledicono , e ci 



(i) Pubblicata la prima volta nel 1837. 

(1) Sul cabottaggio fra le Due Sicilie — Napoli dalla tipografia Flaulina i836 io-8. 



81 
caloDniaao per iodiscreti e per iotolieraDti , per inconteDtabili e per 
in?tdio8Ì. 

Teoea per fermo ehe le brevi 'Considerazioni da me sol proposito 
pabbticate, sobrie, pradeoli cose sponevano, e di qq velo copri?aDO 
i torti a Doi fatti, che s'addolciTaoo , non aspramente si ripetevano. 
Ora però cbiamajli da on anonimo, che non volgar nomo per certo sli- 
miamo (1), a render conto delle parole nostre, malmenate siffattamente 
da volersi chiamare illusorie ed ingannatrici, useremo della francbezza 
medesima permessa a lai che scrisse la difesa degli speculatori di Na- 
poli: e beo noi con più ragione, sostenendo i diritti, e gì' interessi 
universali di un pubblico intero, dell'intera Sicilia. Poche parole ag* 
giungerem noi alle già dette una volta, e sol per dimostrare che i no* 
stri avversarli nulla avendo che rispondere agli argomenti nostri po- 
tentissimi, alterano ì fatti o del tatto li negano. 

Libertà!! libertà di commercio è la voce comune agli economisti 
tutti del secolo nostro. Son fulminati i Golbertisti, e in meritato di- 
spregio soo cadute le ruinose ed assurde massime loro, e i moderali 
stessi e i discretìsti^ che abborron del pari e V assoluta libertà, e la 
servitii , soo riguardati con occhio bieco e con fiero cipiglio da' fi- 
losofi tutti della scuola novella, che odiano fin anco i nomi non che 
di monopolii o di tariffe; ma di proibizioni, di privilegi, e di qua- 
lunque altro ritrovato di somigliante natura. 

Qoesta voce imponente che da un punto all'altro della terra echeg- 
gia, e rimbomba, che ha formato la felicità dei più ricchi stati, s'è 
creduta disadatta agli interessi particolari di alcune nazioni, le quali 
non hanno voluto ascortarla sinora. 

E Napoli e la Sicilia son fra questesse , che una tariffa doganale 
ben forte ha posto un limite alla libertà commerciale. Si è creduto 
dai ministri del Re esser proficuo agi' interessi dello stato il sistema 
daziario, perchè vantaggioso alla finanza, e perchè proteggitore dell'iu* 
dustria. Avranno avuto essi le loro buone ragioni ad adottarlo, uè noi 
possiamo elevarci io censori dei medesimi, né siamo da tanto da ma- 
nifestare le nostre economiche opinioni sull'assunto. 

(i) Mauro Rotoodo. ^ 

MoMTtLLAao VOL IV. II 



82 

Per t'ioteroo commercio però si crede essersi adottate le idee aoi. 
Tersali. Manda Napoli alla Sicilia le sue derrate, e gì' immensi pro- 
dotti delle sue manifattore, manda Sicilia a Napoli i suoi generi; e 
eoo questo scambio di prodotti, da' Napolitani si benedice la libertà 
commerciale, perchè si provvede Ton popolo dall'altro di ciò che gli 
abbisogna, e perchè vede crescere, aumentare, giganteggiare l'opulen- 
za, la ricchezza, la popolazione, la prosperità nazionale. E dai Si- 
ciliani si piange, si deplora, si prega, si scongiura, perchè lo stato 
economico di questa nostr'Isola lungi dell'esser progressivo è stazio- 
nario, se non vuoisi prestar fede a crederlo retrogrado, assordati dalle 
inani voci di gioja dei nostri non pochi utopisti j e dalle molte pa- 
role del napolitano economista che, col famoso argomento del posi hoc 
ergo propier hocy ci vorrebbe ripetere per effetti del libero cabottag- 
gio varii incrementi della civiltà nostra, e fin l'accrescimento della no- 
stra popolazione; come se s' ignorasse addi d'oggi , dopo qnanto ne 
scrisse eruditamente il Maltos , che la popolazione crescente non è 
sempre un indizio della prosperità nazionale , poiché molti individai 
nella miseria consumar debbono assai meno di ciò che pochissimi nel- 
Topo lenza. 

E neppur questo pianto e questa lamento voglion taluni tollerare ; 
e si vuol che si soffra, e si vuol che si taccia, e si pretende finaneo 
che noi stessi fussimo primi ad onorar di plausi la nostra sventura, nel 
momento in cui un Re intelligente e che conosce i nostri bisogni, e mu 
nistri sapienti, e d'animo incorruttibile debbon esser impegnati per lo 
universale benessere. 

Noi non vogliam tenzonare a furia di parole, ad empito di chias- 
si, a frastuono di voci; poche cose diremo non formando un'opera ma 
pubblicando questo secondo Uòriccino , che sarà forse bastevole a ri- 
velare il vero a coloro che il leggeranno con animo sgombro da pre- 
giudizii, e da particolare interesse. 

Perchè alterare i fatti? perchè negarli? perchè mai dire che abbiam 
noi ciò che non abbiamo affatto ? perchè chiamarci colpevoli della no- 
eta rovina 7 perchè caricarci di rimproveri 7 perchè insultare finaneo 
alli miseria nostra 7 

La Sicilia si limita a desiderare la sorte stessa della nazione coi 
sta legata. Vuoisi che liberi entrassero i prodotti di Napoli appo noi 7 



83 
Libera del pari ìq Napoli aia V entrata de nostri. Vaolsi che aggra. 
yaii di pesi i nostri generi s'immettessero in Napoli 7 Si gravino in 
ugnai modo quelli che in Sicilia da Napoli ci pervengono. Potrà chia- 
marsi delitto il desìo di veder regnare la parità e la giustizia tra le 
elassi tutte della società medesima 7 

Noi dicemmo in brevi detti abbastanza- su quanto riguarda l'affare 
in disamina; a confutare in breve or ci rimane quanto ci si è scritto 
in contrario. 

Doppio ne sembra l'oggetto che indusse a dettare lo scritto Sul ca* 
flottaggio fra le Due Sicilie; il voler dare la storia della introduzione 
del libero cabottaggio fra noi, raffusolando i fatti in modo da far cre- 
dere essere stato il medesimo non che desiderato, ma istantemente do- 
mandato dai Siciliani; indi la smania di voler dettare con aria di as* 
soluta superiorità accademiche lezioni sulle teorie di pubblica econo* 
mia, onde farne delle applicazioni al cabottaggio tra Napoli e la Si- 
cilia , che si è creduto dimostrare oramai proficuo sì per V una che 
per l'altra parte del regno. E negar non potendosi che lo stato in- 
dustriale della Sicilia, non ostante il vantaggio che si vuol supporre 
avvenuto la mercè del libero cabottaggio, sia in una posizione som* 
mamente abbietto , si procura d'indagarne le vere cagioni; e si addi- 
tano ai Siciliani, quasi orde di barbari e di Ottentoti , privi di lu- 
mi, e d'ogni economica conoscenza gl'interessi lor propii, e ci si pro- 
pongono inoltre consigli da seguire, e provvedimenti d'adottare! 

La Sicilia , questa terra sì clàssica e magistrale che dal 1130 e- 
poca del cominciamento della sua monarchia al 1194 epoca del re- 
gno degli Svevi si tenne da sé, e per l'intrinseca sua potenza, e per 
la debolezza dei grandi principi dell'Europa ; che si resse vigorosa 
sino al 1266 quando morì Manfredi, ancorché sempre minacciata da 
una serie di Papi nemici atrocissimi della casa di Svevia ; che sof- 
fri un breve interregno di sedici anni, quando divenne preda di Carlo 
d'Angiò; e che nuovamente fece di sé nobil comparsa dandosi nel 1283 
non all'Aragona, ma a Pietro re d'Aragona unico erede degli Svevi 
sino al bajulalo del figliuolo ed erede delle virtù del padre suo Fe- 
derico li di Aragona il duca Giovanni, morto nel 1348; che non fu 
oppressa dalle fazioni suscitate sotto i due buoni ma imbecilli Lu- 
dovico e Federico III inaino alla venuta dei Martini verso il 1392, 



8/i 

i quali, pacale le civili discordie, ne rìlevaroDO la dignità della eo« 
rena; e ehe colla morte del gioTane Martino, se perde nel 1409 la 
stabile presenza dei sooi re , pnre goTcrnata da lontani signori non 
decadde di gloria, né mancò di splendore; la Sicilia fa con atto so- 
vrano del 1816 riunita a Napoli. Di due regni ne fu formato un solo; 
ma neiraito medesimo della riunioo loro conservate rimasero, e sepa- 
rate del tutto, e ben distinte le amministrazioni, la giustizia, e le fi- 
nanze rispettive. Furono i due regni politicamente riuniti io un solo, 
ma amministrativamente rimasero separati, e questa separazione ammi- 
nistrativa e di finanza, sin dallora proclaoiata, fu di nuovo solenne- 
mente confermata con altre fondamentali leggi dopo il congresso di Lu- 
biana. Questo fatto solo , appena cennaio , questo solo che noi non 
ci stancheremo di ripetere, è bastevole a rovesciare ed abbattere tutto 
r edificio delle economiche teorie di cui si fa tanto spaccio. Esse 
poggiano sul falso dato dell'unicità del regno, e quindi vacillano e 
non si reggono. Unico è il regno, ma politicamente ; unico è il re- 
gno, ma divise sono le amministrazioni loro ; unico è il regno , ma 
ognuna delle due parti ha la finanza sua propria (1). Quindi nelle 
loro interne relazioni , Napoli e la Sicilia riguardar non si pos- 
sono da un economista qualunque come parti di un regno stesso. E 
se a favorire le manifatture napolitane fu creduto savio consìglio in- 
nalzar le tariffe doganali contro lo stranio; cosi avvenir dovrebbe per 
Napoli e la Sicilia fra loro , se non vuoisi che chi fra esse ò più 
avanti in civiltà non eserciti esclusivo il commercio con Taltra parte 
che le sta sotto, e che non può fare uno sforzo economico senza suo 
danno sicuro. 

Il dire, il ripetere, il gridare apertamente che fu la Sicilia , che 
reclamò la introduzione del libero cabottaggio è un voler imporre ai 
più col tuono risoluto; ma senza provare le asserzioni lanciale: l'ag- 
giungere che tutto era già pronto al 1820 per Toggetto in discorso. 



(i) Difatti nella tariffa de' daxii doganali e gravato di ducati tre e grana leaaanta per ogni 
botte di dodici barili , e in quella dei dazii di consumo è gravato di un tomeae la caraffii cbe 
corrMpondc alla ftessa tomma di ducati tre e sessanta ; imperocché un torncse per ogni carafia 
è eguale a tre cariini per ogni barile , mentre un barile si compone di 60 caraffe; e tre carlini 
napolitani per ogni barile sono eguali a tre ducati e 60 la botte (perchè ogni botte si compone 
di dodici barili). 



85 
e che il trambasto a??eaalo ne differì lo avveramenlo al 1825 è uq 
orpellare il vero , è uo dar il verso alla cose secondo i proprii in- 
teressi. Si confessa dallo scrittor contrario che il Ministro delle finanze 
in Sicilia marchese Ferreri, la cui memoria non si tramanda inonorata, 
fu restìo al sistema del libero cabottaggio, e se ne trascrivono i suoi 
sensi con le sue stesse parole. Dunque il Governo di Sicilia , come 
da questo fatto risulta, era ben lontano dal sollecitare la introduzione 
del libero cabottaggio. E sarà la voce del Governo o quella di pochi 
privati la voce pubblica, il voto della Sicilia? Come poi potrÀ dirsi 
che per le vicende del 1820 rimase neirobblio il pensiero del cabot- 
taggio che ebbe ogn'effetto nel 1825? Era ben molto importante pei 
napolitani speculatori affare si grave, e d'interesse cotanto: essi quindi 
non. si tacevano, forte istanzavano, e al desiato fine spinge van lo. Fu- 
ron quindi in luglio 1821 dettate delle istruzioni al luogotenente di 
Sicilia principe di Cu tò, e fu a lui espressamente commesso Toccoparsi 
del cabottaggio. Conobbe colui che mal ciò coovenivasi alla Sicilia, 
e lo conobbe del pari lo attuale ministro cav. Mastropaolo , allora 
direttore della regal Segreteria: fu quindi da loro virilmente combat- 
tuto il progetto del cabottaggio, e dimenticato non già, né trasferi- 
to; ma impugnato con ragioni, ormai dimostrate innegabili dalla spe- 
rienza di tant'anni , fu causa che in allora non si fosse il medesimo 
realizzato. Passate nel luglio 1822 le redini del Governo di Sicilia 
in mani del principe di Campofranco , non che si rinnovaron gli 
sforzi, si accrebbero; ma egli resistendo li vinse, e coglier volendo 
il destro di recar bene alla Sicilia mise innanti , comechè invano, 
un progetto di tariffe doganali esclusivamente per essa. 

Fu nel 1824 destinato a nostro luogotenente generale il marchese 
delle Favare, e fu' allora stabilito il libero cabottaggio. Pochi anni 
passarono e nel 1828 il Diretlor generale dei dazii indiretti in Si. 
cilia rilevò i danni gravissimi che prodotto aveva quell'economico 
provvedimento, e ne domandò la modificazione ; ma le sue voci non 
ebbero ascolto, e non produssero on miglior avvenire. I mali cresce- 
vano, il libero cabottaggio proseguiva a soffocare ogni sorta di inda- 
stria manifatturiera nelllsola, esso depauperava la finanza: tanti danni 
non isfuggirono ai lumi del tenente generale Nunziante nel suo breve 
governo, ma non vi si appose rimedio. Il regal principe d. Leopoldo 



86 

quando per nostra veniara ci governara per Taagusto fratello^ occo- 
possene anchesso profondamente, e prese laffare na aspetto oiigliore. 
S^ì Tattoal laogoteoente lo eccellentissimo principe di Campofraoco 
negli stessi proponimenti che pur furono suoi, e da lui espressi sin 
dal 1822; e la bisogna pende dal rolere sofrano, e la Sicilia si pa- 
sce di dolce speranza, e sono impaxienti gli econoonisti nostri perchè 
immegli lo stato nostro ; che non senza potenti motivi si è a ciò sem- 
pre ripugnato. Noi non siamo slati si patti da crederci in ponto di 
divenir manifatturieri, sprovvisti se non altro della consistenza dei ca* 
pitali, e della forta coalitzata. Mai noi del pari non siamo stati al 
stolti da ignorare di quale immensa ventura riuscirebbe per noi Paver 
delle fabbriche nostre proprie, che provvedessero ai bisogni nostri, e 
ci liberassero di pitoccar dai vicini le cose piii ovvie e le pia neces- 
sarie. Ma in qnal modo ci potrem noi lunsingare di pervenire a tanto, 
quando Tindustria appo noi è bambina, ed abbisogna della mano pro- 
teggitrice del governo perchè s'ingrandisca e io tale stato slnnalti da 
soffrire la concorrenta stianiera? É indubitato che a fin di animarsi 
rindustria nostra v*è d'uopo di tasse cadenti sopra i generi stranieri, 
che avviliscono le arti nostre, e che ci succhiano il danaro ; poiché 
a misura del guasto che recanci, è mestieri che indietro si respingano 
con una forta relativa. Sol quando si vede aperto largo il campo alle 
proprie speculationi si fan degli sforti onde accrescere la massa delle 
cose: chi vorrebbe mai intraprendere delle fabbriche i cui prodotti per 
avere on utile spaccio bau mestieri delle carestie, e dei celesti flagel- 
li, cui fan sicuro seguito Tinvilimento e l'abbandono? E tale è lo stato 
nostro, ed è questa la position nostra economica: e le nostre amili la- 
gnante pesar si dovrebbero a fin di porvi riparo. Noi la mercè del- 
l' attuai libero cabottaggio siam costretti trasmettere fuori le materie 
prime , e le altre produzioni rotte e pesanti della terra con nostro 
grave dispendio, e diminution di profitto ; quando invece potremmo 
stabilire in casa propria quelle manifatture che stimeremmo di pih fa- 
cile e di pia vantaggiosa riuscita; e più profiilevoli , piii confacenti 
al suolo, pia adattate ai bisogni ed al genio nostro : poiché mentre 
rindustria presso noi é avvilita, niun nostro speculatore potrebbe dare 
a quel pretto i suoi prodotti come il potrebbe il napolitano non che 
adulto ma provetto manifattore. É di già impossibile aversi abbondanta 



87 
di cose àppo noi, se noa precede Tesca e rin^ito di no prezzo van- 
taggioso. Gli aomioi alcerio ooo gettano tempo , spese e fatica per 
impiegarli in ciò che non darà loro profitto: il guadagno solo spinge 
tulio on popolo all'indostria, svegHa grinerti, e li rende operosi. 

É-uo bel consigliare 9 lo spìngerci all' agricoltura : funesto però è 
siato sempre per noi Terrore di coloro che ci tolevano esclusivamente 
agricoli, inutili alle manifatture. Agricola è risola nostra, ma decaduta 
è appo noi ragricoltura, e cagion principale ne è lo inerte stato delle 
nostre manifatture: se manifatturiera fosse la Sicilia, l'agricoltura ver- 
rebbe necessariamente in fiore; perchè la sicurezza dello spaccio, la vi- 
sta del guadagno, forte stimolo darebbero all'agricoltore di versar sulla 
terra i suoi sudori, e coltivare a preferenza quelle derrate che mag- 
gior lucro gli apporterebbero e ricompensa maggiore. 

La ricerca sveglierebbe i tardi coloni a cambiar le colture e a non 
fare soltanto ciò che fecero gli avi nostri e che insegnarono ai nepo- 
ti; né più lascerebbero incolti e deserti i proprii terreni per marcire 
nell'ozio e nell'infingardaggine; privando la nazione dei prodotti e delle 
sussistenze che le sarebbero pervenute. E le arti cosi fecondate dal- 
Tagricoltura salirebbero rapidamente appo noi ad uno stato di prospe- 
rità tale, e nel minor tempo possibile, da potere non che sofferire la 
concorrenza straniera, ma in punto da ricavarne utilità non piccola e 
incitamento non tenue alla sperabile perfezione; sicché la Sicilia giun- 
gerebbe al punto di godere tranquilla il bene del libero eabottaggio, 
senza alcun timore delle sue tremende rovine. 

Queste riflessioni ponderate dalla saviezza dei nostri governanti sono 
state il motivo non debole per cui han sempre gli slessi riluttato allo 
stabilimento del libero eabottaggio. Né la sola inopportunità del tempo 
per la disparità dello slato delle due parli dei reali dominii ha su- 
scitato in essi tuttoché impazienti della libertà del commercio un tanto 
spirito di opposizione; ma ben più ancora il modo che gli economi- 
sti ineguale ravvisano tale quale esso è imposto: che mentre é favo- 
revole a Napoli, dannosissimo riesce alla Sicilia. 

Sia libero tra Napoli e la Sicilia, anzi liberissimo il eabottaggio; 
ma tale sia in effetto per ambidue i dominii del regno stesso. Se ec- 
cezioni si stabiliscono per favorire una parte, eccezioni del pari si sta- 
biliscano per proteggere l'altra. È questo il discorrere degli economisti 



88 

io Sicilia; è tale il pensiero di ogni ooeslo cittadino; così sappiamo aver 
riferito in ogni tempo il Governo nostro. É forse qaesto on discorrere 
da indiscreti, da intoHcranli, da invidi, da maligni?. •• Tali ci vuol di- 
mostrare Tantore della memoria contro noi pubblicata; egli è il bandi- 
tore della libertà di commercio, ma di ana libertà che vorrebbe per la 
soa nazione soltanto (1); egli è il nemico delle eccezioni ^ ma trova 
giusto che queste per Napoli esistessero; egli sentenzia come strano il 
sistema di agevolare le nostre nascenti manifatture, e stima ragionevole 
e indispensabile quello di proteggere le rigogliose fabbriche oapolitane... 
Bisogna pur convenire, che taluni nomini son così fatti, che tatto ciò 
che lor giova dipingono per l'interesse proprio, come giusto ed egre- 
gio; e per V opposito a ciò che li offende danno aspetto di assordo, 
e d'ingiustizia, e pur anco talora come on delitto il condannano con- 
tro i cieli e la terra. Or non vi sono tante e tante eccezioni stabilite 
pei dooìinii continentali di cui piena è a ribocco la tariffa dal 1 824 ? 
non è gravissima quella che si vuol significare come dazio di consumo 
sui vini nostri che io Napoli si immettono? É un bel discorrere di 
chi parteggia la causa del libero cabottaggio, di chi si dispera alla 
sola dimanda di modificazioni, di eccezioni ^ di temporanei provvedi- 
menti in prò della Sicilia, il dire che la giustizia reclamava, che la 
legge avesse raddoppiato il dazio su i vini di Sicilia per mantenere 
una certa uguaglianza, ed un equilibrio fra tutti i vini del regno nel 
mercato della capitale! E da chi signora non esser io fatto quello in 
discorso dazio di consumo ma regio? E a tutti notissimo che sino al 
1809 sul vino che importavasi nella città di Napoli riscontevansi due 
dazii, uno detto di consumo e che formava parte degl'introiti comu- 
nali , ed un altro d'immissione che notato vedovasi nella tariffa do- 
ganale, e che accresceva la rendita dello stato. 

Il Governo con decreto del citato anno aggregò ai suoi introiti il 
dazio dì consumo sul vino, ed assegnò in compenso alla città di Na- 
poli un'annua somma. E quantunque sì il dazio già comunale e l'al- 
tro costantemente regio, d'allora abbiano formato unico cespite regio, 
pur tuttavia videsi conservata la loro originaria differenza sino al 30 

(i) AndM gran parte dd aittema daiiario di Sicilia é di?eno da quello di Napoli. Coai la 
noitra priocipale cotrata e il macino « e i Napolitani non conoscono tal peto f e molto difcno 
da noi l'ebbero nel maggio dd iSaS, e ne furono sgrarati nel iS3i. 



89 
Dotembre 1824, epoca della legge del cabottaggto Ira' doe reali do- 
miou (1). 

Nella tassa del 1824 sotto la rubrica di dazio d'iromissiooe dod si 
fé' motto del dazio sul vino di Sicilia, solo si vide Dotato neiraltra 
dei daiii di consumo; perchè volendosi lasciare sai tìoì di Sicilia , 
la stessa quantità d*impo8Ìzione) fa mestieri lo accrescere del doppio 
quella di cpnsumo: cosi i vini di Sicilia se per lo innanzi pagavano 
io due volte ducati tre e 60 cioè a dire ducati 7, 20; dal 1824 in 
poi il favore ottennero di pagare la somma atessa ma in unica volla. 
Siffattamente, alle cose cambiossì nome soltanto ms^ non sostanza. 

E perchè danqoe non può bramare altrettanto di eccezioni' la Sici- 
lia, la qaale, avendo una finanza sua propria, desidera secondo i suoi 
bisogni, ed ì proprii ^uoi interessi regolare il sho sistema daziario, 
in modo da mettersi in istato di adempiere coi minori sforzi agli itn- 
pegni sttoi proprii? Perchè non potrà essa attingere un vantaggio finan- 
ziere , il quale servisse a lei di compenso, onde minorare i pesi non 
piccoli di cui va gravata la terra, e così agevolare gli avviliti con- 
tadini? (2)... Solo uno spirito funesto di odio e di malignità versola 
Sicilia, e incontrapposto uno di favore pei dominii continentali po- 
trebbe indurre a tanta mostruosa disparità. Ma il pensiero rifugge dal 
fermarsi cosi malignamente: il cuor paternale del monarca, la saviezza 
ed i santi prineipii ehe debbon animare i ministri del Re, Tàmore e la 
ragionevolezza dei nostri amatissimi fratelli neppur dubbio cen mao- 
vono. È il grido di pochi, è Tioteresse di pochi, è l'odio di pochi 
che travisando la quistione cercano di accalappiare Tanimo dei mo- 
deratori della cosa pubblica per aggravarci di miserie , per profittar 
sul nostro male. 

Tutte le eccezioni in favore della Dogana di Napoli stabilite, già 

(i) Mentre dai NapoiiUoi « é «dottato il tUteina da^rìo contro gli stFanieri, e ti dice che 
siaat professala la libertà del commercio con |a Sicilia , itante 1* nnicità del regno ; poi oltre le 
tante eccezioni stabilite contro la Sicilia per favorire l'indostria napolitana, anche fin dopo sette 
anni, Wsto die i giulebbi di qaeita Isola avrebbero ayato miglior fortuna che quelli di Napolif 
quasi posta in non cale la da loro vantata unicità del regno per esser coerenti alla mass im a del 
sistema daziario^gravaron di daxii i giulebbi nostri. Non è questa una diiarìssima contraddizione? 

(a) È interessante a questo proposito l'osserTare; che la finanza di Sicilia col libero cabotUg» 
gio nel mestre é impossibilitata a far prosperar le sue manifatture perde d«l pari l'entrate che 
riscuoter poti ebbe dai generi estemi, i qo4i le sarebbero di somma utilità onde sgravare i coloni 
dalle ingenti tasse che pagano con detrimento notabile dell'agricoltura» 

MOWTILLAMO voi, V. * 13 



90 

noi Io dicemmo, ricadono in danno della Sicilia; or arrogi a queste 
le regie privative per le quali è a taluni generi non solo vietalo alla 
Sicilia la spedizione io cabottaggio per Napoli, ma se n'è vincolata 
ancora la esportazione per Veslero, all'oggetto di favorire ramministra- 
zione dei dazii indiretti di Napoli. Assicurare che son esse gravose 
per Napoli, di nissan oocuoiento alla Sicilia, non è tuttora per nis- 
suo modo provato ; anzi ne sembra che si dibatta por troppo lo 
scrittor contrario e si stanchi, a discapito e del suo ingegno, e della 
sua buona fede, con fisicose ragioni per attenuarne la importanza. Io 
particola r modo poi Napoli ha piii sale che non si raccoglie in Sicilia, 
egli scrive ; ma, se pur cosi fosse, non potrà perciò la Sicilia né an- 
che liberamente fare il suo commercio del sale cogli stranieri? Si sa da 
tutti che bisogna dichiararsi in ogni simile esportazione, previa cauzione, 
il luogo ove condoeesi il genere, e ivi deve il console locale vidimare il 
caricato; in caso diverso va lo speculatore soggetto ad una molta beo 
forte. Partiva, non è gran tempo, da Trapani per Costantinopoli un cari- 
cato di sale; e non avendo trovato offerenti, a non perdere il frollo del- 
l'industria sua passò a Trebisonda: ivi non v'ò console, e però fu il ven- 
ditore condannato alla molta stabilita. Si diceche la polvere che io Napoli 
si fabbrica è migliore di quella di Sicilia; e a noi non cale l'affermare il 
contrario: e s'aggiunge che siccome poco spacciasi della nostra polvere, 
quindi è ciò indizio che non fosse la medesima ricercata. Ma cade io mente 
di chiunque che Talto prezzo a cagion della privativa è la causa del 
poco spaccio della polvere nostra; ed ò perciò che noi ne risentiamo 
un male che dndoce a legnarcene. Quel gridare infine' che la Sicilia 
non ha tabacchi e che disvantaggio non sente da tal privativa non so 
come stabilir si potesse. Vero sia tuttoché a torio che la Sicilia non 
appresti tabacchi suoi proprii ; ma appunto abbietta oè è la coltura 
per la regia privativa: io ogni caso sarebbe a lei fruttuoso nella im- 
missione dei tabacchi stranieri il beneficio del deposito nella gran Do- 
gana di Palermo, come lo godono tutti gli altri generi i quali per mezzo 
della dogana medesima s'immettono, e il beneficio delle tare pei re- 
cipienti in cui il tabacco è contenuto; e questo colla veduta di faci- 
litare la legittima e regolare importazione, e di porre indireltameote 
un argine ai cootrobandi. Ciò mentre per nulla nuoce agl'iater^si della 
privativa in Napoli , stimiamo, se non ci gabba la mente, nel tempo 



91 
stesso un mezzo efficace per facUitaroe la legiilima immissione ; da* 
poiché è chiarissimo, che la dilazione nel pagamento del dazio inco- 
i^ggi^ 1* immissione in anice spedizione, e fa risparmiare agli speco- 
latori le spese ed i rischi di parecchie spedizioni a piccole partite, 
onde non esporsi in ana sol volta al pronto pagamento di nna forte 
somma di dazio. « 

Siano una volta contentati i nostri economici desiderii!... e possa 
la Sicilia ottenere quel posto di onore in fatto di incivilimento che ha 
meritato in quanto allo ingegno e alla sna coltura I 



ELOGIO STORICO 



DI 



DUCA Di CUMIA 



I 

I Palermo. 



Se col Tolger dei secoli si cambia la faccia del mondo , ed ora 
serto si veggoDO nazioni che dominaron V anìverso , ora dalla osca- 
rìtk si sottraggono popoli seWaggi ed erranti , e dettan leggi ed im- 
pongono usanze , par mai non accade , che lo splendore dei popoli 
una tolta famosi, o del tutto- si spegna o per sempre si annoili. Sor- 
gono a quando a quando anche di mezzo alluni tersal decadimento ta* 
Inni generosi, che fan manifesto , come i germi dell' antica virtà non 
sieno affatto perduti : e se risuscitar non ne ponno la grandezza te* 
tosta, ne consertano almeno Tonoranza e la fama. 

Di Mahcello Faedella parlata, e mordasi intano cieca la iotidia 
che tardi muore o non muore giammai, allo spontaneo tributo di lode 
che porgesi airestioto.... dolce e tristo uffizio ad un tempo che per 
me ora si compie ; nuiraltro facendo che secondare i pubblici senti- 
menti , i quali tanto sono in me piti forti e tanto più titi , quanto 
più titi e più forti furono quei legami di leale amicizia e di torace 
stima, che a Lui già sommo, sin dalla età mia prima mi attinsero. 

Non confidandomi di tramandare una mia pagina alle future gene- 
razioni, mi confido bensì , che la narrazione semplicissima della tita 

(i) Pei funerali celebrati il giorno i3 dicembre 1847 nelU chieu parrocchide di •• Croce in 



93 
deimiuslre Irapftsiato sia per estere l'elogio migliore ch'io possa tes- 
sere di Lui, che fa sempre (per usare le espressioni dal Parioi) di- 
chiarato amico dei baooi, e dichiarato nemico dei caUi?i. — Di Lui 
sol coi cadavere si è pianto, come soolai per pubblica sventura; e del 
quale formano sicurissima lode, il rammarico che è io tutti i cuori na- 
scosto, la mestizia che è io tutti i volti dipinta. 

E rammenterò senza stento e senza pompa; e ricorderò senza arte 
e senza studio, gli eccelsi meriti di Lui, che circondato da tanti ono* 
ri, colmato di tante testimonianze di pubblica stima, venerato con tanti 
omaggi, io tante vicissitudini di cose riempì di sua fama l'intero re- 
gno, meritò la fiducia dei Re, l'amore dei savi, l'ammirazione e il ri- 
spetto dei suoi più aperti rivali— -di Lui in somma che vivrebbe an- 
cora^ se i voti della città, se i preghi delle nazioni arrestar potessero 
l'inesorabile braccio di morte! 

A voler tutti ricordare colore che della famiglia Fabdella proven- 
nero, e che della patria beo meritarono, sia col valore e colle arme, 
sia coU'ingegno e col sapere, verrebbero meno senza dubbio il tempo 
ed i confini assegnati al dir nostro più presto , che il numero e le 
glorie dei soggetti che quel casato somministra. É ben da- tutti risaputo 
annoverarsi la famiglia Fardella fra quelle che hanno illustrato la no- 
stra patria storia, con nomi degni di ricordanza perenne, sin dal duo- 
decimo secolo, e precisamente dall'epoca in. cui lo avevo imperatore 
Arrigo a coronarsi in Palermo veniva Re di Sicilia. 

Da stirpe siffatta, figlio a Vincenzo marchese di Torrearsa e a Do- 
rotea Fardella nasceva in Trapani addi 1 marzo 1 775 il nostro Mar- 
cello, che nel gennaro 1791 fermava sua stanza in Palermo ; e indi 
a pochi anni ne otteneva la cittadinanza (1): e si determinava alla car- 
riera del foro, per le insinuazioni del marchese Ferreri , e sotto la 
scorta del rinomato Gasparo Denti; ricevendo in Catania (2) come por- 
tavano i tempi la laurea dottorale. E si rapidi progressi fece ben to- 
sto nelle legali discipline, che venne in riputazione grandissima, quando 
gli altri a dar di sé cominciano appena speranze. Perchè oltre allo in- 
gegno docile a ricevere il vero, vigile per rendersi inaccessibile all'or- 

(i) a a3 mano iSoo. 
(a) A ig aprile 1798. 



94 

rore, desio per conoscere il tempo , gli qooiìdì e le cose, ed esteso 
per misoraroe io od colpo rampietta delle cagioni, dei fini, dei meati, 
dei risaltameoli, diegli oatara dignità di persona, robusto e arrende- 
vole saono di voce, vivacità di sgoardo; poderose doti che aggioote 
alla statara maestosa, al portamento disinvolto, e alle maniere gravi 
ed attraenti , comandavan riverenza in cbionqoe l'avesse mirato. Sic- 
ché ben presto fu promosso a Giodice delle prime appellaiioni della 
Corte pretoriana (1), poi a Giudice della Corte pretoriana e capita- 
niale (2). Dopo le quali giudicatore, tanto si accrebbe la fama di Lui, 
che concorrevano in sua casa non pure i giovani, ma gli nomini già 
da molti anni versati nelle arti forensi; perchè a principe il riguarda- 
vano dei nostri alleganti, cui la fortuna stessa prestava i suoi omag- 
gi. E quindi annoverato nel 1813 fra i rappresentanti del Parlamento 
della Sicilia, la sola terra che in quella stagione di delirio e di de- 
menza era rimasta al coperto del vandalico furore che devastava le 
contrade di Europa, e ch'era divenuta il rifugio della fedeltà e Tesilo 
della regalia, si distinse ben molto, perorando sempre pel vero , pe* 
rorando pel giusto; e ragionando delle cose al pubblico bene attinenti, 
con quel linguaggio sublime e commosso, che è il solo adatto a rap- 
presentare il pensiero fortemente sentito. 

Davasi intanto nel 1814 nuova forma ai magistrati di Sicilia, crea- 
vansi ì supplenti, e fu tra costoro per la prima aula della Gran Corte 
ci rile (3) destinato il Fabdblla , il quale entrato già in queir etade 
dove comincia Tuomo a bramare tranquìllilade e domestico riposo venne 
in desiderio d'aver moglie, e ne menò donna (4) di virtù rarissime 
Marina di Napoli duchessa di Cumia , che pel candor dei costumi 
rendè pieni e soddisfatti i suoi voti. 

Ma già gli avvenimenti politici e le catastrofi dei tempi napoleoni- 
ci, tutte facevao rifondare le nazioni, e nuovo verso ancora davasi alle 
istituzioni di quest'Isola. Sceglievaosi i migliori per occupare i posti 
novelli, onde dar credito e sicuranza ai piti; e fra' migliori senza dub- 
bio dovefa comprendersi il FAnnsLLA. Ei perciò fu membro del pri- 

(i) A 19 settembre 1809. 
(a) A ao tettembrc iSio. 

(3) Con ditpAccio del 3o novembre 181 5. 

(4) A 97 apiile 1817. 



95 
mo Decorionato di Palermo (1). E come a 1 settembre 1819 ebbe 
luogo la novella gìadiziaria organizzazione^ Ei vi prese posto da Giu- 
dice della Gran Corte ciVile (2). Creatasi una Commessione di strai* 
ciò per i reali a^YCOUti Dell'Isola a tutto agosto 1819 Ei tì fu de- 
stinato da pubblico ministero (3) ; e dovendo assegnarsi gli assesso* 
ri (4) al Giudice eccle$iastico^ cbe per effetto del concordato benedet- 
tino ric6?e in appello le cause decise dal Giudice della R. Monarchia 
ed apostolica legazia, ?i fu allogato (5). 

Giongevano intanto i tempi funesti di sconvolgimento e di danno. 
Quest'Isola, che tennesi ferma e tranquilla nei furori del 1709, que* 
st'Isola io cui si rappresentava dal Governo, soltanto una scena tea- 
trale nel 1812, quest'Isola che non si mosse nel 1814 e nel 1815, 
che soffri in pace i mutamenti del 1816, fu spinta anzi precipitata 
in un popolare trambusto. Era il luglio 1820 — battute le truppe (6) 

— fuggito il rappresentante supremo — spodestate le autorità tutte 

— liberi resi e vaganti i servi di pena —- schiuse le porte delle pri< 
gioni centrali onde fortificar l'anarchia, col soccorso degli esseri i pia 
depravati — armata la cupidigia e la ferocia popolare, tra il trepidar 
degli onesti e lo sperar dei malvagi stava Palermo in balìa d'una plebe 
ciecamente furibonda e senza consiglio, che poteva a suo talento ma* 
nometterla e del tutto schiantarla. Un biglietto (7) a firma dell'arci- 
vescovo cardinal Gravina invitava il Fabdella a far parte della Giunta 
di puUica iicurezza. 

Obbligato a recarvisi fu scelto con altri sette (8) per condursi a 
Napoli , onde procurare a quest' Isola quei vantaggi che in allora si 
credevano possibili perchè dovuti; ma che la immaturità del progresso 
ottener dod ci fece. Arrivato il Faedblla coi suoi compagni alle boc- 
che di Capri sur una scorridoja fu diretto a Ponza, ove visitali dal 

(i) la maggio iSiS e iioo a mano i8aS* 

(a) EleUovi per la prima camera sin dal la luglio 1S19 con rcal decreto. 

(3) Questa commessione fu scelta orile vicende del iSao. 

(4) Erano prima tre giudici del Concistoro. 

(5) Con real rescritto del 19 agosto 1819. 

(6) A 17 taglio. 

(7) Del 18 luglio iSao* 

(8) Furono il conte di Ssn Marco — il principe di Pantellaria — D. Gasparo Vaccaio -*• Il 
Parroco Soni — il Parroco M«rini — il console Turturici — il console Fulgo. 



96 

barone Davide Winspeare i costai dimaodò loro eoo qaal caratlere a 
presentar si veDissero; e* il FàiiDBLLA per tutti rispondendo:— a Con 
ce quello (disse) di sudditi «al Re fedelissimi -~ o anddili pacifici ec- 
ce me r inerme legno soUqaale venimmo abbastanza tei prova ». Fa 
quindi mandato a Poatlippo. nella- Casina «del- Priacipe di Ceraci, ove 
i «Ministri di quell'epoca Conte Zurlo e Dtioa^ioCampoohtaro a vi- 
silare spesso lo veofief0,'fpep ÌDierrogarl-o^'su>gli*!affari deHa^Sìcilia ; 
finché il 4 settembre ebbe ordine di ripartire coirannunzio della spe- 
dìzion militare. 

Tornava intanto il Re da Lubiana , e confermava da Roma i ma» 
gistrali; e da per tutto deputazioni gli s'inviavano per presentare gli 
omaggi di fedeltà. — Nessuna però il Re ne accoglieva, meno dì quel* 
la , che il Dccuriooato palermitano mandava, e che compooevasi dei 
Principi di Culo e di Rutera, del sommo Scinà e dell'eloquente Fab- 
DELLA. Indi veniasene Questi ad esercitar la sua carica ; e in agosto 
1821 era annoverato fra' riformatori del codice penale, e destinato (3) 
ad esercitar le funzioni di pubblico ministero nella prima commessione 
della Gran Corte civile. Se non che, per motivi che mai non si sep- 
pero, fu infra il biennio (1) traslocato a Giudice della Gran Corte in 
Catania. Il che sommamente spiacendogli, gliene fece chiedere lo sgra- 
vio, che ottenne (2); e ripigliava l'esercizio dell'avvocheria con l'an- 
tica fortuna, anzi maggiore^* »Ma èi*dell« italo la perdila e con del. 
l'individuo, quand'ei si priva di un personaggio quale «il Faroella ; 
quindi poco di poi era^ nomiutaMProcùralor generale della Gran Corte 
di Palermo (3): al che dÀgnito^aolènte rirasavasi, e salo per ubbidiema 
al Re inchinossi (4).. Ed anouendo, «sensibile al nobilissimo dilettò di 
compiere scrupolosamente il dovete, . tutto apiegò il suo zelo^ le. sue 
forze, l'ingegno suo.jbsosteoeret l'onere. ;del posto confidatogli. > 

Dorò i giorni, vegliò intere le notti al lavoro: e nell'udirlo arin- 
gare per cause famose, in una sala gremita d'immensa folla .di udi- 
tori, che spettacolo erano e spettatorr, d'assistere avresti creduto, seozi 



(i) Con iDÌnitteriale degli 8 settembre i8ai . 
(a) Con decreto del 19 aprile i8a3. 

(3) Con decreto dei i3 luglio i8a3. 

(4) Con decreto del a4 ottobre 'r8a9. * 

(5) A 18 noTembre. 



97 
esagerare, alle discossioni della bigoncia o a qaelle della (ribuna ; er- 
gendo in ogni ora fecondo la frase del Grisostomo (I) alla verità al- 
tari e trofei (f2). E fra grionumereYoli casi Ei eoo piacere agli amici 
ricordava raYTenimeoto di Cariai, che fa nei pubblici fogli celebra- 
to. Ma tolto ad do tratto dalla magistratora veniva chiamalo a pib im- 
porlaoli destini, e nominato Direttor generale di Polizia in Sicilia (3), 
decoralo della Croce di Commendatore dell' ordine di Francesco pri- 
mo (4). 

Era tristissima la condizion di quei tempi, e più nere giornale già 
si vedevano da lontano. Fu magico il suo nome, polente il prestigio 
della opinione; ond'Ei divenne la sicurezza deiruom dabbene, Io spa- 
vento e il terror del delitto, coll'autorilà di sua persona, colla vigi- 
lanza delle sue cautele, colla magnanimità del suo coraggio. 

Olio anni e mesi perdurò egli io si difficile posto, nel cui periodo 
fu nominato Gentiluomo di Camera di S. M. (5) e gran Croce del* 
l'ordine costantiniano (6). Né ad altro fu inteso che a reprimer la 
licenza , a sollevar la debolezza , a coprire dello scudo dell' auto- 
rità l'innocenza: e più che ad altro applicato a prevenire il disordine 
invece di punirlo. Per aver fatto le quali cose non potè a meno di 
aizzar contro di Se la cupidigia di alcuni , la malevolenza di altri, 
che non mancaron di spargere contro di Lui ingiustissime grida non 
estinte sinora. Ma appunto tai grida sono contrassegno di merito ve- 
ro, laddove i facili applausi comunemente accordati, della mediocrità 
sono indizio. — E chi dimenticar puole senza ingratitudine lo impulso 
solenne da Lui dato alle lettere , ed il favore alle medesime accor- 
dato; e com' Egli si fosse servito del potere , onde promuovere gli 
studi, onde universalizzare la coltura, onde eccitare la emulazione e 
la gara, onde agevolare il baratto coi lumi stranieri? In siffatta epoca, 
nella quale ebbe anche la Direzione degli affari ecclesiastici e della 
polizia presso il Ministero che vi era quando avemmo per Luo- 
gotenente OD principe regale, posizioni scabrose e avvenimenti terri- 

(i) De Laod. D. Pauli. 

(a) V. CitBBB foRiio straordinario i giugno i8a6 aggiunto at foglio di n* 5a. 

(3) In settembre iBag. 

(4) A i8 settembre 1819. 

(5) A II gennaro i83i. 

(6) A II genoaro i83a. 

3fORTtiLAMo voi. ir, '^ 



98 

bili conoscer fecero ?ieppiti Taliezza di sua mente, e cooi'Egli fosse 
proprio a reggitore di popoli dalla Provvidenza destinato. Soprat* 
lotto nelloccasione dello spaventevole cholera, che sviluppatosi nel 7 
giugno 1837 in Palermo, copri di miseria e di lutto quest'Isola, tocca 
dal dito della sventura più fiera. 

Un flagello tremendo, rotti i confini che lo avevano fino allora con* 
tenuto io Asia, sboccando in Europa, ne aveva successivamente per- 
corse le principali regioni , facendovi strage più o meno crudele. E 
già avvicinatosi allllalia, invasene molte provincie , distendendosi per 
le parti continentali del regno nostro, dava ragionevole timore che a» 
vesso potuto beo anco infuriare fra noi. Ei io previde, e ben sapendo 
che pestilenze e disordini van sempre a pari passo non si fé' cogliere 
alla sprovveduta. 

Parlo di fatti sotto ai nostri occhi successi ; ricordo cose di cui 
tutti risentimmo le atrocità e i furori; giacché senza rimontare ai secoli 
dei padri nostri. Dio ha voluto che tutte, nel presente, si riunissero le 
più grandi catastrofi delle cose umane. 

Quando nel quartier della Kalsa (I) due miserandi marinari (2) 
giacquero sul letto di mortcs allo affaccendar di guardie, di soldati, 
di medici, di magistrati , no codazzo di popolo più incredulo , che 
atterrito susurrò la parola cholera.... e la nuova per la città si spar- 
geva.... Ripetevansi i casil (3).... i giovani disertavan le scuole ^ 
chiudevansi i collegi — i teatri tacevano — cessava il lavoro e il com* 
mercio — rincarava l'annona — e il popolo scarso di mezzi, di soc- 
corso, dì speme, davasi in braccio ad estremo terrore. Un confuso 
bisbiglio entro e di fuori — percorre i campi e la città dolente: e tutti 
temendo di scoppiato tumulto correvano come se a ferro ed a fuoco 
la città fosse posta. Spuntava il sole quasi sempre cinto di tetrissi* 
ma nube, e passando il suo raggio a traverso di un'atmosfera crassa 
e vaporosa, veniva a cadere debole e giallastro solle cime dei mon- 
ti; nel mentre che grandi sbuffi di vento ingombravano l'aria di aliti 
calorosi — Altro non vedovasi che denso fumo di zolfo e di pece ; 
e a quando a quando lo scricchiolare senlivasi delle mote di gigao- 

(0 A 7 giugno 18J7. 

(a) Angelo Taglia?ia e Salyatore Mancini. 

(3) A la giugno. 



99 
leicbi carri itracarichi dei cadateri , che a calatla y\ si ammonzic- 
chiayano. — «DiTenoe sepolcro la metropoli intera; né fa plebe o gran- 
de: — pari cran tatti! E io tanta morìa altro non seoiivasi che un mor- 
morio confoso di voci sapplichevoli , an funebre nlolato di gemiti 
rotto di quando io quando da lamenti, da urli, da acutissime strida!... 

Or chi nel bisogno maggiore, e in tanto generale abbattimento, che 
tolse la maschera alla ipocrisia, e in cui divenne naturalo snaturarsi 
e non udire rimorso , rammeotossi dei doveri di ofOzio — dei sensi 
di umanità — dei principii di filantropia — dello affetto di patria — 
delle imponentissime leggi di religione?. ... Pochi, pochissimi, de' di 
cui nomi la storia conserverà la memoria ; e primo fra costoro il Cu- 
MIA, il quale mostrò una sublimazione di virtù eroica, ed operò prò- 
digii di senno. 

Ei riguardandosi come vittima da Dio destinata alla pubblica sa- 
lute, non arrestato dalla tenerezza di una famiglia desolata, non daU 
Torror del pericolo , non dalla disperazion del successo , diessi per 
tutto e dora la patria pericolante reclamava soccorso. 

Vi risovvenga ctie quando infieriva fortemente il morbo, la cui ri* 
cordanza oramai dopo dae lustri costerna ancora e spaventa, segnata 
essendo a lettere di sangue negli annali della patria.... mentre a fianco 
cadevaogli il fratello — la moglie — gli amici più cari— -allora ap- 
punto impertubabile e sereno, forte del suo coraggio e del suo ze- 
lo, animato di maschia cittadina e cristiana virtude provvedeva, or- 
dinava, confortava, contenea nel dovere, e maraviglie siffatte operava 
che ebberlo gli stranieri con entusiasmo a chiamare personaggio divi- 
no (1); e il Monarca a fin di dargli un luminoso attestato della so- 
vrana soddisfazione Cavaliere gran Croce creavalo deirordine di Fran- 
cesco I (*2). 

Cessata la celeste vendetta cambiavasi \ organico e la personalità 
politica della Sicilia, e un decreto del 31 ottobre 1837 (3) chiamava 
il Fabdbua a membro della Consulta del Regno. Severo di prtnci- 



(i) Ne' fogli che pubblicayanti a Parigi. 

(a) A 3 aettembre 1837. 

(3) Comooicalogli a 17 noTcmbrc. 



400 

plì, e fermo nei dettami delPapostoIo (I); riverendo sempre e ono- 
rando la lacra potestà del Re come la prima dopo quella di Dio, 
rispettandone i toleri, non dabitò oo istante cliEcu doveva nbbidi- 
re; però imbarcatosi la sera del 21 novembre si dirigeva a Napoli. 
Ivi per più mesi rimanendo cbieJcva in fine un congedo, e agli 11 
agosto 1838 ritornava in Palermo per non partirne più mai. 

Arrise la sorte a tale sqo divisamento , e venuto in Palermo il 
Re (t2) al foro tornavalo donde era stato divelto, e Procorator Ge- 
nerale nominavalo presso la Gran Corte dei Conti (3). Io così spleo* 
dida carica dì somma gloria rilasse, tuttoché successore a personag- 
gio dottissimo, il di cui nome non v'è lode che agguaglia Antonino 
della Rovere; perchè ogni carica che Gli veniva affidata pareva che 
avesse ritrovato in Lui Tuomo che essa dimandava: onde di molle al- 
tre cose, il Monarca affidogli l'impegno. Son note a lutti le scissure 
avute una volta dalla nostra R. Corte con 1' Inghilterra per cagHine 
del commercio degli zolfi — al Fabdella fu dato rincari co se non di 
comporle, di eseguirne raccordo col titolo di Commessario del Be pei 
zolfi di Sicilia (A). Trattossi della formazione del palazzo delle R. fi- 
nanze, a Lei ne tenne Tincombeoza e fu da Lui in breve tempo a- 
dempiuta. Si volle destinare a colonia agricola Tabbandonata isola di 
Lampedusa e quella di Linosa ; £i ne fu scelto Regio delegalo con 
pieni poteri e la colonizzazione fu fatta. Finalmente , come allorché 
Tesercito greco correva alla sommossa, e i Diomedi e gli Àtri di ve- 
nivano a contesa fra loro, era il senno di Nestore che sedava i tu- 
multi e ne componeva le discordie ; tale il Fardella ad ogni pub* 
blico bisogno si chiamava; ed il suo senno, il saper soo^ la aoa spe- 
rienza come quella di Nestore influiva e grandeggiava. 

Sventurata quanto bella mia patria! — ahi quanto lustro in un mo- 
mento ti è mancato nel giorno sei del mese corrente, che dopo lunga 
e dolorosa malattia, aofferta con quella eroica tranquillith che è ca- 
pace di ispirare la nostra religione ^dettato eterno di colai ch'eia 
via, la verità, la vita— * trasse a morte rilluatre uomo di cui ho io. 
piccola parte tessuta la storia ! 

(i) S. Paul, ad Ron. i3f 4- 
(9) A S7 ottobre i838. 
(5) A ai dicembre i8)8. 
(4) Nd i64o. 



101 

Inevitabile morie, in quanto brevi momenti tu ingoi le umane gè* 
neraiioni) che Tuna all'altra rapidamente succedonsi! — L'oigoglio e 
Tambizione non solo; ma la gloria stessa che è la piti dolce e la più 
utile delle passioni umiliate ritrovansi al tuo cospetto severo. . . — 
Ma tu Don bai forza di spegnere ogni energia cbe a nobili futlì ci 
sprona. Breve pur troppo è della vita il cammino; lua Tamor della 
gloria anche in sì corta durata a virtii ci conduce, e virtoJe è cara 
mai sempre e di soave calma conforta resistenza nostra : né cade, né 
muore; ma di là dalla tomba che è sulla terra T eredità comune del 
volgo e dei regi, il tempo non varca, e la virtii si corona. 

No cbe non visse per brillar solamente in questo nostro pianeta 
chi visse appunto come il Fardellà, i di cui talenti s'ebbero la in. 
fallibile guida della religione, che è raroma come diceva Bacone , il 
quale di corrompersi alla scienza impedisce. Religione che II rese delica- 
tamente virtuoso senza dimenticare i riguardi del mondo, condiscendente 
senza essere adulatore, sincero senza divenir imprudente, costante senza 
durezza (che durezza non è il non piegar la giustizia dalla sua dirittura), 
liberale senza fasto, ed umile ancora ma senza affettazione. 

Rendasi quindi a Lui cbe è del nostro dire soggetto , tributo di 
spontanea lode: e personaggio illustre, cittadin virtuoso, magistrato 
onesto, probo, irreprensibile; e benefattor della patria con gratitu- 
dine solennemente si appelli. — Si — benefattor della patria chiamar 
si conviene, chi con l'esempio le procacciò lumi e coltura; chi affrontò 
immensi pericoli, né temè Tedio dei potenti oeiropporsi con vantag- 
gio del principe e dei soggetti piii volte all'insolenza di pubblici ves- 
satori; chi promosse con energia e con zelo gli interessi della terra 
natia; chi in somma nel luminoso cammin che percorse operò sempre 
in favore della equità e della giustizia: e che valendo con l'ingegno 
più che le arme e gli armali, bastò talora col suo voto a sospendere 
tal colpo che offese le avrebbe. 

Ne pigli vanto Sicilia che Lo prudnsse , coochiuderò quindi con 
parole di quel celebre (1) che fu l'amico piìi caro al Fardblla, ne 
pìgli vanto Sicilia; giacché i soli grand'uomini e le loro virtù tornar 
possono a gloria delle nazioni. 

(i) Sdnà di$cor$o intomo ad Archimedt, 



102 

Lasciamo ora che oe avierta e che ne esageri le pecche, solo qael 
▼olgo che giudica dagli effetti pih che dalle cause, che crea , imroa* 
gìaa, teme, co' suoi bisogni, colle sue passioni, coi suoi capricci. 

E Yoi, o Signor di clemenza , in grazia del sangue del divio vo- 
stro figlio, che or si è immolato per Lui sull'altare di pace, acco- 
glietelo nel seno vostro; e dategli quello gloria che nel vostro regno 
sperava, dopo una morte che è stata ammirabile agli occhi degli uo- 
mini, e che speriamo sia rinscita preziosa agli occhi di voi. 



««g5«^ 



SULLA NECESSITA* 

DI 

Vir QKDlSriilLl ID^iiQiaQDMllù 

IN SICILIA 



Che Io stato deiragrtcoUora siciliana esìga una riforma, no soccorso, 
è ona verità oramai conosciuta e predicata presso noi da molli anni; ma 
la' coDOsceoza e la promulgazione di questa veriti è rimasta senza effetto; 
poicLè a dir vero le proposte riforme non sono state guidate da quello 
spirilo di saggezza, ch'esser dee inseparabile compagno del buon volere. 

Non pochi doni dell' Isola nostra in opere particolari d' economia 
pubblica, o nei varii giornali nazionali hanno espressoi voti loro, di- 
segnate le riforme, specchiandosi sulle altre nazioni , e prendendo le 
loro pratiche belle e buone per trapiantarle presso di noi : sistema 
falso, inutile, e tale addimostrato dal corso di più anni. Nessuno de* 
gli scrittori nostri è stato un agricoltore di professione, nessuno ha 
conosciuto davficino lo stato delie cose nostre rustiche. Per fatalità 
i proprietarii nostri , col sistema di educazione ricevuto per- lo ad- 
dietro, o non sanno o non vogliono estendere io iscritto le poche os- 
servazioni che cadono sotto gli occhi loro, e soffocano neirobbfio tante 
conoscenze pratiche , che riunir potrebbero di utilità massima presso 
di noi. Un^opera, che le raccogliesse, che periodicamente le annuncias* 
se, sarebbe il pih utile servizio, che rendere si potesse a' nostri com- 
patriotti. Ecco la necessità d'un Giornale d'agricoltura, che esclusiva- 
mente si occupasse degli esperimenti fatti in Sicilia , e che si fanno 
di giorno io giorno, degrinconveuienti accaduti, e degli intoppi tro- 
vati mano a mano col volger dù mesi e degli anni. 

Finora qualche articolo è illl^arso di quando a quando ne' varii 
giornali, e se voglia verrebbe di cercarlo, dovrebbesi andare frugando 
opuseoli ed un ammasso di libretti. In un'opera, che a quest'unico 
oggetto venisse destinata, beo diversamente andrebbe la faccenda. Essa 
potrebbe naturalmente dividersi in due parti, dandosi nella prima conto 
delle operazioni pratiche, delle sperienze, delle osservazioni, che ca- 
dono quasi senza volere sotto gli occhi dei proprietarii nostri inteU 
ligenti, dei dubbii, e delle difficoltà, che sorgono cotidianamente, ag- 
giungendo un conto mensile dello alato delle nostre campagne, dei no- 
stri lavori agricoli, e della^oro condizione, come praticasi nelle eulte 



104 

BaiioDi, formaodo il rapporto agricolo oienaife. Per metto di esso Mio 
ciò, che afTÌeee nei terreni delle diverse proviocie, perfioo ai puati 
estremi deirisola si considererebbe come avvenalo in un ponto; il prò* 
prietario del capo Lilibeo conoscerebbe la conditione di qnello si« 
inalo al capo Peloro , al Pachino. Nella seconda parie tallo dò, che 
di alile in qaesto ramo si esperimenla presso le culle natioai dal 
globo verrebbe inserito onde avere una guida ai nostri esperimenti , 
al miglioramento delle nostre pratiche. Potrebbe da taluno opporsi la 
difficoltà per la somministrazione dei materiali da occupar la parte 
siationale , ma era questa una difficoltà ben forte, dieci anni fa, ma 
non oggi in coi un movimento d'istrotione si trova comunicato in tutte 
le classi per l'impulso del secolo; in questo tempo in coi la giotentà 
siciliana ha preso da se stessa una migliore diretione dei suoi studii, 
applicandosi alle sciente positive, e che sente il bisogno di arricchire 
il palrimooio delle proprie idee , e di comunicarle ad un tempo ; in 
un'epoca in cui diverse società accademiche sì trovano neirobbligo di 
esaminare mille qaistioni, che loro si offrono, delle quali la massima 
parte verge suiragricoltura ^ in un tempo in cui questi corpi accade- 
mici vengono cosiiluiii non di soli dottori, ma da agricoltori esperti, 
da proprietarii illuminati, da raercalanti, da artisti e da artigiani istruiti. 
Che auti questo pensiero che io concepisco non è un progetto, non nn 
desiderio, non una sperante, ma un bisogno che può effettuarsi. É vero^ 
che mancasi per isventura le mille volte conosciuta di campi sperimen* 
tali in tutte le nostre provincie, non esclusa la capitale; ma i rispet- 
tivi fondi degni proprietario intelligente possono almen per ora sop* 
plire in parte al difetto di campo sperimentale, di cui non ci riesca 
facile il predire la instraiione neirattoale stato economico. Ognuno dei 
proprietarii, che non è plebe cerca di migliorare la sua industria , e 
mille esempii pctremmo citare di esperimenti riusciti o andati a vóto, 
ohe ci è venuto fatto di attingere qua e là slla spicciolata: questi spi« 
gelati e raceolti per tutta risola non sono certo un nonnulla. Il Gior* 
sale di cai è parola si dovrebbe versare su casi pratici d'agricoltura 
e di pastoritia, e non sullo speculativo; la parte filosofica deve ve* 
aire in appoggio della pratica, e s^ come un metto di solutione; 
e per altro le cattedre d'agricoltura nelle Università e nei Licei di 
Sicilia occupste da degni professori hanno foraito e forniscono ala 
giornata giovani capaci a coadjuvare co' riipeltivi professori alla opetra 
aantissima. Mille svariati temi si potrebbero proporre, la cui solutione ss 
non potesse stendersi da ogni individuo per tutta l'Isola, potrebbe ognune 
degli scrittori limitare le sue vedute, e le sue ricerche al proprio circonda- 
rio, alla propria valle; piccoli viaggi, carteggio poco costoso in un ristrel* 
lo spatio, gioverebbe airimpresa;eil compilatore del Giornale dovrebbe 
saperli cogliere, t tirarne le conseguente i e segnarne le leggi geoeiaU» 



105 

Sodo i latori pariiali, quelli ehe oggi hanno dato rimpronU della 
eialtezza alle acienze fisiche; la ditiaioDe del lavoro, il dettaglio che 
ai deve al noatro aecolo , ha dato od' allra fiaiooomia alle acieoze di 
fatto, approsaimaodole alle acieose esatte. 

Semioasi dappertutto il grano io Sicilia; ma quante mai ne sono le 
Tarielà 7 E quali di eaae aono piti adatte ai terreni paludosi , ed ai 
terreni aridi? Quali convengono agli argillosi, ai calcari, ai aabbiosi, 
ai misti? Chi ha preso la cura di farne i confronti, di passarne le va« 
rietà da una valle ad un'altra, da un punto dellisola ad un altro e- 
atremo ed opposto? E se ciò è avvenuto a quanti è nolo? E chi è al 
caso di additarne con precisione i risultati? 

^ I vigneti piantati a palo, a fossa, a terreno intieramente rotto, quanta 
differenza portano nei riaultati, avuto riguardo alla spesa ed al profitto? 

Le varietà di cotone, di lioo, di canape che si seminano io varii punti 
deirisola potrebbero fornire un altro oggetto di ricerca; la descrizione 
della loro coltura, i risultati, che se ne sono ottenuti appo noi, indicando 
i luoghi particolari e precisi, sarebbe il soggetto di un tema utilissimo. 

Quante belle varietà di frutta che si rimangono sequestrate io quaU 
che paese interno o esterno dell'Isola di cui ai potrebbe tirar partilo 
dagli altri nostri paesi se la conoscenza ne fosse pubblica ed universale 1 

Si sono costruite da alcuni anni a questa parte in varii punti del- 
risola molte stalle grandi per ricovero di buoi da aratro dette slaU 
lonii quale ne è stala la spesa relativa? quali le circostanze nella mi- 
glioraziooe del fondo rnatieo, e nellt parte economica per incoraggiare 
il resto dei proprietarii, a seguirne Tesempio? 

Mancandosi di prati artificiali si è trovato, che riesce costosissimo 
il mantenimento delle vacche alla alalia nei poderi, e vi si è rinanzialo; 
quali modificazioni potrebbero apporlarvisi tenendo presenti i puoti del* 
risola più o meno vicini al litlorale o alle grandi città, e viceversa; 
senza perder di vista la buona razza^ che tanto contribuiace al risultato? 

La descrizione insomma di ciò che si opera presso di noi è il mi- 
glior mezzo per giungere alla meta desiderata-— rnguaglianza collp na- 
aioni che ci avanzano in tali industrie. 

Con ricerche di tal fatta animate da qualche premio, o dalla sola 
gloria che è atimolo grande e potentissimo, può spererai molta mate- 
ria pel sostegno del Giornale. Questo incamminato dopo alcuni anni 
di esistenza, discussi i principali oggetti di controversia, fissalo lo 
stato della nostra cultura, delle nostre pratiche, potrebbe far compilare 
no vero calechiamo utile , onde soddisfare pienamente agli alti biso- 
gni di questa terra, la cui ricchezza vera è riposta nell'agricolturai la 
sua potenza, le sue speranze di miglioramento. 



SD u SCIITI mm stato 

PAROLE DIRETTE AL CONTE N^ N. 



Volete voi cbe io senu rigaardi ¥Ì rispooda? • . • Credetemelo la 
Tostra riaolozioDe oon è »ff»lto prodeote, perchè la scelta dello stato 
è libera liberissima dei figli; oè voi seduto a mensa potete disporre 
di loro, destiosodone a vostro senno uno agli ahart, ao altro alle ar* 
mi,, an terzo al foro. 

E poiché Toi mi scongiurate a dirvi se stimassi ben fatto, che il 
▼ostro Eduardo si avviasse alla chierisia a suo gran malincuore, io yì 
^co bruscamente che non dovete spingerlo a che vi si addica nel mentre 
mi annunziate che assololamente si ricosa, ove non vorrete attirarvi 
le maledizioni del cielo, e render miserissimo e disperato il figlinolo 
del sangue voslro. 

Ci è stala la vita dal Creatore concessa perchè delle facoltà cht 
Taccompagaano, an oso facessimo conforme ai dettami della retta regio- 
ne: quindi procurar deve crascono di non essere un inutile incarico ao 
la terra, quasi nato soltanto a coosomar 1' alimento ; ma impiegar ai 
deve in qualche esercizio cbe è di sé proprio e della società io cai 
Tive a profitto ricada: che a dir vero sapieotemenCe scriveva rocator 
d'Arpino (1) qui nihil agU , esse omnino non videiur. Or l'industria 
umana si esercita per Tordinario nello acquisto delle cose necessarie 
alh vita, o nelle funzioni degl'impieghi religiosi e politici , stabiliti 
eoo varietà grandissima ; a trattare i quaK non è ogonno egoalmeoto 
capace e disposto* Bisogna perciò, che abbracciasse ciascuno una pro- 
fessione onesta, utile ,, e alla capacità sua proposzionata , alla quale 
tiene detarminato dalla particolar sua inclioaziooo, dalla disposizion 
naturale di corpo e di spirito, dalla nascita, dai beni di fortuna, 
e fin talvolta da nn' occasione opportuna. E poiché rapide seo eorra 
il tempo 

E la morte viso dietro a graa gioroala 

(0 Cktrooti th iVoft. D§otum^ 1. 3, e a5. 



407 
è da siggio metter io oso ben presto la Tila e i talenti ^ ni è pru- 
dente il dire: ixvtò dimani. 

Noo est crede mibi sapieotis dicere TiTaiii 
Sera nimis vita est erastioa fìve bodie (f). 

Dee quindi senza meno ciascuno e di buon'ora arTiarsi allo stato^ 
cbe ei sceglier Yuofe , ma beo cooTieoe che per tutti i versi il rar- 
7Ìsi, e per tutti i lati; melteodo io odo cale ciò cbe TambizioDe, la 
Tanith, e Tioteresse banoo di losingbevole e di fallace. Ei fa d'uopo 
innalzarsi al di sopra dei pregiudiiii , coosideraroe i doferi, esami- 
narne l'utile e gli svantaggi, e giudicar le proprie forze e la capacità 
propria. Ed ò in eiò che i geoiiori ajutar debbono i figli coi consi- 
gli loro, ma senza arrogarsi alcun impero sulla volontà degli stessi^ 
se autori e complici non vorranno chiamarsi degli errori che quei 
commetteranno; strumenti divenendo dei disordini loro, delle loro dia* 
grazie, e delle irreparabili sventure loro. 

Or meco riflettete, poiché m' avete suscitato il ticchio di moraliz- 
zare intorno ad un così grave soggetto, che ('uomo tende naturalmente 
alla felicità. E una inclinazione si è questa, necessaria^ una proprietà 
essenziale della natura nostra , un attributo senza di cui l'uomo non 
sarebbe pia uomo. Puossi, egli è vero, cercar la felicità dove quella 
non sia; ma i traviamenti stessi provano cbe Iddio ci abbia alla fe^- 
licita ordinati. E siccome il desiderio di felicità sentir fassi in tutti 
gli istanti della esistenza , anche in tutti i momenti della medesima 
ò Tnomo dalla natura chiamato ad esser £elice« Che se non gli è dato 
rinvenir perfetta felicità in questa vita per la qualità del soggiorno, 
egli è nato per certo onde esser (elice comunque il possa. Principio 
in tutto conforme alle idee del Cristianesimo ; poiché chi guarda il 
Vangelo, diceva il dottissimo nostro Spedalieri (2), quale disciplina 
avente a scopo la sola felicità della vita avvenire e non ne conosce 
lo spirilo, e non oe conosce l'autore. É perciò massimo fra' doveri 
dei genitori quello di procurare che i figli a felicità pervenissero (3), 

(t) Hartiale, 1. %. Epigr. iG, v. ii e la. 
(a) Dèi dritti déltuomo, I. .5, e* ># 5 n, p* a55* 

(S) Parenlibai corat «ne del>et nt liberoi suos rcddaot fcticei, Wolf. Jut naturai $ pan \ 
e. VI, 5 710» 



18 

maDOscriUi come in libri stampali, baono date ottimamente ragguaglio i tre pel- 
legrini tedeschi che andarono al Montesanto, cioè Zaccaria, Grisebach e Fallme- 
reyer (7). Alla biblioteca del Monte Athos conseguita immediatamente quella di 
Marocco, di coi sin oggi tanto poco di preciso si conosce quanto di quella non men- 
zionata di Tonis (8). Disdicetole affatto ai è per un Orientalista che intorno alle 
biblioteche di Costantinopoli , non conosca altre sorgenti che il viaggio di Spon 
neirArcipeIsgo, e nulla sappia deiropera di Toderini, e molto meno del ix volarne 
della storia del regno Osmanico (9) , in cui si noverano le quaranta biblioteche 

(7) Citare sulla fede del portentoso Montfaucoo non è citare sulla 
fede di od ciabattino . E per distrorre un fatto attestato da quel 
sommo vi vuol altro che rasaicaraziooe di tre pdkgrim tedeschi. 

(8) Mi perdonerà il signor De Hammer se non posso menargli bnona 
siffatta asserzione, che viene amentita da Ali Bey nel suo Viaggio 
tom. I, cap. 8, e dal Balbi nel Saggio statistico sulle biblioteche di 
Vienna j pag. 81. 

(9) La vanità di voler citate a torto o a, dritto le opere sue fa 
dire delle stranezze al De Hammer, e delle inconsiderate asserzioni. 
Perchè non si dovea da me citare l'opera del dottissimo Spon 7.. • 
L' ho io forse citata fuori proposito, o altri avea corretto ciò eh' io 
avvertii aulla fede di lai?... Era questo il caso in coi avrei potato 
citare invece dell' opera dello Spon quella che le è immediatamente 
posteriore di G. B. Donado Della Istteratum dei Turchi Venezia 1688. 
Quando pur questa fosse stata erronea potea servirmi della Lettera* 
tura turehesea dell' ignaro di lingua turca ab. Giambattista Toderini, 
di cui non solo conosco l'edizione pubblicata in Venezia nel 1787, 
ma anche la traduzione franceae del Coornaod stampata nel 1789, e 
la versione tedesca dell' Hansleotner venuta in Iqce nel 1790. Avrei 
dovuto anche trovar manchevole questa, per citare l'opera di Muradgia 
d'Ohsson Tableau general de P empire Othoman^ la più importante fra 
latte quelle che esistono circa la nazione ottomana, e che i Turchi 
atessi han voluto tradotta nella lingua loro; e che il De Hammer non 
poò dir che non sia buona, essendosene avvalso nel ano opuscolo 
sUmpato al 1841, che ha per titolo Ueberdie reehtmàssige Throfìfolge 
nach den Begriffen des mosUmischen StaaCs Rechtes^ besonders in Bezug 
auf das osmanische Reich. E se tutti questi ed altri non pochi acrittori 
fossero stati erronei avrei potuto citare l'opera dell'inglese Thornton 



19 
di Costantinopoli. Egli non ne coooice ebe una sola, eioè quella di Soltan Ha- 
med (che si chiama Ahmed) terzo, istitaita neiranoo 1719 oeirìnteroo del ser^ 
raglio. Si mettono in dubbio per metà le biblioteche Chloesi (10), e io un modo 
singolare accoppiate con quelle esistenti a Fez, Gaza e Damasco (11) a Si pre* 
tende da molti esserti nella Cina biblioteche di non piccol momento, come pure 
a Fez, a Gaza, a Damasco.» 

Siccome la China ribocca di libri stampati, cosi non lì possono mancare le 
biblioteche; ne* 32,000 volumi che Erpenio pretende ater veduti nella biblioteca 
di Fez vi sari per lo meno un zero di più (12) ; di una biblioteca in Gaza il 
critico non ha mai udito parlare, e nulla risaputo da' numerosi viaggiatori che in 
tempi recentissimi sono stati nella Siria (13). Nelle moschee di Damasco debbono 

tanto applaudita che i Tedeschi stessi, pei quali l'esattezza è il primo 
meri te I appena comparvo in Londra nel 1807, e pria che vi ai fosse 
ristampata nel 1809, e pria che i Francesi l'avessero tradotta nel 1812, 
la fecero propria nel 1808 pubblicandola in Amburgo col seguente titolo 
Dos Tùrkisehe Reich in alien seinen Bezithungen^ aus dem Englischen 
von Th. Thomion ubenetzet von Fr. Hermann. Anche questa doyea 
essere erronea per aver P obbligo di citare o gli scritti di Porter, o 
gli altri di Jones, o quei di Dallaway,.o i layori di Rycaut, o an* 
che il IX volume dell'opera del De Hammer Geschichte de$ Osmanischen 
Reiches , grossentheiU aìis bisher unnutzen Handschrifìen und Archi- 
ven ec, che non è riguardata al certo pel quinto evangelo, e dalla 
quale non avrei infine altro ricavato, che delle tante biblioteche co- 
stantinopolitane la piU ricca non conta 2,500 volumi I! 

(10) Né per metà, né per terza parte; io ho detto alla pag. 15 
ce si pretende da molti esservi nella Cina biblioteche di non piccol 
momento » né dissi che in Cina mancassero i libri. 

(11) Ma che dissi forse che per andare in Fez, in Gaza, in Da- 
masco, bisognava passar per la Cina?... o che quelle erano terre li- 
mitrofe dei dominii cinesi? 

(12) Un zero di piii un zero di meno non è cosa d'importanza 
in questo mondo. Ma parlando in sul serio, bisogna che il critico se 
la veda col celebre Erpenio , il quale avendo detto di averli veduti 
certo non si smentisce con l'arditezza di un vi sarà. 

(13) Per la biblioteca di Gaza il signor De Hammer senza chiederne a 
pellegrini ed a viaggiatori pò tea darsi la pena di riscontrare l'opera del 
Renaudot Hisi. Patr. Alexandr. pag. 526, e la Storia uoiTcrsale della 
società inglese tom. xxii Hisioire de tEgypie^ Kb. xx, cap. ui, p. 132. 



20 

esistere psreecliie biblioteche, sullt di coi esistenta o non esistenza Diuno potrebbe 
dare miglior conto dell'I. R. Console generale in Siria, signor Adelburg, a cui 
gii da molto tempo si è dalla imperiale biblioteca spedila la domanda di dare in 
luce le biografie degli uomini illustri del xii secolo dell'egira, il di cui autore ò 
Chalil Efendì el Demeschki , cioè il damasceno , traendone gli elementi dalle bi- 
blioteche di Damasco (l<h). In Parigi oltre della biblioteca regia, si sarebbero do- 
vute menzionare quelle del Panteon, delPArsenale, e della Istituto (15). In quelle 
di Leyden msnca la menzione del tesoro dei manuscrilti orientali, che sono stati 
descritti da Erpenius e del legato di Warner (16). E tanta più onorevol menzione 
merita questo tesoro , quanto I Gdi custodi dello stesso mai non siedono come 
draghi sul tesoro cui vegliano, anzi pel megKo della scienza ban partecipato i loro 
tesori ad altri orientalisti , siccome praticava il signor Weijers immaturamente 
rapito alle muse orientali, e il successore , come è da sperare » cammina sulle 
atesse tracce di lui. Fra le biblioteche ingleii, si sarebbero almeno dofute rimare 
care quella di lord Spencer, e quella particolarmente del museo di Londra si ricca 
di manoscritti orientali. Sembra che l'autore non conosca affatto l'opera di Dibdin, 
dappoiché tra le innumerevoli citazioni delle sue sorgenti nelle note, non si scor- 
ge (17). Fra le biblioteche tedesche, sono menzionate è vero, quelle dì Annover. 

(1 A) U Talore delle opere non aogliooo i saggi ripeterlo dalla qoau- 
tità delle pagine; e avrebbe dovuto persuadersi il aig. De Hammer, 
che mia guida era alata nel compilar Toperetla io disamina la esprea* 
aione di Pindaro Ol/mpie. Od. 1, v. 20, ipi^osif (aÌv uopa^dsj coglier 
cioè la cima, lasciando a chi ne ha talento l'intera mietitura. Certo 
è però che se il signor De Hammer sin dal principio ha sentenziato 
che in cento pagine non può troverai che un'opera superficiale, come 
poi ha la preteoaioue di yolervi trovar racchiusa tutta la sapienza 
occidentale ed orientale; né solo quella conosciuta, ma fin'anco quella 
occulta, che a'atteode dalla penna di lui, e dalle notizie che ancor 
non ha trasmeaao il console di Siria Adelburg?.. • 

(15) E dice benissimo il critico , ma pare che non abbia volato 
leggere la pagina 15 del mio volume, nella quale non solo quattro 
qoanl'ei ne conosce, ma cinque biblioteche di Parigi avvertii, e fino 
ne indicai il numero complessivo dei volumi. 

(16) Ma non è il tesoro dei mannscritti orientali che distingoe con 
particolarità la libreria di Leyda, lo è invece la famosa afera armil* 
lare, di cui bastantemente parlai alla pag. 16 del volume criticato. 

(17) Io non iscrissi delle biblioteche dei particolari; non avrei po- 
tuto quindi senza peccare di stranezza far menzione della Spenceriana, 



21 
Ambargo, Beroaborgo, Coburgo, Alteoborgo, e con le stesse (giacché tenne mai f em- 
pre l'ugual rango) quella di Monaco (18); ed è vero altresì che tra quelle del Nord, 
sono citate quelle di Upsal, e di Stockholm, ma si passano interamente sotto si- 
la quale tuttoché maravigUosa non lascia di essere al piti la prima 
di luiie le biblioteche oggidì possedute da privati (Balbi loc. cit. cap.yii, 
pag. 47). Ma come poi dal non averla citata ne trae argomento il 
critico per provare che* ignora Tasi da me del tutto la famosa opera 
del Dibdio, che cominciata a pubblicarsi sin dal 1814, occupa posto 
io tutte le biblioteche del mondo, come lavoro classico per quanto ri- 
guarda le notizie bibliografiche delle edizioni 7... C'entrava o no, doveva 
a forza citarla onde accrescere all'infinito le nota, che tuttoché te- 
desco pur gli parvero innutnereffoli? Unico e solo sarebbe stato il caso 
ia cui avrei potuto citarla, cioè quando feci parola dell' introduzione 
dell'arte tipografica io Sicilia, e quindi del primo libro stampato in 
Messina, cioè la vita et transito di san Girolamo (v. pag. 65 del mio 
volarne). Ma non potea né dovea citarla allora, dapoichè la Spence** 
riana, abbenchà ricchissima in libri di prima stampa, non possedè la 
edizione io discorso, non trovandosi segnata nel quarto volume (p. f 24) 
dell'opera suddetta del Dlbdin pubblicalo l'anno 1815 che una edi- 
zione di Roma senza data; e altra anch'essa di Roma senza data se 
n'avverte nel settimo ed ultimo volume (pag. 54), che forma' propria- 
mente il terzo supplemento del catalogo suddetto stampato nel 18211, 
e che ha per titolo: A descriptive catalogne of the books printed in 
the fifteenth century lateljr forming part of the library of the Duke di 
Cassano Serra and notv the property of George John earl Spencer K. G. 
with a general index of authors and editions contained in the present 
volume and in the bibliotheca spenceriana and aedes- althorpianae» 

(18) Scosi il signor De Hammer. Quella di Monaco si reputa una 
delle pia insigni non solo per essere stata fondata da an principe 
che è gran parte di storia pel suo tempo; ma- perchè contiene nien- 
temeno che 600,000 volumi stampati, e 10,000 manuscrittl, come 
potrà osservare leggendo le aggiunte al suo Denia periodo 3, pag. 260; 
ma qnel eh' è piti perchè è in effetti riconosciuta per la seconda biblio- 
teca del mondo, come ai persuaderà, abbenchè tardi, leggendo il più 
volte citato Saggio statistico sulle biblioteche di Vienna cap. viii, p. 84, 
di quel Balbi che lo stesso De Hammer mi ha ricordato; ma di cai 



22 

lenzio quelle de Cepenhageo e di Pietroburgo (19). Anche delle biblioteehe d'Italie, 
di che il critico nel suo iriaggio italiano nell'anno 1825 ?entotto ne inteatigd, in- 
torno a' manoscritti orientali che al trovano in dieci delle stesse, cioè in Napoli, 
Torino, Roma [Vaticana e Barberina), in Firenze nella Laurenzina, in Bologna, 
Uodena, Parma, Hantova, ed in quella di S. Marco in Venezia, de' qaali ai dà 
raggaaglio in* nore lettere stampate * , ed inoltre sa tatto e ventotto da Ini in- 
dagate ha dato una particolare bibliotecaria notizia; di queste ventotto l'autore 
fa soltanto menzione di quattordici (20), rammentando nella Vaticana l'espressione 
pronunziata dal critico nella lettera summento?ata: $ il De Hammer eompn$o da 
maraviglia ebbe a chiamarla vero e magnifico tempio delle mina **• 

La seconda parte della prima aggiunta tratta dei bibliotecarii, le di cui cariche 
non si sono conferite che a dotti uoitaini conoscitori delle cose, i quali non sole 
col loro nome fanno onore al loro posto, ma altresì il bene dtolle biblioteche loro 
affidate, con cognizione delle cose sono in istato di promuovere , come p. e. in 
tempi recentissimi Angelo Hai e Mezzofanti , ai quali è stata conferita la carica 
di prefetto della Vaticana congiunta alla dignità cardinalizia: Però i italo eompre 
lodevole costume quello di conferirsi per lo piis tale carica a penane che avessero 
potuto onoratamenie sosUnerla. L'autore novera i nomi dei eelebrì dotti italiani, i 
quali come soprastanti delle biblioteche del mondo, eran prima conosciuti per le 
dotte loro opere. Egli non avrebbe però dovuto limitare si fatto novero sa' dotti 
iuliani, ma estenderlo eziandio ad altri paesi (21), tra' quali Denis appartiene al 

pare non avesse Ietto che le sole parole di lode che vi si trovano a 
lui tributate. 

(19) Mi dispiace che debba chiamar menzogna un'asserzione del 
De Hammer; ma non so trovare altra parola volendo esprimere cosi 
apertamente contraria al vero. Leggendo infatti la pag. 20 del mio vo- 
lume si' troverà ce ... quella di Pietroburgo che deve la soa orìgine ec. 
quella di Copei<chagen eretta ec. m 

(20) Io non ho detto che De Hammer percorse nel suo viaggio le 
aole quattordici biblioteche d' Italia che io enumero , e molto meno 
scrissi che quattordici fossero io tutto le biblioteche italiane; ma sol* 
tanto ne cennai 16 (non 1A) come principali biblioteche della peni- 
sola, nello stesso modo e certo pih estesamente che aveva fatto per gli 
altri paesi. 

(21) Io volli esprimere che per provare il mio assunto non eravi 

* Ho etamioato le biblioteche di Parigi e di Cambridge, la Bodlcjana e l'Ambroaiana, quelle 
di GermaDia e di Cotta ntioopoli^ ma in alcuna di ette non tono stato giammai da tanta mara» 
viglia compreso quanto nella Vaticana vero e magnifico tempio delle muse. — Lettera iti. 

** Nel 4a, 45, 47, 49, 5;^ 54» 69, e 62 rolnmc della BiUiouca lialìana. 



23 
primo rango, e per la saa /fi<roiliiztoii« alla BMiografia, e per la saa Storia della 
Tipografia di Vienna si acquistò come dotto od nome non minore che con le can- 
ioni di Ossian, e Sined, degno tipo del più giovane snccessore, il consigliere di 
stato barone di Miinch, il quale senza dubbio la gloria di poeta acquistatasi sotto 
il nome di Halm accrescerà per mezzo dì quella di dotto sotto il suo proprio 
nome. Il non ater menzionato il sig. Harcbese ambe le nominate opere di Denis 
sembra provare o che non si trovino nella biblioteca di Palermo, o che egli non 
conosca il tedesco (23). Frattanto adduce la storia della Biblioteca di Berlino di 

mestieri andar cercando argomenti nei paesi ollramontani; ma che anele 
bastava volgere uno aguardo alla stessa Italia, ove il piofessar lettere 
non è certamente uo bel mestiere da poter allietare la vita. Il De Ham- 
mer però contento di aver cennato poche paròle della mia pag. 21, e 
avvezzo a saltare gV interi periodi e anche le intere pagine (come ve- 
dremo pili chiaro in appresso) non lesse qaant'io soggiunsi alla pag.22 
alla quale rimando chi ne avesse la Toglia. 

(22) Già pria di tutto non è vero che io non abbia citato il sommo 
bibliografo bavaro Michele Denis, morto sul cominciar di questo secolo, 
perchè lo citai alla pag. 31, e appunto quand'era il proposito di no- 
minarlo. Ma se citato non TaTessi non era ciò argomento per decidere 
che o l'opera non si trovava a Palermo (mentre era stata pubblicata 
sin dal 1778 e ristampata nel 1795); o essendo in lingua tedesca io non 
aveva potuto leggerla. Mi permetterà il sig. De Hammer che gli dica 
aver io letto qtkalche libro, ma nelle 100 pagine che sono cadute sotto 
la di lai sferza non sapea che avrebbe desiderato la rassegna o il cata- 
logo delle opere da me percorse nel periodo della mia vita. Se poi non 
avessi saputo leggere o farmi leggere l'opera del Denis, perchè scritta 
in tedesco, lingua in Italia por troppo diffusa, doTca persuadersi il 
critico, che io ben l'avrei potuto leggere nella mia madre lingua ita- 
liana, nella quale voltolla Tabaie Antonio Rometti, il qoale vi fece ana 
giunta maggior della derrata. Ed è di là infatti, e propriamente dalla 
pag. 264 del 3"* periodo j che trasse De Hammer la notizia che io non 
avea ragion di segnare dei due lavori del Mosel e del Balbi, come non 
istimai necessario citare l'opera di Ebert (di quell'Ebert autore ancora 
del prezioso libro bibliografico che ha per titolo Die Bildung dee Bi- 
bliolhehart) per la reale di Dresda, quella di Le-Prince per la reale di 
Parigi, quella di Blume per U Marciana, quella di Werloff per la 



24 

Witker; milia però sa di qaella dell'I. Biblioteca di Vienna di Motel, e ciò che 
è ancor più sorprendente né anche àeìV E$tai itaU$tique iur la bibliothiquei de 
Vienne del suo compalriotta Balbi. Finalmente ignora la Guida (di Schelhoro) 
pei biblioteearii ed arehivitti^ e cita solo il Lomejer De Bibiiotheeis. Dopo essersi 
toccata brevemente, in due capitoli la tipografìa e la rarità dei libri (28). si tratta 
nel terzo il sistema bibliografico, con che deve essere ordinata una biblioteca, e 
concepito il catalogo delle materie della stessa. La triplice partizione in scienze 
lettere e arti che propone l'autore ci sembra altrettanto difettosa quanto la geo* 
grafia, cronologia, e archeologia ordinate sotto il collettivo titolo della seconda 
classe delle Lettere, come se quelle non fossero da annoverarsi tra le scienze (2k]. 
Più acconcia di questa partizione è Tautica, dagli enei clopedici da lungo tempo 
messa in disparte, di Diderot di tutte le scienze sotto le tre rubriche di memoria, 
fantasia, e intelletto, che TantipenaUimo capo della biblioteca di Brera' in Milano 

biblioteca di Copenaghen ec. ec. Mi dispiace davvero la precipitanza 
dei giudizti del sig. De ^lammer. Sappia egli che io conoaco l' opera 
del dottissimo Mosel, che ha per titolo Geschichle der Kaiserl Kdnigl. 
Hofhibliotek %u fFien^ stampata ia Vienna nel 1835 in od volarne ÌD-8, 
conosco del pari Topera del sig. A. Balbi stampata in francese a Vienna 
nel 1835, e ristampata io italiano a Torino nel 1841 nel tom. 2 degli 
scritti geografici statistici di lai, pubblicati da soo 6glio Eogenio; ma 
non so a qaal proposito yolea il De Haomer che io le ayesai citato. 
Era forse per ricordare che la biblioteca di Vienna già famosa nel 1789 
e primissima, occopa ora appena il quinto rango fra le biblioteche del 
mondo, mentre qaella di Monaco è salita al secondo grado immediata* 
mente dopo la regale di Parigi 7... 

(23) Brevemente si; giacchò il libro non volea eccedesse le cento 
psgine: ma bisognava il critico esaminare se bene o male era dettato. 
Perchè eatrarre un fatto storico da moltissimi scrittori fra loro discre* 
panti, e segnati a piò di pagina, e tali da apprestare materia per com- 
porre un volume (in modo che avrei potuto ripetere le parole di Giusto 
Lìpsio lapides et Ugna ab aliis accipìo: acdificii eximctio tota nostra esil 
archilectus ego «um, sed materiam varie undique conduxi), potrebbe far 
diventare gran merito e forse il pia difficile la brevità, se mai per av- 
ventura si trovasse unita al giudizio ed alla erudizione. 

(24) Il critico avrà nella immensità dei suoi studii dimenticato che 
tutti i migliori bibliografi, e fra questi il soo Denis periodo 3, S uix, 
fra le b/elle lettene le annoveraoo. 



25 
il dolio abate Gironi istituì per base al catalogo delle materie di qaesta biblioteca. 
e che fa coooscere il signor Francesco Rossi ne* suol Cenni storici* , diche tanto 
più superfluo sarebbe il parlar qui, quanto gli stessi sono stati di già con dettaglio 
indicati ne* fogli di Schmidt per la letluratura ed arte. E poiché siffatta opera, 
che descrive la partizione della biblioteca di Brera è comparsa già nel Ì8kì , è 
molto maraviglioso che il signor Marchese di Villarena non no abbia avuto due 
anni dopo notizia alcuna (25). Le tre tavole annesse alFopera del signor Rossi 

(25) Il sistema bibliografico non è la genesi dello scibile, e il De 
Hammer confondendoli dà a divedere sconoscerne totalmente l'oggetto. 
Ei potea dispensarsi dal ripetere tanta farraggine di notizie note lippis 
et tonsoribusy dette, ridette e contraddette da secoli;; dove» leggere la 
BibUoiheconomie di L. A. Coslantin, e polca anche prendersi la pena 
di riscontrare la mia pagina .96 in proposito della libreria di Bre- 
ra, e della risposta da me data all'illustre bibliografo e storico ita- 
liano cavaliere Bossi. E finalmente doTea riflettere e persuadersi che 
per sistema bibliografico s'intende: il miglior modo di distribuire i libri 
negli scaffali di una biblioteca onde esserne piti agevole la riunione^ la 
collocazione^ e la ricerca. Idea su cui non si qnistiona pia mai, e che 
trovasi anche nel librette che il De Hammer con tanto sussiego ci an- 
DUDzia. E tale l'opuscolo di Francesco Rossi che ha per titolo Cenni sto^ 
rici e descrittivi intomo alFI.R. Biblioteca di Brera j ove si legge (p.11) 
che le biblioteche debbono essere ordinate in modo da poter fornire con 
facilità e prontezza i loro libri a coloro che ne fanno ricerca^ ed i catalo' 
ghi messi in rapporto col posto materiale dai libri occupato sono i mezzi 
per raggiungere questo scopo, E potea sovvenirsi ancora delle savie 
e modeste parole che servono di conchiusiooe all'opera del suo Denis, 
ove costui propone il proprio sistema senza però che nessuno sia ob- 
bligato ad adottarlo^ e appunto perchè aveva già detto al § xlv del 
3"* periodo^ che la divisione dei libri debba farsi secondo un sistema 
a proprio piacere: e sovvenirsi pure di quanto egli slessa il De Ham- 
mer aveva osservalo e dichiarato uniformemente a siffatti principi! 
nelle biblioteche di Costantinopoli, in proposito del Catalogo dei eodici 
arabi^ persiani e turchi della biblioteca ambrosiana (?• Biblioteca italiana^ 
t. 9&, ann. 1839, pag. 22 e seg.) 

* Cenni storici • detcrìuivi intomo oltL /?. Biblioteca di finra» Bfilaao, i84i« 

MOMTÌLLARO VOL IF' 4 



26 

che riptrtiscono le scienze lotto la mimma, la /anfaita, e l*tiilWI<lfo daooo io- 
vero una esaurita, ma troppo penosa e nientemeno una imperfettamente logica 
rivista, giacché p. e. sotto il principale titolo Àniiquitaiei dipoi sotto il secondo 
InitUutiones le seguenti rubriche: AniiquUaiet figuraiae, Rila^ographiUf Efigraphia^ 
Xumismatica, Diplomatica stanno io una e medesima riga , e s' due titoli prin* 
cipali poi i Mora sono coordinati, che son divisi in Spietaoda, Cultus e Mores 
strietB dicti ; di queste tre partizioni le opere teatrali appartengono visibilmente 
Ira le belle arti, il culto alla storia della religione, i costami alla etics, o almeno 
tutti e tre alla etnograGa, che nelle suddivisioni della geografia manca interamente. 
Ciò nulla ostsnte questa clsssificazione è di molto preferibile a quella eccessivamente 
Doo-prstiea enciclopedica, che in sette grandi tavole in foglio della Enciclopedia, 
sedici anni or sono compsrve in Napoli, il titolo delle quali nulla ha di simpatico 
relativamente alla semplicità e chiarezza dell'esposto sistema*. Nella partizione 
del catsiogo delle materie di una biblioteca si tratta meno di suddivisioni per dir 
cosi a capello delle singole scienze in conformità di filosofiche basi divisorie, che 
di una chiara pratica rivista del tesoro dei libri di tutte le scienze, la quale, fuor 
di dubbio, debbe essere regolata su qualche sistema enciclopedico. Non sappiamo 
se manuali enciclopedici o bibliografici che da un secolo son comparsi io Germania, 
Francia ed Inghilterra avessero dato una partizione più pratica di quella offerta 
nella tavola della prima parte della Guida nella Bibliognosia di Denis (Denis, ftn- 
Ititung in die Bikherkundi). Desse ha d'uopo invero di alcune modificazioni, pre* 
cisamente in riguardo alle arti , e di alcune aggiunte di nuove scienze : novità 
recate dal tempo nei settant' anni trascorsi dacché comparvo questa pregevole 
opera; dappoiché tali scienze, come p. e. l'economia nazionale, mancano afflitto 
in quella tavola. Ma nel tutto sarebbe la miglior baie del catalogo delle materie 
di una biblioteca , giacché é preferibile sinanche a quella della Enciclopedia e 
metodologia delle scienze, che trentacinque anni fa fu pubblicata in Jena da Schmid. 
Il punto fermo migliore di tutti lo dà l'eccellente libro didascalico di Grasse di una 
storia letteraria dei famosissimi popoli del medio evo, che in se e per se é un ben 
ordinato catalogo dei materiali di tutta la letteratura del medio evo ; ed é stato 
annunziato nel xci volume di questi Annali unitamente alla storta della lettera- 
tura del sv XVI e xviii secolo di Hallam. Il ^lifferente modo di vedere nella base 
divisoria delle scienze precipuamente giusta le facoltà e le scienze principali e 
preparatorie ha pure stabilito alle classi un rango diverso presso le diverse ac- 
cademie d'Europa. L'ordine del rango delle accademie francesi , e la partizione 
della reale accademia di Baviera han messo alla testa , non altrimenti che gli 

* Genografia dello scibile conaiderato nelU laa unità dì utile e di fine con la dicbiaraaione 
differeuxiale ed integrale dei rapporti tra l'uomo e la natura, quanto all' origine , al legame ed 
alla funxione dei medesimi nella filo-agatia e nella filo-calia per elevare a scienza esalta la filo- 
sofia dello spirito umano — Tavole sinottiche di Giacinto de Pamphilis dottore in medicina , 
prof, di lingua italiana nel real collegio di Abruzzo citra , e socio onorario di quella real so- 
data economica -* Napoli, 1829. 



27 
OrienUli nella loro Enciclopedia, le scienze Glologiche» dappoichò senza sviluppo 
Gldogieo non può immaginarsi scienza aleuna. Quindi Yaeadimie franpaite che si 
occupa esclusivamente della madre lingua, tiene il primo rango (26) ; conseguita 
immediatamente l'accademia delle iscrizioni e belle lettere, dopo di queste la iem 
quella delle scienze matematiche e fisiche ; la quarta quella delle belle arti ; la 
quinta quella delle scienze morali e politiche. L'accademia di Monaco dà eguaU 
mente il primo luogo alla filologico «storica partizione delle fisico -matematiche 
scienze; la russa al contrario fa Immediatamente seguire a questa la classe della 
lingua e letteratura russa, e di poi la storia e la filologia, di sortachò alla filologia 
che in Monaco ha il primo posto, in Pietroburgo è assegnato l'ultimo. Alle scienze 
filologiche è riserbato il primo rango come scienze preparatorie e giusta il corso 
della istruzione, ma per merito intrinseco, le scienze filosofiche e le cosi dette 
scienze esatte le precedono sicuramente; frattanto siffatta partizione non dovrebbe 
chiamarsi fisico-matematica, sibbeoe matematico-fisica , dappoiché la matematica 
offre la più pura idea della scienza. 

Al pari dei due primi capitoli di questo studio bibliotecario è il terzo, che tratta 
della storia letteraria, e fievolissimo è il capitolo che ognun s'aspettava soddisfa- 
centissimo dal sig. Marchese qual orientalista (27), precisamente quello del medio- 
evo in riguardo alla letteratura orientale. I nomi sono cosi Inzuppati nell'italiano 
che molti degli stessi è affatto impossibile al critico di raflSgurarli (28), p.e. Ab$a 
élefaniino; se questi siasi chiamato Haffs o altrimenti , se elefaniino si riferisca 

(26) Anche i veterani e gì' invalidi son riguardali fra i primi corpi 
deirarmata , ma non usciranno certo in campo fra le prime fila del- 
Tesercito. Tali distribuzioni ognun sa che sono onorifiche^ ma sarebbe 
stranezza crederle effettive. 

(27) L'amore airorientalismo potè senza contrasto far dire al De 
Hammer, che a l'oriente è il padre della luce e dell' incivilimento , 
l'Asia la madre delle maraviglie e delle ìe^^iy>{ Della famiglia filologica 
delle metonimie arabe^ nella Bibliot. ilal.j t. 9, ao. 1843, pag. 347); 
ma non è da senno voler che tutti pensassero ad un modo, e che ogni 
lavoro fosse misurato sotto la vista di orientalismo. Se io quindi sono, 
al dir di lui, un orientalista, non mi sono però impegnato a scrivere 
uno studio bibliografico orientale. L'orientalismo, al più, mi ha potuto 
bene o male servire come tanl'altri studi di corredo e di ajoto, ma non 
di scopo in quest'opera, la quale pria di leggerla aveva giudicato il De 
Hammer che non doveva essergli soddisfacente. 

(28) Pretendere ch'io avessi inzuppato nel tedesco e non nell'italiano 
i nomi arabi, è una stranezza che aa di scimunitaggioe. Se io avessi do* 



28 

ad ao elefante ovvero all'isola deirElefaDle è assolatamente ignoto al crìtico (S9). 
Il nome Samachscharia (meglio Semach-seheri's) è storpiato In Zamkhasereo, 
Sibeveih lo Saibaiah , Dschevberi in Giheaar. Sou menzionati da retori Althai , 
Assiutheo e Alsokak. Di questi tre. soltanto rultimo, il quale però si chiama Es- 
sekjaki , è un retore , non già il gran dotto e poligrafo Sojuthi , e molto meno 
Althai, pel quale probabilmente s' intende il più magnanimo degli Arabi Hattim- 
thaij. Motenebbì ò vero si spiega principe dei poeti arabi, ma è ignota airautore 
la versione tedesca: MoUmbbi der gròssU arabisehe DiehUr ( Wien 1824) (30), 
Cosi anche Thaberi è rappresentato come il Tito Livio degli Arabi, ma su quale 
autorità? non gii su quella di Kosegarten, editore di lui, ma su quella del Costume 
antico e moderno di Ferrarlo (31). L'autore conosce tanto poco la versione turca 
pubblicata in Costantinopoli , quanto 1* edizione araba e la versione inglese del 
più grande di tutti gli arabi biografi • cioè Ibn Challikjan , del barone Mac Gu- 
ckin Slane (32). Ibn Challikjan merita si bene il titolo da lungo tempo imposto- 
gli di arabo Plutarco^ come Kaswini quello di t7 Plinio degli Orientali , e Ibn 
Gbaidnn quello di arabo Monietquieu. Ù autore nomina questi tanto poco quanto 
Varabo Plutarco. 

Più soddisfacenti delle nozioni , che al principio di questo studio bibliografico 
si danno intorno alle antiche biblioteche distrutte e moderne europee, sono quelle 
notizie annesse alla fine dello stesso sulla libreria del comune di Palermo (33) » 

▼uto scrivere i nomi arabi in alemanno li avrei certo inlodescatt^ se 
in francese infrancescati; ma scrivendoli io italiano chi mi potrà far 
colpa di averli italianati? 

(29) Peggio per lui che ai trovi così imbarazzato a comprendere 
le cose di per aò cosi chiare; e che non son atte ad imbrogliar niaaun 
altro. 

(30) Come si prova, che doveami essere ignota siffatta traduzione 
tedeaca di De Hammer, la quale è conoscintisaima dagli orientalisti per 
la censura fattane dal De Sacy {Journal dee Savane y janv. 1825)? E 
se pur lo foase, che mi si potrebbe apporre 7 — forse fec' io ^elenco 
delle edizioni, e delle traduzioni del Motenebbi e la dimenticai? 

(31) In che si fonda la sorpresa?... Dovea citare a forza una cosa 
anlla fede d'un autore teduco^ e non sulla fede di un' opera italiana 
conosciutissima dairuniversale , io italiano? 

(32) Era pur anco io obbligato a conoscere le versioni turche e le 
inglesi, e conosciutele obbligato a citarle nelle cento pagine, ove ap- 
pena potea cennare i nomi dei principali autori? 

(33) Qui il critico ha saltato a pie pari le pagine dalla 60 alla 72 



29 
in coi 8i dà dettagliatamente la storia della fondazioDe e traslazione di questa bi- 
blioteca, delle iscrizioni che yì si trovano, e dei doni fattile, come pure delle 
lapidi arabe che esistono nel museo [SVj. Lo iscrisioni sono quelle delle iscrizioni 
sepolcrali, su tre delle quali si presenta come epitafio il solito 186 versetto della 
terza sura del Corano : «e Ogni anima gusterà la morte * , voi troverete U vostro 
guiderdone ai A della risurrezione , e chi allontanato dal fuoco entra in Paradiso 
sarà òealo, la vita del mondo non i che merce transitoria ». — Conseguitano tre 
lettere critiche dirette al padre G. B. Tarallo sul Tabularlo della Cappella pa- 
latina edita da L. Garofalo (35), e sulla irera significazione della parola assisa in 
taluni diplomi sicoli, no' quali assisa vale imposta^ dazio. 

Le restanti 350 (36) pagine dell' opera non sono che una nuova edizione (37) 
del Catalogo ragionato ( circa un anno prima dall'autore pubblicato) dei diplom^ 
esistenti nell'archivio della cattedrale di Palermo, tra* quali alcuni arabi inviati 
a Roma nel 1732, quivi dal maronita Gabriele Masbani , scritti di nuovo in ca- 
ratteri siriaci e tradotti erano rimasti lunga pezza in un armadio dell* archivio 

del mio opuscolo, che a mio credere ne formano la parte più iute- 
resaante, perchè narrano non solo le ricercate notizie delle nostre per- 
dute biblioteche, non solo quelle delle esistenti; ma un sunto espon- 
gono della storia letteraria di Sicilia, e un cenno dell' introduzione del» 
l'arte tipograGca fra noi, tale che ha dato luogo a correggere quanto 
da' bibliografi inglesi e francesi e anche dai tedeschi, per ordinario 
esattissimi, si era erroneamente assicurato. 

(3A) Il critico dovea dire arabe e greche e doTea soggiungere per 
essere esalto che ce n'erano due inedite per lo avanti , e che erano 
state da me tradotte. 

(35) Non signore, son due quelle che riguardano il tabulario del 
Garofalo, e una terza tratta àeiVappendice che un tal Caruso voleva 
fare ad un'opera dell'erudito Mongitore. 

(36) Son 340 volendole citare con esattezza. 

(37) Una nuova edizione, ma non una semplice ristampa di quella 
primitiva, come par ne voglia annunziare; giacché vi ò l'aggiunta di 
molti altri inediti diplomi, e v'è adempiuto quanto fo promesso nella 
prima edizione, essendovisi pubblicata la miglior parte dei 100 di- 
plomi che più non esistono nel Tabulario di cui si tesse il catalogo. 

* Queste parole n trovano non solo qui , ma altreti nel $7 rersetto delle ixix aura , nella 
quale tì é anche una ripetizione dei pensiero con che termina il versetto di sopra cioè il 64: 
E la vita di quuto mondo non è che baja • giuoco. 



30 

allorché li trofò l'autore, e con l'ajato del sao discepolo neirarabo Francesco Ca- 
stagna, li diede in luce, dedicando il suo lavoro al promotore dello stesso il prin- 
cipe di Campofranco (Ank. Lucchesi Palli). Sono in tatto 300 pezzi, cioè 200 
diplomi e 100 altri documenti diversi (38). Rincrescevole si è che in tutto non 
vi Steno che due frammenti arabi (S9) » cioè un pezzo del diploma arabo* greco 
intorno ad un dono di 27 schiavi (U)} saracini e 11 bovi che il conte Ruggieri 
il 12 febbrajo 1095 donò alla chiesa di Palermo. Queste 17 righe dì testo arabo 
sono però in parte mutilate, in parte scorrettamente stampate, sicché quasi nulla 
si rileva (hi). Oltre di una versione fatU neiranno 1752 (42) dal gesuita Giro- 
lamo Jttstiniani e da Hongìtore data in luce • vi é annessa una traduzione del 
palermitano orientalista abate Saltatore Morso, il quale però non é un orientalista 
più forte del signor Marchese (43). Invece di rivedere la traduzione greca dei 
nomi arabi, Morso li scrisse egualmente guasti; si giudichi dpiéep ^Xf^^ ^^^^ 
ir^iux — nella Nsta di Morso àkàmt Admm flius ilcAmsl, deve dire Abdemhman 
figlio a Ahmed — Movy^oifjifAOÙT^ aV ( abbreviato invece di l^rviv cioè Ibn ) 
presso Morso Muehammui tp$n Nigxiwr, dovea dire Mohamm$i lònùUrNiiar. II 
greco moderno la di coi /3 si pronunzia vome v itaU e pel suono del nostro p 
non ha, nel suo alfabeto, un segno corrispondente, non può esprimerla che con ^^ 

(38) 1 diplomi, 86 ai vuol essere esatto come suol essere e debbe 
essere no dotto tedesco, deve dirsi che soo 200 — poi 6 documenti — 
indi altri 100 diplomi. 

(39) Che dovea questo catalogo esser an catalogo di diplomi arati^ 
come si preteodea dal critico che lo studio bibliograCco fosse stato 
il catalogo delle dozzine di amie biblioteche? 

(40) Non 27, ma 75. 

(41) Né mutilato, né scorretto è il diploma 5 di cai iotendesi par- 
lare, ma nella sua integrità; come io avvertii alla pag. 165. E non 
avendolo il De Hammer, com' ei dice, aaputo capire, poteva iocoBio* 
darsi a leggerne la traduzione che sta Dell'opera del Mongitore, come 
fo da ma segnato alla pag. 166. 

(42) No 1752 ma 1732. 

(43) Ciò sarebbe per me un piacer senza pari; perchè il Morso al 
cospetto del De Sacy, del Fraehn, e del mondo comparve migliore 
orientalista del De Hammer in proposito della iscrizione della Zisa. 
E ciò ricavasi dalle stesse lettere del De Hammer e del De Sacy stam- 
paté alla pag. 189 e seg. dell'opera del Morso, e i cui autografi stan 
conservati fra' manoscritti della nostra comunale biblioteca. 



31 
e quindi scrive i^icif[^ invece di Ben ovvero Ihn (44). Inoltre la lista di Morso 
non concorda affatto nella massima parte de' nomi con la greca; e siccome non 
vi ò a fronte il testo arabo è inutile qualsivoglia ulteriore congettura (45). Nel 
diploma N. 9 emanato per una permuta di sorgenti, si dice soltanto: Pergamena 
in arabico opiitografa, senza tradursi il contenuto (46). Del diploma arabo-greco 
N. 11 non si scrivono con caratteri arabi che i quattro nomi de' donati schiavi, 
senza però esser tradotti (47). Di tutti gli altri diplomi arabi, il lettore altro non 
risa se non che dessi sono scritti in arabo (48); tali sono i N. 11. 14, 16, 20, 
S7, che uniti a' duo di sopra non sono più di sette, de* quali il testo arabo, se 
non tradursi, si sarebbe dovuto frattanto ristampare (49). 

(44) Ottimamente fece \t Morso, il quale non dovea correggere ma 
leggere i nomi come trovavansi scritti nel greco. É da ridere veder 
che De Hammer si dibatte per provare che Morso non sapea che gU 
Arabi mancan della lettera p, e che questa suppliscesi colla b! ... 
Morso dunque ignorava financo le lettere dell'alfabeto arabo? •*. è on 
argomento che prova troppo secondo gli scolastici, e quindi direbbero 
costoro che non può reggere in logica perchò non prova nulla. 

(45) Ma siffatta menzogna è ributtante. — E non è il lesto stampato 
per intero e in «beco e in aràbico alla pag. 164 e 1657 

(46) E perchè dovea tradurlo io ed inserirlo nel catalogo per intero, 
se già se n'era da tanto tempo occupato Rosario de Gregorio com' io 
dichiarai 7. •• Polca il sig. De Hammer voltar la pag. 160, e nella 161 
leggere tutte le piìi minute notizie che quel diploma riguardano. É da 
credere che il signor De Hammer abbia letto troppo in fretta e a salti 
di funambolo o sonnacchiando Topera che ha voluto giudicare. 

(47) Ma se altro non v'era d'arabico che i soli nomi dei villani 
perchè il resto ch'era greco si era pubblicato e tradotto, come diffa- 
semente io scrissi alla pag. 174 e 175, che avrebbe volato che avessi 
io stampato il signor De Hammer 7-— dovea forse compitare i nomi 
proprii, per segnarli con parole che avrebbe poi detto il critico essere 
inzuppate nell'italiano? — - o mi crede cosi gonzo da non averli saputo 
leggere, abbenchè fosse egli persuaso che li avessi saputo conoscere 
ed avvertire? 

(48) Sarà disgrazia di colui, che leggendo non comprende; ma l'au. 
tore non vi avrà colpa veruna, perchè una tanta mmxogna non possiamo 
altrimenti smentirla, che pregando a leggere i numeri indicali. 

(49) Pare che il signoc De Hammer conosca la diplomatica come 



32 

La seconda delle opere che abbiamo soU'ocebìo, cioè la Descrizione di Palermo 
antico di Morso, non merita in Terun conto questo biasimo di avere omesso il 
testo arabo, che anzi contrappone in tavole separate tutte le iscrizioni cuGche , 
ebraiche, latine e greche delle antiche conservate memorie della città, con una 
fedele copia dei caratteri; di poi nel testo le decifera e le traduce ; ed oltre a 
ciò di la pianta di alcune chiese (50), ed un'altra topografica di Palermo antico» Che 
il signor abate Morso non sia migliore orientalista del signor Marchese di Villa- 
la bibliografia. Nò è questo ciò che sorprende, giacché un uomo può 
esser dotto, anzi meraviglioso in ano studio, e saperne d'un altro 
forse meno d'un fanciullo: sorpresa fa il volersi per lo più giudicare 
non di ciò nel quale uno può essere riguardato maestro ^ ma di ciò 
nel quale si può essere dimostrato bambino. — Cosa io fatti ha detto 
il signor De Hammer del merito o del demerito della mia opera di- 
pbmalica^ la quale abbraccia quasi intero il volume? — in che l'ha 
creduto censurabile? — che vi avrebbe desiderato di meglio? — quai 
De sono i difetti? — che ne ha insomma ricavato?— • Nulla e poi nulla 
a meno di una dozzina di menzogne (e mi duole il ripetere siffatta 
inurbana espressione) in proposito di taluni arabi diplomi, che occu- 
pano pochissime pagine dell'opera intera. Avrebbe dovuto sapere il 
signor De Hammer che altro è un Tabulano^ altro un Catalogo ragio- 
nato. Nel primo vanno messi per intero tutti i diplomi ^ net secondo, 
che ne è soltanto T indice, non si ha altro dovere che di segnarne il 
contenuto. E se io vi ho aggiunto la inserzione della maggior parto dei 
diplomi inediti io non vi era per certo obbligato. Indi additai con la 
massima scrupolosità le vicende intere di ciascun diploma, e vi segnai 
tatto le opere e opuscoli che ciascun di essi riguardano. Come poi 
può dire il critico, che il lettore degli arabici altro non risa se non 
che sono scritti in arabo! Si leggano le pagine 180 e 181, 183, 186, 
191 e 192 del mio volume ove di essi ragionasi, e si veda come la 
smania di voler trovar tutto censurabile in un libro italiano^ ha stra- 
scinato il De Hammer con grave disdoro e discapite della propria 
fama non solo ad inesattezze^ ad errori^ ed a stranezze^ ma fin anco, 
lo ripeto, a menzogne le pia triviali e le più manifeste. 

(50) -É questa una inesattezza^ perchè il Morso non dà la pianta 
che della sola distrutta chiesa di s. Giacomo la Mazara, e un piccolo 
schizzo di'an piccolissimo sotterraneo. 



33 
rena (51) si chiarisce tosto alla sedicesima pagina , in coi II nome Joaria della 
parte del palazxo cosi chiamato a motivo dei suoi ricchi ornamenti, lo deriva dal- 
l'arabo Jthtr (laogo spazioso) , laddove la derivazione da Dschewher (gioiello) è 
si vicina; gli Arabi chiamavano Dschewherije» cioè U gioieUaio questa parte del 
palazzo (S3), siccome an tale riccamente adornato stanzino un Francese potreb- 
be (53) oggi chiamare le frijou, e un Italiano il gioiello (54); nel che si deve os- 
servare » che l'ultima parola è Io stesso dell'arabo Dschewher , ovvero come il 
siciliano la pronunzia joaria (55). La grande iscrizione araba scoverta nell' anno 
1791 in una cappella (56) del palazzo reale , in 20 rosoni gotici (57) , avrebbe, 
siccome l'autore giustamente osserva, data la migliore spiegazione alla iscrizione 
araba del supposto manto della coronaziona di Carlo magno, laddove la stessa si 
fosse pria conosciuta. La iscrizione del manto della coronazione ò stata dapprima 
pubblicata da Murr nella sua opera sulle Cote notevoli di Nuniberg, di poi nella 
midi Deicrizione dei teeori*, e finalmente nelle sue il^^tunls alla letteratura araba 

(«^1) La fama del Morso non potea sperare i suffragi del De Hammer 
per venir confermata. Ma il discepolo di Rosario de Gregorio, di mon- 
signor Adami, di Antonio Dakur, di Giuseppe Hager — l'amico e 
maestro di Hamilton — il corrispondente applaudito di De Sacy — ^ 
l'autore di tanti lavori pertinenti alla linguistica orientale, aniyersal- 
mente apprezzati e riveriti, non era nn orientalista da cedere fran- 
camente il passo al De Hammer, il quale dopo ventitré anni di sta- 
dio non ha saputo spiegare la iscrizione della Zisa, né saputo dire il 
perché non gli soddisfaccia qaella del Morso, e quella deli' inarriva- 
bile De Sacy. 

(52) Soliti giocarelli messi in campo dagli etimologisti. 

(53) Potrebbe, ma noi direbbe per certo. 

(54) Né potrebbe, né il direbbe. 

(55) Noi dice per certo ; anzi qualunque siciliano (compreso me 
che ho amta la pazienza di compilare il dizionario del mio dialetto, 
e di rivederne quindi anche tutte le voci antiquate, proscritte, e spi- 
ntale) ne riderà sgangheratamente, come di voce ideale e da bimbi. 

(56) Non io una, ma nella sola cappella; anzi (per essere pih esatto) 
nel tetto di essa. 

^ (57) Golid no, perché i Goti distrussero non fabbricarono; dovea 
dire arabo-normanni. 

* Beichnilung der sàmmdidken JMchsUsinQiSsnf luid dar Mei^uhiWgtthumer ( Nanberg 
■790). 

MomiLdMo 9ol Ifr. 5 



34 

(Brlaogeo t803) ed edile ouoTamenle de Friho * eoo 1* ilkiitrazioae delle prece* 
deoU tradazioni dì Kebr, Scbalze, Nagel, e Kobler. Siccome è rimula ìDtera* 
meoke igooU all'aatore sìffakU crilica e beo baaata correzione di Fribo, coal la 
iscrizione si trova stampala eoo tutti gli errori (cbe non sono meno di mezza 
dozzina) della edizione di Marr e di Rosario (58). De* SO rosoni della iscriziooo 
della real cappella si di ooa fedele copia, che, traooe il mfllesimo , cootieoe la 
cooclosione della iscrizione del manto imperiale. L'aotore assìcora cbe gli altri 
didannof e rosoni , o piuttosto diciassette « dappoiché manca il primo e l'ullioio, 
contengono quasi con poca diversità le slesse formule di augurio. Il cbe però può 
restar fermo sino ad una esatta pubblicazione delle slesse (59). « B Inolile, egli 
dice, arrecare tulli gli altri rosoni* che restano dalFuna'e dall'altra parte, che 
altro Doo cooteogooo eoo poca diversiti cbe le medesime o simili espressiooi, 
maocando solamente per ciò che ho detto di sopra il principio ed il fine, che ci 
avrebbero informato del nome del sovrano cbe comandò lopera, e del tempo in 
cui fu eseguita». Come cbe, secondo rassicurazione dell* autore mancano anche 
le importantissime notizie, cioi quella del nome del re, e queir altra del mille- 
simo , pure sulla identiti delle formule deir augurio con quella del manto della 
coronazione, sembra potersi con sicurezza ammettere che le iscrizioni de* 20 ro- 
soni, e della coslrazione della cappella appartiene alla stessa epoca, cioi al regno 
di Roggiero 11, che aoche foodd l'orologio neiranno 536 deH'egira (llil) la coi 

(58) Cbo Morao avesse igooralo le correaioni date dal Frathn noo 
i maraviglia, perchè le opere del Fraeho ai conoacooo da taoti e 
taot'aoni fra ooi, oia aioo ad ora odo ai hanno oelle biblioteche pub- 
bliche di Sicilia, ed io per istodiarle ho bisogoato altrove rioteoirle. 
Maraviglia grande è però cbe no De Hammer parli ancora deirilloatra- 
ziooe del Fraeho senu cbe conosca quella piii receote data dal ohia- 
rissimo prof. Reioaud. Maraviglia è ben anco, che creda tradotta dal 
Morr quella ripobblicata dal Gregorio (oon De Rosario!) e dal Morso, 
mentre è quella del Tycbsen, che correggeva appunto la tradoaione del 
Morr... Ma come mai il De Hammer è cadoto in tale errore ì «-^ ti 
è caduto, perchè atvesxo a giodicare all' infretta, prima di STolgere 
tutte le pagine, ai contentò di leggere rdtima linea della pag. 173 
del Gregorio, e non le aegoeoti pag. 174 e 175; e aolo le idtiaie 
linee della pag. 39 del Morso, e non le pag. 30 e 31 !l! 

(59) Se lo avesse asaicorato un pescivendolo, o on qualche pelU- 
grinOf ma no quando lo ha asaicorato on professore come il Morso. 

* AnUfùttOk Mukamm^danat Monumunia varia , udì' S voi. degli atti ddTAcc. di Pidrou. 
J^nrgo, e tepanUmcnte in due parti atanpata (Pietrobwfo iSaa e iSsi) 



35 
triplice iscrizione (latina, greca ed araba) ò data dall'antere secondo Rosario (60). 
La seconda memoria tratta dell'antichiti della cattedrale , e del palazzo arcite- 
scovile con una iscrizione araba (presa da Rosario con la traduzione di Tychscn) 
di una colonna che trovasi nel portico meridionale della cattedrale. La terza me» 
moria si occupa della torre di Baych, che gli antichi topografi di Palermo rigoar* 
davan come una costruzione dei Caldei , ovvero Fenici ; la quale però , siccome 
risulta dall' araba iscrizione data da Torremuzsa e Fazello « indi da Gregorio di 
Rosario e dall'autore, è di origine araba, e, se pur la lezione è giusta (61), co- 
strutta gii nell'anno dell'egira 331 (942). Anche qui non vi ha cosa di nuovo oltre 
a ciò che si sa da Rosario. Più interessanti sono le tre seguenti memorie (la &, 
la 5, e la 6), intorno alle tre chiese di Santa Ilaria l'Ammiraglio, comunemente 
cenosciute sotto il nome della Hartorana, di S. Michele Arcangelo, e di S. Già* 
eomot oltre a quella di S« H. la Hazara, non gli tanto per le iscrizioni arabe* 
quanto por l'annesse copie dei mosaici del Salvatore , della Panagia di Ruggiero 
e dell'ammiraglio (emiro) Giorgio, che giace prostrato al suolo dinanzi a' piedi 

(60) Né secondo Rosario, né secondo Giuseppe. Rosario de Gregorio 
pubblicò la traduzione dell'iscrizione trilìngue delForoIogio di Rug- 
gieri data dal Tycbsen (Rer. Avab. tic. pag. 176 e 177). Siffatta 
traduzione il Morso dimostrolla insussistente sin dal 1798, quando il 
celebre astronomo p. Piazzi die in luce le sue Riflessioni suWorologio 
italiano ed europeo pag. 73 DOt. 1, e segui una lezione del tutto di- 
Tersa da quella pubblicata da Rosario. E ciò fu ripetuto e confermato 
dal Morso alla pag. 31 dell'opera in discorso. Non mi ha recato grave 
meravigiia che il sig. A. Huillard-Bréholles nell'opera stampata splen- 
didamente per le cure del Duca di Luynes, che ha per titolo Recherches 
sur les monumenls et V hisioìre des Normands et de la maison de Souabe 
dans tlialie meridionale, non ayesse ciò conosciuto, e quindi avesse ri* 
prodotto nella not. 9 della oot. 1 pag. 16& la erronea tradozione pub- 
blicata dal Gregorio, perchè non mostra colui di aver letto l'opera del 
Morso; ma sorprende che un De Hammer, famoso orientalista, avesse 
ignorato quant'erasi scritto sin dal 1798, e non avesse saputo leggere 
quanto aveva sotto i suoi occhi, e non si fosse avveduto né dell'er* 
roneità della traduzione del Tycbsen, nò della veracità del senso genuino 
trovato dal Morso, il quale tuttoché non istimato degno di misurarsi 
con lui; pure l'ha vinto anche in questa congiuntura! 

(61) Ci faccia grazia di darci ana miglior lezione invece di spar- 
gere un dubbio così alla ventura, senza additarne il fondamento. 



36 

della gigantesca (62) madonna , la quale tiene in mano uno spiegato foglio discri- 
zione, mentre che G. G. tenendo egualmente un foglio, ma rotolato nella mano« 
solo Tisfblie nella superiore metà del corpo, nel superiore angolo sinistro del quadro 
a musaico benedicendo dal cielo guarda al basso. Le tre brevi iscrizioni arabe 
furono dall'autore scoverte io due delle otto colonne, che sorreggono il coro. Egli 
riguarda queUe per cristiane, alla quale opinione il critico tanto poco consente (63), 
quanto poco adotta la lezione del terzo e/-me# invece di el-menn (con doppia n); 
forse el-mti non è che un errore di stampa per el m , e forse lautore lesse et-ts 
(con raddoppiata s ); egli la traduce praeitafUia (et) affahilUatt; l'el è restato fuori 
della traduzione , come che si vede chiaro oelloriginale. Il padre del fondatore 
della chiesa della Martorana era l' ammiraglio Cristodulo , che avea il titolo A 
PrùtonMliiiimui, e suo 6glio quello di Ap^^v Ap}(oyrdDy, che corrisponde In- 
teramente all'arabo Emirol-umera. In questa chiesa si riunirono i baroni di Pa- 
lermo dopo 14 vespro siciliano nell'anno 1282 pel giuramento di fedeltà che pre- 
atarono al re Pietro di Aragona nelle mani degli ambasciadori di hii. Il monastero 
il di cui nome trapassò alla chiesa, fu fondato da Aloisia, moglie di Goffredo Mar- 
torana neiranno 1193, ovvero 1194. Ninfa consorte dell'ammiraglio Cristodulo, 
fu seppellita nella chiesa di S. Uichele Arcangelo ; questa ò ricca di memorie 
orTentaìi. In primo luogo gli epitafii in quattro lingue di Anna, madre del cherico 
Grisando , che era H cherico del re Ruggiero e Guglielmo morto il 1148 , cioè 
ebraica, latina, greca ed araba; l'araba per gli epiteti aggiunti alla maestà del re 
ha interamente la forma delle altre sulle tazze da bagno ed altri vasellami di me- 
tallo dei sultani de* Mammeluchi. La moglie fu dapprima sepolta nella gran mo- 
schea, e dal figlio trasportata nella chiesa di 8. Michele. L'anno della morte ò 
Dell'araba iscrizione secondo l'era dell'egira 643, ma il mese giusta la cronologia 
cristiana, i^ 20 agosto, per lo che si vedo nel testo arabo la parola Au$a. Questa 
promiscuità di araba e cristiana cronologia, giacché l'anno secondo l' egira ò col 
giorno del mese giusta la cronologia cristiana, s'incontra anche nell'epitafio di 
Trogo, padre del cherico, vai quanto dire regio cappellano Grisaodro , il quale 
fabbricò questa chiesa pei suoi genitori. Questa chiesa , con quella di S. Cosmo 
e Damiano, con queMa di S. Leonardo, e con quella di S. Maria Crypta stanno, 
dice l'autore, insieme sul suolo di una gran moschea sotterranea, nella quale ba* 
gni e sepoltura dei Saraceni. Se i frammenti di tombe saracene che tuttavia ci 
rimangono non ismentiscono i luoghi sepolcrali , e se è possibile che quivi sieno 
anticamente esistiti dei bagni , queste gallerie sotterranee non potrebbero essere 
state contemporaneamente moschee, primo j>erchò in niun luogo si è inteso par- 
lare di una moschea sotterranea ; secondo perchè sMncontrano si bene bagni e 
tombe presso le moschee, ma io niuna parte nelle stesse. Nelle due chiese oggi 

(62) Perchè gigantesca? 

(6:)) Perchè 7. . . il perchè forse lo rivelerà con tatti' gli altri perchè 
che non ha ancora espettorato.. 



37 

distratte di S. Giacomo e S. Maria la Mazara, non esiate alcuna memoria sara- 
cena (64). 

La settima memoria discute il quesito dote sia da ricercarsi il grande stagno 
descritto de Benjsmin di Tudela Albehira^ e si decide pel luogo oggi detto Mar 
dolce; questo Bthira deve chiamarsi Bohtiret, cioè il piccolo stagno. Il geografi»^ 
Jakut nel suo dizionario di omonimi geograGci dà nientemeno che quindici JKo- 
heiret; in tutti i paesi conquistati dagli Arabi (in Siria, Egitto, Sicilia, ed Anda* 
lusia) si troya tutt'oggi il nome; i più famosi nella storia sono il Boheiret di A- 
leslina, cioè il lago di Tiberiade, e quello ancora divenuto famoso in Ispagna per 
una battsglia nell'ultime guerre, dove il nome storpiato in Alhufera (il lago presso 
Valenza) ò trapassato al maresciallo Suchet come un nome di nobiltà. 

La più interessante delle memorie ò l'ottava, che tratta dei due famosi palazzi 
Cuba e Zisa, e dà in luce una nuova (65) pria d' ora sconosciuta iscrizione. So 
di ciò che ambi i nomi di questi celebri edifizii sieno arabi, non può mettersi in 
dubbio; soltanto non ò il critico di accordo con l'autore intorno alla spiegazione. 
Questi opina Cuba esser l'araba parola Kubbet, cioò la cupola , che con V arabo 
articolo ò trapassata nelle lingue europee come Alcova. Infatti questo nome si trova 
nel Cairo come Kubhelol Naairijit o Manssurijet , duomo sepolcrale dei sultani 
Melik el'Mamtur e Mclik Nauirtddin Kilawun famosi per le loro cupole. Nella 
Cvba però non ovvi la menoma traccia di esservi stata altrevolte una cupola; più 
naturale alcerto si ò il credere che questa massa di pietra quadrangolare, sia essa 
stata un palagio, ovvero una medresea, derivi il suo nome Kaah cioò dado ( il 
latino cubia ) dalla sua forma quadrilatera, siccome la casa santa di Mecca » la 
quale, .perchè un cubo , Kaabtl cioè la cubeiforme è stato addiroandata (66). Più 
vicina al vero è la derivazione del nome Zisa dalla parola el-Aaiit cioè lonort' 
votiirimo , che si trova nella iscrizione pubblicata dall' autore , ove però si vede 
usata per epiteto, laddove il nome Zisa secondo ogni probabilità (67), è stato 
mutilato da tl'Aasisij&t dal fondatore il califo 9l'Aa$i$ billah, a cui ubbidiva la 
Sicilia come l'Egitto, Può darsi ancora che la Cuba sia stata fabbricata da sua 
madre, la signora Tefrid, che chiamavasi pure MoiHjet, dapoichè la medesima era 

(64) Ma questo non è vero^ perchè il Morso pubblica nelle pagine 
439 e 140 i resti saraceni che vi si trovano. 

(65) Questo nuova m'imbarazza. 

(66) Potea risparmiarsi d'annunziar con sussiego e come peregrine 
tali notizie il De Hammer perchè non sono da nissuno ignorale, es- 
sendo registrate sia da un secolo nel 1"" tomo delle opere di Tomaso 
Hyde pag. 269, n. 5, e anche da me sulla di costai aatorità ripetute 
nella quarta, edizione della mia Guida per Palermo e pei suoi dintomip 
pag. 132, not. 3. 

(67) Ma quale è questa probabilitiiZ 



ss 

una grande edile, la quale fabbricò nel Cairo il M$$uuìM t«, cioè i sili onorevoli 
nell'isola Raudha, e la moschea presso i iiìì iepulcrali del Cairo nell' anno 366 
(976) * • Che direste , se la Zisa di Palermo fosse stato un pezzo compagno del 
Menaiilol it della signora Moiiijet nel Cairot Che questo edifizio non esisteva trenta 
anni prima, quando fìaggiò Ibn Haokal, risulta ben bene dalla sua molto detta- 
gliata Topogra6a di Palermo **• nella quale ambi questi grandi edifici, la Kaaba 
e Zisa, non si sarebbero passati sotto silenzio , laddove gii fossero esistiti nella 
sua epoca. A fondar la quale opinione il critico è giunto per lo studio posteriore 
di Makrisi , che egli neiranno 1823, quando il signor abate Morso gl'invio la 
iscrizione di due righe unitamente alla sua affatto ipsossistenle traduzione , non 
avea letto ancora. Il critico conobbe nella sua lettera stampata dallo stesso abate 
Uorso, che egli andava tentone nel bujo, e che era nientemeno che incerto della 
sua smembrata traduzione. Nella incertezza sullo scritto Inviatogli dal sig. abate 
Morso, il critico lo mandò al sig. P. Fr&hn, il quale si scusò dicendo che neo si 
poteva in modo soddisfacente leggere la iscrizione: « Vehiminier ioUo nte me in 
éu file iolvenda optimam viam invenire postet 3» ed allora la inviò a Silv. de Sacy 
« Ad Ckoragetem profeeeorum orienialium. » Questi diede una diciferazione e tra* 
duzione della intera iscrizione, che in alcune parti è poco soddisfacente (68). In 
talune parole come p. e. le due penultime della prima e seconda riga, si vede a 
colpo d'occhio che non sieno regolarmente a leggersi né el-umem, né el-mogtean; 
quella sembra doversi leggere bilemr , queste e/-0ieifeaas ovvero el-moelain , in 
niun modo le-moeteoant poiché Vain è immediatamente congiunto col ghirigoro , 
che é un sa ovvero un ntin. Se la lezione di De Sacy fosse giusta (69) , allora 

(68) É onrioao l'oBaervare che Hammer» il quale chiama atraoa la 
traduzione del Morao, certo è che non seppe tradarla veotiqaattr'aoni 
fa ; né ha saputo tradurla ora dopo tanto studio spesovi , com* egli 
stesso assicura, e dopo di essere stata spianata dal Morso e dal De 
Sacy nel modo il pìh soddisfacente; e crede di uscirsene con pa- 
role e con ciarle invece di venire ai fatti, e proporre una nuova le- 
zione. 

(69) Questa espressione mostra che l'Hammer voglia farla da bravo 
co' morti, e che tenga ancora rancore al De Sacy, per le aspre cen- 
sore che riportò da lui, fra le quali si citano cooie assai spiacevoli 
e ineluttabili qnella inserita nel Magasin encyclop. nov. 1810, pag. 
145-174, e l'altra messa nel Journal dee savane octobre 1830, pag. 
593 e seg. 

* Ycd. il COL, voi. di questi Aonali pag. 48 lecoodo Makriti. 
•* TradotU da Amari ntl t vd. dcUa it icrie del Jot&ntU Jiiaiiqut. 



39 
questa iscrizione si riferirebbe alla bella ceduta sul mare (70). L* osservazioDe 
fatta da De Sacy sa l'abate Morso, che la di lui lezione 9l-mMk ei-geman non è 
filologica, mentre melik-es-iiman si direbbe senza articolo, ò giusta in sé stessa; 
ma sopra ciò ò da osservarsi, che melik edicheU, siccome iegge il De Sacy nella 
prima riga, non è meno non-filologico, dappoiché manca l'articolo innanzi edsehelL 
Ma ^e la lezione di tante parole di queste due righe è incerta, non rimane alcon 
dubbio sull'ultima parola che deve leggersi sZ-oasìs, e Tautore ha perfettamente 
ragione che essa è congiunta con l'odierno nome di Ziza ; solo non gli è andato 
a sangue che dessa anche vicin vicino si riferisce al nome del fondatore, il califo 
el'Aaéii'BUlah, ovvero alla madre di lui la signora Moìsie. 

Dope le menzionate otte memorie segue la descrizione di Palermo antico col 
testo arabo di Idrisi (71), la quale in paragone di quella di IbnHaukal pubblicata 
da Amari nel Journal AMÌatiqu$ ò molto difettosa. Tra le iscrizioni annesse alla 
Descrizione di Morso, che già conosceyamo per l'opera di Rosario, la prima pa- 
rola della prima riga della Tav. 12 ò evidentemente min ovvero menn, e non gii 
hi$m che In seguito sT incontra come la terza parola, siccome esattamente presso 
Rosario (73)» 

Termina Peperà con de' diplomi greci e latini, con arabe firme di testimoni (73), 

(70) Quale mare!... quale veduta di mare! — pare che De Hammer 
ci voglia fare ricordare Tordine di spedirsi un bastimento sull'altura 
di Castrogio vanni. 

(71) Edrisi dicesi, e non Idrisi come vuol sostenere il De Hammer; 
poiclìè così si è chiamalo sempre, e bene, da tutti gii orientalisti, i 
quali occupano certo un rango piìi elevato di quello che crede occu- 
pare l'orientalista di Vienna, cioè Pococke, Casiri, Reiske, De Sacy, 
Hartmann, Walckenafir, Quatrèmere, Jaubert: nò alcuno ha sino ad oggi 
insegnato cbe il kesra debba pronunziarsi t chiaro. A torto si con- 
danna in seguito dal signor De Hammer il chiarissimo Duca di Ser- 
radifalco come colui che avesse spaccalo il nome di Edrisi, e di ano 
fattone due, poiché non pare ancora cbe fosse provato che uno ed 
identico sia l'autore del Globo o meglio Planisferioj e l'autore del 
Libro di Ruggieri. 

(72) Ma questa notizia, che l' Hammer non ha fatto che copiare dal 
Gregorio, l'ha forse contraddetta il Morso? 

(73) Oltre alle firme vi sono molte altre cose arabe d'importanza 
e di difficoltà assai maggiore nei diplomi pubblicati dal Morso, v. U 
di lui pag. 308 e 309, 356, 357, e 358. 



40 

6 col pregevolissimo faetimUe ài un diploma greco del re Roggiero, che scritto 
a lettere d'oro sa carta di cotone esiste oell'archiTio della real Cappella del pa» 
lazzo di Palermo (74). 

HAHHBB-PoaGSTlLL. 

(74) Che potea aoggiagoere essere stato prima Bcorrettameote pah- 
blicato dal MoDlfaacon, e nella aoa esattezza ora dal Morso. 

Che si ricava ora nell'assieme da questo articolo del De Hammer? 
Ei non dà alcana idea dell'opera del Morso; né iodica in che la trovi 
buona, io che mancheyole... Ma di tali cose non discende ad occu- 
parsi il signor Hammer forse per lasciare al leggitore l'ampia facoltà 
di far qaella conchiasione che piii si confacesse ai anoi versi, e per 
far ripetere di Ini ciò che diceasi di Cesare, il qaale nihil recte factum 
aut dictum arbitrabat nisi quod ip$é feceral et dixerat. 



È finito il mio dire e aofficieote Io stimo a provare il mio aasanio, 
senza bisogno di dar fiato alla tromba , perchè doolmi , lo ripeto , 
aver doTnto dimostrare che nno scritto del signor De Hammer non 
fosse che nna serie A^inesaltezze e di errori, di stranezze e di meri- 
zogne. 

Né sarò tentato in alcun tempo di soscrivermi all'acre sentenza del 
professor Senkovsky, tuttoché dottissimo (^Lettre de TuTUNDJtr'OGLOff' 
MoustafA'Jga philosophe turc^ à M. Taddeo Bulgarine ridacteur de 
rAbeilIe du Nord; iraduite du russe et publiée avec un savant commen* 
taire par KontloockFouladi eie. Saint-Pétersburg 1828), il quale nissun 
credito vuol che si presti alle opere tutte del celebre e fecondo orien- 
talista tedesco ; solamente mi stimo in diritto di conchiudere che 
non bisogna esser corrivi ad accogliere tutte le opinioni, e tutte le 
asserzioni degli scrittori, ancorché sommi; perché anche con un nome 
celebre si può abusare della confidenza dei leggitori, e loro dare come 
verità incontrastabili , i risultati di uno studio o poco coscienzioso 
o poco maturo. 



41 
Ella, sigDor Daca chiarissimo , che è la stella piU splendida del 
nostro letterario orizzonte. Ella ohe ha di sna fama riempiuto il mondo 
ottenendone qaelle lodi che è ben difficile l'ottenersi Tivente; e tante 
e tali onorificenze di che nino altro ha raccolto le ugnali; Ella che 
è una delle glorie della Penisola tutta, accolga i miei sinceri omaggi, 
e si ricordi eh' io sono 

Palermo 30 settembre 1847. 

Il suo antico tsùmaion ed amiep 
Y. M. 



MomnitAMo «w/. ly» 



LETTERA IV. 

AL SIGNOR AGOSTINO GERTASIO 

6UR UNA NI8CHXA ISCAIZIOlfB 8EP0LGRÀLB. 



Voi mi traimettesle da Napoli nel genoare 1 846 per mezzo del mio 
fratello il facsimile di oca cufica iicrìziono, che mi aYTisaste trovarsi 
ticioo a Castellammare, oel comaDe di Ottajaoo, e propriamente m1 
palazzo del principe che ne porta il nome, il cai rinvenimenlo avete 
poscia avvertito in ana dotta vostra memoria (1). 

Non v' ha dubbio che in (atto di cose antiche nino pezzuole bassi 
mai a trasandar dagli archeologi , giacché in poche linee , avvertiva 
Tabate Michelangelo Lanci (3) in pochissime voci di un rollo e ita' 
gliato sasso con iscrìtiure può guizzar fuori un raggio di luce e disle^ 
nebtxxre quel latito che nelle varcate stagioni ravvolto era da profon- 
dissimo bufo. E le pili povere iscrizioni talvolta presentano casi raris- 
simi di modi e di parole. 

Questa peri da Voi inviatami nalla pare a me che apprestasse di 
nuovo; e a confermar solo ci serve quanto è oramai saputo dai fi- 
lologi orientalisti, e solo ad accrescer giova il patrimonio dell'araba 
paleografia. 

Essa è del sesto secolo dell'Egira: e purtuttavia non contiene, come 
era già costume introdotto, di quella stagione, molte adornezze, né 
stravaganti e straordinarie forme di caratteri, né vocaboli tronchi di- 

(i ) T. Gerraiio Ostervaùoni tuUa iicriùont onoraria di Mavorùo Loihano in Pozzuoli ^ 
Mapoli 1846, pag. 4 in noU. 

(a) TraUato delU iepolcraU iscrizioni in cufica tamurea e nitchia leHim da* Maomettani 
operate f parte a, pag. loi. 



43 
mezzali e mai disposti o falsali ; oè maltiplicilà di quei cireoletti » 
angoli, rotelle, froodi, steli, traloi e altro con cbe riempivaosi dagli 
s(;arpeliÌQÌ i vani cbe incoatravansi tra lettera e lettera io modo tal- 
Tolta da reoderoe inioteUigibile la lettura aocbe a' più destri. E può 
anche la medesima anooTerarsi fra le pochissime che gremite non si eoo 
d'errori e di sconcezze. 

Cootieoe al solilo la professione di fede mosalmana, la lode a Dio 

ed a Maometto; indi la indicazione del sepolcro con la consueta voce 

j^ dagli Arabi prescelta fra le tante, perchè usata costantemente 

sin dai tempi dei patriarchi. Segue il nome del defunto che era un 
Jàkih o fzk o fekehalj cioè un giureconsulto o dottor della legge , 
carattere pubblico assai distinto fra gì' islamiti, formando una classe 
di principali funzionarii dello stato. 

Non il luogo della morie, né le circostanze cbe accompagnaronU 
tì sono espresse; chò di siffatti particolari mai non si leggono esempi 
nelle mortuarie maomettane iscrizioni, come mai non vi si legge Tetà 
dell'estinto. E chiudesi il discorso con indicarsi in che notte, e ia 
cbe mese ed anno fosse trapassato il difonto. 

Eccone adunque la leggenda: 

^^.^ iJifjjiJ] jt^ÌaÌ] (J^ ^ì 
(i) iDTcce ai JCt^ilijl 



44 

Che signiica 

In nome di Dio miserieordioiiuimo 

Sia ptvpizio Dio al mo profeta Maometto 

Questo è il galero di Jbd al fakih eia allah 

Ahmed ben abì 7 Kasem ben Mohamed 

JÌb\ ben al Kasem JUciarich JlaeA 

Aualavani (1): Trapassò^ Dio abbia misericordia di lui^ la notte seconda 

e ventesima di Giumadi secondo anno nono e cinquecento (2). 



(0 S'tgli lu quetloi nome ài paese, o di tribù, o partiooUrìU di uomo l' ignaro. 
(3) L*umo 5o9 dell'Egira corrisponde «ll'anno iiiS di G. Cte oomiociò il giorno vj del mew 
^ maggio. 




IWfJ^^:^ 



mmi. 





LETTERA V. 
AL P. aiUSEPFB ROMANO 



BlliLA G. m 0« 



INTORNO AD UN 6U60BI.L0 ABAIO. 



Voglio e debbo indirizzarfi la diobiarazione d'an ÌDedito arabo 
tnggello cb' io stimo molto pregevole. E '1 voglio per Taffetto cbe vi 
porto , e il debbo perchè e cogli scritti e colle opere essendoTi 
reso non solo chiarissimo, ma benemerito della nostra terra e degli 
studi avete diritto a riscaotere venerazione e lande da tutti coloro 
che amano la patria, e che coltivano le lettere. 

Per ordinario i suggelli degli Arabi, dei quali essi servivansi per 
segnar le loro lettere, e che in anelli chiudevano, o qualche formola 
coranica conteneano, o qualche nome, o l'nna e l'altra cosa insieme. 
E grande ne era appo di lor l'abbondanza, poiché a dir vero più 
frequente si trova presso i popoli orientali Fuso degli anelli da sug* 
gellare, che non presso di noi. 

Il suggello che io posseggo, e intorno al quale v' intertengo, è 
inciso in corniola, pietra semidiafana, che è stata sempre con pre- 
ferenza quella su la quale gl'intagliatori si antichi che moderni hanno 
fatto i lavori loro d' intaglio o di scultura in cavo. Il colore ne è 
simile al rosso di sangue cupo, che è propriamente il piti ricercato 
in siffatta silice, il cui rosso suol variare dal suddetto cupo al car- 
nicino debole tendente al giallastro; quando appunto riesce quasi im- 
possibile distinguerla dal sardonico. 



46 ^ . 

Io TI leggo àJJ\^ éJ\z 

cioè Non v* è Dio te non Dio 

Maometto é tJpotiolo di Dìo 
Felicità e gloria ad Ihrahim. 

E rilCDgo assolutamente (uè parmi che alcooa ragione io coolrario 
si possa suscitare teneodo mente anche alla forma paleografica dei 
caratteri) che esso sia da attribuirsi a Mobammed Ziadath Allah beo 
Ibrahim bea Àlaglab terso signore della dinastia degli Aglabidi, il 
quale cominciò a regnare neirStl, e governò la Sicilia dall'anno 827 
all' 838 dell'era Tolgare: nian altro potendosi con tanto sussiego, con 
tanta dignità^ e con una specie di ovazione segnar di nome cbe od 
sovrano assoluto. Né altri cbe Ibrahim ben AJagiab nella classa dei 
principi ci presenterebbe la storia dell'età mezzana^ giacché IbraUm bea 
Valid 13^ principe dogli Ommiadi non regnò cbe due mesi nel 743^ 
ed Ibraim Iman non fu mai riconosciuto per califfo. 

Cbe poi Ibrahim ben Alaglab sia stato solito di scri?ere il suo noma 
eolla sola parola jrf^j^ non è quistione;. avendone nel mio prece- 
dente volume (1) riportata la moneta per prima volta pubblicata dal 
Tycbsen (2). 

Io lo stimo quindi, a ragione, se non di una importanza storica; al* 
meno xl'iina preziosità somma per l'antichità sua, e perchè appartenato 
ad on principe cbe fu l'arabo conquistatore della nostra Sicilia. 

Palermo 30 novembre 1847. 



(I) Pag. 347 n- «▼• 

(i) Introdudip in rem numariam Muhammeddanorum, add. i, pag. 4^* 



LETTERA VI. 

▲ L CAVALIERE LIONABDO VIGO 

su I PABOI E I DIFETTI DEL NUOVO DI2I0NÀRI0 
SICILIANO- ITAX.lÀNa . 



Caldo come voi lo siete deiramore di patria, eh' è seutimenlo no- 
bilissimo di anime geoiili , e degno di appartenere a questa celebre 
terra, l'ingegno dei cni figli è ancor lo stesso, cbe quello era nella 
età dei prodigi e delle maraviglie -— l'età greca -— come lo stesso è 
il ciel che li copre, il mar che li bagna, e l'aria pnrissima cbe loro 
di respirare è concesso, vorreste tutto perfetto, tutto magnìfico quanto 
io questo snolo si produce, e quanto questo suolo riguarda.. i.«. Ma 
tale santo desiderio non può effettuarsi quaggiù: e quindi il vostro 
pensiero di compilare un perfeilo dizionario siciliano non è che lo* 
devote, e degno di ammirazione, ma non eseguibile^ e ciò che è fuor 
di dubbio non eseguito ancora dopo tanti clamori. 

Voi credete, e a prima giunta non pare cbe si possa contrastare^ 
che sia più agevole e più a proposito, farsi da una Accademia che 
da un particolare un dizionario di lingua. Il fatto però, ossia la 
esperienza dei tanti secoli già trascorsi contrasta al vostro assunto. 
Se eccettuate i moderni lessici delle accademie di Francia e di Spa* 
gna, eU perseguitato dizionario della Crusca, i quali per altro non 
sono bilingui, e che di accademia hanno forse il solo nome in fron- 
te, gli altri dizionarii delle lingue tutte, da particolari individui^ e 
non da Società letterarie sono stati elucubrali : cosi fra' più famosi 
basta ricordare quello di Enrico Stefano pel greco, di Forcellini pel 
latino, di Ducange per le voci barbare , di Golio e di Freytag per 
l'arabico, di Peyron pel cofto, di Champollioo per l'egizio, di Ade- 



48 

laDg pel tedesco, di JhonsoD per l'iDglese, di Alberti pel franceie, 
di FraDciosini per lo spagoaolo, e di centinaia per l'italiano. Pei 
dialetti d'Italia poi, nissuno, anzi nissunissimo ne ba compilato ao* 
eademia alcuna o socielà di dotti; ma solo ialan letterato, quale più, 
quale meno dotato d' intelletto maturo ed esperto, e di forza di me- 
moria. E ciò è certezza, è efidenza, è cosa insomma innegabile e 
manifesta. Solo infatti e senza ajnto d'accademici, Giuseppe Boerio 
s' affaticò a pubblicare il dizionario del dialetto veneziano ; solo il 
sacerdote Vincenzo Porru il dizionario sardo: solo Francesco Ghera- 
bini il vocabolario milanese e il vocabolario mantovano; soli il conte 
Gapello di Sanfranco, Maurizio Pipino, il sacerdote Michele Ponza, 
il prete Gasimiro Zalli il vocabolario piemontese: solo del pari Ilario 
Pescbieri compilava il dizionario parmigiano ; solo Giov. Antonio 
Bnmaldi, e G Ferrari il vocabolario bolognese; solo Pietro Melchiorri 
il vocabolario bresciano^ solo Tabate Francesco Nannini il vocabohrio 
ferrarese; %€lLo Lorenzo Foresti il dizionario piacentino; solo l'abate 
Gaspare Patriarchi il vocabolario padovano; solo Pietro Monti il vo- 
cabolario dei dialetti della città e diocesi di Como. Nò (a certo 
un'accademia che pubblicava nel 1789 il vocabolario napolitano ; né 
accademia quella che stampava dal 1815 al 1821 gli embrioni del 
vocaholarii verone»; né accademia che mandava in luce nel 1832 ii 
vocabobrio reggiano. E i lavori fatti per qualche altro italiano dia* 
letto come l'aretino, il cremonese, il bergamasco, tuttoché non ancora 
pubblicati, costa però che non sono stati oggetto d'occupazione per 
accademia alcuna, ma di particolari individui cioè il Redi, Vincenzo 
Lancetti, e G. B. Angelini. E pel nostro siciliano poi non era ac- 
cademia certo Del Bono, non accademia il rinomato Pasqualino. 

Caro il mio cavaliere, ninno meglio che voi conosce come la gloria 
sia quel sentimento potente che abbia spinto a creare le maravigliose 
opere di cui va superba la repubblica dei dotti: or le accademie son 
composte di uomini, che se non sentono il pungolo della gloria, al* 
lora li stimo inutili ad ogni bell'opra; ma se il sentono, non sanno 
né ponno contentar» di una gloria che ricade sur una massa, i^ coi 
membri sien pigri, sien laboriosi, lutti vengono in uno stesso modo 
compresi e riguardati. 

É indubitato, che ove molli son destinati allo scopo stesso, allo 



A9 
stesso lavoro, ognun procora risparmiare il sudor suo, su la speranza 
che '1 compagno lo sparga ioTece di lai; né prende amore, impegno 
o interesse per un'opera che entusiasmo non eccita, né dolcezza som- 
ministra, e che richiede intanto pazienza inyitta, lungheria di tempo, 
durezza di fatica; senza che pasca lo intelletto e '1 core, o conduca 
ad un risultato brillante. Lo spirito di associazione può spingere a 
mille intraprese, oltre a quelle insegnate dalle scienze umanitarie^ e 
dalle arti e dal commercio; ma in fatto di compilazione di opere 
può far creare una enciclopedia, un dizionario biografico, una rac- 
colta di memorie, un giornale e simili libri; perchè ogni compilatore 
yì trova quasi il suo prò, ognun ne ritrae la sua gloria individuale, 
e '1 corpo accademico che la spinge non è che '1 nome di prestigio, 
e diciam così di fantasmagoria. Ma come vorreste voi che si mettesse 
impegno di gloria da un corpo accademico a raggiustar parole , a 
scrivere traslati, a segnar definizioni disparate e sconnesse, o di cose 
che si ignorano da chi le scrive, o che si ignorano da chi deve giu- 
dicarle, e che annojaoo pur troppo sino alla malinconia? Se voleste 
poi dividere il travaglio del dizionario, per materie, agli accademici 
andrebbe male senza meno; perchè un dizionario racchiude lo scibile, 
e le branche dello scìbile sono innumerevoli: e quindi abbisogna im- 
menso numero di dotti, e ognuno per la parte sua. Ma ciascun di 
costoro essendo il prescelto per una data materia, ne diverrà despoto, 
perchè sarà in efietti o se ne crederà il più intelligente, e non suc- 
cederà il caso della discussione che dopo secoli e senza compirsi 
giammai. Se poi l'opera si dividesse a lettere, è ben chiaro che riu- 
scirebbe inutile l'affidarsene ad una intiera accademia la compilazio- 
ne; a menochè si volesse moltitudine ove è mestieri di meditazione 
e di silenzio, o che chi fa l'À non sapesse fare la Z. Chi poi sarà 
quel sommo, che senza irritare la vanità dei singoli s'ergerà a capo 
per mettere in assetto l'intero lavoro, dargli un verso uniforme, cor- 
reggerlo, guidarlo , rimetterlo insomma con regola e con misura ; e 
ridurlo tale che ogni altro dei compilatori debba per obbligo inchi- 
narsi a riconoscere opera comune^ ciò che è disposizione di nn solo?.. 
La monarchia in letteratura non è stata in alcun tempo, in alcun luo- 
go, in alcuna circostanza, né anche sospettata possibile. 

A buoni conti in somma, ove vuoisi essere ingenuo, debbeconfes- 

àloxniLARo voL IF"* 7 



50 

sarsi: cbe i dìzioDari liogoislici biliogui, soo IsTori di un individuo 
che debbe giovarsi dei lami di molli: e che più compiuto lavoro fa- 
là, quanto più saprà giovarsi dei lami di al trai, ma che giodicberà 
col suo senno, e senza sabordinazione necessaria a' pensamenti degli 
altri, travagliando al suo modo, col suo agio, e come e quando sarà 
in volontà di fare. 

Una accademia, io penso, cbe rton dovrebbe mai porsi nel rischio 
di compilare un dizionario bilingue : essa dovrebbe invece elevarsi 
a magistrato che censurasse, che correggesse, che desse norme ed am- 
maestramenti; ma non omlì che componesse. Il quale mestiere cobi- 
lissimo di criticare, trattandosi di diziooarii, ben è difficile che e- 
sercitar si potesse da un sol uomo, perchè ei non avrà mai tanta 
pazienza da esaminare un dizionario, cominciando dall'A e venendo 
alla Z (il che non facendo sarebbe ingiusto, arrogante e stolto) ; e 
se Tavrà, la sua censura sarà quella di compilare un dizionario mi- 
gliore. 

Così io giudico col mio corto vedere^ non colla presunzione di cre- 
dermi infallibile, ma né anche con il presentimento di dover cedere 
ai primi detti di chi vorrà contraddirmi. E poiché già il nuovo di- 
zionario del dialetto nostro ho io col big. Giuseppe Ragusa, e senza 
alcun altro né laborioso , né chiarissimo, come voi non so perchè vo« 
leste supporre^ pubblicato, permettete che a voi mi diriga, il quale 
da queiralto ingegno che siete scriveste taot'aoni fa lungamente sai di- 
zionarii siciliani. Cosi v'impegnerò in una discussione cbe ad altro 
non mira che al perfezionamento del dizionario siciliano, a cui non 
alcuni scioli possono concorrere, i quali non sanno scernere l'acqua 
dall'acqua, e tutto ignorando di tutto ragionano o di ragionare sup- 
pongono; ma Voi ed altri valorosi che vi somigliano. 

Voglio indicarvi i pregi e i difetti del mio dizionario siciliano , 
tali quali li ravviso, e con quella cosceoziosa scrupolosità a me so* 
lita nel fare esame dei lavori di altrui, onde invitarvi a meco con« 
correre coi lumi vostri nel perfezionare quant'è permesso agli umani, 
il dizionario suddetto, che io, nel levarne le mani, ancor meglio di 
quello che non ho saputo o potuto far sino ad ora m'impegno di ri- 
produrre indi a poco, ad utile della nostra terra natale, da me a* 
mata e pregiata, quanto di auiare e di pregiar si concede. 



51 
Il merito di qualunque lavoro, apezialmeute se sia posilivo e di 
fatto non sì misura dal possibile. Certo che chi legge gli scritti 
di Archimede, di Newton, di Galilei, e di tant'altri famosi non si 
maraviglia di ciò ch'essi non giunsero a fare; ma per quello che fe- 
cero: eppure grandi, anzi grandissime sono le cose fatte dopo di 
lorO| e assai pia quelle che a fare rimangono. Sarebbe quindi una 
scimunitaggine degna di riso , e che annunzierebbe V ignoranza di 
colui che non sapendo quanto costa e quanto importa il fare^ quando 
DOD rinvenendo la perfezione assoluta in un'opera qualunque le desse 
la mala voce. Peggio quando trattasi di dizionario, il quale piii di 
qualunque opera h sempre imperfetto , e sempre perfettibile. Ed in- 
vero, il dizionario italiano, fatto e rifatto le cento volte e cento, e 
non da volgari, ma da dottissimi, da sommi, è desso forse al suo 
perfezionamenio arrivato?... Si stimerebbe impresa perduta la compi- 
lazione di un nuovo dizionario italiano? ... Eppure chi ardirebbe ri- 
dere o farsi beffe dei dizionarii fatti sino ad ora con enorme fatica 
e per vantaggio comune?... 

Ciò premesso e cennando di volo, che un dizionario di dialetto è 
pìii difficile a perfezionarsi d'ogni altro dizionario linguistico^ perchè 
manca appunto dello appoggio importante della lingua scritta, parmi 
che per potersi giudicare del pregio in che tenere questo mio nuovo 
dizionario osservar si debba, a che punto era il dizionario siciliano, 
qual passo ci fece pel lavoro di già pubblicato. L'epoca stessa dà 
ragione abbastanza di quanto a dimostrare m'accingo. Pubblicavasi il 
lessico del Pasqualino in Palermo negli anni dal 1785 al 1795; al- 
lora quando a tutt'altro erano rivolti gli animi dei nostri che alla lin- 
gua ed alla filologia; e quando non che poco studio meltevasi a scri- 
vere correttamente toscano, ma un bastardume di lingua volgare seri- 
vevasi, oppure il lathio. Appena in Italia stessa gravi opere di lessi- 
cologia stampavansi , e gli studi della volgar lingua ancora iu voga 
non erano , perchè ancor nati non erano gli scritti dei Monti ,, dei 
Cesari, dei Porti cari, dei Romani, dei Tommaseo e di tant'altri coi 
è dovuto il miglioramento degl' italiani vocabolarii. Quindi profittar 
non potè il Pasqualino di tanti lumi , e molto meno potè giovarsi 
delle poesie vernacole di taluni felicissimi ingegni nostri, alla cui ci- 
nta starà perennemente l'inarrivabile Meli. 



52 

Arrogi a ciò, che come nel presente secolo del progresso è tutto 
economia; ed on libro che a torto o a dritto non ragionasse di pah- 
Uica utilità sarebbe il mal venuto; così nel -passato secolo illuminalo 
totto era fra noi antiquaria. Quindi il Pasqualino che o^lla scienza . 
dell'antichità e delle lingue antiche non era secondo ad alcuno, diessi 
totalmente , nel compilare il dizionario siciliano , alla parte diciam 
così archeologica della lingua; e raccogliendo intere pagine di voci 
spiritate e da fare spiritare, si mise a frugare, quasi sempre a di- 
spetto del buon senso, l'etimologia d'ogni parola, credendo aver fatto 
per tal modo alla sua gloria un monumento piii durevole del bronzo. 
Io non ho mai saputo comprendere cosa pretendasi andando dietro 
ad etimologie^ a mio giudizio, quasi sempre incerte, spesso capricciose 
del tutto, e onninamente inutili per ordinario: a menochè si avesse 
tanta scienza e tanto senno da sapere scioglier la lingua nelle sue pri- 
mitive radici, e mostrarne lo scheletro, ossia l'inizio, e i diversi pro- 
gressi: e come la si fosse di secolo in secolo arricchita, accresciuta, 
viziata e corretta. Ciò che ancor non si è fatto , e pare a me che 
non saprà £irsi sì presto per alcuna lingua, e molto meno pel nostro 
dialetto. Il che asserisco, senza che intenda per nulla colle mie pa* 
role menomare la fama del dottissimo dizionario tecnico etimologico 
dell'ab. Marco Aurelio Marchi, il quale tutt'altro oggetto ebbe in mi- 
ra ; perchè ad altro scopo non tende , che solo a quello di render 
la ragione delle greche voci usate nel linguaggio scientifico e nel let- 
terario. 

Oltre alla smania delle etimologie, vedesi nel dizionario del Pasqua- 
lino laltra del latinismo. Non si curava l'autore d*azzeccare il tosca* 
no, ma il Ialino: e quindi quelle frasi, quei modi di dire sceglieva 
che presentar potevano una frase latina. Ma non è questo per certo 
il bisogno dei tempi : né piii si compilano i dizionari! per fasto e 
per bizzarria, ma per utile] cbò il progresso a nient'altro conduce che 
Mutile. E le lingue per acquistar idee si apprendono, e non parole 
soltanto. Le scienze infine e le arti dall'epoca del Pasqualino alla 
nostra, hanno grandemente avanzato, ed esse sole avrebbero reclamato 
una riforma nel siciliano dizionario. 

Ecco adunque quanto fa impreso ed è stato adempiuto nella com- 
pilazione del nuovo dizionario, siciliano. Ridurre il medesimo al cor^ 



53 
reale delle scienze e delle arti atioali nelle voci che a qaeste appar* 
tengono; sgombrarlo di tutto ciò che sa di antiquato e delle etimo- 
logie, legnali non servono che ad accrescere la mole di no vocabolarioi 
e che possono essere soggetto di altre opere, di altri travagli; esa- 
minare e correggere le voci tutte italiane, non lasciandone alcuna senza 
consiglio e maturità di ricerche. Di quanto sia stato ubertoso siflTatto 
studio, e in che modo si fosse pervenuto allo scopo, è superfluo il 
ripeterlo, dopo ciò che ne scrissi e voi ne leggeste nella prefazione 
che sta in fronte al secondo dei volumi dell'opera in disamina. Mi« 
gliaja di voci e di frasi aggiunte, millanta correzioni, e '1 ri pulimento 
deirortografia basterebbero sole a provare Potili tàdelllmpresa, il van* 
leggio recato. 

Ma è oramai perfetto il dizionario pubblicato?... è forse tale da 
non far sentire la necessità di migliorarlo?... E stolto chi il dice — 
è mentitore; e mentitore solennissimo io sarei per certo fra tutti, se 
dopo tant' anni d' indefesse cure spesevi , e di soCTerti disagi non a- 
vessi il coraggio di svelarne in faccia al pubblico le mende; piìi si- 
curo senza contrasto di ricever plauso della severità del biasimo, che 
non della sincerità dell'elogio. 

Per quanto avessi sperato di accostare il mio libro alla desiata per* 
fazione, pure sento altamente di non aver potuto soddisfare ad ogni 
desiderio e ad ogni ricerca! Tutti i difetti che nel mio Dizionario 
siciliano si rinvengono, tutti sono l'effetto della celerità usata nel com- 
pilarlo. É desse che ha dato luogo ad omissioni, per cui ha dovuto 
stendersi non breve appendice, la quale abbenchè appo coloro che 
abbian tocca pur solo di un dito questa benedetta croce della lessi- 
cografia , troverà facile perdono , anzi sarà chiamata prova di dili- 
genza e di esattezza, io convengo che avrebbe dovuto invece trovarsi 
trasfusa, nel corpo dell'opera, e non vedersi a parte con tanta dovi- 
zia. É desse che ha dato luogo a ripetizioni, a richiami poscia di» 
menlicati, a varie scorrezioni nel testo, a diverse lacune, a talune 
trascurataggini di parole e di frasi o del corri s|[Ionden te italiano, che 
non seppi trovare, e che forse più pazienza usando e ulteriore stu- 
dio avrei, se non in tutto, almeno in parte rinvenuto. Tali pecche 
ben gravi io lo ripeto, né già per iscolparmene, ma per promettere 
di sdebitarmene, sono state causate dalla celerità usata nel compi- 



54 

larlo. Né yi stapite, né mi rinfacciate dieci anni di stampa. Ricor- 
dateci che due soli uomioi abbiamo sottoposto la schiena allo im« 
menso fardello — né compilammo pria il diiionarìo e poi lo pubbli- 
cammo, che allora giunti non saremmo a compierlo stanchi nel più 
bel mezzo, ma a mano a mano lo stampammo così com'ei nasceva 
e si aggrandiva. L'obbligo indossato, la spesa ingente, la buona ac- 
coglienza del pubblico , ecco i motivi impellenti al progredimento 
del lavoro, che altrimenti sarebbe rimasto in erba, come io erba 
rimase quello promesso dall'Accademia di scienze e lettere di Pa> 
lermo. Epperò più difetti s'incontrano nelle prime, anziché nelle ul- 
time lettere, e più quindi le aggiunzioni e le correzioni bisogne* 
voli in quelle che non in queste. 

E ora che già l'opera è terminata — ora che si è al punto 
di ripulirla e d'immegliarla, eccoci alla promessa quando che sia, 
d'una seconda edizione, la quale eseguita colla massima accuratez- 
za , ove Dio ci darà vita e forze, farà sparire tutti o almen la 
più parte delle non molte cose condannate o condannabili della edi- 
sion primitiva. E in essa si troveranno al loro luogo opportuno , 
non che le voci sparse nell'appendice, ma ben anco quelle tani'al- 
tre locuzioni che vengono in mente ogni dì, e che volendosi ora noi 
si potrebbe. Perchè curioso è il fenomeno ma comune, del trovarsi 
le voci pronte alla lingua che senza accorgersene le proferisce, ma 
non pronte del pari alla memoria quando le vuol chiamare a ras- 
segna. Vivete felice. 

Palermo 30 Novembre 1847. 



LETTERA VII. 

AL SIGNOB CARMELO MARTOBANA 

CONTENENTE LÀ PRIMA GIUNTA ALLA NUMISMATICA 
ARAB0*S1CULA. 



Scasalemi , se distogliendovi per alcan poco dalle care ben gravi 
che la magistralora vi reca, io vi ricbiami agli studii vostri diletti, 
cioè alle ootizie dei Saraceni di Sicilia, dei quali ninno ha con mag- 
gior dottrina e con miglior critica che voi ancor ragionato. 

Promisi (1) che avrei fatto diverse aggiunzioni al mio lavoro della 
numismatica arabo*sicula, ed eccomi all'adempimento; presentando per 
ora sette inedite monete che tutte cooservansi nel cosi detto museo 
salnUriano dei pp. Gesuiti di questa capitale. Museo che progredisce 
con molto accorgimento, affidato precipuamente alle cure del dotto 
p. Giuseppe Romano , e nel quale preziosi oggetti si ritrovano anco 
di arabiche anticaglie. 

Sei delle monete che vi presento sono di vetro, una settima è di 
creta, di quale materia non ne ho trovato illustrata alcun' altra giam* 
mai. 

A fine di non alterarsi la serie che nella mia opera è segnata ho 
divisato avvertire queste nuove monete con semplici asterischi aggiunti 
al numero cui si rannodano. 

Sono esse le seguenti: 



(i) y. Tolttmé 3, pag. a48. 



56 

di ABD AU' ALMANSDR AL HAKEM BIAMRALLAH 

Stilo eàtiflo fmmida, eh$ regnò dal 386 al4ii MSBg. (996 al Ì9Ì0 H 6.C.) (I). 

LI.' (y.Ta». n. 51.'). 
Di imo color d'ambra (oaea JMrftla. 
D. «to^ L'Imam 



Io giro 



^j^aiX] 






Ahnamur 


>yoI . . . 






. . . Principe 
dei fedeli 


• • • • ci • 


• t 4 


1 • • • 


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LI. 


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Tav. D. 


51.-) 


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oobr d'ambra foiea imdiia. 


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Limati 
Al Hakm 

Js • • • • 


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m « 


ICi "*N 



LI. (v.Taf.D.51. ) 
Di Tsrao T«rde chiaro imdUa. 
Ugnale a qaella di n. XLVI, ma di altro tipo. 

• LC(T.Taf.n.5l/^) 
Di TBTao Tarde chiaro itudita. 
Ugoale alla precedente, ma di altro tipo. 
(I) y. t€L h m« 168. 



57 
Ll7 (v. Tav. n. 51/) 

Di VETRO verde inedita. 

UgaaU alla precedente, ma di altro tipo. 

LI/"(v.Tav. n. 51/^). 

Di CHETA rossastra inedito. 

D- f>UV Llmam 

jr^UsJ^ Jl Hakem 

W i»iV»S Tamim bia 



di ABU' TAMIM MOAD ALMONSTANSER BILLAH 
(Htaioo ealiflb FtOmida, che regnò dal 427 al 487 deWEg. (1056 al 1094 di 6.C.( 

LXXXVIl/(v.Tav. n.8T/) 

Di ybtbo nero inedita. 

>^AU Tamim 

OJtjo Maad 

In giro ^ i^j^ "i ^^^j M ^ &}\^ 

Non vi è altro Dio che Dio --^ egli è unico non ha compagno. 

E questa prima aggiunta io conchiado riflettendo, eh' è pur biz- 
zarro l'osservarsi, come di tutti quelli vetri che sino ad ora si sono 

MOMXìLLdMO voi, IF'. Q 



58 

riDveDulì, l'on dall'altro differisce; e Tano è sempre diverso dalValtro 

per lo meno io quanto al conio. 

Or come mai spiegare • questa individnalità?... Possibile che non 
siensi ancora trovate doe monete di vetro che fossero ugnali?... 

Ma è ancor presto per isciogliere siffatto problema. É ancor bi- 
sogno di tempo, e un significante aumento necessita di monete sif- 
fatte che potessero dar luogo a stabilire un pensamento sicuro, o ad 
emettere una opinione che abbia un qualche ragionevole fondamento. 



LETTERA Vili. 

AL PROF« GAETANO DAITA 

INVIANDOGLI ALCUNE ISCRIZIONI. 



^Pochi Tolgono attento l'occhio alle latine epigrafi, e fra' pochi siete 
▼oi ano per certo, che con tanta Talentia molte dettato ne avete, che 
invidiar non ci lasciano qaelle del maestro nostro Nasce. Quindi son 
certo di farvi cosa gradita dirigendovi le altime iscrizioni da me fatte, 
delle qaali la prima sta sotto il monumento eretto nel duomo di Ca* 
tania col sempre egregio scarpello del Yillareale a monsignor Orlando 
dai nipoti di costai; una seconda che dee collocarsi nella cappella or 
ora costruita per la gente di mare che sia in istato di contumacia 
nel porto di Palermo; e in ultimo quelle che furono affisse nei fu- 
nerali celebrati pel fu Duca di Cumia. Ve ne ho aggiunta del pari 
qualch'altra, che mio malgrado, perchè così richiestami, mi son pro- 
vato a scrivere nel volgar nostro. E dico mio malgrado , gicachè le 
ragioni del celeberrimo Botta in proposito delle italiane iscrizioni le 
ho stimalo sempre ineluttabili: e 1 tempo, non fa che confermarle. 
Dapoichò mi pare che il vero motivo per cui si avrebbe voluto dar 
quasi un assoluto bando alla latina epigrafia, rinunziando ad uno dei 
più belli retaggi tramandatici dai nostri maggiori, togliendo all'Italia 
una gloria che è tutta propria di lei, non fosse altro che quello di far 
che ogni ludimagistro, ogni scolaretto, ogni presuntuoso , e per fino 
gli stessi scultori delle lapidi agognassero all'onore di epigrafisti. 



60 



CATANf IN METROPOLITAN.! ECCLESIA 



CINERIBVS . ET . MEMORIA . PERENNI 

DOMINICI . ORLANDO . ET . GVBERNALI 

A . BRIZIO 

MIN . DIVI . FRANCISCl . CONV. 

ANTISTITIS . CATINENSIS 

QVI . IN . DIFFICILLIMIS . RELIGIONIS . NEGOTIIS 

AB . ADOLESCENTE . ADDICTVS 

VOCE . EXEMPLO 

GREGEM . SIBI . CONCREOITVM 

AD . VIRTVTIS . OBSERVANTIAM . ALLEXIT 

NEC . SINE . BONORVM . OMNIVM . DESIDERIO 

XII . KAL . MAI . MDCCCXXXIX 

DECESSIT 

XANTES . ET . ALOYSIVS 

COGNATIONE . PATRVO . AMORE . PARENTI 

IN . AEDE . evi . PR^FVIT . ANNOS . XVI 

MONVMENTVM 

FAC . CVR . 



61 



PÀNORMI IN ^DICt'LA PORTl'S 



DEO . IMMORTALI 
AC . IMMACVLATiE . PARENTI . EJVS . SANCTISSIMìE 
QVO . SACRIS . FACIVNDIS . ESSET . APTIOR 
ET . SANCTIVS . SALVTI . PVBLICìE 
PERSPICERET 
AD . RELIGIONIS . ET , NAVIGANTIVM . COMMODVM 
PRO . INGENITA . SIBI . PIETATE 
FERDINANDVS . II 
EXTRVI . AB . INTEGRO 
HANC . ^DICVLAM 
DICARIQVE . JVSSIT 
ANNO . A . CHRISTO . NATO . MDCCCXLVII 



62 

IN SOLEMNI FUNERE 

MABGELLI FABDELLAE DUGIS GDHIAE 



AD TEHPLI tktmkU 

/• medio - 

QVIA . SINE . OLLA . FVNERIS . POMPA . SINE . LAVDATIONE 

HVMARI . VOLVIT 

VIRO . PATRIfiVS . PARITER . AG . PLEBI . CARO 

MARCELLO . FARDELLA . DVCI . CVMI£ 

FOSTERITATI . NARRATO . ET . TRADITO 

QVOD . PRIVS . NON . LIBVIT 

NVNC 

PARENTATVR 



63 
Dextronum 

POST . TOT . DISCRIMINA . RERYM . TANTOSQVE . LABORES 

INCOLUMI . DIGNITATE . FLORENTE . FAMA 

MARCELLVS . FARDELLA 

PATRICIVS . DREPANENSIS 

CVBICVLARIVS . EQVES . HIEROSOLYMITANVS 

AC . M . C . R . ORDINVM . FRANCISGI . I . ET . CONSTANTINI 

MVNERIBVS . AMPLISSIMA . A . JVVENTVTE . FVNCTVS 

TANDEM . MAGNiE . RATIONVM . CVRIìE 

A . REGI! . ERARII . PROCVRATIONE 

POSTRIDIE . NONAS . DECEMBRIS . AN . MDCCCXLVII 

PANORMI . ANN . LXXII . DECESSIT 

Siniibronum 

QWM . PATRIiE . BENEMERENTISSIMO 

ELOQVENTLEQVE . CONSVLTO 

AC . PRINCIPVM . DIGNATIONEM . ASSECVTO 

IN . QVEM . DEVS . ET . HOMINES 

OMNIA . ORNAMENTA 

CONGESSERVNT 

SVPREMI . HONORES . ET . PIETATIS . OFFICIA 

HEIC . PERAGVNTVR 

ADESTE . CIVES 

LVCTVS . EST . PVBLICVS 

COMPRECEMINI 



64 

INTIJ8 

Fama $eribit 

LATE 

LONGEQVE . DIFFVSA 

FAMA 

MARCELLI 

Dtxtromtm 

PRVDENTIAM . MVLTAM 

DEDIT . EI . DOMINVS 

ET . CORDIS . LATITVDINEM 

CONJIGITO . GiSTERA 

. Sùttitnmtm 

BIAXIMAM . PARTEM . ìETATIS 

REIPVBLIC^ . DEDIT 

PATRLEQVE . STVDIVM 

NVSQVAM . INTERMISIT 



65 



ALLA TOMBA 



DI FRANCESCO PAOLO 6DARNASCHELLI 



A . FRANCESCO . PAOLO . GVARNASCHELLI 

NATO . IN . PALERMO . ADDI' . 29 . SETT . 1764 

MORTO . IL . 10 . OTT . 1838 . IN . ALCAMO 

OVE . PER . INTEMERATI . COSTVMI 

PER . LVBIINOSE . CARICHE 

SOSTENVTE 

FV . AMMIRATO . FV . PIANTO 

I . nGLI . INCONSOLABILI 

PACE . IMPLORANO 

ED . ETERNO . RIPOSO 



MOMTiLLAMO VoL IV» 



66 



ALLA TOMBA 
DI GASPARE SAHHARTIHO 



PER . GASPARE . SABIMARTINO . RAMONDETTA 
CHE . COMPIVTO . APPENA . VN . LVSTRO 

AHI . DOLORE . ACERBISSIMO! 

CONFVSE . L' INNOCENTE . SVA . SALBIA 

CON . TANTE . DELLE . INFELICI . VITTIME 

STRASCINATE . AL . SEPOLCRO 

LA . NOTTE . DEGLI .11. LVGLIO . 1837 

QVANDO . L'ASIATICO . MORBO 

INFIERIVA 

TREMANTE . IRREQUIETA 

PERENNEMENTE . DESOLATA 

LA . MADRE 

SENZA . NVLLO . CONFORTO 

AMARAMENTE 

SOSPIRA! 



I^ISCIO&SI 



CONSIDERAZIONI 



set 



GIBOTIGGIO TRI NiPOlI I SIGILIi <» 



Ndle providenze economiche si dee arere tutto il rigaardo 
poMibile allo itato di folta del paese a cui si rìfeiiflcaoo. 

RoMAOvosi Ann. di ttatisL unw. «e. 
faac. di genn. 1833, pag. 64* 



Mentre ferve appo i nostri economisti caldissima la qaistione se 
ornai convenga o por no il libero cabotaggio alla Sicilia ; mentre 
S. A. R. il laogotenente generale inteso in ogni modo a far prospe- 
rare le cose nostre, dopo gravissime fatiche e le più serie conside- 
razioni ha dimandato dalla maestk del Sovrano talune modificazioni 
alla legge dei 30 novembre 1824 che libero stabili il cabotaggio fra 
Napoli e la Sicilia; mentre questo regio Istituto d'Incoraggiamento 
anch'esso ha implorato delle provvidenze all'uopo; mentre in somma, 
ripelo, ferve caldissima appo noi quistione di tanto momento, la cui 
soluzione conduce ad interessantissimi risultamenti, non sarà per ri- 
putarsi, lo spero, inutile lavoro questo da me intrapreso, nel quale 
riunendo e fatti e teorie procurerò di mettere in chiaro tal quistione, 
solo riguardata sotto l'aspetto scientifico > per quanto i in me, e per 
fin dove giungano i lumi miei. 

E oramai un principio conosciuto e universalmente accettato, che 
le proibizioni di quelle merci forestiere che non sono analoghe alle 
opere fabbricate da' nazionali sono contrarie all' interesse ed alla fe- 

(i) Queste coosideraxioiii furono pubblicate la prima tolta in ottobre iS34« 



70 

licilk della oaziooe intera; poiché io tal caso la coneoìrrenEa dello 
straniero senza arrecar danno alle sorgenti delle nazionali indaatrìe, 
gioverebbe la classe dei consumatori , procurando loro a boon mer- 
cato i prodotti liberi. Ma è del pari una verità incontrastabile e di 
fatto, che onde prosperar possano le manifatture di un regno, allorché 
sono nascenti, e dove le circostanze economico-statistiche, tali come 
la minor copia dei capitali in confronto alla nazione straniera , la 
minor copia della popolazione consumatrice e simili lo esigano , fa 
d'uopo porre potenti argini alla immissione delle stranie manifatture; 
modiGcando il commercio d'importazione a seconda le locali circo- 
stanze. Ond'è stato pur giudizioso quel paragone, pel quale le ma- 
nifatture sono state assimilate alle razze animali della pesca e della 
caccia, di cui i più saggi Goreroi proibiscono la distruzione delle 
generazioni bambine, per godere con maggior frutto delle adulte: ed 
egli è pur vero che nel suo principio ogni industria .è bambina, e 
bene spesso abbisogna della mano del governo che la sostenga, perchè 
stesse a livello colle provette; sino a che da sé sola si regga. 

A ciò fare, due modi si sono progettati dagli economisti; l'ano di 
proibire affatto l'immissione della merce simile alla nazionale, l'altro 
di renderla in certo modo difficile con qualche dazio, il quale ben 
regolato , mette so non altro in parità di circostanze i prodacitori 
nazionali con quelli stranieri. 

Attenendoci noi piuttosto ai secondi che ai primi, agevolmente ci 
persuadiamo che gravati di forte dazio alla immissione i generi e le 
manifatture straniere non si possono che a prezzi ben cari mettere 
in circolazione, e quindi le indigene manifatture essendo nel caso di 
sostenerne la concorrenza si possono con sicurezza spacciare. Animansi 
cosi mano a mano gli speculatori ad introdurre fabbriche di mani- 
fatture, e le introdotte si accrescono; e aumentandosi per tal modo 
i mezzi di lavoro accresconsi i mezzi di sussistenza e di prosperità 
individuale, la quale estendendosi conduce sicuramente alla prosperità 
generale: mentre per lo contrario ove liberamente entrar si lasciano i 
prodotti che vender possa lo straniero a prezzo minore di che asso- 
latamente non puote un prodottor nazionale, viene a distruggersi l'ia- 
dustria, e alla miseria si riduce una classe non piccola di lavoratori. 

Noi stessi Siciliani , noi stessi ne abbiamo tatto giorno on vifo 



71 
esempio sott' occhio, senza andar dielro a teorie e senza cercar gli 
esempii in regioni da noi ben lontane ; chiaro apparendo ancora ai 
meno veggenti, che dal punto io cui fa provvisto Napoli di leggi 
che forti dazii imposero alle straniere manifatture, sorger si videro 
ben presto nel regno fabbriche di ogni sorta che son giunte in breve 
a pareggiare quelle d'oltremonti non che del resto d'Italia, e a man- 
tenere un immenso numero di operai. L'isola nostra anch'essa ha fatto 
pili volte degli energici sforzi sull'assunto, e arde del desio di ve- 
dere nel suo seno introdotte le fabbriche d'ogni manifattura che fonte 
sarebbero per essa di ricchezza non poca: ma i suoi tentativi son 
tornati vani , e le fabbriche qui introdotte non prosperano , o nate 
appena languiscono. Si era già introdotta ona fabbrica di carta in 
qaest' isola, e, perchè s' ingrandiva, varii speculatori accingeansi a sta« 
bilirne delle altre: ma la prima non ha goduto lieta fortuna, e le altre 
quasi prima di nascere sono mancate. Fnvvi in Palermo una fabbrica 
di Faenza e di terraglia ch'ebbe giorni felici, e del tutto si spense. 
Sursero in piii ponti di questi dominii fabbriche di panni con pro- 
spero successo, e ora appena rammentiamo ch'esistettero. Piìi fabbri- 
che di cotonerie si è cercato d'introdurre fra noi, ma ben presto di 
esse, talune sono andate in rovina, altre a stento si reggono e a pe- 
rire son prossime. Gravi lagnanze si son fatte per tali disgrazie I Ta- 
luni van gridando che noi non siam fatti per le manifatture, e che fa. 
remmo assai meglio a dimetterne ogni pensiero, e a ripeter piuttosto 
la ricchezza nostra dall'agricoltura , la quale depressa al presente ed 
avvilita, rialzar si dovrebbe e migliorare; quasi che senza le arti prò. 
sperar possa l'agricoltura, e quasi noi non sapessimo che dove sono 
languide, poche ed imperfette le manifatture ivi niente avvi a sperare 
che avanzar si possa per un traffico esterno: e minore essendo il con*- 
somo interno, minore quindi esser debba la floridezza dell'agricoltura. 
Tal altri poi ci hanno ingiustamente tassati, ora di poco industriosi, 
ora di poco istruiti, e fin talvolta, per nostra amara sventura, ancor di 
poco fedeli. 

£ pur da tutt'altro è da ripetersene la causa. 

Non pare credibile, e pur è verissimo , il libero cabotaggio delle 
manifatture nell'una e nell'altra parte del regno è la cagion potentis. 
sima di danno siffatto. É da ciò che la Sicilia ha perduto immense 



72 

rtccbezse, estendo rimasta soffocata, com*ò natorale, ogni sorta d'io* 
dastria maoìfattariera oeirisola. É da ciò che la jSiiiifiM anch'essa ha 
risentito gravissime perdite; essendosi da una parte attenuati grintroiti 
della Dogana che poco lucro bau ritratto dalle manifattore estranee, delle 
quali, mancando il consumo per Io caro prezzo, manca la immissione 
delle manifattore napolitane, perchè libere s'importano e d'ogni peso 
esenti. 

£ per venire a capo dello assunto propostomi per quanto riguar- 
dar poesa la scienza economica e nulla piii, e a rilevar chiari i danni 
a noi cagionati e il modo agevole di ripararvi èmmi d'uopo premet- 
tere un'idea fondamentale che di base servir deve ad ogni mio ragio- 
nare. 

Forma la Sicilia con Napoli un regno solo, ma eie, com'è notis- 
simo al mondo tutto, in quanto essi sono polìtioamente uniti io virtù 
di un atto regio del 1816, ambidue soggetti ad uno stesso sovrano 
e regolati in gran parte colle leggi medesime; ma soo essi poi in realtà 
due regni ben disgiunti dalla natura, e che hanno allo spesso degrio- 
teressi economici non che diversi, ma talvolta fin anche opposti e del 
tutto cootrafii. É perciò che con avveduto consiglio si è provveduto 
mai sempre dai nostri monarchi per via di parlicolari leggi in talune 
cose all'una e all'altra parte del regno: e abbenchè fossero le stesse 
in ambidue le regole primordiali delle amministrazioni, pure leggi se- 
parate e speciali nell'una e nell'altra parte le norme ne fissano, ne sta- 
biliscono le organizzazioni , e l'andamento ne regolano con mille ec* 
cezioni dalle particolari circostanze e dalle località reclamate, che in 
gran parte noverar si potrebbero, se questo fosse il luogo di andarle 
rammentando. Che anzi fra gli articoli di separazione economica avvi 
quello principalmente della finanza, ciò che importa non potersi fare 
a meno dal considerarsi come divisi d'interessi, in quanto alla eco- 
nomia, queste due parti di un regno medesimo. 

Ciò premesso, veggiamo come crollano ad un punto le teorie tutte 
che vanno spargendo alcuni, che a forza di principi! e talvolta di so- 
fismi, senza pienamente conoscere il sito di cui parlano, generalizzando 
ogni massima di economia anche nella pratica , come se si trattasse 
di una scienza matematica, che non va soggetta a particolari modi- 
ficazioni, vanno dettando e predicando assiomi ; non avvertendo che 



73 
OD principio il qaale molti stati arricchisce, può rendere un altro e 
povero e miserabile. 

Noi lo sappiamo benissimo, né ovvi più alcuno che ignora al pre- 
sente, che nel commercio interno la circolazione goder deve della li- 
berla la più illimitata, e non dev^essere mai inceppala con barriere o 
con privilegi di qualunque natura essi fossero; appunto perchè sic- 
come il consumo interno è quello che forma la prosperità della pro- 
dazione, quindi ha d' uopo delle agevolazioni maggiori e della mas* 
sima libertà, derivando dalla rapida circolazione dei prodotti nazio* 
nali H movimento perpetuo della industria. Ciò è a tutti notissimo, 
e noi Siciliani che negli studii di civile economia non siamo novizi, 
sappiamo pur troppo che l'opinione degli scrittori, l'autorità dell'e- 
sperienza, i principii della ragione sono uniformi, e dimostrano ugual- 
mente la necessità e i vantaggi della libertà illimitata del commercio 
intemo; e ornai si conosce da' più che ogni ulteriore dimostrazione 
a questo riguardo sarebbe inutile e senza oggetto, non pur trovan* 
dosi un solo cui bisogna persuader sa questo punto. Ma la quistione 
nostra è tutt'altra. Napoli e Sicilia abbenchè io unico regno riuniti, 
avendo però Gnanze e amministrazioni separate non possonsi per alcun 
verso riguardare come parti di un regno stesso in quanto al com« 
mercio. 

Or così essendo dando uno sguardo allo stato della industria ma* 
nifatturiera in Sicilia, uno sguardo in Napoli, senza lungo riflettere, 
e senza fisicar su le ragioni, si conviene da ognuno che quasi nulla 
ha da spedire di manifatture in cabottaggio la Sicilia nei dominii del 
continente, mentre al contrario resta essa inondata da ogni sorta di 
manifatture che da Napoli liberamente in cabottaggio vi s'importano, 
le quali qui possonsi a prezzi discreti spacciare ; non interessando 
tanto al manifattore il vender caro, quanto il vender molto: e quindi 
vengono in concorrenza dalla massa maggiore della popolazione pre- 
ferite alle straniere, che gravate di dazii ben forti non si possono che 
a forti prezzi rilasciare. 

Come è dunque possibile di pareggiarsi in Sicilia per la condizione 
e per lo prezzo sul cominciare delle nuove speculazioni le manifatture 
ormai provette di Napoli, che tanto ci avanza nella carriera della in* 
dustria e della ricchezza? 

MOMWIIURO voi. ly. IO 



T4 

Ma ciò, dicoDO alcuni, poco caler deve alla Sicilia; giaccbè ao està 
riceve manifattare da Napoli per via del libero cabottaggto, apaceia 
per tal guisa i suoi prodotli , mentre i Napolitani oon oe regalano 
al certo i lor prodotti, ma ne ricercano degli altri in baratto. Quindi, 
a lor pensare, è indifferente che un paese si procuri ciò di che ab- 
bisogna per via del libero cabottaggio, ovvero prodocendolo entro le 
proprie mura, non facendosi altro alla fin fine che cambiar .prodotto 
con prudoUo. Ma questo ragionare, che aetnbra aver l'aspetto della 
verità, si trova falso così nella teorica come nel fatto noatro. E pri- 
mamente non ò sempre vero che i prodotti di un altro paese si ot- 
tengono coi prodotti, cbò beo mille volte si ricerca unicamente il de- 
naro. Né si risponda colla puerile idea che easendo il denaro nna 
merce che noi abbiamo ottenuta in cambio di merci noatre, in ultima 
analisi noi cambiamo prodotto con prodotto, e la ricerca di nostre 
merci intanto èssi accresciuta ; poiché dar si possono dna casi net 
quali ciò non succeda. Primo, quando questo denaro è atato ottenuto 
coi prodotti di anni già passati ; p. e. io questo anno potrà dare 
cent' onze al Napolitano per averne tanta mussolina , nu noi potrò 
fare un altro anno , perché la mia rendita non é che di dieci oose 
annuali, e quel di pih in onze novanta era un capitale aocunmlato 
col prodotto di anni già passati : secondo , quando si compra aee* 
mando il consumo di altre merci; poiché non può mettersi in forse 
che si possa comprare una merce impiegando quel denaro che sarebbe 
stato indispensabile per averne un'altra. La Sicilia p.e. importa eento 
mila onze ogni anno dall'Inghilterra in cambio di tanto framento ; 
essa ha destinato per altri osi questo denaro : or se il Napolitano 
venendo in concorrenza col nostro producitore nella vendita di sue 
manifatture non vuole altro che denaro, e se l' Inghilterra non fa ri- 
cerca del nostro frumento é mestieri che il Siciliano prenda una por-- 
zione di quelle cento mila onze destinate ad altri usi e le dia al Na- 
politano in cambio delle merci sue. 

Ma lasciando da parte queste teorie ed astrazioni, di cui ci siam 
serviti al solo oggetto di ribattere e le astrazioni e le teorie che 
tuttodì si vanno spacciando , senza por niente alle riaposte che pur 
si sono scritte circa un tal particolare, torno al fatto della Sicilia, 
asserendo, che non trovasi, col calcolo, equivalente il vantaggio che 



75 
sr tra« dal proddUo di nna sola delle taote mani fati are che qoì da 
NafoK spediscoDsi, a tolta la somma rionita di ogni genere che dalla 
Si«i*ÌB si spedisce, si pereliè pochi sono i generi nostri di che ab- 
bfsogaano i NapolìCaav, si perchè alcuni fra qoesti sono escln» dal 
eaboltaggìo, sì fioalmente perchè moH» vengono presso dì Foro assog- 
gettiti » fotti daili di consumo. 

Or dunque , non essendo* neVft dtie parti del regno Io stato della 
indoslrra e delle manifattore presso a poco ad ugnai grado pervenuto, 
come presso a poco a pari circostanze può valutarsi lo sfiato loro in 
quanto alle produzioni dol suolo , è inevitabile che nel mentre una 
porte del' regno vien tutta a godere degrimmeoai yantaggi del libero 
cabottaggio, veagoo sniraltra a ricadere te comegueoze piii funeste di 
depressione insormontabile; insormontabile perchè sperar non può un- 
quamai di ri^^hare, sempre restando all'altra enormemente tributaria. 
Gbsa contraria affatto allo spirita della politica economia, il quale con- 
siste nel fare in modo che ogni nazioiie dipenda il meno che sia pos* 
silvie dalle altre o Ticino o rimote; poiché quanto minore sarà quo* 
atti dipendenza, tanto maggiore sarà la ricchezza sua, la sua forza ; 
e per lt> contraria quanto esse più» dipenderà dalle altre , tanto sarà 
più povera, tanto più debole. 

Né ciò è tutto, che al dire mollo ci avansa. Sia per no momento 
n'^ quanta 'al commercra da risguardersi coum un regno solo Napoli 
e la Steina;* sia il libero caboitaggio* senza modificazioni utile alla no- 
atra Isola (cose ambidue assurdissime, eome abbiam rilevato) veggiamo 
per un momento se di questo- Ubero cabottaggio.godiam noi, o se pur 
nostri sono tutti i danni, tutto pel commercio di Napoli il vantaggio. 

Si aa da cbiuoque è per poco informato delle patrie cose, che la 
Sicilia altro in cabottaggio non ispedisce per i domioii del continente 
che poche merci; ma la polvere, il sale, il tabacco, e simili, di che 
noi abbondiamo, spedir non si possono a Napoli per effetto delle re- 
gie privative, fn quanto alle manifatture, i lavori di ferro della Si- 
cilia poteansi spacciare in Napoli a minor prezzo de' napolitani, per* 
cbS siccome ad agevolar le miniere di ferro di Napoli trovasi ivi sta* 
bilito un forte dazio alla immissione del ferra straniero, ciò che non si 
ha in Sicilia, quindi le manifatture di ferro straniero lavorate io Si- 
cilia costerebbero ' io Napoli assai meno di quelle ivi stesso lavora- 



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'<! ^'T'^*, ^ i«;''>'ii rw» »<vvvf;» p>-:i4dUsn7a a da -il loevolaKe le car- 
f'.n^o o'^jy^i' ••w» ^'•'^rt^ ^r*^^-» U f'r^o^i-» ii 3F«èpau di uà dazia di 
<*^f;>-v* r/'^vn*.^ j>^f *»^ fiAii #i ?eni?^ a !<p^<ii 'e la caDcUa^^a per la Si- 
^''!'Y, 4 9*,: fO'r>>nt/'V hfy>r'.^)raa e^c^ la ft/)c«^ia da pacata boia «ade 

Of ^'yi ^44^^J>^ (^U4 k d«rrat4 ^i»e dalla Sicilia si esportano per 
>^^fhhy h^iì 6«f«rvf.4 el»4 fih^^ \ty%%^ W eaboUa^o, vaa M^ette al 
p^'/^ì*ff^fj^/f /ti Hr/tf f^tfMfrt^ff i qo^n abbetebé daxii di caasaaMo Te- 
fiM«^r /r^rntfy^tt^ ^ titftì d immtAMiofU ^ per latUfia taa daaii che ri- 
•f^ifttihff^i %hyfn ì d^Ao^f) 6f»« ti i'fiaportaao dalla Sicilia; i «pulì daxii, 
iStfh)tfnMA*t iU nnn parte ao pib forte apateio dei prodotti noatrì , 
fMif^hhh a ffff(ar«f daf^ti lyffarroti • ooo ami dai eoaaaaMitori, poiché 
«) Itniln tU ifif^ftsi iJia gli afoaai ffapolitaoi prodacooo, e nel cai Talor 
'li h.ffnlh iinh fa» DfMiifirnia la apasa dalla dogana. Al contrario poi 
II* hhnh ^lla lini (t(iMi)MÌi dot oooiioaoia in Sicilia a'importano, aiccome 
In iiiim\i,}in |t/iiN tion «ono ctia maniraUorai cbè certo noi non abbi- 
«'f|(Ml«Hiii Uh (li ifiiil rid di atlrl limili gaoeri, e aopra qoelle, daùi 
di t'Mii«tunM non i>«)iiloriii iib vaii aoggella ad alcon dazio ci?ico; cosi 
(•HlffMi M«M lllit>r(< itiriAllii da ogni gravoiza, e aeoza alcan peno sei- 
iHhtl Ih nlM>id(i«lttMtt iiairUiila. Kiiilata una volta in Palermo oa daaio 
l'I^liM iMiM diMlii Pfmwo ^N/ir9«l0| il quala oiigevaai per conto del Co- 
m\M^ alU liiiuiln^Utua t^lta facavail in queata Dogana di qaaloMae 
li«»H(tti* ntAMurmUiiaiu ttti( ma un tal dazio, cornee nolo a dasaaair. 
hIU mdddlvaAlun^ \M\t huov« tariffai riguardandoai cone aMpea^totti 
wsA datil h(iU d lm|mrl«Alon« . limti colle medesime wm a&un a. 



77 
Dimodoché in questa guiia le manifaltare napolitane Tennero affatto 
liberate dal pagamento di qualsiasi dazio, alla immissione, ed esenti 
da ogni graTesaa mettonsi in commercio fra noi; mentre air incontro 
i generi nostri, come dicemmo, vengon soggetti a gravi dazii di con- 
sumo: e in particolare il vino nostro è ivi soggetto ad un peso equi* 
valente al doppio di quello imposto pei vini dei regali dominii del 
continente. < 

Chi è ormai che non comprende la miseria dello stato di nostro 
commercio e della industria nostra 7 chi è sì cieco da non vedere che 
la parola di cabottaggio si applica a quel commercio che con altri 
termini è un sistema coloniale? quel sistema tanto ingiusto quanto 
falso , riprovato oggi quasi universalmente dagli economisti « perchè 
ad altro non serve che a concitare odii, a toglier libertà e ad accrescer 
miseria ? Ciò che appunto non è sfuggito all'alto senno del re nostro 
che ha posto in serio esame affare di sì grave importanza, il quale 
desideriamo che voglia aver per noi prospero avvenimento. 

Nò un tal desiderio è ingiusto, uè noi pretendiamo che per sol* 
levarci, danno ad altri si rechi. Guardici il cielo, che noi avidi di 
prosperità volessimo aggravio recare ai vicini nostri. Amiamo noi i 
Napolitani, popolo a noi fratello, e con tanti vincoli, e con tanti modi 
a noi congiunto; e nel pretendere i nostri vantaggi frodar non vogliamo 
o menomar di un obolo le ricchezze loro: ma essi che animati sono dai 
medesimi onesti sentimenti siam certi che non vorranno affatto vederci 
inerti, bisognosi di tutto, andar mendicando qua e là, non che i gè* 
neri di lusso, che a tanto non agogniamo, ma le vesti onde coprirci, 
e ogni manifattura al viver sociale bisognevole. Pertanto questo è ciò 
che si ha dal libero cabottaggio nostro, che mentre si assicura al po- 
polo che ci sta pih innanzi nell'industria qual è il napolitano, il pos* 
sesso esclusivo de' vantaggi della medesima, si vengono a paralizzare 
tutti i nostri sforzi, e veniamo condannati ad una eterna privazione 
di quei beni proprii e indispensabili ad ogni popolò eulto, ed inci* 
vilito. E costretti a rinunzVare alle nostre manifatture siamo obbligati 
mandar le nostre materie prime ai Napolitani, il che tende ad im* 
poverire relativamente lo stato; perchè se si avesse nell' interno quel 
prodotto che comprandosi dallo straniero alimenta una classe di la- 
voranti stranieri, allora invece di alimentar l'industria altrui, alimen* 



76 

te, e vincerebbero la coBcorrenza ; e appunto per questo onde non 
restar sopraffatte nella concorrenza i lavori di ferro di Napoli da qaci 
di Sicilia, fu con avvedutezza, espressamente proibita la immissione 
in cabotaggio di lavori di ferro anche della Sicilia nei domioii con* 
tinentali. Parimente i giulebbi nostri vincer poteano .per lo prezzo quelli 
di Napoli, poiché ivi Io zucchero paga sei ducati a quintale é^i più 
per dazio di consumo che noi non paghiamo; quindi perchè non ne 
avvenisse danno alle napolitano fabbriche di giulebbe, vennero dal li- 
bero cabottaggìo esclusi i nostri giulebbi. In quanto alle materie pri* 
me, il basso prezzo della straccia poteva esser di mezzo onde atti- 
varsi le nostre fabbriche di carta e sostener la concorrenza con quelle 
di Napoli; e quindi con accorta prudenza a fin di agevolare le car- 
tiere napolitane venne gravata la straccia di Napoli di un dazio di 
esportazione, percbò non si venisse a spedire in cabottaggio per la Si- 
cilia, e airincontro liberissima esce la straccia da questa Isola onde 
portarsi a Napoli in cabottaggio. 

Or poi pressoché tutte le derrate che dalla Sicilia si esportano per 
Napoli, non ostanie che libero fosse il cabottaggio, van soggette al 
pagamento di dazii fortissimi, i quali abbenchè dazii di consumo ve- 
nisser nominati, e non d'immissione^ pur tuttavia son dazii che ri- 
scuotonsi sopra i generi che vi s'importano dalla Sicilia; i qaali dazii, 
diminuendo da una parte un pia forte spaccio dei prodotti nostri , 
vengono a pagarsi dagli offerenti e non mai dai coosumalori, poiché 
si tratta di merci che gli stessi Napolitani prodncono, e nel cui valor 
di costo non van comprese le spese della dogana. ÀI contrario poi 
le cose che dai domioii del continente in Sicilia s'importano, siccome 
in maggior parte non sono che manifatture, che certo noi non abbi- 
sogniamo né di vini né di altri simili generi, e sopra quelle, dazii 
di consumo non esistono né van soggette ad alcun dazio civico; cosi 
entran esse libere affatto da ogni gravezza, e senza alcun peso met- 
tonsi in circolazione oeir Isola. Esisteva una volta in Palermo nn dazio 
civico cosi detto Nuovo imposto^ il quale esigevasi per conto del Co- 
mune, alla immissione che facevasi in questa Dogana di qualunque 
genere manufalturato o no; ma un tal dazio, come è noto a ciascuno, 
alia pubblicazione delle nuove tariffe, riguardandosi come compenetrato 
nei dazii regii d'importazione, fissati colle medesime venne abolito. 



77 
Dimodoché in questa guiia le manifattare napolitane vennero affatto 
liberate dal pagamento di qualsiasi dazio, alla immissione, ed esenti 
da ogni gravezza mettoosi in commercio fra noi; mentre all'incontro 
i generi nostri, come dicemmo, vengon soggetti a gravi dazii di con- 
sumo: e in particolare il vino nostro è ivi soggetto ad un peso equi« 
valente al doppio di quello imposto pei vini dei regali dominii del 
continente* , 

Chi è ormai che non comprende la miseria dèlio stato di nostro 
commercio e della industria nostra? chi è si cieco da non vedere che 
la parola di cabottaggio si applica a quel commercio che con altri 
termini è un sistema coloniale? quel sistema tanto ingiusto quanto 
falso, riprovato oggi quasi universalmente dagli economisti, perchè 
ad altro non serve che a concitare odii, a toglier libertà e ad accrescer 
miseria? Ciò che appunto non è sfuggito all'alto senno del re nostro 
che ha posto in serio esame affare di si grave importanza, il quale 
desideriamo che voglia aver per noi prospero avvenimento. 

Nò un tal desiderio è ingiusto, né noi pretendiamo che per sol- 
levarci, danno ad altri si rechi. Guardici il cielo, che noi avidi di 
prosperità volessimo aggravio recare ai vicini nostri. Amiamo noi i 
Napolitani, popolo a noi fratello, e con tanti vincoli, e con tanti modi 
a noi congiunto; e nel pretendere i nostri vantaggi frodar non vogliamo 
o menomar di un obolo le ricchezze loro: ma essi che animati sono dai 
medesimi onesti sentimenti aiam certi che non vorranno affatto vederci 
inerti, bisognosi di tutto, andar mendicando qua e là, non che i ge- 
neri di lusso, che a tanto non agogniamo, ma le vesti onde coprirci, 
e ogni manifattura al viver sociale bisognevole. Pertanto questo è ciò 
che si ha dal libero cabottaggio nostro, che mentre si assicura al po- 
polo che ci sta piii innanzi neirindustria qual è il napolitano, il pos* 
aesso esclusivo de' vantaggi della medesima, si vengono a paralizzare 
tutti i nostri sforzi, e veniamo condannati ad una eterna privazione 
di quei beni proprii e indispensabili ad ogni popolò cullo, ed inci- 
vilito. E costretti a rinunzVare alle nostre manifatture siamo obbligati 
mandar le nostre materie prime ai Napolitani, il che tende ad im* 
poverire relativamente lo stato; perchè se si avesse neir interno quel 
prodotto che comprandosi dallo straniero alimenta una classe di la- 
voranti stranieri, allora invece di alimentar l'industria altrui, alimen* 



78 

Icrebbe qvella di net oliste di lavoranti BaxvoDali; siavo costretti a 
salariare i loro operai per fabbricarle, e pagare ai ea|Hf aliati loro Hn- 
ieresse e il beneficio dei capiiaU impiegali alla lor ftibbricazioBe. 

Ma desideriam Doi di Tederò assolalaoieiife abolito il libero cabot- 
ta^o?... Non mai. Le opinioni nostre non seno irragionevoli-, e i 
nostri desiderii né anche immòderati. 

Noi abbiamo cbiaro osservato che il libero oabottsggto è distrnUivo 
d'ogni indostria presso noi che siaoie na popolo in cui Ilndostria è 
indietro nolto di quella di Napols* 

Da ciò ne è awenoto cbe abbiaa» rinpiaczalei i prodotti deltliidir. 
stria siciliana coi prodotti della nafoRiaaa indnstm; e qnindì per im> 
nsacabili conaegaenze san Ascndole le- noslre' nascenti raanìfsUnre, si 
è fatta seccare nna. dello sorgenti del fcmiog li» , si è paraliszata una 
daase di lavoratori, m&ù si è ssMMnlsl»li popolMÌcmo, sr è arrestato 
il progresso delle riccbezie; e fiicenA» relpoc^ore 1» nostrs^ accele- 
rato abbiamo l'altrui prosperità, fnvoveBdo i progMasi" deHa sua ric- 
chezza e della son potenza : senza cho por questo i nostri prodVitii 
sienai accrescints de vsdoiie, poiché di questi, i Napolilaoi' non- bau 
quel biaogao che dov abbiamo deHe- forei maoilhllnvo. 

Qnal mezza intanto* ci prssentevebbo h scienza eeooonion che po- 
tesse ovviavo « Unto' daonoi noelro? SempKoiestmo fr desso, e da nof 
sd princìpio nwertito: I» modiieauono del' libero* enboftaggiw dette 
eeeenionr a nostro' riguardo. N^ ciò perpet u o monte * , m» per quulebe 
tempov e fioche saremo* in iotato dv solrire Ir Kèera coneofrenca, e per 
qooHei sole manifatturo che de noi sé sono infrodoiM" o che introdurre 
si vogliono! O'Ie nmlerio priws'ello v» abbisognano; Kberiesìmo' lasoan^ 
dori il copso* aits ciroolazvono- di loffi gK alfri prodMti sensv risem 
né restriiiono. Gesù per altro aoatog» alh ioteooroni del prorrritfo 
€o¥onio^ il quale nello stesso» sMualo msleaM di cabofnrggìo' shbin- 
per teluoi generi* e per tsfoni kioghi delte* eccezioni espressole negff- 
ariicoK ÌT, ^8 , 1i9 e 20 ókt r. darete* dei 80 nonwmbre fSCA, 
che, non allMnde* son moti^rato' per certO) che dotte speciali circostanze 
delle <hie porti dts' regali domimi. 

La storia della indusiria moderna c'insegna, ohe rutti i popoli, senza 
eccezione di sorta , han collocato le proibiarbni a fianchi di ciascun 
ramo nascente dlodastria e di commercio che essi ban voluto che prò- 



79 
•perasse. Ma qaeaie- proibizioni noo voglioa essere perpetue; essebi- 
sogna che sieno temporaneei e solo sino a lanlo che l' iodaslria da 
esse protetta non abbia più bisogno di rifugio, e piii non tema la con- 
correnza della industria straniera • 

Forti clamori si eieverMMio dai pece accorti eoottomisti a queste 
idee. Si dirà cbe per tal modo verrà ad imporsi ai consumatori na- 
zionali l'obbligo di pagare gti oggetti della industria uationalo ad uu 
prezzo più elenio che quello della industria napolitana ; si griderà 
che questo soprappiU di prezzo è «a tributo stabilito in Favor dei 
produttori, e quindi iUegittimOi perchè noo torna z profitto dello Sta- 
to, molto più se prolungasi al di là del bisogno. Ma por s'ingouoano 
quei che cosi la discorrono. Il basso prezzo delle manifatture napo- 
litano a confronto delle nostre è la causa che qui zoo prospera Tin* 
dostria, bisogna quindi &rte rincarare onde animare gli speculatori no- 
stri; e bisogoa imporci delle privazioot a fin di elevarci al grado di 
popoli industriosi e commercianti. E quel preteso tributo ( il qual^ 
in parte ricadendo io prò de' lavoratori ricade in vantaggio della na - 
ziooe) noo è altrimenti da risguardarsi, che come la spinta della pro- 
duzione piottosto, anziché la ricompensa del produttore: e questo stesso 
non perenne, ooq lungo, ma durevole sino a quel terorioe prescritto 
dalla necessità medesima che l'ha fatto subilire* 

Si grìderii infine da taluni, che cosi si verrebbero a mettere nello 
stesso livello il produttor napolitano e lo straniero, ciò che sarebbe 
ingiusto. Ma questo avverrebbe se dovesse imporsi un ugual, dazio 
alla immissione della merce napolitana come su quella straniera; se 
però la napolitana merce di un peso venisse gravata che fosse di gran 
lunga pia lieve che non è quello imposto per Tugual mepce stranie- 
ra , noe verrebbe a prevenirsi ogni lagnanza ? non rimarrebbe quella 
sempre superiore nella concorrenza? 

Per siffiaitto modo, a nostro pensare, si potrebbe ottenere uu dop • 
pio scopo, quello cioè di favorire, almeno* per talune manifattore, la 
industria della Sicilia, e quello ancora di trarre, ove si voglia 9 un 
vantaggio finanzìero. 

E così (acciam termine alla presente memoria, solo agli economisti 
diretta per quanto interessar possa la scienza, al Governo non mai ; 
che certo il Governo nella sua profonda saggezza non ha bisogno dei 
nostri lumi, e molto meno de' consigli nostri. 



80 

APPENDICE (1). 



Lietamente imprendo a ragionar di nuoTo sul cabottaggio tra Na- 
poli e la Sicilia, or che varcato già Tanno meritarono le mie Coit^i- 
derazioni cadere sotto una strella disamina (2), che lieto mi rendono 
oltre ogni credere e la santissima causa che io difendo, e '1 suffra- 
gio del Pubblico io questa congiuntura Terso me lusinghiero, e la be- 
nignità del Monarca , reggitor sapiente dei destini nostri , intento a 
risolvere coiralto suo senno a norma del giusto quanto sarà bisogne- 
vole pel vantaggio comune. 

Per concorde voto la Sicilia, per uniforme pensamento i nostri par- 
ticolari governanti hanno desiderato e richiesto che si fosse posla 
mente allo stato deirattual nostro cabottaggio onde porre rimedio ai 
mali non piccoli, che ne ha la Sicilia risentiti. Non voci uscite da 
petti sdegnosi, non clamori elevati da bocche invide o maligne; ma 
lamenti di un immenso numero di fedelissimi sudditi a pie del loro 
Padre e Signore son quelli che si sono fatti e che si fanno. 

Pochi fortunati speculatori stabiliti in Napoli , all' ombra di tanti 
privilegi commerciali, senza timor veruno di concorrenza né straniera 
né nazionale , arbitri assoluti e delle materie prime e delle maoifat* 
ture, libero godonsi il diritto d'imporre la legge ai Siciliani tutti, 
certo di essi e piti numerosi, ed importanti più essai. 

Arricchiti gli stessi con un traffico che a rigor di termini non è 
che un vero monopolio , e con un commercio che di fatto niuo sa 
negare di essere esclusivo; vedendo vacillare il loro dispotismo ove 
alle ragioni in prò della Sicilia si facesse buon viso, gridano, e schia- 
mazzano ; e con lofismi, e con maneggi, e con rimbrotti e con mi- 
nacce financo svisando la qui st ione, che per loro é tutta nell'interesse 
dei particolari, grave la dimostrano per lo stato, e l'idea imponente 
vi attaccano di generale interesse nazionale; e ci dicono stolti, e ci 
chiamano volubili , e ci dichiarano ingiusti , e ci maledicono , e ci 



(i) Pabbticata la prima volta nel 1837. 

(1) Sui caboUaggio fra le Due Sicilie* Napoli dalla tipografia FlauUnt i836 ia-S. 



81 
calanoiano per iodiscreli e per intolleraoli , per ioconteDiabìli e per 
ioTidioM. 

Teoea per fermo ehe le brevi 'Considerazioni da me sai proposito 
pabblicate, sobrie, prudenti cose spoDevano, e di qq velo coprivaoo 
^ i torti a noi fatti, che s'addolciTano , non aspramente si ripetevano. 

^ Ora però cbiamajLi da un anonimo, che non volger uomo per certo sli- 

3 miamo (1), a render conto delle parole nostre, malmenate siffattamente 

'^ da volersi chiamare illusorie ed ingannatrici, useremo della franchezza 

'^ medesima permessa a lui che scrisse la difesa degli specnlatori di Na- 

I poli: e ben noi con più ragione, sostenendo i diritti, e gì interessi 

ì universali di un pubblico intero, dell'intera Sicilia. Poche parole ag- 

giungerem noi alle già detle una volta, e sol per dimostrare che i no- 
r stri avversari! nulla avendo che rispondere agli argomenti nostri po- 

tentissimi, alterano i fatti o del tatto lì negano. 

Libertà!! libertà di commercio è la voce comune agli economisti 
{ tutti del secolo nostro. Sou fulminati i Colbertisti, e in meritato di- 

spregio sou cadute le ruinose ed assurde massime loro, e i moderali 
stessi e i discretìstiy che abborron del pari e 1' assoluta libertà, e la 
. sdrvitii , son riguardati con occhio bieco e con fiero cipiglio da' fi- 

losofi tutti della scuola novella, che odiano fin anco i nomi non che 
di monopoiii o di tariffe; ma di proibizioni, di privilegi, e di qua- 
lunque altro ritrovato di somigliante natura. 

Questa voce imponente che da un punto all'altro della terra echeg- 
gia, e rimbomba, che ha formato la felicità dei più ricchi stati, s'è 
creduta disadatta agli interessi particolari di alcune nazioni, le quali 
non hanno voluto ascortarla sìnora. 

E Napoli e la Sicilia son fra questesse , che una tariffa doganale 
ben forte ha posto un limite alla libertà commerciale. Si è creduto 
dai ministri del Re esser proficuo agl'interessi dello stato il sistema 
daziario, perchè vantaggioso alla finanza, e perchè proteggitore dell'in* 
dustria. Avranno avuto essi le loro buone ragioni ad adottarlo, né noi 
possiamo elevarci in censori dei medesimi, né siamo da tanto da ma- 
nifestare le nostre economiche opinioni sull'assunto. 

(i) Mauro Rotoodo. ^ 

ÀioMTtLLAMO VOl, IV, Il 



82 

Per rinterDO commercio però si crede essersi adottale le idee ani. 
versali. Manda Napoli alla Sicilia le sae derrate, e gl'immensi pro- 
dotti delle sae manifatture, manda Sicilia a Napoli i saoi generi; e 
con questo scambio di prodotti, da' Napolitani si benedice la libertà 
commerciale, perchè si provvede l'un popolo dall'altro di ciò cbe gli 
abbisogna, e perchè vede crescere, aumentare, giganteggiare Topulen- 
za, la riccbezza, la popolazione, la prosperità nazionale. E dai Si- 
ciliani si piange, si deplora, si prega, si scongiura, perchè lo stato 
economico di questa nostrlsola lungi dall'esser progressivo è stazio- 
nario, se non vuoisi prestar fede a crederlo retrogrado, assordati dalle 
inani voci di gioja dei nostri non pochi tUopisiiy e dalle molte pa- 
role del napolitano economista cbe, col famoso argomento del post hoc 
ergo propler hoc, ci vorrebbe ripetere per effetti del libero cabottag- 
gio varii incrementi della civiltà nostra, e fin l'accrescimento della no- 
stra popolazione; come se a' ignorasse addi d'oggi , dopo quanto ne 
scrisse eruditamente il Maltas , cbe la popolazione crescente non è 
sempre un indizio della prosperità nazionale , poiché molti individai 
nella miseria consamar debbono assai meno di ciò cbe pochissimi nel- 
l'opulenza. 

E neppur questo pianto e questo lamento voglton taluni tollerare ; 
e si vuol che si soffra, e si vuol che si taccia, e si pretende financo 
che noi stessi fossimo primi ad onorar di plausi la nostra sventura, nel 
momento io cui un Re intelligente e che conosce i nostri bisogni, e mi* 
nistri sapienti, e d'animo incorruttibile debbon esser impegnati per lo 
universale benessere. 

Noi non vogliam tenzonare a furia di parole, ad empito di chias- 
si, a frastuono di voci; poche cose diremo non formando un'opera ma 
pubblicando questo secondo Ubriccìno , che sarà forse bastevole a ri- 
irelare il vero a coloro cbe il leggeranno con animo sgombro da pre- 
giodizii, e da particolare iateresse. 

Perchè alterare i fatti? perchè negarli? perchè mai dire che abbiam 
noi ciò cbe non abbiamo affatto ? perchè chiamarci colpevoli della no- 
eta rovina ? perchè caricarci di rimproveri ? perchè insultare finaoco 
all| miseria nostra? 

La Sicilia si limita a desiderare la sorte stessa della nazione cai 
sta legata. Vuoisi che liberi entrassero i prodotti di Napoli appo noi 7 



83 
Libera del pari io Napoli sia V entrata de nostri. Vaolsi che aggra. 
Tati di pesi i nostri generi s'immettessero io Napoli 7 Si gravino in 
ugnai modo quelli che in Sicilia da Napoli ci pervengono. Potrà chia- 
marsi delitto il desio di veder regnare la parità e la giustizia tra le 
elassi tutte della società medesima ? 

Noi dicemmo in brevi detti abbastanza^ su quanto riguarda laffare 
in disamina; a confutare in breve or ci rimane quanto ci si è scritto 
in contrario. 

Doppio ne sembra l'oggetto che indusse a dettare lo scritto Sul ca- 
òottaggio fra le Due SicUie] il voler dare la storia della introduzione 
del libero cabottàggio fra noi, raffusolando i fatti in modo da far cre- 
dere essere stato il medesimo non che desiderato, ma istantemente do- 
mandato dai Siciliani; indi la smania di voler dettare con aria di as* 
soluta superiorità accademiche lezioni sulle teorie di pubblica econo- 
mia, onde farne delle applicazioni al cabottàggio tra Napoli e la Su 
cilia , che si è creduto dimostrare oramai proficuo si per V una che 
per l'altra parte del regno. E negar non potendosi che lo stato in- 
dustriale della Sicilia, non ostante il vantaggio che si vuol supporre 
avvenuto la mercè del libero cabottàggio, sia in una posizione som* 
mamente abbietto , si procura d'indagarne le vere cagioni; e si addi- 
tano ai Siciliani, quasi orde di barbari e di Ottentoti , privi di lo* 
mi, e d'ogni economica conoscenza gl'inleressi lor propii, e ci si pro- 
pongono inoltre consigli da seguire, e provvedimenti d'adottare! 

La Sicilia , questa terra si clàssica e magistrale che dal 1130 e- 
poca del cominciamento della sua monarchia al 1194 epoca del re- 
gno degli Svevi si tenne da sé, e per l'intrinseca sua potenza, e per 
la debolezza dei grandi principi dell'Europa ; che si resse vigorosa 
sino al 1266 quando morì Manfredi, ancorché sempre minacciata da 
una serie di Papi nemici atrocissimi della casa di Svevia ; che sof- 
fri un breve interregno di sedici anni, quando divenne preda di Carlo 
d'Àngiò; e che nuovamente fece di sé nobil comparsa dandosi nel 1283 
Don all'Aragona, ma a Pietro re d'Aragona unico erede degli Svevi 
sino al bajulato del figliuolo ed erede delle virtù del padre suo Fe- 
derico li di Aragona il duca Giovanni, morto nel 1348; che non fu 
oppressa dalle fazioni suscitate sotto i due buoni ma imbecilli Lu- 
dovico e Federico III insino alla venuta dei Martini verso il 1393, 



8/i 

ì qaali, pacate le civili discordie, oe rilevarono la dignità della co* 
rooa; e che colla morte del giovane Martino, se perde nel 1409 la 
stabile presenza dei suoi re , pnre goTcrnata da lontani signori noo 
decadde di gloria, né mancò di splendore; la Sicilia fa con atto so- 
vrano del 1816 riunita a Napoli. Di dae regni ne fu formato nn solo; 
ma nell'atto medesimo della riunion loro conservate rimasero, e sepa- 
rate del tutto, e ben distinte le amministrazioni, la giustizia, e le fi- 
nanze rispettive. Furono i due regni politicamente riuniti in un solo, 
ma amministrativamente rimasero separati, e questa separazione ammi- 
nistrativa e di finanza, sin d'allora proclamata, fu di nuovo solenne- 
mente confermata con altre fondamentali leggi dopo il congresso di Lu- 
biana. Questo fatto solo , appena cennalo , questo solo che noi non 
ci stancheremo di ripetere, è bastevole a rovesciare ed abbattere tutto 
r edificio delle economiche teorie di cui si fa tanto spaccio. Esse 
poggiano sul falso dato dell' unicità del regno, e quindi vacillano e 
non si reggono. Unico è il regno, ma politicamente ; unico è il re- 
gno, ma divise sono le amministrazioni loro ; unico è il regno , ma 
ognuna delle due parti ha la finanza sua propria (1). Quindi nelle 
loro interne relazioni , Napoli e la Sicilia riguardar non si pos- 
sono da un economista qualunque coom parti di un regno stesso. E 
se a favorire le manifatture napolitano fu creduto savio consìglio in- 
nalzar le tariffe doganali contro lo stranio; così avvenir dovrebbe per 
Napoli e la Sicilia fra loro , se non vuoisi che chi fra esse ò più 
avanti in civiltà non eserciti esclusivo il commercio con Taltra parte 
che le sta sotto, e cbe non può fare uno sforzo economico senza sao 
danno sicaro. 

Il dire, il ripetere, il gridare apertamente cbe fu la Sicilia , che 
reclamò la introduzione del libero cabottaggio è un voler imporre ai 
più col tuono risoluto; ma senza provare le asserzioni lanciate: l'ag- 
giungere cbe tutto era già pronto al 1820 per loggetto in discorso, 



(i) Difatti nella tariffii de' daxii doganali e gravato di dacati tre e grana sessanta per ogni 
botte di dodici barili , e in quella dei dazii di consumo è gravato di uo tomese la caraffa che 
corrisponde aUa stessa somma di ducati tre e sessanta ; imperocché un tomese per ogni carafla 
è egnale a tre carlini per ogni barile , mentre un barile si compone di 60 caraflc; e tre caxUm 
napolitani per ogni barile sono eguali a tre ducati e 60 la botte (perché ogni botte si compone 
di dodici barili). 



85 
e che il trambasto avvenuto ne differì Io avveramenlo ai 1825 è un 
orpellare il vero , è un dar il verso alla cose secondo i proprii in- 
teressi. Si confessa dallo scrittor contrario che il Ministro delle finanze 
in Sicilia marchese Ferreri, la cui memoria non si tramanda inonorata, 
fu restìo al sistema del libero caboltaggio, e se ne trascrivono i suoi 
sensi con le sue stesse parole. Dunque il Governo di Sicilia , come 
da questo fatto risulta, era ben lontano dal sollecitare la introduzione 
del libero cabottaggio. E sarà la voce del Governo o quella di pochi 
privati la voce pubblica, il voto della Sicilia? Come poi potr|i dirsi 
che per le vicende del 1820 rimase nelPobblio il pensiero del cabot- 
taggio che ebbe ogn'effetto nel 1825 7 Era ben molto importante pei 
napolitani speculatori affare sì grave, e d'interesse cotanto; essi quindi 
non si tacevano, forte istanzavano, e al desiato fine spingevanlo. Fu- 
ron quindi in luglio 1821 dettate delle istruzioni al luogotenente di 
Sicilia principe di Cutò, e fu a lui espressamente commesso Toccuparsi 
del cabottaggio. Conobbe colui che mal ciò con veni vasi alla Sicilia, 
e lo conobbe del pari lo attuale ministro cav. Mastropaolo , allora 
direttore della regal Segreteria: fu quindi da loro virilmente combat- 
tuto il progetto del cabottaggio, e dimenticato non già, né trasferi- 
to; ma impugnato con ragioni, ormai dimostrate innegabili dalla spe- 
rienza di tant'anni , fu causa che in allora non si fosse il medesimo 
realizzato. Passate nel loglio 1822 le redini del Governo di Sicilia 
in mani del principe di Campofranco , non che si rionovaron gli 
sforzi, si accrebbero; ma egli resistendo li vinse, e coglier volendo 
il destro di recar bene alla Sicilia mise innanti , comechè invano, 
un progetto di tariffe doganali esclusivamente per essa. 

Fu nel 1824 destinato a nostro luogotenente generale il marchese 
delle Favare, e fu' allora stabilito il libero cabottaggio. Pochi anni 
passarono e nel 1828 il Direttor generale dei dazii indiretti in Si. 
cilia rilevò i danni gravissimi che prodotto aveva quell'economico 
provvedimento, e ne domandò la modificazione ; ma le sue voci non 
ebbero ascolto, e non produssero un miglior avvenire. I mali cresce- 
vano, il libero cabottaggio proseguiva a soffocare ogni sorta di indu- 
stria manifatturiera nell'Isola, esso depauperava la finanza: tanti danni 
non isfnggirono ai lumi del tenente generale Nunziante nel suo breve 
governo, ma non vi si appose rimedio. Il regal principe d. Leopoldo 



86 

quando per Doatra veotara ci goveruara per l*aagaslo fratello, occa- 
posseoe anch'esso profondamente, e prese l'affare un aspetto migliore. 
Segai Tattnal laogotenente lo eccellentissimo principe di Gampofranco 
negli stessi proponimenti che pur farono suoi, e da lai espressi sia 
dal 1822; e la bisogna pende dal volere sovrano, e la Sicilia si pa- 
sce di dolce speranza, e sono impazienti gli economiisti nostri perchè 
imroegli lo slato nostro ; che non senza potenti motivi si è a ciò sem- 
pre ripagnato. Noi non siamo stati si pazzi da crederci in ponto di 
divenir manifatturieri, sprovvisti se non altro della consistenza dei ca- 
pitali, e della forza coalizzata. Mai noi del pari non siamo stati si 
stolli da ignorare di quale immensa ventura rioscirebbe per noi Taver 
delle fabbriche nostre proprie, che provvedessero ai bisogni nostri, e 
ci liberassero di pitoccar dai vicini le cose più ovvie e le più neces- 
sarie. Ma io qnal modo ci potrem noi lonsingare di pervenire a tanto, 
quando Tindustria appo noi è bambina, ed abbisogna della mano pro- 
teggi trice del governo perchè s^ingrandisca e io tale stato s'innalzi da 
soffrire la concorrenza straniera ? É indubitato che a (in di animarsi 
rindustria nostra ve d'uopo di tasse cadenti sopra i generi stranieri, 
che avviliscono le arti nostre, e che ci succhiano il danaro ; poiché 
a misnra del guasto che recanci, è mestieri che indietro si respingano 
con una forza relativa. Sol quando si vede aperto largo il campo alle 
proprie speculazioni si fan degli sforzi onde accrescere la massa delle 
cose: chi vorrebbe mai intraprendere delle fabbriche i cui prodotti per 
avere un utile spaccio han mestieri delle carestie, e dei celesti flagel- 
li, cui fan sicuro seguito Hnvilimento e l'abbandono? E tale è lo stato 
nostro, ed è questa la posizion nostra economica: e le nostre amili la- 
gnanze pesar si dovrebbero a fin di porvi riparo. Noi la mercè del- 
l' attuai libero cabotlaggio siam costretti trasmettere fuori le materie 
prime , e le altre produzioni rozze e pesanti della terra con nostro 
grave dispendio, e diminuzion di profitto ; quando invece potremmo 
stabilire in casa propria quelle manifattore che stimeremmo dr pia fa- 
cile e di pia vantaggiosa riuscita; e piìi proGilevoli , piii confacenti 
al suolo, più adattate ai bisogni ed al genio nostro : poiché mentre 
rindustria presso noi è avvilita, niun nostro speculatore potrebbe dare 
a quel prezzo i suoi prodotti come il potrebbe il napolitano non che 
adulto ma provetto manifattore. L di già impossibile aversi abbondanza 



87 
ì: di cose appo noi, se non precede Vesca e rioTito di qd prezzo van- 

ii taggioso. Gli aomini alcerto dog gettano tempo , spese e fatica per 

1^ impiegarli in ciò che non darà loro profitto: il guadagno solo spinge 

tolto un popolo airiodoslria, sveglia grinertì, e li rende operosi. 
^ É*nn bel consigliare, lo spingerci all' agricoltura : fanesto però è 

f\ stato sempre per noi Terrore di coloro che ci volevano esclusivamente 

tt agricoli, inutili alle manifatture. Agricola è l'isola nostra, ma decaduta 

è appo noi l'agricoltura, e cagion principale ne è Io inerte stato delle 
nostre manifatture: se manifatturiera fosse la Sicilia, l'agricoltura ver- 
rebbe necessariamente in fiore; perchè la sicurezza dello spaccio, la vi- 
sta del guadagno, forte stimolo darebbero all'agricoltore di versar sulla 
terra i suoi sudori, e coltivare a preferenza quelle derrate che mag- 
gior lucro gli apporterebbero e ricompensa maggiore. 

La ricerca sveglìerebbe i tardi coloni a cambiar le colture e a non 
fare soltanto ciò che fecero gli avi nostri e che insegnarono ai nepo- 
ti; né più lascerebbero incolti e deserti i proprii terreni per marcire 
nell'ozio e nell'infingardaggine; privando la nazione dei prodotti e delle 
sussistenze che le sarebbero pervenute. E le arti cosi fecondate dal- 
l'agricoltura salirebbero rapidamente appo noi ad uno stalo di prospe- 
rità tale, e nel minor tempo possibile, da potere non che sofferire la 
' concorrenza straniera, ma in punto da ricavarne utilità non piccola e 

, incitamento non tenue alla sperabile perfezione; sicché la Sicilia giun- 

gerebbe al punto di godere tranquilla il bene del libero eabottaggio, 
senza alcun timore delle sue tremende rovine. 

Queste riflessioni ponderale dalla saviezza dei nostri governanti sono 
state il motivo non debole per cui bau sempre gli stessi riluttalo allo 
stabilimento del libero eabottaggio. Nò la sola inopportunità del tempo 
per la disparità dello stato delle due parti dei reali dominii ha su- 
scitato in essi tuttoché impazienti della libertà del commercio un tanto 
spirito di opposizione; ma ben più ancora il modo che gli economi- 
sti ineguale ravvisano tale quale esso è imposto: che mentre é favo- 
revole a Napoli, dannoùssimo riesce alla Sicilia. 

Sia libero tra Napoli e la Sicilia, anzi liberissimo il eabottaggio; 
ma tale sia in effetto per ambidue i dominii del regno stesso. Se ec- 
cezioni si stabiliscono per favorire una parte, eccezioni del pari si sta- 
biliscano per proteggere l'altra. È questo il discorrere degli economisti 



88 

io Sicilia; è tale il pensiero di ogni onesto cittadino; cosi sappiamo a?er 
riferito in ogni tempo il Governo nostro. É forse questo on discorrere 
da indiscreti, da intolleranti, da invidi, da maligni?... Tali ci vuol di- 
mostrare Taotore della memoria contro noi pubblicala; egli è il bandi- 
tore della libertà di commercio, ma di una libertà che vorrebbe per la 
sua nazione soltanto (1); egli è il nemico delle eccezioni ^ ma trova 
giusto che queste per Napoli esistessero; egli sentenzia come strano il 
sistema di agevolare le nostre nascenti manifatture, e stima ragionevole 
e indispensabile quello di proteggere le rigogliose fabbriche oapolitaoe... 
Bisogna pur convenire, che taluni uomini son cosi fatti, che tutto ciò 
che lor giova dipingono per l'interesse proprio, come giusto ed egre- 
gio; e per l' opposito a ciò che li offende danno aspetto di assurdo, 
e d'ingiustizia, e pur anco talora come un delitto il condannano con- 
tro i cieli e la terra. Or non vi sono tante e tante eccezioni stabilite 
pei dominii continentali di cui piena è a ribocco la tariffa dell 82A 7 
non è gravissima quella che si vuol significare come dazio di eomumo 
sui vini nostri che in Napoli si immettono? É un bel discorrere di 
chi parteggia la causa del libero cabottaggio, di chi si dispera alla 
sola dimanda di modificazioni, di eccezioni, di temporanei provvedi- 
menti in prò della Sicilia, il dire che la giustizia reclamava, che la 
legge avesse raddoppiato il dazio so i vini di Sicilia per oiantenerc 
una certa uguaglianza, ed un equilibrio fra tutti i vini del regno nel 
mercato della capitale! E da chi signora non esser in fatto quello io 
discorso dazio di consumo ma regio? É a tutti notissimo che sino al 
1809 sul vino che importavasi nella città di Napoli riscootevaosi dae 
dazii, uno detto di consumo e che formava parte degl'introiti comu- 
nali , ed on altro d'immissione che notato vedevasi nella tariffa do- 
ganale, e che accresceva la rendita dello stato. 

Il Governo con decreto del citato anno aggregò ai suoi introiti il 
dazio di consumo sul vino, ed assegnò in compenso alla città di Na- 
poli un'annua somma. E quantunque si il dazio già comunale e l'al- 
tro costantemente regio, d'allora abbiano formato unico cespite regio, 
por tuttavia videsi conservata la loro originaria differenza sino al 30 

(i) Àncha gran parte del atttema daxiario di Sicilia é diTeno da spello di Napoli, Coiì la 
noitra prìocipale entrata é il macino , e i Napolitani non conoaoono tal peso , e molto dÌTcno 
da noi l'ebbero nel maggio del iSaO, e ne furono sgratati nel iS3i. 



89 
Dotembre 1824, epoca della legge del cabottaggio Ira' due reali do- 
mioii (1). 

Nella lassa del 1824 sotto la rubrica di daiio d'immissione dod si 
fé' motto del dazio sul vino di Sicilia, solo si ^ide Dotato Dell'altra 
dei dazii di consumo; perchè Volendosi lasciare sai ?ini di Sicilia , 
la stessa quantità d'imposizione, fu mestieri lo accrescere del doppio 
quella di cposumo: così ì vini di Sicilia se per lo innanzi pagavano 
io due Tolte ducati tre e 60 cioè a dire ducati 7, 20; dal 1824 in 
poi il favore ottennero di pagare la somma stessa ma in unica volta. 
Siffattamente, alle cose cambiossi nome soltanto ma non sostanza. 

E perchè dunque non può bramare altrettanto di eccezioni' la Sici- 
lia, la quale, avendo una finanza sua propria, desidera secondo i suoi 
bisogni, ed i proprii ìuoi interessi regolare il suo sistema daziario, 
io modo da mettersi in istato di adempiere coi minori sforzi agli itn- 
pegni suoi proprii ? Perchè non potrà essa attingere un vantaggio finan- 
ziere , il quale servisse a lei di compenso, onde minorare i pesi non 
pìccoli di cui va gravata la terra, e così agevolare gli avviliti con- 
tadini? (2)... Solo uno spirito funesto di odio e di malignità versola 
Sicilia, e incontrapposto uno di favore pei dominii continentali po- 
trebbe indurre a tanta mostruosa disparità. Ma il pensiero rifugge dal 
fermarsi così malignamente: il cuor paternale del monarca, la saviezza 
ed i santi principii ebe debbon animare i ministri del Re, l'amore e la 
ragionevolezza dei nostri amatissimi fratelli neppur dubbio cen muo- 
voDo. E il grido di pochi, è Tinteresse di pochi, è l'odio di pochi 
che travisando la quistione cercano di accalappiare Tanimo dei mo- 
deratori della cosa pubblica per aggravarci di miserie, per profittar 
sul nostro male. 

Tutte le eccezioni in favore della Dogana di Napoli stabilite, già 

(i) Mentre dai NapoliUoi ai è adoUato il sistema da^rìo contro gli stFanieri, e ai dice che 
siasi professala la libertà del commercio con la Sicilia , stante V nnicità del regno ; poi oltre le 
tante eccezioni stabilite coutro la Sicilia per favorire l'indostria napolitana, anche fin dopo sette 
auoi, visto cbe i giulebbi di questa Isola avrebbero avuto miglior fortuna che quelli di Napoli^ 
quasi posta io non cale la da loro vantata unicità del regno per esser coerenti alla maasima del 
sistema daziario;gravaroo di d a sii i giulebbi nostri. Non é questa una diiarìssima contraddizione? 

(2) È interessante a questo proposito l'osservare; cbe la finanta di Sicilia col libero cabottag. 
gio nel meetre é impossibilitata a far prosperar le sue manifatture perde del pari l'entrate che 
riscuoter potrebbe dai generi esterni, i qo^i le sarebbero di somma utilità onde sgravare i coloni 
dalle ingenti tasse cbe pagano con detrimento notabile dell'agricoltura. 

AfoMTiLtAMQ voi, jr'. * la 



90 

noi Io dicemmo, ricadono in danno della Sicilia; or arrogi a queste 
le regie privative per le quali è a taluni generi non solo vieilato alla 
Sicilia la spedizione io cabottaggio per Napoli, ma se n'è giocolata 
ancora la esportazione per Yesteroj alPoggetto di favorire ramminisira- 
ziooe dei dazii indiretti di Napoli. Assicurare che son esse gravose 
per Napoli, di nissun nocumento alla Sicilia, non ò tuttora per nis- 
suo modo provato ; anzi ne sembra che si dibatta pur troppo lo 
scrittor contrario e si stanchi, a discapito e del suo ingegno, e della 
sua buona fede, con fisicose ragioni per attenuarne la importanza. Io 
parlicolar modo poi Napoli ha più sale che non si raccoglie in Sicilia, 
egli scrive ; ma, se por così fosse, non potrà perciò la Sicilia né an- 
che liberamente fare il suo commercio del sale cogli stranieri? Si sa da 
tutti che bisogna dichiararsi in ogni simile esportazione, previa cauzione, 
il luogo ove condoeesi il genere, e ivi deve il console locale vidimare il 
caricato; in caso diverso va lo speculatore soggetto ad una multa ben 
forte. Partiva, non è gran tempo, da Trapani per Costantinopoli oa cari- 
cato di sale; e non avendo trovato offerenti, a non perdere il frutto del- 
l'industria sua passò a Trebisonda: ivi non v'è console, e però fu il ven- 
ditore condannato alla multa stabilita. Si dice che la polvere che io Napoli 
si fabbrica è migliore di quella di Sicilia; e a noi noe cale raffermare il 
contrario: e s'aggiunge che siccome poco spacciasi della nostra polvere, 
quindi è ciò indizio che non fosse la medesima ricercata. Ma cade in mente 
di chiunque che l'alto prezzo a cagion della privativa è la causa del 
poco spaccio della polvere nostra; ed è perciò che noi ne risentiamo 
un male che conduce a lagnarcene. Quel gridare infine' che la Sicilia 
non ha tabacchi e che disvantaggio non sente da tal privativa noe so 
come stabilir ai potesse. Vero sia tuttoché a torio che la Sicilia non 
appresti tabacchi suoi proprii ; ma appunto abbietta né è la coltura 
per la regia privativa: io ogni caso sarebbe a lei fruttuoso nella im- 
missione dei tabacchi stranieri il beneficio del deposito nella gran Do- 
gana di Palermo, come lo godono lotti gli altri generi i quali per mezzo 
della dogana medesima s'immettono, e il beneficio delle tare pei re- 
cipienti in cui il tabacco é contenuto; e questo colla veduta di faci- 
litare la legittima e regolare importazione, e di porre indi rettamente 
un argine ai controbandi. Ciò mentre per nulla nuoce agriater^si della 
privativa in Napoli , stimiamo, se non ci gabba la mente, nel tempo 



91 
stesso UD mezzo efficace per faciliUroe la legitltma immissione ; da- 
poiché è chiarissimo, che la dilazione nel pagamento del dazio inco- 
raggia la immissione in unica spedizione, e fa risparmiare agli speca- 
latori le spese ed i rischi di parecchie spedizioni a piccole partite, 
onde non esporsi in ana sol volta al pronto pagamento di una forte 
somma di dazio. ^ 

Siano una volta contentati i nostri economici desiderii!... e possa 
la Sicilia ottenere quel posto di onore in fatto di incivilimento che ha 
meritato io quanto allo ingegno e alla sua coltura ! 



ELOGIO STORICO 



DI 



UUCA DI CUMIA 



Se col ?oIger dei secoli si cambia la faccia del mondo , ed ora 
serve si veggono nazioni che dominaron V universo , ora dalla oscu- 
rità si sottraggono popoli selvaggi ed erranti , e dettan leggi ed im- 
pongono usanze , pur mai non accade , che lo splendore dei popoli 
una volta famosi, o del tutto- si spegna o per sempre si annulli. Sor- 
gono a quando a quando anche di mezzo airuniversal decadimento ta- 
luni generosi, che fan manifesto, come i germi dell'antica virtù non 
siano affatto perduti : e se risuscitar non ne ponno la grandezza ve* 
tusta, ne conservano almeno Tonoranza e la fama. 

Di Marcello Fardblla parlava, e mordasi invano cieca la invidia 
che tardi muore o non muore giammai, allo spontaneo tributo di lode 
che porgesi airestinto . . . . dolce e tristo ufGzio ad un tempo che per 
me ora si compie ; nuU'allro facendo che secondare i pubblici senti- 
menti , i quali tanto sono in me più forti e tanto più vivi , quanto 
più vivi e pili forti furono quei legami di leale amicizia e di verace 
stima, che a Lui già sommo, sin dalla età mia prima mi avvinsero. 

Non confidandomi di tramandare una mia pagina alle future gene- 
razioni, mi confido bensì , che la narrazione semplicissima della vita 

(i) Pei funerali celebrati il giorno i3 dicembre 1847 ^^^ chieia parrocchiale di i. Croce in 
Palermo. 



93 
deirillostre trapassato sia per essere l'elogio migliore ch'io possa tes- 
sere di Lui, che fo sempre (per usare le espressioni dal Parioi) di- 
chiarato amico dei buooi, e dichiarato nemico dei cattivi. — Di Lui 
sai cui cadavere si è pianto, come saolsi per pubblica sventura; e del 
quale formano sicurissima lode, il rammarico che è in tutti i cuori na- 
scosto, la mestizia che è iu tutti i volli dipinta. 

E rammenterò senza stento e senza pompa; e ricorderò senza arte 
e senza studio, gli eccelsi meriti di Lui, che circondato da tanti ono- 
ri, colmato di tante testimonianze di pubblica stima, venerato con tanti 
omaggi, in tante vicissitudini di cose riempì di sua fama l'intero re- 
gno, meritò la fiducia dei Re, l'amore dei savt, l'ammirazione e il ri- 
spetto dei suoi più aperti rivali— di Lui in somma che vivrebbe an- 
cora^ se i voti della città, se i preghi dello nazioni arrestar potessero 
l'inesorabile braccio di morte! 

A voler tutti ricordare colore che della famiglia Fardella proven- 
nero, e che della patria ben meritarono, sia col valore e colle arme, 
sia coU'ingegno e col sapere, verrebbero meno senza dubbio il tempo 
ed i confini assegnati al dir nostro più presto , che il numero e le 
glorie dei soggetti che quel casato somministra. É ben da* tutti risaputo 
annoverarsi la famiglia Fardella fra quelle che hanno illustrato la no- 
stra patria storia, con nomi degni di ricordanza perenne, sin dal duo- 
decimo secolo, e precisamente dall' epoca io. cui lo avevo imperatore 
Arrigo a coronarsi in Palermo veniva Re di Sicilia. 

Da stirpe siffatta, figlio a Vincenzo marchese di Torrearsa e a Do- 
rotea Fardella nasceva in Trapani addi 10 marzo 1775 il nostro Mar- 
cello, che nel gennaro 1791 fermava sua stanza in Palermo; e indi 
a pochi anni ne otteneva la cittadinanza (1): e si determinava alla car- 
riera del foro, per le insinuazioni del marchese Ferreri , e sotto la 
scorta del rinomato Gasparo Denti; ricevendo in Catania (2) come por- 
tavano i tempi la laurea dottorale. E si rapidi progressi léce ben to- 
sto nelle legali discipline, che venne in riputazione grandissima, quando 
gli altri a dar di sé cominciano appena speranze. Perchè oltre alio in- 
gegno docile a ricevere il vero, vigile per rendersi inaccessibile all'or- 

(i) a a3 mano 1800. 
(a) A ig aprile 1798. 



94 

rore, desio per conoscere il tempo , gli aomioi e le cose, ed esleso 
per misararDe in on colpo Tampiezza delle cagioni, dei fini, dei meszii 
dei rìsaltamenli, diegli natura dignità di persona, robosto e arrende- 
vole suono di voce, vi Tacita di sguardo; poderose doti che aggtaote 
alla slalara maestosa, al portamento disinvolto, e alle maniere gravi 
ed attraenti , comandavan riverenza in chiunque l'avesse mirato. Sic* 
che ben presto fu promosso a Giudice delle prime appellazioni della 
Corte pretoriana (1), poi a Giudice della Corte pretoriana e capita- 
niale (2). Dopo le quali giudicature, tanto si accrebbe la fama di Lui, 
che concorrevano io sua casa non pure i giovani, ma gli nomini già 
da molti anni versali nelle arti forensi; perchè a principe il riguarda- 
vano dei nostri alleganti, cui la fortuna stessa prestava i suoi omag- 
gi. E quindi annoverato nel 1813 fra i rappresentanti del Parlamento 
della Sicilia, la sola terra che in quella stagione di delirio e di de- 
menza era rimasta al coperto del vandalico furore che devastava le 
contrade di Europa, e ch'era divenuta il rifugio della fedeltà e lasilo 
della regalia, si distinse ben molto, perorando sempre pel vero , pe- 
rorando pel giusto; e ragionando delle cose al pubblico bene attinenti, 
con quel linguaggio sublime e commosso, che è il solo adatto a rap- 
presentare il pensiero fortemente sentito. 

Davasi intanto nel 1814 nuova forma ai magistrati di Sicilia, crea- 
vansi i supplenti, e fu tra costoro per la prima aula della Gran Corte 
Girile (3) destinato il Fabobua , il quale entrato già in qucU'etade 
dove comincia l'uomo a bramare tranquìllilade e domestico riposo venne 
in desiderio d'aver moglie, e ne menò donna (4) di virtb rarissime 
Marina di Napoli duchessa di Cumia , che pel candor dei costami 
rendè pieni e soddisfatti i suoi voti. 

Ma già gli avvenimenti politici e le catastrofi dei tempi napoleoni- 
ci, tutte facevan rifondare le nazioni, e nuovo ferso ancora davasi alle 
istituzioni di quest'Isola. Sceglievansi i migliori per occupare i posti 
novelli, onde dar credito e sicoranza ai più; e fra' migliori senza dab- 
bio doveva comprendersi il Faboblla. Ei perciò fu membro del pri- 

(i) A 19 tcitcmbre 1809. 
(9) A ao aettembre i8io« 

(3) Con dÌ8p«ccio del 3o novembft 181 5. 

(4) A 97 apiiie 1817* 



95 
mo Decarionato di Palermo (1). E come a 1 settembre 1819 ebbe 
luogo la DOTella giadhiaria organizzazione^ Ei vi prete posto da Gia- 
dice della Gran Corte civile (2). Creatasi una Coromessione di slral* 
ciò per i reati avvenuti nell'Isola a tutto agosto 1819 Ei vi fu de- 
stinato da pubblico ministero (3) ; e dovendo assegnarsi gli assesso- 
ri (4) al Giudice ecclesiastico j che per effetto del concordato benedet- 
tino riceve in appello le cause decise dal Giudice della R. Monarchia 
ed apostolica legaxia, vi fu allogato (5). 

Giungevano intanto i tempi funesti di sconvolgimento e di danno. 
Quest'Isola, che tennesi ferma e tranquilla nei furori del 1709, que- 
st'Isola in cui si rappresentava dal Governo, soltanto una scena tea- 
trale nel 1812, quest'Isola che non si mosse nel 1814 e nel 1815, 
che soffri in pace i mutamenti del 1816, fu spinta anzi precipitata 
in uo popolare trambusto. Era il luglio 1820 — battute le truppe (6) 

— fuggito il rappresentante supremo — spodestate le autorità tutte 

— liberi resi e vaganti i servi di pena •— schiuse le porte delle pri- 
gioni centrali onde fortificar l'anarchia, col soccorso degli esseri i pia 
depravati — armata la cupidigia e la ferocia popolare, tra il trepidar 
degli onesti e lo sperar dei malvagi stava Palermo in balìa d'una plebe 
ciecamente furibonda e senza consiglio, che poteva a suo talento ma- 
nometterla e del tutto schiantarla. Un biglietto (T) a firma dell'arci- 
vescovo cardinal Gravina invitava il Fardblla a far parte della Giunta 
di ptjAlica sicurezza. 

Obbligato a recarvisi fu scelto con altri sette (8) per condursi a 
Napoli , onde procurare a quest' Isola quei vantaggi che in allora si 
credevano possibili perchè dovuti; ma che la immaturità del progresso 
ottener non ci fece. Arrivato il Fardella coi suoi compagni alle boc- 
che di Capri sor una scorridoja fu diretto a Ponza, ove visitali dal 

(i) In maggio tSiS e tino a marso i8aS. 

(a) EleUovt per la prima camera sin dal la luglio 1S19 con real decreto. 

(3) Questa comineMÌoue fu icelta orile vicende del 1820. 

(4) Erano prìoia tre giudici del Concistoro. 

(5) Con real rescritto del 19 agosto 1819. 

(6) A 17 loglio. 

(7) Del 18 luglio iSao. 

(8) Furono il conte di San Marco — il prìncipe di PantcUarìa — -D. Gasparo Vaccaio-» Il 
Parroco Soixi — il Parroco Marini — il cooiole Turturìci — il console Fulgo. 



96 

barone Davide Wioipeare ì oo'stai dimandò loro con qnal caraltore a 
presentar ai Tenissero; e il FàitDBLLà per tutti riapondendo: — ccGod 
ce quello (disse) di aaddìci al Re fedelisaifflì — « o aaddtli pacifici ec- 
ce me l' inerme legno toUqoale venimmo abbastanza tei prova »>• Fa 
quindi mandalo a Poatlippo. tieUa' Casina 'del* Principe di Ceraci, ove 
{•Ministri di quell'epoca Conte Zurlo e Dl»ea tlii>Campocbiaro a vi. 
sitare spesso Io veDfì0so,Mpeir'ÌDierrogai4ortsuigli>Jaff8iri deHa^Sicilia ; 
finché il 4 settembre ebbe ordine di ripartire coirannunzio della spe- 
dizion militare. 

Tornava intanto il Re da Lubiana , e confermava da Roma i ma* 
gislrati; e da per tutto deputazioni gli s'inviavano per presentare gli 
omaggi di fedeltà. -^ Nessuna però il Re ne accoglieva, meno di quel* 
la , che il Dccurionato palermitano mandava, e che componevasi dei 
Principi di Cutò e di Rutera, del sommo Scinà e dell'eloquente Far - 
DELLA. Indi vernasene Questi ad esercitar la sua carica ; e in agosto 
1821 era annoverato fra' riformatori del codice penale, e destinato (3) 
ad esercitar le funzioni di pubblico ministero nella prima commessione 
della Gran Corte civile. Se non che, per motivi che mai non si sep- 
pero, fu infra il biennio (1) traslocalo a Giudice della Gran Corte in 
Catania. Il che sommamente spìacendogli, gliene fece èhiedere lo sgra- 
vio, che ottenne (2); e ripigliava l'esercizio dell'avvocheria con l'an- 
tica fortuna, anzi maggiore«'»Ma fc* della italo la. perdita e non del. 
l'individuo, quand'ei si priva di un personaggio quale à4 Faroella ; 
quindi poco di poi era^ nomisataMProcùrator generale della Gran Corte 
di Palermo (3): al che di^oUo#aalènKB riaosavasi,.e solo por ubbidiema 
al Re inchinossi (4).. Ed Annuendo, «sensibile al nobilissimo diletta di 
compiere scrupolosamente il dovere, tutto spiegò il suo zelo, le.sae 
forze, l'ingegno suo. a. sosteoeret l'onere -del posto confidatogli. \ 

Durò i giorni, vegliò intere le notti al lavoro: e nell'udirlo arin- 
gare per caose famose, in una sala gremita d'immensa folla. .di udi- 
tori, che spettacolo erano e spettatori, d'assistere avresti creduto, senza 



(i) Con ininiiteriale degli 8 settembre i8ai . 
(3) Coo decreto del 19 aprile iSiS. 

(3) Con decreto del i3 luglio i833. 

(4) Con decreto del a4 óltcftifc 'rSi?. ' 

(5) A 18 novembre. 



97 
esagerare, alle diicnssioni della bigoncia o a quelle della Iribuoa; cr- 
gendo in ogni ora secondo la frase del Grisoslomo (I) a//a verità al- 
tari e trofei (fi). E fra grinnamereToIì casi Ei con piacere agli amici 
ricordava ravvenimento di Carini, che fu nei pubblici fogli celebra- 
to. Ma tolto ad no tratto dalla magistratara veniva chiamalo a più im- 
portami destini, e nominato Diretior generale di Polizìa in Sicilia (3), 
decoralo delta Croce di Commendatore dell'ordine di Francesco pri- 
mo (4). 

Era tristissima la condizion di quei tempi, e più nere giornate già 
si vedevano da lontano. Fa magico il suo nome, potente il prestigio 
della opinione; ond'Ei divenne la sicurezza dell'aom dabbene, lo spa- 
vento e il terror del delitto, coU'autorita di sua persona, colla vigi- 
lanza delle sue cautele, colla magnanimità del suo coraggio. 

Olio anni e mesi perdurò egli in si difficile posto, nel cui periodo 
fu nominato Gentiluomo di Camera di S. M. (5) e gran Croce del* 
l'ordine costantiniano (6). Né ad altro fu inteso che a reprimer la 
licenza , a sollevar la debolezza , a coprire dello scudo deli' auto- 
rità l'innocenza: e più che ad altro applicato a prevenire il disordine 
invece di punirlo. Per aver fatto le quali cose non potè a meno di 
aizzar contro di Se la cupidigia di alcuni , la malevolenza di altri, 
che non mancaron di spargere contro di Lei ingiustissime grida non 
estinte sinora. Ma appunto tai grida sono contrassegno di merito ve- 
ro, laddove i facili applausi comunemente accordati, della mediocrità 
sono indizio. — E chi dimenticar puote senza ingratitudine lo impulso 
solenne da Lui dato alle lettere , ed il favore alle medesime ticcor- 
dato; e com' Egli si fosse servito del potere , onde promuovere gli 
studi, onde universalizzare la coltura, onde eccitare la emulazione e 
la gara, onde agevolare il baratto coi lumi stranieri? In siffatta epoca, 
nella quale ebbe anche la Direzione degli affari ecclesiastici e della 
polizia presso il Ministero che vi era quando avemmo per Luo- 
gotenente un principe regale, posizioni scabrose e avvenimenti terri- 

(i) De Land. D. Pauli. 

(2) V. CiiBBB foglio •traordinario i giugno i8a6 a||iun(o al foglio di n. 52. 

(3) In settembre 1829. 

(4) A 18 Kttembre 1819. 

(5) A II gennaro i83i. 

(6) A II genoaro i833. 

MoRTiLLAMO voi. /r. «i 



98 

bili conoscer fecero ?ieppiù Taliezza di sua mente, e coqi'Egli fosse 
proprio a reggitore di popoli dalla Provvidenza destinato. Soprat* 
tutto neiroecasione dello spaventevole cholera, che sviluppatosi nel 7 
giugno 1837 io Palermo, coprì di miseria e di lutto qoesllsola, tocca 
dal dito della sventura piii fiera. 

Un flagello tremendo, rotti i confini che lo avevano fino allora con- 
tenuto io Asia, sboccando in Europa, ne aveva successivamente per- 
corse le principali regioni , facendovi strage più o meno crudele. E 
già avvicinatosi allltalia, invasene molte provincie, distendendosi per 
le parti continentali del regno nostro, dava ragionevole timore che a* 
vesse potuto ben anco infuriare fra noi. Ei lo previde, e beo sapendo 
che pestilenze e disordini van sempre a pari passo non si fé' cogliere 
alla sprovveduta. 

Parlo di fatti sotto ai nostri occhi successi ; ricordo cose di cui 
tutti risentimmo le atrocità e i furori; giacché senza rimontare ai secoli 
dei padri nostri, Dio ha voluto che tutte, nel presente, si riunissero ìt 
più grandi catastrofi delle cose umane. 

Quando nel quartier della Kalsa (t) due miserandi marinari (3) 
giacquero sul letto di morto, allo affaccendar di guardie, di soldati, 
di medici, di magistrati , oo codazzo di popolo più incredulo , che 
atterrito susurrò la parola cholera...* o la nuova per la città si spar- 
geva.. •• Ripetevansi i casi! (3).... i giovani disertavan le scuole — 
chiudevansi i collegi — i teatri tacevano — cessava il lavoro e il com* 
mercio — rincaraTa l'annona — e il popolo scarso di mezzi, di soc- 
corso, di speme, davasi in braccio ad estremo terrore. Un confuso 
bisbiglio entro o di fuori — percorre i campi e la città dolente: e tutti 
temendo di scoppiato tumulto correvano come se a ferro ed a fuoco 
la città fosso posta. Spuntava il sole quasi sempre cinto di teirissi- 
ma nube, e passando il suo raggio a traverso dì un'atmosfera crassa 
e vaporosa, veniva a cadere debole o giallastro solle cime dei mon- 
ti; nel mentre che grandi sbuffi di vento ingombravano l'aria di aliti 
calorosi — Altro non vedovasi che denso fumo di zolfo e di pece ; 
e a quando a quando lo scricchiolare sentivasi delle ruote di gigao* 

(i) A 7 gittgao 1837. 

(9) Angelo Tagtiafia e Salfatore llaociiii. 

(3) A la giugno. 



99 
teschi carri stracaricbi dei cadaTeri , che a catasta y\ si ammonzic- 
chiaTano. — DÌTenne sepolcro la metropoli intera; oè fa plebe o gran- 
de: — pari cran tatti! E io tanta morìa altro non senlivasi che aio mor- 
morio confuso di Toci sapplichevoli , un funebre nlalato di gemiti 
rotto di quando in quando da lamenti, da urli, da acutissime strida!... 

Or chi nel bisogno maggiore, e in tanto generale abbattimento, che 
tolse la maschera alla ipocrisia, e in cui divenne naturalo snaturarsi 
e non udire rimorso , rammentossi dei doveri di uffizio — dei sensi 
di umanità — dei principii di filantropia — dello affetto di patria — 
delle imponentissime leggi di religione?. ... Pochi, pochissimi, de' di 
cui nomi la storia conserverà la memoria ; e primo fra costoro il Cu- 
MIA, il quale mostrò ona sublimazione di virtù eroica, ed operò pro- 
digli di senno. 

Ei riguardandosi come vittima da Dio destinata alla pubblica sa* 
Iute, non arrestato dalla tenerezza di ana famiglia desolata, non dal- 
Torror del pericolo , non dalla disperazion del saccesso , diessi per 
tutto e dove la patria pericolante reclamava soccorso. 

Vi risovvenga die quando infieriva fortemente il morbo, la cui ri- 
cordaoza oramai dopo due lustri costerna ancora e spaventa, segnata 
essendo a lettere di sangue negli annali della patria. ... mentre a fianco 
cadevangli il fratello — la moglie — gli amici più cari*» allora ap* 
punto ìmpertubabile e sereno, forte del suo coraggio e del suo ze- 
lo, animato di maschia cittadina e cristiana virtude provvedeva, or- 
dinava, confortava, cootenea nel dovere, e maraviglie siffatte operava 
che ebberlo gli stranieri con entusiasmo a chiamare personaggio divi- 
910 (1); e il Monarca a fin di dargli un luminoso attestato della so- 
vrana soddisfazione Cavaliere gran Croce creavalo deirordine di Fran- 
cesco I (7). 

Cessata la celeste vendetta cambiavasi l' organico e la personalità 
politica della Sicilia, e un decreto del 31 ottobre 1837 (3) chiamava 
il Fabdeua a membro della Consulta del Regno. Severo di prioci- 



(i) Ne' fogli che pubUicaTanti a Parigi. 

(a) A 3 aettembre 1837- 

(3) Comunicatogli a 17 novembre. 



100 

p'ìi, e fermo nei dellami dell'apostolo (I); rivcreodo sempre e ono- 
rando la sacra potestà del Re come la prima dopo quella di Dio , 
rispettandone i toleri, non dubitò un istante ch'Ecu doveva nbbidi- 
re; però imbarcatosi la sera del 21 novembre si dirigeva a Napoli. 
Ivi per più mesi rimanendo cbieJcva in fine un congedo, e agli 11 
agosto 1838 ritornava io Palermo per non partirne più mai. 

Arrise la sorte a tale suo divisamento , e venuto io Palermo il 
Re (*2) al foro torna vaio donde era stato divelto, e Procurator Gè- 
nerale nominavalo presso la Gran Corte dei Conti (3). In così splen- 
dida carica di somma gloria rilosse, tuttoché successore a personag- 
gio dottissimo, il di cui nome non v'è lode che agguaglia Antonino 
della Rovere; perchè ogni carica che Gli veniva affidata pareva che 
avesse ritrovato in Lui Tuomo che essa dimandava: onde di molte al- 
tre cose, il Monarca affidogli l'impegno. Son note a tutti le scissure 
avute nna volta dalla nostra R. Corte con 1' Inghilterra per cagione 
del commercio degli zolfi — al Fardella fu dato Tincarico se non di 
comporle, di eseguirne raccordo col tìtolo di Commessario del Re pei 
zolfi di Sicilia (A). Trattossi della formazione del palazzo delle R. fi- 
nanze, a Lui ne venne Tincombenza e fu da Lui in breve tempo a- 
dempiuta. Si volle destinare a colonia agricola l'abbandonata isola di 
Lampedusa e quella di Linosa ; Ei ne fa scelto Regio delegalo con 
pieni poteri e la colonizzazione fu fatta. Finalmente , come allorché 
lesercito greco correva alla sommossa, e i Diomedi e gli Atridi ve- 
nivano a contesa fra loro, era il senno di Nestore che sedava i In- 
multi e ne componeva le discordie ; tale il Fardblla ad ogni poh* 
blico bisogno si chiamava; ed il suo senno, il saper suo, la sna spe- 
rienza come quella di Nestore influiva e grandeggiava. 

Sventurata quanto bella mia patria! — ahi quanto lustro in un mo- 
mento ti è mancato nel giorno sei del mese corrente, che dopo Innga 
e dolorosa malattia, sofferta con quella eroica tranquillità che è ca- 
pace di ispirare la nostra religione — dettato eterno di colai ch'eia 
via, la verità, la vita •—> trasse a morte l'illostre uomo di coi ho io^ 
piccola parte tessuta la storia ! 

(i) S. Paal. ad Rom. iS» 4* 
(a) A a; ottobre i838. 

(3) A ai dicembre i8S8. 

(4) Nd le^o. 



101 
Inevitabile morie, io quanto brevi momenti la ingoi le umane ge^ 
nerazioni, cbe Tana all'altra rapidamente succcdonsi! — L' orgoglio e 
rambizìooe dod solo; ma la gloria stessa che è la più dolce e la più 
utile delle passioni umiliate ritrovansi al tuo cospetto severo. . . — 
Ma tu non bai forza di spegnere ogni energia che a nobili fatti ci 
sprona. Breve pur troppo è della vita il cammino; ma Tamor della 
gloria anche in sì corta dorata a virtù ci conduce, e virtuJe è cara 
mai sempre e di soave calma conforta l'esistenza noslra: né cade, né 
I muore; ma di là dalla tomba che è sulla terra T eredità comune del 

volgo e dei regi, il tempo non varca, e la virtù si corona. 

[ No che non visse per brillar solamente in questo nostro pianeta 

t chi visse appunto come il Fardella, ì di cui talenti s'ebbero la in« 

; fallibile guida delia religione, che è Varoma come diceva Bacone , il 

quale di corrompersi alla scienza impedisce. Religione che II rese delica- 

I tamente virtuoso senza dimenticare i riguardi del mondo, condiscendente 

senza essere adulatore, sincero senza divenir imprudente, costante senza 

, durezza (che durezza non è il non piegar la giustizia dalla sua dirittura), 

liberale senza fasto, ed umile ancora ma senza affettazione. 

Rendasi quindi a Lui che è del nostro dire soggetto , tributo di 
spontanea lode: e personaggio illustre, cittadin virtuoso, magistrato 
onesto, probo, irreprensibile; e benefattor della patria con gratitu- 
dine solennemente si appelli. — Si — benefattor della patria chiamar 
si conviene, chi con l'esempio le procacciò lumi e colini a; chi affrontò 
immensi pericoli, né temè l'odio dei potenti nelVopporsi con vantag- 
gio del principe e dei soggetti più volte all'insolenza di pubblici ves- 
satori; chi promosse con energia e con zelo gli interessi della terra 
natia; chi in somma nel luminoso cammin che percorse operò sempre 
in favore della equità e della giustizia: e che valendo con l'ingegno 
più che le arme e gli armali, bastò talora col suo voto a sospendere 
tal colpo che offese le avrebbe. 

Ne pigli vanto Sicilia che Lo prudasse , coochinderò quindi con 
parole di quel celebre (1) che fu l'amico più caro al Fardblla, ne 
pigli vanto Sicilia; giacché i soli grand'uominì e le loro virtù tornar 
possono a gloria delle nazioni. 

(i) Sdnà ducono iiuomo ad Archimede, 



102 

Lasciamo ora che do a^Terta e che ne esageri le pecche, solo quel 
Tolgo che giudica dagli effetti più che dalle cause, che crea , imma^ 
gina, teme, co' suoi bisogni, colle sue passiooi, coi suoi capricci. 

£ Toi, o Signor di cUmeoza , io grazia del sangue del dWin mo- 
stro figlio, che or si è immolato per Lui soU'altare di pace, acco- 
glietelo nel seno t ostro; e dategli quella gloria che nel fostro regno 
sperava, dopo una morte che è stala ammirabile agli occhi degli ao* 
mini, e che speriamo sia riuscita preziosa agli occhi di toi. 



««JR5«i 



SULLA NECESSITA» 

DI 

IN SICILIA 



Glie lo stato deiragricoltora siciliana esìga una riforma, no soccorso, 
è UDa verità oramai coDOsciota e predicata presso noi da molti anni; ma 
la' conoscenza e la promulgazione di questa verili è rimasta senza effetto; 
poicbè a dir vero le proposte riforme non sono state guidate da quello 
spirito di saggezza, ch'esser dee inseparabile compagno del buon Toiere. 

Non pochi dotti dell'Isola nostra io opere particolari d'economia 
pubblica, o nei Tarii giornali nazionali hanno espressoi voti loro, di- 
segnate le riforme, specchiandosi sulle altre nazioni , e prendendo le 
loro pratiche belle e buone per trapiantarle presso di noi : sistema 
falso, inutile, e tale addimostrato dal corso di più anni. Nessuno de- 
gli scrittori nostri è stato un agricoltore di professione, nessuno ha 
conosciuto davvicino lo stato delle cose nostre rustiche. Per fatalità 
1 proprietarii nostri , col sistema di educazione ricevuto per- lo ad* 
dietro, o non sanno o non' vogliono estemlere in iscritto le poche os- 
servazioni che cadono sotto gli occhi loro, e soffocano neirobbfio tante 
conoscenze pratiche , che riunir potrebbero di utilità massima presso 
di noi. Un^opera, che le raccogliesse, che periodicamente le annuncias- 
se, sarebbe il più utile servizio, che rendere si potesse a' nostri com- 
patriotti. Ecco la necessità d'un Giornale d'agricoltura, che esclusiva- 
mente si occupasse degli esperimenti fatti in Sicilia , e che si fanno 
di giorno io giorno, degrincon veni enti accaduti, e degli intoppi tro- 
vati mano a mano col volger dM mesi e degli anni. 

Finora qualche articolo è jifMf^arso di quando a quando ne' varii 
giornali, e se voglia verrebbe di cercarlo, dovrebbesi andare frugando 
opnseoli ed un ammasso di libretti. In un'opera, che a quest'unico 
oggetto venisse destinata, ben diversamente andrebbe la faccenda. Essa 
potrebbe naturalmente dividersi in due parti, dandosi nella prima conto 
delle operazioni pratiche, delle sperienze^ delle osservazioni, che ca-' 
dono quasi senza volere sotto gli occhi dei proprietarii nostri inteU 
ligenti, dei dubbii, e delle difficoltà, che sorgono cotidianamente, ag- 
giungendo un conto mensile dello slato delle nostre campagne, dei no- 
stri lavori agricoli, e della^oro condizione, come praticasi nelle eulte 



104 

Dazioni, formandc^ il rapporto agrieolo neDaile. Per mezxo di esso tutto 
ciò, che avviene nei terreni delle diverse provincie, perfino ai paoti 
estremi delPlsola si considererebbe come avvenuto in un punto; il pro« 
prielario del capo Lilibeo conoscerebbe la condizione di quello ai« 
luato al capo Peloro , al Pachino. Nella seconda parte tutto ciò, che 
di olile in questo ramo si esperimenla presso le eulte Dazioni del 
globo verrebbe inserito onde avere una guida ai nostri esperimenti , 
al miglioramento delle nostre pratiche. Potrebbe da taluno opporsi la 
difficoltà per la somministrazione dei materiali da occupar la parte 
Dszionale , ma era questa una difBeoItà ben forte, dieci anni fa, ma 
non oggi in cui un movimento d'istruzione si trova comunicato in tatto 
le classi per l'impulso del secolo; in questo tempo in cui la gioveoth 
siciliana ha preso da se stessa una migliore direzione dei suoi studii, 
applicandosi alle scienze positive, e che sente il bisogno di arricchire 
il pairimonio delle proprie idee , e di comunicarle ad un tempo ; io 
un'epoca io cui diverse società accademiche sì trovano nelPobbligo di 
esaminare mille qaistioni, che loro si offrono, delle quali la massima 
parte vergè sniragricolloray in un tempo in cui questi corpi accade- 
mici vengono coslìtuiii non di soli dottori, ma da agricoltori esperti| 
da proprietarii illuminati, da mercatanti, da artisti e da artigiani istruiti. 
Che anzi questo pensiero che io concepisco non 6 an progetto, non m 
desiderio, non una speranza, ma un bisogno che può effettuarsi. É vero, 
ehe mancasi per isventura le mille volte conosciuta di campi sperimeo- 
tali in tutte le nostre provincie, non esclusa la capitale; ma i rispet- 
tivi fondi d*ogni proprietario intelligente possono almen per ora sup- 
plire in parte al difetto di campo sperimentale, di coi non ci riesce 
facile il predire la instrazione nelFattuale stato economico. Ognuno dei 
proprietarii, che non è plebe cerca di migliorare la sua industria , e 
nulle esempii potreaamo citare di esperimenti riusciti o andati a vóto, 
ehe ci è venuto fatto di attingere qua e là alla spicciolata; questi spi- 
gelati e raceolti per lotta l'Isola non sono certo un nonnulla. 11 Gior« 
aale di coi è parola si dovrebbe versare su casi pratici d'agricoltura 
e di pastorizia^ e non sullo specnlativo; la parte filosofica deve ve- 
■ire in appoggio detta pratica, e sc^ come un mezzo di soluzione; 
e per altro le cattedre d'agricoltura nelle Università e nei Licei di 
Sicilia occupate da degni professori hanno foroito e forniscono ala 
giornata giovani capaci a coadjovare co' rispettivi professori alla opeira 
santissima. Mille svariati temi si potrebbero proporre, la cui soluzione se 
Don potesse stendersi da ogni individuo per tutta l'Isola ^ potrebbe ognuno 
degli scrittori limitare le sue vedute, e le sue ricerche al proprio circonda- 
rio, alla propria valle; piccoli viaggi, carteggio poco costoso io un ristret* 
to spazio, gioverebbe all'impresa; e il compilatore del Giornale dovrebbe 
saperli cogliere, e tirarne le conseguenze, e segnarne le leggi generaU* 



105 

Sono i lavori parxiali, quelli ehe oggi hanno dato rimpronta della 
esaliezza alle aciense fiaiche; la diviaione del lavoro, il dettaglio che 
ai deve al noatro aeeolo , ba dato an' altra fiaiooomia alle acienze di 
fklto, approaaicnandole alle aciense eaatte. 

Seminati dappertatto il grano io Sicilia; ma quante mai ne aono le 
Yarietà 7 E quali di eaae aòno pib adatte ai terreni paludosi , ed ai 
terreni aridi? Quali convengono agli argillosi, ai calcari, ai aabbioai, 
ai miati? Chi ha preso la cura di farne i confronti, di passarne le va* 
rietà da una valle ad un'altra, da un punto dellisola ad un altro e* 
atremo ed opposto? E se ciò è avvenuto a quanti è noto? E chi è al 
caao di additarne con precisione i risultati? 

I vigneti piantati a palo, a fossa, a terreno intieranàeute rotto, quanta 
differenza portano nei riaultati, avuto riguardo alla spesa ed al pro6tto? 

Le varietà di cotone, di lino, di canape che ai aemioano in varii punti 
dell'Isola potrebbero fornire un altro oggetto di ricerca; la descrizione 
della loro coltura, i risultati, che se ne sono ottenuti appo noi, indicando 
i luoghi particolari e precisi, sarebbe il soggetto di un tema olilisaimo. 

Quaute belle varietà di frutta che si rimangono sequestrate io quaU 
che paese tolerno o esterno dell'Isola di cui ai potrebbe tirar partilo 
dagli altri nostri pacai se la conoscenza ne foaae pubblica ed universale! 

Si aono costruite da alcuni anni a questa parte in varii punti del* 
riaola molle stalle grandi per ricovero di buoi da aratro dette siaU 
lùni\ quale ne è stata la apesa relativa? quali le circostanze nella mi- 
glioraziooe del fondo rustico, e nelU parte economica per incoraggiare 
il resto dei proprietarii, a aeguirne Teaempio? 

Mancandosi di prati artificiali si è trovato, che riesce costosissimo 
il mantenimento delle vacche alla stalla nei poderi, e vi si 6 rinunziato; 
quali modificazioni potrebbero apportarvisi tenendo presenti i punti del- 
l'Isola più o meno vicini al liltorale o alle grandi città, e viceversa; 
senza perder di vista la buona razza^ che tanto contribuisce al risultalo? 

La descrizione insomma di ciò che si opera presso di noi è il mi- 
glior mezzo per giungere nlla meta deaideriita---'rnguaglianza collp na- 
zioni che ci avanzano in tali industrie. 

Con ricerche di tal fatta animate da qualche premio, o dalla aola 
gloria che è stimolo grande e potentissimo, può sperarai molta mate- 
ria pel soategoo del Giornale. Questo incamminato dopo alcuni anni 
di eaistenza , discussi i principali oggetti di controversia, fissato lo 
stato della nostra cultura, delle nostre pratiche, potrebbe far compilare 
nn vero catechismo utile, onde soddisfare pienamente agli alti biso- 
gni di questa terra, la cui ricchezza vera è riposta neiragricolturai la 
sua potenza, le aue speranze di miglioramento. 

M^mMiMLo voi. ÌK* 4 4 



SD U mU Dino STATO 

PAROLE DIRETTE AL CONTE N. N, 



Volete Toi cbe io seou rìgaardi ti risponda? • . • Credetemelo la 
TOitra risolozioDe dod è affatto priideote, pe^icbè la scelta dello etato 
è libera liberissima dei figli; né voi seduto a mensa potete disporro 
di loro, destinandone a vostro senno ano agli altari, ao altro alle ar* 
mi,, an terzo al foro. 

£ poixsbè Toi mi scongiarate a dirvi se stimassi ben fatto, cbe il 
Tostro Eduardo si avviaese alla cbierisia a suo gran malincuore, io ti 
dico bruscamente cbe non dovete spingerlo a cbe vi si addica nel meotre 
mi annunziate cbe assololamente si ricusa, ove non vorrete attirarti 
te maledizioni del cielo, e render miserissimo e disperato il figliuolo 
del sangue vostro. 

Ci è stata la vita dal Creatore concessa percbè delle facoltà che 
Taccompagaano, ho uso facessrmo conforme ai dettami della retta ragio« 
Be: quindi procurar deve ciascuno di non essere no ioutile incarico aa 
la terra, quasi nato soltanto a consumar 1' alimento ; ma impiegar si 
deve in qualche esercizio cbe ò di sé proprio e della società io coi 
tÌvc a profitto ricada: cbè a dir vero sapientemente scriveva rorator 
d'Arpino (1) qui ni fui agii j €sse omnìno non videtur. Or Tiodastvia 
umana si esercita per Tordinario nello acquisto delle cose necessarie 
alla vita, o nelle fuozioni degl'impieghi religiosi e politici , stabiliti 
con varietà grandissima ; a trattare i quali non è ognuno egualmente 
capace e disposto. Bisogna perciò, cbe abbracciasse ciascuno ana pro- 
fessione onesta, utile ,. e alla capacità sua proposzioaaU , alla quale 
viene determinato dalla particolar sua inclijiazione, dalla disposizioo 
naturale dì corpo e di spirito , dalla nascita , dai beni di fortuna , 
e fin talvolta da un' occasione opportuna. E poicbè rapide seo eorre 
U tempo 

E la morte vico dietro a gran giornate 

(i) Ciccrooe, Dt JVìA Dwmm^ I. S, e «5. 



407 
è da saggio metter io oso ben presto la vita e i talenti ; né è prò* 
dente il dire: tivrò dimaoi. 

Non eit crede mibi sapieotis dicere tiyamr 
Sera nimis vita est erastioe five bodie (f). 

Dee qoindi senza meno ciascano e di baon'ora arfiarsi allo stato^ 
cbe ei sceglier taoTe , ma beo cooTieoe che per tutti i versi il rat- 
i[ visi, e per tatti i lati; melteodo in dod cale ciò che Tambizione, la 

^ fanità, e Tioteresse haooo di losinghevole e di falface. Ei fa d'aopo 

p innalzarsi al di sopra dei pregiodiiii , coosideraroe i doveri, esami* 

,^ narne Tal ile e gli svantaggi, e giudicar le proprie forze e la capacità 

propria. Ed è in eiò che i genitori ajular debbono i figli coi coosi- 
, gli loro, ma senza arrogarsi alcun impero sulla volontà degli stessi, 

se autori e complici non vorranno chiamarsi degli errori cbe quei 
commetteranno; strumenti divenendo dei disordini loro, delle loro dia- 
grazie, e delle irreparabili sventure loro. 

Or meco riflettete, poiché m' avete suscitato il ticchio di moratiz* 
zare intorno ad un così grave soggetto, che ('uomo tende naturalmente 
alla felicilà. E una inclinazione si ò questa, necessaria,^ una proprietà 
essenziale della natura nostra , un attributo senza di cui Tuomo oon 
sarebbe più uomo. Puossi, egli è vero, cercar la felicità dove quella 
non sia; ma i traviamenti stessi provano che Iddìo ci abbia alla fé» 
licita ordinati. E siccome il desiderio di felicità sentir fassi in tutti 
gli istanti della esistenza , anche in tutti i momenti della medesima 
è Tuorao dalla natura chiamato ad esser felice^ Che se non gli 6 dato 
rinvenir perfetta felicità in questa vita per la qualiià del soggiorno^ 
egli è nato per certo onde esser felice comunque il possa. Principio 
in tutto conforme alle idee del Cristianesimo ; poiché chi guarda il 
Vangelo, diceva il dottissimo nostro Spedalieri (2), quale disciplina 
avente a scopo la sola felicità della vita avvenire e non ne conosce 
Io spìrito, e non ne conosce l'autore. É perciò massimo fra' doveri 
dei genitori quello di procurare che i figli a felicità pervenissero (3), 



(i) Mirtialc» I. i. Epigr. 16, v. ii e la. 
(a) Dèi dritti iUitUi9mo, I. .5, e. s, 5 ''t P' ^^* 

(3) ParemibiM cucat tue dcbct at libcros suoi rcddaot felice», Wolf. Jut naturai 1 piirs. S^ 
e TI» 5 7"o» 



408 

ebè i6 MB teoipre è io poter loro il farli fortaoali| e quasi aeapfe 
Dolle aaoi di essi il reoderli felici. 

É la felictUi appsoto quello stato di aeqoieseeosa e di godiaMDlO| 
cbt io eo§e si eootieoa alla oatora deiraoiiBo eoofonii. Dal che sa* 
tea che ooo lotti cercano la felicità io una footo oiedesiiDa, e qaiodi 
relatifo tali idee divéotaDO. Donde chiaro ti scorga qaaoto grafiasiaa 
cosa essa sia reiezione dello stato ^ perchè la felicità o la infelicità 
della fita, Tooore o la infamia perenne da essa apponto dipeadono. 

Non può contrastarsi da alcuno che per riuscire nello stato che 
abbracciare si coglia, fa di mestieri portarTÌ le disposizioni necessa* 
rie, e per non ingannarsi fa di mestieri stodiare sèo^desimo, infeatigar 
il ano coore, esaminar le facoltà del. proprio intendimento, conoscer la 
forza delle proprie qualità, e pacatamente senza precipitaoza, e quando 
Teducazione ci abbia resi capaci di ben distinguere, abbracciar Io atato 
ohe si stima relatiramente migliore. E questo mio ragionare maggior 
forza acquista, senza dubbio ove dello stato cbericale è discorso, nel 
che è apponto il caso che vi riguarda. 

Per certo commetterebbesi una ingiustizia se ai occupasse un poeto 
che non meritasi, molto pih quando la dignità dell' impiego non dal 
titolo dipende, ma dalla coaa stessa, come aTTiene del sacerdozio (1). 
Degni quindi non sono di riprensione, anzi lode si meritano coloro, 
i quali aforniti stimandosi di quelle qualità , e di quelle disposizioni 
che far loro possono occupare luogo fra gli ecclesiastici^ sollevandoli al 
sacerdozio si allontanano dai aaori ordini; cbè anzi meritevoli sareb* 
bero di riprensione, di odio, e di fitnpero, allorché veggendosi sif- 
fattamente mal conci, entrar ¥olessero a forza nel aantuario. 

Tremara s. Paolo del aacerdozio , eppure voi vel aapete a quale 
grado di cristiana perfezione foaae egli pervenuto* 

Ne tremava il Crisostomo che tanto e al bellamente ne scrisse (2). 

Dapoichò indoasaodo aenza i oeceasarii requisiti, trai quali è pri» 
missima la volontà, uà carattere cosi divino, in baratri ai piomba ed 
io abissi di iniquità; e voi mio dolcissimo amico, aarete colperole di 



(i) Hoo proTCoiC digniUi io boe aonioe qood ttt ttoerdof f non iD^am cz «ominc 9tà cl 
virtiiUi coorcnaUoiie ooo effidoy mcrìlo non ?oubalO| MOtiUtc ooo nioisleffìo.«-S. BcnunlOf 
Ds exedUntia SS, Sacramenti^ fermo b« iO* 

(9) D$ Sf^trdotio, I. 3, 5 ^. 



109 
far del Tost ro figlio qoo di qaei sacerdoti, de! quali lagrimando seri- 
?eva Ogerio (1), sodo falsi sacerdoti che il pane di Cristo somooo coq 
la bocca, e Cristo col piede concolcaDO, putridi pel fetor di lusso- 
ria, infetti dal veleno d'ogni scelleratezza; i quali p^r misveotara di- 
ceva il mellifluo abate di Chiaravalle son ben molti, di numero non di 
merito, di simulazione non di fede , d'apparenza non di virtii , per 
onion corporale non per vincolo spirituale y per coogiuo^mento di 
carne non per unità di cuore. 

Sappiate, che gli obblighi cai va incontro chi al sacerdozio s' in» 
cammina, insopportabilissimi riescono a coloro che non vi sono chia« 
mati* Certo che quanto più grandi sono le cariche , tanto piii gravi 
sono i doveri alle medesime annessi. Or io a voi scrivendo^ che se- 
guite le massime del Vangelo, e che vivete nella fede cattolica, unico 
6 solo porto di salvezza per l'uomo , e che vi ridete come me delle 
stranezze dei deturpatori dell'umana ragione, e degli stolti che a co- 
prire la loro ignoranza credono bastar loro onde essere stimati sa* 
pienti il dileggiare ciò che non sanno, il farsi scherno di ciò che non 
conoscono , a voi ricordo sovrumane parole. Pensate pur troppo che 
sta scritto in quei sacri rolumi, che soli insegnano il vero inconcusso 
agli nomini, che i sacerdoti nostri esser debbano il sale della terrai 
il lume dei ciechi, il sostegno degli storpi, i dottori delle genti, i 
ministri dell'Altissimo. — Vi pajono titoli siffatti cosa sì lieve da far 
correre alla cieca ad investirsi di carattere tanto maestoso, senza una 
disposizione propria, un desiderio ardente, ooa rolontk decisa? Pare 
a Voi che basti il Toler vostro per ottener cieca ubbidienza e rasse- 
gnazione in affare di tanto momento?^— Vorreste voi assumere innanzi 
al Creatore una malleraria di tanto superiore alle vostre forze ?•• Io 
non posso concorrere nel vostro parere. Io non posso far torto alla 
terità» Io vi prego a non importunare il figlio vostro, nèPa conten- 
tarvi di una momentanea volubiltà del medesimo, per cui egli sedotto 
da lusinghiere parole, o intimidito da antorcToli consigli si determiai 
a contentar le vostre brame, per piangere poi senza conforto, e per 
chiamar sa dt voi la vendetta celeste. 

(i) D9 ¥tì^ii Domimi uì cstnai Senno St n. lOt 



ILLUSTRAZIONE 

DI UN ASTROLABIO ARABO 



pM% nono sico&o 



Slrooeolo di astrononia ^ del (|u1e senrifaiw {;li aolicU per le 
loro otservazioDi era VAUrolabio ivpoXctfiot (1) , ohe gli Arabi ebia* 
maroDO j^slharlài (2); e di coi ha meglio che noa fecero e prilla e 
dopo di lai Tycho(3), Sioffler (4), aaYÌo(«), Bioo (6), Me«io (7), 
Cadamosio (8) e taol' altri data ana teoria lominosa ^ fondata salle 
aexiooi coaiche di Apollonio il nostro Maorolico (9), che ai metodi 
e atta ieorica non disgiunse la pratica deWastrancmia (10). 

Esso di ferii circoli componeTasi^ e par che aresse dorato aoiii- 
gliar molto alle nostre sfere aroiillari, giusta la descrizione che leg« 
gesene nel capitolo primo del libro deìV Almagesto {M). 

(i) P«rol« CMBpoÉlA èàU dm irccbc ^oci 'A^poy Jan e hf^yi^im^ ( iXsifio^ ) m 
frendo» 

(a) iJi/h^^ « i^^jh^l Y, Goli^ Lèxicon mtéieo-Uainum p^. loo e 117. 

(9) Jttrononùa^ instaunUa» wMcaniea^ paf . 89. 

(4) EUicidaiio fabrlcoé mutque AaroìabU. CoIodìm iSqj in-S. 
(6) Attrolabtum tU nelle Opera t. 3. Magonza i6ia in hi» 

(6) TraiU de la eonstruction ti du prénciptfux tuagu da insùfumifu da wuAèm^titfu»^ 
lif. yiff cb. II. Parigi 1769 jo-4« 

(7) Primum mobiUf Amiteidam i633. 

(5) Comptndium in utum Aitrolabii» Milano 1607 ìd-4> 

(9) Dt AuroUbi ihéoria nfabrlca negli OpuictUa pabèlicati ocl 157^9 pag. ei, 
(io) Sdoà Elogio di Francéieo MauroUco^ pag. 54* 

(1 1) É questo il noiM eoo che dalla tocc Miyc^^y che lisiùfica grandis^mo , cbianaion 



111 

Primo fra talli il famoso Claudio Tolomeo (1) da Pelosa in Egitto, 
che si riguarda come il primo degli astronomi (2) , ridusse lo antico 
astrolabio , di coi aveva fatto uso , circa tre secoli prima anche Ip« 
parco (3) io Alessandria , sopra una superficie piana ; e questo suo 
planisferio fu nei secoli di appresso chiamato anch' esso Astrolabio (4); 
per mezzo del quale trovavansi le ascensioni rette, le declinazioni, e 
anche le longitudini, che per lo più si contavano dal meridiano, che 
passa per le isole Fortunate, oggi Canarie (5); poiché era quello il 
limite il pili occidentale dei paesi allora conosciuti (6). 

La riduzione della sfera in piano , suppone che un occhio preso 
per un punto , veda tutti i circoli della sfera , e li rapporti ad un 
piano parallelo ad alcuno dei circoli massimi della sfera medesima. 

Or Tolomeo tra gì' innumerevoli planisferi che dar potrebbero i dif- 



glì Arabi yeno l'aoDo 827 di G. G. il trattato d'astrooomia , ch'era» composto da Tolomeo 

▼eno il i4o dell* e. t. col titolo di Ms^fl^AYl SwT^^IS o Gran costruzione. Libro fra' più 
celebri dell' aotichità , e 1 primo per data fra le opere di astronomia giunte 6110 a noi , con- 
tenente una raccolta preziosa di osseryasioni , che sono le sole le quali abbia ereditate dall'an- 
tichità la moderna scienza astronomica. 

(1) Tolemeo e non Tolomeo osservò Lalande Astronomie tom. I9 n. 334 9 ^▼^ ^W ^^^* >• 

che debba dirsi; giacché il nome greco ne é ÌItoA6//01(O$. £ la stessa osservazione ripetè il 
barone de Zach Corrispondence astronomique tom. 10, pag. 53 , senza indicare che altri ave- 
vaia già prima di lui ayvertita. Però gì' Italiani debbono scrìvere Tolomeo e non Tolemeo, per 
la ragione che in fatto di lingua é ineluttabile , cioè perché cosi lo scrissero nientemeno che 
Dahte Inferno canto zjuuii, y. ia4> Pmtjlakca Del Trionfo dt amore capitolo III, y. i5, e 
Boccaccio Amorosa v'uione. 
(a) Arago Legons d Astronomie^ a lefon. 

(3) Il celebre Ipparco da Nicea inBitinia fiori i5o anni av. G. C, v. Strabone /Veruni geO' 
gntphicarum etc. Uh. xii, pag. 566. 

(4) Delambre in un rapporto fatto all' Istituto Mémo'ires de t Instimi national des scsences 
et aru sciences mathèmatiqoes et physiques tom. v, pag. 34-48 9 avendo osservato che Sinesio 
yescovo di Tolemaide in Africa, fionto nel cominciar del secolo quinto, discepolo della celebre 
ed infelice Ippazia figlia di Teone il comentator dell' Almagesto , scrivendo deU' astrolabio, non 
nomina Tolomeo tra gii autori che siensene occupati , ne conchiude che Tolomeo non avesse 
altro fatto, che appropriarsi il planisferio immaginato da Ipparco. Io sospetto però che Tolomeo 
ne avesse potuto prendere la prima idea da Mario di Tiro, che viveva verso la fine del primo 
secolo di Cristo. 

(5) Le Ornarle furono propriamente dagli antichi conosciute in parte sotto il nome di Esperidi, 
e in parte sotto quello di Isole Fortunate. V. Gossellin Recherches sur la giographie sf stéma- 
tique et pos'Uive des ancuns tom. 1, pag. a3i. 

(6) V. A. Balbi Abrégé de geógraphU redige sur un nonvtau pian etc. Principes generaax 
chap. IV* 



H2 

ferenli piani di posizione e le differeoti posiziooi dell' occhio , fer- 
mossi a quello, il cai piano di projezione è paralello ali* equatore, e 
ove rocchio è in ano dei poli delT equatore o del mondo; perlochè 
r astrolaòio suo fu chiamato equinoziale^ e da alcuni anche, abbeochè 
iflipropriameoie, polare. 

Per siffatto modo i circoli della sfera , grandi o piccoli , paralelli 
o inclinati ali* equatore neir astrolabio suddetto, rimangon circoli , a 
menocbè i circoli tutti, che passao pel punto ov' è l'occhio, i quali 
diventano linee rette (1). 

Ciò che assai comodo riusciva per la descrizione del planisferio , 
ma che produceva T inconveniente ben grave, che i gradi loro, agoali 
sempre nella figura circolare , inegualissimi diventavano , quando il 
circolo cangiavasi in linea retta, e cosi piccoli riduceransi verso il 
centro , che divider non si potevano con facilità io minutiy e molto 
meno in secondi (2). 

E dippitt difformi rendevano, e quasi irriconoscibili le figure celesti, 

(i) Quando i' occhio è in un ponto della sfera , ed il piano di projesione è perpendicolare 
al diametro che passa per 1* occhio, le proiezioni di tutti i circoli della sfera» che non pas- 
sano pel punto doT* è l' occhio (poiché allora la loro projexione è linea retta) sono circoli. 
Sia A r occhio (Fig. i.) AG il diaroetro, e B F il diametro del circolo perpendicolare ad A C, 
e D E il diametro di un dccolo qualunque della sfera. Se da A ai punti deUa circonferenxs 
di D £ si tirano le visuali , si avri un cono. L' intersezione di questo cono col piano B F 
fari la projezione del circolo D E su questo piano. Or la sezione che la il piano B F nel cono 
A D E é subcontraria alla base D E. Infatti i due triangoli A G H, A D E sono aimiU f poiché 
l'angolo A é comune, l'angolo eccentrico AH Gs= A H B = '/^ A B -|- >/• E F = >/, A F -(« i/, F E 
SS Ya A F E ; ma questa é la misura dell' angolo iscritto ADE, dunque A H G^ A D E. Si 
sa sltronde dalle sezioni coniche, che in un cono obhliquo a bue circolare la sezione suhooo- 
trarla alla base é anch' essi un circolo* 

(3) La ragione per cui al centro i gradi sono più piccoli che Terso la circonferenza, chiara 
si concepisce. * 

Sia A (Fig. 3.) il polo dove si suppone l' occhio, A D B E uno dei meridiani la cui projezione nel 
piano dell' equatore é il diametro D C E. C é il centro. Si supponga D B diviso in tre patti 
uguali, DF, FG, GB} e si tirino da A le retU (o Tisuali) AD, AF, AG. I punti F, G, 
sono proiettali iu f , g j e '1 raggio D C yieo diviso neUe tre parti D f, f g, g C Ora D f ^ f g ; 
^S^S^* lo^tttti essendo uguali gli archi DF, FG , GB, sono uguali i tre angoli iscritti 
DAf, fAg, g AC. Quindi nel triangolo DAg la retU Af dividendo 1* angolo D A g in due 
parti uguali, dividerà D g nelle parti Df, fg, proporzionali ai lati DA, Ag. Ma DA>Ag; 
dunque D f > f g. Similmente f g : g C ; : f A : A C; e però f g > g C. Se D B si suppone di- 
viso nei suoi 9o«, DG sarà diviso iu 90 parti che vanno impicciolendo verso C. L« atessa 
é la ragione per cui nei mappamondi i gradi dell' equatore vanno crescendo verso la dr- 
conferenza. 



113 
come le costellasiooii per quanto esse ai meridiani si rapportano, e 
per qaanto dipenda dai circoli la descrizione di loro. 

Era poi a dir vero imperfeltissimo così fatto strumento; perchè so- 
lamente osarlo si potea in particolari luoghi; e non riuscÌTa di uso 
generale: giacché differenti essendo per ogni luogo V orizzonte , e i 
circoli tutti che ne dipendono , era mestieri aver pronte altre tavole 
da incastrar nel!' astrolabio; onde V orizzonte e i circoli che vi hanno 
rapporto situare diversi, come diversi erano i luoghi in cui servire 
si avesse voluto dell' astrolabio suddetto. Del quale gravissimo fallo, 
volendo purgarlo , ideò 1' olandese matematico Rainieri Gemma , co- 
munemente nominato Frisio, o il Frisone, perchè nato io Frisia (1) 
un astrolabio che intitolò calolico ossia universale ; e nel quale sta- 
bili per piano di projezione il meridiano che passa pei due punti sol- 
etiziali, e che perciò corrisponde al coloro dei solstizii: e situò Toc* 
chio nel punto del vero oriente, o del vero occidente, e precisamente 
nel punto equinoziale. 

Cosi r equatore e V eclittica erano figurati con linee rette , come 
del pari il coloro degli equìnozii. Ma queste erano divise inegual- 
mente; poiché in siffatta posizione che appellasi stereografica (2) e in- 
tomo a cui scrisse dotta memoria il celebre Delambre (3), i gradi sono 
più piccoli verso il centro che verso gli orli. 

Né tali imperfezioni furon tolte dalla terza riforma fatta dallo spa- 
gouolo Giovanni di Royas per mezzo dell' astrolabio, che costui volle 
nominare Analemma, In esso l' occhio è supposto ad una distanza in- 
finita , il piano di projezione è il meridiano : e in tale projezione 
che chtamossi ortografica^ i gradi sono più grandi nel centro che sugli 
orli (4). Posizione d' occhio da cui si ha il vantaggio che tutte le linee, 
le quali ne partono sono tutte paralelle fra loro, e perpendicolari al 

(OGemmae Frìtii medici ac matbematici De aurolah'vo caAoVtco ei usu ejutdem. — Autuerpiac 
MDLYl io^S. 

(9) Questa voce i tUta propoata « impiegata per la prima volla da AgoiUon nella sua 
Ottica, Anfers i6i3, pag. 673, ed indica la projezione nata dall'intersezione del piano di pro- 
jezione col cono, nel cui vertice è V occhio situalo in un punto deUa sfera. 

(3) Mèmoirt» da P institiu etc. loc. cit. pag. 393 a 416. 

(4) Gò può meglio osservarsi nel a« quadrante che sta nel dorso di questo astrolabio dove 
i punti del quadrante suddetto sono proj citati sul raggio per mezzo di perpendicolari che 
suppongono perciò 1' occhio a distanza infinita. 

MoMTiiLARO voi, IP^. ,5 



114 

piano di projezìone, onde non solo è linea retta V equatore come oel« 
r astrolabio di Gemma; ma lo son pare tolti i paralelli air equatore. 
E per la ragion medesima linea retta è T orizzonte ed i circoli che 
gli son paralelli. 

In quale astrolabio le figore non sono meno alterate che nei doe 
precedenti , e i circoli (a meno di quelli che son paralelli al piano 
di projezione) degenerano chiaramente in ellissi che sono difficili ad 
essere descritte. 

Non altri che M. de la Hire(1) io mi rammento che vi avesse ripa- 
rato, costruendo comodi ed esatti astrolabii, con situare T occhio in 
un ponto medio cioè alla estremità del diametro di un gran circolo, 
allungato di 70 parti presso a poco, se ne avesse 200. 

E stato dimostrato , che da tale ponto una retta tirata io mezzo 
del quadrante opposto pssa precisamente per lo mezzo del raggio che 
vi corrisponde (2). E poiché in questo modo, le due metà dd qua- 
drante rispondono giusto alle doe metà del raggio , non è possibile 
che le altre parti uguali del quadrante rispondano a delle parti ine- 
gualissime del raggio. 

Per siffatta maniera fu rimediato a' due difetti che avevano origine 
dal principio medesimo, rimanendo sempre però T inconveniente di mu- 
tarsi i circoli in ellissi. 

E opinione di molti, lasciò scritto Gonzalo d' Oviedo (3), che Co- 
lombo fosse stato il primo fra gl'Italiani ad usar T astrolabio in mare; 
ma il dottissimo Placido poi cardinal Zurla (4), ragionando di Marco 
Polo che fu r Humboldt del medio evo (5) , a piii rimota epoca lo 
rapporta. 

Servi vansi gli antichi deir astrolabio marittimo nel corso delle loro 
navigazioni, per misurare l'altezza del polo , o degli astri. Ma sif* 



(i) y. HUioif eU r Aeadtmu royaU dts tciencet àunée MDca, p«g. 97 e teg. 

(a) Ciò rifalU cbiarìMimo oMeirando la figura 3, ia cui A è il puoto doV é rocchio ad pio- 
longamento del diametro D B; G é il punto medio del raggio C E, F il medio del quadrante 
DE che é Toppoito al ponto A. 

(3) Istoria Mt^ Indie Uh. 1, cap, 4. 

(4) Di Marco Polo é digli aiiri viaggiatori 99n9%iani jfià Ubutri ^ disteriaiioni ecc.,Tol. 
I • cap, Xy not. (&)y pag. 342. 

(5) Balbi Scritti geografici ttatUtici e varii tora. 1 9 pag. 1 1 . 



115 
fatta strameoto , poiché partecipava di tutti i difetti degli stramenti 
a liTello e a filo a piombo (1), dopo la ioveozione del quadraste di 
Hadley cadde affatto io disuso. 

Or r astrolabio che ci occupa e che possiedesi dair ornalissioio 
8Ìg« Giuseppe Gamarrooe, e di cui in due tavole presento il fao-simile 
colle precise dimensioni del vero, ò senza dubbio V astrolabio tolomaico 
(mancante solo dei traguardi) adottato dagli Arabi (2), i quali fin anco 
servivansene per determinare /' ora delle loro preghiere (3) ; costruito 
bensì sur un piano di proiezione formato dall'equatore, ed è quindi 
veramente un astrolabio equinoziale, il centro è il polo del mondo, 
e debb' essere V artico: le due rette perpendicolari son due orizzonti 
della sfera retta che passano ciascuno pei punti equinoziali, secondo 
le due diverse projezioni in cui può mettersi lo strumento. E infatti 
sì nell'una che nell'altra retta sta scritto s}jX^ Là Uu^i (4), 
Cìoh Orizzonte deW equatore. Il circolo che passa pei quattro punti 
in cui s'intersecano i 12 circoli dei quali parleremo fra poco rap- 
presenta propriamente il circolo equinoziale. L' altro che segue j pia 
piccolo e concentrico è il tropico d'inverno , cioè il tropico di ca- 
pricorno, perchè è alla latitudine di 23^ Va ) dentro del quale leggesi 
la parola U<>j^ ossia latitudine ripetuta quattro volte in quattro punti 
dei due diametri che son perpendicolari fra loro. Il circolo mag- 
giore seguente , appunto quello in cui sono delle parole arabe che 
spiegheremo fra breve è un paralello, solo postovi per eleganza e per 
situarvi le semplici parole , e corrisponde alla latitudine boreale di 
circa 16"*. Il circolo concentrico che segue è il tropico di estate, ossia 
il tropico di cancro. Finalmente 1' ultimo circolo pria della gradua- 
zione è (come io credo) il paralello di Palermo essendo alla latitudine 



(i) Bbt Traiti MmenuUn dt astronomie phfiique tom. i , eh. xziy n. 3oS. 

(a) Moo par Tero che il Rampoldi nei tuoi estesi AnnaU musulmani noa àvisuft detto che 
poche ed inesatte cose intorno all' astrolabio. Egli infatti ne fa solo uu cenno nella nota 17 del 
▼ol. IX a pag. 401, in proposito di Scbamse' ddin al Mari, dicendo eh' ei fu l' autore di un' opera 
cht è una chiara • preciia istruitone per prendere le alture del sole coltastrolabto » il quale 
strumento è stato inventato dagli Arabi , o almeno enl ne conoscevano V uso molto tempo 
prima che fosse noto agli Europei. 

(S) Niehuhr Description de t Arabie tom. 1, art. ly, pag. 166. 

(4) Manca al Golio Lexic. arab, lai, questa voce, ma trovasi in altri dizionarii e preci* 
samcote può consultarsi Bocthom Dìctionnaire fran^ais. arabe pag. 3aa. Fkwytao etc. 



116 

di 38* ciò che sarii confermato quando iliostreremo il dorso (1) di 

questo astrolabio. 

Dodici orizzonti, obbliqui al piano dell' equatore e corrispondenti 
ai gradi di latitudine che yì aon notati, tagliano il piano dell' equatore 
nella linea che unisce i punti equinoziali. Essi vi forman quel punto 
d' intersezione, che gli astrologi nei tempi in cui la superstizione per- 
suase che gli avvenimenti umani sien legati ai fenomeni del cielo, e 
voleansi a forza leggere in uno strumento che rappresentava la situa- 
zione dei corpi celesti (2), chiamarono Oroscopo (3). 

In ognuno di essi circoli ò segnato tre volte il grado di latitudine 
rispettiva, che è il seguente, e nell'ordine che sarem per avvertire. 
I sei, sugli archi dei quali cade perpendicolare l' orizzonte dall'estre- 
mità, che è sotto l'anello, da dritta a sinistra , portano i seguenti 
gradi cioè : 



45 35 25 21 31 41 

Gli altri sei, sugli archi dei quali cade perpendicolare T orizzonte dal- 
l'est all'ovest, portano i seguenti altri gradi cioè: 

e^ ^ ^£=> j£=. ji uà 

43 33 23 27 37 47 

Che i circoli concentrici sieno paralelli all' equatore chiaro si rilieva 
da ciò , che il piano di projezione è l' equatore. Che il circolo il 
quale passa pei quattro punti d' intersezione dei dodici circoli che 
abbiamo detto essere orizzonti obbliqui rappresenti l'equatore, rica* 
vasi dall' avere appunto comuni cogli orizzonti siffatte intersezioni ; 
giacché ogni orizzonte essendo un circolo massimo deve tagliare V e- 

(i) Delle due superficie degli sitrolabìi l'anachianotti faccia, l'altra cforto.— V. Agnilcra 
Canones attrolabU unii^tnalU lib. i» pag. 9. 
(3) Lebrun ìlist. de» pnuiifues tupent, tom. 1» pagi aao. 
(3) Francoeur Umnographie etc. i pari. n. ^26. 



117 
qnatore io nn diametro come osservasi cella figura dell' astrolabio. 
Che i paralelli coocenlrici abbiano la latitudine da noi assegnata, e 
gli orizzonti la latitudine indicata dall' astrolabio si ricava eseguendo 
nell' astrolabio il problema inverso a quello che insegna a descrivere 
in esso un circolo e un orizzonte di nn dato grado dt latitudine. Il 
quale problema a maggior dilucidazione stimiamo utile di risolvere 
nella nota sottoposta (1). 

Un gran circolo lo contorna , che dagli astronomi chiama vasi il 
lembo o il margine dell'astrolabio (2). Esso serve perla graduazione 

(i) Descfivtn nello ttesso OMtrdahio un orizzonte ohlUquo alt equaton di un dolo grado 
di Lttkudine, 

Sia P il polo (Gg. 4) , A C B D 1* equatore, A B, C D due diametri di questo perpendi- 
colari; APB un meridiano, FCGD un orizzonte, obbliqao all' equatore, di cui la latitudine 
é PG OTTcro A F. Dirìgendo da P le visuali BEF, PGH , il diametro FG avrà per pro- 
iezione EH: e poiché la proiezione del circolo FCGD dee anche passare per D, C, poiché 
D C si trova già nel piano ACB, cosi questa proiezione dovrà passare pei quattro punti 
C, E, D, H; e poiché dev'essere un circolo com'è facile provare (v. fig. i), basta deter- 
minare il solo punto E; giacché due C, D, già si hanno. Facendo rivolgere il piano APB intomo 
ad A H, sinché cada sul piano dell' equatore, perciò che sopra si disse, tutta la costruzione 
può farsi nel piano dell' equatore nel modo seguente. 

Sia A D B C (6g. 5) l' equatore. A B, D C due diametri perpendicolari. Si voglia la pro- 
iezione di un orizzonte della latitudine p. e. di iii\ Si prenda OFzsaio si tiri CF che 
Uglia in E il diametro A B: il circolo D E C che pissa pei tre punti D , E, C sarà 1' oriz- 
zonte proiettato. 

Drscriven nelT astrolabio equinotiale un paraMo di un dato grado di laùtudin; 

Sìa A D B (6g. 6) V equatore, P P 1' asse, P il pòlo artico , dove si suppone V occhio. Sia 
L M N un paralello dalla parte del polo artico, E F G un altro dalla parte del polo antartico. 
Sia PAP'B un meridiano, che seca 1' equatore ei due paralelli nelle tre linee para Ielle AB, 
LN, £G. Se da P si dirigono ad L, E le visuali PLO, PHE, queste Uglieranno AB 
prolungato nei punti O, H, i quali saranno le proiezioni dei ponti L , E nel piano dell' e- 
quatore. Se dunque col centro C, e raggi C O, C H si descrìvano i drooli O R Q , H I K , 
questi saranno le proiezioni dei due paralelli L M N, E F G nel piano deU* equatore. 

Orse tutto il piano del meridiano PAP'B si fa rivolgere intomo iii torno ad OQ finché 
cada sol piano dell' equatore A D B, i punti O, A, H, C resteranno immobili, e 1 punto P 
cadrà in un punto p del circolo A DB, talché sia Ap::=AP, così i punti L, E in due 
punti /, e; sicché Ai=:AL...Ae=zAE. D'onde segue che tutta la costruzione può farsi 
nel piano stesso dell'equatore, senza ricorrere al meridiano. Ecco dunque la pratica. Sia A D B p 
(fig. 7) r equatore: tirati due diametri perpendicolari AB , pp', rappresenti p il punto dove 
coincide sopra il polo artico P. Descriviamo i due tropici, e '1 paralello di 38o di latitudine 
boreale. Si prendano A e = A I = aS^ 3o', ed A m = 38<>. Si tirino per p le rette p e, p 1 0, 
p m Q, che tagliano in H, O, Q il diametro A B prolungato. Col centro G e raggi C H, C O, 
C Q si descrivano i tre circoli H I K, O P Q, R Q S : il primo sarà il tropico di capricorno, 
il secondo quello di cancro, il terzo il paralello di 38®. 

(a) Aguilera (oc. ciu 



118 

la qaale non potei farsi cosi distiota io qd piccolo cifcolo. Or questo 
lembo è diviso da 360 lineette, le quali indicano t gradi i io qoaati 
fa sin dalla sua origine (1) divìso il cìrcolo. Ogni linea piii long» 
dinota il quinto grado: e quindi vi si notano 72 divisioni. 

Il numero dei gradì poi è segnato colle lettere dell alfabeto arabo, 
nel modo seguente; cominciando da dritta a sinistra della estremità, 
segnata nella linea che cade perpendicolare, in meno ai due buchi, 
che sono sottoposti all'anello, pel quale si dovea tenere lo strnmento 
quando voleasene usare 



e» 


H 


f 


« 


J 


» 


J 


» 


^ 


V 


50 


5 


40 


5 


30 


5 


20 


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10 


5 


U 


H 


<JO 


V 


O 


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8 


u- 


« 


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5 


90 


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5 


5 


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5 


e» 


V 


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s 


J 


» 


J 


» 


^ 


9 


50 


5 


40 


5 


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5 


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5 


10 


5 


(a)^ 


S 


(jo 


V 


O 


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£ 


» 


cr 


9 


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90 


5 


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5 


70 


5 


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5 


U 


» 


f 


» 


J 


« 


J 


» 


tf 


9 


50 


5 


40 


5 


30 


5 


20 


5 


10 


5 


(3) cr- 


9 


Uo 


V 


O 


9 


e 


9 


LT 


9 


eo 


5 


90 


5 


80 


5 


70 


5 


60 


5 


u- » 


U 


a 


r 


s 


J 


» 


J 


» 


Kf » 


60 5 


50 


5 


40 


5 


30 


5 


20 


5 


10 5 



(O lomard Expandon du tfitimé tmkriqu» dn aneknu égypiunt cb. lu » pas* 4^i » ^ 
neUc DtMcripùon dt t Egfpu 4 cdit. t. 7. 

(t) Coti esprcMO Ione perdié é U 4oin« dì? inonci e cbe abbiiao uMlo U Idlera «3 per (o 
non cbe per 4* Ciò cbe aperUmcnte ai Tedrà indi a poco neUa spiegaskme delle parole Kiittc 
nel 3* circolo. 

(3) Goti etpreisa font perché é la Goma di? isione. 



119 
Sei circoli si osservano paralelli all'equatore) io ogoi quarto dei 
qoali leggoDsi delle parole , divise nei qaaltro quadranti di un cir- 
colo stesso, e che cominciando dalla parte più vicina alla estremità 
interna a sinistra di chi guarda segnano ciò che segue : 

•^ ^ (l) AiUl^J^ Uàj^ 
cioè latitudine UV^ ore 15, 4 (2) 

latitudine 45% ore 14, 14 (3) 

latitudine 43% ore 15, 15 (4) 

I é^ àÀs^Mà Lo (Jàjsi 
latitudine 21% ore 15, 1 (5). 

Il dorso poi ( in cui mancano pure i traguardi) che interessantis- 
simo rende questo astrolabio che ho il piacere d' illustrare le seguenti 
cose presenta ; e mostra che gli Àrabi , abbenchè avessero preso per 
base della loro astronomia 1' almagesto di Tolomeo , pure seppero 
con importanti travagli accrescere le vedute della scienza degli a- 
stri. Di quale scienza furono siffattamente coltivatori , che com- 
mentando il dotto T. Hyde (6) le tavole delle fisse di Ulugh Beigh 
ebbe ad avvedersi con somma maraviglia , che in ninna lingua tanti 
nomi di stelle ritrovansi quanti nell' arabico. E fra le tante cose im- 

(i) Invece di ^^LSiLim plurale di ^IL&I^m 

(3) Sarebbe an errore groesolaiio ove questa lettera indicasse quivi 4 » perchè la durata del 
massimo giorno in siffatta latitudine secondo il calcolo é i5* 4^** Non così ove indicasw 4o. 
£ per 4o crediamo doversi assolutamente leggere indotti dallo stesso interpretamento datoci più 
sopra nella graduazione del lembo ove senza dubbio esprime 4o« 

(3) Quivi é indubitatamente errore giacché per lo meno, dovrebbe dir i5* 34^ dapoiché se- 
condo il calcolo sarebbe i5^ a 6% ma io non posso alterar ciò che si legge nello strumento. 

(4) Secondo il calcolo più esattamente |5^ 11'. 

(5) Più esattamente secondo il calcolo \^^ 57\ 
(6) Optra toffl. 1, pag. 5. 



120 

portAQtissiaie, siabiliroDO le laiiladÌDÌ dei luoghi, abbeochè ignoto ci 
rimaoga il metodo col quale a ciò foaser pervenuti (1). E furoD tanto 
abili gli Arabi nel costruire gli astronomici strumenti e a saperne far 
uso, che basta a rimanerne sorpresi il solo leggerne V opera del fa- 
moso Abul Hbassan Ali (2). 

Or questo dorso è diviso in quattro quadranti che passiamo a di- 
chiarar partitamente. 

i" QUADRANTE. 

Chiamo primo quadrante, quello che vedesì in alto alla sinistra di 
chi il guarda. E ivi una fascia circolare graduata e suddivisa in di- 
ciotto parti; nella quale leggonsi i seguenti gradi, segnati con lettere, 
e che leggendosi, come debbonsi, da sinistra a destra indicano: 

20 5 10 5 

g » ^^ » 

70 5 60 5 

Notati ad angolo retto sono i nomi delle dodici divisioni solari delio 
zodiaco, alle quali hanno fatto sempre grandissima attenzione tutti i 
popoli del mondo , eccetto i Cinesi (3) , che li riguardano per ben 
piccola cosa; dapoichè fanno base di tutta la loro uranogra&a la serie 
delle 28 costellazioni, corrispondenti alle case della luna. 

Sei di quelli sonò nella linea orizootale, sei nella verticale; e nel 
seguente ordine; appartenendo ognuno di questi nomi zodiacali all'arco 
che gli è a destra : 

Nella orizontale leggonsi: 

(4) V>¥2J^ i/J^^ JUacjJt cjj^^>JoJt c5'*>^^ 

cioè 

Capricorno^ jiquarioy Pesci^ Ariete^ Toro, Gemelli. 

(i) y. Gr. Tacqaier De orìgine et pergreem geograptUae pre«o CeUarìo. NoùtioÉ orbis an 
tU/ui dve Geographia pUnior tom. 2, appendix 1, p«g. i5. 

(a) Tmàé des ìnstruments mtronomiques det Ambes etc. traduit par J. J. SédUlot etc* Paris 
a Tol. ÌD-4, 1834-35. 

(3) Abd-R^musat Mélange* asiadques, tom. 1, pag. 31 3* 

a) Idtccc di t/>^^'. 



u 


* r 


V 


U 


9 


50 


5 40 


5 


30 


5 




Uo 


8 





S 




90 


5 


80 


5 



121 
Nella verticale poi : 

(3) LTJ^^ 0;jUJt u!>4t (a) ^JUJUJt aJìT^ (i) v:^lL;^l 

cioè : 

Cancro^ Leone^ Vergine^ Libra^ Scorpione^ Sagittario 

appartenendo ognun di questi nomi zodiacali all' arco che gli è sopra. 

Sono segnati in questo quadrante le linee orarie. 

Già si comprende che qui le ore sono quelle dette ore antiche^ o 
giudaiche o temporarìe o ineguali che cominciano dal levarsi del sole 
e finiscono «col tramonto del medesimo (4) , che per altro primo ad 
introdurre le ore uguali presso gli Arabi fu AbùI Hhassan il quale 
non visse che tre secoli dopo di Ebn Jounis e di Abùl Wéfa (5). 
Giacché per ogni giorno dell' anno si hanno sempre le dodici ore , 
ciò che sarebbe impossibile colle ore uguali. 

É propriamente questo il quadrante portatile, descritto in un quarto 
di circolo, e del quale diede il Montncla una descrizione ben chiara 
e semplicissima : e che è attribuito a Aegiomontano, il quale fu pu- 
re autore del famoso Quadratura horarìum tanto rinomato. Or questo 
quadrante, del quale la costruzione è semplice aia non jgrande la pre- 
cisione, come osservava il Delambre (0) suppone una latitudine deter- 
minata^ ed una tavola delle altezze del sole per tutte le ore o fra- 
zioni di ore durante tutto V anno. 

Gli archi dei «egni sono archi di circolo, divisi in ore, per mezzo 
delle tavole delle altezze. 

Arbitrario è l'ordine di questi circoli; può mettersi io alto l'arco 

(0 InTCCc di {J3d^^\, 

(a) Dicefi pore dagli Arabi ^'v/*^*^'» . . 

0) ^ sagittario ordinariamente chiamaTasi dagli Arabi iS^^^J*^ 9 ma etti pure ii dia- 

•ero C/^I^^'o 

(4) Quesf DIO Tenoe dagli Egiziani. V. Erodoto lib. 11^ e Dione Caitio lib. S7. 

(5) Delambre loc, tìU. Gnomonlqué cb. 1, pag. 5i5. 

(6) Histoin d€ t astronomie du mcftn ag« fig. 77, pi. 7, pag. 334* 

MomLiAMO voi, Ip^, 16 



122 

del capricorno o quello del cancro; ma questi archi che hanno tutti 
un centro medesimo e fra' quali quello indicato soltanto con punti 
rappresenta V eqninozio, come rilevasi dai due segni zodiacali pei quali 
passa, sono necessariamente di grandezza ineguale ; il quadrante non 
può avere la stessa precisione in inverno e in estate. Per tutti i punti 
dei differenti archi che corrispondono alla stessa ora , si fa passare 
una curva , che è la linea oraria j e che ha la forma presso a poco 
di un S. E chi fosse vago di conoscere il modo come agevolmente 
servirsene potrebbe consultarne la descrizione, la quale meglio che di 
altri trovasi fatta dal chiarissimo Ozanam (1)« 

Le ore segnate nel secondo arco, leggendo nella posizione del segno 

zodiacale 'i/^^-" cioè Gemelli^ e da sinistra a destra sono: 

J ^ ^ ^ ^ ^ 

cioè: (2)6 5 4 3 2 I 

ed appartengono ciascuna alla linea oraria che segue nello stesso senso 
da destra a sinistra. 

Le ore segnate nel quarto arco ; leggendo nella posizione del segno 
zodiacale Ciuo^Wl ^j^^ Cancro^ precisamente in modo opposto alle 
precedenti sono: 

cioè: 12 11 10 9 8 7 

ed appartengono ciascuna alla linea che segue nello stesso senso delle 
lettere. 

Nel circolo paralello poi al centro leggesi : 



e^ 



cxoii pf laliludint 

38 

(i) Stcréatioiu mathèmoùqua etc. tom. i, prohlémei de gnomonique xis, d. ii, 6g. lor 
(a) L'ora letU era l'ora del mezzogiorno. 



123 

Or quale è il paese indicato eoo siffalta latitadioe 38 ? Io mi to 
lasiogaodo che siffatto paese non possa esser altro che Palermo luogo 
dei più celebri come scriveva Edrisi (1) per la sua importanza , me- 
iropoli delle più illustri dell universo. 

Già da tutti è risaputo che 1' uso di segnare i gradi di loogitudioe 
e di latitudine, per fissare la situazione dei diversi luoghi della terra 
non siesi stabilito presso i geografi, che verso il secolo secondo del 
cristianesimo (2). Coloro che hanno scritto prima di siffatta epoca non 
hanno potuto esprimere le rispettive distaniie dei luoghi, il loro al- 
lontanamento dall' equatore, e V estensione delle contrade che pel mezzo 
delle misure itinerarie (3). 

A dir vero la storia dell' astronomia par che ci dimostri , che la 
esatta determinazione della latitudine dei luoghi sia uno dei punti i 
pia difficili della parte pratica di questa scienza. Ciò è nato in gran 
parte dalla imperfezione degli stromenti, imperfezione tale, che anche 
addi nostri (e non è poco) mai non si arriva dd evitar V errore per 
lo meno di un qualche secondo. 

Or la posizion geografica di Palermo, secondo un' antica carta ri- 
portata dal Cluverio era determinata colla latitudine 38*. 12^ N. Ro- 
bertson nella sua opera The elements of navigation la suppose 38^. 10'. 
Boooe e Desmarcst (/i) la segnarono per 38^. 09. 2. Le effemeridi di 
Milano la dierono per 38*. 9' ; e le carte particolari della marina fran- 
cese r aveano stabilita per 38*. 8\ Il celebre p. Piazzi (5) fu colui 
che fissolla sopra replicate osservazioni ed esatti calcoli per 38*. 6*. 44"* 
e poi col metodo del Boscovik delle stelle circompolari (6) 38^. 6". 
45". T"; e indi col metodo delle stelle zenitali (7) 38*. 6'. 44\ 6^ 
e nel 1806 finalmente altra volta (8) 38*. &. 44", la stessa che Iro- 



(i) Géograph'te traduite de 1* arabe par P. Amédée Jaubert toin. a, pag. 76. 

(9) Nelle tavole di Tulomeo, le quali non tono che copia dell' opera di Mann dt Tiro posta 
in nn nuoTO ordine, e corretta in qualche passo, il grado di latitudine era 700 ttadii 9 ognun 
dei quali valeva un ottavo di miglio. V. GosseUin toc. c'U. tom. i, pag. ia3. 

(3) V. GosseUin toc. cu. tona. IV, pag. 189. 

(4) jidas éncjrclopédique contenant la géograpfue ancienne etc. tom- 1, pag. 3. 

(5) Detta specola astronomica dei regj studj di Palermo libri quaUro^ lib. iv, { iSyR^S* ■?'* 

(6) Piazzi loc. cU, lib. v, parte iv, pag. i4i. 
(7} Piazzi loc. cU. pag. i4!ì. 

. (8) Piazzi Dd reale Osservatorio di Palermo libro vi, 5 *"> P*8* ^' 



116 

di 38* ciò che sarii confermato quando iliastreremo il dorso (1) di 

qaesto astrolabio. 

Dodici orizzonti, obbliqui al piano dell' equatore e corrispondenti 
ai gradi di latitudine che yì son notati, tagliano il piano dell'equatore 
nella linea che unisce i punti equinoziali. Essi vi forman quel ponto 
d' intersezione, che gli astrologi nei tempi in cui la superstizione per- 
suase che gli avvenimenti umani sien legati ai fenomeni del cielo, e 
▼oleansi a forza leggere in uno strumento che rappresentava la situa- 
zione dei corpi celesti (2), chiamarono Oroscopo (3). 

In ognuno di essi circoli è segnato tre volte il grado di latitadine 
rispettiva, che è il seguente, e nell'ordine che sarem per avvertire. 
I sei, sugli archi dei quali cade perpendicolare l' orizzonte dall'estre- 
mità, che è sotto l' anello , da dritta a sinistra , portano i seguenti 
gradi cioè : 

àjo ài éJSss [£=^ "i lo 

45 35 25 21 31 41 

Gli altri sei, sugli archi dei quali cade perpendicolare P orizzonte dal* 
Tesi all'ovest, portano i seguenti altri gradi cioè: 

(Jà 

47 

Che i circoli concentrici sieno paralelli all' equatore chiaro si rilieva 
da ciò , che il piano di proiezione è l' equatore. Che il circolo il 
quale passa pei quattro punti d' intersezione dei dodici circoli che 
abbiamo detto essere orizzonti obbliqui rappresenti l'equatore, rica- 
vasi dall' avere appunto comuni cogli orizzonti siffatte intersezioni ; 
giacché ogni orizzonte essendo un circolo massimo deve tagliare V e- 

(i) Delle due saperfide degli sitroUbii l' una chianoMt faccia, l'altra cforto.— V. ApiUcra 
Canones attrolabU unii^tnalU lib. ly pag. 9. 
(3) Lebriin Hisi. dei pratiques tupent, tom. 1» pag« aao. 
(3) Francoeur Umnographie etc. i pari. n. 4^6. 



e* 


e» 


e^ 


• ^^^MK 


j^ 


4a 


33 


23 


•27 


37 



117 
qnatore io nn diametro come osservasi celia figura dell' astrolabio. 
Che i paralelli coDceotrici abbiano la latitudine da noi assegnata, e 
gli orizzonti la latitudine indicata dall' astrolabio si ricava eseguendo 
neir astrolabio il problema inverso a quello che insegna a descrivere 
in esso nn cìrcolo e un orizzonte di un dato grado dt latitudine. Il 
quale problema a maggior dilucidazione stimiamo utile di risolvere 
nella nota sottoposta (1). 

Un gran circolo lo contorna , che dagli astronomi chiamavasi il 
lembo o il margine dell'astrolabio (2). Esso serve perla graduazione 

(i) Descìivere netto tUSio Oiirolabio un orizzonu oblliquo alt equaton di un dolo grado 
di latiiudinet 

Sia P il polo (fig. 4) 9 ^ C B D r equatore, A B, C D due diametri di questo perpendi- 
colari; APB un meridiano» FCGD un orizzonte» obbliqoo all' equatore, di cui la latitudine 
é PG ovvero A F. Dirìgendo da P le visuali BEF, POH , il diametro FG avrà per pro- 
iezione EH: e poiché la proiezione del circolo FCGD dee anche passare per D» C, poiché 
D C si trova già nel piano A GB, cosi questa proiezione dovrà passare pei quattro punti 
Cy Ef D, H; e poiché dev'essere un circolo com'è facile provare (v. fig. i), basta deter- 
minare il solo punto E; giacché due C, D, già si hanno. Facendo rivolgere il piano APB intomo 
ad A Hy sinché cada sul piano dell'equatore, perciò che sopra si disse, tutta la costruzione 
può farsi nel piano dell'equatore nel modo seguente. 

Sia A D B C (fig. 5) l' equatore. A B» D C due diametri perpendicolari. Si voglia la prò- 
jezione di un orizzonte della latitudine p. e. di 3i^. Si prenda OFzsaio si tiri CF che 
taglia in E il diametro A B; il circolo DEC che j^aaia pei tre punti D , E, C sarà 1' oriz- 
zonte proiettato. 

Descrìvere netT astrolabio equinotiale un paralM> di un dato grado di latitudine. 

Sia A D B (fig. 6) 1* equatore, P P 1' asse, P il pòlo artico , dove si suppone V occhio. Sia 
LMN un paralello dalla parte del polo artico, EFG un altro dalla parte del polo antartico. 
Sia PAFB nn meridiano, che seca 1' equatore ei due paralelli nelle tre linee para Ielle AB, 
LN, EG. Se da P si dirigono ad L, E le visuali PLO, PHE, queste taglieranno AB 
prolungato nei ponti O, H, i quali saranno le proiezioni dei punti L , E nel piano dell' e- 
quatore. Se dunque col centro C» e raggi C O, C H si descrìvano i circoli O R Q » H I K » 
questi saranno le proiezioni dei due paralelli LMNy EFG nel pia no deU* equatore. 

Orse tutto il piano del meridiano PAP'B si fa rivolgere intomo ii. torno ad OQ finché 
cada sul piano dell' equatore A D B, i punti O, A, H, C resteranno immobili, e 1 ponto P 
cadrà in un punto p del circolo A DB, talché sia Ap = AP, così i ponti L, E in due 
punti i, e; sicché Ai:=AL...Ae=zAE. D'onde segue che tutta la costruzione può farsi 
nel piano stesso deU'eqoatorei senza ricorrere al meridiano. Ecco dunque la pratica. Sia A D B p 
(fig, 7) r equatore: tirati due diametri perpendicolari AB , pp*, rappresenti p il punto dove 
coincide sopra il polo artico P. Descrìviamo i due tropici, e '1 paralello di 38<> di latitudine 
boreale. Si prendano A e =: A 1 = aS^ So', ed A m =z 38<>. Si tirino per p le rette p e, p I O, 
p m Qy che tagliano in H, O, Q il diametro A B prolungato. Col centro G e raggi C II, C O, 
C Q si descrivano i tre circoli HIK, OPQ, RQS: il primo sarà il tropico di capricorno, 
il secondo quello di cancroi il terzo il paralello di 38®. 

(a) Aguilera toc, cit* 



118 

la quale noa potaa farsi così dìstiola io od piccolo circolo. Or qoesto 
lembo è diviso da 360 lioeette, le quali iodicaoo i gradi , io qoaali 
fa sin dalla sua origine (1) diviso il circolo. Ogoi lioea pia looga 
dinota il quinto grado: e qoiodi vi si DOlaoo 72 divisiooi. 

Il Damerò dei gradi poi è segnato colle lettere dell' alfabeto arabo, 
nel modo seguente; cominciando da dritta a sinistra della estremità, 
segnata nella linea che cade perpendicolare, in mezzo ai due buchi, 
che sono sottoposti airanellOi pel quale si dovea tenere lo strumento 
quando voleasene usare 





u 


S 


r 


« 


J 


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J 


tf 


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8 




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5 


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5 


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(3) 


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£ 


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l/- 


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J 


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J 


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60 


5 


50 


5 


40 


5 


30 


5 


20 


5 


10 5 



(O Jonurd Exporition du ifsUm€ mitrique én andut» égfpiUm eh. xu , pag. 4^i t «^ 
neUe Dt»cripùon de t EgfptM 4 té&t. t. 7. 

(ft) Coli eipreao ione perché è la 4<Hna difinooet e che ibbiano osato la lettera ^ per (0 
non che per 4. Ciò che apertamente li ?edrà indi a poco nella tpìegasione delle parole icfittc 
nel 3* droolo. 

(3) Goti esprcMa fone perché é la 6onu dimone. 



119 
Sei circoli si osservano paralelli all'equatore, in ogni quarto dei 
quali leggODsi delle parole , divise nei quattro quadranti di un cir- 
colo stesso, e che cominciando dalla parte più vicina alla estremità 
interna a sinistra di chi guarda segnano ciò che segue : 

•^ ^ (l) ASULm# J^ Uàj^ 
cioè latitudine 47'', ore 15, 4 (2) 

latitudine 45% ore 14, i4 (3) 

latitudine 43% ore 15, 15 (4) 

\ é<i àjXsXéM Lo Uòjji, 
latitudine 21% ore 15, 1 (5). 

Il dorso poi ( in cui mancano pure i traguardi) che interessantis- 
simo rende questo astrolabio che ho il piacere d' illustrare le seguenti 
cose presenta ; e mostra che gli Àrabi , abbenchè avessero preso per 
base della loro astronomia 1' almagesto di Tolomeo , pure seppero 
con importanti IraTagli accrescere le vedute della scienza degli a- 
stri. Di quale scienza furono siffattamente coItÌTatori , che com- 
mentando il dotto T. Hyde (6) le tavole delle Gsse di Ulugh Beigh 
ebbe ad avvedersi con somma maraviglia , che in ninna lingua tanti 
nomi di stelle ritrovaosi quanti neir arabico. E fra le tante cose im- 

(i) loTece di (^VXUm plurale di dx X ^M 

(9) Sirebbe un errore grotsolaiio ore questa lettera indicasse quivi 4 » perché la durata dei 
massimo giorno in siffatta latitudine secondo il calcolo i i5* ^li\ Non cosi ove indicasse 4o. 
£ per 4o crediamo doversi assolutamente leggere indotti dallo stesso intcrpretamento datoci più 
sopra nella graduszione del lembo ove senza dubbio esprime 4o. 

(3) Quivi e indubitatamente errore giacché per b meno^ dovrebbe dir i5* a4% dspoicbé se- 
condo il calcolo sarebbe i5^ a6', ma io non posso alterar ciò che si legge odio strumento» 

(4) Secondo il calcolo più esattamente t5^ il'. 

(5) Più esattamente secondo U calcolo i4® 57\ 
(6) Opera tom. i| pag. 5. 



130 

stmìlì, e si ha 

D7:AD::AF:FG*; ma 

D 7 : AD;: 7 : 12. Dooqae 

7:12::AF:FG'=— AF. 

7 

Nel nostro astrolabio non etvi la di?isiooe dei lati del quadrato ; 
poiché Tien supplita da qaella del quadrante. I gradi di qaesta di- 
visione non sono quelli dell' arco, ma indicano le tangenti corrispon- 
denti ad ogni arco, supposto il raggio =3 12. 

Or il metodo pratico per fare qaesta ditisione è il seguente. 

Sia AB (fig. 12) l'arco del quadrante, C il centro. Al panto A 

si tiri la tangente indefinita AD. Diviso il raggio A C in dodici parti 

ugnali, di cai una parte sia Al, si prendano sopra AD delle parti 

uguali ad Al, cominciando da A. Ai punti di divisione 1, 2, 3... 

6 .. 9, 12 ecc. si guidino da C le rette occulte CI, C2, C3 «. C6 .. 

C9 ecc. che tagliano V arco A B nei punti segnati cogli stessi nameri. 

Sarà AB diviso come si voleva. I numeri delle divisioni indicano le 

tangenti degli archi corrispondenti quante dodicesime parti del raggio 

9 
comprendono. Cosicché p. e. la tangente dell' arco A9 é — del rag- 

gio. Si vede chiaro che le divisioni dell'arco AB vanno sempre piit 
impicciolendo sino a riuscire insensibili, poiché gli angoli in C vanno 
sempre più diminuendo. Questa divisione può servire a costruire pra- 
ticamente gli orologi cilindrici e ad altri usi. Ma insieme col qua- 
drato geometrico può adoperarsi a misurare le alteize, nel modo se- 
guente. 

Pongasi il raggio CA (Gg. 13) orizzontale, e CB verticale. Si di- 
rigano i traguardi verso la cima H dell' altezza GH. Se l' alidada passa 
per qualche divisione di quelle che sono sensibili p. e. la divisiooe 

10, sarà; GHss— GG. Se passa per qualche punto dove le divi- 

sioni sono poco sensibili, ciò accadendo al di là della metà AE del 
quadrante (poiché A E che é di USI" ha la tangente uguale al raggio; 
e perciò in E si ha la divisione 12) l'alidada taglierà in qualche paolo 



131 
K il lato E F del quadrato. Presa nell' altro lato D E la parte DIsFK, 
e dirigeodo V alidada pel ponto I, si veda qoale diTisione taglia. Sia 

12 
p. e. la IO'' . Sarà allora GH'^s— di CG. Poicbè come si è so- 
pra veduto si ha 

G,r=5I.CG=i?.CG. 

♦2 
Ma CD: DI::C A:tangAlO:: 12: 10; dunque G H'=—. CO. 

10 

h"* QUADBANTB. 

Neir ultimo quadrante finalmente in niscbia scrittura leggesi per 
ordine di qual principe sia stalo questo astrolabio costruito. 

^jX^ji\ ^^>^^ gr*>^-^^ o^-fcsswo (j^\ 

cioè : Per comando eminente del religioso Ahmed ebn Mohammed ebn 
Managid ebn Nagi eln Mohammed Aesadi Mmodart (^) AU 
zanìdunl» 

Evvi poi in margine qoest' altra iscrizione portante il nome dell'au- 
tore e l' epoca della costruzione, in cufica calligrafia che pare proprio 
estratta dalle leggende delle cufico-aglabide monete : 

^Ni#%M> &AMU ^^ cfE.. (J^ «>J0lfic à^xi^M 

Fecelo Hamed ben Ali neW anno 348. 

L' anno 348 dell' Egira corrisponde all' anno 959 di G. G. che ebbe 
principio il 7 marzo feria 7 (2). 

(i) Secondo uà dogma mosalmano, il capo religioso e politico della naùone dorrebbe essere 
scelto dalla tribù dei Coreisciti, che yien riguardata come la più nobile di tutte le altre ; per- 
ché dal suo seno nacque Maometto. Or non potendo Ahmed vantar discendenza da essa , ed 
ayendo intanto assunto supremo comando si dà il Tanto di essere Moderàa ossia discendente 
da Modar ben Nizar da cui ebbe fra le altre origine la tribù dei Goreisciti, e nel cui dialetto 
è scritto il Corano, ▼. Madini Le rarità deU istoria ecc. pag. ti* 

(9) y. Asaemani Catalogo dei oodid manotcritti orientaU delia BiUiotÉca naniana ccc* 
P urte ^f pag. ix« 



132 

Or qaesto Hamed beo Ali per qaaoti libri avessi svolto, chi fosse 
sialo ooD trovo; e quindi se altre opere avesse fatto V ignoro. Certo 
è che noD semplice artista dovett' essere, che allora dod avrebbe in- 
ciso nello strumento il suo nome (1). 

Or io ardisco supporre che potesse essere quello Àhmed beo Alt 
soprannomato al Monaggem ossìa V astronomo^ di coi parla T Herbe- 
lot (2); che certo non avrebbe affidato ad un oscuro matematico un 
Re la costruzione di uno strumento che doveva dirsi essere fatto per 
di lui comando. E poiché oissun autore ci segna V Herbelot che gliene 
avesse apprestato la notizia, né di qual paese ei si fosse ci accenna , 
così io credo arrischiare una correzione semplicissima , chiamando 
Hamed quel che V Herbelot chiama Ahmbd, e riconoscerlo per siciliano 
sino a che non sarà da altri rivendicato; e per astronomo del nono 
secolo, contemporaneo di quel famoso Albategnio (H), che 1 Lalande(4) 
riguarda per uno dei venti astronomi celebri (5), fioriti dal principio 
del mondo sino al secolo xviii , e propriamente il primo dopo To- 
lomeo. 

Non è dunque vero che alcun sostanziale miglioramento non sia 
stato fatto dagli Arabi all' astrolabio (6); anzi poossi con fondamento 
conchiudere : 

1"" Esser questo per quanto io sappia il primo e '1 solo astro- 
labio arabo che siasi pubblicato. Dapoichè quello che V Assemani dicea 
trovarsi nel museo Borgia integmm optime conservatum (7) non è stato 
pubblicato da alcuno, e chi sa dove e sino a quando rimarrà integro 
e ben conservato; ove non sia per esser vero il mio sospetto, che 
possa essere per T appunto qoest' esso: ciò che sarò per annuoziare 

• 

(i) Qaesto argomento parve cooTÌncente al dottissiiiio Assenumi per credere aitroiioiiio e noo 
semplice arteGce 1* autore del globo celeste da lai Ulustrato t. GtobuM cadettì» cufico-atìibkus 
VeUi/ttni musti borgiani iliusutaus pag. lxIik, può esser qaÌDdi a me permetto il ripeterlo. 

(i) BibUoth, Orieni. art. Ahmed ben Ali. 

C3) Costui Gori daU'879 al 912 deU'E. T. 

(4) Mrègè dastronomU p« xxt. 

(5) Questi sono : 

Eralostene — Ipparco — Tolomeo-- Albategnio^Regiomcutano ~G>peniico — Tyco -i- Ga- 
lileo ^- Keplero — Hevdio — Cassini — Picard -^ Hoygens ^ Nenton ^ RomeiwFlamstccd -^ 
Halley — La Ciille — Bf ayer. 

(6) Montrerrìer toc, ecc. pag. 47 S, tom» i« 

(7) Loc, cii. Ad'lectorrm. 



133 
più chiaramente quando pabblicberò la illustrazione di noa stupenda 
patera araba ora dallo stesso sig. Gamarrone posseduta. Due Arabum 
nolis insignita (1), che trovansi nel gabinetto di Kircber a Roma , e 
r altro deirOsservatorio di Parigi (2), e l'astrolabio rinvenuto in Var- 
savia nella Biblioteca dei PP. delle scuole pie T anno 1819 di cui 
dicesi che si occupava 1' abate Luigi Chiarini (3) professore di lingue 
orientali in quella università, sono' tutti sino ad ora, a quel ch'io meo 
sappia, né dichiarati, né illustrali. 

Di tutti ignorasene 1' epoca precisa e si stimano presso a poco po- 
steriori al decimo secolo; quando già era siffattaaiente universale reso 
r uso deir astrolabio, che bisognava provvedersene chiunque si fosse 
voluto dare allo studio della scienza astronomica , e tanta erane la 
moda, che non solo di rame come per T ordinario, ma fin anco fuvvi, 
chi avendo voluto congiungere l'ambizione allo studio ne avesse avuto 
di fine argento (4). E nulla offrono di particolare e di distinto (5). 

(i) V. Boiwddì Alusaeum Kirchenanum pag. 3oa. 

(a) V. L. Moreri Le gran dictionaire rtc. tom. i, pag. 5oi. 

(3) V. Révue encychpedique tom. iv, anoée 18199 pag. ò5g e scg. Leltrc de T ab. Ciampi 
a M. MahuI. 

(4) y. S. Pier Damiano Opera omnia opusc. xlt » cap. vi , pag. 70). Ciò che anche ho 
troYato esser succeduto nel 5^ secolo: infatti mi ricordo di aver letto che Sinesio ne abbia in- 
viato uno di argento a Peone favorito d'Arcadio. 

(5) Impegnato a ragionar compiutamente di questo bello anzi bellissimo monumento che mi 
Ila occupato; e tale (per mio giudizio) che potrebbe accrescere lustro a qualsivoglia museo, volli 
ricercare se qualche altro arabo astrolabio per avventura si fosse in Palermo potuto rinvenire* 
E avvertito che nella biblioteca dei PP. dell' Oratorio alcuni abbenché pochi antichi astrono- 

•nìci strumenti conservinsi pensai di passarli a rassegnale vi trovai parecchi astrolabii e varii 
frantumi che ad altri astrolabii, ora non più esistenti, una volta s' appartennero. Due fra quelli 
hanno attirato con particolarità la mia attenzione : é uno precisamente segnato coli' anno 1 54o 
ed é quello di cui può vedersi simigliante la figura nell'opera di Gio. Paolo Galluccio (i). 

Un altro poi alquanto più piccolo di quello che ho io dichiarato trovasi del tutto completo; 
non avendo che solamente rotto uno dei due traguardi. Esso racchiude quattro diverse piance 
per usarne in diverse latitudini, giacché ogni piancia contiene dall' un lato e dall' altro il suo 
piano di projezione e un solo orizzonte. E abbenché fosse tutto segnato in arabico, pure i nomi 
dei segni zodiacali, e i nomi dei mesi li presenta bilingui, cioè in arabico e nel corrispondente 
latino. Nel dorso poi ci trovi l' orologio solare, e ivi sta scriUo con cufiche lettere essere stato 
costruito da un tal Ibrahim. 

Ma sifiatto strumento che con delicatezza non é inciso come lo é il nostro , nulla oflfre di 
particolare e di ragguardevole, non ha segnata una epoca determinata; e per quanto a me pare 
non può essere anteriore al secolo undecimo ; quando già gli astrolabii trovavansi comunissimi. 

(0 Specuium uranicum etc. lij». a. Aeq[«aUo ocUva «phaerae pag. io. Vcnelìis i593 in fot. 



2* Esser questo facilmeote siciliaDo, doo pel solo motivo di tro- 
Tarsi in Sicilia; ma perchè fatto per servire ad aoa latitudine di 38^ 
che è appunto quella di Palermo capitale delta Sicilia. 

3"* E monomento prezioso per la storia dell'astronomia; presen- 
tando nel decimo secolo scolpite non poche teorie sino ad ora attri* 
boite ai moderni. Sicché se L. Amelio Sédillot (1) ebbe non è gran 
tempo (2) il piacere dì rivendicare per V astronomo di Bagdad Àbol- 
Wefa (3) l'onore della scoverta della variazione attribuita a Tycho- 
Brabé (4) ; così ho io avuta la fortuna di rivendicare all' astronomo 
del secolo decimo Hamed ben Ali, più invenzioni sino ad oggi credute 
dei secoli posteriori al 13**; e fioanco T oso delle tangenti attribuite 
prima al Regiomontano(5), e poi al famoso Ulugh Beigh (6). 

4* Serve a stabilire T epoca, in coi viveva l'astronomo Hamed 
ben Ali-— *a rettificarne il nome — a riconoscerlo o per siciliano, o per 
tale che abbia forse trovato fortuna in Sicilia, o lavoro per Sicilia— -per 
contemporaneo del famoso Albategoio (7): e per autore di un astrolabio 
di cosi grande importanza per la storia della scienza del cielo. 

Or se è incontrastabile quanto dall' immortale p. Piazzi (8) fu osser- 
vate; che presa Siracusa, tolto di vita Archimede, e ridotta in provin- 
eia romana tutta T isola di Sicilia , una profonda caliginosa notte ne 
avesse coperto il bel cielo, e l' astronomia vi sia caduta in totale di- 
menticanza ; non sarà vero però, che quando la nazione araba vi do- 



se non può però pareggiare l' astrolabio nostro é pur tuttaWa anch' esso pregevole monumcnlo 
e per un importante resto del medio-evo riguardarlo conviene ; soprattutto per essere font il 
solo in cui nissun mancamento s' avverta $ e che io credo non possa essere oscurato da altro 
che da questo che è stato da me or ora pubblicato. 

(i) TfouvelUs recherchet pour servir à fìUstolrt de tattronomle che» U* Arahes sta nd 
Nouveau journal asiatique i8S6, e v. Campus rendus de VaeademU des eàences 37 ferrier 
i4 et s8 mars iS36. 

(3) Nel i836. 

(3) 998 di G. C. 

(4) 1603 di G. C. 

(5) Moller— o Giovanni Germano di Koenisberg ossia di Regiomonte, più conoaduto sotto il 
nome di Regiomontano. 

(6) Delambre loc. ài. pag. 166. 

(7) Mnhammed ben Giiber ben Senin Abu^abd-allah nato in Batàn e volgarmente detto Al* 
bategnio fiori nel secolo ix, e mori l'anno 817 dell' Egira 939 di G, G. 

(8) Della specola astnnomka de' rsgj studj S FaUrmo libri ^otfrv.— Discorso prdimiiiare 
pag, sTiu. 



135 
mioava sol dae filosofi Esserif e Mohamed avessero atato qualche 
notizia delle dottrine sagli astri, che altrove già note erano e divulga- 
te. Dapoichè tante e tali cose forse gli Arabi di Sicilia sapevano intor- 
no a quella soieoia, la qnale tiene il primo sposto fra tutte le altre 
scienze naturali (^i)j ed insegnavano , che dinaenticate, poi ben dopo 
noi ti secoli si riprodussero e ad altra gente si attribuirono. 



(i) Alb. Pappiani Detta sfera armiUart t dM uso di essa neW astronomia nautica e gno- 
atonica. Prefai. pag. i. 



^'éc 5. 



F.g i. 





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DIZIONARIO 

GEOGRAFIQO-STATISTICO 
PER LA SICILIA 



MoMTILtdMO voi. ly, 1^ 



DIZIONARIO 

GEOGRAFICO 'STATISTICO 

SlCltU«0-LiTl«0>ITAUA«0 

DELL1S0LA DI SICILIA E DELLE SUE ADIACENZE 



ÀVVÉRTIIIENTO 



TrovaDsi ìd qaeslo Dizionario (otti i dati ataiislici pia iDleressanti 
che rigaardar possano la Sicilia; riovenendovisi iDdicati) col suo nome 
siciliano non solo, ma col nome latino, e con qaello italiano le città 
tatto al presente esistenti, e finaneo i Comuni aggregati, e alcuni dei 
principali siti, le montagne primarie (t), i pia interessanti fiumi e 
laghi, e taluni dei golfi, e delle grotte e delle castella che meritano 
speciale attenzione (2). 

E poiché la Sicilia, la cui periferia è miglia 685 4/;. , si. divide 
in sette Valli minori o Proyince, e ciascuna provincia in più Distretti, 
che montano al numero di 24, e ogni distretto in tarii Circondarii, 
che giungono al numero di 167, si suddivide, ognun dei quali ha 
varii Comuni che ne dipendono, i quali sono 349; cosi ho stimato 
nel nominare un Comune cennare di qual Valle, di qual Distretto, di 
qual Circondario fa parte, e quale si è la distanza itineraria che da 
ognun di essi Io disgingne in miglia legali. 



(i) In talune trorerSMÌ segnata in piedi francesi l'altezza sai lirello del mare, 
(a) Di yarii panti si indicheranno It btitaduù e le longitudini: e quest'ultime dal meridiano 
che passa per risola di Ferro. 



uo 

Al che mi è parato confenienU aggiangere quanto ognoii di essi 
fosse distante dalla capitale dell'Isola, Palermo. 

Sonti poi molti Vescovadi in Sicilia, che in totto rìdoconsi a nn- 
mero sedici, fra' quali alcnni son metropolitani, soffraganei tal' altri. 
Or la circoscrizione delle Diocesi, non andando pari passo con quelle 
amministrativa e giodiziaria, eosl a conoscere la diversa dipendenza 
ho stimato avvertire la diocesi coi ciascon Comune appartiene. 

Le notizie della popolazione di ogni Comone le ho ricavate dagli ul- 
timi dati uflBiciali pubblicati dalla nostra Direzione Centrale di Statisti- 
ea, che fa ascendere la intera popolazione della Sicilia a 2,032,395. 

In fine mi è sembrato utile aggiungere la conoscenza della estensione 
territoriale d'ogni Comune, che ho ricavate da fonti sicore. 

Dal che vedasi ancor dai meno accorti come questo Dizionario sod* 
disfaccia più ai bisogni del secolo che non il lessico topografico del- 
rAmico compilato per gli archeologi — - più che il Dizionario di Sacco, 
che mai non pervenne in credito — - più dell'altro di Ortolani che per 
mancanza di quelle facilitazioni e di quei dati precisi, che al presente 
si hanno, non potè fare opera compiuta. E per altro sono essi libri 
divenuti rarissimi, esaurite essendosene da tanto tempo le edizioni. 



141 

aBBBBSBaBEBSBSaBeSBSSSBBBaSBBBaB 



ABATI, villaggio presso Palermo da cui dista 6 miglia» Abatb, 

ABBTSD» fiume di Sicilia, forse Tatitico Eloro, sorge dal colle di Gerratana» 
passa oei prati di Palazzolo, e sbocca tre miglia distante da Nòto, detto anche 
Tellara. Abùm aUllarus Faz. Helorm Yirg. jEIomi Gic. Anso. 

AGI, vedi JACI. 

ACQUA DI LA FICA'RRA, casale di Sicilia aggregato al comune di Barcellona 
nella provincia e diocesi di Messina, distretto e circondario di Gastroreale, di- 
stante da Palermo miglia 149, da Messina 32. Popolazione 606. — Aqua fi- 
earrae M. P., Acqua dilla ficaima, o Acqua ficabia. 

AGQUA DI LI GURSAXI, sorgente d'acqaa presso Palermo dove trovui una tor- 
re, Aqua Pyraiofum Bar. Aqua Conalium Fas. Acqua dei Gobsari, 

AGQUA SANTA, contrada nella riviera settentrionale di Palermo poco difcosta 
dal Lazzaretto, detta cosi per una sorgiva d'acqua dolce I) presso, Acqua santa. 

AGQUA yrVA, comune alle falde d'un monte in provincia, distretto e diocesi di 
Caltanissetta, da cui dista S6 miglia, circondario di Mussomeli, da cui è distante 
S miglia, territorio salme 813. Popolazione 148S, Aquaviva, Acquatita. 

AGQUl DU*CI, villaggio aggregato a Sanfratello in provincia di Messina, da cui 

^ dista 82 miglia, distretto di MistretU, diocesi di Patti , 88 miglia distante da 
Palermo, Acqub dolci. 

ADERNO', città di Sicilia alle falde dell'Etna, capo circondario in provincia, di- 
stretto e diocesi di Catania, da cui digta 24^ miglia, da Palermo 1(9. Popola- 
zione 11322. territorio salme 4980, Hadranum Diod.. Adbinò. 
2. — Fiume che passa per detta città, Hadranus amnii Diod., Fiun d'Adbknò. 

ADRA'GNU, casale Ticino Sambuca. Adbagno. 

AGGHIA'STRU. terra di Sicilia in provincia, diocesi e distretto di Palermo, da 
cui dista 16 miglia , circondario di Misilmeri , da cui dista 7 miglia. Popola- 
zione 1457, territorio salme 3735, Oleoitrum P., Ogliastio. 

AGGIRA, vedi AGGIRO*. 

AGGIRO, vedi SAN FILIPPU D'ARGIRC. 

2. — Monte di Sicilia, Afoni agyrmiU Gaet., Aggibò. 



U2 AG 

AGIIO'NI, cala, promootorio a eaitello in uo aogòlo dal gotto diXIataoia» Fmpa- 
rium Liontinorum. 

A'GRU. vadi FORZA FAGRO\ 
2. — Fiume, Fortia F., Aoaò. 

AGU'STA, città marittima, capo cìrcoodario io proTlocia di Noto, da coi diala iO 

> miglia, distretto e diocesi di Siracusa . da cui dista 18 miglia, cosi detta per 

essere stata da Federigo Augusto fabbricata; distante da Palermo miglia 105, 

da Noto kO. Popolazione 9&31 [compresovi il sotto comune di Braccia) territorio 

aalme 8M2. lat. 37.'' 17.' 30.*' ilti^iMla, Agosta. 

AlBIDDINA, vedi JIEIDDINA. 

AlDU'Nl. città di Sicilia capo circondario in provincia di Caltanisaetta, distretto 
e diocesi di Piazza, da cui dista 6 miglia, distante da Caltaniaaetta miglia 47. 
da Palermo 118. Popolazione 4976, territorio aalme 12005, Àydon Fax., ila- 
donum Pir., Aidonb. 

A LCAMU, città allo falde del monte Bonifato , capo distretto della provincia di 
Trapani, da cui dista 3G miglia , diocesi di Mazara , distante da Palermo 32 
miglia. Popolazione 16427, territorio salme 6064, Alcamum Carata , Alcamo. 

ALCARA DI LI FRrODI, citti di Sicilia fabbricata su di un colle, capo eireoo- 
darlo, in provincia e diocesi di Palermo , da cui dista 40 miglia , distretto di 
Termini, da cui dista 24 miglia. Popolazione 6330, territorio aalme 1831* 
Lireara M. P., Lbecaia. 

ALCA'RA Di LI FUSA , citti di Sicilia nel fondo di una valle , in provincia di 
Messina, distretto e diocesi di Patti, da cui dista 34 miglia, circondario di Mi- 
litello, da cui dista 4 miglia, distanto da Messina 90 miglia, da Palermo 104. 
Popol. 2035, territorio salme 300, Alearia Caraf. Alcaba dbi Fuai. 

ALESSA'NDUlA, citti di Sicilia, in provincia e diocesi di Girgenti, da cui diala 
20 miglia, distretto e circondario di BiTona, da cui dista 4 miglia, distante da 
Palermo SOm. Popol. 4209, territ. sai. 3330, ^{ej?ancina Pir.. Albssabmi a. 

ALE'SSIU. monte ed isoletta vicino Mongibello, HaUuioi Colum. Alessio. 

ALFA*NU, monte di Sicilia, che sovrasta la spiaggia di Solante vicino la Beghe- 
ria, e au cui si trovano gli avanzi dell' antica Sotunlo, una delle colonie fenicie, 
Yhalfanui Faz., Alfano. 

ALI', terra di Sicilia alle falde di on monte, capo circondario io provincia, e di- 
stretto di Measina, da coi dista 19 miglia, diocesi deirArchimandrita, distanta 
da Palermo 215 miglia. Popol. 9088, territorio salme 600, con salutiferi bagni 
termali, Aly Car., AlL 

A'LIA, terra di Sicilia, capo circondario in provincia di Palermo, diatretto di Ter- 
mini, da cui dista 18 miglia, diocesi di Cofalù, distante da Palermo 46 miglia. 
Popoiszione 4008. territorio salme 3441. Alia M. P., Alia. 

ALICATA, vedi LICATA. 

ALICU'RI, una delle sette isole eolie, sterile ed alpeatre, in provincia e diatretto 
di Messina, diocesi e circondario di Lipari , diatante da Messina miglia 93 e 
mezzo , da Palermo 50. Popol. 443 . Erieusa PI. e Strab. Aiciusa Solin. e 
Berkel. Ericodit Diod. Ericudia Goldti. Alicubi. 



AL 1A3 

ALME'NAi' cUfà dir Sicilia iulla sommiti di no moote, i&'pro?hi«it df^Palermo, 
dialralto e dioeeii di Cefalù, da cui dista 36 miglia, eircoodario di Petralia, da 
eoi dista 10 miglia, distante da Palermo 60 miglia. Popolaz. 3180 , territorio 
salme 1855, Alimena P., Alihbna. 

ALIMINDSA. vedi ARMINU'SA. 

ALTAlirRA, casale di Sicilia su di un'altura ticino Batuso, Altamira P., AtTAHiiA. 

ALTARE'DDU, tedi OTaRE'DDU. 

ALTA*RI, due iaoletle» o piuttosto scogli tra la Sicilia, e la Sardegna, Ara$, 
Altami. 

ALTAVILLA, isola tra' mari di Marsala e Trapani, ticino all' isola Barone, presso 
alle Saline, e dopo il Marelimo, Altavilla^ Altavilla. 
S. -« Scoglio nella maremma di Siracusa, Altavilla. 
3. — Per HI'LICIA. vedi. 

ALTDMU'NTI, terra in provincia di Girgenti, Altohontb. 

AIIBLE'RI, scaturiggine d'acque sotto le fslde di un monte presso Palermo, Am- 
bUriui Inv. Ahblem. 

AMBRO'CIU, capo vicino il fiume di Malpertuso e lo scaro di Scalaura tra Pol- 
Una e Ceralù,.AvBaocio. 

AMU&E'DDD, fiume tra Caltanissetta e Pietraperzia,^m«re{ìttf Faz., Avorbllo. 

A'NAPU, fiume di Sicilia, che scaturisce nelle campagne di Gulfarò , e di Bu- 
scemi, e secondo i vari! luoghi pei quali passa, accresciuto da molti fonti muta 
più nomi, finché entrando nel territorio di Siracusa vien appellato Anàpu, Ana- 
pui Tue. e Lìt.. Ah a PO. 

ANNUNCIA'TA, casale di Messins, Annunciata Faz., AififuivGiATA. 

ANNUNZIATA DI MA'SCALI, villaggio di CaUoia. Annunciata di Mascali. 

ANTE'LLU, comune in provincia di Messina, distretto di Gas troreale, circondario 
di Savoca. Popolazione 619, Antdlium Pir., Antelli, 

AHAGO'NA, città di Sicilia, sita sul pendio d'una collina in provincia, diocesi e 
distretto di Girgenti , circondario di Grotte , distante da Girgenti 8 miglia e 
mezzo, da Palermo 68 miglia, da Grotte 6 miglia. Popol. 8^09., (compresivi 
i sotto comuni di S. Elisabetta e Joppolo ) territorio salme 5050 , Aragona P. 
Abagona. 

A'RCAMU, vedi A'LCAUU. 

ARCA'RA, vedi ALGARA. 

ARE'NA, fiume di Sicilia, Halyeui Gluv., Abbna. 

ABGIRO', vedi SAN FILIPPO DARGIRO'. 

ARICU'RI, vedi ALIGD'RI. 

ARMELLI'NU. monte di Sicilia sul cui dorso è situata la città di Piazza, Armil- 
linui Pir., AavELLiNo. 

ARMINU'SA, terra di Sicilia alle falde di un monte, in provincia di Palermo, da 
cui dista 36 miglia, distretto di Termini , da cui dista 12 miglia , circondario 
Hontemaggiore. da cui dista 2 miglia, diocesi di Cefalù. Popolaz. 1057 , ter- 
ritorio salme 548, Alihincsa. 

A'SARU , terra di Sicilia sita sopra un monte, in provincia di Gatania, da cui 



U4 AS 

ditta 60 miglia, dittrelto e dioeesi di Nicoiiat da cai diiU 14 (Biglia, eireoii- 

darìo di Laooforto, da eoi è diataote k miglia, dislaoto da PaknM» 121 miglia. 

PopoL SS69, territorio salme 6S93, A$arum, Asabo. Asaaio, AiaoacK 
ASINE*DDU. terra di Sicilia, io protiocia di Palermo, distretto e dioceai di Ce- 

falù, da eoi dista 10 migliar circondario di Collesano , da eoi dieta 5 miglia , 

disUDte da Palermo 48 miglia. PopoL 29S8, territorio aal. 3140, ImuUut Pir. 

Aimttui Pri?. di re Martino, Ishbllo. 
9. — - Fiaroe, Flumui ÀMimUi P., Fiohb d*Isnbllo. 
3. — Isoletta o scoglio circa a mille passi distante dslla marina di Trapani, 

A$i$MU Haur. Aiinellui Faz. /asirfa uieUi Cluv., Asihbllo. 
ASNB'LLU, vedi ASINEDDU. 
ASPARANE*DDU, isola lungo la riviera di Siracusa, ilipmiiiatttis Yentim. Aspa- 

lAHBLLO. 

ASPARA'NU, scoglio yìcIoo Siracusa, ^paraniis, Asfababo. 

A'SPRA, vedi LA'SPRA. 

ATABI'RA, monte presso Girgenti, Atabfria, Atabiba. 

AUDITU'Rl, Yillaggio presso Palermo, Umtcbb. 

A'VULA, città marittima io provincia, distretto, diocesi , e erreoodario di Roto, 

da cui dista 5 miglia, da Palermo 174, Popol. 9055, territ, sai. 3894, Atola. 
3. — Fiume vicino la città di Avola, che sbocca vicino la eosl detta Balate 

di Noto, Atola* 



BAARI'A, vedi BAGARIA. 

BADIA, vedi BA'RIA. 

BA'FIA. comune aggregato a Gastroreale in provincia di Messina, da coi dista 

8S migliar da Palermo 155. Popolaiione 1183, Bafia. 
BAG A RI' A. terra di Sicilia, capo circondarlo in provincia, dioeesi e distretto di 

Palermo, da cui 4 distante 9 miglia. Popolaiione 767S, territorio salme 1456, 

Bagabia. Bagbbiia. 
BAGNI CANICATTINI. comune in provincia di Noto, distretto e dioceai di Si- 

racuia, ds cui dista 15 m*. circondario Floridta,da cui dista 6 m., distante da 

Noto 10 m., 144 da Palermo. Pop. 4006. territorio sai. 715, Baori caiiicattiri. 
BALISTRATI. vedi SICCIA'RA. 

BALLETTI!, Gume di Sicilia. Ballietui, Fsz. Ballbtto. 
BA'LLU, comune aggregato a ZafTaraoa , in provincia e diocesi di Catania. Po- 

polszione 204. Ballo. 
BAIIBARA, monte di Sicilia, Barbara Fss., Babbaba. 
BABCELLa'NA —PIZZI) Di GOTTI), capo circondario di Sicilia , in provincia 

e diocesi di Messina, distretto di Castroresle, da cui dista 4 m , distante ds 

Messina 30 m.. da Palermo 143, territorio salme 2924. Popol. 17312, Bar- 

9iUcni Pir., Babcbllona. 



BAR 145 

BARIA. contrada vicino Palermo, alle falde del monte detto Manticaccio, Buda. 

BARRAFRA'NCA, circondario sur una collina, in provincia di Caltanistetta , di- 
stretto e diocesi di Piazza da cui dista 19 m., distante da Caltanisaetta S3m.. 
da Palermo 96. Popol. 8517. territorio salme 28H. Banafranea Maun, Con. 
vieinium Pir., Bammafiaiica. 

BASICO', casale aggregato a Milazzo, Basico. 

BASILU'ZZU, una delle 12 isolette eolie, Imula Hereulii Ciuv., Basiluiut Faz. 
Basilczzo. 

BATI'A VE'CCHIA. comune aggregato a Novara, in provincia e diocesi di Mes- 
sina, distretto di Castroreale. distante da Messina 40 miglia. Popolazione 812 
Badia ybcchia. * 

BAUDA'RI. villaggio aggregato a Pagliara, in provincia di Messina, Baudabi. 

BAVD'SU. terra di Sicilia , in provincia distretto e diocesi di Messina , da cui 
dista 14 m., circondario di Gesso (Messina). Popol. 814, territorto 124 salme, 
Bavuiui Faz., Bavoso. 

BEDDICIU'RI , villaggio aggregato ad Aci S. Antonio in provincia di Catania 
Bellifiosi. 

BEDDULA'MPU, monte dalla parte di ponente vicino Palermo, Btlampus Inveg., 
Bblahpo. 

BEDDDPASSC. terra antica di Sicilia, alle falde merìdioDali dell'Etna, lo prò- 

vioeia distretto e diocesi di Catania, da cui dieta 10 miglia, da Palermo t7* 

Popol. 7089. Belpauui, Bblpasso. 
BEDOUVIDIRI, monte di Sicilia, 7emeni(ef Clav.. Bbltedbbb. 

2. — Comune aar ana collina, in prof ioeia di Noto, da cui diala 22 m. da 

Palermo 145. diclretto diocesi e circondario di Siracusa. Popol. 631. Belvidìrii 

Bbltbdbbe. 
BELI'CI. vedi BILTCI. 

Iltiom «dfmmGm""'"''" *'" """ " """■ """■ »'""• 

BELPA'SSU, vedi BEDDU PASSU. 

ifiAPICA VILLA, capo circondario in proviocia, diocesi e distretto di Catania da 
cu. dista 22 miglia e mcExo, distante da Palermo 1 Sa miglia e meszo. Popò- 

o.rrn **'"^*' *'"""'" "'"' **^' ^'^^ Graeearum, BuncAvatA. 
BIANLU, promontorio di Sicilia, Promontorium album Fat., BtAiico. 
BIDDI'A. vedi BELLI'A. 

BI'FARA, terra di Sicilia in provincia, diocesi e distretto di Girgenti. circondario 
t-'eT.'; "'* P-fermo 90 m., territorio salme 765 Poiol. 67 T- 

"'hl ™' ^n ^! ^^"''.*!" ?*''" •'' '" P"'"*'P"" "'«•"«• »••"« <Je"e quali 
ne monte Sanlagono. mfra la citti di Palermo e quella di Corleone, l'altra 

ne la Pianura dell'Arcivescovo presso un casale di Greci, l'ulKma dalle falde 

del monte Calatamauro; s'ingrossa per altre piccole sorgenti nelle vicinanze della 

Gibellina, mette foce nel mare afrleano vicino il promontorio Lilibeo tra la citti 

MOMTIUJMO, «ol. ir. 



U6 BIM 

di Sciteet • l'aoUca Selinoote, oggi terra di Pulici, Hypta 9ììn.,B9lieit Fax.» 
Bblicb. 

2. — AUro Some di Sicilia, che ha la tua sorgente pretto la Piana dei Greci, 
potete t'uoiaee e coofoiide eoa l'aliro Biiici, ftmoao per le vittorie riportate da 
Timoleoote pretto le tao rive • contro i Cartagioeti • Crimiiu$ Virg. Criniiiut 
Tue. e Plut. Cremttitti e Crimiuui Diod. CrutUisa e Cmnitot Tib. > Bbucb. 

3, — Monte oejla parta meridionale di Sicilia, Laodalut Fax*. Bblicb» 
BrMAHI, gioghi di monti, che da Pelerò ti ettendono tino alla piana di Milaxzo, 

BlMARI. 

BINDICA'BI, itoletta nelle vicinante di Noto, Bibdicabi. 

BrRGI. 6ume che natce da due fonti circa tei miglia dittante da Martala, tbocca 

nel mare tra Martala e Trapani, Aqithiu$ F., Bugi. 
Bl'SCARI, terra in provincia di Nolo, dittretto-di Modica, da cui ditta SS m«, 

dioceti di Siracuta, circondario di Vittoria, da cui ditta 6 miglia, dittante da 

Noto kk m., da Palermo 135. Popol. 22ti, territorio salme 5917, Vùearii. 

Piiearum, Dirillum Pir. Bitearii Fax., Biscaei. 
BIVE'RI DI LINTTNl. lago notistimo pretto Lentloi, PiteinaLeontina, Bitibib. 
BIVO'NA, città, capo dittretto nella provincia e dioceti di Girgenti. da cui ditta 

^\ miglia, da Palermo 46. Popol. 3054, territorio stime 5189. Bippùn o Hip^ 

ponium Aten. Ftòon Maur. Biban Pir., Bitona. 
BÓcrNA. città di Sicilia, in provincia e diocesi di Palermo, da cui dista Si m., 

dittretto di Termini, da coi dista 14 m.. circondario di Cimiona, da cui ditta 

S miglia. PopoL 3573, territorio stime 610, Baueinia Pir-. Baociha. 
BONAGI'A. tonnara nel vai di Maxara dopo il etpo Cofano, Bonaqu. 
BOFU, uno dei tre promontorii dell'itola vedi LILIBE'U, Bobo. 
BONFURNE'DDD, torre di guardia nella cottiera di Termini, dopo il 6ame grande 

e il monte di S. Calogero, Euraeui o CracuB^ Bonfornbllo. 
BONIFATD, monte di Sicilia, a pie dei quale è fabbricata la città di Alcamo , 

Moni Bonifaeii Pir. Fax. Bonifato. 
BONITA, vedi BONURA. 
BONPETRU, comune io provincia di Palermo, da cui dista 60 m., dittretto di 

Cefalù da cui ditta 30 m., circondario Peiralia toprana,da cui ditta 5 miglia. 

Popol. 2015. BCORPIBTBO. 

BONPINZE'RI NADU'Rl, terra di Sicilia nella provincia dittretto e dioceti di Cai- 
itniflsetta. da cui ditta 23 m., circondario di Serra di falco , da cui ditta 9 m. 
Popol. 544. territorio ttlme 1204, Bonpinzerii, Bonpbnsibrb nadvri. 

BONVICrNU , castello e fertexxa di Sicilia nella provincia di Noto , dittretto e 
dioceti di Siracutt, circondario di Leotini. dittante da Noto 56 miglia, da Pa« 
lermo 160. territorio talme 600, Bonvicinus Fax., Bonviciiio. 

BONU'Rà. fiume che terge nei contorni di Cattroreale. Panehytui, BoiirBA. 

BORRE LLU, villaggio aggregato a Beipttto io provincia di Catania, BoasBLLO. 

BOZZETTA, borgo di Mettine, Boxxetta. 

BUrCA, fiume o torrente di Sicilia pretto Messina, Briea Fax.. Bbica. 
2. -. Per casale di Messina, tedi S. STEFANO DI BRIGA. 



BRI ìhl 

BRIGARI'A, quartiere della città di Palermo , anticamente detto NiapoHi^ cioò 
città mioTa» divisa dal fiume. Ch$monia, Albeigamia. 

BRO'LU. castello marittimo di Sicilia nella provincia di Messina, distretto e dio* 
cesi di Patti, circondario di S. Angelo, distante da Messina 64 m*. da Paler- 
mo 112, da Fatti 13 m., da S. Angelo 6 miglia. PopoU90i, territorio sai. 60, 
Broliu Faz. Brolum Caraf. Brolo. 

BRO'NTI, città di Sicilia alle faldó dell'Etna, capo circondario in provincia, dio- 
cesi e distretto di Catania, da cai ò distanta 35 m., da Palermo 160. Popol. 
9662» territorio salme 1522, Broniu M. Brong, Bbonte. 

BRU'CA, castello di Sicilie marittimo in provincia di Noto distretto e diocesi di 
Siracasa, circondario di Agosta, distante da Noto 4i miglia, da Palermo 180, 
JVoiitum^ Bryea, Bruca, Brdga o BaucoLi. 

BUCCHE'RI , capo circondario in provincia , diocesi e distretto di Noto , da cai 
dista 24 m., da Palermo 144. Popol. 4322, territorio^ salme 2404, Bucchi- 
ritim Plr. Buccheri. 

a. — Monte di Sicilia dove evvi una sorgiva del fiame S. Leonardo , Mont 
Themui, Buccheri. 

BUR6ETTD. cornane sa di an colle in provincia e distretto di Palermo, diocesi 
di Horreale, circondario di Partinico, da cui dista 2 m., da Palermo 17 miglia. 
Popol. 4923, territorio salme 718, Borobtto. 

BU'RGID, capo circondario su di un monte in provincia e diocesi di Girgenti , 
distretto di Bivona, da cui dista 10 m., distante da Girgenti 34 m. e mezzo, 
da Palermo 48. Popol. 5367, territorio salme 2427 , Burgium Maur. Burgiui 
Pir., BuEGio. 

BURRU'NI , isola di Sicilia con saline e torre a fronte delle Timpe della Spa- 
gnuola nel mare tra Trapani e Marsala vicino l'isola dei Sorci, 11 miglia e 
mezzo distante da Trapani, 7 m. e mezzo da Palermo, Borronb. 

BUSACCHlNn, capo circondario nel mezzo di an monte, in provincia di Palermo, 
distretto di Corteone, da cai dista 12 m., diocesi di Morreale, distante da Pa- 
lermo 51 ro. Popol. 8208, territorio salme 4300, Biiaequimim, Busacchiro, 

BOSACQUINO. 

BUSA'MMARA. monta di Sicilia tra Marineo e Corleone, vicino il bosco del Ca- 
pilleri, che da tre parti di lontano riguardalo sembra come fosse dallarté fab- 
bricato a guisa di una grande muraglia di città, Busamami Briet. Busamar Faz. 

BCSAHVARA. 

BUSCE'MI, terra di Sicilia sovra un colle, in provincia distretto e diocesi di Noto, 
da cui dista 20 m., circondario di Palazzolo, da cui dista 2 m., distante da 
Palermo 115 m. Popol. 3093, territorio salme 1985, Buxima Faz. Buscemi. 

BUTERA, terra di Sicilia in provincia di CaltanisseHa , distretto di Terraoora, 
diocesi di Piazza, circondario di Riesi, disUnta da Galtanissetta 27 m., da Pa- 
lermo 115, de Terranova 10 m., da Riesi 10 m. Popol. 4645, territorio salme 
16500, Butira Faz., Boterà. 



148 



CA'CCAMO, comane di Sicilia sopra an monte , capo circoodario in provincia a 
diocesi di Palermo, da cai è dittante SS m., distretto di Termini, da cai dista 
k m. Popol. 6595, territorio salme 10359, Caecabum Ugo Fale. Caeabus Faz. 
Cacctfmttm P. di Rag., Caccavo. 

CA'DRA, antica torre presso Lentini. 

CALA DI S. PAULO, laogo tra Messina e Taormina. Statio 5, FaM, Cala di 
S. Paolo Saiiso. 

CALAM l'GNA , terra di Sicilia io provincia e diocesi di Palermo • da coi disU 
S3 m., distretto di Termini, da cai dista 10 m., circondarlo Giminna da coi 
dista 9 m. Popolazione 3770, Yentihiglia. 

CALAMONACl, terra di Sicilia in ona piccola pianura in provincia e diocesi di 
Girgenti, distretto di fiivona, da coi dista 13 m., circondario di Ribera, da eoi 
disia un miglio e mezzo, distante da Girgenti 28 m. e mezzo. 5b da Palermo. 
Popol. 70a, territorio salme 690, Calamaiuuum, Galasonaci. 

CALA'NNA, monte di Sicilia presso Alcara, Calamna, Calapnit, Calarna. 

CaLAPO'RRU. ridotto di navi tra la torre di S. Cataldo e capo Ramo, sul prio- 
cipio del golfo di Castellsmmare, Calaporrui Faz., CALAPonao. 

CALASCI8ETTA, città di Sicilia, capo circondario in provincia di Garunissetta, 
distretto di Piazza, da cui dista 16 m. , diocesi del Cappellano Maggiore , di- 
stante 33 m. da Caltaoissetta, 103 da Palermo. Popol. 4991, territorio salme 
507S, Calaxibiita Pir., Calasgibbtta. 

CALATABIANU, terra di Sicilia alle falde orientali dell' Etna, in provincia di Ca« 
tania, distretto di Acireale, da cui ditta 18 m., diocesi di Messins, circondario 
di Linguaglossa, da cui dista 10 m., distante da Catania S8m., da Palermo 184. 
Popol. 183&, territorio 1856 salme» Calalabianum Maor., Calatabiaho. 

CaLATABILLO'TTA, terra di Sicilia sopra un monte, capo circondario in pro- 
vincia e diocesi di Girgenti. distretto di Sciacca, da cui dista 10 m., distante 
33 m. da Girgenti, 63 da Palermo. Popol. 4869. territorio salme 863, Calia- 
billoeta Pir. Caltabillotta. 
2. — Giorni di CalUbillotta. 

CALATAFIMI, terra di Sicilia in mezzo a due colli, capo circondario in pro- 
vincia di Trapani, distretto di Alcamo, da cui dists 11 m., diocesi di Mazsra, 
distante da Trapani 25 m., 43 da Palermo. Popol. 8113. territorio salme 8810. 
Calala fimi, Caltafimi Pir., Calatafimum Faz., Calatafivi. 

CALATAGIRUNI, città vescotile «ur un monte capo distretto della provincia di 
Catania, da cui dista 48 m., da Palermo 129. Popol. 22062, territorio stime 
24625. Calatagironium Haur*. Galtagibonb. 

CALATAHU'RUy monte di Sicilia. Calatamurum Faz., Calatasubo. 

CALATAVUTU'RO, terra di Sicilia sita sopra un monte in provincia di Palermo, 
dittretto di Termini, da cui dista 18 m., circondario di Montemaggiore da coi 
dista 9 ro., diocesi di Cefalù. dittante da Palermo 42 m. Popolaz. 3888. ter- 
ritorio salme 5116, Calatavulturium Haur., Calatayctoro. 



GAL U9 

CALATRA'SI, e PETRALONGA, Game di Sicilit, CaiairatU, CALAnAti. 

GALATO'BD, castello di Sicilia, CUalicò P. del 0. Rag. Calatufoum Pir., Cala- 
luftiia Fai.» Calatdbo. 

CALATA, promoDtorio noo lungi dalla città di Patti, Capili Cahata^ Fax. Calata. 

CALISPE'RA, casale di Messioa, Calispirium Pir. Calispbba. 

CA'LLARI. ClUHl DI S. LDNARDU, CaUari» Faz.. Callabi. 

CALTAGIRU'Nl. ▼. CALATA6IRD NI. 

CALTANISSETTA, citli Tescofile sita sul dorso di uo moote, capo provincia in 
Sicilia, distante da Palermo 91 m. Popol. 17104, territorio salme 26927, Ca- 
laianiwttta Pir., Caliamseetta CC, Caltanissetta. 

CALTA VOTDRO, ▼. CALATAVDTU'RD. 

CALTURA'RIU, fiume di Sicilia, Fluttui Calturalii P. di Bug. 

CALVA'RIU, monte di Sicilia, quasi un miglio distante dalla città di Sutera, Cai- 
variui Massa, Caltabio. 

CALTARU'SU, terra in provincia diocesi e distretto di Messins, circondario Gesso. 
(Messina), distante da Messina 16 m. . da Gesso 6 m. Popol. 923 , territorio 
salme 40&, CalvaruHum Pir., Calv abuso. 

CALU'RA. scaro che si trova nel littorale di Pollina vicino Cefalù, Calpba. 

CAMARA'NA, fiume di Sicilia, Hipparii, Cahababa. 

S. — Torre tra la bocca del fiume Camarone, e la cava del Cor?o , Cama^ 
rana, Camarina Diod. 

CAMA'STRA, terra di Sicilia^ in provincia, diocesi e distretto di Girgenti, da eui 
dista 12 m., eircondario di Palma, da coi dista h m., distante da Palermo 80 
miglia. Popol. 1076, estensione salme 90&. CamaUra Pir., Cavastba. 

CAMISrNU, fiume di Sicilia, Chameurum, Camesino. 

CAMMARA'TA, terra di Sicilia alle falde di un monte, capo eircondario in pro- 
vincia, e diocesi di Girgenti, distretto di Bivona, da cui dista 12 m., distante 
25 m. da Girgenti, 50 da Palermo. Popol. 5082, territorio salme 11800, Ca- 
mwata F. P., Cahhabata. 
3. —Monte di Sicilia, Afoni Cameratai Pir., Cahbbata. 

CA'MMARI. casale di Messina nel circondario di Gasai , Cammari$ Faz., Cam- 
mariae Pir., Cahhabi. Si divide in inferiore ed in superiore, il primo dista da 
Messina 2 m., ed ha una popolazione di bl4. il secondo ne dista tre, ed ha 
una popolazione di 1074. ^ 
2. -T Fiume presso Messina. Cammarù Faz., Cahmabi. 

CAMPUBE'DDD DI LICATA, capo circondario di Sicilia sulla pianura di un mon- 
te, in provincia, diocesi e distretto dì Girgenti, da cui dista 29 m., 90 da Pa- 
lermo. Popol. 51H, Campus bellui Pir., Campobbllo di Licata. 

CAMPUBEDDU DI MAZZA'RA, terra in provincia di Trapani, da cui è distante 
38 m., distretto e diocesi di Mazara, da cui dista 10 m. , circondario di Ca- 
atelvetrano. da cui dista k m., territorio salme 12iS. Popol. 3778, Campui 
bellu$ Pir., Campobbllo di Mazaba. 

CAMPUBIÀ'NCU, monte delle isole Eolie, Cavpobianco. 

CAMPUCIURrTU, terra in provincia di Palermo, distretto di Corleene, da cui 



150 CAM 

diala 6 m., diocMi di Horreate, cirooodarìo dì Biiaeqoiao, da eoi ditta i m., 
ditUote da Palermo US m. Poppi. lOSS, terrìL salme IMO. (UHranoam. 

CAMPDFILrCI, comaoe ia proTioda di Palermo, distretto, circoodsrìo e ftscmi 
di Cefalùt da eoi disU 10 m., diatele de Palermo 38 ou Popol. 906» territorio 
salme 733, Cavfofblics. 

CAMPDFRA'NCU» terra di Sicilia aiU in uo pendio, in proTiocia dìoeeii e di- 
stretto di Caltaoisselta, clreoodario di Mossomeli, da cui dista 7 m., distale 
da CalUoissetU S6 m. Popol. aSOS, territorio salme 8366. CémpufimcM Pin.. 
Cahpofbahco. 

CAMPUREA*LI. comune silo aopra un colle, io protiDcìe di Trapani, diiliettoe 
circoodario di Alcamo, diocesi di Morreale, distante da Trapani 45 m., e9 
da Alcamo. Popol. 2411, CAHroBBALB. 

CAMPUROTU'NNU, terra di Sicilia sita alle falde dell' Btoa, in provincia, dicceli 
e distretto di Catania, circondario Baipasso, da cui dista 4 m., distante 10 n. 
da Catania, 183 da Palermo. Popol. 601. Estensione territ. ealme 350, Cm- 
pu» roiundui^ CAMPonoTOiiDo. 

CANALrCCHlU, villaggio aggregato a Tremestieri . in provincia di Catania, Ca- 

llàLlCCBIO. 

CA'NI. monte rimpetto Caecamo, Canii, Cahb. 

CA NIC ATTI', terra di Sicilia alle falde di no moole, capo circondario in proviDCia 
diocesi e dislretlo di Girgenti, da coi dista 22 m., 72 da Palermo. Popol. 16761i 
territorio aalme 7068, Canieatiiùi Fai., roantcah'nì liaor., Cahicatiì. 

CANICATTrai, vedi BAGNI CANICATTI-NI. 

CANNISTRA', casale di Castroreale aggregalo a Barcellona, in provincia di Mei- 
Sina. Conntflra. CAHifisTBA. 

CANNIZZA'RD , fiomicello presso Palermo , che nasce dietro Morreale , poscia 
scendendo dalla valle del Fico , dopo yarii giri si oniace al fiume Oralo. An- 
ticamente per diverso letto arrivato sino io Palermo vi entrava dal late di mes* 
zogiorno, acorreva per quella parte della città detta allora KBaoiiiA , oggi Al- 
•BaGAEfA, e quindi dividea le due parti prìocipali di Palermo, denominale Pa- 
LBoroLi e Nbavoli. logrossavasi in modo per le Inondazioni delle piogge scese 
dai vicini monti e colli, che molto volte fu colle alluvioni di notabilissimo daooo 
ai cittadini a segno, che costrinse il pubblico magistrato a rimuoverlo affitto di 
Palermo, con unirlo all'Oreto, Cannùarui Fai., AUinazarui Fort., C Air iiizi4ao. 

CA*NTARA, fiume di Sicilia, Caniara P. di Rug., Onoboloi e Otuibala Fai., 
Cantasa. 

CANTA'RA, altro fiume nella provincia di Note, Alabui, o AlahU, Caktaba. 

CAPA'CI, terra di Sicilia aita sopra una collina, in provincia e distretto di Pa- 
lermo, diocesi di Morreale, circondario di Carini, da coi dista 5 m., distaote 
da Palermo 12 m. Popol. 3424. terr. aalme 458, Capaeium P., Capacb. 

2. — TURRI DI CAPACI, torre tra quella dell'Orso e Sferracavallo, 2Wri< 
Capaeii. 

CAPARRINA, famoso colle, dentro la città di Messina. Caparrima P., OAPAsaiRA- 

CAPfZZI, capo circondario silo sopra un monte in provincia di Messina, diitrette 



GAP 451 

di MistreUft, da cui ditta IS m., diocesi di Patti, dittaDle da Mesaioa 85 m., 
da Palermo 80 m. Popol. 37S8, terni, salme 3300, Urbi Capùina Cic, Capi- 
tium P. di re liart., Capieimm P. di Errico VI, CafUium P., Cafizzi. 

GA'PRI, comooe sito io uoa tallo io profiocia di Messioa, distretto e diocesi di 
Patti, da cai dista 26 m.» circondario di Naso, da cai dista 6 m., dislaole da 
Messina 75 m., da Palermo 103. Popol. Slh, territorio salme 160, Crapria P.. 
CAPat. 

CA'PI), villaggio aggregato all'isola di Lipari, Capo. 

CAPI] BOEI, o BOE*U. ano dei tre promontorii principali di Sicilia, vicino Mar- 
sala, Lylibaeum, Capo Bobo, o Lilibbo. 

CAPII BONGlABBrNU, promontorio di Sicilia vicino Solante, Capo BonoBaBiiio. 

CAPO D'ARSD, ponte del fiame Salso. 

CAPO DI FARU, DI LA TURBI DI LU FARD. PtloruB. Capo di fabo. 

CAFU DI GA'DDU, promontorio di Sicilia nella baja di Palermo. Lai. 38.* U.' 16, 
long SI."" 1/ 30". Agriiai, Capo di Gallo. 

CAPU DI LA RAMA, vedi RAMA. 

CAPU DI MASSA D'OLI VERI, vedi MASSA D'OLIVE RI. 

CAPU DI MILA'ZZU, ApoUonii Ckmimeiui, Capo di Milazzo. 

CAPU DI LI MULFNA, promontorio vicino le eitti di Jaci, e di Catania, Iipho- 
nium F., Capo dei Molimi. 

CAPU D*ORLA*NNU, villaggio aggregato a Naso in prov. di Messina da coi di- 
sta 6k m., Agaihyrium PI., Capo d'Oblando. 

CAPU DI RASCARACI, Uliuis partui. 

CAPU DI SANT' ALESI, villaggio aggregato a Taormina, Arg$num F., Capo di 
S. Alessio. 

CAPU DI S. CRUCI, Jaiinif Diod., F.. Capo di S. Cbocb. 

CAPU DI S. VITU , Ut. aS.'' 10.' 50." long. 30.» 36." 0., Agathipriui Strab. , 
Capo di S. Vito. 

CAPU DI ZAFARA*NA, promontorio di Sicilia vicino la Bagaria. 

CAPU PA'SSARU, uno dei promontorii principali di Sicilia che gaarda a levante. 
Lat. 36.* 39.' 30.' Fachynui\itg.,Pachynum PI., Caput pauarum Golt. Gapo 

PA8SAB0. ^ 

CAPUTA , monte di Sicilia nella psrte occidentale di Palermo , in fianco a cai 

sta la città di Morreale, rimpetto a Mezzogiorno, Caputus Briet., Caputo. 
CARA'BI, fiume che nasce dal monte di Caltabellotta p va a metter foce nel mare 

libico, in distanza di circa a 5 miglia dalla città di Siacca, Aiyi, o Acilhit PI., 

Cab ABI. 
CA'BCACI, terra in Sicilia sita in una valle nella provincia di Catania , diocesi e 

distretto di Nicosìa, da cui dista 30 m., circondario di Centorbi , da cui dista* 

7 m., distante da Catania 39 m., da Palermo ìVi. Popol. 114, territorio salme 

1699, Careacii, Cabcaci. 
CARCA'RA, isola fuor del porto di Trapani, con torre, Carrara Orland. , Cab- 

caba. 
CARDINAXI, fiume di Sicilia, che ba secondo Fazello il suo capo in 18 miglia 

dì distanza da Siracusa, Cardinalii F., Cabdiaalb. 



152 CAR 

CARIDDI, icoglio rimpetto Sicilia neirentrare del porto di MeiiiDa, Gakiddi. 

CARINI, terra capo eircondario aita fopra un colle io proYincia e diatretto di Pa- 
Jermo. diocesi di Morreale, che aorge Bar un'alta collioa, a piò di cai sta ao'a- 
mena pianura cinta d' ogni intorno da una catena di monti , dista da Palermo 
17 m. Popol. 868S, territ. salme i435, HyeearonSi. Bla., Hyeeara PI., Diod., 
Cluv., Hyeearii P., estens. fc53S salme, CAami. 

CAHLENTINI , città di Sicilia in provincia di Noto i distretto e diocesi di Sira- 
cusa, da cui dista 27 m., circondario di Lentini , da cui diala 1 m. • disiente 
da Noto k2 m., 130 da Palerpso. Popol. 4809. CarUonlinum, Garlbhtiiii. 

CAHMINE'DDU, villaggio di Catania aggregato ad Aci S. Antonio. 

CARRAPrn, Tedi VALGUARNERA, Carbapipi. 

CARUNrA, terra di Sicilia in provincia di Messina, distretto di Histretta, da coi 
dista 15 m., diocesi di Patti, circondario di $anto Stefano di Camastra» da cui 
dista 6 m., distante da Messina 96 m., da Palermo T5. Popol. 2127, territo- 
rio salme 16000, Caronia P., Caeciiia. 
2. — Fiume di Caronia, Fluviui Caroniae, Piove di Caboria. 

CASALEDDU, villaggio di Messina aggregato ad Itala, Casalello. 

CASALI DI LI GRECI, vedi BIANCAVILLA. 

CASALINO'VU, terra io provincia e dioceai di Messina, distretto di Caatroreale, 
da cui dista 16 m., circondario di Noyara. da cui dista 12 m., distante da Mes- 
sina 46 m. Popol. 1474. territ. salme 450, CaiaUnovum F., Casalrooyo. 

CASALI VE'CCHIU, terra di Sicilia io provincia di Messina, distretto di Caatro- 
reale , da cui dista 24 m., circondario di Savoca , da cui dista 1 m., diocesi 
deirArcbimandrita. distante da Messina 24 m., da Palermo 210. Popol. 1934, 
territ. salme 1300. Coialivetus F., Casalveccbio. 

CASALOTTU , o JACI S. ANTUNl'NU, Adi S. AiUonii , Casalotto, o Agi S. 
AifTomo. 

GA'SSARU, comune in provincia, distretto e diocesi di Noto, da cui dista 23 m*. 
circondario di Farla, da cui diate 1 m., diataote 23 m. da Noto, 151 da Pa- 
lermo. Popol. 1739, territ. aalme 1072. Cassaio. 

CASTANI'A, comune in provincia di Messina, da cui dista 74 m., distretto e dio- 
cesi di Patti, da cui dista 23 m., circondario di Tortorici , da cui dista 6 m. 
Popol. 2578. Castania M., Castania. 

CASTANI'A DI NASU, CaHania F.. Castakia. 

CASTCDDAMMA'RI, terra sulle sponde, e sul liltorale del mar tirreno, capo cir- 
condario in provincia di Trapani, diatretto di Alcamo, da cui diate 6 m., dio- 
ceai di Mazara, distsoto da Trapani 24 m. P. 9480. teritorio aalme 3091, Ca- 

STBLLAMVAaK. 

CASTEDDU A MARI DI PALERMO, caatello reale nel cantone marittimo della 
città di Palermo, tra levante e tramontana, Ca$uUum marti Pale, Castblu) 

A MàME. 

GASTEDDUBO'ND , terra alle falde orientali delle Madonie , capo circondario in 
provìncia di Palermo, da cui è distante 60 m.. diatretto. e dioceai di Cefalù. 
da cui diala 12 m. Popol. 6557 , territorio aalme <»297, CaHillum bonum P., 
Castelbuoxo. 



GAS 153 

CASTEDDU DI JACI , terra eoo fortena adificata fur aoa ropa d'iaaeeesaibila 
altaxza, e tagliata a piombo in riva al mare tra il teoo di Logniaa di Catania 
e la citti di Aci, Arx taturnia Diod.. Arx Aei8 F., Acigastello. 

CASTEDDU NURMATiND, Tedi YADDI DULMU. 

CASTEDDUVITRA'NU, citti di Sicilia sita aopra una collina, capo circondario in 
provincia di Trapani, distretto e diocesi di Mazara, da cui dista ih m*. distante 
da Trapani 36 m. , 55 da Palermo. PopoL 13151, territ. salme li73i, Elu- 
thium ClaY., Coitrum vetéranum P., Castblystbaho. 

CASTELNO TO, vedi CASTRDNO VU. 

CASTELTE'RUINI , terra di Sicilia in provincia e diocesi di Girgenti , distretto 
di Birooa, da cui dista 16 m., circondario di Cammarata , da cui didta 6 m. 
e mezzo , 18 ro. e mezzo distante da Girgenti , 56 da Palermo. Popol. 5650. 
terrir. salme SS18. Castrum THermarum, Castrum thirm$ P., CASTBLTBaHiNB. 

CASTIDDA'ZZU, monte nella spiaggia australe deirisola d