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nell'intero testo di questo libro da lhttp: //books. google, comi 



7-1 /U'^ 



JC 



, QOAl MAljiqpAia, AD PBSlllBB ÈTAGB, A PARIS, f 



«nr^K^e tertntné et cmnptet en un beau volutu 
irata in-», »mé de EOO l^frtraU» gravéi 
air «urtav-f ^tHjr i ." . MS frane» 

HiETTERABIA ED AHTIMUCA. 

§ GALLERIA DI CENTO RITRATTI 

i DEI POETI, PROSATOMI, PITTORI, 

I SCULTORI. ARCHITETTI E .MUSICI PIÙ ILLUSTRI; 

* CON CENNI STORICI, 



Grvideè lar'^ia^[ libri pubUicati sul- *Oii a puhiié un grand n ombre de livrea si 
f Itdìa, Donttpcbi de' quali intendono so- l'Italie dont la plupartnesontdeslinésqu' 
Ssere - . . 



pnUuttoad Ssere guida a chi viaggia 
W ^ nua che Dante e Tasso , Raffaello e 
|Bro cosi famose. 1 monu- 
. il sole argomento 
(E qoe' libri in che sì Uce della vita de' 



Reto TMBTO < 

leGaHAÌe è 



seri^deguidcsauxpersonnesqtii voyagec 
(lans ces villee, rendue» si célèbres-pa 
Dante etTa£tié-Rapba:-'l(jL Michel-Ange. L< 
m<U9iimenl9et leé galeries sonile seul sujt 
ces livras qui ne parlent poinl de la vi 



t ^m fbe cr^p^Mici (Quelle piaraviglie, E» des hommes de genie qui créèrent ces 



^mIJ BM^Iio MqU>er comprese 9»ni 
■ert>c**sciiaeleoripiii.QuestociraossB a 
pabUicare Mk^Mppa (*e racchiuda in poco 
tETTD TiTE I ao^.BrrRATri degl' Italiani i 
e nelle lettere e nelle 
Hallroiobil^e 
« dì oar- 



wdÉHcUot pia d' ogill a) 

i.<te iwllimiì luiailci 



tlles, lesquelles aeraient mieui appréciée 
SI le'urs origines en étaient connues. C'eì 
celte pensée qui nous aengagé à publicr u 
ouvragc quIréunItdansuncadreÉtroitijBN 

BIOGBllPIlIES ET CKNT POaTHAITSdcS Italiei 

Ics plus célèbres, no tamment dans les lettre 
et dwis lea arU. Certes , il y a là jine ampi 



— il — 

laroe alla distesa ì ma siccome a questo fare et digne matière , et nous aurìons aìmé à la 
non ci è dato né spazio, né tempo, quel solo trailer dans toute son étendue ; mais , res- 
intendiam di loro ritrarre che basti a rappre- treint pac le temps et Tespace , nous avons 
sentame a dir così la fisonomia deir anima, dù nous bomer à faire une esquisse rapide 
siccome noi di quella del corJK) per mezzo qui donnàt, pour ainsi dire , la physionomie 
delie immagini abbiam fatto, allargandoci deleur àme, comme ndus faisions de celle 
solamente a mostrare, per quale sforzo di de leurs traits, nous attacbant seulement é. 
genio , per quale vicenda di casi e per montrer par quels efforls de genie , par quel 
quale guerra di fortuna sieno arrivati a euchainement d*événements et par quels 
tanta altezza da essere specchio agli avve- coups de la fortune ils se sont élévés à ce 
nire. poiut de devenir le miroir de la postéritó. 
E siccome è antico privilegio d*Italia d'in- Et comme c'est un ancien privilége de 
vaghire ognuno di sue bellezze , confidiamo Fltalie de rendre chacun éprisdesesbeautés, 
che questo libro , che ha in fronte il nome di nous avons la confiance que ce li vre , en té te 
lei, e pieno è di sue glorie letterarie ed arti- duquel son nom est écrit, et qui est tout plein 
stiche, debba riuscire spezialmente grati»- de ses gloires littéraires et artistiques, sera 
Simo a tutti quegli stranieri che lei come terra bieu accueilK surtout des étrangers qui la v i- 
sacra vanno con tanta divozione visitando. E sitent avec de pieux transports comme une 
benediremo a questa nostra fatiea se la vista terre sacrée. Nous serons amplement dò- 
di tanto sapere e di tante italiane virtù, che dommagé de nos travaux si le tableau d'un 
per amore di figlio saran da noi dopo mille si grand savoir et de si éclatantes vertus, nés 
storici e critici ricordate, sia scuola ai ne- §ur le sol italien, et que Tamour d'un de ses 
ghittosi nipoti perchè si sveglino ed unitine fìls aime à rappeler après tant d'histoiiens 
la sapienza dei padri. et de critiques, peut servir d'enseignement à 

a 7T1) A n ni KT ^^^ oublieux descendants, en leur montrant 

QiusBPPB ZIRÀRDINI. teursancètreicommeseulsmodèlesàimiter. 

Liste des cent Portraiis contenxis en douze plancìws, avec entourages, attribuis, eto, 

FOETIa — Diiitb; — Petrarca; — Ariosto; — Tasso; 

POLiziAii»; — Pulci ; — Bermi ; — Alamanki ; — Marino ; — Chiabrera -, — Tassoni ; — Filicaia *, — Gumi; 

PAEim ; — Casti ; — Monti ; — Manzoni ; -- Leopardi ; — Mamiani ; — T. Grossi ; — Carrer. 

POETESSE. — Vittoru Colonna ; — Veronica Game ara ; — Gaspara Stampa ; — Laura Terracoia ; 
— Isabella Akdreini; — Gorilla Olimpica; — Diodata Saluzzo; — Teresa Bandettini. 

AUTORI DRAMATICl. — Lorenzo db* Medici; — Bibbiena; — Trissiho; — Guarini; — Maffei; — Mbta- 
stasio ; — Alfieri ; — Goldoni ; — Niccolini ; — Alberto Nota. 

NOTELLIERl. — Boccaccio ; — G. Fiorentino; — Sacchetti; — Parabosco; — Firenzuola; — GrazzdcI; 

BANDELLO; — GlRALDl; — Erizzo. 

FROSATOaU— Passa vanti; — Giovanni Viluni ; ~ Machiavelli ; — Castiglione; — Guicciaboini ; — 
Della Casa; — Bembo; — Ann. Caro ; — Davanzati. 

Galileo; — Bentivoglio; — Sarpi ; ^Pallavicini; — Bartoli; — Bbdi; — Segnbri;^MagjÌlotti; — 
G. Gozzi. 

Cesari; — Ugo Foscolo; — Botta ; — Colletta ; — P. Costa; — Giordani; — Gioberti; — Barbieri. 

PITTORI , SCOI TORI ER AiCRITETTI. — Leonardo da Vwa ; — Giotto ; - Raffaello Sanzio ; — Giulio 
Romano; — Tiziano Vecellio; — Il Correggio; — Il Tintoretto; — Paolo Verouse; — II. 
gubrcino. 

Michel Angelo Buonarroti; — Brunelleschi ; — Benvenuto Gellini ; — Andrea Palladio ; — Annibale 
Garracci ; — Albani ; — Gwdo Reni ; — Il Domenichino ; — Am-oNio Canova. 

■USICI; — PiBR Luigi da Palestrina ; — Benedetto Marcello ; -^Alessandro Scarlatti ; — Arcangelo 
Gorelli ; — Giambattista Pergolese ; — Leonardo Leo ; — Domenico Gimarq«a ; — Giovaiini 
Paisiello 9 — Gioacchino Rossini. 

On vend séparément : 

Les €XNT PORTRAITS ci-des8MS, prix » fr. 

Ou chaque groupe séparé , 4 fr. 

Les mèmes portraits sur papier de Chine, tiróa et collés sur unefeuille grand aigle, 
présentant pour rencadrement une surface de 80 centimètres de hauteur , sur 60 centi- 
mètres de largeur , prix /{^ fr. 

Pour l'ornement dbs bibliothèques ou cabinets n'ÉTtnES, ces douze jolies planches 
peuvent ètre encadrées suivant la place dont on peut disposer. 

4<» chacuDO séparément, ou douze petitscadres; — d^'deux ensemble ou six cadres; — 
3*» trois ensemble ou quatre cadres loogs; — 4* quatre rjéunis ou trois cadres ordinaires; — 
B* six ensemble ou deux cadres carrés; —6' enfin les douze planches réunies en un séul 
cadre, comme il est dit ci-dessus. 

in^oJ^I!*^ c*« l^éditeur toutes ces planches encadrées dans les disposiiions ci^dessus 



GALERIE DE CENT PORTRAITS 

KS PfiERS. nOSiTSOBS. POITRES, SCOLPTEURS. ARCHITECTES ET lUSIOEIS 

LES PLUS céLÈBHBS. 

AYBC DES NOTICES HISTORIQCES ET ANECDOTIQUES 

9AB, JOSEPH TUÉLABJÙTMli 

TRADVCTION FRA]¥^AISE,1AYEG NOTES DE H. UBICINL 

VBtCÉDtES D'un DI8C00R8 SUR Ut GÉZVIE nAUKI , 
PAR M. E. J. DELECLUZE. 

CMte tvMhictloH lr«Mf«Uie de l'ouvraye ei«deMiii« |»arfitt cliez 
ìt lèM ae éditeur* Elle est imprlmée «ur irrAnd mUrtn, et égni- 
li M m t mm^ de t€IO portraits indiqués plus Itftut; prix t tft fir. 

Ce Uwre^ SBii etè iiaUen^ saii en fran^ais^ 
mmtre MMt wnérUe réet^ se recafnn^anO^ encore 
par Ma bette eacéeutian. MI sera p9ur Vépaque 

éen étr€MÈ$es^ Puh éles eaHleauatrtespius eonre^ 

mMes et tes ptus reetwrehés. 



DIGTIONMIRE ITALIfilV-FRAlVCAIS 

Be BOTTURA , entièrement refót sor un nouveau pian et augmenté de plus du doublé, pour la 
panie iulienne, d'aprés les dern. édìt. dei grands dict. de l^Académie della Crusca, d'ALBiRTi, 
C41DI9ALI, Hauczzi, de Padoub, de Litourmb, de Verone, et sortout d'aprea le VOCABOLARIO 
UNIVERSALE , publié tout récemment à ^aple8, en 7 voluroes in-fulio , par Tramater , etc. 
etpoor la panie fran^iae d'aprés la derniére édilion du dìctionnaire de l'Acadìmie fran^aise et 
da fon cooipléaieDt ; et lea dictionnaires de Laveaux , Boistb, et autres. Contenant, entre auirea 
améliorationa et augmentations : 1** plas de trentb-neuf uillb mota littéraires et usuels , indiquéa 
par dea signes particuliers ; — 2** 600 roois dea classìquea , et particnlièrernent de Dante , 
on'aocun dictionnaire n'a donnea juaqu'ici ; — 3" lea termes de aciences , d'arta , de cbemina de 
KT, de bateam à vapeur, etc., uaitéa de noa joura et preaque eniièrement orois par toua les 
lexicographea ;— * 4° les partìcipes, les augmentatifs , diininuiifs et superlatifs ; — 5" le genre 
de toos les sdbatantifa ; — S"* les terniinaìsons irrégulìcres des substantifs et des adjectifs dea 
deox genres; — 1** la conjagaison des verbes irréguliers; — 8' 16000 exemples avec citations 
d'aoteure; — 9* les locutions et proverbes communs aux deux langues ; — 10" les termes de 
Séographie à Vordre alphabétique ; — 11® la suppression de tous les renvois; — l2o et enfin 
raccenuiatioa de tous les mola italiens. Plus coraplet que tous les autres dictionnaires publiés 
JQsqu'a ce joar , par A. RENZI , professeur de langue et de liitéraiure iialieones , 1 gros volume 
Crand io-8 de tSOO pages à troia colonnea , caractère neuf et fondu exprèa 13 fr. 60 e. 

NOVELLIERI ITALIAJ\I ANTICHI E MODERNI. 

Sciìti e pubblicati per cura <U G. Zirardimi , con un discorso prelirninare. Novellino^ Boccaccio, Sacchetti, 
Cw^um HoreotÌDO. Salernitano, Sabadino degli Arienti, Sermiui, Machiavelli, da Porlo, Firenzuola, 
l^iia, KdL de* Mori, Alamanni, Parabosco, Bandello, Fortioi, Giraldi, Doni. Erizzo, Pulci, Grazzini. Soz- 
s^Bazgagii,Salrucci,-Hagalotli, Cioni, Gozzi, Vannetti, Panini, Sentii, Dalmisiro, Cesari, Cosia, Colombo, 
■fflo, Tiiteina, Tbouars, eie. 2 tomes en i gros voi. in-8, de 1200 pag., orné de neuf portraiis en groupe, 
••—^ svr ader, 18 fr., on eo joli cartonnage en percaline lustrée, ornements dorés et fera à froid. 21 fr. 



POETI ITAI.IANI CONTEMPORANEI 

- MAGGIORI E MUfORI, 

^ : ^Aw, Casti, Monti, Mauzoni, Grossi, Pellico, Leopardi, Foscolo, Pindemontb, Arici, 
■*»*ni Siccoliki, Carrer, Vittorelli, Perticari, Bercbet, Marchetti, UALDACceim, Borghi, 
||<U^ ^iui. Ricci , Rosari, Tommaseo, Sestini, Barbieri, Bbrtolotti, Biava. Bixio, Cagnoli, 
J^^'Tu, OicAiio, Castagnou, Cesari, Colleuni, Costa, Dall' Ongaiio , Db Cristoforis, D'Elci, 

WliiOKJU. GUERRAZZI, GlANitORE, LAMBERTI, MAFFEI, NlCCOLlSI , PARADISI, PEPOU , PANANTI. PRATI, 

KicaiRBi, R£CALDi, RosiNi, ROSSETTI, Tedaldi Fures , ToRTi , Zanou , ed altri; preceduti da un 
jKoorso intorno a Giuseppe Parini e il uno secolo , di CESARE CANTU , e Begulli da una SCELTA DI 
■^VK M KIBTESSB ITALIAME, AKTICHE E MODERNE, cii'è : Camilla Scarampa, Vittoria, 
J<>u»WA, VRaosiCA G AMBA RA /GASPARA STAMPA, Suor dea de' BARDI, Laura Terracina, Chiara 
l^tRAgi, Iacea Battiferiio, Isabella Andreini, Faustina Maratti Zappi, Gaetana Passerint 
f'i!!""Ff 40Lnn, ed allr€ AntÉ^e e Contemporanee, da A. RONNA. — i gros yoI. in-8 de no» pag 
•if^etMÉia , beta caraclère, atee nn gronpe de nedf portiuuts graTés sur ader, broché il fr. 
^MliiK «MoOMs» en MNaline lustrée, ornementa doréa et fera à froid. is ir. 



— 4 — 

POE'n DELL' ETÀ MEDIA 

Ossia ScKLTA E Saggi w foesib dai tempi del Boccocdo al cadere del secolo dectmottavo, p^ cara d 
Terbiczio Mamiahi. aggiuntavi una 8ua prefazione. Poliziano, de' Medici , Pulci, Burchiello, Sannazzaro 
Kuccellai, Berni, Molza, Benibo , della Casa. Trìssino , Alamanni, Caro, Costanzo, Bernardo Tasso, R,«>ta 
Pietro Areiino, Buonarroti, An^uillara. Grazzini. Caporali, Valvasone, Ouarini, Marino, Chiubrera. Tassoni 
BaldoTini, Bracciolini. Te^ii, lappi, Salvator Rosa, Redi, Bellini, Mug^i, Menzini, Fiiicaia, Guidi, Marchetti 
Zappi. Fortiguerri. Manfredi, Spolverini, Frugoni, Gasparo Gozzi, Varano , Passeroni, Fantoni , Sa^ioli 
Pigootti, Minzoni Salomone Fiorentino. Parigi, i848 , i gros voi. tn-8 I deux col. orné de neiif poiiraiis er 
groupe, gravés sur acicr, 15 fr., ou en joli canonnage en percaline lusiréc, ornemenis dorés et à fruid 

PROSATORI MODERNI SCELTI 

MAf GIOEI E MIIfOEI, con alcune iscrizioni italiane. Vittorio Alflerì, Kuigi Palcani, Adeodato Turchi, 
Melchiorre Cesarotti . Carlo Deniiia , Alessantiro Verri , Giovanni Paradisi , Giulio Perticari, Ugo Foscolo j 
Antonio Cesari, Gian Franccsico Nanione, Vincenzo Monti, Pietro Colletta. Carlo Rotta, Paolo Costa, 
Domenico Sema, Giacomo l.copardi. l'abate Colombo. Pietro Giordani, Alci^sandro Manzoni. Ciiovan Battisti 
Mccolini , Terenzio Mamiani , Niccolò Tommaseo, Vincenzo Gioberti. Giuseppe Barbieri. Dionigi Stroochi, 
Domenico Farina. Curio Troya, Gino Capponi, Antonio Ranieri, l'abntc l.ainbruscliini. Cesare Balbo, 
Giovanni Rosini, Massi 'no d'Azeglio, Domenico Guerrazzi , Cesure Cantù . Silvio Pellico, Michele Amari, 
Luigi Mozzi, Giuseppe Manuzzi, etc. 2 tomes en i gros voi. in-8 de 1000 à 1200 pages, orné de septportiaiis 
en groupe, gravés sur acier, savoir : Cesari, Foscolo , Botta , Colletta , P. Costa, Giordani , Giobeeti, 
Barbieri. Sout presse pour paraitre en i850. 

OPERE DI VITTORIO ALFIERI 

Contenenti la Vita scritta da esso, tutte le Tragedie colle Lettere di Calsabigi e di Cesarotti e le Risposte 
dell'autore, le Satire, utca Commedia. Soiietti varj, le Odi sull* America libera, il Pai^iars k le 
Lettere , ed il Panegirico a Traiamo, pubblicate per cura di G. Zirardini. l gros voi. in -8 oe 900 page» 
à deux colonnes, papier vélin , portrait , 15 fr. — Ouen joli rartonnage en percaline lustrée, ornements 
dorés et fers à froid, 18 fr. Onvend séparément :La Vita Scritta da esso, i voi. in -8, portr. 4 fr. SO e. 1^ 
'Iragedie, i voi. in-8, porir. 9 fr. 

OPERE COMPLETE DI A. MANZOM 

Che contengono 1 PromesMl Sposi ^ edizione fatta su quella riveduta dall' autore ; Ia C^olomiA Ififame 
con le OiMcrvaslonI sulla Tortura di P. Verri : le Trascdlc e le Poevle ; la morale callo- 

llea^ con A^Kluntc e OHnervaslonl critiche, l beau voi. in-8, gros caractère, portrait et 
vignettes, br. l'i fr. — Ou en joii cuilonnage. 15 fr, 

I OVAnRO POETI ITALIANI ; DANTE, PETRARCA. ARIOSTO. TASSO. 

Parigi, 1 voi. petit in~8 de 800 pages à deux colonnea. fr . 

Le méme ouvrage, orné ile quaire porlraìls en groupe , gravés sur acier par Hopwood, juli carlon- 

nage en percaline. 1 3 fr. 

L' ADONE , POEMA DEL CAVALIER GIAMBATTISTA MARINO. 

tM Strage de^r Innocenti ed una Scelta delle sue Poesie liriche. Nuova edizione completa, con un 
discorso sulla sua Vita e sul suo Stile, pkr opera di OIHÌIEPPK ZIRABUIIVI. Parigi y 1849 , un 
volume tn-8 à deux colonnes , papier vélin, avec un beau portrait de Marino , grave sur acier. 15 fr. 



DI N. MACCHIA^TLLI, 



8CELTB PER CURA Di G. ZIRARDiNI. Storib FiORF.NTiNE. — Vita di CaSTRUCCIO. — DISCORSI SOPRA LA 
PRIMA DECA DI TlTO LIVIO. — ÌL i'iUNCIPE. — lllTKATTI DELLH COSE DI FRANCIA. — DIALOGO SULLA Ll.NGCA. 

LA Mandragola. — Capitoli. — I.kttei-.e. isso, l gros \ol. in -8, avec un beau ponrait. i5 Ir. 
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creato; prose e poesie varie, 1 voi. in-8 , porlrail- {Sons presse.) 10 fr. 

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per cura di G. Zirardiìb, 1 voi. in-S avec un beau portrait. (Sous presse.) 



I ROMANZIERI ITALIANI CORTEIPORANEI 

Cioè : Manzoni , Rosini, Guerrazzi, Tommaseo, Bazzoni, Belmonte Capocci, Grossi , Canto , 
d'Azeglio. Parigi, 21 voi. In-12, jolieédit. 75 ir,—Chaque ouvr, se vend sépare'ment, savoir : 



I PROMESSI SPOSI, di A. Manzoni, nuova edi- 
zione fatta su quella riveduta dall' auiore, 2 voi. 
in-i2. porlrail. 5 fr. 

LA MONACA Di MOKZA,di 0. hosini. 2 voi. in-t2, 
br. 7 ir. 50 C* 

LUISA STROZZI. Storia del secolo XVI di G. Ro- 
8ÌDi. 2 gros Vii. in-12. 9 Ir. 

IL DUCA D*ATEXF.. Narrazione di N. Tommaseo, 
1 vDl. in-12. nr. Jlr. 

LA BATTAGLIA DI RK.XRTBNTO, di F. D. Guer- 
razzi, 2 voi. ÌD^i2. 7 fr 50 e, 

IL CASTELLO DI TREZZO, di Btzzoni , 1 voi. 
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ETTORE MERANOSCA, di Massimo d'Azeglio, 
1 voi. in-12, br, 4 fr. 50 e 



MARCO VISCONTI. Stoiiadel trecento, di Tommaso 

(iro.»i8>. 2 voi. in-12. 6 fr. 
IL PRIM9 VICERÉ DI NAPOLI , per Belmonte , 

I voi. in-12. 4 Ir. 50 r. 
MARGHERITA PrsTERLA , racconti di Cantb, 

2vol. in-12. br. 7 fr. 50 e 
IL CONTE UGOLINO) romanzo storico di Kosini, 

1 gros voi in -11. 4 fr. 50 e. 
NICCOLO DE' LAPi, di Massimo d'Azeglio, 2 voi. 

in-tft, br. 7 fr. 50 e. 
STORIA DELLA COLONNA INFAME, di A. BUn -. 

zoili, con ld4>sscrvaziDiii sulla Tortura, di P. Verri, 

1 voi in-12. 3 fr. So e. 
ISARELLAORSINI, DUCHESSA DUIRACCIANO, 

'tiuofo romano di Gueraazzi, i ▼. in-i2. 3 fr. 5o e. 



PI L'iVPMIttRIB M CRArBLBT, RDB DE VAUGIBARD, 9. 



OPERE SCELTE 



DI 



NICCOLO MACHIAVELLI 



DALLA STAMPERIA DI CRAPBLET 
RUE DE YACGIIAIID, 9 



t 



f 



' < 



ji j5ij\eijj/\Y.aij, 



4 OPERE ^^^-^^^ 

NICCOLÒ MACHIAVELLI 

SCELTE 

VSEPPE ZIBARDINI 



DUE rwURTiNE. — IL nu!<arB 

■I sonu LA niHk bega di rtro uno 

- miTRATTI MLLE COSE DI FHÀMCtl ■ DI llUHMIIU 

— ULFAGOI, NOVELLA. — DIALOGO SULLA LIHGVÀ 

concn*. — POESIE. — lettsbe famiuau 
UNTE DI un UOMO DI STATO 



PARIGI 

BAinMtTf UBRERXA liUROVBA. 

3, OVAI MALAQUAIS, AC FBBHIZR ÌTASB 

FKlS LI rOHI DES AITI 



AI DISCRETI LETTORI. 




- Forza è che assai prepotente sia in alcuni Y amore del vero e della 
idtà de' popoli , da farsi maggiori agli altri per sapienza e virtù, e 
» aver per nulla non solo le veglie e la povertà , le prigioni e gli 
li, ma quel eh' è più duro , le ingiuste sentenze de' propri con- 
imi. Crediamo non ci basterebbe il tempo se volessimo caccon- 
esempì, ma certo varrà per tutti quello del Segretario fiorentino, 
Il quale non solo toccarono in vita le sopraddette angosce, ma un 
ktoiggìor vituperio ancora dopo morte. Chi non sa come lo scrutatore 
le' popoli e de' re suoni per tutto ipocrita e persuasore alle più 
tìcbe voglie? Però farem di dire in poco la vita, gli scritti e le 
ieozioni che da essi son chiare, per concludere con chi ha fiore di 
o , non essere stato il gran politico italiano , maestro , ma flagello 
coloro i quali , grazie alla civiltà de' moderni , si son già rifuggiti 
quelle tenebre ond' erano usciti a nostro danno e vergogna. 
Rrenze è fsuperba d' essere madre a Niccolò Machiavelli , nato il 
P maggio del MCCCCLxa. La fama che spesso fa sapere i particolari della 
jiibnzia di alcuni oscuri, tace de' primi anni del filosofo. Altro della 
•Aa giovanezza non si sa , se non che fu discepolo a Marcello Virgilio 
Ì4l quale imparò la lingua latina di che il Giovio chiamavalo ignorante, 
l^où audacia non inferiore a quella del Roscoe , che negava a Machia- 
velli le doti dell' nofno di genio. A ventinove anni fu eletto cancelliere 
Uà Signoria , e poco appresso segretario dei dieci magistrati di li- 
e dì pace. Per questo fecesi degno , secondo è fama , di Sostenere 
lentitrè ambascerie, non solo negli Stati italiani, ma alla corte di 
^ lU di Frauda , nel md , e sette anni appresso a quella di Massi* 
■tiliaDo, imperatore germanico. S' adoperò in esse legazioni virtuosa- 
mente e ccHraggiosamente in prò di Firenze : « Sempre che io ho 
fotntooDorare la patria mia , diceva egli , l' ho fatto volentieri , perchè 
t nomo non ha maggior obbligo nella vita sua che con quella , dipen- 
'c^ prima da essa l' essere, e dipoi tutto quello che la fortuna e la 
■•tura d banno concesso. » 
I^ vita e le opere di Machiavelli fanno fede che queste parole utei* 



U kl DISCRETI LETTORI. 

vangli dal profondo dell* anima. 1 tempi correvano*tristissimi ; il fu-^ 
rore delle fazioni cresceva a dismisura ; la difesa delle città era in mani 
vendute , e da esse veniva assai più di danno che di sicurtà alla re- 
pubblica. Però quaikko il papa e V imperatore s' adoperavano segre- 
tamente a ristabilire la fortuna de' Medici , il cittadino percorreva le 
province fiorentine , e con parole e provvedimenti , tentava opporre 
argini al torrente. Ma Firenze divisa apre le porte ai Medici, Machia- 
velli è bandito per un anno, privato d' ogni pubblico ufficio, accusata 
di congiura contro il cardinal de' Medici , fatto prigione e messo a 
tortura ; solo liberato quando questi volle con amnistia solennizzare i 
principi del suo pontificato. Rifuggitosi allora a San (lasciano , potè 
darsi tutto alle opere : i Discorsi sulle Deche di Tito Livio , il Prinr- 
c^ , r Arte della Gnerra, la Storia di Firenze e le Commedie. 

Gli studj furono Y unico conforto di Machiavelli : « Venuta la sera 
(diceva egli in una lettera al Vettori ) mi ritorno a casa ed entro nel 
mio scrittoio. ... e rivestito condecentemente , entro nelle antiche corti 
degli antichi uomini, dove da loro ricevuto aoKNrevolmente , mi pasco 
di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui ; dove io non aii 
vergogno parlare con loro e domandare della ragione delle loro azioni : 
e quelli per loro umanità mi rispondono, e non sento per quattro ore 
di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno , non temo la povertà, 
non mi sbigottisce la morte ; tutto mi trasferisco in loro. » 

Ed eragli grand' uopo degli studj , poiché gli fallirono ancora le 
gioie familiari ; che Marìetta Corsini , femmina bizzarra , fecegli pa- 
gare assai cara la consolazione di dnque figliuoli. E d' essa non si 
vendicò che con una novella piacevolissima, nella quale parve inten- 
desse ritrarre il mal talento della moglie, quando immaginava die 
Belfagor, arcidiavolo mandato da Plutone in questo mondo con (d>- 
bligo di prender moglie, non potendo soffrirne la superbia, amasse 
meglio ritornarsi in inferno , che ricongiungersi a lei. L' umor fem- 
minile e le punture della povertà comportava pazientemente Machia- 
vdli , ma saputosi in odio al popolo die aveva 1' autore del Principe 
siccome potente consigliatore alla novella tirannide, e travagliato, se- 
condo il Busini, dair angoscia di vedere il Giannotti scelto a queir uffi- 
cio di segretario a cui veniva tolto egli, mori il 22 giugno del kdxxvu , 
quando toccava il cinquantottesimo anno. 

Le opere di Machiavelli sono a chi bene consideri i tempi e il paese 
in che furono scritte, atti di patria e coraggiosa virtù. Sappiamo che 
ohi Bon le ha lette o sobmente alla sfuggita , ubbidirà idla comune 
usanza e ci dirà falsi in questo giudizio che portiamo sul Fiorentino. 
Ma facile cosa si è il metterle a scrutinio e a questo ci poniamo con 
isperaaza di difendere pienamente uno de' maggiori Italiani. 



▲l DISCBSTI LETTORI. Ili 

E pnauerameille è da st^re^ che aH>ena Firenze rÌGOi|ò la libertà, 
arnniido egli essere difetto di virtù e di scienza cMIe in chi avea a 
fwciii are la repubblica, compose ne' Dwsn'si tutte Deche di Tito 
Livio, un codice dell' arte di governare, ad ammaestramento de'Fio- 
veotiu da luì creduti i più caldi amatori della patria. In questo prò- 
fgndo commentario delle antiche rq>ubbliche messe a comparazione 
ooUe moderne, e dove Machiavelli si fa uguale a Tacito per la proCon- 
fità dal giudìzio; mostra die il principato può divenir tirannide, gli 
ottimati lo stato di pochi, e il governo popolare volgersi in licenzioso, 
e come un governo misto, e che partecipi dei tre, come Romolo il 
fece a BooEia e Licurgo a Sparta, sia assai più savio e sicuro, del po- 
pcdare ordinato da Soione che vide nata da esso la tirannide di Pisi- 
strato. E aapnwfii la bontà del giudicio di Machiavelli se si legga quello 
di' ei profisttizzava della Francia, quando nel libro 111, capitolo i , dei 
Discorsi j ragionando della necessità di ridurre le leggi de' re^ni verso 
ibro principi, diceva queste scienti parole : « E' si vede quanto buon 
effetto fa questa parte nel regno di Francia^ il qual regno vive sotto 
lakg^ e sotto gli ordini più che alcun altro regno. Delle quali leggi 
e ardiai ne sono mantenitori i parlamenti , e massime quel di Parigi; 
le quali sono da lui rinnovate qualunque volta e' £ei un' esecuzione 
coatto sd un principe di quel regno, e eh' eì condanna il re nelle 
sue sentenze. £ sino a qui si è mantenuto per essere stato un osti- 
nato esecutore contro a quella nobiltà : ma qualunque volta e' ne 
lasdssse alcuna impunita, e che le venissino a moltiplicare, senza 
dnbbio ne nascerebbe^ o che si arebbero a correggere con disordine 
grande, o che quel regjio si risolverebbe. » 

Insegnate le arti del governo vedendo Machiavelli a che si fosse 
venuto per la bassezza e le rapine de' condottieri» scrisse i sette libri 
dMa Guerra, perchè Y Italia si spogliasse delle anni non sue e si ve- 
stisse di quelle che la fecero co^ grande nelle passate età. Primo però 
insegnò e vialle che i cittadini , all' esempio di Roma e Sparta , per 
difèndere la patria da' tradimenti, ne fossero custodi e soldati. Per- 
chè poi le virtù degli avi riuscissero sprone a' nepoti, dettò le Storie 
fiorentine dove a salutare memoria de' suoi, dipinse le sventure nelle 
<|Qali cadde Firenze per la superbia e cupidità de' grandi e per la 
irruzione e le vendette della plebe. Quando poi la famiglia de' Me- 
£d s' insignorì della repubblica, volendo Machiavelli mostrare a che 
90^ à sobbarcassero i Fiorentini per sostenere la potenza dei Me- 
^, immaginò il famoso Kbro del Principe. In questo dichj^a come 
^iM intenda parlare né de' principi monardùci, né de' principi eletti, 
^^àé principi nuovi ed usurpatori, e mostra come a costoro sia 
f^OLj per durare, di usar tutte le frodi e le crudekà de' tiranni. « L' in- 



IV • ' AI DISCRETI LETTORI. 

tento suo, dit* egli, è di scrìvere cosa «tile a chi V intende , sembran- 
dogli piii conveniente andar dietro alla verità effettuale della cosa che 
air immaginazione di essa, e soriver ciò che è, non ciò che dovrebbe 

essere. » 

Eppure dal Principe derivò il biasimo in che appresso molti è il 
nome di Machiavelli. E sebbene Bacone giudicasse solennemente aver 
quel libfo insegnato a' popoli, sotto velo di dar lezione a' re, e Gian 
Giacomo Rousseau, lo Stewart e molti altri moderni , siensi fatti av- 
vocati del sapiente amico di libertà ; la causa non solo non fu vinta agli 
occhi della moltitudine, ma non cessò d' avere ad avversari chi pur 
non dovrebbe lasciarsi aggirare dalla corrente. Alfonso di Lamartine 
non parve aver conosciuta appieno la mente del Politico, e invece di 
pigliarne la difesa, perdonò alla comune opinione. Perchè quando 
alcuni Italiani insuperbivansi innanzi a lui di Arnaldo da Brescia, di 
Dante Alighieri e di Niccolò Machiavelli , 1* udimmo rispondere fra 
magnanime parole queste altre, che non avremmo voluto uscissero da 
tal bocca : Farmi les notns glorieux que vous venez de citer^ il yen a 
un seni queje vtms reproche d'avoir rappelé, à cause de la significa- 
tUm qui s*attache communément à ce nom de MachiaveL Effaeez 
désormais ce nom de vos titres de gioire. 

L' errore ha preso radici così profonde che di troppa fatica è biso- 
gno per isvellerle. Assai più dell* autorità, giovino dì Machiavelli non 
solamente la vita sua , ma le parole del Principe stesso e quelle che 
leggonsi nel capitolo x del libro I de' suoi Discorsi sulle Deche di 
Tito Livio ^ in che dichiara come sieno lodevoli i fondatori d'una re- 
pubblica d' un regno, e come vituperevoli i creatori d* una tirannide. 

E noi diciamo essere impossibile che ognuno che abbia meditate 
quelle sapienti e virtuose parole, possa aver dubbio di sorta sulle in- 
tenzioni con che Machiavelli dettò il libro del Principe. E adesso che 
molti s' affaticano nelle scienze politiche, e che 1' Europa è disertata 
dalle stolte predicazioni delle sette che ardiscono chiamarsi sociali , 
non parrà inutile il vedere scelto in un volume di non grossa mole , 
il meglio di quello che questo grande scrutatore de* segreti politici 
compose a luce del vero e a beneficio degli uomini. Sarà chiaro allora 
che quando egli scriveva che se si leggesse il Principe vedrebbesi che 
i quindici anni eh' egli era stato a studio dell' arte dello Stato, non H 
avea né dormiti né giocati, non dicea parole di troppa superbia. 

Giuseppe Zirardini. 

Parigi , 20 settembre mdccgl. 



AL aAirnssiMO k BSATismo padbb 

SI€IfOR NOSTIIt 



CLEMJENTE SEt'TIMO 



LO UMILI MUTO 



NICCOLO MACHIAmU. 



Poìdiè dalla Vostra Santità, Beatissimo e Santissimo Padre , sendo ancora 
ÌQ minor fortuna costituta, mi fu commesso che io scrivessi le cose fatte dal po- 
polo fiorenAino, io ho usata tutta quella diligenzia ed arte, che mi è stata dalla 
natura e dalla isperienza prestata, per soddisfarle. Ed essendo pervenuto scri- 
vendo a quelli tempi, i quali per la morte del Magnifico Lorenzo de' Medici 
feciono mutare forma air Italia, ed avendo le cose che da poi sono seguite, 
sendo più alte e ma^iorì, con più alto e maggiore spìrito a discriver^, ho giudi- 
cato essere bene tutto quello che insino a quelli tempi ho discritto ridurlo In un 
vdume, e alla Santissima Vostra Beatitudine presentarlo; acciocché quella in 
qualche parte i frutti dei semi suoi e delle fatiche mìe cominci a gustare. Leggendo 
adunque quelli la Vostra Santissima Beatitudine vedrà in prima, poichò Timperio 
romano cominciò in Occidente a mancare della potenza sua , con quante rovine 
con quanti prìndpi per più secoli la Italia variò gli stati suoi. Vedrà come i pon- 
tefici, i Viniziani , il r^no di Napoli e ducato di Milano presono i primi gradi ed 
inpefj di quella provincia. Vedrà come la sua patria, levatasi per divisione dalla 
ubbidienza degl' imperadori , insino che la si cominciò sotto Tombra della casa 
sua a governare, si mantenne divisa. E perchè dalla Vostra Santissima Beatitu- 
dine mi fu imposto particularmente e comandato che io scrivessi in modo le cose 
(atte da* suoi maggiori, che si vedesse che io fussi da ogni adulazione discosto (per- 
dio quanto le piace di udire degli- uomini le vere lodi , tanto le finte ed a grazia 
discritte le dispiacciono), dubito assai nel discrivere la bontà di Giovanni, la sa- 
pienza di Cosimo , la umilità di Piero e la magnificenza e prudenza di Lorenzo, 
die non paia alla Vostra Santità che abbia tiapt^sati i cooaudamenti suoi. Di 
che io mi scoso aquella, e a qualunque simili discrizioni, come poco i(|deli, dispia- 
cessero. Perchè trovando io delle loro lodi piene le memorie di coloro, che in varj 
tempi le hanno discritte, mi conveniva o quali iole trovava descriverle, o come 
lAvido tacerle. E se sotto a quelle loro egregie opere era nascosa un' nazione, 
alla utilità comune, come alcuni dicono, contraria, io che non ve la cognosco, 
non sono tenuto a scriverla; perchè in tutte le mie narrazioni io non ho mai vo- 
luto una disonesta opera con una onesta cagione ricoprtire, né una lodevole 



\* 



2 DEDICA A CLEMENTK VII. 

opera, come falla a udo conlrario fine, oscurare. Ma quanto io sia discosto 
dalle adulazioni si cogoMoe in tutte le parti della mia istoria , e massimamente 
nelle concioni e ne' ragionamenti privali , così retti come obliqui , i quali eoa 
le sentonze e con V ordine il decoro dell' umore di quella persona che parla, 
senza alcun riservo, mantengono. Fuggo bene in lutti i luoghi i yocabuli odiosi, 
come alla dignità e verità deOa istoria poco necessari. Non puoto adunque al- 
cuno, che reltameate consideri gli scrìtti miei, come adalatore rìprendenni, 
massigiamento veggendo come della memoria del padre di Vostra Santità io non 
ne ho parlato molto. Di che ne fu cagìope lasua breve vita, nella quale ^li non si 
pototto fare cognoscere, né io conio scrìvere T ho potuto illustrare. Nondimeno 
assai grandi e magnifiche furono V opere sue, avendo generato la Santità Vostra; 
la quale opera a tutto quelle de* suoi maggiorì di gran lunga contrappesa, e più 
secoli gli aggiugnerà di fama , che la malvagia sua fortuna non gli tolse anni 
di vita. Io mi sono pertonto ingegnato, Santissimo e Beatissimo Padre, in 
questo mie discrizioni , non maculando la venta, di soddisfare a ciascuno, e 
forse non arò soddisfatto a persona. Né, quando questo fusse, me ne maravi- 
glierei ; perchè io giudico che sia impossibile , senza offendere molti, discrivere 
le cose de* tompi suoi. Nondimeno io vengo allegro in campo, sperando che 
come io sono dalla umanità di Vòstra Beatitudine onorato e nutrito, co^ sarò 
dalle armato legioni del suo santissimo giudicìo aiutato e difeso ; e con quello 
animo e confidenza che io ho scritto insino a ora, sarò per seguitare T impresa 
mia, quando da mela vita non si scompagni, e la Vostra Santità non mi ab- 
bandoni. 



PROEMIO DELL'AUTORE. 



Lo&BÌBomio era, quando ai principio diliberai acriyere le cose iatte dentro 
e di food dal popolo fioreatÌDO, cominciare la aarrauone mia dagli anni 
della crialiaDa religione mocccxxxiy, nel quale tempo la famiglia de' Medici 
peri meriti di Cosimo e di Giovanni suo padre, prese più autorità che alcuna 
altra in Fireoze. Perchè io mi pensava che messer lionardo d'Areezo e mes- 
ser Poggio, duoi eccellentissimi istorici, avessero narrate particolarmeate tutto 
le eose, che da qoel tempo indietro erano seguite. Ha avendo io dipoi diligente- 
mevte letlo gli scritti loro, per vedere con quali ordini e modi nello scrivere 
precedevano, accìocciiè imitando quelli, la istoria nostra fusse meglio dai leg- 
genti wppreTata, ho trovato come nella discrìzione delle guerre fatte dai Fio- 
rentini coni prìMÌpi e popoli forestieri sono stati diligentissimi ; ma delle civili 
discordie e delle intrinseche inimicizie, e degli efletti che da quelle sono nati^ 
areme nna parie ai tutto taciuta, e quell' altra in modo brevemente discritta, 
cheai leegeati non puote arrecare utile o piacere alcuno. Il che credo facessero, 
perché parvero loro quelle azioni si deboli che le giudicarono indegne di 
essere mandate alla memoria delle lettere , o perdiè temessero di non offen- 
dere i discesi di coloro, i quali per qaelle narrazioni si avessero a calunniare^ 
Le quali due cagioni (sia detto con loro pace) mi paiono al tutto indegne d* uo- 
■liai grandù Perchè se niuna cosa diletta o insegna nella istoria, è quella 
che partidàannente si descrìve ; se niuna lezione è utile a* cittadini che gover- 
nao le lepobbiìche, è quella che dimostra le cagioni degli odj e delle divisioni 
ddbdità, aeciocehè possano , col pericolo d'altrì diventati savj, mantenenì 
aai. E ae ogni esemplo di repubblica muovo, quelli che si leggono della prò» 
pm, BuoTono molto più, e molto più sono utili. E se di niuna repubblica 
Sforno mai le divisioni, notabiii , di quella di Firenze sono notabilissime ; per- 
chè la maggior parte delle altre repubbliche, delle quali si ha qualche notizia 
alate oootenle <i*una divisione, con la quale secondo gli accidenti hanno 
a c cucac iqta , ora rovinata la cittià loro : ma I^reaze non contenta di una, 
% ha Mte motte. In Roma , oome ciascano sa , poiché i re ne furono cacciati , 
vnqie la dìanttione intra i nobili e la plebe , e con quella insino alla roflna 
tttà mantenne. Gosì ieoe Atene, e cosi tutte le altre repubbliche che in quelli 
tapi fiorivano. Ma di Firenze in prima si divisone intra loro i nobili , dipoi i 
(Mobili e il popolo, e in ultimo U popolo e la plebe ; e molte volte occorse che una 
<^ queste parti rimase superiore si divise in due. Dalle quali divisioni ne nacquero 
^*nte molti, tanti esilj, tante distruzioni di famiglie, quante mai ne nascessero 
inabioadltà, della quale si abbia m^norla. E veramente, secondo il giù- 
dicio mio, mi pare che ninno altro esemplo tanto la potenza della nostra città 
^unosth, quanto quello che da queste divisioni dipende, le quali ariano avuto 
forza di anonUare ogni grande e potentissima città. Nondimeno la nostra pa- 
lava che sempre ne diventasse maggiore; tanta era la virtù di quelli cittadini, 
e la potenza dello ing^no e ànimo loro a fare sé e la loro patria grande, che 



PROEMIO DKLL' autore. 






quelli tanti che rìmanevaDO liberi da tanti mali , potevano più con la virtù 
loro esaltarla , che non avea potuto la malignità di quelli accidenti , che gli 
avieno diminuiti, opprimerla. E senza dubbio se Firenze avesse avuto tanta 
felicità, che poiché la si liberò dallo Imperio, ella avesse preso forma di go- 
verno che r avesse mantenuta unita, io non so quale repubblica o moderna o 
antica le fusse stata superiore; di tanta virtù d' arme e d'industria sarebbe 
stata ripiena. Perchè e' si vede , poiché ella ebbe cacciati da so 1 Ghibellini ia 
tanto numero, che ne era piena la Toscana e la Lombardia, i Guelfi con quelli 
che dentro rimasero, nella guerra contro ad Arezzo, un anno davanti alla gior- 
DilB di Campaldino, trassero dalla città de' loro proprj cittadini milledugenlo 
uomini d'arme, e dodicimila fanti. Dipoi nella guerra che si fece contro a 
Filippo Visconti duca di Milano, avendo a fare esperienza dell' industria e non 
dell' armi proprie (perchè le avieno in quelli tempi spente), si vide come in cin- 
que anni, che durò quella guerra, spesono i Fiorentini tre milioni e cinque- 
cento mila fiorini; la quale finita, non conlenti alla pace, per mostrare 
più la potenza della loro città andarono a campo a Lucca. Non so io pertanlo 
cognoscere quale cagione faccia che queste divisioni non sieno degne di essere 
particularmente discritte. E se quelli nobilissimi scrittori furono ritenuti per 
non offendere la memoria di coloro di chi eglino avevano a ragionare , se ne 
ingannarono , e mostrarono di cognoscere poco l'ambizione degli uomini, e il 
desiderio che egli hanno di perpetuare il nome de' loro antichi e di loro. Né si 
ricordarono che molti non avendo avuta occasione di acquistarsi fama con 
qualche opra lodevole, con cose vituperose si sono ingegnati acquistarla. Nò 
considerarono come le azioni che hanno in sé grandezza , come hanno quelle 
de' governi e degli stati, comunque elle si trattino, qualunque fine abbino, pare 
sempre portino agli uomini più onore che biasimo. Le quali cose avendo io 
considerate, mi fecero mutare proposito, e diiiberai cominciare la mia istoria 
dal principio della nostra città. E perchè e' non è mia intenzione occupare i 
luoghi d'altri, descriverò particularmente insino al mgcccxxxiv, solo le cose 
seguite dentro alla città , e di quelle di fuori non dirò altro che quello sarà neces- 
isarìoper intelligenzia di quelle di dentro. Dipoi passato il mgccgxxxiv scriverò 
particularmente l'una e l'altra parte. Oltre a questo, perchè meglio e d'ogni 
tempo questa istoria sia intesa, innanzi che io tratti di Firenze , discriverò per 
quali mezzi la Italia pervenne sotto quelli potentati, che in quel tempo la gover- 
navano. Le quali cose tutte, cosi italiche come fiorentine , con quattro libri si 
termineranno. 11 primo narrerà brevemente tutti gli accidenti d'Italia , seguiti 
dalla declinazione dello imperio romano per insino al mcgggxxxiv. 11 secondo 
verrà con la sua narrazione dal principio della città di Firenze insino alla guerra, 
che dopo la cacciata del duca di Atene si fece contro al pontefice. Il terzo finirà 
nel NcccGxiv con la morte del re Ladislao di Napoli. E con il quarto perverremo 
al MccccKxxiv, dal qual tempo dipoi particularmente le cose seguite dentro a 
Firenze e fuori, insino a questi nostri presenti tempi si discriveranno. 



1 



ISTORIE FlORENTim 



-I* 



LIBRO PRIMO. 



s-^/ 



SOMMARIO. 

braiioiie de* Barhari sulle terre dell' Imperio. —I Franchi e 1 BurgimdJ danno il nome 
alla Frauda e alla Borgogna; gli Unni all' Ungheria, gli Angli all' Inghilterra. — Scor- 
rerie degli Unni e dei Vandali in Ilalia. — Regno di Teodorlco e degli Ostrogoti. — 
FonmkHie delle lingue nuMleme. — Morte di Teodorico , per la quale Giustiniano 
inperaiore fattosi animo , manda Belisario a cacciare 1 Goti dall' Italia. ToUia so- 
rtene la costoro fortuna, ma poi vinto da Narsete, successo a Belisario nel comando 
déUie anni imperiali , muore , e con lui perisce il dominio de' Goti. — Giustino impe- 
ratore riforma U goremo d'Italia e stabilisce l'Esarcato a Ravenna. — Narsete 
diiama in Italia i Longobardi, i quali dividono il paese da loro dominato in trenta 
dDcbee. — Principio della grandezza de* Pontefici. — Il papa ciiiede aiuto a Pipino 
re cfi Francia contro i Longobardi. — Donazione di Pipino al papa. — Carlo Magno 
dksmgge I Longobardi. — L'impero passa nell'Alemagna. — Ordine e divisione 
degli Siati italSanL — Niccolò II commette la elezione del papi al cardinali. — Ale»- 
landro II scomunica Enrico II , e scioglie 1 di lui sudditi dal giuramento di fedeltà. 
— Goelfi O'GbibeUini — I Normanni gettano le fondamenta del regno di Napoli. — 
Urlnno II va in Francia, e predica la prima Crociata. — Ordine de' Cavalieri Gero- 
sòUoitanì e dei Templaij. •— Fine infelice delle Crociate. — La contessa Matilde 
moore , lasdando il suo stato alla Chiesa. — Federigo Barbarossa. — Sue dissensioni 
cmi Alessandro HI. — Dà cagione alla Lega Lombarda. — Si riconcilia col papa. — 
n regno di Napoli passa alla Casa di Svevia. — Fondazione degli ordini del Domeni- 
cani e dei Francescani. — Prindpj della grandezza della Casa d' Este. — Morte di 
Federigo 0,0 quale lascia il regno a Corrado suo figlio. — Corrado viene a Napoli 
per la pooearione dei regno , e muore. Di lui rimane Corradino fanciullo, a cui scade 
i regno sotto la tutela di Manfredi basurdo di Federigo. — Guelfi e Ghibellini in 
Lombardia. — Nimidzie tra Manfredi e la Chiesa , per cui il papa chiama in Italia 
Carlo d' Angiò e lo investe del r^[no di Napoli e di Sicilia. — Battaglia di Benevento, 
e morte di ManfredL — Inquieta politica dei papi per signoreggiare l' lulia. — ^Vespri 
SldTiaoi. — Ridolfo imperatore vende la indipendenza a molte città d'Italia. — Isti- 
tuìone del Giubbileo fatta da Bonifazio Vili. — Gemente Y trasferisce la ^de pon- 
tìlda in Avignone. — Arrigo di Lussemburgo cala in Italia con intendimento di riu- 
Blrta e pacificarla. Assedia invano Firenze, e muore a Buonconvento a mezzo della 
aa intrapresa. — I Visconti danno principio alla loro signoria in Milano, e ne cao- 
i TorrianL Gio. Galeazzo primo duca di Milano. — Lodovico il Bavaro e Gio- 
ie di Boemia vengono in Italia. -- Lega delle città italiane contro Giovanni e 
H papa. — Origine di Venezia , suo iogmdimento e decadenza. — Discordie tra B^ 
■edcftie in e Lodovico imperatore. ^ Cola di Rienzj , tribuno di Roma , tenta di 
ridarla af antica forma di repubblica. -* Il cardinale Egidio d' Albornoz restaura 
in Italb la potenza de' papi. — Guerra tra Genovesi e Veneziani pel possesso del- 
r isola dì Tenedo. — Primo uso delle artiglierie In Italia.— Turbolenze In Lombardia, 
tra il papa Innocenzo VII e il popolo di Roma per causa delle franchigie. 
di Pini. — Condilo di Costanza , e fine dello sdsma durato fra 1 tre an- 



6 ISTORIE FIORENTINE. 

tìpapi Gregorio XII, Benedetto XIU e Giovanni XXU1. •— Filippo Visconti ricupera 
il suo stato. — Giovanna II regina di Napoli e sue neùuMytà. — Stato polìtico del- 
1* Italia intonto la metà del secolo xr. 

I pop<Aì, i quali nelle parti settentrionali di là dal Game del Reno e del Da- 
nubio abitano, sendo nati in regione generativa e sana, in tanta moltitudine 
molte volte crescono, che parte di loro sono necessitali abbandonare i terreni 
patrj, e cercare nuovi paesi per abitare. L'ordine che tengono, quando una 
di quelle provincie si vuole sgravare di abitatori , è dividersi in tre parti , com- 
partendo in modo ciascuna, che ogni parte sia di nobili e Ignobili, di ricchi e 
poveri ugualmente ripiena. Dipoi quella parte, alla quale la sorte comanda, 
va a cercare sua fortuna, e le due parli sgravate del terzo di loro si rimangono 
a godere i beni patrj. Queste popolaaioni furono quelle che distrussero V impe- 
rio romano, alle quali ne fu data occasione dagl' imperatori ; i quali avendo 
abbandonata Roma, sedia antica delP imperio, e riduttisi ad abitate in Costan- 
tinopoli, avevano fatta la parte deir imperio occidentale più debole., per 
essere meno osservata da loro, e pia esposta alle rapine dei miniatrì, e dei 
ramici di quelli. E veramente a rovinare tanto inperio, foodata saprà il sangue 
di tanti nomini virtuosi, non conveniva che fosse meno ignavia ne'praaoipi, 
né meno infedelità ne' ministri , né meno forza o minore ostinazione in quelli 
che lo assalirono; perchè non una popolazione, ma molte furono quelle, che 
nella sua rovina congiurarono. I primi che di quelle parti settentrionali ven- 
nero contro airimperio dopo i Cimbri, i quali furono da Mario cittadino romano 
vinti, furono i Visigoti; il quel nome non altrimenti neUa loro lingua suona, 
che nella nostra Goti occidentali. Questi dopo alcune zuffe ai confini del- 
r imperio fatte , per concessione degl* imperatori molto tempo tennero (a loro 
sedia sopra il fiume del Danubio; ed avvengachè per varie cagioni eia varj 
tempi molte volte le provincie romane assalissero , sempre nondimeno furono 
dalla potenza degP imperatori raffrenati. E V ultimo che gloriosamente gli vinse, 
fu Teodosio; talmentechè essendo ridotti alla ubbidienza sua, non rifecero 
sopra di loro alcuno re , ma contenti allo stipendio concesso loro , sotto il go- 
verno e le insegne di quello vivevano e militavano. Ma venuto a morte Teodo- 
sio, e rimasi Arcadie ed Onorio suoi figliuoli eredi dell' imperio, ma non della 
virtù e fortuna sua , si mutarono con il principe i tempi. Erano da Teodosio 
proposti alle tre parti dell'imperio tre governatori, Ruffino alla aiientaie, 
alla occidentale Stìlicone e Gildone air affVicana ; i quali tutti dopo la morie 
del principe pensarono non di governarle, ma come principi possederle; dei 
quali Gildone e Ruffino ne' primi loro principi furono oppressi. Ma Stilicene, 
sapendo meglio celare l'animo suo, cercò d'acquistarsi fede coi nuovi impe- 
radori , e dall' altra parte turbare loro in modo lo slato che gli fosse più facile 
dipoi r o<3^uparlo. E per fare loco nimlci i Visigoti , gli consigliò non deasero 
più loro la consueta provvisione : oltre a questo, non gli parendo cbe a turbare 
l'imperio questi nimici bastassero, ordinò che i Burgundj , Franchi, Vandali 
ed Alani, popoli medesimamenle settentrionali , e già mossi per cercare Boore 
terre, assalissero le provincie romane. Privati adunque i Visigoti delle prov- 
visioni loro, per essere meglio ordinati a vendicarsi della ingiuria, crearono 
Alarico loro re, ed assalito T imperio, dopo molti accidenti guastarono la Italia, 
e presero e saccheggiarono Roma. Dopo la quale vittoria mori Alarico, e suc- 
cesse a lui AtauUb> il quale tolse per moglie Piacidia sirocchia degl' imperadorì, 
e per quel parentado convenne con loro di andare a soccorrere la Gallia e la 
.Spagna, le quali proviaeie ettaro atale dai Vandali, Barguaiij, Alani e.Fran- 



LIBKO PRIMO. 7 

(M, moeei da^ aopradette cagronf , assalite. Di che ne segui che i Vandali , i 
qaali arerano occupata quella parte della Spagna detta Bettca , sendo combat- 
tati forte da' Visigoti , e non avendo rimedio, furono da Bonifazlb, il quale per 
FìBiperio gOTemava l' Affrica, chiamati che venissero ad occupare quella 
prarinda , perchè sendosi ribellata , temeva che il suo errore non fosse dal- 
l imp cradofe rìcognoeciuto. Presero i Vandali , per le cagioni dette, volentieri 
qaelf impresa, e sotto Genserico loro re s* insignorirono <f ÀflHca. Era in questo 
BBio sncoesBO all'imperio Teodosio figliuolo di Arcadfo, il quale pensando 
poco alle ooee di Occidente , fece che queste popolazioni pensarono df poter 
possedere le cose acquistate. E così i Vandali in AfiTrica , gli Alani e Visigoti 
il bpagna signore^iavano, e i Franchi ed i BurgundJ non solamente presero 
la Gallia, ma quelle parti che da loro furoao occupate, furono ancora dal nome 
loro BODDnate, donde l'una parte si chiamò Francia, V ahra Borgogna. I felici 
sneeessi di costoro destarono nuove popolazioni alta distruzione delf imperio 
ed altri popoli detti Unni occuparono Pannonia, provincia posta in soHa ripa 
<b qua dai Damibio, la quale oggi avendo preso il nome da questi Unni , si 
ciiiaBa Ungheria. A questi disordini si aggiunse, che vedendosi 1* imperadore 
Msalin da tante pani, per aver meno nemici, cominciò ora con i Vandali, ora 
oon \ Vranctn a fare accordi ; le quali cose accrescevano la potenza e V autorità 
dàbartsari, e quella dell'imperio diminuivano. Né fu Pisola di Brettagna, la 
qoaib à dùaaa o^ Inghilterra, sicura da tanta rovina; perchè temendo i 
BrtOimi di qaei popoli che avevano occupata la Francia, e non vedendo come 
finpcradore potesse difenderli , chiamarono in loro aiuto gli Angli, popoli di 
Gensaata. Prenro gli Angli sotto Votigerio loro re l'impresa, e prima gli dife- 
BKOj dipoi gK cacciarono dalPisola, e vi rimasono loro ad abitare, e dal nome 
Imo la chiamarono Anglia. Ma gli abitatori di quella, sendo spogliati della patria 
1m^ (fivealaroBo per la necessità feroci, e pensarono, ancora che non avessero 
poMo (fifeadere y paese loro , di potere occupare quello d' altri. Passarono 
pertaaCo colle fomìglie loro il mare, ed occuparono quei luoghi .che più pro- 
pùqui alla marina trovarono, e dal nome loro chiamarono quel paese Bretta- 
9tt. Gli Unni, i quali disopra dicemmo avere occupata Pannonia , accozzatisi 
CBBSIlri popoli detti Zepidi, Eruli, Turìngi ed Ostrogoti (che cosi si chiamano 
tt quella lingaa i Goti orientali), si mossero per cercare nuovi paesi ; e non 
poiéado entrare in Francia, che era dalle forze barbare difesa , ne vennero ììl 
kalia sotto Attila loro re, il quale poco davanti per essere solo nel regno aveva 
Mirto Biada soo fratello; per la qual cosa diventalo potentissimo, Andarioo 
n da* Zepidi, e Velamir re degli Ostrogoti rimasono come suoi soggetti. Venuto 
sdaaqoe Attila in Italia assediò Aquileia , dove stette senz'altro ostacolo due 
ani, e adla ossidione di essa guastò tutto il paese alT intorno, e disperse tutti 
ifi abitatori di quello ; il che , come nel suo luogo diremo, dette prmcipio alla 
dttàdi Vìaegia. Dopo la presa e rovina ài Aquileia , e di molte altre città, si 
^^ verso Roma , dalla rovina della quale si astenne per i preghi del ponto- 
ni la on riverenza potette tanto in Attila, che si usci d'Italia, e rìtirossi in 
A«tt», dofe si morì. Dopo la morte del quale, Velamir re degli Ostrogoti , e 
^ lìtn capi deRe altre nazioni presero le armi contro a Errico ed Urie suoi 
^■*, a l'uno ammazzarono, e 1- altro costrìnsero con gli Unni a ripassare 
ilBamlMe ritemarsi nella patria loro; e gK Ostrogoti ed i Zepidi si posero in 
'*">^«*» , e gli Eruli e i Turingi sopra la ripa di là dal Danubio si rimasero. 
P*rtlo àUAa d'Italia, Valentiniano imperadore occidentale pensò d'istaurare 
V^, t per essere più comodo a difenderla dai Bart>ari, abbandonò Roma, e 
Po^^hwa sedia in Ravenna. Queste avversità che aveva avute F imperio 



8 ISTORIE FIORBNTINE. 

ocddiptale , erano state cagione che V imperadore, il quale in GoataDtinopoli 
abitava, aveva concesso molte volte la possessione di quello ad altri, come cosa 
piena di periooli e di spesa, e molle volte ancora senza sua permissione 
i Romani, vedendosi abbandonati, per difendersi, creavano per loro medesimi 
uno imperadore, o alcuno per sua autorità si usurpava Timperio, come av- 
venne in questi tempi che fu occupato da Massimo Romano dopo la morte di 
Valentiniano, e costrinse Eudossa , stata moglie di quello a prenderlo per ma- 
rito ; la quale desiderosa di vendicare tale ingiuria, non potendo nata di sangue 
imperiale sopportare le nozze d'uno privato cittadino , confortò segretamente 
Genserico re de' Vandali e signore di Affrica a venire in Italia, mostrandogli la 
facilità e la utilità deli' acquisto. Il quale allettato dalla preda subito venne, e 
trovata abbandonata Roma, saccheggiò quella, dove slette quattordici giorni ; 
prese ancora, e saccheggiò più terre in Italia, e ripieno sé e l'esercito suo di 
preda, se ne tornò in Affrica. I Romani ritornali in Roma, sendo morto Mas- 
simo , crearono imperadore Avito Romano. Dipoi dopo molte cose seguite in 
Italia e fuori, e dopo la morte di più imperadori, pervenne V imperio di Costan- 
tinopoli a Zenone, e quello di Roma ad Oreste ed Augustulo suo figliuolo, i 
quali per inganno occuparono l' imperio. E mentre che disegnavano tenerlo per 
forza, gli Eruli e li Turingi, i quali io dissi essersi posti dopo 'la morte di Attila 
sopra la ripa di là dal Danubio, fatta lega insieme sotto Odoacre loro capitano, 
vennero in Italia ; e nei luoghi lasciati vacui da quelli vi entrarono i Longobardi, 
popoli medesimamente settentrionali condotti da Godogo loro re, i quali furono, 
come nel suo luogo diremo, l'ultima peste d'Italia. Venuto adunque Odoacre 
in Italia , vinse ed ammazzò Oreste propinquo a Pavia , ed Augustulo si fuggi. 
Dopo la qual vittoria , perchè Roma variasse con la potenza il titolo , si fece 
Odoacre, lasciando il nome dell'imperio, chiamare re di Roma, e fu il primo 
che de' capi de' popoli che scorrevano allora il mondo, si posasse ad abitare in 
Italia; perchè gli altri , o per timore di non la poter tenere, per essere potuta 
dall' imperadore orientale facilmente soccorrere , o per altra occulta cagione, 
r avevano spogliata, e dipoi cerco altri paesi per fermare la sedia loro. 

Era pertanto in questi tempi l' imperio antico romano rido tto sotto questi 
prìncipi : Zenone regnando in Costantinopoli comandava a tutto l' imperio 
orientale; gli Ostrogoti Mesia e Pannonia signoreggiavano ; i Visigoti, Svevi ed 
^ni la Guascogna tenevano e la Spagna ; i Vandali l' Affrica ; i Franchi e 
Burgundi la Francia; gli Eruli e Turingi l'Italia. Era il regno degli Ostrogoti 
pervenuto a Teodorìco nipote di Velamir, il quale tenendo amicizia con Zenone 
imperadore orientale gli scrisse, come ai suoi Ostrogoti pareva cosa ingiusta, 
sendo superiori di virtù a tutti gli altri popoli , essere inferiori d' imperio , e 
come gli era impossibile poterli tenere ristretti dentro a' termini di Pannonia ; 
talché veggendo come gli era necessario lasciare loro pigliar l' armi, e ire b 
cercar nuove terre, voleva prima farlo intendere a lui, acciocché potesse 
provvedervi, concedendo loro qualche paese, dove con sua buona grazia po- 
tessero più onestamente e con maggiore loro comodità vivere. Onde che Ze* 
none, parte per paura, parte per il desiderio aveva di cacciare d' Italia Odoa- 
cre, concesse a Teodorico il venire contro a quello, e pigliare la possessione 
d' Italia. Il quale subito parti di Pannonia dove lasciò i Zepidi , popoli suoi 
amici; e venuto in Italia ammazzò Odoacre e il figliuolo , e con l'esemplo di 
quello prese il titolo di re d' Italia, e pose la sua sedia in Ravenna, mosso da 
quelle cagioni che fecero già a Valentiniano imperadore abitarvi. Fu Teodorico 
uomo nella guerra e nella pace eccellentissimo, donde nell' una fu sempre vin- 
citore, e nell'altra beneficò grandemente le città ed i popoli suoi. Divise costai 



LIBRO PIIMO. 

^Ostiogoti per le terre con i capi loro, acciocché nella guerra gli oomaidafl- 
«fo, e nella pace gli correggoBsero : accrebbe Ravenna, instaurò Roma, ed, 
ecc0ttodiè la dieci plina militare, rendè a* Romani ogni altro onore : contenne 
deatro ai temiiiìi loro , e senza alcun tumulto di guerra , ma solo con la sua 
aoterìià, lutti i re barbari occupatori dell' imperio : edificò terre e fortezze in« 
tra la {Hmta del mare Adriatico e le Alpi, per impedire più facilmente il passo 
a movi barbari che volessero assalire T Italia. E se tante virtù non fossero 
stale bruttate nel!' ultimo della sua vita da alcune crudeltà causate da vaij 
sospetti del regno suo, come la morte di Simmaco e dì Boezio, uomini santis- 
àn, dimostra, sarebbe al tutto la sua memoria degna da ogni parte di qualun- 
(foe onore ; perchè mediante la virtù e la bontà sua, non solamente Roma ed 
Italia, ma tutte le altre parti dell' occidentale imperio, libere dalle continue 
battilare che per tanti anni da tante inondazioni di barbari avevano sopportate^ 
a sollevarono, e in buon ordine ed assai felice stato si ridussero. E veramente 
se akoni tempi furono mai miserabili in Italia ed in queste Provincie corse 
da' barbari, furono quelli cbe da Arcadie ed Onorio infino a lui erano corsi. 
Perchè se ù considererà di quanto danno sia cagione ad una repubblica o ad 
un regno variare principe o governo, non per alcuna estrinseca forza, ma so- 
lamemie per civile discordia, dove si vede come le poche variazioni ogni repub* 
bbca ed ogni regno, ancora cbe potentissimo, rovinano, si potrà dipoi facil- 
mei^te immaginare quanto in quei tempi patisse l' Italia e le altre provincie 
romane , le quali non solamente variarono il governo ed il principe , ma le 
leggi, i costomi, il modo del vivere, la religione, la lingua, l'abito ed i nomi: 
le quali cose ciascmia per sé, non che tutte insieme, fariano, pensandole, non 
cbe vedendole e sopportandole, ogni fermo e costante animo spaventare. Da 
questo nacque la rovina, il nascimento e l'augumento di molte città. Intra 
quelle die rovinarono fu Aquileia , Luni , Chiusi , Popolonia , Fiesole e molte 
altre; intra quelle che di nuovo si edificarono, furono Yinegìa, Siena, Ferrara, 
r Ai^a ed altre assai terre e castella, che per brevità si omettono : quelle che 
di piccole div^mero grandi, furono Firenze, Grenova, Pisa, Milano, Napoli e 
Bologna; alle quali tutte si aggiugne la rovina e il rifacimento di Roma, e 
■aolle die variamente furono disfatte e rifatte. Intra queste rovine e questi 
popoli Borsone nuove lìngue, come apparisce nel parlare che in Francia, 
e in Italia si costuma ; il quale mescolato con la lingua patria di 
nuovi popoli e con 1* antica romana fanno un nuovo ordine di parlare . 
», oltre di questo, variato il nome non solamente le provincie, ma i laghi, 
à, i mari e ^uomini ; perchè la Francia, V Italia e la Spagna sono ripiene 
di naori nomi, ed al tutto dagli antichi alieni, come si vede, lasciandone indic- 
avo motti altti, cbe il Po, Garda, T Arcipelago sono per nomi disformi agli an- 
lidà nominati; gli uomini ancora di Cesari e Pompei, Pieri, Giovanni e Mattai 
diveaiarooo. Ma intra tante variazioni non fu di minor momento il variare 
deya religioee, perchè combattendo la consuetudine dell' antica fede coi mira- 
CDÌt dcAa nuova, si generarono tumulti e discordie gravissime intra gli uomini. 
B «a pure la cristiana rel^ione fosse stata unita , ne sarebbero seguiti minori 
la combattendo la Chiesa greca, la romana e là ravennate in- 
cedi più le sette eretiche con le cattoliche, in molti modi contristavano 
L Di che ne è testimone Y Affrica, la quale sopportò molti più afTanni 
la tetta ariana, creduta dai Vandali, che per alcuna loro avarizia 
crudeltà. Vivendo adunque gli uomini intra tante persecuzioni, 
deacritlo negli occhi k) spavento dell* animo loro , perchè , oltre 
agjk'iataHi mtìi eh' e' sopportavano , mancava a buona parte di loro di poter 




< • • 



10 ISTOiB nOUKHTINE. 

rifiBg^reaU'ainlodiDiOv nel quaUtuUi i miseri sogUoDOsp^^re; perchè sendo 
la mag^kir parte dt loro iaoertì a quale Dio dovessero ricorrere > laaocanda di 
ogni atute e di ogni spersaxa, méaerunenU morivaDO. 

Merita pertanto Teodorieo non awdiocre lode, seodo alaU) il primo che {»- 
oease qmlare ta»li mali ; takliè per trentotto anni che regnò in Italia^ la ri- 
dasse in taota graadezza, che le aatiche batti tare più io lei non si conoacevano. 
Bla veaul» qutlbe a morte, e rimaao nel regno Àtalahco, nato di AnàaiaaeiuBta 
saa figliuola , in poco tempo, aea seado ancora la fortuna sfogala, negli anti^ 
chi saoi aftwai si riternò : perchè Àtalarico poco dipoi che V a^olo mod; e 
rimaao il regno alla madre, fu tradita da Teodato, il quale era stato da lei chùK 
mato perchè T aiutasse a governare il regno. Costui avendola morta e falloso 
re, e per qaeeto sendo diveaUto oÉmao* agli Ostrogoti, dette aaimo a Giusli- 
niaao iraperadere di credere poterlo cacciare d'Italia, e diputò Bellisario per 
capitaao di quella impresa, il quale, avea già vinta l'Affrica, e caeciatine i 
Vandali, e ridottala sotto T imperio. Occupò adunque Bellisario la Sicilia, adi 
qui passato in Italia occupò Napoli e Roma. I Goti, veduta questa rovina, ara- 
mazzaroQo Teodato loro re, oome cagione di quella, ed elessero in suo loo|^ 
Vitigete, il quale, dopo alcaae zuffe, fu da Bellisario assediato e preso io 
Ravenna; e non avendo ancora al tutto conseguita la vittoria, fu Bellisario da 
Giustiniano rivocato, ed in suo luogo posto Giovanni e Vitale, disformi in 
tutto da quello di virtù e di eoetomi, dimodoché i Goti ripresero aniaio e 
crearono loro re Ildovado, die era governatore in Verona. Dopo costui, perchè 
fu ammazzato, pervenne il regno a Telila , il quale ruppe le genti dell' impe- 
radore, e ricuperò la Toscana e Napoli, e ridusse i suoi capitani quasi che aW 
r ultimo di tutti gli stati, che Bellisario avea ricuperati. Per la qual cosa parve 
a Giustiniano di rimandarlo in Italia ; il quale ritornato con poche forze, perde 
piuttosto la riputazione delle cose prima fatte da lui , che di nuovo ne riac- 
quistasse. Perchè Totila, trovandosi Bellisario con le genti ad Ostia, sopragii 
occhi suoi espugnò Roma, e veggendo non potere né lasciare né lenerequellar 
in maggior parte la disfece, o oecctonneil popolo, ed i senatori ne aienò seco, e 
stimando poco Bellisario, ne andò coir esercito in Calabria a rincontrare le 
genti, chedi Grrecia in aiuto a Bellisario venivano. Veggendo pertanto Bellisario 
abbandonata Roma, si volse ad una impresa onorevole, perchè entrato nelle 
romane rovine, con quanta più celerità potette, rifece a quella città le mura, 
e vi richiamò dentro gli abitatori. Ma a questa sua lodevole impresa si oppose 
la fortuna, perchè Giustiniano fu in quel tempo assalilo dai Parti, e richiaiD^ 
Bellisario; e quello per ubbidire al stto signore abbandonò l'Italia, e rifisase 
quella provincia a discrezioRe di Totila, il quale di nuovo prese Roma. Bia non 
fu con queHa crudeltà trattata che prima, perchè pregato da san Benedetto, il 
quale in qvei tempi anva di santità grandissima opinione, si volse piuttosl^ 
a rifarla. Giustiniano intanto avea fatto accordo coi Parli, e pensando di man- 
dare nuova gente al soccorse tf Italia, fu dagli Sciavi, nuovi popoli sellenlrio- 
naii, ritenuto, i quali avellano passate il Danubio, ed assalito riliiria e la 
Tracia, iaiaado che Totila quasi tutta la occupò. Ma vinti che ebbe GiusU* 
roano gh Selawi, mandò in Italia con gtó eserciti Narsete eunuco, uomo ia guerra 
ecaUftiitissimo, il quale arrivato in Itaba ruppe ed ammazzò Totila, e le re- 
liquie che dee Goti dopo quella rotta rimasero, si ridussero in Pavia, dorè 
crearono Teìa loro re. Narsete dall' altra parte dopo la vittoria prese Roffla> 
ed in uHimo si atunflè con Teia presso a Nocera, e quello ammazzò e ruppe- 
Per la qual Tittorta si spense al tutto il nome dei Goti in Italia, dove seUa^ta 
aam da Daodorioe lorè re a Teia af?ervaoe regnato. 



LIBRO PÉISa. 11 

Ma eome prima fu libera V Italia dai Goti , Grinstrnhnio morì, e rimase suo 
saceeeaore Giustino suo (iglioolo, il quale per it consigtto di Sofia sua moglie 
rivoeò NafBclc d* Italia, e gli mandò Longino suo successore. Seguitò Longino 
furdiiie degli altri di abitare in RaTenna, ed oltre a questo dette all' Italia 
iHieva forma; perdio non costituì governatori di provincie, come avevano 
firtlD i Geti, ma fece in tutte le città e terre dì qualche momento capi, i quali 
cfaiamò Ductiff. Né in tale distribuzione onorò più Roma che le altre terre ; per* 
die toUo yia t consoli e il senato, i quali nomi inaino a quel tempo vi si erano 
DOBleBotì, la ridusse sotto un duca, il quale ciascun anno da Ravenna vi si 
mandava, e chtamavasi il ducalo romano, ed a quello che per P imperadore 
stara a Rarenna, e goremava tutta V Italia , pose nome Esarco. Questa diri- 
skme fece pia facile la rovina d* ItalM) econ più celerità dette occasione a' Lon- 
gobardi di occuparla. Era Narsete sdegnalo forte contro T imperadore, per ea- 
sergK stato tolto il governo di quella provincia, che con la sua rirtù e col suo 
sangue ave^a acquistata, perchè a Sofia non bastò ingiuriarlo rivocandolo, 
che ella vi aggiunse ancora parole piene di vituperio, dicendo che lo voleva 
far tornare a filare con gh altri eunuchi ; tantoché Narsete, ripieno di sdegno, 
p c tauase aé Alboino re de^ Longobardi, che allora regnava in Pannonia, di 
venire a ooeaf»are l'ItaMa. Brano, come di sopra si mostrò, entrati i Longo- 
bardi in qnettì looghi presso al Danubio, che erano dagli Eruli e Turingi stati 
afabandoiìali , qnando da Odoaere re loro furono coqdotti in Italia; dove 
scado stati alcan tempo, e pervenuto it regno loro ad Alboino, uomo eflln^to 
ed aadaee^ passarono il Danubio, e si azzuffisrono con Gomundo re de* Zepidi, 
d» tenera la Pannonia , e lo vinsero. E trovandosi nella preda Rosmunda 
^fniola di Goa:iundo, la prese Alboino per moglie, e s'insignorì di Pannonia, e 
mosso dalla saa efiférata natura fece del teschio di Gomundo una lazza, con la 
qude in monorìa di quella vittoria bevea. Ma chiamato in ItaKa da Narsete, 
con il qnale nella gnerra de' Croli aveva tenuta amicizia, lasciò la Pannonia 
agK Unni, i qnali dopo la morte di Attila dicemmo essersi nella loro patria ri- 
tBvnatì, eneTenne in Italia; e trovando quelhi in tante parti divisa, occupò in un 
tnftto Paria, Milano, Verona, Vicenza» tutta la Toscana, e quasi la parte mag- 
gior della Flamminia, oggi chiamata Romagna. Talché parendo^per tanti e si 
' sabiti acquisti avere già la vittoria d'Italia, celebrò ih Verona un convito, e 

per fl mollo ber» diventato allegro, sondo il teschio di Gomundo piencrdi vino 
b fece presentare a Roanunda regina, la quale air incontro ài lui mangiava, 
d fce adp con voce alta in modo che quella potette udire, che voleva che m 
tanta a ll e g r ezza la bevesse con suo padre. La qoal voce fu come una ferita 
od petto di qodla donna; e diliberata di vendicarsi, sappiendo che Alma- 
daMe, nobile lombardo giovine e feroce, amava una sua ancilla, trattò con 
qnefla che celatameale desse opera che Almachilde in suo scambio dormisse 
oen lei. Ed esaendo Almachilde, secondo l'ordine di quella, venuto a trovarla 
'm fangn oscura, credendosi essere con l' ancilla, giace con Roaonunda ; la quaif 
dopo ìi fatto se gli scoperse, e mostrogli come in suo arbitrio era o ammazzare^ 
Albeina, e godersi sempre lei ed il regno, o esser morto da quello come stu- 
pnABcedeHa sua moglie. Consentì Almachilde di ammazzare Alboino; ma di- 
poi dweglino ebbero nK>rto quello, veggendo come non riusciva tor&iii occu- 
pare il regno, anzi dubitando di non essere morti dai Longobardiper lo amore 
ad Alboino portavano, con tutto il tesoro regio se ne fuggirono a Ravenna 
Loagpno, il qiKile onorévolmente gli ricevette. Era morto in questi travili 
imperadore, ed in suo luogo rifatto Tiberio, il quale, occupato nelle 
dei Parti, non poteva aU'Itaha sovvenire ; andechè a.Longino parva il 



12 ISTORIK nOUHTlNB. 

tempo comodo a poter diventare, mediante ftosmunda ed il suo tesoro, re de' 
Longobardi e di tutta Italia, e conferì con lei questo suo disegno, e la persuase 
ad ammazzare Almachilde, e pigliar lui per marito. Il che fu da quella accet- 
talo, ed ordinò una coppa di vino avvelenato , la quale di sua mano porse ad 
Almachilde che assetato usciva del bagno; il quale come V ebbe bevuta mezza, 
sentendosi commovere gV interiori, ed accorgendosi di quello che era, sforzò 
Rosmunda a bere il resto ; e cosi in poche ore T una e V altro di loro morirono, 
e Longino si privò di speranza di diventare re. I Longobardi intanto ragunatisi 
in Pavia, la quale avevano fatta principal sedia del loro regno, fecero Clefi 
loro re, il quale riedificò Imola stata rovinata da Narsete, occupò Rimlni, e 
infino a Roma quasi ogni luogo ; ma nel corso delle sue vittorie mori. Questo 
Clefi fu in modo crudele non solo contro agli esterni, ma ancora contro alli suoi 
Longobardi, che quelli sbigottiti della potestà regia non vollero rifar più re; 
ma feciono intra loro trenta Duchi, che governassero gli altri. Il qual consiglio 
fu cagione che i Longobardi non occupassero mai tutta Italia, e che il regno 
loro non passasse Benevento^ e che Roma, Ravenna, Cremona, Mantova, 
Padova, Monselice, Parma, Bologna, Faenza, Forlì, Cesena, parte si difendes- 
sero un tempo, parte non fossero mai da loro occupate. Perchè il non aver re 
li fece meno pronti alia guerra ; e poiché rifeciono quello, diventarono per 
essere stati liberi un tempo meno ubbidienti e più atti alle discordie intra loro; 
la qual cosa prima ritardò la loro vittoria, dipoi in ultimo gli cacciò d'Italia. 
Stando adunque i Longobardi in questi termini, i Romani e Longino ferono 
accordo con loro, che ciascuno posasse le armi e godesse quello che possedeva. 
In questi tempi cominciarono i pontefici a venire in maggiore autorità che 
non erano slati per T addietro, perchè i primi dopo san Piero per la santità 
della vita e per i miracoli erano dagli uomini riveriti; gli esempj de' quali am- 
pliarono in modo la religione cristiana , che i principi furono necessitati , per 
levar via tanta confusione che era nel mondo » ubbidire a quella. Sdndo adun- 
que r imperadore diventato cristiano, e partitosi di Roma , e gitone in Costan- 
tinopoli, ne seguì, come nel principio dicemmo, che l'imperio romano rovinò 
più tosto , e la Chiesa romana più tosto crebbe. Nondimeno insino alla venuta 
dei Longobardi, sondo l'Italia sottoposta tutta agi' imper^dori o alli re, non 
' presero mai i pontefici in quei tempi altra autorità che quella che dava loro la 
riverenaa de' loro costumi e della loro dottrina. Nelle alfre cose o agPimpera- 
uori alli re ubbidivano , e qualche volta da quelli furono morti, e come loro 
ministri nelle azioni loro operati. Ma quello che gli fece diventare di maggior 
momento nelle cose d'Italia fu Teodorico re de' Goti , quando pose la sua sedia 
in Ravenna , perchè rimasa Roma senza principe, i Romani avevano cagione 
per loro rifugio di prestare più obbedienza al papa : nondimeno la loro auto- 
rità per questo non crebbe molto; solo ottenne di essere là Chiesa di Roma pre- 
posta a quella di Ravenna. Ma venuti i Longobardi , e ridotta Italia in più 
parti; dettero cagione al papa di farsi più vivo; perchè sondo quasi che capo 
in Roma, l' imperadore di Costantinopoli e i Longobardi gli avevano rispetto , 
talmenlechè i Romani, mediante il papa , non come soggetti, ma come com- 
pagni , con i Longobardi e con Longino si collegarono. E così seguitando i papi 
ora ad essere amici dei Longobardi ora de' Greci, la loro dignità accrescevano. 
Ma seguita dipoi la rovina dell' imperio orientale, la quale segui in questi tempi 
sotto Eraclio imperadore , perchè i popoli Sciavi , dei quali facemmo di sopra 
menzione, assaltarono di nuovo rilliria, e quella occupata chiamarono dai 
nome loro Sclavonia, e le altre parli di quello imperio furono prima assaltato 
dai Persi , dipoi dai Saradni , i quali sotto Maometto uscirono di Arabia , ed 



LIMO PRIMO. 13 

iooltmio dai Turchi, e toltogli la Soria , TAffrica e l* Egitto, dod restava al 
P9pa, per V impotenza dì quello imperio , più comodità di poter rifuggire a 
quello Delle sue oppressioni ; e dall' altro canto crescendo le forze dei Longo- 
bardi, pensò che gli bisognava cercare nuovi favori, e ricorse in Francia a 
qua re. Dimodoché tutte le guerre che dopo questi tempi furono dai barbari 
folte in Italia , furono in maggior parte dai pontefici causate, e tutti i barbari 
che quella inondarono, furono il pia delle volte da quelli chiamati. Ilqual modo 
di procedere dura ancora in questi nostri tempi, il che ha tenuto e tiene l'Italia 
disunita ed inferma. Pertanto nel descrivere le cose seguite da questi tempi ai 
nostri, non sì dimostrerà più la rovina dell* iropefio che è tutto in terra, ma 
Taugumento de' pontefici , e di quelli altri principati che dipoi Tltalia intino 
alia venuta dì Carlo Vili, governarono. E vedrassi come i papi , prima colle 
censure, dipoi con quelle e con le armi insieme mescolate con le indulgenze, 
erano terrìbili e venerandi; e come per avere usato male Y uno e T altro, X uno 
hanno al tatto perduto, dell'altro stanno a discrezione d'altri. Ma ritornando 
ali* ordine nostro, dico come al papato era pervenuto Gregorio III , e al regno 
de' Longobardi Aìstolfo , il quale centra gli accordi fatti occupò Ravenna , e 
mosse gaerra al papa. Per la quel cosa Gregorio, per le cagioni soprascrìtte, 
non confidando più nell' imperadore di Ck>stantinopoli per esser debole , né vo- 
lendo credere alla fede dei Longobardi , che l'avevano molte volte rotta , ri- 
corse in ¥rancia a Pipino II, il quale, di signor d'Austrasia e Brabanzia, era 
diventalo re di Francia , non tanto per la virtù sua, quanto per quella di Carlo 
Martello suo padre, e di Pipino suo avolo. Perchè Carlo Martello, sendo go- 
vernatore di quel regno, dette quella memorabil rotta ai Saracini presso a 
Torsi in sai fiume di Loira , dove furono morti più di dugento mila di loro : 
doode Pipino suo figliuolo per la riputazione del padre e virtù sua diventò poi 
re di quel r^:no. Al quale papa Gregorio, come è detto, mandò per aiuto 
coDtra i Longobardi , a cui Pipino promesse mandarlo , ma che desiderava 
prima vederlo , ed alla presenza onorario. Pertanto Gregorio ne andò in Fran- 
cia , e passò per le terre dei Longobardi suoi nemici senza che lo impedissero; 
tanta era la riverenza che si aveva alla religione. Andando adunque Gregorio 
in Francia, fu da quel re onorato, e rimandato con i suoi eserciti in Italia, i 
quali assediarono i Longobardi in Pavia. Onde che Aistolfo costretto da neces- 
sità si accordò coi Francesi , e quelli fecero l' accordo per i prieghi del papa, il 
quale non volse la morte del suo nemico , macho si convertisse e vivesse; 
nel quale accordo Aistolfo promise rendere alla Chiesa tutte le terre che le 
aveva occupate. Ma ritornate le genti di Pipino in Francia, Aistolfo non osservò 
raccordo, ed il papa ricorse di nuovo a Pipino, il quale di nuovo mandò in 
Italia, e vinse i Longobardi, e prese Ravenna ; e centra la voglia dell' impera- 
óxxe greco la dette al papa con tutte quelle altre terre che erano sotto il suo 
esarcato, e vi aggiunse il paese d'Urbino e la Marca. Ma Aistolfo nel conse- 
gnare queste terre mori, e Desiderio Lombardo, che era duca di Toscana, prese 
le armi per occupare il regno , e domandò aiuto al papa , promettendogli l'ami • 
dzia sua, e quello gliene concesse, tantoché gli altri principi cederono. E 
Desiderio osservò nel principio la fede, e segui di consegnare le terre al ponte- 
fice, secondo le convenzioni fatte con Pipino ; né venne più esarco da Costan- 
tinopoli in Ravenna; ma si governava secondo la voglia del pontefice. Mori 
dipoi Pipino, e successe nel regno Carlo suo figliuolo, il quale fu quello che 
per la grandezza delle cose fatte da lui fu nominato Magno. Al papato intanto 
era aucoesao Teodoro I. Costui venne in discordia con Desiderio, e fu as- 
sedialo in Roma da lui, takbè il papa ricorse per aiuto a Carlo , il quale supe- 



I 



14 ISTORII nomfTtNB. 

rate le Alpi assediò Desiderio In PaTia , e prese lui e i Sglinolt, e gli mandò pri- 
gioni in Fraacia ; e ne andò a risHare il papa a Roma, dove giudicò che il papa 
vtcarìo di Dio non potesse essere dagli uomini giudicato; e il papa e il popolo 
romano lo fecero imperadore. E così Roma ricomincfò ad arere rimperadore in 
Occidente; e dove il pepasoloTa essere raffermo dégl' imperadorì, comìncio 
rimperadore nella elezione ad aver bisogno del papa, e Yontra T imperio a per- 
diere i gradì suoi , e la Chiesa ad acquistarli, e per questi mezzi sempre 
i prineipt temporali crescerà la sua autorità. 

Erano stati i Longobardi dugento trentadue anni in Italia, e di già non 
vano di forestieri altro che ifnome ; e volendo Carlo riordinare V Italia, il che 
fior al tempo di papa Leone IO , fu contento abitassero in quei hio^i dove si 
erane iratriti, e si chiamasse quella provincia dal nome loro Lombardia. E per* 
che queiri avessero il nome romano in reverenza , volle che tutta quella parte 
d'Italia a loro propinqua, che era sottoposta alf esarcato di Ravenna, si chta-> 
masso Romagna. Ed oltre a questo creò Pipino suo fighuolo re d' Italia, la giù— 
risdizione del quale si estendeva in6no a Benevento, e tutto il resto possedeva 
rimperadore greco, con il quale Carlo aveva fatto accordo. Piervemie in quesU 
tempi al pontificato Pascale I, e i parrocchiani delle chiese di Roma, per essere 
più propincpii al papa, e trovarsi alla elezione di quello, per ornare la loro po- 
testà con uno splendido titolo, si cominciarono a chiamare cardinali, e si ar- 
rogarono tanta riputazione , massime poi eh' egli esclusero il popolo romano 
dair eleggere il pontefìce, che rade volte la elezione di quello usciva dal nanero 
loro ; onde morto Pascale , fu creato Eugenio lì, del titolo di Santa Sabina. E 
la Italia, poiché ella fu in maao dei Francesi, mutò in parte forma e ordiae , 
per aver preso il papa nel temporale più autorità, ed avendo quelli condotto 
in essa il nome dei conti e de' marchesi , come prima da Longino esaroo di Ra- 
venna vi erano stati posti i nomi de' duchi. Pervenne dopo alcun pontefice al^ 
papato Osporco Romano, il quale per la bruttura del nome si fece chiamare 
Sergio, il che dette principio alla mutazione de' nomi , che fanno nella loro eie* 
zionei pontefici. 

Era intanto morto Carlo imperadore, al quale successe Lodovico sao figliuolo, 
dopo la morte del quale nacquero tra i suoi figliuoli tante drfFereaze , ciie 
al tempo dei nipoti suoi fo tolto alla casa di Francia Y imperio, e ridotto nella 
Magna, e chiamossi il primo imperadore tedesco Arnolfo. Né solamente la fa- 
miglia dei Carli perle sue discordie perde l'imperio, ma ancora il regno d'Ita- 
lia; perchè i Longobardi ripresero lo forze , e offendevano il papa e i Romani; 
tantoché il principe non vedendo a chi si rifuggire , creò per necessilà re d'ita* 
Ha Berengario duca nel Friuli. Questi accidenti dettero animo agli Unni, che sì 
trovavano in Pannonia, di asfaltare l'Italia; e venuti alle mani con Berengario, 
furono forzati tornarsi in Pannonia , avvero in Ungheria, che così quella prò- 
vinetada loro si nominava. Romano era in questi tempi imperadore in Grecia, 
il quale aveva lotto l'imperio a Costantino, sondo prefetto della sua amaca. 
Perchè se gli era in Ul novità ribellata la Puglia e la Calabria, che att'impe* 
rio sao, come di sopra dicemmo, ubbidivano, sdegnato per tal ribellione per- 
messe ai Saracini che passassero in quei luoghi; i quali venuti , e prese queHe 
Provincie, tentarono di espugnare Roma. Ma i Romani, perchè Berengario era 
occupato in difendersi dagli Unni, fecero loro capitano Alberigo duca di To- 
scana, e mediante la virtù di quello salvarom) Roma dai Saracini; i quali par* 
tiii da quello assedio fecero tma rocca sopra il monte Galgano , odi quivi si- 
gnoreggiavano la Puglia e la Calabria, e il resto d' Italia battevano. E co^ ve- 
niva r Italia in questi tempi ad esaere raaravigliosameiìte afflitta, seado combat 



uno PRIMO. 15 

1» Alpi dagli Uoù , e di verso Napoli dai Saraeini. Steite r Italia 
ia questi travaf li DìoltìanBi, e aoito tre Bareaganj, cbe svcceeeero l'iiiioairai- 
Iva; Bai q«al tempo il papa e la Cbóeaa era adÉpgni ora perturbata, noa avendo 

^r ladisanione éaiprìneipèoccideDtali, e per la irapotenia degli 
La città di Gen«va e tutte le sue riviere ferooo ia questi tempi dai 
li diafane, donde ae nacque la graadexzs^ dellawittà di Pisa , nella quale 
a popoli cacdatì daUa patria sua riooreero ; le quali cose seguirono negli 
anai deUa crisliaaa religione chxxu. Ma fatto imperadore Ottone, figliuolo di 
Earico e di Malfida, duca di Sassonia, nomo prudente e di gran riputazioBe, 
igapiiapapa si volse a pregarlo venisse in ItaKa a trarla di sotto alla tiran* 
aìèa de' BereB^ar) . 

Araao gii stati d* Italia in questi tempi cosi ordinati : la Lombardia era 
flotlo Bar^i^ario III e Alberto suo figliuolo ; la Toscana e la Bonagaa per un 
fluaislro deli' imperadore occidentale era governata ; la PogBa e la Calabria , 
parie air imperadore greco , parte ai Saraeini ubbidiva ; in Roma si creavano 
fiaarnn anno dne consoli della nobiltà, i quali secondo F antico costume la 
gorvemavasa ; a^iugnevasi a questi un prefetto che rendeva ragione al popolo ; 
aievano un coBaìglio di dodici uomini , i quali distribuivano i reiteri ciascun 
aaao per le tare a loro sottoposte. Il papa aveva in Roma e in tutta Italia più 
o Bkeao aatorìtà, secondo che erano i favori degr imperatori, o di quelli che 
eraaa più potenti io essa. Ottone imperadore adunque venne in Italia, e tolse 
il regna ai Berengaij, che avevano regnato in quella cinquantacinque anni , e 
restilaì le sue dignità al pontefice. Ebbe costui un figliuolo ed un nipote chia- 
mati aacora loro Ottoni , i quali T uno appresso V altro successero dopo lui 
all'imperio. £d al tempo di Ottone III, papa Gregorio V fu cacciato dai Romani; 
dondecbè Ottone venne in Italia e rimesselo in Roma ; e il papa per vendi- 
carsi coi Roaiani tolse a quelli T autorità di creare T imperadore, e la dette a sei 
pnoclpi della Magna : tre vescovi , Magonza , Treveri e Colonia, e tre prin- 
cipi , Bcandeburgo , Palatino e Sassonia; il che seguì nel mi. Dopo la morte 
di Ottoae UI, fu dagli elettori creato imperadore Enrico duca di Baviera , il 
quale dopo dodici anni fu da Stefano VIII incoronato. Erano Enrico e Simeonda 
saa oMglie di santissima vita , il che si vede per molti tempj dotati e edificati 
da loro, intra i quali fu il tempio di San Miniato propinquo alia città di Firenze. 
Mori Enrico nel nxxrv, al quale successe Corrado di Svevia , a cui dipoi En- 
rico U. Costui venne a Roma ; e perchè egli era scisma nella Chiesa di tre 
papi, gli disfece tutti, e fece eleggere Clemente li, dal quale fu incoronato impe- 



Era governata allora Italia parte dai popoli , parte dai prìncipi , parte dai 
mandati dall' imperadore, dei quali il maggiore, ed a cui gli altri riferivano, si 
chiamava Canceilario. Tra i prìncipi il più potente era Goltifredi e la contessa 
Matakla sua donna, la quale era nata di Beatrice sirocchia di Enrico II. Costei 
ed il marito possedevano Lucca, Parma, Reggio e Mantova, con tutto quello 
oggi si chiama il Patrimonio. Ai pontefici faceva allora assai guerra l' am- 
del popcdo romano, il quale in prima si era servito dell' autorità di 
qoaiM pff* liberarsi dagl' imperadori : dipoi che egli ebbe preso il dominio della 
città, e hfioraiata quella secondo che a lui parve, subito diventò nemico ai pon- 
tefici, e molte più ingiurie rìceverono quelti da quel popolo , che da alcuno 
akro priacipe cristiano. E nei tempi che i papi facevano colle censure tre- 
mat% tutto il Ponente^ avevano il popolo romano ribelle, né qualunque di 
essi aveva altro intento che torre la rìpotazione e Tautorìtà Tuno all'altro. 
V«MHflahiai|m> al pontificato Nitcolò II , come Gregorìo V, tolse ai Romani il 



16 ISTORIE ^FIOREKXINB. * • 

poter creare X ìmpeitidore, così Niccolò gli pcifè^ eoneoffere alla c^eazioBe del 
^<papa, e volle che solo la elezione di quello appaitenesae ai^<ardinali. Né fu con- 
tento a questo ; che convenuto eyi quelli principi che gQvernavano !&• Calabria 
e la Puglia, perle cagioni che poco d^i direwp) costrinse tutti §li ufllziali ma»» 
* dali dai Romani per la loro giurisdiziene a rendesa ul)bidienia al papa^ e aicuid 
ne privò dei loro ufficj. |hi dopp la morte di Niccolò scisoM nella òhiisa^ perchè 
il clero di Lombardia non volle prestare ubbidienza ad Alessandro li eletto a 
Roma, e creò Cadolo da Parma antipapa ; ed Enrico che aveva in odio la po- 
tenza de' pontefici , fece intendere a papa Alessandro che renunciasse al pon- 
,|ti6cato, e ai cardinali che andassero nella Magna a creare un nuovo pontefice. 
Onde che fu il primo principe che cominciasse a sentire di quale importanza 
fussero le spirituali ferite, perdiè il papa fece un concilio a Roma, e pilvò En- 
rico deir imperio e del regno. E alcuni popoli italiani seguirono il papa, e alcuni 
Enrico; il che fu seme defii umori guelfi e ghibellini, acciocché l'Itaha, mancate 
le inondazioni barbare, fusse alalie guerre intestine lacerata. Enrico adunque « 
sondo scomunicato , fu costretto dai suoi popoli a venire in ItaUa , e scalzo 
inginocchiarsi al papa, e domandargli perdono, il che seguì Tanno mxxx. 
Nacque nondimeno poco dipoi nuova discordia tra il papa ed Enrico; ondechò 
il papa di nuovo lo Stcomunicò, e Timperadore mandò il suo figliuolo, chiamato 
ancora Enrico, con esercito a Roma, e con aiuto de' Romani, che avevano in 
odio il papa, F. assediò nella fortezza; dondeché Roberto Guiscardo venne di 
Puglia a soccorrerlo, ed Enrico non lo aspettò, ma se ne tornò nella Magna. Solo 
i Romani stettero nella loro ostinazione, talché Roma ne fu di nuovo da Roberto 
saccheggiata, e riposta nelle antiche rovine, dove da più pontefici era innanzi 
stata instaurata. E perchè da questo Roberto nacque T ordine del regno di 
Napoli, non mi par superfluo narrare particularmente le azioni di quello. 

Poiché venne disunione intra gli eredi di Carlo Magno, come di sopra 
abbiamo dimostro, si dette occasioni a nuovi popoli settentrionali, detti Nor- 
mandi, di venire ad assalire la Francia, e occuparono quel paese , il quale oggi 
da loro é detto Normandia. Di questi popoli una parte venne in Italia ne* tempi 
che quella provincia da' Berengarj , da'Saracini e dagli Unni era infestata , e 
occuparono alcune terre in Romagna , dove intra quelle guerre virtuosamente 
si mantennero. Di Tancredi, uno di quei principi normandi , nacquero più 
figliuoli, intrai quali fu Guglielmo nominato Serabac, e Roberto detto Guiscardo. 
Era pervenuto il principato a Guglielmo, ed i tumulti d'Italia in qualche parte 
erano cessati. Nondimeno i Saracini tenevano la Sicilia» e ogni dì scorrevano 
jlidi d'Italia ; per laqual cosa Guglielmo convenne con il principe di Capeva edi 
Salerno , e con Melorco Greco , che per l' imperadore di Grecia governava la 
Puglia e la Calabria, d' assaltare la Sicilia, e seguendone la vittoria si accorda- 
rono che qualunque di loro della preda e dello stato dovesse per la quarta 
parte partecipare. Fu l'impresa felice, e cacciati i Saracini , occuparono la Si- 
cilia ; dopo la qual vittoria Melorco fece venire segretamente genti di Grecia , 
e prese la possessione dell' isola per l' imperadore, e solamente divise la preda. 
Di che Guglielmo fu mal contento , ma riserbò a tempo più comodo a dimo- 
strarlo; e si partì di Sicilia insieme con i principi di Salerno e di Qbpova. I 
quali come furono partiti da lui per tornarsene a casa, Guglielmo non ritornò 
in Romagna, ma si vols^ con le sue genti verso Puglia , e subito occupò Melfi, 
e quindi in breve tempo centra le forze dell' imperadore greco s* insignori quasi 
che di tutta Puglia e di Calabria, nelle quali provincia signoreggUiva, al tempo 
di Niccolò n, Roberto Guiscardo suo fratello. E perdio egli aveva avuto assai 
differenze con i suoi nipoti per la eredità di quelli stati, usò i' autorità del papa 



URO PRIMO. 17 

• 

a eomporle; il ehe fu dal papa eseguito volentieri, desideroso di goadagnarsi 
Roberto, acciocché contro gr ionperadori tedeschi, e contro Tinsolenza del popolo 
romaDO Io difendesse, £ome V effetto ne segui , fecondo che di sopra abbiamo 
dìBDOstro, che ad istanza dt Gregorio VII caoeiò Enrico di Roma, e qiiel popolo 
ifoiDÒ. A Roberto sdopessi Ruggieri e Guglielmo suoi Bgliuoii, allo stato de'quali 
si aggiunae ìia|K)lit e tulle le terre che sono da Napéti a Roma , e di più la 
Sìciha , della quale si lece sigBore Ruggieri. Ma Guglielmo dipoi andando in 
Costantinopoli per prendere per moglie la figliuola dell' imperadore, fu da Rug- 
gieri assalito , e toltogli lo stato. E insuperbito per tale acquisto si fece prima 
chiamare re d' Italia , e dipoi, contento del titolo di re di Puglia e di Sicilia , 
fu ti primo che desse nome e ordine a quel regno, il quale ancora oggi intra gli 
antidii termini si maDtiene, ancora che più volte abbia variato non solamente 
sangue , ma nazione. Perchè venuta meno la stirpe dei Norniandi, si trasmutò 
quel regno nei Tedeschi, da quelli nei Francesi, da costoro negli Aragonesi, e 
oggi è posseduto dai Fiamminghi. 

Era pervenuto al pontificato Urbano li , il quale era in Roma odiato; e nou 
gli parendo anche potere stare per le disunioni in Italia sicuro, si volse ad 
una generosa impresa , e se ne andò in Francia con tutto il clero, e radunò in 
Anversa nìolti popoli, ai quali fece un' orazione contro agi' infedeli ; per la 
quale tanto accese gli animi loro che diliberarono fare V impresa d'Asia cen- 
tra i Saradni, la quale impresa con tutte le altre simili furono dipoi chiamate 
Crociate, perchè tutti quelli che vi andarono erano segnati sopra le armi e 
sopra i vestimenti d'una croce rossa. I principi di questa impresa furono Grotti- 
fredi, Eustachio e Baldovino di Buglione, conti di Bologna, e un Pietro Eremita, 
per santità e prudenza celebrato, dove molti re e molti popoli concorsero con 
danari, e molti privati senza alcuna mercede militarono; tapto allora poteva 
ne^ animi degli uomini la religione, mossi dall' esempio di quelli che ne erano 
capi. Fu questa impresa nel principio gloriosa, perchè tutta l'Asia Minore, la 
Sona e parte dell' Egitto venne nella podestà de' Cristiani ; mediante la quale 
nacque l' ordine dei cavalieri di Gerosolima, il quale oggi ancora regna, e 
tiene l'isola di Rodi, rimasa unico ostacolo alla potenza dei Maumettisti. Nac- 
quene ancora 1* ordine dei Templarj, il quale dopo poco tempo per li cattivi loro 
costumi venne meno. Seguirono in varj tempi varj accidenti, dove molte na- 
zioni e particolari uomini furono celebrati. Passò in aiuto di quella impresa il 
re di Francia, il re d'Inghilterra; e i popoli pisani , viniziani, e genovesi 
v'acquistarono riputazione grandissima, e con varia fortuna insino ai tempi 
del Saladino saraceno combatterono ; la virtù del quale e la discordia dei Cri- 
stiani tolse alla fine loro tutta quella gloria, obesi avevano nel principio acqui- 
stala, e furono dopo novanta anni cacciali di quel luogo, che eglino avevano 
con tanto onore felicemente ricuperato. 

Dopo la morte di Urbano fu creato pontefice Pascale II, ed all' imperio era 
pervenuto Enrico lY. Costui venne a Roma fingendo di tenere amicizia col 
papa: dipoi il papa e tutto il clero messe in prigione, né mai Io liberò se prima 
non gli fu concesso di poter disporre delle chiese della Magna come a lui pareva. 
Morì in qu^ti tempi la contessa Matelda, e lasciò erede di tutto 11 suo stato la 
Chiesa. Dopo la morte di Pascale e di Enrico IV seguirono più papi e più impe- 
radorì, tantoché il papato pervenne ad Alessandro III, e lo imperio a Federigo 
Svevo, detto Barbarossa. Avevano avute i pontefici in quelli tempi con il po- 
polo romano e coA-gl' imperadorì molte difficultà, le quali al tempo di Barba- 
roesa assai crebbefil Era Federigo uomo eccellente nella guerra, ma pieno di 
tanta sopeii>ia, che non poteva sopportare di avere a cedere al pontefice. Non- 



18 ISTORIA noRnminE. 

dimeno nella sua elezione yenne a Roma per la corona, e pacìficamente si 
tornò netta Bffagna. Ma poco stette in questa opinione, perchè tornò in Italia 
per domare alcune terre in Lombardia cìie non Tubbìdirano; nel qual tempo 
occorse che il cardinale di San Clemente, di nazione Romano, si divise da papa 
Alessandro, e da alcuni cardinali fu fatto papa. Trovavasi in quel tempo Fe- 
derigo imperadore a campo a Crema, con il quale dolendosi Aledtandro del- 
l'antipapa, gli rispose che F uno e T altro andasse a trovarlo, ed allora giudi- 
cherebbe chi dì loro fosse papa. Dispiacque questa risposta ad Alessandro; e 
perchè lo vedeva inclinato a favorire T antipapa, lo scomunicò, e se ne fuggì a 
Filippo re dt Francia. Federigo intanto segirìtaBdo la guerra in Lombardia 
prese e disfece Milano, la cpial cosa fu cagione che Verona, Padova e Yiceoza 
si unirono centra lui a difesa comune. In questo mezzo era morto T antipapa, 
dondechè Federigo creò in suo luogo Guido da Cremona. I Romani in questi 
tempi per l'assenza del papa, e per gì' impedimenti che l'imperadore aveva 
in Lombardia, aveva ripreso in Roma alquanto di autorità, e andavano riot^ 
gnoscendo T ubbidienza delle terre, che solevano essere loro suddite. Eperebè 
i Tusculani non vollero cedere alla loro autorità, gli andarono popolarmente a 
trovare, i quali furono soccorsi da Federigo, e ruppero l'esercito de' Romani con 
tanta strage, che Roma non fu mai poi né popolata né ricca. Era intanto tornato 
papa Alessandro in Roma, parendogli potervi star sicuro per l' inimicizia avevano 
i Romani con Federigo, e per gli nfmici che quello aveva in Lombardia. Ma 
Federigo, posposto ogni rispetto, andò a campo a Roma, dove Alessandro non 
lo aspettò, ma se ne fuggì a Guglielmo re di Puglia, rimase erede di quel regno 
dopo la morte di Ruggieri. Bfa Federigo cacciato dalla peste lasciò FossidioDe, 
e se ne tornò nella Magna ; e le terre di Lombardia, le quali erano congiurata 
contro di lui, per potere battere Pavia e Tortona, che tenevano le parti impe- 
riali, edificarono una città che fosse sedia di quella guerra, la quale nomina- 
rono Alessandria in onore di Alessandro papa, e in vergogna di Federigo. 
Mori ancora Guidone antipapa, e fu fatto in suo luogo Giovanni da Fermo, il 
quale per i favori delle parti dell' imperadore si stava in Montefiasconi. Papa 
Alessandro in quel mezzo se n' era ito inTuscolo chiamato da quel popolo, ac- 
ciocché con la sua autorità lo difendesse dai Romani ; dove vennero a lui ora- 
tori mandati da Enrico re d^ Inghilterra a significargli, che della morte del beato 
Tommaso, vescovo di Conturbia , il loro re non aveva alcuna colpa, siccome 
pubblicamente ne era stato infamato. Per la qual cosa il papa mandò due car- 
dinaK in Inghilterra a ricercare la verità della cosa ; i quali ancora che non 
trovassero il re in manifesta colpa, nondimeno per l'infamia del peccato, e 
per non l'avere onorato come egli meritava, gli dettero per penitenza, che 
chiamati tutti i baroni del regno, con giuramento alla presenza loro si scu- 
sasse, ed inoltre mandasse subito dugento soldati in Gerusalemme pagati per 
un anno, ed esso fusse obbligato, con quello esercito che potesse ragunar mag- 
giore, personalmente, avanti che passassero tre anni, ad andarvi ; e che do- 
vesse annullare tutte le cose fatte nel suo regno in disfavore della libertà eccle- 
siastica, e dovesse acconsentire che qualunque suo suggette potesse volendo, 
appellare a Roma ; le quali cose furono tutte da Enrico accettate : è sottoaies* 
sesì a quel giudrcio un tanto re, che oggi un uomo privato si vergognerebbe a 
sottomettersi. Nondimeno mentre che ri papa aveva tanta autorità nei princ^ 
longinqur, nea poteva farsi ubbidire dai Romani, dai quali non potette impe* 
trare di potere stare in Roma, e ancoraché promettesse d'altro che dell' eccle- 
siastico non si travagliare : tanto le cose che paiono, sono più discosto che d ap* 
presse temute. 



Lima ftivou 19 

Bra tornalo in quello tempo Federiga in llalio, o mentro che ti preponrva 
a Ur naora guerra al papa , tutti i suoi prelati e baroni gli fecero intendere 
cbo l'abbandonerebbero se non si reconciliaTa con la Chiesa ; di modo che fa 
costretto andare ad adorarlo a Vinegta, dorè si pacificarono insieine; e iieir ac- 
cordo il papa prìyò T imperatore di ogni autorità, che egli aresse sopra Roma, 
e nominò Gvglietmo re di Sicilia di Puglia per suo confederato. E Federigo non 
potendo slare senza far guerra , n'andò all'impresa d'Asia per sfogare la sua 
ambizione centra Maumetto , la quale centra ai vicarj di Cristo sfogare non 
aTe?a potuto; ma arrivato sopra il fiume Cidno, allettato dalla chiarezza delle 
acque, yh si lavò dentro, per il qual disordine mori. E così Inacquo fecero pia 
ftivore a» Maumettisti, che le scomuniche ai Cristiani, perchè queste frenarono 
l'orgoglio suo, e quelle lo spensero. Morto Federigo , restava solo al pepe a 
doBoare la contumacia de' Romani ; e dopo molte dispute fatte sopra la crea- 
zione dei consoli, convennero che i Romani secondo il costume loro gli elegges- 
sero, ma non potessero pigliare il magistrato se prima non giuravano dì man* 
tenere la fede alla Chiesa. Il quale accordo fece che Giovanni antipapa sene 
foggia Monte Albano, dove poco dipoi si mori. Era morto in questi tempi 6u- 
^ukam re di Napoli , ed il pape disegnava di occupare quel regno, per non aver 
laedaU quel re altri figliuoli che Tancredi suo figliuolo naturale; ma i baroni 
non c ona e at irono al papa , ma vollero che Tancredi fusse re. Ira papa allora 
Ceteetìno IH, il quale desideroso di trarre quel regno dalle mani dì Tancredi , 
opexòche Enrico figliuolo di Federigo fusse fotte imperadore, e gli promise il 
ngae ài Napoli con questo che restituisse alla Chiesa le terre che a quella ap^ 
parteoevano. E pw facilitare la cosa trasse di ntonasterio Groetanza, gié vecchia 
figiÌBola di GogKehno, e ^iela dette per moglie : e cosi passò il regno ^ Na- 
joU da' Nonnandi, che ne erano stati fondatori, ai Tedeschi. Enrico imperadore, 
cena prima ebbe composte le cose della Magna , venne in Italia con Crostanza 
san mo^ie, e con un suo figliuolo di quattro anni, chiamato Federigo, e senza 
molta difficoltà prese il regno , perchè di già era morto Tancredi , e di lui era 
rónaso uà piccolo fanciullo detto Ruggieri. Mori dopo alcun tempo Enrico in 
Sicilia, e successe a lui nel regno Federigo, ed all' imperio Ottone duca di Sas- 
sonia, fatto per i favori che gli fece papa Innocenzio HI. Ma come prima ebbe 
presa la corona , centra ogni opinione diventò Ottone nemice del pontefice , 
oecupè la Romagna, e ordinava di assalire il regno : per la qual cosa il papa 
lo aeomaBicò, in modo che fu da ciascuno abbandonato, e gli elettori elessero 
per imperadore Federigo re di Napoli. Venne Federigo a Roma per la corona, 
ed il papa non volle incoronarlo, perchè temeva la sua potenza, e cercava di 
tcvlo d' Italia , come ne avea tratto Ottone : tante che Federigo sdegnato ne 
andò neìia Magna> e fotte più guerre con Ottone, lo vinse. In quel mezzo si mori 
Inaaceazio, il quale , oltre alle egregie sue opere , edificò lo spedale di Santo 
Spirito ia Roma. Di costui fu successore Onorio HI , al tempo del quale surse 
Vordiae di San Domenico e di San Francesco nel iiccxviii. Coronò questo 
pontefice Federigo, al quale Giovanni disceso di Baldovino re di Grerusa- 
leane, che era con le reliquie dei Cristiani in Asia, e ancora teneva quel 
tilo2e, dette una saa figliuola per moglie , e con la dote gli concesse il titolo di 
quel regno; di qui ns»ce che qualunque è re di Napoli ^'intitola re di Geru- 



la Italia si viveva allora a questo modo : i Romani non facevano più consoli, 
ad in eambio di quelli, con la medesima autorità face van quando uno, quando 
piàeeaatori : durava ancora la lega che avevano fatta le città di Lombardia 
Qoatca a Federigo fiarbarossa, le quali erano Milano, Brescia, Mantova, con 



20 ISTORIl nORBHTINK. • 

la iD«gg;ior parte delle città di Romagna , e di più Verona , Vicenza , Padova e 
Trevigi. Nelle parti dell' imperadore erano Cremona, Bergamo, Parma, Reggio, 
Modena e Trento. Le altre città e castella di Lombardia , di Romagna e della 
Marca Trivigiana favorivano , secondo la necessità , or questa or quella parte. 
Eira venuto in Italia al tempo di Ottone li! un Ezelino, del quale rimaso in 
Italia nacque un 6gliuolo , che generò un altro Ezelino. Costui sondo ricco e 
potente si accostò a Federigo II , il quale, come si è detto, era diventato nimico 
del papa; e venendo in Italia per opera e favore di Ezelioo, prese Verona e 
Mantova, e disfece Vicenza , occupò Padova, e ruppe l'esercito delle terre col- 
legate, e dipoi selM venne verso Toscana. Ezelino intanto aveva sottomessa 
tutta la Marca Trivigiana. Né potette espugnar Ferrara, perchè difesa da Azoae 
da Esti, e dalle genti che il papa aveva in Lombardia ; donde che partita l'os- 
sidione, il papa dette quella città in feudo ad Azone Estense, dal quale sono 
discesi quelli , i quali ancora oggi la signoreggiano. Permessi Federigo a Pisa 
desideroso d'insignern^i'di Toscana, e nel rioognoscere gli amici e nemici di 
quella provincia seminò tanta discordia, che fu cagione della rovina di tutta 
Italia , perchè le parti guelfe e ghibelline moltiplicarono , chiamandosi Guel6 
quelli che seguivano I» Chiesa, e Ghibellini quelli che seguivano Timperadore; 
«d a Pistoia in prima fu udito questo nome. Partito Federigo da Pisa, in molti 
modi assaltò e guastò le terre della Chiesa, tanto che il papa, non avendo altro 
riraedie , gli bandì la crociata contro, come avevano fatto gli antecessori suoi 
contro i Saracini. E Federigo per non essere abbandonato dalle sue genti ad un 
Mtt9^ come erano stati Federigo Barbarossa e gli altri suoi maggiori, soldo assai 
Saradni e per obbligarsegli e per fare un ostacolo in Italia fermo contro la 
Chiesa, che non temesse le papali maledizioni , donò loro Nocera nel regno, 
acciocchò avendo un proprio rifugio, potessero con maggior securtà servirlo. Era 
venuto al pontificato Innocenzio IV, il quale temendo di Federigo se ne andò a 
Genova, e di quivi in Francia, dove ordinò un concilio a Lione, al quale Feder 
rigo diliberò di andare. Ma fu ritenuto dalla ribellione di Parma, dall'impresa 
della quale sendo ributtato se ne andò in Toscana, e di quivi in Sicilia dove si 
mori , e lasciò in Svevia Corrado suo figliuolo, ed in Puglia Manfredi nato di 
concubina, il quale aveva fatto duca di Benevento. Venne Corrado perla pos- 
sessione del regno, ed arrivato a Napoli si morì, e di lui ne rimase Corradino 
piccolo, che si trovava nella Magna. Pertanto Manfredi , prima come tutore 
di Corradino, occupò quello slato; dipoi dando nome che Corradino era morto, 
si fece re centra alla voglia del papa e dei Napoletani, i quali fece acconsentire 
per forza. 

Mentre che queste cose nel regno si travagliavano , seguirono in Lombardia 
assai movimenti intra la parte guelfa e ghibellina. Per la guelfa era un legato 
del papa, per la ghibellina Ezelino, il quale possedeva quasi tutta la Lombar- 
dia di là dal Po. E perchè nel trattare la guerra se gli ribellò Padova, fece 
morire dodici mila Padovani , ed egli avanti che la guerra terminasse fu morto, 
che era di età di anni ottanta, dopo la cui morte tutte le terre possedute da 
lui diventarono libere. Seguitava Manfredi re di Napoli le inimicizie contra la 
Chiesa secondo gli suoi antenati, e tenea il papa, che si chiamava Urbano IV, 
in continue angustie;, tanto che il pontefice per domarlo gli convocò la crociata 
<aptro, e ne andò ad aspettare le genti a Perugia. E parendogli che le genti 
Tettìssejpo poche, deboli e tarde, pensò che a vincere Manfredi bisognassero 
più certi aiuti ; e si volse pét aiuto e favori in Francia , e creò re di Sicilia e di 
'Napoli Carlo d'Angiò, fratello di Lodovico renii arancia , e lo eccitò a venire 
in Italia a pigliare quel regno. Ma prima che Carlo venisse a Roma.il papa 




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UBRO PRIMO. 21 

mori, e fa fatto io suo lu(^ GlemeDte IV, al tempo del quale Carlo con trenta 
galee venne ad Ostia, ed ordinò che le akre sue genti venissero per terra ; e 
nel dimorare che fece in Roma, i Romani per gratiBcarselo lo fecero senatore, 
ad il papa Ip investi del regno, con obbligo che dovesse ogni anno pagare alla 
Chiesa cinquanta mila fiorini; e fece un decreto che per V avvenire né Carlo 
né altri che tenessero quel regno , non potessero essere imperadori. E andato 
Carlo oonlra Manfredi lo ruppe ed ammazzò propinquo a Benevento, e s' insi- 
gnorì di Sicilia e del regno. Ma Corradino, a cui per testamento del padre 
s' apparteneva quello stato, ragunata assai gente nella Magna, venne in Italia 
contra Carlo , con il quale combattè a Tagliacozzo, e fu p|ima rotto, e poi^ 
foggendosi sconosciuto, fu preso e morto. 

Stelle la Italia quieta, tanto che successe al pontificato Adriano V. E stando 
Carlo a Roma, e quella governando per Tufiizio che egli aveva di senatore , il 
papa non poteva sopportare la sua potenza, e se ne wtéò ad abitare a Viterbo, 
eaoUecitava Ridolfo imperadore a venire in Italia eoatra Carlo. E cosi i pont»* 
fici ora per carità della religione, ora per loro propria ambizione, non cessa « 
vano di chiamare in Italia uomini nuovi, e suscitare nuove guerre; e poiché 
egtino avevano fatto potente un principe se* ne pentivano, e cercavano la sua 
rovina, né permettevano che quella provincia, la q«ale per lor» debQl€Bz% 
unii potevano possedere, altri la possedesse. E i prindpi ne tw^ev^no, j^rcbè 
sempre o combattendo o fuggendo vincevano , se oon qualeba i<gpaao non 
erano oppressi, come fu Bonifacio Vili, ed alcuni altri , i quali sotto Mèore 
di amicizia forono dagl' imperadori presi. Non venne Ridolfo in Italia, sonda 
ritenuto dalla guerra che aveva con il re di Boemia. In quel mezzo mori Adria- 
no, e fu creato pontefice Niccolò III di casa Orsina, uomo audace ed ambi- 
zioso; il quale pensò ad ogni modo di diminuire la potenza di Carlo , ed ordinò 
die Ridolfo imperadore si dolesse che Carlo teneva un governatore in Toscana 
rispetto alla parte guelfa, che era stata da lui dopo la morte di Manfredi in 
quella provincia rimessa. Cedette Carlo air imperadore, e ne trasse i suoi gover- 
natori, ed il papa vi mandò un suo nipote cardinale per governatore dell'im- 
perio , talché r imperadore per questo onore fattogli restituì alla Chiesa la 
Romagna, slata dai suoi antecessori tolta a quella, ed il papa fece duca di 
R<»Ddgaa Bertoldo Orsino. E parendogli essere diventato potente e da poter 
mostrare il viso a Carlo, lo privò dell' ufficio del senatore, e fece un decreto 
che niuno di stirpe regia potesse essere più senatore in Roma. Aveva in ani- 
mo ancora di torre la Sicilia a Carlo, e mosse a questo fine segretamente 
pratica con Pietro re d'Aragona , la quale poi al tempo del suo successore ebbe 
efletto. Disegnava ancora fare di casa sua duoi re , Y uno in Lombardia, l'altro 
in Toscana , la potenza de' quali difendesse la Chiesa da' Tedeschi che volessero 
venire in Italia , e dai Francesi che erano nel regno. Ma con questi pensieri si 
mori, e fa il primo de' papi che apertamente mostrasse la propria ambizione, 
e che disegnasse, sotto colore di far grande la Chiesa, onorare e beneficare i 
suoi. E come da questi tempi indietro non si é mai fatta menzione di nipoti 
oil parenti di alcuno pontefice, così peri' avvenire ne fia piena l' istoria, tanto 
tb^MH d condurremo ai figliuoli ; né manca altro a tentare ai pontefici, se non 
die come eglino hanno disegnato insino ai tempi nostri di lasdarli principi, cosi 
per b avvenire pensino di lasciare loro il papato ereditario. Bene ò vero , che 
per lesino a qui i principati ordinati da loro hanno avuto poca vita, perché il 
pia d«^ volte i pontefici per vivere poco tempo, osi non finiscono di piantare 
ie panie loro , o se pure le piantano , le fasciano con sì poche e dekfh barbe , 
che al primo vento, quando é mancata quetta virtù ch^ le sostiene, si fiaccano. 



23 iSTMiiE FiomniNB. 

SocoesBe a costui Martino IV, il quale per essere di nazioiie Francioso (àTorl 
le parti di Carlo, in favore del quale Carlo maiìdò in Romagna , che se gli era 
rìbeliata , le sue genti ; ed essendo a campo a Furll , Guido Bonatti astrologo 
ordinò che in un punto dato da lui il popolo gli assaltasse, in modo che tutti i 
Francesi vi furono presi e morti. In questo tempo si mandò ad effetto la pratica 
mossa da papa Niocolao con Pietro re d' Aragona, mediante la quale i Siciliaii 
«mmazzarono tutti i Francesi che si trovarono in queir isola, della quale Pietro 
si fece signore, dicendo appartenersegli per aver per moglie Crostanza figliuola 
di Manfredi. Ma Carlo nel riordinare la guerra per la ricuperazione di quella si 
jnorì, e rimase di lui Carlo li, il quale in quella guerra era rimaso prigione in 
Sicilia, e per essere libero promise di ritornare prigione, «e infra tre anni noi 
aveva impetrato dal papa , ohe i reali di Aragona fossero investiti del regno 
di Sicilia. 

Ridolfo imperadore ìb cambio di venire in Italia, per rendere air imperio la 
riputazione in quella, vi mandò un suo oratore con autorità di poter fare libero 
tutte quelle dtlÀ che si ricomperassero; ondechè molte città si comperarono, 
e con la libertà mutarono modo di vivere. Adulfo di Sassonia successe all' im- 
perio, ed al pontificato Pietro del Murene, che fu nominato papa Celestino; H 
qiale sondo eremita e pieno di santità , dopo sei mesi rinunziò il pontificato, 
e fu eletto Bonifacio Vili. I Cieli, i quali sapevano comeei doveva venir tempo 
che i Fi'aBcesied* i Tedeschi s'allargherebbero d'Italia, e che quella provioda 
resterebbe al tutto in mano degl* Italiani, acdocchè il papa quando mancasse 
degli ostacoli oltramontani non potesse né fermare né godere la potenza sua, 
fecero crescere in Roma due potentissime famiglie, Colonnesi ed Orsini, accioc- 
ché con la potenza e propinquità loro tenessero il pontificato infermo. Ondecbè 
papa Bonifacio, il quale conosceva questo, si volse a volere spegnerei Colon- 
nesi , ed oltre allo avergli scomunicati , bandi loro la crociata contro. Il che 
ebbene offese alquanto loro, offese più la Chiesa; perché quell'arme la quale 
per carità delia fede aveva virtuosamente adoperato , come si volse per pro- 
pria ambizione ai Cristiani, cominciò a non tagliare. E così il troppo desi- 
derio di sfogare il loro appetito, faceva che i pontefici appoco appoco si disarma- 
vano. Privò, oltre di questo, due che di quella famiglia erano cardinali, del 
cardinalato; e fuggendo Sciarra capo di quella casa davanti a lui scognoecioto, 
fu preso dai corsali catelani, e messo al remo ; ma cogaosciuto dipoi a Marsi- 
glia fu mandato al re Filippo di Francia , il quale era stato 4a Bonifacio sco- 
municato e privo del regno. E considerando Filippo come nella guerra aperti 
contro ai pontefici o e'si rimaneva perdente, o e' vi si correva assai peri- 
coli, si volse agi' inganni , e simulato di volere fare accordo col papa , mandò 
Sciarra in Italia segretamente , il quale arrivato in Anagnia dove era il pap^ 
convocati di notte i suoi amici , lo prese. E bendié poco dipoi dal popolo di 
Anagnia fosse liberato, nondimeno per il dolore di quella ingiuria rabbioso 
morì. Fu Bonifacio ordinatore del giubbileo nel iioqg ^ e provvide dio ogni 
cento anni si celebrasse. In questi tempi seguirono molti travagli intra Io parti 
guelfe e ghibelline; e per essere stata abbandonata ItaUa dagl* iaiperadori, 
molte terre diventarono libere, e molte furono dai tiranni ocovpate. RaslHol 
papa Benedetto ai cardinali Colonnesi il cappello, e Filippo re di.Franda riho- 
nedisse. A costui successe Clemente V, il quale per essere Francioso rìdusat 
la corte in Francia neir anno mgccv. 

in quel mezzo Carlo II re di Napoli morì , al quale suooesse Ruberto suo 
figlhiolo ; ed all' imperio era .pervenuto Arrigo di Lucemborgo, il quale toìd^ 
n Roma per incoronarsi) nonostaafle die il papanon vi fosse. Per te cui veaM 



UBBO PRIMO. 23 

seguirono assai movimenti ìd Lombardia , perchè furono rimessi nelle terre 
Catti i fuorusciti o guelfi o ghibéiliai che fossero. Di che ne segui che cacciando 
]*UBO r altro, si riempio quella provincia di guerra, a che 1* imperadore con 
opà suo sforzo non potette ovviare. Partito costui di Ii}mbardia , per la via di 
Genova se me venne al^isa, dove s' ingegnò di torre la Toscana al re Ruberto; 
e non facendo alcun profitto se ne andò a Roma, dove stette pochi giorni, per- 
chè dagli Orsini con il favore del re Ruberto ne fu cacciato, e ritornofisi a Pisa ; 
e per lare più sicoramente guerra alla Toscana , e trarla dal governo del re R«- 
berto, la fece assaltare da Federigo re di Sicilia. Ma quando egli sperava in un 
tempo occupare la Toscana e torre al re Ruberto lo stato, si morì ; al quale s«c- 
cease nel!' imperio Lodovico di Baviera. In quel mezzo pervenne al papato Gio- 
vanni XXII, al tempo del quale i' imperadore non cessava di perseguitare i 
Guelfi e la Chiesa , la quale in maggior parte dal re Ruberto e dai Fiorentini 
era difesa. Donde nacquero assai guerre fatte in Lombardia dai Visconti contra 
1 Guelfi, ed in Toscana da Castruccio di Lucca contra i Fiorentini. Ma perchè 
la Eamiglia de' Visconti fu quella che dette principio alla ducea di Milano, uno 
de' daque principati che dipoi governarono l'Italia , mi pare di replicare da 
]^ù alto luogo la loro condizione. 

Poiché seguì in Lombardia la lega di quelle città , delle quali di sopra fa- 
cemmo moizione, per difendersi da Federigo Barbarossa, Milano ristoralo che 
fu dalla rovina sua, per vendicarsi delle ingiurie ricevute si congiunse con 
quella lega, la quale rairenò il Barbarossa, e tenne vive un tempo in Lombar- 
dia le parti della Chiesa; e ne' travagli di quelle guerre, che allora seguirono , 
{tiveoi^ io qieila città potentissima la famiglia di quelli della Torre, della quale 
Mempre crebbe Ja riputazione, mentre che gì' imperadori ebbero in quella pro- 
nocu poca autorità. Ma venendo Federigo II in Italia , e diventata la parte ghi- 
bellina per le opere di Ezelino potente, nacquero in ogni città umori ghibellini ; 
donde die in Milano di quelli che tenevano la parte ghibellina fu la famiglia 
dei VjsooqIì, la quale cacciò quelli della Torre da Milano. Ma poco stettero 
àiori, che per acó)rdi fatti tra l' imperadore ed il papa furono restituiti nella 
patria loro. Ma sendone andato il papa con la corte in Franca, e venendo 
Anigo di Lnoemborgo in Italia per andare per la corona a Roma, fu ricevuto 
ia Milano da Ha;ffeo Visconti e Guido della Torre, i quali allora erano i capi di 
quelle faaugUe. Ma disegnando Ma&o servirsi dell' imperadore per cacciare 
Gaido, giudicando l' ùnpresa facile, per essere quello di contraria fazione all'im- 
perio, prese occasione dai ranmiarichi che il popolo faceva per i sinistri porta- 
menti dei Tedeschi , e cautamente andava dando animo a ciascuno, e gli p^- 
aadeYa a pigliar l' armi, e levarsi da dosso la servitù di quei barbari. E quando 
gli parve a?er disposta la materia a suo proposito , fece per alcun suo fidato 
nascere na tooMilto , sopra il quale tutto il popolo prese l' armi contro il nome 
tedesco. Kè ptima fu mosso lo scaadok), che Maffeo con i suoi figliuoli e tutti i 
suoi putigìani si trovarono in arme, e corsero ad Arrigo, significandogli come 
<pnMo tumailo nasceva da quelli della Torre, i quali, non contenti di stare in 
l^leaoprivataiiieale, aveimio presa ^)ccasione di volerlo spogliare, pergra- 
liteni Goelfi dltalia, e diventar principi di quella (^tà; ma che stesse di 
'"MBo aÌBo, dio laro con la lorq parte, quando si volesse difendere, erano per 
ealvartoin ogni modo. Credette Arrigo esser vere tutte le cose dette da Maffeo, 
ói^rìiaele ave Ione oon quelle de' Visconti, ed assali quelli della Torre, i 
^'^ cnaeaorsi in più parti della città per fermare i tumulti, e quelli che po- 
leraaoame ammazzarono, e ^ altri spogliati delle loro sostanze mandarono 
^aia ri io. lealalo w h*«vp¥ Maffeo Visoenli come principe in Milano rimasero 



24 .: 1ST0I19 noftBemNi. 

dopo lui Galetfzo ed Àzzo e dopo costoro Luchino e GioTanni. Diventò Gio- 
vanni arcivescovo di quiUft città ; e di Luchino, il quale morì avanti a lui, ri- 
masero Bernabò e Galeazzo : ma morendo ancora poco dipoi Galeazzo, rimase 
di lui Giovanni Galeaae, detto Conte di Virtù. Costui, dopo la morte dell' arci- 
vatcovo, con inganno ammazzò Bernabò suo zio, e restò solo principe di Milano, 
il quale fu il primo che avesse titolo di duca. Di costui rimase Filippo e Gio. 
Maria Angelo, il quale sendo morto dal popolo di Milano, rimase lo stato a Fi- 
lippo, del quale non rimasero figliuoli maschi, dondechè quello stato si trasferì 
dalla casa de' Visconti a quella degli Sforzey;hi nel modo e per le cagioni che nel 
suo luogo si narreranno. 

Ma tornando donde io mi partii , Lodovico imperadore , per dar riputa- 
zione alla parte sua e per pigliare la corona , venne in Italia ; e trovandosi in 
Milano , per aver cagione di trar danari dai Milanesi , mostrò di lasciarli li- 
beri , e mise i Visconti in prigione ; dipoi per mezzo di Castruccio da Lucca 
gli libi^, e andato a Roma, per poter più facilmente perturbare l'Italia, fece 
Piero della Corvara antipapa; con la riputazione del quale e con la forza de' Vi- 
sconti disegnava tenere inferme le parti contrarie di Toscana e di Lombar- 
dia. Ma Castruccio morì ; la qual morte fu cagione del principio della sua ro- 
vina, perchè Pisa e Lucca se gli ribellarono, ed i Pisani mandarono l'antipapa 
prigione al papa in Francia , in modo che V imperadore , disperato delle cose 
d' Italia, se ne tornò nella Magna. Né fu prima partito costui, che Giovanni re 
di Boemia venne in Italia chiamato dai Ghibellini di Brescia e s' insignorì di 
quella e di Bergamo. E perchè questa venuta fu di consentimento del papa , 
ancora che fìngesse il contrario, il legato di Bologna lo favoriva, giudicando che 
questo fosse buon rimedio a provvedere che T imperadore non tornasse in Italia. 
Per il qual partito l'Italia mutò condizione ; perchè i Fiorentini ed il re Ruberto, 
vedendo che il legato favoriva le imprese dei Ghibellini, diventarono nimici di 
tutti quelli, di chi il legato e il re di Boemia era amico. E senza aver riguardo 
a parti guelfe o ghibelline , si unirono molti principi con loro, intra i quali fu- 
rono i Visconti , quelli della Scala , Filippo Gonzaga Mantovano , quelli da 
Carrara, quelli daEste. Dondechè il papa gli scomunicò tutti, e il re per timore 
di questa lega se ne andò per ragunare più forze a casa, e tornato dipoi in Italia 
con più genti, gli riuscì nondimeno l' impresa difficile ; tanto che sbigottito, con 
dispiacere del legato se ne tornò in Boemia , e lasciò solo guardato Reggio e 
Modena, ed a Marsilio e Piero de' Bossi raccomandò Parma , i quali erano in 
quella città potentissimi. Partito costui, Bologna si accostò con la lega, ed i 
collegati si divisero intra loro quattro città che restavano nella parte della Chiesa, 
e convennero che Parma pervenisse a quelli della Scala, Reggio a' Gonzaga, Mo- 
dena a quelli da Este , Lucca ai Fiorentini. Ma nelle imprese di queste terre 
seguirono molle guerre, le quali furono poi in buona parte da' Vineziani composte. 
E' parrà forse ad alcuno cosa non conveniente che intra tanti accidenti seguiti 
in Italia noi abbiamo differito tanto a ragionare de' Vineziani , sendo la loro 
una repubblica che per ordine e per potenza debbo essere sopra ad ogni altro 
principato d'Italia celebrata. Ma perchè tale ammirazione manchi intenden- 
dosene la cagione, io mi farò indietro assai tempo, acciocché ciascuno intenda 
quali fossero i principj suoi, e perchè differirono tanto tempo nelle cose d'Italia 
a travagliarsi. 

Campeggiando Attila re degli Unni Aquileia , gli abitatori di quella , poiché 
si furono difesi molto tempo, disperati della salute loro, come meglio poterono 
con le loro cose mobili sopra molti scogli, i quali erano nella punta detonare 
Adriatico disabitati, si rifuggirono. I Padovani ancora veggendoai il fuoco prò- 



•t . 



LIBRO tRlA. ^- S5 

■ 

piaqi», 'e temendo che vinta Àquileia , ÀUila non venisse a' trovarli , tutte le 
loro cose mobili di più valore portarono dentro al tn^desimo mare in luogo 
detto Rivo alto, dove mandarono ancora le donne, i fanciulli ed i vecchi loro; 
eia gioventù riserbarono in Padova per difenderla. Ollpe a questi, quelli di 
MoDselice con gli abitatori de' colli allo intomo, spinti dal medesimo terrore, 
sopra ^i scogli del medesimo mare ne andarono. Ma presa Àquileia, ed avend» 
Attila guasta Padova, Monselice, Vicenza e Verona, quelli éi Padova ed i più 
potenti, si rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivo alto; mede- 
iiinamente tutti i popoli all' intorng di quella provincia , che anticamente si 
chiamava Vinetia, cacciati dai medesimi accidenti, in quelle paludi si ridussero. 
Così costretti da necessità, lasciarono luoghi amenissimi e fertili, ed la sterili , 
deformi e privi di ogni comodità abitarono. £ per essere assai popoli in un 
tratto ridotti insieme, in brevissimo tempo fecero quelli luoghi non solo abitabili, 
ma dilettevoli ; e costituite intra loro leggi ed ordini , fra tanle mine d'Italia 
neon si godevano, ed in breve tempo crebbero in riputazione e forze. Parche, 
oltre ai predetti abitatori vi si rifuggirono molti delle città di Lombardia , cac- 
ciati massime dalla crudeltà di Glefi re de' Longobardi , il che non fu di poco augu- 
mento a quella città ; tanto che ai tempi di Pipino re di Francia, quando per 
i prieghi del papa venne a cacciare i Longobardi d' Italia, nelle convenzioni che 
seguirono intra lui e l' imperadore de' Greci , fu che il duca di Benevenlo ed i 
Vineàani non ubbidissero né all' uno nò all' altro, ma di mezzo la loro libertà 
si godessero. Oltre a questo , come la necessità gli aveva condotti ad abitare 
dentro all'acque, cosi gli forzava a pensare, non si valendo della terra, di 
potervi onestamente vivere ; ed andando con i loro navigi per tutto il mondo, la 
àUà Jofo ài varie mercanzie riempievano, delle quali avendo bisc^no gli altri 
noffl/nj, conveniva che in quel luogo frequentemente concorressero. Né pensa- 
rono per molti anni ad altro dominio che a quello che facesse il travagliare 
delle mercanzie loro più facile; e però acquistarono assai porti in Grecia ed 
ìb Soria ; e ne' passaggi che i Francesi fecero in Asia, perchè si servirono assai 
distarò navigi, fu consegnata loro in premio l'isola di Candia. E mentre vis- 
iti li questa forma, il nome loro in mare era terribile, e dentro in Italia ve- 
So ; in modo che di tutte le controversie che nascevano , il più delle 
rane arbitri ; come intervenne nelle differenze nate intra i collegati per 
Ji quelle terre che tra loro si avevano divise , che rimessa la causa ne' 
^^iac^ani, rimase ai Visconti Bergamo e Brescia. Ma avendo loro con il tempo 
occupata Padova, Vicenza, Trevigi , e dipoi Verona, Bergamo e Brescia, e nel 
reame e in Romagna molte città, cacciati dalla cupidità del dominare, vennero 
in tanta opinione di potenza , che non solamente ai principi italiani , ma ai re 
oltramontani erano in terrore. Onde congiurati quelli contro di loro, in un 
pomo fu tolto loro quello stato, che si aveano in molti anni con infinito spen- 
^ guadagnato. E benché ne abbino in questi nostri ultimi tempi riacquistato 
parte, non avendo riacquistata nò la riputazione nò le forze, a discrezione 
^^«dtii, come tutti gli altri principi italiani , vivono. 

^pervenuto al pontificato Benedetto XII, e parendogli aver perduto in 
tntlo la possessione d' Italia e' temendo che Lodovico imperadore se ne facesse 
^'Si^^^) dniberò di farsi amici in quella tutti coloro che avevano usurpate le 
^^^^ì che solevano air imperadore ubbidire , acciocché avessero cagione di 
temere delT imperio, e di ristringersi seco alla difesa d' Italia; e fece un de- 
^*^ì che tatti i tiranni di Lombardia possedessero le terre, che si avevano 
^rpate con giusto titolo. Ma sondo in questa concessione morto il papa , 
e rifatto Gemente VI, e vedendo l' imperadom con quanta liberalità il pontefice 

2 



M ISTOlIt nORKlfllflB. 

aveva donate le terre deir imperio , per non essere ancora egli meno liberale 
delle cose d'altri che si fosse stato il papa , donò a tatti queRi , che nelle terre 
della Chiesa erano tiranni, le terre loro , acciocché con V autorità imperiale le 
possedessero. Per la qnal cosaGaleotto Malatestì e i fratetfì diventarono signori 
di Rimini, di Pesaro e di Fano, Antonio da Montefeltro della Marca e di Urbino, 
Gentile da Varano di Camerino , Guido da Polenta di Ravenna , Sinibaldo Or- 
delaffi di Furll e G^na, Giovanni Manfredi di Faenza , Lodovico Alidc^i di- 
mota; ed oltre a questi in molte altre terre molti altri , in modo che di tutte 
le terre ddla Chiesa poche ne rimasero senza prìncipe. La qua! cosa fino ad 
Alessandro VI tenne la Chiesa debole ; il quale ne' nostri tempi, con la rovina 
de* discendenti di costoro, le rendè T autorità sua. Troyavasi Timpcradore, 
quando fece questa concessione, a Trento, e dava nome di voler passare in 
Italia, donde seguirono guerre assai in Lombardia, per le quali i Visconti 
s' insignorirono di Parma. Nel qual tempo Ruberto re di Napoli morì , e rima- 
sero al lui solo due nipoti nate di Cario suo figliuolo, il quale più tempo innanzi 
era morto, e lasciò che la maggiore, chiamata Giovanna, fusse erede del regno, 
e che la prendesse per marito Andrea figliuolo del re d' Ungheria suo nipote. 
Non stette Andrea con quella molto, che fu fatto da lei morire , e si maritò ad 
un altro suo Cugino principe di Taranto, chiamato Lodovico. Ma Lodovico re 
d' Ungheria e fratello d' Andrea , per vendicare la morte di quello, venne con 
gente in Italia, e cacciò la regina Giovanna e il marito del regno. 

In questo tempo seguì a Roma una cosa memorabile , che un Niccolò di 
Lorenzo, canoelUerein Campidoglio, cacciò i senatori di Roma, e si fece, soW) 
tìtolo di Tribono, capo della repubblica romana; e quella nell' antica forma 
ridusse con tanta riputazione di ghistizìa e di virtù, che non solamente le terre 
propinque, ma tutta i'ItdiagK mandò ambasciatori; dimodoché le antiche 
Provincie, vedendo come Roma era rinata, sollevarono il capo, ed alcune, mosse 
dalla paura, alcune dalla speranza, Y onoravano. Ma Niccolò non ostante tanta 
riputazione , sé medesimo nei suoi principj abbandonò ; perché invilito sotto 
tanto peso, senza essere da alcuno cacciato, celatamente si fuggi, e ne andò a 
trovare Cario re di Boemia, il quale per ordine del papa, in dispregio di Lodo- 
vico di Baviera, era stato eletto imperadore. Costui per gratificarsi il pontefice 
gli mandò Niccolò prigione. Segui dipoi dopo alcun tempo che, ad imitazione di 
costui, un Francesco Baroncelli occupò a Roma il tribunato , e ne cacciò i se- 
natorì ; tanto che il papa perii più pronto rimedio a reprimerlo trasse di prigione 
Niccolò, e lo mandò a Roma, e rendegli V ufiScio del tribunato, tanto che Nic- 
colò riprese lo stato, e fece morire Francesco. Ma sendogli diventati nemici i Go- 
lonnesi , fu ancora esso dopo non molto tempo morto, e restituito V ufficio ai 
senatori. In questo mezzo il re d' Ungheria , cacciata che egli ebbe la regina 
Giovanna, se ne tornò nel suo regno* Ma il papa, che desiderava piuttosto la re- 
^msL propinqua a Roma che quel re, operò in modo che fu contento restituirle il 
regno, purohè Lodovico suo marito, contento del titolo di principe di TarantOi 
non fusse chiamato re. Era venuto V anno mgggl , si che al papa parve che il 
giubbileo , ordinato da papa Bonifocio ym per ogni cento anni , si potesse a 
cinquanta anni ridurre; e fattolo per decreto , i Romani per questo beneficio 
fnrofto contenti che mandasse a Roma quattro cardinali a riformare lo stato 
della città, e fne secondo la sua volontà i senatori, n papa ancora pronunziò 
Lodovico di Taranto re di Napoli; donde che la regina Giovanna per questo 
beneficio dette alla Chiesa Avignone che era suo patrimonio. Era in questo 
tMspo morto Luchino Visconti , donde solo Giovanni , arcivescovo di Milano» 
era restato signore, il qode fece molta guerra alla Toscana ed ai suoi vicini) 



iaaàa che dmntò poteatìBsiiiio ; dopo la morto M qoale rìnasevo Bernabò e 
Galeazzo sooi aipoli, ma poco dipoi mori Galeacso, e di lui rimate Gio. Ga- 
lamo, d quale si diràe con Bernabò quello stato. Era in questi tempi impe» 
ladore Carlo re di Boemia, e pontefiee lanooenso VI , il quale mandò in Italia 
Spcfio cardinale, dì nazione Spagnuolo , il quale con la tua virtù non sola* 
sento in Bomagna ed in Boma, ma per tatto Italia avara rendala la riputa- 
Bone dia Chiesa : ricaperò Bologna che dall' arcivescovo A Milano era atato 
eeoupato; costrinse i Bomani ad accettare nn senatore foresiiege, il quale 
ciascun anno vi dovesse dal papa esser mandato; fece onorevoli aooerdi aai 
Iteonli; ruppe e prese Giovanni Aguto Inglese, il quale non (^attromiia Io- 
fM ioanito de' Ghibellim militova in Toscana. Onde che saccadendo al pon* 
Orbnuo V, poi che egli intose tonto vittorie, deliberò visitore ItoÙa a 
doveaocora venne Carlo imperadore, e dopo pochi mesi Carlo si tornò 
noi regno, ed il papa in Avignone. Dopo la morto di Urbano fu creato Grego- 
rio XJ; e perchè egM era aneoramorto il cardinale Egidio, l' Italia «a tornato 
■alle sue auliche discordie causato dai popoli collegali centra ai Visconti. 
Aato che il papa mandò prima an legato in Italia con seimila Brettoni, dipoi 
veeoc e^ in persona, e riìdusse la corto a Boma nei mgoolxxvi, dopo settan- 
tsBO amno che V era stato in Francia. Ma seguendo la morto di quello, fii 
Inatto Uctaao TL, e poco dipoi a Fondi da dieci cardinali che dicevano Urba> 
mo IH» fts a a re ben eletto, fii creato demento VII. I Genovesi in questi Imnpi, i 
cimali più auai erano vivuti sotto il governo de' Visconti, si ribeliarono; e intra 
iora e i l^u eaa ni per Tenedo isola, nacquero guerre importonttssime, per le 
^na/i si diriaB tattaìtolia ; aella quel guarita furono prima veduto le artiglierìe, 
■CruBMota ouavo trovato dai Tedeschi. E benché i Genovesi fossero na tempo 
saperiori, e àke più arasi tonessero assediato Vinegia, nondimeno nel fine deUa 
fipflrra ì Tineoiani nmaaero saperiorì, e per mezao dei pontefice fisoero la pace 
sei aoocixm. 

Bra nato aoisma nella Chiesa, come abbiamo detto, ondecbè la regina Gio* 
-Vanna favoriva il pupa scismatico; per la qual cosa Urbano fece fare contro 
1 «lei r im p r esa del regno a Carlo di Durazzo, disceso dai reali di Napoli ; U quale 
' iFenuto le tolse lo stato, e s' insgnorl del reguo, ed ella se ne fug^ in Francia; 
e il re di Francia, per questo sdegnato, mandò Lodovico d' Aagiò in Halia per 
ricuperare il regno alla regina, e cacciare Urbano <li Boma, a insignorime 
r antipapa. Ma Lodovico nel mezzo di questo impresa mori , e le sue genti 
retto ae ne tamarono in FraMàa. Il papa ia quel mezzo se ne andò a Napoli, 
dova poaa iu carcere aove cardinali, per aver seguitato la parto di Francia e 
dell' antipapa. Dipoi si sdegnò con il re, perdio non voile iure un suo nipoto 
principe di Capova, e fingendo non se ne curare, lo rìchiese gH concedesse 
Macera per aua abitazione, dove poi si fece forto, e si preparava a privare il 
itdel re^o^ Par la qnal cosa il re vi andò a campo, ed il papa se ne fuggì a 
Genova, deve fece morire quei cardinali che aveva prigioni. Di quivi se ne 
andò a Boma, e per farsi riputozione creò ventinove cardinali. In questotempa 
Gvte re di Napoli ne andò in Ungheria, dova fu fiitto re, e poco dipoi fu morto, 
ed a Napoli lasciò la moglie con Ladislao e Giovanna suoi figliuoli. In questo 
tempo anoon Giovanni Galeazzo Visconti aveva morto Bernabò suo zìo, e preso 
tutte la stato di Milano; e non gli bastando esser diventato duca di totto la 
Loadiardia, voleva ancora occupare la Toscana.* Ma quando credeva ^ pren- 
derne il deminiu, e dipoi coronarsi re d' Italia, mori. Ad Urbano VI «ra suco^ 
éata BaoélKio IX. Morì ancora in Avignone 1* antipapa elemento VII, e fa 
rìliUto Benedetto XUI. Erano in Italia in queed tempi soldati assai Inglesi, 



ss ISTORIE nORBNTINE. 

Tedeschi e Brettoni, condotti parte da quelli principi, i quali in varj tempi 
erano venuti in Italia, parte stati mandati dai ponteGci quando erano in Avi- 
gnone. Con questi tutti i principi italiani fecero le loro guerre, insinoche sorse 
Lodovico da Cento, Romagnuolojl quale fece una compagnia di soldati italiani 
intitolata San Giorgio, la virtù e disciplina del quale in poco tempo tolse la ri- 
putazione alle armi forestiere, e ridussela negritaliani , de*quali poi i principi 
d'Italia nelle guerre che facevano insieme si valevano. 11 papa per discordia 
avuta coi Romani se ne andò a Scesi, dove stette tanto che venne il Giubbileo 
del MCCGG, nel qual tempo i Romani, acciocché tornasse in Roma per utilità di 
quella città, furono contenti accettare di nuovo un senatore forestiero mandato 
da lui, e gli lasdarono fortificare Castel Sant* Angelo. E con questo condizioni 
ritornato, per far più ricca la Chiesa, ordinò che ciascuno nelle vacanze de' be- 
neficj pagasse un' annata alla Camera. Dopo la morto di Giovan Galeazzo 
duca di Milano, ancora che lasciasse due figliuoli, Giovan mariangelo e Filippo, 
quello stato si divise in molto parti. E ne* travagli che vi seguirono Giovanmarìa 
fu morto, e Filippo stetto un tempo rinchiuso nella rocca di Pavia, donde per 
fede e virtù di quel castellano si salvò. E intra gli altri che occuparono delle 
città possedute dal padre loro, fu Guglielmo della Scala, il quale fuoruscitosi 
trovava nelle mani di Francesco da Carrara signore di Padova, per mezzo del 
quale riprese lo stoto di Verona, dove stette poco tempo, perchè per ordine di 
Francesco fu avvelenato, e toltogli la città. Per la qual cosa i Vicentini, che 
sotto le insegne de' Visconti erano vivuti sicuri, temendo della grandezza del 
signore di Padova, si diedero aiVineziani; mediante i quali i Vineziani presero 
la guerra contro di lui, e prima gli tolsero Verona e dipoi Padova. 

In questo mezzo Bonifacio papa mori, e fu eletto Innocenzio VII, al quale il 
popolo di Roma supplicò che dovesse rendergli le fortezze e restituirgli la sua 
libertà; a che il papaiion volle acconsentire, donde che il popolo chiamò in 
suo aiuto Ladislao re di Napoli. Dipoi nato fra loro accordo, il papa se ne tornò 
a Roma, che per paura del popolo se n' era fuggito a Viterbo dove aveva fatto 
Lodovico suo nipote conte della Marca. Mori dipoi, e fu creato Gregorio Xìh 
con obbligo che dovesse renunziare al papato, qualunque volta ancora V anti- 
papa renunziasse. E per conforto dei cardinali , per far prova se la Chiesa si 
poteva riunire, Benedetto antipapa venne a Porto Venere, e Gregorio a Lucca, 
dove praticarono cose assai e non ne conclusero alcuna : dimodoché i cardinali 
dell' uno e dell' altro papa gli abbandonarono, e de' papi, Benedetto se n'andò 
in Spagna, e Gregorio a Rimini, i cardinali dall'altra parto, con il favore di 
Baldassarre Cessa cardinale e legato di Bologna, ordinarono un concilio a Pisa, 
dove crearono Alessandro V, il quale subito scomunicò il re Ladislao, e investi 
di quel regno Luigi d'Angiò, ed insieme con i Fiorentini, Genovesi e Vineziani, 
e con Baldassare Cessa legato, assaltorono Ladislao, e gli tolsero Roma. Ma 
nello ardore di questo guerra mori Alessandro, e fu creato papa Baldassare 
Cosse, che si fece chiamare Giovanni XXIII. Costui parti da Bologna dove fu 
creato, e ne andò a Roma, dove trovò Luigi d' Angiò che era venuto con 
Tarmata di Provenza, e venuti alla zuffa con Ladislao lo ruppero. Ma per 
difetto dei condottieri non poterono seguire la vittoria, in modo che il re dopo 
poco tempo riprese le forze, e riprese Roma, ed il papa se ne fuggi a Bologna, 
e Luigi in Provenza. E pensando il papa in che modo potesse diminuire la pò- 
tonza di Ladislao, operò che Sigismondo re d' Ungheria fosse eletlo impe- 
radore, e lo confortò a venire in Itolia, e con quello si abboccò a Mantova; e 
convennero di fare un concilio generale, nel quale si riunisse la Chiesa, w 
quale unito, potrebbe facilmente opporsi alle forze dei suoi nemici. 



UBRO PRIMO. 29 

Erano in quel tempo tre papi, Gregorio, Benedetto e Giovanni, i quali te- 
leiaBo la Chiesa debole e senza riputazione. Fu eletto in luogo del concilio 
Gostanza città deUa Magna, fuora dell' intenzione di papa Giovanni. E benchò 
anse per la morte del re Ladislao spenta la cagione che fece al papa muovere 
la pratica dei concilio, nondimeno per essersi obbligato non potette rifiutare 
riodanri. E condotto a Costanza, dopo non nK>lti mesii conoscendo tardi V error 
soo, tentò di fuggirsi ; per la qual cosa fu messo in carcere e costretto rifiutare il 
papato. Gregorìo, uno degli antipapi, ancora per un suo mandato rinunziò, e 
Benedetto, V altrp antipapa, non volendo rinunziare, fu condannato per eretico. 
Alla fine abbandonalo dai suoi cardinali fu costretto ancora egli a rinunziare, 
ed il eoncilio creò pontefice Oddo di casa Colonna, chiamato dipoi papa Mar- 
tinoV; e così la Chiesa si uni dopo quaranta anni, che ella era stala in più poa- 
tdici divisa. 

Troravasi in questi tempi, come abbiamo detto, Filippo Visconti nella rocca 
di Pavia. Ma venendo a morte Fazino Cane, il quale ne' travagli di Lomtmrdia 
H era insignorito di Vercelli, Alessandria, Novara e Tortona, ed aveva rad- 
ute aasaì ricchezze, non avendo figliuoli, lasciò erede degli stali suoi Beatrice 
sua moglie, e ordinò co' suoi amici operassero in modo che ella si maritasse a 
Filippo. Per il qual matrimonio diventato Filippo potente, racquistò Milano e 
UiUo k) siaiodi Lombardia. Dipoi per esser grato de' beneficj grandi, come sono 
qnaà sempre toui i prìncipi, accusò Beatrice sua moglie di stupro, e la fece 
morire. Diventato pertanto potentissimo, cominciò a pensare alle guerre di 
Toscana, per seguire i disegni di Giovan Galeazzo suo padre. 

Aveva Ladèiao re di Napoli morendo lasciato a Giovanna sua sirocchia, oltre 
ai f^o, uo grande esercito capitanato dai principali condottieri d' Italia, intra 
1 phmi dei quali era Sforza da Cotignuola, riputato secondo quelle armi valo- 
roso. La regina per fuggire qualche infamia di tenersi un Pandolfello, il quale 
aveva allevato, tolse per marito Giacopo della Marcia, Francioso, di stirpe 
i^Biie, con queste condizioni, che fusse contento d' essere chiamato principe di 
Taranto, e lasciasse a lei il titolo e il governo del regno. Ma i soldati subito 
c^egli arrivò in Napoli lo chiamarono re; in modo che intra il marito e la 
w>2lie nacquero discordie grandi, e più volte superarono 1* un l' altro; pure la 
ultimo rimase la reioa in stato, la quale diventò poi nemica del pontefice. Doa- 
^^àé Sforza per condurla in necessità, e che ella avesse a gittarsegli in grembo, 
noonziò fuora di sua opinione al suo soldo. Per la qual cosa quella si trovò ia 
ao tratto disarmata : e non avendo altri rimedj ricorse per* gli aiuti ad Alfonso 
n di Ar^na e di Sicilia, e lo adottò in figliuolo, e soldo Braccio da Montone, il 
fiale isn quanto Sforza nelle armi riputato, ed inimico del papa, per avergli 
^^upata P^gia ed alcune altre terre della Chiesa. Segui dipoi la pace intra 
Hi e il papa; ma il re Alfonso, perchè dubitava che ella non trattasse lui come 
u manto, cercava cautamente d' insignorirsi delle fortezze; ma quella che era 
'•^ota lo prevenne, e si fece forte nella rocca di Napoli. Crescendo adunque 
^Vqqo e l'altro i sospetti, vennero alle armi, e la reina con l' aiuto di Sforza, 
M^ ritoraò a' suoi soldi, superò Alfonso, e cacciollo di Napoli, e Io privò 
j^^^^one, e adottò Lodovico d' Angiò; donde nacque di nuovo guerra intra 
^*5cio cbe aveva seguitate le parti di Alfonso, e Sforza che favoriva la reina. 
*«ware della qual guerra passando Sforza il fiume di Pescara affogò; in 
''"^ che la reina di nuovo rimase disarmata, e sarebbe stata cacciata del 
^gno, se da Filippo Visconti duca di Milano non fusse stata aiutata, il quale 
cosUiiise Alfonso a tornarsene in Aragona. Ma Braccio non sbigottito per essersi 
«»aadonalo Alfonso, seguitò di far T impresa contro la reina ; ed avendo 



I 



30 ISTOUB nOIBHTIKI. 

assediata TAquila, il papa ncm giodicaDdo a proposito della Chiesa k graadezza 
dì Braccio, praae a' soci soldi Fraaceseo figliuolo di Sfcnru; il quale andò a 
trovar Braccio all'Aquila , dove lo ruppe e aoftaaaziò. Rimaae della parte di 
Braccio Oddo suo figUuok), al quale fu toUa dal papa Perugia, e lasciato uetts 
stato di Mootone. Ma fu poco dipoi morto combattendo iu Bomagna per i Fio- 
reatiai ; talebè di quelli ohe aùlitavaoo eoo Braccio, Niccolò Piccinino rimase di 
più nputazioDe. 

Ma perchè noi siamo venuti con la narrazione aostca propinqui a queUi tempi 
che io disegnai, percbè quanto ne è rimasto a trattale aoa iofiporto in maggior 
parto altro, che le guerre che ebbero i Fioreatini e i Vineziani con Filippo duca 
di Ifilaoo, le quali si narreranno dove particularmento di Firenze tratteremo, 
io Boa vo^io procedere più avanti; solo ridurrò brevemente a memurìa io quati 
termini V Itelia e con i principi e con V armi in quelli tempi, dove noi scrìvendo 
siamo arrivati, si trovava. Degli steti principali la reiaa Giovanna II toaeva 
il regdb di Napoli ; la Marca, il Patrimonio e Bomagaa, parte delle loro tene 
abbicavano alla Chiesa, parte erano dai loro vicarj o tiranni occapate : etnie 
Ferrara, Modena e Beggio da quelli da Està; Faenza dai Manfredi; Imola 
éagtì Alidosi ; Furi! dagli Ordelaft ; Rimtai e Pesaro dai Malatesti ; e Caraerìno 
da quelli da Varaao. Della Lombardia parte ubbidiva al duca Filippo, parto ai 
Viaeziani, perchè tutti quelli che tenevano steti particolan ia quella erano stati 
spenti, eccetto la casa di (ronzaga, la quale signoreggiava in Mantova. Della 
Toscana erano la maggior parto signori i Fiorentini. Lucca sola e Sena eoa le 
loro leggi vivevano ; Lucca sotto i Guiaigi, Siena era libera. 1 Genovesi, sendoor^ 
liberi, ora servi o dei Beali di Francia o de' Visconti, inonorati vivevaao,e tragli 
■ràori potentati si conanmeravano. Tutti questi principali potentati erano (fi 
proprie armi disarmati. Il duca Filippo stendo rinchiuso per le camere, e non « 
badando vedere, per i suoi commissarj le sue guerre governava. 1 Vinesaai 
cmn' ei ai voèseroaUa terra si trassero di dossoquelle armi,cbe in mare gli aveva- 
ae fatti gloriosi, eseguitendo il costume degli altri Iteliani, sotto 1* altrui goverao 
aanùaistravano gli eserciti loro. U papa per non gli star bene le armi indosso 
aendo religioso, eia regina Giovanna di Napoli per esser femmina, facevano per 
aaooositù quello cbe gli altri per mala elezione fatto avevano. I Fiorentini ancora 
alle medesime nece»BÌtà ubbidivano ; perchè avendo per le spesse divisioni 
^WBta la nobiltà, e restando quella repubblica nelle mani d' uomini nutricati 
■eUa mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortona degli altri. Eraoo adaoque 
la armi d' Italia in mano o dei minori principi o di uomini senia stato ; percbè 
i miaerì principi non mossi da alcuna gloria, ma per vivere o più ricchi opià 
sicuri, se le vestivano; quelli altri per essere nutricati in quelle da piccoli, non 
sapendo fare altra arte, cercavano ia esse con avere o con potenza onorarsi. 
Tra questi erano allora i più nominati il Carroignola, Francesco Sforza, ì^kcoil^ 
Piccinino allievo di Braccio, Agnolo della Pergola, Lorenzo e Micheletlo Atteo- 
dvli, il Tartaglia, Giacopaecio, Ceccolrno da Perugia, Niccolò da Toleniioo, 
Guido Torello, Antonio dal Ponte ad Era, e molti altri simili. Con questi erase 
quelli signori, de' quali ho di aopra parlato, ai quali si aggiugnevano i barGOt 
di Rome, Orsini e Colonnesi, con altn signorie gentiluomini del regno edilxioi- 
baréia, i quali stando in sulla guerra avevano fatto come una lega ed inleffi' 
ganza insieme, e ridottala in arte, con la quale in modo si temporeggia' 
wno, che il più delle volte di quelli che facevano guerra 1* una parto e T alua 
perdeva. Ed in fine la ridussero in tanta viltà, che ogni mediocre capitano, nel 
quale fusse alcuna ombra dell' antica virtù rinate, gli avrebbe con ammiroziooo 
di tutta Italia, la quale per sua poca prudenza gli oaorava, vituperati, l^ 



LIBBO PftnfO. 31 

questi adunque oziosi prìncipi e di queste yilissime anni sarà piena la mia 
istoria; alla quale prima che io discenda mi è necessarìo, secondo che nel prìn- 
cipio promisi, tornare a raceeatare deU* origpw di Firenze, e fare a ciascuno 
targanoente intendere quale era Io stato di quella città in questi tempi, e per 
quali mezzi tra tanti travagli, che per mille anni erano in Italia accaduti, vi 
«a pervenuta. 



32 tstORii Fmiimint. 



LIBRO SECOIVDO 



SOHMABIO. 

Uso delle aotidie Repubbliche di piantare colonie, e tuoi TanUggL — Origine di Firenze 
e del suo nome. — Distrutta da Totlla , e riedificata da Carlo Magno. — I Fiorentini 
prendono Fiesole.— Prima divisione Intestina In Firenxe, occasionata da messerBuon- 
delmonte Buondelmonti, il quale, avendo dato fede di sposo ad una degli Amldel, le 
manca e spou una Donati ( 1215) , onde il Buondelmonti è ucciso, e la dtti per gU 
odj insorti fra la costui famiglia e quella degli Uberd, consorti degli Amidei, si riempie 
di disordine e di stragi. — Federigo li di Svevia favorisce gli liberti , e i Buondel- 
monti si accostano alla Chiesa. — Le fazioni prendono anche In Firenze i nomi di 
parie Ghibellina e di parte Guelfa. — Famiglie di parte Guelfa. — Famiglie di parte 
Ghibellina. — I Guelfi sono cacciati da Firenze, ma dopo la morte di Federigo fanno 
accordo col Ghibellini, tornano In patria , e insieme Intendono a riordinare il reggi- 
mento della città (12&0). — Firenze divisa in Sestieri , con due Anziani per sestiere. 
— Capitano del popolo e podestà presi tra forestieri. — Ordine di milizia per gonfa- 
loni , venU nella città e settantasei nel contado. — Grandezza alla quale aggiunse Fi- 
renze sotto U nuovo reggimento. — Nuovi movimenti de* Ghibellini, per cui boùo 
eacdaU da Firenze. — 1 Guelfi sono rotti alla batuglia dell' Arbla dalle genti di 
Manfredi re di Napoli (1260). — Concilio de* GhibeUini ad EmpoU. » Farinata degli 
liberti si oppone al consiglio di spianare Firenze. — Papa Clemente IV favorisce f 
fuorusciti Guelfi , e dà loro la sua Insegna. — 1 Guelfi cogli aiuti di Carlo d* Angiò 
crescono in forse; onde 1 Ghibellini di Firenze pensano con nuovi provvedimenti farsi 
amico il popolo. — Dividono 1 cittadini in dodici Arti, sette maggiori e cinque minori 
(le minori crebl>ero pei fino a quattordici), e a ciascun' Arte danno magistrati e gon- 
falone (1266).— Il conteGuldoNovelio, vicario di re Manfredi a Firenze, per una taglia 
che vuole imporre a* Fiorentini è cacciato. — 1 Guelfi tornano in Firenze e riordinano 
lo stato. Fanno dodici capi che chiamano Buonominl ; un consiglio di ottanta cittadini^ 
e un collegio di cento ottanta popolani; i quali insieme componessero il Consiglio ge- 
nerale. Fanno anche un consiglio di cento venti uomini popolari e nobili per soprain- 
tendere alle deliberazioni e alla distribuzione degli ufBcJ della Repubblica.— Gregorio X 
vuol rimettere i Ghibellini in Firenze.— Niccolò ili cerca abbassare la potenza di Cario 
d* Angiò.»Me8ser Latino legato Imperiale rimette 1 Ghibellini in Firenze , e li pone 
a parte del reggimento. — Si creano dalle Arti prima tre Priori, poi sei al goveno 
rleila RepubbUca (1280). — BattagiU di Campaldino (1289).— Si crea il Gonfaloniere 
(li Giustizia con mille uomini sottoventi bandiere (1293).— Giano delia Bella riforma 
iosuto In favore del popolo. — Sue nlmlclzie con Corso Donati. — ^Prende bando dalia 
città. — Tumulti fra i popolari e 1 nobili. — ^Nuovo riordinamento dello stato. — ^ 
nolfo di Lapo fabbrica il palagio della Signoria e le prigioni (1298).— Nuove discordie 
fra I Cerchi e i Donati. — Orìgine delle fazioni Bianca e Nera in Pistoia. — If^^^ 
Corso Donati fusi capo di parte Nera In Firenze , e messer Vieri de' Cerchi di parte 
Bianca. — li legato del papa In Firenze accresce la confusione coli' interdetto. ^ 
1 Donati e altri di parte Nera sono eslgiiati per consiglio di Dante Alighieri. Vanno 
dal papa. Il quale manda Carlo di Vaiola a Firenze. Per la costui protezione tornano 
i Donati e fuggono I Cerchi. Matteo d' Acquasparta legato pontificio tenU invano di 
quetare le discordie, onde crucciato si parte da Firenze dopo averie di nuovo lanciato 
1* interdeuo. — Dante Alighieri va esigliato colla parte Bianca (1302). Grande super- 
bia di Corso Donati. — È accusato e condannato. Resiste armata mano aliasenteoza; 
ma è preso vicino a San Salvi, ed ivi ucciso.— Arrigo di Lussemburgo assedia InvtfM) 
Firenze, dipoi si muore a Buonconvento (1312). —Firenze dassi a Roberto rexiina- 



SBCOHDO, ^ 33 

jA^òBq|»*f^» ^* «werrm eoo Uguccione della Faggiuola eofisuo* danno. —SI 
^i^^io^éMa del re 4li I«^apoli, e prende per bargello -ibiiuio ^* Agobblo, il 
q(iìjtpa\eioft tirannie e «lisonesto procedere è cacciato. — fivifra dei Fiorentini 
(o'IucclKÀcfiQàotU da Catstrucclo Oaistracani, nella quale i primi sono rotti ad Alto- 
piscto.-G\ìiió£n duca d' Atene irlene a Firenze vicario di Cario duca di Calabria. 
-NnoarUonu^^o stmto. Si Canno due consigli : uno di trecento popolani , l'al- 
tro di dngenio dnquaDta c^ran<ll e popolani ; e il primo si chiama Consiglio di Po- 

poto.ef ì&tio Concio di Comune. Congiura de' Bardi e de' Frescobaldi scoperta 

eqoieuii.— Iw^ ^ comprata dai Fiorentini e presa dai Pisani. — Il duca d' Atene 
è proclamalo daìU plebe principe eli Firenze a viu (1 342). — È cacciato (1343). — 
ìl<àbeàUieterrei)id dominio di Firenze si ribellano, ma i Fiorentini prudentemente 
eperad»wDe conserrano ia signoria. — La città si divide in quartieri con tre signori 
per qnartìeit e, slk creano in <:aml>io de' dodici Buonomini otto Consiglieri , quat- 
tro dd popolo e\qaaUxo de* c^andi. — Turbolenze tra il popolo e 1 grandi, per 
od questi Mito dedali di palagio , e il governo rimane al popolo.— Tumulto d' An- 
drea Stiotad Votatore dei grandi. — I grandi dopo molti disordini sono interamente 
oBi^U dalpopoto. — liuoira riforma dello stato. 11 popolo dividesi in potente, me- 
dkMxeeìnsso.SlpTeiidoiio due Signori dai potenti, tre dai mediocri e tre dai bassi, 
e U Goof^oiAeTe ora daST uno e ora dall' altro ceto. — Peste orribile in Firenze de- 
soitu 4iàìk)eca£do ^ldAft> 

Tra ^ ahh^nài e mara^igliosì ordini delle repubbliche e principati antichi, 
c^ in qacsli laoskn lempi sono spenti, era quello, mediante il quale di nuovo 
e di ogni tempo Meai terre e città si edificavano ; perchè niuna cosa ò tanto 
di un ottimo principe o di una ben ordinata repubblica, nò più utile ad 
profinda, die Vedificare di nuovo terre, dove gli uomini si possine per 
fxMià della difesa o della cultura ridurre. Il che quelli potevano facilmente 
^ arendo in uso di mandare nei paesi o vinti o vuoti , nuovi abitatori, i 
quali diiamavano colonie. Perchè oltre all' essere cagione questo ordine che 
Buove l^rre si edificassero, rendeva il paese vinto al vincitore più sicuro, e 
TìeiopieTa di aiutatori i luoghi vuoti, e nelle Provincie gli uomini bene distribuiti 
iteneva. Dal che ne nasceva, che abitandosi in una provincia più comoda- 
gli uomini più vi moltiplicavano, ed erano nelle offese più pronti, e nelle 
più sicuri. La quale consuetudine sendosi oggi per il male uso delle 
repubblidìe e de' principi spenta, ne nasce la rovina e la debolezza delle Pro- 
vincie, perchè quest'ordine solo è quello che fa gU imperj più sicuri, e i paesi, 
come è detto, mantiene copiosamente abitati. La sicurtà nasce perchè quella 
colonia, la quale è posta da un principe in un paese nuovamente occupato da 
Ini, è come una rocca ed una guardia a tener gli altri in fede. Non si può oltra 
ifi questo una provincia mantenere abitata tutta, né preservare in quella gli 
abitatori bene distribuiti senza questo ordine; perchè tutti i luoghi in essa non 
sono o generativi o sani ; onde nasce che in questo abbondano gli uomini, e ne- 
^ altri mancano; e se non vi è modo a trargli donde egli abbondano, e porgli 
dove mancano, quella provincia in poco tempo si guasta; perchè una parte di 
qaétai Sventa per i pochi abitatori diserta, un' altra per i troppi povera. E per- 
chè la natura non può a questo disordine supplire, è necessario supplisca la 
ìodaslria; perchè i paesi malsani diventano sani per una moltitudine di uomi- 
bì die ad im tratto gli occupi, i quali con la cultura sanifichino la terra, e con 
gli foociii porghino l' aria ; a che la natura non potrebbe mai provvedere. Il che 
dinoetra la dttà di Vinegia posta in luogo paludoso ed infermo; nondimeno i 
BH»iti abitatori che ad un tratto vi concorsero lo renderono sano. Pisa ancora 
per la mal^ttà dell' aria non fu mai d' abitatori ripiena, se non quando Genova 
6 Je sue riviere furono dai Saracini disfatte; il che fece che quelli uomini cao» 



4 « 



ì 



34 ìSTcaa FKmiRnifi. [1010] 

dati dvi terreni patrj, ad un tratto io tank) nuoiero vi c^neereeia, die ieeero 
quella popoYata e potente. Sendo mancato pertanto quell'ordine del mandare 
le colonie, i paesi vinti si tengono con maggior difficultà , ed i paesi vuoti nai 
non si riempiono, e quelli troppo pieni non si alleggeriscono. Donde molte parli 
nel mondo» e "^*^^"^ in Italia , sono diventate rispetto agli aoLichi tempi di- 
setta, e tutto è seguito e segue per non essere nei priiici(ù Alcuno afipetito di 
wam gloria , neMe repubbliche alcuno ardine ek» meriti d* esaare Indate. Megli 
antichi tempi adunque, per virtù di queete colonie o e' naaacRraBe lyMMO città 
di nuovo, le già cominciate crescevano ; delle quali fu In cillè ài Fìnme, 
)a quale ebbe da Fiesole il principio, e dalle colonie lo augmieiito. 

Egli 6 cosa verissima, secondo che Dante e Giovanni Villani dimostrano, che 
la città di Fiesole sendo posta sopra la sommità del monte, per fare che i mer- 
cati suoi fossero più frequentati, e dar più comodità a quelli che vi volessero 
con le loro mercanzie venire , aveva ordiioato il luogo cQ quelli non sopra il 
poggio, ma nel piano intra le radici del monte e del fiume d* Acno. Questi mer- 
cati giudice io elle fnooo ffa cagione deUe prime edificazioni ctae inguai luoghi 
m f a ee oo ero, messi i mercatanti dal volerà avere ricetti comodi n ndurvi le 
mercanzie loro, i quali col tempo ferme edificazioni diventarono. Edipei quando 
i Romani avendo vinti i Cartaginesi renderono dalle guerre forestiere l'Italia 
sioura , in gran numero nu^ltiplicarono ; perchè gli uomini non si maateagano 
mai nelle difieultà se da una necessità non vi sono manteouii; tato che dove 
k paura delle guerre costrigne quelli ad abitare volentieri nei Inaghi forti ed 
aopri , cessata quella , chiamati dalla conasdità , più volentieri ne' laegbi é»- 
nMstici e facili abitano. La sicurtà adunque, la quale per In liputaociene dotta 
pantana repubblica nacque in Italia, potette far crescere le abitnTÌani , pà ma 
modo detto incominciate, in tanto numeros che in forma di una tersa si rìdns- 
serOf la quale Villa Àrnina 6% principio fu nominata. Sursero dipoi in Bona la 
guerre civili, prima intra Mario e Siila, dipoi intra Cesare e Pompeo, e approMO 
intra gli asHnaziatori di Cesare e quelli ohe volevano la sua morte ^leiidicait. 
Da Siila adunque in prima, e dipoi da quelli tre cittadini ronMaù, i qoalid^w 
la vendetta fatta di Cesare si divisero T imperio, futono oMindatea Fiooolo 
colonie, deUe quali o tutte o parte posero le abitazioni loro nel piano epp**^ 
aUa già coHÙadata terra. Tale che per questo augumento si ridiisse quei luogo 
tanto pieno di edificj e di uomiai, e di ogni altro ordine civile, die si ^^^, 
numerare infra le città d' Ualie. Ma donde si derivasse il nenia di Floroosa n 

• 

sono varie opinioni. Alcuni vogUoao si ehinmaase da Flotino, nno dai copi 
della colonia. Alcuni non Floreazia, ma FUienaia, voglioQ»ehe fiMse nel pria- 
'cipiodoiia, per esser posta propinqua al fluente d' Arno, e ne adducono tosi- 
mone Plinio , che dke : I Fiuentini sono propinqui ad Arno fluente. Le V^ 
cosa potrebbe esser falaa, perdio Plinio nel toato suo dimnatrg dove i ¥^ 
reatini erano posti , non come e' si chiamavano. B quel vecabolo Flueatiai 
•onviene che sia corrotto, perchè Frontino e Comeho Xadto,,che acsisserequafli 
nei tempi di Plinio, gli chiamano Fiorenzia e Fiorentini, perchè di già ne' tempi 
di Tiberio , secondo U costunw delle altre città d'Italia si^vioraavano. S Ov- 
nello rifeneoe esser venuti oratori florentini all' unpefadoro a pregare che Ji 
aeque delle Chiane non ùiasero sopra il paese loro sboocate ; né è cagiODevoi* 
ohe qu^la città in un medesimo tempo avesse due aoou. cinde pertanto cho 
sempoefiasaedùamata Flocenzia, per qualunque cacone cool si aominaye; • 
cori , da qtmlunqiie cagione si avesse l' origine , la nacque salto T imperio t^ 
meno, e ne' tempi dei primi imperadnri oominoiè dagli acrittoci ad eooetf no^ 
data. £ quando quell' imperio fu da' Barbari afiSiUo, Cu anaaraFimBBeidaTdlil* 



pUSl LIBRO SICOIOK). 35 

n degD Ostrogoti disfatta, e dopo ocl anni dipoi da Carlo Sfagno riedificata.; 
dal qual tempo fino agli anni di Cristo moolv visse sotto quella fortuna che yi- 
Yerano qoelli che comandavano alF Italia. Ne* quali tempi prima signore^a- 
roDO in quella i discesi di Carlo, dipoi ! Berengarì e in ultimo gTimperadorì te- 
deschi , come nel nostro trattato universale dimostriamo. Né poterono in questi 
tempi i Fiorentini crescere né operare alcuna cosa degna di memoria, per la 
potenza di quelli alT imperio de' quali ubbidivano. Nondimeno nel mx il di di 
Santo Bomolo, giorno solenne ai Fiesolani, presero e disfecero Fiesole ; il che 
fecero con 3 consenso degT imperadori , o in quel tempo che dalla morte del- 
r uno alia creazione dell' altro ciascuno più libero rimaneva. Ma poi che i pon- 
tefici presero più autorità in Italia, e gì' imperadori tedeschi indebolirono^ 
tntte le terre di quella provincia con minor riverenza del principe si gover- 
narono. Tanto che nel iilxxx, al tempo di Arrigo m, si ridusse Tltalia tra 
queflo e la Chi^a in manifesta divisione, la quale nonostante, i Fiorentini si 
mantennero infino al Mcav uniti , ubbidendo ai vincitori , né cercando altro 
imperio che salvarsi. Ma come ne' corpi nostri quanto più sono tarde le infir- 
m\à tanto più sono pericolose e mortali; cosi Firenze quanto ella fu più tarda 
a seguitar le sette d'Italia, tanto dipoi fu più afiQitta da quelle. La cagione della 
|nma Risone è notissima, perché é da Dante e da molti altri scrittori cele- 
brata; por mi pare brevemente da raccontarla. 

'Erano ìnFirenze intra le altre famiglie potentisame, Buondelmonti e tJbeHi; 

appretto a queste erano gli Àmidei e i Donati. Era nella famiglia dei Donati mia 

dònna vedova e ricca, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto. Aveva 

costei intra sé dàegnato a messer Buondelmonte , cavaliere giovine, e della 

!àm^ de'Buondelmonti capo, maritarla. Questo suo disegno, o per negH- 

geoza, per credere potere essere sempre a tempo, non aveva ancora scoperto 

a persona, quando il' caso fece che a messer Buondelmonte si maritò una fan* 

chilia d^U Amidei ; di che quella donna fu malìssimo contenta ; e sperando di 

potere con la bellezza della sua figliuola prima che quelle nozze si celebrassero 

perturbarle, vedendo messer Buondelmonte che solo veniva verso la sua casa, 

scese da basso, e dietro si condusse la figliuola, e nel passare quello, se ^ 

fece incontra dicendo : Io mi rallegro veramente assai deir aver voi preso 

Boglie, ancora che io vi avessi serbata questa mia figliuola : e spinta la porta, 

glioie fece vedere. B cavaliere veduto la bellezza della fanciulla , la quale era 

rara, e considerato il sangue e la dote non essere inferiore a quella df colei 

die ^ aveva tolta, si accese in tanto ardore di averla, che non pensando 

aDa fede data , né alla ingiuria che feceva a romperla , né ai mali che dalla 

ratta fede gliene potevano incontrare, disse : Poiché voi me l' avete 8eri)ata, io 

sarei uno ingrato, sendo ancora a tempo , a rifiutarla : e senza metter tempo 

ta mezzo celebrò le nozze. Questa cosa come fu intesa riempie di sdegno la 

fenùglia degli Amidei e quella degli Uberti, i quali erano loro per parentado 

GODi^imti; e convenuti insieme con molti altri loro parenti, condiiusero che 

q}Ma incuria non si poteva senza vergogna tollerare, né con altra vendetta 

die csn la morte di messer Buondelmonte vendicare. E benché alcuni discor- 

vcssem i mali che da quella potessero seguire , il Mosca Lamberti disse , che 

dàpcBsa^a assai cose non ne conchiudeva mai alcuna, dicendo quella trita e' 

noia ftsienza : Cosa fetta capo ha. Dettono pertanto il carico di questo omicidio 

^^ioBca, a Stìatta Uberti, a Lambertuscio Amidei e aOderigoFifanti. Costoro 

la mattina della Pasqua diBesurrezione si rinchiusero nelle case degli Amidei, 

poste ta il Ponte Vecchio e Santo Stefano, e passando messer Buondelmonte 

il fioma sopra un cavaf bianco , pensando che fusse così fecil cosa sdimenticare 



86 ISTORIB FIORENTINE. [1250] 

im* ingiurìa come rinunziare a un parentado, fu da loro a pie del ponte sotto 
una statua di Marte assaltato e morto. Questo omicidio divise tutta la citta, e 
uaa parte si accostò ai Buondelmonli , T altra agli liberti. E perchè queste 
famiglie erano forti di case e di torri e di uomini, combatterono molli anni 
insieme senza cacciare V una T altra; e le inimicizie loro, ancora che le non si 
finissero per pace, si componevano per triegue; e per questa via, secondo i 
nuovi accidenti , ora si quietavano ed ora si accendevano. 

E stette Firenze in questi travagli insino al tempo di Federigo II, il quale 
per essere re di Napoli , si persuase potere contro alla Chiesa le forze sue 
accrescere, e per ridurre più ferma la potenza sua in Toscana, favori gli Uberti 
e loro seguaci, i quali con il suo favore cacciarono i Buondelmonti , e cosi la 
nostra città ancora , come tutta Italia più tempo era divisa , in Guelfi e Ghibel- 
lini si divise. Nò mi pare soperfluo far memoria delle famiglie che l' una e 
r altra setta seguirono. Quelli adunque che seguirono le parti guelfe furono 
Buondelmonti, Nerli, Rossi, Frescobaldi, Mozzi, Bardi, Pulci, Gherardioi, 
Foraboschi, Biagnesi, Guidalotti, Sacchetti, Manieri, Lucardesi, Chiaromon- 
tesi, Gompiobbesi, Cavalcanti, Giandonati, Gianfigliazzi , Scali, Gualterotti, 
Importuni, Bostichi, Tornaquinci, Vecchietti, Tosinghi, Arrigucci, Agli, Sizi, 
Adimarì, Visdomini, Donati, Pazzi, della Bella, Ardinghi, Tedaldi, Cerchi. 
P>r la parte ghibellina furono Uberti, Mannelli, Ubriachi, Fifanti, Amidei, 
Infangati, Malespini, Scolari, Guidi, Galli, Cappiardi, Lamberti, Soldanieri, 
Cipriani, Toschi, Amieri, Palermini, Migllorelli, Pigli, Barocci, Cattaoi, 
Agolanti, Brunelleschi , Caponsacchi, Elisei, Abati, Tedaldini, Giuochi, Ga- 
ligai. Oltre di queslo, air una ed air altra parte di queste famiglie nobili si 
aggiunsero molte delle popolane, in modo che quasi tutta la città fu da questa 
divisione corrotta. I Guelfi adunque cacciati, per le terre del Valdaroo di 
sopra, dove avevano gran parte delle fortezze loro, si ridussero; ed io quel 
modo che potevano migliore centra alle forze degl' inimici loro si difendevano. 
Ma venuto Federigo a morte, quelli che in Firenze erano uomini di mezzo, ed 
avevano più credito con il popolo, pensarono che fusse piuttosto da riunire la 
città, che mantenendola divisa rovinarla. Operarono adunque in modo che i 
Guelfi deposte le ingiurie tornarono, ed i Ghibellini deposto il sospetto gli 
riceverono; ed essendo uniti parve loro tempo da poter pigliare forma di 
vivere libero , ed ordine da poter difendersi, prima che il nuovo imperadore 
acquistasse le forze. 

Divisero pertanto la città in sei parti , ed elessero dodici cittadini due per 
sesto che la governassero, i quali si chiamassero Anziani, e ciascuno anno si 
variassero. E per levar via le cagioni delle inimicizie, che dai giudicj nascono, 
provvidono a due giudici forestieri, chiamato V uno Capitano di popolo e Taltro 
Podestà, che le cause cosi civili come criminali tra i cittadini occorrenti giudi- 
cassero. E perchè ninno ordine è stabile senza provvedergli il difensore, costi- 
tuirono nella città venti bandiere, e setlantasei nel contado, sotto le quali 
scrissero tutta la gioventù , ed ordinarono che ciascuno fusse presto ed armato 
sotto la sua bandiera, qualunque volta fusse o dal Capitano o dagli Anziani 
chiamato. E variarono in quelle i segni secondo che variavano le armi, pe^ 
che altra insegna portavano i balestrieri ed altra i palvesarj : e ciascuno anno 
il giorno della Pentecoste con grande pompa davano ai nuovi uomini le in- 
segne, e nuovi capi a tutto questo ordine assegnavano. E per dare maestà ai 
loro eserciti, e capo dove ciascuno, sendo alla zuffa spinto, avesse a rifu^re, 
e rifuggito potesse di nuovo centra T inimico far testa, un carro grande tirato 
da due bovi coperti di rosso, sopra il quale era un' insegna bianca e rossa, or- 



t 



[ISSO] LlBftO SECONDO. ^.6? 

dinaitMio. Eqnandoeì volevano trarre fuora Io esercito, in Mercato Nuow qn^fcto 
carro oondacevano, e con solenne pompa ai capi del popolo lo consegnavano, 
irevano ancora per magnificenza delle loro imprese una campana detta Mar^ 
tiBeila, la quale un mese prima che traessero fuori della città gli eserciti con- 
tiauamente saonava, acciocché il nimico avesse tempo alle difese : tanta virtù 
eraaliera in quelli uomini, e con tanta generosità di animo si governavano, 
cfaedove o^ l'assaltare il nimico improvvisto si reputa generoso atto e pru- 
deite, allora vituperoso e fallace Si riputava. Questa campana ancora condu- 
eevano se' loro eserciti, mediante la quale le guardie e le altre fazioni della 
guerra oomaiidavaDO. 

Con qoesti ordini militari e civili fondarono i Fiorentini la loro libertà. Nò si 
potrebbe pensare quanto di autorità e forze in poco tempo Firenze si acqui* 
stasse ; e non solamente capo di Toscana diyenne, ma intra le prime città 
dltatia era numerala; e sarebbe a qualunque grandezza salita, se le spesse e 
miove divisioni non l'avessero afflitta: Vissono i Fiorentini sotto questo governo 
died anni, nel qua! tempo sforzarono i Pistoiesi, Aretini e Sanesi a far lega con 
loro. E tornando con il campo da Siena , presero Volterra ; disfecero ancora 
alarne castella, e gli abitanti condussero in Firenze. Le quali imprese si fecero 
tntte per il consiglio dei Guelfi, i quali molto più che i Ghibellini potevano, -sì 
per essere quaesti odiati dal popolo per i loro superbi portamenti quanio a^ 
tempo di Federigo governarono, si per essere la parte della Chiesa più che 
quella dell* imperadore amata ; perchè con l' aiuto della Chiesa speravano 
presanrarela loro libertà, e sotto T imperadore temevano perderla. 1 Ghibel* 
lini peflaoto vagendosi mancare della loro autorità non potevano quietarsi, e 
solo a^ettavano l'occasione di ripigliare tostato, la quale parve loro fusse 
Tenuta, qoando videro che Manfredi figliuolo di Federigo si era del regno di 
Kapoii iosigoorito ed aveva assai sbattuta la potenza della Chiesa. Segreta- 
Dente adunque praticavano con quello di ripigliare la loro autorità, né pote* 
nMio in modo governarsi, che le pratiche tenute da loro non fussero agli 
Aizìani scoperte. Onde che quelli citarono gli Uberti, i quali non solamente 
Bon ubbidirono, ma prese le armi, si fortificarono nelle case loro. Di che il po- 
polo sd^nato si armò, e con T aiuto dei Guelfi gli sforzò ad abbandonare 
Firenze, ed andarne con tutta la parte Ghibellina a Siena. Di quivi doman- 
darono aiuto a Manfredi re di Napoli; e per industria di messer Farinata degli 
Cberti furono i Guelfi dalle genti di quel re sopra il fiume dell' Arbia con tanta 
strage rotti, che quelli i quali di quella rotta camparono, non a Firenze, giudi- 
candola loro città perduta, ma a Lucca si rifuggirono. 

Aveva Manfredi mandato a' Ghibellini per capo delle sue genti il conte Gior- 

àao, nomo in quelli tempi assai nelle armi riputato. Costui dopo la vittoria se 

le andò con i Ghibellini a Firenze, e quella città ridusse tutta ad ubbidienza 

A Manfredi, annullando i magistrati ed ogni altro ordine, per il quale appa- 

we ateona forma della sua libertà. La quale ingiuria con poca prudenza fatta, 

fe àafftniversale con grande odio ricevuta, e di amico ai Ghibellini diventò 

kroioaBìóaBimo; donde al tutto nacque con il tempo la rovina loro. Ed avendo 

P^ ^ a c cc Mi tà del regno il conte Giordano a ritornare a Napoli, lasciò in 

Fmnia per regaie vicario il conte Guido Novello, signore di Casentino. Feoe 

^X!f^ aa coDÒlio di Ghibellini ad Empoli, dove per ciascuno si concluse, che a 

^^oier «incoerò potente la parte ghibellina in Toscana era necessario disfare 

y^xmem^ sob atta, per avere il popolo guelfo, a far ripigliare le forxe alle 

inrti della Chiesa. A questa si cnidel sentenza data con tra ad una sì nobile 

cMI non ti dttadiao né amico, eccetto che messer Farinata degli Uberti » che 



♦, 



38 iSTOftis noRmiRB. [19fi6] 

siopponofise; il quale apertamente e senza alcac rispetto k difese, dicèade 
non avere con tanta latica corsi tanti pericoli, se non per potere nella sua pa- 
tria abitare, e che non era allora per non volere quello che già aveva ceico, 
né per rifiutare quello che dalla fortuna gli era staio dato, anzi per esser non 
minor nimico di coloro che disegnassero altrimenti, che si fusae stato ai Guelfi; 
e se di loro alcuno temeva della sua patria, la rovinaaae, perchè sperava con 
quella virtù che ne aveva cacciati i Guelfi difenderla. Era messer Farìiista 
uomo di grande animo, eccellente nella guerra, capo de' Ghibellini, edap- 
' presso a Manfredi assai stimato, la cui autorità pose fine a quel ragioMaento, 
e pensaron altri modi a volersi Io stato preservare. 

I Guelfi» i quali si, erano rifuggiti a Lucca, licenziati dai Lucchesi per le mi- 
nacce del conte, se ne andarono a Bologna. Di qui furono dai Gudfi di Panna 
chiamati contro ai Ghibellini, dove per la loro virtù superati gli avversai^, ùi- 
rono loro date tutte le loro possessioni, tanto che cresciuti in ricchezxeeia 
onori, sapendo che papa Clemente aveva chiamato Carlo d*Angiò per torre il 
regno a Manfredi, mandarono al pontefice oratori ad offerirgli le loro forze. 
Dimodoché il papa non solo gli ricevè per amici, ma dette loro la sua inaegoa, 
la quale sempre dipoi fu portata dai Guelfi in guerra, ed è quella die ia 
Firenze ancora si usa. Fu dipoi Manfredi da Carlo spoglia lo del regno e morto, 
dove sondo intervenuti i Guelfi dì Firenze, ne diventò la parte loro più ga- 
gliarda, e quella de' Ghibellini più debole. Donde che quelli che insieme con il 
conte Guido Novello governavano Firenze, giudicarono che ùiase bcae guada- 
gnarsi con qualche beneficio quel popolo, che prima avevano eoa egniiagians 
aggravato, e queQì rimedj, che avendogli fatti prima che la naoesaità VkiiflBe, 
sarebbero giovali, facendogli dipoi senza grado, non solamente aongiovaroaOi 
ma affrettarono la rovina loro . Giudicarono pertanto farsi amico il popolo e loro 
partigiano, se gli rendevano parte di quelli onori e di quella autorità che ^ 
avevano lolta^ ed elessero trentasei cittadini popolari, i quali insieme con due 
cavalieri fatti venire da Bologna riformassero lo stato della città. Costoro come 
prima convennero, distinsero tutta la città in Arti, e sopra ciaacuna Arte ordi- 
narono un magistrato, il quale rendesse ragione ai sottoposti a quelle. Conse- 
gnarono, oltre di questo, a ciascuna una bandiera, acciocché sotto quella ogni 
uomo convenisse armato quando la città ne avesse di bisogno. Furono nel pn** 
cipio questo Arti dodici, setto maggiori, e cinque minori. Dipoi crebbero le du- 
nori insino a quattordici, tantoché tutto furono, come al presente sono, ventuna; 
praticando ancora i trentasei riformatori delle altre cose a beneficio conuu^ 

II conto Guido per nutrire i soldati ordinò di porre una taglia ai cittadiaii 
dove trovò tonta difiicultà, che non ardi di far forza di ottonarla. E pareadogli 
aver perduto lo stoto, si ristrinse con i capi dei Ghibellini, e diliberarono torte 
per forza al popolo quello che per poca prudenza gli avevano concedute. H 
quando parve esser loro ad ordine con le acmi, sondo insieme i trentasei, f^^^ 
levare il remore, onde che quelli spaventoti si ritirarono alle loio case , e 9a- 
bito le bandiere delle Arti furono fuori con molli armati dietro. £d iniendeodo 
come il conto Guido con la sua parto era a San Giovanni, fecero testa a SaaU 
Trìnito, e dieronoT ubbidienza a messer Giovanni Soldanieri. Il conto dall' sl^ 
parte sentondo dove il popolo era, si mosse per ire a trovarto. Kò il V^Vp 
aaeora fuggi la zuffa, ma fattosi incontro al nimico, dove é oggi la ^ofS^ ^^ 
Tornaquinci si riscontrarono, dove fu ribnttato il conto con perdita e morte (& 
più suoi; donde che sbigottito temeva che la netto gli nimici to assa li y^tQ^ 
trovandosi i suoi battuti ed inviliti, lo ammazzassero. E tanto fu ialai ^ptf^ 
immaginazione potente, che , senza pensare ad altro nntadìO) delibasi f^ 



[067] UMO SICQKDa 

Mo ^^ pMMJn che oombfttteadQ, salvarsi, e coatro al coaaiglk) dt* roUori 
diBa paite, con tutte le genti sue ne andò a Prato. Ma come prima per tre- 
issi in kuieo sicuffo gli fuggi la paura, riconobbe V error suo ; e volendolo 
natf^n la mattina, venuto il giorno , tornò con le sue genti a Firenze per 
BeDlsaie in quella città per forza, che egli Aveva per viltà al^odonata. Ila 
i« gli jH w yffftA il /iic^nn^ perchè quel popolo che con difilcoltà Taviebbe po- 
MlDcacGÌKe, Cadlmente lo potette tener fuora; tanto che dolente e svergo- 
gnato te B« andò in CasentÙDo; ed i Ghibellini si ritirarono alle loro ville. 
Restato adiuiqae il popolo vincitore, per conforto di coloro che amavano il hentì 
dalla repnUilica, si deliberò di riunire la città, e richiamare tutti i cittadini 
fiBslghttieUiiM come guelfi, i quali si trovassero fìiora. Tornarono adunque i 
Gaalfisei anni dopo che egli erano stati cacciati , ed a' Ghibellini ancora fu 
perdonata la fresca ktgiuria, e riposti nella patria Loro : nondimeno dal popolo 
e dai Guelfi erano forte odiati, perchè questi non potevano cancellare dalla 
■emacia lo esilio, e quello si ricordava troppo della tirannide loro, mostre 
die visse sotto il governo di quelli ; il che faceva che né F una né Y altra parte 
posala r animo. Mentre che in questa forma in Firenze si viveva, si sparse la 
iuna che Cocràdino, nipote di Manfredi, con gente veniva dalla Magna air ac- 
qBÌElo dà ì^poli ; donde che i Ghibellini si riempirono di speransa di potere 
niàg^aiB tal Wro antoiilà, ed i Guelfi pensavano come si avessero ad assieuraie 
dei kKO liiEÓGi, e chiesero al re Carlo aiuti per potere , passando CorradinOf 
*fifr wVTà . Tenendo pertanto le genti di Carlo fecero diventare i Guelfi inso^ 
lenti, ed in modo sbij^tirono i Ghibellini, che due giorni avanti V arrivar loro, 
mugeBsoB caodaii, si fuggirono. 

Partiti i Ghibelliai, riordinarono i Fiorentini lo stato della città, ed elessero 
^iodici capi, i quali sedessero in magistrato due mesi, i quali non chiamarono 
iaaaai, ma Biionoaiini : appresso a questi un consiglio di ottanta cittadini, il 
tpaie cMaaavano la Credenza; dopo questo erano cento ottanta popolani , 
testa par sesto, i quali conia Credenza e i dodici Buonomini si chianuivano 
i consiglio generale. Ordinarono ancora un altro consiglio di ceinto venti uo- 
ùi dtiadini popolani e nobili, per il quale si dava perfezione a tutte le cose 
ai^ altri coosi^ deliberate, e con quello distribuivano gli ufficj della repub- 
blica. Fermato questo governo, fortificarono ancora la parte guelfa con magi- 
sbatiedaltriordini^acciocchòconmaggiori forze si potessero dalGhibellini difen- 
da; ibeni dei quali in tre parti divisero, delle quali V una pubblicarono, T altra 
il magistrato deka parte, chiamato i Capitani, la terza ai Guelfi per ricompensa 
de' danni ricevuti assegaarono. Il papa ancora , per mantenere la Toscana 
ladCa^ late il re Carlo vicario imperiale di Toscana. Mantenendo adunque i 
Fiomntiai, per virtù di ^pie^ nuovo governo, dentro con le leggi , e fuori con 
raoH, la ripotaKione loro , morì il pontefice , e dopo una kmga disputa, pas- 
liti dneauu^ eletto papa Gregorio X, il quale per essere stato lungo tempo 
in Sona» ed esservi ancora nel tempo delia sua elezione , e discosto dagli 
vmà dette parti, non estimava quelle nel modo, che dagli suoi antecessori 
*^tfars slimate E perciò sondo venuto in Firenze per andare in Francia, 
sonò che fame ufficio di un ottimo pastore riunire la città , e operò tanto che 
1 FioicMiiù forono contenti di ricevere i sindachi dei Ghibellini in Firenze per 
ivaticsiei BMido deLritorno loro. £ benché T accordo si concludesse, furono in 
modo i Ghibellini spaventati, che non vollero tornare. Di che il papa dette la 
eoqaalli città; e sdegnato scomunicò quella, nella quale contumacia stette 
9anto\ÌKe il pentefice.j ma dopo la sua morte fu da papa Innocenzio V ribe- 
vaauto il pentificato in Niccolò HI, nato di casa Orsina; e perchè 



40 iSTORii noRBirmfB. [t280] 

• 

i pootafici tepKvano sempre colui, la cui pÉto«a era diventata grande in Ita- 
lia, ancqra che la fusse con i favori della Chiesa cresciuta, e perch' ei cerca- 
vano di abbassarla, ne nascevano gli spessi tumulti e le spesse variazioni che 
in quella seguivano, perchè la paura di un potente faceva crescere un debile, e 
cresciuto ch%egli era, temere, e temuto, cercare di abbassarlo. Questo fece trarre 
il regno di mano a Manfredi, e concederlo a Carlo; questo fece dipoi aver paura 
di lui, e cercare le rovina sua. Niccolò III pertanto mosso da queste cagioni operò 
tanto, che a Carlo per mezzo dell* imperadore fu tolto il governo di Toscana, ed 
in quella provincia sotto nome dell* imperio mandò messer Latino suo legato. 

Era Firenze allora in assai mala condizione , perchè la nobiltà guelfa era 
diventata insolente, e non temeva i magistrati, in modo che ciascun di si face- 
vano assai omicidj ed altre violenze, senza esser puniti quelli che le commet- 
tevano, sendo da questo e queir altro nobile favoriti. Pensarono pertanto i 
capì del popolo , per frenare questa insolenza, che fusse bene rimettere i fuor- 
usciti ; il che dette occasione al legato di riunire la città , e i Ghibellini tor* 
narono, e in luogo de' dodici governatori ne fecero quattordici, di ogni parte 
sette, che governassero un anno, e avessero a essere eletti dal papa. Stette 
Firenze in questo governo due anni, iosino che venne al pontificato papa Mar- 
tino, di nazione Francese , il quale restituì al re Carlo tutta quella autorità, 
che da Niccolò gli era stata tolta. Talché subito risuscitarono in Toscana le 
parti, perchè i Fiorentini presero le armi centra al governatore dell' impera- 
dore, e per privare del governo i Ghibellini , e tenere i potenti in freno, ordi- 
narono nuova forma di reggimento. Era 1* anno mcclxxxii, e i corpi delle Arti, 
poiché fu dato loro i magistrati e le insegne , erano assai riputati ; donde che 
quelli per la loro autorità ordinarono, che in luogo dei quattordici si creassero 
tre cittadini, che si chiamassero Priori , e stessero due mesi al governo delta 
repubblica , e potessero essere popolani e grandi , purché fussero mercatanti 
facessero arti. Ridussongli dopo il primo magistrato a sei, acciocché di qua- 
lunque sesto ne fusse uno, il qual numero si mantenne insino al MCCCLXXXiit 
che ridussero la città a quartieri , e i Priori a otto , nonostante che in qual 
mezzo di tempo alcuna volta per qualche accidente ne facessero dodici. Questo 
magistrato fu cagione, come col tempo si vide, della rovina de' nobili, perchè 
ne furono dal popolo per varj accidenti esclusi, e dipoi senza alcun rispetto 
battuti. A chei nobili nel principio acconsentirono per non essere uniti, perchè 
desiderando troppo torre lo stato r uno all' altro, tutti lo perderono. Consegna- 
rono a questo magistrato un palagio, dove continuamente dimorasse, sendo 
prima consuetudine che i magistrati e i consigli per le chiese convenissero; e 
quello ancora con sergenti ed altri ministri necessarj onorarono. E benché nal 
principio gli chiamassero solamente Priori, nondiméno dipoi per maggiore 
magnificenza il nome di Signori gli aggiunsero. Stettero i Fiorentini denUo 
quieti alcun tempo, nel quale fecero la guerra con gli Aretini , per aver quelli 
cacciati i Guelfi, ed in Campaldino felicemente gli vinsero. E crescendo la città 
di uomini e di ricchezze, parve ancora di accrescerla di mura , e le allarga- 
rono il suo cerchio iq quel modo che al presente si vede, condosiaché prima il 
suo diametro fusse solamente quello spazio » che contiene dal Ponte Yecduo 
infino a San Lorenzo. 

Le guerre di fuora e la pace di dentro avevano come spente in Firenze « 
parti ghibelline e guelfe; restavano solamente accesi quelli umori, ^ ^^ 
naturalmente sogliono essere in tutte le città tra i potenti e il popolo; perule 
volendo il popolo vivere secondo le leggi , e i potenti comandare a quelle, noà 
è possibile capino insieme. Questo umore, mentre che i Ghibellini fecero loro 



[1293] LIBIO SICONDO. 41 

paura, non si scoperse; ma cote prima quelli furono domi, dimostiè la 
potenza soa , e ciascun giorno qualche popolare era ingiuriato , e le leggi e i 
nagistrati non bastavano a vendicado; perchè ogni nobile con i parenti e con 
gli amici dalle forze dei Priori e del Capitano si difendeva. I prìncipi pertanto 
delle Arti, desiderosi di rimediare a questo inconveniente, provvidero che 
qualunque Signorìa nel principio deir ufficio suo dovesse creare un Gonfalo- 
niere di giustizia , uomo popolano , al quale dettero scritti sotto venti bandiere 
mille uomini, il quale con il suo gonfalone e con gli armati suoi fusse presto a 
favorire la giustizia, quahinque volta da loro o dal capitano fusse chiamato. 
11 primo eletto fu Ubaldo Ruffoli. Costui trasse fuora il gonfalone, e disfece le 
case de' Galletti, per avere uno di quella famiglia morto in Francia un popo- 
lano. Fu facile alle Arti fare quest' ordine per le gravi inimicizie che fra i 
nobili vegghiavano, i quali non prima pensarono al provvedimento fatto contro 
di loro, che videro F acerbità di quella esecuzione. Il che dette loro da prima 
assai terrore ; nondimeno poco dipoi si tornarono nella loro insolenza ; perchè 
sendone aenapre alcuno di loro de* Signorì , avevano comodità d'impedire il 
Gonfaloniere che non potesse fare l'ufficio suo. Oltre a questo, avendo bisogno 
r accusatore di testimone quando riceveva alcuna offesa , non si trovava alcuno 
che centra ai nobili volesse testimoniare. Talché in breve tempo si ritornò 
'Firenze nei medesimi disordini, ed il popolo riceveva dai grandi le medesime 
Ingiurie, perchè i gìudicj erano lenti , e le sentenze mancavano delle esecuzioni 
loro. E non sapendo ì popolani che partiti si prendere , Giano della Bella, di 
stirpe nobilissimo, ma della libertà della città amatore, delle animo ai capi 
delie Arti a riformare la città, e per suo consiglio si ordinò che il Gonfaloniere 
a risedesse con i Priori, ed avesse quattromila uomini a sua ubbidienza. 
Priyaronsi ancora tutti i nobili di poter sedere dei Signori ; obbligaronsi i 
consorti del reo alla medesima pena che quello ; fecesi che la pubblica fama 
bastasse a giudicare. Per queste leggi, le quali chiamarono gli ordinamenti 
della giustizia, acquistò il popolo assai riputazione, e Giano della Bella assai 
odio , perchè era in malissimo concetto dei potenti , come di loro potenza di- 
struttore; e i popolani ricchi gli avevano invidia, perchè pareva loro che la 
sua autorità fusse troppa ; il che come prima lo permise l' occasione , si dimo- 
strò. Fece adunque la sorte che fu morto un popolano in una zuffa, dove più 
M^li intervennero, intra i quali fu messer Corso Donati , al qwale , come più 
audace degli altri, fu attribuita la colpa. E perciò fu dal Capitano del popolo 
preso; e comunque la cosa s' andasse, o che messer Corso non avesse errato 
oche il Capitano temesse di condannarlo, e' fu assoluto. La quale assoluzione 
tante al popolo dispiacque, che prese le armi, e* corse a casa di Giano della 
Bella a pregarlo che dovesse essere operatore che si osservassero quelle leggi , 
delle quali egli era stalo inventore. Giano , che desiderava che messer Corso 
fosse punito, non fece posare le armi, come molli giudicavano che dovesse fare, 
ma gli confortò a gire ai Signori a dolersi del caso , e pregargli che dovessero 
provvedervi. Il popolo pertanto pieno di sdegno, parendogli essere offeso dal 
Capitano, e da Giano abbandonalo, non a' Signori, ma al palagio del Capitano 
andatosene , quello prese e saccheggiò. Il quale atto dispiacque a tutti i cit- 
tadini, e quelli che amavano la rovina di Giano, lo accusavano, attribuendo 
a lui tutta la colpa ; dimodoché trovandosi tra i Signori, che dipoi seguirono, 
alcuno suo nimico, fu accusato al Capitano come sollevatore del popolo; e 
mentre sì praticava la causa sua, il popolo si armò, e corse alle sue case offe« 
rendogli centra ai Signorì e suoi nimici la difesa. Non volle Giano fare espe* 
rieoza di questi popolari favorì,j)è commettere la vita sua ai magistrati, perchè 



42 isTOttu noEiKim. [1Ì9&1 

temeva la malignila di questi e la istabilità di quelli ; taldiè per torre ocon 
gione ai nimici d' ingiurare lui, e agli amici di offeDdere la patria, diliherò di 
partirsi, e dar luogo alla invidia, e liberare i cittadini dal timore àke cfUttO 
avevano di lui , e lasciare quella città , la quale con suo carico e pericolo aveva 
libera dalla servitù de' potenti, e si elesse volontario esilio. 

Dopo la costui partita la nobiltà salse in speranza di ricuperare la aua di- 
gnità ; e giudicando il male suo essere dalie -sue divisioni nato , si usiroBO ì 
nobili insieme, e mandarono due di loro alla Signorìa, la quale gimiicaTBBO 
in loro favore, a pregarla fusse contenta temperare in xiualclie parte V acerbilà 
delle leggi centra loro fatte. La qua! domanda , cose fu scoperta, mminnirìc 
gU animi dei popolani , perchè dubitavano die i Signori la coneedeaeero luco; 
e così tra il desiderio dei nobili e il sospetto del popolo , si venne all' amù. I 
nobili feciono testa in tre luoghi, a San Giovanni» in Mercato Nuovo edalla pi 
de' Mozzi , e sotto tre capi , messer Forese Adimari , measer Vanni de' 
e messer Gerì Spini ; e i popolani in grandissimo numero sotto le loro i 
al palagio de' Signori convennero, i quali allora propinqui a San Proeolo alia- 
vano. E perchè il popolo aveva quella Signoria sospetta, diputò aei fittartìai 
che con loro governassero. Mentre che l' una e l'altra parte alla zufEa si prefMh 
rava, alcuni, così popolani come nobili, e con quelli certi religiosi di buona 
Cama , si misero di mezzo per pacificarli, ricordando al nobili , che degli onori 
tolti e delle leggi contra loro fatte ne^era stata cagione la loro superbia ed il Uno 
eattivo governo, e che l'avere preso ora le armi , e rìvolere con la fiorza quello 
che per la loro disunione e loro non buoni modi si erano lasciati torte, non eia 
altro che voler rovinare la patria loro , le loro condizioni raggravare; e sì ri* 
cordassero, che il popolo di numero, di ricchezze e d' odio era molto a loco s»> 
perìore ; e che quella nobiltà, mediante la quale pareva loro avanzare gli aUri, 
non combatteva, e rìusciva, come si veniva al ferro, un nome vano ^ciie con- 
tra a tanti a difenderli non bastava. Al popolo dall' altra parte ricordavano, come 
non era prudenza voler sempre T ultima vittoria, e come non fu knai savio par- 
tito far disperare gli uomini, perchè chi non spera il bene non teme il male; e d» 
dovevano pensare che la nobiltà era quella, la quale aveva nelle guerre quella 
città onorata, e però non era bene né giusta cosa Gon tanto odio perseguitarla; 
e come i nobili il non godere il loro supremo magistrato facihnente sopportavano, 
ma non potevano già sopportare che fusse in potere di ciascuno , mediante gli 
ordini fatti, cacciargli della patria loro. E però era bene mitigare quelli , e par 
questo beneficio far posare le armi ; né volessero tentare la fortuna della zu£b 
confidandosi nel numero, perchè molte volte si era vediate gli assai dai pedù 
essere stati superati. Erano nel popolo i pareri diversi; molti volevano che si 
venisse alla zufia, come a cosa che un giorno di necessità a venire vi si avesse, 
e però era meglio farlo allora che aspettare che i nimici fussero più potenti ; e 
se si credesse che rimanessero contenti mitigando le leggio che sarebbe bene 
mitigarle, ma la superbia loro era tanta, che non poseriano mai se aonfoczati. 
A molti altri più savj e di più quieto animo pareva, che il temperare le leggi 
non importasse molto, ed il venire alla zuffa importasse assai, di modo che la 
opinioBo loro prevalse , e provvidero che alle accuse de' nobili fussero neoes- 
sarj i testimoni. 

Posate le armi, rimase l' una e 1' altra parte piena di sospetto, e ciascuna 
con torri e con armi si fortificava; e il popolo riordinò il governo, ristringendo 
quello in minor numero , mosso dallo essere stati quei Signorì favorevoli ai 
nobili ; del quale rimasero principi Mancini, Magalotti, Altoviti,Peruzzi e Cer- 
retani. Fermato lo stato , per maggior magnificenza e più sicurtà de' Signorit 



■ > 



% 



[^ Ì4MU) fiUCOlHK). 43 

faao iiecxcYiii Idodaroiii» il palagio loro., e ii&cioiigil ptatza dette caie, che 
■m pà degù Uberii. Cominciaroosi ancora ìd questo medesimo tempo le 
N>biìche prigioiu ; i quali edificj in termine di pochi anni ai fornirono; nò mai 
kiaòtté Bostm in mag^ore e più feliee stato che in questi tempi, sondo di 
ìonii, di jTÌoehezaB e di riputazione ripiena ; i cittadini atti alio armi a tren- 
^■■ilit stuelli del ano cofà&ado asettaatamilaaggiugnerano; tutta la TMeaaa, 
pK^mmt soggeUa y parie coaie amica l'ubbidiva. E benché intra i nobili e il 
fV^ kme aJecma indignaTioiìft e sospetto, Dondimeao non faee^rano alcuno 
MtàOgmiìBBUoty ma unitameate ed in pace ciasciiao si viveva. La qual pace se 
Weinove JaliaaciTifr dentro non lasse stata turbata, di quella di fiiort non 
pUsfiéibìtares pendio era la città in termine, che la non (amava più 1* impe- 
iis,aèisuoi fooraacili, ed a tutti gli stati d* Italia avrebbe potuto con le aua 
TÌ^Midftre. Quel male pertanto che dalla forae di fiiora non gli poteva. 
Sitto, quella cki dentro pi feoero. 
Emoia Fireaza dae famiglie, i Cerchi a i Donati, por licchezza e nobiltà 
ii uflBkà potiiatiaHifne» latra loro, per easeire in Pìreaie e nel contado vicine, 
ITI iMlirr naatrhn disparere, non però si grave che si fiisae i»Buto all' armi, 
afasa asn aevveì[d:iece fatti grandi effetti, se i naligra «mori non fassero da nuove 
ca^anLfte^daccreaesati. Scatra le primelaaiglie di Pistoia quella de' Cancallim. 
Oawnad^ÒDcaado LiCMre di messer Gfu^lao, e Cpctì di aeaser Barlaccio, 
tHtt&^q^oiSìataaielia e venendo a pareìs, fu Gerì da Loro leg^rmeate ferito, 
là aaa» tliatàar^Br a mpoaer Gtiglielmo, e pensando con la uaiiltà il tor via lo 
aaaìaki.ìii accseblaa ; perohè comandò al figliuolo che andasse a casa il padre 
dM SaiiiA, e c^éoakaDdaaaepeidoao. Ubbidì Loro al padre; Aoadtmaao questo 
aMaao alta aon tirtflVr^^ ia idcnna parteFacecho animo di mesaer Bertacdo, a 
tete fR&deff Loca dai suoi servitori, per maggior dispregio sopra usa man- 
gaiaiia ^ face tai^iar la laaoo, dicendogli iToraaa tuo padre ; e di^ che le 
kntaoonilknaaaon con le parole si medicano. La crudeltà di que^ fatte 
ìttapiae^at taalo a laaaaar Guglielmo» che léce pigliar le armi ai suoi per yen- 
iàcuìa « e mener Bertaecio ancora si armò per difendacsi; e non solaaienCe 
qm^La tamig^a , ma tutta la città di Pistoia si divise. E perchè i Canoalliari 
—aa discesi da meHer CaaceUiere., che aveva avute due mogU, delle (inali 
r una si chiamò Bianca , si nominò ^ancora l' una delle parti per quelli che da 
lai eEBBa discesi Jùmeo;, e 1' ahra, per torre nome contrarie a qyella ùi aemi- 
iVaa. SeguiroBO tra costoro in più tempo di molte zuffe con assai morti di 
i e rovine di caae ; e non potendo firn loro unirsi, stracchi nel male, e di- 
o di por fine alle discordie loro, o con la divisione d' altri accrescerle, 
a Fiienze; ed i Nerì per avere familiarità coi Ikmati furono da 
Corso capo di quella iamiglia favoriti; donde nacque che i Bianchi, per 
appoggio potente , che centra ai Donati gli sostenesse^ ricorsero a messer 
da' Cerchi, uomo per ciascuna qualità non punto a messer Corso inferiore. 
umore da Pi&toia venuto, V antico odio tra i Cerchi e i Donati ac- 
; ed era già tanto manifesto, che i Priorì e gli altri buoni cittadini du- 
ad ogni ora che non si venisse fra loro ali' araù, e che da quelli di- 
la città ai dividesae. B perciò ricorsero al pontefice, pregandolo che 
umori mossi, quel rimedio che per loro non vi potevano porre, con 
aotfidtà vi ponesse* Mandò il papa per messer Veri, e lo gravò a far 
i Donali ; di che messer Verì, mostrò maravigliarai , dicendo non 
iniffiieizia con quelli; e perchò la pace presuppone la guerra^ 
sapeva, non esaendo tra loro guerra, perdio fusse la pace necessaria. Tor- 
adanque messer Verì da Roma senza altra conclusione» crebbero in 






44 ISTOEIB FiORBirriNB. [ISOO3 

modo gli umori, che ogni piccolo accidente, siccome avvenne, gli poteva far 
traboccare. Era del mese di maggio, nel qual tempo e ne' giorni festivi pub- 
blicamente per Firenze 8i festeggia. Alcuni giovani pertanto dei Donati in- 
sieme con loro amici a cavallo a veder ballar donne presso a Santa Trinità si 
fermarono, dove sopraggiunsero alcuni de' Orchi ^ ancora loro da molti nobili 
accompagnati ; e non conoscendo i Donati che erano davanti, desiderosi an- 
cora loro di vedere, spinsero i cavalli fra loro, e gli urtarono ; donde i Donali 
tenendosi offesi strìnsero V armi, a' quali i Cerchi gagliardamente risposero ; e 
dopo molte ferite date da ciascuno e ricevute si spartirono. Questo disordine 
fu di molto male principio, perchè tutta la città si divise, cosi quelli del po- 
polo come i grandi, e le parti presero il nome dai Bianchi e Neri. Erano capi 
della parte Bianca i Cerchi, ed a loro si accostarono gli Àdimari, gli Abati, 
parte de' Tosinghi , de' Bardi, de' Rossi, de' Frescobaldi, de' Nerli e de' Man- 
nelli, tutti i Mozzi, gli Scali, i Gherardini, i Cavalcanti, Malespini, Bostichi, 
Giandonati, Vecchietti ed Arrigucci. A questi si aggiunsero molle famìglie po- 
polane insieme con tutti i Ghibellini che erano in Firenze; talché per il gran nu- 
mero che gli seguivano avevano quasi che tutto il governo delia città. I Donati 
dair altro canto erano capi della parte Nera, e con loro erano quelle parti, che 
delle soprannominate famiglie ai Bianchi non si accostavano, e di più tutti i 
Pazzi, i Bisdomini, i Manieri, i Bagnesi, i Tornaquiaci, Spini, Buondeimonti, 
Gian6gliazzi, Brunelleschi. Ne solamente questo umore contaminò la città, 
ma ancora tutto il contado divise. Dondechè i Capitani di Parte, e qualunque 
era de' Guelfi e della repubblica amatore, temeva forte che questa nuova di- 
visione non facesse con rovina della città risuscitare le parti ghibelline; e man- 
darono di nuovo a papa Bonifacio perchè pensasse al rimedio , se non voleva 
che quella città, che era stata sempre scudo della Chiesa, rovinasse, diven- 
tasse ghibellina. Mandò pertanto il papa a Firenze Matteo d' Acquasparta, car* 
dinaie Portuose , legato ; e perchè trovò difficoltà nella parte Bianca , la quale 
per parergli essere più potente temeva meno, si partì di Firenze sdegnalo, 
e la interdisse ; dimodoché ella rimase in maggior confusione che ella non era 
avanti la venuta sua. 

Essendo pertanto tutti gli animi degli uomini sollevati , occorse che ad un 
mof toro trovandosi assai de' Cerchi e de' Donati , vennero insieme a parole , e 
da quelle all' armi; dalle quali per allora non nacque altro che tumulti. E tor- 
nato ciascuno alle sue case, deliberarono i Cerchi di assaltare i Donati, e con 
gran numero di gente gli andarono a trovare, ma per la virtù di messer Corso 
furono ributtati, e gran parte di loro feriti. Era la città tutta in arme; i Signori 
e le leggi erano dalla furia de' potenti vinte; i più savi e migliori cittadini pieni 
di sospetto vivevano. I Donati e la parte loro temevano più , perchè potevano 
meno ; dondechè per provvedere alle cose loro, si ragunò messer Corso con gli 
altri capi Neri ed i Capitani di Parte, e convennero che si domandasse al papa 
uno di sangue reale, che venisse a riformare Firenze, pensando che per questo 
mezzo si potesse superare i Bianchi. Questa ragunata e deliberazione fu ai 
Priori notificata , e dalla parte avversa , come una congiura centra al viver 
libero, aggravata. E trovandosi in arme ambedue le parti, i Signori, de' quali 
ek*a in quel tempo Dante, per il consìglio e prudenza sua presero animo , e fe- 
cero armare il popolo, al quale molti del contado si aggiunsero, e dipoi forza- 
rono i capi delle parti a posarle armi, e confinarono messer Corso I>onati con* 
molti di parte Nera. E per mostrare di essere in questo giudicio neutrali, con- 
finarono ancora alcuni di parte Bianca, i quali poco dipoi sotto colore di oneste 
cagioni tornarono. 



[IdOS] LIBRO SECONDO. 45 

Measer Corso e i suoi, perchè giudicavano il papa alla loro parte favorevole, 
B'aAdarono a Roma, e quello che già avevano acriito al papa, alla presenza 
gli persuasero. Trovavasi in corle de) pontefice Carlo di Vaiois fratello del re 
di Francia, il quale era stato chiamato in Italia dal re di Napoli per passare in 
Sialia. Parve pertanto al papa, sendone massimamente pregato dai Fiorentini 
fiMMusciti, infioo che il tempo venisse comodo a navigare, di mandarlo a 
Firenie. Venne adunque Carlo, e benché i Bianchi, i quali reggevano, T aves- 
sero a sospetto, nondimeno per essere capo de' Guelfi, e mandato dal papa, 
BOD ardirono d'impedirgli la venuta. Ma per farselo amico gli dettero autorità, 
die potesse secondo l'arbitrio suo disporre della città. Carlo, avuta questa au* 
torìtà, fece armare tutti i suoi amici e partigiani ; il che dette tanto sospetto al 
popoio che non volesse torgli la sua libertà, che ciascuno prese le armi, e si 
stava alia case sue per esser presto, se Carlo facesse alcun moto. Erano i Cer* 
diiei capi di parte Bianca, per essere stati qualche tempo capi della repub- 
blica e portatisi superbamente, venuti air universale in odio ; la qual cosa 
dette animoa inesser Corso ed agli altri fuorusciti Neri di venire a Firenze, sap- 
piendo masBìme che Carlo e i Capitani di Parte erano per favorirgli. E quando 
h dita per dubitare di Carlo era in arme, messer Corso con tutti i fuoruscili e 
molti altri che lo seguitavano, senza essere da alcuno impediti, entrarono in 
Firenze. E benché messer Veri de' Cerchi fusse ad andargli incontra confor- 
Uto, non \o volse fare, dicendo che voleva che il popolo di Firenze centra al 
quale veniva, lo gastigasse. Ma ne avvenne il contrario, perchè fu ricevuto, 
■on castigato da quello; ed a messer Veri convenne, volendo salvarsi, fuggire. 
Perchè messer Corso, sforzata che egli ebbe la porta a Pinti, fece testa a San 
PleCro Maggiore, luogo propinquo alle sue case, e ragunati assai amici e popolo, 
die desideroso di cose nuove vi concorse, trasse la prima cosa delle carceri qua- 
looque o per pubblica o per privata cagione vi era ritenuto. Sforzò i Signori a 
tonarsi privati alle case loro, ed elesse i nuovi popolani, e di parte Nera, e per 
cinque giorni si attese a saccheggiare quelli, che erano i primi di parte Bianca. 
I Cerchi e ^i altri prindpi della setta loro erano usciti della città, e ritirati 
ai loro luoghi forti, vedendosi Carlo contrario e la maggior parte del popolo 
■emico. £ dove prima e' non avevano mai voluto seguitare i consigli del papa^ 
forono forzati a ricorrere a quello per aiuto, mostrandogli come Carlo era ve- 
■uto per disunire, non per unire Firenze. Ondeché il papa vi mandò di nuovo 
SBO legato messer Matteo d' Àcquasparta, il quale fece fare la pace tra i Cer- 
chi e i Donati, ' e con matrimonj e nuove nozze la fortificò. E volendo che i 
Bianchi ancora degli ufficj partici passero, i Neri che tenevano lo stato non vi 
consentirono; in modo che il legato non si parli con più sua satisfazione nò 
Beno irato che l' altra volta, e lasciò la città come disubbidiente interdetta. 

Bimase pertanto in Firenze l' una e l' altra parie, e ciascuna malcontenta ; 
iNerì per vedersi la parte nemica appresso temevano che la non ripigliasse 
eoo la loro rovina la perduta autorità, e i Bianchi si vedevano mancare 
dell* autorità ed onori loro; ai quali sdegni e naturali sospetti s'aggiunsero 
Asove ingiurie. Andava messer Niccolò de' Cerchi con più suoi amici alle sue 
poasessioiii , ed arrivato al ponte ad Affrico , fu da Simone di messer Corso 
Donali assaltato. La zuffa fu grande, e da ogni parte ebbe lagrirooso fine ; pei che 
messer Niccolò fu morto, e Simone in modo ferito, chela seguente notte morì. 
Questo caso perturbò di nuovo tutta la città , e benché la parte Nera vi avesse , 
più cdpa, Bondimeno era da chi governava difesa. E non essendone ancora 
dato gindkio, si scoperse una congiura tenuta dai Bianchi con messer Piero 
Femnte barone di Carlo, con il qus^^ praticavano di essere rimessi al governo. 



46 iSToniB noMnmHB. [130^ 

La qnal cosa venne a luce par lettere scrìtte dai Cerchi a quelle , iioitOBtaiite 
ohe russe opinioBe le lettere esser false, e dai Donati trovate per Basooodere la 
infamia, la quale per la morte di messer Niccolò si averano acquistata. Furono 
pertanto confinati i Cerci» con i loro segnaci di parte Bianca , tra i qnaG Ai 
Dante poeta , e i loro beni pubblicati , e le loro case disfatte. Sparsonsl costoro 
con molti Ghibellini^ che si erano con loro accostati , per molti luoghi, cercando 
con nuovi travagli nuova fortuna. E Carlo avendo fatto quello per che venne a 
Firenze , si partì e rìtomò al papa per seguire 1* impresa sua di Sicilia , nefla 
quale non fu più savio né migliore die si fusse stato in Firenze; tantoché vito- 
perato con perdita di molti suoi sì tornò in Francia. 

Yivevasi in Firenze dopo la partita di Carlo assai quietamente; solo messer 
Corso era inquieto , perchè non gli pareva tenere nella città quel grado , qoais 
credeva convenirsegli ; anzi , sendo il governo popolare , Tederà la repubblica 
esser amministrata da motti inleriorì a lui. Mosso pertanto da queste passioni 
pensò di adonestare con una onesta cagione la disonestà dell' animo suo; e 
calunniava molti cittadini , i quali avevano amministrati denari pubblici, come 
se gli avessero usati ne' prìvati comodi ; e che gli era bene ritrovai^ e punirgli. 
Questa sua opinione da molti , che avevano il medesimo desiderio che quelio, 
era seguita. Al che sì aggiugneva l'ignoranza di molti altri, i quali credevano 
messer Corso per amor della patria muoversi. DalT altra parte i dttadini cafan- 
niati , avendo favore nel popolo , si difendevano. E tanto trascorse questo 
disparere , che dopo ai modi civili si venne all' armi. Dall' una parte era measer 
Corso e messer Lottierì vescovo di Firenze, con molti grandi ed alcuni popo- 
lani; dall' altra erano i Signori con la maggior parte dei popolo; tantoché in 
più parti della città si combatteva. I Signori, veduto il pericolo grande nei 
quale erano, mandarono per aiuto ai Lucchesi , e subito fu in Firenze tutto il 
popolo di Lucca, per l' autorità del quale si composero per allora le cose, e si 
fermarono i tumulti , e rìmase il popolo nello stato e libertà sua , senza ^tri- 
menti punire i nìotori dello scandalo. 

Aveva il papa inteso i tumulti di Firenze, e per fermargli vi mandò messer 
Niccolò da Prato suo legato. Costui, sendo uomo per grado, dottrina e costumi 
in gran riputazione , acquistò subito tanta fede , che si fece dare autorità (fi 
potere uno stato a suo modo fermare. E perchè era di nazione Ghibellino, avera 
in animo di ripatriare gli usciti. Ma volle prima guadagnarsi il popolo, e per 
questo rinnovò le antiche compagnie del popolo; il quale ordine accrebbe assai 
la potenza di quello, e quella de' grandi abbassò. Parendo pertanto al legato 
aversi obbligata la moltitudine, disegnò di far tornare i fuorusciti ; e nel tentare 
varie vie, non solamente non gliene successe alcuna, ma venne in modo a 
sospetto a quelli che reggevano , che fu costretto a partirsi , e pieno di sdegM 
se ne tornò al pontefice, e lafsciò Firenze piena di confusione e interdetta. Hbo& 
solo quella città da un umore, ma da molti era perturbata , scodo in essa lo 
nimiciaie del popolo e de' grandi , de' Ghibellini e Guelfi, de' Bianchi e Neri- 
Era dunque la città tutta in arme e piena di zuffe; perché molti erane per li 
partita del legato mal contenti, sendo disiderosi che i fliorusciti tornassero. B i 
primi di quelli che muovevano lo acandalo , erano i Medici e i (jiugnt, i quali tt 
favor de' ribelli s' erano con il legato scoperti. Corabattevasi pertanto in V^ 
parti in Firenze. Ai quali mali si aggiunse un fboco, il quale si appiccò prioi 
da Orto San Michele nelle case degli Abati , dì quivi saltò in quelle de*CiàV^ 
sacchi, ed arse quelle con le case de'Macci , degli Amieri, Toschi, CipriaoJ» 
Lamberti e Cavalcanti , e tutto Menato Nuovo ; passò dì quivi in Porta SaoM 
Maria, • quella arse tutta, e girando dal ponte Yecchto «ase le case de' Ohe- 



[1307] LIBBO SBCONDO. 47 

mdioi, Pnld, Amidei e Lucardesi, e con queste tante altre, cheli numero dì 
iptìie a mille settecento o più aggìuose. Questo fuoco fu opinione di molti che 
I caso neir ardore deDa zu^ si appiccasse. Alcuni altri affennaiui che da Neri 
lliitì, )»iore di San Pietro Scheraggio, uomo dissoluto e vago di male, fuiaa 
Kon, il qnale, vedendo il popolo occupato al combattere, pensò di potar 
hn DOS scelleratezza , alla qaale gli uomini per essere occupali non potessero 
limediare. E perchè gli riuscisse meglio , mise fuoco in casa ai suoi consorti, 
dora atera più comodila di farlo. Era 1' anno iiccciv, e del mese di lugjio, 
quando FuCDie dal fuoco e dal ferro era perturbala. Messer Corso Donali solo 
intra tasmoma Iti non s'armò, perchè giudicava più facilmente divemare 
irhitro di ambedue le parti, quando stracche della zuffa agli accordi si vol- 
gnsero. Posaronsi nondimeno l' armi più per sazietà del male, che per imiona 
dM fra lm> nascesse ; solo ne segui che ì ribelli non tornarono , e la parta che 
ghbvDrìva rimase inferiore. 

Il lepto tornalo a Roma, ed uditi i nuovi scandaU segbiti in Firenze, per- 
EVEC al papa die ae voleva unir Firenze gli era necessario fare a sé venire 
dodici dUadini de' primi di quella città, donde poi levato che fuese il nutrì- 
Bmloalmale, si poteva facilmente pensare di spegoerlo. Questo consiglio fii 
dal pontefice aceettatti, e i cittadini chiamati ubbidirono, trai quali fumesser , 
orò Donati. Dopo la partita do' qoali fece il legalo ai fuorusciti intendere, 
ooiM lUota era il tempo , che Firenze era priva de' suoi capi , di rilornarvL 
In modo che gli asciti, fatto loro sforzo, vennero a Firenze, e nella ci Uà per 
le mura anoira ivoo fornite entrarono, ed inGno alla piazza di Sah Giovanni 
trtseonen. Fa cosa notabile che coloro i quali poco davanti avevano per il 
dilanio loro combattuto, quando disarmati pregavano dì esaere alla patria 
reslilDili, poiché gli videro armati, e voler per forza occupare la città, presero 
rinni conlrs loro; tanto fu più da quelli cittadini slimala la comune ulililA 
de la («ivata amicizia ; e unitisi con tutto il popolo, a tornarsi donde erano 
mali gli fonarono. Ferderono costoro T impresa per aver lasciata parte della 
{Mi loro alla Lastra, e per non avere aspettalo messer Tolosetto Dberti, il 
•pale doveva venire da Pistoia con trecento cavalli, perchè stimavano che la 
nlsiiipiù che le fbrze avesse a dar loro !a vittoria. £ cosi spesso in simili 
inprese interviene, chela tardità ti toglie l'occasione, eia celerilà le forze. 
ertiti i ribelli, u ritornò Firenze nelle antiche sue divisioni, e per torre auto- 
riti alla famiglia de' Cavalcanti, gli tolse il popolo per forza le Stioche, castelb 
poto in Val di Greve, ed aoticamenle stato di quella. E perdiè quelli dia 
- dniro vi furono presi , furano ì primi che fossero posti in quelle carceri di 
novo edificale, ai cbiamò dipoi quel luogo dal castello donde venivano, ed 
ucora fi chiama, le Stinche. Rinnovarono ancora quelli che erano i primi nella 
■fpvUilica le compagnie del popolo; e dettero loro le insegne, che prima sotto 
<tHBe deQe Arti u ragunavano; e i capi Gonfalonieri delle compagnie ecoUe^ 
<''^%U(i li chiamarono, e vollero che negli scandali con l'armi, e nellapace 
> ai due retlori antichi uno 
doveva centra l'insolenia 

rso e gli altri cittadini erano 
, se la città dall' animo in- 
irlurbata. Aveva costui, per 
potenti tenuta, e dove ei ve- 
volo la sua autorità voltava; 
:>, ed a lui rifu^ivano tutU 



.> 



48 ' ."^ ISTOBllB FIORENTIKK. [1307] 

* * 

quelli che alcuna causa straordinaria di ottenere desideravano ; talché molli 
riputati cittadini l' odiavano, e vedovasi crescere in modo quest* odio, che la 
parte de* Neri veniva in aperta divisione, perchè messer Corso delle forze ed 
autorità frivate si valeva, e gli avversari dello stato. Ma tanta era raulorilà 
che la persona sua seco portava, che ciascuno lo temeva. Pur nondimeno per 
torgli il favor popolare, il quale per questa via si può facilmente spegnere, 
disseminarono che voleva occupare la tirannide; il che era a persuadere fa- 
cile, perchè il suo modo di vivere ogni civile misura trapassava. La quale 
opinione assai crebbe, poiché egli ebbe tolta per moglie una figliuola di Ugno- 
done delia Faggiuola , capo di parte Ghibellina e Bianca , e in Toscana poten- 
tissimo. 

Questo parentado, come venne a notizia, dette animo ai suoi avversari, e 
presero contro di lui l' armi ; ed il popolo per le medesime cagioni non lo di- 
fese, anzi la maggior parte di quello con gli nemici suoi convenne. Erano capi 
de' suoi avversari messer Rosso della Tosa, messer Pazzino de* Pazzi, messer 
Gerì Spini e messer Berto Brunelleschi. Costoro con i loro seguaci, e la mag- 
gior parte del popolo, si raccozzarono armati a pie del palagio de' Signori, per 
r ordine de' quali si dette un' accusa a messer Piero Branca capitano del po- 
polo centra messer Corso, come uomo che si volesse con l'aiuto di Uguccione 
Dar tiranno ; dopo la quale fu citato, e dipoi per contumacia giudicato ribello. 
Né fu più dall' accusa alla sentenzia che uno spazio di due ore. Dato questo 
giudizio, i Signorì con le compagnie del popolo sotto le loro insegne andarono 
a trovarlo .Messer Corso dall'altra parte, non per vedersi da molti de' suoi 
abbandonato, non per la sentenza data, non per l' autorità de* Signorì né perla 
moltitudine de' nemici sbigottito, si fece forte nelle sue case, sperando poter 
difendersi in quelle tantoché Uguccione, per il quale aveva mandato, a soc- 
correrlo venisse. Erano le sue case, e le vie dintorno a quelle, state sbarrate 
da lui, e dipoi di uomini suoi partigiani affortificate, i quali in modo le difen- 
devano, che il popolo, ancora che fusse in gran numero, non poteva vincerle. 
La zuffa pertanto fu grande, con morte e ferite d' ogni parte. E vedendo il po- 
polo non potere dai luoghi aperti superarlo, occupò le case che erano alle sue 
propinque, e quelle rotte, per luoghi inaspettati gli entrò in casa. Me^r 
Corso pertanto veggendosi circondato dai nemici, né confidando più negli aiuti 
di Uguccione, diliberò, poiché egli era disperato della vittoria, vedere se po- 
teva trovare rìmedio alla salute; e fatta testa egli e Gherardo Bordoni con 
molti altri de' suoi più forti e fidati amici, fecero impeto contra i nimici\e 
quelli apersero in maniera, che e' poterono combattendo passargli, e della citta 
per la porla alla Croce si uscirono. Furono nondimeno da molti perseguitati, e 
Gherardo in su l' Affrico da Boccaccio Cavicciuli fu morto. Messer Corso an- 
cora fu a Rovezzano da alcuni cavalli catelani, soldati della Signoria, soprag- 
giunto e preso. Ma nel venire verso Firenze, per non vedere in viso i suoi ni- 
mici vittoriosi ed essere straziato da quelli, si lasciò da cavallo cadere, ed es- 
sendo in terra, fu da uno di quelli che lo menavano scannato; il corpo dei quale 
fu dai monaci di San Salvi ricollo, e senza alcuno onore sepolto. Questo Une 
ebbe messer Corso, dal quale la patrìa e la parte de' Neri molti beni e molti 
mali ricògnobbe; e se egli avesse avuto l'animo più quieto, sarebbe più felice 
la memorìa sua. Nondimeno merita di esser numerato intra i rari cittadini che 
abbia avuto la nostra città. Vero è che la sua inquietudine fece alla patria ed 
alla parte non si ricordare degli obblighi avevano con quello, e nella Boe a sé 
partorì la morte, e all'una e all' altra di quelle molti mali. Uguccione venendo 
al soccorso del genero, quando fu a Remole, inteso come messer Corso era dal 



[1315] UBIO SKCOIRK). r * ' ' ' '49 

popolo oombaltuto, e pensaDdo non poter fargli alcun favore, per ood (bt male 
aaè aeoza gknrare a lui, se ae tornò addietro. 

Morto meseer Corso, il che segui Fanno mcccviii, si fermarono i tumulti, e 
msm quietamente insino a tanto che s' intese come Arrigo impertdore con 
tatti i ribeili fiorentini passava in Italia, ai quali egli aveva promesso di re- 
ttitoirgli alla pativa loro. Donde ai capi del governo parve che fusse bene, per 
aver meno nimici, diminuire il numero di quelli, e perciò diliberarono che tutti 
i ribdli fiissero restituiti, eccetto quelli a chi nominatamente nella legge fusse 
fl ritorao vietato. Doodechè restarono fuori la maggior parte de* Ghibellini, ed 
àkAini di quelli di parte Bianca, tra i quali furono Dante Aldighieri, i figliuoli 
di^ Riesser Veri de' Cerchi e di Giano della Bella. Mandarono oltra di questo 
per ìiutoa Roberto re di Napoli, e non lo potendo ottenere come amici, g^ die- 
rano la dttà per cinque anni, acciocché come suoi uomini gli difendesse. L' im- 
peradore nel venire fece la via da Pisa, e per le maremme n* andò a Roma, 
dove prese la corona V anno mcgcxii. E dipoi diliberato di domare i Fiorentini, 
le venne per la via di Perugia e di Arezzo a Firenze, e si pose con lo esercito 
SBO almunisterìo di San Salvi propinquo alld città a un miglio, dove cinquanta 
poni stette senza alcun frutto ; tantoché disperato di poter perturbare lo stato 
di qioeUa dite, n* andò a Pisa, dove convenne con Federigo re di Sicilia di fare 
T'oipresa del regno, e mosso con le sue genti, quando egli sperava la vittoria, 
ed i\ re Boberto temeva la sua rovina, trovandosi a Buonconvento, mori. 

Oocone poco lonpo dipoi che Uguccione della Faggiuola diventò signore di 
PìM) epoiappreno di Lucca, dovedalla parte Ghibellina fu messo, e conilfavore 
di qoeste dita gravissimi danni ai vicini faceva. Dai quali i Fiorentini per li- 
berai» donandarooo al re Roberto Piero suo fratello che i loro eserciti gover- 
lafise. Qguodone dall' altra parte d' accrescere la sua potenzia non cessava, e 
per fòrza e per inganno aveva in Val d'Amo e in Val di Nievole molte castella 
oecapete. Ed essendo ito all'assedio di Monte Catini, giudicarono i Fiorentini 
die fesse necessario soccorrerlo, non volendo che queir incendio ardesse tufto 
i paesi loro. E ragù nato un grande esercito, passarono in Val di Nievole, dove 
Tennero con Uguccione alla giornata, e dopo una gran zuffa furono rotti, dove 
Bori Piero fratello dei re Roberto, il corpo del quale non si trovò mai, e con 
((■eOo più che duemila uomini furono ammazzati. Né dalla parte di Uguccione 
h la vittoria allegra, perché vi mori un suo figliuolo con molti altri capi 
Weserdio. 

I Fiorentini dopo questa rotta afforzarono le loro terre all' intomo , ed il re 
ioberto mandò per loro capitano il conte d' Andria, detto il conte Novello, per 
i portamenti del quale, ovvero perché sia naturale ai Fiorentini che ogni stato 
ràcresca, ed ogni accidente gli divida, la città, nonostante la guerra aveva 
(«Ugncdone, in amici e nimici del re si divise. Capi degl'inimid erano mes- 
terSÌBone della Tosa, e i Magalotti con certi altri popolani^ i quali erano nel 
fii'Tenioa^ altri superiorì. Costoro operarono che si mandasse in Francia e 
<^i^ia Magna per trarne capi e gente, per poter poi all' arrivare loro cac- 
dare \\ conte governatore per il re. Ma la fortuna fece che non poterono averne 
*^cviM).lioii^iieiio non abbandonarono l'impresa loro, e cercando di uno per 
^^^^'^t «oa potendo di Frauda né dalla Higna trarlo, lo trassero d'Agobbio, 
avendone prima cacciato il conte, fecero venire Landò d* Agobbio per esecu- 
tore, OTìero per bargello, al quale pienis.«ima potestà sopra i cittadini dettero. 
(^^tM era uomo rapace e crudele, e andando con molti armati per la terra, la 
▼iti a qaesio e a queir altro, secondo la volontà di coloro che l' avevano eletto, 
toglieva. Sdiatanta insolenza venne, che batté una moneta falsa del conio fio- 

3 






50 iSTOia noRBncfB. [1323] 

reolÌQO seoza che alcuno opporeegli ardisse: a tanta grandezza raverano 
condotto le discordie di Firenze ! Grande veramente e misera città, la quale né 
la memoria delle passate divisioni, nò la paura di Uguccione, né T autorità di 
un re avevano potuta tener ferma ; tantoché in nialifleinìo stato si trovava, 
sendo fuora da Uguccione corsa, e dentro da Landò d* Agobbk) saccheggiata. 

Erano gli amici del re , contrarj a Landò e suoi seguaci^ famiglie nobili e 
popolani grandi , e tutti Guelfi. Nondimeno per avere gH avversari k> stato io 
mano, non potevano se non con iato grave pericolo scoprirsi. Pure dilft)erati 
. di liberarsi da si disonesta tirannide » scrissero segretamraite ai re Roberto, 
che fiicesse suo vicario a Firenze il conte Guido éà Battifòlle. Il che subito fo 
dal re ordinato; e la parte nimica , ancoraché i Signori fussero contrari ai re, 
non ardi per le buone qualità del conte opporsegli. NondimeBO non aveva molta 
autorità , perchè i Signori e Gonfalonieri delle compagnie Landò e la sua parte 
favorivano. E mentre che in Firenze in questi travagli sì viveva, passò la 
figliuola del re Alberto della Magna, la quale andava a trovare Carlo figliuolo 
del re Roberto suo marito. Costei fu onorata assai dagli amid del re , e con lei 
deUe condizioni della città , e della tirannide di Landò e sud partigiani si dol- 
sero; tantoché prima che la partisse, mediante i favori snoi e quelU che dal re 
ne furono porti, i cittadini sì unirono, ed a Landò Ai tolta l' autorità, e pieno 
di preda e di sangue rimandalo ad Agobbio. Fu nel riformare il governo la 
Signoria al re per tre anni prorogata, e perché di già erano eletti sette Signori 
di quelli deUa parte di Landò , se ne elessero sei di quelli del re ; e seguirono 
alcuni magistrati con tredici Signori. Dipoi pure secondo V antico uso a selle 
si ridussero. 

Fu tolta in questi tempi ad Uguccione la signoria di Lucca e di Pisa; e 
CastruGcio Castracani di cittadino di Lucca ne divenne signore ; e perché era 
giovane ardito e feroce, e nelle sue imprese fortunato, in brevissimo tempo 
principe de' Ghibellini di Toscana divenne. Per la qual cosa i Fiorentini, posate 
' le civili discordie per più anni, pensarono prima che le forze di Castrucdo non 
cribcessero, e dipoi contra la voglia loro cresciute, come si avessero a difen- 
dere da quelle. E perché i Signori con miglior consiglio diliberassero, e eoa 
maggior autorità eseguissero, crearono dodid cittadini, i quali Buonomiu 
nominarono, senza il consiglio e consenso de* quali i Signori alcuna cosa io* 
portante operare non potessero. Era in questo mezzo il fine della Signorìa del 
re Roberto venuto, e la città tlivenlala principe di sé stessa, coniconsaeti 
rettori e magistrati si riordinò, e il timore grande che ella aveva di Castmcao 
la teneva unita; il quale, dopo molte cose fatte da lui contro i signori di Uuu- 
giana» assalta Prato. Donde i Fiorentini diiiberati a soccorrerlo, serrarono 1^ 
botteghe , e popolarmente v' andarono, dove ventimila a pie e miliednqueoeato 
a cavallo convennero. E per torre a Castruceio le forze ed aggiungerle a loi^ 
i Signori per loro bando significarono, che qualunque ribelle Guelfo venisaeal 
soccorso di Prato, sarebbe dopo V impresa alla patria restituito ; dondechè pu^ 
di quattromila ribelli vi concorsero. Questo tanto esordio con tanta presteztf 
a Prato condotto sbigptU in modo Castrucdo, che senza voler tentare la fortuot 
della zuffa verso Lucca si ridusse. Donde nacque nel eampo dd Fiorentini Ut 
i nobili ed il popolo disparere : questo voleva segdtarlo, e combatterlo ^ 
spegnerlo, quelli volevano ritornarsene, dicendo che bastava aver messa a 
pericolo Firanae per UberarePrato; il che era stato bene sended costretti dallft 
necessità; maniache quella era mancata , noaera, potendoci acquistar pos^ 
e pesdere assai , da tentare la fortuna. Rimessesi il giudicio^ non si potioào 
accordasa^ai SìgpoD^i quali trovarono nei ooasiglitfia U popolo ai Granài 



[ 



[1323] LIBRO SIC<»O0. 51 

aedwiwii dispareri. Là qual C4)sa sentiui per la ciltà fece [ragunare in piazza 
assai gente , la quale contra i Grandi parole piene di minacce usava , tantoché 
i Grasdi per Umore eederono. Il qual partilo, per esoere preso tardi, a da 
■oUi malvolenlieri , deU« tempo al nimico di ritirarsi ebIvo a Lucca. 

Qoealo disordina in modo fece coDtra ì Grandi il popolo indegnare, cba 
Sigaori la fede data agli usciti per ordine e conforti loro osaarvare non vollenk 
llctw pFeaenlando gli usciti diliberarooo d' anticipare, e iaiianzi al campo, per 
aolnre ì primi in Firenze, alle porte della città si presentarono. La qualcosa 
ferdiè fu preveduta non succeaae loro, ma furono da quelli che io Firenie 
traoo riiBasi ributtati. Ma per vedere.se potevatio aver d' accordo quello cba 
perlina non avevano potuto ottenere, mandarono otto uomini ambasciadori a 
lieanlifv ai Signori la fede data, e i pericoli sotto quella da loro corsi, spsraik- 
dooei|ueJ premio che era etato loro promesso. Ebenchò inobili, ai quali pareva 
«■en di quest' obbligo debitori , per avere parti cularm ente promesso quello, 
a cbe i Signori si erano obbligati, si affaticaasepo aaaaì ia béaeficio degli 
irilì" noadiMieno per lo sdegna aveva preso l'univecsulità, che non si era 
ÌB quel nodo che ai poteva contra Caetruccio vinta l'impresa, non l'ottea- 
■eto; il che segui in carico e disonore della citti. Per la qual cosa,, sendo 
M(W de' nobili sdegnati, tentarono di ottenere per forza quello, che pregando 
«taloN negato; e convennero con i fuorusciti venissero armati alla ciltà, e 
Ioni dentro piallerebbero l'armi in loro aiuto. Fu la cesa avaali al giorno 
ApnUto scopena; talché i fuorusciti trovarono la cItlA io arme, ed onlioala 
alreoare quelli dì fuori, e in modo quelli didentro sbigottire, che niuno ardi 
di pneader r anni ; e cosi senza fare alcun frutto si spiccarono dall'impresa. 
Dopo la cofiloro partita si dtsiderava punir quelli, che dell'avergli fatti venire 
iriiaw III I ii[|ii, e benché ciascuno sapesse quali erano ì delinquenti, niuoo 
dì ■ooaiaargji non che di accusargli ardiva. Pertanto per intenderne il vero 
MBsa rispetto, sì provvide che ne' consigli ciascuno scrivesse! delinquesti, 
a gli Gcrìltj al capitano segretamente si presentassero. Donde rim'asero accusati 
«ewer Amerigo Donati, messer Teghiaio Frescobaldiemasser Lotleriogo Che-' 
ardioi; i qoali avendo il.giudice più favorevole, che forse i delitti loro aoa 
BerilavaDo, furono io danari condannati. 

f tonulii che in Firenze nacquero per la venuta dei ribelli alle porte, mostra» 

man «orae alle Compagnie del popolo un capo solo non bastava ; e però volleno 

che |Mr r avvenire ciascuna tre o quattro capi avesse , e ad ogni Gonfaloniere 

^eo toie, i qnah chiamarono Pennonieri, aggìuDsero,'acciecchè nelle nece»- 

mià, doro lotta la Compagnia non avesse a concorrere, palesse parte di quella ' 

■Mio OD eapo adoperarsi. E come avviene in tulle le repubbliche, che sempre 

iKpn OD accidente alcune leggi vecchia s' annullano , ed alcune altre ai rinno- 

m». dove [HÌma la Signoria si faceva di tempo in tempo , i Signori e i Collegi 

ikeaUara erano, perchè avevano assai potenza, si fecero dare autorità di fare 

iSgnaricbe dovevano per ì futuri quaranta mesi sedere; i nomi de' quali 

■iiiiu in eoa borsa, e ogni due mesi gli traevano. Ma prìna che de' mesi 

lè molti cittadini dì Doa essere stati imborsali 

sazJooi. Dj questo principio nacque l' ordina 

otti i magistrati, cosi dentro comedi fuori, 

i per i Consigli i sncceseori si eleggevano; la 

dipoi Squittinj. E perchè ogni tre o al pili 

I, pareva che loglieseero alla città noia,, e la 

uaii alla creazione di ogni magistralo per gli 

OB Bapeada altrimeaU coireggisrlì, presero 



52 ISTORI! FIORI!!!»!. [1326] 

questa via, e non intesero i difetti che ^tto questa poca comodità si 
nascondevano. 

Era r anno mgccxxy, e Castruccio avendo occupata Pistoia era diventato in 
modo potente, che i Fiorentini, temendo la sua grandezza, diliberarono, 
avanti che egli avesse preso bene il dominio di quella , dì assaltarlo, e trarla 
dì sotto la sua ubbidienza. E fra dì loro cittadini ed amici si ragnnarono ven- 
timila pedoni e tremila cavalieri ; e con questo esercito sì accamparono ad 
Àltopascio per occupar quello, e per quella via impedirgli il poter soccorrere 
Pistoia. Successe ai Fiorentini prendere quel luogo ; dipoi ne andarono verso 
Lucca guastando il paese. Ma per poca prudenza e meno fede del capitano non 
si fecero molti progressi. Era loro capitano messer Ramondo di Cardona. 
Costui , veduto i Fiorentini essere slati per T addietro della loro libertà liberali, 
ed aver quella ora al re, ora ai legati, ora ad altri di minor qualità uomioi 
concessa , pensava , se conducesse quelli in qualche necessità , che facilmente 
potrebbe accadere che lo facessero principe. Né mancava di ricordarlo spesso, 
e chiedeva di avere quella autorità nella città, che e' gli avevano negli eserciti 
data, altrimenti mostrava dì non potere aver quella ubbidienza, che ad un 
capitano era necessaria. E perchè i Fiorentini non gliene consentivano, egli 
andava perdendo tempo , e Castruccio lo acquistava ; perchè gli vennero quelli 
aiuti, che dai Visconti e dagli altri tiranni di Lombardia gli erano stati pro- 
messi; ed essendo fatto forte di genti, mes^^er Ramondo come prima per la 
poca fede non seppe vincere, cosi dipoi per la poca prudenza non si seppe 
salvare ; ma procedendo con il suo esercito lentamente, fu da Castruccio pro- 
pinquo ad Àltopascio assaltato, e dopo una gran zuffa rotto, dove restarono 
presi e morti molti cittadini , e con loro insieme messer Ramondo ; il quale 
della sua poca fede e dei suoi cattivi consigli dalla fortuna quella punizione 
ebbe, che egli aveva dai Fiorentini meritato. I danni che Castruccio fece dopo 
la vittoria ai Fiorentini di prede, prigioni , rovine ed arsioni , non si potrebbero 
narrare ; perchè , senza avere alcuna gente air incontro, più mesi dove e' volle 
cavalcò e corse, ed ai Fiorentini dopo tanta rolla fu as^ai il salvare la città. 

Nò però s* inviUrono in tanto che non facessero grandi provvedimenti a da- 
nari, snidassero gente , e mandassero ai loro amici per aiuto. Nondimeno a 
frenare tanto nimico ninno provvedimento bastava ; dimodoché furono forzati 
eleggere per loro signore Carlo duca di Calabria e figliuolo del re Roberto, se 
vollero che venisse alla difesa loro ; perchè quelli sondo consueti a signoreg- 
giare Firenze, volevano pinltosto T ubbidienza che l'amicizia sua. Ma per esser 
Carlo implicato nelle guerre di Sicilia, e perciò non potendo venire a prendere 
la signoria , vi mandò Gualtieri di nazione Francese e duca d' Atene. CosUt^ 
come vicario del Signore prese la possessione della città, ed ordinava i magi- 
strali secondo V arbitrio suo. Furono nondimeno i portamenti suoi modesti, ed 
in modo contrarj alla natura sua, che ciascuno ramava. Carlo, composte che 
furono le guerre di Sicilia , con mille cavalieri ne venne a Firenze, dove fece 
la sua entrata di luglio 1* anno mcccxxvi ; la cui venuta fece che Castruccio non 
poteva liberamente il paese fiorentino saccheggiare. Nondimeno quella ripa-; 
tazione che si acquistò di fuora si perde dentro, e quelli danni che dai rtìtoid 
non furono fatti , dagli amici si sopportarono , perchè i Signori senza il con- 
senso del duca alcuna cosa non operavano, e in termine di un anno trasse dalla 
città quattrocentomila fiorini; nonostante che perle convenzioni fatte seco non 
si avesse a passare dugentomila. Tanti furono i carichi con i quali ogni giorno 
egli il padre la città aggravavano. 

A questi danni s' aggiunsero ancora nuovi sospetti e mmvi nimici*, percbò 



[13S9] UBRO »C01fD0. S3 

JGbibeUini di Lombardia in modo per la venuta di Cario in Toscana insospet- 
tinoo , che Galeazzo Visconti e gli altri tiranni lombardi con danari e pro- 
■ese fecero passare in Italia Lodovico di Baviera, stato contro la voglia del 
pipi eletto imperadore. Venne costui in Lombardia, e di quivi in Toscana^ e 
eoo lo aiolo di Castruccio s* insignori di Pisa, dove rinfrescato di danari se ne 
adò Terso Boma. Il che fece che Carlo si partì di Firenze temendo del regno, 
• persQO vicario lasciò messer Filippo da Saggineto. Castruccio dopo la par- 
tiu à/àX imperadore s' insignorì di Pisa , e i Fiorentini per trattato gli tolsero 
PìsUm; alla quale Castraocio andò a campo, dove con tanta virlù e ostina- 
ziooe stette, che ancoraché i Fiorentini facessero più volte prova di soccorrerla, 
ed ori il suo esercito , ora il suo paese assalissero, mai non poterono né con 
forza DÒ con industria dall' impresa rimuoverlo; tanta sete aveva di gastìgare 
i Pistdesi, e i Fiorentini sgarare. Dimodoché i Pistoiesi furono costretti a rice- 
valo per signore ; la qual cosa ancora che seguisse con tanta sua gloria, segui 
aacbe con tanto suo disagio, che tornato in Lucca sì morì. E perché egli é 
rade volte che la fortuna un bene o un male con un altro bene o con un altro 
male non accompagni, mori ancora a Napoli Carlo duca di Calabria e signore 
di Faenze , aoeiocchè i Fiorentini in poco tempo, fuori d' ogni loro opinione , 
dalla ttgDoria dell' uno e timore dell' altro si liberassero, l quali rimasi liberi 
rifonDanmo la dttà , ed annullarono tutto V ordine de' Consigli vecchi , e ne 
crearooi) due , V uno di trecento cittadini popolani , V altro di dugento cin- 
quanta grandi e popolani; il primo dei quali Consiglio di Popolo, l'altro di 
Gammi chiamarono. 

L' imperadore arrivato a Roma creò uno antipapa , ed ordinò molte cose 
eoaCra alla Chiesa, molte altre senza effetto ne tentò; in modo che alla fine 
parti con vergogna, e ne venne a Pisa , dove o per isdegno , o per non 
pagati , circa ottocento cavalli tedeschi da lui si ribellarono , e a Mon- 
sopra il Coniglio s' afforzarono. Costoro, come l' imperadore fu partito 
<Sa Pisa per andarne in Lombardia, occuparono Lucca, e ne cacciarono Fran- 
cesco Castracani lasciatovi dall' imperadore. E pensando di trarre di quella 
preda qualche utilità , quella città ai Fiorentini per ottantamila fiorini offer- 
sero ; il che fu per consiglio di messer Simone della Tosa rifiutato. Il qua! 
partito sarebbe stato alla città nostra utilissimo, se i Fiorentini sempre in 
qaella volontà si mantenevano, ila perchè poco dipoi mutarono animo fu dan- 
; perchè se allora per si poco prezzo avere pacificamente la pote- 
e non la vdlero , dipoi quando la voUeno non V ebbero , ancoraché per 
naggior prezzo la comperassero; il che fu cagione, che più volte Fi- 
li eoo governo con suo grandissimo danno variasse. Lucca adunque ri- 
dai Fiorentini fu da messer Gherardino Spinoli Genovese per fiorini 
comperata. E perchè gli uomini sono più lenti a pigliar quello che 
avere, che e' non sono a disiderar quello a che e' non possono aggiu- 
eome prima si scoperse la compera da messer Gherardino fatta, e per 
poco prezzo l' aveva avuta, si accese il popolo di Firenze di uno es- 
dióderìo d' averla, riprendendo sé medesimo, e chi ne l'aveva sconfor- 
ftttio. E per averla per forza, poiché comperare non V aveva voluta, mandò le 
CPMti sae a predare e scorrere sopra i Lucchesi. Erasi partito in questo mezzo 
V imperadore d' Italia, e lo antipapa per ordine de' Pisani ne era andato pri- 
is Frauda , ed i Fiorentini dalla morte di Castruccio , che segui nei 
r, infine al vggcxl stettero dentro quieti, e solo alle cose dello stato 
Maro di laora at te se r o, e in Lombardia per la venuta del re Giovanni di Boe- 
■aia, e ja Toacaaa per conto di Lucca di molte guerre fecero. Ornarono an- 



54 ISTORIE nORBNTINE. [1340} 

Cora la città di fmari edificj, perchè la torre di Santa Keparata secondo il con- 
siglio di Giotto ) dipintore in quelli tempi famosissimo, edificarono. E perchè 
nel vcccxxxiii alzarono per un diluvio t' acque d* Amo in alcun hiogo in Fi- 
renze più che dodici braccia , donde parte de' ponti e moHi edificj rovina- 
rono, con g;rande sollecitudine e spendio le cose rovinate restanrarono. 

Ma venuto Tanno mcccxl, nuove cagioni d'alterazioni nacquero. ÀvevaBO 
i cittadini potenti due vie ad accrescere o mantenere la potenza loro; l'acia 
era ristrìngere in modo le imborsazioni dei magistrati, che sempre o in loro o 
in amici loro pervenissero; l'altra l'essere capi della elezione dei rettorìa 
per avergli dipoi nei loro giudicj favorevoli. E tanto questa seconda parte sti- 
mavano, che non bastando loro i rettori ordinar], un terzo alcuna vote ne 
conducevano; dondechè in questi tempi avevano condotto strasordinariamente 
sotto titolo di capitano di guardia Riesser Jacopo Gabbrielli d' Agobbio, e da- 
togli sopra i cittadini ogni autorità. Costui ogni giorno, a contemplazione di 
chi governava, assai ingiurìe faceva, e tra gì' ingiuriati messer Piero de' Bardi 
e messer Bardo Frescobaldi furono. Costoro, sendp nobili, e naturalmente 
superbi , non potevano sopportare che un forestiere , a torto e a ooatompla- 
zione di pochi potenti , gli avesse offesi ; e per vendicarsi , centra hii ed a dù 
governava congiurarono. Nella qual congiura molte famiglie nobili con alcune 
di popolo furono, ai quali la tirannide di chi governava dispiaceva. L'ordine 
dato intra loro era, che ciascuno ragunasse assai gente armata in casa, e la 
mattina dopo il giorno solenne di Tutti i Santi, quando ciascuno si trovava per 
ì tempj a pregare per i suoi morti, pigliare V armi, ammazzare il Capitano e 
i primi di quelli che reggevano , e di poi con nuovi Signori e con nuovo or- 
dine lo stato riformare. 

Ma perchè i parliti pericolosi quanto più si considerano, tanto peggio volen- 
tieri si pigliano, interviene sempre che le congiure che danno spazio di tempo 
alla esecuzione si scuoprono. Sendo tra i congiurati messer Andrea de' Bardi, 
potè più in Uii , nel ripensare la cosa, la paura della pena che la speranza 
della vendetta, e scoperse il tutto a Jacopo Alberti suo cognato, il che Jacopo 
ai Priori, e i Priori a quelli del reggimento significarono. E perchè la cosa era 
presso al pericolo, sendo il giorno di Tutti i Santi propinquo, molti cittadini in 
palagio convennero, e giudicando che fusse pericolo nel differire, volevano die 
i Signori suonassero la campana, e il popolo all'armi convocassero. Era Gon- 
faloniere Taldo Valori, e Francesco Salviati uno de* Signori. A costoro per es- 
sere parenti de' Bardi non piaceva il suonare , allegando non esser bene per 
ogni leggier cosa fare armare il popolo, perchè l'autorità data alla moltitudine 
non temperata da alcun freno non fece mai bene ; e che gli scandoli è muo- 
vergli facile, ma il frenargli difficile; e però esser meglio parlilo intender 
prima la verità della cosa, e civilmente punirla , che volere oon la rovina di 
Firenze tumulluariamente sopra ima semplice relazione correggerla. Le quali 
parole non furono in alcuna parte udite , ma con modi ingiuriosi e parole ve- 
lane furono i Signori a suonare necessitati « al qual suono tutto il popolo alla 
piazza armato corse. Dall'altra parte, i Bardi e Frescobaldi vedendosi sco- 
perti, per vincere con gloria , o morire senza vergogna presero l'armi, spe- 
rando potere la parte della città di là dal fiume dove avevano le case loro di- 
fendere , e si fecero forti ai ponti , sperando nel soccorso che dai nobili del 
contado ed altri loro amici aspettavano. Il qual disegno fu loro guasto dai po- 
polani, i quali quella parte della cHtà oon loro abitavano, i quali pieseit 
r armi in favore dei Signori; in modo che trovandosi Irameizati aUnndona- 
Tomo i ponti , e si ridussero nella via dove i Bardi abitavaao, eome più forit 



[1S41] unto siGOKDO. 55 

che aiemia tltra, e qvella yirùiiBiiiiente difendeTano. ìfener Jacopo d* Agob- 
bio sappieodo eone eoaira k i era lotta queaCa coDgiara, pauroso della morte, 
tatto Cupido e sparentaèo, proptaqoo al palagio de' Sìgaorì m nezao di ave 
genti armate si posava; ma Degli altri rettori dove era meno oolpa era più 
aaìflU), e nassÌBw sei poleatà che nesser Maffeo da Marradi si chiamava. 
Gaatai si presentò dove si combatteva, e senza aver paura d' ateana cesa, pas- 
sato il poste a lubaooBte tra le^ spade de* Bardi si mise, e fece segno di voler 
parlar kro. Doadeohò la rivsreiiia deU'«on»o , i saoi costami e le altre sae 
l^wiéi qaaHtà fiBcero a un tnttto fisraMsmle ami, e cpiietaamnto ascoharto. 
Costui osa parole adodasAe e gravi biaràiò la coogiara loro, mostrò il perì- 
aok> ad qaide si trovavano ae bob oedevaoo a qaesCo popolare ìmpeto, dette 
laro speranza che sarsbbero dipoi «diti e con miserioofrdia giadiGali , e prò- 
■ÌBe di aas^e operatore dM alti ragioaevoli adegni loro ai avrebbe compas- 
■ane. Tornato dipoi ai Sigsori, persuase loro eh' e' non volessero vincere con 
iisangoe de' suoi ciitadiai, che noa gli volesaera non aditi giudicare ; e tanto 
sperò, che dì consenso de' Sigoorì , i Bardi e i Frescobaldi «on i loro aaiki 
ahbaBdoaarono la città, e senza essere impediti alle casteUa loro si ritiraroBO. 
Partiliai costoro, e disarmaiosi il popolo, i Signori solo contra qvelK che ave- 
delia ùmiigha de' Bardi e Freacobaldi prese le armi procederone , e per 
rli di potenza comperarono dai Bardi il castello di Mangona e di Ter* 
; e per le^ provvidero , che alcun cittadino non potesse possedere ca- 
alalia propinqBe a Firenze a venti miglia. Pochi mesi dipoi fu decapitato Stìatta 
Firesoobaidi, e molti altri di quella Simiglia fatii ribelli . Non bastò a quelli di» 
governavano avere ì Bardi e Frescobaldi soperati e domi , ma oooie fenao 
qBasi sempre gii «omini, che quanto più autorità hanno peggio l' usano e più 
iasoleati diventano, dove prima un Gupitano di guardia era che affliggeva Fi- 
lenae, n' elessero uno aneora ia contado > e con grandissima autorità, aocioo- 
cfaè uomini a loro soqwtti non potesaefo né in Firenze né di faora abitare. C 
ia modo si oo&citarooo contra tutti i nobili , che eglino erano apparecchiati « 
v»dere la città e loro per vendicarsi. B aspettando l'occasione, la venva bene, 
a loro r ufiflu^aa meglio. 

Era per i malti travagG, i quali erano st^ in Toscana ed in Lombaniia, 
pervenuu la città di Lacca setto la Bìgnorta di Maatiao della Scale sigaare di 
Veroaa, il quale ancoraché per obbligo l'avesse a coneegnare ai Fisrentin, 
AOB l' aveva ceasegnata, perchè essendo sigaere di Ferma giudicava poterla 
laoere, e della fede data non si curava. Di che i Fiorentini per voud waa ii , m 
co n g mwer a osa i ¥ineaaDÌ , e gli fecero tanta goarra, che e' fa per perderae 
tutto lo stato suo. Nondimeno non ne risultò loro altra comodità che un poco di 
soddisfazione di animo d' aver battuto Mastino ; perdio i Yineziaiii, come fanno 
tatti quelli che con i meno potenti si collegano, poiché ebbero guadagnato 
Trevigi e Vicenza, senza avere ai FiareaitÌBÌ alcan rispetlo, e' accordarono. Ma 
aveado poco dipoi i Viacoati signori di Mìtamo lolla Parma a Masttao, e gladi* 
caado ^ per questo non potere tener più Laeea , dUiberò di veaderla. 1 oobi> 
petitori erano i Fioreatitti e i Pisani, e neHo stringere le pratiche, ì Pìsaai 
vedevano che i FierentÓH, come pia riocin , eraao per eCteoerìa; e pardo si 
mdseTO alla fotza, e con l' aiate de' Visconti vi andarono a campo, i Fiorentiai 
per qaesto aoa si tirarooo indietro dalla compera, ma fermarono con Mastiao 
i patti, pagarono parte éei denari , e di an' altra parte dieroao statkàt, ed a 
preadenie la poasessioae Naddo Ruoellai , Giovanni di Beraardiao'de' Media a 
tesso di Biooiardo de'Bied vi asandMx>no; i cfaali passarono ia Locca per 
ÉontLf a dalto geatt di Maatiao fo quella dtlà eoasegnata loro, i Pisani noadi- 



56 ISTORIE FlOHKlfTlNB. [1342] 

meno seguitarono la loro impresa, e con ogni industria di averla per forza cei^ 
cavano, ed i Fiorentini dair assedio liberare la volevano. E dopo una lunga 
guerra ne furono i Fiorentini con perdita dì denari ed acquisto di vergogna cac- 
ciati, ed i Pisani ne diventarono signori. 

La perdita di questa città, come in simili casi avviene sempre, fece il popolo 
di Firenze centra quelli che governavano sdegnare, ed in tutti i Inoghi e per 
tutte le piazze pubblicamente gF infamavano, accusando l'avarizia ed i cattivi 
consigli loro. Erasi nel principio di questa guerra data autorità a venti cittadini 
d' amministrarla , i quali messer Malatesta da Rimini per capitano dell'impresa 
eletto avevano. Costui con poco animo e meno prudenza l* aveva governata; e 
perchè eglino avevano mandato a Roberto re di Napoli per aiuti , quel re aveva 
mandato loro Gualtieri duca d^Atene , il quale, come vollero i Cieli , che ai mal 
futuro le cose preparavano, arrivò in Firenze in quel tempo appunto che Tini- 
presa di Lucca era al tutto perduta. Ondecbè quelli Venti veggendo sdegnato il 
popolo, pensarono con eleggere nuovo capitano, quello di nuova speranza 
riempiere, e con tale elezione o frenare, o torgli le cagioni di calunniargli. E 
perchè ancora avesse cagione di temere , e il duca d'Atene gli potesse con pia 
autorità difendere , prima per conservatore , e dipoi per capitano delie loro 
genti d' arme lo elessero. I grandi , i quali per le cagioni dette di sopra vive- 
vano malcontenti , ed avendo molti di loro conoscenza con Gualtieri , quando 
altre volte in nome di Carlb duca di Calabria aveva governato Firenze, pensa- 
roso che fusse venuto tempo di potere con la rovina della città spegnere T in- 
cendio lorOf giudicando non avere altro modo a domare quel popolo, che gli 
aveva afflitti , che ridorsi sotto un principe, il quale conosciuta la virtù dell' usa 
parte e V insolenza dell' altra , frenasse l' una e l' altra rimunerasse. A che 
aggiugnevano la speranza del bene che ne porgevano i meriti loro , quando per 
loro opera egli acquistasse il principato. Furono pertanto in segreto più volte 
seco, e lo persuasero a pigliare la signoria del tutto, offerendogli quelli aiuti 
che potevano maggiori. All' autorità e conforti di costoro s' aggiunse quella 
d'alcune famiglie popolane, le quali furono Peruzzi, Acdaiuoli, Antellesie 
Bonaccorsi, i quali gravati di debiti , non potendo del loro, desideravano di 
quel d' altri ai debiti loro soddisfare, e con la servitù della patria dalla servitù 
dei loro creditori liberarsi. Queste persuasioni accesero 1* ambizioso animo 
del duca di maggior desiderio del dominare , e per darsi riputazione di severo e 
giusto, e per questa via accrescersi grazia nella plebe , quelli che avevano 
amministrata la guerra di Lucca perseguitava, ed a messer Giovanni de' Me- 
dici, Naddo Rucellai e Guglielmo Altoviti tolse la vita, e molti in esilio» 
molti in denari ne condannò. 

Queste esecuzioni assai i mediocri cittadini sbigottirono, solo ai Grandi ed 
alla plebe soddisfacevano; questa perchè sua natura è rallegrarsi delmalei 
quelli altri per vedersi vendicare di tante ingiurie dai popolani ricevute. E 
quando e' passava per le strade, con voce alta la franchezza del suo animo ert 
lodata, e ciascuno pubblicamente a ritrovare le fraudi de' cittadini, e ga^ 
gerle lo confortava. Era l'ufficio de' Venti venuto meno, e la riputazione del 
duca grande, ed il timore grandissimo; talché ciascuno per mostrarsegli amico, 
la sua insegna sopra la casa sua faceva dipìgnere, né gli mancava ad esser 
principe altro che il titolo. E parendogli poter tentare ogni cosa sicuramente, 
fece intendere ai Signori , come ei giudicava per il bene della città necessario 
gli fusse concessa la Signoria libera, e perciò disiderava, poiché tutta la citta 
vi consentiva , che loro ancora vi consentissero. I Signori , avvengachè molto 
innanzi avessero la rovina della patria loro preveduta , tutti a questa domanda 



[134S] LIBKO SBCOflDO. 

■ p wm r b riiBO, eeofl lutto cbs e' coDoeceesero il loro perìcolo , i 
■oamuKsre alla patria, animosamente gliene n^arono. Aveva il duca pw 
dare maggior Kgno di religione e di amanita eletto per sua abitaxione il con- 
tento de' Frati mioorì di Santa Croce, e diaideroao di dare eSetto al naligno 
tao pensiero, fece per bando pubblicare, che tutto il popolo la mattina seguente 
tosae SDlla piaiza di Santa Croce davanti a lui. Questo bando abigotil mollo 
più i Signori , che prima non avevano fatto le parole , e con quelli cittadini , i 
quali della patria e della libertà giudicavano amalori, si ristriuaero ; né pensa- 
rono, conosciute le fone del duca, di potervi fare altro rimedio che pregarlo, 
e vedere , dove le forze non erano sul&cienli , se i preghi o a rimuoverlo 
dall' ùnpnaa, o a fare la sua aignoria meno acerba bastavano. Andarono 
pertanto parte dei Signori a trovarlo, e uno di loro gli parlò in questa sen- 
tenza : 

( Noi venianio, o Signore, a voi, mossi prima dalle vostro domande, dipoi 
dai c(»n8ndamentì cbe voi avete fatti per raguoare il popolo ; perchè ci para 
tsser certi cbe voi vogliate strasordinariamente ottenere quello cbe per ordi- 
■ario noi non vi abbiamo accongenlilo. Né la nostra intenzione 6 con alcuna 
Iona opporci ai disegni vostri , ma solo dimostrarvi quaeto sìa per esservi 
grave il peso cbe voi vi arrocaleaddosso.e pericoloso il partito cbe voi pigliate; 
accioccbe tonpre vi possiate ricordare dei consigli nostri e di quelli di coloro 
i quali allnmenti , non per voetra utilità , ma per srogare la rabbia loro , vi 
GOnà^iaiM). Voi cercate far serva una città , la quale è sempre vivuta libera ; 
percfaè la sigooria cbe noi concedemmo già ai Reali di Napoli fu compagnia 
e non servitù. Avete voi considerato quanto in una città simile a questa im- 
poni, « quanto sia gagliardo il nome della libertà, il quale forza alcuna non 
doma, tempo alcuno non consuma, e merito alcuua non contreppesa? Peusate, 
Signore, quante forze sieno necessarie a tener serva una tanta città. Quelle 
die forestiera voi polete sempre tenere, non bastano; di quelle di dentro voi 
■OD vi potete fidare, perchè quelli che vi sono ora amici, e cbe a pigliare quuio 
partilo vi confortano, come eglino avranno battuti coli' autorità vostra i nimid 
loro, cercheranno come e' possine spegoer voi, e farsi principi loro. La plebe, 
in la quale voi confidate, per ogni accidente benché minimo si rivolge, in modo 
cbe in poco tempo voi potete temere di avere tutta questa città nimica; il che 
fia cagione della rovina sua e vostra. Né potrete a questo male trovare rimedio; 
percfaè quelli Signori possono fare la loro ugnoria sicura cbe hanno pochi ni- 
■ici, i quali tutti o con la morte o con 1' esilio à facile spegnare ; ma negli uni- 
vermii odj non si trova mai sicurtà alcuna ; perohè tu non sai donde ha a 
■ascere il male; echi teme di ogni uomo non si può mai assicurare di persona. 
E se pure tenti di farlo, ti aggravi nei pencoli ; perchè quelli cbe rimangono si 
accradono più negli odj , e sono più parati alla vendetta. Che il tempoacon- 
■UBare i deeider] della libertà non basti, è certissimo; perchè s' intende spesso 
qii«ilaeaser« in una città da coloro riassunta che mai la gustarono, ma solo per 
a che ne avevano lasciata i padri loro, l' amano, e perciò quella ricu- 
i pericolo conservano. E quando mai i padri non 
pubblici, i luoghi de' magistrati, l' insegna de' li- 
uali cose conviene che sieno con grandissimo disi- 
B. Quali opera volete voi che siano le vostre, che 
si vivere libero, ochefaccino mancare gli uomini 
ndinooi? Non se voi aggiugnessi a questo imperio 
omo tornasi in questa città trionfante de' nimici 
glorìa non sarabbe sua, ma voetra, a i ciltadiai 



$8 isTotiB nomamiiE. [13^ 

BOB acquisterebbero euddtti, ma eoneervi, per i cfaaK«i vedrebbero odia aertìté 
raggravare. E quando i eoslumi voetri fassero eaati , i modi beaigni, i giudici 
retti ) a farvi amare bob basterebbero. E se vm «redessi obe bastanero ▼' m- 
ffaae roaite , |)erehò a uno consueto a vivere aciollo ogni cafeeaa pesa, ad ogni 
legame \o etrigne , aBCorachè trovare uro sialo violento cob aa priodpe buosa 
wa ianpeesibile , perchè di necessità coavieoe o che diventino simiiì , o che 
preilo f uno per V altro roviai. Voi avete dunqae a credere 04ii avaiea teneva 
twn asaBsiaìa violenza questa citià^ alla qual cesa le cittadelle, le gumiiie, q^ 
amici di foora moke volte noB bastano , o di essere coateoto a quella «uAerilà 
cfaè Boi vi abbiamo data. A che boì vi coofortiaaM , ricordandovi che quel do- 
mnio è solo durabile, che è volontario; né vogliate, accecato da un pooa 
d^ ambrzioBe , oondarvi in luogo, dove non potendo stare, né più i^to aaHre, 
siate con massimo danno vostro e nostro di cader necessitato. > 

Non mossero ìb alcuna parte queste parole T indurato auioio del duca, e 
disse non essere aua intenzione di torre la libertà a quella città , ma render- 
gliene; perchè solo le città disunite erano serve, e le uaite libere. E se Firenze 
per suo ordine di sette, ambinoBe ed inimicizie si privasse, se le reDderebbe^ 
non terrebbe la libertà. E come a prendere questo carico non raubiuone sua, 
na i prieghi di Biolti cittadini lo conducevano , perciò farebbero egliao bene a 
contentarsi di quello che gli altri si contentavano. E quanto a quei pericoli , 
nei quali per questo poteva incorrere , bob gli stimava , perchè egli era ufficio 
di Qomo non buono per timore del aiale lasciare il bene, e di pusiUaBÌme per 
«n fine duMMo non seguire vaa gloriosa impresa. E die a* credeva portarsi ia 
Modo, che in breve tempo avere di lui confidato poco e temuto troppo oogao- 
acerebbero. Convennero adunque i Signori , vedendo di non poter fare altrt) 
beae, che la mattina seguente il popolo si ragunasse sopra la piazza loro , con 
Tautarità del quale si desse per un anno al daca la signoria, con quelle con(fì- 
sioni che già a Carlo duca di Calabria si era data. Era V ottavo giorno di set- 
tembre e r anno McccxLn, quando il duca accompagnato da messer Giovauni 
della Tosa e tutti i suoi consorti e da molti altri cittadini , veuBe ìb piazza , e 
insieme con la Signorìa sali sopra la ringhiera , che co^l chiamaBO i FioreatÌBi 
4}uelli gradi che sono a pie del palagio de' Signori , dove si lessero al popolo le 
eoBvenzioni fatte intra la Signoria e lui. E quando si venne leggendo a quella 
parte, dove per un anno se gli da la Signoria, si gridò per il popolo : a vHa, 
£ lerandosi messer Francesco Rustìchelli uno de' Signori per parlare e miti- 
gare il tumulto, luroBO con le grida le parole sue interrotte, in modo che eoa 
il eonsenso dal popolo non per un anno, ma in perpetuo fu eletto signore, e preso 
e portalo tra la molUCadine gridando per la piazza il aome suo. Èconsuetudiae 
«he quello che è preposto atta guardia del palagio stia in asseaza de' Signori 
aerralo dentro; al quale «fficio era allora diputato Rinieri di Giotto. Costui 
corrotto dagli amici del duca, senza aspettare alcana forza lo mise dentro , a i 
Signori abigottiti e disonorati se ae tornarono alle case loro, e il palagio fa 
dalla fsmiglta del duca saccheggiato, il goalatone del popoloMracciato, e le sae 
tnaegne sopra il palagio poste ; il ohe aegaiva oob dolore iaestiafiabile e noia 
degK uoaùni buoni , e con piacere grande di quelli, die o per igaocaaia o per 
maiigailà vi consentivano. 

Il duca acquistato cbe ebbe la signoria, per torre V autorità a qulli che aa- 
levaea della libertà essere difensori, fMK>ibl ai Signori ragonarai ìb palagio, a 
•consegnò loreuna casa privata ; tolse le insegne ai Goofakmieri delle oompagaia 
de4 popolo; levò gii ordini della giustizia oontra ai gprandi ; libato i fM-igioai 
dalla carcari ; face i Bardi a Fraaoobaldi dalf esilio ritornare ; vielè il poctv 




/«Ai «maaaw. £ per potor iMglio difeidcm da qwM idi dentro , a fece 

JBÌCB di «pmUì dì fimn. B^e&cò porlanto aesai^li iretùii e toUi gli «llrì soft- 

MìfoeH ÈÌFionmiuà; ieoe pace con i Pisaw, «Kenchò ftigee latto prinorpe 

finkb CMeaae lor guerra ; iolae gli aasegoamead a q«ei oieFcatany , che nella 

jaena di Lucca anw^raae prestalo aiia0Repabh&ca éenari , acorebbe le gabelle 

iiwrhii, ecreò delle aue've^tolee ai Sigaorì ogni autorità, e i auai retiori erano 

tr BagUeoe da Feragia a measer Guglielmo di Aaoeei , eoa i ^uali e con 

Gerreilied Biadoniiù si coasiglnva. Le 4aglie die poneva ai dttadinì 

gravi, e i giudiq suoi ingiasti e quella aevenià ed uaiaBÌtà, che egli avara 

fiata, in superbia e cmdeltà si era convertita. Boade molti cittadini grandi e 

pepoiaaiAafaili, o con danari, oaiorti^ o«onniicyvi awdi tonaentati etano. 

£ per non si governar oft^lìo faora che dentro ; ovdiaò sei rettori per il con- 

tido, i qnaii hette^nuH) e spogliavano i eontadini. Àvenra i Grandi a sospetto, 

aneofacbò da loro ioaseatalo beneficalo, oche anioUi di quelli avesse ki paU'ia 

Bendata; perchè e' non poteva credere che i generosi ancmi , i quaH sogliono 

iSBeoe nella nobiltà, potessero sotto la sna ttbbidienza eontentarsi. Perciò si 

askea beaefieare la plebe, pensando con i £ivori di qeelta o con V ^rmi lère- 

atìeie pater hi tirannide conservare. Venato pertanto il mese di maggio, nel 

qaal tempo i popoli sc^liono festeggiare, feoe lare alla plebea popolo minuto 

più oompagpie , alle quali onorate di splendidi titoli dette insegne e denavi. 

tede nn parte di loro andava per la città festeggiando, V altra eoa grandisr 

Ma pompa i fosle^anti ràeveva. Come la fama ai sparse deèla nuova signoria 

di costai, molti vennero del sangue francese a trovarle, ed egli a latti ooaoe a 

iMmiat più fidati dava condizione; in modo che Fireaae in poco tempo divenne 

aoijeJameile saddita ai Franoeai, ma a' costumi e agli abiti font Per che gli 

■oaùnìeiedoane, senza aver riguardo al viver civile , o alcuna vergogaa, 

gi'iiBitavano. Ma sopra ogni cesa quello che dispiaceva , eraia -violom» che 

igii e i soot smisa alcun rispetto alle donne facevano. 

Vivevano adoB^ae i cittadini ^lieni d* iad^nazione veggendo la joaestà delio 

Moioroiovinaaa, gli ordini goasti, ie leggi annuUate, ogni onesto vivere 

■omotto, ogni dvil nMKieslàa spenta; perdiè coloro che erano consueti a non 

«idere alcuna regal pompa, ncm potevano senza dolM*e quello d'armati sati^ 

fili a piò e a cavallo circondato riscontrare. Perche veggendo pia d'appresso 

hloro vei:gQgna^ erano eohù, che massimameate odiavano, di onorare neoBa- 

sìlsti. Àdm si aggiagnsva il timore, veggendo le spesse morti e le eontìoove 

taglie, 000 le quali impoveriva e consumava la città. I quali sdogai e paura 

«aaodal daca noooscinie e temute : nondimeno voleva dhnostrare a ciasonna 

di credevo easere mnato. Onde oecorse che avendogli rivelato Matteo di Mxh 

UBO, e par gratificarsi quello, o j>er liberar eè dal peiieoh), come la famìglia 

<fe' Medici con ^cooi altri aveva contra di ki eonghirato, il duca non sola- 

■BatoneanoeiG^la aoBa, ma fece.il rivelatore miseramente morire. Perilqual 

fittito telasnnimoa quelli die volessero della salute sua avvertirlo, e lo dette a 

fMOi cheoercaasero la sua rovina. Feoe ancora ta^r la lingua oon tanta era- 

^"'^letteneGni che sene mori, per aiwr biasimate ie.taghe che ai dttadioisi 

FiaeuBo. La qoal oosaaecrebbe ai cittadini lo sdegno, e al duca Todio, perdiA 

9MUanllà ohe A fiare sd a parlare di ogai cosa e osa ogni licenza era eon- 

* Meli, de ^fttsaaroJegate le mani e serrata la bocca, ioppcriare non potoira. 

Ctthbano adunque questi sdegni in tanto e questi o4i) che non che i Fioren- 

lìni, i qyalj ]a XìherXk mantenere non sanno, e la servitù patire non jpossOno, 

m gaaliingng servile popoto arebbono alla recuperazione della libertà iafiam- 

'ulo. QadeibòinMiti cittachni e di ogni qualità, di perder la vitat o diiittfen 



60 ISTORIE noRBHTmi. [13431 

la loro libertà diliberaroBO. E in tre parti di tre sorte di cittadioi tre congiure 
si fecero, grandi, popolani, arteBci; mossi, oltre alle cause univerBali, da 
rere ai grandi non aver riavuto io stato, ai popolani averlo perduto, e agli 
6ci de* loro guadagni mancare. Era arcivescovo di Firenze messer Agnolo 
ciaiuoli, il quale con le prediche sue aveva già le opere del duca magnificate, 
e fattogli appresso al popolo grandi favori. Ma poiché lo vide signore, e i suoi 
tirannici modi cognobbe, gli parve avere ingannato la patria sua ; e per emen- 
dare il fallo commesso pensò non avere altro rimedio, se non che quella mano 
che aveva fatta la ferita la sanasse; e della prima e più forte congiura si fece 
capo, nella quale erano i Bardi, Rossi, Frescobaldi, Scali, Altovìti, Magalotti, 
Strozzi e Mancini. Dell' una delle due altre erano prìncipi messer Manno e Corso 
Donati, e con questi i Pazzi, Cavicciuli, Cerchi e Albizzi. Della terza era il 
primo Antonio Adimari, e con lui Medici, Bordoni, Rucellai, e Aldobrandini. 
Pensarono costoro di ammazzarlo in casa degli Albizzi^ dove andasse il giorno 
di Sau Giovanni a veder correre i cavalli credevano. Ma non vi essendo andato, 
non rìusci loro. Pensarono di assaltarlo andando per la città a spasso : ma ve- 
devano il modo difficile ; perchè bene accompagnato ed armato andava, e sem- 
pre variava le andate, in modo che non si poteva in alcun luogo certo aspet- 
tarlo. Ragionavano di ucciderlo nei Consigli, dove pareva loro rìmanere, anco- 
rachò fusse morto^ a discrezione delle forze sue. 

Mentre che intrai congiurati queste cose si praticavano, Antonio Adimari 
con alcuni suoi amici sanasi per aver da loro genti si scoperse, manifestando 
a quelli parte dei congiurati, e affermando tutta la città essere a liberarsi dis- 
posta. Onde uno di quelli comunicò la cosa a messer Francesco BrunelleschI , 
non per scoprirla, ma per credere che ancor egli fusse dei congiurati. Messer 
Francesco o per paura di sé , o per odio aveva centra ad altri, rivelò il tutto 
al duca; ondechè Pagolo del Mazzeca e Simone da Monterappoli furono presi ; 
i quali rivelando la qualità e quantità dei congiurati sbigottirono il duca^ e fa 
consigliato piuttosto gli richiedesse che pigliasse; perchè se se ne fuggivano, se 
ne poteva senza scandalo con lo esilio assicurare. Fece pertanto il duca richie- 
dere Antonio Adimari, il quale confidandosi ne* compagni subito comparse. 
Fu sostenuto costui, ed era il duca da messer Francesco Brunelleschi e messer 
Uguccione Buondelmonti consigliato corresse armato la terra e i presi facesse 
morire. Ma a lui non parve, parendogli avere a tanti nimici poche forze. E 
però prese un altro partito, per il quale^ quando gli fusse successo, sì assicu- 
rava de* nimici, ed alle forze provvedeva. Era il duca consueto richiedere i 
cittadini, che nei casi occorrenti lo coosif*Uassero. Avendo pertanto mandato 
fuori a provvedere di gente, fece una lista di trecento cittadini, e gli fece 
da^ suoi sargenti sotto colore di volersi consigliare con loro richiedere ; e poiché 
fossero adunati, o con la morte o con le carceri spegnerli disegnava. La cattura 
di Antonio Adimari, e il mandar per le genti, il che non si potette fare segreto, 
aveva i cittadini e massime i colpevoli sbigottito, onde dai più arditi fu negato 
il volere ubbidire. E perchè ciascuno aveva letta la lista, trovavano V uno V al- 
tro, e s' inanimavano a prender Tarmi, e voler piuttosto morire come uomini 
con r armi in mano, che come vitelli essere alla beccheria condotti. In modo che 
in poco d'ora tutte tre le congiure Tuna all' altra si scoperse, e diliberarono 
il dì seguente, che era il 26 di luglio nel mgcgxliii, far nascere un tumulto in • 
Mercato Vecchio, e dopo quello armarsi, e chiamare il popolo alla libertà. 

Venuto adunque l'altro giorno, al suono di nona secondo l'ordine datosi 
prese l'armi, e il popolo tutto alla voce della libertà si armò, e ciascuno si fece 
forte nelle sue contrade sotto insegne con le armi del popolo, le quali dai con- 



[1343] Limo ncoNDO. 61 

giani) s^retamente erano state fatte. TuUJ i capi delle famiglie cml nobili 
(me popolane convennero, e la difesa loro e la morte de) duca giurarono, 
Ncettorbè alcuni de'BiKindelmonti e de' Cavalcanti, e quelle quattro famiglie 
di popolo, che a farlo signore erano concorse, i quali insieme con i beccai ed ' 
ihrì delTiofima plebe armati in piazza in favor del duca concorsero. A questo 
raoore armò il duca il palagio, e i suoi che erano in diverse parti alloggiati 
nlinno a cavallo per ire in piazia, e per la via furono in molU luoghi com- 
batlnti e morti. Pure circa a trecento cavalli vi si coadussero. Stava il duca in 
dditaiosa egli usciva Tuori a combattere 1 nimici, o se dentro il palagio difen- 
deva- DilF altra parte i Hedid, Cavìcciuli, Rucellai, ed allre famiglie state più 
oBbsb da quello, dubitavano che se egli uscisse fuora, molti che gli avevano 
prese l'anni contra non se gli scoprissero amici ; e dìsiderosi di torgli l'occa- 
aoae dell' asdr fuora e delio accrescere le forze, fatto testa, assalirono le 
piana. Alla giunta di costoro quelle famiglie popolane che si erano per il duca 
Koperte, vedendosi francamente assalire, mutarono sentenza, poiché al duca 
era mutato fortona, e tutte sì accostarono ai loro cittadini, salvo che messer 
t'gDcaooeBuondelmonli, che se n'andò in palagio, e messer Giannozzo Caval- 
casti, il quale ritiratosi con parte de' suoi consortj in Mercato Nuovo, sali alto 
sopra un baoco, e pregava il popolo che andava armato in piazza, che in favor 
del duca vi andasse. E per sbigottirgli accresceva le sue Forze, e gli minacciava 
che sarebbero tutu morti , se ostinati contra il sigDore seguissero l' impresa. 
Né trovando uomo che lo seguitasse, né che della sua insolenza lo gaaligasse, 
veggendo di aSaticsrsi invano, per non leutare più la fortuna, dentro alle sue 
casali ridusse. 

La alla intanlo in piazza tra il popolo e le genti del duca era grande ; e 
beDcbé queste il palagio aiutasse, furono vinte ; e parte dì loro si misono nella 
potestà dei nimici, parte lasciati i cavalli, in palagio si fuggirono. Honlrecbò 
in piana ù combatteva, Corso e messer Amerigo Donati con parte del popola 
nppoDo le Slinche, le scritture del potestà e della pubblica Camera arsero, 
aacdw^arono le case dei rettori, e tutti quelli ministri del duca che poterono 
avere, ammazzarono. Il duca dall' altro canto vedendosi aver perduta la piazza, 
e hitu la dtlà nimica e senza speranza di alcuno aiuto, tentò se poteva con 
qualche umano atto guadagnarsi il popolo. E fatti venire a sé i prigioni, con 
parole amorevoli e graie gli liberò, e Antonio Adimari, ancoraché con suo dis- 
piacere, fece cavaliere. Fece levare l'insegne sue di sopra il palagio, e porvi 
quelle del popob;leqtiali cose falle lardi e fuori di tempo, perdié erano forzale 
e ama grado, gli giovarono poco. Stava pertanto malcoateolo assediato in 
palagio, e vedeva come per aver voluto troppo perdeva ogni cosa, e di averea 
■mire (ira pochi giorni o di fame o di ferro lemAva. I cittadini per dar forma 
allottalo in Santa Reparata si ridussero, e crearono quattordici cittadini per 
■età grandi e popolani, i quali con il vescovo avessero qualunque anloritè di 
potere lo stalo di Firenze riformare. Elessero ancora sei, i quali l' autorità del 
Potestà, taaio che quello eletto venisse avessero. 

) del popolo molte genti venule , intra i quali 
adori, uomini assai nella loro patria onorati. 
L alcuna convenzione praticarono; ma il popolo 
scordo, se prima non gli era nella sua potestà 
<i, ed il figliuolo insieme con messer Cerrettieri 
èva il duce acconsentirlo; pare minacciato dalle 
ui si lasciò sforzare. Appariscono senza dubbio 
arile pili gravi quando si ricupera una libertà , 



tt iSTOBii nauiiTiiiE. [1S48[ 

che quuido si difinde* Fuxhmo mefieer GugUeliao e il fi^Uioio pesti iolra le 
m^iaia de* nùnici loro, e il figliuolo non aveva anoora diciotU) «mù. Needi- 
meoo r eia, la fonna, V innocenza sua non lo potè dalla £iria della molUtodiae 
salvare; e queUi cbe aen poterono fmrgli vivi gli fieriroBO aiorii, né aazj di 
•Icaziarli col £erro » con k mani • eoa i denti gli laeeravaao. £ ^eidiò tutti i 
■ansi si goddiijfacegfiftro nella vendetta, avendo priaoa udite le loro querele, vedute 
le loro Cerite, tocco le lor carni lacere, volevano ancora che il ^ìtako le assape- 
casse, acciocché come tnUe le parti di fuera ne erano sazie, queUe di ésatm 
se ne saziassero ancora. Questo rabbioso furore quanto egli oflèst costoro, tanto 
amesser Gerrettien fu utile, perchè stracca la moltitudine netta crudeltà di 
questi duoi, di quello non si ricordò; il quale non esseado altrioMsti dona- 
dato rimase in palagio ; donde fu la notte poi da cerii soci parenti ed amici « 
salvamento tratto. Sfogata la moltitudine sopra il sangue di costoro, si eoodme 
raccordo, che il duca se ne andassecon i suoi e sue cose salvo, e a tutte le ngioai 
aveva sopra Firense rinunziaase; e dipoi fuora del dominio nel Casentino la 
rinunzia ratificasse. Dopo questo accordo, adi 6 di agosto pKhì di Finase di 
molti cittadini aocompagoato, ed arrivalo in Casentino, la rinunaia, aneoracbè 
malvolentieri, ratibcò; e non avrebbe servata la fede se dal conia Simone non 
fusse stato di ricondurlo io Firenze minaodato. Fu questo duca, come i go- 
verni suoi dimostrarono, avaro e crudele, nelle audieoze difficile, nel rispoa- 
dere superbo. Voleva la servitù non la benevolenza degli uoibìbì ; e perqiesto 
più di esser temuto che amato disiderava. Né era da esser meno odiosa lana 
presenza, che si fussero i costumi; perchè era piccolo e aero, aviewa la barbi 
lunga e rada , tanto che da ogni parte di esser odiato meritava;, ondecfaè io 
termine di dieci mesi i suoi cattivi costumi gli tolsero «piatta si^noda, cbe i 
cattivi consigli d' altri gli avevano data. 

Questi accidenti seguiti nella città dettero animo a tnite le torre sottoposta 
ai Fiorentini di tornare nella loro libertà; in modo cbe Arezzo, Castif^e, 
Pistoia , Volterra, Colie , San Glmignano si ribellarono. Talché Firense in m 
tratto del tiranno e del suo dominio priva rimase; e nel ncnpecare la sua li- 
bertà insegnò ai sudditi suoi come potessero ricuperar la loro. Semita ^oi^P^ 
la cacciata del duca e la perdita del dominio loro, i quattordici cittadini ad ■ 
yescovo pensarono , che fusse piuttosto da placare i sudditi loro con la paosi 
che Carsegli nimici con la guerra , e mostrare di esser contenti della libertà ai 
quelli come della propria. Mandarono pertanto oratori ad Àrezao a rinaDSMflV 
aU' imperio, che sopra quella città avessero, eda £»rmare con ifuelli *^^^^^s 
acciocché, poiché come di sudditi non potevano, come di amici deila loro cilia 
ai valessero. Con V altre terre ancora in quel modo che meglio poterono eoB* 
vennero , purché se le mantenessero amiche , acciocché loro liberi P^^'^^ 
aiutare, e la loro libertà mantenere. Questo partito prudentemente preso ev^ 

felicissimo £ne; perchè Arezio non dopo moki anni tornò sotto T i'^f* 
de' Fiorentini , e le altre terr« in pochi me^ alla pristina ubdjìdieBza ^ì^'ì^ 
sero. E così si ottiene molte volte più tosto e con nùnori perìcoli e sptf*** 
cose a fuggirle, che con ogni forza e ostinazione perseguitandale. . 

Posate le cose di fuora, si volsero a quelle di dentro; e dopo alcuna dtfp<^ 
fatta intra i Grrandie i popolani , conohiusoao che i Grandi aeUa Sigo^ ** 
terza parte, e negli altri ufficj la metà avessero. £ra la ciUà, esme di sopì* 
dinMHlrammo, divisa a Sesti, deadechè sempre nei Signorì, d* ogni Sosto tf^i 
si erano fatti , eccettoché po' alcuni accidenti alcuna volta dodici o ^'^^^^ì^ 
ne erano creati ; ma poco dipoi erano tornati a sei. Parve partaatoda^^ 
macia in questa parte, si per essere i Sesti male distrihuiiti, al panche vww 



ivia parte ai Gcaadi , il nuMro de' Signori aaeresco^ 6eii?«Mva. Dìkìmìo 
fartanlo la città a quartieri , e di ciasoano crearono tre Sigoori. Lasciarono 
iadieCroU Goafaioniero della giustizia e quelli delle eonpagme del pq>olo, ed 
ÌB nmhio ^' dodici fiuonooiioi otto GooaigUerì , quattro di ciascuna forte , 
crearono. Hecnalo con questo (»dioe questo governo, si sarefabe la ciUÀ posata, 
aei Glandi iiiaBero stati conienti a vivere con quella laodestia die aeUa vita 
Àilesi ffidùede. Ma eglino ti contrario operavano ; perckè privati non vole- 
«iBD oanpagni, e ne* nragistratì volevano esser signori ,«d o^ giome aasceva 
4|Bakdw esenapia della loro insolenza e supeiiùa. La qoal ossa al popolo dispia- 
aofa, e ù Mema ckte per an tiranne cbe «ra spento ve ne erano nati mille. 
f ash hiro aduaqae tanto dall' una parte le insolenze , e dall' altra gli sdegni, 
4hs i capi de' popolani mostrarono al vescovo le dieoeestà dei Grandi, e la nom 
Aasna campagna che al popolo facevano, e lo persuasero volessa operare die 
i 4vaadi ^ aver la parte negfì altri ufficj si contentassero , ed al popolo 
^angÌBlralode' Signori solamente lasciassero. Era il vescovo naturalmeDte 
tene, aa teile ora in questa ora in queir altra parte a rìvdtarlo. Di qui era 
aslo che ad istanza *de' suoi consorti aveva prima il duca d' Atene favorito , 
d^ per consiglio di alcuni cittadini gli aveva congiurato contro. Aveva nella 
9Ìaauk dallo stato lavoriti i Grandi, e così om gli pareva di favorire il popolo, 
■Basso da quelle ragioni gli Girono da quelli cittadini popolani riferite. E en- 
^ndo Ifoòreki altri quella poca stabUità che era in lui , di condurre la cosa 
d' accordo si persuase , e convoci i Quattordici , i quali non avevano ancora 
peidala rautorìlà , e con quelle parole cbe seppe migliori ^ confortò a voler 
^fiaeH giade della Signoria al popolo , promettendone la quiete ddla dttà , 
^ikUÈmti h rovina e il disfacimento loro. Queste parole aUerarono forte 
i'saiao dei Grandi , e messer Ridolfo dd Bardi con parole aspre b riprese, 
^■uiandoio nono di poca fede, e rimproverandogli l' amidzia del duca come 
^BQiere, e la cacciata di queUo omne traditore; e gfi conchiiise die queUi 
«Md ebe eglino avevano con loro pencolo acquistati , con loro pericolo vole-- 
vae difendere; e partitosi con gli altri alterato dal vescovo , ai suoi consorti 
id a bitte le Ismiglie nobili iofece intewkre. I popolani ancora agli altri la 
*^te loro s^ficarooo. E menUre i Grandi si ordinavano con ^U muti alla di- 
dé* loto Signori , non parve al popdo di aspettare che fossero ad ordine , 
amuÉo al palagb gridando che e' voleva cbe i Grandi riannziassino 
. Il romore ed il tumulto era grande, i Signori si vedevano ahison- 
; perchè i Grandi veggendo tutto il popolo armato non si ardirono a pi- 
liiir le anni ; e etaseono si stette dentro alle case sue. Dimodoché i Signori 
avendo fatto prima forza di quietare il popdo, affermando qaelli loro 
i eoaepe vommi modesti e buoni , e non avendo potuto, per meno reo 
. alla cane loro gK rimandarono , dove con fetica salvi si condussero, 
^«litt ìGina^ di palagio, fu tolto ancora V affido ai quattro Gonsigliwi Grandi, 
a 4odtd popolani, ed agli otto Signori ohe restarono fecero nnGon- 
di gHistizia , e sedid Goofalonien delle compagnie dd popolo, e rilor- 
i Consigli, in modo cbe tutto il governo neii^arbitrio del popoto rimase. 
PMdo quéste cose segnirooo carestia grande nella dttà, dinMidodiè i 
_ « fi popolo minuto erano malcontenti ; questo per la fame , qu^i per 
^erpadals le dignità loro. La qoal cosa dette animo a messer AndreaStrosti 
tJ^ «capare in tìbeità ddla dttà. Gootii vendeva il suo grano minor 
J]JjP^^8li altri, e per questo alle case eoe mdte genti osnoorrevano; tan- 
^?»P«wardtin di montare una mattina a oavalls , e con alquanti di quelli 
il popolo air arai; ed in pooo d' ora ragunò più di quatlromHa 




f r. 



64 ISTORI! nOUNTINi, [1343] 

uomini insieme, con li quali se ne andò in piazza de' Signori , e die fosse loro 
aperto il palagio dimandava. Ma i Signori con le minacce e con V armi dalla 
piazza gli discostarono, dipoi talmente con i bandi gli sbigottirono, che a poco 
a poco ciascuno si tornò alle sue case, dimodoché messer Andrea ritrovandosi 
solo potette con fatica^ fuggendo dalle mani dei magistrati, salvarsi. 

Questo accidente ancoraché e* fusse temerario, e che egli avesse avuto quel 
One che sogliono simili moti avere, dette speranza ai Grandi di potere sforzare 
il popolo, veggendo che la plebe minuta era in discordia con quello. E per 
non perdere questa occasione, armarsi di ogni sorte d'aiuti conchiusono, per 
riaver per forza ragionevolmente quello, che ingiustamente per forza «ra stato 
loro tolto. E crebbooo in tanta confidenza del vincere, che palesemente si prov- 
vedevano d* armi, affòrtifi cavano le loro case, mandavano ai loro amici insino 
in Lombardia per aiuti. Il popolo ancora insieme con i Signori faceva i suoi 
provvedimenti armandosi, ed ai Sanesi e Perugini chiedendo soccorso. Già 
erano degli aiuti e air una e all'altra parte comparsi; la città tutta era in ar- 
me. Avevano fatto i Grandi di qua d' Arno testa in tre parti, alle case de'Ca- 
vicciuli propinque a San Giovanni, alle case de' Pazzi e de' Donati a San Pier 
Maggiore, a quelle de' Cavalcanti in Mercato Nuovo. Quelli di là d'Amo si 
erano fatti forti ai ponti e nelle strade delle case loro ; i Nerli il ponte alla Car- 
raia, i Frescobaldi e Manelli Santa Trinità, i Rossi e Bardi il ponte Vecchio e 
Rubaconte difendevano. I popolani dall'altra parte sotto il Gonfalone delia 
giustizia e l' insegne delle compagnie del popolo si ragunarono. 

E stando in questa maniera non parve al popolo di differire più la zuffa, ei 
primi che si mossero furono i Medici e i Rondinelli, i quali assalirono i Cavie- 
ciuli da quella parte, che per la piazza di San Giovanni entra nelle case Joro. 
Quivi la zuffa fu grande, perchè dalle torri erano percossi con i sassi, e da 
basso con le balestre feriti. Durò questa battaglia tre ore, e tuttavia il popolo 
cresceva, tantoché i Cavicciuli veggendosi dalla moltitudine sopraflfere, e man- 
care di aiuti, si sbigottirono, e si rimossero nella potestà del popolo, il quale 
salvò loro le case e le sostanze; solo tolse loro le armi, ed a quelli cofflaadò 
che per le case de' popolani loro parenti ed amici disarmati si dividessero. 
Vinto questo primo assalto^ furono ancora i Donati e i Pazzi facilmente vìdU 
per esser meno potenti di quelli. Solo restavano di qua d' Arno i Cavalcanti, i 
quali di uomini e di sito erano forti. Nondimeno vedendosi tutti iGonfolou 
contro, e gli altri da tre Gonfaloni soli essere stati superati, senza far molta 
difesa si arrenderono. Erano già le tre parti della città nelle mani del popolo. 
Restavano una nel potere de 'Grandi, ma la più diflScile, si per la potenza di 
quelli che la difendevano, sì per il sito, sondo dal fiume d' Amo guardata ; tal- 
mentechè bisognava vincere i ponti, i quali nei modi sopra dimostri erano di- 
fesi. Fu pertanto il ponte Vecchio il primo assaltato, il quale fu gagliardamente 
difeso, perchè le torri armate, le vie sbarrate, e le sbarre da ferocissimi uobiìdi 
guardate erano; tantoché il popolo fu con grave suo danno ributtato. Cogno- 
sciuto pertanto come quivi sì affaticavano invano, tentarono di passare il ponl^ 
Rubaoonte; e trovandovi le medesime difficultà, lasciati alla guardia di gi^ 
due ponti quattro Gonfaloni, con gli altri il ponte alla Carraia assaiiroftO. B 
benché i Nerli virilmente si difendessero, non poterono il furor del popolo 
sostenere, si per essere il ponte (non avendo torri che lo difendessero) pia de- 
bole, si perché i Capponi ed altre famiglie popolane loro vicine gli asaaiirooo. 
Talché essendo da ogni parte percossi abbandonarono le sbarre, e dettero A 
via al popolo; il quale dopo questi, i Rossi e Frescobaldi vhisé, percliètutU\ 
popolani di là d'Arno con i vincitori si congiunsero. Restavano adunqneBOloi 






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1 



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[1348] ^ .i4iiao sicoifDO. * 05 

Btfdì, i quali nòia rovina degli altri, nòia UDÌone del popolo oootra di loro» né 
li poca speranza degli aiuti potò sbigottire; e voUeno piuttosto combattendo o 
morire, o vedere le loro case ardere e saccheggiare, che volontariamente 
tir arbitrio de' loro oimid sottomettersi. Difendevansi pertanto in modo che il 
popolo tentò più volte invano o dal ponte Vecchio, o dal ponte Rubaconte vin- 
cergli, e sempre fu con la morte e ferite di molti ributtato. Erasi per i tempi 
addietro fatta una strada, per la quale si poteva dalia via Romana andando 
intra le case de' Pitti alle mura poste sopra il colle di San Giorgio pervenire. 
Per questa via il popolo mandò sei Gonfaloni con ordine che dalla parte di 
efictre le case dei Bardi assalissero. Questo assalto fece i Bardi mancar d'animo, 
e al popolo vinoer V impresa ; perchè come quelli che guardavano le sbarre 
delle strade sentirono le loro case esser combattute , abbandonarono la zuffa, e 
torsero alla difesa di quelle. Questo fece che la sbarra del ponte Vecchio fu 
Tittla, e i Bardi da ogni parte messi in fuga, i quali dai Quaratesi, Pànzanesi e 
losm furono ricevuti. Il popolo intanto, e di quello la parte pili ignobile asse- 
iHo di preda spogliò e sacdieggiò tutte le case loro, e i loro palagi e torri dis- 
koB ed arse con tanta rabbia, che qualunque piòal nome fiorentino crudele 
limìco si sarebbe di tanta rovina vergognato. 

YvoSà \ Grandi, riordinò il popolo lo stalo, e perchè egli èra di tre sorte, po- 
polo poleaie, mediocre e basso, si ordinò che i potenti avessero due Signori, 
Ire i mediocri e tre i bassi, e il Gonfaloniere fusse ora dell' una, ora dell' altra 
sorte. Oltre di questo, tutti gli ordini della giustizia contra i Grandi si riassun- 
sero, eper bi^ più deboli, molti di loro intra la popolare moltitudine mesco- 
Jaroao. Questa rovina dei nobili fu si grande e in modo afQisse la parte loro, 
che JBaJ poi oontra il popolo a pigliar l' armi si ardirono, anzi continovamente 
più mBani ed abbietti diventarono. Il che fu cagione che Firenze non soia- 
nenie dì armi, ma di ogni generosità si spogliasse. Mantennesi la città dopo 
questa rovina quieta insino all'anno mcccliii, nel corso del qual tempo seguì 
quella memorabile pestilenza da messer Giovanni Boccaccio con tanta eloquenza 
oriebrata, per la quale in Firenze più che novantaseimila anime mancarono. 
Fecero ancora i Fiorentini la prima guerra con i Visconti, mediante l'ambi- 
zkme dell'arcivescovo, allora principe di Milano, la qual ^erra come prima 
hi Iònula, le parti dentro alla città cominciarono. E benché fusse la nobiltà 
ifiairatta, nondimeno alla fortuna non mancarono modi di far rinascere per 
divisioni noovi travagli. 



n ISTOtn FIOMBITUIE. [IS4S1 



LIBRO TERZO. 



SOMMABIO. 

BUlessloni sopra k domesUcbe ditcordle delle lep«lifaIlohe. — PlaBilkle In te 
ili Roma e queUe di Fireiue. — luimicizia tra le due lamiglie Albim e HiccL — 
Origine deli* ammonire ; scandali che ne nascono (1367). — Molli ciUadiAi nwwri 
dai disordini della città sì adunano in San Piero Sclieraggio, e di là si recano ai Si- 
gnori affine d' indurli a provvedere alia pace di Firenze. — I Signori conunettono la 
saltite delia Repubblica a cicquantasei cittadini , i quali più la parte Guelfa faToreg- 
giando della eontraria, lasciano campo ai raaH semi deHe dtecorcfie di ptdlnlare con 
rigoglio maggiore. — Guerra de' Fierentìni contro il legato di papa Gregori* ID, 
che gii aveva assaliti in tempo di carestia, pensando di sottoBMtteril (197^. — Lega 
de' Fiorentini con messer Bernabò e con tutte le città Dimlche deUa Chiesa eoBtro fl 
papa.— Firenze si divide in due fazioni, dei Capitani di parte Guelfis coatr« gtt Otto 
della guerra (1378). ~ Salvestro de' Medici gonfaloniere. — Sua legge esntro i Ca- 
pitani di parte in favore degli ammoniti (1378). — I Collegi disapprovano ia legge, 
ma costretti dal romor popolare , dipoi 1' approvano. — SoUevazione in Firenze , a 
qnetare la quale si adoperano Invano , con molte concessioni agli ammoniti , i ma- 
gistrati é il Guicciardini gonfaloniere. — L' arte della lana , potente più delle altre 
arti , trae la plebe a nuovi -tumulti. Nuove mine, nuovi saccbeggl e nuovi teoenclQ. — 
La pt^e vuole che ia Signori» lasci il Palagio, al che astreUa, ubbldisoe.— Mfcbile 
di Liando pettinatore di lana è fatto gonfalonieve a voce di popolo. — ÀmiUa ì sin- 
dachi delle arti^ 1 Signori e i Collegi e gli Otto della guerra. — Ia pielte, priwi^v^e 
(he Michele sia troppo favorevole ai popolani maggiori, si leva contro di lui, ma e' le 
va contro e la mette a dovere. — Indole di Michele di Landò. — Nuovi regolamenti 
netr elezione de* Signori, per cui alla plebe minuta si toglie di poter aver parte neDa 
Signoria, ma restano gli artefici minori piti potenti de' nobili popolani , tmde dopo 
breve posa toma la città in confusione. — Piero degli Albizzl ed altri cittadini come 
sospetti di tener pratiche con Cario dhDurazzo pretendente d regno di NtpeìB^e 
coi fuorusciti fiorentiai, sono presi e condannati a morte (1379). — Tnnalfimr # 
Giorgio Scali e di Tonmiaso degli Àibizzi contro l' autorità de' magistrati^ oaiéels 
Scali è decapitato e lo Strozzi costretto a fuggire (1381). — Riforma delle oiagìala- 
ture in disfavore della plebe (1382). — Michele di Landò con altri capi plebei è 
confinato. — 1 Fiorentini comprano Arezzo (1384). — Benedetto degli Alberti perla 
sua magnificenza e popolarità sospetto alla Signoria è confinato , e la sua famiglia 
ammonita (1387). — Molti altri ciiudlni dopo di lui sono confinati e ammoniti. •— 
Guerra de' Fiorentini con Gio. Galeazzo Visconte duca di Milano, chiamato Conte di 
Virtù (1389). ~ Il popolo Irritato dalle violenze di Maso degli Albizzl si affida a messer 
Veri de' Medici, Il quale ricusa di farsi principe nella città, e accheta il popolo (1393). 
— La Signoria con mezzi violenti vuol provvedere alle soUevaxlonl ; e opponendosi 
a lei Donato Accialuoll, è confinato. — 1 fuorusciti tentano di tornare in Firenze: 
vi entrano di furto , e levano la città a romore , ma In Santa Reparata sono presi e 
morti (1397). — DI nuovo, spalleggiati dal duca di Milano, congiurano, ma non rie- 
scono ( 1400). — I Fiorentini prendono Pisa (1406). —Fanno guerra con L.adÌslao re 
di Napoli , e vintolo, ne hanno Cortona (1416). — Stato di Firenze in questo tempo. 

Le gravi e naturali nimicizie, che sono intra gU uomini popolari e i dgIhIì, 
causate dal volere questi comandare, e quelli non obbedire, sono cagione dì 
tutti i mali che nascono nelle città ; perchè da questa diversità di umori tutte 



[UtC] LIBM) 1EII20. C7 

kailre^xse che perturbano la repubbliche preBdeno il mlrìmeiito km>. Qoeito 

inoe disoBìia Aoma, questo, se egli è lecito le cose piccole alle grandi aggua^ 

gUare, ha lenuto divisa Firenze; avvengacbè nell' una e nell' altra città diversi 

tfetti partorìBsero. Perchè le inimicizie, che furono nel principio in Roma intra 

il popeio e i nobili , disputando , quelle di Firenze combattendo si diffinivano. 

fioeUe di Roma con una legge, quelle di Firenze con V esitio e con la morte di 

■olti cittadini ai terminavano. Quelle di Roma sempre la virtù militare acereb- 

hero, quelle di Firenze al tutto la spensero. Quelle di Roma da una ugualità di 

òttadiai ia ooa disuguaglianza grandissima quella città condussero ; quelle di 

Fkaoie da una disuguaglianza a una mirabile ugualità 1* himao ridalta. La 

^ode diversità di eiétti conviene sia dai diversi fini, che hanno avuto questi 

dae popoli, causata. Perchè il popolo di Roma godere i supremi onori inaeme 

aa i nobili desiderava , quello di Firenze per essere solo nel governo senza 

die i Bolùli ne partecipassero, combatteva. E perchè il disiderio del popolo romano 

era più ragionevole , venivano ad essere le offese ai nobili più sopportabili ; 

teldbè quella nobiltà focilmente e senza venire aU' armi oedeva ; dimodoché 

dapo alenai dispareri a creare una legge, dove si soddisfacesse al popolo, e i 

nobili nelle loro dignità rimanessero, convenivano. Dall' altro canto il diesiderio 

del popolo fiocentino era ingiurioso ed ingiusto, taldiè la nobiltà con maggi^i 

Ione alle sue dilese si preparava, e perciò al sangue ed all' esilio si veniva 

de' QttadÌDi. E quelle leggi che dipoi si creavano, non a comune utilità , ma 

tutte in favore del vincitore si ordinavano. Da questo ancora procedeva che 

Balie vittorie del popolo ia città di Roma più virtuosa divetttava; perchè po- 

tcado i popalaoi essere ali* amministgaziene dei magistrati, degli eserotti , e 

ikgi' imperi con 1 nobili preposti, di quella medesima virtù che erano quelhsi 

nenpievano, e queUa città, crescendovi la virtù, cresceva in potenza. Ma in 

FiuBBze vincendo il popolo, i nobili privi de' magietratÌTÌmanevano, e volendo 

acquistargli, era loro necessario con il governo, con V animo e con il modo 

del vivere simili ai popolani non solamenée essere, ma parere. Di qai nasceia 

b TBciazione delle insegne , le mutazioni dei titoli delle famiglie , che i sebili, 

por parere di popolo, facevano; tantoché, quella virtù dell* armi e geMrasità 

^aaimo d^ ara nella nobiltà si spegneva , e nel popolo dove la non era , non 

> poteva raccendere ; talché Firenze sempre più umile e più abbietta divenna. 

Edofe Roma^ sendosi quella loro virtù convertita in superbia, si néasae in 

lOBine che seoaca avere un prìncipe non si poteva mantenere ; Firenze a quel 

#ado ò penrenula, che facilmente da un savio datar di leggi potrebbe essoFO 

jaqaaloDque forma di governo riordinata. Le quali cose per la lezione del 

Vnaedente libro io parte si possono chtaramentecognoscere. Ed avendo mostro 

il Msdaiento di Firenze ed il principio della sua libertà con le cagioni delle 

émoQà di quella, e come le parti de' nobili e del popolo con la tirannide del 

^d' Atene e con la rovina della nobiltà finirono; restano ora a narrarsi le 

il popolo e la plebe , e gli accidenti varj che quelle produ- 



^^ ^ fri la potenza de' nobili , e finita che fu la guerra con Y arcive- 

^ A Milano , non pareva che in Firen^ alemia cagioDe di scandalo fosse 

Ella mala fortuna della nostra città e i non buoni ordini suoi fecefo 



ibfaMgiia^li Albiizi e quella de' Ricci nascere inimicizia; la quale di- 
^i*>^, come prima quella de' Buondehnonti ed Uberti , e dipoi de' Do- 
«■ ^ de' Cerchi l'aveva divisa. I pontefici, i quali allora stavano in Francia,^ 
^' JBpoadoii che erana nella Magna , per mantenere la riputanone loro in 
<^v a mj iempi di varie nazioni moltUudioe di soldati ci avevano maa- 



68 ISTORie FIORENTINE. [1357] 

dati ; tàlcbè in questi tempi ci sì trovavano Inglesi , Tedeschi e Brettoni. 
Costoro, come per esser finite le guerre senza soldo rimanevano, dietro ad una 
insegna di ventura questo e queir altro prìncipe taglieggiavano. Venne per- 
tanto, r anno McccLtn, una di queste compagnie in Toscana, capitanata da 
monsignor Reale, Provenzale; la cui venuta tutte le città di quella provincia 
spaventò ed i Fiorentini non solo pubblicamente di genti si provvidero, ma 
molti cittadini, fra i quali furono gli Albizzi e i Ricci, per salute propria %* ar- 
marono. Questi tra loro erano pieni d* odio, e ciascuno pensava, per ottenere 
il principato nella repubblica, come potesse opprimere V altro. Non erano per 
ciò ancora venuti air armi, ma solamente nei magistrati e nei consigli si urta- 
vano. Trovandosi adunque tutta la città armata, nacque a sorte una quistiooe 
in Mercato Vecchio, dove assai gente, secondochè in simili accidenti bì costuma, 
concorse. E spargendosi il remore, fu apportato ai Ricci come gli Albizzi gii 
assalivano, ed agli Albizzi che i Ricci gli venivano a trovare. Per la qual cosa 
tutta la città si sollevò , e i magistrati con fatica poterono V una famiglia e 
r altra frenare, acciocché in fatto non seguisse quella zuffa, che a caso e senza 
colpa di alcuno di loro era stata diffamata. Questo accidente ancoraché debole, 
fece riaccendere più gli animi loro, e con maggior diligenza cercar ciascuno 
d' acquistarsi partigiani. E perchè già i cittadini per la rovina de* Grandi erano 
in tanta ugualità venuti , che i magistrati erano più che per lo addietro non 
solevano riveriti, disegnavano per la via ordinaria e senza privata violenza 
prevalersi. 

Noi abbiamo narrato davanti , come dopo la vittoria di Carlo I si creò il ma- 
gistrato di parte Guelfa , e a quello si dette grande autorità sopra i Ghibel- 
lini ; la quale il tempo, i varj accidenti e le nuove divisioni avevano (a/mente 
messa in oblivione, che molti discesi de* Ghibellini i pnmi magistrati esercita- 
vano. Uguccione de* Ricci pertanto, capo di quella famiglia, operò che si rin- 
novasse la legge centra i Ghibellini , tra i quali era opinione di molti fussero 
gli Albizzi , i quali molti anni indietro , nati in Arezzo , ad abitare in Firenze 
erano venuti. Ondechè Uguccione pensò rinnovando questa legge privare gli 
Albizzi de* magistrati, disponendosi per quella, che qualunque disceso di Ghi- 
bellino fusse condannato, se alcun magistrato esercitasse. Questo disegno di 
Uguccione fu a Piero di Filippo degli Albizzi scoperto, e pensò di favorirlo, 
giudicando che opponendosi per sé stesso si chiarirebbe Ghibellino. Questa 
legge pertanto, rinnovata per 1* ambizione di costoro, non tolse, ma dette a 
Vieto degli Albizzi riputazione, e fu di molti mali principio. Né sì può far legge 
per una repubblica più dannosa che quella, che riguarda assai tempo iodietro. 
Avendo adunque Piero favorita la legge , quello che da' suoi nimici era stato 
trovato per suo impedimento , gli fu via alla sua grandezza , pecche, fattosi 
principe di questo nuovo ordine , sempre prese più autorità, aendo da questa 
nuova setta de* Guelfi prima che alcun altro favorito. 

E perché non si trovava magistrato che ricercasse quali fussero i Ghibellini, 
e perciò la legge fatta non era di molto valore , provvedde che si desse aalo- 
rità ai Capitani di chiarire i Ghibellini , e chiariti , significar loro ed ammo- 
nirgli che non prendessero alcun magistrato ; alla quale ammonizione se noQ 
ubbidissero, rimanessero condannati. Da questo nacque che dipoi tutti quelu 
che in Firenze sono privi di potere esercitare i magistrati, si chiamano Am* 
moniti. Ai Capitani adunque, sondo con il tempo cresciuta 1* audacia, seo» 
alcun rispetto non solamente quelli che lo meritavano ammonivano , ma qo»- 
lunque pareva loro, mossi da qualsivoglia avara o ambiziosa cagione. E dai 
■GccLvii che era cominciato quest' ordine, ai lxvi si trovavano di già ammo- 



[1372] UBfiO TEBZO. 69 

u'U' più che dogento eittadinì. Donde i Ciipitani dì parte, e la setta dei Gueli 
era dìTentata potente, perchè ciascuno per timore di non essere ammonito gli 
oooraTa, e massimainente i capi di quella, i quali erano Piero degli Albizzi, 
oiesser Lapo da Castiglionchio e Carlo Strozzi. Ed avvengaehè questo modo 
di procedere insolente dispiacesse a molti, i Ricci intra gli altri erano peggio 
ooBteDli che alcuno, parendo loro essere stati di questo disordine cagione, 
per il quale vedevano rovinare la repubblica , e gli Albizzi loro nimici essere 
ooBtra i disegni loro diventati potentissimi. Pertanto trovandosi Uguccione 
de' Ricci de' Signori , volle por fine a quel male , di che egli e gli altri suoi 
erano staU principio, e con nuova legge provvide, che a' sei Capitani di parta 
tre si aggiogneeeero , de' quali ne fussero due dei minori artefici , e volle che 
i chiariti Ghibellini avessero a essere da ventiquattro cittadini Guelfi, a ciò de- 
putati, oonfeimati. Questo provvedimento temperò allora in buona parte la 
potenzia de' Capitani ; dimodoché V ammonire in maggior parte mancò , e se 
pure oe ammonÌTano alcuni, erano pochi. Nondimeno le sette degli Albizzi e 
Riod v^ghiavano, e leghe, imprese e deliberazioni 1' una per odio dell' altra 
dislavorivano. Yisaeai adunque con simili travagli dal mggclxvi al lxxi , nel 
qaal tempo la setta de' Guelfi riprese le forze. Era nella famiglia de'Buondel- 
noDti un cavaliere chiamato messer fienchi , il quale per i suoi meriti in una 
guena coatra ai Pisani era stato fatto popolano , e per questo era a potere 
esaere de' Signori abile diventato. E quando egli aspettava di sedere in quel 
magistrato, si fece ona legge, che ninno Grande fatto popolano lo potesse eser- 
citare. Questo fatto offeae assai messer Benchi, e accozzatosi con Piero degli 
Alimi deliberarono con l' ammonire battere i minori popolani, e rimaner soli, 
od governo. £ per il favore che messer Benchi aveva con l' antica nobiltà e 
pergoeJJoche Piero aveva con la maggior parte dei popolani potenti, fecero 
rìp^giiar le forze alla setta de' Guelfi, e con nuove riforme fatte nella parte or- 
Piarono in modo la cosa, che potevano de' Capitani e dei ventiquattro citta- 
diiii a loro modo disporre. Dondechò si ritornò ad ammonire con più audacia 
cba prima, e la oasa degli Albizzi come capi di questa setta, sempre cresceva. 
Dili' altro canto i Ricci non mancavano d' impedire con gli amici, in quanto 
potevano, i disegni loro; tantoché si viveva in sospetto grandissimo, e teme- 
va» per ciascuno ogni rovina. Ondeché molti cittadini mossi dall'amore della 
pota, in San Piero Scheraggio si ragunarono, e ragionalo intra loro assai di 
Qaosti disordini, ai Signori n'andarono, ai quali uno di loro di più autorità 
parlò in questa sentenza: « Dubitavamo molti di noi, magnifici Signori, di es- 
ooie insieme, ancoraché per cagione pubblica, per ordine privato ; giudicando 
potere come prosontuosi essere notati, o come ambiziosi condannati. Ma 
^Haiderato poi che ogni giorno, e s^nza alcuno riguardo, molti cittadini per 
^^eeper le case, non per alcuna pubblica utilità, ma per loro propria 
'■k^ààone convengono, giudichiamo, poiché quelli che per la rovina della 
'^P^i^ica si ris^ngono, non temono, che non avessero ancora da temere 
V^ ^ per bene e utilità pubblica siragunano ; né quello che altri si giudi- 
^(^aoiàoiriamo, poiché gli altri quello che noi possiamo giudicare di loro 
wm istiaaiio. L'amore che noi portiamo, magnifici Signori, alla patria nostra, 
ci ha fitti prima ristringere, e ora ci fa venire da voi per ragionare di quel 
sale, che si vede già grande, e che tuttavia cresce in questa nostra repub- 
l^l"^» por ofierirci presti ad aiutarvi spegnerlo. Il che vi potrebbe, ancora- 
rlo l'inpreM paia difficile, riuscire, quando voi vogliate lasciar indietro i pri- 
?ati rispetti, ed usare con le pubbliche forze la vostra autorità. lA comune 
^»rmm di latte le città d'Italia, magnifici Signori, ha corrotta e tu^avia 



70 ISTOKIB nOIKITINE. [1372] 

QOffrompe la nostra città; perchè, dappoiché questa provinda si trasse dì sodo 
aUe forze delio imperio, le città di quella noa avendo un freno potente che le 
correggesse, hanno, non come libere, ma come divìse in sette, gli stati e go- 
verni loro ordinati. Da questo sono nati tutti gli altri mali, tutti gli altri disor- 
dini che in esse appariscono. In prima non si trova tra i loro cittadiBi oè 
unione né amicizia^ se non Ira quelli che sono di qualche scelleratezza, o 
tra la patria o centra i privati commessa, consapevoli. E perchè in tutti la 
ygtone e il timor di Dio è spento, il' giuramento e la fede data tanto 
quanto l' utile, di che gli uomini si vagliono non per osservarlo, ma percbè 
■lezio a potere più facilmente ingannare; e quanto T inganno riesce più fkdle 
e sicuro, tanto più lode e gloria se ne acquista. Per questo gli umnini nocivi 
sono come industriosi lodati, ed i buoni come sciocchi biasimati. E veramente 
nelle dita d' Italia tutto quello che può esaere corrotto, e che pik» oonrompera 
altrì^ si raccozza. 1 giovani sono oziosi, i vecchi lasdvi, e ogni sesso e ogni eli 
è piena di brutti costumi ; a che le leggi buone, per essere dalle cattive usanae 
guaste, non rimeìitaBO» Di qui nasce quella avaidzia che si vede nei dttadiiUy 
e queUio appetito non di vera gloria, ma di vituperosi onori, dal quale dipeiH 
dono gli odj, le inimicizie, i dispiaceri, le sette, dalle quali nascono morti, eailjf 
afflizioni dei buoni, esaltazioni de* tristi. Perchè i buoni confidatisi nella iniio- 
ceazia loro non cercano come i cattivi di chi strasordinariamente gli difenda e 
onori, • tantoché indifesi ed inonorati rovinano. Da questo esempio nasce lo 
amore delle parti e la potenza di quelle; perchè i cattivi per avarizia e per am- 
bizione, • i buoni per necessità le seguono. E quello c^e è più pemizioao, è 
vedere, eome i motori ed i principi di esse V intenzione e fine loro con im pie- 
toso vocabolo adonestano; perchè sempre^ ancorché tutti sieno alla libertà 
nimid, quella o sotto colore di stato di ottimati o dì popolari difendendo, oppri- 
mono. Perchè il premio, il quale della vittoria desiderano, è non la gloda del- 
l' aver liberata la dita, mala soddisfazione di averesuperati gli altri, edilprni- 
dpatodi quella usurpato; dove condotti , non è oosa si ingiusta, si crudele o 
avara, disfare non ardlschino. DLqui gli ordini e le leggi non per pubblioa, 
ma per propria utilità si fanno. Di qui le guerre, le pad e le amicizie non per 
gloria comune, ma per soddisfazione di pochi si diliberano. E se le altre città 
sono di questi disordini ripiene, la nostra ne è più che alcun* altra maodàala ; 
perchè le leggi, gli statuti, gli ordini civili non secondo il viver libero, ma ae- 
oondo r ambizione di quella parte, che è rimasa superiore, si sono in qoeHt 
sempre ordinati e ordinano. Onde nasce che sempre cacciata una parte e spenta 
una divisione, ne surge un'altra, perchè quella dita che con le sette più cto 
con le leggi si vuol mantenere, come una setta è rimasa in essa senza oppo» 
nzione, di necessità conviene che intra sé medesima si divida; pendiè éa 
quelli modi privati non si può difendere, i quali essa per sua salute pràn 
aveva ordinatL E che questo sia vero, le antiche e moderne divisioni deiki 
nostra città k) dimostrano. Gascuno credeva, distrutti die furono i Gèibd- 
Hbì, i Gudfi dipd Uingamente felid e onorati vivessero. Nondimeno dopo poca 
tempo in Bianchi e in Neri si divisero* Vinti dipoi i Bianchì, non mai stelle lì 
città senza parti : ora per favorire i ^madti, ora per le inìmidzie del p^9ole« 
da* Grandi sempre combattemmo. E per dare ad altri quello che d' aeeordopep 
noi medesimi possedere o non volevamo o non potevamo, ora al re ftoheitoy 
ora al ft'atdlo, ora al figliuolo, ed in ultimo al duca d* Atene la nostra libaKà 
sottomettemmo. Nondimeno in alcuno stato mai non d ripoaiamo^ oooseipielll 
(te non fliamo mai stati d'accordo a viver liberi, e di esser servi non d eoa* 
tentiamo. Né didiitainmO) tanto sono i nostri ordini disposti allo divnioBi, ^ 




[1372] tuaik TEHzo. 71 

icodo anconi sotto T ubbidienza del re^ la maestà sua ad uq vilissirae uomo 

nto in Agobbio posporre. Del duca d* Àteie non si debbe per onore di questa 

dita ricordare ; il cui acerbo e tirannico animo ci doveva far savi, ed iose- 

TÌvere. Nondimeno conie prima e' fu cacciato, noi avemmo l' armi ia 

e con più odio e maggior rabbia che mai alcuna altra volta insiema 

mmhaftiito avessìaiu), combattemmo; taiiloebò V aulica nobiltà nostra rimasi 

vinta, e nell' arbitrio del popolo si rimise. Né si credette per molti che mai al* 

cana cagioiie di scandalo o di parie nascesse più in Firenze, sondo posto frana 

iqBalU, die per la loro superbia ed insopportabile ambizione pareva che ne 

cagioBe. Ma e* si vede era par esperienza, quanto V opinione deg^ 

i è fallaea ed il giudizio falso ; perchè la superbia e V ambizione de* Grandi 

ai apeneat, ima da' nostri popolani fu loro tolta, i quali ora, secondo Fu» 

ét^ Bomìai anbiziosi, di ottenere il primo grado n^la repubblica cercano, 

fio ««Bodo altri modi ad occuparlo che le discordie, hanno di nuovo divisa la 

città, e il nome Guelfo e Ghibellioo, che era spento, e che era bene non fusaa 

mai alato in questa repubblica, risuscitato. Egli è dato di sopra, acciocché 

Delle cosa amane non aia nulla o perpetuo o quieto, che in tutte le repubbiicba 

àena Caauglie fiatali, le quali naschiao per la rovina di quelle. Di queste la 

sepdbblica nostra più che alcuna altra è stata copiosa, perchè non una, ma 

aaolte rkanao perturbata ed afflitta, come Cecero i Buon^elmonU prima e gli 

Ubeili, dipoi i Donati e i Cerchi, ed ora, oh^x)sa vergognosa e ridicola] i Ricci 

e ^ Alfaizii la perturbano e dividono. Noi non vi abbiamo ricordati i oosiami 

e le antiche e continue divisioni nostre per sbigottirvi, ma per ricor- 

le Cagiani di ease, e dimostrarvi che come voi ve ne potete ricordare, noi 

licardiama, e per dirvi che Tesempio di quelle non vi debbo far diffidare 

di polar tesar queste. Perchè in quelle famiglie antiche era tanto grande la 

paterna hto^ e tanto grandi i favori che elle avevano dai principi, che gli oi>- 

dàm a anodi civili a irenade non bastavano. Ma ora che V Imperio non ci ha 

fona, il papa non si teme, e che V Italia tutta e questa città è condotta ia 

tasta ugiialità, che per lei medesima si può reggere, non ci è molta difficoltà. 

£ questa nostra repubblica massimamente si può, nonostante gli aotichi 

I twmtij che ci sono in oontrario, non solo mantenere unita, ma di buoni co- 

i e civili Biodi riformare, purché Vostre Signorie si disponghino a volerlo 

A cbe noi mossi dalla carità della patria, non da alcun' altra privata paa» 

aÌGoe, vi confortiamo. E benché la corruzione di essa sia grande^ spegnete par 

quel mala che ci ammoii)a, quella rabbia che ci consuma, quel veleno che 

fidde; e imputate i disordini antichi, non alla natura degli uomini, ma ai 

pi, i (pMli aendo variati, potete sperare alla vostra città mediante i migliori 

aniìaì miglior fortuna; la malignità della quale si può con la prudenza 

poaendo freno all' ambizioBe di costoro, ed annullando qu^i ordini, 

dalfo dette nutritori, e prendendo quelli, che al vero vivere libero a 

coafooni. E siate contenti piuttosto farlo ora con la benignità della 

]e89, che di itomd a, con il favor dell* armigli uomioi siano a farlo neceir 



ISgMii, a paa w ck qa^o die prima per lora medesimi eogDOscevaaOy e 
dìpm dail* antorità e conforti di costoro, dettero autorità a cinquantasei 
\y perchè alla salute delia repubblica pravvedessero. Egli è veris- 
ta gli aasai uomini sono più. atti a coaservare un ordine buono , 
[ aaperia per laro medealmi trovare. Questi cittadini pensarono più 
m a|MyiiH la praaaati sette, die a torve Tìa le cagioni delle futme; taato- 
che aèf ima «Ma flèr altra eonsagmreno; perchè le cagioni dalle aaofe aoa 






72 t ^y ISTORIE jrioiilIiqriNC4 - ^ ' [1375] 

lefiroDO, e Jì aa^le che Vegliavano yna fiiù poteste ch»r aUcg con mag- 
•gior perìcolo delia^repubblica feceré. Prìvarotio ^yèitantf dì tutti i magistrati , 
' eccetlichè di <^^ della parte G^i^ife , per tre anni tre «della Iwniglia degli 
Albizzi , e tre di quella de' Mcci ; intra i quali Piero degli Albizzi , e Ugao 
cione de* Ricci furono. Proibirono aiutti i cittadini entrare in Palagio , ecoet- 
tochè nei tempi che i magistrati sedevano. Provvidofo che quaUiaque fusse 
battuto, impeditagli la possessione de' suoi beni , potesse con una domanda 
accusarlo ai Consigli, e farlo chiarire de' Grandi, e cbianto, sottoporlo ai ca- 
rìchi loro. Questa provvisione tolse lo ardire alla setta de' Ricci , ed a quella 
degli Albizzi Io accrebbe; perchè awengachè ugualmente fussero segnate, 
nondimeno i Rifci assai più ne patirono. Perchè se a Piero fu chiuso il palagio 
de' Signorì, quello dei Guelfi, dove egli aveva grandissima autorità, gli rimase 
aperto. 6 se prìma egli e chi lo seguiva erano ali' ammonire caldi, diventarono 
dopo questa ingiuria caldissimi ; alla quale mala volontà ancora nuove cagioni 
si aggiunsero. 

Sedeva nei pontificato papa Gregorio XI , il quale trovandosi in Avignone 
governava, come gli antecessori suoi avevano fatto, l' Italia per legati, t qoaii 
pieni di avarizia e di superbia , avevano molte città afflitte. Uno di questi , il 
quale in quei tempi si trovava a Bologna, presa l' occasione della carestia die 
r anno era in Firenze, pensò d' insignorirsi di Toscana ; e non solamente non 
sovvenne i Fiorentini di viveri , ma per torre loro la speranza delle future rì- 
colte, come prima apparì la primavera, con grande esercito gli assaltò, spe- 
rando, trovandogli disarmati ed affamati, potergli facilmente superare. E forse 
gli succedeva, se 1' armi con le quali quello gli assali, infedeli e venali atale 
non fussero. Perchè i Fiorentini, non avendo migliore rimedio, dieroaoai suoi 
soldati centotrentamila fiorini , e fecero loro abbandonare l' impresa. Gomin— 
ciansi le guerre quando altri vuole , ma non quando altri vuole si finiscono. 
Questa guerra per l' ambizione del legato incomiociata, fu dallo sdegno de' Fio- 
lentioi seguita ; e fecero lega con messer Bernabò e con tutte le città inimiche 
alla Chiesa, e crearono otto cittadini che quella amministrassero, con autorità 
di potere operare senza appello, e spendere senza rendere conto. Questa 
guerra mossa centra il pontefice fece ,' nonostante che Uguccione fusse morto, 
resurgere quelli che avevano la setta de' Ricci seguita, i quali contra gli Albizzi 
avevano sempre favorito messer Bernabò, e disfavorita la Chiesa ; e tanto pia 
che gli Otto erano tutti nimici alla setta de' Guelfi. Il che fece che Piero de- 
gli Albizzi, messer Lapo da Castiglionchio, Carlo Strozzi e gli altri, più insieme 
si ristrinsero all' offesa de' loro avversar]. E mentre che gli Otto facevano la 
guerra ed eglino ammonivano, durò la guerra tre anni, né prima ebbe che con 
la morte del pontefice termine ; e fu con tanta virtù e tanta soddisfazione 
dell' universale amministrata , che agli Otto fu ogni anno prorogato il magi- 
strato; ed erano chiamati Santi, ancoraché eglino avessero stimato poco le 
censure, e le chiese dei beni loro spogliate , e sforzato il dero a celebrare gli 
ufficj : tanto quelli cittadini stimavano allora più la patria che l'anima ; e di- 
mostrarono alla Chiesa^ che come prima suoi amici l'avevano difesa, cosi suoi 
nimici la potevano affliggere; perchè tutta la Romagna, la Marca e Perugia le 
fecero ribellare. 

Nondimeno, mentrechè al papa facevano tanta guerra , non si potevano dai 
Capitani di parte , e dalla loro setta difendere ; perchè la invidia che i Guelfi 
avevano agli Oito faceva crescere loro l' audacia, e non che gli altri nobili cit- 
tadini, ma daU' ingiuriare alcuni degli Otto non si astennero. Ed a tanta ar- 
roganza i Capitani di parte salirono, che egGno erano più cbe i Sigaorilemtiti, 






t* » r .• - ,t 



«eoo miiMr riverenza^ «n^m 9 guasti a fuelH ; e più »t ^imfva il pa%te 
Mia Pu'te che il lofo ; Inlodkè non veÀiva ambasci^or^ a Firenze che noif 
avesae ocHunissmie ai Capitani. Sendd adunque norftrpapa Gregoiit^erì- 
nasa la citlà senza guerra i}i fuora, af viveva dentro ip gran confusione; per- 
àè dali* UB canto 1* audacia de' Guelfi 'fra in8ot>portal)ile , dair altro non si 
▼edera mòdo a poterfjlì battere. Pure si giudicava dhe di necessità si avesse a 
venire aB* anni, e vedere quale de' due seggi dovesse prevalere. Erano dalla 
paite de* Guelfi tatti gli antichi nobili con la maggior parte de' più potenti 
poipolnù, dove , con^ dicemmo , messer Lapo, Piero e Carlo erano principi. 
DaìST altra erano tutti i popolani di minor sorte , de* quali erano capi gli Otto 
della guerra , messer Giorgio Scali, Tommaso Strozzi , con | quali Ricci, Al- 
berti e Medici convenivano ; il rimanente della moltitudine, come quasi sem- 
pre interviene , alla parte malcontenta s' accostava. 

Parevano ai capi della setta guelfa le forze degli avversarj gagliarde , e il 
pencolo loro grande , qualunque volta una Signorìa loro inimica volesse ab- 
baa&ar^i. *£ pensando che fosse bene prevenire, s' accozzarono insieme, dove 
Ve condizioni della città e dello stato loro esaminarono ; e pareva loro che gli 
ammoniU, per essere cresciuti in tanto numero, avessero loro dato tanto ca- 
tiGO^ c^e tutta la città fusse diventata loro nimica. A che non vedevano altro 
TODO^, cYke dove eglino avevano tolto loro gli onorì, torre loro ancora la città, 
OGcn^nào per forza il palagio de' Signori , e riducendo tutto lo stato nella 
setta loro, ad imitazione degli antichi Guelfi, i quali non vissero peraltro nella 
città sicuri^ che per averne cacciati tutti gli avversarj loro. Ciascuno s' aocor-i 
dava a questo, ma discordavano del tempo. Correva allora l' anno mgcglxxviii 
ed era il mese d' aprile, ed a messer Lapo non pareva da differire, affér- 
isando niana cosa nuocere tanto al tempo, quanto il tempo, ed a loro mas- 
sime, potendo nella seguente Signoria essere facilmente Salvestro de' Medici 
GoofalODÌere, il quale alla setta loro contrario cognoscevano. A Piero degli 
Albizzi dair altro canto pareva da differire , perchè giudicava bisognassero 
forze, e quelle non esser possibile senzspdimostrazione raccozzare, e quando 
fìiSBero scoperti, in manifesto pericolo incorrerebbero. Giudicava pertanto es- 
tere necessario che il propìnquo San Giovanni si aspettasse; nel qual tempo, 
per eeaere il più solenne giorno della città , assai moltitudine in quella con- 
corre, intra la quale potrebbero allora quanta gente volessero nascondere. E 
per rìniediare a quello che di Salvestro si temeva, s'ammonisse; e quando 
questo non paresse da fare, s'ammonisse uno di collegio del suo quartiere , e 
ritraendosi lo scambio, per essere le borse vuote, poteva facilmente la sorte 
idmj che qaello qualche suo consorte fusse tratto, che gli terrebbe la facoltà 
di poter sedere Gonfaloniere. Fermarono pertanto questa diliberazione, anco- 
radiè messer Lapo malvolentieri v' acconsentisse, giudicando il differire no- 
mo, e che mai il tempo non è al tutto comodo a fare una cosa; in modo che 
dii aspetta tutte le comodità, ei non tenta mai cosa alcuna, se pure la 
lenta, la Ea il più delle volte a suo disavvantaggio. Ammonirono costoro il col- 
lega, ma non successe loro lo impedir Salvestro, perchè scoperte dagli Otto 
le cagioni, che lo scambio non si ritraesse operarono. 

Fa trattopertanto Gonfaloniere Salvestro di messer Alamanno de'Medici. 
Costai nato di nobilissima famiglia popolana, che il popolo fusse da podii pò* 
tenti oppresso sopportare non poteva. E avendo pensato di por fine a questa 
in8oleiiza,vedendosi il popolo favorevole e di molti nobili popolani compagni , 
comunicò i disegni suoi con Benedetto Alberti, Tommaso Strozzi e messer 
Gfoqgi^ Scali, i quiìli per condurgli ogni aiuto gli promisero. Formarono adip- 



7i ISTORIE FIORENTINE. [1378] 

qtte Begretamente una legge, la quale innovava gli ordini della giustìzia contro 
ai Grandi, e l* autorità de' Capitani di Parte dioùnuiva, ed agli ammoniti dava 
modo di potere essefe alle dignità rìvocati. E perchè quasi in un medesimo 
tempo si esperimen lasse ed ottenesse, avendosi prima intra i Collegi e dipoi 
nei Consigli a diliberare, e trovandosi Salvestro Proposto, il qual grande ia 
qud tempo che dura fa un« quasiché principe della città, fece in unamedesiaìa 
ipattina il Collegio ed il Consiglio ragunare ; ed ai Collegi prima divisi da 
quello propose la legge ordinata, la quale come cosa nuova trovò nel numero 
di pochi tanto disfavore, che ella non si ottenne. Onde che veggendo Salvestro 
come gli erano tagliate le prime vie ad ottenerla finse di partirsi del luogo per 
sua necessità, e senza che altri se ne accorgesse n'andò in Consiglio, e salito 
alto dove ciascuno lo potesse vedere e udire , disse, come ei credeva essere 
stato fatto Gonfaloniere non per esser giudice di cause private, che hanno i 
loro giudici ordinar], ma per vigilare lo stato, correggere i' insolenza dei po- 
tenti e temperare quelle leggi, per 1* uso delle quali si vedesse la Repubblica 
rovinare; e come ad ambedue queste cose aveva con diligenza pensato, e io 
ipianto gli era stato possibile provveduto ; ma la uMilignità degli uomini in modo 
alle sue giuste imprese si opponeva, che a lui era tolta la via di potere operar 
bene, ed a loro non che di poterlo diliberare, ma di udirlo. Ondechè vedendo 
di non più in alcuna cosa alla Repubblica né al bene universale giovare, non 
sapeva per qual cagione si aveva a tenere più il magistrato, il quale o egli doq 
meritava, o altri credeva che ei non meritasse; e per questo se ne voleva ire a 
casa, acciocché quel popolo potesse porre in suo luogo un altro, che avess^o 
maggiore virtù o miglior fortuna di lui. E dette queste parole, si parti di Coi* 
sigUo per andarne a casa. 

Quelli che in Consiglio erano della cosa consapevoli» e quelli altri che disi- 
aeravano novità, levarono il remore ; al quale i Signori e i Collegi corsero; e 
-veduto il loro Gonfaloniere partirsi, con prieghi e con autorità ritennero, e lo 
iKeco in Consiglio, il quale era pieno di tumulto, ritornare ; dove molU nobili 
cittadini furono con parole ingiuriosissime minacciati; intra i quali Cado 
StrOKÙ fu da uno artefice preso per il petto, e voluto ammazzare, e eoo fatica 
fu dai circostanti difeso. Ma quello che suscitò maggior tumulto, e messe in 
arme la città, fa Benedetto degli Alberti, il quale dalle finestre del Palagio eoo 
alta voce chiamò il popolo alle armi, e subito fu piena la piazza d' armi; oode 
cbe i Collegi quello che prima pregati non avevano voluto fare, minacciati ed 
ìmpajuriti fecero. I Capitani di Parte in questo medesimo tempo avevano assai 
cittadini nel loro palagio ragunati per consigliarsi come s' avessero cootra 
r ordine de' Signori a difendere. Ma come si senti levato il remore, e s'intese 
quello per i Consigli si era diliberato, ciascuno si rifuggi nelle case sue. 

Non sia alcuno che muova un' alterazione in una città per credere poi o 
fermarla a sua posta, o regolarla a suo ukmIo. Fu 1' intenzione di Salvestro 
creare quella legge, e posare la città, e la cosa procedette altrimenti; perchè 
gli umori mossi avevano in modo alterato ciascuno , che le botte^e non si 
aprivano, i cittadini si afforzavano per le case , molti i loro ooobili per i nMV^ 
steri e per le chiese nascondevano , e pareva che ciascuno temesse qualche 
propinquo male. Ragunaronsi i corpi delle arti , e ciascuna fece mn Sindaco. 
Onde i Priori chiamarono i loro Collegi e quei Sindachi, e consultarono tut^ 
un giorno, come la città con soddisfazione di ciascuno si potesse quietare; 
ma per essere i pareri diversi non s' accordarono. L' altro giorno ^^^^^'^ 
V arti trassero fuora le loro bandiere , il che sentendo i Signori , e ^^^^^ 
di quello avvenne , chiamarono il Consiglio per porvi rimedio. Nò fa t9Vi^ 






[1378] LIBRO TERZO. 75 

appena, che si levò il romore, e subito V insegne delle arti con gran numero 

(f armati dietro furono in piazza. Onde che il Consiglio per dare all' arti ed 

al popolo di contentarle speranza, e torre loro la cagione del male» dette gene* 

rale potestà, la quale si chiama in Firenze Balìa , ai Signori, ai Collegi , agli 

Otto, ai Capitani di Parte ed ai Sindachi delle arti di potere riformare lo stata 

della città a comune beneGcio di quella. E mentre che questo si ordinava , 

akane insegne delle arti , e di quelle di minor qualità , sondo mosse da qne^li 

die dkidera vano vendicarsi delle fresche ingiurie ricevute dai Guelfi, dair altre 

» spiccarono, e la casa di messer Lapo da Casti glionchio saccheggiarono ed 

arsero. Costui come intese la Signoria aver fatto impresa coltro agli ordini 

de' Godfif e vide il popolo in arma, non avendo altro rimedio che nascondersi 

ofaggire, prima in Santa-Croce si nascose, dipoi vestito da frate in Casentino 

98 ne fuggì; dove più volte fu sentito dolersi di so per aver consentito a Piero 

de^Àlbizzi, e di Piero per aver voluto aspettare San Giovanni ad assicurant 

dcUo stato. Ma Piero e Carlo Strozzi ne' primi romori si nascosero, credendo, 

cessati quelli, per avere assai parenti ed amici, potere stare in Firenze sictvi. 

Arsa che fu la casa di messer Lapo ( perchè i mali con difficoltà si cominciano, 

e con facilità si accrescono ), molte altre case furono o per odio universale, e 

per private nimiclzie'saccheggiate ed arse. E per aver compagnia, che con ma^ 

gper sete di loro a rubare i beni d' altri gli accompagnasse, le pubbliche pd* 

gkrni ruppero, e dipoi il nM>nìstero degh Agnoli e il convento di Santo Spirile» 

dove molti àttadioi avevano il loro mobile nascoso , saccheggiarono. Né caoi» 

pava la pubblica Camera dalle mani di questi predatori , se dalla riverenza di 

IMO de' Sigoori non fusse stata difesa; il quale a cavallo con molti armati 

dietro, io quel modo che poteva, alla rabbia di quella moltitudine s' oppoaèva. ^ 

Mitigato io parte questo popolare furore, sì per l'autorità de* Signori, si per 

esere sopraggiunta la notte, 1' altro dì polla Balia fece grazia agli ammoniti , 

ODO questo che non potessero per tre anni esercitare alcun magistrato. Annui* 

Ivoae le leggi fatte in pregiudizio de' cittadini ,dai Guelfi ; chiarirono ribellf 

ir Lapo da Gastiglionchio e i suoi consorti, e con quello più altri dall' uni* 

odiati. Dopo le quali di liberazioni i nuovi Signori si pubMicarcao, 

def* qatii era Gonfaloniere Luigi Guicciardini ; per i quali si prese speranza 

di fenaare i tumulti , parendo a dascuno che fossero uomini paeìfiei , e della 

qàele comune amatori. Nondimeno non si aprivano le bottegher, e i cittadini 

m posavano V armi , e guardie grandi per tutta la città si facevano. Per lar» 

qoal cosa i Signori non presero il magistrato fuori del palagio con la solita 

ponpa, ma dentro senza osservare alcuna cerimonia. Questi Signori giudica- 

niae, nessuna cosa essere pia utile da farsi nei principio del loro magialrato 

àà paei&care la città ; e però fecero posare 1' armi , aprir le botteghe , partir 

di Fìraze moUt del contado stati chiamati da' cittadini in loro fltvore. Ordi-» 

VMui in di nM>lti luoghi della città guardie , dimodoché se gli ammoniti si 

inatto potuti quietare^ la città si sarebbe quietata. Ma eglino non erano con- 

ttali di aspettare tre anni a riavere gli onori ; tantoché a loro soddisfazione 

r artidia«ovosi ragunarono, ed ai Signori domandarono che per bene e 

(FMtodeiia òtta ordinassero, che qualunque cittadino in qualunque tempo 

de' Sigaeri, di Collegio, Capitano di Parte o Consolo di quaUmque arte fusse 

'^f Mn potesse essere ammonito per Ghibellino ; e di più che nuove imbor* 

mioai aefla parte guelfa si facessero, e le fatte s' ardessero. Queste dimanda 

> ! — t mdai Signeri , ma subite da tutti i CoasigU furono accettate ; per 

che parve cbei tiumtlti, chedi già di nuovo erano mossi, si fermassero. 

Mipnchè agli uomiBi non basta ricuperare il loro, che vogUoao occupare 



76 ISTORIE FIORENTINE. [1378] 

quello d* altri e vendicarsi^ quelli che speravano ne' disordini mostravano agli 
artefici, che non sarebbero mai sicuri, se molti loro nimica non erano cacciati 
e distrutti. Le quali cose presentendo i Signori , fecero venire avanti a loro i 
magistrati deir arti insieme con i loro sindachi, ai quali Luigi Guicdardini gon* 
faloniere parlò in questa forma : e Se questi Signori , ed io insieme con loro, 
non avessimo, buon tempo è, cognosciuta la fortuna di questa città, la quale fo 
che fomite le guerre di fuora quelle di dentro cominciano>, noi ci saremmo più 
maravigliati de' tumulti seguiti, e più ci arebbono arrecato dispiacere. Ma per- 
dio le cose consuete portano seco minori affanni, noi abbiamo i passali romori 
con pazienza sopportati, sondo massimamente senza nostra colpa incominciali, 
e sperando quelli secondo l' esempio de' passati dovere aver qualche volta fine, 
arendovi di tante e sì gravi domande compiaciuti. Ma presentendo come voi 
non quietate, anzi volete che a' vostri cittadini nuove ingiurie si faccino, e con 
nuovi esilj si condannino , cresce con la disonestà vostra il dispiacere nostro. 
E Tiramento se noi avessimo creduto che ne' tempi del nostro magistrato la 
nostra città, o per contrapporci a voi, o per compiacervi avesse a rovinare, noi 
avremmo o con la fuga o con l' esilio fuggiti questi onori. Ma sperando avere 
a convenire con uomini che avessero in loro qualche umanità , ed alla loro 
patria qualche amore, prendenmio il magistrato volentieri , credendo con la 
nostra umanità vincere in ogni modo l' ambizione vostra. Ma noi vediamo ora 
per isperienza , che quanto più umihnente ci partiamo , quanto più vi conce- 
diamo, tanto più insuperbite , e più disoneste cose domandate. E se noi par- 
liamo coti , non facciamo per offendervi , ma per farvi ravvedere ; perchè noi 
Togliamo che un altro vi dica quello che vi piace, noi vogliamo dirvi quello cbe 
Ti sìa utile. Diteci per vostra fé', qual cosa è quella che voi possiate onesta- 
mente più disiderare da noi? Voi avete voluto torre l' autorità ai Capitani di 
Parte : la si è tolta ; voi avete voluto che si ardine le loro borse , e facdnsi 
nuove riforme : noi l' abbiamo acconsentito ; voi voleste che gli ammoniti ri- 
lornassero negli onori : e' si è permesso. Noi per i prieghi vostri a chi ha aree 
le case e spogliate le chiese abbiamo perdonato; e si sono mandati in esilio 
tanti onorati e potenti cittadini per soddisfarvi. I Grandi a contemplazion vostra 
si sono con nuovi ordini raffrenati. Che fine avranno queste vostre domande, 
quanto tenpo userete voi male la liberalità nostra? Non vedete voi, cbe noi 
sopportiamo con più pazienza l' esser vinti che voi la vittoria ? A che condur- 
ranno queste vostre disunioni questa vostra città? Non vi ricordate voi , che 
quando la è stata disunita, Castruccio, un vii cittadino lucchese, l' ha battuta? 
un duca d' Atene privato condottiero vostro V ha soggiogata? Ma quando Tè 
stata unita, non V ha potuta superare un arcivescovo. di Milano ed un papa, | 
quali dopo tanti anni di guerra sono rimasi con vergogna. Perchè volete voi 
adunque che le vostre discordie quella città nella pace faccino serva, la quale 
tanti nimici potenti nella guerra hanno lasciata libera ? Che trarrete voi dalle 
disunioni vostre altro che servitù ? o da' beni che voi ci avete rubati o rubaste, 
altro che povertà? perchè son quelli, che con le industrie nostre nutriacono 
tutta la città , de' quali sendone spogliati non potremo nutrirla ; e quelli che 
gli averanno occupati , come cosa male acquistata non gli sapranno pre^ 
vare ; donde ne seguirà la fame e la povertà della città. Io e questi Signori vi 
<x>mandiamo , e se l' onestà lo consente , vi preghiamo , che fermiate vdb 
volta r animo , e siate contenti stare quieti a quelle cose che per noi si sono 
ordinate, e quando pure ne voleste alcuna di nuovo, vogliate civilmente e non 
con tumulto e con V armi domandarle, perchè quando le siano oneste, sempre 
ne sarete compiaciuti , e non darete occasione ai malvagi uomini , con ^^^ 



[1378] LIBRO TERZO. 77 

carico e danno, sotto le spalle vostre di rovinare la patria vostra. » Queste 
pan^ y perchè erano vere , commossero assai gli animi di quelli cittadini , e 
VDanamente ringraziarono il Gonfaloniere di aver fatto l'ufficio con loro di buon 
àgnore , e con la città di buon cittadino , offerendosi esser sempre presti ad 
ibbidire a quanto era stato loro commesso. E i Signori per darne loro cagione 
depotarono due cittadini per qualunque dei maggiori magistrati , i quali in- 
sio&e con i Sindachi dell' arti praticassero se alcuna cosa fusse da riformare a 
quiete comune, ed ai Signori la riferissero. 

Mentre die queste cose co^ procedevano , nacque un altro tumulto, il quale 
aeni più che il primo offese la repubblica. La maggior parte delle arsioni e 
ruberie seguite ne' prossimi giorni erano state dall' infima plebe della città 
fàUe; e quelli che intra loro si erano mostri più audaci temevano, quietate e 
composte le maggiori differenze , di esser puniti de' falli commessi da loro; e, 
come egli accade sempre, di essere abbandonati da coloro, che al far male gli 
avevano istigati ; a die si aggiugneva un odio che il popolo minuto aveva con i 
dttadinì ricchi e prìndpi dell' arti, non parendo loro essere soddisfatti delle loro 
àtidie, secondochè giustamente credevano meritare. Perchè quando ne' tempi 
diCarb V la città si divise in arti , si dette capo e governo a ciascuna, e si 
provvide che i sudditi di ciascuna arte dai capi suoi nelle cose civili fussero 
fi^Q^eati. Queste arti , come già dicemmo, furono nel principio dodid ; dipoi 
od tempo tante se ne accrebbero, che elle aggiunsero a ventuna , e furono di 
tanta potenza, che le presero in pochi anni tutto il governo della città. E per- 
dio tra quelle delle più e delle meno onorate si trovavano , in maggiori e mi- 
Borì à divisero, e sette ne furono chiamate maggiori , e quattordici minori. 
Ba qaesta divisione e dall' altre cagioni, che di sopra abbiamo narrate^ nacque 
r arroganza de' Capitani dt Parte , perchè quelli cittadini , che erano antica- 
■ente stati Guelfi, sotto il governo de' quali sempre quel magistrato girava, i 
popolani delle maggiori arti favorivano , e quelli ddle minori con ì loro diieó- 
iori perseguitavano. Donde centra di loro tanti tumulti , quanti abbiamo nar- 
ntì, nacquero. Ma perchè nell' ordinare i corpi dell' arti molti di quelli esercizi, 
tra i quali il popolo minuto e la plebe infima si afifàtica, senza aver corpi di 
arti proprie restavano, ma a varie arti conformi alle qualità delli loro esercizj 
si soitomeasero, ne nasceva che quando erano o non soddisfatti delle fatiche 
loro , in alcun modo dai loro maestri oppressati, non avevano altrove dove 
nfiiggire che al magistrato di queir arte che gli governava , dal quale non 
pveva loro fosse fotta quella giustizia , che giudicavano si convenisse ; e di 
latte le arti , che aveva ed ha più di questi sottoposti , era ed è quella della 
bna, la quale per essere potentissima e la prima per autorità di tutte, con la 
iadnslria sua la maggior parte della plebe e popolo minuto pasceva e pasce. 

OU nomini plebei adunque , cosi quelli sottoposti all' arte della lana come 
>^ altre arti, per le cagioni dette erano pieni di sdegno, al quale aggiugnen- 
<^W paura per le arsioni e ruberie fatte da loro , convemiero di notte più 
ydte ÌBàeme discorrendo i casi seguiti » e mostrando l' uno all' altro i pericoli 
in die si trovavano. Dove alcuno de' più arditi e di maggiore esperienza , per 
inaoiffiift gli altri parlò in questa sentenza : « Se noi avessimo a diliberare ora 
^ B> avessero a pigliare V armi , ardere e rubare le case de' cittadini, spogliare 
le chiese, io sarei uno di quelli che lo giudicherei partito da pensarlo, e forse 
approverei die fosse da preporre una quieta povertà a un guadagno pericoloso. 
Ma perchè l'armi sono prese, e molti mali sono fatti, e' mi pare che si abbia a 
rMpcnare come quelle non si abbiano a lasciare, e come de' mali commessi d 
possiaiDo assicurare, lo credo certamente , che quando altri non e' insegnasse, 



78 ISTORIE FIORBNTINK. [1378] 

che la necessità e* inseirni. Voi vedete tutta questa città piena di rammàrichi e 
di odio contra di noi ; i cittadini si ristringono, la Signoria è sempre con i ma- 
gistrati. Crediate che si ordiscono lacci per noi, e nuove forze contra le teste 
nostre si apparecchiano. Noi dobbiamo pertanto cercare due cose , e avere 
nelle deliberazioni nostre due 6ni : V uno, di non potere essere delle cose, fatte 
da noi ne' prossimi giorni , gastitati ; V altro , di potere con più libertà e più 
soddisfazione nostra che per il passato, vivere. Convienci pertanto, seconck> 
che a me pare, a voler che ci siano perdonati gli errori vecchi, fame de' nuovi, 
raddoppiando i mali, e 1* arsioni e ruberie moltiplicando, ed ingegnarsi a questo 
aver di molti compagni. Perchè dove molti errano niuno si gastiga , ed i falli 
piccoli si puniscono, i grandi e ì gravi si premiano. E quando molli patiscono, 
pochi cercano di vendicarsi, perchè l' ingiurie universali con più pazienza <^e 
le particolari si sopportano. Il moltiplicare adunque ne' mali ci farà più facil- 
mente trovar perdono, e ci darà la via ad aver quelle cose, che per la libertà 
nostra d'avere desideriamo. E parmi che noi andiamo a un certo acquisto, 
perchè quelli che ci potrebbero impedire sono disuniti e ricchi; la disunione 
loro pertanto ci darà la vittoria, e le loro ricchezze, quando sieno diventale 
nostre, ce la manterranno. Né vi sbigottisca quella antichità del sangue eh' ei 
ci rimproverano, perchè tutti gli uomini avendo avuto un medesimo principio 
sono ugualmente antichi , e dalla natura sono stati fatti a un modo. Spogliateci 
tutti ignudi , voi ci vedrete simili ; rivestite Doi delle vesti loro ed eglino delle 
Bostre, noi senza dubbio nobili, ed eglino ignobili parranno, perdbò solo la po- 
vertà e le ricchezze ci disagguagliano. Ducimi bene che io sento come molti di 
voi delle cose- fatte per conscienza si pentono, e dalle nuove si vogliono aste- 
nere. E certamente, se egli è vero, voi non siete quelli uomini che io credeva 
che voi foste, perchè nò conscienza né infamia vi debbo sbigottire, perchè 
colerò che vincono, in qualunque modo vincano, mai non ne riportano vergo- 
gna. E della conscienza noi non dobbiamo tener conto; perchè dove è , come 
è in noi, la paura della fame e delle carceri , non può né debbe quella dell' rn- 
femo capire. Ma se voi noterete il modo del procedere degli uomini , vedrete 
lutti quelli , che a ricchezze grandi ed a gran potenza pervengono, o con frode 
con forze esservi pervenuti , e quelle cose dipoi , che eglino hanno o eoo 
inganno o con violenza usurpate, per celare la bruttezza dell' acquisto, quello 
sotto falso titolo di guadagno adonestano. E quelli i quali o per poca pru- 
denza oper troppa sciocchezza fuggono questi modi, nella servitù sempre e 
nella povertà affogano ; perchè i fedeli servi sempre sono servi , e gli uo- 
mini buoni sempre sono poveri ; né mai escono di servitù se non gì' in- 
fedeli ed audaci , e di povertà se non i rapaci e fraudolenti : perchè Dio 
e la natura ha poste tutte le fortune degli uomini loro in mezzo , le quali più 
alle rapine che all'industria, ed alle cattive che alle buone arti sono esposte. 
Di qui nasce che gli uomini mangiano l'uno l'altro, e vanne sempre col peggio 
chi può meno. Debbesi adunque usare la forza quando ce n' è data occasione; 
la quale non può a noi essere offerta dalla fortuna maggiore^ sendo ancora i 
cittadini disuniti , la Signoria dubbia , i magistrati sbigottiti ; talmentechè st 
possono, avanti che si uniscano, e fermino l' animo, facilmente opprimere. 
Donde o noi rimarremo al tutto principi della città, o ne avremo tanta parte , 
che non solamente gli errori passati ci sieno perdonati, ma avremo autorità di 
potergli di nuove ingiurie minacciare. Io confesso questo partito essere audace 
e pericoloso; ma dove la necessità strigne è l' audacia giudicata prudenza, e 
del pericolo nelle cose grandi gli uomini animosi non tennero mai conto. Perchè 
sempre quelle imprese, che con pericolo si cominciano, si uniscono con premio, 



[1678] LTBIO TKR20. 79 

e di un perìcolo mai si uscì sema perìcolo; ancoraché io creda , dove si vegga 
appareccchiare le carcerì, i tormenti e )e morti , che sia temere più Io starsi 
die cercare d* assicurarsene , perchè nel primo i mali sono certi, e nell* altro 
dubbj. Quante yolte ho io udito dolervi dell'avarizia de*vostrì superiori e 
della ingiustizia de' vostri magistrati? Ora è tempo non solamente di liberarsi 
da loro, ma da diventar^ in tanto loro superiori , che eglino abbiano più a do- 
lersi ed a teinere di voi , che voi di loro. L'opportunità che dall'occasione ci ò* 
porta , vola , ed invano quando ella è fuggita si cerca poi di ripigliarla. Voi 
vedete le preparazioni de' vostri nvversarj. Preoccupiamo i pensieri loro, e 
qual dì noi prima ripiglierà V armi, senza dubbio sarà vincitore con rovina del 
nimico e coD esaltazione sua; donde a molli di noi ne risulterà onore, e sicurtà 
a tutti. » Queste persuasioni accesero forte i già per loro medesimi riscaldati 
animi al male, tantoché diliberarono prendere le armi poiché eglino avessero 
tirati più compagni alla voglia loro. E con giuramento si obbligarono di soc- 
corrersi , quando accadesse che alcuno di loro fusse dai magistrati oppresso. 

Mentrechè costoro ad occupare la Repubblica si preparavano , questo loro 
disegno pervenne a notizia de' Signori ; per la qual cosa ebbero un Simone 
della Piazza nelle mani, dal quale intesero tutta la congiura, e come il giorno 
aegaenie volevano levare il romore. Ondechè, veduto il pericolo , ragunarono 
i Collegi e quelli cittadini, che insieme con i Sindachi dell' arti V unione della 
città praticavano. Ed avanti che ciascuno fosse insieme, era già venuta la sera, 
e da quelli i Signorì furono consigliati che si facessero venire i (Consoli dello 
arti , i quali tutti consigliarono , che tutto le genti d' arme in Firenze venir si 
laoeasero, e i Gonfalonieri del popolo fussero la mattina con le loro compagnia 
annati in piazza. Temperava l' orìuolo del palagio , in quel tempo che Simona 
si tormentava, e che i cittadini si ragunavano, un Niccolò da San Friano, ed 
accortosi di quel che era , tornato a casa riempio di tumulto tutta la sua vici- 
nanza , dimodoché in un subito alla piazza di Santo Spirito più che mille uo- 
mini armati si ragunarono. Questo rumore pervenne agli altri congiurati , a 
San Pier Maggiore e San Lorenzo , luoghi deputati da loro , d' uomini armati 
si rìempierono. 

Era già venuto il giorno, il quale era il 94 di luglio, ed in piazza in favor 
dei Signorì più che ottonto uomini d' arme comparsi non erano , e de' Gonftf- 
lonierì non ve ne venne alcuno, perché sentondo essere tutta la città in arme» 
d'abbandonare le loro case temevano. I primi che della plebe furono in piazza 
furono quelli che a San Pier Maggiore ragunati si erano ; all' arrivar de' quali 
la gento d' arme non si mosse. Comparse appresso a questi l' altra moltitu- 
dine, e non trovato riscontro, con terribil voce i loro prigioni alla Signorìa do- 
mandavano, e per avergli per forza^ poiché non erano per minacce renduti, le 
case di Luigi Guicciardini arsero ; dimodoché i Signori, per paura di peggio, 
^ consegnarono loro. Riavuti questi, tolsero il gonfalone della giustizia allo 
esecutore, e sotto quello le case di molti cittadini arsero, perseguitando quelli, 
i quah per pubblica o per privata cagione erano odiati. £ molli cittodini per 
vendicare le loro private ingiurìe, alle case de' loro nìmici gli condussero; 
perchè bastava solo che una voce nel mezzo della moltitudine, a casa il tale, 
gridasse, o che quello che teneva il gonfalone in mano vi si volgesse. Tutto 
le scritture ancora dell' arte della lana arsero. Fatti che eglino ebbero molti 
mali, per accompagnarli con qualche lodevole opera , Salvestro de' Medici e 
tanti altri cittadini fecero cavalieri, che il numero di tutti a sessantoquftttro 
aggiunse ; intra i quali Benedetto ed Antonio degli Alberti , Tommaso Strozzi 
e simili loro confidenti fedono, nonostantechè molti forzatamente ne facessero. 



■»* » «*1 * 



so . ' . ISTOMS FIORENTINE. [1378] 

Nel fDale.-écéiéHle più che alcunt altra cosa è da notare 1* aver veduto a 
■tolti afdere4e caa«, e quelli p(pBo dipoi in uno medeeimo giorno da quelli 
medesimi (tanto é^a propiiquo il beneficio ali* ingiuria) essere siati fatti cava- 
lieri; tithev Luigi Guicciardini Gonfaloniere di giustizia intervenne. I Signori, 
•intra tanti tumulti, vedendosi abbandonati dalle genti d'arme, dai capi deir arti 
e dai loro Gonfalflaiefi, erano smarriti, perchè niuno secondo l'ordine dato gli 
aveva soccorsi ; e fle*9edici gonfaloni solamente Y insegna del Lion d* oro e 
quella del Vaio sotto Giovenco della Stufo e Giovanni Cambi vi comparsero. 
B questi poco tempo in piazza dimorarono , perchè non ai vedendo seguitare 
dagli altri, ancora eglino si partirono. Dei cittadini dall* altra parte, vedendo 
il furore di questa sciolta moltitudine ed il palagio abbandonato, alcuni dentro 
alle loro case si stavano, alcuni altri la turba degli armati seguitavano per po- 
lare, trovandosi intra loro, meglio le case sue e quelle degli amici difende»^. 
Scusi veniva là potenza loro a crescere, e quella de' Signori a diminuire. Dorò 
questo tumulto tutto il giorno, e venuta la notte, al palagio di messere Stefano 
dietro alla chiesa dì San Barnaba si fermarono. Passava il numero loro più 
che seimila , ed avanti che apparisse il giorno si fecero dalle arti con minacce 
le loro insegne mandare. Venuta dipoi la mattina, con il gonfalone della gius- 
tizia e con le insegne delle arti innanzi al palagio del Podestà n' andarono, e 
ricusando il Podestà di darne loro la possessione, lo combatterono e vinsero. 

I Signori volendo far prova di comporre con loro, poiché per forza non ve- 
devano modo a frenargli, chiamarono quattro de' loro Collegj, e quelli al pala- 
gio del Podestà per intendere la mente loro mandarono ; i quali trovarono che 
i capi della plebe con i Sindachi delle arti ed alcuni cittadini avevano quello, 
che volevano alla Signoria domandare , diliberato. Dimodoché alla Signorìa 
con quattro dalla plebe deputati, e con queste domande tornarono; che l'arte 
della lana non potesse più giudice forestiero tenere ; che tre nuovi corpi d'arti 
ai facessero , l' uno per i cardatori e tintori , l' altro per i barbieri, farsettai , 
aarti e simili arti meccaniche, il terzo per il popolo minuto ; e che di queste 
tre arti nuove sempre fussero due Signori , e quelle quattordici arti mioorì 
tre; che la Signoria alle case dove queste nuove arti potessero convenire, 
provvedesse ; che niuno a queste arti sottoposto in fra due anni potesse essere 
a pagare debito, che fusse di nùnor somma di cinquanta ducati, costretto; che 
il Monte fermasse gì' interessi, e solo i capitali si restituissero ; che i confinati 
e condannati fussero assoluti; che agli onori tutti gli ammoniti si restituissero. 
Molte altre cose oltra queste in beneficio dei loro particolari fautori domanda- 
rono ; e cosi per il contrario che molti de' loro nimici fussero confinali ed am- 
moniti voUeno. Le quali domande , ancoraché alla Repubblica disonorevoli e 
gravi , per timore di peggio furono dai Signori, Collegj e Consiglio del popolo 
subito deliberate. Ma a volere che le avessero la loro perfezioi^ era necessano 
ancora che nel Consìglio del Comune s' ottenessero , il che , non si potendo la 
un giorno ragunare due Consigli, differire all' altro di convenne. Nondimeno 
parve che per allora l'arti contente, e la plebe soddisfatta ne rimanesse, e pro- 
misero che data la perfezione alla legge, ogni tumulto poserebbe. 

Venuta la mattina dipoi, mentrechè nel Consiglio del Comune si dilib^^'i'' 
moltitudine impaziente e volubile, sotto le solite insegne venne in piazza» e 
con si alte voci e si spaveglevoli, che tutto il Consiglie ed i Signori sp^^^'j!^ 
rono. Perla qual cosa Guerriante Marignolli, uno dei tlgnori, mosso più dal 
timare che d' alcuna altra sua privata passione, scese sotto colore di guardare 
la porta da basso, e se ne fuggi a casa. Né potette uscendo fuoraia oiodo ^ 
larsi, che non ftisse dalla turba ricognosciuto, né gli fu fatta altra ingiona) 



[IST8] LIBBO TBBnr. , .- • 81 

iesoiicbè la moltitudine gridò , come Io vide, eUe^luUi i Sigltorlil ^IsgtOab- 
budcnasaero, se non che ammazzerebbero i Aro figliuoli, A'Ie loft) caab arde- 
niìbero. Era in quel mezzo la legge diliberata, e i Sgnm-ì nelle Lero cgm'ere 
ridotti ; ed il Coosiglio scese da basBO, e Beaza uscir fuora, per la ItigS'' ^ pc - 
la corte, disperalo della salute della città si slava, tanta disonestà vedendo 
in una moltitudine, e taotamalignitào timore in quelli- che t'avrebbero potuti 
olreosre, o opprimere. I Signori ancora erano confusi, e drila salute della pa- 
tria dubb), vedendosi da uno di loro abbandonati, • da niuno cittadino oon . 
che d' ainlo ma di consiglia sovvenuti. Stando adunque di quello potèBsero 
dofcsero bre iocerti, messer Tommaso Strozzi e messer Benedetto Alberti, 
mossi da propria ambizione, desiderando rimaner signori del palagio, o per- 
chè pure coGl credevano esser bene, gli persuasero a cedere a questo impelo 
popolare, e privati alle loro case tornarsene. Questo consiglio dato da coloro 
ette erano siati capì del tumulto fece, ancoraché gli altri cedessero, AlamaaM 
Acciaiuoli e Niccolò del Bene duoi de' Signori sdegnare ; e tornato in loro un 
poco di vigore disaero, che se gii altri se ne volevano partire, non potevano 
rimediarvi, ma non volevano già, prima che il tempo lo permettesse, lasciare 
la loro aoUmtà, se la vita con quella non perdevano. Questi dispareri rsddop* 
fnaiono a' Signori la paura, ed al popolo Io sdegno; tantoché il Gonfalcmiere 
volendo piuttosto finire il suo magistrato con vergi^na che con pericolo, a 
meMer Tommaso Strozzi si raccomandò ; il quale lo trasse di palagio, ed alle 
sue case lo condusse. Gli altri Signori in sìmil modo l' un dopo l'altro si par- 
Urono ; ondecfae Alamanno e Niccolò per non essere tenuti più animosi che 
savj, vedendosirimasi soli, ancora eglino sene andarono; ed il palagio rimase 
nelle mani della plebe e degli Otto delle guerra, i quali ancora non avevano 
magistrato deposto. 

Aveva, quando la plebe entrò in palagio, l'insegna del Gonfaloniere di gìu- 

■tizia in mano un Uichele di Landò peltìnatore di lana. Costui scalzo e con 

poco indosGO, con tutta la turba dietro, sali sopra la scala, e come fu nell' au- 

dienza de' Sìgnorisi fermò, e vellosi alla moltitudine disse: «Voi vedete, questo 

palagio è vostro, e questa citià 6 nelle vostre mani. Che vi pare che si faccia 

ora?i Alqnale latti, che volevano che egli fusse Gonfaloniere e Signore, e che 

pntraaaBe loro e la città come a lui pareva, risposero. Accettò Michele la 

Sigitoria, e perchè era uomo sagace e prudeute, e più alla natura che alla for- 

hma obbligalo, diliberò quietare la città e fermare i tumulti; e per ieaae occu- 

ptfal il popolo, e dare a sé tempo a potere ordinarsi, che si cercasse di un ser 

Nato, stato da messer Lapo da Castiglionchio per bargello disegnato, comandò. 

Alla quale commissione la maggior parte di quelli che aveva d'intorno anda- 

rano. B per cominciare quell'imperio con giustizia, il quale eglì-aveva con 

amente, che niuno ardesse o rubasse alcuna 

itareciascunorizzòleforcheiu piazza. E per dar 

:ittà annullò i Sindachi delle arti, e ne fece 

i Signori e i Collegi, orse le borse degli ufBcj. 

line fu portato in piazza, ed a quelle forche per 

B avendone qualunque era intorno spiccato un 

di lui altro che il piede. Gli Otto della guerra 

er la partita de'Si^iori esser rimasi princìpi 

I Signori disegnali. Il che presentendo Michele, 

i palagio si partissero; perchè voleva moatmn a 

Jio loro sapeva Firenze governare. Fece dipoi 

e creò la Signoria, qoaUro della plebe minuta, 



82 ISTORIE FIORENTINE. [1378] 

due per le maggiori e due per le miaori arti. Fece olirà di questo nuovo squìu 
tinio, ed in tre parli divise Io sfato, e volle che T una di quelle alle nuove arti, 
l'altra alle minori, ta torza alle maggiori toccaese. Dette a messer Salvestro 
de' Medici F entrata delle botteghe del ponte Vecchio, a sé la podesteria d'Em- 
poli, ed a molli altri cittadini amici della plebe fece molli altri beneficj, noo 
tanto per ristorargli delle opere loro, quanto perchè di ogni tempo contra V in- 
vidia lo difendessero. 

Parve alla plebe, che Miahele nel riformare lo stato fuese stalo ai maggiori 
popolani troppo partigiano, né pareva aver loro tanta parte nel governo quanta, 
a mantenersi in quello e potersi difendere, fusse d*aver necessario; tantoché 
dalla loro solita audacia spimi ripresero Tarmi, e tumultuando sotto le loro 
insegne^ in piazza ne vennero; e che i Signori in ringhiera, per diliberare 
nuove cose a proposito della sicurtà e bene loro scendessero, domandavano, 
iiichele veduta l' arroganza loro, per non gK far più sdegnare, senza intendere 
altrimenti quello che volessero, biasimò il modo che nel domandare tenevano, 
e gli confortò a posar Farmi, e che allora sarebbe loro conceduto quello, che 
per forza non si poteva con dignità della Signorìa concedere. Per la qual coaa^ 
la moltitudine sdegnata contra il palagio, a Santa Maria Novella si ridusse; 
dove ordinarono intra loro otto capi con ministri ed altri ordini, che dettero 
loro e riputazione e riverenza ; talché la città aveva due seggi, ed era da dae 
diversi principi governata. Questi capi intra loro diliberarono,* che sempre 
otto eletti dai corpi delle loro arti avessero con i Signori in palagio ad abitare, 
e tutto quello che dalla Signoria si diliberasse, dovesse essere da loro confer- 
mato. Tolsero a messer Salvestro de' Medici ed a Michele di Landò tutto quello 
che nelle altre loro diliberazioni era loro stato concesso. Assegnarono a molti 
di loro ufficj e sovvenzioni per potere il loro grado con dignità mantenere. 
Ferme queste diliberazioni, per farle valide mandarono due di loro alla Signorìa 
a domandare, che le fussero loro per ì Consigli conferme, con proposito di vo- 
lerle per forza, quando d* accordo non le potessero ottenere. Costoro con grande 
audacia e maggiore presunzione ai Signori la loro commessione esposero, ed 
al Gonfaloniere la dignità che egliYio gli avevano data, e T onore fattogli, e 
con quanta ingratitudine e pochi rispetti s' era con loro governato, rimprove- 
rarono. E venendo poi nel fine dalle parole alle minacce, non potette soppor- 
tare Michele tanta arroganza, e ricordandosi più del grado che teneva dtt 
deir inGma condizione sua, gli parve da frenare con istrasordinario modo una 
strasordinaria insolenza, e tratta Tarme che egli aveva cinta, prima gli feri 
grevemente, dipoi gli fece legare e rinchiudere. 

. Questa cosa come fu nota accese tutta la moltitudine d' ira, e credendo 
potere armata conseguire quello, che disarmata non aveva ottenuto, prese 
con furore e tumulto Tarmi, e sì mosse per ire a sforzare i Signori. Michele 
dalT altra parte dubitando di quello avvenne, diliberò di prevenire, pensando 
ohe fusse più sua gloria assalire altri, che dentro alle mura aspettare il nimico, 
ed avere, come i suoi antecessori , con disonore del Palagio e sua vergogna a 
fuggirsi. Ragunato adunque gran numero dei cittadini, i quali già s'erano co- 
minciati a ravvedere delT errore loro, salì a cavallo, e seguitato da molti ar- 
mati n'andò a Santa Maria Novella per combattergli. La plebe che aveva, 
eorae di sopra dicemmo, fitta la medesima diliberazione, quasi in quel tempo 
che Michele si piosse, partì ancora ella per ire in piazza, ed il caso fece die 
ciaseonofece diverso cammmo, talché per via non si scontrarono. Dondecfaè 
nichela tornato indietro trovò che la piazza era presa, e òhe il palagio si com- 
batteva, ed appiccata con loro la zuffa gli vinse, e parte ne cacciò della ciltd, 



[1378] LIBRO TBtZO. flS 

parte ne costrìnse a lasciar rarmi e nascondersi. Ottenuta Y impresa , si pò» 
sarono ì tumulti solo per le yinù dei Gonfeloniere ; il quale d'animo, di prih» 
denza e di bontà superò in quel tempo qualunque cittadino, e merita d' esser» 
annoverato intra i pochi che abbino beneficata la patria loro. Perchè se in esso 
fosse stato animo o maligno o ambizioso, la Repubblica al tutto perdeva la sua 
libertà , e in maggior tirannide che quella del duca d'Atene perveniva. Ma la 
bontà sua non gli lasciò mai venir neir animo pensiero che fusse al bene uni« 
versale contrario , e la prudenza sua gli fece condurre le cose in modo , che 
molti della parte sua gli cederono, e quelli altri potette con V armi domare. Le 
quali cose fecero la plebe sbigottire, e i migliori artefici ravvedere, e pensare 
quanta ignominia era a coloro , che avevano doma la superbia de' Grandi , il 
puzzo della plebe sopportare. 

Era già , quando Michele ottenne la vittoria centra la plebe, tratta la nuova 
Signorìa , intra la quale erano duci di tanto vile ed infame condizione , che 
crebbe il disiderio agli uomini di liberarsi da tanta infamia. Trovandosi adun- 
que, quando il primo giorno di settembre i Signori nuovi presero il magistrato, 
la piazza piena d' armati, come prima i Signori vecchi fuora del Palagio furono, 
si levò intra gli armati con tumulto una voce, come e' non volevano che dei 
popolo minuto alcuno ne fusse de' Signori. Talechò la Signoria per soddistiuB 
loro privò del magistrato quelli due , de' quali l' uno il Tira , e l' altro Baroccio 
bì chiamava, in luogo de' quali messer Giorgio Scali e Francesco di Michele 
etessero. Annullarono ancora l' arti del popolo minuto e i soggetti a quelle, 
eccettochè Michele di Landò e Lorenzo di Puccio ed alcuni altri di migliore 
qualità, degli ufficj privarono. Divisero gli onori in due parti, delle quali 
r una ai/e maggiori , l' altra alle minori arti consegnarono. Solo dei Signori 
vollero che sempre ne fussero cinque de' minori artefici e quattro de' maggiori, 
ed[il Gonfaloniere ora all' uno ora all' altro membro toccasse. Questo stato cosi 
ordinato fece per allora posare la città. E benché la Repubblica fusse stata 
tratta dalle mani della plebe minata, restarono phi potenti gli artefici di minor 
qualità che i nobili popolani ; a che questi furono di cedere necessitati per torve 
ai popolo minuto i favori dell' arti , contentando quelle. La qual cosa fu ancora 
favorita da coloro che disideravano che rimanessero battuti quelli, che sotto il 
nome di parte guelfa, avevano con tanta violenza tanti cittadini offesi. B 
perchè intra gli altri, che queste qualità di governo favorivano, furono messer 
CHorgio Scali, messer Benedetto Alberti , messer Salvestro de' Medici e meseer 
Tommaso Strozzi , quasi che principi della città rimasero. Queste cose cosi pre- 
cedute e governate, la già cominciata divisione tra i popolani nobili e i minori 
artefici per r ambizione de' Ricci e degli Albizzi, confermarono; dalla quale 
perchè seguirono in varj tempi dipoi effetti gravissimi, e molte volte se ne 
avrà a far menzione, chiameremo V una di queste parti popolare e l' altra ple- 
bea. Durò questo statotre anni , e di esilj e di morti fu ripieno; perchè quelli 
che governavano, in grandissime sospetto , per essere dentro e di fuora molli 
malcontenti, vivevano. I malconteirti di dentro o ei tentavano, o ei si credeva 
che tentassero ogni di cose nuove. Quelli di fuora, non avendo rispetto che gli 
frenasse, ora per mezzo di quel principe, ora di quella repubblica, varj scan- 
dali ora in questa, ora in quella parte seminavano. 

Trovavasi in questi tempi a Bologna Giannono da Salerno, capitano di 
Cario da Durezze disceso da* Reali dì Napoli ; il quale disegnando di fbr rim^ 
presa del regno centra la reina Giovanna, teneva questo suo capitano in quella 
città , per i favori che da papa 'Urbano nimico della reina gli erano stali fatti. 
Tfovavansi a Bologna ancora molti fùomsciti fiorentini, ì quali seco e eon 



84 ISTORI! FIORENTINE. [I38t] 

Carlo strette pratiche tenevano ; il che era cagione che in Firenze per quelli 
che reggevano con grandissimo sospetto si vivesse , e che si prestasse facil- 
mente fede alle calunnie di quelli cittadini che erano sospetti. Fu rivelato 
pertanto in tale suspezione d'animi al ihagistralo^ come Giannozzo da Salerno 
doveva a Firenze con i fuorusciti appresentarsi , e molti di dentro prendere 
Farmi, e dargli la città. Sopra questa relazione furono accusati molti, i primi 
de' quali Piero degli Albizzi e Carlo Strozzi furono nominati , ed appressò a 
questi Gprìano Mangioni, messer Jacopo Sacchetti, messer Donato Barbadori^ 
Filippo Strozzi e Giovanni Ànselmi , i quali tutti , eccetto Carlo Strozzi che si 
fuggì , furono presi, e i Signori , acciocché nessuno ardisse prender Y armi in 
loro favore , messer Tonmiaso Strozzi e messer Benedetto Alberti con assai 
gente armata a guardia della città deputarono. Questi cittadini presi furono 
esaminati, e secondo l'accusa e i riscontri alcuna colpa in loro non si trovava; 
dimodoché non gli volendo il capitano condannare, gli nimici loro intanto il 
popolo sollevarono , e con tanta rabbia lo commossero loro contro , che per 
forza furono giudicati a morte. Né a Piero degli Albizzi giovò la grandezza della 
casa , né l'antica riputazione sua, per essere stato più tempo sopra ogni altro 
cittadino onorato e temuto. Dondeché alcuno, ovvero suo amico, per farlo più 
umano in tanta sua grandezza, ovvero suo nimico, per minacciarlo con la vo- 
lubilità della fortuna, facendo egli un convito a molti cittadini , gli mandò un 
nappo d'argento pieno di confetti, e tra quelli nascosto un chiodo, il quale sco- 
perto, e veduto da tutti i conviventi, fu interpretato che gli era ricordato che 
e' conficcasse la ruota ; perché avendolo la fortuna condotto nel colmo di quella, 
non poteva essere che se ella seguitava dì fare il cerchio suo, la non lo traesse 
in fondo. La quale interpretazione fu prima dalla sua rovina , dipoi dalla sua 
morte verificata. 

Dopo questa esecuzione rimase la città piena di confusione, perchè i vinti e 
i vincitori temevano. Ma più maligni effetti dal timore di quelli che governa- 
vano nascevano , perché ogni minimo accidente faceva loro fare alla parte 
nuove ingiurie, o condannando, o ammonendo, o mandando in esilio i loro du 
tadini. A che si aggiugnevano nuove leggi e nuovi ordini, i quali spesso in for- 
tificazione dello stato si facevapo. Le quali tutte cose seguivano con ingiuria 
di quelli che erano sospetti alla fazione loro ; e perciò crearono quarantasei 
uomini, i quali insieme con i Signori la repubblica di sospetti allo stato pur- 
gassero. Costoro ammonirono trentanove cittadini , e fecero assai popolani 
grandi, e assai grandi popolani; e per potere alle forze di fuora opporsi, mes- 
ser Giovanni Aguto, di nazione Inglese, e reputatissimo nell'armi soldarono, 
il quale aveva per il papa e per altri in Italia più tempo militato. Il sospetto di 
fiiora nasceva da intendersi come più compagnie di genti d' arme da Carlo da 
Barazzo per far l' impresa del regno s'ordinavano, con il quale era fama essere 
molti fuorusciti fiorentini. Ai quali pericoli, oltre aUe forze ordinate, con 
somma di danari si provvide; perché arrivato Carlo in Arezzo ebbe dai Fioren- 
tini quarantamila ducati, e promise non molestargli. Seguì dipoi la sua impresa, 
e felicemente occupò il regno di Napoli, e la reina Giovanna ne mandò presa 
in Ungheria. La qual vittoria di nuovo il sospetto a quelli che in Firenze tene- 
vano lo stato accrebbe, perché non potevano credere che j loro danari più 
nell'animo del re potessero, che quell'antica amicizia, la quale aveva quella 
casa co^i tiuelfi tenuta, i quali con tanta ingiuria erano da loro oppressi. 

Questo sospetto adunque crescendo faceva accrescere le ingiurie, le quali 

^ non lo spegnevano^ ma accrescevano; in modo che perla maggior parte degli 

' uomini si viveva in malissima contentezza. A che 1* insolenza di messer Giorgio 



[1381] LIBRO Tsazo. 85 

Scali e di meaeer Tommaso Strozzi si aggiugnéva, i quali con V autorità loro 
quella de' magistrati superavano, temendo ciascuno di non essere da loro con 
faTordella plebe oppresso. £ non solamente ai buoni, ma ai sediziosi pareva 
quel governo tirannico e violento. Ma perchè 1* insolenza di messer Giorgio 
qualche volta doveva aver fine, occorse che da uno suo familiare, Giovanni 
di Cambio, per aver contra lo stato tenuto pratiche, fu accusato, il quale dal 
capitano fu trovato innocente. Talché il giudice voleva punire Taccusatore di 
quella pena che sarebbe stato' punito il reo, se si trovava colpevole ; e non po- 
tendo measer Giorgio con prìeghi nò con alcuna sua autorità salvarlo, andò 
egli e measer Tommaso Strozzi con moltitudine d' armati, e per forza lo libera- 
rono, ed il palagio del Capitano saccheggiarono, e quello volendo salvarsi a 
nascondersi costrìnsero. 11 quale atto riempie la città di tanto odio contra lui, 
che ì suoi nimici pensarono di poterlo spegnere, e di trarre la città non sola- 
mente dalle sue mani, ma da quelle della plebe, la quale tre anni per T arro- 
ganza sua r aveva soggiogata. Di che dette ancora il Capitano grande occa- 
sione; il quale, cessato il tumulto, se ne andò ai Signori, e disse come era ve- 
nuto volentieri a queir ufficio, al quale loro Signorie V avevano eletto, perchè 
pensava avere a servire uomini giusti, e che pigliassero V armi per favorire, 
non per impedire la giustizia. Ma poiché egli aveva veduti e provati i governi 
della dita ed il modo del viver suo, quella dignità che volentieri aveva presa 
per acquistare utìle ed onore, volentieri la rendeva loro per fuggire pericolo e 
danno. Fu il Capitano confortato da' Signori, e messogli animo, promettendogli 
de' danni passati ristoro, e per lo avvenire sicurtà. E ristrettisi parte di loro 
con aJconi cittadini, di quelli che giudicavano amatori del ben comune, e meno 
sospetti allo slato , conclusero che fnsse venuta grande occasione a trarre la 
città daBsi potestà di messer Giorgio e della plebe, sendo l'universale per 
quest'ultima insolenza alienatosi da lui. Perciò pareva loro da usarla prima 
die gli animi sdegnati si riconciliassero, perchè ei sapevano che la grazia del- 
Faniversale per ogni piccolo accidente si guadagna e perde ; e giudicarono che 
a voler condurre la cosa fusse necessario tirare alle voglie loro messer Bene- 
detto Alberti^ senza il consenso del quale V impresa pericolosa giudicavano. 

Era messer Benedetto uomo ricchissimo, umano, severo, amatore della H- 

hertà della patria sua, ed a cui dispiacevano assai i modi tirannici, talché fu 

bdk il quietarlo, e farlo alla rovina di messer Giorgio condiscendere. Perché 

hi cagione che ai popolani nobili ed alla setta dei Guelfi l' avevano fatto nimico, 

ed amico alla plebe, era stata l' insolenza di quelli ed i modi tirannici loro ; 

donde veduto poi che i capi della plebe erano diventati simili a quelli , più 

trfnpomnaDzi sì era discostato da loro, e le ingiurie, le quali a molti cittadini 

erano Itale fatte, al tutto fuora del consenso suo erano seguite. Talché queDe 

caconi che gli feoero pigliare le parti della plebe, quelle medesime gliene fé- 

eoo lasciare. Tirato adunque messer Benedetto e i capi delle arti alla loro vo- 

^tà, «provvedutosi di armi, fu preso messer Giorgio, e messer Tommaso 

fuggL E r altro giorno poi fu messer Giorgio con tanto terrore della parte sua 

^^<^lito, die ninno si mosse, anzi ciascuno a gara alla sua rovina concorse. 

^^"w^fidiè vedendosi quello venire a morte davanti a quel popolò» che poco 

tempo innanzi T aveva adorato, si dolse della malvagia sua sorte e della mali- 

g nitàde 'dttadini, i quali per averlo ingiuriato a torto, V avessero a favorire ed 

onorare ima moltitudiine costretto , dove non fusse né fede né- gratitudine al- 

ouia. E rìcoooscendo intra gli armati messer Benedetto Alberti, gli disse : « E 

tu, measer Benedetto, consenti che a me sia fatta quella ingiuria, che se io fossi 

coati Don permetterei mai che la fosse fatta a te ? Ma io ti annunzia che questo 



86 ISTORIE FIORENTINE. [1381] 

dì è fine del male mio, ed è principio del tao. » Dolsesi dipoi dì sé stesso , 
avendo confidato troppo in un popolo, il quale ogni voce, ogni alto, ogni sospì- 
zione muove e corrompe. E con queste doglienze mori in mezzo a' suoi aimici 
armati, e delia sua morto allegri. Furono morti dopo quello alcuni de* suoi più 
stretti amici, e dal popolo strascinati. 

Questa morte di questo cittadino commosse tutta la città; perchè nella ese- 
cuzione di quella molti presero V armi per fare alla Signoria ed al Capitano del 
popolo favore; molti altri ancora o per loro ambizione, o per proprj sospetti le 
presero. E perchè la città era piena di diversi umori, ciascuno vario fine aveva, 
e tutti avanti che l'armi si posassero, di conseguirgli desideravano. Gli antica 
nobili, chiamati Grandi , di essere privi degli onori pubblici sopportare non 
potevano, e perciò di recuperare quelli con ogni studio s'ingegnavano, e per 
questo che si rendesse V autorità ai Capitani di Parte amavano. Ài nobili pepo- - 
lani ed alle maggiori arti l' avere accomunato lo slato con V arti minori e po- 
polo minuto dispiaceva; dall'altra parte le arti minori volevano piuttosto ac- 
crescere che diminuire la loro dignità ; ed il popolo minuto di non perdere i 
Collegj delle sue arti temeva. I quali dispareri fecero molte volte Firenze per 
spazio di un anno tumultuare, ed ora pigliavano T armi i grandi, ora le mag- 
giori, ora le minori arti, ed il popolo minuto con quelle^ e più volte a un tratto 
in diverse parli della terra tutti erano armati. Onde ne segui e intra loro e 
con le genti del Palagio assai zuffe ; perchè la Signoria ora cedendo, ora com- 
battendo, a tanti inconvenienti come poteva il meglio rimediava. Tantoché alia 
fine dopo duoi Parlamenti e più Balle, che per riformare -la città si crearono, 
dopo molli danni, travagli e pericoli gravissimi si fermò un governo, per il 
quale alla patria tutti quelli che erano stati confinali, poiché messer Salvestro 
de' Medici era stalo Gonfaloniere, si restituirono. Tolsonsi preminenze e provvi- 
sioni a tutti quelli, che dalla Balla del lxxviii ne erano stali provveduti; reo- 
deronsi gli onori alla parte Guelfa ; privaronsi le due arti nuove de' loro corpi 
e governi, e ciascuno dei sottoposti a quelle sotto le antiche arti loro si rimi- 
sero; privaronsi l'arti minori del Gonfaloniere di giustizia, e ridussonsi dalla metà 
alla terza parte degli onori, e di quelli si tolsono loro quelli di maggior qua- 
lità. Sicché la parte de' popolani nobili e de' Guelfi riassunse lo stalo, e quella 
della plebe lo perde, del quale era stata principe dal mcgclxxviii al mgcglxxxi 
che seguirono queste novità. 

Né fu questo stato meno ingiurioso verso i suoi cittadini , né meno grave 
ne' suoi principj, che si fusse stato quello della plebe; perchè molli nobili po- 
polani, che erano notati difensori di quella, furono confinati insieme eoa g;ran 
numero de' capi plebei. Tra' quali fu Michele di Landò, né lo salvò dàlia rabbia 
della parte tanti beni, di quanti era stata cagione la sua autorità, quando la 
sfrenata moltitudine licenziosamente rovinava la città. Fugli pertanto alle sue 
buone operazioni la sua patria poco grata. Nel quale errore, perchè molte volte 
i principi e le repubbliche caggiono, ne nasce che gli uomini sbigottiti da simili 
esempi, prima che possine sentire la ingratitudine de' principi loro, gli offen- 
dono. Questi esilj e queste morti, come sempremai dispiacquero, a messer Be- 
nedetto Alberti dispiacevano, e pubblicamente e privatamente le biasimava. 
Donde i principi dello stato lo temevano, perchè lo stimavano uno de' primi 
amici della plebe, e credevano che egli avesse acconsentito alla morte di mes- 
ser Giorgio Scafi , non perchè i modi suoi gli dispiacessero, ma per rìmaner 
solo nel governo. Accrescevano dipoi le sue parole e i suoi modi il sospetto; il 
che faceva cbe tutta la parte, che era principe, teneva gli occhi verso diluì por 
pigliare occasione di poterlo opprimere. 



[1387] LIBRO TERZO. 87 

Vhreodosi in quoti termini , non furono le cose di fuora molto gravi ; per- 
cipediè se alcuna ne seguì, fu pìiìi di spavento che di danno. Perchè in questo 
tempo venne Lodovico d'Angiò in Italia per rendere il regno di Napoli alla 
rana Giovanna, e cacciarne Carlo di Durazzo. La passata sua spaurì assai i 
Fioi«Diini ; perchè Carlo , secondo il costume degli amici vecchi , chiedeva da 
loro aiuti, e Lodovico domandava, come fa chi cerca V amicizie nuove, si stes- 
MTO di mezzo. Donde i Fiorentini per mostrar di soddisfare a Lodovico ed aiutare 
Cario, rimossero dai loro soldi messer Giovanni Aguto, ed a papa Urbano, che 
era di Carlo amico, io feciono condurre ; il quale inganno fu facilmente da Lo- 
dovico cognosciuto, e si tenne assai ingiuriato da' Fiorentini. E mentre che la 
guerra tra Lodovico e Carlo in Puglia si travagliava, venne di Francia nuova 
gente in favore di Lodovico : la quale giunta in Toscana fu dai fuorusciti are- 
tini condotta in Arezzo, e trattane la parte che per Carlo governava. Quando 
dÌB^BaTam) mutar Io stato di Firenze, come eglino avevano mutato quello d'A- 
vezzo, 9^ui la morte di Lodovico, e le cose in Puglia e in Toscana variarono 
con la fortuna V ordine ; perchè Carlo s* assicurò di quel regno, che egli aveva 
quasi che perduto, e i Fiorentini, che dubitavano di poter difendere Firenze , 
aoqnìstanHK) Arezzo, perchè a quelle genti che per Lodovico lo tenevano, lo 
em^erarono. Carlo adunque, assicurato di Puglia, ne andò per il regno di 
Ungheria , U quale per eredità gli perveniva , e lasciò la moglie in Puglia con 
Ladislao e Giovanna suoi figliuoli ancora fanciulli, come nel suo luogo dimo- 
strammo. Acquistò Carlo V Ungheria , ma poco dipoi vi fu morto. 

Peeesi di quello acquisto in Firenze allegrezza solenne, quanto mai in alcuna 
citta per alcuna propria vittoria si facesse ; dove la pubblica e la privata ma- 
gnificenza si cognobbe, perciocché molte famiglie a gara con il pubblico festeg- 
giarono. Ha quella che di pompa e di magnificenza superò T altre , fu la fami- 
glia degli Alberti, perchè gli apparati, Tarmeggierie che da quella furono fatte, 
fvoio non d'una gente privata, ma di qualunque principe degni. Le quali 
eoseerebbono a quella assai invidia, la quale aggiunta al sospetto che lo stato 
aveva di messer Benedetto, fu cagione della sua rovina. Perciocché quelli che 
govmiavano non potevano di lui contentarsi , parendo loro che a ogni ora po- 
nascere, che col favore della parte egli ripigliasse la riputazione sua e gli 
(folla città. E stando in questa dubitazione, occorse che sendo egli 
Gonfaloniere dette compagnie, fu tratto Gonfaloniere di giustizia messer Fi- 
lippo Magalotti suo genero; la qual cosa raddoppiò il timore ai principi dello 
stelo, pensando che a messer Benedetto si aggiugnevano troppe forze , ed alb 
ilato troppo pericolo. E desiderando senza tumulto rnnediarvi, dettero animo a 
leK Magalotti suo consorte e nimico, che significasse a' Signori che measer-f i- 
ippo mancando del tempo che si richiedeva ad esercitare quel grado, non po- 
teva ne doveva ottenerlo. 

V^Wcaosa intra i Signori esaminata, rparte di loro per odio, parte per 
tem« icawiaio, giudicarono messer Filippo a quella dignità inabile ; e fu 
tratto in suo luogo Bardo Mancini, uomo al tutto alla fazione plebea contrario, 
ed a meBicr Benedetto inimicissimo. Tantoché preso il magistrato creò una be- 
ta, la qaate nefripigfìare e riformare lo stato confinò messer Benedetto Alberti, 
ed il restante della famiglia ammoni, eccettechè messer Antonio. Chiamò mes- 
aer Benedetto avanti al suo partire tutti i suoi consorti, e veggendogli mesti e 
pieni di l^me, disse loro : «Voi vedete, padri e maggiori miei, come la tor- 
toDa ha rovinato me, e minacciato voi; di che né io mi maraviglio, né voi vi 
dovete maravigHare, perché sempre cosi avviene a coloro, che Ila molti cattivi 
vpgiiflBO esaer buoni, e che vogliono soatenere quello che i più cercano di ro- 



88 ISTORIE FIORENTINE. [1393] 

vìDare. L^ amore della mia patria mi fece accostare a messerSalvastro de* Me- 
dici, e dipoi da measer Giorgio Scali discostare. Quello medesimo mi faceva i 
costumi di questi che ora governano odiare; i quali come eglino non avevano 
chi gli gasti^BSse, non hanno ancora vohiCochi gli riprenda. Ed io sono contento 
con il mio esilio liberargli da quel timore che loro «vevano, non di me sola- 
mente, ma di qualunque sanno che conosca i tirannici e scellerati modi loro; 
perciò hanno con le battiture mie minacciati gli altri. Di me non m' incresco, 
perchè quelli onori, che la patria libera mi ha dati, la serva non mi può torre; 
e sempre mi darà maggior piacere la memoria della passata vita mia, che non 
mi darà dispiacere qaella infelicità che si tirerà dietro il mio esìlio. Duolmi 
bene che la mia patria rimanga in preda di pochi, ed alla loro superbia ed ava- 
rizia sottoposta. Duolmi di voi , perchò io dubiU» che quelli mali che finiscono 
oggi in me, e cominciano in voi, con maggiori danni che non hanno persegui- 
tato me non vi perseguitino. Confortovi adunque a fermare V animo contro ad 
ogni infortunio, e portarvi in modo che se alcuna cosa avversa vi avviene, che 
ve ne avverranno molte , ciascuno cognosca , innocentemente e senza colpa 
vostra esservi avvenute. » Dipoi per non dare di sé minore opinione di bontà 
fuora, che si avesse data in Firenze, se ne andò al sepolcro di Cristo, dal quale 
tornando mori a Rodi. V ossa del quale furono condotte in Firenze, e da coloro 
con grandissimo onore sepolte, che vive con ogni calunnia ed ingiuria le ave- 
vano perseguitate. 

Non fu in questi travagii della città solamente la famigUa degli Alberti offe- 
sa, ma con quella molli cittadini anunonili e confinati furono, intra i quali fo 
Piero Benini, Matteo Alderotti, Giovanni e Francesco del Bene, Giovanni Bend, 
Andrea Adimari, e con questi gran numero de* minori artefici. Tra ^' amma- 
niti furono i Covoni, i Benini, i Rinucci, i Formiconi, ì Gorbizzi, i ManDcUi e 
gli Alderotti. Era consuetudine creare la Balìa per un tempo, ma queUi citta- 
dini latto che eglino avevano quello per che eglino erano stati diputati, per 
onestà, ancoraché il tempo non fusse venuto, renunziavano. Parendo pertanto 
a quelli uomini avere soddisfatto allo stato, volevano secondo il costume riooD- 
ziare. Il che intendendo molti corsero al Palagio armati, chiedendo che avanti 
alla rinunzia molti altri confinassero ed ammonissero. Il che dispiacque assai 
ai Signori , e con le buone promesse tanto gì* intrattennero, che si fecero forti; 
e dipoi operarono che la paura facesse loro posare quelle armi, che la rabbia 
aveva fatto pigliare. Nondimeno per soddisfare in parte a si rabbioso umore,e 
per torre agli artefici plebei più autorità, provvidero che dove gli avevano la 
terza parte degli onori, ne avessero la quarta ; ed acciocché sempre fossero de 
Signori duo de' più confidenti allo statò, dettero autorità al Gonfaloniere (n 
giustizia ed a quattro altri cittadini di fare una borsa di scelti, de' quali io ogni 
Signoria se ne traesse due. 

Fermato così lo stato, dopo sei anni, che fu nel mggclxxxi ordinato, visse tt 
città dentro insino al xeni assai quieta. Nel qual tempo Gio. Galeazzo Y^^l^r 
chiamato Conte di Virtù, prese messer Bernabò suo zio, e perciò diventò di 
tutta Lombardia principe. Costui credette poter diventare re d' Italia coj» » 
forza, come egli era diventato duca di Milano con V inganno. E mosse nelx« 
una guerra gagliardissima ai Fiorentini, e in modo variò quella nel mao^' 
giarsi, che molte volte fu il duca più presso a pericolo di perdere, cheiFioren; 
tini, i quaii, se non moriva, avevano perduto. Nondimeio le difese furono ani- 
mosa e mirabìfì'a una repubblica, ed il fine fu assai meno malvagio, cbefl^ 
era atata la guerra sj^ventevole. Perchè quando il àuca aveva pfeso Bol^» 
Pisa, Piwugia e Siena, e che egli avevi preparata la corona per coronari i"» 



[ISfflj LIBHO TBftZO. 89 

Fnoja re d' ìfalit, mori. La qual morie noD gli Ib£Cì6 gustare le buA passale 
fittone, ed ai Fiorentini non lasciò senlire le loro presenti perdite. 

KenlrecbÉ questa guerra eoa il ducasi travagliava, fu ratto Gonfaloniere di 
pulizia mesBer Maso degli Albizzi, il quale la morte di Piero aveva fallo ni- 
tùa ^i Alberti. E! perchè Juttavolla vegghiavano gli umori delle parti, pensò 
aener Maso, aDCoracbè mesaer Benedetto fusse morto io esilio, avanti che 
deponene il magistrato con il rimanente di quella famiglia vendicarsi. B prese 
li occanone da uno, che sopra certe pratiche tenuto con i ribelli fu eaamioato, 
ì quale Alberto e Andrea d^i Alberti nominò. Furono costoro subilo presi, 
dùde tatti la città so ne alterò, talché i Signori provvedutisi d' arme, il popolo ^ 
■ parlameato chiamarono, e fecero uomini di Balla, per virtù della quale assai 
cittadini conGnarooo, e nuove imborsazioni à' ufficj fecero. Intra i confiiiati fu- 
ralo quasiché tulli gli AlberU^ fkirooo ancora dimoiti artefici ammonib e morti. 
Onde per ie tante ingiurie, l' arti e il popolo minuto sì levò in anno, parendogli 
(he fliBse tolto loro 1' onore e la vita. Una parte di costoro venne in piana, 
n'sttra corse a casa di messer Veri da Medici, il quale dopo la morte di 
■esser Silvestro era di quella famiglia rimasto capo. A quelli che vennero io 
tÙBe> i Signori per addormentarci dierono per capi, con l'insegne di parte 
GwUa e del popolo in mano , messer Rinaldo Gianfigliaui e messer Donato 
Acòuuoli , come ncmiini de' popolani più alla plebe che alcuni altri accetti. 
Qo^ cJM conerò a casa di messer Veri lo pregavano che fusse contento pren- 
dere k> stato e liberargli dalla tirannide di quei dttadìni , che erano de' buoni 
e del bme comime distruttori. 

Accofllansì tutti quelli che di questi tempi hanno lasciata alcuna memoria, 
dw se nwsserTerì fusM stato più ambizioso che buono, poteva senza alcuno 
■Mpadimenlo farsi principe della città. Perchè le gravi ingiurie, cha a ragione 
ed I torlo erano alle arti ed agli amid di quelle state fatte, avevano io manieri 
ama gli animi alla vendetta, che non mancava a soddisfare ai loro appetii altro 
tbe UB capo che gli conducesse. Nò mancò chi ricordasse a messer Veri quello 
^poteva lare, perchè Antonio de' Medici , il quale aveva tenuto seco più 
■■Bipo particolare inimicìzia, lo persuadeva a pigliare il dominio della Bepulh- 
tilia. Al quale messer Veri disse : ( Le tue minacce quando tu mi eri nimico 
MI mi fecero mai paura , né ora che tu mi sei amico mi faranno male i tuoi 
W>igli. * E rivoltosi alla moltitudine gli confortò a fare buono animo, per- 
ennile voleva essere loro difensore, purché si lasciassero da lui consigliare. 
Ed lodatone in me^ di loro in piama, e di qui salito in Palagio davanti ai 
Spori, disse, dod si poter dolere in alcun modo di essere vivuto in maniera 
àe il pop(do di Firenze l' amasse , ma che gli doleva bene che avesse di lui 
^qnd giudizio cbe la sna passata vita non meritava ; perciocché non avendo 
Widatidi gè esempi di scandaloso g di ambizioso, non sapeva donde si fusae 
■■lo die ■ credesse, che e' fusse mantenitore di scandali come inquieto, ooo- 
^^vt dello stalo come ambizioso. Pregava pertanto loro Signorie che la 
V>udtQB moltitudine non fusse a suo peccato imputata, perché quanto 
'a potuto, si era rimesso nelle forze loro, 
-e la fortuna modestamente, e che bas tasse 
vittoria con salute della città, che per vo- 
«r Veri lodato dai Signori, e confortato a 
nancherebbero di far quello che fus^ero da 
. Toniossi dopo queste parole messer Veri 
a, che da meeser Rinaldo e messer Donato 
se a tolti, aver trovalo nei Signori uiia ot- 



90 ISTORIE FIORENTINE. [1397] 

lima vobntà verso di loro, e che molte cose s' erano pariate , m9 per il tempo 
brieve e per V assenza de' magistrati non 8* erano conchiuse. Pertanto gli pre- 
gava posassero V armi , ed ubbidissero ai Signori ; facendo loro fede che 
r umanità più che la superbia, i prieghi più che le minacce erano per muo- 
vergli, e come e' non mancherebbe loro grado e sicurtà, se e' si lasciassero go- 
vernar da lui; tantoché scilo la sua fede ciascuno alle sue case fece rìtoratrs. 

Posate r armi, i Signori prima armarono la piazza, scrìssero poi duemila cit- 
tadini conQdenti allo stato, divisi ugualmente per Gonfaloni, ai quaU ordràa- 
rono fussero presti al soccorso loro qualunque volta gli chiamassero, ed ai noo 
scritti r armarsi proibirono. Fatte queste preparazioni, conBnarono ed ainma»- 
zarono molli arteGci di quelli che più feroci che gli altn s' erano ne' tumulti 
dnnostri, e perchè il Gronfaloniere della giustizia avesse più maestà e rìputt- 
zioae, provviddero che fusse ad esercitare quella dignità d* avere quaranta- 
cinque anni necessario. In fortificazione dello stato ancora molti provvedimenti 
fecero, i quali erano centra a quelli che si facevano insopportabili, e ai buoni 
cittadini della parte propria odiosi ; perchè non giudicavano uno stato buono 
sicuro, il quale con tanta violenza bisognasse difendere. E non solamente a 
quelH degli Alberti che restavano nella città, ed ai Medici, ai quali pareva avere 
ingannato il popolo, ma a molti altri tanta violenza dispiaceva. Ed il primo 
che cercò d' opporsegli fu messer Donato di Jacopo Acciainoli. Costui anooraebé 
fusse grande nella città , e piuttosto superiore che compagno a messer Ma» 
degli Albizzì , il quale per le cose fatte nel suo Gonfalonierato era come capo 
della Repubblica, non poteva intra tanti malcontenti vivere ben contento, né 
recarsi, come i più fanno, il comune danno al privato comodo, e perciò fbce 
pensiero di fare esperienza se poteva rendere la patria agli sbanditi, oateeno 
gli uflScj agli ammoniti. Ed andava negli orecchi di questo e queir altro cit- 
tadino questa sua opinione seminando, mostrando cornee' non si poteva altn- 
menti quietare il popolo, e gli umori delle parti fermare; né aspettava altro 
che di essere de' Signori a mandare ad effetto questo suo desiderio. E perche 
nelle azioni nostre V indugio arreca tedio e la fretta pericolo, si volse per ftig- 
gire il tedio a tentare il pericolo. Erano de' Signori Michele Acciaiuoli sw 
consorte, e Niccolò Ricoveri suo amico, donde parve a messer Donato che gl> 
fusse data occasione da non la perdere, e gli richiese che dovessero proporre 
una legge ai Consigli, nella quale si contenesse la restituzione de' cittadini. 
Costoro persuasi da lui ne parlarono con i compagni, i quali risposero che non 
erano per tentare cose nuove, dove l' acquisto è dubbio, ed il pericolo certo. 
Ondechè messer Donato, avendo prima invano tutte le vie tentate, mosso d« 
ira fece intendere loro, come poiché non volevano che la città con i partiti "^ 
mano si ordinasse, la si ordinerebbe con l' armi. Le quali parole tanto ^^^ 
quero, che, comunicata la cosa con f principi del governo, fu messer Dona» 
citato; e comparso, fu da quello a chi egli aveva commessa l'imbasciata, con- 
vinto, talché fu a Barletta confinato. Furono ancora confinati Alamanno ed Afr 
tonio de'Medici con tutti quelli che di quella famiglia da messer Alamanno dttce» 
erano, insieme con molti artefici ignobili, ma di eredito appresso alla plebe, l* 
quali cose seguirono dopo due anni che da messer Maso era sta to ripreso Io stato. 

Stando cosi la città con molti malcontenti dentro e molti sbanditi di ntorai 
si trovavano intra gli sbanditi a Bologna Picchio Cavicciuli, Tommaso de' il/oo, 
Antonio de'Medici, Benedetto degli Spini, Antonio Girolami, Crislofeno (« 
Cadono, con due altri di vile condizione, ma tutti giovani feroci, e disposti pw 
tornare nella patria di tentare ogni fortuna. A costoro fu mostro per segreterie 
da Pìggiello e Baroccio Cavicciuli, i quali ammoniti in Firenze vivevano, (^ 



ll4ùO] LIBIO TERZO. 91 

m ytMÌrmm>miiìa città, «egrelanente gii rieeverebbero in casa, donde ei pò- 
lBTaM> poi oseendo ammazzare messer Maso degli Albizzi, e chiamare il popolo 
all'ami; il quale aendo malcontento, faeiimente si poteva sollevare, massime 
percbè sarebbero da' Ricci, Adimari, Medici, Mannelli e da molte altre fami- 
gliesegaitati. Moaai pertanto costoro da qeeste speranze, a dì 4 d' agosto nel 
inocxcvii Tennero in Firenze, ed entrati segretamente dove era stato loro or- 
diuto, maodaroBO ad osservare messer Maso, volendo dalla sua morte muo- 
vere il tamulto. Usci messer Maso di casa , ed in uno speziale propinquo a 
San Piero Maggiore si fermò. Coree chi era ito a osservarlo, a signifìcarlo ai con- 
giurati, i quali, prese le armi evenuti al luogo dimostro, lo trovarono partito. 
Oùàe non isbigoUiti per non esser loro questo primo disegno riuscito, si vol- 
sero verso Mercato Vecchio, dove uno della parte avversa ammazzarono. E, 
levato il romore, gridando, popolo, arme, libertà, e muoiano i tiranni, volti 
vcno Mercato Nuovo, alUifine di Galimala ne ammazzarono un altro. E segui- 
liBdocoDle medesime voci il loro oammino, e niuno pigliando V armi, nella 
ki^a deUaNighittoaasi ridussero. Quivi si misero in luogo alto, avendo grande 
aaltitodine intorno, la quale più per vedergli che per favorirgli era corsa ; e 
con voce alta gli nomini a pigliar V armi, ed uscire di quella servitù, che loro 
CBtaalo avevano odiata, confortavano, affermando che i rammarichi de' mal- 
caateati deBa città più che V ingiurie proprie gli avevano a volergli liberare 
nmà; e oone avevano sentito che molti pregavano Dio che desse loro occasione 
di poloni vendicare, il che farebbero qualunque volta avessero capo che gli 
novease; ed ora che 1* occasione era venuta, e che egli avevano i capi che gli 
BMfBvaflo, sgoardavano V unoF altro, e come stupidi appettavano che i motori 
delia /iberazione loro fussero morti, e loro nella servitù raggravati ; e che si 
natrav^liavano càe coloro i quali per una minima ingiuria solevano pigliare 
ranni, per tante non si movessero, e che volessero sopportare che tanti loro 
cittadiai dissero sbanditi, e tanti ammoniti; ma che egli era posto in arbitrio 
loco di rendere agli sbanditi la patria ed agli ammoniti Io stato. Le quali parole, 
aaoMdiè vere, non moesero in alcuna parte la moltitudine, o per timore, o 
perdio la morte di qnelli due avease fatti gli ucciditori odiosi. Talché vedendo 
i BOterì del tumulto, come né le parole né i fatti avevano forza di muovere al- 
cuo, tardi avvedutisi quanto sta pericoloso voler far libero un popolo, che 
voglia in ogni modo esser servo, disperatisi dell'impresa, nel tempio di Santa 
BqMrata si ritirarono, dove non per campare la vita, ma per differire la morto 
ii riacfaiuaero. I Signori al primo romore turbati, armarono e serrarono il Pa- 
l^jio; ma poiché fu inteso il caso, e saputo quali erano quelli che movevano lo 
scandalo, e dove si erano rinchiusi, si rassicurarono, ed al Capitano con molti 
litri armati, che a prendergli andassero^ comandarono. Talché senza molta 
htóca le porte del tempio sforzate furono, e parte di loro, difendendosi, morti, 
«prie presi. I quali esaminati, non si trovò altri in colpa, fuora di loro, che 
ianeeioe Piggiello Cavicciuli, i quali insieme con quelli furono morti. 

I^ qaeslo accidente ne nacque un altro di maggiore importanza. Aveva la 
citta il questi tempi, come di sopra dicemmo, guerra con il duca di Milano, il 
<|aate vedendo come ad opprimere quella le forze aperte non bastavano, si 
volse alle occalbe, e per mezzo de' fuoruscili fiorentini, dei quali la Lombardia 
«a pifM, ordiaò un trattato, del quale molti di dentro erano consapevoli, per 
il qaale si tra conchiueo, che ad un certo giorno dai luoghi più propinqui a Fi- 
'BBze gran parte de' fuoruscili atti all' armi si partissero , e per il fiume d' Amo 
w^ dita entrassero, i quali insieme con i loro amici di dentro alle case 
de'prìmi dello stato corressero, e quelli morti, riformassero secondo la volontà 



92 ISTORIE FlORinriNE. [l400] 

loro la Repubblica. Intra i congiurati di dentro era mio de' Bioci nominato Sam- 
miniato; e come spesso nelle oongiure avviene, che i pochi non bastano, egli 
assai le scuoprono, mentrecfaè Samminiato cercava di guadagnarsi compagni, 
trovò l'accusatore. Conferi costui la cosa a Saivestro Cavicciuli , il quale le in- 
giurie dei suoi parenti e sue dovevano far fedele; nondimeno egli stimò più il 
propinquo timore che la futura speranza, e subito tutto il trattato aperse ai 
Signori, i quali, fatto pigliare Samminiato, a manifestare tutto l'ordine della 
congiura costrinsero. Ma de* consapevoli non ne fu preso alcuno, fuorachè Tom- 
maso Davizi , il quale venendo da Bologna, non sapendo quello che in Firenze 
era occorso , fu prima che egli arrivasse sostenuto ; gli altri tutti dopo la cattura 
di Samminiato spaventati si fuggirono. Puniti pertanto secondo i loro falli Sam- 
miniato e Tommaso, si dette Balia a più cittadini, i quali tx)n l'autorità loroi 
delinquenti cercassero, e lo stato assicurassero. Costoro fecero ribelli sei delia 
femiglia de' Ricci, sei di quella degli Alberti, due de' Medici, tre degli Scali, 
due degli Strozzi , Binde Àltoviti , Bernardo Adimarì » con molti ignobili. Ammo- 
nirono ancora tutta la famiglia degli Alberti, Ricci e Medici per dieci anni, 
eccetto pochi di loro. Era intra quegli degli AU>erti non ammonito messer An- 
tonio per essere tenuto uomo quieto e pacifico. Occorse che non essendo an- 
cora spento il sospetto della congiura, fu preso un monaco, stato veduto nei 
tempi che i congiurati praticavano , andar più volte da Bologna a Firenze. Con- 
fessò costui aver più volte portate lettere a messer Antonio, dondediè subito fii 
preso, e benché da principio negasse, fu dal monaco convinto, e perciò in da> 
nari condannato , e discosto dalla città trecento miglia confinato. E perchè dir 
scun giorno gli Alberti a pericolo lo stato non mettessero, tutti quelli che in quella 
famiglia fussero maggiori di quindici anni , confinarono. 

Questo accidente segui nel mggcg, e due anni appresso mori Gio. Galeazzo 
duca di Milano; la cui morte, come di sopra dicemmo, a quella gueira che do- 
dici anni era durata, pose fine. Nel qual tempo avendo il governo piw pi^ 
autorità, sondo rimase senza nimtci fuora e dentro, si fece l'impresa di Pisa, 
e quella gloriosamente si vinse , e si stette dentro quietamente dal xoooc m 
XGOGGXXxiii. Solo nel mgoogzii, per aver gli Alberti rotti i confini, si creòoontra 
di loro nuova Balìa, la quale con nuovi provvedimenti rafforzò lo stato, egli 
Alberti con taglie perseguitò. Nel qual tempo ancora fecero i Fiorentini gueifìj 
con Ladislao re di Napoli, la quale per la morte del re nel mcgccxiv fini; ^ ^^ 
travaglio di essa trovandosi il re inferiore, concedè ai Fiorentini la città di Cor- 
tona , della quale era signore. Ma poco dipoi riprese le forze , e rinnovò eoo loro 
la guerra, la quale fu molto più che la prima pericolosa; e se ella non fioivfl 
per la morte sua , come già era finita quella del duca di Milano, aveva ancora 
egli, come quel duca , Firenze in pericolo di non perdere la sua libertà cond(^* 
Né questa guerra del re fini con minor ventura che quella, perchè quando egti 
aveva presa Roma , Siena , la Marca e tutta la Romagna , e che non gli mancava 
altro che Firenze a ire con la potenza sua in Lombardia, si mori. E così la morte 
fu sempre più amica ai Fiorentini che niuno altro amico, e più potente a sal- 
vargli che alcuna loro virtù. Dopo la morte di questo re stette la città qui^ 
fuora e dentro otto anni; in capo del qual tempo, insieme con le guerre di Fi- 
lippo duca di Milano, rinnovarono le parti, le quali non posarono prima die <^ 
la rovina dì quello stato, il quale dal mcgglxxxi al mgcccxxxiv aveva regoBtOi 
e fatto con tanta gloria tante guerre, ed acquistato all'imperio suo Arezzo, Pi^ 
Cortona, Livorno e Monte Pulciano. E maggiori cose avrebbe fatte se la atta 
si manteneva unita, e non si fussero riaccesi gli antichi umori in quella, com^ 
nel seguente libro particolarmente si dimostrerà. 



LIBRO QUARTO. 



DUeltl atì ptTcnKi delle RepubbUctaE, la serritù e 1« Ilcenia. -~ Suto di Firenze, e 
rccqduUiioDe dell' Interno goienio della citu. — Glotauiii di Kcci de' Medld 
ratftDlsce In Flreme l'iuloriU della sua famiglia (USO). — ^llppo Vluontl duca 
■B KlaBo cerca ài lare accordo col Fiorentini , e fenna seco loro ta pace; la quale, 
per M> tp*"" che prendono I Fiorentini delle ardile Inlraprese del duca in Italia , si 
ranpe colla gnem (I4I1> — I Fiorentini tono «confitti pregio Furll dalle genti 
dKbeaebe; per lo quale rovescio il popolo mormora contro I consigliatori della 
gaerra; ma da Rinaldo degli Alblid queiato, tì provvede al proseguimento della 
goerra. — Una Dnora gravetia imposta per sostenere le spese della guerra è causa 
d dlsordloe. — Rinaldo degli AlbUal consiglia di rimettere In suto I Grandi, ma il 
•iM comigUo è dlsapproTaio da Giovanni de' Medici, Il quale perciò creice In 
tlpvttaloae presso l'universale (M36]. — Virtù di Biagio del Helano In difendere 
1 di Monte Petroso. — I Fiorentini fanno lega col signor di Faenia e 
- Instiluzione del Catasto principalmente consigliata da Giovanni 
Ad ; di cbe t ricchi sono malcontenti. ParU che ne nascono [14S7). — Pace 
ca di MUaao. — Morte di Giovanni de' Medici (1429). — Ribellione de' Voi- 
, HMo doawla. ~' Niccolò Fonebracclo , llceiulato dalla condotta delle anni 
Uè, an^U i LoecHesl. — 1 Florendni fanno commissari per rimpi«sa di 
Loeta. e col Fortebraccio convengono che segua la guerra come soldato della 
RqMbbIka, e ceda le terre che ba prese. —Filippo Brunellescbi propone di allagare 
Locca arenando II Serchlo , e non riesco (1130). — I Lucchesi aiutali dal duca di 
MDano rompooo le genti florenllne. — Cosimo de' Medici. Suo carattere. Suol modi 
per farri grande (1433). — La sua poleoia cretcente mette in sospetto molti del 
dttaAiri, e specialmente Rinaldo degli Albliil é suol consorti; 1 quali fanno die 
~i Goadagnl ida eletto Gonfaloniere, e da lui fanno arrestar Coelmo e 
lo In Palagio. — Cosimo va confinato a Padova. — Gli Albini tentano di 
t ì Grandi in slato, e prendono le armi ixntro la Signoria. — Papa 
Bui nln IV in Pirenie si fa mediatore per calmare 1 tumulti. — Cosimo i richiamato, 
e Kioabla con tntu la parta degli Albini k confinato (143tJ. — Glorioso rllomn di 
CaalMO in FkcMe. 

Le dUà, e quelle nutsaiinameDle cbe dod sono bene ordinate, le quali sotto 

none dì repobblica si amministra do, variano spesso i governi e stati loro, non 

■eduvte là libertà e la servitù, come molti credono, ma mediante la servibl 

e la Uoenzs. Percbè della libertà solamente il nome dai ministri della licenza, 

j della servitù, che sono i ni^ili, è cel^rato; 

irò non essere né alle leggi d6 agli nomini SOt- 

ure avviene (che avviene rade volte] cbe per 

1 in quella nn savio, buono e potente cittadino, 

le quali questi umori de' nobili e de' popolani si 

ino , che male operare non possine, allora è cbe 

s, e quello statosi puòstabilee fermo giudicar». 

i a buoni ordini fondato, non ha necessiti della 

gli altri, che lo mantenga. Di simili leggi ed or- 

, gli stati delle qUali eU»n> lunga vita, furono 



94 ISTORIE nORENTINE. [1420] 

dotato. Di simili ordini e leggi sono mancate e mancano tutte quelle, che spesso 
i loro governi dallo stato tirannico ai licenzioso, e da questo a queir altro hanno 
variato e variano ; perchè in essi , per i polenti nimici che ha ciascuno di loro, 
non è, nò puote essere alcuna stabilità ; perchè Funo non piace agli uomini 
buoni, r altro dispiace ai savi ; l'uno può far male facilmente, l' altro con dif- 
ficoltà può far bene; nell'uno hanno troppa autorità gli uomini insolenti, 
neir altro gli sciocchi ; e Tuno e 1* altro di essi conviene che sia dalla virtù e 
fortuna di un uomo mantenuto, il quale o per morte può venir meno, o per 
travagli diventare inutile. 

Dico pertanto che lo stato, il quale in Firenze dalla morte di messer Giorgio 
Scali ebbe nel mccclxxxi il principio suo, fu prima dalia virtù di messer Maso 
degli Albizzi, dipoi da quella di Niccolò da Uzano sostenuto. Visse la città dal 
iiGCCGXiv perin=ino al xxii quietamente, sendo morto il re Ladislao, e lo stato 
di Lombardia in più parti diviso, in modo che né di fuora né di dentro era al- 
cuna cosa che la facesse dubitare. Appresso a Niccolò da Uzano i citladini di 
autorità erano Bartolommeo Valori , Nerone di Nigi, messer Rinaldo degli Al- 
bizzi, Neri di Gino, e Lapo Niccolini. Le parti che nacquero per la discordia 
degli Albizzi e de' Ricci, e che furono dipoi da messer Salvestro dei ìiedici con 
tanto scandalo risuscitate, mai non si spensero. E benché quella che era piò 
favorita dall'universale solamente tre anni regnasse, e che nel hccglxxu la 
rimanesse vinta, nondimeno comprendendo V umore di quella la maggior parte 
dèlia città , non sì potette mai al tutto spegnere. Vero è che gli spessi parla- 
menti e le continue persecuzioni fatte centra ai capi di quella dal ji0CGLm| 
al ecce, la ridussero quasiché a niente. Le prime famiglie che furono come capi 
di essa perseguitate, furono Alberti, Ricci e Medici, le quali più volte d*(ionmii 
e ricclìezze spogliate furono; e se alcuni nella città n« rimasero, furono loro 
tolti gli onori. Le quali battiture renderono quella parte umile, e quasiché la 
consumarono. Restava nondimeno in molti uomini una memoria delle ingiurie 
ricevute, e un disiderio di vendicarle, il quale per non trovare dove appog- 
giarsi, occulto nel petto loro rimaneva. Quelli nobili popolani , i quali pacifica- 
mente governavano la città, fecero due errori, che furono la rovina delle fi*»to 
di quelli: l'uno, che diventarono per il continuo dominio ÌASolenli; l'altro, che 
per l'invidia che eglino avevano l'uno all'altro, e per la lunga poswuwwe 
nello stato, quella cura di chi gli potesse offendere , che dovevano , non ten- 
nero. Rinfrescando adunque costoro con i loro sinistri nrodi ogni dì Vo^^ 
neli* universale, e non vigilando le cose nocive per non le temere, o nutrendole 
per invidia l'uno dell'altro, fecero che la famiglia dei Medici riprese autorità. 
Il primo che in quella cominciò a risurgere fu Giovanni di Ricci. Cosìai s6b4o 
diventato ricchissimo, ed essendo di natura benigno ed umano, per coaeea- 
sione di quelli che governavano fa condotto al sapremo magistrato. Di che P^ 
r universale della città se ne fece tanta allegrezza, parendo alla moltitiKliB6 
aversi guadagnato un difensore, che meritamente ai più savi la fu sospetta, 
perchè si vedeva tutti gli antichi umori cominciare a risentirsi. E Niecotò ds 
Uzano non mancò di avvertirne gli altri cittadini, mostrando quanto era peri- 
coloso nutrire uno , che avesse neli' universale tanta riputazione ; e come era 
facile opporsi ai disordini nei |HÌncipj , ma lasciandogli creeoere era diAei^" 
rinediarvi ; e che cognosceva come in Giovanni erano moke parti, che sHfS^f 
vano queUe di messer Salvestro. Non fa Niccolò dai sooi uguali udito; p^ 
che avevano invidia alla riputazione &am^ e <li8ÌderayaK) aver oovpagDi a 
batterlo. 

Viveodosi portante in Ficeoie intra questi umoci, i. quali oocotaDMOl* ^ 



[1422J LIBRO QUARTO. 95 

BiocóTaDO a ribollire, Filippo Visconti secondo Aiuolo di Gio. Galeazzo , 
seodo per la morte del fratello diventato signore di tu ita la Lombardia , e pa*- 
reodogii poter disegnare qualunque impresa , disiderava sommamente rinsi- 
gBorìrsi di Genova, la quale allora sotto il dogato di messer Tommaso da Campo 
Fregpéo libera si vìveva. Ma si diffidava potere o quella o altra impresa otte- 
ose, se prima non pubblicava nuovo accordo coi Fiorentini, la riputazione 
dd quale giudicava gli bastasse a potere ai suoi disiderj soddisfare. Mandò per- 
tanto suoi oratori a Firenze a domandarlo. Molti cittadini consigliavano che 
ooa si facesse, ma che senza farlo, nella pace che molti anni si era mantenuta 
seco si perseverasse; perchè cognoscevano il favore che il farlo gli arrecava, e 
il poco utile che la città ne traeva. A molti altri pareva di farlo, e per virtù d! 
qoBUo impoigii termini, i quali trapaasando, ciascheduno cognoscesse il cattivo 
SQoaniaio, e si potesse quando e' rompesse la pace, più giustificatamente far^ 
gli la guerra. E cosi, disputata la cosa assai, si fermò la pace, nella quale Fi- 
lippo promise non si travagliare delle cose che fossero dal fiume della Magra 
6 del Panaro in qua. 

Fatto questo accordo , Filippo occupò Brescia , e poco dipoi Genova centra 
ropòiione di quelli che in Firenze avevano confortata la pace, perchè crede- 
Tiao che Brescia fosse dilesa dai Vineziani, e Genova per sé medesima sì di- 
feodesse. E perchè neir accordo che Filippo aveva fatto con il doge di Genova 
gli aveva lasciata Serezana, ed altre terre poste di qua dalla Magra, con patti 
che volendo alienarle lusse obbligato darle ai Genovesi, veniva Filippo ad aver 
violata la pace. Aveva oltre a questo fatto accordo col legato di Bologna. Le 
quali case aiteraroiio gli animi de' nostri cittadini, e ferongli^ dubitando di 
nuovi mali, pensare a nuovi rimedj. Le quali perturbazioni venendo a notizia 
afjfiippo, p^ giustificarsi, o per tentare gli animi de' Fiorentini , o per ad* 
donBeatargli, mandò a Firenze ambasdadorì, mostrando maravigliarsi de' so» 
spetti presi, ed offerendo rinunziare a qualunque cosa fusse da lui stata fatta, 
éà potesse generare alcun sospetto. I quali ambasciadori non fecero altro ef- 
fittodie dividere la città, perchè ima parte, e quelli che erano più riputati nel 
Smoo, giudicavano che fasse bene armarsi e prepararsi a guastare i disegni 
aliiwoo; e qoando le prefMurazioni fossero fatte, e Filippo stesse qnieto, non 
M moata alcuna guerra , ma data cagione alla pece : molti altri o per invi- 
dia di dii governava, o per timore di guerra, giudicavano che e' non fusse da 
iiMpettìre di nn amico leggiermente, e che le cose fatte da lui non ermo de- 
9^ d'averne tanto sospetto ; ma che sapevano bene, che il creare i Dieci, e il 
nUir genie, voleva dir guerra; la quale se si pigliava con un tanto principe, 
ttacei una certa rovina della città, e senza poterne sperare alcuno utile, non 
P*tedo noi degli acquisti che si facessero, per avere la Romagna in mezzo, 
^omlum signori , e non potendo alle co^e di Romagna per la vicinità della 
^taapeaaare. YaJse nondimeno più l'autorità di quelli che si volevano pre- 
Pym ib guerra, che quella di coloro ohe volevano ordinarsi alla pace; e 
aeaiw oitjiio^ soldarono gente, e posero nuove gravezze. Le quali perchè le 
HBnmue più i nainon die i maggiori cittadini, empierono la città di ram- 
iBariihi;eQaacanedannava l'ambizione e l'avarizia de' potenti, accusando- 
gli ciiep» iio^an gli appetiti loro, ed opprimere per dominare il popolo, vo- 
teuèiimere OHI guerra non necessaria. 

Nosfieca anaon venuto con il duoa a maaifiBeta rottura, ma ogni cosa era 
piana di snpiuo; perchè Filippo aveva a rìdnesta del legato di Bologna, il 
qmèù lanata di meeser Antonio Beniivogli , che fuoruscito si trovava a Castel 
Mc^goese, oaadate gemi in.qnaUa città, le qaali per^eeere fyropinque al do^ 



90 ISTOllE FIORENTINE. [1424] 

minio dì Vireiize tenevaMi in sospetto lo tslàto di quella ; ma quello che fece 
|J|ù«pav«titare ciascuno, e dette larga cagione di scoprir la guerra» fa Tim- 
presa-che 'lȎuca fece di Furll. Era signore di Furil Giorgio Ordelaffi, il quale 
venendo a nM>rte lasciò Tibaldeo suo figliuolo sotto la tutela di Filippo. E bendiè 
la madre /parendogli il tutore sospetto, lo mandasse a Lodovico Àlidossi suo 
padr», che era signore d'Imola , nondimeno fu forzata dal popolo di Furll per 
Vosservaa^ del testafnento del padre a rimetterlo nelle mani del duca. Onde 
' f ilippOy per dare meno sospetto di sé, e per meglio celare l'animo suo, ordinò 
die ìt marchese di Ferrara mandasse come suo procuratore Guido Torello con 
sente a^igliare il governo di Fèr&, Così venne quella terra in potestà dì Filippo. 
La quHl cosa, come si seppe a Firenze insieme con la nuova delle genti venute 
% Bologna , fece più facile la diliberazioM della guerra , nonostante che elli 
«vesso grande conlradìzione, e«he Giovanni de' Medici pubblicamente la scon- 
fortttse, mostrando che quando bene si fusse certo della mala mente del duca, 
era meglio aspettare che ti assaltasse, che farsegli incontro con le forze; percbè 
in questo caso cosi era giustificata la guerra nel cospetto dei prtndpi d'Itala 
dalla parte del duca , come dalla parte nostra. Né si poteva animosamente do- 
mandare qudlì aiuti che si potrebbero , scoperta che fusse V ambizione sua, e 
con altro animo e coft altre forze si difenderebbero le cose sue che quelle d* altri. 
Gli altri dicevano^ che e' non era da aspettare il nimico in casa, ma da andare 
a trovar lui , e che la fortuna è più amica di chi assalta che di chi si difende; 
e con minori danni, quando fusse con maggiore spesa , si fa la guerra io casa 
d'altri che in casa sua. Tantoché questa opinione prevalse , e si diliberò che i 
Dieci facessero ogni rimedio perché la cittàdi Furll si traesse dalle mani del duca. 
Filippo vedendo che i Fiorentini volevano occupare quelle cose, che egli aveva 
prese a difendere , posti da parte ì rispetti , mandò Agnolo della Pergola con 
gente grossa a Imola, acciocché quel Signore avendo a pensare di difendere il 
suo, alla tutela del nipote non pensasse. Arrivato pertanto Agnolo, propinquo a 
Imola, sondo ancora le genti de' Fiorentini a Modigliana, ed essendo il freddo 
grande , e per quello ghiacciali i fossi della città, una notte di furto presela 
terra , e Lodovico ne mandò prigione a Milano. I Fiorentini veduta perduta 
Imola , e la guerra scoperta , mandarono le loro genti a Furll , le quali posero 
l'assedio a quella città , b d'ogni parte la sùignevano. E perchè le genti m 
duca non potessero unite soccorrerla, avevano soldato il conte Alberigo, il qiwe 
da Zamara sua terra scormva ciascun dì infino in sulle porte d' Imola. Agnolo 
della rergola vedeva di non poter sicuramente soccorrere Furll per il forte al- 
loggiamento ohe avevano le nostre genti preso; però pensò d'andare all'espu- 
gnazione di Zagonara, giudicando che i Fiorentini non fussero per lasciar per- 
dere quel luogo, e volendolo soccorrere, conveniva loro abbandonare rimpf^ 
di Furli, e venire con disavvantaggio alla giornata. Costrinsero adunque legeob 
del duca Alberigo a domandar patti, i quali gli furono concessi, promettendo 
di dar la terra qualunque volta intra i quindici giorni non fusse da' Fiorentmi 
soccorsa. Intesosi questo disordine nel campo de' Fiorentini e nella città, e desi- 
derando ciascuno che i nimici non avessero quella vittoria, fecero che n'eb- 
bero una maggiore. Perchè partito il campo da Furli per soccorrere ^^ 
nara, come venne allo scontìpo dei nemici fu rotto, non tanto dalla virtù degù 
avversari, quanto dalla malignità del tempo; perchè avendo i nostri cam©': 
nato parecchie ore tra'l fango altissimo e con l'acqua addosso, trovarono i 
nimici freschi, i quali facilmente gli poterono vincere. Nondimeno in una ^^ 
rotta celebrata per tutta Italia, non mori altri che Lodovico degli Obizzi iosi^^ 
con due altri suoi , i quali cascati da cavallo affogarono nei fango. 



P'434] LIBBO QUIRTO. M "' 

TWU la città di Kranie alla lAova di questa rtm bì contristò, ma più ì d^ . 
bdinì grandi , che aTetaiio coDsigliata la guerra j percliè vedevaao il Dinicv 
mitiardo, loro disannati senza amici, e il popolo loro contro, il quale per tiitl9 , 
k piane con parole ingiurioM gli mordeva , dolendosi delle gravezze soppor- 
tala, e della guerra mossa senza cagione , dicendo : Ora banqo creBli«asioro i 
Dieci per dar terrore al oimìco? OrabannoeglioosoccorsoFurlI, e-trattolodall^ 
Maìdelduca?Eccochee'sisono scoperti i coosigli iato, ed a quaUna^Bin- 
nnaTBDD; non per difendero la libertà, la quale è loro inimica, n 
mte la potenza piglia, la quale Iddio ba giustamente dimJDui 
•ola GCffl quest' impresa aggravata la cittS, ma con molte ; perchè si 
fagostlacoatra il re Ladislao. A chi ricorreranno eglino ora per s 
MÙtiDo, stato, a contemplazione di Braccio, straziato da loral Al 
mm, cbe per abbandonarla fbanno fatta ^Itìireia grembo airt 
Ed oltre a qoeslo dicevano tutte quelle cose cbe suol dire un pc 
Pertanto parve ai Signori di ragunare assai cittadioi, i quali con buone parol* .. 
gU autori mossi dalla moltitudine quietassero. Dondechè messer BinaMo degli . 
Albitii , il quale era rimaso primo figliuolo di messer Maso , e aspirava con It 
TOtù sua e con la memoria del padre al primo grado della città , parìò lunga- 
BMOta , mutrando cbe non era prudenza giudioar te eoie dagli effetti , perché' 
Mcike volte le cose ben consigliate hanno non buono fine, «Iemale consigliai» 
rbanno buono. E se si lodano i cattivi consigli per fine buono , non sì fa altro 
che dare animo agli uomini di errare ; il cbe totna in danno grande delle repuK>. 
bliche, perche sempre i mali consigli non sono felici. Cosi medeaimameal« si 
errava a biasimare un savio partito, che abbia Eoe non lieto; perchè si toglieva 
aniiDo ai ciUadiiii a consigliare la città, e a dire quello cbe egli intendono. Poi 
Bx»lrd la oeceesità che era di pigliar quella guerra, e come se ella non si fosse 
■ossa IO Romagna, la si sarebbe fatta in Toscana. Ma poiché Dio aveva voluto 
^ le genti /ussero stale rotte, la perdita sarebbe più grave quanto piil albi si 
ibbandonasse; ina se si mostrava il viso alla fortuna, e si facevano quelli rimedj 
M potevano , né loro sentirebbero la perdila , né il duca la vittoria. E che non 
donvano sbigottirgli le spese e le gravezze future ; perchè queste era ragione- 
vole mutare , e quelle sarebbero molto minori che le passale ; perohÈ mìa<Hrì 
ippanti sono necesaarj a chi si vugl difendere, che non sodo a quelli cheCM^ 
cano d'offendere. Con fortolh infine ad imitare i padri loro, i quali pernon aver 
penÌDto t'animo in qualunque caso aweiso, al erano sempre contra (pialunquo 
piBdpedìEesi. Confortati pertantoiciltadioi dall' autorità SUB, Boldaroaoilconte 
Oddo figliuolo di Braccio , e gli dierono per governatore Niccolò Piccinino, al- 
tievD di Braccio ,. e più riputato che alcuno altro, che sotto l'insegne di quello 
avesse militato, ed a quello a^unsero altri condottieri, e degli spogliali ne li- 
Mere Scoili a cavallo. Crearono venti cittadini a porre nuova gravezza, i 
9)b avendo preso animo per vedero i potenti cittadini sbattuti per la passata 
'<*&, senza aver loro alcun rispetto gli aggravarono. ■ 

Q«ua gravezza offese assai i cittadini grandi, i quali da prindpìo per parare 
piA MtMi non n dolevano della gravezza loro, ma come ingiusta generalmente 
ItliaÉisnano, e consigliavano che si dovessp fare uno sgravo. La qual cosa 
cepOHiiila da molti, fu loro ne' consigli impedita. Ddtide per far sentire 
dall' opm la durezza di quella, e per farlo odiare da molti, operarono chegti 
"■"»< eoa ogni acerbità la riscotesaero, dando autorità loro di p^ere anuoaz- 
are qulnoque contra ai sergenti pubblid si difendesse. Di cbe nacquero mtdtì 
tristi attideiitì per morti e ferite de' cittadini. Onde pareva che le parti venift- 
sen «I sai^oe, e ciascnno prudente dubitavi di qualche futuro male, non 



9S ISTOUB FIOIENTINI. [1426] 

fttendo gli aoomiì grandi Mi a essere riguardati, sopfiortare di essere maach 
Beasi, e gli altri volendo che ciascuno ugualmente fosse aggravato. Molti per- 
ento de' primi cittadini si ristrignevano insieme, e concludevano come egli ira 
di necessità ripigliare lo stato ; perchè la poca diligenza loro aveva dato anino 
a^ uomini di riprendere le azioni pubbliche, e fatto pigliare ardire a qnelR, 
che solevdne esser capi della moltitudine. Ed avendo discorso queste cose 
intra loro più volle , diliberarono di rivedersi a un tratto insieme tulli , e m 
ragunarono nella chiesa di Santo Stefano più di settanta dttadini con lieeaza 
di messer Lorenzo Ridolfi e di Francesco Gianfigliaizi, i quali allora sedefeae 
de' Signori. Con costoro non coavrane Giovanni de* Medici, o che e*noo?i 
fusse chiamato come sospetto, o che non vi volesse come contrario air opiniofie 
loro intervenire. 

Parlò a tutti messer Rinaldo degli Albizzi. Mostrò loro le condizioni della 
dttà, e come per negligenza loro ella era tornata nella potestà delia plebe, 
donde nel mccglxxxi era stata da' loro padri cavata. Ricordò 1* iniquità di 
qoeMo stato, che regnò dal Lxrvin all' lxxxi, e come da quello a tutti quelli 
che erano presenti era stato morto a chi il padre ed a chi V avolo; e conesi 
ntomava ne* medesimi pericoli , e la città ne' medesimi disordini ricadera. 
Perchè di già la moltitadine aveva posta una gravezza a suo modo, e poco 
dipoi, se ella non era da maggior forza o da migliore ordine ritenuta , la cree- 
rdt>be i magistrati secondo V arbitrio suo. Il che quando seguisse, occuperebbe 
i hioghi loro, e guasterebbe quello stato, che quaranta due anni con tanta glena 
della città aveva retto, e sarebbe Firenze governata o a caso sotto V arbitrio della 
moltitudine, dove per una parte licenziosamente e per V altra perìcolosameote 
ai viverebbe, o sotto l' imperio d' uno, che di quella si facesse prìncipe. Pertaoto 
aflbnnava, come ciascuno che amava la patria e l' onor suo era necessitalo a 
risentirsi, e ricordarsi della virtù di Bardo Mancini, il quale trasse la città con 
la rovina degli Alberti da quelli pericoli, ne' quali allora era, e come la cagione 
di questa audacia presa dalla mollitudine nasceva da' larghi squittinj, che po' 
negligenza loro s' erano fatti, e si era ripieno il Palagio di uomini nuovi e ▼&• 
Gonchiuse pertanto che solo ei vedeva questo modo a rimediarvi, rendere lo 
stato ai grandi, e torre l' autorità alle arti minori, rìducendole da quattordici a 
aette, il che farebbe che la plebe ne' Consigli avrebbe meno autorità, si per «a- 
aarediminuito il numero loro, sì ancora per avere in quelli più autorità i Grand!, 
i qoaH per la vecchia inimicizia gli disfovorirebbero; affermando esser pro- 
deinia sapersi valere degli uomini secondo i tempi ; perchè se i padri loro si 
TS^ro della plebe per spegnere l' insolenza de' Grandi, ora che i Grandi erano 
diventati umili e la plebe insolente, era bene frenare V insolenza sua con l'aiolo 
di queHi ; e come a condurre quéste cose ci era l' inganno o la forza, alla qtialo 
ftdlDoente si poteva ricorrere, sondo alcuni di loro del magistrato de' Di^'i ^ 
potendo condurre segretamente nella città gente. Fu lodato messer Rinaldo, 
ed il consiglio suo approvò ciascuno ; e Niccolò da Uzano intra gli altri ditf^ 
tutte le cose che da messer Rinaldo erano state dette esser vere, ed i riniedj 
buoni e certi, quando si potessero fare senza venire ad una manifesta diviaioiio 
della città ; il che seguirebbe in ogni modo, quando e' non si tirasse aUn vogiÀ 
toro Giovanni de' Medici^ perchè concorrendo quello, la moltitudine priva di 
capo o di fono non potrebbe offendere ; ma non concorrendo, non si potrebbe 
sema armi fare : e con l' armi lo giudicava pericoloso , o di non poter vincere, 
o di non poter godersi la vittoria. E ridusse modestamente loro a in^^^' 
pasaati ricordi suoi , e come ei non avevQno^voluto rimediare a queste éfr 
aaMà ia quelli tempi, che facilmente si poteva; ma che ora non si era pi* * 



[1426] LIBiO QUARTO. 90 

lonpo a farlo senza tonere di maggior danDo, e non ci restare altro rimedio, che 
gndagnarselo. Fu data pertanto a messer Rinaldo la commissione, cbe fìnse 
coaGioTanDi, e yedesse di tirarlo nella sentenza loro. 

Eseguì il cavali^^ la commissione , e con tutti quelli termini seppe nigMorì 
lo confortò a pigliar questa impresa con loro , e non ? olere per fiiyorire ima 
BX»ltitodiBe farla audace con rovina dello stato e delia città. Al quale Giovanili 
rispose, che V ufficio di un savio e buono cittadino credeva essere, non alterare 
gli ordini eonsueti della sua città, non sendo cosa che emenda tanto gli uomiBi, 
quanto il variare quelli; perchè conviene offendere molti, e dove molti restano 
maiooBtenti si può ogni giorno temere di qualche cattivo accidente. E come gli 
pareva che questa loro diliberaztone facesse due cose perniciosissime; l' una di 
dare gli onori a quelli, che per non gli avere mai avuti gh stimano meno, e 
meno cagione hanno, non gli avendo, di dolersi; V altra dì torgli a coloro, che 
sendo oonsoeti avergli, mai non quieterebbero se non gii fossero restituiti. E cesi 
verrebbe a essere molto maggiore l'ingiuria che si facesse ad qna parte, che 1 
beiie6€io die si facesse all' altra. Talché chi ne fusse T autore si acquisterebbe 
pochi amici e moltissimi inimici ; e questi sarebbero piìi feroci a ingiuriarlo, 
the qoeBi a difenderlo : sendo gli uomini naturalmente più pronti alla vendetta 
detV ifiginTia , che alla gratitudine del beneficio , parendo che questa ci arrechi 

danno, qoeir altra utile e piacere. Dipoi rivolse il parlare a messer Rinaldo e 
disse : t E voi, se vi ricordaste delle cose seguite, e con quali inganni in questa 
città si cammina, sareste meno caldo in questa diliberazione; perchè chi la 
coosigha, tolta che egli avesse con le forze vostre T autorità al popolo, la ter- 
rebbe a voi coD r aiuto di quello, che vi sarebbe diventato per questa ingiuria 
nimko. E v'interverrebbe come a messer Benedetto Alberti^ il quale consentì 
perle persuaaoni di chi non l'amava alla rovina di messer Giorgio Scali e di 
messer TomDìaso Strozzi, e poco dipoi da quelli medesimi che lo persuasero fu 
mandato in esilio. > Confortollo pertanto a pensare più maturamente alle cose, 
ed a volere imitare suo padre , il quale per avere la benivolenza universale . 
scemò il pregio al sale, provvide che chi avesse meno di un mezzo fiorino dì 
gravezza potesse pagarlo , o no , come gli paresse ; volle che il dì che si ragu- 
navano i Consigli ciascuno fusse sicuro dai suoi creditori; ed in fine gli con- 
diiuse, che era^ per quanto s'apparteneva a lui , per lasciare la città nelli or- 



Queste cose cosi praticate s'intesto fuori, ed accrebbero a Giovanni riputa- 
zione, ed agK altri cittadini odio; dalla quale egli si discostava, per dare meno 
anÌBo a coloro, che disegnassero sotto i suoi favori cose nuove; ed in ogni suo 
parlare faceva intendere a ciascuno , che non era per nutrir sette , ma per 
spegnerle; e che, quanto a lui si aspettava, non cercava altro che l'unione 
Mtà città : di che molti che seguivano le parti sue erano malcontenti ; perchè 
avcf^bbero voluto, che si fusse nelle cose Giostro più vivo. Intra i quali era 
Alanainio de' Medici , il quale sendo di natura feroce , non cessava di accen- 
derìo a perseguitare ì nimici, e favorire gli amici, dannando la sua freddezza 
ed il suo modo di procedere lento ; il che diceva essere cagione, che i nimici 
senza rispetto gli praticavano contro ; le quali pratiche arebbero un giorno 
effetto con la rovina della casa e degli amici suoi. Inanimava ancora al mede- 
simo Coàmo suo figliuolo. Nondimeno Giovanni per cosa che gli fusse rivelata 
o pronosticata non si moveva di suo proposto : pure con tutto questo la parte 
ara già scoperta, e la città era in manifesta divisione. Erano in Palagio al ser- 
vino de'Signon duoi cancellieri , ser Martino e ser Pagolo. Questo favoriva la 
parte (TC^Do, quali' altro la Medica ; e messer Rinaldo, veduto come Giovanni 



1 



100 ISTOBIB FIOUMTIMB. [1427] 

non ave? a volsuto convenir con loro , pensò che fuase da privare delF ufl^io 
suo ser Martino, giudicando dipoi aver sempre il Palagio più favorevole. Il che 
presentito dagli avversarj, non solamente fu ser Martino difeso, ma ser Pagolo 
privato, con dispiacere ed ingiuria della sua parte. Il che avrebbe fatto subilo 
cattivi effetti, se non fusse la guerra che soprastava alla città, la quale per la 
rotta ricevuta a Zagonara era impaurita : perchè mentre che queste cose in Fi- 
renze cosi si travagliavano, Àgnolo della Pergola aveva con le genti del duca 
prese tutte le terre di Romagna possedute dai Fiorentini, eccetto che Castro- 
caro e Modigliana, parte per debolezza de* luoghi , parte per difetto di chi V a- 
vova in guardia. Nella occupazione delle quali terre seguirono due cose, perle 
quali si cognobbe quanto la virtù degli uomini ancora al nimico è accetta, e 
quanto la viltà e la malignità dispiaccia. 

Era castellano nella rocca di Monte Petroso Biagio del Melano. Costui sendo 
aflògato intomo dai nimici , e non vedendo per la salute della rocca alcuno 
acampo , gittò panni e paglia da quella parte che ancora non ardeva , e di aopra 
vi gittò due suoi piccioli figUuoli, dicendo ai nimici : « Togliete per voi quelli 
beni che mi ha dati la fortuna, e che voi mi potete torre; quelli che io ho dell'a- 
nimo, dove la gloria e Tenore mio consiste, né io vi darò, né voi mi terrete. ■ 
Corsero i nimici a salvare i fanciulli , ed a lui porgevano funi e scale perchè si 
salvasse. Ma quegli non T accettò , anzi volle piuttosto morire nelle fiamme, che 
vivere salvo per le mani degli avversarj della patria sua. Esempio veramente 
degno di quella lodata antichità! e tanto ò più mirabile di quelli, quanto è più 
rado. Furono ai figliuoli suoi dai nimici restituite quelle cose che si poterono aver 
salve, e con massima cura rimandati ai parenti loro, verso dei quali la Repub- 
blica non fu meno amorevole, perchè mentre vissero furono pubblicamente sos- 
tentati. Il contrario di questo occorse in Galeata, dove era potestà Zanobi del 
Pino , il quale senza fare difesa alcuna dette la rocca al nimico , e di più confort 
tava Agnolo a lasciar l'Alpi di Romagna, e venire ne* colli di Toscana, dove po- 
teva far la guerra con meno perìcolo e maggior guadagno. Non potette Agnolo 
sopportare la viltà ed il malvagio animo di costui, e lo dette in preda ai suoi ser- 
vidori; i quali dopo molti schemi gli davano solamente mangiare carte dipinte 
a biscie , dicendo che di Guelfo per quel modo lo volevano far diventare Ghi- 
bellino; e cosi stentando in brìevi giorni mori. 

Il conte Oddo in questo mezzo insieme con Niccolò Piccinino era entrato in 
Val di Lamona per veder di ridurre il signore di Faenza ali* amicizia de' Fio- 
rentini , almeno impedire Agnolo della Pergola che non licorresse più libera- 
mente per Romagna. Ma perchè quella valle è fortissima, e i valligiani armigeri, 
vi fu il conte Oddo morto, e Niccolò Piccinino n'andò prigione a Faenza. Ma la 
fortuna volse che i Fiorentini ottenessero quello per aver perduto, che forse 
avendo vinto non arebbero ottenuto : perchè Niccolò tanto operò con il signore 
di Faenza e con la madre, che gli fece amici ai Fiorentini. Fu in questo accordo 
libero Niccolò Piccinino, il quale non tenne per sé quel consiglio, che egli aveva 
dato ad altri ; perchè praticando con la città della sua condotta , o che le con- 
dizioni gli paressero debili , o che le trovasse migliorì altrove, quasi che ex 
abrupto si parti d'Arezzo, dove era alle stanze, e n'andò in Lombardia, e 
prese soldo dal duca. 

I Fiorentini per questo accidente impauriti , e dalle spesse perdite sbigottiti, 
giudicarono non potere più soli sostenere questa guerra; e mandarono oratori 
ai Vineziani a pregarli, che dovessero opporsi, mentrechè egli era loro facile, 
alla grandezza d' uno, che se lo lasciavano crescere, era per essere cosi perni- 
cioso a loro come ai Fiorentini. Conforiavagli alla medesima impresa Francesco 



[14Ì7] LIBIO QDARTO. 101 

Cannignuola^ uomo tenuto in quelli tempi nella guerra eoceUentissimo, il quale 
era già stato soldato del duca , ma dipoi ribellatosi da quello. Stavano iVineziani 
dnbbj per non sapere quanto si potevano fidare del Carmignuola, dubitando che 
rinimicizia del duca e sua non fusse finta. B stando così sospesi nacque che il 
duca per oiezzo di un servidore del Garmignuola lo fece avvelenare ; il quale 
▼eleno non fu sì potente che lo ammazzasse , ma lo ridusse all' estremo. Scoperta 
la cagione del male, i Yineziani si privarono di quel sospetto; e seguitando i 
Fiorentini dì sollecitargli, fecero lega con loro, e ciascuna delle parti si obbligò 
a Ev la guerra a spese comuni, e gli acquisti di Lombardia fusserode'Vineziani, 
e quelli di Romagna e di Toscana de' Fiorentini ; ed il Garmignuola fu capitano 
gCDerale della lega. Ridussesi pertanto la guerra mediante questo accordo in 
Lombardia , dove fu governata dal Garmignuola virtuosamente, ed in pochi mesi 
tolse molte terre al duca insieme con la città di Brescia; la quale espugnazione 
io quelli tempi , e secondo quelle guerre , fu tenuta mirabile. 

Era dorata questa guerra dal xxii al xxvn, ed erano stracchi i cittadini di 
Firenze per le gravezze poste infine allora, in modochò si accordarono a rìnno- 
▼arie. E perchè le fiissero uguali secondo le ricchezze, si provvide che lesi po- 
nessero ai beni,' e che quello che aveva cento fiorini di valsente, ne avesse un 
mezio di gravezza. Avendola pertanto a distribuire la legge e non gli uomini, 
irenne a gravare assai i cittadini potenti. Ed avanti che ella si diliberasse era 
disEavorìta da loro; solo Giovanni de' Medici apertamente la lodava; tantoché 
ella si ottenne. E perchè nel distribuirla si aggregavano i i>eni di ciascuno, il 
che i Fiorentini dicono accatastare, si chiamò questa gravezza Catasto. Questo 
modo pose in parte regola alla tirannide de' potenti, perchè non potevano bat- 
tere i minori, e fargli con le minacce ne' Consigli tacere, come potevano prima. 
Era adunque questa gravezza dall' universale accettata, e dai potenti con dispia- 
cere grandissimo ricevuta . Ma come accade, che mai gli uomini non si soddisfan- 
no, ed arata una cosa, non vi si contentando dentro, ne desiderano un' «Itra, il 
popolo Don contento aHa ugualità della gravezza, che dalla legge nasceva, do* 
nandaTa che si riandassero i tempi passati, e che si vedesse quello che i pò* 
tenti secondo il catasto avevano pagato meno, e si facessero pagar tanto, die 
eglino andassero a ragguaglio di coloro, che per pagar quello che e' non dove-» 
▼ano, avevano vendute le loro possessioni. Questa domanda molto più che il 
catasto gii uomini grandi spaventò , e per difendersene non cessavano di dan- 
narlo, affamando quello essere ingiustissimo, per essersi posto ancora sopra i 
beni mobili, i quali o^i si posseggono, e domani si perdono ; e che sono oltra 
di questo molte persone che hanno danari occulti , che il catasto non puòritro- 
vare; ai che aggiugnevano, che coloro che per governare la Repubblica lascia- 
vano le loro faccende, dovevano essere meno carichi da quella, dovendole bastare 
che eoo la persona si affaticassero; e che non era giusto che la città si godesse 
la rota e l' industria loro, e degli altri solo i danari. Gli altri a chi il catasto 
pnceva, rispondevano che se i beni mobili variano, possono ancora variare le 
gravezze, e con il variarle spesso si può a quello inconveniente rimediare. E di 
qnelb che hanno danari occulti non era necessario tener conto; perchè quelli 
danari che non fruttano, non è ragionevole che paghino, e fruttando conviene 
chesiscooprino; e se non piaceva loro durare fatica per la Repubblica, lascias- 
siala da parte, e non se ne travagliassero, perchè k troverebbe dei cittadini 
amorevefi, ai quali non parrebbe difficile aiutarla di danari e di consiglio ; e che 
sono taoti i comodi e gli onori che si tira dietro il governo, che deverebbero 
tastar loro senza volere non partecipare de' carichi ^ Ma il male stava dove 
e' non dicevano; perchè doleva loro non poter più muovere una guerra senza k>r 



lOi ISTORI! FIORBmm. [I4t9] 

dMBOy avendo a concorrere alle spese come gli altri; e se qneslo modo si fosse 
troTatoprìma, non si sarebbe fatta la guerra con il re Ladislao, nò ora si farebbe 
questa con il duca Filippo; le quali si erano fatte per riempiere i cittadini, e 
noa per necessità. Questi umori mossi erano quietati da Gioranni de' Medici , 
mostrando che non era bene riandare le cose passate, ma 8it^>ene proYredere 
atte future; e se le gravesze per Taddietro erano state ingiuste, ringraziare Dio, 
poiebè si era ritrovato il modo a farle giuste ; e volere che questo modo serviase 
a riunire, non a dividere la città, come sarebbe quando si ricercasse le imposte 
passate, e farle ragguagliare alle presentì ; e che chi è contento di una mezzana 
nttoria sempre ne farà meglio, perchè quelli che vogliono sopravvincere spesso 
perdono. E con simili parole quietò questi umori, e fece che del ragguaglio non 
si ragionasse. 

Seguitando intanto la guerra con il duca, si fermò una pace a Ferrara per ti 
mezio di un legato del papa, della quale il duca nel principio di essa non os- 
servò la condizioni, in modochè di nuovo la lega riprese 1' armi ; e venuto con 
le genti di quello alle mani, lo ruppe a Maclovio. Dopo la qual rotta il duca 
mosse nuovi ragionamenti d' accordo, ai quali i Vineziani ed ì Fiorentini ac- 
consentirono; questi per essere insospettiti de' Vineziani, parendo loro spendere 
assai per fare potente ajtrì; quelli per aver veduto il Carmignuola dopo la rotta 
data al duca andar lento, tantoché noa pareva toro da potere più confidare in 
quello. Conchiusesi adunque la pace nel mocccxxviii, per la quale i FiorentÌDi 
■riebbero le terre perdute in Romagna, ed ai Vineziani rimase Brescia, e di più il 
duca dette loro Bergamo ed il contado. Spesero in questa guerra I Fiorentini tre 
mflioni e cinque cento mila ducati, mediante la quale accrebbero ai Vineziani stato 
e grandezza, ed a loro povertà e disunione. Seguita la pace di fuora, ricominciò 
la guerra dentro. Non potendo i cittadini grandi sopportare il catasto, e non 
vedendo via da spegnerlo, pensarono modi a fargli più nìmici per avere più com- 
pagni ad urtarlo. Mostrarono adunque agli uffiziali deputati a porlo, come la 
lettegli costringeva ancora ad accatastare i beni de* distrettuali, per vedere se 
intra quelli vi fussero beni de' Fiorentini. Furono pertanto citati tutti i sudditi 
a portare intra certo tempo le scritte de' beni loro. Dondechè i Volterrani man- 
daroBO alla Signoria a dolersi delta cosa ; dimodoché gli uffiziali sdegnati ne 
mossero diciotto di loro in prigione. Questo fatto fece assai sdegnare i Volter- 
rani; pure avendo rispetto ai loro prigioni non si mossero. 

In questo tempo Giovanni de' Medici ammalò , e cognoscendo il male suo 
■feortale, chiamò Cosimo e Lorenzo suoi figliuoli, e disse loro : « Io credo esser 
vfvuta quel tempo, che da Dio e dalla natura nìt fu al mio nascimento conse- 
gnato. Muoio contento poiché io vi lascio ricphi, sani, e di qualità, che voi pò- 
trale, quando voi seguitiate le mie pedate, vivere in Firenze onorati e con la 
grazia di ciascuno. Perché niuna cosa mi fa tanto morir contento, quanto ricor- 
darmi di non aver mai offeso alcuno, anzi piuttosto, secondo eh' io ho potuto, 
beneficato ognuno. Cosi conforto a far voi. Dello stato, se voi volete vivere si- 
cnrif toglietene quanto ve ne é dalle leggi e dagli uomini dato, il che non vi re- 
èkerà mai né invidia né pericolo, perché quello che l' uomo si toglie, non quello 
ebe aU' uomo é dato, ci fa odiare; e sempre ne avrete molto più di coloro, che 
volendo la parte d' altri perdono la loro, e avanti che la perdine vivono in coa- 
tinui affanni. Con queste arti io ho intra tanti nimici, intra tanti dispareri non 
•olamente mantenuta, ma accresciuta la riputazione mia in questa città. Cosi 
quando seguitiate le pedate mie, manterrete ed accrescerete voi; ma quando 
faceste altrimenti, pensate che il fine vostro non ha a essere altrimenti felice, 
dÈB si sia stalo quello di coloro, che nella memoria nostra hanno rovinato so, 



[ÌHÙ] uno QUARTO. IW 

• istrutta la casa iora. > Mori poco dipoi, e noli' uwTersale <leUa oiUà laMìà 
<ti iè OB graadiflsiaM) deaiderìo, secondochò meritavano le sue oUimo qualità. 
FaGioranni misericordioao, « non solamente dava elemosine a chi le doma»- 
dava, BM molte volte al bisogno de* poveri senza essere domandato soccorrevi. 
Amava (^ano, i baonì lodava, e de' cattivi aveva compassione. Non domandò 
ani onori, ed ebbegli tutti. Non andò mai in Palagio se non chiamato. Amava 
la pace, e fuggiva la guerra. Alle avversità degli uomini sovveniva, leproapo» 
rìtà aiutava. Era alieno dalle rapine pubbliche, e del bene comune augumen- 
talore. Ne* magistrati grazioso, non di molta eloquenza, ma di prudenza graft- 
difl s i« a. Mostrava nella presenza melanconico, ma era poi nella conversazioBe 
piacevole e faceto. Morì ricchissimo di tesoro^ ma più di buona fama e di bona- 
vaieaia. La cui eredità cosi de' beni della fortuna, come di quelli dell' anioM» 
Al da Cosimo non solamente mantenuta, ma accresciuta. 

Sraao i Volterrani stracchi di stare in carcere, e per essere liberi promisero 
dì consentire a quello era comandato loro. Libera^ adunque e tornati a Vol- 
terra, venne il tempo che i nuovi loro priori prendevano il magistrato; de' quali 
fa tratto un Giusto, uomo plebeo, ma di credito nella plebe, il quale eranno di 
qne ifa , che fu imprigionato a Firenze. Costui acceso per so medesimo d' odio per 
la ingrana pubblica e per la privata contro a' Fiorentini, fu ancora stimolato 
da Giovanni di Cootugi, uomo nobile, e che seco sedeva in magistrato, a dover 
■novero il popolo con l'autorità de' priori e con la grazia sua, e trarre la terra 
dallo mani dei Fiorentini, e farne sé principe. Per il consiglio del quale, Giusto 
proM l'armi, corse la terra, prese il capitano che vi era per i Fiorentini, e ù 
tee ODO d consentimento del popolo signore di quella. Questa novità seguita in 
Voherra dispiacque assai ai Fiorentini; pure trovandosi aver fatto pace con il 
dncB, e freschi in su gli accordi, giudicarono potere aver tempo a racquistaria, 
o por DOD lo perdere mandarono subito a quella impresa commissari messer 
Binaldo degli Albizzi e messer Palla Strozzi. Giusto intanto, che pensava cho i 
fiorentini lo aesalterebbero, richiese i Sanesi e Lucchesi di aiuto. I Sanasi gUana 
negarono, dicendo essere in lega con i Fiorentini ; e Pagolo Guinigi, die eraai- 
SDOre di Lucca, per riacquistare la grazia col popolo di Firenze, la quale neUa 
guerra del duca gli pareva aver perduta per essersi scoperto amico di Filippo, 
non soiaoiente negò gli aiuti a Giusto, ma ne mandò prigione a Firenze quoUo 
che era venuto a domandargli. I commissari intanto per giugnere i Volterrani 
sprovveduti, ragunarono insieme tutte le loro genti d'arme, e levarono di Val- 
damo di aoUo e dal contado di Pisa assai fanteria, e n'andarono verso Volterra. 
^ Giusto per essere abbandonato dai vicini, nò per lo assalto dba si vedeva 
fan dai Fiorentini, si abbandonava; ma rìfidatosi nella forza del sitoe naUa 
panaei i j delia terra, si provvedeva aUa difesa. 

Bra in Volterra un messer Arcolaoo fratello di quel Giovanni, che aveva 
pttMaso Giusto a pigliare la Signoria, uomo di credito nella nobiltà. C ost a i 
n0Mò certi suoi confideiiti, e mostrò loro come Dio aveva, per questo acci- 
àaa^ vennio, soccorso alla necessità della città loro ; perchè se egli erano co»* 
di pigliar r armi, e privar Giusto della Signoria, e rendere la città ai Fio>- 
ae seguirebbe che resterebbero i primi di quella terra, ed a lei si 
gli antichi privilegi 8^* Rimasi adunque d'accordo della 
n'andarono al Palagio dove si posava il signóre , e fermisi parte di loro 
à» basso, messer Arcolano con tre di loro sali in su la sala , e trovato quello 
con alcuni cittadini lo tirò da parte, come se gli volesse ragionare di alcuna 
cosa ia^KMtaaie ; e di un ragionam ente in un altro lo condusse in camera, dove 
^' e qùelii che erano seco oon le spade lo assalirono. Né furono, però si presti 



104 ISTOBIE FIORBNTIME. [I4i9] 

che non destero comodità a Giunto di por mano air arme sua; il quale primi 
che r ammazzassero ferì gravemente due di loro, ma non potendo alfine resis- 
tere a tanti, fu morto e gìttato a teri*a del Palagio. E prese l' armi quelli della 
parte di messer Arcolano, dettero la oitti ai commessarj fiorentini che con le 
genti vi erano propinqui, i quali senza fare altri patii entrarono in quella. Di 
che ne segui che Volterra peggiorò le sue condizioni/ perchè intra le altre cose 
4e smembrarono la maggipr parte del <»ntado, e riduasonla in vicariato. 

Perduta adunque quasiché in un tratto e racquietata Volterra, non si vedeva 
cagione di nuova guerra, se l' ambizióne degli uomini non Y avesse di naeve 
mossa. Aveva mihtato assai tempo per la. città di Firenze nelle guerre del duci 
Niccolò Fortebracdo, nato d* una siroccbia di Braccio da Perugia. Costui, ve- 
nuta la pace, fu dai Fiorentini licenzialo, e quando e' venne il caso di Volterra 
si trovava ancora alloggiato a Fucecchio; ondecbò i commessarj .in quella im- 
presa si valsero di lui e delle sue genti. Fu opinione, nel tempo che messer 
Rinaldo travagliò seco quella guerra, lo persuadesse a volere sotto qualche 
finta querela assaltare i Lucchesi, mostrandogli che se e' lo faceva, opererebbe 
in modo a Firenze, che Timpresa contro a Lucca si farebbe, ed egli ne sarebbe 
Ditto capo. Acquistata pertanto Volterra, e tornato Niccolò alle stanze a Fucec- 
chio, per le persuasioni di messer Rinaldo, o per la sua propria volontà, di 
novembre nel hoccgxxix con trecento cavalli e trecento fanti occupò Ruoti e 
Compito castella de' Lucchesi, dipoi scèso nel piano fece grandissima preda. 
Pubblicata la nuova a Firenze di questo assalto, si fece per tutta la città circoh 
di ogni sorte uomini , e la maggior parte voleva che si facesse V impresa à 
Lucca, De' cittadini grandi che la favorivano, erano queHi della parte de' Me- 
dici, e con loro s' era accostato messer Rinaldo, mosso o da giudicare che eOi 
fusse impresa utile per la Repubblica, o da sua propria ambizione, credendo 
aversi a trovar capo di quella vittoria,. Quelli che la disfavorivano erano Nicoolò 
da Uzano e la parte sua. E' pare cosa da non la credere, che si diverso S^"^ 
nel muovere guerra fusse in )raa medesima città; perehè quelli cittadini e quel 
popolo, che dopo dieci anni di pace avevano biasimato la guerra presa contri 
il duca Filippo per difendere la sua libertà, ora dopo tante spese fatta, e ra 
tanta afflizione della città, con ogni efficacia domandassero che si movere la 
guerra a Lucca per occupare la jiberlà d' altri , e dall' altro canto quelli che 
voUeno quella, i>iasimavano questa. Tanto variano con il tempo i pareri, tanto 
è più pronta la moltitudine a occupare quello d* altri che a guardare il suo; 
tanto sono mossi più gli uomini dalla speranza dello acquistare che dal timore 
del perdere : perchè questo non è so non da presso creduto; quell'altro, an- 
coraché discosto, si spera. E il popolo di Firenze era ripieno di speranza dagli 
acquisti che aveva fatti e faceva Niccolò Fortebraccio, e dalle lettere dei ret- 
tori propinqui a Lucca. Per che i Yicarj di Poscia e di Vico scrivevano, che « 
desse loro licenza di ricevere quelle castella, che venivano a darsi loro, parchi 
presto tutto il contado di Lucca si acquisterebbe. Aggiunsesi a questo l'amba- 
sdadore mandato dal signore di Lucca a Fireifze a dolersi degli assalti fatti di 
Niccolò, e a pregare la Signorìa, che non volesse muover guerra a un suo viciDO, 
e ad una città che sempre gli era sthta amica. Chiamavasi i' ambasciadoremee- 
ser Jacopo Viviani. Costui poco tempo innanzi era stato tenuto prigione da Pa* 
gole Guinigi signor di Lucca per aver congiuratogli contro, e benché Tavetfi 
trovato in colpa, gli aveva perdonata la vita; e perchè credeva che messer Ja- 
copo gli avesse perdonata V ingiurìa, si fidava di luì. Ma rìcordandosi messer 
Jacopo più del perìcolo che del benefizio, venuto a Firenze, segretamente con- 
fortava i cittadini all'imprésa; i quali conferii aggiunti all'altre speraoi» 



é 

[ìiìB] LIBRO QUARTO. 105 

fBeen che la Signorìa raganò if Consiglio , dove convenDero quaitrocentono- 
TiBlotto cittadini, innanzi ai quali peri principali della città fu disputata la cosa. 
Intra i prìmi che volevano V impresa, come di sopra dicemmo, era messer 
Biaaldo. Mostrava costui 1* utile che si traeva dall' acquisto, mostrava l' occa* 
flOBe deir impresa, sondo loro lasciata in preda dai Vineziani e dal duca, né 
poasendo essere dal papa, implicato nelle cose del regno, impedita; a questo 
aggiugneva la facilità dell' espugnarla, sondo serva di un suo cittadino, ei 
avendo perduto quel naturai vigore e queir antico studio di difendere la sua 
tttolà; in modochè o dal popolo per cacciarne il tiranno, o dal tiranno per 
paora del popolo la saria concessa. Narrava le ingiurie del signore fatte alla 
rq>obblica nostra , e il malvagio animo suo verso di quella ; e quanto era p^ 
rìcoJoso se di nuovo o il papa o il duca alla città movesse guerra. E conclu- 
deva che ninna inapresa fu fatta mai dal popolo 6orentino né più facile né più 
Qtile né più giusta. Gontra questa opinione Niccolò da Uzano disse, che la città 
di Firenze non fece mai impresa più ingiusta, né più pericolosa, né che da 
qaella dovessero nascere maggiori danni. E prima, che s' andava a ferìre una 
alti guelfa, stata sempre amica al popolo fiorentino, e che nel suo grembo 
con suo perìcolo aveva molte volte ricevuti i Guelfi, che non potevano stare 
nella patrìa.loro. E che nelle memorìe delle cose nostre non si trovava mai 
Lacca Ubera avere offéso Firenze ; ma se chi 1* aveva fatta serva, come già 
Castniocio, ed ora costui, l' aveva offésa, non si poteva imputare la colpa a 
lei, ma al tiranno. E se al tiranno si potesse far guerra senza farla ai citta- 
dini, gli dispiacerebbe meno; ma perchè questo non poteva essere, non po- 
teva aocbe acconsentire, che una città dinanzi amica fusse spogliata de' beni 
suoi. Ma poiché si viveva oggi in modo che del giusto e dell' ingiusto non si 
aveva a tenere molto conto, voleva lasciare questa parte indietro, e pensar 
solo air utilità della città. Credeva pertanto quelle cose potersi chiamare utili, 
die non potevano arrecare facilmente danno. Non sapeva adunque come al* 
cono poteva chiamare utile quella impresa, dovei danni erano certi, e gli utili 
dnbbj. I danni certi erano le spese che ella si tirava dietro, le quali si vede- 
vano tante, die le dovevano far paura a una città rìposata, non che a una stracca 
da nna lunga e grave guerra, come era la loro. Gli utili che se ne potevano 
trarre, ^-ano l'acquisto di Lucca, i quali confessava essere grandi; ma che 
egli era da considerare i dubbj che ci erano den^o, i quali a lui parevano 
Unti, che ghidicava V acquisto impossìbile. E che non credessero che i Vine- 
liani e Filippo fussero contenti di questo acquisto; perchè quelli solo mostra- 
vano consentirlo per non parere ingrati, avendo poco tempo innanzi con i da- 
nari dei Fiorentini preso tanto imperìo; quell'altro aveva caro che in nuova 
gaena e in nuove spese s' implicassero, acciocché attriti e stracchi da ogni 
P^ potesse dipoi di nuovo assaltargli ; e come non gli mancherà modo, nel 
iMQo dell' impresa e nella maggior speranza della vittoria di soccorrere i Luo- 
<te copertamente con danari, o cassar delle sue genti, e come soldati di 
^estera mandargli in loro aiuto. Confortava pertanto ad astenersi dall' im- 
P^^^i e vivere con il tiranno in modo, che se gli facesse dentro più Inimici si 
P<^^; perchè non ci era più comoda via a soggiogarla, che lasciarla vivere 
s<>^ il tiranno, e da quello affliggere e indebolire ; perchè governata la cosa 
P>^identeBenle, quella città si condurrebbe in termine, che il tiranno non la 
Pp^^<^ ^ere, ed ella non sappiendo né potendo per sé governarsi, di neces- 
•ità caderebbe loro in grembo. Ma che vedeva gli umori mossi, e le parole 
«>• non essere udite ; pure voleva pronosticare loro questo, che farebbero una 
P»»n, dove spenderebbero assai, correrebbonvi dentro assai perìcoli, e in 



166 ISTORI! FIORINTINB. [1430] 

otmkÀo d'occupar Lucca la libererebbero dal tiranno, e di una città amica, 
soggiogata e debole, farebbero una città libera loro Dimica, e con il tempo tu 
oatacolo alla grandezza della Repubblica loro. 

Parlato pertanto che fu per V impresa e oontra 1* impresa, si venne, secondo 
il costume, segrotamente a ricercare la volontà degli uomini, e di tutto il m- 
nero, solo novantotto la contradissero. Fatta pertanto la diliberazione, e creati 
i Dieci per trattare la guerra, soldarono genti a pie ed a cavallo. Diputaroao 
oemmissarj Astorre Gianni e messer Rinaldo degli Albizzi, e con Niccolò For- 
lebraccio di aver da lui le terre aveva prese, e che seguisse V impresa cene 
soldato nostro, convennero. I oommissarj arrivati con V esercito nel paese di 
Lucca, di? isero quello, e Astorre si distese per lì piano verso Camaiore e Pie- 
trasanta, e messer Rinaldo se n' andò verso i monti, giudicando che spogliata 
la città del suo contado, facil cosa fusse dipoi lo espugnarla. Furono 1* imprese 
di costoro infelici, non perchè non acquistassero assai terre, ma per i caricfaì 
die furono nel maneggio della guerra dati ali* uno e ali* altro di loro. Vero è 
che Astorre Gianni dei carichi suoi se ne dette evidenti cagioni. È una valle 
propinqua a Pietrasanta chiamata Seravezza, ricca e piena di abitatori, i quali 
sentendo la venuta del commissario se gli fecero incontro, e lo pregarono gfa 
accettasse per fedeli servidori del popolo fiorentino. Mostrò Astorre di accettare 
le proferte, dipoi fece occupare alle sue genti tutti i passi ed i luoghi forti deili 
valle, e fece ragunar gli uomini nel principale tempio loro; e dipoi gli prese 
tutti prigioni, e alle sue genti fé' sacchegi:;iare e distruggere tutto il paese con 
esempio crudele ed avaro, non perdonando ai luoghi pii, né a donne, cosi ve^ 
gin! come maritate. Queste cose così com* elle erano seguite si seppero a Fi- 
renze, e dispiacquero non solamente ai magistrati, ma a tutta la città. 

De' Seravezzesi alcuni, che dalle mani del commissario s* erano fuggiti, cor^ 
aero a Firenze, e per ogni strada e a ogni uomo narravano le miserie loro ; 
dimodoché confortati da molti disiderosi che si punisse il commissario o come 
malvagio uomo, o come contrario alla fazione loro, n* andarono ai Dieci, e do- 
mandarono d* essere uditi. E intromessi, uno di loro parlò in questa sentenza: 
« Noi siamo certi, magnifici Signori, che le nostre parole troveranno fede e 
compassione appresso le Signorìe vostre, quando voi saprete in che modo oo- 
cupasse il paese nostro il commissario vostro, e in qual maniera siano stati 
poi trattati da quello. La valle nostra, come ne possono essere piene le memo- 
rie dell* antiche cose vostre , fu sempremai guelfa, ed è stata molte volte no 
fedel ricetto ai cittadini vostri, che perseguitati dai Ghibellini sono ricorsi in 
quella. E sempre gli antichi nostri e noi abbiamo adorato il nome di questa in- 
clita Repubblica, per essere stata capo e principe di quella parte; e mentre 
chei Lucchesi furono Guelfi^ volentieri servimmo allo imperio loro; ma poi 
die peVveonero sotto il tiranno, il quale ha lasciato gli antichi amici e segnile 
le parti ghibelline, piuttosto forzati che volontari, l* abbiamo ubbidito. E Dio 
sa quante volte noi lo abbiamo pregato, che ci desse occasione di dimostrare 
r animo nostro verso l' antica parte. Quanto sono gli uomini ciechi ne* desidet] 
loro! Quello che noi desideravamo per nostra salute, è stata la nostra rovina. ?^ 
che come prima noi sentimmo, che 1* insegne vostre venivano verso di noi, no* 
come a nimici, ma come ad antichi signori nostri, ci fiaoemmo incontro al com- 
missario vostro, e mettemmo la valle, le nostre fortune e noi nelle sue mani, «■ 
alte sua fede ci raccomandammo, credendo che in lui fusse animo se nonni 
Fiorentino, almeno d' uomo. Le Signorie vostre ci perdoneranno, perchè non ?*>• 
ter sopportar peggio di quello abbiamo sopportato, ci dà animo a pariare. Qno^ 
vostro commissario non ha d' uodk) altro che la presenza, né dì Fiorentino altro 



[1430] UBftO QUARTO. 107 

càe il nome; una peste raorlifara, una fiera €nidele,un mostro erreado, qoaalo 
mèda ateuao scriliore fosse figurato; perchè ridottici nel nostro tempio solla 
colore di volerò parlare, noi fece prigioni, e la Tallo tutta roTÌoò ed arse, e fjà 
ièitatori e le robe di quella rapì, spogliò, saccheggiò, batto ed ammazzò; 
stoprò 4e donne, viziò le vergini, e trattele dalle braccia delle madri le feoe 
pnida de* suoi soldati. Se noi, per alcuna ingiuria fatta al popolo fiorentino o « 
ili, areasìBio meritato tanto male, o se armati e difendendoci ci avesse pres^ 
d dorremmo meno, anzi accuseremmo noi, i quali o con V ingiurie, o con T ar- 
ropaza nostra T avessimo meri tato; ma sondo disarmati daticigli liberamente^ 
cbe dipoi d abbia rubali e con tanta ingiuria e ignominia spogliati , siamo 
forzati a dolerd. E quantunque noi avessimo potuto riempiere la Lombardia 
di querele, e con carico di questa dttà spargere per tutta Italia la fama dell' in- 
giurie nostre, non l'abbiamo voluto fare, per non imbrattare una si onesta e 
pietosa Repubblica con la disonestà e crudeltà d' un suo malvagio dttadino ; 
del quale se avanti alla rovina nostra avessimo cognosciuta l' avarizia, d sa- 
remmo sforzati il suo ingordo animo, ancor cbe non abbi uè misura né fondo, 
riempiere, ed aremmo per quella via con parte delle sostanze nostre salvate 
rakre. Ma poiché non siamo pia a tempo, abbiamo voluto ricorrere a voi, e 
pregarvi soccorriate all' infelicità de' vostri soggetti, acciocché gli altri uomini 
oca si sbigptttschino per l'esempio nostro a venir sotto l' imperio vostro. E 
quando non vi muovine gì' infiniti mali nostri, vi muova la paura dell' ira di 
Hio, il quale ha veduti i suoi templi saccheggiati ed arsi, e il popolo nostro 
tradito nei grembo suo. » E detto questo, si gittarono in terra, gridando e pr^ 
gando che fusse loro rendula la roba e la patria , e facessero restituire (poiché 
BOD à poteva V onore) ahneno le mogli ai mariti, ed ai padri le 6gliuole. V a- 
iRKàlà delia cosa saputa prima, e dipoi dalle vive vod di quelli che l' avevano 
sopportata, intesa, commosse il magistrato, e sepza differire si fece tornare 
JtsCorre, e dipoi fu condannato e ammonito.' Ricercossi de' beni de' Seravea- 
zen, e quelli che si poterono trovare si restituirono, e degli altri furono daUa 
dttà ooB il tempo in varj modi soddisfatti. 

Messer Rinaldo degli Albizzi dall' altra parte era difiCamato, che egli faceva 

^ guerra non per utilità del popolo fiorentino, ma sua : e come poi die fucom- 

, gli era fuggito dall'animo la cupidità di pigliare Lucca, perché ^ì 

sacdi^giare il contado, e riempiere le possessioni sue di bestiame, e 

le case sue di preda : e come non gli bastavano le prede che da' suoi satelliti 

p« propria utilità si facevano, e' comperava quelle de' soldati; talché di com- 

aiasario era diventato mercatante. Queste calunnie pervenute alle oreodùe 

l'intero ed altiero animo suo più che a un grave uomo non si eoa- 

, e tanto lo perturbarono^ che sdegnato centra il magistrato e cittadini, 

aspettare o domandare licenza se ae tornò a Firenze, e presentatosi da- 

ai Died, disse, che sapeva bene quanta difficoltà e pericolo era servire 

ad uà popolo sciolto e ad una città divisa ; perché l' uno ogni remore riempie, 

l'altra le cattive opere perseguila, le buone non premia, e le dubbie accusa; 

taatocfaè vincendo ninno ti loda , errando ognuno ti condanna , perdendo 

osanno ti calunnia; perché la parte amica per invidia, la nimica ^r odio ti 

perseguita : nondimeno non aveva mai per paura d'un carico vano lasciato di 

mn lare un'opera, che facesse un utile certo alla sua dttà. Vero era, che la 

coonesta delle presenti calunnie aveva vinta la pazienza sua, e fattogli mutar 

■•tura. Pertanto pregava il magistrato, che vole^per lo avvenire essere più 

pronlo a diiìMidere i suoi dttadini, acdocché quelli ancora fussero più pronai a 

sparar beoe per la patria : e poiché in Firenze non si usava conceder loro il 



106 ISTORIB riOftENTlNE. [U30] 

trionfo, almeno si usasse dai falsi TÌtuperj difenderii; e si rìcordassero , cbe 
ancora loro erano di quella città cittadini , e come a ogni ora potrebbe essere 
dato loro qualche carico, per il quale intenderebbero quanta offesa agli uomini 
interi le false calunnie arrechino. I Dieci secondo il tempo s'ingegnarono miti* 
garlo, e la cura di quella impresa a Neri di Gino e Alamanno Salviati domaa- 
darono. I quali, lasciato da parte ii correre per il contado di Lucca, s'accosta- 
rono col campo alla terra. B perchè ancora era la stagiona fredda, si misero 
a Capannole^ dove ai commissarj pareva che si perdesse tempo; e volendosi 
strìgnere più alla terra, i soldati per il tempo sinistro non vi s' accordavano, 
non ostante che i Dieci sollecitassero l'accamparsi, e non accettassero scusa 
alcuna. 

Era in quelli tempi in Firenze uno esimio architettore chiamato Filippo di 
ser Brunellesco, dell' opere del quale è piena la nostra città, tanto chemerìlò 
dopo la morte, che la sua immagine fosse posta di marmo nel principal tempio 
di Firenze con lettere a piò, che ancora rendono a chi le legge tesiimoniana 
delle sue virtù. Mostrava costui come Lucca si poteva allagare, consideratoli 
sito della città e il letto del fiume- del Serchio, e tanto lo persuase, che i Died 
commisero che questa esperienza si facesse. Di che non ne nacque altroché 
disordine al campo nostro, e sicurtà a'nimicf. Perchè i Lucchesi alzarono con 
uno argine il terreno verso quella parte , che- facevano venire il Serchio, e 
dipoi una notte ruppero l' argine di quel fosso per il quale conducevano l'acque. 
Tanto che quelle trovalo il riscontro alto verso Lucca e 1* argine del canale 
aperto, in modo per tutto il piano si sparsero, che il campo, non che si potesse 
appropinquare alla terra, s' ebbe a discostare. 

Non riuscita adunque questa impresa, i Dieci che di nuovo presero il magi- 
strato, mandarono commissario messer Giovanni Guicciardini. Costui il pi^ 
presto che potò s' accampò alla terra. Donde che il signore vedendosi strignore, 
per conforto d' un messer Antonio del Rosso, Senese, il quale in nome del Gomun 
di Siena era appreso di lui, mandò al duca di Milano Salvestro Trenta e Lio- 
nardo Buonvisi. Costoro per parte del signore gli chiesero aiuto, e trovandolo 
freddo, lo pregarono segretamente che dovesse dare loro genti, perchè gli prj>" 
mettevano per parte del popolo dargli preso il loro signore, ed appresso la 
possessione della terra; avvertendolo che se non pigliava tosto questo partito, 
il signore darebbe la terra ai Fìofentini, i quali con molte promesse lo solleci- 
tavano. La paura pertanto che il duca ebbe di questo, gli fece porre da parte 
i rispetti, ed ordinò che il conte Francesco Sforza suo soldato gli domandasse 
pubblicamente licenza per andar nel regno. ìl quale , ottenuta quella, se ne 
venne con la sua compagnia a Lucca , non ostante che i Fiorentini, sapendo 
questa pratica^ e dubitando di quello avvenne, mandassero al conta Boccae- 
cino Alamanni suo amico per isturbarla. Venuto pertanto il conte a Lucca,) 
Fiorentini si ritirarono col campo a Librafatta, ed il conte andò subito a campo 
a Poscia, dove era vicario Pagolo da Diacceto, ìl quale, consigliato più dalia 
paura che da alcuno altro migliore rimedio , si fuggì a Pistoia. E se la t^ 
non fosse stata difesa da Giovanni Malavoltì, che v'era a guardia, sìsarebDO 
perduta. Il a)nte pertanto non l' adendo potuta nel prin^o assalto pigl^^' 
n'andò al borgo a Buggìano e lo prese, e Stigliano, castello propinquo 
quello, arse. I Fiorentini, vedendo questa rovina, ricorsero a quelli rimedj, "^ 
molte volte gli avevano salvati , sapendo come con i soldati mercenarjt do^ 
le forze non bastavano, giovava la corruzione. E però profersero al conte da- 
nari, e quello non solamente si partisse, ma desse loroia terra. 11 conte V^^ 
dogli non potere trarre più danari da Lucca, fiacihnente si volse a tramo da 



11433] LIBRO QITABTO. I09 

guelfi cbe ne avevano. E «nveone con i Fiorentini, non di dar loro Lucca, 
cbè per oneelÀ non lo volle consentire , ma di abbandonarla quando gli (atw 
dalo cio<]uanta mila ducati. E fatta questa conveazione, acciocché il popolo di 
Locca appreso al duca lo escusasse, tenne mano a quello, che i Lucchesi cac- 
ciaiaero il loro signore. 

&ra in Lucca, come di sopra dicemmo, messer AntoMO del Roseo ambascia- 
doro sanese. Costui con autorità del conte praticò con i attadini la rovina di 
Pagok). Capi della congiura Turouo Piero Cennami e Giovanni da Chivtzano. 
Trovava^ il conte all(^atG fuora della terra in su) Serchio, e con lui en Lan> 
alao figliuolo del signore. Donde 1 congiurati in numero di quaranta di notte 
■rmati andarono a trovar Pagolo, al remore de' quali fattosi Incontro tutto at- 
tosilo, domandò delta cagione della venuta loro. Ai quale Piero Cennami disee, 
come toro erano stati governati da luì piùtempo, e coodolti coi nimici iotomo 
a morire di ferro e di fame ; e però erano diliberati di voler per l'avvenire go- 
veniar loro, e gli domandarono le chiavi della città ed il tesoro dì quella. Ai 
quali Pagolo rispose, cbe il tesoro era consumato, le chiavi ed egli erano in loro 
potestà , e G^i pregava di questo soie, che fussero contenti cosi come la sua Si- 
gnorìa era cominciala e vivuta senza sangue, cosi senza sangue finisse. Fu dal 
OMite Francesco condotto Pagolo ed il figliuolo al duca, i quali morirono poi in 
pripone. 

Ui partila del conte aveva lasciata libera Lucca dal tiranno, e iPiormtini dal 
linore delle genti sue ; onde cbe quelli si prepararono alle difese , e quelli altri 
ritornarono alle offese ; ed avevano eletto per capitano il conte d'Urbino, il quale 
ctrignendo fòrte la terra, costrinse dì nuovo i Lucchesi a ricorrere al duca, U 
quale soilo il coedesimo colore cbe aveva mandato il conte, mandò in loro aiuto 
ICccoló Piccinino. A costui, venendo per entrare in Lueca, i nostri si fecero In- 
CDotro in sul Serchio, ed al passare di quello vennero alla zuffa, e vi furono 
rtitti ; ed il conamisBarìo con poche delle nostre genti si salvò a Pisa. Questa rotta 
egntrìstò tutta la nostra città : e perchè l' impresa era stata fatta dall' universale, 
aon sapendo i popolani contra a chi volgersi, calunniavano chi l'aveva arnmi- 
niitrata, pojcbèe'noo potevano calunniare clii l'aveva diliberata, e risuacita- 
nno i carichi dati a messer Bìnaldo. Ma pili che alcuno era lacero messer Gio- 
vanni Guicciardini, accusandolo eh' egli arebbe potuto dopo la partita del conte 
Francesco ultimare la guerra, mach'egh era stato corrotto con danari, ecome 
«aveva mandati a casa una somma, e allegavano chi gli aveva portati e ehi 
ricevuti. Andarono tanto allo questi rumori e queste accuse, che il Capitano 
dd popolo mosso da queste pubbliche voci, e da quelli della parte contraria 
ipiBlo, lo cilù. Comparse messer Giovanni tutto pieno di sdegno; donde i pa- 
nati inai per onor loro operarono tanto, che il Capitano abbandonò l'impresa. 
l Lucchesi dopo la vittoria non solamente riebbero le loro terre, ma occupa- 
iMo tulle quelle del contado di Pisa, eccello Bientina, Calcinala, Livorno e 
l^nlaUa. E se non fosse stata scoperta una congiura che s'era fatta in Pisa, 
Dren tini riordinarono le tergenti, efecero loro 
a. Dall'altra parte il duca sepitò la vittoria, 
•e i Fiorentini, fece che i Genovesi, Senesi e 
9ro alla difesa di Lucca, e che soldassero Nic- 
la qual cosa lo fece in tutto scoprire. Donde 
novarono la lega , e la guerra si comindò a 
in Toscana, e nell'una e ncit' altra provincia 
zuffe; tanto che stracco dascuno, si fece di 
infra le parti. Per il quale i Fiorentini, Luo- 



Ito ISTOMB FIORENTINE. [143S] 

chwi e Sanesì , die avevano nella gaerra occapate fnù castella 1* uno all'altro, 
le lasciarono tutte, e ciascuno tornò nella possessione delle sue. 

Mentre che questa guerra si travagliava, ribollivaao tuttavia i maligni umori 
delle parti di dentro; e Cosimo de' Medici dopo la morte di Giovanni suo padre 
con maggior animo nelle cose pubbliche, e con maggiore studio e più liberalità 
oon gli amici, che non «vea fatto il padre , si governava. In modo che quelli, 
che per la morte di Giovanni si erano rallegrati, vedendo qual era Cosimo, si 
OfMUristavano. Era Cosimo uomo prudentissimo, di grave e grata presenza, tutto 
liberale , tutto umano, né mai tentò alcuna cosa centra alla parte nò contro allo 
stato, ma attendeva a beneficar ciascuno, e con la liberalità sua farsi partigiani 
assai cittadini. Dimodoché l'esempio suo accresceva carico a quelli che gOTer- 
navano, e lui giudicava per questa via o vivere in Firenze potente e sicuro 
quanto alcun altro, o venendosi per l'ambizione degli awersarj allo strasordi- 
narìo, essere e con Tarmi e con i favori superioreé Grandi strumenti a ordire 
la potenza sua furono Averardo de' Medici e Puccio Pucci. Di costoro, Averardo 
con l'audacia, e Puccio con la prudenza e sagacità, favori e grandezza gli 
somministravano. Ed era tanto stimato il consiglio e il giudizio di Puccio, e 
tanto per ciascuno conosciuto, che la parte di Cosimo non da lui,' ma da Puccio 
era nominata. Da questa cosi divisa città fa fatta l'impresa di Lucca; nella 
quale s'accesero gli umori delle parti, non che si spegnessero. Ed avvegnacliè 
la parte di Cosimo fusse quella che l'avesse favorita, nondimeno ne' governi 
d'essa erano mandati assai di quelli della parte avversa, come uomini più ri- 
putati nello stato. A che non potendo Averardo de' Medici e gli altri rimediare, 
attendevano oon ogni arte e industria a calunniargli , e se perdita alcuna na- 
sceva ^ che ne nacquero molte , era non la fortuna o la forza del nimico, ma la 
poca prudenza del commissario accusata. Questo fece aggravar i peccati di As- 
torre Gianni : questo fece sdegnar messer Rinaldo degli Albizzi, e partirsi dalla 
sua commissione senza licenza : questo medesimo fece richiedere dal Capitano 
del popolo messer Giovanni Guicciardini. Da questo tutti gli altri carichi, che 
a' magistrati ed ai commissarj si dettero, nacquero, perché i veri s'accresce- 
vano, i non veri si fingevano, e i veri e i non veri da. quel popolo che ordina- 
riamente gli odiava, erano creduti. 

Queste cosi fatte cose e modi strasordinarj di procedere erano ottimamente 
da Niccolò da Uzano e dagli altri capi della parte cogoosciuti , e molte volte 
avevano insieme ragionato de'rimedj, e non ce gli trovavano; perchè pareva 
loro il lasciar crescere la cosa pericoloso, e il volerla urtare difficile. E Niccolò 
da Uzano era il primo al quale non piacevano le vie strasordinarie ; onde che 
vivendosi con la guerra fuora, e con questi travagli dentro, Niccolò Barfoadorì 
volendo disporre Niccolò da Uzano a consentire alla rovina di Cosimo, l' andò 
a trovare a casa, dove tutto pensoso in un suo studio dimorava, e lo confortò 
con quelle ragioni seppe addurre migliori a voler convenir oon messer Rinaldo 
a cacciar Cosimo. Al quale Niccolò da Uzano rispose in questa sentenza : « B'si 
fiarebbe per te, per la tua casa e perla nostra Repubblica, che tu e gli altri che 
ti seguono in questa opinione avessero piuttosto la barba di ariento che d* oro, 
come si dice che hai tu ; perchè i loro consìgli procedendo da capo cannlo e 
pieno di esperienza , sarebbero più savj e più utili a ciascheduno. E' mi pare, 
che coloro che pensano dì cacciare Cosimo di Firenze , abbino prima die ogni 
cosa a misurare le forze loro e quelle di Cosimo. Questa nostra parte voi l'avete 
battezzata la parie de'nobih, e la contraria quella della plebe. Qtiando la ve- 
rità corrispondesse al nome , sarebbe in ogni accidente la vittoria dublna, e 
piuttosto dovremmo lemer noi che sperare, mossi dall'esempio dell' antìdie 



[14S3] LIBRO QUARTO. Ili 

MbiHtà di questa città, le quali dalla plebe sono state spente. Ma noi abbiame 
BMilto più da temere, sondo la nostra parta smembrata , e qtrella degli aTver> 
Mij iBtera. La prima cosa. Neri di Gino e Nerone di Nigi, duoi de' primi cit- 
tadiai Boetrì , non si sono mai dichiarati in modo cbe f\ possa dire cbe aiaoa 
più amici nostri che loro. 8onci assai famiglie , anzi assai case divise ; perchè 
motli per invidia de' fratelli o de' congiunti disfavoriscono noi , e fovoriscoio 
loro. Io te ne voglio ricordare alcono de' più inportanti , gK altri considererai 
In per te medesimo. De' figliuoli di messer Maso degli Albizzi, Luca per invìdia 
di BMaser Rinaldo s'è gittate dalla parte loro, in casa i Guicciardini, de' figliuoli 
di Buaser Luigi, Piero è nimico a messer Giovanni , e favorisce gli avversarj 
Boelri ; Tommaso e Nic<iolò Sederini apertamente per l' odio portano a Pran- 
cawo loro zio , ci fanno contro. In modoehè se si considera bene quali sono 
loro, e quali siamo noi, io non so perchè più si merita d' essere chiamata la 
parie nostra nobile, die la loro. E se e' fusse perchè loro sono seguitati da tutta 
la plebe, noi sramo per questo in peggior condizione, e loro in migliore , e in 
tasto, che se si viene all' armi o a' partiti, noi non siamo per poter resistere. E 
te noi stiamo ancora nella dignità nostra , nasce dalla riputazione antica di 
questo stato , la quale si ha per cinquanta anni conservata ; ma come e' si ve- 
ntale alla prova, e che si scoprisse la debolezza nostra, noi ce la perderemmo. 
B aetu dicessi che la giusta cagione che ci muove accrescerebbe a noi credito, 
ed a loro k> terrebbe, ti rispondo, che questa giustizia conviene che sia intesa 
m cradvta dagli altri, come da noi ; il che è tutto il contrario, perchè la cagione 
die ci nniove è tutta fondata in sul sospetto che non si faccia principe di questa 
città. Se questo sospetto noi l'abbiamo, non l' hanno gli altri; anzi, che è peg- 
gio, aecusano noi di quello che noi accusiamo lui. L' opere di Cosimo che celo 
fenoo sospetto , sono, perchè egli serve de' suoi danari ciascuno, e non sola- 
meale i privati ma il pubblico, e non solo i Fiorentini ma i condottieri ; perchè 
a'Cmroriaoe quello e queir altro cittadino , che ha bisogno de' magistrati; per- 
dìè e' tira con la benivolenza ch'egli ha nel!' universale, questo e quell'altro 
suo amko «'maggior gradi d'onori. Adunque converreU)e addurre le cagioni 
del cacciarlo , perchè egli è pietoso , officioso , liberale e amato da ciascuno. 
Dimiii un poco, qua! legge è quella che proibisca, o che biasimi e danni negfa' 
i la pietà, la liberalità , l'amore? E benché e'Bìeno modi tutti che tirano 
«omini volando al principato , nondimeno e' non sono creduti cosi, né noi 
anlBcienti a dargli ad intendere ; perchè i modi nostri ci hanno tolta la 
fsde, e la città che naturalmente è partigiana e , per essere vivuta sempre m 
parta, corrotta, non può prestar gli orecchi a simili accuse. Ma poniamo che 
vi noacisse il cacciarlo, che potrebbe, avendo una Signorìa propizia, rioseire 
fMibnente : come potreste voi mai intra tenti suoi amici, che ci rimarrebbero, 
ad arderebbero di desiderio della tornata sua, ovviare che e' non ci ritornasse? 
Qmeto sarebbe impossibile, perchè mai, sondo tanti, ed avendo la bemvotoaza 
uaivemle, non ve ne potreste assicurare. E quanti pia de' primi suoi scoperti 
aanei cacciassi, tanti più nimici vi fareste ; in modo che dopo poco tempo ei 
d ritornerebbe , e ne avreste guadagnato questo, che voi l' avreste cacciato 
bmmm, e tomerebbeci cattivo ; perchè la natura sua sarebbe corrotta da queii 
che la rivocassino, a' quali sondo t^bligaio, non si potrebbe opporre. E se voi 
dìaefoaasi di farlo morire, non mai per via de' magistrati vi riuscirà , perchè 
i énmi auoi e gli animi vostri corruttibili sonpre lo salveranno. Va poniama 
eh' e' araoia, o cacciato non tomi, io non veggo che acquisto ci facci dentro la 
repabblica ; perchè ae dia si libera da Cosimo , la si fa serva a oMa- 
Riuédo ; ed io per me aoso uno di quelli che desidero, che nioao cittadino 






112 ISTORIB FIOBINTINE. [145S] 

di potenza e di autorità superi V altro. Mi qua^lm alénno dì quedi dae avesse 
a prevalere, io non so qual cagioniroM facesse «mare più mescer Rinaldo che 
Cosimo. Né ti voglio dir altro% sii non die Dio guardi questa città, che alcune 
suo cittadino ne diventi firinci|ft'; maqdtilio pure i pe^ti nostri lo meritas- 
sero, la guardi di aver a ubbidire a lui. Non voler dunque eonsìgliare die si 
pigli un partito che da ogni parte sia dannoso, né credere , accompagnato da 
pochi , poter opporli alla voglia di molti ; perchè tutti questi cittadini , paite 
per ignoranza, parte per malizia, sono a vendere questa Repubblica apparee> 
chiati ; ed è in tanto la fortuna loro amica, eh* eglino hanno trovato il compa- 
ratore. 6overnlltÌ4)ertanto per il mio consiglio, attendi a vivere modestamente, 
ed avrai, quanto alla libertà, così a sospetto quelli della parte nostra , come 
quelli della avversa, fi quando travaglio alcuno nasca, vivendo neutrale, 
sarai a dascuno grato, e così gioverai a te, e non nocerai alla tua patria. » 

Queste parole raffrenarono alquanto T animo del Barbadoro, in siodo che le 
eose stettero quiete quanto durò la guerra di Lucca. Ma seguita la pace« e con 
quella la morte di Niccolò da Uzano, rimase la città senza guerra e senza 
freno. Dondechè senza alcuno rispetto crebbero i malvagi umori , e measer 
Rinaldo , parendogli esser rimasto solo principe della parte , non cessava di 
pregare ed infestare tutti i cittadini, i quali credeva potessero essere gonfalo- 
nieri, che si armassero a liberar la patria da queir uomo, che di necessità per 
la malignità de' pochi e per la ignoranza de' molti la conduceva in servitù. 
Questi modi tenuti da messer Rinaldo, e quelli di coloro che favorivano la parta 
avversa, tenevano la città piena di sospetto, e qualunque volta si creava un 
magistrato, si diceva pubblicamente quanti dell'una e quanti dell' altra parte 
yi sedevano; e nella tratta de' Signori stava tutta la città sollevata. Ogni caso 
che veniva davanti ai magistrati, ancora che minimo, si riduceva fra loro in 
gara; i segreti si pubblicavano; così il bene come il male si favoriva, e disfa- 
voriva; i buoni, come i cattivi, erano ugualmente lacerati; ninno magistrato 
faceva l'uficio suo. 

Stando adunque Firenze in questa confusione , e messer Rinaldo in quella 
voglia d' abbassare la potenza di Cosimo, e sapendo come Bernardo Guadagni 
poteva essere gonfaloniere, pagò le sue gravezze , acciocché il debito pubblico 
non gli togliesse quel grado. Venutosi dipoi alla tratta de' Signori, fece la for- 
tuna , amica alte discordie nostre , che Bernardo fu tratto gonfaloniere per se- 
dere il settembre e l'ottobre; 11 quale messer Rinaldo andò subilo a visitare, e 
gli disse, quanto la parte de' nobili e qualunque desiderava ben vivere, s'era 
rallegrato per essere lui pervenuto a quella dignità, e che a lui si apparteneva 
operare in modo, che non si fussero rallegrati invano. Mostrogli di poi i pericoli 
che nella disunione si correvano, e come e' non era altro rimedio all' unione 
che spegnere Cosimo, perché solo quello, per i favori che dalle immoderate sue 
ricchezze nascevano , gli teneva infermi ; e che s' era condotto tanto alto che , 
se non vi si provvedeva, ne diventerebbe principe; e come a un buono dtta- 
dino s'apparteneva rimediarvi, chiamare il popolo in piazza, ripigliare lo stalo, 
per rendere alla patria la sua libertà. Ricordogli, che messer Salvestro de'Me» 
dici potette ingiustamente frenare la grandezza de'Guel6, ai quali pef il sangue 
dai loro antichi sparso s' apparteneva il governo, e che quello eh' egli fare con- 
tra tanti ingiustamente potette, potrebbe ben far esso giustamente^ contro ad un 
solo. Confortollo a non temere, perché gli amici con l'armi sarebbero presti per 
aiutarlo; e della plebe che l'adorava non tenesse conto, perché non trarrebbe 
Cosimo da lei altri favori che si traesse già messer Giorgio Scali ; né deUe sue 
ricchezze dubitasse, perché quando fia in potestà de' Signori , le saranno loro. 






[1433] Limo QUARTO. 113 

B concfaioaei^, che questo ùs^ farebbe la Repubblica secura ed unita, e lui 
glorìaso. Alle qfiah parole Bernardo rispost brevemente, come giudicava coea 
necessaria fare quanto egli diceva; e perchè i tempo era da spenderlo in ope- 
rare, attendesse a prepararsi con Itfttrze pef eesere^resto, persuaso che^egli 
aresse i compagni. 

Preso che ebbe Bernardo il magistrato, disposti i compagni , e convenuto con 
messer Rinaldo, citò Cosimo, il quale, ancora che ne fusse da molti amici scon- 
fortato, comparì, confidatosi più nella innocenzia sua, che nella misericordia 
de* ignori. Come Cosimo fu in Palagio e sostenuto, messer Rinaldo con molti 
armati uscì di casa, ed appresso a quello tutta la parte, e ne vignerò in piazza, 
dove ì Signori fecero chiamare il popolo , e crearono dugento uomini di Balìa 
per riformar lo stato della città. Nella qual Balìa, come prima si potette, si 
trailo della riforma, e della vita e della morte di Cosimo. Molti volevano che 
Ibase mandato in esilio, molti morto, molti altri tacevano o per compassione di 
hii o per paura di loro. I quali dispareri non lasciavano conchiudere alcuna 
cosa. È nella torre del Palagio un luogo tanto grande quanto patisce lo spazio 
di quella, chiamato V Alberghettino , nel quale fii rinchiuso Cosimo e dato in 
guardia a Federigo Malavolti. Dal quale luogo sentendo Cosimo fare il parla- 
mento, ed il romor dell* armi che in piazza si faceva, e il sonare spesso a Ba- 
lia, stava con sospetto della sua vita ; ma più ancora temeva, che strasordina- 
rìamente i particolari nimìci lo facessero morire. Per questo s' asteneva dal 
cibo, tanto che in quattro giorni non aveva voluto mangiar altro che un poco 
dì pane. Della qual cosa accorgendosi Federico, gli disse : « Tu dubiti, Cosimo, 
di Don esser avvelenato, e fai te morire di fame e poco onore a me, credendo 
ch'io volessi tenere le mani a una simile scelleratezza. Io non credo che tu abbi 
a perdere la vita, tanti amici hai in Palagio e fuori ; ma quando pur avessi a 
potierla, vivi sicuro, che e* piglieranno altri modi che usar me per ministro a 
tortala; perchè io non voglio bruttarmi le mani nel sangue d'alcuno, e massime 
de) tao, che non mi offendesti mai : sta pertanto di buona voglia, prendi il cibo, 
e mantienti vivo agli amici ed alla patria. E perchè con maggior fidanza possi 
ftirio , io voglio delle cose tue medesime mangiar teco. » Queste parole tutto 
confortarono Cosimo, e con le lagrime agli occhi abbracciò e baciò Federico, e 
con TÌve ed eflBcaci parole ringraziò quello di si pietoso ed amorevole ufficio, 
oiereiido essemegli gratissimo, se mai dalla fortuna gliene fusse data oc- 
casione. 

Sendo adunque Cosimo alquanto riconfortato, e disputandosi intra i citta- 
dini il caso suo, occorse che Federigo per dargli piacere condusse a cena seco 
un CiDiigliare del Gonfaloniere , chiamato il Farganaccio , uomo sollazzevole e 
hoeio. Ed avendo quasi che cenato, Cosimo che pensò valersi della venuta di 
costui, perchè benissimo lo conosceva, accennò Federigo che si partisse. Il quale, 
intendendo la cagione, finse di andar per cose che mancassero a fornire la cena, 
e lasciati quelli soli , Cosimo, dopo alquante amorevoli parole usate al Farga- 
naccio, gli dette uno contrassegno, e gì* impose che andasse allo Spedalingo di 
Santa Maria Nuova per mille e cento ducati ; cento ne prendesse per sé, e mille 
ne portasse al Gonfaloniere, e pregasse quello, che , presa onesta occasione, gli 
venisse a parlare. Accettò costui la commissione : i danari furono pagati ; donde 
Bernardo ne diventò più umano, e ne segui che Cosimo fu confinato a Padova 
contro alla voglia di messer Rinaldo , che lo voleva spegnere. Fu ancora confi- 
nato Averardo e molti della casa de* Medici , e con quelli Puccio e Giovanni 
Pucci. E per isbìgottire quelli ch'erano malcontenti dell'esilio di Cosimo, dettero 
Balla agii Otto di guardia ed al Capitano del popolo. Dopo le quali diliberazioni 



114 iSTOtii noRERTiirK. [1434] 

GoiiiDO a' dì III d'ottobre nel mocgcxxxui Tenne daTanti ai Sigaori, dai qiudi 
gli fu deounziato il confise, oonforiaodolo ali* ubbidire, quando ei non voleaae 
cbe più aspramente centra a' suoi beni e con tra di lui si procedesse. Acoattè 
GosiiBO con vista allegra il confine, affennando che dovunque quella Signoria 
lo mandasse era per stare volentieri. Pregava bene che , poi gli aveva coBa0^ 
vata ia vita, gliene difendesse, perchò sentiva essere in piazza molti che desi- 
deravano il sangue suo. Offerse dipoi in qualunque luogo dove fosse, alla città, 
al popolo ed alle loro Signorie so e le sostanze sue. Fu dal Gonfaloniere coi- 
fortato , e tanto ritenuto in Palagio che venisse la notte. Dipoi lo conduce in 
casa sua, e fattolo cenar seco, da molti armati lo face accompagnare a*confiai. 
Fu dovunque passò ricevuto Cosimo onorevolmente , e dai Vinezìani pubbli- 
camente visitato, e non come sbandito, ma come posto in supremo grado 
onorato. 

Aimasa Firenze vedova di un tanto cittadino, e tanto universalmente amato, 
era ciascuno sbigottito, e parimente quelli che avevano vinto, e quelli ch'erano 
vinti temevano. Donde che messer Rinaldo dubitando deVsuo futuro male, per 
non mancare a sé ed alla parte , ragunati molti cittadini amici , disse a qadH, 
che vedeva apparecchiata la rovina loro per essersi lasciati vincere dai priegiù, 
dalle lagrime e da' danari de' loro nimici ; e non s'accorgevano, che poco dipoi 
aranno a pregare e piagnere eglino, e che i loro prieghi non saranno uditi, e 
dello loro lagrime non troveranno chi abbia compassione, e de' danari prai 
restituiranno il capitale e pagheranno l' usura con tormenti , morti ed esilj; o 
ch'egU era molto meglio essersi stati , che aver lasciato Co^o In vita, e gii 
amici suoi in Firenze; perchò gli uomini grandi o e' non a' hanno a toccare, o 
tocchi a spegnere; nò ci vedeva altro rimedio che farsi forti nella città, aooioo- 
ehò risentendosi i nimici, che si risentirieno presto, ai potesse cacci»gii c(» 
rarmi,poicbò con i modi civili non se n'erano potuti mandare. E cbe'l Hntedio 
era quello, che molto tempo innanzi aveva ricordato, di riguadagearsi i Grandi, 
rendendo e concedendo loro tutti gli onori della città, e £u^i forti con la pl^bo. 
£ come per questo la parte loro sarebbe più gagliarda, quanto in quella sarebbe 
più vita , più virtù, più animo e più credito ; affermando, che se questo uUiao 
e vero rimedio non si pigliava, non vedeva con quale altro modo si potesse con- 
servare uno stato, intra tanti nimici, e cognosceva una propinqua rovina dols 
parte loro e della città. A che Mariotto Baldovinetti uno de' ragunati s' of^^ 
mostrando la superbia de' Grandi e la natura loro insopportabile; ^^^f?^ 
era da ricorrere sotto una certa tirannide loro per fuggire i dubbj P^^^^*^ 
plebe. Dondechò messer Rinaldo veduto il suo consiglio non esser udito, si diNM 
della sua sventura e di quella della sua parte, imputando ogni cosa pia ai Cieu 
che volevano così , che alla ignoranza e cecità d^li uomini. Standosi la cosi 
adunque in questa maniera senza fare alcuna necessaria provvisione, fu trovali 
una lettera scritta da messer Agnolo AcciaiuoU a Cosimo, la quale gli mostravi 
la disposizione della città verso di lui , e lo confortava a far che si ^^^^ 
qualche guerra , ed a farsi amico Neri di Gino ; perchò giudicava , ^^^^^ 
la città avesse bisogno di danari, non si troverebbe chi la servisse, e verrei)^ 
la memoria sua a rinfrescarsi ne* cittadini ed il desiderio di farlo "^"**[*^ 
se Neri si smembrasse da messer Rinaldo , quella parte indebolirebbe taaiOi 
che la non sarebbe sufficiente a difendersi. Questa lettera venuta aHe iD*f| 
de' magistrati fu cagione che messer Agnolo fusse preso, collato e '^^^''^ 
esilio. Nò per tale esempio si frenò in alcuna parte l'umore che favoof» 
GosinM). 

Bra di già girato quasi che l' anno dal di che Cosimo era stato cacciatoi 



[14S4] uno OOARTO. 115 

nmméà il fine d* b^obIo ^ mooocxxxit, fé tratlo Gonfialoiiiere per lì dm 
fntm Niccolò di Cocco, e con qaello otto Signori tutti partigiani di Co> 
ì; dimodoché tal Signoria spaventò meeser Rinaldo e tutta la sua parte. B 
perdhè araiiti che i Signori prendino il magistrato , eglino stanno tre giorni 
prìfati, messer Rinaldo fu di nuovo con i capi della parte sua, mostrò loro il 
eerto e propinquo perìcolo, e che il rìmedio era pigliare V armi, e fare die Do- 
uto yeHntì, il quale allora sedeva Gonfaloniere, ragunasse il popolo in piazza, 
boene nuova Balia, privasse i nuovi Signori del magistrato, e se ne creasse 
de* nuovi a proposilo dello stato, e s* ardessero le borse, e con nuovi squittinj si 
n ea pi e ssi no di amici. Questo partito era da molti giudicato sicuro e necewar 
rio; da molti altri troppo violento e da tirarsi dietro troppo carico. E tra quelli, 
a cbi e* dispiacque, fu messer Palla Strozzi, il quale era uomo quieto, gentile 
ed umano, e piuttosto atto alli studj deUe lettere, che a frenare una parte, ed 
eppoEd alle civili discordie. E però disse che i partiti o astuti o audaci paiono 
nel principio buoni, ma riescono poi nel trattargli difficili , e nel finirgli dan- 
nosi; e cbe credei^a che il timore delle nuove guerre di fuori, sendo le genti 
del duca in Romana sopra i confini nostri, farebbe che i Signori penserebbero 
pie aquette, che alle discordie di dentro; pure, quando si vedesse cbe voles- 
sero iterare (il che non potevano fare che non s' intendesse), sempre si sarebbe 
a leaipe a pigiar l'armi, ed eseguire quanto paresse necessario per la salute 
oonm; il che facendosi per necessità, seguirebbe con meno ammirazione 
del popolo e meno carico loro. Fu pertanto conchiuso che si lasciassero entrare 
i Mwi Signori, e che si vigilassero i loro andamenti ; e quando si sentisse cosa 
éamB cootra fai puie, ciascuno pigliasse V armi, e convenisse alla piazza di 
te Puiinari, inogo propinquo al Palagio, donde potrebbero poi condursi dove 
parami loro aecesBarìo. 

HtUli eoo questa conclusioQe, i Signori nuovi entrarono in magistrato, e il 
GorfiloBiere per darai riputazione, e per isbigottire quelli che disegnassero 
opporsegli, condannò Donato Velluti suo antecessore alle carceri, come tiomo 
che «fcaae valuto de' danari pubblici. Dopo questo tentò i compagni per fiar 
rilHiare Cosimo, e trovatigli disposti, ne parìava con quelli che della parte 
éfìkAki giudicava capi ; dai quali sendo riscaldato, citò messer Rinaldo, Ri- 
M» Penozi, e Nlcoolò Rarbadori, come principali della parte avversa. Dopo 
lattai dtazioae pensò measer Rinaldo che e' non fusse da ritardar più, ed 
«Kl Inora di casa con grande numero d'armati, col quale si congiunse subito 
iidoioPeruzzi e Niccolò Rarbadori. Fra costoro era di motti altri cittadini ed 
à soldati, che in Firenze seeza soldo si trovavano, e tutti si fermarono, se* 
la oonvenzioDe fatta, alla piazza di San Puiinari. Messer Palla Strozzi, 
eh' egK avesse ragunate assai genti, non uscV fuora : il simile fece nea- 
Mr Giovamii Goìcciardini ; donde che messer Rinaldo mandò a sollecitargli, e 
^"y^ ^dcrgli della loro tardità. Messer Giovanni rispose, che e' faceva assai. 
IHiaeAla parte nimica, se teneva, con lo starsi in casa, che Piero suo fratello 
■*'• «ri«e fuora a soccorrere il Palagio ; messer Palla dopo molte ambasciate 
^^^ ^^'^ a San Puiinari a cavallo con duoi a piedi, e disarmato; al quale 
■Maser Kiukio si fece incontra, e forte lo riprese della sua negligenza , e che 
** ^ •^« avqiire con gli altri nasceva oda poca fede o da poco animo , e 1* uno 
•£**^ di quoti carichi doveva fuggir un uomo che volesse esser tenuto di 
<f/ff^ aorte die era tenuto egli ; e se credeva per non far suo debito contro alla 
paite^chegl* ìubmcì suoi vincendo gli perdonassero o la vita e l' esilio, se n'in- 
^raava; e quaalo s'aspettava a lui, venendo alcuna cosa sinistra, ci avrehfee 
*R"*^*«teotodi non esser mancato innanzi al pericolo con il consiglio, e in aul 



116 ISTOtlB FIOABNTINE. [1434] 

periooiooon la forza. Ma a lui ed agli altri ai raddoppierìano i dispiaceri, pensando 
di avere tradita la patria loro tre volte : V una, quando salvarono Cosimo ; Fal- 
tra, quando non presero i suoi consigli; la terza, allora dì non la soccorrere 
con r armi. Alle quali parole messer Palla non rispose cosa che dai circoBtaDti 
fusse intesa, ma mormorando volse il cavallo, e toroossene a casa. 

I Signori sentendo messer Rinaldo e la sua parte aver prese 1* armi, e veden- 
dosi abbandonati, fatto serrare il Palagio, privi di consiglio, non sapevano che 
farsi. Ma soprastando messer Rinaldo a venire in piazza per aspettar quelle 
forze che non vennero, tolse a so T occasione del vincere, e. dette animo a loro 
a provvedersi, ed a molti cittadini d' andare a quelli, e confortargli a voler usar 
termini, che si posassero Tarmi. Andarono adunque alcuni meno sospetti da 
parte dei Signori a messer Rinaldo, e dissero che la Signorìa non sapeva la ca- 
gione perchè questi moti si facessero, e che non aveva mai pensalo d' off»- 
derlo ; e se si era ragionato di Cosimo, non si era pensato a rimetterlo ; e se qo^ 
era la cagione dot sospetto, che gli assicurerebbero, e che fussero cooteoli di 
venire in Palagio, e che sarebbero ben veduti e compiaciuti d' ogni loro di- 
manda. Queste parole non fecero mutar di proposito messer Rinaldo; ma di- 
ceva volere assicurarsi col fargli privati, e dipoi a beneficio di ciascuno si rior- 
dinasse la città. Ma sempre occorre, che dove le autorità sono pari, e i parer 
siano diversi, vi si risolve rare volte alcuna cosa in bene. Ridolfo Penizzi, mosBo 
dalle parole di quelli cittadini, disse che per lui non si cercava altro, se oca 
che Cosimo non tornasse ; ed avendo questo d* accordo, gli pareva assai vitto- 
ria, nò voleva per averla maggiore riempiere la sua città di sangue, e però 
voleva ubbidire alla Signoria, e con le sue genti n' andò in Palagio, dove lo li^ 
tamente ricevuto. Il fermarsi adunque messer Rinaldo a San Polinart, il poco 
animo di messer Palla, e la partita di Ridolfo avevano tolta a messer Rioaido 
la vittoria dell' impresa, ed erano cominciati gli animi de' cittadini che Io se- 
guivano a mancare di quella prima caldezza, a che s* aggiunse l' autorità del 

1»P>- 
Trovavasi papa Eugenio in Firenze stato cacciato di Roma dal popolo, il qou^ 

sentendo questi tumulti, e parendogli suoufficio ilquietargli, mandò messerGiO' 
vanniVitelleschi patriarca, amicissimo di messer Rinaldo, a pregarlo che veoiMe 
alni, perchè non gli mancherebbe con la Signoria né autorità né fede a ftno 
contento e sicuro senza sangue e danno de' cittadini. Persuaso pertanto messer 
Rinaldo dall' amico, con tutti quelli che armati lo seguivano n' andò 9 SsoU 
Maria Novella, dove il papa dimorava. Al quale Eugenio fece intendere la M» 
che i Signori gli avevano data, e rimessa in lui ogni differenza, e che si ordi- 
nerebbero le cose, quando e' posasse V armi, come a quello paresse. H^f^ 
Rinaldo avendo veduta la freddezza di messer Palla e la leggerezza di ^^^ 
Peruzzi, scarso di migliore partito, si rimise nelle braccia sue, P®**^"^:^ 
che l' autorità del papa i' avesse a preservare. Onde che il papa fecesigoiocare 
a Niccolò Barbadori e agli altri, che fuora V aspettavano, che andassero a I^ 
sar r armi, perchè messer Rinaldo rimaneva con il pontefice per trattare I ic- 
cordo con i Signori ; alla qual voce ciascuno si risolvè e si disarmò. ^ ^^ 
I Signori vedendo disarmati gli avversari loro, attesero a 9^^^^^^^*^^^^ 
per mezzo del papa, e dall' altra parte mandarono segretamente nella montag^ 
di Pistoia per fanterie, e quelle con tutte le loro genti d' arme fecero vcmw 
notte in Firenze, e presi i luoghi forti della città, chiamarono il popolo io pi^ 
e crearono nuova Balia; la quale come prima si ragunò, restituì Cosimo ai» 
patria e gli altri eh' erano con quello stati confinati; e della parte ^^'^^^^ 
fino messer Rinaldo degU Albizzi, Ridolfo Peruzzi, Niccolò Barbadori e me»^ 



iHM] LIBEO QUARTO. 117 

I^IJa Strozzi con molli altri cittadioi , e io tanta quantità , che pochn terre in 
Italia rimasero dove non ne fosse mandati in esilio , e molte fuora d' Italia ne 
feroBO ripiene. Talchò Firenze per simile accidente non solamente si privò 
<f Qomim da bene, ma di ricchezze e d' industria. Il papa vedendo tanta rovina 
lopra di coloro, 1 quali per i suoi prieghi aveano posate V armi, ne restò malis- 
simo contento, e con messer Rinaldo si dolse della ingiuria fattagli sotto la sua 
fede, e k> confortò a pazienza , ed a sperare bene per la varietà della fortuna. 
Al quale mesaer Rinaldo rispose : « La poca fede , che coloro che mi dovevano 
credere m'hanno prestata, e la troppa eh' io ho prestata a voi, ha me e la mia 
parte rovinata. Ma io più di me stesso che d'alcuno mi dolgo, poidiè io credetti, 
che voi ch'eri stato cacciato dalla patria vostra , potessi tener me nella mia. 
De' giuochi della fortuna io n' ho assai buona esperienza , e come io ho poco 
confidato nelle prosperità, cosi l' avversità meno mi offendono ; e so che quando 
le piacerà, la mi si potrà mostrare più lieta. Ma quando mai non le piaccia , io 
8tiaB6rò sempre poco vivere in una città, dove possine meno le leggi che gli 
oommi; perchè quella patria ò desiderabile, nella quale le sostanze e gli amici 
si possono sicuramente godere , non quella dovè ti possine essere quelle tolte 
bcihnenle, e gU amici per paura di loro proprj nelle tue maggiori necessità 
t' abbandonino. E senapre agli uomini savj e buoni fu meno grave udire i mali 
della patria loro che vedergli ; e Cosa più gloriosa reputano essere uno onore- 
vole ribello die uno sdiiavo cittadino. » E partito dal papa pieno di sdegno, 
seco medesimo spesso i suoi consigli e la freddezza degli amici riprendendo, se 
a' andò io esilio. Cosimo dall' altra parte avendo notizia della sua restituzione 
Ionio in Firenze ; e rade volte occorse, che un cittadino, tornando trionfante da 
ima vittoria, fosse ricevuto dalla sua patria con tanto concorso di popolo e 
con tanta dimostrazione di benivolenza , con quanta fu ricevuto egli tornando 
daflo esilio, e da ciascuno volontariamente fu salutato benefattore del popolo, 
e padre ddla patria. 



Ili ISTOElft PIORlHTlìiS. [14341 



LIBRO QDINTO 



SOmiARIO. 



Vicende a cui tiddo sottoposti i governi per i continui mutamenti naturali a tutle k 
cose umane. — Stato dell'Italia. — Sette d'armi, Braccesca e Sforzesca (1434).— Si 
uniscono ai danni del papa« che dai Romani è cacciato via. — Francesco Sfora si 
accorda col papa. — Guerra fra il duca di Milano e il papa, con coi si coHefuoi 
Fiorentini e i Yencxiani. — Tornato Cosimo dall* esilio, la parte a lui fnortiele 
cresciuta in potere e In iMldaAsa ttranoeggia ieramente la parte coatmia. - 
Glovanaa 11 regina di Napoli muore, e il regno si disputano Rinieri d'Asgi^i^ 
AUoDSO d'Aragona; il quale, vinto dai GenovesLe da loro dato in potere al duca di 
Milano, diviene suo amico e da lui è liberalo (1436]. ~ Fazioni dei Fregosi e degli 
Adomi in Genova. — 1 Genovesi per opera di Francesco Spinola cacciano il KOTe^ 
natore del duca di Milano , e fanno lega contro di lui co* Fiorentini e co' Veneziani -- 
Il duca di Milano, persuaso anche da Rinaldo degli Albizzi e dagli aHri fnornsciti 
Fiorentini, manda Niccolò Piccinino suo capitano ai danni di Firenze [Ih^)' — ^ 
Sfòrza capitano dei Fiorentini rompe il Piccinino sotto Barga, indi muove eootro 
Locca (1437), cui viene in aiuto il duca MUano. — MaU fede de'Veoeiii» 
co' FiorenUnl. — Cosimo de' Medici a Venezia. — I Fiorenllni fanno pace co' Luc- 
chesi (1438). — Papa Eugenio lY cooflacra la metropolitana fiorentina fabbricato 
co* disegni di Arnolfo e di Brunellesco. —Concilio di Firenze, in cui si opera VuoioBe 
della Chiesa greca colla latina (1439). — Niccolò Piccinioo invade in nome del duca 
di Milano molU luoghi deila Chiesa , ed assale I Veneziani , ai quaU veogono in 
soccorso i Fiorentini colle armi sforzesche. — Guerra continuata con alienia fortuna 
tra U Piccinino e lo Sforza. — Il duca di Milano si volta contro al Fiorentini i < i 
Veneziani impediscono lo Sforza di passare in Toscana a soccorrerli (1440).— Niccolò 
Piccinino s' impadronisce di Marradi e scorre intomo a Firenze : prende anche dopo 
molta resistenza Castel San Niccolò, ma non riesce ad aver Cortona.— È richiaiMjo 
in Lombardia, e dai Fiorentini è sconfitto sotto Anghlari. — Morte di messer Rina* 
degli Albizzi. — Neri Capponi va a riacquistare il Casentino. -— Il conte di PopP' » 
arrende. Suo discorso prima di abbandonare lo stato. 

Soglion le Provincie il più delle volte nel variare che le fanno, dall'ordine 
venire al disordine, e di nuovo dipoi dal disordine air ordine trapassare; p^" 
che non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi , come 
elle arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo più da salire, conviene 
che scendine; e similmente scese che le sono, e per gli disordini air ultima b^' 
sezza pervenute, di necessità , non potendo più scendere , conviene che sal- 
ghino : e cosi sempre dal bene si scende al male, e dal male si sale al bene 
Perchè la virtù partorisce quiete , la quiete ozio, V ozio disordine, il disordine 
rovina; e similmente dalla rovina nasce l'ordine, dalF ordine virtù, da questa 
gloria e buona fortuna. Onde si è da' prudenti osservato, come le lettere ven- 
gono dietro all' armi, e che nelle provincie e nelle città prima i capitani cbe ^ 
filosofi nascono. Perchè avendo le buone ed ordinate armi partorito vittorie.^ 
le vittorie quiete, non si può la fortezza degli armati ànimi con più onesto o»o 
che con quello delle lettere corrompere, né può V ozio con maggiore e più P^ 
ricoloso inganno che con questo nelle città bene instituite entrare. Il che fu da 
Catone, quando in Roma Diogene e Caroeade , filosofi mandati da Atene ora- 



[i434 UBIO QUINTO. 119 

lori ti Senato , vennero, opimamente conoficiuto ; il quale reggendo come la 
gVfCBtà nanana oominciava con ammiraiione a seguitargli, e conoscendo il 
■de die da quello onesto ozio alla sna patria me poterà risultare , proTYide 
che aiuno filosofo potesse eseere in Roma ricoTuto. Vengono pertanto le pro- 
▼iadeper questi mezzi atta rovina ; deive pervenute, e gli nomini per le batti- 
ive diventati savi , ritornano , come ò detto , all' ordine, se già da una fona 
Unsordinaria non rimangono soffocati. Queste cagioni fecero, prima mediante 
1^ anlidii Toscani , dipoi i Romani, ora felice , ora misera Y Italia ; ed awe- 
Stadie dipoi sopra le romane rovine non si sia riedificato cosa che V abbia in 
modo da quelle ricomperata , che sotto un virtuose principato abbia potato 
g to rio wm ente operare ; nondimeno surse tanta virtù in alcuna delle nuove città 
ede'aioviimperj, i quali tra le romane rovine nacquero, che sebbene uno 
■sa dominasse agli allrì, erano nondimeno in modo insieme concordi ed ordi 
Mti, che da' Barbari la liberarono e difesero. Tra i quali imperj i Fiorentini^ 
se egli erano di miuor dominio, non erano né di autorità né di potenza minori; 
anzi per esser posti in mezzo air Italia, ricchi e presti all' offese, o eglino feli- 
Maente ima guerra loro mossa sostenevano, o ei davano la vittoria a quello 
eoi qaale ei si accostavano. Dalla virtù adunque di questi nuovi principati se 
non nacquero tenopi che fussero per lunga pace quieti , non furono anche per 
l'asprezza della guerra pericolosi. Perchè pace non si può affermare che sia, 
dove spesso i principati con l' armi V uno V altro s'assaltano ; guerre ancora non 
si possono chìÌRnare quelle, nelle quali gli uomini non si ammazzano, le città 
non si saccheggiano, i principati non si distruggono : perchè quelle guerre in 
tanta debolezza vennero, che le si cominciavano senza paura, trattavansi senza 
pencolo, e fioivansi senza danno. Tantoché quella virtù , che per una lunga 
pa^ si soleva nelle altre provincie spegnere, fu dalla viltà di quelle in Italia 
H^eita , come chiaramente si potrà cognoscere per quello che da noi sarà 
<U Mcccnxiv al xav discritto; dove si vedrà Come alla fine si aperse di 
*wn> invia ai Barbari, e riposesi l' Italia nella servitù di quelli. E se le cose 
^ dai principi nostri fuori ed in casa non fieno, come quelle degli antichi, 
^ ammirazione per la loro virtù e grandezza lette, fieno forse per le altre loro 
^alità con non minore ammirazione considerate, vedendo come tanti nobilis- 
^ popoli da si deboli e male amministrate armi fussero tenuti in freno. E se 
^ diierivOTe le cose seguite in questo guasto mondo non si narrerà o fortezza 
ossidato virtù di capitano o amore verso la patria di cittadino, si vedrà 
Squali inganni, con quali astuzie ed arti i prìncipi, i soldati, i capi dblle 
^^pviàliche, per mantenersi quella riputazione che non avevano meritata, si 
V^^ntnmo, 11 che sarà forse non meno utile, che si sieno l' antiche cose, a 
f ggio cer e ; perchè se quelle i liberali animi a seguitarle accendono, queste a 
^*(Svfo e spegnerle gli accenderanno. 

^ Vliaha da quelli che la comandavano in tal termine condotta, che 
V^i^\ì ^ )a concordia de' principi nasceva una pace, poco dipoi da quelli 
*^*eneitnsV armi in mano era perturbata ; e cosi per la guerra non acquista- 
^^**^Skria, ne per la pace quiete. Fatta pertanto la pace intra il duca di 
f^**"» e la Lega V anno mccccxxxiii, i soldati volendo stare in su la guerra, 
■ vohero contro alla Chiesa. Erano allora due sette d' armi in Italia, Braccesoa 
^Stontae^. Di qnesta era capo il conte Francesco figlinolo di Sforza, dell' altra 

principe llioeolò Piccinino e Niccolò Fortebraccio. A queste sette quasi 
la alùe anni italiane si accostavano. Di queste la Sforzesca era in mag- 

PWgio si per la virtù del conte , si per la promessa gli aveva il duca di 
iMi di madOMa Bianca sua naturale figlinola, la speranza del qnal 






120 tftCHUl riiaurtiNE. [14M] 

parentado rìputazione grandisaiiiMi gli arrecava. Asséteono ad^n^ questo 
sette d'armi dopo la pace di Lftnbardia per diverse «af^oni pi|)aBugemo. 
Niccolò Fortebraccio era moaft éair antica uimicizia, che Braccio aveva sem- 
pre tenuta con la Chiesa ; il conte peravibizione «i tnovevtf : tantoché Nlooolò 
assali Roma, ed il conte s^insignorl della Maécu. Donde ì Romani per noo yo- 
lere la guerra cacciarono Eugenio di Roma, il quale con pencolo e difficoltà fog- 
gendo se ne venne a Firenze; dove considftrato II pericolo nel quale era, e 
vedendosi dai frincipi abbandonato, i quali per cagione sua non volevano ripi- 
gliare queir armi, eh* eglino avevano con massimo disiderìo posate, si accordò 
con il conte, e gli concesse la signoria della Marca; ancoraché il conte all'io- 
giurìa deir averla occupata vi avesse aggiunto il dispregio; perchè nel segnare 
il luogo , dove scriveva a* suoi agenti le lettere, con parole latine, secondo i 
costume italiano, diceva i Ex Girifalco nostro Firmiane, invito PetroetPmiio. 
Nò fu contento alla concessione delle terre, che volle essere creato gonfalonierB 
(Iella Chiesa ; e tutto gli fu acconsentito : tanto più temè Eugenio una peri- 
colosa guerra che una vituperosa pace. Diventato pertanto il conte amico del 
papa, perseguitò Niccolò Fortebraccio, e intra loro seguirono nelle terre delia 
Chiesa per molti mesi varj accidenti ; i quali tutti più a danno del papa e 
de' suoi suéditi, che di chi maneggiava la guerra seguivano. Tantoché tra loro, 
mediante il duea di Milano, si conchiuse per via di triegua un accordo, dove 
l'uno e l'altro di essi nelle terre della Chiesa principi rimasero. 

Questa guerra speiHa a Roma fu da Battista da Canneto raccesa inRomagDa 
Ammazzò costui in Bologna alcuni della famiglia de' Grifoni, e il governatore 
per il papa con altri suoi nimici cacciò della città. E per tenere con violenza 
quello stato, ricoree per aiuti a Filippo, ed il papa per vendicarsi dell' ingiuria 
gli domandò ai Vineziani ed ai Fiorentini. Furono l'uno e l'altro di costoni 
sovvenuti, tantoché subito si trovarono in Romagna duci grossi eserciti. Di Fi- 
lippo era capitano Niccolò Piccinino ; le genti vineziane e Gorentine da Gatta- 
melata e Niccolò da Tolentino erano governate. E propinquo a Imola vennero a 
giornata, nella quale i Vineziaui e' Fiorentini furono rotti, e Niccolò daTob- 
tino mandato prigione al duca; il quale o per fraudo di quello, o per dolore del 
ricevuto danno in pochi giorni mori. Il duca dopo questa vittoria, o per esser 
debole per le passate guerre, o per credere che la lega , avuta questa rotta, po- 
sasse, non seguì altrimenti la fortuna, e dette tempo al papa ed ai collegati di 
nuovo ad unirsi, i quali elessero per loro capitano il conte Francesco, e fecero 
impresa di cacciare Niccolò Fortebraccio dalle terre della Chiesa , per vedere 
se potevano ultimar quella guerra, che in favore del pontefice avevano inco- 
minciata. I Romani, come videro ilpapa gagliardo in su' campi, cercarono d'aver 
seco accordo, e trovaronlo e riceverono un suo commissario. Possedeva Niccolò 
Fortebraccio, tra l'altre terre, Tiboli, Montefiascor^i, Città di Castello ed Ascesi. 
In questa terra, non potendo Niccolò stare in campagna, si era rifuggito, dove 
il conte l'assediò, e andando l'ossidione in lunga, perchè Niccolò virilmente si 
difendeva, parve al duca necessario, o impedire alla lega quella vittoria, o or- 
dinarsi dopo quella a difendere le cose sue. Volendo pertanto divertire il conte 
dall' assedio, comandò a Niccolò Piccinino che per la via di Romagna passasse 
in Toscana; in modo che la lega giudicando esser più necessario difendere 1& 
Toscana che occupare Ascesi , ordinò al conte proibisse a Niccolò il passo, il 
quale era di già con l'esercito suo aFurlì. Il conte dall'altra parte mosse con le 
sue genti , e ne venne a Cesena , avendo lasciato a Lione suo fratello la guerra 
della Marca e la cura degli stati suoi. E mentreché Piccinino cercava di pa^' 
sare, ed il conte d' impedirlo, Niccolò Fortebraccio assaltò Lione, e con grande 






{t^ laBW OttlnioV 121 

sttgfldiBrese qurffet e l^sue genti sMIe^già; e seguitando la vittoria occupò 
eoo il wwsimo Mpeto molUrtirre delia Varca. Questo fatto contristò assai il 
conte, pensando essere perduti i«Higli stali |^i ; e lasciato parte dell'esercito 
att' incontro di FlecMno, «to il reMnte n'andò alla volta del Fortebraccìo, e 
^IkroiHnbattè e vins»; nell<«|ual potta Fortebràccio rimase prigione e ferito; 
deOa qual ferita mori. Questa vittoria restituì al pontefice tutte le terre, che da 
IQccolò Fortebràccio gii A^ano state tolte , e ridusse il duca di Milano a doman- 
dar pace, la quale per il mezzo di Niocolò d^ Estùmarches94» Ferrara si con- 
diiuae; nella quale le terre occupate in Romagna dal duca si ristituirono alla 
Chiesa, e le genti del duca si ritornarono in Lombardia ; e Battista da Canneto, 
eoBe interviene a tu(ti quelli che per fono e virtù d* altri si mantengono in uno 
italo, partite che furono le genti <lei duca di Bogiagaa, non potendo le forze e 
virtù sue tenerlo in Bologna, se ne fu^ : dove messer Antonio Bentivogli, capo 
delia parte avversa , ritornò. 

Tutte queste cose nel tempo dell' esilìo'di Cosimo seguirono , dopo la cui tor- 
nata, quelli che l'avevano rimesso e tanti ingiuriati cittadini pensarono senza 
alcuno rispetto d'assicurarsi dello stato loro. E la, Signoria, la quale nel ma- 
gistrato in novembre e dicembre siiccedcrtte, non contenta a quello che dai suoi 
antecessori io favore della parte era.«tato fotto, prolungò e perauit4 i confini a 
moUi, edi naovo moltj altri ne confinò. Ed a' cittadini non tanto l'umor^ delle 
parti noceva, ma le ricchezze, i parenti e le amicizie private. E se questa pro- 
scrizione dai sangue fusse stata accompagnata, avrebbìs a quella d'Ottaviano o 
Siila rendulo similitudine; ancoraché in qualche parte nel sangue s'intignesse, 
perché Antonio di Bernardo Guadagni fu dicapitato ; e quattro altri cittadini, 
tra i quali fuZanobide'Belfratelli e Cosimo Baii)adori, avendo passati i confini, 
etrovandosi a Vinegia, i Vineziani stimandO'più l'ainicizia di Cosimo che i'onor 
loro, gli mandarono prigioni , dove furono vilmente morti. La qual cosa dette 
gran riputazione alla parte e grandissimo terrore ai nimici , considerato che si 
potente Repubblica vendesse la libertà sua ai Fiorentini ;' il che sì credette avesse 
fatto, non tanto per beneficare Cosimo,- quanto per accendere più le parti in Fi- 
lenae, e fare m^ante il sangue la divisione della città nostra più pericolosa;* 
perchè i Vineziam non vedevano altra opposizione alla loro grandezza, che l'u- 
Bìoiie di quella. 

Spoeta adapque la città de' nimici o sospetti allo ^to^ si volsero a bene- 
icare nuove genti per fare più gagliarda la parte loro; e h famiglia degli Al- 
berti e qualunque altro ai trovava ribelle, alla patria restituirono ; tutti i grandi, 
eccetto podùs^mi, nell'ordine popolare ridu^erp ; le possessioni dei ribelli in- 
tra Wre per piccolo prezzo divisero. Appresso a questo, con leggi e nuovi ordini 
tt aSortificarono, e fecero nuovi squittinj , traendo*dalle borse i nimici, e riem- 
piendole d'amici loro. Ed ammoniti dalle rovine degli avversarj, giudicando che 
Boa bastassero gli squittinj scelti a tener fermo lo stato loro, pensarono che i 
"« S tra ti, i quali del sangue hanno autorità, fussero «empre de' principi della 
>^^Viio; e però volleno che gli accoppiatori preposti all' imborsazione de' nuovi 
sqoittìoì, insieme con la Signoria vecchia avessero autorità di creare la nuova. 
^^^^no a' Otto di guardia autorità sopra il sangue ; provvidero che i confinati , 
fornito il tempo, non potessero tornare, se' prima de' Signori eCoilegj, che sono 
in nomerò trenta sette, non se né accordava trenta quattro alla loro restituzione. 
Io scrivere loro, e da quelli ricevere lettere proibirono ; ed ogni parola, (mxi 
censo, ogni usanza, chea quelli che governavano fusse in alcuna parte dispra- 
ciuta, era gravissimamente punita. E se in Firenze rimase alcuno sospetto, il 
quale da queste ofiese non fi^ stato aggiunto, fu dalle gravezze che di nuovo 

6 



liS ISTOIUB nOUNTUIE. [1435] 

«fdÌDafOBoailitto; ed in poco lempo avendo cacciata edinpoverila UiUaia 
parte inimica, dello stato loro si assicuraroDO. E per non mancare di aiuti à 
faorì , e per torgli a quelli che diaegpiaeero offèndergli, con il papa, Vineiiam 
ed il duca di Milano, a difensiooe degli stati si coUegarono. 

Stando adunque in questa forma le cose di Pirenie, morì Giovanna reina di 
Napoli, e per suo testamento lasciò Rinieri d' Angiò erede del regno. TrovavaBÌ 
allora Alfonso re di Ragona in Sicilia, il quale per V amiciiia aveva con molli 
baroni, si preparava a occupare quel regno. I Napoletani e molti baroni fovo- 
rivano Rinieri ; il papa dall'altra parte non voleva nò che Rinieri, nò che Al- 
fonso r occupasse, ma desiderava die per un suo governatore s'amministrasBe. 
Tenne pertanto Alfonso nel regno, e fu dal duca di Seesa. ricevuto ; dove ooi- 
dusae al suo soldo alcuni princìpi, con animo {avendo Capua, la quale il pria- 
dpe diTtfaaio in nome dUUfooso possedeva) di costrìngerei Napoletani a lare 
la sua volontà ; e mandò V armata sua ad assalire Graeta, la quale per gli Napo- 
letani si teneva. Per la qual cosai Napoletani domandarono aiuto a Filippo. 
Peisuase costui i Genovesi a prendere quella impresa, i quali non solo per iod- 
disfare al duca loro prìncipe, ma per salvar le loro mercanzie, che in Napoli 
ed in Gaeta avevano, andarono una potente armata. Alfonso dall' altra parto 
aentendò queeto, ringrossò la sua, ed in persona andò air incontro dei Genovesi, 
6 sopra r isola di Ponzio venuti alla tuffa, V armata aragonese fu rotta, ed Al- 
fonso insieme con molti prìndpi preso, e dato dai Genovesi nelle mani di Filippo. 

Questa vittorìa sbigottì tutti i principi che in Italia temevano la potenza di 
Filippo, perehò giudicavano avesse grandissima occasione d' insignorirsi del 
tutto. Ma egli (tanto sono diverse le opinioni degli uomini) prese partito al 
tatto a questa opinione contrario. Era Alfonso uomo prudente, e come prima 
potò parlare con Filippo, gli dimostrò quanto ei s' ingannava a favorire Rinieri, 
e disfavorìre lui ; perchè Rinierì diventato re di Napoh aveva a fare ogni sforzo 
perchè Milano diventasse del re di Francia, per avere gli aiuti propinqui, e non 
avere a cercare ne' suoi bisogni che gli fusse aperta la via a' suoi soccorsi. Nò 
poteva di questo altrìmenti assicurarsi se non con la sua rovina, facendo di- 
ventare quello stato franzese ; e che al centrano interverrebbe quando esso 
ne diventasse prìncipe ; perchè non temendo altro nimico che i Franciosi, era 
necessitato amare e carezzare e, non che altro, ubbidire a colui che ai suoim- 
mid poteva aprir la via, e per questo il titolo del regno verrebbe a essere ap- 
presso ad Alfonso, ma V autorìtà e la potenzia appresso a Filippo. Sicdiè mollo 
più a lui che a sé apparteneva considerare i pericoU dell' un partito e l' utilità 
dell' altro, se già ei non volesse piuttosto soddisfare a un suo appetito che assi- 
curarsi dello stato; perchè nell' un caso e' sarebbe prindpe e libero, nell' altro, 
sondo in mezzo di duoi potentissimi principi, o d perderebbe lo stato^ o ei vi- 
verebbe sempre in sospetto, e come servo avrebbe a ubbidire a quelli. Pote- 
rono tanto queste parole neU' animo del duca, che, mutato proposito, lib^ 
Alfonso, e onorevoUnente lo rimandò a Genova, e di quindi nel regno; il quale 
ai trasferì in Gaeta, la quale, subitochò s' inteee la sua liberasene, era stata 
occupata da alcuni signori suoi partigiani. 

I Genovesi veg^endo come il duca senza aver loro rispetto aveva liberalo 
il re, e che quello dei perìcoli e delle spese loro s' era onorato, e come a lui ri- 
maneva il grado della liberazione, e a loro V ingiurìa della cattura e della 
rotta, tutti si sdegnarono contro a quello. Nella città di Genova, quando la vive 
ndla sua libertà, si crea per liberì suffragi un capo, il quale chiamano Dog?» 
non perchè e' sia assoluto prìncipe, nò perchè egli solo diliberì, ma come 
ca^ propaga quello che dai magistrati e Consigli loro d debba diliberare* 



£lti6] L1B10 QUINTO. 133 

Ha quetia cUtà nolte nobili famiglie, le quali sono tasto potenti, che dilficil- 
mente alF imperio de' magistrati ubbidiscono. Di tutte Taltre la Fregosa e V A- 
dona sono potentissime. Da queste nascono le divisioni di quella città, e che 
gii ordini civili si guastino; perchè combattendo intra loro non civilmente, ma 
il più delle volle con Tarmi questo principato, ne segue che sempre è una 
parte afflitta, e T altra regge. Ed alcuna volta occorre, che quelli che si tro- 
vano phvi delle loro dignità, all' armi forestiere ricorrono, e quella patria che 
loro gpvernare non possono, all' imperio d' un foresti^o sottomettono. Di qui 
nasceva e nasce, che quelli che in Lombardia regnano, il più deWe volte a Ge- 
nova comandano, come allora, quando Alfonso di Aragona fu preso, interve- 
niva. E tra i primi Genovesi, che erano stati cagione di sottometterla a Fi- 
lippo, era stato Francesco Spinola, il quale non molto poi eh' egli ebbe fatta la 
sua patria serva, come in simili casi sempre interviene, diventò sospetto al 
duca. Onde che egli sdegnato, «'aveva eletto quasi che un esilio volontario a 
Gaeta ; dove trovandosi, quando seguì la zufifa navale con Alfonso, ed essen- 
doei portato ne'servizj di quella impresa virtuosamente, gli parve avere di 
nuovo meritato tanto con il duca, che potesse almeno io premio de' suoi me- 
riti star aicuraioente a Genova. Bla veduto che il duca seguitava ne' sospetti 
suoi, perchè egli non poteva credere, che quello che non aveva amato la li- 
bertà delia sua patria amesse lui, diliberò dì tentar di nuovo la fortuna, e a 
UE trailo tendere la libertà alla patria, ed a sé la fama e la sicurtà, giudicando 
non aver con i suoi cittadini altro rimedio, se non far opera, che donde era 
naia la krìià nascesse la medicina e la salute. E vedendo l' indignazione uni- 
versale nata oontra il duca per la liberazione del re, giudicò che '1 tempo fusse 
onnodo a mandar ad effetto i disegni suoi, e comunicò questo suo ocnasiglio con 
alquanti, i quali sapeva che erano della medesima opinione, e gli confortò e 
dispose a seguirlo. 

Era venuto il celebre giorno di San Giovanni Battista, nel quale Arismino, 
nuovo governatore mandato dal duca, entrava in Genova; ed essendo già e^ 
Irato dentro, accompagnato da Opicino vecchio governatore, e da molti €reoo- 
vesi, non parve a Francesco Spinola da differire, ed usci di casa armato in* 
siemecon quelli, che della sua diliberazione erano consapevoli, e come e' fu 
sopra la piazza posta davanti alle sue case, gridò il nome della libertà. Fu cosa 
mirabile a vedere con quanta prestezza quel popolo e quelli cittadini a questo 
none correeaino ; talché niuno il quale o per sua utilità o per qualunque altra 
cagione amasse il duca, non solamente non ebbe spazio a pigliar l'armi, ma ap- 
pena si potette consigliare della fuga. Arismino, con alcuni Genovesi che erano 
•eoo, nella rocca che per il duca si guardava si rifuggì. Opicino presumendo 
potere, se e' si rifuggiva in palagio, dove due mila armati a sua ubbidienza 
aveva, o salvarsi, o dar animo agli amici a difendersi, voltosi a quel cammino, 
pràna die in piazza arrivasse fu morto, ed in molte parti diviso fu per tutta 
Genova trascinato. E ridotta i Genovesi la città sotto i liberi magistrati, in pò» 
dà pani il castello e gli altri luoghi forti posseduti dal duca occuparono, ed al 
lotto dal giogo del duca Filippo si liberarono. 

Oneste eoee cosi governate, dove nei principio avevano sbigottito i principi 
é* Italia, temendo che '1 duca non diventasse troppo potente, dettero loro, ve- 
dolo il fine che ebbero, speranza di poterlo tenere in freno, e nonostante la 
lega di nuovo fatta, i Fiorentini ed i Vineziani con i Genovesi s' accordarono. 
Ondeckè measer Rinaldo degli Albizzi e gli altri capi de' fuorusciti fiorentini 
vcd aa do le coie perturbate, ed il mondo aver mutato viso, presero speranza di 
poleriodnrre il dona a una manifesta guerra contro Firenze; e andatine a Mi* 



124 ISTORI! FIORENTINE. [1436] 

lano, messer Rinaldo parlò al duca in questa sentenza : « Se noi già tuoi nimid 
veniamo ora confidentemente a supplicare gli aiuti tuoi per ritornare nella pa- 
tria nostra, né tu né alcun altro, che considera T umane cose come le proce- 
dono, e quanto la fortuna sia varia, se ne debbo maravigliare; nonostante 
che delle passate e delle presenti azioni nostre, e teco per quello che già fa- 
cemmo, e eon la patria per quello che ora facciamo, possiamo aver manifeste 
e ragionevoli scuse. Ninno uomo buono riprenderà mai alcuno, che cerchi di- 
fendere la patria sua, in qualunque modo se la difenda. Né fu mai il fine nostro 
d'ingiuriarti, ma sibbene di guardare la patria nostra dall' ingiurie; di che te 
ne può essere testimohe che nel corso delle maggiori vittorie della lega nostra, 
quando noi ti cognosceouno volto ad una vera pace, fummo più desiderosi di 
quella» che tu medesimo; tantoché noi non dubitiamo di aver mai fatto cosa da 
dubitare di non poter da te qualunque grazia ottenere. Né anche la patria no- 
stra si può dolere , che noi ti confortiamo ora a pigliar quelle armi centra lei, 
dalle quali con tanta ostinazione la difendemmo; perchè quella patria merita 
essere da tutti i cittadini amata, la quale ugualmente tutti i suoi cittadini ama, 
non quella che posposti tutti gli altri, pochissimi n'adora. Né sia alcuno che 
danni V armi in qualunque modo centra la patria mosse ; perché le città, anco- 
raché siano corpi misti , hanno con i corpi semplici somiglianza ; e come in 
questi nascono molte volte infermi tà, che senza il ferro o il fuoco non si possono 
sanare, così in quelle molte volte sorgono tanti inconvenienti, che un pio e 
buono cittadino, ancoraché il ferro vi fusse necessario, peccherebbe molto più 
a lasciarle incurate che a curarle. Quale adunque può essere malattia maggiore 
a un corpo d* una Repubblica che la servitù? Quale medicina ò più da usare 
necessaria che quella che da questa infermità la sollevi ? Sono soiamentelquelle 
guerre giuste, che sono necessarie, e quelle armi sono pietose, dove non è al- 
cuna speranza fuora di quelle. Io non so qual necessità sia maggiore che la 
nostra, o qual pietà possa superar quella, die tragga la patria sua di servitii. 
È certissimo pertanto la causa nostra esser pietosa e giusta, il che debbo essere 
e da noi e da te considerato. Né per la parte tua questa giustizia manca, per- 
ché i Fiorentini non si sono vergognati, dopo una pace con tanta solennità ce- 
lebrata, essersi con i Genovesi tuoi ribelli collegati, tantoché se la causa nostra 
non ti muove, ti muova lo sdegno, e tanto più veggendo 1* inapresa facile. Per- 
ché non ti debbono sbigottire i passati esempj, dove tu hai veduta la potenza 
di quel popolo e V ostinazione alla difesa ; le quali due cose ti deverebbero ra- 
gionevolmente ancora far temere, quando elle fussero di quella medesima virti^ 
che allora ; ma ora tutto il contrario troverai, perché qu^l potenza vuoi tu che 
sia in una dttà, che abbia da sé novamente scacciata la maggior parte delle 
sue ricchezze e della sua industria? Quale ostinazione vuoi tu che sia in un 
popolo per si varie e nuove inimicizie disunito ? La qual disunione è cagione che 
ancora quelle ricchezze che vi sono rimase, non si possono in quel modo, che 
allora si potevano , spendere ; perché gli uomini volentieri consumano il loro 
patrimonio quando e' veggono per la gloria e per l' onere e stato loro proprio 
consumarlo, sperando quel bene riacquistare nella pace, che la guerra loro 
«toglie; non quando ugualmente nella guerra e nella pace si veggono oppri- 
mere, avendo neir una a sopportare 1* ingiuria degli nimici, neli' altra V inso- 
lenza di coloro che gli comandano. Ed ai popoli nuoce molto più V avarìzia 
de' suoi cittadini, che la rapacità degli nimici, perché di questa si spera qual* 
che volta vedere il fine, dell'altra non mai. Tu muovevi adunque V armi nelle 
passate guerre centra tutta una città, ora centra una minima parte di essa le 
muovi ; venivi per torre lo stato a molti cittadini e buoni, ora vieni per torlo a 



[1436] LIBRO QUINTO. 125 

pochi e trìsti ; venivi per torre la libertà a una città, ora vieni per rendergliene. 
E non è ragionevole, che in tanta disparità di cagioni ne segnino pari effètti, 
anzi è da sperarne una certa vittoria, la quale di quanta fortezza sia allo stato 
tuo, facilmente lopnoi giudicare, avendo la Toscana amica, e per tale e tanto 
obbligo obbligata, della quale più neir imprese tue ti varrai che di Milano; e 
dove altra volta quello acquisto sarebbe stato giudicato ambizioso e violento, 
al presente sarà giusto e pietoso stimato. Non lasciare pertanto passare questa 
occasione, e pensa che se 1* altre tue imprese contro a quella città ti partorirono 
con difficoltà spesa ed infamia, questa t' abbia con facilità utile grandissimo e 
foma onestissima a partorire. 

Non erano necessarie molte parole a persuadere al duca che movesse guerra 
ai Fiorentini, perchè era mosso da uno ereditario odio ed una cieca ambizione, 
la qoale cosi gli comandava; e tanto più sendo spinto dalle nuove ingiurie per 
raccordo fatto con i Genovesi ; nondimeno le passate s|)ese, i corsi pericoli con 
la memoria delle fresche perdite, e le vane speranze de' fuorusciti, lo sbigotti- 
vano. Aveva questo duca , subito che egli intese la ribellione di Genova, man- 
dato Niccolò Piccinino con tutte le sue genti d'arme e quelli fanti che potette 
del paese raganare, verso quella città per fare forza di ricuperarla, prima che i 
dUadini avessero fermo l'animo, ed ordinato il nuovo gQvemo, confidandosi 
aseai nel castello che dentro in Genova per lui si guardava. E benché Niccolò 
cacdasse i Genovesi d' in su i monti , e togliesse loro la valle di Pozeveri, dove 
s'erano fatti forti, e quelli avesse rispinti dentro alle mura della città, nondi- 
meno trovò tanta difficoltà nel passar più avanti per gli ostinati animi de' cit- 
tadini a difendersi , che fu costretto da quella discostarsi. Onde il duca alle 
persuasioni degli usciti fiorentini gli comandò che assalisse la riviera di Le- 
vante, e facesse propinquo a' confini di Pisa quanta maggior guerra nel paese 
Genovese poteva, pensando che quella impresa gli avesse a mostrar di tempo 
in tempo i partiti che dovesse prendere. Assaltò adunque Niccolò Serezana , e 
quella prese. Dipoi fatti di molti danni, per fare più insospettire i Fiorentini ee 
ne venne a Lucca, dando voce di voler passare per ire nel regno agli aiuti del 
redi Ragona. Papa Eugenio in su questi nuovi accidenti partì di Firenze, e 
n'andò a Bologna; dove trattava nuovi accordi intra '1 duca e la lega, mo- 
strando al duca che quando e' non consentisse all' accordo', sarebbe di concedere 
alla lega il conte Francesco necessitato, il quale allora suo confederato sotto gli 
stipendj suoi militava. E benché il pontefice in questo s'affaticasse assai, non- 
dimeno invano tutte le sue fatiche riuscirono ; perchè il duca senza Genova non 
voleva accordarsi, e la lega voleva die Genova restasse libera, e perciò cia- 
idiedono diffidandosi della pace si preparava alla guerra. 

Yennlo pertanto Niccolò Piccinino a Lucca, i Fiorentini di nuovi movimenti 
dabilaroDO, e fecero cavalcare con le loro genti net paese di Pisa Neri di Gino, 
e dal pontefice impetrarono che 'I conte Francesco s'accozzosse con seco, e con 
r eaeròto loro fecero alto a San Gonda. Piccinino che era a Lucca domandava 
il paan per ire nel regno, ed essendogli dinegato, minacciava di prenderlo per 
fona. Erano gli eserciti e di forze e di capitani uguali , e perciò non volendo 
alcuoc dì loro tentare la fortuna, sendo ancora ritenuti dalla stagione fredda, 
perdiè di decembre era, molti giorni senza offendersi dimorarono. Il primo che 
di loro si mosse fu Niccolò Piccinino, al quale fu mostro, che se di notte assa- 
lisse Vico Pisano, facilmente l' occuperebbe. Fece Niccolò l'impresa, e non gli 
riusoendo occupar Vico, saccheggiò il paese all' intorno, e il borgo di San Gio- 
vanni alla Vena rubò e arse. Questa impresa, ancora che ella riuscisse in buona 
parte vana, dette nondimeno animo a Niccolò di proceder più avanti, avendo 



126 ISTORIB nORENTINE. [1437] 

massimamente veduto che '1 conte e Neri non s'erano mossi ; e perciò aasat) 
Santa Maria in Castello e Filetto, e vinsegli. Né per questo ancora le genti fio- 
rentine si mossero, non perchè il conte temesse, ma perchè in Firenze dai ma- 
gi<4rali non s' era ancore diliberata la guerra per la riverenza die s' aveva al 
papa , H quale trattava la pace. E quello che per prudenza i Fiorentini face- 
vano, credendo i nimici che per timore lo facessero, dava loro più animo a 
•ttove imprese ; in modo ohe diliberarono di espugnare Barga , e con tutte le 
iòne vi si presentarono. Questo nuovo assalto fece che i Fiorentini , posti da 
parte i rispetti , non solamente di soccorrere Barga , ma di assalire il paese 
lucchese diliberarono. Andato pertanto il conte a trovare Niccolò, e appiccata 
sotto Barga la zuffa, lo vinse, e quasiché rotto lo levò da quello assedio. I Vi- 
neziani in questo mezzo, parendo loro che '1 duca avesse rotta la pace, man- 
darono Giovan Francesco da Gonzaga loro capitano in Gfaiaradadda, il quale 
dannificando assai il paese del duca, lo costrinse a rivocare Niccolò PiocÌDino 
di Toscana. La quale rivocazione, insieme con la vittoria avuta centra Niccolò, 
dette animo ai Fiorentini di fare V impresa di Lucca, e speranza di acquistarla; 
nella quale non ebbero paura, né rispetto alcuno, veggendo il duca, il quale 
solo temevano, combattuto da' Vineziani , e che i Lucchesi per aver ricevuto 
in casa i nimici loro, e permesso gli assalissero, non si potevano in alcuna 
parte dolere. 

D'aprile pertanto nel Mccocxxxvn il conte mosse lo esercito , e prima die i 
Fiorentini volessero assalire altri, voìleno ricuperare il loro, e ripresero Santa 
Maria in Castello, e ogni altro luogo occupato dal Piccinino. Di poi voltisi so- 
pra il paese di Lucca, assalirono Camaiore, gli uomini della quale, benché 
fedeli a' suoi signori, potendo in loro più la paura del nimico appresso che la 
fede dell'amico discosto, s' arrenderono. Presonsi con la medesima rìpntazioQe 
Massa e Serezana. Le quali cose fatte circa il fine di ma^io, il campo tornò 
Terso Lucca , e le biade tutte ed i grani guastarono, arsero ie ville» tagliarono 
le viti e gli arbori , predarono il bestiame, né a cosa alcuna , che fare contra 
i nimici si suole o puote, perdonarono. I Lucchesi dall' altra parte veggendosi 
dal duca abbandpnati, disperati di potere difendere il paese, V avevano abban- 
donato, e con ripari e ogni altro opportuno rimedio afifòrtificarope la città, 
della quale non dubitavano, per averla piena di difensori, e poterla un tempo 
difendere, nel quale speravano , mossi dall' esempio dell'altre imprese, che i 
Fiorentini avevano contra loro fatte. Sok) temevano i mobili animi della plebe, 
la quale infastidita dall' assedio non istimasse più i pericoli proprj che la libertà 
d'altri, e gli sforzasse a qualche vituperoso e dannoso accordo. Oodechè per 
accenderla alla difesa la ragunarono in piazza, e uno de' più antichi e più savi 
parlò in questa sentenza : « Voi dovete sempre avere inteso, che delle cose fatte 
per necessità non se ne debbe né puote lode o biasimo nieritare. Pertanto se 
voi ci accusaste, credendo che questa guerra che ora vi fanno i Fiorentini, noi 
ce r aves5;imo guadagnata , avendo ricevute in casa le genti del duca , e pe^ 
messo ch'elle gli assalissero, voi di gran lunga v'ingannereste. E' vi é nota 
r antica nimicizia del popolo fiorentino verso di voi , la quale non le vostre 
ingiurie, non la paura loro ha causata, ma sibbene la debolezza vostra e l'am- 
bizione loro ; perchè l' una dà loro speranza di potervi opprimere, l' altra gli 
spigne a farlo. Né crediate che alcun merito vostro gli possa da tal disiderio 
rimuovere , né alcuna vostra ofl'esa gli possa ad ingiuriarvi più accendere. 
Eglino pertanto «hanno a pensare di torvi la libertà, voi a difenderla; e delle 
cose, che quelli e noi a questo fine facciamo, ciascuno se ne può dolere, e noa 
maravigliare. Dogliamoci pertanto che ci assaltino, che ci espugnino le terre, 



[1437] LltRO QUINTO. 127 

die m ardifio le caae, e gaastino il paeee. Ma chi è di noi si sciocco, eh% se ne 
■utrarigli? perchè se noi poteesimo, noi ùiremmo loro il simile, o pe^;io. E 
s'eglino banoo mossa questa guerra per la venuta di Niccolò, quando bepe ei 
■OD tese venuto, P avrebbero mossa per un' altra cagione ; e se questo male 
si (tasse differito, e' sarebbe forse stato maggiore. Sicché questa venuta non si 
debbe accusare, ma piuttosto la cattiva sorte vostra e l'ambiziosa natura loro; 
SMoradìè nor non potevamo negare al duca di non ricevere le sue genti, e 
venute che T erano, non potevamo tenerle che le non facessero la guerra. Voi 
sapete die senza V aiuto d' un potente noi non ci possiamo salvare ; nò ci è p»> 
ma cfas con più fede o con più forza ci possa difendere, die '1 duca. Bgli d 
ha fenduta la libertà, egli è ragionevole cke ce la mantenga ; egli a' perpetui 
oimici nostri è stato sempre nimidsstmo. Se adunque per non ingiuriare i Pio- 
reatini noi avessimo fatto sdegnare il duca, avrenmio perduto l'amico, e fatto 
il nimico più potente e più pronto alla nostra offesa. Sicché egli ò molto sieglie 
sfsr questa g;uerra con V amore del duca, che con V odio la pace. E dobbiame 
sperare die d abbi a trarre di quelli pericoli, ne* quali d ha messi, purché noi 
DOD ci abbmdomamo. Voi sapete con quanta rabbia i Fiorentini più volle d 
abbiano assaltati, e con quanta gloria noi ci siamo difesi da loro. B moKe volte 
w» abbiano avuto altra speranza che in Dio e nel tempo, e V uno e V altrod 
ha omservati. E se allora d difendemmo, quel cagione é che ora non d dob- 
biamo difendere ? Allora tutta Italia ci aveva loro lasciati in preda, ora abbiamo 
il duca per noi, e dobbiamo credere che i Yineziani saranno lenti alle nostre 
offsee , come quelli ai quali dispiace che la potenza de' Fiorentini s'aocresca; 
L'altra volta i Fiorentini erano più sciolti, ed avevano più speranza d'aiuti 
e per loro medesimi erano più potenti, e nd eravamo ili ogni parte più deboli : 
poche allora noi difendevamo un tiranno, ora difendiamo noi ; allora la gloria 
della diiosa era d' altri, ora ò nostra ; allora questi d assaltavano uniti , ora 
disaniti d asaaltono, avendo piena di loro ribelli tutta Italia. Ma quando queste 
spsrance non d lusserò, ci dd>be fare ostinati alle difese una ultima necessità*. 
Osni nimico éeìsbò essere da voi ragionevolmente temuto, perché tutti vor- 
ranno la gloria loro eia rovina vostra ; ma sopra tutti gli altri d debbono i 
Fkventini spaventare, perché a loro non basterebbe V ulÀidienza ed i tributi 
nostri con l' imperio di questa nostra città ; ma vorrebbero le persone e le so* 
rtanze nostre, per poter col sangue la loro crudeltà, e con la roba la loro ava- 
rìàa saziare, in modo che dascheduno di. qualunque sorta gli debbo temere. 
B però non vi muovine il veder guasti i vostri campi, arse le vostre ville, oc- 
capete le vostre terre; perché se noi salviamo questa città, quelle di necessità 
si salveranno; e se noi la perdiamo, quelle senza nostra utilità si sarebbere 
«Ivate; percbè mantenendod liberi, le può con difficoltà il nimico nostro poe- 
•sdere; perdendo la libertà, noi invano le possederemo. Pigliate adunque 
V mt\, e quando voi combattete, pensate il premio della vittoria vostra essere 
lam^menonsolo della patria, ma dellecase ede' figliuoli vostri.» Furono T ultime 
P^nAe (fi costai con grandissima caldezza d'animo ricevute da quel popolo, e 
vsiisBeule daecuno promise morir prima che abbandonarsi , o pensare ad 
*C!Csrdo die in alcuna parte maculasse la loro libertà, ed ordinarono intra loro 
tatte qoelle cose, che sono per difendere una dttà necessarie. 

lo eeeróio de' Fiorentini in quel mezzo non perdeva tempo, e dopo moltis-^ 
simì danni fM per il paese, prese a patti Monte Carlo; dopo l' acquisto dei 
q«>ie s' sndò a campo a Uzano, acdooché i Lucchesi stretti da ogni paite non 
poiaawu sperare aiuti, e per fame costretti e' arrendessero. Era il castello assai 
forte e ripieno di guardie, in modo che Tespugnazione di quello non fu come 



IStS" ISTORIB FIORENTlfCB. L^^l 

1' altre focile. I Lucchesi, come era ragionevole, vedendosi strìgnere ricorsero 
al duca, ed a f vello con ogpi termine e dolce ed aspro si raccomandarono; ed 
ora nel parlare mostravano i meriti loro, ora le offese de' Fiorentini, e quanto 
animo si darebbe agli altri amici suoi difendendogli, e quanto terrore lascian- 
dogli indifesi. E s* ei perdevano con là libertà la vita, egli perdeva con gli amici 
r onore, e la fede con tutti quelli che mai per suo amore s' avessero ad alcun 
perìcolo a sottomettere: àggiiignendo alle parole le lagrime, aociec(;bè se l'ob- 
bligo non lo moveva, lo movesse la compassione. Tanto che *l duca avendo ag- 
giunto air odio antica de* Fiorentini l'obbligo fresco de' Lucchesi, e sopra tutto 
desideroso che i Fiorentini non crescessero in tanto acquisto, diliberò mandar 
grossa g^nte in Toscana, o assaltape eoo tanta furia i Vineziani, che i Fiorentiai 
fussero necessitati lasciare l' impresa loro per soccorrere quelli. 

Fatta questa diliberazione, s' intese subito a Firenze, come il duca si ordinava 
a mandar genti in Toscana; il che fece ai Fiorentini cominciare a perdere la 
speranza della impresa loro; e perchè il duca fusse occupato in Lombardia, 
sollecitavano i Vineziani a strignerlo con tutte le forze loro. Ma quelli ancorasi 
trovavano impauriti, per avergli il marchese di Mantova abbandonati, ed essate 
ito ai soldi del duca. E pesò trovandosi come disarmati, rispondevano non po- 
tere, non che ingrossare, manteno* quella guerra, se non mandavano loro il 
conte Francesca che fusse capo del loro esercito, ma con patto che s' obbligasse 
a passare con la persona il Po. Né volevano stare agli antichi accordi, dove 
quello non era obbligato a passarlo; perchè senza capitano non volevano Cv 
guerra, nò potevano sperare in altri che nel conte ; e del conte non si poteTsae 
Talere, se e' non s' obbligava a far la guerra in ogni luogo. A' Fiorentini paren 
necessario che la guerra si focesse in Lombardia gagliarda ; dall' altro canto ri- 
Bianendo senza il conte, vedevano l' impresa di Lucca rovinata. Ed <rt(iina- 
mente cognoscevano ques^ domanda esser fatta dai Vineziani, non tanto per 
necessità avessino del conte, quantoper sturbar loro queir acquisto. Dall'altra 
porte il conte era per andar in Lombardia a ogni piacere della lega ; ina ojm 
Toleva alterar V pbbligo, come quello che desiderava non ai privare di quelli 
speranza, quale aveva del parentado promessogli dal duca. 

Erano adunque i Fiorentini distratti da due diverse passioni,, e dalla vogln 
d* aver Lucca, e d^l timore della, guerra con il duca. Vinse nondimeno, come 
sempre interviene, il timore; e furono contenti che 'I conte, vinto Uzano, an- 
dasse in Lombardia. Restavaci ancpra un* altra difficoltà, la quale, per non 
essere in arbitrio de' Fiorentini il comporla, dette loro più passione, e pia gli 
fece dubitare che la prima. Perchè il conte non voleva passare il Po, ed i Vise^ 
ziani altrimenti non 1' accettavano. Nò si trovando altro modo ad accordarti 
che liberalmente 1' uno cedesse all' altro, persuasero.i Fiorentini al conte cbe 
s' obbligasse a passar quel fiume per una lettera che dovesse alla Sigoona di 
Firenze scrivere, mostrandogli che questa promessa privata non rompeva i patti 
pubblici, e come e' poteva poi fare senza passarlo; e ne seguirebbe questo co- 
modo, cl)e i Vineziani, accesa la guerra, erano necessitati seguirla) di ^^, ^ 
nascerebbe la diversione di quello umore che temevano. Ed ai Vineziani dall an 
tra parte mostrarono che questa lettera privala bastava a obbligarlo, ^ P®^^ 
fussero contenti a quella ; perchè dove ei potevano salvare il conte per4 rìspetu 
che egli aveva al suocero, era ben farlo, e che non era utile a lui né a loro 
senza manifesta necessità scopririo. E cosi per questa via si diliberò la p*^ 
sata in Lombardia del conte, il quale, espugnato Uzano, e fatto alcune basUe 
intomo a Lucca per tenere i Lucchesi stretti, e raccomandata quella guerra ^. 
commiQsaij, passò 1' Alpi, e n'andò a Reggio; dovei Vineziani insospettiU dei 



[1438] LIBRO QUINTO. 129 

suoi progressi, avanti a ogni altra cosa, per scoprire V animo suo, lo richiesero 
cbe passasse il Po, e con V altre loro genti si congiugnesse. Il che fu al tutto 
dal conte dinegato, e intra Andrea Mauroceno mandato dai VTiietiani e lui fu- 
rono ingiuriose parole, accusando V 1910 V altro d* assai superbia ^ poca fede; 
e fatti ira loro assai protesti, Y uno di non esser obbligato al servizio, V altro al 
pagamento, se ne tornò il conte in Toscana, e quell' altro a Yinegia. Fu il conte' 
alloggiato dai Fiorentini nel paese dì Pisa, e speravano potere indurlo a rinno- 
vare la guerra ai Lucchesi ; a che non lo trovarono disposto; perchè il duca in- 
teso cbe per riverenza di lui non aveva voluto passare il Po, pensò ancor di potere 
mediante lui salvare i Lucchesi, e lo pregò che fusse contento fare acconto in- 
tra iLocchesi e i Fiorentini, e includervi ancora lui potendo, dandogli speranza 
di hre a sua posta le nozze della figliuola. Questo parentado moveva forte il 
conte; perchè sperava mediante quello, non avendo il duca figliuoli maschi, 
potersi insignorire di Milano. £ perciò sempre ai Fiorentini tagliava le pratiche 
deUa guerra, ed affermava non esser per muoversi, se i Vineziani non gli osser- 
vavano il pagamento e la condotta ; né il pagamento solo gli bastava, perchè 
volendo vivere »curo degli stati suoi, gli conveniva aver altro appoggio che i 
Fiorentini. Pertanto se dai Vineziani era abbandonato, era necessitato pensare 
ai suoi fatti, e destramente minacciava d' accordarsi col duca. 

Queste cavillazìoni e questi inganni dispiacevano ai Fiorentini grandemente, 
pen^ vedevano V impresa di Lucca perduta , e di più dubitavano dello stato 
loro, qualunque volta il duca ed il conte fussero insieme. E per ridurre i Vine- 
ziani a mantenere la condotta al conte , Cosimo de' Medici andò a Vinegia, cre- 
dendo con la riputazione sua muovergli, dove nel loro Senato lungamente questa 
materia disputò, mostrando' in quali termini si trovava lo stato d'Italia, quante 
erano le forze del duca, dov'era la riputazione e la potenza delle armi, e con- 
diiuse, cbe se al duca s'aggiugneva il conte, eglino ritornerebbero in mare, e 
loro disputerd[)bero della loro libertà. A che fu dai Vineziani risposto, che 
oognoscevano le forze loro e quelle degl' Italiani , e credevano potere in ogni 
modo difendersi , affermando non esser consueti di pagare i soldati t;he servis- 
•ero altri; pertanto pensassero i Fiorentini di pagare il conte, poiché eglino 
erano serviti da lui, e come egli era più necessario, a volere sicuramente go- 
dersi gli stati loro, abbassar la superbia del conte, che pagarlo; perchè gli 
nomini non hanno termine nell'ambizione loro, e se ora e* fusse pagato senza 
servire, domanderebbe poco dipoi una cosa più disonesta e più pericolosa. Per. 
tanto a loro pareva necessario porre qualche volta freno all' insolenza sua, e 
non la lasciare tanto crescere che ella diventasse incorreggibile; e se pur loroo 
per timore per altra voglia se lo volessero mantenere amico, lo pagassero. Ri- 
tonoaBì adunque Cosimo senza altra conclusione. 

Nondimeno i Fiorentini facevano forza al conte perchè e' non si spiccasse 
dalla \ega; il quale ancora mal volentieri se ne partiva, ma la voglia di con- 
f^ùodere il parentado lo teneva dubbio, talché ogni minimo accidente, come 
iatoveuie, lo poteva fare diliberare.' Aveva il conte lasciato a guardia di quelle 
s<>® lerre della Marca il Furiano, uno dei suoi primi condottieri. Costui fu tanto 
dal duca tsUgato , che e' rinunziò al soldo del conte , ed accostossi con lui ; la 
qualcosa fece, che il conte lascialo ogni rispetto, per paura di sé fece accordo 
col doca; e intra gli altri patii furono, che delle cose di Romagna e di Toscana 
non si travagliasse. Dopo tale accordo il conte con instanzia persuadeva ai 
Fiorentini che s* accordassero con i Lucchesi , ed in modo a questo gli strinse, 
che vagendo non aver altro rimedio, s' accordarono con quelli nel mese di aprile 
d^*aniio «ooocxxxvin; per il quale accordo ai Lucdiesi rimase la loro libertà, 



130 ISTORI! FtORFNTINE. [1489] 

ed ai Fiorentini Monte Cario ed alcune altre loro castella. Dipoi riempierooo 
con lettere piene di rammarichi tutta Italia , mostrando che poiché EHo e gli 
uomini non avevano voluto che i Lucchesi venissero sotto T imperio loro, ave- 
vano fatto pace con quelli ; e rade volte occorre che alcuno abbia tanto dispia- 
cere di aver perdute le cose sue , quanto ebbero allora i Fiorentini per non aver 
acquistate quelle d'altri. 

In questi tempi, benché i Fiorentini fussero in tanta impresa occupati, di 
pensare ai loro vicini e d* adomare la loro città non mancavano. Era morto, 
come abbiamo detto, Niccolò Fortebraccio, a cui era una figtìoola del conte di 
Poppi maritata. Costui alla morte di Niccolò aveva il Borgo San Sepolcro e la 
fortezza di quella terra nelle mani , ed in nome del genero, vivente quello, gli 
comandava. Dipoi dopo la morte di quello diceva per la dote della sua 6gliBola 
possederla, ed al papa non voleva concederla, il quale come beni occupati alla 
Chiesa la domandava , in tanto che mandò il patriarca con le genti sue all'ac- 
quisto di essa. Il conte, veduto non poter sostener quello impeto, offerse qoe&a 
terra ai Fiorentini, e quelli non la volleno. Ma sondo il papa ritornato in Fireaxe, 
s' ìntromessono intra lui e il conte per accordarii; e trovandosi nell'accordo 
difficoltà, il patriarca assaltò il Casentino, e prese Prato Vecchio e Romena, e 
medesimamente T offerse ai Fiorentini, i quali ancora non le volleno accettare, 
se il papa prima non acconsentiva che le potessero rendere al conte; dichefii 
il papa dopo molte dispute contento, ma volle che i Fiorentini gli promettesaen) 
di operare col conte di Poppi, che gli restituisse il Borgo. Fermo adunque per 
questa via l'animo del papa, parve ai Fiorentini (sondo il tempio cattedrale 
della loro città chiamato Santa Reparata, la cui edificazione molto tempo in- 
nanzi si era cominciata, venuto a termine che vi si potevano i divini uffixj ce- 
lebrare) di richiederio che personalmente lo consecrasse. A che il papa volen- 
tieri acconsentì, e per maggiore magnificenza della città e del tempio, e per pia 
onore del pontefice, si fece un palco da Santa Maria Novella, dove il papa abi- 
tava, insino al tempio che si doveva consecrare, di larghezza di quattro e di 
altezza di due braccia, coperto tutto di sopra e d'attorno di drappi ricchiwimi, 
per il quale solo il pontefice con la sua corte venne insieme con quelli m^^ 
strati della città e cittadini, i quali ad accompagnarlo furono diputati; tutta 
l'altra cittadinanza e popolo per la via, per le case e nel tempio a veder tanlo 
spettacolo si ridussono. Fatte adunque tutte le cerimonie che in simili coose* 
orazioni si sogliono Fare , il papa per mostrar segno di maggiore amore odoH| 
della cavalleria Giuliano Davanzati, allora gonfaloniere di giustizia, e di ogni 
tempo riputatissimo cittadino; al quale la Signoria, per non parere meoo del 
papa amorevole, il capitanato di Pisa per un anno concesse. 

Brano in questi medesimi tempi intra la Chiesa romana e la greca ateone 
differenze, tanto che nel divino culto non convenivano in ogni parte insirtwi 
ed essendosi nell' ultimo concilio fatto a Basilea parlato assai per i prelati della 
Chiesa occidentale sopra questa materia, si diliberò che si usasse ogni diligeoffl, 
perchè l' imperadore e li prelati greci nel concilio a Basilea convenissero, per 
hre prova se si potessero con la romana Chiesa accordare. E benché qnes*^ 
diliberazione fosse centra la maestà dell' Imperio greco, ed alla superbia dei 
suoi prelati il cedere al romano pontefice dispiacesse; nondimeno, sendo op- 
pressi dai Turchi, e giudicando per loro medesimi non poter difendersi, p^ 
potere con più sicurtà agli altri domandare aiuti, diliberarono cedere; e cosi 
V imperadore insieme col patriarca e gli altri prelati e baroni greci, peresaef 
secondo la diliberazione del concilio a Basilea , vennono a Vinegia; ma sbigo^ 
liti dalla peste diliberarono, che nella città di Firenze si terminasaero. Ragunati 



[1439] uno (jDiRTo. lai 

admque più gioniì nella chiesa cattedraie insieme i romani e graoi prelalà, 
dopo molte e lunghe disputazioni ì greci cederono, e con la Chiesa e ponteice 
romano s' accordarono. 

# 

Seguita che fu la pace intra i Lucchesi ed i Fiorentini, e intra il duca ed il 
contessi credeva facilmeate si poteasero T arme d* Italia, e massimamente 
quelle che la Lombardia e la Toacana infestavano, posare ; perdiè quelle die 
nel rsgno di Napoli intra Rinato d' Angtò ed Alfonso d'Aragona erano moase 
conveniva che per la rovina d' uno de' duoi si posassero. E beochò il papa re- 
stasee malcontento per aver molte delle sue terre perdute , e che e' si oogno- 
flcesee quanta ambiÌEÌone era nel duca e ne'Vinezìani; nondimeno si stimava 
che il papa per neceesità, e gli altri per stracchezza dovessero fermarsi. Ma la 
cose procedette altrimenti, perchè nò il duca né i Vineziani quietarono; donde 
ne segui che di nuovo si ripresero le armi, e la Lombardia e la Toscana di 
guerra si riempierono. Non poteva lo altero animo del duca, che i Vineziani 
possedessero Bergamo e Brràcia sopportare, e tanto più veggendoli in su le 
armi, ed ogni giorno il suo paese in molte parti scorrere e perturbare; e pen- 
sava potere non solamente tenergli in freno, ma riacquistare le sue terre, qua- 
lunque volta dal papa, dai Fiorentini e dal conte ei fossero aU)andonati. Per- 
ianto egli disegnò di torre la Romagna al pontefice, giudicando che avuta quella 
il papa non lo potrebbe offendere, ed i Fiorentini veggendosi il fuoco appresso, 
o egtino non si moverebbero per paura di loro, o se si movessero, non potreb- 
bero Comodamente assalirlo. Era ancora noto al duca k) sdegno de' Fiorentini 
per le cose di Lucca contro a' Vineziani, e per questo gli giudicava mene pronti 
a pigliar l'armi per loro. Quanto al conte Francesco, credeva che la nuova 
«nicizia e la speranza del parentado fussero per tenerlo fermo ; e per fuggir 
carico e dar meno cagione a ciascuno di muoversi, massimamente non potendo 
per i capitoli fatti col conte la Romagna assalire, ordinò che Niccolò Piccinino, 
come se per sua pròpria ambizione lo facesse, entrasse in quella impresa. 

Trovavasi Niccolò, quando V accordo intra il duca ed il conte si fece, in Ro- 
osagna, e d' accordo col duca mostrò di essere sdegnato per V amicizia ftuta 
tra lui ed il conte suo perpetuo nimico, e con le sue genti si ridusse a Gamu» 
rata, luogo intra Furi! e Ravenna, dove s' affortifiicò, come se lungamente ed 
iosino che trovasse nuovo partito vi volesse dimorare. Ed essendo per tutto 
sparta di questo suo sdegno la fama, Niccolò fece intendere al pontefice, quanti 
erano i suoi meriti verso il duca, e quale fusse la ingratitudine sua, e come egli 
si dava ad intendere, per aver sotto i duoi primi capitani quasi tutte l' armi 
d' Italia, di occuparla; ma se Sua Santità voleva, dei duoi capitani che quelb 
m persuadeva avere, poteva fare che l' uno gli sarràbe nimico e l'altro inutile; 
perobò se lo provvedeva di danari, e lo manteneva in su l' armi, assalirebbe 
gli stati del conte eh' egli occupava aUa Chiesa, in modo che avendo il oonte a 
pensare ai casi proprj , non potrebbe all' ambizione di Filippo sovvenire. Cre- 
dette il papa a queste parole parendogli ragionevoli, e mandò cinque mila du- 
cati a Niccolò, e lo riempiè di promesse, offerendo stati a lui ed ai figliuoli. E 
benché il papa fosse da molti avvertito dell' inganno, no '1 credeva, né poteva 
udire alcuno che dicèsse il contrario. Era la città di Ravenna da Ostasio da Po- 
lenta per la Chiesa governata. Niccolò, parendogli tempo di non differire più 
r imprese sue, perdio Francesco suo fighuolo aveva con ignominia dei papa 
saccheggiato Spoleto, deUberò d' assaltar Ravenna, o perchè giudicasse quella 
impresa più facile, o perchè egli avesse segretamente con Ostasio intelUgenia ; 
ed in pochi giorni poiché 1' eU>e assalita la prese per accordo. Dopo il qunfle ac- 
quisto, Bologna, Imola e Farli da lui furono occupate. E quello che fu più ma- 



132 iSTOiiB flORBiniKB. [1439] 

ratigliofio è che dì venti rocche, le quali in quelli stali per il pontefice si giuu^ 
davano, non ne rimase alcuna ohe nella potestà di Niccolò non venisse. Né gli 
bastò con questa ingiuria averQ offeso il pontefice, che lo volle ancora con le 
parole, cerne egli aveva fatto con i fatti, sbeffare; e scrisse avergli occupate le 
terre meritamente, poiché non si era vergognato aver voloto dividere una ami- 
cìzia, quale era stata intra il duca e lui, ed aver ripiena Italia di lettere, die 
significavano come egli aveva lasciato il duca, ed accostatosi ai Vineziani. 

Occupata Niccolò la Romagna , lasciò quella in guardia a Francesco soo 
figlfuolo, ed egli con la maggior parte delle sue genti se n' andò in Lombardia, 
ed accozzatosi col restante delle genti duchescbe, assali il contado di Brescia, 
e tutto in breve tempo V occupò. Dipoi pose 1* assedio a quella città. Il duca che 
desiderava che i Vineziani gli fussero lasciati in preda, con il papa, con i Fio- 
rentini e col cpnte si scusava, mostrando che le cose fatte da Niccolò in Roma- 
gna, s'elle erano contro ai capitoli, erano ancora centra sua voglia. E per 
segreti nunzj faceva intendere loro, che di questa disubbidienza, come il tempo 
e r occasione lo patisse, ne farebbe evidente dimostrazione. I Fiorentini ed il 
conte non gli prestavano fede, ma credevano, come la verità era^ che (foeste 
armi fussero mosse per tenergli a bada, tantodiò potesse domare i Vineiiaiiì, 
i quali pieni di superbia, credendosi potere per loro meEdesimi resistere alle 
forze del duca, non si deguavano domandare aiuto ad alcuno, ma con Gatta- 
melata loro capitano la guerra facevano. Desiderava il conte. Francesco col fo- 
vor dei Fiorentini andare al soccorso del re Rinato, se gli accidenti diRoAiagiia 
e di Lombardia non V avessero ritenuto, ed i Fiorentini ancora V avriano vo- 
lentieri favorito per V antica amicizia tenne sempre la loro città con la casa di 
Francia; ma il duca avrebbe i suoi favori volti ad Alfonso, per T amicizia 
aveva contratta seco nella presura sua. Ma V uno e V altro di costoro occupati 
nelle guerre puopinque, (]air imprese più longinque s' astennero. I FioreotiBÌ 
adunque veggendo la Romagna occupata dalle forze del duca e battere i Vi- 
neziani, come quelli che dalla rovina d' altri temono la loro, pregarono il conte 
die venisse in- Toscana, dove si esaminerebbe quello fusse da fare per opponi 
alle forze del duca, le quali erano maggiori che mai per F addietro fuseero 
state; affermando che se la insolenza sua per qualche modo non si frenava, 
dasconoche teneva stati ih Italia in poco tempo ne patirebbe. Il conte c(^;do* 
scava il timore dei Fiorentini ragionevole; nondimeno la voglia aveva che il 
parentado fatto con il duca seguisse, lo teneva sospeso; e ouel duca cbeoo- 
gnosceva questo suo desiderio gliene dava speranze grandissime, quando non 
gli movesse V armi contro. E perchè la fanciulla era già da potersi celebrar le 
nozze, più volte condusse la cosa in termine, che si facessero tutti gli apparati coih 
venienti a quelle; dipoi con varie cavillazioni ogni cosa si risolveva. E perme- 
glio far crederlo al conte aggiunse alte promesse le opere, e gli mandò treota 
mila fiorini, i quali secondo i patti del parentado gli doveva dare. ' 

Nondimeno la guerra di Lombardia cresceva, ed i Vineziani ogni di perde- 
vano nuove terre , e tutte le armate che eglino avevano messe per. quelle fiu- 
mare, erano state dalle genti ducali vinte, il paese di Verona e di Dresda tutto 
occupato, e quelle due terre in modo strette, che poco tempo potevano, secondo 
la comune opinione , mantenersi. Il marchese di Mantova, il quale molti anni 
era stato della loro Repubblica condottfera, fuora d'ogni loro credenza gli aveva 
abbandonati, ed erasi accostato al duca ; tantoché quello che nel principio della 
guerra non lasciò loro fare la superbia, fece loro fare nel progresso di quella la 
paura. Perchè cognosciuto non avere altro rimedio che l'amicizia de' Fiorsntini 
e del conte, oomindarono a dimandarla , benché vergognosamente e pieni di 



(H30] LIBRO QUINTO. I3t 

loepetla; perdiè temevano che i Fiorentini non hcoBsero 3 loro quella lisposla, 
che da loro avevano nell'impresa di Lucca e nelle cose del conte ricevuta. Ila 
gii irovarono più facili che non speravano, e che per gli portamenti loro non 
avevBDo meritato; tanto più potette ne' Fiorentini l'odio dell'antico nimico, 
che della vecchia e consueta amicizia lo sdegno. Ed avendo più tempo innanzi 
eognoeciuta la neceesità, nella quale dovevano venire i Vineziani, avevano di- 
BH«trato al conte, come la rovina di quelli sarebbe la rovina sua, e come ^ì 
s'ingannava , se e'credeva che'l duca Filippo lo stimasse più nella buona ci» 
ndla cattiva fortuna, e come la cagione perchè gli aveva promessa la figlimi 
ara la paara aveva dì lui. E perchè quelle cose che la necessità fa promettere, 
fi BDCon osservare, era necesaarìo che mantenesse il duca in quella necessità; 
il dwsenu la grandezza de' Vìneziam non si poteva fare. Pertanto egli doveva 
pensare, cbe se ì Vineziani fossero costretti ad abbandonare lo stato di terra, 
gli maocherìaDO non solamente quelli comodi , che da loro egli poteva trarre, 
na tatti quelli ancera , cbe da altri per paura di loro egli potesse avere. E le 
considerava bene gli stati d' Italia , vedrebbe cpiale ossero povero , quale suo 
amico. Né ì PiorenlJDi soli erano, com'egli più volte aveva detto, snfficimti a 
nanlenerio; sicché per lui da ogni parte doveva farsi il mantenere potanti in 
temi Vineziani. Queste persuasioni aggiunte all' odio aveva concetto il conte 
col duca, per parergli essere stato in quel parentado sbeffato, lo feciono accon- 
sestire all'accordo, né perciò si voKeper allora obbligare a passare il fiume del 
fo ; i quali accordi di febbraio iiccccxxxviii si fermarono,, dove i Vineziani a 
duo terzi, ì Fiorentini a un terzo della spesa concorsero, ecìascheduno si obbligò 
a sue spese gli stati che 1 conte aveva nella Marca a difendere. Né fu la lega a 
■Toeste forze contenta ; perchè a quelle il signor dì Faenia, i figliuoli di messer 
PBsdoIfo Halatesli da Rimino, e Pietrogiam paolo Orsino aggiunsero; e bencbè 
eoo promesse grandi il marchese dì Uantova tentassero, noidimeno dall' ami- 
diia e elipendj del duca rimuoverlo non poterono ; ed il signor di Faenia, poi- 
Aè ia lega ebbe ferma la sua condotta , trovando migliori patti , si rivolse al 
duca; il che tolse la speranza alla lega di poter presto espedire le cose di Bo- 
rnagna. 

En in questi tempi la Lombardia in questi travagli, che Bresda dalle genti 
dal duca era assediata in modo , che si dubitava che ciascuno di per la fame 
t'arrendesse ; e Verona ancora era io modo stretta, che se ne temeva il mede- 
■hno Bne ; e quando una di queste due città si perdessero, si giudicavano vani 
lollì gli altri apparati alla guerra , e le spese ìnsioo allora fatte esser perdute. 
Ni vi si vedeva altro più certo rimedio , che far passare il conta Francesco in 
Inbardia. A questo erano tre difficoltà : l'una disporre il conte a passare il 
h, ed a hr guerra in ogni luogo; la seconda che ai Fiorentini pareva rima- 
rca discrezi(»ie del duca, mancando del conte; perché facilmente il duca 
V*m ritirarsi ne' suoi luoghi forti, e con parte delle genti tenere a bada il 
^le,tcon l'altre venire in Toscana con gh loro ribelli, de'quah lo stalo che 
landissimo; la terza era qual via dovesse 
le lo conducesse sicuro in Padovano, dove 
este tre difficoltà, la seconda che apparte- 
aondimeno quelli, cognosciuto il bisogno, e 
ogni importunità dimandavano il conte mo- 
Jonerebbere, preposero le necessità d'altri 
difficoltà del cammino, il quale si diliberft 
' e perchè a trattare questi accordi eoa il 

< mandato Neri di Gino Capponi , parve alla 



1S4 iSToin noRBirriNi. [14S91 

Sigoorìa die aaoora si iraaferiafte a Yinegia, per farpìà acoeUo a quella Sigaorit 
questo boDefizio, ed ordinare H cammioo ed il pasao sicuro al conte. 

Parti adunque Neri da Cesena, e sopra una barca si conduse a Vinegiaf aè 
fu mai alcun prìncipe con tanto onore rìceruto da quella Signorìa , con quanto 
fu riceruto egli ; perchè dalla venuta sua, e da quello che per suo mezzos' aveva 
a diliberare ed ordinare, giudicavano avesse a dipendere la salute dell' impe- 
rio loro. Intromesso adunque Nerì al senato, parlò in questa sentenza: fQaeUi 
miei Signorì, Serenissimo Prìncipe, furon sempre d'opinione, che la grandeiza 
del duca fusse la rovina di questo stato e delia loro Repubblica , e oo^ che la 
salute d' ambiduoi questi stati fusse la grandezza vostra e nostra. Se questo 
medesimo fusse stato creduto dalle Signorìe vostre , noi ci troveremmo io aù- 
gliore condizione, e lo stato vostro sarebbe sicuro da quelli pericoli che ora lo 
minacciano. Ma perchè voi nei tempi che dovevi, non ci avete prestato né aiolo 
né fede, noi non abbiamo potuto correre presto alli rìmedj del mal vostro, né 
voi poteste esser pronti al dimandargli, come quelh che nelle avversità e pro- 
sperìtà vostre ci avete poco cognosduti , e non sapete che noi siamo in inodo 
fatti , che quello che noi amiamo una volta , sempre amiamo , e quello che 
odiamo una volta , sempre odiamo. L'amore che noi abbiamo portato a questa 
vostra Serenissima Signoria , voi medesimi lo sapete , che più volte avete 
^'eduto per soccorrervi ripiena di nostri danari e di nostre genti la Loatbar- 
dia. L' odio che noi portiamo a Filippo , e quello che sempre porteremo alla 
casa sua, lo sa tutto il mondo, né è possibile che un amore o un odio antico 
per nuovi meriti o per nuove offese facilmente si cancelli. Noi eravamo e 
siamo certi che in questa guerra ci potevamo star di meczo con grado graade 
del duca, e con non molto timor nostro; perchè sebbene e' fusse con la rovina 
vostra diventato signore di Lombardia, ci restava in Italia tanto del vivo, 
che noi non avevamo a disperarci della salute; perchè accrescendo potenza e 
stato s' accresce ancora nimicizie ed invidia , dalle quali cose suole dipoi sa- 
scere guerra e danno. Cognoscevamo ancora quanta spesa fuggendo le preseoti 
guerre fuggivamo, quanti imminenti pericoli si evitavano, e codm questa goena* 
che ora è in Lombardia, movendoci noi bi potrebbe ridurre in Toscana. Noadi- 
meno tutti questi sospetti sono stati da una antica affezione verso di questo 
stato cancellati , ed abbiamo diliberato con quella medesima prontezza 80oco^ 
rere lo stato vostro, che noi soccorreremmo il nostro, quando fusse assalito. Pw- 
ciò i miei Signori giudicando che fusse necessario prima che ogni altra cosa 
soccorrere Verona e Brescia, e giudicando senza il conte non si poter £ar questo, 
mi mandarono prima a persuader quello al passare in Lombardia, ed a tv 
guerra in ogni luogo (che sapete che non è al passar del Po obbligato); il (V^ 
io disposi, movendolo con quelle ragioni che noi medesimi ci moviamo. Ed egti 
CODM gli pare essere invincibile con l' armi , non vuole ancora essere vialo oi 
cortesia ; e quella liberalità che vede usar a noi verso di voi, egU ha voluta s*" 
p^re , perchè sa bene in quanti pericoli rimane la Toscana dopo la partita 
sua ; e vegga ndo che noi abbiamo posposto alla salute vostra i perìcoli Dosbh 
ha voluto ancor egli posporre a quella i rìspetti suoi. Io vengo aduaque a Of- 
ferirvi il conte con sette mila cavalli e due mila fanti, parato a ire a trovare il 
nimico in ogni luogo. Priegovi bene , e così i miei.Signori ed egli vi V^^^' 
che come il numero delle genti sue trapassa quelle , con le quali per obbBg<^ 
debbo servire, die voi ancora con la vostra liberalità lo rìoomipeasiate, acooo* 
che quello non si penta d' esser venato a' servìzj vostri , e noi non ci peatis*^ 
d'avervelo confortato. > Fu il parlar di Neri da quel senato noa oon altra atteo- 
zione udito , che si sarebbe un oracolo , e tanto s'aocesero gli auditiri p^ 



[1439] UBiio (HiiNTO. 135 

tue parole, che non ùwono pazienti che 'I prìncipe secondo la consoetudiBe 
rispondesse; ma levali in pie, con le i»am alzate, iagrìmando li BMiggior parte 
di loro, rìngraxiavaDO i Fiorentini di si amorevole uffizio, e lui d'averlo con 
lauta dili^oza e celerità eseguito ; e promettevano che mai per alcun tempo, 
000 che de' cuori loro, ma di quelH de' discendenti loro non si cancellerebbe, e 
d» cfuella patria aveva a esaere sesipre comune a' Fiorentini ed a loro. 

Ferme dipoi queste caldezze, si ragionò della via cbe 'I conte dovesse fare, 
aoeiò si potesse di ponti, di spianate J9 d' ogni altra cosa munire. Branci quat- 
tro vie : runa da Ravenna luogo la marina; questa per essere in maggior 
parte ristretta daUa manna e da paduli, non fu approvata ì V altra era per la 
via diritta; questa era impedita da una torre chiamata T Uccellino, la quale 
per il duca si guardava, e bisognava a voler passare vincerla; il cbe era diffi- 
cile Mo io si brìeve tempo, che la non togliesse l' occasione del soocorao , 
cbe eeierìtà e prestezza richiedeva : la terza era per la selva del Lago; ma 
perchè il Po era uscito de' suoi argini, rendeva il passarvi non che difficile, 
iaponibile. Reeiava la quarta per la caoipagna di Bologna, e passare a! ponte 
Pttledrano, ed a Cento, ed alla Pieve, e intra 'I Finale ed il Bondeno condursi 
a Ferrara, donde poi tra per acqua e per terra si potevano trasferìre in Pa- 
dovano, e congiugnersi con le genti vineziane. Questa via, aocoraohò in essa 
ftiauTO anai diffictiltà, e potesse essere in qualche luogo dal unnico combat- 
tuta, fa per meno rea eletta ; la quale come fu significata al conte, si parti 
eoo cekxità grandissima, ed a' dì 20 di giugno arrivò in Padovano. La venuta 
di questo capitano in Lombardia fece Vinegia e tutto il loro imperio riempiere 
di buona speranza, e dove i Vineziani paravano prima disperati della loro sa- 
lute, coffiiociaroQO a sperare nuovi acquisti. Il conte prima che ogni altra cosa 
^>odò per soccorrere Verona ; il che per ovviare, Niccolò se ne andò con lo 
tterdto suo a Soave, castello posto intra 'l Vicentino ed il Veronese, e eoa 
un fosso, il quale da Soave per inaino ai paduli dell' Adige passava, s' era 
doto. U conte veggendosi impedita la via del piano, giudicò potere andare 
per i monti, e per quella via accostarsi a Verona, pensando che Niccolò o e' non 
credesse che facesse quel cammino, sendo aspro ed alpestre, p quando lo ere- 
<)e8Be, non fosse a tempo a impedirlo; e provveduta vettovaglia per otto 
Siorai , passò con le sue genti la montagna , e sotto Soave arrivò nel piano. 
E benché da Niccolò fossero state fatte alcune bastìe per iinpedire ancora 
<|ueUa via al conte, nondóneno non furono sufficienti a tenerìo. Niccolò adun* 
qoe veggendo U nimico fuori d' ogni sua credenza passato, per non venir seco 
con disavvantaggio a giornata, si ridusse di là dall' Adige, ed il conte senza al- 
<^ttBo ostacolo entrò in Verona. 

Vinta pertanto felicemente dal conte la prima fatica d' aver libera dall' as- 
s^ Verona, restava la seconda di soccorrere Brescia. È questa città in modo 
P^^^i^qna al lago di Garda, che benché la fusse assediata per terra, sempre 
Pf* ^ dd lago se le potrebbe somministrare vettovaglie. Questo era stato ca- 
9^^ che'l duca si era fatto forte con le sue genti in sul lago^ e nel principio 
^^ nttorie sue aveva occupate tutte quelle terre, che mediante il lago potè- 
vaoo a Brescia porgere aiuto. I Vineziani ancora v' avevano galee, ma a oom» 
^^■''arecoQ le genti del duca non erano bastanti. Giudicò pertanto il conte ne- 
^'^'^ te favore con le genti di terra all' armata vineziana, perchè sperava 
che fiaeiliB6Dte si potessero acquistare quelle terre che tenevano affamata Br^ 
scia, hm il campo pertanto a Bardolino, castello poeto in sul lago, sperando, 
avuto quello^ che gli altri si arrendessero. Fu la fortuna al conte in questa iBh 
prasa iaiaiicg, perchè delle sue genti buona parte ammalarono; tafanante che 'I 






136 ISTORIS nORENTINB. [14S9] 

conte lasciata V impresa n* andò a Zevio, castello veroDese, luogo abboodeTote 
e sano : Niccolò veduto che '1 conte s' era ritirato^ per non mancare ali* occa* 
sione che egli pareva avere di potersi insignorire del lago, lasciò il campo suo 
a Vesagìo, e con gente eletta n' andò al lago, e con grande impeto e furia as- 
saltò Tarmata vineziana, e quasi tutta la prese. Per questa vittoria poche ca- 
stella restarono del lago, che a Niccolò non si arrendessero. 

I Vineziani sbigottiti di questa perdita , e per questo temendo che i Bre- 
sciani non si dessero, sollecitavano il conte con ntinzj e con lettere al soccorso 
di quella. E veduto il conte come per il lago la speranza del soccorrerla era 
impossibile per le fosse, bastie ed altri impedimenti ordinati da Niccolò, 
tra' quali entrando con uno esercito nimico ali* incontro s'andava a una ma- 
nifesta perdita, diliberò come la via de' monti gli aveva fatta salvare Veroiia, 
cosi gli facesse soccorrere Brescia. Fatto adunque il conte questo disegno, 
parti da Zevio e per Val d'Acri n' andò al lago di Sant' Andrea, e venne a Tor- 
boli e Peneda in sul lago di Garda. Di quivi n' andò a Torma, dove pose il 
campo, perchè a voler passare a Brescia era V occupar questo castello necessa- 
rio. Niccolò, intesi i consigli del conte, condusse l' esercito suo a Pesdiiera. 
Dipoi col marchese di Mantova, ed alquante delle sue genti più elette andò a 
incontrare il conte, e venuti alla zuffa, Niccolò fu rotto e le ^e genti sbara- 
gliate; delle quali parte furono prese, parte all' esercito, e parte all' armata siri' 
fuggirono. Niccolò si ridusse in Terme, e venuta la notte pensò, che s'egli as- 
pettava in quel luogo il giorno, non poteva scampare di non venire nelle mani 
del nimico, e per fuggire un certo pericolo ne tentò un dubbio. Aveva Niccolò 
seco di tanti suoi un solo servidore, di nazione Tedesco, fortissimo del corpo, 
ed a lui sempre stato fedelissimo. A costui persuase Niccolò che messolo in on 
sacco se lo ponesse in spalla, e, come se portasse arnesi del suo padrone, lo 
conducesse in luogo sicuro. Era il campo intorno a Terma, ma, per la vittoria 
avuta il giorno, senza guardie e senza ordine alcuno; dimodoché al Tede^ 
fu facile salvare il suo signore, perchè levatoselo in spalla, vestito come sac- 
comanno, passò per tutto il campo senza alcuno impedimento, tanto che salvo 
alle sue genti lo condusse. 

Questa vittoria adunque, s'ella fusse stata usata con quella felicità ch'ella 
s'era guadagnata, arebbe a Brescia partorito maggior soccorso, ed ai Vìoe- 
ziani maggior felicità. Ma l'averla male usata fece che l'allegrezza presto 
mancò, e Brescia rimase nelle medesime difficoltà. Perchè tornato Niccolò alle 
sue genti , pensò come gli conveniva con qualche nuova vittoria cancellare 
quella perdita, e torre la comodità ai Vineziani di soccorrere Brescia. Sapeva 
costui il sito della cittadella di Verona, e dai prigioni presi in quella guerra 
aveva inteso, come eli' era male guardata, e la facilità ed il modo d'acqui- 
starla. Pertanto gli parve che la fortuna gli avesse messo innanzi materia a 
riaver l' onor suo; ed a fare che la letizia che aveva avutai il nimico per la fresca 
vittoria, ritornasse per una più fresca perdi(à in dolore. È la città di Verona 
posta in Lombardia a pie dei monti che dividono l' Italia dalla Magna, in modo 
tale eh' ella partecipa di quelli e del piano. Esce il fiume dell' Adige dalla valle 
di Trento, e nell' entrare in Italia non si distende subito per la campagna, ma 
voltosi sulla sinistra lungo i monti , trova quella città , e passa per il meoo 
d'essa , non perciò in modo che le parti siano uguali, perchè mollo pia ne 
lascia di verso la pianura che di verso i monti ; sopra i quali sono due rocdie, 
San Pietro l' una, l' altra San Felice nominate, le quali più forti per il sito che per 
le mura appariscono, ed essendo in luogo alto , tutta la città signoreggtflo^* 
Nel piano di qua dall' Adige, e addosso alle mura della terra , sono due altre 



[1439] LIBRO OUINTO. 137 

fortazie, discosto Tnoa dall' altra mille passi « delle quali Tuna la vecchia, 
l'altra la cittadella nuova si nominano; dall'una delle quali daUa parte di 
dentro si parte un muro, che va a trovar Y altra , e fa quasi come una corda 
alfarco che fanno le mura ordinarie della città, che vanno dall'una all'altra 
cittadella. Tutto questo spazio posto intra l' un muro e l' altro, è pieno di abi- 
tatori, echiamasi il borgo di San Zeno. Queste cittadelle e questo borgo disegnò 
Nìccoiò Piccinino di occupare , pensando gli riuscisse facilmente, sì per le ne- 
gligenti guardie che di continuo vi si facevano, sì per credere che per la nuova 
vittoria la negligenza fiisse maggiore, e per sapere come nella guerra ninna im- 
presa è tanto rìuscibile , quanto quella che '1 nimico non crede che tu possa 
fare. Fatta adunque una scelta di sua gente, n'andò insieme col marchese di 
Ifantova di notte a Verona , e senza esser sentito scalò , e prese la cittadella 
DQOva. Di quindi scese le sue genti nella terra, la porta di Sant'Antonio ruppero, 
per la quale tutta la cavallerìa intromessero. Quelli che per i Yineziani guar- 
davano la cittadella vecchia, avendo prima sentito il remore quando le guardie 
deOa nuova furono morte, dipoi quando e' rompevano la porta, cognoscendo 
com'e^ erano inimici, a gridare ed a sonare a popolo ed all' arme comincia- 
rono. Donde che risentiti i cittadini tutti confusi , quelli che ebbero più animo 
presero l'armi ed alla piazza fiet Rettori corsero. Le genti intanto di Niccolò 
avevano il borgo di San Zeno saccheggiato, e procedendo più avanti, i cittadini 
CQgnosciuto come dentro erano le genti duchesche^ e non veggendo modo a 
dìléiidersi , confortarono i rettori vineziani a volersi fuggire nelle fortezze , e 
salvare le persone loro e la terra; mostrando ch'egli era meglio conservare 
loro rh'u e quella città ricca a una miglior fortuna, che volere per evitare la 
preseme, morir loro ed impoverir quella. E cosi i rettori, e qualunque vi era 
del nome vineziano , nella rocca di San Felice si rifuggirono. Dopo questo, ai- 
coni dei primi cittadini a Niccolò ed al marchese di Mantova si fecero incontro, 
pregandogli che volessero piuttosto quella città ricca con loro onore, che po- 
vera con loro vituperio poaMdere , massimamente non avendo essi appresso 
ai primi padroni meritato grado , nò odio appresso a loro per difendersi. Furono 
costoro da Nìccoiò e dal marchese confortati, e quanto in quella militar licenza 
poterono, dal sacco la difesero. E perchè eglino erano come certi che '1 conte 
verreUie alla ricuperazione di essa , con ogni industria di aver nelle mani i 
looghi forti s' ingegnarono , e quelli che non poterono avere , con fossi e sbar- 
rate dalla (erra separavano, acciocché al nimico fusse difficile il passar dentro. 
D conte Francesco era con le genti sue a Terme , e sentita questa novella , 
prina la giudicò vana; dipoi da più certi avvisi cognosciuta la verità, volle 
con la celerità la pristina negligenza superare. E benchò tutti i suoi capi del- 
rcaeitito lo consigliassero, che lasciata l'impresa di Verona e dì Brescia se 
ik' andasse a Vicenza, per non essere, dimorando quivi , assediati dagl'inimici, 
iKAvcOe acconsentirvi, ma volle tentare la fortuna di ricuperar quella città, 
e volumnd mezzo di queste sospensioni d'animo ai provveditori vineziani ed 
a Benanletto de' Medici^ il quale per i Fiorentini era appresso di Ini commes- 
s^rio, proBiiae loro la certa ricuperazione, se una delle rocche gli aspettava. 
Fatteadooqne ordinare le sue genti, con massima celerità n' andò verso Verona. 
Atta vista del quale credette Niccolò , che egli come da' suoi era stato consi- 
glnto, le n'andasse a Vicenza ; ma veduto dipoi volgere alla terra le genti, ed 
mcfirìzzarBì versola rocca di San Felice, si volle ordinare alla difesa. Ma non fu 
a tempo, perdio le sbarre alla rocca non erano fatte, ed i soldati per l'ava- 
na» della preda e delle taglie erano divisi ; nò potette unirgli si tosto, che po- 
(aaant) ovviare alle genti del conte, ch'elle non si accostassero alla fortezza, e 



138 iSTOiiE rioiiNTUfE. [1440] 

per quella scendessero nella dita , la quale rìcuperaroiio feliceneale con ^w- 
gDgna dì Nicoolò e danno delie sue genti ; il quale inaieoM col mardiese dì 
Mantova prima nella cittadella , dipoi per la campagna a Blantova si rìfoggi- 
rono. Dove ragunate le reliquie delle loro genti che erano salvate, con l'^dtre, 
che erano allo assedio di Brescia si congiunsero. Fu pertanto Verona in qnat* 
tro di dallo esercito ducale acquistata e perduta. Il conte dopo questa vittoria, 
sendo già verno ed il freddo grande, poiché ebbe con molta difficoltà mandato 
vettovaglie in Brescia, n'andò alle stanze in Verona, ed ordinò che a Torboli m 
facessero la vernata alcune galee, per poter essere a primavera in modo per 
terra e per acqua gagliardo, che Brescia si potesse al tutta liberare. 

Il duca veduta la guerra per il tempo ferma , e troncagli la speranta cbs 
egli aveva avuta d'occupar Verona e Brescia, e come di tutto n' erano capone 
i danari ed i consigli de' Fiorentini, e come qnelli uè per ingiurìa che dai ViBi> 
ziani avessero avuta , s' erano potuti dalla loro amìdzia alienare, né per pro- 
messe eh' egli avesse loro fatte, se gli era potuti guadagnare, diliberò, aockx)- 
cbè quelli sentissero più dappresso 1 frutti de' semi loro, di assaltare la Toscana; 
a che fu dai fuorusdti fiorentini e da Niccolò confortato. Questo lo moveva il 
dìsiderio che aveva d' acquistare gli stati di Bracdo, e cacdare il conte dtfa 
Marca; quelli erano dalla volontà di tornare nella loro patria spinti; e ciaBCoac 
aveva mosso il duca con ragioni opportune e oonfòrmi ai desiderìo no. 
Niccolò gli mostrava come ei poteva mandarlo in Toscana e tenere aseediato 
Brescia, per esaere signore del lago ed avere i hio^i di terra forti e ben uro- 
niti, e restargli capitani e gente da potere opporsi al conte, quando volesse tee 
altra impresa; ma che e' non era ragionevoie la facesse senza liberar BrescUt 
ed a liberarla era impossibile; in modo che e* veniva a fare guerra in ToswWi 
e a non lasciare l' impresa di Lombardia. Mostrava^ ancora che i Fioreiitnu 
erano necessitati, subito che lo vedevano in Toscana , a richiamare il conto o 
perdersi ; e qualunque l'una di queste cose seguiva , ne risultava la vittoni- 
I fuorusdti aflèrmavano essere impossibile, se Niocdò con l'eserdio s'ic^ 
costava a Firenze, che quel popolo stracco dalle gravezze e dalla iasoleiizi 
de' potenti non pigliasse l'armi centra di loro. Mostravangli racoostOT* 
Firenze esser facile, promettendogli la via del Casentino aperta, per ^'^^^ 
che messer Rinaldo teneva con quel conte; tantochò il duea, per se prima col- 
tovi, tanto più per le persuasioni di questi fu in fare questa impresa oonle^ 
mate. I Vìneziani dall'altra parte, contuttoché il verno fuase asfnro, non dib- 
cavano di soUidtare il conte a soccorrere con tutto l'esercito Bresda. Ls <P^' 
cosa il conte negava potersi in quelli tempi fare, ma che si doveva aspettof* 
la stagione nuova, e in quel tanto mettere in ordine l'armata, e dipoi peracqK 
e per terra soccorrerla. Donde i Vineziani stavano di mala voglia, ^^^ 
lenti a ogni provvisione; talmente che nell'eserdto loro erano assai geon 
mancate. . 

Di tutte queste cose fatti certi i Fiorentini si spaventarono, veggeodosi ve^ 
la guerra addosso , ed in Lombardia non si esser fatto molto profitto. Nò oif 
loro meno affanno i sospetti che eglino avevano delle genti della ^f^^^?^?^ 
perchè il papa fusse loro nimico, ma perchè vedevano quelle armi piò o**"*^ 
al patriarca loro inimicissimo, che al papa. Fu Giovanni Vitelleschi CofP^|^' 
prima notaio apostolico, dipoi vescovo di Ricanati, appresso patriarca alei^ 
drino, ma diventato in ultimo cardinale, fu cardinale fiorentino nomioato* B^ 
costui animoso ed astuto, e perdo seppe tanto operare, che dal P^P^ 
grandemente amato, e da lui preposto agli eserciti della Chiesa, edito^ 
r imprese che il papa in Toscana , in Romagna, nel regno ed a Roma ^^^ ^ 



H40] UBRO QUINTO. 139 

Uà capitaiK). OiKto che prese tanta aatorità nelle genti e nei papa, che questo 
teoneva a coviandargli , e le genti a lui solo e non ad altri ubbidivano. Trofan- 
dosi pertanto questo cardinale con le genti in Roma , quando e' Tenne la foma 
che Niccolò voleva passare in Toscana, si raddoppiò ai Fiorentini la paura, per 
essere stato quel cardinale, poiché messer Rinaldo fu cacciato, sempre a quello 
stato nimico , veggendo che gli accordi fatti in Firenze intra le parti per suo 
meizo non erano stati osservati , anzi con pregiudizio di mesèer Rinaldo ma- 
neggiati, sendo stalo cagione che posasse l' armi, e desse comodità ai nimid di 
caooiarlo ; tantoché ai principi del governo pareva , che il tempo fusse venuto 
da ristorare messer Rinaldo de' danni.^ se con Niccolò , venendo quello in To- 
scana, s'accozzava. E tanto più ne dubitavano, parendo loro la partita di 
Niccolò di Lombardia importuna, lasciando una impresa quasi vinta , per en- 
trare in una al tutto dubbia ; il che non credevano senza qualche nuova iolel- 
ligenza o nascoso inganno facesse. Di questo loro sospetto avevano avvertito il 
papa, il quale aveva già oognosciuto V error suo, per aver dato ad altrì troppa 
amorità. 

Ma mratre che i Fiorentini stavano cosi sospesi, la fortuna mostrò loro la via 
come si potessero del patriarca assicurare. Teneva quella Repubblica in tutti 
ì luoghi diligenti esploratori di quelli che portavano lettere, per scoprire se al- 
cuno contra lo stato loro alcuna cosa ordinasse. Occorse che a Montepulciano 
fynMK) prese lettere, le quali il patriarca scrìveva senza consenso del pontefice 
a Nicccrfò Picdoino, le quali subito il magistrato preposto alla guerra presentò 
al papa. E benché le fussero scritte con non consueti caratterì , ed il senso di 
loro implicatoin modo che non se ne potesse trarre alcuno specificato sentimento, 
noodimeoo questa oscurità con la pratica del nimico messe tanto sospetto nel 
pontefice, che diliberò di assicurarsene ; e la cura di questa impresa ad Antonio 
Rido da Padova, il quale era alla guardia del castello di Roma preposto, dette. 
Costui come ebbe la commissione, parato a ubbidire, che venisse l' occasione 
aspettava. Aveva il patriarca diliberato passare in Toscana, e volendo il di 
seguente partire di Roma , sigpifìoò al castellano che la mattina fusse sopra il 
ponte del castello, perchè passando gii voleva d' alcuna cosa ragionare. Parve 
ad Antonio che V occasione fusse venuta, ed ordinò a' suoi quello dovessero 
fare, e al tempo aspettò il patriarca sopra il ponte, che propinquo alla rocca 
per fortezza di quella si può secondo la necessità levare e porre; e come il pa- 
triarca fu sopra quello, avendolo prima con il ragionamento fermo^ fece cenno 
a' suoi che alzassero il ponte; tantoché il patriarca in un tratto di oomandatore 
di eserciti prigione di un castellano divenne. Le genti eh' erano seco prima ro- 
moreggiarooo, dipoi intesa la volontà del pepasi quietarono. Ma il castellano 
confortando con umane parole il patriarca, e dandogli speranza di bene, gli 
rispose , che gli uomini grandi non si pigliavano per lasciargli , e quelh che 
non meritavano d' esser presi , non meritavano d' esser lasciati ; e cosi poco di 
poi mori in carcere; ed il papa alle sue genti Lodovico patriarca d' Aquileia pre- 
pose. E non avendo mai voluto per l' addietro nelle guerre della lega e del duca 
implicarsi , fu allora contento intervenirvi, e promise esser presto perla difesa 
di Toscana con quattro mila cavalli e due mila fanti. 

Liberati i Fiorentini da questa paura, restava loro il timore di Niccolò e della 
confusione delle cose di Lombardia , per i disparerì erano tra i Vineziani ed il 
conte; i quali per intendergli meglio mandarono Neri di Gino Capponi e messer 
Giuliano Davanzati a Vinegia, a' quali commisero che fermassero, come V anno 
futuro s' avesse a maneggiare la guerra, ed a Ned imposero che, intesa l' opi- 
nione dei Vineziani, se ne andasse dal conte per intendere la sua, e per per- 



140 ISTORIE FIORENTINE. [1440] 

suaderlo a quelle cose, che alla salute della lega fussero neoeesarìe. Non erano 
ancora questi ambasciadorì a Ferrara, eh' eglino intesero Niccolò PicciniiioooD 
sei mila cavalli aver passato il Po; il che fece affirettare loro il cammino, e 
giunti a Vìnegia trovarono quella Signorìa tutta volta a volere che Brescia senn 
aspettare altro tempo si soccorresse, perchè quella città non poteva aspettare il 
soccorso al tempo nuovo, né che si fusse fabbricata l'armata, ma non veggendo 
altri aiuti s' arrenderebbe al nimico ; il che farebbe al tutto vittorioso il duca,eda 
loro perdere tutto lo stato di terra. Per la qual cosa Neri andò a Verona per 
udire il conte e quello che all' incontro allegava, il quale gli dimostrò con asai 
ragioni, il cavalcare in quelli tempi verso Brescia essere inutile per allora, e 
dannoso per l'impresa futura; perchè rispetto al tempo ed al sito, a Brescia non 
si farebbe frutto alcuno, ma solo si disordinerebbero e affaticherebbero le sue 
genti, in modo che venutoli tempo nuovo ed atto alle faccende, sarebbe neces- 
sitato con r esercito tornarsi a Verona per provvedersi delle cose consumate il 
verno, e necessarie per la futura state; di maniera che tutto il tempo alto alla 
guerra in andare e tornare si consumerebbe. Erano con il conte a Verona man- 
dati a praticar queste cose messerOrsatto lustiniani, e messer Giovanni Pisani. 
Con questi dopo molte dispute si conchiuse, che i Vineziani per Y anno nuovo 
dessero ai conte ottantamila ducati, ed all' altre loro genti ducati quarantt per 
lancia; e che si sollecitasse d' uscire fuora con tutto V esercito, e si •"•"*[?" 
duca, acciocché per timore delle cose sue facesse tornare Niccolò in Ix)mb^ 
Dopo la quale conclusione se ne tornarono a Vinegia. I Vineiiani percbè la 
somma del danaio era grande, a ogni cosa pigramente provvedevano. 

Niccolò Piccinino in questo mezzo seguitava il suo viaggio, e già era giontt) 
in Romagna, e aveva operato tanto con i figliuoli di messer Pandolfo Malalesb) 
die lasciati i Vineziani si erano accostati al duca. Questa cosa dispiacque 
Vinegia, ma molto più a Firenze; perché credevano per quella via poter ww 
resistenza a Niccolò. Ma veduti i Malatesti ribellati si sbigottirono, maseiiDa- 
mente perché temevano che Pietrogiampaolo Orsino loro capitano , il qu«0fl 
trovava nelle terre de' Malatesti, non fusse svaligiato, e rimanere ^^^^^^' 
Questa novella medesimamente slNgotU il conte, perché temeva di non perdere 
la Marca, passando Niccolò in Toscana; e disposto di andare a soccorrere la 
casa sua se ne venne a Vinegia, e intromesso al principe mostrò, come la p^ 
sata sua in Toscana era utile alla lega ; perché la guerra e' aveva a fare do^ 
era l'esercito ed il capitano d^l nimico , non dove erano le terre e le S^f^ 
sue ; perché vinto l'esercito , è vinta la guerra , ma vinte le terre , e lasciando 
intero l'esercito, diventa molte volte la guerra più viva; affermando, 1*»*'*^ 
e la Toscana essere perdute, se a Niccolò non si faceva gagliarda opposi»^"*' 
le quali perdute non aveva rimedio la Lombardia : ma quando l'avesse nme- 
dio, non intendeva d'abbandonare i suoi sudditi ed i suoi amid, e ch'era pe^ 
sato in Lombardia signore, e non voleva partirsene condottiero. Aqa^ 
replicato dal principe, come egli era cosa manifesta, che s'egli non ^^^^^^ 
partisse di Lombardia , ma con l' esercito ripassasse il Po , che lutto k) sto 
loro di terra si perderebbe, e loro non erano per spendere più alcuna ^ Ju 
difenderlo ; perché non è savio colui che tenta difendere una cosa che * f Jrf 
a perdere in ogni modo ; ed è con minore infamia meno danno perdere li «» 
solo, che li stati e li danari. E quando la perdita detle cose loro seguisse, 
vedrebbe allora quanto importa la riputazione de' Vineziani a manienere 
Toscana e la Romagna. E però erano al tutto contrarj alla sua ^P'*^^^"^/^ 
che credevano che chi vincesse in Lombardia, vincerebbe in ogni •**f^^!'^ 
ed il vincere era facile, rimanendo lo stato al duca per la partila di Nicoc**' 



lliM)] LIBHO QtllKtO. 141 

debile^ in modo che prima si poteva (dr rovinare, ch'egli avesse o potuto ri- 
Tocar Niccolò , o provvedutosi d'altri rìmedj. E che chi esaminasge ogni cosa 
nmmeate, vedrebbe, il duca noD aver mandato Niccolò ìoToscaDa peraltro, 
che par levare il conte da queste imprese, e la guerra ch'egli ha i a casa, farla 
altrove. Dimodoché andandi^li dietro il conte, se prima Don vegga una estrema 
ucMBità , ai verrà a adempiere ì disegni suoi, e farlo della sua intenzione go- 
dere; ma se si manterranno le genti in Lombardia, ed in Toscana si provvegga 
comesi può, ei s'avvedrà tardi del suo malvagio partilo, ed in tempo ch'egli 
avrà seua rimedio perduto io Lombardia, e non vinto in Toscana. Delta 
idimque e replicata da ciascuno la sua opinione, si cuochiuse che si alesae a 
veder qualche giorno, per vedere questo accorda de'Malatesti con Niccolò 
quelh) partorisse ; e se di Pierogiampaolo i Fiorenliai si potevano valere , e se 
il papa andava di buone gambe con la l^a , come egli aveva promesso. Fatta 
qnesU conclusione, pochi giorni appresso furono cerlificati i illalalest) aver fallo 
quello accordo più per timore che per alcuna malvagia cagione , e Pierogiam- 
fwio con le sue genti esserne ito verso Toscana , ed il papa essere di miglior 
vo^ per aiutar la lega che prima. 1 quali avvisi fecero fermare l'animo al 
cMle, e fu contento rimanere in Lombardia, e Neri Capponi tornasse a Firenze- 
con DtiUe de' suoi cavalli, e con cinquecento degh altri, B se pure le ose pro- 
fadewero in modo in Toscana, che l' opera del conte vi fusse necessaria, che si 
MTìreHa, e che allora il conte senz' alcun rispetto si partisae. Arrivò pertanto 
Neri con queste genti in Firenze d'aprile, ed il medesìmu di giunse Giam- 
paolo. 

Niccolò Piccinitio in questo mezzo , ferme le cose di Komagna , disegnava di 
leendere in Toscana, e volendo passare per l'alpi di San Benedetto e per la 
vallo di Ifonlone, trovò quelli luoghi per la virtù di Niccolò da Pisa in modo 
gnrdati, che giudicò che vano sarebbe da quella parte ogni suo sforzo. E per- 
chè ì Fiorentini in questo assalto subito erano mal provvisti e di soldati e di 
capi , avevano ai passi di quell' alpi mandati più loro ciltadini eoa fanterie di 
nbito fatte a guardargli; intra i quaU fu messer Bartolommeo Orlandini cava- 
here, al quale fu in guardia il castello di Marradi e il passo di quelle alpi con- 
Mgaato. Non avendodimque Niccolò Piccinino giudicalo poter superare il passo 
di fìMn Benedetto per la virtù di chi lo guardava , giudicò di poter vincero 
qMllo dì Marradi per la viltà di chi l'aveva a difendere. È Marradi un castello 
poHo a pie dell'alpi che dividono la Toscana dalla Romagna; ma da quella 
pttta che gnarda verso Romagna , e net principio di vai di Laoiona, benché 
m senza mura, nondimeno il fiume, i monti e gli abitatori lo fanno forte, per^ 
eie gli uotnini sono armigeri e fedeli, ed il fiume in modo ha roso il terreno, e 
hi rialto le grotte sue, che a venirvi di verso la valle è impossibile, qualunque 
vetta na piccol ponte che è aopra il fiume fuase difeso , e dalle par^ dei monti 
SODO le ripe si aspre, che rendono quel sito sicurissimo. Nondimeno la viltà di 
meaer Baitolommeo rendè e quelli uomini vih e quel sito debolissimo. Pert^ 
non prima e'aentl il rumor delle genti nimiche , die lasciato ogni cosa in ab- 
band DÒ si fermò prima che al Borgo a San Lo- 

rcBU ibandooali , pieno di maraviglia che non 

fosae gli acquistati , scese in Mugello, dove oc- 

ciq>ò IO fermò il suo esercito, donde scorreva 

tuUo ale ; e fu tanto audace che passò Amo , e 

iaiim ize predò e scorse ogni cosa. 

I Fi sbigottirono, e prima che ogni altra cosa 

aUcH I quale potevano poco dubitare per la be- 



142 ISTO&U FIORENTINE. [1440] 

nivolenza che Cosimo aveva nel popolo, e per aver ristretti i primi magistrati 
intra pochi potenti, i quali con la severità loro tenevano fermo, se pure aicuno 
vi fosse stato mal contento, o di nuove cose desideroso. Sapevano ancora per 
gli accordi fatti in Lombardia con quali forze tornava Neri, e dal papa aspetta- 
vano le genti sue ; la quale speranza insino alla tornata di Neri li tenne vivi ; 
il quale, trovata la città in questi disordini e paure, diliberò uscire in campa- 
gna per frenare in parte Niccolò che liberamente non saccheggiasse il paese, 
e fatto testa di più fanti, tutti del popolo, con quella cavalleria si trovavano, 
usci fuora, e riprese Remole che tenevano i nemici, dove accampatosi proibiva 
a Niccolò lo scorrere, ed ai cittadini dava speranza di levargli il nimico d'io- 
torno. Niccolò, veduto come i Fiorentini quando erano spogliati di genti bob 
avevano fatto alcun movimento , e inteso con quanta sicurtà in quella città si 
stava, gU pareva invano consumare il tempo, e diliberò fare altre imprese, ao- 
cioccbè i Fiorentini avessero cagione di mandargli dietro le genti, e dargli ck^ 
castone di venire alla giornata, la qual vincendo, pensava che ogni altra cosa 
gli succedesse prospera. 

Era nell'esercito di Niccolò Francesco conte di Poppi, il quale si era, conei 
nimici furono in Mugello^ ribellato dai Fiorentini, con i quali era in lega. £ 
benché prima i Fiorentini ne dubitassero, per farselo con i benefizj amico, gli 
accrebbero la provvisione, e sopra tutte le loro terre a lui convicine lo fecero 
commessario. Nondimeno tanto può negli uomini V amor della parte, die aieooo 
beneficio né alcuna paura gli potè far dimenticare V affezione portava a measer 
Rinaldo, ed agli altri che nello stato prima governavano ; tantoché subito ch'e- 
gli intese Niccolò esser propinquo, s* accostò con lui, e con ogni sollecitudine lo 
confortava scostarsi dalla città, ed a passare ib Casentino, mostrandogli la for- 
tezza del paese, e con quale sicurtà poteva di quivi tenere stretti i nimici. Prese 
pertanto Niccolò questo consiglio, e giunto in Casentino occupò Romena e Bib' 
biena; di poi pose il campo a Castel San Niccolò. È questo castello posto a fàe 
. dell' alpi che dividono il Casentino dal Val d' Amo, e por essere in luogo aam 
rilevato, e dentrovi sufficienti guardie, fu difficile la sua espugnazione, anco- 
raché Niccolò continuamente con briccole e simili artiglierie lo combattette. 
Era durato questo assedio più di venti giorni, intra '1 qual tempo i Fioreatiiu 
avevano le loro genti raccozzate, e di già avevano sotto più condottieri trenuli 
cavalli a Fegghine ragunati, governati da Pierogiampaolo capitano, e da Neii 
Capponi e Bernardo de' Medici commessarj. A costoro vennero quattro mandati 
da Castel San Niccolò a pregarli dovessero dare loro soccorso. I commeesar) 
esaminato il sito, vedevano non gli poter soccorrere se non per V alpi che ve- 
nivano di Val d'Arno, la sommità delle quaii poteva essere occupata priaia 
dal nimico che da loro, per avere a fare più corto cammino e per non pot<^ 
la loro venuta celare; in modo che s' andava a tentare una cosa da non riO' 
sdre, e poterne seguire la rovina delle genti loro. Dondeché i commessali lo- 
darono la fede di quelli, e commisero loro che quando e'-non potessero pia ^ 
fendersi si arrendessero. Prese adunque Niccolò questo castello dopo trentadoe 
giorni che v' era ito col campo, e tanto tempo perduto per sì poco acquisto fo 
della rovina della sua impresa buona parte cagione; perchè se e' si manteneva 
con le sue genti d' intomo a Firenze, faceva che chi governava quelle città do0 
poteva se non con rispetto strignere i cittadini a far danari, e con più diffic^l^ 
ragunavano le genti, e facevano ogni altra provvisione, avendo il niaico ad* 
dosso che discosto; e avrebbero molti avuto animo a muovere qualche accordo 
per assicurarsi di Niccolò con la pace, veggendo la guerra fusse perdurare. M» 
la voglia che'l conte di Poppi aveva di vendicarsi cootra quelli casteliani atad 



[1440] UBEO QUINTO. 143 

hmgp tempo suoi aimiei, gli fece dar quel consiglio , e Niccolò per soddisfargli 
lo prese ; il che fu la rovina dell' uno e dell' altro. E rade volte accade che le 
particolari passioni non nuochino ali' universali comodità. Niccolò seguitando 
la vittoria prese Rassina e Chiusi. In queste parti il conte di Poppi lo persuadeva 
a fermarsi, mostrando come e' poteva distendere le sue genti fra Chiusi e Caprese 
e la Pieve, e veniva a essere signore dell' alpi, e potere a sua posta in Casentino 
e in Val d' Amo e in Val di Chiana e in Vai di Tevere scendere, ed esser presto 
a ogni moto che facessero i nimici. Ma Niccolò, considerata V asprezza dei luo- 
gjbi, gli disse che i suoi divalli non mangiavano sassi, e n' andò al Borgo a San 
SepoU^o, dove amichevolmente fu ricevuto; dal qual luogo tentò gli animi di 
quelli di Città di Castello, i quali per esser amici ai Fiorentini non l' udirono. 
£ desiderando egli avere i Perugini a sua divozione, con quaranta cavalli se 
n' andò a Perugia, dove fu ricevuto, sendo loro cittadino, amorevolmente. Bla 
in pochi giorni vi diventò sospetto, e tentò col legato e con i Perugini più cose, 
e non gliene successe niuna ; tantoché ricevuto da loro ottomila ducati se ne 
tornò air esercito. Di quivi tenne pratica in Cortona per torla ai Fiorentini, e 
per essersi scoperta la cosa prima che '1 tempo fusse, diventarono i disegni suoi 
vani. Era mtra i primi cittadini di quella città Bartolommeo di Senso. Costui 
andando la sera per ordine del capitano alla guardia d'una porta, gli fu danno 
del contado suo amico fatto intendere, che non vi andasse, se non vi voleva 
easere morto. Volle intendere Bartolommeo il fondamento della cosa, e trovò 
r ordine del trattato obesi teneva con Niccolò; il che Bartolommeo per ordine 
al capitano rivelò, il quale assicuratosi dei capi della congiura, e raddoppiate 
le guardie alle porte, appettò secondo l' ordine dato che Niccolò venisse ; il quale 
venne di notte al tempo ordinato, e trovandosi scoperto , se ne ritornò agli al- 
loggiamenti suoi. 

Mentre che queste cose in questa marniera inToscana si travagliavano, e con 
poco acquisto per le genti del duca, in Lombardia non erano quiete, ma con 
perdita e danno suo. Perchè il conte Francesco, come prima lo consenti il tempo, 
usci cqp l'esercito suo in camjpagna; e perchè i Vineziani avevano la loro ar- 
mala del lago instaurata, volle il conte prima ch'ogni cosa insignorirsi del- 
l'acque, e cacciare il duca del lago, giudicando, fatto questo, che l'altre cose 
gli sariano facili. Assaltò pertanto con l' armata de' Vineziani quella del duca, 
e la ruppe, e con le genti di terra le castella che a lui ubbidivano prese ; tan* 
teche l'altre genti ducali, che per terra strignevano Brescia, intesa quella ro- 
vina s'allargarono, e cosi Brescia dopo tre anni che ell'era stata assediata, 
dall'assedio fu libera. Appresso a questa vittoria il conte andò a trovare i ni- 
mici che s'erano ridotti a Soncino castello posto in sul fiume dell' Oglio, e 
qnelli dileggiò, e gli fece ritnrare a Cremona, dove il duca fece testa, e da quella 
parte i suoi stati difendeva. Ma strìgnendoLo più l' uno dì che l' altro il conte, 
e dubitaado non perdere o tutto , o gran parte degli stati suoi , cognobbe la 
malvagità del partito da lui preso di mandar Niccolò in Toscana; e per ricor- 
reggere r errore scrisse a Niccolò in quali termini si trovava, e. dove erano con- 
dotte le sue imprese; pertanto il più presto potesse, lasciata la Toscana, se ne 
tornaMe in Lombardia. 

I Fioreatini in questo mezzo sotto i loro commessaij avevano ragunate le 
loro genti con quelle del papa, ed avevano fatto alto ad Anghiari, castello 
posto nelle radici dei monti che dividono Val di Tevere da Val di Chiana, di- 
scosto dal Borgo San Sepolcro quattro miglia, via piana, ed i campi atti a rice- 
vere cavalli, e maneggiarvisi la guerra. E perdio eglino avevano notizia delle 
vittorie del oente e della rivocazione di NìqéoIò^ giuncarono con la spada den- 






HA ISTOEIE FlOBENTiNS. [1440] 

tro e sellila ^Ivere avef^ vinta quella guerra; e perciò ai commessarj scrì^seru 
che 4' astenessero dalla giornata, perchè Otitfcolò nonpoteva molti giorni stare 
in Toscana. Questa commesaione venne a notizia di Niccolò, e ve^eodo la 
necessità del partirsi , per non lasciar cosa alcuna intentala , diliberò ikre la 
giornata, pensando di trovare i nimici sprovveduti e col pensiero alieno dalla 
zu£fo. A che era confortato da messer Rinaldo, dal conte di Poppi e dagli altri 
fuorusciti fiorentini , i quali la loro manifesta rovina cognosoevano, se Niccolò 
si partiva; ma venendo a giornata credevano o poter vincere l'impresa, o per- 
derla onorevolmente. Fatta adunque questa diliberazione, mosse 1* esercito 
(fonde era , tra Città di Castello ed il Borgo, e venuto al Borgo senza che ini- 
mici se n' accorgessero, trasse di quella terra due mila uomini, 1 quali confi- 
dando nella virtù del capitano e nelle promesse sue, desiderosi di predare lo 
seguirono. 

Dirizzatosi dunque Niecolò con le sue genti verso Acghiari, era già loro pro- 
pinquo a meno di due miglia, quando da Micheletto Attendulo fu veduto un 
gran polverio, ed accortosi come gli erano i nimici, gridò alTarme. Il tumulto 
nel campo de' Fiorentini fu grande , perchè campeggiando quelli eserciti per 
Tordinariosenz* alcuna disciplina, visiera aggiunto la negligenza, per parer 
loro avere il nimico discosto, e più disposto alla fuga che alla zuffa; io modo 
che ciascuno era disarmato, di lungi dagli alloggiamenti, ed in quel luogodore 
la volontà, o per fuggire il caldo eh* era grande, o per seguire alcun suo di- 
letto, Tavea tirato. Pure fu tanta la diligenza de* conunessarj e del capitano, 
che avanti fussero arrivati i nimici , erano a cavallo ed ordinati a poter re- 
sistere all'impeto suo. E come Micheletto fu il primo a scoprir il nimico, cosi fa 
il primo a incontrarlo armato, e corse con le sue genti sopra il ponte del fiome 
che attraversa la strada, non molto lontano da Anghiari. E perchè davanti alla 
venuta del nimico, Pierogiampaolo aveva fatto spianar le fosse che circonda- 
vano la strada , eh' è tra'l ponte e Anghiari, sendosi posto Micheletto alTift* 
contro del ponte, Simoncino condottiero della Chiesa con il legato si misero da 
man destra, e da sinistra i commessarj fiorentini con Pierogiampaolo loro capi- 
tano^ e le fanterie disposero da ogni parte su per la ripa del fiume. Non restava 
pertanto agli nimici altra via aperta ad andare a trovare gli avversar] loro, 
che la dritta del ponte; né i Fiorentini avevano altrove eh* al ponte a combat- 
tere, eccetto che alle fanterie loro'avevano ordinato, che se le fanterìe Dimiche 
uscivano di strada per essere a* fianchi delle loro genti d'armi, con le balestre 
le combattessero, acciocché quelle non potessero ferire per fianco i loro cavalli, 
che passassero il ponte. Furono pertanto le prime genti che comparsero da Mi- 
cheletto gagliardamente sostenute, e non che altro da quello ributtate; ma so- 
pravvenendo Astorre e Francesco Piccinino con gente eletta, con tal impeto io 
Micheletto percossero, che gli tolsero il ponte, e lo spinsero infino al oominciare 
dell'erta, che sale al borgo d* Anghiari ; dipoi furono ributtati e rispinti fuori del 
ponte da quelli che dai fianchi gli assalirono. Durò questa zuffa due ore, che 
ora Niccolò, ora le genti fiorentine erano signori del ponte. E benché la zuffa 
fusse sopra il ponte pari , nondimeno e di là e di qua dal ponte con disavvan- 
taggio grande di Niccolò si combatteva ; perchè quando le genti di Niccolò pas- 
savano il ponte, trovavano i nimici grossi, che per le spianate fattesi potevano 
maneggiare ,.e quelli ch'erano stracchi potevano dai freschi essere soccorsi. 
Ma quando le genti fiorentine lo passavano, non poteva comodamente Niccolò 
rinfrescare i suoi, per essere angustiato dalle fosse e dagli argini che fascia- 
vano la strada : come intervenne : perchè molte volte le genti di Niccolò vin- 
sero il ponte, e sempre dalle genti fresche ^egU avversar] fuit)no rispinte in- 



t ^ ^ 

[1440] - LIBRO Quiicro. ìiA . 

èefira. Ma come H ponte dai Fiorentini fu ?into , 4i|lmentechè è» ToÉp genti \ 
«■traroeo nella strada, non senda a tempo Niccolò per la furia di eh» veaiva e 
per la incomodità del sito a rinfrescare i suoi, in modo quelli davanti con ((uelli 
di dietro si mescolarono , che F uno disordinò V altro , e tutto l' esercito fu Cftì 
ilietto mettersi in volta , e ciascuno senza alcun rispetto si rifuggi verso il 
Borgo. 1 soldati fiorentini attesero alla preda , la quale fu di prigioni, d'arnesi 
e di eavalli grandissima ; perchè con Niccolò non rifuggirono salvi che mille 
avalli, l Borghigiani, i quali avevano seguitato Niccolò per predare, di preda- : 
tori diventarono preda , e furono presi tutti e taglieggiati ; V insegne ed i car- 
riagp tolti furono. E fu la vittoria molto più utile per la Toscana che dannoei 
per il duca; perchè se i Fiorentini perdevano la giornata, la Toscana era sua; 
epeidendo quello, non perde altro che Tarmi ed i cavalU del suo eseccito, i 
quali con non molti denari si poterono ricuperare. Né furono mai tempi, chela 
guerra che si faceva ne' paesi d^ altri fusse meno pacicotosa per chi la faceva, 
che in quelli. Ed in tanta rotta e in sì lunga zuffa che duròdafie venti alle venti- 
quattro ore n9tt vi morì altri che un uomo, il quale non di ferite o d'altro virtuoso 
colpo, ma caduto da cavallo e calpesto espirò. Con tanta sicurtà allora gii 
lonim combattevano, perchè essendo tutti a cavallo, e coperti d'arme, e sicuri 
daUa morte, qualunque volta e' si arrendevano, non ci era cagione perchè do* 
vesserò morire, difendendogli nel combattere l'armi, e quando e' non potevano 
più combattere , T arrendersi . 

È questa zofià, per le cose seguile combattendo e poi, esempio grande dell' in- 
felicità di queste guerre , perchè vinti i nimici e ridutto Niccolò nel Borgo , ì 
eonuneasarj volevano seguirlo, ed in quel luogo assediarlo per aver la vittoria 
iotera ; ma da alcuno condottiero o soldato non furono voluti ubbidire, dicendo 
voler nporre la preda , e medicare i feriti. E quello che è più notabile , fu che 
Ta/trod] a mezzogiorno senza licenza o rispetto o di commessario o di capitano, 
l'andarono ad Arezzo, e quivi lasciata la preda, ad Anghiari ritornarono. Cosa 
tanto contra ogni laudevole ordine e mihtare disciplina , che ogni reliquia di 
qnahinque ordinato esercito arebbe facilmente e meritamente potuto lor torre 
qn^ vittoria cb' eglino avevano immeritamente acquistata. Oltre di questo 
volendo i conunessarj che ritenessero gli uomini d' arme presi per torre occa- 
àene al nimico di rifarsi , contra la volontà loro gli liberarono. Cose tutte da 
Baravigliarsi, come in uno esercito cosi fatto fusse tanta virtù che sapesse vin- 
eere, e come nell'inimico fusse tanta viltà che da si disordinate genti potesse 
«Ber vinto. Neil' andare adunque e tornare che fecero le genti fiorentine d' Arezzo, 
Niccolò ebbe teoapo a partirsi con le sue genti dal Borgo, e n' andò verso Roma- 
gna ; col quale ancora i ribelli fiorentini si fuggirono ; i quali vedutasi mancata 
ogni speranza di tornare a Firenze, in più parti in Italia e fuori secondo la co- 
modità di dascuao si divisero. Dei quali messer Rinaldo elesse la sua abitazione 
ad Ancona , e per guadagnarsi la celeste patria , poiché egli aveva perduta la 
temstrc, se n' aodò al sepolcro di Cristo ; donde tornato, nel celebrar le nozze 
di mia Mii figliuola, sondo a mensa, di subito mori. E fugli in questo la fortuna 
fvrorefote, che nel meno infelice giorno del suo esilio lo fece morire. Uomo 
'veramente in ogni fortuna onorato , ma più ancora stato sarebbe , se la natura 
r avene in una città unita fatto nascere; perchè molte sue qualità in una città 
divisa l'ereserò, che in una unita l' avrebbero premiato. 1 commessarj adunque, 
tonate le genti loro d' Arezzo e partito Niccolò , si presentarono al Borgo. I 
Bo^hesì volevano darsi ai Fiorentini, e quelli ricusavano di pigliarli, e nel trat- 
tare questi accordi , il legato del pontefice insospettì dei commessarj che non 
Tolessero quella terra occupare alla Chiesa. Tantoché vennero insieme a parole 

■ 7 



146 ISTORIA FlORSHTtNE. [1440] 

ÌDgiurìgse , là sarel;^ se^iito iotra le genti fiorentine • le eocleiiasticfae disor* 
dine, fie la pratica fuaee ita molto in lunga ; ma perchè ella ebbe il fiaecbe 
voleva il legato, ogni cosa ai pacificò* 

Mentre chele cose del Borgo si travagliavano, s'intese Niccolò Piodniao es* 
sere ito inverso Roma, ed altri avviai dicevano inverso la Marca; donde parte 
al legato ed alle genti sforzesche d* andare verso Perugia, per là sovvenire e 
alia Marca o a Roma , dove Kìccq^ si fusse volto, e con quelle andasse Ber^ 
nardo de* Medici, e Neri con le genti fiorentine a' andasse ali* acquisto del Ca- 
sentino. Fatta questa diliberazione , Neri n'andò a campo a Rassina, e qoella 
prese, e con il medesimo impeto prese Bibbiena, Prato Vecchio e Romena, e 
di quivi pose il campo a Poppi, e da due parti lo cinse, una nel piano di Certo» 
mondo, l'altra sopra il colle che passa a Fronzolo. Quél conte vedutosi abbai- 
donato da Dio e dagli uomini, s'era rinchiuso in Poppi, non perch' egli speraste 
di potere avere alouno aiuto, ma per fare lo accòrdo, se poteva, meno dannoso. 
Strignendolo pertanto Neri, egli addimandò patti, e trovoglì tali, quali in quel 
tempo egli poteva sperare; di salvare sé, suoi figliuoli, e cose che ne poteva 
portare, e la terra e lo stato cedere ai Fiorentini. E quando ei capitolaroio^ 
discese sopra il ponte di Arno che passa a pie della terra, e tutto doloroso ed 
afflitto disse a Neri : a Se io avessi bene misurato la fortuna mia e la potenza 
vostra, io verrei ora amico a rallegrarmi con voi della vostra vittoria, non ni- 
mico a supplicarvi che fusse meno grave la mia rovina* La presente sorte, 
come ella è a voi magnifica e lieta , cosi è a me dolente e misera. Io ebbi ca- 
valli, arme, sudditi, stato e ricchezze : die maraviglia è se mal voleatierì le 
lascio? Ma se voi volete e potete comandare a tutta la Toscana, di necessità 
conviene che noi altri vi ubbidiamo ; e se io non avessi Catto questo errore, li 
mia fortuna non sarebbe stata cognosciuta, e la vostra liberalità non si potrebbe 
cognoscere; perchè se voi mi conserverete, darete al mondo uno eterno esem- 
pio della vostra clemenza. Vinca pertanto la pietà vostra il fallo mio, e lasciate 
almeno questa sola casa al disceso di coloro, da' quali i padri vostri hanno ia- 
numerabili benefizj ricevuti. » Al quale Neri rispose, come l'avere sperato 
troppo in quelli che potevano poco, l'aveva fatto in modo centra la Repubblica 
di Firenze errare, che aggiuntovi le condizioni de' presenti tempi era necessario 
cadesse tutte le cose sue, e quelli luoghi nimico ai Fiorentiai abbandonasee, 
che loro amico non aveva voluto tenere ; perchè egli aveva dato di sé tale 
esempio, che non poteva essere nutrito, dove in ogni variazione di fortana 
e' potesse a quella Repubblica nuocere; perchè non lui, ma gli stati suoi si te> 
movano. Ma che se nella Magna e' potesse esser principe, quella città lo desi- 
dererebbe, e per amordi quelli suoi antichi ch'egli allegava, lo iiavorirebbe. A 
questo il conte tutto sdegnato rispose , che vorrebbe i Fiorentini molto pia 
discosto vedere; e cosi lasciato ogni amorevole ragionamento, il conte non 
veggendo altro rimedio, cede la terra e tutte le sue ragioni ai Fiorentini, e con 
tutte le sue robe insieme con la moglie e con i figliuoli piangendo si parti, do» 
lendosi d' aver perduto uno stato che i suoi padri per ecce antii atevano pos* 
seduto. Queste vittorie tutte come s' intesero in Firenze, furono da' princìpi del 
governo, e da quel popolo con maravigliosa allegrezza ricevute. E perchè Ber- 
nardetto de' Medici trovò esser vano che Niccolò fusse ito verso la Marca o a 
Roma, se ne tornò con le sue genti dov'era Neri, e insieme tornati a Firense, 
fur loro deliberati tutti quelli onori , quali secondo l'ordine della città ai laro 
vittoriosi cittadini si possono diliberare maggiori; e da' Signori, e da' Cetani 
di Parte, e dipoi da tutta la città, furono a uso dei trionfanti riceToti. 



[1440] i4r 

LIBRO SESTO. 



SOMMAMMO, 

Riflessioni sopra V oggetto delle guerre e T utilità delie vittorie. -^ 11 duct di lUUao , 
fia praiiche col conte Francesco Sforza capitano de* Veneziani ; per le quali 
neir animo del conte e de* Veneziani s'ingenerano mali umori e sospetti. — RaTenna 
si mette sotto la potestà di Venezia (1440). — li papa Tende Borgo San Sepolcro al 
Fiorentini. — Niccolò Piccinino durante T interno fa Impunemente scorrerie nei 
dominj venefl , e Tenuta la primsTera e riprese le armi , costringe lo Sforza a IcTare 
raasedio da Martinengo. Poi tanto insolenlisce dolle sue Tittorle , che H duca di 
miaDO ptf Tenéicanene fa la pace con I coUegail (1441). -- Francesco Sforza sposa, 
flooondo I patti , la Hglla del duca , e ne ha in dote Cremona. — AUorso di Angona 
suscita di nuoTo la guerra pel possesso di Napoli « di BencTento e di altre città a 
terre del reame. Fanno lega con esso Ini contro io Sforza il duca di Milano e 1 
papa, e danno la condotta delie armi a Niccolò Piccinino (1442). — Renato re di 
Napoli cacciato da Alfonso è onoratamente ricevuto dai Fiorentini , 1 quali fanno 
causa con lui e con lo Sforza. — Nuore discordie in Firenze. — Gelosia contro Neri di 
^no Capponi (1443). — Saldacelo d* Anghiari è ucciso per tradì mento di Bartolommeo 
Oflandhil. — Riforma dfeUo stato in faTore della parte de* Medici (1444). — Morte 
41 Niccolò Piccinino; ine della guerra. —Annibale BeotlTOgli è ucciso in Bologna 
da Battlsu Canneschl, e questi poi dai popolo; d'onde nascono graTl tnrbolenaa 
nella città (1445). — SanU supporto iglio d* Ercole Bentivogli è chiamato a Bologna 
al goTemo della città. — Guerra generale in Italia con danno del dudi di Milano, cbt 
Tiene a patti collo Sforza. — Morte di Filippo Visconti duca; lo Sforza è latto M 
Milanesi loro capitano (1447). ~ Pratiche del pontefice per pacificare l'Italia, alle 
quali al oppongono i Veneziani. — Alfonso d'Aragona assalta i Fiorentini , poi è 
costretto a chieder la pace ed a partire (1448). — li conte Sforza fa guerra al 
Veneziani con suo Tantagglo, e H costringe a chieder la pace; della quale non 
piacendo i patti al Milanesi , questi si accordano coi Veneziani contro il conte; dipoi 
stretti d'assedio e ridotti allo stremo si sollevano contro I raagistrad, e si danno a 
lui (14S0). — Lega tra il nuoro duca di Milano e 1 Fiorentini da una parte, e 11 re di 
Napoli e i Veneciani dall'altra. -— Federigo 111 imperatore a Firenze (1461). — 
Guerra in Lombardia tra il duca di Milano e i Veneziani. ^ Fernando figliuolo 
d'Alfonso re di Napoli passa in Toscana contro i Fiorentini (1452). — Congiura di 
messere Stefano Porcari in Roma contro 11 gOTemo pontificio scoperta e punita. — 
Gherardo Gambacorti signore di Val di Bagno pratica col re di Napoli di dargli lo 
stato, ma i suol disegni sono srentati dal coraggio e dalla fermezza di Antonio Gua- 
landi (1453). — Renato d' Anglò Tiene In Italia chiamato da' Fìorendnl , e poco dipoi 
tornasi In Francia. — Per la mediazione dei papa si conchlode la pace tra I prìncipi 
beUigeranli (1464). — Iacopo Piccinino assale I Sanasi. — I Turchi sono rotti a 
Belgrado (1456). — GeooTa si dà al re di Francia (1458). — Morte di Alfonso di 
Aragona re di Napoli. Ferdinando suo figlio gli succede. — Callisto IH papa mentre 
pensa dare il regno di Napoli a Piero LodoTico Borgia suo nipote, muore, e gU è 
eletto soccessore Enea Silvio Piccolomini, Sanese, coi nome di Pio IL -^Discordia In 
GenoTa tra GiOTannl d'AnglÒ e I FregosI con danno di questi (1459.) — Giovanni 
assalta 11 regno di Napoli , vince II re Ferdinando; ma questi cogli aiuti del papa e del 
deca di MHano si ristabilisce (1460). — Genova scuote H giogo de' Francesi. — Glo- 
Tannl d' Anglò abbandonato da Iacopo Piccinino è rotto nel regno di Napoli ; onde si 
ridnes In Ischia ; e di là tornasi in Francia (1462). 



Fn senpre, e eosi è ragìoneYole che sia, il fine di odoro che maoroiio una 
ipierra, d' aniocìnre §ò ed iinpoverìre il nintioo; uè per aKra cagione si cerca 



1 



148 ISTORIB FIORINTINB. [1440] 

la Tittorìa, nò gii acquisti per altro si disideraDO, che per fare sé potente, e de- 
bole r avrersarìo. Etonde ne segae che qualunque volta o la tua Tittorìa t*im- 
poverìsoe, o V acquisto t' indebolisce, conviene si trapassi, o non s* arrìvi a quel 
termine, per il quale le guerre si fanno. Quel prìncipe, o quella Repubblica è 
dalle vittorie e dalle guerre arrìcchito, che spegne i nìmìci, ed è delle prede e 
delle taglie signore. Quello nelle vittorìe ìmpoverìsce, che i nimìcì, ancora che 
vinca, non può spegnere, e le prede e le taglie non a lui, ma a' suoi soldati 
appartengono. Questo tale è nelle perdite infelice e nelle vittorìe infelicissimo, 
perchè perdendo, quelle ingiurìe sopporta che gli fanno i nimici ; vinéendo, 
quelle che gli fanno gli amici, le quali per essere meno ragionevoli sono meno 
sopportabili» veggendo massime essere i suoi sudditi con taglie e nuove offese 
di raggravare necessitato. E s* egli ha in sé alcuna umanità, non si può di quella 
vittoria interamente rallegrare , della quale tutti i suoi sudditi si contristano. 
Solevano rantiche e beneordinate Repubbliche nelle vittorìe loro rìempiered' oro 
ed' arìento l'erarìo, distribuire doni nel popolo, rìmettere ai sudditi i tributi, e 
con ghiochi e con solenni feste festeggiarìi. Ma quelle di quelli (empi che doì 
diacrìviamo, prìma vuotavano 1' erarìo, dipoi impoverivano il popolo, e de' ni- 
mici tuoi non ti assicuravano. Il che tutto nasceva dal disordine, con il quale 
quelle guerre si trattavano; perchè spogliandosi i nimici vinti, e non si rite- 
nendo né ammazzando, tanto quelli a radsalire il vincitore differìvano, quanto 
e* penavano da chi gli oonduceva d' essere d' arme e cavalli rìfomiti. Sendo 
ancora le taglie e la preda de* soldati, i prìncipi vincilorì di quelle nelle nuove 
spese de' nuovi soldi non si valevano, ma dalle viscere de* loro popoli gli trae- 
vano; né partorìva altro la vittoria inbeneGzio de' popoli, se non eh' ella facevi 
il principe più sollecito e meno rispettivo ad aggravargli. Ed a tale quelli sol- 
dati avevano la guerra condotta, che ugualmente al vincitore ed al vinto, a voler 
potere alle sue genti comandare, nuovi danari bisognavano ; perchè V uno aveva 
a rivestirgli, V altro a premiargli. E come quelli senza essere rimessi a cavallo 
non potevano, cosi quelli altri senza nuovi premj combattere non volevano : dì 
qui nasceva che l' uno godeva poco la vittoria, l' altro poco sentiva la perdita; 
perchè il vinto era a tempo a rifarsi, ed il vittorioso non era a tempo a seguire 
la vittoria. 

• Questo disordine e perverso modo di milizia fece che Niccolò Piccininoera prima 
rimontatoa cavallo, chesi sapesse perltalia la sua rovina, emaggior guerrafaceva 
dopo la perdita al nimico, che prima non aveva fatta. Questo fece che dopo la rotta 
di Torma e' potette occupar Verona ; questo fece che spogliato delle sue genti a 
Verona, ei potette venire con un grosso esercito io Toscana; questo fece che rotto 
ad Àngbiari, innanzi che pervenisse in Romagna era più potente in su i campi che 
prima, e potette riempiere il duca di Milano di speranza di poter difendere la 
Lombardia, la quale per la sua assenzia gli pareva quasi che avere perduta : 
perché mentre che Niccolò riempiva di tumulti la Toscana, il duca s' era ri- 
dotte in termine, che dubitava dello stato suo ; e giudicando che potesse prìma 
seguirla rovinasua, che Niccolò Piccinino, il quale aveva richiamato, fusse ve- 
nuto a soccorrerlo, per frenar l' impeto del conte, e temporeggiare quella fo^ 
luna con l'industria, la quale non poteva con la forza sostenere, ricorse a quelli 
rimedj, i quali in simili termini molte volte gli erano giovati, e mandò Niccolò 
da Esti principe di Ferrara a Peschiera, dove era il conte, il quale per partesoa 
lo confortò alia pace, e gli mostrò come al conte non era quella guerra a pro- 
posito. Perché se 'l duca s' indeboliva in modo che e' non potesse mantenere la 
riputazione sua, sarebbe egli il primo che ne patirebbe, perché dai Vineziaoie 
dai Fiorentini non sarebbe più stimato ; ed in fede che '1 duca desiderava la pace» 



[1(41] uno SESTO. 149 

gli oSbtw la CMicIuuone del parentado, e manderebbe la figlinola a Ferrara, la 
fiale gli promeUeva, seguita la pace, dargli nelle mani. Il conte rispose, die 
« 'I ditca Tsrameate cercasse la pace, facilmeote la troverebbe, come cosa dai 
FureotÌDi e Vioeiiani desiderata : vero era che con difficoltà se gli poteva cre- 
dere, GOgDoecJuto che non abbia mai fatto pac« se non per necessità, la quale 
come manca, gli ritorna la voglia della guerra ; né anco al suo parentado si po- 
teva prestare fede, sendone stalo tante volte b^lo; nondimeno quando la pace 
■ Goocluadene, br«bbe poi del pareatado quanto dagli amici fusse consigliato. 
IVineiiaiu, i quali dei loro soldati nelle cose ancora aoa ragionevoli sospet- 
lano, presHoragioaevolnientediqueste pratiche ampettograndissimo; il quale 
ndeado il conte cancellare, seguiva la guerra gagliardamente : nondimeno l' ani- 
ffloa lui per ambizione, ed aiVineziani per sospetto era io modointepidilo, che 
ifaeUo reelante della state si feceoo poche imprese ; in modocbè tornato Niccolò 
Piodiiino in Lombardia, e di già cominciato il verno, tutti gli eserdti n'andarono 
alle atanie:ilconle in Verona, ioCrranona il duca, le genti BoreetÌDeinToecan8,e 
qndle del papa in Romagna ; le quali poiché ebbero vinto ad Angbiari, assal- 
laroDO Furti e Bologna per trarle di mano a Francesco Piccinino, che in nome 
M padre la governava, e non riuscì loro, perchè furono da Francesco gagliar- 
daneale difese ; nondimeno questa loro venuta dette tanto spavento ai Raven- 
nati di non lomaresotto lo imperio della Chiese, ched' accordo con Ostasiodi 
Polenta loro signore si misero nella potestà dei Vinezianì, i quali in guiderdone 
dalla ricevuta terra, acciocché mai per alcuno tempo Ostasìo non potesse loro 
per fona torre quello che per poca prudenza aveva loro dato, le mandaronoin- 
senecoa a n suo figliuolo a morire inCandia. Nelle quali imprese, nonoetanle 
la TiUorìa d' Angbiari, mancando al papa danari, vendè il castello del Borgo a 
San Sepolcro ventidDquemila ducati ai Fiorentini. 

Stando pertanto le cose in questi termini, e parendo a ciascuno mediante la 
venata esser sicuro delta guerra, non si pensava più alla pace, e massime il 
duca per essere daNiccolò Piccinino e dalla stagione rassicuralo; e perdòaveva 
mtto col conte ogni ragionamento d' accordo, e con grande diligenza rimise 
Niccolò a cavallo, e faceva qualunque altro provvedimento che per una futura 
gacrra si richiedeva. Della qual cosa avendo notiiia il conte, n' andò a Vinezia 
per concigliarsi con quel senato, come peri' anno futuro s'avessero agovemare. 
Niocoiddall'alirapartetrovandosi in ordine, e vedendo ilnimicodisordiosto, non 
aapeUòcfae venisee la primavera, e nel più freddo verno passò l' Adda ed entrò 
ad Bresciano, e tutto quel paese, fuora che Adula e Acri, occupò; dove più che 
dnemila cavalli rfotzeschì, i quali questo assalto non aspettavano, svaligiò e 
prese. Ma quello che piò dispiacque al conte, e più sbigottì i Vineziaoi, fu che 
UarpeUooe, uno de' primi capitani del conte, si ribellò. Il conte, avuto questo 
arviw, parti subilo daVinesia, ed arrivato a Brescia trovò Niccolò, fatti quelli 
daaù, esaeni ritornato alle stame ; donde che al conte non parve, poiché trovò 
ma volle, poiché 'I tempo ed il nimico gli da- 
rla per potar poi col nuovo tempo vendicarsi 
ne die i Vineiiani richiamassero le genti che 
li, ed in luogo di Gattamelata morto volle che 

.Niccolò Piccinino fu ilprìmoatudreincani* 
itello lontano da Brescia dodici miglia, al soc- 
ira r uno e l' altro di quelli capitani secondo 
ra la guerra. E dubitando il conte di Beigamo, 
1 fello posto in luogo da poter bàhnente, eqiu* 



IM ISTOUK nOABMTIlfS. [1441] 

guaio quatto, aoooorrere Bergamo, la qnal città da Niccolò era grarene^ of- 
fésa; epercbò egli ave? aprevedoto noo poter eeserinpedito dal aioùce, se non 
per la via di Martineago, avoTa quel caalello d' ogni difesa fornito, taldiè ti 
conte Itt necessario andare a quella espagaaziOBeGon tutte le forze. Dondeciiè 
Niccolò con tu tto k) esercito suo si pose in luogo eh' egli impediTa le Tettevaglie 
al conte, e con tagliate e bastioni in modo s' era affortificato, che loontenon 
lo poteva se non con suo manilBBlo perìcolo assalire; e ridasaesì la cosa io tar- 
mine, che r assediatore ara in maggior pericolo, che qvelli di Martiaengoch'e- 
rano assediati. Donde che '1 conte non poteva più per la fame campeggisre, uè 
par il pericolo poteva levarsi, e si vedeva per il duca una manifèsta vitlona, e 
per i Yineiiani e il eonta una espressa rovina. 

Ma la fortuna, alla quale non manca modo d'aiutare gli amki e dtsbvom 
ì nimid, fece in Niccolò Piccinino per la sperania di questa vittoria cresoen 
tanta ambizione, ed in tanta insolenza venire, che non avendo rispetto si doei 
né a sé, c^ mandò a dire, come avendo militato sótto le sue insegne gran teiDjpe, 
a non avendo ancora acquistata tanta terra che vi si potesse sotterrare deotro, 
valeva intendere da lui di qual premio avesse a essere per le sue fttiche pre- 
miato ;. perchè in sua poteÀ era di farlo signore di Lombardia, e porgK luti 
i suoi nimici in mano; e parendogli che d' una certa vittoria n'avesse a sa* 
scere certo premio, desiderava gti Concedesse la città di Piacenza, acciò BtaBC() 
di sl< lunga milizia potesse quak^ volta riposarsi. Nò si vergognò in ultisMni- 
naociare il duca di lasciare l' impresa, quando a questa sua domanda non ao- 
coBSontisso. Questo auxlo di domandare ingiurioso ed insolante oiese tanto il 
duca , e ne prese tanto sdegno, che diliberò piuttosto voler pordere V imprem 
che consentirlo. E quello che tanti pericoli e tanta minacce de' nimici non ara- 
vano fatto piegare, gì' insolenti modi degli amici piparono ; e diliberò fare T ac- 
cordo col conta , a cui mandò Antonio Guidobuono da Tortona , a per qneQo 
gli offerse la figliuola a la condizioni deUa pace ; le quali cose furono avida« 
mente da lui e da tutti i collegati accettate. E fermi i patti segretamente iotia 
loro, mandò il duca a comandare a Niccolò che facesse tregua per un anno eoa 
il conta, mostrando essere tanto con le spese afibticato, che non poteva làsdara 
una certa pace per una dubbia vittoria. Restò Niccolò ammirato di questo pa^ 
tito, come quello che non potava cognoscere qual cagione lo movesse a f^ 
gire si gloriosa vittoria , e non poteva credere che per non volere premiare ^ 
amici e' volesse i suoi nimici salvare : pertanto in quel modo che gli parve mi- 
gliore a questa sua diliberazione si opponeva ; tantodiè il duca fu costretto, a 
volerlo quietare, di minacciarlo che lo darebbe, quando egli non v'aceooaea- 
tisee, ai suoi soldati ed ai suoi nimici in preda. Ubbidì adunque Niccolò non 
con altro animo che si faccia colui, che per forza abbandona gli amici e la pa- 
tria, dolendosi della sua malvagia sorte, poiché ora la fortuna, ora il duce dei 
tuoi nimici gli toglievano la vittoria. Fatta la tregua, le nozze di madosaa 
Bianca a del conta si celebrarono, e per dote di quella gli consegnò la città di 
Cremona. Fatto questo, si fermò la pace di novembre nel ■cogcxli, dofoper 
i Via^ani Francesco Barbarico e Pegole Trono, e per i Fiorentini messer 
Agnolo Acdaiuoli convennero ; nella quale i Yineziani Peschiera, Asola e Lea- 
nato, castella del marchese Mantovano, guadagnarono. 

Fermo la guerra in Lombardia, restavano le armi del regno, le quali nrni à 
potendo quietare, furono cagione che (fi nuovo in Lombardia si ripigKasnro. 
Era il re Rinato da Alfonso di Ragona stato spogliato, mentre la guerra di 
Lombardia si travagliava, di tutto il reame, eccetto che di Napoli; tale die Al- 
fonso,, parandogli aiver la vittoria io mano , diliberò mentre assediava Napoli , 



[1442] LIBRO SESTO. 151 

tomai coste Beaeveiito e gli altri suoi stati che ìd quelle circostanze posse- 
dova; perchè gindicaTa questo fatto potei^li senza suo perìcolo riuscire, sondo 
il conia nelle guerre di Lombardia occupato. Successe ad Alfonso pertanto fa- 
cifaaeBte questa Impresa, e con poca fatica tutte quelle terre occupò. Ma Te- 
nta te nuora della pace di Lombardia, Alfonso temè che il conte non venisse 
per le sue terre io ftiVore di Rinato, e Rinato sperò per le medesime cagioni in 
qMHo. Mandò pertanto Rinato a sollecitare il conte, pregandolo che venisse 
a soocorrere ma anico , e d* un nimico a vendicarsi. Dall'altra parte Alfonso 
pregava Filippo che dovesse per 1* amicizia aveva seco far dare al conte tanti 
aflbnni, che oecupato in maggiori imprese fosse di lasciare quella necessitato. 
iooeCtò FQippo questo invito senza pensare che turbava quella pace, la quale 
poco davanti avera con tanto suo disavvantaggio fatta. Pece pertanto inten^ 
étn a papa Eugenio , come allora era tempo di riavere quelle terre, che il 
eoata della Chiesa occupava, ed a questo fare gli offerse Niccolò Piccinino pa- 
gMoiKBtre che la guerra durasse, il quale fatta la pace si stava con le genti sue 
ii ftooHigna. Preae Eugenio cupidamente questo consiglio per l' odio teneva con 
i conte, e per il desiderio aveva di riavere il suo ; e se altra volta fu con questa 
■edeuma^peranza da Niccolò ingannato, credeva ora, intervenendoci il duca, 
Km poter dnbkaro d' inganno; ed accozzate le genti con quelle di Niccolò as- 
sali te Marca. Il conte percosso da si inopinato assalto , fitta testa delle sue 
0Boli andò contro al bìbbìoo. In questo mezzo il re Alfonso occupò Napoli, don- 
deche tatto quel regno, eccetto Castelnuovo, venne in sua potestà. Lasciato 
pertanto Ifoato'in Castelnuovo buona guardia, si partì, e venuto a Firenze fu 
OBonrtinimamente ricevuto ; dove stato pochi giorni, veduto non potere far più 
gosm, ae n'andò a Marsiglia. 

AUòoso in questo mezzo aveva preso Castelnuovo, ed il conte si trovava 
Mite Marca inferiore al papa ed a Niccolò; perciò ricorse ai Yineziani ed ai 
Roreatìm per aiuti di gente e di danari, mostrando che se allora ei non pen- 
di frenare ii papa ed il re, mentre dì' egli era àncora vivo , ch'eglino 



•vrebbero pooo dipoi a pensare alla saluto propria, perchè s^ accosterebbero 
, e dividerebbonsi l'Itelia. Stettero i Fiorentini ed i Yineziani un 



Filippo, 

tempo sospesi, si per non giudicare se si era bene inimicarsi col papa e (X)l re. 

Il per trovarsi occupati nelle cose dei Bol<^nesi. Aveva Annibale Beati vogh 

ttecteto di qneHa città Francesco Piccinino, e per potersi difendere dal duca, 

shetevoriva Francesco, aveva ai^Vineziani e Fiorentini dhnandato aiuto, e 

^wlii non gliene avevano negato ; in modo eh' essendo in queste imprese 

i, non potevano risolversi ad aiuterò il conte. Ma sendo seguito, che An- 

avevaroUo Francesco Piccinino, e parendo quelle cose posate, dilìbera- 

Mioi Fiorenlìni sovvenire al conte. Ma prima per assicurarsi del duca , rin- 

^v^^voao te lega con quello; da che il duca non si discosto , come colui che 

*vsneiMMentilo ai facesse guerra al conte, mentre che il re Rinato era in su 

k mi; m vedutolo spento e privo in tutto del regno, non gli piaceva che'! 

^^■te faiN dei suoi steti spogliato ; e perciò non solamente acconsenU agli aiuti 

M cobIb, na scrisse ad Alfonso che fosse contento di tornarsi nel regno e 

*^ gli ter pie guerra ; e bendiè da Alfonso questo fosse fatto mal volentieri , 

■wi^ineBO per gli obblighi aveva col duca diliberò soddisfargli , e si tirò con 

te gSBti £ là diA Tronto. 

'''ontrs db m Romagna te cose secondo questo ordine si travagliavano, non 
•tettwoi Fiorentini quieti intra loro. Era in Firenze tra i dltedini riputeti nel 
tprmno Hmi di Gino Capponi, della cui riputezione Cosimo de' Medici più che 
A'nlcii altro temeva ; perchè al credito grande eh' egli aveva nella città, quello 



152 ISTORfB PtOMNTINB. [1444] 

eh* egli aveva con i soldati a* aggiugiMta. Perchè essendo stato molte volte capo 
degli eserciti fiorentitiì , se gli aveva con la virtù e con i meriti goadagaali. 
Oltra di questo la memoria delle vittorfe, tì» da lui e Gino suo padre si rìoo- 
gnoBcevano, avendo questo espugnata Pisa, e quello vinto Niccolò Piecinino ad 
Anghiarì , lo foceva amara da molti, e temer da quelli che desideravano non 
avere nel ^verno compagnia. Tra molti altri capi dell' eseróto fiorentino era 
Baldaccio d' Anghiarì, ooma in guerra eccellentissimo, perchè in quelli tempi 
non era alcuno in Italia, che di virtù di corpo e d'animo lo superasse; ed aveva 
intra le fanterie, perchè di quelle sempre era stato capo, tanta riputazione, 
ch'ogni uomo estimava che con quello in ogni impresa. e ad ogni suavoluati 
converrebbero. Era Baldaccio amicissimo a Neri , come quello che per le sue 
virtù, delle quali era sempre stato ^timone, l'amava; il che arrecava agli al- 
tri cittadini sospetto grandissimo; e giudicando che fuase il lasciaHo perico- 
loso, ed il tenario pericolosissimo, diliberarono di spegnerlo, al quale loro pen- 
siero fu in questo la fortuna favorevole. Era gonfaloniere di giustizia measer 
Bartolommeo Orlandino Costui sendo mandato alla guardia di Marradi, quando, 
come di sopra dicemmo, Niccolò Piccinino passò in Toscana, vilmente se n'era 
fuggito, ed aveva abbandonato quel passo, che per sua natura quasi si difea- 
deva. Dispiacque tanta viltà a Bialdaccio, e con parole ingiuriose e con lettere 
fece noto il poco animo di costui ; di che messer Bartolommeo ebbe vergogna 
e dispiacere grande^ e sommamente desiderava vendicarsene, pensando di po- 
tere con la morte dell' accusatore l' infamia delle sue colpe cancellare. 

Questo desiderio di messer Bartolommeo era dagli altri cittadini cogoo- 
sciuto, tanto che senza molta fatica, che dovesse spegnere quello gli persuasero, 
e a un tratto sé della ingiuria vendicasse, e lo stato da uno uomo liberasse, cbe 
biso<;nava o con pericolo nutrirlo, o licenziarlo con danno. Fatta pertanto mes- 
ser Bartolommeo diliberazione d' ammazzarlo, rinchiuse nella camera sua molti 
giovani armati; ed essendo Baldaccio venuto in piazza, dove ciascun giorno 
veniva, a trattare con i magistrati della sua condotta, mandò il gonfaloniere 
per lui, il quale senza alcuno sospetto ubbidì; a cui il gonfaloniere si fece in- 
contro, e con seco per l' andito lungo le camere de' Signori della sua condotta 
ragionando, due o tre volte passeggiò. Dipoi qqando gli parve tempo, sen^ 
pervenuto propinquo alla camera che gli armati nascondeva, fece loro il cenno; 
i quali saltarono fuora, e quello trovato solo e disarmato ammazzarono, e cosi 
morto, per la finestra che dal Palagio in dogana risponde, gittarono, e di quivi 
portatolo in piazza e tagliatogli il capo, per tutto il giorno a tutto il popolo spet- 
tacolo ne fecero. Rimase di costui un solo figliuolo, che Annatona sua donna 
pochi anni davanti gli aveva partorito, il quale non noolto tempo visse. E re- 
stata Annaiena priva del figliuolo e del marito, non volle più con altro uomo 
accompagnarsi ; e- fatto delle sue case un munistero, a>n molte nobili donne 
che con lei convennero ai rinchiuse, dove santamente visse e morì. La cui me- 
moria per il munistero creato e nomato da lei, come al presente vive, cosi vi- 
vere sempre. Questo fatto, abbassò in parte la potenza di Neri, e tolsegli ripu- 
tazione ed amici. Né bastò questo ai cittadini dello stato, perchè sendo già 
passati dieci anni dopo il principio dello stato loro, ed essendo l' autorità ddla 
Balìa finita, e pigliando molti con il parlare e con 1' opere più animo che non 
si richiedeva, giudicarono i capi dello stato, che non voler perdere quello foss» 
necessario ripigliarlo, dando di nuovo autorità agli amici, e gli nimici bat- 
tendo. E perciò nell' anno ■ccccxuv crearono per i Consigli nuova Balia, ìi 
quale riformò gli ufficj , dette autorità a pochi di poter creare la Signorìa; 
rinnovò la cancelleria delle riformazioni , privandone ser Filippo Peruzzi, ed a 



[1446] UBftO SISTO. 153 

quella preponendo uno, che secoodo il ptrere dei potenti si governasse. Pro- 
lui^ il tempo dei confini ai confinili, pose Giovanni di Simone Yespucci nelle 
carceri, privò degli onori gli acceppialori dello stato nimico, e con quelli i 
figliuoli di Piero Baroncelli, lutti i Serragli, Bartolommeo Fortini, messer Fran- 
cesco Castellani e molti altri. E con questi modi a sé renderono autorità e rì« 
pulaiione, ed ai nimici e sospetti tolsero V orgoglio. 

Fermo-così e ripreso lo stato, si volsero alle cose di fuora. Era Niccolò^ Picci- 
aiuo, come sopra dicemmo^ stato abbandonato dal re Alfonso, ed il conte per 
l'aìQtoche dai Fiorentini aveva avuto era diventato potente, dondechò quello 
attaB Niccolò presso a Fermo, e quello ruppe di modo, che Niccolò private 
quasi di tutte le sue genti con pochi si rifuggì in 'Montecchio, dove si fortificò e 
difese tanto, che in breve tempo tutte le ave genti gli tornarono appresso, ed 
io tanto numero, che potette facilmente difendersi dal conte, sendo massima- 
neote di già venuto il verno, per il quale furono quelli capitani costretti man- 
dare le loro genti alle stanze. J^iccolò attese tutta la vernata a ingrossare Te- 
seicite, e dal papa e dal re Alfonso fu aiutato; tanto che venuta la primavera 
ai ridussero quelli capitani alla campagna, dove essendo Niccolò superiore, era 
condotto il conte in estrema necessità^ e sarebbe stato vinto, se dai duca non 
lasero stati a Niccolò i suoi disegni rotti. Mandò Filippo a pregare quello che 
subito andasse a lui, perchè gli aveva a parlare a bocca di cose importantis- 
sime. Donde che Niccolò cupido d' intenderle, abbandonò per un incerto bene 
una certa vittoria , e lasciato Francesco ^Mio figliuolo capo dell' esercito, se 
n* andò a Milano. Il che sentendo il conte, non volse perdere V occasione del 
combattere, mentre che Niccolò era assente ; e venuto alla zufià propinquo al 
Castel di Monte Loro, ruppe le genti di Niccolò, e Francesco prese. Niccolò arri- 
vato a Milano, e vedutosi aggirato da Filippo, e intesa le rotta e la presa del 
figfiuok), per il dolore morì V anno mqccgxlv, d' età di sessantaquattro anni , 
stato più virtuoso che felice capitano; e di lui restarono Francesco e Iacopo» 
quali ebbero meno virtù e più cattiva fortuna del padre; tantoché queste 
anni braocesche quasiché si spensero, e le sforzesche sempre dalla fortuna 
aiutato diventarono più gloriose. Il papa vedendo battuto 1* esercito di Niccolò 
• lui morto, né sperando molto negli aiuti di Ragona, cercò la pace con il conte, 
e per mezzo dei Fiorentini si conchiuse, nella quale al papa, delle terre della 
Marca, Osimo, Fabriano e Ricanati restarono, tutto il restante sotto V imperio 
dei conte rimase. 

Seguila la pace nella Marca, sarebbe tutta Italia pacificata, se dai Bolognesi 
Bon fosse stata turbata. Erano in Bologna due poteotissime famiglie ^ Canne- 
Khi e Bentivogli. Di questi era capo Annibale, di quelli Battista. Avevano, per 
>^io potersi 1' uno deir altro fidare, contratto intra loro parentado ; ma intra 
fj^ uomini che aspirano a una medesima grandezza si può facilmente fare pa- 
rentado, ma non amicizia. Era Bologna in lega con i Fiorentini e Vìneziani, la 
quale mediante Annibale Bentivogli, dopo<£e n'avevano cacciato Francesco 
I*i<^'mo, era stata fatta ; e sapendo Battista quanto il duca desiderava avere 
quella duà favorevole , tenne pratica seco di ammazzare Anpibale, e ridurrò 
quella dUà sotto Y insegne sue. Ed essendo convenuti del modo, a' dì Si di 
gnigpo r anno iccccxlv assalì Battista Annibale con i suoi, e quello ammazzò ; 
mpoi gridando il nome del duca corse la terra. Erano in Bologna i commessarj 
vioeziani e fiorentini, i quali al primo romore si ritirarono in casa ; ma veduto 
poi oMne il popolo gli ucciditori non favoriva, anzi in gran numero ragunati 
con l'armi in piazza della morte d'Annibale sì dolevano, preso animo, 6 con 
quelle genti si trovavano, s'accostarono a quelli, e fatto testa, le genti canne- 



154 iSToan vioiBrrniB. [1445] 

tdiefìMiliro— , eqo6Miìapoood*oimviDiero; delle qttli^arleamiaiiarQM, 
perie fiiora delle città ceooieroQo. Beltiste Dan eseeodo stato a Impo a fen- 
gife^ né i einùci ad aamaoario, dentio elle sue case in vna tonto &tta per 
cooeeryare fnuDento si naeooee, e avendone i suoi nimid cereo tutto il giores, 
eaapeodecomee'aoii era- uscito della città ^feeeno tanto sparento ai suoi ser» 
iridori, che da un suo ragazzo per timore fu loro mostro, e tratto di quel looga 
aMora coperto d'armi, hi prima morto, dipoi per la terra strascìBatoed arso. 
Cosi r autorità del duca fu sufficiente a fargli fare quella impresa, e la sua po- 
tenza non fu a tempaa soccorrerlo. 

Posati adunque per la morte di Battista e foga de' Ganneschi questi taunrili, 
leetaroBO i Bolognesi in grandissima confusione, non vi essendo alcuno deh 
easa de' Bentivogi atto al governo» essendo rimaso d' Annibale un sol figliuolo 
é' età di sei anni chiamato Giovanni ; in modo che si dubitava che tra gli sniei 
ée* Beitivogli non nascesse divisione, la quale iacesse tornare i Canaescbi oaa 
la rovina della patria e della parte loro. E mentre stavano in questa sospea- 
sìeoe d' animo, Francesco eh' era stato conte di Poppi, trovandosi in Bokigot, 
fece intendere a quelli primi della città, che se volevano essere governati da 
UDO disosso dal sangue d' Annibale lo sapeva loro insegnare ; e narrò oone 
seodo órca venti anni passati Brcole cugino d' Annibale a Poppi, sapeva cooe 
egfi ebbecognosoenza con una giovane di quel castello, dalla quale ne nacque 
in Bgliuolo chiamato Santi, il quale Erode gli affermò più volte essere suo; aè 
pareva die potesse negarlo, perchè chi oognobbe Ercole e oognosce il giovane, 
vede intra loro una simiglianza grandissima. Fu da quelli dttadioi prestato 
fede alle parole di costui, nò differirono punto a mandare a Firenze loro cittì- 
dini a rìcognosc^re il giovane, e operare con Cosimo e con Neri che fosse loro 
eoDcesso. Era quello che si riputava padre di Santi, morto, tantoché quel gio- 
vane sotto la custodia d' un suo zio, chiamalo Antonio da Cascese, viveva. Era 
Antonio ricco e senza figliuoli e amico a Neri ; perciò intesa che fu questa cosi, 
Neri giudicò che lusso nò da sprezzarla, nò temerariamente da accettarla, e 
▼olle che Santi aUa presenza di Cosimo con quelli che da Bologna erano man- 
dati parlasse. Convennero costoro insieme, e Santi fu dai Bolognesi non sol^ 
mente onorato, ma quasi adorato ; tanto poteva negli animi di quelli raoor 
delle parti. Nò per allora sr conchiuse alcuna cosa, se non che Cosimo chiaaod 
Santi in disparte, e sì gli disse : e Niuno in questo caso ti può m^tio consi- 
gliare che tu medesimo, perchè tu hai a pigliare quel partito, a che TaninH) 
t' indina ; perchè se tu sarai figliuolo d' Ercole Bentivogli, tu ti volgerai a qveUe 
imprese, che di qudla casa e di tuo padre fieno degne ; ma se tu sarai figlinolo 
à* Agnolo da Caseose , ti resterai In Firenze a consumare in una arte di lana 
vilmente la vita tua. » Queste parole commossero il giovane, e dove prima egfi 
aveva quasiché negato di pìglkir simil partito, disse che si rimetteva in tatto a 
quello che Cosimo e Neri ne deliberasse ; tantoché rimasi d' accordo con i man- 
dati Bolognesi, fu di veste, cavalli e servidori onorato, e poco dipd, accompa- 
gnato da molti, a Bologna condotto, ed al governo de' figliuoli di messer Anni^ 
baie e della dttà posto. Dove con tanta prudenza si governò, che dove i so^ 
maggiori erano stati tutti dai loro niroici morti, egli e padficamente visse, ed 
OBoratissimameBle morì. 

Dopo la morte di Niccolò Picdnino e la pace seguita nella Marca, deside- 
rava Filippo avere un capitano, il quale ai suoi eserdti comandasse, e taone 
pratiche segrete con Qarpellone, uno de' primi capi del conte Francesco; 
fermo intra loro l'accordo, Ciarpeilone domandò licenza al conte d'andare i 
Milano per entrare in possessione d'alcune castella» che da Filippo gli tf^ 



[14*] tlBEO SESTO. 165 

•dio pusate guerre state donate. Il conte dubitando di quello eh' era, accioc- 
ché ildoca lon se ne potesse oontra i suoi disegni servire, lo fece in prima so- 
Heaere, e poco dipoi morire, allegando d' averlo trovato in fraude centra di 
hi; dì che Filippo prese grandissimo dispiacere e sdegno; il che piacque ai Fio- 
ilBtiai ed ai Vineziani, come quelli che temevano assai, se farmi del conte e 
li pòtena di Filippo diventavano amiche. Questo sdegno pertanto fu cagione 
dÌMsckire noova guerra nella Marca. Era signore di Rimino Gismondo Ma- 
iMeMi, il quale per esser genero del conte sperava la signoria di Pesaro ; ma il 
CMlaecrapataqaeUa, a Alessandro suo fratello ledette; di che Gismondo 
idegiò forte : al quale sdegtio ^ aggiunse che Federigo di Montefeltro suo ni- 
aioo per i livorì del conte aveva la signorìa d'Urbino occupata; questo fece 
cheGtflnondo s'accostò al duca, oche e' sollecitava il papa ed il re a far 
fnmi al ooalo. n qoale per far sentire a Gismondo i primi frutti di quella 
pem che desiderava, pensò di prevenirlo, e in un tratto T assali. Onde che 
«èitost riempieroBO di tumulti la Romagna e la Marca, perchè Filippo, il 
li ed M papa mandarono grosu aiuti a Gismondo, ed i Fiorentini e Vinezimii 
ss Mudi 0Nite, di danari provvedevano il conte. Né bastò a Filippo la guerra 
di fiwa a gn a, che disegnò torre al conte Cremona e Pontremoli; ma Pontremoti 
daTienoCiai, e Cremona da* Vineziani fu difesa. In modo che in Lombardia 
ili mwvò la guerra ; nella quale dopo alquanti travagli seguiti nel Gre- 
}, F^ranoesco Piccinino capitano del duca fu a Casale da Micheletto e dalle 
gMrti da'ViBesaai rotto. Per la quale vittoria i Vineziani sperarono di poter 
torre tostalo al duca, e mandarono uno loro commessarìo in Cremona, e la 
ttiaradadda assalirono , e quella tutta fuori che Crema , occuparono. Dipòi 
pwnlo i' Adda scorrevano per insino a Milano ; dondechè 'I duca ricorse ad 
AtfHHo, alo pregò volesse soccorrerlo, mostrandogli i perìcoli del regno-quando 
la Lombardia foase in mano de' Vineziani. Promesse Alfonso mandargli aiuti, i 
fttJicoD difficoltà senza consentimento del conte potevano passare. 

i^rtanto Filippo licotw con i prìeghi al conte, òhe non volesse abbandonare 

ilsQoeero già vecchio e cieco. Il conte si teneva offeso dal duca per avergli 

■osso guerra; dall' altra parte la grandezza de' Vineziani non gli piaceva, e 

di pk i danari gli mancavano, e la lega Io provvedeva parcamente; perchè ai 

Amntini era uscita la paura del duca, la quale faceva loro stimare il conte; 

ed i Vìneiiani desideravano la sua rovina, come quelli che giudicavano, lo 

Ma dì Loiabardia non potere essere loro tolto se non dal conte. Nondimeno 

iMnivadiè Filippo cercava di tirarìo a' Suoi soldi, e gli off^va il principato di 

lotte le soe gimti, pure che lasciasse i Vineziani, e la Marca restituisse al 

fipa, gli mandarono ancora loro ambasciadorì promettendogli Blilano se lo 

FeMtotano, e la perpetuità del capitanato delle loro genti, purché seguisse la 

VHRS nella Marca , e impedisse che non venissero aiuti d' Alfonso in Lom- 

^f*^ Brano adunque le promesse de' Vineziani grandi e i menti loro gran- 

^">ùsii tfendo mosso qiieàa guerra per salvare Cremona al conte; edalf altra 

IMel'iBgìmie del duca erano fresche, e le sue promesse infedeli e deboK. 

^ soateeno stava dubbio il conte di qual partito dovesse prendere; perchè 

dairvio canto l' obbligo della lega, la fede data ed i menti freschi e le pro- 

^^y ^ delle cose future lo movevano; dall'altro i prìeghi del suocero, e sopra 

iutts il veleno che dubitava che sotto le grandi promesse de' Vineziani si nascoii* 

^SMe,giadicando dovere stare e delle promesse e dello stato, qualunque volta 

aveiuuo vinto, a lorodisorezione, alla quale ninno prudente prìncipe non mai 

M aoB per necessità si rìmise. Queste difficoltà di risolversi al conte furono 

dalfaBbiBOBe de' Vineziani tolte vìa, i quali avendo speranza d' occupar Cre- 



156 ISTOaiB FIOUHTIMI. l^^^T] 

mona per alcune ìntelligeDie avevano in quella 4^Uà, aoUo altro colore vi fe- 
cero appressare le loro genti ; ma la cosa si scoprì da quelli che per il conte la 
guardavano, e riuscì il loro disegno vano ; perdiè non acquistarono Cremona, 
ed il conte perderono, il quale, posposti tutti i rispetti, s'accostò al duca. 

Era morto papa Eugenio, e creato per suo successore Niccolò Y, ed il conte 
aveva già tutto lo esercito a Gotìgnola per passare in Lombardia, quandy ^ 
venne avviso Filippo essere morto, che correva Tanno McccczLyn aU' ultimo 
d'agosto. Questa nuova riempiè d' affanni il conte, perchè non gli pareva che 
le sue genti fusseroad ordine per non avere avuto lo intero pagamento; temeva 
de' Vineziani per essere in su le armi e suoi nimici, avendo di freaco laaciatì 
quelli ed accostatosi al duca; temeva d' Alfonso suo perpetuo nimico; non ispo- 
rava nel papa né ne' Fiorentini ; in questi per essere delle terra delia Oiiesa 
possessore. Pure dìliberò dimostrare il viso alla fortuna, e secondo gli acci- 
denti di quella consigliarsi ; perchè molte volte operando si scoprono quelli ooo- 
sigli» che standosi sempre si nasconderebbeiD. Davagli grande speranza il cre- 
dere, che se i Milanesi dall' ambizione de' Vineziani si volessero difendere, che 
e' non potessero ad altre armi che alle sue rivolgersi. Onde che fatto buono 
animo, passò nel Bolognese, e passato dipoi Modena e Re^o, si fermò con le 
genti in su la Lenza, ed a Milano mandò a offerirsi. De* Milanesi, morto il duca 
parte volevano vivere liberi, parte sotto un principe ; di quelli che amavano il 
principe, l'una parte voleva il conte, l'altra il re Alfonso. Pertanto aeado 
quelli che amavano la libertà più uniti, prevalsero agli altri, ed ordinarono a 
loro modo una Repubblica, la quale da molte città del ducato non fu ubbidita, 
giudicando ancora quelle, potere come Milane, la loro libertà godere, e quelle 
che a quella non aspiravano, la signoria de' Milanesi non volevano. Lodi adun- 
que e Piacenza si dierono a' Vineziani ; Pavia e Parma si fecero libere. Le quali 
confusioni sentendo il conte, se n' andò a Cremona, dove i suoi oratori insieme 
con gli oratori milanesi vennero con la conchiusione, che fusse capitano de'Mi- 
lanesi con quelli capitoli, che ultimamente col duca Filippo aveva fatti. A' quali 
aggiunsero, che Brescia fusse del conte; e acquistandosi Verona fusse sua 
quella, e Brescia restituisse. 

Avanti che 'l duca morisse, papa Niccolò dopo la sua assunzione al ponti6- 
cato cercò di creare pace intra i principi 'italiani. E per questo operò con gli 
oratori che i Fiorentini gli mandarono nella creazione sua^ che si facesse una 
dieta a Ferrara per trattare o hmga trega o ferma pace. Convennero adunque 
in quella città il legato del papa, gli oratori vineziani, ducali e fiorentini. QueUì 
del re Alfonso non v' intervennero. Trovavasi costui a Tiboli con assai genti a 
piò ed a cavallo, e di quivi favoriva il duca ; e si crede, che poiché eglino ebbero 
tirato dal canto loro il conto, che volessero apertamento i Fiorentinie i Vineziani 
assalire, ed in quel tanto eh' egli indugiavano le genti del conto a essere in Lom- 
bardia, intrattenere la praUca della pace a Ferrara, dove il re non mandò, aflfor- 
mando che ratificherebbe a quanto dal duca si conchiudesse. Fu la pace molli 
giorni praticata, e dopo molto dispute si conchiuse o una pace per sempre cuna 
tregua per cinque anni, quale di queste due al duca piacesse ; ed essendo iti gh 
aratori ducali a Milano per intendere la sua volontà, lo trovarono morto. Vole- 
vano, nonostante la sua morte, i Milanesi seguire l' accordo ; ma i Vineziani non 
volsero, come quelli che presero speranza grandissima d'occupar quello stato, 
veggendo massime che Lodi e Piacenza subito dopo la morte del duca s'erano 
arrese loro; tal eh' egli speravano o per forza o per accordo potere in breve 
tempo spogliare Milano di tutto lo stato, e quello dipoi in modo opprimere, che 
ancora esso s' arrendesse prima eh' alcuno lo sovvenisse ; e tanto più si per* 



[lM8] . LIBKO SESTO. 157 

MMcro questo, quando videro ì FioreoUni inpUcani in guerra col Te AlfuDw. 
Era quel re a Tibo)i, e volendo seguire l' impreu di Toscana, secondo che 
o» Filippo aveva diliberato, parendogli che b guerra che et era gii moesa ìe 
Lombardia fusse per dargli tempo e comodità, desiderava aver nn pie cello 
Ualc de' Fiorenliai prima cb' apertamente si movesse ; e perciò tenne trattato 
Bella Rocca di CenninainValdamodisopra, equellf occupò. I Fiorentini per- 
cntsi da questo inopinato accidente, e veggendo il re mosso per venire a' loro 
danni, soidarono genti , crearono i Dieci , e secondo i loro costumi si prepara» 
ronoalU guerra. Era già condotto il re oolsuoesercitosopre il SaDe8e,eraceva 
ogni mo sforzo per lirare quella città ai suoi voleri ; noadimeno stettero quei 
cittadini oeir amicizia de' Fiorentini fermi, e non riceverono il re in Siena, DÒ 
in alenai delle loro terre. Provvedevanlo bene di vivere, di che gli scusava l' im- 
poteoia loro e la gagliardia del nimico. Non parve al re entrare per la via del 
Vildarno, come prima aveva disegnato, si per avere rìperduta Connina, sì per* 
die digià i Fiorentini erano io qualche parte fomiti di gente, e s' inviò verso 
Tolierra, e nidte castella nel Volterrano occupò. Di quindi n' andò in quel dì 
Pisa, e per gli favMÌ che gli fecero Arrigo e Fazio de' conti della Ghwardeeca, 
prese alcune castella, e da quelle assai) Campiglia ; la quale non potè espugnare, 
perchèfuda'Fiorentiniedal verno difesa. ònde^hÈ il re lasciò nelle terre prese 
guardie da difenderle e da potere scorrere il paese, e col restante dell' esercito 
(i ritirò alle stanze nel paeee di Siena. I Fiorentini in tanto aiuta ti dalla stagione, 
con ogni studio BÌ provvidere di genti ; capi delie quali erano Federigo signore 
d'Urtino eGismondo Mulatesli di Himini; e benché fra questi fuase discordia, 
nondimeno per la prudeou di Neri di Gino e di Bernardetto de' Medici com- 
measaij, si mantennero io modo uniti, che si usci a campo sendo ancora il verno 
grande, e si ripresero le terre perdute nel Pisano, e te Pomerance nel Volter- 
rano, e i sddati del re che prima scoirevano le maremme, si frenarono di sorte, 
(he con btica potevano le terre loro date a guardia manteaere. Ha venuta la 
primaTera, ì commeflsarj fecero alto con tutte le loro genti allo Spedalelto io nu- 
aero di cinque mila cavalli e due mila fanti, ed il re ne venne con le sue in 
Hmero di quindici mila propinquoatre miglia aCsmpiglia. E quando si stimava 
amasse a campe^iar quella terra, si giltÀ a Piombino, sperando d' averlo fa- 
àfanente, per esserquella terra mal provvista, e per giudicar quello acquisto a 
li ntiUssimo, e ai Fiorentini perniuoso ; perchè da quel luogo poteva consumare 
con usa lunga guerra i Fiorentini , potendo provvederlo per mare, e tutto it 
faese di I^sa perturbare. Pereiò dispiacque ai Fiorentini questo assalto, econ- 
BgbalìH quello fusse da fare, giudicarono che se si poteva stare con I' esercito 
■àie macchie dì Campiglia, che il re sarebbe fonato di partirsi o rotto o vìtu- 
Vvato. E per questo armarono quattro galeazze avevano a Livorno, e con quelle 
■nero trecento fanti in Piombino, e posonsi alle Caldane, luogo dove con diffi- 
raU poierano essere assaliti, perdiè alli^giare alle macchie nel piano lo giu- 
•iKavu» perìcoloBO. 
Ateti r «aerriu fiorentino le vettovaglie dalle terra circostanti, le quali per 
vedevano con difficullà. Talché 1' esercitone 
1 di vino; perchè non vi se ne rìcogliendo, e 
on era possibile che sene avesse per ciascuno. 
irantlne fosse tenuto stretto, abbondava, da 
:hé era per mare dì tutto provveduto. Volleoo 
per mare ancora le genti loro potessero sov- 
ze di viveri, e fattole venire, furono da sette 
furono prese e due fugate. Questa perdita 



I5d ISTOftlB nOftlNTINB. [1448] 

leoe perdere la spertaz» aite genti fiorentine del nofrescaiiietìto. Ondeehè da- 
geoto sacoomanni o più, per mancamento massime del ^ino, sì fuggirono nel 
MB^K) del re; e r altre genti mormoreggiavano, affirmando non esser per stare 
in hioglii caldiséimi, dove non fnsee vino, e V acque fossero cattive. Tantoché i 
oomaeasaij diliberweno di abbandoirare quel luogo, e volsonsi aUa rìcopenh 
iloDe d' alcune castella eh' ancora restavano in mano al re; il quale dafl* altra 
parte, ancoraché non patisse di viveri , e ftisse superìore di genti , si vedsfa 
mancare per essere il suo esercito ripieno di malattie, che in quelli tempi i hii>* 
^ maremmani producono; e furono di tanta potenza, che molti ne morivano, 
e quasi tutti erano infermi. Ondèchò si mossero pratiche d* accordo, per il qjoÉB 
fl re domandava cinquanta mila fiorini, o che Piombinogli fosse lasciato a discre- 
zione; la qual cosa consultata a Firenze, molti desiderosi della pace V accetta- 
vano, affermando non sapere, come e' si potesse sperare di vincere una gueira, 
die a aostenerla tante speae fossero necessarie. Ma Neri Capponi andato a fh- 
renze, in modo con le ragioni la sconfortò, che tutti I cittadini d' accordo a non 
V accettare convennero, ed il signore di Piombino per loro raccomandato ac- 
cettarono, ed a tempo di guerra e di pace di sovvenirlo promisero, purché bsb 
s'abbandonasse, e si volesse, come insino allora aveva fatto, difendere. latesi 
il re questa diliberazione, e veduto per lo infermo suo esercito di non potere 
acquistare la terra, si levò quasiché rotto da campo, dove lasciò più che due 
mila uomini morti, e col restante dell' infermo esercito si ritirò nel paese di 
Siena, e di quindi nel regno, tutto sdegnato centra i Fiorentini, minacciandogli 
a tempo nuovo di nuova guerra. 

Mentre che queste cose in Toscana in simil modo si travagliavano, il coste 
Francesco in Lombardia, sondo diventato capitano de* Milanesi, prima che ogni 
altra cosa si fece amico Francesco Piccinino, il quale per i Milanesi militevs, 
acciocché nelle sue Imprese lo favorisse, o con più rispetto 1* ingiuriasse. Ridue- 
sesi adunque con r esercito suo in campagna , onde che quelli di Pavia giodi- 
carono non si potere dalle sue forze difendere ; e non volendo dall' altra parte 
ubbidire ai Milanesi , gli offersero la terra , con queste condizioni, che non gli 
mettesse sotto l' imperìodi Milano. Desiderava il conte la possessione di quella 
città, parendogli un gagliardo prìncìpio a potere colorire i disegni suoi. Né lo 
riteneva il tnnore o la vergogna del rompere la fede; perdio gH nomisi 
grandi chiamano vergogna il perdere, non con inganno acquistare. ìi> 
dubitava pigliandola non fare sdegnare i Milanesi in modo che si dessero ai 
Yineziani, e non la pigliando temeva del duca di Savoia , al quale molti citta- 
dini si volevano dare, e neir uno caso e noli* altro gli pareva essere privodel- 
r imperìo di Lombardia. Pure nondimeno pensando die fbsse minor perìcolo 
nel prendere quella dttà, che nel lasdarla prendere a unoaltro, diliberò d'ac- 
cettarla, persuadendosi potere acquietare i Milanesi; a' quali fece intendere 
ne' perìcoli s' incorreva quando non avesse accettata Pavia, perchè quelli cit- 
tadinì si sarebbero dati o ai Yineziani o al duca, e nell' uno e nelP altro caso lo 
stato loro era perduto ; e come ei dovevano più contentarsi d' aver hii per vi- 
dno e amico, che un potente, quale era qualunque di quelli, e inimico. I Mflaj^ 
nesi si turbarono assai dd caso, parendo loro avere scoperta V ambneione del 
conte, ed il fine a che egli andava ; ma giudicarono non potere scopriisi, p^' 
che non vedevano partendosi dal conte dove si volgere altrove che a' Vioeasoi, 
de* quali la superbia e le gravi condizioni temevano, e perciò diliberarono non 
si spiccare dal conte , e per allora rìmediare con quello ai mali che sopr^* 
vano loro, sperando che liberati da quelli si potrebbero ancora liberare da lu t 
perché non solamente dai Yineziani, nm ancora dai (Genovesi e duca di SavoiSi 



[1448] LIBRO SESTO. 150 

■ ■ome (fi Cario d'OrìSeu mio <f «ni sorella di Filippo, erano aseaKti; il 
fnle assalto il coale con poca JlMica oppresse. Solo adunque gli restarono ni- 
wàd ì iÉoesam, i qaaK oon qb potente esercito Tolevaoooocopare quello stata, 
e leaefano Lodi e Piacenza, alla quale il conte pose il campo, eqaelladopo 
■n lunga fatica prese esaccbeggiò. Dipoi, perchè n' era Tenuto il verno, ri- 
duBse le sue genti negli alloggiamenti, ed egli se n'andò a Cremona, dove tutta 
la Ternata con la moglie ai riposò. 

Ih Tenuta k primavera, uscirono gli eserciti vineziani e milanesi alla cam- 
papa. Desideravano i Milanesi acquistar Lodi , e dipoi fare accordo con i 
Vineàaai ; perchè le spese deHa guerra erano loro rincreecinte , e la fede del 
espilano era loro sospetta ; talché sonunamente desideravano la pace pco* ri- 
posar» e per aeeicurarsi del conte. Diliberanmo pertanto che Lodi s' arresdesae 
qnahmqne Tolta qnel castello Cusso tratto dalle mani del nimico. Il conte uJìh 
kidl ai Milttieei , ancorché l' animo suo fusse passare 1* Adda ed assalire il 
Icesdano. Poeto dunque T assedio a Caravaggio, con fossi ed altri ripari s* af- 
fenificò, aecioccbè se i Vineziani volessero levarlo da campo, con loro disav- 
TSitaggio r aTesaero ad assalire. I Vineziani dall' altra parte vennero con il 
kio esercito sotto Micheletto loro capitano propinqui a duoi tiri d' arco al campo 
del conte, dove più giorni dimorarono, e fecero molte zuffe. Nondimeno il conte 
ssgoiva di strìgnere il castrilo , e T aveva condotto in termine che conveniva 
€ amadose ; la qnal cosa dispiaceva ai Vineziani, parendo loro con la perdita 
di quetloaver perduta rimpresa. Fu pertanto intra i loro capitani grandissima 
disputa del modo del soocorrerio, né d Tedeva altra via , che andare dentro ai 
snoi ripari a tiOTare il unnico, dove era disavvantaggio grandissimo; ma tasto 
stimarono la perdto di quel castello , che '1 senato veneto , naturalmente ti- 
ùfo, e discosto da qualunque partito dubbio e pericoloso, volle piuttosto per 
•oa perdere quello porre in pericolo il tutto, die con la perdita d' esso perdere 
riopiesa. 

Fecero adonqve ditìberazione d' assalire in qualunque modo il conte , e le« 
^Misi una matliaa di buona ora in arme; da quella parte ch'era meno guar- 
teif assalirono, e nel primo impeto, come interviene negli assalti che non si 
aipettano, tatto l'esercito sforzesco perturbarono. Ma subilo fu ogni disordine 
M conte in naodo riparato, che i nimici, dopo molti sforzi fatti per superare 
(li argini, furono non solamoite ributtati, ma in modo fugati e rotti, che di 
tatto l'esercito, dove erano meglio che dodici mila ca vaiti, non sene salvarono 
■die, e tutte le. laro rdoe e carriaggi furono predati ; né mai sino a quel di fu 
rieerotedai ViDedani la maggiore e più spaventevoli» rovina. E tra la preda e 
i pren fa trovalo tutto mesto uno provveditore vineziano, il quale avanti alla 
la&e nel maneggiare la -guerra aveva sparlato vituperosamente del conte, 
quello bastardo e vile; dimodoché trovandosi dopo la rotta pri- 
ede'suoi falli ricordandosi, dulntando non essere secondo i suoi meriti 
Ito, arrivato avanti al conte tutto timido e spaventato, secondo la natura 
^^«p aiai superbi e vili, la quale è nelle prosperità essere insolenti e nelle 
*7][mtà abbietti e amili, gittatosi lagrimando ginocchioni gli chiese delF in* 
e>arie contro a quello usate perdono. Levollo il conte, e presolo per il braccio 
Sjl^^ buono animo, e coniortollo a sperar bene. Poi gli disse che ai maro- 
^i^i^^a, che un nomo di quella prudenza e gravità, cIm voleva essere tenuto 
egh, fiMe cadalo in tanto errore di pariare si vilmente di coloro che non io 
aMritavaao. B quanto apparteneva alle cose che quello gii aveva rimproverate, 
^ aoo sapeva quello che Sforza suo padre s' avesse con madonna Lucia sua 
*>dre ^wato, perchè non vi era, e non aveva potuto a' loro modi del con- 



160 ISTORIE FiOR£NTlNfi. * [1448] 

giugaersi provvedere; talmentechè di queUo che si faceieero^ é'ifea atfàmt. 
poterae biasimo o lode riportare, ma che sapeva bene che di cpieiie av«va 
avuto a operare egli, si era governato in modo che niuno l»4poleva'vip^nd£re, 
di che egli ed il suo senato ne potevano fare fresca e vera iealimooiaoza.Con* 
fortollo a essere per 1* avvenire più modesto nel parlare d' altrui, e più cauto 
nell'imprese sue. 

Dopo questa vittoria il conte con il suo vincitore esercito passò nel Bresdano, 
e tutto quel contado occupò , e dipoi pose il campo propinquo a due miglia a 
Brescia. 1 Vioeziani dairaltm parte, ricevuta la rotta, tornendo, come seguì, 
che Brescia non fusse la prima percossa , V avevano di quella guardia che me- 
glio e più presto avevano potuto trovare provveduta, e dipoi con ogni diligem 
ragunarono forze, e ridussero insieme quelle reliquie che del loro esercito po- 
terono avere, ed ai Fiorentini per virtù della loro lega domandarono aiuti; i 
quali perchè erano liberi dalla guerra del re Alfonso, mandarono in aiuto di 
quelli mille fanti e due mila cavalli. I Vineziani con queste forze ebbero tempo 
a pensare agli accordi. Fu un tempo cosa quasi che fatale alla repubblica 
vineziana perdere nella guerra , e negli accordi vincere , e quelle cose che 
nella guerra , perdevano , la pace dipoi molte volte duplicatamente loro ren- 
deva. Sapevano i Vioeziani come i Milanesi dubitavano del conte, e come il 
conte desiderava non essere capitano, ma signore de' Milanesi; e come in 
loro arbitrio era far pace con uno de' due, desiderandola l'uno per ambizione, 
l'altro per paura, elessero di farla col conte, e d'offerirgli aiuti a quello ac- 
quisto, e si persuasero, come i Milanesi si vedessero ingannati dal conte, vor- 
riino mossi dallo sdegno sottoporsi prima a qualunque altro ohe a lui; e con* 
ducendosi in termine che per loro medesimi non si potessero difendere, né 
più del conte 6darsi, sariano forzati, non avendo dove gittarsi, di cadere loro 
in grembo. Preso questo consiglio, tentarono l'animo del conte, e )o trovarono 
alla pace dispostissimo, come quello che desiderava che la vittoria avuta a 
Caravaggio fusse sua e non de' Milanesi. Fermarono pertanto uno accordo, nel 
quale i Vineziani s'obbligarono pagare al conte, tanto ch'egli differisse ad ac- 
quistare Milano, tredici mila fiorini per ciascun mese, e di più durante quella 
guerra, di quattro mila cavalli e due mila fanti sovvenirlo. Ed il conte dal- 
l' altra parte s'obbligò restituire ai Vineziani terre, prigioni e qualunque altra 
cosa stata da lui in quella guerra occupata, ed essere solamente contento a 
quelle terre, le quali il duca Filippo alla sua morte possedeva. 

Questo accordo come fu saputo a Milano contristò molto più quella città, die 
non r aveva la vittoria di Caravaggio rallegrata : dolevansi i principi, ramma- 
ricavansi i popolari, piangevano le donne ed i fanciulli, e tutti insieme il conte 
traditore e disleale chiamavano; e benché quelli non credessero né con priegbi 
nò con promesse dal suo ingrato proponimento rivocarlo, gli mandareoo am- 
basdadori per vedere con che viso e con quali parole questa scelleratezza ac- 
compagnasse. Venuti pertanto davanti al conte, uno di quelli parlò in questa 
sentenza : « Sogliono coloro,, i quali alcuna cosa da alcuno impetrare deside- 
rano, con i prieghi, premj o minacce assalirlo, acciò mosso o dalla misericordia 
o dall' utile o dalla paura , a fare quanto da loro si desidera condescenda. Ma 
negli uomini crudeli e avarìssimi , e secondo l' opinione loro potenti, non vi 
avendo quelli tre modi luogo alcuno, indarno s'affaticano coloro che credono o 
con i prieghi umiliarli, ocon i premj guadagnarli, o con le minacce sbigottirli. 
Noi pertanto c(^noscendo al presente, benché tardi, la crudeltà, l'ambizione 
e la superbia tua, vegniamo a te, non per volere impetrare alcuna cosa, né 
per credere d'ottenerla, quando bene noi la domandassimo, ma per ricordarti 



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flMS] * UBRO SBSUo; 161 

^bewli^ ife to hai dal popolo mUaneae rìoevutl, e dimostrarti con quanta in- 
y4|tidi|iie |ft gli hai rìoompensatì, acciocché almeno intra tanti msJi che noi 
|eiìtMm#, 41 guaCìfaialche piacere per rimproverartegli. E* ti debbo ricordare 
teniJumo quali (sntH) le condizioni tue dopo la morte del duca Filippo : tu eri 
del papa e del re nimico; tu avcTi abbandonati i Fiorentini e i Vineziani, 
de' quali e per !f giusto e fresco sdegno, e per non avere quelli più bisogno di 
te, eri quasi che inimico divenuto. Trovaviti stracco della guerra avevi avuta 
con kOkiesa, con poca gente, senza amici, senza danari, e privo d' ogni spe- 
ranza di poter mantenere gli stati tuoi e Y antica tua riputazione; dalle quali 
cose lìBcilmente cadevi se non fusse stata la nostra semplicità ; perchè noi soli 
titàcevemmo in casa, mossi dalla riverenza avevamo alla felice memoria del 
duca nostro, col quale avendo tu parentado e nuova amicizia , credevamo che 
De' suoi eredi passasse V amor tuo, e che se a' beneficj suoi s' aggiugnessero i 
aostrì, dovesse questa amicizia non solamente essere ferma, ma inseparabile, 
e perdo alle antiche convenzioni Verona o Brescia aggiugnemmo. Che più po- 
tevamo noi darti e prometterti? E tu che potevi, non dico da noi, ma in quelli 
tempi da ciascuno, non dico avere, ma desiderare ? Tu pertanto ricevesti da 
Doi UBO insperato bene, e noi per ricompenso riceviamo da te uno insperato 
male. Né hai differito inaino ad ora a dimostrarci V iniquo animo tuo ; perchè 
non prima fusti delle nostre armi principe, che contro a ogni giustizia ricevesti 
Pam; il die ne doveva ammonire quale doveva essere il fine di questa tua 
amicizia. La quale ingiuria noi sopportammo, pensando che quello acquisto 
dovesse empiere con la grande^^ sua l'ambizione tua. Ahimè 1 che a coloro 
che desiderano il tutto, non punte la parte soddisfare. Tu promettesti che noi 
gli acquisti dipoi da te fatti godessimo, perchè sapevi bene come quello che 
in molte volte ci davi, ci potevi in un tratto ritorre; com'è stato dopo la vit- 
toria di Caravaggio, la quale preparata prima col sangue e con i danari nostri, 
fo poi con la nostra rovina conseguita. infelici quelle città che hanno centra 
all'ambizione di chi le vuole opprimere a difendere la libertà lorol ma molto 
più infeUd quelle che sono con le armi mercenarie ed infedeli, come le tue, 
necessitate a difendersi ! Vaglia almeno questo nostro esempio ai posteri, poi- 
diè quello di Tebe e di Filippo di Macedonia non è valuto a noi« il quale dopo 
It vittoria avuta de'nimici, prima diventò di capitano loro nimico, dipoi priur 
cipe. Non possiamo pertanto essere d' altra colpa accusati, se non d'avere con- 
idato assai in quello, in cui noi dovevamo confidare poco; perchè la tua pas- 
ata vita, l' animo tao vasto, non contento mai d' alcun grado o stato, d doveva 
nuBonire; né dovevamo porre speranza in colui, che aveva tradito il signore 
di Locca, taglieggiato i Fiorentini e Vineziani , stimato poco il duca , vilipeso 
aa re, e sopra tutto Dio e la Chiesa sua con tante ingiurie perseguitata. Né do- 
gamo mayt^ere, che tanti prindpi fossero nel petto di Francesco Sforza di 
ràore autorità che i Milanesi, e che si avesse a osservare quella fede in noi, 
^ B'era negli altri più volte violata. Nondimeno questa poca prudenza che 
^^ scensa, non scusa la perfidia tua, né purga quella infamia, che le nostre 
gMe querele per tutto il mondo li partoriranno, né farà che '1 giusto stimolo 
^^ laa cooscienza non ti perseguiti, quando quelle armi state da noi preparate 
psr offendere e sbigottire altri , verranno a ferire ed ingiuriare noi ; perchè tu 
■i^desiino ti giudicherai degno di quella pena che i parricidi hanno meritato. 
£ quando parer ambizione t'accecasse, il mondo tutto testimone della iniquità 
*M *i ÉMà aprire gli occhi ; faratteli aprire Dio, se i pergiuri, se la violata fede, 
ae i tradimeoti gli dispiacdono, e se sempre, come insino ad ora per qualche 
occulto bene ha fatto, ei non vorrà essere de' malvagi uomini amico. Non ti 



162 ISTORII nORBNTQfl. [1448] 

promettere adunque fai vittoria eerta, perchè la tìfia<)alla gMta ira di Dio im- 
pedita ; e noi siamo disposti con la morte perdere la libertà nostra, la qoale^ 
quando pure non potessimo difendere, a ogni altro principe, prima che a te, la 
sottoporremo : e se pure i peccati nostri fussero tali, che centra a ogni nostra 
voglia ti venissimo in mano, abbi ferma fede che quel regno che sarà da te 
oomindato con inganno ed mfamia, finirà in te o ne' tuoi figliuoli con vituperio 
e danno. > 

Il conte , aneora che da ogni parte si sentisse dai Milanesi morso , senia di- 
mostrare con le parole o con i gesti alcuna istrasordinaria alterazione, rìs- 
poee dì* era contento donare agli loro adirati animi la grave ingiùria deHe loro 
poco savie parole, alle quali e' risponderebbe particolarmente se fosse damasti 
ad alcuno, che delle loro differenze dovesse essere giudice ; perchè si vedrebbe 
lui non avere ingiuriati i Milanesi, ma provveduto^ che non potessero iagin- 
riar Ini. Perchè sapevano bene come dopo la vittoria di Caravaggio s'erano 
governati ; perdiè in cambio di premiarlo di Verona o Brescia, cercavano di far 
pace con i Vineòani, acciocché solo appresso di lui restassero i carichi deilMoi- 
midzia, e appresso di loro i frutti della vittoria col grado della pace« e tutto 
futile che s'era tratto della guerra. In modo ch'eglino non si potevano dolere 
s'egli aveva fatto quello accordo, eh' egUno prima avevano tentato di fare ; il 
qoal partito se alquanto diflériva a prendere, avrebbe al presente a rimprofO- 
rare a loro queUa ingratitudine, la quale ora eglino gli rimproveravano. Il che 
aefosse vero Onorio dimostrerebl>e col fine di quella guerra quello Dio, ch'egliso 
chiamavano per vendicatore delle loro ingiurie , mediante il quale vedranno 
quale di loro sarà più suo amico , e quale con maggior giustizia avrà com- 
battuto. 

Partitisi gli ambasciadori, il conte si ordinò a poter assaltare i MOanesi, e 
questi si prepararono alla difes» , e con Francesco e Iacopo Piccinino, i quafi 
per l'antico odio avevano i Bracceschi con li Sforzeschi erano stati ai Milanesi 
fedeli, pensarono di difendere la loro libertà, insino a tanto almeno che potes- 
aero smembrare i Vineziani dal eonte, i quali non credevano dovessino essere 
fedeli ttè amici lungamente. Dall' altra parte il conte , che questo medesimo 
oognosceva , pensò che fosse savio partito, quando e'gradicava che l'obbligo 
non bastasse, tenerli férmi col premio. B perciò nel distribuire V imprese della 
guerra, fu contento che i Vineziani assalissero Crema, ed egli con l'altre gesti 
assalirebbe il resto dello stato. Questo patto messo davanti ai Vineziani fu ca- 
gione ch'eglino durarono tanto neU' amicizia del conte, die '1 conte aveva già 
occupato tutto il dominio ai Milanesi, ed in modo ristrettigli alla terra, cbenoo 
potevano d'alcuna cosa necessaria provvedersi ; tantoché disperati d'ogni altro 
aiuto, matidinono oratori a Vinezia a pregargli, che avessero compassione alle 
ooee loro, e fussero contenti , secondo che debbo essere il costuoM delle RO' 
pubbliche, favorire la loro libertà, non un tiranno, il quale se gli riesce insi- 
gnorirsi di quella città, non potranno a loro posta frenare. Né credine ch'egli 
alia contento ai termini ne' capitoli posti, che vorrà i termini antichi di quello 
stato ricognoscere. Non si erano ancora i Vineziani insignoriti di Crema, è to^ 
tendo prima che cambiassero volto insignorirsene , risposero pubblicamente 
non potere per l'accordo fatto col conte sovvenirli , ma in privato gì* intrat- 
tennero in modo, che sperando nell'accordo poterono a* loro signori dame uaa 
ferma speranza. 

Bra già il conte con le sue genti tanto propinquo a Milano , che combatterà 
i boi^i; quando ai Vineziani, avuta Crema, non parve da differire di fero 
amiciaa con i Milanesi, con i quali s' accordarono, e intra i primi capitoli prò- 



[Hit] UBAO SISTO. leS 

■ìKro al tatto la difesa della loro libertà. Patto F accordo, commeesero alle genti 
toro avevaio preseo al conte, che partileei da' suoi campi, nel Yineziano si ri- 
tranro. Significarotto ancora al conte la pace fatta con i Milanesi, e gli die- 
fOBo Tati giorni di tempo ad accettarla. Non si maravigliò il conte del partito 
pmo dai Yineziani, perdio molto tempo innanzi l' aveva preveduto, e temeva 
che ogn giomo pot^ee accadere : nondimeno non potette lare che venuto il 
caso nonse ne dolesse, e quei dispiacere sentisse che avevano i Milanesi, quando 
egli gli aveva abbandonati, sentito. Prese tempo dagli ambasdadorì , che da 
Tinena erano stati mandati a significargli raccordo, due giorni a rispondere : 
H il q«l tempo diHbOTÒ d' intrattenere i Yineziani , e non abbandonare Firn- 
prua; e perciò pubblicamente disse di voler accettare la pace, e mandò suoi 
Mibasciadori a Vinezia oon ampio mandato a ratificarla; ma da parte com- 
ùe loro in alcun modo non la ratificassero , ma con varie invenzioni e cavil- 
toàoni la conclusione diierìssero. E per fare ai Yineziani più credere che di- 
ense dawoo, fece tregua con i Milanesi per un mese, e discostossi da Milano, 
e dime le sue genti per gli alloggiamenti ne' luoghi, che all'intorno aveva oc- 
oipati. Questo partito fa cagione della vittoria sua e della rovina de' Milanesi, 
fnnkè i Yineziani confidando nella pace furono più lenti alle provvisioni della 
goerra ; ed i Milanesi veggendo la tregua fotta , ed il nimico discostat06i> ed i 
Yianiaai amid, crederono al tutto che il conte fusse per abbandonare Y im- 
presa. La (piale opinione in duoi modi gli offese : l'uno eh' eglino trascurarono 
gli ordùii Mie difese loro; l'altro die nel paese libero dal nimico, perchò il 
lampo delh sementa era, seminarono assai grano ; donde nacque, che più tosto 
il ooate gli potè aifonare^ Al conte dall' altra parte tutte quelle cose giova- 
rono, che i nimìci oflèsero; e dì pie, quel tempo gli dette comodità a poter re- 
ipirare e provvedersi d' aiuti. 

Non si erano in questa guerra di Lombardia i PiorentÌDi dichiarati per a1- 

caa delle parti, nò avevano dato ateun favore al conte, né quando egli difen- 

éna i Milanesi nò poi ; pen^ il eonte non ne avendo avuto di bisogno, non 

logli aveva con istanza rìcerehi ; solamente avevano dopo la rotta dì r4iravag- 

À pervirtà degli oU)lif^ della lega, mandato aiuti ai Yineziani. Ma sondo 

al conto Francesco solo, non avendo dove ricorrere, fu necessitato ri- 

inslantementa aiuto ai Fiorentini, e pubblicamente allo stato , e pri- 

agli anùd, e massimamente a Cosimo de' Medid , col quale aveva 

tenuta nna oonthiua amidzia ed era sempre stato da quello in ogni 

iédahnanto consigliato, e lai^mento sovvenuto. Né in questa ne- 

Cosiaio l'abbandonò, ma come privato copiosamento lo sovvenne, e gli 

tee animo a s^^nire V impresa. Desiderava ancora die pubblicamento la città 

f i ia ti ni o , dove si trovava diflBcoltà. Bra in Firenze Neri di Gino Capponi pò- 

^Mìiftu. A costui non pareva che fusse a beneficio della citta che '1 conte oo- 

^^KolfilMo, e credeva die fusse più a sakto deli' Italia, die '1 conto ratifi* 

^^'K ^ pace, che e' seguisse la guerra. In prima egli dubitava, che i Milanesi 

P*|^s<lagiioavienocontra il conte, non si dessero al tutto ai Yineziani, il che 

! ?-, /^^^ di daicuno; dipoi quando pure gli riuscisse di occupare Milano, 

fl^^pven che tante ami e tanto stato congiunto insieme fussero formidabili ; 

• ^ era inaopportabii contOf giudicava che fusse per essere un duca insop- 

P^^^^^^^'^iÀDo. Pertanto aflérmava, che fusse meglio e per la RepubUica di Fi- 

j'^'^'f^pBrr Italia, che '1 conto restasse con la sua riputazione dell' armi, e ta 

■^■bwfii ia due Bepubbliche si dividesse, le quali mai s' unirebbero all' of- 

degli altri, e ciascheduna per so offendere non potrebbe. Ed a far questo 

€i Tederà altro miglior iknedio , che non sovvenire il conto, e mantenere 



164 ISTORIE FlOEKNTllfl. [U50] 

la lega vecchia cod i Vineiiani. Non erano queste ragioni dagli amici di Gottmo 
accettate, perchè credevano Neri muoversi a questo, non perchè cosi credeaie 
essere il bene della Repubblica, ma per non volere che il conte amico di Cosimo 
diventasse duca , parendogli che per questo Cosimo ne diventasse troppo po- 
tente. E Cosimo ancora d* altra parte con ragioni mostrava l'aiutare il conte 
essere alia Repubblica ed all' Italia utilissimo; perchè egli era opinioae poco 
savia credere che i Milanesi si potessero conservare liberi , perchè la qualità 
della cittadinanza, il modo del vivere loro, le sette anticate in quella città,. erano 
a ogni forma di civil governo contrarie. Talmente ch'egli era necessario oche 
il conte ne diventasse duca , o i Vineziani signori. Ed in tale partilo ninno era 
si sciocco che duiùtasse qual fusse meglio, o avere un amico potente vicino, o 
avervi un nimico potentissimo; né credeva che fusse da dubitare che i Mila- 
nesi, per aver guerra col conte, si sottomettessino ai Vineziani ; perchè il conte 
aveva la parte in Milano e non quelli; talcliè qualunque volta e' non potranno 
difendersi come lil)eri, sempre più tosto ai conte che ai Vineziani si sottomet- 
teranno. Queste diversità d'opinioni tennero assai sospesa la città, e alla fine 
diiil)erarono che si mandassero ambasciadori al conte per trattare il modo 
dell'accordo; e se trovassero il conte gagliardo da potere sperare che e' vin- 
cesse, conchiuderlo ; quando che no, cavillarlo e differirlo. 

Erano questi ambasciadori a Reggio quando eglino intesero il conte essere 
diventato signore di Milano , perchè il conte passato il tempo della tregua si 
ristrinse con le sue genti a quella città, sperando in brieve a dispetto de' Vine- 
ziani occuparla ; perchè quelli non la potevano soccorrere se non dalla parte 
deir Adda, il qual passo facilmente poteva diiudere, e non temeva, per essere 
la vernata, che i Vineziani gli campeggiassero appresso, e sperava prima cbe'l 
verno passasse avere la vittoria, massimamente essendo morto Francesco Pic- 
cinino, e restato solo Iacopo suo fratello capo de' Milanesi. Avevano i Vineziani 
mandato un loro oratore a Milano a confortare quelli cittadini che fuasero pronti 
a difendersi, promettendo loro grande e presto soccorso. Seguirono adunque 
durante il verno intra i Vineziani ed il conte alcune leggieri zuffe ; ma fattosi il 
tempo più l>enigno, i Vineziani sotto Pandolfo Malatesti si fermarono con il loro 
esercito sopra l' Adda ; dove consigliatisi, se dovevano per soccorrere Milano 
assalire il conte, e tentare la fortuna della zuffe, Pandolfo loro capitano giudica 
ohe e' non fusse da farne questa esperienza, cognoscendo la virtù del conte e 
del suo esercito. E credeva che si potesse senza combattere vincere al sicuro, 
perchè il conte dal disagio dell! strami e del frumento era cacciato. Consigliò 
pertanto che e' si conservasse quello alloggiamento, per dare speranza ai Mila- 
nesi di soccorso, acciocché disperati non si dessero al conte. Questo partilo 
fu approvato da' Vineziani , si per giudicarlo sicuro, si ancora perchè avevano 
speranza die tenendo i Milanesi in quella necessità, sarebbero forzati a rimet- 
tersi sotto il loro imperio, persuadendosi che mai non fusserò per darsi al conte, 
considerate 1* ingiurie ohe avevano ricevute da lui. 

Intanto i Milanesi erano condotti quasi che in estrema miseria , ed abbon- 
dando quella città naturalmente di poveri, si morivano per le strade di fame; 
donde ne nascevano romori e pianti in diversi luoghi della città, di che i ma- 
gistrati temevano forte, e facevano ogni diligenza, perchè genti non s' adunas- 
sero insieme. Indugia assai la moltitudine tutta a disporsi al male, ma quando 
vi è disposta ogni piccolo accidente la muove. Duci adunque di non noolta con- 
dizione ragionando propinqui a Porta Nuova delle calamità della città e delia 
miserili loro, e che modi vi fossero per la salute, si cominciò ad accostar loro 
degli altri, tantoché diventarono buon numero, dondechè si sparse per Milano 



[1451] LIBRO SESTO. 165 

voce, quelli di Porta Nuova essef contra a' magistrati in arme. Per la qual 
eoBa tolta la moltitndine, la quale non aspettava altro che essere mossa, fu in 
me e fecero capo di loro Guasparre da Vicomercato, e n' andarono al luogo 
dove i magistrati erano ragunati ; no' quali fecero tal impeto , che tutti quelli 
dM non si poterono fuggire uccisero, intra i quali Lionardo Venero ambascia- 
dorè vinexiano, come cagione della loro fame , e della loro miseria allegro , 
nmazzarono. E così quasi che prìncipi della città diventati , intra loro propo- 
sero quello che si avesse a fare a volere uscire di tanti affanni, e qualche volta 
riposarsi. E ciascuno giudicava che convenisse rifuggire , poiché la libertà non 
si poteva conservare» sotto un prìncipe che gli difendesse; e chi il re Alfonso, 
e dii il duca di Savoia , e' chi il re di Francia voleva per suo signore chiamare : 
del conte non era alcuno che ragionasse; tanto erano ancora potenti gli sdegni 
avevano seco. Nondimeno non si accordando degli altri , Guasparre da Vico- 
nereato fa il primo che nominò il conte, e largamente mostrò come volendosi 
levare la guerra daddosso , non ci era altro modo che chiamar quello ; perchè 
il popolo di Milano aveva bisogno d* una certa e presente pace, non d* una spe- 
ranza langa d' an futuro soccorso. Scusò con le parole V imprese del conte , 
accasò i Yineziani, accusò tutti gli altn prìncipi d'Italia che non avevano 
votato, chi per ambizione, chi per avarìzia, che vivessero liberì. Edap- 
poidkò la loro libertà si aveva a dare, si desse a uno che gli sapesse o potesse 
difendere , acciocché almeno della servitù nascesse la pace , e non mag- 
giorì danni e più perìcolosa guerra. Fu costui con maravigliosa attenzione 
ascoltalo, e tutti finito il suo parlare gridarono , che il conte si chiamasse, e 
Guasparre fecero ambasciadore a chiamarlo. Il quale per comandamento del 
popolo andò a trovare il conte , e gli portò sì lieta e felice novella ; la quale il 
conte accettò lietamente, ed entrato in Milano come principe a' 26 di febbraio 
Bel voccGL, fu con semina e maravigliosa letizia ricevuto da coloro , che non 
laolto tempo innanzi V avevano con tanto odio infamato. 

Venuta la nuova di questo acquistato a Firenze , s* ordinò agli oratori fio- 
rentim eh* erano in cammino, che in cambio d* andare a trattare accordo con 
il conte, si rallevassero col duca della vittoria. Furono questi oratori dal duca 
ricevuti onorevolmente, e copiosamente onorati, perchè sapeva bene che contro 
sUa potenza de' Yineziani non poteva avere in Italia i più fedeli né più ga- 
gliardi amici de' Fiorentini ; i quali avendo deposto il timore della casa de'Vi- 
acoati,si vedeva che avevano a combattere con le forze de' Ragonesi e Yineziani, 
potbè i Ragonesi re di Napoli erano loro nimici, per F amicizia che sapevano 
che il popolo fiorentino aveva sempre tenuta con la casa di Francia; e 1 Vino- 
òani cognoscevaDO, che V antica paura de' Visconti era nuova di loro, e perchè 
«'sapevano con quanto studio egUno avevano i Visconti perseguitati^ temendo 
leniedesime persecuzioni , cercavano la rovina di quelli. Queste cose furono 
^^pooib die il nuovo duca si rìstrignesse facihneote con i Fiorentini , e che i 
Vìneziani ed il re Alfonso s'accordassero «entra i comuni nimici , e s' obbliga- 
fpooin QQ medesimo tempo a muovere l'armi, e che il re assalisse i Fioren- 
ti od i Tmeziani il duca ; il quale per esser nuovo nello stato credevano né 
con le forze proprie, né con gli aiuti d' altri potesse sostenergli. 

^ perchè la lega intra i Fiorentini e i Vineziani durava , e il re dopo la 
guerra di Piombioo aveva fatto pace con quelli, non parve loro da rompere la 
pace, se prima con qualche colore non si giustificasse la guerra. E perciò l' uno 
e l'altro mandò ambasciadori a Firenze, i quali per parte de' loro Signori fé- 
ciooo intendere, la lega fatta essere non per offendere alcuno, ma per difendere 
gli stali loro. Dolsesi dipoi il Vineziano che i Fiorentini avevano dato passo ad 



166 ISTOEU nORBHTINE. [Itfl] 

Alefisandro fratflUo dei duca per Lunigtatta che eoa genCì pasBuee in Lombar- 
dia ; e di più erano stati autori e consigliatori deli' aecofdo fistto intra 'I duca ad 
il marchese di Mantova ; le quali cose tutte affermara essere ooBtnrò atte 
stalo loro e ali' amicizia avevano insieme, e perciò ricordava amorevolmeiilar 
che diì offende a torto^ dà cagione ad altri di essere o£Bbso a ragione; e che chi 
rompe la pace aspetti la guerra. Fu conunessa dalla Signoria la risposta a Co* 
Simo, il quale con lunga e savia orazione riandò tutti i beaefic} fatti dalla città 
sua alla Repubblica vineziana ; mostrò quanto imperio quella aveva con i d^ 
nari, con le genti e col ooosiglio de' Fiorentini acquistato; e ricordò loro, che 
poiché da' Fiorentini era venuta la cagione dell* amicizia, non mai verrebbe la 
cagione della nimicizia ; ed essendo stati sempre aaoatori della pace, lodafaat 
assai r accordo fatto intra loro, quando per pace, e non per guerra fusse fatta. 
Vero era, che delle querele folte assai si maravigliava , veggendo dia di ti lag- 
gier cosa e vana da una tanta Repubblica si teneva tanto conto ; ma qaaido 
pure fussero degne d' essere considerate, facevano a ciascuno intendere, coma 
e' volevano che'l paese loro fusse libero ed aperto a qualunque, e che'i duca 
era di qualità che per fare amicizia con Mantova non aveva nò de' coasigli aò 
de' favori loro bisogno. E perciò dubitava che queste querele non avessero li- 
tro veleno nascosto che le non dimostravano ; il che quiodo fosse, farebbero 
oognoscere a ciascuno focilmente 4' amicizia de' Fiorentini quanto ella ò utile, 
tanto essere la nimicizia dannosa. 

Passò per allora la cosa leggermente, e parve die (^ oratori se n' andasscra 
assai soddisfatti. Nondimeno la lega fatta e i modi de' Yineziani e del re fisce- 
vano piuttosto temere i Fiorentini e il duca di nuova guerra, che sperare feraa 
pace. Pertanto i Fiorentini si cqilegarono col duca, e intanto si scoperse il wà 
animo de' Yineziani, perchè fecero lega con i Sanesi^ e cacciarono tutti i fìfh 
rentini e loro sudditi della città e imperio loro. E poco appresso Altoso fees 
il simigliente, senza avere alla pace l' anno davanti fotta alcuno rispetto, t 
senza averne non che giusta, ma colorila cagline. Cercarono i Yineziani di ac- 
quistarsi i Bolognesi, e fatti forti i fuorusciti gli mossero con assai gente di 
notte per le fogne in Bologna. Né prima si seppe l' entrata kfro^ die loro mede- 
simi levassero il romore; al quale Santi Bentivogli sendosi desto, intese come 
tutta la città era da' ribelli occupata. E benché fusse consigliato da molti che 
con la fuga salvasse la vita, poiché con lo stare non poteva salvar io stalo, 
nondimeno volle mostrare alla fortuna il viso, e prese l' armi, dette animo ai 
suoi, e fatto testa d' alcuni amici, assali parte de' ribelli, e quelli rotti, molli 
n'ammazzò, ed il restante cacciò della città. Dove per dascuno fu giudicato, 
aver fatto verissima prova d' essere della casa de' Bentivogli. 

Queste opere e dimostrazioni fecero in Firenze ferma credenza della fotma 
guerra ; e però si volsono i Fiorentini alle loro antiche e consuete difese, e crea- 
rono il magistrato de' Died, soldarono nuovi condottieri, mandarono oratori a 
Roma, a Napoli, a Yinegia, a Milano, a Siena, per chiedere aiuti agli amici, 
ddarire i sospetti, guadagnarsi i dublq*, e scoprire i consigli de' nimici. Dal papa 
non si trasse altro che parole generali, buona disposizione e conforti alla paoa. 
Dal re vane scuse d' aver licenziato i Fiorentini, oflRerendosi voler dare il sri- 
vooondotto a qualunque lo dimandasse. E benché s' ingegnasse al tutto i con- 
sigli della nuova guerra nascondere, nondimeno gli ambasdadori cognobbers 
il mal animo suo, e scopersero molte sue preparazioni per venire ai danni deHt 
Repubblica loro. Col duca di nuovo con vaij obbli^i si fortificò la lega, e per 
suo mezzo si fece l' amidzia con i Grenovesi, e V antiche differenze di rappróa- 
glie e molte altre querele si composero, nonostante che i Yineziani 



[ìtóf] uno OSTO. 167 

per ogoi modo tale eompoeiziooa turbare; né mancereiio di supplicare all'ìsi- 
peradore di CostantìDopoli , che dovegae cacciare la aizloiie fiorentina del 
paese suo: con tanto odio presero questa guerra, e tanto potevt in loro la at- 
pidità del dominare, che senza alcun rispetto volevano diatmggere coloro, ebe 
della loro grandezza erano stati cagione. Ma da quello imperadore non furona 
intesi. Fa dal senato vineziano agli oratori fiorentini proibito V entrare neHo 
stato di quella Repubblica , allegando che essendo in amicizia col re non pota» 
vano senza sua partidpazione udirgli. I Senesi eoo buone parole gli amba* 
sciatori riceverono, temendo di non essere prima disfatti che la lega gli potesse 
difendere; e perciò parve loro d' addormentare quelle armi che non potevano 
sostenere. YoUeno i Yineziani ed il re, secondo che allora si congetturò, per 
giustificare la guerra mandare oratori a Firenze. Bla quello de* Vineziaai non 
fa voluto intromettere nel dominio fiorentino, e non volendo quello dei re Itf 
solo quello uflBzio, restò quella legazione imperfetta, ed i Vinesianl per questo 
«ognobbero, essere stimati meno da quelli Fiorentini, che non molti mesi in- 
nanzi avevano stimati poco. 

Nel mezzo del timore di questi moti, Federigo UI imperadore passò in Italia 
per coronarsi, e a' di 30 di gennaio nel kgcggu entrò in Firenze con miUe ctn- 
quecento cavalli, e fu da quella Signoria onoratissimamente ricevuto, e stette 
ia quella città inaino a' dì 6 di febbraio, che quello parti per ire a Roma alla sua 
coronazione. Dove solennemente coronato, e celebrale le nozze con la imp^ 
raliice, la quale per mare era venuta a Roma, se ae ritornò nella Magna, e di 
maggio passò di nuovo per Firenze, dove gli furono fatti quelli medesimi onori 
che alla venuta sua. E nel ritornarsene, sendo stato dal marchese di Ferrara 
beneficato, per ristorare quello gli concesse Modena e Reggio. Noamancaroaa 
i Fiorentini in questo medesimo tempo di prepararsi alla imminente guerra, e 
per dare riputazione a loro e terrore al nimico, fecero eglino ed il duca lega 
con il re di Francia per difesa dei comuni stati, la quale con grande magnifi- 
cenza e letizia per tutta Italia pubblicarono. 

Era venuto il mese di maggio dell'anno mccgcui quando ai Vineiiani noa 
parve da differire più di rompere la guerra al duca, e con sedici mila cavalli e 
sei mila fanti dalla parte di Lodi lo assalirono, e nel medesimo tempo il mar-* 
chese di Monferrato o per sua propria ankbizione o spinto da* Yineziani ancora 
k) assali dalla parte d'Alessandria. Il duca dall'altra parte aveva messo in» 
aieme diciotto mila cavalli e tre mila fanti, ed avendo provveduto Alessandria 
e Lodi di gente , e similmente muniti tutti i luoghi dove i nknid lo potessero 
ofiendere, assali con le sue genti il Bresciano, dove fece ai Yineziani danni 
grandissimi, e da ciascuna parte si predava il paese , e le deboli ville si sac*- 
cheggiavano. Ma sendo rotto il marchese (ti Monferrato ad Alessandria dalle 
genti del duca, potette quello dipoi con ma^iori forze opporsi ai Yineziani, ed 
il paese loro assalire. 

Travagliandosi pertanto la guerra di Lombardia con varj ma deboli acci- 
denti, e poco degni di memoria, in Toscana nacque medesimamente la guerra 
del re Alfonso e dei Fiorentini, la quale non si maneggiò con maggior virtù né 
con maggiore pericolo , che si maneggiasse quella di Lombar<fia. Yenne in To- 
scana Ferrando figliuolo non legittimo d' Alfonso con dodici mila soldati capi- 
tolati da Federigo sig^iore d' Urbino. La prima loro impresa fu eh' eglino assa- 
liroBO Foiano in Yal di Chiana ; perchè avendo amici i Sanasi, entrarono da 
quella parte nell' imperio fiorentino. Era il castello debile di mura, piccolo, e 
perciò non pieno di molti uomini, ma secondo qu^ tempi erano riputati feroci 
e fedeli. Enuto in quello dugento addati mainati dalla Signoria per guardia 



J§B ISTORU FIOUWTINE [l45i] 

d'esso. A questo cosi raimito castello Ferrando s'accampò, e fu taoU o la 
gran virtù di quelli di dentro, o la poca sua« che non prima che dopo treatasei 
giorni se ne insignorì. Il qual tempo dette comodità alla città di provvedere gli 
altri luoghi di maggior momento, e di ragunare le loro genti, e meglio die dod 
erano, alia difesa loro ordinarsi. Preso i nimici questo castello, passarono nel 
Chianti, dove due piccole ville possedute da privati cittadini non poleroDO es- 
pugnare. Bn^echò lasciate quelle, se n* andarono a campo alla Castellioa, 
castello posto » confini del Chianti propinquo dieci miglia da Siena, debole 
per arte, e per sito debolissimo; ma non poterono perciò queste due debolezze 
superare la debolezza dell'esercito che lo assali^ perchè dopo quarantaquattro 
giorni ch'egli stette a combatterlo sene partì con vergogna. Tanto erano quelli 
eserciti formidabili e quelle guerre pericolose, che quelle terre, le quali oggi 
come luoghi impossibili a difendersi s'abbandonano, allora come cose impos- 
sibili a pigliarsi si difendevano. E mentre che Ferrando stette a campo in 
Chianti, fece assai correrie e prede nel Fiorentino, e corse insino propinquo a 
sei miglia alla città, con paura e danno assai dei sudditi dei Fiorentini, i quali 
in questi tempi avendo condotte le loro genti in numero di ottomila soldati 
sotto Astorre da Faenza e Gismondo Malatesti verso il castello di Colle, le te- 
nevano discosto al nimico, temendo che le non fussero necessitate di venire a 
giornata, perchè giudicavano, non perdendo quella, non poter perderete 
guerra, perchè le piccole castella, perdendole, con la pace si ricuperano, e 
delle terre grosse erano securi, sapendo che '1 nimico non era per assalirle. 
Av^va ancora il re un'armata di circa venti legni fra galere e fusto nel mare 
di Pisa; e mentre che per terra la Castellina si combatteva, pose questa ar- 
mata alla Rocca di Vada, e quella per poca diligenza del castellano occupò. 
Per il <^ i nimici dipoi il i^aese all'intorno molestavano; la qual molestia fa- 
cilmente si levò via per alcuni soldati, che i Fiorentini mandarono a Campiglia, 
i quali tenevano i nimici stretti alla marina. 

n pontefice intra queste guerre non si travagliava, se non in quanto e' credeva 
potere mettere accordo intra le parti. E benché e' s'astenesse dalla guerra di 
fuori, fu per trovarla più pericolosa in casa. Viveva in quelli tempi un messere 
Stefauo Porcari cittadino romano, per sangue e per dottrina, ma molto piii per 
eccellenza d' animo , nobile. Desiderava costui , secondo il costume degli uo- 
mini eh' appetiscono gloria , a fare, o tentare almeno , qualche cosa degna di 
memoria. E giudicò non potere tentare altro, che vedere se potesse trarre la 
patria sua di mano dei prelati, e ridurla nell'antico vivere; sperando per 
questo, quando gli riuscisse, essere chiamato nuovo fondatore, e secondo padre 
di quella città. Facevangli sperare di questa impresa felice fine i malvagi co- 
stumi de* prelati, e la mala contentezza de' baroni e popolo romano ; ma sopra 
tutto gliene davano speranza quei versi del Petrarca, nella canzone che co- 
mincia : Spirto gentil, che quelle membra reggi, dove dice : 

Sopra il monte Tarpeo , Canion , vedrai 
Ub cavalier eh' Italia tutu onora, 
Pensoso più d' altrui che di sé stesso. 

Sapeva messere Stefano i poeti esser molte volte di spirito divino e profetico 
ripieni ; talché giudicava dovere ad ogni modo intervenire quella cosa che I 
Petrarca in quella canzone profetizzava , ed essere egli quello che dovesse es- 
sere di sì gloriosa impresa esecutore, parendogli per eloquenza, per dòllnitf» 
per grazia e per amici esser superiore ad ogni altro Romano. Caduto adunque 



[1453] LiBEO SISTO. 169 

inqveslo pensiero, non potette in modo cauto governarsi, che con le parole, 
eoo r usanze e con il modo del vivere non si scoprisse , talmentechè divenne 
sospetto al póntefioe. H quale per torgli comodità a poter operare male lo con- 
ino a Bologna, ed al governatore di quella città conunise, che ciascun giorno 
io rassegnasse. Non fu messere Stiano per questo primo intoppo sbigottito, anzi 
eoo maggiore studio seguitò 1* impresa sua, e per quei mezzi poteva più cauti 
teneva pratiche con gli amici , e più volte andò e tornò da RomV ésiftanta^A» . 
lorìtà, dì' egli era a tempo a rappresentarsi al governatore intra i terminf co- ' 
mandati. Ma dappoiché gli parve aver tratti assai uomini alla sua volontà» 
diliberò di non differire a tentare la cosa, e commise agli amici , i quali erano 
in Roma, che in un tempo determinato una splendida cena ordinassero, dove 
totti i congiurati fussero chiamati , con ordine che ciascuno avesse seco i più 
fidati amici , e promise di essere con Ioto avanti che la cena fusse fornita. Fu 
ordinato tutto secondo V avviso suo, e messere Stefano era già arrivato nella 
casa dove si cenava. Tantoché fornita la cena, vestito di drappo d'oro con col- 
lane ed altri ornamenti, che gli davano maestà e riputazione, comparse intra i 
eonvivanti, e quelli abbracciati, con una lunga orazione gli confortò a fermare 
r animo, e disporsi a si gloriosa impresa. Dipoi divisò il modo, ed ordinò che 
ima parte di loro la mattina seguente il palagio del pontefice occupasse, l'altra 
per Roma chiamasse il popolo ali* arme. Venne la cosa a notizia al pontefice la 
notte : alcuni dicono che Ai per poca fede de' congiurati, altri che si seppe esser 
messere Stefano in Roma. Comunque si fusse, il papa la notte medesima che la 
cena s' era fatta , fece prender messere Stefano con la maggior parte dei compagni, 
e dipoi secondo che meritavano i falli loro, morire. Gotal fine ebbe questo suo 
éaèffio; e veramente potè essere da qualcuno la intenzione di costui lodata, 
me da ciascuna sarà sempre il giudicio biasimato ; perchè simili imprese, se le 
hanno in sé nel pensarle alcuna ombra di gloria , hanno nell' eseguirle quasi 
sempre certissimo danno. 

Era già durata la guerra in Toscana quasiché uno anno, ed era venuto il 
tempo nel Hooccun che gli eserciti si riducono alla campagna, quando al soc- 
oorso de' Fiorentini venne il signore Alessandro Sforza fratello del duca con 
due mila cavalli, e per questo essendo 1' esercito dei Fiorentini cresciuto, e 
quello del re diminuito, parve ai Fiorentini d'andare a ricuperare le cose per- 
dute, e con poca fatica alcune terre ricuperarono. Dipoi andarono a campo a 
Foiano , il quale fu per poca cura dei commessarj saccheggiato ; tanto che es- 
sendo f^i abitatori dispersi, con difficultà grande vi tornarono ad abitare, e con 
esenzioni ed idtri premj vi si ridussero. La Rocca ancora di Vada si racquistò, 
perchè i nimid veggendo di non poterla tenere , l' abbandonarono ed arsero. 
B mentre die queste cose dallo eserdto fiorentino erano operate , 1* esercito 
nSDoesenon avendo ardire di appressarsi a quello dei nimici, s'era ridotto 
fn^nquo a Siena, e scorreva molte volte nel Fiorentino, dove faceva ruberie, 
tmmiUi e spaventi grandissimi. Né mancò quel re di vedere se e' poteva per 
altra m assalire i nimici, e dividere le forze di quelli, e per nuovi travagli ed 
assalti inìilifglì. 

Era signore di Val di Bagno Gherardo Gambacorti, il quale o per amicizia, 
per obbligo era stato smnpre insieme con i suoi passati o soldato o raccoman- 
dato dei Fiorentini. Con costui tenne pratica il re Alfonso che gli desse quello 
alato, ed e^ a rincontro d'uno altro stato nel regno lo ricompensasse. Questa 
pratica fu rivelata a Firenze, e per scoprire Tanimo suo se gli mandò uno am- 
baidadore, il quale ^ ricordasse gli obblighi dei passati e suoi, e lo confor-. 
tasse a segsire nella fede con quella Repubblica. Mostrò Gherardo maravì* 

8 



170 iSToaii noiiBiiTiNB. [i45Sl 

glivrai, e ooa gMrameftli grtvi affennò dod mai si soeHeralo poMic ro «Bergli 
«•doto Dell' aoioM), e che terrebbe in pereona a Fireaie a fàrù pegno della feda 
sua. Ma eeoda iodispoalo, <iuelb die ooq poteva fare egN, fiarebbe fora al 
figKoalo, il quale coae alailioo oonaegoò aH'aaibaaciadore, cbe m Fireaza seeo 
•e lo neoaaae. Qoeato parole e questa dMusiraiioM fecero ai Fiorentiii cre- 
dere die Gherardo diceaae il vero, e raccotatore suo essere stato bu^rdo e 
i«B0, e perdo sopra questo peasiero si rìposaroao. Ma Gherardo con maggior 
istanzia seguitò osi re la pratica, la qaale come f a condiisa, il re mandò in Val 
di Bagno fra Puccio caTalieré ierosoliiaitaiio eoa assai f^te a prendere delle 
foeche e delle lem di Gherardo la pessesskaie. Ma quelfi popoli di Bagno, 
aendo alla Bepofablica fiorentina affezionati , con dispiaoere promettevano ub- 
bidienza ai commessarj del re. 

Aveva già preso fra Pocdo quasicbè la poesessiotte di tatto quello staio; 
sòk) gli nsaocava d' insignorirsi deUa rocca di Corzano. Era con Gherardo mea- 
tre che fooeva tal eonsegnazione, fra i suoi che gli erano d* intorno, Antaaie 
Gualandi, Pisano, giovane ed ardilo, a cui questo tra dim e n to (0 Gherardo 
dispiaceva; e consideralo il sito della fortezza, e gli uomiar che v'erano in 
gaardia, e cogoosduta nel viso e nei gesti la mata \ato contentezza, e troran- 
dosi Gberaido alla porta per intromettere le genti ragoneai , si girò Antonio 
verso il di dentro della rocca , e spinse con ambe le mani Gherardo foora di 
quella, ed alle guardie comandò, che sopra il volto di si scellerato nomo qoflfli 
fortezza serrassero, ed alla Repubblica fiorenlìBa la conservassero. QosBlo 
remore coaie fu udito in Bagno e negli altri luoghi vicini , ciascuno di quelli 
popoli prese Tarmi coatra ai Ragonesi , e ritto le bandiere di Firenze, qadH 
ne cacdarono. Questa cosa come fu intosa a Firenae, i Fiorentini il figtìudo 
di Gherardo dato loro per statico imprìgioaarono , ed a Bagno mandaroao 
genti che quel paese per la loro Repubblica difeadessero , e quello stato che 
per il prìncipe si governava in vicarìaio rìducessero. Ma Gherardo traditore 
del euo signore e dd figliudo con fatica potette fuggire , e lasciò la donna e 
eoa famiglia con ogni sua sostanza nella potestà de* nimid. Po stimato a«si 
in Firenze questo acddeote, perchè se e' succedeva al re di quel paese insigno- 
rirsi, poteva con poca saa spesa a sua posta in Yal di Tevere ed in Casentiae 
correre, dove avrebbe dato tonte nota alla Repubblica, che non avrebbero i 
Fiorentini potato le loro forze tutte all' esercito ragonese, che a Siena si trovavi, 
opporre. 

Avevano i Fiorentini, dtre agli apparati fotti in Itelia per reprìmere le ione 
della nemica lega, mandato messer Agnolo Acciainoli loro oratore al re di Fraa- 
da a trattare con qudlo, che desse facoltà al re Rinato d' Angiò di venire ii 
ftalia in favore del duca e loro, acciocché venisse a difendere i sud amia, e po- 
tesse dipoi, seodo in Italia, pensare all' acquisto del regno di Napoli, ed a queste 
effetto aiuto df genti e di danarì gli promettevano. E cosi mentre che in Toscias 
ed in Lombardia la guerra secondo abbiamo narrato si travagliava, l'ambaeda* 
doro ed re Rinato 1' accordo oonchiuse, che dovesse venire per tutto gisg>* 
con duemila quattrocento cavalli in Itelia, ed all' arrìvar suo in Alessaodrìali 
lega gli doveva dar trentamila fiorìoi, e dipd durante la guerra diedmila per 
dnscon mese. Volendo adunque questo re per virtù di questo aceordo paseare 
in Itelia, era dal duca di Savoia emarchese di Monferrato ritenuto, i qaaii sendo 
ftnid de' Yineziani non gli permettevano il passo. Onde che '1 re fb dall' aia- 
basciadore fiorentino confortato, che per dare riputazione agli amid se ae to^ 
nasse in Provena, e par mare con alquanti sud scendesse in Italia, e dall* sMrf 
parte facesse fona col redi Ftranda che operasse con qnel duca ohe le genti Sii 



[J454] LIBRO SISTO. 171 

potassero per la Savoia passare. E cosi come fu ooDsrgUaU) sucoesse; perohè 
Biuio per mare al condusse in Italia, e le sue genti a contemplazione del re 
IvoDOrìcerute in Savoia. Fu il re Rinato racceltato dal duca Francesco ono- 
raliniffianiente, e messe le genti italiane e franzesi insieme, assalirono con 
tinto terrore i Vineziani, che in poco tempo tutte le terre che quelli avevano 
prese nel Cremonese ricuperarono. Ne conlenti a questo, quasiché tutto il Bro- 
sdaDO occuparono, e 1* esercito vineziano non si tenendo più sicuro in campa- 
già, propìK^ alle mura di Brescia si era ridotto. 

Ma seòdo venuto il verno, parve al duca di ritirare le sue genti negli alloga 
gpaBeoti, e al re Rinato consegnò le stanze a Piacenza ; e così dimorato il verno 
del Mooccuii senza fare alcuna impresa , quando dipoi la state ne veniva , e 
che si slimava per il duca uscire alla campagna, e spogliare i Vineziani dello 
HaloJoro di terra, il re Rinato fece intendere al duca, come egli era necessitato 
ritomarMne in Francia. Fu questa diliberazione al duca nuova ed inaspettata, 
s perdo ae prese dispiacere grandissimo ; e benché subito andasse da quello 
per dissuadergli la partita, non potè nò per prieghi, nò per promesse rimuo- 
^wrio, ma solo promise lasciare parte delie sue genti, e mandare Giovanni suo 
igtioolo, che per lai fuase ai servizj della lega. Non dispiacque questa partita 
liFiorentim, come quelli che avendo ricuperate le terre loro e le loro castella, 
aoB temevano pia il re, e dall'altra parte non desideravano che il duca altro 
ohe le soe terre in Lombardia ricuperasse. Partissi pertanto Rinato, e mandò 
il suo figliuolo, come aveva promesso, in Italia y il quale non si fermò in Lom- 
bardia, BUI ne venne a Firenze, dove onoratissimamente fu ricevuto. 

La partita del re fece che il duca si voltò volentieri alla pace, ed i Vineziani, 
Alfonso ed i Fiorentini per essere tutti stracchi la desideravano, ed il papa an^ 
<3on con ogni dimostrazione Y aveva desiderata e desiderava ; perchè questo 
ntedesifflo anno Maumetto Gran Turco aveva preso Costantinopoli, e al tutto di 
OndB insignoritosi. 11 quale acquisto sbigottì tutti i cristiani, e più che ciascuno 
fl^ i Vineziani ed il papa, parendo a ciascuno di questi già sentire le sue armi 
is Italia. Il papa pertanto pregò i potentati italiani gli mandassero oratori con 
tttofità di fermare una universale pace ; i quali tutti ubbidirono , e venuti 
ùsieme ai meriti della cosa , vi si trovava assai difficultà nel trattarla. Voleva 
il re che i Fiorentini lo rifacessero delle spese fatte in quella guerra, ed i Fio- 
raotini volevano esserne soddisfatti loro. I Vineziani domandavano al duca Cre- 
aooa, il duca a loro Bergamo, Brescia e Crema; talché pareva, che queste dif- 
fieohi f ussero a risolvere impossibili. Nondimeno quello che a Roma pareva a 
soUi diifidle a fare, a Alilano ed a Vinezia intra duoi fu facilissimo; perchè 
■MBtre che le pratiche a Roma della pace si tenevano, il duca ed i Vineziani 
a* di 9d' aprile nel jiccccuv la conchiusero, per virtù della quale ciascuno ti" 
^mò aeUe terre possedeva avanti la guerra, ed al duca fu concesso potere ricu- 
W^ le terre gli avevano occupate i principi di Monferrato e di Savoia, ed agli 
altii priacipi italiani fu un mese a ratificarla concesso. Il papa ed i Fiorentini, 
« CM lopoiSanesi ed altri minori potenti, fra il tempo la ratificarono. Né con- 
testi a (petto, si fermò fra i Fiorentini, duca e Vineziani pace per anni ven- 
^■^06- Moft^ solamente il re Alfonso de' principi d' Italia essere di questa 
psce malcontento, parendogli fusse fatta con poca sua riputazione, avendo non 
come pnacipalema come aderente da essere ricevuto in quella ; e perciò stette 
molto tempo iospeso senza lasciarsi intendere. Pure sendogli state mandate dai 
papa e dagli altri principi molte solenni ambascerie, si lasciò da quelli, e mas- 
«imedal poDlBfice, persuadere; ed entrò in questa lega col figliuolo per anni 
Creola, e fmmo insieme il duca ed il re doppio parentado e doppie nozze^ dimdo 



172 ISTORIE FIOREMTINB. [1456] 

6 togliendo la figliuola V uno dell' altro per i loro figliuoli. Nondimeno accioc- 
ché in Italia restassero i semi della guerra, non consentì far la pace, se prima 
dai collegati non gli fusse concessa licenza di potere senza loro ingiuria &re 
guerra ai Genovesi, a Gismondo Malatesti e ad Aslorre prìncipe di Faenza. E 
fatto questo accordo, Ferrando suo figliuolo, il quale si trovava a Siena, se ne 
tornò nel regno, avendo fatto per la venuta sua in Toscana ninno acquisto 
d' imperìo, ed assai perdita di sue genti. 

Sondo adunque seguita questa pace universale, si temeva solo che 'l re Al- 
fonso, per la nimicizia aveva con i Genovesi, non la turbasse. Ma il fatto andò 
altrimenti ; perchè non dal re apertamente, ma come sempre per V addietro 
era intervenuto, dall'ambizione de' soldati mercenari fu tuiimta. Avevano i 
Yineziani, come è costume, fatta la pace, licenziato da' loro soldi Iacopo Picci- 
nino loro condottiero, col quale congiuntisi alcuni altri condottieri senza partito, 
passarono in Romagna, e di quindi nel Sanese, dove fermato Iacopo roosseloro 
guerra, ed occupò a' Sanesi alcune terre. Nel principio di questi moti, ed al 
cominciamenlo dell' anno mcgcclv, mori papa Niccolò, ed a lui fu eletto suc- 
cessore Callisto ni. Questo pontefice per reprìmere la nuova e vicina guerra, 
subito sotto Giovanni Ventimiglia suo capitano quanta più gente potette ragunò, 
e quella con gente de' Fiorentini e del duca, i quali ancora a reprìmere questi 
moti erano concorsi, mandò centra Iacopo, e venuti alla zuffa propinqui a Boi- 
sena, nonostantechè il Ventimiglia restasse prigione, Iacopo ne rimase perdente, 
e come rotto a Castiglione della Pescaia si ridusse ; e se non fusse stato da 
Alfonso sovvenuto di danarì, vi rimaneva al tutto disfatto. La qual cosa fece a 
ciascuno credere, questo moto di Iacopo essere per ordine di quel re seguito; 
in modo che parendo ad Alfonso d' essere scoperto^ per rìconciliarsi i collegati 
con la pace, die si aveva con questa debile guerra quasiché alienati, operò che 
Iacopo restituisse a* Sanesi le terre occupate loro, e quelli gli dessero ventimila 
fiorini ; e fatto questo accordo rìcevè Iacopo e le sue genti nel regno. 

In questi tempi, ancora che'l papa pensasse di frenar Iacopo Piccinino, non- 
dimeno non mancò dì ordinarsi a poter sovvenire alla Cristianità, che si vedeva 
che era per essere da' Turchi oppressata ; e perciò mandò per tutte le Provin- 
cie crìstiane oratori e predicatori a persuadere a'principi ed a'popoli, che s'ar- 
massero in favore della loro religione, e con danari e con la persona l' impresa 
centra al comune nimico di quella favorìssero, tanto che in Firenze si fecero 
assai limosino, assai ancora si segnarono d* una croce rossa, per essere presti 
con la persona a quella guerra. Fecionsi ancora solenni processioni, né si mancò 
per il pubblico o per il privato di mostrare di voler essere intra i prìmi cristiani 
col consiglio, con i danari e con gli uomini a tale impresa. Ma questa caldezia 
della crociata fu raffrenata alquanto da una nuova che venne, come sendo 
Turco con l' esercito suo intorno a Belgrado per espugnarlo, castello posto io 
Ungherìa sopra il fiume del Danubio, era stato dagli Ungheri rotto e ferito. 
Talmenteché essendo nel pontefice e ne' cristiani cessata quella paura, che 
eglino avevano per la perdita di Costantinopoli conceputa, si procede ne'l^ 
preparazioni che si facevano per la guerra più tepidamente ; ed in Ungheria me- 
desimamente, per la morte di Giovanni Yaivoda capitano di quella vittoria, raf- 
freddarono. 

Ma tornando alle cose d' Italia, dico come e' correva l' anno mgcoclvi , ^^^. 
i tumulti mossi da Iacopo Piccinino finirono; dondeché, posate l'anni dagli 
uomini, parve che Dio le volesse prendere egli, tanto fu grande una tempesta 
di venti che allora segui, la quale in Toscana fece inauditi per l' addietro,^ ^ 
chi per l'avvenire l'intenderà, maravigliosi e memorabili effetti. Partissi > 



[Ìib6} LIBRO SESTO. 173 

ventiquattro d' agosto una ora avanti giorao dalle partì del mare di sopra di 
verso Aooooa, ed attraversando per V Italia, entrò nel mare di sotto verso Pisa 
un turbine d' una nugola grossa e folta, la quale quasiché due miglia di spazio 
per ogni verso occupava. Questa spinta da superiori forze, o naturali o sopran- 
naturali ch'elle fussero, in so medesima rotta, in sé medesima combatteva, e 
le spezzate nugole, ora verso il cielo salendo, ora verso terra scendendo, insieme 
si urtavano; ed ora in giro con Una velocità grandissima si movevano, e da- 
vanti a loro un vento fuora d* ogni modo impetuoso concitavano, e spessi fuo- 
chi e lucidissimi vampi intra loro nel combattere apparivano. Da queste cosi 
rotte e confuse nebbie, da questi cosi furiosi venti e spessi splendori nasceva 
un romore, non mai più d* alcuna qualità o grandezza di terremuoto o di tuono 
udito, dal quale usciva tanto spavento, che ciascuno che lo senti giudicava che 
il fine del mondo fusse venuto, e la terra, V acqua ed il resto del cielo e del 
mondo ndranticocaos mescolandosi insieme ritornassero. Fé' questo spavente- 
vole tuibine dovunque passò inauditi e maravigliosi effetti ; ma più notabili 
che altrove, intomo al castello di San Casciano seguirono. È questo castello 
posto propinquo a Firenze ad otto miglia sopra il colle che parte le valli di Pesa 
e di Grieve. Infra detto castello adunque, ed il boi^o di Sant'Andrea posto so- 
pra il medesimo colle, passando questa furiosa tempesta, a Sant'Andrea non ag- 
giunse, e San Casciano rasentò in modo, che solo alcuni merli e cammini d'alcune 
case abbattè, ma fuori in quello spazio che è dall' uno de' luoghi detti all' altro, 
molte case furono insino al piano della terra rovinale. I tetti de' templi di San 
Martino a Bagnuok) e di Santa Maria della Pace interi come sopra quelli erano, 
furono più che un miglio discosto portati. Un vettural insieme con i suoi muli 
fu discosto dalla strada nelle vicine con va Ili trovato morto. Tutte le più grosse 
querce, tutti i più gagliardi arbori, che a tanto furore non volevano cedere, fur 
rono non solo sbarbati, ma discosto molto da dove avevano le loro radici, por- 
titi. Onde cfae^ passata la tempesta e venuto il giorno , gli uomini stupidi al 
tutto erano rimasi. Vedovasi il paese disolato e guasto, vedovasi la rovina delle 
^ e de* templi, senti vansi i lamenti di quelli che vedevano le loro posses- 
sioni distrutte, e sotto le rovine avevano lasciato i loro bestiami ed i loro pa- 
renti morti : la qual cosa a chi vedeva e udiva recava compassione e spavento 
S^BndisBimo. Volle senza dubbio Iddio piuttosto minacciare che gastigare la 
Toscana; perchè se tanta tempesta fusse entrata in una città intra le case e gli 
latori assai e ^)essi, come la entrò fra querce ed arbori, e case poche e rade, 
senza dubbio faceva quella rovina e flagello che si può con la mente coniettu- 
nre sudore. Ma Iddio volle per allora che bastasse questo poco d' esempio 
a rinfrescare intra gli uomini la memoria della potenza sua. 
Bri, per tornare donde io mi partii , il re Alfonso, come di sopra dicemmo, 
BMi contento della pace, e poidiè la guerra eh' egli aveva fatto muovere da 
Iacopo Piccinino ai Sanasi senza alcuna ragionevole cagione, non aveva alcuno 
importanle efletto partorito, volle veder quello che partoriva quella, la quale 
^^^onàQ le convenzioni della lega poteva muovere. E però l' anno mcccclvi 
■Mise per mare e per terra guerra ai Genovesi, desideroso di render lo stato 
agn Ado mi, e privarne i Fregosi che allora governavano, e dall' altra parte fece 
RMMUiilThmto a Iacopo Piccinino centra a Gismondo Bfalatesti. Ckwtui perchè 
■'©▼« gaernite bene le sue torte, stimò poco T assalto di Iacopo; di modo che 
da questa parte la impresa del re non fece alcuno effetto. Ma quella di Genova 
pvtoii a hii ed al suo regno più guerra che non avrebbe voluto. Era allora doge 
di Genova Pietro Fregoso. Gostui dubitando non poter sostenere V impeto del 
re, diliberò quello che non poteva, donarlo almeno ad alcuno che da' nimica 



174 iSToaii noanrriNi. [1458] 

8001 Io difeodesse, e qualche volta per tal beneficio gliene potesse giusto pre- 
mio rendere. Mandò pertanto oratori a Carlo VII re di Francia, e gfi offerì lo 
imperio di Genova. Accettò Carlo V offerta, e a prendere la poesessioiie di quella 
città vi mandò Giovanni d' Angiò figlinolo del re Rinato, il qnale di poco tempo 
avanti si era partito da Firenze, e ritornato in Francia ; e si persuadeva Cario 
che Giovanni per aver presi assai costomi italiani potesse m^io che un altro 
governare quella città ; e parte giudicava, che di quivi potesse pensare alf im- 
presa di NapoU, del qual regno Rinato suo padre era stato da Alfonso spogliato. 
Andò pertanto Giovanni a Genova, dove fu ricevuto come principe, e (totegli 
in sua potestà le fortezze della città e dello stato. 

Questo accidente dispiacque ad Alfonso, parendogli aversi tirato addosso 
troppo importante nimico ; nondimeno per ciò non {sbigottito seguitò con fmoo 
animo l'impresa sua, e aveva già condotta i* armata sotto Yillamarìna a Por- 
tofino, quando preso da una subita infermità morì. Restarono per questa morto 
Giovanni e i Genovesi liberi della guerra ; e Ferrando, il quale sooeesse nel 
regno d' Alfonso suo padre, era pieno di sospetto, avendo un nimico di taota 
riputazione in Italia, e dubitando della fede di molti suoi baroni, i quali desi» 
derosi di cose nuove ai Franciosi non aderissero. Temeva ancora del papa, 
r ambizione del quale cognosceva, che per essere nuovo nel regno non dise- 
gnasse spogliarlo di quello. Sperava solo nel duca di Milano, il quale non era 
meno ansio delle cose del regno che si fusse Ferrando, perdio dubitata cbe 
quando i Franzesi se ne fussero insignoriti, non disegnassero d' occupare an- 
cora lo stato suo, il quale sapeva come ei credevano potere amie cosa a loro 
appartenente domandare. Mandò pertanto quel duca subito dopo la moria 
d' Alfonso lettere e genti a Ferrando, queste per dargli aiuto e rìputazioQe, 
quelle per confortarlo a far buono animo, significandogli come e* non era in al- 
cuna sua necessità per abbandonarlo. Il pontefice dopo la morte d' Alfonso di- 
segnò di dare quel regno a Pietro Lodovico Borgia suo nipote, e per adoneetare 
quella impresa, ed avere più concorso con gli altri principi d' Italia, pubUioò 
come sotto l' imperio della romana Chiesa voleva quel regno ridurre ; e perciò 
persuadeva ai duca, che non dovesse prestare alcuno favore a Ferrando, offe- 
rendogli le terre che già in quel regno possedeva. Ma nel mezzo di questi pen- 
sieri e nuovi travagli Callisto mori, e successe al pontificato Pio II di nazione 
Senese, della famiglia de' Piccolomini, nominato Enea. Questo pontefice pen- 
sando solamente a beneficare i cristiani, e a onorar la Chiesa, lasciando ia- 
dietro ogni sua privata passione, per i prieghi del duca di Milano coronò del 
regno Ferrando, giudicando poter più tosto mantenendo chi possedeva posate 
l^ arme italiane, che se avesse o favorito i Franzesi perchè eglino occupassero 
quel regno, o disegnato, come Callisto, di prenderlo per sé. Nondimeno Fe^ 
rondo per questo benefizio fece prìncipe di Melfi Antonio nipote del papa, e 
con quello congiunse una sua figliuola non legìttima. Restituì ancora Beaevenlo 
eTerraeina alla Chiesa. 

Pareva pertanto che fussero posate V armi in Jtalia, e il pontefice s' ordiate 
a muover la cristianità centra ai Turchi, secondo che da Callisto era già stato 
principiato, quando nacque intra i Fregosì e Giovanni signore di Genova dis- 
aensioBe, la quale maggiori guerre e più importanti di quelle passata raoceee. 
TrovavasiPietriiK) Fi-egoso in un suo castello in Riviera. A costui non pareva 
essere stato rimunerato da Giovanni d' Angiò secondo i suoi meriti e della so* 
casa, sondo loro stati cagione di farlo in quella città principe. Pertanto vea- 
nero insieme a manifesta inimicizia. Piacque questa cosa a Ferrando, come 
«lieo rimedio e sola via alla sua salute, e Pietrino di gente e di danari sov- 



[14S3] vmo SMSiù. 175 

umoe, epersttomooo giiidieavft poter cBCciace Gmaani di ^uelk^sUito. U 
che cogMficmdo, egU mandò per aiuti in Francia, oda i quali ai fece ìbcoqIto 
a PietnMH H qii^ per molti fovori gli erano atati «andati erag9g|iardÌB6iak»; 
ia mode die Giofanm ai ridasee a gaardarala ciuà, nella qaale entrato aoa 
Botte Pietrìao preae akuai laoghi di quella; omi venato il giorao^ fii dalle geati 
(ti Gievaani coi^attato e morto, e tutte le aaa genti o morte, o pceaa. 

Qoeata ▼iltorìadetteaaimoaGiOTaani di far L* iaapreaa del regao^ e d' otte* 
Weaett* aano mcooauDL ooa una potente annata ai part^ di Genova per andara 
alla volta di quello, e po6eaBaia,edtquindaSe6sa,doivefudaqaeldiioBn> 
oavttto. Àécoateronai a GiovaBai il principe di Tarantov gli Aquilani, omoHe 
akiecittà e principi; dimodockò qaei regno era quasi tutto in rovina. Yednl» 
faorto, Ferraiido ricorse per aiuti al papa e al duca; eper aver mene niauci 
ine aoooido con Giamoodo Malateati; per la qualcosa ai turbò in aMMle Iacopo 
Piccinino, per essere di Gismondo naturale nimico» che si parU dai soldi di 
Ferrando, e aocostossi a Giovanni. Mandò ancora Ferrando danari a Federigo 
signore d'Urbino, e quanto prima potette raguoò secondo quelli tempi un buono 
esercito, e sopra il fiume di Semi si ridusse a fronte con gli nimid , e venuti 
alla zufiEa, fu il re Ferrando rotto, e presi molti importanti suoi capitani. Dopo 
questa rovina rimase in fede di Ferrando la città di Napoli con alcuni pochi 
prìncipi e terre ; la maggior parte a Giovanni si dierono. Voleva Iacopo Picci- 
nino che Giovanni con questa vittoria andasse a Napoli, e s'insignorisse del 
capo del regno; ma non volse, dicendo, che prima voleva spogliarlo di tutto 
il dominio, e poi assalirlo, pensando che privo delle sue terre, V acquisto di 
Napoli fosse più facile. Il quale partito preso, al contrario gli tolse la vittoria di 
quella impresa, perchè egli non cognobbe come più facihnente le membra se- 
guono il capo, che il capo le membra. 

Erasi rifuggito dopo la rotta Ferrando in Napoli, e quivi gli scacciati de* suoi 
stati riceveva, e con quelli modi più umani potò, ragunò danari insieme, e fece 
un poco di testa di esercito. Mandò di nuovo per aiuti al papa ed al duca , e 
dall'uno e dall'altro fu sovvenuto con maggiore celerità e più copiosamente 
die per innanzi, perchè vivevano con sospetto grande che e' non perdesse quel 
regno. Diventato pertanto il re Ferrando gagliardo, uscì di Napoli, ed avendo 
cominciato a racquistare riputazione, racquistava delle terre perdute. E men- 
tre che la guerra nel regno si travagliava, nacque uno accidente che al tutto 
tolse a Giovanni d' Angìò la riputazione e la comodità di vincere quella im- 
presa. Erano i Grenovesi infastiditi del governo avaro e superbo de' Franciosi, 
tanto che presero le armi contro al governatore regio, e quello costrinsero a ri- 
faggini nel Castelletto ; ed a questa impresa furono i Fregosi e gli Adomi con- 
tordi, e dal duca di Milano di danari e di gente furono aiutati , cosi nell' ac- ^ 
<IQÌ8tar k) stato come nel conservarlo. Tanto che il re Rinato , il quale con 
un' annata venne dipoi in soccorso del figliuolo, sperando di racquistare Genova 
per virtù del Castelletto, fu nel porre delle sue genti in terra rotto, di sorte, 
die fa (orzato tornarsene svergognato in Provenza. Questa nuova come fu in- 
tesa nel regno di Napoli, sbigotU assai Giovanni d'Angiò; nondimeno non la- 
^ l'impresa, ma per più tempo sostenne la guerra, aiutato da quelli baroni, 
i quali per la ribellione loro non credevano appresso a Ferrando trovar luogo 
alcuno. Pure alla fine dopo molti accidenti seguiti , a giornata li duci regali 
CKTciti si condussero, nella quale fu Giovanni propinquo a Troia rotto, l'anno 
>^<3^CGuiii. Né tanto l'offese la rotta , quanto la partita da lui di Iacopo Pic- 
<^no, il quale s'accostò a Ferrando; sicché spogliato dì forze si ridusse in 
iBtia, donde poi se ne tornò in Pranza. Durò questa guerra quattro anni, e la 



176 I8T0HIB FIORIinillB. [1483] 

perde colui per soa negligenza , il quale per virtù de' suoi soldati l' ebbe più 
YOlte vinta. Nella quale i Fiorentini non si travagliarono in modo die appa- 
rìase : f^m> è che dal re Giovanni d' Aragona, nuovamente assunto re in quel 
regno per la morte d' Alfonso, furono per aua ambasciata richiesti, che doves- 
sero soccorrere alle cose di Ferrando suo nipote, come erano per la lega nuo- 
vfmente (atta con Alfonso suo padre obbligati. A cui per I Fiorentini fa ris- 
posto, non aver obbligo alcuno con qudlo, e che non erano per aiutare il 
figliuolo in quella guerra, che 1 padre con Tarme sue aveva mossa : e come 
ella fu cominciata senza loro consiglio o saputa, cosi senza il loro aiuto la tratti 
e finisca. Dondediò quelli oratori per parte del loro re protestarono la pena 
dell' obbligo e gì' interessi del danno, e sdegnati centra a quella dttà si par- 
tirono. Stettero pertanto i Fiorentini nel tempo di questa guerra , quanto alle 
cose di fuori, in pace; ncia non posarono già dientro, come particolarmente nel 
seguente hbro si dimostrerà. 



i 



[1463] ' 177 



LIBRO SETTIMO. 



SOBUIARIO. 

Rdaikme càe hanno gii aflTari degli altri principi d* Italia colla storia de' Fiorentini. — 
Disonloiii che sono di nocumento alle Repubbliche. — Indole delle disunioni fioren- 
ti»e.— Cosimo de' Medici e Neri Capponi si fanno potenti per diverse vie.— Riforma 
nella elezioiie de' magistrati favorevole a Cosimo.— Malcontento de' Grandi per questi 
riloima (1 468). Tirannia e superbia di Luca Pitti e della sua parte. —Morte di Cosimo 
de'Medid. Suo elogio (1464).— il duca di Milano prende Genova. — Inutili sforzi di 
papa Pio II per movere i cristiani contro il Turco (1465).— Morte del duca Francesco 
Sforza (1466). — Congiura di DioUsalvi Neroni contro Piero de* Medici. — Niccolò So- 
datali gonfaloniere. Grandi speranze poste in lui per la quiete della città. I due par- 
titi prò e cootra de' Medici prendono le armi. —Riforma dello stato a favore di Piero 
de'Medid. Dls|>erslone de' suol nemici. — Decadenza di Luca Pitti.— I fuorusciti 
ftorendni eccitano i. Veneziani a muover guerra a Firenze. — Guerra tra i Veneziani 
e i Fiorendni (1467 ); terminata colla pace (1468).— Morte di Niccolò Soderini. — 
Sisto IV creato papa. Suo carattere.— Piero de'Medid tenta di por freno alle vio- 
lenze che si esercitavano in Firenze, ma è Interrotto nelle sue pratiche dalla morte 
(1469). — Messer Tommaso Soderini dttadino di gran riputazione fa causa comune 
coi Medid. — Tumulto in Prato mosso da Bernardo Nardi, il quale è preso, e 11 tu- 
molto sì qoeta (14 70).— Corruttela di Firenze.— Incendio della chiesa di Santo Spirito 
(1471).— Ribellione di Volterra, repressa colle armi e col sacco delki città (1472). — 
Orighie ddla nimidzia tra Sisto IV e Lorenzo de'Medid (1473). — Carlo di Braccio 
da Perugia assale i Senesi ; poi per consiglio de' Fiorentini si ritira (1476).— Congiura 
centra Galeazzo duca di Milano. Giovannandrea Lampognano. Carlo Visconti e Giro- 
tano Olgiato ueddono il duca in Santo Stefano *, i quali son morti , i primi due dalle 
genti dd duca, e 1* ultimo per mano dd carnefice è decapitato. 

E* parrà forse a quelli che II libro superiore avranno Ietto, che uno scrittore 
ddle cose fiorentine si sìa troppo disteso in narrare quelle seguite io Lombar- 
dia e nel regno. Nondimeno io non ho fuggito, nò sono per I* avvenire per fug- 
gire Amili Darrazioiù ; perchè quantunque io non abbia mai promesso di scri- 
vere le cose d'Italia, non mi pare perciò da lasciare indietro di narrare quelle 
die saranno in quella provincia notabili. Perchè non le narrando, la nostra is- 
Uvia sarebbe meno intesa e meno grata, massimamente perchè dati* azioni de- 
S^ altri popoli e prìncipi italiani nascono il più delle volte le guerre, nelle quali 
i Fiorentini sono d' intromettersi necessitati ; come dalla guerra di Giovanni 
d'Àngiò e dd re Ferrando gli odj e le gravi nimicizie nacquero, le quali poi 
intra Ferrando e i Fiorentini, e particolarmente con la famiglia de* Medici se- 
goirooo. Perchè il re si doleva in quella guerra non solamente non essere stato 
sovvenuto, ma essere stati prestati favori al nimico suo, il quale sdegno fu di 
9^>Mliaeimi mali cagione^ come nella narratone nostra si dimostrerà. E per- 
chè io SODO scrìvendo le cose di fuora insino al mgcgglxiii trascorso, mi è ne- 
ceasarìo, a volere i travagli dì dentro in quel tempo seguiti narrare, rìtomar 
molti anni uidietro. Ma prima voglio alquanto secondo la nostra consuetudine 
ngùmando ^n^ come coloro che sperano che una Repubblica possa essere 
^uiìt^^ aasaj di questa speranza s* incannano. Vera cosa è che alcune divisioni 



178 ISTORIE FIORENTINE. [i4S8} 

nuocono alla Repubblica, ed alcune giovano. Quelle nuocono, che sono dalle 
sette e da* partigiani accompagnale ; quelle giovano, che senza «ette e senza 
partigiani sì mantengono. No6 potendo adunque provvedere un fondatore 
d' una Repubblica, che non «ano nimìcizie in quella, ha da provvedere almeno 
che non vi siano sette. E perciò è da sapere, come in due modi acquistano ri- 
putazione i cittadini nelle città, o per vie pubbliche, o per modi privati. Pub- 
blicamente s* acquista, vincendo una giornata, acquistando una terra, facendo 
una legazione con sollecitudine e con prudenza, consigliando la Repubblica sa- 
viamente e felicemente. Per modi privati si acquista, beneficando questo e quel- 
r altro cittadino, difèndendolo da' magistrati, sovvenendolo di dinari, tiraMkla 
ÌBUtterìtamesla ag^ onori, e con giuochi e doni pubblici gratificandosi la plebe. 
Da questo modo di procedere nascono le sette eid i partigiani ; e quanto qnesta 
ripatazioneeosì guadagnata offende, tanto quella. giova, quando eMa non è oso 
le sette mescolata ; perchè V è fondata sopra un bene comune, non sopra un bene 
privato. E benché ancora dai dttadini cosi fotti non si possa per alcun modo 
provvedere che non vi sieno odj grandissimi ; nondimeno non avendo parti- 
giani, che per utilità propria gli seguitino, non poescmo alla Repubblica aiio- 
oere, anzi conviene cfaÀ giovino; peàrdiò è necessario per vincere le loro prare 
si voltino air esaltazione di quella e particolarmente osservino r uno V attro, ac- 
ciocché i termini civili non si trapassino. Le nimicizie di Piren» furono sempre 
con aotle, e perciò sempre furono dannose ; né stette mai una setta vindlrìce 
unita , se non tanto quanto la setta inimica era viva. Ma come la viva era 
spenta, non avendo quella che regnava più paura che la ritenesse, nò ordine 
intra sé che la frenasse, la si ridivideva. La parte di Cosimo de' Medici rimase 
nell' anno mgqcgxxxiv superiore ; ma per essere la parte battuta grande, e pieoa 
di potentissimi uomini, si mantenne un tempo per paura unita ed umana, in- 
tanto che tra loro non fecero alcuno errore, ed al pc^Milo per alcun loro siairtio 
modo non si fecero odiare. Tanto che qualunque volta quello sialo ebbe biss- 
gno del popolo per ripigliare la sua autorità, sempre lo trovò disposto a eon- 
cedere a' capi suoi tutta quella balla e potenza che desideravano ; e così 
dal Mccccxxxiv al lv, che sono anni ventuno, sei volte e per i Consigli ordi- 
nariamente r autorità della Balia riassunsero. 

Erano in Firenze, come più volte abbiamo detto, duo! cittadini poteatissiori. 
Goilmo de* Medici e Neri Capponi , dei quali Neri era uno di quelli che aveft 
acquistata la sua riputazione per vie pubbliche , in modo eh' egli aveva am 
amici, e pochi partigiani. Cosimo dall'altra parte avendosi alla sua potsnsa 
la pubblica e la privata via aperta , aveva amici e partigiani assai ; e stando 
CGBtoro uniti, mentre tutti dtwi vissero , sempre ciò che voltano sema aleina 
difficoltà dal popolo ottennero ; perchè gli era mescolata con te potenza la gA* 
zia. Ma venuto T anno mgcgclv, ed essendo morto Neri , e la parte nimics 
spenta, trovò loBtato difiSfioltà nel riassumere l' autorità sua, ed i propij amici 
dì Cosimo, nello stato potentissimi, n'erano cagione, perché non temevano più la 
parte avversa eh' era spenta, ed avevano caro di diminuire la potenza di qneik). 
Il quale umore dette principio a quelle divisioni , die dipoi nel MOccaLivi se- 
guirono , in moóQ che quelli a' quali lo stato apparteneva , ne' consigli dova 
pubblicamente si raj^ionava della pubblica amministrazione, consigliavaBa, 
eh' egli era bene che la potestà della Balìa non si riassumesse, e che sì riseiras- 
sino le borse, ed i magistrati a sorte secondo i favori de' passati squittinij » 
sortissero. Cosimo a frenar questaumore aveva uno dei duoi rimedj , o ripi^ 
gliare lo stato per fòrza con i paclìgiani che gli erano rimasi, ed urtare tatlig;!» 
altri, lasciare ire la cosa, e col tempo fere a' suoi amici cognoscere, dbe non 



[1458] UMDSKTTIMK 17» 

a ki, SA a Iom jpnpij loslata e la rtputaaiane tagtievano. De^ qoati 4imì it> 
aadj qwDlQ alriiao elwaa, perdìè sapeva bene dia ia tal moda di goveraa far 
aMemlabone{Haaedi8Qoiainiciegli boa correa alcuna pcricab, e coaMa 
•aa paata potava il avo alalo npigliare. Riilottaei pertaota la città a craaca i 
tpfftralia aorte, pareivaali'aaiTenalità dei eiUadiai avere riavuta la sua 
ibartà, ad i iig i olr ati aea aeooado ìa veglia dei petaati, na aacoado il già- 
dine loro praprio giiidicavaaOy in awdo che ora ma wicci d'ya potaalay oca 
faetto d* ano aUro era battuto, eoaelqaaUt che aotevano vedere le caie loro 
piena disahilalon e di preseati, vuoto di »6iaaia e d' hobmbì le vedavana. 
Yadavaati ancora diventali uguali a quelli eba aelevano avare di lingua in£i- 
Mi, e aapariori vedevano qaeltt che aolevana eoiere ioro qguali. Non eraao 
BgBtfdtti nò onorati, ami noHe voUe beffati e deriei, odi loroedeUa Repub- 
blica per le vi»o per le piaoze senza alcuno rignardo ai ragioaava ; di qualità 
cbt cogaobèero presto non Gosinio, na loro avere perduto lo stato. Lo ^lali 
cose Cosiso diflBiniulaaa, e come nasceva alcuna diliberaziona , che piacesse 
al popslo, egli era il primo a favorirla. Ma q«iello che fece pia spaventare i 
Gfandi, ed a Cosimo deMo maggiore occaeioae a fiMrgli raweéBre, fu che si ri- 
lassilò il mado del catasto del hogochixtu , dove non gli uomini , ma la legge 
la ^averne poaease. 
Qaerta lesse lìBltn e vìnta , e di già creato il magistrato cbe la eseguisse^ gli 

fe' al fatto rialrignere insieme, ed ire a Cosimo a pregarlo , che fossa eantento 
valere trarre lor« e sé dalle mani deU» plebe, e rendere allo stato quella rip» 
tSBone che faceva Ini poisnie e loro onorati. Ai quali Cosimo rispose <te era 
coateato, mm cbe voleva che fai legge si teesse erdiaalanente , e con velontà 
del popolo^ e non per forza, detta quale permodo alcnno nongliragioBasBereu 
fntesai nei Consigli la legge di fere nnova Balla , e non si ottenne. Onde che 
i cittadim grandi tornavano a Cosimo, e con ogni termine d' umiltà lepre- 
gsvano volease acconsentire al parlamento ; il che Cosimo al tutto negava , 
coBie quello che gK voleva ridurre in termine, che a piena V error loro oogno- 
Boenero. E perdio Denato Cocchi , trovandosi gonfakmìere di giustizia , volle 
senza suo consentimento fare il parlamento, lo fece in modo Cosimo dai Signori 
che seco sedevano sbeflhre, eh' egli impazzò, e come stupido ne fu alle case sue 
riamndato. Nondimeno perchè nco è bene il lasciare tanto trascorrere 1«( cose, 
ohe le non si poesioo poi ritirare a sua posta , sondo pervenuto al gonfalaaiere 
deHs gjailiila Loca PUti, nomo animoso ed audace, gli parve tempodi lasciare 
governare la cosa a quello, aedo se di quella impresa s'incoweva in alcun bia- 
une, f esaea Luca non a lui in^mlato. Luca pertanto nel principio del suo ma- 
epurato propoae al popolo molle volte di rifare la Baila, e non si ottenendo, 
VMsceiò quelli cbe ne' Consigli sedevano con parole ingiuriose e piene di su« 
pMtia, atte quali poco dipoi aggiunse i fatti , perchè di agosto nel HccocaLviii , 
Is vi^ ^San Lcnrenzo, avendo ripieno d' armati il Palagio, cfaianiò il popoto 
i* |i*na» t per forza e con l'armi gli fece acconsentire quello che prìnm volon- 
^■"■■KiHanon aveva acconsentilo. Riassunto pertanto lo statoy e creata la Ba- 
ia, e dipdì primi magistrati , secondo il parere de' pochi per dare principio a 
tp^ goverascon terrore, eh' eglino avevano cominciato con forza, con&iareao 
■nssr GìFolsmo Machiavelli con alcuni altri, e molli ancora degli onori priva- 
roao. I qui momtT Girolamo per non avere dipoi osservati i confini fu fatto 
'ìK)^ ed sedando circuendo In Italia, sollevando i principi centra aUn patria , 
feia LoaigisBa per poca fede d'uno di qpelli signori' preso, e candetlo a Fì- 
nuB fu ararlo in cMQsre. 
^ IMIa, qualità di governo per otto anni che dure insopportidnle e vio- 



180 ISTORI! nOilNTlllB. [1464] 

leota. Perchè Gotimo già ▼eodùo e stracco, e per la mala diepoeizioiie del corpo 
fiUo debole , non potendo eeeere presente in quel modo soleTa alle core piib- 
Uiche, pochi cittadini predavano qudla città. Fu Luca Pitti per premio del- 
l'opera aveva folta in bene6zio della Repubblica fatto cavaliere, ed egli per 
non eeaere meno grato inverso di lei, che quella verso di lui fusae stata , volle 
die dove prima si chiamavano Priori dell* Arti, acciocdiò delia possessione per* 
duta almeno ne riavessero il titolo, si chiamassero Priori di Liberti. Volle so- 
Cora che dove prima il gonfaloniere sedeva sopra la destra de' rettori, in meno 
di quelli per l* avvenire sedesse. B perchè Iddio paresse partecipe di quella ìbì* 
presa , fece pubbliche processioni e solenni uffiitj per ringraziare quello dei 
riassunti onori. Fu messer Luca dalla Signoria e da Cosimo riccamente presen- 
tato, dietro ai quali tutta la città a gara concorse ; e fu opinione die i presentì 
alla somma di ventimila ducati aggiugnessero. Dond' egli salì fn tanta rìpa- 
tazione, che non Cosimo, ma messer Luca la città governava. Da che lui venoe 
in tanta confidanza , eh' egli cominciò duo! edifi^ , l' uno in Firenze, V altro s 
Rudano, luogo propinquo un miglio alla dttà, tutti superbi e regj ; ma queBo 
della città al tutto maggiore che alcun altro, che da privato dttadìno insino a 
quel giorno fusse stato edificato. I quali per condurre al fine non perdoasvt 
ad alcuno strasordinario modo; perchè non solamente i dttadini egli uomioi 
particolari lo presentavano, e delle cose necessarie alloedifizio la sovvenivano, 
ma i comuni e popoli interi gli somministravano aiuti. Oltre a questo tutti gli 
sbanditi, e qualunque altro avesse commesso omicidio o furto o altra cosa, per 
che egli temesse pubblica penitenzia, purché e' fòsse persona a quella edifica- 
zione utile, dentro a qudli edifizj sicuro si rifu^iva. Gli altri cittadini se boq 
edificavano come quello, non erano meno violenti , né meno rapad di lai; in 
modo die se Firenze non aveva guerra di fuori che la distruggesse , dai suoi 
dttadini era distrutta. Seguirono, come abbiamo detto, durante questo tempo 
le guerre del regno, ed alcune die ne fece il pontefice in Romagna contro a 
quelli de'Malatesti; perchè egli desiderava spagliarli di Rimino e di Cesena, 
che loro possedevano; sicché infra queste imprese, ed i pensieri di far F iia- 
presa del Turco, papa Pio consumò il pontificato suo. 

Ma Firenze seguitò nelle disunioni e ne' travagli suoi. Cominciò la disunione 
nella parte di Cosimo nel MccccLy per le cagioni dette, le quali per la prudenza 
sua, come abbiamo narrato, per allora si posarono. Ma venuto l'anno uiv, 
Cosimo riaggravò nel male, di qualità che passò di questa vita. Dolsonsi della 
morte sua gli amici ed i nimici ; perchè quelli che per cagione dello stato dod 
r amavano, veggendo quale era stata la rapacità de* dttadini vivente lui, la 
cui riverenza gli faceva meno insopportabili, dubitavano, mancato quello, ooo 
essere al tutto rovinati e distrutti. Ed in Piero suo figliuolo non oonfidavaso 
molto ; perchè nonostante che fusse uomo buono, nondimeno giudicavano che 
per essere ancora lui infermo e nuovo nello stato, fusse necessitato ad avere 
loro rispetto, talché quelli senza freno in bocca potessero essere più straboc- 
chevoli nelle rapacità loro. Lasdò pertanto di sé in dascuno grandissimo deai- 
derìo. Fa Cosimo il più rìputatoe i^oiqato cittadino d' uomo disarmato, ch'aveaae 
mai non solamente Firenze, ma alcun' altra città, di che si abbia memoria; 
per^è non solamente superò ogni altro de' tempi suoi d' autorità e di ricchezze, 
ma ancora di liberalità e di prudenza; perchè intra tutte l'altre qualità, che 
lo fedone prìncipe nella sua patria, fu l'essere sopra tutti gli altri uomini li- 
berale • magnifico. Apparve la sua liberalità molto più dopo la sua morte, 
quando Piero suo figliuolo volse le sue sustaoze ricognoacere, perdio non era 
attedino alcuno, cha avesse nella città alcuna qualità , a chi Cosimo grossa 



[1464] LIBRO 8BTT1I10. 181 

umam di danari bod avesee prestata; e molta 7olte senza easero ricfaieato, 
«piaiido inleiideya la aeceaaità d* un uomo nobile, lo sovveniva. Apparve la 
sua magnificenza nella copia degli edifizj da lai edificati ; perchè in Firenze I 
conventi ed i templi di San Marco e di San Lorenzo, ed il munistero di Santa 
Verdiana, e ne' monti di Fiesole San Girolamo e la Badia, e nel Mugello un 
tempio de' frati minori non solamente instaurò, ma da' fondamenti di nuovo 
sdiftDÒ. (Ntra di questo in Santa Croce, ne' Servi, negli Àngioli, in San Miniato, 
ieoe lare altari e cappelle splendidissime, i quali templi e cappelle oltre al* 
l'edificarle, riempie di paramenti e d'ogni cosa necessaria all'ornamento del 
divin caUò. A questi sacri edifizj s' aggiunsero le private sue case, le quali 
sono, una nella città, di quello essere, che a tanto cittadino si conveniva; 
quattro di fuori, a Gareggi, a Fiesole, a Gafaggiuolo ed al Trebbio, tutti palagi 
non da privati cittadini ma regj. E perchè neHa magnificenza degli edifizj non 
gli bastava esaere cognosciuto in Italia, edificò ancora in lerusalem un recet* 
taook) per i poveri ed infermi pellegrini ; nelle quali edificazioni un numero 
grandissimo di danari consumò. E benché queste abitazioni, e tutte T altre 
opere ed azioni sue fossero regie, e che solo in Firenze fusse principe ; nondi- 
meno tanto fu temperato dalla prudenza sua, che mai la dvil modestia non 
trapassò; perchè nelle conversazioni, ne' servidori, nel cavalcare, in tutto il 
modo del vivere e ne' parentadi, fu sempre simile a quahinque modeeto citta*> 
dÌDO; perdiè e' sapeva come le cose strasordìnarie, che a ogni ora si veggono 
ed appariscono, recano molto più invidia agli uomini, che quelle cose sono in 
fatto, e con oneatè si ricooprono. Avendo pertanto a dar moglie a' suoi figliuoli, 
non cercò i parentadi de' principi, ma con Giovanni la Cornelia degli Ales- 
sandri, e con Piero la Lucrezia de'Tomabuoni congiunse. E delle nipoti nate 
di Piero, la Bianca a Gugliehno de' Pazzi, e la Nannina a Bernardo Rucellai 
sposò. Degli stati de' principi e civili governi niun altro al suo tempo per intel- 
ligenza lo raggiunse. Di qui nacque che in tanta varietà di fortuna, in si varia 
duà e volubile cittadinanza tenne uno stato trentuno anno; perchè sondo pru- 
dentissinio cognosceva i mali discosto, e perciò era a tempo o a non gli lasciar 
crescere, o a prepararsi in modo, che cresciuti nonl'ofiéndessero. Donde non 
solamente vinse la domestica e civile ambizione, ma quella di molti principi 
Aperò con tanta felicità e prudenza , che qualunque seco e con la sua patria 
sì collega va, rimaneva o pari, o superiore al nimico ; e qualunque se gli oppo* 
M^a, e' perdeva il tempo e i danari, o lo stato. Di che ne possono rendere 
boona testimonianza i Vineziani, i quali con quello centra il duca Filippo sem- 
pre forono superiori, e disgiunti da lui sempre furono e da Filippo poma, e da 
Francesco poi vinti e battuti. E quando con Alfonso centro alla Repubblica di 
flr^nze si collegarono, Cosioio col credito suo vacuò Napoli e Yinegia di danari' 
m modo, che furono costretti a prendere quella pace, die fu voluta concedere 
loro. BeQe difltoottà adunque die Cosimo ebbe dentro alla città e fuori fu il 
^ gMoeo per lui, e dannoso per i nimici, e perciò sempre le civili discordie 
sH aocrdìbero in Firenze slato, e le guerre di fuora potenza e riputazìODe. Per 
il che sir imperio della sua Repubblica il Borgo San Sepolcro, Montedoglio, il 
ywntinoe Val dì Bagno aggiunse. E cosi la virtù e la fortuna sua spense tulli 
I suoi nimid , e gli amici esaltò. Nacque nel mgggickxix il giorno di Saa 
Cosimo e Damiano. Ebbe la sua prima età piena di travagli, come l'esilio, la 
«ttwa, i pericoli dì morte dimostrano, e dal Concilio di Costanza dove era ito 
f^^P» òiovanni, dopo la rovina di quello, per campare la vita gli ooivenne 
'iiSBir» travestito. Ma passati quaranta anni della sua età visse felicissimo, 
^'l'^^'cbò non solo quelli che s'accostarono a lui nell'imprese pubbliche, ma 



183 iSTOftu notnmNB. [1464] 

qutUi ancora die i taci tesori per lalta l*£aropa amminatravaiMS éeUi 
felieHÉ ava partidperono. Da che noke eoeeflshre rìcehene in bmììb fnaiglfe 
di Frane aacqiNro» oome avreniie in quella de' Toraabaoai, de' Beno, de' Por- 
liaarì e de'Saseetti, e dopo qaesti lotti qoelli cke dal eoasiglio e forteae eoa 
dìpeaderaBo, arnocUroBO talmente, che beaehòBegH edificj dei templi e neUe 
eleBK»iBe egH speadesBe continaaaieiite, ai doleva qvaldie volta con gli amia, 
ohe mai aveva potuto spendere tanto in onore dì EÌb, die lo trevasee né san 
Khri debitore. Fa di comunale grandezza » di colore uHvigQo e di preseaa 
venerabile. Fn senza dottrina, ma elogaenHammo e ripieno d'una aatnsie 
prndenza; e perdòera ufBcioeo negli amici, miaericordiOBO net po^wi, nelle 
eOBversasioni nlUe, nei consigli canto, neile esecuzioni presto, e nei suoi detti 
e rìspoate era argute e grave. Mandagli mesaar Rinaldo degli Albizzi nel pria- 
eipio del soo esilio a dire : Che la galUna covava : % cui Cosimo rispose: 
Oi* ella poteva mal eovart 9mà> fuoraMuidi^ E ad altri ribeUi che gii feoero 
iotendeie che non dormivano, disse : Ck$ lo cndeva, aoenéio cavato laro U 
mimo. Disse di papa Pio quando eccitava i priadpi per l' impresa oentra il 
Taroo: Ck' e^ era vecchio, e faceva una impreea da giovane. Agli oraton vi- 
Besiani, ì q«aR vennero a Firenze insieme con qaelU del re Alfonso a dolera 
deHi Repubblka, mostri» il capo scoperto, e doaiandogli di qua! colore fuase; 
al quale rkpoaerobiafteo; ed egli allora soggiunse : FtioiifNiaserdpraotoii^, 
ofcsf vostft Senalon' ¥ avramu) bianco come io. DomandandogU la moglie poche 
ore avanti la morte, perchè tenesse gli oodii chiusi, rispose : Per awexiargU, 
Dicendogli alcuni cittadini dopo la sua tornata dall' esilio, che si guastava U 
città, e facevasi centra Dio a cacdare di quella tanti uomini daU^ene, rispose: 
€em*egèi era meglio citià guasta dbe perduta : $ come dm €an$ie di panno 
nwflto faoevmeo «n uomo da bene; cdkegU stati non n tenevae» con i pakr- 
nostri in mano : le quali voci dettero materia ai nimici di calunniarlo, cooie 
uomo che aasasse più so medesimo die la patria, e più questo mondo che 
quell'altro. Potrebbonsi rifenre molti altri suoi detti , i quali come non neoefir 
saij s'omettono. Fu ancora Cosimo degli uomini litterati amatore ed esaitaloce, 
e perciò condusse in Phenze lo Argiropolo, uomo di nazione greca, ed in quelli 
tempi litteratissimo, acciocché da quello la gioventù fiorentina la lingua greca 
e f altre sue dottrine potessero apprendere. Nutii nelle sue case Marsilio Ficino 
secondo padre della platonica filosofia, il quale sommamente amò; e perchè 
potesse più comodamente seguitare gli studj delle lettere, e per poterlo a» 
più sua comodità usare, una possessione proi^nqua alla sua di Careggi gii 
donò. Questa sua prudenza adunque, queste sue ricchezze, modo di vivere e 
fortuna lo fecero a Firenze dai cittadini temere ed amare, e dai prindpi non 
solo d'Italia, ma di tutta l'Europa maravigliofiamente stimare; donde che 
lasciò tal fondamento ai suoi potteri, che poterono con la virtù pareggiarlo, e 
con la fortuna di gran lunga superarlo; e quella autorità che Cosimo ebbe io 
Fnenze, non solo in qudla città, ma in tutta la cristianità aver mutava. 
Nondimeno negli ultimi tempi della sua vita senti gravissimi dispiaceri ; perchè 
deiduol figliuoli ch'egli ebbe, Piero e Giovanni, questo mori nel quale egli 
più confidava, quell' altro era infermo, e per la debolezza del corpo poco atto 
alle pubbliche e alle private faccende. Dimodoché facendosi portare dopo la 
morte del figliuolo per la casa, disse sospirando : Qaesta è troppo gran casa a 
H poca famiglia. Angustiava ancora la grandezza dell' animo soo non ^ pa^ 
rere d^ avere accresciuto l'imperio fiorentino d' uno acquisto onorevole; e taato 
più se ne doleva, quanto gli pareva essere stato da Francesco Sfòrza ingBB|plo, 
il quale mentre era conte gli aveva promesso comundie ai fusae insignorito 



[14M] UMO SDiwo. 183 

(fi Mibao, di bra fimprau di Lsecs per i Ftarartini ; il cha md niiiriwii, 
perchè qnei conlsetnla fortuna malo ponsiwe, e dirtalsto dan voUo godasi 
qwUo stato em 1> pace, die ■ avera acquistato eoo la gatm ; e perda Mm 
volle né a CoeràBD, né ad afcuno ellro di alcnaa impresa soddisfare De fece poi 
cbe fu duca altrf guerra, che quelle che fu per difendersi MCsHitalo. Il che fii 
di noia grandieeima a Cosino cagime, parendogli aver^duralo fatica e epeeo 
per far grande un nomo ingrato ed infedele. Parefagli dira di questo per l'ì»- 
famitàdel corpo non potere nelle faccende pnUiliche e private porre l'antica 
dìligeiBa sua, di qualità che l' une e l'altre Tederà rovinale ; perdtè la ciUè 
era dìMniita dai dttadini, eleeustaDisdsiminiatrìedaiflgliuolì.TuUequaale 
ooee ^i leeero passare gli oLtimi tempi della sua vita inquialL NondineDO 
Bori pieno di gloria e con graadisttmo nome; e nells citli e fuori lotti i citta- 
dini e 6n& i principi erittiaoi si dobwo con Piero suo figlinolo della ioa morie, 
e bi eoa pompa grandiaaima da tutti i cittadini alla tepóltura aoeompagoaia, 
• nel tempio di San Lorenzo sepp^lo, e per pubblico decreto aopra la aapal- 
tnra m hbu oaLLà pàtbia nominalo. Se io acrivendo le ooee fatta da 
CosifflTt» innilalo quelli che scrivono le vile dei princìpi, non quelli dw seri- 
vano le univtirBali istorie, non ne prenda alcuno anmirasiooe; percbèaaBeod» 
Mtto uomo raro nella nostra ciUà, io «onoatato neoe o wtato con modo istraaor- 
doario lodaHo. 

In qanti tempi che Firen» ed Italia orile dette oondiiioni si trovava. Luigi 
r» di Francia era da gravissima guerra assalito, la quale gli avevano i sooi ba- 
roaieoBraiDtodiFraiiceacoducadiBretagnaediCarlodncadiBoi^gnamoBBa; 
la qoale tii di tanto momento, che non potette pensare di favmnre il duca Gio- 
vaaoìd'ADgiù nell' impreee di Genova e del re^o; ami gitidicaDdo d'aver bi- 
sogao degli aiuti di dascuno, sendo restata la atti dì Savona in potestà de' Fran- 
osi, insignorì di quella Francesco duca di Milano, e gli fece intendere che, ae 
voleva, con sua grazia poteva fare l' impresa di Genova . La qual cosa fu da 
Fnneeseo accettata, e con la riputauone che gli dette 1' amicizia del re, e con 
^ ftivori che gli ferOBO ^ Adomi, s' iosignorl di Genova ; e per non mostrars» 
iagralo verno il re de'benefiq ricevuti, mandò al socconio suo in Francia miUe 
anquecento cavatU capitanati da Galeauo suo primogenito. Restati pertanto 
Forando di Aragona e Francesco SfiHna, 1' uno duca di LtHobardia e prìncipe 
ditìenova, 1' altro redi tutto il regno di Napoli, ed avendo insieme contratto 
pventado, pensavano cornee' potessero iti modo fermare gli stati loro, che vi- 
vmdo gli potessero ■corameole godere, e morendo agli loro eredi liberamente 
lasciare. E perdo giudicarono che e' f usse necessario, che il r« s' aseicurasae di 
qaatli baroni , che 1' avevano nella guerra di Giovanni d' AngiA oSeso, ed il 
dsca operasse di spegnere l' anni braccesche al sangue suo naturali niaidte, 
lequabaotto Iacopo Pi cdaino in grandissima riputaiione erano salite; perdiè 
*g^ era riaiaso il primo capitaao d' Italia, e non avendo stato, qualunque era 
■ Malo doveva temerìo, e masaìmameate il duca, il quale mosso dall' «eempio 
Ho stato, né sicuro ai figliuoli lasdarlo, vi- 
li industria cercò 1' accordo con i suoi b«- 
; il che gK succedette felicemente, percfab 
col re vedevano la loro rovina maniftota, e 
le slavano dubbj . S perchè gli uomini fUg- 
le che è certo, ne segnita cbe i prìndp* 
ingannare. Credettero qndli prìndpt alla 
lifeed nella guerra, e rìraeaBisi neHe brac- 
varj modi e sotto varie cagioni qmnti. La 



184 ISTORIB mRENXoiK* [1466] 

qual cosa sbigottì Iacopo Pìocìiiìbo , il quali con le sue gpiU si trovava a Sul- 
mona, e per torre occasione al re d* T)pprìmarlo, tome pratica col duca Fran- 
cesco per mezzo de' suoi amici di rìconciliarsi eoa quello, ed avendogli il duca 
fatte quante offerte potette maggiori, deliberò ifcopo di rìmettersiwelle brac- 
cia sue, e r andò accompagnato da cento ea^lM a trovare a Milano. 

Aveva Iacopo sotto il padre e col fratello militale ^n tempo, prima per il 
duca Filippo, e dipoi per il popolo di Milano, tantoèbè per la lunga conversa- 
zione, aveva in Milano amici assai ed universale benivolenza, la quale le pre- 
senti condizioni avevano accresciuta ; perchè agli Sforzeschi la prospera for- 
tuna e la presente potenza avevano partoriltinvidia, ed a Iacopo le cose avverse 
la lunga assenza avevano in quel popolo generato misericordia, e di vederlo 
grandissimo desiderio. Le quali cose tutte apparsero nella venuta sua, perchè 
pochi rimasero della nobiltà, che non 1* incontrassero; e le strade donde ei 
passò di quelli che desideravano vederlo erano ripiene, e il nome della gente 
sua per tutto si gridava. I quali onori affrettarono la sua rovina, perchè al duca 
crebbe col sospetto il desiderio di spegnerlo; e per poterlo più copertamente 
fare, volse che celebrasse le nozze con Drusiana sua figliuola naturale, la quale 
più tempo innanzi gli aveva sposata. Dipoi convenne con Ferrandolo prendesse 
a' suoi soldi con titolo di capitano delle sue genti, e centomila fiorini di prov- 
visione. Dopo la qual conclusione Iacopo insieme con uno ambasdadore ducale 
e Drusiana sua moglie se n* andò a Napoli, dove lietamente ed onoratamente fa 
ricevuto, e per molti giorni con ogni qualità di festa intrattenuto; ma avendo 
domandata licenza per ire a Sulmona dove aveva le sue genti , fu dal re nel 
castello convitato, eid appresso il convito, insieme con Francesco suo figliuolo 
imprigionato e dopo poco tempo morto. E cosi i nostri principi italiani quella 
virtù che non era in loro temevano in altri, e la spegnevano; tanto che non T avendo 
alcuno, esposero questa provincia a quella rovina; la quale dopo non molto tanpo 
la guastò ed afflisse. 

Papa Pio in questi tempi aveva composte le cose di Romagna; e perciò gli 
parve tempo, veggendo seguita universal pace, di muovere i cristiani centra il 
Turco, e riprese tutti quelli ordini che da' suoi antecessori erano stati fatti; e 
tutti i prìncipi promisero o danari, o genti , ed in particolare Mattia re d' Ungheria 
e Carlo duca di Borgogna promisero essere personalmente seco, i quali furono 
dal papa fatti capitani dell' impresa. Ed andò tanto avanti il pontefice con la 
speranza, che parU da Roma ed andonne in Ancona, dove s' era ordinato che 
tutto r esercito convenisse, ed iVineziani gli avevano promessi navigi perpas- 
sarlo in Schiavonia. Convenne pertanto in quella città dopo V anivare del 
pontefice tanta gente, che in pochi giorni tutti i viveri , che in quella città erano, 
e che dai luoghi vicini vi si potevano condurre, mancarono, di qualità che cia- 
scuno era dalla fame oppressalo. Oltra di questo non v' erano danari da prov- 
vederne quelli, che n' avevano di bisogno, né armi da rivestirne quelli, che ae 
mancavano; e Mattia e Carlo non comparsero, ed iVineziani vi mandarono uo 
loro capitano con alquante galee, piuttosto per mostrare la pompa loro, e d'avere 
osservata la fede, che per poter quello esercito passare. Onde che '1 papa sondo 
vecchio ed infermo, nel mezzo di questi travagli e disordini morì ; dopo la cui 
morte ciascuno alle sue case se ne ritornò. Morto il papa 1' anno mccgclxv, fu 
eletto al pontificato Paolo II di nazione Yineziano. E perchè quasi tutti i prin- 
cipati d' Italia mutassero governo, mori ancora l' anno seguente Francesco 
Sforza duca di Milano, dopo sedici anni eh' egli aveva occupato quel ducato, e 
fu dichiarato duca Galeazzo suo figliuolo. 

La morte di questo prìncipe fu cagione che le divisioni di Firenie diventas- 



[1460] ij^aa svnKHo! 185 

sero più gagliarde, e fit^eseero i suoi 0M più tpfto. Poiché GoBimo morì, Piero 
suo figliuolo, rimaso erede delle sustanze e deUJp stato del padre, chiamò a eò 
mesBer Diotisalvi Neroni , uomo di grande autorità , e secondo gli altri citta- 
dini ripntaUaeimo, nel quale Cosimo confidava tanto, che e' commise morendo 
a Piero, che delle suslanze e delle a(ato al tutto secondo il consiglio di quello si 
governasse. Dimostrò pertanto Piero a messer Diotisalvi la fede che Cosimo 
aveva avuta in lai. E perche voleva ubbidire a suo padre dopo la morte come 
aveva ubbidito in vita, desiderava con quello del patrimonio e del governo della 
città consigliarsi. E per cominciare dalle sustanie proprie, farebbe venire tutti 
i calcoli delle sue ragioni, e gliene pqp'ebbe ili mano, acciocché potesse l' or- 
dine ed il disordine di quelle cognoscere, è (Ognosciuto, secondo la sua pru- 
denza consigliarlo. Promesse messer Diotisalvi in ogni cosa usare diligenza e 
fede; ma venuti i calcoli e quelli bene esaminati, cognobbe in ogni parte essere 
assai disordini. E come quello che più lo strigneva la propria ambizione, che 
r amore di Piero, o gli antichi benefiq da Cosimo ricevuti, pensò che fusse fa- 
cile torgli la riputazione, e privarlo di quello stato, che il padre come eredita- 
rio gli aveva Isysciato. Venne pertanto messer Diotisalvi a Piero con uno consi- 
glio die pareva tutto onesto e ragionevole, ma sotto a quello era la sua rovina 
nascosta. Dimostrc^i il disordine delle sue cose, ed a quanti danari gli era ne- 
ceesaiio provvedere, non volendo perderecol credito la riputazione delle sustanze 
e dello stato suo. E però gii disse, eh' ei non poteva con maggiore onestà rime- 
diare ai disordini suoi, die cercare di far vivi quelli danari, che suo padre do- 
veva avereda motti cosi forestieri come cittadini ; perchè Cosimo per acquistarsi 
partigiani in Firenze ed amici di fuora, nel fare parte a ciascuno delle sue sustanze 
ftt libéralissimo, io modo che quello di che per queste cagioni era creditore, a 
nna somma dì danari non piccola, né di poca importanza ascendeva. Parve a 
Piero il consigho buono ed onesto, volendo ai disordini suoi rimediare col suo. 
Ma sabito di' ^11 ordinò che questi danari si domandasse, i cittadini, come se 
quello volesse torre il loro, non domandare il suo, si risentirono, e senza rispetto 
dicevano male di lui, e come ingrato, ed avaro lo caltfnniavano. 

Donde che veduta messer Diotisalvi questa comune e popolare disgrazia, in 

la quale Piero era per i suoi consigli incorso, si ristrinse con messer Luca Pitti, 

messer Àgnolo Aodaiuoli, e Niccolò Sederini, e diliberarono torre a Piero la 

riputazione e lo stato. Erano mossi costoro da diverse cagioni* Messer Luca 

Mderava succedere nel luogo di Cosimo, perchè era diventato tanto grande, 

<^ si sdegnava aver a osservare Piero. Messer Diotisalvi, il quale cognosceva 

Mser Luca non essere atto a essere capo del governo, pensava che di neces- 

Àlà, tolto via Piero, la riputazione del tutto, in brieve tempo, dovesse cadere 

ialiù. Nkcolò Sederini amava che la dttà più liberamente vivesse , e che se- 

cauto la voglia de' magistrati si governasse. Messer Àgnolo con i Medici teneva 

P^'^'colari odj per tali cagioni. Aveva Raffaello suo figliuolo più tempo innanzi 

Pv^n per moglie l' Alessandra de' Bardi con grandissima dote. Costei, o per i 

»»Minentì suoi, o per difetti d' altri, era dal suocero e dal marito maltrattata; 

<)>we cheUrenzo d' Ilarione suo affine , mosso a pietà di questa fanciulla, una 

notte 0011 dì molti armati accompagnato la trasse di casa messer Àgnolo. Dol- 

dOttsi gli ÀGdaiooli di quest'ingiuria fatta loro da* Bardi. Fu rimessa la causa 

in Cosimo, il quale giudicò, che gli Àcciaiuoli dovessero alla Alessandra risU- 

^f^ la sua dote, e dipoi il tornare col marito suo all' arbitrio della fanduUa 

« nmettease. Non parve a messer Àgnolo , che Cosimo in questo giudido 1* a- 

vesse come amico trattato ; e non si emendo potuto centra Cosimo, diliberò 

contra il figliuolo vendicarsi. Questi congiurati nondimeno in tanta diversità 



IM iSTOUB notnmNi. [i466] 

è* «non pobbèicavaBO una «edasiiBa ciigiooe, aflermaodo volert dbe la città 
eoo i magistrati, ooq col ooosigl» di pochi ai gof ernaàse. Àocrebbot) eUra di 
qMSto gli ùd] vano Piero e le cagioni di mordeiio molti mercataati dia ia 
qoaato tempo fàliirooo ; di tàft pttbMtcamepte ne fu Piero iacoipato, cba yo- 
laudo fuofi d' ogni e&pettaaioae riavere i suoi danari , gli aveva &tti eoa vitu- 
perio e daaao della città Mire. Àggiunsesi a questo che e' si praticava di dar 
per moglie la Clarice degli Orsini a Lorenzo suo primogenito, il che pone a 
ciasouno pia larga materia di calanniarìo, dicendo come e' si vedeva espreHo, 
poicfa' egli voleva rifiutare per il figliuolo un parentado fiorentino, che la città 
più come dttadiao non la capeva, e perciò egli si preparava a occupare ilprìa- 
cipato; perchò colai che non vuole i suoi cittadini per parenti , gli vuole per 
aervi, e perciò ò ragionevole che non gli abbia amid. Pareva a questi capi delia 
sedizione avere la vittoria in mano, perchè la maggior parte dei dUadmi ia- 
gannati da quel nome della libertà , die costoro per onestare la loro impresa 
avevano preso per insegna, gli seguivano. 

RiboUeìido adunque questi umori per la dttà, parve ad alcuno di quelli, 
a' qvali le dvili diaeordie dispiacevano, che e' si vedesse se con qualche nuova 
aitegreyia si potessero fermare; perchè il più delle volte i popoli oziosi sono is- 
traonnto a chi vuoie alterare. Per tor via adunque questo ozio, e dare che pea- 
aare agli uomini qualche cosa, che levassero i pensieri dèlio stato, sondo già 
passato Tanno che Cosimo era morto , presero occasione da che fusse bebé 
rallegrare la città, e ordinarono due feste, secondo V altre che in quella città a 
fanno , solennissime. Una die rappresentava, quando i tre re Magi venaefo 
d' Oriente dietro alla stella che dimostrava la natività di Cristo; la qu^ era 
di tanta pompa e si magnifica, che in ordinarla e farla teneva più mesi occu- 
pata tutta la dttà. L'altra fu uno tomiameoto (che cosi chiamavano uso spet- 
tacolo , che rappresenta una zuffa ài uomini a cavallo) , dove i primi gìovaai 
della dttà si esercitarono insieme con i più nominati cavalieri d'Italia ; e latra 
i giovani fiorentini il più riputato fu Lorenzo primogenito di Piero , il qaala 
non per grazia, ma per proprio suo valore ne riportò il primo onore. Celebrati 
questi spettacoli ritornarono ne'dtladini i medesimi pensieri , e ciascuno eoo 
più studio die mai la sua opinione seguitava ; di che dispareri e travagli graadi 
ne rìsukavano, i quali da duoi accidenti furono grandemente aocresduti. L'ubo 
fti che l' autorità della Balla mancò; l' altro la morte di Francesco duca di Mi- 
lano. Donde che Galeazzo nuovo duca mandò a Firenze ambasdadoriperooa- 
fermare i capitoli, che Francesco suo padre aveva oon la dttà , tra i quafi tra 
l'altre cose si disponeva , che qualunque anno si pagasse a quel duca certa 
somma di danari. Presero pertanto i prìndpd contrari ai Media occasione da 
^lesta domanda, e pubblicamente od Consigli a questa diiiberazioae s' op^ 
sarò, mostrando non oon Galeazzo, ma con Francesco essere fatta l'amicizia, 
sicché morto Franceaco era morto V obbligo , aè d era cagione di risuscitarlo» 
perchè in Galeazzo non era quella virtù ch'era in Francesco, e per coosegueale 
non se ne doveva né poteva sperare queir utile; e se da Francesco s'era arato 
poco, da questo s'avrebbe meno; e se alcnno dttadino lo volesse soldare per 
la potenza sua, era cosa centra al vivere civile e alla libertà ddla città. Piei* 
all'incontro mostrava, che non era bene una amicizia tanto necessaria per ava- 
rizia perderla, e che ninna cosa era tanto salutifera alla Repobblica ed a tolta 
Balia, quanto V esaere collegati col duca^ acciocchò i Vinéziani veggendo io^J 
miti , non sperino o per finta amicizia , o per aperta guerra opprimere qvf 
dacato; perchè non prima sentiranno i Fiorentini essere da quel duca alieoat^f 
di' eglino arranno l' armi in mano contra di lui , e trovandolo giovane, nuovo 



[14M] UBRO scrruM). 187 

B6Ìo stato , e aeosa amici, facilmente se lo potraniu) a con ingaHKi, o eoa 
fora guadagnare , e neU* ano e nell' altro caso vi si Tedeta la roma della 
AeiNifablica. 

Kob enmo accettate le parole di Piero né queste ragioni , e le nimicizie co- 
minciarono a mostrasi aperte, e dasdiedona delle parti di notte in diverse 
compagnie conyentTa; perchè gli amici dei Medici nella Crocetta , e gli avver- 
ami i^^ Pietà si ridncevano; i quali solleciti nella rovina di Piero avevano 
fatto soscrivere, come air impresa loro favorevoli, molti cittadina B trovandosi 
trai' altre volte una notte insieme, tennero particolare coasiglio del modo del 
procedere loro» ed a ciascuno piaceva diminuire la potenza de' Medici, ma erano 
diffierenti nel modo. Uoa parte, la quale era la più temperata e modesta, vo- 
leva, die poich'egli era finita T autorità della Balìa, che s' attendesse a ostare 
ebe te non si riassumesse; e fatto questo, ci era T intenzione di ciascuao, pcr- 
dbé i consigli e i magistrati governerebbero la città, e in poco tempo V autorità 
di Piero si spegnerebbe, e verrebbe con la perdita della riputazione e dello stato 
a perdere il credito nelle mercanzie, perchè le sostanze sue erano in tonnine, 
che se e' si toneva forte che non si potesse de' danari pubblici valere , era a 
rovinare neceesitoto; il che come fusse seguito non c'era di lui più alcun pe- 
rìcolo; e venivasi ad avere senza esilj e senza sangue la sua libertà ricuperata, 
il che ogni buon dttodino doveva desiderare ; ma se e' si cercava d'adoperare 
la forza, si potrebbe in moltissimi pericoli incorrere ; perchè tal lawia cadere 
uno die cade da sé, che s' egli è spinto da altri , lo sostiene. Oltra di questo 
qaando non s' ordinasse alcuna c^ strasordinaria centra di lui y^on avrebbe 
cagione d'armarsi, o di corcare amid; e quando e' lo facesse/ sarebbe con 
laoto suo carico, e genererebbe in ogni uomo tonto sospetto , ^e e'fardtbe a 
so più fodle la rovina, e ad altri dmebbe maggiore occasione d' opprimerlo. A 
molti altri de' ragunati non piaceva questa lunghezza , affermando come il 
tempo era per favorire lui e non loro, perchè se si voltovéno a essere contenti 
alle cose ordinarie, Piero non porteva periodo alcuno, e loro ne correvano 
naolti; perchè i magistrati suoi nimid gli lasceranno godere la città, e gli amici 
k> fvanno con la rovina loro, come intervenne nel i.vni, principe. E se il con- 
aiglio dato era da uomini buoni , questo era da uomini savi. E perciò mentre 
cbe gli uomini erano infiammati contro di lui , conveniva spegperlo. Il modo 
era armarsi dentro, e di fuori soldare il marchese di Ferrara per non essere dia- 
aranti; e quando la sorte desse di avere una Signoria amica, essere parati ad 
anicoraraene. Bimasero portento in questo sentenza, che si aspettasse la nuova 
Signoria , e secondo quella governarsi. Trovavasi intra questi congiurati sor 
Niccolò Pedini , il quale tra loro come cancelliere s'eserciteva. Costui tirato 
da più certa speranza, rivelò tette le pratiche tenute dai suoi nimid a Piero, e 
la hsta de' congiurati e de' soscritti gli portò. Sbigottissi Piero vedendo il nu- 
mero e la qaalità de'dttedini che gli erano centra, e consigUatosi oon gli 
amad, dilftierò anco egli fare degli amid suoi una soscrizione; e data-di queste 
impresa la cura ad alcuno de' suoi più fidati, trovò tento varietà e instabilità 
ae^ animi de' cittadini, che molti de' soscritti centra di lui, ancora in favor 
suo si soscrisBero. 

Mentre che queste eose in queste maniera si travagliavano^ venne il tempo 
che'l soprano magistrato si rinnovava, al quale per gonfaloniere di giustizia 
In Niccolò Sederini assunto. Fu cosa maravigliosa a vedere con quanto con- 
corso non solameate di onorati cittediai, ma di tutto il popolo e' fosse al Pa- 
lano accompagnato; e per il cammino g^i fu poste una ghirlanda d' ulivo la 
teste, per mostrare ^e da qudio avesse e la saluto e la libertà di qudla pa- 



188 ISTOftlB FIOaBHTlNE. [I4dt>] 

tria a dipendere. Vededi e per questa e per molte altre esperienze, come e* non 
è ooea deaiderabile prendere o un magistrato o un principato con istraordioarìa 
opinione; perchè non potendosi con T opere a quella corrispondere, deside- 
rando più gli uomini che non possono conseguire, ti partorisce col tempo dis- 
onore e infamia. Erano messer Tommaso Sederini e Niccolò fratelli. Era Nic- 
colò più feroce ed animoso, messer Tommaso più savio. Questi perchè era a 
Piero amicissimo, oognosciuto V umore del fratello, com* egli desiderava solo 
la libertà della città, e che senza offesa d' alcuno lo stato si fermasse, lo eoo- 
forte a far nuovo squittinio, mediante il quale le borse de* cittadini, che amas- 
sero il vivere libero, si riempiessero ; il che fatto, si verrebbe a fermare k) 
stato, e ad assicurarlo senza tumulto e senza ingiurìa d' alcuno secondo la vo- 
lontà sua. Credette facilmente^ Niccolò a' consigli del fratello, e attese in questi 
Tanl pensieri a consumare il tempo del suo magistrato; e dai capi de'congia- 
rati suoi amici gli fu lasciato consumare, come quelli che per invidia non vole- 
vano, die lo stato con T autorità di Niccolò si rinnovasse, e sempre credevano 
con un altro gonfaloniere essere a tempo a operare il medesimo. Venne pe^ 
tanto il fine del magistrato, e Niccolò avendo cominciate assai cose, e non ne 
fornita alcuna, lasciò qudlo assai più disonorevolmente che onorevolmente noo 
r aveva preso. 

Questo esemplo fece la parte di Piero più gagliarda, e gli amici suoi più nella 
speranza si confermarono , e quelli eh' erano neutrali a Piero si aderirono. 
Tale che essendo le cose pareggiate, più mesi senz'altro tumulto si tmnporeg- 
giarono. Nondimeno la parte di Piero sempre pigliava più forze, onde die ^ 
nimici si risentirono e si ristrinsero insieme, e quello che non avevano saputo 
voluto fare per il mezzo de' magistrati e facilmente, pensarono di far p<^ 
forza e conchiusono di far ammazzare Piero che infermo si trovava a Careggi, 
ed a questo effetto far venire il marchese di Ferrara con le genti verso la città, 
e morto Piero, venire armati in piazza, e fare che la Signoria fermasse uno 
stalo secondo la volontà loro ; perchè sebbene tutta non era loro amica, spe- 
ravano quella parte che fusse contraria farla per paura cedere. Messer Dioti- 
salvi per celare meglio V animo suo visitava Piero spesso, e ragionavagli della 
unione della città, e lo consigliava. Erano state rivelate a Piero tutte queste 
pratiche, e di più messer Domenico Martelli gli fece intendere, come Fraacesoo 
Neroni fratello di messer Diotisalvi l' aveva sollecitato a voler essere con loro, 
mostrandogli la vittoria certa, e il partito vinto. Onde che Piero diliberò di esaere 
il primo a prendere l' armi, e prese V occasione dalle pratiche tenute da' suoi 
avversar]' col marchese di Ferrara. Finse pertanto d' aver ricevuta una lettere 
da messer Giovanni Bentivogli principe di Bologna, che gli significava cone il 
marchese di Ferrara si trovava sopra il fiume Albo con gente, e pubblica- 
mente dicevano venire a Firenze; e cosi sopra questo avviso Piero prese 
r armi, e in mezzo di una grande moltitudine di armati venne a Firenze. Dopo 
il quale tutti quelli che seguivano le parti sue si armarono, e la parte avversa 
fece il simile, ma con miglior ordine quella di Piero, come coloro eh' erano pre- 
parati, e gli altri non erano ancora secondo il disegno loro a ordine. Messer 
Diotisalvi per avere le sue case propinque a quelle di Piero, in esse non si te- 
neva sicuro, ma ora andava in Palagio a confortare la Signoria a far che Piero 
posasse l' armi, ora a trovare messer Luca per tenerio fermo nella parte loro. 
Ma di tutti si mostrò più vivo che alcuno Niccolò Sederini , il quale press 
r armi, e fu seguitato quasiché da tutta la plebe del suo quartiere , e n' andò 
alle case di messer Luca, e lo pregò montasse a cavallo, e venisse in piazia 
a' favori della Signoria eh' era per loro, dove senza dubbio s' avrebbe la vitto- 



[Ì466J LIBEO SBTTllfO. 189 

ria certa, e non volesse standosi in casa essere o dagli armati nimici vilmente 
oppresso, o dai disarmati vitup^osamente ingannato ; e che a ora si penti- 
rebbe non aver fatto, che e' non sarebbe a tempo a fare, e che se e* voleva con 
la guerra la rovina di Piero, egli poteva facilmente averla ; se voleva la pace, 
era molto meglio essere in termine da dare, non ricevere le condizioni di 
quella. Non mossero queste parole messer Luca, come quello che aveva già 
posato r animo, ed era stato da Piero cod promesse di nuovi parentadi e nuove 
oonctizioni svolto, perchè avevano con Giovanni Tomabuoni una sua nipote in 
matrimonio congiunta ; in modo che confortò Niccolò a posare 1* armi, e tor- 
narsene a casa, perchè e' doveva bastargli, che la città si governasse con i ma- 
gistrati, e cosi seguirebbe, e che V armi ogni uomo le podereU>e, e i Signori, 
dove toro avevano più parte, sarebbero giudici delle differenze loro. Non pò- 
trado adunque Niccolò altrimenti disporlo, se ne tornò a casa, ma prima gli disse : 
t b) non posso solo far bene alla mia città, ma io posso bene pronosticargli il ' 
male. Questo partito che voi pigliate, farà alla patria nostra perdere la sua li- 
bertà, a voi lo stato e le sustanze, a me e agli altri la patria* » 

La Signoria in questo tumulto aveva chiuso il Palazzo, e con i suoi magi- 
strati si era ristretta, non mostrando favore ad alcuna delle parti. I cittadini, e 
massimamente quelli che avevano seguite le parti di messer Luca, veggendo 
Piero armato e gli avversar] disarmati, e' cominciarono a pensare, non come 
avessero a offendere Piero, ma come avessero a diventare suoi amici. Donde 
che i primi cittadini capi delle fazioni convennero in Palazzo alla presenza della 
Signorìa, dove molte cose dello stato della città, molte della riconciliazione di 
quella ragionarono. E perchè Piero per la debilità del corpo non vi poteva in- 
tervenire, tutti d' accordo diliberarono d* andare alle sue case a trovarlo, ec- 
cetto che Niccolò Sederini , il quale avendo prima raccomandati i figliuoli e 
le sue cose a messer Tommaso, se n' andò nella sua villa per aspettare quivi 
il fine della cosa, il quale riputava a sé infelice, ed alla patria sua dannoso. Ar- 
rivati pertanto gli idtri cittadini da Piero, uno di quelli, a chi era stato com- 
messo il padane, si dolse dei tumulti nati nella città, mostrando come di quelli 
aveva maggior colpa chi aveva prima prese le armi ; e non sapendo quello che 
Piero, il quale era stato il primo a pigliarle, si volesse, erano venuti per inten- 
dere la volontà sua, e quando la fusse al ben della città conforme, erano per 
seguirla. Alle quali parole Piero rispose: come non quello che prende prima 
r smi è cagione degli scandoli, ma colui eh' è primo a dare cagione che le si 
prendino ; e se pensassero più quali erano stati i modi loro verso di lui, si ma- 
ravigiierebbero meno di quello, che per salvare so avesse fatto ; perchè ve- 
ikebbero, che le convenzioni notturne, le soscrizioni, le pratiche di torgli la 
città e la vita V aveano fatto armare ; le quali armi non avendo mosse dalle 
case sue, facevano manifesto segno dell' animo suo, come per difender sé, non 
per offendere altrì V aveva prese. Né voleva altro, né altro desiderava che la 
sìcortà e la quiete sua, né aveva mai dato segno di sé desiderar altro, per- 
dio mancata riautorità della Balla non pensò mai alcuno strasordinarìo modo 
per rendergUeae, ed era molto contento che i magistrati governassero la città, 
contentandosene quelli. E che e' si dovevano ricordare, come Cosimo ed i 
figliuoli sapevano vivere in Firenze con la Balla e senza la Balla onorati, e 
nk Lvm neo la casa sua, ma loro V avevano riassunta. E che se ora non la vo- 
levano cbe non la voleva ancora egli ; ma che questo non bastava loro, per- 
dìo aveva veduto che non credevano poter stare in Firenze standovi egli . Cosa 
veramente dbe non avrebbe mai, non che creduta, pensata, che gli amici suoi 
e dd ptdre non credessero poter vivere in Firenze con lui, non avendo mai 



IM ISTOftlS nORtHTlNI. [1466] 

dato altro segno dì so che di quieto e pacifico nomo. Poi volae il ano pariate a 
measer DiotisaWì ed a* fratelli che erafto presenti, e rimproverò loro con pa- 
role gravi e pioie di sdegno i beoefiEJ ricevuti da Cosimo, la fede avuta in 
quelli, e la grande ingratitudine loro. BfìuYHio di tanta forza le sue parole, che 
alcuni do presenti in tanto si commossero, che se Piero non gli raffrenava, gli 
avrebbero con V armi manomessi. Conchiuse alla fine Piero, che era per'ap* 
provare tutto quello che loro e la Signoria diliberassero, e che da lui non si do- 
mandava altro che vivere quieto e sicuro. Fu sopra questo parlato di molta 
cose, né per allora diliberatane alcuna, se non generalmente di' egli era neces* 
sario riformare la ciità, e dare boovo ordine allo stato. 

Sedeva in quelli tempi gonfoloniere di giustizia Bernardo Lotti, uomo non 
confidente a Piero, in modo che non gli parve, mentre che quelb era in ma- 
gistrato, da tentare cosa alcuna ; il die non giudicò importar molto, sendo pro- 
pinquo al fine del magistrato suo. Ma venuta la elezione dei Signori, i quali di 
settembre ed ottobre seggono. Tanno mcgcclxvi fu eletto al sonmio magistralo 
Ruberto Lioni, il qiiale sobito che ebbe preso il magistralo, sendo tutte l'altre 
cose preparate, chiamò il popolo in piazza, e fece nuova Balia tutta della parte 
di Piero, la quale poco dipoi creò i magistrati secondo la volontà del movo 
stato. Le quali cose spaurirono i capi della fazione nimica, e meeser Agnolo 
Acciainoli si foggi a Napoli, e messer Diotisalvi Neroni e Niccolò Sederini a 
Vinezia. Messer Luca Pitti si restò in Firenze, confidandosi nelle promesse fet- 
tegli da Piero, e nel nuovo parentado. Furono quelli che s' erano foggiti di- 
dìiarati ribelli, e tutta la famiglia de' Neroni tu, dispersa. E meeser Giovanni 
di Nerone allora ard vescovo di Firenze» per fuggire maggior male, si elesse vo> 
lontario esilio a Roma. Furono molti altri dttadini, che subito si partirono, in 
vaij luoghi confinati. Né bastò questo, che s* ordinò una processione per rin- 
graziare Dio dello stato conservato e della città riunita, nella solennità della 
quale forono alcuni dttadini presi e tormentati, e dipoi parte di loro morti, e 
parte mandati in esilio. Né in questa variazione di cose fu esempio tanto nota- 
bile, quanto quellodi messer Luca Pitti : perchè subito si cognobbe la difléranza, 
quale è dalla vittoria alla patlita, e dal disonore ali* onore. Vedovasi nelle sue 
case una solitudine grandissima, dove prima erano da moltissimi dttadini fra» 
quentate. Per la strada gli amid e parenti non ohe d* accompagnarlo, ma di 
sahitarlo temevano, perchè a parte d' essi erano stati tolti gli onori, ed a parte 
la roba, e tutti parimente minacdati. I superbi edifizj eh* egli aveva cominciati 
furono dagli edificatori abbandonati, i benefizj che gli erano per 1* addietro 
stati fotti, si convertirono in ingiurie, gli onori in vitupeij. Onde che bm>Uì di 
quelli, che gli avevano per grazia alcuna cosa donata di gran prezzo, ooms 
cosa prestata gliela addimandavano : e quelli altri che solevano inaino al ciela 
lodarlo, come uomo ingrato e violento lo biasimavano. Talché si penti tardi 
non avere a Niccolò Sederini creduto, e cercò piuttosto di morire con le armi 
in mano onorato, che vivere mtra i vittoriosi suoi nimid disonorato. 

Quelli che si trovavano caodati comindarono a pensare intra loro vaij modi 
di racquistare quella dttà, che non s* avevano saputa conservare. Meaaer 
Agnolo Aodaìuolì nondimeno trovandosi a Napoli, prian che pensaaae di 
muovere cosa alcuna, volle tentare 1* animo di Piero per vedere se poteva ape- 
rare di ricondliarsi seco, e scrissegli una lettera in questa sentenza : « Io aù 
rìdo de* giuochi della fortuna, e come a sua posta ella fo gli amici diventare 
nhnid, e gli nimid amid. Tu ti puoi ricordare, come nello esilio di tao padre, 
stimando più quella ingiuria che ì pericoli miei, io ne perdei la patria, e ha 
per perderne la vita ; né ho mai, mentre sono vivuto con Cosimo, mancalo di 



[1466] LIMO ttimio. 191 

onorare e fenrorìre la casa TOBlra, uè dopo la sua morie ho aralo aainio d'of* 
fenderti. Vero è che la tua mala complessidne, la tenera età de* tuoi figltnoii Hi 
nodo mi ebigottiTano, eh' io giudicai che fesse da dare tal forma alio stato, 
che dopo la tua morte la patria nostra non roYinasse. Da questo sono naie le 
ooae fatte non contro a te, ma in beneficio della patria mia ; il che se pare è 
etato errore « merita e dalla mia buona mente e dalf opere mie passate esser 
cancellato. Né posso credere, afendo la casa tua trovato in me tanto tempo 
tanta fede, non trovare ora in te miserìoordia, e che tanti miii meriti da un 
salo fallo debbino essere distrutti. » fiero licevota questa lettera , co^i gii ri- 
spose : e H ridoe tuo costi è cagione eh* io non pianga ; perchè se tu ridessi a 
Firenie» io piaDgerei a Napoli. Io confesso che tu hai voluto bene a aiio padre, 
e tu confesserai d* averne da quello riaevuto, in modo che tanto più ara T ot^ 
bfigo tuo cbai nostro, quanto si debbono slimase ^d i fatti ohe le parole. 
Sendo tu stato adunque del tuo bene ricompensato, non ti debbi ora maravi* 
gliare se del male ne riporti giusti premj. Né ti scusa 1* amore della patria; 
perchè non sarà mai alcuno, che creda questa dita essera stata mano amala 
ed accresciuta dai Medici che dagli Àcciaiuoli. Vivi pertanto disonorato costi, 
poiché qui onorato vivere non hai saputo. » 

Dispereto pertanto messere Agnolo di potere impenara perdono, se ne venne 
a Homa , ed acconossi con lo arcivescovo ed altri fuorusciti, e con queth ter* 
mini poMtte più vivi si sforzarono di torre il eredito alta ragione de' ■edici , 
che in Roma si travagliava. A che Piavo con difficoltà provvide ; pure aiutato 
éa^i amici falA il disegno loro. Bfesser Diotisalvi dall' altra parte e Niccolò So* 
derìni oae ogni dib'geeza cercarono di muovere il senato vineztano centra la 
patria loro, giudicando che se i Fiorentini fussero da nuova guerra assalili, per 
essere lo stato loro nuovo ed odiato, che non potnano sostenerla, Trovavasi in 
qoel tempo a Ferrara Oiovan Francesco figliuolo di messer Palla Strozzi, il 
quale era nella mutazione del xxxnr stalo cacciato col padre da Firenze. Aveva 
costui credilo grande , ed era secondo gli altri mercatanti stimato ricchissimo. 
Mostrarono questi nuovi ribelli a Giovan Francesco la grande fscililà del ri* 
patriarsi, quando i Veneziani ne facessero impresa. E facilmente credevano la 
irebbero, qumido si potesse in qualche parte contribuire alla spesa, dove al- 
trimenti ne dubitavano. Giovan Francesco , il quale desiderava vendicarsi 
ddr ingiurie ricevute, credette fecitmente ai consigli dì costoro, e promesse aa- 
sere contento concorrere a questa impresa con tutte le sue facultà. Donde dw 
quelli se n' andarono al doge, e con quello si dolsero dello esilio , il quale non 
pM* altro errore dicevano sopportare, che per aver voluto che la patria loro con 
la leggi sue vivesse , e che i magistrati e non i pochi cittadini si onorassero, 
perché Piero dei Medici con altri suoi seguaci , i quali erano a vivere tiranm- 
camente consueti avevano con inganno prese V anni, con inganno fattole poeare 
«loro, e con inganno cacciatigli poi della patria : né furono contenti a questo, 
che eglino usarono mezzano Iddio a opprimere molti altri, che sotto la fede data 
nano rimasi nella città, ecomeuelle pubbliche e sacre cerimonie e solemi sup> 
pKcazìoni, acdocdiè Dio de' loro tradintenti fusse partecipe , furono molti citta* 
disi incaroerati e noorti; cosa d' uno empio e nefendo esemplo. U che per ven- 
dicare non sapevano dove con più speranza si poter ricorrereche a qoel senato, 
il quale per essere sem|M« stato libero deverebbe di coloro avere compassioae, 
che avessero la sua Ubertà perduta. OmcitavaBO adunque centra i tiranni gU 
uomini hberì, centra gli empj i pietosi ; e che si ricordassero come la famiglia 
de^ Modici aveva tolto loro Timperie di Lombardia, quaedo Cosimo fuora deUn 
vokMttàdegliaUrieittadiai oontra quel senato fevorle so wanaeFraneoaco; tanlA 



102 * ISTOill FIOKIHTIMS. [1468! 

che se la^usU causa loro non gli mofwa, il giusto odio e giusU desiderìodi 
yendicaroi muovere gli doverebbe.* 

Queste ultiow parole tulio quel aaoaU) commoasera, t iiUberaroiio che Bar- 
tolommeo Celione loro capitone assaltsae il dominio Borentino; e, quanto si 
potette primis fu insieme lo#sercito, con il quale si accostò Ercole da Esti man- 
dato da Borse marcbeae di Ferrara « Costoro nel primo assalto , non sendo acH 
ocra i Fiorentini a ordine, arsero ii Borgo di'Dovadola , e fecero alcuni danai 
nel paese air i^lomo. Bla i Fiorentmi ,, cacciata che fu la parte nimica a ?kT% 
aTÒvano con Galeazzo duca di Mitao evolte Ferrando fatta nuova leg^ejer 
loro ea^no condotto Federigo conte d' Urbino : in modo che trovafloi t 
ordine con gli amici , stimarono meno i oimieiv P^r che Ferrando mandò Al- 
onso sin primogenito, e Galeazze venm^ in persona, e ciaschedunocoacoav^ 
Ideati forzir; • fecero tutti teM a Castroctfeo, castello ««'fiorentiii, poeto nelle 
raéici dell'Ai^ che scendoi» dalla Tosaana in apmwia. I nimici in quelauzzo 
a' erapo ritirati inverso Imola, e cbsl fra T uflae T altro esenito seguivano, se- 
condo i «aatomidi ifiei tma^ alguneb^igeri zaffe; aie per P uno nò per raiiR) 
ai aaaali o campeggiò terre, né si delle copia al nimico di venire a gioroaia» 
vm atandoé ciascuao naie mb tende, ciascuno con maraviglìosa viltà si gover- 
nava. Questa cosa diafùaoava % ffrenze , perchè si vedeva essere oppressa di 
una guerra, nella quale si apeadeva aaeai, e si poteva sperare poco; ed i mi- 
gistratf se netlolsero con quei eitladini, ch'eglino avevano a quella impresa 
deputati commessali. Iqoali rispoaaro gmtre di tutto il duca Galeazzo cagione, 
il quale per avere assai autorità e poca esperienza , non sapeva prendere pa^ 
liti utili , pè prestava fede a quelli cho«apevano ; a com^egli era in^iossibile, 
mentie quello neir esercito dimorava, che si potesse idcuna cosa virtuosa o utile 
operare. Fecero i Fiorentini pertanto intendere a quel duca, com'egli era loto 
comodo ed Utile assai, .che personalmente ei fosse venuto agli aiuti loro, perchè 
sola tale riputazione era atta a potere sbigottire i nimici ; nondimeno stima- 
vano molto più la salute sua e del suo stato che i comodi propfj , perchè salvo 
quello, ogni altra cosa sp#rafvano prospera, ma patendo quello, temevano ogni 
avversità. Non giudicavano pertanto cosa mollo sicura, ch'egli molto tempo 
dimorasse assente da Milano, sendo nuovo nello stato, ed avene» i vicini po- 
tenti e sospetti ; talmente che chi volesse macchinare cosa alcuna controglì, 
potrebbe facilmente. Donde che lo confortavano a tornarsene nel suo slato, e 
lasciare parte delle genti per la difesa loro. Piacque a Galeazzo questo consiglio. 
e senz'altro pensare se ne tornò a Milano. Rimasi adunque ì capitani de' Fio- 
rentini senza questo impedimento, per dimostrare che fosse vera la cagione che 
del lento loro procedere avevano accusala, si strinsero più al nimico ; in modo 
che vennero a una ordinata zuffa , la quale durò mezzo un giorno, senza che 
niuria delle parti inclinasse. Nondimeno non vi mori alcuno ; solo vi furono al- 
cuni cavalU feriti, e certi prigioni da ogni parte presi. Era già venuto il verno, 
ed il tempo che gli eserciii erano consueti ridursi alle stanze; pertanto messer 
Bartolonuneo si ritirò verso Ravenna, le genti fiorentine in Toscana, quelle del 
re e del duca ciascuna nelli stati de' loro signori si ridussero. Ma dappoi che 
per questo assalto non s'era sentito alcun molo in Firenze , secondo che i ri- 
belli fiorentini avevano promesso , e mancando il soldo alle genti condotte , si 
trattò l'accordo, e dopo non molte pratiche fu conchiuso. Pertanto i ribelli.fioy 
rentini privi d*(^ speranza in vàrj luoghi si partirono. Messer Diotisalvisi 
ridusse a Ferrara, dove fu dal marchese Borse ricevuto e nutrito. Niccolò So- 
derini se n' andò a Ravenna , dove con una piccola provvisione avuta da' Vij 
neziani invecchiò e morì. Fu costui tenuto uomo giusto ed animoso , mft >^' 



4 



c 



[1469] « . UBftO SETTIMO. * IQ^ 

osoHreisi flohbìo e leiHo; il che f#e( che gonfakmiere di ^ìiisUita ei perdo 
fidla ooctaione dei vincere, che di{>oi privato Tolseracqutstare, e non potette. - 

Seg«ìl«1a ftoca^^^|ielli cittaAni eh' erano rimasi in Firente superiori , non 
parende ]oro«rere vinto se eoa ogM ingiuria mui solamente i nimici , ma i so* 
spetti alia parte loro noo aflKggev^iKi, operarono con Bardo Alleviti che sedeva 
gonfokmiere di giustÌDa , cbò di nuovo a moiU cittadini togliesse gli onori ,a 
aioltì altri la città; la qoal cobb creblM a loro potenza, ed ^i altri spavento. 
lJK[iial potenia seaza alwn rispetto esercitavano, ed in mo4Mi governavano, 
^epareva che Dio e la fiortfma'aiiiae dite loro quella città in preda. Delle 
^pv^fose Fiero poche n' intendeva, ed a quelle poche non poteva, per e88er% 
Ma infonnità oppresso, riwcjiure; perchè era jn modo contratto, che d'alta 
chaddhtiingua non si poteva valei». NèKn poteva f^re altri rimedlj cha «n- 
aunirBt jnegarii che doveasero^MImenle viwv, e godersi lalona patriaaiÉra 

I pUtoto che distrutta. B per |»ile9ran4a città, *4|liberò di celebrare magnii- 
cameotele nozae di Lorenzo sua BgKuolo, col quale 4a Clarice nata ék «asa Or«» 

I Àoa aveva cementa; la qtfbli nozze fìiroatfiaila ato qaaUa poff^ d'apparati 
9 d'ogni altra ooagnificaBza che a tanto uomo si richiedeva. iQve più giorni ia 
iW9i ordini di Ìm^, di conviti e d'antiche rap^resaataaipni si eotlsvaiaraiio. 
Allaq\ifiìco3e s'aggiunse, per mostrare pKk la giaodaiza della casa de' Medici 
tt^eiaAalo, duoi spettacoli militaff; l'uno fatto dagli uomini a cavallo, dove 
wa canpale zuffa si rappresentò; l'altro una espugnazione d'Aina tenra dimo- 
strò. Le qpali eose con quello ordiae focoso fatte, a oan quella virtù eseguite, 
che si potette maggiore. 

Hentoe che queste cose in questaananiera in Firenze procedewio, il resto 
delPItalia viveva qatetaoente, ma con sospetto grande della potenza dal Turco, 
il quale con lo sue imprese seguiva di coml>attere i cristiani , ed aveva espu» . 
IMte Negroponie con grande infamia e danno del nonne cristeio. Morì in 
9MIÌ tempi Borsa marchese di Ferrara, ed a quello successe fircole suo fra- 
tello. Mori Gisaiondo da Rimino perpetuo nimico alla Chiesa, ed erede del suo 
^to rimase Ruberto suo naturale figliuolo, il quale fu poi intra i capitani d'Ita- 
lia nella guarà eccellentissimo. Morì papa Paulo, e fu a lui creato successore 
Sisto IV, detto prima Francesco da Savona, uomo di bassissima e vile condii 
Bone, ma per le sue virtù era iivenuto generale deli' ordine di San Francesco, 
9 dipoi cardinale. Fu questo pontefice il primo che comindasse a mostrare 
tpuAto un pontefice poteva, e come moke cose chiamate per l' addietro errori^ 
•i potevano sotto la pontificale autorità nascondere. Aveva intra la sua femi* 
gta Piero e Girolamo, i quali, secondo che cia€Cuno credeva, erano suoi figliuoir, 
BOttdiaianco sotto altri più onesti nomi gli palliava, Piero, perchè era frate, 
Mdttsse alla dignità del cardinalato del titolo di San Sisto. A Girolamo dette 
ii òtta di Forlì, e tolsela ad Antonio Ordelaffi , i maggiori del quale erano di 
<Mia dttà lungo tempo stati principi. Questo modo di procedere ambizioso lo 
fece più dai principi d' Italia stimare, e eiascuno cercò di farselo amico; e per- 
ciò il deca di Milano dette per moglie a Girolamo la Catterina sua figliuola 
■^^oratei e per dote di queHa a città d' Imola, della quale aveva spogliato Tad- 
deo d^ ÀÉdobi. Tra questo duca ancora ed il re Ferrando si contrasse nuovo 
parentado, perdio Elisabetta nata d'Alfonso primogenito del re, con Giovaa 
Galeazzo, primo figliuolo del duca, si congiunse. 

Fivevasi pertanto in Italia assai quietamente, e la maggior cura di quelli 
pnocipj era d'osservare i'un l'altro, e con parentadi, nuove amicizie e le- 
gha r uno dell' altro assicurarsi. Nondimeno in tanta pace Firenze era da' suoi 
cittadiBi grandemente afflitta» e Piero all'ambizione loro dalla malattia impa- 

9 



}iM isTORiB rioaufniiB. [IMQ 

dito BUft poteva eppor-ì. Noiuiiineno per sgraì^re la sin coscàMU , e per vi»- 
dere se e' poteva fargli vergogiar», gli ebtamò lutti Hi casa, e ptfrtd loro id 
questa senteuia : «lo boa avrei mai oreduto eba e' potesw vewr tempo^ che i 
modi e eostami degli amiei mi avessero a te amare e desiderife i aimiei, e la 
viHerta \m perdi!», perdio io mi pensava avere io eompagaia uomi»i, che nette 
cupidità loro avessero qualche termìae o misara ,. e che bastasse loto vivere 
neiia loro patria sieur» ed esorati, e di piò deMoso nimici "Modieali. Ut io 
cageosco e^ra cobi» i«i mi soao di gvau lunga inganaato*, come q/aniS^ ehe ce- 
gnosceva poco le natunatò ambizione di Mli gh uomini, e meno la vostra; 
perchè noa vi beala esaera in tanta eittà principe ed aver voi pochi (fietU onori, 
digaUà ed utili , de' quak già molti eiitadiai si aeéevano onerare; non n baila 
avtfe intra voi (à'wm i beni dei nùnici vostri ; non vi basta potere tuUi gli altri 
afliggere con i pubblià carichi, e voi liberi da quelli aver tutte la pubb^e 
ut^tè,ohe voi con ogni qualità d' iDi;itiria ciascheduna affliggete. Yei spegMe 
de* suoi beai iJ vicino, voi vendete la giuslixia, voi fuggite i gludizj cifilf, vai 
oppressate gli «amiai! pacifiai, « gF iasotenti esaltale. Né credo che sia in tutta 
Italia tanti et^ea^ di violenaa e d'avarizia , quanti soneria qtte6t»sitlà» Dun* 
que-qaesta nestra pairìa ci hm dato la vita perchè noi la* to^amo a lei? €i htf 
fhtii vitlorioei perchè noi la distrag^cuno ? Ci onora perchè aoi la vituperiamo? 
Io vi prometto, per quella Ceda che si debba dare e riceverò dagli uomini booni , 
che se voi seguiterete di portarvi in a odo elisomi abbi a pentire d'a'rera vinto, 
io ancora mi porterò in maniera , che voi vi pentirete d* aver mnàe usata la 
vittoria. » Uisposero quelli cittadini secondo il tempo ed ^ Luogo aecomodaCa^ 
mente ; nonéÌMeno dalie lam sin isire operazioni na» si ritrassaro. Tmto che 
Piero ftsae venire eelutamente raeeser Agnolo Aoeiaiuoli in Cafoggnioio, e con 
quello parlo a lungo delle condizioni della città. Né si dubita punte, che se non 
era dalla moite interrotto, ch'egli avesse tutti i fuoniacitlper frenare le* rapine 
di quelli di dentro aUa patria ristituiti. Ma a questi suoi aaeatissiml pensieri 
a' oppose la aìorte ; perchè aggravata dal mai del corpo , e éalle- aaigustie' 
deli' anima , si mori Tanno della età sua cinquantatreeeimoc La i»irtè e beala 
del quale Iti patria sua non potette interamente>cognosoere, per esser» stato 
daCasiino suo ipeén insino quasiché all' estremo delta sua vita aeoempagnate, s 
per aver quelli pochi anni che sopravvisse, nellecoatenzInmeiviiieneliaiaiemHli^ 
oonsuoiati. Fu sotterrate Piero nel tempio di San Loranao propinquo* al padre, 
e furono le sue esequie fatte con quella pompa,, che laata eittadina' manUKf»- 
Rimusena di lui duoi figliuoli, Lorenzo a Giuliano, i quali l)aaohè dassira n 
ciascuno speranaa di dover essere uomini alla Rapubblioa utiiisaimi, aondi- 
meno la loro gioventù sbigottiva ciascuno^ 

Bi?a Hi Firenze intra i primi cittadini del governo, e sMlto'di hinga a^ alUt 
superiore, messer Tommaso Sederini, ha oui> prudenza ed autoxicà no* a^ in 
Firenze, ma appressota tutti i principi d' Ualia era nota. Questi dopo I» aMfte 
di Piero da tutta la città era osservato, e malti oittadiai alle sue caaey conta capo 
della oiuà, lo visitarono, e molti principii gli scrìssero; ma e^i dì' en» pro- 
dente, e cheoltimamente la fortuna sua e diquellacasaoognoscevav alla laltsN 
da' principi non ri8p08e,.e a' cittadini fece intendere, coma non le sua eaae, mtf 
qtwlle^ de' Medici s' avevano a visitane. I per nMMtarare coni l' effédD q«eUu-eha 
con i conforti aveva dimostro, ragunò tutUi primi delle fomigiie nobili nel con* 
vento di Sant' Antonio, dova fece ancora Lorenno e Giuliano da? Medici venire, 
e quivi dispulò con una lunga e grave orazione delle eandiaoni deUacilAàvtii 
quella d' kalia, e degli umori dei principia' essa; eoonohiuse, che se e' viola- 
vano che in Firenze si vivesse uniti ad in pace, e dalie divisioni di daatao' a 



{1470] UBRO MTTniO. 1^5 

drii» . gMc r rc eK^ftHm-acqri^ «ra neoessario osservare qtieiti *;puv{itii, ed a quella 
«in la nputattoneimantenere; perchè gli uomini di far le cose che sono di far 
aoot o g ti mai non si dolgono; le nuove t^ome presto si pigliano, così ancora 
proaco ai laaolatio; e sempre fu piò facile mantenere una potenza, la quale con 
ta hnf^Mzaa^l tempo abbia spenta f invidia, che suscitarne una nuova, la 
qiMÉe per mottiasime 'cagioni -si possa facilmente spegnere. Parlò appresso a 
mnaar Tommaso , Lorenzo, e, benché fusse giovane, con tanta gravità e mo- 
dislia, obedettea dasouno speranza d* esser queltoche dipoi divenne, lì! prima 
partitMrodi qm\ Kiogo, quelli cittadini giurarono di prendergli in Qirlidoli. e ^ 

l#ro iopadri. Ileatati adunque in qneeta conclusione, erano Lorenzo e Giuliano ' 

eamepviMSÌpi dello stato onorati, e quelli dal consiglio di mes,«er Tommaso non 
si parti vano. 
E fmadosi^aaBai quietamente dentro e fuora, non sondo guerra che la co* 
le quiete pertorbasse, nacque uno inopinato tumulto, il quale fu rotne un ^ 

|ìo d^ fìituri danni. Intra le famiglie, le quali con la parte dì messerLuca 
PKti foràBfeno, fu quella^' Nardi; perchè Saivestro ed i fratelli capi di quella 
famiglia furono prima mandati in esilio, e dipoi per la guerra che mos<<e Bar- 
tolommeo Golione fatti ribelli. Tra questi era Bernardo fratello di Saivestro, gio- 
Tane pronto e animoso. Costui non potendo per la povertà sopportare V o^^ilio, 
né volgendo per la pace fatta modo alcuno al ritomo suo , dilìberò di tentare 
qnakihoaosa da petore mediante quella dar cagione a una nuova guerra ; per- 
obè indie ToIlB im debile principio partorisce gagliardi effetti, concioaniachè gli 
ìamaàm tieao più pMmtì a seguire nna cosa mossa che a muoverla. Aveva Bei - 
nmrdo €DgiM«oenza grande in Prato, e nei contado di Pistoia grandissima, e i 

masaimaiBonte con quelli del Palandra, famiglia ancontehè contadina, piena 
& «oniiri, e aeoondo gli altri Pistoiesi nell* armi e nel sangue nutriti. Sapeva 
come coBloro orano malcontenti, per essere stati in quelle loro nimicizie da* ma- 
estrali fioraotìni vntàé trattati. Cognosceva oltra di questo gli umori de* Pratesi, 
6 oeme e' pareva loro esaere supeHi)amente ed avaramente governati ; e di a1- 
cn» aapeva 11 male animo contro allo stato; in modo che tutte queste cose gli 
dttT«M aperamEa di potere accendere un fuoco in Toscana, facendo ribellare 
PrMe, éa^ poi ooocorrasaero tanti a nutrn-lo, che quelli che lo volessero spe- 
gnofo non bMtaaaero. Ck>muntcò questo suo pensiero cbn messer Diotisatvi, e 
^•domandò quando focoopar Prato gH riuscisse, quali aiuti potesse mediante 
hit dai principi spofare. Parve a measer Diotisalvì V impresa pericolosissima, e 
quasi impossibile a riuscire; nondimeno veggendo di potere col perir4)]o d* altri 
di nuovo tentare ha fbrtvna, lo confortò al fatto, promettendogli da Bologna e 
da Ferrara aiuti oortiseimi , quando egli operasse in modo che e^ tenesse e di- 
i en do a se Prato alanano quindici giorni. Ripieno adunque Bernardo per qu^itsta 
ptOBMBBà d' una felice speranza, si condusse colatamente apralo, e comunicata 
laoaaa con alcuni, K trovò dispostissimi. Il quale animo e volontà trovò ancora 
in queiK del Palandra , e oonvenuti insieme del tempo e del modo , ftce Ber- 
nardo in tutto a messor Diotisalvi intendere. 

Era podestà di Prato per il popolo di Firenze Cesare Petra cci. Hanno questi 
simili governatori di terre consuetudine di tenere le chiavi delle porte appresso 
di loro, e quahmque volta, ne* tempi massime non sospetti, alcuno della terra 
ledomanda per uscire entrare dì notte in quella, gliene concedono. Bernardo 
èhe sapeva fneoto costume, propinquo al giorno, insieme con quelli del Palan- 
<ka e circa cento armati, alla porta che guarda verso Pistoia si presentò, e quelli 
die dentro sapevano il PàVto anoara s' armarono; uno dei quali domandò al pò- 
deatà le eittaifi, fingenéo oh' uno della terra per entrare le domandasse. Il po- 



<• 



4 



196 ISTOEIB FIOUHTUII. [1479) 

desta, che iiìaoto d* im simile accidente poteTa dubitare, maadò un suo serri- 
dorè con quelle; al quale, come fu alquanto dilungatosi dal palagio, furono tolte 
dai congiurati, e aperta la porta, fu Bernardo con i suoi armati intromesso, e 
convenuti insieme, in due parti si divisero; una delle quali guidata da SalvesUt> 
Pratese occupò la cittadella, V altra insieme con Bernardo prese il palagio, e 
Cesare con tutta la sua famiglia dierono in guardia ad alcuni di loro. Dipoi le- 
varono il remore, e per la terra andavano il nome della libertà gridando. Era 
già apparso il giorno, e a quel remore molti popolani corsero in piazxa, e in- 
tendendo come la rocca ed il palagio erano stati occupati, e il podestà con i suoi 
preso, stavano ammirati donde potesse questo accidente nascere. Gli otto cit- 
tadini che tengono in quella terra il supremo grado, nel paUgio loro conven- 
nero, per consigliarsi di quello fusse da fare. Ma Bernardo ed i suoi, cono eh' egli 
ebbe un tempo per la terrete veggendo di non essere seguito da alcuno, pdch'egli 
intese gli Otto essere insieme, se n' andò da quelli, e narrò la cagione dell'im- 
presa sua essere volere liberare loro e la patria sua daUa servitù, e quanta 
gloria sarebbe a quelli se prendevano V armi, e in questa gloriosa impresa f ac- 
compagnavano, dove acquisteriano quiete perpetua ed etema fama. Ricordò loro 
r antica loro libertà e le presenti condixioni; mostrò gli aiuti certi quando e' vo- 
lessero pochissimi giorni a quelle tante forze, che i Fiorentini potessero mettere 
insieme, opporsi. Affermò di avere intelligenza in Firenze, la qual si dimostre- 
rebbe subito che s' intendesse quella terra essere unita a seguirlo. Non si mos- 
sero gli Otto per quelle parole, e gU risposero non sapere, se Firenze si viveva 
libera o serva, come cosa che a loro non si aspettava intenderla, ma che sape- 
vano bene, che per loro non si desiderò mai altra libertà che servire a que' ma- 
gistrati che Firenze governavano, dai quali non avevano mai ricevuta tale in- 
giuria, che egli avessero a prendere V armi contro a quelli. Pertanto lo confor- 
tavano a lasciare il podestà nella sua libertà, e la terra libera dalle sue genti, 
e sé da quel perìoolo con prestezza traesse, nc4 quale con poca prudenza era en- 
trato. Non si sbigottì Bernardo per queste parole, ma diliberò di vedere se ia 
paura moveva i Pratesi, poiché i pric^i non gli movevano. E per spaventargli 
pensò di far morire€esare; e tratto quello di prigione comandò che e' fusse alle 
finestre del palagio appiccato. Era già Cesare alle finestre propinquo col cape- 
stro al collo, quando ei vide Bernardo che sollecitava la sua morte; al quale 
voltosi disse : « Bernardo, tu mi fai morire, credendo essere dipoi dai Pratesi 
seguitato; ed egli ti riuscirà in contrario, perchè la riverenza che questo po- 
polo ha agli rettori che ci manda il popolo di Firenze è tanta, che com' ei si 
vedrà questa ingiurìa fattanù, ti conciterà tant' odio contro, che ti partorirà la 
tua rovina. Pertanto non la morte, ma la vita mia puote essere cagione della 
vittorìa tua ; perchè se io conaanderò loro quello che ti parrà, più fadhneote a 
me che a te ubbidiranno, e seguendo io gli ordini tuoi, ci verrai ad avere V in- 
tenzione tua. > Parve a Bernardo, come a quello eh' era scarso di partiti, questo 
consiglio buono, e gli comandò, che venuto sopra un verone che risponde in 
piazza, comandasse al popolo che V ubbidisse. La quale cosa fatta che Ceserò 
ebbe, fu riposto in prigione. 

Era già la debolezza de' congiurati scoperta, e moUi Fiorentini che abitavano 
la terra erano convenuti insieme, intra i quali era messer Giorgio Ginorì cava- 
liere di Rodi. Costui fu il primo che mosse l' armi contro di loro, e assali Ber- 
nardo, il quale andava discorrendo per la piazza, ora pregando, ora minac- 
dando se non era seguitato ed ubbidito; e fatto impeto centra di lui con molti, 
che messer Giorgio seguirono, fu ferito e preso. Fatto questo, fu facil cosa libe- 
rare il podestà, e superare gli altri ; perchè sondo pochi, e in più parti divisi. 



(147 J] uno sBTTtiio. 197 

liiroDO qumì che tutti presi o morti. A Firenze era venula in quel mezzo la 
hBoà di questo accidente, e di molto maggiore che non era aeguito, intenden- 
dosi efisere preso Prato, il podestà con la famiglia morto, e piena di nimici la 
terra; Pistoia essere in armi^ e molti di quei cittadini essere in questa congiura ; 
tanto che subito fu pieno il Palagio di cittadini, e con la Signoria a consigliarsi 
convennero. Era allora in Firenze Ruberto da San Severino capitano nella 
goerra riputatissimo: pertanto si diliberò di mandarlo con quelle genti che po- 
tette piò adunare insieme a Prato, e gli commissono s* appropinquasse alla 
terra, e desse particolare notizia della cosa, facendovi quelli rimedj che alla 
prudenza sua occorressero. Era passato Ruberto di poco il castello di Campi, 
quando fu da un mandato di Cerare incontrato, che significava Bernardo es- 
sere preso, e i suoi compagni fugati e morti, e ogni tumulto posato. Onde che 
sì ritornò a Firenze, e poco dipoi vi fu condotto Bernardo, e ricerco dal magi- 
strato del vero dell* impresa, e trovatola debole, disse averla fatta, perchè 
avendo diliberato piuttosto di morire in Firenze che vivere in esilio, volle che 
la sua morte almeno fusse da qualche ricordevole fatto accompagnata. 

Nato quasi che in un tratto ed oppresso questo tumulto , ritornarono i citta* 
dini al loro consueto modo di vivere , pensando di godersi senza alcuno so. 
spetto quello stato, che s* avevano stabilito e fermo. Di che ne nacquero alla 
città qoeUì mali, die sogliono nella pace il più delle volte generarsi; perchè i 
giovani più sciolti che 1* usitato, in vestire, in conviti, in altre simili lascivie 
spendevano sopra modo, ed essendo oziosi, in giuochi ed in femmine il tempo 
e le sostanze consumavano; e gli studj loro erano apparire con il vestire splen* 
didi, e con il parlare , sagaci e astuti , e quello che più destramente monleva 
gli altri era più savio e da più stimato. Questi cosi fatti costumi furono dai 
cortigiani del duca di Milano accresciuti, il quale insieme con la sua donna e 
con tutta la sua ducale corte, per soddisfare, secondo che disse, a un boto, 
vene in Firenze, dove fu ricevuto con quella pompa, che conveniva un tanto 
principe e tanto amico alla città ricevere. Dove si vide cosa in quel tempo 
nella nostra città ancora non veduta, che sondo il tempo quadragesimale, nel 
quale la Chiesa comanda che senza mangiar carne si digiuni, quella sua corte •) 

senza rispetto della Chiesa o di Dio, tutta di carne si cibava. E perchè si fecero 
nolti spettacoli per onorario, intra i quali nel tempio di Santo Spirito si rappre- 
sentò la concessione dello Spirito Santo agli Apostoli, e perchè per i molti fuo- 
dii, che in simile solennità ^ fanno, quel tempio tutto arse, fu creduto da molti 
Dio indegnato centra di noi avere voluto della sua ira dimostrare quel segno. 
Se adunque quel duca trovò la città di Firenze piena di cortigiane dilicatezze, 
e costumi a ogni bene ordinata civiltà contrari, la lasciò molto più. Onde che i 
bnoni cittadini pensarono, che fusse necessario porvi freno, e con nuova legge 
ai vestiri, ai mortorj, ai conviti termini posero. 

Kelmeno di tanta pace nacque un nuovo ed insperato tumulto in Toscana. 
Fu trovata nel contado di Volterra da alcuni di quelli cittadini una cava d*al- 
^^> della quale cogooscendo quelli 1* utilità, per aver chi con i danari gii 
•iotaMe e con r autorità gli difendesse; ad alcuni cittadini fiorentini s'accosta* 
<^ono, edegli utili che di quella si traevano gli ferono partecipi. Fu questa cosa 
nel prìacipìo, come il più delle volte delle imprese nuove interviene, dal popolo 
di Volterra stimata poco ; ma col tempo cognosduto l* utile , voke rimediare _ 
a quello tardi e senza frutto, che a buonora facilmente avrebbe rimediato. ~ 
(^otmàosm nei consigli loro ad agitare la cosa , affermando non esaere conve- 
oienle, che una industria trovata nei terreni pubblici in privata utilità si con- 
verta. Mandarono sopra <|uesto oratori a Firenze: fu la causa in alcuni dtta* 



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(iini nniesìia, i quali o per esser» corrotti dalla pariO} o pordiòghidicaeaerooort 
essere bene, riferii uno, u popolo ToUerrano non volerò le eoae gUnle, deside* 
rando privare i àuoi ciiudini delle fatiche e indualria loro, e perciò ai privati, 
non a lui quelle allumiere appartenevano, ma essere ben convenienle che eia. 
scuno anno certa quantità di danari pagassero in segnodi rìoognoaoerìo perso* 
periore. QuesUi ri^po»!» lece non diminaire, ma crescere ì tuanulti e gHod] ia 
Volterra, e niunu altra cuba non solamente net loro consigli, ma foora per tetta 
la città s' abitava ; richiedendo T universale qaello che pareva gH fusse stato 
lelto, e volendo i particolari conservare f uelk) che a* avev«fx> prioia acquistalo, 
e dipoi ara stato loro dalla sentenat dei Fioreaiini confénBato. Taatie che in 
queste dispute fu morto un cittadina in quella città riputato, diiantato il Fio- 
rino, e dopo lui molti altri che con quello s' acoostavano, e le loro caae sac- 
cheggiale e arse ; e da quello impeto medesimo mossi, eon féttoa della morte 
de' retlori, che quivi erano per il popolo fiorentino, a' astennero. 

Seguito questo primo insulto, diJiberaroDO prima ohe ogni cosa mandare ora* 
tori a Fir«D2e, i quali fecero intendete a quelti Signeri, ohe se voleiFaiiO' eoa* 
servare loro i capitoli antichi, che ancora egUno la oittà neir antioa servila sua 
conserverebbero. Fu assai disputata la risposta. Meseer TomoM^o Soderìni con- 
sigliava, che e' ftisae da ricevere i Volterrani in qoalanqiie BK)do volessero ri*' 
tornare^ non gli parendo tempi da suscitare una fiamma si propinqua, che pe» 
tessa ardere la casa noi^tra ; perchè temeva la natura del papa, la potenaa dal 
re, nò confidava. neir amir izia de' Vineziani, né io quella del duca, per non sa^ 
pere quanta fede si fusse nell'una, e quanta virtù nelP altra; ricordando qaeNa 
trita seiUsiaifta, essere megiio un mtt^ro accordo, ohe wna grassa vittoria. Da^ 
r altra parte Lorenzo dei Medici, parendogli avere occasione di (Hmostrars 
quanto col consiglio e con la prudenza valesse, sendo masaimedi cosi fare cai- 
forteto da quelli, che ali' autorità di messer Tonunaso avevano invidia, dHi^ 
berò fare l'impresa, e eoa Tarmi punire T arrogania dei V^)llerrani; aHer 
mando, che se questi non fussero con esemplo memorabile oorreCti, gli altri 
senza riverenza o timore alcuno, di fare il nùedesimo per ogni leggier csgioBS 
non dubiterebbero. DiUberata adunque l' impresa^ fu risposto ai Yoltemaai, 
come eglino non potevano domandare V osservamui di quelli capitoli, che loio 
• medesimo avevano guasti ; e perciò o e' si rimettessero nell'arbitrio di quella 

Signorìa, o eglino aj^pettansero la guerra. Ritornati aduBcpie ì Volterrani eon 
questa risposta, si preparavano alle difeae, aflortìficando la terra e mandando 
a tutti i principi italiani per oonvooare aiuti ; e forono da poehi oditi, perchè 
solameute i SaDel^i e il $i;i;nore di Piombino dettero loro alcuna ^>eranra di 
soccorso. ì l^orentioi dall' akra parte pensando che V tmportaan ddla vitto- 
ria- loro fusse nelT accelerare, messono iasìeme dieci mila fanti e due mila ca- 
valli, i quali sotto i' impecio di Federigo signore d' Urbino si presentarono n 
sul contado di Volterra, e facilmente queik) tutto occuparono. Mesaeno dipoi il 
carneo alia citte, la quale sendo posta in luo^ alto e queei da ogni parte fta* 
gliato, non si poteva se non da quella banda dove ò il teinpio di Sant' Alessandro 
combail^re. Avevano i Volterrani per loro difesa condotti cirea mille soldati, i 
quali veggendo la gagliarda espugnazione che i Fiorentint facevano, diffidan- 
dosi di poterla difendere, erano nelle difese lienti, e nelle ingiurie eh' ogni di f^ 
covano ai Volterrani, prontissimi. Dunque quegli pareri cittadini e fuor! dai ni- 
mici erano combattuti , e dentro dagh amici oppressi, tantoché (Ksperali ddls 
sahita loro cominciarono a pensare ali* accordo^ e non lo trovando mìgKers, 
neUe braccia dei commessali si rimisero: i quali si fecero aprire le porte, eia» 
trome>!;o la ma£i:gior parte dell' eserato, se n' andarono al Palagio deve i Pnori 



t 



[HS'i] LHRO 8CTTMO. 1M 

km orano, ai qnali iCoauKlarMio W dq lornasttro aUa lorg txae, • m1 camniao 
fu oao di quelli da «no de' wldati per diapregio BpogUaio. Da quealo prìacipÉs, 
Gcaaa gli uomini sono più {tranti al mule cha al bene, necque la dislruzione a 
3 ncGO di quella cillà , la quale per taiUo un giorno Tu rubata e scorsa , né R 
doBse uè a luogtù piisipardonA; e! soldati, cosi quelli che l'avevano male di- 
tei, oome quelli cbe l' avoTano combaKula, delle sue sustanza fa spogilaron*. 
Fu la novella di questa vittoria con grandisgima allegrezza dai Fiorentini rìce- 
ma ; e percbò l' era stala lutto improaa di Lorenzo , ne teli quello io lipu- 
IMÌOM grsDdissutia. Oade che «oo dei piiì suoi intimi anici rìniproveró • 
Beaaer Tomauiao Soderinj il consiglio suo, dicendogli : « Cbe dite voi ora cke 
Tallarra >i è acquistata? i A cui messer Tommaso rispose : « & me pare elk 
perduta; perchè se voi la ricevevi d'accordo, voi ne traevi utile e sioarti, ma 
aveadola a tenere per forza, nei tempi avverei vi porterà delMlezxa e noie, e 
■ai pacifici danno e spesa. » 

la queato tempo 11 papa cupido di tenere le terre delia Chieu nella ubbi- 
dienia loro, aveva fatto eaccheggiare SpulelO, che »' era, mediante le intrìnsa- 
(babanni, ribellato; dipoi perchè Città di Castello era nella medesima contu- 
nacja, l'aveva assediala. Era in quella terra principe Niccolò Vitelli. Teneva 
Gtatui graode amicizia con Lorenzo dei Medici; dondechd da quello non gli fu 
■UBOato d'aititi, i quali non furono lami che difendessero Niccolò, ma furono 
IMb auBunaDti • gitlare i primi semi della inimicizia intra Sisto e i Medici , i 
qBsli poco dipoi produaiero auliieìml frutti. Né arebbono differito molto a dt- 
noatraiai , se la morte di frale Piero cardinale di San Sisio non fosse seguita ; 
parche avBudo questo cardinale circuito Italia , e ito a Vioezia e Milano, sotto 
mora d'onorar le nozze d' Ercole marchese di Ferrara, andava tentandogli 
■bhbì di quelli principi, per vedere come inverso ìFiorenlioì gli trovava dispoeti. 
Ka ritornato a Roma si mori, non senza Buspizione d' essere stato dai Vioeiìani 
■TTcteaalo, come quelli cbe temevano della potenza di Siato, quando si fune 
pslnto dell'ammo e dell'opera di frate Piero valere. Perchè no noitanle che 
liMie dalla natura di vile sangue creato, e dipoi intra i termini di un convento 
TilnaBle nutrito, come prima al cardinalato pervenne, apparse in lui tanta si>> 
fnbia e tanta amfaiiione , che non che il cardinnlato, ma il pontificalo non lo 
capeva ; perchè non dubitò di celebrare un convito in Roma, cbe a qualunque 
laMTvbbe stalo giudicato strasordinario , dove meglio che ventimila tìorìni 
tansaatò. Privato adunque Sisto dì questo ministra , seguitò t disegni suoi con 
P>A lanletza. Noodineoo avendo i Fiorentini , duca e i Vineiiaoi rinnovata la 
Isga, e lascialo il luogo al papa ed al re par entrare in quella, Sisto ancora ed 
ilreacoUegarono, lasciando lut^ agli altri prìncipi di potervi entrare. B già 
s vedeva l'Italia divisa in dae fazioni, perchè ciascuno di nascevano cose, che 
i»n qneato due leghe generavano odio, come avvenne dell' ìboIb dì Cipri, alla 
quleil re Ferrando atpireva, ed i Vineiiani la occuparono. Onde che il papa 
Mi il li si venivano a rislrignere ptiì insieme. Era in Italia allora tenuto nelle 
'~' ' Federigo principe d'Urtrino, il quale motto tempo aveva 

to. Dilibetarooo pertanto il re ed il papa, acóoc- 
li questo capo, guadagnarsi Federigo, ed il papa 
lodasse a trovarlo a Napoli. Ubbidì Federigo con 
Fiorentini, i quali credevano che a lui come a 
.Nondimeno n'avvenne il contrario; perchèF»- 
oma onoratisnmo, e di quella loro l^a capitano. 
td il papa di tentare gli animi de' Signori di R»> 
^i anici , e par poter* midianla qBaUi più <Ab- 



2M iSTOWi FiOMOrruiE. [1476] 

éore i Fioreotiai. Della quel cosa aocorgeDdoii quelli, con ogni rìmedio oppor- 
UinoooairaaU-ambizioDe loro s'armavano, ed avendo perduto Federigo dlJrbiiio, 
addarono Ruberto da Rimino. Rinnovarono la lega con i Perugini, e col signore 
di Faenza si collegarono. Allegavano il papa ed il re la cagione dell'odio cootra 
ai Fiorentini essere, che desideravano die da* Vineziani si-scompagnassero, e 
coUegassìnaì con loro; perchè il papa giudicava che la Chiesa non potesse man- 
tenere la riputazione sua , né il conte Girolamo gli stati di Romagna, seodo i 
Fiorentini eid i Vineziani uniti, pali* altra parte i Fiorentini dubitavano che vo- 
lessero inimicargli con i Vineziani , non per tersegli amici, ma per potere più 
facilmente ingiuriargli. Tanto che in questi sospetti e diversità d* umorì si vi^ 
in Italia duoi anni prima che alcuno tumulto nascesse. Ma il primo che nacque 
fu, ancoraché piccolo, in Toscana. 

Di Braccio da Perugia, uomo, come più volte abbiamo dimostro, nella guerra 
rìputatissimo , rimasero duoi figliuoli, Oddo e Carlo. Questi era di tenera età, 
queir altro fu dagli uomini di Val di Lamona ammazzato , come di sopra mo- 
strammo ; ma Carlo poiché fu agli anni militari pervenuto, fu dai Vineziani per 
la memoria del padre, e per la speranza che di lui s* aveva, intra i condotlierì 
di quella Repubblica ricevuto. Era venuto in questi tempi il fine della sua con- 
dotta; e quello non volle che per allora da quel senato gli fuase confermata, 
anzi diliberò vedere se col nome suo e riputazione del padre ritornare negli stati 
suoi di Perugia poteva. A che i Vineziani facilmente consentirono, come quelli 
che neir innovazioni delle cose sempre solevano accrescere lo imperio loro. 
Venne pertanto Carlo in Toscana , e trovando le cose di Perugia difficili per 
essere in lega con i Fiq||^ntini, e volendo che questa sua mossa partorisse qual- 
che cosa degna dì memoria , assaltò i Sanesi , allegando essere quelU debitori 
suoi per servizi avuti da suo padre negli affari di quella Repubblica , e perciò 
volerne essere soddisfatto; e con tanta furia gli assaltò, che quasi tutto il do- 
minio loro mandò sottosopra. Quelli cittadini veggendo tale inràlto, come eglioo 
sono facili a credere male de* Fiorentini , si pereuasero tutto esaere con loro 
consenso eseguito; ed il papa ed il re di rammarichìi riempierono. Mandarono 
ancora oratori a Firenze, i quali si dolsero di tanta ingiuria, e destramente 
mostrarono che , senza essere sovvenuto, Carlo non avrebbe potuto con taata 
sicurtà ingiuriargli ; di che i Fiorentini si scusarono, affermando essere per fare 
ogni opera, che Carlo s' astenesse dall* offendergli ; ed in quel modo che gli ora- 
tori vollono a Carlo comandarono che dall* offendere i Sanesi s' astenesse. Di 
che Carlo si dolse , mostrando che i Fiorentini per non lo sovvenire s'erano 
privi d* un grande acquisto, ed avevano privo lui d* una gran gloria ; perchè io 
poco tempo prometteva loro la possessione di quella terra ; tanta vilté aveva 
trovata in essa, e tanti pochi ordini alla difesa. Partissi adunque Carlo, ed alli 
stipendj usati de* Vineziani si ritornò. Ed i Sanesi, ancoraché mediante i Fio- 
rentini fussero da tanti danni liberi , rimasero nonidimeno pieni di sdegno con- 
tro a quelli; perché non pareva loro avere alcuno obbligo oon coloro, che gli 
avessero d' un nude, di che prima fussero stati cagione, liberali. 

Mentre che queste cose nei modi sopra narrati tra il re ed il papa ed in To- 
scana si travagliavano, nacque in Lombardia uno accidente di maggior momenlo, 
e che fu presagio di maggiori mali. Insegnava in Milano la lingua Ialina ai 
primi giovani di quella città Cola Mantovano, uomo litterato ed ambizioso. 
Questi, eh* egli avosse in odio la vita e costumi del duca, o che pure altra 
cagione lo movesse, in tutti i suoi ragionamenti il vivere sotto un prìncipe noa 
buono detestava , gloriosi e felici chiamando quelli a' quali di nascere e vivere 
io una Repubblica aveva la natura e la fdrtuna conceduto; mostrando cooie 



(N76] UBI» ^TttMO. ^ ^1 

tutti gli uomini famosi s' erano nelle Repubbliche, e non sotto i prìncipi nutrìti; 
perchè quelle nutrìeoono gli uomini virtuosi, e questi gli spengono, facendo 
Tana profitto dell' altrui virtù, l'altro temendone. I giovani con chi egli aveva 
più famigiJTità presa, erano Giovanni Andrea Lampognano, Cario Visconti, e 
Gffolamo Olgiato. Con costoro più volte della pessima natura del principe , 
della iafelicilà di chi era governato da quello ragionava; e in tanta confidenza 
M'animo e volontà di quelli giovani venne, che gli fece giurare , che come 
per r eia e' potessero, la loro patria dalla tirafnide di quel prìncipe liSerereb- 
bero. Sendo ripieni adunque questi giovani di questo desiderìo, il quale sempre 
con gli anni crebbe,, i costumi e modi del duca , e dipoi le partioolarì ingiurìe 
eoDtra a loro fatte, di farlo mandare ad efietto affrettarono. Era Galeazzo libidi- 
noso e crudele , delle quali due cose gli spessi esempj l'avevano fatto odiosis- 
simo; percbè non solo non gli bastava corrompere le donne nobili , che pren- 
deva ancora piacere di pubblicarle ; nò era contento fare morire gli uomini, se 
eoD qualche modo crudele non gli ammazzava. Non viveva ancora senza in- 
Imia d' aver morto la madre; perchè non gli parendo esser prìncipe, presente 
quella, con lei in modo si governò , che gli venne voglia di ritirarsi nella sua 
detale sede a Cremona, nel qual viaggio da subita malattia presa morì. Donde 
molti giudicarono quella dal figliuolo essere stata fatta morire. Aveva questo 
duca per via di donne Cario e Girolamo disonorati , ed a Giovannandrea non 
aveva voluto la possessione della badia di Mh*amondo, stata ad uno suo pro- 
pinquo dal pontefice resignata, concedere. Queste private ingiurie accrebbero 
la voglia a questi giovani con il vendicarle liberare la loro patria da tanti 
mali ; sperando che qualunque volta riuscisse loro lo dimazzarlo , di essere 
non solamente da molti de' nobili, ma da tutto il popolo seguiti. Diliberatìsi 
adonque a questa impresa, si trovavano spesso insieme; di che l'antica fa- 
migliarità non dava alcuna ammirazione. Ragionavano sempre di questa cosa, 
e per fermare più l'animo al fatto, con le guaine di quelli ferri eh' eglino ave- 
vano a quell'opera destinati , ne' fianchi e nel petto l'uno l'altro si percote- 
vano. Ragionarono del tempo e del luogo. In castello non pareva loro sicuro ; 
8 esoda incerto e pericoloso ; ne' tempi che quello per la terra giva a spasso 
difficile e non riuscibile; ne' conviti dubbio. Pertanto diliberarono in qualche 
pompa e pubbUca féstivitate opprimerlo, dove fussero certi che venisse, ed 
eglino sotto varj colori vi potessero loro amici ragunare. Conchiusero ancora , 
che sendo alcuni di loro per qualunque cagione dalla corte ritenuti,, gli altri 
dovessero per il mezzo del ferro e de' nimici armati ammazzarlo. 

Correva l' anno mggcclxxvi, ed era propinqua la festività del Natale di Cristo. 
B perchè il prìncipe il giorno di Santo Stefano soleva con pompa grande visi- 
Ure il tempio di quel martire, diliberarono che quello fusse il luogo ed il tempo 
comodo a eseguire il pensiero loro. Venuta adunque la mattina di quel santo, 
Vocerò armare alcuni de' loro più fidati amici e servidori , dicendo , di volere 
rodare in aiuto di Giovannandrea , il quale contro alta voglia d' alcuni suoi 
eiBi^ voleva condurre nelle sue possessioni uno acquidotto ; e quelli cosi ar- 
mati al tempio condussero, allegando volere avanti partissero prendere licenza 
'•dal prìocipe. Fecero ancora venire in quel luògo sotto varj colori più altri Itro 
amici e congiunti, sperando che fatta la cosa , cìaseheduno nel resto dell' im- 
pran loro gli seguitasse. E l'animo loro era, morto il principe, ridursi insieme 
con quelK armati, e gire in quella parte della terra, dove credessero più facit- 
nente sollevare la plebe, e quella contra la duchessa ed i principi dello stato 
^n*e armare; e stimavano, che il popolo per la fame, dalla quale era aggra*» 
vate, dovesse facilmente seguirgli ; perchè disegnavano dargli la casa di mes* 



isTOUfi ftOftUfiiM. [14761 

9er Cvccu Simonella , (ii (iiovanni BoUi e di Fraocesoo Lucani, UiUi prtnct^ 
4Ìel govornu, in preiia. e per questa via asdicurare loro, e renilere la libertà al 
popolo. Fallo queéto diì^egao, e confermalo T animo a questa esecozloiie, Gio- 
vannaadrea con ^li alui furono al iein|Ma di buoaa ora; udipami m wa iftn 
sieme, la quale udita, Gìovannandrea si Tolse a una atatua di santo Ambro- 
gio, e disse : padrone di questa nostra città, tu sai V iuimaiefM na^m, $i U 
/ine a che nm vogtÙMmo metterci a tanti p$riooU; sii favorevok a questa msàra 
ùnpresa, e dinìostra, favorendo la giustizia^ che la ingiustizia ti dispiaocitu 
Ài duca <lail' altro canto, avendo a venire al tempio, ifiterveoBero molti sopii 
Oella sua futura aiorte; perchè venuto il giorno, ai veaU, seoQoéa che pie volle 
costumava, una eorazia. la quale dipoi subito si traase, coma se sella pre> 
senza o nella persona Y offendesse. Volle udire aieaaa in castello, e trevo obe 
il suo cappaUwio era ito a Santo Stefano con tutti i suoi apparati dì cappella. 
Volle cbe in cambio di quello il vescovo di Cobh) celebraase la m a qca y a qaetts 
allegò certi impedimenti ragionevoli. Tantoché quam per naoessità diiìihciè 
é! andare al tempio, e prima si fece venire Giovangaleaaio ed Ermes suoi 
fi^uoli, e quelli at^racciò e baciò molte volte, nò pareva potaaae spiccarsi éa 
quelli. Pure alla ine diliberato allo andare, s'uscì di.caeìeno» ed entralo ia 
mezzo deir oratore di Ferrara a di Mantova n' andò al tempio. I oongiiaratìia 
quel tanto per dare di loro miaore suspìzione, e fuggire il freddo eh* era graa^ 
dissimo, s'erano in una camera dell* arciprete della chiesa loro amico ritiratt; 
ed intendendo come il daea vaniva, se ne vennero in chiesa; e Giovann a a to s 
e Girolamo si posero dalla destra parte air entrare del tempio^ a Carlo dalla 
^nistra. Entravano già nel tempio quelli ohe precedevano ai dun; dipoi entra 
egli circuadato da una roollitudiBe grande, com' era coaveniesta in quatti io^ 
lenniià a una «laicale pompa. 1 primi che moesono furono il Lampogo^no e Gip 
rolamo. Costcnro simulando di far fare largo al prìncipe se gli aoeastareoo^c 
strette l' armi che corte ed acute avevano nelle manidie nascose l'nBsafiraao. 
11 Lampognano gH dette due ferite, luna nel ventre, T altra nella gola. Giro- 
lamo ancora nella gola e nel petto lo percosse. Carlo Visconte perchè s' era 
posto più propinquo alla porta , ed essendogli il duca passato avanli, quando 
f\m compagni fu assalito , noi potette ferire davanti, ma con daei ooipi In 
schiena e la spalla gli trafisse. E furono queste sei ferite si prcate e si sabita, 
ohe il duca fu p#ima in terra, che quasi ninno del fatto s' aceor go a ao . Nèqaeflo 
potette altro fare o du^, salvo che, cadendo, una voHa soia il nonne deUa Nesifa 
Donna in suo aiate chiamare. Caduto il duca in terra, il rommv si levò grande, 
assai spade si sfòdei-aronu, e come avviene nelli casi non preveduti, chi fuggii 
del tempio, ^ chi cormva verso il tumulto senza avere alonna cortezia o 
gioae*della cosa. Nondimeno quelli che erano al duca pia propinqui, a ch^ 
vano vedalo il ducir morto , e gli ucciditori cognoaciuti , gli peraeguitarona, a 
de'eon^toratl Giovannandréa volendo tirarsi fuor di ebsesa antiò finale doiae, 
le quab trovando assai, ^- secondo il loro costone a sedete in teva, ìmphealo 
e ritenuta intra le loro veste fu da uno moro staffiere del duca sop i a g gì ua *»» 
morto. Fu ancora da' circunstantj ammazzato Carlo. Ma Gi rolamo Olginlo ascila 
fr^geoCik e ^enle di chiesa, vedendo i suoi compagni morii, non sa p aa d e éoft 
altj'ove fuggirsi, ^ n' an^ alle sue case, dove non fu dal padre né da' fratelli riee* 
vulo; solamente l» madre avendo al figliuolo compaasionelo raeocanandò aan 
prete antico amico alla famiglia loro, il quale mesaogh auoi panu indosso, alle 
sue case lo condusse ; dove stette due giorni non senza aparanza cbe in Milaaa 
nascesse qualcW tumulto che lo salvasse; U die non sucoadendo, a^duhiftaada 
non pisere ia quel luogo ritrovato, volle scog^iosdiito fuggirai; macefnMcialtr 



[I4r0} uno nmifo. MS 

nella potestà della giustizia pervenne, dove tutto l'ordine della congiura 
aperse. Era Girolamo d' età di ventitré anni, nò fu nel morire meno animoso, 
cbe neir operare si fusse stato ; perchè trovandosi ignudo e col carnefice da- 
vanti , die aveva il coltello in mano per ferirlo, disse queste parole in lingua 
latina, perdio litterato era : Mor$ acerba, fama perpetua, stabit vetus memoria 
facH. Fu questa impresa da questi infelici giovani segretamente trattata , ed 
animosamente eseguita ; ed allora rovinarono, quando quelli eh' eglino spera- 
vano gli avessero a seguire e difendere , non gli difesero nò seguirono. Impa- 
rino pertanto i principi a vivere in maniera, e farsi in modo reverire ed amare , 
dM ninno «perì potere ammazzandogli salvarsi, e gli altri cognoschino quanto 
quei pensiero sta vano, che si fàccia confidare troppo, che una moltitudine, an- 
cora die mal contentu , nei perìcoli tuoi ti seguiti o ti accompagni. Sbigottì 
questo acddente tutta Italia, ma mollo più quelli, die indi a breve tempo in 
Firenze seguirono, i quali quella pace che per dodici anni era stata in Italia 
nq^pero, oome nel libro seguente sarà da noi dimostrato : il quale se avrà il 
iae i«e meste e la^riMoio, avrà il phndpto sanguinoso e ^^aveatevole . 



4 



2(M ISTORIE FIOUNTlKt. [I47fi] 



UBRO OTTAVO 



SOIOIABIO. 

Suio della ramiglU de*Medlcl In Fireazc (1478).— Dissapori fra U (anilglU de'Piui 
e qiMlla de' Medici.— Congiura de' Pazzi, nella quale entrano papa Sisto IV e il re 
di Napoli. — Esecuzione della congiura. Giuliano de' Medici è ucciso; Lorenzo si 
salva; r arcivescovo SalviaU mentre tenta d'Impadronirsi del Palagio è preso e im- 
piccato. — Il corso pericolo accresce coli' amore de' Fiorentini la potenza di Lorenio, 

— Il papa scomunica Firenze , e col re di Napoli muove le armi contro (fi lei.— 
1 Fiorentini appellano al futuro condilo; cercano l' alleanza de* Veneziani , ed è loro 
negata. — Turbolenze In Milano. Genora si ribella aquel duca. «— 1 FiorentlBl, ria- 
soendo vani i trattati d'accordo, combattono 1 papalini e i napoletani, e H rispiiigoBo 
nel Pisano. — Invadono le terre del papa, e rompono le sae genti a Perugia (1479). 

— Vittoria del duca di Calabria sopra I Fiorentini a Pogglbonzi. —Lorenzo de' Medid 
risolve di andare a Napoli a trattare la pace col re. — Lodovico Sforza detto H MorOt 
e i suoi fratelli sono ricblamati a Milano. Mutazioni seguite nel governo di quello suto. 
— Lorenzo de' Medici conchiude la pace col re di Napoli, ma non vi consentono il 
papa e 1 Veneziani. »I Turcbl assaltano e prendono Otranto (1480). — 1 Fiorentini fi 
riconciliano coi papa. ^ Nuovi modi di guerra in Italia. Discordie tra II marchese di 
Ferrara ed I Veneziani (1481).— Il re di Napoli e i Ftorentlni assaltano gli suti dH 
papa con loro danno. — Il re di Napoli , li duca di Milano, I Floreotlnl e il papa 4 
collegano contro i Veneziani (i 482}.— Rotta del Veneziani ai Bondeno (1483\ — U 
lega si scioglie (1484). — Discordie tra i Golonnesi e gli Orsini.— Morte di Sisto IV\ 
elezione d'Innocenzo Vili. — Origine e stato del Banco di San Giorgio. —Guerra 
de' Fiorentini co' Genovesi per Sarzana. Resa di Pietrasanta. — Guerra fra il papa e 
il re di Napoli pei possesso della cilt4 di Aquila (1486) , termlnau colla pace (I486). 

— Il papa divenuto benevolo ai Fiorentini , quantunque eglino avessero nell' ultina 
guerra soccorso 11 re di Napoli , si fa mediatore tra loro e i Genovesi ma senza frutto. 
— I Genovesi sono rotti dai Fiorentini; perdono Sarzana, e si danno al duca di Milano 
(1487). Girolamo Riario signore di Furli è ucciso per congiura (1488). — Galeotto 
Manfredi signore di Faenza è ucciso per tradimento della moglie; la quale dai den- 
tini è cacciata, e il governo della città ò raccomandato ai Fiorentini (1492).— Morte 
di Lorenzo de' Medici. — Suo elogio. 

Sendo il principio di questo ottavo libro posto in mezzo di due congiure, T aat 
già narrata e successa a Milano, l' altra per doversi narrare e seguita a Firenze, 
parrebbe conveniente cosa, volendo seguitare il costume nostro, che delle qot- 
iità delle congiure, e dell* importanza d'esse ragionassimo. Il che si farebbe 
volentieri quando o in altro luogo io non n'avessi parlato, o la fusse materia 
4l potere con brevità passarla. Ma sendo cosa che desidera assai considera- 
zione, e già in altro luogo detta, la lasceremo in drieto, e passando ad un*^' 
tra materia diremo, come lo stato dei Medici avendo vinte tutte le inimicizie, 
le quali apertamente l'avevano urtato, a volere che quella casa prendesse 
unica autorità nella città , e si spiccasse col vivere civile daH' altre, era neces- 
sario eh* ella superasse ancora quelle , che occultamente contro gli macchina- 
vano. Perchè mentre che i Medici ili pari autorità e riputazione con alcune 
dell'altre famiglie combattevano, potevano i cittadini, che alla loro potenza 
avevano tnvidiAj apertamente a quelli opporsi senza temer d'eaa^e nei principi 



(i479] UMO OTTAVO. ^06 

defle loro mmicizie opi;M«86i; perchò seiido diventati i magistrati liberi , niima 
delle parti ae non dopo la perdita aveva cagione di temere. Ma dopo la vitto- 
ria del ULTI ai rìstrìnse in modo lo stato tutto ai Medici , i quali tauta autorità 
presero, che quelli che n'erano malcontenti, conveniva o con pazienza quel 
modo del vivere comportassero, o se pure lo volessero spegnere, per via di 
eoBgiiire, e segretamente di Darlo tentassero : le quali perchè con difficultà sue* 
esdono, partoriscono il più delle volte a chi le muove rov^, ed a colui cy tra 
fl quale sono mosse, grandezza. Donde che quasi sempre un principe d^oa 
dttà da simili congiure assalito, se non è come il duca di Milano ammazzato, 
il che rade volte interviene , soglie in ipaggiore potenza , e molte volte sondo 
buono diventa cattivo. Perchè queste con V esempio loro gli danno cagiODe di 
teeoere, il temere d'assicurarsi, rassicurarsi d- ingiuriare; donde ne nascono 
gli odj dipoi, e molte volte la sua rovina. E cosi queste congiure opprimono 
subito chi le muove, e quello centra a chi le son mosse, in ogni modo col tempo 
cflèndoao. 

fica r Italia, come dì sopra abbiamo dimostro, divisa in due fazioni : papa e 
re da una parte; dair altra Vineziani, duca e Fiorentini. E benché anoora in- 
tra loro non fusse accesa guerra, nondimeno ciascun giorno intra essi si dava 
nuove cagioni d* accenderla ; ed il pontefice massime in qualunque sua impresa 
di ofiendere lo stato di Firenze s' ingegnava. Onde che sondo morto messer Fi- 
lippo dei Medici arcivescovo di Pisa, il papa , centra alla volontà della Signo- 
ria di Firenze, Francesco Salviati, il quale cognosceva alla famiglia dei Medici 
nimico, di quello arcivescovado investi. Talché non gli volendo la Signoria dare 
la possessione, ne segui tra il papa e quella nel maneggio di questa cosa nuove 
offese : oltra di questo faceva in Roma alla famiglia dei Pazzi favorì grandi»- 
simi, e quella de* Medici in ogni azione disfavoriva. Erano i Pazzi in Firenze 
per ricchezze e nobiltà allora di tutte T altre famiglie fiorentine splendidissimi. 
Capo ài quelli era messer Iacopo fatto per le sue ricchezze e nobiltà dal popolo 
cavaliere. Non aveva altri figliuoli che una figliuola naturale ; aveva bene molti 
nipoti nati di messer Piero e Antonio suoi fratelli , i primi dei quali erano Gu- 
^iehno, Francesco, Rinato, Giovanni, ed appresso Andrea, Niccolò e Galeotto. 
Aveva Cosimo dei Medici, veggendo la rìcdiezza e nobiltà di costoro, la Bianca 
sua nipote con Gugliehnocongiunta ; sperando che quel parentado fecesse queste 
famigUe più unite, e levasse via le nimicizie e gli od], che dal sospetto il più 
delle volte sogliono nascere. Nondimeno, tanto sono 1 disegni nostri incerti e 
fallaci, la cosa procedette altrimenti; perchè chi consigliava Lorenzo, gli me» 
•Irava com'^egli era pericolosissimo ed alla sua autorità contrario raccozzare nei 
cittadini ricchezze e stato. Questo fece che a messer Iacopo ed a' nipoti non 
erano conceduti queHi gradi d* onore, che a loro, secondo gli altri cittadini, pa- 
reva meritare. Di qui nacque nei Pazzi il primo sdegno , e nei Medici il primo 
timore; e V ubo di questi che cresceva , dava materia aff altro di crescere , 
donde i Pazzi in ogni azione, dove altri cittadini concorressero , erano dai ma- 
gistrati non bene veduti. Ed il magistrato degli Otto per una leggiera cagione^ 
seado Francesco dei Pazzi a Roma, senza avere a lui quel rispetto che ai grandi 
cittadiDi si suole avere , a venire a Firenze lo costrinse. Tanto che i Pazzi in 
ogni hiogoccin parole ingiuriose e piene di sdegno si dolevano; le quali cose 
c^Mcevano ad altri il sospetto ed a sé 1* ingiurìe. Aveva Giovanni dei Pazzi per 
moglie la figihiola di Giovanni Buonromei, uomo ricchissimo, le sustanze di cui, 
sendo morto, alla sua figliuola, non avendo egli altri figliuoli, ricadevano. Non- 
dimeno Cario suo nipote occupò parte di quelli beni, e venuta la cosa' in litigio, 
fu falla ana legge, per virtù della quale la mcgfie di Giovanni ^ Pazzi fu 



« 



SM ISTOHIB FlORBimilK. [147S] 

Mia eredità di suo padre spoglteta . ed a Carlo coticetsa ; la quale inf^'uria i- 
Pani al tulto dai Medici riconobbero. Della qual coea Chuiianodei Medici molte 
iFolte con Lorenzo suo fratello « dolsOi dicendo com' ei dubitara, che per voler 
delle eoee troppo, cb' elle non ai perdessero tutte. 

Nondimeno Lorenzo, ealdo di gioTenlù e di potenza, volem ad ogni osaa 
pensare , e che ciascuno da lui ogni cosa ricognoscesse. Non potendo «dimqoe 
i P«zi con tanta nobiltà e tante ricchezze sopportar tante ingiurie, comincte- 
rono a pensare come se n' avessero a Teodica re. Il primo che mosse alcun ragio* 
aamento centra ai Medici fu Francesco. Era costui più animoso e più seasitiw» 
die alcuno degli altri ; tanto die diliberò o d* acquistare quello che gli mancaTa, 
• di perdere ciò eh' egli aveva. E perchè gli erano in odio ì governi di Firsttae, 
▼ivova quasi sempro a Houia, dove assai tesoro, secondo il costume dei mer- 
ealanti fiorentini, travagliava. E perchè egli era al conte Girolanu) amlcìBsiniOi 
ai dolevano costoro spesso V uno con V altro dei Medici. Tanto cbe éopè 
molte doglienze e* vennero a ragionamento, com' egli era necessario, a volerà 
ahe r UBO vivesse nei suoi stati e T altro nella sua città sicuro, mutare Ioatato 
di Pirenie; il che senza la morte di Giuliano e di Lorenzo pensavano non d 
p o te ss e fere. Giudicarono che il papa ed il re facilmente vi acconsentirebbero, 
purché alt' uno ed all' altro si mostrasse la facilità della cosa. Sondo adunque 
caduti in questo pensiero, comunicarono il tutto con Francesco Salviati arci* 
vaaoovo di Pisa, il quale per essere ambizioso, e di poco tempo avanti stato of- 
isso dai Medici, volentieri vi concorse. Ed esaminando intra loro quello fasse dÉ 
ftHPe, diltbererono , perehè la cosa pia facilmente succedesse, di tirare nella 
laro volontà messer Iacopo de' Pazzi , senza il quale non credevano potere cosa 
ahMna operare. Parve adunque a Francesco de' Pazzi a questo effètto andare 
a Firenze, e 1' arcivescovo ed il conte a Roma rimanessero per essere col papa, 
qwndo e' paresse tempo da comunicargliene. Thnrò Francesco messer Iacopo 
più rispettivo e più duro non avrebbe voluto , e fattolo intendere a Roma , al 
|wnaò che bisognasse maggiore autorità a disporio; donde che 1' arcivescovo ed 
il conte ogni cosa a Giovan Battista da Montesecco cendottiere del papa comn^ 
Maroso, Questo era stimato assai nella guerra, ed al conte ed ai papa obbli- 
gato. Nondimeno mostrò la coea essere difficile e pericolosa, i quaK perìcoR e 
diffieultà Y arervescovo s' ingegnava spegnere, mostrando gh aiuti che il papa 
ad il re farebbero all' impresa, e di più gli odj che i dtladifli di Firenze por- 
tavano ai Medici ; i parenti che i Salviati ed i Pazzi sì tiravano dietro ; la facilità 
dell' aannaczargit per andare per la città senza compagnia e senza sospetto; e 
dipoi morti che fussero, la fodlità del mutare lo stato. Le quali cose Gio^n M- 
tiata ialaramente non credeva, come quello che da molti altri Fiorentini «ferva 
«dito altrinenti parlare. 

Mentre che si stava in questi ragtonaBBenti e pensieri, occorse c^ il signor 
Carlo di Faenn ammalò, talché si dubitava della morlie. Parve pertanto air ar- 
cffOBcovo ed al oonte d* avere occasione di mandare Giovan BalCiM a Fireme, 
odi quivi ia Romagna sotto colore di riavere certe terre che il signero di Faefiia 
gK occupava. Commise pertanto il conte a Giovan Battista parlane eoo Lorenao, 
a da sua parte gli domandasse consiglio, come nelle cose di Romagna s' aresae 
a governare; dipoi parlasse con Francesco de* Patri, e v edw ero ioeieanetfi 
disporre messer Iacopo de' Pazzi a seguitare la loro volontà. B perdio to potesae 
eoa r aatorità del papa muovere, volleno avanti alla partita parlane al poaHB^ 
Aea, il q«ale feee tutte quelle offèrte potarle maggiori in beaefitiodeA' hHpreaa. 
Arrivato pertanlo Giovan Battista a Firenze parlò eoa Lorenao, d»l quale fa 
u man iesimaPìeHte ricevuto, e ne' oonaigli domandati saviaowBla ed aui eiwo i - 



[tir»] tmm «rT4iroL 107 

nenia coosigUato ; tanto che Giavaa Battista aa prese amaùradooe, ^araodogfti 
aver trofato altro uoino, che non gli era slato mostro, e gìudiooUo tutto umano, 
tatto savio ed al coate amiciasiaM>« Nondimeno volle parlare con Fraaoeaoo, a 
ami va lo trovaadOt perdkè era ito a Lacca, parlò aoa meeser Iacopo, e iMivatto 
sai principia molto alieno dalla eosa. Nondimeno avanti partiase, V antonAà dal 
papa lo mosse alquanto, a perciò disse a Giovan Battista che andasia in BoaM^ 
gaa a toraasae, e che intanto Francesco sarebbe in Firenze, ad allora pia par» 
ticoUrmente delia cesa ragionerebbero. Andò e tornò G iovan Battista, e aaa La» 
ranzo dai Medici seguitò il simulato ragionaaiento delle caee M ooola, 
con masaer Licopo e Franceacodei Pazzi si riatriaee; e tanto apar ar ona che 
ser Iacopo acconsenti alla impresa. Bagionarono del modo. A measer Iacopo i 
parava che fussariuscibiie, sondo ambedui i fratelli in Firem»; e perciòa'i 
taaie che Lorenzo andasse a Boma, oom* era (ama die voleva andare, ad ayara 
ai asi^ttisse la cosa. A Fraacesco piaceva che Lorenzo fusee a Bona; aondi* 
mena quando bene non vi andasae, afiermava, che o a nooe, o a gineao, o ia 
chiesa ambiduoi i fratelli si potevano opprimere. E circa gli aiuti foraatiari, gli 
pufava ohe il papa potesse aiaKere fanti insieoM per V impresa del castello di 
Manlnna, avendo giusta cagiona di spogliarne il conta Cmrlo^ par aver Calti i 
tnmaltì adatti nel Saaaaa a nel Penigino : nondimeno non si feoe altra ean» 
dusione, sa non che Fraaowco dei Pazzi e Giovaa BatUata n' andassero a Boma, 
a quivi colaaate e eoi papa ogni cosa coneludaaaaeo. Praticoasi di nuova a Boom 
qneata maleria, ad in fina si conchiusa, saado r impresa di Montone risolula, 
dba Giovanfirancesco da Tolentino soldato del papa a' andasse in Bamagna» e 
aaasaar Larenzo da Castello nel paese suo, a ciasoheduno di questi con le fanti 
dal paese taBeesero le larocompagaie a ordine, per fare quanto dall' ardvescavo 
dei SalvtaXi e Fraacesco dei Pazzi fuase loro ordinato; i quali con Giovan Bat- 
tista da Montesecco se ne venissero a Firenze , dove provvedessero a quanto 
Cttsae naoasaaria par Y esaeuzioae dell* impresa, alla quale il re Ferrando me- 
diante il suooratoce pramettava qualunque aiuto. Venati pertanto V aiciveaaoao 
a Francesco dei Pazzi a Firanae , tirarono nella seatantt loro Iacopo di maa- 
aar Poggio, ffovaaa littarato. ma ambizioao , e di cose nuove desìdeiosissiaaa; 
tiraronvi duoi lacopi Salviati, V uno fratello, V altro affine deU' arciveaeovo. 
Candusaonvi Bernardo Bandini a Napolaona Franaesi, giovani arditi, e alla fhmi- 
glia dei Pazzi obbligatissimi. Dai forestieri, oUra ai prenominati, mesaer Anto- 
nio da Volterra, e uuo Stefaao snoerdote, il quale nette casa di messer Iacopo 
alla sua figliuola hi lingua hitina insegnava, v' intervennero. Binato dei Pazzi, 
uaaao prudente a grave, a che oitÌDiamente eognoseeva i mali che da simiR im* 
presa nascono, alla coagiura non acconsenti, anzi la detestò, e cou quel modo, 
olMcaestameata potette adoperare, V interruppe. 

Aveva il papa tenuto nello studio pisano a ioiparar lettere pontificie BaflMlo 
di Biario nipote del conte Girolamo, nel qual luogo ancora essendo, la dal papa 
atta dignità del cardinalato promosso. Parve pertanto ai congiurati di ea»- 
darre questa cardinale a Firenze, aociocdiè la aua venuta la congiura rtca^ 
prisaa, potandosi intra la aua famiglia quelli coagiurati dei quali avevano bi- 
sogno naaeottdere, a da^iuatto prendere cagione d'eaeguirìa. Venne adunque 
ii cardinalai e fiu da measer Iacopo dei Pazzi a l&ontughi sua viUapropinqva a 
Piraone ricevuto. Dsaideravatto i congiurati d'acaosmra insieme mediante 
coatui Larenzo a Giuliano, e come prima queala oocorrasse, ammazzargli. 
Ordinavoeo pertanto convitassero il cf|fdinala nella villa loro di Fiesole, dova 
flhìlianoeacaso, o a studio non eonvenaa; tanto che tornalo il dissono vana, 
gmdicaiano, aha aak canvKansoro a Firenze, ^ naosssilàandMdnoì v* aassaaro 



908 ISTOill FiOBBKTfKE. ' {i478] 

ad interveoire. B coti dito Tordiiie, la dofOiÉiiica de' di 26 d'aprile correndo 
ranno MccocLnfru^ a questo convito deputarono. Pensando adunque i con- 
giurati di potaigti nel mezzo del convito ammazzare, furono il sabato notte 
Misieme, dove tutto quello che la mattina seguente arttvesse ad eseguire dis- 
posero. Venuto dipoi il giorno, fu notificato a Francesco, oome Giuliano al oon^ 
vile non interveniva. Pertanto di nuovo i capi della congiura si ragunarono, e 
oonchiusono die non fusse da differire il mandarla ad effetto; perch'edera 
imposaibile, sondo nota a tanti, che la non si scoprisse. B perciò diliberarono 
nella chiesa cattedrale di Santa Reparata ammaliargli, dove sondo il cardinale, 
i dooi fratelli secondo la consuetudine converrebbono. Volevano che Giovan 
Battista prendesse la cura di ammazzare Lorenzo, e Francesco de' Pazzi e Be^ 
nardo Bandini, Giuliano. Ricusò Giovan Battista il volerlo fare, o che la femi- 
gliarìtà aveva tenuta con Lorenzo gli avesse addolcilo l' animo o che pure altra 
cagione io movesse. Disse die non gli basterebbe mai i' animo commettere 
tanto eccesso in chiesa, e accompagnare il tradimento col sacrilegio; il che fu 
il principio della rovina dell' impresa loro. Perchè strignendogli il tempo fu- 
rono necessitati dar questa cura a messer Antonio da Volterra ed a Stefano 
sacerdote, duci che per pratica e per natura erano a tanta impresa inettiasinii; 
perdio se mai in alcuna faccenda si ricerca l'animo ^nde e fermo , e nella 
vita e nella morte per molte esperienze resoluto, è necessario avariò in qnestB, 
dove si è assai volte veduto agli uomini nell'armi esperti e nel sangue intiisi 
l'animo mancare. Fatta adunque questa dilik)erazione, volleno che il segno 
dell'operare fusse quando si comunicava il sacerdote, che nel tempio la prìn- 
cipale messa celebrava, e che in quel mezzo l'arcivescovo de'SalviaU iosieoe 
con i suoi e con Iacopo di messer Poggio il Palagio pubblico occupassero; 
acdocchè la Signoria o volontaria, o forzata, seguita che fusse de'duoi giovani 
la morte, fusse loro favorevole. 

Fatta questa diliberazione, se n' andarono nel tempio, nel quale già il ca^ 
dinaie con Lorenzo de' Medid era venuto. La chiesa era piena di popolo, e 
l'uflizio divino cominciato, quando ancora Giuliano de' Medid non era io 
chiesa. Onde die Francesco de' Pazzi insieme con Bernardo alla sua morte 
destinati andarono alle sue case a trovarlo, e con prieghi e con arte nella 
chiesa lo condussero. È cosa veramente degna di memoria, che tanto 
odio , tanto pensiero di tanto eccesso si potesse con tanto cuore e tanta 
ostinazione d'animo da Francesco e da Bernardo ricoprire; perchò condottolo 
nel tempio, e per la via e nella chiesa con motteggi e giovenìH ragionamenti 
Io intrattennero. Né mancò Francesco, sotto colore di carezzario, eoa le mani 
e con le bracda strignerlo, per vedere se lo trovava o di corazza o d' altra n^ 
mila difesa munito. Sapevano Giuliano o Lorenzo l'acerbo animo de'P^z^ 
centra di loro, e com'eglmo desideravano di torre loro l'autorità dello stato; 
ma non temevano già della vita, come quelli che credevano, che quando pur 
eglino avessero a teotare cosa alcuna, civilmente e non con tanta vioieoxa 
l'avessero a fare. E perciò anche loro non avendo cura alla propria salute, 
d' essere loro amici simulavano. Sondo adunque preparati gli ucdditorì, queiu 
a canto a Lorenzo, dove per la moltitudine che nel tempio era facilmente a 
senza sospetto potevano stare, e quelli altri insieme con Giuliano, venne Torà 
destinata; e Bernardo Bandini con una arme corta a qudlo effètto apparec- 
-cbiata passò il petto a Giuliano, il quale dopo pochi passi cadde in terra; 
sopra il quale Francesco de' Pazzi gitta^i lo empiè di ferite, e con tanto stu- 
dio io percosse, che accecato da quel furore che lo portava , sé medesimo in 
una gamba gravemente offese. Messer Antonio e Stefano dall'altra parte aaa*- 



Itrooo ^orenio, e menatogli più wtpu à* una leggier ferita nella gola lo per- 
ooeeero : percbè o la loro negligenza, o 1* animo di Lorenzo, die vedutosi asea- 
Ure, con TarBÙ sue si difese, o Taiulo di chi era seoo, fece vano ogni sforzo di 
costoro. Talché quelli aUgotiiii si fuggirono e si nascosero; ma dipoi ritrovati, 
furono vitopOTOsamente morii, e per tutta la ciUà strascinati. Lorenzo dall' al- 
tra parte ristrettosi con quelli amici, che egli aveva intomo, nel sacrario del 
tempio si rinchiuse. Bernardo Bandini, morto che vide Giuliano, ammazzò a«- 
cora Prancesoo Non ai Medici aaiicissimo, o perchè T odiasse per antico, o 
penM Francesco d'aiutare Giuliano s'ingegnasse. B non contento a questi 
dnoì omicidj, corse per trovare Lorenzo, e aupplire con l'animo e prestezza 
sua a quello che gli altri per la tardità e debolezza loro aveano mancalo ; ma 
trovaC^o nel sacrario rifuggilo, non potette farlo. Nel mezzo di questi gravi 
e tomultuosl accidenti, i quali furono tanto terribili, che pareva che il tempio 
rovinasse, il cardinale si ristrìnse all'altare, dove con fatica fu dai sacerdoti 
tasto salvato, che la Signoria, cessato il romore, potette nel suo Palagio con- 
durlo; dove con grandissimo sospetto insino alla liberazione sua dimorò. 

Trovavansi in Firenze in questi tempi alcuni Perugini cacciati per le purli 
di casa loro, i quali i Pazzi, promettendo di rendere loro la patria, avevano 
iiraU nella voglia loro. Donde che l' arcivescovo de' Salvia ti, il quale era ito 
per occupare il Palagio Insieme con Iacopo di messer Poggio e i suoi Salviati 
ed amia, gli aveva condotti seco, e arrivati al Palagio lasciò parte de' suoi da 
basso con ordine, che com' eglino sentissero il romore, occupassero la porta, 
ed egli con la maggior parte de' Perugini salì da alto, e trovato die la Signoria 
deaìDaya, perchè era l'ora tarda, fu dopo non molto da Cesare Petrucci gon* 
fisloniere di giustizia iatromesso. Onde che entrato con pochi dei suoi lasciò 
gii altri fuora, la maggior parte dei quali nella cancelleria per sé medesimi si 
riocbiiisero, perchè in modo era la porla di quella congegnata, che serrandosi, 
BOD ai poteva se non con l'aiuto della chiave così di dentro come di fuora 
aprire. L'arcivescovo intanto entrato dal gonfaloniere, sotto colore di volergli 
aicone cose per parte del papa riferire, gli cominciò a parlare con parole 
spezzate e dubbie : in modo che l'alterazioni, che dal viso e dalle parole mo- 
strava, generarono nel gonfaloniere tanto sospetto, che a un tratto gridando si 
pìiiea fuora di camera , e trovato Iacopo di messer Poggio, lo prese per i cape» 
gli, e nelle mani dei suoi sergenti lo mise. E levato il romore tra i Signori, con 
quelle armi che il caso somministrava loro, tutti quelli che con l' arcivescovo 
arano saliti ad alto, sendone parte rinchiusi e parte inviliti, o subito furono 
«orti, o cosi vivi fuori delle finestre del Palagio gittati; intra i quali l'arcive- 
scovo, i dod lacopi Salviati, e Iacopo di messer Poggio appiccati furono. Quelli 
cIm di basso in Palagio erano rimasi, avevano sforzata la guardia e la porta^ 
e le parti basse tutte occupate, in moido che i cittadini che in questo romore 
al Pala^ corsero né armati aiuto, né disarmati consiglio alla Signoria pote- 
vano porgere. 

Fkvnceseo de' Pazzi intanto e Bernardo Bandini veggendo Lorenzo campato, 
e uno dì loro, in chi tutta la speranza dell'impresa era posta, gravemente 
ferito, s'erano sbigottiti. Donde che Bernardo pensando con quella franchezza 
d'aaimo alla sua salute, eh' egli aveva all' ingiuriare i Medici pensato, veduta 
la cosa perduta, salvo se ne fuggì. Francesco tornatosene a essa ferito provò 
ae poteva reggersi a cavallo, perchè l'ordine era di circuire con armati te 
lena, e chiamare il popolo alla libertà e all'armi, e non potette; tanto era 
profonda la ferita , e tanto sangue aveva per quella perduto. Ondediè spo- 
gliatoai si gìttò sopra il suo letto ignudo e pregò messer Iacopo, che quello da 



210 iSTom wmuMnm. [1478} 

Uà Boa ai poltTt fara, ffictuae egli. Mwmt lacofN), aa co ot to vaockit, e tii »- 
■ili tMUilU mcm pratìM, per faf« questa ultima aapema» éeUa fiortuna loro, 
sali a oavalk) aon forse caute armali suti prima per simile impresa prapsiatà, 
e ae n*aiidò alta piana dei Palagio, chiamando io suo aiuto il popolo sia 
libertà. Ma perebò Tuiio era dalla fortuna e liberalità de'Ifedioi tatto sordo, 
feltra in Fireate non era cegaoeciula, non gli fu risposto da akuno. Solo i 
Signori tktd la parte saperiore del Palagio signoreggisTano, con l saflsi IoisIih 
tarono, e con le minacce la quanto poterono k> sbigottirono. E stando menar 
Iacopo dubbio, fo da Giovanni Serristori suo oogaaio incontrato, il quale prina 
lo riprese degli scandali mossi da loro , dipoi lo confortò a tornarseas a caia, 
affannandogli che il popolo e la libertà era a cuore agli altri cittadini come a 
lui. Privato adunque messer Iacopo d*ogni speranza, veggendosi il Palagio air 
BUCO, Lorenzo -vivo, Francesco ferito, e da niubo seguitato, non sapendo allro 
che farsi, diliberò di saUare, se poUva, oon la fuga la fitn e con qusUa oiai- 
pagaia che egli aveva seeo in piazza si uid di Firenze per andare io Bo- 
magna. 

In questo meno tutta la città era in arme, e Lorenzo de* Uodici da aiolti 
armati acoompagaato s' era nelle sue case ridotto. li Palagio dal popolo era 
stato ricuperato, e gli occupatori di quello tutti fra presi e morti : e già per tuUa 
la città si gridava in nome de* Medici, e le membra de' morti o sopra le pusie 
deir armi fiue, o per la città strascinale si vedevano; e ciascheduno eoa pi- 
role piene d' ira, e con faUi pieni di crudeltà i Pazzi perseguiva. Già erano la 
loro case dal popolo occupate, e Francesco così ignudo fu di casa tratto, e al Pi* 
lagio condotto fu a canto ali* arcivescovo ed agli altri appiccato. Né fu poeai- 
bile, per ingiuria che per il cammino o poi gli fosse falla o detta, fargli parlare 
cosa alcuna, ma guardando altrui fiso senza dolersi altrimenti tacito sospirava. 
Guglielmo de* Pazzi, di Lorenzo cognato, nelle case di quello e per 1* innecenia 
stia, e per 1* aiuto della Bianca sua moglie si salvò. Non fu cittadioo che a^ 
nato diaarmato non andasse alle case di Lorenzo in quella neceaaìtà, e età* 
schedona sé e le sustanze sae gli oflferiva; tanta era la fortuna e la grazia cbe 
qnella casa per la sua prudenza e liberalità s* aveva acquistato. Rinato de' Pam 
a* era, quando il caso seguì, nella sua villa ritirato; donde intendendo laooaa 
si volle travestito fuggire ; nondimeno fu per il canmnino cognosoiuto e pre^ 
ed a Firenze condotto. Fu ancora preso messer Iacopo nel passare l* Alpi; pa^ 
che inteso da quelli Alpigiani il caso seguito a Firenze, e veduta la fuga di qaaU^r 
fa da loro assalito ed a Firenze rimenato. Né potette, ancora che più voUe se 
gli pregasse, impetrare d* es,«ere da loro per il cammino ammanato. Poiooo 
■Msaer Iacopo e Rinato giudicati a morte dopo quattro giorni che il caso eia 
seguito. E intra tante morti, che in quelli giorni erano state fatte, ch*ave?aae 
piena di membra d* uomini le vie, non ne fu con misericordia altra che que^ 
di Rinato riguardata, per e^ere tenuto uomo savio e buono, nò di quella supe^ 
bia notato, che gli altri di quella famiglia accusati eranof E perchè questo «» 
non Buincaase d* alcuno strasordinario esempio, fu messer Iacopo prima oella 
aepoltura de* suoi maggiori sepolto; dipoi di quivi come scomunicato tratio, fu 
Umgo dalle mura della città sotterrato; e di quindi ancora cavato, per il cape; 
atro, con il quale era stato morto, fu per tutta la città ignudo strascinato; e dipa 
cbe io terra non aveva trovato luogo alla sepoltura sua, fu da queMi medeaim 
che strascinato V avevano, nel fiume d' Amo, che allora aveva le sua aoqaa 
altissime, gittate. Esempio veramente grandissimo di fortuna, vedere un iK^ 
da taale ricchezze e da sì felicissimo stato, in tanU infelicità con tanU rov«* 
e con tale vilipendio cadere. Narransi de* suoi alcuni vizj, inira i qu*^' ^^^ 



giiiochi eiieslammie più che a qualuiuiua perduto uomo aob si converrebbe. I 
quali vi^ con le molto eiemoaioe rìcompeDBava, perchè a molti bisognosi e lue- 
jfÀ pii iargameole soivveiiiya. Puosai ancora di quello dire questo bene, che il 
sabato davanti a quella domenica diputata a tanto omicidio» per non fare par- 
tecipe 4eU* avversa sua fortuna alcun altro, lutti isuoi debiti pagò, e tutte le 
jBwttaaue oh' egli aveva in dog^a ed in enea, le quali ad alcuni appartenes^ 
IVO, eoo maravigUosa sollecitudine ai padroni di quelle ooa8e(;nò. Fu a Gio. 
Battista di Monteaecoo, dopo una lunga esamina fatta di lui, tagliata la testa. 
Napoleone FrauTeei con la fuga fuggì il supplizio. Guglielmo dei Pazzi fu coaft* 
nato, eé i auoi cucini, che erano rimasi vivi, nel fondo della rocca di Voliteiva 
ia caicere posti. Fermi tutti i tumuUi , e puniti i congiurati , sì celebrarono 
r eaequie di Giuliano, il quale fu con le lagrime da tutti i cittadini accompa- 
gnalo; perchè ù quello era tanta liberalità ed umanità, quanta in alcuno altro 
ia tale forCuna «alo si potesse dasidecare. Rimase di lui un figliuolo naturale, 
Q quale, dopo a pochi mesi che fu morto, nacque, e fu chiamato Giulio, il quale 
la di quella virtà e fortuna ripieno, che in. quésti presenti tempi tutto il mondo 
cognosce» a che da noi quando alle presenti cose perverremo, concedendone 
iddio vita, sarà laigamente dimostrato. Le genti che sotto messer Lorenio da 
Castello in Val di Tenere, e quelle che sotto Giovan Franoesco da Tolentino ia 
ftemagna erano insieme » per dare fu vere a' Paesi si erano mxme per venire a 
Firoaae; ma poi eh' eglino intesero ia rovina della impresa, si tornarono in- 
dietro. 

Ma non essendo seguita in Firenze la mutazione dello staio, coma il papa ad 

il re desideravano, diliberarono quello che non avevano potuto fare par eoa- 

giare ^rlo per guerra ; e V uno e i' altro con grandissima celerità messe le sue 

OBBti insieme per assalire lo stato di Firenze, pubblicando non volere altro da 

qneUa aUà^ se iion eh' ella rimovesse da sé Lorenzo de' Medici, il quale solo di 

tutu i Fiorentini avevano per nimico. Avevano già le genti del re paasato il 

Xmalo, e quelle dei papa erano nel Perugino ; e perchè oltre alle temporali^ i 

Fiocentini ancora le spirituali £erite sentissero, gli scomunicò e maledisse. Onde 

dkai Fiorentini, veggendosi venire contra tanti eseroitì, si prepararono con ogni 

sollecitudine alle ditee. E Lorenzo de' Medici innanzi ad ogni altra cosa vpUe, 

poicbè la guerra per fama eca latta a lui , ragunare in Palagio con i Signori totti 

i qualificati cittadini in numero di più di irecenlo, a' quali parlò in (fuesta sea* 

teaza : « Io non so, eccelsi Signori, e voi magnifici cittadini» s' io mi dolgo eoa 

vai delle aeguite cose, a s' io mte ne rallegro. E veramente quando io penso eoa 

quanta fraudo, con quant' odio io sia stato assalito, ed il mio fratello morto, ia 

•na posso tare dob bm ne contristi, e con tutto il cuore e con tulAa l'anima ooa 

m» ne dolga. Quando io considero dipoi con che prontezza, con che studio» 4)oa 

qnale aflM>re, con quanto unito conseneo di tutta la città il mio fratello sia alala 

^■«ftdicato ed io difeso, conviene non aolainente me ne rallegri, ma in tutto ma 

^'Mso eudti e glorii. fi veraonenta se la a^erienza m' ha fatAo cognoscere eOMa 

io ama io questa città pi*^ nimici che io non pensava, m' ha ancora dimasUa» 

<)0iBe iod aveva più ferventi e caldi amici che io aoa credeva. Sana fiNOata 

*^^>|wpie a dolermi con voi per l' ingiurie d' altri , e rallegrarmi par i merìM vo* 

•tri ; ma sono ben costretto a dolermi tanto più delle ingiurie, quanto le sena 

V^ng% pia senza asempio, e mano da noi meritate. Considerate, magnifioi cit- 

ladiai^ dove la cattiva fortuna aveva condotta la casa nostra, che tra gli ama»» 

tea i papenti, nella chiesa non era sicura. Sogliono quelli die d u bi t ane ^\à 

iMrte anarreia j^i amici per aiuti, aogliono ricorrere ai .paranti ; e noi gli tro» 

wmm aonaU per la distrazione nostra. Sogliono rifuggire neUa obieas tutti 



212 I8T0R1B Fioinrmii. [1478] 

quelli, che per pubblica o per privata cagione aono perseguitati. Adunque da 
chi gli altri sono difesi, noi siamo morti ; dove ì parricidi e gli assasnoi sono 
sicuri, i Medici trovarono gli ucciditori loro. Ma Iddio, che mai per 1* addietro 
non ha abbandonata la casa nostra, ha salvato ancora noi, e ha presa la difen- 
sione della giusta causa nostra. Perchè quale ingiuria abbiamo noi fatta ad al- 
cuno, che se ne meritasse tanto desiderio di vendetta t E veramente questi che 
ci si sono dimostri tanto nfmici, mai privatamente non gli offendemmo, perchè 
se noi gli avessimo offesi , e* non avrebbero avuta comodità d' offendere noi. 
Sveglino attribuiscono a noi le pubbliche ingiurie, quando alcuna ne fusse stata 
loro fatta, che non lo so, eglino offendono più voi che noi, più questo Palagio e 
la maestà di questo governo che la casa nostra, dimostrando che per nostra ca- 
gione voi ingiuriate , ed immerìtamente, i cittadini vostri. Il che ò discosto al 
tutto da ogni verità ; perchè noi quando avessimo potuto, e voi, quando noi 
avessimo voluto, non f avremmo fatto ; perchè chi ricercherà bene il vero, tro- 
verà la casa nostra non per altra cagione con tanto consenso essere stata sem- 
pre esaltata da voi, se non perchè la si è sforzata con V umanità, liberalità, con 
i beneflzj vincere ciascuno. Se noi abbiamo adunque onorati gli strani, come 
avremmo noi ingiuriati i pareuti ? Se si sono mossi a questo per desiderio di 
dominare, come dimostra l' occupare il Palagio, venire con gli armati in piatza, 
quanto questa cagione sia brutta, ambiziosa e dannabile da sé stessa si scuopre 
e si condanna. Se e'I' hanno fatto per odio ed invidia avevano air autorità no- 
stra eglino offendono voi, non noi, avendocela voi data. E veramente quelle au- 
torìtadi meritano di essere odiate che gli uomini si usurpano , non queUe che 
gli uomini per liberalità, umanità e magni6cenza si guadagnano. E voi sapete 
che mai la casa nostra salse a grado alcuno di grandezza, che da questo f^ilt* 
gio e dair unito consenso vostro non vi fusse spinta. Non tornò Cosimo mio 
avolo dair esilio con le armi e per violenza, ma col consenso ed unione vostra. 
Mio padre vecchio ed infermo non difese già lui centra a tanti nimid lo stato, 
ma voi con l' autorità e benivolenza vostra lo difendeste. Non avrei io dopo la 
morte di mio padre, sondo ancora si può dire un fanciullo, mantenuto ti fpào 
della casa mia, se non fussero stati i consigli ed i favori vostri. Non avrebbe 
potuto né potrebbe reggere la mia casa questa Repubblica, se voi insieme eoo 
lei non 1* aveste retta e reggeste. Non so io dunque qual cagione d'odiosi possa 
essere in loro centra di noi, o quale giusta cagione d* invidia. Portino odio agii 
loro antenati , i quali con la superbia e con 1* avarizia s* hanno tolta quella ri- 
putazione, che i nostri s* hanno saputa con studj a quelli contrari guadagnare. 
Ma concediamo che V ingiurie fatte a loro da noi siano grandi , e che merita- 
mente eglino desiderassero la rovina nostra ; perchè venire ad offendere qne^ 
Palagio? perchè far lega col papa e col re centra alla libertà di questa Repub- 
blica ? perchè rompere la lunga pace d'Italia ? À questo non hanno eglino scufl 
alcuna; perchè dovevano offendere chi offendeva loro, e non confondere le ioi^ 
midzie private con V ingiurie pubbliche ; il che ia che spenti loro , il male no- 
stro è più vivo, venendoci alle loro cagioni il papa ed il re a trovare con V anni; 
la qual guerra affermano fare a me ed alla casa mia. Il che Dio volesse che fosse 
il vero; perchè i rimedj sarebbero presti e certi , né io sarei sì cattivo citta- 
dino , che io stimassi più la salute mia che i pericoli vostri ; anzi volentieri spe- 
gnerei r incendio vostro con la rovina mia. Ma perchè sempre V ingiurie che ì 
potenti fanno, con qualche meno disonesto colore le ricuoprono, eglino hanno 
preso questo modo a ricoprire questa disonesta ingiuria loro. Pure nondimeno 
quando voi credeste altrimenti, io sono nelle braccia vostre. Voi m' avete a reg- 
gere, lasciare. Voi miei padri , voi miei difensori , e quanto da voi mi sari 



[147B] LIMO OTTikVO. 213 

coBiDesso eh' io faoda» sempre forò volentieri ; nò ricuserò mai, quando cosi 
a voi paia, questa guerrii col sangue del mio fratello cominciata di Gnirla col 
mio. » Non potevano i cittadini, mentre che Lorenzo parlava, tenere le lagrime; 
e con quella pietà che fu udito, gli fu da uno di quelli, a chi gli altri commi- 
sere, risposto, dicendogli che quella città ricognosceva tanti meriti da lui e dai 
suoi, eh* egli stesse di buono animo ; ehe con quella prontezza eh' eglino ave- 
vano voidicata del fratello 1^ morte, e di lui conservata la vita , gli conserve- 
rebbero la riputazione e lo stato, né prima perderebbe quello, che loro la patria 
perdessero. E perchè T opere corrispondessero alle parole, alla custodia del 
corpo suo di eerto numero d^ armati primamente provvidero, acciocché dalle 
domestiche insidie lo difendessero. 

ttpoi si prese modo alla guerra, mettendo insieme gente e danari in quella 
somma poterono maggiore. Mandarono per aiuti, per virtù della lega, al duca di 
Milano ed ai Yineziani. E poiché il papa s' era dimostro lupo e non pastore, 
per non essere come colpevoli divorati, con tutti quelli modi potevano 1* accusa 
loro giustificavano, e tutta T Italia del tradimento fatto centra allo slato loro 
rìempierono, mostrando la empietà d^ pontefice e V ingiustizia sua ; e come 
quel pontificato ch'egli aveva male occupato, male esercitava; poich'egli 
aveva mandati quelli, ehe alle prime prelature aveva traiti, in compagnia di 
traditori e parricidi a commettere tanto tradimento nel tempio, nel mezzo del 
divino uffizio, nella celebrazione del sacramento; e da poi, perché non gli era 
suoceaso ammazzare i cittadini, mutare lo stato della loro città, e quella a suo 
modo sacdieggiare, la interdiceva, e con le pontificali maledizioni la minac- 
cava ed ofléndeva. Bla se Dio era giusto, se a lui le violenze dispiacevano, 
gli dovevano quelle di questo suo vicario dispiacere, ed essere contento che 
gli uomini offesi, non trovando presso a quello It^ogo, ricorressero a lui. Per- 
tanto non che i Fiorentini ricevessero V interdetto ed a quello ubbidissero, ma 
sfonaroBO i sacerdoti a celebrare il divino uffizio. Fecero uno concilio in Fi- 
reuedi tatti i prelati toscani che air imperio loro ubbidivano, nel quale ap- 
pellarooo dell'ingiurie del pontefice al futuro concilio. Non mancavano ancora 
al papa ragioni da giustificare la cosa sua, e perciò allegava, appartenersi a un 
pontefice spegnere le tirannidi, opprimere i cattivi, esaltare i buoni, le quali 
cose ei debba con ogni opportuno rimedio fare ; ma che non é già V uffìzio dei 
prìncipi seeolari detenere i cardinali, impiccare i vescovi, ammazzare, smem- 
brare e strascinare i sacerdoti, gl'innocenti e nocenti senza alcuna differenza 
uoeidere. 

Nondimeno intra tante querele ed accuse i Fiorentini il cardinale ch'eglino 
avevano in mano al pontefice ristituirono; il che fece che il papa senza rispetto 
con tutte le forze sue e del re gli assalì. Ed entrati gli duci eserciti, sotto Al- 
fonso primogenito di Ferrando e duca di Calavria, ed al governo di Federigo 
conte dT Uibino, nel Chianti per la via dei Sanesi, i quali dalle parti nimiche 
erano, oocuparono Radda e più altre castella, e tutto il paese predarono; dipoi 
andarono col campo alla Castellina. I Fiorentini, veduti questi assalti, erano in 
grande timore per essere senza gente, e vedere gli aiuti degli amici lenti ; per* 
cfaò nonostante che il duca mandasse soccorso, i Yineziani avevano negato 
essere obbligati aiutare i Fiorentini nelle cause private ; perché sondo la guerra 
fatta ai privati, non erano obbligati in quella a sovvenirgli, perché T inimicizie 
partfootorì non s'avevano pubblicamente a difendere; dimodoché i Fiorentini 
per disporre i Yineziani a più sana opinione mandarono oratore a quel senato 
messer Tommaso Sederini, ed in quel mentre soldarono gente, e fecero capi- 
tano dei loro esociti Ercole marchese di Ferrara. Mentre che queste prepara- 



214 lOTOtiB iKmii rnw i . [1479] 

tloni sì fooevatio, l'^sereìto nlmioó ttrìnse in modo la CailelilM, cbe <|MtIi Im^ 
rieri, disperati del aoccorso, si dferono dopo quaranta giorni che eglino atetaoo 
sopportata V osaidione. Di qaìvì al votaero i ntmrci Terao Aretzo, e campeggia- 
rono il Monte a San Savino. Era di già V esercito fiorentino a ordine, ed andato 
alla volta dei nimici eTera posto propinquo a quelli a tre migKe; e dava km 
tanta incomodità, che Federigo d' Urbino domandò per alcuni gionii tregua; 
la quale gli fu ooncedata con tanto disavvantaggio dei Fiorentim, che qaeHi 
che fa domandavano, di averla impetrata si maravigliarono', perchè non l'otto» 
nendO) erano necessitati partirsi con vergogna. Ma avuti quelli giorni di eomo- 
dita a riordinarsi, passato il tempo della tregua, sopra la fronte delle genti ne- 
stre quel castello occuparono. Ma essendo già venuto il verno, i nimici per 
ridursi a vernare in luoghi comodi, dentro del Senese si ritirarono. Ridosioasi 
ancora le genti fiorentine negli alloggiamenti più comodi , ed il manAeie 
di Ferrara, avendo fatto poco profitto a sé, e meno ad altri, se ae lomèaelMN) 

statò. 

In questi tempi Genova si ribellò dallo stato di Milano per q u est e cigioei. 
Poi che fu morto Galeaz2o, e restato Giovan Galeazzo suo figlinolo d'età ia- 
abile al governo, nacque dissensione intra Sforza, Lodovico, Ottaviano ed Ascs* 
nìo suoi ziì, e madonna Bona sua madre; perchè ciascuno di essi voleva preo- 
dere la cura del piccolo duca. Nella quale contenzione madonna Bona veoefait 
duchessa, per il oonsiglio dì messer Tommaso Soderinì allora per i FiereBtiff 
in qoetto stato oratore, e di messerCecco Simonetta statosegretariodi Galeano, 
restò superiore. Dondechè fuggendosi gli Sforzeschi di Milano, Ottaviano né 
pafiBsar 1* Adda affogò, e gli altri furono in varj luoghi confinati insieme con il 
signor Ruberto da Sin Severino, il quale in quelli travagli aveva lasciati li 
duchessa, ed accoaUitosi a loro. Sendo dipoi seguiti i tumulti di Toscana, qneB 
principi, sperando per gli nuovi accidenti potere trovare nuova tortaaa, wp- 
pero ì confini, e ciascuno di loro tentava cose nuove per ritornare nello stalo 
suo. n re Ferrando, che vedeva che i Fiorentini solamente nelle loro neoerti- 
tadi erano stati dallo stato di Milano soccorsi ,.per torre loro ancora qneHi «ati> 
ordinò di dare tanto che pensare alla duchessa nello stato suo, che agH aiul 
de' Fiorentini provvedere noti potesse. E per il mezzo di Prospero Adorne e ^ 
signor Ruberto e ribelli sforzeschi, fece ribellare Genova dal doea. Resltvt 
solo nella potestà sua il castelletto, sotto la sperBnza del quale la doUnw 
mandò assai genti per ricuperare la città, e vi furono rotte; taldiè vedalo ^ 
pericolo che poteva soprastare allo stato del figliuolo ed a lei, se quella gee'v* 
durava, sendo la Toscana sottosopra, ed i Fiorentini in chi ella aoloapsrfva 
afflitti, ditiberò, poiché ella non poteva avere Genova come soggetta^ vraHi 
come amica. E convenne con Battistìno Fregoso nimico di Prospero Aitertodi 
dargli il castelletto, e fario in Genova principe, pure che ne caeeimse ProspffOr 
ed ai rìbein sforzeschi non facesse favore. Dopo la quale conclusione Battistio» 
con r aiuto del castelletto e della parte s* insignorì di Genova, e se ne fece, i^ 
condo il costume loro, doge; tantoché gli Sforzeschi ed il signor Ruberto oso* 
ciati del Genovese, con quelle genti che gli seguirono se ne vennero in Lanigisai. 
Dondechè il papa ed il re, veduto che i travagli di Lombardia erano pessUi 
presero occasione da questi cacciati di Genova a turbare la Ibsoana di veno 
Pisa, acciocché i Fiorentini dividendole loro forze indeboKseero^ e perciò ff^ 
rarono, sendo già passato il verno, che il signor Ruberto si partisae ose leso* 
genti di Lunigiana, ed il paese pisano assalisse. Mosse adan^fue il s^a sf^ 
berte un tumulto grandissimo, e molte castella del Pisano sacoheggiè e fi«^' 
ed infino alla città di Pisa predando corse. 



(I47S] litttD OTTAY». SI6 

Venero in CfUMli ienpi t Fireaie oratori dell' imperatore) dei re di FraneìÉ 
e del re d' Uogfaena > i qoali dai toro prtnoifH eratio maidati al penlefioe ; i 
^att persuasero a' Fioreotiai mandassero oratori al papa , promettendo (are 
a^\ opera eon qaetto, die con una ottima pace ei ponesse fine a questa guerra. 
Non rìcoaarono i Fiorentiai di fare questa esperìcma per essere appresso qoa- 
loaqne eecttsati, come per la parte loro amavano la pieme. Andati adunque ^i 
oratori, senza alcuna oondusione tornarotto. Oadechò i Piorenitiai pe^ onorarsi 
delia riputazione del re di Francia, poiché dagl* italiani erano parte offesi, parie 
abbandonati, mandareno oratore a quel re Donato Aodaiuolij uomo delle gre* 
<Am e latine lettere atudiesissimo, di cui sempre gli antenati hanno tenute gradi 
grandi nella città ; ma nel cammino sondo arrivato a Milano mori. Ondeobè la 
patria , per rimunerare chi era rìmaso di lui ^ e per onorare la sua meihoria , 
eoa pubbliche spese onoratissimamente lo seppellì, ed a' figliuoli esensione, ed 
atta figliuole dote conveniente a maritarle concesse. Ed in suo luogo, per ora- 
tore al re mes aer Guid' Antonio Vespucci , uomo dell' imperiali e pontiide let^ 
tere peritissimo , mandò. Lo assalto fallo del signor Ruberto nel paese di Pisa 
turbò assai f con^e fenno le oose inaspettate, i Fiorentini; perchè avendo dalla 
parte di Siena una gravissima guerra, non vedevano come si potere ài luoghi 
di verso Pisa provvedere. Pure eon comandati ed altre simili provvisioni alhi 
-eittà di Pisa sooeorsero. E per tenere i Lucchesi in fede, acciocché o danari o vi^ 
véri al nimioonon somministrassero, Piero di Gino di Neri Capponi ambascia- 
dora vi mandarono; H quale fu da loro con tanto sospetto ricevuto, per V odio 
^he quella città tiene col popolo di Firenae , nato dall' antiche ingiurie e dal 
eootinuo timore, che portò molte volte perieolo di non vi essere popoltfrmente 
morto* Tnito che questa sua andata dette cagione a nuovi sdegm , piuttosto 
dba ftBikyva anione. Rivocarono i Piorentmi il marchese di Ferrara, soldarono 
il marebese di Mantova, e con istanza grande richie:$ero ai Vineziani il' conte 
Carlo 6gliuole di Braccio, e Deifòbo figliuolo del conte Iacopo, I quali furono alfa 
inei ilopo moHe gaviltozieni dai Vineztani conceduti ; perchè avendo fatto tre<- 
gua col Turco, e perciò non avendo scusa che gli ricoprisse , a non osservare 
te lede d^a lefa si vergognarono. Vennero pertanto il conte Carle' e» Deìfebo 
•ea» b«on nvmero di genti> d' arme, e messe insieme con quelle tutte le genti 
é' wna» che poterono apiecare dall' esercito , che sotto il mafchesè di Ferrara 
alla gMrtì del duca di Caiarria era opposto , se n' andarono ìAverse' Fiaa per 
tfvrwe il aignor Ruberto, itquale con le sue genti si trovava prophiquo al fiuttié 
MSenMo. B benel/ef^ avesse fatM sembiante di volere aspettare le genti 
MMre, nondimeno non le aapettò, ma ritirosai in Lunigiana in quelli alleggia- 
atfttiy dande s' era* qjuando entrò nel paese di Pisa partito. Dopo la e») parfinr 
fisratto dal^ conte Cario tutte* queUe terre ricuperate*, che dar nimici nel paese di^ 
Pia» erano slate preaei. 

LilMraCi i Fioreatiaff dnigti assalti di verso Pisa , féeerty tutte le genti* ìòfù ia- 
trv €k»He e San Giminiaao ridurre. Ma sondo in quello esercite, pev la* venuta 
éel coote Cario, Sforzesebi e Braceesehi , sutoko si risenUrtMHV KaMiehé iniAti- 
«aie loro ; e si cMdova , quan<to arvesaero a essere hiAgametite insieme, òhe 
fofiaero venati aU'armi. Tauto che per minor male si diliberò di dividere le 
genti» ed una parta di qoeHe sotte il conte Carlo mandare nel' Feragiao, un' aAtra^ 
pomi ftimnrn a Po^boazi, dove facessero uno alloggiamento forte da' poter 
tBDore i ninici, che aouentrasaero nel Fiorentine. Stimarono per queste pai«- 
t>t0 costrignero ancora i nimici a dividere le genti*; perchè credevano, o dhe il* 
«D«te Carlo occuperebbe Perugia , dove pensavano avesse assai partigioni', o 
ohe il papa ftiase oaoessitato mandarvi grossa geaie per difenderla. Ordinoreno 



116 *■ isTOUi ncMMM. [1479] 

okra di questo, per condarre il papa in maggiore aeoeasità, che mener Nic- 
colò Vitelli uscito dì Castello , dov'era capo meaaer Lorenzo suo aimico, eoa 
gente s' apprestasse alla terra per fare forza di cacciarne 1* avversario, e levaria 
dall' obbidienza del papa. Parve in questi prìadpj , che la fortuna volesse fa- 
vorire le cose fiorentine, perchè e' si vedeva il conte Carlo fare nel Perogiao pro- 
gressi grandi. Meeser Niccolò Vitelli, ancoraché non gli fusse riuscito entrare 
in Castello, era con le sue genti superiore ìm campagna, e d' intorno alla città 
senza opposizione alcuna predava. Cosi ancora le genti che erano restate a Pog- 
giboqzi ogni dì correvano alle mura di Siena. Nondinoefio alla fine tutte queste 
speranze tornarono vane. la prima mori il conte Cario nel mezzo della speranza 
delle sue vittorie; la cui morte ancora migliorò le condizioni dei Fiorentini, se 
la vittoria die da quella nacque si fusse saputa usare. Perchè intesasi la morte 
del conte , subito le genti della Chiesa , che erano di già tutte insieme a Peru- 
gia, presero speranza di poter opprimere le genti fiorentine, ed uscite in cam- 
pagna posero i loro alloggiamenti sopra il lago propinquo a' nimici a tre mi- 
glia. Dall' altra parte Jacopo Guicciardini, il quale si trovava di quello esercito 
commissario, con il consiglio del magnifico Ruberto da Rimini^ H quale, morto 
il conte Carlo, era rimaso il primo ed il più riputato di quello esercito, cogao- 
sciuta la cagione dell'orgoglio dei nimici, diliberarono aspettargli; talché ve- 
nuti alle mani accanto al lago, dove già Annibale Cartaginese dette quella me- 
morabile rotta a' Romani, furono le genti della Chiesa rotte. Laqual vittoria fu 
ricevuta in Firenze con laude de' capi e piacere di ciascuno; e sarebbe stata 
con onore ed utile di quella impresa, se i disordini, che nacquero nello esercito 
che si trovava a Pc^^ìranzi, non avessero ogni cosa perturbato. E così il bene 
che fece l'uno esercito, fu dell* altro interamente distrutto; perchè avendo 
quelle genti fatto preda sopra il Senese, venne nella divisione d' essa differenza 
intra il marchese di Ferrara e quello di Mantova. Talché venuti all' armi, eoa 
ogni qualità d* oflésa si assalirono , e fu tale , che giudicando i Fiorentini noa 
si potere più d'ambiduoi valere, si consenti che il mardiese di Ferrara con le 
sue genti se ne tornasse a casa. 

Indebolito adunque quello eserdto, e rimaso senza capo, e govemandon ia 
ogni parte disordinatamente, il duca di Calavria che si trovava con l'esercito 
suo propinquo a Siena, prese animo di venirgli a trovare ; e così fatto come 
pensato, le genti fiorentine veggendosi assalire, non nell'armi, non nella mol- 
titudine, eh' erano al nimico superiori, non nel sito dove erano, creerà fortissimo, 
si confidarono, ma senza aspettare non che altro di vedere il nimico, alla vista 
delia polvere si fuggirono, ed a' nimici le munizioni , i carìa^ e 1* artiglierie 
lasciarono; di tanta poltroneria e disordine erano allora quelli eserciti ripieni, 
che nel voltare un cavallo la testa o la groppa, dava la perdita o la vittoria 
d' una impresa. Riempiè questa rotta i soldati dei re di preda, ed i Fiorentini 
di spavento ; perchè noa solo la città loro si trovava dalla guerra, ma ancora 
da una pestilenza gravissima afflitta, la quale aveva in modo occupata la città, 
che tutti i cittadini per fuggire la morte, per le loro ville s' erano ritirati. Questo 
fece ancora questa rotta più spaventevole, perchè quelli dttadini , che per la 
Val di Pesa e per la Val d' Elsa avevano le loro possessioni, sendosi ridotti in 
qudle, seguita la rotta, subito come meglio poterono, non splamente con i 
figliuoli e robe loro, ma con i loro lavoratori a Firenze corsero. Talché pareva 
che si dubitasse , che ad ognora il nimico alla ^città si potesse presentare- 
Quelli che alla cura della guerra erano preposti , veggendo questo disordine, 
comandarono alle genti, eh' erano state nel Peruginto iSltòriose, che, laiv^ataf 
r impresa centra a' Perugini, venissero in Val <f.EIsa per opporsi al nimico, il 



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LI 479] * , LIMO* OTTAVO. 217 

quale dopo la ▼iUoria seasa aloono contrasto scorreva il paese. B benché quelle 
avesaero stretta in modo la città di Perugia , che ad ognora se n' aspettasse la 
vittoria, nondimeno volleno i Fiorentini prima difendere il loro, che cercare 
d'oceopare queHo d'altri. Tanto che quello esercito, levato da suoi felici suc- 
cessi, fu condotto a San Casciano castello propinquo a Firenze a otto miglia , 
giudicando non si potere altrove for testa, insino a tanto che le reliquie dell* eser- 
cito rotto fossero insieme. I nimici dall'altra parte, quelli ch'erano a Perugia 
liberi, per la partita delle genti florentine divenuti atidaci, grandi prede neir Are- 
tino e nel Corion ese ciascun giorno facevano ; e quelli altri , che sotto Alfonso 
duca di Galavria avevano a Poggibonzi vinto , s'erano di Poggibonzi prima , e 
di Vico dipoi insignoriti, e Gertaldo messo a sacco ; e fatte queste espugnazioiii 
e prede, andarono col campo al castello di Colle, il quale in quelli tempi era 
stimalo fortissimo , e avendo gli uomini allo stato di Firenze fedeli , potette te- 
nere tanto a bada il nimico che si fussero ridotte le genti insieme. Avendo adun- 
que i Fiorentini raccozzate le genti^ tutte a San Casciano, ed espugnando i ni- 
mici con ogni forza Colle , diliberarono d' appressarsi a quelli , e dar animo 
a' Colligiani a difendersi, e perchè ì nimici avessero più rispetto a offendergli, 
avendogli avversar) propinqui. Fatta questa diliberazione, levarono il campo 
da San Casciano , e posonlo a San Giminiano propinquo a cinque miglia a 
GoUe, donde con i cavalli leggeri e con altri più espediti soldati ciascun dì il 
campo del duca molestavano. Nondimeno ai Colligiani non era sufficiente questo 
soccorso; perchè mancando delle loro cose necessarie, a' dì 43 di novembre 
si dierono con dispiacere de' Fiorentini e con massima letizia de' nemici , e 
massimamente de' Sanasi, i quali oltre al comune odio che portano alla città di 
Firenze, l'avevano con i Colligiani particolare. 

Era di già il \erno grande, e i tempi sinistri alla guerra, tanto che il papa e 
il re mossi o da volere dare speranza di pace, o da volere godersi le vittorie 
avute più paci6camente , offersero tregua a' Fiorentini per tre mesi , e dierono 
dieci giorni tempo alla risposta, la quale fu accettata subito. Ma come avviene 
a ciascuno, che più le ferite, raffreddi che sono i sangui, si sentono, che quando 
le si ricevono, questo breve riposo fece cognpscere più a' Fiorentini i sostenuti 
affonni , e i cittadini liberamente a senza rispetto accusavano l' uno l' altro e 
manifestavano gli errori nella guerra commessi ; mostravano le spese invano 
fMe, le gravezze ingiustamente poste ; 4e quali cose non solamente ne' circuii 
mtra i privati , ma ne' consigli pubblici animosamente parlavano. E prese tanto 
ardire alcuno, che voltosi a Lorenzo de' Medici gli disse : Questa città è stracca^ 
e non vuole più guerra , e perciò era necessario che pensasse alla pace. Onde 
die Lorenzo , cognosciuta questa necessità , si ristrinse con quelli amici , che 
pensava più fedeli e piùsavj, e prima conclusono, veggendo i Vineziani freddi 
e poco fedeli, il duca pupillo e nelle civili discordie implicato, che fosse da cer- 
care eon nuovi amici nuova fortuna. Ma stavano dubbj nelle cui braccia fusse 
da rimettersi, o del papa o del re. Ed esaminato tutto, approvarono l' amicizia 
del re , come più stabile e più sicura ; perchè la brevità della vita de* papi , la 
variazione della successione, il poco timore che la Chiesa ha de' principi, i po- 
chi rispetti eh' ella ha nel prendere i partiti, fa che un principe secolare non 
può in un pontefice interamente confidare, nò può sicuramente accomunare la 
fortuna sua con quello. Perchè chi è nelle guerre e perìcoli del papa amico , 
ara nelle vittorie accompagnato , e nelle rovine solo; sondo il pontefice dalla 
apirituale potenza o riputazione sostenuto e difeso. Diliberato adunque, che 
fusaara maggiore protto'gnaMJiagnarsi il re, giudicarono non si poter fare me- 
^ né con più certezza che con la presenza di Lorenzo ; perchè quanto più con 

10 



318 ISTOEIK FIORWTIIIB. , [1479] 

quel re s* utane libaralilà, tanto più credevaoo potere trovare rìmedj alle nimici- 
aie pannote. Avendo pertanto Lormzo fermo F animo aqueetaaDdata,raccemaB(iò 
la città e k> stato a meeaer Tommaso Soderini, eh' era in quel tempo goofab- 
niare di giuatixia, e al prìncipio di decembre parta di Firenze, e arrivato a Pisa 
fcritte alla Signoria la cagione della sua partita. B quelli Signori per onorarlo, 
e perchè ei poteeee trattare con più riputazione la pace col re, lo fecero oratore 
per il popolo fiorentino, e gli dettero autorità di collegarai con quello, come a 
lui parease meglio per la sua Repubblica. 

In questi medesimi tempi il signor Ruberto da San Severino iasieme eoo 
Lodovico e Ascanio, perchè Sforza loro fratello era morto, riassalirono di nuovo 
Ko statodi Milano per tornare nel governo di quello ; e avendo occupata Tortona, 
ed essendo Milano e tutto quello stato in arme, la duchessa Bona fu consigliata 
ripatriasse gli Sforzeschi, e per levare via quelle civili contese gli ricevesse in 
stato. Il principe di questo consiglio fu Antonio Tassino, Ferrarese, il quale nato 
di vii condizione, venuto a Milano pervenne alle mani del duca Galeazzo, e alla 
duchessa sua donna per cameriere lo concesse. Questi o per essere bello di 
corpo, per altra sua segreta virtù, dopo la morte del duca sali in tanta ripu- 
tastone Kppresao alla duchessa, che quasi lo stato governava ; il che dispiaceva 
assai a messer Cecco, uomo per prudenza e per lunga pratica eecellentissiiiio; 
tantoché in quelle cose poteva e con la duchessa e con gli altri del governo, di 
diminuire V autorità del Tassino s^ ingegnava. Di che accorgendosi quello, per 
vendicarsi delle ingiurie, e per avere appresso chi da messer Cecco lo difen- 
desse, confortò la duchessa a ripatriare gli Sforzeschi ; la quale seguitando i 
suoi consigli, senza conferire cosa alcuna con messer Cecco, gU rìpatriò. Donde 
che quello le disse : Tu hai preso un partito, il quale torrà a me la vita, e a te 
lo stato. Le quali cose poco dipoi intervennero; perchè messer Cecco fu dal si- 
gnor Lodovico fatto morire, ed essendo dopo alcun tempo stato cacciato 
ducato il Tassino, la duchessa ne prese tanto klegno, che la si parti di 
lano , e rinunziò nelle mani di Lodovico il governo del figliuolo. Restato adun- 
que Lodovico solo governatore del ducato di Milano, fu come si dimostrerà, ca- 
gione della rovina d' Italia. 

Era partito Lorenzo de' Medici per andare a Napoli , e la trìegua intra le 
parti vegghiava, quando fuora di ogni espettazione Lodovico Fregoso, avuta 
certa intelligenza con alcuno Serezanese, di furto entrò con armati in Sere» 
zana, e quella terra occupò, e quello che vi era per il popolo fiorentino prese 
prigione. Questo accidente dette gran dispiacere a' principi dello statodi 
Firenze, perchè si persuadevano che tutto fosse seguito con ordine del re Fer- 
rando. E si dolsono col duca di Calavria, eh' era con V esercito a Siena, d' es- 
sere durante la triegua con nuova guerra assaliti. Il quale fece ogni dimostra- 
zione e con lettere e con ambasciate, che tal cosa fusse nata senza consentimento 
del padre o suo. Pareva nondimeno ai Fiorentini essere in pessime condizioni, 
vedendosi vuoti di danari, il capo della Repubblica nelle mani del re, e avere 
una guerra antica con il re e col papa, e una nuova con i Genovesi, ed essere 
senza amici, perchè nei Yineziani non speravano, e del governo di Milano 
piuttosto temevano, per esser vario e instabile. Solo restava ai Fiorentini una 
speranza di quello che avesse Lorenzo dei Medici a trattare col re. 

Era Lorenzo per mare arrivato a Napoli, dove non solamente dal re, ma da 
tutta quella città fu ricevuto onoratamente e con grande espettazione, perchè 
essendo nata tanta guerra sok> per opprimerlo, la grandezza de' nimici eh' egO 
aveva avuti 1' aveva fatto grandissimo. Ma arrivato aUa presenza del se, si 
disputò in modo delle condizioni d' Italia, degli umori dei principi e popoli di 



[1479] LIMO OTTAVO. 219 

quella, eqoeUo che si poteva sperare nella pace, e temere nella guerra, che quel 
resi maravigliò più, poiché V ebbe udite, della grandezza deli' animo suo e 
della destrezza dell' ingegno e gravità del giiKlicio, che non s' era prima dell' avere 
egli sok) potute sostenere teote guerra maravigliate. Tante eh' egli raddoppiò 
g& onori, e cominciò a pensare, come piuUoste e' lo avesse a lasciare amico che 
a tenerlo nimico. Nondimeno con varie cagioni dal dicembre al marzo V intrat- 
tenne per fare non solamente di lui duplicate esperienza, ma Della città. Per- 
chè non mancavano a Lorenzo in Firenze nimici, che avrebbero avuto desiderio 
(^ il re r avesse ritenute, e come Iacopo Piccinino trattato; e sotto ombra di 
dolersene per tutta la città ne parìavano, e nelle diliberazioni pubbliche a quello 
ohe iuBse in favore di Lorenzo s' opponevano. E avevano con questi loro modi 
spersa foma, che se il re V avesse molte tempo tenute a Napoli, che in Firenze 
à mnterebbe governo. Il che fece che il re soprassedè d' espedirlo quel tempo, per 
vedere se in Firenze nasceva tumulte alcuno. Ma vedute come le cose passa- 
vano quiete, a' di 6 di marzo nel mgccclxxix lo licenziò, e prima con ogni 
generazione di beneficio e dimostrazione d' amore se lo guadagnò, e intra loro 
nacquero accordi perpetui a conservazione dei comuni stati. Tornò pertanto 
Lorenzo in Firenze grandissimo, s' egli se n' era partito grande, e fu con quella 
allegrezza dalla città ricevuto, che le sue grandi qualità e i ft-esohi meriti me- 
ritavano, avendo esposto la propria vita per rendere alla patria sua la pace. 
Per che duoi giorni dopo V arrivata sua si pubbUcò V accordo fatto intra la 
Repubblica di Firenze e il re, per il quale si obbligavano ciascuno alla con- 
servazione dei comuni stati, e delle terre tolte nella guerra ai Fiorentini fusse 
in arbitrio del re il restituirle, e che i Pazzi posti nella terre di Volterra si 
hherassaro, ed al duca di Calavria per certe tempo certe quantità di danari si 
pagassero. 

Questa pace subito che fu pubblicata riempiè di sdegno il papa ed i Vine- 
ziani; perchè al papa pareva essere stato poco stimato dal re, e i Vineziani dai 
Fiorentini ; che sondo stato V uno e gli altri compagni nella guerra, si dolevano 
non avere parte nella pace. Questa indegnazìone intesa e creduta a Firenze su* 
bite dette a ciascheduno sospette, che da questa pace fatta non nascesse mag* 
giore guerra. In modo che i prìncipi dello stato diliberarono di ristrignere il go* 
verno , e che le diliberazioni importanti si riducessero in minore numero ; e 
fecero an Consiglio di settanta cittadini con quella auterità gli poterono dare 
maggiore neir azioni principali. Questo nuovo ordine fece fermare V animo a 
quelli, che volessero cercare nuove cose. E per darsi riputazione, prima che 
ogni G06a accettarono la pace fatta da Lorenzo col re; destinarono orateri al 
papa, ed a quello messer Antonio Ridolfi e Piero Nasi mandarono. Nondimeno, 
nonostante questa pace, Alfonso duca di Calavria non si partiva con T esercite 
da Siena, mostrando essere ritenuto dalle discordie di quelli cittadini, le quali 
liiroRo tanto, che dove egli era alloggiato fuora delia città, lo ridussero in 
qneltay e lo fecero arbitro delle differenze loro. Il duca, presa questa occasione, 
molti di quelli cittadini punì in danari, molline giudicò alle carceri , molti 
all'esilio, ed alcuni alla morte; tanto che con questi modi egti diventò sospetto 
non solamento ai Senesi, ma ai Fiorentini, che non si volesse di quella ctUà 
hr principe. Né vi si oognosceva alcuno rimedio, trovandosi la città in nuova 
amieìaia col re, ed al papa ed ai Vineziani nimica. La qual sospizione non 
sdamente nel popolo univo^la di Firenze, sottile interprete di tutte le cose, 
ma nei principi dello slate appariva ; ed afferma ciascuno, la città nostra non 
esami mai stata in tante perìcolo di perdere la libertà. Ma Iddio che sempre 
in aimili estremità badi queUa avuta particolar cura, €ece nascere un accidente 



220 ISTORIE FIORENTINE. [1480] 

insperato, il quale deUe al re ed al papa ed ai Vineziaoi maggiori penùerì che 
quelli di Toscana. 

Era Maumetto gran Turco andato con un grandissimo esercito a campo a 
Rodi, e quello avea per molti mesi combattuto; nondimeno ancora che le forse 
sue fussero grandi, e T ostinazione nell'espugnazione di quella terra grandis- 
sima, la trovò maggiore negli assediati, i quali con tanta virtù da tanto impeto 
si difesero , che^Maumetto fu forzato da quello assedio partirsi con vergogna. 
Partito pertanto da Rodi parte della sua armata sotto lacomeUo Rascia se ne 
▼enne verso la Valona, e, o che quello vedesse la facilità dell'impresa, o che 
pure il signore glielo comandasse, nel costeggiare l'Italia pose in un tratto 
quattro mila soldati in terra ; ed assaltete la città di Otranto, subito la prese 
e sacch^giò, e tutti gli abitatori di quella ammazzò. Dipoi con quelli modi gli 
occorsero migliori, e dentro in quella e nel porto s'aflorlificò, e riduttovi buona 
cavalleria, il paese circostente correva e predava. Veduto il re questo assalto, 
e cognosciuto di quanto principe la fusse impresa, mandò per tutto nuozj a 
significarlo, ed a domandare centra al comune nimico aiuti , e con grande in- 
stanzia rivocò il duca di Galavria e le sue genti, che erano a Siena. 

Questo assalto quanto egli perturbò il duca ed il resto d' Italia, tanto ralle- 
grò Firenze e Siena, parendo a questa di avere riavuta la sua libertà ed a 
quella di essere uscita di quelli pericoli, che gli facevano temere di perderla. 
La quale opinione accrebbero le doglienze che il duca fece nel partire di Siena, 
accusando la fortuna, che con uno insperato e non ragionevole accidente gli 
aveva tolto l' imperio di Toscana. Questo medesimo caso fece al papa mutare 
consiglio, e dove prima non aveva mai voluto ascoltare alcuno oratore fioren- 
tino, diventò intanto piti mite, ch'egli udiva qualunque della universale pace 
gli ragionava. Tanto che i Fiorentini furono certificati, che quando s' inclinas- 
sero a domandare perdono al papa, che lo troverebbero. Non parve adunque 
di lasciare passare questa occasione, e mandarono al pontefice dodici amba- 
sciatori, i quali poi che furono arrivati a Roma, il papa con diverse pratiche 
prima che desse loro audienza gì' intrattenne. Pure alla fine si fermò intra le 
parti come per lo avvenire s' avesse a vivere, e quanto nella pace e quanto 
nella guerra per ciascuna d' esse a contribuire. Vennero dipoi gli ambasciatori 
ai piedi del pontefice, il quale in mezzo dei suoi cardinali con eccessiva pompa 
gli aspettava. Escusarono costoro le cose seguite, ora accusandone la necessitià, 
ora la malignità d' altri, ora il furore popolare e la giusta ira sua, e come 
quelli sono infelici, che sono forzati o combattere o morire. E perchè ogni cosasi 
doveva sopportare per fuggire la morte, avevano sopporteto la guerra, gì' in- 
terdetti e r altre incomodità che s' erano tirate dietro le passate cose, perchè 
la loro Repubblica fuggisse la servitù, la quale suole essere la morto delle città 
libere. Nondimeno se ancora che forzati avessero commesso alcuno fallo, erano 
per tornare a menda, e confidavano nella clemenza sua, la quale ad esempio 
del sommo Redentore saria per riceverli nelle sue pietosissime braccia. Alle 
quali scuse il papa rispose con parole piene di superbia e d' ira, rimproverando 
loro tutto quello che nei passati tempi avevano contro alla Chiesa commesso : 
nondimeno per conservare i precetti di Dio era contento concedere loro quel 
perdono che e' domandavano; ma che faceva loro intendere, come eglino ave- 
vano ad ubbidire, e quando eglino rompessero l' ubbidienza, quella libertà che 
sono steti per perdere ora, e' perderebbero poi, e giustamente ; perchè coloro 
sono meritemente liberi, che nelle buone, non nelle cattive opere si esercitano, 
perchè la libertà male usate offende sé stessa ed altri; e potere stimare poco 
Dio e meno la Chiesa non è ufficio d' uomo libero, ma di sciolto, e più al male 



[1481] LIBRO OTTAVO. 221 

che al bene inclinato; la cui correzione non solo ai principi, ma a qualunque 
cristiano appartiene; talché delle cose passate s' avevano a dolere di loro, che 
avevano con le cattive opere dato cagione alla guerra, e con le pessime nutri- 
tala; la quale si era spenta più per la benignità d* altri, che per i meriti loro. 
Lessesi poi la formula dell' accordo e della benedizione; alla quale il papa ag- 
giunse, fuori delle cose praticate e férme, che se i Fiorentini volevano godere il 
fratto della benedizione, tenessero armate di loro danari quindici galee tutto 
quel tempo che il Turco combattesse il regno. Dolsonsi assai gii oratori di que- 
sto peso posto «opra air accordo fatto, né poterono in alcuna parte per alcun 
mezzo favore e per alcuna doglienza alleggerirlo. Ma tornati a Firenze, la Si- 
gnoria per fermar questa pace mandò oratore al papa messer Guidantonio Ve- 
^Hiocì, che di poco tempo innanzi era tornato di Francia. Questi Iper la sua 
prudenza ridusse ogni cosa a termini sopportabili, e dal pontefice molte grazie 
ottenne; il che fu segno di maggiore riconciliazione. 

Avendo pertanto i Fiorentini ferme le loro cose col papa, ed essendo libera 
Siena e loro dalla paura del re per la partita di Toscana del duca di Calavrìa 
e seguendo la guerra dei Turchi, strinsero il re per ogni verso alla restituzione 
delle loro castella, le quali il duca di Galavria partendosi aveva lasciate nelle 
mani deiSanesi. Dondechò quel re dubitava che i Fiorentini in tanta sua ne- 
ceBsità non sì spiccassero da lui, e con il muovere guerra ai Sanasi gì* impedis- 
sero gli aiuti, che dal papa e dagli altri Italiani sperava. E perciò fu contento 
ohe lesi restituissero, e con nuovi obblighi di nuovo i Fiorentini s'obbligò. B 
coti la forza e la necessità, non le scritture e gli obblighi, fa osservare ai prin- 
cìpi la fede. Ricevute adunque le castella, e ferma questa nuova confedera- 
zione, Lorenzo dei Medici riacquistò quella riputazione che prima la guerra, 
edipoi la pace, quando del re si dubitava , gli aveva tolta. E non mancava in 
quelli tempi chi lo calunniasse apertamente, dicendo che per salvare so egli 
aveva venduta la sua patria ; e come nella guerra s' erano perdute le terre, e 
nella pace si perderebbe la libertà. Ma riavute le terre, e fermo col re onore- 
irole accordo, e ritornata la città neir antica riputazione sua, in Firenze città 
di parlare avida, oche le cose dai successi e non dai consigli giudica , si mutò 
ragionamento; e celebravasi Lorenzo inaino al cielo, dicendo che la sua pru- 
denza aveva saputo guadagnarsi nella pace quello , che la cattiva fortuna gli 
aveva tolto nellÌBi guerra ; e come egli aveva potuto più il consiglio e giudizio 
ano, che V armi e le forze del nimico. 

Avevano gli assalti del Torco differita quella guerra, la quale per lo sdegno 
che il papa ed i Vinezlani avevano preso per la pace fatta , era per nascere. 
Ma come il principio di quello assalto fu insperato, e cagione di molto bene, 
così il finie fu inaspettato, e cagione d' assai male ; perchè Maumetto gran Turco 
mori fuor d' ogni opinione; e venuta intra i figliuoli discordia, quelli che si tro- 
vavano in Puglia dal loro signore abbandonati , concessero d' accordo Otranto 
al re. Tolta via adunque questa paura, che teneva gli animi del papa e de' Vi- 
neziani fermi, ciascuno temeva di nuovi tumulti. Dall' una parte erano in lega 
papa e Vinezianì ; con questi erano Genovesi , Sanesi ed altri minori potenti. 
Dall' altra erano Fiorentini , re e duca ; ai quali s' accostavano Bolognesi e molti 
altri signori. Desideravano i Vìneziani d' insignorirsi dì Ferrara, e pareva loro 
avere cagione ragionevole alla impresa , e speranza certa di conseguirla. La 
cagione era, perchè il marchese affermava non essere più tenuto a ricevere il 
Visdomine ed il sale da loro, sendo per convenzione fatta, che dopo settanta anni 
dell' uno e dell' altro carico quella città .fosse libera. Bispondevano dall' altro 
canto iVineziani, che quanto tempo riteneva il Polesine, tanto doveva ricevere 



3Ì2 ISTORIE FIORENTINE. [1482] 

il Viadomine ed il sale. E non ci volendo il nardieee aceooflentire, parve ai 
Vineziaiii d* avere giusta presa di prendere Y anni , e ooBMxk) tempo a fario, 
veggendo il papa codIto ai FiorentìDi ed al re pieno di sdegno. E per guada* 
gnarselo più , sondo ito il conte Gìfolamo a Vineiia, fu da loro cmoratiasima- 
mente, ricevuto, e donatogli la città e la geniiligia loro, segno sempre di onoro 
grand^simo a qualunque la donano. Avevano per essere presti a quella goeira 
posti nuovi dazj , e fatto capitano del loro esercito il signor Ruberto da San Se- 
verino, il quale sdegnato col signore Lodovico governatore di Milano s' era fug- 
gito a Tortona, e quivi fatti alcuni tumulti andatone a Genova, dove sondo, fk 
chiamato dai Vineziani , e fatto delle loro armi principe. 

Queste preparazioni a nuovi moti cognoscìute dalla lega avversa, feoerocho 
quella ancora si preparasse alla guerra. E il duca di Milano per suo capitano 
elesse Federigo signore d* Urbino, i Fiorentini il signor Costanzo di Pefturo. B 
per tentare V animo del papa, e duarirsì se i Vineziani con suo consenttmenlo 
Bevevano guerra a Ferrara, U re Ferrando mandò AUònso docadiCalavrìacol 
SMO esercito sopra il Tronto, e domandò passo al papa per andare in Lombar- 
dia al socoorso del marchese; il che gH fu dal papa al tutto negato. Tanto che 
parendo al re ed ai Fiorentini essere certificati dell* anioK) suo, diliberarooo atri- 
gnerk) con le forze, acciocché per necessità egli diventasse loro anuco, o almeno 
dargli tanti impedimenti, che non potesse ai Vineziani porgere aiuti, percihè 
già quelli erano in campagna, ed avevano moaso guerry al marchese, e scorso 
prima il paese suo, e poi posto lo assedio a Figarelo, castello assai importaale 
aito stato di quel signore. Avendo pertanto il re ed i Fiorentini diMberato d'as- 
salire il pontefice, Alfonso duca di Calavria scorse verso Roana, e con 1* aiuto 
de* Golonnesi , che s' erano congiunti seco perchè gU Orsini s' erano accodati 
al papa, faceva assai danni nel paese ; e dall' altra parte le genti fionentiBe 
assalirono con messer Niccolò Vitelli Gttà di Castello, e quella città occupa- 
rono, e ne cacciarono messer Lorenzo che per il papa la teneva , e di qodla 
fecero come principe messer Niccolò. 

Trovavasl pertanto il papa in massime angustie, perchè Roma dentro dala 
parte era perturbata, e fuora il paese dai nimici corso. Nondimeno come «omo 
animoso, e che voleva vincere e non cedere al nimico, condusse per sno eapi^ 
tane il magnifico Ruberto da Rimini; e fattolo venire in Roma, dove tutte le 
sue genti d* arme aveva ragunate , gli mostrò quanto onore gli sarebbe , se 
contro alle forze d* un re egli liberasse la Chiesa da quelli affanni ne'qnali ai 
trovava ; e quanto obbligo non solo egli, ma tutti i suoi succeseorì arebbero 
seco, e come non solo gli uomini, ma Iddio sarebbe per ricognoscerlo. Il magni- 
fico Ruberto, considerate prima le genti d'arme del papa e tutti gli apparati 
suoi, K> confortò a fare quanta più fanteria e' poteva; il che con ogni sMb e 
celerità si mise ad efietto. Era il duca di Calavria pro|ttnquo a Roma, in moda 
<^ ogni giorno correva e predava inaino alle porte della città ; la qaal cosa feoe 
in modo indegnare il popolo romano, che molti volontariamente s'offersero ad 
essere col magnifico Ruberto alla liberazione di Roma, i quali furono tutti da 
quel signore ringraziati e rìcevutL II duca sentendo questi apparati si disoosÉè 
alquanto dalla città, pensando che trovandosi discosto il magnifico Ruberto non 
avesse animo ad andarlo a trovare , e parte aspettava Federigo suo fratello, il 
quale con nuova gente gli era mandato dal padre. Il magnifico Ruberto vedea* 
dosi quasi al duca di gente d'arme uguale, e di fanteria superiore, uscì ischio- 
rato di Roma , e pose uno alloggiamento propinquo a due miglia al nimioo. H 
duca vagendosi gli avversar] addosso fuori di ogni sua opinione, giudicò con- 
venirgli combattere, o come rotto fuggirsi. Ondechè quasi costretto, per 



[1483] UBRO OTTIVO. M3 

fiire oosa indegna d'un figliuolo d'on re, diUberòxxxnbiUére; e volto il tìso al 
DÌmioD, dasovno ordinò Te sae genti in quel jnodo, che allora si ordinavano, e 
ri oonduseero alla znflta, la quale durò insino al mezzogiorno. E fu questa gior- 
nata combattuta con pie virtù, che alcun' altra che fìieee stata fatta in cinquanta 
anni in Italia; perchè vi mori tra V una parte e 1* altra più cèe mille uomini. 
Ed il fise d' essa fu per la Chiesa glorioso, perchè la moltitudine delle sue fan- 
terie offieeero in modo la cavalleria ducale , che quella fu costretta a dare la 
volta; e sarebbe il duca rimase prigione, se da molti Turchi di quelli ch'erano 
stati a Otranto, ed allora militavano seco, non fusse statosalvato. Avuto il nw- 
gnifico Ruberto questa vittoria tornò come trionfante in Roma , la quale egli 
potette godere poco, perchè avendo per lo afihnno del giorno bevuta assai ac- 
qua, sa gii mosse un flusso, che in pochi giorni l'ammazzò. Il corpo del quale 
fti dai papa con ogni qualità di onore onorato. AvuU il pontefice questa vittoria, 
saadè subito il conte verso Città di Castello, per vedere di restituire a me»* 
ser Lorenzo quella terra, e parte tentare la città di Rimino. Perchè sondo dopo 
la morta del magnifico Ruberto rimase di lui in guardia della donna un solo 
piccolo figliuolo, pensava ohe gli fussa &cile occupare quella città. R die gli 
sarebbe léliceaiente succeduto, se quella donna dai Fiorentini non fusse stata 
^tesa; i quali se gli opposero in modo con le forze, che non potette né contro 
a Castello, né contro a Rimino fare alcuno eflétto. 

Mentredkè queste cose in Romagna ed a Soma si travagfiavano, i Vinenani 
avavaao occupato Figantfo, e con le genti loro passato il Po, ed il campo del 
duca di Milano e del mardiese era in disordine ; perchè Federigo conte d'Or- 
bino s'era ammalato , e fattosi portare per curarsi a Bologna, vSi morì. Talché 
le cose del marchese andavano declinando, ed a' Yìneziani ^cresceva ciascun di 
la speranza di occupare Ferrara. Dall' altra parte il re ad i Fiorentini facevano 
ogni opera per ridurre il papa alla voglia loro, e non essendo succeduto di farlo 
cedere alle armi, lo minacciavano del Concilio^ il quale già dall' imperatore era 
stato pronunaato per Basilea. Onde òhe per mezzo degli oratori di quello, che 
si trovavano a Roma, e de' primi cardinali, i quali la pace desideravano, fti 
psrsaaao a stretto il papa a pensare alla pace ed all' unione d'Italia. Onde che 
il'pooteOce per timore, e anche per vedere come la grandezza da'Vineziani 
era la rovina della Chiesa e d'Italia, si votee all' accordarsi con la lega, e 
Buuidò som nunzj a Napoli; dove per cinque anni fecero lega papa , re, duca 
di Milano e Fiorentini, riservando il luogo a' Yineziani ad accettarla. Il die se> 
gaito , fiece il papa intendere a' Yineziani , che si astenessero dalla guerra di 
Ferrara. A die i Yineziani non vdleno accmisentire, anzi con maggiori forse si 
prepararono alla guerra. Ed avendo rotte le genti del di^ca e del oiardiese ad 
Ar^ta, s'erano in modo appressati a Ferrara, ch'eghao avevano posti nel 
parco dei marchese gli alloggiamenti loro. 

Ondediè alla lega non parve da differire più di porgere gagliardi aiuti a quel 
signore, e fecero passare a Ferrara il duca di Caiavria con le genti sue e con 
quelle del papa. E similmente i Fiorentini tutte te loro genti vi mandarono ; e 
per meglio dispensare l' ordine della guerra, kce la lega una dieta a Cremona, 
dove convenne il legato del papa col conte Girolamo, il duca di Caiavria, il si- 
gnor fjodovico, e Lorenzo de' Medici con molti altri principi italiani, ndla quale 
latra questi prindpi si divisonno tutti i modi della futura guerra. E perefaè 
eglino giudicavano, che Ferrara non si potesse meglio soccorrere che con il fare 
una diversione gagliarda, volevano che il signor Lodovico acconsenttsae a rom- 
pere guerra a' Yineziani per Io stato del duca di Milano. A die quel signora 
non voleva aceonsentÌTe, dubitando di non si tirare una guerra addosso da non 



2i4 ISTOUS FIOBIKTINB. [l484] 

la potere spegnere a sua posta. E perdevi dìlìberò di fètt alto eoo tutte le 
genti a Ferrara, e messi iosiemeowttro mila uomini d' arme e otto mila fanti, 
andarono a trovare i Vinexiani , i quali mputafto due mila dugento uomini 
d*arme e sei mila fanti. Alla lega parve la prima cosa d' assalire Tarmata che 
i Yineziani avevano nel Po, e quella assalita appresso al Boodeno ruppero con 
perdita di più che dugento legai , dove rimase prigione messer Antonio losti- 
niano provveditore dell* armata. 1 Vinezieni, poiché videro Italia tutta unita 
loro contro, per darsi più riputazione avevano condotto il duca dello Reno con 
dugento uomini d'arme. Onde che avendo ricevuto questo danno dell* annata 
mandarono quelle con parte del loro esercito a tenere a bada il nimico, ed il 
signor Ruberto da San Severino fecero passare V Adda con il restante dello 
esercito loro, ed accostarsi a Milano, gridando il nome del duca e di madonna 
Bona sua madre; perchò credettono per questa via fare novità in Milano, sti- 
mando il signor Lodovico ed il governo suo fusse in quella città odiato. Questo 
assalto portò seco nel principio assai terrore, e messe in arme queHa città. 
Nondimeno partorì fine contrario al disegno de* Yineziani ; perchè quello che il 
signore Lodovico non aveva voluto acconsentire, questa ingiurìa fu cagione 
oh' egli acconsentisse. E perciò lasciato il marchese di Ferrara alla difesa ddle 
cose sue, con quattro mila cavalli e due mila fanti, il duca di Calavrìacon 
dodici mila cavalli e cinque mila fanti entrò nel Bergamasco, e di quivi nel 
Bresciano, e dipoi nel Veronese, e quelle ire città, senza che i Vinezianivi potes- 
sero Care alcuno rimedio, quasi die di tutti i loro contadi spogliò; perchò il si- 
gnor Ruberto con le sue genti con fatica poteva salvare quelle città. Dall* altra 
• banda ancora il marchese di Ferrara aveva ricuperata gran parte deHe coia 
sue; però che il duca dello Reno, die gli era allo incontro, non poteva oppo^ 
sogli , non avendo più che due mila cavalli e mille fanti. E cosi tutta quella state 
deiranno mccgclxxxiii si combattè felicemente per la lega. 

Venuta poi la primavera del aeguente anno , perchè la vernata era quieta- 
mente trapassata, si ridussero gli eserdti in campagna. E la lega per potere 
con più prestezza opprimere i Vineziani, aveva messo tutto T esordio suo in* 
sieme, e fadlmente^ se la guerra si fusse come V anno passato mantenuta, ai 
toglieva a* Vineziani tutto lo stato tepevano in Lombardia : perchè s* erano ri* 
dotti con sei mila cavalli e cinque mila fanti, ed avevano ali* incontro tredici mila 
cavalli e sd mila fanti, perchè il duca dello Reno, fornito l' anno ddla sua 
ooDdotta, se n*era ito a casa. Ma come avviene spesso, dove molti d'uguale 
autorità concorrono , il più delle volte la disunione loro dà la vittoria al ni- 
mico; sondo morto Federigo Gonzaga marchese di Mantova, il quale con la sua 
autorità teneva in fede il duca di Calavrìa ed il signor Lodovico, cominciò tra 
quelli a nascere dispareri, e da* dispareri gelosia. Perchè Giovangaleazzo duca 
di Milano era già in età da poter prendere il governo dd suo stato, ed avendo 
per moglie la figliuola del duca di Calavrìa, dedderava quello, che non Lodo- 
vico, ma il genero lo stato governasse. Gognoscendo pertanto Lodovico questo 
desiderio dd duca, diliberò di torgli la comodità d'eseguirlo. Questo sospetto 
di Lodovico cogoosciuto da* Vineziani fu preso da loro per occasione , e giudi- 
carono potere, come sempre avevano fatto , vincere con la pace , poiché con la 
guerra avevano perduto; e praticato segretamente intra loro ed il signor I/>- 
dovico l'accordo, l* agosto del McoccLxxxrv lo conchiusono. Il quale, come 
venne a notizia degU altri confederati, dispiacque assai, massimamente poi che 
e* videro che a* Vineziani s* avevano a restituire le terre tolte , e lasdare loro 
Rovigo ed il Polesine, eh* eglino avevano al marchese di Ferrara occupato, ed 
appresso riaver tutte quelle preminenze, che sopra quella città per antico ave- 



[1484] LIBRJ OTTAVO. 225 

vano avute. E pareva a ciascuno d' avere Xatlo una guerra , dove s' era speso 
assai, ed acquistato sei trattariÌ:4aitore , e nel finirla vergogna , poiché le terre 
prese s* erano rendute, e non ricuperate le perdute. Ma furono costreiti i colle- 
gati ad accettarla, per essere per le spese stracchi , e per non volere far prova 
più per i difetti ed ambizione d' altri delia fortuna loro. 

Mentrechè in Lombardia le cose in. tal forma si governavano, il papa me- 
diante messer Lorenzo strigneva Città di Castello per oacciarne Niccolò Vitelli, 
il quale dalla lega per tirare il papa alla voglia sua era stato abbandonato. 
E nello strìgnere la terra, quelli che di dentro erano partigiani di Niccolò usoh 
roDO fuora, e venuti alle mani con gli nimici gli ruppero. Ondechè il papa rì- 
voGÒ il conte Girolamo di Lombardia, e fecelo venire a Roma per instaurare le 
forze sue, e ritornare a quella impresa. Ma giudicando dipoi che fusse meglio 
guadagnarsi messer Niccolò con la pace, che di nuovo assalirlo con la guerra, 
s' accordò seco, e con messer Lorenzo suo avversario in quel modo potette mi- 
gliore lo riconciliò^ A che lo costrinse più un sospetto di nuovi tumulti , che 
r amore della pace; perchè vedeva intra Colonnesi ed Orsini destarsi maligni 
umori. Fu tolto dal re di Napoli agli Orsini nella guerra tra lui ed il papa il 
contado di Tagiiacozzo, e dato ai Colonnesi che seguitavano le parti sue. Fatta 
<tipoi la pace tra il re ed il papa, gli Orsini per virtù delle convenzioni lo do^ 
mandavano. Fu molte volte dal papa a' Colonnesi significato che lo restituis- 
sero; ma quelli né per prieghi degli Orsini, né per minacce del papa alla 
restituzione non condiscesero, anzi di nuovo gli Orsini con prede ed ahre si- 
mili ingiurie offesero. Donde non potendo il pontefice comportarle, mosse tutte 
ie sue forze insieme e quelle degli Orsini centra di loro, ed a quelli le case ave- 
vano in Roma saccheggiò, e chi quelle volle difendere ammazzò e prese , e della 
maggior parte de* loro castelli gli spogliò. Tanto che quelli tumulti non per 
pace , ma per afflizione d* una parte posarono. 

Non furono ancora a Genova ed in Toscana le cose quiete; perchè i Fiorentini 
tenevano il conte Antonio da Marciano con gente alle frontiere di Serezana, e 
mentre che la guerra durò in Lombardia, con iscor/erie e simili leggeri zuffe i Se- 
rezanesi molestavano : ed in Genova BattistinoFregoso doge di quella città, fidan- 
dosi di Pagolo Fregoso arcivescovo, fu preso con la moglie e con i figliuoli da lui, 
e ne fece sé principe. L' armata ancora vineziana aveva assalito il regno, ed occu- 
pato Gallipoli, e gli altri luoghi allo intorno infestava. Ma, seguitala pace in 
Lombardia, tutti i tumulti posarono, eccetto che in Toscana ed a Roma ; perchè 
il papa pronunciata la pace, dopo cinque giorni morì, o perchè fusse il termine di 
sua vita venuto, o perchè il dolore della pace fatta come nimico a quella Tammaz- 
zasse. Lasciò pertanto questo pontefice quella Italia in pace, la quale vivendo 
aveva sempre tenuta in guerra. Per la costui morte fu subito Roma in arme. 11 
conte Girolamo si ritirò con le sue genti a canto al castello; gli Orsini temevano 
che i Colonnesi non volessero vendicare le fresche ingiurie. I Colonnesi ridoman- 
davano le case e castelli loro ; onde seguirono in pochi giorni uccisioni , ruberìe e 
inoendj in molli luoghi di quella città. Ma avendo i cardinali persuaso al conte, 
die facesse ristituire il castello nelle mani del Collegio, e che se ne andasse nei 
saoi stati , e liberasse Roma dalle sue armi , quello , desiderando di farsi beni- 
volo il futuro pontefice, ubbidì , e rìstituiio il castello al Collegio se ne andò a 
Imola. Dondechè liberati i cardinali da questa paura, e i baroni da quel sussi- 
dio che nelle loro differenze dal conte speravano, si venne alla creazione del 
nuovo pontefice; e dopo alcun disparere fu eletto Giovanbattista Cibo cardinale 
di Malfatta, Genovese, e si chiamò InnocenzioYllI, il quale per la sua facile na- 
tura , che umano e quieto uomo era, fece posare V armi, e Roma per allora pacificò. 



226 ISTORIE FIORENTINE. [Ì484] 

I Fiorentini dopo la pace di Lombardia non potevano quietare, parendo loro 
cosa vergognosa e brutta, che un privato gentilsomo gli avesse del castello di 
Serezana spogliati. E perchè nei capitoli della pace era, che non solamente si 
potesse ridomandare le cose perdute, ma far guerra a qualunque V acquisto di 
qyelle impedisse, si ordinarono subito con danari e con genti a fare quella im* 
presa. Ondechè Agostino Fregoso, il quale aveva Serezana occupata, non gli 
parendo potere con le sue private forze sostenere tanta guerra , donò quelli 
terra a San Giorgio. Ma poiché di San Giorgio e de' Genovesi si ha più volte a 
br menzione , non mi pare inconveniente gli ordini e modi <ii quella città, 
sendo una delle principali d'Italia, dimostrare. Poiché i Genovesi ebbero €Mta 
paoe con i Vineziani dopo quella importantissima guerra , che molti anni ad- 
dietro era seguita intra loro, non potendo soddisfare quella loro Repubblica a 
quelli cittadini , che gran somma di danari avevano prestati , concesse loro 
r entrate della dogana, e volle che secondo i crediti ciascuno per i meriti della 
prìncipal somma, di quelle entrate participasse, inaino a tanto che dal Comune 
fuasero interamente soddisfatti. E perchè potessero convenire insieme, il pa- 
lagio il quale è sopra la dogana loro consegnarono. Questi creditori adunque 
oixliiiarono tra loro un modo di governo, facendo un consiglio di cento di loro 
che le cose pubbliche diliberasse, e un magistrato di otto cittadini, il quale 
come capo di tutti V eseguisse; e i crediti loro divisero in parti, le quali chia- 
marono Luoghi , e tutto il corpo loro di San Giorgio intitolarono. Distribuito 
cosi questo loro governo, occorse al Comune della città nuovi bisogni, onde ri- 
corse a San Giorgio per nuovi aiuti , il quale trovandosi ricco e bene ammini- 
strato lo potè servire. E il Comune all' incontro , come prima gli aveva la do- 
gana conceduta, gli cominciò per pegno de' danari aveva, a concedere delle sue 
terre; e in tanto è proceduta la cosa , nata dai bisogni del Comune , e servigi 
di San Giorgio, che quello si ha posto sotto la sua amministrazione la maggior 
parte delle terre e città sottoposte all' imperio genovese , le quali e governa e 
difende, e ciascuno anno per pubblici suffragi vi manda suoi rettori senza che 
il Comune in alcuna parte se ne travagli. Da questo è nato, che quelli cittadini 
hanno levato T amore dal Comune come cosa tiranneggiata, e postob a 
San Giorgio come parte bene ed ugualmente amministrata ; onde ne nasce le 
facili e spesse mutazioni dello stato, e che ora ad uno loro cittadino, ora ad uno 
forestiero ubbidiscono , perchè non San Giorgio ma il Comune varia governo. 
Talché quando intra i Fregosi e gli Adorni si è combattuto del principato, per- 
chè si combatte lo stato del Comune, la maggior parte de' cittadini si tira da 
parte, e lascia quello in preda al vincitore; né fa altro l' uffizio di San Giorgio, 
se non quando uno ha preso 1q stato , che far giurargli la osservanza delle 
leggi sue ; le quali i osino a questi tempi non sono state alterate, perchè avendo 
armi e danari e governo, non si può senza pericolo di una certa e pericolosa ri- 
bellione alterarle. Esempio veramente raro, e da' filosofi in tanto loro immagi- 
nate e vedute Repubbliche mai non trovato , vedere dentro ad un medesÌBio 
cerchio, intra i medesimi cittadini, la libertà e la tirannide, la vita civile e la 
corrotta, la giustizia e la licenza; perchè quel ordine solo mantiene quella città 
piena di costumi antichi e venerabili. E s'egli avvenisse, che col tempo in ogni 
modo avverrà, che San Giorgio tutta quella città occupasse, sarebbe quella una 
Repubblica più che la vineziana memorabile. 

A questo San Giorgio adunque Agostino Fregoso concesse Serezana; il quale 
la ricevè volentieri, e prese la difesa di quella, e subito mise un'armata in 
mare , e mandò gente a Pietrasanta , perchè impedissero qualunque al campo 
dei Fiorentini, che già sì trovava propinquo a Serezana, andasse. I Fiorentini 



[14S4] LIBBO OTTAVO. 2S7 

dairaitrt parte destd^ravano ooea{>ar Pietrasaota, come terra òhe, non 
r avendo, faceva l' acquisto di Serezana meno utile , sendo quella terra posta 
intra quella e Pisa ; ma noo potevano ragionevolmente campeggiarla , se già 
dai Pieirasantesi , o da chi vi fusse dentro, non fussero nell* acquisto di Sere- 
zaaa impediti. E perchè questo seguisse , mandarono da Pisa al campo gran 
somma di muaizione e vettovaglie, e con quelle una debile scorta, acdo^phè 
chi era in Pietrasaota per la poca guardia temesse meno, e per i' assai preda 
desiderasse più V assalirli. Successe pertaato secondo il disegno la cosa ; perchè 
queiii eh' erano in Pietrasanta , veggendoà innanzi agli occhi tanta preda , la 
lolsero. Il che dette legittima cagione ai Fiorentini di far T impresa, e coel la- 
sdata da canto Serezana, si accamparono a Pietrasanta, la qàaA/e era piena di 
difensori che gagliardamente la difendevano. I Fiorentiai, poste nel pano le 
loro artiglierie, iecero una bastia sopra il monte per poterla ancora da quella 
parte strignere. Era dell' esercito commessario Iacopo Guicciardini; e mentre 
che a Pietrasanta si comtmtteva V armata genovese prese ed arse la rocca di 
Vada, e le sue genti poste in terra, il paese air intorno correvano e predavano. 
M' iacontro delle quali si mandò con fanti e cavalli messer Bongianni Giaafi- 
gliazii , il quale in parte raffrenò V orgoglio loro , talché con tanta licenza non 
iscorrevano. Ma 1* armata seguitando di molestare i Fiorentini andò a Livorno, 
e con puntoni e altre sue preparazioni s' accostò alla torre nuova, e quella pia 
giorni con l' artiglierie combattè ; ma ceduto di non fare alcuno profitto, se ne 
tornò indietro con vergogna. 

In quel mezzo a Pietrasanta si combatteva pigramente; ondechè i nimici 
preso animo assalirono la bastia, e quella occuparono. li che segui con tanta 
riputazione loro e timore deir esercito fiorentino , che fu per rompersi da sé 
stesso ; talché si discostò quattro miglia dalla terra , e queiii capi giudicavano 
che sendo già il mese d* ottobre , fusse da ridursi alle stanze , e riserbarsi a 
tempo nuovo a quella espugnazione. Questo disordine, comes' intese a Firenze, 
riempie di sdegno i principi dello stato, e subito per ristorare il campo di rìpu- 
tazioDe e di forze elessero per nuovi commessarj Antonio Pucci e Bernardo 
del Nero, i quali con gran somma dì danari andarono in campo, e a quelli 
capitani mostrarono la indegnazione della Signoria , dello stato e di tutta la 
città, quando non si ritornasse con V esercito alle mura; e quale infamia sa- 
rebbe la loro, che tanti capitani, con tanto esercito, senza avere ali* incontro 
altri che una piccola guardia, non potessero sì vile e sì debile terra espugnare. 
IfostraronoJ' utile presente, e quello che in futuro di tale acquisto potevano 
sperare , talmentechè gli animi di tutti si raccesone a tornare alle mura , e 
prioia che ogni altra cosa diliberarono d' acquistare la bastia. Neil' acquisto 
della quale si cognobbe quanto V umanità, F affabilità, le grate accoglienze e 
parole negli animi de' soldati possono ; perchè Antonio Pucci quel soldato con- 
fortando, a queir altro promettendo, all' uno porgendo la mano, 1' altro ab- 
bracciando, gli fece ire a quello assalto con tanto impeto, eh' eglino acquistarono 
quella bastia in un momento. Né fu 1' acquisto senza danno; hnperciocchè il 
conte Antonio da Marciano da una artiglierìa fu morto. Questa vittoria dette 
tanto terrore a quelli della terra, che cominciarono a ragionare d' arrendersi. 
Onde acciocché le cose con più riputazione si concludessero, parve a Lorenzo 
de' Medici condursi in campo, e arrivato quello, non dopo molti giorni s' oi* 
tenne il castello. Era già venuto il verno, e perciò non parve a quelli capitani 
di procedere più avanti con V impresa, ma d' aspettare il tempo nuovo, mas- 
sÌBie perchè quello autunno mediante la trista aria aveva infermato queHo 
esercito, e vofoilU de' capi erano gravemente malati, intra i quali Antonio Pucci 



ng iSTOftn FiORBHTrai. [i486] 

e meseer Boogianni Gianfigliazzi non Bolamente ammalarono, ma morirono 
oon dispiacere di ciascuno , tanta fu la grazia che Antonio nelle cose fatte da 
lui a Pietrasanta a* aveva acquistata. I Lucchesi , poiché i Fiorentini ebbero 
acquistata Pieirasanla, mandarono oratori a Firenze a domandare quella, 
come terra stata già della loro Repubblica» perchè allegavano intra gli obblighi 
essere che si dovesse ristituire al primo signore tutte quelle terre, che T uno 
deir altro recuperasse. Non negarono i Fiorentini le convenzioni, ma risposero 
non sapere, se nella pace che si trattava fra loro e i Genovesi avevano a risti- 
tuire quella, e perciò non potevano prima che a quel tempo diliberame,e 
quando bene avessero a ristiluirla, era necessario che i Lucdiesi pensassero a 
soddisfargli della spesa fatta , e del danno ricevuto per la morte di tanti loro 
dttadini ; e quando questo facessero potevano facilmente sperare di riaverla. 
Consumossi adunque tutto quel verno nelle pratiche della pace intra i Geno- 
vesi ed i Fiorentini , la quale a Roma mediante il pontefice si praticava ; ma 
non si essendo conclusa , avrebbero i Fiorentini venuta la primavera assalila 
Serezana , se non fussero stali dalla malattia di Lorenzo de' Medici e dalla 
guerra che nacque intra il papa ed il re Ferrando impediti. Perchè Lorenzo non 
solamente dalle gotte, le quali come ereditarie del padre l* afQiggevano;ma 
da gravissimi dolori di stomaco fu assalito in modo, che fu necessitato andare 

a* bagni per curarsi. , , ,. , ^ ^ „ . . ^ 

Ma più importante cagione fu la guerra, della quale fu questa r origine. 
Era la città dell' Aquila in modo sottoposta al regno di Napoli, che quasi libera 
viveva. Aveva in essa assai riputazione il conte di Montorio. Trovavasi pro- 
pinquo al Tronto con le sue genti d' arme il duca di Calavria, sotto colore di 
voler posare certi tumulti, che in quelle parti intra i paesani erano nati; e 
disegnando ridurre V Aquila interamente air obbidienza del re, mandò per il 
conte di Montorio, come se se ne volesse servire in quelle cose che allora pra- 
ticava. Ubbidì il conte senza alcuno sospetto, ed arrivato dal duca fu fatto pri- 
gione da quello e mandato a Napoli. Questa cosa come fu nota ali* Aquila alterò 
tutta quella città, e prese popularmente V arme, fu nH)rto Antonio Condnello 
commessario del re , e con quello alcuni cittadini , i quali erano cogoosciuti a 
quella maestà partigiani. E per avere gli Aquilani chi nella ribellione gli difen- 
desse, rizzarono le bandiere della Chiesa, e mandarono oratori al papa a dare 
la città eloro, pregando quello che come cosa sua centra alla regia tirannide 
gli aiutasse. Prese il pontefice animosamente la loro difesa, come quello che 
per cagioni private e pubbliche odiava il re; e trovandosi il signor Ruberto da 
San Severino nimico dello slato di Milano e senza soldo, lo prese per suo capi- 
tano, e lo fece con massima celerità venire a Roma ; e Eollecilò oltre a questo 
tutti gli amici e parenti del conte di Montorio, che centra al re si ribellassero; 
talché il principe d' Altemura, di Salerno e di Bìsignano presero V armi oontra 
a quello. Il re veggendosi da si subita guerra assalire, 'ricorse ai Fiorentini ed 
al duca di Milano per aiuti. Stettero i Fiorentini dubbi di quello dovessero 
£are ; perehò e' pareva loro difficile il lasciare per V altrui V imprese loro; e 
pigliare di nuovo V arme contro alla Chiesa pareva loro pericoloso. Nondimeno 
sondo in lega, preposero la fede alla comodità e pericoli loro, e soldarono gii 
Orsini ; e di più mandarono tutte le loro genti sotto il conte di Pitigliano verso 
Romaal^occorso del re. Fece pertanto quel re duoi campi : l' uno sotto il duca di 
Calavria mandò verso Roma, il quale insieme con le genti fiorentine all' esercito 
della Chiesa s' opponesse ; con T altro sotto il suo governo s' oppose a' baroni ; 
e neir una e neir altra parte fu travagliata questa guerra con varia fortaaa- 
Alla fine restando il re in ogni luogo superiore, d' agosto l'anno iiccggi.xxxvi 



[1487] LIBEO OTTAVO. 2^9 

per il mezzo degli oratori del re di Spagna si conchiuse la pace, alla quale il 
papa, per esser battuto dalla fortuna nò voler più tentare quella, acconsenti; 
dove tutti i potentati d' Italia s' unirono, lasciando solo i Genovesi da parte 
ccnne dello stato di Milano ribelli, e delle terre dei Fiorentini occupatori. U si- 
gnor Ruberto da San Severino, fatta la pace, sendo stato nella guerra al papa 
poco fedele amico, ed agli altri poco formidabile nimico, come cacciato dal 
papa si parti di Roma, e seguitato dalle genti del duca e de' Fiorentini, quando 
eg& fu passato Cesena, veggendosi sopraggiugnere , si mise in fuga, e con 
meno di cento cavalli si condusse a Ravenna; e dell* altre sue genti , parte 
furono ricevute dal duca, parte da' paesani disfatte. Il re f^tta la pace e ri- 
conciliatosi con i baroni , fece morire Iacopo Coppola ed Antonello d' Aversa 
con i figliuoli, come quelli che nella guerra avevano rivelati i suoi segreti a! 
pontefice. 

Aveva il papa per 1' esempio di questa guerra cognosciuto con quanta pron- 
tezza e studio i Fiorentini conservavano le loro amicizie , tantoché dove prima 
e per amore dei Genovesi, e per gli aiuti avevano fatti al re quello gli odiava, 
cominciò ad amargli, ed a fare maggiori favori che V usato a' loro oratori. La 
quale inclinazione cognosciuta da Lorenzo de' Medici fu con ogni . industria 
aiotata, perchè giudicava essergli di gran riputazione, quando all' amicizia 
teneva del re e* potesse aggiugnere quella del papa. Aveva il pontefice un 
figliuolo chiamato Francesco, e desiderando onorarlo di stali e d' amici, per- 
chè potesse dopo la sua morte mantenergli, non cognobbe in Italia con chi Io 
potesse pili sicuramente congiugnere che con Lorenzo ; e perciò operò in modo 
che Lorenzo gli dette per donna una sua figliuola. Fatto questo parentado, il 
papa desiderava che i Genovesi d' accordo cedessero Serezana a' Fiorentini , 
mostrando loro come e' non potevano tenere quello che Agostino aveva ven- 
duto, né Agostino poteva a San Giorgio donare quello che non era suo. Non- 
dimeno non potette mai fare alcuno profìtto ; anzi i Genovesi mentre che queste 
cose a Roma si praticavano, armarono molti loro legni , e senza che a Firenze 
se n' intendesse cosa alcuna, posero tre mila fanti in terra, ed assalirono la 
rocca di Serezanello posta sopra Serezana e posseduta da' Fiorentini ; ed il 
borgo il quale è a canto a quella predarono ed arsero, e appresso, poste V arti- 
glierie alla rocca, quella con ogni sollecitudine combattevano. Fu questo assalto 
nuovo ed insperato ai Fiorentini; ondechè subito le loro genti sotto Virginio 
Orsino a Pisa ragunarono, e si dolsero col papa, che mentre quello trattava 
della pace, i Genovesi avevano mosso loro la guerra. Mandarono poi Pietro 
Corsini a Lucca per tenere in fede quella città. Mandarono Pagolantonio Sede- 
rini a Vinezia per tentare gli animi di quella Repubblica. Domandarono aiuti 
al re ed al signor Lodovico, nò da alcuno gli ebbero, perchè il re disse dubi- 
tare dell' armata del Turco; e Lodovico sotto altre cavillazioni differì il man- 
dar^. E cosi i Fiorentini nelle guerre loro quasi sempre sono soli, né trovano 
chi con queir animo gli sovvenga , che loro altri aiutano. Né questa volta per 
essere dai confederati abbandonati, non sendo loro nuovo, si sbigottirono; e 
latto un grande esercito , sotto Iacopo Guicciardini e Piero Vettori centra al 
nimico lo mandarono, i quali fecero uno alloggiamento sopra il fiume della 
Magra. In quel mezzo Serezanello era stretto forte dai nimici, i quali con cave 
ed og;ttì altra forza Y espugnavano. Talché i commessarj diliberarono soccor- 
rerlo, né i nimici ricusarono la zuffa; e venuti alle mani furono i Genovesi 
rotti, dove rimase prigione messer Luigi dal Fiesco con molti altri capi del ni- 
oiioo esercito. Questa vittoria non sbigottì in modo i Serezanèsi, che si voles- 
sero arrendere , anzi ostinatamente si prepararono alla difésa > ed i commes- 



380 iSTOiB noumn. [1486] 

saarj fioraolam ali' offesa, tanto ohe la fa gagliardameale oonbattata e difesa. 
E andando questa espognanone in Ungo, parre a Lorenzo dei Medid d' an- 
dare in campo , dove amvato , presero i noetrì soldati animo, ed i SeresaneÉ 
lo perderono; perchè veduta V ostinazione dei Fiorentini ad offendergli, e la 
freddezza dei Genovesi a soccorrergli, liberamente e senz' altre oondizkmi nelfo 
braccia di Lorenzo si rimtsero, e ^nnti nella potesti dei Fidienttm , (orone, 
eccetto pochi della ribeHione autori , umanamente trattati. U signor Lodofioe 
dorante quella espugnazione aveva mandate le sue genti d' arme a Pontremoti 
per mostrar di venire ai favori nostri. Bla avendo intelligenza in Genova , a 
levò la parte contro a quelli die reggevano, e con V alato di qudle geotia 
dierono al duca di Milano. 

Io questi tempi i Tedeschi avevano mosso guerra ai Yinesiani, e Boccotiao 
da Osimo nella Marca aveva fatto ribellare Oaimo al papa, e presone la tiran- 
nide. Costui dopo molti accidenti fu contento , peranaso da Lorenzo dei^ Me- 
dici , di rendere quella città al pontefice, e ne venne a Firenze, dove sotto la 
fede di Lorenzo più tempo onoratissimamente visse. Dipoi andatone a Mìlno, 
dove non trovò la medesima fede, fu dal signor Lodovico fatto morire. I ?i- 
neziani assaliti dai Tedeschi furono propinqui alla città di Trento rotti , ed il 
signor Ruberto da San Severino loro capitano morto. Dopo la ^oal perdita i 
Vinezianì secondo V ordine della fortuna loro fecero mi accordo con i Tede- 
schi, non come perdenti, ma come vincitorì, tanto fu per la loro Repubblica ono- 
revole. 

Nacquero ancora in questi tempi tumulti in Romagna importantissimi. Frao- 
cesco d* Orso, Furlivese, era uomo di grande autorità in quella città. Queiti 
venne in sospetto al conte Girolamo, takhè più volte dal conte fu 
Dondechè vivendo Francesco con timore grande , fu confortato dai suoi 
e parenti di prevenire; e poiché temeva di essere morto da luì, ammazzasse 
prima quello , e fuggisse con la morte d' altri i pericoli suoi. Fatta adnnqae 
questa diliberazione, e fermo V animo a questa impresa , elessero ii tempo il 
giorno del mercato di Furli; perchò venendo in quel giorno in quMla òtta ansi 
del contado loro amici, pensarono senza avergli a far venire, potere deU' opera 
loro valersi. Bra del mese di maggio, e la maggior parte degi* Italiani barn 
per consuetudine di cenare di giorno. Pensarono i congiurati che i' ora coaioda 
fusse ad ammazzarlo dopo la sua cena, nel qual tempo cenando la sua fami- 
glia, egli quasi restava incamera solo. Fatto questo pensiero, a queila ora de* 
patata Franoesco n' andò alle case del conte, e lasdati i compagni nette prìme 
stanze, arrivato alla camera dove il conte era , disse ad un suo cameriere <èe 
gli facesse intendere come gli voleva parlare. Fu Francesco intromesso, e tro- 
vato quello solo, dopo poche parole di un simulato ragionainento V ammazzò, 
e chiamati i compagni , ancora il cameriere ammazzarono. Veniva a sorte i 
capitano della terra a parlare al conte, e arrivato in sala con pochi dei suoi, fo 
ancora egli dagli ucciditori del conte morto. Fatti questi omicidj, lavato il re- 
more grande , fu il corpo del conte fuora delle finestre gittate , e gridando 
Chiesa e Libertà, fecero armare tutto il popolo , il quale aveva in odio l' avari* 
zia e crudeltà del conte, e saccheggiate le sue case, la contessa Caterina e tolti 
i suoi figliuoli presero. Restava sola la fortezza a pigliarsi, volendo che queM 
loro impresa avesse felice fine. A che non volendo il castellano condiscendere, 
pregarono la contessa fusse contenta disporlo a darla, il che ella promise (are, 
quando eglino la lasciassero entrare in quella, e per pegno della fede ritenes- 
sero i suoi figliuoli. Credettero i congiurati alle sue parole, e permessonle 
r entrarvi ; la quale come fu dentro gli minacciò di morte e d' ogni qoalità di 



[1488] LIMO OTTITO. 9S1 

Mppliao in voidetta del Mrito, « minaodafido quelli d' ammanargli i figlinoli, 
ri^MMe come ella avara seco il modo a rifarne degli altri, ^igottiti pertanto i 
roaginrati , veggondo come dal papa non erano sovvenuti , e sentendo ooia* il 
ogBor Lodovico zio alla contesBa mandava gente in suo aiuto , tolte delle su- 
Mass loro quello poterono portare, se n' andarono a Città di Castello. Oadecbè 
la cettteeaa ripreso k> stato, la morte del marito con ogni generazione di era» 
deità Teodieò. IFioreatìni, intesa la morte del conte, presero occasione di rì- 
esperare la rocca di Piancalddi, stata loro dal conte per lo addietuo oocapala; 
d(H» mandate le loro genti , quella con la morte del Cecca, arcbitettore fàmo- 
MMimo, rieoperarotto . 

A questo tumulto di Romagna un idtro in quella provincia non di minore 
aonealo se n'aggiuase. Aveva Galeotto signore di Faenza per moglie la 
figliuola di messer Giovanni Bentivogli principe in Bologna. Costei o per ^bIo- 
sia, per essere male dal marito trattata, o per sua cattiva natura, aveva in 
od» il suo marito, ed in tanto procede coir odiarlo, eh' ella diliberò di torglì Io 
statoelaTÌta; e simulata certa sua iniermità si pose nel letto, dove ordinò che 
venendo Galeotto a visitarla, fusse da oerti suoi confidenti, i quali a quello et- 
fotto aveva in camera nascosti, morto. Aveva costei di questo suo pensiero fatto 
partecipe il padre, il quale sperava dopo che fusse morto il genero , divenire 
signore di Faenn. Venuto pertanto il tempo destinato a questo omicidio, entrè 
Galeotto in camera della moglie, secondo la sua consuetudine; e stato seco al- 
quanto a ragionare , uscirono dei luoghi segreti deUa camera gli ucciditori 
suoi, i quali senza che vi potesse far rimedio T ammazzarono. Fu dopo la costui 
BDOrte ìk romore grande : la moglie con un suo piccolo figliuolo detto Aatorre si 
foggi nella rocca; il popolo prese T armi; messer Giovanni Bentivogli insieme 
eoo un Bergandoo condotttere del duca di Milano , prima preparatisi con assai 
ansati , entrarono in Faenza, dove ancora era Antonio Bosooli commeasarb 
fiorentino ; e congregati in tal tumulto tutti quelli capi insieme, e parlando dei 
governo della terra, ^ uomini di Val di Laraona , eh* erano a quel romore pe- 
pokirmento corsi , mossero V armi contro a messer Giovanni ed a Bergamino, 
qoesto ammazzarono» e quello prèsero prigione , e gridando il nome d'Astone 
e dei Fioreatini, la città al loro commessario raccomandarono. Questo caao in- 
teso a Firenze dispiacque assai a ciascuno i nondimeno fecero messer Giovanili 
e la figliuola liberare, e la cura della città e d'Astorre con volontà di tutto il 
popolo preaero. Seguirono ancora , oltre a questi , poiché le guerre principali 
intra i maggiori principi si composero , per mdti anni assai tumulti in Roma- 
gna, neUa Marca, ed a Siena ; i qMali per essere stati di poco momento, giudieo 
essere superfluo il raccontargli. Vero è , che quelli di Siena, poiehò il duca di 
Calavria dopo la guerra del lxxviii se ne partì, furono più spessi , e dopo 
au^te variazioni, cbò ohi dominava la plebe, ora i nobili, restarono I nobUi so- 
peneri; intra i quali presero più autorità che gli altri , Pandolfo e Iacopo Pe- 
trucci, i quali, T uno per prudenza, V altro per l* animo diventarono come prin- 
cipi ^ quella città. 

Ma i Fiorentini, finita la guerra di Serezaaa, vissero insino al McccciGa, cIm 
Lorenzo dei Medici meri, in una felicità grandissima ; perchè Lorenzo posato 
r anni d' Italia, le quali per il senno ed autorità sua s'erano ferme, volse Ta- 
nioio a far grande sé e la città sua , ed a Piero suo primogenito T Alfonsino 
figliuola del cavaliere Orsino congiunse; dipoi Giovanni suo secondo figliuolo 
alla dignità del cardinalato trasse. Il che tanto lu più notabile , quanto fìiora 
d' ogni passato esampio , non avendo ancora quattcMtlioi anni, fu a tanto ^ado 
condotto. Il che hi una ecala da poter fare salire la sua casa in cielo, come poi 



S3t tSroMi noimniiK. [1488] 

MiwgueBlì tempi ÌQterveD DB. A Giuliano, tersa roofigliuolo, perla poca eli 
na e pOT il poco tempo cbe Lorenzo visse, non potette di strasordinaria Tortana 
pi«rvedere. Delle egliuole.i'uan a Iacopo Salviati, l'altra a Francesco Cibo, 
iB^éna a Piero Ridolfì congiunse ; la quarta , la quale egli per tenere la hi 
casa unita aveva maritata a Giovanni rie' Hedid , ti mori. Neil' allre sue pri- 
Tate cose fu qnanto alla mrayialaniia infelicissimo; perchè per il ditordine dai 
aooì ministri, i quali non come privali , ma come principi le sue cose ammiai- 
stravano.iD molte parti molto suo mobile fu spento; in modo che convenne ck 
la Bua patria di gran somma di danari lo Bovvenisso. Ondechè quello per non 
tentare più simile fortuna, lasciate da parte le marcata utili industrie, allepca- 
sanioni, come più stabili e più ferme ricchezze, si volse. E nel Pratese, nel Fi- 
sano, ed in Val di Pesa fece possessioni, e per utile e per qualità di edifiij e di 
mBgni6cenza , non da privato cìltadiao , ma regio. Volsea dopo questo a tu 
più bella e maggiore la sua dttà ; e perciù sondo in quella molti epaij senza alii- 
tazioDi, in essi nuove strade da empiersi di nuovi edìQij ordinò, ondechèquelli 
dttà ne divenne più bella e maggiore. E perctkè nel suo stato più quieta e li- 
cura vivesse, e polisse i suoi nimid discosto da sé combattere o sostener», 
verso Bologna nel mezzo dell' Alpi il castello di Fiorenzuola afforUficò. Veiw 
Siena detta principio ad instaurare il Po^o imperiale, e farlo (oilisàm. 
Verso Genova, coni' acquisto di Pielrasanlae di Sereuna, quella via al umiio 
chiuse. Dipoi con stipendj e provvisioni manteneva suoi amici i fiaglioni in ^ 
ragia, i Vitelli in Città di Castello , e di Faenza il governo particolare avew; 
le quali tutte cose erano come fermi propugnacoli alla sua oiltà. Tenne ancon 
in questi tempi paciSci sempre la patria sua in festa , dove spesso giostre e 
rappresentali OD i di fatti e trionfi antichi si vedevano; ed il fine suo era tene» 
iMtttà sua abbondante, unito il popolo e la nobiltà onorate. Amava miran- 
^oeamente qualunque era io uoa arte eccellente ; favoriva i litterati ; di cbe 
messer Agnolo da Montepulciano, messer Cristofano Landìni e messer Deme- 
trio fireco, ne possono rendere ferma testimonianza. Ondechè il conte Gtovanni 
della Mirandola, uomo quasiché divino, lasciate tutte l' altre parti della Europi 
ch'egli aveva peragrate, mosso dalla magniBceoza di Lorenzo, peseta «u 
abitazione in Firenze. Dell' architettura , della musica e della poeùa inaravi- 
giiosamente sì dilettava. Molte composizioni poetiche, non solo composte, ma 
cementate ancora da lui appariscono. E perchè la gioventù fiorentina potate 
negli studi delle lettere eserciterai, aperse nella città di Pisa uno stadio, don 
j più eccellenti uomini , che allora in Italia fussaro , condusse. A frateUarìan) 
da Chioazzano dell'ordine dì Sant'Agostino, perchè era predicatore eccellenti»- 
Simo , uno ministero propinquo a Firenze edificò. Fu dalla fortuna e da Dii> 
ir il die tutte le sue imprese ebbero felice fine, e lutti t 
ibè, oltre a' Pazzi, fu ancora voluto nei Carmine da Bit' 
la sua villa da Baldinotto da Pistoia ammazzare, e cia- 
in i conscj dei laro s^;retì, dei malvagi pensieri loro pa- 
. Queste suo modo di vivere , questa sua prudenza» 
non solo d'IUlia , ma longìnqui da quella con ammira- 
lata. Pece Mattia re d'Ungheria molti segni deli' amore 
con suoi oratori e suoi doni loTÌsiiòe presentò. ligi»" 
lanì Bernardo BandtBi del suo fratello ucciditore. U 
enere in lulia mirabile. Ui quale riputazione dascuno 
giorno per la prudenza sua isrQBceva ; percU era nel discorrere le cose eto- 
qurate ed arguto, nel risolverle savio, Dell' eseguirle presto ed animoso. Né di 
qn^o si posBono addurre vizj die macolaEsero lant^sue virtù, ancoraché fusw 



[1492] LIBRO OTTAVO. ^ 233 

nelle cose veneree maravigliosamente involto, e che si dilettasse d* uomini fa- 
ceti 6 mordaci, e di giuochi puerili, più che a tanto uomo non pareva si conve- 
oìflBe; in modo che molte volte fu visto intra i suoi figliuoli e figliuole tra i loro 
traalolli mescolarsi. Tantoché a considerare in quello e la vita leggera JMa 
gimTe, si vedeva in lui essere due persone diverse quasi con impossibile con- 
gioDzione congiunte. Visse negli ultimi tempi pieno d'afifonni causati dalla ma- 
lattia che k) teneva maravigliosamente afflitto, perchè era da intollerabili 
doglie di stomaco oppresso, le quali tanto lo strinsero, che di aprile nel 
■OGOcxcn morì. Tanno xliv della sua età. Né mori mai alcuno non solamente 
in Firenze, ma in Italia, con tanta fama di prudenza, né che tanto alla sua pa- 
tria dolesse. E come dalla sua morte ne dovesse nascere grandissime rovine , 
ne oDOStrò il Gelo molti evidentissimi segni , intra i quali 1* altissima sommità 
del tempio di Santa Reparata fu da un fulmine con tanta furia percossa, che 
gran parte di quel pinnacolo rovinò con stupore e maraviglia di ciascuno. Dol- 
sonai adunque della sua morte tutti i suoi cittadini e tutti i prìncipi d*Italia; 
di che ne fecero manifesti segni, perchè non ne riuìase alcuno, che a Firenze 
per suoi oratori il dolore preso di tanto caso non significasse. Ma se quelli 
avessero cagione giusta di dolersi , lo dimostrò poco dipoi V effetto ; perchè re- 
stata Italia priva del consiglio suo, non si trovò modo per quelli che rimasero, 
uè d'empiere nò di frenare V ambizione di Lodovico Sforza governatore del 
duca di Milano. Per la qual cosa subito morto Lorenzo cominciarono a nascere 
quelli cattivi semi, i quali non dopo molto tempo , non sendo vivo chi gli sa- 
peaae spegnere, rovinarono ed ancora rovinano la Italia. 



». 
* 



IL PRINCIPE. 



AL MAGianoo 



LORENZO DI PIERO 



DE* MEDICI. 



Sogtiono il più delle volte coloro che desiderano acquistare grazia appresto un 
principe» farsegli incontro con quelle cose che infra le loro abbiano più care o 
delle quali veggano lui più dilettarsi ; donde si vede molte volte esser loro pre- 
sentati cavalli, arme, drappi d' oro, pietre preziose e simili ornamenti, degni 
dalla grandezza di quelli. Desiderando io adunque offerirmi alla Vostra Magni- 
ficenza con qualche testimone della servitù mia verso di quella , non ho trovato 
mtra la mia suppellettile cosa quale io abbia più cara o tanto stimi , quanto la 
cognizione delle azioni degli uomini grandi , imparata da me con una lunga 
sperìenza delle cose moderne ed una continua lezione delle antiche ; le quali 
avendo io con gran diligenza lungamente escogitate ed esaminate , ed ora in 
un piccolo volume ridotte , mando alla Magnificenza Vostn. E bencbò ìs^ 
giudichi questa opera indegna della presenza di quella , nondimeno confido 
assai che per sua umanità gli debba essere accetta, considerato come da me i 
non gli possa essere fatto maggior dono, che darle facoltà di poter in brevis- 
simo tempo intendere tutto quello che io in tanti anni e con tanti miei disagi e 
perìcoli ho conosciuto : la quale opera io non ho ornata né ripiena di clau- 
sule ampie , o di parole ampollose e magnifiche , o di qualunque altro lenoci- 
nio ornamento estrìnseco, con i quali molti sogliono le loro cose descrìvere 
ed ornare ; perchè io ho voluto, o che veruna cosa l' onori , o che solamente 
la varietà della materia e la gravità del subietto la faccia grata. Nò voglio 
sia riputata presunzione , se un uomo di basso ed infimo slato ardisce discor- 
rere e regolare i governi de' principi : perchè così come coloro che disegnano i 
paesi si pongono bassi nel piano a considerare la natura de' monti e de' luoghi 
alti , e per considerare quella de' bassi si pongono allp sopra i monti ; simil- 
mente a conoscere bene la natura de' popoli bisogna esser principe, ed a co- 
noscer bene quella de' principi bisogna essere popolare. Pigli adunque Vostra 
Magnificenza questo piccolo dono con quello animo che io lo mando; il quale so 
da quella fia diligentemente considerato e letto, vi conoscerà dentro un estremo 
mio desiderio che ella pervenga a quella grandesa che la fortuna e le altre 
sue qualità le promettono. E se Vostra Magnificenza dall' apice della sua 
altezza qualche volta volgerà gli occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto 

io indegnamente sopporti una grande e continova malignità di fortuna. 

Niccolò Maghuvblu. 



IL PRINCIPE. 



CAPITOLO PRIMO. 

Qnuite iiaoo le spede de' principati e con quali modi si acquistino. 

Tatti gli stati, tatti i donÙDJ , che hanno avuto ed hanno imperio sopra gli 
uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati. I principati sonoo eredi- 
tari, de' quali il sangue del loro signore ne sia stato luogo tempo principe, 
e' sono nuovi. I nuovi o sono nuovi tutti, come fu Blilano a Francesco Sforza, 
e* sono come membri aggiunti allo stato ereditario del principe che gU 
acquista, come è il regno dì Napoli al re di Spagna. Sono questi dominj così 
acquistati, o consueti a vivere sotto un principe, o tisi ad esser liberi; ed 
aoqoistaiìsi, o con le armi di altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù* 

CAPITOLO n. 

De* principati ereditari. 

h) lascerò indietro il ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne ra- 
gionai a lungo. Volterommi solo al principato, e anderò ritesaendo gli ordini 
sopraddescritti, e disputerò come questi principati si possano governare e man- 
tenere. Dico adunque che negli stati ereditari ed assuefatti al sangue del loro 
prìncipe, sono assai minori difficultà a mantenerli, che ne* nuovi; perchè 
basta solo non trapassare V ordine de' suoi antenati^ e dipoi temporeggiare con 
gfi accidenti : in modo che se tal principe è di ordinaria industria, si manterrà 
sempre nel suo stato, se non è una straordinaria ed eccessiva forza che ne lo 
privi; e privato che ne sia, quantunque di sinistro abbia Foccupatore, lo riac- 
qaista. Noi abbiamo in Italia, per esempio, il duca di Ferrara, il quale non ha 
retto agli assalti de* Viniziani nell* Lxxxrv, né a quelli di papa Giulio nel x, per 
altre cagioni, che per essere antiquato in quel dominio. Perchè il principe na- 
torale ha minori cagi(mi e minore necessità di offendere ; donde conviene che 
sia più amato; e se straordinari vizj non lo fanno odiare, è ragionevole che 
natorahnente sia ben voluto da* suoi : neir antichità e continuazione del dominio 
sono spente le memorie e le cagioni delle innovazioni; perchè sempre una 
mutazione lascia lo addentellato per la edificazione dell' altra. 

CAPITOLO IIL 

De' prtndpati miatf» 

Ha nel principato nuovo consistono le difficultà. £ prima 3^ non è tutto 
BBOTo, ma come membro che 'si può chiamare tutto insieme quasi misto, le 
Tarìazioni sue nascono in prima da una naturale difficultà, quale è in tutti 
i principati nuovi : che gli uomini mutano volentieri signore, credendo mi- 



240 . IL PRINCIPI. 

gliorare; e questa credenza li fa pigliar l'arme contro a dbi regge; di che s'in- 
gannano, perchè reggono poi per esperienza arer peggiorato. Il che dipende da 
un'altra necessità naturale ed ordinaria, quale fa che sempre bisogni oflìBD- 
dere quelli di chi si diventa nuovo principe, e con gente d'arme, e con infinite 
altre ingiurie che si tira dietro il nuovo acquisto. In modo che ti trovi avere 
inimici tutti quelli che tu hai offesi in occupare quel principato; e non ti pooi 
mantenere amici quelli che vi ti hanno messo, per non li potere satisfare in quel 
modo che si erano presupposto, e per non potere tu usare contro di loro me- 
dicine forti, sendo loro obbligato; perchè sempre, ancora che uno sia fortissimo 
in sugli eserciti, ha bisogno del favore dei provinciali ad entrare in una prò- 
vtnda. Per queste ragioni Luigi XII, re di Francia, occupò subito Milano, e 
subito lo perde, e bastarono a tergitelo la prima volta le forze proprie di Lodo- 
vico; perchè quelli popoli che gli avevano aperte le porte, trovandosi ingannati 
dèUa opinione loro e di quel futuro bene che si aveano presupposto, non pote- 
vano sopportare i fastidj del nuovo principe. È ben vero che acquistandosi poi 
la seconda volta i paesi ribellati, si perdono con più difficultà; perchè il si- 
gnore , presa occasione dalla ribellione, è meno rispettivo ad assicurarsi, con 
punire i delinquenti, chiarire i sospetti, provedersi nelle parti più deboli. Io 
modo che se a far perdere Milano a Francia bastò la prima volta un duca 
Lodovico, che romoreggiasse in sui conBni; a farlo dipoi perdere la se- 
conda, gli bisognò avere contro il DKMido tutto , e che gli eserciti suoi fossero 
spenti e cacciati d'Italia; il che nacque dalle cagioni sopraddette. Nondimeno 
e la prima e la seconda volta gli fu tolto. Le cagioni universali della prima si 
sono discorse ; resta ora a dire quelle della seconda , e vedere che rimedj egli 
ci aveva, e quali ci può avere uno che fusse ne' termini suoi , per potersi man- 
tenere meglio nello acquisto, che non fòco il re di Francia. Dico pertanto, che 
questi stati i quali acquistandosi si aggiungono a uno stato antico di quello cbs 
gli acquista, o sono della medesima provincia e della medesima lingua, o non 
sono. Quando e' siano , è facilità grande a tenerli , massime quando non siano 
usi a vivere liberi; e a possederli sicuramente basta avere spenta la linea del 
principe che li dominava; perchè nelle altre cose, mantenendosi loro le condi- 
zioni vecchie, e non vi essendo disformità di costumi, gli uomini si vivono 
quietamente : come si è visto che ha fatto la Brettagna , la Borgo^a , ,la Goa- 
scogna e la Normandia, che tanto tempo sono state con Francia ; e benché vi sia 
qualche disformità di lingua, nondimanco i costumi sono simili, e si possono tra 
loro facilmente comportare; e chi le acquista, volendole tenere, debbe avere 
due rispetti : l'uno, che il sangue del loro prìncipe antico si spenga; l'altro di 
non alterare né loro leggi né loro dazi, talmente che in brevissimo tempo 
diventa con il loro principato antico tutto un corpo. Ma quando si acquistano 
stati in una provincia disforme di lingua, di costumi e di ordini, qui sono le 
difficultà, e qui bisogna avere gran fortuna e grande industria a tenerli; ed 
uno de' maggiori rimedj e più vivi sarebbe, che la persona di chi gli acquista 
vi andasse ad abitare. Questo farebbe più sicura e più durabile quella posses- 
sione; come ha fatto il Turco di Grecia, il quale con tutti gli altri ordini 088e^ 
vati da lui per tenere quello stato, se non vi fusse ito ad abitare, non era 
possibile che lo tenesse. Perchè standovi si veggono nascere i disordini, e presto 
vi si può rimediare; non vi stando, s'intendono quando sono grandi, e non 
vi è più rimedio. Non è oltre a questo la provincia spogliata da' tuoi u6ziali; 
satisfannosi i sudditi del ricorso propinquo al principe; donde hanno più ca- 
gione di amarlo, volendo essere buoni ; e volendo essere altrimenti, di temerlo. 
Chi degli estemi volesse assaltare quello stato, vi ha più rispetto : tanto che 



CAPITOLO III. 241 

abitandovi Io può eoo grandissima difficultà perdere. L' altro migliore rimedio 
è mandare colonie in uno o in due luoghi, che siano quaitle chiavi di quello 
stato; perchè è necessario o far questo, o tenervi assai gente d*arme e fante- 
rìe. Nelle colonie non ispende molto il prìncipe, e senza sua spesa, o poca, ve 
le manda e tiene, e solamente offende coloro a chi toglie i campi e le case per 
darle ai nuovi abitatori, che sono una minima parte di quello stato; e quelli che 
egli oflénde, rìmanendo dispersi e poveri, non gli possono mai nuocere; e UHti 
gli altri rìmangono da una parte non offesi, e per questo si quietano facilmente, 
dalV altra paurosi di non errare, per timore che non intervenisse a loro come a 
quelli che sono stati spogliati. Conchiudo che queste colonie non costano, sono 
{NÒ fedeli, offendono meno; egli offesi, essendo poverì e dispersi, non possono 
nuocere, come è detto. Per il che si ha a notare, die gli uomini si debbono o 
vezzeggiare o spegnere ; perchè si vendicano delle leggieri offese, delle gravi non 
possono : sicché l* offesa che si fa air uomo deve essere in modo, che la non tema 
k vendetta. Ma tenendovi, in cambio di colonie, genti d'arme, si spende più 
assai, avendo a consumare nella guardia tutte l'entrate di quello stato : in modo 
che lo acquistato gli torna in perdita, ed offende molto più, perchè nuoce a tutto 
quello stato, tramutando con gli alloggiamenti il suo esercito; del quale disagio 
ognuno ne sente, e ciascuno gli diventa inimico; e sono inimici che gli possono 
nuocere, rìmanendo battuti in casa loro. Da ogni parte adunque questa guar- 
dia è inutile , come quella delle colonie è utile. Debbo ancora chi è in una prò* 
▼inda disforme, come è detto, farsi capo e difensore de' vicini minorì potenti, 
ed ingegnarsi d' indebolire i più potenti di quella, e guardarsi che per accidente 
alcuno non v'entrì un forestiere potente quanto lui; e sempre interverrà che 
▼igarà messo da coloro che saranno in quella malcontenti, o per troppa am* 
bilione, o per paura : come si vide già che gli Etoli mossero i Romani in Grecia ; 
ed in ogni altra provincia che loro entrarono, vi furono messi da' provinciali. 
ET ordine delle cose è, che subito che un forestiere potente entra in una 
provincia, tutti quelli che sono in essa meno potenti gli aderìscono, mossi dalla 
invìdia che hanno contro a chi è stato potente sopra di loro. Tanto che rìspetto 
a questi minori potenti , egli non ha a durare fatica alcuna a guadagnarli, 
perchè subito tutti insieme volentieri fauna massa cpn Io stato che egli vi ha 
acquistato. Ha solamente a pensare che non piglino troppe forze e troppa 
antorìtè, e facilmente può con le forze sue e con il favor loro abbassare quelli 
die sono potenti, per rìmanere in tutto arbitro di quella provincia. E chi non 
governerà bene questa parte , perderà presto quello che ara acquistato; e meiH 
Ire che lo terrà, vi ara dentro infinite difficultà e fastidj. I Romani nelle Pro- 
vincie che pigliarono, osservaronp bene queste parti , e mandarlo le colonie, 
intrattennero i men potenti senza crescere loro potenza, abbassarono i po- 
tenti, e non vi lasciarono prendere riputazione a' potenti forestieri. E voglio 
mi basti solo la provincia di Grecia per esempio. Furono intrattenuti da loro 
gli Achei e gli Etoli, fu abbassato il regno de' Macedoni, funne cacciato Antioco ; 
oè mai gli meriti degli Achei o degli Etoli fecero che permettessero loro accre- 
scere alcuno stato, né le persuasioni di Filippo gì' indussero mai ad essergli 
amici senza sbassarìo, né la potenza di Antioco potè fare gli consentissero che 
tenesse in quella provincia alcuno stato. Perchè i Romani fecero in questi casi 
quello che tutti i principi savi debbono fare, i quali hanno ad aver non sola* 
mente riguardo agli scandali presenti, ma ai futuri, ed a quelli con ogni in- 
dustria riparare ; perchè prevedendosi discosto, facilmente vi si può rimediare, 
ma aspettando che ti si appressino , la medicina non è più a tempo, perchè 
la midiaitlia è divenuta incurabile : ed interviene di questa, come dicono i fisici 

11 



S4t IL FiiNCira. 

deir etico» die ne) principio del suo male è facile a curare e difficile a oom- 

«oere; ma nel progresso del tempo , non t avendo nel principio uè conosduto 

Bè medicato, diventa facile a conoscere, e difiQoile a curare. Cosi ioterviese 

nelle cose dello stato; perchè conoscendo discosto, il che non è dato se non ad 

vn prudente, i mali che nascono in quello si guariscono presto; ma quando, 

per non gli aver conosciuti, si lasciano crescere in modo che ognuno li conosca, 

BOii vi è più rimedio. Però i Romani vedendo discosto gU inconvenienti, \ì 

rimediarono sempre, e non li lasciarono mai seguire per fuggire una gnerra; 

perchè sapevano che la guerra non si leva, ma si differisce a vantaggio d* altri: 

pere volkNTO fare con Filippo ed Antioco guerra in Grecia, per non r avere a 

lare con loro in Italia ; potevano per allora fuggire V una e l' altra , il che noa 

vollero : né piacque mai loro quello che tutto di è in bocca de' savi de' nosfan 

tempi, godere li beneficj del tempo; ma sibbene quello della virtù e prudenza 

loro : perchè il tempo si caccia innanzi ogni cosa, e può condurre seco heoe 

eome male, e male come bene. Ma torniamo a Francia , ed esamiaiaDK) se 

delle cose dette ne ha fatto alcuna ; e parlerò di Luigi e non di Carlo, come di 

eohii del quale, per aver tenuta più lunga possessione in Italia, si sono meglio 

caduti i suoi andamenti; e vedrete come egli ha fatto il contrario di quelle cosi 

dM ai debbono fare per tenere uno stato disforme. Il re Luigi fu messo in Italii 

4laU« ambizione de' Yiniziaai, che volsero guadagnarsi mezzo lo stato di Loo»' 

hardia per quella venuta. Io non voglio biasimare questo partito preso dal le, 

perchè volendo cominciare a mettere un piede in Italia , e non avendo ia 

^pMsta provincia amici, anzi aendogli per i portamenti del re Carlo serrate 

tutte le porte, fu forzato prendere quelle amicizie che poteva ; e sardabegli 

rtMcito il partito ben preso, quando negli altri maneggi non avesse fatto errore 

idoone. Acquistata adunque il re la Lombardia, si riguadagnò subito quelli 

riputazione che gli aveva tolta Carlo ; Genova cede, i Fiorentini gli diventaroae 

amici; marchese di Mantova , duca di Ferrara, Bentivogli, madonna di Furlìt 

aignore di Faenza, di Pesaro , di Rimino, di Camerino, di Piombino, Lucchesi, 

Pisani , Senesi , ognuno se gli fece incontro per essere suo amico. Ed ailoft 

poterono considerare i Vinìziani la temerità del partilo preso da k)ro , i q^ 

per acquistare due terre in Lombardia, fecero signore il re di due terzi d'Ilaha. 

Consideri ora uno con quanta poca difficultà poteva il re tenere in Italia la sua 

liputazicae, se egli avesse osservate le regole sopraddette , e tenuti sicari e dilìDsi 

lutti quelli suoi anùei , i quali per essere gran numero , e deboli e paurosi, éà 

della Chiesa, chi de' Viniziani, erano necessitali a star seco, e per il mezze loro 

poteva facilmente assicurarsi di chi ci restava grande. Ma egli non prima fa in 

Milano, che fece il contrario, dando aiuti a papa Alessandro, perchè egli oecor 

passe la Romagna. Né si accorse con questa deliberazione che faceva sé d^ 

bolo, togliendosi gU amici e quelli che se gli erano gettati in grembo, eia 

Chiesa grande, aggiungendo allo spirituale, che gli dà tanta autorità, tanto 

temporale 1 E fatto un primo errore e' fu costretto a seguitare, intanto dM, 

per porre fine all' ambizione di Alessandro, e perchè non divenisse signore di 

TJaseana, gli fu forza venire in Italia. E non gli bastò aver fiatto grande la 

Chiesa e toltisi gli amici, che per volere il regno di Napoli k> divise con H le 

di Spagna, e dove egli era primo arbitro d'Italia, vi messe un compagno, ao- 

eìooebè4;li ambiziosi di quella provincia e malcontenti di hii aveesero dove 

rioonrere; e dove poteva lasciare in quel regno un re suo pensiooarto, egti ne 

ìm traflaei, per mettervi uno che ne potesse cacciare lui. È cesa veranmie 

«òlio naturale e ordinaria desiderare di acquistare ; e sempre quando gli uomini 

la fanno obe poaBono^ nosarauto laudali e maft biaainAtb; mmqwtmà^mm 



Capitolo iv. 243 

poesoDO e voglion ferlo ad ogni modo, qui è il biasimo e Terrore. So Francia 
adunque con le sue forze poteva assaltare Napoli, doveva farlo; se non poteva, 
non doveva dividerlo. E se la divisione che fece co' Vioiziani di Lombardia me- 
lilo scusa, per aver con quella messo il pie in Italia, questa meritò biasimo, 
per non essere scusato da quella necessità. Aveva adunque Luigi fatte questi 
cinque errori : spenti i minori potenti ; accresciute in Italia potenza a un po«> 
tonte; messo in quella un forestiere potentissimo; non venuto ad abitarvi; nOo 
¥i messo colonie. I quali errori, vivendo lui, potevano ancora non lo offendere, 
se non avesse fatto il sesto di torre lo steto a' Viniziani , perchè quando non 
aivesse fatto grande la Chiesa, né messo in Italia Spagna, era ben ragionevole 
• necessario abbassarli ; ma avendo preso quelli primi partiti, non doveva mai 
consentire alla rovina loro ; perchè sendo quelli potenti, arebbero sempre tenuti 
gli altri discoste dalla impresa di Lombardia, 6Ì perchè i Viniziani non vi areb- 
bero consentito senza diventarne signori loro , sì perchè gli altri non arebbero 
voluto toria a Francia per darla a loro ; e andarli ad urtare ambedue non 
arebbero avuto animo. E se alcun dicesse, il re Luigi cede ad Alessandro la 
Romagna ed a Spagna il regno per fuggire una guerra, rispondo con le ragioni 
detto dì sopra, che non si debbo mai lasciar seguir un disordine per fuggire una 
guerra, perchè ella non si fugge, ma si differisce a tuo disavvantaggio* fi se 
alcuni altri allegassero la fede, che il re aveva data al papa, di far per lui 
quella im|H*esa per la risoluzione del suo matrimonio e per il cappello di Roano, 
rispondo con quello die per me di sotto si dirà circa la fede dei principi, e 
come ella si debba osservare. Ha perduto dunque il re Luigi la Lombardia, 
per non avere osservato alcuno di quelli termini osservati da altri che hanno 
preso Provincie e volutele tenere. Né è miracolo alcuno questo, ma molto ra- 
gionevole ed ordinario. E di queste materia parlai a Nantes con Roano> quando 
il Valentino, che così volgarmente era chiamato Cesare Borgia, figliuolo di 
pepa Alessandro, occupava la Romagna; perchè dicendomi il cardinale Roano, 
che gt' Itelianinon s' intendevano della guerra, logli risposi, che ì Francesi n<Mi 
^intendevano dello steto, perchè intendendosene non lascerebbero venire la 
Chiesa in tante grandezza. E per esperienza si è visto, che la grandezza in Itelia 
di quella, e di Spagna, ^ stete causate da Francia, e la rovina sua è procedute 
da loro. Di che si cava una regola generale, la quale mai o di rado falla, che 
dii è cagione che uno diventi potente, rovina; perchè quella potenza è cau-^ 
anta da colui o con industria o con forza, e l'una e T altra di queste due 
aoapetta a chi è divenuto potente. 



CAPITOLO IV. 

l^erchè 11 regno ^ Dario, da Alessandro occapato, non si ribellò dal successori di 

, Alessandro dopo la morte di lol. 

Considerate le difficnltà, le quali si hanno a tenere uno steto acquistato di 
■novo, potrebbe alcuno maravigliarsi, donde nacque che Alessandro Magne 
diventò signore dell' Asia in pochi anni, e non l' avendo appena occupate mori, 
donde pareva ragionevole che tutto quello stato si ribellasse; nondimeno i sucees» 
seri sooi se lo nMintennero, e non ebbero a tenerlo altra diflficultà che quella 
cbe infra lore medesimi per propria ambizione nacque. Rispondo come i prin- 
eipetiy de' quali si ha memoria , si trovano governati in due modi diversi : o per 
wipriMipe,eUittiglialtri9arvi,i qnah cene ministri per grazia e per conce»» 



244 IL PRINCIPE. 

sìone sua aiutano governare quel regno; o per un principe e per baroni, i quali 
non per grazia del signore , ma per antichità di sangue tengono quel grado. 
Questi tali baroni hanno stati e sudditi propri , i quali li riconoscono per si- 
gnori , ed hanno in loro naturale affezione. Quelli stati che si governano per 
un prìncipe e per servi, hanno il loro prìncipe con più autorità; perchè in 
tutta la sua provincia non è alcuno che riconosca per superiore se non lui ; e se 
ubbidiscono altro , lo fanno come a ministro e uficiale , e non gli portano par- 
ticolare affezione. Gli esempi di questi due governi sono ne' tempi nostri, il Turco 
e il re di Francia. Tutta la monarchia del Turco è governata da un Signore, gli 
altrì sono suoi servi ; e distinguendo il suo regno in sangiacchi , vi manda 
diversi amministratorì , e li muta e varìa come pare a lui. Ma il re di Francia 
è posto in mezzo di una moltitudine antiquata di signori riconosciuti dai loro 
siulditi , ed amati da quelli ; hanno le loro preminenze, né le può il re torre loro 
senza suo perìcolo. Chi considererà adunque l'uno e V altro di questi due stati, 
troverà difficullà grande in acquistare lo stato del Turco ; ma vinto che lo avrà, 
facilità grande a tenerlo. Le cagioni delle difficultà in potere occupare il regno 
del Turco sono, per non potere Y occupatore essere chiamato dai principi di 
quel regno , né sperare con la ribellione di quelli eh* egli ha d' intorno potere 
facilitare la sua impresa , il che nasce dalle ragioni sopraddette. Perchè essen- 
dogli tutti schiavi ed obbligati, si possono con più difficultà corrompere, e 
quando bene si corrompessero, se ne può sperare poco utile, non potendo 
quelli tirarsi dietro i popoli , per le ragioni assegnate. Onde a chi assalta il Turco 
è necessario pensare di averlo a trovare unito, e gli conviene sperare più nelle 
forze proprie, che ne' disordini d' altrì; ma vinto che fosse e rotto alla campa- 
gna, in modo che non possa rifare eserciti, non s' ha da dubitare d* altro che 
del sangue del principe, il quale spento, non resta alcirao di chi si abbia a te- 
mere , non avendo gli altri credito con i popoli ; e come il vincitore avanti la 
vittorìa non poteva sperare in loro , così non debbo dopo quella temere di loro. 
Il contrario interviene de' regni governati come quello di Francia , perchè con 
facilità tu puoi entrarvi, guadagnandoti alcun barone del regno; perchè sempre 
si trova *dei malcontenti, e di quelli che desiderano innovare. Costoro per le 
ragioni dette li possono aprìre la via a quello stalo, e facilitarti la vittoria ; la 
quale dipoi a volerti mantenere si lira dietro infinite difficultà, e con quelli che 
ti hanno aiutato, e con quelli che tu hai oppressi. Né ti basta spegnere il sangae 
del prìncipe, perchè vi rimangono quelli signori, che si fanno capi delle nuove 
alterazioni; e non li potendo né contentare né spegnere, perdi quello stato qua- 
lunque volta venga l' occasione. Ora se voi considererete di qual natura di 
governi era quello di Dario, lo troverete simile al regno del Turco; e però ad 
Alessandro fu necessario prima urtarìo tutto, e torgii la campagna; dopo la 
qual vittorìa sondo Dario morto, rimase ad Alessandro quello slato sicuro per 
le ragioni di sopra discorse. E i suoi successori se f ussero stati uniti, se lo po- 
tevano godere sicuramente ed oziosi ; né in quel regno nacquero altri tumulti , 
che quelli che loro proprì suscitarono. Ma gli stati ordinati come quello di Fran- 
cia, è impossibile possederli con tanta quiete. Di qui nacquero le spesse ribel- 
lioni di Spagna, di Francia , e di Grecia da' Romani, per gli spessi principati 
che erano in quelli stati, de' quali mentre che durò la memoria sempre furono 
i Romani incerti di quella possessione; ma spenta la memoria di quelli, con 
la potenza e diuturnità dell' imperio ne diventarono sicuri possessori. E poterono 
anche quelli combattendo dipoi intra loro ciascuno tirarsi dietro parte di quelle 
Provincie , secondo V autorità vi aveva preso dentro ; e quelle , per essere il 
sangue del loro antico signore spento» non riconoscevano altri che i Romani. 



CAPITOLO V, 246 

Considerate adunque queste cose, non si maraviglìerà alcuno della facilità che 
ebbe Alessandro a tenere lo stato d' Asia , e delle diCQcultà che hanno avuto gli 
altri a conservare l'acquistato, come Pirro e molti altri; il che non è accaduto 
dalla poca o molta virtù del vincitore, ma dalla disformità del suggetto. 

CAPITOLO V. 

In che modo siano da governare le città o principati , quali , prima che occupati 

fussero vivevano con le loro leggi. 

Quando quelli stati che si acquistano, come è detto, sono consueti a vivere 
con le loro leggi e in libertà, a volerli tenere ci sono tre modi : Il primo è rovi- 
narli; l'altro, andarvi ad abitare personalmente; il terzo, lasciarli vivere con 
le sue leggi , traendone una pensione, e creandovi dentro uno stato di pochi che 
le lo conservino amico. Perchè sendo quello sialo crealo da quel principe , sa 
die non può stare senza l'amicizia e potenza sua, e ha da fare il tutto per man- 
tenerlo; e più facilmente si tiene una città usa a vivere libera con il mezzo dei 
suoi dttaditti , che in alcuno altro modo , volendola preservare. Sonoci per 
esempio gli Spartani ed i Romani. Gli Spartani tennero Alene e Tebe creandoTÌ 
dentro uno stato di pochi : nientedimeno le riperderono. 1 Romani per tenere 
Gapua , Cartagine e Numanzia , le disfecero, e non le perderono. Vollero tenere 
la Grecia, quasi come la tennero gli Spartani, facendola libera, e lasciandole 
le sue l^gi , e non successe loro. In modo che furono costretti disfare molte 
città di quella provincia per tenerla, perchè in verità non ci è modo sicuro a 
possederle altro che la rovina. E chi diviene padrone di una città consuete a 
vivere libera, e non la disfaccia, aspetti di essere disfatto da quella, perchò 
sempre ha per refùgio nella ribellione il nome della libertà e gli ordini antichi 
suoi , i quali né per lunghezza di tempo né per beneficj mai si dimenticano ; e 
per cosa che si faccia o si provvegga , se non si disuniscono o dissipano gir 
abitatori , non sdimenlicano quel nome né quelli ordini , ma subito in ogni 
accidente vi ricorrono ; come fé' Pisa dopo cento anni che ella era stete posta 
in servitù dai Fiorentini. Ma quando le città o le provincie sono use a vivere 
sotto un prindpe, e quel sangue sia spento, essendo da un canto use ad ubbidire, 
dall' altro non avendo il prìncipe vecchio, fame uno intra loro non sì accordano, 
Tivere libere non sanno ; di modo che sono più tarde a pigliare le armi, e con 
pia fticililà se le può un principe guadagnare , e assicurarsi di loro. Ma nelle 
repubbliche é maggior vite , ma^ior odio , più desiderio di vendette , né gli 
lasda né può lasciar riposare la memorìa dell' antica libertà , telchè la più 
siciira via é spegnerle , o abitervi. 



CAPITOLO VI. 

De* principati nuovi , che con le proprie armi e vlriù si acquistano. 

Non si maravigli alcuno se nel parlare che io farò de' principali al tutto 
BnoYÌ e di prindpe e di steto, io addurrò grandissimi esempi ; perché cammi- 
nando gli uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle 
Azioni loro con le imitezioni, né si potendo le vie d'altri al tutto tenere, né 
alla virtù di quelli che tu imiti ggiugnere , debbe un uomo prudente entrare 



246 IL pamapi. 

•empre per le vie battute da uomini grandi, e quelli che sodo 8tati eocdlen- 
tàBBÌmi imitare, acciocché se la sua virtù non v'arriva, almeno ne renda quakèe 
odore; e fare come gli arcieri prudenti, ai quali parendo il luogo dovedisegoano 
ferire troppo lontano, e conoscendo 6no a quanto arriva la virtù del loro arco, 
pongono la mira assai più alta che il luogo destinato, non per aggiugnere con 
la loro forza o freccia a tanta altezza, ma per potere con V aiuto di si alta mira 
pervenire al disegno loro. Dico adunque che ne* principati in tutto nuovi, dove 
sia un nuovo principe, si trova più o meno difficultà a mantenerli, secondo 
che più meno è virtuoso colui che gli acquista. B perchè questo evento di 
diventare di privato principe presuppone o virtù o fortuna , pare che l'uoa 
o l'altra di queste due cose mitighino in parte molte difficultà. Nondimanoo 
oohn che è stato meno sulla fortuna, si è mantenuto più. Genera ancora fodlità 
l'eaaere il principe costretto, per non avere altri stati, venire ad abitarvi pe^ 
tonalmente. Ma per venire a quelli che per propria virtù e non per fortosa 
tono diventati principi, dico, che i più eccelieQti sono lioisò. Oro, Romolo, 
T^seo e simili. E benché di Moisè non si debba ragionare, essendo stato oa 
mero esecutore delle cose che gli erano commesse da Dio, pure debbe essere 
ammirato solamente per quella grazia che lo faceva degno di parlare con H^ 
Ma connderando Ciro e gli altri che hanno acquistato o fondato regni, si trove- 
raniio tutti mirabili ; e se si considereranno le azioni ed ordini loro particoiao, 
non parranno differenti da quelli di Moisè, che ebbe si gran precettore. Ed 
esaminando le azioni e vita loro, non si vede che quelli avessero altro dalla 
fortuna che V oocasione, la quale dette loro materia da potere introdurvi dentro 
quella forma che parse loro; e senza quella occasione la virtù dell* animo lofO 
si «aria spenta, e senza quella virtù T occasione sarebbe venuta invano. Kia 
dunque necessario a Moisè trovare il popolo d* Israel in Egitto schiavo e op- 
presso dagli Egizj, acciocché quelli per uscire di servitù ^ disponessero a se- 
ttario. Conveniva che Romulo non capisse in Alba, e fusse stato espoatoa 
nascere suo, a volere che diventasse re di Roma, e fondatore di quella patria. 
Bisognava che Ciro trovasse i Persi malcontenti dell' imperio de' Medi, edi 
Medi molli ed effeminati per la lunga pace. Non poteva Teseo dimostrare la sua 
virtù, se non trovava gli Ateniesi dispersi. Questeoocasioni pertanto feceroquesti 
uomini felici, e T eccellente virtù loro fece quella occasione esser conosciuta; 
donde la loro patria ne fu nobilitata, e diventò felicissima. Quelli i quali per^ 
virtuose simili a costoro diventano prìncipi, acquistano il principato con d^ 
calta, ma con facilità lo tengono ; e le difficultà che hanno nell' acquistare il 
principato nascono in parte da' nuovi ordini e modi che sono forzati d' intro- 
durre per fondare lo stato loro e la loro sicurtà. E debbesi considerare come 
Bon ò cosa più difficile a trattare , né più dubbia a riuscire , nò più periooloea 
a maneggiare , che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perchè i' introduttore 
ha per nimici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene ; ed ha tiepidi 
difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbero bene , la qual tiepidezza 
nasce parte per paura degli avversari, che hanno le leggi dal canto loro, parte 
dalla incredulità degli uomini, i quali non credono in verità le cose nuove, se 
non ne veggono nata una esperienza ferma. Donde nasce che qualunque volta 
quelli che sono inimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianameote, 
e quelli altri difendono tiepidamente, in modo che insieme con loro si perìdita. 
È necessario pertanto , volendo discorrere bene questa parte, esaminare se 
questi innovatori stanno per lor medesimi, o se dipendono da altri, cioè se per 
condurre 1' opera loro bisogna che preghino ovvero possono forzare. Nel priaio 
caso capitano sempre male, e non conducono cosa alcuna; ma quando dipen- 



CAPITOLO VII. H7 

doso da kMTO propri , e potsono fonare, allora è che rade volte peridìtano. Di 
qoi sacque che tutti i profeti armati vinsero, e i disarmati rovinarono , perdiè 
oltre alle cose dette , la natura de' popoli è varia , ed è facile a persuadere loro 
«na cosa , ma è difficile fermarli in quella persuasione. E però conviene eesera 
ordinato in modo che quando non credono più » si possa far loro credere per 
forza. Moisò, Gro^ Teseo e Romulo non arebbero possuto fare osservare lunga* 
laenteleloro costituzioni, se fussero stati disarmati, come ne' nostri tempi 
B(6rvemie a frate Girolamo Savonarola, il quale rovinò ne' suoi ordini nuovl^ 
oonse la moltitudine cominciò a non credergli, e lui non aveva il modo da tenere 
formi quelli che avevano creduto, nò a €ar credere i discredenti. Però questi tali 
hanno nel condursi graa difficultà, e tutU i loro pericoli sono tra via, e conviesé 
die con la virtù li superino^ ma superati che gli hanno, e che cominòiano ad 
essere in venerazione, avendo spenti quelli che di sua qualità gii avevano in- 
sidia, rimangono potenti, sicuri, onorati e felici. A sì alti esempì io voglio 
aggiugnere un esempio minore; ma bene ara qualche proporzione con quelli, 
e voglio mi basti per tutti gli altri simili ; e questo è lerone Siracusano. Costui 
di privato diventò principe di Siracusa, né ancor egli conobbe altro dalla for« 
lima che l'occasione; perchè essendo i Siracusani oppressi, l'elessero per loro 
capitano, donde meritò di esser fatto loro principe; e fu di tanta virtù ancora 
In privata fortuna, che chi ne scrive dice, che altro non gli mancava a regnare^ 
eccetto il regno. Costui spense la milizia vecchia, ordinò la nuova , lasciò la 
aunidoe antiche, prese delle nuove; e come ebbe amicizie e soldati che fussero 
suoi, potette in su tale fondamento edificare ogni edificio; tanto che egli darò 
assai fotica in acquistare, e poca in mantenere. 

CAPITOLO vn. 

De' |»1nclpatl nuovi , che con fòrze d* altri e per fertana si acquistano. 

Coloro i quali solamente per fortuna diventano di privati principi, con poca 
btka diventano, ma con assai si mantengono, e non hanno difficultà alcuna 
fra via, perchè vi Tolano; ma tutte le difficultà nascono da poi che vi sono 
poeti. E questi tali sono quelli, a chi è concesso alcuno stato o per danari o per 
grazia di chi lo concede ; come intervenne a molti in Grecia nelle città di Ionia 
• dall' Ellesponto, dove furono fatti principi da Dario, acciò le tenessero per sua 
amrtà e gloria ; come erano ancora fatti quelli imperatori che di privati, per 
oorrouone de' soldati, perveniano all' imperio. Questi stanno semplicemente in 
sa' la volontà e fortuna di chi lo ha concesso loro, che sono due cose volubit> 
liartme e instabili ; e non sanno e non possono tenere quel grado: non sanno^ 
perchè se non è uomo di grande ingegno e virtù, non è ragionevole che essendo 
•eaapre vissuto in privata fortuna, sappia Comandare ; non possono, perchè non 
hanno forze che li possano essere amidie e fedeli. Dipoi gli stali che vengono 
subito, come tutte le altre cose della natura che nascono e crescono presto, non 
possono avere le radici e corrispondenze loro, in modo che il primo tempo 
avverso non le spenga; se già quelli tali, come è detto, che sì in un subito sono 
diventati principi non sono di tanta virtù, che quello che la fortuna ha messo 
loro in grembo sappiano subito prepararsi a conservarlo, e quelli fondamenti 
che gli altri hanno fatti avanti che diventino principi, li facciano poi. Io voglio 
ali' uno e air altro di questi modi, circa diventare principe per virtù o per for«« 
tona, addurre due esempi stati ne' giorni della memoria nostra; e questi sono 



2lft 4L PMNCtPi. « 

Franoeseò Sforea e Gelare Borgia. Francesco per i debiti mezzi e con una sua 
gran virtù, di privato diventò da<ai' di Milano, e quello che con mille affanni 
aveva acquietato, con poea fatica mantenne. Dall' alira parte, Cesare Bergia, 
chiamato dal vulgo duca Valentino, acquistò lo stato con la fortuna del pivlre 
e con quella lo perdette , non oslante che per lui si usasse ogni opera, e facesse 
latte quelle cose die per «a prudeiite e virtuoso uomo si dovevano fare per 
mettere le radici sue in quelli stati che le armi e fortuna dì altri gli aveva con- 
cessi. Perchè, come di sópra tà diase, chi bob fa i fondamenti prima, li potrebbe 
con una gran virtù fare dipoi, ancora che si facciano oon disagio dell' archi- 
tettore e pericolo ddl* edificio. Se adunque ai considererà tutti i progressi del 
duca, si vedrà luì aversi fatti gran fondamenti alla futura potenza, i quali non 
giudico superfluo discorrere, peiebè io non saprei quali precetti mi dare migliori 
ad un principe nuovo che l'esempio delle azioni sue : e sogli ordini suoi non gli 
giovarono, non fu sua colpa, perchè «acque danna straordinaria ed estrema 
malignità di fortuna. Aveva Alessandro VI, nei voler far grande il duca suo 
figliuolo, assai difficultà presenti e future. Prima , non vedeva via di poterlo far 
signore di alcuno stato, che non fusse stato di Chiesa; e volgendosi a torre 
quello della Chiesa , «apeva che il duca di Milano e i Viniziani non gliene 
consentirebbero , perchè Faenza e Rimino erano già sotto la protezione dei Vi* 
imianié Vedeva dtre a questo le armi d' Italia , e quelle in specie di cui si 
fusse potuto servire, essere nelle mani di coloro che dovevano temere la gran* 
dezsa del papa , e però non se ne poteva fldare , sondo tutte negli Orsini e 
Golonaesi e loro seguaci. Era dunque necessario che si turbassero quelli ordini, 
e disordinare gli stati d* Italia, per potersi insignorire sicuramente di parte di 
quelli; il che gli fu facile, perchè trovò i Viniziani , che mossi da altre cagioni si 
erano volti a fare ripassare i Francesi in Italia ; il che non solamente non ood- 
traddisse, ma loro fece più fadle con la risoluzione del matrimonio antico del 
re Luigi. Passò adunque il re in Italia con l'aiuto de' Viniziani e consenso di 
Alessandro; né prima fu in Milano , che il papa ebbe da lui gente per l'impresa 
di Romagna , la quale gli fu consentita per la riputazione del re. Acquistata 
adunque il duca la Romagna e battuti i Golonnesi, volendo mantenere quelli 
e procedere più avanti, l'impedivano due cose : l'una, le armi sue, che nongTi 
parevano fedeli ; l'altra , la volontà di Francia : cioè temeva che le armi Orsine, 
delle quali si era servito , non gli mancassero sotto, e non solamente gl'impe* 
dissero l' acquistare, ma gli togUessero l' acquistato, e che il re ancora non gli 
facesse il simile. Degli Orsini ne ebbe un rincontro , quando dopo l'espugnazione 
di Faenza assaltò Bologna , che li vide andare freddi in quello assalto. E chta 
il re, conobbe l' animo suo, quando preso il ducato di Urbino assaltò la To- 
scana , dalla quale impresa il re lo fece desistere ; onde che il duca deliberò 
non dipendere più dalle armi e dalla fortuna d'altri. E la prima cosa indebolì 
le parti Orsine e Golonnesi in Roma , perchè tutti gli aderenti loro che fussero 
gentiluomini, sogli guadagnò facendoli suoi gentiluomini , e dando loro grandi 
provvisioni gli onorò secondo la qualità loro di condotte e di governi; in modo 
che in pochi me^ negli animi loro l'affezione deHe parti si spense, e tutta si volse 
nel duca. Dopo questo aspettò l' occasione di spegnere gli Orsini, avendo dis* 
persi quelli di casa Colonna, la qu]|le gli venne bene, ed egli l'usò meglio; per- 
chè avvedutisi gli Orsini tardi che la grandezza del duca e della Chiesa era la 
loro rovina , fecero una dieta alla Magione nel Pemgino. Da quella nacque la 
ribellione di Urbino e i tumulti di Romagna «d ìnGniti pericoli del duca, i 
quali tutti superò con l'aiuto de' Francesi : e ritornatogli la riputazione, né si 
fidandt di Francia né di altre forze esterne, per non le avere a cimentare, si 



r 



• CAPITOLO 711. ' . . 249 

volse agi' inganni , e seppe tanto dissimulare T animo §uo, diegiiOrstnt me- 
diana il signore t^aoio si ricondllardno seco; con il qu^)^ il duca uon mancò di 
ogni ragione di u6zio per assicurarlo^ dandogli danari, troste e cavalli, tanto che 
la semplicità loro li condusse a Sinigaglianellesa^mani^^penti adunque questi 
capi, e ridotti i partigiani loro amici &a^j aveva ii «luca ^ttato ai^sai buoni 
fondamenti alla potensasiui, areqde tuttala Romagttaamil ducato di Urbino, 
e guadagnatosi tutti quei popoli pei* avere inoeminciafeo a gustare il ben essere 
loro. B perchè questa parte è degna di notizia, e da essere iinitata da altri, 
non la voglio lasciare indietro^ Presa che ebbe il duca là Romagna , e tmvan* 
dola essere stata comandata da'signori impolenti, i quali pif presto avevano 
spoglialo I loro sudditi che corretti, e dato loro piìk materia di disunione che di 
unione, tanto che quella provincia, era tutta piena di latrocinj, di brighe e 
d' ogni altra ragione d' insolenza , giudicò fusse necessario a volerla ridurre 
pacifica ed obbediente al braccio regiQ , darle un buon governo. Però vi prepose 
messer Ramiro d' Orco, uomo crudele ed espedito, al quale dette pienissima pò» 
testa. Costui in breve tempo la ridusse pacifica e unita con grandissima ripa- 
tazione. Dipoi giudicò il duca non essere a proposito sì eccessiva autorità, perchè 
dubitava non diventasse odiosa; e preposevi un giudizio civile nel mezzo della 
provincia , con un presidente eccellentissimo , dove ogni città vi aveva V aw<^ 
tato suo. E perchè conosceva le rigorosità passate avergli ^nera^ qualche odio, 
per purgare gli animi di quelli popoli e guadagnarseli in tutto, volle mostrare 
che se crudeltà alcuna era seguita , non era nata da lui , ma dall' acerba natura 
del ministro. E preso sopra questo occasione, lo fece una mattina mettere a 
Cesena in duo pezzi in su la piazza con un pezzo di legno e un coltello sangui- 
noso a canto. La ferocità del quale spettacolo fece quelli popoli in un tempo 
rimanere soddisfatti e stupidi. Ma torniamo donde noi partimmo. Dico che tro« 
▼andosi il duca assai polente ed in parte assicurato de' presenti pericoli , per 
essersi armato a suo modo ed avere in buona parte spente quelle armi che 
▼idne lo potevano offendere, gli restava, volendo procedere con V acquisto, il 
rispetto di Francia, perchè conosceva che dal re, il quale tardi si era accorto 
dell* errore suo , non gli sarebbe sopportato. E cominciò per questo a cercare 
amicizie nuove, e vacillare con Francia, nella venuta che fecero i Francesi 
verso il regno di Napoli contro agli Spagnuoli che assediavano Gaeta. E l' animo 
800 era di assicurarsi di. loro; il che gli sarebbe presto riuscito, se Alessandro 
Tiveva. E questi furono i governi suoi quanto alle cose presenti. Ma quanto alle 
future egli aveva da dubitare, in prima, che un nuovo successore alla Chiesa 
non gli fusse amico, e cercasse torgli quello che Alessandro gH aveva dato; e 
pensò farlo in quattro modi : Primo, con ispegneré tutti i sangui di quelli signori 
che egli aveva spogliato, per torre al papa quelle occasioni ; secondo, con gua- 
dagnarsi tutti i gentiluomini di Roma , come è detto , per potere con quelli te- 
nere il papa in freno; terzo , con ridurre il Collegio più suo che poteva ; quarto, 
con acquistare tanto imperio avanti che il papa morisse , che potesse per sé 
medesimo resistere ad un primo impeto. Di queste quattro cose alla morte di 
Alessandro ne avea condotte tre ; la quarta aveva quasi per condotta. Perchè 
de' signori spogliati ne ammazzò quanti ne potè agsiugnere, e pochissimi si sal- 
varono; i gentiluomini romani si aveva guadagnati; e nel Collegio aveva gran- 
dissima parte. E quanto al nuovo acquisto , aveva disegnato diventare signore 
di Toscana, e possedeva di già Perugia e Piombino e [di Pisa aveva preso la 
protezione. E come non avesse avuto ad avere rispetto a Francia (che non gliene 
ardeva ad aver più , per esser di già i Francesi spogliatf del regno di Napoli 
dagli Spagnuoli , in guisa che ciascun di loro era necessitato comperare 1' ami* 



250 a PBUfaPB. 

ctzia sua) , e* ftaUtva in Pisa. Dopo questo Lucca e Siena cedeva subito, parte 
per iovidia dei Fiorentioi e parte per paura; ì Fiorentini non avevano rimedio , 
il che se gli fusse/ioscito, che gli riusciva Tanno medesimo cbe ÀlessaDdro 
mori , si acquistava tante forze e tanta riputazione, che per sé stesso si saria 
retto, nò sarebbe più dipenduto dalia fortuna e forze d* altri, ma solo dalia 
potenza e virtù sua. Ma Alessandro morì dopo cinque anni cbe egli aveva inco- 
minciato a trarre fuora la spada. Lasciolk) con lo stato di Romagna solameato 
assolidato, con tutti gli altri in aria, intra due potentissimi eserciti nimid, e 
mtiiabo a morte. Ed era nel duca tanta ferocia e tanta virtù , e sì ben conosceva 
come gli uomini m hanno a guadagnare o perdere» e tanto erano validi i fonda- 
■Mnti che in si poco«tempo si aveva fatti , che se non avesse avuto quelli eserdti 
addosso , o fusse stato sano , arebba retto ad ogni difficultà. E che i fondameati 
SQOi fussero buoni si vide, che la Romagna l' aspettò più di un mese : in Roaia, 
ancora che mezzo vivo, stette sicuro; e benché ì Baglionl, Vitelli e Orsini 
venissero in Roma , non ebbero seguito contro di lui : potè fare papa se non 
chi egli volle , almeno che non fusse dìi egli non voleva. Ma se nella morte di 
Alessandro fusse stato sano, ogni cosa gli era facile. Ed egli mi disse ne' dì die 
fu creato Giulio li , che avea pensato a tutto quello che potesse nascere ino- 
rendo il padre , e a tutto aveva trovato rimedio , eccetto che non pensò mai in 
su la sua morte di stare ancora lui per morire. Raccolte adunque tutte queste 
azioni del duca, non saprei riprenderlo; anzi mi pare , come ho delto, di proporlo 
ad imitare a tutti coloro che per fortuna e con le armi d' altri sono saliti al- 
l' imperio. Perchè egli avendo l'animo grande e la sua intenzione alta, non si 
poteva governare altrimenti; e solo si oppose ai suoi disegni la brevità della 
vita d' Alessandro, e la sua infermità. Chi adunque giudica necessario nel ano 
principato nuovo assicurarsi degl'inimici, guadagnarsi amici, vincereo perfora 
per fraude , farsi amare e temere dai popoli , seguire e riverire da' soldati, 
spegnere quelli che ti possono o debbono offendere , innovare con nuovi modi 
g^i ordini antichi, essere severo e grato, magnanimo e liberale, spegnere la 
milizia infedele, creare della nuova, mantenersi le amicizie de' re e dei prin- 
cipi, in modo che ti abbiano a beneficare con grazia o ad offendere con rispetto, 
non può trovare più freschi esempi che le azioni di costui. Solamente si può 
accusarlo neHa creazione di Giulio II, nella quale egli ebbe mala elezione; per 
che, come è detto, non potendo fare un papa a suo modo^ poteva tenere cbe 
un non fusse papa, e non doveva mai acconsentire al papato di quelli cardinali, 
che lui avesse offesi , o che diventati pontifici avessero ad avere paura di lui- 
Perchè gli uomini offendono o per paura o per odio. Quelli che egli aveva offeai 
erano, intra gli altri, San Pietro ad Vincola, Colonna, San Giorgio, Ascanio. 
Tutti gli altri , assunti al papato, avevano a temerlo , eccetto Roano e gli. Spa- 
gnuoli : questi per congiunzione e obbligo, quello per potenza, avendo congiunto 
seco il regno di Francia. Pertanto il duca innanzi ad ogni cosa doveva creare 
papa uno Spagnuolo , e non potendo dovea consentire che fusse Roano, e non 
San Pietro ad Vincula. E chi crede che ne' personaggi grandi i beneficj noovi 
facciano dimenticare le ingiurie vecchie, s' inganna. Errò adunque il duca il 
questa elezione, e fu cagione dell' ultima rovina sua. 



GAmOLO VUI. f&t 



CAPITOLO VIU. 

DI quelli cIm per teelltrateisa tono per? emtU al piinelpaUK 

« 

Ma perchè di prìtato ti direota aacora ia due modi prìncipe, il che noa ii 
p«ò ai tolto alla fortuna o alla TÌrtù attribuire, non mi pare di lasciarli iadielro 
ancora che dell* uno si poesa più diffusaniente ragionare, dove si trattasse delle 
repubbliche. Questi sono quando o per qualche via scellerata e nefarìa si ascenda 
al principato, o quando un privalo cittadino con il favore degli altri suoi cittadini 
diraota prìncipe della sua patria. E parlando del primo modo, si mostrerà eoa 
due esempi, V uno antico, V altro moderno, senza entrare altrìmenti net manti 
di questa parte, perchè io giudico^ a chi fusse necessitato , cbe basti imitarti. 
Agatocle Siciliano, non solo di prìvata, ma d'infima ed abietta fortuna, divenna 
re di Siracusa. Costui nato di un orciolaio , tenne sempre per i gradi della sua 
fortuna vita scellerata. Nondimanco accompagnò le sue scelleratezze con tanta 
TÌrtù di animo e di corpo, che voltosi alla milizia , per i gradi di quella perveoaa 
ad essere pretore di Siracusa. Nel qual grado essendo costituito, ed avendo 
deliberato volere diventar prìncipe , e tenere con violenza e senza obbliff» 
d' altrì quello che d' accordo gli era stato concesso ; ed avuto di questo disegno 
intelligenza con Amilcare Cartaginese, il quale con gli eserciti militava ià 
Sicilia , radunò una mattina il popolo e il senato di Siracusa, come se gli avesso 
avuto a deliberare cose pertinenti alla repubblica , e ad un cenno ordinato foca 
da' éuoi soldati uccidere tutti i senatori e i più ricchi del popolo ; i quali morti 
occupò e teone il principato di quella città senza alcuna controversia civile. 8 
benché dai Cartaginesi fusse due volte rotto, e ultimamente aseediato, non 
solamente potè difendere la sua città, ma lasciata parte della sua geatoalla 
difesa di quella, con l' altre assaltò l'Àffrìca, e in breve tempo liberò Siracusa 
dall' assedio, e condusse i Cartaginesi in estrema necessità, i quali furono no* 
eassitati ad accordarsi con quello , ad esser contenti della possessione M* 
TAfirica, e ad Agatocle lasciare la Sicilia. Chi considerasse adunque le azioni a 
virtù di costui, non vedrìa co9e,o poche, le quali possa attribuire alla fortuna; 
oondoisiacosachè, come di sopra è detto, non per favore di alcuno , ma per i 
^adi della milizia, i quali con mille disagi e pericoli si aveva guadagnato, pec^ 
Tonisse al principato, e quello dipoi con tanti partiti animosi e pericoli manto» 
passe. Non si può ancora chiamare virtù ammazzare i suoi cittadini , tradiro 
gii amici , essere senza fede, senza pietà, senza religione, i quali modi possono 
fSve acquistare imperio, ma non gloria. Perchè se si considerasse la virtù di 
Agatocle nell' entrare e nell' uscire de' perìcoli , e la grandezza dell' animo suo 
nel sopportare e superare le cose avverse, non si vede perchè egli abbia ad 
essere giudicato inferìore a qualunque eccellentissimo capitano. Nondimanco 
la sua efferata crudeltà ed inumanità con infinite scollerà tezae non consentono 
che aia intra gli eccellentissimi uomini celebrato. Non si può adunque attriboiio 
alla fortuna o alla virtù quello cbe senza l'una e l' altra fu da lui conseguito* 
Ne' tempi nostri, regnante Alessandro VI, Oliverotto da Fermo, aendo pie 
anni addietro rìmaso piccolo^u da un suo zio materno, chiamato Giovaanì 
Fogtiani, allevato, e ne' prìmi tempi della sua gioventù dato a militare sotto 
Paulo Vitelli , acciocché ripieno di quella disciplina pervenisse a qualche ao 
celiente grado di milizia. Morto dipoi Paulo, militò sotto Vitellozzo suo frataUa^ 
ed in brevissimo tempo, per essere ingegnoso e della persona e dett'aanno: 



252 IL PEIRCIPI. 

gagliardo, diventò il primo uomo della sua milizia. Ma parendogli cosa serfile 
Io stare con altri , pensò con l'aiuto di alcuni cittadini di Fermo , a' quali era 
più cara la servitù che la libertà della loro patrìa , e con il favore Vitellesoo di 
occupare Fermo; e scrisse a Giovanni Fogiiani, comesendo slato più anni 
fuori di casa, voleva venire a vedere lui e la sua città, e in qualche parte 
riconoscere il suo patrimonio. E perchè non si era affaticato per altro che per 
acquistare onore, acciocché i suoi cittadini vedessero come non aveva speso 
il tempo invano , voleva venire onorevolmente ed accompagnato da cento ca- 
valli di suoi amici e servitori; e pregavalo che fusse contento ordinare che da' 
Firmani fusse ricevuto onoratamente, il che non solamente tornava onore a 
lui , ma a sé proprio , essendo suo allievo. Non mancò pertanto Giovanni di 
alcuno officio debito verso il nipote, e fattolo ricevere da* Firmani onoratamente, 
ai alloggiò nelle case sue , dove passato alcun giorno , ed atteso a ordinare 
quello che alla sua futura scelleratezza era necessario , fece un convito solennis- 
aimo, dove invitò Giovanni Fogliani e tutti i primi uomini di Fermo. E consa* 
mate che furono le vivande , e tutti gli altri intrattenimenti che in sioùii conviti 
ai usano , Oliverotto mosse ad arte certi ragionamenti gravi , parlando della 
grandezza di papa Alessandro e di Cesare suo figliuolo , e delle imprese loro ; 
ai quali ragionamenti rispondendo Giovanni e gli altri, egli ad un tratto si rizzò, 
dicendo quelle essere cose da parlarne in luogo più segreto, e ritirossi in una 
camera, dove Giovanni e tutti gli altri cittadini gli andaron dietro. Né primi 
furono posti a sedere , che da' luoghi segreti di quella uscirono soldati, che 
ammazzarono Giovanni e tutti gli altri. Dopo il quale omicidio montò Oiiverotto 
a cavallo, e corse la terra , ed assediò nel palazzo il supremo magistrato; tanto 
che per paura furono costretti ubbidirlo, e fermare un governo, del quale si 
fece prìncipe. E morti tutti quelli che per essere malcontenti lo potevano offen- 
dere, si corroborò con nuovi ordini civili e militari , in modo che in spazio di 
im anno che tenne il principato, non solamente egli era sicuro nella città di 
Fermo, ma era diventato formidabile a tutti i suoi vicini; e sarebbe stata la 
sua espugnazione difficile come quella di Agatocle, se non si fusse lasciato 
ingannare da Cesare Borgia, quando a Sinigaglia, come di sopra si disse, prese 
gli Orsini e Vitelli , dove preso ancora lui , un anno dopo il commesso parrici- 
dio, fu insieme con Vitellozzo , il quale aveva avuto maestro delle virtù e 
scelleratezze sue, strangolato. Potrebbe alcuno dubitare donde nascesse che 
Agatocle ed alcuno simile, dopo inGnitl tradimenti e crudeltà, potette vivere 
lungamente sicuro nella sua patrìa, e difendersi dagl* inimici estemi, e da' suoi 
cittadini non gli fu mai cospirato contro ; conciossiacosaché molti altri mediante 
la crudeltà non abbiano ancora mai potuto ne' tempi pacifici mantenere lo 
stato, non che nei tempi dubbiosi di guerra. Credo che questo avvenga dalle 
crudeltà male o bene usate. Bene usate si possono chiamare quelle, se del male 
è lecito dire bene, che si fanno ad un tratto per necessità dell'assicurarsi, e 
dipoi non vi s'insiste dentro, ma si convertiscono in più utilità de'sudditi die 
ft può. Le male usate sono quelle, le quali ancora che nel principio siano poche» 
creacono piuttosto col tempo che le si spengano. Coloro che osservano il prìmo 
modo, possono con Dio e con gli uomini avere allo stato loro qualche rimedio, 
coaie ebbe Agatocle. Quelli altri é impossibile che si mantengano. Onde é da 
notare che nel pigliare uno stato, debbo l' occupatore di esso discorrere tutte 
quelle offese che gli é nocessario fare, e tutte farle a un tratto per non le aver» 
a rinnovare ogni di , e potere non le innovando assicurare gli uomini, e gua- 
dagnarseli con beneficarli. Chi fa altrimenti, o per timidità o per mal consiglio, 
é sempre necessitato tenere il coltello in manOi né può mai fondarsi sopra i 



CAPITOLO ll« 253 

suoi sudditi, non si potendo quelli per le continue e fresche ingiurie assicurare 
di lui. Perchè le ingiurie sì debbono fare tutte insieme, acciocché assaporandosi 
meno, offendano meno; i beneficj si debbono fare a poco a poco, acdocchò si 
assaporiAo meglio. E deve sopratutto un principe vivere con i suoi sudditi in 
modo che nessuno accidente o di male o di bene lo abbia a far variare; perchè 
venendo per i tempi avversi le necessità, tu non sei a tempo al male, ed il 
bene che tu fai non ti giova , perchè è giudicato forzato , e non te ne è saputo 
grado alcuno. 

CAPITOLO II. 

Del principato civile. 

Ma venendo air altra parte, quando un principe cittadino, non per scelle> 
ratezza o altra intollerabile violenza, ma con il favore degli altri suoi cittadini 
diventa principe della sua patria , il quale si può chiamare principato civile, 
né al pervenirvi è necessario o tutta virtù o tutta fortuna, ma più presto un' as- 
tuzia fortunata , dico che si ascende a questo prfncipato o con il favore del 
popolo, con il favore de* grandi. Perché in ogui città si trovano questi due 
umori diversi, e nasce da questo, che il popolo desidera non esser comandato nò 
oppresso dai grandi, e i grandi desiderano comandare ed opprimere il popolo; e 
da questi due appetiti diversi surge nelle città uno de* tre effetti , o principato , 
o libertà , o licenza. Il principato è causato o dal popolo o da' grandi, secondo 
che runa o l'altra di queste parti ne ha l'occasione; perché vedendo i grandi 
non poter resistere al popolo, cominciano a voltare la riputazione ad uno di 
loro, e Io fanno principe per poter sotto la ombra sua sfogare il loro appetito. 
n popolo ancora volta la riputazione ad un solo, vedendo non poter resistere ai 
graodi , e lo fa principe per essere con l' autodtà sua difeso. Colui che viene al 
principato coni aiuto de' grandi, si mantiene con più difficultà, che quello che 
diventa con l'aiuto del popolo; perchè si trova principe con di molti intorno 
che a loro pare essere eguali a lui , e per questo non gli può né comandare nò 
maneggiare a suo modo. Ma colui che arriva al principato con il favor popolare, 
vi si trova solo , ed ha intorna o nessuno ò pochissimi che non siano parati ad 
ubbidire. Oltre a questo non si può con onestà satisfare a' grandi , e senza 
ingiuria d'altri, ma sibbene al popolo ; perché quello del popolo è più onesto 
fine che quel de' grandi, volendo questi opprimere, e quello non essere op^ 
presso. Aggiungesi ancora che del popolo nimico un principe non si può mai 
assicurare per esser troppi , de' grandi si può assicurare per essere pochi. Il 
peggio che possa aspettare un principe dal popolo nimico, è l' essere abbando- 
nalo da lui ; ma da' grandi nimici ^ non solo debbo temere di essere abbando- 
nato, ma che ancor loro gli vengano contro ; perchè essendo in quelli più vedere 
e più astuzia , avanzano sempre tempo per salvarsi, e cercano gradi con quello 
che sperano che vinca. È necessitato ancora il principe vivere sempre con quel 
medesimo popolo, ma può ben fare senza quelli medesimi grandi, potendo 
fame e disfarne ogni di , e torre e dare a sua posta riputazione loro. E per 
diiarire meglio questa parte, dico, come i grandi si debbono considerare in due 
modi principalmente, cioè: o si governano in modo col procedere loro che si 
obbligano in tutto alla tua fortuna , o no : quelli che si obbligano, e non siano 
raped, si debbono onorare ed amare; quelli che non si obbligano » si hanno a 
considerare in due modi : o fanno questo per pusiilanìmità e difetto naturale 



254 IL PUNcm. 

d* animo; ed allora io U debbi serrir di loro , e di quelli massime che sono di 
buon consiglio , perchè nelle prosperità te ne onori , e nelle avversità non hai 
da temerne : ma quando non si obbligano ad arte e per cagione ambinosa , è 
segno com e e* pensano pili a so che a te ; e da quelli si debbo il principe guar- 
dare, e temerli come se fussero scoperti nimici, perchò sempre nelle avversiti 
r aiuteranno rovinare. Debbo pertanto uno che diventi prìncipe mediante il 
hivore del popolo , mantenerselo amico ; il che gli fia facile, non domandaado 
lui se non di non essere oppresso. Ma uno che contro al popolo diventi principe 
con il favor de' grandi , deve innanzi ad ogni altra cosa cercare di guadagnarsi 
il popolo; il che gli fìa facile, quando pigli la protezione sua. E perchò gli 
nomini quando hanno bene da chi credevano aver male , si obbligano più al 
benefìcatore loro, diventa il popolo subito più suo benevolo, chesesifusse 
condotto al principato per i suoi favori ; e puosselo il principe guadagnare in 
molti modi, i quali perchò variano secondo il suggetto non se ne può dare certa 
regola, e però si lasceranno indietro. Conchtuderò solo che ad un principe ò 
necessario avere il popolo amico , altrimenti non ha nelle avversità rimedio. 
Nabide principe degli Spartani sostenne Tossidione di tutta la Grecia e di ano 
esercito romano vittorioso, e difese contro a quelli la patria sua e il suo stato, 
e gli bastò solo, sopravvenendogli il pericolo, assicurarsi di pochi; chòseegli 
avesse avuto il popolo nemico , questo non gli bastava. E non sia alcuno che 
ripugni a questa mia opinione con quel proverbio trito, che chi fonda in sul 
popolo, fonda in sul fango ; perchè quello è vero, quando un cittadino privalo 
vi fa su fondamento, e dassi ad intendere che il popolo lo liberi quando esso 
fusse oppresso dagl* inimici o da' magistrati; in questo caso si potrebbe trovare 
spesso ingannato, come intervenne in Roma a' Gracchi, ed in Firenze a 
messer Giorgio Scali. Ma essendo un principe quello che sopra vi si fondi, che 
possa comandare , e sia un uomo di cuore, nò si sbigottisca nelle avversità , e 
non manchi delle altre preparazioni, e tenga con l'animo e ordini suoi animato 
l'universale, mai si troverà ingannato da lui, e gli parrà aver fatti i suoi fon- 
damenti buoni. Sogliono questi principati periclitare, quando sono per salire 
dall'ordine civile allo assoluto, perchè questi principi o comandano per loro 
medesimi, o per mezzo de' magfstrati. Neil' ultimo caso è più debole e più 
pericoloso lo stato loro , perchè egli stanno al tutto con la volontà di queffi 
cittadini che sono preposti a' magistrati, i quali massime ne' tempi avversi, 
gli possono torre con facilità grande lo stato, o con fargli contro, o col non 
r nbbidire; e il principe non è a tempo ne' pericoli a pigliare l' autorità asHh 
Iuta, perchè i cittadini e sudditi, che sogliono avere i comandamenti da* magi* 
strati, non sono in quelli frangenti per ubbidire a' suoi, ed ara sempre ne' tempi 
dubbj penuria di chi si possa fidare. Perchè simil principe non può fondarsi sopra 
quello che vede ne' tempi quieti , quando i cittadini hanno bisogno dello stato; 
perchè allora ognuno corre, ognuno promette , e ciascuno vuole morire per lui, 
quando la morte è discosto : ma nei tempi avversi, quando lo stato ha bisogno 
de' cittadini, allora se ne trova pochi. E tanto più è questa esperienza pericolo», 
quanto che la non si può fare se non una volta. Però un principe savio deve 
pensare un modo , per il quale i suoi cittadini sempre, ed in ogni modo e qualitii 
di tempo , abbiano bisogno dello stato e di lui , e sempre poi gli saranno fedeli. 



CAPITOLO X. S&5 

CAPITOLO X. 

Iq che modo le forze di lutti I principati si debbano misurare. 

Conviene avere, nell* esaminare le qualità di questi principati, un' altra con- 
siderazione, cioè, se un principe ha tanto stato, che possa bisognando per sé 
medeeimo reggersi , ovvero se ba sempre necessità della difensione d* altri. E 
per chiarire noeglìo questa parte, dico, come io giudico coloro potersi reggere per 
8Ò medesimi , che possono o per abbondanza d' uomini o di danari metUsre 
insieme un esercito giusto , e fare una giornata con qualunque li viene ad 
assaltare ; e così giudico coloro aver sempre necessità di altri , che non possooo 
comparire contro al nimico in campagna , ma sono necessitati rifuggirsi dentro 
alle mura , e guardare quelle. Nel primo caso si ò discorso ; e per T avvenire 
diremo quello che ne occorre. Nel secondo caso non si può dire altro, salvo che 
confortare tali prìncipi a munire e fortificare la terra propria, e del paese non 
tenere alcun conto. £ qualunque ara bene fortificata la sua terra , e circa gii 
altri governi con i sudditi si sia maneggiato , come di sopra è detto e di sotto 
si dirà, sarà sempre con gran rispetto assaltato ; perchè gli uomini sono sempre 
nimici delle imprese dove si vegga difficultà, nò si può vedere facilità assaltando 
uno che abbia la sua terra gagliarda , e non sia odiato dal popolo. Le città 
d'AlemagnarSono liberissime, hanno poco contado, ed ubbidiscono all'im'- 
peratore quando lo vogliono, e non temono nò questo né altro potente che le 
abbiano intorno ; perchè le sono in modo fortificate, che ciascuno pensa la 
espugnazione di esse dovere essere tediosa e difficile; perchè tutte hanno fosse 
e mura convenienti , hanno artiglieria a sufficienza , e tengono sempre nelle 
canove pubbliche da bere , da mangiare e da ardere per un anno. Ed oltre a 
questo per potere tenere la plebe pasciuta, e senza perdita del pubblico, hanno 
sempre in comune per un anno da poter dar loro da lavorare in quelli esercizi 
che siano il nervo e la vita di quelfe città , e dell* industria de' quali la plebe si 
pasca ; tengono ancora gli esercizi militari in riputazione , e sopra di questo 
hanno molti ordini a mantenerli. Un principe adunque che abbia una città 
forte, e non si feccia odiare, non può essere assaltato ; e se pur fusse chi lo 
assaltasse, se ne partirebbe con vergogna; perchè le cose del mondo sono st 
varie , che egli è quasi impossibile che uno possa con gli eserciti stare un anno 
OEÌoso, e campeggiarlo. E chi replicasse : se il popolo ara le sue. possessioni 
Cuora e veggale ardere, non ci ara pazienza, e il lungo assedio e la canta 
propria gli farà sdimenticare il prìncipe; rispondo che un principe potente ed 
animoso sopererà sempre tutte quelle difficuità, dando ora speranza a' sudditi 
che il male non fìa lungo, ora timore della crudeltà del nimico, ora assicu- 
randosi con destrezza di quelli che gli paressero troppo arditi. Oltre a questo 
il nimico debbo ragionevolmente ardere e rovinare il paese loro in su la giunta 
eoa , e ne' tempi quando gli animi degli uomini sono ancora caldi e volonterosi 
alla difesa; e però tanto meno il principe debbo dubitare, perchè dopo qualche 
giorno che gli animi sono raffreddati , sono di già fatti i danni, sono ricevuti 
i mali , e non vi è più rimedio ; ed allora tanto piìk si vengono ad unire col 
loro prìncipe , parendo che esso abbia con loro obbligo , essendo stato loro arse 
le case e rovinate le possessioni per la difesa sua. E la natura degli uomini è, 
così obbligarsi per i beneficj che si fanno , come per quelli che si ricevonow 
Onde se si considererà bene tutto, non fia difificile ad un prìncipe prudente 



256 IL PRnfCiPS. 

tenere prìma e poi fermi gli animi de* suoi cittadini nella osildioDe, (^ando 
non gli manchi da vivere né da difendersi. 



CAPITOLO XI. 

De* principati ecclesiastici. * 

Restaci solamente al presente a ragionare de* principati ecclesiastici, circa i 
quali tutte le difficoltà sono avanti che si posseggano ; perchè si acquistano o per 
virtù per fortuna, e senza Tuna e l'altra si mantengono ; perchè sono sostentati 
dagli ordini antiquati nella religione, quali sonosuti tanto potenti e di qualità, 
che tengono i loro principati in stato , in qualunque modo si procedano e vivano. 
Costoro soli hanno stati e non li difendono , hanno sudditi e non li governano ; 
e gli stati per essere indifesi non sono loro tolti, e i sudditi per non essere go- 
vernati non se ne curano , né pensano né possono alienarsi da loro. Solo adun- 
que questi principati sono sicuri e felici. Ma essendo quelli retti da cagioni 
superiori , alle quali la mente umana non aggiugne , lascerò il parlarne ; perchè 
essendo esaltati e mantenuti da Dio, sarebbe ufficio d'uomo presuntuoso e 
temerario il discorrerne. Nondimanco se alcuno mi ricercasse donde viene che 
la Chiesa nel temporale sia venuta a tanta grandezza ; conciossiachò da Alessan- 
dro indietro i potentati italiani, e non solamente quelli che si chiamavano poten- 
tati, ma ogni barone e signore, benché minimo, quanto al temporale la stimava 
poco; e ora un re di Francia ne trema ; e Tha potuto cavare d' Italia, e rovinare 
i Yiniziani (la qual cosa, ancora che sia nota, non mi pare superfluo ridurla 
in qualche parte alla memoria ) , risponderei : Avanti che Carlo re di Francia 
passasse in Italia, era questa provincia sotto T imperio del papa, Yiniziani, re d 
Napoli, duca di Milano e Fiorentini. Questi potentati avevano ad avere due 
cure principali : Tuna, che un forestiero non entrasse in Italia con le armi; 
l'altra, che nessuno di loro occupasse più stato. Quelli a chi s'aveva più cura, 
erano il papa e Yiniziani. Ed a tenere indietro i Yiniziani bisognava l'unione 
di tutti gli altri, come fu nella difesa di Ferrara ; e a tenere basso il papa si ser- 
vivano de' baroni di Roma, i quali essendo divisi in due fazioni. Orsini eCo- 
lonnesi, sempre v'era cagione di scandali infra loro, e stando con le armi in 
mano in su gli occhi del ponteBce, tenevano il pontificato debole ed infermo. E 
benché surgesse qualche volta un papa animoso, come fu Sisto, pure la fortuna 
il sapere non lo potè mai disobbligare da queste incomodità. E la brevità della 
vita loro ne era cagione , perché in dieci anni che ragguagliato viveva un papa, 
a fatica che potesse abbassare una delle fazioni ; e se, per modo di parlare, 
l'uno aveva quasi spenti i Coìonnesi, sur^eva un altro inimico agli Orsini, che 
quelli faceva risurgere, e gli Orsini non era a tempo a spegnere. Questo faceva 
che le forze temporali del papa erano poco stimate in Italia. Surse dipoi Ales- 
sandro YI , il quale, di tutti i Pontefici che sono stati mai, mostrò quanto un 
papa e con il danaro e con le forze si poteva prevalere ; e fece con lo istru* 
mento del duca Yalentino, e con la occasione della passata de' Francesi tutte 
quelle cose che io ho discorso dì sopra nelle azioni del duca; benché l'intento 
suo non fusse di far grande la Chiesa, ma il duca , nondimeno ciò che fece tornò 
a grandezza della Chiesa, la quale dopo la sua morte, spento il duca, fu erede 
delle fatiche sue. Yenne dipoi papa Giulio, e trovò la Chiesa grande avendo 
tutta la Romagna, ed essendo spenti tutti i baroni di Roma, e per le battiture 
d'Alessandro annullate quelle fazioni; e trovò ancora la via aperta al modo 



''CAPITOLO XII. 257 

dell' acofifBular^ danari, noD mai più usitato da Alessandro indietro. Le quali 
ooee Giulie non solamente seguitò, ma accrebbe ; e peqsò guadagnarsi Bologna, 
e spegnere i Viniziani, e cacciare! Francesi d'Italia; e tutte queste imprese gli 
riuscirono, e con tanta più sua laude, quanto fece ogni cosa per accrescere la 
Chiesa, e non alcun privato. Mantenne ancora le parti Orsine e Colonnesi in 
q[ttelli termini che le trovò ; e benché intra loro fusse qualche capo da fare al- 
terazione, nientedim^o due cose gli ha tenuti fermi; Tuna, la grandezza della 
Chiesa che gli sbigottisce; T altra, il non avere loro cardinali, i quali sono ori • 
gtne di tumulti infra loro; nomai staranno quiete queste parti qualunque volta 
abbiano cardinali, perchè questi nutriscono in Roma e fuori le parti, e quelli 
baroni sono forzati a difenderle; e cosi dall* ambizione de' prelati nascono le 
discordie e tumulti infra i baroni. Ha trovato adunque la santità di papa 
Leone questo pontiBcato potentissimo, il quale si spera che se quelli lo fecero 
grande con le armi, esso con la bontà ed in6nite altre sue virtù lo farà gran- 
dissimo e venerando. 



CAPITOLO XII. 

Quante siano le specie delle milizie ; e dei soldati mercenaij. 

Avendo discorso particolarmente tutte le qualità di quelli principati de' quali 
nel principio proposi di ragionare, e considerato in qualche parte le cagioni del 
bene e del male essere loro, e mostro i modi con i quali molti hanno cerco di 
acquistarli e tenerli; mi resta ora a discorrere generalmente le offese e difese, 
che in ciascuno dei prenominati possono accadere. Noi abbiamo detto di sopra 
come ad un principe è necessario avere i suoi fondamenti buoni, altrimenti di 
necessità conviene che rovini. I principali fondamenti che abbiano tutti gli 
stali, cosi nuovi come vecchi, o misti , sono le buone leggi e le buone armi ; e 
perchè non possono essere buone leggi dove non sono buone armi , e dove sono 
buone armi conviene che siano buone leggi, io lascerò indietro il ragionare delle 
log^